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Mussolini, revisionato e pronto per l’uso

I conti con Mussolini, sembrano non chiudersi mai. Non tanto sul piano storiografico,
dove l’imponente biografia defeliciana (otto densi volumi, pubblicati tra il 1965 e il
1997) rappresenta un ineludibile riferimento per ulteriori ricerche, quanto sul piano
della divulgazione giornalistica e televisiva. Su una parte della stampa d’opinione e
sul web, infatti, il dittatore tiene banco con interpretazioni benevole e commenti
agiografici. Quali le ragioni del persistente fascino? Come mai, a decenni dalla morte,
Mussolini gode di significativi consensi dopo avere precipitato il Paese nella rovina?
Nel Novecento italiano il duce ha impersonato più di chiunque altro il volto,
l’essenza e il carisma del potere, con relativo carico di seduzioni, ambizioni,
delusioni e rimpianti. Il programma d’ordine mussoliniano proietta ancor’oggi
richiami rassicuranti, cui sono sensibili non tanto i vecchi nostalgici (dileguatisi per
ragioni anagrafiche con lo scorrere dei decenni), ma gruppi di giovani non
necessariamente politicizzati, frequentatori degli stadi piuttosto che delle piazze della
politica. La rassicurante figura di grande padre, in grado di risolvere con certezza
categorica qualsiasi problema, si staglia nell’attuale vuoto di valori della politica
come un seducente riferimento.
L’odierna vulgata riabilitatrice individua in Mussolini una quantità di pregi a fronte
di due aspetti negativi, peraltro presentati interconnessi: la soggezione a Hitler e la
legislazione razziale. Nulla da eccepire, invece, per la RSI, interpretata come
«repubblica necessaria» per attenuare la furia teutonica e fronteggiare la barbarie
partigiana. La memoria selettiva del ventennio ricorda che il fascismo riscattò il
concetto di Patria dall’infamia in cui l’avevano precipitata le sinistre filobolsceviche,
fece marciare i treni in orario, bonificò le paludi Pontine, costruì città, istituì la
previdenza sociale, conciliò Stato e Chiesa, trasformò un Paese da operetta in una
nazione temuta dalle grandi potenze; di contro, ne ignora il ruolo liberticida, il

1
colonialismo, la persecuzione razziale, i crimini di guerra, il disastro provocato col
secondo conflitto mondiale...
Per spiegare il persistente appeal del duce bisognerebbe scavare dentro la psicologia
di massa e recuperare alcune suggestioni dell’oramai dimenticato Wilhelm Reich, ma
anche analizzare come i mass-media ripropongono gli stereotipi mussoliniani nelle
varie fasi della vita nazionale del secondo dopoguerra. E, soprattutto, riflettere sulle
difficoltà con cui si formano e si sviluppano, in democrazia, la coscienza civica e la
consapevolezza di cittadinanza.
A lungo gli intellettuali antifascisti hanno demonizzato e ridicolizzato il duce, con
atteggiamento inconsapevolmente scaramantico, senza fare davvero i conti col rilievo
del personaggio e col ruolo da lui rivestito nella storia d’Italia (e non solo). Le stesse
ingenerose stroncature dell’imponente opera defeliciana, senza avere la capacità di
costruire un lavoro biografico di eguale spessore e di analogo supporto documentario,
testimoniano la prevalenza dell’aspetto critico-ideologico sulla ricerca storiografica.
D’altronde le pretese di ortodossia determinano e ravvivano, per inevitabile reazione,
pulsioni revisioniste.
Nelle rffigurazioni della dittatura si è trascurato l’originale ed efficace intreccio di
repressione-consenso che ha rappresentato uno dei tratti più originali del
mussolinismo, dalla conquista al consolidamento del potere. Per decenni si è
avvalorata l’esistenza di un «popolo in catene», del ventennale servaggio imposto dal
despotismo e riscattato da venti mesi di Resistenza. In questo modo si è occultata,
dietro una facciata dai tratti politicamente corretti ma alla lunga insostenibile, la
complessa realtà di un rapporto tra il duce e gli italiani assai più profondo di quanto
non piaccia pensare. E non soltanto sotto forma di pulsioni nostalgiche e patetiche
invocazioni al demiurgo fotografate da uno tra gli slogan più duraturi della destra,
quel Ci vuole un uomo! che riecheggia in modo intermittente nella politica nazionale.
La questione di fondo riguarda piuttosto la maturità democratica, il sentimento di
cittadinanza e il rapporto con la classe politica e nello specifico la riemergente
suggestione verso figure carismatiche e condottieri di popoli, di ieri e di oggi.

2
– Mussolini buonuomo

I tratti fondamentali della vulgata buonista che oggi va per la maggiore sono stati
elaborati nel primo quinquennio del dopoguerra, con alcuni fortunati volumi e una
dovizia di articoli su periodici popolari. Da allora, con atteggiamento interpretabile
come pigrizia intellettuale e/o volontà di sfruttare sino in fondo una ricca vena
mineraria, aneddoti e commenti d’epoca vengono periodicamente riproposti,
ovviamente senza l’indicazione delle fonti.
Per la sedimentazione della figura del duce nell’immaginario collettivo hanno contato
più Paolo Monelli e Indro Montanelli di una generazione di storici contemporaneisti.
Monelli (classe 1891) e Montanelli (1909) occuparono nel fascismo una posizione
strategica; protagonisti della vita giornalistica e interlocutori dei maggior gerarchi,
poterono osservare l’impalcatura del regime da dietro le quinte. Entrambi, dopo avere
posto la loro penna al servizio del dittatore, con la seconda guerra mondiale si
staccarono dal fascismo e dal 1945 pubblicarono una serie di cronache giornalistiche
e di volumi di estremo rilievo nella definizione dei caratteri fondamentali della
vulgata «umanitaria» del duce.
Indro Montanelli, con l’intuizione e l’acume che gli erano propri, ha individuato nella
figura del dittatore deposto un soggetto cui una parte ragguardevole della popolazione
si sente persistentemente avvinta da pulsioni, sia pure contraddittorie, e pertanto ne
ha ricostruito, reinterpretato e riproposto la figura, con un rilevante successo
editoriale che conferma l’esattezza delle sue valutazioni psicologiche e di mercato.
Nel 1946 Montanelli redige – con l’editore Leo Longanesi e il regista Stefano
Vanzina – le Memorie di un cameriere di Mussolini, costruite sulla falsariga del
racconto di Quinto Navarra (autore «putativo» del libro). Il testo accreditato a
Navarra è il precursore di innumerevoli articoli e monografie in cui il dittatore è
scrutato dal buco della serratura: sfilano dinanzi al lettore le abitudini inconfessate

3
del capo di una nazione, la sequela delle donne, le credenze superstiziose, gli
aneddoti su cibo e vestiario... Considerato che Quinto Navarra non scrisse una sola
riga di quel testo, e che accettò a malavoglia di confidare i suoi ricordi, suona
davvero curiosa l’avvertenza editoriale: «Il Navarra ha voluto pubblicare questo libro
per porre termine ai numerosi e leggendari racconti che hanno germogliato sul conto
di Mussolini, riportando fedelmente tutto ciò che ebbe modo di osservare durante il
suo servizio, fuori da ogni influenza di parte». 1 Giovanni Ansaldo, aggiornato da
Montanelli e Longanesi sul progetto, avendone scorso le bozze lo valutò un testo
discutibile sul piano dell’attendibilità fattuale ma suggestivo per l’interpretazione
psicologica del personaggio; un libro collocato «su di una linea di prudente attesa di
quella rivalutazione dell’uomo, che un giorno verrà». 2 Giornalista di fiuto, nonché
mussoliniano deluso ma non pentito, Ansaldo colse nel segno non tanto nel
prevederne il successo (l’ultima riedizione è fresca d’inchiostro), ma perché il reale
successo dell’operazione si misura col fatto che le memorie del cameriere di
Mussolini hanno costituito una miniera aurea per gazzettieri e per improvvisati
biografi del duce, che hanno generosamente attinto a quel profluvio di curiosità e di
notizie, senza curarsi di citarla.
La trasformazione in moduli narrativamente accattivanti dei ricordi di Navarra è
servita a Montanelli per entrare nelle pieghe del personaggio, cui ha dedicato nel
1947 Il buonuomo Mussolini, “monumentalizzazione” in stile minimalista del
dittatore. L’autore è ricorso all’ingegnoso espediente del «testamento ritrovato» (già
utilizzato nel precedente romanzo Qui non riposano), grazie al quale il duce si
rivolge direttamente al lettore in limine mortis. Con la sincerità di chi ha un piede
nella tomba, Mussolini spiega le proprie scelte come passi obbligati per migliorare
l’Italia e gli italiani; se poi i risultati non sono stati quelli sperati, la provvida sventura
temprerà il nostro popolo – sottoposto a prove ardue – più di quanto non lo farebbe
una sfilza di successi. Con questa narrazione «verosimile» (il verosimile è la cifra

1
Citazione dall’edizione Longanesi del 1983, p. 9, con una presentazione di Montanelli nella quale questi rievoca le
pressioni esercitate per strappare al riluttante Navarra ghiotte confidenze sulla vita con Mussolini.
2
G. ANSALDO, Anni freddi. Diari 1946-1950, Bologna, il Mulino, 2003, p. 78.

4
stilistica di Montanelli) la grande firma del giornalismo nazionale veicola la propria
interpretazione del fascismo come regime tutto sommato accettabile, la cui caduta si
deve unicamente alla cospirazione interna dei gerarchi, con buona pace degli
antifascisti illusi e ininfluenti. L’autoassoluzione del Mussolini buonuomo non è
soltanto il frutto di un animo generoso e incline al perdono, ma – e qui entra in gioco
il vissuto di Montanelli 3 – rappresenta l’autoassoluzione dell’entourage del dittatore:
dai gerarchi che in buona fede avevano costruito il piedistallo al duce sino ai milioni
di italiani sedotti dall’uomo di Predappio. Tesi tutt’altro che controcorrente, come
dimostra lo straordinario successo arriso al volume: stampato a metà marzo 1947, a
fine aprile era giunto alla decima edizione. La ristampa più recente risale al 2003, in
edizione tascabile Rizzoli, nel cofanetto con altri due libri di Montanelli – Mio marito
Carlo Marx e Addio, Wanda! – emblematici del suo eclettismo e della sua visuale
«privata».
Positivi riscontri editoriali premiano anche Mussolini piccolo borghese, il testo di
Paolo Monelli che nel 1950 riprende e sviluppa l’operazione compiuta tre anni prima
da Montanelli: classico long-seller, nel 1972 è alla 9a edizione. Abile scenografo,
Monelli scandisce con i titoli di capitoli e paragrafi le tappe della vita del duce in
chiave romanzata e con tecnica cinematografica. Più che addentrarci nelle pieghe
della narrazione, minuziosamente descrittiva e caratterizzata da discutibili analisi
psicologiche, conviene stralciare alcuni esempi dell’efficace titolazione, che
restituiscono approccio e orizzonte dell’autore: «Un monello irrequieto e manesco –
Sassate ai bambini della dottrina – Maestro supplente e dongiovanni – Per poco non
emigrò in America – Soldato disciplinato e volonteroso – Prima l’Augusta, poi la
Rachele – Rivoluzionario di provincia – In carcere a Forlì – Le forbici di Margherita
Sarfatti – L’adunata a piazza del Sepolcro – Gli squadristi gli prendono la mano – La
marcia su Roma non la voleva – Le prime ghette bianche – Primi passi in società – La
Regina Madre lo proteggeva – Scolaretto che vuol farsi onore – Fa bastonare Gobetti

3
La più attendibile e completa biografia del giornalista toscano è costituita dai due volumi di S. GERBI e R. LIUCCI,
Lo stregone e Montanelli l’anarchico borghese, Torino, Einaudi 2006 e 2009: soprattutto al primo cui si rimanda per
l’approfondimento del controverso rapporto di Montanelli con la figura di Mussolini.

5
– Primi fumi dell’adulazione – L’uccisione di Matteotti – La nascita del tiranno –
Apoteosi dell’Anno decimo – Dalla realtà al mito, dall’uomo al semidio – A Stra
Hitler gli sembrò matto – Fondatore dell’Impero – Non gli piacevano le barzellette –
Impaziente di nuove avventure – Frettoloso in amore – Entra la Claretta –
L’appartamento degli amori pomeridiani – Asse, parola fatale – Prende la cotta per
Hitler, inventa il passo romano e comincia a perseguitare gli ebrei – La dichiarazione
di guerra – Barchette di carta sul sangue – Solitudine triste – Scenate e lacrime – Lo
sbarco in Sicilia – La rivolta dei gerarchi – Non aveva capito niente – I 600 giorni –
Prigioniero a Gargnano – Umiliato ai piedi dell’arcivescovo – Braccato dai partigiani
– L’inutile travestimento – La Claretta volle morire accanto a lui».
Ecco dunque squinternata, nei suoi punti-cardine, una biografia con pretese di fedeltà
storica: «Di tutti gli aneddoti che racconto, dei fatti esposti, delle citazioni di parole o
di scritti di lui, posso garantire, se non sempre l’autenticità, la verisimiglianza per
averne avuta esperienza diretta o per aver attinto a documenti originali o a fonti per
un modo o per l’altro attendibili». Eppure, cinque anni prima di scrivere questo
volume (presentato come «la più completa, precisa, curiosa biografia del romanzesco
personaggio che dominò l’Italia»), Monelli aveva pubblicato Roma 1943, poi riedito
da Einaudi con una prefazione di Lucio Villari, ammirato per l’«opera di grande
giornalismo e di intensa testimonianza morale». 4 Il Monelli che nel 1944 descrive le
disgrazie della capitale martoriata, con plauso di pubblico e di critica, è ben diverso
dal Monelli che nel giro di qualche anno – quando l’opinione pubblica ha mutato
orientamento e le rovine belliche sono un ricordo del passato e non la realtà
quotidiana – pubblica una biografia mussoliniana superficiale e voyeuristica, ma
ancora una volta allineata ai gusti predominanti. Mussolini piccolo borghese è, come
accennato, un lusinghiero successo: tre edizioni nel solo anno d’uscita, seguite da

4
In effetti la lettura di Roma 1943 lascia l’impressione di un’efficace testimonianza morale. É probabile che Monelli
abbia attraversato un profondo rivolgimento interiore, dopo la deposizione di Mussolini, considerato che ancora nel
giugno del 1943 firmava sul «Corriere della Sera» articoli bellicisti, di esecrazione degli inglesi e dei partigiani di Tito.
A meno che il giornalista avesse una straordinaria capacità di adattarsi ai tempi e di interiorizzarne lo spirito, per poi
rifonderlo nei suoi articoli e nei suoi libri.

6
almeno una dozzina di ristampe sino al 1983; il libro è tradotto in lingua inglese
(1954), olandese (1954), francese (1955), spagnola (1968) e polacca (1973).
Ai pionieristici volumi di Montanelli e Monelli farà riscontro un alluvione di testi
scritti dai gerarchi di ogni ordine e grado (per citarne solo alcuni: Ottavio Dinale,
Dino Grandi, Giovanni Giuriati, Asvero Gravelli, Giorgio Pini, Edoardo Susmel,
Augusto Turati...), dalla servitù (il cameriere, il cuoco, l’autista...) e dai familiari (la
vedova Rachele; i figli Edda, Bruno, Romano e Vittorio; la sorella Edvige...). Le
testimonianze dei congiunti vengono presentate col suggello della verità, tasselli del
mosaico romanzesco costruito attorno al capofamiglia sacrificatosi per il dovere: «Gli
anni trascorsi hanno addolcito gli animi, le pagine scorrono lievi, anche le tragedie
scoloriscono grazie alla dichiarata e affettuosa indulgenza dell’ultimo testimone»,
scrive la giornalista Barbara Palombelli per lanciare Il duce mio padre, nel quale
Romano Mussolini – secondo il risvolto di copertina – avrebbe tracciato un ritratto
intimo in grado di svelare aspetti di rilievo: «Il capo del fascismo non racconta solo
episodi cruciali e tragici della storia d’Italia, ma rivela anche se stesso, la propria
solitudine e il proprio pessimismo di fronte ai voltafaccia e agli intrighi. Il versante
privato della parabola umana del dittatore». 5
Rachele Mussolini, sebbene illetterata e semialfabeta, risulta “autrice” di ben due
libri: La mia vita con Benito (1948) e Benito il mio uomo (1958). Il primo, edito da
Mondadori senza precisarne chi lo abbia effettivamente scritto, ha avvalorato la
mitologia del Mussolini uomo di famiglia, che fa da contraltare al copione del focoso
amante di Claretta Petacci e di innumerevoli altre. Il secondo, pubblicato da Rizzoli,
è materialmente steso dalla pubblicista Anita Pensotti, che ricaverà altri tre libri da
quel racconto di «donna Rachele».
Che sia possibile occuparsi in modo serio e circostanziato dei risvolti personali del
dittatore, lo dimostrano da ultimo un libro e un film sulla terribile vicenda della
trentina Ida Dalser e di suo figlio Benito Albino, nato l’11 settembre 1915 dalla
relazione con Mussolini. Madre e figlio, ingombranti testimonianze della vita

5
Cfr. R. MUSSOLINI, Il Duce mio padre, Milano, Rizzoli, 2004.

7
sregolata condotta dal futuro duce, durante il regime verranno rinchiusi in
manicomio, dove «Benitino» morirà all’età di 27 anni. Forse per la scelta di
affrontare un aspetto «sgradevole» del dittatore, con la rinunzia ai facili effetti, né il
libro del giornalista Alfredo Pieroni (Il figlio segreto de Duce, Garzanti 2006) né la
pellicola di Marco Bellochio (Vincere, presentato nel maggio 2009 al Festival di
Cannes) hanno raccolto il plauso di critica e di pubblico. In particolare, Vincere è
stato apprezzato dalla stampa internazionale ma non da quella italiana, probabilmente
perché – ha osservato un noto critico cinematografico – «ci sembra prediliga più la
Storia della Passione». 6

- Un dittatore a pillole e dispense

I settimanali popolari hanno contribuito in modo determinante a riplasmare la figura


di Mussolini nel secondo dopoguerra. Per un ventennio l’immagine del duce è stata
somministrata agli italiani a senso unico, secondo precise direttive ministeriali
scandite dalle «veline» recapitate ai direttori di quotidiani e periodici, col risultato di
inculcare nella popolazione una visione del dittatore destinata, almeno in parte, a
sopravvivergli. 7 Col ristabilimento della libertà di stampa sono apparse una quantità
di inchieste biografiche, particolarmente su riviste a grande tiratura che, con sfoggio
di fotografie, presentano il dittatore con stilemi più affini alla tradizione del romanzo
d’appendice che alla dimensione rigorosamente informativa. I settimanali di
orientamento moderato «Oggi» e «Gente» si sono occupati in modo non occasionale
di questo o quel risvolto di Mussolini, privilegiando la dimensione personale e la
soggettività del dittatore, quasi a voler ricondurre la storia del fascismo e di un
ventennio di vita nazionale alle vicissitudini e alla volontà del suo capo. L’efficacia

6
P. MEREGHETTI, Più politica che passione. Bellocchio convince a metà, in «Corriere della Sera», 19 maggio 2009;
si veda inoltre N. ASPESI, Il Duce di Bellocchio. Italiani tiepidi, all’estero piace, in «la Repubblica», 20 maggio 2009.
Spicca, tra gli isolati giudizi positivi, quello dell’inserto domenicale del «Sole 24 Ore», che assegna al film quattro
stelle sul massimo di cinque.
7
Sull’immagine di Mussolini cfr. S. LUZZATTO, L’immagine del duce, Roma, Editori Riuniti, 2001; M.
FRANZINELLI e E: V. MARINO, Il duce proibito, Milano, Oscar Mondadori, 2005.

8
di questi servizi è testimoniata dalle rilevanti tirature dei due giornali, superiori al
mezzo milione di copie, nonché dalla capacità di trasformare in senso comune le tesi
ribadite anno dopo anno in articoli dal taglio volutamente divulgativo. Gli ingredienti
della nostalgia e della «memoria indulgente», col massiccio utilizzo delle fotografie
in funzione illustrativa e confermativa della narrazione, sono cucinati in lungi articoli
in cui aspetti di dettaglio hanno spesso il sopravvento su valutazioni generali che
poco coinvolgerebbero il lettore medio, interessato più al retroscena e all’inedito
(vero o presunto) che all’interpretazione storica o all’inquadramento politico. Ne
emerge un dittatore risoluto ma bonario, disinteressato ad arricchirsi, capace di
grande generosità verso i suoi nemici e i loro familiari: i due settimanali popolari
ignorano o comunque trascurano – svalutandola – la repressione del dissenso, mentre
vantano l’elargizione di aiuti o i gesti di grazia concessi a qualche oppositore. E
documentano, con le fotografie scattate a suo tempo dai funzionari dell’apparato
propagandistico del regime, le dimensioni del consenso entusiasta assicurato dagli
italiani al loro capo. 8
A firmare molti articoli su Mussolini sono giornalisti già ardenti fascisti, e che in
diversi casi hanno mantenuto le loro opinioni, anche se le esprimono con accortezza e
autocontrollo, per non inficiare l’effetto delle ricostruzioni «imparziali». Alcuni
significativi servizi di «Oggi» sono scritti da Ivanoe Fossani, già promotore dello
squadrismo mantovano, poi giornalista e confidente dell’Ovra. 9 Tra i collaboratori di
«Gente» vi è Giorgio Pisanò, già volontario nelle forze armate della RSI. É evidente
che né Fossani né Pisanò, come vari loro colleghi dagli analoghi trascorsi, siano i più
indicati a ricostruire con un minimo d’imparzialità la vita del loro defunto
condottiero...
La popolarità (e l’efficacia) della biografia per immagini è all’origine di
un’intelligente operazione editoriale varata dalla destra neofascista, che proprio

8
Per un’accurata analisi di come, nel quindicennio postbellico, i rotocalchi popolari abbiano presentato il defunto
regime, cfr. C. BALDASSINI, L’ombra di Mussolini, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008.
9
Su Ivanoe Fossani cfr. M. FRANZINELLI, I tentacoli dell’Ovra. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica
fascista, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 231 e 660, e Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista,
Milano, Mondadori, 2003, pp. 217-18.

9
attorno alla biografia di Mussolini ha lanciato nel luglio 1951 il quindicinale
«Meridiano d’Italia Illustrato», supplemento all’omonimo settimanale diretto dal
giornalista missino Francesco Maria Servello (all’epoca consigliere comunale di
Milano, poi parlamentare per dieci legislature dapprima col MSI e infine col Polo
della Libertà). 10 Col gusto delle ricorrenze, il primo fascicolo porta la data del 25
luglio, il giorno del «tradimento». La vita del duce viene ripercorsa in venti fascicoli
di 32 o di 64 pagine, riempiti quasi per intero da circa 2.500 fotografie corredate da
didascalie discorsive, che spiegano e collegano le immagini. Una biografia visiva,
insomma, che non esibisce i tratti militanti della destra revanscista, ma che attorno
alla presunta oggettività del documento fotografico e alla figura di Mussolini
costruisce un discorso apparentemente imparziale:

Per tutto il trentennio che corre dal 1915 al 1945, le sorti d’Italia sono state legate, nel bene o nel male, nella buona e
nella avversa fortuna, a Benito Mussolini. É, del resto, quanto avviene per ogni paese in cui si eserciti a lungo una
dittatura: a un certo punto, la storia di quel paese si confonde e diventa una cosa sola con la storia personale del
dittatore.
Proprio per tale motivo ci è sembrato di grande interesse, prescindendo da ogni considerazione positiva e negativa, il
fatto di poter presentare al pubblico una cronaca fotografica completa del trentennio [sic] mussoliniano. Riunendo e
collegando fra loro questi documenti, per la maggior parte assolutamente inediti, ci sembra di mettere a disposizione di
tutti gli italiani, per la prima volta, una specie di grande «album di famiglia», che mostri ad ognuno quella che fu, nei
suoi aspetti multiformi, anche la «sua» storia. 11

Siccome un’impostazione smaccatamente reducistico-nostalgica circoscriverebbe la


diffusione dell’opera al ghetto neofascista e condannerebbe al fallimento l’operazione
editoriale, il «Meridiano d’Italia Illustrato» adotta un approccio minimalista e
apparentemente avalutativo, per ricondurre al presunto automatismo dei processi
storici gli eventi che portarono Mussolini al potere e lo videro protagonista di un
ventennio di vita pubblica. In realtà si tratta di un’operazione di facciata, meramente
strumentale, agevolata dall’utilizzo dell’imponente selezione fotografica prodotta dal
ministero della stampa e della propaganda, nel grandioso spettacolo dell’Italia del
consenso. Il testo collocato in riquadri a inizio sezione presenta in un’ottica
giustificatrice le scelte del demiurgo, di cui si vanta ad esempio il realismo in politica
10
Il nerbo dei collaboratori del «Meridiano d’Italia» era costituito da reduci della RSI: Giorgio Almirante, Emilio
Canevari, Concetto Pettinato, Giorgio Pini...
11
Dalla premessa, non firmata, pubblicata a p. 2 del primo fascicolo monografico intitolato Mussolini, «Meridiano
d’Italia Illustrato», 25 luglio 1951.

10
estera: «Che Mussolini si sia piegato alla guerra solo nei casi in cui gli parve
impossibile seguire altra strada, è ormai provato definitivamente dai documenti
venuti a conoscenza del grande pubblico». Questo commento introduce il paragrafo
Mussolini pacifico, dove campeggiano diverse fotografie in posa serena e sorridente
nei più diversi contesti: familiare, popolare, politico.
Secondo i canoni del culto della personalità, il duce giganteggia sopra ogni altro
personaggio; il ridottissimo spazio dedicato agli antifascisti ne pone in rilievo
debolezze e contraddittorietà. Il delitto Matteotti occupa uno spazio minimo; dei
sicari di Dumini, si tace la contiguità col duce e si commenta che «fornirono all’anti-
fascismo italiano una delle sue armi migliori: l’uccisione di Matteotti fu un episodio
di autentica stupidità politica, che diede origine a molte voci». La titolazione in
rilievo dei paragrafi fornisce una vera e propria guida alla lettura. Ecco la scansione
tematica dal 1922 al 1937: «Se prepara la rivoluzione – La conquista di Roma –
Mussolini al governo – Il listone del 1924 – I Savoia amano Mussolini – L’Italia della
Vittoria – Il Duce e l’uomo – Matteotti – Mantenere il potere – L’anno del 3 gennaio
– Richiamo ai combattenti – Una grande politica – L’ala fascista – Il destino sul mare
– La grande Roma – Mussolini diplomatico – In Tripolitania – Difesa della lira – La
folla – Capo della Nazione – Pace e lavoro – L’Italia è fascista? – Lo Stato
corporativo – La potenza militare – L’Italia ufficiale – Mussolini pacifico – I patti del
Laterano – Sì: 8.506.576 No: 136.198 – Costruire – L’Italia proletaria – Fascistizzare
– Le cento città d’Italia – Vittoria sulla palude – L’italiano nuovo – Lavoro fascista –
Certezza – Il premio di natalità – Mobilitazione – Il fondatore dell’Impero – Costruire
un’altra Italia – La famiglia dei Mussolini – Assistenza sociale ed autarchia – L’Asse
Roma-Berlino».
Il fascicolo dedicato al 1938 ignora la legislazione antiebraica e titola su «L’impero
del lavoro – L’avvenire è dei giovani – Dall’Africa alla Spagna – Alla vigilia della
catastrofe – I confini si difendono». L’entrata in guerra viene data per scontata, alla
stregua di un evento inevitabile, frutto del destino: «Intanto anche l’Italia è entrata
nella competizione». Il progressivo e irreversibile disastro militare è ricondotto non

11
già al duce (ministro della Guerra e comandante delle forze armate) ma agli inetti
collaboratori, nonché al sabotaggio e al tradimento dei generali e della monarchia...
Le vicende dell’8 settembre 1943 sono sbrigativamente spiegate come il colpo inferto
alla Patria da capi felloni, mentre la nascita della RSI è riassunta nella parola d’ordine
«Per l’onore d’Italia». L’ultimo fascicolo è centrato sulle violenze partigiani:
«contiene la più completa documentazione fin qui apparsa sulle stragi dell’aprile
1945», avverte la presentazione editoriale, che sollecita i lettori a richiedere i
fascicoli mancanti.
Quella di Mussolini sarebbe dunque – secondo il «Meridiano d’Italia Illustrato» – una
storia di tutti. Al modico prezzo di 100 lire a fascicolo (200 per i numeri doppi), il
lettore acquistava ratealmente le puntate della biografia, con la possibilità di farla poi
rilegare, per sfogliarla con maggiore agio. La sottolineatura della completezza
dell’apparato fotografico (probabilmente ricavato dagli archivi de “il Popolo
d’Italia”), della presenza di inediti e del carattere di album di famiglia ritornerà
decennio dopo decennio in operazioni editoriali costruite attorno all’immagine di
Mussolini e insistentemente presentate come un’assoluta novità.
Il più recente riciclaggio di questa formula risale all’estate 2009, su iniziativa di
Vittorio Feltri, direttore di «Libero»,. L’iniziativa, beninteso, ha poco o nulla a che
fare con improbabili trasporti del giornalista bergamasco verso l’Uomo di Pedappio.
Di ben altro si tratta: qui, evidentemente, si è inteso occupare uno spazio di mercato.
Al quotidiano milanese sono stati allegati gratuitamente una ventina di fascicoli
intitolati Mussolini «Io vi parlo di me», da raccogliere in un volume di 400 pagine. Il
senso dell’operazione è consistita ovviamente nell’obbiettivo di massimizzare le
vendite mediante l’effetto-traino del gadget. 12 Emblematico che il direttore Vittorio
Feltri abbia individuato nella biografia illustrata del duce lo strumento di rilancio del
quotidiano milanese. Stralciamo dalla prefazione:

Insieme ai suoi discorsi, in queste pagine, il lettore potrà trovare una documentazione fotografica eccezionale. Ecco
quindi il Mascelluto intrattenere i curiosi sui suoi amori in riva al Po e sulle sue avventure (pericolose) come maestro

12
Con esiti persino curiosi: ho chiesto in prestito la copia qui utilizzata a un amico che durante l’uscita del supplemento
pagava all’edicolante il prezzo di «Libero», ritirando il solo fascicolo...

12
elementare con licenza di sedurre le ragazze del paese ospite. [...] Storie note, mi direte. Ma qui la differenza la fa il
narratore: Benito Mussolini. 13

Secondo Feltri, la novità dell’opera consisterebbe dunque nell’autobiografismo. Non


è qui il caso di considerare che gli scritti di Mussolini sono da sempre disponibili in
una quantità di edizioni, per ogni palato e per tutte le tasche; evidentemente, per il
lettore di «Libero» ciò è irrilevante. In realtà il «Mussolini narratore di Mussolini»
consiste in un’auto-apologia, come s’intuisce dai titoli di testa delle varie sezioni
biografiche: «C’è un condottiero tra i miei antenati – Così divenni il numero uno –
Quante beghe! I miei sono troppo litigiosi – La gioventù d’Italia sfila davanti a me
Signorina Claretta, venite a trovarmi – Hitler? Un matto di cui non mi fido – Avete
vinto le paludi – Al pane ho dedicato una filastrocca - Oro alla Patria contro le
“inique sanzioni” – Un’ora solenne sta per scoccare: in piedi! – L’antisemitismo? No,
in Italia non esiste – Risorge l’Impero sui colli fatali di Roma – Nel deserto ricevo la
spada dell’Islam – Solo le nostre sono le vere democrazie – Non ci credevo: il Fuhrer
sorrideva! – Fu sempre tormentato dalle leggi razziali – Il patto col diavolo – Il Duce
diffidava di Hitler – L’America ci blandiva, Hitler ci minacciava – I tuoi occhi sono
incantati – La parola d’ordine è una sola: vincere! – Il mio organismo è come un
motore – E adesso spezzeremo le reni alla Grecia – Senza mio figlio tutto si è
oscurato – Hitler mi parlava con le lacrime agli occhi – Bruno, quando potrò riposare
con te? – La caduta degli dei: “Piombo a chi tradisce” – I nemici del fascismo
rialzarono la testa – Badoglio e Grandi ti remavano contro – “Duce, al vostro posto
ora c’è Badoglio – Dal Gran Sasso l’ultima illusione – In carcere Claretta pensava
solo a lui – Hitler: “Liberate subito l’erede di Cesare”».
Stranamente, sono ignorati gli ultimi venti mesi di vita di Mussolini, con l’esperienza
della RSI.
La biografia di «Libero» nel 2009 non regge il confronto con quella pubblicata nel
1951 dal «Meridiano d’Italia Illustrato»: le foto dei fascicoli di Feltri, oltre ad essere
di numero assai inferiore, appaiono sgranate e di scarsa qualità, con un fastidioso

13
Mussolini. «Io vi parlo di me», prefazione di V. Feltri, Milano, «Libero», 2009.

13
«effetto nebbia». Ciò nonostante l’iniziativa ha presumibilmente sortito esiti positivi,
in termini di vendite, tanto è vero che è stata subito replicata con la biografia a
puntate Berlusconi tale e quale, costruita con i medesimi ingredienti, come variazione
sul tema dell’«uomo solo al comando».

- Predappio, la Betlemme nera

La cittadella della memoria nera si trova nel cuore della Romagna, nelle campagne di
una vallata in provincia di Forlì, a Predappio. Sino alla metà degli anni Venti si
trattava di una borgata agreste come tante altre, denominata Dovìa, finché – nel giro
di un decennio, a partire dal 1925 – una serie di interventi straordinari studiati da
rinomati architetti e progettisti hanno trasformato il vecchio rione nel prototipo della
città fascista. L’edificio rurale in cui il 29 luglio 1883 è nato Benito Andrea Amilcare
Mussolini è stato modificato con l’aggiunta di un’officina di fabbro (per valorizzare –
sia pure con un falso architettonico – le radici familiari popolari) 14 e attorno ad esso
si è costruita la cittadina di Predappio nuova, inaugurata il 30 agosto 1925 alla
presenza della moglie e del fratello del duce, nonché del segretario del Partito fascista
Roberto Farinacci e del gerarca Italo Balbo. Un anno più tardi Benito Mussolini
ispezionerà il cantiere e sarà prodigo di consigli su modifiche e integrazioni ai
progetti di sviluppo, proseguiti grazie a cospicui finanziamenti sino al 1942. Edificio
dopo edificio, sorge una città-modello, con la trasformazione di una borgata disagiata
in moderna terra di culto: la Betlemme dell’Era Fascista. Vengono così edificati nel
1926 la scuola elementare e il palazzo comunale con la scenografica scalea
d’accesso; nell’anno successivo, l’asilo e l’oratorio di Santa Rosa (in onore della
madre del duce, Rosa Maltoni) con tanto di Madonna del Fascio; 15 nel 1931 la chiesa
parrocchiale; nel 1934 l’enorme casa del Fascio e dell’ospitalità, concepita come

14
Cfr. R. BALZANI, La casa natale di Mussolini. Storia di un luogo e di un simbolo, in «Contemporanea», n, 1/1998.
15
Cfr. M. GORI (cur.), Asilo e oratorio di S. Rosa: il restauro della Madonna del fascio, ed. Comune di Predappio,
2001.

14
centro della vita politica e sociale; nel 1937 la casa della Gioventù italiana del
littorio; l’imponente caserma dei carabinieri – completata nel 1942 – è la
realizzazione finale di un cantiere incrementato per una dozzina d’anni per finalità
d’immagine e necessità ideologiche. 16
Attraverso una tambureggiante campagna di mitizzazione dei luoghi, Predappio
nuova accoglie i pellegrinaggi di scolaresche e affiliati all’associazionismo fascista: è
la «meta ideale di ogni italiano», come la magnifica la propaganda del regime. Tra le
personalità convenute nella città del duce figurano Vittorio Emanuele III, i segretari
del PNF Augusto Turati e Achille Starace, i letterati Filippo Tommaso Marinetti e
Alfredo Manzini, il musicista Pietro Mascagni... Il successo dell’iniziativa è tale che,
alla fondazione dell’impero, si progetta la costruzione, nell’Africa Orientale Italiana,
di Predappio d’Etiopia.
Icona dell’identità nera negli anni del regime, col crollo del fascismo Predappio si è
trasformata in simbolo negativo della memoria nazionale. Di questa ingombrante
eredità sono consapevoli anzitutto gli orfani del duce: «Un’aria di tragedia e di
sconforto domina questa Predappio piuttosto abbandonata, come se le dovessero
rimproverare un’indicibile colpa»; tuttavia, nonostante tutto, «ormai Predappio si
porterà per generazioni il nome ed il ricordo di Lui: lo vogliano o no i suoi abitanti e
la gente che in Italia si interessa alle vicende della politica e degli uomini». 17 Dopo
un quindicennio di ribalta, è dunque il momento del silenzio e della rimozione. Il 30
agosto 1957 la traslazione semi-clandestina della salma del duce nella cripta di
famiglia – dopo avventurose peripezie 18 – del cimitero di San Cassiano, un paio di
chilometri fuori Predappio, ha restituito alla cittadina, almeno agli occhi dei
filofascisti, una sua centralità, non più col richiamo della culla, bensì della tomba di
Benito Mussolini. L’inumazione, autorizzata dal presidente del Consiglio, il
democristiano Adone Zoli, altro illustre predappiese, desta immaginabile scalpore

16
Cfr. M. PROLI, «Meta ideale di ogni italiano», in M. LODOVICI (cur.), Fascismi in Emilia Romagna, Forlì, Istituto
per la storia della Resistenza di Forlì-Cesena, 1998; U. TRAMONTI e L. PRATI, La città progettata: Forlì, Predappio,
Castrocaro, Forlì, Casma, 1999 e AA.VV., Il paese di Mussolini. Storia architettura città, ed. Comune di Predappio,
2003.
17
V. QUEREL, Il paese di Benito. Cronache di Predappio e dintorni, Roma, Corso, 1954.
18
Cfr. S. LUZZATTO, Il corpo del duce, Torino, Einaudi, 1998.

15
nella cittadina romagnola, anche se il sindaco comunista Egidio Proli ostenta
sicurezza e dichiara ai giornalisti affluiti in paese: «Non ci ha fatto paura da vivo, non
ce la farà ora da morto!».
L’arrivo della salma di «Lui» agevola la ripresa delle visite, in una dimensione
funebre peraltro consona alla memoria neofascista, che ha spostato il calendario
commemorativo predappiese dal 29 luglio al 28 aprile; è invece rimasto invariata la
centralità del 28 ottobre. In questa fase il grosso dei pellegrini è costituito da
nostalgici del regime e da reduci della Repubblica sociale. É significativo che un
testo canonico dell’agiografia mussoliniana, Il figlio del fabbro di Mino Caudana
(eteronimo di Anselmo Jona), inizi con la descrizione di una commossa visita alla
tomba del duce, nel cimitero del paese natale: un viaggio in cui si ha la sensazione di
ritrovare, almeno per un fuggevole istante, la gioventù perduta. 19
Dall’inizio degli anni Settanta si registra una sensibile ripresa di visitatori motivati
ideologicamente. Per qualche tempo questo particolare afflusso irrita gli antifascisti,
maggioritari nell’opinione pubblica (tanto è vero che nel dopoguerra la cittadina sarà
sempre amministrata da giunte di sinistra o di centro-sinistra), che istituiscono un
informale controllo della rete viaria, con stradini e volontari adibiti alla segnalazione
di pullman e di automobili sospette; fermati i veicoli, li si rimanda indietro in caso di
evidenti segnali «destrorsi» (camicie nere, gagliardetti...): nessuna ospitalità, a
Predappio, per i nostalgici della «buonanima». 20 E avvengono pure due misteriosi
attentati dimostrativi alla tomba di Mussolini. Negli anni Ottanta la situazione si è
tranquillizzata e il turismo ha mutato connotati: da militante a nostalgico. Lo
spartiacque si colloca probabilmente nel 1983, con la celebrazione del centenario
mussoliniano: quel 29 luglio il gotha del neofascismo italiano si ritrova in
pellegrinaggio al cimitero di Predappio, in un corteo aperto dal segretario del
Movimento sociale Giorgio Almirante e dal suo erede designato Gianfranco Fini.
Con questa cerimonia si conclude la marea montante del turismo nero. Segue una

19
Cfr. M. CAUDANA, Il figlio del fabbro, Roma, CEN, 1960. L’opera raccoglie in due densi volumi le 166 puntate
pubblicate nel 1958-59 sul quotidiano romano «il Tempo».
20
Ho raccolto le informazioni sulla Predappio del dopoguerra durante una visita alla cittadina romagnola: le debbo in
particolare all’amicizia di Vladimiro Flamigni, Massimo Lodovici e Mario Proli.

16
nuova ondata di arrivi: un flusso di curiosi, forse definibili quali «voyeur della
storia», con un livello di presenze attorno alle centomila visite annue, a sancire lo
status privilegiato di luogo della memoria di un passato che continua a proiettarsi sul
presente. 21
Oggi Predappio vive una nuova fase, strettamente legata alle trasformazioni del Paese
e in particolare della destra italiana. Il passaggio dal Movimento sociale ad Alleanza
nazionale e la successiva confluenza nel berlusconiano Partito della Libertà hanno
scontentato «i fedelissimi», indisponibili a rinunciare al mito del duce. Le simpatie
verso il personaggio Mussolini hanno comunque perso l’aggancio partitico e sono
contraddistinte dalla persistente affezione a livello individuale o di piccolo gruppo
amicale-familiare.
Nelle due date canoniche del calendario nero, i giorni della marcia su Roma e
dell’uccisione di Mussolini, alfa e omega del fascismo, giungono a Predappio
migliaia di fans del duce, con una forte presenza di naziskin con magliette nere e
abbigliamento paramilitare. Per qualche tempo nella cripta della famiglia Mussolini
ha prestato servizio la cosiddetta Guardia d’onore, sotto forma di ausiliarie in divisa
(camicia nera, mantello e basco dello stesso colore), imbalsamate in posa statuaria e
assistite da nerboruti giovani in abbigliamento paramilitare e col capo rasato a zero. I
visitatori possono firmare un registro, nel quale molti annotano commenti, slogan e
auspici per l’avvenire di questa disgraziata nazione, immemore di chi tanto le giovò.
Ultimamente le celebrazioni del 28 aprile, del 28 luglio e del 28 ottobre sono
ravvivate dalla regia di un sacerdote di estrema destra, padre Giulio Tam (noto alle
cronache per i saluti a mano tesa ai raduni di Forza Nuova), 22 che inscena processioni
aperte da una gigantesca croce di legno portata a spalle da fanatici nerovestiti.
Il folclore dei pellegrinaggi politici, individuali, familiari o di balde comitive è
alimentato in loco da chi ha interesse a sfruttare un retroterra commerciale non

21
Cfr. M. BAIONI, Predappio, in M. ISNENGHI (cur.), I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, Roma-
Bari, Laterza, 1996, pp. 503-11.
22
Significativo il commento di un utente del sito internet di Forza Nuova sul forum del sodalizio neofascista: «Ho
conosciuto e visto per la prima volta padre Tam quest’anno a ottobre. Grande persona innanzitutto, e poi immenso
uomo di fede» (commento inserito il 17 dicembre 2008 da «cuorenero71»).

17
indifferente. Un industriale della provincia di Lodi ha acquistato anni addietro Villa
Carpena, residenza della famiglia Mussolini (e luogo delle mitiche trebbiature del
duce-contadino) a una decina di chilometri da Predappio, trasformata in luogo della
memoria privata con un proprio punto-vendita. Sul viale principale della cittadina lo
sventolio di bandiere tricolori richiama i visitatori, che in due enormi supermarket del
kitsch trovano un ragguardevole campionario di oggetti-simbolo: dall’immagine del
ventennio, riprodotti in ogni formato e supporto (poster, busti, quadri, posacenere,
portachiavi, calendari, fazzoletti ecc.) alle pubblicazioni filofasciste e filonaziste.
Interessi di bottega hanno contrapposto il gestore di Villa Carpena ai titolari del
circuito turistico predappiese, per la divisione di un business che prosegue senza
cedimenti e accomuna visitatori di ogni fascia d’età; le polemiche vengono talvolta
riprese dalla stampa, in quanto coinvolgono e dividono pure gli eredi del duce. 23
L’abitazione natale di Mussolini appartiene allo Stato ed è gestita dal comune; ciò le
ha sinora evitato di entrare a pieno titolo nel tour del circuito nostalgico. 24 In un
salone spicca la bandiera rossa del 1913, con la scritta «Fate largo che passa il
lavoro», dettata dal Mussolini prima maniera; il vessillo è stato tenuto nascosto per
un ventennio dai vecchi socialisti per sottrarla al sequestro da parte delle camicie
nere: la gloriosa bandiera tornerà a sventolare alla Liberazione della cittadina
(avvenuta, ironia della sorte, il 28 ottobre 1944), quando una ventina di affiliati
ricostituiscono la sezione del Partito socialista. Oggi Predappio è gemellata con due
cittadine tedesche simbolo della resistenza al nazismo. Gli amministratori della
località romagnola da tempo si propongono di trasformare il loro comune in luogo
della memoria contemporanea e del confronto: da tempo è allo studio la costituzione
di un centro studi sulla crisi della democrazia tra le due guerre, che tuttavia stenta a
nascere a causa di persistenti ristrettezze finanziarie. Questa sovrapposizione di
simboli e di memorie lascia intendere che Predappio – nonostante le apparenze e
l’immagine pubblica – non è riducibile al monocromatismo nero.

23
Cfr. V. MONTI, Il Duce a Roma? Vertice degli eredi, in «Corriere della Sera», 31 ottobre 2006.
24
Cfr. M. MARCHI (cur.), Storie di donne e di uomini. I primi 50 anni della Cooperativa ricreativo-culturale di
Predappio, Predappio, Sapim, 2009.

18
- Tormentoni mussoliniani

Due questioni, tra gli argomenti ricorrenti del discorso su Mussolini, tornano
regolarmente nelle cronache del dopoguerra: lo scoop sulle vere circostanze della
morte del duce e la (ri)scoperta dei diari autentici del dittatore.
Il filone sulla morte del duce è già rigoglioso a pochi mesi dalle fucilazioni di Dongo
e tra il maggio e il dicembre 1945 annovera una decina di monografie, i cui contenuti
verranno riproposti con minime variazioni – e, soprattutto, senza significative nuove
acquisizioni – sino ai nostri giorni: si possono citare, in questa produzione
pionieristica, La verità sulla fine di Mussolini e della Petacci (di Angelo Colleoni,
Milano, ed. Lucchi), Come fu catturato e giustiziato Mussolini (R. M., Roma,
Velograf) Le ultime giornate di Mussolini e di Claretta Petacci (Storicus, Milano,
Unione tipografica), Come fu arrestato e soppresso Mussolini (Carlo Cetti, Como, il
Ginepro), L’ultima ora di Mussolini (Roma, Novissima). Anno dopo anno, i testi
sulla soppressione del duce si ammonticchiano gli uni sugli altri e oggi, per contenerli
tutti, servirebbe una capiente biblioteca. E, purtroppo, pochi sono quelli che
contribuiscono all’avanzamento delle conoscenze. 25
Tra chi è rimasto ipnotizzato da questo scabroso e tragico tema vi è Giorgio Pisanò,
che dopo il giovanile arruolamento nella RSI ha dedicato una vita alla rivalutazione
del duce e del fascismo, finché – poco prima della morte – ha riassunto quarant’anni
di ricerche nel volume Gli ultimi cinque secondi di Mussolini. L’indagine definitiva
sul giallo più intricato di questo secolo. Il libro decontestualizza e isola le circostanze
della fucilazione di Mussolini, ridotte ad atto di barbarie spiegabile unicamente con la
disumanità dei comunisti. Pisanò individua l’esecutore materiale nel dirigente del PCI
Luigi Longo, interpretando discordanze e reticenze delle versioni fornite da Walter

25
Tra le positive eccezioni si segnala la recente monografia di G. CAVALLERI, F. GIANNANTONI e M. J.
CEREGHINO, La fine: gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani, Milano,
Garzanti, 2009.

19
Audisio e dagli altri componenti il plotone d’esecuzione col deliberato intento di
intorbidire le acque per coprire il vero «giustiziere». Una versione dal taglio
volutamente politico, debitrice più all’ideologia del suo autore che non a dati di fatto,
ma che – ad onta dell’inverosimiglianza – ha incontrato grande visibilità mediatica e
successo editoriale: pubblicato nel 1996 da il Saggiatore, è rimasto a lungo nelle
classifiche dei saggi più venduti, e da ultimo è stato ristampato in paperback nel
2009.
La riproposizione a getto continuo di pretesi scoop sulle dinamiche dell’uccisione del
duce – e la novità costituita dal giudizio negativo espresso da dirigenti della sinistra
sull’uccisione di Mussolini 26 – si è accompagnata, tre anni addietro, alla richiesta di
aprire un’inchiesta per l’accertamento delle responsabilità penali. Guido Mussolini
(figlio di Vittorio e nipote di Benito), assistito da due avvocati e da tre consulenti, ha
denunciato alla magistratura di Como i responsabili della morte del nonno, e ha
chiesto la riesumazione della salma per raccogliere elementi di prova tramite l’esame
autoptico. A suo sostegno è intervenuto il regista Renzo Martinelli, autore di
numerose pellicole su personaggi storici, contemporanei e non: «Ho pronto il
soggetto di un film scomodo che smentisce la versione ufficiale sulla morte del duce.
L’eco mediatico di un film sulla morte di Mussolini sarebbe grandissima, tanto da
poter affascinare un pubblico internazionale». 27 Se, evidentemente, il regista pensa
anzitutto alla cassetta, il nipote del dittatore è invece mosso – a giudicare dalle
interviste da lui rilasciate – dal duplice intento di punire i fucilatori (peraltro tutti
defunti) e di mettere sul banco d’accusa il movimento partigiano. La querela è stata
archiviata, in quanto, secondo il procuratore della Repubblica, «il 22 giugno 1946
venne emanata l’amnistia Togliatti che ha cancellato tutti i reati». 28 Le successive
tappe della polemica, con l’annunzio del ricorso in Cassazione, sono affondate senza

26
Ha destato sensazione la condanna da parte di Massimo D’Alema dell’uccisione di Mussolini: «fa parte di quegli
episodi che possono accadere nella ferocia della guerra civile, ma che non possiamo considerare accettabili»; a suo
avviso, si sarebbe dovuta seguire la strada processuale. Di parere opposto lo storico Claudio Pavone, per il quale
l’uccisione del tiranno serviva a chiudere definitivamente col fascismo. Cfr. S. BUZZANCA, «Un errore uccidere
Mussolini» e S. FIORI, Caro D’Alema era l’unica via, in «la Repubblica», 4 e 5 novembre 2005.
27
D. MESSINA, Renzo Martinelli in cerca del duce, in «Corriere della Sera», 9 settembre 2006.
28
Cfr. «Verità su Mussolini, riesumate la salma», in «Corriere della Sera» e R. B., Mussolini, no della procura alla
riesumazione, in «la Repubblica», 5 e 6 settembre 2006.

20
esito nelle pieghe della cronaca minuta. Che l’esecuzione di Mussolini, uno tra i
massimi criminali della seconda guerra mondiale, si presti (a 61 anni di distanza) a
una richiesta di punizione giudiziaria, è davvero allucinante, tanto più che essa venne
attuata su ordine del Comitato nazionale di liberazione dell’Alta Italia. Il solo fatto
che una richiesta così scombinata possa essere stata presentata con speranze di
successo, e sia stata presa sul serio da tutta la stampa, è un segno eloquente dei tempi.

Nel 2007 è scoppiata per l’ennesima volta, con assordante clamore, la querelle sul
ritrovamento dei diari del duce. Negli anni Trenta il dittatore annotò su alcune agende
brevi osservazioni, a mo’ di promemoria; solo di rado quelle note si diffondevano in
giudizi su personaggi e episodi specifici. Così, almeno, hanno testimoniato le persone
cui il duce mostrò o lesse alcune pagine. Le agende sono scomparse in Svizzera,
probabilmente distrutte nel rogo di documentazione segreta effettuato nell’agosto
1945 alla legazione nipponica nella Confederazione elvetica, cinque mesi dopo che
Vittorio Mussolini le aveva consegnate su ordine del padre all’ambasciatore del
Giappone a Salò, Shinrokuro Hidaka. Da quelle ceneri, novella araba fenice, i diari
risorgono e si aggirano per mezza Europa, a ritmo intermittente e con straordinaria
costanza.
La prima versione, apparsa nel 1957 e venduta per l’allora ragguardevole somma di
50 milioni di lire, è frutto del certosino lavoro della vedova di un commissario di
polizia, la vercellese Rosetta Panvini, e di sua figlia Amalia che, dopo essersi studiate
per qualche anno la stampa del regime e la scrittura del duce, hanno riempito migliaia
di pagine con la cronaca delle giornate del dittatore. Le due geniali autodidatte hanno
imitato alla perfezione la grafia mussoliniana ma hanno infiorettato il testo di
svarioni, il che ne ha consentito lo smascheramento. Condannate nel 1962 dal
Tribunale di Vercelli rispettivamente alla pena di due e di un anno di reclusione per
falso e truffa, madre e figlia sono uscite di scena (Rosetta è morta nel 1968 all’età di
84 anni), ma il loro capolavoro ha continuato a circolare ed è stato addirittura
considerato autentico dal figlio del duce, Vittorio Mussolini, che – come si è detto – è

21
stato l’ultimo italiano ad avere visto la documentazione originale. Ancora nel 1967 un
gruppo editoriale inglese ha acquistato l’ingegnosa produzione delle due falsificatrici,
mentre l’editore Rizzoli è stato più accorto e ha rifiutato l’infida offerta.
Archiviato il diario di Rosetta e Amalia Panvini, è comparsa una seconda e più
accurata imitazione delle celebri agende, che ha preso a circolare vorticosamente, sia
pure senza costrutto, in quanto è stata invano offerta nel 1980 al londinese «Time»,
nel 1991 alla casa d’aste Sotheby’s, nel 1992 all’editore Feltrinelli, nel 1994 al
quotidiano britannico «Sunday Telegraph» (che ne annunciò incautamente la
pubblicazione), nel 2004 al settimanale «L’espresso» e al quotidiano «la
Repubblica».
La più recente e clamorosa riscoperta di questo materiale si deve a Marcello
Dell’Utri, uomo politico e fine bibliofilo. Il senatore del Popolo della Libertà ha
individuato presso un notaio di Bellinzona cinque agende del 1935-39, depositate dal
figlio di un partigiano che se ne sarebbe impadronito a Dongo all’atto della cattura
del duce. Agende autenticate da Romano Mussolini, che vi ha riconosciuto la grafia
paterna e la cronaca di eventi familiari. Dell’Utri ha anticipato nel 2007 l’importanza
di quella documentazione, destinata a cambiare il giudizio della storia: «Di certo i
diari chiariscono ulteriormente la volontà del duce di evitare la guerra. Il suo
atteggiamento di fronte alla guerra, fino al 1939, è negativo: scrive chiaramente che
non la vuole. Poi racconta di personaggi con tanto di nomi e cognomi e ci sono
giudizi sorprendenti su alcuni gerarchi fascisti: giudizi negativi». Consonante
l’impressione di Alessandra Mussolini, l’estroversa e loquace nipote del dittatore, lei
pure parlamentare del centro-destra: «Abbiamo visto le cinque agende insieme e non
ho dubbi sull’autenticità. Da questi diari emergono tutti i tentativi fatti dal nonno per
evitare la guerra. Inoltre intuiva che intorno a lui il regime stava franando. Sono
documenti importanti, perché consentiranno di interpretare la figura di Mussolini con
maggiore obbiettività». 29

29
P. PANZA, Annuncio di Dell’Utri: ecco i diari di Mussolini, in «Corriere della Sera», 11 febbraio 2007.

22
Il senatore Dell’Utri è rimasto turbato dall’impatto con una documentazione così
ragguardevole: «É un’emozione fortissima avere tra le mani questi diari, che fanno
scoprire un’identità nuova di Mussolini». 30 Se ne ricaverebbe, a suo dire, l’immagine
un duce nemico dei tedeschi e desideroso di tenere l’Italia fuori dalla guerra, un uomo
capace di autocritica e insofferente delle pagliacciate del segretario del PNF Starace...
Altra scoperta sconvolgente sarebbe l’intima contrarietà del duce alle leggi razziali,
su cui il diario direbbe la parola decisiva, svelando finalmente il falso storico di un
Mussolini persecutore degli ebrei. Versioni amplificate dalla popolare trasmissione
televisiva di Bruno Vespa Porta a porta, con lo stesso Dell’Utri e Alessandra
Mussolini in veste di testimoni autorevoli. In verità, la presunta identità inedita del
dittatore tutto può essere definita, tranne che nuova: alla sua costruzione, infatti, sono
stati dedicati nel corso degli anni innumerevoli articoli e inchieste, oltre a una vasta
produzione di opuscoli e libri.
Un più attento esame evidenzierà nei diari cari a Dell’Utri una quantità di errori su
date, persone e fatti. Gli storici Luciano Canfora e Emilio Gentile hanno
impietosamente demolito le residue speranze di veridicità di quel materiale, in realtà
plasmato sulle cronache de «il Popolo d’Italia», il quotidiano fascista che dedicava
largo spazio agli impegni giornalieri del dittatore. Il clamore si è finalmente sedato, in
attesa della prossima riscoperta del vero Mussolini ...attraverso i suoi diari. Ad ogni
buon conto, Marcello Dell’Utri continua a credere autentiche le controverse agende,
da lui commentate: «Nei suoi diari scrive che le leggi razziali devono essere blande.
Mussolini, uomo straordinario e di grande cultura, ha perso la guerra perché era
troppo buono: non era affatto un dittatore spietato come Stalin». 31
Al di là degli aspetti curiosi, la telenovela un suo senso ce l’ha: dimostra infatti
quanto sia radicato il desiderio di credere in un Mussolini «umano», ragionevole e
generoso, costretto dalle asprezze della politica e dagli infidi alleati a scelte
sfortunate... L’opera di destoricizzazione sostituisce al tiranno il governante riottoso e
l’uomo desideroso di normalità; a costo di ribaltare non soltanto la realtà dei fatti ma

30
A. CAPORALE, Dell’Utri, «Ecco i diari di Mussolini», in «la Repubblica», 12 febbraio 2007.
31
C. LOPAPA, Dell’Utri: «Mussolini fu troppo buono», in «la Repubblica», 5 maggio 2009.

23
pure la costruzione del mito di se stesso, operazione cui il duce si applicò con
impegno narcisistico. Un personaggio, il Mussolini evocato dagli scritti apocrifi e
sognato dai suoi odierni estimatori, di cui l’Italia avrebbe disperato bisogno per uscire
dall’attuale crisi di leadership: «Ci vuole un uomo!».

24