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Matematica delle grandezze

di Claudio Beccari
professore ordinario del Politecnico di Torino

Albrecht Durer, L’astronomo


Matematica delle grandezze
Claudio Beccari

Indice
1 Introduzione 1

2 La grandezza o quantità 4

3 Ortografia delle grandezze 5

4 Semantica delle grandezze 8

5 Le unità fondamentali 9

6 La matematica delle grandezze 10


6.1 Addizione e sottrazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
6.2 Moltiplicazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
6.3 Divisione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
6.4 Altre operazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12

7 Conclusione 15

1 Introduzione
Il prof. Paolo Valabrega ha contribuito a Polymath un bel documento inti-
tolato Un tentativo di introdurre alla matematica qualche non matematico
(Polymath, ottobre 2009), dove introduce il lettore, pensato principalmente
come uno studente delle scuole medie superiori, ai concetti matematici più
semplici, come i numeri naturali, relativi, razionali, reali, e dove si spinge
persino ai concetti di limite e di derivata.

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Qui e nel seguito mi riferirò spesso a questo documento del prof. Valabrega
e do per scontato che chi legge queste note abbia già letto il suo contributo.
Il suo linguaggio semplice, ma preciso, permette al lettore interessato di
giungere in poco tempo a rivedere cose che pensava di conoscere, ma che
riviste, alla luce di una impostazione corretta, non erano poi così a fuoco
come pensava.
L’introduzione del prof. Valabrega al suo scritto lamenta il fatto che gli
italiani, presi nella macchina formativa ideata da Croce e Gentile quasi cento
anni fa, sappiano cavarsela abbastanza bene in materie come la letteratura, la
storia, la geografia; dovrebbero avere dei buoni ricordi anche anche in latino
e, per gli studenti diplomatisi al liceo classico, persino in greco; ma che la
maggior parte degli italiani, trascorso qualche anno dopo la maturità, se non
hanno proseguito con studi tecnici o scientifici, difficilmente si ricordano di
qualunque cosa relativa alla matematica, tranne probabilmente le quattro
operazioni (ammesso, aggiungo io, che si ricordino ancora come si esegue a
mano una divisione con i decimali; be’ in fondo ci sono le macchinette, oggi;
persino con il cellulare si possono fare queste operazioni).
Probabilmente gli italiani che si ricordano assai poco della matematica
studiata alle superiori, sempre che non abbiano proseguito con studi tecni-
ci o scientifici, dubito che si ricordino qualche cosa di fisica. Non è fuori
luogo ricordare come oggi ci siano in giro tanti “ciarlatani” che imbrogliano
la gente sfruttando la diffusa ignoranza della fisica; ma vengono perpetrati
imbrogli clamorosi anche quando ci sono di mezzo le altre scienze studiate
alle superiori.
Ora non è il caso di tirare in ballo la fisica (e la tecnologia, la chimica, la
biologia, . . . ) in questa sede. Tuttavia vale la pena di esplorare quel terreno
dove la matematica e le altre scienze si incontrano, e parlare un poco della
matematica delle grandezze.
Anche in questo campo non è il caso di spargere troppe lacrime sui guasti
perpetrati da una concezione della cultura dove qualunque cosa di concreto
è considerato “volgare”, non adatto all’uomo libero, rispetto alla nobiltà del
pensiero astratto. È una vecchia storia: già Seneca affermava che avrebbe di
gran lunga preferito che sua figlia sposasse un liberto (ultimo gradino della
scala sociale romana), piuttosto che “un vile meccanico”. E questo modo di
pensare ha rallentato lo sviluppo scientifico per secoli, almeno in Europa, fin
quando più o meno ai tempi di Galileo si è cominciato a rendersi conto che le
deduzioni astratte dovevano andare d’accordo con l’esperienza, e che senza

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esperienze non si poteva nemmeno dare validità a teorie prive del supporto
sperimentale.
Nella nostra scuola, invece, fin dalle scuole elementari, si è data una vi-
sione sbagliata delle grandezze. In fondo, il prof. Valabrega stesso dice che
i numeri servono per contare gli oggetti, servono per misurare, servono per
identificare, per ordinare, non sono solo entità a se stanti sulle quali si pos-
sono postulare alcune proprietà e derivarne moltissime conseguenze. Ma le
attività espresse da quei verbi sono proprio il motivo per il quale gli esseri
umani hanno cominciato a sviluppare il concetto di misura, di quantità, di
numero. Millenni fa, anche in assenza di una scrittura dei numeri, era per-
fettamente chiaro il concetto di grandezze di diverse specie; un uomo di Cro
Magnon, capace di disegnare così bene sulle pareti delle grotte di Altamira,
di incidere ossa e pietre per creare oggetti di decorazione (monili, statuette,
eccetera), non solo di scheggiare certe pietre per crearsi degli utensili, sapeva
perfettamente che non era il caso di scambiare un piccolo gregge di 12 pecore,
con un canestro di 12 uova. La grandezza “pecora” era ben diversa da quella
di “uovo”.
Per tornare ai giorni nostri, chi non si ricorda i problemini delle elemen-
tari, quando l’insegnante dettava: “Problema: un contadino ha un campo
rettangolare con la base di m. 15 e l’altezza di m. 12; quanto vale l’area del
campo?”
Il sussidiario (così si chiamava ai miei tempi il libro di testo delle elemen-
tari) riportava scrupolosamente la scrittura “m. !5”, con l’unità di misura
prima delle misura e con il punto di abbreviazione. Se andava bene, gli alun-
ni eseguivano la moltiplicazione (e non stavano a domandarsi se dovessero
fare una “per” o una “più”), separandondo le misure dalle unità di misura,
che poi ripristinavano con il medesimo errore scrivendo “m.2 180”, quando
invece non scrivevano “mq. 180”.
Sono passati quasi 70 anni da quando io facevo le elementari, ma poi ho
avuto figli e nipoti e, nel seguire i loro studi, non ho avuto e non ho tuttora
la sensazione che sia cambiato nulla. La maestra di mio figlio a cui cercavo
di illustrare questi punti, mi ascoltava smarrita e finiva con il commentare:
“Ma a noi queste cose non ce le hanno mai dette.” Era evidente che non
aveva nessun desiderio di aggiornarsi su un tema, in fondo così semplice, e
di adoperarsi per tramettere correttamente certe nozioni ai sui allievi.
Mi aspetterei che alle elementari si insegnasse anche l’ortografia metro-
logica, l’ortografia delle grandezze; mi aspetterei che alle scuole superiori si

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mettessero meglio a fuoco questi concetti. È quello che tenterò di fare qui,
sia pure senza la precisione che ha usato il prof. Valabrega nel suo testo.

2 La grandezza o quantità
In fisica si insegna che ogni quantità si misura determinando il rapporto che
intercorre fra la quantità in esame e una quantità di riferimento chiamata
unità di misura. Naturalmente una definizione di questo genere si applica
anche a quantità che non sono grandezze fisiche: la quantità di pecore del
pastore si misura in unità di pecore; la quantità di uova nel canestro si misura
in unità di uova.
Queste sono quantità espresse da rapporti con l’unità di misura costituiti
da numeri interi, cardinali. Ma in fondo se le pecore sono già pronte per
il consumo alimentare, chi ci vieta di parlare di “mezza percora”? Quindi
anche le misure delle consistenze di queste quantità, anche se abitualmente
sono espresse con numeri interi, non è vietato che siano espresse con nume-
ri razionali. Sì, razionali, perché rappresentano il rapporto fra la quantità
oggetto della misura e l’unità di misura. La misura è un rapporto fra due
grandezze.
E se la quantità da misurare e l’unità di misura sono incommensurabili?
Ci sono senz’altro i numeri reali a disposizione, ma come vedremo un po’
più avanti, i numeri reali sono concettualmente indispensabili nel trattare le
grandezze, ma di fatto si usano solo i numeri razionali, proprio nel momento
stesso in cui si confronta la grandezza da misurare con la grandezza che
rappresenta l’unità di misura, con le inevitabili incertezze di misura.
Molte altre grandezze sono di loro natura espresse con numeri razionali
(solitamente non in notazione fratta, ma in notazione decimale); i lati del
campo del famoso contadino sono lunghi 15 metri e 12 metri (problema per
la seconda elementare), ma potrebbero essere tranquillamente lunghi 15,12
metri e 12,73 metri (problema per la quarta elementare).
In altri casi sembrerebbe che il rapporto fra due lunghezze non sia un
numero razionale: il rapporto fra la diagonale di un quadrato e il lato di
quel quadrato non è razionale; il rapporto della semicirconferenza con il suo
raggio non è razionale. La matematica ha dovuto inventare i numeri reali
come sezioni di Dedekind per esprimere queste entità non razionali.
Tuttavia le misure di qualunque grandezza sono sempre associate ad una
certa incertezza assoluta o relativa. Questo non succede mai con le entità

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matematiche, perché esiste appunto la possibilità di introdurre concetti ade-
guati per rappresentare cose che non sono rappresentabili in termini “finiti”.
Un numero come 1/3 è esprimibile perfettamente in forma finita scrivendo
appunto “1/3”, ma non è esprimibile in √ forma finita se lo stesso numero si
esprime in forma decimale“1,3333. . . ”. 2, invece, non è esprimibile in forma
finita, se non con una espressione cui non corrisponde nessun numero razio-
nale; lo stesso vale per π, che ha bisogno di un simbolo, che rappresenta,
appunto, un numero con un numero infinito di decimali.
Parlando di grandezze, quindi, non è molto corretto usare un numero
di cifre arbitrariamente grande; la base del campo del contadino può anche
essere lunga 15,12 metri, ma solo se la si misura con uno strumento laser; se
si usa la solita rotella metrica, il “decametro” di nastro flessibile, solitamente
di tela cerata, con le tacche dei centimetri, forse dei millimetri, è ben difficile
che si riesca a misurare correttamente una lunghezza grande come la base di
quel campo con una precisione superiore al centimetro; probabilmente sarà
più serio scrivere che quella base è lunga 15,1 metri, piuttosto che 15,12 metri.
Sarebbe molto meglio seguire la buona abitudine di scrivere qualunque
misura con l’indicazione dell’incertezza, per esempio la base di quel campo
potrebbe essere indicata con una scrittura del tipo (15,12 m ± 2 cm. Normal-
mente l’incertezza assoluta viene omessa nelle indicazioni non troppo formali;
si presuppone in questi casi che l’incertezza sia complessivamente pari ad una
unità della cifra meno significativa indicata, e che questa incertezza sia di-
stribuita ugualmente fra l’eccesso e il difetto; scrivendo 15,12 m si intende
perciò una incertezza di un centimetro, metà in eccesso e metà in difetto; si
intende, perciò, che sia 15,12 m ↔ 15,12 m ± 0,5 cm.

3 Ortografia delle grandezze


Nel paragrafo precedente abbiamo visto due cose; (a) una grandezza o quanti-
tà è espressa da due entità: la misura e l’unità di misura; dobbiamo ricordarci
che questa coppia di informazioni non può mai essere disgiunta; (b) che si
scrive prima la misura e poi l’unità di misura (d’altra parte chi mai direbbe
“ho figli tre”? Perché allora alle elementari. . . ? Da un punto di vista gram-
maticale il numero si comporta come un aggettivo determinativo e precede
sempre ciò di cui determina la quantità.) e quest’ultima può, anzi, è meglio
che sia indicata con il suo simbolo, eventualmente preceduto da un prefisso
decimale.

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Matematicamente parlando una grandezza è una coppia di entità di na-
tura diversa ma che hanno significato solo se considerate assieme. In simboli:

q = {q}[q]

dove q rappresenta la quantità in esame, [q] ne è l’unità di misura e {q} ne


è la misura rispetto all’unità di misura specificata.
Il Bureau International des Poids et Mésures, concludendo un’operazione
iniziata molti anni prima da Giovanni Giorgi, ha codificato con il Système
International (praticamente il precedente sistema Giorgi, o sistema mksa) le
norme che regolano le unità di misura, i loro nomi, i loro simboli e i loro pre-
fissi. Le legislazioni nazionali dei vari stati hanno reso legale questo sistema
di unità di misura oggi adottato praticamente da tutti i paesi del mondo,
anche se in alcuni ben noti paesi anglosassoni, nella vita di tutti i giorni, si
continuano ad usare i sistemi precedenti, nonostante la loro incongruenza e
difficoltà d’uso.
Per l’Italia la legge ha affidato questa disciplina all’Ente Italiano di Uni-
ficazione, al CNR, e ad altri enti; poiché si tratta di un sistema legale di
unità di misura, ogni scostamento dall’uso prescritto dalla legge rende inva-
lido qualunque documento; questo può avere conseguenze pesantissime nella
vita di tutti i giorni. Ecco alcuni casi.

• Ogni perizia giudiziaria, ogni capitolato commerciale, ogni compromes-


so di compravendita, eccetera, che non faccia uso corretto del sistema
di unità di misura legale, è invalido. In particolare si noti che se si
esprime la superficie di una alloggio, per esempio, con mq. 150, questa
scrittura è legalmente priva di significato: (a) mq. è una abbreviazio-
ne di qualcosa non specificato dalle norme che richiedono un simbolo
pertinente con la grandezza da esprimere; (b), se anche quell’unità di
misura scritta senza punto fosse posta dopo la misura, “mq” vorrebbe
dire “milliquintali”; (c) i quintali non sono più elencati fra le unità le-
gali da una ventina di anni; (d) la scrittura corretta sarebbe “ 150 m2 ”.
Alcuni notai di vecchia maniera scriverebbero “1 ara e 50 centiare” ma,
benché l’ara (simbolo a) sia ancora ammessa come unità di misura le-
gale, e quindi anche “centiara”, pochi capirebbero di che cosa si tratti;
le are entrano invece frequentemente quando si usa il simbolo “ha”, che
vuol dire ettaro (100 are). Oggi con i sistemi di videoscrittura disponi-
bili non è più un problema scrivere l’esponente, come invece era difficile,

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ma non impossibile, scriverlo con le macchine da scrivere meccaniche
di un tempo.

• Mi capitò di vedere offerti al mercato dei bellissimi funghi porcini al


prezzo di 2 €/kg; presi due euro dal portamonete e chiesi al venditore
di darmi un chilogrammo di quei funghi; mi pesò il chilogrammo di
funghi, ma voleva 20 €. Gli feci notare che la sua offerta era di dieci
volte più piccola; mi obbiettò che sul cartellino c’era scritto 2 euro
all’etto; gli feci notare che l’ettogrammo si scrive hg non kg; mi mandò
a quel paese; lo invitai a chiamare la polizia; accettò di correggere il
cartello; io non comprai i funghi.

• Non gli feci notare che, per giunta, aveva scritto Kg, e Kg vuol dire
kelvin grammi; che cosa sono i kelvin grammi?

• A stretto rigore sui cartelli di limite di velocità c’è scritta solo la misura
della velocità massima senza l’unità di misura; questo è quanto specifica
il Codice della Strada. Ma a giudicare dalle informazioni lungo le strade
e autostrade del nostro paese, dove le distanze sono solitamente espressi
in kelvin metri (Km), se tanto mi dà tanto, non ci sarebbe un solo
cartello di limite di velocità con validità legale.

• Ma su una rivista legata alla Polizia Stradale ho letto un articolo di


carattere legale che si riferiva ad una possibile modifica del Codice
della Strada; vi si affermava che sarebbe stato introdotto un limite
del rapporto potenza su peso per i veicoli condotti da neo patentati;
questo limite veniva citato con la scrittura “50 KW/T”, intendendo
“50 kW/t”, “cinquanta chilowatt alla tonnellata”, ma scrivendo di fatto
“cinquanta kelvin watt al tesla”! Per fortuna non si tratta del disegno
di legge e molto opportunamente, per quel che ho potuto appurare,
la redazione della Gazzetta Ufficiale è molto attenta alla correttezza
di quanto viene stampato su questo organo di comunicazione ufficiale
della nostra Repubblica.

• Non si ha nessuna conseguenza legale, ma sui giornali, specialmente nel


periodo estivo, quando vengono fornite le notizie sull’entità dell’esodo
per le vacanze, ci si riferisce alla diminuzione dei consumi di acqua e
di “elettricità” (energia elettrica); non è raro il caso di vedere indicata
questa energia in “Kw/h”, indicazione che contiene tre errori: il solito

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‘K’ maiuscolo che indica i kelvin, la lettera minuscola ‘w’ che non indica
niente, e la divisione per il simbolo delle ore, quando invece ci vuole
una moltiplicazione. La scrittura corretta è kW h oppure kW · h.

4 Semantica delle grandezze


Come ho già fatto notare, non è molto serio indicare le grandezze con misura e
unità di misura (scritte correttamente) ma con la misura riportata con troppe
cifre. Quante volte abbiamo letto cartelli stradali che riportano indicazioni
del tipo “Stazione di servizio XYZ a 5000 m”? (A parte il fatto che viene
scritto solitamente in modo errato con “m. 5000”.)
Che senso ha dare una indicazione precisa al metro, se il fronte della
stazione di servizio lungo una strada normale potrà essere di circa 30 m,
mentre lungo un’autostrada raramente è inferiore ai 100 m. Sarebbe molto
più serio scrivere “Stazione di servizio XYZ a 2,0 km”.
Già, ma che senso ha quello zero, solitario, dopo la virgola? Precisamente
quello di indicare che l’informazione è precisa al decimo di chilometro e che
questo decimo di chilometro rappresenta una incertezza di mezzo decimo di
chilometro in più o in memo.
In tutti i documenti in cui si tratta di misure si raccomanda sempre di
non scrivere né troppe, né troppo poche cifre.
Oggi, con la strumentazione a disposizione, la grandezza che si può misu-
rare con la maggiore precisione è il tempo; con il contributo determinante di
studiosi e di di ricercatori del Politecnico e dell’Istituto Elettrotecnico Nazio-
nale Galileo Ferraris, si riesce ad avere una incertezza di misura dell’ordine
di grandezza di 1 fs (cioè 10−15 secondi). In questo caso se si deve passare
dal tempo misurato a una pulsazione, bisogna usare π e questo deve essere
usato con almeno 15 cifre decimali: 3.141 592 653 589 793 116. . . . ma se si
vuole determinare l’area di una piazza circolare di 50,0 m di diametro, basta
usare un valore di π con tre o quattro cifre decimali per determinare che la
superficie della piazza ha un’area di (1963 ± 4) m2 . Se il Comune deve fare
riasfaltare la piazza, quell’incertezza di 4 m2 in più o in meno può comporta-
re una variazione assoluta del costo non trascurabile, anche se si tratta pur
sempre solo di una variazione relativa di circa il 2‰.

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5 Le unità fondamentali
Il Sistema Internazionale definisce un certo numero di unità di misura di cui
dà le definizioni precise e le aggiorna man mano che la tecnica sperimentale
consente di affinare la precisione delle misure, sia per la conservazione dei
campioni, sia per quel che riguarda le misure e gli strumenti di misura.
È ovvio che non c’è bisogno, invece, di definire le unità di misura per
quantificare la consistenza di un gregge di pecore, o una fornitura di uova. Per
le unità monetarie la situazione è leggermente diversa, perché, benché esse
rappresentino un “valore”, questo dipende molto da situazioni ambientali,
economiche, di moda, eccetera, per cui i tassi di cambio fra le unità monetarie
cambiano continuamente.
Il lettore interessato a un breve compendio di queste informazioni può
scaricare dalla rete del Politecnico di Torino il testo elettronico Saper co-
municare — Cenni di scrittura tecnico-scientifica. Nell’appendice A, “Unità
di misura del Sistema Internazionale”, sono riferite moltissime informazioni
sulle unità di misura usate nella scienza e nella tecnica e sul loro uso corretto.
Qui si riporta solamente la tabella delle sette unità fondamentali.

Grandezza fisica Unità Simbolo


lunghezza metro m
massa kilogrammo kg
tempo secondo s
corrente elettrica ampere A
temperatura kelvin K
quantità di sostanza mole mol
intensità luminosa candela cd

Il Sistema Internazionale definisce molte altre unità, e specifica quali unità


“del passato” siano ancora legali, quali siano tollerate, quali siano usabili
solo transitoriamente. Tutta questa operazione, fra l’altro, mette fuori legge
tutte le unità care ai fisici e facenti parte dei sistemi cgs-elettrostatico, cgs-
magnetico, cgs-Gauss, razionalizzati e non razionalizzati. In pratica tutti i
libri di fisica scritti, diciamo, prima el 1950, sono fuori legge; questo non
impedisce di disporre di tavole di corrispondenza per capire quei “vecchi”
scritti, ma proibisce di scrivere nuovi libri di fisica che non facciano uso del
Sistema Internazionale.

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Le grandezze hanno nomi comuni, che iniziano con una lettera minuscola
anche se il loro nome deriva da quello di uno scienziato; i loro simboli sono
completamente in lettere minuscole tranne quando derivano dal nome di uno
scienziato (nel qual caso solo la prima lettera è maiuscola; per esempio l’unità
di pressione è il pascal con unità di misura Pa). Nelle espressioni numeriche
le unità di misura, così come i numeri, devono essere scritti con un carattere
non inclinato, anche nelle espressioni matematiche; il motivo è semplice: se
fossero scritte in corsivo, potrebbero venire confuse con variabili matematiche
o fisiche.

6 La matematica delle grandezze


Bene, forse è stato lungo leggere tutte queste premesse, ma almeno ora sap-
piamo che una grandezza, una quantità fisica o non fisica, misurata con
riferimento ad una unità di misura, è un gruppo formato da due entità di
natura diversa ma strettamente correlate.
Per svolgere con queste grandezze dei calcoli che abbiano significato biso-
gna stabilire delle regole. In linea del tutto qualitativo si può pensare che il
gruppo sia formato dal prodotto della misura per l’unità di misura cioè che:
q = {q}[q] ≡ {q} × 1[q]
e che la moltiplicazione di {q} per “1” sia già stata eseguita.

6.1 Addizione e sottrazione


La somma e la sottrazione di due grandezze può essere eseguita se e solo se
sono della stessa specie; questo significa che le due grandezze devono essere
riferite alla stessa unità di misura e/o ai suoi multipli o sottomultipli; se
sono presenti dei prefissi decimali, gli addendi devono essere convertiti in
modo da portare entrambe al riferimento con l’unità più grande; nel fare
questo, tenuto conto delle cifre significative, che indicano anche l’incertezza,
può succedere che il risultato della somma (algebrica) di due addendi non sia
diverso dall’addendo più grande in valore assoluto. In generale è dunque
q = q1 + q2 = {q1 }[q] + {q2 }[q] = ({q1 } + {q2 })[q] = {q}[q]
così che la somma di due lunghezze di 24,37 m e 52,94 m sia 79,31 m. Ma
la somma di 24,37 m e di 3 mm, continua a valere 24,37 m. Cose analoghe

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devono essere fatte per portare non solo le due grandezze ad essere riferite
all’unità maggiore, ma anche bisogna conservare solo le cifre significative
corrispondenti a quelle della grandezza più incerta.
Questo passaggio ad una unità comune, quella della grandezza più grande,
deve essere fatto anche quando le unità di misura appartengono a sistemi
diversi; potrebbe essere necessario per esempio sommare dei centimetri e dei
pollici; l’idraulico che incassa nel muro due tubi da un pollice (in idraulica i
tubi, chissà perché, sono ancora misurati in pollici) a distanza di 5 cm l’uno
dall’altro e il più vicino dei due a 25 cm dallo spigolo del muro, deve appunto
fare questo genere di calcoli.
In un certo senso, dopo aver portato i prefissi agli stessi valori, ed ave-
re scorciato le misure meno incerte per conservare l’incertezza della misura
“peggiore”, l’operazione sui gruppi appare formalmente come l’applicazione
della proprietà associativa della moltiplicazione.

6.2 Moltiplicazione
La moltiplicazione di due grandezze può essere eseguita sempre, ma la cosa
nuova è che il risultato appartiene ad una specie diversa da entrambe le specie
di grandezze del moltiplicando e del moltiplicatore:

q1 = {q1 }[q1 ] q2 = {q2 }[q2 ] q = {q}[q]


q = q1 × q 2
{q} = {q1 } × {q2 }
[q] = [q1 ] × [q2 ]

Come si vede, le unità di misura del risultato sono il prodotto delle unità
di misura degli operandi. Inoltre per quanto riguarda l’incertezza del ri-
sultato bisogna fare una analisi dettagliata delle incertezze degli operandi
e verificare che il risultato non risulti meno incerto degli operandi; però è
banale constatare che l’incertezza relativa del risultato è in valore assoluto
pari alla somma delle incertezze relative degli operandi:
∆q ∆q ∆q

1 2



=
+


q q1 q2

Spesso, ma non sempre, al prodotto delle unità di misura il Sistema In-


ternazionale assegna un nome particolare; oltre alle unità fondamentali del

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sistema metrico, questo contiene un discreto numero di unità derivate che
permettono di scrivere i risultati in modo più compatto e decisamente più
facilmente comprensibile, purché si acquisisca le necessaria familiarità con i
nomi di queste unità.
Così, per esempio l’accelerazione a si misura in metri al secondo al qua-
drato e si scrive
[a] = m · s−2 oppure [a] = m/s2
La forza è uguale al prodotto della massa per l’accelerazione che questa massa
subisce per effetto di quella forza, secondo l’equazione di Galileo:
F = ma
per cui si dovrebbe scrivere [F ] = kg · m/s2 ; ma la scrittura diventerebbe
troppo complicata e si è definito il newton (simbolo N) come l’unità di misura
della forza, ed è
1 N = 1 kg · m · s−2
Il lavoro L è dato dalla forza moltiplicata per lo spazio lungo la quale agisce;
per cui è [L] = N · m e all’unità N · m è stato dato il nome di joule (simbolo
J, da pronunciarsi alla francese o, almeno “giùl”, ma non “giàul”.).
La potenza P è il lavoro svolto nell’unità di tempo, quindi è [P ] = J/s e
a questa unità è stato dato il nome di watt (simbolo W).

6.3 Divisione
Nell’introdurre le grandezze derivate nel paragrafo precedente abbiamo già,
sostanzialmente parlato della divisione e delle nuove grandezze che si otten-
gono eseguendo la divisione fra una grandezza “dividendo” per una grandezza
“divisore”.
Valgono le stesse regole della moltiplicazione, salvo l’ulteriore specificazio-
ne che la misura del divisore non può essere nulla. L’incertezza del risultato
è la stessa di quella della moltiplicazione, cioè l’incertezza relativa è la som-
ma (non la differenza) delle incertezze relative del dividendo e del divisore
(essendo le incertezze delle quantità “incerte”, non se ne conosce il segno e
bisogna essere pessimisti nel valutare l’incertezza complessiva).

6.4 Altre operazioni


Non si possono fare altre operazioni fra grandezze; mentre con i numeri si
possono eseguire un’enorme quantità di altri calcoli, dalle radici ai logaritmi,

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dalle funzioni trigonometriche circolari a quelle iperboliche, a un’infinità di
altre operazioni.
Con un po’ di acrobazie si potrebbero individuare delle grandezze che
risultano dalle radici quadrate o cubiche di altre grandezze. Si tratta qua-
si sempre di acrobazie del tutto inutili, quando si osservi che le grandezze
derivate sono sempre frutto di operazioni elementari di prodotto o divisione
di grandezze fondamentali, quindi quando vogliamo far comparire esponenti
fratti dobbiamo veramente cercare come fare, perché non è facile.
Per esempio l’ara, già citata in precedenza, è una unità legale di area
1 a = 100 m2 per cui è 1 m = 0,1 a1/2 , ma non si esprimono mai le unità
fondamentali in funzione delle unità derivate, quindi. . .
Un altro esempio: si sa che 1 m3 = 1000 L (L è il simbolo del litro);
dunque 1 m = 10 L1/3 ; ma di nuovo bisogna osservare che non si esprimono
mai le unità fondamentali in funzione di quelle derivate, quindi. . .
Come si fa allora ad eseguire altre operazioni fra grandezze? Bisogna
che gli operandi di queste operazioni (esclusi i casi “acrobatici” esemplificati
sopra) siano adimensionati. Ma questo non vuol dire che dobbiamo ricorrere
alle equazioni fra misure, contrarie a ogni buona regola sia in fisica sia in
qualunque altra disciplina. Le equazioni fra misure sono l’ultima spiaggia
quando non si sa a che santo votarsi per esprimere in modo decente una
relazione matematica di tipo sperimentale; di solito si ricorre a questi mez-
zucci quando si forniscono relazioni empiriche, quando cioè la relazione che
si vuole esprimere non discende da una buona modellizzazione di quanto si
vuole descrivere. Oppure si ricorre a questi mezzucci quando ci si serve di un
sistema di unità di misura, diverso da quello chiamato Internazionale, come
per esempio quando si usano i vari sistemi anglosassoni, residui di quanto
si faceva prima che la Rivoluzione Francese e l’Accademie mettessero ordine
nella totale confusione metrologica che esisteva precedentemente.
Sta di fatto che bisogna che queste leggi siano espresse in modo tale che gli
argomenti delle funzioni siano adimensionati; adimensionata è una grandezza
la cui unità di misura dipende dalle unità fondamentali e/o da quelle derivate
con tutti gli esponenti pari a zero.
Se riprendiamo l’esempio del decadimento dei radionuclidi esemplificato
dal prof. Valabrega nel suo contributo a Polymath, troviamo che il numero N
di atomi radioattivi diminuisce nel tempo t secondo una legge che riscriviamo
così:
∆N
= −λ∆t
N

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Già questa relazione ci dice che il primo membro è adimensionato perché
rapporto di grandezze della stessa specie. Quindi anche il secondo membro
deve essere adimensionato; siccome l’intervallo di tempo ∆t è, appunto, un
tempo, allora λ deve essere dimensionalmente della specie fisica dell’inverso
di un tempo; per cui
[λ∆t] = [λ][t] = 1
implica
[λ] = [t−1 ] = s−1
Pertanto λ non è un “numero”, ma una grandezza la cui misura cambia
al cambiare dell’unità di misura del tempo. Parlando di decadimento dei
radionuclidi, se il tempo si misura in secondi, λ si misura in secondi reciproci
(che purtroppo non ha un nome, anche se l’hertz viene dato come equivalente
a s−1 ; in realtà l’hertz indica i cicli al secondo, ma i cicli sono adimensionati,
quindi. . . ; eppure i cicli esistono e sono misurabili!). Se come per lo iodio il
tempo si misura in mesi, così λ si misura in mesi reciproci; e via di questo
passo.
La legge del decadimento ricavata dal prof. Valabrega:

N (t) = N0 e−λt

mostra ancora chiaramente che il numero di particelle N è proporzionale al


numero di particelle iniziale N0 , moltiplicato per una funzione trascendente,
l’elevazione a potenza di un numero mediante una quantità formata da una
variabile adimensionata reale; in questa funzione, appunto, l’argomento è
l’esponente −λt, e questo argomento è adimensionato.
Se anche non avessimo svolto tutto l’esempio come abbiamo fatto discu-
tendo la dimensionalità di ogni termine, che senso avrebbe avuto elevare un
numero ad una potenza di secondi? In altri casi che senso avrebbe il loga-
ritmo di una lunghezza? O in acustica il logaritmo di una potenza? Persino
la scala Richter dei terremoti è una scala logaritmica in qualche modo legata
all’energia sviluppata dal sisma; ma, appunto, si tratta del logaritmo del rap-
porto dell’energia del sisma riferita ad una energia di riferimento, rapporto
che è adimensionato e che permette di calcolare il logaritmo necessario. Per
sapere quanta energia ha sviluppato un determinato sisma, bisogna anche co-
noscere quanto vale l’energia di riferimento e il fattore di scala con cui sono
scalati i valori del logaritmo. Lascio al lettore il compito di documentarsi per
scoprire questi due parametri e rendersi conto di come vengono usati nella

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determinazione dell’intensità di un terremoto. Quando leggerà del prossimo
disastro prodotto da un terremoto distruttivo, saprà esattamente di che cosa
si sta parlando ad avrà la percezione dell’enormità delle energie in gioco.

7 Conclusione
Come si vede la matematica delle grandezze si riduce a ben poco; essa, se
vogliamo, è un piccolo sottoinsieme della matematica dei numeri reali; tut-
tavia la presenza delle unità di misura rende questa matematica un poco
particolare; la conoscenza dell’incertezza delle misure ne esalta ulteriormente
la particolarità, che obbliga a svolgere i conti in modo sempre approssimato,
ma dominando l’ammontare dell’incertezza.
Penso che non si insista mai abbastanza sulla natura speciale, anche se
semplice, della matematica delle grandezze. In ogni caso non si insiste abba-
stanza nella scuola, facendo sì che la maggior parte degli allievi che raggiun-
gono la maturità non abbiano la più vaga idea di questa matematica un po’
particolare, anche se è la matematica di tutti i giorni.

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