Sei sulla pagina 1di 6

Torino, 10 Marzo 2011

Seminario UniNomade 2.0 – IUC

(Sandro Chignola)

 
Io   credo   che   siano   fondamentalmente  due  i   punti   di   convergenza   generali   attorno   ai   quali   è
possibile tracciare il piano di discussione. Due punti fissati da una diagnostica dell’attualità.  La
prima riguarda la giuridicizzazione generale del lessico della politica. Non c’è istanza che non
venga   tradotta   in   termini   di   «diritto».   Diritto   da   conquistare,   ma,   molto   più   spesso,   diritto   da
difendere, da garantire, diritto fondamentale da irretire negli schemi ordinamentali, estendendo il
perimetro del riconoscimento giuridico. Quella della sistematica giuridica, articolata sulla triade
concettuale Ordinamento­Stato­Sovranità e sulla verticalità della piramide organizzativa basata sul
monopolio statuale della decisione, è una crisi già denunciata dalla scienza giuridica tra Otto e
Novecento,  che   esplode   processi   sistemici   di   decostituzionalizzazione   e   che   innesca   linee
normative che debordano il perimetro dello Stato. 

Sul   piano   descrittivo,   molte   cose   sono   state   dette   dalla   scienza   giuridica   e   ciò   permette   di
riassumere per sommi capi le tendenze in atto. 

a) Una tendenza alla progressiva sovrapposizione tra regole e tecniche di matrice americana e
diritto globale che, accelerata e sostenuta da una comunità transnazionale di giuristi formati nelle
grandi Law School e reclutati dalle Law Firms transnazionali, assume centralità come sapere/potere
giuridico generale. 

b) Un sapere il cui lavoro  di decostruzione e di ricostruzione dei sistemi giuridici particolari
procede   attraverso  networks  organizzativi   orizzontali   indipendenti   dall’autorizzazione   o   dalla
delega sovrana; risponde in tempi brevissimi a interessi business driven; «spacchetta» lo Stato e ne
utilizza i poteri domestici di normazione e di sanzione in termini di implementazione dei principi
del rule of law quale diritto «imperiale». 

c) L’esistenza di numerose prassi di gestione extragiuridica e extraistituzionale dei problemi da
parte degli Stati che si affiancano al lavoro tecnico di agenzie non delegate che alimentano flussi
multilaterali   di  governance  e   che   contrastano   vigorosamente   con   l’unità   sistematica
dell’ordinamento.  

Altre cose fondamentali ci sarebbero da dire, ovviamente.   Per quanto mi riguarda tuttavia, mi
interessa porre l’accento sull’effetto di sfondamento che questo tipo di regolazione pone in essere
rispetto alla gerarchia delle fonti normative (quella attuale è più una costellazione an­archica del
diritto di quanto non sia un ordinamento, potrebbe forse dirsi) e rispetto al passaggio da un ordine
della  spazialità  a un  ordine di  ripartizione  e di gestione  di tempi e flussi come  problema
fondamentale del diritto. 

Qui incontriamo un primo problema sul quale vorrei richiamare l’attenzione. Forme sempre meno
bisognose di esecuzione segnano il diritto contemporaneo e globale. Questi ritrova nel diritto dei
contratti, nella lex mercatoria, in paradigmi di common law schemi di normatività debole in grado
di garantire efficienza e organizzazione. E tuttavia questa normatività debole riesce a realizzare un
potente   effetto   di   verità:   tutte   le   parti   in   causa   possono   essere   convocate   sulla   base   del
riconoscimento del vincolo giuridico che viene così attuandosi  subendo una fascinazione che le
porta a considerarsi auto­obbligate rispetto alle decisioni in via di definizione. E’ in questo
modo,   tanto   per  fare   un   esempio,   che   molte   organizzazioni   della   società   civile   possono   essere
cooptate   e  funzionalizzate   al  comando.  Allo   stesso  modo,   è   in  questo  modo   che  il   lessico  dei
«diritti», anche quando praticato dai movimenti, può essere usato ai fini dell’autopoiesi sistemica
e per neutralizzare le istanze che cercano di articolarsi attraverso di esso.

Questo   mi   porta   al   secondo   punto   di   convergenza   diagnostica   di   cui   dicevo.   Proliferazione


«costituente» del diritto in ordine ai rapporti da costruire orizzontalmente; giuridificazione generale
del   lessico   politico   con   il   ricorso   ai   «diritti»   da   difendere   e   da   garantire;   debordamento   e
rifunzionalizzazione   delle   costituzioni   nazionali,  sono   elementi   cruciali   della
governamentalizzazione dei dispositivi di potere. 

Qui dunque, di nuovo, il problema del rapporto che si produce tra questa governamentalizzazione
(una   governamentalizzazione   segnata   dall’amministrativizzazione   e   dalla   desovranizzazione   dei
poteri,   dal   ruolo   centrale   tenuto   dal  rule   of   law  come   macchina   di   giuridificazione   e   di
privatizzazione generale; dal monolinguismo del «diritto» e dei «diritti» come veicolo del reciproco
riconoscimento tra governanti e governati)  e la soggettivazione politica.   

Questo   rapporto   esprime   un’ambivalenza   fondamentale,   a   mio   modo   di   vedere.  La


governamentalizzazione dei dispositivi di potere bascula tra cattura e democratizzazione. La
cattura che si produce, come ricordavo poco sopra, nel meccanismo di auto­obbligazione per cui le
parti fanno orbitare le proprie rivendicazioni attorno al fulcro che le compatibilizza giuridificandole
e che normalizza i claims trattenendoli ai limiti del «dialogo» istituzionale. E la soggettivazione che
disegna invece, sempre sul limite delle retoriche dell’universale, le linee di fuga che la governance
deve inseguire per poterle imbrigliare e ricomporre.  Questa ambivalenza è, io credo, esattamente il
dato che occorre valorizzare. «Man steht etwa auf dem Grund bewegenden Kräften…» scriveva, il
vecchio Schmoller…

Ciò che dobbiamo cercare di superare è l’incantamento, cui ancora rischiamo di soggiacere,
di una differenza (e di una dialettica ancora virtuosamente operativa) tra Stato e società.
Come se, cioè, le attuali forme organizzative del diritto ritracciassero una linea di demarcazione
netta tra i due poli dell’ellissi governamentale e potessero valorizzarla ai fini dello sviluppo. Sono

2
infinite le variazioni sulla «società civile globale» opposta alle filiere del comando; le retoriche del
pubblico erette contro la «privatizzazione» dei beni comuni (che, mi auguro su questo si convenga,
non è affatto utile «ri­naturalizzare» e assumere come pre­dati); le  rivendicazioni di «diritti» negati
da far riconoscere a istituzioni fissate in tempi e spazi indipendenti rispetto a processi che, invece, le
attraversano. 

Il   debordare   del   lessico   giuridico  ­   effetto   di   quella   che   ho   chiamato   provvisoriamente   la


decostituzionalizzazione del comando: il processo che degerarchizza il diritto; lo traduce in vettore
di organizzazione tecnica dei rapporti; espropria allo Stato il monopolio della decisione e gl assegna
il ruolo di partner in processi organizzativi che, di volta in volta, lo marginalizzano, lo escludono o
lo riutilizzano per l’implementazione di strategie globali   ­  tende a mio parere a procrastinare
oltre il suo tempo massimo la fissazione di una differenza tra Stato e società, tra pubblico e
privato, tra il «Politico» e uno spazio sociale fratturato, frammentato in domande inarticolate,
che palesemente non esprime più alcuna simmetria. 

Quella che il diritto postsovrano regola è, in qualche modo, la fluidità di un sistema immanente di
rapporti canalizzati per mezzo della legge e indicizzati sulla proprietà. La governance postsovrana si
carica del lavoro di mediazione e di confronto che permette di calare il comando nella fitta rete di
rapporti che devono essere governati e che tuttavia devono essere anche lasciati il più possibile
liberi e autonomi di poter sviluppare la propria potenza di autorganizzazione. 

La legge e la proprietà sono fondamentalmente i dispositivi attraverso i quali il comando
lavora alla traduzione e alla riconduzione dell’autovalorizzazione nelle linee di compatibilità
del   sistema   capitalistico.   Ma   senza   che   possa   essere   tenuta   e   riprodotta   una   linea   di   netta
separazione preventiva tra gli ambiti di regolazione, tra «Stato» e «società».

E’   a   quest’altezza   che   l’ambivalenza   di   cui   dicevo   può   essere   forzata.  Se   è   vero   che   il
mutamento dei dispositivi della rappresentanza e del dominio cui è possibile alludere con il
termine   «governance»   è   indotto   dall’irruzione   di   processi,   di   interessi   e   di   soggetti
ingovernabili e non allocabili rispetto ai canali di una tradizionale meccanica del consenso (la
metropoli, i flussi deterritorializzati di uomini e cose nello spazio globale, le striature che marcano
dall’interno le zones transfrontaliere o «infrastatali» in cui si fissano i cicli della messa a valore e
che fanno saltare il rapporto di sovrapposizione tra ordinamento e territorio), allora è vero anche
che è sul movimento irriducibile della libertà che occorre concentrare l’attenzione. E non sulle
retoriche per mezzo delle quali si cerca di riassegnare un senso compiuto ad una trasformazione
che, in quanto in divenire, va assunta invece come la posta in gioco da decidere. 

Il problema, credo, è il modo in cui si produce la soggettivazione degli interessi e dei gruppi.
Non, ovviamente, il modo in cui essi interagiscono in uno spazio che dovrebbe registrarne
l’impossibile   equilibrio.   Si   tratta   di   tenere   aperti   questi   circuiti   di   soggettivazione.   Che
attraversano i processi autoriflessivi della «governance» producendo sempre di nuovo lo scarto tra

3
diritto   e   sovranità;   tra   l’ingovernabile,  come   l’   «ambiente»   nel   quale   vengono   aleatoriamente
svolgendosi   tutte   le   funzioni   di   regolazione   politica,   e   le   istituzioni   che   perimetrano   invece   il
proprio «territorio» accreditandosi di un’ormai impossibile rappresentanza generale. 

L’ambiente in cui si cala la regolazione è un ambiente rischioso, frammentato; un ambiente che non
viene direttamente prodotto da essa e che essa, per poterlo decifrare e ricostruire, deve tracciare,
inseguendolo   nella   serie   di   nodi   di   autovalorizzazione   che   esso   differenzia   a   partire   dalla   sua
potenza di autorganizzazione. Non la società opposta allo Stato, ma il nastro di Möbius descritto
dall’inseguirsi di libertà e funzioni di comando; da un comando le cui funzioni di regolazione
hanno bisogno della libertà dei soggetti ai fini della crescita, e di una libertà che ha bisogno della
regolazione  per poter  garantire  la  propria trascrizione  giuridica  e non finire  con l’inceppare  sé
stessa.   E’   questo   il   punto   di   massima   estroflessione,  ma   anche   di   massima   tensione,   della
razionalità neoliberale di governo. 

Ora. Credo si possa dare per assodato che ciò che ha costretto il comando a governamentalizzare i
propri dispositivi sia stata l’eccedenza – Toni Negri la chiama l’«eccedenza costituente» ­ delle
linee di fuga della soggettivazione moltitudinaria. E qui va chiarito un punto, a mio avviso. Quella
che Negri chiama «moltitudine» non è un Soggetto olistico attraverso il quale rinominare la «società
civile» che si oppone allo Stato. Mi sembra che il paper di Günther Teubner legga in maniera
piuttosto semplificata il concetto di Negri e che rischi di fraintenderlo. 

La moltitudine è un concetto di classe e viene usata come «placeholder» per la ricomposizione
che si produce in lotte (concetto altamente e classicamente giuridico, questo, nonostante tutto. E
non è il caso di tornare qui su Antigone, sul Kohlhaas di Kleist… Basti il riferimento alla nozione di
«potenza giuridica» di Rudolph von Jhering) la cui trasversalità non può più essere riferita ad
un Soggetto astratto o alla tenuta di un codice rappresentativo. 

E’ il modo nel quale funziona oggi la produzione, l’irriducibilità della cooperazione, la sua non
riconducibilità all’Uno, l’impossibilità della sua organizzazione da parte del comando capitalistico,
il segno sempre più cognitivo del capitalismo contemporaneo, ciò che pone all’ordine del giorno la
questione del «comune».  Ed è nel rapporto tra singolarità e comune che sfuma definitivamente la
capacità di tenuta della differenza tra pubblico e privato, tra Stato e società. Per questo, dicevo in
apertura,  solo in termini retorici o sostitutivi per chi stia sul terreno delle lotte,  è possibile
ancora parlare il lessico dei «diritti».  Se è vero che la norma è sempre altro da ciò che viene
normato, dalla realtà di ciò che avviene, ebbene all’altezza dei processi in atto, la «pressione» sul
sistema giuridico è tale, per chi la legga dal basso, da far saltare la frontiera che separa ordinamento
e realtà, proprio perché  ad un ordinamento  frammentato  corrispondono, su tutti  i suoi punti  di
soglia,  istanze   costituenti   che   non   chiedono   di   essere   giuridicamente   «tradotte»,  ma   che
esprimono un’autonoma potenza di affermazione. 

Nell’esperienza   giuridica   prestatuale   l’ellissi   di   governo   vedeva   affrontarsi   in   un   rapporto   non


monopolizzabile da parte della decisione sovrana principi e ceti. Il governo aveva di fronte a sé

4
interessi   corporati   capaci,   proprio   perché   tali,   di   resistenza.   Il  diritto   di   resistenza  si  fondava
sull’indisponibilità di un interesse comune difeso dall’ingerenza e dalla prevaricazione del principe.

Quella   che   veniva   così   esprimendosi,   era   una   dimensione   immediatamente   istituzionale   degli
interessi «sociali». Essi non accettavano l’espropriazione giuridica della decisione. Nella misura in
cui   la   «moltitudine»   è   capace   di   composizione   politica,   e   cioè   di   organizzare  –   qui   sta
l’autentico  problema  politico  che abbiamo –  le singolarità  in  un «comune»,  la moltitudine  è
immediatamente capace di diritto. Essa non ha bisogno di trascrivere o di tradurre le proprie
rivendicazioni in diritti che, proprio perché esigibili, tenderebbero a rinsaldare il potere in grado di
rappresentarli, riconoscerli, autorizzarli o concederli. 

La distinzione tra pubblico e privato entra in crisi sul lato del potere  (per l’impossibilità di
monopolizzare la decisione e di disciplinare dall’alto la cooperazione sociale),  ma entra in crisi
anche   dal   basso,  perché   la   moltitudine   esprime   in   termini   immediatamente   politici   la   propria
soggettivazione facendo saltare i codici proprietari sui quali si è storicamente articolata la nozione
di soggetto di diritto. 

La moltitudine è il luogo nel quale le singolarità producono un interesse di parte, nel quale
comunicano, e che marca immediatamente la forma della loro parte­cipazione al dispositivo di
governo. Rispetto a quest’ultimo un fuori non c’è, perché non c’è società che non sia attraversata
dalla circolazione del potere. E tuttavia  l’internità della partecipazione dei governati al fatto di
governo   non   può   essere   spoliticizzata,   né   da   essa   può   ancora   essere   prodotta   la  fictio   iuris  di
un’universale astratto, sia esso il popolo, la società, o la nazione. 

Se   è   vero,  che   la   governamentalizzazione   dei   dispositivi   di   potere   dipende   dal   modo   in   cui   il
governo deve ridefinire, ai fini della loro cattura, le modalità della partecipazione dei governati al
processo decisionale, è altrettanto vero,  che i governati, l’altro fuoco irriducibile dell’ellissi di
governo, non cessano di essere parte al suo interno, resistendo all’assimilazione quanto più sono
in   grado   di   organizzare   e   di   esprimere   politicamente   la   propria   soggettività   e   cioè   quanto   più
rifiutano   di   tradurre   i   propri  claims  nel   monolinguismo   giuridico   che   alterna,   sulla   base   della
differenza tra società e Stato, garanzia dei diritti privati e rappresentazione pubblica dell’interesse
generale. 

Quello del diritto postmoderno è un universale fratturato, incrinato e percorso costantemente da
processi   di   soggettivazione   che   difendono   la   propria,   materiale,   parzialità,   quanto   più   rifiutano
l’astrazione che dovrebbe, invece, dissolverle. Quanto più, cioè, rifiutano la codificazione negli
equivalenti generali del diritto, della merce e del denaro e quanto più sono in grado di organizzare
«contro­istituzionalmente» ­ e cioè: di fronte al comando – l’autonomia che obbliga i dispositivi
di  governance  a   riconoscerle   come   parti   di   un   processo   di   governo   che   va   contrattato,
ridefinito e modulato sulla base della loro inassimilabile resistenza.  

5
Günter   Teubner   parla   dei   diritti   fondamentali   come   di   «controistituzioni».   Credo   che   la
differenziazione  di autonomi nodi della cooperazione  irrapresentabili  con gli schemi dicotomici
della tradizione giuridica occidentale, possano essere pensati allo stesso modo. Ma solo se queste
istituzioni del comune saranno in grado di organizzarsi all’altezza dei processi di soggettivazione
che le attraversano e se quest’ultimi saranno in grado di mantenersi all’altezza della resistenza che li
qualifica.