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LDB

Presentazione

Nel 2003, con Il rischio americano, Sergio Romano affermava,


nella nuova fase politica internazionale iniziata dopo gli
attentati dell’11 settembre, che gli Stati Uniti, unica
superpotenza mondiale, avevano agito con arroganza anche
perché l’Europa era stata assente o insignificante. Poco più di
dieci anni dopo, in un contesto di continua fibrillazione acuita
dalla perdurante crisi economica apertasi nel 2007/2008, la
domanda di fondo è sempre la stessa: cosa vuol fare l’Europa
da grande? Se il declino degli Stati Uniti come impero mondiale
sembra evidente, non altrettanto chiaro è il modo in cui gli
americani sapranno attraversare questa fase della loro storia.
La condizione imperiale è una droga da cui non è facile
disintossicarsi. La parabola del declino americano sarà tanto
meno rischiosa quanto più sarà accompagnata dalle scelte
ragionevoli di Cina, Russia, Brasile, Iran e di altri paesi. Ma la
responsabilità maggiore è dell’Unione europea, che non può
assecondare l’America in ciò che rimane della sua politica
imperiale, e le sarà tanto più utile quanto più diverrà, in una
realtà multipolare, una sorta di Svizzera continentale. Per gli
americani che ancora credono nella vocazione imperiale del
loro paese, un’Europa divisa è il migliore degli alleati possibili.
E l’unità europea si farà soltanto a dispetto dell’America: per
garantire un ruolo all’Europa in un mondo in cui lo spazio
creato dal declino americano verrebbe riempito da potenze
extraeuropee.


SERGIO ROMANO (Vicenza, 1929) ha iniziato la carriera
diplomatica nel 1954. Dopo essere stato ambasciatore alla nato
e, dal settembre 1985 al marzo 1989, a Mosca, si è dimesso. Ha
insegnato a Firenze, Sassari, Pavia, Berkeley, Harvard e, per
alcuni anni, all’Università Bocconi di Milano. È editorialista del
Corriere della Sera e di Panorama. Tra i suoi ultimi volumi
pubblicati da Longanesi, Con gli occhi dell’Islam (2007), Storia
di Francia, dalla Comune a Sarkozy (2009), L’Italia disunita,
con Marc Lazar e Michele Canonica (2011), La Chiesa contro,
con Beda Romano (2012) e Morire di democrazia (2013).
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PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Longanesi & C. © 2014 – Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

ISBN 978-88-304-4069-2


In copertina: foto © Shutterstock
Grafica di Elisa Zampaglione/DUDOTdesign

Prima edizione digitale 2014



Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
IL DECLINO DELL’IMPERO AMERICANO

PREMESSA

Dal primo giorno della loro esistenza gli Stati Uniti sono una
potenza imperiale. Le radici religiose, il sentimento delle
proprie virtù, la convinzione che il Paese abbia un «destino
manifesto», hanno instillato nella società americana la certezza
della sua superiorità politica e morale. Sono stati imperiali sin
da quando proclamarono la dottrina di Monroe (1823);
strapparono la California e altri territori al Messico; estesero la
loro frontiera sino al Pacifico; imposero al Giappone la politica
della «porta aperta» e bombardarono la città di Shimonoseki
(1864); accarezzarono per qualche tempo l’annessione
dell’isola di Formosa; cacciarono la Spagna da Cuba e dalle
Filippine; comperarono la Louisiana, l’Alaska e le Isole Vergini.
Nel 1860, durante una campagna elettorale per la Casa Bianca,
W.H. Seward, futuro segretario di Stato durante la presidenza
di Abraham Lincoln, fece discorsi in cui, come ricordano gli
autori di Rise of American Civilization, descriveva il futuro
dell’impero americano. Era convinto che «gli avamposti degli
Stati Uniti, un giorno, sarebbero stati spinti lungo la costa
nordoccidentale verso l’oceano Artico, che il Canada sarebbe
stato accolto nella nostra gloriosa Unione, che le repubbliche
dell’America Latina, riorganizzate sotto la nostra benevola
influenza, sarebbero divenute parte di questa magnifica
Confederazione, che l’antica metropoli degli Aztechi, Città del
Messico, sarebbe stata la capitale degli Stati Uniti, che
l’America e la Russia avrebbero rotto la loro vecchia amicizia
per affrontarsi nell’Estremo Oriente, là dove le grandi civiltà
hanno fatto la loro prima apparizione».
Dalla fine della seconda guerra mondiale l’America ha
affrontato la sfida dell’Urss alla testa di una grande alleanza
politico-militare, ha cinto il mondo di basi militari, ha creato
rapporti di alleanza e sudditanza con un grande numero di
paesi amici e vassalli, ha esportato il proprio modello
economico e finanziario anche nei paesi che avevano fatto
parte del blocco sovietico e nella Cina post-comunista. Ha
promosso in alcuni casi la nascita di una giustizia mondiale, ma
non è fra i paesi che hanno ratificato il Tribunale penale
internazionale perché ciò che è utile e desiderabile per altri,
non è né utile né desiderabile per se stessa. Quando decide di
punire con sanzioni economiche uno Stato riottoso o ribelle, il
Congresso degli Stati Uniti approva leggi extraterritoriali che
trattano le aziende straniere come se fossero americane e le
puniscono quando non si conformano alle loro norme.
Può sembrare incomprensibile che questa stessa America,
così fiera della sua originalità e così convinta della propria
superiorità, attraversi periodi in cui la maggioranza
dell’opinione pubblica considera con sospetto qualsiasi
partecipazione attiva alla grande politica internazionale. Il
testo sacro dell’isolazionismo americano è il «Farewell
Address», l’addio alla nazione di George Washington alla fine
della sua presidenza nel 1796. Disse ai suoi connazionali che
l’Europa era distinta da un groviglio d’interessi estranei a
quelli degli Stati Uniti e concluse: «Non è saggio quindi
lasciarci coinvolgere con legami artificiosi nelle abituali
vicissitudini delle sue politiche, nelle abituali collisioni e
combinazioni delle sue amicizie e inimicizie». Ma in quelle
parole vi era più orgoglio che prudenza. Gli Stati Uniti non
avrebbero mai combattuto per cause che non fossero
interamente, esclusivamente americane. Non avrebbero
partecipato a una partita tra «cugini», come i monarchi europei
definivano se stessi nei loro rapporti. Li avrebbero guardati
dall’alto e da lontano, avrebbero costruito da soli il proprio
futuro. E se fossero stati costretti a intervenire, come nella
prima e nella seconda guerra mondiale, sarebbero rientrati
nella tenda dopo la vittoria o avrebbero preso sin dall’inizio
l’intero governo dell’operazione. La parola «isolazionismo» può
essere in molti casi sinonimo di unilateralismo.
Dopo essere stata costretta ad accettare per più di trent’anni
le costrizioni e le servitù della Guerra fredda, l’America ha
avuto dapprima qualche tentazione isolazionista, ma si è poi
rapidamente considerata libera di agire contro chiunque
potesse sfidare l’ordine americano e ha combattuto tre guerre:
in Serbia, in Afghanistan e in Iraq. Ma le guerre non vinte,
come quelle dell’Afghanistan e dell’Iraq, sono inevitabilmente,
per una potenza imperiale, guerre perdute. E la crisi
finanziaria del 2008 ha messo in evidenza le falle di un sistema
che neppure il suo creatore riusciva più a controllare.
La crisi dell’impero americano è cominciata a Kabul e a
Baghdad, ma diviene ancora più evidente quando i più vecchi e
fedeli alleati degli Stati Uniti – l’Arabia Saudita, Israele, la
Turchia, il Giappone, alcuni paesi europei e latinoamericani –
lanciano segnali di fastidio e cominciano a fare scelte politiche
che danno per scontato il declino della potenza americana.
Barack Obama sembra esserne consapevole e forse deciso ad
accompagnare i suoi connazionali verso una diversa
dimensione internazionale. Questo libro racconta le ultime fasi
dell’ascesa e le prime fasi del declino sino ai nostri giorni
GLI AMERICANI RESTANO IN EUROPA

Nella sua ultima conversazione con André Malraux a


Colombey-les-Deux-Églises, probabilmente verso la fine del
1969 o gli inizi del 1970, Charles de Gaulle disse, quasi
sovrappensiero: «Forse un giorno gli americani se ne andranno
dall’Europa». Il generale si era dimesso un anno prima, quando
i francesi avevano respinto la sua riforma dello Stato, e nel suo
buen retiro amava contemplare la Storia dall’alto della cattedra
che aveva conquistato per sé in quella del XX secolo. Non
possiamo neppure escludere che qualche riflessione storico-
filosofica gli sia stata prestata da Malraux. Nel libro che fu
pubblicato da Gallimard qualche mese dopo la sua morte, lo
scrittore francese, un incorreggibile narcisista, fece della
conversazione un dramma a due voci in cui non è sempre facile
distinguere l’una dall’altra.
Gli americani sono sempre in Europa. Furono tentati
d’andarsene fra il 1945 e il 1947 quando la società americana
chiedeva insistentemente che i «ragazzi» tornassero a casa. Ma
finirono per restare. Gli storici raccontano che la decisione fu
presa quando il ministro degli Esteri britannico (il laburista
Ernest Bevin) disse al suo collega americano che la Gran
Bretagna, impegnata nella costruzione dello Stato assistenziale
disegnato da Lord Beveridge negli anni Trenta, non sarebbe
stata in grado di tenere testa alla minaccia comunista nei
Balcani, in Grecia e in Turchia. Ma è possibile che quello fosse
soprattutto l’alibi di cui il gruppo dirigente del paese aveva
bisogno per sormontare le obiezioni e le riserve dell’America
isolazionista. La decisione, comunque, fu presa rapidamente e
venne subito confermata da due gesti che erano esattamente
l’opposto di quanto gli Stati Uniti avevano fatto dopo la fine
della Grande guerra. Anziché chiedere agli alleati il pagamento
dei servizi resi durante il conflitto, fornirono a tutti gli europei,
compresi gli sconfitti, i mezzi necessari per la loro
ricostruzione. Anziché evitare i coinvolgimenti internazionali,
secondo l’ultima raccomandazione di George Washington al
paese, firmarono con gli europei, nell’aprile del 1949, un patto
politico-militare in cui era scritto, tra l’altro: «le Parti
convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in
Europa e nell’America settentrionale, costituirà un attacco
verso tutte». Fu la prima alleanza militare firmata dall’America
in tempo di pace fuori dall’emisfero occidentale.
UN IMPERO COSTRUITO SULLE ROVINE DEGLI IMPERI
ALLEATI

Rispetto a quelli del XIX secolo questo patto presentava alcune


interessanti novità. In tempo di pace il blocco dei paesi alleati
avrebbe potuto contare su un comando militare integrato e su
basi avanzate, a ridosso del sipario di ferro. Fu chiaro sin dagli
inizi che il comandante e le basi sarebbero stati americani.
Durante la prima guerra mondiale le forze armate degli Stati
Uniti in Francia non avevano accettato il principio
dell’integrazione; e il generale John Pershing, comandante del
contingente americano, aveva rifiutato di sottostare agli ordini
del maresciallo Ferdinand Foch, presidente del Consiglio
supremo di guerra interalleato e comandante del fronte
occidentale. Durante la seconda guerra mondiale, invece, gli
americani accettarono il principio del comando integrato, ma
vollero che spettasse a un generale americano. Nella terza
guerra mondiale, se mai fosse stata combattuta, la guida degli
americani sarebbe stata un punto acquisito e indiscusso.
Il Patto Atlantico divenne il modello di altri accordi che
furono conclusi negli anni seguenti con la partecipazione o
l’ispirazione degli Stati Uniti. Il Patto di Baghdad, costruito
intorno alla Turchia, avrebbe difeso contro la minaccia
sovietica la frontiera sudorientale del «mondo libero». La Seato
(Southeast Asia Treaty Organization), costruita intorno alle
Filippine, avrebbe difeso l’Asia sudorientale dalla minaccia di
un nuovo Stato comunista, la Repubblica popolare cinese, nato
a Pechino nel 1949. Tutto ciò che gli Stati Uniti fecero dalla
seconda metà degli anni Quaranta in poi, da soli o con i loro
alleati, fu motivato con l’esistenza di una minaccia che
giustificava misure d’eccezione, in deroga, se necessario, alle
regole della democrazia. Ma il concetto di minaccia era
particolarmente largo e flessibile. Fu certamente legittimo
parlare di minaccia quando la Corea del Nord invase la Corea
del Sud nel 1950. Fu meno legittimo invocarla nel 1953 quando
la Central Intelligence Agency, d’intesa con i servizi britannici,
organizzò un colpo di Stato per rovesciare il governo iraniano
di Mohammad Mossadeq e restituire il paese allo Scià,
costretto all’esilio qualche mese prima. Erano in gioco gli
interessi del mondo libero o quelli delle compagnie petrolifere?
Fu certamente lecito difendere gli interessi delle aziende
americane a Cuba dopo il crollo del regime di Fulgencio
Batista, ma non sino al punto di addestrare militarmente 1400
esuli e di organizzare il loro sbarco sulle coste della Baia dei
Porci nell’aprile 1961.
In Iran, nel 1953, gli Stati Uniti avevano difeso, in ultima
analisi, gli interessi britannici. Perché non fecero altrettanto a
favore della Francia quando i francesi, impegnati militarmente
in Indocina e assediati dalle forze di Giap a Dien Bien Phu,
chiesero l’intervento dell’aeronautica militare americana?
Perché condannarono la spedizione anglo-francese a Suez,
dopo la nazionalizzazione egiziana del Canale, e fecero
precipitare il corso della sterlina alla Borsa di New York? Forse
che gli interessi marittimi e strategici di due alleati europei
erano meno importanti di quelli che gli Stati Uniti non
esitavano a difendere militarmente nei Caraibi? Molti
americani sostennero che il loro paese aveva punito la Gran
Bretagna, quando i suoi paracadutisti scesero sul canale di
Suez, perché gli Stati Uniti erano naturalmente e storicamente
anticolonialisti, perché nelle loro vene scorreva il sangue di
coloro che avevano conquistato l’indipendenza combattendo il
colonialismo britannico. Come dovremmo spiegare allora la
repressione dei moti nelle Filippine dopo la guerra ispano-
americana del 1898 e la lunga pulizia del territorio negli anni
seguenti contro le formazioni partigiane del ribelle Emilio Famy
Aguinaldo? E come dovremmo spiegare, soprattutto, lo sbarco
dei marines in Libano due anni dopo la crisi di Suez, nel luglio
del 1958?
Nel 1957, improvvisamente preoccupato dalla possibilità che
il nazionalismo arabo (di cui il colonnello Gamal Abdel Nasser
era ormai la figura più rappresentativa), schiudesse all’Unione
Sovietica le porte del Medio Oriente, il presidente Eisenhower
aveva fatto approvare dal Congresso una «Dottrina» che
avrebbe permesso agli Stati Uniti d’intervenire militarmente
per rispondere alla richiesta d’assistenza di uno Stato della
regione. Pensava al Libano, dove il panarabismo di Nasser
stava creando consensi, e per meglio dare all’intervento una
parvenza di legalità chiese al presidente Camille Chamoun di
accettare la sua Dottrina. La formula – chiedere alla preda il
permesso di catturarla – era esattamente quella di cui l’Urss si
era servita nel 1940 per annettere le Repubbliche del Baltico.
Chamoun sperò che gli Stati Uniti lo avrebbero aiutato a
conservare il potere e accettò. La notizia, quando divenne
pubblica, ebbe naturalmente l’effetto di attizzare la fiamma del
nazionalismo arabo. La componente musulmana della società
libanese protestò, la Cia aiutò Chamoun a vincere le elezioni e
le responsabilità delle ingerenze esterne furono molto più
americane che egiziane. Ma sembravano esistere, almeno in
apparenza, le condizioni per un intervento militare, e 10.000
marines, nel luglio del 1958, sbarcarono sulle coste libanesi per
difendere il paese da Nasser, l’uomo a cui Eisenhower, due anni
prima, aveva regalato la vittoria contro la spedizione anglo-
francese nel canale di Suez.
Qualcosa di simile era accaduto in Vietnam. Nel 1953,
mentre i francesi combattevano contro le truppe del generale
Giap, gli Stati Uniti fornirono materiali e permisero a qualche
unità della loro aeronautica militare di prendere parte al
conflitto. Ma quando i francesi stavano soccombendo a Dien
Bien Phu e soltanto un massiccio intervento americano avrebbe
potuto rovesciare le sorti della guerra, il presidente
Eisenhower dichiarò di essere contrario e il capo di stato
maggiore, l’ammiraglio Arthur W. Radford, dopo avere
dapprima suggerito di agitare di fronte ai Viet Minh il drappo
rosso dell’arma nucleare, disse che era ormai troppo tardi.
Qualche anno dopo, durante la presidenza Kennedy, gli
americani inviarono in Vietnam parecchie centinaia di
consiglieri militari e divennero i protettori del piccolo Stato
meridionale contro la guerriglia comunista e le forze del Nord
comandate da Giap. Non era ancora guerra, ma l’assistenza
divenne alleanza e l’impegno divenne totale quando il
successore di Kennedy, Lyndon Johnson, fabbricò un incidente
nel golfo del Tonchino per ottenere l’autorizzazione ad
aumentare considerevolmente le dimensioni del contingente
americano. Come a Suez, gli americani negarono il loro aiuto al
colonialismo europeo per prenderne il posto.
QUALCHE DEROGA AL GALATEO DEMOCRATICO

Tutte queste manifestazioni della politica estera americana


sono difficilmente comprensibili se giustificate con gli
argomenti «democratici» della Guerra fredda. Non vi è
contraddizione, invece, se adottiamo i criteri della logica
imperiale. Un impero non cresce soltanto acquisendo terre e
vassalli. Cresce anche costringendo altri imperi a rimpicciolire
le loro ambizioni. Pochi americani, naturalmente, lo avrebbero
ammesso. Per scaltrezza politica? Soltanto in piccola parte.
Ogni impero è straordinariamente capace d’ingannare se
stesso con nobili bugie alle quali finisce per credere. Il caso dei
missili sovietici, installati a Cuba quando la politica di
Washington spinse Fidel Castro nelle braccia di Mosca, è a
questo proposito un esempio eloquente. Una larga parte
dell’opinione pubblica americana vide l’Unione Sovietica
improvvisamente accampata alle porte di casa, a un quarto
d’ora d’aereo dalle coste della Florida, e si sentì
potenzialmente accerchiata da una potenza ostile. A nessuno
sembrò passare per la mente, in quella occasione, che i missili
americani in Italia e in Turchia potessero dare a Mosca la
stessa sensazione. Kennedy dovette rendersene conto e poté
ottenere che i sovietici ritirassero i loro missili soltanto quando
promise che avrebbe fatto altrettanto con installazioni
americane che non erano più lontane da Odessa e Sebastopoli
di quanto le rampe cubane fossero lontane da Washington e
New York. Un impero sposta mentalmente le proprie frontiere
il più lontano possibile e considera un pericoloso intruso
chiunque osi spingersi sino alle sue mura. Lo sguardo dei
sovietici non era sostanzialmente diverso. Le due Berlino,
durante la Guerra fredda, godevano di una percezione eguale e
opposta: il settore dell’est, per gli occidentali, era la pedina
avanzata del comunismo sulla scacchiera dell’Europa; i settori
dell’ovest, per l’Urss, la pedina avanzata degli Stati Uniti alle
soglie del Commonwealth comunista.
Ma gli Stati Uniti, assai più dell’Unione Sovietica, erano una
potenza marittima e quindi maggiormente in grado di
accerchiare l’avversario. Negli anni Cinquanta, durante la
presidenza Eisenhower, una grande rete americana, con
qualche inevitabile varco mal presidiato, cingeva ormai l’intero
pianeta. In Europa gli Stati Uniti potevano contare sull’alleanza
britannica e sulla disponibilità del territorio tedesco dal Reno a
un confine che scendeva dalla zona di Rostock sino alla Baviera
orientale. Nel Mediterraneo, la Spagna e l’Italia (ma
soprattutto la seconda) erano portaerei americane. Dietro gli
Stretti l’esercito turco, il migliore del Medio Oriente, teneva
d’occhio le posizioni sovietiche della Crimea, del Caucaso e del
Caspio. Nel golfo Persico gli Stati Uniti avevano due alleati
strategici. Il primo, l’Iran, presidiava una delle frontiere
meridionali dell’Urss. Il secondo, l’Arabia Saudita, garantiva i
rifornimenti di petrolio sin dal giorno (14 febbraio 1945) in cui
il presidente Roosevelt, reduce da Jalta, aveva incontrato re Ibn
Saud a bordo dell’incrociatore Quincy sul Grande Lago Amaro
del canale di Suez. Nell’Asia sudorientale l’America aveva due
piccoli ma utilissimi alleati: Taiwan, di fronte alla costa della
Cina, dove si era rifugiato il governo nazionalista di Chiang Kai-
shek dopo l’ingresso di Mao Zedong a Pechino nel 1949; la
Corea del Sud, che il presidente Truman aveva salvato
dall’aggressione del Nord all’inizio del decennio. Le Filippine
erano da poco indipendenti, ma ancora legate agli Stati Uniti
da vincoli politici e militari. Più a nord il Giappone era il
migliore degli alleati possibili. Osservava le clausole del
trattato di pace con lo stesso rigore con cui aveva fatto la
guerra. Praticava la Costituzione dettata dagli americani con le
virtù di uno studente modello. Aveva ripudiato la guerra e
lasciato agli Stati Uniti il compito di garantire la sicurezza del
suo territorio. Aveva firmato con l’America un trattato che le
garantiva, tra l’altro, un forte presidio militare (circa 50.000
uomini).
Al di là del Pacifico l’America Latina era il continente dei
golpe, dei caudillos, degli spettacolari successi economici e
delle improvvise insolvenze. I suoi Stati erano troppo instabili
per essere buoni alleati, troppo dipendenti dai capitali e dai
mercati americani per rappresentare una sfida. L’enorme
divario fra la potenza del Nord e la fragilità del Sud creò una
situazione in cui l’America si attribuì il diritto d’intervenire
liberamente nelle vicende messicane e di trattare i piccoli Stati
dell’America centrale e dei Caraibi alla stregua di clienti o
vassalli. Cuba, per Washington, fu lungamente la colonia
spagnola a cui gli Stati Uniti avevano generosamente elargito
una certa misura di autogoverno dopo la guerra ispano-
americana del 1898.
Fu questa la ragione per cui Fidel Castro venne subito
considerato un ragazzaccio indocile e ingombrante. Non era
comunista, all’inizio della sua avventura, e lo divenne soltanto
quando il grande Stato del nord fece di tutto per costringerlo a
cercare un potente alleato. Ma quando Fidel e Che Guevara,
con diversi stili e temperamenti, abbracciarono la causa della
rivoluzione panamericana e ne divennero gli apostoli,
Washington poté contare sull’amicizia e la collaborazione di
tutti i regimi conservatori e reazionari della regione. Sappiamo
che Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale e
successivamente segretario di Stato, negò sempre il
coinvolgimento del governo americano nel colpo di Stato cileno
del settembre del 1973. Ma l’insofferenza dell’amministrazione
di Richard Nixon per il governo maldestro di Salvador Allende
era palpabile. Da quel momento gli Stati Uniti finirono per
accettare compagni di viaggio difficilmente compatibili con le
loro proclamate virtù democratiche. La Cia collaborò con i
servizi brasiliani e argentini. Ronald Reagan armò e finanziò le
milizie dei Contras in Nicaragua. Altri dittatori poterono
contare sulle simpatie della Casa Bianca. Non mancarono gli
episodi tragicomici come lo sbarco dei marines a Grenada
nell’ottobre del 1983 per stroncare la nascita di una minuscola
Cuba nel mar dei Caraibi. Nel corso della vita di un impero è
sempre difficile fare distinzioni fra le operazioni ispirate
dall’intenzione di estendere la propria influenza e quelle
provocate dalla percezione di una minaccia incombente.
Quanto più cresce la potenza di uno Stato imperiale, tanto più
cresce il sentimento della sua vulnerabilità e della legittimità
delle sue reazioni.
L’URSS NEL FRATTEMPO

Anche la Russia soffriva della stessa sindrome. Dopo il


fallimento delle riforme di Nikita Chruščëv e la sua brusca
estromissione dalle stanze del potere, l’Urss era ormai una
grande potenza sottosviluppata, incapace di fare un uso
razionale delle proprie enormi risorse. Ma restava un colosso
militare e, per di più, era stata prodigiosamente beneficiata
dall’aumento del prezzo del petrolio dopo i due maggiori
avvenimenti mediorientali degli anni Settanta: la guerra del
Kippur, scatenata dall’Egitto contro Israele nell’ottobre del
1973, e la rivoluzione iraniana del 1979. Questa nuova
ricchezza ebbe almeno due effetti. In primo luogo le permise di
fare un’ambiziosa politica africana. S’inserì nel grande
processo di decolonizzazione, finanziò i movimenti progressisti
e creò una rete di satelliti dall’Etiopia all’Angola. Durante le
grandi cerimonie organizzate per la morte di Nelson Mandela,
nel dicembre 2013, molti hanno dimenticato che il suo
movimento, l’African National Congress, navigò per un certo
periodo nell’orbita comunista e che il Sudafrica bianco era
allora generalmente percepito come un indispensabile baluardo
contro la penetrazione dell’Urss nella parte meridionale del
continente africano. Il grande merito di Mandela fu di
comprendere che il suo movimento avrebbe conquistato le
simpatie dell’Occidente soltanto se avesse tagliato i legami con
Mosca e tolto ai paladini della segregazione il loro alibi
anticomunista. E il grande merito del presidente sudafricano
Frederik Willem de Klerk fu di comprendere che l’apartheid da
quel momento sarebbe stata, oltre che terribilmente costosa e
difficilmente applicabile, estremamente impopolare.
I proventi del petrolio ebbero anche un altro effetto: quello
di consentire all’Urss il rinnovamento del suo arsenale
missilistico. La costruzione degli SS20 e la loro dislocazione nei
territori occidentali dell’Urss verso la fine degli anni Settanta
non furono, di per sé, la scelta di una strategia più minacciosa.
Non esiste grande potenza, autoritaria o democratica, in cui gli
stati maggiori non vogliano continuamente armi nuove,
costruite con gli aggiornamenti delle nuove tecnologie. Gli
SS20 erano missili di media gittata (sino a 5500 km), dapprima
con una poi con tre testate nucleari, e un sistema di
puntamento molto più efficace di quello dei suoi predecessori.
Gettati sul piatto sovietico della bilancia globale non avrebbero
alterato il rapporto di forze tra le due maggiori potenze. Ma
erano disposti lungo le frontiere occidentali dell’Urss e
avrebbero potuto colpire, nello spazio di un quarto d’ora, una
qualsiasi città dell’Europa occidentale.
L’articolo V del Patto Atlantico prevedeva che ogni attacco
contro un membro dell’Alleanza sarebbe stato considerato un
attacco contro tutti. Ma i tempi erano cambiati, il concetto di
distensione aveva messo radici nella cultura politica della
pubblica opinione e molti, da questa parte dell’Atlantico,
cominciarono a temere che la società americana, se una città
europea fosse stata colpita da un SS20, avrebbe rifiutato di
lasciarsi coinvolgere in un conflitto così lontano dalle proprie
sponde.
La parola decoupling (disaccoppiamento o, in questo caso,
separazione, divorzio, sganciamento) divenne l’incubo di alcuni
uomini politici europei, fra cui il cancelliere della Repubblica
federale, il socialdemocratico Helmut Schmidt. Con l’aiuto di
Francesco Cossiga, allora presidente del Consiglio, Schmidt
riuscì a persuadere gli Stati Uniti che il miglior modo per
reagire alla provocazione sovietica fosse quello di stanziare in
alcuni paesi della Nato missili di eguale gittata e potenza. Gli
americani tirarono fuori dai cassetti i progetti per due missili
(Pershing e Cruise) e si misero al lavoro. La decisione ebbe
l’effetto di ridare fiato a tutti i movimenti pacifisti e filosovietici
che si erano mobilitati contro le armi nucleari nel primo
dopoguerra. Ma anche altri europei, non pacifisti o filosovietici,
si chiesero se valesse davvero la pena di ampliare gli arsenali
nucleari quando le armi, di cui le due maggiori potenze già
disponevano, erano in grado di assicurare la loro reciproca
distruzione. La logica della contrapposizione esigeva tuttavia
che a ogni provocazione si desse una risposta eguale e
contraria. Il silenzio e l’indifferenza sarebbero stati considerati
una manifestazione di debolezza o, peggio, di paura. La Guerra
fredda fu in realtà una guerra di messaggi, segnali,
provocazioni e soprattutto di nervi.
REAGAN E LA POLITICA MILITARE AMERICANA

Gli Stati Uniti, nel frattempo, avevano eletto un nuovo


presidente nella persona di un attore cinematografico che era
stato iniziato alla politica da un’esperienza sindacalista a
Hollywood ed era divenuto governatore della California nel
1967. Per conquistare la presidenza, nelle elezioni del 1980,
Ronald Reagan fece un’aggressiva campagna anticomunista e
disse dell’Urss, ripetutamente, che era un evil empire, un
impero del male. La frase gli era stata suggerita da uno slavista
di origine polacca dell’Università di Harvard, Richard Pipes, e
sembrò annunciare un ritorno alle tensioni della Guerra fredda.
L’impressione fu confermata da un discorso presidenziale sul
bilancio della Difesa. Reagan disse di essere stato sbigottito,
quando era diventato presidente, dalle condizioni militari del
paese. Aveva trovato aerei che non erano in grado di volare,
navi che non potevano salpare per mancanza di parti di
ricambio, di personale addestrato e del carburante necessario
per le esercitazioni. Aveva trovato un dispositivo di sicurezza
che si era arrugginito sino a pregiudicare le sorti del paese di
fronte a un avversario che non cessava, nel frattempo, di
migliorare e arricchire i propri arsenali. Era stato eletto con
una campagna elettorale in cui aveva promesso una forte
diminuzione della spesa pubblica, ma le condizioni del paese lo
costringevano a imporre nuovi sacrifici.
In un altro discorso, pronunciato dalla Casa Bianca il 23
marzo 1983, Reagan si chiese altresì se fosse giusto e logico,
nell’interesse della pace, continuare a perseguire la sicurezza
con i criteri della rappresaglia nucleare. Non sarebbe stato
meglio, senza rinunciare alla «bomba», proteggere il paese con
tecnologie che avrebbero permesso d’intercettare e
distruggere i missili balistici prima che raggiungessero il suolo
degli Stati Uniti e dei loro alleati? Era quella la carta vincente
che Reagan voleva gettare sul tavolo alla fine del suo discorso:
un sistema che la stampa, il giorno dopo, definì delle «guerre
stellari» e che il Pentagono battezzò, con tecnico distacco,
«Iniziativa strategica di difesa». Reagan negò che il progetto
avesse intenzioni aggressive e promise consultazioni con gli
alleati. Ma aggiunse perentoriamente: «Questa sera lanciamo
un’impresa che promette di cambiare il corso della storia
umana».
Avrebbe certamente cambiato il rapporto di forze tra i due
blocchi. L’equilibrio era stato garantito sino a quel momento
dalla vulnerabilità dei maggiori attori. Ciascuna delle due
grandi potenze sapeva che ogni «primo colpo» nucleare,
lanciato dall’una o dall’altra, avrebbe provocato una reazione
altrettanto micidiale. Vi sarebbe stata pace, quindi, soltanto se
nessuna delle due avesse cercato di sottrarsi alla certezza della
rappresaglia. Con l’Iniziativa strategica di difesa, invece, gli
Stati Uniti violavano questo principio, ricercavano una
immunità che li avrebbe liberati dall’obbligo della prudenza,
garantivano a se stessi la possibilità di un primo colpo
impunito. I sovietici avevano ragione ed era perfettamente
comprensibile che il discorso delle «guerre stellari» venisse
considerato a Mosca una mossa aggressiva, il ritorno a una
fase non meno pericolosa di quelle che avevano distinto i
peggiori momenti della Guerra fredda. Ma Reagan, in quel
momento, voleva l’approvazione di un bilancio che sarebbe
piaciuto al complesso militare-industriale (come fu definito da
Eisenhower alla fine della sua presidenza) e avrebbe esaltato la
potenza dell’America. I programmi e le pressioni dell’industria
delle armi sono da allora la musica di fondo della politica
estera degli Stati Uniti.
LE BUONE INTENZIONI DI GORBAČËV
E IL CROLLO DELL’URSS

Il discorso di Reagan, come sappiamo, fu pronunciato il 23


marzo 1983. Il segretario generale del Partito comunista
dell’Unione Sovietica era allora Jurij Andropov, uomo di Mosca
a Budapest durante la rivoluzione ungherese del 1956 e
presidente del Kgb dal 1967 al 1982. Era un riformatore
intelligente con idee piuttosto chiare sulle difficoltà in cui il
sistema sovietico si stava dibattendo da parecchi anni. Ma era
molto malato e morì settantenne nel febbraio 1984. Gli
succedette Konstantin Černenko, più vecchio di Andropov (era
nato nel 1911), ancora più malato e del tutto incapace di
qualsiasi azione di governo. Lo avevano scelto per la segreteria
del partito coloro che non volevano affrontare i problemi del
paese e preferivano una mummia al vertice dello Stato
piuttosto che un giovane e intraprendente riformatore. Le loro
intenzioni non erano nobili, ma le loro preoccupazioni erano
per certi aspetti giustificate. Pensavano anzitutto a se stessi,
naturalmente, ma temevano che chiunque avesse cercato di
riformare l’Urss ne avrebbe accelerato il declino. Non poterono
impedire, tuttavia, che la mummia morisse nel febbraio 1985,
poco più di un anno dopo la sua elevazione al soglio bolscevico.
Arrivò così finalmente il giovane riformatore. Era Michail
Gorbačëv, nato nel 1931; e con lui arrivarono al potere altri
uomini politici della sua generazione, tutti impazientemente in
panchina da parecchi anni, in attesa che la vecchia guardia si
facesse da parte. Il nuovo segretario generale si propose due
obiettivi: il rifacimento del sistema economico sovietico
(perestrojka) e un maggiore impegno pubblico e trasparente
(glasnost’) del gigantesco ingranaggio politico-amministrativo
dello Stato dei Soviet. Non capì, se non troppo tardi, che
quanto maggiori fossero stati i progressi della glasnost’ tanto
maggiore sarebbe divenuta la consapevolezza della gravità
delle condizioni economiche dell’Urss e di ciò che rendeva così
difficile la riforma del sistema. Vi era un’altra difficoltà di cui il
nuovo leader sottovalutò l’importanza. Voleva restaurare il
potere dei Consigli (i Soviet) e restituire il partito al suo ruolo
originale di elaboratore di idee e soluzioni. Ma i Soviet non
avevano mai avuto alcun potere e il partito era divenuto, sin dai
primi tempi della Rivoluzione, il reale governo del paese. Forse
soltanto l’esistenza di altre forze politiche avrebbe costretto il
Pcus a produrre analisi e progetti. Ma Gorbačëv era fortemente
legato alla convinzione che il pluripartitismo fosse una
intollerabile e pericolosa eresia.
Comprese tuttavia che la modernizzazione dell’Unione
Sovietica richiedeva un altro clima internazionale. Nelle
tensioni della Guerra fredda i conservatori sarebbero stati
sempre liberi di affermare che ogni mutamento istituzionale
avrebbe indebolito le strutture esistenti e creato pericolose fasi
di transizione, che ogni diversa opinione è dissenso, che ogni
licenza concessa agli organi d’informazione avrebbe offerto
vantaggi al nemico. Gorbačëv se ne rese conto ed ebbe la
fortuna di trovare di fronte a sé un uomo, Ronald Reagan, che
poteva essere bellicosamente anticomunista, ma era anche
attratto dalla prospettiva di passare alla storia come il
presidente americano che aveva chiuso il capitolo della Guerra
fredda e aperto al mondo un’era di pace.
Il problema da risolvere era quello dei missili di media
gittata, installati dall’Urss nei suoi territori occidentali. La
fabbricazione dei missili americani era ormai terminata e di lì a
poco i Pershing e i Cruise sarebbero stati collocati nelle basi
americane di cinque paesi dell’Alleanza: Belgio, Germania,
Gran Bretagna, Italia e Paesi Bassi. Dopo un primo incontro a
Ginevra nel novembre 1985, Gorbačëv e Reagan s’incontrarono
a Reykjavik, in Islanda, nell’ottobre del 1986, e raggiunsero un
accordo. L’Unione Sovietica avrebbe ritirato i missili di media
gittata, la Nato avrebbe rinunciato all’installazione dei
Pershing e dei Cruise, le due maggiori potenze avrebbero
lavorato insieme per la graduale riduzione dei loro arsenali
nucleari. Non era ancora la fine della Guerra fredda, ma era
pur sempre una svolta decisiva che avrebbe permesso nuovi
progressi. Gorbačëv, intanto, dava un altro contributo al
mutamento cercando di convincere i satelliti del Patto di
Varsavia che anch’essi avrebbero dovuto seguire l’esempio
dell’Urss e riformare i loro sistemi politici con i criteri della
perestrojka. Fu il suo secondo errore. Non aveva capito che la
sopravvivenza degli apparati comunisti in quei paesi dipendeva
interamente dall’esistenza di un sistema ideologico e poliziesco
capace di stroncare ogni forma di dissenso. In Polonia,
Cecoslovacchia, Ungheria, Germania orientale, Romania e
Bulgaria, la perestrojka e la glasnost’ avrebbero creato
occasioni che le forze del dissenso non avrebbero mancato di
cogliere. Il risultato più clamoroso della sorprendente
innocenza di Gorbačëv fu la crisi della Repubblica democratica
tedesca. Durante l’estate 1989 i turisti della Rdt in
Cecoslovacchia e in Ungheria rifiutarono di tornare in patria e
ottennero di passare nella Repubblica federale attraverso la
frontiera austriaca. Tre mesi dopo, in occasione del
quarantesimo anniversario della nascita di uno Stato comunista
tedesco, Gorbačëv, a Berlino Est, rimproverò pubblicamente il
padrone di casa, Erich Honegger, di non avere capito lo spirito
dei tempi e scatenò così manifestazioni popolari che ebbero per
effetto, nel giro di poche settimane, il crollo del Muro di
Berlino e, un anno dopo, la riunificazione tedesca.
Fu l’inizio della fine. Le elezioni per il nuovo Parlamento,
composto da 2250 deputati, portarono a Mosca i deputati
autonomisti delle Repubbliche federate. Quando Boris El’cin,
un esuberante concorrente di Gorbačëv, fu eletto alla
presidenza della Repubblica federativa russa, l’Urss divenne
una confusa diarchia in cui l’uomo del Cremlino non era più in
grado di controllare il pezzo più grosso della Federazione. E
quando El’cin, in una riunione che si tenne nei pressi di Brest
l’8 dicembre 1991, si accordò con i presidenti della Bielorussia
e dell’Ucraina per la creazione di una Comunità degli Stati
indipendenti, Gorbačëv dovette constatare la morte dell’Urss e
rassegnare le dimissioni. La disintegrazione dello Stato
sovietico era stata preceduta, nell’ottobre del 1990, dalla
rinascita di un grande Stato tedesco nel centro dell’Europa. In
poco più di due anni, dalla caduta del Muro alle dimissioni di
Gorbačëv, la geografia politica dell’Europa centrorientale era
interamente cambiata.
L’ORDINE MONDIALE
DI GEORGE H.W. BUSH

Il successore di Reagan alla Casa Bianca era George H.W.


Bush, ex direttore della Cia e rappresentante degli Stati Uniti
in Cina negli anni Settanta. Bush non desiderava la
disintegrazione dell’Unione Sovietica. Sarebbe stato felice di
avere a che fare con un paese più debole e quindi meno
aggressivo di quanto l’Urss fosse stata negli anni della Guerra
fredda. Ma preferiva trattare con un solo Stato piuttosto che
con una disordinata brigata di repubbliche litigiose e instabili,
in cui molti confini sarebbero stati motivo di contestazioni e
conflitti. Durante un viaggio a Kiev, il 1º agosto 1991, disse:
«Qualcuno insiste perché gli Stati Uniti facciano una scelta:
sostenere il presidente Gorbačëv o i leader indipendentisti
nelle diverse parti dell’Urss. Ritengo che questa sia una falsa
scelta. Credo, in tutta franchezza, che il presidente Gorbačëv
abbia compiuto cose mirabili e che le sue politiche di glasnost’,
perestrojka e democratizzazione abbiano per obiettivo la
libertà, la democrazia e una economia liberale». In altre
occasioni disse di auspicare un mondo in cui ciascuna delle
grandi potenze – gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, la Comunità
europea, la Cina e il Giappone – sarebbe stata responsabile per
la propria area d’influenza e tutte insieme avrebbero
collaborato al mantenimento dell’ordine mondiale. Che cosa
intendesse per area d’influenza fu chiaro quando il 20
dicembre 1989 le forze armate americane invasero Panama,
catturarono il suo presidente Manuel Noriega e lo
trasportarono di fronte a un giudice americano per un processo
in cui sarebbe stato accusato di traffico di droga. Nelle
operazioni fuori area, invece, (l’invasione dell’Iraq agli inizi del
1991, la missione «Restore hope» in Somalia alla fine del 1992)
lo stile è «imperiale», ma di un impero che ricerca il consenso
delle Nazioni Unite e, nel caso dell’Iraq, di tutti gli Stati
regionali interessati. Quando scoppiò la crisi jugoslava, nel
1991, Bush dette un’altra prova del suo multicentrismo
sostenendo che la questione era europea e che era
responsabilità della Comunità cercare di evitare la
disintegrazione dello Stato creato da Tito alla fine della
seconda guerra mondiale. Forse un secondo mandato
presidenziale avrebbe favorito la nascita di un nuovo ordine
internazionale, meno soggetto alle ambizioni e alle velleità
della politica americana. Ma nelle elezioni presidenziali del
1992 gli americani non lo vollero alla Casa Bianca. Aveva fatto
una buona politica estera, ma aveva promesso che non avrebbe
aumentato l’imposizione fiscale e non aveva mantenuto
l’impegno.
Il suo successore fu Bill Clinton, un giovane democratico che
era sfuggito al servizio militare durante la guerra del Vietnam e
aveva fatto buona parte della sua carriera in un piccolo Stato
meridionale, l’Arkansas, dove i rumori del mondo arrivavano
affievoliti dalla distanza e dall’indifferenza degli abitanti.
Quando entrò alla Casa Bianca, il contingente americano era in
Somalia dal dicembre dell’anno precedente. Credette che il
buon esito dell’operazione dipendesse dalla eliminazione di
qualche signore della guerra, ma scoprì d’essere finito, per una
decisione presa da altri, in una guerra pre-moderna dove
gruppi e milizie tribali combattevano per il controllo del
territorio e lo sfruttamento delle mediocri risorse di cui il paese
disponeva. Non appena un reparto di rangers cadde in
un’imboscata e due elicotteri americani furono abbattuti,
Clinton decise di ritirare il contingente. Era una mossa nello
stile dell’altro impero americano, quello che rifiutava di
lasciarsi trascinare in conflitti nei quali i suoi interessi non
erano direttamente coinvolti. Anche Reagan aveva ritirato il
contingente americano dal Libano nel febbraio del 1984 dopo il
massacro dei marines nell’ottobre dell’anno precedente. Né
Reagan né Clinton avevano capito che gli imperi, se vogliono
essere tali, non possono mai sottrarsi alle conseguenze delle
loro imprese. Se vincono diventano responsabili dei territori
liberati o conquistati. Se rinunciano a perseguire gli obiettivi
del loro intervento, lanciano un segnale a tutti coloro che
hanno ambizioni politiche e territoriali. Dopo il ritiro di Reagan,
la guerra civile libanese divenne, se possibile, ancora più
feroce e cruenta. Dopo il ritiro di Clinton dalla Somalia,
chiunque volesse conquistare il potere con la forza, dalla Sierra
Leone al Congo, dalla Liberia al Ruanda, fu ragionevolmente
certo che valeva la pena di tentare.
LE GUERRE DI SUCCESSIONE JUGOSLAVA

Le guerre jugoslave, scoppiate fra il 1991 e il 1992, erano


secondo Bush sr, come sappiamo, una responsabilità delle
Nazioni Unite e, soprattutto, della Comunità europea.
L’intervento degli Stati Uniti fu graduale e provocato da due
fattori: l’impotenza dell’Europa, soprattutto durante il lungo
assedio serbo di Sarajevo, e un progressivo mutamento del
clima politico americano. Digerito e pressoché dimenticato lo
shock somalo, nella società politica degli Stati Uniti cominciò a
farsi strada la convinzione che l’America avesse il diritto e il
dovere di fare sentire la sua voce soprattutto là dove la
democrazia e i diritti umani erano in pericolo. L’economia,
dopo una lunga stasi, aveva ricominciato a dare segnali molto
positivi e la società sembrava stanca della prudenza con cui Bill
Clinton aveva cercato di evitare il coinvolgimento del paese
nelle crisi internazionali. Riapparvero così i sintomi di quel
nazionalismo wilsoniano che accendeva periodicamente gli
animi degli americani: un sentimento tanto più forte e
contagioso quanto più poteva nutrirsi di un altero disprezzo per
la desolante inettitudine di cui gli europei stavano dando prova
nella guerra civile jugoslava.
Le ultime resistenze caddero quando i serbi non rispettarono
le aree protette dall’Onu e divennero sempre più aggressivi. Il
massacro di Srebrenica nel luglio 1995 (più di 8000 musulmani
trucidati in pochi giorni) fece traboccare il vaso, gli europei
furono costretti a reagire, gli Stati Uniti erano ormai pronti
all’azione e le redini finirono inevitabilmente nelle loro mani.
Vendettero armi alla Bosnia, riarmarono l’esercito croato,
fornirono gli aerei per il bombardamento delle posizioni serbe,
nominarono il negoziatore che avrebbe tenuto i rapporti con il
presidente serbo Slobodan Milošević (Richard Hollbrooke) e
ospitarono i negoziati che nel novembre del 1995 disegnarono
a Dayton, nell’Ohio, la nuova carta politica della Jugoslavia.
Gli accordi di Dayton non prendevano in considerazione la
sorte del Kosovo, la provincia meridionale dello Stato serbo in
cui la comunità albanese era diventata maggioranza e chiedeva
l’indipendenza. Il silenzio del trattato dette al presidente serbo
Milošević l’impressione che avrebbe potuto affrontare i ribelli
senza troppo preoccuparsi delle reazioni dei firmatari degli
accordi; mentre l’esercito di liberazione del Kosovo (Uck), dal
canto suo, giunse alla conclusione che l’indipendenza sarebbe
stata conquistata soltanto con le armi. Non è facile fare la
contabilità degli orrori commessi da una parte e dall’altra, ma
la guerra di guerriglia ebbe comunque l’effetto di aprire un
nuovo negoziato e di dare agli Stati Uniti un’altra occasione per
assumere il ruolo del direttore d’orchestra. Alla conferenza di
Rambouillet, il nuovo segretario di Stato americano, Madeleine
Albright, volle che all’incontro partecipassero anche i
rappresentanti dell’Uck. Fu raggiunto un accordo che
prevedeva il ritiro delle forze serbe dalla regione e un
referendum, tre anni dopo, per consentire alle popolazioni di
pronunciarsi sul suo status. La soluzione non piacque ai
kosovari, ma Albright insistette perché questi ultimi firmassero
l’accordo sostenendo che la loro firma avrebbe isolato i serbi e
li avrebbe resi colpevoli, agli occhi del mondo, di quanto
sarebbe accaduto nei mesi seguenti.
Fu quindi più facile, quando i serbi continuarono a «ripulire»
il territorio, inviare un ultimatum e iniziare una prima ondata
di bombardamenti contro gli obiettivi militari in Serbia e in
Montenegro. E quando i serbi cercarono di cacciare la
popolazione albanese del Kosovo al di là della frontiera che lo
separa dall’Albania, gli americani poterono alzare la posta e
colpire gli studi della televisione a Belgrado, le fabbriche civili,
i ponti sul Danubio, i depositi di carburanti, le centrali
telefoniche e persino, sperabilmente per un errore,
l’ambasciata della Cina nella capitale serba. Fu una guerra
nervosamente imperiale come quelle che gli imperi fanno
quando scoprono improvvisamente di dovere piegare non tanto
un governo quanto la volontà di un popolo. La guerra fu vinta,
ma lasciò nei militari americani il ricordo spiacevole di un
conflitto in cui avevano dovuto sottoporre i loro piani, ogni
mattino, al Comitato militare della Nato, una sorta di stato
maggiore collettivo che sceglieva gli obiettivi su cui gli aerei
americani avrebbero lanciato bombe e missili nelle ore
seguenti. I generali americani promisero a se stessi e al loro
presidente che non avrebbero mai più combattuto in quelle
condizioni; e la Nato divenne da quel momento soltanto
l’etichetta da applicare sulle operazioni militari degli Stati Uniti
ogniqualvolta avessero desiderato imprimere una maggiore
legittimità internazionale ai loro interventi. Da allora nessun
Consiglio alleato avrebbe dettato agli americani il modo in cui
combattere.
UNA NUOVA NATO AI CONFINI
CON LA RUSSIA

Nel febbraio del 1998, durante una nuova crisi irachena,


Madeleine Albright, da un anno segretario di Stato e
confermata nella sua posizione al Senato con voto unanime,
disse che la minaccia dell’uso della forza era necessaria alla
diplomazia, e aveva aggiunto: «Ma se dobbiamo usarla è
perché noi siamo l’America, noi siamo la nazione
indispensabile. Stiamo in alto, vediamo più lontano nel futuro
di quanto vedano gli altri paesi, vediamo il pericolo da cui
siamo tutti minacciati». Lo sguardo lungo della diplomazia
americana esigeva evidentemente, secondo Albright
(un’americana di recenti origini cecoslovacche), che gli Stati
Uniti garantissero la sicurezza militare dei paesi che avevano
vissuto, in buona parte, all’ombra dell’Unione Sovietica. Nel
1999 (l’anno del Kosovo), la Nato spalancò le sue porte alla
Repubblica Ceca, all’Ungheria e alla Polonia. Cinque anni dopo,
nel 2004, l’infornata fu molto più abbondante: Albania,
Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia. Le
piccole potenze dell’Europa centrale, nate o risorte a Versailles
più di ottant’anni prima, ne furono felici. Per molto tempo,
dalla fine degli anni Trenta al 1990, non avevano avuto altra
scelta fuor che quella di passare dall’egemonia tedesca a quella
sovietica. Avevano bisogno di un protettore e l’Unione europea
offriva molto, sul piano economico e sociale, ma non la
sicurezza militare. Non è difficile comprendere i motivi per cui
abbiano considerato la tutela degli Stati Uniti come la migliore
delle soluzioni possibili e perché alcune di esse abbiano subito
accolto basi americane sul loro territorio.
È meno facile comprendere perché lo sguardo dall’alto della
diplomazia americana non abbia prestato attenzione al modo in
cui la Russia avrebbe reagito a questo sconfinamento atlantico
sino e al di là delle frontiere sovietiche. Secondo Jack Matlock,
ambasciatore americano a Mosca sino al 1991, George H.W.
Bush persuase Gorbačëv ad accettare l’unificazione tedesca
assicurando che la Nato non sarebbe stata allargata a oriente.
Non fu un impegno formale, scritto in un trattato o in un
comunicato congiunto, ma fu pur sempre la parola di un
presidente degli Stati Uniti. Ed ecco che in pochi anni, dal 1999
al 2004, l’Alleanza Atlantica inghiottiva il vecchio Patto di
Varsavia e aggiungeva ai nuovi membri tre piccole repubbliche
che erano state per quarant’anni parte integrante dell’Unione
Sovietica.
Erano possibili altre soluzioni? A Pratica di Mare, nel maggio
del 2002, si tenne un incontro al vertice a cui parteciparono,
con il presidente russo Vladimir Putin, tutti i capi di Stato e di
governo dell’Alleanza Atlantica. Fu decisa la creazione di un
partenariato Nato-Russia e fu istituito un consiglio congiunto
che avrebbe avuto per compito, tra l’altro, la lotta al
terrorismo. Ma fra le questioni da affrontare insieme vi
sarebbero stati anche il controllo degli armamenti, la
proliferazione delle armi di distruzione di massa e altre forme
di collaborazione. Se gli impegni di Pratica di Mare fossero
stati mantenuti, la Nato avrebbe cambiato ragione sociale. Non
sarebbe più stata l’Alleanza dell’Occidente contro un nemico
che altri non poteva essere se non lo Stato russo; e sarebbe
divenuta una organizzazione per la sicurezza collettiva
dell’intero continente europeo, dall’Atlantico agli Urali: un
obiettivo che de Gaulle diceva di desiderare negli anni del suo
ritorno al potere per riconciliare un continente diviso dalla
Guerra fredda. Ma le buone intenzioni di Pratica di Mare
vennero presto dimenticate.
Pochi anni dopo, la presidenza del giovane Bush lanciò un
programma di difesa antimissilistica che era una versione meno
ambiziosa e fantascientifica del progetto annunciato da Ronald
Reagan nel suo discorso del 1983. Non vi sarebbero state armi
spaziali, ma missili antimissile, installati dapprima su navi
americane lungo le coste dell’Alaska, poi in qualche base
europea. Il nome del programma era Ballistic Missile Defense
System e quello della sua appendice europea Ground-Based
Midcourse Defense. Fu dichiarato che il sistema avrebbe difeso
gli Stati Uniti e l’Europa dalle minacce del terrorismo
internazionale e dagli attacchi di «Stati-canaglia», come l’Iran
e la Corea del Nord. Ma la Russia vide nel progetto anche
l’inconfessato tentativo di neutralizzare il proprio sistema
missilistico. Ne fu maggiormente convinta quando apprese che
il sistema avrebbe avuto bisogno di due grandi radar, necessari
per l’intercettazione dei missili nemici, e che questi sarebbero
stati installati in due paesi già membri del Patto di Varsavia: la
Repubblica Ceca e la Polonia. Se il sistema è concepito contro
l’Iran, dissero i russi, perché non utilizzare il grande radar
costruito in Azerbaigian all’epoca dell’Unione Sovietica? Ma gli
americani rifiutarono l’offerta con qualche argomento poco
convincente e continuarono a perseguire il loro progetto. Le
difficoltà, se mai, furono quelle che avevano costretto Reagan
ad accantonare la sua Iniziativa strategica di difesa: l’altissimo
costo e i molti esperimenti falliti o solo parzialmente riusciti.
LE GUERRE PER RIFARE
IL MEDIO ORIENTE

La Difesa antimissilistica divenne uno dei temi centrali del


secondo mandato di George W. Bush e fu anche, probabilmente
la reazione dell’establishment militare americano a due guerre
che avevano mancato l’obiettivo e potevano considerarsi
politicamente perdute. Gli Stati Uniti avevano invaso
l’Afghanistan nell’ottobre del 2001, un mese dopo l’attacco alle
torri gemelle, con una motivazione politicamente
comprensibile: il regime ospitava le milizie di al-Qaeda insieme
al loro leader, Osama bin Laden, e rifiutava di espellerli dal suo
territorio. Aiutati da formazioni indigene e da alcuni paesi della
regione (fra cui l’Iran), gli americani riuscirono a cacciare i
talebani da Kabul e da una buona parte del territorio afgano.
Ma non trovarono bin Laden e se ne andarono
impazientemente dall’Afghanistan per preparare un’altra
guerra, a cui davano maggiore importanza. Non poterono
impedire che i talebani riprendessero possesso di buona parte
del territorio perduto e dovettero tornare con gli alleati della
Nato (ora utili per creare l’impressione di una grande missione
di civiltà), ma scoprirono che vi sono circostanze in cui anche il
migliore esercito del mondo corre il rischio di logorarsi contro
un nemico coraggioso e testardo.
La guerra a cui tenevano maggiormente era quella contro
l’Iraq di Saddam Hussein. Bush e i neoconservatori la volevano
per almeno due ragioni. In primo luogo avrebbe saldato un
vecchio conto. Il dittatore iracheno era sopravvissuto alla
sconfitta del 1991, aveva continuato a sfidare l’America e,
secondo i servizi d’intelligence, aveva addirittura approfittato
di un viaggio del vecchio Bush in Kuwait per organizzare un
attentato contro la sua persona. Per gli imperi la punizione del
nemico impenitente diventa spesso una questione d’onore.
In secondo luogo la guerra contro Saddam Hussein avrebbe
permesso agli Stati Uniti di rifare la carta della regione. Negli
anni precedenti un gruppo di neoconservatori americani,
prevalentemente ebrei, aveva preparato un progetto che
avrebbe cambiato i rapporti di forza del Medio Oriente. Erano
Richard Perle, Paul Wolfowitz, Douglas Feith, Michael Ledeen,
Scooter Libby, Charles Krauthammer, Stephen Bryen, David
Frum, Robert Kagan, David Wurmser, Dov Zakheim, Norman
Podhoretz, John Podhoretz, Elliot Abrams, Frederick Kagan,
Alan Dershowitz, Daniel Pipes, Eliot Cohen, Bill Kristol, Irving
Kristol, Max Boot, Marc Grossman, Joshua Bolten. Il loro
progetto prevedeva un cambiamento di regime in due paesi che
George W. Bush, in un discorso sullo stato dell’Unione, avrebbe
definito «canaglie». Occorreva cominciare con l’Iraq e
proseguire, in un secondo tempo, con l’Iran. I due colpi,
assestati se possibile a breve distanza di tempo, avrebbero
garantito la sicurezza d’Israele, distrutto due centri
d’agitazione antiamericana, dimostrato all’intera regione di
quali mezzi di persuasione disponessero gli Stati Uniti
d’America. Quali paesi, dopo questa duplice vittoria, avrebbero
osato sfidare nuovamente la grande potenza americana?
In ambedue gli obiettivi dichiarati, i casus belli erano la
guerra contro il terrorismo e quella contro le armi di
distruzione di massa che l’Iraq, secondo la vulgata corrente,
possedeva e che l’Iran, secondo Washington, avrebbe
posseduto di lì a poco. La guerra contro l’Iraq fu breve.
L’invasione cominciò il 20 marzo 2003, Baghdad cadde il 9
aprile e Saddam Hussein fu trovato in una misera tana, nella
regione di Tikrit, il 13 dicembre. Gli americani, nel frattempo,
avevano soppresso il partito Baath, sciolto le forze armate, dato
qualche incarico di governo agli esuli che erano tornati in
patria con le intendenze delle forze d’occupazione. Ma i loro
corpi speciali non riuscivano a trovare le armi di distruzione di
massa e dovettero, di lì a poco, rinunciare alla ricerca. La
guerra ebbe così una serie di effetti imprevisti e indesiderati.
Dette l’impressione che l’America avesse agito con un pretesto
e mentito alla pubblica opinione. Gettò sul lastrico i funzionari
dell’amministrazione irachena e del partito, gli ufficiali, i
sottufficiali, i soldati di mestiere, tutti coloro a cui il regime
aveva dato un ruolo sociale e un salario. Risvegliò il
nazionalismo curdo nella parte settentrionale del paese. Creò
la scena ideale per una nuova esplosione del secolare conflitto
fra sunniti e sciiti. Regalò ad al-Qaeda l’occasione di scendere
in campo con le sue cellule e le sue milizie per atteggiarsi a
coraggioso difensore della nazione irachena contro l’invasore
straniero.
Gli americani cercarono di correre ai ripari con alcune
iniziative. Formarono le loro milizie indigene reclutandole fra le
popolazioni sunnite e le usarono soprattutto per combattere al-
Qaeda in Mesopotamia. Verso la fine del suo secondo mandato
Bush aumentò considerevolmente il contingente americano con
l’invio di 30.000 soldati e nominò un nuovo comandante, David
Petraeus, che già aveva, al momento del suo arrivo nel febbraio
del 2007, una doppia esperienza irachena. I risultati furono per
un certo periodo positivi. Grazie alle milizie sunnite gli
americani riuscirono a limitare le attività di al-Qaeda. Grazie a
una migliore dislocazione delle forze americane nelle maggiori
città riuscirono a ridurre il numero degli attentati. Ma ogni
successo americano non poteva che rafforzare il governo
prevalentemente sciita di Nuri al-Maliki, Primo ministro dal
maggio 2006. Fu ancora più evidente in tal modo un altro
paradosso della guerra irachena. Gli Stati Uniti avevano
distrutto il regime del sunnita Saddam Hussein, acerrimo
nemico dell’Iran sciita, per regalare il potere al maggiore
partito sciita, sempre più amico dell’Iran di Mahmud
Ahmadinejad, vale a dire del paese che Bush aveva definito
«canaglia» e che buona parte della classe politica americana
considerava la maggiore minaccia alla stabilità politica della
regione.
L’operazione di David Petraeus era comunque limitata nel
tempo. Dopo la sua elezione alla Casa Bianca nel 2008, Barack
Obama fissò il giorno della partenza. Quando era senatore, nel
2003, aveva votato contro la guerra. Ora voleva chiudere un
capitolo di storia che, a suo giudizio, sarebbe stato meglio non
scrivere. Dichiarò pubblicamente che le truppe americane se
ne sarebbero andate dall’Iraq nel 2012 e dall’Afghanistan
all’inizio del 2014. Lo voleva fermamente per vecchia
convinzione politica e per uscire dal circolo vizioso di cui
l’America era ormai prigioniera. Ma anche l’annuncio del ritiro
produceva, nel frattempo, effetti indesiderati. Più gli americani
ribadivano la loro intenzione di andarsene, più i sunniti
iracheni moltiplicavano i loro attentati contro le comunità e le
istituzioni sciite, più i talebani afgani colpivano il centro di
Kabul. L’uccisione di Osama bin Laden, nei pressi di
Abbottabad in Pakistan, il 2 maggio 2011, fu presentata al
mondo come un trionfo politico e militare, ma dimostrò in
effetti che l’espressione «guerra al terrorismo», usata da Bush
per giustificare i due conflitti della sua presidenza, era
tragicamente sbagliata. La morte del fondatore di al-Qaeda non
ha impedito che la sua rete di militanti, divenuta ormai una
costellazione di unità indipendenti, continuasse a operare là
dove era meglio in grado di organizzarsi e colpire. Quando
sopravvive ai duri colpi di un nemico potente, un piccolo Stato
o una banda di guerriglieri può vantare una vittoria morale.
Quando distrugge il regime di uno Stato ostile ma non riesce a
raggiungere gli obiettivi che si era prefisso, un grande Stato è
politicamente sconfitto.
Nelle intenzioni di Obama il ritiro dei due contingenti militari
dall’Iraq e dall’Afghanistan non avrebbe escluso la continua
presenza di qualche centinaio o migliaio di soldati in una base
degli Stati Uniti. Non sarebbero stati forza d’occupazione e non
avrebbero interferito nelle decisioni del governo, ma avrebbero
reso più facile qualsiasi altro intervento nella regione. Era la
politica imperiale che l’America aveva spesso perseguito in
altre circostanze: un pezzo di territorio americano all’interno di
un paese straniero ma sufficientemente amico e ospitale.
Naturalmente un impero non può consentire che i suoi cittadini
in uniforme stazionino in un paese straniero senza essere
protetti dall’immunità giudiziaria. Quando prospettarono
questa esigenza a Baghdad, tuttavia, gli iracheni si rifiutarono
di firmare un accordo che avrebbe intaccato la loro sovranità; e
altrettanto fece il presidente afgano Hamid Karzai agli inizi del
negoziato, forse per alzare il prezzo della concessione. Gli
americani scoprirono così quanto sia difficile uscire da una
guerra sbagliata e quanto sia facile per un piccolo paese
vassallo usare l’arma della propria precarietà per meglio
ricattare il protettore imperiale.
LE RIVOLTE ARABE
E LA GUERRA CIVILE SIRIANA

Le rivolte arabe, scoppiate tra la fine del 2011 e l’inizio del


2012, furono per Washington altri motivi d’imbarazzo. Le
piazze di Tunisi e del Cairo erano una incognita, un fenomeno
che nessun servizio d’intelligence o analista politico aveva
previsto. Con una particolare eccezione (il leader siriano
Bashar al-Assad), gli uomini a cui le folle giovanili chiedevano
di uscire di scena erano quelli che gli Stati Uniti consideravano
utili per la stabilità e l’ordine. Persino la Libia del colonnello
Gheddafi era diventata da qualche tempo un interlocutore utile
e relativamente affidabile. Gli Stati Uniti sapevano che Ben Ali
in Tunisia, Hosni Mubarak in Egitto, Ali Abdullah Saleh nello
Yemen e, a maggior ragione, Muammar Gheddafi in Libia (i
nuovi Sultani, come vennero definiti) avevano creato regimi
corrotti e clientelari in cui le privatizzazioni erano state fatte in
famiglia e la ricchezza nazionale veniva spartita fra i membri di
una più o meno larga consorteria del potere. Ma continuarono
a predicare la democrazia con lo spirito di quei parroci a cui
preme soprattutto che i peccatori non abbandonino la chiesa.
Quando Condoleezza Rice (segretario di Stato durante il
secondo mandato di George W. Bush) parlò all’Università
americana del Cairo il 20 giugno 2005, il suo discorso fu un
caloroso appello al regime perché desse maggiore ascolto a
«the will of the people», alla domanda di diritti umani e civili
che saliva dalla società egiziana. Ma le sue parole ebbero
soltanto l’effetto di aprire le porte dell’Assemblea nazionale a
qualche decina di deputati della Fratellanza musulmana da cui
tutto era possibile attendersi fuorché il progresso della
democrazia. Le cronache raccontano che i nuovi deputati,
quando presero possesso dei loro scanni, li strofinarono con
uno straccio per eliminare tutte le impurità di cui erano
macchiati.
Anche Barack Obama parlò al Cairo. Il suo discorso,
pronunciato nell’aula magna dell’Università il 4 giugno 2009,
pochi mesi dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, fu uno dei
migliori della sua carriera politica. Annunciò una nuova politica
americana per la regione, tollerante ed ecumenica. Promise
che le truppe americane sarebbero partite dall’Iraq nel 2012.
Dichiarò che i palestinesi, non meno degli ebrei, avevano diritto
a una patria. Mai un presidente degli Stati Uniti fu altrettanto
applaudito da una platea araba. Ma le troppe prospettive non
realizzate e la sua impotenza nella questione palestinese
delusero negli anni seguenti coloro che lo avevano applaudito.
Quando le rivolte arabe cominciarono a scuotere i troni dei
nuovi Sultani, gli Stati Uniti, come le democrazie europee,
furono sconcertati e titubanti. Non potevano sostenere
pubblicamente i tiranni senza rinunciare al loro credo
democratico. Non potevano approvare troppo
entusiasticamente le rivolte giovanili senza nuocere ai ceti
dirigenti con cui avevano vecchi rapporti di cooperazione e
complicità. Quando fu chiaro che la sola forza organizzata, a
parte le Forze armate, era la Fratellanza musulmana,
sperarono che l’esposizione alle responsabilità del potere ne
avrebbe fatto una democrazia religiosa, simile ai partiti
cristiani della vita politica europea. Si accorsero di avere male
riposto le loro speranze; e allorché i militari egiziani si
sbarazzarono brutalmente della Fratellanza non poterono che
disapprovare, ma tirarono probabilmente, al tempo stesso, un
sospiro di sollievo.
Per uscire dall’inazione e dare un segno di vita, credettero
che il caso Gheddafi fosse il più adatto. Il colonnello era
detestato da una parte importante della società cirenaica,
trattava brutalmente i suoi sudditi e aveva un lungo certificato
penale internazionale. Come nel caso di Saddam Hussein nel
2003, era «the man you love to hate», l’uomo che è piacevole
odiare (lo slogan con cui Hollywood aveva lanciato l’attore
Erich von Stroheim). Sembrava quindi che nella vicenda libica
vi fosse chiarezza: un partito da sostenere e un nemico da
abbattere. Quando Francia e Gran Bretagna decisero di agire,
Obama, sollecitato da alcuni consiglieri interventisti, dovette
avere la sensazione che la partecipazione degli Stati Uniti a
una spedizione punitiva contro il colonnello avrebbe permesso
all’America di tornare in campo con una chiara linea politica.
Le operazioni cominciarono il 19 marzo 2011 con
bombardamenti dall’aria e dal mare, ma anche con generose
forniture di equipaggiamento militare ai ribelli. Come quelle
contro la Serbia del 1999, durarono più del previsto e si
conclusero, per gli Stati Uniti, quando Obama decise di
prendere le distanze dalle potenze più bellicose (Francia, Gran
Bretagna, Qatar). Ma l’eterogenesi dei fini aveva già creato un
fatto compiuto che avrebbe lungamente pesato sulle sorti della
regione. I bombardamenti dall’aria e le armi fornite
dall’esterno avevano dato un contributo decisivo alla caduta e
alla morte di Gheddafi, ma a un prezzo particolarmente alto: la
nascita di un numero difficilmente calcolabile di bande e milizie
che avrebbero rifiutato di deporre le armi e reso la nuova Libia
ingovernabile. Molte delle armi fornite dagli occidentali e dal
Qatar uscivano nel frattempo dalla Libia per finire nelle mani di
al-Qaeda nel Maghreb e di altri gruppi combattenti nel Mali,
nel Ciad, nel Sahara e nel Sahel, dove avrebbero alimentato
nuovi conflitti e nuovi attentati. Gli Stati Uniti si erano accorti
che la situazione stava diventando incontrollabile, ma troppo
tardi, e furono, tra i paesi intervenuti nel conflitto, quello che
pagò il prezzo più alto. Il 12 settembre 2012 l’ambasciatore
americano a Tripoli – J. Christopher Stevens, un entusiasta e
brillante arabista innamorato della Libia, – morì con altri tre
americani durante l’assalto di un gruppo islamista al consolato
generale di Bengasi. Il Dipartimento di Stato e la Cia
credettero dapprima che l’attacco fosse stato organizzato da un
gruppo affiliato ad al-Qaeda. Ma una indagine del New York
Times, alla fine del 2013, ha dimostrato che i protagonisti
dell’operazione erano gruppi a cui gli americani avevano
fornito armi e con cui avevano avuto rapporti, anche recenti.
Sembra che Stevens sia stato «punito» per un video
antimusulmano confezionato negli Stati Uniti che circolava
sulla rete in quei giorni; e fu questa, infatti, la tesi
dell’amministrazione americana all’indomani dell’attentato. Ma
agli oppositori americani di Obama piacque piuttosto sostenere
che l’imprevidenza, non il video, fosse responsabile della
tragedia. Il rimprovero veniva da quella fazione della società
politica americana che stava facendo una dura guerra al
presidente afro-americano, ma non era ingiustificato. Per il
timore di essere troppo lungamente assente dalla scena
mediorientale, l’America si era lasciata trascinare in una
operazione mal concepita che ha ulteriormente aggravato la
condizione dell’Africa del Nord.
Eppure poco dopo, durante la guerra civile siriana, gli Stati
Uniti furono sul punto di commettere lo stesso errore. Come
Ben Ali in Tunisia, Mubarak in Egitto e Gheddafi in Libia, anche
il presidente siriano Bashar al-Assad aveva una opposizione
interna, prevalentemente islamista e sunnita. Ma le sue
reazioni furono sin dagli inizi ancora più dure e repressive di
quelle degli altri Sultani. La risposta degli Stati Uniti e delle
altre democrazie occidentali fu il rituale appello al dialogo, ma
il caso siriano era alquanto diverso. In Siria non vi era soltanto
la dinastia familiare del rais con il suo abituale codazzo di corpi
speciali, servizi segreti, uomini d’affari, clienti e sodali. Vi era
anzitutto il partito Baath (in arabo, resurrezione), una forza
politica sociale e nazionalista creata nel 1940 da un cristiano,
Michel Aflaq. Vi erano gli alawiti, il gruppo etnico-religioso
degli Assad, una costola della grande famiglia sciita. Vi era la
borghesia degli affari, soprattutto a Damasco, Homs, Aleppo. Vi
erano le diverse denominazioni cristiane (grate alla famiglia
Assad per il clima di tolleranza religiosa garantito dal regime)
che rappresentavano il 10 percento della società siriana. E vi
erano infine due amici internazionali, decisi a sostenere il
regime siriano per ragioni strategiche. Il primo, la Russia,
voleva conservare la base navale di Tartus, a nord del confine
libanese (una colonia genovese nel Medio Evo) e mantenere in
vita uno Stato cliente a cui aveva già fornito, tra l’altro, una
rete moderna di protezione antiaerea. Il secondo, l’Iran, si
serviva del territorio siriano per rifornire Hezbollah, il partito
armato degli sciiti libanesi. Non era necessario simpatizzare
con il regime e con i suoi amici per comprendere che Assad
avrebbe resistito con tutte le forze di cui disponeva.
Nel campo degli oppositori intanto, ma su scala ancora più
grande, accadeva ciò che era già accaduto in Libia: una
proliferazione di gruppi e milizie con diverse motivazioni
ideologiche e religiose, finanziati e armati da paesi – la Turchia,
l’Arabia Saudita, il Qatar – che avevano forse qualche motivo
per sbarazzarsi dell’odiato Bashar al-Assad, ma non
necessariamente condiviso dalle democrazie occidentali. È
probabile che Barack Obama, soprattutto dopo l’esperienza
libica, ne fosse consapevole. Ma era prigioniero della sua
retorica democratica e, soprattutto, doveva difendersi da una
opposizione che odiava il proprio presidente più di quanto
odiasse il presidente siriano e gli preparava trappole d’ogni
genere. Dopo un crescendo di ammonimenti lanciati dalla Casa
Bianca, a Obama parve utile espediente annunciare che vi era
una linea rossa – l’impiego di armi chimiche – al di là della
quale gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a prendere
iniziative militari. La linea fu attraversata (probabilmente, ma
non esclusivamente, dalle forze del regime) e Obama si vide
improvvisamente trascinato sull’orlo di un quarto conflitto
mediorientale. Avrebbe ordinato alla marina e all’aviazione
degli Stati Uniti di lanciare missili contro gli obiettivi militari
siriani? Avrebbe fornito un’assistenza militare e logistica ai
ribelli? Sarebbe stato possibile distinguere, tra i nemici di
Assad, quelli su cui fare un utile investimento per il futuro?
Obama fu salvato dalla prudenza e dalla fantasia di due ministri
degli Esteri: il segretario di Stato americano John Kerry e il
ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, incarnazione post-
sovietica di Andrej Gromyko. Il russo, in particolare, dovette
spiegare ad Assad che sarebbe riuscito a evitare l’intervento
degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali soltanto se il regime
siriano avesse acconsentito alla distruzione del suo arsenale
chimico. Non era la soluzione della crisi, ma la mossa permise a
Obama di uscire dall’angolo in cui aveva imprigionato se
stesso. Il mondo, tuttavia, assistette allo spettacolo di un
presidente degli Stati Uniti che lanciava minacce di malavoglia
ed era tutto sommato felice che altri gli impedissero di
realizzarle.
LE CRISI DELLA FINANZA AMERICANA

Altri fattori, nel frattempo, costringevano Obama a rivedere la


politica internazionale degli Stati Uniti. La crisi finanziaria del
2008 aveva dimostrato che il sistema politico americano,
soprattutto durante le presidenze di Clinton e George W. Bush,
aveva permesso alle banche di scrivere le proprie regole,
sottrarsi al potere normativo dello Stato e battere moneta
sommergendo il mondo con una enorme quantità di derivati dal
valore difficilmente calcolabile. Ma oggi, con uno sguardo più
lungo, sappiamo che quella del 2008 era soltanto l’ultima di
una lunga sequenza di crisi che avevano scosso dalle
fondamenta il capitalismo americano. Vi era stata nella seconda
metà degli anni Ottanta, durante la presidenza di George H.W.
Bush, la crisi delle società finanziarie immobiliari che vanno
negli Stati Uniti sotto il nome di Savings and Loans. Erano nate
nell’Inghilterra del Settecento per aiutare la classe media a
costruire una casa ed erano divenute col tempo piccole e
grandi Casse di risparmio a cui il cittadino americano affidava
il proprio denaro e chiedeva prestiti ipotecari per l’acquisto di
un alloggio o di un’automobile. I tassi d’interesse erano
ragionevoli e le «S&Ls» furono le buone fatine della società
americana dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando
i reduci si sposavano, compravano automobili e costruivano
case. La crisi scoppiò quando la Federal Reserve, per
combattere l’inflazione, raddoppiò i tassi d’interesse e provocò
il fallimento di più di 700 Casse, divenute improvvisamente
insolventi. Vi furono aziende che truccarono i conti e banche
che vennero coinvolte nella crisi. Il rimedio arrivò alla fine
degli anni Ottanta con una legge federale che riordinava
l’intero settore, offriva una certa sicurezza ai risparmiatori e
attribuiva maggiore responsabilità a due istituzioni finanziarie
semipubbliche create all’epoca del New Deal, Freddie Mac e
Fannie Mae, che avrebbero dovuto provvedere all’assicurazione
dei mutui. Vent’anni dopo, nel 2008, scoprimmo che i loro
metodi di lavoro non erano diversi da quelli delle grandi
banche che in quell’anno dovettero ammettere
improvvisamente la loro insolvenza.
Ma prima del 2008 vi erano state altre due crisi. Nel
dicembre del 2001 fallì Enron, un colosso energetico che valeva
grosso modo più di 63 miliardi di dollari. Nel luglio del 2002
fallì WorldCom, un gigante delle telecomunicazioni
responsabile di una frode fiscale pari a 3,8 miliardi di dollari.
Uno degli aspetti più sconcertanti del caso Enron fu
l’apparente complicità o cecità del suo revisore dei conti. Era
«Arthur Andersen», una delle aziende più autorevoli e
rispettate nel piccolo club delle accounting firms. Il caso
scoppiò quando la società venne accusata di avere chiuso gli
occhi di fronte alle enormi pecche di Enron e decise di
rinunciare pubblicamente alle licenze professionali di cui era
titolare. Fu giudicata colpevole da un tribunale di Chicago, ma
la sentenza fu cancellata, per ragioni prevalentemente
procedurali, dalla Corte suprema.
Nel frattempo, tuttavia, il caso Andersen aveva illuminato
altri angoli bui del capitalismo americano. Un caso simile, per
certi aspetti, fu quello delle agenzie di rating che alla vigilia
della crisi del 2007/2008 promuovevano ancora con ottimi voti
alcune banche virtualmente fallite. Accounting firms e agenzie
di rating non lavoravano soltanto per il mercato americano.
Dopo avere dettato a tutti i mercati le regole del proprio
capitalismo, l’America aveva imposto al mondo i propri custodi
e i propri giudici. Se non era più possibile fidarsi dei revisori e
delle agenzie di rating, era ancora possibile fidarsi
dell’America?
La crisi del 2007/2008 scoppiò all’incrocio dei fenomeni che
avevano maggiormente contraddistinto la politica finanziaria
degli Stati Uniti sin dal decennio precedente. I governi avevano
concesso agli istituti bancari una generosa
deregolamentazione, ma avevano chiesto alle banche e ai fondi
d’investimento una politica creditizia altrettanto generosa per
gli americani che volevano essere proprietari della loro casa.
Le prime decisioni in questo senso furono prese da Bill Clinton,
soprattutto nel suo secondo mandato, ma questa linea divenne
ancora più evidente durante la presidenza del suo successore.
George W. Bush si definiva un «conservatore
compassionevole». Voleva dimostrare che la ricchezza creata
dalla intraprendenza delle banche e dalla libertà dei mercati
avrebbe giovato in ultima analisi anche ai ceti più poveri. Era la
filosofia della «trickle down economy», del denaro che scende
per i rami sino a concimare il terreno dell’intera società
nazionale. Ma gli istituti finanziari fecero un uso spropositato
della loro libertà in una economia sempre più globale, in un
mercato planetario dove il tempo fra la chiusura di una Borsa e
l’apertura di un’altra si è considerevolmente accorciato, dove
l’informatica ha straordinariamente moltiplicato il numero delle
transazioni e delle speculazioni finanziarie.
La concorrenza è necessaria alla buona economia, ma il
meccanismo della competitività su scala mondiale ha provocato
una frenetica corsa al profitto e un mercato degli operatori
finanziari in cui il valore di un dirigente è calcolato sulla base
degli utili procurati all’azienda e la sua remunerazione può
essere incomparabilmente superiore a quella delle persone
appartenenti alla sua categoria sociale. Mai, dopo la grande
crisi del 1929, il divario fra ricchi e poveri era diventato così
grande. Mai la middle class, spina dorsale della società
americana, era stata tanto ferita e umiliata.
Qualcuno ricordò che nella storia del capitalismo americano
altri due crac avevano messo in ginocchio l’economia
nazionale. Negli anni Settanta dell’Ottocento la costruzione
della grande rete ferroviaria era stata accompagnata da
pratiche finanziarie che avevano stravolto tutti i principi
dell’etica protestante: corruzione, banche di comodo create per
riciclare il denaro destinato ai dirigenti delle aziende e agli
uomini politici, falsi in bilancio. Quando un finanziere, Jay
Cooke, dichiarò bancarotta, la Borsa di Wall Street dovette
chiudere per dieci giorni e parecchie società ferroviarie
portarono i libri in tribunale. Quando il panico s’impadronì di
Wall Street, nell’ottobre del 1929, le banche furono prese
d’assalto e fallirono, i bancarottieri si gettarono dalle finestre
dei grattacieli, milioni di disoccupati riempirono le strade delle
città americane e la crisi attraversò l’Atlantico provocando
ricadute non soltanto economiche, fra cui la crisi della
Repubblica di Weimar e l’avvento di Hitler al potere. Nel 2008,
fortunatamente, esistevano strumenti che avrebbero evitato o
mitigato alcune delle conseguenze più disastrose della crisi di
ottant’anni prima. Dopo il fallimento di Lehman Brothers (la
banca abbandonata a se stessa dal Tesoro degli Stati Uniti in
un ultimo sussulto liberista), Bush dapprima e Obama dopo il
suo ingresso alla Casa Bianca all’inizio del 2009 stanziarono il
denaro necessario per alcuni salvataggi. Ma non poterono
impedire né il crollo dei consumi nel loro paese né gli effetti
perversi di una globalizzazione che generava miseria con la
stessa efficienza con cui aveva generato ricchezza.
Al di là dell’Atlantico, anche l’Unione europea, qualche mese
dopo, fu investita dalla crisi. Quando lamentiamo la sua
impotenza e assistiamo alle drammatiche condizioni sociali
della Grecia dovremmo forse immaginare che cosa sarebbe
accaduto se la Commissione e il Consiglio non avessero aiutato
l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna, se non fosse stato creato
l’European Stability Mechanism, se la Banca centrale europea
non si fosse impegnata a comperare le obbligazioni dei membri
dell’Eurozona, se non fossero state gettate le basi per una
Unione bancaria. Il prezzo pagato è stato alto. Il rigore con cui
la crisi è stata affrontata ha provocato molto disagio sociale e
la nascita di movimenti populisti che hanno attratto
euroscettici e nazionalisti. Gli Stati Uniti, nel frattempo,
potevano contare sulle loro risorse, sulla relativa importanza
delle esportazioni per la loro economia, sull’esistenza di un
grande mercato interno e su uno straordinario colpo di fortuna.
La fase dell’assestamento, dopo la crisi, ha coinciso con lo
sfruttamento, reso possibile dalle nuove tecnologie, di una
nuova fonte energetica. Conoscevamo l’esistenza, in molte aree
del territorio americano, di rocce scistose che si sfaldano lungo
piani paralleli e racchiudono negli spazi intermedi importanti
quantità di gas. Ma non esistevano ancora macchine capaci di
fare, a qualche centinaio di metri sotto la crosta terrestre,
perforazioni orizzontali che avrebbero consentito di portare il
gas alla superficie. Non appena queste macchine sono state
costruite, gli Stati Uniti sono diventati, in tempi relativamente
brevi, autosufficienti e potenziali esportatori. La nuova
ricchezza ha considerevolmente abbassato il costo nazionale
dell’energia e ha regalato all’America due vantaggi: l’ha resa
più competitiva e, soprattutto, meno dipendente, per il suo
bisogno di gas e petrolio, da paesi difficili come, per fare
soltanto due esempi, l’Arabia Saudita e il Venezuela.
L’autosufficienza potrebbe avere l’effetto di accentuare le
tendenze isolazioniste del paese.
La riforma del sistema finanziario americano, nel frattempo,
procede più lentamente. La clausola Volcker, che impedisce alle
banche di speculare con il denaro dei clienti, è ancora
contestata da alcuni istituti finanziari. Il bilancio militare
americano è più grande della somma di tutti i bilanci militari
del pianeta. La spesa pubblica degli Stati Uniti è finanziata con
obbligazioni che sono nelle mani della Cina per una somma, nel
luglio 2013, di 1300 miliardi di dollari, e del Giappone per poco
più di mille miliardi. La possibilità del collasso dell’economia
americana resta ancora fortunatamente improbabile, ma il
problema del futuro degli Stati Uniti non è più trattato con la
noncuranza con cui sarebbe stato discusso prima della crisi del
2007/2008.
TROPPO GRANDE PER FALLIRE?

Tra le crisi dell’America e quelle degli altri protagonisti


dell’economia mondiale esiste una importante differenza. La
moneta stampata dagli Stati Uniti è ancora, anche se meno di
qualche anno fa, la moneta del mondo. Quando s’indebitano, gli
Stati Uniti lo fanno in dollari, vale a dire in una valuta stampata
nelle loro zecche e di cui possono, entro certi limiti, controllare
il valore. Dopo la crisi del 2008, la Cina si è certamente chiesta
che cosa sarebbe accaduto del suo enorme credito. Ma che
cosa sarebbe accaduto se avesse deciso di alleggerire il proprio
portafoglio vendendone almeno una parte sui mercati
internazionali? Se l’iniziativa del maggiore creditore degli Stati
Uniti avesse provocato una reazione a catena, quale sarebbe
stato il valore delle obbligazioni che ancora restavano nei suoi
forzieri? Nel 2012 la Cina ha venduto agli Stati Uniti merci per
un valore di 425.578 milioni di dollari con un attivo della
bilancia commerciale pari a 315.095 milioni. Che cosa
accadrebbe del commercio cinese se gli Stati Uniti
precipitassero in una recessione comparabile a quella
provocata dal crac del 1929? E le stesse considerazioni,
beninteso, valgono per tutti i partner commerciali degli Stati
Uniti nel mondo.
L’economia, d’altro canto, è soltanto uno dei fattori che
contribuiscono a determinare il peso e il credito internazionale
di un grande paese. Gli Stati Uniti sono la maggiore potenza
militare del pianeta. L’esercito, la marina e l’aeronautica degli
Stati Uniti hanno basi, installazioni, scali e radar in
Afghanistan, Arabia Saudita, Australia, Bahrein, Bulgaria,
Corea del Sud, Cuba (Guantanamo), Diego Garcia, Emirati
Arabi Uniti, Germania, Giappone, Gibuti, Gran Bretagna,
Grecia, Groenlandia, Guam, Israele, Italia, Kirghizistan,
Kosovo, Kuwait, Oman, Paesi Bassi, Pakistan, Portogallo, Qatar,
Singapore, Turchia. Queste basi rappresentano una minaccia
per alcuni paesi, un fattore di sicurezza per altri, una
imprescindibile realtà per tutti. Che cosa accadrebbe se gli
Stati Uniti si ritirassero all’interno delle proprie frontiere? A
quali e quanti assestamenti dovremmo prepararci? Nessun
paese responsabile può desiderare il subitaneo collasso della
potenza americana. Di fronte al grande spettacolo americano
siamo una captive audience, una platea prigioniera, libera di
guardare, ma alquanto limitata nella sua capacità di reagire. La
crisi dell’America non può cominciare che da se stessa.
UN PRESIDENTE POCO AMATO

Alcuni segnali sono già visibili. Sin dall’inizio della sua


presidenza Barack Obama dimostrò di avere due obiettivi.
Voleva ritirare le truppe americane dai due paesi che il suo
predecessore aveva invaso negli anni precedenti. Voleva
realizzare il grande programma sanitario a cui Bill Clinton
aveva dovuto rinunciare: una riforma che avrebbe garantito
assistenza a circa 40 milioni di cittadini americani. Non
avrebbe creato un servizio sanitario nello stile di quello istituito
dalla Gran Bretagna alla fine della seconda guerra mondiale.
Avrebbe adottato una formula mutualistica, più vicina a quella
che alcuni paesi europei, fra cui l’Italia, avevano sperimentato
per alcune categorie di lavoratori sin dagli inizi del Novecento.
La riforma di Obama avrebbe creato un mercato delle
assicurazioni dove ogni cittadino americano, se privo di
un’assistenza garantita dal suo datore di lavoro, avrebbe
acquistato una polizza. Le compagnie sarebbero state costrette
a coprire anche malattie per cui avevano precedentemente
rifiutato di fornire assistenza. Lo Stato federale avrebbe
contribuito alla creazione del sistema con denaro pubblico.
La riforma fu approvata durante il primo mandato di Obama,
quando i democratici avevano la maggioranza in entrambe le
Camere, ma le difficoltà nacquero quando le elezioni di mezzo
termine, nel 2010, dettero la Camera dei rappresentanti al
partito repubblicano. La crisi scoppiò nell’ottobre del 2013,
all’inizio del secondo mandato, in occasione di un passaggio
obbligato della vita finanziaria americana: quello in cui il
Congresso deve approvare l’uso dei fondi per il bilancio
dell’anno successivo. La legge non fu approvata e le Camere
non riuscirono a raggiungere un’intesa sul finanziamento
provvisorio che viene generalmente autorizzato in queste
circostanze prima dell’accordo definitivo. La legge andò avanti
e indietro dall’una all’altra per parecchi giorni. La Camera dei
rappresentanti l’approvava e la restituiva al Senato dopo avere
eliminato il capitolo di spesa relativa a Obamacare (come viene
abitualmente chiamato l’Affordable Care Act); e il Senato
l’approvava dopo avere nuovamente inserito il capitolo
soppresso. Il compromesso provvisorio fu raggiunto il 26
ottobre, ma non prima che l’amministrazione federale avesse
congedato 800.000 impiegati e invitato un milione e
trecentomila persone a lavorare senza alcuna certezza sul
giorno in cui sarebbero state pagate.
Questa serrata dell’esecutivo (in inglese shutdown) non fu un
evento inatteso. Era stata annunciata sin dal giorno in cui un
movimento popolare, il Tea Party (dal nome della rivolta di
Boston, nel 1776, che dette il via alla guerra d’Indipendenza),
aveva chiesto ai propri parlamentari di spingere la loro
opposizione all’Obamacare sino alla paralisi delle funzioni
governative. Era accaduto in altre occasioni: nel 1976, nel 1995
e nel 1996. Ma in questa circostanza lo scontro tra il presidente
e il Congresso presentava alcune novità. Il Tea Party, un gruppo
spontaneo privo di strutture gerarchiche, con una forte carica
libertaria e populista che raccoglieva grandi consensi in
parecchie zone del paese e poteva esercitare una notevole
influenza sui candidati repubblicani nel momento delle elezioni.
I suoi militanti detestavano la macchina statale, la burocrazia,
gli interventi pubblici nella vita sociale e vedevano in Barack
Obama l’incarnazione dei mali che affliggevano il paese. Per il
Tea Party il presidente era l’estraneo che molti sospettavano di
non essere nato nel territorio nazionale e di avere «rubato» una
presidenza a cui non aveva diritto. Era l’intellettuale radicale
della University of Chicago: una università dove molti
economisti sono spesso a destra, ma i politologi e i sociologi
sono generalmente a sinistra.
Alcune caratteristiche del Tea Party appartenevano alla
storia politica americana ed erano già presenti, all’inizio del
Novecento, nelle associazioni che facevano pressioni, ad
esempio, per una drastica riduzione del numero degli immigrati
autorizzati a entrare ogni anno nel territorio americano. Ma la
loro ostilità verso il presidente era aggravata dall’esistenza di
altri gruppi che cercavano di screditare Obama agli occhi del
paese attaccando soprattutto la sua politica estera. Erano in
buona parte quei neoconservatori che avevano avuto una
considerevole influenza sulla presidenza di George W. Bush ed
erano responsabili delle due guerre combattute dall’America in
quegli anni. Obama aveva ritirato le truppe dall’Iraq e si
apprestava a ritirarle dall’Afghanistan. Aveva cercato d’indurre
il governo israeliano di Benjamin Netanyahu a interrompere la
creazione di nuove colonie nei territori occupati. Aveva
chiamato al telefono il nuovo presidente iraniano, Hassan
Rouhani, per invitarlo al tavolo dei negoziati. Non era riuscito a
evitare la morte di un ambasciatore degli Stati Uniti nel corso
di un attacco terroristico contro il consolato generale di
Bengasi. Aveva rinunciato a colpire militarmente il regime di
Bashar al-Assad e permesso a Vladimir Putin di dominare per
qualche giorno la scena internazionale. Lo attaccavano perché
aveva ribaltato la loro politica estera e non perdevano
occasione per attaccarlo anche quando faceva ciò che
anch’essi, in quelle particolari circostanze, avrebbero fatto se
fossero stati al governo. Vi sono stati altri casi nella storia degli
Stati Uniti in cui il presidente è stato visceralmente detestato
dalla opposizione. Ma è probabile che Obama avesse agli occhi
dei suoi oppositori un altro difetto: non era wasp (white, anglo-
saxon, protestant).
La manifestazione più ostile alla sua persona fu un evento a
cui il presidente non era presente: l’accoglienza che il
Congresso, a Camere riunite, riservò al Primo ministro
israeliano Benjamin Netanyahu il 24 maggio 2011. Netanyahu
parlò per 47 minuti dettando le condizioni dell’accordo di pace
che il vice presidente Joseph Biden, seduto alle sue spalle
accanto al presidente della Camera dei rappresentanti, aveva
inutilmente cercato di concludere: una Gerusalemme indivisa
sotto la sovranità israeliana, una presenza militare israeliana
lungo il Giordano, una Palestina demilitarizzata. Non parlò di
altri temi che sarebbero stati degni di trattative: l’arsenale
nucleare israeliano, l’ininterrotta politica degli insediamenti nei
territori occupati, gli omicidi mirati. Fu una requisitoria di
parte, forse inevitabile per il leader di un paese impegnato in
un difficile negoziato. Il Parlamento americano aveva un
evidente interesse ad ascoltare e valutare, ma l’accoglienza fu
incondizionatamente trionfale. Quasi ogni frase fu accolta da
un applauso scrosciante. Quasi ogni applauso fu tributato in
piedi con il visibile imbarazzo di quei parlamentari che
avrebbero preferito restare seduti, pur applaudendo, e
cedevano esitanti, l’uno dopo l’altro, alla necessità di non
apparire freddi o tiepidi. In quell’accoglienza vi erano
certamente sentimenti di simpatia e affinità per lo Stato
d’Israele, la fede degli evangelici americani (circa 70 milioni)
da sempre in attesa della seconda venuta di Cristo nella Terra
promessa, una sorta di cuginanza biblica fra due popoli che si
considerano egualmente eletti. Ma vi era anche un segnale
diretto al presidente, all’uomo che si chiamava Hussein, che
era sospettato di simpatie filoislamiche e che aveva già avuto
con Netanyahu qualche clamoroso dissapore. Il segnale, in
ultima analisi, era quello di un paese diviso in cui il Parlamento
non esitava ad accogliere entusiasticamente un leader
straniero per meglio segnalare il proprio malumore al leader
nazionale. Quale poteva essere la credibilità, soprattutto nel
Medio Oriente, di una diplomazia che non poteva affrontare la
questione palestinese se non rivelando le proprie divisioni
interne?
SINTOMI DI DECLINO

La società internazionale è una rete di energie in cui ogni


variazione di potenza provoca una cascata di effetti che
modificano più o meno rapidamente gli equilibri dell’intero
sistema. Quando gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’Urss, furono
per alcuni anni l’unica grande potenza mondiale, non vi fu
Stato, amico, nemico o neutrale, che potesse ignorare questa
realtà. Il Venezuela di Hugo Chávez sfidò l’America creando un
gruppo regionale di amici e alleati. I paesi dell’America Latina
respinsero il progetto degli Stati Uniti per una grande zona di
libero scambio estesa all’intero continente. La Corea del Nord
puntò sulla costruzione di un ordigno nucleare e di missili
balistici. L’Iran si concentrò sull’arricchimento dell’uranio e
aumentò considerevolmente il numero delle sue centrifughe.
Osama bin Laden cercò di contrapporre agli Stati Uniti un
nuovo Califfato. La Cina accumulò debito americano e giocò le
sue partite economiche con regole che erano in larga misura
dettate dagli Stati Uniti, ma non smise mai di pensare al giorno
in cui l’America sarebbe stata un nemico. La Russia reagì al
progetto americano per la costruzione di una Maginot
antimissilistica minacciando la denuncia dei trattati sul
controllo degli armamenti e l’installazione di missili
nell’enclave russa di Kaliningrad.
Altri paesi riconobbero implicitamente la supremazia degli
Stati Uniti e cercarono di accomodarsi alla meglio difendendo
per quanto possibile ciò che restava della loro sovranità. Gli
europei dell’Unione continuarono a lavorare per la loro
integrazione economica e monetaria, ma senza contestare
all’America il diritto di usare il loro territorio per tutte le
operazioni militari del terzo dopoguerra. In altre parole ogni
paese reagì a suo modo ma riconoscendo più o meno
esplicitamente che la società internazionale era un sistema
solare in cui tutti, amici o nemici, ruotavano intorno agli Stati
Uniti ed erano costretti a sincronizzare il loro orologio su
quello americano. Per un ventennio dopo la fine della Guerra
fredda, l’America continuò a essere, per quasi tutti gli Stati
dell’Onu, il maggiore fattore di sicurezza o di insicurezza, e
tutti dovettero adeguare la loro politica a questa realtà.
Una prova evidente di questo stato di cose fu la crisi israelo-
palestinese. Nel 2002, a Madrid, fu decisa la creazione di un
organo che avrebbe lavorato con le due parti alla ricerca di una
soluzione. Si chiama Quartetto, è composto da quattro
«potenze» – Russia, Stati Uniti, Onu, Unione europea –, è
presieduto da un ex Premier britannico, Tony Blair, e ha la sua
sede nel cuore della crisi, a Gerusalemme est, di fronte a un
albergo profeticamente chiamato American Colony. Dal
momento della sua esistenza il Quartetto non ha svolto alcuna
funzione degna di nota. Il Mediterraneo è una casa dell’Unione
europea; le forze dell’Onu che presidiano il confine meridionale
del Libano sono soprattutto europee; e prevalentemente
europei sono i fondi che mantengono in vita l’Autorità
palestinese. La Russia ha nel suo territorio comunità islamiche
che rappresentano il 14 percento della sua popolazione e un
islamismo radicale che fornisce jihadisti a tutti i conflitti
mediorientali. L’Onu, piaccia o no, è l’organizzazione che creò
lo Stato ebraico nel 1947 e che dovrà ratificare un accordo di
pace, quando verrà raggiunto. Ciascuno di questi protagonisti è
interessato alla fine della crisi e ha eccellenti motivi per sedere
al tavolo dei negoziati. Ma Israele vuole un solo mediatore, gli
Stati Uniti, perché questo è il paese su cui può esercitare una
maggiore influenza; e i palestinesi sono troppo deboli per
contestare il ruolo di Washington nella regione.
Una seconda prova del modo in cui l’egemonia americana
può condizionare il mondo è stata la crisi finanziaria del 2008.
È scoppiata negli Stati Uniti, ha cause americane, è il risultato
della crescente deregolamentazione del sistema finanziario
americano. Ma la tirannia della finanza americana aveva
costretto tutte le banche a adottare le stesse strategie, a
confezionare gli stessi prodotti, a rispettare, nel bene e nel
male, i canoni del «Washington consensus». Dopo avere
attraversato l’Atlantico la crisi ha prodotto risultati diversi, a
seconda della politica economica e sociale che ciascun membro
dell’Ue aveva fatto negli anni precedenti. Per parafrasare il
detto di Tolstoj sulla felicità e l’infelicità delle famiglie, ogni
paese è stato infelice a suo modo. Ma tutti avevano contratto
uno stesso virus, coltivato negli Stati Uniti. Madeleine Albright
non aveva torto. Se non strettamente «indispensabili», come
aveva detto il segretario di Stato americano, gli Stati Uniti sono
stati, sino alla seconda metà del primo decennio del secolo, la
potenza d’ultima istanza.
SE L’AMERICA FA UN PASSO INDIETRO:
IL PAKISTAN

Il quadro comincia a cambiare dopo l’elezione di Obama alla


presidenza degli Stati Uniti. Sappiamo quali fossero i suoi
principali obiettivi, ma non sappiamo se il presidente avesse
riflettuto sul modo in cui la sua politica sarebbe stata letta e
interpretata da altri protagonisti della politica internazionale.
Avrebbero pazientemente atteso che l’America smaltisse gli
effetti delle guerre non vinte e di una crisi finanziaria che
aveva colpito le maggiori economie del mondo? O avrebbero
deciso che il mondo da quel momento sarebbe stato diverso e
che ogni paese avrebbe dovuto adattare se stesso a condizioni
nuove? Obama non ha mai esplicitamente rinunciato al ruolo
mondiale degli Stati Uniti. Se lo avesse fatto, avrebbe deluso i
propri connazionali, offerto un’arma ai suoi oppositori interni,
incoraggiato le avventure di molti tribuni e signori della guerra
sparsi per il mondo. Ma esisteva un dato che nessuno poteva
ignorare. Alla fine della sua presidenza George W. Bush aveva
lasciato un mondo più pericolosamente instabile di quello che
aveva trovato all’inizio del suo mandato. Sapevamo che gli
attentati dell’11 settembre lo avrebbero costretto ad agire, ma
non potevamo immaginare che la sua politica avrebbe avuto
l’effetto di estendere l’influenza di al-Qaeda a una larga parte
del continente africano.
Lo spettacolo di una serie di mosse politiche così
clamorosamente sbagliate ha avviato una serie di riflessioni.
Quasi tutti i paesi collocati in posizioni cruciali si chiedono da
allora se non convenga pensare a un mondo in cui gli Stati
Uniti non saranno più al centro del sistema solare. Non penso
ai paesi che non hanno mai accettato l’egemonia americana
come la Cina, la Russia, l’India. Penso piuttosto a quelli che si
sono considerati alleati privilegiati dell’America e ritenevano
che il servizio reso alla grande potenza americana garantisse
uno status particolare. Comincerò dal grande Medio Oriente,
vale a dire da un’area che negli ultimi quindici anni è stata, più
o meno contemporaneamente, sconvolta da tre crisi: il crollo
dell’Unione Sovietica, la nascita dell’islamismo radicale, il
collasso dei regimi arabi.
Il Pakistan è alleato dell’America dall’inizio della propria
storia, nel 1947. Gli Stati Uniti lo hanno scelto nel momento in
cui l’India, «non impegnata» e terzomondista, preferiva il
rapporto privilegiato con l’Unione Sovietica, soprattutto sul
piano economico, all’amicizia e alla protezione di Washington.
Da allora gli americani si sono serviti del Pakistan per arginare
l’influenza della Cina nell’Asia sudorientale. Se ne sono serviti
per organizzare e armare la rivolta dei mujaheddin afgani
contro i sovietici dopo l’invasione del dicembre 1979. E l’hanno
usato come indispensabile retrovia della guerra afgana dal
2001 ai nostri giorni. Per contare sulla sua collaborazione
hanno perdonato tutti i suoi peccati: i colpi di Stato, la
democrazia zoppicante, la costruzione dell’arma nucleare e
persino lo scandalo di Abdul Qadeer Khan, il padre della bomba
atomica pakistana che avrebbe venduto i suoi progetti, con il
tacito consenso del governo di Islamabad, alla Corea del Nord,
all’Iran e alla Libia di Gheddafi. Hanno chiuso un occhio per
molto tempo anche sulla continua collusione dell’Isi (Inter-
Services Intelligence, i servizi segreti pakistani) con i talebani
al di qua e al di là della frontiera afgana. Ciò che
maggiormente interessava agli americani era il diritto di
attraversare il territorio pakistano con il materiale necessario
alla guerra e all’occupazione dell’Afghanistan. Vi furono
incidenti e dissapori, come accadde nel 2005 quando i servizi
degli Stati Uniti uccisero un agente di al-Qaeda in territorio
pakistano. Ma i due paesi si accordarono, anche in quel caso,
sull’opportunità di parlarne il meno possibile.
I rapporti fra i due paesi sono cambiati da quando
l’invadenza americana è diventata più visibile e il disappunto
pakistano più esplicito. Nel 2011 un funzionario americano,
Raymond Allen Davis, addetto del consolato degli Stati Uniti a
Lahore, uccise due persone e fu arrestato dalle autorità
pakistane. Gli americani sostennero che era protetto dal suo
status diplomatico e protestarono. Ma dovettero ammettere più
tardi che era il capo dei servizi della Cia in Pakistan; mentre le
persone uccise erano forse collaboratori locali, reclutati per
fornire informazioni sugli esponenti di al-Qaeda nelle province
meno controllate del paese. Quelle informazioni sarebbero
state usate dai droni, gli aerei senza pilota di cui gli americani
si servivano sempre più frequentemente per eliminare i loro
nemici.
Davis fu liberato soltanto dopo una indagine giudiziaria, che
affermava il principio della sovranità pakistana e il pagamento
di un indennizzo alle famiglie delle vittime. Non erano passati
due mesi dal caso Davis quando un commando di forze speciali
americane irruppe in una villa cintata da mura, alla periferia
della città pakistana di Abbottabad, e uccise Osama bin Laden.
Gli avevano dato la caccia nell’ottobre 2001 fra i monti che
separano l’Afghanistan dal Pakistan, l’avevano perduto, ma non
avevano mai interrotto le loro ricerche. L’uccisione di Osama
era ormai diventata l’indispensabile surrogato della vittoria che
non erano mai riusciti a cogliere. Lo trovarono, infine, grazie
alla collaborazione di un medico pakistano che riuscì a entrare
nella villa, quando Osama ebbe bisogno di cure, e ne uscì con il
dna del fondatore di al-Qaeda. Per garantire il successo
dell’operazione non informarono i servizi pakistani e trattarono
il paese in cui operavano alla stregua di una dipendenza degli
Stati Uniti, un satellite asiatico in cui era lecito entrare e uscire
a piacimento senza chiedere permessi al padrone di casa. Ne
fece le spese il medico Shakil Afridi, accusato di complicità con
una «formazione militare non autorizzata» e incarcerato.
Gli Stati Uniti avrebbero potuto migliorare le relazioni con
qualche gesto di buona volontà. Ma non intendevano allora
rinunciare all’uso dei droni, vale a dire dell’arma che meglio
colpisce i nemici dell’America e che può essere usata con
efficacia soltanto nella più assoluta segretezza, vale a dire
violando sistematicamente la sovranità dello spazio aereo
pakistano. Il risultato è un matrimonio in cui i coniugi si
detestano, un’alleanza in cui i due partner diffidano l’uno
dell’altro. Secondo l’analisi di un istituto di Washington, il Pew
Research Center, nel luglio del 2013 gli Stati Uniti erano più
impopolari in Pakistan di quanto fossero in qualsiasi altro paese
al mondo. Secondo un sondaggio Gallup di qualche mese
prima, i paesi più detestati negli Stati Uniti erano il Pakistan,
l’Iran e la Corea del Nord.
LA TURCHIA

Nel 1947 la Dottrina Truman fece capire a Mosca che gli Stati
Uniti non avrebbero tollerato né l’assistenza militare che i
sovietici fornivano allora ai partigiani comunisti in Grecia né le
ambizioni territoriali sovietiche nelle province settentrionali
della Turchia. Tre anni dopo, quando le Nazioni Unite
approvarono la formazione di un corpo internazionale,
comandato da un generale americano, per assistere la Corea
del Sud contro l’aggressione della Corea del Nord, la Turchia
pagò immediatamente il suo debito con una brigata composta
da 5000 uomini. I turchi inviati nella penisola durante i tre anni
del conflitto furono complessivamente quindicimila,
a
combatterono con la 25 divisione americana di fanteria e
suscitarono l’ammirazione dei loro camerati. Non erano più i
soldati di un grande impero euroasiatico, ma erano pur sempre
i discendenti di coloro che avevano inchiodato le forze del
Commonwealth britannico sulle sponde di Gallipoli nella
primavera del 1915, che avevano risposto all’appello di Kemal
Atatürk nell’estate del 1919, sconfitto i greci nel settembre
1921 e riconquistato Smirne nel settembre 1922. La
Repubblica di Kemal era una democrazia imperfetta, ma i suoi
generali erano seri, affidabili, e piacquero ai loro colleghi
americani. Il paese entrò nella Nato nel 1952 e firmò con l’Iraq,
nel 1955, un patto che fu considerato il prolungamento
dell’Alleanza atlantica in Medio Oriente, se non addirittura una
nuova forma di colonialismo euroamericano. Da quel momento
la Turchia fu un indispensabile fulcro della politica militare
degli Stati Uniti nel Mediterraneo e nel Levante. Vi fu una crisi
quando invase Cipro e occupò una parte dell’isola nel luglio del
1974 (ma la mossa non era ingiustificata). E vi fu qualche
malumore in Europa quando i militari turchi intervennero
almeno quattro volte (1960, 1971, 1980, 1997) nella politica
interna del paese. Ma dopo ogni colpo di Stato gli americani
trovavano ad Ankara gli stessi interlocutori militari. I due paesi
erano uniti da interessi complementari e da sentimenti di
reciproca simpatia.
Gli interessi cominciarono a cambiare dopo la
disintegrazione dell’Unione Sovietica. La Turchia non fu più, da
allora, una marca di frontiera su uno dei fronti più caldi della
Guerra fredda, e divenne una potenza regionale che aveva,
oltre alla Russia, alcuni nuovi vicini: la Repubblica armena e, al
di là del mar Nero, Ucraina e Georgia. Era ormai in grado di
scegliere. Non avrebbe rinunciato alla Nato e alla domanda di
adesione che aveva indirizzato alla Comunità economica
europea nell’aprile 1987. Ma era libera di giocare altre carte
che il crollo dell’Urss aveva messo nelle sue mani, fra cui
quella dei gasdotti e degli oleodotti che avrebbero potuto
raggiungere i mercati europei soltanto passando attraverso il
suo territorio. La vera svolta ebbe luogo dopo la vittoria di un
partito musulmano (AK, Giustizia e Progresso) nelle elezioni del
2002. Il suo leader, Recep Tayyp Erdogan, era stato sindaco di
Istanbul e aveva passato qualche mese in prigione per avere
declamato, durante un discorso, una bellicosa poesia in cui si
diceva che «i minareti saranno le nostre baionette». All’inizio il
suo governo sembrò motivato soprattutto dallo sviluppo
economico del paese a profitto di una classe media anatolica
tradizionalmente musulmana, ma anche molto laboriosa e
intraprendente. Capimmo soltanto più tardi che aveva altri
obiettivi: restaurare i costumi musulmani, fra cui il velo,
regolare i conti con le forze armate (che avevano lungamente
impedito ai partiti islamici l’accesso al governo), appannare
l’eredità laica di Atatürk, mettere in riga le voci più ardite della
stampa indipendente. Per la politica internazionale si è servito
di un professore che è stato dapprima il suo principale
consigliere e, dal 2009, ministro degli Esteri. È Ahmet
Davutoglu, una sorta di Kissinger turco che desiderava ricreare
la centralità della Turchia in un’area – dal Mediterraneo al mar
Nero e alla Mesopotamia – che corrisponde a quella
dell’Impero ottomano prima della sua ultima spartizione. Erano
ambizioni legittime, ma destinate a modificare il profilo della
politica estera turca rispetto agli anni in cui tutto era
subordinato all’alleanza con gli Stati Uniti.
Ne avemmo una prima dimostrazione il 1º marzo del 2003
quando il Parlamento di Ankara non volle autorizzare il
passaggio delle truppe americane attraverso il proprio
territorio: un rifiuto che sconvolse i piani del Pentagono, deciso
ad attaccare l’Iraq di Saddam Hussein, contemporaneamente,
da nord e da sud. Sapevamo che la Turchia era contraria alla
guerra anche per ragioni economiche (l’Iraq era il suo secondo
partner commerciale), ma molti pensavano che avrebbe tenuto
conto delle esigenze americane soprattutto dopo una generosa
offerta di compensazioni economiche. Ma il voto del
Parlamento dimostrò che esisteva una nuova Turchia con cui gli
Stati Uniti, d’ora in poi, avrebbero dovuto fare i conti. Più tardi
l’atteggiamento turco verso la guerra divenne ancora più
esplicito. Nel dicembre del 2004, mentre un corpo americano
stava combattendo a Falluja per riconquistare la città, caduta
nelle mani dei ribelli sunniti, Erdogan definì gli insorti
«martiri» ed esortò i paesi arabi a «unirsi dietro la Turchia
contro le potenze che cercano di affermare la loro egemonia».
Nelle sale cinematografiche turche, nel frattempo, circolava un
film intitolato Valle dei Lupi-Iraq, in cui alcuni militari
americani catturano iracheni per asportarne gli organi e
trattano spietatamente la popolazione civile. Per meglio
rivelare le intenzioni del film, il medico degli organi, in questa
trama, è ebreo, mentre il colonnello americano responsabile
dell’operazione è un fanatico cristiano. Quando un giornalista
americano chiese a Erdogan quale fosse il significato politico di
un film così evidentemente ostile e calunnioso, il Primo
ministro turco reagì come un leader democratico che non può
imbavagliare i propri intellettuali e non è responsabile delle
loro idiosincrasie: un argomento smentito dai metodi
polizieschi con cui ha spesso trattato i giornalisti
maggiormente ostili al suo governo. Più recentemente, nelle
vicende arabe, la Turchia ha sostenuto i ribelli siriani contro
Bashar al-Assad e il suo territorio è divenuto la principale
retrovia del conflitto. Dopo le vicende che hanno sconvolto
l’Africa del Nord e il Levante, la Turchia ha perduto la politica
estera di Davutoglu, ma quella che farà nei prossimi anni sarà
difficilmente conforme agli interessi e ai desideri degli Stati
Uniti.
L’ARABIA SAUDITA

Il petrolio dell’Arabia Saudita fu scoperto nel 1938 da un


gruppo di geologi americani che lavoravano per la Standard Oil
Company of California. Durante la guerra, nel 1944, il re Ibn
Saud scelse per lo sfruttamento dei pozzi un partner
americano, e il patto fu suggellato dal suo incontro con il
presidente Roosevelt, reduce da Jalta, a bordo della nave da
guerra Quincy, il 14 febbraio 1945, nel Grande Lago Amaro del
canale di Suez. Ibn Saud doveva la fortuna della sua casa alla
Gran Bretagna, ma gli inglesi dominavano gran parte della
regione con la loro presenza in Iraq, Giordania, Palestina; e
l’Arabia Saudita preferiva fare affari con una repubblica
lontana piuttosto che con un impero troppo vicino e
ingombrante. Quello con gli Stati Uniti fu un matrimonio di
convenienza fra due paesi che non potevano essere
maggiormente diversi: repubblica laica l’America, regno
confessionale l’Arabia dei Saud; democrazia il primo, tirannia
dinastica il secondo; amico di Israele il primo, nemico di Israele
il secondo; Stato governato da giovani presidenti il primo, tribù
governata da re ottantenni il secondo. Ma le differenze furono
smussate e nascoste sotto una coltre di reciproco cinismo.
L’Arabia Saudita forniva petrolio e continuò a garantirlo anche
dopo la costituzione dell’Opec (Organization of the Petroleum
Exporting Countries), il cartello composto da dodici paesi,
africani, mediorientali e latino-americani, associati per fissare
su scala mondiale, nei limiti del possibile, il prezzo della loro
principale risorsa. E gli Stati Uniti, infine, garantivano
sicurezza.
Il patto d’amicizia divenne ancora più saldo dopo la
rivoluzione iraniana del 1979, quando l’Iran degli Ayatollah fu
da allora il nemico comune, e durante la guerra dell’Iraq contro
l’Iran, fra il 1980 e il 1988, quando entrambi sostennero e
armarono il paese di Saddam Hussein. Dopo l’invasione
sovietica dell’Afghanistan, l’America e l’Arabia Saudita furono
ancora una volta nello stesso campo. La prima fornì missili
terra-aria e altre armi ai mujaheddin che combattevano contro
l’Armata Rossa. La seconda fornì denaro e combattenti, fra cui
una sorta di Grande Intendente nella persona di un ricco
saudita di origine yemenita, Osama bin Laden, che costituì
qualche anno dopo una «base» (in arabo al-Qaeda) per altre
guerre islamiste. Quando l’Iraq invase il Kuwait il 2 agosto
1990, il nemico cambiò e fu da allora l’alleato di ieri, Saddam
Hussein. Il presidente George H.W. Bush decise di liberare il
Kuwait, ma anche di proteggere l’Arabia Saudita; e la guerra
del Golfo, fra il 17 gennaio e il 27 febbraio 1991, fu combattuta
prevalentemente da truppe americane dislocate sul territorio
saudita.
Durante la loro lunga collaborazione militare, dagli anni
Settanta agli anni Novanta, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita
avevano giocato col fuoco. Per meglio combattere contro
l’Armata Rossa, l’Iran del grande Ayatollah Khomeini e l’Iraq di
Saddam Hussein, i due paesi avevano involontariamente
creato, armato e addestrato una Legione arabo-musulmana
che, fra una guerra e l’altra, non aveva alcuna intenzione di
deporre le armi. L’Arabia Saudita, in particolare, era divenuta
terra di reclutamento per giovani militanti attratti dalla
prospettiva di una guerra santa contro il Grande Satana
Occidentale: fra i terroristi che parteciparono agli attentati
dell’11 settembre 15 erano sauditi. E saudite, spesso
imparentate con la famiglia reale, erano le numerose persone
che i servizi americani, per meglio garantire la loro sicurezza,
avevano aiutato a lasciare gli Stati Uniti nei giorni seguenti.
Oggi il quadro dei rapporti fra i due paesi è alquanto diverso.
Dopo le rivolte arabe, l’Arabia Saudita ha sostenuto i sunniti
contro gli sciiti in Libano e contro gli alawiti in Siria, ma anche,
al tempo stesso, i militari contro la Fratellanza musulmana in
Egitto: una linea politica composta da tradizioni religiose e
convenienze politiche. Se Barack Obama avesse deciso di
attaccare militarmente il regime siriano di Bashar al-Assad,
dopo l’uso di armi chimiche contro la popolazione civile il 21
agosto 2013 nei pressi di Damasco, l’Arabia Saudita avrebbe
calorosamente approvato. Ma Obama, dopo qualche
tentennamento, preferì accettare la mediazione di Vladimir
Putin e si accontentò della distruzione dell’intero arsenale
chimico siriano promessa dal regime. Qualche settimana dopo,
durante l’Assemblea Generale dell’Onu, Obama commise, agli
occhi dell’Arabia Saudita, un altro imperdonabile errore:
telefonò al nuovo presidente iraniano, Hassan Rouhani. Quella
conversazione avrebbe avuto per effetto l’inizio di un negoziato
a Ginevra sul programma nucleare iraniano e la conclusione di
un accordo preliminare il 24 novembre 2013. Il vaso era colmo.
L’Arabia Saudita non poteva tollerare che il suo maggiore
alleato fosse diventato accomodante e accondiscendente con i
suoi maggiori nemici. La proclamazione del divorzio fu affidata
a un autorevole membro della famiglia reale, nipote di re
Abdulaziz e ambasciatore a Londra. In un articolo pubblicato
da un giornale americano (l’International New York Times),
Mohammed bin Nawaf bin Abdulaziz al-Saud ha accusato le
maggiori potenze occidentali di imperizia e di ignavia. Con le
nuove condizioni create dal cambiamento della politica
americana nella crisi siriana e dall’apertura di un negoziato con
l’Iran, l’Arabia Saudita era costretta ad alzare la voce e a
dimostrare di essere più che mai decisa a impegnarsi per la
stabilità della regione. «Come culla dell’Islam e una delle
maggiori potenze del mondo arabo», è scritto nell’articolo,
«l’Arabia Saudita ha enormi responsabilità e agirà, per
esercitarle, con o senza l’appoggio dei nostri partner
occidentali.» Vi era poi nell’articolo un cenno sarcastico a una
frase pronunciata dal presidente americano quando ancora
sembrava deciso ad agire militarmente contro il regime siriano.
Obama aveva detto che l’impiego delle armi chimiche sarebbe
stato una «linea rossa», al di là della quale ogni reazione
americana sarebbe stata giustificata. Ma queste chiacchiere,
commentava l’ambasciatore saudita a Londra, non avevano
impedito ai nostri partner di fare concessioni che avrebbero
pregiudicato la stabilità della regione. In Medio Oriente,
quando gli interessi lo giustificano, ogni strappo può essere
ricucito, ma il vecchio patto fra Roosevelt e il re dei Saud si è
ormai incrinato.
Non è tutto. Nell’articolo dell’ambasciatore saudita a Londra
vi era un’altra affermazione: nella politica che il suo paese
avrebbe fatto per la stabilità della regione, «nulla era escluso»,
neppure un gesto simile a quello di re Abdullah, allora principe
ereditario, che nel 2002 aveva convinto altri paesi della Lega
araba ad accettare una iniziativa di pace per la soluzione della
questione palestinese. Se il governo israeliano avesse accettato
di ritirare le proprie truppe all’interno della zona delimitata
dalle frontiere del 1967, prima della guerra dei Sei giorni, i
paesi arabi avrebbero «normalizzato» i loro rapporti con
Israele, vale a dire ne avrebbero riconosciuto l’esistenza. Siamo
stati coraggiosi e spregiudicati allora, intendeva dire
l’ambasciatore saudita; potremmo essere ancora più coraggiosi
e spregiudicati domani. Un fronte israeliano e saudita per
impedire qualsiasi accordo con l’Iran e con la Siria di Bashar
al-Assad? Se una tale prospettiva si verificasse gli Stati Uniti
perderebbero contemporaneamente due dei loro principali
alleati nella regione.
IL GIAPPONE

Nell’estate del 1853 quattro navi della marina americana,


comandate dal commodoro Matthew Perry, entrarono nella baia
di Edo (l’antica Tokyo) e costrinsero il Giappone ad accettare la
politica della «porta aperta». L’America non tollerava che uno
Stato asiatico chiudesse la sua casa al commercio
internazionale, ma conviene ricordare che l’economia e il
progresso furono spesso usati in quegli anni per giustificare le
ambizioni imperiali di una grande potenza. Quando comprese
che gli Stati Uniti e le potenze europee non gli avrebbero
consentito di continuare a vivere nel suo orgoglioso isolamento,
il Giappone sorprese il mondo con un coraggioso salto nella
modernità. Fra il 1871 e il 1873, all’inizio dell’epoca Meiji, una
grande missione giapponese perlustrò l’America del Nord e
l’Europa per saccheggiare tutto ciò che poteva servire alla
creazione del Giappone moderno: sistema politico, strutture
amministrative e militari, istituzioni finanziarie, educazione e
formazione, ingegneria meccanica, tecniche di produzione,
arte, architettura. Con le grandi riforme dell’epoca Meiji
appare sulla scena asiatica uno Stato straordinariamente
ambizioso e rapace. È soltanto un piccolo arcipelago di isole,
addossate a un grande continente, ma ha deciso di conquistarlo
con lo spavaldo coraggio di una goletta che si lancia
all’arrembaggio di una corazzata. Comincia dalla Corea che
strappa alla Cina con una guerra, fra il 1894 e il 1895, insieme
a Formosa, le isole Pescadores, la penisola di Liao Tung.
Allunga il suo sguardo sulla Manciuria, allora soggetta a una
sorta di protettorato russo, e nel maggio del 1905 sconfigge la
flotta dello zar a Tsushima. Annette la Corea nel 1910 e
dichiara guerra alla Germania nell’agosto del 1914 soprattutto
per impadronirsi dei possedimenti tedeschi in Cina e in altre
parti dell’Asia. Un anno dopo, nel 1915, approfitta della guerra
europea per sottoporre al governo cinese un documento che
contiene 21 richieste: quante bastano per instaurare sul
vecchio impero, da tre anni repubblica, il protettorato di Tokyo.
Non raggiunge il suo scopo, ma nella seconda metà degli anni
Venti interviene più volte nel continente e nel settembre del
1931 s’impadronisce della Manciuria per farne uno Stato
satellite, il Manciukuò, che verrà riconosciuto, qualche anno
dopo, dalla Germania e dall’Italia.
Queste mosse non sono che il prologo. Nel luglio del 1937,
approfittando di uno scontro a fuoco fra truppe cinesi e
giapponesi sul ponte Marco Polo, nei pressi di Pechino, il
Giappone lancia una campagna militare che si propone
l’occupazione dell’intera Cina. È una delle guerre più feroci e
sanguinose del XX secolo. A Nanchino, nel dicembre dello
stesso anno, i giapponesi non si limitano a occupare la città.
Per sei settimane uccidono i prigionieri di guerra, massacrano
gli abitanti, stuprano le donne: 300.000 vittime secondo gli
studiosi della Repubblica popolare, fra 100.000 e 200.000
secondo i giapponesi. Pochi anni dopo, nel dicembre del 1941, i
giapponesi saldano i conti con il commodoro Matthew Perry
attaccando di sorpresa la flotta americana nella baia di Pearl
Harbor. Vogliono cacciare gli americani dal Pacifico, «liberare»
le colonie britanniche e trasformare l’Asia, sino all’India, in una
galassia di sudditi e vassalli. Pagheranno la loro audacia,
nell’estate del 1945, diventando bersaglio dei primi
bombardamenti atomici della storia umana e accettando nella
baia di Tokyo le condizioni di una umiliante sconfitta: la
condanna a morte dei suoi maggiori esponenti politici e
militari, la riduzione dell’imperatore a una figura simbolica, il
disarmo, una costituzione scritta dai vincitori. Oggi sappiamo
che quella sconfitta è all’origine di una nuova «epoca Meiji».
Dopo essere stata la maggiore potenza militare dell’Asia, il
Giappone ha puntato sullo sviluppo economico, è divenuto la
seconda economia mondiale, ha un sistema politico corrotto e
turbolento, ma democratico, e ha formalmente rinunciato alla
guerra. Quando George H.W. Bush, nel 1990, cercò di
convincere il Giappone a fare parte della coalizione che
avrebbe liberato il Kuwait dall’occupazione irachena, il governo
rifiutò educatamente e si sdebitò con l’America garantendo
all’operazione un generoso finanziamento.
Un mutamento di umori e tendenze comincia a delinearsi
intorno al 1990. I nazionalisti sostengono che il loro paese ha il
diritto di riscrivere la propria costituzione, di rinunciare al
dogma pacifista, di avere forze armate (non una semplice forza
di autodifesa) e di usarle, se necessario, al di fuori del proprio
territorio, sia pure nell’ambito del diritto internazionale e in
missioni approvate dall’Onu. La presenza di un importante
contingente militare americano nella base di Okinawa (oggi
quasi 30.000 soldati) suscita qualche risentimento e provoca
incidenti. Un letterato e uomo politico, Shintaro Ishihara
(governatore di Tokyo dal 1999), pubblica un libro intitolato Il
Giappone che può dire di no, in cui una parte è dedicata allo
studio delle relazioni nippo-americane. Cominciano qualche
anno dopo le visite dei premier più nazionalisti, come Junichiro
Koizumi e Shinzo Abe, al sacrario di Yasukuni, dove sono
sepolti, insieme a migliaia di soldati giapponesi, i condannati a
morte dei processi di Tokyo.
Le visite provocano le rabbiose reazioni di Pechino. Nella
memoria cinese quello che accadde nel loro paese fra il 1937 e
la sconfitta giapponese del 1945 è molto più di una semplice
guerra. È il supplizio di una nazione riscattata dall’unità del
suo popolo. È il campo di battaglia su cui comunisti e
nazionalisti hanno combattuto insieme per la liberazione della
patria. Il Giappone, quindi, è una sorta di nemico secolare
contro il quale è sempre possibile suscitare la collera della
nazione. È accaduto, per esempio, quando il Primo ministro
giapponese Junichiro Koizumi osò visitare Yasukuni nel 2001 e
nel 2002. Ma accadde anche nel 2004, in occasione della Coppa
d’Asia, quando la squadra giapponese sconfisse quella cinese, e
nel settembre 2007, quando, come ricorda Bill Emmott in Asia
contro Asia, la squadra di calcio femminile del Giappone fu
«accolta da ululati e grida offensive, anche se le ragazze
avevano uno striscione recante la scritta ’Grazie, Cina’, in
cinese e inglese».
Non sempre questo nazionalismo giapponese è interamente
ingiustificato. La Cina è prodigiosamente cresciuta, la sua
economia ha scavalcato quella del Giappone, la sua spesa
militare supera quella di Tokyo, la sua rivendicazione delle
isole Diaoyu (che i giapponesi chiamano Senkaku) è sempre più
esplicita e aggressiva. Quando Pechino ha annunciato la
creazione di una zona aerea sopra le isole e ha preteso che navi
e aerei identificassero se stessi prima di entrarvi, la reazione
giapponese è stata più dura di quella degli Stati Uniti.
Se la Cina può rappresentare una potenziale minaccia, la
Corea del Nord è ancora più pericolosa. I giapponesi non hanno
dimenticato il missile Kwangmyongson 2 che ha sorvolato il
territorio giapponese nel febbraio 2009 e constatano che gli
Stati Uniti non sono riusciti a evitare l’esistenza nella regione
di un’altra potenza nucleare. Esistono un Patto di sicurezza
nippo-americano, stipulato nel 1951, e un trattato di reciproca
cooperazione e sicurezza, firmato nel 1960, che definiscono con
maggiore precisione la reazione dei due paesi a una minaccia
comune. Ma i trattati invecchiano e il Giappone si chiede se le
reazioni dell’America di Barack Obama e dei suoi successori, di
fronte a una crisi provocata dalla Cina o dalla Corea del Nord,
sarebbero quelle degli Stati Uniti all’epoca della Guerra fredda.
La dimostrazione più interessante di questo sospetto
giapponese è l’incontro nel novembre del 2013 fra i ministri
degli Esteri e della Difesa di Russia e Giappone. I russi
occupano dalla fine della seconda guerra mondiale le isole
Curili, strappate al Giappone mentre il paese stava capitolando
sotto le bombe americane; e i giapponesi non hanno mai
cessato di rivendicarle. Ma questo vecchio contenzioso è parso
ai due paesi molto meno importante delle loro comuni
preoccupazioni per la crescente potenza cinese e nordcoreana.
Il Giappone non rinuncerà ai suoi vecchi rapporti con gli Stati
Uniti, ma ha stipulato con Mosca una sorta di
controassicurazione e la sua diplomazia ha una carta in più.
L’AMERICA LATINA

Sappiamo che nelle intenzioni di William H. Seward, segretario


di Stato di Abraham Lincoln, i paesi a sud del Rio Grande erano
destinati a diventare le naturali appendici di un grande impero
americano. Il sogno non si è avverato. Le vecchie colonie
spagnole e portoghesi hanno coltivato la propria identità,
creato i loro sistemi politici, generato ambiziosi caudillos,
confezionato con qualche ingrediente antiyankee i riti e le
liturgie del proprio nazionalismo. Ma il sogno imperiale del
Messico di Massimiliano d’Asburgo è rapidamente fallito e il
tentativo tedesco di aizzare il paese contro gli Stati Uniti
durante la Grande guerra non ha avuto migliore fortuna.
Nonostante le improvvise impennate della sua economia,
dovute alla domanda mondiale delle sue risorse naturali (la
gomma e il caffè in Brasile, la carne e il grano in Argentina, il
rame in Cile, il petrolio in Messico e nel Venezuela), nessun
paese a sud del Rio Grande è mai stato una credibile sfida
all’egemonia americana sull’intero continente. Il castrismo ha
suscitato speranze e paure, ma ha avuto l’effetto, alla fine, di
creare regimi che dipendevano maggiormente, per la loro
sicurezza interna, dalla protezione degli Stati Uniti. Per quasi
trent’anni l’America Latina è rimasta schiacciata tra
velleitarismo guevarista e regimi reazionari: un lungo periodo
durante il quale il continente era in gran parte politicamente ed
economicamente instabile, troppo impegnato a fronteggiare le
sue vecchie piaghe – povertà, droga, ribellismo sociale, cattiva
gestione del denaro pubblico – per avere una credibile politica
estera. Il predominio degli Stati Uniti era, in queste condizioni,
inevitabile.
Negli ultimi anni il quadro è diventato più vario e
interessante. È arrivata al potere una nuova generazione,
spesso composta da rivoluzionari rinsaviti. Il dogmatismo
liberista del Fondo monetario internazionale ha avuto una forte
influenza sull’economia del continente e ha provocato, alla fine,
altre crisi. Ma alcuni paesi hanno saputo approfittare della
globalizzazione e dell’appetito cinese per le risorse naturali del
continente. Hugo Chávez ha potuto governare sino alla morte,
ma la sua irrefrenabile demagogia ha avuto paradossalmente
una ricaduta positiva: quella di dimostrare che le strade da
percorrere erano altre. Il paese più interessante in questo
nuovo quadro è il Brasile. Dopo le riforme liberiste di Fernando
Henrique Cardoso, un sindacalista, Lula da Silva, ha fatto una
ragionevole politica sociale, senza rinunciare ai vantaggi del
capitalismo. Il nazionalismo brasiliano è sempre esistito, ma
sembra poggiare oggi su basi più solide e credibili. Le
ambizioni sono evidenti: creare un mercato comune esteso alla
maggior parte del continente, evitare chiusure verso quei paesi
(Cuba, Venezuela, Bolivia) che non hanno ancora completato la
loro trasformazione democratica, offrire una ragionevole
alternativa all’egemonia americana e al vittimismo antiyankee.
È significativo che in questo disegno non vi sia spazio per il
Messico, un paese che il Brasile considera un lontano cugino,
ormai acquisito all’area d’influenza nordamericana. L’America
Latina ha la cattiva abitudine di deludere le aspettative dei suoi
ammiratori, ma oggi ha un potenziale leader che ne rivendica
l’indipendenza da Washington.
LE NUOVE ARMI CONTRO IL TERRORE

Nella politica estera americana degli ultimi anni non vi sono


cambiamenti espliciti e radicali. Barack Obama ricorda che gli
Stati Uniti non possono essere i poliziotti del mondo. Ma questa
è un’affermazione ricorrente, usata ogniqualvolta l’America
preferisce passare la mano e lasciare ad altri il compito di
sbrogliare una matassa che richiede troppo tempo e troppo
denaro. Non vi sarà quindi un ripiegamento esplicito, motivato
e argomentato che susciterebbe un difficile dibattito nazionale
ed esporrebbe la Casa Bianca agli attacchi dell’opposizione
repubblicana. Ma l’America ha elaborato in questi ultimi tempi
una difesa unilaterale e forse «isolazionista» che dipende dalla
collaborazione degli alleati molto meno di quanto accadesse in
passato. Questa difesa si avvale delle nuove tecnologie e in
particolare di due armi complementari: i droni e le
intercettazioni satellitari. Il drone è il discendente di quei
palloni gonfiabili, carichi di munizioni, che il vento spingeva
verso le posizioni nemiche. Vi sono stati da allora molti
tentativi di costruire aerei pilotati a distanza, ma gli
straordinari progressi dell’ultima generazione sono dovuti
all’esplosione delle nuove tecnologie. Oggi il drone è un
laboratorio carico di sensori, missili, videocamere, strumenti
che rispondono agli ordini di un pilota remoto. Possono volare a
parecchi chilometri d’altezza, restare in volo per molte ore,
colpire il bersaglio con straordinaria precisione. Per
combattere il terrorismo questa è probabilmente la migliore
delle armi possibili. Come gli americani hanno constatato nelle
loro esperienze del primo decennio del secolo, l’espressione
«war on terror», guerra al terrore, è impropria e
controproducente. Il terrorismo non ha battaglioni, reggimenti,
divisioni, corpi d’armata e quartier generali. Anche quando
combatte sul campo, come le formazioni dei talebani in
Afghanistan, è fatto soprattutto di piccole squadre e militanti
votati al suicidio. Eliminare qualche centinaio di jihadisti nelle
montagne dello Yemen o un nucleo di al-Shabaab in Somalia
può garantire qualche vantaggio tattico e qualche
soddisfazione, ma conquistati spesso a caro prezzo e,
comunque, transitori. Meglio, molto meglio eliminare una spia,
un ingegnere del terrore, un ideologo, un pericoloso imam. È
questa la ragione per cui Obama ha accettato il ritiro delle
truppe americane dall’Iraq e dall’Afghanistan come la migliore
soluzione di un problema che si era rivelato altrimenti
insolubile. È questa la ragione per cui il 23 maggio 2013, in un
discorso alla National Defense University di Washington, ha
respinto la nozione di guerra «perpetua» e ha ricordato
l’ammonimento di James Madison secondo cui «nessun paese
può conservare la propria libertà nel mezzo di un continuo
guerreggiare».
I droni sono utili, naturalmente, soltanto se i piloti remoti
sanno dove colpire e chi colpire. Sarebbero privi di gran parte
della loro efficacia se andassero per aria alla ricerca di
obiettivi, come aerei di ricognizione. Gran parte
dell’informazione necessaria è fornita dalla seconda arma di cui
gli Stati Uniti dispongono da qualche tempo. Grazie ai satelliti,
e a una straordinaria panoplia di algoritmi, la Nsa (National
Security Agency) può ascoltare e intercettare virtualmente
tutte le conversazioni telefoniche e le comunicazioni
elettroniche del pianeta. Non è facile, naturalmente, tradurre
in utili informazioni questa traboccante massa di materiali, ma
gli algoritmi, per l’appunto, sembrano capaci di trovare l’ago
nel pagliaio. Con queste due armi, il drone e le intercettazioni,
gli Stati Uniti ritengono di poter difendere se stessi dall’insidia
terroristica meglio di quanto accadrebbe se continuassero a
presidiare territori stranieri.
Vi sono tuttavia inconvenienti che non è facile evitare. I droni
colgono un bersaglio umano quando è circondato dalle persone
con cui vive e lavora, talora complici, ma spesso vicini di casa o
membri della sua cerchia familiare. Molte operazioni della Cia,
a cui è stata affidata per molto tempo la gestione dei droni,
hanno provocato effetti «collaterali», come le vittime civili
vengono eufemisticamente definite. La morte di un leader, in
queste condizioni, può decapitare una branca
dell’organizzazione, ma suscitare sentimenti di rabbia e
d’indignazione che favoriscono il reclutamento di coloro che
rimpiazzeranno i terroristi uccisi. Le intercettazioni sono
straordinariamente utili, ma quando permettono di ascoltare e
leggere indifferentemente le conversazioni dei nemici e degli
amici, si lasciano alle spalle un lungo strascico di malumori. Gli
Stati Uniti non si limitano a violare continuamente la sfera
della sovranità territoriale di tutti i paesi del mondo. Entrano
senza bussare anche nella vita privata di un numero
incalcolabile di persone. Nel gennaio del 2014 Obama ha
annunciato che questa rete informativa verrà usata con
maggiore rispetto per la legge e per gli amici, ma ha
sostanzialmente ribadito che gli Stati Uniti non hanno alcuna
intenzione di farne a meno. Il risultato è paradossale. Edward
Snowden, l’americano che ha rivelato la dimensione globale
della rete di ascolti tessuta da Washington, è un traditore in
patria, ma un benefattore nella Russia di Putin e persino
nell’Unione europea. In questo modo l’America si difende
abilmente e previene con efficacia gli attacchi del nemico, ma
paga un alto prezzo in termini di popolarità e consenso. I suoi
ambasciatori in Medio Oriente vivono e lavorano in ambasciate
attrezzate come fortilizi. Non è facile, oggi, essere alleati
dell’America. In un libro del 2008 (The Post-American World),
Fareed Zakaria descrive una conversazione del maggio 2007
fra Condoleeza Rice, allora segretario di Stato, e Nicolas
Sarkozy, da poco eletto alla presidenza della V Repubblica. Con
un po’ di condiscendenza, Rice chiese: «Che cosa posso fare
per lei?» E Sarkozy rispose: «Migliorare la vostra immagine nel
mondo. È una cosa un po’ difficile quando il paese più potente,
quello di maggiore successo – quello che, necessariamente, è il
leader della nostra parte – è uno dei paesi più impopolari del
mondo. Questa situazione pone una marea di terribili problemi
a voi e ai vostri alleati. Quindi faccia tutto quello che le è
possibile per migliorare il modo in cui presentarvi; ecco, questo
è ciò che può fare per me».
Se il declino degli Stati Uniti come impero mondiale sembra
evidente, non altrettanto chiaro è il modo in cui gli americani
sapranno attraversare questa fase della loro storia. La
condizione imperiale è esaltante, una droga da cui non è facile
disintossicarsi. La Francia uscì dalla seconda guerra mondiale
sostanzialmente sconfitta, ma cercò di prolungare la sua
presenza in Indocina, in Algeria, e non ha ancora perduto
l’abitudine di mandare i légionnaires negli Stati africani di cui
si considera protettrice. La Gran Bretagna ha continuato a
credere per molti anni in un impero camuffato da
Commonwealth. Entrambe hanno creduto di poter negare a
uno Stato sovrano, l’Egitto, il diritto di nazionalizzare la via
d’acqua che attraversa il suo territorio e da cui dipende una
buona parte della sua economia.
La parabola del declino americano sarà tanto meno
pericolosa quanto più verrà accompagnata dalle scelte prudenti
e ragionevoli della Cina, della Russia, del Brasile, dell’Iran e
dei paesi a cui ho già dedicato alcune pagine. Ma la
responsabilità maggiore, in questo quadro, è dell’Europa.
L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno un enorme patrimonio
di interessi comuni nell’economia, nella finanza, nella ricerca
scientifica, nella lotta contro il terrorismo e la criminalità
internazionale. Ma l’Ue non può accompagnare e assecondare
l’America in ciò che ancora rimane della sua politica imperiale
e le sarà tanto più utile quanto più diverrà, nel mondo
multipolare, «terza forza», una sorta di Svizzera continentale.
Dipende interamente dai suoi membri. Se continueranno a
rifiutare la prospettiva di un governo comune, saranno indotti a
coltivare la propria individualità e continueranno ad avere, per
meglio giustificare la propria esistenza, interessi diversi.
Un’Europa divisa, per gli Stati Uniti, è il migliore degli alleati
possibili. L’affermazione spiacerà a molti, ma l’unità
dell’Europa si farà soltanto a dispetto dell’America. Lo scopo
non è quello di scavare un fossato tra i due continenti, ma
quello di garantire all’Europa un ruolo in un mondo in cui lo
spazio creato dal declino dell’impero americano verrebbe
riempito esclusivamente da potenze extraeuropee.
POST-SCRIPTUM UCRAINO

Gli Stati hanno una memoria selettiva e ricordano soltanto ciò


che giova ai loro interessi o al concetto che hanno di sé. Tra la
fine del 2013 e l’inizio del 2014 gli Stati Uniti non si sono
accorti che la crisi ucraina, scoppiata quando il presidente
Viktor Janukovyč ha preferito un patto con la Russia a un
accordo d’associazione con l’Unione Europea, ha prodotto uno
scontro non troppo diverso da quello che aveva contrapposto
gli Stati Uniti all’Unione Sovietica nella primavera del 1962. Gli
americani reagirono allora perché l’installazione a Cuba di
missili sovietici sembrò a Washington un intollerabile
sconfinamento dell’Urss nell’area d’influenza americana. I
sovietici hanno reagito quando il colpo di Stato contro
Janukovyč, nel febbraio del 2014, è stato percepito a Mosca
come il penultimo atto di un dramma destinato a concludersi
con l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Non avevano torto. Altri
paesi del vecchio blocco sovietico avevano fatto il percorso
opposto: prima la Nato, poi l’Unione europea. Ma la Nato aveva
già dichiarato da tempo che l’Ucraina e la Georgia sarebbero
state accolte a braccia aperte nell’organizzazione. Non era
difficile prevedere che l’accordo d’associazione con Bruxelles
sarebbe stato seguito dall’ingresso dell’Ucraina
nell’organizzazione militare dell’Occidente.
Nel 1962 gli Stati Uniti reagirono con un blocco navale nel
mezzo dell’Atlantico per sbarrare il passo alle navi sovietiche
dirette a Cuba: una mossa che precede generalmente l’inizio di
una guerra. Nel 2014 i russi hanno reagito presidiando
militarmente con milizie «anonime» la penisola di Crimea; gli
Stati Uniti e la Nato con l’invio di una nave da guerra nel mar
Nero e di aerei radar lungo il confine tra Russia e Ucraina.
Quando i russi di Crimea (grosso modo il 60 percento della
popolazione) hanno indetto un referendum sulla loro
appartenenza all’Ucraina, il presidente degli Stati Uniti ha
dichiarato che quella iniziativa era illegittima. Era stato
dichiarato illegittimo, qualche giorno prima, il modo in cui
Janukovyč era stato deposto dal Parlamento di Kiev nonostante
il compromesso concluso nelle ore precedenti da tre ministri
degli Esteri europei con il presidente ucraino per il ritorno alla
costituzione del 2004 (meno presidenziale di quella vigente in
quel momento) e nuove elezioni? È giusto che un referendum
venga considerato illegittimo e un colpo di Stato legittimo?
Obama ha suggerito ironicamente a Putin di scegliere altri
avvocati. Uno spettatore distaccato osserverebbe che ciascuno
dei contendenti aveva i suoi avvocati, scelti fra quelli che gli
avrebbero suggerito i migliori argomenti per il perseguimento
dei suoi obiettivi.
È comunque interessante osservare che Obama è sembrato
ripetere quasi meccanicamente gli argomenti di una ortodossia
atlantica ormai logora, forse per non apparire debole e
distratto di fronte ai suoi avversari politici e ai paladini di
un’America imperiale. Quali che siano le sue conseguenze, la
crisi ucraina finirà col dimostrare che gli Stati Uniti di Obama
non sono quelli di Kennedy e dei suoi successori.
NOTA BIBLIOGRAFICA

Charles A. Beard & Mary Beard, The Rise of American


Civilization, The Macmillan Company, New York, prima ed.
1927. Più volte ristampata e ampliata.

Robert Dallek, The American Style of Foreign Policy, Oxford
University Press, New York e Oxford, 1983.

Mario Del Pero, Libertà e Impero. Gli Stati Uniti e il mondo
1776-2006, Editori Laterza, Bari-Roma 2008.

Bill Emmott, Rivals. How the Power Struggle between China,
India and Japan will shape our next Decade (trad. it. Asia
contro Asia, Rizzoli, Milano 2008).

Michail Gorbačëv, Ogni cosa a suo tempo. Storia della mia vita,
Marsilio, Venezia 2013.

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Josef Joffe, The Myth of America’s Decline. Politics, Economics
and a Half Century of False Profecies, Liveright Publishing
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Carlo Marsili, La Turchia bussa alla porta, Egea, Milano 2011.

Vali R. Nasr, The Dispensable Nation. American Foreign Policy
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Giuseppe Recchi, Nuove energie, Marsilio, Venezia 2014.

Fareed Zakaria, The Post-Americam World (trad. it. L’era post-
americana, Rizzoli, Milano 2008).
INDICE DEI NOMI

Abdullah al-Saud
Abe, Shinzo
Abrams, Elliot
Aflaq, Michel
Afridi, Shakil
Aguinaldo, Emilio Famy Ahmadinejad, Mahmud
Albright, Madeleine
Allende, Salvador
al-Saud, Mohammed bin Nawaf bin Abdulaziz Andropov, Jurij Vladimirovič Assad,
Bashar al—
Atatürk, Kemal

B
Batista, Fulgencio
Ben Ali, Zine El-Abidine Beveridge, William H.
Bevin, Ernest
Biden, Joseph
bin Laden, Osama
Bolten, Joshua
Boot, Max
Bryen, Stephen
Bush, George H.W.
Bush, George W.

C
Cardoso, Fernando Henrique Castro, Fidel
Černenko, Konstantin Ustinovič Chamoun, Camille
Chávez, Hugo
Chiang Kai-shek
Chruščëv, Nikita Sergeevič Clinton, William J. Bill Cohen, Eliot
Cooke, Jay
Cossiga, Francesco

D
Davis, Raymond Allen
Davutoglu, Ahmet
de Gaulle, Charles
de Klerk, Frederik Willem Dershowitz, Alan

E
Eisenhower, Dwight D.
El’cin, Boris Nikolaevič Emmott, Bill
Erdogan, Recep Tayyp

F
Feith, Douglas
Foch, Ferdinand
Frum, David

G
Gheddafi, Muammar
Giap, Vo Nguyen
Gorbačëv, Michail Sergeevič Gromyko, Andrej Andreevič Grossman, Marc
Guevara de la Serna, Ernesto Che H
Hitler, Adolf
Hollbrooke, Richard
Honegger, Erich
Hussein, Saddam

I
Ibn Saud Abdulaziz
Ishihara, Shintaro

J
Janukovyč, Viktor Fëdorovyč K
Kagan, Frederick
Kagan, Robert
Karzai, Hamid
Kennedy, John F.
Kerry, John
Khan, Abdul Qadeer
Khomeini, Ruhollah
Kissinger, Henry
Koizumi, Junichiro
Krauthammer, Charles
Kristol, Bill
Kristol, Irving

L
Lavrov, Sergej Viktorovič Ledeen, Michael
Libby, Scooter
Lincoln, Abraham
Lula da Silva, Luiz Inácio M
Madison, James
Maliki, Nuri al—
Malraux, André
Mandela, Nelson
Mao Zedong
Massimiliano d’Asburgo Matlock, Jack
Milošević, Slobodan
Monroe, James
Mossadeq, Mohammad
Mubarak, Hosni

N
Nasser, Gamal Abdel
Netanyahu, Benjamin
Nixon, Richard
Noriega, Manuel

O
Obama, Barack

P
Perle, Richard
Perry, Matthew
Pershing, John J.
Petraeus, David
Pipes, Daniel
Pipes, Richard
Podhoretz, John
Podhoretz, Norman
Putin, Vladimir Vladimirovič R
Radford, Arthur W.
Reagan, Ronald
Rice, Condoleezza
Roosevelt, Franklin D.
Rouhani, Hassan

S
Saleh, Ali Abdullah
Sarkozy, Nicolas
Saud (casata)
Schmidt, Helmut
Seward, William H.
Snowden, Edward
Stevens, John Christopher Stroheim, Erich von

T
Tolstoj, Lev Nikolaevič Truman, Harry S.

V
Volcker, Paul A.

W
Washington, George
Wolfowitz, Paul
Wurmser, David

Z
Zakheim, Dov
Indice

Presentazione
Frontespizio
Pagina di copyright
Premessa
Gli americani restano in Europa
Un impero costruito sulle rovine degli imperi alleati
Qualche deroga al galateo democratico
L’Urss nel frattempo
Reagan e la politica militare americana
Le buone intenzioni di Gorbačëv e il crollo dell’Urss
L’ordine mondiale di George H.W. Bush
Le guerre di successione jugoslava
Una nuova Nato ai confini con la Russia
Le guerre per rifare il Medio Oriente
Le rivolte arabe e la guerra civile siriana
Le crisi della finanza americana
Troppo grande per fallire?
Un presidente poco amato
Sintomi di declino
Se l’America fa un passo indietro: il Pakistan
La Turchia
L’Arabia Saudita
Il Giappone
L’America Latina
Le nuove armi contro il terrore
Post-scriptum ucraino
Nota bibliografica
Indice dei nomi
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