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Introduzione Generale R. Pucci

Della presenza umana nell’Agro nelle età più remote vi sono solo scarsissime tracce, per difetto di ricerche mirate e anche per l’innalzamento del livello del suolo dovuto alle alluvioni e alle eruzioni vulcaniche. Testimonianze del Paleolitico e del Neolitico provengono però dalla Penisola Sorrentina e da zone montuose circostanti la pianura. I ritrovamenti diventano più significativi nel II millennio a.C., con la scoperta, a Striano e a Foce di Sarno, di villaggi e tombe che rientrano nella cultura, o facies, di Palma Campania. Con quest’epoca siamo nell’Età del Bronzo, a cui risalgono anche alcuni pugnali trovati nell’800 a Nocera. Un popolamento più fitto si ha alla fine del millennio, con la venuta in Italia di tribù indoeuropee, raggruppate in varie popolazioni, di cui le più importanti sono gli Italici. Quelli che occupano la pianura Campana meridionale sono i Sarrasti, che parlano una lingua affine all’osco e al latino, di cui ci restano scarse testimonianze. Ad essa risale il nome del fiume Sarno (1). I Sarrasti fondano grandi villaggi contadini, uno dei quali, costruito su palafitte, è stato di recente trovato a Poggiomarino e fu abitato tra la media età del Bronzo e la fine del VII sec. a.C.; estese necropoli, con tombe circolari allineate lungo viali, sono state scoperte a S. Marzano e S. Valentino. Esse rientrano nella cultura delle tombe a fossa (fossakultur), diffusa in tutta la pianura campana e presentano corredi di vasi e oggetti bronzei di vario tipo. Quelle del periodo più antico (fino alla metà del IX sec. a.C.) rivelano una società piuttosto povera ed egalitaria. Nella fase successiva si distinguono tombe ricche, con oggetti anche di provenienza straniera, tombe povere o poverissime, segno di un’avvenuta differenziazione sociale. Tale evoluzione è frutto dei rapporti che si instaurano con due nuovi popoli che intorno alla metà dell’VIII secolo si insediano in Campania, i Greci e gli Etruschi, i primi a Cuma sulla costa napoletana, i secondi nella pianura interna, ove fondano Capua e altre città. Nella Valle del Sarno, mentre si diffondono influssi culturali greci, mercanti e coloni etruschi, unendosi all’aristocrazia dei villaggi Sarrasti, fondano le prime città, Nuceria e

Pompeios. In esse si concentrano gli abitanti del territorio, abbandonando i vecchi villaggi verso il 600 a.C.

Approfondimenti alla parte introduttiva 1. Il fiume Sarno: Il nome del fiume ha la stessa radice di quello del popolo dei Sarrasti, che primo colonizzò l'Agro. Il legame tra la ricchezza del territorio e il fiume fu sempre evidente per gli abitanti, che in antico lo adorarono come dio: il nume del Sarno, raffigurato anche sulle monete, era il supremo patrono della Lega Nucerina. Il corso antico del fiume era però in parte diverso dall'attuale. Il nostro torrente Solofrana, oggi a secco gran parte dell'anno e rovinoso nei periodi di piogge, ne costituiva l'alto corso, essendo ancora ricco d'acque perenni: gli autori antichi parlano perciò del fiume Sarno come assai vicino alle mura di Nuceria. Disboscamenti e mutamenti climatici hanno poi mutato radicalmente il regime delle acque. Il fiume attuale ha un corso di appena 18 km, ma è molto ricco d'acqua, che alimenta tutta una rete di canali: ricordiamo quello di Fosso Imperatore nel territorio di Nocera, il canale Bottaro, a Scafati e Pompei, quello Marna e quello di Angri. Le sorgenti che alimentano il Sarno sono oggi il Rio Foce, il Rio Palazzo e il Rio S. Marina, tutte in territorio di Sarno. Si è invece esaurita negli anni '70 la sorgente di S. Mauro, in territorio di Nocera Inferiore, a seguito di interventi sprovveduti. Le acque della Solofrana (col suo affluente Calvagnola) e della Cavaiola furono, nei primi anni dell'800, regolate dai Borboni e fatte confluire nell'Alveo Comune Nocerino, che si versa nel Sarno nei pressi di S. Marzano. Un tempo ricco di vita, il fiume è oggi profondamente inquinato, ma sono in corso di attuazione progetti di risanamento, per restituirgli la limpida bellezza già cantata da molti poeti. I poeti che lo hanno cantato: Tra i poeti antichi Virgilio (Eneide, VII, 732-38) ricorda il re Ebalo, che da Capri estendeva il suo dominio sopra "le genti Sarraste e i campi che il Sarno irriga"; Stazio loda la bellezza del Sarno presso Pompei e la "dolce palude pompeiana"; Lucano (Fars., II, 423) chiama il fiume "generatore di notturne brezze". Gli umanisti napoletani, nel XV secolo, non mancarono di ricordarlo, come Pontano e Partenio. Jacopo Sannazzaro nell'egloga Salices, inventa un delicato mito per spiegare i salici che accompagnano il lento fluire del fiume nelle terre dell'Agro: pinguia culta vadosus/ irrigat et

placido cursu petit aequora Sarnus (18-19); e l'efficace l'immagine del dio del fiume accorso, inutilmente però, alle invocazioni delle Ninfe: properat vitreae rex caerulus undae/Sarnus, inexhaustumque vadis ciet agmen aquarum/ rauca sonans (90-92). Azio Sincero Sannazaro Napoletano ne “I Salici”: A Traiano Cabanillo, Signore di Troia Montella. “Se ti ritrovi libero, e ancora attizza i dolci fuochi la Dea che vien trasportata da una conchiglia sulle distese cerulee e protegge Pafo Turrita e la ricca Amatunte, accogli questo mio carme

frettolosamente composto presso l'onde di un fiume, o Cabanillo, a me ben noto per la sua chiara fama, ma illustre ben di più attraverso le sue molteplici esperienze del mondo.

E infatti, cosi m'avvinsero a te le dotte sorelle, e così raddolcirono il mio cuore con lieti pensieri che a

stento, senza di te, potrei trascorrere alcun tempo d'una vita migliore, e a stento placidi sonni attraverso la notte. Perciò, suvvia, Traiano, perdona me che, prevenendo i tuoi inviti, canto tali cose, e che già però nell'animo medito cose più grandi, e non sdegnare le mie esili Camene. Una volta, se è vera la fama, i Satiri dal piede caprino e, qua e là, i Pani, agresti dei, coi Fauni e i Silvani erranti per i monti, mentre il sole nelle campagne non faceva trovar requie alle roche cicale, se ne stavano, fuggendo la calura, in mezzo alle verdi ginestre, là dove il Sarno dalle basse acque irriga pingui campi e si dirige al mare con placida corrente. Grata è (colà) la quiete delle selve ai rivi scorrenti da ogni parte e alle brezze che sussurrano tra i folti ontani.

E mentre essi adattano le canne leggere, mentre con le dita premute provano gli zufoli e ne otturano i fori

con cera schietta, modulando canzoni con diversi accordi, da un verde elce stanno a contemplarli le Ninfe

dai capelli d'oro, schiudendo le dolci bocche in risatine argentine, ma han timore di avvicinarsi. Infatti, spesso hanno udito, o Peneia (Dafne), dei tuoi travagli e per quali fati una volta, ahimè!, l'infelice vergine Nonacria (Siringa), la vergine infelice (e chi mai ella non commuoverebbe?) fuggendo per timore dalle cime

di Cillene Pan, Pan, il dio d'Arcadia, abbia mutato, sebbene bellissima, sebbene primeggiante tra le sacre

schiere di Diana, il tenero petto in una canna nodosa. Ma appena la gioventù sfacciata e sfrenata dei boschi, i mezzo bestia, le vide errare per i prati erbosi, sentì nascere una occulta fiamma dalle più intime fibre e così, con dolci parole, cercava da lontano di allettare le timorose: "Per di qui, per di qui, o tenere fanciulle, o dolcissima schiera! perché restate lontano? avvicinatevi piuttosto alla riva e nel verde prato intrecciate, come siete usate, dolci carole: giacché noi stiamo soffiando le inerti canne e invano lanciamo le nostre canzoni alle selve che restano sorde!"

Ma esse non rispondono niente, anzi apprestano ad una rapida fuga le gambe nude e tendono con la

mente verso sicuri recessi, se per avventura un dio o i propri fati concedano che tra le rocce s'apra un

sentiero, e possano fuggire (per gli) alti gioghi.

Allora i giovani gridano: "Lungi, lungi, o fanciulle, sia questo timore: allontanate dall'animo questi

sciocchi affanni: qui non vi sono insidie, non v'è, negli aperti spazi, alcun nascondiglio: tutto è ben

manifesto, questi luoghi non celano alcuna insidia. E anche noi non (siamo stati) generati dai mostri di

Lerna, non dal fuoco della Chimera, o dai lupi di Scilla o dalla latrante Cariddi, sicché laceriamo con

morso bestiale le vostre viscere: ma (siamo) stirpe di Dei, e tali che sempre assieme a voi in cacce frequenti

andiam soltanto sulle alte rupi."

Gli animi placati da queste parole e i cuori rassicurati scacciano il triste timore: con rapido passo pei

roridi prati s'avvicinano infine sulla riva ai bramosi dei. Poi, strette insieme le mani, intrecciano sull'erba

agili danze: liete ripetono tra loro altre e altre piroette: ora librano i corpi in salti, ora agitano il morbido

fianco, ora le braccia, e percuotono con alterno piede il suolo.

A questo punto i crudi Satiri, ora esultano nell'udire le voci delle cantatrici, ora nel vedere i nivei seni, e

s'abbeverano con occhi assetati alla fiamma (della passione); e tuttavia così grande cresce nei petti la forza

del feroce morbo, e l'amore irruento, e la malsana libidine, che a poco a poco, gettati i flauti e rotto d'un

tratto il patto, alzandosi da terra balzano su, tutti, più veloci del vento: sprezzando il rispetto degli Dei e

la lealtà, piombano sulle Ninfe impaurite, gelate da un terrore improvviso, avidi, come lupi feroci che

scompigliano le liete agnelle nel mezzo dei loro giochi e le afferrano fuor di sé qua e là e le trascinano,

mentre corrono in un verde prato o sotto un'alta valle, e intanto se ne stan lontano il pastore ignaro e la

forza amica dei cani. Cosi fanno essi: ma le misere Ninfe, col petto discinto, riempiono di mesti clamori la

selva frondosa, e fuggono qua e là. Non sembran loro sicure le rocce, né i luoghi ispidi di alti rovi: attonite

guardano tutt'intorno di qui le giogaie impraticabili d'un monte scosceso, di lì gli stagni nelle distese dei

campi: non v'è alcuna via di scampo, e ormai è tolta ogni speranza di fuga: allora, infine, si fermano

palpitanti presso le onde e con lacrime, gemiti e fievoli lamenti si strappano dal capo i biondi capelli e

invocano il Sarno, invocano le loro sorelle acquatiche. E mentre esse chiamano, già dal profondo dell'alveo

accorrono tutti i cori delle Naiadi, accorre il Sarno, signore ceruleo dell'onda cristallina, e sommuove dalle

secche una schiera inesauribile di acque sonante rocamente.

Ma che potrebbero il Sarno e quelle schiere fluitanti di Ninfe, quando s'oppongono fati inesorabili e leggi

che s'irrigidiscono come il duro diamante? Cosi, abbandonate dalla sollecitudine e dall'aiuto degli Dei,

avendo in odio del pari il cielo e la luce, le Ninfe scelgono quel solo scampo che pur resta nelle avversità:

decise ormai a immergersi nel fiume, inclinavano i corpi e cercavano le acque coi volti reclini: quando d'un tratto s'irrigidiscono loro i piedi e una radice prolungandosi dalla base delle unghie trattiene le fuggitive, ne fa aderire al suolo le piante. Ecco che la stessa anima tremebonda muore nelle vene, e il pallore copre i volti immeritevoli: una corteccia ricopre i petti palpitanti. Né v'è indugio: potresti vedere i rami spuntare al posto delle dita, e le chiome dorate impallidire in un fogliame azzurrino: e già in nessun luogo v'è più calore vitale: le stesse viscere, gelate, a poco a poco lasciano il posto al legno che sopravviene. Sebbene però indurate in tutti gli arti del corpo, e assiepate il fianco dai tronchi e da ogni parte dai virgulti, e divenute salici fin nel profondo, resta tuttavia loro quest'unico sentimento: sfuggire agli Dei abitatori delle selve; e, legate all'orlo della ripa, si incurvano in mezzo al letto del fiume.”

Geologia dell’Agro Nocerino V. Sabbia

Sguardo geografico

L’Agro è una parte di quella regione che insieme alle sue meravigliose coste, duemila anni

fa

veniva definita “CAMPANIA FELIX”, grazie alla posizione, al clima, all’abbondanza

di

acque superficiali e profonde, alla fertilità del suolo e ad un ambiente di antichissime

tradizioni culturali. L’idrografia principale del territorio è rappresentata dal fiume Sarno e dai suoi affluenti Cavaiola e Solofrana. Le quote sul livello del mare variano da un minimo di 10 ad oltre 1.100 metri. La superficie complessiva è prevalentemente pianeggiante, rappresentata in buona parte dalla Piana del Sarno e in misura minore dalla parte terminale sud-occidentale della Piana della Solofrana. La parte montuosa costituisce solo una piccola porzione del territorio (1).

Un po’ di geologia regionale: La “giovane” età della Campania

Le attuali caratteristiche fisiche dell’intero territorio campano sono il risultato delle

numerose vicende geologiche che si sono succedute nel tempo. Quelle più “recenti” sono costituite dal sollevamento e dalla lenta traslazione della catena appenninica, iniziata 38 milioni di anni fa e che dura ancora oggi, anche se in modo irregolare e con alterni periodi di innalzamento e di abbassamento. Il dinamismo del territorio è testimoniato dall’intensa attività sismica che interessa la quasi totalità della catena appenninica.

Le vicende di questo movimento hanno portato alla formazione di una estesa depressione

nota come “GRABEN CAMPANO” (2). I prodotti di riempimento del graben sono di natura marina, alluvionale e vulcanica. I primi costituiscono i termini di deposizione delle

varie ingressioni marine, i secondi, composti prevalentemente da sabbie e ghiaie, sono materiali di disfacimento delle catene montuose trasportati dalle acque dilavanti e dai corsi d’acqua e gli ultimi, infine, sono termini piroclastici, particelle cioè lanciate nell’atmosfera durante le eruzioni dei complessi vulcanici campani.

I rilievi della fascia marginale sono caratterizzati in prevalenza da ripidi versanti di faglia che si immergono verso la Piana per diverse centinaia di metri, mentre la struttura sepolta della depressione è caratterizzata da un andamento a gradinata di faglie che hanno abbassato i blocchi calcarei verso il centro di essa e verso il mar Tirreno.

Geologia dell’Agro Nocerino - Sarnese

L’Agro Nocerino-Sarnese costituisce l’estremo lembo meridionale della Piana Campana. I rilievi carbonatici che lo delimitano a Nord, monti di Sarno, a Sud, monti Lattari, e ad Est monti di Salerno, sono costituiti da un insieme di blocchi con la stessa immersione (3), variamente dislocati e ruotati, prevalentemente immergenti verso Nord-Est. Queste strutture sono definite da un fitto reticolo di fratture. (4) Il substrato profondo dell’Agro non si discosta da quello dell’intera Piana. Anche qui, infatti, è presente un reticolo di faglie che genera uno sprofondamento crescente dai bordi verso il centro della pianura dove si raggiungono profondità di circa 2.000 metri. (5) Lo sprofondamento tettonico si allunga verso Ovest al di sotto del complesso vulcanico del Somma-Vesuvio e viene delimitato verso il mare da un alto monoclinalico che si evidenzia in superficie con la presenza dell’isolotto di Rovigliano non molto distante dalla foce del Sarno. Questa struttura positiva, unitamente ad un probabile complesso vulcanico ubicato al di sotto dell’odierno Somma-Vesuvio, ha verosimilmente ostacolato nel passato, la dispersione verso il mare degli apporti alluvionali e vulcanici che andavano colmando questo tratto della Piana Campana. Le trivellazioni eseguite in prossimità dei rilievi montuosi, confrontate con altre poco più distanti o nelle aree di piana, confermano l’andamento a “gradinata” del substrato roccioso. Anche a distanze limitate dalle pendici montuose, infatti, si riscontrano un rapido sprofondamento e un considerevole aumento della profondità di rinvenimento della formazione rocciosa basale. Aumento che si esalta verso le aree di piana dove si localizza a diverse centinaia di metri di profondità. I rilievi marginali del settore di Gragnano-Castellammare di Stabia e Sarno hanno assunto una sostanziale stabilità tettonica nel corso delle ultime migliaia di anni, confermata sia dall’esame delle stratigrafie fatte durante i sondaggi, sia da dati archeologici e letterari.

Caratterizzazione stratigrafica e strutturale dell’Agro Nocerino

L’Agro Sarnese-Nocerino può essere caratterizzato, complessivamente, dalla presenza di due tipi di termini litologici: il primo, più antico, costituito esclusivamente da rocce carbonatiche e il secondo, più recente, formato da un insieme di terreni di natura (vulcanica e alluvionale) e caratteristiche diverse.

Rocce carbonatiche

Sono rocce di origine marina dell’era Mesozoica, periodo compreso tra i 245 e i 65

milioni di anni fa. Attualmente costituiscono i rilievi montuosi che bordano l’Agro da Sud

a Nord-Ovest ed il substrato profondo della piana e formano una successione

stratigrafica calcareo-dolomitica con spessore di oltre 3.000 metri. Nella parte alta della successione, che va da 130 a 65 milioni di anni fa (6), prevalgono i

termini calcarei, carbonato di calcio. La parte più bassa, formatasi tra i 245 e i 213 milioni

di anni fa (7), è costituita, invece, prevalentemente da rocce dolomitiche, carbonato di

calcio e magnesio. Queste ultime sono tipiche dei rilievi montuosi presenti ad Est (monti

di Salerno) mentre i termini calcarei sono ampiamente rappresentati nei rilievi Sud-

Occidentali dell’Agro (S. Egidio, Corbara). L’ossatura della collinetta di S. Pantaleone a Nocera Inferiore e l'intero sistema collinare che dal Castello del Parco-monte Torricchio si sviluppa fino ai monti di Sarno, sono anch’essi di natura prevalentemente calcarea. Tutti i rilievi presenti sul territorio sono stati interessati nel passato da intense vicende

tettoniche che hanno portato, insieme ai continui processi erosivi e di denudazione, all’attuale assetto morfologico. Le testimonianze di queste antiche vicende sono rappresentate dalle numerose faglie, alcune ben visibili, altre meno appariscenti o sepolte, che caratterizzano i rilievi montuosi.

Le faglie hanno determinato la formazione della depressione valliva dell’Agro, mentre nei

rilievi hanno comportato il contatto tra rocce di epoche diverse. Sul territorio sono facilmente individuabili, per la presenza di versanti montuosi quasi verticali, le faglie di Chiunzi, di monte Caruso e quelle dei monti di Sarno.

Meno appariscenti sono quelle che interessano l’intero sistema collinare che dal “Castello del Parco” si estende fino ai monti di Sarno, e quella che interessa il rilievo di S. Pantaleone ed il suo probabile proseguimento sepolto che si sviluppa ai piedi dei Lattari, parallelamente alla SS.18, fino a Cava e oltre.

Materiali piroclastici ed alluvionali

I rilievi montuosi sono costituiti da rocce calcareo-dolomitiche più o meno ricoperti da

termini piroclastici (8) o detritici-piroclastici (9). I terreni che formano invece le aree di piana sono composti, prevalentemente, da materiali piroclastici(App. 10). La deposizione

è di tipo subaereo, marino o palustre conseguente all’attività dei vulcani campani, principalmente Somma-Vesuvio e subordinatamente all’apparato vulcanico dei Campi

Flegrei. Intercalati o frammisti a tali materiali si rinvengono spesso, a profondità variabili, termini alluvionali formati da sabbie e ghiaie.

Il substrato della Piana dell’Agro può essere suddiviso, anche se con una certa

approssimazione, in tre intervalli di terreni più significativi:

a) superficiale;

b) mediano;

c) profondo.

a) L’intervallo superficiale è di uno spessore variabile da zona a zona, orientativamente

compreso tra 10 e 20 metri. Esso è formato da un insieme di terreni piroclastici come pomici, lapilli, scorie, ceneri vulcaniche, “rimaneggiati” e non, e a luoghi associati a clasti

di natura calcarea e inglobanti spesso, sostanze organiche specie nella parte più

superficiale e nei livelli di paleosuolo.

Tra i termini piroclastici più superficiali sono compresi anche quelli della famosa eruzione

del vulcano Somma-Vesuvio del 79 d. C. (11)

A profondità maggiori non mancano ulteriori strati pomicei, generalmente di piccole

dimensioni (10-20 cm.); questi straterelli, che si presentano quasi sempre privi di matrice

fine, sono intercalati ad altri materiali piroclastici in abbondante matrice cineritica, variamente colorati, prevalgono quelli marroni o grigiastri.

La presenza nei vari strati piroclastici di inclusioni di rocce di natura calcareo-dolomitica,

prodotte dal disfacimento dei rilievi montuosi, aumenta in modo considerevole, fino a

formare consistenti strati o banchi di sabbie e ghiaie (12), specialmente in corrispondenza

di vecchi alvei fluviali o in aree non molto distanti dai rilievi montuosi.

Verso il confine settentrionale del territorio comunale di Nocera Inferiore e a sud di Sarno, sono presenti accumuli torbosi che testimoniano un ambiente di deposito tipicamente palustre, con terreni ricchi di residui vegetali e sostanze organiche in decomposizione.

In

alcune località di Sarno e di Scafati si possono rinvenire strati di travertino, una roccia

di

deposito chimico, spesso con impronte di vegetali, anch’essa tipica di ambiente

palustre.

b) L’intervallo mediano costituisce l’insieme di materiali, sempre di natura piroclastica, generatisi tra 34.000 e 28.000 anni fa, conosciuti con il nome di formazione del “Tufo grigio Campano” o anche come “Ignimbrite Campana” (13).

Il “Tufo grigio campano” è un vasto deposito uniformemente distribuito nella piana del

torrente Solofrana e nel sottosuolo di tutto l’Agro Nocerino-Sarnese (14), dove si rinviene ad una profondità variabile dai 15-20 metri fino alla superficie (15). Nelle aree di diretto affioramento pedemontano o di limitata profondità, la formazione tufacea si presenta generalmente ben cementata e sotto forma litoide. Questa caratteristica ne ha consentito, nel passato, la sua utilizzazione specie nell’edilizia; pertanto, in molte aree risulta parzialmente o totalmente asportato. Le modalità di prelievo, direttamente a cielo aperto nelle tufare e talvolta in galleria, portarono alla creazione di profondi scavi e cunicoli sotterranei. I successivi riempimenti sono oggi testimoniati dalla presenza in alcune aree, di cavità sotterranee o consistenti accumuli di materiali di riporto: Pietraccetta di Nocera Inferiore, Codola di Castel S.Giorgio, Iroma e Materdomini di Nocera Superiore.

Alcuni sondaggi meccanici profondi fino a 80 metri per la realizzazione della linea ferroviaria “ a Monte del Vesuvio”, hanno consentito di accertare, nel substrato interessato dal viadotto ad Ovest di M. Torricchio di Nocera Inferiore, la presenza di materiali tufacei di tipo terroso o litoide da circa 9-10 metri di profondità fino a 40-45 metri dal piano campagna.

Nel territorio dell’Agro, la formazione del tufo grigio è caratterizzata dalla presenza di un minerale, scoperto nel 1881 dal mineralogista A. Sacchi, denominato proprio “Nocerite” dal territorio di rinvenimento, che è un fluoroborato di magnesio e si presenta sottoforma

di piccoli cristalli prismatici o aciculari, di colore biancastro o bruniccio, oppure incolori e

trasparenti. In realtà, oltre che nella zona di Nocera, in località cava di Fiano, il minerale è stato individuato anche a Soccavo e Pianura nei Campi Flegrei.

c) La fascia profonda presenta, tra 40 e 80 metri di profondità, un consistente deposito

di sabbia marina in cui è stato accertata la presenza di una spessa lente di tufo che indica

ovviamente un episodio di attività vulcanica antecedente a quella che portò alla formazione del sovrastante “tufo grigio campano”. La stessa tipologia tufacea intercalata nel deposito sabbioso ed evidenziata dai sondaggi meccanici, è stata rinvenuta in altre località dell’Agro e nel substrato della piana della Solofrana (16). La natura “marina” del deposito sabbioso presente tra Sarno e Nocera è facilmente riconoscibile per la presenza di numerosi resti fossili di organismi quali gasteropodi, lamellibranchi e anche coralli (17). La realizzazione di pozzi profondi ubicati ad Est (Nocera Superiore) e nella piana della Solofrana a Roccapiemonte e oltre, fino a Mercato S. Severino, ha consentito di accertare che nell’intervallo profondo compreso tra l’Ignimbrite Campana e il substrato calcareo, sono presenti termini detritici e un consistente banco (diverse decine di metri) di argilla grigia. A Nocera Superiore, in loc. Portaromana-Grotti, depositi argillosi si rinvengono da circa 70 metri fino a 160, dove si localizza il substrato calcareo mentre, in località San Clemente, al di sotto della formazione tufacea, termini argillosi sono intercalati, fino a 120 metri di profondità, da frequenti depositi alluvionali di ghiaie e sabbie.

Idrologia

Sotto il profilo idrogeologico il territorio dell’Agro è suddivisibile in un sistema acquifero legato ai rilievi montuosi ed un secondo che interessa le aree di piana. Il primo costituisce

il “serbatoio idrico” che va ad alimentare le falde acquifere presenti nel sottosuolo del secondo.

Acquiferi dei rilievi montuosi

I rilevi che alimentano la Piana dell’Agro sono i monti di Sarno a Nord , i monti di

Salerno (18) ad Est e i monti Lattari (19) a Sud. Sono inoltre interessati all’alimentazione della Piana i rilievi dell’alta valle della Solofrana che da quest’ultima trasmettono le loro acque di falda, con tutte le eventuali problematiche di possibili inquinamenti, ai rilievi che dal monte Torricchio vanno a collegarsi ai monti di Sarno. L’idrostruttura di monte S. Angelo è, in assoluto, quella a maggiore potenzialità fra tutte le strutture dei monti Lattari. Le acque di captazione della Piana, per uso potabile, utilizzano circa il 60% delle disponibilità idriche sotterranee; è stato calcolato, infatti, un

apporto, verso le falde dell’Agro, di circa 31,510 mc/a. Negli ultimi anni il prelievo di acque dal sottosuolo, con la realizzazione di pozzi che vengono spinti, tra l’altro, a profondità sempre maggiori, è aumentato in modo considerevole, in special modo per uso industriale ed agricolo. Tenendo, quindi, conto del quantitativo di acqua che alimenta le falde dell’Agro sopra indicato, se questo, nel corso di un anno, viene superato dai volumi idrici captati, si avrà un’accelerazione dei travasi dell’idrostruttura con un conseguente depauperamento delle risorse idriche presenti.

Acquiferi della Piana

La costituzione litologica del sottosuolo dell’Agro, almeno per un centinaio di metri, è piroclastica e detritica-alluvionale. L’alternanza di strati a permeabilità variabile in rapporto alla granulometria o al grado di cementazione dei materiali presenti, determina accumuli di acque a diverse profondità.

Ne consegue che il substrato è caratterizzato da più falde acquifere sovrapposte, quasi sempre comunicanti tra loro. La profondità di rinvenimento è variabile da zona a zona (20). In generale tende ad approfondirsi da ovest, Scafati, verso est, Nocera Superiore, e da nord, Sarno, a Sud, fascia pedemontana dei Lattari. La profondità del livello di falda si è abbassata notevolmente, soprattutto negli ultimi 30- 40 anni, a causa di un prelievo sempre maggiore di acqua per uso agricolo e industriale, per la realizzazione della galleria S. Lucia e probabilmente per variazioni climatiche (21). Indagini eseguite in tal senso hanno consentito di accertare nella zona della sorgente S. Mauro di Nocera, un abbassamento del livello di falda superiore ai 5 metri. L’impiego, poi, in agricoltura di quantitativi sempre più cospicui di concimi, pesticidi, diserbanti ecc., unitamente alla dispersione nel sottosuolo di acque reflue domestiche e di allevamenti zootecnici, ha reso ormai la falda acquifera più superficiale inquinata e non più utilizzabile come acqua potabile (22). È da sottolineare il grado di inquinamento

raggiunto dalle falde alimentate dai monti di Salerno, nella fascia orientale del territorio di Nocera Superiore, dove alcuni pozzi esistenti ai piedi del monte Citola, evidenziano spesso parametri inquinanti, specie da nitrati, superiori a quelli consentiti per la potabilità,

a profondità anche maggiori di 100 metri (23).

A questo punto è lecito chiedersi qual è la situazione anche lungo la fascia pedemontana dei monti Lattari, dove, specialmente dopo il sisma del 1980, si è riscontrato un ragguardevole aumento di insediamenti abitativi con conseguente realizzazione di pozzi neri disperdenti e di pozzi di captazione per uso agricolo o per esigenze degli insediamenti stessi. Provenendo, quindi, l’alimentazione delle falde della piana dai monti

Lattari è facile intuire a che cosa condurrebbe, o ha già condotto, l’immissione di sostanze

o liquidi inquinanti in questa fascia del territorio.

Idrografia

La piana dell’Agro è caratterizzata da una rete idrica superficiale costituita dal fiume Sarno, dai suoi affluenti Solofrana e Cavaiola e da una serie di canali, specie nel settore settentrionale del territorio, sia di drenaggio sia di bonifica ed irrigazione. Il Sarno, che (24), lungo appena 24 Km., ha origine nel territorio dell’omonima città, alle falde del “Pizzo d’Alvano”, è alimentato da 5 gruppi sorgentizi: sorgenti della Foce, di Piazza Mercato, della Cerola o della Villa, di S. Marino e di S. Mauro (25), quest’ ultima è da ritenersi ormai prosciugata per l’abbassamento del livello di falda. Buona parte delle acque di alcune sorgenti sono oggi captate dall’acquedotto campano. La portata del Sarno, pari complessivamente a circa 5 mc/sec. all’origine, si incrementa lungo il suo corso, nonostante l’abbondante utilizzo delle sue acque, grazie agli apporti provenienti dalle falde sotterranee. Scarso è, invece, l’apporto idrico naturale fornito dai due torrenti Solofrana e Cavaiola (26), che costituiscono, comunque, il recapito delle numerose aste torrentizie e canali che dai rilievi montuosi confluiscono nei loro letti. Le pur non trascurabili dimensioni dei due bacini imbriferi determinano inoltre, nei periodi piovosi, un consistente accumulo di acque che puntualmente, nei territori delle due Nocera, provoca piene ed inondazioni. La realtà dell’inquinamento del bacino del Sarno (27) emerge in tutta la sua gravità nel 1990, quando la Giunta Regionale della Campania delibera di chiedere al Ministero dell’Ambiente di dichiarare il territorio interessato (28) “area ad alto rischio ambientale”. Le vecchie e bellissime immagini di un fiume con acque limpide e pescose, con barchette tipiche del posto (“londri”), con nuclei familiari che nel periodo estivo si rinfrescavano nelle sue acque, con mulini efficienti e funzionali lungo l’intero corso dalla ridente cittadina di Sarno fino a Castellammare, sono purtroppo solo ricordi del passato. Oggi le immagini ricorrenti sono sempre e solo quelle di materiali di varia natura trasportati da acque melmose, sporche e purtroppo ricche di sostanze tossiche. Realtà usuali dopo la confluenza nel Sarno dei due principali affluenti Solofrana e Cavaiola che raccolgono, lungo il loro percorso, acque reflue domestiche ed industriali.

Agro e calamita naturali

Frane

I rilievi montuosi che bordano l’Agro a Nord, a Est e a Sud, nonché il sistema collinare che separa la piana del Sarno da quella della Solofrana, sono caratterizzati da versanti la cui genesi è prevalentemente di natura tettonica. L’attuale assetto morfologico è la conseguenza dei processi erosionali che si sono succeduti nel tempo, degli accumuli dei materiali provenienti dalle attività dei vulcani campani e degli interventi dell’uomo. Sono versanti costituiti da un basamento roccioso calcareo-dolomitico ricoperto da una coltre di termini sciolti piroclastici e detritici. Lo spessore dei materiali di copertura varia da pochi decimetri a qualche metro, in rapporto all’acclività dei pendii e alla presenza di antiche incisioni o avvallamenti, che sono sede di accumulo maggiore di piroclastiti e di termini di dilavamento ed erosione. La formazione rocciosa, caratterizzata localmente da un intenso grado di fratturazione, può essere interessata, principalmente in presenza di pareti quasi verticali, da limitate forme di instabilità quali “frane per crollo”. Questi fenomeni risultano nell’Agro localizzabili quasi sempre lungo i versanti montuosi “tagliati” da strade, come nei casi di S. Maria di M. Albino, di Corbara e di Chiunzi. Sicuramente più importanti e di maggiore frequenza sono i movimenti franosi che vanno ad interessare la copertura sciolta piroclastica-detritica. I fattori che predispongono a tali movimenti sono molteplici e principalmente:

- configurazione topografica (29);

- caratteristiche geologiche e strutturali del substrato roccioso (30);

- caratteristiche fisiche e meccaniche dei termini piroclastici-detritici (31);

- copertura vegetale (32);

A questi fattori predisponenti si associano cause determinanti quali:

- eventi naturali (33);

- interventi dell’uomo (34).

I fenomeni franosi a maggiore catastroficità che hanno colpito l’Agro nel passato e in tempi alquanto recenti, sono in definitiva quelli che interessano i termini di copertura

piroclastica, che, resi fluidi dall’acqua e con tendenza ad aumenti di volume durante il percorso, possono raggiungere anche velocità di 60-80 km/h, con intensità di forze devastatrici tali da travolgere e distruggere ogni ostacolo: abitazioni, strade, vegetazione esistente, ecc. (35)

Inondazioni

La presenza, nel sottosuolo delle aree pianeggianti, di depositi sabbio-ghiaiosi è spesso rivelazione di antichi alvei fluviali e torrentizi, ed è testimonianza, inoltre, di episodi alluvionali. Spesso, questi depositi, in particolar modo nelle aree pedemontane, costituiscono i materiali di accumulo di vecchie frane. L’entità e la periodicità di simili eventi sono individuabili dallo spessore degli strati alluvionali e dalla loro frequenza a diverse profondità. Depositi di tale natura sono frequenti nella fascia pedemontana dei Lattari e sovente nelle aree pianeggianti di Nocera Superiore, sede dell’antica Nuceria, dove, i depositi alluvionali più superficiali, presenti tra le frazioni di Pareti-Pucciani, potrebbero rappresentare utili elementi di valutazione per la localizzazione delle mura di cinta meridionali ed orientali della città antica. Esse, infatti, rappresentavano, in quel periodo, una efficace barriera protettiva verso le acque dilavanti e i materiali di erosione provenienti da monte. Numerosi sondaggi geognostici, eseguiti in questa fascia di territorio ad una profondità compresa tra 5 e 10 metri, hanno permesso di accertare la totale assenza di termini alluvionali in alcune aree, determinando così il probabile piano di costruzione della città, viceversa, la presenza di tali materiali (36) in altre aree, ubicate poco distanti sia verso monte che ad est, hanno indicato luoghi esterni alle mura di cinta. Negli anni pur essendo state realizzate, nell’Agro, varie opere di difesa e di canalizzazione degli alvei (37), di vasche di raccolta e laminazione (38) e di deviazione di percorsi naturali (39), quasi puntualmente, ad ogni evento di particolare intensità meteorica, si verificano rotture di argini fluviali con conseguenti fenomeni di inondazioni e con danni economici rilevanti e talvolta con perdite di vite umane (40).

La non frequente manutenzione dei letti fluviali (41), le ridotte dimensioni degli alvei e la tipologia delle opere di contenimento dei canali sono le cause principali delle frequenti inondazioni. In particolare i torrenti Solofrana e il Cavaiola oltre a costituire bacini di raccolta delle acque meteoriche, sono anche il recapito di scarichi urbani ed industriali, per cui, durante le inondazioni, spargono sui suoli agrari sostanze altamente tossiche (42).

Sismicità

L’Agro Nocerino-Sarnese, compresi i rilievi montuosi che lo delimitano, non è da considerare sismogenetico. Le numerose faglie presenti nel substrato profondo della piana e quelle che caratterizzano i rilievi sono stabili e da ritenersi ormai “fossili”. Le aree sorgenti di terremoti, che investono anche l’Agro sono il Vesuvio e l’Appennino Campano-Lucano; in genere, i terremoti che si generano per cause vulcaniche non sono di forte intensità, come sovente accade per sismi di natura tettonica, che sono, di solito, riattivazione di fratture già esistenti. Considerate, invece, le distanze epicentrali dei terremoti appenninici dell’Agro, l’intensità dei sismi che hanno interessato il territorio sono stati prevalentemente di modesta entità e quasi mai hanno superato il VII-VIII grado della scala Mercalli. Non si hanno molte notizie sui terremoti del periodo precedente la nascita di Cristo e degli eventuali danni provocati. Quello di intensità maggiore, di cui si ha notizia da Seneca, avvenne il 5 febbraio del 62 d.C. ed ebbe la massima intensità nell’area di Pompei (IX grado) (43). Anche nei secoli successivi si sono verificati altri terremoti, quasi sempre di natura tettonica, con epicentri appenninici e con intensità nell’Agro non superiore all’VIII grado della scala Percalli (44). Ultimo per forte intensità, notevoli danni e numerose vittime, è stato quello del 23 novembre del 1980 (IX-X) con intensità nell’Agro valutato del VI-VII grado. L’Agro Nocerino-Sarnese pur non essendo un’area sismogenetica, in quanto gli epicentri vengono localizzati prevalentemente nell’Appennino Campano-Lucano, abbastanza lontani, subisce un grado di danneggiamento dei manufatti troppo spesso elevato, come

ampiamente comprovato dall’ultimo terremoto del 1980. Anche i due più recenti eventi sismici relativi agli anni ’90, con epicentri in Basilicata e di entità alquanto modesta, hanno provocato danni tali da far porre interrogativi, agli esperti del settore, circa la veridicità delle segnalazioni piuttosto allarmate, trasmesse immediatamente dalle autorità locali agli organi ministeriali. Approfondite indagini geognostiche, fatte eseguire principalmente per la realizzazione di Piani Regolatori Comunali, hanno consentito una caratterizzazione alquanto precisa del comportamento dinamico dei primi 20-30 metri di substrato di molti territori municipali. L’analisi dei dati ha fatto emergere che, complessivamente, lo scuotimento prodotto dal sisma produce una significativa amplificazione che, localmente influenzata da fattori morfologici e da strutture spesso inadeguate, può causare il crollo di interi fabbricati, ingenti danni e vittime (45).

Eruzioni vulcaniche

I termini litologici del substrato dell’Agro, sono prodotti di natura vulcanica (46),

costituiti da ceneri, pomici, lapilli, scorie, materiali di caduta o da tufi di flusso piroclastico derivanti dalle passate eruzioni dei vulcani campani. I prodotti di eruzione dei Campi Flegrei più ampiamente diffusi nel substrato dell’Agro sono il “tufo grigio” o “ignimbrite campana” di età compresa tra 28.000 e 34.000 anni fa e non sono da escludere depositi di età antecedenti (47). I vulcanologi citano almeno altre 7 importanti eruzioni, tra cui quella di 25.000 anni fa, detta di “Codola” e quella di 3780 anni fa conosciuta come “delle pomici di Avellino” che provocò la distruzione di un villaggio dell’età del bronzo e di violenza superiore a quella più nota del Somma-Vesuvio del 79 d.C. Dopo, i vulcanologi ne segnalano altre 15 fino a quella del 1631, ritenuta la più forte e disastrosa (48) quando il Vesuvio iniziò un’attività pressoché continua fino a quella ultima dal 18 al 30 marzo del 1944 (49). In questo spazio di tempo vengono riportati circa 100 episodi di attività, con eruzioni più

o meno intense e ad intervalli variabili da pochi mesi a un massimo di 20 anni (1660-

1680).

Il XX secolo è quello con il minore numero di eruzioni; ad eccezione di quelle intense del 1906, 1929 e 1944, furono eventi che si manifestarono prevalentemente con efflussi lavici. Dal 1944 il “gigante” dorme.

Approfondimenti

1. La superficie complessiva del territorio dell’Agro è pari a 204,13 Kmq di cui il 17,86%

è considerata montagna. I limiti territoriali comunali si spingono a Sud fino alla linea dello spartiacque di monte S. Angelo, catena dei monti Lattari, a Nord fino ai monti di Sarno,

margini occidentali dei monti Picentini, a Est a quelli dei monti di Salerno. Ad Ovest il territorio comunale di Scafati confina con quello napoletano di Pompei. 2. La depressione, gradualmente colmata, è delimitata dai monti Lattari-Penisola Sorrentina a Sud e Sud-Est; monti di Caserta, dorsale del Partenio e margini occidentali dei monti Picentini a Nord e Nord-Est; dorsale del monte Massiccio a Nord-Ovest. Sul

lato occidentale il “GRABEN CAMPANO” risulta aperto verso il mar Tirreno. Le dorsali sono costituite da potenti successioni di rocce carbonatiche formatesi da 245 a 65 milioni di anni fa (era Mesozoica), ascrivibili alle unità della Piattaforma Campano-Lucana e di quella Abruzzese-Campana, tettonicamente sovrapposte.

3. “Monoclinalici”.

4. Faglie con orientazioni tipiche della neotettonica “Plio-pleistocenica” (periodo che va

da circa 7 milioni a qualche decina di migliaia di anni da oggi) dell’Appennino Campano- Lucano, che talvolta sono riattivate con lineamenti orientati all’incirca Est-Ovest e Nord-

Sud riferibili a movimenti tettonici “miocenici” (circa 23 milioni di anni fa).

5. Profondità è stata accertata durante la esecuzione del sondaggio geotermico “Trecase

1”, eseguito dall’Agip alle pendici meridionali del Vesuvio, che individuò il substrato

calcareo a -1.800 metri dal piano campagna.

6. Periodo Cretaceo.

7. Periodo Triassico.

8. Aree medio-alte.

9. Aree pedemontane.

10.

Almeno per quanto attiene il primo centinaio di metri e sono di era quaternaria,

Pleistocene e Olocene.

11. Essi sono raggruppati in uno strato costituito da granuli di pomici di colore biancastro

o marrone chiaro. Lo strato, facilmente riconoscibile quando presente, spesso è stato

asportato e utilizzato in edilizia, costituisce un ottimo livello guida per ricerche archeologiche di quel periodo. Le dimensioni dei granuli pomicei sono perlopiù prossime

al centimetro fino a superare i 3-4 centimetri nella aree più vicine al Vesuvio (Angri,

Scafati, ecc.). Qui anche lo spessore dello strato, quasi sempre inferiore al metro, aumenta fino a raggiungere dimensioni di 2-3 metri. La profondità di rinvenimento è variabile da 2 a 6 - 7 metri.

12. Questi sono frequenti nel substrato di Nocera Superiore, a Sarno lungo le attuali

incisioni che confluiscono nel fiume Sarno, ai piedi dei M. Lattari a Nocera Inferiore, a Pagani, a S. Egidio del M. Albino, ecc.

13. L’ignimbrite (ignis “fuoco” e imber “pioggia”) è un deposito vulcanico che si forma

durante l’eruzione esplosiva di un vulcano e costituisce il prodotto di un flusso, cioè particelle solide e liquide sospese in gas caldi e in espansione, o di una colata piroclastica. Quella campana è da ritenere, per l’enorme quantità di materiali emessi, la più imponente manifestazione vulcanica attribuibile agli apparati vulcanici dei Campi Flegrei.

14. Lo spessore del tufo campano, anche in “facies gialla”, varia da pochi metri fino a

qualche decina. Depositi ascrivibili a tale formazione sono stati individuati nel substrato anche del territorio di Cava dei Tirreni e fino a Sud di Salerno.

15. Il fenomeno si rileva in particolar modo a ridosso dei rilievi montuosi di Lavorate di

Sarno, Fiano, Codola, Iroma di Nocera Superiore, etc. Le profondità più spinte si trovano nella fascia meridionale tra le due Nocera, Angri, Pagani e in generale in tutto il settore meridionale dell’Agro. In queste ultime zone il tufo grigio si presenta tenero, di tipo “terroso”, non litoide se non a profondità elevate (30-40 mt) e spesso per brevi intervalli (1-2 mt).

16. Tra Roccapiemonte e Mercato S. Severino è intercalata a un consistente banco

argilloso intorno a 65 metri di profondità.

17.

Resti similari di organismi marini sono stati rinvenuti, a profondità minori, a Nord e

Nord-Ovest di Angri, a Pagani, a Scafati, a S. Marzano ecc., tutti testimoni dell’ultima estesa ingressione marina nell’Agro.

18. L’alimentazione dei monti di Salerno, una volta abbastanza sostenuta, attualmente è

modesta a seguito della realizzazione della galleria ferroviaria di S. Lucia che collega

Nocera Superiore a Salerno. L’opera intercettò i depositi acquiferi contenuti nelle rocce carbonatiche attraversate, innescando un fenomeno di svuotamento e un consistente abbassamento del livello di falda della piana oltre a prosciugare diverse sorgenti presenti più a Est verso Cava e Vietri fino al gruppo sorgentizio, più a Nord-Est, di Pellezzano. I bilanci negativi idrogeologici calcolati per oltre dieci anni dall’inizio dei lavori fino al 1976 consentirono di valutare in circa 100 milioni di mc. il quantitativo di acqua perso fino al raggiungimento del nuovo equilibrio. 19. L’intera catena dei Lattari è suddivisibile, principalmente per motivi tettonici, in diverse strutture idrogeologiche: M. Demanio, M. Cervigliano-P. Agevola, M. Cerreto - Monte S. Angelo, M. Faito, M. Vico Alfano, Penisola Sorrentina. La piana dell’Agro Nocerino Sarnese è alimentata da quella di M. Cervigliano-M. S. Angelo. Essa è una struttura delimitata ad ovest da una serie di discontinuità tettoniche che da Ravello si spingono verso nord fino a Chiunzi e ad est dalla faglia Nocera-Vietri. Il perimetro costiero di Vietri-Maiori dovrebbe rappresentare, visto che costituisce la parte “aperta” e più depressa della struttura idrogeologica, l’area di maggiore recapito delle acque. Tuttavia l’immersione della stuttura verso nord-ovest e le citate discontinuità tettoniche fanno sì da convogliare la maggior parte delle acque di circolazione sotterranea verso i depositi piroclastici e detritici dell’Agro, tra S. Egidio del M. Albino e Camerelle di Nocera Superiore.

20. Verso le aree più orientali di Nocera Superiore e ai confini di quest’ultima con il

territorio di Cava dei Tirreni, la profondità della falda acquifera è di diverse decine di metri (50-60 e oltre). Nell’abitato di Nocera Inferiore è mediamente compresa tra 20 e 30 metri. Diventa più profonda verso i Lattari, è presente intorno ai 10 metri nei dintorni della località Cicalesi e tende ad innalzarsi maggiormente verso il confine del territorio di Sarno, loc. Fosso Imperatore, dove la superficie piezometrica è localizzata intorno ai 3

metri. Tale profondità tende ancora maggiormente ad innalzarsi, fino a 1-1,5 metri nei periodi di massima alimentazione.

21. L’abbassamento del livello di falda è testimoniato dal totale prosciugamento di alcuni

vecchi pozzi, in particolare nella zona di Nocera Superiore in conseguenza della citata

galleria, dalla scomparsa di alcune sorgenti di piana (sorgente S. Mauro), dall’analisi dei livelli piezometrici negli ultimi 25-30 anni.

22. Il livello di inquinamento tende gradualmente a raggiungere gli accumuli di acque più

profondi, ciò per i possibili interscambi tra le diverse falde sovrapposte. Un valido aiuto all’approfondimento degli inquinanti viene fornito dai numerosissimi pozzi presenti

ormai sul territorio; in alcune aree si riporta la presenza di oltre 100 pozzi per Kmq. La realizzazione di questo tipo di opere di captazione, soprattutto se non adeguatamente eseguita, costituisce la via principale di trasmissione di inquinanti dalla superficie al substrato profondo. 23. Una delle cause potrebbe essere imputata anche a scarichi nel sottosuolo di acque reflue da parte dei numerosi insediamenti abitativi localizzati ad est e nord-est, soprattutto nel territorio di Cava dei Tirreni. 24. Il fiume Sarno, anche se di modesta lunghezza, ha un bacino imbrifero di raccolta

delle acque piuttosto esteso (circa 217 Kmq.). Alle modeste portate sorgentizie si aggiungono le acque meteoriche e quelle dei vari torrenti, la cui funzione principale, oltre a quella di impluvi naturali, è di recapito finale di acque reflue.

25. Dalle sorgenti di Foce hanno origine il “Rio Foce” e “Canale del Conte”; da quella di

Mercato il “Rio Palazzo” o “Gualchiera”; dalle sorgenti della Villa nascono il “Rio Bracciullo”, il “Rio della Cerola”, della “Rogna”, così detto perché, pare, le sue acque venissero utilizzate un tempo per la cura delle malattie di capre e pecore; inoltre nei pressi della villa sono localizzate sorgenti anche minerali: sulfurea, ferrosa e iodica. In località S. Marino ha origine il “Rio Traversa” e infine da S. Mauro di Nocera ha origine il “Rio Migliaro” o “Canale di S. Mauro”. Tra gli ultimi due è presente il canale di bonifica di “Fosso Imperatore”.

26.

La sorgente della Solofrana, localizzata alle falde del monte Garofalo, settore

occidentale dei monti Picentini, ha una portata massima di appena 20 l/sec., mentre il contributo del torrente Cavaiola è del tutto trascurabile.

27. Oggetto per decenni di studi, convegni, progetti di disinquinamento e protezione.

28. Comprende 17 comuni della provincia di Salerno, 3 della provincia di Avellino e 7

della provincia di Napoli.

29. È forse il fattore più importante. Maggiore è la pendenza di un versante, tanto

maggiore è la probabilità di un movimento di masse. L’analisi di passati eventi franosi nell’Agro indicano generalmente un’inclinazione della superficie topografica maggiore di 30 gradi. Tale inclinazione è spesso ampiamente superata lungo il versante dei M. Lattari da S. Egidio fino al territorio di Cava dei Tirreni.

30. Le caratteristiche del substrato roccioso sono quelle inerenti il suo grado di

fratturazione e principalmente la direzione e l’immersione stratigrafica. Nel caso dei M. Lattari anche questi ultimi fattori predispongono alla instabilità: la direzione degli strati è prevalentemente NE-SO, l’immersione, più importante, è all’incirca N-O e cioè la stessa di quella topografica.

31. I materiali di copertura sono terreni sciolti che facilmente assorbono l’acqua

meteorica e la trasmettono al substrato roccioso. Durante i periodi di piogge intense e/o prolungate, i termini superficiali tendono a trattenere l’acqua e a diventare fluidi.

32. L’uso del suolo in generale ha spesso una forte incidenza sulla stabilità di un’area:

disboscamenti, abbandono delle coltivazioni agrarie e alcune pratiche di irrigazione.

33. Il principale agente provocatore naturale di una frana è sicuramente l’acqua di

precipitazione meteorica per i motivi in precedenza indicati. Altre cause naturali

occasionali possono essere i terremoti, il vento, la caduta di massi da pareti rocciose, ecc.

34. La natura predispone, ma sono spesso sconsiderati interventi antropici ad innescare

tali movimenti che possono essere alquanto diversificati, come la costruzione di strade, l’appesantimento ed il rimodellamento dei pendii, la costruzione di manufatti,

l’impermeabilizzazione dei suoli, ecc.

35. Palma Campania (1986), collina S. Pantaleone di Nocera Inferiore (1960, 1972 e

1977), Sarno (1998) e “Rullo” di Nocera Inferiore (marzo 2005) sono gli eventi franosi

più recenti che hanno provocato perdite di vite umane, distruzione ed ingenti danni economici e sociali.

36. La non accertata esistenza di lavori per imbrigliare i corsi fluviali o l’inadeguatezza

degli stessi nell’antichità, lasciano presupporre che, in occasione di eventi meteorici

intensi, si siano verificati frequenti episodi di inondazione e di trasporto selvaggio di materiali detritici da monte verso valle.

37. Alveo Nocerino, dei Corvi, Casarzano.

38. Vasche di S. Croce e Cicalasi.

39. Torrente Cavaiola.

40. I territori dei comuni dell’Agro e principalmente quelli di Nocera Inferiore e Superiore, risultano caratterizzati tra il 1950 e il 2000, da ben 25 eventi di piena.

41. Fin dall’antichità l’opera di dragaggio del Sarno e dei suoi affluenti, per limitare i

fenomeni di inondazioni, era demandata annualmente ad apposite mandrie di bufale, detta la “mena delle bufale”, che veniva ritenuta un’operazione importante ed alquanto delicata da eseguire e fu coadiuvata da quella dei buoi intorno alla metà del 1500. Tali operazioni di “pulizia” si sono protratte anche per buona parte del 1800. Dal 1815, infatti, furono accompagnate, su precise indicazioni degli ingegneri del Regno, dall’impiego di “palette, rampini e picconi”. Tutte queste operazioni, che richiedevano notevoli spese, sono indicative dell’enorme importanza, da sempre attribuita alla manutenzione dei letti fluviali. 42. Costituite principalmente da cromo ed altri elementi pesanti che potrebbero, attraverso i prodotti agricoli di tali aree, entrare nella catena alimentare.

43. La descrizione dei danni, riferita da Seneca, fa ipotizzare per l’Agro, in particolare per

la città di Nocera, una intensità del sisma non superiore al VII grado. Tale terremoto, considerata l’area epicentrale tra Pompei ed Ercolano, è da ritenere di natura vulcanica ed insieme a successivi eventi sismici di intensità minore, di preparazione all’eruzione del 79 d.C.

44. Uno dei più noti per la forte intensità (X-XI grado) è quello del 30 dicembre 1456

con danni maggiori nelle province di Isernia, Campobasso e Benevento. Nell’Agro viene attribuita un’intensità del VII-VIII.

45.

I danni provocati dal sisma del 1980 risultano alquanto accentuati nelle aree delle due

Nocera per l’età e l’inadeguata struttura dei fabbricati danneggiati o addirittura crollati

abbinata alla loro posizione su terreni sciolti, costituiti da suoli di riporto o piroclastiti con abbondanti pomici, sovrastanti il banco tufaceo, che presentavano uno spessore di circa 10-15 metri, se non maggiore.

46. Le età definite per alcuni prodotti eruttivi indicano per Roccamonfina 1 milione di

anni e per Ischia e Campi Flegrei 130.000 anni. L’analisi di un campione di roccia prelevato alla base del sondaggio geotermico “Trecase 1”, eseguito alle falde del Vesuvio, ha consentito di accertare per tale vulcano un’età di circa 300.000 anni.

47. La presenza nell’area Flegrea di depositi di età antecedente, “Tufi di Torre Franco”,

pomici di caduta sottostanti all’ignimbrite campana ecc., fa presupporre che anche l’Agro, in rapporto all’entità dei materiali emessi durante le altre eruzioni, sia stato interessato da questi depositi.

48. L’eruzione abbassò il vulcano di 480 metri formando la “caldera” del Vesuvio. Si

registrarono danni per circa 25 milioni di ducati, 10.000 morti e 6.000 animali da allevamento uccisi. Una iscrizione dell’epoca su lastra di pietra, posizionata sulla parete esterna di un fabbricato in località Uscioli a Nocera Superiore, ricorda alcuni aspetti di quel tragico e disastroso evento iniziato il 16 dicembre e culminato il giorno successivo.

49. La forte eruzione del 1944 distrusse con la colata lavica gli abitati di S. Sebastiano e

Massa. Il crollo di solai, dovuto all’elevato peso per il deposito dei materiali piroclastici, di numerose abitazioni.

Preistoria e Protostoria nella Valle del Sarno

T. Fortunato

Allo stato attuale dell’indagine archeologica relativa ai più antichi stanziamenti nell’Agro nocerino - sarnese, i dati emersi sono riferibili ai saggi di scavo condotti negli anni 1983/1984 nelle località Foce e San Giovanni nel comune di Sarno. Hanno consentito di ricondurre ad “un momento avanzato del Neolitico Medio ed al Neolitico Finale” (A. Marzocchella), fine V – prima metà del IV millennio a.C., le più antiche testimonianze antropiche. I frammenti ceramici rinvenuti, riferibili al Neolitico Medio della facies di Capri e di Ripoli, sono quelli decorati con punti marginati da linee e fasce di linee. Al Neolitico finale appartengono, invece, frammenti di ciotole troncoconiche riconducibili alla facies di Diano-Bellavista. Ulteriori frammenti ceramici con decorazione embricata possono essere collegati a gruppi umani di facies eneolitica che frequentarono l’area, nel periodo compreso tra la fine del Neolitico e gli esordi del Bronzo Antico, vale a dire tra la fine del IV millennio e la fine del III millennio a.C. Testimonianze di cultura materiale ascrivibili al Bronzo antico (XXIII – XVIII sec. a.C.) sono documentate, nell’area del teatro ellenistico di Foce, da strutture relative a resti di una capanna per abitazione ed allo stivaggio di derrate o al ricovero di animali. Il repertorio ceramico è costituito da tazze carenate con ansa a nastro sormontante, olle biconiche, scodellini troncoconici con orlo everso. La facies del Bronzo antico in Campania prende il nome da Palma Campania. Il merito di aver scoperto questa facies va a Claude Albore Livadie che ne ha dato un preciso quadro archeologico. La media età del Bronzo è attestata nel centro storico di Sarno e nei pressi di Rio Palazzo, una delle sorgenti del Sarno. Solo di recente, sono state portate alla luce, in località Longola di Poggiomarino “importantissime testimonianze relative ad uno stanziamento sviluppatosi tra la media età del Bronzo avanzata e la fine del VII - primi decenni del VI sec. a.C., in prossimità del fiume Sarno” (C. Albore Livadie – C. Cicirelli). Le caratteristiche morfologiche di tutto l’insediamento, ancora in fase di scavo e di studio complessivo, sono relative ad un ambito lacustre – lagunare, abbastanza articolato, che occupava la parte nord della Valle nella sua fase protostorica. Esso è da collegare alle estese necropoli della “cultura delle tombe a fossa”, che sono state

rinvenute, a quote leggermente superiori rispetto a quelle di Longola, in tutti i territori dei comuni di Striano, San Marzano, San Valentino e Poggiomarino. Tali necropoli sono databili in un arco cronologico compreso tra il I Ferro 1B - inizio I Ferro 4 / inizio periodo Arcaico. L’insediamento di Longola vede il primo impatto antropico nel Bronzo Medio 3 (XV – XIV sec. a.C.), in base a taluni reperti riferibili al periodo Appenninico. Claude Albore Livadie

e Caterina Cicirelli, le due studiose che stanno conducendo ricerche sul sito, identificano nei Sarrasti della tradizione virgiliana “…iam tum dicione tenebat Sarrastis populos et quae rigat aequora Sarnus…”, gli indigeni che hanno dato vita all’eccezionale insediamento di capanne lignee costruite su isolotti regolarmente bonificati e sollevati mediante palizzate

di legno di latifoglia. Gli isolotti erano collegati tra loro mediante una fitta rete di canali

d’acqua che, con molta verosimiglianza, li raccordavano agli altri insediamenti lungo il fiume e alla costa tirrenica. Vi erano ricoveri per animali, costituiti da aree dotate di recinti, mangiatoie, capanne strette e lunghe con piccoli forni all’interno. Un canale di dimensioni maggiori rispetto agli altri, denominato MAF3 (Monumento Archeologico

Figlio), orientato NO-SE è collegato ad una darsena che ha restituito i relitti di due piroghe monossili di legno di quercia, lunghe oltre mt. 7 e larghe ca. mt. 1,50. È stato in

tal modo confermato il ruolo portuale dell’area.

Le capanne evidenziano “una pianta a forma sub-rettangolare con un lato corto, rettilineo, mentre l’altra estremità prevedeva generalmente un’abside: una pianta a forma di cavallo come le capanne del villaggio del Bronzo antico di Nola - Croce del Papa”. Avevano un accesso sul lato lungo ed erano divise all’interno in due o tre vani. La loro struttura non subì variazioni significative nel corso dei secoli: la lunghezza è attestata tra i mt. 10,50 e 12 e la larghezza intorno ai mt. 5. Di solito, un recinto di legno aveva la funzione di delimitazione degli spazi di pertinenza. Le esplorazioni archeologiche hanno chiarito che non tutte le capanne avevano funzione abitativa. I materiali restituiti infatti, hanno permesso di stabilire che all’interno del sito venivano approntate fibule di bronzo, pendagli d’ambra, anelli, oggetti in osso, corna di cervo ecc. Rendono plausibile l’ipotesi che si è in presenza di un rilevante emporio di produzione e di scambio di beni e merci diversificate.

Resti cospicui di fauna domestica e selvatica hanno fornito elementi quanto mai interessanti circa le abitudini alimentari di tali popolazioni di cui fino ad oggi si conoscevano unicamente i rituali legati al culto dei defunti sulla base dei notevoli ritrovamenti delle necropoli. Inoltre, vasi frammentari d’impasto con decorazione geometrica a pettine ed incisa nonché fibule, documentano le fasi I Fe 1 A e B, non attestate in maniera significativa in tutte le necropoli della intera Valle del Sarno. Invece, “…la ceramica d’impasto della Prima Età del Ferro (I Fe 2 A) presente nei diversi livelli è affine a quella delle tombe più antiche di San Marzano”. Sono state rinvenute olle con cordoni lisci, scodelle con anse a maniglia lunata, anforette a basso collo e le tipologie di fibule che si rinvengono nella maggior parte dei centri della fossakultur. Il Geometrico Medio e Tardo è attestato a Longola da frammenti di ceramica dipinta enotria, mentre coppe di Thapsos con pannello o senza (ad esempio un kantharos con la medesima decorazione dell’esemplare rinvenuto nella Tomba n. 76 di San Marzano), contraddistinguono il passaggio all’Orientalizzante antico. L’Orientalizzante medio e recente invece, evidenziano affinità di cultura materiale con le necropoli di San Valentino Torio, Striano, San Marzano e documentano una marcata omogeneità culturale in tutta la Valle. Nel corso dei secoli VIII e VII a.C., l’insediamento lentamente viene abbandonato o risulta frequentato sporadicamente, forse in relazione al graduale riempimento dei canali ed alla loro conseguente obliterazione. Al contrario, le necropoli nell’area sono attive fino alla metà del VI sec. a. C., epoca in cui le loro coperture risultano abbandonate e ricoperte successivamente dai lapilli dell’eruzione del 79 d. C. “Il rito che caratterizza le sepolture della valle del Sarno è sempre quello dell’inumazione in ampie fosse incavate nello strato di ceneri e sabbie, a volte ricoperte da ciottoli di fiume. Il morto è deposto supino, con le braccia distese lungo i fianchi e la testa collocata a E o SE” (P. Gastaldi). Nelle sepolture più antiche, databili tra la II metà IX - I metà VIII sec. a.C., lungo i fianchi ed ai piedi del defunto erano collocati sempre da quattro a sette vasi d’impasto, decorati da bugnette o solcature poco accentuate, in genere anforette a basso collo quasi cilindrico e scodelle con ansa a maniglia lunata. In generale, le forme ceramiche possono

determinare la fascia d’età dell’inumato: agli individui di età adulta è sempre associato una tazza ombelicata o un bicchiere con ventre arrotondato e compresso ed un’olla o un pithos coperto da pietre, collocato nell’angolo della fossa, in genere in corrispondenza dei piedi del defunto. Nelle tombe maschili è presente un askos che nelle tombe femminili può essere sostituito da un’olla. Le deposizioni degli inumati adulti, nell’Orientalizante antico (seconda metà dell’VIII–VII sec. a.C.), sono circondate da un canale ad anello interrotto

a NO, in corrispondenza dei piedi del defunto e dell’asse longitudinale della fossa,

fungendo verosimilmente da ingresso rituale. Talvolta, al posto del canale, intorno alla deposizione si rinviene un circolo di pietre e ciottoli di grandi dimensioni. Al momento non è stata chiarita in maniera esaustiva la funzione di tali strutture. E’ verosimile l’ipotesi

secondo cui esse, in qualche modo, volessero riprodurre “… una sorta di palizzata o capanna, dunque, che creava intorno alla tomba un’area di rispetto che custodiva, come in vita, il defunto”. Tale rituale si avvicina a quello delle necropoli dei molti centri villanoviani in cui

il modellino fittile della capanna funge da contenitore per le ossa combuste del defunto.

Tra gli elementi cronologici più determinanti nelle necropoli della Valle del Sarno dell’età del Ferro vi sono le fibule, sempre singole nelle deposizioni di maschi adulti, multiple in quelle femminili o di bambino. Presentano un repertorio ampio: da quelle con arco uniformemente ingrossato decorato o rivestito da vaghi di ambra, a quelle formate da quattro spirali di bronzo con elemento centrale di raccordo. I corredi maschili evidenziano armi (cuspidi di lancia o di giavellotto, spade) e rasoi di bronzo. Intorno alla metà dell’VIII sec. a.C., i corredi funerari soprattutto femminili mutano improvvisamente, diventano più ricchi: pesi da telaio, rocchetti, fusaiole ed un velo funebre ornato da una fascia di distanziatori in filo di bronzo, anelli, fili di vaghi d’ambra e di fayence, scarabei ed altri ornamenti ne sottolineano lo status sociale. Muta dunque, il ruolo della donna nella società di tali popolazioni. Determinante è anche l’arrivo delle forme ceramiche d’importazione greca, mutuate verosimilmente da Pithecusa (Ischia), emporio euboico stabilito come base di scambio con gli indigeni della costa tirrenica e gli Etruschi. Si assiste nella Valle alla riproduzione nell’impasto locale di tipiche forme greche quali skyphoi, kylikes ed oinochoai.

Anche la tipologia delle tombe cambia: si rinvengono deposizioni in casse di travertino locale, con vasi di bucchero, ceramica etrusco – corinzia, kotylai corinzie e numerosi bronzi. I contatti con culture più avanzate (greca ed etrusca) porteranno ad una rapida evoluzione della società indigena le cui necropoli cesseranno di esistere durante la prima metà del VI sec. a.C., epoca in cui si colloca la fondazione dei suoi centri più importanti:

Pompeios e Nuceria.

Introduzione alla storia di Nuceria R. Pucci

Nuceria, o Noukria (1) , il cui nome significa “Nuova Rocca”, sorge in una posizione elevata rispetto al fondovalle. Addossata al monte Albino e facilmente difendibile, controlla le strade dal golfo di Napoli verso il Sud. La nuova città ha un carattere multietnico, giacché vi convivono indigeni Sarrasti, Etruschi e mercanti Greci, come appare dai ricchi corredi delle tombe più antiche, e da brevi iscrizioni in tutte e tre le lingue. Anche i Sarrasti, infatti, creano un proprio alfabeto (2), derivato dal greco attraverso l’etrusco. L’Etruria campana, che forma una Dodecapoli (3) legata da deboli vincoli religiosi, fiorisce fino alla metà del V sec. a.C., grazie alla ricchezza agricola e ai traffici, sia con le altre città etrusche, sia con le popolazioni indigene, sia con le città greche del golfo di Napoli e, più a Sud, con Poseidonia ed Elea. Il territorio nocerino rappresenta un nodo stradale importante, con la via Stabiana e l’altra da Nocera a Capua. Nel corso del V secolo gli insediamenti etruschi in Campania restano gradualmente isolati, per la ribellione di Roma e del Lazio all’egemonia etrusca e poi per le vittorie navali dei Greci, che si assicurano il controllo del mar Tirreno. Di questa debolezza approfittano le popolazioni italiche dell’interno, di stirpe sannitica, che, sia con una emigrazione graduale, sia con colpi di mano militari, si impadroniscono delle varie città. In ciò esse sono favorite dalle strette affinità di razza e di lingua con l’elemento indigeno. Dalla fusione nasce il popolo degli Osci. Nel territorio nocerino il predominio sannitico (che non elimina del tutto la presenza etrusca) si afferma intorno al 450 a.C. La città prende allora il nome di Nuceria Alfaterna, o degli Alfaterni, dalla omonima tribù sannitica. Alla Dodecapoli etrusca si sostituiscono allora in Campania città-stato o Leghe. La principale è Capua, mentre il secondo stato per importanza diviene la Federazione nocerina, costituita da cinque città, Nuceria, Pompei, Stabia, Ercolano e Sorrento. Ognuna ha propri magistrati, i “meddices”, e tutte insieme eleggono annualmente un meddix tuticus (4), o capo del popolo. Ogni città ha proprie divinità protettrici: per Nuceria è il

dio Sarno, che è anche il simbolo della lega, e che viene raffigurato sulle monete. È venerata anche Giunone, a cui è dedicato un bosco sacro. I legami religiosi appaiono assai forti. Un segno di essi è l’uso di stele funerarie, le cosiddette “ombre”, caratteristiche del territorio nocerino, che risalgono forse ai Sarrasti. Le assemblee dei cinque popoli si tengono in un santuario federale, forse a Foce di Sarno, e di cui sarebbe parte il piccolo teatro ellenistico. La lega è l’unico stato sannitico a disporre di porti (5): Stabia, Sorrento, Pompei, e, sul golfo di Salerno, Vietri. Ciò permette traffici marittimi oltre che terrestri. La Lega nucerina si mantiene estranea, nel IV secolo, alle vicende che segnano la penetrazione romana in Campania, e cioè la I guerra sannitica e la guerra latina con cui Roma assorbe lo stato Capuano. Nella II guerra sannitica (6), la Lega, dopo un’iniziale neutralità, entra nel 315 in guerra con Roma. Un tentativo di sbarco romano a Pompei nel 311 è respinto. Nel 308 a.C. però, il console romano Quinto Fabio Rulliano con due legioni assedia Nuceria e la piega. È probabile che allora la Lega Nucerina abbia volontariamente stipulato con Roma un trattato di alleanza (foedus aequum) che ne garantiva l’indipendenza. Dell’autonomia di Nuceria è prova la coniazione di proprie monete, a partire dal 280 a .C (7). La guerra tarantina e gli eserciti di Pirro non toccano da vicino il territorio nocerino. L’aumento della popolazione alimenta a Nuceria come negli altri stati sannitici campani il fenomeno dei Mamertini, mercenari al servizio di Greci e Cartaginesi nelle loro guerre in Sicilia e Magna Grecia. Durante la I guerra punica nel 259 a.C., truppe nocerine di guarnigione a Roma progettano di impadronirsi della città con un colpo di mano, ma il senato romano sventa il tentativo (8). Nel 218 a.C. Annibale giunge in Italia e sconfigge più volte i Romani: nella battaglia di Canne (2 agosto del 216) cadono anche moltissimi Nucerini (9) La sconfitta romana spinge alla ribellione Capua, i Lucani e altri popoli italici, che passano ai Cartaginesi. Nuceria e la sua Lega restano fedeli all’alleanza, e Annibale, nel settembre del 216, assedia la città, la prende e la rade al suolo (10). I Nucerini superstiti vanno esuli nelle diverse città campane e solo qualche anno dopo ottengono una sede provvisoria in Atella, sgombrata dei suoi abitanti ribelli a Roma. Dopo la vittoria finale romana, la città è ricostruita con una pianta regolare di 120 ha.,

quasi doppia rispetto a Pompei (65 ha.). Circondata da grandi mura, di cui rimangono alcuni tratti con le loro torri, è divisa in quattro dal decumano massimo e dal cardine massimo. Ogni quartiere è poi suddiviso in insulae, delimitate da decumani e cardini minori. Il cardine massimo, che parte dalla Porta Romana, è orientato N-S, e chiuso a Sud dal complesso del Teatro e degli edifici pubblici più importanti. Alla città fanno capo diverse strade: le principali sono la Stabiana, la Popilia o Annia e la consolare Nocera- Pompei-Napoli. Nei primi secoli di vita Nuceria conosce una grande prosperità. In mancanza di resti urbani, cancellati dalla distruzione annibalica, possiamo averne un’idea dai ricchi corredi tombali, con insigni esempi di ceramica greca e greco-campana. La ricchezza della città è basata sui traffici, ma anche su una abbondante produzione agricola, ottenuta da contadini liberi distribuiti su fondi di limitate dimensioni. Nel II sec. a.C., in parallelo con l’evoluzione della economia italica, si diffondono le ville rustiche, con manodopera in prevalenza servile e finalizzate a produzioni esportabili, come vino ed olio. Se ne sono trovate molte in tutto il territorio. Nuceria rimane comunque prospera e autonoma: si ha notizia di patrizi romani esuli che ne prendono la cittadinanza. Ma si tratta di una autonomia solo formale, e cessa anche la coniazione di monete proprie.

Approfondimenti 1. Noukria: La forma originaria del nome, NOUKRIA o NUBKRIA, indica un etimo indoeuropeo, e significherebbe Nuova ("NOU") Rocca ("KRIA"). Esso presuppone, forse, l'esistenza di un insediamento sarraste precedente. Carattere leggendario hanno le altre etimologie tradizionali, antiche e moderne popolari. Così quella da Nocera, leggendaria principessa etrusca figlia del re Pico o Prisco, qui morta; così anche quella da Nox-erat (= era notte) allusiva a una vittoria notturna dei Nocerini sui Romani; così infine quella dal noce, che è all'origine dello stemma della città. 2. Alfabeto Nocerino: È una variante di quello etrusco, a sua volta derivato da quello greco di Cuma. Presenta un segno particolare per la "S", cioè (inserire ideogramma), che riproduce esattamente la analoga lettera fenicia, e rivela contatti con questo popolo. L'adozione di questo segno alfabetico potrebbe esser dovuta a una particolare pronuncia

della "s" nella lingua locale. Ci restano alcune brevi iscrizioni su vasi, da Nocera, Stabia e Vico Equense, con andamento da destra verso sinistra. Due iscrizioni nello stesso alfabeto sono state ritrovate nel Piceno, a Campovalano, ma non si sa se indichino contatti tra le due zone o si tratti di uno sviluppo parallelo.

3. Dodecapoli (La Lega delle dodici città): È una pura ipotesi degli storici che gli

Etruschi, di cui sappiamo che in patria avevano costituito una lega di dodici città con centro a Volsinii (Bolsena) a carattere essenzialmente religioso, abbiano costituito leghe analoghe nell'Etruria padana e in Campania. Di alcune città etrusche campane si conoscono a volte solo i nomi su qualche moneta. La principale era Capua, tra le altre conosciute vi sono Nola, Nuceria, Acerra, Pompei, Stabia, Marcina, Irnoi. Per Nuceria la prima testimonianza storica la indica espressamente

come "polis Tirrhenon" "città degli Etruschi" e risale a Filisto, storico greco di Siracusa del IV sec. a. C.

4. Meddix Tuticus: Il meddix osco è, anche linguisticamente, l’esatto corrispondente del

praetor latino, il magistrato annuale con funzioni civili, giudiziarie, militari e religiose. È attestato da iscrizioni il meddix Capuanus e Pompeianus e Nolanus, implicita l’esistenza del Nucerinus. Quello a capo della federazione prendeva il nome di meddix tuticus, capo della “tuta”, o popolo.

5. Porti della lega Plinio il Vecchio: (Storia Naturale, III, 70): “Sulla costa poi c’è

Napoli, anch’essa città dei Calcidesi, chiamata Partenope dalla tomba di una Sirena, Ercolano, Pompei, non lontano dalla vista del monte Vesuvio, bagnata dal fiume Sarno, l’Agro Nocerino e a 8 miglia (12 Km) dal mare Nuceria stessa; Sorrento col promontorio di Minerva, un tempo sede delle Sirene”…“Dal territorio di Sorrento fino al fiume Sele, per trenta miglia l’Agro Picentino appartenne agli Etruschi”…; Strabone (Geografia, V, 247): Subito dopo (Napoli) vi è il luogo fortificato di Ercolano, con un promontorio che si protende in mare su cui il libeccio spira favorevolmente, tanto da rendere salubre il centro abitato. Sia esso, sia la vicina Pompei, presso il fiume Sarno, li possedettero gli Opici, poi gli Etruschi e i Pelasgi, infine i Sanniti, che furono anch’essi scacciati di lì. Pompei, presso il fiume Sarno, che accoglie e spedisce le merci, è il porto di Nocera, di Nola e di Acerra… Su tutti questi luoghi incombe il Vesuvio.”; Polibio (Storia, III, 91): “In essa (Campania) si trovano le più belle e famose città della penisola. Sono poste

sulla costa le città di Sinuessa, Cuma, Dicearchia, quindi Napoli, ultima Nocera. Nell’entroterra sono situate Cales e Teano verso Nord, Caudio e Nola verso oriente e mezzogiorno. Proprio al centro della pianura si trovava la città di Capua, che era la più fiorente di tutte.” 6. II Guerra Sannitica: Scoppia nel 327 a.C. quando i Romani intervengono a difesa di Napoli attaccata dai Sanniti. La prima fase si conclude nel 321 con la grave sconfitta romana alle Forche Caudine. Segue una tregua fin verso il 315, quando le ostilità riprendono, e interviene a fianco dei Sanniti Nuceria, forse per il prevalere al suo interno del partito popolare, antiromana. La guerra si chiuse nel 304 a.C. con la vittoria romana, peraltro non definitiva, sui Sanniti e i loro alleati.; Sbarco del 311 a.C.: (Livio, IX, 38):

Nello stesso tempo era approdata la flotta romana, condotta in Campania da Publio Cornelio, che il Senato aveva posto a capo delle coste, a Pompei, e poi i socii navali (i marinai alleati), direttisi a saccheggiare il territorio Nocerino, devastati in breve i luoghi più vicini, donde il ritorno alle navi era sicuro, essendo avanzati troppo lontano per la bramosia del bottino, come accade, provocarono i nemici. Nessuno si oppose ad essi sparpagliati nei campi, quando li si poteva sterminare; i contadini, raggiunti quelli che tornavano con uno schieramento imprudente, non lontano dalle navi li spogliarono della preda e in parte anche li uccisero; la massa che sopravvisse alla strage fu spinta terrorizzata sulle navi. 7. Monetazione nocerina: La monetazione nocerina comprende diversi tipi in argento e bronzo, con varie leggende osche: oltre a quella più frequente, “Nuvkrinum Alafaternum”, ve ne sono con la scritta Arasnei o Arnserei (=Sarasneis) e con quella RGVINUM RA(val)ANUM. La prima equivale a “dei Nocerini Alfaterni”, la seconda è intesa come riferentisi ai Sarrasti, la terza è forse un riferimento a un’altra tribù del territorio. Le monete argentee sono sul piede del didramma attico, come quella di Napoli:

hanno un peso di 7.20/7.30 grammi. Quelle bronzee corrispondono a frazioni. Si distinguono dalle altre monete campane e italiche per il carattere locale delle immagini, rifiutando la tipologia comune a quelle delle altre città. 8. Tentativo nocerino contro Roma: (Orosio, IV, 7,12 e Zonara, VIII, 11,8-9) Risulta da brevi cenni degli storici che nel 259 a. C., mentre la città di Roma era affidata per la difesa a soldati che erano “alleati navali campani”, questi progettarono di impossessarsi dell’Urbe con un colpo di mano, forse per crearvi una repubblica militare simile a quella che i loro conterranei Mamertini avevano creato a Messina e Reggio. Il tentativo fu

sventato dal tradimento del comandante che avvertì il Senato, e fece subito affluire truppe cittadine. Questi "socii navales Campani" sono sicuramente i nocerini, soli tra gli alleati campani ad avere sbocchi sul mare. 9. Battaglia di Canne: Nel suo poema sulla guerra annibalica il poeta Silio Italico, nel passare in rassegna le truppe romane prima della battaglia, ricorda gli alleati Sarrasti:

"avresti visto anche le genti Sarraste e i coloni del mite Sarno" (Pun. VIII, 538-539), e descrivendo il campo di battaglia dopo la sconfitta: "Qua e là giacciono abbandonate le insegne che portarono/il bellicoso Sannita e le genti Sarraste e le coorti dei Marsi." (Pun. X, 315-316). È da sottolineare che vengono qui accomunati ai Sarrasti i Sanniti e i Marsi, che erano considerati i più bellicosi e valorosi soldati italici. 10. Distruzione di Nuceria: L'assedio e la distruzione della città sono narrati da molti Autori antichi. La versione più attendibile sembra quella di Tito Livio (XXIII,15), che attesta un sostanziale rispetto dei patti della resa da parte di Annibale: "Al giungere del pretore romano il Cartaginese si ritirò dall'agro nolano e scese verso il mare in vicinanza di Napoli, desideroso di impadronirsi di una città di mare, che fosse una base sicura per le navi provenienti dall'Africa. Ma, quando seppe che Napoli era tenuta da un prefetto romano (Marco Giunio Silano), lasciò Napoli come già Nola e marciò su Nuceria. Dopo che l'ebbe assediata per qualche tempo, ora con la forza, ora facendo inutili pressioni quando sul popolo quando sui maggiorenti, l'ebbe finalmente per fame, dopo aver patteggiato che i cittadini uscissero senz'armi e con una sola veste. Poi, siccome voleva da principio apparire clemente verso tutti gli Italici eccetto i Romani, offrì premi ed onori a quelli che volessero rimanere e militare con lui. Ma pur con questa lusinga, non riuscì a trattenerne neppure uno: si dispersero tutti, dove li spinsero legami d'ospitalità o impulso casuale dell'animo, per le città della Campania, particolarmente a Nola e a Napoli. Circa trenta senatori, e anzi i più ragguardevoli, si erano diretti a Capua, ma, respinti per aver chiuso le porte ad Annibale, si recarono a Cuma. La preda nocerina fu abbandonata al saccheggio dei soldati, la città diroccata e incendiata”. Altri scrittori raccontano invece di tradimenti e stragi: così Appiano (VIII, 63): "Costoro (i Cartaginesi), dopo aver preso Nuceria, nostra soggetta per un trattato pur avendo promesso che ognuno sarebbe stato lasciato libero con due vesti, rinchiusero nei bagni i senatori, ed, avendo dato fuoco agli edifici, li soffocarono; uccisero invece a frecciate i cittadini che si allontanavano dalla città. Il senato degli Acerrani,

poi, lo gettarono nei pozzi e li colmarono." Con lui concordano Valerio Massimo, Cassio Dione e Zonara.

L’assedio di Annibale nelle fonti classiche R. Pucci

Il trattato di alleanza con Roma imposto a Nuceria Alfaterna nel 308 a.C. dal console Q. Fabio Rulliano segna per la nostra città una scelta di campo definitiva. Esso era, senza alcun dubbio nonostante la terminologia che troviamo in qualche autore tardo, un foedus aequum, un patto cioè alla pari, che, salvaguardando la posizione egemonica di Roma, garantiva l’indipendenza di Nuceria e della sua Confederazione: prove indiscutibili di ciò sono l’inizio, forse verso il 280 a.C., della coniazione di monete nocerine in bronzo e soprattutto in argento; l’esistenza d’un senato nocerino durante la guerra annibalica, e infine l’attestazione ciceroniana, nell’orazione Pro Balbo, di un diritto di cittadinanza nucerina nel tardo II sec. a.C. Nuceria, quindi, rimase pienamente autonoma fino a quando, nella guerra sociale, anche i Nucerini, come tutti gli Italici, acquisirono la cittadinanza romana e furono ascritti alla tribù Menenia. (89 a.C.). L’indipendenza di cui parliamo, che si concretava anzitutto nel permanere delle tradizionali magistrature osche, come i meddices, sia locali che federali, garantiva peraltro una piena autonomia interna, ma certamente non significava la possibilità di una politica estera a tutto campo: nella pratica, pur se teoricamente libera, Nuceria doveva necessariamente allinearsi alle scelte romane, sia per la sproporzione sempre crescente delle forze, sia perché cinta da ogni parte da territori romani o strettamente legati a Roma:

le città greche del golfo di Napoli, a cominciare da Neapolis; le colonie romane di Paestum (273 a.C.) e poi di Salerno (197 a.C.); il territorio tra l’Irno e il Sele ove nel 268 a.C. i Romani avevano deportato parte dei ribelli Piceni, che originarono il nuovo popolo dei Picentini. Certo, agli inizi questa subordinazione non dovette essere bene accetta a tutti: di sicuro per qualche tempo si fece ancora sentire la presenza d’un partito popolare nazionalista e filosannitico, quello stesso che nel 315 a.C. aveva imposto l’abbandono della neutralità e l’entrata in guerra contro Roma. Questo partito nazionale doveva forse trovare alimento anche nelle tradizioni militari locali, quelle da cui traevano origine i mercenari Mamertini che spadroneggiavano nella

Sicilia orientale e nella città di Messina, e che originarono la prima guerra punica. Essi erano campani, seguaci dell’osco dio Mamers (Marte), così come campane sono quelle truppe alleate che nel 259 a.C., poste a presidio dell’Urbe, tentarono di impadronirsene con un colpo di mano: per una serie di considerazioni che non è il caso di riportare, gli storici che si sono occupati di questo oscuro episodio ritengono debba necessariamente trattarsi di truppe fornite dai socii Nucerini. Ma, a parte questo, non c’è traccia, neppure in momenti delicati come la guerra tarantina,

di una opposizione a Roma: i nazionalisti, che vedremo operare vigorosamente nelle altre

città campane durante la guerra annibalica, a Nuceria sono completamente assenti. Come causa profonda di ciò io credo debba presupporsi una vera e propria perdita d’identità nazionale, dovuta ad una più profonda grecizzazione culturale se non linguistica rispetto alle città dell’interno; come risultato esteriore porrei invece proprio la definitiva affermazione del potere oligarchico: nelle vicende del 216 a.C. si parla nelle fonti molto del senato, niente affatto dei meddices, che pure certamente esistevano, ma probabilmente eran ridotti a funzioni meramente formali sacrali. Nuceria con la sua federazione è, naturalmente, coinvolta fin dagli inizi nella II guerra punica: come imponevano i trattati di alleanza con Roma, tutti i Socii fornivano alle guerre romane truppe di terra ed anche, se avevano tradizioni marinare, navi e marinai

(socii navales): la federazione Nucerina doveva rientrare in entrambe le categorie, grazie alle sue città costiere. Questa partecipazione non mancò nemmeno nella cruciale battaglia di Canne, la più tragica sconfitta romana, coi suoi 72.000 caduti tra cui ottanta senatori e il fiore dell’aristocrazia romana e italica. Essa avvenne, secondo una tradizione che per comodità accettiamo, il 2 agosto del 216 a.C. nella piana dell’Ofanto. Un poeta latino del I sec. d.C., Silio Italico, ci ha lasciato un lungo poema su questa guerra, le Puniche, che a proposito di Canne ci dà un lungo elenco dei popoli italici che furono a fianco dei Romani in quella tragica giornata: ad esso appartiene il primo passo riportato tra i testi, così come anche il successivo, che descrive il campo di battaglia dopo

la sconfitta (1).

Su questi passi in via generale è da dire che l’enumerazione dei popoli non è in Silio un mero artificio poetico, volto a sottolineare l’unità italica intorno a Roma, pur se chiaramente è esemplata sull’Eneide, ma risponde a una realtà storica: anche Livio ed altri storici pareggiano a quelle romane le perdite degli alleati. Su un piano più specifico, sono da rilevare due particolari: la menzione separata di Nuceria e dei Sarrastes popul” con i Sarni mitis opes, cioè i coloni del placido Sarno, che potrebbe intendersi come una distinzione tra le truppe proprie della città Nucerina e quelle della sua Confederazione; e, nel secondo passo, l’accostamento dei caduti Sarrasti ai Sanniti ed ai Marsi, portatori delle più alte tradizioni guerriere italiche. Il disastro di Canne determinò la defezione ad Annibale di molte città e popoli (2): gli Irpini, i Caudini, i Lucani, e, in Campania, Capua con le vicine Atella e Calazia, cui altri abbandoni seguirono in tempi successivi. In qualche caso, come a Nola, il partito filoromano prevalse, ma tra gravi contrasti. Solo Nuceria, che pure rappresentava la seconda potenza della Campania, restò fedele senza tentennamenti: perché questa eccezione? Abbiamo già accennato alla sostanziale scomparsa del partito popolare, ma essa non è una spiegazione sufficiente. Forse potremo giungere a qualche conclusione ponendo a confronto la fedeltà nocerina con quel che accadde a Capua. Capua è, in questo periodo, non solo la prima città della Campania, ma la più ricca e popolosa dell’intera penisola. In essa predomina una potente aristocrazia, che nel secolo trascorso dall’imposizione del protettorato romano aveva stretto col patriziato dell’Urbe vincoli assai stretti anche di sangue: Pacuvio Calavio, l’alfiere della ribellione, è imparentato coi Claudii e coi Livii. Ma questi legami non sono bastati a far sembrare più accettabile il predominio dei Romani, sentiti come meno civili, e l’autorità dei loro Prefetti che esautorano i meddices locali; i popolari, da parte loro, ricordano le terre capuane assegnate a coloni romani, e vedono in Roma la garante prima del prepotere politico della oligarchia locale. Da questi risentimenti e dalla coscienza della propria forza (a dire di Livio, Capua può mettere in campo 30.000 fanti e 4.000 cavalieri) si alimenta la voglia d’indipendenza, di cui è un segnale la notizia liviana secondo cui dopo Canne i Capuani avrebbero chiesto a Roma che da allora in avanti uno dei due consoli fosse campano:

notizia verosimile, se anche forse non vera. L’iniziativa della defezione, partita dai popolari, trovò quindi facilmente il consenso della aristocrazia, con un solo deciso oppositore, Decio Magio. Nocera, per contro, non può nutrire alcun sogno egemonico, anzi sa di aver tutto da temere in caso di rafforzamento capuano; né ha particolari risentimenti verso Roma, che non ha intaccato il suo territorio con deduzioni coloniarie, né si è intromessa nella sua interna autonomia, ma la garantisce all’esterno e le apre vasti territori per i fiorenti traffici delle città confederate. Manca infine a Nuceria un partito che nell’appoggio ad Annibale possa vedere un mezzo per conquistare il potere: se anche esiste ancora una fazione popolare, essa, a giudicare dalle vicende dell’assedio, deve trovarsi in piena sintonia col

governo degli oligarchi. Nuceria con la sua confederazione, quindi, al pari delle città greche, di Acerra, Cales, Saticula e Nola (quest’ultima in verità con violenti contrasti interni), resta legata a Roma, pur se è più di tutte tagliata fuori da ogni possibile aiuto. Prostrata a Canne, Roma dové infatti rinunziare a difendere tutto il territorio a sud del Vesuvio, ove il terreno pianeggiante avrebbe comportato scontri frontali insostenibili per

il

disorganizzato esercito romano. Nola, Acerra, Nuceria, furono abbandonate a se stesse,

e

si provvide a presidiare la sola Napoli, ove poco più tardi troviamo forze romane al

comando del prefetto Silano. Per parte sua, Annibale cercò a sua volta di allargare la propria zona d’influenza, per assicurarsi le spalle ed eliminare la necessità di porre guarnigioni a difesa delle città a lui fedeli, disperdendo le sue forze; ma cercò anche di ottenere uno sbocco al mare, per assicurarsi i rapporti e i rifornimenti con la madrepatria. Perciò tentò più volte inutilmente di prendere di sorpresa Napoli, e solo quando vide l’inutilità di questi sforzi si volse ad eliminare ad una ad una le posizioni rimaste ai Romani nelle zone interne. Anzitutto Nola, ove poteva contare sull’aperto appoggio del partito popolare. Ma il senato nolano, mentre teneva a bada i popolari con pretesti, invocò l’aiuto di Marco Claudio Marcello, che si trovava allora a Casilino con le due legioni cannensi, quelle cioè costituite con i superstiti di Canne. Marcello, passato il Volturno, entrò in Nola e ne prese il controllo. Annibale, allora, dopo un rinnovato attacco a Napoli, si volse contro Nuceria.

Sulle vicende dell’assedio e sulla distruzione della città abbiamo a disposizione numerosi testi, che tuttavia, non concordano pienamente tra loro: da un lato, infatti, si pone Tito Livio, dall’altro gli altri storici. Cominciamo dall’esame del testo liviano (3). Secondo il racconto dello storico patavino, Annibale fu mosso soprattutto dall’esigenza di controllare un tratto di costa, vista l’imprendibilità di Napoli. Nel corso dell’assedio spicca la compattezza della popolazione, sia durante l’assedio stesso che dopo, ed essa è

tanto più rilevante quanto più si riflette al terribile momento che Roma stava attraversando e alla impossibilità per Nuceria di riceverne qualunque aiuto. Terminato l’assedio con una resa onorevole, Annibale rispetta i patti e i Nocerini si disperdono per le città campane: alcuni senatori cercano inutilmente ospitalità a Capua. Annibale si dirige a Nola (4).

È soprattutto in ciò che riguardo il dopo assedio che le altre fonti si differenziano

profondamente da Livio. Appiano, storico del II sec. d. C., narra (5), in un passo che riporta un discorso fatto nel Senato romano in occasione delle trattative di pace, che Annibale, presa la città, ne fece uccidere nei bagni i senatori, e anche molti semplici cittadini che fuggivano. Alla stessa fonte di Appiano si era rifatto, nella sua raccolta di Fatti e Detti memorabili, Valerio Massimo nel I sec. d. C., tranne che, con una evidente amplificazione tesa a sottolineare la crudeltà cartaginese, dice che addirittura Annibale fece uccidere nei bagni tutti i cittadini (6).

Sulla stessa falsariga si sviluppano le narrazioni di Dione Cassio (7), che scrive agli inizi del III sec. d.C., e del bizantino Giovanni Zonara, che nell’XI d.C. secolo riprese il testo

di Dione Cassio ampliandolo con altre fonti (8). I due storici, tuttavia, non concordano

perfettamente tra loro, e nemmeno con la versione di Appiano. In Dione, infatti, la resistenza si prolunga anche dopo il tradimento di Annibale, e ciò, se fosse accertabile, sarebbe assai interessante, perché presupporrebbe l’esistenza a Nuceria, accanto alla cerchia delle mura, di una rocca fortificata, simile, per intenderci, a quella di alcune città greche, come il Castello di Eurialo a Siracusa. Dobbiamo peraltro dire che di una simile struttura non è emersa dagli scavi alcuna traccia. Zonara, poi, allarga il racconto di Dione aggiungendovi molti particolari di diversa provenienza.

Nessun contributo ulteriore ricaviamo infine dal breve passo di Silio Italico (9), a parte l’efficace espressione con cui è segnata la scomparsa della città: aequavit moenia terrae. Tra le varie versioni rimasteci, a chi dobbiamo affidarci? È particolarmente dolorosa per noi la perdita dell’opera di Polibio nella parte che riguarda questi avvenimenti, giacché la sua antichità, l’obiettività e l’uso di fonti anche di parte punica sarebbero state per noi preziose. Come Polibio, d’altronde, sono andati perduti altri storici minori verosimilmente meno faziosi e più informati. Ad essi, tuttavia, come a Polibio, hanno attinto certamente gli storici che ci son rimasti, variamente mescolandoli e utilizzando anche, a quanto ci sembra, fonti locali campane di lingua greca. Rispetto alle altre versioni, diciamo subito che quella liviana ci sembra la più equilibrata e credibile, se non altro perché è la più favorevole a un nemico verso cui lo storico non è mai particolarmente tenero. Aggiungiamo a ciò la maggior levatura che senz’altro Livio merita come storico, e, come elemento da valutare positivamente, l’episodio di cui egli solo ci serba notizia dei trenta senatori nocerini respinti dai Capuani. Si tratta proprio del punto in cui il racconto liviano più si discosta da tutti gli altri, ma lo riteniamo decisivo, perché ci sembra che qui Livio, attingendo ad una fonte piuttosto antica, rifletta una fase culturale arcaica, i cui valori erano divenuti già ai suoi tempi desueti. Per questa parte delle sue Storie noi sappiamo che egli si basò molto sia su Polibio, sia su un buon annalista romano, Celio Antìpatro, sia su altre fonti annalistiche antiche ma meno fidate, come Valerio Anziate e Claudio Quadrigario, sia, infine, anche su qualche storico napoletano di lingua greca, la cui utilizzazione ci sembra evidente da qualche particolare troppo minimo che ci riporta a proposito dell’attacco cartaginese a Napoli. Questa fonte locale potrebbe essere Eumaco, di cui è ricordato un minuzioso “perì Annìban historìai". Il racconto liviano ignora completamente ogni ipotesi di tradimento da parte di Annibale, e possiamo dire, con quasi assoluta certezza, che non ve ne era traccia neanche nelle fonti utilizza te dallo storico. In caso contrario, infatti, egli ne avrebbe sicuramente fatto menzione, se non altro per smentirla, come fa pochi capitoli dopo a proposito della resa di Casilinum: anche in quel caso c’è una resa patteggiata, che fu rispettata dal condottiero cartaginese. Ma c’era una versione dei fatti che parlava di tradimento, e Livio la ricorda

per dimostrarne l’infondatezza. Ma se Livio e le sue fonti ignoravano un simile tradimento nel caso di Nuceria, essa doveva, pur tuttavia, già essere ricordato in qualche testo da Livio ignorato o scartato perché poco attendibile: a questo diede invece fede il quasi contemporaneo Valerio Massimo ed altri dopo di lui. La versione non liviana, nelle sue diverse varianti, ci appare una mescolanza di particolari plausibili e di altri che lo sono assai meno. Nella prima parte essa coincide

sostanzialmente col racconto liviano, pur se manca il particolare degli approcci tentati da Annibale con le varie classi cittadine ed è aggiunto in Zonara quello dell’espulsione dalla città degli inabili alle armi che però Annibale avrebbe ricacciato indietro. Entrambi i fatti

ci appaiono credibili: il Cartaginese aveva potuto nelle altre città campane contare sulla

simpatia di parte della popolazione ed è verosimile che si aspettasse qualcosa del genere anche a Nuceria, pur se, come abbiamo già accennato, la sua speranza. fu delusa. Quanto all’allontanamento degli inabili, esso rientra in un costume di guerra di cui troviamo molti esempi nell’antichità, e nel caso specifico vi si poteva aggiungere la quasi certezza che Annibale non avrebbe infierito su questi profughi, sia perché ancora speranzoso d’una

resa pacifica, sia per non rinfocolare la resistenza dei rimasti, sia anche per un riguardo ai Campani che militavano nella sua parte, tra, cui certamente molti erano ai Nucerini legati

da vincoli di parentela o di ospitalità.

Invece, il Cartaginese rinviò indietro questi profughi, e favorì l’afflusso in città degli abitanti della campagna, contando sul sovraffollamento per ridurre i difensori alla fame. Venendo meno ogni speranza di aiuto romano (proprio in quel tempo il Senato ad altri alleati che invocavano soccorso aveva dovuto rispondere che ognuno provvedesse alla propria salvezza come meglio poteva), alla resa si giunse proprio per fame, probabilmente dopo un assedio di non più che qualche settimana e senza grossi scontri: ipoteticamente possiamo porre la caduta della città negli ultimi giorni di settembre del 216 a.C. Anche i termini pattuiti per la resa non si prestano a discussioni: sostanzialmente tutte le fonti concordano nel dire che ai Nucerini fu garantita l’incolumità e il libero passaggio fin dove volessero recarsi, portando con se solo le loro vesti o, secondo Appiano e Valerio Massimo, due vesti. Il vero problema è invece stabilire che cosa accadde dopo la resa.

Da un lato, infatti, Livio dà per accertato il rispetto dei patti e la dispersione dei Nucerini nelle città Campane, aggiungendo che trenta senatori avrebbero chiesto ospitalità a Capua (che, lo abbiam visto, si era schierata a fianco di Annibale), ma sarebbero stati respinti dai Capuani perché rimasti fedeli a Roma, e quindi si sarebbero rifugiati a Cuma. Dall’altro tutti gli altri scrittori ci raccontano che Annibale avrebbe fatto soffocare nei bagni i senatori nucerini e uccidere molti dei fuggiaschi lungo la strada. Valerio Massimo, addirittura fa uccidere nei bagni tutti i cittadini. Le stesse fonti aggiungono poi, in Appiano, Valerio Massimo e Silio Italico, un analogo tradimento nei confronti degli Acerrani e dei loro senatori, buttati a morire nei pozzi. Dione Cassio e Zonara, infine, dicono che il tradimento di Annibale avrebbe causato un’ultima e vana resistenza dei vinti. Secondo noi il racconto più attendibile è quello di Livio: il rispetto dei patti giurati rispondeva alla politica adottata da Annibale fino a quel momento. Egli, sottolinea più volte Livio, si proponeva agli Italici come il rivendicatore della loro libertà contro l’oppressione romana, e ribadiva continuamente di esse re in guerra con Roma e non con i suoi alleati. Per lo stesso motivo, all’opposto, non è credibile la storia del tradimento dei patti, tanto più poi, quando essa viene ripetuta anche per la conquista di Acerra: sarebbe, a dir poco, un’ abitudine controproducente in un condottiero così accorto, giacché avrebbe come unico risultato il rendere accanita fino allo spasimo la resistenza dei suoi avversari, visto che, comunque, non troverebbero mercé. Ancora più strano sarebbe il tradimento di Annibale se esso, come si dovrebbe dedurre dal racconto di Dione Cassio e Zonara, fosse intervenuto prima della conquista completa della città: anche qui avrebbe avuto un risultato negativo del tutto indesiderabile. Perché, dunque, prese piede una simile versione dei fatti? Secondo noi c’è alla base un fraintendimento intervenuto ad un certo punto del significato dell’episodio riportato da Livio circa i senatori nucerini respinti dai Capuani. La fonte, che crediamo antica e forse coeva ai fatti, cui attinge Livio riporta l’episodio in quanto, per il costume italico della fine del III secolo a.C., esso doveva apparire particolarmente scandaloso. In quell’epoca., infatti, nella vita dei popoli della penisola il

rapporto di ospitalità doveva ancora serbare gran parte di quella sacralità con cui esso ci è presentato, ad esempio, in Omero. Lo stesso Livio, a conferma di quanto diciamo, ricorda, a proposito della riconquista romana di Capua nel 211 l’episodio della sfida lanciata dal capuano Badio al romano Crispino, che questi rifiuta finché Badio non rinnega solennemente i vincoli di ospitalità che esistevano tra le rispettive famiglie. In questo contesto si capisce perché i trenta senatori nocerini abbiano pensato di poter trovare rifugio presso gli aristocratici capuani appellandosi a vecchi vincoli e si capisce perché sia parso degno di memoria il diniego dei Capuani di onorare tali vincoli. In un’epoca successiva, quando quel costume era ormai fortemente indebolito, rinarrando quel periodo storico qualche annalista dovette fraintendere l’accaduto, e, tenendo presente che i senatori nocerini dovevano essere almeno cento, e Livio ne ricorda solo trenta, ne dedusse che gli altri sarebbero stati trucidati da Annibale. A ciò contribuirono certamente anche il fatto che, frattanto, la storiografia ufficiale romana aveva deliberatamente sottolineato la slealtà cartaginese e in particolare annibalica, facendone una sorta di luogo comune storiografico, come appare da Valerio Massimo. Certamente, poi, non fu estranea neanche la volontà dell’ignoto storico campano di nobilitare le vicende della resistenza campana al nemico comune ritrovando in esse l’eco d’un famoso episodio della leggenda romana, e cioè la strage dei senatori romani al tempo della presa della città da parte dei Galli nel 390 a.C. Se, come riteniamo, alla formazione della tradizione pervenutaci contribuisce anche questa volontà, possiamo aggiungere che ciò dovette avvenire verso la fine del II sec. a.C.: la tradizione anticartaginese si rafforzò infatti in modo particolare al tempo della Terza ed ultima guerra punica, quasi a compensare l’effettiva slealtà della condotta romana in quella occasione; e inoltre solo dopo il completamento della conquista, mediterranea tra gli Italici cominciò a manifestarsi l’aspirazione ad assimilarsi a Roma:

prima nessuna comunità italica avrebbe considerato un onore particolare divenire romana a scapito della propria autonomia, come mostra il rifiuto dei Prenestini di trasformarsi in cittadini romani:

tanto meno quindi ci sarebbe stata ragione di manipolare la propria storia per assomigliarla a quella romana.

Dopo la distruzione i Nucerini andarono dispersi per le varie città campane per circa cinque anni, e solo con la caduta in mano romana di Capua (211 a.C.) poterono pensare a ricostituirsi in comunità. Il Senato concesse loro di occupare Atella, lasciata vuota dai suoi abitanti, mentre agli Acerrani, la cui città era stata solo parzialmente distrutta, fu consentito di rientrarvi e di ricostruirla nelle parti bruciate dal nemico. La notizia di questo insediamento ci è data sia da Livio (10), che da Appiano (10), con una sola differenza per quel che concerne la sorte degli Atellani: per il primo i Romani li avrebbero deportati a Calazia, per il secondo essi sarebbero stati trasferiti da Annibale nel Bruzio, ancora nelle sue mani, e precisamente a Turii. Le due notizie non sono incompatibili, giacché la deportazione romana potrebbe riguardare una parte della popolazione che aveva preferito non lasciare la patria, forse perché meno responsabile della defezione ad Annibale e più fiduciosa nella clemenza dei vincitori. La ricostruzione vera e propria di Nuceria si completerà poi nei primi anni del II secolo a.C., dandole quell’assetto urbanistico che ci è stato restituito dagli scavi.

Approfondimenti

1. Silio Italico, Puniche, VIII, 534-39: “Là potresti vedere Nuceria, e il Gauro, con la

gioventù puteolana atta alle guerre per mare; là la greca Partenope con molti soldati, e Nola, che non s’arrende al Cartaginese, ed Alife, e Acerra sempre appagata del Clanio; ed anche le genti Sarraste e i coloni del placido Sarno…” e Silio Italico, Puniche, X, 315- 16: “Giacciono sparse qua e là le insegne che portarono i bellicosi Sanniti e le genti Sarraste e le coorti Marse…”

2. Livio, XXIII, 11: “I Bruzi, gli Apuli, parte dei Sanniti e dei Lucani erano passati ai

Cartaginesi. Capua, capitale, dopo lo sfacelo della potenza romana a Canne, non soltanto della Campania, ma dell’Italia, s’era consegnata ad Annibale.”

3. Livio, XXIII, 15, 1-6: “Al giungere del pretore romano il Cartaginese si ritirò dall’agro

nolano e scese verso il mare in vicinanza di Napoli, desideroso d’impadronirsi di una città

di mare, che fosse una base sicura per le navi provenienti dall’Africa. Ma, quando seppe che Napoli era tenuta da un prefetto romano (era Marco Giunio Silano, chiamato dai Napoletani stessi), lasciò Napoli come già Nola e marciò su Nuceria. Dopo che l’ebbe

assediata per qualche tempo, ora con la forza, ora facendo inutili pressioni quando sul popolo quando sui maggiorenti, l’ebbe finalmente per fame, dopo aver patteggiato che i cittadini uscissero senz’armi e con una sola veste. Poi, siccome voleva da principio apparire clemente verso tutti gli Italici eccetto i Romani, offrì premi ed onori a quelli che volessero rimanere e militare con lui. Ma pur con questa lusinga, non riuscì a trattenerne neppure uno: si dispersero tutti, dove li spinsero legami d’ospitalità o un impulso casuale

dell’animo, per le città della Campania, particolarmente a Nola e a Napoli. Circa trenta senatori, e anzi i più ragguardevoli, si erano diretti a Capua, ma, respinti per aver chiuso le porte ad Annibale, si recarono a Cuma. La preda nocerina fu abbandonata al saccheggio dei soldati, la città diroccata e incendiata.”

4. Livio, XXIII, 16, 2: “Quando Annibale fu alle porte (infatti da Nocera mosse di

nuovo a Nola) e il popolo nolano si agitò nuovamente per la resa, Marcello a quel ritorno dei nemici si ritrasse entro le mura, non perché non osasse rimanere negli accampamenti, ma per non offrire un’occasione di resa della città ai troppi che l’attendevano.”

5. Appiano, Libica, VIII, 63: “Costoro (i Cartaginesi), dopo aver preso Nuceria,

nostra soggetta per un trattato, pur avendo promesso che ognuno sarebbe stato lasciato libero con due vesti, rinchiusero nei bagni i senatori, ed, avendo dato fuoco agli edifici, li soffocarono; uccisero invece a frecciate i cittadini che si allontanavano dalla città. Il senato degli Acerrani, poi, lo gettarono nei pozzi e li colmarono.” 6. Valerio Massimo, IX, 6: “Annibale avendo persuaso gli abitanti di Nocera, le cui mura la rendevano inespugnabile, ad abbandonare la città portando con sé due vesti ciascuno, quando furono usciti li fece soffocare nel vapore e nel fumo dei bagni. Il senato

di Acerra con lo stesso stratagemma fu tratto fuor delle mura e gettato in profondi pozzi.

Egli aveva dichiarato guerra al popolo romano e all’Italia, ma in realtà la rivolgeva, e ben più violenta, alla buona fede, compiacendosi di usare della menzogna e dell’inganno come

di un mezzo glorioso.”

7. Dione Cassio, XV, 30: “Annibale, pur avendo pattuito che, secondo i termini della

resa, i Nocerini esiliassero dalla città ognuno con una sola veste, quando ne divenne padrone, fece soffocare i senatori che stavano sdraiati nelle terme, concesse, a quanto pare, agli altri di andare dove volessero, ma ne fece uccidere molti lungo la strada. Ciò

non gli fu certamente utile: infatti quelli che rimanevano (in città), temendo che

capitassero loro le stesse cose, non venivano più a patti con lui, ma resistettero finché poterono.” 8. Zonara, IX, 2: “Dopo la defezione di Capua, anche il resto della Campania si sollevò,

e i Romani, appresa la sua defezione, erano sdegnati. Quanto ad Annibale, egli guidò una

spedizione contro i Nocerini. Gli assediati, per la mancanza di cibo, scacciarono quelli che per età erano inabili alle armi: ma Annibale non li accolse, anzi concesse scampo solo

a quelli che entravano in città. Perciò anche gli altri pattuirono di uscire dalla città con una sola veste. Ma dopo che divenne loro padrone, fece soffocare nei bagni i senatori che stavano sdraiati nei bagni stessi, e, dopo aver detto agli altri di andare dove volessero, ne uccise molti lungo il cammino. Molti di essi però sopravvissero rifugiandosi nei boschi, e, spaventati da ciò, non vollero patteggiare con lui, ma resistevano finché potevano.” 9. Silio Italico, Puniche, XII, 420-425 “Ma il condottiero libico, rotto da Marcello e fiaccato da un’aspra battaglia, aveva rinunziato ai campi aperti, e aveva rivolto le armi di un Marte troppo più forte contro la misera Acerra. Poi, dopo ch’ebbe abbandonata la città al ferro e al fuoco, si scagliò contro Nocera, per niente più lieve e moderato nella sua rabbia, e pareggiò le mura al terreno.”

10. Livio, XXVII, 3, 6-7: “Fulvio inviò a Roma al senato i Nocerini e gli Acerrani,

che si lamentavano che non v’era per loro dove abitare, bruciata in parte Acerra e distrutta Nocera. Agli Acerrani fu consentito di riedificare ciò che era stato bruciato; i Nocerini furono trasportati ad Atella, poiché lo preferivano, dopo che agli Atellani era stato ordinato di emigrare in Calazia.” 11. Appiano, Hannibalica, VIII, 49: “Dopo di ciò, i Romani devastarono il territorio degli Iapigi ribelli, Annibale invece quello dei Campani, poiché essi erano passati ai Romani, eccetto la sola Atella: e trasferì gli Atellani a Turii, affinché non intralciassero la guerra dei Bruzi, dei Lucani e Iapigi. Anche i Romani trasportarono ad Atella quelli che erano stati scacciati da Nocera”.

Nuceria in epoca romana R. Pucci

Agli inizi del I secolo a.C. scoppia tra Roma e gli alleati italici, che chiedono l’eguaglianza di diritti, la guerra sociale e la Lega Nucerina si scinde; mentre Nuceria resta fedele a Roma e ottiene subito la cittadinanza, le altre città aderiscono alla ribellione e l’avranno solo dopo la vittoria romana che comporta la conquista di Pompei e la distruzione di Stabia nell’88 a.C. da parte di Silla, che ne concede il territorio a Nuceria. Gli abitanti della Lega Nucerina sono assegnati alla tribù Menenia e le varie città si trasformano in municipii. Pochi anni dopo il territorio nocerino è gravemente danneggiato dalla rivolta di Spartaco e dei gladiatori. Alla congiura di Catilina, volta a trasformare in senso popolare lo stato romano, partecipa Publio Sizio Nocerino, che è il solo dei capi a sfuggire alla repressione (63 a.C.) rifugiandosi in Africa. Cesare nel 46 gli concederà un ampio territorio nella Numidia, dove affluiranno numerosissimi coloni dell’Agro: organizzato sul modello dell’antica federazione nocerina attorno a Cirta (Costantina), questo stato rimarrà semiautonomo fino alla metà del III sec. d.C. Nelle guerre civili tra Cesare e Pompeo e poi tra i Triumviri Ottaviano e Antonio e gli uccisori di Cesare, Nocera non ha un ruolo di rilievo. Ottaviano assegna parte del suo territorio a una colonia di veterani, ma l’arrivo dei coloni non sembra, come altrove, essersi risolto in un loro predominio nella città, giacché l’aristocrazia locale appare sempre ricca e potente, come mostrano le tombe monumentali di Pizzone e la costruzione dell’anfiteatro. Con l’avvento del Principato, Nuceria che ha assunto la denominazione di Nuceria Constantia, non ha ormai una storia propria e le notizie su di essa sono sporadiche. Nerone invia una nuova colonia di veterani nel 54 d.C. e nel 59 nell’anfiteatro di Pompei molti nocerini muoiono in una rissa con i tifosi pompeiani, che saranno duramente puniti dal Senato (1). Nel 62 d.C. un violento terremoto, seguito da altre scosse negli anni seguenti, colpisce tutta la zona e a Nuceria è danneggiato, tra gli altri edifici, il teatro.

Nel 79 d. C. l’eruzione del Vesuvio distrugge Ercolano, Pompei e Stabia (2). A Nuceria, gravemente colpita, si rifugiano molti profughi mentre parte dell’Agro diviene inabitabile. Dopo aver toccato un vertice di prosperità nel II d.C. secolo, comincia per Nuceria il declino. La popolazione decresce, ed è sempre più formata da liberti ed immigrati di origine orientale, tra cui si afferma il Cristianesimo: più o meno agli inizi del IV secolo si colloca la figura del primo vescovo, S. Prisco. La nuova religione, anche per l’appoggio dello Stato, diviene poi predominante e il Paganesimo è vietato.

Approfondimenti 1. Rissa tra Pompeiani e Nocerini. Tacito, Annali, XIV, 17: In quel tempo si ebbe un feroce massacro tra Nocerini e Pompeiani, originato da una futile causa in occasione dei ludi gladiatori promossi da quel Livineio Regolo, che ho già ricordato come espulso dal Senato. Dapprima si scambiarono ingiurie con l'insolenza propria dei provinciali, poi passarono alle sassate, alla fine ricorsero alle armi, e prevalsero i Pompeiani, presso cui si dava lo spettacolo. E così molti dei Nocerini furono riportati a casa col corpo straziato per le ferite, e in quella città parecchi dei cittadini piansero la morte dei figli o dei genitori. Il Principe (Nerone) rimise al Senato il giudizio dell'accaduto, il Senato lo affidò ai Consoli; poi tornata di nuovo la faccenda in Senato, si deliberò di vietare per dieci anni ai cittadini di Pompei simili pubbliche manifestazioni. Fu poi ordinato lo scioglimento di quelle associazioni costituite contro le disposizioni di legge. Livineio e coloro che avevano provocato il tumulto furono condannati all'esilio". 2. L'eruzione è descritta in maniera diffusa da Plinio il Giovane (Ep. VI, 16): "Caro Tacito, mi chiedi di narrarti la fine di mio zio, per poterla tramandare ai posteri con maggior esattezza. E te ne sono grato: giacché prevedo che la sua fine, se narrata da te, è destinata a gloria non peritura. Benché infatti egli sia perito in mezzo alla devastazione di bellissime contrade, assieme a intere popolazioni e città, in una memorabile circostanza, quasi per sopravvivere sempre nella memoria, e benché egli stesso abbia composto molte e durevoli opere, tuttavia alla durata della sua fama molto aggiungerà l'immortalità dei tuoi scritti. Ben io stimo fortunati coloro ai quali per dono divino è dato o di fare cose degne di essere narrate o di scriverne degne di essere lette; fortunatissimi poi coloro ai quali è concesso l'uno e l'altro. Fra costoro sarà mio zio in grazia delle sue opere e delle tue. Perciò tanto più volentieri

imprendo a compiere ciò che desideri, anzi lo chiedo come un favore. Egli era a Miseno e comandava la flotta in persona. Il nono giorno prima delle calende di settembre, verso l'ora settima, mia madre lo avverte che si scorge una nube insolita per vastità e per aspetto. Egli, dopo aver preso un bagno di sole e poi d'acqua fredda, aveva fatto uno spuntino giacendo e stava studiando; chiese le calzature, salì a un luogo dal quale si poteva veder bene quel fenomeno. Una nube si formava (a coloro che la guardavano così da lontano non appariva bene da quale monte avesse origine, si seppe poi dal Vesuvio), il cui aspetto e la cui forma nessun albero avrebbe meglio espressi di un pino. Giacché, protesasi verso l'alto come un altissimo tronco, si allargava poi a guisa di rami; perché, ritengo, sollevata dapprima sul nascere da una corrente d'aria e poi abbandonata a se stessa per il cessare di quella o cedendo al proprio peso, si allargava pigramente. A tratti bianca, a tratti sporca e chiazzata, a cagione del terriccio o della cenere che trasportava. Da persona erudita qual era, gli parve che quel fenomeno dovesse essere osservato meglio e più da vicino. Ordina che si prepari un battello liburnico: mi permette, se lo voglio, di andar con lui; gli rispondo che preferisco rimanere a studiare, anzi per avventura lui stesso mi aveva assegnato un compito. Stava uscendo di casa quando riceve un biglietto di Retina, moglie di Casco, spaventata dal pericolo che la minacciava (giacché la sua villa era ai piedi del monte e non vi era altro scampo che per nave): supplicava di essere strappata da una così terribile situazione. Lo zio cambiò i propri piani e ciò che aveva intrapreso per amor di scienza, condusse a termine per spirito di dovere. Mette in mare le quadriremi e si imbarca lui stesso per recar aiuto non solo a Retina, ma a molti altri, giacché per l'amenità del lido la zona era molto abitata. Si affretta là donde gli altri fuggono, va diritto, rivolto il timone verso il luogo del pericolo, così privo di paura, da dettare e descrivere ogni fenomeno di quel terribile flagello, ogni aspetto, come si presenta ai suoi occhi. Già la cenere cadeva sulle navi, tanto più calda e densa quanto più si approssimava; già della pomice e anche dei ciottoli anneriti, cotti e frantumati dal fuoco; poi ecco un inatteso bassofondo e la spiaggia ostruita da massi proiettati dal monte. Esita un momento, se doveva rientrare, ma poi al pilota che lo esorta a far ciò, esclama: «La fortuna aiuta gli audaci, punta verso Pomponiano!». Questi era a Stabia, dall'altra parte del golfo (giacché ivi il mare si addentra seguendo la riva che va via via disegnando una curva). Quivi Pomponiano, benché il pericolo non fosse prossimo, ma alle viste però e col crescere potendo farsi imminente, aveva trasportato le sue cose su alcune navi, deciso a fuggire, se il vento contrario si fosse quietato. Ma questo era allora del tutto favorevole a mio zio, che arriva, abbraccia l'amico trepidante, lo rincuora, lo conforta, e per calmare la paura di lui con la propria sicurezza, vuole essere portato al bagno: lavatosi, cena tutto allegro o, ciò che è ancor più, fingendo

allegria. Frattanto dal monte Vesuvio in parecchi punti risplendevano larghissime fiamme e vasti incendi, il cui chiarore e la cui luce erano resi più vivi dalle tenebre notturne. Lo zio andava dicendo, per calmare le paure, esser case che bruciavano abbandonate e lasciate deserte dalla fuga dei contadini. Poi si recò a riposare e dormì di un autentico sonno. Giacché la sua respirazione, resa più pesante e rumorosa dalla vasta corporatura, fu udita da coloro che adocchiavano dalla soglia. Ma il livello del cortile, attraverso il quale si accedeva a quell'appartamento, s'era già talmente alzato perché ricoperto dalla cenere mista a lapilli che, se egli si fosse più a lungo indugiato nella camera, non avrebbe potuto più uscirne. Svegliato, ne esce e raggiunge Pomponiano e gli altri che non avevano chiuso occhio. Si consultano fra loro, se debbano rimanere in luogo coperto o uscire all'aperto. Continue e prolungate scosse telluriche scuotevano l'abitazione e quasi l'avessero strappata dalle fondamenta sembrava che ora si abbassasse ora si rialzasse.

D'altra parte all'aperto si temeva la pioggia dei lapilli per quanto leggeri e porosi; tuttavia, confrontati i pericoli, egli scelse di uscire all'aperto. Ma se in lui prevalse ragione a ragione, negli altri timore a timore. Messi dei guanciali sulla testa li assicurano con lenzuoli; fu questo il loro riparo contro quella pioggia. Già faceva giorno ovunque, ma colà regnava una notte più scura e fonda di ogni altra, ancor che rotta da molti fuochi e varie luci. Egli volle uscire sulla spiaggia e veder da vicino se fosse possibile mettersi in mare; ma questo era ancora agitato e impraticabile. Quivi, riposando sopra un lenzuolo disteso, chiese e richiese dell'acqua fresca e la bevve avidamente. Ma poi le fiamme e il puzzo dl zolfo che le annunciava mettono in fuga taluni e riscuotono lo zio. Sostenuto da due schiavi si alzò in piedi, ma subito ricadde, perché, io suppongo, l'aria ispessita dalla cenere aveva ostruita la respirazione e bloccata la trachea che egli aveva per natura delicata e stretta e frequentemente infiammata. Quando ritornò il giorno (il terzo dopo quello che aveva visto per ultimo) il suo corpo fu trovato intatto e illeso, coperto dei panni che aveva indosso: l'aspetto più simile a un uomo che dorme, che ad un morto. Frattanto a Miseno io e la

mamma

Faccio dunque punto. Una cosa sola voglio aggiungere: ti ho esposto tutto ciò cui assistetti o che seppi subito, quando i ricordi sono più veritieri. Tu cavane ciò che più importa: altra cosa infatti una lettera, altra una storia; altra cosa scrivere per un amico, altra per il pubblico. Addio.”

ma ciò non importa alla storia, e tu non volevi conoscere altro che il racconto della sua morte.

Senatori, cavalieri e magistrati di Nuceria Constantia in epoca romana M. M. Magalhaes

Gli ordini senatorio ed equestre (1)

Di origine nocerina e patrono di Nuceria era il senatore e proconsole di Creta-Cyrenae di età

augustea M(arcus) Nonius [M(arci) f(ilius) Men(enia)] Balbus (2), personaggio notevole, legato alla vita municipale di Herculaneum (dove risiedeva) e dove l’intera famiglia, composta di patroni e munifici benefattori, fu onorata con un ciclo statuario.

Il

nostro Marco Nonio Balbo è identificato con l’omonimo tribuno della plebe del 32 a.C.

e

partigiano di Ottaviano, dal momento che il suo omonimo padre non portava alcun

titolo simile. Comunque, questo nocerino ricevette onori eccezionali, decretati dai decurioni ercolanesi: una statua equestre nel foro, una sedia curule vuota nel teatro, un giorno in più di giochi ginnici nella palestra e si stabilì che la processione della festa degli Antenati (i Parentalia) sarebbe partita dall’altare eretto in sua memoria. Cavaliere romano, quindi di rango equestre, era anche un personaggio nocerino di età augustea, denominato [- - - f(ilius) Me]n(enia) Hispanus, procuratore di Augusto, la cui iscrizione, purtroppo fratta a sinistra, non ci permette il recupero del gentilizio (3).

Comunque, dovrebbe trattarsi di un’iscrizione onoraria, dato che fu ritrovata nel cd. ‘edificio pubblico’ a S della città, in località Pareti, e nella dedica, partecipa anche un personaggio femminile, [- - -Ter]tulla, la figlia di Hispano, come sembra chiaro nel testo dell’epigrafe. Con molta probabilità, un altro cavaliere della Nuceria di I sec. d.C. era l’anonimo personaggio di un’iscrizione scoperta dal compianto prof. Raffaele Pucci, oggi murata sulla facciata della chiesa di S. Maria dei Miracoli a Montalbino a Nocera Inferiore. L’epigrafe, completamente inedita e ancora in fase di studio, ricorda un personaggio sicuramente di rango equestre, commemorato dai nocerini come patrono della colonia, se

si accetta che fossero i nocerini a collocare la lapide. Il testo dimostra ancora che egli era

stato onorato, per decreto del senato, con il diritto agli ornamenta consularia, conferiti

solamente in occasioni eccezionali. Ovviamente in tal modo, gli furono concessi gli onori del rango senatorio (dei consoli); sicuramente era un personaggio legato all’entourage

della capitale (4). Le lettere, del resto incise molto bene, fanno pesare ad iscrizioni e lapicidi romani, per cui si potrebbe ipotizzare che sia stata portata dall’Urbs. Da Castellammare di Stabia proviene, inoltre, un’iscrizione collocata nell’Antiquarium stabiese e pubblicata da chi scrive (5), di cui resta un frammentino con lettere molto simili, emerso dagli scavi della Cattedrale. Pertanto, è possibile accettare l’ipotesi che sia stata incisa da un buon lapicida o da un’officina di eccellente qualità che operava tra Nuceria e Castellammare. Ma c’è di più: la lapide di un altro illustre personaggio di Nuceria, onorato all’epoca dell’imperatore Tiberio, un cavaliere ancora inedito e in fase di studio, è stata recentemente scoperta negli scavi della necropoli di Piazza del Corso a Nocera Inferiore e sarà prossimamente pubblicata da chi scrive insieme alla dott.ssa Marisa de’ Spagnolis. Un altro personaggio importante di rango equestre della vita municipale di Nuceria e di Castellammare di Stabia (che fu annessa al territorio nocerino dopo la guerra sociale), sempre in età augustea, era il prefetto dei fabbri M(arcus) Virtius M(arci) f(ilius) Men(enia) Ceraunus (6) che rivestì anche le cariche di Vvir, IIvir iure dicundo ed aedilis. La sua iscrizione funeraria documenta, oltre le cariche normali ovvero l’edilità ed il duovirato (pretore), un’altra carica inusuale, il quinquevirato, su cui pochi si pronunciano. Pur tuttavia persiste un’ipotesi che vuole attribuire all’espressione Vvir l’equivalente a quinquennalis (censore), designando così il IIvir che ogni quinquennio veniva investito dei poteri cittadini di censura e di redazione dell’albo dei decurioni (7). Taluni ipotizzano, inoltre, che potrebbe trattarsi di un vero e proprio quinquevirato collegato ad una funzione sacerdotale (pur sempre di rango equestre), come già era accaduto in Spagna con un altro personaggio coevo e della medesima estrazione (8). Un importante dato fornito dall’iscrizione è la menzione che essa venne dedicata a Marco Virtio Cerauno dai decurioni di Nocera. Questi ultimi, riconoscenti per la munificenza da lui dimostrata, avendo fatto erigere la statua di un grande cavallo ed effettuate elargizioni pecuniarie al popolo nel giorno della dedicatio (inaugurazione) del monumento, gli concessero il duovirato gratuito. In tal modo lo esonerarono dal pagamento della summa honoraria che avrebbe dovuto versare nel momento in cui fosse stato investito della magistratura.

La gens Virtia si era stabilita in territorio nocerino-stabiese (più probabilmente a S. Marco, dove si trovava il monumento funerario della famiglia) con il padre di Cerauno, M(arcus) Virtius L(ucii) f(ilius) Men(enia), veterano della XIX legione cesariana il quale, insieme ad altri commilitoni, era stato dedotto a Nocera dai triumviri dopo il 42 a.C. e aveva avuto assegnato un gran lotto di terra nell’agro stabiano (9).

L’ordine dei decurioni e gli altri membri dell’amministrazione (pretori e edili)

Un’altra iscrizione onoraria da Herculaneum accenna ad un illustre personaggio degli anni tra Tiberio e Claudio, il cittadino nocerino L(ucius) Mammi[us] [- - -] Men(enia) pater, il quale era stato ammesso nell’ordine dei decurioni. Alla famiglia, che ricopriva un rilievo particolare ad Ercolano, possono forse essere attribuiti il console suffetto del 49 d.C. Lucio Mammio Pollione -politicamente legato al gruppo di Agrippina- ed un altro ricco ercolanese, forse un liberto, Lucio Mammio Massimo, onorato pubblicamente nella città e che elevò a sue spese un grande ciclo statuario in onore della dinastia giulioclaudia. Le magistrature nocerine, a quanto sembra, non erano diverse da quelle pompeiane e probabilmente le stesse propagande elettorali si verificavano annualmente all’epoca delle elezioni dei magistrati cittadini. Alcuni tituli picti (iscrizioni dipinte sulle pareti) riferibili a queste elezioni sono stati rinvenuti nella necropoli fuori la cd. porta Nuceria a Pompeii su alcune tombe. I pittogrammi evidenziano come la propaganda dei candidati nocerini si effettuasse anche lungo la strada che da Pompeii menava a Nuceria verosimilmente una delle più utilizzate da cittadini nocerini che si spostavano in occasione di spettacoli o di mercati. Questi tituli picti (10) sono databili all’età augustea, al limite tiberiana, contemporanei agli altri per il tribunato della plebe e riferibili alle elezioni augustee che mossero gli equites a farsi propaganda nei municipi, come si vedrà più avanti. Quindi, compare come candidato a IIvir quinquennalis (censore) L(ucius) Munatius Caeserninus in sei tituli (11), in uno dei quali insieme a L(ucius) Magius Celer (12), candidato a IIvir (pretore) (13), la cui importante gens senatoria era proveniente da Aeclanum. Ancora come candidato a IIvir/praetor (pretore) di Nuceria, compare L(ucius) Lusius Saturninus (14), un parente stretto o probabilmente il padre del senatore Q(uintus) Futius Lusius Saturninus, console

suffetto del 41 d.C. L’ultimo candidato a pretore (IIvir) è un Q(uintus) Fabricius (15), il cui titulus fornisce la peculiarità di recare la firma di chi lo ha dipinto (Gafio). Un caso a parte, costituiscono i titoli dipinti e recanti il nome di un C(aius) Tampius Sab(e)inus (16) come candidato, sia a pretore che a tribuno della plebe e quello di A(ulus) Fabius (17), anch’esso per il tribunato della plebe. Alcuni elementi inducono a ritenere che si tratti di tribuni di Roma: non solo perché la ricca onomastica locale ignora i Tampii ed i Fabii, ma anche perché manca nei testi epigrafici l’indicazione Nuceriae, presente negli altri programmata pompeiani, riferibili a questa città. Inoltre, la documentazione disponibile non evidenzia questa carica municipale (tribunus plebis) nella costituzione delle colonie. Si ha però una notizia (Cass. Dio 54, 30, 2) secondo la quale tra il 16 e il 13 a.C., essendo scarsi i candidati al tribunato della plebe a Roma per la perdita di importanza del tribunato stesso, venne approvata una legge per l’elezione diretta da parte della plebe di candidati entro una lista di equites con più di un milione di sesterzi. La lex, proposta dai magistrati in carica, diede a questi cavalieri l’accesso diretto al senato. Tale provvedimento ebbe un tale successo (Suet. Div. Aug. 30, 2) da essere ripetuto ancora nel 12 e nel 42 d.C. Pertanto, si può così attribuire questi tituli alle singolari elezioni augustee che incitarono i ricchi cavalieri a farsi propaganda anche nei municipi

(18).

Ancora alle elezioni nocerine sono riferibili i tituli dipinti di un [- - -] Niger (19), candidato ad edile e quello di un P(ublius) Vitellius (20), la cui carica è illeggibile, mentre risulta chiaro l’appellativo Constantia, riferito alla nostra colonia di Nuceria. Ulteriori epigrafi lapidee forniscono la conferma di tali magistrature nel territorio nocerino. Oltre l’iscrizione già esaminata di Marco Virtio Cerauno, cavaliere che fu anche edile e pretore, noto è anche il personaggio [M(arcus)?] Vibius M(arci) f(ilius) Men(enia) Coeianus (21), IIIIvir (cioè, edile) di età protoaugustea-giulioclaudia, forse anch’egli sepolto lungo l’asse viario tra Pompeii e Nuceria. Ma non è tutto: oltre a ciò, conosciamo un contemporaneo P(ublius) Helvius P(ublii) f(ilius), IIvir con poteri giurisdicenti (Fig. 6) (22), la cui iscrizione è stata rinvenuta sul labbro della fontana di S. Egidio del Montalbino cioè, in pieno agro nocerino. Ciò potrebbe comprovare che il personaggio abbia avuto le sue origini e forse anche delle proprietà nella zona di un vicus afferente a Nocera. È

probabile, dunque, che in qualità di magistrato abbia voluto agevolare l’approvvigionamento idrico pubblico locale. Infine sono sicuramente nocerini i IIIIviri aediles (sempre edili) M(arcus) Antonius M(arci) f(ilius) C[- - -] e C(aius) Coranus C(aii) f(ilius) Tuscu[s] (23) che, in età protoaugustea o giulioclaudia, rifecero a proprie spese la via e le sostruzioni di un ponte sul fiume Sarno ai confini tra il territorio nocerino e quello pompeiano (odierna Scafati), come attesta la loro iscrizione rinvenuta pochi anni fa (Fig. 7).

Approfondimenti:

1. Questo contributo fa parte di un più ampio lavoro dal titolo Ordo Populusque Nucerinus. Storia,

istituzioni e prosopografia di Nuceria romana, di prossima pubblicazione. Ringrazio il Prof. Teobaldo Fortunato per l’invito a partecipare a quest’opera e per le opportune correzioni d’italiano; al laureando Massimiliano Pucci che mi ha agevolato le Figg. 2 e 3. 2. Si veda ad esempio l’iscrizione CIL X 1429, dedicata dai nucerini stessi. Tutti i personaggi qui menzionati recano nella loro formula onomastica il termine Menenia, relativo alla tribù nella quale furono ascritti tutti i cittadini delle cinque città facenti parte del cd. Ethnos dei Nucerini: Herculaneum, Pompeii, Nuceria, Stabiae e Surrentum.

3. M. A. FRESA, Nuceria Alfaterna in Campania, Napoli 1974, p. 144, fig. 66.

4. L’autenticità del testo, per il momento, va considerato con cautela, dovuto all’impiego

sbagliato di un vocabolo – benifi(cium) (!) - nonostante gli errori siano costanti in epigrafi del genere. 5. M. M. MAGALHAES, Stabiae romana. La prosopografia e la documentazione epigrafica:

iscrizioni lapidarie e bronzee, bolli laterizi e sigilli, Castellammare di Stabiae 2006, scheda n. 77.

6. M. M. MAGALHAES 2006 cit., scheda n. 7.

7. A. VARONE, Il panorama epigrafico in età romana, in Nuceria Alfaterna e il suo territorio, vol.

II, Nocera Inferiore 1994, p. 42.

8. M. M. MAGALHAES 2006 cit., p. 24.

9. M. M. MAGALHAES 2006 cit., scheda n. 9.

10. Tutti questi personaggi già sono stati elencati in precedenza da A. VARONE 1994

cit., p. 44.

11.

CIL IV 3857-58, 3865, 3874-75 e 9942.

12. CIL IV 9942.

13. CIL IV 3871, 3873 e 9942.

14. CIL IV 3861 e 3863: IIvir; in 9956: praetor.

15. CIL IV 9961.

16. CIL IV 9952: praetor cand(idatus); in 3872 e 9949: tribunus plebis.

17. CIL IV 9953.

18. Per il dibàttito si vd. M. TORELLI, Tribuni plebis municipali?, in Sodalitas n. 3, Napoli

1983, pp. 1397-1402.

19. CIL IV 3868.

20. CIL IV 3876.

21. CIL X 1075.

22. M. M. MAGALHAES, S. Egidio Monte Albino (Nuceria): rilettura dell’iscrizione del magistrato P. Helvius, in Pompei, Capri e la Penisola Sorrentina. Atti del quinto ciclo di conferenze di geologia, storia e archeologia. Pompei, Anacapri, Scafati, Castellammare di

Stabia, ottobre 2002-aprile 2003, Capri 2004, pp. 484-490. 23. M. DE’ SPAGNOLIS CONTICELLO, Il pons Sarni di Scafati e la via Nuceria-Pompeios, Roma 1994, pp. 49-50; M. M. MAGALHAES 2004 cit., pp. 454-458.

Le evidenze monumentali

Se allo stato attuale delle conoscenze archeologiche e storiche in nostro possesso, non è

ancora possibile chiarire con precisione quale sia stata la reale genesi della città di Nuceria (si ricorda che la citazione più antica del toponimo è in Filisto)*, tuttavia possiamo concordare con quanto afferma Werner Johannowsky a proposito di un “fenomeno di

sinecismo che ha creato, al posto di un insediamento sparso… le premesse per delle strutture urbane”. Sono ancora una volta le necropoli, in alcune aree esterne alla cinta muraria di Nuceria, a fornirci elementi utili alla comprensione delle dinamiche legate, nel corso della II metà del

VI sec. a.C., alla sua fondazione. Evidentemente, esisteva sin dall’inizio una destinazione

d’uso degli spazi, già prestabilita, secondo schemi collaudati in altre città dell’Italia antica d’influsso greco ed etrusco. L’impianto urbanistico antico (IV sec. a.C.) così come l’illustre studioso lo ha ricostruito, è di forma rettangolare di mt. 1200 x 1000, orientato secondo i punti cardinali e con assi viari ortogonali, oggi solo parzialmente riconoscibili ed accertati, in alcuni punti del centro antico. Delle fortificazioni, del resto già ricordate da Valerio Massimo, “…urbem inespugnabilis muris cinctam” rimangono ampie tracce lungo il lato meridionale ed una torre mediana sul versante settentrionale. Fu verosimilmente la vittoria dei Greci sugli Etruschi, nella battaglia navale di Cuma del 474 a.C. a determinare l’inversione di tendenza nel predominio politico di molte città di influenza etrusca, tra cui Nuceria con la conseguente espansione dell’etnia sannitica. Anche i corredi delle tombe coeve documentano il grado di agiatezza raggiunta dalla città,

ad

esempio quelli rinvenuti in epoca borbonica nella necropoli meridionale tra le località

di

Pareti e Pucciano o l’eccezionale tomba a cassa, cosiddetta del “guerriero”,

recentemente rinvenuta a Sarno in località Garitta. Nel 307 a.C. Nuceria entrò nell’orbita politica romana. Secondo il racconto di Tito Livio, fu distrutta da Annibale nel 216 a.C., “… Nuceriae praeda militi data est, urbs direpta atque incensa” pagando così la sua fedeltà a Roma. Poco dopo fu ricostruita e sia la necropoli orientale di Pizzone che le tombe ellenistiche dagli elementi fittili rivestiti d’oro, rinvenute da Marisa dé Spagnolis a San Clemente, documentano forse che la città continuò ad avere

un ruolo di primo piano nell’intera Valle. Probabilmente risale a tale epoca la riedificazione della cinta muraria, almeno nella fase che è giunta fino a noi e messa in luce a Pucciano. Ad alcuni decenni successivi, è forse da ascrivere la costruzione del teatro ellenistico – romano in località Pareti, posto scenograficamente nel punto più alto del centro antico. Nel I secolo a.C., a Nuceria, dopo l’assegnazione della cittadinanza romana, fu dato il territorio di Stabiae, distrutta da Silla nell’89 a.C. Da Ottaviano fu dedotta la colonia di Nuceria Constantia, iscritta alla tribù Menenia e rafforzata sotto Nerone, con un nuovo contingente di veterani. A quell’epoca risale la storica rissa tra Pompeiani e Nucerini, menzionata da Publio Cornelio Tacito, negli Annales e immortalata in un celebre affresco pompeiano. Qualche anno dopo, subì i danni ingenti provocati dal terremoto del febbraio 62 d. C. e nel 79, l’eruzione che seppellì le città vesuviane la ricoprì di uno strato di 50 cm di lapilli successivamente rimossi e collocati in aree fuori o dentro la cinta muraria (ad esempio a Pucciano o nei pressi dell’attuale Municipio di Nocera Superiore), insieme ad intonaci, frammenti fittili ed architettonici. La maggior parte delle ville rustiche di tutto l’Ager Nucerinus furono abbandonate; in alcuni casi però furono recuperati i dolia dalle celle vinarie: è il caso di Villa Prete a Scafati o delle ville rinvenute ad Angri. Tali strutture produttive ci offrono un quadro dell’economia della Valle in epoca tardo repubblicana e durante il I secolo d. C. I torcularia ed i dolia nelle celle vinarie permettono di calcolare talvolta anche il quantitativo di vino o di cereali ed ortaggi che poteva essere prodotto. La conservazione in alcuni casi, di legno di alberi da frutto ha permesso di stabilire che venivano coltivati alberi di noce, pero, pesco, ciliegio, melo e sorbo. Dopo il cataclisma dunque, la città, gli acquedotti (si ricorda quello augusteo di cui sono visibili resti a Castel San Giorgio ed a Sarno) e le strade furono presto ripristinate. Pur tuttavia, a partire dal II sec. d. C., subì il graduale ma inarrestabile tracollo economico di tanti centri italici della provincia romana. A Nuceria la documentazione archeologica mostra ad esempio, un restringimento del nucleo urbano ed un riutilizzo più modesto delle domus cittadine. E’ il caso dell’insula di via Ungaro, a Nocera Superiore, di cui in epoca tardo antica vengono riutilizzati alcuni ambienti quale officina vitraria o del grande complesso architettonico di III - IV sec. d. C. a Santa Maria Maggiore, su cui nel corso del VI sec., fu impiantato il

Battistero Paleocristiano, noto anche con l’appellativo de “La Rotonda”. I recentissimi scavi nell’area antistante il monumento, hanno confermato che già nel V sec., dopo l’eruzione del 472 d.C., le unità abitative talora furono abbandonate e obliterate da sepolture a cappuccina o a semplice fossa terragna già d’ambito cristiano.

Il teatro Ellenistico-romano di Nuceria T. Fortunato

L’edificio, individuato e parzialmente portato alla luce da Werner Johannowsky, tra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80, nella zona compresa tra le località di Pareti e Pucciano, risale, considerando quanto di esso è stato indagato fino ad oggi, ai decenni intorno alla metà del II secolo a.C. L’edificio che sembra il più antico del genere “in un centro non greco della Campania” (W. Johannowsky) fu addossato al centro del lato meridionale della cinta muraria della città e collegato all’angolo SO, mediante una struttura sporgente che potrebbe essere stata parte integrante di una torre con relativa camera inferiore, posta lungo il camminamento di ronda. Infatti, il teatro presenta una struttura originaria coeva alla fase delle torri con camera sottostante della cinta muraria. Gli analemmata evidenziano “nicchie-contrafforte e blocchi di tufo in funzione di diatoni di collegamento con queste, con una tecnica in opus incertum di calcare e – nelle parti di contrasto – di tufo” (W. Johannowsky), mentre il tracciato dell’eurypus, “centrato dietro la scena sulla cavea di età sannitica”, potrebbe aver subito condizionamenti dovuti alla preesistente presenza dell’edificio ludico abolito in età augustea. Fu ubicato sicuramente lungo l’asse della strada N/S, posto in tal modo, frontalmente rispetto alla porta di cui la toponomastica ha preservato il nome di Portaromana. Era parte integrante di un ginnasio di cui è stata evidenziata la palestra, ad Ovest. La cavea risulta addossata al lato dell’aggere del lato Sud delle mura. Nella prima fase documentata d’epoca sannitica, il diametro dell’orchestra doveva aggirarsi intorno ai 50 piedi oschi, corrispondenti a ca. 13,80 m. Gli analemmata rimasti, appartengono alla fase sannitica, quando l’edificio risultava aperto verso Nord ed aveva la pianta compresa in un rettangolo di 79 m x 34,50, prolungato da una struttura della stessa larghezza nell’area del camminamento di ronda superiore delle mura, di cui però è giunto sino a noi unicamente il limite estremo ad Occidente. La tecnica edilizia usata durante tale fase è l’opera cementizia con paramento in opus incertum di caementa di calcare del diametro medio di 20 cm e di blocchetti rettangolari della medesima altezza. Tale risoluzione tecnica trova riscontri coevi nelle due fasi più recenti delle fortificazioni. L’ipotesi della contemporaneità di costruzione dei rifacimenti e potenziamenti delle mura e del ginnasio

di cui il teatro era parte integrante, è avvalorata dalla presenza di nicchie curve quali contrafforti sia nel muro di contenimento dell’aggere che delimita la palestra ad Ovest

della cavea, sia negli analemmata della stessa cavea. Tale sistema di contraffortamento che sembra trovare a Nuceria la più antica applicazione monumentale, raggiunge nel lato occidentale della cavea, l’altezza di 14 m. Esso si è conservato in quanto fu inglobato nell’ampliamento dell’edificio scenico in piena età augustea. Gli analemmata non erano divergenti, mentre il koilon verosimilmente

era semicircolare. Il tratto invece E/O dell’eurypus, dal momento che è centrato sulla

cavea originaria, potrebbe ricalcare il fondale originario tra i parasceni dell’edificio. In tal

modo, la lunghezza dovrebbe aggirarsi intorno ai 20 m ca. Il rapporto tra l’ampiezza della

scena ed il diametro dell’orchestra (non più verificabile poiché il livello fu abbassato di 70

cm ca. in età augustea) dovrebbe risultare quindi analogamente proporzionale a quello di

altri teatri ellenistici. E’ evidente che solo la prosecuzione dello scavo del teatro, ormai interrotto da più di un ventennio, potrà chiarire se vi fosse come altrove, una soluzione dello schema teatro-tempio. Ciò che rimane della fase tardo – ellenistica del teatro è fondamentale sia per la forma già ad emiciclo del koilon sia per la tipologia di contrafforte che per l’ubicazione all’interno della risistemazione scenografica di un complesso preesistente. La trasformazione e l’ampliamento posteriore sono evidenti nell’uso molto accurato del latericium e nella realizzazione delle tre nicchie della scenae frons; la nicchia centrale si presenta curva come a Pompei, ad Ercolano, a Fiesole e a Volterra. Questa fase, ritenuta seconda, è pertinente ad un arco cronologico compreso tra la tarda età augustea e l’inizio di quella tiberiana. L’edificio fu ricostruito quasi totalmente:

l’asse fu spostato di 3,50 m verso Est ed il diametro, ampliato fino a raggiungere 96 m. Pertanto, sembra coincidere, a livello di fondazioni, con la fase augustea del teatro di Neapolis. L’orchestra ha un diametro di 23,84 m; le parodoi risultano larghe 2,96 m. La fronte del pulpitum, articolata tra due scalette da cinque nicchie alternate, rettangolari e curve, era anticipata da una vasca sporgente fino al centro dell’orchestra con zampilli posti dinanzi alle tre nicchie curve. Gli zampilli erano alimentai da fistule. La cavea era divisa sino alla praecinctio, da scale con fognoli sottostanti che convogliavano le acque reflue nell’eurypus sotto la praecinctio inferiore. Le strutture nella cavea sono in opus

reticulatum di tufo con ammorsature in latericium negli spigoli e nei piedritti; anche il pulpitum è realizzato nella medesima tecnica, mentre tutto l’edificio scenico è in laterizio. Se i sedili della cavea, come quelli della proedria, erano rivestiti di marmo italico, la praecinctio inferiore e le scalinate d’accesso avevano una pavimentazione in blocchi di calcare dei monti Lattari. Tali blocchi assolvevano anche al compito di copertura dei canali sottostanti. Della ricca decorazione della scaenae frons, databile alla tarda età augustea, è rimasto ben poco, a causa delle spoliazioni successive: tra i resti significativi si segnala un frammento di base attica con il toro superiore ornato da foglie di quercia. Parti di capitelli corinzi talvolta con foglie di canna, inoltre elementi di epistilio con kymation lesbio e cornici a mensole con motivi decorativi nei lacunari, simili a quelle del teatro di Pompei. Nel vano in fondo all’iposcenio, fu rinvenuta la testa di un ritratto marmoreo di Agrippina Maggiore, forse in origine collocata in una delle nicchie della scaenae frons. Anche i frammenti delle decorazioni parietali nelle parodoi, pertinenti al III stile pompeiano, confermano una datazione di tutta la decorazione e del rifacimento tra Augusto e gli esordi dell’ epoca tiberiana. Un ulteriore restauro, documentato altresì da un’epigrafe, si ebbe sotto Domiziano. E’ possibile attribuire a tale fase, l’abolizione della vasca dell’orchestra e la sua conseguente pavimentazione, pervenuta in pessimo stato di conservazione. Realizzata in lastre di marmi colorati, come l’alabastro egiziano, il marmo di Teos e di Chemtou, fu risistemata già in antico. Secondo Werner Johannosky, parte della decorazione marmorea, tra cui capitelli di colonne e di pilastri, frammenti architettonici, mensole e cornici reimpiegati e deposti all’interno del Battistero paleocristiano di Santa Maria Maggiore, sempre a Nocera Superiore, potrebbero provenire, con molta probabilità, proprio dalla scaenae frons del teatro di Pareti, anche se allo stato attuale degli studi non è ancora possibile averne la certezza.

L’anfiteatro di Nuceria T. Fortunato

Nelle memorie dell’astronomo Alfonso Fresa (1) -ancora inedite-, leggiamo: "Correva "

quando egli, insieme al germano minore, Matteo, frate francescano,

ritenne, in base alla verifica de visu di alcuni indizi e racconti che circolavano nel monastero e a Nocera Superiore, di aver individuato, nel giardino piccolo del Convento

di Santa Maria degli Angeli, nel villaggio di Grotte, un anfiteatro sepolto di cui era

svanita ogni traccia storica. All’epoca, la notizia interessò poco il laureando Alfonso, che la carriera di lì a poco avrebbe portato lontano dalla sua terra, verso l'Osservatorio Astronomico di Torino. Trascorse un trentennio prima che, a metà degli anni Cinquanta, tracciasse la prima relazione e una pianta ipotetica del monumento, sottoponendola al celebre archeologo Amedeo Maiuri, allora direttore degli scavi di Pompei. Nel 1958 i tre, Alfonso, Matteo e Amedeo scesero attraverso la porta di un "cellaio nero

come la bocca dell'inferno" in un ambulacro romano: intravidero blocchetti di tufo nocerino

in opera reticolata, alternati a filari di laterizi, chiusi in alto da una fascia decorata a

motivi fitomorfi, lambiti ancora da pallide tracce di cromie. Coltri enormi di fango e detriti ostruivano ogni cosa, in tutte le possibili direzioni: i varchi erano sbarrati verso occidente, dove era il giardino dei monaci e la lunetta della cantina, da cui era disceso frate Antonio, trent'anni prima; a oriente, un esile passaggio permise loro, avanzando carponi, di giungere in uno degli accessi principali dell'edificio, sormontato da un'enorme volta a botte; solo la luce delle aste luminose contro le tenebre chiarì all'archeologo il mistero di quel sotterraneo: era proprio l'ambulacro ellittico di un anfiteatro. La visione allontanò la repulsione di essere discesi nell'antro, calpestando gradini ingombri della "viscida belletta calata con secoli di alluvioni" dal vicinissimo monte Albino. Questa la cronaca. I fatti, nella sostanza, rimangono gli stessi pubblicati nei primi e unici articoli di Matteo e Alfonso Fresa, all'inizio degli anni Sessanta.

l'anno 1926

Ancora oggi, non sappiamo altro dell'anfiteatro, se non che, genericamente, potrebbe

datarsi tra il I secolo a.C. e il I d.C. e che rifacimenti (in base agli elementi decorativi e agli stucchi al momento visibili) sarebbero di età traianea o riferibili all'epoca di Adriano. Inoltre, nel corso di uno studio recente, condotto da un equipe interdisciplinare per l’elaborazione del piano per la valorizzazione di Nuceria Alfaterna, è stata sistematizzata la conoscenza documentale esistente, riportando su una planimetria aggiornata la totalità dei rinvenimenti. Contestualmente, un nuovo ritrovamento nelle cantine dell’edificio ubicato nel cortile opposto a quello costruito sulle tracce dell’anello radiale superiore dell’anfiteatro, ha consentito di formulare una nuova ipotesi sulla dimensione del monumento stesso che, pertanto, potrebbe essere assimilato a quello di Capua. Se tale ricostruzione ipotetica dovesse essere supportata da dati archeologici ulterioremte verificati, andrebbe aggiornato il modello interpretativo proposto dai fratelli Fresa. Allo stesso modo, anche l’entità della cortina muraria ovest, addossata al monumento e proposta da W. Johannowsky, andrebbe riconsiderata attraverso un’indagine pianificata dell’intera area. In una pergamena del Codex Diplomaticus Cavensis relativa al gennaio del 1014, si fa

menzione di un appezzamento di terreno "in locum Nucerie

Il documento può rappresentare forse, il limite post quem non v'era più

ubi proprie ad Grotte Aceprandi

dicitur

memoria dell'arena, luogo dei tanti combattimenti gladiatori, ricordati dai graffiti pompeiani? Tra il XII e il XIII secolo i setti murari che ancora sporgevano dal suolo, furono inglobati nella fabbrica ellittica ed eccentrica di Palazzo Ruotolo, un tempo dimora dei principi Cardamone, di stirpe angioina.

La facciata, rimaneggiata nel corso del tempo, conserva un caratteristico arco catalano ribassato, con in alto una originaria coppia di leoni rampanti che incorniciano uno scudo entro cui campeggiano gigli angioini. Finalmente è stato avviato il procedimento di acquisizione al patrimonio pubblico del complesso architettonico e del retrostante giardino che consentiranno dopo una pianificata campagna di scavi la fruizione parziale dell’arena nucerina laddove, due

millenni or sono, otto metri più in basso, gareggiavano "gladiatorum paria XX et venatio

".

".

Approfondimenti:

1. Il 10 gennaio del 1985, si spegneva Alfonso Fresa, una delle figure più emblematiche e significative di tutta la Valle del Sarno. Nato nel 1901 a Cucciano, piccola frazione di Nocera Superiore ed in epoca romana, cuore pulsante dell’antica Nuceria, conseguì la laurea in Discipline Nautiche nel 1926, presso l’Istituto Navale di Napoli. Agli esordi, fu assistente volontario all’Osservatorio di Capodimonte; nel ’34 fu nominato assistente all’Osservatorio di Pino Torinese e nel ’52 Astronomo, stavolta, di nuovo a Capodimonte. Nel 1954, ottenne la libera docenza in Astronomia Geodetica all’Università di Napoli; lasciò il mondo accademico nel ’66. Presidente della International Lunar Association per lunghi anni; gli fu dedicato un cratere lunare nel 1974, per onorare la lunga e fruttuosa carriera scientifica, ma, strano destino quello di Alfonso Fresa: tutta la vita trascorsa a scrutare nel profondo della lunga notte siderale, da una specola astronomica all'altra, e a frugare nelle viscere della sua Nocera; a osservare stelle variabili, calcolando traiettorie di pianetini lontanissimi e comete; immergersi poi, negli anfratti di palazzi vetusti, non solo per sfatare leggende, o fugare ombre. Piuttosto, dedito ad annotare sezioni di mura possenti dalle decorazioni in stucco, al tremulo pallore di torce, per scoprire, in tal modo, tra le innumerevoli cose, un anfiteatro travolto da disastri naturali, sommerso da alluvioni, in un passato ignoto, senza tempo apparente.

La Necropoli di Pizzone M. de’ Spagnolis

La

necropoli monumentale di Pizzone che costituisce per le sue caratteristiche un unicum

in

Italia si deve all’opera di sistematico controllo del territorio da parte dell’Ufficio Scavi

di

Nocera della Soprintendenza per i Beni archeologici di Salerno. Essa è stata individuata

in

località Pizzone, a soli m 800 dalle mura orientali della città di Nuceria. Il primo saggio

effettuato permise di portare alla luce delle semplici tombe imperiali, il secondo rivelò la presenza di edifici di ben altra monumentalità. Si decise allora di intervenire e sbancare

tutta l’area estesa per circa 5000 mq. Un lavoro immenso che comportava l’asportazione

di un enorme quantitativo di terreno dilavato dalla montagna nel corso di alluvioni che

avevano ricoperto l’area per circa m. 7,00. Man mano che si asportava la terra e si scendeva progressivamente di livello, per raggiungere le quote archeologiche, cominciavano ad affiorare le creste di monumenti

funerari monumentali disposti ad intervalli irregolari e, lungo due allineamenti, i lati della strada lungo la quale essi si collocavano come avveniva di consueto nel mondo romano quando i sepolcri erano posti lungo tracciati viari. I viaggiatori avevano così l’opportunità

di leggere i messaggi che i defunti scrivevano sulle loro tombe, di riflettere sulle loro

condizioni e di rivolgere loro un pensiero o un ricordo. Anche nel caso di Nuceria una strada usciva da una delle porte della città in direzione di Salerno. L’asse viario si dirigeva verso la località Camerelle ove terminava. In tale luogo, confluivano la via Popilia proveniente da Sarno e l’asse viario proveniente da Rota. L’incontro delle strade farebbe pensare alla presenza di un ponte. L’esistenza della grande via Popilia rendeva la strada di Pizzone una bretella di grande importanza per i collegamenti ma anche appartata e pertanto ben adatta alla funzione di via dei Sepolcri analogamente a quanto constatabile nella vicina Pompei dove l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C, ha permesso di conservare città e necropoli. Gli scavi condotti dal 1994 al 1997 hanno permesso di portare alla luce a ben m. 7,00 di profondità rispetto al piano di campagna, la quota archeologica antica si cui si impostavano una serie di recinti e edifici funerari monumentali allineanti lungo un asse

viario realizzato artificialmente ad una quota inferiore di ancora circa m. 3,00. Il tratto di strada presentava, pertanto, la particolarità di correre incassato nel terreno forse per creare una trincea da sacrificare ad eventuali alluvioni della montagna che incombeva sulla città (cosa che si è effettivamente verificata). Aveva, però, anche altre particolarità come quella di essere particolarmente ampio (circa metri 10) e tripartito in tre corsie di cui quella centrale delimitata da pietre, forse in funzione di un percorso pedonale. Dobbiamo ipotizzare che le strade ai lati del percorso pedonale fossero a doppio senso di circolazione. Il taglio artificiale della strada e la scenografica disposizione dei monumenti funerari impostati ad una quota superiore rispetto alla quota del tracciato viario, ma collegati con la sottostante strada, permettono di ipotizzare una volontà di ben precisa programmazione per la sistemazione di un’area destinata ad ospitare le tombe dei romani della colonia di Nuceria Costantia dedotta nel 42 a.C. Certamente un momento di notevole importanza per Nuceria e la necropoli ci aiuta a comprenderlo meglio. E’ un’epoca di grande fervore urbanistico in cui i romani rivaleggiavano con il mondo greco ellenizzato nel realizzare edifici di grande impatto scenografico che dovevano offrire l’immagine della grandezza di Roma. L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. aveva investito anche Nuceria ricoprendola mediamente per circa 50 cm. Il lapillo caduto in città fu facilmente rimosso, mentre nella necropoli esso, anche in seguito a dilavamenti, andò a riempire la trincea artificiale. La strada scomparve del tutto, seppellendo, come Pompei, anche parte della necropoli. L’interro della strada nel 79 d.C. favorì la valorizzazione di un asse viario secondario, al sevizio della necropoli, corrente alle spalle dei monumenti funerari del lato meridionale. A partire pertanto dalla fine del I secolo d.C. venne utilizzato questo secondo tracciato lungo il quale vennero costruiti altri edifici funerari, come quello di un calzolaio. L’area portata alla luce, sia pure molto vasta non è stata scavata del tutto. Sono stati esplorati cinque di sette grandi mausolei e portati alla luce sette tra recinti di columelle e monumenti funerari di minore importanza. Il rapido interro della strada ha fatto salva la conservazione della parte inferiore dei monumenti mentre la parte superiore che affiorava è stata fatta oggetto di spoliazioni non

solo della decorazione architettonica, ma anche delle lastre di rivestimento al fine di recuperare materiali per la realizzazione delle tombe di epoche successive che colonizzarono l’area. Il primo dei cinque monumenti, rientra in una tipologia squisitamente romana. Si tratta di un edificio di forma circolare (largo m. 13 alto circa m. 6) del tipo a tumulo che presenta l’apertura lungo la strada. Essa immette in un corridoio adducente ad una camera funeraria circolare nelle cui pareti sono realizzate, in totale, otto nicchie per le urne cinerarie che non sono state rinvenute. Il corridoio in ascesa dopo aver raggiunto la camera funeraria si dirige verso l’estremità opposta dove si apre una finestra ai cui piedi sono due columelle una delle quali relativa ad una Numisia. Siamo pertanto di fronte alla gens Numisia ed ad un edificio databile alla seconda metà del I secolo a.C. che trova numerosi confronti in tutto il mondo romano. Il secondo monumento, a dado con la parte superiore a tholos, presenta ben conservata solo la parte inferiore formata da un massiccio basamento quadrato. Due ante inquadravano la fronte e sostenevano ciascuna un leone di calcare, solo uno conservatoci. Un cippo rinvenuto sul lato occidentale con l’iscrizione di una Cornelia Anthis permette di attribuire il monumento alla gens Cornelia. Esso trova confronto con un Mausoleo di Ostia datato al 25 a.C. Sul lato meridionale si è esplorato un edificio a pianta quadrangolare impostato su di una platea di forma trapezoidale collegata con il sottostante piano stradale da due scenografiche scalee di accesso e sostenuto, analogamente al monumento circolare, da un lungo muro di terrazzamento. All’interno una cella con volta a botte conserva urne cinerarie. L’edificio risalente nella sua costruzione originaria alla metà del I secolo a.C. era già in abbandono al tempo dell’eruzione del 79 d.C. Sulla platea si dispongono lungo tutti i lati le columelle. Quelle poste sulla fronte sembravano guardare verso la strada per farsi notare dai viandanti . Numerosi i nomi: ne ricordiamo alcuni: Q(uinti) Lutatei Q(uniti)L(iberti)/ Sosicensis; Lutatia Q(uinti)l(iberta)/Agathemeris; Q(uinti) Lutati/Felicis; Q(uinti) Lutati/Eronis/maioris; Q(uintus)Lutatius/Barba; Lutatia /Prima; P(ublio)Antonio/Amaranto; Lutatia II/SecundaII; Hermes/v(ixit) a(nnos) X; v(ixit) a(nnos)II/Venia.

Numerosi anche i bambini; le ventisette columelle rinvenute ci riportano alla gens Lutatia. Sulla fronte due iscrizioni l’una in latino, metrica, la seconda in greco che ci raccontano la storia di Quintus Lutatius Varo fanciullo di diciassette anni, affogato nelle acque di un corso d’acqua dolce. L’iscrizione latina consiste nel lamento funebre di un padre per la perdita del figlio Quinto Lutazio Varo, morto sotto i suoi occhi mentre nuotava. A lui il padre invano aveva tentato di dare aiuto. Il padre augura al figlio l’eternità dell’anima. L’ iscrizione greca reca il lamento dello stesso giovane che invita il viandante a compiangere il suo triste destino. Il monumento del Lutatii, al contrario dei recinti permette di comprendere bene la progressiva deposizione delle sepolture che vanno ad occupare prima la fronte strada e poi invadono tutto il resto della platea circostante l’edificio. Proprio la progressiva collocazione delle columelle offre un dato interessante relativo alla columella con testa- ritratto realizzata nella fase finale d’uso dell’edificio funerario molto probabilmente in epoca augustea. Tale columella con testa-ritratto costituisce un unicum e costituisce un precedente per le erme-ritratto di epoca augustea. Le columelle consistono in un particolare tipo di segnacolo funerario caratterizzato dalla parte superiore a forma di disco, stilizzazione della testa umana raccordata al fusto con un piccolo elemento che rappresenta il collo. Sul viso e più raramente sul fusto è riportato il nome del defunto. Esse sono realizzate in calcare, lava, o tufo nocerino; solo con l’età augustea si cominciò ad usare il marmo. Per le donne, la parte posteriore presenta una stilizzata crocchia di capelli raccolta sulla nuca o una complessa pettinatura con due trecce che si dipartono dalla parte alta della fronte e formano un cerchio dietro la testa. L’uso di questo tipo di segnacolo ha un ambito molto circoscritto. Esso si rinviene esclusivamente nei territori dell’ex confederazione nocerina (Nuceria, Pompei, Stabia, Sorrento, Ercolano, Sarno). Lo scavo della necropoli di Pizzone permette di accertare che almeno per Nuceria l’uso delle columelle era già in disuso nella seconda metà del I secolo e cessato del tutto dopo l’eruzione del 79 d.C. non essendosi rinvenuto alcun esemplare nello strato post-eruzione. Un recinto di 16 piedi sulla fronte e 30 piedi di lato(m.4,80 x 9) era di proprietà di un Sex Numisius che fece da vivo il monumento funerario per sé e la propria famiglia. Esso è

stato solo parzialmente esplorato e sono state rinvenute alcune columelle e la splendida erma-ritratto di una fanciulla del nome Optata. Un altro recinto ospitava 14 columelle tre relative a uomini le altre a donne. Esse attestano le gentes Trebia, Sosia, Numisia, Ovia. Sul lato destro della strada è presente un monumento a dado di tufo formato da una parte inferiore impostata sul piano stradale antico, nettamente distinta dalla parte superiore dalla presenza di una cornice. La base presentava quattro telamoni inginocchiati a sorreggere una cornice con motivo fitomorfo. Al di sopra il monumento presenta semicolonne aggettanti dai blocchi di rivestimento della struttura. Il monumento dei Telamoni meglio degli altri riassume in sé le caratteristiche di questa necropoli compresa cronologicamente dall’epoca della deduzione della colonia all’epoca augustea. In epoca imperiale la necropoli continuò a vivere. Numerose le tombe a cassa e a cappuccina, ma l’epoca dei monumentali edifici funerari, imponenti e di gusto ellenistico che parlavano della grandezza di Roma era finito.

Ville rustiche dell’Ager Nucerinus M. de’ Spagnolis

Le scoperte succedutesi a partire dal 1988 nel territorio della piana del Sarno ed in particolare nel Comune di Scafati, hanno permesso di gettare una nuova luce sulla distribuzione delle fattorie agricole di epoca romana, permettendo di avanzare interessanti osservazioni e di acquisire dati di notevole valenza. Gli studi di illustri studiosi, come il Day, avevano portato ad ipotizzare per le ville rustiche del territorio vesuviano notevoli estensioni di terreno che ben si addicevano a grandi latifondi. Anche il Rostovzev che più degli altri si è interessato di questo argomento sostiene che “ le ville campane erano del tutto a base capitalistica senza alcun residuo nell’economia contadinesca del passato”. Le ville di tipo capitalistico dovevano avere un’estensione notevole dell’appezzamento di terreno ed essendo molteplici i problemi per la lavorazione del fondo, c’era necessità che esso venisse coltivato da schiavi o che potesse essere dato a coloni affittuari. Anche il D’Arms ipotizza, relativamente però ai soli Campi Flegrei, che qualcuna delle fattorie agricole con relativi fundi abbia potuto costituire la proprietà delle grandi ville che venivano appunto mantenute dai cespiti provenienti dall’attività di tali entità produttive minori. Il limitato numero di rinvenimenti non aveva certamente permesso di chiarire esaurientemente la problematica al riguardo. Gli studi del Lepore offrono, invece, elementi sufficienti per essere certi dell’esistenza di una serie di fundi dati a singole famiglie arrivate a Pompei con la creazione della colonia sillana. Il frazionamento dei terreni dei fondi dovuti all’originaria distribuzione della proprietà rurale (adsignatio) dell’80 a.C. ai coloni romani aveva sicuramente cancellato precedenti insediamenti agricoli, (abbiamo testimonianza della distruzione di una fattoria più antica lungo via della Resistenza a Scafati), per dare vita ad una piccola e media proprietà contadina, destinata successivamente a confluire nel latifondo. E’ probabile che al momento dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. avesse prevalso già un tipo di villa a conduzione capitalistica con un appezzamento di terra di circa 100 iugeri in quanto venuto a essere distrutto, per fattori economici l’originario frazionamento dei terreni.

L’elevato numero di rinvenimenti di questi ultimi anni e la possibilità di posizionarli esattamente, cosa che non era stata fatta per le ville rinvenute nel passato, ha permesso di acquisire dati di grandissimo interesse e di delineare il sistema di distribuzione delle costruzioni rustiche in relazione allo sfruttamento agricolo dei terreni. Sia pure non numerose alcune iscrizioni attestano la presenza di fondi che prendono il nome della famiglia cui quella proprietà apparteneva e che testimoniano il frazionamento del terreno. Tra queste l’iscrizione, risalente al periodo della colonia romana che cita una proprietà relativa ad un Mamianus al di là del fiume Sarno (fundus Mamianus citra pontem Sarni) ed un’altra di epoca neroniana riferita a un fundus Badianus. Altre due iscrizioni nominano un fundus imus e un fundus superior con riferimento alla proprietà di una famiglia sannitica, i Sittii e di una romana i Clodii. A San Marzano sul Sarno una villa era su un fundus Marcianus. Esistono, pertanto, prove dell’esistenza di fondi dati a singole famiglie con una distribuzione razionale del territorio oggetto di centuriazione. Le ricerche effettuate dalla scrivente hanno portato ad essere certi che il quantitativo di terreno assegnato alle singole ville rustiche nel territorio scafatese era limitato a non più di 50 iugeri, stante l’alta fertilità del terreno. A questo dato è pervenuta in base alla constatazione che le ville, di recente rinvenimento, si dispongono ad un intervallo di circa m. 350 l’una dall’altra, secondo un rigido schema, legato ad un sistema centuriato. Anche il territorio nocerino e sarnese, come quello scafatese e quello stabiese era centuriato e presentava costruzioni abitate dai coloni. La distribuzione dei terreni presupponeva, infatti, un più vasto disegno del territorio che venne attuato dai Romani con la realizzazioni di importanti assi viari(come la via Nuceria- Pompeios) da cui si dipartivano ad intervalli regolari assi minori (alcuni dei quali rinvenuti ad Angri ed a Scafati) e addirittura strade al servizio di nuove necropoli (come la via di Pizzone a Nuceria per ospitare le monumentali tombe dei coloni romani del 42 a.C.). Lo scavo di alcune ville a Scafati, seppellite dall’eruzione del Vesuvio, ha contribuito ad un migliore inquadramento della tipologia delle ville rustiche del territorio vesuviano offerto fino ad allora principalmente dalle Ville “della Pisanella” e “Regina” a Boscoreale. Le ville rustiche del territorio scafatese si presentano come piccole fattorie di non grandi

dimensioni con un ben stabilito quantitativo di terreno fertile tanto da permettere coltivazioni sufficienti a garantire un adeguato reddito al proprietario dell’abitazione e alla sua famiglia. Sono presenti ville di mq. 600-700 (di mq 700 è per esempio Villa Prete) e di circa mq.450- 500 (per esempio Villa Vesuvio), piccole fattorie realizzate, tutte più o meno contemporaneamente nel corso del I sec. a.C. La villa N(umeri) Popidi Narcissi Maioris c.d. Villa Prete, è stata quasi completamente portata alla luce e sebbene fatta oggetto di riesplorazioni post 79 d. C., ci ha offerto uno splendido esempio per conoscere la tipologia di questo tipo di costruzioni. Essa doveva appartenere ad una azienda di non grandi dimensioni; e presentava uno schema rigidamente rettangolare con un rapporto di quasi 1:2 cui si accedeva attraverso tre ingressi. La maggior parte degli ambienti conservatisi per un’altezza massima di m. 2,67 s’apriva, come di consueto verso l’interno dell’abitazione su un’ampia corte centrale, al cui centro si è rinvenuta una cisterna con il pozzo di raccolta con pluteo in tufo. Parte della corte ospitava la cella vinaria sopraelevata dal piano di calpestio in cui erano situati i dolii destinati a contenere il mosto prodotto. Essa era destinata ad accogliere 61 dolii disposti in dieci filari di sei + uno. Il quantitativo di vino prodotto doveva essere complessivamente di 30.000 litri pari a 58 cullei (1 culleo =525,217 litri). I dolii sono risultati asportati subito dopo l’eruzione del 79 d. C., recuperati in quanto beni ritenuti di grande valore. La stessa cosa si è riscontrata in una villa di Angri in località 167. Completamente sigillato dal lapillo è stato rinvenuto il torcularium, eccezionalmente doppio, luogo adibito alla spremitura delle uve. In esso si sono recuperate alcune anfore vinarie lì accatastate. Nella parte sud occidentale della costruzione si apre il blocco abitativo costituito dalla cucina dalla stalla e dal calidarium (che ripete uno schema analogo rinvenuto nella villa Cascone- Sorrentino) con l’aggiunta del triclinium e di vani-depositi. Nella stalla erano conservati gli scheletri di un equino e di un cane che legati non ebbero la possibilità di fuggire. Accanto al triclinio un servizio di bronzo formato da due brocche ed una patera.Nel calidarium una vasca ed una stufa in muratura. Un altro blocco di ambienti era posto nel lato nord-orientale dove erano i depositi di oggetti e di derrate alimentari e vani di lavorazione sopra il quale in un momento successivo si era realizzato un piano superiore ad uso abitativo. Si è rinvenuto un vero e

proprio silos per lo stoccaggio della farina con ancora parte di essa, conservatasi alla distanza di duemila anni ed un ambiente con macine rotatorie destinate a frantumare il

grano ed altri cereali. In appositi contenitori fittili sono stati rinvenuti legumi (fava). Tutto il territorio era costellato di fattorie simili a quelle di Villa Prete tutte dotate di impianti per la lavorazione del vino. Il lapillo ha permesso la conservazione nel territorio

di

radici di viti che documentano l’intenso sfruttamento ad uso vinicolo dell’area. Anche

la

produzione di cereali e legumi è attestata nel territorio, ma doveva essere finalizzata al

solo consumo degli abitanti della azienda agricola. Una simile distribuzione di terreno dovette ben presto essere alterata con l’abbandono, la vendita, il cambiamento di proprietà che certamente si verificarono per le epoche successive e che dovettero senza dubbio portare all’accorpamento di più fundi, in seguito a considerazioni di varia natura, soprattutto economiche per cui i terreni furono venduti e

comperati da diverse persone. Probabilmente di tipo latifondistico poteva essere la villa di Satrio Lucrezio Valente rinvenuta a Scafati in località Iossa. Dopo la morte di Augusto in tutta l’Italia meridionale si assiste ad un fenomeno di progressivo accentramento della proprietà terriera in mani di personaggi che facevano della proprietà una sorta di investimento e che avevano bisogno di impiantare colture a basso impiego di mano d’opera. L’assenza di controlli permetteva loro di non risiedere sul posto e pertanto delegavano a liberti o a persone di fiducia la cura dei fundi. La crisi economica che colpì la produzione di vino della valle del Sarno e territorio sorrentino nella prima metà del I secolo d.C. forse per l’importazione di vini dalle province e dalle isole dell’Egeo suggerì cambiamenti di colture e favorì le coltivazioni di cereali. Nell’ultima fase di vita, infatti, le ville rustiche mostrano costantemente la creazione ex- novo di aie. Al momento dell’eruzione del 79 d.C. alcune ville rustiche sono risultate completamente abbandonate (come la villa di via Castagno e la villa in località San Pietro

di Scafati), altre, soprattutto nella piana del Sarno dove l’interro non era stato significativo

(vedasi per esempio una villa a San Valentino Torio) continuarono a vivere fino a quando nel 472 d.C. un’eruzione del Vesuvio, preceduta da un terremoto, segnò l’abbandono della valle e la fine delle piccole fattorie agricole che tanto avevano concorso allo sviluppo economico del territorio del fiume Sarno.

L’area archeologica di piazza del Corso a Nocera Inferiore M. de’ Spagnolis

Nel corso di controlli di routine, da parte del personale della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, nel corso dello sbancamento di “Piazza del Corso” finalizzato

alla realizzazione di un comparto abitativo, cominciarono ad affiorare una serie di testimonianze archeologiche di notevole rilievo, tali da costringere la Soprintendenza a fermare i lavori e a far modificare il progetto originario. Purtroppo l’intera area, già danneggiata e spoliata nel corso dei secoli, aveva dovuto subire anche il danneggiamento prodotto dall’azione di mezzi meccanici che avevano asportato strati archeologici determinanti per una migliore comprensione dello scavo. Era la prima volta, e in un modo così significativo, che un sito distante circa tre chilometri dalla città antica veniva alla ribalta per scoperte archeologiche. Lo sbancamento interessò una vasta superficie compresa tra il Corso Vittorio Emanuele

II e le vie San Matteo e Garibaldi; lo scavo, invece, restò delimitato ad una zona vicina

alla chiesa di san Matteo Apostolo. Esplorata la quasi totalità dell’area, si poté accertare la presenza di una strada di battuto a doppia carreggiata, coperta dal lapillo del 79 d.C. ed incassata a circa m. 2,00 dal coevo piano di campagna. Sul livello del 79 d.C. poggiavano altri battuti successivi, così da confermarci che l’asse viario, ricalcato ad un quota superiore dall’odierno corso Vittorio Emanuele II, era stato usato anche subito dopo l’eruzione. La strada si sviluppa in direzione E-O ed era un tratto della via che da Nuceria portava a Stabia (Nuceria-Stabias), il cui tracciato è ampiamente documentato. L’area interessata dalle strutture compresa tra la strada e la chiesa di san Matteo consisteva in una zona di mt. 35 x mt. 20 e presentava edifici di varia natura, inquadrabili

in un arco cronologico compreso tra la fine del II secolo a.C. ed il V secolo d.C.

Lungo la parte meridionale della strada antica, corre un muro che probabilmente delimitava il margine di un corso d’acqua. Non è stato possibile verificarlo con certezza. All’interno dell’area archeologica, si sono evidenziati tre diversi settori. Tutte le strutture a

ridosso della chiesa erano pertinenti ad una villa rustica databile al II secolo a.C. di cui sono stati individuati almeno dieci ambienti, obliterati successivamente per la realizzazione nel I secolo a.C. di un’estesa platea di forma quasi quadrangolare di circa mq. 50 (mt. 7,10 x mt. 6,95; alt. mt. 0,55) realizzata con grossi blocchi di calcare lavorati sul posto. I blocchi posti alla base, presentano una cornice modanata di cui restano pochi filari in elevato. A breve distanza dalla platea si sono rinvenute piccole basi di laterizio, la cui funzione è di difficile lettura: forse erano basi per sorreggere statue. Un terzo nucleo chiaramente definito, ha interessato la porzione ad oriente della platea dove si innalzano le strutture di un monumento funerario in laterizio a pianta quasi quadrangolare con camera funeraria all’interno. Esso era stato già spoliato, quando si era verificato il crollo iniziale, forse proprio in seguito all’evento vulcanico individuabile nel 472 d.C. (preceduto da scosse sismiche) che produsse la caduta di parte dell’edificio (analogamente a quanto avvenuto alla Tomba del Calzolaio a Nocera Superiore). Due lucerne fittili, datate entro la fine del V secolo d.C., sono state rinvenute nello strato dell’eruzione tardo antica. L’edificio ha restituito parte di un fregio fittile con raffigurazioni fitomorfe a girali che dovevano terminare sulla chiave della porta dove due grifoni alati venivano ad affrontarsi forse ai lati di un’epigrafe. Sono stati altresì rinvenuti frammenti di un’iscrizione relativa ad un cavaliere di una delle legioni Geminae. L’edificio è databile alla prima metà del I secolo d.C. con rifacimenti in epoche successive. Mentre la villa risultava obliterata nel I secolo a.C., le due aree interessate dalla grande platea e dal monumento funerario, entrambe recintate, hanno presentato caratteristiche tali da permettere di ipotizzare una loro differente destinazione d’uso. Nel recinto del monumento funerario, sono state individuate numerose tombe successive e d’epoca tardo antica che ne hanno confermata l’originaria destinazione funeraria. D’altro canto, nell’attiguo recinto in cui è inserita la platea, che non sembra trovare validi confronti con edifici funerari coevi, non è stata rinvenuta alcuna sepoltura. La presenza della platea invece, lascerebbe pensare ad un podio sacro pertinente ad un tempietto.

La modanatura del podio trova confronti con simili risoluzioni decorative in templi italici inquadrabili tra la fine II e gli inizi del I secolo a.C. Un confronto molto calzante è con il podio del tempietto di San Giovanni in Galdo. La presenza della chiesa di san Matteo, detta de archiponticulo, evidenzierebbe la presenza in antico di un ponte: vicino ai ponti erano sempre posti piccoli luoghi di culto. Dalla documentazione in nostro possesso, appare chiaro pertanto che la via Nuceria-Stabias incontrava un ponte per poter oltrepassare un corso d’acqua che ne interrompeva il tracciato antico: al di sotto del ponte, venivano gettate le offerte votive in omaggio alla divinità che proteggeva l’attraversamento. Quanto al culto, non sembra difficile riconoscere nella consacrazione della Chiesa Cristiana all’apostolo Matteo il ricordo di tale divinità. La tradizione evangelica tramanda Matteo, quale esattore di imposte e secondo la consuetudine antica per oltrepassare i ponti si doveva pagare sempre un pedaggio. Inoltre il santo, nell’immaginario popolare, è concepito a due facce. Il culto di san Matteo ci richiama quello di Giano bifronte che presenta analoghe caratteristiche di rector viarum e di protettore dei ponti. Il ricordo della sacralità dell’area dovette conservarsi anche oltre la fine dell’era pagana. In qualche modo è attestato dal fatto che gli antichi realizzarono le sepolture nei pressi dell’area consacrata, ma mai al suo interno.

*Le vicende che portarono alla scoperta del sito archeologico di Piazza del Corso sono a tutti note. Fu proprio in occasione di questo importante rinvenimento che ebbi modo di frequentare più da vicino il professore Raffaele Pucci. Tale scoperta, avvenuta nella sua cittadina, lo rendeva più che entusiasta. Frequentava spesso il cantiere di scavo e generosamente mi diede la possibilità di consultare un’antica carta topografica che mi agevolò la lettura dello scavo.

Teatro ellenistico-romano a Foce (Sarno) T. Fortunato

Nei primissimi anni sessanta del XX secolo, nel corso di “traumatici sbancamenti edificatori” venne scoperto un teatro, piccolo gioiello dell’architettura ellenistica, nell’ager nucerinus. Lo scavo, condotto da Bruno D’Agostino, rese subito evidente la sovrapposizione tra l’edificio ed un centro di culto anteriore, (legato appunto al Sarno, deus dei confederati nocerini o ad una divinità ctonia?) inquadrabile cronologicamente tra il tardo secolo IV ed il III . a. C. Puntuali indagini archeologiche, condotte nell’area, da Amodio Marzocchella hanno dimostrato che le più antiche testimonianze antropiche (seconda metà del IV millennio a. C.), sono riconducibili ad un momento avanzato del neolitico medio ed al neolitico finale in base alla tipologia della ceramica, di colore variante dal rosa al giallo e talvolta decorata da punti marginati con linee e fasci di linee. Durante l’età del bronzo sul suolo occupato successivamente dal teatro, si insediò un villaggio di cui lo studioso ha messo in evidenza strutture con elevato retto da grossi pali. Un’imponente eruzione vulcanica del Vesuvio interruppe la continuità dell’insediamento, fino, probabilmente, a quando in epoca ellenistica la zona viene occupata da un grandioso complesso sacro – architettonico, a testimonianza di culti e rituali sicuramente mai interrotti. Il teatrino, in effetti, rappresenta uno dei monumenti del grande complesso architettonico – religioso di cui faceva parte. Per assetto tipologico e scala dimensionale trova riscontro nelle analoghe risoluzioni di Pietrabbondante in Molise e nel teatro piccolo di Pompei. E’ possibile datarlo, alla luce di evidenti adeguamenti funzionali, alla fine del II secolo a. C. Realizzato sul pendio della collina - consuetudine costruttiva degli edifici scenici di tradizione greca - colpisce per l’alternanza cromatica dei materiali di cui è costituito: il calcare di Sarno, alternato al tufo grigio dei sedili dell’ima cavea, ovvero la parte bassa delle gradinate riservate al pubblico. Gli elementi che lo caratterizzano, sono i tre ordini di sedili della proedria, quella zona cioè dove prendevano posto le massime autorità cittadine. Costituiti da un unico blocco di pietra, con la spalliera che funge da balteo alla fila superiore, si concludono lateralmente, a destra e a sinistra, in raffinatissimi braccioli a guisa di zampa leonina, nei due ordini inferiori, e di sfingi, nell’ultimo filare. La

summa cavea, la porzione più elevata dei gradini, è distinta da una fascia di delimitazione, detta diazoma. Delle gradinate superiori, rimane l’impronta nell’emiciclo di terra del pendio su cui furono costruite. Sono proprio i confronti stilistici con la vicinissima Pompei che fanno ipotizzare la presenza di Telamoni, mitici semidei dalle umane sembianze, lungo gli analemmata, ovvero i muri di delimitazione della cavea con le parodoi, corridoi di accesso trionfale ai posti d’onore. L’orchestra ha un raggio di 6 metri circa e non conserva alcuna traccia di pavimentazione, al contrario del grandioso teatro della vicina Nuceria, adorno di preziosi marmi policromi africani ed orientali. La scena si presenta molto complessa invece, chiusa alle due estremità da due corpi trapezoidali, i parasceni obliqui. Conserva una scaenae frons rettilinea, su cui si innestavano cinque porte, tompagnate, forse in piena epoca imperiale. Sotto il regno di Augusto, vi fu una trasformazione radicale: si ampliò aggiungendo un proscenio in muratura con al centro un’iscrizione oggi mutila della parte superiore. L’epigrafe ci attesta unicamente che qualcuno…D S P F C I (de sua pecunia faciendum curavit iterum, …fece ricostruire a sue spese l’edificio). A ridosso della zona per le rappresentazioni, rimane una grande area porticata, la porticus post scaenam, luogo d’incontro degli astanti, una sorta di foyer ante litteram. Il terremoto avvenuto presumibilmente nelle None di Febbraio dell’ anno 62 d. C., di cui Seneca ricorda i guasti prodotti ad Ercolano e a Nocera, lo danneggiò. Furono così eseguite complesse opere di consolidamento, interessando delicati punti di snodo strutturale dell’organismo teatrale, al fine di evitare fenomeni di dissesto statico che sarebbero potuti derivare da eventuali azioni sismiche. “Un’ulteriore conferma della significatività di quest’ultima operazione è legata al reimpiego degli elementi costruttivi, come nel caso dei pezzi di colonne adoperati a supporto della struttura lignea del proscenio.” L’eruzione del 79 d. C. innescò il graduale ed irreversibile processo di utilizzo sempre più sporadico dell’edificio che tuttavia sopravvisse fino al III secolo d. C. quando l’abbandono ne cancellò memoria e traccia. Oltre al teatro, del santuario, faceva parte anche un tempio, non ancora individuato e forse da ricercare alle sue spalle, considerando che il complesso architettonico si atteneva a schemi struttivi sacri, ben noti in ambito ellenistico - romano, ad esempio a Palestrina, Tivoli, Gabii. Nel 1990

approfondite campagne di indagine archeologica, hanno permesso di individuare, nella zona a monte, a poca distanza dal teatro, un edificio pubblico di incerta attribuzione, collegato al santuario, con un criptoportico cui si accedeva attraverso un ingresso dai cardini in bronzo e che conserva quattro rocchi di colonne equidistanti. La scoperta di una favissa, sorta di grande buca sacra, al centro dell’ambiente, riempita di frammenti di terrecotte architettoniche, decorate da delfini affrontati ed elementi fitomorfi, oltre a pesi da telaio, appartenenti ad una fase dell’impianto precedente, avvalora considerevolmente la tesi della sacralità di tutto il contesto territoriale, almeno fino alla fine dell’età repubblicana. Probabilmente, fu allora che si passò da una organica funzione pubblica ad un modesto utilizzo rustico, documentato da una piccola macina, da ampie tracce di bruciato su improvvisati piani di cottura, nei vani modesti, ricavati dalla divisione dei grandi ambienti.

La fontana di S. Nicola a S. Egidio del Monte Albino e un magistrato di Nuceria

Constantia

M. M. Magalhaes

La fontana in marmo bianco di S. Egidio del Monte Albino, appena restaurata, con la sua

preziosa iscrizione, sono state segnalate per la prima volta nel 1819 dal (P. D.) A. Di Meo,

il quale la vide all’epoca di una sua visita a questo Comune, e la cui descrizione (Annali

critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età) probabilmente sarà servita come fonte

a Giuseppe Fiorelli che, nel 1883, ne farà una descrizione nelle Notizie degli Scavi di

Antichità. La vasca, ancora in situ funge come Fontana di S. Nicola, ubicata nella Piazza

Giovan Battista Ferraioli.

Secondo alcuni studi recenti eseguiti da M. De’Spagnolis nel 2000 (Il Sarno e i suoi dèi: la fontana di S. Egidio Montalbino e Terra dei Sarrasti) e da Vincenza Iorio nel 2002 (Il Sarno: un fiume, un dio), il dio Sarnum è raffigurato su due dei tre lati visibili della vasca: sulla faccia principale (lato lungo, Fig. 1) il dio è seminudo, disteso a terra (direttamente sulla modanatura del basamento) e le gambe incrociate e coperte da un mantello; la testa è barbata e rivolta a sinistra, presentando una folta capigliatura; il braccio sinistro regge un corno dell’abbondanza dal quale esce dell’acqua; il braccio destro, sollevato sulla testa, sostiene il velo che si alza; a sinistra (ai piedi del dio) si trovano tre canne su tre protuberanze che danno alla scena il suo carattere fluviale. Nella faccia orientale (lato breve, Fig. 2) il dio è raffigurato giovane e seduto mentre guarda verso il basso, oppure si riflette in uno specchio d’acqua, con le gambe coperte da un mantello drappeggiato; la mano sinistra è poggiata sulla gamba sinistra mentre la destra su un piccolo podio (od un’arula) che gli è accanto; a sinistra del dio ci sono due lance che si intrecciano a forma

di X e con le punte conficcate nel terreno; nel lato opposto ed a un livello di poco più

alto del pavimento, è un piccolo animale ora poco leggibile (cane o porcellino rampante) che poggia la zampa anteriore sinistra sul podio o sul’arula. Infine sul lato breve

occidentale (Fig. 3) è raffigurato quello che sembra un Nettuno/Poseidone. Le due prime figure potrebbero rappresentare la nascita e la maturità del fiume Sarno, mentre il suo sbocco a mare la figura del dio marittimo.

L’iscrizione è incisa sul lato lungo della balaustra o fregio, liscio, che presenta una modanatura composta da listello e gola rovescia inquadrando i rilievi centrali già descritti. La parte superiore della balaustra è quasi completamente corrosa dall’azione umana, molto consumata e discendente verso destra, e risultò abbastanza difficile identificare l’intero testo, anche dopo due esami autoptici da chi scrive (settembre e novembre 2002), ma fu possibile invece ricavarne e trasmettere quel che è rimasto. Sul lato lungo o frontale si legge (Fig. 4, a – b, con l’apografo ricostruttivo):

P. Helvius P. f. IIv i r i (ure) d (icundo), aug(ur)?, [- c.6 - ], p (ecunia) s (ua).

Innanzitutto si osservi che i numerosi fori rotondi, abbastanza profondi, e i larghi solchi alle estremità delle lettere inducono a pensare che queste potessero essere bronzee, il che combacia sia con l’importanza dei rilievi ivi rappresentati (comunque eseguiti da un’officina locale) che con le cariche occupate dal nostro personaggio, come si vedrà più avanti.

Della lettura P(ublius) Helvius P(ublii) f(ilius) non si ha nessun dubbio (‘Publio Helvio, figlio

di Publio’). Benché la parte superiore di queste due ultime lettere siano ben consumate, i

due tratti verticali dopo Helvius sono abbastanza distanti l’uno dell’altro, per cui si è potuto integrare una P e una F. Nello stesso stato consumato si trovano gli altri due tratti

verticali successivi, questi ultimi indicanti il numerale II; nonostante siano visibili soltanto

le parti inferiori delle aste, entrambi sono molto vicine per che potessero comporre due

altre lettere facenti parte di un cognomen od altro [ad es. P(ublii) n(epos)]. Dopo P(ublii)

f(ilius), le tracce di tre altri segni vanno identificati con la carica di IIvir (cioè, pretore), che molto probabilmente il nostro personaggio occupava; infatti i tre fori lasciati dalle grappe bronzee potrebbero aver fissato, due di loro una V e il terzo una sbarra verticale corrispondente ad una I; altri due fori discendenti verso destra sembrano comporre quello che restò della coda di una R. Dopo l’integrazione VIR, la distanza tra due altri fori ciechi inducono a ricomporre quasi perfettamente le abbreviature ID [da sciogliere i(ure) d(icundo)], ossia ‘con poteri giusdicenti’. Ancora verso la destra non sono più visibili tracce

di altre lettere o fori sui quali si potrebbero poggiare. Soltanto nel manoscritto di Di Meo,

che la vide ancora in buon stato, si fa qualche riferimento alle abbreviature AVG e PS, che chiudono l’iscrizione quasi all’estremità destra della balaustra. E’ possibile che le lettere AVG siano state individuate da lui sotto la frattura centrale, ma non sono riuscita a riconoscerle; mentre dell’abbreviatura PS [da sciogliere p(ecunia) s(ua)], si intravedono, forse, la parte inferiore della pancia della P e la parte centrale di S, quest’ultima ancora con il foro cieco allineato alla base. In realtà uno spazio per ca. 9/10 lettere è rimasto tra VIR e PS; se si accetta l’antica lettura AVG di Di Meo (cfr. sopra), questo spazio va ridotto a soltanto ca. 6 lettere, di cui non si può dire altro, perché quello che si vede ora sono soltanto due fori per fissaggio ben allineati all’altezza della base scrittoria. Si osservi una sola interpunzione tonda rimasta tra P e Helvius all’inizio dell’iscrizione. Comunque sia, l’assenza di un cognomen dopo la filiazione e le caratteristiche ‘a squadra’ un po’ pesanti delle lettere inducono a collocare l’iscrizione non oltre ai primi anni di Augusto, dato in perfetta consonanza con il quanto ha ricavato la De’Spagnolis per la datazione del rilievo. Quindi sembra ora possibile arricchire ancora di più l’elenco dei componenti dell’ordo Nucerinus di prima età augustea con il nome di P(ublius) Helvius P(ublii) f(ilius), e quasi certamente con l’incarico municipale di IIvir i(ure) d(icundo), che fece erigere a proprie spese (pecunia sua) almeno una fontana a S. Egidio Monte Albino, sicuramente un pagus con vicus sotto la giurisdizione di Nuceria Constantia e dove, con molta probabilità aveva anche degli interessi perché abbia provveduto l’approvigionamento idrico. Come si sa, almeno otto dei magistrati di Nuceria attivi tra l’inizio dell’età augustea e il 79 d.C. sono noti attraverso i programmata elettorali dipinti sulle tombe della cd. via Nucerina a S di Pompeii, e come già accennato da A. Varone nel suo Panorama epigrafico del 1994 (in Nuceria Alfaterna e il suo territorio): candidati alla quinquennalità (censori) in epoca augustea erano L. Magius Celer e L. Munatius Caeserninus, che già appaiono prima come candidati a IIviri o pretori; questi sono seguiti dai contemporanei Q. Fabricius, L. Lusius Saturninus e C. Tampius Sabeinus (quest’ultimo con poca probabilità), sempre come candidati al duovirato; infine candidato all’edilità nello stesso periodo è un [- - -] Niger e ad una carica incerta un P. Vitellius. A sua volta le tre testimonianze lapidarie da noi note comprovano che partecipavano all’amministrazione nocerina di epoca augustea M. Virtius M. f. Ceraunus come IIvir e con la carica di edili o

quattuorviri M. Antonius M. f. C[- - -], C. Coranus C. f. Tuscus e [M.?] Vibius M. f. Men. Coeianus. L’unico punto rimasto dubbio è se considerare l’antica lettura AVG del Di Meo al centro della vasca. Se così fosse, si scioglierebbe come aug(ur) - non è da escludere che il nostro personaggio esercitasse a Nuceria questa funzione sacerdotale (augure). Esempi simili di personaggi di rango simile si trovano nella vicina Pompeii, come ad esempio i censori M. Tullius M. f. (IIvir quinq. III in epoca augustea) e M. Stlaborius Veius Fronto (candidato alla quinquennalità in età giulio-claudia); praticamente lo stesso accade a Surrentum in piena età tiberiana, dove un personaggio di rango equestre, L. Cornelius L. f. Men. M[- - -], raggiunse la quinquennalità anch’egli come augur e flamen Romae Ti. Caesaris Aug(usti) (il personaggio

è stato recentemente pubblicato da chi scrive, in Storia, istituzioni e prosopografia di Surrentum romana). Sicuramente le nuove indagini epigrafiche eseguite sul territorio nocerino-sarnese

da chi scrive, porteranno alla luce nuovi illustri personaggi, ancora inediti e di grado

equestre, appartenenti all’élite cittadina della Nuceria Constantia di epoca romana. Infine, un altro testo è passato inosservato dai i precedenti editori: sul bordo del lato destro della vasca (in cui è raffigurato Nettuno), quasi vicino alla parete della terrazza dove è ora murata la stessa, è incisa a solchi leggeri e con la metà superiore molto

consunta l’abbreviatura A VG (Fig. 3, a-b, con l’apografo ricostruttivo), da sciogliersi:

A ug(usto).

Questa abbreviatura è molto suggestiva, e potrebbe essere anche quella stessa riferita dal

Di Meo per la prima iscrizione sul fronte della fontana, e con cui avrebbe fatto un po’ di

‘confusione’. Le lettere sono abbastanza snelle e lunghe in confronto con quelle della precedente iscrizione, e come prova l’integrazione della metà mancante. Intanto non sono

coeve alla prima, ma incise in un momento di molto posteriore, a giudicare anche dal tratto orizzontale della A, spezzato, frequente nel tardo impero. Si potrebbe quindi pensare che su quel lato si abbia voluto aggiungere, a posteriori ma pur sempre pubblicamente, una dedica ad un Augusto, uno degli imperatori regnanti in tardiva età.

Il cristianesimo a Nuceria T. Fortunato e G. Santangelo

Il cristianesimo a Nuceria, come del resto la presenza di una comunità giudaica è attestato fin dalla tarda età imperiale. Lucerne di produzione africana con monogramma cristiano, entro contesti funerari ben databili, forniscono utili elementi di studio: due blocchi di marmo riutilizzati nella tomba n. 17, rinvenuta a San Clemente, oltre le raffigurazioni della Menorah, recano iscrizioni in greco che fanno riferimento ad un Pedoneius Gramateus

ed a sua moglie Myrina Presbitera. Entrambe le lastre si datano tra il IV ed il V sec. d. C.,

epoca a cui è da ascrivere un’ulteriore lastra marmorea con Menorah, recuperata negli anni

’60, durante la costruzione del tunnel ferroviario, nei pressi del Battistero Paleocristiano

di Santa Maria Maggiore. Inoltre un’altra lucerna cristiana monolicne, rinvenuta in una

sepoltura di IV-V sec. nell’area di Piazza del Corso, a Nocera Inferiore, confermerebbe questa presenza cristiana sul territorio nocerino. Del resto, anche dagli scavi pionieristici della prima metà dell’800, all’interno della città antica, riemersero lucerne con allusiva simbologia cristiana. Premesso ciò, se è altamente probabile che il culto cristiano sia stato introdotto nell’agro Nocerino più o meno contemporaneamente alla sua diffusione in tutta la penisola, non è altrettanto possibile dire con certezza quando sia stata fondata la Chiesa nocerina. La storiografia locale ha ritenuto a lungo che San Prisco, primo vescovo della diocesi, fosse stato uno dei 72 discepoli di Cristo giunti in Campania nel I secolo d.C. per diffondere la nuova fede. È certamente più probabile, ma è pur sempre una supposizione, che la primitiva chiesa nocerina, intesa come organizzazione sul territorio di una gerarchia

religiosa, sia in realtà sorta tra il III ed il IV secolo d.C. Molti i dubbi, per lungo tempo, sulla stessa storicità di Prisco, fugati completamente grazie al XIX Carme di San Paolino

da Nola ai versi 515-18. Nel testo, si ricorda come il dies natalis (per i cristiani il giorno

della morte rappresentava il momento della vera nascita, quando l’anima era finalmente libera di ricevere la gioia della vita eterna) del vescovo nocerino, fosse festeggiato anche nella vicina Nola: “Forte sacrata dies illuxerat illa Beati/Natelem Prisci referem quem Nola celebrant,/Quamvis ille alia, Nucerinus Episcopus urbe sederit” (Splendeva allora quel giorno

sacro che ricorda il natale di Prisco, che anche Nola celebra, sebbene egli, vescovo di Nocera, abbia governato un'altra città).

San Paolino scriveva la sua opera nei primissimi anni del V secolo. Seguono una lettera di papa Innocenzo I (402– 417) al vescovo Felice ed una menzione successiva, relativa al marzo del 499 “…quando papa Simmaco vi nomina come vescovo l’ex antipapa Lorenzo” (G. Vitolo).

La lista dei vescovi nocerini tardoantichi storicamente attestati, si interrompe con il

pontificato di Gregorio Magno: I San Prisco (?); II Felice (402); III Celio Lorenzo (499);

IV Aprile (502); V Leone (510); VI Aurelio Prisciano (530); VII Numerio (593); VIII

Primerio (598); IX Amanzio (743); X Liutardo (826); XI Ramperto o Raniperto (861). Negli atti pontifici, inoltre, la Chiesa nocerina è citata per l’ultima volta, prima del lungo periodo di vacanza dal VII al XIV secolo, da Gregorio Magno in ben tre occasioni (Ep., III, 39; IX, 45; XI, 54). L’ultima epistola è datata al 601, data che sembra confermare la successiva soppressione della cattedra vescovile in coincidenza con l’arrivo dei Longobardi. Tant’è che nel Concilio Lateranense del 649 non v’è traccia, tra i firmatari, di vescovi nocerini. Oltre che tener presente l’improbabile estensione temporale di alcuni episcopati, potremmo supporre che i vescovi dell’VIII e IX secolo, anche se realmente esistiti, siano stati eletti solo nominalmente e che non abbiano mai ricoperto la cattedra vescovile in loco. In particolare, lo storico G. Orlando riferisce che il nome del vescovo Amanzio nelle carte “di un Codice dell’Archivio di Montecassino”, si leggeva Amantius Niceanus e non Nucerinus, attribuendo la modifica ad un’arbitraria e apparentemente senza motivo, forzatura del Baronio. Riguardo agli ultimi due vescovi dell’elenco, v’è il dubbio, inoltre, che possano riferirsi a Nocera Umbra. A porre ulteriori interrogativi sulla reale esistenza del loro insediamento vi è il fatto che, con il diploma dell’841, Siconolfo, principe longobardo di Salerno, riconferma ad Aione, vescovo della sua città, il possesso di Santa Maria Maggiore con tutti i suoi beni. Tale indizio fa supporre che il Battistero, non esistendo più una diocesi nocerina, dovesse appartenere a quella di Salerno già da un periodo antecedente a quella data. Di certo, non è cosa plausibile che un eventuale vescovo, a capo di una diocesi ancora effettiva, si sia fatto spogliare della sua chiesa più importante, nonché possibile sede episcopale. Tale

possesso è documentato ancora nel 1386, anno della ricostituzione dell’episcopato nocerino per opera di Papa Urbano VI. Il Battistero ritornò poi nel patrimonio diocesano d’origine nel 1627, ben tre secoli dopo. La tradizione locale vuole nella Rotonda, la sede dei primi vescovi. La pieve, nella concezione popolare, doveva essere molto antica. Nel resoconto di una visita pastorale da parte del vescovo Nicola De Dominici, datato 11 Ottobre 1721 e tratto in traduzione da “L’Archivio della Curia di Nocera dei Pagani intitolato “Sulla Chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore”, il compilatore del testo annota come: “…I nocerini fanno risalire la fondazione di questo tempio ai Pagani e (lo ritenevano) consacrato a Giunone Argiva. Successivamente, nell’anno 338 circa, Costantino il grande lo dedicò alla Beata Vergine Maria come dimostra l’iscrizione della campana:

“Quest’opera fu realizzata dall’Imperatore Costantino nell’anno del signore 338”; quest’altra, invece, rifatta nel 1691 riporta tale scritta: “Quest’opera fu realizzata dall’Imperatore Costantino nell’anno del Signore 338, rinnovata e rifatta ad opera del Signore Vincenzo Petta, e dei curati Nicola Villani e Biagio Vitolo, fusero Carmine e Atanasio Forte da Nocera nell’anno del Signore 1691”. Interessante risulta l’annotazione apposta sul margine sinistro dell’atto. Si legge: Può essere degno di dubbio il fatto che al tempo di Costantino le campane fossero in uso, se riteniamo che la loro origine (sia da attribuire) al Santo Paolino da Nola, che nato nell’anno del Signore 354, morì nel 431. Costantino il Grande, invece, morì nel 337”. Quindi, per i nocerini del tempo la Rotonda non è altro che un antico edificio pagano dedicato a Giunone e riadattato a chiesa battesimale al tempo di Costantino. A riprova di ciò l’iscrizione della campana stessa che ricordava come la conversione al rito cristiano dell’antico tempio fosse avvenuta per opera dell’imperatore. Allo stesso tempo il commentatore del settecento annota immediatamente l’infondatezza di questa notizia facendo risalire l’uso delle campane a Paolino da Nola, in un periodo, dunque, successivo alla morte di Costantino. In ogni caso, sembra inverosimile che una chiesa battesimale fosse adibita ad episcopio. Molto più probabile che accanto al monumento sorgesse una basilica anche di non grandi dimensioni che fungesse da cattedra vescovile. Suggestiva, ma non confortata da dati concreti, l’ipotesi secondo la quale il primitivo episcopio fosse da ubicare in località Iroma, fuori le mura antiche, nella zona nord orientale della città. Michele De’Santi, storico nocerino dell’800, fu il fautore di questa

ipotesi anche se ammise di non avere documenti molto antichi che riferissero alla località

la denominazione di episcopio.

A questo punto, si potrebbe anche pensare all’esistenza in loco di una proprietà vescovile

o, ammettendovi la presenza della primitiva chiesa nocerina, che quest’ultima sia stata

spostata nel corso del VI secolo, all’arrivo dei bizantini, verso il centro della città.

Il monaco Teodorico da Niem, al seguito di Urbano VI (1384-85), nella sua descrizione

del territorio nocerino, alludendo a Santa Maria Maggiore non scioglie tale dubbio:

“…Andando verso la città di Salerno che dista dal castello di Nocera otto miglia, nella stessa piana si ritrova una venerabile basilica presso la quale oggi nessuno abita e che quasi del tutto priva di culto. Sembra che sia stata costruita in onore della Beata Vergine Maria e a somiglianza della chiesa di Santa Maria che si trova nella città di Aquisgrana…” e aggiunge, riferendosi all’attuale chiesa di San Prisco: “…si scorge nei campi la chiesa di San Prisco, che fu un tempo cattedrale dove si conservano le reliquie del profeta Abacuc, e tutt’intorno al castello si scorgono ancora le fondamenta di case, che mostrano che qui un tempo ci fu una città di cui si vedono le rovine”. Tali affermazioni pongono ulteriori interrogativi circa l’ubicazione della prima cattedrale nocerina. In mancanza di uno scavo sistematico nelle immediate vicinanze del battistero, la presenza di un’eventuale basilica può essere oggi soltanto supposta. Le iscrizioni funerarie, un tempo forse giacenti nella Rotonda, e poi rimosse ad eccezione di quella nel pavimento della vasca battesimale (C.I.L., X 1089), si sarebbero potute rivelare molto utili ad uno studio approfondito. All’atto della ricostituzione della diocesi, nel 1385, la sede vescovile venne istituita presso l’attuale località Vescovado di Nocera Inferiore, poco lontano dall’antico perimetro di Nuceria, in direzione sud-ovest. Qui sorgeva, dalla trasformazione di un’antica “chiesa di San Filippo alle Macerie”, un edificio che accoglieva i resti di San Prisco. Facilmente in questa circostanza si può scorgere un elemento di continuità col passato per il nuovo seggio episcopale. I primi riferimenti documentati sul luogo ci vengono forniti, dal Codex Diplomaticus Cavensis. Nel 955, Martino vende al prete Pietro un noccioleto posto in locum Nucerie ubi proprio Pucianu dicitur, a Super Ecclesia Sancti Prisci. Sebbene, dunque, una continuità si sarebbe anche potuta individuare nella riproposizione dell’antica sede

diocesana, cioè Santa Maria Maggiore, la scelta ricadde altrove perché quest’ultima, in quel tempo, e fino al 1627, era ancora parte dell’episcopio salernitano.

Battistero Paleocristiano di Santa Maria Maggiore T. Fortunato e G. Santangelo

Il battistero, la cui forma circolare gli ha conferito l’appellativo de “La Rotonda”, faceva parte di un più vasto complesso sacro. La prima attestazione scritta risale ad un diploma dell’anno 841 con cui il principe longobardo di Salerno, Siconolfo, riconferma al vescovo Aione della medesima città, il possesso dell’intero complesso: “…plebem sancte Mariae de Nucerie cum omnem substantiam suam…” - si precisa che con il termine "plebes" venivano indicate le chiese ove era amministrato il battesimo -. Lo storico Teoderico di Niem, verso la fine del XIV secolo fornisce una prima descrizione del monumento: “…andando verso la città di Salerno che dista dal castello di Nocera, 8 miglia, nella stessa piana, si ritrova una venerabile basilica, presso la quale oggi nessuno abita, e che è quasi del tutto priva di culto. Sembra sia stata costruita in onore della Beata Vergine Maria e a somiglianza della chiesa di Santa Maria che si trova in Aquisgrana” La pieve, posizionata nel settore orientale del perimetro urbano di Nuceria Alfaterna, è stato edificato secondo Michael Stettler entro la seconda metà del VI secolo d. C. Oggi, si trova a circa 4 metri al di sotto dell’attuale piano di campagna. Fu innalzata, dopo aver sistematicamente raso al suolo un edificio precedente, la cui funzione è ancora oggetto di discussione, data l’esiguità degli elementi archeologici forniti dalle campagne di scavo degli anni ’80 e 90. Ha un diametro di mt. 24 ca., la cupola è alta mt. 15 ca., partendo dal fondo della vasca battesimale, impostata su 15 archivolti e sorretta da altrettante coppie di colonne lisce senza il raccordo di un tamburo. Sia la cupola, che le colonne scaricano il peso su una fondazione ad anello realizzata con blocchetti di tufo grigio nocerino. Tutti gli elementi marmorei della decorazione architettonica, basi, fusti di colonne, capitelli e cornici modanate sono di spoglio ed in evidente funzione di reimpiego. Nel caso del colonnato, sia le basi che i capitelli presentano una decorazione completa solo su 3 lati, poiché, probabilmente, nella loro collocazione d’origine si appoggiavano ad un muro, oppure la loro funzione non era affatto statica, bensì meramente esornativa. L’arredo marmoreo ancora in situ consta di oltre 100 esemplari: basi di tipo attico, 35

colonne a fusto liscio, 2 scanalate, capitelli di tipo corinzio, cornici di media età augustea, provenienti evidentemente da edifici ormai in disuso della Nuceria classica quale forse il teatro ellenistico-romano, in località Pareti, o edifici pubblici del Foro individuato dai sondaggi, a poca distanza verso Ovest. I fusti del colonnato sono in pavonazzetto, africano luculleo, breccia corallina, cipollino, giallo antico di Numidia, alabastro fiorito e bigio chiaro. Appare quantomai caratteristico e intenzionale il raccordo cromatico nella disposizione delle colonne. Infatti, gli architetti bizantini predisposero il giro interno del colonnato seguendo un andamento ben preciso: partendo dall’abside o dall’ingresso, è evidente una corrispondenza tipologica dei marmi che si dispongono in maniera speculare da destra verso sinistra e viceversa. Si alternano cioè, in modo sicuramente non casuale, colonne in marmo africano ad altre in pavonazzetto, cipollino, alabastro etc., in una sequenza di alternanza cromatica e tipologica che produce un effetto di simmetria visiva. La vasca ottagonale, posta al centro del monumento, si innalza dal piano di calpestio per mt. 0,70 presenta un diametro esterno di mt. 7,12 ed interno di mt. 5,95 e una profondità di mt. 1,30 ca. Al contrario delle colonne binate, tutto il rivestimento marmoreo del fonte battesimale, non è costituito da materiale riutilizzato; si tratta, infatti, di lastre appositamente tagliate. È adornato da plutei quadrati e lastre rettangolari di marmo proconnesio a motivi geometrici o con croce greca gemmata posta al centro. Otto basi di marmo pentelico e cinque delle otto colonne originarie poggiano sul parapetto. Di esse si conservano solo 2 capitelli di marmo bianco databili entro il primo secolo d.C. Le cinque colonne sulla vasca, tutte a fusto liscio, sono di granito bigio-verdognolo, granito rosso di Assuan, giallo antico di Numidia e bigio chiaro. Con molta verosimiglianza, sorreggevano un tiburio ligneo, mentre alcuni fori su di esse, anche se a quote differenti, potevano fungere da supporto per bastoni di legno atti a sostenere velaria per preservare il pudore dei battezzanti. Pur tuttavia la nudità, in occidente, sembra non abbia creato problemi. Solo in Siria, a giudicare dalle testimonianze testuali e archeologiche, le donne venivano accompagnate nella piscina dalle diaconesse o dalle vedove, che provvedevano anche a tirare i tendaggi appesi ai cibori sovrastanti le vasche stesse.

Delle tre colonne mancanti sul parapetto della vasca, due sono state individuate a Nocera

Inferiore, in base all’analisi di documenti d’archivio e fonti storiografiche dei secoli XIX e XX. Una infatti, è tuttora adagiata nella piazza d’armi della caserma Tofano (ex Carlo III di Borbone) ai piedi del monumento ai caduti d’epoca fascista. L’altra, smembrata in più

pezzi, era collocata con funzione di paracarro all’esterno del campanile della cattedrale di

S. Prisco, sempre a Nocera Inferiore.

Le 15 coppie di colonne e il muro perimetrale esterno, formano un deambulatorio con

volta a botte, interrotta verso l’abside da 2 arconi doppi d’ampiezza, rispetto ai piccoli

archivolti sopra le colonne. L’intercolumnio all’altezza dell’abside risulta più ampio di

tutti gli altri. L’attuale ingresso è sfalsato rispetto all’abside di ca. 12 gradi e non è stato ancora chiarito in maniera esaustiva se si tratti di quello originario o se esso sia stato aperto in un momento posteriore, ad esempio nel corso di restauri avvenuti agli inizi del

XVII sec., epoca di realizzazione del protiro, sorretto da 2 possenti pilastri. Tali restauri

potrebbero essere collegati al ripristino del monumento, allorquando, nel 1627 il

battistero, fino ad allora sotto la giurisdizione di Salerno, ritornò alla diocesi nocerina. Alla medesima epoca risalivano gli archi di contrafforte posti trasversalmente alla volta a

botte del deambulatorio e che sono stati rimossi nel corso degli ultimi restauri. L’abside

evidenzia lateralmente 2 coppie di colonne scanalate corinzie che sostengono altrettante coppie di capitelli, reggenti a loro volta due blocchi di trabeazione spezzati, inquadrabili cronologicamente entro la media età augustea e che forse facevano parte dello stesso monumento. I continui e reiterati restauri degli ultimi secoli hanno alterato e compromesso la lettura dell’ordito murario originario (1). Tuttavia a parte la calotta, crollata nel 1944, a causa dei proietti piroclastici del Vesuvio, la tecnica muraria è di tradizione romana, “a blocchi di tufo grigio o bianco squadrato con listature di cotto, gli archi a conci di tufo intervallati da 2 mattoni del tipo a cassetta, ove i conci di tufo e le listature di laterizio hanno solo funzione di paramento” (A. Gambardella). Sulla muratura del deambulatorio esterno, rimangono gli archetti di 6 delle 8 finestre originarie più strette e posizionate più in alto rispetto alle attuali. Si conservano gli archi delle absidi, probabilmente 4, che si aprivano verso l’esterno.

I saggi di scavo a NE e SE del monumento, hanno messo in luce fondazioni relative ad absidi anch’esse in filari regolari di blocchetti di tufo grigio come la platea di fondazione che sorregge il colonnato interno. Dal momento che ambedue le fondazioni si innestano alla base del muro perimetrale dell’edificio, è verosimile che le absidi fossero coeve alla fondazione del battistero e che in epoca successiva (tra il XV e il XVIII sec.) fossero state rimosse. Un altro aspetto interessante è la sequenza stratigrafica, tagliata ed obliterata dalla fondazione del muro perimetrale. Le campagne di scavo condotte all’interno ed all’esterno del monumento, hanno messo in luce ampi tratti di piani pavimentali in opus tessellatum policromo e setti murari che sono stati tagliati e livellati per allogare la fabbrica del Battistero. E’ possibile, in base ai motivi decorativi, datare i mosaici policromi, in un arco cronologico compreso tra il tardo II ed il III sec. d. C., non può essere invece, determinata con precisione l’epoca cui appartiene la fase compresa tra le evidenze imperiali ed il primitivo impianto dell’edificio battisteriale. “…a questa fase si ascrivono ambienti delimitati da muri che, caratterizzati dal massiccio reimpiego di marmi, in parte definiscono pavimenti a mosaico d’epoca precedente… Le fasi d’epoca romana, ben evidenti nella loro successione stratigrafica sono ricollegabili ad una probabile funzione residenziale” (M. Lombardo). Gli ambienti relativi alla fase dei mosaici a loro volta ne hanno obliterato altri appartenenti ad un livello precedente, caratterizzato da un piano in cocciopesto ben evidente dal saggio esterno antistante il protiro. Tali ambienti sono relativi al periodo tardo repubblicano, epoca a cui è possibile ascrivere “una larga fascia di cocciopesto con tracce di pittura rossa e tesserine bianche formanti un cassettonato esagonale stilizzato, con al centro di ogni esagono una crocetta di 4 tessere bianche intorno ad una nera” (M. Lombardo). I livelli più antichi di frequentazione documentati dai saggi di scavo all’esterno del battistero sono relativi al rinvenimento di un tratto di muro in blocchi di tufo grigio di grandi dimensioni e poco lontano della base scanalata di una colonna di tufo fuori contesto. Per ciò che concerne la ceramica è stato individuato uno strato omogeneo di materiale ellenistico che seppur non relativo a strutture in situ, testimonia altresì un livello di frequentazione in tale epoca. È evidente che le ridotte dimensioni e l’esiguità delle indagini archeologiche non consentono ancora una più precisa caratterizzazione sia della

funzione degli edifici, precedenti il battistero, sia delle sequenze stratigrafiche individuate. I livelli pavimentali interni sono stati interrotti, nel corso dei secoli da semplici deposizioni ed ipogei funerari utilizzati fino al XVIII sec. Non altrettanto chiare sono tutte le dinamiche d’uso del monumento, dal momento che dall’epoca dell’edificazione, non vi è stata soluzione di continuità. Sia il materiale lapideo presente all’interno, le parti funzionali, nonché i pochi cicli pittorici pervenutici, ne testimoniano un iterato riutilizzo, legato a precise vicende storico religiose. Ad esempio, l’altare posto nel deambulatorio esterno davanti all’abside è stato sicuramente impiantato nei primi decenni del XX sec., riutilizzando materiale di spoglio ed in seguito allo smembramento dell’altare maggiore sotto la madonna a SO dell’abside. Ciò si evince sia da una cartolina anteriore al 1925 dell’interno dell’edificio, che da un schizzo della pianta del battistero realizzato nel 1910 da Francesco Fresa, fratello del celebre astronomo Alfonso. In entrambi i documenti iconografici l’altare centrale non compare, mentre lo ritroviamo riprodotto da Hans Christian Andersen nel disegno a china realizzato durante la breve visita al monumento il 3 marzo del 1834. Per quanto attiene i cicli pittorici, a parte un frammento di affresco pittorico, di ridotte dimensioni, situato sull’arco tompagnato del presunto abside a SE, e relativo ad una cornice a motivi geometrici, la documentazione più cospicua è offerta dall’edicola a due vani (voltati a botte), posizionata a SE a ridosso dell’ingresso. Probabilmente realizzato in epoca longobarda fungeva d’accesso verso qualche area sacra esterna all’edificio. L’edicola è arricchita dalla presenza di due capitelli alveolati con colonnine cilindriche in monoblocco e da un terzo capitello a motivi vegetali con colonnina cilindrica in monoblocco e base. Le piccole colonne con i capitelli ad alveolo sono databili, in base a confronti stilistici con analoghe risoluzioni a Pavia, al pieno VII sec. d.C., ma di produzione campana. Di non grandi dimensioni (colonna e capitello sommano un altezza pari a mt. 2,28) sembrano non avere alcuna funzione statica e furono poste ai lati dell’ingresso a mo’ di stipiti. La presenza di ganci di piombo lungo il lato interno dei fusti farebbe supporre che in origine essi avessero potuto sostenere una chiusura a velo o una piccola cancellata.

Infine il terzo capitello, a motivi vegetali, andrebbe ascritto allo stesso ambito cronologico dei precedenti ed è stato scolpito in monoblocco con la colonna sottostante; presenta una caratteristica base atticheggiante con i tori molto distanti tra loro. La cappella, inoltre, divisa in due vani è adornata con affreschi inquadrabili intorno alla fine del XIV sec. e raffigurano nella cappella A, una Madonna in trono con bambino, definita di Realvalle (Cfr. analoga Madonna nell’abbazia cistercense di Realvalle a Scafati)

e attribuita ad un pittore tardo giottesco, identificato con la personalità di Roberto d’Oderisio, o un artista della sua cerchia; nella cappella B a sinistra, tutte le pareti, tranne quella di fondo, sono decorate con affreschi raffiguranti scene neotestamentarie: al centro della volta vi è il Cristo Pantocrator entro una mandorla. Lacune nell’ordito pittorico del Cristo, lasciano intravedere uno strato decorativo sottostante non meglio identificato. Sulla parete destra vi è la Strage degli Innocenti al di sopra di un memento mori, sulla destra, l’Ascesa al Calvario e la Crocifissione. I tratti più modesti e la minore cura dei particolari di questo ciclo, rispetto alla Madonna di Realvalle, consentono di attribuire tale ciclo ad un artista d’ambito e qualità diverse. A destra dell’ingresso, su quel che resta di un pilastro di contenimento campeggiano le figure di S. Giovanni e Cristo nelle acque lustrali del Giordano entro una ricca e modanata cornice pittorica barocca databile al XVII sec. Un ulteriore affresco, ridotto quasi ad una sinopia,

è stato di recente restaurato su un altare parzialmente asportato lungo il muro perimetrale

a Nord dell’ingresso. Il soggetto iconografico è una Madonna di Loreto molto deteriorato

dalle efflorescenze saline e databile tra il tardo XV e la prima metà del XVI sec. Trafugato

il rilievo marmoreo inserito sopra l’altare a destra di quello principale, a sinistra rimane, in

posizione più alta, un altorilievo in stucco policromo della madonna di Santa Maria Maggiore con occhi vitrei inseriti, databile anch’esso entro la prima metà del XVI sec. All’esterno del monumento, lungo il muro di contenimento della strada che ha inglobato setti murari relativi ad ambienti del grande complesso sacro di cui il battistero faceva parte, è stato rinvenuto un ampio frammento di affresco. Si tratta della fascia decorativa sottostante una ipotetica figura di cui si intravede una piccola porzione forse di piede e di un manto azzurro. Rimane invece un motivo a transenne dai colori bianchi e neri con riquadratura tendente al rosso, di difficile datazione, data l’esiguità del dato pittorico. Un

ulteriore esempio di parete affrescata è riscontrabile nel giardino alle spalle dell’abside del battistero. Nell’angolo SO del muro di delimitazione, si conserva una scena frammentaria di memento mori con scheletro provvisto di falce, clessidra ed un cartiglio lacunoso (universa carniis…g Sull’estremo lembo destro si conserva un pastorale. L’affresco, realizzato in maniera grossolana ed affrettata risale al XVII sec. e forse relativo alla parete di fondo d’un ambiente strettamente connesso all’ospedale di Santa Caterina, citato dai documenti d’archivio ed attivo fino al XVIII sec. Di tale complesso, rimane oggi solo l’annessa cappella omonima situata a settentrione del battistero e in posizione decisamente più alta.

Approfondimenti:

1. Prima dei restauri condotti a partire dalla seconda metà dell’800 e protrattisi fino ai giorni nostri, il dato più antico su interventi di manutenzione sul monumento ci viene dal protocollo notarile n° 3920 del 12 novembre 1711 tratto dall’ Archivio di Stato di Salerno e redatto da Notar Marco Antonio Attanasio. Una più approfondita ricerca sulle fonti d’archivio, tuttavia mancante, potrebbe aggiungere ulteriori informazioni sulla storia recente del battistero. In esso si dice: “i reverendi don Giovanni Villani e don Domenico Antonio Elia, parroci della chiesa di Santa Maria Maggiore, a nome della parrocchia, concordano i

lavori da farsi nella chiesa con i mastri fabbricatori Giuseppe Alfano e Francesco Maniero, entrambi di Nocera. I lavori sono necessari perché si ritrova la detta parrocchiale chiesa quasi diruta et ave bisogno di grandissima reparazione. I mastri si impegnano a riparare di nuovo, così com’era, la lamia al di sopra

del

Santissimo, intonacare, stonacare e sarcire le pareti di essa e di tutte le altre lamie; promettono anche

di

incassiare e inzeppare (puntellare) con fasce l’aggiunta all’archi e, quelli da sarcire, intonacarli e

stonacarli. E così fare nella cupola grande che sta in mezzo di detta chiesa. Dovranno accomodare il tetto della chiesa, ma il legname occorrente dovrà essere fornito dai parroci, biancheggiare da capo l’edificio come fosse nuovo.Dilatare et allargare così la finestra che sta di sopra del battisterio come quella vicino al campanile e accomodare l’arco che sta all’altare di San Giuseppe a modo di finestrone. Il prezzo

convenuto è di ducati 100 e il termine dei lavori Aprile 1712”.

Dalla fine della città antica alla Nocera del ‘300 R. Pucci

Nel V secolo la decadenza si aggrava, anche per le pestilenze, le eruzioni vulcaniche, e le

scorrerie dei barbari, da Alarico ai Vandali, né il dominio degli Ostrogoti risolleva le sorti del territorio, nonostante gli sforzi del governo di Teodorico. Molta parte degli abitanti si

è trasferita sulla costa amalfitana, e altri seguiranno durante l’atroce guerra tra Goti e

Bizantini, che si conclude nel 553 sulle rive del Sarno, ove l’ultimo re ostrogoto, Teia, muore combattendo (1). L’Italia è riassorbita nell’Impero Romano, e i nuovi governanti

cercano di rilanciare la nostra città dandole una nuova più ridotta cerchia di mura e

costruendo il Battistero di S. Maria Maggiore. Già nel 568 penetrano però in Italia i Longobardi, che nel 570 s’insediano a Benevento, e compiono scorrerie nei territori costieri restati bizantini. Anche Nocera è colpita dalle loro incursioni e viene conquistata intorno al 605. La città scompare e con essa la Diocesi.

Gli abitanti rimasti, con l’aggiunta dei Longobardi sopraggiunti, si distribuiscono in

minuscoli villaggi. Il territorio a valle della città, già spopolato e inselvatichito, è quasi del tutto abbandonato, salvo un casale di origine romana, Barbazzano. Nella città in rovina

compaiono qua e là campi coltivati e boschi, e un nucleo abitato sopravvive solo nell’area

di

Pucciano-Pareti, protetta da un tratto superstite delle mura.

Il

territorio nocerino, incluso nel ducato beneventano, è ripartito tra i gastaldati di Sarno,

Rota e Salerno. Esso è travagliato dalla guerra di confine coi territori bizantini sul golfo di

Napoli e sulla costa amalfitana, ma ci mancano notizie precise sui secoli VII e VIII. Nel 774, con la distruzione da parte di Carlo, re dei Franchi, del regno longobardo, il

ducato di Benevento si trasforma in un principato indipendente, che più tardi, dall’851, si scinderà nei due principati di Benevento e Salerno, spesso in guerra tra loro oltre che coi bizantini.

Dal 795 comincia la documentazione conservata nell’archivio della Badia della SS. Trinità

di

Cava de’ Tirreni, che comprende centinaia di atti relativi al territorio nocerino. Si tratta

di

contratti privati, ma indirettamente ne ricaviamo una buona conoscenza

dell’evoluzione della nostra zona.

Nell’VIII secolo gli insediamenti sono limitati al nucleo di Pucciano-Pareti, con alcuni villaggi tra Camerelle e Rocca e il vicus di Barbazzano. L’espansione sul territorio, verso Angri e Sarno e nelle Starze è interrotta nell’ultimo quarto del secolo dalle scorrerie dei Saraceni, provenienti dalle foci del Garigliano, dalla costa napoletana e da Cetara. Nell’888 essi assediano il castello di Lanzara, che protegge il passo di Campanile dell’Orco e l’antica via Popilia, unica strada importante ancora in uso. La pressione

saracena si attenua solo verso gli inizi del X secolo, e, nonostante altre calamità belliche,

vi è un forte incremento demografico. Gli insediamenti si espandono, con nuovi villaggi,

soprattutto lungo la via Stabiana. La bonifica delle terre incolte è promossa dai grandi proprietari, che sono i Principi salernitani e l’aristocrazia longobarda, e ancor più i grandi monasteri benedettini di S. Massimo e S. Sofia di Salerno (poi assorbiti dalla Abbazia della SS. Trinità di Cava) e l’Arcivescovo di Salerno. La bonifica attira coloni anche da altre zone ed è favorita da contratti agrari vantaggiosi pei contadini. Per legare i coloni al territorio, i proprietari costruiscono per essi chiese “villane”, spesso nuclei di futuri casali. Tra queste è da ricordare S. Matteo de Archiponticulo a Nocera. Tra le culture arboree dominano il castagno, il nocciolo e la quercia, oltre alla vite. Per proteggere i nuovi insediamenti sorge nel 984, sulla collina del Parco la firmitas nova

nucerina”, che diviene il fulcro del sistema difensivo della zona, sostituendosi al castello di Lanzara e al castello “betere” di Pucciano-Pareti, che perdono importanza. All’interno delle fortificazioni, che cingono la base della collina, nasce un piccolo insediamento urbano, che nel 1023 è indicato come Civitas Nucerie: la città rinasce, dopo circa quattro secoli.

Il sistema difensivo della zona, e il controllo delle vie per Salerno, si completano nel 1042

con l’erezione della Rocca dell’Apudmontem, anch’essa fortezza pubblica. Sorgono intanto nuovi insediamenti, sia nel territorio di Nocera Inferiore, sia a Pagani, ove compare la chiesa di San Felice, sia a S. Lorenzo, S. Egidio (allora detto Petruro) e Corbara. Nella prima metà dell’XI secolo i principi longobardi di Salerno raggiungono il culmine della loro potenza, giungendo a controllare buona parte dell’Italia Meridionale. Nelle loro guerre utilizzano però mercenari normanni: questi, pur accettando formalmente l’autorità dei Principi longobardi, finiscono col crearsi proprie signorie territoriali sia nelle terre di

nuova conquista che in quelle appartenenti allo stato salernitano. Essi portano con sé le istituzioni feudali, prima ignote nel Mezzogiorno, e opprimono spietatamente le

popolazioni. Molti milites normanni si insediano nell’Agro, ove si ritagliano piccoli feudi:

ne discenderanno famiglie illustri, come i Filangieri (2) e i Pagano. L’insediamento dei cavalieri normanni, e la costruzione di piccoli castelli signorili, come quello di Corteimpiano a Pagani, e quello di Castel San Giorgio, segna una riorganizzazione del territorio attorno ai castelli stessi, ma limitata, perché Rocca e Nocera restano castelli pubblici. A ciò si unisce una ristrutturazione dell’organizzazione ecclesiastica, e un profondo mutamento degli assetti fondiari, a favore dei normanni e dei nuovi monasteri. Tra questi ricordiamo S. Prisco, S.Angelo in Grotta, e, più tardi (1113) l’abbazia di S. Maria Maddalena a S. Egidio. Con l’ultimo principe longobardo, Gisulfo II, la potenza normanna diventa irresistibile. I Normanni, dopo essersi impadroniti di Capua e del resto del Sud, nel 1077, guidati da Roberto il Guiscardo, conquistano Salerno: l’ultimo atto del principe longobardo è stilato a Nocera nel maggio dello stesso anno. Il territorio nocerino è diviso tra Roberto, che si intitola duca d’Apulia e Calabria, e il suo alleato Giordano di Capua. I discendenti del Guiscardo governano gran parte del Sud prima con Ruggero Borsa (1085-1112) e poi con Guglielmo (1112-1127). Col loro appoggio Ruggiero, fratello del Guiscardo, si impadronisce della Calabria Bizantina e poi della Sicilia, che col titolo di Gran Conte governa come vassallo di Salerno. Suo figlio Ruggero II approfitta della debolezza del duca Guglielmo per divenire del tutto autonomo, e salire a grande potenza. Divenuto erede del ducato nel 1127 alla morte di Guglielmo, nel 1130 si fa incoronare a Palermo Re di Sicilia. Contro di lui si uniscono gli altri signori normanni guidati dai Principi di Capua, e inizia una durissima guerra. La lotta, complicata dall'intervento di papi e imperatori, ha fasi alterne: Ruggero II è sconfitto nel 1134 disastrosamente a Sarno, dopo avere invano assalito il castello di Nocera. Nel 1137-38 l’assedia nuovamente e lo conquista, distruggendolo. Imposto il suo dominio a tutto il Sud, riorganizza da Palermo il regno e lo governa fino alla morte nel

1154.

Il regno normanno dura per tutto il XII secolo, e segna una forte trasformazione del

Mezzogiorno. Trionfa il feudalesimo, ma i sovrani tengono a freno la grande nobiltà, così come limitano le autonomie cittadine. Il territorio nocerino è diviso tra molti piccoli signori, ma i due grandi castelli rimangono affidati a stratigoti regi. Al tempo di Guglielmo II sorge l’abbazia di Materdomini. Intanto le comunità locali cominciano ad aggregarsi, formando delle Università. Quella di Rocca è attestata nel 1224, quella di Nocera poco più tardi (3). In questo periodo, tuttavia, i sindaci non sono veri e propri magistrati, ma solo i procuratori delle comunità per specifiche questioni e solo nel ‘400 diverranno veri e propri capi. Nell'età sveva Federico II, re di Sicilia e Sacro Romano Imperatore (1198-1250), affida il castello di Nocera prima ad Ottone di Barchister, col titolo di Rector Nuceriae, poi ai

Filangieri, con la signoria eminente del territorio. Personaggio di gran rilievo fu Riccardo

II Filangieri, vicario imperiale in Terra Santa. Un ricordo dello splendore dell’età sveva è

un affresco nell’abbazia della Maddalena a S. Egidio che potrebbe raffigurare

l’Imperatore.

Ai Filangieri è dovuta la costruzione della torre centrale del castello, ancora esistente. Essi promossero anche la fondazione, ai piedi della collina, del convento di S. Francesco (oggi S. Antonio): l'arrivo dei Francescani, e poi dei Domenicani, mostra il carattere urbano assunto da Nocera. L'ultimo sovrano svevo, Manfredi, è vinto e ucciso a Benevento nel 1266 da Carlo d'Angiò, che diviene re di Sicilia. Per celebrare la vittoria Carlo fa costruire, da architetti francesi, una grande abbazia a Scafati, S. Maria di Realvalle. I Filangieri, fedelissimi agli Svevi, sono privati dei loro domini. Parte del territorio è poi restituita a Ilaria Filangieri, dopo che ha sposato Jacopo di Brusson, Grande Ammiraglio del Regno. Entrambi sono sepolti nell’abbazia di S. Prisco. Il castello rimane però nelle mani dei sovrani e vi è imprigionata coi figlioletti la vedova di Manfredi, Elena degli Angeli, che vi morirà nel 1271. Carlo I vi risiede di frequente nei mesi estivi, dedicandosi alla caccia nei boschi dell’Agro. Il castello e la città divengono poi appannaggio dei principi ereditari, a iniziare da Carlo II. A Nocera la tradizione fa nascere il secondogenito

di questi, S, Lodovico, vescovo di Tolosa. Il primogenito Carlo Martello (1295), che fu

amico di Dante, sposò, grazie al nocerino Pietro, vescovo di Capaccio, Clemenza, figlia dell'Imperatore Rodolfo d'Asburgo. Pietro di Capaccio lasciò il suo ingente patrimonio al monastero femminile domenicano di S. Anna, da lui fondato nel 1282 sul fianco occidentale della collina del Parco. Il castello resta residenza regia coi successivi sovrani, Roberto e Giovanna I. Ad esso si affianca un palazzo, sul versante settentrionale della vetta, unito alla fortificazione e racchiuso nella cinta muraria più alta. Vi sono poi altre due cerchie di mura e torri, a mezza costa e alla base della collina. Nella cinta più bassa, che è accompagnata da un fossato ove scorre la Solofrana (o Saltera) e racchiude case e chiesette, si aprono due porte, al Borgo e al Mercato. La prima età angioina segna un’espansione degli abitati, e ai vecchi casali se ne aggiungono nuovi, spesso sorti sulle proprietà di qualche grande famiglia: Cicalesi, Merichi, Sperandei. Spicca per importanza l’insediamento attorno al castello di Corteimpiano, nucleo della futura Pagani, che è nei documenti indicato come il Borgo della città. In questo periodo si sviluppano anche il villaggio di S. Egidio, attorno all’abbazia della Maddalena, e, a valle di esso, S. Lorenzo. La città, che in età sveva aveva preso il nome di Nocera dei Cristiani, lo muta più tardi in Nocera dei Pagani (4) dal nome della famiglia Pagano, feudataria dal ‘400 di Corteimpiano. Il territorio cittadino si riduce gradualmente: già nel XII secolo se ne è staccato S. Giorgio, e più tardi vengono infeudati a signori diversi S. Marzano, S. Valentino e Rocca. Nascono università minori, come Barbazzano, attestata nel primo ‘300. La popolazione è abbastanza numerosa, grazie alla produttività dell’agricoltura. Le famiglie che la formano sono spessissimo rimaste stabilmente sul territorio fino ad oggi. Nel 1349-50 il castello è occupato dalle truppe del pretendente Luigi d’Ungheria, che vi subiscono un sanguinoso assedio.Viene poi concesso, con la città, al fiorentino Nicolò Acciaiuoli, gran siniscalco del regno, che nel 1362 vi ospita Boccaccio. Tornato alla Corona nel 1365, viene più tardi dato da Giovanna I al marito Ottone di Brunswick, che ne fa la base di grandi cacce. Scoppiata la guerra con Carlo di Durazzo, interviene al fianco di questi il papa Urbano VI. Nel 1384 egli è a Napoli, dove ottiene da Carlo III la concessione di molti feudi, tra cui Nocera, al nipote Francesco Prignano. Venuto poi in

contrasto col re, il papa si trasferisce con la corte a Nocera nell’estate del 1384, e vi rimane, chiuso nel castello, fino all’agosto 1385. Sventa una congiura di cardinali per deporlo, e resiste all’assedio delle truppe regie, riuscendo infine a fuggire a Pesto, dove si imbarca su navi genovesi (5). Durante questo soggiorno il Papa ricostituisce la Diocesi nocerina, affidandola al francescano fra Francesco da Nocera e ponendo la sede episcopale nella soppressa abbazia di S. Prisco. La storia di queste vicende è stata narrata da un curiale del seguito del Papa, il tedesco Teodorico di Niem, a cui dobbiamo la più antica descrizione del nostro territorio (6). Il feudo nocerino viene in seguito concesso dal re Ladislao d’Angiò, figlio di Carlo III, a Floridasso Latro: comprende però soltanto la parte orientale del territorio, mentre la parte restante è in mano a vari altri signori e il castello rimane regio. In quest’epoca l’Agro è travagliato dalle lotte tra le grandi famiglie, in particolare tra i Pagano, gli Ungaro e i Rinaldi. Gli scontri degenerano fino a vera e propria guerra, e richiedono ripetuti interventi regi. La ricchezza agricola è considerata eccezionale dai contemporanei, e nutre una popolazione numerosa, sparsa tra i vari casali. Sorgono edifici privati e chiese, quasi tutti scomparsi. Si sviluppano anche attività commerciali e di artigianato artistico, tra cui l’oreficeria e il ricamo.

Approfondimenti:

1 La Battaglia Del Sarno, Procopio di Cesarea - La Guerra Gotica: Alle falde di questo Vesuvio ci sono sorgenti d'acqua potabile. E ne scaturisce un fiume detto Dracone, che poi passa molto vicino alla città di Nocera. I due eserciti s'accamparono da una parte e dall'altra di questo fiume. Il corso

del Dracone è un filo, ma il fiume non è accessibile né a cavalieri né a fanti, perché scorre in una strettoia

e si scava un letto molto profondo, rendendo le rive come sospese e incombenti da entrambi i lati. Se la

ragione di ciò vada cercata nella natura del suolo o in quella dell'acqua non saprei dire. I Goti s'impadronirono del ponte sul fiume, accampati com'erano nelle immediate vicinanze. Vi collocarono torri

di legno e, fra altre macchine, vi costruirono le così dette baliste, per essere in grado di bersagliare dall'alto

i nemici che venissero a dar fastidio. Era dunque impossibile un corpo a corpo, perché c'era di mezzo il

fiume: entrambi gli eserciti, avvicinandosi il più possibile alle rive del fiume, facevano soprattutto

assegnamento sugli archi. S'ebbero anche alcuni duelli, quando un Goto, per esempio, era provocato a passare il ponte. I due eserciti passarono cosi due mesi. Finché i Goti ebbero il dominio del mare in quel punto, poterono reggere, portando i rifornimenti con le navi (erano accampati a breve distanza dal mare). Ma poi i Romani riuscirono a prendere le navi nemiche, grazie al tradimento d'un Goto che sovrintendeva a tutta la flotta; inoltre a loro cominciarono ad arrivare innumerevoli navi dalla Sicilia e dal resto dell'Impero. In pari tempo Narsete collocò anche lui sulla riva del fiume torri di legno e riuscì così a mortificare completamente la baldanza degli avversari. I Goti di tutto ciò s'impaurirono molto e, pressati dalla penuria di viveri, si rifugiarono su un monte ch'è lì vicino e che i Romani chiamano in latino Monte del Latte (Mons Lactarius). Là i Romani non potevano certo raggiungerli, per le difficoltà del terreno. Ma i barbari si pentirono subito d'essere saliti lassù, perché la scarsità di viveri si faceva ancora maggiore, non avendo essi alcun mezzo per procurarne per sé e per i cavalli. Perciò ritennero che farla finita in uno scontro fosse preferibile che morire di fame, e inaspettatamente avanzarono in massa contro i nemici, piombando loro addosso fulmineamente. I Romani si disposero a difesa come consentivano le circostanze; schierandosi senza distinzioni di comandanti, di compagnie o di reparti, e senza differenziarsi in altra guisa gli uni dagli altri. Né avrebbero potuto udire ordini durante lo scontro: erano solo pronti a fronteggiare il nemico con tutto il vigore possibile, dovunque si trovassero. I Goti furono i primi ad abbandonare i cavalli e a formare a piedi, fronte al nemico, una profonda falange. I Romani, a quella vista, lasciarono i cavalli anche loro e si schierarono tutti allo stesso modo. Io sto qui per descrivere una battaglia memorabile e il valore d'un uomo non inferiore, credo, a quello degli eroi: il valore di cui Teia fece sfoggio in quell'occasione. I Goti erano spinti all'ardimento dalla disperazione; d'altra parte i Romani, pur vedendoli fuori di sé, tennero loro fronte con tutte le forze, arrossendo di cedere di fronte ad avversari inferiori di numero. Gli uni e gli altri, poi, andavano contro i nemici con molta rabbia, gli uni cercando la morte, gli altri l'eroismo. La battaglia cominciò all'alba. Teia, facilmente riconoscibile, riparandosi con lo scudo e protendendo la lancia, si mise in testa alla falange, con pochi altri. I Romani, vedendolo, pensarono che, se fosse caduto lui, la battaglia sarebbe finita immediatamente; sicché su di lui si concentrarono tutti i prodi (ed erano molti), chi spingendo e chi vibrando la lancia contro di lui. Il quale, coperto dallo scudo, riceveva su quello tutte le lance, e con repentini assalti aggrediva i nemici, uccidendone molti. Ogni volta che vedeva lo scudo pieno di lance conficcate, lo consegnava a uno degli scudieri e ne brandiva un altro. Così combattendo arrivò a un terzo della giornata: a quel punto, sullo scudo c'erano, conficcate, dodici lance, sicché non ce la faceva neppure più a muoverlo come voleva e a

respingere gli assalti. Chiamò allora in fretta uno degli scudieri, senza però lasciare il suo posto e senza muoversi d'un dito, né per retrocedere né per attirare i nemici in avanti, senza voltarsi, senza ripararsi le spalle con lo scudo, senza neppure mettersi di fianco:- stava lì ritto col suo scudo, che pareva radicato al suolo, uccidendo con la destra, rintuzzando i colpi con la sinistra, e chiamando lo scudiero per nome. Quello era già lì con lo scudo, e lui si liberava in fretta dell'altro appesantito dalle lance. Fu proprio in

quell'attimo (un tempo infinitesimale) che il petto gli restò scoperto, e il caso volle che fosse colpito proprio allora da un giavellotto, per cui immediatamente morì. Alcuni Romani misero la sua testa in cima a un palo e andarono in giro mostrandola a entrambi gli eserciti, ai Romani perché prendessero ancor più coraggio, ai Goti perché, disperati, ponessero fine alla guerra. Ma neppure allora i Goti cessarono di combattere. Lottarono fino a notte, pur sapendo che il loro re era morto. Quando si fece buio, si separarono e gli uni e gli altri bivaccarono in tenuta di guerra. Il giorno dopo s'alzarono presto, schierandosi di nuovo allo stesso modo, e combatterono fino a notte. Non cedevano, non fuggivano, non ripiegavano benché da una parte e dall'altra un gran numero d'uomini fosse ucciso: lottavano come in preda a una furia selvaggia per l'odio reciproco, i Goti ben consapevoli che quella era per loro l'ultima battaglia, i Romani rifiutando di farsi vincere. Alla fine i barbari mandarono alcuni dei loro notabili a Narsete, dicendo d'aver capito che l'avversario con cui combattevano era Dio: si rendevano conto della potenza che s'erano trovati di fronte e, arrendendosi all'evidenza dei fatti, erano decisi a dichiararsi vinti e ad abbandonare la lotta, non però per diventare soggetti all'imperatore, bensì per vivere autonomi insieme con altri barbari. 2. I Filangieri: Antica e gloriosa famiglia di origine Normanna, il suo capostipite fu Angerio, figlio di Tichel, venuto di Normandia assieme a Roberto il Guiscardo intorno al 1045. A lui nel 1086 Ruggero Borsa, figlio del Guiscardo, concedeva in feudo il castello di S. Adiutore a Cava, che tuttavia scambiò quasi immediatamente col castello e la baronia

di Corteimpiano a Pagani, cedendo il primo all’abate cavese. Da lui i suoi discendenti

presero il nome di Filangieri cioè filii angerii (figli di Angerio). I suoi successori aggiunsero

alla baronia di Corteimpiano altre terre e vassalli nell’agro nocerino, ed ebbero incarichi di rilievo dai sovrani normanni. Nel dominio nocerino, che tuttavia non comprendeva tutta

la città né il castello, dopo Angerio troviamo Guglielmo e Roberto suoi figli, e poi

Giordano, morto verso il 1170 a cui succede Guglielmo II. Troviamo poi Giordano II e infine i suoi figli, Guidone, che ereditò la baronia, Pietro, Arrigo e Guglielmo. A

Guidone, e a Pietro che era cappellano papale, si deve la fondazione del convento di S. Francesco (oggi S. Antonio) in cui vi furono sepolti. Essendo premorto al padre il primogenito Ruggiero, a Guidone successe nel 1256 in tutti i domini il secondogenito Riccardo. Intimo dell’imperatore Federico II, aveva ottenuto da lui tra gli altri feudi la contea di Marsico, e il titolo di Maresciallo dell’Impero. Accompagnò nel 1228-29 l’imperatore in Terra Santa e fu lasciato lì come Balì del regno di Gerusalemme e Legato imperiale in Siria. Combatté contro i mussulmani e fu assieme ad altri capi crociati catturato dal Soldano d’Egitto. Poiché questi rifiutava di liberarlo coi suoi compagni in cambio di un forte riscatto, sarebbe rimasto prigioniero senza l’aiuto di una figlia del sultano, Malazela, che avrebbe aiutato lui e i compagni a fuggire, seguendoli nella fuga fino a Damasco, dove si sarebbe convertita e avrebbe sposato Ruggiero figlio di Riccardo Filangieri. Sotto Manfredi, Riccardo fu viceré di Sicilia, ma alla caduta degli Svevi i feudi della famiglia furono confiscati e solo una parte di essi fu più tardi restituita alla figlia Ilaria, dopo il suo matrimonio col grande ammiraglio angioino Jacopo di Brusson. Nei secoli seguenti la famiglia mantenne un ruolo di primo piano nel Regno di Napoli, e fu illustrata da grandi personalità. Ricordiamo soprattutto Gaetano Filangieri (1753-1788), gloria dell'Illuminismo napoletano e autore della "Scienza della legislazione". 3. Le Università Nocerine: La nascita delle Università nel territorio nocerino è attestata nei primi anni del 200, in età sveva. Fin da principio la loro esistenza ebbe caratteri particolari poiché nel territorio coesistevano e si scontravano in vario modo una coscienza unitaria che nasceva dalla memoria dell’antica città, scomparsa intorno al ‘600 d.C., e una realtà presente fatta di villaggi di varia grandezza, disseminati per tutto il territorio stesso. Tutti quindi gli abitanti si dichiaravano nocerini, ma contemporaneamente affermavano nei documenti una propria identità di villaggi. Di conseguenza, quasi da subito, troviamo esistenti alcune Università “Particolari”, che si sono sottratte alla unità nocerina per cercare una gestione autonoma, ma che continuano però a dichiararsi parte di Nocera. Così nel ‘300 è pienamente funzionante l’Università di Barbazzano, piccolo casale oggi parte di Pagani; e nel ‘400 si mantiene a lungo distinta quella di S. Angelo in Grotta, relativa ad un villaggio ed un territorio con particolari problemi, perché soggetto feudalmente all’abate cavese e non ai feudatari di Nocera. A

volte l’autonomia è di breve durata e sembra essere scaturita da contrasti e gelosie tra le famiglie dominanti come nel caso di Pucciano tra il 1570 e il 1580. Sono comunque costituite alcune unità più grandi come Nocera Corpo, che comprendeva gran parte delle odierne Nocera Inferiore e Superiore, o Pagani. Queste diverse entità amministrative mantenevano però forti legami reciproci, come mostrano documenti ancora esistenti in

loco con cui si contraggono dei prestiti per far fronte ad impegni comuni verso lo Stato, e

vi è la sottoscrizione di tutti i numerosi Sindaci Particolari. Soprattutto nel ‘500, la

situazione appare molto fluida, con i villaggi impegnati in una continua vicenda di unioni e separazioni, che doveva certamente rendere complicati i rapporti con il governo centrale, che in molte questioni continuava a considerare tutto il territorio come una sola entità. L’esigenza di far fronte a questa situazione, spinse gli abitanti dei 36 villaggi, che costituivano il tutto, a concordare un modus vivendi, che risolvesse una volta per tutte i problemi della convivenza. Ne derivò quella che può essere chiamata la Carta Costituzionale Nocerina, il Laudo Baldino, emanato nel 1597 dal vescovo e giurista nocerino Carlo Baldino, che rimase in vigore fino al 1807. Esso partiva dall’esistenza, al di sotto della Città Generale di Nocera de’Pagani, di due Ripartimenti: Nocera Soprana e Nocera Sottana. Ognuno di essi risultava, allora, composto da quattro Università Particolari. Per Nocera Soprana erano Nocera Corpo, San Matteo, Tre Casali e Sperandei; per Nocera Sottana Pagani, Barbazzano, Sant’Egidio e Corbara. Ognuna di esse si governava attraverso un Parlamento Particolare, che riuniva tutti i cittadini maschi maggiorenni e sceglieva annualmente, nel mese di agosto, i Sindaci Particolari, gli Eletti

che li coadiuvavano, e gli altri pubblici ufficiali: Cancelliere, Cassiere, Erario, Archivario, Grassieri, ecc. Tutti entravano in carica il 1° settembre e alla scadenza del mandato dovevano render conto del loro operato.

Le riunioni dei Parlamenti, che avvenivano all’aperto in luoghi a ciò deputati, potevano

anche in qualunque momento essere convocate per decidere su particolari affari. Vi erano poi i Parlamenti Universali, che raggruppavano i cittadini dei due Ripartimenti e avevano il compito principale di eleggere i Sindaci Universali, due designati da Nocera Soprana e uno da Nocera Sottana. La designazione dei candidati Sindaci spettava alle singole Università con un complesso sistema di turnazione che teneva conto delle dimensioni

assai diverse di esse. Per Nocera Soprana la designazione spettava per il primo sempre a Nocera Corpo per il secondo alla stessa Università in via generale ma ogni sette anni toccava a San Matteo, ogni nove a Tre Casali e ogni venticinque a Sperandei. Per Nocera Sottana la designazione toccava a Pagani, ma ogni sette anni subentrava S. Egidio, ogni quindici Corbara e ogni venticinque Barbazzano. Infine il Parlamento Generale, cioè di tutta la città, si riuniva per questioni di rilevante interesse generale e per designare i funzionari universali, Cancelliere e Cassiere. Una struttura così complessa richiedeva regole certe per funzionare senza destare contrasti. A ciò provvide appunto il Laudo Baldino. Esso stabilì ad esempio che in caso di contrasto tra i Sindaci Universali prevaleva la maggioranza, ma data la disparità numerica tra i due Ripartimenti, stabilì anche che nessuna decisione potesse essere assunta in assenza del Sindaco Sottano. Fissò poi con esattezza criteri di ripartizione delle spese tra le varie Università, sia a livello di bilancio dei due Ripartimenti, sia della città generale. Essa avveniva in linea di massima “pro rata foculariorum”, sulla base cioè dei fuochi fiscali accertati nel 1597. Si andava così dal 41% a carico di Nocera Corpo all’1,40% di Sperandei. Naturalmente il Laudo non congelò la situazione esistente: anche in seguito vi furono variazioni nella composizione delle Università e Barbazzano, nel 1625, per difficoltà finanziarie si fuse con Pagani, mentre nel ‘700 si unirono S. Matteo e Tre Casali. La suddivisione delle spese, invece, nonostante le frequenti proteste soprattutto di Nocera Corpo (che si riteneva penalizzata in quanto il suo territorio, pur essendo il più popolato, era il più povero e montuoso), rimase immutata, e per certe spese fu ereditata dai cinque comuni che nel 1807 sostituirono l’antica città. Le singole Università e la città avevano propri demanii: quello comune, formato dai boschi di Montalbino che assommava a 3000 moggi antichi, risultò però eroso per oltre i due terzi nel ‘700 ad opera delle famiglie più influenti, che ne usurparono ampi tratti. Questo fu favorito dal fatto che la funzione dei Parlamenti divenne sempre più ininfluente, per la prepotenza delle classi dominanti. La partecipazione popolare divenne sempre più limitata, e le decisioni erano spesso assunte attraverso imposizioni violente. In più, alle delibere parlamentari si sostituirono sempre più spesso decisioni prese dalle Congregazioni, cioè da ristrette assemblee di notabili convocate dai Sindaci fuori di ogni precisa regola. La riforma

amministrativa del 1806 soppresse questa organizzazione, nonostante le resistenze locali, e vi sostituì cinque comuni: S. Egidio Montalbino, Corbara, Pagani (con Barbazzano); Nocera Corpo e Nocera S. Matteo (che incluse Tre Casali e Sperandei). Nel 1834 Corpo e S. Matteo si riunirono in un solo comune, Nocera, che però nel 1851 tornò a dividersi in Nocera Inferiore e Nocera Superiore, quest’ultima formata dai villaggi superiori di Nocera Corpo. 4. Nocera dei Cristiani e dei Pagani: Al nome Nocera si è unito fino al 1807 il predicativo dei Pagani, che designava anche la Diocesi. Esso, tradizionalmente, è stato spiegato come significante: Nocera dei villaggi ("pagi") o dei Saraceni, alludendo a un inesistente insediamento di Saraceni nel territorio dell'odierna Pagani ad opera dell'Imperatore Federico II. In realtà il nome, che compare solo il XV secolo, sottolinea

l'importanza che nell'ambito della città ha acquistato il Casale dei Pagano, quello cioè dove si era insediata questa grande famiglia feudale. L'epiteto "dei Cristiani", quindi, non può, come si è a lungo detto, esser dovuto al bigottismo dei re angioini, che avrebbero così voluto evitare la confusione tra la nostra città e Lucera in Puglia, ove effettivamente

ci fu un grande insediamento saraceno voluto da Federico II di Svevia, città che è nei

documenti indicata correntemente come Nocera di Puglia o Nocera dei Saraceni. Anzi, è proprio in un documento di Federico II, del 1224, che compare per la prima volta Nocera dei Cristiani: ma la ragione resta incerta, giacché sembra che allora non vi fosse ancora stato l'insediamento mussulmano in Puglia. 5. La congiura dei cardinali: Nel 1380 Urbano VI dichiarò decaduta dal trono Giovanna I d’Angiò che si era schierata a favore dell’antipapa Clemente. Al suo posto investì del regno, che era feudo della Chiesa, il cugino Carlo di Durazzo, incoronato a Roma il 1° giugno 1381 e entrato a Napoli il mese successivo, mentre Giovanna si chiudeva in Castel dell’Ovo. In cambio Carlo concesse molti feudi, tra cui Nocera, al nipote di Urbano, Francesco Prignano. L’anno successivo, mentre ancora durava la lotta per impadronirsi del regno, Urbano VI si trasferì a Napoli, dove i rapporti col re

divennero presto assai tesi. Perciò nel maggio del 1384, il pontefice si trasferì nel castello

di Nocera appartenente al nipote, mentre il suo seguito era alloggiato nel Borgo della

Città, attorno al castello di Corteimpiano. Mentre i soldati del re minacciavano Nocera,

alcuni cardinali congiurarono per deporre il pontefice dichiarandolo simoniaco, scismatico ed eretico. Svelata la congiura, i cardinali colpevoli furono arrestati, deposti dalla loro carica e torturati nelle segrete del castello. Intanto i soldati regi avevano posto l’assedio al castello, e saccheggiavano e tormentavano gli abitanti della zona sobillati contro di loro dal pontefice. La tradizione ci mostra Urbano inflessibile nella resistenza, che quotidianamente, dall’alto della torre centrale della fortezza, malediva e scomunicava gli assedianti. Dopo sette mesi, nell’agosto del 1385, gli assedianti avevano conquistato le prime due cerchie di mura della collina e si apprestavano a prendere il papa, quando giunsero in suo aiuto truppe nemiche di Carlo III guidate dal conte di Nola Ramondello Orsino, che permisero al papa di fuggire portando con sé i suoi tesori e i cardinali prigionieri. Con un viaggio avventuroso attraverso le montagne, i fuggiaschi raggiunsero Paestum dove si imbarcarono sulle galee genovesi venute a prenderli, non prima però di aver consegnato ai salvatori i tesori in loro possesso. Di qui il papa si recò prima a Civitavecchia e poi a Lucca, e durante il viaggio sembra si sia disfatto dei suoi prigionieri. Una tradizione incontrollabile fa risalire a questo assedio il toponimo locale Pino Secco o come si dice oggi “Lu Pino Secco”. Si racconta infatti che lì fosse accampato il comandante degli assedianti, il famoso condottiero Alberico da Barbiano, che, sdegnato delle maledizioni papali, aveva giurato di impiccare il papa al grande pino che ombreggiava la sua tenda. Quando il pontefice riuscì a sfuggire, l’albero miracolosamente si disseccò e da ciò il nome. Al soggiorno di Urbano VI si deve anche la ricostituzione della Diocesi nocerina che scomparsa da alcuni secoli faceva parte dell’arcidiocesi salernitana. Urbano la rese nuovamente autonoma anche se con un territorio limitato alla sola Nocera, con il suo casale di Angri. Primo vescovo della nuova Diocesi fu frate Francesco da Nocera, guardiano del convento dei francescani di S. Francesco. A lui come sede episcopale fu assegnata l’antica abbazia benedettina di S. Prisco, che conservava le reliquie del primo santo vescovo nocerino e che è rimasta da allora la Cattedrale della Diocesi. Restò invece all’arcivescovo di Salerno la vecchia chiesa madre del territorio, cioè S. Maria Maggiore, che passò alla Diocesi nocerina solo nel 1627. Di tutte le vicende del periodo abbiamo il resoconto di prima mano di un testimone, il segretario di Urbano VI, Teodorico di Niem, tedesco, che ha scritto la storia dello Scisma. In essa trova posto

anche una suggestiva descrizione della valle nocerina com’era a quei tempi. Una rievocazione romanzata dell’assedio è poi contenuta in un romanzo storico dell’ ‘800, Ramondello Orsino, dello scrittore nocerino Andrea Calenda di Tavani. 6. Todorico da Niem Storia delle’origine delle cause dello Scisma (Libro I, cap. XXXVIII): “Il astello di Nocera è posto in una terra assai fertile e dall’aria salubre: infatti il suolo di essa produce un ottimo vino bianco e rosso, grano, segale e altri ottimi frutti in grande abbondanza. C’è una bella pianura con intorno alti monti e sorgenti abbondanti ed amene, e gli abitanti dì questa valle

amena seminano quattro volte all’anno; i campi producono svariati raccolti, dalle viti stese sopra gli olmi

si ricava il vino in abbondanza, e così l’olio dagli olivi. Le montagne sono coperte d’alberi, soprattutto

Dalla base dei monti, dal

lato verso la città di Amalfi, fino alla strada che dal castello va a Salerno, vi è una piantagione di noci o noccioli della lunghezza di tre o quattro miglia e della larghezza di un miglio, e questi alberi di noci

danno ogni anno tanta copia di frutti che basterebbero a molte regioni, se le raccogliessero: ma se ne nutrono i maiali, le cui carni, sia salate che fresche , si mantengono a lungo e sono ottime e saporite; e non

ho mai visto capponi più grandi e grassi e a buon mercato di quelli che si trovano in questa piana. Perciò

i Curiali, finché furono sicuri, vi soggiornarono più volentieri che in qualsiasi altra parte del Regno di Sicilia. Dall’altro lato, verso il castello di Torre, sorge quel fertilissimo monte che chiamano volgarmente Somma, estremamente fruttifero, assai alto e dalla circonferenza assai ampia. Dista otto miglia dal castello di Nocera, alla quale somiglia per ubertosità…Vi si producono ottimi vini Greci, di almeno tre qualità, grande, mediocre e minore, che vengono portati nei vari luoghi e paesi. Ho sentito ripetere che i loro dazi ammontano ogni anno a più di duecento fiorini. Ogni anno, al tempo della vendemmia, si possono vedere oltre centomila recipienti costruiti dagli abitanti di questa zona col legno dei castagni di quei monti: ognuno di essi ha la capacità di otto barili secondo la misura romana; vi sono inoltre infiniti

altri recipienti detti caratelli, che contengono di solito ognuno quattro barili. Il mosto raccolto dalle vigne

di questo monte viene riposto in tali recipienti, e poi trasportato nei luoghi di mare, a Napoli, e nei vari

paesi del mondo dai mercanti, attraverso il mare, che dista dal monte tre miglia italiche. In molte località esso vien venduto come malvasia o altro vino di pregio. (Cap. XXXIX): Andando verso la città di Salerno, che dista dal castello di Nocera otto miglia, nella stessa piana si ritrova una venerabile basilica, presso la quale oggi nessuno abita e che è quasi del tutto priva di culto. Sembra che sia stata costruita, in onore della Beata Vergine Maria e a simiglianza della chiesa di Santa Maria che si trova nella città di

enormi castagni, su cui crescono le castagne più grandi che io abbia mai visto

Aquisgrana, diocesi di Liegi, dal santo imperatore Enrico, secondo di questo nome, le cui reliquie riposano a Bamberga, e di cui fu moglie Santa Cunegonda. Entrambi, durante la loro vita, pur abitando insieme, si mantennero casti, come racconta la storia. La chiesa fu eretta a ricordo della vittoria ottenuta da lui contro i Greci, che precedentemente dominavano quei luoghi, là dove si combatté una grande battaglia: l’imperatore vinse gloriosamente i Greci e li scacciò completamente dalle terre de regno di Sicilia, con l’aiuto di quei Normanni che in seguito, morto Enrico, restarono colà e vinsero gli imbelli abitanti del luogo… (Cap. XL): Nei monti e nei boschi attorno al Castello di Nocera vi sono caprioli, cervi e altri animali selvatici: perciò Ottone di Brunswick era solito ad andare colà a caccia nei propri regi dominii per sfuggire all’inerzia, e delle fiere che capitava di prendere sotto la sua guida, conservato solo il capo, regalava il resto ai compagni e ai nobili. Questa terra è a tal punto fertile e bella come una campagna che Dio ha benedetto. Qui, presso il Borgo, si scorge nei campi la chiesa di San Prisco, che fu un tempo cattedrale, dove si conservano le reliquie del profeta Abacuc; e tutt’intorno al castello si scorgono ancora le ”

fondamenta di case, che mostrano che qui ci fu un tempo una città di cui ora si vedono le rovine

Dal 1400 alla nascita delle due Nocera di R. Pucci

Nel XV secolo, estinti nel 1422 i Latro, il territorio nocerino viene dato agli Zurlo, che lo dividono tra vari rami della famiglia. Il castello nocerino resta però nel demanio regio, ed ospita di frequente la regina Giovanna II, dei cui amori ancora favoleggia il popolo. La città è coinvolta spesso nelle guerre civili che segnano il suo regno: nel 1421 Braccio da Montone saccheggia Angri, e nel 1435 Alfonso V d'Aragona assedia e prende il castello di Nocera, intanto passato agli Zurlo. Più tardi, tuttavia, Alfonso, che dal 1442 è re di Napoli, restituisce loro il feudo, che comprende allora anche Angri e le terre di Scafati fino al Sarno, San Marzano e Rocca. Sotto i sovrani aragonesi si svolgono nell'Agro molti degli scontri decisivi tra il re Ferrante (1458-1494) e i baroni ribelli, che nel 1461 infliggono al sovrano una terribile sconfitta presso Sarno. Ristabilita l'autorità regia, la Città non è toccata dalla grande congiura dei baroni (1477) capeggiata da Francesco Coppola, conte di Sarno, e gli Zurlo mantengono la contea di Nocera fino al 1495, quando Francesco II Zurlo, avendo appoggiato l'invasione francese di Carlo VIII, è assediato nel castello dal re Ferrandino, vinto, imprigionato e privato di tutti i suoi feudi. La città è allora concessa a Giovanna d'Aragona, vedova di Ferrante I. Testimonianza della floridezza della città è la fondazione o il rifacimento di chiese e conventi. Ricordiamo S. Antonio, la Cattedrale, Maria SS. del Carmine a Pagani, S.Maria del Presepe a Nocera ecc. Le tracce di questa intensa attività edilizia sono state spesso celate da interventi successivi. Giovanna d'Aragona lascia alla città un buon ricordo, concedendole molti privilegi che sono nei secoli seguenti la base delle rivendicazioni nocerine. Nel 1518, infatti, Nocera torna nel Demanio regio: ma già nel 1521 l'imperatore Carlo V la vende, col titolo di duca, a Tiberio Carafa, conte di Soriano, per 50.000 ducati (1). La dinastia dei Carafa terrà Nocera per oltre un secolo, fino al 1647. Dopo Tiberio I (1521 - 1527) e Ferrante I (1527 - 1540) diviene duca Alfonso I, sposato a Giovanna Castriota, discendente dell'eroe albanese Giorgio Scanderbeg. Con essi i Carafa di Nocera

giungono al culmine dello splendore. Ai piedi della collina del Parco è completato, ove oggi è il Quartiere borbonico, lo splendido palazzo ducale, ricco di giardini, giochi d'acqua e statue (2). Qui, e nel fastoso palazzo napoletano in via Medina, i duchi tengono corte, circondandosi di artisti e uomini d'ingegno. Il loro splendore è cantato dal Tasso, e alle loro dipendenze, come precettore del figlio Ferrante, è il filosofo Bernardino Telesio. Negli anni 1520-60 si sviluppa anche la carriera militare di Giambattista Castaldo, uno dei massimi condottieri dell'epoca. Della sua vita ricca di eventi eroici è testimone la grande iscrizione sepolcrale nell'atrio di S. Bartolomeo a Piedimonte (3). A lui si deve la costruzione del grande monastero olivetano di S. Maria a Monte, riccamente dotato di opere d'arte e di beni. Il mecenatismo dei Carafa si palesa a Nocera, oltre che nel Palazzo ducale, nel restauro di molte chiese, come quelle di S. Francesco, di S. Angelo in Grotta, della Cattedrale. Anche col loro incoraggiamento, ma a spese della Città, sono innalzati a Nocera e a Pagani, due templi dedicati al SS. Corpo di Cristo. Alfonso Carafa e la moglie sono assai vicini ai riformatori francescani, che ospitano nei loro feudi calabresi, aiutandoli a costituire l’ordine dei Cappuccini, il cui cappuccio è disegnato da Giovanna Castriota. Ai Cappuccini Alfonso Carafa dona, assieme alla città, il convento di S. Andrea, in cui viene sepolto. A completare l'insediamento francescano nella zona si aggiunge poi, alla fine del '500, S. Maria degli Angeli, dei Frati Minori Osservanti. Lo splendore della dinastia ducale ha come contropartita notevoli esigenze finanziarie, il cui peso i duchi cercano di scaricare sui sudditi. Non mancano, quindi, frequenti e duri con la Città, o meglio con le varie Università in cui il territorio si è frammentato. Tali conflitti gradatamente spingono le Università a stringere accordi organici, in modo da fronteggiare insieme le pretese dei duchi e anche dello Stato. Si giunge così alla fine del XVI secolo ad un assetto definitivo, in cui Nocera dei Pagani vede coesistere armonicamente organismi unitari e strutture autonome locali. La Città Generale amministrata da tre Sindaci Universali, eletti annualmente dal Parlamento, è divisa in due Ripartimenti, Nocera Soprana (Corpo, S. Matteo, Tre casali, Sperandei) e

Nocera Sottana (Pagani, Barbazzano, S. Egidio, Corbara), ognuno formato da quattro Università particolari, con propri Sindaci, magistrati e Parlamenti. Le regole per assicurare una pacifica coesistenza e una giusta ripartizione degli oneri comuni sono fissate nel Lodo Baldini, redatto nel 1594, su richiesta dei cittadini, dal giurista nocerino mons.Carlo Baldini, arcivescovo di Sorrento (4). Nonostante il persistere di elementi negativi, come le epidemie di peste, sempre più frequenti, i conflitti nella prima parte del secolo, e la pressione fiscale eccessiva, qui accompagnata all'oneroso obbligo di ospitare le truppe, il XVI secolo è un'età di espansione, come mostrano le numerose opere d'arte ed edifici risalenti a quest'età. L'economia si sviluppa, e nell'agricoltura viene introdotto il granturco, divenuto presto cultura dominante, accanto alla vite e ai legumi. La popolazione resta sempre notevole, nonostante sia periodicamente falcidiata dalla peste, e alla fine del secolo è di circa 20.000 abitanti, dediti alla agricoltura, ma anche ai traffici e all'artigianato. Il XVII secolo si apre con una grave epidemia, che sembra preannunziare la lunga serie di disastri propria di questa età. Ce ne dà notizia mons. Simone Lunadoro, vescovo della Diocesi, a cui dobbiamo la più antica storia della Città. Con lui ai contrasti con gli ultimi duchi Carafa si aggiungono per la Città conflitti con la Curia vescovile, le cui pretese sono ribadite dal Lunadoro nel Sinodo del 1610. Particolarmente accesi sono gli scontri con Francesco Maria Carafa, che cercherà di imporre il suo controllo all'amministrazione cittadina e non rifuggirà dall'assassinio o imprigionamento dei suoi oppositori. La resistenza tenace della Città è favorita dall'accordo tra popolari e classi alte. Il primo cinquantennio del secolo è segnato da una serie terribile di disastri, tra cui basta ricordare le pestilenze - quella del 1656 uccise oltre 1/3 della popolazione -, l’eruzione vesuviana del 1631 (la più terribile dopo quella che cancellò Pompei), le alluvioni, la guerra civile seguita alla rivolta di Masaniello (5). La popolazione crolla ai minimi storici, e nel 1669 sembra non superi i 7/8000 abitanti. Particolarmente violenta fu a Nocera la rivolta antispagnola, che vide truppe popolari nocerine impegnate in scontri a Napoli e altrove. Nel corso di questi moti il popolo saccheggiò e incendiò il Palazzo ducale. Cade in questo periodo la fine, nel 1648, della

dinastia dei Carafa. Morto nel 1648 senza eredi Francesco Maria Domenico Carafa, il feudo è rivendicato dalla Corona e torna nel demanio regio. Già nel 1660, però, Filippo IV di Spagna cede Nocera ai Marchesi di Castelrodrigo, valutandola 150.000 ducati (6). La decadenza demografica si accompagna a quella economica: parte delle terre resta incolta per mancanza di braccia, decadono i traffici e il livello di vita risente pesantemente del fiscalismo regio. Costrette ad alloggiare e mantenere le numerose truppe di guarnigione o di passaggio, le Università nocerine si indebitano in modo disastroso. La vita civile si deprime. La classe dirigente locale trova sbocco per i figli nelle carriere ecclesiastiche (il clero si moltiplica, ma scade molto di livello) e giudiziarie. La fede religiosa si esprime nel grande fiorire delle Confraternite, che divengono le maggiori committenti di opere d'arte. Brilla, nell'oscurità del secolo, l'arte dei Solimena, Angelo (1629 - 1716) e il figlio Francesco (1657 - 1747), le cui opere erano il maggior vanto delle chiese locali. Già negli ultimi anni del Seicento vi sono però segni di ripresa. La popolazione, che nel 1695 è di circa 11.000 abitanti, comincia rapidamente a crescere, anche per la fine delle pestilenze. Dopo i grandi terremoti del 1683 e 1687 si diradano anche le calamità naturali, ad eccezione delle alluvioni, che rappresentano il flagello più grave del secolo: in particolare si ricorda quella del 1739 che rovinò definitivamente l’abbazia di S. Maria a Monte, già abbandonata per frane precedenti dai monaci olivetani per un nuovo monastero a Piedimonte. Anche il quadro politico muta. Non solo ai Castelrodrigo si sostituisce la nuova dinastia ducale dei Pio di Savoia, ma termina nel 1707 il dominio spagnolo nel Mezzogiorno, e subentrano gli Austriaci, i quali pongono mano a riforme indispensabili. Nel 1734, infine, l’Italia meridionale torna ad essere autonoma, con Carlo III di Borbone, che promuove un’evoluzione della società. L’economia nocerina mostra segni di forte ripresa, sia nel settore agricolo sia in quello commerciale. Ciò favorisce la crescita di una nuova borghesia mercantile e imprenditrice, che mira a sostituirsi, come classe egemone, alla vecchia oligarchia di nobili e proprietari terrieri, emarginandola o assorbendola. Essa però tende, nella vita pubblica, a privilegiare

propri interessi rispetto a quelli generali, donde il crescere delle tensioni sociali, nonostante vengano meno alcuni dei più gravi problemi del secolo precedente.

i

I conflitti coi Duchi perdono d’importanza, sia perché i Pio di Savoia, come già i

Castelrodrigo, soggiornano solo casualmente a Nocera, sia perché la maggiore ricchezza

rende più sopportabili i diritti feudali. Anche il problema dell’alloggio delle truppe trova una parziale soluzione, giacché per quelle di guarnigione viene eretta una grande Caserma,

il cosiddetto Gran Quartiere, a spese della Città e del Re, sull’area dell’antico Palazzo

Ducale, acquistato e raso al suolo. Resta, ma è meno pesante che in passato, l’obbligo di rifornire le truppe di passaggio. Del Palazzo ducale rimane, abbandonata, una piccola parte dei giardini, che nel 1835-40 sarà trasformata in Villa Comunale ad opera del comandante la guarnigione, il generale de Sauget. Con la costruzione del Quartiere la presenza stabile delle truppe diviene elemento positivo della vita nocerina, sia per l’apporto economico che implica, sia perché determina continui contatti con l’esterno, soprattutto con Napoli, e favorisce la penetrazione di nuove idee e nuovi stili di vita. Anche la Chiesa nocerina, gravemente decaduta nel Seicento, rinasce, ad opera di vescovi riformatori. Il Clero si rinnova, e ne emergono molte personalità che ricoprono ruoli importanti nella Chiesa meridionale: vescovi, prelati, giuristi. La religiosità popolare è profondamente segnata dalla presenza di S. Alfonso de’ Liguori, che pone a Pagani, ove morrà nel 1787, la Casa madre della Congregazione del SS. Redentore. Nonostante problemi economici non lievi, i Vescovi riescono finalmente a realizzare la costruzione del Seminario diocesano. Anche la Cattedrale, più volte danneggiata dai sismi, assume il suo aspetto definitivo nel 1795. L’aumento della popolazione e l’emergere della nuova borghesia, soprattutto nella seconda metà del secolo, creano nuovi assetti sociali e nuovi problemi. Si attenua l’impegno civico della classe dirigente, mentre le classi popolari si impoveriscono, nonostante la crescita dell’economia, per l’indebolirsi della piccola proprietà. Sale il malcontento dei ceti disagiati, sia per gli abusi degli amministratori, che giungono ad

aperte violenze nei Parlamenti cittadini, sia per le usurpazioni massicce di terre del demanio civico. La popolazione tocca, nel 1785, i 27.000 abitanti. Tra loro vi sono circa 500 preti, frati e suore, un migliaio di artigiani, in particolare filatori di seta, e una gran massa di contadini. Ad essi si aggiungono un migliaio di soldati. Le produzioni agrarie sono ragguardevoli, in particolare il granturco e i legumi, nonché il vino. Un maggior sviluppo è però impedito dall’eccesso di popolazione e dalla mancanza di nuove iniziative economiche. La cultura locale prende coscienza di questi problemi e li analizza negli scritti di G.B. Scalfati e Nicola Cicalese, che mostrano una formazione culturale aperta alle idee che giungono anche dai grandi centri dell’Illuminismo inglese e francese, oltre che da Napoli

(7).

Frutto di questa penetrazione di nuove idee è la nascita di logge massoniche. Da esse

verranno esponenti della classe dirigente nel cruciale periodo della dominazione francese,

il cui prologo è l'effimera Repubblica Partenopea nel 1799.

Nocera fu allora tra i primi centri a erigere l' "albero della libertà", ad opera di patrioti

capeggiati da Francesco Federici. La municipalità nocerina fu anche tra le prime a inviare

a Napoli i propri rappresentanti per aderire alla neonata Repubblica, nel gennaio del 1799.

La Repubblica crollò però pochi mesi dopo, sotto l'attacco delle bande sanfediste. Nocera fu teatro di aspri scontri, nel corso dei quali i sanfedisti incendiarono anche l’Archivio cittadino. La restaurazione borbonica fu seguita da processi, condanne a morte e esili. L'antico ordine fu apparentemente restaurato, ma esso ormai aveva perso l'appoggio di gran parte delle classi medie e alte. Nel 1806 le truppe francesi occupano il Regno di Napoli, mentre Ferdinando IV fugge in Sicilia. A Nocera giunge una divisione di 8.000 uomini, guidati dal generale Verdier. Essi esautorano la vecchia amministrazione cittadina, sostituendovi una Deputazione formata da simpatizzanti delle idee rivoluzionarie, con a capo Vincenzo de’ Vincenzi. Nonostante gli sforzi di questi, l'occupazione comporta per la Città enormi spese, estorsioni e un indebitamento assai grave. Con l'avvento al trono di Giuseppe Bonaparte (1806-1808) inizia però anche un periodo di grandi riforme. Tra le prime e più importanti sono l'abolizione del regime feudale e la

riforma amministrativa, che pone a capo di ogni Provincia un Intendente e sostituisce alle vecchie Università i Comuni, amministrati da Sindaci e Decurioni scelti tra i cittadini più abbienti. La riforma amministrativa porta allo smembramento della Città: malgrado l’opposizione della parte più illuminata della classe dirigente, Nocera dei Pagani è divisa nei cinque Comuni di Nocera Corpo, Nocera S. Matteo, Pagani, Sant'Egidio e Corbara. Rimangono tuttavia vivi alcuni legami, conseguenza della secolare unità, e per regolare alcuni rapporti continua ad applicarsi il Lodo Baldini. Il Demanio Comune, che risulta gravemente ridotto dalle usurpazioni, è diviso nel 1810, ma quello delle due Nocera rimane ancora unito, e solo alla fine del secolo si procede alla sua divisione tra Nocera Superiore e Nocera Inferiore. L'adesione al nuovo governo è abbastanza compatta: durante il Decennio sono pochi gli esuli politici e quelli che si danno al brigantaggio antifrancese: anche il più famoso brigante locale, Codino di Cane, è inizialmente mosso da una vendetta privata. Una legge con forti riflessi sulla vita sociale è quella che abolisce molti Ordini religiosi, e ne incamera i beni. A Nocera sono soppressi S. Giovanni in Parco, S. Angelo in Grotta, S. Francesco, S. Maria di Materdomini, S. Maria del Presepe, Monteoliveto, a Pagani i Carmelitani e i Camaldolesi. I conventi sono incamerati dallo Stato coi loro beni, e venduti a privati o utilizzati come Caserme o edifici pubblici. Emerge nel Decennio prepotentemente una nuova classe sociale egemone, formata dal vecchio ceto proprietario ma anche da funzionari e mercanti, che prendono saldamente nelle loro mani la vita pubblica. L'economia viene sollecitata verso nuove forme produttive. Si introducono nell'Agro colture nuove, come il cotone e la patata. Il cambiamento è particolarmente forte durante il regno di Gioacchino Murat (1808-1815), che fu spesso anche a Nocera. Tra le novità del periodo da segnalare la costruzione dell'Alveo nocerino, che allontanò il pericolo delle alluvioni, e il collegamento stradale con la costa amalfitana.

Approfondimenti:

1. La famiglia Carafa: Grande famiglia napoletana, già potente ai tempi di Carlo I d’Angiò. Si divise in due grandi rami, ognuno comprendente molte famiglie con propri

feudi ed onori: i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera. A questo secondo ramo appartenevano anche i duchi di Nocera. La famiglia dei Carafa conta tra i suoi membri guerrieri, ammiragli, prelati e un papa, Paolo IV (1555-1559). Primo duca di Nocera fu Tiberio Carafa, che nel 1521 acquistò la Città col titolo di duca per 50.000 ducati. Egli possedeva già la contea di Soriano, e la baronia di Filocasi in Calabria. Sposò una nipote di papa Borgia, da cui nacque il suo successore Ferrante I, che ampliò i domini calabresi. Gli successe nel 1540 Alfonso, che ingrandì la casata con le ricchezze della moglie Giovanna Castriota, marchese di Civita S. Angelo. Acquistò i feudi di Maida, Laconia e S. Pietro a Scafati ed ebbe un ruolo importante nella vita del regno, ma soprattutto si distinse con la moglie per la protezione accordata agli artisti e per l’impulso dato alla nascita dell’ordine dei cappuccini. A Nocera egli promosse il restauro della chiesa di S. Francesco (oggi S. Antonio) e la costruzione della chiesa e convento dei cappuccini di S. Andrea, dove fu sepolto. Gli successe il figlio Ferrante II, che si distinse nella battaglia di Lepanto, il 7 ottobre 1571, contro i turchi. Educato dal grande filosofo Bernardino Telesio, tenne splendida corte a Napoli nel palazzo alla via Incoronata. Acquistò altri feudi tra cui S. Severino, ma lasciò, morendo nel 1589, enormi debiti. Gli subentrò il figlio Francesco Maria, che in giovinezza girò per tutta Europa incontrando avventure e duelli, partecipò poi alla spedizione spagnola contro l’Africa, distinguendosi per il suo valore e in seguito fu comandante di cavalleria nelle guerre combattute in Germania, nelle Fiandre e nella Spagna. Sospettato di congiurare contro Filippo III, morì in carcere nel 1642. Ultimo della famiglia fu Francesco Maria Domenico, morto nel 1648 senza figli. 2. Il palazzo ducale: residenza dei Carafa: “La Fortezza, overo Rocca, parimente è cosa degna d’esser veduta non solo per l’altezza del luogo, ove è piantata, ch’è la sommità d’uno di questi Monti, dove è impossibile accostarsi esercito di forza alcuna, ma ancora per l’antichità sua, e maggiormaente per esser il luogo, dove già fu prodotto al Mondo San Lodovico, come sopra s’è detto. Oggi non vi si tiene più presidio di soldati, né monitione d’arme, non vi essendo il bisogno. Nel tempo dell’Estate particolarmente abita questo Monte il Duca in un palazzo sontuosissimo, dal quale non solamente si gode l’aure soavi, che spirano ivi li venti, quando il rimanente della Campagna brucia per lo soverchio caldo della stagione; ma per la vista di tutta la Città, della Marina, ed un Parco, e vivaio ricinto di mura, per spatio di più di un miglio su per la falde del Monte, in verso ponente: nel quale tiene sempre rinchiusi Cervi, Capri,

Cignali, Lepri, et altre fiere, le quali non incrudeliscono verso gl’huomini, per vederle correre a lor piacere, per lo folto bosco; et ancora per averne gusto e commodo in occasione nella quale per suo diporto gli piaccia di farne caccia. Non è meno bello un altro Palazzo ch’il Duca ha parimente a’ piedi del Monte, nel luogo dove è la Piazza publica, e con tanta vaghezza, e commodo distinti l’appartamenti, ch’il Duca Ferrante Padre di questo, vi ricevé il Conte di Miranda Vice Re di Napoli accompagnato da molti Principi grandi, con molta splendidezza; et a questo dove manca la prospettiva del Parco con le selve, supplisce la vaghezza d’un nobilissimo Giardino, ripieno di Cedri, Limoni, Aranci, Mortelle, et altre nobilissime piante, che mantengono l’orverzura, anco nel tempo dell’inverno, rinfrescate in ogni tempo da copia grande d’acqua viva, che parte entro al Giardino, scorre dall’uno de’ duo ruscelli, che passa per la Città, e parte vi si conserva in fontane gratiosissime, non meno ripiene dentro di varie sorti di Pesci, ch’ornate di fuore di gratiose pietre, e di statue leggiadramente intagliate in marmo, da mano di molto eccellente Scultore, d’onde poi per occulti canali tirata in varie parti del Giardino, et particolarmente in una sotterranea grotta, tutta con statue, pitture, grotteschi, e fiorami ornata in mille modi, stillando ora per necessità delle piante, et ora per scherzo di chi per gusto, e diporto vi si trattenga; il tutto a piacere del Giardiniero, rinfresca, et inonda talmente, che con gratioso contrasto della natura, e dell’arte, si può credere che non ceda alli più delitiosi Giardini di Napoli, e di Roma ancora.” Da “Mons. Simone Lunadoro:

Lettera….intorno all’origine di detta Città, e suo Vescovado.” – Napoli, 1610. Il palazzo, dei cui giardini un pallido ricordo è costituito dall'attuale Villa Comunale, fu saccheggiato nel 1647 dal popolo, e rimase semiabbandonato dopo l'estinzione dei Carafa in quello stesso anno. Nel 1748 fu acquistato, con fondi congiunti della Città e del re Carlo III, e demolito per costruire il Gran Quartiere. 3. Giovan Battista Castaldo: Nacque intorno al 1485, quasi sicuramente a Nocera nelle case di famiglia della madre presso l’Episcopio da Carlo Castaldo, patrizio cavese, e dalla nocerina Maria de’ Raynaldo o Rinaldi, appartenente a una delle più illustri famiglie locali. Giovanissimo, si fece apprezzare per il suo valore dal marchese di Pescara don Alfonso d’Avalos, e al seguito di questi e dei condottieri Prospero e Marcantonio Colonna combatté contro i francesi presso Sarno. Nel 1525 alla battaglia di Pavia fu uno dei più valorosi capitani imperiali e contribuì alla cattura del re Francesco I di Francia e

personalmente fece prigioniero il re di Navarra. In premio ottenne il feudo di Binasco e la bandiera, le insegne e la corona del re francese. Partecipò poi al sacco di Roma nel 1527 e successivamente combatté in Ungheria contro i turchi. Nel 1535-36 nella spedizione contro i barbareschi si distinse nelle battaglie navali davanti a Tunisi. Successivamente partecipò a nuove campagne sia in Italia sia nella guerra contro i protestanti in Germania, dove riportò grandi vittorie. Le ultime sue imprese le compì dopo il 1551 quando gli fu affidata la guida della guerra contro i turchi che avevano invaso la Transilvania e l’Ungheria, e egli la condusse a termine con grandi successi. Combatté ancora nelle Fiandre e in Savoia e infine ottenne la direzione del governo della Lombardia, dove gli erano stati concessi numerosissimi feudi, tra cui il marchesato di Cassano. Morì a Milano il 6 gennaio 1563, chiedendo di essere sepolto a Nocera nel monastero di S. Maria a Monte. I suoi resti, trasportati a Nocera dal fratello Giovan Matteo, furono nel 1728 trasferiti dai monaci nella nuova abbazia di Monteoliveto a Piedimonte, essendo andata in rovina per le frane quella su Montealbino. Iscrizione funeraria di Gian Battista Castaldi:

GIOVAN BATTISTA CASTALDO MARCHESE DI CASSANO E CONTE DI PLATINA UOMO DI ECCELSO VALORE E ILLUSTRISSIMO NELL’ARTE MILITARE CHE DALLA PRIMA GIOVINEZZA COMINCIÒ A MILITARE SOTTO IL SOMMO GENERALE PESCARA A CUI PER LE SUE VALOROSE IMPRESE E PER LA GRANDE LEALTÀ, DI CUI ANCHE IN PUNTO DI MORTE DIEDE TESTIMONIANZA, FU CARISSIMO. FU POI AMATISSIMO DAL GRANDE IMPERATORE CARLO V PER LA LEALTÀ DEI SUOI CONSIGLI LA GRANDEZZA DELLE SUE GESTA, E PER LUI AFFRONTÒ INNUMERI FATICHE. COMANDANTE ABILISSIMO DELLA CAVALLERIA, CAPITANO FORTISSIMO DEI SOLDATI, PRUDENTISSIMO COSTRUTTORE DI ACCAMPAMENTI, CHE OLTRE ALLE ALTRE IMPRESE COMPIUTE FORTEMENTE, VINSE GLI SVIZZERI A CARBONARA, RUPPE A VENASCO I FRANCESI, ALLA BICOCCA MISE IN FUGA I NEMICI CHE SI AVVENTAVANO E RESPINSE L’IRRUZIONE DA LODI. PER PRIMO ATTRAVERSO LE PORTE INFRANTE ENTRÒ NELLA CITTÀ DI GENOVA. ESPUGNÒ CARPI. NELLA GUERRA AFRICANA DA SOLO CONTRO I MORI DIFESE IL PONTE DELLA NAVE, CON UNA PICCOLA NAVE PRESSO BARCELLONA PRESE E BRUCIÒ LA MAGGIORE GALERA DEI FRANCESI. NELLA BATTAGLIA DI PAVIA, IN CUI FRANCESCO RE DEI FRANCESI FU CATTURATO, RUPPE LA SCHIENA DEL RE, E OTTENNE IN PREMIO LA CORONA DEL RE, IL VESSILLO E LE INSEGNE. PRESE IL RE DI NAVARRA, E GLI TOLSE LA SPADA E LA MANOPOLA, DI CUI SI SERVÌ COME INSEGNE, PERCHÉ FOSSERO TESTIMONIANZA GLORIOSA DI UNA TALE IMPRESA.

POI LE GUERRE GERMANICHE, CON CUI CESARE DOMÒ FEDERICO DUCA DI SASSONIA E LANGRAVIO FILIPPO E GLI ALTRI RIBELLI, FURONO PORTATI A BUON FINE COL SUO CONSIGLIO E LA SUA FATICA. DAI RE DEI ROMANI E DI BOEMIA NOMINATO COMANDANTE IN CAPO CONTRO I TURCHI, RIACQUISTÒ IL REGNO D’UNGHERIA DA LORO OCCUPATO. MISE A MORTE I TURBOLENTI CHE COSPIRAVANO COI TURCHI. CONQUISTÒ LIPPE CITTÀ MUNITISSIMA STERMINÒ I NEMICI. MISE IN FUGA IL COMANDANTE DI CENTOMILA SOLDATI TURCHI DELLA MOLDAVIA CHE LO ASSALIVANO. TRIONFÒ DEI TURCHI. OTTENNE LA RESA DI ALBA GIULIA IMPADRONITOSI CON QUESTO SUO SFORZO DEL DIADEMA, DELLO SCETTRO E DI QUEL RICCO PALUDAMENTO INSEGNE DEGLI ANTICHI RE D’UNGHERIA LÌ CONSERVATE, LI DONÒ COME OMAGGIO DESIDERATISSIMO AL RE DEI ROMANI. ORA DUNQUE PER QUESTE IMPRESE GLORIOSAMENTE PORTATE A TERMINE A TE, O POTENTISSIMA MADRE DI DIO MARIA, REGINA DEL CIELO, COL CUI AIUTO TANTE GLORIOSE IMPRESE HA COMPIUTO, MEMORE DEI TUOI BENEFICI, QUESTO TEMPIO COLLE STATUE, I DIPINTI E GLI ALTRI ORNAMENTI GRATO E RICONOSCENTE HA DEDICATO E GLI EDIFICI FORNITI E DOTATI DI OGNI COSA, EDIFICATI SU QUESTO MONTE ALBINO HA AFFIDATO PER GESTIRLI AI BIANCHI FRATELLI DELL’ORDINE OLIVETANO, ED HA ASSEGNATO RENDITE CON CUI PROVVEDESSERO AL VITTO E AL CULTO, AFFINCHÉ IN PERPETUO A TE SERVISSERO IN PUREZZA E CASTITÀ GIOVA MATTEO CASTALDO, FRATELLO DI GIOVAN BATTISTA, VESCOVO DI POZZUOLI, CURÒ CHE SI REALIZZASSERO TUTTE QUESTE COSE.

L’epigrafe è sormontata dal busto del Castaldo sulla cui base si legge: “Presa la Transilvania, accresciuto l’impero di Ferdinando, e data una regola all’esercito, lasciò l’anima al cielo, il corpo a Milano, il ricordo a questo monastero:” 4. Lodo Baldini: Laudo di Monsignor Carlo Baldino: Viso instrumento compromissi, auditisque partibus et discusso negotio tam in jure, quam in facto, visis videndis et consideratis considerandis, solum rectum prae oculo habentes, per hanc nostram definitivam sententiarn et 1audum, quam et quod pro tribunali sedentes facimus et in his scriptis dicimus, decernimus, declaramus, laudamus, arbitramur et sententiamus In primis: Che l’università di Nocera Soprana, quale comincia da S. Matteo in su, possa ciascheduna creare e deputare due sindaci universali, oltre li sindaci particolari dell’

università, seu loci particolari di detta Università di Nocera Soprana, alli quali Sindaci si debba pagare la provvisione per dette Università. 2.° Item che Nocera Sottana similmente ogni anno faccia un suo sindaco Universale, oltre li altri particolari delle Università seu loci e casali di d. Nocera Sottana, alli quali si contribuischi e paghisi per dette Università sottane la provvisione. 3.° Item che li predicti 3 Sindaci universali possano ed abbiano sotto titolo di Sindaco universale governare, trattare ed amministrare le cose universali di tutta la città in tutte le occorrenze, tanto delle liti, quanto delli alloggiamenti, ed ogni altro negozio e cosa spettante alla città. 4.° Item per evitare le discordie, confusioni, esceptioni e differenze, quali fra detti 3 sindaci potessero occorrere nella Congregazione Universale, tanto nello stare sedere, come nel proporre, firma di lettere, mandati ed ogni altra cosa necessaria, provvisione ed ordine, si dànno a ciascheduno Sindaco 4 mesi di precedenza, tal che nelle Congregazioni ognuno proponga, anteceda e prevaglia 4 mesi, e per li altri 8 mesi ognuno per li 4 mesi suoi, e che al tempo della loro elezione si debba bussolare chi di essi debba essere il 1.°, chi il 2°, chi il 3°. 5.° Item che li detti Sindaci universali di Nocera Soprana nelle spedizioni e risoluzioni pubbliche, come casermaggio, alloggiamenti, commissarii et altre singole occorrenze siano tenuti di mandare a chiamare due ore prima il Sindaco di Nocera Sottana, et in casu assentiae o d’altro impedimento di detto Sindaco universale, si abbia a notificare ad uno delli Eletti di dette Università sottane da eliggere per dette Università a tempo della creazione di detti Sindaci, il quale Eletto da deputarsi ut supra abbia da sottoscrivere nel luogo del sopradetto Sindaco assente, e dire: Talis de tale electus ab Universitate ob impedimentum Sindici universalis, e, non apparendoci detto Sindaco, seu Eletto, in tale casu sia lecito ai detti Sindaci di Nocera Soprana spedire detti negozi e fare tutto quello bisognerà; e questo s’intende quando il negozio patisce dilazione, e se non vi fosse tempo chiamare detto Sindaco, in tale casu sia lecito alli due Sindaci rimanenti spedire detti negozii e fare tutto quello bisognerà; ma che sieno obbligati il giorno seguente notificare al detto Sindaco di Nocera Sottana tutto quello si è fatto.

6.° Item che per le spese da farsi in ogni altra cosa utile e necessaria alla città, quello che faranno 2 di essi Sindaci si abbia da avere rato e fermo; et evento che dette spese fatte non fossero utili alla città, né fossero fatte buone, né ammesse per il Razionale o Significatore di dette spese e conti, siano obbligati di rifarle di loro proprio. 7.° Item che li 3 Sindaci universali ogni lunedì si abbiano da unire al Borgo, seu Mercato, per trattare, eseguire e far tutto quello, che fa bisogno per la città, e quello che ha da proponere alcune cose necessarie, concernenti al servizio di detta città, debbia comunicarle almeno due ore prima a detti Sindaci, acciò possano meglio risolvere e più maturamente deliberare quello si ha da fare. 8.° Item che si costituischi un Cassiere universale e per due anni si eligga da Nocera Soprana e per un anno da Nocera Sottana, il quale Cassiere abbia da tenere solo li danari per benefìzio universale, quale debbia pagare nel modo ut supra, et in detta cassa non vi debbia star meno di 50 ducati da esigernesi da qualsivoglia delle Università predette pro rata foculariorum; la quale Università, seu Sindaci di essa possano essere costretti sopra ciò di fatto actione reali. 9Item che si faccia un Erario di provventi ed un Cancelliere da eleggersi per 2 anni dalle Università soprane e per un anno da Nocera Sottana. 10.° Item che l’ammissione delli uffiziali, che hanno d’ammettersi in detta città per amministrare giurisdizione non si faccia senza intervento e saputa di detti Sindaci, et in casu differentiae, che alcuni volessero ammetterlo ed altri no, si facci quello che vuole la maggior parte delli Sindaci, ed in evento che alcuni lo ammettessero senza farlo sapere all’altro, paghino duc. 200 di pena, 100 al Fisco e 100 alle parti osservanti. 11.° Item che per il Sindicato da darsi da quelli che esercitano giurisdizione, si eliggano 3 sindacatori, 2 di Nocera Soprana ed 1 di Nocera Sottana, e li 2 di Nocera Soprana non possano procedere senza 1’intervento e chiamata del sindacatore di Nocera Sottana; e, procedendo, li atti siano nulli; ma, mancando uno delli 3 sindacatori, possano 1’altri 2 procedere. 12.° Item che le spese si ànno da fare per beneficio pubblico et utile di detta città di Nocera debbiano farsi in comune e contribuire pro rata focularior. di dette Nocera Soprana e Sottana.

Quae quidem capitula ut supra expressa, narrata, posita et declarata inviolabiliter observanda fore et

esse, et observari debere omni futuro tempore per praedictas Universitates et homines ac officiales prae- sentes et futuros in d. civitate Nuceriae Paganor., tam ex parte superiori, quam inferiori existentes et stantes; et ita dicimus, declaramus, laudamus, arbitramur, decernimus et sententiamus omnib. meliorib. modis, via, jure, causa et forma nobis a jure permissis. Ita pronunciavi ego Carolus Baldinus Archiepiscop. Surrentinus, Iudex compromissarius de licentia S. C. supra Episcopos et Regulares.Lectum latum 22 mensis 9mbris 1597 ~ Nondimeno anche questo laudo non lasciò tutti contenti; onde fu mestieri che di lì a qualche mese il Baldino vi apportasse delle modificazioni:

Neapoli coram Ill.mo et Rev.mo Archiepiscopo surrentino, praesentib. opportunis, die 30 mensis martii

1598.

, instantib. Alphonso Perrino, Francisco Bartiromo et Notario Anselio (Aurelio ?) Tortora civit. Nuceriae Paganor. Syndacis ejusdem universitatis de voluntate partium praedictar, declarando et reformando quintum et sextum caput sententiae, seu decreti alias lati p. eundem D.num Archiep.um compromiss., ut supra sub die 21 m. novembris 1597, fuerunt praedicta duo capita V et VI declarata et reformata in modum et tenorem sequentem. Quoad quintum: Item che 2 di detti 3 Sindici universali nell’espedizioni siano tenuti chiamare il terzo Sindaco; e quando occorrerà fare Congregazione, quello Sindaco a chi toccherà la precedenza delli suoi 4 mesi abbia similmente pensiero far chiamare 1’altro un giorno per 1’altro nelle cose ed occorrenze, che pa- tono dilazione; e nelli alloggiamenti repentini, come di carruggi, catene, soldati di campagna, commissari di Vicaria et altri simili, acciò non s’impediscano li regi servizi e la città non venga a patir danno, possa ogni uno delli 3 eseguirlo con darne notizia alli altri compagni, con che non patino dilazione. Quoad sextum caput: Che le spese da farsi et ogni altra cosa utile o necessaria a detta città, li 2 Sindaci possano farle; ma debbano prima chiamar 1’altro, il quale sia obbligato venire; e, non venendo, sia lecito alli 2 Sindaci farlo. Et ita fuit declaratum et reformatum hoc suum laudum etc. Estratto dalla copia autentica, che si conserva nell’Archivio della città di Nocera da Notar Baldassarre Primicerio, Cancelliere della città ».

Iudicem compromissarium, et

Per Ill.m et Rev.m D. Carolum Baldino U. I. D. Archiep. surrent

5. Eruzione del 1631: Ad Ovidio Forino dobbiamo anche il racconto di prima mano della terribile eruzione vesuviana del 1631, la peggiore della storia dopo quella pompeiana. Nocera fu danneggiata sia dalla caduta di ceneri e lapilli, ricordata ancora in un'iscrizione a Uscioli di Nocera Superiore, sia dalle difficoltà che ne derivarono nei collegamenti con Napoli. Ovidio Forino, dottore in legge è anche Sindaco Universale nel 1657 e poi nel 1667 e 1676, ci ha lasciato un Libro di Memoria, che è una cronaca minuziosa della vita della città, e in particolare di Pagani, dal 1631 alla sua morte avvenuta nel 1690. L'opera fu continuata dal figlio sacerdote Gaetano, l'unico superstite della famiglia alla peste del 1656, fino al 1740 circa, ma con poche notizie utili. Senza quest'opera non sapremmo molto di questo secolo, e soprattutto del drammatico periodo tra il 1640 e il 1660, segnato dagli scontri violenti tra la città e i duchi Carafa e poi dalla partecipazione attiva dei nocerini alla rivolta napoletana del 1647-48, così come della

peste. Dal racconto di Ovidio Forino: 1631- Eruzione del Vesuvio "Il 16 dicembre 1631, giorno di mercoledì, primo giorno della novena, sbocciò il monte di Somma, il Vesuvio, quale principiò col cavar fuori un fumo denso che aveva figura di un pino e si spanneva in aere. Si sparse detto fumo per aere

e minutamente calava a guisa di minuta polve[re] l'arena, che appresso poi fu l'arena più grossa, appresso

a questa di schiuma di ferro e poi pietre arse dalle fiamme, che cominciò [il Vesuvio] a calar fuori pietre

grosse, et assorbendosi l'acque del mare a guisa di tromba calò tanta acqua, che molti valloni si riempirono a guisa che guastò talmente la Reale Strada di Napoli che a spese della Real Corte si fecero più ponti per detta strada, per poter passare le carrozze e cavalcature; ed ove arrivava detta acqua, et arena et pietre, poneva fuoco, et insieme atterrava, di modo che tra le altre terre la Torre del Greco si

bruggiò tutta, et empì le case di pietre et arena; perlocché tutte le genti convicine di Napoli si ritirarono in Napoli, che era una compassione a vederle, e per ogni parte di Napoli vi erano gente pietose che con bacili

e sottocasce d'argento in mano cercavano la carità per alimentare detti forestieri, che, oltre delle loro case arse, e mobili, e denari, si morivano di fame. Et li terremoti causati, quanto dentro la voragine cascavano

le petaccie, di detto monte, spaventavano il mondo. Io posso scrivere detto fatto, con verità.

Io scrivo, essendomi ritrovato in Napoli con il detto don Pietro Forino mio zio, quale per allora era

venuto dal governo di Giovenazzo in terra di Bari e si partì da Nocera per Napoli quattro giorni prima