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▪ L’ebraico come lingua semitica

L’ebraico appartiene alla famiglia di lingue che A.L. Schlözer (1781) definì semitiche. Le lingue semitiche
si dividono in tre sottogruppi (a loro volta comprensivi di ulteriori divisioni, che qui tralasceremo):

a) Semitico Orientale (Mesopotamia), che comprende tra l’altro l’accadico, il babilonese e l’assiro;
b) Semitico Nord-Occidentale, che comprende, tra molte altre, il fenicio e l’ebraico, ma anche i vari
tipi di Aramaico;
c) Semitico Meridionale, tra cui il Nord-Arabico, che comprende l’arabo (pre-classico, classico e i
dialetti moderni), il Sud-Arabico e l’Etiopico.

Queste lingue hanno in comune alcuni tratti caratteristici che ritroviamo quindi anche nell’ebraico:

a) La presenza di determinati suoni gutturali (vd. infra)


b) La radice, che in genere è costituita di tre consonanti, le cosiddette ‘radicali’, e che è portatrice di
un significato di base, di un concetto generale, mentre specifici prefissi, infissi e suffissi, ma
soprattutto determinati schemi vocalici, creano le diverse parole e la loro funzione grammaticale.
Es. 1
KTB
Queste tre consonanti compongono la radice che significa, nel suo senso base, “scrivere”
Se io scrivo KATAB (= katav) questa parola significa egli ha scritto
Se io scrivo KTAB (= ktav) questa parola significa scrittura
Se io scrivo KOTEB (= kotev) questa parola significa scrivente
Se io scrivo KETUBIM (= ketuvim) questa parola significa scritti
Se io scrivo MIKTAB (= miktav) in cui aggiungo il prefisso MI e questa specifica vocalizzazione (Ø
– A), la parola significa lettera.

▪ L’alfabeto e le 22 lettere

Come la maggior parte delle altre lingue semitiche, l’ebraico è scritto in un alfabeto esclusivamente
consonantico, che è costituito di 22 segni. Esso si legge da destra verso sinistra, dall’alto verso il
basso. Originariamente gli ebrei, dopo il loro insediamento nella Terra di Canaan, adottarono l’alfabeto
fenicio e lo adattarono per creare una loro scrittura specifica. Verso la metà del I secolo d.C., questa
scrittura arcaica fu pian piano dismessa a favore di un’altra derivata dalla scrittura aramaica (che pure
nasceva ugualmente, ma per vie diverse, da quella fenicia). Da quest’ultima nacque la cosiddetta ‘scrittura
ebraica quadrata’, che fu presto adottata sistematicamente per la stesura dei testi biblici. È dunque la
scrittura ebraica quadrata quella che noi impareremo.1
Ecco qui di seguito l’alfabeto ebraico:

Segno Nome Trascrizione Valore numerico


‫א‬ ’alef ’ 1
‫ בּ‬,‫ב‬ bet b, b (v) 2
‫ גּ‬,‫ג‬ gimel g, ḡ 3
‫ דּ‬,‫ד‬ dalet d, d 4
‫ה‬ He h 5
‫ו‬ waw w 6

1Esiste anche il corsivo, che è la scrittura normalmente impiegata nella trascrizione a mano dell’ebraico moderno, ma che non
sarà oggetto di studio nel corso base di Ebraico Biblico.
‫ז‬ zayin z 7
‫ח‬ ḥet ḥ 8
‫ט‬ ṭet ṭ 9
‫י‬ yod y 10
‫ ך‬,‫ כ‬,‫כּ‬ kaf k, k 20
‫ל‬ lamed l 30
‫ם‬,‫מ‬ mem m 40
‫ן‬,‫נ‬ nun n 50
‫ס‬ samek s 60
‫ע‬ ‘ayin ‘ 70
‫ ף‬,‫ פ‬,‫פּ‬ pe p, p (f) 80
‫ ץ‬,‫צ‬ ṣade ṣ 90
‫ק‬ qof q 100
‫ר‬ reš r 200
‫שׂ‬ śin ś
‫שׁ‬ šin š 300
‫ ת‬,‫תּ‬ taw t, t 400

Osservazioni:

▪ Dall’epoca post-biblica è attestato l’impiego delle lettere anche come numerali.


▪ Alcune lettere (kaf, mem, nun, pe, ṣade) assumono una forma diversa a fine parola (‫ץ‬, ‫ף‬, ‫ן‬, ‫ם‬,‫)ך‬.
▪ Alcune lettere (bet, ghimel, dalet, kaf, pe, tav, per questo anche dette BeGaDKeFaT) sono riportate in
una duplice forma, con o senza un punto al loro interno (detto dageš ‘leggero’). Il dageš ‘leggero’
distingue la pronuncia occlusiva della lettera, mentre l’assenza di dageš ‘leggero’ indica la pronuncia
fricativa della stessa lettera. Esempio:

‫בּ‬ bet b
‫ב‬ bet (vet) b (v)

Attualmente, secondo la pronuncia dell’ebraico moderno, solo tre delle sei consonanti conservano la
loro doppia pronuncia: b/v; k/kh; p/f. Il suono si pronuncia occlusivo quando è a inizio parola
oppure a inizio di sillaba dopo una sillaba chiusa; il suono si pronuncia fricativo quando è in posizione
intervocalica o a fine parola. Vd. infra il paragrafo sul dageš.
▪ Nella scrittura ebraica non possono sussistere parole composte da una sola lettera; nel caso di parole
(per es. la congiunzione copulativa, l’articolo, etc., che vedremo più avanti) composte effettivamente
da una sola sillaba (consonante + sua vocale), queste vengono trascritte prefiggendole alla parola
successiva. In ebraico non esistono maiuscole.
Alcune note di pronuncia:

▪ La ‫’( א‬alef) è il cosiddetto ‘colpo di glottide’ (come il suono proveniente dalla gola all’inizio della
esclamazione: Ah!)
▪ La ‫( ו‬waw) sarebbe una semivocale (per es. ingl. wall), ma attualmente si pronuncia come una v (it.
veste)
▪ La ‫( ז‬zayin) è una fricativa dentale sonora, come nell’it. rosa
▪ La ‫( ח‬het) è una fricativa faringale sorda, si pronuncia come la jota spagnola
▪ La ‫( ט‬tet) aveva il valore della t enfatica, ma ormai è pronunciata semplicemente t
▪ La ‫( ס‬samekh) è la fricativa dentale sorda (it. mensile)
▪ La ‫ ע‬è la fricativa faringale sorda, attualmente pronunciata in ebraico come un colpo di glottide
▪ La ‫( צ‬sade) aveva il valore della s enfatica, ma ormai è pronunciata tz (it. nazione)
▪ La ‫( ק‬qof) aveva il valore della k enfatica, ma ormai è pronunciata semplicemente k
▪ La ‫( שׂ‬śin) col punto a sinistra si legge s come in it. sole
▪ La ‫( שׁ‬šin) col punto a destra si legge sc come in it. scintilla

▪ Il dageš forte e lene (leggero)

1. Del dageš lene si è già detto (vd. supra, punto 3 delle Osservazioni).
2. L’ebraico prevede il raddoppiamento della maggior parte delle consonanti. Nella scrittura, il segno
del raddoppiamento è rappresentato dal dageš forte, un puntino posto all’interno della consonante in
questione. Per es. ‫( דבּר‬dibber = egli parlò). Il dageš forte si trova solo quando la consonante è preceduta
da vocale, così che è impossibile confonderlo con il dageš lene.
3. Le ‘gutturali’ (‫ ע‬,‫ ח‬,‫ ה‬,‫ )א‬e la ‫ ר‬non ammettono il raddoppiamento. Laddove il raddoppiamento della
consonante sia necessario, per es. in alcuni schemi verbali, le gutturali restano inalterate, ma la vocale
che le precede si allunga per compenso (dove la vocale non si allunghi, si parla di ‘allungamento
virtuale’).

▪ Shewà mobile e shewà quiescente

Ci sono determinate regole per capire quando si tratta dello shewa’ na‘ (‫)שוׇא נׇע‬
ְ – ovvero “mobile”, che si
legge – e quando dello shewa’ nach (‫)שוׇא נׇח‬
ְ – “quiescente”, che non si legge – e di conseguenza, per sapere
quando pronunciare il suono [e] e quando no.
In uno schema riassumiamo i casi:

‫ְשוׇא נׇע‬ ‫ְשוׇא נׇח‬


La prima consonante di una parola L’ultima o le ultime due consonanti di una parola
‫ יְ ל ִַדים‬yeladîm “bambini” ‫ נ ְֵר ְד‬nērd, “nardo

Il secondo tra due shewa consecutivi all’interno di Il primo tra due shewa consecutivi all’interno della
parola parola.
‫ נ ְש ְבּ ָרה‬nišberâ “ella fu distrutta” ‫ נ ְש ְבּ ָרה‬nišberâ “ella fu distrutta”

Sotto una consonante con dagesh, cioè doppia


‫ ש ְב ָרה‬šibberâ ‘ella ha distrutto’

Sotto la prima di due consonanti uguali


consecutive
‫ סוֺ ְבבָ ה‬sôbebâ “ella ha girato”

Sotto una consonante che segue una vocale lunga


non accentata
‫ ֺשָ ְמרוּ‬šāmerû “essi custodirono”

▪ La determinazione grammaticale. L’articolo


L’ebraico non possiede l’articolo indeterminativo (it. uno, una, etc.). Una parola non accompagnata da
articolo determinativo, è indeterminata. Esempio: ‫‘ אישׁ‬un uomo’, ‫‘ אסירים‬dei prigionieri’.
L’articolo determinativo è uguale per maschile e femminile, singolare e plurale. Esso può accompagnare
i nomi comuni, mentre non precede mai i nomi propri (di persone, di città, etc.) perché questi sono sentiti
come già determinati in sé. Ciò significa che possiamo avere ‘i prigionieri’, ‘l’uomo’, ma: Davide,
Salomone, Miriam. Questa è una necessaria precisazione da tenere a mente per quando vedremo lo stato
costrutto.
La forma (base) dell’articolo è ‫ ה‬e, visto che nell’ebraico scritto non possono sussistere
indipendentemente parole costituite di una sola lettera, l’articolo si attacca alla parola che lo segue.
Esempio: ‫‘ מֶ לְֶך‬un re’, ‫‘ המֶ לְֶך‬il re’. Un tempo l’articolo aveva una funzione dimostrativa, cosa che
rimane in alcune espressioni, come:
‫ הּיוֹם‬lett. ‘il giorno’, cioè ‘oggi’ (in contesto narrativo: ‘quel giorno’);
‫ הליְ ָלה‬lett. ‘la notte’, cioè ‘stanotte’.
Probabilmente la forma deriva da un precedente ‫*הל‬, ma la forte connessione dell’articolo con quanto
segue, ha fatto sì che la ‫ ל‬non vocalizzata si assimilasse al suono seguente, tanto che il suono seguente è
raddoppiato (ecco perché la presenza del dagesh). Esempio: ‫הַ מֶּ לְֶּך‬.
Se il sostantivo comincia per gutturale (‫ )אהחע‬o per ‫ר‬, visto che le gutturali non raddoppiano, ‘si
compensa’ (non in tutti i casi) il mancato raddoppiamento con dei cambiamenti vocalici nell’articolo.
Con alcune gutturali - ‫ – אער‬l’articolo si vocalizza ָ‫ ;ה‬mentre con ‫ הח‬l’articolo si mantiene ַ‫ה‬.
Se l’articolo si trova davanti a ָ‫ע‬, ָ‫ ה‬atone e a ָ‫( ח‬tonica o atona), esso è vocalizzato ֶּ‫ה‬. Nel caso di ָ‫ע‬, ָ‫ה‬
toniche, troviamo invece ָ‫ה‬. Esempi:

‫ּסוּסים = סוּסים‬ ִ ַ‫ה‬ ‫ַ ַֽההיכָל = הֵ י ָכל‬ ‫ֶּ ַֽהעָ פָ ר = ָע ָפר‬


2
(‘cavalli’) (‘tempio) (‘polvere’)
‫הָ אוֹר = אוֹר‬ ‫הַ חֺֹ֫ שֶּ ְך = חשֶ ְך‬ ‫ֶּ ַֽהחָ ָכם = חָ ָכם‬
(‘luce’) (‘tenebra’) (‘saggio’)
‫הָ עִ יר = עיר‬ ‫הַ חֲלוֹם = חלוֹם‬ ‫הָ הָ ר = הָ ר‬
(‘città’) (‘sogno’) (‘montagna’)
‫הָ ֶּרגֶּל = ֶר ֶגל‬ ‫ֶּ ַֽההָ ִרים = הָ רים‬ ‫הָ עָ ם = ָעם‬
(‘piede’) (‘montagne’) (‘popolo’)

2 La traduzione si riferisce al termine indeterminato.