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Obbligazioni pecuniarie e maggior danno da svalutazione

monetaria
L’obbligazione è quel vincolo giuridico, in virtù del quale un
soggetto, detto debitore, è tenuto ad una determinata
prestazione, suscettibile di valutazione economica, in favore di
un altro soggetto, detto creditore.
Storicamente il primo istituto nel quale è possibile scorgere la
struttura dell’obbligazione fu il nexum, negozio solenne per
aes et libram, attraverso il quale il debitore assoggettava la
propria persona al creditore, a garanzia dell’adempimento di
un proprio debito. Come la mancipatio, usata per trasferire la
proprietà, anche il nexum si compiva attraverso la pronuncia di
parole solenni ed un rituale cui intervenivano cinque testimoni
ed un libripens che provvedeva alla pesatura delle barre di
bronzo, utilizzate dai romani come moneta nel periodo arcaico.
In caso di inadempimento, il creditore poteva condurre il
debitore presso di sé e farlo lavorare fino all’estinzione del
debito, poteva tenerlo in catene per evitare che fuggisse,
venderlo come schiavo e persino ucciderlo.
In epoca preclassica il nexum si trasformò progressivamente,
fino a lasciare il posto alla più moderna stipulatio, infatti, la lex
Poetelia Papiria del 326 a.C. sostituì all’esecuzione personale,
quella patrimoniale sui beni del debitore e con il conio della
moneta d’argento, anche gli atti simbolici della pesatura e
della consegna del metallo, ormai inutili, furono gradualmente
abbandonati. Vennero conservate soltanto le parole, ridotte ad
una interrogazione solenne seguita da una promessa conforme
di esecuzione di una determinata prestazione. L’obligatio

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romana, assunse così una connotazione simile al vincolo
giuridico oggi conosciuto.
Nell’ambito dei rapporti obbligatori particolare importanza
assumono le obbligazioni pecuniarie, cioè, quelle aventi ad
oggetto una somma di denaro, in proposito, la dottrina
distingue tra obbligazioni di valuta ed obbligazioni di valore:
le obbligazioni di valuta sono quelle aventi ad oggetto fin
dall’origine una somma di denaro determinata dalle parti o
comunque determinabile; le obbligazioni di valore, al contrario,
sono quelle in cui il denaro rappresenta soltanto un
equivalente rispetto al bene, originariamente oggetto della
prestazione, andato perduto o danneggiato. L’esempio tipico è
quello dell’obbligazione di risarcimento del danno derivante da
fatto illecito, dove il denaro rappresenta il corrispettivo delle
voci di danno da reintegrare.
Le obbligazioni di valuta sono disciplinate dal c.d. principio
nominalistico, tale principio, che nell’elaborazione di Pothier è
ricollegato alla sovranità statale, esprime l’insensibilità delle
obbligazioni pecuniarie di valuta alle oscillazioni del potere
d’acquisto della moneta, nel periodo che intercorre tra
l’insorgenza del debito e la sua estinzione. Dunque, il debitore
si libera dall’obbligazione pagando alla scadenza la stessa
quantità di moneta determinata al tempo in cui l’obbligazione è
sorta.
Il principio nominalistico dapprima consacrato nel Codice
Napoleonico del 1804, fu recepito nel Codice Civile italiano del
1865, il quale, tuttavia, non considerava le obbligazioni
pecuniarie come autonoma categoria giuridica, per cui il

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principio era tratto in via interpretativa dall’art. 1821 c.c. in
materia di contratto di mutuo.
E’ solo con la codificazione del 1942 che il legislatore, preso
atto della loro rilevanza economica, ha elevato le obbligazioni
pecuniarie ad autonoma “specie” delle obbligazioni,
dedicandogli un’apposita disciplina e riconoscendo
espressamente il principio nominalistico all’art. 1277 comma I
c.c. in forza del quale, i debiti pecuniari si estinguono mediante
il versamento della stessa quantità di pezzi monetari dedotta
originariamente in obbligazione.
In ogni caso, il principio nominalistico non è considerato di
ordine pubblico, per cui le parti sono libere di introdurre
clausole volte a preservare il potere acquisto della moneta dai
fenomeni inflattivi, ancorando la somma di denaro oggetto
della prestazione all’andamento generalizzato dei prezzi (c.d.
clausole di rivalutazione); in mancanza di una espressa
previsione in tal senso, però, il rischio della svalutazione
monetaria grava sul creditore.
Ciò, comunque, non significa che nelle obbligazioni di valuta, la
variazione del potere di acquisto della moneta è totalmente
ininfluente, potendo essa assumere rilievo sotto il profilo del
danno da ritardo. Infatti, la svalutazione monetaria, durante il
periodo della mora, si traduce in un danno per il creditore,
nella misura in cui questi avrebbe potuto investire il denaro,
non tempestivamente versatogli, in impieghi con
remuneratività superiore al tasso di inflazione.
Tale circostanza, espressamente confermata nella Relazione
del Ministro Guardasigilli al Codice Civile, trova preciso

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riscontro normativo nell’art. 1224 c.c., significativamente
rubricato “Danni nelle obbligazioni pecuniarie”, il quale
stabilisce che nelle obbligazioni aventi ad oggetto una somma
di denaro, sono dovuti dal giorno della messa in mora, gli
interessi legali, anche se non erano dovuti precedentemente e
anche se il creditore non prova di aver sofferto alcun danno. Si
tratta, quindi, di una presunzione assoluta, che attribuisce al
creditore un risarcimento del danno determinato in misura
forfettaria, corrispondente agli interessi legali, anche in
assenza di prova. Il comma successivo, ammette, altresì, anche
la risarcibilità del maggior danno, nella misura non sia coperta
dagli interessi legali, ma solo se il creditore ne dia
dimostrazione. Si tratta, pertanto, di un danno differenziale,
che ristora il pregiudizio non coperto dagli interessi legali e,
dunque, anche l’eventuale danno da svalutazione monetaria.
La risarcibilità del danno ulteriore, invero, costituisce una
novità nel nostro ordinamento, infatti, il Codice Civile del 1865,
limitava il risarcimento del danno da ritardato adempimento
delle obbligazioni pecuniarie ai soli interessi legali. Tale
impostazione non consentiva, quindi, di mettere il creditore al
riparo dagli eventuali fenomeni di svalutazione della moneta,
potendo accadere, che la misura degli interessi legali fosse
inferiore al tasso di inflazione. Da qui l’esigenza sentita al
legislatore del 1942 di tutelare ulteriormente il creditore,
prevedendo la risarcibilità del maggior danno, nella misura in
cui non sia coperta dagli interessi legali.
L’ultimo alinea dell’art. 1224 comma II, precisa, però, che il
maggior danno non è dovuto se è stata convenuta la misura

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degli interessi moratori. In tal caso, infatti, le parti hanno già
stabilito di liquidare e limitare il risarcimento del danno da
ritardo preventivamente e forfettariamente. Gli interessi
moratori, eventualmente pattuiti nella convenzione di cui
all’art. 1224, 2° co. (ultima parte) cc non vanno, peraltro,
confusi con gli interessi corrispettivi ultralegali, eventualmente
dovuti, in forza di apposita convenzione, ai sensi dell’art. 1282
c.c., dato che questi ultimi sono dovuti già “prima della mora”
a titolo di remunerazione, spettante al creditore, per aver
attribuito temporaneamente a terzi il godimento del proprio
denaro; ne deriva che, in quest’ultimo caso, resta ammesso il
risarcimento dell’eventuale maggior danno.
Fino alla metà degli anni ’70, la giurisprudenza era
fermamente orientata nel senso che il risarcimento del
maggior danno, derivante dalla svalutazione monetaria,
potesse essere riconosciuto solo quando il creditore ne avesse
fornito specifica prova. In particolare, il creditore avrebbe
dovuto dimostrare, concretamente e specificamente, di non
aver potuto, a causa del ritardato adempimento, reimpiegare la
somma di denaro dovuta in investimenti più remunerativi del
tasso di inflazione ovvero di essere stato costretto a procurasi
la somma non pagata, a condizioni particolarmente
svantaggiose.
Tale interpretazione, tuttavia, determinava un’estrema
difficoltà per il creditore di dimostrare l’esistenza e
l’ammontare del danno subito, per tale motivo, negli anni
successivi e fino al 1986, nei quali il fenomeno inflattivo
assunse dimensioni imponenti, con punte elevatissime fino al

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21% annuo, la Suprema Corte fu costretta più volte ad
intervenire sulla questione, ammettendo, dapprima, che il
maggior danno da svalutazione potesse essere provato per
presunzioni e poi individuando alcune categorie tipiche di
creditori, ciascuna caratterizzata da presunzioni personalizzate
sulle modalità di impiego del denaro: gli imprenditori, i
risparmiatori abituali, i creditori occasionali ed il modesto
consumatore.
Tale soluzione aveva la funzione di semplificare la prova del
maggior danno da svalutazione, mediante ricorso a presunzioni
generalizzate relative alla categoria di appartenenza del
creditore. Più precisamente, con riferimento alla categoria
degli imprenditori, si ritenne che il maggior danno potesse
essere desunto: in primo luogo, con riferimento al danno
emergente, (maggior costo del denaro sopportato a causa del
ritardato adempimento) dallo scarto fra l’interesse legale ed il
tasso di mercato praticato dalle banche alla migliore clientela
nel breve termine (c.d. prime rate), purché, l’imprenditore
avesse fornito la prova di trovarsi nelle condizioni di dover fare
ricorso al mercato del credito. In secondo luogo, con
riferimento al lucro cessante, (mancato guadagno dovuto
all’impossibilità di reimpiego della somma a causa del ritardato
adempimento) dalla differenza fra l’interesse legale ed tasso di
rendimento medio del denaro impiegato nel ciclo produttivo
dell’impresa, in base risultato medio dell’attività in un certo
periodo.
Per i semplici consumatori si ritenne che il maggior danno da
svalutazione monetaria potesse essere desunto dalla differenza

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tra gli indici Istat sul tasso d’inflazione ed il tasso legale di
interesse, indipendentemente da ogni specifica prova di
impiego. Per i creditori occasionali si sarebbe dovuto far
riferimento al tasso medio sui depositi bancario; per i
risparmiatori abituali, infine, si ritenne che questi avrebbero
dovuto provare come normalmente investissero il denaro ed a
quale tasso.
Negli anni successivi la giurisprudenza ha, però, sviluppato in
modi diversi, tale impostazione: secondo un primo
orientamento, quale che sia la categoria a cui appartiene il
creditore, il maggior danno da svalutazione, non assorbito
dagli interessi moratori, va riconosciuto in via generalizzata e
presunta, nella misura del tasso di inflazione, salva la
possibilità per il creditore, che assuma di avere subito un
danno ancora maggiore, di provare che avrebbe fatto un uso
del denaro tale da garantirgli un rendimento ancora superiore
al tasso di inflazione ovvero che a causa dell’inadempimento ha
dovuto procurarsi denaro a tassi più onerosi.
In base ad un altro orientamento, invece, il maggior danno da
svalutazione va determinato in relazione alla sola categoria
creditoria cui il soggetto appartiene, poiché, la dimostrata
appartenenza a determinate categorie economicamente
significative porta, di per sé, a presumere determinate forme di
reimpiego del denaro con esse coerenti.
In base ad un terzo orientamento, infine, l’appartenenza ad
una categoria creditoria non è sufficiente a giustificare il
riconoscimento del maggior danno da svalutazione monetaria,
essendo comunque necessario che il creditore provi il

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verosimile impiego che avrebbe fatto della somma dovutagli, in
modo da consentire al giudice di valutare se il danno
denunziato si sia effettivamente prodotto.
Tali contrasti applicativi hanno recentemente indotto, la
giurisprudenza della Corte di Cassazione ad abbandonare la
suddivisione dei creditori in categorie caratterizzate da
presunzioni personalizzate sulle modalità di impiego del
denaro.
Alla base di tale mutamento di indirizzo, è stata posta
soprattutto la modifica all’art. 1284 c.c. introdotta dalla legge
353/90 che, in merito alla misura del tasso di interessi legali,
ha stabilito che esso possa essere modificato annualmente con
decreto del Ministero del Tesoro, sulla base del rendimento
medio annuo lordo dei titoli di Stato di durata non superiore ai
12 mesi e tenuto conto del tasso di inflazione registrato
nell’anno. Grazie a tale meccanismo, la svalutazione monetaria
risulta oggi normalmente assorbita, per intero, dagli interessi
legali, con conseguente ridimensionamento del problema del
maggior danno da svalutazione monetaria, il quale, si
manifesta ormai soltanto in casi marginali, correlabili
all’intervallo di tempo esistente tra l’aumento dell’inflazione e
l’adeguamento annuale del tasso degli interessi legali.
Resta, tuttavia, il fatto che il rendimento lordo delle più comuni
forme di investimento, cioè, i titoli di Stato a breve termine, è
di regola più elevato rispetto al tasso degli interessi legali: ne
deriva, che per il debitore continua ad essere conveniente non
adempiere tempestivamente, lucrando così la differenza tra

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quello che è in grado di ricavare dal denaro e quello che dovrà
versare al creditore quando adempirà la propria obbligazione.
In tale prospettiva, si è dunque ritenuto che nelle obbligazioni
pecuniarie il maggior danno di cui all’art. 1224 c.c. è
riconoscibile, a decorrere dalla data di insorgenza della mora,
in via generale e presuntiva, nella misura dell’eventuale
differenza, tra il tasso di rendimento medio annuo netto dei
titoli di Stato di durata non superiore ai 12 mesi ed il tasso
degli interessi legali.
Il creditore ha, comunque, facoltà di provare un danno effettivo
superiore, che per l’imprenditore potrà consistere nella prova
di aver dovuto far ricorso, causa dell’inadempimento, al credito
bancario ad un tasso d’interesse superiore ovvero nella prova
che in caso di adempimento tempestivo, la somma sarebbe
stata investita o impiegata utilmente nell’impresa con un tasso
di remunerazione più elevato. Allo stesso modo, resta salva la
possibilità per il debitore di provare che, dal proprio ritardo
nell’adempimento, il creditore non ha subito un danno
eccedente la misura degli interessi legali o che lo ha subito in
misura inferiore alla differenza tra il tasso di rendimento dei
titoli di Stato di durata non superiore ai dodici mesi ed il tasso
degli interessi legali.

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