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Un vecchio proverbio recita così: “Paese che vai, usanza che trovi”.

Io vorrei modificarlo un poco in questa maniera: “Paese che vai, dialetto


che trovi”.
Ogni paese infatti è caratterizzato da un linguaggio popolare specifico.
Vivo in una piccola frazione di Cascia, fin da quando ho imparato ad
interpretare le parole, ho avuto accanto a me persone che parlavano in
dialetto.
Nel mio paese non ci sono negozi, né bar dove passare cinque minuti di
svago, ricordo che quando avevo qualche attimo libero, andavo nella
casa di un’anziana signora.
Raccontava storie di tempi passati e lo faceva con un linguaggio
musicale, non parlava affatto italiano, perché non aveva avuto la
possibilità di andare a scuola, eppure anche inventando termini fin allora
mai sentiti, si capiva perfettamente ciò che volesse comunicarmi.
E così quel che oggi è un uomo che mangia bambini cattivi e poco
obbedienti, ieri era “BRICOCCONE”.
Oggi sentiamo parlare di ampi contenitori di materiale ligneo, che ieri si
chiamavano “Bicunzi”.
Io so che dentro di me questi ricordi, le parole espresse da volti rugosi,
non andranno più via, ma ho paura.
Ho paura perché la tecnologia, lo stile di vita che viviamo, soffocherà i
vecchi dialetti, le vecchie espressioni, gli antichi modi di dire.
Amo profondamente i dialetti, perché sono la vera identità della
popolazione che li parla.
Il nostro dialetto infatti fa pensare ad una popolazione contadina, a
persone umili, semplici nei comportamenti, poveri nelle pretese.
Allo stesso tempo credo che sia molto importante conoscere ed utilizzare
una lingua ampiamente diffusa, nell’intera nazione per esempio, come
solo può essere la lingua nazionale.
Tale lingua dà identità culturale ad una nazione e permette agli uomini di
intendersi, pur se provenienti da diversi luoghi.
E così, come una lingua nazionale è importante per la cultura di un
popolo, il dialetto è importante per la cultura di ogni singola persona.
L’Italia non sarebbe tale se non ci fosse un dialetto caldo come il
siciliano, oppure un dialetto brillante come il toscano.
Sta ad ognuno di noi saper conservare le proprie origini, sta alla nostra
volontà difenderle, affinché nessuno dimentichi la propria storia.
Quando andavo a scuola la mia maestra correggeva le paroline che
pronunciavo in dialetto, ma per mia fortuna al ritorno a casa mi
aspettava l’anziana signora che al contrario correggeva le parole
espresse in perfetto italiano.
Una preghiera formulata in dialetto è forse diversa da una scritta in
italiano?
Come possiamo noi giudicare quale delle due arriva prima a
destinazione?
E’ per questo che il Beato Simone Fidati sceglie di operare e arrivare al
cuore della gente attraverso un linguaggio compreso a più persone.
Anche lui sicuramente avrà considerato che alcuni pensieri si esprimono
in maniera più adeguata con una lingua diretta, più fluida, non ostacolata
da forme rigide come la lingua latina in alcuni casi mostrava di essere.

Rita Palombi