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STORIA DI ROMA
DA L L ' E TÀ D E I F L AV I A L TA R D OA N T I C O
I. L ’ E T À D E I F L A V I - C H I A R A A G N E L L O 

I.I. IL CONTESTO STORICO

I.II. IL CONTESTO SOCIALE

I.III. IL C ONTESTO CULTURALE

I . I V. L A P O E S I A E P I C A

II. L ’ E T À D E G L I A N T O N I N I - D A V I D E T U R C O 

II.I. IL CONTESTO STORICO-SOCIALE

II.II. IL C ONTESTO CULTURALE

III. L ’ E T À D E I S E V E R I - S Y R I A L I V E C C H I 

III.I. IL CONTESTO STORICO

III.II. IL CONTESTO SOCIALE: LE DONNE

IV. I L T A R D O A N T I C O E I L C R I S T I A N E S I M O - A N D R E A
MANTA

I V. I . IL CONTESTO STORICO

I V. I I . I L C R I S T I A N E S I M O E L E P E R S E C U Z I O N I 

I V. I I I . I L C O N T E S T O C U LT U R A L E : L’A P O L O G E T I C A

V. L A P A T R I S T I C A - G A I A D I R A I M O N D O 

V. I . AMBROGIO

V. I I . G I R O L A M O

EDITING AND PROOFREADING - ANDREA MANTA

Foto di copertina:

“Roma: rovine del foro, guardando verso il Campidoglio.” (Canaletto, 1742)

I . L’ E TÀ D E I F L AV I
I.I. IL CONTESTO STORICO

In seguito al suicidio di Nerone venne riconosciuto imperatore Salvio Otone, ma le truppe della
Germania Inferiore gli opposero il generale Aulo Vitellio, il quale venne ucciso durante una guerra civile.
Così arrivò sul trono Tito Flavio Vespasiano, il quale fu il capostipite di una dinastia imperiale detta
Flavia che vide succedersi dopo il suo principato quelli dei figli Tito e Domiziano. Si trattava dei primi
imperatori che non appartenessero alla gens giulio-claudia e che quindi non potevano giustificare
l'eccezionalità della loro condizione con la lontana parentela con i divini Cesare e Augusto, ma dovettero
legittimare il loro ruolo con la forza del diritto e con la gloria militare, almeno per quanto riguarda
Vespasiano e Tito, poiché Domiziano trasformò il suo principato in una delle più feroci tirannidi della
storia di Roma.

Vespasiano si era guadagnato prestigio attraverso una lunga carriera militare; dopo i caotici eventi del 69
d.C. egli affrontò la delicata questione del ruolo istituzionale dell'imperatore per mezzo della cosiddetta
lex de impero Vespasiani: con essa il principe cessava di essere una figura eccezionale o semidivina per
diventare, invece, una sorta di supremo magistrato dello Stato. La sua politica economica consentì di
ripianare il pesante deficit pubblico conseguente alle folli spese di Nerone, pur senza rinunciare alla
costruzione di importanti opere pubbliche come l'anfiteatro flavio o Colosseo.

Tito, grazia alla gloria della vittoria giudaica, ottenuta insieme al padre, e ad altre imprese militari, venne
da sempre considerato il successore naturale di Vespasiano. Regnò poco e del suo principato si ricorda
soprattutto la devastante eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei ed Ercolano, durante la quale il
princeps si adoperò molto per portare soccorsi alla popolazione.

Domiziano si distinse per aver accentrato sempre più ogni prerogativa nelle sue mani, attribuendosi la
qualifica di censore perpetuo e facendosi chiamare pubblicamente dominus et deus. Il senato veniva così
sempre più privato dei suoi poteri consultivi che erano ormai nelle mani di un ristretto gruppo di amici
del princeps. Egli agì attivando procedure poliziesche e giudiziarie particolarmente sanguinose
soprattutto contro i filosofi greci, e fu proprio per questo che una cospirazione, ordita dalla moglie, dai
pretoriani e da alcuni senatori, pose fine, con l’omicidio, alla sua tirannide.

I.II. IL CONTESTO SOCIALE

I tre esponenti della dinastia flavia avevano contribuito a cambiare il tessuto sociale dell'impero. Un
primo significativo aspetto fu la valorizzazione della componente militare, in secondo luogo vi fu la
crescita di una complessa macchina centrale e locale finalizzata all'amministrazione dello Stato e alla
gestione del fisco. Ulteriore elemento di novità fu l'attenzione che gli imperatori posero alla componente
provinciale della società romana, infatti alcune comunità ottennero la concessione di diritti latini.

I.III. IL C ONTESTO CULTURALE

La letteratura dell'età flavia fu indubbiamente condizionata dalla pesante intromissione imperiale; infatti i
Flavi sapevano che la cultura poteva servire a un duplice scopo: formare le nuove leve dei cittadini romani
e soprattutto, mantenere il consenso verso il potere imperiale. Plinio il Vecchio, fedele funzionario
imperiale sotto Vespasiano e Tito, dedicò a quest'ultimo la Naturalis Historia, una sorta di enciclopedia che
parla di cosmologia, geografia, antropologia, botanica, medicina e mineralogia. Quintiliano, pubblico
maestro di retorica sotto Vespasiano, scrisse un'opera pedagogica che mirava a formare le future
generazioni di studenti e maestri. Questi due manuali, i più importanti dell’epoca, rispecchiavano dunque
le nuove necessità culturali. L'età flavia vide un rinnovato interesse per la poesia epica, i cui maggiori
esponenti furono Stazio, Italico e Flacco; non mancano in tutte le loro maggiori opere smaccati elogi
della casa regnante che dimostrano come l'adulazione fosse il prezzo che bisognava pagare per la
protezione da parte dell’imperatore, il quale istituì anche gare poetiche. Noto è anche l'epigrammista
Marziale, che preferì una poesia d'occasione e si adattò al ruolo socialmente subalterno di cliente.

I . I V. L A P O E S I A E P I C A

Questa era modellata sull'esempio virgiliano di Stazio, Italico e Flacco; si parlò molto di un classicismo
letterario ma anche di una reazione al gusto stravagante e barocco dell'epoca neroniana.

Stazio scrisse la Tebaide che è un poema epico, dedicato a Domiziano, che narra la lotta fratricida fra
Eteocle e Polinice per la conquista della città di Tebe; l’Achilleide, dedicato anch'esso a Domiziano, poema
epico in cui si proponeva di cantare le imprese di Achille fino all'uccisione di Ettore ma rimasto
incompleto a causa della morte del poeta; e infine le Silvae, che è una raccolta di componimenti di
occasione con argomenti vari che forniscono uno spaccato della vita mondana.

Flacco scrisse varie opere ma ci restano solo gli Argonautica, poema epico-mitologico che, ispirato, come
evidente, all'opera di Apollonio Rodio, narra le avventure di Giasone e i suoi compagni salpati per la
Colchide alla ricerca del vello d’oro. Fondamentale importanza acquista la figura di Medea, donna
innamorata che vive un contrasto tra amore e pudore, il cui modello è la Didone virgiliana.

Italico si dedicò alla vita politica, ma scrisse un'importante opera intitolata Punica, si tratta di un poema
epico che narra la seconda guerra punica dall'assedio di Sagunto alla battaglia di Zama; particolari sono gli
episodi paralleli a quelli virgiliani composti per stabilire un senso di continuità con l’Eneide.
I I . L’ E TÀ D E G L I A N T O N I N I
II.I. IL CONTESTO STORICO

Dopo un secolo di successioni confuse o addirittura tragiche – con imperatori designati dal principe in
carica in quanto suoi familiari, o dall’esercito o dal senato – il principio dell’adozione forniva finalmente
un criterio certo e trasparente per regolare il problema. Con il principio dell’adozione il principe in carica
adottava il suo successore, con l’approvazione del senato, scegliendolo in base alle qualità e ai meriti. Con
la loro mentalità pragmatica, i romani avevano infine accettato che, se un principe doveva esserci, almeno
fosse l’optimus princeps, il principe migliore possibile, la persona più adatta a guidare lo stato. L’optimus
princeps doveva essere: un uomo moderato, giusto, prudente, equilibrato; attento agli interessi dello stato
più che ai suoi; pronto a favorire la concordia e a stroncare le lotte di fazione; severo ma anche amorevole
verso il suo popolo, come un padre; devoto agli dei; non desideroso di essere considerato un dio, ma
orgoglioso di venire divinizzato dopo la morte per aver ben governato. Nessun imperatore, naturalmente,
poté incarnare appieno questo modello ideale: ma è certo che iniziò in questi anni il periodo più florido e
pacifico della vita dell’Impero.

Tra il 96 e il 180 d.C. si succedono le grandi figure di Nerva (96-98), Traiano (98-117), Adriano
(117-138), Antonino Pio (138-161) e Marco Aurelio (161-180). Con Commodo, figlio di Marco Aurelio,
si ripristina il principio dinastico.

L’Età degli Imperatori adottivi è il periodo più grandioso. Questi imperatori perseguono una politica di
riconciliazione con il senato e le varie forze politiche e sociali di Roma. Mirano a una riorganizzazione
dell’amministrazione imperiale. L’impero si ingrandisce in particolare grazie alle conquiste di Traiano,
raggiungendo la sua massima espansione.

Nello stesso giorno, 18 settembre del 96 d.C., in cui il senato assassinava per mano di un liberto
l’imperatore Domiziano, i congiurati si erano accordati per nominare suo successore Marco Cocceio
Nerva, un senatore già anziano, tradizionalista e uomo di cultura considerato affidabile dall’aristocrazia.
Egli non aveva seguito l’usuale carriera amministrativa il cursus honorum, anche se era stato console
durante l’impero di Vespasiano nel 71 e con Domiziano nel 90. Appena eletto fece cessare le persecuzioni
contro i cristiani, consentì agli esiliati di rientrare a Roma, abolì i processi di lesa maestà, reintegrò il
senato nelle sue prerogative, abolì il fiscus iudaicus (la tassa pagata dagli ebrei assoggettati all’impero
romano dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme per opera di Tito, dietro ordine del padre
Vespasiano, in favore del Tempio di Giove Capitolino) e la vicesima hereditatum (l’imposta successoria pari
al 5% del patrimonio ereditario). Ma il merito principale del suo brevissimo regno (96-98 d.C.) fu
l’introduzione del principato adottivo.

Egli adottò come successore, nel 97 d.C., Traiano (nato a Italica, in Spagna il 18 settembre del 53 d.C.),
generale ed esponente della nuova nobiltà provinciale, e governatore della Germania superiore. Traiano
divenne imperatore il 27 gennaio del 98 e fu il primo provinciale ad assumere questa carica.
L’imperatore Traiano:

• riformò e rese più efficiente l’amministrazione dello stato centrale e dei municipi;

• risanò le finanze dell’erario, in modo da poter attuare interventi importanti come la bonifica delle
paludi pontine, la costruzione del foro che porta il suo nome, di un acquedotto e di una rete di
strade;

• concesse ai piccoli proprietari italici, penalizzati dalla concorrenza dei prodotti agricoli provenienti
dalle province, prestiti a basso interesse (chiamati alimenta); gli interessi su tali prestiti venivano
utilizzati dallo stato per creare strutture assistenziali riservate a bambini italici, orfani o poveri.

Attiva fu la politica estera di Traiano, che portò l’impero alla sua massima espansione territoriale. Tra il
101 e il 106 condusse una serie di vittoriose campagne contro i Daci, mobilitando 80 mila legionari. La
Dacia divenne provincia romana, assimilando a tal punto la romanità da conservarla nell’attuale nome,
Romania (il racconto di questa impresa è scolpito nei bassorilievi della bellissima Colonna traiana). In
Oriente Traiano realizzò l’annessione dell’Arabia Petrea, una regione a nord-ovest della penisola arabica
che permetteva di controllare l’importante traffico commerciale con l’Oriente. Contro i Parti,
approfittando di lotte dinastiche scatenatesi all’interno del loro impero, Traiano condusse poi, tra il 113 e
il 116, diverse spedizioni militari che portarono alla creazione delle due nuove province dell’Armenia e
della Mesopotamia; ulteriori tentativi di espansione furono impediti da una serie di rivolte antiromane.
Proprio durante tali rivolte, Traiano morì per edema polmonare o infarto cardiaco in Cilicia, dopo aver
indicato come suo successore il comandante dell’esercito d’Oriente, Publio Elio Adriano.

Publio Elio Adriano nacque il 24 gennaio del 76 e proveniva dall’aristocrazia spagnola. Egli era un uomo
colto e raffinato, amante della cultura greca; a differenza dei suoi predecessori, che risiedevano a Roma e
si muovevano solo per ragioni militari, viaggiò moltissimo e in ogni angolo dell’Impero di Roma, per
compiere ispezioni e risolvere problemi locali, ma anche per gusto personale e per autentico interesse
culturale. Adriano condusse una politica estera difensiva e mirante alla sicurezza, rafforzata dal
reclutamento militare regionale, che rese stanziali i reparti dell’esercito sui confini (esempio di questa
politica difensiva è il cosiddetto Vallo adrianeo, una lunga muraglia fatta costruire per proteggere il
confine settentrionale delle province britanniche. Questa politica di sicurezza dei confini garantirà
all’Impero di Roma circa mezzo secolo di completa pace.). Sul piano interno, Adriano si curò di migliorare
l’amministrazione dello stato e della giustizia: stabilì gradi e compensi nei pubblici uffici, fece redigere
leggi comuni valide per tutti. Morì di edema polmonare nella sua residenza estiva di Baia, il 10 luglio del
138. L’imperatore Adriano adottò Antonino Pio, come suo successore qualche mese prima di morire, a
condizione che questi a sua volta adottasse due giovani Marco Aurelio e Lucio Vero. L’appellativo Pio si
riferisce all’immagine che seppe dare di sé come sovrano preoccupato solo dell’interesse collettivo,
rispettoso del senato e delle antiche tradizioni.

In politica estera Antonino Pio proseguì la strategia difensiva inaugurata da Adriano, costruendo in
Britannia, tra il 142 e il 144, un secondo vallo, il Vallo Antonino, e uno in Germania. In politica interna,
oltre a un’attenta amministrazione, promosse iniziative di carattere umanitario e introdusse in campo
giuridico innovazioni ispirate a una maggiore equità. Morì nel 161 e fu seppellito nel Mausoleo di
Adriano (oggi Castel Sant’Angelo).

Marco Aurelio era un uomo colto, profondo, seguace della filosofia stoica.

La filosofia stoica propugnava un ideale di saggezza basato sulla tranquillità dell’animo, sulla
moderazione delle passioni, sul rispetto del proprio dovere. Virtù che Marco Aurelio cercò di mettere in
pratica, anche se fu un paradosso che questo uomo mite e tollerante non abbia potuto trascorrere
neppure un anno senza combattere. La continua pressione sui confini del Danubio e dell’Asia costrinse
infatti i due imperatori a iniziare un periodo di guerre: Lucio Vero dovette partire per una lunga guerra
contro i Parti, in Mesopotamia (163-166 d.C.); subito dopo, a seguito di invasioni di barbari che si
spinsero sino a devastare la Pianura Padana, lo stesso Marco Aurelio dovette partire per combattere sul
fronte del Danubio. Lucio Vero mori nel 179 d.C. per ictus o per causa della peste. Marco Aurelio morì di
peste il 17 marzo del 180 d.C. nella sua tenda militare a Vindobona (odierna Vienna), durante l’ennesima
campagna contro i quadi.

Nel 175 Marco Aurelio associò al principato il figlio Aurelio Commodo, violando il principio
dell’adozione, per il quale il successore doveva essere indicato per le sue qualità, a prescindere dalla
discendenza. Il nuovo imperatore, che non amava i campi di battaglia, si affrettò a concludere la pace con i
Quadi e i Marcomanni e rientrò a Roma in Trionfo. Commodo voleva essere, come Nerone, l’imperatore
della plebe romana: si atteggiava a nuovo Ercole e si esibiva nell’arena vestito di una pelle di leone e di
una clava (gli attributi tipici dell’eroe Ercole), per dare la caccia alle belve; elargì donativi e ludi sontuosi,
prosciugando le casse dello Stato. La crisi economica – dovuta al dilagare della peste bubbonica – e
militare – dovuta all’aggressione dei nemici esterni (i Parti in Oriente e i Germani, nell’Europa centrale)
si aggravava di giorno in giorno. Eppure Commodo abbandonò a se stessa l’amministrazione dello Stato,
dedicandosi più che altro al culto della sua persona. Questi atteggiamenti gli alienarono le simpatie
dell’aristocrazia senatorie e degli ambienti altolocati delle province, causando ripetute congiure, fallite
contro di lui, puntualmente seguite da esecuzioni capitali e confische. Il 31 dicembre del 192, Commodo
venne assassinato in un complotto di alcuni senatori e della sua concubina Marcia, per mano del suo
maestro di lotta, l’ex gladiatore Narcisso. Ebbe così fine la dinastia degli Antonini.

II.II. IL C ONTESTO CULTURALE

Si assiste alla fioritura della cultura orientale, in particolare la seconda sofistica: non è un movimento
filosofico, ma culturale, composta da filosofi di varie correnti che si esibiscono in posti pubblici, non
chiusi nelle scuole. La seconda sofistica si caratterizza quindi per un contatto diretto con la massa, per
un'eccezionale capacità di improvvisazione e per il continuo spostamento nelle varie parti dell'Impero, per
cui i membri del movimento prendono anche il nome di conferenzieri itineranti. Sono apprezzati
dall'imperatore, e qualche volta ricoprono incarichi politici. Gli imperatori sono appassionati della cultura
ellenica, come ad esempio Adriano e Marco Aurelio, simbolo del bilinguismo
I I I . L’ E TÀ D E I S E V E R I
III.I. IL CONTESTO STORICO

La morte di Commodo (192 d.C.) aprì la competizione tra i vari pretendenti al trono facendo precipitare
l'impero in un periodo di guerre civili. L'impero reagì sollevandosi su varie province e acclamando i propri
imperatori, ma su tutti si impose Settimo Severo, con il quale inizia la Dinastia dei Severi (193-235
d.C.).

L'imperatore, a differenza di quanto era accaduto durante il Principato, utilizzò l'appellativo di “dominus”,
grazie al quale, non più contrastato dalla antiche istituzioni della Repubblica romana, poteva agire da
padrone dell'impero.


Settimo Severo nacque in Africa, aveva fatto tutta la sua carriera nell'esercito e fu il primo imperatore
africano. Il tipo di governo da lui istaurato fu essenzialmente una monarchia militare. 

Fece entrare in senato i ceti dirigenti delle province africane e orientali e delle coorti pretorie.

Adottò una serie di provvedimenti a favore dell’esercito:

• aumentò la paga dei soldati;

• premiò i soldati più meritevoli;

• estese il reclutamento dei legionari anche tra i ceti sociali più bassi;

• diede ai soldati la possibilità di vivere con le proprie famiglie nelle vicinanze dei campi di battaglia.

Inoltre:

• istituì una nuova imposta, l'Annona militare, con la quale tutti i proprietari terrieri, oltre alle imposte
tradizionali, dovevano offrire un tributo in natura per l'approvvigionamento degli eserciti;

• varò una norma giuridica che dichiarava non valide le confessioni estorte agli schiavi con la tortura;

• fu tollerante in campo religioso e grazie alla presenza della moglie Giulia Domna fece introdurre i culti
orientali;

• in politica estera riprese la lotta con i Parti, riconquistando la Mesopotamia e nel 208 partì per una
campagna in Britannia, ma morì nel corso della spedizione nel 211.

A Settimo Severe successe il figlio Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla. Preso il potere dopo aver
eliminato il fratello Geta, Caracalla continuò sostanzialmente la politica accentratrice del padre.

Il suo nome è legato alla Constitutio Antininiana (212 d.C.), con la quale estese la cittadinanza romana
a tutti i cittadini dell'impero, allargando così la base fiscale ed estendendo il reclutamento dei soldati a
tutto l’impero. Per attuare il processo di militarizzazione dell'esercito i Severi cercano di farvi fronte con
una pesante pressione fiscale, infatti Caracalla attuò una svalutazione della moneta: sia per l'aureo che per
il denario vennero introdotte monete con un valore raddoppiato. 

Nonostante la difficile situazione economica, Caracalla non rinunciò all'organizzazione di una grandiosa
spedizione in Oriente contro i Parti, ma la sua condotta fu così dissennata da avere esiti disastrosi, tanto
che nel 217 d.C. a Carre fu fatto uccidere dal prefetto del pretorio Opellio Macrino.


Morto Caracalla, Opellio Macrino fu proclamato imperatore dall'esercito e ottenne anche il
riconoscimento del senato. La sua politica a favore del risanamento delle finanze pubbliche provocò però
malcontento nell'esercito e diede modo alle influenti donne siriache della dinastia dei Severi di tramare
per far acclamare dalle truppe d'Oriente un nipote di Giulia Domna e Settimo Severo: Varia Avito
Bassiano, detto Elagàbalo.


Elagàbalo rafforzò la presenza dei culti orientali nella corte di Roma, infatti lui stesso era un sacerdote
del dio del Sole El Gebal. Dichiarò apertamente in senato la sua avversione nei confronti dei campi di
battaglia. Fece poi scalpore l'enorme influenza che avevano a corte le donne e soprattutto la sua stessa
madre, Soemia, vera padrona dello Stato. Nessuno quindi si meravigliò quando nel 222 i pretoriani
uccisero l'imperatore e sua madre.

Eliminato Elagàbalo, i pretoriani acclamarono al potere l'ultimo espondente della dinastia dei Severi, il
quattordicenne Settimo Alessandro. Egli, consigliato e guidato dalla madre Mamea, abolì i culti orientali
e ripristinò il prestigio dell'aristocrazia senatoria che tornò a collaborare con il governo. Tuttavia, la sua
politica di irrigidimento fiscale e la sua irresolutezza nella lotta contro i barbari gli alienarono il consenso
dell'esercito, al quale aveva ridotto gli appannaggi. Fu infatti proprio l'esercito a sancire la fine di
Alessandro Severo nel 235 d.C. con una congiura organizzata da un legionario di umilissimi origini
Massimino il Trace.

III.II. IL CONTESTO SOCIALE: LE DONNE

Un aspetto molto importante dell'età dei Severi fu il ruolo rivestito dalle donne: la casa regnante risaliva,
in effetti, per parte femminile.

Le donne dei Severi non solo animarono la corte ma riuscirono soprattutto a compensare le debolezze di
alcuni imperatori saliti al trono in età troppo giovane, garantedo così la successione dinastica e l'unità
imperiale.

Giulia Domna: moglie di Settimo Severo, fu augusta dell'impero e detentrice di un potere mai ottenuto
prima dalle altri imperatrici romane.

Giulia Mesa: sorella di Giulia Domna, riuscì ad imporre i nipoti al trono eliminando Opellio Macrino

Giulia Soemia: figlia di Giulia Mesa e nipote di Settimo Severo, fu la madre di Elagàbalo

Giulia Mamea: figlia di Giulia Mesa e nipote di Settimo Severo, fu la madre di Settimo Alessandro.
I V. I L TA R D O A N T I C O E I L
CRISTIANESIMO
I V. I . IL CONTESTO STORICO

Dopo la morte di Alessandro Severo, ultimo della dinastia dei Severi, si successero cinquant’anni (235
d.C.-285 d.C.) di guerra civile e anarchia, durante i quali presero il potere circa trenta imperatori. Il
periodo dell’«anarchia militare», così chiamato per l’importanza assunta dall’esercito, sempre in cerca di
leader disposti ad offrire donativi o aumenti della retribuzione, fu caratterizzato da una opprimente crisi
economica, aggravata da frequenti epidemie e pestilenze, concause di forti crisi demografiche, oltre che da
una disgregazione interna all’impero e da lacerazioni socio-religiose: sotto il regno di Decio (249-251
d.C.) si ebbe una delle più dure persecuzioni anticristiane della Storia.

A risollevare le sorti di Roma fu Diocleziano, generale di origine illirica proclamato imperatore nel 284
d.C..

Diocleziano, a partire dal 286, divise l’impero in due partes: la pars Orientis, con capitale a Nicomedia, il cui
governo tenne per sé, e la pars Occidentis, con capitale a Milano, che affidò a Massimiano. Tale divisione,
prodromica di quella che si consumerà nel 395 d.C., evidenzia la fine della centralità di Roma, non più
capitale, e l’ineluttabile, inevitabile crollo dei mores fondanti la societas romana, rappresentati dall’Urbe.
Diocleziano, inoltre, affiancò due Cesari (Costanzo Cloro, con sede a Treviri, per l’Occidente e Galerio,
con sede a Sirmio, per l’Oriente) ai due Augusti, come collaboratori e successori disegnati (una nuova
forma di principato adottivo?).

Tale forma politica, con un termine di derivazione greca, viene detta tetrarchia (lett. “governo di
quattro”), anche se il primato di Diocleziano tra i quattro fu indiscusso, tanto da poter parlare di
autoritarismo dioclezianeo.

Diocleziano divise l’Impero in dodici diocesi, all’interno delle quali furono ripartite le oltre cento
province, e normò la “separazione delle carriere” militari e amministrative. Anche durante il regno della
tetrarchia la pressione fiscale fu pesantissima, tanto che Diocleziano, nel 301, fu costretto ad emanare
l’«edictum de pretiis», un vano tentativo di calmierare i prezzi in costante ascesa, che rendevano impossibile
la sussistenza per una larga fetta della popolazione dell’Impero.

Quando nel 305 d.C. i due Augusti abdicarono, si illudevano di lasciare uno Stato efficiente e un
automatismo di successone al trono in grado di funzionare: ciò che seguì fu invece l’ennesima,
sanguinosa, guerra civile.

Dalle sanguinose lotte scaturite dal fallimento dell’ordinamento tetrarchico emerse Costantino, il quale
vinse contro il suo pericoloso rivale Massenzio nella storica, mitica battaglia di Ponte Milvio (312 d.C.).
Simbolo del suo potere fu la ri-fondazione di Bisanzio, che assunse il nome di Costantinopoli e divenne
la nuova capitale dell’Impero.
La Storia ci ha consegnato, di Costantino, l’immagine di un imperatore tollerante, devoto agli dèi
tradizionali, ma anche molto vicino al cristianesimo. A tal proposito è, infatti, importante ricordare
l’editto di Milano del 313 d.C., un editto col quale veniva ufficialmente concessa la libertà religiosa anche
al cristianesimo, e la sua presenza al concilio di Nicea (325 d.C.), convocato per condannare l’eresia
ariana.

Costantino, in effetti, comprese perfettamente a livello politico, sociale, culturale la novità del fenomeno
religioso. Comprese che l’imperatore, come pontifex maximus, non poteva più essere il capo dell’unica
religione possibile, e che, pertanto, doveva intessere legami con i nuovi vertici religiosi, compreso il papa,
leader religioso emergente. Gli storici, riferendosi alla relazione biunivoca instauratasi tra il papa e
l’imperatore a partire dall’impero di Costantino, hanno coniato il termine di “cesaropapismo”.

Anche alla morte di Costantino seguirono duri anni di guerra civile, e molti imperatori si alternarono sul
trono. Durante il regno di questi imperatori, la lucida profezia che Tacito aveva espresso nella Germania, di
popoli freschi, giovani e vigorosi che avrebbero potuto un giorno insidiare Roma, sembrò compiersi:
durante il regno di Valente (264-378 d.C.) l’esercito romano subì una terribile sconfitta ad Adrianopoli
da parte di una coalizione di barbari. Un colpo mortale al mito dell’eternità di Roma.

Il regno di Teodosio (379-395 d.C.) segnò una breve parentesi di stabilità. Con l’editto di Tessalonica del
380 d.C. il Cristianesimo divenne religione di Stato e ad essere perseguitati, da questo momento in poi,
furono i pagani, costretti alla conversione. Alla sua morte, nel 395 d.C., si consumò definitivamente e
irreversibilmente la divisione che era iniziata il secolo precedente: Teodosio lasciò l’Impero d’Oriente al
figlio Arcadio e l’Impero d’Occidente al figlio Onorio. Se l’Impero d’Oriente, poi detto bizantino, durerà,
pur con alterne fortune, fino all’anno 1453, il V secolo d.C. segnò invece la caduta di quello
d’Occidente.

I V. I I . IL CRISTIANESIMO E LE PERSECUZIONI

La Storiografia ha parlato, riferendosi alla Roma del III-IV sec. d.C., di «crisi», alludendo all’instabilità
politica, alle invasioni e alla difficile situazione economica. Per descrivere efficacemente il clima culturale
di questo periodo, però, bisogna recuperare il significato etimologico della parola, derivante dal verbo
greco κρίνω: trasformazione, cambiamento. Perché è una vera e propria trasformazione che avviene, sotto
il punto di vista socio-culturale, nella popolazione di Roma, alla vigilia del crollo dell’Impero.

La fine della centralità di Roma e dei suoi mores fu causa ed effetto, allo stesso tempo, dell’affermazione di
nuovi culti di derivazione orientale, culti prevalentemente soteriologici (cioè che promettono ai loro
adepti la salvezza), tra i quali svettò il Cristianesimo. Un fenomeno frequente, tipico di questo periodo di
crisi, fu il sincretismo, ossia la commistione, la sovrapposizione di più culti.

Il Cristianesimo fu un fenomeno di vastissima portata storica, sociale e spirituale, destinato a segnare


come pochi altri il destino dell’umanità. La diffusione della Bibbia, testo sacro della religione cristiana,
era affidata, nella fase così detta del proto-cristianesimo, alla Vetus latina (cioè la “traduzione antica della
Bibbia in latino”), costituita dall’Afra, che circolava in Africa, e l’Itala, diffusa in Italia, tedofora della
traduzione ufficiale di Gerolamo, padre della chiesa.

I valori morali del cristianesimo, come l’amore universale, vennero visti dai Romani, tradizionalmente
tolleranti sul versante religioso, come forieri di ribellismo e causa di possibile instabilità sociale: è per
questo motivo che ebbero luogo le prime persecuzioni ai danni della comunità cristiana.

Di vere e proprie persecuzioni nei confronti dei Cristiani, in realtà, si può parlare esclusivamente nel
periodo, già citato, dell’impero di Decio, quando avvenne la peggiore, la più programmatica tra le
persecuzioni nei confronti della comunità cristiana.

I Cristiani, in questo periodo, vennero costretti a ritrattare la propria fede. Decio, infatti, impose loro un
sacrificio solenne agli dei tradizionali, in assenza del quale sarebbero stati condannati a morte. Il
comportamento dei seguaci di Cristo si divise tra:

• sacrificati, come definiti dal vescovo Cipriano: coloro i quali si arresero a questa richiesta;

• libellatici: coloro i quali, sfruttando la corrutibilità del sistema burocratico imperiale, si procurarono un
documento falso per testimoniare l’avvenuto sacrificio;

• martiri: coloro i quali morirono per testimoniare la propria fede.

Se i primi due vennero definiti “lapsi”, caduti, scivolati, traditori, dunque, gli ultimi godettero di una
grandissima fama presso le prime comunità cristiane e furono i protagonisti dei primi pregevoli prodotti
culturali della letteratura latina cristiana, dei primi scritti della cosiddetta “apologetica”.

I V. I I I . I L C O N T E S T O C U LT U R A L E : L’A P O L O G E T I C A

I primi esempi di letteratura latina cristiana sono ascrivibili ad un movimento che, per le sue peculiarità
stilistiche e linguistiche, è stato definito “apologetica”. Le cifre caratteristiche di tale movimento furono
la dimensione fortemente antiletteraria e l’utilizzo di una lingua ricca di grecismi, ebraismi, termini d’uso
quotidiano, citazioni dalla Sacre Scritture, definita da alcuni studiosi “lingua latina cristiana”.

Il termine “apologia”, da cui deriva l’apologetica, deriva dal greco apologhìa, che dal significato originario
di “discorso di autodifesa” con il tempo assunse quello di “difesa” di un’idea, di una dottrina, di una fede.
Ai Cristiani, perseguitati, contestati, visti come ribelli, non mancavano, effettivamente, avversari dai quali
difendersi, nei confronti dei quali ribadire la moralità della propria vita, la bontà della propria scelta
religiosa.

Nella misura in cui la sovrastruttura è influenzata dalla struttura, appare apodittico come la letteratura
apologetica prodotta nella pars Orientis fosse differente da quella prodotta nella pars Occidentis: se
nell’Impero d’Oriente, dove era maggiore la tolleranza nei confronti dei seguaci di Cristo, la letteratura
protocristiana fu influenzata anche dalle produzioni letterarie latine, nell’Impero d’Occidente, dove la
tolleranza era minore, se non addirittura nulla, gli apologeti prescinderono dagli strumenti culturali di
derivazione classica.

Molti degli apologisti della pars Occidentis, come Minucio Felice e Tertulliano, erano avvocati, peculiarità
che spiega la stesura dei cosiddetti Acta martyrum come atti processuali, oltre che come testi encomiastici
nei confronti di questi coraggiosi cristiani, impavidi nell’affrontare la morte.

Altri testi, tedofori della letteratura agiografica, prodotti da apologeti come Cipriano, Arnobio, Lattanzio
o i sovreccitati Minucio e Tertulliano, furono le Passiones e le Vite dei santi.
V. L A PAT R I S T I C A
V. I . DEFINIZIONE

Con il termine “patristica” si intende la filosofia cristiana dei primi secoli elaborata dai Padri della Chiesta
e dagli scrittori ecclesiastici. Con l’editto di Milano (313), che aveva legittimato la libertà di culto della
religione Cristiana e con i pagani ormai in minoranza, non è più necessaria una forma di letteratura che
giustifichi o tenti di legittimare la fede Cristiana, che aveva ormai trionfato sul paganesimo: l’Apologetica
perde di senso e viene sostituita dalla patristica, che comprende opere esegetiche, scritti pastorali, dispute
teologiche.

La patristica maggiore occidentale è rappresentata da tre Padri: Sant’Ambrogio, San Girolamo e


Sant’Agostino, vissuti tutti e tre tra IV e V secolo.

V. I I . AMBROGIO

Aurelio Ambrogio, nato a Treviri nel 340 d.C., fu una grande personalità che seppe coniugare interesse
politico e fede, interpretando il ruolo della chiesa in chiave “secolarizzata”. Già nel 370 d.C. era
governatore di tutto il Nord Italia. Dopo la morte del vescovo milanese Ausenzio, nel 374 d.C., i milanesi
lo vollero vescovo della loro città. Fu vescovo fino alla morte, nel 397 d.C. Studiò le Sacre Scritture e si
formò sui testi degli esegeti greci della Bibbia.

Combatté numerose battaglie politiche, memorabile quella contro Teodosio, poi costretto a una pubblica
penitenza dopo la strage di Tessalonica.

Gli scritti esegetici

Nelle opere esegetiche fondamentale fu lo studio dei maggiori esponenti della cultura cristiana di lingua
greca, da cui apprese l’interpretazione allegorica della Bibbia. Nelle opere esegetiche di Ambrogio non è
mai assente un fine di edificazione morale.

La summa dell’Ambrogio esegeta è l’ Hexameron (386-390 dC). L’Hexameron si configura come un


commento al libro della genesi-lo stesso titolo (“commento sui sei giorni”) allude alla creazione-
composto da omelie scritte per la settimana Santa. Nell’opera sono presenti passi ripresi in maniera quasi
letterale da un altro Hexameron, quello del greco Basilio di Cesarea. Nonostante ciò il testo ambrosiano
conserva una sua vivace originalità, configurandosi anche come testo di grande valore letterario.

Trattati Morali

I trattati morali affrontano temi di carattere etico-morale, come per esempio la verginità -nucleo centrale
del De Virginibus- o la castità -trattata ne De viduis. Grande importanza assume il trattato De officiis
ministrorum , scritto su modello del De officiis di Cicerone, da cui riprende anche la ripartizione della
materia (trattazione dell’honestum nel primo libro e dell’utile bel secondo) trattata, però, col filtro
dell’erica cristiana. Il tono dei trattati morali è moderato, mai duro e distante anche dall’ascetismo
propugnato da Gerolamo.

Gli Inni Ambrosiani

Gli inni ambrosiani sono componimenti scritti in dimetri giambici (versi brevi ma molto ritmici), ricchi di
allusioni bibliche, semplici di forma, accompagnati da una musicalità funzionale alla memorizzazione. Gli
inni venivano usati in funzione liturgica, ma la trattazione di alcuni concetti religiosi li rendeva anche
importanti testi con finalità didattica.

Lo stile

La prosa ambrosiana è curata e influenzata dalla cultura classica dell’autore, che allude anche a classico
come Virgilio e Cicerone. Anche il lessico è misto, ricco di neologismi e classicismi. Frequenti sono le
immagini simboliche.

Solo quattro inni sono autentici.

V. I I I . GIROLAMO

Sofronio Eusebio Gerolamo nacque a Stridone nel 347 d.C. Durante la sua vita studiò, si appassionò alla
cultura classica e viaggiò molto, alternando nei suoi viaggi in Grecia e oriente esperienze ascetiche ed
eremitiche allo studio delle Sacre Scrittura in lingua ebraica. Dal 328 d.C. lavorò, su commissione del
Papa Damaso, a una nuova traduzione Latina della Bibbia, che lo rese punto di riferimento della Chiesa
romana. Concluse la sua vita a Betlemme, dove aveva fondato due monasteri.

L’epistolario

Il corpus dell’epistolario comprende 154 lettere da cui emerge il forte coinvolgimento emotivo e
passionale che l’autore prova nei confronti della materia trattata. Dall’epistolario traspaiono anche le
contraddizioni e l’inquietudine del Gerolamo uomo, diviso tra amore per la cultura classica, pagana, e
amore per la fede. Immagina addirittura di essere rimproverato da Dio per essere “ciceroniano e non
Cristiano” e arriva a definire le opere pagane “daemonum cibus” (cibo dei demoni). Nonostante ciò
questa dicotomia è sintomo di una inquietudine propria solo di Gerolamo, in quanto la polemica tra
cultura pagana e cultura cristiana era già stata superata: si condannava moralmente il mondo classico
senza pero svilire il suo valore letterario.

Le opere manualistiche

Vari furono anche gli scritti di natura manualistica, il cui fine era quello di proporre informazioni storiche
e letterarie ai cristiani colti. Tradusse dal greco la seconda parte del Chronicon di Eusebio di Cesarea (265
dC), un compendio di storia universale che Girolamo ampliò e aggiornò. Nel 392 dC compose Il De viris
illustribus, composto da 135 biografie di scrittori cristiani, includendo anche vite di Pagani - come nel
caso di Filone Alessandrino o Seneca- riconfermando così la sua natura di “cristiano” e “ciceroniano”
insieme.

Traduzione della Bibbia

La traduzione della Bibbia, commissionatagli da papà Damaso, lo impegnó per tutta la sua vita. Lavorò
sul Nuovo Testamento fino al 384 dC durante il suo soggiorno romano, dando vita a una traduzione
chiara, priva di volgarismi e grecismi. Lavorò poi alla alla traduzione dell’Antico Testamento, la più
complessa, a cui si accostò a partire dall’originale. Non rinnegó nè la Vetus Latina nè la traduzione greca
“sei Settanta”, ma decise di lavorare a partire dall’originale testo ebraico, allo scopo di produrre una
traduzione il più omogenea possibile. Nella sua traduzione, comunque, Gerolamo combina passi tradotti
alla lettera a traduzioni ad sensumun, libere e complessive. La traduzione di Gerolamo si affermò tanto da
essere definita Vulgata (diffusa) e da diventare, col concilio di Trento, la traduzione ufficiale della Chiesa.
Gerolamo fu autore anche di opere di esegesi biblica, senza raggiungere esiti innovativi. Celebre è pero la
controversia origeniana, in cui Gerolamo si pose in posizione polemica contro l’esegesi allegorizzante del
greco Origene.

Lo stile

La varietà del corpus di Gerolamo e il suo coinvolgimento emotivo lo rendono uno scrittore molto
complesso. Chiara è la dipendenza dai classici. Lo stile è alto, reso prezioso da citazioni dei classici,
riferimenti e allusioni e imitazioni di Cicerone. Il linguaggio è solitamente misto, alle forme più erudite
se ne mescolano altre più colloquiali o grecismi ed ebraismi (elemento tipico del latino Cristiano).Negli
scritti polemici lo stile si abbassa e il linguaggio si fa più volgare. Compaiono anche segni di un latino
“tardo”, come nel caso di verbi intransitivi usati intransitivamente.