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Apologia come dialogo

Introduzione

L’apologetica è non soltanto un termine controverso nel mondo odierno, ma


anche come scienza ha dovuto soffrire un certo travaglio lungo la storia, perché essa
risuona negli orecchi dei fedeli e dei non credenti come qualcosa di scontroso, come
ben ha rilevato uno dei pochi storici dell’apologetica, Avery Dulles1.

Non c’è un’unica ragione per cui l’apologia abbia una così cattiva fama, giacché
essa è dovuta non solo al fatto che gli studiosi apologisti dovettero contrapporre ogni
volta argomenti contrari a quelli degli “attaccanti”, ma anche al fatto che per l’uomo
occidentale moderno fare apologetica suona a qualcosa di somigliante con
l’intolleranza religiosa.

Con questo brevissimo contesto, possiamo introdurre adesso lo scopo di questo


nostro lavoro. Esso non è una giustificazione dell’apologia cristiana né un riassunto di
una delle prime opere più conosciute nel mondo apologetico, quella di Giustino
martire, morto nella metà del II s. d. C2. Il nostro lavoro è innanzitutto la proposta di
una prospettiva diversa da quella più comune, cioè, per capire l’apologetica non come
uno scontro o confronto tra diverse posizioni religiose, ma soprattutto come un dialogo
tra due uomini che hanno visioni del mondo diverse.

Giustino appartiene al mondo greco, ma non alla Grecia come tale, perché è
nato a Flavia Neapolis, cioè, nell’oriente romano. La sua lingua era il greco e potremmo
dire che in gran parte anche il suo pensiero. Giustino fu educato secondo le istituzioni
“pagane” della sua epoca. Poi prese la strada della filosofia e studiò con i peripatetici
e i platonici, per poi convertirsi alla fede cristiana, senza però interrompere la sua
attività filosofica, che dunque divenne più “apologetica”.

Le sue tre opere più conosciute sono le due Apologie del cristianesimo e il suo
Dialogo con Trifone, che si svolge con un ebreo, probabilmente un rabbino. La prima

1
Cf. A. DULLES, A History of Apologetics, Wipf and Stock Publishers, New York 1999,
[Prefazione] xv.
2
Cf. B. MONDIN, «Giustino», en Dizionario dei teologi, ESD, Bologna 1992, 269.
3

Apologia è indirizzata all’imperatore Antonino Pio. La seconda è anche indirizzata al


governo romano. Allora chiama l’attenzione il fatto che queste si chiamino appunto
apologie3, mentre la sua difesa della fede di fronte al giudaismo è intitolata Dialogo4.

Il dialogo come luogo di scambio

Molti autori tentano di fondare nelle Scritture la scienza apologetica a partire


dalla frase di san Pietro (1 Ptr, 3, 15) sulla prontezza a dare ragioni della propria
speranza. Questi pongono l’accento sul logos greco5.

Ci sono nonostante ciò alcuni brani del vangelo che sembrano proporre diverse
vie di spiegazione della fede, come quando Gesù spiegò la Legge e i profeti ai discepoli
nel cammino verso Emmaus (cf. Lc 24, 27). Questa è invece la strada che prese
Giustino per confrontarsi con un ebreo. I giudei c’erano nelle comunità cristiane fin
dall’inizio, dato che i primi cristiani appartenevano al giudaismo di nascita.

Giustino non era un ebreo, né ricevette nessuna educazione ebraica, ma dal


momento che apparteneva alla Siria non è per niente strano che entrasse in contatto con
alcuni ebrei. Questo contatto dovette essere per niente scontroso, perché il suo Dialogo,
come altri scritti dei cristiani di cultura greca, si sviluppa al modo del dialogo platonico,
ma non finisce con il battesimo dell’interlocutore.

La scelta del dialogo è qualcosa che trascende la sfera apologetica, perché esso
appartiene alla tradizione platonica. Quindi si tratta di una scelta consapevole e
premeditata. È anche vero che questa scelta era normale in un filosofo che aveva ormai
percorso diverse scuole di pensiero, delle quali l’ultima è stata il platonismo.

3
Si veda il seguente studio sintetico: BUCK, LORRAINE, «Justin Martyr’s “Apologies”:
Their Number, Destination, and Form», The Journal of Theological Studies, 54/1 (2003), 45-
59.
4
Cf. D. RUIZ BUENO, «Introducción al Diálogo con Trifón», in ID., Padres apologetas
griegos. Edición bilingüe completa, BAC, Madrid 1996, 281-299.
5
Cf. F. ARDUSSO, «Teologia fondamentale», in AA. VV., Dizionario teologico
interdisciplinare, I, Marietti, 182-183.
4

Il dialogo platonico ha diverse funzioni: permette di introdurre una tematica da


diversi punti di vista, quelli degli interlocutori e soprattutto permette di stabilire una
dialettica interna tra diverse idee, nozioni e visioni del mondo. Questa dialettica era per
Platone il modo privilegiato per arrivare alla conoscenza della verità. Il filosofo doveva
far nascere le idee vere e autentiche che si trovavano sin dall’inizio nella mente dei
suoi interlocutori.

Così anche fece Giustino: il dialogo è il miglior modo dal punto di vista
filosofico per confrontare la fede incompleta di un ebreo con la plenitudine della
salvezza in Cristo.

Ma dal punto di vista teologico, sembra che l’atteggiamento e metodo di


Giustino sia anche il più adeguato alla Chiesa oggi, come lo afferma il decreto Unitatis
redintegratio del Concilio Vaticano II nel quinto paragrafo: «Modus ac ratio fidem
catholicam exprimendi nullatenus obstaculum fieri debet dialogo»6.

Ora, bisogna sottolineare più volte che nel Dialogo, il protagonista e Trifone
non ragionano soltanto a partire dagli argomenti di tipo filosofico, ma soprattutto a
partire dalle Scritture, così il dialogo finisce con un cenno alle Scritture: «Se ci fosse –
dice Trifone– possibile farlo in maniera più continua, potremmo scrutare con maggior
profitto le parole della Scrittura»7.

Questo fatto è di capitale importanza, perché esso ci fa capire, nonostante la


distanza del tempo, come la Sacra Scrittura fosse un vincolo comune tra giudei e
cristiani, anche se, per quello stesso motivo sia stata una sorte di campo di battaglia tra
entrambi.

6
CONCILIO VATICANO II, Unitatis redintegratio, 5 (DH 4191).
7
S. GIUSTINO, Dialogo con Trifone (tr. Giuseppe Visonà), Edizioni Paoline, Milano 1988,
(142, 1) 384. Bisogna però aggiungere che anche tra gli altri apologisti il ruolo delle Scritture
è fondamentale per il dialogo, come si evince dall’intervento dello studioso Verheyden, cf. J.
VERHEYDEN, «Origène et la Bible», Ephemerides Theologicae Lovanienses, 72 (1996), 165-
180.
5

È interessante il fatto che il protagonista si avvale dei passi tratti dalla Bibbia,
ma senza trarre molta dalla Legge, cioè, dalla Torah, che è così cara ai giudei e che
occasionò non poche dispute nella Chiesa primitiva.

Il dialogo quindi non è, come anche nei dialoghi platonici, una sorta di panacea
ecumenica, nella quale si possono risolvere tutte le difficoltà teologiche. Il dialogo
letterario è soltanto un veicolo per poter mettere su diversi livelli gli argomenti che
coinvolgono entrambe le parti.

Il dialogo, non come letteratura, ma come mezzo di incontro è invece più ricco,
perché in esso si riscontrano due o più fedeli che con la loro libertà possono aprirsi o
chiudersi all’altro senza l’ostacolo di una sola mente che s’imponga. Il dialogo non è
un semplice dibattito informale, ma piuttosto un mezzo di confronto non scontroso.

Giustino tuttavia ha ragione nel chiudere il suo dialogo con un desiderio di poter
dialogare ancora su tanti altri punti.

In questo preciso punto Giustino si mostra molto attuale per l’ecumenismo


odierno, perché senza irenismo tenta di proporre un mezzo per parlare schietta e
devotamente della fede, basata su un campo che non è meramente opinabile, cioè, la
verità delle Scritture.

Conclusione

Come abbiamo tentato di mostrare, san Giustino martire non dovrebbe essere
soltanto citato come autore riguardevole della Chiesa primitiva e apologeta, e neanche
soltanto come fonte storica per la Tradizione della Chiesa8, la sua figura è invece ancora
attuale per il suo metodo apologetico, che va oltre l’apologia di scuola, cioè,
quell’apologia che è basata soltanto sulla correttezza logica dei ragionamenti, ma che

8
Si vedano, ad esempio, le seguenti voci: H. COWAN, «Literature. Sub-apostolic», in AA.
VV., The International Standard Bible Encyclopaedia, III, The Howard-Severance Company,
Chicago 1915, 1903-1905.
6

lascia in disparte la realtà relazionale di ogni uomo, soprattutto di quelli che hanno
un’altra fede.

Il dialogo però non può essere qualcosa di meramente diplomatico, come


abbiamo rilevato mettendo in evidenza il profondo carattere dialettico e filosofico dei
dialoghi platonici. Il dialogo dev’essere qualcosa di ragionato, di riflettuto. Nel
cristiano esso implica non soltanto l’auditus fidei ma anche l’auditus alterius, cioè,
l’ascolto dell’altro che viene all’incontro.
7

Bibliografia

AA. VV., Dizionario teologico interdisciplinare, I-III, Marietti, Torino 1977.

_______., The International Standard Bible Encyclopaedia, I-V, The Howard-


Severance Company, Chicago 1915.

BUCK, L., «Justin Martyr’s “Apologies”: Their Number, Destination, and


Form», The Journal of Theological Studies, 54/1 (2003), 45-59.

CONCILIO VATICANO II, Unitatis redintegratio.

DENZINGER, H.-HÜNERMANN, P., Enchiridion symbolorum definitionum et


delcarationum de rebus fidei et morum, Herder, Freiburg-Basel-Wien 2009.

DULLES, A., A History of Apologetics, Wipf and Stock Publishers, New York
1999.

EDWARDS, M., «On the Platonic Schooling of Justin Martyr», The Journal of
Theological Studies, 42/1 (1991), 17-34.

MONDIN, B., Dizionario dei teologi, ESD, Bologna 1992.

RUIZ BUENO, D., Padres apologetas griegos. Edición bilingüe completa, BAC,
Madrid 1996.

S. GIUSTINO, Dialogo con Trifone (tr. Giuseppe Visonà), Edizioni Paoline,


Milano 1988.

VERHEYDEN, J., «Origène et la Bible», Ephemerides Theologicae Lovanienses,


72 (1996), 165-180.