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1740.126 20-05-2009 16:12 Pagina 2 (1,1)

DALLA CITTÀ DIFFUSA


ALL’ARCIPELAGO
METROPOLITANO

Francesco Indovina
con contributi di
Luigi Doria, Laura Fregolent e Michelangelo Savino

FrancoAngeli
Copyright © 2009 by FrancoAngeli s.r.l., Milano, Italy.

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Sommario

Presentazione pag. 9
Appendice bibliografica del gruppo di ricerca » 12

Introduzione
Dalla città diffusa all’arcipelago metropolitano » 17
1. Nostalgia versus progresso » 17
2. Agglomerazione e diffusione » 19
3. La trasformazione del territorio » 22
4. Governare le trasformazioni » 28
Riferimenti bibliografici » 31

Segno urbano e «sogno» metropolitano, di Francesco In-


dovina (1986) » 33
Premessa » 33
Alcune questioni » 33

La debolezza della città, di Francesco Indovina (1989) » 39

La città diffusa, di Francesco Indovina (1990) » 47


1. Premessa » 47
2. Le trasformazioni dell’area centrale del Veneto » 47
3. Alcune connotazioni socio-economiche del fenomeno » 49
4. Tipologie sociali e processi strutturali » 52
5. La dotazione di servizi e la caratterizzazione urbana » 54
6. Nuove gerarchie territoriali » 57
7. Il problema dei confini e delle variabili in gioco » 60
8. La città diffusa può competere con la città concentrata? » 61
Bibliografia » 63

5
Governare la complessità. Il Veneto come caso esemplificati-
vo, ma non paradigmatico, di Michelangelo Savino (1998) pag. 65
Morfologie » 67
Diseconomie » 71
«Poliarchie»? » 73
Riferimenti bibliografici » 79

La città diffusa: cos’è e come si governa, di Francesco


Indovina (1999) » 81
1. Forma autonoma o evoluzione? » 81
2. Un processo evolutivo » 82
3. Generalità? » 85
4. Irregolarità » 87
5. Convergenza » 88
6. Del governo » 90

Il successo controverso del policentrismo veneto,


di Michelangelo Savino (1999) » 93
1. Il policentrismo veneto negli anni ’60 e ’70: la costruzione di
un’immagine territoriale pervasiva e duratura » 94
2. Il policentrismo veneto negli anni ’80: la costruzione di
un’azione coerente di governo del territorio » 97
3. Prospettive del “policentrismo” negli anni ’90: la difficile in-
dividuazione di una nuova rappresentazione territoriale » 102
4. Prospettive del “policentrismo” negli anni ’90: un’incerta a-
zione di governo » 107
Riferimenti bibliografici » 109

È necessario “diramare” la città diffusa? Le conseguenze


sul governo del territorio di un chiarimento terminologico,
di Francesco Indovina (2002) » 113
1. Nominare le nuove morfologie dello spazio » 113
2. Qualche dato di identificazione » 114
3. Dell’auto-organizzazione » 117
4. Uno spartiacque » 118
5. La città prevale » 119
6. Verso la «città diramata» » 122

La metropolizzazione del territorio. Nuove gerarchie terri-


toriali, di Francesco Indovina (2004) » 127
1. La dispersione è l’unico fenomeno nuovo? » 127
2. La metropolizzazione del territorio » 130
3. Qualche traccia nella letteratura » 133

6
4. Fattori attivanti la metropolizzazione pag. 139
5. Un intreccio » 144
6. Una nuova gerarchia territoriale: da massa a potenza » 147
7. Una potenziale risposta » 150
8. Il governo » 153
Riferimenti bibliografici » 158

L’area centrale veneta: «diffusione in evoluzione», di Laura


Fregolent, Francesco Indovina, Michelangelo Savino (2004) » 163

La nuova dimensione urbana: l’arcipelago metropolitano, di


Francesco Indovina (2005) » 175
1. Della nicchia della specie umana » 175
2. Non solo diffusione » 177
3. Dei fattori macro » 178
4. Dei fattori micro » 181
5. Il nuovo territorio » 185
6. Perché “arcipelago metropolitano” » 190
7. Della necessità del “governo” » 193
Riferimenti bibliografici » 196

Organizzazione dello spazio nei nuovi territori dell’ar-


cipelago metropolitano e processi di socializzazione,
di Francesco Indovina (2006) » 199
1. Dei contenuti » 199
2. Dell’arcipelago metropolitano o della città di città » 200
3. Dei tipi metropolitani e di piccola comunità » 203
4. Una “nuova” metropoli ed una “nuova” esperienza » 205

Nuovo organismo urbano e pianificazione di area vasta,


di Francesco Indovina (2007) » 209
1. La città e il territorio cambiano » 209
2. La diffusione e la ricreazione di una condizione urbana » 210
3. La metropolizzazione del territorio » 217
4. Il governo pubblico dell’area vasta » 225
Riferimenti bibliografici » 229

Le dinamiche socio-territoriali del Veneto centrale. Gli esiti


di un’indagine campionaria sulla popolazione, di Luigi Doria
(2007) » 231
Introduzione » 231
I principali risultati dell’indagine » 232
Conclusioni » 255

7
Riferimenti bibliografici pag. 258

«AISLE OF PLENTY» – Territori dell’opulenza, di Laura


Fregolent e Michelangelo Savino (2007) » 261
1. Nuove geografie del commercio in Veneto » 261
2. Surrogato di città o parti di città? » 263
3. Necessità di governo e di progetto » 264

La città continua dell’area centrale veneta, di Laura Frego- » 267


lent (2009)
1. Descrizione dell’area » 267
2. Nuove forme di piano » 276
3. Strumenti programmatici per lo sviluppo socio-economico » 281
4. Nuove forme organizzative delle amministrazioni » 282
5. Conclusioni » 284
Riferimenti bibliografici » 285

8
Presentazione

Dalla fine degli anni ’80 un gruppo di ricercatori del Daest (Dipartimento di
Analisi Economica e Sociale del Territorio dello IUAV, oggi Dipartimento di
Pianificazione dell’Università IUAV di Venezia) ha iniziato ad esplorare ed ana-
lizzare sistematicamente la struttura territoriale del Veneto centrale1. Con questo
non si vuole sostenere che prima di quella data il Veneto fosse una realtà poco
conosciuta. Tutt’altro, ma piuttosto che diverso ero il tipo di sguardo con il quale
si analizzava la realtà territoriale e sociale del Veneto e specificatamente i diversi
processi di trasformazione che andavano manifestandosi in una sua parte2.
La ricerca sviluppata dal gruppo del Daest presentava sostanzialmente due
facce: da una parte, empiricamente, si analizzava la regione geografica compre-

1. Il gruppo iniziale era formato da: Francesco Indovina, Franca Matassoni, Michelangelo Savi-
no, Michele Sernini, Marco Torres, Luciano Vettoretto. Nell’allegata Appendice bibliografia del
gruppo è possibile individuare il contributo dei singoli alla prima pubblicazione La città diffusa del
1990, edita dal Daest. Il gruppo si è poi consolidato con Michelangelo Savino e Laura Fregolent che
tuttora su questi temi lavorano, mentre nel corso degli anni hanno contribuito ai lavori del gruppo,
offrendo interessanti contributi, con tesi di laurea, tesi di dottorato, saggi ed articoli anche su temi
non direttamente correlati alle tematiche della città diffusa, ma utili a comprendere i vari aspetti e
vanno giustamente ricordati: Elena Besussi, Arnaldo Bibo Cecchini, Alberta Bianchin, Laura Bra-
vin, Luigi Doria, Renato Gibin, Martino Pesaresi, Domenico Patassini, Stefania Urbani.
2. È a partire dagli anni ’60 che il Veneto è stata oggetto di notevoli ricerche da diversi punti di
vista e da prospettive diverse, fino alla definizione di un “modello veneto”. Tali studi e ricerche era-
no egemonizzati da due filoni politici: i cattolici di sinistra e la sinistra comunista, interna ed esterna
al Pci secondo le fasi. Il Veneto, infatti, si presentava come una regione molto interessante dal punto
di vista politico: l’egemonia quasi totale della Dc conviveva con una concentrazione di classe ope-
raia (Porto Marghera), che sarà una delle avanguardie delle lotte della fine degli anni ’60. La pre-
senza di una vivacissima – politicamente e culturalmente – Facoltà di Architettura (lo IUAV) non
era indifferente alla promozione dell’analisi politica della realtà. Una regione che, in quegli anni, si
presentava come di fatto “terra di emigrazione”, di agricoltura parcellizzata, di oppressivo dettato
della chiesa, di un potere democratico cristiano quasi senza alternative, con isole “rosse” e una gros-
sa concentrazione operaia. La Dc teneva saldo il suo potere alimentando con politiche nazionali e
locali il “policentrismo”. Wladimiro Dorigo dalla parte delle sinistra cattolica e Massimo Cacciari
da parte della sinistra comunista possono essere assunti come le figure più rappresentative di due
filoni di approcci alla questione veneta.

9
sa tra le città di Venezia, Padova e Treviso, mentre dall’altra parte si avanzava
una riflessione sulla trasformazione della città contemporanea. E se la prima
era quella che appariva in tutta la sua evidenza, la seconda seguiva sotto trac-
cia, ma non per questo, oggi si può dire, non è stata meno rilevante. Da allora la
ricerca ha continuato virando sempre più sul secondo aspetto, assumendo la re-
gione veneta come esemplare di questa trasformazione, mentre un riferimento
costante di confronto, a ragione di una collaborazione stretta tra gruppi di ricer-
ca, era l’area metropolitana di Barcellona e la sua trasformazione (fatte salve le
notevoli differenze di storia, di struttura economica, demografica e territoriale).
Nella prima fase il concetto distintivo della ricerca è stata la nozione di città
diffusa che interpretava una particolare forma di urbanizzazione della campagna,
che da tale urbanizzazione veniva trasformata non solo morfologicamente ma an-
che nella sua funzionalità, creando un’inedita “condizione urbana” (inizialmente
venne usato il termine di «città-territorio», ma poi si è preferito, perché apparso
più preciso, quello ormai prevalso di città diffusa).
I cambiamenti nel territorio ed un’evoluzione della ricerca ha portato, nella
seconda fase, quella più recente, all’elaborazione della nozione di arcipelago me-
tropolitano. Un passaggio importante di questa evoluzione non solo terminologi-
ca è stato il progetto internazionale di ricerca promosso e diretto da Antonio Font
(della Escuela Técnica Superior de Arquitectura del Vallès dell’Universitat Poli-
técnica de Catalunya), insieme a Nuno Portas (della Faculdade de Arquitectura
della Universidade do Porto) e a me, sull’Esplosione della città; una ricerca che,
avviata nel 2000, ha coinvolto ben tredici università e gruppi di ricerca, analiz-
zando l’evoluzione di tredici città di diversa storia, consistenza, dimensione ed
economia e che ha mostrato come l’esplosione della città fosse una dato comune
e con esiti molto simili in tutta l’Europa meridionale, per quanto varie potessero
risultare le combinazioni di fattori territoriali, sociali, economici e culturali e le
politiche urbanistiche promosse nelle diverse realtà. Le fasi di studio e i loro esiti
sono state documentate in una mostra a Barcellona nel 2004 L’Explosió de la
ciutat in occasione del Forum Universal de las Culturas e nel relativo catalogo.
Mostra che in seguito è stata presentata a Bologna, Madrid, Milano, Valencia3.
Di seguito, nell’«Introduzione», si darà conto del percorso che ha condotto al
passaggio dalla città diffusa all’arcipelago metropolitano; in questa sede si vuole
solo sottolineare la compattezza di un filone di ricerca che ha impegnato ricercatori
per diversi anni, con risultati che paiono di rilievo. Quando si parla di compattezza
di un filone di ricerca non si intende parlare di una ricerca monocorde, ma piuttosto
si intende sottolineare la coerenza con l’oggetto di studio e con le ipotesi di parten-
za, in un’indipendenza di posizioni dei singoli che ha arricchito la ricerca stessa, in
una sfaccettatura dei punti di osservazione che ha moltiplicato le conoscenze.

3. Sono stati realizzati tre cataloghi di questa mostra: uno a cura del Collegio degli architetti di
Barcellona (in catalano e inglese); uno a cura del Ministero dell’abitazione della Spagna (in ca-
stigliano e inglese); uno a cura della Fondazione CariBo (in italiano).

10
Se il concetto di città diffusa ha avuto notevole “successo”, nel senso che è
stato abbondantemente utilizzato, questo si deve alle reali trasformazioni
dell’organizzazione del territorio e della città che premevano per essere ricono-
sciute e “nominate”. Va sottolineato che non sempre con città diffusa si è inteso
descrivere una realtà che era sembrata potersi individuare con quel termine: mol-
to spesso il termine è stato usato per “nominare” casi di urbanizzazione anche
morfologicamente diffusa, ma privi della condizione urbana.
Quella terminologia, inoltre, è stata anche criticata, non tanto o non solo per
il suo connotato di ossimoro, ma perché, è sembrato ad alcuni, nobilitasse un
processo di “banalizzazione” dell’organizzazione urbana e ci faceva paladini
dell’annichilimento del territorio e della città. Nonostante fosse stato messo in
chiaro – in più occasioni – gli effetti negativi di una tale organizzazione dello
spazio e della città, e si fosse sottolineato che tali effetti negativi derivavano,
sostanzialmente, dall’assenza di ogni forma di governo del processo di trasfor-
mazione, a molti critici è sembrato fosse negativo dare dignità di città a qualco-
sa che non somigliava alla città della tradizione.
Il desiderio o, ci permettiamo di dire, il sogno reazionario di voler “riporta-
re” la città dentro le mura, appare oggi del tutto impossibile per le ragioni che
sono chiarite nei vari testi. Non solo, ma il passaggio, che pare in corso, verso
una struttura territoriale che è stata definita come arcipelago metropolitano,
costituisce un progresso e la conquista di una condizione metropolitana tenden-
zialmente aperta a tutti. Il che non vuol dire un processo privo di contraddizioni
o in grado di risolvere le ingiustizie e le ineguaglianze sociali, ma interpretando
la condizione metropolitana come più avanzata, più ricca di opportunità, più
“coerente” con la condizione del nostro tempo (ma su questo si tornerà
nell’introduzione) è sembrato positiva la possibilità di estendere questi nuovi
presupposti di sviluppo su ambiti territoriali più estesi.
Non si vuole sostenere che il gruppo di studio del Daest sia stato l’unico che
abbia affrontato il tema della città del nostro tempo: sarebbe un’affermazione
ridicola (del resto in un testo riportato in questa sede si dà conto di quanto ric-
ca e articolata sia stata la ricerca in questo campo), ma si è inteso semplicemen-
te rendere conto di un percorso ventennale di ricerca che può considerarsi frut-
tuoso e che ha cercato sempre di misurarsi con i processi reali. La raccolta dei
saggi di seguito presentata ha questo scopo esplicito e uno, non tanto nascosto,
di promuovere la riflessione di quanti si occupano della città, della sua vita e
della sua evoluzione a partire dalla sua trasformazione.
I saggi sono pubblicati senza nessuna variazione se non qualche aggiusta-
mento formale; essi appaiono di seguito secondo la data di pubblicazione. Si
sono effettuati alcuni tagli, indicati dal segno […], per evitare eccessive ripeti-
zioni o argomenti non attinenti al tema.
Nell’Appendice bibliografica del gruppo di ricerca si è cercato di rendere espli-
citi i contributi dei singoli (al di là di quanto pubblicato in questo volume). Si tratta
di un riconoscimento più che doveroso, perché ciascuno ha portato un proprio pun-

11
to di vista, ha esercitato una particolare attenzione a qualche aspetto, ha sentito il
bisogno di una sottolineatura, arricchendo tutti nell’ambito di un omogeneo tema
ritenuto di rilievo per la comprensione dei processi di trasformazione della città.

Appendice bibliografica del gruppo di ricerca


Laura Fregolent

– (con Savino M.), «Aisle of Plenty. Territori dell’opulenza», in Agnolotto M., Guer-
zoni M. (a cura di), La civiltà dei superluoghi. Immagini e forme della metropoli
contemporanea, Editore Damiani, Bologna, pp. 148-153, 2007.
– (con Savino M.), «Back to the future. Le prospettive di sviluppo dei distretti indu-
striali nel Veneto», in Moccia F.D., Di Leo D. (a cura di), Riterritorializzare i di-
stretti, FrancoAngeli, Milano, pp. 110-142, 2006.
– Fregolent L., «Sconfinare», in Indovina F. con Fregolent L., Savino M. (a cura di),
Nuovo lessico urbano, FrancoAngeli, Milano, pp. 107-113, 2006.
– «Pianificazione e sostenibilità ambientale nella città a bassa densità», in Las Casas
G., Pontrandolfi P., Murgante B. (a cura di), Giornate di lavoro sull’Alta Forma-
zione nelle discipline della Pianificazione, Gestione e Governo del Territorio, atti
del seminario UrbIng alta formazione, Università degli Studi della Basilicata, Po-
tenza 29-30 apr., EditricErmes, Potenza, 2005.
– Governare la dispersione, FrancoAngeli, Milano, 2005.
– (con Indovina F., Savino M.) (a cura di), L’esplosione della città, catalogo della mo-
stra «L’esplosione della città», Compositori ed., Bologna, 2005.
– Pianificazione e sostenibilità ambientale nella città a bassa densità. Sistemi territo-
riali complessi a confronto, tesi di dottorato, XV ciclo, Facoltà di Ingegneria
dell’Università degli studi di Pisa, 2004.
– (con Indovina F., Savino M.), «L’àrea central vèneta: “Diffusiò en evoluciò», in Font
A., Indovina F. e Portas N. (eds.), L’Explosió de la ciutat. Morfologies, mirades i
mocions. Catalogo de la exposición por el Forum Barcelona 2004, COAC,
Barcelona, set., pp. 218-237, 2004.
– (con Savino M.), «Sostenibilità e territorio in un sistema urbano complesso: il caso del
Nord-Est italiano», rel. al 1er Congreso Internacional sobre estudios territoriales, 19-21
jun., UAEM, Cuernavaca, Mex., 2003.

Francesco Indovina

– «Trasformazioni urbane: comunità,e metropoli tra accoglienza e identità» in Non di


solo lavoro, Quaderni di Télos, pp. 11-52, 2009
– (ed.), La ciudad de baja densidad. Lògicas, gestiòn y contenciòn, Diputaciò
Barcellona, Colecciòn Estudios, Barcellona, 2007.
– «Sul buon governo della città diffusa», Contesti, n. 2, 2007.
– «L’incalzare dell’arcipelago metropolitano. Quali politiche e servizi per le periferie»,
Animazione sociale, dic. 2007.

12
– «Presentazione», in Doria L., Le dinamiche socio territoriali del Veneto centrale. Gli
esiti di un’indagine campionaria sulla popolazione, sta in http://www2.iuav.it/dp/
materiali/metropolizzazione/Dinamiche.pdf, 2007.
– «Nuovo organismo urbano e pianificazione di area vasta», Archivio di studi urbani e
regionali, n. 85-86, pp. 49-71, 2006.
– «Organizzazione dello spazio nei nuovi territori dell’arcipelago metropolitano e pro-
cessi di socializzazione», in Marrone G., Pezzini I. (a cura di), Senso e metropoli,
Meltemi, Roma, 2006.
– (con Fregolent L., Savino M.) (a cura di), L’esplosione della città, catalogo della
mostra «L’esplosione della città», Compositori ed., Bologna, 2005.
– «La nuova dimensione urbana. L’arcipelago metropolitano», in Marcelloni M. (a cu-
ra di), Questioni della città contemporanea, FrancoAngeli, Milano, 2005.
– (con Fregolent L., Savino M.) «L’àrea central vèneta: “Diffusiò en evoluciò», in
Font A., Indovina F., Portas N. (eds.), L’explosió de la ciutat. Morfologies, mirades i
mocions. Catalogo de la exposición por el Forum Barcelona 2004, COAC,
Barcelona, set., pp. 218-237, 2004.
– «La metropolitzaciò del territori. Noves jerarquies territorial», in Font A., Indovina F.,
Portas N. (eds.), L’Explosió de la ciutat. Morfologies, mirades i mocions. Catalogo de la
exposición por el Forum Barcelona 2004, COAC, Barcelona., pp. 20-47, 2004.
– (con Font A., Portas N.) (eds.), L’Explosió de la ciutat. Morfologies, mirades i
mocions. Catalogo de la exposición por el Forum Barcelona 2004, COAC,
Barcelona, 2004.
– «La pianificazione per l’arcipelago metropolitano. I casi di Barcellona e Bologna»,
AreaVasta, n. 8/9, 2004.
– «È necessario “diramare” la città diffusa? Le conseguenze sul governo del territorio
di un chiarimento terminologico», in Bertuglia C.S., Stanghellini A., Staricco L. (a
cura di), La diffusione urbana: tendenze attuali, scenari futuri, FrancoAngeli, Mila-
no, pp. 116-131, 2003.
– «La metropolizzazione del territorio. Nuove gerarchie territoriali», Economia e so-
cietà, regionale – Oltre il ponte, n. 3-4, pp. 46-85, 2003.
– «Xarxes j jerarquies territorials», Transversal. Revista de cultura contemporània, n. 20,
pp. 27-34, 2003.
– (con Savino M., Uberti S.) (a cura di), «I luoghi della Città diffusa», mostra fotografica
presso la Facoltà di Pianificazione dell’IUAV, Venezia, Ca’ Tron, 26-30 nov. 2001.
– «La città diffusa», in Indovina F. (a cura di), 1950-2000. L’Italia è cambiata, FrancoAn-
geli, Milano, pp. 395-396, 2000.
– (con Savino M.), «Nuove città e nuovi territori: la città diffusa veneta», L’Universo,
a. LXXIX, n. 5, pp. 572-95, 1999.
– «La città diffusa: cos’è e come si governa», in Indovina F. (a cura di), Territorio. In-
novazione. Economia. Pianificazione. Politiche. Vent’anni di ricerca al Daest,
IUAV, Venezia, pp. 47-59, 1999.
– «Le trasformazioni metropolitane. Alcune riflessioni a partire dal caso catalano», in
Indovina F. (a cura di), Barcellona. Un nuovo ordine territoriale, Angeli, Milano,
pp. 5-25, 1999.
– «Algunes consideracions sobre la “ciutat difusa”», Documents d’Anàlisi Geogràfica,
n. 33, pp. 21-32, 1998.

13
– «Il Nordest, qualche incertezza per il futuro», presentazione al volume di Anastasia
B., Corò G., Evoluzione di un’economia regionale. Il Nordest dopo il successo,
Nuova dimensione, Portogruaro, pp. 11-22. 1996.
– «Qualche considerazione sulla città diffusa», Rassegna di architettura e urbanistica,
n. 86-87, pp. 85-92, 1995.
– «L’economia della città metropolitana e la promozione del suo sviluppo», Oltre il
ponte, n. 43-44, 1994.
– «La città metropolitana vale la pena», in Aa.vv., La legge 142 e le aree metropolitane
nel Veneto, Strumenti istituzionali e strumenti pianificatori, Provincia di Padova, 1991.
– «Città metropolitane e scienza regionale», Archivio di studi urbani e regionali, n. 40,
pp. 3-6, 1991.
– «Fuga dalla città. Metropoli diffusa o nuovi localismi?», in Atti del seminario del 21
apr., Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza, Roma, 1990.
– «Mira nel contesto della città diffusa», Oltre il Ponte, n. 30, 1990.
– «La Città diffusa», in Indovina F., Matassoni F., Savino M., Sernini M., Torres M.,
Vettoretto L., La città diffusa, Daest-IUAV, quaderno n. 1, pp. 21-43, 1990.
– «La debolezza della città», Democrazia e Diritto, n. 4-5, pp. 1989.
– «Segno urbano e sogno metropolitano», Oltre il Ponte, n. 16, pp. 1986.

Michelangelo Savino

– (con Fregolent L.), «Aisle of Plenty. Territori dell’opulenza», in Agnolotto M.,


Guerzoni M. (a cura di), La civiltà dei superluoghi. Immagini e forme della metropo-
li contemporanea, Editore Damiani, Bologna, pp. 148-153, 2007.
– (con Fregolent L.), «Back to the future. Le prospettive di sviluppo dei distretti indu-
striali nel Veneto», in Moccia F.D., Di Leo D. (a cura di), Riterritorializzare i di-
stretti, FrancoAngeli, Milano, pp. 110-142, 2006.
– «Infrastrutture nel Veneto. Quali i problemi?», Economa e società regionale, n. 94
(2), pp. 83-107, 2006.
– «L’insostenibilità territoriale della “Terza Italia”», in Vinci I. (a cura di), Il radicamento
territoriale dei sistemi locali, FrancoAngeli, Milano, pp. 105-134, 2005.
– (con Fregolent L., Indovina F.) (a cura di), L’esplosione della città, catalogo della
mostra «L’esplosione della città», Compositori ed., Bologna, 2005.
– «Itàlia. Un calidoscopi territorial», in Font A., Indovina F., Portas N. (eds.),
L’explosió de la ciutat. Morfologies, mirades i mocions. Catalogo de la exposición
por el Forum Barcelona 2004, COAC, Barcelona, set., pp. 136-138, 2004.
– (con Fregolent L., Indovina F.), «L’àrea central vèneta: “Diffusiò en evoluciò», in
Font A., Indovina F., Portas N. (eds.), L’explosió de la ciutat. Morfologies, mirades i
mocions. Catalogo de la exposición por el Forum Barcelona 2004, COAC,
Barcelona, set., pp. 218-237, 2004.
– «Als intersticis del desenvolupament (post)metropolità: Les noves realitats territorials»,
Transversal. Revista de cultura contemporània, n. 20, pp. 35-41, 2003.
– (con Fregolent L.), «Sostenibilità e territorio in un sistema urbano complesso: il caso del
Nord-Est italiano», rel. al 1er Congreso Internacional sobre estudios territoriales, 19-21
jun., UAEM, Cuernavaca, Mex., 2003.

14
– «Verso nuove forme di governo del territorio. Alcuni possibili percorsi», in Savino
M. (a cura di), Nuove forme di governo del territorio. Temi, casi, problemi, Franco
Angeli, Milano, pp. 7-19, 2002.
– (con Indovina F., Uberti S.) (a cura di), «I luoghi della Città diffusa», mostra foto-
grafica presso la Facoltà di Pianificazione dell’Istituto Universitario di Architettura
di Venezia, Venezia, Ca’ Tron, 26-30 nov., 2001
– «Città piccole e medie: tra miti anti-urbani e qualità della vita», in Indovina F. (a cura di),
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– «Il successo controverso del policentrismo veneto», Genio Rurale, n. 3, pp. 26-39, 1999.
– (con Indovina F.), «Nuove città e nuovi territori: la città diffusa veneta», L’Universo,
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– «“Città diffusa”; “Reti”; “Ambienti insediativi”: la ricerca di una verosimile defini-
zione dei processi di trasformazione del territorio», in Indovina F. (a cura di), Terri-
torio. Innovazione. Economia. Pianificazione. Politiche. Vent’anni di ricerca del
Daest, Daest, IUAV, Venezia, 1999, pp. 61-81.
– «Governare la complessità. Il Veneto come caso esemplificativo ma non paradigmati-
co», Economia e società regionale – Oltre il ponte, n. 4, pp. 91-109, 1998.
– (con Matassoni F.), «Alle radici della città diffusa: l’indifferenza localizzativa e la
pianificazione mancata», in Indovina F., Matassoni F., Savino M., Sernini M., Torres
M., Vettoretto L., La città diffusa, Daest- IUAV, quaderno n. 1., pp. 99-139, 1990.

Michele Sernini

– «Appunti di ricerca intorno all’urbanizzazione in sviluppo tra le città di Padova,


Venezia-Mestre, Treviso», in Indovina F., Matassoni F., Savino M., Sernini M., Torres
M., Vettoretto L., La città diffusa, Daest- IUAV, quaderno n. 1., pp. 45-64, 1990.

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– Nuovi modelli di città, FrancoAngeli, Milano, 2004.


– «Città concentrata, città reticolare e centri isolati nell’area Padova, Mestre-Venezia,
Treviso», in Indovina F., Matassoni F., Savino M., Sernini M., Torres M., Vettoretto
L., La città diffusa, Daest- IUAV, quaderno n. 1., pp. 67-981990.

Luciano Vettoretto

– «Diffusione urbana e trasformazioni sociali nel contesto padano, con particolare at-
tenzione alle aree di piccola impresa», in Becchi A., Indovina F. (a cura di), Caratte-
ri delle recenti trasformazioni urbane, FrancoAngeli, Milano, 1999.
– «Paisatges terciaris i transformacions socials en la ciutat difusa del Vèneto», Docu-
ments d'Anàlisi Geogràfica, n. 33, 1998.
– «Paesaggi terziari e trasformazioni sociali: un contributo all'interpretazione della cit-
tà diffusa veneta», Economia e società regionale, n. 57, 1997.

15
– «La diffusione urbana nei sistemi insediativi veneti: alcune tendenze recenti», in A-
a.vv., Scritti di geografia urbana e regionale, Daest-IUAV, Venezia, 1992.
– «La geografia del terziario. Ipotesi d’uso della fonte censuaria e primi risultati», in
Indovina F., Matassoni F., Savino M., Sernini M., Torres M., Vettoretto L., La città
diffusa, Daest- IUAV, quaderno n. 1., pp. 143-168, 1990.
– «Condizioni socio-abitative, basi economiche e forme della crescita urbana: alcuni
materiali di ricerca», in Indovina F., Matassoni F., Savino M., Sernini M., Torres M.,
Vettoretto L., La città diffusa, Daest- IUAV, quaderno n. 1., pp. 171-227, 1990.

16
Introduzione
Dalla città diffusa all’arcipelago metropolitano
di Francesco Indovina

1. Nostalgia versus progresso

La nostalgia è sentimento della staticità, il rimpianto per quello che era e


non è più, perché si è trasformato: è il rifiuto psicologico, non fattuale, del pre-
sente rispetto al passato. Ma è anche un sentimento dell’abbellimento, quello
che si rimpiange, quello di cui si ha nostalgia, gode di un’aurea meravigliosa. È
un sentimento della vecchiaia, della memoria distorta o, se si preferisse, seletti-
va. I meravigliosi anni della giovinezza, meravigliosi perché ricordati con in-
dulgenza, meravigliosi perché tutte le ombre sono state cancellate, i lati scuri e
dolorosi evaporati, ma allora, forse, molti si riconoscevano in quanto scritto
Nizan: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più
bella età della vita».
Forse non è azzardato sostenere che questa nostra epoca si caratterizza per
un diffuso sentimento di nostalgia. I cambiamenti, infatti, sono molto più nu-
merosi e molto più rapidi, la nostra attitudine ad adattarci scarsa.
È enormemente cresciuta la tecnologia che ci siamo “abituati” ad usare; lo spa-
zio si è dilatato per la crescente possibilità di muoversi; il consumo dilaga a con-
fronto della parsimonia del passato; siamo bombardati da informazioni che vengo-
no da tutto il mondo; la secolarizzazione ci lascia senza Dio. Siamo lanciati in un
futuro di cui non vediamo né conosciamo i confini ma siamo pieni di rimpianti per
il passato: le buone vecchie cose, il sapore dei pomidori, il gusto del latte, ..., igno-
rando come quello che appare come una perdita è molto spesso il risultato di pro-
cessi che hanno portato grandi benefici all’umanità (Pascale, 2008).
Devo confessarlo, sono fiducioso “nelle meravigliose sorti del progresso”:
questo mi suggerisce l’avanzamento della tecnica, le meraviglie della medicina,
la riduzione della mortalità infantile, il prolungamento della vita, rapporti so-
ciali più liberi, l’istruzione di massa, le aumentate possibilità di comunicazioni,
ecc.. Ma tutto questo è senza contraccolpi? Certo che no! Tutto questo è patri-
monio comune di tutta l’umanità? Certo che no!
Ma contrastare le distorsioni, generalizzare i benefici è compito nostro, fa
parte della dialettica nella società; così come è compito collettivo l’attenzione
17
agli indirizzi del progresso, agli effetti dei risultati della ricerca scientifica,
all’uso controllato delle risorse. Non ad occhi chiusi verso il futuro, non cam-
minando con la testa rivolta in dietro, ma occhi aperti e cautela ad ogni passo.
Gli ideali di giustizia sociale e di libertà si sono sempre scontrati con gli egoi-
smi e le appropriazioni individuali, non è mai esistita un’epoca d’oro, ma a
questi ideali bisogna avvicinarsi, per la realizzazione di questi ideali vale la pe-
na di porre il massimo impegno.
Così, il rimpianto per la città che non c’è più, appare per quello che è: me-
moria selettiva che abbellisce una realtà che è sempre stata densa di contraddi-
zioni, di ineguaglianze, di ingiustizie. Da sempre si è manifestata l’ispirazione
a costruire la città utopica, la città perfetta, sia sotto l’aspetto morfologico (U-
tet, 1986) che su quello sociale (si pensi al falansterio di Fourier). Esercizi
sempre frustrati dalla complessità sociale.
La concezione (europea) della città è quella che ci viene dal rinascimento e
dal barocco con le forzature e le “violenze” dello sviluppo industriale: la città
compatta dentro le mura o definita da un preciso confine. Lo sviluppo indu-
striale ha violentato questa immaginaria realtà; nonostante l’emergere di perife-
rie molto spesso slabbrate e per certi versi indefinite, quell’immagine esercita-
va il suo richiamo. Ma al di là della nostalgia, bisogna riconoscere l’esistenza
di una forza che la compattava pur nelle grandi trasformazioni: la forza dell’ag-
glomerazione. Capitale e popolazione si accentravano nella città: la città indu-
striale, la città del capitale è un città compatta. Ma non si è trattato del risultato
dell’applicazione o conservazione di un modello, ma della ricerca di “conve-
nienze” e opportunità economiche e sociali.
Tutte le ideologie antiurbane, anche quelle non reazionarie ma fondate su
buone intenzioni e con la speranza di far bene, hanno fallito proprio per non
avere tenuto in debito conto la forza dell’agglomerazione, i suoi vantaggi, tra i
quali la costruzione di una “società” sempre più articolata e complessa.
La città non è un corpo autonomo rispetto alla società essa, così ci si può
esprimere, è la proiezione della struttura economica-sociale sullo spazio. Di
quella struttura mantiene le contraddizioni, le diseguaglianze, ma anche le op-
portunità, le ricchezze, il dinamismo economico e sociale. Le città si sono adat-
tate continuamente ma sono state anche all’origine delle trasformazioni sociali,
dell’affermazione di nuovi diritti, dell’espressione di nuovi disaggi e di rinno-
vati conflitti. Osservata nel lungo periodo la città si dimostra plastica, si adatta
e si modifica (Secchi, 2005). Questo processo di adattamento si è manifestato
anche come continua dialettica tra una forzatura individualistica ed esigenze
collettive e generali (tra pratiche sociali e politiche, per dirlo in altro modo).
Essa tuttavia è stata sempre “pensata” come luogo della collettività, dove inte-
razione sociale da una parte e intervento politica dall’altra costruivano un tes-
suto adatto a mitigare le condizioni degli strati meno abbienti, e dove i diritti di
cittadinanza si affermavano.

18
Se fosse vera la relazione tra trasformazioni socio-economiche e organizza-
zione dello spazio, bisogna prendere atto che la volontà di cristallizzare una
qualunque forma di città appare come un non senso1.
La città non è una forma o una struttura fisica ma è relazioni sociali, rapporti
sociali di reciprocità tra chi l’abita, lavoro, ricerca, commerci, divertimenti, e quan-
to gli uomini e le donne che la popolano sono capaci di fare e di inventarsi per la
loro vita. Non che la forma urbana sia indifferente e non conti, ma si vuole sottoli-
neare come una “città” segnata dall’assenza dell’uomo, costituisce un sito archeo-
logico, qualcosa che è stata città e non lo è più proprio per quell’assenza. Tutto
questo è noto e banale, eppure, quando ragioniamo di città, si tende a dimenticare
questo dato, si suole dare massima importanza alla forma e non alla sua vita.
È possibile convenire che quanto gli abitanti di un luogo fanno per realizza-
re i proprio obiettivi2 costituisca l’essenza stessa della città, compresa la sua
continua trasformazione fisica. Se si assumesse questo punto di vista allora le
“trasformazioni urbane” e la stessa “trasformazione della città” andrebbero let-
te a partire proprio dalle trasformazioni economiche, sociali, culturali e negli
stili di vita, che ogni epoca propone.

2. Agglomerazione e diffusione

Possiamo considerare la città densa e concentrata, quella che tutti hanno in


mente all’evocazione del nome «città», come l’effetto della forza dell’ag-
glomerazione; la concentrazione di popolazione e capitale offriva dei grandi
vantaggi, economici e sociali, e sono stati, in sostanza, queste opportunità che
hanno determinato l’affermarsi della città nell’epoca moderna.
I vantaggi dell’agglomerazione riguardavano la sfera della produzione e la
sfera sociale: il raggiungimento di livelli superiori di produttività o di efficien-
za del lavoro determinato dalla divisione tecnica del lavoro, dalla specializza-
zione, dalla possibilità di confrontare esperienze e anche idee; ma ancora van-
taggi nello scambio, le città mercato facilitavano gli scambi tra produttori an-

1. Non a caso quando, sempre più raramente, si incontra un piccolo insediamento che ha conser-
vato le caratteristiche tradizionali di un’epoca passata si suole esclamare «qui, il tempo si è ferma-
to». Ma è vero, il tempo in quel luogo si è fermato nel senso che la struttura socio-economica è ri-
masta abbastanza immutata. E quando quello stesso paese – capita sempre più spesso – è investito
da una trasformazione in “seconde case”, una trasformazione che ne mantiene integra la morfologia
e la struttura fisica, sentiamo che c’è qualcosa di falso. Una non corrispondenza tra la funzione e la
forma: i suoni delle macchine che entrano o escono dalle stalle trasformate in box per automobili, ci
appaiono fuori luogo, ci aspetteremmo il muggito di buoi e vacche. Il che non vuol dire che non si
tratti di luoghi piacevoli, ma certo un senso di estraniazione si impossessa di noi.
2. Si tratta sia dell’attività delle pratiche sociali, che parziali e individuali generano dinamismo
ed innovazione, che delle politiche che vengono sollecitate e attivate per esaltare i risultati posi-
tivi delle pratiche sociali e correggere esiti e pratiche che risultassero incompatibili con
l’interesse generale.

19
che lontani; vantaggi nell’organizzazione delle relazioni tra le diverse funzioni;
vantaggi della socializzazione, della diffusione culturale e delle conoscenze.
Tutto questo è stato “prodotto”, per così dire, nella città insieme a riduzioni di
libertà, differenziazioni sociali sempre più accentuate, controlli, obblighi socia-
li e istituzionali, emarginazione, organizzazione e divisione sociale dello spa-
zio, ecc.; svantaggi erano compensati dalle opportunità di cui si è detto.
L’agglomerazione, con i suoi vantaggi, quindi, costituisce il collante senza il
quale non ci sarebbe stata la città che conosciamo. Questa osservazione non va-
le soltanto per la città moderna, ma ha senso anche nella città di origine, anche
se in quel caso i vantaggi erano diversi, ma comunque è la loro esistenza che
hanno spinto le popolazioni ad agglomerarsi.
In un certo senso la forza dell’agglomerazione costituisce un fattore coattivo:
costringeva gli uomini a stare agglomerati, a preferire, in un certo senso, obbliga-
toriamente la città3. Fuori da essa, infatti, si avevano minori opportunità, minori
occasioni, minori conoscenze, minori difese, ecc. Non a caso gli abitanti della cit-
tà sono stati distinti dagli abitanti del territorio come diversi e “migliori”, più so-
cialmente ricchi, più colti, più tecnologicamente progrediti, ecc.
Da queste brevissime considerazioni si può trarre una conclusione (forse
non condivisa da tutti): la città che oggi molti rimpiangono, messa sostanzial-
mente in discussione da una parte dal suo dilatarsi in abnorme periferie, in una
forma indeterminata, in una crescita senza regole e, dall’altra parte, dall’esplo-
sione urbana, cioè dalla diffusione territoriale di quelli che sono stati gli ele-
menti costitutivi (fisici e sociali) della città, è il risultato di una coazione, di una
forza obbligante. Non l’espressione costruttiva di libere volontà, ma una neces-
sità implicita nella forma dell’organizzazione sociale. E possibile affermare
come sia stata questa relazione tra necessità e opportunità ad avere “costruito”
un obbligo e un ordine urbano.
Non fa meraviglia che questa coazione sia stata ideologicamente elaborata fino
all’affermarsi dell’ideologia urbana che esalta la condizione urbana come quella
della libertà, il che è in un certo senso vero, ma nasconde la contraddittorietà di tale
condizione: l’essere cioè una composizione di elementi positivi e negativi, luogo
della libertà ma anche della sfruttamento, della ricchezza ma anche della miseria
estrema, dove i diritti di cittadinanza trovano strumenti di realizzazione ma dove
vige una forte discriminazione. Dando il giusto significato ai processi e conside-
rando quella che è stata chiamata “coazione” che ha obbligato uomini e donne den-
tro il «male città» (Calabi, 1979) si è in grado di dare alla città la sua giusta collo-
cazione all’interno del processo sociale e di assumere ogni sua trasformazione co-
me l’esito non evitabile del processo dinamico della società, dei mutamenti degli
strumenti tecnici e dei modelli di convivenza e di socialità.
Dicendo questo non si vuole né affermare né sottintendere che tutte le tra-
sformazioni nell’organizzazione della città e del territorio, poiché effetto delle

3. La città industriale è proprio l’esito dell’immigrazione di massa di uomini e donne che spinte dal-
la miseria, scacciati dalle campagne, hanno cercato occupazione nelle manifatture che sorgevano.

20
trasformazioni nella società, siano buone e accettabili, ma soltanto che per go-
vernare i fenomeni di trasformazione nell’interesse generale questi devono es-
sere analizzati e ben individuati.
La diffusione che si contrappone alla concentrazione e che è costituita dallo
spostamento di popolazione, attività e servizi fuori dalle mura della città (non im-
porta se fisici o ideali), non costituisce un preordinato attacco alla città, ma piutto-
sto l’esito di una modificazione nell’organizzazione sociale che pone problemi di
trasformazione dell’organizzazione dello spazio. Si può affermare, detto in modo
molto semplice e schematico, che mentre da una parte i vantaggi dell’agglomera-
zione si sono spesso trasformati in svantaggi (congestione, tempi e costi di traspor-
to, qualità ambientale, costo della vita, ecc.), dall’altra parte gli stessi vantaggi
dell’agglomerazione (occasioni, informazione, socialità, ecc.) pare possano essere
raggiunti anche senza l’agglomerazione. È proprio questo mutamento che ha de-
terminato l’esplosione della città: la città concentrata ha iniziato a perdere popola-
zione, attività e servizi i quali hanno trovato più opportuna e conveniente colloca-
zione nel territorio ampio, fuori dalla città, mentre al suo interno si affermava un
processo di polarizzazione sociale, professionale e di attività.
Studiando questi fenomeni si è giunti alla formalizzazione del concetto di cit-
tà diffusa e della sua futura evoluzione, sul quale si tornerà nel prossimo paragra-
fo. Qui si vorrebbe sostenere che la formazione della città diffusa è l’esito di un
bisogno di città, cioè dei rapporti (economici, sociali, ecc.) che sono costitutivi
della città. Questo non paia in contraddizione con quanto sostenuto in precedenza
circa una sorta di coazione a “formare” città, perché la città è stata anche il luogo
delle opportunità e ha fornito le condizioni per lo sviluppo della società (è pro-
prio il rapporto dialettico tra necessità e opportunità non deve essere perso di vi-
sta). La realizzazione di una forma di relazione sociale di tipo urbano (e si vedrà
anche metropolitana) in un contesto morfologicamente non urbano chiarisce qua-
le sia, di fatto, il dato fondativo della condizione urbana: non le mura, non una
data forma morfologica, ma la società costituita e costituente.
Quel che sta succedendo, di questo bisognerà prendere coscienza, è che essen-
dosi allentata la coazione ad agglomerarsi si danno forme diverse di città. La città
concentrata non sparisce, ma essa non è più l’unica forma di città: il “destino” ur-
bano si articola, individui e organizzazioni tendono a scegliere quella forma che
meglio risponde alle proprie esigenze, alla realizzazione dei propri progetti e alla
conquista di quei vantaggi che ci si aspetta da una localizzazione. Non si vorrebbe
dare l’impressione che si voglia contrapporre la coazione agglomerativa con una
sorta di piena libertà di scelta; vincoli, obblighi e coercizioni sono costitutivi, fino
ad oggi, della nostra società, ma se da una parte si modificano e si allentano coa-
zioni e vincoli, dall’altra parte bisogna riconoscere che oggi esistono le condizioni
per una scelta più articolata tra diverse opportunità. Anche la diffusione subisce gli
effetti del rapporto tra uno stato di necessità e la ricerca di opportunità, quello che
pare evidente e che oggi esistono più numerose alternative.

21
Molto spesso si è fatto riferimento alla città diffusa come un fenomeno di
sprawl di tipo nord-americano. La questione è stata già affrontata (Fregolent,
2005), ma qui si vorrebbe schematicamente mettere in luce due fondamentali
differenze non considerando le quali non si può avere comprensione dei feno-
meni in corso. Lo sprawl, così come pare di conoscerlo, ha molte differenze con
l’esplosione urbana che caratterizza molte situazione europee, ma fondamentali
sembrano le seguenti due (ovviamente si tratta di una schematizzazione): esso
costituisce una procedura di intervento nel territorio per rilevanti aggregati, bloc-
chi di villette, ecc., mentre al contrario la diffusione è un fenomeno che in lar-
ghissima parte si presenta come “singolare”, scelta di singole famiglie o imprese;
ancora lo sprawl è una modalità di “costruire” città (anche se in un senso forse
non condivisibile), mentre la diffusione è una modalità di modificare una situa-
zione urbana consolidata. Inoltre gli esiti sono completamente differenti poiché la
diffusione ingloba centri e insediamenti storici ricostruendo un tessuto urbano
sicuramente non identico a quello di passato ma che con quello ha fortissimi ag-
ganci, mentre lo sprawl è costruzione di un paesaggio completamente nuovo.

3. La trasformazione del territorio

Nei saggi di seguito pubblicati sono identificati i fattori che hanno determi-
nato in modo diretto e indiretto le più recenti trasformazioni del territorio; in
estrema sintesi (per i dettagli si rinvia ai testi in questo volume) questi possono
essere individuati in:

– abbandono di quote rilevanti di attività agricola, che ha come esito la dispo-


nibilità4 di aree per usi alternativi;
– modifiche nei processi produttivi, con riduzione delle convenienze a produ-
zione di massa concentrate5;
– mutamenti negli stili di vita come conseguenza di maggiori disponibilità di
risorse economiche, modifica dei modelli di riferimento, soprattutto per
quanto riguarda l’abitare, alta propensione alla mobilità;

– aumento dei costi della città concentrata6;

4. Non inganni l’uso del termine «disponibilità»: esso fa riferimento non tanto ad una disponi-
bilità normata, regolata e definita da strumenti giuridici o di pianificazione quanto piuttosto ad
una speranza, all’attesa da parte del proprietario di vedere trasformata la destinazione d’uso agri-
colo in edificabile. La disponibilità, ancora, si riferisce, come dire, all’esistenza cioè di un’area
agricola non utilizzata o scarsamente utilizzata che verrà trasformata in modo abusivo o aggiran-
do divieti e norme, in un’area edificabile.
5. Sempre più la produzione di massa non ha necessità di essere realizzata in modo concentrato
in un luogo, ma può esserlo utilizzando unità produttive sparse in zone, regioni o nazioni diverse.
6. Il “successo” della città, ai diversi livelli, comporta un aumento del suo valore d’uso e quin-
di un aumento del suo valore di scambio (esemplificativo, quello della casa), il che seleziona fa-

22
– indebolimento della forza agglomerativa;
– modifiche nell’organizzazione del commercio al dettaglio con la diffusione
della grande concentrazione commerciale;
– nascita delle grandi attrezzature per il tempo libero e il divertimento
(all’aperto e al chiuso)7.

Questi i fattori principali che hanno determinato prima l’urbanizzazione del-


la campagna e poi la formazione della città diffusa. Il processo, ovviamente,
non è stato istantaneo, ma si è sviluppato nel tempo ma anche – se consideria-
mo i tempi della città – con una certa rapidità. L’urbanizzazione della campa-
gna è stata il risultato di una somma di decisioni individuali, sia in ordine alla
localizzazione di attività economiche, sia delle famiglie.
Le prime hanno dato luogo ad un “disordine territoriale” la cui descrizione
più appropriata ci pare quella fornita da Marco Paolini (1999) in un immagina-
rio viaggio attraverso questo nuovo paesaggio:

«Se cerchi di seguire il nome di una ditta


al terzo incrocio sei finito.
Tocca accostare a destra
domandare informazioni:
MA ...DOVE SEMO CUA?
MA... DE CHI SITU TI?
E si resta parcheggiati a bordo strada tra due platani pelati a colonna, bloccando
una fila di tir che ti sfiorano uno a uno con le loro bestemmie diesel, le enormi ruote
vicine al finestrino, allo specchietto. MA DOVE SEMO CUA? MA DE CHI SITU
TI? Non resta che chiedere aiuto con il cellulare ad una premurosa segretaria
d’azienda multilingue:
Guardi you ciappa da Conelliano verso Sacille, al semaforo di Pianzano gira a
destra e non sbaglia. El va ’vanti sette chilometri, s’el trova il passaggio a livello,
vuol dire ch’el ga sbaglià strada, non lo passa, torna indietro, el vede una strada a
destra, non la ciappa. Quella dopo a sinistra, oltre il sottopassaggio e non sbaglia.
Trova una rotatoria non la prima, non la seconda... la quarta. Bravo! Va ’vanti, pro-
segue e non sbaglia. Se arriva a San Fior è andato troppo avanti, torna indietro, sulla
destra c'è una zona artigianale, là el domanda ancora ma... el’ se rivà».

Pare che la descrizione delle disavventure di questo viaggiatore siano abba-


stanza chiare della situazione dell’organizzazione del territorio, aggiungendo
che i singoli enti locali hanno incrementato tale disordine con la definizione di
aree, per lo più chiamate «aree artigiane», prive di ogni attrezzature ma buone

miglie e attività in grado di pagare i maggiori costi mentre espelle chi non riesce ad adeguarsi ai
maggiori oneri.
7. Attrezzature che per il costo, lo spazio e l’accessibilità tendono a localizzarsi all’esterno del-
la città concentrata.

23
per valorizzare terreni, localizzare imprese (artigiane e no, nuove o trasferite,
ecc.) e lucrare sugli oneri. I comuni fanno cassa e il territorio si disarticola.
Più complessa appare l’evoluzione della localizzazione delle famiglie. Se
l’inizio può essere assegnato alla parte giovane delle famiglie contadine, che
lasciano il lavoro dei campi per il lavoro nell’industria, ma restano, tuttavia, le-
gati fisicamente alla famiglia di origine, e che con i primi risparmi, per lo più in
autocostruzione, realizzano una nuova casa sul terreno di famiglia. Ma se que-
sto è l’inizio a questo segue la realizzazione della “casa unifamiliare”, di chi si
sposta dalla città o anche dal piccolo centro per realizzare un sogno: la villa,
costruita su un artificiale rialzo del terreno, con giardino, talvolta con piscina,
taverna, ecc. Un’abitazione che costituisce un mix estetico, in un certo senso
micidiale, della casa contadina con la villa dei serial televisivi. Il sogno di chi
non vuole più vivere in città, non solo nella grande città ma anche nei medi
centri (anche storici) sparsi sul territorio.
A queste iniziative individuali, o per lo più familiari (le “biville” di due fra-
telli o parenti, ecc), si sommano le iniziative delle cooperative che con la co-
struzione di case a schiera, per lo più duplex, soddisfano il desiderio di chi non
può permettersi la villa singola, ed anche piccoli promotori che con le stesse
case a schiere soddisfano altri segmenti di domanda. Ed ancora gli istituti per
l’edilizia economica e popolare, che utilizzano i più bassi costi dei terreni per
costruire insediamenti da assegnare a famiglie aventi diritto ma trasferendole
fuori dalla città.
Per avere piena comprensione della fenomenologia prima indicata bisogna
tenere conto che ad un certo punto questa urbanizzazione del territorio si incro-
cia con un processo di nuova organizzazione produttiva – specialmente tessile e
abbigliamento, ma non solo – che decentra molta della propria produzione sia
verso piccole imprese sia anche verso il lavoro a domicilio. Ecco allora che al-
cune di questa case isolate diventano luoghi di produzione alla quale danno il
loro contributo (“danno una mano”) tutti i membri della famiglia, compresi i
bambini, non impegnati all’esterno (con un peggioramento degli standard abita-
ti conquistati). Per alcune di queste famiglie il lavoro a domicilio diventa nel
tempo fondamentale il che li porta ad aggiungere alla casa la costruzione di un
nuovo locale (il laboratorio), riconquistando così l’edificio principale all’abi-
tare. Ma nella dinamica dell’economia, alcuni di questi si mettono in proprio
magari mantenendo un rapporto con il loro originale datore di lavoro, e allora
ecco che all’originale costruzione si sopraeleva un piano dove si trasferisce
l’abitazione, mentre il primo piano diventa ancora luogo di produzione oltre
che vetrina e negozio, contribuendo alla costruzione della «strada mercato».
Il fenomeno della diffusione, in sostanza, appare complesso, segue la ricerca
di vantaggi di singole famiglie e di imprese, è investito dalla trasformazione del
processo produttivo, si colloca in un ampliamento delle possibilità economiche
e nella creazione di nuove forme di attività.

24
La domanda a questo punto è: quando e come l’urbanizzazione diffusa di-
venta città diffusa? E ancora quando e come la città diffusa diventa arcipelago
metropolitano? È molto difficile rispondere al “quando”: si tratta di processi
lunghi, con momenti di accelerazione e di rallentamento, ma del resto definire
un momento temporale nel quale la trasformazione avviene compiutamente non
è neanche molto importante. Tempi diversi in luoghi diversi, velocità diverse in
situazioni diverse, ecc. Di maggiore interesse è cercare di descrivere quali sia-
no gli eventi e le condizioni di queste trasformazioni.
Questa trasformazione, intanto, è un indizio del bisogno di città, ma vale la
pena inizialmente definire in che senso parliamo di città. Si è già fatto riferimento
all’importanza che si deve attribuire alla natura delle relazione (di tutti i tipi) che
si intrecciano tra gli uomini nella città. Sono queste relazioni che costituiscono
l’essenza della città, comprese le modalità con le quali uomini e donne usano la
città stessa. Densità, intensità, assenza di soluzione di continuità, morfologia e
forma non sono accidentali, ci mancherebbe, ma da sole non fanno città. Dal pro-
cesso storico si è abituati a considerare le relazioni sociali e la conformazione fi-
sica come un’unità inscindibile. La città diffusa dimostra che non è così.
L’urbanizzazione diffusa, così come si è cercato di descrive in precedenza, si è
continuamente arricchita di “oggetti” da una parte e di relazioni funzionali e sociali
dall’altra. Non solo “abitazioni” e “imprese produttive”, ma anche attività di servi-
zio. La crescita della localizzazione dentro l’area vasta di queste attività di servizio
(private) è stata determinata in parte dalla loro espulsione dalla città concentrata, in
parte dall’“opportunità” che gli imprenditori del settore hanno visto nel “servire”
una popolazione ragguardevole di numero, povera di attrezzature di servizio e dif-
fusa in un territorio ampio. All’inizio banali ipermercati, poi centri commerciali,
multisala cinematografici, centri di divertimento, discoteche, centri sportivi, ecc.
Nello stesso tempo sorgevano, frutto della trasformazione produttiva commerciale
delle piccole imprese (che avevano origine spesso nel lavoro a domicilio), negozi
specializzati («tutto luce», «tutto scarpe», «tutto sposa», ecc.) che costruivano
«strade mercato», mentre vecchie trattorie si trasformavano in moderni ristoranti,
nuovi posti di ristoro aprivano (vinerie, gelaterie, paninerie, ecc.).
Questo processo di arricchimento di “oggetti” diversificati si intrecciava con
la tendenza della popolazione ad usare tutti questi servizi secondo le proprie ne-
cessità, insomma l’area vasta veniva usata come se fosse una città, anche perché
questa area vasta conteneva (quasi) tutto ciò che prima era contenuto nella città
compatta. Quasi tutto, poiché la città concentrata risultava ancora sede delle atti-
vità di “eccellenza” (su questo si tornerà) e poi perché il processo descritto è stato
generalmente auto-organizzato senza nulla o minimo apporto di governo e di in-
vestimenti pubblici che non siano infrastrutture stradali. Una situazione questa
che in parte nel tempo si corregge. Infatti, i centri (storici o meno) preesistenti
all’urbanizzazione diffusa prendono in parte coscienza che essi costituiscono
punto di riferimento e di servizio per una popolazione più ampia, molto più am-
pia in certi casi di quella direttamente insediata nell’ambito del centro compatto.

25
A partire da qui si hanno casi di rinnovo urbano, di ampliamento, ristrutturazione
e miglioramento degli spazi pubblici, arricchimento di servizi, ecc.
Questo processo spiega come si sia passati dall’urbanizzazione diffusa alla
città diffusa: un’anomala città senza che di questa abbia le caratteristiche fisi-
che morfologiche tradizionali, mentre ne conserva quelle funzionali e sociali.
Una città caratterizzata da ampia dotazione di tutto ciò che è “privato”, ma sot-
todotata di tutto quello che è solitamente pubblico. La città diffusa “funziona”
come una città compatta senza averne le caratteristiche di concentrazione e
densità, si tratta, cioè, di una nuova forma di città, che della vecchia forma con-
serva alcuni difetti e pregi e che a questi si aggiungono difetti e pregi propri. Il
momento di passaggio si ha, quindi, quando il territorio ampio si arricchisce di
servizi e quando la popolazione insediata usa il territorio ampio, cioè i servizi
ivi collocati, nello stesso modo nel quale si usano nella città compatta. Dota-
zione e uso fanno di un’urbanizzazione diffusa una città diffusa.
Per fare il successivo passo avanti, verso l’arcipelago metropolitano, è neces-
sario considerare cos’è avvenuto nella città concentrata. Nel processo di diffusio-
ne, cioè dell’urbanizzazione diffusa, fino alla città diffusa, che è successo alla cit-
tà concentrata, soprattutto quella di media e grande dimensione? Si è osservato
che in questo caso l’espulsione (di famiglie, attività e servizi) ha determinato un
processo di polarizzazione, ma non è questo il fenomeno che interessa in questa
sede. La città concentrata ha trattenuto al suo interno le istituzioni di governo
(non solo politico, ma anche finanziario, della cultura, della formazione, della si-
curezza, della comunicazione, ecc.) nonché i centri di eccellenza (ricerca, forma-
zione superiore, ecc.). La città concentrata, in sostanza, ha mantenuto un suo ruo-
lo di centro propulsore della cultura, dell’economia dell’amministrazione.
Il consolidamento della città diffusa, compresi i processi di densificazione
che si manifestavano o nel solito modo “spontaneo” o per timidi interventi
pubblici, da una parte, e, dall’altra, la necessità di allentare la “dittatura dei co-
sti urbani” della città concentrata (aree ed edifici, congestione, costo dei tra-
sporti, ecc.), collegati ad una dislocazione esterna della maggior parte dei clien-
ti e utenti e degli stessi lavoratori (con grossi problemi di pendolarismo degli
uni e degli altri), hanno determinato un ripensamento circa la migliore localiz-
zazione di questi centri di governo e poli di eccellenza.
Succede allora che una parte, o porzioni, di questi centri del potere e poli di
eccellenza seguono il flusso della diffusione e si rilocalizzano, o localizzano loro
porzioni nel territorio ampio (si può dire nella città diffusa). Ma mentre i servizi
di cui si è parlato prima (centri commerciali, multisala, discoteche, ecc.), proprio
in ragione della dislocazione della popolazione-cliente, avevano come ottica fon-
damentale nella scelta del punto di localizzazione l’accessibilità, cioè la possibi-
lità che i loro clienti potessero raggiungerli facilmente con l’automobile (quindi
in generale agli incroci o ai margini di importanti infrastrutture di trasporto), i
centri di governo e di eccellenza privilegiavano una localizzazione urbana, anche
se in città di minore dimensione. Ragioni psicologiche, di prestigio, di visibilità,

26
per la necessità di disporre di servizi immediati, per permettere l’accessibilità agli
utenti anche con mezzi di trasporto pubblico, per una sorta di miglior comfort,
ecc., le nuove localizzazione privilegiavano in qualche modo l’ambiente urbano
tradizionale8. Ma c’è di più: la massa della popolazione allocata nell’area vasta
comincia ad avere la consistenza e la dimensione di una metropoli9, cosa che in-
duce alla nascita di servizi privati e pubblici di tipo metropolitano (negozi alta-
mente specializzati; servizi alle persone rari, servizi e funzioni, pubblici e privati,
di alto ed esclusivo contenuto; ecc.).
Il territorio della città diffusa si arricchisce di centri di governo e di poli di ec-
cellenza, che si collocano nei centri di media e media piccola dimensione esisten-
ti al proprio interno. Va sottolineato che ciascuna di queste nuove localizzazioni
serve, tendenzialmente, tutta l’area non già la sola popolazione insediata
nell’area contigua e ristretta alla propria localizzazione. In sostanza il territorio si
de-gerarchizza e i flussi di persone, merci e informazioni diventano multipolari.
Non bisogna commettere l’errore di considerare eliminata ogni forma di gerar-
chia ma, piuttosto, si ha un forte indebolimento delle gerarchie territoriali, come
si dirà di seguito si passa da una gerarchia hard ad una gerarchia soft .
Queste nuove localizzazioni rafforzano il processo di densificazione che non
elimina la diffusione, ma l’organizza meglio (anche se in forma spesso ancora
auto-organizzata). Il paesaggio che si presenta allora appare come un paesaggio
ricco e articolato, denso di funzioni, esasperato nella sua mobilità, ma che offre ai
suoi abitanti una dimensione di vita metropolitana, anche se non concentrata (del
resto solo in apparenza la città metropolitana, nel suo insieme, risultava concen-
trata, le sue distanze interne spesso sono di non modesta lunghezza). Un paesag-
gio dove si possono notare: città grandi, medie e piccole, insediamenti sparsi e
piccoli borghi, zone industriali-artigianali, ma anche attività produttive sparse,
strade mercato e poli di specializzazione commerciale, aggregati per il diverti-
mento, poli sportivi, centri di governo e poli di eccellenza non concentrati ma
sparsi in tutto il territorio, insediamenti di edilizia economica e popolare, aree a-
gricole, campi abbandonati, ecc. Questa nuova struttura territoriale è stata deno-
minata arcipelago metropolitano, termine che tende a sottolineare, anche in que-
sto caso – come per la città diffusa – la funzionalità e la socialità piuttosto che
struttura fisica: arcipelago perché costituito da entità separate ma fortemente in-
tegrate, metropolitano perché esprime livelli e funzionalità di una metropoli.

8. Si osservi, per esempio, che un centro commerciale è in se stesso autonomo e tenta di co-
struirsi proiettando un’immagine di città, anche la sua toponomastica interna ha questo scopo,
mentre più difficile o impossibile risulta la stessa operazione nei centri di governo o nei poli di
eccellenza, che per altro bisognano di “servizi”.
9. La differenza tra “città” e “metropoli” si assume non sia solo quantitativa ma anche qualita-
tiva, la dimensione della popolazione permette l’attivazione di servizi “rari” che hanno bisogno
di un bacino di utenti molto vasto. La tendenza verso la metropoli si è concretizzata soprattutto
con le città metropolitane fortemente gerarchizzate e con flussi di persone, merci e informazioni
mono-direzionali.

27
Tutto questo attraversato da una popolazione in grande movimento ma che go-
de di un ambiente metropolitano dilatato senza l’oppressione della grandissima
concentrazione. Una condizione metropolitana che prima costituiva privilegio –
perché di questo si tratta – solo di alcuni segmenti di popolazione mentre oggi è
un’opportunità per quote crescenti di popolazione. La metropolizzazione del terri-
torio, come è stata definita, costituisce, infatti, una tendenza comune ad ampi terri-
tori, sia di tipo diffuso, sia appartenenti alle tradizionali aree metropolitane. Feno-
meno questo che sfrutta sia le nuove tecnologie informatiche, sia l’accresciuta pro-
pensione alla mobilità delle persone, sia l’aumentata possibilità di scelta tra modelli
dell’abitare differenti, sia una nuova attenzione alle condizioni ambientali.

4. Governare le trasformazioni

In precedenza si è spesso rilevato come i processi analizzati siano caratteriz-


zati da un forte elemento di auto-organizzazione; in questo modo si è inteso sot-
tolineare come questi processi rispondessero soltanto ed esclusivamente
all’interesse dei singoli decisori privati (famiglie, imprese o attività economiche)
e come queste decisioni non avessero quasi mai occasione di confrontarsi con un
interesse collettivo. La pura affermazione di interessi particolari, e spesso di sog-
getti non necessariamente dotati di grande “potere” (economico, per esempio).
Si tratta di un caso nuovo di organizzazione dello spazio. In precedenza, in-
fatti, i singoli interventi privati dovevano fare i conti con piani, norme, regole,
vincoli ecc., non che questi venissero sempre rispettati, spesso venivano igno-
rate o aggirate, ma comunque era evidente che le regole non venissero rispetta-
te, il che poteva portare a conflitti con l’amministrazione o gruppi di cittadini.
Nel caso che si sta esaminando, quasi in modo generalizzato, le regole o non
esistevano, o erano molto labili, o erano fatte in modo da permetterne l’elu-
sione, o erano finalizzate perchè i singoli potessero realizzare i loro interessi
particolari senza nessuna o poca considerazione dell’interesse collettivo.
Apparentemente laissez faire e l’assenza di intervento pubblico hanno dato,
come esito, quello che sembrava impossibile, la città. Ma solo apparentemente,
e questo per numerosi motivi che si possono così schematizzare:

– un intervento pubblico diretto c’è stato, ed è possibile definirlo di “rispo-


sta”. È il caso, per esempio, delle infrastrutture di trasporto: a mano a mano
che la città diffusa si organizzava l’intervento pubblico o costruiva o miglio-
rava la viabilità. Si è definito di “risposta” perché si tratta di un intervento
non di indirizzo ma di semplice soddisfazione di un bisogno emergente,
quindi frammentario;
– come si è già osservato, è stato realizzato il miglioramento e l’organizzazio-
ne degli spazi pubblici in molti centri;

28
– la città non è una sommatoria di singole scelte, ma piuttosto un progetto col-
lettivo e pubblico. In assenza di un tale progetto, come nel caso della città dif-
fusa e della sua evoluzione, non solo si ha un risultato insufficiente di funzio-
nalità, ma tale carenza finisce per essere un ostacolo alla realizzazione degli
obiettivi individuali e spesso una complicazione della vita quotidiana;
– l’assenza di un progetto di governo di tale trasformazione ha prodotto, inoltre,
esiti negativi sia dal punto di vista collettivo che individuale: eccessiva motoriz-
zazione, notevole quantità di tempo impiegata in spostamenti, degrado dell’am-
biente, alto consumo energetico, eccessivo costo che la collettività deve soste-
nere per garantire servizi minimi (a partire dalla raccolta dei rifiuti), ecc.;
– la socializzazione generale si è spesso accompagnata con fenomeni di iso-
lamento, soprattutto per le donne e gli anziani;
– si manifestano localizzazioni incompatibili con anche gravi conseguenze per
la salute della popolazione.

Il risultato è una città e una metropoli, come già detto, iperdotata di funzioni e
servizi privati e ipodotata di funzioni e servizi pubblici; ma la questione non è
solo un problema di quantità, ma un problema di funzionalità e di qualità. Osser-
vando qualche periferia di grande città troviamo, anche in questo caso,
un’ipodotazione di funzioni e servizi pubblici (spesso anche di privati) e una
scarsa funzionalità urbana. In forma diversa il fenomeno si riscontra nel diffuso.
Nella tradizione dell’urbanistica è la città il punto di massima attenzione,
mentre per il territorio, anche se non viene considerato un residuo, si ha un oc-
chio analitico più distratto e un intervento meno attento10. Questo atteggiamen-
to poteva essere giustificato, da una parte, e non avere gravi conseguenze,
dall’altra, quando lo spazio extra-urbano era sostanzialmente uno spazio agri-
colo, ma è diventato pernicioso nel momento dell’urbanizzazione diffusa.
Se il processo di diffusione fosse stato guidato, governato e contrastato nei
suoi episodi più paradossali e inutili, oggi si disporrebbe di un città diffusa me-
glio organizzata e funzionale, con la minimizzazione dei suoi aspetti negativi,
più densa di come è risultata11, con un migliore ambiente, un minor consumo di
suolo, minori costi collettivi e maggiori soddisfazioni private. Non una situa-
zione senza contraddizioni (non lo è la città compatta non si capisce perché do-
vrebbe esserlo la città diffusa), ma una condizione che avrebbe potuto ridurre
alcuni degli aspetti negativi della città compatta ed esaltato quelli positivi pro-
pri. Non avere analizzato il fenomeno, averlo sottovalutato e irriso, aver imma-
ginato di poter riportare tutto dentro le mura urbane, ha avuto come conseguen-
za l’affermarsi di un città senza regole, dove gli aspetti negativi della mancanza

10. Questo non vuol dire che nella tradizione del nostro paese non si siano avuti piani molti at-
tenti al territorio, ma in generale si tratta più di casi (Giovanni Astengo nel caso del piano di As-
sisi, per esempio) che non di un dato generalizzato.
11. Si osservi a questo proposito come, pur nell’assenza di governo, si ha un processo, auto-
organizzato, di densificazione degli insediamenti.

29
di governo pubblico non sono esplosi proprio in ragione della dilatazione
dell’insediamento nel territorio.
La città diffusa ha espresso, consapevolmente o meno, un bisogno di città
(di una migliore città) in una situazione tradizionalmente non urbana: non si è
compreso che si trattava di un fenomeno che proiettava sul territorio una pro-
fonda modifica economica, sociale e culturale e non soltanto la realizzazione di
un sogno piccolo borghese o le convenienze delle imprese indifferenti agli inte-
ressi collettivi e all’ambiente. Non comprendere oggi che si è di fronte ad
un’altra trasformazione che esalta la possibilità di insediamenti fortemente dif-
ferenziati ma uniti funzionalmente, con bassi livelli di gerarchia, sarebbe anco-
ra più grave. Più grave perché il gioco si fa più pesante, perché i nuovi inse-
diamenti di strutture di governo o di poli di eccellenza hanno effetti sull’orga-
nizzazione (o disorganizzazione) del territorio molto più rilevanti, e perché è
data la possibilità di costruire un arcipelago metropolitano di grande efficien-
za, di notevole efficacia, di sostegno ad uno sviluppo meno squilibrato e più
conforme agli obiettivi di sostenibilità. Lo strumento principale di governo del
territorio oggi non può essere il Prg, ma piuttosto la pianificazione di area va-
sta che comprende sia un piano di uso del suolo, sia una serie di politiche spe-
cifiche per la realizzazione dei singoli obiettivi.
Per dirla in altro modo, deve cogliersi l’occasione offerta dai processi in atto
per dare a questi: senso collettivo, miglioramenti ambientali, aumento delle op-
portunità e ordine territoriale. Si tratta, cioè, di costruire una strategia che men-
tre esalti gli interessi generali e comuni, crei anche nuove opportunità di cresci-
ta economica, sociale e collettiva. I punti salienti di una tale strategia, detti per
parole chiave, sono: densificazione, dotazione di servizi pubblici, organizza-
zione di “spazi pubblici” (adatti alla situazione), corridoi ambientali, risparmio
energetico (molto più facile da realizzare che non nella città compatta), forme
innovative di trasporto collettivo, articolazione sociale.
A conclusione, data la situazione, appare lecito chiedersi come reagiranno i
territori ad organizzazione diffusa alla crisi economica in atto. Non è semplice
dare un risposta ad un simile interrogativo anche considerando che l’organizza-
zione dei territori diffusi presentano un certo grado di rigidità, che sebbene in-
feriore a quello della città compatta, pur tuttavia non risulta modellabile in
forma istantanea. Quelli che saranno colpiti dalla crisi, ovviamente, non sono i
territori, in quanto tali, ma i soggetti sociali che li abitano. Inoltre, la lunghezza
temporale della crisi non è una variabile indifferente.
Per quanto riguarda le famiglie, premesso che non si tratta di una struttura
sociale omogenea, ma molto articolata, volendo generalizzare si può affermare
che queste avranno una capacità di maggior resistenza. Intanto perché una parte
dello spazio potrà essere destinato a produzione per l’auto-consumo; ancora
terreni abbandonati potranno tornare ad essere produttivi. Inoltre risulterà più
facile in questi contesti cogliere le occasioni di acquisti direttamente dal pro-
duttore con notevoli risparmi.

30
La disoccupazione colpirà molte famiglie, come in ogni altro contesto terri-
toriale; quello che non si può dire – non si hanno elementi di analisi in proposi-
to – è se la situazione diffusa costituisca un tessuto più o meno favorevole per
l’impiego (parziale, momentaneo, in lavoretti, ecc.) di questa manodopera di-
soccupata (in generale relativamente giovane).
La struttura economica del diffuso è molto composita: si trovano poche im-
prese con buona capacità tecnologica e di penetrazione nel mercato, che magari
sono quelle che potranno sentire maggiormente il peso della crisi ma con un
buona capacità di resistenza. Maggiore sarà il numero delle imprese che per di-
mensione, autonomia finanziaria e rapporti con il mercato saranno travolte. Biso-
gna tenere conto, tuttavia, che si tratta di una struttura produttiva con un alto tas-
so di flessibilità (come si è potuto osservare nel periodo dello sviluppo passato),
ed affetta da grande effervescenza (nascita e morte continua) questo vuol dire che
dipenderà molto dagli interventi pubblici che il governo assumerà. Se il governo
attivasse delle politiche per lo sviluppo di nuovi prodotti e nuove tecnologie in
funzione del risparmio energetico, la produzione di energie alternative, ecc. una
parte del tessuto produttivo del diffuso sarebbe capace di cogliere l’occasione.
In sostanza, la crisi morderà questi territori in misura uguale a tutto il resto
del paese; forse, questi territori avranno una maggiore (anche se modesta) ca-
pacità di resistere delle situazioni compatte. Ma in questo caso, come nell’orga-
nizzazione del territorio, quello che risulterà fondamentale sarà l’azione di go-
verno pubblico che dovrebbe essere in grado di fornire indirizzi, di indicare vie
di uscita, di collaborare per individuazione di nuovi sentieri di sviluppo.

Riferimenti bibliografici
Calabi D. (1979), Il male città. Diagnosi e terapia, Officina edizioni, Roma.
Fregolent L. (2005), Governare la dispersione, FrancoAngeli, Milano.
Paolini M. (1999), Bestiario veneto. Parole mate, Biblioteca dell’immagine, Pordenone.
Pascale A. (2008), Scienza e sentimento, Einaudi, Torino.
Secchi B. (2005), La città nel ventesimo secolo, Laterza, Roma.
Utet (1986), Introduzione allo studio della pianificazione urbanistica (a cura di Mario
Coppa), Utet, Torino.

31
Segno urbano e «sogno» metropolitano∗
di Francesco Indovina (1986)

Premessa

Di seguito si pubblicano alcuni saggi sul tema generale della «struttura terri-
toriale del Veneto», la maggior parte dei quali fa parte di ricerche più ampie.
Abbiamo sollecitato questi interventi perché ci è sembrato utile, proprio nel
momento in cui pare venga a compimento l’elaborazione del Ptrc (Piano terri-
toriale regionale di coordinamento), alimentare la discussione, che sarà oppor-
tuno aprire su quel documento, con materiali di ricerca che potranno contribui-
re ad accrescere la conoscenza della realtà della regione.
[…]

Alcune questioni

Come già detto, vorrei ora sollevare alcuni problemi, così come mi pare e-
mergano oggi nella regione.
Pur nella consapevolezza che appare difficile, nell’analisi di fenomeni com-
plessi che sono il risultato aggregato di comportamenti “individuali” (singoli
individui, imprese, enti, amministrazioni, ecc.), dove spesso l’effetto moltipli-
cativo è più rilevante dell’effetto somma (com’è il caso dello sviluppo o delle
dinamiche spaziali di una regione) distinguere quanto vi sia di strutturale, con-
giunturale o quanto rispecchi fenomeni di lungo periodo, piuttosto che avveni-
menti di breve periodo, non ci si può esimere dal tentare di individuare le “ten-
denze” in atto e dal ricercare la “matrice” di tali tendenze. Questa esigenza è
ancora più forte se l’attenzione è posta non solo all’aspetto analitico ma anche
a quello di pianificazione, di progettazione del futuro.
Esistono molteplici indicatori che suggeriscono un movimento di avvicina-
mento tra le regioni della prima e della «terza Italia»: per quanto ci riguarda: tra
il Veneto e le regioni sviluppate. Avvicinamento non tanto e non solo sui “tas-


. Sta in: Ires, Il Veneto verso la maturità, mimeo, gen.
33
si” ma soprattutto sui “modi”: in sostanza il «modello Veneto» (di sviluppo e-
conomico e di insediamento territoriale) è sempre meno veneto; ciò è dovuto –
almeno così ci pare1 –sia ad un movimento convergente del Veneto e delle altre
regioni sviluppate, sia per l’avvicinarsi della regione, nelle condizioni di oggi,
alla maturità economia. Non è questa la sede per approfondire questa tematica;
può valere la pena, tuttavia, indicare il senso da dare alla definizione di maturi-
tà economica: intendo una situazione dove sostanzialmente statica, dal punto di
vista quantitativo, è la base economica, ma dove forte è la ri-articolazione di
tale base in termini di settori, tipi di attività, dimensioni d’impresa, ecc. Tale
articolazione trova a suo fondamento un accentuato progresso tecnico in termi-
ni di innovazione di prodotto, di produzione e/o di organizzazione. Le proble-
matiche emergenti, in questa nuova situazione, non possono più essere la ricer-
ca della soluzione, per esempio, del problema della disoccupazione, dentro un
processo di sviluppo, ma contrariamente a quanto sembra privilegiare il dibatti-
to odierno (e le politiche di cui è il riflesso e la causa) il problema dei meccani-
smi di redistribuzione (anche del lavoro). In sostanza le economie mature pos-
sono avere dei consistenti tassi di crescita del Pil, ma questi si accompagnano
con altrettanto consistenti tassi di disoccupazione manifesta, per non parlare di
quella occulta. Riemerge, cioè, il problema della redistribuzione come chiave
di soluzione del problema sociale (resta impregiudicato il come). Inoltre, a li-
vello spaziale, l’articolazione “produttiva” indica l’emergere sempre più mas-
siccio delle diseconomie piuttosto che delle economie di agglomerazione e il
processo di valorizzazione dei terreni urbani ha prodotto un processo di riloca-
lizzazione o per lo meno un processo di non accentramento spaziale (per le
nuove attività). De-urbanizzazione, contro-urbanizzazione, stasi delle città, ecc.
sono i temi di discussione, i modi sul come interpretare il fenomeno della nuo-
va tendenza della popolazione a dislocarsi nello spazio.
Al di là della ricerca di un modello generale, che sarebbe utile, quello che an-
cora non è chiaro è il peso esercitato dalle diverse variabili nella determinazione
delle nuove tendenze della popolazione a dislocarsi nel territorio. Già il solo e-
lenco delle variabili esprime contraddittorietà: se da una parte, infatti, non si può
non rilevare l’influenza della “nuova” dislocazione della domanda di lavoro, non
si può far discendere da questa anche una diversa dislocazione residenziale; per
altro i movimenti pendolari per lavoro non mostrano tendenza alla contrazione; è
chiaro che l’offerta abitativa (disponibilità e prezzi) appare più conveniente nei
centri minori, rispetto a quelli di maggior dimensione, tuttavia la dotazione dei
“servizi” all’abitare in quest’ultima è maggiore che nei primi (e tale offerta diffe-
rente può anche essere valutata in termini di costo); la città di grande dimensione
costituisce ancora un forte polo d’attrazione (per i servizi, per il tempo libero, per
le attività culturali, ecc.), ma tuttavia non si può disconoscere come sia peggiora-

1. Cfr. Indovina F., «Segno urbano e sogno metropolitano», Oltre il Ponte, n. 16,
1986.
34
ta la qualità della vita urbana e come soprattutto si vada costruendo un’ideologia
anti-urbana che esagera ed esaspera il deteriorarsi della qualità urbana; le nuove
tecnologie informatiche svolgono un certo ruolo nel determinare nuove possibili-
tà localizzative sia alle imprese che alle famiglie, ma si può convenire che tali ef-
fetti non hanno ancora avuto possibilità di manifestarsi.
Quello che ha rilievo, tuttavia, sono i recenti fenomeni di rallentamento alla
crescita delle grandi città e, al contrario, la dinamica positiva dei piccoli centri.
Tali fenomeni, tuttavia, hanno senso diverso a seconda delle condizioni di par-
tenza delle diverse regioni. Così in una regione a forte polarizzazione e con
strutturate aree metropolitane il fenomeno acquista una valenza che lo stesso
fenomeno non ha in regioni meno polarizzate. Il Veneto appartiene a questa se-
conda specie e mostra come nell’ultimo decennio la distribuzione della popola-
zione ha penalizzato i poli principali (le grandi città): la dinamica è calante nei
comuni di cintura ed è crescente nei comuni inferiori. Se la tendenza del Vene-
to, quindi, corrisponde a quella nazionale, diverso è il suo significato: in questo
caso, infatti, siamo in presenza di fenomeni che confermano la caratteristica
fondamentale della regione. Più che una correzione del modello, una sua accen-
tuazione (ovviamente semplifico).
A determinare tale accentuazione sono da una parte i fenomeni relativi al-
l’offerta abitativa e dall’altra la crescita di un’imprenditorialità diffusa. Quindi,
non solo tale dislocazione è determinata dal fatto che la «rendita» respinge dai
luoghi centrali, ma anche dalle politiche abitative messe in atto dall’Ente pub-
blico, politiche che per ragioni di costo hanno preferito le zone periferiche.
Più complessa appare la relazione tra «nuova imprenditorialità diffusa» e di-
slocazione della forza lavoro. In realtà si ha l’impressione che l’ipotesi di una
compresenza spaziale di domanda e offerta di lavoro sia tutta da verificare, es-
sendo i movimenti pendolari molto ampi in entrata e in uscita e in ogni parte del
territorio. Ciò nonostante tale imprenditorialità diffusa ha avuto influenza, è pro-
babile, nella determinazione della dinamica demografica di diversi comuni, poi-
ché, comunque, ha depotenziato ulteriormente i «poli». Resta tutta da verificare
la vitalità di tale imprenditorialità diffusa in una fase non più di “transizione”,
come possono essere considerati gli ultimi dieci anni, ma “consolidata”. Sarebbe
ancora importante indagare il legame che esiste tra la nascita di tale imprendito-
rialità diffusa (per la parte nuova e più accentuatamente recente) e la crisi della
grande concentrazione industriale e della grande impresa. Relazione che presenta
diversi caratteri: per un verso costituisce una “risposta di sopravvivenza” (i fe-
nomeni sociali presentano anche tali fattispecie) e per altro verso l’utilizzazione
di risorse “liberate” (non mi si fraintenda) dalla crisi della grande impresa e dei
poli industriali. Si fa riferimento a risorse di qualificazione professionale, finan-
ziarie, di manodopera, di ricerca, ecc. Tale relazione sembra di un qualche rilievo
per tentare di tracciare la traiettoria futura di tale fenomenologia.
Solitamente si suole caratterizzare l’insediamento territoriale della regione
Veneto con il termine di «urbanizzazione diffusa», tipologia che le tendenze

35
degli ultimi anni hanno confermato e accentuato. Per «urbanizzazione diffusa»
si può intendere sia la mancanza di una polarizzazione forte, considerando co-
me unità di osservazione i comuni, sia la distribuzione diffusa dell’insediamen-
to abitativo all’interno dei singoli comuni (rilevanza del fenomeno delle case
sparse, per intenderci). La regione si caratterizza per ambedue i fenomeni. L’a-
spetto che tuttavia appare rilevante (a parte il sottolineare come le specifiche
tipologie insediative ed edilizie della regione siano ad alto consumo del suolo)
sono le connessioni tra questi insediamenti. Un’urbanizzazione diffusa, infatti,
può dar luogo sia ad un effetto città, sia, al contrario, a fenomeni di forte isola-
mento territoriale e, quindi, al non manifestarsi di alcuna caratteristica urbana
(dove per caratteristica urbana si può considerare congiuntamente sia un uso
dello spazio, sia un’attrezzatura dello spazio). Evidentemente si tratta di una
schematizzazione polarizzata, indicativa, tuttavia, dell’ordine dei fenomeni.
Mi pare si possa avanzare l’ipotesi che si è in presenza, ad eccezione di
qualche area, del primo tipo di fenomeno: l’urbanizzazione diffusa corrisponde
forse ad una città a maglie larghe. In sostanza all’ombra del «policentrismo» si
sviluppava un’interconnessione urbana. Le analisi qui pubblicate non permet-
tono una verifica di tale fenomenologia, anche se forniscono elementi indiziari.
Sarebbe, infatti, stato necessario fare interagire la “prossimità” di ogni centro
con ogni altro centro; sarebbe stato utile disporre di analisi di “bacino” con ri-
ferimento al pendolarismo per lavoro, scolastico, per riferimenti familiari, per il
tempo libero, per alcuni servizi alla persona, per attività culturali, ecc. Del resto
la strutturazione urbana di ampi territori è anche l’effetto di una modifica
d’ottica e dell’inevitabile assimilazione a fenomeni metropolitani; così la do-
manda di servizi di tipo «grande città» anche da parte della popolazione di pic-
coli centri ha fatto sì che molto spesso tali servizi sono stati nel territorio in
modo da coprire ampi bacini (formati da numerosi e lontani utenti): in questo
modo non si è andati più alla ricerca di una domanda concentrata ma di una
domanda mobile. Tipico è il caso di grandi centri commerciali, di grandi attrez-
zature di svago, ecc. Su questa strada, per altro, per ragioni di efficienza si sono
collocati anche alcuni servizi collettivi e pubblici.
Si avanza l’ipotesi che per ambiti territoriali distinti, ma pur tuttavia tra di loro
interconnessi (e qui le difficoltà di analisi e di intervento aumentano) sia possibile
individuare definite «città-territori», che come città sono usate, anche se ancora
mancano di molte delle attrezzature della città. È certo che si tratta di una città con
caratteristiche rinnovate rispetto alla tradizionale (sic!) città, ma è altrettanto certo
che ci si trova di fronte ad uno spazio interrelato per funzioni, usato in modo inte-
grale secondo caratterizzazioni differenti di funzioni e sociali, non omogeneo, ge-
rarchizzato al suo interno secondo funzioni e valori di scambio dell’abitare.
Se là struttura territoriale della regione fosse interpretabile in questo modo,
assumerebbe connotazione diversa la policentricità, si tenderebbe a frantumare
ogni campanilismo, si evidenzierebbero i fenomeni di “diffusione innovativa”
(economica, funzionale, culturale, sociale) e soprattutto sarebbero più comples-

36
si i processi di pianificazione e gestione. Le “maglie larghe” di un’eventuale
Ptrc dovrebbero misurarsi con le altrettanto larghe maglie della città-territorio;
non varrebbero più le politiche “a pioggia”, utili ad esaltare i campanilismi ma
inefficienti sul meccanismo di sviluppo economico e territoriale, diventerebbe-
ro pressanti gli interventi di coordinamento e di strutturazione urbana a scala
metropolitana.
[…]
Va da sé, ma su questo non merita spendere molte parole, che molte delle
dinamiche territoriali presenti nella regione hanno bisogno di sostegno di ope-
re, infrastrutture, servizi, ecc. ed ancora che la città-territorio sconta una caren-
za di attrezzature urbane al livello considerato, ma sia per il sostegno che per la
dotazione possono essere, forse, attivati meccanismi più semplici.
L’utopia o la forza riorganizzativa e di sviluppo che si coglie in molti riferi-
menti “metropolitani” sono in ogni caso da salvaguardare al di là dello strumento
istituzionale. È proprio una visione di razionalizzazione e sviluppo collocata ai
livelli attuali dei problemi, senza mistificazione o fughe, la strada da battere.

37
La debolezza della città∗
di Francesco Indovina (1988)

1. Esiste ancora la città? Una domanda, questa, legittimata dal corrente chiac-
chiericcio sulla città. Oggi al sostantivo città si attribuiscono significati diversi,
ma per lo più essa viene associata ad una nostalgia per qualcosa che non c’è più.
Il debordamento della città nella campagna (sia dal punto di vista fisico, che
sociologico e ideologico) tende ad eliminare una contraddizione che svolgeva il
ruolo, anche, di meccanismo di riconoscimento e identificazione. Sempre più
spesso si parla di urbanizzazione diffusa, di città o anche di metropoli “diffu-
sa”, di organizzazione territoriale a rete, ecc., tutti concetti che incorporano non
solo il declino della crescita quantitativa della città, ma anche il suo sostanziale
depotenziamento e annullamento.
Non mette conto sottolineare come questa differenziazione di concettualizza-
zione corrisponde ad una maggiore articolazione e differenziazione dei fenomeni
territoriali, mentre pare azzardato far discendere da tale articolazione una vanifi-
cazione dell’aggregato urbano. L’articolazione territoriale ha continuato a mo-
dificarsi fino al punto che alcuni ricercatori sogliono interpretare questa modifi-
cazione come un salto in un’altra realtà. È proprio il dato quantitativo che giusti-
ficherebbe questo giudizio “epocale” (la fine del millennio non è indifferente nel-
la scelta dei vocaboli): la crescita urbana sembra bloccarsi, la città ha finito di at-
trarre, come dire, ha concluso il “suo ciclo vitale”, ecc. Ma siamo alla descrizione
o anche all’interpretazione? Non è chiaro. La descrizione è sicuramente molto
accurata, spesso raffinata, come si suole dire, il riferimento ad altre discipline
dalle quali si assumono modelli, spesso ardito; ma che tutto questo produca una
risposta agli interrogativi di fondo non si può dire. Un certo “manierismo”, dopo
altri segmenti scientifici, ha pervaso la ricerca territoriale: la realtà è solo
un’allusione, una vaga percezione per elaborate elaborazioni.
Eppure la città era e resta un polo contraddittorio sia sul piano fattuale che
concettuale e, soprattutto, politico: risponde ad un’esigenza “prima” della con-
vivenza umana ma, contemporaneamente, è strumento e mezzo di “comando”.
Da qui una forte e contemporanea attrazione e avversione. È sicuramente im-
portante lo studio della “forma” (semplifico) che il territorio assume, ma fon-

∗. Sta in: Democrazia e diritto, n. 4-5, 1989.

39
damentale appare l’indagine sulla logica che detta tale forma. In sostanza sem-
bra indispensabile rispondere al semplice: perché? Una risposta che deve af-
fondare l’analisi sulle motivazioni di fondo. In particolare per poter affermare
con senso pieno che le condizioni di oggi sono in modo sostanziale diverse da
quelle di ieri si dovrà dimostrare che le leggi di costruzione della città capitali-
stica si sono modificate. Ovviamente non sto sostenendo che sono senza peso
le differenze, per esempio, quantitative, né che tali leggi di costruzione della
città abbiano prodotto un’unica forma urbana, sostengo che dal mio punto di
vista l’analisi del fenomeno territoriale e urbano dovrebbe continuare ad inda-
gare soprattutto le logiche determinanti.
Per esempio, fare riferimento, per spiegare il “nuovo” assetto territoriale, ad
un’accresciuta libertà di scelta – ho l’impressione – non corrisponda ad un dato
reale, né ai risultati di indagini approfondite, quanto, piuttosto, ad un’interpre-
tazione utile a convalidare un’ipotesi. Come all’interno di un processo inflatti-
vo tutti appaiono più ricchi, mentre in realtà il processo è fortemente redistribu-
tivo con vantaggi per pochi e svantaggi per molti, così l’accresciuta libertà di
scelta potrebbe risultare un’apparenza, mentre effettivamente è cresciuta per
pochi ed è diminuita per molti (non importa se in forma relativa o assoluta).
Che questa poi corrisponda a una sorta di illusione di libertà di scelta (compa-
rabile all’illusione monetaria) è la dimostrazione del ruolo rilevante che gioca
nella riproduzione del sistema la componente ideologica.
A me pare in sostanza che il nuovo assetto territoriale corrisponda ad un risul-
tato dettato e derivato non tanto da scelte più libere (o libere in assoluto), ma da
processi di coazione non minori di quelli del passato. Ma andiamo per ordine.

2. Volendo sintetizzare e, anche, schematizzare, mi pare che quattro siano i fon-


damentali “movimenti” che hanno caratterizzato la dinamica urbana degli anni
’80 e che hanno talvolta, soprattutto nei primi anni di questo decennio, fatto pen-
sare ad un depotenziamento della città. Ovviamente la definizione temporale è
solo allusiva, molti di questi fenomeni iniziano negli anni precedenti e sono
l’esito di decisioni assunte in anni precedenti. Le parole chiave di questi movi-
menti sono: rilocalizzazione, rafforzamento, sostituzione, ricentralizzazione.
Fondamentale per spiegare il blocco della crescita quantitativa della città è
la rilocalizzazione e il decentramento delle attività produttive. Si tratta di un
fenomeno di non modeste dimensioni e che trova origine e spiegazione in fatti
diversi. Le motivazioni iniziali sono state soprattutto di natura politico-
sindacale: la possibilità, cioè, di trovare contesti territoriali meno conflittuali. A
queste si sono sommate motivazioni tecnologiche, nel senso che le innovazioni
tecnologiche sono state assunte come occasioni per trovare migliori localizza-
zioni in una situazione nella quale la città risultava inadeguata (in termini di
funzionalità e di costo). In questo ambito non vanno escluse le convenienze de-
rivanti dalla possibilità di realizzare rendite di posizioni che i “luoghi industria-
li” avevano acquisito con l’espansione della stessa città. Che molto spesso le

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singole motivazioni si sommassero l’una con l’altra è, come dire, nella logica
delle cose. In sostanza, la città ha continuato (e continua, come vedremo più
avanti) a costituire un polo che attrae e respinge le attività produttive sono pro-
prio le attività produttive che localizzate in un contesto urbano determinano
una concentrazione di popolazione, ma contemporaneamente la crescita di po-
polazione determina uno sviluppo della città che finisce per “accerchiare” le
industrie riducendo le possibilità operative delle stesse.
C’è da notare che nella fase attuale questo processo di rilocalizzazione assu-
me caratteristiche più determinate ed estensive; inoltre, sembra che siano le atti-
vità mature che finiscono per essere esportate dalla città. Che questo fenomeno
venga in qualche modo scambiato con la concreta realizzazione di una situazione
post-industriale è conseguenza del modo superficiale di guardare alla realtà.
Contemporaneamente a questo processo di rilocalizzazione, si può osservare
un processo di rafforzamento di alcune delle aree che tradizionalmente costi-
tuivano i serbatoi per l’emigrazione. Da una parte questo rafforzamento della
base economica è derivato dal processo di rilocalizzazione e di decentramento,
dall’altra parte da autonomi meccanismi economici (per esempio generati dal
turismo). Queste zone, in sostanza, “spingono” meno verso l’emigrazione, sia
per un miglioramento della loro base economica, sia per una modificazione del-
la stessa struttura della popolazione già pesantemente segnata dai processi di
emigrazione degli anni precedenti. […] In sostanza due fenomeni si incontrano:
le città sono meno attrattive per il blocco della domanda di lavoro e le “campa-
gne” (per così dire) respingono meno la popolazione.
Il terzo aspetto, che possiamo chiamare di sostituzione sociale, non sembra
meno interessante e rilevante. Dire che la grande città non cresce più o cresce
molto meno, non significa che nel suo seno non ci siano movimenti, ma soltanto
che i saldi sono vicini allo zero; in effetti, anche se modesto (e con un saldo vici-
no allo zero), un movimento migratorio esiste, e ha carattere fortemente selettivo.
Si nota un movimento in uscita concentrato nello strato sociale medio; è questa
categoria sociale, infatti, che ha elaborato quello che possiamo definire un crite-
rio di “decoro abitativo” che non trova realizzazione nel (libero) mercato della
casa. Questo strato sociale, data la sua capacità di pagare, può accedere a seg-
menti di città (abitazione e resto) che non corrispondono alla concezione di “de-
coro abitativo” al quale aderisce, mentre il mercato che permetterebbe di realiz-
zare tale decoro è fuori dalla sua portata di spesa. Al contrario questo obiettivo
può essere realizzato in un contesto suburbano: nell’urbanizzazione diffusa o,
ormai, città diffusa. Per una quota di questa fascia sociale inoltre, l’emigrazione
dalla città verso le zone suburbane può corrispondere anche all’avvicinamento al
posto di lavoro (data la rilocalizzazione delle attività mature).
Se questo è il fenomeno in uscita dalla città, più complessa, meno chiara e
ancora in fieri è la selezione del flusso in entrata. Sicuramente c’è un’entrata di
fasce sociali “basse” che possono alimentare il mercato del lavoro urbano “ir-
regolare” (spesso si tratta anche di “cittadini irregolari”, come gli immigrati

41
clandestini). Sempre più, infatti, il meccanismo urbano per la sua riproduzione
ha necessità di lavoro marginale o comunque di lavoro non “regolare” (si os-
servi che l’utilizzazione di lavoro marginale e non istituzionale è ampio anche
nel cosiddetto terziario avanzato). Si tratta di una fascia sociale che si adatta ad
una condizione di vita urbana marginale (sul piano spaziale, prima che sociale).
Accanto a questo flusso sempre in entrata è da segnalare un piccolo flusso di
fasce sociali emergenti sia sul piano economico che professionale.
Mi pare si possa ragionevolmente sostenere che la città si avvia ad una forte
polarizzazione sociale, ad una presenza cioè di fasce sociali “estreme”. In que-
sto fenomeno di polarizzazione è da leggere sul piano spaziale quello che sem-
bra un effetto generale del progresso tecnico (della particolare forma di pro-
gresso tecnico di questa fase storica). L’innovazione tecnologica di produzione,
ma soprattutto l’innovazione tecnologica legata alla diffusione della telematica
e dell’informatica, tende a comportarsi come una mano che stringa a metà la
piramide delle professioni facendo schizzare la zona centrale verso il basso e
verso l’alto (certo non in modo proporzionale) e trasformando la tradizionale
piramide della struttura sociale in una sorta di clessidra (irregolare).
Infine, e siamo al quarto aspetto, si coglie che la città torna ad essere un polo di
forte interesse economico, si ha cioè una ricentralizzazione. Servizi superiori non-
ché industrie innovative scelgono la città. Le ragioni di questa scelta urbana sono
diverse: la presenza di università e istituti di ricerca, fondamentale per un certo
segmento di industrie e di servizi; il bisogno, da parte di tali attività economiche, di
personale altamente qualificato (e molto ben pagato) che privilegia la città; inoltre,
nonostante lo sviluppo telematico, la compresenza di attività innovative e di servizi
avanzati produce essa stessa innovazione e sviluppo di nuove iniziative.
Questi elementi, inoltre, sono causa ed effetto di una forte spinta alla valoriz-
zazione immobiliare della città. Tale valorizzazione ha un punto di forza nella
riutilizzazione dei «vuoti urbani» (in realtà dei “pieni” di rendita), che costitui-
scono non, come si dice, l’occasione per una riqualificazione della città, quanto
l’occasione per una forte valorizzazione di porzioni di città, al punto che nella
neo-urbanistica la città in quanto “tutto” ha finito per perdere qualsiasi interesse,
mentre si teorizza la realizzazione della città per “parti” (appunto i grandi proget-
ti di riuso). Che poi l’offerta di spazio per il terziario (così come risulterebbe se si
sommassero tutti questi nuovi progetti di riqualificazione e riuso) sia assoluta-
mente abnorme e superiore alla prevedibile domanda, è un’altra faccenda che
non preoccupa più di tanto i promotori, anche perché lo spazio terziario non ap-
pare particolarmente specializzato, e quindi può essere tranquillamente riciclato,
per esempio, come spazio abitativo di grande prestigio.

3. L’esito di questi fenomeni sembra di un certo interesse: intanto si manifesta


una modificazione nell’uso generale del territorio, certo non del tutto originale,
ma oggi più accentuato che nel passato. Si può affermare che dal punto di vista
dell’urbanizzazione c’è in generale un uso estensivo del territorio ed un uso in-

42
tensivo della città. Si tratta di un fenomeno tradizionale ma che oggi si caratte-
rizza in modo diverso, sia per la continuità (in certe aree) del territorio urbaniz-
zato, sia per un’accresciuta intensività della città. Sempre più, in molte aree il
territorio in generale non si caratterizza più per esser una campagna dalla quale
emergono delle città, quanto piuttosto per essere un’enorme città con zone di
campagna intercluse. […]
In questa nuova situazione si viene a costituire un territorio formato da una
continua città diffusa con all’interno città concentrate. Il fenomeno urbano,
cioè, si estende senza modificarsi del tutto, assume la sua tradizionale caratteri-
stica ma solo a livello dimensionale più ampio. Tuttavia, non bisogna pensare
al vecchio rapporto centro/periferia; infatti, la città diffusa assume delle conno-
tazioni che sono diverse da quelle di una tradizionale periferia. La città diffusa
si connota per una tendenziale specializzazione sociale, per la costituzione di
“distretti produttivi” , per la presenza di servizi di tipo urbano, ancorché “bana-
li”. Sono proprio la rilocalizzazione delle attività produttive e della popolazio-
ne, sia quella che segue la nuova localizzazione produttiva, sia quella che viene
espulsa dalla città perché nella città non riesce a realizzare il proprio concetto
di “decoro abitativo”, che realizzano questa innovazione spaziale. […]
La città diffusa, quindi, al contrario dell’«urbanizzazione diffusa», si carat-
terizza per la presenza di servizi (alle persone e alla produzione) di tipo urbano,
anche se si tratta del segmento dei servizi più banale. La conseguenza di questo
fatto è che dentro la città diffusa la mobilità delle persone si accentua enorme-
mente proprio per poter sfruttare l’opportunità offerta da questi servizi. […]
La città concentrata, come già osservato, procede per nuove centralizzazioni
sul piano economico-produttivo e per forte polarizzazione sul piano sociale. I
servizi “non banali”, alle persone e alle imprese, si localizzano o rilocalizzano
nella città, creando una nuova centralizzazione, che è soprattutto una centraliz-
zazione di “potere”: sul piano economico, dell’innovazione tecnologica, della
specializzazione professionale, della segmentazione sociale. […]
In sostanza è in atto una selezione di funzioni che la città concentrata cede
alla città diffusa (per quanto attiene alle funzioni di servizio sia alle famiglie
che alle imprese) mentre la città concentrata monopolizza le nuove funzioni. In
questo modo, si vengono a creare nuove e maggiori gerarchie (sociali), in
un’apparente de-gerarchizzazione (del territorio), attivando forti elementi di se-
lezione all’accessibilità. L’urbanizzazione diffusa si trasforma in città diffusa
proprio perché la città cede alcuni servizi (oltre che popolazione). […]
Questa “nuova” forma urbana, mi pare si possa dire, presenta non minori ma
maggiori elementi discriminatori rispetto a quella precedente, ma soprattutto non
depotenzia la città, ma la adegua alla nuova fase storica di sviluppo capitalistico.

4. Questo, infatti, mi pare un punto da sottolineare: quello che si ha di fronte non


corrisponde ad una sorta di autonomizzazione della struttura territoriale rispetto
al meccanismo di sviluppo complessivo del capitale, né il territorio ha perso la

43
sua connotazione di “condizione generale” per lo sviluppo capitalistico, ma piut-
tosto adegua la caratteristica di questa condizione generale alla nuova fase. Una
nuova fase che non è soltanto strutturale ma costituisce un “avanzamento”
nell’uso dello strumento ideologico. La forma dello sviluppo urbano capitalistico
era entrata in crisi, per quanto riguarda sia la sua funzionalità fattuale che, soprat-
tutto, la sua funzionalità ideologica: la città ad un certo punto non ha più funzio-
nato come apparato ideologico, come strumento che detta ordine e comportamen-
ti adeguati alla riproduzione del sistema. È proprio questa funzionalità ideologica
e di apparato che la nuova forma urbana cerca di ripristinare. […]
In sostanza mi pare di poter affermare che il dato più rilevante delle nuove
forme di organizzazione del territorio, comunque esse si possano chiamare, è
costituito dal loro “adeguamento” alla nuova fase di sviluppo capitalistico e al
“recupero” di una funzione “normativa” (sociale). In questo senso le nuove
condizioni territoriali corrispondono alla vecchia logica e questa, ai miei occhi,
è più rilevante del dato di modificazione. A questo punto, civetteria intellettua-
le consiglierebbe di aggiungere: questo, però, non vuole dire che ci sia una di-
pendenza diretta e totale del territorio dal meccanismo capitalistico, ecc. Ecco
io vorrei riaffermare, invece, questa dipendenza: l’organizzazione del territorio
costituisce una “condizione generale” dello sviluppo capitalistico e, in quanto
tale, deve dare risposte adeguate sia sul piano strutturale che sovra-strutturale.
Quello che si deve e si può cogliere non è una relativizzazione di questa fun-
zione, ma piuttosto il permanere di una contraddizione.

5. Da una parte l’aggregato urbano corrisponde ad esigenze “prime” e, ancora,


lo sviluppo capitalistico ha necessità di aggregare, dall’altra questa aggregazio-
ne genera forme di “associazione” e comportamenti che possono non essere
funzionali alla riproduzione della formazione sociale (il tele-lavoro, infatti, è
l’ipotesi della massima disarticolazione funzionale nello spazio). La confusio-
ne, quel dato, cioè, di vitalità moderna che è appunto la città, è contemporanea-
mente una necessità per lo sviluppo capitalistico ma anche un elemento che può
continuamente generare antagonismo. Per questo motivo lo spazio si organizza
come “norma”, per questo le forme diverse di organizzazione spaziale rispondo-
no ad esigenze specifiche sia sul piano strutturale che su quello ideologico.
Da questo punto di vista la logica che sta dietro all’organizzazione dello
spazio resta la stessa: garantire sul piano materiale e ideologico la riproduzione
della formazione sociale. Tale logica si declina oggi in modo diverso che nel
passato: siamo in presenza di una maggiore articolazione delle forme di orga-
nizzazione dello spazio, ma esse corrispondono comunque a criteri di specia-
lizzazione e di gerarchizzazione, criteri che vengono realizzati attraverso mec-
canismi coattivi (di mercato).
A me pare che, sul piano dell’interpretazione scientifica e politica del feno-
meno territoriale, siamo in presenza di una vera propria deriva. Non solo
l’attenzione alla “forma”, dell’organizzazione dello spazio, sembra risolvere

44
tutte le questioni di sostanza, ma i meccanismi ai quali ci si affida per la costru-
zione dello spazio sono tali da costituire un arretramento profondissimo rispetto
a quella che è sempre stata una tradizione dell’urbanistica (in senso generale)
del nostro paese e rispetto all’attenzione che la sinistra politica e culturale ha
sempre avuto per l’organizzazione del territorio e della città.
Anche in questo settore il “mercato” sembra essere stato assunto come ele-
mento guida e opportuno regolatore. Né poteva essere diverso, dato che questa
particolare forma di regolazione economica viene assunta come quella ”efficien-
te” per antonomasia. Non è chiaro quali siano i dati di fiducia verso il mercato;
anche qui una deriva politica e culturale, anzi prima culturale e poi politica, va
registrata. Impressiona vedere come l’ottica di giudizio sull’efficienza (ed effica-
cia) si sia ridotta al punto di non guardare oltre le apparenze. Ci vuol molto a ri-
levare come il mercato, e la forma privatistica di decisione e organizzazione delle
risorse, presenti un alto livello di efficienza (quando ha successo) a livello micro,
mentre ha un costo grandemente rilevante a livello macro? (Senza parlare del co-
sto in termini di struttura organizzativa e di comando sulla forza lavoro che tale
forma presuppone). Non si può guardare oltre le apparenze ed osservare che le
“forme di non mercato” se presentano spesso, comparativamente, dei livelli di
inefficienza micro, hanno invece livelli di efficacia macro? […]
Sul piano territoriale è successo qualcosa di simile. L’inefficacia delle stru-
mentazioni per regolare l’organizzazione del territorio e della città è stata as-
sunta come l’occasione per dichiarare chiusa la problematica stessa della rego-
lamentazione dei fenomeni territoriali e per affidare l’organizzazione e riorga-
nizzazione continua dello spazio non già ad un disegno generale, ma alle emer-
genze parziali stimolate da interessi e necessità particolari.
Per fare questo era assolutamente indispensabile mettere in campo una sorta
di declino della città: una città in declino non ha bisogno di essere “governata”,
la mancanza di espansione rende necessari interventi modesti di aggiustamento,
non grandi disegni; da qui l’attenzione al particolare. Ma se il particolare costi-
tuisce un’intensificazione dello sviluppo, un’accentuazione delle gerarchie, una
concentrazione spaziale di potere, ecco allora che si verrebbe a determinare una
debole capacità di controllo pubblico-collettivo ed una piena libertà ai gruppi di
maggior potere, in grado di dare senso forte a un ordine territoriale che sia coe-
rente con i propri interessi.
Eppure è vero: la pianificazione urbanistica si è dimostrata in larga misura i-
nefficace, nel senso che la città e il territorio che oggi ci ritroviamo non sono
quelli ai quali si aspirava e che si era tentato di costruire attraverso un’articolata
strumentazione urbanistica. Non c’è dubbio che la questione va ripensata sul pia-
no disciplinare, si dice, ma prioritariamente il fallimento dell’urbanistica va col-
locato politicamente. Solo chi si è illuso che l’organizzazione del territorio fosse
scissa dal meccanismo economico può parlare di “fallimento”: una strumentazio-
ne, cioè, inadeguata. Ma chi al contrario interpreta il meccanismo di riorganizza-
zione del territorio non scisso ma strettamente legato al meccanismo economico

45
può solo parlare di “sconfitta”, il che, a mio giudizio, aggrava la situazione. È
proprio una sconfitta politica che si legge nei processi territoriali in atto (né que-
sta sconfitta può essere attribuita agli opportunismi di una parte consistente della
cultura urbanistica: gli opportunismi hanno seguito la sconfitta politica, non
l’hanno determinata. Se così non fosse non saremmo di fronte ad opportunismi).
È certo che una parte consistente della cultura urbanistica ha assunto come
conflittuale, ma sicuramente non come strutturalmente conflittuale, la riorga-
nizzazione “moderna” e di qualità della città. È sembrato che il solo elemento
antagonistico, l’ostacolo all’edificazione di una moderna e adeguata città stesse
in un elemento “arretrato”, la rendita; non cogliendo il dato forte di condizione
generale e di “norma” che il territorio aveva in se stesso, e sfuggendo così alla
necessità di una determinazione di livello superiore che si apriva nel conflitto
per la riorganizzazione della città. […]
Non sono tanto le inadeguatezze degli strumenti, né errori di pianificazione,
l’uno e l’altro esistenti e correggibili, ma proprio una carenza di definizione
degli obiettivi territoriali (che sono norma sociale e politica) che non sono in-
terni agli strumenti ma costituiscono la traduzione di un disegno politico-
sociale prima che territoriale e la disponibilità a confliggere su tali obiettivi,
che ha determinato la rivincita capitalistica e la possibilità di dare contenuto
politico ad una necessaria modifica dell’organizzazione dello spazio.

6. La tradizione urbana del nostro paese non permette, tuttavia, una completa ri-
strutturazione del territorio. Se da una parte la sub-urbanizzazione assume caratteri-
stica di città diffusa (a basso livello, per quanto riguarda le connotazioni specifica-
tamente urbane), la città concentrata si articola in forte polarizzazione ma resta un
aggregato composito e perennemente con funzioni e interessi in conflitto o, perlo-
meno, in concorrenza tra di loro. Tuttavia questa contraddittorietà non garantisce la
città dal pericolo di un’ulteriore perdita di qualità. La città concentrata si impoveri-
sce, questo non sembri in contrasto con la localizzazione al suo interno di nuove e
più avanzate funzioni. Per la selettività sociale determinata dalla sua trasformazio-
ne, la città diffusa non acquisirà mai i dati forti di tipo urbano dato che solo il mer-
cato è il regolatore di chi e che cosa può stare nel suo spazio ampio.
È sicuro che le nostre città concentrate sono inadeguate, mancano di servizi,
la loro molto spesso altissima qualità storica e artistica non corrisponde ad una
ricchezza di servizi e attrezzature moderne, ma tale adeguamento avviene attra-
verso meccanismi selettivi che ne impoveriscono il costrutto sociale; le nuove
funzioni rischiano di renderla apparentemente più adeguata ma sostanzialmente
meno-città. Questo è il terreno che conviene arare per affrontare la questione del-
la città. Almeno, così mi pare. Partire dalle grandi occasioni, dai grandi progetti,
può costituire un errore di fondo, può generare processi di difficile controllo,
sconquassi del territorio e della città non solo sul piano fisico, ma soprattutto può
produrre forme di emarginazione e di degrado sociale nuove che si sommano alle
vecchie e che possono incidere sui meccanismi stessi della nostra democrazia.

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La città diffusa∗
di Francesco Indovina (1990)

1. Premessa

La ricerca vuole verificare l’operatività del concetto di città diffusa: se, in


sostanza, tale concetto permetta di apprezzare e interpretare una specifica fe-
nomenologia di organizzazione del territorio. La ricerca indaga sulla forma as-
sunta dall’organizzazione del territorio nel Veneto centrale e ipotizza che tale
“forma”, non morfologica ma di organizzazione spaziale, possa essere interpre-
tato secondo questo concetto.
Facendo riferimento al Veneto centrale, non si sostiene che soltanto in que-
sta parte del paese tale fenomenologia territoriale si manifesti, quanto piuttosto
pare di poterla osservare in uno dei luoghi nei quali essa ha assunto caratteri
ampi e vistosi.
Il punto di partenza è la constatazione che sono avvenute notevoli trasfor-
mazioni del fenomeno insediativo e che tali trasformazioni hanno necessità di
essere interpretate proprio perché non si presentano come una sorta di dilata-
zione della fenomenologia precedente, ma appaiono quasi come un mutamento
di stato. Una situazione che impone una verifica su diversi piani: quello del
contesto reale, allo scopo di misurare le trasformazioni intervenute e di identi-
ficarne le “cause”; quello delle interpretazioni dei dinamismi territoriali; quello
dei concetti interpretativi.
La presente nota ha lo scopo di ordinare le considerazioni e le ipotesi che
hanno mosso e muovono l’esplorazione empirica e la ricerca sul campo.

2. Le trasformazioni dell’area centrale del Veneto

Fermo restando che la ricerca empirica permetterà di misurare le trasforma-


zioni che sono intervenute nell’area centrale (ultimi quindici-vent’anni), vale la

∗. Sta in: Indovina F., Matassoni F., Savino M., Sernini M., Torres M., Vettoretto L., La città
diffusa, Daest-IUAV, quaderno n. 1, pp. 21-43.

47
pena far riferimento, anche se in modo sommario, agli indirizzi assunti da tali
trasformazioni.
Si può affermare che la struttura territoriale dell’area centrale veneta, così
come oggi appare, è sicuramente diversa da quella passata dando luogo ad un
fenomeno nuovo. Ci si trova di fronte a qualcosa di diverso dalla precedente
struttura territoriale, un mutamento non solo quantitativo ma anche qualitativo,
e i concetti precedentemente elaborati non paiono oggi soddisfacenti. Se in pre-
cedenza l’aggettivo «diffuso» qualificava l’urbanizzazione (definita, appunto,
«diffusa»), oggi bisognerà trovare una nuova terminologia, e tentativamente
definiamo questa nuova struttura territoriale con il termine di città diffusa.
In un certo senso la città diffusa ha alle spalle l’«urbanizzazione diffusa»,
ma i due fenomeni si presentano del tutto diversi, sia sul piano territoriale, che
su quello economico sociale, e costituiscono stadi diversi di organizzazione
dello spazio, ciò in conseguenza della riorganizzazione dei processi socio-
economici. Si è di fronte, cioè, al manifestarsi di un fenomeno reale nuovo che
richiede qualche nuova elaborazione concettuale.
Questa necessità appare impellente poiché la città diffusa (o comunque si
voglia chiamare questa nuova strutturazione dello spazio) tende a diventare una
modalità ricorrente di organizzazione dello spazio del nostro paese. Il fenome-
no presenta delle somiglianze, ma solo delle somiglianze, con i suburbi nord-
americani (il che non aiuta l’interpretazione); o se si preferisse, la città diffusa
può essere considerata la risposta italiana (europea?) ai problemi che nel conti-
nente nord-americano hanno dato luogo a quella molto particolare forma di or-
ganizzazione dello spazio.
In termini assolutamente schematici e in modo che può sembrare più allusi-
vo che descrittivo, si può dire che le forme di organizzazione del territorio in
esame (ma probabilmente vale per molte parti della regione e del paese) sono
passate attraverso tre stadi:

– città incastonate in uno spazio agricolo;


– città circondate da campagne urbanizzate (campagne, cioè, disseminate di
edilizia abitativa e no);
– un’unica grande città con intercluse alcune zone di campagne.

Ciascuno di questi stadi fa riferimento a specifici cicli di sviluppo economico-


sociale e costituisce il risultato composito di attività finalizzate e di attività “spon-
tanee”; essi corrispondono, inoltre, a modi diversi di reazione rispetto all’emergere
di esigenze di tipo produttivo o all’insorgere di nuove aspirazioni sociali.
Preme sottolineare, tuttavia, che quanto detto in precedenza non ha il signi-
ficato di prospettare un percosso fissato e predeterminato delle trasformazioni
nell’organizzazione dello spazio. Non si sostiene, cioè, che ogni forma di orga-
nizzazione del territorio deve necessariamente passare attraverso i tre stadi in-
dicati (tappe di un percorso prestabilito); né che necessariamente una data evo-

48
luzione della struttura economica comporti, in tutte le situazioni, un’identica
trasformazione del sistema insediativo. Si è voluto indicare, soltanto, un per-
corso probabile e che è possibile ricostruire nell’area oggetto di analisi.

3. Alcune connotazioni socio-economiche del fenomeno

Il miglioramento economico degli strati sociali prima legati all’attività agri-


cola, e il loro abbandono del settore primario a favore di quello secondario, ha
spinto questi stessi strati a dare forma visibile a tale miglioramento e modifica
di cultura (in senso antropologico) attraverso la “casa”, quasi sempre mono-
familiare, auto-promossa (spesso auto-costruita) da insediare o in aree di pro-
prietà degli stessi (o di parenti) o in aree agricole di minor prezzo. Il nuovo,
cioè, si sposa con il modo di pensare antico: c’è una modifica di tipologia ma
continua a prevalere la cultura della “roba”.
L’urbanizzazione che ne risulta appare, così, sparsa, priva di un disegno e
non sostenuta da un’adeguata maglia di infrastrutture e di servizi. Essa si dira-
ma dai centri abitati preesistenti, più o meno antichi, più o meno grandi, inve-
stendo il complesso del territorio, senza direttrici prevalenti, neanche a macchia
d’olio perché molto spesso caratterizzata da soluzione di continuità. Si è, cioè,
di fronte al fenomeno della campagna “costruita”, denominata «urbanizzazione
diffusa», tipica di alcune regioni, e segnatamente del Veneto.
In misura molto modesta il fenomeno della casa auto-costruita o comunque
auto-promossa si presenta come atto di “emancipazione”, per così dire, dall’af-
fitto; più sostanziosamente mette in evidenza un miglioramento della condizio-
ne economica (solo in una fase successiva emerge anche il “riscatto” dalla con-
dizione di inquilino, che dentro questa fase è fenomeno marginale). Il fenome-
no della “residenza sparsa”, quindi, da una parte si presenta come la traduzione,
nelle nuove condizioni economiche, di una cultura contadina focalizzata sulla
“roba” (che emblematicamente, e anche tradizionalmente, assume la forma del-
la casa in proprietà), dall’altra parte esprime i primi sintomi del disagio urbano
soprattutto di quello espresso dal costo della casa. La popolazione insediata,
per altro, è in larga misura originaria del luogo: siamo al cospetto non tanto di
processi di immigrazione, quanto ad assetti abitativi modificati all’interno della
popolazione già residente nello stesso territorio (comune, o giù di lì). È in so-
stanza la stessa popolazione della zona che in ragione dei miglioramenti eco-
nomici dà luogo a un suo diverso insediamento.
Questa dislocazione di edilizia e di popolazione nel territorio, per altro, an-
che per la sua matrice culturale contadina, non esprimeva una pressante “do-
manda” di servizi. Proprio per questa caratterizzazione e per l’assenza di questa
“domanda” di servizi questa fase dell’urbanizzazione diffusa si presenta di bas-
so livello: sono assenti anche i servizi di base, le stesse infrastrutture viarie so-
no carenti, per non parlare del rispetto degli standard. Così l’urbanizzazione

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diffusa oltre che presentarsi come grande consumatrice di territorio si caratte-
rizza come potente fattore di compromissione spaziale.
È in questa situazione che maturerà, da una parte, la connessione residenza-
attività produttiva e dall’altra la localizzazione, sempre diffusa, di piccole a-
ziende produttive. I continui processi di ristrutturazione della grande impresa
“libera”, per così dire, forza lavoro professionalizzata che, costretta ad attivarsi
in forma “autonoma”, si indirizzerà o verso il lavoro a domicilio o verso la co-
stituzione di piccole aziende. Questi fenomeni, di crescita e diffusione produt-
tiva, sono facilitati dal “decentramento produttivo”, operato da aziende di con-
sistente dimensione, che preferiscono dislocare la produzione in ambiti spaziali
dove l’offerta di lavoro risulta sovra-abbondante rispetto alla domanda istitu-
zionalizzata (fenomeno che investe diverse aree geografiche del paese e tra
queste il Veneto).
Va rilevato che, in prima istanza, la struttura insediativa, per effetto delle sue
caratteristiche funzionali, si costituisce ad isole: le interconnessioni tra i singoli
insediamenti risultano poco rilevanti. Si vengono a formare, cioè, delle enclave,
spesso con connotazione parentale, che si rapportano al territorio circostante in
modo ridotto (ad esclusione, ovviamente, della mobilità e delle relazioni di lavo-
ro). Ridotte risultano le stesse transazioni commerciali di routine, anche per la
diffusa produzione agricola per auto-consumo; ridotta l’utilizzazione dei servizi
collettivi (a prescindere dalla loro carenza) per una scelta, anche di convenienza
economica oltre che per posizione culturale, che privilegia forme di reciproco
aiuto dentro la famiglia allargata; ridotta l’utilizzazione dei servizi superiori per
indisponibilità economica, oltre che per carenza di offerta.
In continuità a questa prima fenomenologia di insediamento territoriale, è
possibile individuare una sorta di “seconda ondata” che trova origine in modo
più diretto nell’insoddisfazione per la “città”. È difficile individuare, senza op-
portune e approfondite indagini, quali siano gli elementi costitutivi di tale in-
soddisfazione; in particolare quanto di questa insoddisfazione sia effettivamen-
te attribuibile alla “condizione urbana” complessiva e quanto invece ad alcune
specifiche carenze della singola città. In sostanza non è chiaro il peso del rifiuto
della città in quanto tale, rispetto al peso di specifici, diciamo così, disservizi
nella città. La differenza, ovviamente, non è solo nominalistica ma fissa un di-
verso atteggiamento nei riguardi del fenomeno urbano. Certo si può sempre so-
stenere la compresenza dei due fenomeni, cosa per altro vera, ma la differenza
di peso non è questione da poco. Per indizi indiretti, si è portati a credere rile-
vante il peso delle carenze nella città rispetto al rifiuto della città.
In particolare, si propone di assumere il problema abitativo come una delle
questioni cardine che ha influenzato le scelte delle famiglie e ha determinato la
dislocazione della popolazione nel territorio. Quantità dell’offerta e costo del-
l’abitazione (come indicatore principale del costo complessivo dell’abitare) costi-
tuiscono elementi non marginali delle carenze nella città. Si tratta, vale la pena
ricordarlo, di un dato di coazione che viene mistificato quando si afferma che la

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dislocazione della popolazione nel territorio corrisponde all’affermazione di una
accresciuta libertà di scelta insediativa. Per altro è constatazione corrente come,
sempre più, l’offerta abitativa nella città concentrata corrisponda sempre meno,
quantitativamente, qualitativamente e in termini di costo, alla domanda.
Il fenomeno può essere descritto anche nel seguente modo. La classe sociale
media ha elaborato una “concezione dell’abitare” (si potrebbe dire un modello)
che non trova soddisfazione nella città concentrata. Infatti, l’offerta abitativa
accessibile a questo strato sociale non soddisfa quella concezione abitativa, che
viene invece soddisfatta da un’offerta non accessibile dal punto di vista eco-
nomico. In questa situazione il differenziale di prezzo delle abitazioni offerte
nell’ambito dell’urbanizzazione diffusa rispetto a quelle offerte nella città con-
centrata gioca un ruolo di grande rilievo nel determinare gli spostamenti di po-
polazione. Si configura, tuttavia, non un dato di scelta, ma un forte elemento di
costrizione dati certi modelli abitativi. Quote della popolazione della città, cioè,
per realizzare il proprio modello abitativo si trova costretta a spostarsi nel terri-
torio urbanizzato. Si noti, così come si è prima sottolineato, che l’abitazione
costituisce l’elemento guida del costo generale dell’abitare, così nel territorio
diffuso l’abitare può risultare meno costoso rispetto alla città, con differenze di
“qualità” il cui apprezzamento mette in gioco problemi culturali, scelte di vita,
o ideologizzazioni di una realtà che si subisce.
A questo punto va inserita qualche breve notazione relativamente ai modelli
abitativi, e soprattutto al loro modificarsi. Il rapportarsi degli individui e delle
famiglie alla città non costituisce né una costante, né una determinazione “natu-
rale”, piuttosto si tratta di un esito culturale e politico. In una determinata fase
(una fase della “politica”) questo rapporto ha avuto soprattutto connotazione
collettiva: era la città, come possibilità collettiva di interrelazioni e come dota-
zione di servizi collettivi, che fondava il concetto dell’abitare. L’abitare come
elemento di relazione tra l’interno (la casa e l’individuo) e l’esterno (i servizi
collettivi della città e gli altri); la qualificazione dell’abitare come rapporto tra i
bisogni e i servizi offerti; i servizi collettivi come “diritto” connesso all’abitare.
Una fase, cioè, di protagonismo sociale. Quando questa fase declina (si rileva,
non si analizzano le cause), declina anche il concetto di abitare: esso si focaliz-
za molto sull’abitazione, mentre deperisce l’attesa per i servizi collettivi ai qua-
li insensibilmente si tende a sostituire i servizi di “mercato”. Per quello che qui
interessa, pare fondamentale il restringersi del concetto di abitare alla semplice
“casa” e il deperire del rapporto abitazione-servizi collettivi. È chiaro, allora,
che la dislocazione della popolazione, entro certi limiti (non si parla di una fe-
nomenologia “assoluta”, ma di modifiche parziali mentre più consistenti ap-
paiono le modifiche di sensibilità) tende a seguire “regole” diverse e nuove.
Va detto che affinché il differenziale di prezzo, prima indicato, possa gioca-
re un ruolo determinante nella scelta insediativa, è necessario che l’urbanizza-
zione diffusa presenti alcune, anche se modeste, caratteristiche di tipo urbano.
La nuova ondata di popolazione da insediare, infatti, ha fatto un’esperienza ur-

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bana che ne ha modellato domande e bisogni. Per quanto si sia modificato il
concetto dell’abitare (secondo quanto segnalato in precedenza) l’esperienza ur-
bana risulta condizionante, anche a fronte di un reale o ideologico “rifiuto della
città”, alcune delle abitudini restano salde.
In sostanza il passaggio dall’urbanizzazione diffusa alla città diffusa è, con-
temporaneamente, quantitativo e qualitativo, dove la qualità, come si vedrà più
avanti, è indotta anche dalla quantità.

4. Tipologie sociali e processi strutturali

L’analisi della diffusione territoriale della popolazione mette in evidenza


che nel tempo la tipologia sociale della popolazione tende a modificarsi, in cor-
relazione, anche, con la “provenienza” territoriale della popolazione stessa. Pur
nella consapevolezza del non rilevante significato che hanno le generalizzazio-
ni è possibile identificare diverse fasi che caratterizzano il fenomeno della dif-
fusione territoriale della popolazione nell’area considerata:

– prima fase, che porta il segno della realizzazione “locale” di migliori condizioni
abitative. Il raggiungimento di livelli economici più elevati, portano gli strati
sociali interessati a ricercare migliori condizioni abitative pur nell’ambito delle
aree ristrette di provenienza. Questa fenomenologia può aver portato anche ad
una ridislocazione della popolazione all’interno dello stesso comune, con un
abbandono del “centro” per un insediamento nella campagna urbanizzata (ur-
banizzata pur con le carenze di cui si è detto in precedenza);
– seconda fase, prevale l’immigrazione “limitrofa”, ancora da aree ristrette
ma anche, di strati sociali di modesta consistenza economica, dalla “città”.
Flussi questi che tendono ad essere attratti e a rinforzare i processi di urba-
nizzazione diffusa anche per le loro scarse possibilità economiche;
– terza fase, è prevalente un flusso di immigrazione di provenienza urbana e
di strati sociali medi. Fase, cioè, caratterizzata non tanto da un fenomeno di
attrazione, quanto piuttosto da una fenomeno di “fuga” dalla città.

Queste fasi sono, ovviamente, segnate da una dinamica positiva dell’offerta


abitativa. Se all’inizio c’è una sorta di identificazione tra domanda e offerta a-
bitativa, nel senso che i soggetti richiedenti sono essi stessi “promotori” (in casi
frequenti auto-costruttori), in seguito appare di rilievo l’offerta istituzionale, sia
pubblica, sia privata, che cooperativa. È proprio questa nuova offerta che de-
termina, per ragioni anche oggettive relative alla logica dell’offerente, una mo-
dificazioni della tipologia insediativa. Se da una parte, infatti, non viene messo
in discussione il modello dell’insediamento diffuso, dall’altra si manifestano
fattori di concentrazione e di intensificazione (come, per esempio, nei Peep).

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La quantità di popolazione insediata ed anche la diversa esperienza sociale
dei nuovi immigrati, genera, nel tempo, una crescente domanda di servizi (pub-
blici e privati). Detta in un altro modo, l’attrazione di un “luogo” è determinata
anche da un minimo di dotazione di servizi (non si entra nelle questioni di “so-
glia”, sia perché complessa, sia perché i fenomeni di attrazione non presentano
sempre connotazione di ottimizzazione). Inoltre, le amministrazioni locali, sia
per realizzare parte degli obiettivi che ne giustificano l’“esistenza”, sia per
conquistarsi il consenso di una popolazione più esigente, sia per attrarre nuova
popolazione in modo da ampliare la dimensione della città (il numero viene
sempre considerato espressione di “potere”) si impegnano in una politica di in-
cremento della dotazione di infrastrutture e di servizi.
È questo il percorso attraverso il quale, pur nei limiti di una generalizzazio-
ne che non mette in evidenza peculiarità “locali”, i piccoli e medi agglomerati
che si sono dilatati attraverso l’urbanizzazione diffusa cominciano a presentare
qualche connotato di tipo urbano (per quello che questo può voler dire in una
situazione in cui viene a mancare una delle peculiarità della condizione urbana:
l’intensità e la densità).
Le precedenti osservazioni, tuttavia, vanno anche correlate con alcuni pro-
cessi strutturali: è proprio la connessione tra fenomeni strutturali che investono
il settore produttivo e processi connessi all’abitare (per quanto detto in prece-
denza) che possono fornire indicazioni intorno alle motivazioni esplicative dei
processi di dislocazione della popolazione.
Guardando ai meccanismi che hanno investito il settore produttivo (anche
qui tenendo conto dei limiti delle generalizzazione) si può osservare una prima
fase nella quale il fenomeno più influente appare essere la ristrutturazione,
mentre in seguito paiono assumere maggiore rilievo le rilocalizzazioni (anche
se i due fenomeni non possano essere distinti con sicurezza).
Le motivazioni che generano processi di rilocalizzazione sono, com’è noto,
molteplici; alcune di queste sono determinate da particolari situazioni di mercato
(delle materie prime, di sbocco, del lavoro, ecc.), altre generate da occasioni tecno-
logiche, alcune sono attivate da processi di “attrazione” mentre altre da “fughe”, e
ciascuna di queste quasi mai si presenta allo stato “puro”, complicando vi è più la
casistica. Quanto si dirà di seguito, così, va assunto come esemplificativo.
L’industria localizzata nella città, per effetto della crescita urbana, finisce per
risultare “accerchiata”. E come se la città tendesse a soffocarla: da una parte la
produzione risulta più onerosa (per effetto di divieti, vincoli amministrativi, con-
gestione, ecc.), mentre dall’altra il processo di valorizzazione delle aree (che da
periferiche diventano centrali) può rendere economicamente appetitoso un trasfe-
rimento. Così processi di ristrutturazione produttiva e di riorganizzazione azien-
dale si sposano con processi di rilocalizzazione “nel territorio” urbanizzato.
Lo spostamento di attività produttive, com’è prevedibile, determina anche
flussi di spostamento di popolazione (ovviamente in ragione della dimensione).
Ciò in due sensi, da una parte una quota di addetti segue l’impresa (si trasferi-

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scono con il trasferimento dell’attività produttiva), dall’altra l’impresa riloca-
lizzata crea una domanda di lavoro che, se non soddisfatta localmente (e in ge-
nere non lo è), attrae popolazione.
Bisogna, inoltre, rilevare che alla rilocalizzazione delle attività produttive
nel “territorio” fa seguito anche la rilocalizzazione (o spesso il sorgere ex-novo)
di attività di servizio alle imprese. Ovviamente, ma su questo si tornerà più a-
vanti, non di tutte le attività di servizio ma di quelle più “banali” per così dire, e
che non hanno necessità di interagire con altre funzioni di tipo urbano.
Sia le presenze produttive che quelle di servizio determinano una modifica-
zione del tessuto delle relazioni locali, sia all’interno che verso l’esterno, così
come si determinano delle modificazione sociali che tendono ad inciderne la
“compattezza” delle “società locali”. La cosa che sembra di un certo interesse,
ad una prima osservazione, è il fatto che la localizzazione anche di queste im-
prese è di tipo diffusivo, piuttosto che concentrato.

5. La dotazione di servizi e la caratterizzazione urbana

Per il filo di ragionamento che si tende a sviluppare, pare importante sottoli-


neare che l’insieme dei processi che sono stati messi in evidenza danno come esi-
to che la popolazione coinvolta nel processo di diffusione assume una sua non
modesta consistenza. L’aspetto quantitativo, come si vedrà, non è indifferente:
nell’insieme, la popolazione che si disloca in quella che abbiamo chiamato città
diffusa è numericamente consistente, pari a quella di una grande città, cosa che
diventa determinante per spiegare le modifiche di qualità territoriale.
Si è già segnalato che l’incontro (e talvolta scontro) della politica degli enti
locali (sul piano urbanistico e dei servizi) con la “domanda” che derivava da
una popolazione crescente e che si modificava in termini sociali e di “esperien-
za”, ha determinato una crescita della dotazione di infrastrutture e dei servizi
collettivi. Il fenomeno, ovviamente, non si presenta omogeneo né dal punto di
vista spaziale, né da quello settoriale. Inoltre, la fenomenologia, rispetto al pro-
blema che qui interessa, non è unica: si ha il caso di servizi “diffusi nel territo-
rio” assieme a casi di servizi spazialmente concentrati (quindi con la formazio-
ne di aree specializzate, che quasi mai si inseriscono in contesti urbani tradi-
zionali), per i quali la dotazione di infrastrutture viarie permette e facilita l’ac-
cessibilità. Un mix di concentrazione e diffusione sembra la tipologia ricorren-
te, ma unica la regola: dar corpo ad un sistema di offerta per la città diffusa, per
una popolazione, cioè, collocata in un territorio ampio ed a bassa intensità.
Questa maggiore dotazione di infrastrutture e di servizi (anche se ancora
sotto standard) inizia a dare tono urbano all’insediamento. Va detto che la città
diffusa già oggi presenta connotazioni urbane ma risulta sotto standard, per così
dire, rispetto alla città concentrata. La piena realizzazione di un effetto città, in

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sostanza, ha bisogno ancora di investimenti infrastrutturali e di dotazione di ul-
teriori servizi.
I servizi privati meritano qualche considerazione che pare di un qualche ri-
lievo: si può notare una certa carenza della tipologia di quei servizi definiti di
tipo urbano, ma – ed è la cosa importante – a tale carenza tipologica non corri-
sponde una carenza funzionale. Si tratta di un’altra peculiarità del fenomeno
che stiamo esaminando. Esprimendo la questione in modo sintetico e schemati-
co si può constatare che le situazioni di urbanizzazione diffusa non conoscono,
nel settore privato, i servizi con tipologia urbana ma, per così dire, approdano
direttamente ai servizi metropolitani. Di seguito si indicano quali sono le con-
dizioni che danno luogo a questo salto.
Una delle fondamentali caratteristiche della città (come si è abituati a consi-
derarla) è l’alta densità e l’intensità. La popolazione insediata nell’ambito
dell’urbanizzazione diffusa, ovviamente in aree circoscritte, anche se nel suo
insieme assume dimensione consistente (da grande città) non presenta quella
connotazione di densità e intensità propria della città tradizionale (compatta).
Senza voler entrare nel merito della complessa questione della “prossimità”, si
può convenire che in termini operativi l’alta densità e intensità possono essere
tradotte come la possibilità per una numerosa popolazione di accedere “facil-
mente” ad ogni punto del territorio definito. In una grande città la numerosa
popolazione ha possibilità di facile accesso (in termini fisici) a ogni punto della
città e soprattutto a ogni punto del suo “quartiere”. Evidentemente si tratta di
fatto di un’accessibilità molto differenziata, sul piano tecnologico si può distin-
guere un’accessibilità pedonale da una meccanica (secondo diversi mezzi), dal
punto di vista amministrativo ci possono essere dei limiti, dal punto di vista e-
conomico-sociale si possono presentare situazioni di esclusione, ecc.; comun-
que il punto di vista che prevale nelle considerazioni relativamente alla città
(compatta) è l’accessibilità misurata in termini di molteplicità di occasioni e di
vicinanza. Da questo punto di vista la differenza tra la città tradizionale e la cit-
tà diffusa risulta massima: nella seconda, infatti, la popolazione si presenta for-
temente penalizzata in termini di accessibilità fisica ad ogni punto. Tuttavia, la
differenza tra queste due “forme” di città può ridursi in presenza di una mag-
giore propensione al movimento (niente è sotto casa) e di una maggiore acces-
sibilità se misurata in termini di tempo. Alta mobilità e facile accessibilità, in
sostanza, annullano gli effetti dell’assenza di densità e intensità.
La crescente diffusione dell’automobile privata ma anche, nel tempo, la
modifica del suo uso (la sua trasformazione in una sorta di “scarpa”, nel senso
che non si cammina a piedi nudi) ha accresciuto enormemente da una parte la
propensione alla mobilità, dall’altra parte e conseguentemente si è ampliato il
“territorio accessibile”. Questo fatto tende a trasformare una popolazione diffu-
sa in un bacino di mercato intenso e, in quanto tale, interessante per l’offerta di
alcuni servizi privati. L’accresciuta mobilità, cioè, ha dilatato i confini spaziali
del possibile bacino di mercato.

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Non può essere oggetto di riflessione, in questa sede, quanto dell’accre-
sciuta mobilità automobilistica sia autonoma e quanto indotta, quanto libera-
mente scelta e quanto coatta; in questa sede giova osservare che in assenza di
uno sviluppo della mobilità fondata sul mezzo privato la città diffusa non a-
vrebbe potuto sorgere, essa sorge e vive in quanto città automobilistica.
Tornando al problema dei servizi si deve osservare che la convenienza al sor-
gere di un “servizio privato” è determinata dall’esistenza di un bacino di mercato
adeguato, dall’esistenza, cioè, di una massa di popolazione da “servire”. Che il
bacino di mercato sia costituito da una massa di popolazione concentrata o da
una massa di popolazione non concentrata ma caratterizzata da un’alta propen-
sione alla mobilità, è apparentemente indifferente. Apparentemente perché, no-
nostante tutto, una situazione in cui “servizio” e suo “bacino di mercato” insi-
stono ambedue in un’area ristretta non è uguale al caso in cui ambedue insisto-
no in un’area molto ampia.
Nel caso specifico della città diffusa si ipotizza che sia proprio la massa di
popolazione insediata in modo diffuso coniugata con la propensione alla mobi-
lità della stessa a determinare la convenienze alla realizzazione di un servizio
privato. Tuttavia tale servizio privato, per poter a pieno sfruttare il bacino di mer-
cato, deve caratterizzarsi in modo specifico.
In particolare devono essere facilmente accessibili e devono essere fortemente
attrattivi (“vistosi”, si potrebbe dire), in grado di annullare, per mezzo del forte
richiamo che emanano, sia la “distanza” (psicologica e fisica) dei potenziali
clienti, sia la concorrenza della città compatta. In questa situazione, tenuto conto
del contesto culturale del momento, un servizio di livello urbano appare non ade-
guato: il suo potenziale di offerta risulta di gran lungo superiore alla domanda
della popolazione circostante (area ristretta), mentre il suo “appeal” non è tale da
richiamare “domanda distante”. Al contrario un servizio di livello metropolitano
si pone programmaticamente al servizio di un bacino molto esteso, e in questo
senso è attrezzato (ha l’immagine) per attrarre (suscitare) domanda lontana. È
questo tipo di offerta, quindi, che più facilmente si colloca in un bacino popoloso
ma non denso poiché compensa con l’attrazione (e quindi con la mobilità
dell’utente) l’assenza di densità del mercato potenziale.
Va anche detto che, in generale, questi tipi di servizi metropolitani, anche
nel caso in cui il loro bacino di mercato fosse individuato in un agglomerato ad
alta intensità (una metropoli, appunto, o per lo meno una grande città), mostra-
no convenienza a localizzarsi “fuori città”, questo proprio per rendere massima
la loro accessibilità ad un utente nella quasi totalità motorizzato e poter eserci-
tare il massimo potenziale di richiamo (l’accessibilità qui viene considerata
come l’insieme delle condizioni territoriali che permettono l’uso del servizio ad
una rilevante massa di utenti, quindi non solo strade di accesso, ma anche spazi
per parcheggi, ecc., condizioni sempre più rare a livello urbano).
L’inserimento nel contesto dell’urbanizzazione diffusa di servizi alle perso-
ne di tipo metropolitano (centri commerciali, ipermercati, grandi centri di ven-

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dita specializzati, attrezzature di divertimento o sportive di grande dimensione,
ecc.), di attività produttive, di attività di servizio alle imprese (consulenza, cen-
tri meccanografici, disegnatori, ecc.), punti di vendita collegati direttamente
con la produzione (o anche ad un’apparente produzione), quindi punti di vendi-
ta specializzati (per esempio: «tutto luce», «tutto sposa», ecc.) danno luogo ad
una diversa configurazione dell’urbanizzazione a bassa densità.

6. Nuove gerarchie territoriali

Questa diversa configurazione dell’urbanizzazione a bassa intensità è quella


che si è chiamato città diffusa. Tale fenomenologia territoriale si caratterizza,
quindi, per:

– una massa consistente (da città, per intenderci) non solo di popolazione, ma
anche, almeno parzialmente, di servizi e di attività produttive;
– una dispersione di tale massa in un territorio vasto; tanto vasto da non pre-
sentare, nell’insieme, fenomeni di alta densità e intensità. Questo, ovvia-
mente, non sta a significare che non ci possano essere singoli “punti” con al-
te densità, ma soltanto che la configurazione spaziale non dà luogo a signi-
ficativi fenomeni di densità e intensità di tipo urbano;
– un’alta connessione tra i diversi punti del territorio. Si tratta, cioè, di un ter-
ritorio che presenta connessioni molteplici di tipo orizzontali (infrastrutture)
tali da garantire la possibilità di un’altissima mobilità.

A questo punto può essere utile, anche se in forma estremamente sintetica,


individuare alcune delle questioni che pone una tale configurazione spaziale.
Così facendo sarà possibile approfondire ulteriormente alcune connotazioni
della città diffusa.
Per quanto detto in precedenza dovrebbe essere evidente la differenza che è
possibile tracciare tra la città diffusa ed un’ipotesi di area metropolitana, una
differenza che sta tutta centrata sulle gerarchie spaziali.
Con il termine «area metropolitana» si intende (in genere) un territorio forte-
mente gerarchizzato: c’è un centro (la grande città) ed una serie di città satelliti
piccole e medie (diffuse nel territorio circostante) che a quello sono legati secon-
do linee gerarchiche. Un territorio, come si suol dire, caratterizzato soprattutto da
connessioni verticali dalla periferia al centro del territorio. È l’esistenza di queste
connessioni di tipo verticale che rende evidente come si sia in presenza di una
situazione gerarchica; il che vuol dire che la localizzazione di attività e servizi, la
dislocazione della popolazione, la struttura complessiva dell’offerta urbana è ge-
rarchizzata: ogni servizio si colloca nello spazio nel punto che corrisponde al suo
livello gerarchico (dal più basso in periferia al più alto al centro).

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Al contrario, come già osservato, la città diffusa presuppone un’organizza-
zione spaziale caratterizzata da ampie connessioni orizzontali. Così come le
connessioni verticali identificavano un territorio gerarchizzato, così le connes-
sioni orizzontali identificano un territorio “non” gerarchizzato. Provvisoria-
mente assumiamo che la città diffusa, proprio perché connotata da relazioni o-
rizzontali, si caratterizza per l’assenza di gerarchie spaziali.
La multi-direzionalità dei flussi (non solo delle persone, ma anche delle
merci e delle informazioni) tipica della città diffusa (che in questo senso somi-
glia alla città) si contrappone alla mono-direzionalità dell’area metropolitana.
Ovviamente si sta estremizzando la situazione, infatti, sarebbe possibile far no-
tare che anche nella tradizionale struttura metropolitana si moltiplicano i flussi
orizzontali e multi-direzionali che attenuano l’elemento gerarchico, o che al-
meno danno ad intendere di un’attenuazione di tale elemento. Pare, tuttavia,
questione marginale rispetto al filo di ragionamento che si sta seguendo.
Affinché non ci siano fraintendimenti, l’assenza di gerarchie della città dif-
fusa non deve suggerire l’idea di una sorta di “territorio autarchico”, né di uno
spazio avulso dal contesto generale delle gerarchie territoriali. La città diffusa
gode e subisce le interrelazioni territoriali generali: essa è inserita nel contesto
delle gerarchie territoriali. Qualche riferimento a fenomeni reali può chiarire
meglio questa osservazione.
Osservando i flussi di movimento della popolazione, che si riferiscono a di-
verse motivazioni, nella città diffusa, si può notare come a quelli orizzontali si
sovrappongono flussi verticali preesistenti, soprattutto per lavoro, consistente-
mente indirizzati verso alcune polarità. Non solo ma nel tempo questi flussi
possono essersi incrementati proprio con la crescita della popolazione, che si
trasferisce, come abbiamo è già visto, dalla “città” alla città diffusa, ma che
nella prima molto spesso mantiene il posto di lavoro originario.
È possibile osservare il fenomeno anche nelle diverse fasi di strutturazione
spaziale: mentre nella fase dell’urbanizzazione diffusa si avevano delle enclave
chiuse da cui si generava un movimento pendolare per ragione di lavoro verso
polarità esterne (un movimento unidirezionale e gerarchico), nella fase della
città diffusa a quel movimento, che si conserva, si somma, molto spesso, un
movimento “interno” sempre per lavoro (nuove occasioni che si sono create
nella città diffusa, lavoratori che hanno “seguito” l’azienda trasferita, ecc.). Si
ha, cioè, una multi-direzionalità dei movimenti per lavoro.
Lo stesso può dirsi per tutti gli altri tipi di movimento. In questa somma ri-
sultano attenuati i movimenti tradizionali e mono-direzionali, nel senso che pe-
sano relativamente di meno.
Proprio questa fenomenologia, qui assunta a partire dalla mobilità, configu-
ra una realtà territoriale dalle molteplici facce. È possibile, per esempio, indivi-
duare zone che si configurano come “dormitori” per forza-lavoro occupata al-
trove, ma, contemporaneamente, aventi connotazione di complessità urbana
(anche se spesso di qualità e, soprattutto, di intensità modesta). Questo proprio

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perché il territorio costruito si adagia su un tessuto di antica urbanizzazione do-
ve “centri” tradizionalmente di modesta dimensione (e non solo) diventano no-
di significativi dell’insieme della città diffusa. Ancora si può notare come i
“punti” di localizzazione scelti dalle grandi attività di servizio o di quelle di
produzione, non determinano fenomeni aggregati ma diffusivi, che se da una
parte danno esiti negativi in termini di consumo del suolo, compromissione ter-
ritoriale, necessità di infrastrutture, incremento della mobilità, dall’altra evitano
processi di congestione. È questa molteplicità di configurazioni dentro un qua-
dro definito che appare di notevole interesse.
La concezione della città prefigura una popolazione che esercita le sue fun-
zioni (produzione e riproduzione) prevalentemente al suo interno. Dando per
scontato che il processo di organizzazione urbana dia luogo necessariamente,
almeno così si dice, a concentrazioni spaziali di tali funzioni, si è potuto osser-
vare che elementi di specializzazione spaziale (del tipo, per esempio: quartiere
dormitorio, quartiere degli affari, ecc.) costituiscono potenti fattori di dequalifi-
cazione del contesto urbano. Né semplifica la questione osservare che molto
spesso i processi di specializzazione descritti secondo connotazioni funzionali
in realtà sono il frutto della struttura sociale.
Nella città diffusa, per tutti i motivi che sono stati precedentemente descritti,
da una parte sono meno vistosi i processi di specializzazione spaziale, dall’altra,
tuttavia, la complessità urbana appare, come dire, diluita. Se così fosse, si sareb-
be costretti a guardare in modo differente ad alcuni fenomeni di specializzazione
territoriale, nel senso che mentre nella città concentrata essi appaiono come “ca-
renze”, nella città diffusa incidono in modo non necessariamente negativo sulla
funzionalità e colloquialità urbana (o per lo meno sembrano incidere meno).
In sostanza la città diffusa genera al suo interno delle gerarchie e delle spe-
cializzazioni; esse tuttavia, sia per intensità sia per “forma” che per la loro or-
ganizzazione, risultano meno negative di quanto le stesse non risultino nella
città concentrata.
Il tema delle gerarchie territoriali, tuttavia, non riguarda soltanto le relazioni
interne alla città diffusa, ma anche le relazioni di tale città con il resto del terri-
torio, o, nel caso in cui la città diffusa contempli al suo interno una “tradiziona-
le” città concentrata, le relazioni tra questa e il resto della città diffusa stessa.
Da questo punto di vista non pare condivisibile appellarsi ad una sorta di tra-
monto delle gerarchie spaziali.
Se da una parte non c’è dubbio che la città concentrata, in qualsiasi contesto
la si collochi (presa in se stessa, inserita in un’area metropolitana, parte di una
città diffusa), “cede” qualcosa, dall’altra va analizzato cosa cede. Si può dire
che i servizi (alle persone ed anche alle imprese) che si dislocano nelle zone –
che chiameremo in modo generico “extra-urbane” (in particolare nelle zone di
urbanizzazione diffusa tanto da qualificare queste come città diffusa) – sono
nella maggior parte dei casi banali, mentre nella città concentrata continuano a
localizzarsi i servizi più esclusivi. La stessa cosa si può dire per l’attività pro-

59
duttiva: la città concentrata espelle le attività più mature, mentre mantiene o at-
trae le attività produttive avanzate (a maggior valore aggiunto).
Ci si trova di fronte, cioè, a nuove forme di gerarchie spaziali che possiamo
esprimere in modo estremizzato e sintetico con la seguente formulazione: le
funzioni che gerarchizzano lo spazio nella fase storica attuale non sono quelle
che hanno attinenza a gradi masse (di consumo, di occupazione, di produzione,
ecc.), quanto piuttosto alle funzioni più innovative e in grado di determinare
processi di “controllo” (sulla popolazione, sui meccanismi economici, sulla dif-
fusione dell’innovazione, sui mercati finanziari, sulla produzione culturale, su-
gli stessi livelli qualitativi della vita, ecc.). Si accentua, cioè, una delle caratte-
ristiche fondamentali della funzione tradizionale della città: la concentrazione
del “potere” nelle forme che di volta in volta tale potere assume. Se alcune ca-
ratteristiche di tipo urbano si diffondono nel territorio, dando luogo, secondo
connotazioni specifiche, in alcuni casi alla città diffusa e in altri a forme di ur-
banizzazione diffusa o di territorio compromesso, non si esaurisce la “produ-
zione” di caratteristiche urbane che confermano la gerarchizzazione dello spa-
zio. Il territorio che ne risulta appare strutturato secondo nuove gerarchie, tenu-
to conto che in questo nuovo contesto i vecchi “fattori” gerarchizzanti non sono
più rilevanti per le nuove attività (di produzione e servizio), né che le localizza-
zioni di funzioni tradizionali (di servizio e produzione) non sono più in grado
di generare gerarchie spaziali.
La città diffusa, come prima caratterizzata, non sfugge al processo di gerar-
chizzazione spaziale, essa quindi nel suo insieme (come qualsiasi altra città), a
prescindere dalle sue suddivisioni amministrative, si colloca nell’insieme delle
gerarchie spaziali di ordine superiore. Non solo ma al suo interno, anche se in
modo meno accentuato della città concentrata, proprio in ragione della sua ge-
nesi, presenta un’articolazione gerarchica di tipo urbano attenuata dall’alta mo-
bilità e accessibilità (che genera altri problemi ma attenua l’esclusione).

7. Il problema dei confini e delle variabili in gioco

A questo punto, tuttavia, emerge una questione nodale che, sostanzialmente, è


rimasta sempre sottintesa: quella dei confini. Anche i confini della città concen-
trata costituiscono un problema teorico e pratico, ma, semplicisticamente, a risol-
vere la questione provvede la struttura amministrativa: sono i confini amministra-
tivi che definiscono il territorio della città.
Nella città diffusa la questione si pone in modo differente: la soluzione dei
confini amministrativi non funziona. In questo caso è proprio l’inverso: è la de-
finizione dei “confini” della città diffusa che permette di determinare quali sia-
no le unità amministrative da considerare interne alla stessa città diffusa. Ma
c’è di più: la definizione dei confini è determinante per la stessa riconoscibilità
del fenomeno.

60
La definizione dei confini, in questo caso, non è prioritaria alla ricerca delle
connotazioni (e della stessa esistenza) della città diffusa ma costituisce essa
stessa oggetto di ricerca.
Se in modo impressionistico l’area della città diffusa può essere individuata,
sarà poi lo studio approfondito delle relazioni che definiranno con precisione,
con la precisione necessaria, i confini della stessa. Si osservi, infatti, che per le
connotazioni della città diffusa, essa può anche rischiare di rimanere sommersa
in ragione di un errore nella definizione dei suoi confini. Ovviamente si intende
sommersa sul piano della identificazione, perché sul piano fattuale essa è attiva
a prescindere da ogni “riconoscimento”.
Relativamente alle variabili in gioco, sia per definire i confini della città dif-
fusa sia per identificarla, di seguito si forniscono alcune indicazioni di massi-
ma, come prima approssimazione al problema. Sarà la ricerca stessa che arric-
chirà il contesto delle ipotesi e delle variabili analitiche da considerare:

– la dislocazione della popolazione, ovviamente, è una delle variabile princi-


pali. Sarà importante analizzare tale fenomeno nel tempo, individuando mo-
delli di comportamenti insediativi in relazione anche all’offerta abitativa;
– localizzazione e sviluppo delle attività produttive. La fenomenologia che
sembra maggiormente interessante è quella inerente lo sviluppo esogeno e
quello endogeno, sia relativamente ai trasferimenti o rilocalizzazioni, sia al-
le “nuove” opportunità offerte nella e dalla città diffusa;
– localizzazione dei servizi alle imprese, secondo caratterizzazione di ruolo e
funzione;
– localizzazione dei servizi alle persone di tipo non metropolitano, si tratta
cioè di identificare la struttura “urbana” dei singoli punti della città diffusa;
– localizzazione dei servizi di tipo metropolitano. Sono queste localizzazioni,
si ipotizza, che costituiscono uno degli elementi costitutivi la città diffusa;
– infrastrutturazione;
– le interrelazioni e la mobilità della popolazione;
– quelli che genericamente è possibile chiamare i “modi di vita”.

Quanto precedentemente indicato costituisce, ovviamente, la semplice indi-


cazione dei campi di sviluppo dell’analisi. Il contenuto specifico di tali analisi
non potrà che identificarsi in relazione alle ipotesi interpretative precedente-
mente avanzate e ad eventuali nuove ipotesi che la stessa analisi suggerirà.

8. La città diffusa può competere con la città concentrata?

Si può concludere sollevando una questione alla quale la stessa ricerca po-
trebbe fornire qualche prima indicazione: può la città diffusa, a pari di una città
concentrata, essere polo di attrazione di quelle attività la cui localizzazione de-

61
termina una posizione “alta” nella gerarchia territoriale generale? o detta in un
modo diverso: la città diffusa può competere, in termini di attrattività per le atti-
vità innovative e di “potere”, con la città concentrata? Una questione che non pa-
re priva di interesse, ove si rifletta che quello che risulta essere in gioco è la strut-
tura dell’organizzazione del paese così com’è stato storicamente “costruito”.
Fornire delle risposte convincenti non pare semplice, anche per le implicazio-
ni di ordine generale che la questione pone, oltre che per assenza di analisi speci-
fiche di dettaglio. Alcune notazioni, tuttavia, possono essere avanzate quali indi-
cazione di aspetti sui quali converrà, in prima istanza, soffermare l’attenzione.
Le indicazioni, proprio per la loro caratteristica, saranno esposte in modo
schematico e per punti:

– il primo dato di esperienza indica che il potere di attrazione della città diffusa
per quelle attività che è possibile individuare come espressione del “potere at-
tuale” sia molto basso. Il territorio della città diffusa se è attrattivo per localiz-
zazioni di attività mature, di servizi banali, ecc., lo è molto poco per attività
innovative e di tecnologia avanzata, per centri finanziari che non siano “centri
servizi”, per attività culturali e scientifiche di livello superiore, ecc.;
– la poca rilevanza dei tradizionali fattori localizzativi, per questo tipo di atti-
vità innovative, sembra depotenziare i precedenti poli di attrazione. Tuttavia
questo non significa che non vi siano più fattori localizzativi, ma solo che i
vecchi sono sostituiti da nuovi fattori, i quali ultimi appaiono maggiormente
concentrati rispetto ai primi. Si tratta di “strutture” (università, centri di ri-
cerca, biblioteche, ecc.), ma anche della “preferenza residenziale” dei tecni-
ci di alto livello (che privilegiano la città concentrata). Si potrebbe avanzare
l’ipotesi che si tratti di fattori a forte “sedimentazione”, non ricreabili, cioè,
facilmente, e per questo motivo più concentrati in pochi punti di quanto non
lo fossero i precedenti;
– infine, c’è da dire che le innovazioni telematiche da una parte non hanno
ancora carattere “diffusivo”, e quindi contraddittoriamente alla loro “essen-
za” producono concentrazione, mentre dall’altra parte non sono in grado di
sostituire le interrelazioni tra soggetti ad alto contenuto di potere (di qual-
siasi tipo esso sia).
Pare di poter dire che solo una “politica territoriale”, in senso generale, che
prendesse atto di questa nuova configurazione spaziale per trasformarla da esito
prevalentemente spontaneo in progetto complessivo delle configurazioni spa-
ziali (secondo opzioni tutte da definire) potrebbe, entro certi limiti, rende pari-
tetici la città concentrata con la città diffusa. Si tratterebbe di un progetto di
qualificazione che potrebbe far uscire la città diffusa dal suo non altrimenti e-
liminabile ruolo “residuale”. Ma neanche una politica territoriale adeguata po-
trebbe eliminare quelli che si sono chiamati fattori di attrazione a forte sedi-
mentazione, essa tuttavia potrebbe ricostruire una gerarchia territoriale meno
squilibrata, più attenta alle risorse non riproducibili, e meno selettiva sul piano

62
sociale. In questo senso la città diffusa potrebbe svolgere un ruolo equilibrato
ed equilibratore dell’organizzazione dello spazio, sia sotto l’aspetto della pro-
duzione (innovativa) sia della qualità sociale della vita. Ma allora la città diffu-
sa non sarebbe soltanto un esito del processo edilizio ma un progetto di riorga-
nizzazione del territorio.

Bibliografia

Di seguito si citano i principali scritti che, in vario modo, hanno influenzato


la stesura di questa nota.

Becchi Collidà A. (1984), La terziarizzazione urbana e la crisi della città,


FrancoAngeli, Milano.
Camagni R. e Malfi L. (1986) (a cura di), Innovazione e sviluppo nelle regioni
mature, FrancoAngeli, Milano.
Carati F. (1988) (a cura di), Aree metropolitane di antica industrializzazione,
Clup, Milano.
Cencini C., Dematteis G., Menegatti B. (1983) (a cura di), L’Italia emergente.
Indagine geo-demografica sullo sviluppo periferico, FrancoAngeli, Milano.
Garofoli G. e Magnani I. (1986) (a cura di), Verso una nuova centralità delle
aree urbane nello sviluppo dell’occupazione, FrancoAngeli, Milano.
Innocenti R. (1985) (a cura di), Piccola città e piccola impresa, FrancoAngeli,
Milano.
Irer/Progetto Milano (1987), Il governo della città, FrancoAngeli, Milano.
Segre A. (1985) (a cura di), Regioni in transizione, FrancoAngeli, Milano.

63
Governare la complessità. Il Veneto come caso esem-
plificativo, ma non paradigmatico∗
di Michelangelo Savino (1998)

Riflettendo sul tema delle nuove forme di urbanizzazione e sui sistemi


d’impresa, così come oggi si è frequentemente chiamati a dibattere, non è diffi-
cile esordire polemizzando (per quanto questo poi risulti in verità pura inventio
retorica) con quanti sostengono e auspicano un nuovo ruolo della Pubblica
Amministrazione, soprattutto nella costruzione di condizioni generali in grado
di favorire, quasi fungendo da server, le forme organizzative assunte dai siste-
mi produttivi e dai sistemi insediativi nel corso degli ultimi anni.
Se si può essere d’accordo con alcuni sulla necessità di una forte innovazione
nel governo delle trasformazioni del territorio; o convenire sul fatto che indubbia-
mente infrastrutture e servizi – così come sino ad oggi sono stati concepiti, proget-
tati e realizzati nelle ormai convenzionali politiche di urbanizzazione del territorio
– non siano più “utili”; ed ancora, se è possibile ammettere che il sistema produtti-
vo e quello insediativo (tenendoli pur separati, per il momento, come se fossero
due diverse espressioni dell’azione antropica sul territorio) impongano oggi un
modo diverso di governare il territorio, non accetto due implicazioni che queste af-
fermazioni, spesso avanzate anche in buona fede1, comportano:

– che esista un perfetto e completo meccanismo auto-regolativo all’interno del


sistema produttivo che è andato affermandosi negli ultimi anni e in alcune
aree del nostro paese (ma anche altrove, in Europa) e che, ad esempio, assi-
curi che i distretti industriali si presentino come paradigmatici modelli auto-
poietici, con elevata capacità di adattamento alle condizioni (locali e non)
assolutamente instabili nel breve-medio periodo;


. Sta in: Economia e società regionale – Oltre il ponte, n. 4, pp. 91-109.
1. Nel corso del dibattito che in questi ultimi anni è andato sviluppandosi intorno al “disvelamen-
to” della complessità, dell’impossibilità di comprenderne gli inviluppi, le fenomenologie, le forme
evolutive ecc., l’inadeguatezza delle scienze di comprendere i fenomeni si è spesso accompagnata
ad una pervasiva (nonché rassegnata) convinzione che fosse anche impossibile alcuna forma di
“governo” della complessità: un atteggiamento che va solo molto lentamente esaurendosi.

65
– che, proprio come espressione “naturale” delle tendenze e delle esigenze
della società e dei sistemi “auto-regolantesi”, l’organizzazione del territorio
che ci troviamo oggi davanti sia uno scenario auspicabile, «una sorta di ide-
al-tipo» (Marson, 1998), all’interno del quale il governo del territorio deve
limitarsi alla costruzione di garanzie di sviluppo del sistema nel tempo, di
eliminazione delle esternalità negative (che questo sistema in ogni caso pro-
duce, ma non controlla), divenendo inoltre flessibile, adattabile, «funziona-
le» a questo tipo di organizzazione.

È indubbio che il governo del territorio debba mutare molto e in tempi brevi:
negli obiettivi che fino ad oggi si è dato; nelle pratiche ormai routinarie di ammini-
strazione e gestione e di redazione degli strumenti di programmazione e pianifica-
zione; nei rapporti con i diversi attori (locali e non); con l’obbligo di cogliere le
opportunità di innovazione e di «nuovo protagonismo istituzionale» che recenti
leggi, nazionali e regionali2, hanno prodotto. Ma è altrettanto indubbio che proprio
le caratteristiche dell’attuale organizzazione del territorio impongano oggi un con-
trollo delle trasformazioni del territorio, quello che potrebbe essere definito (ma
non ovunque, e il Veneto ne è un esempio) come un “ritorno” al governo dei pro-
cessi insediativi, nella convinzione che nel ritorno al controllo della produzione del
territorio costruito risieda una delle possibili garanzie del futuro sviluppo sociale ed
economico (imprescindibilmente sostenibile) delle regioni italiane.
Da questo punto di vista il Veneto presenta non solo gli effetti di uno svi-
luppo economico incomparabile e paradigmatico, ma anche (e soprattutto)
un’esemplificazione dei costi collettivi che uno sviluppo non governato, ma
piuttosto agevolato con la produzione pubblica di condizioni generali funziona-
li allo sviluppo del sistema produttivo, ha provocato. Di certo il Veneto è una
delle regioni in cui la pressione per un rinnovamento delle forme di governo
del territorio è maggiormente sentito, anche se nel contempo non costituisce
un’area di grande innovazione istituzionale e procedurale e, nonostante alcune
esperienze in atto, è possibile affermare che, al di là di alcune (poche) espe-
rienze in atto, si stia procedendo lentamente sulla via delle trasformazioni del
governo del territorio, come lentamente si sta procedendo all’adeguamento de-
gli strumenti legislativi per il governo del territorio “nelle nuove condizioni”, in
questo scontando una tradizione di governo regionale che ha seguito, piuttosto,
lo sviluppo economico, ma non lo ha “preparato”, costruito e gestito.
Nel mio intervento vorrei quindi porre l’accento proprio su quali siano le at-
tuali condizioni dell’organizzazione territoriale nella regione oggi, per giustifi-
care la mia convinzione che un governo del territorio si renda, quindi, necessa-
rio, oltreché più rigoroso (non rigido) rispetto al passato, proprio per la costru-

2. E penso ai nuovi principi istituzionali già introdotti dalla nota lr 5/1995 della Toscana o che
stanno per essere introdotti dall’Emilia-Romagna nella revisione della legge urbanistica generale
regionale, oltre alle diverse novità di relazione e costruzione di rapporti con i diversi attori sociali
che patti territoriali, conferenze d’area, accordi di programma, ecc. impongono.

66
zione di quel futuro che la società locale teme che la pervasività dell’intervento
pubblico sul territorio possa, al contrario, pregiudicare.

Morfologie

Le forme insediative sviluppatesi nel corso degli ultimi anni nella regione
(con forti discontinuità territoriali più di quanto si sia convenzionalmente porta-
ti a credere) hanno dato adito a diverse interpretazioni, letture e descrizioni, che
sarebbe difficile riassumere nella loro ricchezza di argomentazioni.
Si può sostanzialmente affermare che come già agli inizi degli anni ’70 appa-
riva a numerosi studiosi, il sistema territoriale nelle sue caratteristiche strutturali,
in parte inerziali rispetto ad un passato anche remoto (nell’interpretazione di Se-
reni), in parte ridefinite, riorganizzate e ri-funzionalizzate rispetto ai moderni
processi di produzione industriale (nell’interpretazione datane da Cacciari e La-
naro e accolta da quanti in seguito si sono occupati della diffusione urbana e della
società di piccola impresa), ha costituito uno dei principali ingredienti dello svi-
luppo economico regionale: non semplice supporto ma una delle condizioni es-
senziali al consolidamento ed all’evoluzione del sistema produttivo.
Inutile ripetere – anche in questa sede – le diverse modalità con cui il territorio
partecipa direttamente al processo produttivo, secondo una lettura ormai condivisa
che vede, nelle aree di piccola e media impresa, il ruolo determinante dell’agricol-
tura nella formazione di rendita che viene poi reinvestita nello sviluppo dell’im-
presa; nell’affermazione e diffusione di micro-imprenditorialità; come elemento
integratore di reddito delle famiglie; come elemento di coesione e solidarietà socia-
le; o, ancora, come elemento guida nella localizzazione all’interno della maglia ter-
ritoriale; inutile sottolineare ancora una volta il peso del capitale fisso sociale for-
matosi nel corso di secoli di bonifiche, regimazione dei corsi d’acqua, appodera-
menti e frazionamenti, successivi, investimenti in «capitale fisso edilizio» (nella
definizione di Bellicini, 1983) che ha creato, soprattutto nell’area centrale della re-
gione (quella definita come «metropolitana»), un sistema infrastrutturale capillare
organizzato su centri e poli urbani di dimensioni contenute, che nel corso del tem-
po (anche grazie alle politiche regionali) rafforzano il loro ruolo territoriale di “no-
di di servizi” alle famiglie e alla imprese sparse sul territorio.
Più interessante sarebbe cercare di valutare il ruolo del territorio, oggi, nel
sistema produttivo della piccola e media impresa «globalizzata», «post-
fordista» e/o «neo-fordista»3, «de-territorializzata», in parte riprendendo alcune
interpretazioni critiche del passato (come quella di «uso capitalistico del territo-
rio», che con definizione, solo in parte nuova, si ritrova in alcuni osservatori
dei fenomeni socio-economici (cfr. Revelli, 1997); in parte supponendo una

3. Sulle particolarità delle forme di transizione dal modello tradizionale di produzione capitali-
stica, ma soprattutto diverse delle fenomenologie territoriali e delle morfologie sociali a cui esse
danno origine, cfr. Vettoretto (1998).

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nuova forma «contrattuale» delle relazioni tra territorio e imprese (Rullani,
1998); in parte cercando di comprendere la portata di interpretazioni nuove,
come quella di «integratore versatile» (cfr. Corò, 1998) che proprio gli studi
sulle economie di distretto industriale hanno fatto emergere.
Di certo, la costruzione del territorio negli ultimi è stata funzionale al raffor-
zamento del sistema produttivo e la definizione di «città diffusa» (Indovina,
1990), utilizzata per indicare l’area centrale veneta, a dispetto dell’utilizzazione
convenzionale che applica la stessa denominazione per qualsiasi forma di “urba-
nizzazione a bassa densità” che si sia manifestata o che si stia costituendo in Eu-
ropa, sta ad indicare proprio la stretta integrazione tra forme e meccanismi del
processo produttivo e trasformazione del sistema insediativo4, oltreché l’adat-
tamento dell’urbanizzazione all’evoluzione della cultura dell’abitare, lavorare, al
divertirsi, insomma alle diverse esigenze manifestate dalla società locale.
Le politiche comunali, anche (se non proprio) attraverso l’attuazione degli stessi
strumenti urbanistici (quali ad esempio la stessa realizzazione di insediamenti di
edilizia economia e popolare o la realizzazione di aree produttive integrate e di ini-
ziativa pubblica) e nell’applicazione delle leggi regionali5, hanno favorito la diffu-
sione e le hanno permesso di conseguire anche la massima efficienza:

– favorendo l’insediamento di attività produttive ovunque se ne manifestasse


la richiesta, secondo i bisogni del sistema economico e secondo le razionali-
tà individuali degli operatori, degli imprenditori e delle famiglie coinvolte
nel processo produttivo;
– incentivando la dispersione insediativa della popolazione, anche in stretta
relazione alla distribuzione delle attività produttive del territorio, e alla do-
manda di investimento immobiliare che la società locale ha espresso;
– creando servizi e attrezzando anche i nuclei abitati di minore taglia demografica
e di contenuta dimensione, riproponendo, a piccola scala, il modello presentato
dalle politiche regionali di rafforzamento del sistema insediativo policentrico;
garantendo, nei limiti delle capacità di programmazione e realizzazione comu-
nale, la debita infrastrutturazione e urbanizzazione primaria delle aree.

Nei limiti delle competenze comunali appunto, un grande impegno che, pri-
vo di una visione complessiva del territorio, che non è stata garantita nemmeno
dalla pianificazione regionale, ha creato:

4. Un’interpretazione ad esempio non condivisa da Secchi (1995, p. 40) quando afferma che
«la città diffusa, pur non essendo deterministicamente associata al decentramento produttivo ed
alla formazione di specifici distretti è la forma estrema di utilizzo intensivo del capitale fisso esi-
stente e di un suo adeguamento incrementale».
5. Per cui non parlerei propriamente di laissez-faire (Perulli, 1997), negando l’esistenza e un
ruolo della politica e degli atti territoriali dei diversi enti, nel corso degli anni ’70 e ’80.

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– sistemi di collegamento stradale spesso inadeguati al traffico pesante o
all’incessante flusso di spostamento di merci e semilavorati tra le diverse
imprese e i diversi laboratori, coinvolti in un ciclo produttivo fortemente
segmentato; sicuramente poco capace e sicuro per i numerosi spostamenti
degli addetti tra i diversi comuni della regione e all’interno dei territori co-
munali, come risulta assolutamente poco adeguato ai tanti e sempre meno
sistematici spostamenti delle persone e delle famiglie all’interno del territo-
rio per le diverse funzioni della vita quotidiana, come per il divertimento;
– un sistema produttivo estremamente frammentato (a volte a ridosso degli abita-
ti), con condizioni di accessibilità non sempre ottimali6, con difficili relazioni
con i grandi sistemi infrastrutturali di carattere territoriale, localizzate secondo
una logica che nel medio periodo ha dimostrato la sua fallacia; aree produttive
che non sempre garantiscono opportunità di ampliamento, favorendo processi
di rilocalizzazione, a volte di sostituzione, altre di precoce dismissione (come
già si coglie lungo alcuni tracciati stradali a sud-ovest di Treviso);
– la creazione di condizioni di insediamento per funzioni diverse – e non sempre
compatibili fra loro, come sta dimostrando la difficile convivenza (soprattutto in
termini di congestione e di elevata promiscuità di flussi di traffico) tra attività
commerciali, terziarie ed anche industriali – in alcuni agglutinamenti formatisi
lungo alcuni importanti tracciati stradali, dando origine alle «strade mercato»7 o
ai parchi commerciali e terziari8, nei pressi di alcuni «non luoghi» che si sono
invece imposti come «luoghi cospicui» della recente urbanizzazione9 o nei

6. Ne siano un esempio alcune aree produttive industriali di nuovo impianto create nel comune
di Preganziol (Treviso) dove il collegamento all’Autostrada A28 liberalizzata o alla ss 13 Pon-
tebbana o Terraglio è affidata a percorsi stradali di sezione stretta, inferiore ai 5 m, non sempre
rettilinei, con obbligo di attraversamento di alcuni nuclei abitati. O ancora alcune nuove aree in-
dustriali create nel distretto calzaturiero della Riviera del Brenta (a sud del Naviglio) le cui rela-
zioni infrastrutturali sono legate a strade statali in attesa di potenziamento (tra le quali la stessa ss
11 Venezia-Padova) o a strade provinciali di recente realizzazione ma già sature.
7. Il processo di addensamento che si registra in alcuni tratti della ss 47 Padova-Bassano (nel trat-
to in territorio comunale di Limena; o tra Rosà e Bassano) è tipico di queste forme di densificazio-
ne; come anche della forte congestione che hanno provocato e anche dei costi collettivi, che solo
adesso la popolazione inizia a percepire in termini di tempi di attesa, di privata fruizione della stessa
strada e delle parti urbane che ne vengono attraversate, di inquinamento atmosferico e acustico.
8. La cui origine, meno spontanea anzi pianificata e attentamente “negoziata” tra amministra-
zioni e promotori – soprattutto i termini di opere ed oneri di urbanizzazione – avrebbe dovuto
(potuto) fornire garanzie di minore congestione, di infrastrutturazione adeguata ad assorbire la
grande quantità di traffico che questi magneti di spostamenti non sistematici in breve tempo han-
no provocato. I casi dello Auchan di Mestre (e del blocco della Tangenziale e delle sue uscite
anche in ore di “abituale” morbida), delle Piramidi di Torre di Quartesolo nei pressi di Vicenza,
del Rally di S. Biagio di Callalta a pochi km da Treviso e della Cittàmercato di Padova prossima
alla ormai centrale e nevralgica Stanga, sono nella nostra regione noti e discussi da tempo.
9. Fra tutti si può citare ad esempio i caselli autostradali (Padova Est, Padova Ovest ne sono
due vistosi esempi) che se in alcune aree tendono a divenire (come sottolineano ad esempio le
letture territoriali di M. Ilardi e P. Desideri) luoghi di “aggregazione sociale” o di “incontro” – in
qualsiasi senso si voglia intenderlo –, sono indubbiamente divenuti punti territoriali del diffuso

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pressi di alcuni servizi e attività produttive secondo convenute economie di ag-
glomerazione (che sembrano ancora rilevanti nel determinare processi di densi-
ficazione di funzioni e urbanizzazione, cfr. Micelli, 1996);
– un sistema insediativo residenziale di elevata qualità edilizia (non direi altret-
tanto della qualità architettonica), ma che ha portato “indifferentemente” al
consolidamento di alcuni centri minori, all'ispessimento di alcuni agglomerati
residenziali periferici, al recupero (non sempre rispettoso delle preesistenze e
dei vincoli edificatori)10 delle residenze sparse tipiche dell’appoderamento
mezzadrile, allo sviluppo di lottizzazioni, non sempre lungo i tracciati stradali
principali, spesso appoggiate alla rete stradale minore e interpoderale, adegua-
ta alle nuove esigenze di accessibilità residenziale, ma così inserita spesso
all’interno dei percorsi di attraversamento territoriale, come alternativa possi-
bile alla congestione dei grandi assi territoriali;
– tra case, campi, laboratori e industrie, poi troneggiano i diversi grandi con-
tenitori dei centri commerciali, dei centri del divertimento, che per quanto
«tipi atopici» nella definizione di Gregotti, risultano oramai alcuni degli e-
lementi maggiormente “tipici” e distintivi (soprattutto per la singolari rela-
zioni di scala con il contesto) dell’insediamento diffuso11; su questi grandi
contenitori il giudizio è discorde, mentre maggiore unanimità si registra nel-
la rilevazione della forte congestione che piuttosto provocano e sulla crea-
zione di “nuovo senso” dello spazio “pubblico” a cui danno adito, ma non è
un discorso da affrontare in questa sede.

Il territorio regionale appare fortemente segnato da questi processi di tra-


sformazione, nei quali si registra non mancanza di governo, ma piuttosto una

importanti, ad esempio, per gli spostamenti per lavoro e studio, veri nodi di interscambio modale
per i pendolari, per quanto assolutamente non attrezzati e tecnicamente impropri. A questi si de-
vono aggiungere altri punti, quali alcuni particolari centri di divertimento o di ritrovo (il bar, la
sala giochi, un particolare ristorante, un’edicola, ecc.) più convenzionali nella loro funzione, ma
del tutto particolari nella localizzazione, che tende, quest’ultima, a dissolvere uno dei sensi più
tipici della città, quale è quello della densità, della vicinanza.
10. Si è trattato in alcuni casi di vere e proprie sostituzioni, con lo sviluppo, poi, di un’edilizia
completamente slegata dai processi produttivi del settore primario (che era uno dei principi che
aveva guidato nella lr 24 all’individuazione di norme e criteri per l’edificazione, recupero e tutela
dell’edilizia nelle aree agricole.
11. Risulta quanto mai difficile esprimere giudizi su questi grandi contenitori: da un lato
l’artificiosità di questi edifici (accompagnati da forme architettoniche spesso insolite per i contesti
in cui si collocano, ma all’interno dei quali tendono ad essere presto “assorbiti”, divenendo veloce-
mente “convenzionali”) ne fa elementi emblematici della recente trasformazione dell’occupazione
dello spazio, ma anche punti focali della nuova urbanizzazione e organizzazione territoriale;
dall’altro la centralità assunta nella vita delle famiglie e nel quotidiano uso del territorio, finisce con
dare loro dignità di nuovi “spazi pubblici”, di nuove realtà dell’aggregazione sociale, i cui aspetti (le
forme di impatto sociale, le conseguenze sul vivere sociale e sui tradizionali spazi della vita colletti-
va – quali l’immancabile piazza con chiesa e campanile che seppure debolmente comunque struttu-
rano il tessuto edilizio e organizzano la vita delle comunità locali del territorio “diffuso” –) nelle
nuove organizzazioni territoriali venutesi a formare sono ancora tutte da approfondire e valutare.

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forma di governo “debole”, estremamente “flessibile” (così come fino ad oggi
si è voluto intendere la flessibilità amministrativa) alle insorgenti esigenze dei
diversi operatori, ma debole soprattutto rispetto agli effetti che forme di inse-
diamento, di sviluppo economico e della stessa politica hanno prodotto.

Diseconomie

Non è un caso che oggi questo sistema territoriale presenti alcune disfun-
zioni, dunque.
Congestione, innanzitutto e delle infrastrutture, principalmente. È il feno-
meno più noto, più sentito dall’opinione pubblica, più politicamente sfruttato:
una congestione altrettanto “diffusa”: lungo i principali assi di collegamento
territoriale, ma anche sulla rete minore di distribuzione territoriale, mentre non
sembrano subire alcuna evoluzione i diversi progetti di potenziamento della re-
te ferroviaria, per quel che potrebbe contribuire nel ridurre il grande traffico di
attraversamento che interessa la regione o fornire alcune parziali soluzioni al
trasporto delle merci in un sistema produttivo che per le sue particolarità non
potrà rinunciare, nel breve periodo e con elevati costi, al trasporto su gomma
Congestione che, in verità, inizia a manifestarsi anche nella veloce satura-
zione delle aree produttive, nella moltiplicazione delle attività e quindi in un
aumento della competitività, nelle scarse possibilità di ampliamento degli im-
pianti, nell’impossibilità di realizzare forme di diversificazione produttiva o di
commercializzazione o favorire l’insediamento di attività produttive comple-
mentari; nel mancato insediamento di attività e operatori provenienti dall’ester-
no, e via discorrendo. «Sviluppo caotico e scarsamente regolato» che rappre-
senta «un vincolo nel proseguimento del sentiero di crescita», cosicché gli ope-
ratori economici e gli stessi cittadini «scoprono le esternalità negative del loro
stesso sviluppo anche se non ne riconoscono la propria diretta responsabilità»
(Perulli, 1997, p. 282).
Iniziano a manifestarsi i veri costi di questo sistema insediativo:

– in termini di tempo necessario a muoversi e soprattutto a spostarsi per le di-


verse funzioni quotidiane, che nel sistema insediativo diffuso impongono
comunque il ricorso al mezzo privato e al dislocamento di qualche chilome-
tro, per l’approvvigionamento domestico, per la fruizione dei servizi, ecc.;
– in termini di ridotta accessibilità delle diverse parti del territorio e soprattut-
to dei punti salienti del territorio (perché all’interno di questo sistema ten-
dono comunque a riformarsi delle centralità e delle corone, come anche del-
le periferie, per quanto sia difficile poi individuarle morfologicamente che
socialmente) e quindi in una sorta di differenziazione di qualità, di dotazio-
ne di servizi (e si parla sempre di servizi “banali”), di valori e di prezzi im-

71
mobiliari tra le diverse parti di un territorio convenzionalmente considerato
“omogeneo” e “indifferente”;
– in termini di costi di insediamento residenziale che iniziano a manifestarsi, sep-
pur rimanendo “convenienti” rispetto ai valori immobiliari della città consolida-
ta; d’altronde il lento esaurirsi delle condizioni che hanno favorito lo sviluppo
dell’insediamento residenziale (il frazionamento della proprietà agricola, o il
riutilizzo della residenza rurale, poi debitamente trasformata) fanno supporre
che ci sia una maggiore motivazione, una più “descrivibile” razionalità nella
scelta insediativa, di quanto non lo fosse nella fase precedente dello sviluppo
insediativo (dai processi di espulsione della città, alla scelta volontaristica di
un’abitazione nel diffuso, ad una tradizione culturale radicata, ma resa ormai
inerziale nel corso degli ultimi anni dai processi di costruzione del territorio);
– in termini di costi di urbanizzazione che ricadono sulla collettività, per quanto
questi siano tra i costi meno percepiti dall’opinione pubblica. In un sistema di
questo tipo è inutile dire quali possano essere i costi in termini di dotazione di
servizi (e non è un caso che in questi ultimi due anni si sia posta in termini
drammatici la questione della razionalizzazione e riorganizzazione dei servizi
alla popolazione, quali ad esempio quelli sanitari, che da tempo hanno creato
momenti di grave difficoltà al governo regionale, e non solo di consenso politi-
co); o piuttosto l’aumento vertiginoso dei costi di costruzione e gestione dei
servizi a rete; o ancora l’aumento dei costi e l’abbassamento complessivo di ef-
ficienza del sistema di trasporto pubblico, legato soprattutto alla dispersione
della domanda e alle scarse possibilità di integrazione con altri sistemi.
– in termini di consumo del suolo, anche questo un problema che non appare, ai
più, in tutta la gravità dei suoi effetti, per quanto tra i costi ambientali che que-
sto sistema insediativo ha provocato e sta provocando appaia come quello, per
certi versi minore. In alcuni distretti industriali, infatti, non si è dato sviluppo se
non a costi di elevata compromissione dell’ambiente. Molti dei danni all’am-
biente (inquinamento dei corsi d’acqua, scarico di materiali tossici o comunque
nocivi all’ambiente) sono stati provocati da chiare forme di illegalità e di eva-
sione alle norme: sicuramente è un costo del quale lo stesso sistema produttivo
non sarà disposto al debito risarcimento o all’assunzione di responsabilità (se
non a costi che ricadranno sulla collettività in termini di disoccupazione e di-
smissione degli impianti come è d’altronde successo a Porto Marghera) e che le
istituzioni non saranno in grado di risolvere nel breve periodo.

Proprio osservando i costi di congestione o piuttosto l’aumento dei costi di


insediamento e l’aggravarsi dei costi ambientali, è lecito dubitare che questi si-
stemi, quali sono i distretti che peso così significativo hanno avuto nella co-
struzione del sistema territoriale veneto, al di là del contesto spiccatamente e-
conomico, non siano poi del tutto auto-regolantesi […]. Non ho sufficienti co-
noscenze per poter controbattere ai diversi studiosi che ne hanno promosso la
definizione, ma ho il sospetto che quando le esternalità prodotte dal sistema,

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conducono ad un progressivo azzeramento di alcuni dei vantaggi competitivi o
piuttosto al consumo in maniera irreversibile di uno dei fattori del suo successo
(il territorio, per l’appunto) insorga qualche problema, almeno dal punto di vi-
sta delle tassonomie descrittive.
Ma oggi il problema si pone in termini più generali e collettivi. Non si tratta
solo dell’elevato consumo di suolo che la diffusione ha provocato, ma si parla di
inquinamento atmosferico prodotto da un crescente tasso di motorizzazione delle
famiglie e da un aumento degli spostamenti; dalla mono-modalità del sistema di
trasporto delle merci; rispetto a questi costi il sistema insediativo che è andato
sviluppandosi nel Veneto ha provocato una sorta di amplificazione (come nel ca-
so dei vantaggi competitivi) dei processi di erosione delle risorse naturali.
Sono ben lungi dal sostenere, però, un ritorno alla “città compatta”, alla “città
densa” (come alcuni documenti della Comunità Europea o tutta la letteratura sul
futuro sostenibile ripropongono con forza). Vorrei solo che la crescente consape-
volezza dei costi ambientali del nostro sistema di sviluppo, ed anche di un siste-
ma insediativo che accoglie una domanda insediativa così particolare ed indivi-
dualistica, possa provocare lentamente ma progressivamente forme di cambia-
mento nell’uso del territorio, per esempio iniziando ad accogliere con maggiore
favore (e, perché no, magari sollecitare) un’azione di controllo da parte delle isti-
tuzioni che oggi viene piuttosto temuto, se non esplicitamente impedito12.

«Poliarchie»?

Proprio dall’economia e dall’attenzione posta sulle caratteristiche dello svi-


luppo economico dei sistemi di piccola e media impresa e dei distretti che e-
merge un altro degli aspetti complessi dei sistemi territoriali in questione, quale
la presenza non più di pochi ed esclusivi attori sociali o portatori di interessi,
ma piuttosto il moltiplicarsi dei protagonisti dello sviluppo economico. Ai tra-
dizionali attori del processo sociale si aggiungono così:

– il singolo imprenditore della piccola impresa – a cui la capacità di azione in


un contesto globale e contemporaneamente la capacità di interrelarsi con gli
altri operatori in un contesto locale scambiando innovazione, conoscenza e
quant’altro, restituisce peso e ruolo territoriale;

12. D’altronde l’impresa multi-teritorializzata sembra avere, oggi, teoricamente la possibilità


di «vote with one’s foot» (secondo la definizione di Tiebout), che si traduce in una sorta di «mi-
naccia» alle forze politiche e di governo per l’accoglimento di tutte le possibile istanze di catego-
ria: una forma di pressione, per esempio, che è stata utilizzata anche poco tempo fa da alcuni im-
prenditori del Nord-est, paventando lo spettro di un trasferimento delle attività produttive in Au-
stria (o, piuttosto, nei paesi dell’Est europeo, mitica frontiera dai vantaggi insediativi – ad esem-
pio, proprio dal punto di vista dei costi ambientali –), generando soprattutto confusione nella ri-
sposta politica dell’amministrazione regionale, sempre più spinta così all’incondizionato acco-
glimento delle diverse e disparate richieste degli imprenditori della “locomotiva” nazionale.

73
– la grande impresa e la sua organizzazione multi-livello, con le sue dirama-
zioni societarie e appendici funzionali;
– il complesso di operatori che completano questo sistema a rete fitta e che
garantiscono a loro volta la funzionalità del sistema complessivo;
– ma anche le diverse forme di rappresentanza, non quelle tradizionali dei par-
titi, che riducevano la complessità ad alcune idee e ad alcuni gruppi ricono-
scibili, ma piuttosto quelle dai contorni più sfumati delle associazioni di ca-
tegorie, che in una società, che ha sviluppato un forte senso dell’individuo,
della sua razionalità minimale, diventa sempre più pregnante. Associazioni
il cui successo appare legato da un lato alla forte «economicizzazione della
politica» (ossia del maggiore peso assunto dall’economia e dagli interventi
strutturali nell’economia tra le diverse issues del governo), all’altro alla
«crescente valorizzazione sociale della piccola impresa» e alla sua legitti-
mazione politica, che comunque non producono in maniera sufficiente attori
politici definiti, quanto piuttosto «organizzazioni complesse, caratterizzate
da una straordinaria multiformità delle ragioni di scambio con gli iscritti e
con il contesto sociale, economico e politico» (Ferrante, 1998, p. 85), che
comunque godono di «massima fiducia istituzionale» da parte delle imprese
e dei consociati, essendosi ritagliate anche ruoli di «regolazione politica»
(Corò, 1998, p. 219).

Tutti risultano oggi, in un modo o nell’altro, a pari dignità coinvolti nel pro-
cesso di produzione della società come del territorio.
Inoltre, nonostante una forte crisi della rappresentanza, nonostante l’indebo-
limento del consenso e delle sue forme di espressione (come si dedurrebbe dai
risultati delle recenti elezioni, seppure amministrative), anche i diversi enti ter-
ritoriali muovono verso nuove forme di protagonismo: un protagonismo ancora
dettato dalla legge, definito dalle riforme delle autonomie, ma che inizia a pro-
durre (fin troppo lentamente) pure un diverso sentire nei confronti delle istitu-
zioni presso i cittadini e presso i diversi attori economici che alle istituzioni
continuano a rivolgersi, creando, anche in questo modo (di rivolgersi alle am-
ministrazioni, di chiederne l’intervento), le basi per una sostanziale innovazio-
ne del processo decisionale della costruzione delle condizioni di sviluppo so-
ciale ed economico13.
È indubbio quindi che si renda necessario oggi un modo diverso di porsi
delle amministrazioni rispetto ai problemi del territorio, dell’economia e degli

13. Questo nella convinzione che non vi possa essere un processo di innovazione, di sostanzia-
le cambiamento della Pubblica Amministrazione, il superamento della sua inerzia, senza uno
stimolo «dal basso» (come d’altronde mi sembra di cogliere nelle intenzioni degli estensori e dei
firmatari della Carta di Aalborg per l’attivazione dell’Agenda XXI) e che molti processi di inno-
vazione dall’alto (e questo viene confermato dai numerosi studi di policy) tendano a fallire nel
loro obiettivo o almeno non riescano, se non con estrema lentezza, a produrre significativi cam-
biamenti, come hanno dimostrato alcune recenti leggi nazionali.

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attori sociali, ma è anche vero che si rende necessario che le amministrazioni
vengano coinvolte in modo diverso nei processi decisionali, non a sancire be-
nevolmente scelte elaborate altrove, tantomeno a mediare esclusivamente i di-
versi interessi in campo, o accogliere le singole istanze a danno degli interessi
collettivi, privi spesso di voce, faccia, risorse politiche: il ruolo che fino ad oggi
si è preferito svolgessero, anche attraverso la produzione di strumenti “legitti-
mi” di intervento di trasformazione del territorio.
Le nuove esigenze degli operatori, se è vero quanto viene ribadito nei nume-
rosi studi sulle caratteristiche moderne dei sistemi produttivi più innovativi, ed
anche le opportunità garantire della nuove competenze delle province, dai nuovi
poteri dei sindaci (seppur esercitati spesso in comunità di contenute dimensioni),
ma anche le diverse forme di rappresentanza dei cittadini (a volte costruite attra-
verso processi di partecipazione, altre volte spontaneamente – ma in maniera ef-
fimera ed occasionale – coagulatesi intorno ad alcune specifiche istanze) dise-
gnano complessivamente un quadro completamente diverso delle relazioni politi-
che, dei processi decisionali, delle forme di composizione degli interessi.
Rispetto a queste nuove condizioni, le forma di “riduzione” e di contrattazio-
ne “spicciola” e quotidiana, in cui il piano (per utilizzare un’immagine forte e ri-
conosciuta, che ha perso un po’ della sua valenza ideologica che lo ha caratteriz-
zato nel corso di questi anni) è andato sempre più riducendosi, appaiono di certo
superate, anche dall’introduzione di nuovi e diversi strumenti che a questo scopo
appaiono, senz’altro, più flessibili rispetto alle rigidità burocratiche che il piano
ancora presenta; più adatte all’estrema variabilità del contesto; più agevoli per
l’accordo tra gli attori, perché su obiettivi specifici, mirati, meno generali.
Senz’altro, proprio perché favoriscono un’accettazione «istituzionalizzata»
del «policentrismo dei poteri» o piuttosto una sua «condensazione concreta»
(Bonomi, De Rita, 1998, p. 118) agevolando le forme di decisione concertata,
di compartecipazione alla definizione del problema e alla costruzione delle
possibili soluzioni, di coordinamento, vanno ampiamente impiegati, soprattutto
per far fronte alle esigenze che un sistema complesso e dinamico manifesta; per
quanto poi sia possibile che queste forme di accelerazione e di efficienza deci-
sionale (di cui va verificata però l’efficacia), queste assemblee (soprattutto se
con l’obbligo dell’«accordo lieto» e unanime) con la debita ampia partecipa-
zione degli attori interessati, conducano spesso a soluzioni sub-ottimali.
Non possono però (accordi di programma, patti territoriali, contratti d’area)
sostituire il piano, ossia l’immagine condivisa della realtà territoriale e della
società locale che la comunità stessa si dà, le sue scelte e le sue prospettive per
il futuro, le idee guida, il frame di riferimento essenziale per tutte le politiche e
per tutte le diverse «razionalità minimali» che finiscono con l’agire e interagire
sul territorio. Non possono perché, a mio parere:

– queste forme di progetto o di decisione risultano sempre e comunque “par-


ziali”, proprio per il loro obiettivo assolutamente mirato, definito nei suoi

75
tempi di realizzazione, negli attori coinvolti, e nel contesto fisico e negli
“oggetti”; il piano, invece, rimane l’unico momento che ancora oggi permet-
te una discussione ad ampio spettro su tutte le questioni che interessano la
comunità locale, la sua collocazione in un contesto ben più ampio, una ri-
flessione sulle forme di assetto che intende darsi; questo anche nell’attuale
fase di profondo ripensamento critico sul ruolo del piano, sulla sua efficacia.
La decisione di fare un piano resta ancora un momento importante nella vita
delle amministrazioni e non solo per le attese che suscita e per gli interessi
particolari che mobilita;
– perché il piano continua, nel bene e nel male, a costituire un punto di riferi-
mento per tutte le diverse azioni che si compongono sul territorio, un grande
quadro di riferimento che qualora mancasse acuirebbe il senso di disorien-
tamento che già la “complessità” dà alle diverse azioni dei singoli, dei grup-
pi sociali come delle organizzazioni;
– perché il piano impone una riflessione sul bene collettivo e sugli interessi
generali, che altrove ormai non si dà più e che nelle diverse occasioni di co-
struzione dell’azione del territorio rischiano di non comparire, mascherati
dai diversi (troppi) interessi specifici che emergono, tutti con pari dignità di
essere rappresentati e perseguiti.

Sembra difficile oggi riproporre un ruolo così pregnante del piano per lo
sviluppo economico e sociale del territorio, per quanto credo che se non ci fos-
se nella disciplina e nella stessa pratica dell’urbanistica una così diffusa certez-
za della grande valenza del piano come strumento di guida e indirizzo nella co-
struzione del territorio e nella strutturazione dei processi sociali ed economici
(ma anche e soprattutto un punto fermo di cui tener conto nella sanzione di
nuovi patti, accordi ecc.) non avrebbe senso il grande dibattito su una necessa-
ria (per quanto improbabile) riforma dell’urbanistica e di innovazione del pia-
no; non avrebbero senso gli sforzi di amministratori e progettisti per individua-
re nuove e più adeguate forme di piano come le ricorrenti novità introdotte (an-
che se con ritardo) nella nostra legislazione.
Non ho purtroppo nel Veneto, la possibilità di richiamare esempi della ca-
pacità del piano di avere questo ruolo così decisivo, tantomeno di particolari
esperienze di innovazione procedurale: da questo punto di vista il Veneto con-
tinua a non essere un caso paradigmatico.
Indubbiamente se si parla di innovazione del piano, nella regione si assiste a
forme di governo del territorio e di redazione dei piani urbanistici che appaiono al-
quanto “consuetudinari”: non è possibile registrare l’avvio di una nuova stagione
urbanistica, né nei comuni piccoli e medi della regione (da cui poter dedurne nuove
vie per il governo di un territorio che manifesta nuove forme di fabbisogno e nuove
esigenze) tantomeno nelle città maggiori e nei capoluoghi (dove andrebbero speri-
mentate politiche di riqualificazione, soprattutto nelle aree di cintura, una rivaloriz-
zazione dei luoghi centrali, una ridefinizione del ruolo territoriale e di ricollocazio-

76
ne delle “città centrali” in un contesto policentrico debolmente gerarchizzato, al-
meno rispetto ai tradizionali processi di distribuzione delle attività e delle funzioni).
Anche i recenti Ptp elaborati (ma di cui pochi sono giunti all’approva-
zione), che avrebbero potuto rappresentare una grande opportunità di innova-
zione del piano territoriale, di innovazione della lettura e interpretazione del
territorio, di rapporto trasversale con le altre istituzioni e gli attori sociali, di
costruzione di un progetto condiviso, appaiono in alcuni casi convenzionali
(nelle loro analisi), di “basso livello” (dal punto di vista degli obiettivi avanza-
ti), poco innovativi (nelle procedure proposte), a volte addirittura incapaci di
cogliere le tendenze del sistema. Oserei dire che, per certi versi, le vicende de-
gli ultimi anni dimostrano un lento esaurirsi della portata innovatrice che la
142/1990 sembrava aver introdotto.
Le prime applicazioni delle novità introdotte nei processi decisionali, poi
sembrano compiersi (ma è un giudizio parziale e circostanziato) in questi mesi,
tra alcune incertezze amministrative e alcune ambiguità, che fanno sospettare che
i patti territoriali, ad esempio possano «costituire un momento di promozione po-
litica e amministrativa di intenzionalità collettive già forti piuttosto che occasioni
per costruire nuove progettualità più equilibrate e rappresentative» (cfr. Marson,
1998, p. 11). Ma se ai livelli comunali e provinciali della programmazione e del
governo del territorio non si riscontrano novità, è altrettanto evidente lo stato di
difficoltà di governo e previsione della Regione, forse il vero nocciolo problema-
tico della riflessione sulle nuove e possibili forme di governo della complessità
nelle aree segnate dallo sviluppo dei sistemi di piccola e media impresa.
Il Veneto è stato indubbiamente una delle regioni che con maggior prontezza
e efficienza ha legiferato, ha prodotto con grande impegno disposizioni pro-
grammatiche e strumenti di pianificazione. Ma al grande fervore degli anni ’70 e
degli anni ’80, non è seguita un’azione di implementazione delle scelte avanzate,
tantomeno un’attività puntuale di controllo e verifica, sminuendo la portata di al-
cune significative scelte, la validità di alcuni strumenti di pianificazione territo-
riale e ambientale. L’azione è sembrata piuttosto funzionale – attraverso il forte
sostegno al policentrismo funzionale e alla distribuzione capillare di servizi – più
che al sostegno dello sviluppo, all’acquisizione “banale” di consenso politico.
Questo spiega in parte l’indebolimento dei frames territoriali prodotti nel
corso degli anni dalla legislazione regionale e delle conseguenti regole di co-
struzione del territorio, che risultano in parte superate dalle nuove condizioni
economiche e sociali della società veneta, quanto dall’attuale e profonda crisi
del consenso politico, che invece quel tipo di programmazione regionale aveva
garantito negli anni passati. Spiega, piuttosto, l’incapacità degli organismi re-
gionali, oggi, di mutare in maniera decisiva il proprio intervento sul territorio,
[…] per esprimere nuove forme di programmazione di carattere strategico.
Così al ritardo nella realizzazione di alcuni interventi considerati decisivi al-
lo sviluppo regionale negli anni passati, si sono aggiunte nuove emergenze a
cui non sembra prospettarsi nel breve periodo una soluzione: lo stesso Prs (or-

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mai degli inizi degli anni ’90) sembra puntare più su un ruolo di assoluto soste-
gno ai processi emergenti, ma non di analisi dei fenomeni in atto, verifica degli
impatti e, al limite, correzione degli effetti “perversi”.
Le infrastrutture sono l’esempio più tipico (ed anche più sfruttato) dell’attuale
situazione di sofferenza che denuncia il sistema insediativo veneto. Se è pur vero
che lo Stato, è stato per certi versi «lontano» dal Nord-est e lo scopre solo ora
(con i finanziamenti alla Pedemontana, al completamento della A28, al by-pass
autostradale di Mestre, alla nuova Romea commerciale) è anche vero che alcune
realizzazioni infrastrutturali si devono alle province, che con logiche assoluta-
mente prive di coordinamento hanno comunque cercato di creare condizioni di
migliore accessibilità nel territorio, anche in questo caso nei limiti delle proprie
competenze delle proprie risorse, dei propri obiettivi. Ed è la Regione che ha
piuttosto fatto sentire la sua assenza, e proprio in alcuni settori di intervento che
invece l’avrebbero dovuta vedere protagonista in primis: ad esempio, proprio in
tutti i settori di intervento che la scelta a sostegno di un sistema insediativo a ca-
rattere policentrico avrebbe dovuto comportare, tra i quali lo sviluppo di un si-
stema infrastrutturale in grado di favorire l’integrazione del territorio, i collega-
menti funzionali tra i diversi centri, la comunicazione tra le diverse aree di gravi-
tazione, ecc. Al contrario, il Sfrm non è ancora giunto ad una fase di definizione
concreta […]; le mancate scelte sulle forme di raccordo e integrazione degli ae-
roporti regionali; delle piattaforme logistiche e dei nodi intermodali regionali; sul
potenziamento dei porti regionali; o anche sui grandi sistemi di comunicazione
“alternativi” (come la nota Idrovia Padova-Venezia).
Altro esempio calzante, soprattutto rispetto ai temi affrontati in questa sede, è
indubbiamente il ruolo lento e incerto assunto dalla Regione nel rispondere alla l.
317/1991 per l’individuazione geografica dei distretti industriali. A prescindere
dalle forme di sostegno al sistema produttivo che verranno individuate in un
momento successivo, il recente studio regionale (Regione Veneto, 1997), appare
al contrario deludente e riduttivo. La rigidità con cui la Regione segue i parametri
ministeriali nella definizione dei distretti sembra, in alcuni casi, travisare una cor-
retta lettura di alcune aree, negarne specificità o non intravedere i processi di tra-
sformazione in atto. Nonostante i richiami espliciti all’«atmosfera», al «locale» o
all’«ambiente», avanzati di alcuni studi pionieristici nel settore (Anastasia, Corò,
1993), le ricerche sulla delimitazione dei distretti avanzati dalla Regione appaio-
no estremamente ligi alle indicazioni fornite dal ministero, al punto da sembrare
semplici e banalizzanti, in alcuni casi, prestando poca attenzione ai carattere
strutturali delle aree, negando evidenti emergenze territoriali e profonde trasfor-
mazioni strutturali (Anastasia, Corò, Crestanello, 1995), tradendo soprattutto
un’assenza di chiarezza, di progettualità e di volontà di programmazione negli
organi regionali: un pericolo serio e grave per una regione che sulle nuove forme
di organizzazione territoriale del sistema produttivo ha basato il grande salto di
qualità della sua economia, la grande trasformazione degli ultimi trent’anni.

78
Garantire un futuro alla nuova realtà economica e sociale costituitasi negli
ultimi anni sembra, quindi, passare proprio attraverso alcuni processi che erro-
neamente vengono considerati obsoleti (quali la riaffermazione della volontà di
governo del territorio, definizione univoca degli strumenti di governo e loro re-
dazione, azione forte di attuazione degli obiettivi) i quali, piuttosto – una volta
recuperati anche attraverso la valorizzazione delle innovazioni procedurali in-
trodotte recentemente (complementari e non alternative ad essi) – possono an-
cora restituire un senso ed una norma all’evoluzione del territorio.

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La città diffusa: cos’è e come si governa∗
di Francesco Indovina (1999)

1. Forma autonoma o evoluzione?

La città diffusa non costituisce una forma autonoma e indipendente di orga-


nizzazione dell’insediamento, ma piuttosto la trasformazione di forme diverse
di “occupazione” del territorio.
L’ipotesi evolutiva è quella che più si adatta ai risultati dell’analisi delle tra-
sformazioni del territorio. Non è possibile, infatti, cogliere nessuno elemento
avente carattere di “fondazione”, ma piuttosto si può notare il passaggio dalla
campagna alla città diffusa secondo fasi in qualche modo delineabili.
Il punto di vista evoluzionista, per così dire, permette, inoltre, di offrire alla
discussione la tesi che la “città” costituisca la “nicchia ecologica della specie”,
che, cioè, l’insediamento umano tende a materializzarsi in “città”. Detto in altro
modo la città tende a “vincere” sulle altre forme di organizzazione del territo-
rio; qualsiasi sia la struttura che l’insediamento assume esso tende ad evolvere
verso una forma che ha a che fare con la città. Questo vuol dire che, anche nel
caso di cui ci si occupa, la trasformazione è fortemente influenzata dalla cultura
urbana, non si tratta, cioè, di un’evoluzione casuale, ma piuttosto causale.
In questo contesto, la città dev’essere assunta non tanto per i suoi connotati
fisici-morfologici (densità, intensità e assenza di soluzioni di continuità) quanto
piuttosto per i suoi attributi di funzionalità e di relazioni sociali. La terminolo-
gia città diffusa sarebbe giustificata solo se operassimo questo spostamento di
ottica. Si può sostenere, e la cosa non può essere disconosciuta, che i connotati
fisici morfologici non siano marginali nel concetto di “città”, ed è proprio per
questo che il passaggio dall’urbanizzazione diffusa alla città diffusa corrispon-
de anche ad un processo di densificazione e di intensificazione fisica, tuttavia è
alla funzionalità, anche sociale, che dev’essere posta maggiore attenzione.


. Sta in: in Indovina F. (a cura di), Territorio. Innovazione. Economia. Pianificazione. Politi-
che. Vent’anni di ricerca al Daest, IUAV, Venezia, pp. 47-59.

81
2. Un processo evolutivo

Anche se non fosse possibile ipotizzare una sorta di “legge generale” nella
formazione della città diffusa, sarebbe lecito intravedere delle costanti che le-
gano le trasformazioni nell’organizzazione dello spazio e ricostruire le logiche
che guidano tali trasformazioni. È quello che si tenterà di seguito di delineare.
Ovviamente le semplificazioni impoveriscono la ricchezza dei processi, ma
rendono espliciti, almeno così pare, i passaggi.
Un restringimento della domanda di lavoro nel settore agricolo, in una data
fase storica, ha avuto come conseguenza l’attivazione di movimenti di emigra-
zione (all’estero o in altre zone del paese), consolidando una struttura di azien-
da agricola media e per lungo tempo anche fiorente. È proprio da questa “fami-
glia” di proprietà contadina che, successivamente, si distaccano alcuni suoi
membri, sia per una diminuita redditività dell’azienda agricola, sia per un ulte-
riore progresso tecnologico che espelle ulteriore forza lavoro, sia per il modifi-
carsi delle aspirazioni sociali. Questo distacco, tuttavia, in alcuni casi non dà
luogo ad ulteriore emigrazione perché trova possibilità di reimpiego in ambito
locale (ampiamente inteso), nei settori industriali e terziari.
È in questo modo che si innesca il processo evolutivo di cui si è fatto cenno
in precedenza.
Questa nuova forma di impiego accresce la disponibilità di reddito delle fami-
glie che integrano redditi da agricoltura con redditi diversi, dando luogo a processi
di accumulazione e frantumando, in un certo senso, la “società contadina”. Con-
temporaneamente, infatti, si impongono, per effetto del mutato contesto sociale,
nuovi modelli di vita, cosicché le maggiori risorse della famiglia danno luogo ad
una prima ondata di sviluppo edilizio (diffuso), finalizzato sia al miglioramento
della condizione abitativa di partenza, sia al formarsi di nuovi nuclei familiari, sia a
rappresentare emblematicamente una modifica di status. Vengono ristrutturate vec-
chie abitazioni agricole o vengono costruite nuove abitazioni (spesso completa-
mente o parzialmente auto-costruite) su aree agricole di proprietà (della famiglia)
non urbanisticamente attrezzate, al di là di una spesso modesta infrastrutturazione
viaria. Al miglioramento della casa (più spaziosa, più moderna, più tecnologica-
mente dotata, ecc.) non corrisponde un miglioramento dell’abitare per quanto ri-
guarda i servizi. Proprio la connotazione diffusa e, in un certo senso, anarchica di
questo sviluppo edilizio non avrebbe permesso, anche se si fosse voluto (e così non
era), un adeguamento dei servizi collettivi.
Questo sviluppo abitativo costituisce una prima trasformazione: dalla resi-
denza legata direttamente all’attività agricola alla residenza “autonoma” (anche
se in molti casi l’attività agricola assume la valenza di “sussistenza”).
È proprio il fatto che la “casa” non è più legata funzionalmente all’attività
agricola che permette di definire questo sviluppo edilizio “diffuso”, in contra-
sto-contrapposizione, da una parte, con la residenzialità per aggregati concen-
trati e, dall’altra parte, con la relazione funzionale casa-podere.

82
Lo sviluppo della piccola impresa (evoluzione sia di “lavori a domicilio”
che di attività artigianale e, talvolta, utilizzazione e mutuazione di esperienze e
relazioni costruite in un lavoro di fabbrica) costituisce un contributo aggiuntivo
alla modifica della struttura del territorio. La piccola impresa, infatti, tende a
localizzarsi in modo “diffuso”. Non è motivata ad “agglomerarsi” poiché pre-
senta scarse necessità di integrazione con altre imprese e modesti sono i servizi
richiesti; si tratta, per lo più, di imprese legate da un rapporto di esclusività (di
“dipendenza”) con un’impresa più grande (magari non la prima della catena
terzista), frutto di un complesso processo di decentramento produttivo “nel ter-
ritorio”. Si era rilevato, in quella fase storica, una compenetrazione molto stret-
ta tra sistema di produzione e territorio: il sistema di produzione, si diceva em-
blematicamente, con il decentramento ingloba come trasporto “interno” di fab-
brica le infrastrutture viarie che collegano i reparti (le fabbriche) “decentrati”.
Una parte di queste imprese, nel tempo, trovano una propria collocazione di
mercato (anche attraverso la vendita diretta al consumatore), affrancandosi, an-
che se solo in parte, dalla dipendenza delle imprese più grandi. Si tratta di una
delle componenti che dagli anni ’80 ha dato luogo alla crescita dell’economia
di piccole e medie imprese.
Questa trasformazione, oltre a modificare le tipologie edilizie, accresce le
domande di infrastrutture (non sono eccezionali i casi di rilocalizzazione lungo
strade di maggior traffico che assumono la fisionomia della «strada mercato»).
Quella che è possibile definire come una successiva fase di trasformazione
del territorio nasce come esito sia delle dinamiche interne all’area diffusa che
delle trasformazioni intervenute nella città concentrata.
Le città medio-grandi, nella loro evoluzione, non presentano più condizioni
soddisfacenti né per alcuni settori della produzione, né per alcuni segmenti sociali.
Ad alcune imprese, localizzate nelle città di maggior dimensione (le città con-
centrate), appare più conveniente una loro rilocalizzazione nel territorio diffuso.
Questo, infatti, comincia a presentare delle opportunità e le sue infrastrutture co-
minciano ad assumere consistenza. Le convenienze possono avere origine diverse:
la necessità di ampliamento, non sempre possibile all’interno del tessuto urbano
consolidato; la difficoltà di trasporti e quindi di approvvigionamento; i vantaggi
che possono ricavarsi dalla variazione di destinazione d’uso dell’area di insedia-
mento; le maggiori opportunità nel mercato del lavoro decentrato; i particolari “fa-
vori” offerti dalle località di nuovo insediamento; ecc.
Si tratta di episodi non numerosi ma significativi, che determinano, tuttavia,
un maggiore arricchimento di funzioni del territorio diffuso e accrescono le re-
lazioni tra le sue diverse parti (la maggior parte di queste imprese sono, infatti,
multidirezionali nelle loro relazioni economiche, produttive e di servizi).
Qualcosa di simile avviene per le famiglie. Anche alcune di queste trovano
conveniente il loro trasferimento nel territorio diffuso.
La convenienza va ricercata sul piano dei costi della vita, in particolare della
casa. I prezzi delle abitazioni nel “diffuso”, infatti, sono inferiori ai corrispon-

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denti della città concentrata. Inoltre, in generale, nel “diffuso”, il costo della vi-
ta è molto minore.
Che poi questa residenza nel “diffuso” possa generare costi maggiori in
termini di fatica, mobilità e carenza di servizi, è questione di cui si prende con-
sapevolezza nel medio periodo. Inoltre, il “diffuso” genera una propria doman-
da di lavoro, molto attraente per le coppie giovani. La contrazione dell’espan-
sione delle attività produttive e terziarie nella città concentrata, che rinsecchi-
sce la domanda di lavoro, è, infatti, compensata da un maggior dinamismo del
mercato del lavoro nel diffuso.
In termini di residenza si deve, inoltre, segnalare che interventi di edilizia
economica e popolare che di edilizia cooperativa spesso, sia per ragioni di co-
sto che di disponibilità di aree, si localizzano nel “diffuso”, dando luogo ad in-
sediamenti “concentrati”. In questa fase aumenta la popolazione insediata, so-
prattutto per immigrazione dai centri di maggior dimensione, caratterizzata da
“cultura urbana”, che, cioè, esprime domande di servizi e attiva stili di vita di
tipo urbano. Questa caratteristica pare di un certo rilievo per qualificare l’evo-
luzione dell’organizzazione del territorio. L’insediamento diffuso si arricchisce
di funzioni e servizi che per quantità e qualità modificano le caratteristiche
dell’insediamento.
L’aumento dalla dotazione dei servizi alla produzione è la conseguenza del-
le rilocalizzazioni produttive e delle dinamiche positive delle imprese, per così
dire, “indigene”. L’aumento della dotazione dei servizi alle famiglie, sia privati
che pubblici, è la conseguenza sia dell’incremento della popolazione, che delle
sue caratteristiche socio-economiche e dei mutamenti negli stile di vita. Inoltre,
la nuova caratterizzazione dell’insediamento diffuso sommato alla popolazione
delle città di maggior consistenza, dà luogo alla formazione di un’area di mer-
cato di tipo metropolitano. Così nel diffuso si localizzano servizi commerciali,
ma non solo, di livello metropolitano (ipermercati, centri commerciali, grandi
strutture di divertimento, attrezzature sportive, ecc.) che servono il bacino
completo dell’area.
La distribuzione nel territorio di questi servizi non segue una logica agglo-
merativa ma distributiva, tranne rare eccezioni si hanno poche aree di specia-
lizzazione. La localizzazione di questi servizi appare attenta soprattutto
all’accessibilità. L’infrastrutturazione, ovviamente, segue e finisce per permet-
tere questo processo di strutturazione del territorio.
Questa nuova dotazione e conformazione localizzativa dei servizi alla pro-
duzione e alle famiglie, determina una relazione funzionale tra le città maggiori
e il territorio urbanizzato. In realtà si nota una sorta di reciprocità nelle relazio-
ni funzionali tra il diffuso e il concentrato. La cosa è rilevante sia per
l’attenuazione degli elementi gerarchici che per la stessa connotazione di quella
che è stata chiama città diffusa.
Va sottolineato che le fasi delineate costituiscono una stilizzazione di un
processo meno lineare e più caotico. Esse, tuttavia, permettono di osservare al-

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cune dinamiche e di far emergere le relazioni tra i processi economico-sociali e
la strutturazione di questa “nuova” forma organizzativa dello spazio.

3. Generalità?

Per effetto delle indagini che sono state compiute sulle nuove morfologie terri-
toriali, si è assunto che la città diffusa (o qualsiasi altro nome si sia dato ad un fe-
nomeno dai connotati simili) rappresenti un fenomeno generalizzato; da qui a con-
siderarla una tendenza fondamentale dei nuovi insediamenti, il passo è breve.
Vale la pena, tuttavia, di sottolineare da una parte e di cercare di spiegare
dall’altra parte, come mai tale processo abbia investito solo alcune aree del pae-
se; segnatamente quelle di alcune zone del nord e, in certi casi, del centro.
Si potrebbe sostenere che le zone nelle quali questa forma di organizzazione
dello spazio si sia manifestata corrispondono a quelle di sviluppo della media e
piccola impresa e che, in sostanza, la città diffusa si coniuga con l’esplosione di
questa forma di impresa. È noto che il connotato specifico di questa impresa
non è solo la “dimensione”, ma anche e soprattutto la sua origine e le relazioni
strette che questo tipo di impresa costruisce con la società locale. Relazioni non
solo economiche, ma anche sociali e di “senso”.
Contemporaneamente si è potuto osservare che, nella “costruzione” della
città diffusa, al contributo della dimensione produttiva (con la nascita di speci-
fiche tipologie edilizie) si sia affiancato quello della dimensione del consumo.
Prima di tutto il “consumo” abitativo, con la ricerca delle situazioni più eco-
nomicamente convenienti e che rispondevano alle nuove preferenze per un abi-
tare non concentrato (la casa unifamiliare, un obiettivo sociale ma anche di rea-
lizzazione di uno stile di vita).
A questa dimensione del consumo abitativo diffuso hanno offerto un soste-
gno l’edilizia convenzionata e sovvenzionata, alla ricerca di aree a più basso
costo rispetto a quelle, scarse, offerte dalla città concentrate.
Questo tipo di osservazioni, legate sia alla produzione che al consumo, col-
gono soltanto una parte di realtà. Esse interpretano dove la città diffusa si è im-
piantata e sviluppata, ma non ci dicono nulla della fenomenologia contraria.
È necessario riflettere, almeno così pare, su alcuni altri dati strutturali del
territorio. Il primo di questi ci appare come notazione del territorio agricolo.
L’osservazione suggerisce che in presenza di un’agricoltura fondata sulla gran-
de azienda (azienda capitalistica) o sulla proprietà concentrata (latifondo o as-
similabile), o ancora dove l’attività agricola si presenta come un’attività reddi-
tizia, il processo di urbanizzazione diffusa sembra non prendere piede, anche in
presenza dell’affermarsi della piccola e media impresa (le convenienze econo-
miche, in questo caso, sono tutte per l’agricoltura).
Proprio perché l’urbanizzazione della campagna trova la sua origine nella
perdita delle convenienze preesistenti, che devono essere ricercate le condizioni

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che permettono il processo di frammentazione del territorio agricolo. È la scarsa
redditività (assoluta o relativa) dell’agricoltura associata alla frammentazione
della proprietà che rende possibile questo passaggio. Il processo di evoluzione
verso la città diffusa, infatti, prende le mosse non per interventi di grande dimen-
sione, né per “lottizzazioni”, né, ancor meno, viene pianificato; esso si sviluppa
per frammenti, per autonoma decisione di singoli che si muovono nelle maglie
delle norme urbanistiche (o anche contro tali norme). È nella fase finale, per così
dire, quando l’intervento di consolidamento della struttura diffusa del territorio
avviene attraverso operazioni di grande dimensione (pubbliche, private o finan-
ziate) che l’assenza di frammentazione non è più un ostacolo. Per attivare l’inizio
del processo pare di poter dire che la redditività dell’agricoltura e della piccola
proprietà agricola sembrano condizioni necessarie, solo così i singoli proprietari
attivano, in autonomia, l’iniziale processo di crescita edilizia diffusa.
Tra gli altri determinanti del territorio, con connotato fondamentale, va se-
gnalata la dotazione di infrastrutture, soprattutto di comunicazione: tanto più un
territorio appare ricco di infrastrutture tanto più è facile l’inizio di quel ciclo di
costruzione del territorio che si conclude con la città diffusa. Bisogna anche os-
servare che la dotazione di infrastrutture è tanto più fitta quanto più l’agricol-
tura risulta frammentata.
Il capitale fisso sociale appare complessivamente insufficiente; esso, tutta-
via, appare tale da costituire la condizione generale per l’attivazione del pro-
cesso di trasformazione. La percezione della criticità di tale dotazione appartie-
ne ad una fase più matura (sia dal punto di vista economico che sociale).
Infine, ed è il terzo elemento della struttura del territorio al quale pare signi-
ficativo fare riferimento, l’esistenza di una “rete” di centri (piccole città, paesi,
centri abitati, ecc.) appare una condizione di base. Si tratta di un riferimento
che si giustifica su tre diversi piani: funzionale, sociale ed economico.
Sul piano economico la piccola e media impresa tende a realizzarsi e a tro-
vare i suoi elementi di successo nella costruzione di un rapporto stretto con la
comunità locale. Si tratta di un rapporto che lega la comunità alla vita stessa
dell’impresa, tra queste e la società di insediamento si determina una sorta di
simbiosi sociale: l’impresa è la fonte del guadagno, la società la “fornitrice” di
lavoro in una sorta di “solidità” di interessi, dato che il buono andamento
dell’impresa risulta fondamentale per la società. Questo vale per la singola
“impresa” che per l’intera struttura delle imprese piccole e medie soprattutto
quando tendono a configurarsi come “distretto”.
La comunità esibisce la sua attenzione verso le imprese in molti modi (infra-
strutture, richieste politiche ad organi di livello superiore, solidarietà politica, ecc.).
La moltiplicazione del numero di occupati per famiglia, anche se singolar-
mente ogni membro è portatore di un reddito modesto, aumenta il reddito fami-
liare e quindi, da una parte, si incrementa la dotazione di merci, mentre,
dall’altra parte, cresce la domanda di servizi. Ma la realizzazione di tali servizi
ha bisogno di una comunità strutturata, cioè di istituzioni di governo, anche

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piccole ma identificabili. Una rete di comuni, da questo punto di vista, diventa
un elemento fondativo della possibilità stessa di attivare il processo di urbaniz-
zazione diffusa del territorio, cioè l’adeguamento (sempre parziale) del capitale
fisso sociale alle esigenze della comunità diffusa.
Dal punto di vista sociale, del resto, per quanto forte sia lo stimolo e
l’adesione a nuove forme dell’abitare (a bassa densità e sparso sul territorio), re-
sta fondamentale la possibilità per queste popolazioni di un “luogo” di socializ-
zazione. Questa osservazione sconta le profonde trasformazioni intervenute nei
processi di socializzazione e nei suoi luoghi. La città diffusa ha dato luogo a
nuovi «non luoghi» di socializzazione, come i caselli autostradali, i parcheggi dei
grandi centri commerciali, gli stessi centri commerciali e grandi strutture di di-
vertimento, ecc. Tali trasformazioni e innovazioni, tuttavia, non hanno cancellato
la necessità di disporre di più tradizionali “luoghi” di riconoscimento, magari
meno strutturanti l’essere sociale (così la “piazza” svolge un ruolo diverso, ma
essa resta un “luogo” canonico, magari di passaggio, per l’aggregazione dei gio-
vani, per le manifestazione dell’essere sociale, ecc.), ma comunque buoni per
l’esercizio dell’esibizione dello status sociale e del suo dinamismo.
Dal punto di vista funzionale un “centro” costituisce il luogo dove la popo-
lazione “diffusa” può risolvere alcune delle sue esigenze di vita quotidiana.
Anche con la crescita di centri commerciali e grandi supermercati sparsi nel
territorio, fonti di approvvigionamento per la maggior parte delle famiglie “dif-
fuse”, resta una serie molto ampia di funzioni, anche commerciali, ai quali un
“centro” dà risposte.
Esistono, cioè, delle precondizioni senza le quali l’avvio dell’urbanizza-
zione della campagna, primo gradino per lo sviluppo della città diffusa non
sembra possibile. È proprio a partire da questo dato che si “spiega” la non o-
mogenea diffusione del fenomeno. E ancora come tale fenomeno interessi, in
modo particolare, alcune zone del vecchio continente, mentre il “resto del
mondo” sembra ancora caratterizzata dal processo di concentrazione.

4. Irregolarità

Il processo di trasformazione del territorio che si conclude con la formazio-


ne della città diffusa presenta diversi livelli di irregolarità.
La prima irregolarità, in generale, è riscontrabile proprio nel primo sviluppo
del processo edilizio come illustrato in precedenza: la nuova edilizia, infatti,
sfrutta per lo più in modo non conforme alcune possibilità edificatorie ammes-
se per l’agricoltura. Per larga parte l’edificazione nella campagna presenta di-
versi livelli di irregolarità: tipologie ammesse, assenza di rete fognaria, evasio-
ne dei costi di urbanizzazione, evasione dagli standard, ecc.
Le piccole imprese preferiscono il “diffuso”, sia per ragioni di strutturazione
socio-economica, relazioni con la “società” locale, sia per una spiccata preferenza

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per l’opacità. Le piccole imprese preferiscono “non apparire” per ragioni fiscali,
contributive, ambientali, dei rapporti di lavoro. L’evasione è un elemento costituti-
vo del successo di queste imprese. Questo dato fondativo pare di qualche rilievo
nella determinazione del costrutto sociale e politico di questa popolazione.
Bisogna, inoltre, osservare che la tipologia insediativa dell’urbanizzazione
diffusa e della stessa città diffusa tende ad un processo di isolamento sociale
dei suoi abitanti. La casa sparsa presenta il vantaggio di non avere “vicini” in-
vadenti, ma presenta il difetto dell’isolamento. Questo ambiente, si ipotizza
(un’ipotesi elaborata in collaborazione con E. Salzano), pare facilitare compor-
tamenti di violenza “gratuita” o incommensurabili rispetto all’obiettivo materiale
(dall’uccisione di familiari per pochi milioni buoni per una vacanza, alle sassaio-
le omicida dell’autostrada, alla violenza contro barboni ed extra-comunitari, alla
soppressione di neonati, ecc.).
L’ambiente diffuso, inoltre, ha dato luogo ad un insediamento di criminalità
organizzata che riproduce moduli storici appartenenti ad altre zone del paese
(notazione suggerita da A. Becchi sulla base di ricerche in corso).
Se da una parte è possibile riconoscere che nella costruzione della città dif-
fusa è possibile individuare un tasso di irregolarità intrinseco al meccanismo
stesso della sua costruzione, non esistono elementi rilevanti probanti un rappor-
to tra la tipologia della città diffusa e la diffusione di comportamenti irregolari
fino alla criminalità. Tuttavia la constatazione dei fenomeni suggerisce che
qualche approfondimento in merito pare utile.

5. Convergenza

Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, che con la notazione di città diffusa
si intende una particolare forma di organizzazione dello spazio caratterizzata
dai seguenti elementi:

– una rete di piccoli e medi centri urbani, di impianto “storico”;


– un processo spinto di “occupazione” del territorio compreso tra queste città
sia da parte di residenza che di attività produttive e di servizio;
– l’edilizia di questo territorio si presenta a bassa intensità e densità;
– le attività di servizio si presentano oltre che diffuse di dimensione tale da
poter servire quote consistente della popolazione insediata nell’area. Tali
servizi, per altro, hanno connotato urbano-metropolitano;
– complessivamente questo territorio appare funzionalmente poco specializzato;
– l’uso che di questo territorio gli abitanti fanno è di “tipo” urbano, ogni parte,
cioè, vive contemporaneamente una propria vita autonoma (come il quartiere
di una città) ma insieme è fortemente integrata a tutte le altre;

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– l’uso del territorio è reso possibile da un altissimo tasso di mobilità della popo-
lazione per cui tra la popolazione insediata in ogni sua parte e la popolazione
che usa quella stessa parte di territorio non esiste alcuna relazione o regolarità;
– il territorio nel tempo tende a presentare qualche livello di specializzazione
sociale.

Questa struttura territoriale, proprio per le sue similitudini di funzionalità


viene definita città diffusa, definizione che, in un certo senso, mette assieme
elementi tra di loro contraddittori: la diffusione non appare tipica della città,
almeno per quello che storicamente indica questo sostantivo.
Appare di un certo interesse, tuttavia, porre attenzione alle seguenti notazioni:

– la grande città, anche se connotata da alta densità e intensità, mostra un


“funzionamento” secondo il quale ogni sua parte mostra una rilevante auto-
nomia ma contemporaneamente ciascuna zona risulta funzionalmente inte-
grata ad ogni altra;
– la storica mono-centralità urbana nello sviluppo della città si è trasformata in
una multi-centralità;
– la popolazione della città concentrata mostra una tendenza (attuale) al decli-
no; un declino determinato da un saldo negativo sia sul fronte sociale che su
quello naturale;
– la popolazione che usa la città appare di gran lunga più numerosa della popola-
zione insediata;
– il deperimento di molte funzioni (produttive, amministrative, militari, religiose,
ecc.) rende disponibili dei “vuoti” che, ormai è evidente, più che un’occasione
per la città costituiscono un problema, tuttavia questa situazione tende, mag-
giormente in futuro, a ridurre la densità e l’intensità della città.

Questi elementi e in aggiunta la considerazione che sempre più spesso la


funzionalità della città diffusa si integra con quella della “città concentrata”
possono suggerire l’ipotesi di una sorta di convergenza tra le due forme di città.
In un percorso certo non lineare e non assumendo che convergenza assuma il
significato di identicità, questa ipotesi sembra di un certo interesse.
È presto per parlare di reciproca influenza, mentre da una parte, infatti, la
cultura urbana pesa rilevantemente nella strutturazione della città diffusa, incer-
to è il ruolo di questa sulle trasformazioni della città concentrata.
Siamo di fronte ad un processo di trasformazione che coinvolge sia la dilata-
zione della città nel territorio ampio, sia i punti della concentrazione di popola-
zione e capitale. In un certo senso, si potrebbe sostenere, tende a riaffermarsi la
tradizione urbana del paese, che nel secondo dopoguerra è sembrata essere stata
messa in mora da una dilatazione eccessiva della dimensione di molte città.
È possibile avanzare una seconda ipotesi secondo la quale siamo di fronte
ad un processo non solo di convergenza ma di integrazione. Secondo quest’ot-

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tica la città diffusa, che ha costituito una struttura organizzativa del territorio
antagonistica nei riguardi della città concentrata, si integra con quest’ultima
(servizi, funzioni superiori, cultura, ecc.), ma contemporaneamente la popola-
zione della città concentrata usa della città diffusa in un processo di indifferen-
za funzionale. Appunto un processo di integrazione.

6. Del governo

Il governo della città diffusa pone, principalmente, due questioni: come orga-
nizzare meglio la struttura territoriale in ordine alla dotazione dei servizi; quale
livello di governo. Vale la pena di prendere le mosse da due osservazioni di fatto.
L’esistenza della città diffusa è resa possibile solo da una rilevante mobilità,
che data, appunto, la connotazione diffusa non potrà che essere prevalentemen-
te individuale, privata e automobilistica. Non si tratta soltanto delle mobilità
casa-lavoro e casa-scuola, ma tutta la mobilità quotidiana tende ad aumentare,
in un certo senso “tutto è distante”.
La seconda osservazione riguarda la constatazione che in molte delle situa-
zioni diffuse, ad un periodo nel quale prevaleva l’elemento diffusivo, tende a
sostituirsi una fase che, pur nel mantenimento delle caratteristiche proprie del
diffuso (bassa intensità e densità), lascia intravedere processi agglomerativi. Ad
un territorio fittamente punteggiato da insediamenti singoli succede un’organiz-
zazione spaziale più densa, gli insediamenti tendono ad agglomerarsi soprattut-
to lungo alcune arterie, che sono quelle che meglio realizzano i collegamenti
tra i diversi capisaldi della rete diffusa. In un certo senso la città diffusa si ad-
densa come città lineare; si tratta di primi accenni, che tuttavia meritano di es-
sere osservati. Probabilmente a questa tendenza agglomerativa non sono estra-
nei gli insediamenti residenziali di tipo pubblico e la localizzazione di servizi,
soprattutto per le imprese.
Si tratta di una tendenza di rilevante importanza: essa tende ad affermare la
funzionalità dell’agglomerazione in ordine sia alle convenienze per quanto ri-
guarda alcuni servizi collettivi, sia alle stesse convenienze individuali sul piano
della socializzazione e della vita quotidiana.
In sostanza le convenienze diffusive, sia delle famiglie che delle imprese, ri-
levate sono di breve durata. Esse sono state importanti sia sul piano direttamen-
te produttivo per l’affermazione della piccola e media impresa, sia sul piano del
consumo familiare per il miglioramento dell’abitazione. Ma superata la fase
che è possibile definire di “affermazione” (sia per l’impresa che per le fami-
glie), sono emerse i limiti di una tale struttura localizzativa che nel dinamismo
delle pratiche sociali della città diffusa hanno trovato una tendenziale soluzione
in processi in qualche modo agglomerativi.
È proprio il successo, per così dire, della città diffusa che ha determinato la
tendenza agglomerativa; non si tratta, tuttavia, di un processo contraddittorio

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con il connotato “diffuso”, ma piuttosto rende più funzionale la città diffusa,
offre elementi di coagulo morfologico quale riflesso di concentrazione di per-
sone, servizi, attività e funzioni. Va sottolineano, cioè, che gli elementi osser-
vati non senza modificare i connotati specifici del diffuso, tendono a rafforzare
l’elemento sostantivo della locuzione città diffusa.
Il governo delle trasformazioni urbane della città diffusa dovrebbe aiutare a
rafforzare questa tendenza. La via maestra per aiutare questo processo è la do-
tazione di infrastrutture, soprattutto di mobilità collettiva, e la crescita del capi-
tale fisso sociale nella sua complessità. Se il capitale fisso sociale costituisse la
“condizione generale” del processo di produzione lo sarebbe anche nel senso
della funzionalità urbana.
Un tale indirizzo non riduce la compromissione del territorio, ormai quasi
completamente coinvolto, a larghe maglie, nel processo di urbanizzazione, ma
darebbe alla città diffusa l’ossatura solida per il suo miglioramento del contesto
sociale e delle performances delle attività economiche.
Questo arricchimento non può, né deve, avere lo scopo di gerarchizzare il
territorio, ma piuttosto quello di rafforzare i capisaldi della rete e i processi di
agglomerazione in atto.
La città diffusa appare, inoltre, molto sotto-dotata per quanto attiene i servi-
zi (per esempio quelli culturali). Spesso la sua popolazione supera per dimen-
sione quella di una media città e talvolta di una medio-grande città, ma le dota-
zioni di servizi non sono paragonabili. Questa distorsione dovrebbe essere cor-
retta. In assenza di un adeguamento di questi servizi il contesto culturale della
città diffusa risulterebbe inadeguato al livello di sviluppo economico raggiunto
dalla stessa città diffusa. A questo scopo la rete dei centri e i capisaldi della rete
possono e dovrebbero giocare un ruolo di rilievo.
La città diffusa, infine, soffre di un deficit rilevante di governo. La sua di-
mensione, intesa come ambito territoriale, si estende su più entità di governo
(amministrazioni comunali), i quali non possono che avere un’ottica “parziale”,
mentre la sua funzionalità presuppone un unico punto di vista (quello, appunto,
della “complessiva” – la cosa non sembri paradossale – città diffusa) o almeno
una forte integrazione tra i diversi ambiti di governo. È noto che le amministra-
zioni comunali implicate tentano processi di collaborazione, ma è altrettanto
evidente come alla fine tendono a prevalere elementi concorrenziali e di “indi-
pendenza” (con spill-over spesso di rilevante peso). Né gli organi di governo
sovra-determinati hanno capacità e sensibilità di operare quelle integrazioni
funzionali e fornire quegli indirizzi (che non siano pura genericità) necessari ad
un miglioramento della condizione diffusa.
La questione del livello di governo sembra una questione di grande rilievo
ma di quasi impossibile soluzione: essa, infatti, si scontra, contemporaneamen-
te, con una sorta di indifferenza e con la difesa di prerogative precostituite e
giustificate da una precedente organizzazione dello spazio. Non si tratta tanto
di mettere in campo elementi di ingegneria istituzionale, le istituzioni sembrano

91
soccombere sotto il peso delle loro riforme, ma piuttosto di attivare processi di
pianificazione a larga scala e politiche coerenti. Sembra necessario, tuttavia,
affermare che la città diffusa richieda oggi un vero livello di governo comples-
sivo senza il quale le pur rilevanti energie rischiano di essere coartate dal defi-
cit di funzionalità e di organizzazione.
Che di questa dimensione del problema oggi ci sia scarsa consapevolezza
rende la soluzione del problema ancora più complessa1.

1. Due questioni a margine. Pur essendo chiaro che la città diffusa oggi soffre di rilevanti de-
ficit in diversi settori, meriterebbe attenzione il fatto che anche in molti di tali deficit va ritrovata
la matrice delle identità localistiche caratterizzate in senso negativo e non progressive. L’identità
e l’appartenenza appare sempre più intrisa da umori individualistici ed egoistici, ed è sempre più
frammentata (non esiste, per esempio un’identità da città diffusa). Si intende dire che il problema
di “governo” non è solo questione di funzionalità.In questo contesto appare necessario riflettere
se l’abortito processo di formazione delle «città metropolitane» non sia stata l’occasione mancata
per affrontare alcuni dei nodi posti dalle trasformazioni dello spazio alle quali si fa riferimento in
queste note. Si ha l’impressione che affrontata da questo punto di vista il riferimento alla città
metropolitana non può sembrare una scorciatoia ma forse il livello giusto, per funzionalità e sen-
so, al quale affrontare il problema. Che se poi l’ipotesi della “convergenza”, prima avanzata, fos-
se verificata la città diffusa potrebbe essere “assorbita” nell’ambito di una metropolizzazione
senza i caratteri di gerarchia accentuata e di differenziazione funzionale tipici di tali situazioni,
esaltando gli elementi positivi dei diversi livelli di organizzazione spaziale.

92
Il successo controverso del policentrismo veneto∗
di Michelangelo Savino (1999)

Le caratteristiche insediative del Veneto presentano un’originale articola-


zione «policentrica» plurisecolare, sedimentata da tempo nell’organizzazione di
un territorio fortemente differenziato al suo interno. La natura fortemente mul-
tipolare del sistema insediativo regionale diventerà elemento ricorrente nelle
rappresentazioni territoriali sin dalle prime elaborazioni concettuali dell’analisi
territoriale degli anni ’60: un’immagine che negli anni andrà consolidandosi,
divenendo riferimento decisivo dell’elaborazione delle politiche regionali.
Sin dai primi studi l’immagine policentrica della regione tende a radicarsi
nell’immaginario scientifico-disciplinare per la sua sostanziale originalità e per
la sua permanenza. Un sistema, che se non frena l’emigrazione verso l’esterno,
sembra in grado fino agli anni ’60 di impedire la polarizzazione attorno ai cen-
tri maggiori e processi di depauperamento demografico delle aree rurali e che
nel corso degli anni ’60 fornirà le condizioni generali allo sviluppo dell’indu-
strializzazione diffusa.
Nel periodo di più intenso dibattito scientifico sulle caratteristiche del sistema
insediativo veneto, il «policentrismo» tende, però, a caricarsi di un significato che
lo allontana dalla sua originaria e convenuta interpretazione: esso diventa com-
prensivo, piuttosto, di tutte le specificità regionali (dal sistema insediativo residen-
ziale allo sviluppo delle attività produttive basate sulla diffusione delle piccole e
medie imprese sino alla formazione dell’area metropolitana centrale), trasforman-
dosi in un modello «ideologico-programmatico» dello sviluppo (De Angelini, Za-
netto, 1992), in uno strumento coerente alle esigenze distributive, regolative e di
acquisizione di consenso delle principali forze politiche regionali, con:

– il sostanziale rafforzamento dell’articolazione territoriale degli insediamenti;


– il consolidamento della diffusione produttiva;
– la dotazione “multipolare” di servizi e infrastrutture di carattere sociale.

Descrizione territoriale e governo del territorio entrano in crisi quando i


processi evolutivi assumono un carattere particolarmente dinamico, con forme

. Sta in: Genio Rurale, n. 3, pp. 26-39.

93
complesse e più problematiche. Il propagarsi sul territorio di un sistema resi-
denziale diffuso ad alto consumo di suolo e di difficile pianificazione; l’incal-
zante sviluppo del sistema produttivo basato sulla diffusione territoriale della
piccola e media impresa sono fenomeni che impongono nuove forme di rappre-
sentazione territoriale e nuovi strumenti di governo, che al momento non sem-
brano trovare un’adeguata risposta politica a livello regionale e locale.
La stessa analisi territoriale cerca con fatica formulazioni descrittive nuove
e di maggior efficacia.

1. Il policentrismo veneto negli anni ’60 e ’70: la costruzione di


un’immagine territoriale pervasiva e duratura
Le condizioni di «sottosviluppo» e di «ritardo storico» registrate nel Veneto
negli anni ’50 e sottolineate dalla massiccia emigrazione verso il triangolo in-
dustriale (in contrappunto alla forte crescita industriale presente a Venezia e in
minor misura a Padova, Vicenza e Verona) stimolano, sia a livello nazionale
che regionale, un generale sforzo di comprensione dei processi di trasforma-
zione territoriale in atto nella regione in quegli anni.
Il primo sistematico tentativo di elaborare una corretta ed esauriente descri-
zione territoriale nasce all’interno del processo di programmazione economia
del Crpe del Veneto, in attuazione del Piano economico Pieraccini del 1966.
Nel 1968 viene approvato il Piano di sviluppo economico regionale 1966-1970
che rileva alcuni caratteri strutturali della realtà veneta che diverranno ricorren-
ti negli anni successivi, tra cui:

– la struttura territoriale sostanzialmente dualistica, con aree industrializzate e


con elevata produttività delle attività agricole (aree dello sviluppo, localiz-
zate nell’area centrale sull’asse Venezia-Verona) e aree depresse (periferi-
che o del sottosviluppo, tradizionalmente la montagna e il Polesine, le aree
dalla bassa veronese sino all’estremità meridionale della laguna di Venezia,
alle quali viene aggiunto il Veneto orientale);
– la peculiare caratterizzazione policentrica1 del Veneto (per la quale si pre-
vede un rafforzamento soprattutto nelle aree depresse della regione o dove
l’armatura urbana si presenta più debole e rarefatta);

1. Dove policentrismo viene inteso come «maglia di centri a carattere urbano di medie dimen-
sioni, quasi uniformemente distribuiti) sul territorio […] con assenza di una metropoli regionale»
(p. 278) e perseguito non come «desiderio di mantenere una struttura territoriale disseminata di
piccoli nuclei urbani nell’ambito dei quali si esauriscono tutti i momenti della vita dell’indivi-
duo» ma piuttosto come strumento di «riorganizzazione del territorio [che] deve passare attraver-
so la riduzione nel tempo dei piccoli nuclei che non possono essere dotati di tutti i servizi sociali
necessari […] policentrismo non significa, inoltre mantenere un’uniforme omogeneità funzionale
dei diversi nuclei urbani, bensì la riscoperta e la riqualificazione dei ruoli propri di ciascun centro
[…] il concetto di policentrismo riaffermato può tradursi nell’esigenza di mantenere e rafforzare

94
– la permanenza di una «tradizione veneta» – che in seguito verrà definita
come «inerzia» (Irsev, 1977) delle forme insediative – che incide significa-
tivamente sui processi socio-economici in atto;
– il peso delle «vocazioni territoriali» delle aree (che andranno individuate
nelle diverse aree regionali per esaltarne le potenzialità come “risorse” e
“opportunità di sviluppo”).

Il documento è pervaso da un’interpretazione sostanzialmente favorevole del-


la «diffusione» delle attività economiche (contrapposta a «dispersione» e a «po-
larizzazione» di carattere metropolitano) e nella quale il policentrismo e l’assenza
di un polo metropolitano regionale polarizzante vengono riproposti come vero e
proprio obiettivo di riassetto territoriale, anche nel rispetto degli obiettivi di con-
tenimento della concentrazione urbana e di congestione metropolitana del Piano
Pieraccini (Moretti, Tessitore, 1997). Di conseguenza le principali linee di rie-
quilibrio territoriale proposte sono la “diffusione” sul territorio delle condizioni
di sviluppo, per settori economici e per aree, ed il mantenimento del policentri-
smo insediativo attraverso il potenziamento dei centri a carattere urbano e di ser-
vizio, in un processo di omologazione delle aree periferiche alle aree centrali, an-
che attraverso la creazione delle «aree attrezzate per l’industria»; una rete alquan-
to fitta di distretti scolastici nelle aree periferiche, ecc.
Il piano viene elaborato all’interno dell’Istituto regionale per lo sviluppo eco-
nomico (Irsev), che da questo momento, per tutti gli anni ’70, sarà il principale pro-
tagonista della raccolta dati ed elaborazione scientifica delle informazioni, luogo di
sintesi della riflessione disciplinare regionale sui temi della pianificazione territo-
riale: all’Irsev, infatti, vengono affidati gli studi preliminari all’elaborazione del
Ptrc e il suo costante aggiornamento sino alla parziale adozione del 1986.
Nell’incessante lavoro dell’Istituto la definizione del policentrismo veneto assume-
rà maggior complessità e articolazione e una potenziale capacità prescrittiva.
Le «Linee fondamentali per la predisposizione del Ptrc», approvato dal
Consiglio regionale nel 1974, che imprimeranno i caratteri della ricerca degli
anni successivi, infatti, confermano il policentrismo come «elemento caratte-
rizzante» la realtà territoriale regionale e, soprattutto, come «modello pro-
grammatico» delle politiche regionali, attraverso:

– la definizione univoca del ruolo dei centri e delle gerarchie territoriali esi-
stenti, verificandone però le funzioni localizzate (anche per poter rafforzare
i centri «a potenziale struttura urbana»);

un’armatura urbana gerarchicamente differenziata» (Crpe del Veneto, 1968, p. 279). Ed ancora:
«una struttura urbana caratterizzata da pluralità di centri senza nessun dominante (“oligocentri-
smo” o sistema piramidale “mozzo”); diffusione sistematica e capillare di poli intermedi
nell’area centrale (policentrismo) nelle aree periferiche, carattere poco integrato e gerarchizzato
dell’intero sistema (prevalentemente organizzato ad “isole” corrispondenti ai bacini di mercato
del lavoro locale)» (Arcangeli, 1988, p. 163).

95
– una maggiore diffusione dell’effetto urbano sul territorio, agendo sui centri
e sulla mobilità;
– l’attuazione di interventi prioritari nelle aree marginali «da concentrare nei cen-
tri situati in posizione conveniente sulle direttrici di sviluppo», confermando,
qualora e laddove si fosse indebolito, il modello insediativo policentrico;
– la riproposizione di una valenza «virtuosa» della diffusione insediativa;

Le analisi specificano ulteriormente alcuni caratteri strutturali e morfologici


della regione:

– il progressivo indebolimento dell’area veneziana come centro primaziale


della regione, nonostante il processo di forte industrializzazione;
– il rafforzamento economico dell’area centrale compresa tra Padova, Vicenza
e Treviso;
– la presenza di aree diversamente sviluppate e la definizione di tre macro-
aree regionali (area centrale, aree “marginali” e “aree in transizione”, in ba-
se alla presenza o meno di alcuni caratteri strutturali tradizionali del model-
lo insediativo e industriale regionale), a cui segue la puntuale delimitazione
delle aree omogenee.

L’approfondimento analitico finisce con lo stemperare la significatività del po-


licentrismo come fenomeno peculiare di tutta la regione. Esso infatti viene circo-
scritto alla sola area centrale veneta e diventa comprensivo di tutti i processi di di-
spersione e diffusione territoriale di attività residenziali e produttive presenti, per i
quali si presuppone un modello di crescita unico e indifferenziato, definito come
specifico «modello veneto», caratterizzato dal decentramento sistematico delle ini-
ziative; da bassa qualificazione e basso costo del lavoro; bassa conflittualità sinda-
cale; integrazione tra attività produttiva industriale e attività agricole che permetto-
no «forme “sostitutive” di reddito rispetto ai livelli salariali» (Cacciari, 1975).
Emerge un ruolo dell’organizzazione territoriale decisivo nella strutturazione
dei processi di industrializzazione con forme spinte di «uso capitalistico del terri-
torio» (Calabi, Indovina, 1973); dispersione dei costi di riproduzione della forza-
lavoro; conservazione di equilibri sociali e territoriali pre-industriali, all’interno
dei quali si riconosce il «ruolo della forma sociale tradizionale […] e dei rapporti
familiari e contadini in particolare, nella riproduzione dell’economia periferica»
(Bagnasco, 1977, p. 206); uso non agricolo delle abitazioni rurali e limitato inur-
bamento; ruolo economico portante dell’agricoltura (anche se le aziende riduco-
no dimesioni e numero di addetti) anche nell’organizzazione fisica del territorio e
nella strutturazione delle forme insediative. Caratteristiche strutturali del sistema
territoriale ad “economia diffusa” che permettono di giustificare (in parte)
l’inerzia del sistema insediativo veneto nonostante i processi di forte trasforma-
zione demografica e di migrazioni territoriali registrate nel corso degli anni.

96
La rilevazione attraverso i dati censuari del 1981 dell’imprevisto sviluppo
economico, demografico della regione inducono analisi gerarchico-dimensio-
nali successive che lasciano intravedere una crescente trasformazione del mo-
dello insediativo policentrico. Emerge la chiara tendenza dell’organizzazione
territoriale a coagularsi (per relazioni e interdipendenze, per caratteristiche del
mercato del lavoro e della pendolarità) in un sistema a carattere metropolitano
con forte integrazione tra città e campagna, fuse in un continuum funzionale
che redistribuisce e rilocalizza attività, pur in presenza di soluzioni di continui-
tà fisica, concentrando funzioni ricche nei cores metropolitani e favorendo un
overspill di quelle povere – tra cui la residenza. Si giunge a parlare di un siste-
ma insediativo «con fenomeni di concentrazione relativa e soprattutto multi-
polare e bi-assiale – sul doppio binario della rete autostradale di pianura e della
linea pedemontana» (Arcangeli, 1988, p. 163) – con caratteri di grande origina-
lità rispetto ai modelli “più diffusi” in altre regioni italiane:

– per caratteri morfologici (discontinuità spaziale, molteplicità di centri anche


di ridotte dimensioni);
– per andamenti strutturali ed economici (crescita demografica sostenuta e te-
nuta dei cores metropolitani nella fase di contro-urbanizzazione);
– per la presenza di un’articolazione “policentrica” multifunzionale, segnata dai
quattro capoluoghi provinciali e da una corona di centri in crescita, in una «so-
stanziale continuità rispetto all’articolazione policentrica costitutiva del modello
insediativo veneto, anche nella fase in cui alcune parti della regione accrescono
il livello funzionale, la dotazione di servizi, l’intensità dei flussi interni e la rete
dei rapporti con l’esterno […]» (Regione Veneto, 1986, p. 24).

Pur alterato, rispetto alla sua originaria formulazione, il modello fuzionale


policentrico elaborato dall’Irsev confluisce nella programmazione regionale e
viene ripreso dai principali documenti programmatici della Regione. La suddi-
visione in sub-aree omogenee viene sancita per legge (lr 11/1979), mentre il
policentrismo diventa principale linea guida nelle prescrizioni del Ptrc (par-
zialmente approvato nel 1986) e nelle indicazioni del Piano regionale di svi-
luppo 1998-1990 (di seguito Prs) approvato nel dicembre del 1987, trasforman-
dosi in «un modello territoriale programmatico» (Irsev, 1971a) dello sviluppo
regionale e del riequilibrio territoriale.

2. Il policentrismo veneto negli anni ’80: la costruzione di un’azione


coerente di governo del territorio
Il Prs, nel periodo che precederà l’approvazione definitiva del Ptrc nel 1990,
diventa il principale documento di riferimento delle politiche regionali e le sue
indicazioni serviranno di revisione anche alla stesura definitiva del Ptrc. In realtà

97
il Prs è piuttosto il momento di sintesi e di riduzione a coerenza complessiva del-
le diverse politiche e degli interventi promossi nel periodo di maggiore e più in-
tensa legiferazione e programmazione regionale. Non è un caso che anche il Prs
sottolinei che il modello insediativo veneto vada sostanzialmente salvaguardato
per la sua valenza storica, culturale ma soprattutto «per i vantaggi che offre alle
nuove prospettive di crescita sul piano organizzativo, funzionale e in riferimento al
quadro di vita per i residenti e le attività produttive» (Regione Veneto, 1987, p. 69).
Indicherà, poi, come obiettivo per le politiche territoriali, «la valorizzazione
di ciascuna e dell’insieme delle città venete», un «sistema di città» che dovrà
essere reso più integrato ed efficiente dall’azione della Regione, che ne dovrà
garantire l’equilibrato sviluppo della base economica (attraverso nuove attività
tecnologicamente avanzate e attraverso il complesso settore dei servizi, in par-
ticolare quelli innovativi destinati alle imprese) e stimolarne una maggiore arti-
colazione e coesione tale da trasformarlo in «un sistema metropolitano a strut-
tura reticolare».
La dotazione di servizi sociali e sanitari; la progettazione del Sfrm per miglio-
rare le condizioni di mobilità (di merci, persone) complessiva del Veneto; le so-
luzioni infrastrutturali per migliorare l’accessibilità alle aree centrali e le relazioni
con le altre aree regionali; la pur “vaga” strategia tesa a favorire la specializza-
zione o le vocazioni delle singole città (che non vengono però indicate) e la com-
plementarietà tra i diversi centri, sono solo alcune delle azioni riproposte dal Prs
che diventano strumentali al rafforzamento dell’organizzazione policentrica, ma
anche al mantenimento di una forma di governo del territorio solidamente radica-
ta nella regione. Le azioni appaiono a volte piuttosto convenzionali, più che stra-
tegiche, ma coerenti con le politiche distributive e con le pratiche di controllo del
consenso e del territorio tradizionalmente praticate degli enti territoriali del Ve-
neto sino agli anni più recenti. Il localismo2, infatti, trova una forte affermazione
con l’insediamento pluriennale della Dc nel governo della Regione e in quasi tut-

2. Il localismo può essere rapidamente riassunto come «il dinamismo dei contesti locali, nei
quali l’interazione fra economia e società risulta particolarmente stretta; ma, al tempo stesso, il
termine è utilizzato […] per evocare non solo la presenza di sistemi locali ad alto dinamismo e-
conomico, ma anche per descrivere il modello culturale che li pervade: quale sorta di “spirito del
micro-capitalismo”, che segna in profondità l’etica delle “società locali. […] Localista è, altresì,
anche il tipo di regolazione seguito dalle forze politiche che governano gli enti locali in queste
regioni […]. Le amministrazioni locali, i parlamentari espressi da queste zone, infatti orientano la
loro azione a sostegno delle istituzioni tradizionali e al sostegno di queste forme di sviluppo e dei
loto attori. Tutelano gli interessi locali in rapporto contrattuale e talora conflittuale con il “cen-
tro” (lo Stato, le regioni), assecondano le domande e le spinte dei soggetti imprenditoriali e so-
ciali. Sostengono le imprese, il mercato; e al tempo stesso le famiglie, le associazioni e le orga-
nizzazioni del mondo cattolico e del volontariato. Risultano invece, assai meno attive nella pro-
grammazione nella modificazione dell’ambiente. Si adattano alle logiche e alle domande del con-
testo locale […]. Un modello di sviluppo basato sul lavoro come valore, sulla famiglia, sulla co-
munità. Un modello auto-regolato e auto-propulsivo, che affidava alla Dc il compito dei rapporti
con lo Stato, la difesa dal nemico, attribuendo alla politica un compito gregario rispetto alla so-
cietà locale e al mercato (Diamanti, 1996, pp. 30-34).

98
te le amministrazioni provinciali e comunali della regione, fornendo una differen-
te e specifica connotazione al modello veneto, così come descritto da Cacciari
(1974) e ripreso da Bagnasco (1977; 1980) e Trigilia (1986).
Non è il caso entrare nel merito dell’origine e delle caratteristiche specifiche
del localismo veneto, basta sottolineare che alcuni caratteri della cultura di go-
verno della Dc (tra gli elementi più originali e duraturi del modello veneto)
hanno avuto un grande peso nella creazione delle condizioni allo sviluppo eco-
nomico della regione, uno degli elementi :

– la diffusione capillare sul territorio della beneficenza e assistenza, le istitu-


zioni culturali e ricreative, che svolgono anche una funzione essenziale di
socializzazione per la riproduzione stessa della sub-cultura;
– un’articolazione altrettanto fitta dell’organizzazione creditizia (banche cattoli-
che, casse di risparmio, casse rurali, credito cooperativo) che giocano un ruolo
decisivo nella diffusione omogenea delle condizioni generali per lo sviluppo
delle attività imprenditoriali e nel mantenimento di uno stretto legame tra indu-
strializzazione e rapporti sociali tradizionali della società contadina veneta.

Una «rete istituzionale articolata e diffusa» che viene confermata attraverso


gli interventi programmatici della Regione e attraverso l’azione delle ammini-
strazioni comunali, soprattutto attraverso la rapida espansione dell’intervento
pubblico in termini di spesa e di mediazione politica, in grado di costruire un
consenso “diffuso” (Serri, 1974), ma soprattutto capace di contenere:

– i costi di riproduzione della forza lavoro, attraverso il sostegno a forme insedia-


tive disperse (attrezzate e spesso dotate di servizi superiori), che permettono di
mantenere bassi salari garantendo inoltre l’accesso dei lavoratori a fonti sostitu-
tive e integrative del salario di fabbrica, da forme di part-time in altre attività
manifatturiere o artigianali a connessioni strette di piccola produzione agricola;
– i costi di produzione, con promozione di interventi diffusi su tutto il territo-
rio, sia sotto forma di incentivi alle imprese, che di fornitura di servizi e in-
frastrutture.

Un meccanismo che produce «a livello regionale, la difficoltà di operare una


sintesi efficace delle diverse domande locali e categoriali […]. Ne discende una
spinta verso misure di tipo incrementale, o non-decisioni, che contraddicono gli o-
biettivi di programmazione formalmente perseguiti. Gli interventi concreti in cam-
po economico assumono cioè un carattere contingente e scarsamente coordinato e
una forma prevalentemente distributiva per rispondere a interessi frammentati e lo-
calistici, non aggregati e gerarchizzati dalla Dc» cosicché «le politiche locali di tipo
distributivo e incrementale – in cui la concessione di benefici non è sottoposta a
vincoli per i destinatari – non stimolano nei gruppi la capacità di aggregare e ride-
finire politicamente gli interessi dei propri rappresentanti» (Trigilia, 1986, pp. 329).

99
Questo si traduce in una «tutela particolaristica degli interessi locali e di grup-
po» (Diamanti, 1993) e nei numerosi e articolati provvedimenti che favoriscono il
rafforzamento della dotazione di servizi e strutture nei diversi poli urbani (gerar-
chicamente organizzati), in grado di valorizzarne e arricchirne le funzioni e il ruo-
lo. Logica che, altresì, conduce all’approvazione delle norme “lasche” della lr
24/1985 per l’edificabilità nelle aree agricole3; o delle indicazioni l. 1/1982 per
l’ampliamento dei capannoni delle attività industriali (Rallo, Tosi, 1991); alle tra-
sformazioni del territorio, pur pianificato4: in breve, a forme insediative diffuse ad
alto consumo di suolo e con alti costi ambientali; alla fusione di centri minori e fra-
zioni in aggregazioni urbanizzate informi; alla dispersione di attività produttive
nelle aree rurali (anche in presenza di insediamenti regolamentati attraverso Pip);
ad un aumento della mobilità per lavoro, studio, tempo libero, uso dei servizi pub-
blici e privati (per quanto diffusi anch’essi) e alla conseguente saturazione della re-
te infrastrutturale minore. Il policentrismo, come inteso nelle politiche regionali nel
corso degli anni ’80, diventa strumentale alla diffusione delle medesime condizioni
di sviluppo economico e di consenso politico:

• con il Piano socio-sanitario 1984-1986 e il Piano socio-assistenziale 1983-


1985 (e i successivi documenti di indirizzi per gli anni 1987-1989), attraver-
so l’attivazione dei distretti socio-sanitari di base, lo sviluppo della rete po-
liambulatoriale e polispecialistica e dei servizi ospedalieri (i cui presidi pos-
sono venire ripartiti in più sedi e stabilimenti, puntando all’eliminazione
«degli squilibri tra domanda e offerta sanitaria, sia a livello di classi sociali
che a livello territoriale» (Regione Veneto, 1987, p. 49);
• con le indicazioni del Prs per l’istruzione (anche per rimediare al ritardo del
processo di scolarizzazione – rispetto ad altre regioni del Nord Italia) e per

3. Indicazioni già presenti nel Crpe del Veneto, seppur in un contesto diverso, quando affermava
la necessità di garantire lo sviluppo dell’agricoltura attraverso il potenziamento e l’evoluzione
dell’impresa familiare, il suo insediamento stabile, indicando la necessità, «pienamente rispondente
alle linee civili e culturali della tradizione veneta» di migliorare radicalmente il livello civile della
residenza agricola, «al tempo stesso in cui la inserisce in un ambiente reso vitale dalla presenza di
insediamenti residenziali e di servizi di altra natura» (Crpe del Veneto, 1968, p. 274). Così lr
24/1986 per salvaguardare la destinazione agricola dei suoli, valorizzarne le caratteristiche ambien-
tali, promuovere la permanenza residenziale e favorire il patrimonio edilizio rurale, garantisce gene-
rosi indici di ampliamento e grado di trasformabilità, divenendo con il tempo un degli strumenti
principali della diffusione residenziale che caratterizza il sistema insediativo regionale.
4. Come sostiene Indovina (1998) «la pianificazione è stata “debole” se ci si vuole riferire ad
un progetto coerente e «intenzionale» di costruzione del territorio che si proponesse di privilegia-
re gli interessi collettivi; ma è stato indubbiamente “forte” qualora il disegno perseguito fosse
quello di assecondare gli interessi specifici che mano a mano si manifestavano nel territorio. In
questi termini se a scala locale è possibile riconoscere irregolarità “diffuse” che hanno reso van-
taggioso lo sviluppo della dispersione, non contrastate da un controllo del territorio che d’altro
canto rispondeva alla domanda crescente di servizi, sempre più qualificata e più urbana che ha
condotto all’affermazione della «città diffusa»; e se a scala maggiore si rileggono diversi piani e
logiche di piano che ne hanno assecondato le spinte, non è possibile affermare che la pianifica-
zione sia stata assente o non abbia svolto un ruolo determinante».

100
il mercato del lavoro, con il forte impegno nella creazione di strutture e
nell’individuazione «capillare» di localizzazioni idonee che riducano i tempi
morti connessi alla frequenza scolastica «facendo pressione affinché sia
mantenuta una rete di servizi adeguata rispetto agli obiettivi di accessibilità
e qualità» (ibidem, p. 56), compensando le forme di razionalizzazione e
riorganizzazione della rete dei servizi previsti dalla normativa nazionale;
• anche con i provvedimenti più innovativi per sostenere lo sviluppo indu-
striale degli ultimi anni, attraverso la promozione di tre poli fieristici inter-
nazionali e altre manifestazioni minori localizzate nei poli urbani di secondo
livello (Progetto Internazionalizzazione Economia Veneta); con la creazione
di centri di ricerca e sperimentazione dislocati in diverse aree della regione
– Verona, Treviso, Padova, Venezia, con previsione di centri minori a Vi-
cenza, Thiene, Legnago, Conegliano ecc., concretizzatosi nel «parco multi-
polare» del Progetto Nest5 (Progetto Ricerca e Innovazione); con la riorga-
nizzazione territoriale dell’istruzione universitaria attraverso il decentra-
mento dei poli universitari regionali tradizionali (Venezia, Padova Verona)
e la creazione di istituti, facoltà e corsi di laurea distribuiti in diverse aree
della regione (con nuclei di maggiore consistenza nei capoluoghi privi di i-
stituzioni universitarie come Treviso e Vicenza);
• con il Piano regionale dei trasporti, da ultimo, giunto alla definitiva appro-
vazione della Giunta regionale solo nel 1989, riconoscendo che «condizione
determinante per conservare e accentuare la vantaggiosa caratteristica del
sistema policentrico è aumentare la funzionalità dei trasporti locali soprat-
tutto di persone, perché l’impossibilità di godere a distanza dell’effetto-città
non potrebbe che spingere verso una maggiore concentrazione della popola-
zione nelle città più grandi» (Regione Veneto, 1990, p. 15) sceglie come o-
biettivo prioritario per l’organizzazione della mobilità regionale, più che il po-
tenziamento del sistema autostradale, la realizzazione del Sfrm (Sistema fer-
roviario regionale metropolitano), il cui scopo dovrebbe essere proprio quello
di garantire l’efficienza del sistema di città, l’efficienza e la qualità di ogni
singola città, il livello di integrazione tra le diverse funzioni urbane, come in-
dicato anche dal Prs, a sostegno del sistema metropolitano centrale6.

5. Il Progetto Network Scientifico e Tecnologico del Veneto, che prevede un decisivo ruolo della
Regione nel sostegno e finanziamento delle strutture, propone la realizzazione di una rete di centri
destinati alla ricerca e all’innovazione, tra cui i poli scientifico-tecnologici di Venezia, di Padova e
agro-alimentare di Verona-Legnago; le strutture tecnico-scientifiche di Treviso, Vicenza, Rovigo,
Longarone-Cadore, Feltre-Valbelluna; Portogruaro-Veneto orientale, Oderzo-Pedemontana orienta-
le, Cittadella-Alta padovana, Monselice-Bassa padovana, Thiene (Veneto Innovazione, 1994).
6. Il Sfrm, nonostante ispirato a sistemi tedeschi di S-Bahn risulta «però in qualche modo
stemperato in una prevalente ottica “interpolo” che lascia irrisolti quei problemi “di area” cui
rispondono i sistemi tedeschi e francesi» (Zambrini, 1990, p. 72).

101
3. Prospettive del “policentrismo” negli anni ’90: la difficile indivi-
duazione di una nuova rappresentazione territoriale
Il processo di costruzione dell’immagine territoriale del Veneto appare lun-
go nel tempo, caratterizzato da forme di incrementalismo legate al modificarsi
dei processi di carattere socio-economico e alla loro lenta e difficile riduzione
scientifica e comprensione statistica, oltre ad essere sensibile all’evoluzione
delle discipline territoriali nel corso degli anni.
Numerosi osservatori hanno individuato i limiti dell’evoluzione del modello
interpretativo e della rappresentazione del territorio regionale:

– in particolare, l’incapacità di cogliere le profonde trasformazioni in atto e le for-


ti differenze esistenti fra le aree e l’eccessiva riduttività della complessità socia-
le ed economica in schemi troppo semplificati, spesso di carattere dualistico (a-
ree omogenee-aree polarizzate; sviluppo-sottosviluppo; centro-periferia) secon-
do una concezione sostanzialmente evoluzionistica (Camicia, 1994);
– la mancata elaborazione concettuale di indicazioni di carattere statistico che
indicavano già il formarsi di «forme di interdipendenze, di complementarie-
tà» tra sistema insediativo, sviluppo delle attività produttive evoluzione del-
le strutture sociali (Domenighini, Gibin, 1987, p. 101; Indovina, 1986).

La lettura della realtà regionale e del modello veneto appare quindi semplifi-
cata, mentre l’interpretazione dell’articolazione del sistema insediativo «univoca
e restrittiva», poca approfondita, per alcuni versi distorta dalla visione di un
«processo di sviluppo industriale sostanzialmente morfostatico» (ivi). Già la let-
tura territoriale del Crpe del Veneto assumeva una forma estremamente riduttiva
delle differenze regionali, non tenendo conto, ad esempio, dei diversi sistemi in-
sediativi già individuati dal «Progetto ’80» all’interno dell’area centrale veneta
(reticolare di Venezia-Padova-Treviso, lineare pedemontano e sistema urbano
Adige-Garda), tantomeno di possibili politiche differenziate di sviluppo per le
diverse aree, oltre a non assumere valenza e spessore interpretativo nel merito
«dell’interconnessione tra connotazioni fisico-spaziali e le forme specifiche delle
relazioni economico-funzionali e sociali» (Camicia, 1994, p. 337)7.

7. Lavori successivi dell’Irsev (spesso richiamati nei Quaderni degli studi preliminari al Ptrc)
mettono in evidenza che l’analisi delle differenti caratteristiche del territorio veneto e di specifi-
cità nei processi di sviluppo erano già presenti (differenze tra i sistemi insediativi dell’area cen-
trale; differenze nei caratteri di marginalità economica delle aree depresse), come già allora erano
emerse nell’analisi alcune delle componenti peculiari della crescita economica della regione
(dall’industrializzazione diffusa alla connessione tra agricoltura e attività industriali – soprattutto
in termini di integrazione di reddito, mantenimento della popolazione nelle aree meno urbanizza-
te, contenimento dei processi di metropolizzazione –), come anche una lettura profondamente
critica dei limiti della definizione di «sistemi metropolitani» come modello interpretativo della
realtà veneta (cfr. Irsev, 1971a).

102
Questi limiti vengono recuperati nei lavori successivi dell’Irsev8, ma il Ptrc nel-
le versioni successive, nonostante muova verso una complessiva innovazione dei
criteri e degli indirizzi per la pianificazione, mantiene una rappresentazione del ter-
ritorio standardizzata e inadeguata, mostrando, anche rispetto ai risultati delle inda-
gini territoriali più recenti dell’Irsev, un generale calo di tensione e di interesse da
parte della Regione verso la rappresentazione territoriale del territorio.
L’organizzazione territoriale del Veneto manifesta infatti una forte tendenza
al mutamento, come sanciranno anche i dati censuari del 1991:

– da un lato il sistema metropolitano centrale mostra segni di agglomerazione


e di polarizzazione di funzioni eccellenti e di servizi rari, di attività produt-
tive più innovative, di terziario e di terziario avanzato, secondo modelli più
tipici di altre aree del paese, contemporaneamente ad una trasformazione
(accentuazione sostanziale) dei flussi migratori e di movimenti pendolari,
tali da mettere in discussione l’organizzazione policentrica convenzionale;
– dall’altro sia dal punto di vista dell’insediamento di attività produttive che
della residenza le cinture dei poli metropolitani fanno registrare andamenti
demografici e processi di insediamento di residenza e di attività produttive
meno pregiate che alterano sostanzialmente il sistema insediativo veneto.

Si nota (De Angelini, 1992) la permanenza di forme gerarchiche policentri-


che (come accade per esempio nella distribuzione dei servizi alle famiglie) e
l’insorgere di organizzazioni reticolari specifiche (ed è il caso dei servizi alle
imprese che presentano uno sviluppo invece «destabilizzante» la gerarchia ur-
bana tradizionale)9, alcuni cambiamenti di peso territoriale:

– il rafforzamento dei poli maggiori della regione (Padova e Verona, in posi-


zione dominante e assoluta rispetto al passato, mentre Venezia e Vicenza

8. Si presenta la possibilità, piuttosto, che questa rappresentazione del Veneto abbia piuttosto fat-
to «continuo ricorso a due livelli di descrizione: uno generale che individua fenomeni strutturanti
l’intera regione, e uno particolare, che riconosce porzioni di territorio entro le quali i fenomeni ge-
nerali si articolano assumendo carattere del tutto specifico. Le diversità all’interno del territorio ve-
neto sembrano così perfettamente riconducibili non ad un generico divario tra arretratezza e svilup-
po, quanto piuttosto a una differenziazione dei caratteri contestuali che sempre più vengono rappre-
sentati come elementi strutturali dello stesso territorio» (Secchi, 1996, pp. 129-130).
9. Emanuel, Caltran (1995) evidenziano tra l’altro che i differenti servizi osservati (agricoli, al-
le famiglie, alle imprese o a specifiche economie di distretto, tecnologici, alla mobilità e al traffi-
co, specializzati), non presentano né le stesse dinamiche di sviluppo tantomeno un omogeneo
processo di distribuzione sul territorio, ancor meno la medesima ratio nella localizzazione
all’interno dei poli maggiori o all’interno dei distretti produttivi: le loro interdipendenze «retico-
lari», ampiamente diramate sul territorio, instabili perché congiunturali, creano overlaps, pluri-
specializzazioni dei poli maggiori e specializzazioni dei poli periferici, «contribuiscono a forma-
re e a valorizzare le diverse modalità d’uso del territorio regionale, la divisione del lavoro e le
differenziazioni geografico-produttive e culturali che si sono storicamente affermate».

103
subiscono un ridimensionamento del loro peso territoriale) nonostante
l’affermazione di un decentramento funzionale;
– un rafforzamento di alcuni centri intermedi, soprattutto se all’interno di aree
a forte industrializzazione;
– rispetto al passato emergono per le spinte centrifughe dai poli metropolitani,
comuni minori di recente crescita demografica e localizzati nelle cinture
metropolitane.

Complessivamente si assiste ad uno concentrazione dello sviluppo industriale


e dei relativi servizi alle imprese (che appaiono più «aggressivi» rispetto alla
struttura urbana tradizionale) in una ristretta porzione dell’area centrale veneta.
Questa mostrerebbe una minore omogeneità rispetto al passato e piuttosto
un’accentuazione del suo policentrismo, a scapito però di alcuni centri intermedi
non interessati da processi di «ricentralizzazione periferica dei servizi» per cui
«queste entità sembrerebbero “appiattirsi” nei più pervasivi fenomeni della reti-
colarità diffusa» (Emanuel, Caltran, 1995, p. 40). Diversamente, l’area pedemon-
tana a forte sviluppo industriale e con struttura insediativa policentrica si sarebbe
rafforzata negli ultimi anni, riuscendo ad attrarre ora flussi e relazioni altrimenti
destinati ai capoluoghi o ad altri poli forti esterni all’area; ed infine le zone più
periferiche presentano «“picchi” di centralità e nodi di reti capaci di levare note-
volmente l’autonomia locale. Essi poggiano su uno “zoccolo duro” di servizi
“centrali” e di reticoli locali per le imprese e le famiglie ampiamente diramati e
anche dotati di attività di livello intermedio e raro» (ibidem, p. 40).
Al di là dell’evidenza statistica, sono le manifestazioni territoriali dell’inse-
diamento diffuso, lo sviluppo economico e l’organizzazione territoriale della «nuo-
va periferia industriale» (come lo sviluppo di alcune aree della regione un tempo
«periferiche» e «depresse») a stimolare una differente rappresentazione territoriale.
Rispetto a questa esigenza si deve registrare il lento esaurirsi della produzione
scientifica regionale, anche per il rallentamento dell’attività di indagine e rifles-
sione dell’Irsev sino alla sua emblematica chiusura del 1992. L’attività di ricerca
dell’istituto, in parte ripristinata nella pubblicazione dell’Atlante socio-econo-
mico del Veneto (avviato nel 1994 dal Dipartimento Piani, programmi della Re-
gione Veneto), non appare più in grado di stimolare il dibattito scientifico sulle
rappresentazioni territoriali: per l’inerzia delle immagini prodotte nel passato,
quanto soprattutto per una continuità metodologica nello studio dei fenomeni so-
cio-economici e delle dinamiche strutturali basata sui dati censuari e le rilevazio-
ni statistiche che appare insufficiente a cogliere le recenti trasformazioni territo-
riali. Queste ultime oggi sembrano richiedere una nozione più problematica del
modello policentrico, oltre ad una ridefinizione concettuale del processo di diffu-
sione «non più definibile in base a schemi quantitativi, né secondo processi di ti-
po gerarchico, dal centro alla periferia, ma piuttosto verso il riconoscimento di
caratteri strutturali qualitativamente diversi» (Camicia, 1994, p. 361).

104
La ricerca di nuove descrizioni territoriali, sulla spinta delle recenti trasforma-
zioni demografiche e dei processi insediativi della residenza nelle diverse realtà
urbane, anche se sulla base di modelli interpretativi di ambigua denominazione
(contro-urbanizzazione, dis-urbanizzazione), producono nuovi studi sulla realtà
regionale, già alla fine degli anni ’80. Sono letture che nascono principalmente in
ambito accademico e che rigettano la complessiva omogeneità anche dell’area
centrale e muovono verso l’individuazione di caratteri territoriali specifici e di-
versi, come d’altronde stemperano sempre più il concetto di “policentrismo” così
centrale delle elaborazioni scientifico-disciplinari precedenti.
Tra le prime e più significative di queste, si pone indubbiamente la ricerca
nazionale It.Urb.80 condotta sotto la guida di G. Astengo, per la quale l’unità
operativa del Veneto, se da un lato sposa la rappresentazione territoriale pro-
dotta dall’Irsev (distinzione per macro-aree, emergenza del sistema metropoli-
tano centrale e soprattutto il processo di consolidamento dell’articolazione ge-
rarchica spaziale convenuta), dall’altro, però, sottolinea già la presenza di di-
verse implicazioni territoriali all’interno dell’area metropolitana centrale. Que-
sta, infatti, appare caratterizzato (almeno nell’ambito circoscritto del caso stu-
dio affrontato dall’unità operativa, ossia la Riviera del Brenta tra Venezia e Pa-
dova) da «un ampliamento di scala dei sistemi di interazione funzionale e una
loro più accentuata configurazione di tipo reticolare per l’irrobustirsi delle mi-
cro-relazioni tra centri e nodi di pari livello gerarchico […]; una loro crescente
complessificazione a causa di effetti di polarizzazione incrociata, determinata
dall’intersecarsi di campi gravitazionali specializzati e una generale moltiplica-
zione e segmentazione dei bacini di interazione» (Camicia, 1990, p. 77) e che
ci sia all’interno della stessa area metropolitana centrale «una tendenziale non
coincidenza tra le aree di sviluppo demografico, le aree dello sviluppo della
produzione industriale, i luoghi più dinamici sotto il profilo della caratterizza-
zione in senso terziario; e pertanto un processo di tendenziale accentuazione
della specializzazione funzionale tra sub-aree […]».
Nei diversi studi che seguiranno è chiaro il tentativo di definire rappresenta-
zioni territoriali che alla descrizione delle nuove morfologie insediative riescano
ad affiancare interpretazioni corrette o verosimili dei processi in atto nella regio-
ne e soprattutto individuarne le tendenze: la «città diffusa» (Indovina, 1990) o
l’«habitat a bassa densità» o il relativo «uso allargato del territorio» (Secchi,
1995) o il «paesaggio sociale della dispersione» o «della diffusione urbana in un
contesto industriale o di piccola impresa in via di terziarizzazione» (Vettoretto,
1996) sono modelli interpretativi diversi, fortemente tesi ad individuare le ten-
denze delle nuove forme insediative; sono, soprattutto, rappresentazioni “dotte”,
accademiche, che nonostante il loro indubbio fascino e la loro forza evocatrice,
restano prive di sostanziali indicazioni per un’azione territoriale.
Né l’individuazione di sistemi urbani differenti pare avere una significativa va-
lenza euristica o almeno una portata innovatrice significativa sulle rappresentazioni
territoriali. Se l’individuazione di due sistemi urbani con caratteri metropolitani

105
(Verona-Vicenza e Padova-Treviso-Venezia, spezzando l’unitarietà del sistema
metropolitano centro-veneto) può inizialmente apparire come un’opportunità di ri-
levare processi insediativi e forme aggregative nuove, come nuove relazioni tra po-
li maggiori e centri urbani intermedi o centri minori e periferici, in realtà la forte
similitudine nei processi di suburbanizzazione e di de-urbanizzazione registrati ri-
compone una sostanziale omogeneità regionale (Gibin, 1998).
Non si registra un diverso interesse per la rappresentazione territoriale nella
fase di programmazione provinciale avviato dalla 142/1990. Anzi i diversi pia-
ni provinciali (prodotti nella prima metà degli anni ’90 e non tutti giunti a defi-
nitiva approvazione) non tentano nuove esplorazioni del sistema insediativo,
ma in molti casi accettano e riproducono l’immagine avanzata dal Ptrc.
Il Piano territoriale di coordinamento della Provincia di Venezia (1993) ot-
temperante alle indicazioni del Ptrc (e accogliendo le consulenze di alcuni ri-
cercatori dell’Irsev) sposa ancora lo schema gerarchico di organizzazione dei
centri, cercando solo di introdurre una logica reticolare nella lettura della di-
stribuzione dei servizi e delle funzioni, logica in base alla quale prevedere in-
terventi di contenimento se non di contrasto dei processi in grado di produrre (o
far perdurare) gli squilibri territoriali. Non diversamente il Piano territoriale di
coordinamento della Provincia di Padova (1992) in realtà nei suoi progetti
strategici propone comunque un mantenimento dell’organizzazione territoriale
così come formatasi storicamente, valorizzandone la varietà e l’identità, e ga-
rantendo funzionalità e riequilibrio attraverso un’offerta di funzioni di servizio
urbano e produttivo e di reti di comunicazione efficienti per il debito riequili-
brio territoriale e mantenimento della «struttura policentrica».
Se è possibile riconoscere una sostanziale novità nelle rappresentazioni ter-
ritoriali degli ultimi anni, queste risiedono sostanzialmente nella particolare at-
tenzione che si riscontra nelle definizione delle diverse peculiarità locali,
nell’individuazione geografica di sub-sistemi insediativi, nella specificazione
dei «materiali» e delle emergenze che permettono la delimitazione di particola-
ri ambiti territoriali, anche se questa ricerca spesso appare leziosa, a volte for-
zata e spesso incapace di produrre indicazioni di programmazione economica o
di pianificazione urbanistica specifiche: la riduzione operata dalle normative di
attuazione quasi sempre annulla le differenze territoriali10.
È possibile ammettere, però, che la pianificazione provinciale, o nel rispetto
delle indicazioni del Ptrc o piuttosto innovandole con nuove immagini, con
nuove esplorazioni, con nuove proposte di intervento sul territorio, spezzano
l’unitarietà del sistema insediativo veneto così come era stato “standardizzato”
nelle rappresentazioni regionali: la particolare attenzione per i capoluoghi (per
garantirne maggiore “competitività” e attrattività), il potenziamento dei sistemi

10. Nel Ptp di Padova se si riconoscono ambiti diversi (struttura lineare pedemontana; struttura reti-
colare della centuriazione romana; struttura policentrica meridionale; struttura radiale dell’area centra-
le), le scelte progettuali appaiono poi deboli per la loro conservazione, riqualificazione, mentre le indi-
cazioni normative sembrano condurre piuttosto ad una forte omogeneizzazione del territorio.

106
infrastrutturali (generalmente in stretto riferimento a problematiche locali), la
volontà di circoscrivere sistemi produttivi o distretti in aree specifiche (da so-
stenere con interventi mirati o da stimolare con incentivi), e sostanzialmente il
mancato coordinamento tra provincie, strumenti e politiche di settore differenti
(per i quali il Ptrc sembra un frame di riferimento debole), finiscono con il
frammentare un territorio che conserva ancora forme di omogeneità insediative
molto evidenti.

4. Prospettive del “policentrismo” negli anni ’90: un’incerta azione


di governo
Nel corso degli anni ’90, emerge con chiarezza una sostanziale difficoltà di
governo del territorio.
L’incredibile sviluppo economico del Veneto degli ultimi anni, le modifiche
intercorse nel mercato del lavoro, il ritardo nella realizzazione di infrastrutture
e nel miglioramento dell’accessibilità delle aree economiche più dinamiche
della regione, impongono un cambiamento nell’azione dei principali enti terri-
toriali. A questo si aggiunge una sostanziale diminuzione del consenso politico
che crea grandi aree di incertezza nell’azione della Regione. In attesa di una re-
visione del Ptrc o della redazione di un nuovo e più aggiornato Prs, la pro-
grammazione regionale sembra muoversi con fatica davanti alle incalzanti e-
mergenze del sistema produttivo delle piccole e medie imprese ormai struttura-
te in distretti industriali che, diventano in questi ultimi anni, il soggetto privile-
giato della politica regionale.
Le nuove politiche di intervento (dalle opere infrastrutturali ai contributi per
la formazione professionale e tecnica e per l’innovazione, così come i ritardi
nella tutela e salvaguardia ambientale), infatti, paiono tutte orientate al raffor-
zamento delle realtà produttive più competitive, agli incentivi per le aree in for-
mazione e alla creazione di nuove economie di distretto, per una diffusione
omogenea su tutto il territorio regionale. Da questo punto di vista l’obbligo im-
posto dalla l. 317/1991 (per l’individuazione geografica dei distretti industriali)
è apparso come una grande opportunità non solo per verificare la permanenza
(inerzia?) di alcune caratteristiche strutturali del modello veneto, quanto per in-
dividuare le nuove forme di organizzazione del territorio, l’insorgere di rela-
zioni reticolari tra aree, soggetti, imprese e sopratutto la portata dell’organiz-
zazione produttiva sul sistema insediativo complessivo, in un contesto regiona-
le così fortemente legato al sistema produttivo industriale.
Le suggestioni emergenti da numerosi studi avviati in Italia – come gli studi
di Brusco (1989), Becattini (1987; 1989), Garofoli (1991) – premono anche nel
Veneto per una sostanziale innovazione delle rappresentazioni territoriali, anche
per un’azione sul territorio più strategica e consona alle esigenze del sistema pro-

107
duttivo (in termini di organizzazione della sua struttura, di diffusione di nuove
forme reticolari, di creazione e dotazione di servizi specializzati e innovativi).
La risposta che sembra emergere in questi mesi, dopo la pubblicazione degli
studi regionali (Regione Veneto, 1997), appare al contrario deludente e riduttiva.
[…] Anzi, l’individuazione dei centri in grado di accogliere i servizi di sostegno
alle imprese segue ancora l’articolazione gerarchica dei poli urbani individuati
dall’Irsev a metà degli anni ’70.
Le difficoltà che la Regione incontra nella definizione di nuove geografie terri-
toriali sembrano discendere anche da una profonda del crisi del decision-making,
che si registra sin dagli inizi degli anni ’90: le nuove esigenze della società locale e
le politiche nazionali di razionalizzazione della spesa pubblica11 premono per
l’abbandono di politiche distributive “policentriche” generose e impongono una
programmazione strategica. Rispetto a questa esigenza, l’intervento per politiche
d’area o per aree-problema, così come avanzato dal Ptrc vigente, va rinnovato in
alcuni dei suoi contenuti, ma soprattutto ridefinito territorialmente, tenendo presen-
te le trasformazioni economiche e sociali avvenute. Per rimediare, poi, alla spora-
dicità e alla disorganicità di alcuni interventi che il Prs ha comunque promosso nel
corso di questi anni, diventa necessaria una specificazione più puntuale degli obiet-
tivi dell’intervento regionale, a volte fin troppo generici.
Prova di questa generale impasse si individua nelle difficoltà della Regione
negli ambiti privilegiati dell’azione di governo degli anni precedenti:

– la normativa nazionale (l. 412/1991; d.l. 502/1992; 517/1993) con indicazioni


di riordino del settore sanitario, impongono alla Regione una drastica raziona-
lizzazione delle attrezzature ospedaliere e dei servizi sanitari (superando la
regione abbondantemente la soglia della dotazione media dei 6 posti letto per
1.000 ab.), come la trasformazione/riconversione degli stabilimenti ospedalie-
ri non conformi agli standard individuati, la ridefinizione delle unità sanitarie
locali; in questo caso, a fronte delle numerose proteste locali, la Regione ha
solo in rari casi proceduto alla razionalizzazione delle strutture ospedaliere,
mentre la ridefinizione delle unità sanitarie locali ricalca, con poche e poco
significative variazioni, la precedente zonizzazione, come se tutta la regione
fosse affetta da «condizioni territoriali particolari» (Giraldo, 1996), in breve
senza mutare sostanzialmente la precedente organizzazione;

11. «L’impressione complessiva che emerge dall’analisi delle strategie e delle forme di intera-
zione tra i diversi soggetti istituzionali è dunque quella di un sistema politico più attrezzato per
compiti di stabilizzazione sociale secondo una logica di tipo incrementale e contingente, ma me-
no in grado di indirizzare attivamente lo sviluppo e di favorirne il consolidamento. Il processo di
regionalizzazione – che pure si è sviluppato – sembra aver ampliato queste caratteristiche originali
del sistema politico locale, fornendo nuove risorse per far fronte ai problemi emergenti, ma non ha
comportato una maggiore gerarchizzazione e aggregazione delle domande a sostegno di interventi
più selettivi e mirati a obiettivi di sviluppo. Non è stato cioè finora in grado di favorire un supera-
mento del localismo in un’efficace dimensione regolativa di tipo regionale» (Trigilia, 1986, p. 340).

108
– la l. 59/1997, impone la ridefinizione dell’organizzazione scolastica, con parti-
colare attenzione al dimensionamento delle istituzioni scolastiche e la localizza-
zione dei plessi; anche in questo caso la Regione stenta ancora a definire i crite-
ri ed i parametri per la riorganizzazione dell’istruzione, rallentando di conse-
guenza la redazione dei piani di dimensionamento da parte delle province.

Al momento, infatti, le politiche di piano della Regione sembrano oscillare


tra «uno schema di intervento guidato da un’ipotesi fondamentale sulle relazio-
ni di carattere gerarchico tesa ad una rivalorizzazione delle città come effettivi
centri propulsori dello sviluppo territoriale e una forma di azione pubblica tesa
a riconoscere le specificità delle risorse e potenzialità di sviluppo locale; come
intersezioni di vincoli, di opportunità strategiche e soggettività sociali» cosic-
ché «la percezione della natura dei differenti fattori di sviluppo, endogeni ed
esogeni, e delle relazioni gerarchiche e non gerarchiche, tra centri ed aree urba-
ne e metropolitane sembra risolversi nella presa d’atto della differenziazione
territoriale in “sistemi locali”» (Camicia, 1994, p. 341).
D’altro canto, la perdita di vigore dell’azione regionale si legge anche nel ri-
tardo accumulato da numerosi progetti avanzati a metà degli anni ’80 a sostegno
del policentrismo, primo fra tutti proprio l’attuazione del Prt, l’attivazione del
Sfrm o il mancato potenziamento di alcune attrezzature infrastrutturali che dove-
vano essere le strutture portanti del policentrismo regionale, necessari al suo ot-
timale integrazione e allo sviluppo delle relazioni funzionali.
Questo sistema politico in difficoltà (anche di consenso) sembra aver oggi
ancora bisogno di rappresentazioni territoriali in grado di restituire una cono-
scenza del territorio, delle sue tendenze e delle sue trasformazioni in grado di
poter ri-orientare l’azione sul territorio. Ma quali, dunque, le possibili immagi-
ni territoriali emergenti da una società in costante mutamento nell’inerzia del
proprio sistema insediativo? Quali dunque le innovazioni che le rappresenta-
zioni del territorio e della società potranno indurre nella politica e nel governo
delle trasformazioni territoriali?
Al momento sono proprio le trasformazioni del sistema produttivo, i suoi ef-
fetti sulla strutturazione degli insediamenti, le novità emergenti nell’organizza-
zione del territorio a stimolare una nuova fase di indagine, vincendo l’inerzia
del passato e imponendo un grande impegno nella costruzione di adeguate ed
efficaci rappresentazioni territoriali.

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111
È necessario “diramare” la città diffusa?
Le conseguenze sul governo del territorio di un chia-
rimento terminologico∗
di Francesco Indovina (2002)

1. Nominare le nuove morfologie dello spazio

Che la netta dicotomia città/campagna fosse saltata, era chiaro da un bel po’
di anni; che il fenomeno dell’urbanizzazione della campagna procedesse, era evi-
dente, ma solo negli ultimi dieci anni, più o meno, si è messo mano a tentativi di
valutazione ed interpretazione del fenomeno, ma, estremizzo, gli strumenti ado-
perati appartenevano alla precedente realtà per cui la città era quella che cono-
scevamo, o per meglio dire che si idealizzava, mentre ogni trasformazione della
campagna rappresentava un “attentato” alla conservazione del paesaggio. La
conseguenza di questa situazione era un moltiplicarsi di “metafore” e di interpre-
tazioni non “specifiche”. La terminologia usata, infatti, è varia e numerosa: urba-
nizzazione della campagna, urbanizzazione diffusa, sprawl urbano, villettopoli,
fino a… città diffusa, quest’ultima poi classificata come «negazione della città».
L’ambizioso progetto di intervenire su questa realtà (composita e diversa)
fino alla sua trasformazione in «città diramata», cioè di un fenomeno pianifica-
to che in qualche modo riaffermi anche al di fuori della città concentrata il sen-
so urbano, impone la necessità di un’esplorazione attenta, la ricerca delle cause
specifiche – non uguali in ogni luogo – assumendo che ci si trovi di fronte ad
una fenomenologia molto articolata e non omogenea; estremizzando si potreb-
be sostenere di essere di fronte a fenomeni diversi, non tanto a varianti di uno
stesso fenomeno.
Mi pare che se l’operazione dell’intervento non voglia configurarsi,
anch’esso, come “metafora”, ma più specificatamente come “progetto”, sembra
indispensabile esplorare almeno tre problematiche:


. Sta in: in Bertuglia C.S., Stanghellini A., Staricco L. (a cura di), La diffusione urbana: ten-
denze attuali, scenari futuri, FrancoAngeli, Milano, pp. 116-131.

113
– l’individuazione dei processi (economici, sociali, culturali, ecc.) che sono
alla base di ogni singola struttura organizzativa del territorio, in modo tale
da produrre una spiegazione o da avanzare ipotesi relative, tenendo conto
che la “somiglianza” non necessariamente presuppone un’unica paternità;
– la descrizione e interpretazione del fenomeno in modo tale da produrre ele-
menti specifici di identificazione, interpretazioni aventi, cioè, un forte con-
tenuto operativo;
– fornire una valutazione della singola organizzazione dello spazio secondo
parametri di qualità, di sostenibilità e di funzionalità, necessarie per ogni ti-
po di intervento di “diramazione”.

Da quanto detto in precedenza si deduce che non possa esserci un’unica in-
terpretazione del fenomeno (al massimo potranno esserci delle famiglie); così
si argomenterà più avanti, in relazione alla struttura del territorio e dei processi
che hanno portato all’attuale situazione, ai meccanismi di controllo pubblico
attivati o meno, ecc.
In questo quadro si vorrebbe sostenere che il termine città diffusa non vuole
essere una metafora per una generica descrizione del fenomeno dell’urbaniz-
zazione fuori dalla città: quando si è usato per la prima volta questa terminolo-
gia (1990) ad essa si è assegnata il valore dell’interpretazione di una specifica
forma tra quelle delle nuove morfologie dello spazio.
Com’è noto, le “parole”, soprattutto se tendono ad interpretare processi
complessi e sui quali non c’è concordanza di vedute, hanno una vita propria: il
termine è stato assunto (in Italia e all’estero) come descrittore generico del fe-
nomeno della diffusione. Volendo fare dei passi avanti nell’interpretazione del-
le nuove forme di organizzazione dello spazio sarà necessario non tanto fare
generico riferimento alle “nuove morfologie”, quanto piuttosto identificare in
modo specifico le differenti tipologie, assegnando a ciascuna una sua defini-
zione (non metaforica ma descrittiva).
In questo quadro il termine città diffusa ha una sua specificità.

2. Qualche dato di identificazione

Non è questa la sede per tentare un’“identificazione” specifica delle nuove


morfologie territoriali, tuttavia di seguito si vorrebbero fornire alcune brevi no-
tazioni rispetto ai tre problemi prima identificati. Le note seguenti non hanno
nessuna pretesa se non quella di segnalare questioni che possono contribuire sia
ad una migliore interpretazione dei diversi fenomeni di urbanizzazione “fuori
dalla città”, sia ad un minore fraintendimento sui termini e sui concetti. Si tratta
di aspetti fondamentali per poter affrontare la questione del governo.
A questo scopo si ritiene di rilievo considerare lo “statuto del territorio”, in-
tendendo con questo termine la struttura economica-sociale, funzionale ed il pa-

114
trimonio storico-culturale che insiste sul singolo territorio. Conviene rilevare che
l’urbanizzazione diffusa è indice di un forte indebolimento del processo di pro-
duzione agricola (quando questo indebolimento non c’è, manca l’urbanizzazione
diffusa). Il processo di urbanizzazione, in linea generale, non risulta compatibile
con l’attività agricola, esso si manifesta dove più consistente è la crisi della pro-
duzione agricola (per ragioni di prodotto e di mercato; per assenza di manodope-
ra; per ritardi nell’innovazione; per effetto di specifiche politiche, soprattutto del-
la UE). Non si sostiene che un uso “residenziale” della campagna sia sempre in-
compatibile con l’agricoltura (esistono esempi contrari), ma solo che una densa
urbanizzazione della campagna, che configuri nuove morfologie spaziali, ha bi-
sogno di aver campo relativamente libero da parte dell’attività agricola.
Una prima distinzione tra le diverse morfologie territoriali, non indifferente
per la comprensione dei processi in atto, riguarda la presenza o meno di una “me-
tropoli”: l’esistenza, cioè, di un territorio condizionato da una centralità consi-
stente dal punto di vista dimensionale (territorio e popolazione), rilevante dal
punto di vista economico (motore economico/finanziario) dell’area e determinan-
te dal punto di vista delle relazioni funzionali (servizi, attrezzature, ecc.).
Le aree metropolitane stanno profondamente cambiando e due sono i prin-
cipali fenomeni che qui interessano: una riduzione della gerarchia territoriale
(si sottolinea “riduzione”) ed una fuoriuscita dal cuore metropolitano di popo-
lazione e di attività che si disseminano nel territorio (sia attraverso processi di
neo-accentramento che di urbanizzazione diffusa). Di tale fenomenologia biso-
gna tuttavia sottolineare alcuni elementi:

– tale fuoriuscita è il risultato del “successo”, per così dire, della grande città.
Un successo che richiama, attività e popolazione, che valorizza lo spazio cen-
trale e contemporaneamente contribuisce a determinare situazioni di conge-
stione e, soprattutto, di insostenibilità economica per determinate categorie di
attività e tipologie di famiglie;
– che la dislocazione della popolazione e delle attività nel territorio più ampio
avviene attraverso meccanismi di ottimizzazione dell’accessibilità e della
convenienza economica (l’una e l’altra varia sia per le famiglie che per le
attività economiche);
– che i centri periferici della regione metropolitana assumono sempre maggior
“peso” (dimensionale, economico e funzionale), ma contemporaneamente
tende a crescere il legame (non sempre di dipendenza) dalla città centrale
(pendolarismo per lavoro, studio e loisir; relazioni economiche; servizi di
qualità; ecc.). Nello stesso tempo si moltiplicano le relazioni dei centri perife-
rici tra di loro, dando luogo a relazioni non solo centro-periferia;
– la città centrale, nell’ambito del suo stesso territorio, tende a perdere “mas-
sa” ma accresce la sua “potenza”.

115
In questo contesto, sommariamente descritto, che trova nel caso di Barcellona
(Spagna) un esempio quanto mai evidente, si ha l’impressione che l’urbanizza-
zione diffusa abbia suoi precisi connotati che per semplicità possiamo nominare
come “l’urbanizzazione della regione metropolitana” (termine che indica una
specificità che ha ancora bisogno di essere in dettaglio indagata).
Un secondo caso è individuabile nei territori investiti da un’urbanizzazione
legata ad attività temporanee di tipo turistico (soprattutto zone costiere). Una
tipologia, questa, che mette insieme zone di alta intensità dell’edificato con
ambiti più rarefatti, concentrazione di “servizi”, con ampie zone disservite. Si
tratta di un fenomeno noto, ma ancora da approfondire, che presenta periodi di
alta intensità d’uso con periodi di vero e proprio abbandono. Il connotato fon-
damentale di queste zone è lo sfruttamento di una risorsa naturale (ad esempio
il mare) alla quale nel tempo, per ragioni di concorrenza e di specializzazione
della domanda, si sono affiancate attrezzature specialistiche indirizzate a speci-
fiche segmenti di domanda. Tale accumulo di offerta (“naturale” e “specialisti-
ca”) determina forme di pressione sul territorio molto differenziate e strutture
di organizzazione dello spazio del tutto impreviste ed imprevedibili. Questi,
che è possibile chiamare «territori delle vacanze», presentano proprie caratteri-
stiche e specifiche problematiche che mentre configurano una nuova morfolo-
gia dello spazio si presentano strutturalmente diverse rispetto alle nuove morfo-
logie che sono caratterizzate da una continuità d’uso.
Un terzo caso è individuabile in quelli che possiamo chiamare i «distretti
dell’industria agricola». In alcune zone le modifiche nell’attività agricola, so-
prattutto verso la produzione agricola in serra, non solo hanno modificato il pa-
esaggio, ma ha sostanzialmente trasformato il tradizionale insediamento. In
modo semplificato possiamo segnalare tre fenomeni caratterizzanti:

– la necessaria e continuativa presenza degli addetti sul posto – (in linea di


massima i membri del nucleo familiare “imprenditore” (spesso con qualche
dipendente –, avendo questo tipo di attività agricola necessità di interventi
continui, di controlli, di manutenzione delle attrezzature e delle serre, il che
determina un insediarsi più pertinente (soprattutto in alcune zone);
– la maggiore disponibilità economica di questi “imprenditori” che determina una
presenza edilizia nel territorio differente da quella della tradizione agricola;
– specifici servizi che tale tipo di produzione richiede e che configurano in-
terventi sia di edificazione che di infrastrutture.

Un quarto caso è costituito da una permanenza: la campagna (più o meno


della tradizione). Pare corretto rilevare che esistono zone specifiche in cui la
campagna (pur con le necessarie innovazione tecnologiche) resiste: essa cioè
mostra, dal punto di vista economico, la capacità di mantenere integro il territo-
rio destinato ad un’attività produttiva. Anche nell’ambito della Pianura Padana,

116
area molto intensamente urbanizzata, esistono comparti territoriali che hanno
subìto una limitata o nessuna invasione di urbanizzazione.
Il quinto caso è il… resto, che erroneamente viene considerato quasi del tutto
omogeneo e per il quale si usa la dizione, generica in questo caso, di città diffusa.
In realtà, questo territorio urbanizzato presenta consistenti diversità sia morfo-
logiche che funzionali e solo ad alcune di queste è corretto assegnare il connotato
specifico di città diffusa. Ed in particolare in questo territorio possiamo distinguere:

– i distretti industriali, il cui connotato caratterizzante è il processo produttivo


di un determinato bene, con forme di organizzazione della produzione anche
differenziate da un distretto all’altro (da una sorta di taylorismo diffuso nel
territorio, alla produzione per un’impresa leader dello stesso distretto, a for-
me di lavoro terzista per imprese leader nel mercato mondiale ed esterne al-
lo stesso distretto, ad altro ancora). Nei distretti l’approccio all’organizza-
zione dello spazio è fortemente finalizzata alla produzione piuttosto che
all’urbano (ciò non toglie che alcuni distretti possono configurarsi o essere
inseriti in contesti che legittimamente è possibile definire di città diffusa);
– gli insediamenti esclusivamente residenziali, in genere si tratta di aree resi-
denziali, con modesti servizi e con poca o nulla condizione di tipo urbana.
Molto spesso si tratta di insediamenti di edilizia convenzionata e sovvenzio-
nata, che trova al di fuori dei centri consolidati aree a prezzi convenienti e
tali da permettere la realizzazione degli obiettivi sociali che tale edilizia pre-
suppone. Che spesso si tratti di zone a bassa qualità residenziale (zone dor-
mitori, assenza di servizi privati, ridotti servizi pubblici, marginalità sociale,
ecc.) non pare costituire elemento critico; infatti, si tratta di una tipologia
d’intervento che trova continuità nel tempo;
– un resto, che comprende forme diverse di urbanizzazione diffusa e di cam-
pagna urbanizzata, è tra queste morfologie che vanno individuati i casi di
città diffusa (propriamente detta).

3. Dell’auto-organizzazione

Passando dalla città concentrata, così come storicamente la si conosce, alla


campagna urbanizzata, con tutte le forme intermedie, cresce il peso dell’auto-
organizzazione. È ovvio che tutte le forme di aggregazione umana, inclusa la
città concentrata e pianificata, hanno un contenuto più o meno ampio di auto-
organizzazione che comprende anche la trasformazione nell’uso dei “luoghi”
diverso da quello o fissato dal “piano” o storicamente determinato (come sia
mutato l’uso delle piazze e degli spazi pubblici appare esemplare).
I processi di auto-organizzazione, tuttavia, non presentano carattere di asso-
luta “autonomia”, ma piuttosto essi sono condizionati più o meno a secondo
che si svolgano in ambiti:
117
– caratterizzati da norme, divieti e obblighi che vengono fortemente fatti ri-
spettare;
– caratterizzati da norme, divieti e obblighi che non vengono fatti rispettare;
– da condizionamenti amministrativi flebili;
– da condizionamenti economici più o meno forti;
– dal rispetto o meno di normali misure di sicurezza (aree sensibili, aree a ri-
schio, ecc.).

In sostanza, i processi di auto-organizzazione si dislocano lungo una traiet-


toria nella quale mentre è possibile cogliere il perseguimento di un interesse
“individuale” o di “parte”, questo può affermarsi senza preoccupazione degli
esiti, fino ad essere condizionato da elementi che tendono a dare contenuto di
valenza collettiva alla sua realizzazione.
È evidente che le forme di urbanizzazione della campagna o diffuse sono
quelle che meno hanno risentito di questi condizionamenti, fermo restando che
in alcuni casi essi interpretano e sono anche facilitati da un disegno di politica
territoriale che non “gradisce” forme di concentrazione di popolazione (casi in
cui si privilegia il policentrismo).
Guardare alle nuove morfologie territoriali tenendo conto del peso dei pro-
cessi di auto-organizzazione costituisce una rilevante valenza proprio ai fini di
possibili interventi normativi. Questi ultimi, infatti, per esercitare tutta la loro
efficacia hanno bisogno di piena consapevolezza dei processi in atto; politiche
generiche rischiano, infatti, il fallimento.

4. Uno spartiacque

La città diffusa costituisce l’evoluzione di forme diverse di “occupazione”


del territorio. L’ipotesi evolutiva, piuttosto che quella di “fondazione”, è quella
che più si adatta ai risultati dell’analisi delle trasformazioni del territorio. Si
può notare il passaggio dalla campagna alla città diffusa secondo fasi in qual-
che modo delineabili.
Introducendo il concetto di “evoluzione”, preme, tuttavia, evitare un frain-
tendimento: non si presuppone un’evoluzione obbligata da “campagna” a
“campagna urbanizzata”, poi da “campagna urbanizzata” ad “urbanizzazione
diffusa” e, infine, da “urbanizzazione diffusa” a città diffusa. Non esiste nessun
“destino”, né tantomeno una visione meccanica dell’evoluzione delle forme di
organizzazione dello spazio. Quello che, in un certo senso, appare consolidato è
il fatto che ciascuna forma organizzativa, come prima delineata, presuppone la
precedente, senza con questo voler implicare un passaggio obbligato e avendo
chiaro che mentre l’attenzione è puntata su quella specifica forma chiamata cit-
tà diffusa si opera una semplificazione collocando forme diverse di morfologie
territoriali nell’unica famiglia di urbanizzazione diffusa. È molto probabile –

118
ma non è tema di questa nota – che l’urbanizzazione diffusa contenga, oltre che
la città diffusa, forme specifiche e differenziate tra di loro di organizzazione
dello spazio. In sostanza si crede necessario che la terminologia «urbanizzazio-
ne diffusa», che in una certa fase storica descriveva fenomeni abbastanza assi-
milabili, oggi delinei una situazione di forte articolazione che necessita di una
nuova tassonomia utile ad interpretare fenomeni diversi.
Assumendo, con le precedenti cautele, una linea evoluzionista, pare possibi-
le identificare una cesura, il passaggio, cioè, da fenomeni appartenenti, in un
certo senso, alla “condizione” della campagna a quelli riferiti all’urbano. Cesu-
ra identificabile, per adesso, nella città diffusa (propriamente intesa)
Questo spartiacque non è determinato soltanto da fattori quantitativi, ma so-
prattutto da fattori qualitativi fino ad una fase in cui quantità e qualità delle infra-
strutture e dei servizi sono finalizzati a permettere (e se del caso a migliorare) la
“residenzialità” nella campagna, mentre, da una certa fase in poi, infrastrutture e
servizi innestano, in uno specifico territorio, usi e relazioni di tipo urbano.

5. La città prevale

Un approccio evoluzionista permette, inoltre, di offrire alla discussione la


tesi che la forma dell’organizzazione dello spazio che si riconosce quale “città”
(tradizionalmente intesa) costituisce, per così dire, la “nicchia ecologica” della
specie umana, che, cioè, l’insediamento umano tende ad organizzarsi in “città”
per una sorta di “imperativo dell’esistenza” e per garantire alla specie evolu-
zione e sviluppo. Il fatto che forme abnormi di città finiscano per costituire un
fattore negativo è ancora da dimostrare (la misura non può che essere riferita
all’intera umanità urbana, non a sue porzioni) e poi non è detto che le grandi
metropoli non costituiscano una patologia della forma urbana.
La città, cioè, tende a prevalere sulle altre forme di organizzazione del terri-
torio, nel senso dell’evoluzione di cui si è detto in precedenza. In sostanza tale
evoluzione appare fortemente influenzata dalla cultura urbana, non si tratta,
cioè, di un’evoluzione casuale, ma piuttosto causale.
Una scarsa attenzione a tale fenomenologia ed una generica considerazione
di tutte le nuove forme di organizzazione del territorio diverse dalla città com-
patta, inopinatamente definite città diffusa, porta a caratterizzare la domanda di
città diffusa come “profondamente anti-urbana” o ancora a definire la città dif-
fusa come «non città». Al contrario – questa è la tesi interpretativa che in que-
sta sede si difende – la città diffusa, strettamente intesa, costituisce l’elemento
dinamico della trasformazione di forme di organizzazione dello spazio non ur-
bano verso la città. Si tratta, cioè, del prevalere della forma di vita urbana.
Giunti a questo punto si impone una sorta di onere della prova, cosa possibi-
le a partire dalla definizione di città e di città diffusa.

119
La città dev’essere assunta non tanto per i suoi connotati fisico-morfologici
(densità, intensità ed assenza di soluzioni di continuità) quanto piuttosto per i
suoi attributi di funzionalità e di relazioni sociali. La terminologia città diffusa
sarebbe giustificata solo se si operasse questo spostamento di ottica. Si può so-
stenere – e la cosa non può essere disconosciuta – che i connotati fisico-
morfologici non siano marginali nel concetto di «città», ed è proprio per questo
che il passaggio dall’urbanizzazione diffusa alla città diffusa corrisponde anche
ad un processo di densificazione e di intensificazione fisica, tuttavia è alla fun-
zionalità, anche sociale, che dev’essere posta maggiore attenzione.
Tutte le note che declinano la città diffusa genericamente intesa, come «non
città» o come «anti-urbana», prendono le mosse dalla prossimità e dall’esalta-
zione della condizione urbana caratterizzata dalla libertà, dalla molteplicità delle
relazioni, dalle numerose opportunità, dalla “casualità” degli incontri e dei per-
corsi, ecc., tutte caratteristiche dedotte dall’ideologia urbana piuttosto che dalla
realtà. Infatti, non si tiene conto del fatto che solo una parte modesta della popo-
lazione urbana riesca a godere di tutte le prerogative caratterizzanti la città e co-
me, in realtà, l’uso della città per la maggior parte dei suoi abitanti sia parziale,
sperequato e discriminato. In sostanza la città è contemporaneamente il punto più
denso di valenze positive ma anche quello più carico di contraddizioni e discri-
minazioni (fermo restando la sua valenza sostanzialmente positiva). Inoltre, la
prossimità se da una parte facilita le caratteristiche della città, dall’altra parte non
pare essenziale, in generale, al pieno dispiegarsi di tali caratteristiche.
Si deve accennare anche al ruolo negativo assegnato all’edilizia della città
diffusa, descritta sempre come di bassa qualità, con la casa-laboratorio, villet-
topoli, ecc., in realtà nella città diffusa propriamente detta si è in presenza di
una situazione molto articolata in cui sono presenti dei prodotti edilizi tipici
della città come i condomini, non solo ma anche la qualità edilizia risulta arti-
colata con episodi non solo di bassa qualità (l’evoluzione della piccola indu-
stria di successo si caratterizza, per esempio, anche per la ricerca di un’edilizia
industriale di “autore”). Del resto non pare possibile affermare che l’edilizia
della città tradizionale sia tutta di qualità, la caratteristica urbana, anche della
città diffusa, sta propria nella commistione di alta e bassa qualità, di funzioni
diverse, di aree di specializzazione, di sperimentazione anche costruttiva.
Più complessa appare la questione del “paesaggio” distrutto dalla diffusione
dell’urbanizzazione: mentre è chiaro cosa possano intendere quanti parlino di
“distruzione” del paesaggio, si vorrebbe sommessamente sottolineare come il
paesaggio sia per sua definizione variabile (cosa potranno dire i “nati” nella cit-
tà diffusa del loro paesaggio?). Il punto non sta quindi nella sua variabilità che
deve essere non solo accettata ma data per caratterizzante, ma piuttosto nella
definizione di quali aspetti (parti, connotati, ecc.) di ogni singolo paesaggio
siano privatizzabili e quali invece assunte con valenza collettiva (non privatiz-
zabili), assumendo che questa divisione indichi un grado differente di trasfor-
mabilità e anche differenti procedure di trasformazione.

120
La connotazione negativa assegnata alla città diffusa in realtà parte dall’as-
senza di prossimità e da questa si deduce l’impossibilità del pieno dispiegarsi
delle connotazioni urbane. Mentre non si può ritenere l’assenza di prossimità
come una condizione indifferente, si può, tuttavia, osservare che nello specifico
caso della città diffusa essa non costituisce ostacolo all’affermarsi della condi-
zione urbana. In sostanza si è in presenza di una città diffusa tutte le volte che
pur in assenza di prossimità si manifestino condizione di uso urbano. La città
diffusa appartiene alla famiglia dei fenomeni urbani non tanto dal punto di vista
morfologico, quanto per i suoi elementi organizzativi, funzionali e d’uso. Se la
città fosse definita soltanto per i suoi connotati morfologici (densità, intensità e
assenza di soluzione di continuità) allora la città diffusa sarebbe un nulla, ma,
se al contrario la città si potesse caratterizzare anche per le specifiche funzioni,
per la dotazioni di attrezzature e servizi, per le relazioni sociali ed economiche
che vi si svolgono, per la sua densità culturale, allora il termine «città diffusa»
risulterebbe idoneo a descrivere una particolare forma di organizzazione dello
spazio. La notazione città diffusa, quindi pur esprimendo una sorta di contrad-
dizione in termini (“diffusa” in un certo senso si contrappone a “città”), appare
dotata di senso e di una buona intelligibilità.
Aver distinto l’aspetto morfologico da quello sociale, economico e cultura-
le, quali distintivi della città, significa riferirsi da una parte ad un elemento più
constante e stabile, quello morfologico, e dall’altra ad un elemento, per sua na-
tura, variabile e differenziato, quello economico, sociale e culturale. Non a ca-
so, per questo secondo elemento il termine correntemente usato è “di tipo urba-
no”, ciò vale anche per la città diffusa, dove economia, consumo, relazioni so-
ciali e culturale sono di “tipo urbano”.
Si può assumere che la città diffusa sia quella forma di organizzazione dello
spazio nella quale sono presenti le relazioni di “tipo urbano” e nella quale sono
anche presenti elementi della costituzione “fisica” della città ma che non presenta
i caratteri di densità, intensità e soluzione di continuità tipici della città. La città
diffusa non è costituita soltanto da residenza mono-familiare e isolata, ma da sue
articolate forme, fino ai quartieri di edilizia economica e popolare, da infrastrut-
ture e reti, da attrezzature e servizi (collettivi, privati e pubblici), da attività pro-
duttive, da zone di specializzazione, da spazi pubblici, ecc. Elementi, tuttavia,
non concentrati ma diffusi con soluzione di continuità del costruito e, in generale,
a bassa densità. Mentre si esalta il mix che è proprio della caratteristica della cit-
tà, si vorrebbe sottolineare che nella città diffusa tale commistione non è il risul-
tato (ovvio si potrebbe dire) dell’allargamento dell’area territoriale considerata,
ma una costante di singoli sue parti, senza negare la possibilità (che si ritrovano
anche nella città) di zone mono-funzionali e specializzate.
Nella città diffusa la gerarchizzazione funzionale appare ridotta, poiché gli
elementi strutturanti non paiono guidati da tensioni agglomerative, ma, piutto-
sto, seguono una tendenza di diffusione. La scelta di localizzazione, sia di atti-
vità, che di servizi che, anche se in misura minore, di abitazioni, appare attenta

121
a massimizzare l’accessibilità. È questo il territorio dove la “rete” appare forza
strutturante.
Il territorio della città diffusa appare formato da un reticolo, con capisaldi o
nodi di diverso livello (nuclei urbani di media e piccola dimensione, paesi, ag-
gregati residenziali o di attività, ecc.), mentre il territorio, per così dire, interno
tra questi capisaldi risulta edificato in un modo che possiamo ben descrivere
come diffuso. Il principio d’ordine che prevale sembra quello delle infrastruttu-
re di comunicazione. I capisaldi, principali e secondari, costituiscono “poli”
(deboli) di attrazione.
L’esito è un territorio con una gerarchia debole e dove le eventuali gerarchie
storiche risultano, potremmo affermare, attenuate. «Gerarchie deboli» (come
già sottolineato in altre occasioni) non significa assenza di gerarchie; così, in
generale, la gerarchizzazione risulta più consistente per quanto riguarda le fun-
zioni legate alla produzione, mentre più deboli risultano quelle legate alla ri-
produzione. Ancora residenza, servizi e produzione, che si distribuiscono nel
territorio in modo diffuso, hanno molti connotati funzionali di tipo urbano (dal-
le grandi e specializzate attrezzature commerciali, alle grandi infrastrutture
sportive, agli uffici pubblici con un’area di influenza molto ampia, ecc.), soddi-
sfano, cioè domande con bacino ampio. Sono proprio queste presenze nel terri-
torio e l’uso che gli abitanti fanno di questo territorio che permettono di assimi-
lare l’intero territorio ad una “città”, anche se densità, intensità e conti-
nuità non siano di tipo urbano. In particolare il processo evolutivo mette in luce
l’affermarsi, anche se debole, di un principio di agglomerazione lungo le arterie
principali che collegano i diversi capisaldi; in sostanza la città diffusa presenta
alcune configurazioni assimilabili alla città lineare.
Ci si trova in presenza di una situazione non consolidata, dove diffusione e
agglomerazione si presentano come due forze compresenti e agenti contempo-
raneamente. In termini un po’ estremizzati si potrebbe anche avanzare l’ipotesi
che, a meno di un intervento ordinatore, l’organizzazione dello spazio della cit-
tà diffusa tende ad evolvere verso un forma assimilabile alla tradizionale e-
spansione a macchia d’olio, in questo caso a partire non già dai capisaldi ma
dai collegamenti, con la differenza che nel caso tradizionale agiva una forza
centrifuga, mentre nel caso della città diffusa opererebbe una forza centripeta.

6. Verso la« città diramata»

“Governare” la città diffusa significa cose diverse ma convergenti: come or-


ganizzare meglio la struttura territoriale in ordine alla dotazione dei servizi;
come ridurre il consumo di spazio, consumo esaltato proprio dalla diffusione;
come eliminare fenomeni di congestione che, paradossalmente, sono presenti
anche nella città diffusa per l’uso preponderante del mezzo privato e dei tra-
sporti su gomma; come, fenomeno molto recente, rendere sicura la vita degli

122
abitanti; come, in ultima istanza, migliorare la vita dei cittadini e la qualità
dell’insediamento.
L’esistenza della città diffusa deve il suo connotato di città solo alla rilevan-
te mobilità dei suoi abitanti, una mobilità che, dato il carattere diffuso, è preva-
lentemente individuale, privata e automobilistica. Senza tale mobilità non sa-
remmo di fronte alla città diffusa, che come si è chiarito, presuppone come suo
elemento costitutivo che tutto il territorio venga usato come se si fosse all’in-
terno di una stessa città. Non si tratta soltanto di una mobilità casa-lavoro e ca-
sa-scuola, ma tutta la mobilità quotidiana tende ad aumentare (occasionale, per
gli acquisti, per il tempo libero, per le attività culturali, ecc.): è proprio della
città diffusa che “tutto sia distante”.
Va sottolineato, come già osservato, come l’evoluzione della città diffusa
manifesti, pur mantenendo le caratteristiche diffuse (bassa intensità e densità),
processi agglomerativi. Al territorio fittamente punteggiato da insediamenti
singoli succede un’organizzazione più densa: gli insediamenti tendono ad ag-
glutinarsi soprattutto lungo le arterie che realizzano i migliori collegamenti tra i
diversi capisaldi della rete (si può notare il rafforzarsi funzionale di alcune arte-
rie come “strade marcato”). Va notato, perché questo appare rilevante per
l’intervento, che questa tendenza agglomerativa è facilitata, incentivata e pro-
mossa dagli insediamenti residenziali di tipo pubblico, dalla localizzazione di
servizi alle persone e alle imprese, dalla definizione di aree specializzate desti-
nate alla produzione o, altre, al consumo.
Il successo, per così dire, della città diffusa ha determinato la tendenza ag-
glomerativa; esso, infatti, ha determinato una crescente localizzazione di servizi
(alle imprese e alle persone) ma anche il trasferimento al suo interno di popola-
zione urbane (in senso tradizionale) che ha immesso nel tessuto diffuso usi e do-
mande di tipo urbano. Questo processo non va assunto come contraddittorio con
il connotato “diffuso”, ma piuttosto come una tendenza che rende più funzionale
la città diffusa. Il coagulo morfologico, quale conseguenza di concentrazione di
persone, servizi, attività e funzioni nella città diffusa, tende a modificare e cor-
reggere alcuni degli eccessi diffusivi. Detto in modo un po’ schematico, le ten-
denze agglomerative senza modificare nella sostanza i connotati specifici del dif-
fuso, tendono a rafforzare l’elemento sostantivo della locuzione città diffusa.
Il governo della città diffusa dovrebbe aiutare a rafforzare questa tendenza.
La via maestra per realizzare questo processo attraverso azioni di governo non
potrebbe che essere l’aumentata dotazione di infrastrutture e la crescita del ca-
pitale fisso sociale nella sua complessità. Se il capitale fisso sociale costituisse
la “condizione generale” del processo di produzione lo sarebbe anche nel senso
della funzionalità urbana. Tale maggiore dotazione non dovrebbe avere lo sco-
po di aumentare le gerarchie territoriali, ma piuttosto quello di rafforzare i ca-
pisaldi della rete e i processi di agglomerazione in atto.
La città diffusa, in generale, proprio per la sua genesi, risulta sottodotata di
servizi e di strutture culturali (comprese quelle scolastiche). Spesso la sua popo-

123
lazione supera per dimensione quella di una media/grande città, ma le sue dota-
zioni di servizi culturali non sono paragonabili alle disponibilità di queste. La
correzione di tale distorsione non può essere assunta come risultato di auto-
organizzazione (anche se si possono segnalare casi interessanti di questa tenden-
za), ma piuttosto essere il risultato di una “politica” specifica. In assenza di un
adeguamento dell’offerta di questi servizi il contesto culturale della città diffusa
risulterebbe non coerente con il livello di sviluppo economico raggiunto. In que-
sta direzione potrebbero giocare un ruolo di rilievo sia il rafforzamento in questo
senso della rete dei capisaldi, sia l’insediamento di nuove strutture e attività.
Tutto ciò non ridurrebbe la compromissione a larghe maglie del territorio
coinvolto (effetto del depotenziamento dell’attività agricola), ma darebbe alla
città diffusa un’ossatura più solida e creerebbe le condizioni sia per il miglio-
ramento della convivenza sociale e della qualità della vita dei suoi abitanti, sia
per migliori performance delle attività economiche.
La città diffusa, infine, presenta un prevalente problema di governo dovuto
alla sua dimensione territoriale e, corrispondentemente, al fatto che su di essa
esercitano potere di governo più entità (amministrazioni comunali). I singoli
“poteri” non possono che avere un’ottica “parziale”, mentre per la funzionalità
della città diffusa si presuppone un unico punto di vista (quello, appunto,
“complessivo”, la cosa non sembri paradossale), né pare che per quanto riguar-
da i poteri locali tenda a prevalere l’auto-organizzazione, che in questo settore
appare, in generale, debole. Anche se le amministrazioni comunali tentano pro-
cessi di collaborazione, alla fine tende a prevalere la concorrenzialità e la reci-
proca “indipendenza” (gli effetti di spill-over molto spesso sono di rilevante
peso e non positivi).
Il livello di governo è questione di grande rilievo ma di difficile soluzione,
l’ipotesi di un organo di governo sovra-comunale si scontra, infatti, con la difesa
di prerogative precostituite e giustificate dalla precedente organizzazione dello
spazio. Non si tratta tanto di predisporre ulteriori elementi di ingegneria istituzio-
nale – le istituzioni sembrano soccombere sotto il peso delle loro riforme – ma
piuttosto di attivare processi di pianificazione di “area vasta”. Sembra necessario,
infatti, affermare che la città diffusa richieda oggi un qualche livello di governo
complessivo senza il quale le pur rilevanti energie rischiano di essere coartate dal
deficit di funzionalità e di organizzazione, lo strumento del piano di area vasta
appare, nella situazione, una possibilità percorribile.
Il potere sul territorio fonda l’identità locale, esso, quindi, non può che ap-
partenere che alla comunità locale: si tratta di una condizione inviolabile (come
tutte le questioni nella quali entra l’identità). Tuttavia tale potere è messo con-
tinuamente in discussione e trova continue limitazioni: “poteri” di livello supe-
riore, infatti, hanno la possibilità di introdurre vincoli (si pensi ai livelli di
strumentazione urbanistica e di programmazione), di dettare condizioni d’uso
(si pensi alle servitù militari), di trasformare (si pensi a tutte le azioni che han-
no valenza impositiva, come le opere pubbliche), ecc. In realtà un numero

124
troppo elevato di istituzioni hanno potere di incidere sul territorio, spesso in
modo scoordinato, spesso in contrasto e contrapposizione tra di loro. La città dif-
fusa soffre massimamente di questa situazione, la sua positiva evoluzione preten-
de un punto di vista unico. Va osservato, infatti, che se da una parte i confini
amministrativi costituiscono una discontinuità, dall’altra parte il territorio della
città diffusa costituisce un continuum organizzativo, funzionale e strutturato che
va assunto nella sua interezza. In sostanza quello che si prospetta come elemento
costitutivo di un progetto per la città diffusa è la messa in agenda di una possibile
modifica del potere sul territorio, in particolare la sua unificazione ad un livello
superiore a quello della singola amministrazione locale. Un potere territoriale di-
slocato a livello intermedio e che fornisca stabilità alle scelte operate, sembrano
necessarie non solo per garantire una positiva evoluzione della città diffusa, ma
anche per affermare principi di salvaguardia e di razionale uso dello spazio in un
ambito dove spesso questi principi sono stati negletti.
Tenuto conto delle necessità che emergono nel territorio della città diffusa
pare di poter individuare nei seguenti i principali aspetti ai quali il piano di a-
rea vasta della città diffusa deve porre attenzione:

– equilibrio urbano: non si potrà che prendere atto delle differenze che storica-
mente si sono costruite all’interno della città diffusa, in particolare delle ge-
rarchie territoriali (anche se deboli), dei processi di concentrazione produttiva
e dei servizi, delle carenze in segmenti significativi della vita sociale e cultu-
rale. Tale presa d’atto non può essere premessa per eguagliare tra di loro le
diverse parti del territorio – nella città diffusa come nella città – le differenze
di singole zone sono una caratterizzazione della morfologia territoriale, quan-
to piuttosto per verificare come integrare le differenziazioni in un territorio
definito “urbano” e come aumentare l’accessibilità di ogni parte con ciascuna
altra parte. In sostanza, l’ottica in questo caso non è territoriale (anche se la
pianificazione di area vasta a questo allude), quanto di tipo urbano, quindi il
termine «equilibrio» deve essere interpretato come integrazione;
– infrastrutture: per migliorare le condizioni di vita e la performance della cit-
tà diffusa essenziale appare la questione delle infrastrutture, cioè del sistema
nervoso della città diffusa. Non si tratta tanto di dilatare la rete infrastruttu-
rale (anche questo), ma soprattutto di razionalizzare funzioni di connessione
al fine sempre di aumentare la mobilità di tutti garantendo a tutti l’uso
dell’intero territorio come città;
– servizi: la concezione autonomista investe la dotazione dei servizi: ogni singo-
la comunità in base alla propria capacità di spesa potrà dotarsi di una data
qualità e quantità di servizi da offrire a propri membri; tuttavia la “comunità”
nella città diffusa travalica il singolo ente locale, per cui lo standard dei servi-
zi da garantire riguarderà l’insieme della popolazione della città diffusa non
sue porzioni (fermo restando che così come nella città tradizionali potranno
evidenziarsi segmenti spaziali differentemente serviti ma che le politiche di

125
intervento dovranno tendere a mitigare quale garanzia dell’affermarsi dei “di-
ritti di cittadinanza” per tutta la popolazione della città diffusa);
– qualità della vita: pur essendo fortemente individuale la valutazione della
qualità della vita, esistono condizioni minime che devono essere garantite a
tutti (risorse economiche disponibili individualmente, accessibilità ai servi-
zi, attrezzature, infrastrutture, ecc.).

Si propone un punto di vista “forte”, un piano di area vasta per la città diffusa
in grado di indirizzare l’auto-organizzazione, fissarne le regole operative, indivi-
duando vincoli e possibilità, il tutto finalizzato ad esaltare l’elemento urbano del-
la città diffusa. Un piano, cioè, che integra i contenuti del piano di area vasta con
quello comunale, e che soprattutto e declinato attraverso politiche attive.

126
La metropolizzazione del territorio.
Nuove gerarchie territoriali•
di Francesco Indovina (2003)

1. La dispersione è l’unico fenomeno nuovo?

La fase più recente dell’analisi dei fenomeni territoriali è stata caratterizzata


dall’attenzione posta al fenomeno della “diffusione”, dell’esplosione urbana,
della dispersione nel “territorio vasto” degli insediamenti di popolazione, di at-
tività e di servizi. Si è trattata di un’attenzione ben posta, dato che i fenomeni
di dispersione sono stati quelli più vistosamente evidenti. I risultati di queste
ricerche, sebbene non del tutto omogenei, sono di notevole interesse1 e hanno
dato luogo a rilevanti interpretazioni sia dei fenomeni territoriali che di quelli
connessi e di quelli strettamente correlati (localizzazioni di attività produttiva,
modifica nelle abitudini di vita, ecc.).
Sono stati descritti articolati «paesaggi urbani», che hanno arricchito note-
volmente la conoscenza dei fenomeni territoriali; tra “campagna” e “metropoli”
sono stati individuati diversi livelli di compromissione del territorio, diversi
gradini di trasformazione della campagna, in una scala che, comunque, non è

•. Il tema qui trattato, ora contenuto nel catalogo della mostra nelle sue edizioni catalana, castigliana
ed italiana, è stato presentato per la prima volta a Barcellona dell’ambito del seminario «La explosión
de la ciudad» (17-19 set. 2003) e ancora a Bari al seminario del Laboratorio di Analisi e Modelli per la
Pianificazione – Lamp (27-28 ott. 2003), le discussioni che si sono svolte in queste sedi hanno miglio-
rato le riflessioni qui presentate. Ada Becchi, Laura Fregolent, Michelangelo Savino e Flavia Schiavo
hanno letto una precedente stesura, mi hanno offerto suggerimenti, mi hanno proposto correzioni, mi
hanno sollecitato approfondimenti. Li ringrazio vivamente per il tempo che hanno voluto dedicarmi e
perché dopo la loro lettura il testo è molto migliorato avendo fatto tesoro delle osservazioni. Ma, come
si dice in questi casi, la responsabilità delle loro opinioni espresse è mia.
Sta in: Economia e società, regionale – Oltre il ponte, n. 3-4 e anche in L’Explosió de la ciutat. Morfologies,
mirades i mocions. Catalogo de la exposición por el Forum Barcelona 2004
1. La bibliografia accumulata sull’argomento è molto ampia, oltre a quanto citata nel prossimo
paragrafo tre si può vedere: Indovina (1990); Lanzani (1991); Boeri, Lanzani , Marini (1993);
Bianchetti (1995); Bonora (1999); Savino (1999); Bertuglia., Stanghellini, Staricco (2002); Da-
vico, Debernardi, Mela, Preto (2002); Detragiache (2002).

127
prevedibile sia percorsa sempre e tutta intera. Che poi per tutti questi fenomeni
ha teso a prevalere la dizione di «città diffusa» è indice di pigrizia intellettuale2.
È possibile registrare un abuso di termini come «complessità» e «frammen-
to», passepartout buoni per spiegare ogni cosa, o per meglio dire “paraventi” per
non spiegare niente: l’evidenza empirica assunta nella sua banalità ma non tratta-
ta, non indagata. Proprio nei fenomeni territoriali la “scala” assume grande rile-
vanza: scendendo di scala è ovvio che si trova il “frammento”, cioè si opera, in-
consapevolmente o meno, la semplificazione estrema, tanto estrema che
l’oggetto di analisi può risultare autonomo, o ancora misterioso, un piccolo reper-
to archeologico di una civiltà sconosciuta; l’oggetto “trovato” alla piccola scala,
per essere riconosciuto e correttamente interpretato, non può non essere collegato
al contesto più ampio, o se si vuole alla grande scala. Al contrario, salendo di
scala si trova la “complessità”, un concetto questo che non può legittimare
l’esistenza di qualcosa di inconoscibile, ma che, al contrario, pone l’esigenza di
un’indagine approfondita. Tutto è frammento, ma tutto non può essere frammen-
to: il frammento è tale rispetto ad un tutto, di cui è parte; se tutto è frammento
niente è frammento. La complessità non è il caos, essa è un ordine di molteplici
connessioni e relazioni: individuare queste, saggiarne ruoli e cause, diventa ne-
cessario per capire processi, dinamiche, specificazioni (Archibugi, 2003).
Ma niente è stato inutile. Scartando le scorie, quello che resta è una conoscen-
za più approfondita della realtà territoriale del nostro tempo, la consapevolezza di
una minore pregnanza della condizione urbana quale storicamente ci è stata con-
segnata dal passato, ma anche l’evidenza di una continua esigenza di città, cioè
di una realtà contraddittoria ma fonte di continua “meraviglia” per il tasso di im-
prevedibilità, luogo di opportunità, ma di pesante discriminazione ed emargina-
zione, della massima interazione sociale (Claval, 1982) ma anche d’isolamento,
di libertà, partecipazione e responsabilità, occasione collettiva per promuovere
nuovi modelli di organizzazione sociale, nuove forme di socialità, nuove modali-
tà di funzionamento. Si può affermare, per l’evidenza dei fatti, che contro ogni
ipotesi antiurbana la città si ricrea anche fuori dalle sue mura.
Si ha l’impressione che l’attenzione alla diffusione abbia offuscato un fe-
nomeno parallelo che correva, per così dire, sotto traccia. La diffusione, cioè,
non è l’unico fenomeno nuovo.
È individuabile, così pare, quella che, in modo del tutto provvisorio, è pos-
sibile chiamare una tendenza generale del territorio a metropolizzarsi o, come è
stato sostenuto (Nel-lo, 2001), alla formazione di «città di città». Alla luce di
tale fenomeno la diffusione e la dispersione assumono un connotato molto di-

2. Bisogna anche osservare che nell’analisi e interpretazione delle trasformazioni territoriali si


è pensato di trasferire alcuni elementi della cultura specifica del ’900; un’operazione questa che
sembra aver dato risultati di incerta determinazione e di modesta operatività, anche se di un qual-
che fascino letterario. Non sempre ciò che era stato innovativo in musica o in letteratura poteva
essere trasferito nell’interpretazione dei fenomeni territoriali. La psiche non è la società.

128
verso; così come va posta sotto una luce diversa quella che è stata interpretata
come “fuga” dalla città3.
Assumendo che il territorio e la città siano in continua trasformazione, vale la
pena non fermarsi all’aspetto più evidente del fenomeno, appunto la dispersione,
ma piuttosto conviene indagare con maggiore attenzione il contenuto completo di
tale trasformazione. L’ipotesi che si avanza, sulla base di alcuni carotaggi, è che
la tendenza alla dispersione si sposa con un processo che, provvisoriamente, pos-
siamo chiamare di metropolizzazione del territorio. Si può constatare, cioè, che
la dispersione e la metropolizzazione del territorio non appartengono ad “ere”
diverse, ma sono strettamente correlate o, per dirla in modo estremizzato ma e-
splicito, la dispersione genera la metropolizzazione del territorio e questa ultima
evita che la dispersione impoverisca la vita sociale e individuale ma che al con-
trario, a certe condizioni, possa generare crescita economica e sviluppo sociale.
Del resto se fosse vero – come in parte è sicuramente vero – che si è di fron-
te a grandi trasformazioni nelle tecniche di produzione, per le strette relazioni
esistenti tra queste ultime e l’organizzazione dello spazio, non deve meraviglia-
re che l’organizzazione dello spazio sia sottoposta a tensioni e a trasformazioni.
L’ipotesi qui avanzata della metropolizzazione del territorio, tuttavia, pone,
come si vedrà più avanti, non solo diverse questioni analitiche, ma rende neces-
sario lo sviluppo di indagine e di interpretazione più sofisticati4.

3. Il riferimento è alla situazione europea e in particolare dell’Europa meridionale e ancora più


in particolare dell’Italia. Esistono altre dimensioni, le città globali o le città del sottosviluppo, o
tradizioni urbane specifiche, come quella del Nord America, che non potrebbero essere comprese
nel ragionamento che in questa sede si svolgerà (Piccinato, 2002).
4. Appare evidente che gli studiosi o ricercatori che dir si voglia sono sempre in ritardo sulla
realtà che si trasforma, del resto non potrebbe essere diversamente dato che la loro attività preva-
lente è la “descrizione” e non la “previsione” (senza dire che in epoca recente si nega la possibili-
tà stessa di fare “ragionevoli” previsioni); così all’improvviso una descrizione fa scoprire un real-
tà esistente ma che non si aveva avuto la capacità di percepire. Un caso esemplare in questa dire-
zione è quello relativo alla molteplice articolazione della realtà italiana: quando Bagnasco (1977)
pubblica il suo saggio sulle Tre Italie, scopriamo che l’articolazione del paese non è duplice,
Nord e Sud, ma molteplice. È la scoperta di una realtà già esistente da molti anni e che in un cer-
to senso era stata segnalata ben diciotto anni prima (Ardigò, 1959), ma senza che questa indica-
zione fosse colta a livello generale. Lo stesso si potrebbe dire per la dispersione, ecc. Il problema,
tuttavia, sta nell’interpretazione da dare ai diversi fenomeni, senza semplificate generalizzazioni,
ma cogliendo le tendenze più rilevanti e più pregnanti, ma contemporaneamente assumendo che
tali tendenze non potranno che avere realizzazioni articolate, che pur nella loro diversità possono
appartenere ad una stessa logica. Le “descrizioni” che sono in grado di percepire i mutamenti e le
“interpretazioni” che individuano la causa e natura dei movimenti, costituiscono un sostanziale
apporto ad un approccio di governo delle trasformazioni stesse.

129
2. La metropolizzazione del territorio

Con il termine di metropolizzazione si intende indicare la tendenza all’inte-


grazione di diverse aggregati urbani e anche dei territori ad urbanizzazione diffu-
sa (qualsiasi sia la forma di tale diffusione). Una integrazione complessiva, che
riguarda le attività economiche, le relazioni sociali, le attività legate alla “vita
quotidiana”, alla cultura, ecc. I territori (caratterizzati da diverse modalità di or-
ganizzazione dell’antropizzazione) si funzionalizzano per realizzare, ma su que-
sto si tornerà più avanti, obiettivi di efficienza, per portare avanti strategie di svi-
luppo, per garantire migliore condizioni di vita della popolazioni insediate. In so-
stanza si avanza l’ipotesi che i processi di diffusione e dispersione territoriale
della popolazione, delle attività e dei servizi, non costituiscono né la premessa,
né la ricerca di un’autonomia degli stessi territori o aggregati, ma piuttosto una
modalità diversa e più allargata di costruire interrelazioni ed interdipendenze.
Una diversa modalità di produzione di “città”, di una nuova città.
Quella che si è chiamata metropolizzazione del territorio ha, in un certo
senso, il potere di riprodurre la città (o, estremizzando, di “salvarla”), cioè pre-
servare in una situazione nuova un contesto di scambi non solo economici, il
luogo dove si creano e ricreano continuamente i “meticciati” culturali, si molti-
plicano le relazioni sociali, si manifestano grosse contraddizioni, si innova la
vita economica, sociale e culturale. Insomma si salva e si rinnova la “nicchia
ecologica” della specie umana (Indovina, 2002). La struttura territoriale metro-
politana, inoltre, può essere assunta come espressione della cultura contempo-
ranea: come la città compatta ha costituito la rappresentazione della visione del
“mondo” dei due precedenti secoli (una città classista e insieme corporativa,
segmentata e disgiunta, difensiva e aggressiva), la metropolizzazione del terri-
torio dà corpo alla concezione del “mondo” di oggi caratterizzata dal problema
dell’integrazione (senza con questo affermare che il problema sia di facile so-
luzione, indicando piuttosto una tensione). Si intende sostenere che il processo
in atto, non solo urbano ma sociale, si caratterizza per la tensione all’aggrega-
zione: il soggetto si ri-aggrega, così come si ri-compone il frammento: la me-
scolanza delle differenze, ai diversi livelli e nei diversi contesti, appare come
una forte aspirazione della contemporaneità, è ovvio che proprio per la sua ca-
rica innovativa, produce pulsioni di rigetto. Si tratta di un fenomeno sociale
generato da diversi fattori (si vedrà più avanti) dal tecnologico al culturale,
dall’economico al consumo, ecc., fattori che, com’è noto, non influenzano in
modo uguale i soggetti sociali, in relazione ad una sperequata distribuzione di
risorse (economiche e culturali).
Di rilievo in questo ragionamento è la questione dell’identità. Recentemente
l’identità ha assunto come dato costitutivo prevalentemente i “luoghi”, sfocian-
do spesso in un gretto localismo chiuso ad ogni “altra” cultura che non fosse
quella locale (sempre più ristretta e magari “inventata” ricercando cervellotiche
discendenze). Se da una parte non c’è dubbio che i luoghi costituiscono una

130
componente della coscienza individuale non si può non notare come legare i-
dentità esclusivamente ai luoghi finisce per impoverire quella e limitare
l’esperienza personale5. Non si è riflettuto abbastanza che la forma di localismo
che tende a prevalere anche se cerca di legare identità e città (luogo) finisce so-
stanzialmente per negare la città, tipico luogo “aperto” e di incontro, o a deter-
minare una sorta di “costrizione urbana”, un fortilizio che metaforicamente, ma
anche realmente, la sera chiude le “porte” per escludere tutti gli altri6.
Una costruzione ideologica, quella del localismo, che ha anche alimentato
un movimento politico, che pare non regga alla prova dei fatti: le esigenze det-
tate dalla crescita economica, dalle modifiche degli stili di vita, dalla quotidia-
nità e dalle aspirazioni personali, hanno determinato la messa in crisi di tale i-
deologia (misurabile anche dalla perdita di consenso elettorale dei movimenti
localisti) e lo svilupparsi di una contraddizione tra ideologia localistica e aper-
tura metropolitana (con la costruzione di nuove identità)7.
Se per “area metropolitana” è possibile intendere un territorio le cui singole
parti sono tra di loro integrate in relazioni alle diverse funzioni e secondo una
struttura gerarchica, allora possiamo chiamare il processo, che si è in grado di
osservare, metropolizzazione del territorio. La terminologia usata non deve in-
durci in errore, il fenomeno ha, infatti, un connotato nuovo, sia per la sua di-
mensione, sia per le sue modalità.

5. Per altro non si può non constatare che la popolazione italiana presenta un’altissima mobili-
tà, non solo interna al singolo “luogo” (il comune) ma anche tra luoghi molti diversi: sono milio-
ni le persone che negli ultimi anni hanno cambiato comune di residenza e anche regione (questo
senza voler minimizzare il problema dello sradicamento, che è anche soprattutto un problema di
“crisi di accoglienza”).
6. Tipico il caso dell’amministrazione comunale di Treviso che guarda agli immigrati extra-
comunitari (e in genere tutti gli immigrati ma con particolare accanimento per i primi) come
“carne da lavoro” ma con nessun diritto alla città.
7. Sulla questione del rapporto tra identità e luoghi o mondo si possono vedere le relazioni ad
un recente seminario che affronta il tema della territorialità e della modifica di tale concetto nella
realtà in trasformazione non sottacendo punti di vista diversi (Dematteis, Ferlaino, 2003). Sul
problema dell’identità “metropolitana” paiono di molto interesse le brevi osservazioni di Enrico
Ercole (1992) che sottolinea la costruzione complessa dell’identità in relazione anche al “gover-
no locale”. Per una riflessione più ampia sull’identità, anche “locale” si può fare riferimento al
secondo volume di Castells, cit., dedicato, appunto, tutto all’identità nell’era informatica (Il pote-
re delle identità, nella traduzione italiana). Egli individua nell’azione collettiva il processo di i-
dentità locale e li considera come “difensive”. «Pertanto, le comunità locali, costruite attraverso
l’azione collettiva e preservate attraverso la memoria collettiva, sono fonte specifiche di identità.
M queste identità sono per lo più reazioni difensive contro imposizioni del disordine globale e
del suo rapidissimo e incontrollabile cambiamento. Esse sono porti (havens), non paradisi (hea-
vens)» (p. 70, trad. dell’a.). In ordine alla natura dell’attuale conflitto territoriale, Nel-lo (2003)
mette in evidenza la natura strutturale di tale conflitto, ma sottolinea come di tale conflitto non
sia strumentale alla richiesta di nuove condizioni di vita, ma piuttosto alla difesa dello status quo
(concetto ben espresso dal titolo del saggio «Aquì, no!»).

131
Nel recente passato, per esempio nel nostro paese, si era soliti riconoscere
un certo numero di aree metropolitane8, mentre si assumeva il resto del territo-
rio organizzato in entità autonome (piccole o grandi che fossero); certo ogni en-
tità territoriale era in relazione con le altre ma tale relazione non risultava strin-
gentemente funzionale. Nella fase attuale il processo appare generalizzato; la
tendenza, che pare possa essere messa in evidenza, è che l’insieme del territo-
rio si organizza in aree metropolitane9. Il fenomeno – se ne ha il convincimento
– appare da una parte inevitabile, per le trasformazioni del sistema economico e
sociale e, dall’altra parte, possibile, dato che la nuova struttura metropolitana
non necessita sempre di un grande centro che ne costituisca il cuore di riferi-
mento, ma tende ad organizzarsi per specializzazioni diversificate e diffuse e
secondo gerarchie variabili10.
La formazione delle nuove aree metropolitane si manifesta con movimenti
convergenti a partire sia dalle tradizionali strutture metropolitane (Nel-lo, 1999;
2004), sia dai territori autonomi e, soprattutto, dai territori caratterizzati da ur-
banizzazione diffusa.
Le aree metropolitane tradizionali tendono a passare da una gerarchia hard ad
una gerarchia soft (Indovina, 1999); infatti, i legami del centro con il resto del
territorio tendono a modificarsi: i movimenti di persone non sono solo mono-
direzionali (dalla periferia al centro), ma diventano pluri-direzionali in tutte le
direzioni comprese quelle dal centro alla periferia, come esito di diffusione nel
territorio non solo di popolazione ma anche di attività, di funzioni commerciali,
di servizi, ecc. La tendenza, dunque, non è più quella di concentrare in un unico
punto (città centrale) le funzioni principali, quelle economiche e dei servizi supe-
riori, ma piuttosto di distribuire nel territorio ampio punti di specializzazione, di-
versificati ma, appunto, integrati tra loro, che fanno, come dire, un tutt’uno11. In

8. Si pensi che la l. 142/1990 ha riconosciuto nel nostro paese l’esistenza di nove “città metro-
politane”, un numero esorbitante se si guardasse al fenomeno con l’ottica consolidata, assoluta-
mente insufficiente se si osservasse il territorio secondo il punto di vista qui presentato.
9. Se così fosse il riconoscimento di una funzione di “governo” metropolitano non potrebbe
essere limitato alla sole città individuate nella legge già citata.
10. In questo quadro appare necessaria una rivalutazione circa i concetti di addensamento (e
sinonimi) e diffusione (e sinonimi): di volta in volta questi sono stati caricati insieme di evidenza
negativa e positiva, secondo un’ottica differenziata attenta da una parte ai criteri di valutazione
dei singoli soggetti, o piuttosto riferiti alla collettività, o ancora guardando a costi individuali o
piuttosto a quelli collettivi, o ancora alla sostenibilità nelle sue diverse declinazioni, ecc. Pare che
nel nuovo contesto di metropolizzazione i suddetti concetti possano trovare una loro collocazione
adeguata e mediata, elementi della nuova strutturazione urbana, piuttosto che fattori di crisi (in
termini di eccessivo addensamento o viceversa eccessiva dispersione).
11. «Il processo di diffusione dello sviluppo dal centro alla periferia avviene prevalentemente
attraverso forme di localizzazione implicita (nascita di nuove imprese); riguarda settori industria-
li (solo quelli maturi e intermedi) e si estende anche ad (alcune) attività di servizio alle imprese;
tocca in modo differenziato le diverse province, lasciandone alcune chiaramente ai margini. […]
si arriva cioè all’offerta di una rete di opportunità, da cui emerge la contemporanea presenza di
fenomeni di concorrenzialità e di complementarietà tra le diverse città» (Cicciotti, 1990).

132
senso inverso, i singoli territori non tradizionalmente metropolitani tendono non
già ciascuno a tentare di appropriarsi di tutte le funzioni ma, piuttosto a generare,
anch’essi, punti di specializzazione diversificati e, appunto, integrati tra di loro.
Quello che è stata chiamata la “convergenza” è quasi sempre – e su questo
si tornerà più avanti- non l’esito di un governo pubblico del territorio ma piut-
tosto il risultato di un processo di auto-organizzazione12, che presenta i vantag-
gi di dare una risposta ad esigenze maturate, ma lo svantaggio di procedere per
tentativi parziali, di non avere chiare le interrelazioni generali e, operativamen-
te, di non essere sostenuto da un’adeguata strutturazione del territorio. Inoltre,
il processo di auto-organizzazione – che come detto risponde ad esigenze, de-
terminato come è dal “mercato” e privo di ogni mediazione collettiva – genera
processi di selezione, segmentazione e discriminazione sociale.
In sostanza, quello che tende a prevalere è una convergenza verso territori
organizzati in modo integrato e condizionati da una gerarchia soft; i nuovi pae-
saggi urbani, pur nella loro varietà, costituiscono le tessere del nuovo mosaico
metropolitano. La rappresentazione delle nuove gerarchie, in ambedue i casi,
non si configura come la tradizionale forma a “piramide”, massimi valori, co-
munque misurati, al centro e poi degradanti a mano a mano che dal centro ci si
allontana, ma piuttosto come una catena montuosa, con diversi cime e valli.
Si è detto di una “tendenza generale”; non si vuole con questo descrivere un
processo compiuto in ogni parte, né immaginare una legge ferrea che tutto ap-
piattisce, ma piuttosto indicare un processo in atto con caratteri di generalizza-
zione13. Tale tendenza non appare omologante: così come a città diverse poteva-
no accostarsi logiche di funzionamento omologhe, così logiche di movimento e
di funzionamento uguali si possono accostare a neo-aree metropolitane diverse.

3. Qualche traccia nella letteratura

Se si volesse rintracciare qualche precedente interpretazione di organizza-


zione del territorio, in qualche modo riconducibile a qualcosa di simile alla me-
tropolizzazione del territorio, il primo riferimento che viene in mente e quello
della megalopoli (Gottmann, 1961), tuttavia, trattandosi di un “caso” con di-
mensione, carattere e soprattutto capacità di “dominanza internazionale” pro-
pria, pongono questo riferimento fuori scala in relazione al fenomeno che qui si

12. L’affermazione circa l’auto-organizzazione non ipotizza un processo, come dire, totalmen-
te privato, ma piuttosto una modalità “razionale” di utilizzazione anche di “norme” di governo
che senza essere specificatamente territoriale hanno rilevati ricadute sul territorio; si pensi, per
esempio, alla normativa sulla “grande distribuzione”.
13. Con riferimento alle principali città (metropolitane), i fenomeni di riorganizzazione e di di-
versa distribuzione della popolazione, della produzione e delle funzioni era stata già messa in luce
(Camagni, 1992) nell’ambito del tema prevalente in quegli anni della “competizioni tra città”.

133
è voluto analizzare14. Pur tuttavia, astraendo dal caso particolare (la zona com-
presa dall’estuario del Potomac alla baia del Massachusetts, 700 km con una
popolazione all’epoca di 40 milioni di abitanti) alcune componenti di quella in-
terpretazione (formazione, problemi connessi, questione di governo, ecc.) pos-
sono costituire, se non proprio un riferimento, una suggestione15.
Per il tema qui affrontato di grande interesse appare il concetto di «città re-
gione» che ha trovato approfondimenti e precisazioni in un fondamentale semi-
nario svolto a Stresa nel gennaio 1962 sul tema «La nuova dimensione della
città regione» diretto da Giancarlo De Carlo. Si è trattato di un pionieristico
tentativo di sistematizzare alcuni fenomeni in atto tenuto conto di alcune ten-
denze della pianificazione urbanistica, sopratutto dei paesi del Nord Europa.
Può essere opportuno riportare dalla relazione di sintesi di De Carlo le diverse
ipotesi che definivano la «città regione»:

«La prima ipotesi considera che la città regione sia una città di smisurata cresci-
ta che si espande e dilaga nel territorio sotto forma di continuo urbano. Si tratta a
mio parere di una ipotesi errata e che confonde le idee […]. La seconda ipotesi con-
sidera che la città regione sia un’agglomerazione di centri che pur essendo coinvolti
da un comune processo di sviluppo conservano una loro autonoma esistenza. Persi-
stono le distinzioni tra città e città, tra città e campagna, tra periferie e centri, tra su-
burbi e nuclei urbani. Si tratta, in definitiva, di un intorno territoriale nel quale con-
tinuano ad agire i fattori di eterogeneità tradizionali e dove quindi non esistono le
condizioni di integrazione che sono tipiche della città regione. La terza ipotesi […]
considera la città regione come un artificio di forma atto a risolvere i problemi della
congestione. […] Infine, c’è una quarta ipotesi – con la quale personalmente con-
cordo – che considera la città regione come un relazione dinamica che si sostituisce
alla condizione statica della città tradizionale. In questa relazione la città si configu-
ra come il luogo di situazioni omogenee in continua mutazione, dove ogni parte si
integra con le altre secondo un rapporto che si modifica ad ogni fase dello sviluppo:
per cui l’interpretazione dei fenomeni e le azioni di intervento devono essere neces-
sariamente globali e, allo stesso tempo, elastiche. In conseguenza […] la città re-
gione […] è caratterizzata da una molteplicità di interessi che si diffondono
sull’intero territorio ponendolo in uno stato di permanente dinamismo, dall’alter-
nanza del peso di ciascuna delle sue parti in relazione al ruolo che esse esercitano
nel momento in cui le si considera, dalla presenza di strutture aperte, dalla tendenza
ad esprimersi in configurazioni formali a-stilistiche e in continuo rinnovamento,
vincolate alla dinamica delle situazioni» (De Carlo, 1962).

Il concetto di «città regione» sviluppato in modo particolare per alcune aree,


quelle di maggior sviluppo e quelle delle maggiori conurbazioni, presenta mol-
te delle caratteristiche che si sono ipotizzate per la metropolizzazione del terri-

14. A questo proposito si veda l’«Introduzione» di Lucio Gambi alla traduzione italiana del li-
bro di Gottman.
15. Una suggestione più interessante, in un certo senso, del concetto di conurbazione (Geddes,
1915) che pare nel nuovo contesto territoriale superato.

134
torio, con la sottolineatura che in questo caso si avanza l’ipotesi di una tenden-
za generale di tutti i territorio. Questo della «città regione» costituisce uno de-
gli elaborati più interessanti che siano stati prodotti da quel centro di grande
fermento intellettuale che è stato negli anni ’60 l’Ilses di Milano ed inoltre, la
cosa che più qui interessa, un’anticipata visione di fenomeni che si sarebbero
manifestati pienamente e in modo generalizzato più di trent’anni dopo.
Più ravvicinato nel tempo è misurarsi con i «modelli urbani a rete» elaborati
da Dematteis (1985,1990; Emanuel, Dematteis, 1990). Sebbene il concetto di
rete risulti a-spaziale, Dematteis identifica tre tipi di reti che tengono conto
dell’organizzazione del territorio e della sua evoluzione: «reti a gerarchia de-
terminata», «reti multipolari» e «reti equipotenziali». La seconda di tale tipolo-
gia può costituire un riferimento abbastanza pertinente alla metropolizzazione
del territorio, come pure alcuni elementi della terza tipologia. Dematteis coglie
le trasformazioni in atto, ma pare molto più attento ai rapporti di relazione, con
particolare attenzione alle nuove tecnologie, che non alla strutturazione del ter-
ritorio. Il suo contributo costituisce un’innovazione concettuale interessante
ma, almeno così sembra, non esaustiva dei fenomeni di trasformazione nell’or-
ganizzazione dei territori.
Nella raccolta nella quale appariva il secondo saggio di Dematteis, i curatori
(Curti, Diappi, 1990) sottolineano come reti e gerarchie possono anche inte-
grarsi: «sistema gerarchico e sistema reticolare sembrano a volte contrapporsi e
a volte integrarsi nei diversi contesti territoriali e ai diversi ranghi funzionali o
dimensionali». Non pare, tuttavia, che i due curatori abbiano tratto tutte le con-
seguenze della precedente osservazione16: infatti, è proprio l’integrazione che
costituisce il tratto più recente del processo di riorganizzazione del territorio.
Va detto, tuttavia, che forse a quella data (1990) il fenomeno oggi analizzato
della metropolizzazione del territorio (sempre comunque ipotesi interpretativa
da verificare) era ancora all’inizio e l’attenzione era posta soprattutto ai feno-
meni di diffusione e non a quelli di integrazione spaziale.
Anche Costa e Toniolo (1992) rilevano, anche se solo per le città metropoli-
tane incluse nella legge citata, che nel nuovo assetto internazionale hanno pos-
sibilità di «opzioni strategiche che consentono loro almeno in parte di decidere
il proprio destino», tuttavia dal tipo di argomentazione, anche se non in senso
compiuto, sembra potersi percepire che le ipotesi avanzate per quelle città po-
trebbero essere estese a molte altre.
Un ritorno più diretto e programmatico alla città fisica o meglio alla costruzione
della città fisica, con particolare riferimento a 19 città europee negli anni ’80, è la
ricerca diretta da Bellicini (1991) per conto del Credito Fondiario. Pur avendo per-
fetta percezione dell’importanza dei flussi, la ricerca mette in campo la questione
della dimensione costruttiva (fisica) della città come un elemento assolutamente

16. «[…] conviene rilevare che l’indicazione delle due scale [regionale e interurbana da una
parte e intra-metropolitana dall’altra, F.I.], […], se è comoda sul piano espositivo è per qualche
verso contraddittoria rispetto al modello analitico privilegiato» (cit.).

135
essenziale per giusta considerazione delle trasformazioni in atto. La questione non
pare di scarso rilievo dato che la costruzione del capitale fisso sociale costituisce
insieme il substrato potente della città e dei flussi17.
Di poco precedente alla ricerca curata da Bellicini è quella coordinata da
Giovanni Astengo (Astengo, Nucci, 1990) sullo stato dell’urbanizzazione in
Italia (iniziata nel 1982). La ricerca aveva l’intenzione di ricostruire il processo
di urbanizzazione nel trentennio 1950-80 con attenzione precipua sul “consumo
di suolo”: tale parametro ha permesso di identificare delle diverse tipologie, ma
tuttavia non è riuscita a riconoscere i processi di trasformazione e ha assimilato
tipologie tra di loro molto differenti relativamente ai processi di formazione e
alla loro futura evoluzione.
A quella curata da Giovanni Astengo si può idealmente collegare il pro-
gramma di ricerche Itaten curato da Alberto Clementi, Giuseppe Dematteis e
Pier Carlo Palermo (1996) per conto del Ministero dei Lavori pubblici. Da que-
sta ricerca si riporta quanto scritto da Alberto Clementi (1996) in relazione al
tema in questa sede sviluppato:

«Appare con grande evidenza […] come il processo di dispersione insediativa, già
segnalato dalle ricerche del decennio scorso, si sia ormai esteso a gran parte della pe-
nisola, con l’ovvia eccezione delle aree montane alpine e appenniniche e con quella
un po’ meno ovvia della regione maremmana e del suo entroterra, nonché della Basi-
licata e della Puglia settentrionale. Sullo sfondo di questa impressionante molecola-
rizzazione del territorio emergono addensamenti dalle morfologie ben distinguibili,
tanto per la loro natura quanto per l’estensione dello spazio. […] A ben guardare la
distribuzione complessiva dell’urbanizzato in queste regioni di maggior carico abita-
tivo è fortemente condizionata dai grandi segni della natura, i quali contribuiscono in
modo determinante ad articolare la struttura complessiva in corpi territoriali dai carat-
teri morfologici ben distinti».

I «corpi territoriali» individuati da Clementi, sebbene condizionati da un pun-


to di vista morfologico, in qualche modo possono essere collegati alla metropo-
lizzazione del territorio almeno nelle parti nelle quali tale processo di metropoliz-
zazione ha assunto caratteri di addensamento. Il punto di vista morfologico, seb-
bene molto importante, non permette, tuttavia, di cogliere il nuovo funzionamen-
to della struttura territoriale, le connessioni e le interrelazioni che travalicano
l’addensamento. Se, infatti, la strutturazione metropolitana porta tendenzialmente
all’addensamento, questo è fenomeno che non necessariamente si manifesta con i
caratteri delle tradizionali strutture territoriali, inoltre va segnalato che i “grandi”
«corpi territoriali» («il denso agglutinamento della regione padana») anche se
morfologicamente costituiscono un continuo, dal punto di vista funzionale pos-
sono caratterizzarsi come formate da diverse strutture metropolitane.

17. Vale la pena per le questioni che qui interessano fare riferimento ai saggi dello stesso Bel-
licini e di Farinelli nel primo dei tre volumi.

136
Pier Carlo Palermo (1996), a partire dai dati della stessa ricerca, fa un ra-
gionamento più sofisticato e molto relazionabile alle ipotesi avanzate in questa
sede. Riflettendo sulle nuove «forme insediative», osserva:

«D’altra parte, neppure un abitat a bassa densità sembra oggi (e in prospettiva) cor-
rispondere alle situazioni più interessanti […] assai più interessanti sono invece le situa-
zioni che presentano un intreccio complesso di principi differenti; e soprattutto sono e-
sposte a processi rilevanti di densificazione, che al limite potrebbero mettere in discus-
sione la stessa denominazione originaria. Appartengono ad esempio a questa classe
quelle situazioni che, più recentemente, si tende a denominare regioni urbane, […][si
tratta] della configurazione di una forma di vita in parte innovativa, che alla dilatazione
nello spazio associa nuovi modelli di organizzazione degli insediamenti e nuove prati-
che territoriali. […] La metafora della regione urbana evoca un territorio vasto e com-
plesso per la molteplicità dei principi insediativi e sociali; un territorio al plurale che
[…] richiede forme di concettualizzazione più sofisticate, di ordine superiore rispetto al-
le categorie già sperimentate».

La «regione urbana», sebbene bisognosa di specificazioni, pare un concetto


che può essere benissimo collegato a quello di territorio metropolizzato (quel
termine, per altro, sarebbe forse più elegante), tuttavia è più importante rilevare
che una ricerca ad ampio spettro avanzi delle interpretazioni simili a quelle che
risultano da, come è stato detto, qualche carotaggio.
I «territori spugna» (Secchi, 1999) attribuiti alla città contemporanea, in
qualche modo, interpretano una tendenza della diffusione a farsi città e con-
temporaneamente richiedono un di più di governo.
Sebbene faccia riferimento prevalentemente alle «aree metropolitane» così
come considerate nella tradizione di ricerca italiana, fornisce interessanti occa-
sioni di riflessione l’antologia curata da Guido Martinotti (1999), anche per al-
cuni interessanti confronti internazionali. Nessuna denigrazione della diffusio-
ne: «La diffusione dell’area peri-urbana è parte integrante della città contempo-
ranea […] il peri-urbano non è solo una porzione di città da saltare a piè pari, è
anche il luogo della nuova ridistribuzione sul territorio delle attività produttive,
dei grandi insediamenti di servizio, aeroporti e shopping center in particolare
modo, attorno ai quali si sta organizzando l’insieme delle attività urbane» (ibi-
dem, «Introduzione»). Una tendenza che trova alimento e giustificazione in fe-
nomeni sia di natura economica, che di ricerca di qualità della vita, che di fun-
zionalità territoriale. Che le azioni di “governo” in questa realtà appaiano del
tutto insufficienti e carenti (non solo in Italia) è argomentato dall’insieme dei
saggi dell’antologia. L’autore segnala, e non si può non essere d’accordo, che
rispetto a questi fenomeni «L’apparato concettuale e quello conoscitivo che ab-
biamo oggi a disposizione sono estremamente poveri» (ibidem).
«I futuri sviluppi urbani saranno dominati da una tendenza persistente verso
il decentramento urbano e verso regioni urbane funzionali più grandi», questa
conclusione del saggio di L. van de Berg (1999), conferma, da un punto di vista

137
diverso e da un approccio “politico”, che è possibile considerare non omogeneo
a quello qui seguito, che comunque lo si guardi il fenomeno della diffusione e
dell’integrazione mostra la sua evidenza.
Manuel Castells (1996-2000) ha dedicato tre volumi (tradotti anche in Ita-
liano) agli effetti economico-sociali dello sviluppo delle tecnologie informati-
che e telematiche. Egli osserva che «a differenza di molte teorie sociali classi-
che, che presuppongono il dominio del tempo sullo spazio, io propongo l’ipo-
tesi che sia lo spazio a organizzare il tempo nella società in rete»; ed ancora
«Lo spazio è espressione della società. Poiché le nostre società stanno attraver-
sando una trasformazione strutturale, è un’ipotesi ragionevole affermare che è
attualmente in corso la nascita di nuove forme e processi spaziali».
L’analisi di Castells mette in evidenza la rilevanza delle trasformazioni tecno-
logiche, informatiche e telematiche, con la dominanza dei flussi, nelle trasforma-
zioni dell’organizzazione dello spazio e della città18. Pur puntando molto
l’attenzione sulle «città globali», aggiornando e arricchendo le analisi già svilup-
pate a questo proposito (Sassen, 1991), individuando nuove emergenze, riflessio-
ni e analisi sono avanzate per le altre situazioni. Non solo cioè le città globali ma
anche «economie nazionali e regionali» sono connesse al loro interno e a reti glo-
bali. «Non si assiste, quindi, alla scomparsa di regioni e località, ma alla loro in-
tegrazione in reti internazionali che ne collegano i settori più dinamici». «Non
tutte le aree metropolitane possono (o dovrebbero) essere come la Silicon Valley o
Yokohama. Ma tutte hanno bisogno di una combinazione di infrastrutture tecnolo-
giche, risorse umane e sistemi flessibili di gestione locale, perché senza di esse sa-
ranno soggette agli alti e bassi selvaggi e sempre più destabilizzanti dei flussi glo-
bali dell’economia e della comunicazione» (Borja, Castells, 1997).
Antonio Font (2003) ritiene superata, nel nuovo contesto delle trasforma-
zioni metropolitane, la «dicotomia clàsica entro lo urbano y lo territorial», pare
indispensabile, piuttosto, il recupero della dimensione morfologica per capire le
trasformazioni in atto e per avanzare un progetto territoriale rinnovato.
La dovizia dei precedenti riferimenti lascia intravedere che nella riflessione
più recente sull’organizzazione della città e del territorio è possibile rintracciare
un filo di osservazioni che, sebbene non esplicitamente, può essere riferito a
qualcosa che somigli all’ipotesi di metropolizzazione del territorio, avanzata in
questa sede. Appare evidente, infatti, che, dai ricercatori citati, sono percepiti
sia i processi di espansione dell’urbanizzazione, sia i meccanismi d’integra-
zione tra funzioni sparsi nel territorio e tra i diversi spazi organizzati. L’accu-
mulo di informazioni e di riflessioni costituisce molte volte la giusta premessa
per avanzare nuovi punti di vista e anche nuove ipotesi.

18. Per una rassegna ragionata dei rapporti tra le nuove tecnologie e l’organizzazione dello
spazio, cfr. Bennato (2002).

138
4. Fattori attivanti la metropolizzazione

I processi di trasformazione del territorio e della città hanno sempre alla loro o-
rigine diversi fattori, ciascuno dei quali contribuisce in modo diverso alla dinamica
in atto. L’identificazione di tali fattori e la misura del loro peso relativo costituisco-
no una necessità per avere una comprensione non superficiale di quello che sta av-
venendo a livello territoriale. L’intreccio di «pratiche sociali» e di «politiche» (In-
dovina, 1997), che costituiscono il motore della trasformazione, non è sempre
semplice da identificare, né è facile individuare il peso svolto nella singola trasfor-
mazione dalla singola pratica sociale o dalla specifica politica. Tale indagine appa-
re, tuttavia, necessaria per tentare di comprendere e spiegare i fenomeni in atto.
Deve, inoltre, agire sulla ricerca la consapevolezza dell’esistenza di una speci-
ficità locale che non ammette semplificate generalizzazioni. L’esperienza di chi
si occupa di analizzare le trasformazioni territoriali mette in luce come processi
tra di loro molto simili – e che è possibile attribuire ad una tendenza generale –
presentino nei casi specifici (a livello locale) diversità e specificità proprie; inol-
tre anche alla loro origine possono individuarsi fattori diversi. La ragione di tale
diversità si può spiegare mettendo in luce che mentre l’esistenza di una tendenza
generale fornisce l’indirizzo, indica un percorso da realizzare, la concreta tipolo-
gia di trasformazione dipenderà dalla combinazione – e dal peso relativo – dei
fattori che operano in ogni territorio. In sostanza, in presenza di una tendenza ge-
nerale, anch’essa originata da fattori diversi (economici, culturali, sociali, ecc.),
la specifica forma che la trasformazione assume a livello locale è figlia sia della
tendenza generale che dei fattori specifici operanti a livello locale.
Per esempio, facendo riferimento ai fenomeni che qui interessano, la ten-
denza generale all’insediamento diffuso e a bassa densità si è coniugata nei di-
versi contesti locali in modo assolutamente diverso dando forma a paesaggi ap-
partenenti alla stessa famiglia, ma dai connotati diversi. Di seguito si cercherà
di indicare senza nessuna pretesa di completezza, quelli che sembrano alcuni
dei fattori principali che hanno generato insieme il fenomeno della dispersione
e quello della metropolizzazione.
In sostanza, i processi di globalizzazione e le nuove tecnologie informatiche
e telematiche impongono una nuova forma di organizzazione della città e del
territorio, ma, contemporaneamente, una nuova organizzazione della città e del
territorio si rende necessaria sia per collocarsi in questa nuova dimensione
dell’economia mondiale sia per non essere completamente succube di processi
decisi al di fuori della comunità interessata.

4.1. Modifiche nel processo produttivo


Le trasformazioni che hanno interessato la sfera economica sono abbastanza
note. Tra le principali: la crisi della “grande fabbrica” determinata dalle tra-

139
sformazioni tecnologiche e di consumo; l’affermarsi della piccola e media im-
presa come sistema di produzione; lo svilupparsi di un’“economia dei servizi”;
il collegamento sempre più stretto tra ricerca scientifica, innovazione tecnolo-
gica e sviluppo produttivo; l’allargamento del mercato mondiale che ha deter-
minato una nuova divisione internazionale del lavoro; il potere economico
d’impresa focalizzato sulla “catena del valore aggiunto” da una parte, e sulla
finanziarizzazione dall’altra.
Quello che appare più rilevante, per gli aspetti che qui interessano, sono alcu-
ne conseguenze di questi fenomeni, che qui sono messe in evidenza e che saran-
no riprese più avanti per collegarle ai processi di metropolizzazione del territorio.
Il processo di produzione delle merci tende a disarticolarsi utilizzando al me-
glio le specializzazioni “diffuse”19 (in fondo cos’è un distretto industriale se non
una modalità di organizzazione diffusa della produzione che utilizza le compe-
tenze e il “saper fare” distribuito nel territorio?), dando corpo spesso ad un’orga-
nizzazione produttiva fondata sulla piccola e media impresa. Anche come conse-
guenza della precedente notazione, bisogna rilevare che il processo di produzione
ha bisogno di rafforzare e ampliare la propria rete di relazioni sia con i diversi
segmenti che contribuiscono alla realizzazione della merce (la crescente “circola-
zione” delle merci è un forte indizio di tale fenomeno), sia con una serie di “ser-
vizi” che la piccola e media impresa in generale non può produrre al proprio in-
terno (sia che si tratti di servizi banali che di servizi di qualità, come per esempio
la ricerca scientifica e tecnologica). Si può, in sostanza, rilevare come sia forte-
mente cresciuto il bisogno di interdipendenze; sempre meno, cioè, l’impresa è un
mondo a sé, la sua vitalità è sempre più legata alle relazioni che riesce ad attivare
in tutte le fasi del suo stesso processo produttivo20.
Tale forma di organizzazione della produzione porta ad una frammentazione
della “catena del valore aggiunto” con alcuni centri di organizzazione produtti-
va (imprese) in grado (in ragione di un potere economico, organizzativo e di
mercato) di trasferire a loro vantaggio la maggior parte del valore aggiunto
prodotto nella filiera di produzione (su questa base sono state costruite le im-
prese economico-commerciali della tipologia “Benetton”). Le singole imprese
appartenenti alla specifica “catena” risultano, quindi, appropriarsi di un “basso”
valore aggiunto con gli effetti che questo comporta in termini di debolezza e-
conomica, di difficoltà ad innovare e di dipendenza21.

19. Castells (1989) in un sua ricerca ha individuato come caratteristica della nuova fase industriale la
«capacità tecnologica e organizzativa delle aziende di dividere il processo produttivo in diverse dislo-
cazioni, ricreando l’unità del processo tramite le telecomunicazioni […]» (Borja, Castells, 1997).
20. Questo, ovviamente, non esclude che ci possano essere, e ci sono, delle piccole e medie
imprese che si trovano in mercati di nicchia e che, per sfruttare proficuamente tale collocazione,
non hanno necessità di ampie interdipendenze.
21. La ricerca di “mercati del lavoro” a basso prezzo, anche a livello internazionale, è parte
della strategia d’impresa. In questo ambito è possibile osservare come fino a quando le imprese
localizzate in questi mercati deboli entrano a far parte della catena del valore aggiunto collocata
in mani forti, non menano scandalo le condizioni di lavoro e di salario in quei mercati, ma appe-

140
Il processo prima delineato non deve portare alla conclusione che nel nuovo
contesto la scala di produzione sia indifferente, o, se si vuole, che le economie di
scala abbiano perso significato, ma piuttosto che si sono modificate le condizioni
per realizzare tali economie di scala. Il processo di integrazione produttiva che, in
ultima istanza, è quello che determina le economie di scala, nel nuovo contesto
non avviene più concentrando la produzione, ma appunto controllando la catena
di produzione del valore aggiunto, utilizzando a questo scopo le risorse messe a
disposizione dalle innovazioni nelle telecomunicazioni e nei trasporti. Allo stesso
modo non si può dire che le “economie esterne”, che potremmo chiamare di re-
ciprocità, che ciascuna impresa generava per le altre imprese siano diventate
irrilevanti, ma solamente che il raggio di influenza di tale economie esterne si è
allargato proprio in ragione delle nuove possibilità offerte dalle innovazioni
tecnologiche, delle telecomunicazioni e dell’accresciuta mobilità delle persone.
Bisogna, infine, rilevare come sia enormemente cresciuta la necessità di una
conoscenza puntuale dei mercati (spesso lontani e magari appartenenti a culture
economiche diverse) e che quindi fondamentale per le attività economiche è la
conoscenza delle variabili relative agli altri produttori, al consumo, alle dina-
miche finanziarie, alle modifiche di moda o di stile di vita, ecc., non già del
mercato “vicino” ma di quello allargato a scala mondiale. Tanto più rilevanti
sono questi aspetti quanto più ridotto è il peso e il potere dell’impresa e quanto
più la sua politica deve essere adattativa. Questa questione pone l’accetto sulle
diverse tipologie di relazioni, di informazioni e di legami a cui l’impresa (pic-
cola o grande che sia) aspira, cioè al processo di integrazione. Un nodo questo
che ha anche a che fare con i problemi specifici della “concorrenza” e con le
modalità nuove, soprattutto di immagine, con la quale essa si realizza.

4.2. Modifiche nella vita quotidiana


Anche nel caso della vita quotidiana le trasformazioni recenti sono state
numerose e complesse. Non è questa è la sede per indagare come sia cambiata
la nostra vita; si avanza l’ipotesi, in qualche modo verificata, che tali cambia-
menti abbiano aumentato le nostre esigenze, in senso lato, per effetto dei mu-
tamenti nell’organizzazione del lavoro e nella struttura della famiglia, per il
prolungamento della vita, per la crescita dei single, per l’aumento del tempo
non obbligato, per le nuove tecnologie che hanno investito la casa e il nostro
quotidiano, per l’aumentata scolarità, ecc.

na quelle economie si autonomizzano, si mettono in proprio, rompono cioè a loro vantaggio la


catena del valore aggiunto, allora quelle condizioni diventano scandalose e oggetto di feroce cri-
tica con l’accusa di concorrenza sleale. È il caso della preoccupazione manifestatasi in questi
mesi a proposito della Cina, mentre è noto da anni che produzione cinesi (segnate o meno con
«made in China») venivano vendute da griffes occidentali.

141
La maggior parte di tali crescenti esigenze, non più di élite ma di massa pur
all’interno di forti sperequazioni, possono essere soddisfatte solo all’esterno
della stretta organizzazione familiare (comunque intesa). Sempre più, cioè, le
condizioni nelle quali si svolge la vita quotidiana, la ricerca continua del suo
miglioramento, l’accresciuto livello culturale, i “modelli di comportamento”
suggeriti e imposti dai mezzi di comunicazione di massa. portano ad una cre-
scente domanda di servizi22.
Contemporaneamente l’offerta di servizi tiene conto fondamentalmente di
due elementi: da una parte il raggiungimento di una dimensione economica-
mente conveniente, o detto in altro modo, di un bacino di utenti che permetta di
raggiungere risultati economicamente positivi; dall’altra parte, in funzione del
precedente obiettivo, è posta molta attenzione alla localizzazione che favorisca
una facile accessibilità, che, secondo la tipologia del servizio, potrà essere di
tipo collettivo (mezzi di trasporto collettivi) o individuali (l’automobile), ma di
fatto con una spiccata preferenza per l’accessibilità automobilistica.
Data la dimensione che devono raggiungere, tali servizi non sono duplicabi-
li all’infinito ma piuttosto la loro localizzazione nel territorio tende a determi-
nare una polarità con qualche livello di specializzazione (polo commerciale,
polo del divertimento, ecc,). Inoltre bisogna considerare quei servizi che per
loro storica condizione possono essere considerati “beni posizionali”, che quin-
di oltre ad avere la caratteristica di non riproducibilità costituiscono delle pola-
rità di qualità (tipico, per esempio, il caso dei teatri storici).
In sostanza nella nuova condizione di domanda di servizi, l’offerta tende a sce-
gliere quella localizzazione non tanto vicina alla domanda, ma piuttosto comoda da
raggiungere da parte degli utenti (un concetto di “vicinanza” non metrico). Funzio-
nale a tale strategia è una relativa integrazione di diverse offerte (sale cinematogra-
fiche, pizzerie, sale giochi, per esempio) concentrate nello stesso polo.
Quello che appare evidente, ai fini del ragionamento che si sta svolgendo in
questa sede, è il prevalere di una specializzazione “locale” per funzioni integra-
te (appunto polo del commercio dell’abbigliamento, polo del commercio di be-
ni durevoli, ecc.).

4.3. Diversificazione della rendita

Se si osserva l’andamento della rendita nel cuore delle aree metropolitane di


storica formazione si può osservare che essa ha una dinamica fortemente posi-
tiva. Sebbene la rendita, come è noto, non è strettamente legata agli andamenti
del mercato, si può con ragionevolezza sostenere che è il successo di una città –

22. Da una parte si afferma un esasperato individualismo e dall’altra parte cresce la necessità,
anche per realizzare gli obiettivi individuali, di servizi collettivi. Questa che può sembrare una
discrasia, come dire, percettiva, in realtà appare come la proiezione compiuta del meccanismo
sociale a livello del territorio. In questo senso cresce la necessità della condizione urbana.

142
comunque inteso, o comunque percepito a livello sociale ed economico –che
determina la dinamica positiva dei valori immobiliari23. È proprio a partire da
tale successo – non importa se effettivo, mentre è importante che così venga
percepito – che i proprietari intendono lucrare (o “approfittarne”).
Un tale andamento della rendita costituisce, com’è noto, fattore di espulsio-
ne, ma non dei soggetti marginali, che nel contesto della città possono trovare
situazioni adatte nei cosiddetti interstizi urbani, quanto dei soggetti medi, siano
essi famiglie o attività economiche. In sostanza, nel cuore delle aree metropoli-
tane si riscontra una tendenza alla polarizzazione (alta/bassa), sia dal punto di
vista sociale che economico produttivo; restano in questa zona le famiglie a
basso reddito o le situazioni di emarginazione sociale, le attività economiche a
basso rendimento o di modesta innovazione o di tipo servile, insieme alle fami-
glie e alle attività ad alto reddito e ad alto rendimento (queste ultime situazioni
sono quelle che possono sopportare il peso della crescente rendita24).
Quello che in qualche modo può essere considerata una fenomenologia
nuova non è tanto l’espulsione sociale, o delle attività economiche, ma piutto-
sto la dimensione del fenomeno e le motivazioni che lo caratterizzano.
Com’è noto l’andamento della rendita dal centro verso la periferia non as-
sume la forma di una curva gaussiana, ma piuttosto presenta diversi picchi e
avvallamenti, e i valori maggiori prescindono dalla vicinanza con il “centro”
ma sono tipici di zone con “alta qualità” (fosse anche presunta), con rilevanti
attrezzature o, in epoca più recente, organizzate per assicurare la «massima si-
curezza» (Milanesi, Naldi, 2001). In questa situazione la distribuzione delle
famiglie, delle attività di servizio e di quelli produttive sono legate anche al
profilo che la rendita assume nel territorio e alla trasformazione del territorio
agricolo in spazio edilizio25.
Lo stesso fenomeno si riscontra anche nei territori non tradizionalmente me-
tropolitani: la rendita di questi territori è paragonabile nella forma (sua distri-
buzione nel territorio) a quella dei territori di tradizione metropolitana, mentre
più ridotta appare la variabilità dei valori. Anche in questo caso la distribuzione
delle famiglie e delle attività economiche e di servizio risulta condizionata
dall’andamento di questa variabile.
Si può, tuttavia, individuare un significativo fattore che influenza in misura
maggiore i territori del diffuso, siano essi appartenenti o meno a zone di tradi-

23. La rendita può essere assunta come la capacità, in ragione di un titolo di proprietà, di far
proprio l’incremento di valore dovuto ad un incremento di capitale fisso sociale di una città o di
un territorio. Dato che il successo di una città è conseguenza anche di incrementi nel capitale fis-
so sociale della stessa città ecco che così si viene a creare un circuito cumulativo tra incremento
del capitale fisso sociale, successo della città, incremento della rendita.
24. Per quanto riguarda la selezione operata dalla rendita, si veda Camagni (1990).
25. Si può segnalare che ove l’agricoltura costituisce ancora un’attività fiorente e di alto ren-
dimento (allevamenti, coltivazioni pregiate, coltivazioni in serra, ecc.) la trasformazione delle
zone agricole in spazio edificabile è frenata. In questo caso la dispersione, cioè, trova un ostacolo
oggettivo nella situazione del settore primario.

143
zione metropolitana: la realizzazione di nuove infrastrutture (principalmente
legate alla mobilità, ma non solo) (ogni “iniezione” di capitale fisso sociale nel
territorio di fatto costituisce un fattore di incremento della rendita).
Nell’uno e nell’altro caso, ed è quello che interessa in questa sede, si ven-
gono a determinare delle polarità di specializzazione (sociali, produttive, di
servizio, funzionali, ecc.) determinate dalla distribuzione delle famiglie e delle
attività in ragione della loro capacità di sopportare i diversificati livelli di rendi-
ta (e viceversa, cfr. Camagni, Pompili, 1991).

5. Un intreccio

Appare subito evidente che l’intreccio delle tre precedenti variazioni (nel
processo produttivo, negli stili di vita e nella distribuzione della rendita) è de-
terminante per generare il fenomeno della metropolizzazione del territorio.
Risulta perdere valenza il fenomeno dell’agglomerazione: se essa era in pre-
cedenza lo strumento per ridurre alcuni rischi d’impresa, oggi le nuove tecno-
logie delle telecomunicazioni da una parte e l’accresciuta mobilità delle perso-
ne e merci, dall’altra permettono di ottenere gli stessi obiettivi con la dissemi-
nazione delle imprese nel territorio. In più la dispersione, in una prima fase,
permette di ridurre gli effetti negativi della congestione nei trasporti, anche per
effetto dell’auto-organizzazione. Le imprese, in sostanza hanno tutta la conve-
nienza a disperdersi nel territorio utilizzando a loro vantaggio la diversificazio-
ne spaziale della rendita e facendosi forti delle nuove tecnologie.
Questo fenomeno non nega né la possibilità di realizzare delle polarità ad al-
ta specializzazione (è il caso, per esempio, dei “poli logistici”), né che un certo
numero di imprese si possano localizzare in un’area appositamente attrezzata a
questo scopo (magari per effetto di una pianificazione un po’ più attenta).
Dev’essere sottolineato, ai nostri fini, che la localizzazione produttiva di-
spersa costituisce una “politica d’impresa”, sia in ordine alla dimensione d’im-
presa (la piccola e media impresa in generale sono imprese a localizzazione da-
ta (Indovina, 1972), sia in relazione alla segmentazione della catena del valore,
sia perché essa non limita più le relazioni produttive tra imprese o l’accesso a
determinati servizi alla produzione.
Affermando che la “dispersione” costituisce una “politica d’impresa” si vuole
anche sottolineare che essa non necessariamente risulta vantaggiosa per la collet-
tività. Al contrario si può dire che se da una parte, come hanno dimostrato molti
casi (nazionali e internazionali), una forte concentrazione di imprese industriali è
risultata negativa per l’ambiente la salute dei cittadini, la mobilità, ecc., dall’altra
parte, è stato messo in evidenza, che parimenti la dispersione genera la stessa
specie di fenomeni negativi (anche per l’oggettivo minor controllo delle autorità).
Indipendente e connessa allo stesso tempo è la dispersione della popolazio-
ne: le famiglie, da una parte, tenuto conto della distribuzione della rendita nel

144
territorio, cercano la residenza più conveniente, rispetto alle loro disponibilità
economiche, dall’altra parte fanno riferimento anche alla nuova dispersione ter-
ritoriale delle attività e quindi dei posti di lavoro.
Questa scelta dispersa è anche legata alle contraddizioni che genera la città
concentrata che, se da un lato esalta i vantaggi derivanti dalla concentrazione
(di popolazione, di capacità produttiva, di servizi, ecc.), dall’altro esaspera gli
effetti negativi della densità, della congestione, della bassa qualità ambientale,
ecc. (tutti aspetti determinati anche da una politica del governo urbano non
sempre all’altezza delle necessità).
Le scelte insediative delle famiglie oggi appaiono meno vincolate rispetto al
passato (per effetto della trasformazione della famiglia e del mercato del lavoro,
per una maggiore disponibilità di risorse, ecc.); esse sono determinate sia dal calco-
lo economico26 sia dalla ricerca di condizioni insediative ritenute, a torto o a ragio-
ne, desiderabili (casa monofamiliare, disponibilità di spazio aperto, qualità dell’a-
ria, ecc.). Tale maggiore libertà di scelta è possibile soprattutto per l’accresciuta
possibilità di mobilità individuale, ma i costi di tale mobilità (economici, psicologi-
ci, organizzativi, ecc.) fanno risultare molte di queste preferenze insediative meno
felici di quanto ci si fosse immaginato e sperato.
Come elemento importante di questa fenomenologia, va rilevato che una
parte consistente della condizione urbana, in ragione dell’accresciuta mobilità
delle persone e della localizzazione dispersa ma ad alta accessibilità dei servizi,
può essere realizzata ed ottenuta anche in una situazione di dispersione (fatto
questo che costituisce un primo e importante gradino della metropolizzazione
del territorio, cfr. Indovina, 1990).
In sostanza, se si guarda alle tre precedenti variazioni, ai loro intrecci e alle
conseguenze che ne derivano ci si trova di fronte a molteplici mosaici metropo-
litani, ciascuno magari diversamente caratterizzato ma tutti dipendenti da una
stessa logica così sintetizzabile: i risultati positivi dell’agglomerazione (di per-
sone, di attività e di servizi) oggi possono essere realizzati, per effetto delle
nuove tecnologie e della crescita della mobilità, anche in una situazione di di-
spersione; la dispersione, conseguentemente, assume il segno non già
dell’isolamento ma della connessione e dell’interdipendenza. Il segno forte del
nuovo mosaico metropolitano è, quindi, una forte integrazione in un contesto
di dispersione.
Le caratterizzazioni specifiche di questi territori metropolizzati possono di-
pendere dall’esistenza o meno, come già osservato, di una precedente città me-
tropolitana, dall’esistenza di centri urbani di piccola dimensione che diventano
delle polarità27, dallo specifico sviluppo produttivo, dalla stessa storia dei sin-

26. Anche se questo calcolo può essere generato da “illusione da costi”, in quanto prende in
considerazione solo alcuni costi e non quelli dell’insieme dell’abitare.
27. La situazione è particolarmente evidente nella situazione italiana dove i più di ottomila co-
muni rappresentano un’armatura urbana che in qualche modo condiziona la struttura metropolitana.

145
goli territori che hanno consolidato modi d’essere e comportamenti territoriali,
ecc. Essi sono, tuttavia, segnati dai seguenti caratteri comuni:

– esistenza di polarità (di servizi, produttivi, o per il tempo libero) non di


grande dimensione ma con un qualche elemento di specializzazione e loca-
lizzate in ragione dell’accessibilità;
– accentuata mobilità pluri-direzionale, sia di quella obbligatoria che di quella
occasionale (che nel nuovo contesto diventa in un certo senso meno occa-
sionale e assume carattere di obbligatorietà in ragione della distribuzione nel
territorio delle funzioni di servizio e del tempo libero);
– eccessivo consumo di suolo; molto spesso la dispersione tende a sposarsi
con la bassa densità (un elemento questo che può raggiungere livelli di pato-
logia territoriale);
– relazioni funzionali di tipo produttivo anche esse pluri-direzionali e che pos-
sono sfruttare anche le nuove tecnologie delle telecomunicazioni e che spes-
so usano, per così dire, le infrastrutture di trasporto come “linee” di traspor-
to interne all’impresa;
– alto consumo di energia connesso sia con la mobilità la cui parte rilevante
avviene con mezzi privati che con il riscaldamento (la casa isolata ha biso-
gno di maggiore energia per il riscaldamento o per la refrigerazione);
– uso dei territori “naturali” (non costruiti: boschi, territori agricoli, corsi d’acqua,
ecc.) come strutture “urbane” disponibili per la popolazione (Donadieu, 2000).

È possibile immaginare un territorio metropolizzato caratterizzato da diver-


se attività produttive diffuse, con polarità di servizio tendenzialmente specializ-
zate, con dei centri di insediamento residenziale storici e tradizionali ma anche
con insediamenti residenziali nuovi, sia concentrati che diffusi, con una fitta
maglia di collegamenti stradali (che magari ricalca storiche forme di organizza-
zione del territorio e che sfrutta i collegamenti agricoli del passato), attraversa-
to da una fitta mobilità di persone, di informazioni e di merci.
Sebbene le caratteristiche personali svolgano un ruolo molto importante nel-
la costruzione e nel mantenimento delle relazioni sociali, deve essere sottoline-
ato che un insediamento residenziale diffuso, per lo più a bassa densità (casa
isolata), contribuisce notevolmente alla riduzione delle relazioni sociali, ad un
rinchiudersi dentro una dimensione di socializzazione molto costrittiva e
all’isolamento28. Il processo di metropolizzazione del territorio costituisce un
contributo rilevante alla rottura di tale isolamento; non viene certo ricostruita la
maglia delle possibili relazioni (anche occasionali e impreviste) tipiche della città
compatta, ma costruisce occasioni di socializzazione e di incontri, magari genera-
ti dalla necessità alla mobilità che una struttura territoriale di questo tipo gene-

28. Questo non ha niente a che fare con l’affermarsi dell’individualità, che solo in una dimen-
sione schematica può interpretarsi come incompatibile con la socialità.

146
ra29. È la crescente offerta di servizi e la condivisa abitudine alla loro utilizzazio-
ne che genera una crescente mobilità e occasioni di incontro e di socializzazione.

6. Una nuova gerarchia territoriale: da massa a potenza

Nei nuovi territori metropolitani, non sono eliminate né le differenze tra cen-
tro e periferia, né, ovviamente, le gerarchie spaziali. Le prime continuano ad es-
sere la conseguenza sia della differenziazione della rendita a livello territoriale
sia della diversa collocazione sociale delle famiglie; la periferia, com’è noto, non
è né fenomeno territoriale, né urbanistico ma esito sociale. Si può osservare che il
nuovo contesto, per effetto di una distribuzione delle diverse condizioni sociali
meno concentrata, non esaspera tale differenziazione, che tuttavia permane.
Le gerarchie territoriali, invece, assumono una diversa caratterizzazione: sia
nelle strutture metropolitane tradizionali sia in quelle nuove si passa (come già
osservato) da una gerarchia hard ad una gerarchia soft.
Per cercare di chiarire tale terminologia, pare utile mettere a confronto, anche
se in modo molto sintetico, alcune delle principali caratteristiche della tradiziona-
le struttura metropolitana con quelle della nuova, tenendo presente che tra queste
ultime è possibile trovare anche le precedenti in via di trasformazione.
Le strutture metropolitane tradizionali erano caratterizzate dai seguenti fe-
nomeni:

– forte concentrazione del potenziale economico e della produzione prevalen-


temente nella città centrale, mentre si manifestava, comunque, una forte
tendenza all’agglomerazione delle attività produttive;
– la densità degli insediamenti risultava molto alta, fenomeno, questo, che fi-
niva con il generale effetti di congestione;
– dispersione di parte della popolazione nel territorio in aggregati funzionali
(quartieri dormitorio) o anche in centri minori;
– flussi di pendolarismo obbligatori (lavoro e studio) e di massa mono-dire-
zionali con destinazione il cuore dell’area metropolitana e comunque dalle
zone periferiche verso il “centro”;
– concentrazione, nella città centrale, dei servizi superiori e della più qualifi-
cata offerta di attività commerciali; di conseguenza anche il pendolarismo
non obbligatorio risultava monodirezionale verso il centro;
– relazioni tra le diverse parti del territorio prevalentemente materiali (flussi
di persone e cose).

29. La nuova struttura metropolitana, inoltre, contribuisce a ridurre il senso di insicurezza (e di


paura) che ha caratterizzato, in epoca recente, l’insediamento residenziale isolato. Per quanto
l’insicurezza sia un costrutto sociale (Milanesi, Naldi, 2001) non si può disconoscere che ripetuti
episodi di violazione a scopo di furto e rapina di case isolate ha generato un forte senso di insicu-
rezza negli abitanti di questa tipologia residenziale.

147
Le nuove forme metropolitane sono caratterizzate da una diversa serie di fe-
nomeni:

– una distribuzione nel territorio del potenziale produttivo, sia per poli com-
patti (talvolta anche specializzati o formanti un distretto produttivo) o anche
in forma diffusa. La città principali e/o le città maggiori tendono a perdere
le attività di produzione materiale;
– la distribuzione nel territorio di numerosi poli specializzati di servizio, loca-
lizzati in modo da privilegiare l’accessibilità fisica. Tali servizi riguardano
principalmente le attività commerciali (grandi magazzini; iper-mercati; cen-
tri commerciali; ecc.), ma anche attività sportive (palestre, campi da tennis e
da calcio, ecc.) e ricreative (cinema multisala, grandi discoteche, club esclu-
sivi, ma anche ristoranti, ecc.);
– flussi di pendolarismo obbligatori (lavoro e studio) pluri-direzionale: non
solo, infatti, le attività produttive sono distribuite nel territorio ma anche gli
istituti di istruzione sono ugualmente distribuiti nel territorio (alcuni di que-
sti possono anche raggiungere carattere di eccellenza). Tali flussi si intrec-
ciano in tutte le direzioni compresi quelli che partono dall’eventuale centro;
– mobilità non obbligatoria avente, anch’essa, la caratteristica della pluri-
direzionalità, infatti i poli di servizio (commerciali, di divertimento, cultura-
li ecc.) risultano distribuiti su tutto il territorio e non correlati con la distri-
buzione dell’insediamento delle famiglie;
– tendenza a densificare le zone urbanizzate sparse, senza raggiungere, tutta-
via, la densità delle grandi città;
– soluzione di contiguità negli insediamenti e nelle singole localizzazioni, co-
sa che genera una situazione insediativa con buona vivibilità;
– relazioni intense tra le diverse parti del territorio non solo materiali ma an-
che immateriali (flussi di informazioni, dati, ecc.)30.

Non bisogna pensare che i nuovi territori metropolitani siano privi di cen-
tro, in una sorta di piatta omogeneità territoriale (ci si riferisce, ovviamente,
non alla forma fisica ma piuttosto a quella sociale ed economica): nelle tradi-
zionali aree metropolitane il precedente “cuore” continua a svolgere un ruolo
centrale, mentre nelle nuove aree metropolitane si creano o si sviluppano diver-
se centralità. In uno caso e nell’altro, tuttavia, si è modificato il carattere di tale
centralità: mentre nel passato questa era espressione (anche misurabile) di mas-
sa (concentrazione di capitale produttivo, di servizi e di popolazione, flussi
pendolari massicci, ecc.), oggi essa si caratterizza piuttosto come espressione di

30. «Ciò che è significativo in questo processo spaziale non è la concentrazione o la dispersio-
ne delle attività, ma il rapporto tra le due tendenze, ovvero la creazione di una rete interdipenden-
te e gerarchicamente organizzata di complessi che producono servizi lavorando con flussi di in-
formazioni telecomunicati» (Borja, Castells, 1997.)

148
potenza31. Ciò che caratterizza le nuove centralità è la concentrazione delle at-
tività di governo, inteso in senso lato, e di indirizzo.
Sono i centri di governo dell’economia, della finanza, della cultura, dell’am-
ministrazione, dell’informazione, ecc., che costituiscono gli strumenti di co-
struzione delle nuove gerarchie; tali centri non “muovono” masse materiali
(persone e cose) ma prevalentemente flussi immateriali (“ordini”, “indirizzi”,
“progetti”, “informazioni”, “tecnologie”, “saperi”, ecc.) potenti nella determi-
nazione delle tendenze, dei successi delle imprese, della qualità professionale
degli individui, della qualità della vita, delle conoscenze comunicate, ecc. (at-
traverso questa strada condizionano la vita, le possibilità di lavoro ed economi-
che e sociale della massa degli individui). Tali centri non necessiterebbero di
agglomerarsi o di centralizzarsi, tuttavia appare evidente che essi sono spinte
all’agglomerazione e alla centralizzazione per ragioni che riguardano non tanto
la loro funzionalità operativa, quanto il prestigio, le esigenze del management,
l’immagine proiettata all’esterno, ecc. Le gerarchie che così si vengono a crea-
re in parte ricalcano quelle tradizionali (le città centrali, i centri di maggior pe-
so, ecc.), in parte seguono percorsi nuovi con la creazione di nuove centralità.
Mentre nelle precedenti fasi metropolitane la forza prevalente era una forza
centripeta, che portava al massimo di concentrazione, senza selezione si po-
trebbe dire, di persone, attività, funzioni, ecc., nella nuova situazione la forza
prevalente è una forza centrifuga per quanto attiene alle produzioni materiale
e ai servizi banali ma è centripeta per quanto attiene alle funzioni di governo e
di indirizzo.
Il tratto caratteristico e in un certo senso importante è quello, come si è os-
servato, del “potere territoriale” (che non si manifesta più attraverso fenomeni
di massa ma piuttosto di potenza) secondo una selezione che tiene conto della
capacità a pagare, in grado di soddisfare l’insaziabile rendita, e un connotato di
“comando” dell’attività.
I centri che all’interno dei territori metropolitani attraggono tali polarità di
governo e di indirizzo devono offrire fattori localizzativi nuovi rispetto a quelli
del passato, o, se si preferisse, anche tradizionali ma con connotati nuovi. La
qualità dei luoghi appare una delle variabili più importanti, una qualità compo-
sita che mette insieme il genius loci, il genius rei publicae e il genius gentis
(Indovina, 1992), ma vanno anche considerati: i collegamenti sia di lunga che
di breve distanza, le strutture formative, i centri di ricerca, la “vitalità” urbana,
buoni teatri, club ricreativi, ecc.
Si determina così un territorio fortemente interrelato, una città di città, con i
poli tra di loro collegati, con polarità specializzate ed anche di eccellenza, con
uno o più centri meno “vistosi” (poco di massa) ma molto più potenti. Si tratta

31. La misura di tale “potenza”, benché percepibile, non pare semplice, ma si tratta di un pro-
blema di ricerca e di messa a punto di appropriati strumenti analitici.

149
di un territorio in “rete”32, intendendo con questo termine un’interrelazione che
utilizzi tutti i mezzi e gli strumenti di relazioni (materiali e immateriali) e che
tali relazioni insistano su tutto il territorio con delle “centralità” articolate.
Le relazioni territoriali, almeno come pare di poterle leggere, sono nella
nuova realtà, molto intense, riguardano non solo la sfera della produzione ma
anche quella dei servizi (pubblici e privati), delle attività di loisir, culturali, di
formazione, il patrimonio “naturale”, ecc. Questa rete di relazioni, questa forma
in parte nuova di utilizzazione del territorio, questa accentuata mobilità, questa
minore gerarchia, ecc. costituiscono il tratto prevalente e caratterizzante
dell’insediamento nel territorio metropolitano.
Ovviamente dire che l’organizzazione dello spazio tende in generale a privi-
legiare la metropolizzazione del territorio, non significa che tutti i territori e-
volvono obbligatoriamente in questa direzione, ma soltanto che questo è il con-
notato più rilevante dei territori più dinamici e, come già detto ma vale la pena
di ripeterlo, questo non significa che la forma di questa nuova metropolizzazio-
ne si presenti identica in ogni situazione. La tendenza che qui si vuole segnala-
re non è riferita tanto alle modalità dell’organizzazione morfologica dello spa-
zio, quanto piuttosto al funzionamento delle realtà territoriali.

7. Una potenziale risposta

Può valere la pena di interrogarsi se questa tendenza alla metropolizzazione


del territorio non possa costituire una risposta ad alcune sfide che la situazione
attuale pone. In particolare quella derivante dalla globalizzazione e dalla nuova
divisione internazionale del lavoro e quella che discende dalla necessità di atti-
vare forme di sviluppo sostenibile. In breve, il nuovo mosaico metropolitano
costituisce – non importa se consapevolmente o meno – un contributo per dare
risposte positive a questi problemi?
Risposte semplici e facili a questo interrogativo non se ne conoscono. Per al-
tro dare una risposta a tali quesiti potrebbe essere un buon tema di ricerca per gli
studiosi del territorio. Tuttavia si tenterà di sviluppare qualche ragionamento.
La globalizzazione, caratterizzata da un mercato unificato per la circolazio-
ne delle merci e dei capitali e da un mercato fortemente differenziato del lavoro
(costo, salari, condizioni di lavoro, orari, ecc. ma anche qualificazione) con
vincoli soggettivi e politico-amministrativi alla circolazione della manodopera,
costituisce un’opportunità per certe economie (quelle che si collocano sulla
frontiera più avanzata della ricerca e della tecnologia e alcune di quelle sotto-
sviluppate) ma un problema per le economie intermedie (come quelle italiana e
dell’Europa meridionale) e sicuramente un danno crescente per i paesi più po-

32. Questo territorio metropolitano ha relazioni con le «reti di città» (Dematteis, cit..) a condi-
zione di assumere la contiguità fisica come elemento costitutivo.

150
veri (una condizione che anche la stessa Banca Mondiale è costretta a ricono-
scere, cfr. Collier, Dollar, 2001). In più, secondo molti osservatori, il fenomeno
della globalizzazione tende tendenzialmente ad imporre un unico modello di
consumo e culturale.
Che esista un problema del governo della globalizzazione appare evidente,
come pure cresce la consapevolezza della necessità di riformare le istituzioni
internazionali e la loro politica (Stiglitz, 2002); che essa stia generando nuovi
equilibri economici mondiali è anche evidente, come è altrettanto evidente che
il tentativo è quello di imporre a tutti gli interessi della nazione più potente (gli
USA). Si intravedono già delle contromosse e iniziano a realizzarsi accordi tra
paesi (in forma istituzionale o anche informale) per la "resistenza" non tanto
alla globalizzazione ma alla sua forma attuale. Si tratta di primi tentativi, flebili
se si vuole, ma che indicano chiaramente che cresce la consapevolezza che la
globalizzazione dovrà assumere, connotati diversi da quelli attuali. Appare
sempre più evidente che ogni paese (da solo o in collaborazione con altri) deve
giocare le sue carte per “approfittare” o non essere “travolto” dal nuovo regime
internazionale. Ma poiché non sempre David abbatte Golia, solo i legami di
collaborazione con altri paesi, solo iniziative comuni per la modifica delle isti-
tuzioni internazionali, solo cercando di imporre interessi globali, si potranno
rendere equi gli effetti della globalizzazione. Dire questo, tuttavia, non signifi-
ca escludere politiche e iniziative nazionali, al contrario queste, insieme alla
collaborazione internazionale, costituiscono gli anelli di una “possibilità”.
Tralasciando tutti gli aspetti di geo-politica, ci si può soffermare su alcune
questioni per così dire “nazionali”. Nel dibattito sia politico che economico due
sembrano le scelte che un’economia “media” può compiere. Secondo una linea
di pensiero la scelta giusta è quella della massima tipizzazione delle produzioni
dei beni e dei servizi che un paese può produrre. Spingendo al massimo la “ti-
pizzazione” della produzione, esaltando le qualità intrinseche, anche tradiziona-
li, del prodotto, si potrebbero creare dei mercati specifici e in tal modo evitare
di essere fagocitati e travolti dalla globalizzazione. In sostanza il “made in” do-
vrebbe diventare non un’indicazione di origine ma sempre più il segno di una
qualità specifica; una linea, questa, che tende a privilegiare l’offerta verso mer-
cati di nicchia, in una situazione, va pur detto, nella quale quello che prevale è
il mercato ampio, sempre più allargato e di massa (anche se con qualche tratto
di apparente personalizzazione, vedi il mercato automobilistico).
Secondo una diversa linea di pensiero, la risposta giusta sarebbe quella di
collocarsi in qualche punto della frontiera più avanzata della ricerca scientifica
e tecnologica. Secondo questa posizione le economie intermedie, caratterizzate
da produzioni “mature” saranno fortemente penalizzate dalla nuova divisione
internazionale del lavoro da una parte e, dall’altra parte, dall’avanzamento tec-
nologico (nuovi prodotti e nuovi metodi di produzione). Proprio per opporsi a
questa tenaglia la collocazione giusta sembrerebbe quella su una frontiera a-
vanzata tecnologicamente, da conquistare con elevati investimenti in ricerca e

151
sviluppo. Conquistare una tale posizione non sembra facile, sia per ragioni og-
gettive (la concorrenza di molti paesi), sia per lo sforzo richiesto in ricerca33.
Si può forse sostenere che le due opzioni non costituiscono delle alternative
ma che in certe situazioni, come quella italiana, per esempio, possono costituire
gli elementi di una politica integrata34. Per quanto riguarda l’Italia, se da un lato
la sua collocazione nel mercato mondiale prevede già un posizionamento di
“prodotti” tipizzati (moda e turismo per esempio), dall’altro ha perso qualsiasi
posizione sul fronte tecnologico avanzato (Gallino, 2003).
Qualora si potesse convenire che le due opzioni sono da perseguire entram-
be, resterebbe da chiarire se la nuova struttura territoriale costituisse o meno un
fattore positivo per la realizzazione di una tale linea di sviluppo (per quanto
l’organizzazione del territorio possa influire).
Ferma restando la necessità di nuove ricerche specificatamente indirizzate,
pare di poter dire, in prima approssimazione, che i territori metropolizzati po-
trebbero aiutare il raggiungimento di tale obiettivo. Essi, infatti, mettono a di-
sposizioni alcune valenze positive: l’integrazione di “reti corte” (metropolitane)
con “reti lunghe” (nazionali e internazionali), un “capitale sociale” che pur
nell’ambiguità dei significati è riconosciuto come una risorsa per lo sviluppo
(Bagnasco et al., 2001; Gastaldi, Milanesi, 2003), centri di ricerca e di forma-
zione, costi di transazione ridotti, un mercato locale di una qualche consistenza,
la possibilità di interdipendenze produttive e di servizi, ecc.
Si potrebbe sostenere che il nuovo mosaico metropolitano costituisce un valido
sostegno per le possibilità di ampie integrazioni e relazioni (efficienti, al riparo di
quanto si dirà più avanti), per la sua “consistenza” in relazione al mercato mondia-
le, per la sua forza esogena propulsiva e perché oggettivamente rappresenta, alme-
no per alcuni prodotti e servizi, il luogo di una tipizzazione legata al luogo35.
Il concetto di sostenibilità presenta antinomie non piccole, problemi di defi-
nizione non indifferenti, concetti di non facile applicazione (Fregolent, Indovi-
na, 2002), qui lo si considera assumendo la definizione più accreditata36 e tenu-
to conto che esso ispira una forte domanda sociale e politica.
Se si assumesse che, in termini generali, la sostenibilità richiedesse un sistema
efficiente nell’uso delle risorse non rinnovabili, un sistema efficace di risposta alle
domande che vengono dalla società (famiglie, imprese, ecc.), un criterio di alloca-

33. Una possibilità questa, per esempio, esclusa per l’Italia sia per l’assenza di una politica in-
dustriale sia per le ridotte risorse impegnare nella ricerca pubblica e ancora più scarse quelle pri-
vate, in ragione anche della ridotta dimensione delle imprese.
34. La realizzazione in Italia di una tale politica, che comporta scelte ben definite, priorità da
realizzare, risorse da impegnare, non sembra facile; sulla sua attivazione, sul suo dispiegamento e
sulla stessa capacità progettuale grava oggi e graverà domani un governo pubblico inadeguato.
35. Sia detto per inciso, ma a scanso di equivoci, che la struttura metropolitana può costituire un
sostegno, un’opportunità, non di per sé una soluzione; per altro gli obiettivi da realizzare avranno
bisogno di “politiche pubbliche” finalizzate, ben commensurate e specificatamente individuate.
36. «Per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza
compromettere le capacità delle generazioni future di soddisfare i propri» (ONU, 1987).

152
zione delle risorse che premi l’equità sociale, resterebbe da verificare se il nuovo
mosaico metropolitano riuscirebbe a fornire risposte positive a tali esigenze.
Si tratta, anche in questo caso, di questioni che necessitano di nuove e ap-
profondite ricerche, ma, forse, si può proporre una risposta che assuma come
indicatori alcuni indizi.
Il primo indizio è la possibilità che queste forme neo-metropolitane rag-
giungano alti livelli di efficienza territoriale, intendendo con questo termine un
territorio in grado di rispondere alle esigenze che le comunità pongono a tutti i
livelli con un ridotto uso delle risorse di spazio, di risorse ambientali ed eco-
nomiche. Va detto che tale efficienza territoriale non è automaticamente rag-
giunta ma ha bisogno di costituirsi come obiettivo di governo (si veda più a-
vanti), tuttavia la condizione di territorio metropolitano potrebbe facilitare il
raggiungimento di tale obiettivo.
Il secondo indizio è dato dalla preferenza delle famiglie per la città (volere
ancora e sempre di più utilizzarne l’effetto), senza contemporaneamente subire
la congestione tipica della concentrazione. Anche in questo caso esiste un pro-
blema di governo.
Il terzo indizio è individuabile nella possibilità che si realizzi un insedia-
mento urbano che non contrasti, entro certi limiti, con la salvaguardia dell’am-
biente. O che sia possibile, in una struttura integrata quale quella che si sta de-
lineando, realizzare insediamenti ecologici.
Il quarto indizio può essere individuato nella già reale maggiore complessità
sociale che si riscontra negli insediamenti delle famiglie (minore polarizzazio-
ne e ghettizzazione). Una complessità sociale che è, contemporaneamente, oc-
casione di una più civile convivenza e reciproca considerazione e insieme ridu-
zione della marginalizzazione.
Si vorrebbe sottolineare ancora una volta che si tratta prevalentemente di
indizi o, ancora meglio se si preferisse, di “possibilità”. In sostanza, esistono le
condizioni perché ciò che gli indizi promettono possa essere realizzato con
un’accorta condotta di governo (non si tratta di poca cosa).

8. Il governo

Il fenomeno che si è cercato di delineare in questa sede può essere classifica-


to, come già detto, esito di auto-organizzazione. Si tratta di un risultato determi-
nato da scelte non sempre finalizzate (sia private che pubbliche) ma che
nell’insieme hanno dato corpo ad una certa forma di organizzazione del territorio
che in qualche modo, non sempre in modo coerente né ottimale (Tinacci Mossel-
lo, 1997), risponde a esigenze.
Si sono creati, cioè, dei circuiti decisionali, nei quali ciascuna decisione in
qualche modo era influenzata da precedenti decisioni ed influenzava decisioni
future, questo anche quando le singole scelte non erano tra di loro relazionate ma

153
si “affiancavano”. Si è anche più volte sottolineato che la realizzazione piena ef-
ficiente ed efficace di territori metropolitani non potrà che essere il risultato di
scelte consapevoli di governo pubblico37, di un progetto territoriale, di indirizzi,
dall’affermarsi, cioè, di un interesse generale38.
Su quali debbano essere i contenuti e le condizioni di tale “governo” si avan-
zano alcune notazioni, sarebbe necessario in questo contesto di riflettere sulla cri-
si della democrazia, sul ruolo sempre meno pregnante del livello “nazione”,
sull’emergenza sempre più rilevante dei governi locali, sulle ipotesi dei possibili
sviluppi dell’e-democrazia, tutte questioni che sicuramente hanno rilievo per il
governo dei territori metropolizzati, ma che non è possibile qui affrontare se non
richiamando l’attenzione su processi che sicuramente potranno avere influenza su
questi territori a secondo delle soluzioni che si troveranno.
A monte bisognerà affrontare la questione a che livello si dovrà collocare
questa autorità di governo. In epoca di “federalismo dall’alto”, almeno in Italia,
si potrebbe pensare che ogni nuova struttura neo-metropolitana possa godere di
un proprio livello di governo, sul tipo di quello previsto, ma mai realizzato (ci
sarà bene qualche motivo!), per le «città metropolitane». I poteri locali sono
nella tradizione del paese, e si potrebbe dire nella tradizione europea, così forti
che difficilmente si acconciano a cedere parte o tutte le proprie prerogative. In
questa situazione si potrebbe/dovrebbe puntare su una specie di federalismo dal
basso, iniziando con una forte collaborazione inter-istituzionale facilitata e sol-
lecitata da regole che la impongono o per lo meno che la rendono fruttuosa (per
esempio in termini di finanziamenti nazionali).
In sostanza, come in ogni altra organizzazione territoriale ma a maggior ra-
gione in quella di cui si tratta in questa sede, esistono diversi livelli di scelta di
governo: uno strettamente “locale”, che riguarderà le politiche finalizzate al
miglioramento della qualità della vita e dell’ambiente, decisioni su singole zone
o aree che poco o niente influenzeranno il territorio limitrofo39, e uno di “area va-
sta”, che riguarderà, cioè, territori più ampi nei quali si collocano diversi livelli di
potere istituzionale. È a questo secondo livello che si colloca necessariamente o
un’autorità autonoma o un processo di collaborazione inter-istituzionale.
Compete a questo secondo livello delineare una strategia complessiva per il
territorio metropolitano tutto. Una strategia che comprenda insieme: lo sviluppo e
la crescita economica; obiettivi di equità e di equilibrio sociale; la salvaguardia
dell’ambiente; l’efficienza e l’efficacia territoriale; la crescita dei servizi; lo svilup-
po delle attrezzature centrali; ecc. Sia in relazione alle possibilità di sviluppo locale

37. «[…] quindi le città, mentre assumono una posizione nell’economia globale, devono anche
integrare e strutturare le proprie società locali» (Borja, Castells, 1997).
38. L’esistenza di un “interesse generale” viene oggi messa in discussione, tuttavia si tratta di posi-
zioni estremiste che non trovano spazio neanche in posizione di ragionevole liberismo (Moroni, 2003)
39. Si tratta di una formulazione alquanto irrealistica, infatti non esiste nessuna scelta territoriale
in un qualche punto che non abbia influenza sull’area circostante, ma la caratura di tale influenza è
sicuramente, secondo i casi, molto variabile, qui si fa riferimento a scelte con bassa caratura.

154
che all’integrazione tra le diverse parti, sia ancora per un’adeguata collocazione nel
mercato nazionale e mondiale, sia per sviluppare capacità attrattive per gli investi-
menti40, sia per migliorare consistentemente la condizione degli abitanti41.
Il raggiungimento di un’efficienza territoriale adeguata alle nuove condizio-
ni, che appare fondamentale per raggiungere maggiori livelli di produttività,
impone che i territori metropolitani siano dotati di un’adeguata rete infrastrut-
turale che possa migliorare la mobilità interna (migliorando l’esistente e realiz-
zando opere nuove). Di una rete infrastrutturale che privilegi il trasporto collet-
tivo di persone con la creazione di nodi di interscambio anche modale (molto
spesso la soluzione si trova in un processo di riorganizzazione ed integrazione
piuttosto che nella realizzazione di una rete totalmente nuova). La struttura dei
territori metropolitani richiede di fatto un’alta mobilità, obbligatoria e no, plu-
ri-direzionale, che proprio per questa sua natura sembrerebbe difficile da orga-
nizzare in forma collettiva. Si ha l’impressione che si tratti più di un pregiudi-
zio che di un’effettiva difficoltà, anche se la forma di organizzazione collettiva
sarà di necessità diversa da quella della città compatta. Uno sforzo concettuale
e progettuale potrà individuare le modalità specifiche per ogni situazione pun-
tando soprattutto sull’intermodalità, sulla flessibilità dei mezzi e degli orari,
ecc. Solo in questo modo si potrà garantire una mobilità crescente e di miglior
qualità, evitando uno dei possibili esiti scontati, la congestione, che metterebbe
in crisi il maggior punto di forza dei territori metropolitani.
Non meno importante è la realizzazione dell’organizzazione dei trasporti di
lunga percorrenza (ferroviari, aerei, e in caso navali), una funzione vitale nel
nuovo contesto mondiale. Così come appare fondamentale la realizzazione di
piattaforme logistiche che possano organizzare razionalmente e funzionalmente
sia i trasporti interni che quelli da e per l’esterno (importante per ridurre la
congestione). In sostanza comunicazioni di lungo raggio e comunicazione di
breve raggio devono costituire, integrate, coordinate, organizzate, resi efficienti
ed efficaci, la struttura portante per la mobilità delle persone e delle merci. La
loro assenza creerebbe serie difficoltà alla crescita economica di tutta l’area.
Non meno importante e la realizzazione di efficienti rete telematiche per i
flussi di informazioni, ordini, conoscenze, relazioni, confronti, ricerche, ecc. È
proprio la realizzazione di tale rete, la costituzione per suo mezzo dei relativi
nodi, collegamenti, ecc. che come si è visto costituisce il fondamento dell’at-
tuale fase economica (Castells, 1989). «Essere in rete» costituisce, tuttavia, so-

40. «[…] si pensa che gli investitori debbano essere attratti ad ogni costo, riducendo le tasse e i
controlli, accettando salari più bassi,e un basso livello di protezione sociale. Quando questa poli-
tica diviene la norma, genera condizioni di vita sempre peggiori e finisce per deprimere e impo-
verire tutte le comunità urbane, rivelandosi così dannosa anche per le aziende. La competitività
[…] non implica tanto una riduzione dei costi, quanto piuttosto un aumento della produttività»
(Borja, Castells, 1997).
41. Dovrebbero in sostanza essere eliminati (o ridotti) i «vincoli di risorse», i «vincoli di rela-
zione» e i «vincoli di autorità» (Martellato, Sforzi, 1990), in modo da esperire tutte le potenziali-
tà di un territorio.

155
lo una pre-condizione per la crescita economica di una comunità, nella rete de-
gli scambi bisogna sapere “offrire”, bisogna con le proprie specificità collocarsi
nel mercato mondiale. Si tratta certo di una prerogativa di impresa, ma essa co-
stituisce anche un obiettivo che può essere facilitato, migliorato e promosso da
politiche di governo pubblico. Non si tratta, quindi, solo di infrastrutture ma
anche di politiche, di strategie, inventive e non solo adattative.
Per raggiungere il precedente obiettivo appare indispensabile un’adeguata
politica della ricerca e della formazione superiore (su quella di base non pare si
debba discutere). Se l’innovazione fosse la cifra della nuova fase di sviluppo
allora una politica in grado di stimolare, sollecitare, indirizzare e organizzare le
strutture di ricerca e di alta formazione appare indispensabile. La costituzioni
secondo opportunità locali di istituzioni di ricerca, di strumenti di trasferimento
delle innovazioni, di collegamento tra ricerca e produzione, sta dentro ad ogni
disegno strategico, così come la costituzione di strutture di formazione. La ri-
cerca dell’efficienza, dell’efficacia, della rottura di ogni routine pare una ne-
cessità42, il territorio metropolitano sembra l’ambiente adatto e la dimensione
giusta per soddisfare questa necessità.
La pianificazione territoriale con particolare attenzione alla conservazione e
valorizzazione dell’ambiente, alla sicurezza ambientale e sanitaria sembra
un’ovvia necessità. Tale pianificazione non solo deve usare gli strumenti tradi-
zionali (anche aggiornati secondo gli approcci della legislazione urbanistica re-
gionale più avanzata, cfr. Janin Rivolin, 2003) e secondo le esigenze emergenti
dalla nuova situazione (Curti, 1990), ma fare tesoro anche degli strumenti
(complessi) sperimentati in anni recenti che seppur non privi di critica possono
essere utilizzati, migliorandone la performance, per passare dal «piano alla pia-
nificazione» (Indovina, 2003; Savino, 2003a)43.
Un territorio metropolitano non è un territorio omogeneo, in esso si indivi-
duano differenze legate allo stesso processo di metropolizzazione; tali differen-
ze in parte dipendono dall’articolato mosaico costitutivo di questi territori, così
rappresentano gli elementi positivi di un’articolazione funzionale o rappresen-
tano punti “forti” sul piano delle attrezzature, della struttura economica,
dell’ambiente, ecc., ma dall’altra parte possono essere il risultato di processi di
emarginazione territoriale e sociale. Le differenze che possono incidere sulla
stessa efficienza territoriale e quelle derivanti da processi di emarginazione de-
vono essere corretti dalla pianificazione territoriale. Inoltre due decisioni (di
pianificazione) dovrebbero incidere sulle stesse caratteristiche che hanno deter-

42. Sembra a questo proposito del tutto evidente che la tendenza attuale in Italia a una disse-
minazione di micro-corsi universitari in ogni capoluogo di provincia non sia finalizzata alla ri-
cerca dell’efficienza ma all’affermazione di un prestigio che è del tutto vano. Un’università non è
un corso con qualche professore e studente, è un’insieme di strutture, di centri, di possibilità di
scambi scientifici, in sostanza un ambiente complesso.
43. Per un’analisi puntuale e di dettaglio sui nuovi strumenti si confronti il recente lavoro di
Savino (2003) che costituisce l’esito di una ricerca che ha esplorato appunto le nuove forme di
governo del territorio.

156
minato la nascita di alcune di queste nuove strutture territoriali. Si intende fare
riferimento ad un obiettivo di densificazione: si tratta di porre un vincolo alla di-
spersione e alla bassa densità per realizzare insediamenti meno dispersi e più
densi. Non si tratta ovviamente di raggiungere i livelli tradizionali della città
compatta, ma realizzare quella misura ottimale che da una parte permetta
all’insediamento, per così dire, di “respirare”, ma dall’altra parte permetta di rag-
giungere quella “massa” che renda possibile attivare modalità di trasporto collet-
tivo, la riduzione del costo collettivo di gestione degli stessi insediamenti, una
dislocazione dei servizi di primo livello razionale e funzionale ai bisogni della
popolazione, ecc. Una soluzione questa che, inoltre, contribuisca ad evitare
l’isolamento spaziale, rarefatti rapporti sociali e senso di insicurezza.
Questo obiettivo non sembri contraddittorio con la premessa: sembra di po-
tere dire che dispersione e bassa densità degli insediamenti, che sono una sorta
di atto di nascita di alcune nuove formazioni territoriali, possono costituire un
ostacolo alla piena realizzazione delle potenzialità di tale nuova struttura, que-
sto limite è necessario sia superato salvando, tuttavia, non tanto la forma assun-
ta dalla dispersione e dalla bassa densità, ma le prerogative di qualità.
L’altro obiettivo è quello di riorganizzare gli insediamenti produttivi di al-
cune di queste aree. Se da una parte, infatti, si è sperimentato che le grandi zo-
ne industriali determinano effetti negativi (sull’ambiente, la salute, i trasporti,
ecc.), dall’altra parte non meno negativa appare una distribuzione dispersa di
attività produttive in localizzazioni non attrezzate.
Oggi più di ieri le attività produttive hanno necessità di insediarsi in zone at-
trezzate, in grado cioè di offrire loro alcuni servizi, che vanno dal sistema di
smaltimento dei rifiuti, ad un’organizzazione di servizi di mensa, da una rete di
collegamento di telecomunicazione e informatica di alto livello, ai servizi sani-
tari e della sicurezza, a quelli finanziari, ecc. Si tratta quindi di indirizzare lo svi-
luppo produttivo di queste aree neo-metropolitane, che per lo più si presentano
dinamiche, verso zone attrezzate che da una parte rispondano positivamente alle
esigenze vecchie e nuove delle imprese e, dall’altra parte, non creino quei poli di
concentrazione produttiva che sono risultati fortemente negativi. In sostanza, ap-
pare necessaria una politica di localizzazione produttiva di interesse generale, che
dovrà operare con attenzione realizzando poli medi adeguatamente attrezzati44 in
modo da rispondere alle esigenze delle imprese e a quelle generali.
Si può affermare che il processo di auto-organizzazione è stato guidato so-
prattutto dalla ricerca individuale di una localizzazione ritenuta ottimale, sia con

44. La conoscenza della tipologia d’impresa (tipo di produzione, tecnica di produzione, dimen-
sione , approvvigionamenti, ecc.) sarebbe necessaria per poter determinare sia la dimensione del-
la zona di localizzazione, sia le attrezzature e le infrastrutture opportune. Tuttavia va anche detto
che tale conoscenza non sempre è disponibile, una zona industriale si progetta per un futuro ma-
gari incerto, quindi per compensare tale ignoranza converrà operare con il massimo di cautela
individuando anche “vincoli” alle possibili localizzazioni tenuto conto delle condizioni di conte-
sto e delle attrezzature e infrastrutture predisposte.

157
riferimento alle famiglie che alle attività produttive; esso non ha investito, spesso
se non in minima parte, le attrezzature formative e culturali. Per dare senso ad
un’area neo-metropolitana l’attenzione a queste attrezzature nelle decisioni di
governo dev’essere massima. Da una parte si tratta di collocare, come già osser-
vato, nel territorio ampio le attrezzature formative che corrispondono alle neces-
sità generale di una formazione culturale e professionale, dall’altra parte, magari
cercando di utilizzare delle opportunità locali, bisognerà dotare l’area di quelle
attrezzatura culturali che corrispondono al grado di progresso civile raggiunto.
Infine, una politica di collaborazione inter-istituzionale deve assumere responsa-
bilmente il problema della localizzazione delle attrezzature di “grande verde” (e
connessi) e dovrà affrontare e risolto il problema delle attrezzature ecologiche di
smaltimento dei rifiuti, di depurazione dell’acqua, ecc.
In sostanza e conclusivamente, sulla base delle ipotesi generali qui avanzate
il problema del governo delle nuove strutture territoriali si pone con grande e-
videnza, solo tale governo pubblico potrà far emergere le potenzialità delle sin-
gole aree, potrà risolvere i problemi non risolvibili dalla auto-organizzazione (o
da questa prodotti). Un processo di governo non tanto finalizzato ad un’omoge-
neizzazione; tra le aree e al loro interno, ma piuttosto a valorizzare le differenze
e a promuovere su questa base la crescita economica e sociale45.

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45. Nel corso dell’esposizione si è fatto spesso riferimento alla necessità di nuove ricerche, la
principale delle quali è la verifica stessa dell’ipotesi: cioè, è corrispondente alla realtà l’esistenza
di una tendenza generale dei territori ad organizzarsi in una forma che è stata definita metropo-
lizzazione? Per tale verifica appare indispensabile identificare, misurare e interpretare le variabili
caratteristiche di queste nuove strutture territoriali. La nozione sviluppata in questa nota si fonda
su due presupposti: che le gerarchie territoriali siano transitate dalla fase hard a quella soft e che
questo passaggio sia caratterizzato da funzioni non di massa ma di potenza (funzioni prevalente-
mente di governo e di progetto). Se così fosse non potremmo misurare la nuova situazione con le
vecchie variabili, ma dall’altra parte, sebbene alcuni tentativi sono stati fatti, si tratta di indivi-
duare, misurare e interpretare tali nuove variabili. Si tratterà allora di costruire modelli interpreta-
tivi che appunto tengano conto di tali nuove variabili. Credo che i nuovi strumenti metodologici
che sono stati messi in campo, sia per quanto riguarda la lettura dei fenomeni sia per quanto ri-
guarda la possibilità di costruire e verificare relazioni di interdipendenza ci possano permettere di
giungere ad una verifica di questa ipotesi.

P.S.
Le ipotesi qui avanzate sono state confermate dalla ricerca sull’Esplosione urbana che ha
coinvolto diverse università europee e che ha analizzato tredici situazioni urbane di diversa sto-
ria, dimensione e sviluppo economico. Si veda il catalogo della mostra «L’explosiò de la ciutat»,
tenuta a Barcellona nel giugno del 2004 ed anche L’esplosione della città, catalogo della stessa
mostra tenuta a Bologna (Compositori ed., Bologna, 2005).

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162
L’Area centrale veneta: «diffusione in evoluzione»∗
di Laura Fregolent, Francesco Indovina, Michelangelo Savino (2004)

Nell’estremità orientale della Pianura Padana, ai piedi del sistema pedemon-


tano che annuncia il gruppo delle Dolomiti e quindi delle Alpi Retiche, fino al
corso di valle del fiume Adige che la separa dalle terre più prossime al Po,
l’Area centrale veneta rappresenta uno dei sistemi insediativi più peculiari
dell’Italia settentrionale.
Territorio privo di rilievi significativi (ad esclusione dei gruppi di origine
vulcanica dei Colli Euganei a sud di Padova e dei Colli Berici a sud di Vicen-
za), solcato da numerosi corsi d’acqua di diversa importanza, si presenta come
un’area fortemente antropizzata, intensamente coltivata e nel corso degli ultimi
trent’anni interessata da un processo di fortissima industrializzazione e di cre-
scente urbanizzazione, che oltre a mutarne gli aspetti morfologici ha inciso de-
cisamente sul sistema sociale ed economico della regione.
Questo sistema – che presenta particolare omogeneità, non solo dal punto di
vista sociale ed economico, ma anche per le morfologie che lo sviluppo
dell’urbanizzazione ha prodotto negli ultimi anni – si estende dai comuni di se-
conda cintura del capoluogo di Vicenza ad ovest (dove è possibile riconoscere
un’effettiva cesura dal sistema metropolitano di Verona, nettamente distinto e
separato) sino alla Laguna di Venezia, dal sistema pedemontano (un semi-arco
che da Schio-Thiene giunge sino a Conegliano) scende sino Padova, un’area
che la stessa Regione Veneto per la sua sostanziale omogeneità e per la forte
integrazione ha riconosciuto come un unico sistema metropolitano.
All’interno di questa area è possibile distinguere “contesti” territoriali che si
differenziano non solo per alcuni particolari aspetti di natura sociale ed econo-
mica, non solo per differenti gradienti di concentrazione urbana, ma soprattutto
per un minor livello di integrazione metropolitana e di coesione territoriale,
spingendo gli studi territoriali a riconoscere un sistema territoriale effettiva-
mente integrato e di carattere metropolitano in un’area più ristretta del sistema

. Sta in: Font A., Indovina F., Portas N. (eds.), L’explosió de la ciutat. Morfologies, mirades
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218-237; ora anche in Indovina F., Fregolent L., Savino M. (a cura di), L’esplosione della città,
Compositori ed., Bologna, 2005.

163
metropolitano centrale veneto, quella che soprattutto, per i caratteri assunti
dall’urbanizzazione metropolitana, è stata definita come «città diffusa».
Questa particolare conformazione territoriale si presenta non solo come una
dilatazione di un centro metropolitano di particolare importanza, ma soprattutto
manifesta una stretta integrazione funzionale tra centri metropolitani diversi, cen-
tri di media e di minore dimensione; si caratterizza non solo per una dispersione
di funzioni residenziali (quasi sempre caratterizzate da edificazione a bassa den-
sità), ma anche dalla distribuzione omogenea sul territorio di attività produttive
(quasi sempre di piccola e media impresa, anche se non manca una delocalizza-
zione di grandi imprese in aree meno concentrate) e commerciali; negli ultimi
anni, a fronte di un potenziamento infrastrutturale in questa area e sempre meno
connessi ai centri di maggior dimensione sorgono grandi attrezzature metropoli-
tane, centri commerciali, luoghi per il divertimento, mentre un’accresciuta mobi-
lità sottolinea le modalità e l’intensità con cui il territorio viene utilizzato da una
popolazione residente in costante movimento. Una mobilità così intensa, non si-
stematica, ma spesso erratica e facoltativa, permessa da un tasso di motorizzazio-
ne privata di poco superiore a 2,3 veicoli per famiglia, viene garantita inoltre da
un sistema di connessioni stradali particolarmente fitto (in parte di origine storica
in parte legata a numerosi, diffusi, seppur minimi interventi pubblici) che riesce a
garantire la massima accessibilità e le medesime potenzialità localizzative ad o-
gni zona del territorio, mentre una ricca dotazione di servizi pubblici e di attrez-
zature di diverso livello e qualità hanno determinato un’offerta di condizioni di
vita e qualità “urbane” anche in assenza di vere e proprie forme urbane, interval-
lato come è da ampi spazi agricoli, da una densità ridotta ai minimi termini, in
cui predomina la casa isolata (che non ha alcuna forma di fabbricato rurale né ha
alcuna connessione con l’attività agricola), il capannone industriale isolato, ma
comunque attrezzato, gli ampi spazi aperti e parzialmente inedificati ma comun-
que segnati da processi di urbanizzazione.
L’elemento decisamente distintivo di questo territorio è il suo funzionamen-
to come se fosse una vera e propria città, la cui popolazione tende ad usare tutto
il territorio per i propri bisogni, disegnando di conseguenza deboli gerarchie
territoriali, che pur si individuano nei centri urbani maggiori in cui si concen-
trano ancora le funzioni di maggior livello territoriale e di prestigio.
Un sistema così particolare è stato riconosciuto in un’area di dimensione re-
lativamente ridotte (1.620 kmq) all’interno di un quadrilatero in cui vertici sono
(morfologicamente e funzionalmente) tre capoluoghi di Provincia (Padova,
Treviso e Venezia) e il comune di Castelfranco Veneto, e che si estende sulla
superficie di ben 44 comuni distribuiti nelle province di Padova (Borgoricco,
Cadoneghe, Campodarsego, Camposampiero, Limena, Loreggia, Massanzago,
Noventa Padovana, Padova, Piombino Dese, S. Giorgio delle Pertiche S. Giu-
stina in Colle, Trebaseleghe, Vigodarzere, Villanova di Camposampiero, Vi-
gonza), di Treviso (Casale sul Sile, Casier, Castelfranco Veneto, Istrana, Mo-
gliano Veneto, Morgano, Paese, Preganziol, Quinto di Treviso, Resana, Trevi-

164
so, Vedelago, Zero Branco) e di Venezia (Dolo, Fiesso d’Artico, Marcon, Mar-
tellago, Mira, Mirano, Noale, Pianiga, Salzano, S. Maria di Sala, Scorzè, Spi-
nea, Stra, Venezia, Vigonovo). Un territorio che presenta una certa esiguità
demografica (soprattutto se lo si confronta con altre aree metropolitane italiane
e dell’Europa meridionale) raggiungendo nel 2001 la popolazione di 1.070.919
abitanti (507.686 abitanti se si escludono i tre capoluoghi che dalla metà degli
anni ’70 registrano una progressiva diminuzione di popolazione), ma che ha
mostrato tassi di crescita notevolissimi negli ultimi trent’anni, al punto da costi-
tuire il cuore di uno dei sistemi produttivi più forti del continente.
Se la popolazione cresce relativamente poco dal 1971 in poi (complessivamente
dello 0,6%) quello che è evidente è il cambiamento di peso demografico delle sue
componenti, che mostrano dinamiche divergenti, ma soprattutto il costante ridi-
mensionamento dei centri maggiori e dei capoluoghi, mentre l’area interstiziale
presenta sin dal 1961 in poi dinamiche sempre crescenti anche se in rallentamento
(il tasso di crescita demografico 1961-1971 è pari a +18%, nel 1971-1981 è pari al
15% circa e d’allora si attesta intorno all’8%), presentando dal 1971 in poi un peso
demografico superiore a tutte le altre componenti dell’area.
Allo stesso modo, l’area interstiziale mostra una crescita del numero delle abi-
tazioni totali di gran lunga maggiore dei comuni capoluoghi, del 18,7% tra il
1981 ed il 1991 e del 16,5% tra il 1991 ed il 2001, evidenziando un processo di
urbanizzazione e uno spostamento della domanda residenziale verso le aree ad
urbanizzazione diffusa esterna e a distanza crescente dai centri urbani principali.
La diminuzione di peso dei settori produttivi tradizionali nei centri principali
ancora una volta mostra la vitalità dell’area interstiziale che se tra il 1981 ed il 1991
mostrava una crescita dei posti di lavoro pari al 32%, nel 2001 dopo un periodo di
sviluppo incerto e segnato da crisi congiunturale e riorganizzazione produttiva mo-
stra ancora una crescita degli addetti del 16% e comunque maggiore a quella dei
centri capoluoghi. La delocalizzazione dei posti di lavoro dalle aree produttive me-
tropolitane verso le attività produttive disperse sul territorio – a volte isolate in una
campagna aperta coltivata, a volte organizzate in aree industriali di più o meno
grande dimensione, altre volte strategicamente collocate lungo i principali assi di
comunicazione territoriale senza particolari o specializzate infrastrutture – sostiene
e motiva in parte la ricerca di una residenza altrettanto diffusa sul territorio.
Le osservazioni empiriche permettono di riconoscere sul territorio sia forme e
tipologie differenti di relativa concentrazione che modulano la diffusione, sia
l’insorgenza di alcune polarità che mostrano una dinamica evolutiva interessante
del sistema. Nel primo caso, soprattutto le rilevazioni dei processi di urbanizza-
zione nel tempo, mostrano che all’interno del sistema si riconoscono “nuclei
compatti”, “grandi addensamenti”, “piccoli addensamenti” e “strutture minime”.
le variazioni starebbero ad indicare una tendenza alla densificazione e alla deter-
minazione di morfologie di maggior livello, anche se non tutti i “punti” mag-
giormente significativi (dal punto di vista dell’urbanizzazione) presentano nel
tempo una medesima ed univoca tendenza all’addensamento. Sempre più raffor-

165
zati appaiono, in termini di edificazione, alcuni “filamenti”; si ampliano i nuclei
compatti; diminuisce l’edificazione sparsa: insomma, la diffusione perde il suo
carattere travolgente, mentre sembrano prevalere tendenze di compattazione.
Le polarità, che vanno dalle “strade-mercato” (prima forma di addensamen-
to pluri-funzionale, ma soprattutto commerciale e produttivo lungo alcuni assi
stradali di grande comunicazione, inglobando a volte anche piccoli centri urba-
ni), ai grandi nodi infrastrutturali (che diventano punti di agglomerazione delle
attività economiche prevalentemente commerciali e direzionali) alle aree dei
centri commerciali che si attrezzano negli ultimi anni con attività ricreative (pa-
lestre, attrezzature sportive, cinema multisala, sale giochi, discoteche e così
via) che costellano il sistema insediativo diffuso, pur non diventando cardini
dei processi di urbanizzazione, diventano però elementi catalizzatori della mo-
bilità e delle attività delle famiglie, determinando i caratteri della vita sociale
dell’area e inducendo modificazioni sostanziali nell’uso del territorio nel suo
complesso e degli spazi pubblici tradizionali
La forza di questo sistema, oltre che motore propulsivo principale, sembra
risiedere nel sistema produttivo che si è andato organizzando dalla metà degli
anni ’70 grazie allo sviluppo della piccola e media impresa, in parte esito dei
processi di decentramento produttivo dei grandi sistemi industriali di Porto
Marghera e di Padova (il primo in crisi strutturale irreversibile sin dalla fine
degli anni ’60), in parte grazie a risorse endogene, che nel tempo hanno favori-
to la crescita di queste attività, il loro progressivo sbocco sui mercati nazionali
ed internazionali, quindi l’auto-organizzazione e la cooperazione per la ricerca,
l’innovazione tecnologica, di prodotto e di produzione, l’internazionalizza-
zione, determinando la formazione di «distretti industriali», soprattutto per al-
cune filiere, come è avvenuto – nell’area tra Padova e Venezia e lungo l’asta
del Naviglio del Brenta, all’interno dell’area oggetto di studio – con il distretto
industriale calzaturiero.
Proprio lo sviluppo particolare del sistema produttivo dell’area ha permesso di
mettere in evidenza le diverse origini ed i fattori determinanti per questo sistema
insediativo, tra i quali va sicuramente riconosciuto il ruolo ed il peso dell’agricol-
tura, in passato ragione economica quasi esclusiva e determinante l’ordine socia-
le e la struttura territoriale nell’area, marginale alle rotte dei grandi traffici inter-
nazionali di Venezia e debolmente interessata dai commerci e dalle notevoli atti-
vità produttive di alcuni centri urbani importanti. Un’agricoltura non particolar-
mente florida, per le colture locali, per le caratteristiche del terreno, per i notevoli
investimenti necessari per la regimazione di fiumi e torrenti, per il controllo delle
acque di superficie e la protezione dagli impaludamenti; per drenare acque ab-
bondanti e minacciose, fino al XVI secolo almeno, quando la crisi politico-
economico che investe le grandi città commerciali del Mediterraneo, spinge
l’aristocrazia veneziana ad investire altrove i propri capitali: non per motivi mili-
tari e di sicurezza, Venezia scopre, occupa e trasforma il suo entroterra.

166
La «villa veneta», massima espressione artistica dell’area, è lo strumento di
questa profonda trasformazione: quale «unità produttiva», è l’elemento origine
ed ordinatore di un sistema di organizzazione agricola e produttiva del territo-
rio; si affianca alla chiesa e al suo campanile come elemento di riferimento geo-
grafico del territorio; dà nuovo senso e spessore ai borghi sparsi; garantisce
grandi investimenti in opere idrauliche, in strade di comunicazione e manufatti
edilizi; soprattutto rafforza il presidio delle campagne da parte della popolazio-
ne e consolida il radicamento delle famiglie nei territori rurali, anche attraverso
il sistema mezzadrile che determina nel tempo lo sviluppo di una (seppur pre-
caria) proprietà dei terreni estremamente parcellizzata.
Diverse cause, quindi, trattengono la popolazione dall’inurbamento, creando
una propensione alla vita non urbana, che determina anche il relativo debole
sviluppo dei centri di media e piccola dimensione, ma anche dei poco significa-
tivi processi di attrazione dei grandi centri urbani della regione (soprattutto in
raffronto ai profondi mutamenti che il sistema urbano italiano ha subito negli
anni successivi al II conflitto mondale). La rete di piccoli e medi centri urbani,
di impianto “storico” rappresentano “nodi di servizi” alle famiglie e alle impre-
se e che dal nucleo originario (ancora riconoscibile in molte frazioni segnato a
volte dalla presenza della sola chiesa e del campanile, elemento che più di altri
punteggia il territorio in maniera simbolica ed emblematica; a volte invece
“rafforzato” dalla presenza di una villa padronale e delle relative dipendenze
che organizzano l’ordito dei campi e dei percorsi interpoderali) e che nel corso
del tempo acquisiscono maggiori funzioni.
Ed è sempre l’agricoltura a forgiare nel tempo anche alcuni aspetti di carat-
tere sociale della popolazione insediata che gli studi sociologici hanno indicato
come fattori altrettanto determinanti nel consolidamento di questo sistema in-
sediativo: l’elevata coesione sociale delle piccole comunità locali; le forme di
reciproco aiuto e solidarietà, ma anche di fiducia (all’origine del «capitale so-
ciale» riconosciuto oggi come fattore determinante lo sviluppo del sistema pro-
duttivo integrato o distrettuale); la famiglia “allargata” ma soprattutto la fami-
glia come sistema sociale (a piccola scala) autosufficiente, capace di auto-
organizzarsi per rispondere ai propri bisogni, per la divisione del lavoro come
nel sostegno economico ai suoi membri; la formazione di una rendita che con
l’integrazione di altri redditi finisce con il costituire quella base finanziaria alle
radici della micro-imprenditorialità e condizione di partenza del sistema pro-
duttivo regionale basato sulla piccola e media impresa, con tendenza
all’accumulazione e al risparmio; un’elevata attitudine al lavoro. Sono alcuni
degli elementi che hanno spiegato non tanto l’origine quanto la forza del siste-
ma produttivo della piccola e media impresa, la sua affermazione, il suo suc-
cesso e la successiva formazione dei distretti industriali.
Indubbiamente all’origine del sistema produttivo veneto, c’è la grande im-
presa industriale, favorita da notevoli sostegni – quando non da finanziamenti
pubblici e interventi infrastrutturali dello Stato – già alla fine della I guerra

167
mondiale, che determina la realizzazione su terre strappate alla laguna di Vene-
zia di Porto Marghera, quindi Padova e Vicenza, in minor misura Treviso ed
alcuni centri urbani minori. Indubbiamente nel corso degli anni’ 50 e ’60 so-
prattutto Padova e Venezia esercitano una grande capacità di concentrazione di
popolazione e attività economiche, senza particolari discostamenti dai processi
che andavano manifestandosi in altre aree italiane. Ma già a metà degli anni
’60, le dinamiche di concentrazione metropolitane si presentano più flebili ri-
spetto ad altre aree regionali e al censimento del 1971: il ridimensionamento
della crescita dei centri urbani maggiori della regione è evidente. La crisi pro-
duttiva che investe Porto Marghera, riflesso della congiuntura nazionale ed in-
ternazionale e di alcuni limiti strutturali “locali”, sono motivo di una profonda
riorganizzazione del sistema produttivo, che prende forma nel decentramento
della produzione e nella segmentazione del ciclo produttivo. Sicuramente, la
grande impresa produce opportunità, oltre a liberare forza lavoro e aver fornito
know-how e reti di relazioni produttive e commerciali, fattori che si trasforma-
no nei primi motori di sviluppo della piccola e media impresa, sostenuta quindi
dal risparmio accumulato dalle famiglie e dal lavoro che i diversi componenti
della famiglia stessa possono garantire. Nella fase di avvio, inoltre, la piccola e
la media impresa appaiono legate da un rapporto di esclusività (di “dipenden-
za”) con una impresa più grande (magari non la prima della catena terzista),
frutto di un complesso processo di decentramento produttivo “nel territorio”.
Una parte di queste imprese, nel tempo, trova una propria collocazione di mer-
cato (anche attraverso la vendita diretta al consumatore), affrancandosi, anche
se solo in parte, dalla dipendenza delle imprese più grandi.
Le profonde trasformazioni tecnologiche, nonché le nuove forme organizzati-
ve della produzione, poi, “liberano” l’impresa sul territorio, sciolgono cioè i vin-
coli di accessibilità, di localizzazione, di concentrazione e di economia di scala: il
piccolo imprenditore colloca la nuova attività laddove i costi dei terreni sono più
contenuti, approfittando dell’accessibilità che il territorio omogeneamente garan-
tisce (grazie al notevole capitale fisso sociale “sedimentatosi” nel tempo), laddo-
ve la forza lavoro si presenta a costo minore e con bassa conflittualità, favorendo
un processo di diffusione dei posti di lavoro che a sua volta è possibile grazie alla
popolazione insediata “diffusamente” sul territorio e sostenendone contempora-
neamente il maggior sviluppo. Si crea una relazione molto stretta tra sistema di
produzione e territorio: il sistema di produzione con il decentramento ingloba nel
trasporto “interno” della “fabbrica” le infrastrutture viarie che collegano i reparti
“decentrati”, ma non solo. Si tratta di un rapporto che lega la comunità alla vita
stessa dell’impresa, tra queste e la società di insediamento si determina una sorta
di simbiosi sociale: l’impresa è la fonte del guadagno, la società la “fornitrice” di
lavoro in una sorta di “solidità” di interessi, dato che il buono andamento
dell’impresa risulta fondamentale per la comunità locale. Questo vale sia per la
singola “impresa” che per l’intera struttura delle piccole e medie imprese soprat-
tutto quando tendono a configurarsi come “distretto”.

168
Questo sistema trova nelle politiche regionali degli anni ’70 ed ’80 un so-
stegno pieno ed incondizionato. Alla ricerca di un consenso quanto più ampio:
la Regione accoglie le esigenze di questo sistema; ne garantisce alcuni requisiti
basilari; promuove politiche che favoriscono il rafforzamento della dotazione
di servizi e strutture nei diversi poli urbani, in grado di valorizzarne e arricchir-
ne le funzioni e il ruolo; soprattutto permette al territorio di acquisire qualità e
caratteri di “urbanità” insolita per aree che sembrano conservare ancora una na-
tura spiccatamente rurale.
D’altronde, esito di una cultura urbanistica “espansiva”, le singole ammini-
strazioni comunali prevedono nei loro piani urbanistici generosi ampliamenti ur-
bani con aree produttive attrezzate e lottizzazioni residenziali estensive, sulla
spinta di un mercato immobiliare che promuove un’immagine abitativa rurale e
semi-rurale offrendo l’opportunità alle famiglie di acquistare una casa in proprie-
tà, con tipologie a bassa densità e disponibilità di spazio aperto, che risponde ad
un’ideologia abitativa profondamente radicata nella società locale (anche quella
inurbatasi negli anni di sviluppo dei capoluoghi regionali), oltre ad essere stata
favorita (come già detto) dall’evoluzione della residenza contadina tradizionale.
Ed infatti, tra i processi edilizi che interessano l’area spicca anche il recupero e la
ristrutturazione moderna del patrimonio edilizio agricolo, processo altrettanto in-
tenso della costruzione di nuove abitazioni (spesso completamente o parzialmen-
te auto-costruite) su aree agricole di proprietà (della famiglia) non urbanistica-
mente attrezzate, al di là di una spesso modesta infrastrutturazione viaria.
Alla fine degli anni ’70 è ormai evidente che il nuovo sistema territoriale
che va formandosi è alimentato anche dai processi di depotenziamento dei
grandi centri urbani. Mestre, da tempo appendice urbana di Venezia, mostra
una perdita di popolazione ed un rafforzamento della base economica di carat-
tere terziario-direzionale, un processo che la assimila ai centri di Padova e Tre-
viso, capoluoghi che perdono attività economiche e abitanti. I flussi in uscita
verso la città diffusa – così come la popolazione che vi si trattiene preferendola
alla città “compatta” – percepiscono i costi di insediamento come più contenuti
e la qualità complessiva dell’abitare “migliore”; trovano nuove e migliori con-
dizioni di insediamento nei comuni di cintura e nel territorio agricolo, dove o-
pere di urbanizzazione e servizi assicurano condizioni di vita “urbane”, mentre
una crescente motorizzazione privata (favorita anche da un aumento del reddito
medio delle famiglie) su un sistema stradale esteso e capillare permette di non
rinunciare ai servizi di carattere superiore ancora concentrati nei centri urbani o
piuttosto la fruizione “combinata” di servizi ed attrezzature di tipo e di livello
differente e diversamente localizzate sul territorio.
Il fenomeno che contraddistingue questo sistema territoriale sino alla secon-
da metà degli anni ’90 è indubbiamente il livello di organizzazione e di effi-
cienza che ha garantito una riduzione complessiva dei costi insediativi e di svi-
luppo delle famiglie come delle imprese. Anzi durante gli anni ’90, il miglio-
ramento della dotazione dei servizi e soprattutto la progressiva dislocazione

169
nella città diffusa di servizi di livello superiore e di attività economiche anche
dei settori produttivi più innovativi, la moltiplicazione di centri commerciali,
ma anche di luoghi di divertimento e loisir ha aumentato comodità e vantaggi
delle famiglie insediate, anche a costo di un aumento della mobilità non siste-
matica e un progressivo incremento dei tempi di percorrenza per una crescente
congestione del sistema stradale locale.
È proprio la congestione del sistema stradale a evidenziare le nascenti dise-
conomie e ad indicare che la crescita non controllata del sistema insediativo
diffuso comporta un aumento dei costi che le famiglie e le imprese iniziano a
percepire. I tempi di percorrenza, l’incremento del traffico, i livelli di intasa-
mento del sistema stradale (che è cresciuto in modo incrementale senza grandi
infrastrutture) penalizzano un sistema produttivo distante dai mercati, da altri
centri di produzione, dai nodi logistici, oltre alla congestione prodotta anche
dalla veloce saturazione delle aree produttive, nelle scarse possibilità di am-
pliamento degli impianti, nell’impossibilità di avviare forme di diversificazione
produttiva o di commercializzazione o favorire l’insediamento di attività pro-
duttive complementari per mancanza di spazi ed attrezzature adeguate; ma an-
che le famiglie iniziano a valutare in tempi e costi di spostamento – non solo
lungo i principali assi di collegamento territoriale, ma anche sulla rete minore
di distribuzione territoriale – le conseguenze di una dispersione dei servizi di
base e dei punti di approvvigionamento, spostamenti che non possono avvalersi
del trasporto pubblico incapace di raggiungere tutte le realtà insediative del si-
stema diffuso, mentre il contenimento della spesa pubblica rallenta la fornitura
di opere di urbanizzazione essenziali a tutte le residenze e alle imprese.
Si manifesta anche una “certa” emergenza ambientale, a livello generale
percepita dai costi della raccolta e smaltimento dei rifiuti, mentre in alcuni casi
si avvia una valutazione dell’impatto ambientale prodotto da residenze ed im-
prese non raggiunte dai sistemi di raccolta degli scarichi o piuttosto dalla ricer-
ca delle imprese di contenere i costi, scaricando nell’ambiente (canali agricoli,
rogge, piccoli corsi d’acqua) i residui di produzione, oltre all’inquinamento
prodotto da una produzione agricola sempre più meccanizzata e modernizzata.
Insorgenti problemi di efficienza e una nuova sensibilità ambientale, sembrano
produrre in questi anni un maggior controllo nel consumo del suolo ed una mag-
giore tutela delle risorse territoriali e delle emergenze paesaggistiche, anche per ri-
durre i costi pubblici delle infrastrutture e dei servizi, ridurre l’isolamento sociale e
spingono la pianificazione locale verso nuovi contenuti e nuovi obiettivi.
Tradizionalmente, come già accennato sia le politiche della Regione Veneto
che la pianificazione comunale hanno sostenuto il processo di diffusione. Indub-
biamente, il primo elemento è stato la realizzazione di una rete di servizi sociali,
in particolare attrezzando il territorio di numerosi centri ed attrezzature, collocati
nei centri abitati di piccola e media dimensione, garantendo una dotazione territo-
riale quasi capillare. Quindi, e non solo nel caso veneto, attraverso leggi che –
promosse a sostegno della attività produttive e per il rilancio economico della

170
produzione agricola – si sono poi dimostrate essere acceleratori dei processi di
diffusione (favorendo l’ampliamento degli insediamenti produttivi al di fuori del-
le aree attrezzate ed urbane o piuttosto la completa ristrutturazione e trasforma-
zione d’uso del patrimonio edilizio agricolo). D’altronde, il principale strumento
di pianificazione e programmazione regionale, il Piano territoriale di coordina-
mento territoriale (Ptrc) – elaborato sin dall’inizio degli anni ’80 e quadro di rife-
rimento di tutte le politiche regionali nonostante venga approvato definitivamente
solo nel 1991 – riconosce non solo l’armatura urbana storica di carattere policen-
trico del Veneto, ma si propone anche di confermarlo, sostenerlo e favorirne una
maggiore integrazione funzionale, individuando il «sistema metropolitano centra-
le del Veneto» come area propulsiva della regione e come area destinata ad un
maggiore potenziamento infrastrutturale. E al Ptrc – attraverso vincoli puntuali e
non – spetta anche il compito di tutelare dal punto di vista ambientale e paesaggi-
stico le principali risorse presenti sul territorio.
La realizzazione del Sfrm – Sistema ferroviario metropolitano regionale
(come complesso di opere di potenziamento della rete ferroviaria, di rafforza-
mento del trasporto locale e della logistica, di realizzazione di opere infrastrut-
turali capaci di favorire la connessione e l’interscambio modale) viene proprio
inteso come elemento di supporto al sistema insediativo e di contenimento dei
processi di congestione.
Lungo la stessa linea, negli ultimi anni, la Regione appare impegnata sul
fronte del potenziamento infrastrutturale principalmente autostradale, per ga-
rantire la massima accessibilità delle aree strategiche del sistema territoriale
(come la nuova superstrada Pedemontana Veneta a servizio anche di alcuni di-
stretti industriale di rilevanza internazionale o il rafforzamento della ss 309 Ra-
venna-Venezia a completamento dell’asse d’interesse europeo E55 e di miglio-
ramento delle connessioni nord-sud dell’area veneziana) o per rendere più age-
vole il transito del traffico internazionale nella regione (essendo il Veneto per-
corso da alcune importanti rotte di comunicazione internazionale verso Austria
e Germania e verso l’Europa orientale).
Non va tralasciato l’impegno di carattere ambientale profuso dalla Regione
nella salvaguardia della Laguna di Venezia, attraverso il Piano Direttore 2000,
strumento per la prevenzione dell’inquinamento e per il risanamento delle ac-
que del Bacino sversante nella Laguna di Venezia, che si è tradotto in un pro-
getto di progressivo disinquinamento e di potenziamento e modernizzazione
dei sistemi di raccolta e trattamento delle emissioni e delle acque reflue su un
territorio che interessa buona parte del sistema insediativo diffuso, grazie all’o-
pera di individuazione e coordinamento degli interventi di prevenzione dell'in-
quinamento prodotto dal settore agricolo, industriale e dagli insediamenti diffu-
si. La novità, soprattutto rispetto al quadro delle politiche ambientali nazionali,
non sta solo nell’introduzione di nuove tecniche di irrigazione e fertilizzazione
dei terreni agricoli, non solo nel controllo degli agenti inquinamenti (prodotti
dall’agricoltura, dalla zootecnia, dall’industria tradizionale e innovativa); nelle

171
tecniche per la loro riduzione e smaltimento, che prevedono soluzione puntuali,
diversificate e ad hoc; quanto nella capacità di trattare il territorio e le attività
umane che vi si svolgono come un unico sistema, integrato, interagente, all’in-
terno del quale la compatibilità tra le attività produttive esistenti e gli interventi
previsti e le valenze ambientali, è elemento prioritario capace di orientare le
scelte d'intervento sul territorio.
Sono, comunque, le politiche dei singoli comuni il principale fattore della
trasformazione insediativa: nell’applicazione delle leggi regionali, attraverso la
realizzazione di insediamenti di edilizia economica e popolare, attraverso le
previsioni di espansione urbana, e quindi:

– favorendo l’insediamento di attività produttive ovunque se ne manifestasse


la richiesta, secondo i bisogni del sistema economico e secondo le razionali-
tà individuali degli operatori, degli imprenditori e delle famiglie coinvolte
nel processo produttivo;
– incentivando la dispersione insediativa della popolazione, anche in stretta
relazione alla distribuzione delle attività produttive del territorio, e alla do-
manda di investimento immobiliare che la società locale ha espresso;
– con la realizzazione delle diverse reti tecnologiche oltre che delle opere di
infrastrutturazione (che, ad esempio, hanno trasformato sentieri interpodera-
li in “assi” di lottizzazioni non sempre urbanisticamente adeguate ed orga-
nizzate), che per alcuni versi hanno reso il territorio “indifferente” alle logi-
che insediative delle famiglie;
– creando servizi e attrezzando anche i nuclei abitati di minore taglia demo-
grafica e di contenuta dimensione; garantendo, nei limiti delle capacità di
programmazione e realizzazione comunale, la debita infrastrutturazione e
urbanizzazione primaria delle aree.

Alla pianificazione comunale dei decenni scorsi è mancata una generale visione
degli effetti cumulativi dei processi insediativi determinati dalle politiche pubbli-
che, oltre ad un generale rifiuto per forme di coordinamento istituzionale o di go-
verno del territorio concertato, soprattutto in un’atmosfera di competizione territo-
riale per l’attrazione di investimenti privati e di nuovi posti di lavoro. I crescenti
costi collettivi (inquinamento, congestione, rumore, una diminuzione complessiva
della qualità della vita, la riduzione o compromissione di risorse ambientali) oltre
all’evidente incremento dei costi pubblici, in presenza di una riduzione delle possi-
bilità di spesa delle amministrazioni comunali (oneri di urbanizzazione primaria,
potenziamento del capitale fisso sociale, costi di raccolta e smaltimento rifiuti, in-
cremento dei costi dei sistemi di trasporto collettivo, per dire quelli che vengono
incondizionatamente riconosciuti anche dall’opinione pubblica) stanno modifican-
do ragionevolmente le proposte di espansione e spingendo le amministrazioni co-
munali verso forme di gestione coordinata dei servizi pubblici, di cooperazione
nell’elaborazione degli intervento territoriali e di co-pianificazione.

172
Il Programma di riqualificazione urbana e di sviluppo sostenibile del territo-
rio (Prusst) della Riviera del Brenta è un esempio particolarmente interessante di
questo nuovo corso delle politiche di governo del territorio. Sulla spinta di
un’iniziativa ministeriale del 1998, nel settore meridionale dell’area centrale ve-
neta oggetto di studio (e interessata dal distretto industriale del calzaturiero) si è
assistito alla definizione di un progetto territoriale che tenta di sposare non solo le
proposte di sostegno e rilancio del settore produttivo industriale (potenziamento
infrastrutturale e logistico, reperimento di nuove aree per impianti produttivi,
servizi di eccellenza per la ricerca, l’innovazione tecnologica e l’internaziona-
lizzazione della filiera), ma anche proposte di riqualificazione ambientale (tutela
e valorizzazione dei cosi d’acqua, tutela delle aree agricole e delle aree non edifi-
cate, valorizzazione delle risorse paesaggistiche, rivalutazione e fruizione pubbli-
ca delle risorse culturali e monumentali) e di migliore dotazione e utilizzazione
dei servizi sociali anche attraverso la realizzazione di piste ciclabili di collega-
mento e messa in sistema delle attrezzature). L’aspetto di maggior rilevo del pro-
getto è, però, la capacità mostrata di costruire le diverse forme di sinergie tra le
diverse istituzioni pubbliche (non solo i comuni dell’area interessati dagli inter-
venti, ma soprattutto mossi dallo stesso quadro di obiettivi, ma tutti gli enti pub-
blici a diverso livello coinvolti per competenze nell’attuazione del progetto) e gli
operatori economici privati, superando i tradizionali conflitti amministrativi, le
inerzie burocratiche, i ritardi progettuali ed esecutivi, all’interno di quello che
sembra essere l’unica modalità possibile oggi per governare un territorio con
queste particolari caratteristiche ma soprattutto con queste emergenti problemati-
che di scala sempre più estesa.
Il lavoro analitico condotto sull’area, le elaborazioni statistiche e le restitu-
zioni cartografiche prodotte dimostrano come il dinamismo evolutivo dell’area
vada letto non solo tenendo conto dei diversi fattori che hanno concorso e con-
corrono a determinare uno sviluppo morfologico ed insediativo di questo tipo,
ma anche interazioni sinergiche di politiche, progetti, piani, leggi, cercando di
cogliere quelli che sono i limiti e i danni sociali, ambientali, territoriali in gene-
re di un processo di dispersione di questo tipo. Inoltre, paiono affermarsi pro-
cessi dinamici di sempre maggiore integrazione tra le diverse zone dell’area e
tra le diverse funzioni che permettono di definire un “territorio metropolitano”.
Un territorio che pur mantenendo un carattere diffuso, presenta tendenze di ad-
densamento, una funzionalità metropolitana, con la costituzione di diversi poli
che esprimono una gerarchia soft e variabile.

173
La nuova dimensione urbana: l’arcipelago metropo-
litano∗
di Francesco Indovina (2005)

1. Della nicchia della specie umana

Per nominare la città del presente si usano molti nomi, alcune metafore,
termini che vogliono stimolare l’immaginario; si estrapola qualche aspetto ma
l’attenta descrizione è spesso assente; tutti puntano all’interpretazione, ma que-
ste sono tante e diverse, anche se con qualche elemento comune: che non c’è
posto per un’interpretazione condivisa. Alla fine ci si potrebbe accordare sulla
denominazione di città contemporanea, che mentre segnala uno iato rispetto al-
la città moderna, che è nella percezione di tutti, resta molto vaga sui connotati
specifici di tale contemporaneità.
Quasi tutti i nomi usati tendono a suggerire nostalgia per una città che forse
non è mai esistita, essendo proprio della città la transizione, la continua modifi-
cazione e insieme la sua permanenza.
È nel passaggio dalla comunità, caratterizzata da rapporti sentimentali (o-
dio/amore), dalla ripetitività dei comportamenti, dai ridotti imprevisti, da scelte
collaborative, ma anche da staticità e da un controllo sociale che spesso assume
valenza oppressiva, alla società, caratterizzata dal calcolo della convenienza, da
scelte razionali, dalla libertà, dalla variabilità, dall’insorgere continuo dell’im-
previsto, dalla crescita delle contraddizioni, che si realizza la piena affermazio-
ne della condizione urbana. È l’esperienza della “convivenza” urbana che ha
permesso la positiva gestione di tali contraddizioni, ma anche il loro continuo
ricrearsi a livelli diversi. È qui che insorge con prepotenza l’esigenza di gestire
(sia a livello individuale che collettivo) le contraddizioni, i conflitti, i contrasti
propri di una città/società; non è più soltanto questione di “giustizia” ammini-
strata da qualche potere, ma anche la ricerca continua di soluzioni mediate, di
composizione dei conflitti, di amministrazione dei contrasti. Tutto questo è no-
to, fin dai tempi di Aristotele, è indagato, ma, spesso, è dimenticato.


. Sta in: Marcelloni M. (a cura di), Questioni della città contemporanea, FrancoAn-
geli, Milano.
175
In altra occasione ho proposto di considerare la città come la “nicchia eco-
logica” della specie umana; con ciò si è voluto suggerire qualcosa di più di una
metafora, ma soprattutto mettere in evidenza la relazione stretta tra l’evolu-
zione della specie e la città. La nicchia ecologica, com’è noto, è quell’“ambien-
te” che permette ad una particolare specie di adattarsi, di evolversi e di soprav-
vivere; quando l’ambiente diventa ostile, cioè presenta degli ostacoli che quella
particolare specie non può superare, la specie si estingue.
La sopravvivenza e l’evoluzione biologica della specie umana è garantita
(fino a quando lo sarà) dall’ambiente “naturale” (con tutte le sue trasformazioni
subite dall’antropizzazione), ma la specie umana accanto alla lenta evoluzione
biologica, presenta una rilevantissima e sempre più veloce evoluzione cultura-
le: è tale evoluzione che la città ha permesso e deve continuare a garantire. Che
la specie umana si sia evoluta nella città, non si fa fatica a costatarlo; il meglio
e il peggio che la specie ha prodotto porta il segno inequivocabile della condi-
zione urbana (scienza, arte, organizzazione, tecnologia, produzione, ecc.).
Ma c’è un particolare non trascurabile, che permette di leggere in modo co-
struttivo la costante situazione di transizione della città. Mentre il bruco trova
“naturalmente” nel cavolo la sua nicchia ecologica, la sua sopravvivenza è le-
gata all’esistenza del cavolo, niente può fare per garantirsi quella nicchia, al
contrario la specie umana ha teso non solo a trasformare la nicchia naturale che
garantisce la sua evoluzione biologica, ma ha dovuto costruire – si potrebbe di-
re inventare – la nicchia ecologica adatta per la sua evoluzione culturale: la cit-
tà e la condizione urbana che ne deriva.
La conseguenza è che la città finisce per essere in continua trasformazione,
infatti, l’evoluzione culturale finisce per richiedere (o piuttosto determina, esi-
ge) una nuova organizzazione della città, cosa che, a sua volta, produce una
nuova evoluzione culturale, in un processo di continua trasformazione sia della
città che della “cultura” dei suoi abitanti. La città, quindi, da una parte è in con-
tinua trasformazione, ma contemporaneamente presenta una sua stabilità fun-
zionale. Va osservato che la velocità di evoluzione non è costante, ma appare
crescente nel tempo; quello che oggi in qualche misura spaventa è proprio la
velocità del cambiamento.
Va anche detto che il circuito evoluzione culturale/trasformazione della città
può presentarsi con una faccia viziosa, può cioè portare al deterioramento della
stessa nicchia: in questo caso, la condizione urbana che ne risultasse, che non
sarebbe più idonea a garantire un’evoluzione culturale positiva, verrebbe rifiu-
tata. Fenomeno questo che si manifesta in assenza di “governo” o in presenza
di “cattivo governo”. Quel circuito, infatti, per essere virtuoso ha bisogno sia
delle pratiche sociali che di politiche (Indovina, 1997). La prime sono costituite
dalle azioni che i soggetti sociali, singolarmente o associati, attivano per realiz-
zare i loro propri obiettivi (in questo quadro le pratiche sociali sono innovative,
dinamiche, inventive, ecc.); le seconde tendono a correggere l’aspetto negativo
delle prime, cioè l’essere parziali e individuali: infatti, il vissuto collettivo esige

176
un punto di vista generale. Le politiche, quindi, hanno lo scopo di “governare le
trasformazioni” indirizzandole verso la realizzazione oltre che di obiettivi pri-
vati e parziali, anche verso obiettivi collettivi e generali. Per ottenere questo ri-
sultato le politiche dovrebbero sviluppare un progetto di futuro possibile e indi-
rizzare verso questo obiettivo anche le pratiche sociali, definendo vincoli e
proibizioni, ma prospettando anche opportunità nuove. Crescita economica,
sviluppo sociale e culturale, equità e salvaguardia ambientale sono gli obiettivi
di ogni strategia comune.
È proprio dalla relazione tra pratiche sociali e politiche, cioè dal “governo
delle trasformazioni”, che alle generazioni presenti e future è possibile garanti-
re la città. Le trasformazioni in atto, la città contemporanea, non possono leg-
gersi senza tenere conto di questa spinta per la “conservazione” e la continua
riproposizione della condizione urbana.

2. Non solo diffusione

Nell’analisi delle trasformazioni territoriali, negli ultimi anni, si è privilegia-


to il fenomeno della “diffusione”: esso è stato chiamato in tanti modi (sub-
urbanizzazione, esplosione urbana, dispersione nel “territorio vasto” degli inse-
diamenti di popolazione, di attività e di servizi; ecc.), evidenziando, tutti, come
la “città” tradizionale non riesce più ad essere il contenitore o l’attrattore di tut-
ti i processi sociali ed economici, per incapacità, per insostenibilità, per deterio-
ramento, ecc., mentre sempre più numerosi sono i fenomeni che si localizzava-
no “fuori”, in quella che un tempo era chiamata la campagna. Quella dedicata
al fenomeno della dispersione è stata sicuramente un’attenzione ben giustifica-
ta, dato che i processi relativi sono stati quelli più vistosamente evidenti. I ri-
sultati di queste ricerche, sebbene non tutti ascrivibili ad un’unica impostazio-
ne, sono stati di notevole interesse1 e hanno dato luogo a nuove interpretazioni
dei fenomeni territoriali.
Sono stati descritti nuovi «paesaggi»2 che hanno arricchito la conoscenza
dei fenomeni territoriali; tra “campagna” e “metropoli” sono stati individuati
diversi livelli di compromissione del territorio, diversi gradini di trasformazio-
ne della campagna, in una scala che, comunque, non è prevedibile sia percorsa
sempre e tutta intera.
Tutto è stato utile, ma l’attenzione posta alla diffusione territoriale ha offu-
scato un diverso fenomeno che correva parallelo al primo: l’integrazione. In

1. La bibliografia accumulata sull’argomento è molto ampia, anche se da diversi punti di vista si


può vedere: Indovina (1990); Lanzani (1991); Boeri, Lanzani, Marini (1993); Bianchetti (1995);
Clementi, Dematteis, Palermo (1996); Bonora (1999); Savino (1999); Secchi (1999); Bertuglia,
Stanghellini, Staricco (2002); Davico, Debernardi, Mela, Preto (2002); Detragiache (2002).
2. Con riferimento all’Italia, ma anche con impianto di riflessione metodologica e ampia bi-
bliografia si veda Lanzani (2003).

177
sostanza la diffusione non è stato l’unico fenomeno nuovo dell’organizzazione
del territorio. Molti studi hanno incontrato (Indovina, 2003), ma non rilevato
nella loro importanza, la crescita di relazioni territoriali, l’infittirsi di rapporti,
l’organizzarsi di relazioni funzionali, la crescita nel territorio di nuove polarità
di rilievo. È possibile individuare, cioè, una struttura territoriale di tipo metro-
politano. Tale nuova forma di organizzazione del territorio, proprio per le sue
peculiarità, su cui ci si soffermerà più avanti, ci pare possa ben nominarsi come
arcipelago metropolitano.
In questa ottica, la diffusione e la dispersione territoriale assumono un con-
notato diverso: un modello di auto-organizzazione metropolitano; allo stesso
tempo va posta sotto una luce diversa l’interpretazione della diffusione come
“fuga” dalla città, che appare, piuttosto, come il tentativo di dare struttura di-
versa alla condizione urbana.
Il territorio e la città, per quanto detto, appaiono come realtà in continua tra-
sformazione, sarebbe quindi necessario non fermarsi sull’aspetto più evidente
di tale trasformazione, quella più “fisicamente” manifesta, appunto la disper-
sione; si impone di indagare con maggiore attenzione la struttura delle relazioni
(economiche, sociali, culturali, funzionali, ecc.), insomma, appare necessario
uno sguardo d’insieme per osservare il fenomeno in tutti i suoi aspetti.
Sulla base di alcune analisi, significative anche se parziali, è possibile affermare
che la dispersione sia strettamente collegata (non sempre e ovunque, ma la tenden-
za sembra chiara) con la moltiplicazione delle relazioni e con una struttura territo-
riale (diffusione di funzioni, forme morfologiche articolate, rete infrastrutturale,
ecc.) che insieme danno corpo appunto ad un arcipelago metropolitano. La disper-
sione e la costruzione di una dimensione metropolitana non appartengono ad epo-
che diverse, ma sono aspetti articolati di un unico fenomeno.
Del resto, di fronte alle grandi e rapide trasformazioni economiche, culturali,
sociali e tecnologiche che caratterizzano il tempo presente, non dovrebbe mera-
vigliare – per le strette relazioni esistenti tra queste e l’organizzazione dello spa-
zio – che la città e il territorio siano sottoposti a tensioni e a trasformazioni.
Si assume che le trasformazioni siano insieme l’effetto combinato (e spesso
non districabile) di fattori macro e micro, anche se in modo sintetico, si proverà
ad individuare quelli che si ritengono i principali degli uni e degli altri,

3. Dei fattori macro

La fine dell’alternativa capitalismo/socialismo reale ha costituito uno degli


eventi che maggiormente ha sconvolto gli equilibri, non solo politici ma di tutti
gli aspetti dell’organizzazione economica e sociale, compresa anche quella del
territorio. La nuova dislocazione mondiale della produzione industriale-capita-
listica, che in parte privilegia situazioni politiche di “ridotta” democrazia e tali
da garantire, senza contrapposizioni, il prevalere del “comando” del capitale

178
sulla forza di lavoro o situazioni con favorevoli differenziali salariali, modifica
la geografia economica mondiale e incide pesantemente sulle situazioni locali.
Il modo di produzione capitalistico si espande a livello mondiale, condizionan-
do la struttura sociale e territoriale sia dei paesi di nuovo insediamento, sia
quella dei paesi di origine.
L’apertura di nuovi mercati e la formazione tendenziale di un “unico” mer-
cato mondiale, osservato con accenni di esaltazione o di estrema preoccupazio-
ne, nella sua dimensione e intensità costituisce un fenomeno nuovo. Niente di
paragonabile con il passato ancorché egemonie economiche e commerciali, non
fossero assenti nei secoli trascorsi.
La dimensione mondiale della domanda di beni e servizi si presenta con una
forte crescita e con un’altrettanta forte accelerazione: la crescita economica di
paesi di grande dimensione (quali la Cina e l’India) determina una prospettiva
favorevole di mercato. Nello stesso tempo, tuttavia, questi stessi paesi, per ef-
fetto della loro crescita economica, diventano produttori di beni che entrano a
far parte dello scambio mondiale, cosa questa, per i paesi di antico sviluppo,
dalle conseguenze sicure anche se ancora non completamente chiare.
Enorme rilievo assumono i “nuovi” mercati del lavoro, che presentano un ri-
levante differenziale salariale rispetto ai paesi di antico sviluppo, nella deter-
minazione di una nuova divisione internazionale del lavoro (sembra con la pe-
nalizzazione dell’occupazione industriale e, recentemente, di quella nei servizi,
nei paesi sviluppati).
Le innovazioni tecnologiche nella produzione (sia di prodotto che di proces-
so) e nelle comunicazioni, lo sviluppo delle reti, (le quali permettono un’orga-
nizzazione della produzione più flessibile, la gestione a distanza, l’esternalizza-
zione di servizi, ecc.), ha una fortissima influenza sull’organizzazione della
produzione, sulle economie di scala, sulla localizzazione della produzione, sui
processi di agglomerazione, ecc. con rilevanti conseguenze sul piano dell’orga-
nizzazione del territorio. In particolare, sulla distribuzione delle funzioni; sulla
crescita e riorganizzazione delle relazioni; sull’occupazione del suolo; sulla
qualificazione dei diversi “spazi”; ecc.
I precedenti fenomeni costituiscono, quindi, con peso differente nelle diver-
se situazioni locali, potenti acceleratori della riorganizzazione delle città e dei
territori; essi inoltre tendono a modificare alcuni degli elementi costitutivi
dell’organizzazione dello spazio. Si suole parlare, a questo proposito, di un
nuovo paradigma e di un nuovo statuto della città e del territorio, ma l’abuso di
queste formule, ogni qualvolta si è in presenza di una qualche trasformazione
suggerisce cautela. La sostanza evidente, tuttavia, è che si è di fronte a nuove
forme di organizzazione dello spazio.
Emerge, così, un problema teorico/metodologico: la concezione dello spazio
indifferenziato. L’astrazione dello spazio omogeneo, assunta per semplificazio-
ne in alcuni modelli spaziali, si trasforma in una condizione della realtà. Se-
condo questo punto di vista tutto può localizzarsi ovunque. Il mondo intero as-

179
sume connotato di grande opportunità e di indifferenziata condizione. Questa
nozione non è rilevante in sé – la sua debolezza è evidente – quanto per le con-
seguenze che se ne traggono.
La principale di tale conseguenza è la prospettiva di una concorrenza tra cit-
tà, riferita alla capacità della singola città di “strappare” investimenti produttivi
ad altre città, o di essere preferita dagli investitori. Tale concorrenza si basa, ap-
punto, sull’ipotesi che lo spazio sia indifferentemente utilizzabile (tutto può loca-
lizzarsi ovunque) e che, quindi, gli investimenti si localizzino in relazione ai van-
taggi comparativi offerti dalle diverse città. Il tema della concorrenza tra città da
una parte assume l’indifferenza territoriale – perché le città possano entrare in
concorrenza esse devono essere collocate in uno spazio omogeneo – ma,
dall’altra parte, esalta la differenziazione, ogni città deve presentare delle oppor-
tunità specifiche non presenti in altre città. L’indifferenza amplia oltre misura le
possibilità – ogni città può, in teoria, concorrere contro tutte le altre – mentre,
come si vedrà più avanti, la differenziazione restringe drasticamente le possibilità
effettive. Di fatto la concorrenza può esercitarsi sostanzialmente in due ambiti:
sul costo del lavoro, o, in modo più generico, sulla qualità della città stessa.
Per quanto riguarda il costo del lavoro pare evidente che esso non costitui-
sce un specifico fattore di concorrenza urbana, non solo, ma che i paesi svilup-
pati soccombono nel confronto.
La qualità, e specificatamente la qualità urbana, dovrebbe costituire una va-
riabile strategica nelle scelte di localizzazione delle unità operative o direziona-
li delle grandi imprese (o per i rilevanti investimenti). Questi investimenti do-
vrebbero entrare nel gioco comparativo tenendo conto non solo dei vantaggi di
impresa, ma anche di soddisfare esigenze e aspettative dei manager3. Si tratta,
in sostanza, di una qualità urbana da coniugare in modo articolato. Senza nes-
suna pretesa di essere esaustivi, di seguito si indicano alcune delle connotazioni
che la “città di qualità”, in questo specifico contesto, dovrebbe possedere, e sul-
la base delle quali una qualsiasi città può entrare in concorrenza con le altre.
La città dovrebbe essere prima di tutto: ordinata, priva di conflitti, bene
amministrata, sicura, o almeno essere strutturata in modo che questi aspetti sia-
no godibili dal top sociale della popolazione (appunto manager e loro familia-
ri). Inoltre dovrebbe possedere: un sistema di collegamento, a medio e lungo
raggio (aereo, automobilistico e ferroviario) di grande efficienza e comodità;
buone scuole nei diversi livelli di istruzione; attrezzature per i giovani (per lo
sport, il tempo libero, ecc.), come pure attrezzature di buona qualità per il tem-
po libero degli adulti (teatri, cinema, gallerie, librerie ben fornite, campi di
golf, di tennis, club esclusivi, ecc.); luoghi di prestigio nelle vicinanze e facil-

3. Una concorrenza assimilabile alla precedente è anche quella esercitata per attrarre la scelta
residenziale dei ceti “alti”, o per meglio dire dei ricchi, che oggi non sono più soltanto le famiglie
proprietarie di patrimoni finanziari, industriali o commerciali, ma riguardano anche i campioni
dello sport, attori e attrici, cantanti, ecc. Gli uni e gli altri, tuttavia, oltre che preferire la “qualità
urbana” prediligono molto i paradisi fiscali.

180
mente raggiungibili; un patrimonio storico e artistico di rilevante importanza
(musei, raccolte pubbliche e private, monumenti, ecc.) e tali da definire la città
come una “stella”; come pure una densa vita culturale e sociale; buoni ed effi-
cienti attrezzature sanitarie e ospedaliere; attività commerciali qualificate; buo-
ne università, con buoni docenti e adeguati servizi, centri di ricerca qualificati e
collegati a livello internazionale, poli di eccellenza nella ricerca tecnologica;
istituzioni finanziarie potenti ed efficienti, aziende di servizio alle imprese qua-
lificate e articolate; dovrebbe, inoltre, avere disponibilità di personale di quali-
ficata esperienza da impiegare nei servizi alle persone (non solo di cura); ma-
nodopera, di diversa qualificazione, possibilmente svincolata da rigidità; infine
essere un sito ameno, meglio se dotato di un’immagine internazionale.
Questa sommaria e parziale elencazione mette in evidenza che sono poche
le città che presentano tutte queste caratteristiche insieme; inoltre, appare evi-
dente come si tratti di caratteristiche che interessano solo poche imprese (e in-
vestimenti). Detto questo, non si vuole mettere in discussione che la qualità ur-
bana, oltre che un valore in sé, possa costituire un elemento di attrazione di in-
vestimenti, quanto, piuttosto, sottolineare che le peculiarità richieste riducono
drasticamente il numero delle città in competizione. Si tratta, in sostanza, di un
club molto esclusivo e ristretto, con una “tassa di iscrizione” molto alta. La
possibile concorrenza, inoltre, si riferisce ad un segmento molto ridotto di im-
prese e di investimenti, cosa che se da una parte accresce la concorrenza,
dall’altra parte innalza, ancora di più quella che è possibile chiamare una sorta
di “tassa di iscrizione” alla gara. Si intende dire che le città che intendessero
entrare in competizione, avrebbero bisogno, quasi sempre, di eliminare il gap
storico di tecnologia, infrastrutture, istituzioni, ecc. rispetto alle città che già
fanno parte dell’élite (i soci del club), con la necessità di effettuare investimenti
di dimensione rilevantissimi e non di sicura presa. In conclusione, il mix di fat-
tori di eccellenza richiesti appartiene ad un gruppo molto ristretto di città
(mondiali), che hanno costruito nel tempo la loro buona collocazione, con
l’eccezione di pochissime nuove entrate recenti. Resta il fatto che le nuove
condizioni dettate dalla globalizzazione, qualsiasi cosa essa significhi, dalla
modifica dell’organizzazione della produzione, dalle relazioni internazionali e
dall’innovazione tecnologica, necessitano di una qualche risposta su diversi
piani; il pericolo dell’emarginazione, infatti, non solo appare sicuro per i paesi
più poveri ma risulta probabile anche per quelli sviluppati meno dinamici.

4. Dei fattori micro

Insieme ai fattori “macro” altri fattori, definiti “micro”, influenzano la rior-


ganizzazione del territorio. La loro influenza è generale anche se appare neces-
sario sottolineare che il peso di tale influenza è diversa nei singoli contesti in
relazione alle caratteristiche specifiche dei diversi territori. In sostanza sia i fat-

181
tori macro che quelli micro subiscono un trattamento locale, sia in termini di
adattamento alla situazione di contesto sia in termini di combinazione con fat-
tori specifici della singola situazione.
Tra i fattori micro, tre sembrano, in un certo senso, subire meno la situazio-
ne di contesto, nel senso che la loro influenza sembra generalizzata e dovrebbe-
ro avere rilievo in ogni contesto.
Il primo tra questi e la vecchia e mai tramontata rendita urbana. Si assume
che il valore complessivo di una città e dei suoi singoli edifici e delle sue aree
dipenda dalla quantità di capitale fisso sociale che quella città incorpora. La
quantità e qualità delle infrastrutture (e dei servizi) che si vanno realizzando
costituiscono il fattore di valorizzazione (aumento della rendita) complessiva
della città, mentre la distribuzione di tali valori nei singoli edifici e aree è anche
il risultato di altre variabili in gioco.
L’incremento della rendita si traduce, com’è noto, in un maggiore costo della
città: lo “spazio urbano” diventa più costoso per abitare, per produrre, per i servi-
zi, per studiare, ecc. Il maggiore costo per l’uso della città attiva un meccanismo
di espulsione e di sostituzione. Vengono espulsi quanti non è in grado di pagare
gli incrementi di rendita (le attività produttive a basso valore aggiunto; le fami-
glie di medio e basso reddito, o quelle che aspirano ad una condizione abitativa –
dimensione e qualità dell’alloggio – incompatibile con il loro reddito, anche se
non basso; l’edilizia pubblica; ecc.). Mentre restano o si trasferiscono dove la
rendita è più alta quanti possono sopportare i maggiori costi e considerano
l’insediamento come elemento di prestigio (le famiglie a più alto reddito; le atti-
vità produttive e di servizio a più alto valore aggiunto, quindi le più moderne, in-
novative, tecnologicamente avanzate; le attività “tradizionali” – artigianali – con
mercati di nicchia; i centri di governo pubblico; le grandi funzioni culturali e
scientifiche; le funzioni di comunicazione; ecc.). Le famiglie a più basso reddito
trovano negli “interstizi” urbani la condizione di sopravvivenza, mentre le attività
commerciali di grande dimensione, per ragioni di spazio e di ampiezza del mer-
cato cercano collocazioni extra-urbane. In sostanza è possibile affermare che il
successo di un luogo o di una città, collegato in generale con la quantità e qualità
delle infrastrutture e servizi, determina un nuovo assetto nell’uso dello spazio.
Non si tratta di un fenomeno nuovo: è nuovo il trasferimento di tale fenomeno-
logia dalla città al territorio. Il processo di valorizzazione, infatti, sembra interessa-
re tutto il territorio, per effetto della dotazione delle infrastrutture, di ciò che si lo-
calizza nel territorio come espulso dalla “città”, per le localizzazioni dei grandi poli
commerciali o si servizio, per una dislocazione non monocentrica dei poli di eccel-
lenza, ecc. È all’interno del territorio che si ripropone una differenziazione della
rendita4, fenomeno questo che è insieme causa ed effetto di una multi-polariz-
zazione, con opportunità localizzative e di insediamento differenziate.

4. A questo proposito molto interessante la ricerca di F. Muñoz (2004).

182
Il secondo fattore micro che appare di notevole peso è costituito dalle modi-
fiche nel processo produttivo. Quelle che appaiono rilevanti a livello territoria-
le5 sono: la riduzione della dimensione d’impresa e la perdita di rilievo
dell’agglomerazione.
Per quanto riguarda la riduzione della dimensione d’impresa (riduzione del-
le imprese grandi e minore spinta verso il gigantismo), il fenomeno, in una cer-
ta fase, è sembrato premiare la piccola impresa, come dimensione vincente nel
nuovo contesto economico. Questa ipotesi è, tuttavia, entrata in crisi per la
scarsa propensione (e possibilità) delle piccole imprese a innovare e a sviluppa-
re ricerca; inoltre, il loro scarso potere di mercato è diventato, nei momenti di
congiuntura negativa, un handicap difficilmente superabile. Va anche conside-
rato che la riduzione della dimensione corrisponde anche ad una maggiore arti-
colazione delle unità operative, il progresso tecnologico permette di organizza-
re il processo produttivo anche per mezzo di una disseminazione in ampi terri-
tori delle unità produttive non solo di una stessa impresa, ma al suo interno,
della produzione di un prodotto.
È in questa ambito che si colloca la possibilità di realizzare economie di scala
in assenza di concentrazione della produzione. Le innovazioni tecnologiche, sia
di processo che di comunicazione, più di quanto non fosse possibile in passato,
permettono il controllo e la realizzazione di produzioni (di massa) anche in una
situazione di disarticolazione del processo produttivo (anche parcellizzato) sia in
unità locali piccole e medie della stessa impresa, sia presso altre piccole e medie
imprese (terziste). Il controllo sulla catena del valore aggiunto costituisce l’ele-
mento fondamentale del successo di alcune imprese (gli esempi più significativi
nel settore dell’abbigliamento, in Italia e all’estero) e soddisfa anche i vantaggi
che si sarebbero potuti derivare da economie di scala tradizionali.
La perdita di rilevanza dell’agglomerazione e la tendenza alla dissemina-
zione spaziale delle attività dipendono dalla ricerca di favorevoli mercati della
forza lavoro (sia dal punto di vista salariale, che professionale, che sindacale),
da scelte localizzative alla ricerca di convenienti costi del terreno, dalla ricerca
di condizioni politiche di “garanzia”, dalla necessità-opportunità di penetrazio-
ne in nuovi mercati di sbocco, ecc. I vantaggi dell’agglomerazione sono, nei
nuovi contesti tecnologici, garantiti anche in assenza dell’agglomerazione stes-
sa. È possibile, cioè, grazie alle nuove tecnologie, di godere di economie ester-
ne “lontane”, senza bisogno di agglomerarsi.
Pare inoltre che la tendenza all’esternalizzazione di funzioni d’impresa co-
stituisce un potente fattore di trasformazione dal punto di vista che qui interes-
sa. A causa delle innovazioni e dell’ampliamento e complessità del mercato
(sia di sbocco ma anche di approvvigionamento) è fortemente cresciuta la do-
manda di servizi alla produzione, servizi che per la loro articolazione, specia-
lizzazione e variabilità (per esempio nel tempo) non appare conveniente attiva-

5. Anche se con riferimento ad un caso particolare, si veda Tessitore, Lai (2003).

183
re all’interno dell’impresa. Inoltre, in generale, la produzione dipende sempre
più da innovazioni scientifiche e tecnologiche, ma tranne casi specifici, come
nel caso dell’industria farmaceutica dove ricerca e prodotto sono strettamente
interconnesse o ancora in casi di grandi complessi che fanno dell’innovazione
di prodotto uno strumento potente di concorrenza, la ricerca tecnologica e
scientifica è esterna e a questa l’impresa tende a collegarsi (con patti, accordi,
anche finanziamenti, ecc.).
Sono le nuove tecnologie di comunicazione che, in una certa misura, hanno
permesso alle imprese collegamenti efficaci ed efficienti con i servizi e i centri di
ricerche, liberando, nello stesso tempo le imprese da alcuni vincoli localizzativi.
Il terzo è ultimo fattore micro preso in considerazione è costituito dalle tra-
sformazioni intervenute nella vita quotidiana delle persone e della famiglie. Si
tratta di trasformazioni di grande portata e di grande spettro, ma, per le que-
stioni che qui interessano, è possibile considerare esclusivamente l’accresciuta
necessità di servizi esterni per la famiglia. Modifiche nell’organizzazione e
dimensione della famiglia, maggiore diffusione del lavoro femminile, crescita
del tempo “non” obbligato, incremento del trasporto individuale, diverse abitu-
dini alimentari, attenzione alla cura del corpo, esercizio crescente di attività
sportive, ecc., sono i fattori che promuovono la richiesta crescente di servizi. Si
tratta di una domanda che si indirizza verso servizi completamente nuovi o ver-
so servizi tradizionali offerti in modalità diverse (che nella nuova forma risul-
tano, spesso, “nuovi servizi”, si pensi, per esempio, al commercio).
L’offerta di tali servizi punta a realizzare economie di scala sia attraverso
forme organizzative con ampio uso di tecnologie (di controllo), sia con una dila-
tazione dell’offerta (caso esemplare quello delle attività commerciali: super e i-
permercati; centri commerciali; centri specializzati in determinati prodotti; ecc.),
sia con l’integrazione di un’offerta diversificata in un unico “contenitore” (un ci-
nema multisala, integrato da pizzeria, bar, sale giochi, ecc.; lo stesso avviene, per
esempio, più recentemente per gli stadi sportivi e segnatamente di calcio).
Va segnalato che al contrario della produzione materiale l’offerta di servizi,
in generale, raggiunge economie di scala attraverso la concentrazione spaziale.
Inoltre, spesso l’offerta di servizi si localizza in ambito extra-urbana sia per la
sua dimensione fisica, sia in ragione del costo del terreno, sia per poter servire
un più ampio bacino: in sostanza, la localizzazione premia l’accessibilità piut-
tosto che la vicinanza. Esistono, inoltre, dei servizi che per loro natura hanno
difficoltà a trovare collocazione nell’ambito della città concentrata: parchi, par-
chi tematici, zoo, campi da golf, ecc.
Si tratta, come è evidente, di aspetti molto rilevanti per quanto riguarda
l’organizzazione del territorio, in quanto determinano polarità, gerarchie, e
strutturazione funzionale dello spazio.

184
5. Il nuovo territorio

Mettendo assieme le osservazioni precedenti e i loro effetti territoriali è pos-


sibile delineare delle nuove tendenze dell’organizzazione del territorio: un
nuovo paesaggio territoriale si delinea all’orizzonte. Prima, tuttavia, di tentare
di caratterizzate questo nuovo paesaggio, pare opportuno fermare l’attenzione
sul rapporto che, nella tendenza alla trasformazione, è possibile individuare tra
auto-organizzazione e pianificazione.
Come già osservato la “diffusione” è stata facilitata (forse incentivata) dai
processi di deregolamentazione pubblica dell’organizzazione del territorio che si
sono vistosamente, anche se talvolta non codificati ma di “fatto”, sviluppati negli
ultimi vent’anni. Alcuni provvedimenti legislativi, come la possibilità a certe
“condizioni” di edificare in zona agricola e per funzioni prevalentemente agrico-
le, hanno dato una parvenza di legalità all’edificazione delle case sparse (le
“condizioni” erano spesso dettate in modo da essere facilmente aggirate). Ancora
la normativa relativa alla localizzazione della grande distribuzione, ha costituito
un altro elemento di sostegno alla trasformazione funzionale del territorio. La dif-
fusione, quindi, non trova alla sua origine un disegno complessivo del territorio o
una qualche forma di pianificazione pubblica, a questa ultima si sono sostanzial-
mente sostituiti processi di auto-organizzazione. Va detto, tuttavia, che all’inter-
no del processo complessivo di auto-organizzazione non tutte le “parti” hanno lo
stesso effetto e lo stesso ruolo, è infatti possibile distinguere quella che possiamo
chiamare la “pianificazione privatistica” dagli “atti individuali”.
La dizione pianificazione privatistica, in ambito territoriale, risulta un ossi-
moro, tuttavia essa costituisce una reale modalità di trasformazione del territo-
rio. Si può fare riferimento: alla localizzazione di tutte le “grandi” strutture di
servizio (centri commerciali, centri di divertimento, attrezzature sportive, ecc.);
alla dotazione infrastrutturale che sebbene di origine pubblica segue una logica
di razionalizzazione e non di condizionamento o di pianificazione; alla localiz-
zazione di grandi servizi pubblici, come ospedali, campus universitari, ecc., al-
la ricerca di una propria efficienza; alle grandi iniziative immobiliari; ecc. In
sostanza se guardiamo a tutti quegli interventi, di notevole dimensione, che, pur
generando effetti di trascinamento e determinando forti condizionamenti
sull’organizzazione futura del territorio, non sono definiti all’interno di un pro-
getto generale che coniughi efficienza territoriale e interesse generale, possia-
mo a buon diritto parlare di pianificazione privatistica, intendendo un indirizzo
di trasformazioni del territorio finalizzato a realizzare interessi e obiettivi pri-
vati e parziali (in questo senso anche gli investimenti pubblici che guardano a
soluzioni particolari assumono connotato privatistico).
Per atti individuali è possibile far riferimento a quelle decisioni relative a
trasformazioni del territorio di più modesta dimensione, che singolarmente non
incidono nel determinare indirizzi di trasformazioni ma che complessivamente
costituiscono di per sé una trasformazione. Si tratta delle decisioni delle fami-

185
glie di insediarsi nelle campagne urbanizzate; la localizzazione di laboratori di
produzione e di piccole e medie imprese all’esterno delle aree destinate alle at-
tività produttive; ecc. Decisioni cioè che corrispondono ad esigenze espresse e
che vengono soddisfatte a prescindere da ogni visione complessiva dell’orga-
nizzazione del territorio, magari sfruttando a proprio beneficio condizioni pre-
esistenti, infrastrutture disponibili, ecc.
L’insieme di questi interventi di trasformazione, auto-organizzati, presenta-
no una faccia “sorridente”, che indica soddisfazione e risposte “adeguate” ad
esigenze effettive e maturate, ma anche una faccia “piangente”, attenta ai pe-
santi svantaggi derivanti dal procedere per tentativi parziali, dall’assenza di o-
gni considerazione sulle interrelazioni generali che si svolgono sul territorio, da
un uso del suolo privo di ogni criterio di razionalità con frequenti soluzioni di
continuità e frammentazioni, ecc.
Quello che apparentemente sembra costituire il punto di forza di ogni proces-
so di auto-organizzazione, cioè essere svincolato da qualsiasi determinazione e-
sterna alla decisione stessa, in conclusione finisce per pesare molto negativamen-
te non solo sulle condizioni generali dell’organizzazione del territorio, ma sulla
stessa efficienza ed efficacia della singola decisione per i fenomeni negativi che
auto-genera (inquinamento, congestione, antagonismi tra i diversi usi del suolo,
ecc.); viene a mancare, infatti, il sostegno di un’adeguata strutturazione del terri-
torio. In sostanza un processo che risponde ad esigenze reali, ma determinato e-
sclusivamente dal “mercato” e privo di ogni mediazione collettiva e di ogni con-
siderazione “generale”, produce una struttura del territorio spesso caotica, non
efficiente e non efficace (funzionalità, economicità, socialità, ecc.).
Individuati i processi che stanno a monte delle attuali trasformazioni del terri-
torio e i meccanismi attraverso i quali questi nuovi territori si producono, si potrà
tentare, attraverso alcuni caratteri peculiari, una descrizione sintetica e “generica”
della nuova struttura territoriale. Il riferimento a “caratteri peculiari” non deve
essere interpretato come omologazione delle diversità che territori e città mostra-
no storicamente. A partire da territori non omologhi non si giunge a territori o-
mologhi; le condizioni specifiche e concrete che le nuove organizzazioni territo-
riali assumeranno risentiranno, ovviamente, della struttura territoriale di partenza,
del grado di sviluppo, del patrimonio insediativo preesistente, ecc.
Per realizzare la descrizione delle peculiarità di questi nuovi paesaggi si può
provare a procedere attraverso alcuni concetti-fenomeni che sembrano caratte-
rizzare questi nuovi territori.
Il fenomeno della diffusione sembra, con ogni evidenza, caratterizzare questi
nuovi territori. Si sono moltiplicate le opportunità insediative, per effetto anche del-
la dotazione di infrastrutture e del miglioramento delle comunicazioni, mentre la
ricerca delle migliori convenienze spingono a selezionare luoghi opportuni in un
contesto territoriale allargato. L’insediamento residenziale delle famiglie si somma
alla diffusione delle localizzazioni di attività produttive e di servizio, in un mix che
ha carattere specificatamente urbano, evapora, per così dire, la distinzione tra città

186
e campagna: il continuo urbanizzato, anche a differente intensità, appare sempre
più la norma dell’organizzazione del territorio. La “campagna”, in senso stretto,
tende a resistere solo dove mantiene, per fertilità e, soprattutto, per organizzazione
d’impresa, una produzione di rilevante valore economico.
Accanto ai fenomeni di diffusione, si possono cogliere significativi processi
di densificazione degli aggregati insediativi. Non si tratta di un dato contradditto-
rio con il precedente fenomeno di diffusione, ma di un’evoluzione del precedente
fenomeno, da una parte, e l’esito di qualche modesta politica pubblica, dall’altra.
La disseminazione delle attività produttive, per esempio, ha prodotto effetti nega-
tivi crescenti, cosa questa che ha sollecitato sia maggiori vincoli, sia la progetta-
zione di zone specificatamente destinate a questo scopo, in modo da limitare i
danni all’ambiente, da strutturare i flussi di trasporto, da organizzare reti e infra-
strutture. Ovviamente queste “zone” dovrebbero tenere conto delle nuove esigen-
ze delle attività produttive, cosa che non sempre avviene.
Anche la residenza subisce l’effetto di timide politiche di densificazione, in
ragione dei costi che le Amministrazione locali devono sopportare per garantire
al continuo urbanizzato i servizi urbani, per difendere l’ambiente, per incidere
sui fenomeni di isolamento sociale. Inoltre, la stessa disseminazione della resi-
denza produce densificazione attraverso la “domanda” di servizi; la localizza-
zione delle strutture che possono soddisfare questa domanda tende, infatti, a
produrre densificazione. Si possono, infine, riconoscere effetti di densificazio-
ne come “ricadute” di localizzazione di infrastrutture, servizi, ecc. Per esempio
i nodi di elevata accessibilità (caselli autostradali, incroci, ecc.), gli assi stradali
nei pressi dei nodi delle reti di trasporto pubblico, le zone di lottizzazione meno
sparse che svolgono funzione di ricucitura, centri commerciali, ecc. sono tutti
insediamenti che hanno come ricaduta un processo di densificazione.
Un capitolo a parte è quello dello spazio pubblico che sempre più è diventa-
to “privato di uso pubblico” (centri commerciali e simili); ma forse non si tratta
di una preferenza accordata dai cittadini a questa tipologia di spazi, ma piutto-
sto l’effetto dell’indifferenza con la quale viene trattato lo spazio pubblico da
chi dovrebbe invece curarlo, progettarlo e renderlo adeguato ai tempi. Si tratta,
tuttavia, di una questione non marginale nell’organizzazione della nuova di-
mensione territoriale.
Dentro questo processo di diffusione e densificazione si può cogliere una
tendenza ad una sorta di specializzazione territorialmente articolata: il territorio
si organizza attraverso micro poli specializzati (per esempio per il commercio,
per il tempo libero, per la sanità, per l’istruzione superiore, ecc.). Si tratta di poli
a fruizione non “locale”, intendendo per locale uno spazio circostante limitato,
che hanno piuttosto carattere territoriale, cioè di “area vasta”; inoltre, tali polarità
di specializzazione sono caratterizzate da una reciproca “lontananza”, non pre-
sentano cioè processi di agglomerazione. In un certo senso è possibile affermare
come non sia più la città compatta il contenitore di tutte le specializzazioni (an-
che se alcune specializzazioni resistono come urbane e altre se ne creano).

187
Nell’ambito del processo di specializzazione territoriale si costata come nel
territorio si localizzano quelli che con terminologia di moda si definiscono poli di
eccellenza o, se si preferisse, organizzazioni di comando. Tuttavia queste struttu-
re prediligono ancora la localizzazione urbana: sia i poli di eccellenza (di ricerca,
culturali, sanitari, di formazione, dell’informazione, ecc.) che le strutture di “go-
verno e comando” (amministrative, politiche, finanziarie, dell’informazione,
ecc.) si insediano a livello urbano, ma con una particolarità: esse non si presenta-
no concentrate (tendenzialmente concentrate) in un’unica città, ma piuttosto di-
stribuite tra i centri urbani (anche di modesta dimensione) che insistono su un
determinato territorio. In sostanza la forte gerarchizzazione di un territorio me-
tropolitano, o quella di un territorio urbanizzato povero di strutture, si affievoli-
sce a vantaggio di una moltiplicata polarità.
Le caratterizzazioni prima individuate ne sottendono sotto traccia, per così
dire, una molto importante che costituisce, di fatto, l’elemento forte della nuova
struttura territoriale: l’integrazione. Si tratta, cioè di territori sui quali è steso un
fittissimo reticolo di relazioni (economiche, amministrative, sociali, per il con-
sumo, il tempo libero, ecc.). Le attività economiche e di servizio, le strutture
culturali e sanitarie, i poli di eccellenza e le aree di specializzazione, da una
parte, sono collegate da relazioni funzionali inerenti il loro stesso funzionamen-
to o la loro stessa missione, dall’altra parte: è la popolazione dell’area che si
relaziona secondo necessità, gusto, opportunità, preferenza, ecc. alle diverse
funzioni sparse nel territorio allargato. Relazioni strettamente funzionali e pre-
ferenziali finiscono per stendere sul territorio un fitto reticolo di connessioni.
È possibile cogliere proprio in questo processo di integrazione la ricostru-
zione di un “ambiente urbano” o meglio di un “ambiente metropolitano”, nel
senso della sua funzionalità. Se da una parte la dispersione ha costituito un e-
lemento di impoverimento individuale della vita sociale e di relazione, e da
questo punto di vista contiene un elemento di conservazione culturale, o se si
preferisse, una ridotta innovazione culturale, al contrario il processo di integra-
zione, e per questa strada la riconquistata funzionalità urbana, genera apertura
culturale, esperienze innovative, crescita economica e sviluppo sociale.
Causa ed effetto dei precedenti processi è l’infrastrutturazione del territorio.
Come già osservato, l’infrastrutturazione del territorio appare come “trascinata”,
piuttosto che strategicamente finalizzata. È la trasformazione territoriale indotta
dai processi di auto-organizzazione che tira l’infrastrutturazione del territorio. La
trasformazione della rete viaria è quella più vistosa sia come adeguamento
dell’infrastruttura in precedenza dedicata alle attività agricole, sia come dotazio-
ne di nuove vie di comunicazione, mentre rare risultano le politiche di sviluppo
di reti di trasporto collettivo. Pare di poter affermare che sia questioni ambientali
che funzionali impongono che la nuova struttura territoriale sia fortemente e am-
piamente dotata di una rete di trasporto collettivo che sicuramente dovrà essere
formata da mezzi e organizzazioni tradizionali (i grandi trasporti di massa) ma

188
dovrà anche sfruttare le innovazioni organizzative e tecnologiche già presenti nel
sistema dei trasporti collettivi utili a servire territori poco densi.
I caratteri specifici di queste nuove organizzazioni del territorio sono, quindi:
diffusione, densificazione, specializzazione articolata, multipolarità di eccellen-
za, integrazione. Come ciascun carattere si declina nelle singole situazioni di-
pende da molti fattori e principalmente dalla struttura territoriale di partenza.
L’insieme di questi fenomeni mettono in evidenza una significativa modifi-
ca strutturale: è il territorio il contenitore di tutto ed esso risulta articolato dato
che al suo interno convivono varie forme di insediamento: città concentrate di
media e grandi dimensione; centri urbani di piccola dimensione; aggregati resi-
denziali senza centro; abitazioni diffuse e isolate; zone di insediamento produt-
tivo; fabbriche e laboratori isolati e dispersi; distretti produttivi; grandi attrez-
zature di servizio; poli per il “divertimento” e il tempo libero; poli di eccellen-
za; centri della logistica; depositi; ecc. Appaiono fortemente attenuate le diver-
sità nelle condizioni di vita tra le diverse parti del territorio, come pure le spe-
cializzazioni e non è possibile identificare un centro urbano che contenga tutti i
punti di eccellenza e le strutture di comando6.
In questa nuova forma di organizzazione del territorio sono molto rilevanti i
flussi di mobilità delle persone, con qualche importante notazione: sia i flussi
obbligatori (lavoro e studio) che quelli opzionali (per motivi diversi, dallo
sport, agli acquisti, dagli spettacoli, alle riunione con amici, dal ballo, al cine-
ma, ecc.), risultano pluri-direzionali e pluricentrici. Appare di un certo rilievo –
e sono in corso alcune verifiche – che non solo i flussi opzionali hanno un tasso
di crescita rilevante e molto più alto di quello dei flussi obbligatori, ma che gli
uni e gli altri si distinguono per la loro lunghezza: quelli obbligatori (dato ap-
punto sia l’articolata distribuzione nel territorio di attività produttive e di servi-
zio) tendono ad essere di corto raggio, o almeno di raggio inferiore ai flussi op-
zionali, dipendendo questi ultimi da un “vissuto” metropolitano. Sono crescen-
ti, anche loro in forma multi-direzionale, i flussi di trasporto di merci.
Va sottolineata, cosa che conferma l’importanza delle reti soprattutto a li-
vello “locale” (Indovina, 2003), la moltiplicazione di flussi di comunicazione
immateriali, che è possibile denominare come flussi di comando e di relazione
(amministrativi, politici, finanziari, di ricerca, scientifici, culturali, di informa-
zione ecc.). Si tratta di flussi che trovano origine prevalentemente da tutti i cen-
tri urbani più grandi presenti nel territorio e destinazione a tutto il territorio
(anche se la loro interattività mal sopporta la tradizionale distinzione origi-
ne/destinazione, il ruolo dei centri urbani non può essere cancellato).
Il territorio è, quindi, caratterizzato sia da flussi fisici di persone e merci,
che si adattano al nuovo contesto con modificazioni non irrilevanti, per preva-
lenza, raggio e intensità, sia di flussi di informazioni. In questa situazione la ge-
rarchia articolata del territorio è costantemente messa sotto tensione dal modi-

6. Non si tratta quindi di un “cambiamento di scala” dell’analisi, ma piuttosto di un “cambia-


mento di scala” dell’organizzazione del territorio.

189
ficarsi dei flussi di massa (persone e merci) e dal crescente rilievo dei flussi di
potenza (informazioni).
È il territorio complessivamente considerato che si valorizza, mentre la di-
stribuzione dei valori al suo interno risulta differenziata; le opportunità localiz-
zative e insediative si presentano moltiplicate in funzione dei diversi valori dei
suoli; mappando i valori dei suoli in un immaginario plastico tridimensionale la
superficie sotto le mani si presenta rugosa ma non omogenea, e si possono per-
cepire diversi picchi e valli. In sostanza si è in presenza di una situazione con
una gerarchia molto articolata, sia nel suo insieme considerata sia analizzando-
la per settori specifici di funzioni. Quello che sembra prevalere è l’emergere di
territori organizzati in modo integrato e condizionati da una gerarchia soft; i
singoli luoghi di questo territorio, proprio nella loro varietà, costituiscono le
tessere di un mosaico. La rappresentazione delle nuove gerarchie non si confi-
gura come la tradizionale forma a “piramide”, massimi valori, comunque misu-
rati, al “centro” e poi degradanti a mano a mano che dal centro ci si allontana,
ma piuttosto come una catena montuosa, con diversi cime e valli (il che costi-
tuisce la copia del comportamento della rendita nella città compatta).
Quella descritta appare come una “tendenza generale”, una convergenza
delle diverse strutture dell’organizzazione del territorio (aree metropolitane,
città diffusa, territori urbanizzati, ecc.) verso una forma che presenta le prece-
denti caratterizzazioni.
Bisogna precisare, da una parte, che il riferimento è all’Europa7 (troppo di-
verse è la situazione del terzo mondo e della stessa America centrale) e, dall’al-
tra parte, che si fa riferimento ad una tendenza non ad un fenomeno consolida-
to. In alcune situazioni questa tendenza appare più consistente e stabile, in
qualche altra più dinamica e progressiva, altrove più sonnacchiosa. Sono i ca-
ratteri peculiari sia sociali (economici, organizzazione sociale, cultura, tipo di
“governo”, ecc.) sia fisici di ciascuna situazione a determinare un dinamismo
più o meno accentuato nella direzione qui individuata. Non si vuole, cioè, de-
scrivere un processo compiuto in ogni parte, né immaginare una legge ferrea
che tutto appiattisce, ma piuttosto indicare un processo in atto con caratteri di
generalizzazione8.

6. Perché “arcipelago metropolitano”

Come già detto si propone di chiamare la nuova struttura territoriale prima in-
dividuata e descritta nei suoi caratteri più specifici: arcipelago metropolitano.

7. Per alcune, anche se rapide analisi di alcune situazioni europee si veda Magnaghi, Marson (2004).
8. Con riferimento alle principali città (metropolitane) i fenomeni di riorganizzazione e di diversa
distribuzione della popolazione, della produzione e delle funzioni era stata già messa in luce (Ca-
magni, 1992) nell’ambito del tema prevalente in quegli anni della “competizioni tra città”.

190
Pur nella loro ambiguità e polisemia, i termini metropoli ed area metropolita-
na nominano realtà territoriali dai precisi connotati, che poi questa descrizione si
adatti alla perfezione alla realtà è questione più controversa. Assumendo i signi-
ficati prevalenti si può dire che con il termine metropoli si identifica una realtà
urbana compatta, con alti livelli di concentrazione, con alti indici di densità e di
molta grande dimensione (dimensione in generale misurata dal numero di abitan-
ti). Il termine vale tanto per i paesi in via di sviluppo o sottosviluppati che per i
paesi sviluppati, cambia la dimensione del fenomeno: nei paesi sviluppati le me-
tropoli sono relativamente più numerose ma di minore dimensione rispetto a
quelle dei paesi sottosviluppati, dove invece e relativamente più basso il loro
numero ma maggiore è la loro dimensione. Compattezza, concentrazione, densità
e grande dimensione, se queste fossero le caratteristiche della metropoli, esse non
pare si adattino ai territori che abbiamo descritto.
Il termine area metropolitana sembra più vicino ai territori descritti, ma tale
vicinanza e troppo labile. Un’area metropolitana si caratterizza intanto con una
città centrale di grande dimensione e centro di concentrazione della maggior par-
te delle attività di produzione e di servizio e comunque sicuramente di tutte quel-
le più importanti; essa si articola in centri di diverso grado in ragione della loro
integrazione verso l’alto e verso il basso (verso centri di sempre minore dimen-
sione), nel rispetto di una gerarchia molto “forte” (che possiamo definire come
gerarchia hard). I movimenti di popolazione, casa-lavoro e casa-scuola, sono in
generale mono-direzionali e mono-centrici, dalla periferia dell’area metropolita-
na verso i centri gerarchicamente organizzati, anche i movimenti non obbligatori
seguono lo stesso percorso in conseguenza della concentrazione dei servizi (pub-
blici e privati). Va detto che questa descrizione può apparire molto falsata, ove
non si consideri che nel tempo i territori interconnessi hanno subito processi di
urbanizzazione: insediamento di famiglie (prima in quartieri dormitori, poi nelle
abitazioni diffuse, ecc.), rilocalizzazione di attività produttive, ecc. Tuttavia que-
sta espansione dell’urbanizzazione non ha inciso sui caratteri strutturali dell’in-
sieme dell’organizzazione del territorio che restava caratterizzata da concentra-
zione, integrazione e forte gerarchizzazione: I caratteri di questa struttura territo-
riale non corrispondono a quella dei nuovi territori prima descritti.
Si potrebbe sostenere che i territori descritti corrispondono a quella che è
stata definita la città diffusa (Indovina, 1990; 1998); anche questa interpreta-
zione non pare convincente, anche se alcuni dei territori descritti possono ap-
partenere ad un’evoluzione e trasformazione della città diffusa; rispetto a que-
sta si ha un ampliamento territoriale, un arricchimento delle funzioni dissemi-
nate, una maggiore articolazione e differenziazione territoriale, una maggiore
articolazione dei centri di “governo”9.

9. Per il territorio qui descritto è stata proposta anche la dizione «città di città» (Nel-lo, 2001),
una formulazione che mette in evidenza le relazioni tra le città che insistono sul territorio, ma che
forse sottovalutano il contesto più generale del territorio urbanizzato. Questo non vuol dire che
in determinate situazioni – come è il caso di Barcellona a cui Nel-lo si riferisce – non sia adegua-

191
La dizione “arcipelago metropolitano” pare interpretare al meglio i connota-
ti di questo territorio perché insieme sottolinea la qualità metropolitana del ter-
ritorio ed il suo articolarsi in diversi centri, che assumono rilievo comparativo,
in un tessuto territoriale complessivamente e interamente (anche se a differente
intensità) urbanizzato, ma fortemente integrato con una modesta gerarchizza-
zione (gerarchia soft)
Incontriamo, in questo territorio, un nuovo cittadino il cui vissuto è operati-
vo per ambiti spaziali diversi. L’esperienza di vita individuale e collettiva, per i
suoi aspetti funzionali, produttivi, culturali, di relazioni affettive e sociali, di
consumo, politici, ecc., si svolge a due livelli: per ambiti locali, cioè più spa-
zialmente e socialmente ristretti, ripetitivi e, forse, conformisti o comunque
soggetti ad un forte controllo sociale, un ambito che spesso assume connotato
di comunità10, e per ambiti metropolitani, allargati, differenziati, occasionali,
non ripetitivi, più liberi, ecc. Questa doppia esperienza, che va detto proietta sul
territorio quella che era tipica dell’abitante della grande città, costituisce un al-
tro connotato specifico (il più importante?) dell’arcipelago metropolitano e de-
termina, una nuova “personalità”, che declina insieme, combinandole, due e-
sperienze che tradizionalmente erano separate. L’una e l’altra, in questa situa-
zione, finiscono per essere “normali”, portatrici di rilevanti gradi di libertà
comportamentali11. La situazione descritta dà luogo tuttavia anche a reazioni e
alla formazione di identità resistenziali che sulla base del recupero di «materia-
li grezzi tratti dalla storia, dalla geografia, dalla lingua e dall’ambiente» (Ca-
stells, 1997) si oppongono alle trasformazioni.
In termini di identità12 pare possibile definire quella di questo cittadino co-
me un’identità liquida, che come l’acqua non ha propria forma ma si adatta se-
condo le circostanze, che gode dei luoghi frequentati senza pregiudizi, che con-
sidera il suo territorio come composto da “cose” differenti da esperire e speri-
mentare, nel quale la “diversità” (di persone e luoghi) viene assunta come una
possibilità di esperienza. Ama o si identifica con più di una piazza, con più di
un paesaggio, con più di un luogo, secondo momenti, occasioni e, anche, pro-
prie necessità; coglie nelle relazioni multiple, nella conseguente innovazione,
nell’imprevisto, una modalità di essere della propria identità, che appare sem-
pre più individuale (e non individualista) e relazionata ad un contesto sociale
(non di gruppo). La formazione di questa identità non è istantanea ma dipende
dalla pratica nell’arcipelago metropolitano e costituisce l’esito inconscio di e-

ta la formulazione di «città di città». Un’altra formulazione è quella di «ipercittà» (Corboz,


1998), che, come indica la stessa terminologia, subisce il fascino dell’ipertesto facendone una
trasposizione che ha una sua fascinazione ma una scarsa operatività. Così come attenta ad un par-
ticolare aspetto sembra la nozione di «rete di città» (Dematteis, 1985; 1990). Per un’analisi della
letteratura più recente si rinvia a Indovina (2003).
10. Anche se di una comunità ibrida, proprio perché esperienza non esclusiva.
11. È ovvio che la condizione economica-sociale ha un peso rilevante nella possibilità di co-
gliere le opportunità offerte dalla situazione descritta.
12. A proposito dell’identità nella condizione del diffuso, si veda Jogan (2004).

192
sperienze, ma anche l’esercizio di una costruzione sociale; non costituisce una
“pacificazione”, con se stesso e con gli altri, essa impone, infatti, continuamen-
te una “scelta”, non è escluso sia carica di solitudine e di angoscia, ma è anche
portatrice di libertà e di senso di sé, fino alla costituzione di «identità proget-
tuali» (Castells, 1997) in grado di “opporsi” all’assunto deterministico del pro-
cesso di trasformazione elaborando progetti adeguati13.

7. Della necessità del “governo”

Come più volte affermato la tendenza messa in luce costituisce l’esito di un


processo di auto-organizzazione. Il risultato non è quindi un territorio progetta-
to e pianificato con lo scopo di realizzare un’intenzione generale esplicita ed
esplicitata, ma piuttosto quello scaturito dagli sforzi, dalle decisioni e dalle a-
zioni, non coordinate, di singoli portatori di interesse, finalizzate alla realizza-
zione di propri obiettivi.
Se è possibile assumere positivamente che l’organizzazione del territorio ri-
sponda ad esigenze reali, nate dalle notevoli trasformazioni tecnologiche, eco-
nomiche, e nelle abitudini di vita, non può non rilevarsi negativamente che si
tratti, in generale, di soluzioni non coordinate e prive di ogni ottica generale e
comune. Questo giudizio negativo non nasce da un pregiudizio ideologico ma
piuttosto dall’osservazione degli esiti. Emerge, infatti, l’abnorme consumo di
suolo, un crescente inquinamento, un conflitto crescente tra usi alternativi o vici-
ni del territorio, l’uso improprio dello spazio; si modifica anche l’idea di “spazio
pubblico”, l’ampliarsi delle zone congestionate, un alto consumo energetico,
ecc., mentre sul piano sociale si presentano – anche se la densificazione più re-
cente corregge questo dato – fenomeni di isolamento, di scarsa socialità, ecc.
Se questa fosse la situazione allora appare evidente la necessità che le ten-
denze in atto hanno necessità di essere governate, con l’ottica del governo pub-
blico delle trasformazioni. Se non fosse corretto sovrapporre un qualche sche-
ma astratto, non sarebbe di nessuna utilità adattare passivamente il governo alle
trasformazioni. Vanno, piuttosto, colte le tensioni in atto, le aspettative, il pro-
cessi di trasformazione, le innovazioni, le resistenze, per traguardare tutto que-
sto ad un disegno di interesse generale, che garantisse efficienza ed efficacia
dell’organizzazione del territorio e, per questa strada, rendesse anche più facile
la realizzazione di obiettivi parziali e privati. Un tale obiettivo non può pre-
scindere dall’ostacolare, correggere e, anche, vietare quelle decisioni, realizza-

13. La questione dell’identità, com’è noto, pone questioni trattate da diversi punti di vista che
qui non possono essere neanche sfiorate. Non si può sottacere, tuttavia, perché strettamente lega-
to al tema qui affrontato, la questione dell’identità nell’ambito del “comunitarismo”, assunta dai
teorici di questo movimento come l’unica identità o l’identità “in sé”, non “artificiale”, ecc. Le
questioni poste da queste affermazioni sono oggetto di ampia discussione non riportabile in que-
sta sede, per cui si rinvia a Bauman (2002, § 13).

193
zioni, tendenze e comportamenti che quel disegno di interesse generale con-
traddicono. La pianificazione non può essere considerata (e non dev’essere) un
ostacolo sulla strada della crescita economica, dell’innovazione tecnologica e
culturale, ma piuttosto una nuova opportunità; i vincoli e limiti che essa impo-
ne non solo sono nell’interesse di tutti (e di ciascuno) ma anche sollecitano ul-
teriore innovazione e crescita.
Va anche detto che il governo dell’arcipelago metropolitano, proprio per
l’esistenza al suo interno di diverse “centri” di decisione politica (diverse am-
ministrazioni) deve coniugare insieme centralità ed autonomia.
Centralità sta ad indicare un punto di vista generale che esalta l’interesse col-
lettivo di tutta l’area, l’individuazione di una strategia unitaria per tutto il territo-
rio. I temi di tale strategia unitaria non possono che essere: equità (tra le diverse
zone e le diverse forze sociali), densificazione (tesa ad un uso meno compromis-
sorio ed esteso del territorio, che eviti isolamento, sfrangiamento spaziale, ecc.),
controllo sul consumo delle risorse (soprattutto di quelle non rinnovabili), pro-
mozione della crescita economica e sociale (creando nuove opportunità e rispon-
dendo ad esigenze reali), diffusione dell’innovazione scientifica e tecnologica (se
l’innovazione costituisce la nuova frontiere della produzione, la sua diffusione
dev’essere facilitata e aiutata), valorizzazione delle risorse locali (tenuto conto
del mercato allargato), avanzamento culturale della popolazione (assunto che
l’avanzamento culturale costituisce la condizione fondamentale dello sviluppo
futuro, non possono allo scopo non essere assunte iniziative premianti, la realiz-
zazione di nuove strutture, ecc.), infrastrutturazione del territorio (nell’ottica
dell’arcipelago metropolitano), recupero e risanamento del patrimonio (sia sto-
rico e culturale sia naturale, con riferimento a tutto il territorio dell’arcipelago;
un processo di valorizzazione dell’insieme) e, infine, curare l’affermazione della
condizione urbana (estesa a tutto il territorio).
Il termine autonomia fa riferimento alla necessità che si esalti il contributo
che ogni singola zona può fornire alla definizione della strategia unitaria e, so-
prattutto, assegni un’articolata autonomia operativa ai poteri pubblici locali.
La pratica di governo, sommariamente indicata, presuppone un livello di po-
tere istituzionale adeguato: l’arcipelago metropolitano richiede un proprio li-
vello di governo (unitario, esplicito e legittimo), in grado di elaborare strategie,
di definire i ruoli di ogni zona e di ogni soggetto, di porre vincoli, di promuo-
vere iniziative, ecc. Pare evidente, per la vischiosità dei poteri già costituiti, che
la realizzazione di un adeguato livello di governo non sia facilmente realizzabi-
le, tuttavia, in assenza di tale livello di governo i fenomeni negativi prima indi-
viduati (in alcune zone già costituiscono vincolo sia alla crescita economica, sia
ad una migliore qualità della vita) rischierebbero di esplodere. Forse è possibile
affermare che quello del livello di governo nelle nuove tendenze appare come
una vera e propria emergenza.
Il livello di pianificazione adeguato all’arcipelago metropolitano sembra es-
sere quello della pianificazione di area vasta, reinterpretata alla luce dei nuovi

194
fenomeni. Anche se si hanno diverse esperienze di pianificazione di area vasta,
questa non pare – né sul piano teorico, né su quello disciplinare, né su quello del-
la pratica – una situazione consolidata. Inoltre, le esperienze di pianificazione di
area vasta non hanno assunto la dimensione dell’arcipelago metropolitano come
propria e specifica, nei rari casi nei quali questa dimensione era presente non pare
abbia segnato significativamente e complessivamente il piano. In generale, la
pianificazione di area vasta ha assunto come suo “oggetto” il territorio “compre-
so” tra i centri presenti nell’area assumendone la “salvaguardia” come obiettivo
prioritario; lo sguardo alla “diffusione” è stato per lo più critico (giustamente cri-
tico), ma senza nessuna attenzione alle tendenze ed al loro significato.
La pianificazione di area vasta, nel nuovo contesto qui delineato, diventa, in
un certo senso, una pianificazione urbana, ma della “nuova” città. In questa
nuova dimensione, infatti, non può porsi come obiettivo la costruzione di un
“quadro territoriale”, ma piuttosto deve assumere un ruolo strategico per la co-
struzione di un contesto urbano allargato, deve aiutare a definire le polarità ar-
ticolate dell’intero territorio dell’arcipelago metropolitano, e deve, ancora,
“contenere” tutte le politiche pubbliche (in termini di definizione e di attivazio-
ne) necessarie a realizzare quella strategia (l’insieme di tali politiche potrà
permettere di governare e finalizzare la riorganizzazione del territorio).
La tendenza individuata si presenta come propizia (ma è “questione” di go-
verno) per rispondere ad alcune poste rischiose attivate da quelli che sono stati
indicati prima come i fattori macro di trasformazione. Se da una parte non è
pensabile trovare soluzione ai problemi posti dalla globalizzazione e dall’inno-
vazione tecnologica per mezzo di una diversa organizzazione del territorio,
dall’altra parte non pare priva di interesse e oggetto di riflessione che la ten-
denza verso la nuova organizzazione territoriale costituisce anche l’esito di
processi di trasformazione attivati in vari campi. In sostanza si tratta di dare
contenuti generali, fornire strategie complessive, al “movimento”, spesso di-
sordinato, molte volte inefficiente ed inefficace, che agita singoli soggetti nello
sforzo di rispondere individualmente a problemi che, di fatto, stanno fuori dalla
loro portata risolutiva.
A condizione che la tendenza sia governata, si può presumere (sperare) di
determinare una dimensione (massa) efficace per la collocazione nell’agone
mondiale di singoli soggetti; la dimensione che in se stessa non ha valenza po-
sitiva, è, in questo caso, una premessa necessaria. Inoltre, può determinare
maggiori e più efficienti livelli di integrazione, se facilitasse sia le relazioni
all’interno dell’area che tra l’area e l’esterno: un processo di sempre maggiore
integrazione interno e interno-esterno migliorerebbe la diffusione e la realizza-
zione dell’innovazione. Può ancora valorizzare potenzialità e risorse locali in
una dimensione di maggior peso, rilevante visibilità e forte integrazione; la va-
lorizzazione e il potenziamento delle specificità locali costituiscono una delle
linee di resistenza per contrastare gli effetti negativi della globalizzazione. Può
promuovere e realizzare un’organizzazione del territorio efficiente ed efficace

195
che oltre a costituire un valore in sé (indirizzi virtuosi sull’uso del suolo, salva-
guardia ambientale, riduzione dell’inquinamento e della congestione, ecc.), si
configura come premessa per un’ordinata crescita economica e culturale e, allo
stato dei fatti, la possibilità effettiva che crescita economica e sviluppo sociale
siano stabili, non occasionali, e resistenti. Non va inoltre dimenticato che un
governo attento e consapevole delle trasformazioni ha la possibilità di collabo-
rare affinché siano indeboliti i localismi conservativi facendo maturare una de-
bole ma allargata identità. Non va, infatti, tralasciato che le trasformazioni in
corso possono determinare reazioni di difesa con l’emergere di identità locali-
stiche forti e povere, per le quali la diversità e le trasformazioni vengono cari-
cate di potenzialità negative.
Aiutare un processo identitario corrispondente alla nuova realtà o attivare
forze e strumenti, affinché le identità resistenziali si trasformino in identità di
progetto, costituisce una necessità per poter cogliere le opportunità sociali, cul-
turali ed anche economiche individuate nell’arcipelago metropolitano.

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197
Organizzazione dello spazio nei nuovi territori
dell’arcipelago metropolitano e processi di socializ-
zazione∗
di Francesco Indovina (2006)

1. Dei contenuti

Questo intervento vorrebbe essere un contributo teso a mettere in luce come


le nuove forme dell’organizzazione dello spazio contribuiscano a determinare
una nuova “personalità” metropolitana. Ovviamente non si vuole suggerire un
qualche rozzo determinismo, anche perché è possibile individuare un’influenza
circolare che sfugge ad ogni ipotesi di semplificata causa ed effetto, ma è evi-
dente che la forma dell’organizzazione dello spazio influenza la personalità
dell’abitante di tale spazio, dato che lo “costringe” a specifici comportamenti.
Bisogna, tuttavia, osservare che gli abitanti di un luogo non sono inifluenti nel
determinare la stessa organizzazione di quel luogo.
In sostanza, le ipotesi che si vorrebbero avanzare sono così sintetizzabili:

1. si è di fronte ad una tendenza (nell’organizzazione dello spazio) che tende a


configurare una nuova città;
2. i soggetti che abitano questa nuova dimensione urbana accumulano e som-
mano esperienze diverse e, contemporaneamente, avanzano “nuove” do-
mande di organizzazione dello spazio, che fanno luce su una nuova perso-
nalità. Diversa rispetto alla personalità metropolitana, e diversa rispetto alla
personalità di comunità;
3. sia la nuova forma della città sia la nuova personalità sono l’esito di una tra-
sformazione del contesto economico, sociale, culturale e tecnologico. Una
trasformazione che si caratterizza non solo per intensità ma anche per velo-
cità. In breve, la modifica di contesto ha fatto emergere sia una nuova orga-
nizzazione dello spazio, sia una nuova “condizione” (economica, sociale,
culturale e, forse, psicologica) per gli individui.


. Sta in: Marrone G., Pezzini I. (a cura di), Senso e metropoli, Meltemi, Roma.

199
Le riflessioni che seguono assumono la città come elemento essenziale dello
sviluppo e trasformazione della specie umana.
[...]
Il significato che è possibile dare al termine «città» è, come noto, molto artico-
lato. Il sostantivo, infatti, non individua una realtà immutabile, ma piuttosto una
“condizione” in continua trasformazione, si potrebbe dire in continuo travaglio.
L’organizzazione urbana, la sua forma e le possibilità e qualità della convivenza si
sono modificate in relazione alle modalità attraverso le quali gli uomini hanno or-
ganizzato la produzione, hanno articolato gli strumenti di potere e di governo, han-
no utilizzato la tecnologia e lo sviluppo culturale. Le città moderne, quelle di cui ci
si occupa, sono figlie della rivoluzione industriale, dello sviluppo della scienza e
della tecnologia, dell’affermarsi della politica democratica (declinata in tanti modi)
e dello sviluppo culturale. Per fortuna, non tutti i figli di una stessa coppia di geni-
tori sono identici, anche se tendono ad avere qualche tratto comune, così le città
moderne sono diverse tra di loro ma con tratti comuni tra di loro. Le caratteristiche
peculiari, di ogni singola città, variano, transitano da una forma ad un’altra, cresco-
no o decadono nel tempo, ma il loro tratto comune resiste ed è riconoscibile, anche
quando, come nel presente, sembra essere messo in discussione.
Di questa variazione si vorrebbe analizzare qualche tratto.

2. Dell’arcipelago metropolitano o della città di città

Il punto di partenza non può che essere una riflessione che illumini del come
e del perché si sia in presenza di nuove forme urbane che paiono vanificare il
concetto stesso di città.
Essendo necessario condensare l’argomentazione si vorrebbe affermare che
i “nuovi territori” si caratterizzano per dispersione: famiglie, funzioni, attività,
abitazioni, servizi, ecc., che prima si presentavano concentrati, aggregati, acco-
stati all’interno della città compatta, ed oggi si presentano, sempre più, dispersi
in ampi territori.
Qualche autore ha parlato icasticamente di “frammenti”, intendendo scheg-
ge, interpretando la dispersione come fatta di parti sconnesse, senza nessun le-
game reciproco. In realtà il riferimento più adeguato sarebbe stato a frammen-
tazione in senso biologico o botanico, modalità cioè di riproduzione di un cor-
po che a partire da un suo frammento si riproduce nella forma intera. Ma il si-
gnificato che è prevalso è stato il primo, con ciò determinando non solo un
fraintendimento del fenomeno ma fuorviando gli indirizzi di indagine scientifi-
ca del fenomeno stesso. La dispersione, infatti, non distribuisce frammenti
sconnessi nel territorio ma, piuttosto, attraverso un processo di “frammentazio-
ne” ricostruisce relazioni e connessioni che ad uno sguardo superficiale pote-
vano sembrare negate. Le singole parti, apparentemente sconnesse (perché così
si è suggerito di “guardarli”) in realtà si riconnettevano reciprocamente rico-

200
struendo relazioni di tipo urbano, in una situazione morfologica non urbana (la
dispersione, appunto).
Questa nuova condizione, in specifici contesti – per esempio il Veneto cen-
trale –, tende a ricreare una nuova realtà urbana, quella appunto che è stata de-
finita città diffusa (termine che si riferisce non tanto alla città fisica, compatta,
ma piuttosto al funzionamento della città e al suo ruolo sociale), che tende an-
cora ad evolvere verso nuove forme.
Le cause che hanno determinato la dispersione sono diverse, esse attengono al
costo della città, alle innovazione tecnologiche, agli effetti che tali innovazioni
hanno avuto sull’organizzazione della produzione e dei servizi, alle modifiche de-
gli stili di vita. Non è questa la sede per analizzare in dettaglio ciascuno di queste
cause, ma si può utilmente far riferimento all’intreccio tra queste cause, un intrec-
cio che determina una forte riduzione della tendenza all’agglomerazione.
Servizi banali, ma di natura metropolitana, arricchiscono il territorio disperso,
dando luogo a concentrazioni di specializzazione (commerciali, divertimento, ecc.)
ciascuna delle quali tende a proporsi come “episodio” urbano; essi alludono alla
città, è anche questo uno dei motivi di attrazione esercitata da questi luoghi.
La dispersione, che ha generato campagne urbanizzate fino a città diffuse, pro-
cede presentando nuove fenomenologie. Nel processo di dispersione […] le vec-
chie e nuove funzioni di governo hanno mostrato, per un certo periodo, una forte
resistenza alla dispersione continuando a privilegiare la città compatta (per lo più
grande); ma tale resistenza alla fine è stata vinta. Il “successo” della grande città
consolidata (quindi il continuo incremento dei costi relativi) ha reso conveniente
anche per queste funzioni un rilocalizzazione. Questo ulteriore processo di disper-
sione nel territorio delle funzioni di “governo”, è stato anche facilitato dal ruolo as-
sunto dalle “reti”, come appare evidente anche ad una superficiale riflessione.
La cosa da rilevare, tuttavia, è una differenza di tono, di effetti e di immagi-
ne. Mentre i servizi che possono essere definiti “banali” (centri commerciali,
polarità del divertimento, ecc.) nei loro insediamenti, nell’architettura proposta
e nell’articolazione degli spazi, hanno teso a “creare” una sorta di immagine
urbana (in un certo senso per dimensione, articolazione di funzioni, servizi,
forma, ecc. si presentano come un “pezzo di città) le “funzioni di governo”
hanno mostrato di avere bisogno della città (cioè della funzionalità tipica urba-
na). Così mentre i primi, i servizi, privilegiavano la “campagna”, attenti esclu-
sivamente all’accessibilità, e creavano delle polarità (“nuove”) prevalentemente
di consumo, i secondi, le funzioni di governo, hanno privilegiato per il loro in-
sediamento piccole e medie città. In queste ultime, così, hanno finito per loca-
lizzarsi funzioni “superiori” (oggi si suole dire di “eccellenza”), prima esclusi-
vo appannaggio della grande città, al servizio non del solo ambito urbano, dove
sono localizzate, ma di un territorio ampio. All’interno del territorio ampio si
costituiscono dei “poli specializzati” diversi tra di loro ma integrati ed al servi-
zio di tutta la popolazione insediata nello stesso territorio ampio (l’esempio po-
trebbe essere quello delle università se non fosse che questo processo comporta

201
il rischio della despecializzazione della funzione universitaria, piuttosto che
della qualificazione e specializzazione del territorio).
Se si provasse a sovrapporre questi diversi fenomeni (la dispersione nel ter-
ritorio di famiglie e attività produttive; la costituzione di poli di servizi banali,
tendenti a costruire “miraggi” di città e la dislocazione nelle medie città di
“funzioni di governo”) la mappa territoriale che ne deriverebbe sempre più ten-
derebbe a somigliare ad un arcipelago metropolitano o ad una città di città.
Una situazione in cui le valenze metropolitane non si trovano più concentrate in
un’unica città (la città centrale, la grande città, nella quale permangono alcune
delle funzioni di governo) ma piuttosto diffuse nel territorio ma accessibili e
usate dalla popolazione complessivamente insediata nel territorio.
Non si tratta di un territorio senza gerarchie, ma sicuramente esso risulta ca-
ratterizzato da gerarchie più deboli di quelle di una città metropolitana; non si
tratta di un territorio all’interno del quale sono scomparse le differenze sociali,
ma queste appaiono mitigate dalla dispersione; non si tratta di un territorio o-
mogeneo socialmente e culturalmente, ma che vive proprio di “differenze” e
che in prospettiva potrebbe permettere forme di organizzazione insediative ri-
spettose delle differenze culturali, senza per questo determinare ghetti; non si
tratta di un territorio caratterizzato in funzione esclusiva del consumo, ma piut-
tosto appaiono sempre più integrate funzioni di produzione, di consumo, di loi-
sir, culturali, ecc. Insomma, più città. Vale la pena di affermare che fenomeni
quali quelli schematicamente descritti possono leggersi in casi concreti, sia – e
questo appare importante – in situazioni di consolidata tradizione metropolitana
(di area o di città metropolitana), è il caso, per fare pochissimi esempi, di Bar-
cellona in Spagna, o di Milano, sia in situazioni segnate dalla diffusione con
scarse o nulle tradizioni metropolitane, come è il caso del Veneto centrale.
In questi esempi quello che emerge è la tendenza dei territori ad organizzar-
si nella forma di arcipelago metropolitano, dove il dato negativo del giganti-
smo urbano è rimediato da quella che appare come la povertà organizzativa dei
territori dispersi, e dove i dati negativi (sociali, politici, amministrativi, cultura-
li e gestionali) dei territori dispersi sono corretti da un “effetto metropoli” che
garantisce accessibilità a funzioni superiori e produce forme di integrazione
non tradizionali.
Che questo fenomeno, in larga parte frutto di processi di auto-organizza-
zione, ponga problemi di comprensione e soprattutto di “governo pubblico” è
questione importante ma, come dire, estranea a questa sede.
Ma forse compete a questa sede riflettere sull’immagine della città e sulla
sua tendenza a trasformarsi. Non solo culturalmente e sociologicamente la dif-
ferenza tra città e campagna si può ritenere di fatto scomparsa (si parla
dell’Europa), ma si attenuano anche le differenze fisico-morfologico. La cam-
pagna, in sostanza, “resiste” soltanto dove è alto il suo valore produttivo, ma
quando questo decade essa diventa “terreno” in attesa di trasformazione (edifi-
cazione). Ma quale può essere la capacità di resistenza della campagna quando

202
sempre meno rilevante risulta essere il suo ruolo di campagna produttiva? (Si
osservi, per esempio, che alcuni studiosi hanno calcolato che nel 2020, cioè
domani, la Spagna importerà più del 50% del proprio fabbisogno alimentare).
Detto questo, tuttavia, non è accettabile un processo di edificazione di tutto lo
spazio agricolo. Come si è detto, esiste una rilevante necessità di governo pub-
blico che si ponga obiettivi di densificazione (relativa) ma anche di salvaguar-
dia di alcune prerogative del paesaggio (da considerare un “bene” culturale ed
economico, come si è fatto, nella tradizione italiana, per i centri storici).
L’immagine della città oggi sempre più si complica e, soprattutto, si molti-
plica. La tradizione iconica (pittura, fotografia e cinematografica) non è più
quella “tradizionale” fino al secolo scorso; alle immagini di Manhattan, Roma,
Venezia, Parigi, Londra, Firenze, ecc., che hanno formato una variegata cultura
iconica della singola città e in generale della condizione urbana (“moderna”) si
sovrappongono ulteriori immagini che arricchiscono il vocabolario. A livello
“umano”, non più soltanto l’emigrante, non più soltanto il forzato del pendola-
rismo (lavoratore o studente), ma anche e soprattutto la “libera” dimensione del
muoversi, di vivere lo spazio nella sua completezza. Alla città descritta dai
grandi romanzi che a partire dal ’700 e, soprattutto, dall’800 hanno aiutato a
riconoscere e conoscere la città moderna, oggi si affiancano nuove descrizioni
di nuove e diverse situazioni umane e urbane.
Non si sostiene, come già detto, che “prima” le città fossero tutte identiche, ma
piuttosto che esse appartenessero ad una stessa famiglia e che le situazioni che non
fossero riconoscibili come membri di questa famiglia, sarebbero state considerate
non urbane. Oggi la città moderna appare molto diversificata, in qualche caso può
apparire vanificata, ma, contemporaneamente, con più forza che nel passato, si af-
ferma e diventa comune la condizione e l’esperienza urbana e metropolitana. È
proprio su questa esperienza umana allargata, per così dire, che converrebbe riflet-
tere tendendo conto delle nuove tipologie di organizzazione dei territori e dell’i-
dentificazione di una nuova forma urbana (tendenza più o meno veloce e intensa
nei diversi contesti). Insomma le esperienze che l’abitante di questo arcipelago fa
o è costretto a fare forse determinano un nuovo “soggetto”.

3. Dei tipi metropolitani e di piccola comunità

La letteratura ha molto esplorato la personalità metropolitana: Simmel, Ben-


jamin, per citare i più noti, hanno scavato nella figura di questa personalità, il
tipo blasé è individuato come l’esponente tipico della metropoli. D’altro canto,
altrettanta attenzione è stata posta alla condizione di piccola comunità, anche in
questo caso emerge una figura tipicizzata.
Non si vorrebbe ripercorrere questa letteratura, si vuole solo sottolineare che
è possibile trovare anche nella letteratura più recente, ancora esaltazioni e deni-
grazioni delle due condizioni di vita (un filone anti-urbano attraversa tutta la

203
storia della specie). Le due esperienze tipizzate, ovviamente, si presentano for-
temente diversificate e sono proprio tali diversità che permettono, in diversi
contesti culturali, l’esaltazione dell’una o dell’altra condizione.
Vale la pena di segnalare un aspetto analitico, che si potrebbe rubricare sot-
to la voce “dimensione”, ed esprimerlo nel modo seguente:

– l’esperienza “comunitaria” (si può far riferimento alla piccola città o ai nuclei
dispersi) si presenta come fortemente coinvolgente e, per così dire, onnicom-
prensiva. Essa coinvolge tutti gli abitanti di tali comunità, tutti fanno la mede-
sima esperienza territoriale, tutti sono implicati e partecipi della realtà sociale
della comunità. Una dimensione territoriale ristretta, una popolazione non nu-
merosa, è coinvolta in un’esperienza comune, coinvolgente e onnicomprensiva;
– la situazione nella metropoli è completamente diversa: si ha una dimensione
territoriale ampia ed una popolazione molto numerosa, ma l’esperienza me-
tropolitana che la letteratura ci restituisce coinvolge un modesto gruppo di
persone, non necessariamente un gruppo di élite, ma sicuramente non si trat-
ta della generalità della popolazione che abita la metropoli. L’uso della città,
a maggior ragione della metropoli, è un uso parziale (circoscritto, cioè, ad
una porzione soltanto dell’intera metropoli), differenziato (si tratta di por-
zioni di città non omogenee tra di loro, ma differenti per qualità, dotazioni
di servizi, ecc.), discriminato (l’accesso alla singola porzione di metropoli è
determinato dalla specifica propria collocazione sociale). La metropoli, cioè
non è uguale per tutti, molti degli abitanti non percepiscono nemmeno
l’esistenza della metropoli, ma soltanto il quartiere dove sono costretti a vi-
vere; la fuoriuscita dal quartiere, per esempio per lavoro, non permette di fa-
re esperienza della metropoli se non in maniera del tutto parziale e margina-
le. Alcune persone non sono mai usciti dal loro quartiere se non per ragioni
obbligatorie (appunto, di lavoro), la vita sociale per la maggior parte delle
persone è “vita di quartiere”, ma molto spesso questa “vita di quartiere” ri-
sulta povera, più un fattore di antagonismi che di coesione.

In sostanza mentre chi abita una comunità fa tutta intera l’esperienza della
comunità, chi abita una metropoli può non fare l’esperienza metropolitana. Ov-
viamente si tratta di una formulazione estremizzata (si potrebbe dire di como-
do), che non tiene conto che la figura dell’“uomo ad una dimensione” costitui-
sce una tipizzazione che estremizza soltanto alcune condizioni ma non dà conto
della complessità e contraddittorietà della realtà. Da questo punto di vista è cer-
to che sia il “comunitario” fa delle esperienze esterne alla comunità stessa (si
potrebbe chiamarlo “comunitario allargato”), sia il metropolitano fa parziali e-
sperienze metropolitane (si potrebbe chiamarlo “metropolitano dimezzato”).
Tuttavia premeva mettere in evidenza il dato che tende a prevalere nelle di-
verse situazioni. Così la metropoli fordista, anche questa rappresenta una tipiz-
zazione che non tiene conto delle contraddittorietà della realtà, espressione ter-

204
ritoriale del processo di produzione capitalistica e dell’industrializzazione di
massa, da una parte discrimina come discrimina il processo di produzione stes-
so e dall’altra parte si organizza per ambiti spaziali socialmente omogenei, ed è
dentro questi ambiti che (non) vengono soddisfatti quasi tutti i bisogni e le ne-
cessità della popolazione. Quindi, l’esperienza urbana non può essere identica
per tutti anche se non si può negare l’esistenza di un qualche tratto comune.
Queste brevi notazioni avrebbero bisogno di molto più tempo per essere sia
documentate che argomentate, ma si vorrebbe sottolineare, come tratto rilevan-
te e significativo, il rifiuto implicito e in qualche modo esplicitato della mono-
dimensionalità; esse fanno perno su una condizione caratteristica ma che al
suo interno accetta e presenta articolazioni diverse. Così segni e simboli della
metropoli sono parti consistenti dell’essere metropoli, ma essi non sono costitu-
tivi (per intensità, per qualità e per percezione) dell’esperienza di tutti gli abi-
tanti della metropoli. Così limiti e vincoli della condizione comunitaria sono
comuni a tutti gli abitanti della comunità anche se alcuni suoi membri li lacera-
no (magari nascostamente) effettuando esperienze esterne alla comunità.
Cogliere tali differenze, notare la forzatura di un’esperienza in un caso e il
vincolo limitativo nell’altro caso costituisce un tratto importante per quanto si ha
intenzione di sostenere più avanti a proposito della nuova condizione urbana.

4. Una “nuova” metropoli ed una “nuova” esperienza

In precedenza si è descritta la nuova metropoli, definita come arcipelago


metropolitano può essere utile tracciarne le caratteristiche fondamentali. Lo si
farà per punti significativi, pur sapendo che una schematizzazione non rende
giustizia della complessità della situazione:

– va considerato che la formazione dei nuovi territori metropolitani costituisce


una tendenza; inoltre tale tendenza è il risultato della combinazione di un pro-
cesso di auto-organizzazione e di una politica specifica tesa a correggere sia
gli elementi negativi del gigantismo metropolitano sia della dispersione;
– si configura come un’area in cui possono essere presenti grandi e piccole cit-
tà, “coaguli residenziali”, produttivi e di servizi, nonché elementi dispersi;
– la densità si presenta differenziata; più alta nelle grandi città rispetto a quel-
la delle piccole città, ancora più bassa nel disperso e in quelli che sono stati
chiamati “coaguli”;
– l’area nel suo complesso si presenta come destinata alla residenza, alla produ-
zione e ai servizi. I servizi definiti banali, commerciali e del loisir, costitui-
scono nuclei a se stanti localizzati premiando l’accessibilità. Le attività pro-
duttive possono essere disperse nel territorio ma anche concentrate in deter-
minate aree (sia organizzate e pianificate come “aree industriali”, sia come ri-
sultato spontaneo di aggregazioni di attività), sussistono ambedue le tipologie.

205
Possono individuarsi delle «strade mercato» che a similitudine di quelle urba-
ne (ma con una densità diversa) presentino un avvicendarsi di abitazioni, pun-
ti commerciali e servizi. L’area è, inoltre, riccamente dotata di attività ricetti-
ve di ristoro sia isolate nel territorio che localizzate nei centri. Attività di ser-
vizi superiori sono localizzate in tutti i centri grandi, medi e piccoli. L’area è
riccamente dotata di infrastrutture di mobilità e dei relativi servizi;
– la tipologia abitativa si presenta molto varia: dal condominio alla casa a
schiera, dall’abitazione unifamiliare alla villa, dalla villa pluri-familiare, al
caseggiato agricolo ristrutturato, ed ancora alla casa-laboratorio o alla casa-
negozio. Gli stili architettonici sono tra i più vari, con una prevalente ten-
denza a copiare i tipi edilizi delle architetture più moderne e delle più famo-
se firme di architetti, insieme a tipologie “storiche”, villa pompeiana, colon-
ne doriche, ecc.). Va detto che spesso risaltano per qualità gli edifici desti-
nati alla produzione.

Utile per avanzare qualche osservazione sulle nuove esperienze è sicura-


mente riassumere, anche qui con i rischi di un eccessivo schematismo, le va-
lenze positive e negative delle due condizioni stilizzate in precedenza:

– comunità: relazioni di tipo affettivo e personalizzate, solidarietà, rilevante


controllo sociale, ripetitività dell’esperienza quotidiana, modeste occasioni
culturali e sociali, alto senso di identità;
– metropoli: libertà individuale, moltiplicazione delle opportunità, relazioni e
scelte di tipo razionale, imprevedibilità dell’esperienza quotidiana, solitudi-
ne, anonimato, segmentazione sociale, scarso senso di appartenenza.

L’ipotesi che si avanza è che la nuova condizione urbana – quella definita


come arcipelago metropolitano – costituisce una “forma” di organizzazione del
territorio che può permettere di coniugare gli aspetti positivi sia della condizio-
ne comunitaria che della metropoli. L’analisi degli esiti dei processi in corso e
l’osservazione delle modalità del “vissuto” degli abitanti di alcune di queste
zone portano alla formulazione della precedente ipotesi. Tuttavia in questa sede
si vorrebbe procedere per astrazione.
La riduzione della tendenza all’agglomerazione porta ad un’articolazione di
poli differenziati e a “parziale” specializzazione e funzionalità, da ciò deriva
che la popolazione insediata nell’area è costretta, per le sue necessità (di lavo-
ro, studio, approvvigionamento, divertimento, cultura, ecc.) a moltiplicare la
propria mobilità e ad utilizzare l’intero territorio. Si osservi in proposito che la
mobilità obbligatoria (lavoro e studio) risulta esercitarsi, nelle aree che tendono
ad acquisire le caratteristiche di arcipelago metropolitano, in tratte più brevi di
quanto non risulti per la mobilità non obbligatoria. L’osservazione che la mobi-
lità “non obbligatoria” rischia di diventare essa stessa “obbligatoria”, data
l’organizzazione dei servizi e delle funzioni e la loro dispersione nel territorio,

206
per quanto riguarda le considerazioni in questa sede non costituisce controindica-
zione. La mobilità è cresciuta e si sviluppa in distanze sempre maggiori e nello
stesso tempo permette di fare esperienze diverse, aumentano le opportunità di in-
contri e scambi, ma anche il tempo “consumato” in trasferimenti aumenta.
Il primo dato da acquisire, quindi, è un’utilizzazione metropolitana di tutto il
territorio da parte della popolazione. Il riferimento all’utilizzazione metropolitana
intende sottolineare i seguenti due aspetti, che sembrano ambedue rilevanti:

– dimensionale: si è in presenza di una dimensione territoriale allargata, an-


corché con densità e intensità non paragonabile alle tradizionali metropoli;
– qualitativa: la dotazione di servizi e funzioni disponibili in questo territorio
allargato e del tutto paragonabile a quelli di una tradizionale metropoli, sia
con riferimento ai servizi banali che a quelli di eccellenza. Inoltre, come già
osservato, aumentano le opportunità e le esperienze.

L’insediamento residenziale di questa popolazione, come già detto, risulta ar-


ticolato ma con una quota rilevante di popolazione insediata in piccoli nuclei,
schegge, o piccole città (la tendenza delle grandi e medie città a perdere popola-
zione è costante e non si inverte), cioè in situazioni che potrebbero essere definite
di “comunità”. Anche la parte di popolazione insediata nel disperso in senso
stretto tende ad aggregarsi funzionalmente, culturalmente e socialmente, alla
“comunità” più vicina. Il secondo dato da acquisire è, dunque, il fatto che la po-
polazione è partecipe di una “vita di comunità” (alcuni servizi, i piccoli caffé, le
relazioni di vicinato, confronti sulla gestione delle famiglie e dei figli, ecc.).
Mettendo insieme l’uso metropolitano del territorio e l’insediamento resi-
denziale in comunità viene fuori un’esperienza in qualche modo nuova, che fa
propri gli elementi positivi dell’uno e dell’altro i quali insieme annullano gli
aspetti negativi dell’uno e dell’altro. Senza voler fare una stucchevole elenca-
zione ma solo in modo esemplificativo è possibile mettere in luce come le rela-
zioni di tipo affettivo tipiche di una comunità contrastino con la solitudine me-
tropolitana senza tuttavia essere coinvolto in uno stretto controllo sociale ma al
contrario utilizzando a pieno la libertà di movimento metropolitano.
Un esito, che va giudicato in modo molto favorevole, è l’indebolirsi di un’i-
dentità legata al luogo. La tendenza a rinsecchirsi in un’“identità locale”, tipica
dell’esperienza di piccola comunità, viene “corretta”, da una parte, dalla contem-
poranea esperienza metropolitana e, dall’altra parte, dal fatto che la comunità lo-
cale non risulta, il più delle volte, tutta autoctona ma è costituita da persone di
diversa provenienza (comprese quote più o meno ampie di immigrati stranieri).
In sostanza, si è in presenza di una diversa tipologia di esperienze che tendono
ad esaltare gli elementi positivi dei due modelli. In questo contesto è chiaro che
le letture dei simboli territoriali si arricchiscono e che contemporaneamente le
interpretazioni tradizionali di tali segni (metropolitani e di comunità) vanno ag-
giornate nell’ottica di una nuova dimensione urbana.

207
In particolare pare di potere dire che l’analisi e l’interpretazione dello spazio
pubblico meriti la massima attenzione. È certo che l’arcipelago metropolitano ha
bisogno, da una parte, e si è costruito, dall’altra, di nuovi spazi pubblici. In so-
stanza nella nuova dimensione metropolitana convivono sia gli spazi pubblici
tradizionali, magari usati in modo non tradizionale, che spazi pubblici nuovi, ma
soprattutto tendono a diffondersi in maniera crescente “spazi privati di uso pub-
blico”. La ripetizione, fuori contesto e con significati impropri, di formule come
“non luoghi” non aiutano certo ad analizzare con acume la nuova situazione. Non
solo, quindi, diventa rilevante esercitare attenzione a classificare, tipicizzare, co-
struire inventari, ecc., di spazi pubblici e di uso pubblico, mettendo insieme tra-
dizione e novità, ma pare altrettanto rilevante analizzare le modalità con le quali
questi spazi vengono utilizzati, non sempre uguali nel tempo, da chi vengono uti-
lizzati, e per quali scopi. Questa analisi in realtà dice molto della nuova condi-
zione urbana, modifica pregiudizi, da corpo sociale alle nuove forme del vivere
insieme (costituisce un tema di ricerca interdisciplinare di grande potenza).
Affinché quanto detto in precedenza non venga frainteso e sia percepito con
accortezza alcune precisazioni risultano indispensabili. La nuova dimensione ur-
bana è comunque figlia della crescita di “ricchezza” delle famiglie, ricchezza sia
in termini monetari che di tempo. Non si sta sostenendo che si è tutti diventati
ricchi, ma soltanto che le famiglie, pur nelle grandi differenze sociali, hanno
maggiori disponibilità. Non si sta sostenendo che è scomparsa la povertà, ma
piuttosto che, pur con le variazioni di tempo e di spazio, essa trova elementi di
mitigazione. Non si sta sostenendo che nell’arcipelago metropolitano le diffe-
renze sociali sono scomparse, ma che esse si riproducono in qualche modo me-
diate sia nella forma comunitaria sia nella polarizzazione sociale tipica dei centri
di maggior dimensione. Il costo della vita, con molta probabilità, è nell’arcipe-
lago metropolitano inferiore a quello della tradizionale metropoli, ma la sua rea-
lizzazione ha bisogno di mettere in campo una notevole capacità organizzativa
delle famiglie, disponibilità di tempo e grande capacità di mobilità.
La seconda precisione riguarda gli elementi di contraddizione e di differen-
ziazione sociale che l’arcipelago metropolitano presenta. Qualsiasi sia l’orga-
nizzazione territoriale essa non riesce ad annullare differenze e contraddizioni
creare dalla struttura socio-economica, l’arcipelago metropolitano non sfugge
a questa regola. Esso, tuttavia, pare presentare – ma la questione ha necessità di
ulteriori verifiche- una sorta di diluizione delle situazioni problematiche. Inol-
tre, sembra di potere affermare che si tratta di una condizione territoriale che
spontaneamente, proprio perché partecipe delle due diverse esperienze (di co-
munità e metropolitane), dia corpo ad un’“identità debole”, che costituisce fat-
tore rilevante di convivenza. Quindi, non un territorio pacificato, privo di con-
traddizioni, di crisi e, anche, di conflitti, ma una forma di organizzazione che
meglio può costituire meccanismo di “risarcimento sociale” per quanti trovano
una collocazione non soddisfacente nella società.

208
Nuovo organismo urbano e pianificazione di area vasta1
di Francesco Indovina (2007)

1. La città e il territorio cambiano

La pianificazione di area vasta assume sempre più, almeno così sembra di


potere affermare, una grande rilevanza, al punto tale da poterla considerare
come la frontiera più avanzata di governo della città e del territorio. Non si trat-
ta di un risultato, come dire, disciplinare, ma quale conseguenza delle trasfor-
mazioni che sono intervenute nell’organizzazione del territorio, o per quella
che, in altra occasione, è stata definita l’«esplosione urbana»2. Fenomeni che
risultano di rilievo sotto diversi aspetti: intanto, per la consistenza, dimensione
e per le cause che le determinano; inoltre, per le nuove questioni che pongono
alla pianificazione e alle politiche di governo delle trasformazioni territoriali.
Tutti aspetti importanti, in queste note, tuttavia, si tenderà a privilegiare quelli
relativi a questo ultimo punto.
Per affrontare il tema non pare poter fare a meno di rendere conto, anche se
in modo estremamente semplificato, delle trasformazioni alle quali si è fatto
riferimento. La “forma” città, quella della tradizione, viene messa in tensione.
Infatti, quelli che sono stati considerati dei “frammenti”, delle incongrue ed i-
nopportune occupazione del territorio agricolo, delle anomalie da cancellare,
hanno finito per assumere una fisionomia urbana. Senza alcuno dei connotati
fisici e morfologici della città (mancando di intensità, di densità e di soluzione
di continuità), i nuovi “aggregati” territoriali sempre più dimostrano di avere
funzionalità economica, rilievo sociale e, talvolta, finanche ricchezza culturale.
La rottura del “limite” urbano, del confine della città rispetto alla campagna,
non ha vanificato la consistenza sociale della città, come molti hanno paventa-

1. Il testo, ora contenuto in Archivio di studi urbani e regionali, n. 85-86, costituisce una rie-
laborazione, ampliamento e, in qualche caso, riduzione, dell’«Introduzione» e delle «Conclusio-
ni» del volume (da me curato), La ciudad de baja densidad: logicas, gestion y contención, Depu-
tación di Barcellona, Barcellona, 2007.
2. Si rinvia ai due cataloghi (spagnolo e italiano) della mostra: Font, Indovina, Portas (2004);
Fregolent, Indovina, Savino (2005).

209
to, ma ha permesso di affermare una nuova concezione fisico-morfologica della
città: un nuovo paesaggio urbano.
Insomma si è di fronte ad un fenomeno che sconvolge il tradizionale ordine
materiale dell’organizzazione spaziale, dà configurazione e organizzazione di-
versa alle espressioni di vita e costringe a concepire in modo diverso la politica
territoriale, investendo, per questa strada, la cultura urbanistica.
Di seguito si tenterà di tracciare lo sfondo di questo fenomeno, in modo da
fornire una sorta di mappa concettuale all’interno della quale dovrebbero essere
collocate le questioni che qui maggiormente interessano. Tale sfondo cerca di
mettere in evidenza le trasformazioni, nel tempo, dell’organizzazione del terri-
torio e della città e le relative cause. Allo scopo di evidenziare le dinamiche
delle trasformazioni l’esposizione farà riferimento a due tappe significative, es-
sendo chiaro che tali tappe nei diversi contesti si presentano non necessaria-
mente in sequenza, né con l’intensità qui descritta.

2. La diffusione e la ricreazione di una condizione urbana

Il fenomeno dell’urbanizzazione della campagna, nel secondo dopoguerra, si


è presentato non omogeneo, né nel tempo né nello spazio: diverse sono state le
tipologie insediative in dipendenza delle diverse fasi di sviluppo economico dei
singoli paesi e delle singole regioni. Di seguito, tuttavia, i riferimenti saranno alla
situazione dell’Italia, mentre per una mappa europea oltre alla già citata mostra
sull’esplosione urbana, si può vedere il saggio di Serra, Otero e Ruiz (2002).
Pare di qualche utilità, proprio per una comprensione del fenomeno, isolare
alcune questioni che si possono considerare, in qualche modo, cause fondative
dello stesso.
Non va sottovalutato che l’urbanizzazione della campagna è strettamente
legata alla perdita di redditività dell’attività agricola o, comunque, all’abbando-
no dell’attività agricola anche per ragioni sociali oltre che economiche. Dove
l’attività agricola continua e produce un soddisfacente reddito, la campagna re-
siste al processo di urbanizzazione; è solo quando si riduce la redditività, che la
campagna si trasforma in area in attesa di essere diversamente utilizzata e, so-
stanzialmente, edificata.
Il fenomeno investe sia i territori agricoli intorno alle medie e grandi città,
sia anche quelli lontani dalle città medie e grandi, come quelli di montagna o
rivieraschi investiti diffusamente dal turismo e in funzione di questo trasformati
(strutture ricettive, seconde case, strutture di divertimento, ecc.).
Va messa in luce una sorta di circolarità: la possibilità che un’area agricola
possa, in una prospettiva ravvicinata, essere utilizzata per l’edificazione può
determinare un forte abbassamento del suo potenziale agricolo (non si fanno
investimenti, non si impiantano nuovi prodotti, non si attivano metodi di colti-
vazione che possano aumentare la redditività, ecc.). Ovviamente non si vuole

210
sostenere che l’esistenza di una tale “attesa” sia causa dell’urbanizzazione della
campagna, ma piuttosto che la possibilità di una trasformazione non sia estra-
nea al processo di perdita di redditività agricola. La relazione non è causale ma
neanche casuale.
I rilevanti movimenti migratori – sia interni che, più recentemente, interna-
zionali, che hanno caratterizzano molti dei paesi europei nel II dopoguerra –
hanno determinato una forte pressione sul mercato immobiliare, concausa della
crescente dinamica dei valori di case e terreni, e, in un primo tempo, una rile-
vante densificazione e crescita delle città (espansione delle periferie). La cre-
scita di dimensione della città è stata accompagnata da una crescente dinamica
del costo della vita urbana.
Gli insediamenti di una certa consistenza “fuori” dalla città, caratterizzati da
bassa densità, un insieme di villette mono o bi-familiari, con giardino, garage,
ecc., sono il risultato congiunto della promozione immobiliare che, da una par-
te, approfitta dei bassi prezzi dei terreni agricoli e della loro trasformabilità, e,
dall’altra parte, soddisfa e sfrutta l’immaginario delle famiglie, per lo più di ce-
to medio, che individuano nella “villetta” singola, con giardino, taverna, ecc. la
realizzazione del loro sogno abitativo (che poi risulti diversa, è altra questione).
Il progetto della «città giardino», paradossalmente, appare in qualche modo il
riferimento implicito (e snaturato) dell’insediamento in campagna di tante sin-
gole casette più o meno accostate le une alle altre, con scarsi o inesistenti servi-
zi collettivi, e dei complessi condominiali propagandati per il loro inserimento
nel verde, per la “tranquillità” e “a venti minuti del centro della città” (in mac-
china, ovviamente), viaggio che la congestione del traffico trasforma in fatica,
stress e lunga durata.
Mentre la disseminazione di singole case nel territorio sono l’esito di due fe-
nomeni diversi ma concomitanti. Da una parte il miglioramento del reddito dei
membri più giovani delle famiglie contadine occupati nell’industria, che permette
un’accumulazione di risorse che vengono impiegate, su terreni di proprietà fami-
liare (la campagna in parte abbandonata), per la costruzione di una nuova abita-
zione (molto spesso auto-costruita con l’aiuto di parenti e amici). Dall’altra parte
famiglie non più soddisfatte di vivere nella città concentrata e non disposte ad
aderire alle offerte dei grandi insediamenti speculativi, anche perché con una li-
mitata disponibilità di risorse economiche, si fanno “costruttori in proprio” e rea-
lizzano la loro abitazione, dove possono, in campagna. In sostanza, il circuito svi-
luppo industriale della città, immigrazione dalle campagne verso la città, crescita
della densità, aumento dei valori immobiliari e disponibilità, per così dire, della
campagna a farsi urbanizzare, costituiscono gli ingredienti che hanno dato inizio
ad una trasformazione del territorio che non si è più fermata. Ma ben altri e po-
tenti sono i fattori che hanno accentuato questo processo iniziale.
Il successo della città concentrata, cioè la sua crescita economica, la sua
densificazione e il suo ampliamento, valorizza la rendita e quindi aumenta il
costo della vita. La città (concentrata) è sempre più incompatibile con le attività

211
economiche a basso valore aggiunto e con le famiglie con redditi bassi e medio
bassi. Gli uni e gli altri sono sospinti fuori, sono sollecitati dalla situazione a
trovare una diversa collocazione nello spazio, cosa che ha determinato un eso-
do rilevante di popolazione e attività, fenomeno che è stato interpretato come
“l’abbandono della città” e che ha permesso grandi lamentazioni sulla “crisi”
della città. In realtà non si è riusciti a cogliere che questi fenomeni discendeva-
no dal successo della città e non dalla sua crisi3. Non aver colto la sostanza del
fenomeno ha determinato l’attivazione di politiche anti-crisi accentuando così
il successo della città e quindi accentuando il fenomeno dell’esodo.
Le nuove tecnologie hanno permesso e facilitato la “disarticolazione” della
produzione in unità più piccole e separate ma interne ad un unico processo pro-
duttivo. Inoltre, la possibilità di controllo e gestione della produzione e
dell’intero ciclo manageriale a distanza e la facilità di esternalizzare alcuni ser-
vizio ha abbassato in modo rilevante il valore positivo e l’interesse per l’agglo-
merazione. Lo stare in città si è rilevato, per molte imprese, non più un vantag-
gio ma un aggravio economico e di gestione (congestione, ritardi, eventuale
difficoltà ad ampliare gli stabilimenti, maggiori costi, ecc.). Lo spostarsi fuori
dalla città concentrata, o per lo meno spostare fuori la produzione, ha permesso
di eliminare tali svantaggi e anche, in molti casi, di lucrare la differenza di va-
lore tra i terreni che si abbandonavano in città e quelli che si andavano ad oc-
cupare fuori città. Inoltre, perché non dirlo, la disseminazione nel territorio of-
fre anche il vantaggio di “minori controlli” (per esempio ambientali) e di un
minore impatto con l’organizzazione sindacale.
La crescita del numero delle piccole e medie imprese, risultato sia
dell’utilizzo del “capitale sociale”, sia, talvolta, delle nuove tecnologie di produ-
zione, sia di una rilevante capacità imprenditoriale e di un intenso impegno lavo-
rativo di tutta la famiglia dell’“imprenditore”, insieme all’emergere dei «distretti
industriali», costituisce una delle principali novità dello sviluppo produttivo della
seconda metà del secolo scorso, soprattutto in molte aree dell’Europa meridiona-
le. Per quanto qui interessa, la piccola e media impresa, esaltata come la dimen-
sione ottima dello sviluppo futuro, o esecrata per la sua poca capacità di misurar-
si con il mercato internazionale e per la scarsa propensione per la ricerca e
l’innovazione, costituisce uno dei principali “soggetti” che ha occupato il territo-
rio extra-urbano. La spiegazione di questa preferenza localizzativa trova molte
cause, dal basso costo dei terreni, all’origine non urbana di molti di questi im-
prenditori, dall’evoluzione da attività di lavoro a domicilio, localizzate soprattut-
to in campagna, verso la piccola impresa, all’utilizzazione di edifici agricoli co-
me primo insediamento, fino alla disponibilità di aree attrezzate offerte dai co-

3. Il termine “successo” va interpretato in senso generale di sviluppo e crescita economica,


senza nessuna connotazione positiva rispetto alla qualità della vita: infatti, sviluppo e crescita
economica potrebbero accompagnarsi ad un peggioramento della condizione urbana, si pensi
come esplicazione, un’esplosione di visitatori turistici che sicuramente “portano soldi”, ma pos-
sono anche peggiorare il contesto di vita urbana.

212
muni (le “zone industriali”, che nel tempo e nelle varie regioni assumono nomi
diversi). Qualunque sia la motivazione il dato significativo che qui interessa è la
loro presenza rilevante nella campagna urbanizzata.
L’aumento del benessere e del tempo disponibile come una diffusissima mo-
torizzazione hanno determinato, come si è già detto, la possibilità di realizzare
una nuova condizione abitativa (la villa mono- o bi-familiare). Tuttavia questo
insediamento ha finito anche per generare una domanda per servizi dei quali si
pensava di poter far a meno. Questa domanda, che si presenta ampia nella sua
dimensione, articolata nella sua struttura (commerciale, divertimento, socialità,
sport, spettacolo, ecc.) ma fortemente dispersa nel territorio, non potrebbe essere
soddisfatta in assenza di un’ampia disponibilità di mezzi autonomi di trasporto e
una forte propensione alla mobilità di famiglie e individui. Per rispondere a que-
ste nuove domande, infatti, il territorio viene sempre più attrezzato di “punti” di
servizi integrati: ipermercati, insieme a centri commerciali e grandi negozi spe-
cializzati; cinema multisala insieme a pizzerie e sale giochi; bowling insieme a
discoteche e palestre; ecc. La localizzazione di queste attività segue la strategia di
cogliere la migliore accessibilità possibile data la dispersione della popolazione:
non è la vicinanza al cliente che interessa, ma, piuttosto, che l’insediamento sia
raggiungibile facilmente e da più parti (è ovvio che in questo quadro gli incroci
di più strade costituiscono luoghi privilegiati). Se si guardano le trasformazioni
del territorio a larga scala, non solo quindi quelli più condizionati dalla presen-
ze di città, medie e grandi, si cogliere anche processi di forte specializzazione a
fini di loisir di territori marini e in parte montani.
Tensioni, opportunità, domande, occasioni e necessità hanno così determi-
nato una profonda trasformazione del territorio e disegnato un nuovo paesag-
gio, sia dei territori dominati da una grande città, un’area metropolitana per in-
tenderci, sia di quelli con minore o assente dipendenza metropolitano. Alla
semplice polarità città-campagna, tipica fino alla fine della II guerra mondiale,
oggi si è sostituita una varietà di situazioni, diversamente nominate: campagna,
campagna urbanizzata, urbanizzazione diffusa, città diffusa, città, metropoli.
Ciascuna di queste situazione si caratterizza per un minore o maggiore tasso di
densità, per una maggiore o minore presenza di “oggetti” fisici, per un diverso
funzionamento, per una diversa “immagine”.
Una varietà di situazioni che da una parte arricchiscono le esperienze indi-
viduali, ma che dall’altra presentano impatti non sempre positivi sull’ambiente,
sul paesaggio, sull’organizzazione dei servizi, sulla funzionalità stessa delle
amministrazioni locali.
A partire dagli anni ’90, in modo del tutto improprio, si è chiamata città dif-
fusa ogni forma di urbanizzazione della campagna avente una consistente di-
mensione. In più occasioni si è cercato di chiarire che la dimensione della dif-
fusione non aveva niente a che fare con la notazione di città. La città diffusa è
riconoscibile dal fatto che una certa ampia porzione di territorio urbanizzato si
presenta ricca di funzioni diverse, caratterizzata da un’ampia dotazione di ser-

213
vizi, ancorché sparsi nel territorio, e che, questo è il dato principale, viene usata
dalla popolazione insediata come se fosse una città (Indovina, 1990; 2004). È la
dotazione di funzioni urbane e l’uso che ne fanno gli abitanti a giustificare la
qualificazione di città.
La questione mette in evidenza un nodo metodologico non irrilevante: la
maggioranza degli urbanisti e di quanti, afferenti a diverse discipline, si occupa-
no di città e di territorio, difficilmente riconoscono al fenomeno della diffusione
chiamato città diffusa il connotato di città; un’altra parte, pur riconoscendo che
oggettivamente il fenomeno ha connotati urbani, lo ritengono sbagliato e da cor-
reggere, riportando la città, per così dire, dentro le mura. Il punto di vista che
tende a prevalere in questi atteggiamenti è, da una parte, “morfologico” e,
dall’altra parte, il riferimento è all’“intensità della vita urbana”, la vivacità delle
sue strade e piazze, l’imprevedibilità degli incontri, ecc., secondo modalità che si
rifanno ad esperienze del passato. Non c’è dubbio che il dato “morfologico” non
è privo di rilevanza, tuttavia la “condizione urbana” che nel passato era stretta-
mente legata alla morfologia (densità, intensità e soluzione di continuità), oggi
pare attiva in una situazione morfologicamente diversa. Inoltre, l’“intensità della
vita urbana”, nella stessa città concentrata di oggi si presenta con modalità diver-
se che nel passato e trovano possibilità di “esercizio” anche nella città diffusa4.
In sostanza si evidenzia un nodo disciplinare: la città diffusa, che in un certo
senso costituisce un ossimoro, dal punto di vista della disciplina non è com-
prensibile, non appartiene alle “figure” che la disciplina ha creato come model-
li, né esistono strumenti disciplinari che ne permettano l’esplorazione e
l’interpretazione. La concretezza della situazione impone delle necessarie revi-
sioni disciplinari.
Il processo che si sta analizzando, infatti, mostra una rilevante domanda di
città (anche se, per così dire, “fuori dalle mura”) nella dimensione territoriale;
non pare si possa affermare che ci si trovi di fronte ad una tendenza anti-
urbana, ma piuttosto quella che emerge è una domanda di nuova città, che an-
nulli, per così dire, sul piano del vissuto individuale, la frammentazione. Quello
che sembrava la condanna alla perdita della “valenza urbana” per quanti si in-
sediavano nel diffuso, si è capovolta nell’espressione di una nuova domanda e
nel tentativo di realizzare tale nuova condizione urbana. In sostanza non ha
senso che la disciplina si arrocchi su modelli del passato ma è indispensabile
dare risposte adeguate e all’altezza della situazione alle domande emergenti.
Con riferimento a questa problematica è possibile individuare almeno tre
posizioni che sono ad un tempo teoriche ed operative; tutte assumono la com-
promissione del territorio come negativa, in quanto produce fenomeni di de-
grado, un consumo smodato di suolo e non permette un uso sostenibile del ter-
ritorio. Di seguito si cercherà di delineare i “contorni” di queste diverse posi-

4. E come se oggi si sostenesse la vanificazione della “famiglia” solo perché essa oggi ha di-
mensione, rapporti interni, riconoscimento di autorità, ecc. diverse che all’inizio del secolo scor-
so. La famiglia è diversa ma è sempre famiglia.

214
zioni, per quanto l’esposizione, per ovvi motivi di spazio, non potrà che essere
schematica e semplificata5.
La prima di queste considera la situazione dell’urbanizzazione che, per
semplicità, chiamiamo “diffusa”, un fenomeno da estirpare: essa, infatti, appare
negare la città, e non trova giustificazione un insediamento nel territorio che
non risulti legato all’attività agricola. La soluzione del problema si trova nel
riportare la città dentro le mura. Questo lo si ottiene con vari modi: vincoli e
proibizioni; realizzando “nuove città”; aggregando la popolazione in piccole
città auto-sufficienti e migliorando, ovviamente, le condizioni delle città. A
questa posizione, almeno così pare, sfuggono le motivazioni sociali, economi-
che e culturali che generano il fenomeno, o almeno a tali motivazioni non si è
disposti ad assegnare il peso che meritano.
Una seconda posizione ritiene, in un certo senso, impossibile mettere un
qualsiasi freno a questa dinamica: si assume che il “mercato” è destinato a vin-
cere, e si considera ineluttabile il trasferimento nelle nostre contrade di modelli
appartenenti ad altre culture urbane, caratterizzate, appunto, da diffusione. Non
è estranea a questa posizione l’assenza di una considerazione dell’originalità
del fenomeno urbano europeo, non casualmente si fa anche uso di una termino-
logia impropria, assimilando la “diffusione” europea allo sprawl nord-america-
no. A partire da questo quadro di riferimento ci si pone il problema da una par-
te di limitare i danni e dall’altra, proprio per evitare i danni, di aiutare il feno-
meno (per esempio con opportune infrastrutture).
Un’ultima posizione, da una parte considera che le motivazioni di questo
processo sono da considerarsi “forti”, causa ed effetto delle mutate condizioni
economiche, tecnologiche e culturali, dall’altra parte individua nel fenomeno la
costruzione auto-organizzata di una “condizione urbana” e l’assume come e-
spressione di una domanda di città. È partendo da queste considerazioni che de-
riva una posizione di correzione: lavorare per la qualificazione sempre maggio-
re di questi insediamenti, attivando una politica di densificazione, correggendo
le storture, imponendo regole e tendendo a fare della città diffusa, con ancora
più determinatezza, una città che corrisponda alle novità emerse ma non ne ac-
cetti passivamente le conseguenze. In particolare questa posizione assume la
necessità di passare dalla città auto-organizzata ad una città determinata da una
volontà collettiva, che guardi all’interesse generale e che sia gestita con autore-
volezza politica.
Pare che i tre verbi prima usati (estirpare, aiutare e correggere) esprimano in
modo sintetico, anche se forse in modo schematico, l’essenza delle tre posizioni.
Quella che qui si sostiene con convinzione è la terza: considerando il biso-
gno di città messo in evidenza da questi fenomeni, come l’affermazione, alle
condizioni odierne, della dialettica individuo/società, che ha trovato massima

5. Si eviterà ogni riferimento puntuali a singoli autori poiché la semplificazione e schematizza-


zione dell’esposizione risulterebbe impropria. La complessità del loro pensiero, infatti non può
qui essere espressa.

215
espressione nella condizione urbana della tradizione, appare necessario soddi-
sfare questo bisogno considerando le peculiari situazioni che si sono create in
questi territori. Si deve porre attenzione al fatto che mentre la frammentazione,
quindi la dispersione urbana, costituisce l’affermazione dell’individualismo
(spesso esasperato), il bisogno di città e la creazione, per molti aspetti auto-
organizzata, di condizioni e funzionalità urbana, può essere interpretata come
l’espressione di un bisogno (implicito e forse anche inconsapevole) di società.
I processi di cui si sta trattando sono prevalentemente governati da fenome-
ni di auto-organizzazione: essi, cioè, non rappresentano la realizzazione di un
disegno, né si propongono di affermare una qualche funzione o obiettivo gene-
rale, ma, piuttosto, corrispondono a scelte individuali, generati dai singoli biso-
gni e dall’interazione delle scelte di singoli soggetti. Non la realizzazione di un
progetto comune, ma piuttosto la sommatoria dell’affermarsi di singoli interes-
si. Se così fosse l’affermarsi (anche parziale) della condizione urbana in assen-
za di un disegno comune e complessivo – cosa in contraddizione con la prassi
di costruzione della stessa città, da sempre risultato, più o meno ben riuscito, di
un disegno – evidenzierebbe un bisogno di città così forte da trovare, in qual-
che modo, soddisfazione anche nel “disordine” dell’auto-organizzazione.
Ciò non è privo di conseguenze: sembra evidente che la condizione e la fun-
zionalità urbana che si realizzano attraverso l’auto-organizzazione non può che
risultare parziale e, soprattutto, riferita alle funzioni che possono essere attivate
da privati (in sostanza quella che risulta è una città “monca”); l’uso di questa città
avviene a costi molto alti sia individuali che sociali: essa risulta poco sostenibile.
Dal punto di vista degli individui è possibile affermare che la fuga (per ragio-
ni economiche, ambientali, sociali e psicologici) dall’insostenibilità della condi-
zione urbana concentrata verso situazioni di campagna urbanizzata non è risolu-
tiva; infatti, emergono nuove situazioni negative: crescente mobilità, isolamento,
mancanza di servizi, ecc. Ed è proprio per risolvere, parzialmente, alcuni di que-
sti aspetti che l’auto-organizzazione tende verso la città diffusa. Se così fosse
aumentare i connotati urbani della città diffusa dovrebbe costituire l’impegno
dell’urbanistica, intesa sia come disciplina che come pratica di governo, il che
vuol dire modificare l’approccio analitico e l’interpretazione dei fenomeni, dare
senso ad una nuova condizione urbana, articolare nuovi strumenti d’intervento.
Nei territori diffusi i costi ambientali in termini di consumo di suolo ed e-
nergetici, di inquinamento, ecc. risultano superiori a quelli della città concen-
trata, così come i costi che le amministrazione pubbliche devono sostenere per
offrire a questi insediamenti i minimi servizi collettivi (appaiono fino a quattro
volte superiore ai corrispondenti consumi e costi della città concentrata); inol-
tre, nel diffuso si affermano stili di vita dissipati (basta riflettere sul consumo di
acqua di gran lunga superiore, pari a 3 rispetto a 1). Considerazioni, queste, che
spingerebbero, quasi naturalmente, ad affermare l’opportunità e la necessità di
un ritorno alla città concentrata. Una soluzione tanto ovvia quanto difficile e,
forse, impossibile da realizzare.

216
La difficoltà di un progetto che tenda a riportare tutto “dentro le mura” non
fa i conti con i fenomeni e le forze che hanno determinato la diffusione: modi-
fica del sistema produttivo, l’affermarsi di nuovi mezzi e possibilità tecnologi-
ci, una nuova struttura dei costi di produzione e, non meno rilevante, la modifi-
ca degli stili di vita degli individui e delle famiglie. Si tratta di fattori che si
presentano fortemente condizionanti e che modificano le condizioni di organiz-
zazione della società. Inoltre, il “ritorno” dentro le mura appare negativo per-
ché costringe dentro una gabbia volontaristica un complesso processo materiale
e un’articolata volontà individuale, con esiti che probabilmente sarebbero di-
versi da quelli attesi. Non si tratta di abbandonarsi all’ineluttabilità degli eventi,
ma piuttosto di incidere sugli stessi in un modo che sia efficace.
Paiono evidenti due cose: da una parte l’urbanizzazione diffusa non pare ac-
cettabile: essa presenta, come si è già detto, aspetti negativi sui diversi piani,
anche se risponde ad esigenze e a condizioni specifiche sia sul piano dei pro-
cessi economici sia su quello degli stili di vita; dall’altra parte con questi feno-
meni bisognerà fare i conti, essi non possono essere né cancellati, né esorcizza-
ti. La sfida che la disciplina, da una parte, e le amministrazioni pubbliche,
dall’altra parte, hanno di fronte è quella di offrire condizioni e funzionalità ur-
bane, cioè città, nelle nuove condizioni tenendo conto delle tendenze in atto.
Sono proprio le tendenze in atto, su cui ci si soffermerà più avanti, che paiono
indicare una soluzione. In sostanza, senza accettare l’ineluttabilità dei processi,
le soluzioni da individuare hanno rilevanza solo se possono trovare operatività
nel contesto delle trasformazioni in atto (che come si vedrà più avanti non si
fermano alla città diffusa): città e territorio sono stati e sono in continua e per-
manente trasformazione, con queste bisognerà misurarsi per poter fornire un
contributo che possa migliorare l’assetto del territorio e della città, esaltando la
condizione urbana.
Affrontare con successo questa sfida significa non solo rispondere positivamen-
te alla domanda di città che gli individui esprimono, ma anche creare condizioni
favorevoli per la crescita economica, l’equità sociale e lo sviluppo culturale.

3. La metropolizzazione del territorio

Nel paragrafo precedente si è posta attenzione al fenomeno della diffusione,


un fenomeno che ha fortemente impegnato gli studiosi (tra i quali Fregolent,
Lanzani, Munarin, Savino, Secchi, Tosi) in ricerche, riflessioni e proposte.
Si ha l’impressione, tuttavia, che l’attenzione alla diffusione abbia offuscato
un fenomeno parallelo: la diffusione, cioè, non è risultato essere l’unico feno-
meno nuovo, c’è qualcosa di diverso; la trasformazione, per così dire, continua.
In sostanza, si pongono nuove domande. La riflessione precedente, infatti, se
da una parte riconosce gli aspetti negativi della diffusione (fino anche alla città
diffusa), dall’altra parte non accetta la soluzione semplificata e irrealistica della

217
cancellazione del fenomeno. Quello che si vorrebbe tentare di fare è rispondere
alle seguenti questioni: c’è qualcosa di diverso e di nuovo oltre la diffusione?
Come provare a realizzare obiettivi di migliore vivibilità nell’ambito delle ten-
denze in atto?
I punti di partenza sui quali è necessario convenire sono almeno due:

– i fenomeni di diffusione in atto non costituiscono un rigetto o rifiuto della


condizione urbana ma piuttosto il manifestarsi di una diversa città che di
quella tradizionale cerca di conservare la colloquialità, la socializzazione, la
molteplicità delle occasioni e la ricchezza culturale ma non la struttura fisi-
ca. Non un movimento anti-urbano ma la domanda di un bisogno di più e
diversa città. A questa domanda i processi di auto-organizzazione danno una
risposta parziale, la produzione di una città monca, con la parte “privata” i-
per-sviluppata e la parte “pubblica” carente o, in qualche caso, assente. È
proprio questa carenza della parte pubblica, sia nel suo aspetto attivo di rea-
lizzazione di servizi, spazi e infrastrutture, sia nel suo aspetto più ammini-
strativo, di controllo e regolazione, sia nel suo aspetto progettuale e politico
di pianificazione e di aiuto alla realizzazione di un migliore futuro, che de-
termina il manifestarsi di tutti quei danni a cui si è fatto riferimento in pre-
cedenza, e che, ed è la cosa principale, frustrano la soddisfazione di quel bi-
sogno di città che i processi di auto-organizzazione esprimono;
– le tendenze economiche e sociali che stanno alla base della diffusione non si
sono attenuate, ma al contrario accentuate. Lo sviluppo delle tecnologia e i
processi di mondializzazione operano una continua ristrutturazione delle at-
tività produttive, le grandi città diventano sempre più costose, gli stili di vita
si modificano e quelli nuovi che stanno alla base della diffusione si consoli-
dano. La forza dell’agglomerazione risulta sempre più debole, le gerarchie
territoriali si affievoliscono.

Non tutto è come prima, qualcosa cambia: non solo le tendenze del passato
si accentuano, ma si manifestano fenomeni nuovi. La stessa domanda di città
genera qualche modifica nei processi di auto-organizzazione, il che sembra di
grande interesse anche per le prospettive, apparentemente, positive che genera.
Da alcune parti si sostiene che le tendenze in atto, le scelte individuali e del-
le famiglie spingono, naturalmente, verso una struttura territoriale fondata sul
policentrismo; le “grandi città” non rappresentano più polarità né di attrazione,
né di sviluppo, né di efficienza: la struttura territoriale evolve verso una molte-
plicità di medie città. Una situazione ritenuta positiva, che basterebbe assecon-
dare con opportune politiche.
L’obiezione che si può formulare riguarda proprio l’interpretazione delle
tendenze in atto, in particolare, per dirla in modo molto sintetico, non pare che
le grandi città abbiano perso un loro ruolo, questo è sicuramente cambiato, ma

218
sostenere il passaggio da un territorio fortemente gerarchizzato ad un territorio
di medie città senza gerarchie non pare corrispondere alla realtà.
Nella fase attuale di sviluppo del mercato mondiale pare che una colloca-
zione economica significativa, di città e territori, sia possibile solo a partire da
una “massa critica” minima, il processo di diffusione si sta modificando ma so-
lo in parte nella direzione indicata da un’ipotesi policentrica. Il policentrismo,
infatti, si caratterizza, in sostanza, per l’autonomia di ogni centro, mentre al
contrario le nuove condizioni spingono verso processi di integrazione diffusa
(processi di integrazione che non necessitano di prossimità); inoltre, non si ri-
flette sul fatto che individui e famiglie, imprese e attività economiche sempre
più esprimono una domanda per servizi di livello metropolitano e sempre pîù
differenziati, date le domande sempre più specifiche, che per essere realizzati
hanno necessità di un bacino di utenti (o clienti, secondo i casi) di dimensione
(quantitativa) metropolitana.
Non è casuale, cioè, che i processi di auto-organizzazione sembrano indicare
quella che si è definita come una tendenza verso la metropolizzazione di tutto il
territorio (Indovina, 2003; 2005), il “nuovo” a cui si alludeva in precedenza.
È possibile individuare il fenomeno metropolitano con un aspetto quantita-
tivo ed uno qualitativo. Il primo è facile da definirsi: una rilevante massa di
persone e di attività economiche e di servizio iscritta in un unico territorio for-
temente gerarchizzato. L’aspetto qualitativo appare più complesso, ma, ope-
rando una forte semplificazione si può sostenere che la quantità, in questo caso,
genera la qualità; infatti, specifici servizi (pubblici e privati, alle famiglie e alle
imprese) per essere convenientemente ed efficientemente offerti hanno necessi-
tà di una domanda di dimensione che solo la “massa” metropolitana può garan-
tire. Ma non basta, produzioni e servizi fortemente specializzati (non di massa)
hanno bisogno, anche essi, di una dimensione metropolitana all’interno della
quale sia possibile trovare quel segmento di domanda, quantitativamente mode-
sto in assoluto, ma sufficiente ad assorbirne l’offerta.
In sostanza una situazione metropolitana si caratterizza sia per quantità che
per qualità, sia ancora per agglomerazione e concentrazione. Questa struttura
fortemente gerarchizzata e costretta dentro una rigida maglia di relazioni fun-
zionali è stata rotta dai processi di diffusione, analizzati nel paragrafo prece-
dente, con il rischio, da una parte, di “perdere” le funzioni metropolitane e,
dall’altra parte, per le situazioni di forte diffusione, di non ottenere mai funzio-
ni metropolitane. Questi due pericoli appaiono scongiurati dal processo di me-
tropolizzazione del territorio.
Tali processi trovano la loro origine in strutture territoriali di “area metropoli-
tana” che vengono in parte disarticolate con una riduzione delle gerarchie, ma
anche costituiscono la tendenza a superare situazioni di povertà di dotazioni, di
frammentazione ed anche di policentrismo, cioè la rottura della crosta moderata
(non solo in senso politico, ma anche culturale, sociale ed economico).

219
La metropolizzazione del territorio si presenta come un fattore di crescita,
una risposta alle spinte offerte dalle nuove tecnologie, un adeguamento alle
condizioni economiche determinate dall’allargamento dei mercati, la ricerca di
soluzioni per le nuove e più consapevoli esigenze determinate dalle modifiche
negli stili di vita e, anche, da nuove domande culturali (il senso lato). Per de-
scrivere sinteticamente tale processo è possibile sottolineare la diminuita rile-
vanza dell’agglomerazione e, quindi, della concentrazione.
Si è osservato in precedenza come per il passaggio dall’urbanizzazione dif-
fusa alla città diffusa sia stata determinante la localizzazione nel territorio di
funzioni urbane commerciali (centri commerciali, ma non solo), di divertimen-
to (i multisala, per esempio), di sport (palestre, bowling, e quant’altro), ecc.,
ciascuna delle quali integrata con altri servizi (bar, ristoranti, ecc.). Per quanto
detto in precedenza questa localizzazione (caratterizzata da diffusione nel terri-
torio e da scelta di punti di insediamento con il massimo di accessibilità) costi-
tuiscono di fatto il primo nucleo del processo di metropolizzazione, esse infatti
appaiono come i primi elementi che rispondono ad una domanda quantitativa.
Le nuove localizzazioni dei suddetti servizi, tuttavia, non appaiono suffi-
cienti a determinare il processo di metropolizzazione (mentre sicuramente se-
gna il passaggio dall’urbanizzazione diffusa alla città diffusa). Nella fase che è
stata chiamata della città diffusa mentre i servizi banali, quelli prima indicati, si
diffondevano nel territorio, i servizi di “governo” (politico, amministrativo, e-
conomico, comunicazione, ecc.) insieme ai poli di eccellenza (della ricerca,
della formazione, della cultura, ecc.) restavano concentrati nelle maggiori o
nelle principali città. Si può notare ora come, da una parte, per effetto della
stessa diffusione e, dall’altra parte, per il costo crescente della grande città con-
centrata, anche questi ultimi servizi tendono a trasferirsi fuori dalle grandi città.
Bisogna, tuttavia, cogliere una fondamentale diversità tra questi ultimi ser-
vizi e quelli che, in precedenza, sono stati nominati come “banali”, una diffe-
renza che dal punto di vista qui considerato appare di una certa importanza.
Mentre quelli “banali” si sono localizzati nel territorio tenendo conto esclusi-
vamente dell’accessibilità e hanno mostrato la tendenza a creare un simulacro
di città (valga per tutti il caso dei centri commerciali, che nella loro architettu-
ra, nella loro organizzazione degli spazi comuni, nella stessa toponomastica
delle loro “piazze” e “strade”, cercano di alludere alla città), i poli di eccellenza
e le funzioni di governo tendono, al contrario, a localizzarsi in città, in città di
minore dimensione da quelle di partenza, ma pur sempre città, come se espri-
messero una necessità di localizzazione urbana.
Si muovono in questa direzione, per esempio, gli istituti di formazione supe-
riore, sedi di grandi banche o società di assicurazioni, grandi ospedali, gli stessi
uffici amministrativi, centri di ricerca, anche nuove istituzioni culturali, ecc.
Ovviamente, non si sostiene che tutti i poli di eccellenza e i centri di governo si

220
spostano abbandonando le città centrali, ma non sono né pochi, né poco signifi-
cativi quelli che lo fanno6.
Un fatto, questo, molto importante da diversi punti di vista: modifica le gerar-
chie, organizza il territorio nel senso di un policentrismo integrato, modifica i flussi
di mobilità, arricchisce il territorio di sempre maggiori funzioni metropolitane.
La metropolizzazione (una tendenza che si presenta con velocità e con ac-
centuazioni diverse nelle diversi contesti) non dà luogo soltanto ad un nuovo
territorio ma piuttosto ad una nuova “metropoli”, forse il modello della città fu-
tura, che pare ben rappresentato dalla figura dell’arcipelago metropolitano.
Le isole di questo arcipelago, ciascuna delle quali ha un proprio connotato e
si potrebbe dire una propria personalità, nel loro insieme costituiscono un’unità
territoriale, determinata non tanto da una “descrizione geografica”, ma piutto-
sto dalle loro relazioni (originarie e geologiche, naturali e ambientali, ma anche
funzionali, economiche e sociali). Nell’arcipelago metropolitano ciascuna uni-
tà (che alternativamente può essere costituita da città, borghi, nuclei, poli spe-
cializzati, ecc.) presenta una propria connotazione, la cui valenza sociale ed o-
peratività è strettamente legata alle relazioni esistenti con ogni altra unità. Alla
nuova struttura territoriale si fa riferimento anche con l’appellativo di «città di
città» (Nel-lo, 2001), concetto che può essere assimilato a quello dell’arcipela-
go metropolitano, ma mentre questa ultima dizione sottolinea la dimensione
metropolitana, la precedente esalta le relazioni tra città.
Emerge una tendenza che è possibile definire come specializzazione territo-
rialmente articolata: il territorio si organizza attraverso “micro” poli specializ-
zati (per esempio per il commercio, per il tempo libero, per la sanità, per
l’istruzione superiore, per il teatro, ecc.), la cui fruizione non è “locale” (della
popolazione che vive nello spazio circostante stretto), ma territoriale, cioè di
“area vasta”; ciascuno dei “micro” poli serve la popolazione di tutto il territorio
considerato. Appare rilevante che la gerarchizzazione del territorio metropoli-
tano, o i territori a urbanizzazione diffusa, convergono verso una moltiplicata
polarità, che da una parte affievolisce le gerarchie e dall’altra integra i territori.
Rapporti strettamente funzionali o preferenziali finiscono per stendere sul terri-
torio un fitto reticolo di connessioni.
Per aiutare questo processo il ruolo delle reti informatiche appare rilevante;
in un certo senso questa infrastruttura risulta avere maggiore effetto per
l’arcipelago metropolitano che non a livello mondiale (le famose “reti mondia-
li di città”). Nell’arcipelago metropolitano le singole funzioni sparse nel terri-
torio e le singole città e nuclei riescono a svolgere compiti superiori alla loro
dimensione in virtù delle relazioni facilitate dalla rete informatica: un’intensifi-
cazione delle relazioni, un’integrazione operativa ed una strutturazione dei ter-
ritori che esaltano le specifiche individualità e nello stesso tempo costruiscono

6. Le esperienze nei diversi paesi europei non sono tutte omogenee, ma sicuramente è possibile
individuare una tendenza.

221
relazioni funzionali e di integrazione (anche per poter tentare di conquistare un
ruolo internazionale come “complesso”).
Causa ed effetto del processo di metropolizzazione è l’infrastrutturazione,
non solo telematica, del territorio. Si deve osservare che in generale la trasfor-
mazione dell’organizzazione territoriale indotta dai processi di auto-
organizzazione tira l’infrastrutturazione del territorio, mentre questa ultima ha
svolto un ruolo secondario nell’indirizzare il processo stesso. È mancata, cioè,
ogni strategia in grado di correggere, migliorare e dare ordine ai processi di au-
to-organizzazione (questo è sicuramente il caso del Veneto, ma non solo). La
situazione appare sicuramente migliore nei casi (come a Barcellona) dove il
processo è stato sostenuto da una politica adeguata di mobilità collettiva.
A questo punto pare possibile individuare i caratteri specifici di questa nuo-
va organizzazione del territorio: diffusione, densificazione, specializzazione
articolata, multipolarità di eccellenza, integrazione.
Tutto questo rende evidente quella che sembra una rilevante modifica strut-
turale dell’organizzazione dello spazio: non è più la città concentrata ad essere
la polarità di attrazione, ma piuttosto è il territorio il contenitore di tutto. Al suo
interno convivono varie forme di insediamento: città concentrate di media e
grande dimensione; centri urbani di piccola dimensione; aggregati residenziali
senza centro; abitazioni diffuse e isolate; zone di insediamenti produttivi; fab-
briche e laboratori isolati e dispersi; distretti produttivi; grandi attrezzature di
servizio; poli per il “divertimento” e il tempo libero; poli di eccellenza; centri
della logistica; depositi; ecc.; il tutto tendenzialmente integrato funzionalmente
e per l’uso che gli abitanti ne fanno.
Sono rilevanti i flussi di mobilità delle persone, sia i flussi obbligatori (lavo-
ro e studio) che quelli opzionali (per motivi diversi: sport, acquisti, spettacoli,
relazioni sociali, ballo, cinema, ecc.), tutti pluri-direzionali, non solo ma mentre
quelli obbligatori tendono a ridursi in lunghezza, quelli volontari aumentano in
quantità e diventano sempre più lunghi.
A conferma dell’importanza delle reti informatiche, va sottolineata la molti-
plicazione di flussi immateriali: flussi di comando e di relazione (amministrativi,
politici, finanziari, di ricerca, scientifici, culturali, di informazione, sociali, ecc.),
che sebbene di difficile quantificazione, sono sicuramente crescenti e svolgono
un importantissimo ruolo di integrazione di funzioni e costituiscono occasioni di
sviluppo. Nell’arcipelago metropolitano sono presenti sia flussi fisici crescenti
(persone e merci), che si adattano al nuovo contesto, che flussi immateriali, an-
che loro fortemente crescenti, che si sommano ai primi. La gerarchia articolata
del territorio viene messa sotto tensione per il modificarsi dei flussi di massa
(persone e merci) e per il crescente rilievo dei flussi di potenza (informazioni).
Il territorio nella sua unitarietà viene valorizzato dai processi descritti, mentre,
come è ovvio, la distribuzione dei valori al suo interno risulta differenziata. Le
opportunità localizzative e insediative si moltiplicano in funzione dei diversi va-
lori dei suoli; mappando i valori dei suoli in un immaginario plastico tridimen-

222
sionale la superfiche che può scorrere sotto le mani si presenta rugosa ma non
omogenea, e si possono percepire diversi picchi e valli. In sostanza si è in pre-
senza di una situazione con una gerarchia molto articolata, sia nel suo insieme
che analizzandola per settori specifici e per funzioni. Sembra prevalere ed emer-
gere una realtà di territori organizzati in modo integrato e condizionati da una ge-
rarchia soft; i singoli luoghi di questo territorio, proprio nella loro varietà, costi-
tuiscono le tessere di un mosaico, o, meglio, le isole e gli scogli di un arcipelago.
La tendenza alla metropolizzazione del territorio, come più volte chiarito, e
a similitudine della città diffusa, costituisce l’esito di un processo di auto-
organizzazione, non, quindi, un territorio pianificato allo scopo di realizzare
un’ottima organizzazione spaziale, ma piuttosto quello che è scaturito dagli
sforzi, dalle decisioni e dalle azioni, non coordinate, di singoli portatori di inte-
resse (non solo privati ma anche di enti e istituzioni pubbliche), finalizzati alla
realizzazione di propri obiettivi.
Questo risultato solo apparentemente costituisce la vittoria, per così dire,
degli interessi dei singoli contro una pericolosa intromissione politica, in realtà
gli esiti negativi di un processo di auto-organizzazione non sono solo di caratte-
re “generale”, ma finiscono per ostacolare, rendere inefficienti e più costose le
singole realizzazioni individuali. È proprio l’assenza di un disegno generale e
la mancanza di coordinamento delle singole scelte che genera effetti negativi
sul piano complessivo (abnorme consumo di suolo; crescente inquinamento;
conflitti tra usi alternativi o vicini del territorio; crisi dello “spazio pubblico”;
congestione; alto consumo energetico; ecc.) ed inefficienze e ostacoli alla rea-
lizzazione delle scelte individuali (di famiglie e imprese) e il ridursi per questi
soggetti delle “opportunità”.
Varrà la pena anche di riflettere su un altro particolare aspetto, che pare di
notevole interesse, relativa all’esperienza socio-psicologica degli abitanti
dell’arcipelago metropolitano. Tradizionalmente si è sempre contrapposta la
“comunità” alla città e, ancora di più alla metropoli, queste ultime espressione
della “società”. L’esperienza “comunitaria” (si può far riferimento alla piccola
città o ai nuclei dispersi) è stata presentata come fortemente coinvolgente: tutti
gli abitanti fanno la medesima esperienza (sociale e territoriale); tutti sono im-
plicati e partecipi della stessa realtà sociale; le relazioni si presentano princi-
palmente di tipo affettivo e personalizzate. L’esperienza di comunità esalta la
solidarietà tra i suoi membri, ma mette in evidenza anche un rilevante controllo
sociale; la ripetitività dell’esperienza quotidiana, le modeste occasioni culturali
e sociali, ma anche una forte senso di appartenenza e di identità.
L’esperienza della metropoli (società), al contrario, esalta la libertà indivi-
duale, la molteplicità delle opportunità, l’imprevedibilità dell’esperienza quoti-
diana, ma mette in luce anche solitudine, anonimato, segmentazione sociale,
scarso senso di appartenenza; mentre relazioni e scelte sono di tipo razionale.
In sostanza, schematizzando molto, le due situazioni presentano ambedue
aspetti positivi e negativi e finiscono per chiudere dentro un guscio in qualche

223
modo definito chi è costretto a vivere in una comunità (piccola città, per esem-
pio) o in una metropoli7.
La descrizione dell’arcipelago metropolitano, tentata in precedenza, appare
come molto interessante proprio sotto questo aspetto. L’ipotesi che si avanza è che
esso costituisca una “forma” di organizzazione del territorio che può permettere di
coniugare gli aspetti positivi sia della condizione comunitaria che della metropoli.
La popolazione insediata nell’area è costretta, per le sue necessità (di lavoro,
studio, approvvigionamento, divertimento, cultura, ecc.) a moltiplicare la propria
mobilità e ad utilizzare l’intero territorio; la mobilità è cresciuta e si sviluppa in
distanze sempre maggiori e nello stesso tempo permette di fare esperienze diver-
se, aumentano le opportunità di incontri e scambi, ma il tempo “consumato” in
trasferimenti aumenta. Il primo dato da acquisire, quindi, è un’utilizzazione me-
tropolitana di tutto il territorio da parte della popolazione, tenuto conto che sotto
l’aspetto dimensionale si è in presenza di una metropoli allargata, ancorché con
densità e intensità non paragonabile a quelle tradizionali; mentre sotto l’aspetto
qualitativo la dotazione di servizi e funzioni disponibili nel territorio allargato e
del tutto paragonabile a quelli di una tradizionale metropoli (concentrata).
L’insediamento residenziale di questa popolazione risulta articolato ma con una
quota rilevante in piccoli nuclei, schegge, o piccole città, cioè in situazioni che po-
trebbero essere definite di “comunità”. Anche la parte di popolazione insediata nel
disperso in senso stretto tende ad aggregarsi funzionalmente, culturalmente e so-
cialmente, alla “comunità” più vicina. Il secondo dato da acquisire è, dunque, il fat-
to che la popolazione è partecipe di una “vita di comunità” (servizi di base, i picco-
li caffé, le relazioni di vicinato, confronti sulla vita quotidiana, ecc.).
Se si mettesse insieme l’uso metropolitano del territorio e l’insediamento re-
sidenziale in comunità si evidenzierebbe un’esperienza in qualche modo nuova,
che fa propri gli elementi positivi dell’uno e dell’altro mentre vengono annulla-
ti, o almeno fortemente ridotti, gli aspetti negativi dell’uno e dell’altro.
Inoltre, va giudicato in modo molto favorevole, l’indebolirsi dell’identità
legata al luogo. La tendenza a rinsecchirsi in un’“identità locale”, tipica
dell’esperienza di piccola comunità, viene “corretta”, da una parte, dalla con-
temporanea esperienza metropolitana e, dall’altra parte, dal fatto che la comu-
nità locale non risulta, il più delle volte, tutta autoctona ma è costituita da per-
sone di diversa provenienza (compresa quote più o meno ampie di immigrati
stranieri). In sostanza si è in presenza di una diversa tipologia di esperienze che
tendono ad esaltare gli elementi positivi dei due modelli.
Si tratta di un esito dei processi in atto non indifferente e da non sottovaluta-
re, tuttavia va sottolineato che per produrre i risultati positivi impliciti c’è la
necessità di un disegno specifico di governo.

7. Va da sé che una dettagliata analisi avrebbe bisogno di mettere in evidenza come pesano
nelle due esperienze le collocazioni sociali dei singoli membri; tuttavia, per il ragionamento che
qui interessa questo aspetto può essere tenuto presente ma non in dettaglio analizzato.

224
4. Il governo pubblico dell’area vasta

Quello che appare evidente è la necessità di governare le trasformazioni con


l’ottica del governo pubblico e dell’area vasta. Vanno assunte le aspettative, le
innovazioni e anche le resistenze e gli ostacoli dentro un progetto di interesse
generale, che garantisca l’efficienza e l’efficacia dell’organizzazione del terri-
torio, realizzi le condizioni affinché i singoli possano raggiungere (magari più
facilmente) i propri obiettivi e, nello stesso tempo, crei nuove opportunità. La
pianificazione territoriale può e deve garantire crescita economica, innovazione
tecnologica e culturale, equilibrio sociale, con più efficacia ed efficienza di
quanto non faccia un processo di auto-organizzazione. In sostanza il passaggio
dalla metropolizzazione del territorio all’arcipelago metropolitano è progettua-
le e governato.
Il livello di pianificazione adeguato a questo scopo, come appare evidente, è
quello della pianificazione di area vasta, reinterpretata alla luce del nuovo feno-
meno. Pur potendosi segnalare diverse esperienze di pianificazione di area vasta,
non pare, né sul piano teorico, né su quello disciplinare, né su quello della prati-
ca, esistere una situazione consolidata; inoltre, le esperienze di pianificazione di
area vasta non hanno assunto (forse con qualche eccezione) la dimensione territo-
riale dell’arcipelago metropolitano come proprio e specifico oggetto.
La pianificazione di area vasta, nel nuovo contesto, assume il ruolo di pia-
nificazione urbana del “nuovo” modello di città; il suo contenuto non potrà non
essere strategico per la costruzione di un contesto urbano allargato; deve aiuta-
re a definire le polarità articolate dell’intero territorio; deve “contenere” tutte le
politiche pubbliche (in termini di definizione e di attivazione) necessarie a rea-
lizzare gli obiettivi.
Una pianificazione di area vasta consapevole determina una dimensione
(massa) efficace per la collocazione dell’area nel contesto internazionale globa-
lizzato; produce efficienti livelli di integrazione, facilitando le relazioni all’in-
terno dell’area e tra l’area e l’esterno; permette di valorizzare potenzialità e ri-
sorse locali, cosa molto importante tenendo conto che la valorizzazione delle
specificità locali costituisce una possibile linea di resistenza all’omologazio-
ne della globalizzazione; promuove e realizza un’organizzazione del territorio
efficiente ed efficace (virtuosi usi del suolo, salvaguardia ambientale, riduzione
dell’inquinamento e della congestione, ecc.), che costituiscono premessa per lo
sviluppo economico e il miglioramento della qualità della vita.
Non sempre e non in tutti i luoghi sono presenti istituzioni di governo diret-
to di un’area vasta (dell’arcipelago metropolitano); in questi casi la pianifica-
zione di area vasta deve fondarsi sulla collaborazione inter-istituzionale, che
deve mettere in evidenza gli interessi comuni e i vantaggi che ne possono deri-
vare. La dimensione dell’area di riferimento per questa pianificazione non può
essere amministrativa, ma piuttosto deve far riferimento all’integrazione dei
territori, così come la collaborazione inter-istituzionale può essere “volontaria”,

225
una sorta di processo di auto-organizzazione istituzionale, o anche “promossa”
da organi di governo superiori8.
Tale linea strategica dovrebbe essere costituita da una serie di obiettivi, tra
di loro integrati che, in modo estremamente semplificato, possono indicarsi al-
meno nei seguenti:

– equità: si tratta di porre attenzione agli squilibri economici tra le diverse zo-
ne dell’area, sia a quelli esistenti sia a quelli che si possono manifestare nel
processo di metropolizzazione, ponendo obiettivi di riequilibrio. Attenzione
va posta anche alle differenziazioni sociali che, ovviamente, non possono
essere eliminate da questo strumento, ma possono sicuramente essere miti-
gate facendo leva, per esempio, sulla localizzazione di servizi sociali;
– densificazione: sono da individuare opportuni strumenti attivi (infrastruttu-
re) e passivi (vincoli, limiti, ecc.) per evitare e ridurre processi di compro-
missione del territorio e, al contrario, promuovere, ove necessario e possibi-
le, strumenti di compattamento degli insediamenti, ricomposizione morfo-
logica, magari a bassa densità ma compatti, e ogni altra politica tesa a ridur-
re le speculazioni che incentivano una diffusione senza criterio;
– controllo delle risorse: vanno attivate politiche che sollecitino un uso razio-
nale delle risorse, soprattutto di quelle non rinnovabili, che facilitino la pro-
duzione di energia solare e da biomasse (molto più facile in situazioni di
diffusione) e che promuovano processi di edificazione in grado di utilizzare
efficienti criteri di esposizione e l’uso di materiali appropriati (anche questo
più facile nel diffuso);
– sviluppo locale: il capitale sociale e le risorse locali possono, ove necessa-
rio, essere la base per progetti di sviluppo locale. Si tratta di un aspetto
dell’obiettivo che prima è stato indicato con equità; del resto questo ultimo
appare irrealizzabile ove non si promuovesse lo sviluppo economico di tutte
le zone comprese dentro l’area. Sempre più l’elaborazione di progetti di
“sviluppo locale” appaiono di successo soprattutto nei paesi sviluppati e in
particolare se riferiti ad aree di crisi industriale (il patrimonio consolidato di
esperienze, professionalità, ecc., sembra una buona chance);
– diffusione dell’innovazione: il processo di sviluppo economico e sociale è
determinato in misura sempre maggiore dalla ricerca scientifica e dall’inno-
vazione tecnologica, in questo campo la pianificazione di area vasta può so-
lo, ma non è poco, creare le condizioni affinché siano realizzate opportune
strutture e situazioni di relazioni tra produzione scientifica, la sua traduzione
tecnologica, l’utilizzazione di quest’ultima nella produzione e nella vita so-

8. Nella realtà europea si possono individuare sia forme di governo istituzionale diretto, sia
forme di auto-organizzazione istituzionale, sia processi di promozione. In tutti i casi si tratta di
trovare il consenso su una linea strategica per tutto il territorio, sia per il suo sviluppo che per la
sua organizzazione.

226
ciale (va sottolineato che si tratta di progetti complessi non di progetti edili-
zi soltanto);
– avanzamento culturale: sviluppo locale, diffusione dell’innovazione, ma an-
che uso controllato delle risorse non si possono non fondare su un avanza-
mento culturale della popolazione. Non si tratta tanto della preparazione
professionale dei singoli, ma soprattutto di aumentare il livello culturale del-
la popolazione nel suo insieme. La “cattiva” televisione andrà compensata
con strutture di formazione culturale, di consumo culturale, di consultazio-
ne, ecc. Dotare l’area vasta di adeguate strutture culturali sarà obiettivo del-
la pianificazione, mentre la loro utilizzazione e le iniziative attive e ogni al-
tro processo sarà compito delle comunità locali;
– recupero del patrimonio: il patrimonio naturale, storico e culturale dell’area
vasta, ove necessario, andrà recuperato ad una funzione attiva (sia economi-
ca o anche solo culturale). Particolare attenzione dovrà porsi al patrimonio
“naturale”, la tendenza del territorio agricolo con rendimenti modesti a tra-
sformarsi in aree in attesa di essere edificate va contrastata con la realizza-
zione di estese aree verdi, la costituzione di parchi agricoli, ove opportuno il
rimboschimento, ecc. Il territorio dell’area vasta non è tutto territorio da edi-
ficare, la pianificazione di area vasta può determinare le condizioni per
un’equilibrata integrazione tra aree edificate e aree non edificate e aree ver-
di per il recupero ambientale. Le aree “non” edificate non devono essere
considerate, né dai privati né dalle istituzioni pubbliche, come uno spreco,
ma piuttosto come aree che svolgono una funzione positiva nel contesto ge-
nerale proprio in quanto non edificate;
– soluzione dei conflitti: sempre più opere di interesse generale costituiscono
oggetto di contestazione da parte di gruppi di cittadini o di intere comunità.
Tra questi conflitti quelli che oppongono interessi privati a interessi pubblici
e collettivi non possono che trovare soluzione nel diritto che regola e garan-
tisce sia il privato che l’azione pubblica. Più complessa risulta la situazione
nella quale emerge un contrasto tra la difesa di un interesse generale locale
e un interesse generale di livello superiore (Indovina, in corso di pubb.). La
soluzione tra la contrapposizione di due interessi generali non è semplice da
trovare. La pianificazione di area vasta, tuttavia, proprio perché mette in
campo le diverse modalità con le quali si realizzano gli interessi generali di
tutta l’area, può costituire sia uno strumento di chiarificazione sulle scelte,
sia un mezzo per mitigare i conflitti, sia ancora il luogo per la composizione
di tali conflitti attivando, se necessario, processi di compensazione;
– infrastrutturazione: la realizzazione di un territorio ben organizzato e degli
obiettivi prima indicati, necessità di un’infrastrutturazione ampia e articola-
ta. La pianificazione di area vasta a questo scopo riveste un’importanza fon-
damentale: evita che l’infrastrutturazione sia la semplice risposta ad una
“domanda”, che la realizzazione delle infrastrutture segua una propria logica
di settore a prescindere dalle modalità di organizzazione del territorio, fa as-

227
sumere all’infrastrutturazione del territorio (trasporti, mobilità, reti, ecc.) un
ruolo strategico e strumentale proprio per la realizzazione di un territorio
ben organizzato e funzionale (arcipelago metropolitano).

Da quanto detto appare evidente come la pianificazione sia costituita da un


insieme di politiche, alcune delle quali indicate indirettamente nei punti prece-
denti, mentre altre ancora, secondo necessità specifica, dovranno essere elabo-
rate, mentre il suo obiettivo generale, nel contesto dell’arcipelago metropolita-
no è quello di affermare la condizione urbana estesa a tutto il territorio e dotare
l’area di servizi di livello metropolitano.
La pianificazione non deve essere lo strumento attraverso il quale una vo-
lontà cieca, incarnata nel potere politico, si impone sulla collettività e sui singo-
li, essa dovrebbe essere costituita da una scelta politica, ad occhi aperti sulla
realtà, circa il futuro di quella stessa comunità. Le modalità attraverso le quali
si arriva a definire tale futuro non potrebbero essere che quelle democratiche
del confronto basato sulla conoscenza, la più precisa possibile, della realtà pas-
sata e presente e delle tendenze in atto. Spesso si usa, a questo proposito, la di-
zione «obiettivi condivisi» o anche «futuro condiviso», dove la sottolineatura
del termine «condiviso» non può indicare un’ipotetica unanimità, ma piuttosto
va interpretato come l’attivazione di un’adeguata procedura di confronto che
possa permettere al potere politico di assumere responsabilmente decisioni
sagge. Evirare il potere politico dall’obbligo di scegliere e decidere, attraverso
la partecipazione decisionale, non determina un miglior tono democratico né
del potere né della società, né è garanzia di scelte più oculate, ma piuttosto de-
termina un processo di scelte occasionali, non coordinate e, molto spesso,
l’affermarsi di interessi parziali forti (con capacità di «voce»), contro gli inte-
ressi più deboli. L’equilibrio tra la necessità della partecipazione e del confron-
to e la determinazione di scelte sensibili ma autonome da parte dei poteri istitu-
zionali dovrebbe costituire l’impegno massimo della politica.
La pianificazione si pone l’obiettivo di migliorare la situazione della collet-
tività: se questo obiettivo comportasse il sacrificio di qualche interesse “parti-
colare” non sarebbe un gran male a condizione che essa non risulti autoreferen-
ziale e soprattutto proponga nuove opportunità anche per i singoli. Il conflitto
che potrebbe sorgere, e che di fatto si manifesta, tra gli obiettivi della pianifica-
zione e quelli di singoli interessi, non dovrebbero avere rilevanza ove si consi-
deri che tutti dovrebbero contribuire alla realizzazione dell’interesse generale e
comune che costituisce la condizione necessaria perché il singolo possa realiz-
zare i propri obiettivi. Sono proprio le “nuove opportunità”, regolate ma non
coartate, di sviluppo economico, di ampliamento culturale e di miglioramento
della qualità della vita, che la pianificazione riesce ad attivare, il terreno per
l’affermarsi degli obiettivi e delle aspirazioni dei singoli.
La pianificazione non va vista come uno strumento, ma soprattutto come
una strategia articolata che utilizza mezzi diversi (che vanno dai vincoli ai pre-

228
mi, dalla comunicazione all’organizzazione, dall’intervento diretto al sostegno
parziale di scelte individuali, ecc.) per realizzare obiettivi esplicitati che dise-
gnano un futuro possibile. La flessibilità che molto spesso viene richiesta non
deve riguardare gli obiettivi, quel futuro possibile, ma piuttosto gli strumenti e
le azioni per realizzare quegli obiettivi, il che comporta un monitoraggio conti-
nuo della situazione e degli esiti delle azioni, per correggere, ove necessario,
rafforzare o modificare le forme degli interventi. Questo non toglie che gli o-
biettivi possano essere cambiati, che cioè si possa disegnare un nuovo e diverso
futuro possibile, ma questa è operazione politica e non riguarda l’operatività
dei diversi strumenti.
La pianificazione di area vasta, come ogni pianificazione che riguardi la città,
ove realizzata con le procedure e gli obiettivi prima sommariamente indicati, de-
termina un risultato di grande portata proprio per migliorare la convivenza. Nella
fase attuale, infatti, la spinta di un individualismo senza freni, suggerisce ai sin-
goli di trovarsi “solo contro tutti”, dovendo trovare individualmente la soluzione
ad ogni problema. L’organizzazione della città e del territorio mette in evidenza
la fallacia di ogni ipotesi individualistica per una fascia consistente di problemi
che i singoli si trovano ad affrontare. Appare evidente come a livello urbano e
dell’organizzazione del territorio tale fascia di problemi non potrà che trovare so-
luzione in modo collettivo, sia relativamente alle scelte, sia per l’organizzazione
di specifiche strutture, sia per la formalizzazione (e il rispetto) di specifiche rego-
le e norme. I comportamenti individuali non potranno che tenere conto
dell’esistenza di altri individui le cui scelte sono condizionate da relazioni di re-
ciprocità. Affrontare i temi del funzionamento della città, e nel caso specifico
dell’arcipelago metropolitano, non può che spingere la collettività all’espres-
sione di un “individualismo ben temperato”, alla ricerca della propria e specifica
individualità in relazione con tutti gli altri membri della società.
Il tema del funzionamento della città, affrontato con informazione, parteci-
pazione e senso di realtà, può costituire un forte strumento per far emergere
come una necessità, anche per i singoli individui, l’affermarsi di un interesse
generale e la collaborazione collettiva: quasi un processo educativo di cui si
sente forte la necessità sul fronte dell’azione politica e del manifestarsi delle
volontà individuali.

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Serra J., Otero M., Ruiz E. (2002), «Grans aglomeracions metropolitanes europees»,
Papers, n. 37.

230
Le dinamiche socio-territoriali del Veneto centrale.
Gli esiti di un’indagine campionaria sulla popolazione∗
di Luigi Doria (2007)

Introduzione

Si presentano in questa sede i principali risultati di una rilevazione effettuata


nell’ambito della ricerca «Evoluzione degli schemi di organizzazione del terri-
torio sotto il profilo dell’integrazione funzionale: sociale, economica, di vita
quotidiana (la metropolizzazione del territorio)»1.
L’indagine mirava a raccogliere dati su alcune dimensioni fondamentali dei
processi di metropolizzazione del territorio alla base dell’emergenza di forme
di arcipelago metropolitano nell’area centrale veneta.
[…]
Oggetto dell’indagine sono stati, quindi, sia i cambiamenti nei processi inse-
diativi e nelle forme del diffuso, sia le pratiche di uso del territorio e la percezio-
ne del territorio stesso da parte degli abitanti. Il focus analitico è stato principal-
mente orientato sull’emergenza di nuove gerarchie territoriali (a partire dal supe-
ramento di schemi di organizzazione del territorio basati sulla relazione tra luo-
ghi centrali e luoghi periferici, tradizionalmente intesi) e di nuove forme di urba-
nità sostenute da processi di mobilità, di relazione e di comunicazione diffusi,
sebbene non in maniera omogenea, in tutto il territorio di riferimento. Più in det-
taglio, l’attenzione si è quindi concentrata su alcune macro aree di indagine:

• le tipologie abitative;
• le trasformazioni nei processi insediativi, con attenzione alla percezione del-
le forme del diffuso e ai cambiamenti delle scelte e delle preferenze;
• l’articolazione spaziale delle relazioni sociali e il loro legame con le forme
dell’uso del territorio;

∗. Sta in: http://www2.iuav.it/dp/materiali/metropolizzazione/Dinamiche.pdf.


1. Ricerca promossa dal Dipartimento di Pianificazione dell’Università IUAV di Venezia, di-
retta da Francesco Indovina.

231
• le destinazioni, l’estensione spaziale dei processi di mobilità “obbligatoria”
(legata al lavoro e allo studio) e non obbligatoria (legata ai processi di con-
sumo, alle attività ricreative, alle relazioni amicali e parentali).

Si è, inoltre, prestata attenzione anche all’affermarsi, all’interno del territo-


rio in oggetto, di nuove centralità, con riferimento sia a città di media dimen-
sione capaci di costituirsi come attrattori territoriali, sia al ruolo di grandi centri
polifunzionali del consumo, da tempo oggetto di indagine come elementi im-
portanti dello scenario socio-economico dell’area.
La rilevazione è stata effettuata sulla popolazione residente con età compre-
sa tra i 18 ed i 70 anni in possesso di telefonia fissa. L’area territoriale è quella
delle province di Padova, Treviso, Venezia, Vicenza, eccetto i comuni capo-
luoghi di provincia2.

I principali risultati dell’indagine

Cambiamenti del comune di domicilio e tipologie abitative

Una prima questione affrontata nell’indagine concerne il cambiamento del


comune di domicilio negli ultimi dieci anni.
I risultati segnalano un flusso abbastanza consistente di spostamento dai ca-
poluoghi verso i comuni della relativa provincia. La percentuale di chi ha cam-
biato comune di domicilio trasferendosi dal capoluogo verso un altro comune è
pari, infatti, al 46,8%.
La percentuale di chi proveniva da un luogo esterno al territorio regionale si
attesta invece al 10,5% (tabb. 1 e 2). Il dato conferma una tendenza alla perdita
di popolazione da parte dei centri maggiori.
Si vedano, al proposito, le indicazioni fornite da una pubblicazione della
Regione Veneto che presenta un’indagine sulle dinamiche redistributive della
popolazione nei comuni del Veneto, con riferimento ai dati degli ultimi quattro
censimenti demografici, dal 1971 al 20013.

2. Per una descrizione di altre caratteristiche dell’indagine, si veda l’Allegato 1 al testo origi-
nale nel sito in http://www2.iuav.it/dp/materiali/metropolizzazione/Dinamiche.pdf. Qui si riporta
il numero delle persone intervistate (748); la società che ha svolto l’indagine (Tecnica CATI –
Computer Assisted Telephone Interviewing); il periodo nel quale è stata effettuata l’indagine
(12-17 lug. 2005). Inoltre, il questionario completo e le risposte alle singole domande possono
leggersi nell’Allegato 2 al testo originale nel sito già indicato
3. Come è specificato nella pubblicazione, i dati degli ultimi quattro censimenti demografici,
dal 1971 al 2001 sono «integrati con i dati di fonte anagrafica per il periodo successivo fino alla
fine del 2003. I dati anagrafici successivi all’ultimo censimento sono aggiornati sulla base delle
risultanze censuarie e comprendono le iscrizioni anagrafiche relative a stranieri a seguito della
“sanatoria” dovuta alle l. 189 e l. 222 del 2002. […]. Il tasso di incremento medio annuo è calco-
lato secondo il metodo esponenziale ed esprime quanti abitanti ogni anno si aggiungono (o si tol-

232
Così il rapporto:

«Tra i comuni di maggiore dimensione demografica, i tre grossi comuni capo-


luogo con oltre 200.000 abitanti, cioè Venezia, Verona e Padova, hanno la peggio:
il decremento medio annuo complessivamente supera il 4‰ e, diversamente che al-
trove, particolarmente sentito è il peso della mobilità, che incide negativamente an-
cor più di quello della componente naturale. L’esodo dai grandi centri e in partico-
lare dai grossi comuni capoluogo ha inizio già dagli anni ’70; questi diventano
sempre più inadatti ad offrire adeguate condizioni abitative vantaggiose alle nuove
famiglie e alle giovani coppie.
[…]
I comuni capoluogo risentono di una perdita di popolazione (nel complesso pari a
3,5 unità all’anno ogni mille residenti per l’intero periodo considerato), variamente ma-
nifestatasi negli anni, che ha vissuto il suo culmine nel decennio 1981-1991, per poi ral-
lentare nel decennio successivo, intravedendo negli anni più recenti (2001-2003)
un’inversione di tendenza. Fanno eccezione Belluno e Rovigo, che si differenziano dai
capoluoghi dell’area metropolitana centrale e che rimangono comunque attrattivi.
Nell’intero periodo è Venezia a risentire maggiormente del fenomeno, facendo
registrare un tasso negativo annuale di popolazione pari a 7,7 abitanti ogni mille
censiti, seguita da Treviso e Padova (-3,2‰) e Vicenza (-1,4‰). A Verona il feno-
meno si manifesta secondo dimensioni ancora più contenute (-1‰), quasi intera-
mente dovute alla sola componente naturale.
Il fenomeno di urbanizzazione delle aree circostanti il comune capoluogo si è
negli anni consolidato, manifestandosi attraverso il sostanziale rafforzamento delle
cinture urbane attorno al capoluogo; infatti tutte le aree intorno ai sette capoluoghi,
eccetto le zone circostanti Rovigo, conseguono tassi medi annui positivi, condizio-
nati soprattutto dagli ingressi di nuovi residenti: la prima cintura si rafforza in modo
particolare a Vicenza, con un tasso di incremento annuo pari +16,2‰. Seguono la
cintura di Treviso (+15,2‰), Verona (+13‰) e Padova (+12,9‰); più distanziata,
quella di Venezia che cresce in modo più contenuto, guadagnando nell’intero tren-
tennio annualmente circa 7 abitanti ogni 1.000 inizialmente censiti.
[…]
Anche il popolamento della seconda cintura è piuttosto sostenuto nell’intero periodo,
sebbene un po’ più contenuto (con un tasso annuo di 6,5 unità ogni mille): segue di ri-
flesso l’espansione della prima. Tra le cinture più esterne è Treviso ad avere un ritmo
più sostenuto (9,8‰); solo a Venezia le due cinture si sviluppano con la stessa intensità»
(Regione Veneto – Direzione Sistema Statistico Regionale, 2005, pp. 158-159).

gono) per mille residenti considerati inizialmente; il tasso naturale è ottenuto considerando le
nascite e i decessi avvenuti nei periodi intercensuari e tra l’ultimo censimento e l’anno 2003.
[…]. Il tasso di mobilità anagrafica tiene conto dei trasferimenti di residenza della popolazione,
registrati nelle anagrafi, tra i comuni del Veneto, tra regioni italiane e di quelli con l’estero» (Re-
gione Veneto – Direzione Sistema Statistico Regionale, 2005, p. 153). Nel documento è altresì
specificato che la prima cintura è costituita dall’insieme dei comuni confinanti con il capoluogo,
la seconda cintura è invece costituita dai comuni confinanti con la prima.

233
I risultati del questionario non sono direttamente confrontabili con l’analisi
qui presentata, tuttavia le informazioni delle due rilevazioni si muovono nella
stessa direzione e appaiono perfettamente compatibili fra loro.

Tab. 1 – Negli ultimi 10 anni ha cambiato comune di domicilio?

Frequenza Percentuali
valide
Valide No 623 83,4
Si 124 16,6
Totali 747 100,0
Non risponde 1
Totali 748

Tab. 2 – Da quale comune proveniva?

Frequenza Percentuali
valide
Valide Dal capoluogo della
stessa provincia 58 46,8
Da un altro comune
del Veneto 53 42,7
Da un’altra regione
italiana 9 7,3
Da uno stato estero 4 3,2
Totali 124 100,0
Non applicabile 624
Totali 748

Un’altra sezione del questionario concerne la tipologia di abitazione degli


intervistati. Ben il 48,1% abita in una casa mono-familiare (il 35,2% in una ca-
sa mono-familiare con giardino o orto). La voce «condominio» si attesta al
19,9% (sul totale degli edifici condominiali, il 27,3% ha al proprio interno ser-
vizi commerciali). In totale la percentuale di chi abita in appartamenti inseriti
in complessi (condominiali o no) si ferma alla percentuale del 25,4% (tab. 3).
La tabella fotografa una ben nota situazione (descritta da diverse altre anali-
si4 sul territorio veneto) che vede la prevalenza, con tassi altissimi, di insedia-

4. Si vedano, ad esempio i dati riportati in Munarin,Tosi (2001), secondo cui il 72% delle abi-
tazioni costruite dal 1980 e il 1996 nel Veneto è costituito da villette uni o bi-familiari.

234
menti uni o mono-familiari e che è stata spesso rappresentata attraverso l’im-
magine della villettopoli veneta.

Tab. 3 – A quale tipologia appartiene la sua abitazione?

Frequenza Percentuali
valide
Valide Casa mono-familiare 96 12,9
Casa mono-familiare
con giardino e/o orto 262 35,2
Villa pluri-familiare 33 4,4
Villa pluri-familiare con
giardino e/o orto 104 14,0
Casa a schiera 61 8,2
Appartamento inserito
in un complesso 41 5,5
Condominio 148 19,9
Totali 745 100,0
Non risponde 3
Totali 748

Una delle domande fondamentali del questionario, quella relativa alla tipolo-
gia di abitazione preferita (prescindendo dai costi), rivela dati forse non sorpren-
denti, ma comunque molto significativi (tab. 4). La percentuale di chi dichiara di
preferire la casa mono-familiare si attesta sul livello altissimo del 70% (il dato
sale all’ 81,5% se si aggiunge la risposta relativa alla villa pluri-familiare).
La percezione mediamente negativa della tipologia condominiale (la prefe-
risce solo il 9,8%) è accompagnata da una netta preferenza per il piccolo con-
dominio (con meno di tre piani).
Mettendo a confronto i dati della tab. 3 con quelli della tab. 4 si può rilevare
come “le preferenze” (si potrebbe dire i “desideri”) non abbiano trovato piena
corrispondenza nella realtà. A fronte, infatti, di una preferenza del 70% per la
casa mono-familiare (tab. 4), si trova una percentuale del 48,1% degli intervi-
stati che abitano in edifici di quel tipo (tab. 3). Il che dimostra che lo spostarsi
dalla “città compatta” verso la “campagna” non sempre permette di realizzare
le proprie preferenze.
L’immagine complessiva conferma una delle tendenze culturali più indagate
del Veneto dell’urbanizzazione diffusa, quella, cioè, relativa alle forme di un
“privatismo” abitativo che si fonde – vedi oltre – con la persistente preferenza
per situazioni insediative diverse da quelle della città compatta (in sintesi, la

235
casa mono-familiare con giardino/orto situata in campagna, più ancora che in
un territorio misto città-campagna, continua a dominare incontrastata i sogni
degli abitanti nel territorio in oggetto).
Il moltiplicarsi di «frammenti residenziali iper-dispersi» (Torres, 2004) è
stato spesso interpretato come uno dei segnali di un atteggiamento orientato ad
un uso privatistico del territorio; alla costruzione, cioè, di spazi privati (delimi-
tati, protetti) sempre meno connessi da spazi pubblici e tenuti distanti dalla
“contaminazione” della città compatta. Il fenomeno villettopoli è letto, in altri
termini, come esito di una ricerca di forme di interazione sociale pianificate e
controllate (che in qualche modo si oppongono all’interazione imprevista e in-
controllabile della città compatta) e di una tendenza a modellare in termini
“privatistici” anche gli spazi del consumo, del comfort, del relax, del leisure.

Tab. 4 – Indipendentemente dai costi, se potesse, in quale tipo di abitazione prefe-


rirebbe vivere?

Frequenza Percentuali
valide
Valide Casa mono-familiare 521 70,0
Villa pluri-familiare 85 11,4
Casa a schiera 65 8,7
Condominio 73 9,8
Totali 744 100,0
Non risponde 4
Totali 748

Tipologie insediative

Un’importante sezione del questionario riguardava la percezione da parte


degli abitanti della tipologia insediativa. Si chiedeva, cioè, agli intervistati di
indicare se la propria abitazione si trovasse in un luogo di centro-città (o alter-
nativamente centro-paese), in un luogo di periferia urbana, in un luogo misto
città-campagna (di seguito “misto”) o in campagna (tab. 5). Il 34,9% dichiara
di abitare in un luogo misto tra città e campagna o in campagna (con percentua-
li rispettive del 15,5% e del 19,4%). Il 35,4% abita invece in una zona centrale
(sia essa di una città o di un paese) e il 29,6% in periferia.
Il dato si muove in linea con le dinamiche complessive del territorio veneto.

236
Tab. 5 – Secondo lei dove si trova la sua abitazione?

Frequenza Percentuali
valide
Valide In centro-città 60 8,0
In centro-paese 205 27,4
In periferia 221 29,5
In un luogo misto
tra città e campagna 116 15,5
In campagna 145 19,4
Totali 747 100,0
Non risponde 1
Totali 748

Il succitato rapporto regionale sottolinea il ben noto fenomeno secondo cui


la densità diminuisce nei capoluoghi ed aumenta sia nelle prime cinture che
nelle seconde:

«Nel ventennio intercensuario 1981-2001, tutti i capoluoghi subiscono un calo di


densità, in particolar modo si evidenzia Venezia, la cui densità diminuisce di 18
punti percentuali. Fra le prime cinture, quelle di Vicenza e Treviso, con una densità
cresciuta rispettivamente di 27,8 e 25,5 punti percentuali, si dimostrano aver avuto
maggior attrattività. Per quanto riguarda le seconde cinture, infine, si nota un anda-
mento simile per quelle delle città della pianura centrale, Verona, Vicenza, Treviso
e Padova, che presentano aumenti di densità compresi fra il 15,5 e il 16,5%» (Re-
gione Veneto – Direzione Sistema Statistico Regionale, 2005, p. 160).

I risultati dell’indagine rimandano, quindi, a quello che è uno dei tratti di


permanenza nel processo di transizione dalle forme della città diffusa a quelle
dell’arcipelago metropolitano e, cioè, il darsi del continuo urbanizzato come
regola di organizzazione del territorio e come fenomeno che, nelle sue forme
molteplici e cangianti, mette sempre più in discussione la distinzione fra città e
campagna (Indovina, 2005). Alla questione sopra citata se ne affianca un’altra
relativa alla tipologia insediativa preferita (si veda la tab. 6). Quasi la metà de-
gli intervistati (49,8%) dichiara di preferire una situazione abitativa che è di-
versa da quella tipica della città (o almeno della città compatta) e che allude in-
vece ad un grado elevato di dispersione degli insediamenti. Il 19,3% degli in-
tervistati preferisce, infatti, il misto e il 30,5% la campagna (si deve tenere na-
turalmente conto della difficoltà per gli intervistati di definire con precisione
situazioni per loro stessa natura ambigue e meticce). Si deve rilevare un 21,3%
degli intervistati che indica la periferia.

237
Mettendo a confronto i dati delle tabb. 5 e 6 si può rilevare uno spostamento
delle preferenze rispetto alla situazione reale verso gli “estremi”. Infatti, rispet-
to alla situazione reale la voce relativa al centro città (8%) aumenta nelle prefe-
renze (11,3%), mentre le situazioni intermedie (centro-paese e periferie) sono
invece preferite da una percentuale di intervistati inferiore alla percentuale di
chi effettivamente vi abita. Aumenta in modo consistente (sempre se si passa
dalla situazione reale alle preferenze) la campagna; si va, infatti, dal 19,4% del-
la tabella 5 al 30,5% della tab. 6 (come già ricordato, la preferenza per la casa
monofamiliare in campagna appare in assoluto dominante). Aumenta altresì il
misto, ma in misura minore.

Tab. 6 – Secondo lei dove è meglio abitare?

Frequenza Percentuali
valide
Valide In centro-città 84 11,3
In centro-paese 130 17,5
In periferia 158 21,3
In un luogo misto tra
città e campagna 143 19,2
In campagna 226 30,4
Totali 741 100,0
Non risponde 7
Totali 748

L’interpretazione delle tendenze sopra illustrate può essere condotta anche


sulla base delle “motivazioni” fornite dagli intervistati.
In una specifica sezione del questionario, si chiedeva all’intervistato che a-
vesse manifestato una preferenza per una certa tipologia insediativa di indicare
quali fattori fossero capaci di influire positivamente sulla scelta di quella tipo-
logia (si veda la tab. 75).
Particolarmente interessante è analizzare tali fattori con riferimento alle ti-
pologie che, per pura comodità espositiva, definiamo “non urbane” e cioè “mi-
sto” e “campagna”. Alcune delle ragioni prevalenti fra gli intervistati erano
prevedibili; il riferimento è a “quantità e qualità degli spazi aperti”, “livello del
traffico”, “densità urbana”, “dimensioni delle abitazioni e dei lotti”6.

5. Nella tabella e in tutti gli altri passaggi del presente commento dove si fa riferimento a in-
croci fra più domande, si considerano solo le risposte valide alle domande stesse.
6. Interessante è il fatto che la “coesione della società locale” sia presentata, in maggioranza, come
una ragione per preferire tipologie “non urbane”. Il dato conferma il fatto che la “passione” per il diffu-

238
Significativo è anche il fatto che la sicurezza sia in maggioranza indicata
come una delle possibili ragioni per scegliere il misto o la campagna.
Il dato non è particolarmente marcato con riferimento alla voce “misto” e leg-
germente più significativo per la voce “campagna”, per il quale la percentuale di
chi ritiene la sicurezza come una ragione alla base della scelta è di circa il 59%.
Ciò nonostante il recente allarme mediatico sul fenomeno delle “rapine in villa”,
a seguito del succedersi di eventi criminosi, in cui il relativo isolamento delle abi-
tazioni è stato alla base del successo di incursioni finalizzate, appunto, al furto,
alla rapina e in alcuni casi al sequestro temporaneo, con esiti a volte tragici (le
aree geografiche interessate sono spesso quelle della Lombardia e del Veneto).
La tipologia per la quale il fattore sicurezza pesa di più, in termini positivi, è
il centro-paese.
Il risultato si deve probabilmente interpretare a partire da una percezione del
centro-paese come localizzazione capace di ridurre al minimo due grandi ver-
santi del rischio percepito: quello legato, appunto, all’isolamento delle abita-
zioni e quello relativo, invece, alla concentrazione nelle città di medie e grandi
dimensioni di fenomeni di micro-criminalità urbana7.
In termini generali, si può inoltre notare che qualunque sia la tipologia di in-
sediamenti che gli intervistati scelgono, la maggioranza di coloro che preferi-
scono una determinata tipologia indica la sicurezza come un fattore positivo
che giustifica la scelta. Ciò è probabilmente in relazione con il costituirsi della
sicurezza stessa come una delle principali preoccupazioni – o, a secondo delle
interpretazioni, addirittura di ossessioni – degli italiani (come costantemente
segnalato, peraltro, dai sondaggi effettuati in occasioni di consultazioni politi-
che locali, in aree diverse del paese). Il fenomeno è in un rapporto tutt’altro che
debole con il trattamento che il tema sicurezza subisce da parte dei mezzi di
comunicazione di massa locali e nazionali.
Una letteratura ormai consolidata sulla materia pone particolare attenzione
ai complessi processi attraverso i quali la questione “insicurezza urbana” viene
periodicamente costruita come emergenza, anche attraverso una stretta associa-
zione con la questione immigrazione (Naldi, 2001).

so che caratterizza il territorio in oggetto ha profonde radici socio-culturali. Insediamenti a bassa densi-
tà – la cui emergenza è spesso associata ad un’impronta culturale privatistica e individualistica – sono
associati ad un grado elevato di socialità (di una socialità, si deve presupporre, che viene percepita co-
me sempre più emancipata dall’interazione ripetuta e “calda” della città compatta). Si deve sottolinea-
re, in ogni caso, che qualunque sia la tipologia di insediamenti che gli intervistati scelgono, la maggio-
ranza di coloro che preferiscono una determinata tipologia indica la coesione sociale come un fattore in
grado di influenzare positivamente la scelta (lo stesso vale per la variabile sicurezza).
7. È opportuno ricordare che la rilevazione non è effettuata nelle aree delle città capoluogo e
che quindi la voce “centro-città” fa riferimento a centri urbani con popolazione massima di qual-
che decina di migliaia di abitanti. Importanti indicazioni sulla percezione del rischio criminalità
sono contenute nel rapporto dell’Istat (2004). Nel rapporto è riportata la percentuale delle perso-
ne di 14 anni e più che definiscono la propria zona molto o abbastanza a rischio; per il Veneto
tale percentuale è del 21,1 %, cfr. Istat (2004).

239
Tab. 7 – Secondo lei dove è meglio abitare?
in un luogo in
in cen- in centro in peri- misto tra cam-
tro città paese feria città e pagna
campagna
Costi del terreno e a- No
bitazione 90% 58% 45% 45% 49%
Si 10% 42% 55% 55% 51%
Dimensione dei lotti No 87% 62% 38% 32% 39%
Si 13% 38% 62% 68% 61%
Dimensione delle abi- No 84% 45% 31% 24% 33%
tazioni Si 16% 55% 69% 76% 67%
Densità urbana No 54% 36% 18% 15% 19%
Si 46% 64% 82% 85% 81%
Tempi di pendolari- No 37% 53% 57% 59% 69%
smo Si 63% 47% 43% 41% 31%
Livello del traffico No 85% 31% 19% 20% 11%
Si 15% 69% 81% 80% 89%
Costi di trasporto No 46% 56% 61% 65% 71%
Si 54% 44% 39% 35% 29%
Quantità e qualità degli No 60% 15% 11% 9% 7%
spazi aperti Si 40% 85% 89% 91% 93%
Qualità degli spazi
pubblici e presenza di No 24% 32% 40% 46% 48%
luoghi di socializza-
zione Si 76% 68% 60% 54% 52%
Sicurezza No 34% 22% 44% 47% 41%
Si 66% 78% 56% 53% 59%
Possibilità di scelta No 17% 60% 54% 53% 53%
nei consumi Si 83% 40% 46% 47% 47%
Dotazione e qualità dei No 18% 47% 52% 53% 71%
servizi pubblici Si 82% 53% 48% 47% 29%
Coesione della società No 36% 35% 45% 26% 36%
locale Si 64% 65% 55% 74% 64%
Partecipazione e in- No 45% 62% 61% 62% 61%
fluenza sul governo lo-
cale Si 55% 38% 39% 38% 39%

L’“emergenza sicurezza” e il suo rapporto con la città (con le articolazioni


della città stessa, con le sue pratiche, con la sua immagine) sono assunti, in altri
termini, come costrutti sociali, alla cui formazione contribuiscono in maniera
importante (pur al di fuori di qualsiasi relazione deterministica) le rappresenta-
zioni dei media (Indovina, 2001). Se negli ultimi decenni il legame tra sicurez-
za, immigrazione e periferia è stato oggetto di un trattamento mediatico parti-

240
colarmente intenso (contribuendo a un particolare effetto di stigmatizzazione8
congiunta sia di macro-categorie sociali, sia di macro-categorie territoriali), ne-
gli scorsi mesi, come già ricordato, notevole attenzione è stata dedicata agli at-
tacchi a ville o villette, generalmente di medio o alto pregio.
A fronte della nuova declinazione dell’“emergenza” (centrata, appunto, sul ri-
schio associato agli insediamenti isolati), i risultati dell’indagine indicano, come
rilevato, una sicurezza percepita relativamente minore nelle aree miste città-
campagna rispetto ad altre aree, ma senza che, per la maggioranza degli intervi-
stati, la sicurezza cessi di essere un attributo positivo anche per le aree del diffu-
so. Più che una riconsiderazione dei vantaggi del diffuso, la risposta che è proba-
bilmente destinata ad emergere al cospetto del “nuovo” allarme è quella dell’in-
tensificazione della fortificazione degli insediamenti privati, attraverso l’ulteriore
predisposizione di dispositivi di controllo, prevenzione e difesa.
Per quanto concerne la “possibilità di scelta nei consumi”, si rileva una si-
tuazione di sostanziale pareggio, con poco meno della metà degli intervistati
che dichiarano di considerarla una ragione per preferire il “non urbano” (lad-
dove questa dizione tiene insieme il “misto” e la campagna).
Al di fuori di ogni interpretazione semplificata delle risposte, è evidente che
il trend di diffusione abbastanza omogeneo di grandi infrastrutture di consumo
(centri commerciali, ipermercati, ecc.), l’allargamento della varietà dell’offerta
di quelle strutture, le trasformazioni culturali nei comportamenti di consumo e
la possibilità che alcuni grandi centri di offerta commerciale risultino molto più
facilmente accessibili provenendo dall’esterno (e senza attraversare, quindi, la
città) sono tutte ragioni che concorrono a spiegare il risultato. Ciò è in linea con
quella che è riconosciuta come una delle caratteristiche dei processi di fruizio-
ne dei servizi commerciali (e delle strategie di localizzazione di questi ultimi)
nei territori in via di metropolizzazione, quella cioè relativa alla prevalenza
dell’accessibilità rispetto alla vicinanza, anche in conseguenza di un uso molto
intenso dei mezzi di locomozione privati (Indovina, 2005).
Si deve infine sottolineare che il fattore “Qualità degli spazi pubblici e pre-
senza di luoghi di socializzazione” è indicato, da una maggioranza (seppure
non ampia: si tratta di percentuali nell’ordine del 52-54%) degli intervistati,
come fattori che giustificherebbero la preferenza accordata a situazioni miste o
di campagna. Il dato (che può essere evidentemente influenzato anche dall’in-
terpretazione dei termini in gioco) è certamente significativo e può essere
anch’esso inquadrato a partire dal permanere di una “cultura del diffuso”, che
porta ad associare a quest’ultimo anche attributi positivi tradizionalmente rife-
riti alla città compatta; il risultato può essere però letto anche a partire
dall’emergenza, nei territori in via di metropolizzazione, di un’articolata strut-
tura di nuovi spazi pubblici (vedi oltre); questi ultimi sono a volte «esito dello
sviluppo di spazi privati di uso pubblico (centri commerciali, poli del loisir) o

8. Sul tema della stigmatizzazione nel trattamento mediatico della questione della sicurezza, si
veda Naldi (2001)

241
ancora “luoghi” “nuovi” di aggregazione, di incontro, di appuntamento, fuori
da qualsiasi controllo sociale (caselli autostradali, grandi parcheggi di aree in-
dustriali, ecc.» (Indovina, 2005).
Per quanto concerne le ragioni per preferire situazioni centrali (e, in partico-
lare, il centro città) le voci che emergono con più nettezza riguardano la qualità
degli spazi pubblici e la presenza di luoghi di socializzazione, la possibilità di
scelta nei consumi, i costi di trasporto, i tempi di pendolarismo e la dotazione e
qualità dei servizi pubblici.
Un’indicazione importante deriva dall’incrocio tra la tipologia di area inse-
diativa in cui gli intervistati risiedono e le preferenze degli intervistati stessi.
Dalla rilevazione risulta che circa il 72% di coloro che risiedono in campa-
gna considera quella tipologia la preferita; la cifra scende a circa il 57% per il
misto e si attesta su cifre intorno al 53%, al 52% e al 46% rispettivamente per
la periferia, il centro-città e il centro-paese.
Un ulteriore passaggio del questionario concerne i cambiamenti di abitazio-
ne degli intervistati. Dalle interviste risulta che il 26,5% degli intervistati ha
cambiato abitazione negli ultimi dieci anni.
È particolarmente interessante analizzare i casi in cui il cambio di abitazione
ha coinciso con il cambio di tipologia insediativa. Si può rilevare che circa il
28% di coloro che abitano in centro-città hanno cambiato tipologia insediativa
negli ultimi 10 anni. La cifra si attesta su cifre vicine al 18% per il misto, al
13% per la campagna, al 14% per la periferia e al 13% per il centro-paese.
Si deve sottolineare che tra coloro che hanno cambiato tipologia per appro-
dare al misto, la tipologia insediativa di partenza prevalente è il centro-paese (il
dato sembra indicare un flusso di trasferimento che segue, almeno in parte, le
preferenze illustrate poc’anzi.). Lo stesso vale per coloro che sono approdati
alla campagna, sebbene la prevalenza del centro-paese come tipologia di par-
tenza sia molto meno marcata.
Nulle o molto vicine allo zero sono le percentuali di chi si è spostato rima-
nendo all’interno di tipologie “non urbane” (dal misto alla campagna o vicever-
sa). Anche per quanto riguarda, infine, gli spostamenti dal centro (di un paese o
di una città) verso la periferia e viceversa, si segnalano percentuali abbastanza
basse. Circa il 9% di coloro che abitano in periferia provengono dal centro, cir-
ca il 6% circa di coloro che abitano in centro-paese provengono dalla periferia
e la cifra sale a circa l’11% per coloro che abitano in centro città.
Si può altresì verificare quanti, fra quelli che hanno abbandonato una tipo-
logia urbana per una non urbana considerano effettivamente quest’ultima come
la tipologia migliore in assoluto.
Nel caso della tipologia “misto”, si rileva che circa il 52% di coloro che so-
no approdati nel misto provenendo da un’altra tipologia preferiscono il misto in
assoluto.
Nel caso della campagna (in linea ancora con la forte preferenza per questa
tipologia) la percentuale sale arrivando a circa il 72%.

242
Relazioni sociali

Un paio di domande del questionario avevano l’obiettivo di definire in ter-


mini spaziali l’articolazione delle relazioni sociali, escludendo quelle a caratte-
re occasionale (tabb. 8 e 9).
Per il 32,3% per centro degli intervistati poche o quasi nessuna delle perso-
ne frequentate abitualmente vive nel comune in cui gli intervistati stessi abita-
no. A ciò si oppone un 34,9% per il quale, invece, quasi tutte le persone fre-
quentate abitano nel comune.
Il territorio provinciale sembra caratterizzarsi come area capace di “contene-
re” una parte significativa delle relazioni. Per il 76,7% degli intervistati le per-
sone frequentate risiedono all’interno dei confini provinciali (per il 36,3% nel
capoluogo e per il 40,5 negli altri comuni).
L’area esterna al territorio regionale pesa, invece, solo per il 7,8%.

Tab. 8 – Quante delle persone che frequenta abitualmente vivono nel suo stesso
comune?

Frequenza Percentuali
valide
Valide Quasi nessuno 91 12,2
Pochi 149 20,0
Gran parte 244 32,8
Quasi tutti 260 34,9
Totali 744 100,0
Non risponde 4
Totali 748

In linea generale, i dati testimoniano un’articolazione a scala abbastanza


ampia delle relazioni sociali, che può essere letta come segnale di una perce-
zione e di un uso del territorio tendenzialmente “metropolitano”. Se il dato re-
lativo allo scarso peso dei confini comunali non è particolarmente sorprendente
(pur essendo in assoluto decisamente significativo), il fatto che circa un quarto
degli intervistati abbia come area in cui si articolano in prevalenza le relazioni
il territorio extra-provinciale testimonia della propensione a “praticare” bacini
territoriali ampi che (pur essendo naturalmente tutt’altro che indifferenziati e
privi di vecchie e nuove centralità) si prestano ad essere attraversati – vedi il
paragrafo successivo – con peculiare facilità e frequenza.

243
Tab. 9 – Le persone che frequenta abitualmente e che non vivono nel suo comune
di residenza abitano prevalentemente

Frequenza Percentuali
valide
Valide Nel capoluogo della
provincia di resi- 268 36,3
denza
In un altro comune
299 40,5
della provincia
Nel capoluogo di
un altra provincia 55 7,4
veneta
In un altro comune
del Veneto non 59 8,0
capoluogo
Altrove 58 7,8
Totali 739 100,0
Non risponde 9
Totali 748

Mobilità

Una sezione del questionario particolarmente importante per le finalità


dell’indagine concerneva la mobilità. Il tema della mobilità occupa una posi-
zione assolutamente centrale nell’interpretazione delle trasformazioni dei terri-
tori del peri-urbano e dell’urbanizzazione diffusa.
Come sottolineano una serie di contributi che si muovono a cavallo di diversi
campi disciplinari (e, in particolare, di quelli dell’urbanistica e della pianificazio-
ne, della geografia e della sociologia urbana) il cambiamento nelle forme della
mobilità si costituisce come uno dei principali moventi storici dell’affermarsi di
nuovi caratteri dell’urbano (e di un nuovo possibile senso dell’urbano stesso), ec-
cedenti rispetto a quelli caratteristici della città compatta (Castrignano, 2004).
Una prima questione concerne la tendenza alla pluri-direzionalità della mo-
bilità stessa; riguarda, cioè, l’articolarsi dei flussi di mobilità non più solo pre-
valentemente da luoghi “periferici” verso luoghi centrali ma, anche, e con sem-
pre maggiore intensità, dal “centro” verso l’“esterno” e da luoghi esterni verso
altri luoghi esterni, anche sensibilmente distanti.
Proprio la differenziazione e la pluri-direzionalità dei flussi di mobilità sono
del resto tra i driver fondamentali di quel processo di degerarchizzazione delle
strutture territoriali e – come sottolinea Castrignano (2004) riprendendo argo-
mentazioni di studiosi tra cui Guidicini – di superamento del principio di domi-
nanza del centro sulla periferia.

244
In questo quadro, l’indagine ha dedicato notevole attenzione non solo alla
mobilità per studio o per lavoro, ma anche a quella legata alle dinamiche della
vita quotidiana. Le riflessioni più attente sul rapporto tra stili di mobilità e diffu-
sione urbana insistono, infatti, sull’impossibilità di leggere quel rapporto assu-
mendo la mobilità per lavoro come fulcro dell’analisi, da cui far discendere
l’interpretazione complessiva dell’intero scenario. La trasformazione delle forme
e del senso della mobilità nella città diffusa è strettamente legata all’emergere,
come destinazioni importanti dei flussi di mobilità, dei nuovi “annodamenti”9,
territoriali: le grandi strutture commerciali (centri commerciali, ipermercati, out-
let), i centri integrati di entertainment (come, ad esempio, i cinema multisala), i
centri sportivi polifunzionali.
La moltiplicazione delle destinazioni è, quindi, legata alla rilevanza assoluta
(e, in una qualche misura alla preminenza, in termini di emergenza di nuovi sti-
li di socialità) delle pratiche di mobilità orientate al consumo, al leisure e alla
socializzazione, laddove le relazioni fra i tre ambiti di processi sociali divengo-
no sempre più dense e complesse.
È in questo scenario che la mobilità tende a caratterizzarsi sempre più come
scelta, come processo attraverso cui gli abitanti ridefiniscono i percorsi di uso
del territorio, o come diritto10.
A ciò si accompagna, come dato ormai consolidato nella riflessione interdi-
sciplinare, un cambiamento del profilo concettuale della mobilità negli spazi
de-gerarchizzati della nuova urbanità.
La mobilità non si lascia più cogliere a partire esclusivamente dal movimen-
to fisico, ma allude all’emergenza di nuovi stili di vita mobili (laddove l’espres-
sione rimanda, a sua volta, almeno per una parte degli abitanti del diffuso, a sti-
li di vita ad alta mobilità). È una mobilità, in altri termini, che si mantiene in
un rapporto bi-direzionale con il cambiamento dei modi dell’uso e della perce-
zione del territorio da parte dei suoi abitanti e che si muove quindi all’unisono
con la rideterminazione del quadro biografico degli abitanti stessi.
Muoversi nel territorio del diffuso (in quel territorio che l’ipotesi di ricerca
vede come in via di metropolizzazione) vuol dire percepire e usare il territorio
stesso come spazio di occasioni, di attrazioni, di incontri che si dispiegano ad
una scala molto più ampia rispetto al passato e che sono tenuti insieme da un
insieme di movimenti caratterizzati da un atteggiamento esplorativo. La mobi-
lità della città-arcipelago deve quindi essere intesa come interazione di trasfe-
rimento fisico e di connessione comunicativa; essa si costruisce non solo trami-
te lo spostamento ripetuto a scala ampia ma anche attraverso l’esposizione a
messaggi, incontri e informazioni. Il territorio della mobilità è un territorio at-
traversato da flussi di informazione e di scambio di intensità simile a quelli che
caratterizzano la città compatta. In questo quadro si situa la lettura della mobili-

9. Per usare l’espressione di Davico, Mela (2003), ripresa in Castrignano (2004).


10. Sulla transizione dalla mobilità come bisogno alla mobilità come diritto, si veda Gasparini
(1999), cit. in Castrignano (2004).

245
tà come estensione dei tratti dell’urbano (Castrignano, 2004). Il riferimento è
alla possibile emergenza di un’urbanità parallela, che sostituisce alla densità e
alla corporeità della città compatta appunto la mobilità per ricomporre quella
triade costitutiva del fenomeno urbano che ha gli altri due poli nel numero e
nella differenziazione11.
In altri termini, alla perdita della densità come caratteristica del fenomeno
urbano, fa da contraltare un’attitudine alla mobilità che mette in comunicazione
gli abitanti del diffuso urbano con un numero elevato di altri soggetti e di grup-
pi sociali (e di stimoli, informazioni, occasioni) che si caratterizzano per un e-
levata quantità ed eterogeneità.
A fronte di questo articolato scenario problematico, una prima sezione del
questionario riguardava la localizzazione dei luoghi di lavoro e studio (tab. 10).
Solo il 38,5% degli intervistati lavora o studia in un luogo che dista meno di
5 km dall’abitazione (la cifra è del 21% se la distanza è compresa fra i 5 e i 10
km). Il 40,5% lavora o studia in un luogo che dista più di 10 km. Per distanze
superiori ai 30 km, la percentuale diventa il 13,2%12.
Se scomponiamo i dati separando gli studenti dai lavoratori13, otteniamo che
per gli studenti il dato è del 10,2% per distanze inferiori ai 5 km, del 24,4% per
distanze comprese fra i 5 e i 10 km, del 65,3% per distanze superiori a 10 km e
del 38,7% per distanze superiori ai 30 km.
Per quanto riguarda i lavoratori il dato è del 43,4% per distanze inferiori ai 5
km, del 20,6% per distanze comprese fra i 5 e i 10 km, del 35,9% per distanze
superiori a 10 km e del 8,6% per distanze superiori ai 30 km.
Il raggio di mobilità “obbligatoria” degli studenti è notevolmente superiore.
Si deve ricordare che l’indagine riguardava cittadini dai 18 anni di età in su e
che la percentuale di studenti di scuola media superiore tra gli intervistati è del
1,6%, a fronte del 4,9% di studenti universitari non lavoratori (la percentuale
sale al 7,6 se si includono gli studenti universitari che hanno una qualche forma
di occupazione).

11. Si vedano al proposito le considerazioni proposte da Castrignano (2004), a partire dalla let-
tura di Wirth (1999).
12. In Istat (2005) sono riportate informazioni derivate dal censimento 2001 sugli spostamenti
che le persone residenti effettuano ogni giorno per raggiungere il luogo di studio o di lavoro
(mobilità giornaliera). La pubblicazione riporta la seguente suddivisione della popolazione resi-
dente che si sposta per studio o lavoro: il 63,8 % si sposta nello stesso comune di dimora abituale
e il 36,2% si sposta invece fuori del comune (Istat, 2005).
13. Nell’analisi sono esclusi gli studenti-lavoratori.

246
Tab. 10 – A quale distanza si trova il luogo di lavoro-studio abituale?

Frequenza Percentuali
valide
Valide Entro 1 km
70 14,4
dall’abitazione
Tra 1 e 5 km
dall’abitazione 117 24,1
Tra 5 e 10 km
dall’abitazione 102 21,0
Tra 10 e 30 km
dall’abitazione 133 27,4
Oltre 30 km
dall’abitazione 64 13,2
Totali 486 100,0
Non risponde 6
Non applicabile 256
Totali 262
Totali 748

Per quanto riguarda il tempo impiegato per raggiungere il luogo di lavoro o


studio (tab. 11), si deve segnalare che il 9,7% degli intervistati impiega più di
un ora, il 12,8 da mezz’ora a un’ora e il 77,6% meno di mezz’ora. Anche in
questo caso possiamo separare i dati relativi agli studenti e ai lavoratori.
Per gli studenti si deve segnalare che il 34,6 degli intervistati impiega più di
un ora, il 18,3% da mezz’ora a un’ora e il 46,9% meno di mezz’ora. Per quello
che concerne lavoratori, invece, il 5,5% degli intervistati impiega più di un ora,
il 12,2% da mezz’ora a un’ora e l’82,2% meno di mezz’ora. Anche dal punto di
vista dei tempi della mobilità le differenze sono quindi nettissime.
Si è proceduto altresì ad un incrocio tra tre domande, relative alla tipologia
insediativa degli intervistati, alla durata media del tragitto e alla distanza del
luogo di lavoro o studio dall’abitazione. Se prendiamo in esame le durate del
tragitto e ci concentriamo sulle durate superiori ai 30 minuti, il dato è di circa il
17% per coloro che abitano in centro-città, di circa il 26% per il centro-paese e
di circa il 15% per la periferia. Se si guarda a coloro che abitano nel misto o in
campagna si osserva un moderato incremento. La percentuale di chi impiega
più di mezz’ora diviene di circa il 25%.
Si registra una notevole differenza fra il misto e la campagna. Per il misto,
infatti, la percentuale di chi impiega più di 30 minuti raggiunge la cifra di circa
il 32%, con una percentuale di circa il 14% di intervistati che impiegano più di
un’ora. I dati sono invece rispettivamente di circa il 17,4% e di circa il 6,9%
per la campagna.

247
Tab. 11 – Quanto tempo impiega in media per raggiungere il luogo di lavoro-
studio?

Frequenza Percentuali
valide
Valide Meno di 5 minuti 79 16,3
Da 5 a 10 minuti 113 23,3
Da 10 a 30 minuti 185 38,1
Da 30 a 60 minuti 62 12,8
Oltre 60 minuti 47 9,7
Totali 486 100,0
Non risponde 6
Non applicabile 256
Totali 262
Totali 748

Se si prendono in esame le distanze e ci si concentra su coloro che devono


affrontare distanze superiori a 10 km, si rileva che la percentuale è di circa il
35% per gli intervistati che abitano in centro- città, di circa il 39% per coloro
che abitano in centro-paese, di circa il 33% per coloro che abitano in periferia,
di circa il 54% per coloro che abitano nel misto e di circa il 40% per coloro che
abitano in campagna. Si può, quindi, ipotizzare che chi abita in campagna, ab-
bia effettivamente una configurazione della mobilità obbligatoria sensibilmente
diversa e molto più centrata attorno al luogo di domicilio. Il fenomeno può es-
sere letto con riguardo al ruolo di quelle aree in cui la campagna presenta un
forte valore produttivo e che quindi si propongono (Indovina, 2005) come pres-
soché unico argine all’espansione del continuo urbanizzato.
È la fascia grigia (e al suo interno articolata) del misto che sembra sopporta-
re il carico maggiore in termini di tempi di percorrenza.
In linea generale, si deve ricordare comunque che il territorio in oggetto è
caratterizzato sia da un insediamento abitativo diffuso, che da una localizzazio-
ne diffusa delle attività produttive. Il che spiegherebbe perché una percentuale
consistente (circa il 40%) degli intervistati impieghi solo 10 minuti o meno per
raggiungere il luogo di lavoro o studio.
Si possono confrontare i dati derivanti dall’indagine con quelli risultanti dal
censimento del 2001.
Le durate sono, come previsto, sensibilmente superiori alle medie nazionali.
Secondo i dati del censimento nazionale 2001, l’83,5% dei cittadini impiega
fino a di mezz’ora, il 13,0% da 31 a 60 minuti e solo il 3,5% ha bisogno di più
di un’ora per arrivare al luogo di studio o di lavoro (Istat, 2005).

248
Più utile è, però, la comparazione con i dati del censimento riferiti al solo
territorio regionale. Nel Veneto i dati relativi alla distribuzione degli sposta-
menti quotidiani per tempo di percorrenza segnalano un 61% della popolazione
che impiega un tempo inferiore a 15 minuti, il 25% da 16 a 30 minuti, l’11% da
31 a 60 minuti e il 3% oltre i 60 minuti (Regione Veneto – Direzione Sistema
Statistico Regionale, 2005b)14.
Così nel rapporto regionale sono sintetizzati alcuni aspetti della situazione
(ibid., p. 1):

«Purtroppo o per fortuna ci muoviamo di più sia per lavoro che per studio rispetto
all’inizio degli anni ’90: +2,2% gli spostamenti quotidiani nel Veneto, per l’esattezza
2.318.188 quelli rilevati nel 2001. I flussi si concentrano essenzialmente lungo la fa-
scia centrale della regione, ne sono interessate in modo particolare ampie zone delle
province di Verona, Padova e Venezia che rappresentano l’asse principale di attraver-
samento del Nord-Est. Ci si muove con maggiore frequenza al di fuori del proprio
comune di residenza, ciò avviene soprattutto per i lavoratori: 33,2% in più sono infatti
coloro che viaggiano ogni giorno verso province diverse dalla propria».

Se si disaggrega la distribuzione percentuale degli spostamenti quotidiani


per tempo di percorrenza per provincia e ci si concentra sulla percentuale degli
spostamenti uguali o superiori a 31 minuti nelle quattro province che interessa-
no la nostra analisi, si rileva che la provincia di Venezia presenta il dato netta-
mente più alto (22,7%), seguita da quella di Padova (15,6%), da Treviso
(11,1%) e da Vicenza (10%) (Regione Veneto – Direzione Sistema Statistico
Regionale, 2005b)15. È interessante anche rilevare che, rispetto al 1991, ci si
sposta quotidianamente verso luoghi più lontani. Infatti, come segnalato in Re-
gione Veneto – Direzione Sistema Statistico Regionale (2005)16, la percentuale
di spostamenti interni ai capoluogo, alle prime e alle seconde cinture diminui-
sce, mentre aumenta, per tutte e tre le cerchie territoriali, la percentuale di spo-
stamenti in entrata e in uscita.
Tornando ai risultati della nostra indagine, per quanto riguarda i mezzi di
locomozione usati, ben il 70, 6% degli intervistati utilizza l’automobile (da solo
o con altri) per recarsi nel luogo di lavoro o studio17.
Il dato relativo all’uso dell’automobile sale se si restringe la domanda a co-
loro che abitano in un luogo misto città/campagna o in campagna, ma non in
maniera significativa: passa, infatti, al 73,4%. Mentre circa il 12% di tutti gli

14. La pubblicazione riporta al riguardo elaborazioni Regione Veneto – Direzione Sistema Sta-
tistico Regionale e Trastec Scpa. su dati Istat.
15. La pubblicazione riporta al riguardo elaborazioni Regione Veneto – Direzione Sistema Sta-
tistico Regionale e Trastec Scpa. su dati Istat.
16. La pubblicazione riporta al riguardo elaborazioni Regione Veneto – Direzione Sistema Si-
star su dati provvisori non ancora validati da Istat al momento della pubblicazione stessa.
17. Si considera la risposta fornita come primo mezzo usato. Solo meno del 10% segnala però
l’uso congiunto di due mezzi ed una percentuale irrisoria l’uso di 3 mezzi.

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intervistati utilizza mezzi pubblici, se si restringe l’indagine a chi vive in tipo-
logie non urbane, la percentuale sale al 14%.
Si deve segnalare che il censimento del 2001 riporta per tutto il territorio
nazionale un risultato sensibilmente diverso: la cifra di chi usa (come condu-
cente o passeggero) l’automobile per recarsi nel luogo di lavoro o studio è in-
fatti del 58,7%. Molto simile è invece il dato relativo all’utilizzo dei mezzi
pubblici (treno, tram, metropolitana, filobus e corriera): 12,9% (Istat, 2005).
Se il confronto con i dati del censimento avviene a livello regionale, si pos-
sono utilizzare i dati che emergono dal confronto fra i flussi della mobilità pen-
dolare nel Veneto nei dieci anni che vanno dal 1991 al 2001, sulla base dei cen-
simenti della popolazione e delle abitazioni condotti dall’Istat.

«È l’auto privata a costituire il mezzo di trasporto primario: essa viene usata infatti
nel 62% dei casi contro, rispettivamente, il 9% dell’autobus, e il 7% della bicicletta;
una quota consistente è costituita dagli spostamenti a piedi, pari all’11%. Tra l’altro
l’incidenza dell’auto privata aumenta nel decennio di 12,5 punti percentuali a scapito
dei mezzi di trasporto pubblici urbani (-3,2), della bicicletta (-2,5) e degli stessi spo-
stamenti a piedi (-3,8). Tale tendenza si ripropone ovunque a livello provinciale.
L’unica modalità di trasporto che mantiene un livello di utenza pressoché analogo nel
decennio è il treno, trend condizionato da fattori di opportunità nella percorrenza di
determinate direttrici rimasti invariati nel tempo» (Regione Veneto – Direzione Si-
stema Statistico Regionale, 2005b, p. 1).

L’area oggetto di studio (che, è bene ricordarlo, non comprende i comuni


capoluogo) presenta, quindi, un’attitudine verso il trasporto privato automobili-
stico sensibilmente superiore a quella che caratterizza in media il territorio re-
gionale. L’indagine sembra quindi testimoniare il permanere di una cultura del-
la mobilità privata che è ancora fortissima nell’area (tanto da suggerire l’imma-
gine di un territorio “automobilizzato”, cfr. Torres, 2004) e che emerge del re-
sto come uno dei tratti costituitivi del fenomeno dell’urbanizzazione diffusa,
anche a partire dai risultati di altre indagini condotte in altri territori urbanizzati
del Centro-nord Italia (Castrignano, 2004).
Uno degli obiettivi principali dell’indagine legati alla mobilità riguardava le
forme della mobilità di lungo raggio (dove la soglia discriminante è stata fissata a
15 km) non legata allo studio e al lavoro. Ci si è concentrati, in particolare, sulla
verifica empirica di una tendenza alla ri-declinazione a scala ampia di quei feno-
meni di mobilità ripetitiva, che sono caratteristici della mobilità urbana e che si so-
no storicamente affermati inizialmente all’interno dei confini della città compatta. I
risultati dell’indagine sembrano testimoniare un’elevata propensione alla mobilità
lunga. Il 40,1% degli intervistati si reca più di 3 volte al mese in una località più
distante di 15 km per motivi non legati allo studio o al lavoro; il 20% più di 5 volte.
Il dato della mobilità lunga varia, ma molto leggermente, se si restringe
l’indagine a chi abita nel misto o in campagna. La percentuale di chi si reca più

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di 5 volte al mese in una località più lontana di 15 km per motivi non legati allo
studio o al lavoro sale, infatti, in questo caso a circa il 22% (è circa il 21% per chi
abita in centro-città). Anche in questo caso nel confronto fra misto e campagna, è
la prima tipologia a presentare percentuali superiori: il 23,6% a fronte del 20,8%.
Pur non essendo i dati della mobilità per lavoro/studio e quelli della mobilità
“non obbligatoria” facilmente confrontabili (a causa dei diversi criteri di misu-
razione utilizzati18), il fatto che le differenze fra misto e campagna nel caso del-
la mobilità non obbligatoria si riducano notevolmente può essere interpretato a
partire dal fatto che quest’ultima è molto meno influenzata da una particolare
localizzazione della residenza e si articola quindi in modo più uniforme nelle
diverse sub-aree territoriali. In linea generale, la mobilità “lunga” non obbliga-
toria dei residenti nell’area oggetto di studio sembra non essere significativa-
mente influenzata dal fatto che gli stessi abitino nei territori dell’urbanizza-
zione diffusa o nei territori della città compatta e lo stesso si può dire con rife-
rimento a diverse tipologie di abitazione19.
Sia per quanto riguarda il raggio degli spostamenti, sia per quello che con-
cerne i mezzi di locomozione, la fotografia restituita dall’indagine sembra dun-
que segnalare una tendenziale omogeneità di comportamenti e di culture della
mobilità (e più in generali delle relazioni) all’interno dei territori che l’ipotesi
guida della ricerca interpreta come in via di metropolizzazione. Ciò è senz’altro
in relazione con il fatto che la mobilità è sempre più «finalizzata di volta in vol-
ta alla soluzione individuale ritenuta migliore rispetto ad un’offerta diffusa nel
territorio» (Indovina, 2005) e sempre meno si caratterizza come mobilità indot-
ta, determinata, cioè, da una particolare situazione localizzativa e dalla distanza
rispetto ai tradizionali poli di attrazione. Le percentuali sono, come atteso, sen-
sibilmente diverse in base alla fascia di età. In particolare, per la fascia d’età
18-29 anni la percentuale di chi si reca più di 5 volte in un luogo distante più di
15 km è del 30,2%; per i rimanenti il 18,5%.
La cifra relativa agli spostamenti degli under 30 è in assoluto molto rilevan-
te e conferma il ruolo dei giovani e dei giovanissimi come uno dei motori delle
dinamiche di mobilità nell’area.
Per quanto riguarda le destinazioni degli spostamenti superiori ai 15 km si
deve segnalare la preminenza di strutture “tradizionali” di socializzazione quali
i bar e i ristoranti. In particolare (e il dato appare come significativo), il 36,2%
degli intervistati si reca almeno una volta al mese in un ristorante distante più
di 15 km e il 26,8% in un bar o pub. Se si considera il numero di coloro che af-
frontano lo spostamento 2 o più volte la percentuale è del 22,2% per i ristoranti
e del 22,8% per i bar/pub. I locali come pizzeria, ristoranti e simili sono del re-

18. La durata dello spostamento nel primo caso e la frequenza di spostamenti lunghi nel secondo.
19. Ad esempio, mentre circa il 40% degli intervistati si reca più di 3 volte al mese in una loca-
lità più lontana di 15 km per motivi non legati allo studio o al lavoro, la percentuale, se si consi-
dera l’insieme formato da chi abita in appartamenti interni ad un complesso in cui sono presenti
locali adibiti ad attività produttive e da chi abita in condominio, è di circa il 43%.

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sto considerati come luoghi privilegiati per incontrare gli amici dal 68,1% degli
intervistati (percentuale inferiore solo alle abitazioni private). Il 50,5% degli
intervistati si reca almeno una volta al mese in un’abitazione di parenti o amici
distante più di 15 km e il 41,7% due o più volte. Quest’ultima percentuale au-
menta in maniera leggerissima per chi risponde che pochi o quasi nessuno degli
amici vive nel proprio comune20.
Il dato sembra confermare il ruolo importante che l’articolazione delle cerchie
di relazioni familiari e intime gioca come determinante delle trame della mobilità
“ripetitiva” nel diffuso urbano; tale ruolo è del resto confermato da altre analisi
condotte in territori metropolitani del centro-nord (Castrignano, 2004).
Un’attenzione specifica merita anche il dato relativo alle grandi strutture
commerciali. Queste ultime sono assunte nella letteratura sulle pratiche socio-
territoriali del diffuso come elementi che influiscono profondamente sulle for-
me della mobilità; innescano, in particolare, sia spostamenti dal centro verso
l’esterno (diretti cioè dai luoghi tradizionalmente centrali verso aree inquadra-
bili come peri-urbane), sia spostamenti esterno-esterno e flussi che lambiscono
i confini degli insediamenti compatti, senza però attraversarli, a causa della fre-
quente localizzazione delle strutture nelle cinture delle città.
I grandi centri commerciali non si localizzano esclusivamente nei pressi dei ca-
selli autostradali, ma sempre più spesso sono il fulcro di «strade mercato» che affa-
stellano showroom, outlet e ipermercati e tagliano ampie aree libere di campagna,
tracciando in maniera profondissima il paesaggio regionale (Romano, 2004).
In linea generale, come segnalato da studi specifici come quelli di Bottino
(2005), i grandi agglomerati polifunzionali del consumo sono legati su piani
molteplici e in modo molto stretto alle trasformazioni dell’urbanizzazione dif-
fusa del Centro-nord21. Se i mall hanno costituito una chiave decisiva per
l’emergere di una mobilità intensa e soggettivamente caratterizzata (e per
l’emergenza di luoghi di socialità all’esterno dei confini della città compatta,
vedi oltre), il loro continuo – e anzi accelerato – sviluppo è riguardato critica-
mente da molteplici prospettive.
Un primo piano di problema concerne la tendenza (certamente non nuova, ma
sempre più intensa) alla riproduzione di isole virtuali nel territorio del diffuso:
«con l’estetizzazione degli ipercentri e delle strade mercato abbiamo quindi la
formazione di paesaggi culturali e simbolici che si differenziano profondamente
da quelli tradizionali rurali e da quelli moderni urbani per i quali la dimensione
comunicativa aveva un ruolo decisamente meno rilevante» (Torres, 2004, p.
258). La “virtualizzazione” degli iperspazi del consumo si abbina peraltro, sem-

20. Tra coloro che si recano più di 2 volte al mese in un’abitazione di parenti o amici distante più
di 15 km, l’83% sceglie la casa come luogo per incontrare gli amici (a fronte del 79% del totale).
21. In alcuni luoghi della letteratura sul territorio veneto – si veda, ad esempio, Romano (2004)
– i centri commerciali sono assunti come driver fondamentali della trasformazione delle morfo-
logie territoriali regionali, come strutture capaci di spezzare la natura “radiale” e di breve raggio
della mobilità e di promuovere un’ibridazione complessiva del flussi dei consumatori.