Sei sulla pagina 1di 322

L'incognita tempo

Stephen Baxter
Traduzione di Alessandro Zabini

© 1995 by Stephen Baxter


© 1997 per l'edizione italiana by Casa Editrice Nord, «Narrativa Nord» volume n. 83
Titolo originale: The Time Ships
L'autore e gli editori di questo libro ringraziano gli Agenti dell'Eredità Letteraria di H.G.Wells per aver autorizzato l'uso
dei personaggi e degli eventi de La macchina del tempo e di altre opere di H.G. Wells.
La macchina del tempo, La storia di Plattner e altre opere di H.G. Wells sono proprietà riservata degli Agenti dell'Eredi-
tà Letteraria di H.G.Wells
ISBN 88-429-0960-2
Copertina di Les Edwards
A mia moglie Sandra
e alla memoria di H.G.
PROLOGO

La mattina di venerdì, dopo il mio ritorno dal futuro, mi destai a un'ora piuttosto
tarda da un sonno profondo senza sogni.
Scostando le coperte, mi alzai dal letto. Osservai il sole, che come al solito avanza-
va lentamente nel cielo, rammentando come dalla prospettiva accelerata di un Viag-
giatore nel Tempo pareva invece spostarsi a grandi balzi nel firmamento! Ormai mi
sentivo nuovamente imprigionato nel lento fluire del tempo, come un insetto in una
goccia d'ambra.
I consueti rumori mattutini di Richmond si affollavano fuori della mia finestra. Lo
scalpiccio dei cavalli, il rumoreggiare delle ruote sull'acciottolato, lo sbattere degli
sportelli. Un tram a vapore percorse goffamente Petersham Road eruttando fumo e
faville, mentre le urla dei venditori ambulanti, simili alle strida dei gabbiani, riecheg-
giavano nell'aria. Poco a poco, i miei pensieri si allontanarono dalle strepitose avven-
ture nel tempo per tornare alla realtà quotidiana: scorsi gli articoli della Pall Mall Ga-
zette, studiai l'andamento del mercato azionario, e sperai che con la posta del mattino
arrivasse l'ultimo numero dell'American Journal of Science, che avrebbe dovuto ospi-
tare alcune mie riflessioni sulle scoperte di A. Michelson e E. Morley a proposito di
certe peculiarità della luce, di cui la stessa rivista aveva riferito quattro anni prima,
nel 1887… e via di questo passo!
I dettagli della vita quotidiana mi affollarono la mente, talché il ricordo della mia
avventura nel futuro parve diventare una fantasia, o persino un'assurdità.
Ripensandovi, mi sembrò che l'intera esperienza avesse qualcosa di allucinatorio,
una qualità quasi di sogno. Rammentavo la sensazione di precipitare, la vaghezza che
tutto assumeva durante il viaggio nel tempo, e infine il mio tuffo nel mondo d'incubo
dell'Anno del Signore 802.701. La presa dell'ordinario sull'immaginario è notevole.
Mentre me ne stavo là, in pigiama, qualcosa dell'incertezza che alla fine mi aveva as-
salito la notte precedente ritornò, e cominciai a dubitare persino dell'esistenza della
macchina del tempo, nonostante i ricordi limpidissimi dei due anni che avevo dedica-
to alla sua costruzione, per non parlare dei due decenni precedenti, durante i quali a-
vevo elaborato la teoria del viaggio nel tempo sulla base delle anomalie osservate nel
corso dei miei studi di fisica ottica.
Ripensando alla conversazione con i miei ospiti a cena la sera precedente (quelle
poche ore mi sembravano di gran lunga più vivide, ormai, delle intere giornate che
avevo trascorso nel futuro), rammentai le diverse reazioni suscitate dal mio racconto:
al piacere con cui di solito veniva accolta una storia ben raccontata, si erano accom-
pagnate sfumature di simpatia o di velata derisione, a seconda del temperamento in-
dividuale, nonché, come ben ricordavo, dallo scetticismo generale. Soltanto il buon
amico che in queste pagine chiamerò lo Scrittore parve ascoltare il mio racconto stra-
vagante con un certo grado di simpatia e di fiducia.
Mentre mi sgranchivo davanti alla finestra, i dubbi sui miei stessi ricordi subirono
uno scossone. Il dolore alla schiena era reale, lancinante, come pure le fitte brucianti
dei muscoli delle gambe e delle braccia, che erano stati sottoposti a duri sforzi sebbe-
ne appartenessero a un uomo non più giovane e fuori allenamento. Be', pensai, se il
tuo viaggio nel futuro è stato davvero un sogno, compresa la Notte Nera dello scon-
tro con i Morlock nella foresta, da dove vengono questi dolori? Ti sei messo a fare
capriole in giardino, in preda a un accesso di follia?
Poi vidi ammucchiati in maniera disordinata in un angolo della stanza gli indumen-
ti logori e stracciati, ormai inutilizzabili, che avevo indossato durante il mio viaggio
nel futuro. Notando che erano macchiati d'erba, strinati dal fuoco e con le tasche
strappate, ricordai che Weena aveva usato queste ultime come vasi improvvisati,
riempiendole con i fiori dai colori tenui che crescevano nel futuro. Mancavano le
scarpe, naturalmente (e provai una strana fitta di rimpianto per le vecchie, comode
scarpe da casa che avevo sconsideratamente indossato prima di partire per quel futuro
ostile, e che in seguito avevo abbandonato a chissà quale destino); tuttavia là, sul tap-
peto, c'erano le calze, lacere, sporche, insanguinate.
Per qualche ragione, furono soprattutto le calze, quelle vecchie, ridicole calze
stracciate, a convincermi, con la loro grezza esistenza, che non ero impazzito, e che la
mia esperienza nel futuro non era stata un sogno.
Capii che avrei dovuto intraprendere un nuovo viaggio nel tempo, per dimostrare
che quel futuro era reale quanto la Richmond del 1891. Solo così avrei persuaso la
mia cerchia di amici e colleghi scienziati, dissipando inoltre le ultime tracce di incre-
dulità che io stesso provavo.
Nel giungere a tale risoluzione, rividi all'improvviso il volto dolce e vacuo di Wee-
na, come se si fosse trovata lì dinanzi a me. La mestizia mi straziò il cuore, insieme a
una fitta di rimorso per la mia stessa impulsività. Weena, la giovane donna apparte-
nente al popolo degli Eloi, mi aveva seguito sino al Palazzo di Porcellana Verde at-
traverso la foresta che nel lontano futuro aveva nuovamente ricoperto la valle del
Tamigi, però in seguito si era smarrita nella confusione dell'incendio e dei truci assal-
ti dei Morlock. Debbo riconoscere che sono sempre stato incline ad agire prima anco-
ra di riflettere. Nella mia esistenza di scapolo questa tendenza non aveva mai messo a
repentaglio la vita di nessuno, tranne la mia, finché nella mia avventatezza e nella
mia impetuosità non avevo abbandonato la povera e fiduciosa Weena a una morte or-
ribile nelle tenebre della Notte Nera dei Morlock.
Avevo le mani lorde di sangue, e non solo di quello dei Morlock, subumani lerci e
degenerati. Decisi che era mio dovere rimediare in qualunque modo al trattamento
indegno con cui avevo ricambiato la fiducia di Weena.
Era una decisione irrevocabile: le mie avventure, fisiche e intellettuali, non erano
ancora concluse.

Chiesi alla signora Watchet di prepararmi il bagno, ed entrai nella vasca. Nono-
stante l'urgenza di agire, mi concessi il tempo di rimettere in sesto le mie povere ossa
ammaccate. Esaminai con scrupolo le vesciche e i graffi che avevo ai piedi, nonché le
lievi ustioni alle mani.
Dopo essermi rivestito rapidamente, consumai la colazione preparatami dalla si-
gnora Watchet. Divorai avidamente uova, funghi e pomodori, ma il bacon e le salsic-
ce, salati e unti, mi suscitarono un lieve disgusto.
Non potei fare a meno di rammentare i Morlock, e le carni che li avevo visti con-
sumare durante i loro pasti schifosi. Ricordai, inoltre, che le recenti esperienze non
avevano sminuito il mio appetito nei confronti del montone, la sera precedente a ce-
na, alla quale ero giunto però molto più affamato. Era mai possibile che stessero af-
fiorando in me le conseguenze dello shock e dell'inquietudine suscitati dalle mie di-
savventure?
È mia abitudine, però, consumare una colazione abbondante, giacché sono persua-
so che una buona dose di peptone nelle arterie all'inizio della giornata sia essenziale
al buon funzionamento della vigorosa macchina umana. E la giornata che mi attende-
va sarebbe stata la più ardua che avessi mai affrontato in vita mia. Di conseguenza,
terminai la colazione senza badare alla nausea, masticando risolutamente le fette di
bacon.
Poi mi cambiai, indossando un completo estivo semplice e pratico. Come credo di
aver detto ai miei amici la sera prima, mi era parso evidente, durante il viaggio nel
tempo, che l'inverno era stato bandito dall'anno 802.701 (anche se non avrei saputo
dire se in conseguenza dell'evoluzione naturale, di una modificazione artificiale oppu-
re di uno spostamento del sole), perciò nel futuro non avrei avuto bisogno di cappotti
e sciarpe. Presi però un cappello, per proteggere la mia pallida fronte inglese dal sole
del futuro, e infilai i miei stivali da passeggio più robusti.
Munito di un piccolo zaino, iniziai a perlustrare la casa, frugando negli armadi e
nei cassetti alla ricerca dell'equipaggiamento che ritenevo necessario per il mio se-
condo viaggio, allarmando non poco la povera, paziente signora Watchet, la quale, ne
sono certo, era convinta ormai da tempo che la mia sanità mentale fosse svanita nelle
nebbie della mitologia. Com'è tipico del mio comportamento, smaniavo di partire,
eppure mi imposi di non essere così impetuoso com'ero stato la prima volta, allorché
avevo viaggiato per ottomila secoli senz'altra protezione che un paio di scarpe da casa
e un'unica scatola di fiammiferi.
Imbottii lo zaino di tutti i fiammiferi che riuscii a trovare in casa, anzi, spedii Hil-
lyer dal tabaccaio ad acquistarne altre scatole. Feci provvista anche di canfora, di
candele e, in ossequio a un impulso improvviso, di una matassa di spago robusto, nel
caso che, trovandomi in difficoltà, fossi stato costretto a fabbricare candele. In realtà,
sapevo ben poco in materia, ma nella luce intensa di quella mattina piena d'ottimi-
smo, non dubitavo affatto della mia capacità d'improvvisare.
Presi disinfettante, unguenti, compresse di chinino, un rotolo di bende. Non posse-
devo fucili né pistole, ma dubito che me le sarei procurate, perché quando le muni-
zioni sono finite, le armi da fuoco diventano inutili. Invece, m'infilai in tasca un col-
tello a serramanico.
Aggiunsi nello zaino anche un sacchetto di attrezzi: un cacciavite, chiavi di diverse
misure, un seghetto a mano con lame di riserva, una quantità di viti, nonché alcune
leve di nichel, di ottone e di quarzo. Non volevo di certo rimanere bloccato nel futuro
per un guasto alla macchina del tempo causato dalla mancanza di un po' d'ottone: an-
che se avevo progettato di costruirne una nuova, allorché mi era stata rubata dai Mor-
lock nell'802.701, non avevo alcuna prova che in quel corrotto mondo futuro sarei
riuscito a trovare i materiali per eventuali riparazioni, neppure per sostituire una sem-
plice vite tranciata. I Morlock avevano conservato certe conoscenze tecniche, però
non mi allettava affatto la prospettiva di dover trattare con quei pallidi vermi per pro-
curarmi un paio di bulloni.
Recuperai la mia Kodak, munita di flash e caricata con un rullino da cento negati-
vi. Ricordavo che mi era parsa maledettamente costosa (nientemeno che venticinque
dollari) quando l'avevo acquistata a New York; tuttavia, se fossi tornato con qualche
immagine del futuro, anche un semplice negativo da due pollici avrebbe superato il
valore dei più grandi capolavori della storia dell'arte.
Infine, mi domandai se fossi pronto. Senza rivelare naturalmente dov'ero diretto,
chiesi consiglio alla povera signora Watchet. Ebbene, dopo aver gettato un'occhiata
nello zaino pieno, quella brava donna, onesta, semplice, affidabile, d'animo devoto e
imperturbabile, inarcò con decisione un sopracciglio, si recò nella mia camera, e tor-
nò con calze e maglieria intima di riserva, nonché con la mia pipa, gli accessori e il
tabacco, prelevati dalla mensola del caminetto: in quel momento, provai l'impulso di
baciarla.
Così, con il mio solito miscuglio di febbrile impazienza e superficiale intelligenza,
e con una fiducia infinita nella buona volontà e nel buon senso altrui, mi sentii final-
mente pronto per viaggiare di nuovo nel tempo.

Con lo zaino sotto un braccio e la Kodak sotto l'altro, mi recai al laboratorio, dove
mi attendeva la macchina del tempo. Ma passando nella sala da fumo fui sorpreso di
scoprire che avevo una visita: si trattava di uno degli ospiti della sera precedente, for-
se il mio amico più intimo, ossia lo Scrittore che ho già menzionato. Stava al centro
della stanza, abbigliato con un completo sgraziato, la cravatta annodata nella maniera
più rozza che si potesse immaginare, con le mani che ciondolavano goffamente lungo
i fianchi.
In quel momento ricordai che, fra gli amici e i conoscenti che avevo convocato per
ascoltare il primo resoconto della mia impresa, era stato proprio quel giovane serio e
attento ad ascoltare con maggiore interesse, in un silenzio vibrante di partecipazione.
Per me era un piacere rivederlo, e gli ero grato del fatto che non mi avesse evitato
come un eccentrico - una reazione normale dopo il mio comportamento della sera
precedente - ma invece fosse tornato a farmi visita. Sorrisi e, avendo le mani occupa-
te dallo zaino e dalla macchina fotografica, protesi un gomito, che lui afferrò e scosse
solennemente: - Sono terribilmente occupato - spiegai - con quell'apparecchio là den-
tro.
Mentre lo Scrittore mi osservava, ebbi l'impressione di scorgere nei suoi occhi az-
zurri una disperata volontà di credere: - Allora non è uno scherzo? Viaggia davvero
nel tempo?
- Sì, non c'è il minimo dubbio - risposi, sostenendo il più a lungo possibile il suo
sguardo affinché si convincesse una volta per tutte.
Era basso, tarchiato, con la fronte ampia, le fedine a ciuffi, le orecchie sgraziate, il
labbro inferiore sporgente. Era giovane, sui venticinque anni, credo, vale a dire una
ventina più giovane di me, eppure i suoi capelli lisci mostravano già segni di calvizie.
La sua andatura aveva qualcosa di elastico; dalla sua persona emanava una certa e-
nergia nervosa, come quella di un uccello, eppure il suo aspetto pareva malaticcio.
Sapevo che soffriva di occasionali emorragie a seguito di un calcio nelle reni ricevuto
durante una partita di pallone, quando lavorava come insegnante in qualche scuola
privata dimenticata da Dio, in Galles. E quel giorno, i suoi occhi azzurri come al soli-
to velati di stanchezza, brillavano d'intelligenza, nonché di sincera apprensione per la
mia sorte.
In quel periodo, il mio amico teneva corsi per corrispondenza, però era un sognato-
re. Durante le nostre piacevoli riunioni conviviali del giovedì sera, a Richmond, e-
sprimeva le sue riflessioni sul futuro e sul passato, e le sue ultime meditazioni sul si-
gnificato delle empie e squallide teorie di Darwin, o su qualsiasi altro argomento.
Sognava la perfettibilità della razza umana: sì, era proprio il tipo che poteva desi-
derare con tutto il cuore che il mio racconto sui viaggi temporali fosse autentico.
Se l'ho definito Scrittore, suppongo che sia per un affetto di vecchia data, giacché,
a quanto ne sapevo, aveva pubblicato soltanto qualche goffo saggio speculativo su
riviste universitarie e simili. Tuttavia non dubitavo che la sua mente vivace gli avreb-
be scavato una nicchia di qualche genere nel mondo delle lettere, senza contare che,
più pertinentemente, lui stesso non ne dubitava.
Benché fossi ansioso di partire, indugiai brevemente. Forse lo Scrittore avrebbe po-
tuto essere testimone del mio nuovo viaggio, anzi, mi chiesi in quel momento se non
stesse già progettando di trascrivere le mie recenti avventure in qualche forma adatta
alla pubblicazione.
Ebbene, in tal caso avrebbe avuto la mia benedizione.
- Mi occorre soltanto mezz'ora - dichiarai, calcolando che avrei potuto ritornare
precisamente in quel tempo e in quel luogo semplicemente toccando le leve della mia
macchina, a prescindere da quanto avrei scelto di restare nel futuro o nel passato. - So
perché è qui, ed è terribilmente gentile da parte sua. Ecco… qui troverà qualche rivi-
sta. Se rimarrà a pranzo le dimostrerò nella maniera più completa, con tanto di prove
materiali, che è possibile viaggiare nel tempo. E ora, se vuole scusarmi…
Lo Scrittore acconsentì. Lo salutai con un cenno del capo, poi, senza dire altro,
proseguii nel corridoio sino al laboratorio.
Fu così che mi congedai dal mondo del 1891. Non sono mai stato uomo di affetti
profondi, né incline agli addii cerimoniosi, ma se avessi immaginato che non avrei
mai più rivisto lo Scrittore, o almeno, non in carne e ossa, credo che sarei stato più
espansivo.

Entrai nel laboratorio. Era attrezzato come un'officina, con un tornio a vapore fis-
sato al soffitto che azionava un certo numero di utensili mediante cinghie di cuoio.
Sui banchi erano installati altri torni più piccoli, una punzonatrice, alcune presse, sal-
datrici ad arco all'acetilene, morse, e così via. Sopra un banco erano sparsi pezzi me-
tallici e disegni, mentre avevo lasciato cadere sul pavimento, in mezzo alla polvere,
gli scarti e i frutti ormai inutilizzabili del mio lavoro, giacché per natura non sono or-
dinato. Per esempio, mi trovai fra i piedi la leva di nichel che aveva ritardato il mio
primo viaggio nel tempo: avevo scoperto, infatti, che era troppo corta di due centime-
tri e mezzo, perciò ero stato costretto a fabbricarne un'altra.
Per un paio di decenni avevo trascorso gran parte della mia vita in quell'ambiente:
ricavato da una serra con una sottile struttura in ferro battuto dipinta di bianco, si af-
facciava sul giardino, e in passato aveva offerto una bella vista del fiume. Ma molto
tempo prima avevo fatto sostituire i vetri con tavole di legno, sia per avere un'illumi-
nazione sempre uniforme, sia per sottrarmi alla curiosità dei vicini. In quel momento,
però, gli attrezzi e gli apparecchi che si scorgevano nella semioscurità mi rammenta-
rono le enormi macchine che avevo intravisto nelle caverne dei Morlock. Mi doman-
dai se non avevo qualcosa di morboso che mi apparentasse ai Morlock e decisi che, al
mio ritorno, avrei sostituito nuovamente le tavole con i vetri, in modo tale che nel la-
boratorio regnasse la luce degli Eloi, anziché la tenebra dei Morlock.
Finalmente, mi avvicinai alla macchina del tempo.
Il grosso congegno sbilenco si trovava presso la parete nordoccidentale del labora-
torio, nella posizione in cui a ottocento millenni di distanza nel tempo, l'avevano col-
locato i Morlock, nel tentativo d'intrappolarmi all'interno della base della Sfinge
Bianca. Lo spostai di nuovo fino all'angolo sudoccidentale, dove l'avevo costruito.
Guardando all'interno distinsi nella penombra i quattro cronometri che misuravano il
passaggio della macchina attraverso la statica successione di date che costituivano la
Storia. In quel momento, naturalmente, tutte le lancette erano sullo zero, poiché la
macchina era tornata nella propria epoca. Accanto alla fila dei cronometri erano in-
stallate le due leve che consentivano di avviare quella creatura nelle due direzioni: il
passato e il futuro.
D'impulso, protesi una mano per accarezzare la leva del futuro. Il solido e intricato
congegno di metallo e d'avorio rabbrividì come se fosse vivo. Sorrisi. La macchina
mi stava rammentando che ormai non apparteneva più a quel pianeta, a quello spazio,
a quel tempo! Unica fra tutti gli oggetti materiali dell'universo, tranne quelli che ave-
vo portato con me, la macchina del tempo aveva otto giorni più del suo mondo, in
quanto ero tornato il giorno stesso della mia partenza, dopo una settimana trascorsa
nell'epoca dei Morlock.
Posai la macchina fotografica e lo zaino sul pavimento del laboratorio e appesi il
cappello all'interno dello sportello. Rammentando che i Morlock avevano ispezionato
la macchina, la esaminai per accertarmi che non l'avessero manomessa. Non mi presi
la briga di pulire la gabbia dalle chiazze di fango e dai residui d'erba e di muschio che
ancora la imbrattavano, perché non mi ero mai curato delle apparenze. Raddrizzai pe-
rò una sbarra che si era piegata, controllai le viti, lubrificai le leve di quarzo.
Rievocando nella mente il disperato senso di panico alla scoperta che i Morlock mi
avevano rubato la macchina del tempo, provai uno slancio di affetto sincero nei con-
fronti di quello sgraziato congegno. Era costituito da una gabbia di nichel, ottone e
quarzo, ebano e avorio, e la forma ricordava forse un orologio da chiesa, con un selli-
no da bicicletta incongruamente installato al centro. Il quarzo e il cristallo di rocca,
cosparsi da un velo di plattnerite, che scintillavano lungo l'intelaiatura conferivano al
congegno un aspetto sghembo e irreale.
Naturalmente, la macchina non avrebbe potuto funzionare senza le proprietà della
strana sostanza che io stesso avevo battezzato plattnerite.
Ricordai le circostanze in cui ne ero entrato casualmente in possesso: una notte di
vent'anni prima, uno sconosciuto aveva bussato alla porta e mi aveva consegnato un
pacchetto che ne conteneva un campione. Alto e massiccio, di parecchi anni più vec-
chio di me, con la chioma brizzolata, la testa grande e strana, abbigliato con indumen-
ti dai tipici colori usati nella giungla, si era presentato come Plattner e mi aveva esor-
tato a studiare la potente sostanza contenuta in un flacone per medicinali. Ebbene,
quella sostanza era rimasta del tutto ignorata sopra uno scaffale del laboratorio per
oltre un anno, mentre mi dedicavo a ricerche più importanti, finché, in un tetro pome-
riggio domenicale, avevo prelevato il flacone dallo scaffale…
E ciò che avevo scoperto aveva condotto, infine… alla macchina del tempo!
Il propellente della macchina, ciò che rendeva possibile viaggiare nel tempo, era la
plattnerite cosparsa sulla struttura di quarzo. Ma mi lusingo di credere che fosse stata
necessaria la mia personale combinazione di analisi e d'immaginazione per compren-
dere e sfruttare le proprietà di quella sostanza sorprendente, che un uomo meno inge-
gnoso non avrebbe saputo individuare.
Senza il conforto di verifiche sperimentali, avevo preferito non divulgare i risultati
che avevo ottenuto in quel bizzarro campo di ricerca. Mi ripromisi di scrivere subito
dopo il mio ritorno, con il conforto di reperti e fotografie, un resoconto per Philoso-
phical Transactions, che sarebbe diventato sicuramente famoso, aggiungendosi ai di-
ciassette saggi di fisica ottica che vi avevo già pubblicato. Pensai che sarebbe stato
divertente dare al resoconto un arido titolo del tipo "Alcune riflessioni sulle anomale
proprietà cronotiche del minerale chiamato plattnerite", e inserirvi la rivelazione
sconvolgente della possibilità reale di viaggiare nel tempo!
Ero pronto. Mi rimisi in testa il cappello, con la falda sugli occhi, e sistemai lo zai-
no e la macchina fotografica sotto il sellino. D'impulso, andai verso il caminetto a
prendere l'attizzatoio. Soppesando il robusto arnese, pensai che avrebbe potuto es-
sermi utile, quindi lo infilai saldamente nella gabbia della macchina.
Montai sul sellino e posai una mano sulle leve di partenza. La macchina tremò,
come se fosse diventata un animale del tempo.
Osservando il laboratorio nella sua realtà terrestre, rimasi colpito dal fatto che in
quel momento apparivamo entrambi fuori posto: io, nel mio costume da esploratore
dilettante, e la macchina, con la sua forma aliena e i suoi residui di futuro, benché tut-
ti e due fossimo in un certo senso figli di quel luogo. Ebbi la tentazione d'indugiare.
Che male avrebbe fatto restare un altro giorno, o una settimana, o un anno, adagiato
nelle comodità del mio secolo? Avrei potuto recuperare le forze, guarire dalle ferite…
Mi stavo forse lanciando con troppa precipitazione nella nuova avventura?
Dal corridoio giunse un rumore di passi, la maniglia della porta ruotò: Dev'essere
lo Scrittore, pensai.
D'improvviso, presi una decisione. Il mio coraggio non sarebbe certo aumentato se
mi fossi trattenuto in quel cupo e imbalsamato diciannovesimo secolo. Inoltre, non
avevo nessun altro a cui dire addio.
Spinsi la leva sulla posizione estrema. Ebbi la strana sensazione di ruotare che si
prova nel primo istante del viaggio temporale, seguita da quella altrettanto incontrol-
labile di precipitare a capofitto. Il fatto di riprovare quella sensazione inquietante mi
strappò un'esclamazione, credo. Ebbi l'impressione di udire un tintinnio: forse un ve-
tro del lucernario fracassato dallo spostamento d'aria. E poi, per l'infinitesimo bran-
dello di un secondo, lo vidi sulla soglia: lo Scrittore, una figura indistinta e spettrale,
con una mano alzata protesa nella mia direzione, e intrappolato nel tempo!
Infine scomparve, risucchiato nel vortice invisibile del mio volo. Le pareti del la-
boratorio si fecero indistinte, e ancora una volta si dispiegarono attorno a me le ali
immani del giorno e della notte.
LIBRO PRIMO
LA NOTTE NERA
1. VIAGGIARE NEL TEMPO

Esistono tre dimensioni dello spazio attraverso cui ognuno può muoversi libera-
mente. Il tempo è semplicemente una quarta dimensione, identica alle altre in ogni
sua caratteristica, tranne il fatto che la nostra coscienza è obbligata a percorrerla a u-
n'andatura regolare, come la punta del mio pennino sulla pagina.
Nel corso dei miei studi sulle proprietà peculiari della luce, avevo ipotizzato che se
soltanto fosse stato possibile piegare le quattro dimensioni dello spazio e del tempo,
per esempio scambiando la lunghezza con la durata, allora sarebbe stato possibile
percorrere le vie della storia con la stessa facilità con cui si poteva prendere una car-
rozza per andare nel West End.
La plattnerite inserita nelle componenti della macchina del tempo era la chiave del
funzionamento di quest'ultima, giacché le consentiva di ruotare in maniera del tutto
insolita, in una nuova configurazione della struttura spazio-temporale. Di conseguen-
za, chi avesse assistito alla partenza della macchina del tempo, com'era il caso dello
Scrittore, l'avrebbe vista roteare vertiginosamente prima di scomparire dalla storia,
mentre il conducente, ovvero io stesso, provava un inevitabile senso di vertigine in-
dotto dalla forza centrifuga e dalla forza di Coriolis, nonché l'impressione di essere
catapultato fuori della macchina.
Nonostante tutti questi effetti, la rotazione provocata dalla plattnerite era di una
qualità diversa rispetto a quella di una trottola, o alla lenta rivoluzione della Terra.
Nel conducente, la sensazione di roteare veniva contraddetta dall'illusione di essere
seduto immobile sul sellino intanto che il tempo scorreva all'esterno della macchina,
giacché si trattava di una rotazione all'esterno del tempo e dello spazio stessi.

Mentre le notti si susseguivano ai giorni, i tratti indistinti del laboratorio si dissol-


sero, e mi ritrovai all'aria aperta. Ancora una volta attraversai l'epoca futura in cui,
credo, il laboratorio sarebbe stato demolito. Il sole sfrecciava nel cielo come una palla
di cannone, condensando interi giorni nello spazio di un minuto e illuminando la vaga
struttura scheletrica del laboratorio intorno a me. In breve tempo, la struttura scom-
parve, lasciandomi sul versante di una collina.
La velocità del mio viaggio nel tempo aumentò. Il succedersi delle notti e dei gior-
ni si fuse in un crepuscolo blu, in cui potei osservare la luna ruotare nelle sue fasi
come la trottola di un ragazzino. Mentre procedevo con un'accelerazione sempre
maggiore, il tragitto del sole divenne un arco luminoso che ondeggiava nello spazio.
Intorno a me si susseguirono le stagioni, in raffiche di bianco niveo e di verde prima-
verile. Alla fine, l'accelerazione mi trasportò in un nuovo stato di quiete, in cui soltan-
to i cicli annuali della Terra medesima, il passaggio della cintura solare da un solsti-
zio all'altro, pulsarono come un battito cardiaco sul paesaggio in trasformazione.
Non sono certo di avere descritto, nel mio primo resoconto, il silenzio in cui ci si
trova sospesi allorché si viaggia nel tempo. Il canto degli uccelli, il tramestio lontano
del traffico, il ticchettio degli orologi, persino il debole respiro della struttura stessa di
una casa…
Tutto ciò costituisce l'arazzo tanto complesso quanto impercettibile sullo sfondo
del quale si svolgono le nostre esistenze. Ma io, avulso dal flusso temporale, ero ac-
compagnato soltanto dai rumori del mio stesso respiro e dal morbido cigolio come di
bicicletta della macchina del tempo sotto il mio peso.
Provavo una sensazione straordinaria d'isolamento: era come se fossi stato scaglia-
to in qualche nuovo universo buio, attraverso le cui pareti il nostro mondo era visibile
come dai vetri sporchi di una finestra. In quel nuovo universo, però, ero l'unico essere
vivente. Una sensazione di smarrimento profondo scese su di me, e unitamente a
quella di precipitare vertiginosamente che si accompagnava al viaggio nel futuro, su-
scitò nausea e depressione.
A un tratto, il silenzio fu rotto da un mormorio cupo, privo d'origine, simile al fra-
gore vorticoso di un fiume immenso, che mi assordò. L'avevo già notato durante il
mio primo volo. Non potevo esserne certo, tuttavia mi pareva che fosse prodotto dal
mio inopportuno passaggio attraverso il fluire maestoso del tempo.
Eppure sbagliavo, come mi accadeva tanto spesso nella mia frettolosa formulazio-
ne di ipotesi!

Osservai i quattro cronometri, picchiettando i quadranti con l'unghia dell'indice per


accertarmi che funzionassero. Già la lancetta del secondo, che misurava i giorni in
migliaia, aveva cominciato a spostarsi dalla sua posizione di quiete.
I cronometri, servi muti e fedeli, ricavati da altrettanti manometri, funzionavano
misurando una determinata sollecitazione di taglio, indotta dagli effetti di torsione del
viaggio temporale, in una barra di quarzo cosparsa di plattnerite, ed erano stati pro-
gettati per contare i giorni, anziché gli anni, i mesi, gli anni bisestili, o le feste mobili.
Non appena avevo iniziato a meditare sui problemi pratici inerenti ai viaggi tempo-
rali, e in particolare quello di misurare la posizione della macchina, avevo dedicato
parecchio studio alla progettazione di un cronometro capace di misurare il tempo nel
modo consueto, ossia in secoli, in anni, in mesi e in giorni, ma non avevo tardato a
scoprire che molto probabilmente avrei dovuto dedicare più lavoro a questo singolo
aspetto che all'intero progetto.
I difetti del nostro antiquato calendario mi avevano esasperato. Risultato di una se-
rie di tentativi inadeguati, risalenti agli inizi della società organizzata, di misurare pe-
riodi come la stagione della semina e momenti come il solstizio d'inverno, il nostro
calendario era un'assurdità storica, e non veniva riscattato neppure dalla precisione,
almeno dal punto di vista cosmologico che intendevo affrontare.
Avevo scritto lettere furenti al Times, proponendo riforme che avrebbero consenti-
to di eseguire calcoli con precisione e senza ambiguità su scale temporali di valore
autentico per gli scienziati moderni. Tanto per cominciare, avevo sostenuto, occorre-
va sbarazzarsi dall'ingombro assurdo degli anni bisestili. Un anno è costituito da circa
trecentosessantacinque giorni e un quarto, e questo quarto casuale provoca la ridicola
sciarada delle correzioni bisestili. Avevo dunque proposto un'alternativa fra due me-
todi in grado di sostituire efficacemente questo sistema assurdo. Considerando il
giorno come unità, si sarebbero potuti costruire mesi e anni sui multipli dei giorni: un
anno di trecento giorni, composto da dieci mesi di trenta giorni. Naturalmente, ciò a-
vrebbe comportato perdere in breve tempo la sincronia fra le stagioni, l'anno e i mesi,
ma ciò, in una civiltà avanzata come la nostra, avrebbe sicuramente causato ben po-
che difficoltà. Il Royal Observatory di Greenwich, per esempio, avrebbe potuto pub-
blicare ogni anno un almanacco in cui fossero indicate le date dei cicli solari, ossia gli
equinozi e così via, allo stesso modo in cui tutti gli almanacchi del 1891 indicavano
le feste mobili delle chiese cristiane.
Considerando invece come unità fondamentale il ciclo delle stagioni, si sarebbe
potuto calcolare il primo giorno dell'anno come frazione esatta, per esempio un cente-
simo, dell'anno stesso. Ciò avrebbe naturalmente comportato che la transizione fra la
notte e il giorno, il sonno e la veglia, sarebbe avvenuta a ore diverse ogni primo del-
l'anno. Ma quale importanza avrebbe avuto? Avevo argomentato che molte città mo-
derne erano già attive ventiquattr'ore al giorno. Quanto al punto di vista umano, non è
difficile imparare a tenere un diario: con l'ausilio di registrazioni adeguate, sarebbe
stato possibile programmare con pochi giorni d'anticipo la transizione fra il sonno e la
veglia.
Infine, avevo proposto di adottare il punto di vista dell'epoca in cui la coscienza
umana si sarebbe espansa ben oltre la prospettiva del presente del diciannovesimo se-
colo, adottando quella del pensiero costretto ad abbracciare decine di millenni. A
questo scopo, avevo ideato un nuovo calendario cosmologico, basato sulla precessio-
ne degli equinozi, vale a dire la lenta inclinazione dell'asse del pianeta, dovuta alla
diseguale attrazione gravitazionale del sole e della luna: un ciclo che si compie in
venti millenni. Con un anno di tali proporzioni come unità, avremmo potuto misurare
il nostro destino con precisione, senza ambiguità, sia nel presente, sia per tutto il tem-
po a venire.
Avevo sostenuto che il significato simbolico di tale rettifica avrebbe travalicato di
gran lunga la sua utilità pratica, perché avrebbe segnato in modo adeguato l'alba di un
nuovo secolo, annunciando all'umanità intera che un'epoca nuova di pensiero scienti-
fico era incominciata.
È inutile dire che il mio contributo era stato del tutto ignorato, con l'eccezione di
alcune risposte irriverenti, a cui avevo preferito non replicare, da parte di certi settori
della stampa popolare.
Dopo tutto ciò, comunque, avevo abbandonato ogni tentativo di costruire un cro-
nometro basato sul calendario, decidendo semplicemente di ricorrere al computo dei
giorni. Poiché avevo sempre avuto una mente matematica, non mi era stato difficile
convertire mentalmente il conto dei giorni in anni. Durante il mio primo viaggio, mi
ero recato sino al giorno 292.495.934, il quale, considerando le correzioni degli anni
bisestili, equivaleva a un giorno dell'anno 802.701 d.C. Sapevo dunque di dover pro-
cedere sino a quando i cronometri avessero indicato il giorno 292.495.940, vale a dire
il giorno esatto in cui avevo perduto Weena, nonché gran parte della stima che avevo
di me stesso, nell'incendio nella foresta.
Nel diciannovesimo secolo, la mia casa era situata insieme con altre, lungo il tratto
di Petersham Road sotto Hill Rise, a breve distanza dal fiume. Con il trascorrere del
tempo, fu demolita, lasciando il versante spoglio. Richmond Hill si trasformò con il
succedersi delle ère geologiche. Gli alberi fiorirono e avvizzirono, le loro esistenze
secolari compresse in pochi istanti. Il Tamigi divenne a miei occhi un nastro piatto di
luce argentea per effetto dell'attraversamento temporale, e si aprì un nuovo letto, ser-
peggiando lentamente nel paesaggio come un grosso verme. Nuovi edifici sorsero
come buffi di fumo, alcuni intorno a me, sul luogo della mia vecchia casa, sbalorden-
domi con le loro dimensioni e con la loro bellezza. Il ponte di Richmond della mia
epoca scomparve, sostituito da un altro: un arco lungo forse un miglio che varcava il
Tamigi fendendo l'aria senza sostegno apparente. Nella luce tremolante del cielo s'in-
nalzarono torri snelle, in grado di sostenere masse immense. Rinunciai al tentativo di
fotografare quei fantasmi con la mia Kodak, sapendo che la luce, per effetto della tra-
slazione temporale, sarebbe stata insufficiente a impressionare l'emulsione. Intravidi
edifici che mi parvero tanto al di sopra delle tecniche architettoniche del diciannove-
simo secolo quanto poteva esserlo il gotico rispetto all'arte dei romani o dei greci.
Pensai che nel futuro l'umanità fosse riuscita ad affrancarsi dalla morsa spietata della
gravità: altrimenti, come sarebbe stato possibile edificare quelle costruzioni immense
che si stagliavano sullo sfondo del cielo?
In breve tempo, però, il ponte sul Tamigi si macchiò di marrone e di verde, i colori
dell'incuria e della degradazione; poi, in quello che mi parve un batter d'occhio, crol-
lò, lasciando soltanto due spogli monconi sulle rive. Mi resi conto che persino quelle
opere ciclopiche, al pari di tutte le altre dell'umanità, non erano altro che evanescenti
chimere, destinate a non intaccare la pazienza ctonia della terra.
Provai un distacco insolito dal mondo, suscitato dall'esperienza del viaggio tempo-
rale. Ricordavo la curiosità e l'entusiasmo che avevo provato nell'osservare per la
prima volta i sogni che l'architettura del futuro aveva realizzato, e le mie brevi, feb-
brili meditazioni sulle imprese di queste razze umane del futuro. Ma ormai avevo ac-
quisito nuove conoscenze: sapevo che, nonostante la grandezza di quei trionfi, l'uma-
nità sarebbe inevitabilmente regredita sotto la pressione inesorabile dell'evoluzione,
fino alla decadenza e alla degradazione degli Eloi e dei Morlock.
Mi sgomentò la consapevolezza di quanto noi umani siamo o ci rendiamo ignari
del trascorrere del tempo, di quanto siano brevi le nostre vite, e di quanto siano insi-
gnificanti gli eventi che premono sulle nostre piccole individualità, se soltanto li os-
serviamo dalla prospettiva delle immani trasformazioni della storia. Siamo meno che
effimere, impotenti dinanzi alle forze ingovernabili della geologia e dell'evoluzione,
le quali procedono inesorabili ma con tale lentezza che, misurate sulla scala dei gior-
ni, neppure ci rendiamo conto della loro esistenza!

2. UNA NUOVA VISIONE


In breve oltrepassai l'Epoca degli Edifici Immensi. Nuovi fabbricati, meno ambi-
ziosi benché vasti, brillarono intorno a me in un'esistenza fugace lungo tutta la valle
del Tamigi, assumendo, dal punto di vista del viaggio temporale, una certa opacità
che derivava dalla longevità. L'arco del sole, inclinandosi nel cielo azzurro cupo fra
gli estremi dei solstizi, mi parve diventare più luminoso, e un flusso verde inondò Ri-
chmond Hill, impossessandosi della Terra, scacciando il marrone e il bianco dell'in-
verno. Ancora una volta entrai nell'epoca in cui il clima terrestre era mutato a favore
dell'umanità.
Osservai il paesaggio, ridotto all'immobilità per effetto della velocità della macchi-
na: soltanto i fenomeni più duraturi si aggrappavano al tempo tanto a lungo da poter
essere percepiti dalla mia vista fugace. Non vidi persone né animali: neppure il pas-
saggio di una nube. Ero sospeso in una quiete sovrannaturale. Se non fosse stato per
le oscillazioni della fascia solare, e l'innaturale azzurro cupo del cielo sia di giorno sia
di notte, mi sarebbe parso di essere seduto in solitudine in un parco, a tarda estate.
Secondo i cronometri, avevo percorso meno di un terzo del mio grande viaggio,
anche se mi trovavo un quarto di milione di anni lontano dal secolo che conoscevo,
eppure sembrava che l'epoca delle grandi costruzioni umane sulla Terra fosse già
conclusa. Il pianeta era diventato il giardino in cui avrebbero vissuto le loro esistenze
futili e meschine i progenitori degli Eloi. Sapevo che gli antenati dei Morlock dove-
vano essere già confinati nel sottosuolo, e sicuramente stavano già scavando le caver-
ne immense in cui avrebbero ammassato i loro macchinari. Ben poco sarebbe cambia-
to nell'intervallo di mezzo milione di anni che dovevo ancora colmare, a eccezione
della degradazione ulteriore dell'umanità e dell'identità delle vittime nei milioni di
piccole tragedie spaventose che in seguito avrebbero costituito la condizione umana.
Osservai tuttavia, strappandomi a quelle speculazioni tetre, che un cambiamento si
verificava effettivamente nel paesaggio, diventando poco a poco evidente. Notando
qualcosa di diverso, forse nella luce, provai un turbamento che non era provocato dal-
l'ondeggiare consueto della macchina del tempo.
Seduto sul sellino, scrutai ciò che mi circondava: gli alberi spettrali, i prati pianeg-
gianti attorno a Petersham, le rive digradanti del placido Tamigi…
Poi, sollevando lo sguardo al firmamento appiattito dall'effetto temporale, mi resi
finalmente conto che la fascia solare era stazionaria nel cielo. La Terra ruotava an-
cora sul proprio asse tanto rapidamente da rendere indistinto il movimento della sua
stella e invisibile quello degli astri, ma la fascia solare non ondeggiava più fra i sol-
stizi: era invece ferma e immutabile come se fosse costruita in cemento.
La nausea e la vertigine mi assalirono di nuovo con impeto, obbligandomi ad affer-
rare la gabbia della macchina, deglutendo nello sforzo di mantenere il controllo del
mio corpo.
È difficile comunicare l'impatto che quel semplice mutamento intervenuto nello
spazio ebbe su di me. Innanzitutto, rimasi sconvolto dalla pura e semplice audacia
della tecnica che aveva consentito l'abolizione del ciclo stagionale. Quest'ultimo era
derivato dall'inclinazione dell'asse del pianeta rispetto al piano dell'orbita intorno al
sole. Sembrava però che sulla Terra non esistessero più le stagioni, e mi resi imme-
diatamente conto che ciò poteva significare soltanto che l'inclinazione dell'asse pla-
netario era stata corretta.
Tentai d'immaginare come fosse stato possibile riuscirvi. Quali macchinari immen-
si dovevano mai essere stati installati ai poli? Quali misure erano state prese per ga-
rantire che la superficie terrestre non si staccasse durante il processo? Forse era stato
impiegato qualche gigantesco congegno, il quale aveva manipolato il nucleo magne-
tico fuso del globo.
Ma non furono soltanto le dimensioni di quella tecnica planetaria a turbarmi: anco-
ra più terrificante fu il fatto che durante il mio primo viaggio temporale non avevo
affatto osservato quell'abolizione delle stagioni. Com'era possibile che non avessi os-
servato un mutamento di tali proporzioni? Dopotutto, posseggo una formazione
scientifica: il mio compito consiste in primo luogo nell'osservare.
Dopo essermi massaggiato il viso, osservai la fascia solare che stava sospesa nel
cielo, sfidandomi a credere nella sua assenza di movimento. La sua luminosità mi fe-
riva la vista: anzi, mi sembrava che stesse diventando sempre più intensa. Dapprima
mi domandai se non fosse un'illusione dovuta alla mia immaginazione, oppure a un
difetto della vista. Chinai il viso, asciugandomi le lacrime con una manica della giac-
ca e battendo le palpebre per scacciare le macchioline e le fasce luminose che mi ac-
cecavano.
Non sono un primitivo né un codardo, eppure dinanzi alla prova delle imprese co-
lossali compiute dall'umanità futura, mi sentii come un selvaggio con la chioma ador-
na di ossa e il nudo corpo dipinto, terrorizzato dalle divinità del cielo sfolgorante.
Dalle profondità della mia coscienza emerse gorgogliando un timore soverchiarne di
aver perduto la sanità mentale. Nonostante ciò mi aggrappai alla convinzione di avere
in qualche modo mancato di osservare quello sconvolgente fenomeno astronomico
durante il primo attraversamento di quell'epoca. L'unica altra ipotesi possibile, infatti,
mi terrorizzava sino alle radici dell'anima: non ero stato affatto distratto durante il
primo viaggio, bensì la correzione dell'asse terrestre non aveva ancora avuto luogo.
Insomma, il corso stesso della storia era cambiato.

La forma quasi eterna della collina era immutata, la conformazione della terra di
un tempo non era stata modificata dal cambiamento avvenuto nel cielo, però la marea
di vegetazione verdeggiante che aveva sommerso la Terra era rifluita sotto il perenne
sguardo spietato del sole ardente.
A un tratto, accorgendomi di un lampeggiare al di sopra della mia testa, sollevai lo
sguardo, proteggendomi gli occhi con le mani. Scoprii così che il lampeggiamento
proveniva dalla fascia solare, o meglio, da quella che tale era stata, giacché ancora
una volta potei discernere il movimento del sole, che sfrecciava nel cielo come una
palla di cannone durante la sua rivoluzione diurna: tale movimento non era più tanto
rapido da non poter essere percepito, quindi il lampeggiamento era provocato dalla
transizione fra la notte e il giorno.
Sul momento pensai che la macchina del tempo stesse rallentando, però, nell'os-
servare nuovamente i cronometri, constatai che le lancette continuavano a roteare
come prima.
L'uniformità grigioperla della luce si dissolse; lo sfarfallio della transizione fra il
giorno e la notte si accentuò; il sole, giallo, ardente e luminoso, rallentò a ogni rivo-
luzione. In breve mi resi conto che stava impiegando parecchi secoli a completare un
unico giro intorno alla Terra.
Infine, il sole si fermò del tutto, posandosi sull'orizzonte occidentale, inesorabile e
immutabile. La Terra ruotava presentando perennemente la medesima faccia alla sua
stella!
Gli scienziati del diciannovesimo secolo avevano previsto che alla lunga, per effet-
to dell'attrazione del sole e della luna, la Terra avrebbe finito appunto per presentare
sempre la stessa faccia al sole, come la luna alla Terra. Io stesso ero stato testimone
di tale cambiamento durante la prima esplorazione del futuro. Avrebbe dovuto trattar-
si di un'eventualità destinata a verificarsi soltanto dopo parecchi milioni di anni, inve-
ce scoprivo che si era già realizzata dopo poco più di mezzo milione di anni.
Ancora una volta compresi che si trattava della mano dell'uomo, la quale, discesa
da quella della scimmia, si protendeva attraverso i secoli con presa divina. Non con-
tento di aver modificato l'inclinazione dell'asse, l'uomo aveva anche rallentato la rota-
zione del pianeta, ponendo fine al ciclo antichissimo dei giorni e delle notti.
Osservai il deserto inglese. Il suolo arido era privo d'erba. Ciuffi sparsi di cespugli
robusti, vagamente simili a ulivi nella forma, lottavano per sopravvivere, riarsi dal
sole crudele. Il possente Tamigi, il cui corso aveva deviato di circa un miglio nella
pianura, si era ridotto a un torrente nel letto profondo, tanto che non riuscivo più a
scorgere il luccichio dell'acqua. Non potevo certo pensare che i mutamenti recenti a-
vessero migliorato l'ambiente: se non altro, il mondo dei Morlock e degli Eloi aveva
conservato le caratteristiche essenziali della campagna inglese, con abbondanza di
vegetazione e d'acqua: a ripensarci, era stato come se tutte le isole britanniche fossero
state trainate ai tropici.
Immaginai quali dovessero essere le condizioni del povero pianeta, con un emisfe-
ro perennemente rivolto al sole e l'altro eternamente in ombra. All'equatore della fac-
cia illuminata, il calore doveva essere tale da bollire vive le persone, e l'aria doveva
fuggire in venti possenti dall'emisfero surriscaldato a quello gelido, dove si trasfor-
mava in una nevicata di ossigeno e di azoto sugli oceani cinti dai ghiacci. Se avessi
fermato la macchina in quel momento, forse sarei stato immediatamente spazzato via
da quei venti, che erano le ultime esalazioni dei polmoni terrestri! Il processo sarebbe
cessato solo quando l'emisfero diurno si fosse interamente trasformato in un deserto
del tutto privo d'atmosfera, d'acqua e di vita, e l'emisfero notturno fosse rimasto av-
volto da un guscio sottile di aria gelata.
Con orrore crescente mi resi conto di non poter tornare nella mia epoca, perché per
farlo avrei dovuto fermare la macchina, e in tal caso sarei precipitato in una regione
di vuoto e di calore ardente, tanto priva di vita quanto la superficie della luna. D'al-
tronde, avrei osato proseguire verso un futuro ignoto, nella speranza di trovare da
qualche parte, nelle profondità del tempo, un mondo abitabile?
Fui certo di essere stato vittima, durante il primo viaggio nel tempo, di un grave di-
fetto della percezione, oppure, successivamente, della memoria. Se potevo infatti non
essermi accorto in precedenza della scomparsa delle stagioni, anche se stentavo a
crederlo, non potevo affatto persuadermi di non avere notato il rallentamento della
rotazione terrestre.
Non poteva esservi alcun dubbio: stavo viaggiando in un tempo profondamente di-
verso da quello che avevo osservato durante la prima esplorazione.
Benché sia riflessivo per natura, e in genere non abbia difficoltà a formulare ipotesi
fantasiose, in quel momento ero talmente sconvolto che non riuscivo più a pensare.
Fu come se la mia mente, intanto che il mio corpo continuava a sfrecciare innanzi at-
traverso il tempo, rimanesse indietro, intrappolata nel passato vischioso. In preceden-
za, avevo posseduto una patina di coraggio: una facciata sostenuta dalla compiaciuta
convinzione che, sebbene stessi volando incontro al pericolo, si trattava almeno di un
pericolo che avevo già affrontato. Invece mi trovavo improvvisamente costretto ad
ammettere di non avere la più pallida idea di ciò che mi attendeva in quel nuovo flus-
so temporale!
Mentre ero assorto in queste lugubri meditazioni, mi accorsi che nel cielo avveni-
vano mutamenti continui, come se lo smantellamento dell'ordine naturale delle cose
non fosse già stato sufficiente. Il sole divenne ancora più luminoso. Ebbi l'impressio-
ne, benché fosse arduo averne la certezza a causa di quella luce abbacinante, che l'a-
stro medesimo cambiasse forma: dilatandosi nel cielo, diventava una chiazza lumino-
sa di forma ellittica. Mi domandai se per qualche ragione stesse ruotando più rapida-
mente, così da risultare appiattito…
E allora, d'improvviso, il sole esplose.

3. NELL'OSCURITÀ

Getti luminosi eruttarono dai poli del sole come fiammate immense. In pochi istan-
ti la stella fu avvolta da un manto sfolgorante di luce, e il calore bruciò la Terra soffe-
rente.
Urlando, mi coprii il volto con le mani, ma continuai a vedere quella luce accecan-
te, che filtrava persino attraverso le mie carni, riflessa dal nichel e dall'ottone della
macchina del tempo.
Poi, improvvisamente com'era iniziata, la tempesta luminosa cessò, una sorta di
guscio avvolse il sole, come se una bocca immensa lo inghiottisse, e io precipitai nel-
le tenebre.
Abbassai le mani, scoprendo di essere del tutto incapace di vedere, anche se parec-
chie chiazze luminose continuavano a danzarmi dinanzi agli occhi. Sentendo il selli-
no duro sotto le natiche, mi protesi a palpare i cronometri, mentre la macchina conti-
nuava a ondeggiare, proseguendo il viaggio attraverso il tempo. Mi chiesi, con terro-
re, se avessi perduto la vista.
Più nera dell'oscurità eterna, sorse in me la disperazione. La mia seconda, grande
avventura era dunque destinata a concludersi tanto presto e tanto ignobilmente? Cer-
cando a tastoni le leve di controllo, progettai febbrilmente d'infrangere i quadranti per
tentare di capire al tatto dove mi trovassi, e quindi poter tornare nella mia epoca.
Allora mi accorsi di non essere cieco: riuscivo a vedere qualcosa.
Fu quello l'aspetto più strano di tutto il viaggio sino a quel momento: tanto strano,
che per un momento ignorai persino la paura.
Nel buio, vedevo una luminosità vaga e diffusa che ricordava il sorgere del sole,
ma tanto debole da indurmi a sospettare che potesse trattarsi di un inganno visivo.
Ebbi l'impressione di scorgere le stelle tutt'intorno, ma fioche, opache, come viste at-
traverso uno sporco vetro colorato.
E in quella luminosità tenue mi accorsi che non ero solo.
L'essere si trovava pochi metri dinanzi alla macchina del tempo, o meglio, si libra-
va nell'aria, senza sostegno. Era una sorta di palla di carne di un metro e venti di dia-
metro, simile a una testa fluttuante, con due gruppi di tentacoli che pendevano come
dita grottesche. A quanto potevo vedere, era privo di narici e aveva una bocca simile
a un becco carnoso, ma notai che gli occhi, due, grandi e scuri, erano umani. Sembra-
va produrre un fragore cupo, come un fiume in piena: mi resi conto, con una fitta di
terrore, che era esattamente lo stesso rumore che avevo già udito, non soltanto po-
c'anzi, ma anche durante il mio primo viaggio nel tempo.
Era mai possibile che quell'essere, che definii l'Osservatore, mi avesse accompa-
gnato, senza essere visto, nel corso di entrambe le spedizioni temporali?
D'improvviso, si avventò su di me, giungendo a meno di un metro dal mio viso.
Infine, persi il controllo di me stesso: urlando, tirai una leva, senza curarmi delle
conseguenze.
La macchina del tempo s'inclinò, l'Osservatore scomparve, e io fui catapultato nel
vuoto!
Rimasi privo di conoscenza, non saprei dire per quanto tempo. Mi ripresi poco a
poco, scoprendo di avere la faccia premuta contro una dura superficie sabbiosa. Ebbi
l'impressione di sentire sul collo un respiro caldo, come una lieve carezza, o un sus-
surro; ma quando, con un gemito, feci per alzarmi, tali sensazioni svanirono.
Immerso in un'oscurità assoluta, seduto sulla sabbia pressata, con la testa che mi
doleva per l'urto che avevo subito, in seguito al quale avevo perduto il cappello, non
sentivo caldo né freddo. Nell'aria immota indugiava un odore di stantio.
Con le braccia protese, tastai tutt' intorno, e quasi subito fui ricompensato, con mio
grande sollievo, toccando l'avorio e l'ottone della macchina del tempo che, come me,
era caduta in quel deserto buio. Palpai con entrambe le mani la gabbia, rendendomi
conto che la macchina era rovesciata. L'oscurità però m'impediva di accertare se fosse
danneggiata.
Ovviamente, mi occorreva far luce. Frugai nelle tasche alla ricerca dei fiammiferi,
soltanto per non trovarne: scioccamente, infatti, avevo collocato l'intera provvista nel-
lo zaino. Reagendo al panico, che per un attimo mi travolse, mi alzai, tutto tremante,
per accostarmi alla macchina. Con le braccia infilate tra le sbarre della gabbia, trovai
a tastoni lo zaino, ancora saldamente sistemato sotto il sellino. L'aprii con impazien-
za, vi frugai sino a trovare i fiammiferi, me ne ficcai due scatole nelle tasche della
giacca, infine ne accesi uno sulla striscia di sfregamento.
La luce della fiammella rivelò subito, poco più di mezzo metro di fronte a me, una
testa dalla chioma bionda, lunga e liscia, con grandi occhi grigiorossi e la pelle cerea.
L'essere lanciò uno strano strillo gorgogliante, prima di scomparire nell'oscurità,
oltre la zona illuminata dal fiammifero.
Era un Morlock!
Quando la fiammella mi scottò le dita, lasciai cadere il fiammifero. In preda al pa-
nico, rischiai di farmi sfuggire la preziosa scatoletta, mentre tentavo di accenderne un
altro.

4. LA NOTTE NERA

Con l'acre odore sulfureo dei fiammiferi nelle narici, indietreggiai sulla sabbia fino
a premere la schiena contro la gabbia d'ottone della macchina del tempo. Dopo alcuni
attimi di terrore, ritrovai sufficiente padronanza di me stesso per prendere una cande-
la dallo zaino. Incurante della cera calda che mi colava sulle dita, tenni alta la cande-
la, vicino al viso, guardando intorno alla luce della fiamma gialla.
Poco a poco, cominciai a distinguere ciò che mi circondava: la macchina del tempo
rovesciata, con l'ottone e il quarzo che scintillavano alla luce della candela, e un edi-
ficio, o una statua gigantesca, che incombeva pallida a breve distanza da me. Il mon-
do non era del tutto privo di luce: il sole era scomparso, ma nel cielo si scorgevano le
stelle, anche se le costellazioni non avevano più le stesse configurazioni che avevo
conosciuto nella mia epoca. Non vidi alcuna traccia della presenza amichevole della
luna.
In una zona del firmamento, però, non brillavano astri: a occidente, innalzandosi
dall'orizzonte nero, un ellisse appiattito, privo di stelle, copriva un quarto dello spa-
zio. Era il sole, avvolto dal suo guscio sorprendente.
Passato lo spavento, decisi per prima cosa di accertarmi di poter tornare nella mia
epoca: dovevo insomma raddrizzare la macchina del tempo. Però non volevo farlo al
buio. In ginocchio, scavai con il pollice una fossetta, in cui conficcai la candela, con-
fidando nel fatto che in breve tempo la cera colata l'avrebbe rinsaldata in posizione.
Così ebbi illuminazione sufficiente e le mani libere per agire.
A denti stretti, dopo aver inspirato, afferrai la macchina e spinsi anche con le gi-
nocchia. L'avevo progettata affinché fosse solida, non facile da spostare, ma alla fine
cedette al mio sforzo, inclinandosi, anche se nel tentativo urtai con la spalla una barra
di nichel.
Quando posai una mano sul sellino, mi accorsi che il cuoio era stato graffiato dalla
sabbia del mondo futuro. Palpai i cronometri, nascosti dall'ombra che io stesso getta-
vo: un vetro si era rotto, ma il cronometro sembrava funzionante. Allorché toccai le
due leve bianche con cui avrei potuto tornare nella mia epoca, la macchina rabbrividì
come uno spettro, rammentandomi che né essa né il suo conducente appartenevano a
quel tempo. In qualsiasi istante, avrei potuto rimontare a bordo per tornare alla sicu-
rezza del 1891, senza rischiare altra conseguenza che una ferita superficiale all'orgo-
glio.
Recuperai la candela per avvicinarla ai cronometri, scoprendo così di trovarmi nel
giorno 239.354.634, ossia nell'anno 657.208. Le mie sfrenate elucubrazioni sulla mu-
tevolezza del passato e del futuro dovevano essere corrette, giacché quella buia colli-
na era situata centocinquantamila anni prima della nascita di Weena, e non riuscivo
proprio a immaginare come da quella tenebra assoluta avesse potuto svilupparsi il
mondo lussureggiante e soleggiato che avevo visitato.
Rammentai che mio padre, quand'ero bambino, mi aveva divertito con un giocatto-
lo a suo modo portentoso chiamato lanterna magica a dissolvenza con cui era possibi-
le far sfumare l'una nell'altra le rozze immagini colorate proiettate sullo schermo,
spostando l'illuminazione dal proiettore di destra a quello di sinistra. A quell'epoca mi
aveva profondamente impressionato vedere un'immagine luminosa tramutarsi in un
fantasma per poi essere sostituita da un'altra, percepibile inizialmente soltanto come
sagoma. Il divertimento era stato enorme nel momento in cui, con le due immagini in
equilibrio perfetto, era stato difficile stabilire quale stesse scomparendo e quale inve-
ce prendeva forma, o quali dettagli fossero "reali".
Allo stesso modo, mentre mi trovavo in quella regione buia, ebbi l'impressione che
l'immagine del mondo che mi ero costruito diventasse vaga e confusa, per poi essere
sostituita dai puri e semplici contorni di un'altra, con più offuscamento che nitidezza.
La biforcazione del corso della storia di cui ero stato testimone (nel primo ramo, la
formazione del mondo paradisiaco degli Eloi, nel secondo ramo, la scomparsa del so-
le e la desertificazione del pianeta) mi era incomprensibile. Come si spiega che eventi
prima esistenti, all'improvviso non esistano più?
Ricordai le parole di Tommaso d'Aquino, secondo cui nemmeno Dio avrebbe potu-
to cancellare ciò che era stato, in quanto sarebbe stato ancor più impossibile che resu-
scitare i morti. Anch'io lo avevo creduto! Pur non essendo molto incline alla specula-
zione filosofica, avevo sempre considerato il futuro come un'estensione del passato,
dunque fisso e immutabile persino per Dio, e sicuramente per l'uomo, talché la mac-
china del tempo avrebbe potuto condurmi a esplorare il futuro.
Invece avevo appena appreso, o almeno così mi sembrava, che il futuro poteva
cambiare. Se è così, pensai, quale significato potrebbe mai essere attribuito alle vite
umane?
Benché fosse grave sopportare la consapevolezza che l'erosione del tempo cancel-
lava inesorabilmente tutte le imprese umane, come io sapevo meglio di chiunque al-
tro, era di conforto sapere almeno che ciò che si era fatto, ciò che si era amato, un
tempo era esistito. Ma se la storia poteva essere cancellata e modificata, quale valore
si poteva assegnare a qualsiasi attività umana?
Nel meditare su tali possibilità sconcertanti, ebbi l'impressione che la solidità del
mio pensiero e della mia comprensione del mondo venissero meno. Fissai la fiamma
della candela, cercando di determinare questa nuova consapevolezza.
Decisi che non tutto era perduto: la paura mi stava passando, la mia mente conser-
vava il proprio vigore e la propria agilità. Soltanto dopo aver esplorato quel mondo
bizzarro e aver scattato, se possibile, una serie di fotografie con la Kodak, sarei torna-
to nel 1891, dove studiosi filosoficamente più preparati di me avrebbero potuto scio-
gliere l'enigma di due futuri che si escludevano a vicenda.
Sporgendomi oltre la gabbia della macchina del tempo, smontai le leve che consen-
tivano di azionarla e le infilai al sicuro in tasca, quindi cercai a tastoni il solido attiz-
zatoio di cui mi ero provvisto, il quale era rimasto incastrato fra le sbarre, e lo impu-
gnai, soppesandolo. Acquistai maggior sicurezza in me stesso, immaginando di spac-
care qualche tenero cranio di Morlock con quel primitivo manufatto. Infilato nella
cintura, risultò alquanto ingombrante, tuttavia continuò a rassicurarmi con il suo peso
e con la sua solidità, nonché ricordandomi la mia epoca e il mio focolare.

Tenendo la candela sollevata, illuminai debolmente la statua spettrale, o l'edificio,


che avevo scorto accanto alla macchina del tempo. Si trattava, in effetti, di una sorta
di monumento colossale scolpito in pietra bianca, di cui la luce guizzante m'impediva
di discernere le forme.
Nell'avvicinarmi, ebbi l'impressione di scorgere con la coda dell'occhio un paio d'i-
ridi grigio-rosse che si sgranavano, e una figura bianca che si allontanava sulla sabbia
con un fruscio di piedi nudi. Con una mano sull'impugnatura d'ottone dell'attizzatoio,
proseguii.
La statua era collocata su un basamento, con pannelli incassati e ornati, che sem-
bravano di bronzo, macchiato d'antiche chiazze d'ossido. La statua, di marmo bianco,
raffigurava un corpo leonino dalle grandi ali spiegate, che sembrava incombere su di
me. Non vedendo puntelli, mi domandai come potessero sostenersi quelle ali di pie-
tra: forse grazie a un'intelaiatura metallica, o forse in virtù di ciò che restava, in quel-
l'epoca desolata, dell'arte di padroneggiare la gravità, di cui avevo ipotizzato l'esi-
stenza nel mio ultimo attraversamento dell'Epoca degli Edifici Immensi. Il volto della
belva di marmo era umano, chino nella mia direzione, talché ebbi l'impressione che i
vacui occhi di pietra mi osservassero. E le labbra consunte dagli agenti atmosferici
erano atteggiate a un sorriso sardonico e crudele.
Allora, trasalendo, riconobbi la statua: se non mi fossi trattenuto per timore dei
Morlock, avrei lanciato un grido di gioia, nel ravvisare un oggetto che mi era familia-
re! Si trattava infatti del monumento che avevo battezzato Sfinge Bianca, e che avevo
trovato proprio in quel luogo durante la mia prima esplorazione del futuro. Fu quasi
come salutare una vecchia amica!
Camminai avanti e indietro sul versante sabbioso, oltre la macchina del tempo, ri-
cordandolo come lo avevo conosciuto: i rododendri color malva e color porpora che
avevano fiancheggiato il sentiero mi avevano accolto, all' arrivo, con una tempesta di
fiori, attraverso la quale avevo intravisto la Sfinge imponente.
Ebbene, mi trovavo di nuovo nello stesso luogo, ma con centocinquantamila anni
d'anticipo, senza le piante e senza il sentiero, i quali, come sospettavo, non sarebbero
mai esistiti. Un deserto buio e desolato sostituiva il giardino soleggiato che Ormai
sopravviveva soltanto nei recessi della mia memoria. Tuttavia la Sfinge era lì, solida
come la vita e apparentemente indistruttibile.
Con un sentimento simile all'affetto, accarezzai i pannelli del basamento. L'esisten-
za della Sfinge, rassicurante prova della mia visita precedente, mi confermò che non
stavo immaginando tutto quanto, e che non stavo impazzendo in qualche angolo buio
della mia casa, nel 1891. Tutto ciò che mi stava intorno era oggettivamente reale, e
senza dubbio, come il resto della creazione, inclusa la Sfinge Bianca, faceva parte di
un sistema razionale che soltanto la mia ignoranza e la limitatezza della mia intelli-
genza m'impedivano di comprendere. Rincuorato, mi disposi con rinnovata determi-
nazione a proseguire l'esplorazione.
D'impulso, girai intorno al basamento per osservare alla luce della candela il pan-
nello di bronzo di fronte alla macchina del tempo: quello che, nell'altro corso della
storia, i Morlock avevano aperto per impadronirsi dell'apparecchio e nasconderlo, al-
lo scopo infine di catturarmi. Passai le dita sul punto che ricordavo di avere colpito
con un sasso, ammaccandolo, e scoprii che il bassorilievo era intatto, come nuovo.
Era strano pensare che avrebbe subito la mia furia soltanto fra parecchi millenni, o
forse mai.
Mi sarei allontanato per continuare l'esplorazione, se la Sfinge non mi avesse ri-
cordato l'orrore che avevo provato allorché i Morlock mi avevano rubato la macchina
del tempo. Passai una mano sulla tasca in cui tenevo le leve: senza di esse, non sareb-
be stato possibile azionare la macchina. Però, nulla avrebbe impedito ai ripugnanti
Morlock d'impadronirsene durante la mia assenza, magari per smontarla, o per na-
sconderla nuovamente.
Inoltre, come avrei potuto evitare di smarrirmi in quella tenebra? Come avrei potu-
to essere certo di ritrovare la macchina, allontanandomi anche di poco?
Meditai sul problema, combattuto fra il desiderio d'esplorazione e un profondo
senso d'angoscia. A un tratto, ebbi un'idea. Presi dallo zaino le candele e i pezzi di
canfora, poi, frettolosamente, li conficcai nella gabbia della macchina del tempo. In-
fine, girandovi intorno, li accesi tutti, l'uno dopo l'altro.
Indietreggiando, osservai con un certo orgoglio la mia invenzione, che illuminata
dalle fiammelle sembrava un albero di Natale, con il nichel e l'ottone che scintillava-
no. Sul colle spoglio, nel paesaggio tenebroso, avrei potuto vederla come un faro, da
lontano, se la fortuna mi avesse assistito. Inoltre, le candele e la canfora avrebbero
tenuto alla larga i Morlock, o almeno, se avessi visto diminuire la luminosità, avrei
potuto tornare indietro di corsa, per intervenire.
Di nuovo posai la mano sull'impugnatura dell'attizzatoio. Una parte di me, credo,
sperava che quella eventualità si realizzasse: mi sentii fremere le mani e gli avam-
bracci al ricordo della strana, morbida sensazione provocata dall'impatto dei miei pu-
gni sul volto dei Morlock!
Comunque, ero ormai pronto alla spedizione. Presi la Kodak, accesi una piccola
lampada a olio, e m'incamminai su per la collina, sostando spesso per accertarmi che
la macchina del tempo non corresse pericoli.

5. IL POZZO

La lampada illuminava la zona circostante soltanto in un raggio inferiore a due me-


tri. Tutto era silenzio: non si udiva un alito di vento, né un gorgogliare d'acqua, tanto
che mi domandai se il Tamigi esistesse ancora.
In mancanza di una destinazione precisa, risolsi d'incamminarmi verso il Palazzo
di Pietra Grigia che avevo visitato all'epoca di Weena. Poiché lo ricordavo situato
sulla collina, poco a nordovest della Sfinge Bianca, proseguii in tale direzione, riper-
correndo nello spazio, se non nel tempo, la mia prima passeggiata nel mondo di We-
ena.
A differenza dell'ultima volta che avevo compiuto quel breve tragitto, i miei piedi
non calpestarono l'erba di un prato, bassa e regolare, bensì una morbida distesa di
sabbia in cui affondavo a ogni passo.
Quando la vista mi si fu del tutto adattata all'oscurità rischiarata soltanto da poche
stelle sparse, distinsi alcuni edifici che si stagliavano qua e là sullo sfondo del cielo,
però non vidi traccia del palazzo che cercavo. Lo ricordavo perfettamente: vasto e
cadente, di pietra lavorata, con un portale ad arco scolpito, che avevo varcato per la
prima volta scortato dagli Eloi, bassi e pallidi, belli e delicati, abbigliati di vesti mor-
bide.
In breve, mi resi conto di avere ormai superato il luogo in cui avrebbe dovuto tro-
varsi l'edificio. Evidentemente, il Palazzo di Pietra Grigia, a differenza della Sfinge e
dei Morlock, non era sopravvissuto in quel corso della storia. O forse, pensai con un
brivido, non è mai stato costruito! Forse avevo camminato, dormito e persino man-
giato, in un edificio inesistente.
Poi giunsi a un pozzo che rammentavo dalla mia esplorazione precedente: aveva la
sponda di bronzo e una cupoletta dalla strana foggia delicata che lo proteggeva dalle
intemperie. Sulla cupola crescevano organismi vegetali, che apparivano neri come il
giaietto alla luce delle stelle. Lo osservai con un certo timore, perché quello e tutti gli
altri grandi pozzi dello stesso genere avevano consentito ai Morlock di salire dalle lo-
ro caverne infere al mondo solare degli Eloi.
La bocca del pozzo era silenziosa. Ciò mi parve strano, in quanto ricordavo di ave-
re udito salire da quello e dagli altri pozzi il rumore ritmico dei macchinari installati
nei sotterranei dei Morlock.
Seduto sulla sponda del pozzo, constatai che gli organismi vegetali che avevo nota-
to erano simili ai licheni, morbidi e asciutti al tatto. Tuttavia, non li esaminai. Quando
sollevai la lampada per suscitare eventuali riflessi e scoprire così se il pozzo conte-
nesse acqua, la fiamma guizzò, come se dal sottosuolo salisse una corrente d'aria vi-
gorosa. Al pensiero di ciò che poteva nascondersi nell'oscurità, ritrassi la lampada,
preso per un attimo dal panico.
Poi, però, mi protesi sulla bocca del pozzo e, come se avessi aperto la porta di un
bagno turco, fui investito da una ventata calda e umida, del tutto inaspettata nella not-
te del futuro, dove l'aria era altrettanto calda, ma secca.
Ebbi inoltre l'impressione di scorgere, nelle grandi profondità del pozzo, una luce
rossastra. Nonostante l'aspetto, il pozzo era molto diverso da quelli dei Morlock che
avevo conosciuto. Oltre a non udire il rumore dei macchinari, non vidi gli scalini me-
tallici sporgenti che consentivano di salire dal pozzo, ed ebbi la strana impressione,
del tutto inverificabile, che il pozzo medesimo scendesse a una profondità maggiore
di quella a cui erano situate le caverne dei Morlock.
D'impulso, applicai il flash alla Kodak, riempii di blitzlichtpulver l'apposito scom-
parto, e illuminai il pozzo con un lampo al magnesio, tanto intenso da abbacinarmi:
forse da centomila o più anni, ossia da quando il sole era nascosto, non si era più vista
una luce simile al mondo. Se non altro, sarei riuscito a spaventare i Morlock. Elaborai
subito il progetto di proteggere la macchina del tempo incustodita collegandovi il
flash, in maniera tale che si accendesse ogni volta che l'apparecchio veniva toccato da
estranei.
A caso, scattai alcune foto con il flash alla collina intorno al pozzo, così che in
breve mi trovai avvolto da una nube di acre fumo bianco. Forse sono stato fortunato,
pensai, e sono riuscito a fotografare, per lo stupore dell'umanità, le natiche di un
Morlock che fugge in preda al terrore!
Dalla sponda del pozzo, a meno di un metro di distanza, giunse un rumore graf-
fiarne, fievole e insistente.
Con un grido, sfilai l'attizzatoio dalla cintura, temendo che i Morlock si preparasse-
ro ad aggredirmi, mentre indugiavo nei miei sogni a occhi aperti.
Avanzai prudentemente, con l'attizzatoio in pugno, e non tardai a scoprire che il
rumore proveniva dai licheni piccoli e scuri, fra i quali si muoveva un essere di picco-
le dimensioni. Giacché non poteva trattarsi di un Morlock, abbassai l'attizzatoio e mi
curvai per osservare meglio. Il rumore era prodotto dallo sfregamento contro i licheni
dell'unica chela sproporzionata di un animale simile a un granchio, non più grande
della mia mano. L'essere, che appariva nero come il giaietto, era del tutto privo di oc-
chi, al pari di un cieco abitatore delle profondità oceaniche.
Ne dedussi che la lotta per la sopravvivenza continuava anche nell'oscurità assolu-
ta. Al tempo stesso, mi resi conto che, a parte i Morlock che avevo intravisto, non a-
vevo trovato altre tracce di vita. Benché non fossi un biologo, mi parve chiaro che, in
quel mondo desertico, fosse l'aria calda e umida che saliva dal pozzo ad attirare gli
esseri viventi, come i licheni e il granchio. Il calore era sicuramente di origine vulca-
nica, giacché il nucleo del pianeta non poteva essersi raffreddato molto neppure in
seicentomila anni, mentre l'umidità proveniva forse dalle falde acquifere superstiti.
Era possibile che anche in quell'epoca la superficie del pianeta fosse cosparsa di
pozzi, i quali, però, non avevano la funzione di consentire l'accesso al mondo sotter-
raneo dei Morlock, com'era accaduto nell'altra che avevo conosciuto, bensì di liberare
le riserve di calore e di umidità accumulate nel sottosuolo di quel pianeta privo di lu-
ce; ecco perché vi si radunavano intorno gli esseri viventi sopravvissuti alla trasfor-
mazione immane cui avevo assistito.
Rassicurato, sedetti di nuovo sulla sponda del pozzo. Analizzare e capire ciò che
mi circonda è un tonico molto efficace per il mio coraggio: dopo il falso allarme pro-
vocato dal granchio, non mi sentivo più minacciato. In tasca avevo la pipa, con un po'
di tabacco: la caricai e l'accesi, meditando sulla biforcazione della storia. Anche in
quel mondo erano esistiti i Morlock e gli Eloi, ma la loro società sembrava essere
scomparsa in un lontano passato.
Interrogandomi su come potesse essere accaduto, giacché il loro sistema sociale,
per quanto antagonistico, era basato su una reciproca dipendenza e possedeva una sua
stabilità, trovai una possibile spiegazione.
Per quanto degenerati, i Morlock erano stati pur sempre umani, e gli umani, per na-
tura, non erano logici. Consapevoli che la loro stessa sopravvivenza dipendeva dai
lontani cugini, ridotti alla condizione di bestie da macello, i Morlock dovevano aver
provato disprezzo per gli Eloi, eppure…
Eppure la loro vita era stata tanto breve quanto felice: gli Eloi avevano riso, cantato
e amato in un mondo che sembrava un giardino dell'Eden, a differenza dei Morlock,
costretti a faticare nelle profondità fetide del pianeta per fornire loro ciò che era ne-
cessario a vivere negli agi. I Morlock si erano talmente adattati a quell'esistenza che
avrebbero rifiutato con ripugnanza la luce, l'acqua limpida e i frutti del mondo di su-
perficie, persino se li avessero ricevuti in dono, ma non era possibile che a modo loro
avessero invidiato l'ozio degli Eloi?
Forse, rintanati nelle loro luride grotte, i Morlock avevano cominciato a trovare
sgradevole la carne degli Eloi.
Immaginai che una notte i Morlock fossero usciti in massa dai loro sotterranei per
aggredire la preda con le loro membra nerborute e con le armi, ma che per una volta
non avessero scelto disciplinatamente le loro vittime, bensì avessero compiuto un
massacro indiscriminato all'unico, irragionevole scopo di sterminare gli Eloi.
Il sangue doveva aver inondato i sentieri e i pavimenti dei palazzi, mentre i belati
fanciulleschi degli Eloi echeggiavano fra le pietre antiche!
Uno scontro del genere poteva avere avuto un solo vincitore, naturalmente: il gra-
cile popolo del futuro, con la sua tisica bellezza, non avrebbe mai potuto difendersi
dall'assalto organizzato dei Morlock assetati di sangue.
Mi sembrò di vedere i Morlock trionfanti, ormai dominatori assoluti del pianeta,
che condannavano alla desertificazione i territori paradisiaci degli Eloi, non sapendo
che farsene: in qualche modo, riversandosi dalle profondità della Terra, erano stati
accompagnati dalla loro oscurità stigea, che si era diffusa fino a nascondere il sole!
Memore di quanto il popolo di Weena avesse temuto le notti di luna nuova, chiamate
Notti Nere, mi parve che i Morlock avessero suscitato un'ultima Notte Nera, che ave-
va ammantato la Terra per l'eternità. Sterminando i veri figli del mondo, avevano
sterminato anche loro stessi.
Questa fu dunque la mia prima ipotesi: grandiosa, sfrenata, e… sbagliata in ogni
dettaglio!
All'improvviso trasalii, come se qualcuno mi avesse percosso, perché mi resi conto
che, assorto nelle mie speculazioni storiche, avevo completamente dimenticato di
sorvegliare la macchina del tempo.
Mi alzai, scrutando il versante della collina e non tardai a individuare la macchina
illuminata. Tuttavia, le fiammelle delle candele e della canfora guizzavano e ondeg-
giavano, come se sagome opache si muovessero intorno alla macchina.
Potevano essere soltanto i Morlock!

6. IL MIO INCONTRO CON I MORLOCK


In un accesso di terrore, nonché, debbo riconoscerlo, travolto dalla brama di san-
gue che prese d'improvviso a pulsare dentro di me, lanciai un ruggito, brandii l'attiz-
zatoio, e corsi giù per la collina, lasciando cadere la Kodak con un rumore di vetro
frantumato: a quanto ne so, la macchina fotografica si trova ancora là, abbandonata
nell'oscurità, se posso usare l'espressione.
Nell'avvicinarmi, scorsi intorno alla macchina del tempo dieci o dodici Morlock, i
quali si muovevano come falene, attratti e al tempo stesso respinti dalla luce delle
candele e della canfora. Erano scimmieschi come li rammentavo, benché più bassi e
meno corpulenti, con la lunga chioma bionda che cadeva sulla schiena, la pelle cerea,
le braccia sproporzionatamente lunghe, e gli occhi rosso-grigi, spettrali. Urlavano e
parlavano nel loro strano linguaggio farfugliante. Con un certo sollievo, mi accorsi
che non avevano ancora toccato la macchina, però sapevo che da un momento all'al-
tro quelle dita mostruose, eppure non meno abili di quelle umane, avrebbero afferrato
la gabbia scintillante d'ottone e di nichel.
In ogni modo, i Morlock non ebbero il tempo di profanare il mio apparecchio, poi-
ché li aggredii come un angelo vendicatore.
Quando cominciai a menar fendenti con l'attizzatoio e con il pugno, i Morlock ten-
tarono di fuggire, balbettando e strillando. Fui lesto ad afferrarne uno che mi passava
davanti di corsa, rinnovando il contatto con la pelle fredda, da verme, tipica della
specie a cui apparteneva. Mentre la sua chioma mi sfiorava il dorso della mano come
una ragnatela, l'animale mi azzannò le dita con i piccoli denti. Ma non cedetti: lo col-
pii con l'attizzatoio, sentendo cedere la carne morbida e umida, nonché le ossa.
Gli occhi rosso-grigi prima si spalancarono, quindi si chiusero.
Ebbi l'impressione di percepire con una piccola parte soltanto della mia coscienza
ciò che stava accadendo. Avevo completamente dimenticato la mia intenzione di rac-
cogliere prove che dimostrassero la realtà dei viaggi temporali, e persino di ritrovare
Weena. In quel momento sospettai di avere intrapreso la mia seconda esplorazione al
solo scopo di vendicarmi: per Weena, per la distruzione della Terra, per il trattamento
indegno che io stesso avevo subito. Lasciai cadere quel Morlock, che si afflosciò co-
me un fagotto, morto o forse soltanto moribondo, e aggredii gli altri, tirando colpi con
l'attizzatoio.
D'improvviso, una voce che era indiscutibilmente di un Morlock, anche se diversa
dalle altre nel timbro e nell'estensione, pronunciò una sola sillaba, in tono imperioso.
Con le maniche della giacca intrise di sangue fino al gomito, mi volsi, pronto a
combattere altri avversari.
Un Morlock mi fronteggiò senza fuggire. Benché fosse nudo come gli altri, sem-
brava si fosse spazzolato e pettinato la pelliccia, così da avere l'aspetto di un cane
strigliato che si ergesse su due zampe. Avanzai d'un lungo passo, impugnando salda-
mente l'attizzatoio con le mani.
Con calma, il Morlock alzò la mano destra, nella quale vidi scintillare un oggetto.
Abbagliato da un lampo verde, ebbi l'impressione che il suolo s'inclinasse, facendomi
cadere accanto alla macchina del tempo illuminata dalle fiammelle; quindi persi co-
noscenza.
7. LA GABBIA DI LUCE

Ripresi i sensi lentamente, come se uscissi da un sonno profondo e tranquillo. Gia-


cevo sulla schiena, con gli occhi chiusi. Stavo tanto comodo, che per un attimo pensai
di essere a letto, in casa mia, a Richmond, e che la luce rosea che intravedevo con le
palpebre chiuse fosse quella del sole mattutino che filtrava attraverso le tende.
Poi mi accorsi che la superficie su cui ero sdraiato, benché fosse cedevole e calda,
non era soffice come un materasso. Sotto non sentivo le lenzuola, né sopra di me le
coperte.
In un lampo, rammentai tutto: il secondo viaggio nel tempo, il sole che si oscurava,
l'incontro con i Morlock…
Sopraffatto dal terrore, contrassi i muscoli, pensando: I Morlock mi hanno cattura-
to! E aprii gli occhi di scatto.
Rimasi abbacinato da una luce molto intensa, emanata da un disco bianco che si
trovava in alto, esattamente sopra di me. Gridai, coprendomi gli occhi feriti con un
braccio, quindi mi rotolai su un fianco, premendo il viso contro il pavimento.
Nel sollevarmi carponi, mi resi conto che il pavimento era caldo e flessibile come
cuoio. Poco a poco, la miriade d'immagini del disco ardente che mi danzava dinanzi
agli occhi scomparve, così che riuscii a vedere l'ombra che gettavo. La superficie sul-
la quale mi trovavo era stranissima: trasparente come vetro, ma elastica, e dove la
mia ombra cadeva a nascondere la luce… potevo vedere perfettamente le stelle, attra-
verso la superficie medesima. Era come se fossi stato collocato in una sorta di plane-
tario rovesciato.
Nonostante la nausea che provavo, riuscii ad alzarmi. Costretto a ripararmi gli oc-
chi, mi pentii di aver perduto il cappello che avevo portato dal 1891! Indossavo anco-
ra i miei indumenti, sporchi di sabbia e di sangue, soprattutto sulle maniche. Con sor-
presa, m'accorsi che qualcuno mi aveva pulito le mani e le braccia dal sangue dei
Morlock. Non vidi l'attizzatoio, né lo zaino. Avevo ancora l'orologio, appeso con la
catenella al panciotto, ma i fiammiferi e le candele mi erano stati tolti di tasca. Provai
una fitta di nostalgia, del tutto incongrua in quella situazione di mistero e di pericolo,
scoprendo di essere stato privato anche della pipa e del tabacco.
Una preoccupazione improvvisa m'indusse a infilare le mani nelle tasche del pan-
ciotto: con un sospiro di sollievo, constatai di essere ancora in possesso delle leve
della macchina del tempo.
Mi guardai attorno. Il pavimento, come ho già spiegato, era liscio, piano, simile a
cuoio, e trasparente. Mi trovavo quasi al centro di una colonna di luce di meno di
trenta metri di diametro, che cadeva dal disco sovrastante. Nell'aria, il pulviscolo flut-
tuava sui raggi luminosi. Come dal fondo di un polveroso pozzo minerario, osservai,
battendo le palpebre, quello che sembrava davvero il sole di mezzogiorno. Non riu-
scivo a capire, però, come l'astro avesse potuto ritornare visibile, né come mai fosse
immobile. Potei ipotizzare soltanto di essere stato trasportato all'equatore mentre ero
tramortito.
Lottando per reprimere il panico, camminai lungo il perimetro della zona illumina-
ta. All'interno, ero solo: sul pavimento vidi soltanto due vassoi, su cui erano posati
alcuni contenitori, a circa tre metri dal punto in cui avevo ripreso conoscenza. All'e-
sterno, nell'oscurità, non riuscii a scorgere nulla, neppure ombreggiandomi gli occhi.
Non vidi le pareti dell'ambiente in cui mi trovavo. Battei le mani, facendo danzare il
pulviscolo sui raggi luminosi: il suono si spense senza echi. Le pareti erano lontanis-
sime, oppure erano rivestite di sostanza assorbente: comunque, non ero in grado di
calcolare quanto distassero.
Non vi era traccia della macchina del tempo.
Là, su quel pavimento di vetro morbido, sentendomi nudo e indifeso, senza pareti a
cui addossarmi, senz'angoli in cui ritirarmi per difendermi, fui assalito da una paura
strana e profonda.
Avvicinatomi ai vassoi, osservai i contenitori, sollevandone i coperchi: si trattava
di un secchio capiente ma vuoto, indubbiamente destinato a consentirmi di espletare
le mie esigenze fisiologiche; una ciotola che sembrava piena d'acqua limpida; e un
piatto che conteneva tavolette della grandezza di un pugno, di colore giallo, verde o
rosso. Palpai con riluttanza le tavolette, che erano evidentemente un cibo di cui non
potevo conoscere l'origine: fredde e lisce, ricordavano il formaggio. Erano trascorse
molte ore dal mio ultimo pasto, ossia la colazione preparatami dalla signora Watchet,
quindi avevo fame. Non riuscivo a immaginare alcun motivo per cui i Morlock, dopo
essersi dati tanto disturbo per me, avrebbero dovuto avvelenarmi, tuttavia non mi ri-
solsi ad accettare la loro ospitalità, e benché avessi la vescica gonfia, rifiutai di perde-
re la mia dignità servendomi del secchio.
Girai intorno ai vassoi, come un animale che fiutasse l'ambiente circostante, timo-
roso di una trappola. Esaminai di nuovo i vassoi per appurare se fosse possibile rica-
varne qualche arma, come per esempio una lama, però erano di un metallo argenteo
simile all'alluminio, tanto sottile e malleabile da poter essere piegato e compresso a
mani nude: non avrei potuto usarli per ferire i Morlock più di quanto avrei potuto ser-
virmi di un foglio di carta.
Allora mi resi conto che i Morlock avevano dimostrato una notevole gentilezza nei
miei confronti: mentre ero privo di conoscenza, avrebbero potuto facilmente ucci-
dermi, e invece avevano frenato la loro brutalità, anzi, avevano persino cercato di la-
varmi, per giunta dimostrando una sorprendente abilità.
Naturalmente, ciò suscitò subito i miei sospetti. A quale scopo mi avevano lasciato
in vita? Intendevano forse strapparmi, con qualsiasi turpe mezzo, il segreto della
macchina del tempo?
Volgendo deliberatamente le spalle al cibo, passai con il cuore palpitante dalla zo-
na illuminata all'oscurità. Nulla mi trattenne, se non l'apprensione e il desiderio di lu-
ce, tanto efficaci quanto le sbarre di una gabbia.
Finalmente m'incamminai nel buio in una direzione scelta a caso, con le braccia
lungo i fianchi, i pugni serrati, pronto a picchiare, contando i passi: otto… nove…
dieci… Sotto di me, attraverso il pavimento, potevo vedere più nitidamente, lontano
dalla luce, le stelle che punteggiavano una sorta di emisfero rovesciato. Di nuovo eb-
bi la sensazione di trovarmi sulla cupola di un planetario. Mi volsi a guardare la co-
lonna di luce polverosa che saliva all'infinito, con i vassoi e i contenitori sparsi alla
base, sul pavimento spoglio.
Tutto mi era assolutamente incomprensibile.
Non tardai a smettere di contare i passi, nel proseguire la camminata sul pavimento
cedevole. Alla luce della colonna luminosa e delle stelle, che scintillavano debolmen-
te sotto di me, vedevo a stento la sagoma delle mie gambe. Non udivo altro che il mio
respiro rauco e il rumore dei miei passi sulla superficie vitrea.
Dopo circa un centinaio di metri, deviai per girare intorno alla colonna di luce.
Non trovai altro che oscurità, e le stelle sottostanti. Mi domandai se nel buio avrei in-
contrato nuovamente lo strano Osservatore fluttuante che mi aveva accompagnato du-
rante il secondo viaggio nel tempo.
Continuando a camminare, fui colto dalla disperazione, desiderando poter tornare
nel mondo verdeggiante di Weena, o persino nel deserto buio in cui ero stato cattura-
to: ovunque vi fossero rocce, piante, animali, e un cielo riconoscibile. Che luogo era
mai quello in cui mi trovavo? Era forse una sala nelle profondità del sottosuolo? Qua-
li torture terribili stavano escogitando i Morlock per me? Ero forse condannato a tra-
scorrere il resto dell'esistenza in quella desolazione aliena?
Per qualche tempo fui sopraffatto da una terribile sensazione di solitudine e smar-
rimento. Non sapevo dove mi trovavo, non sapevo dove fosse la macchina del tempo,
temevo di non rivedere mai più la mia epoca e la mia casa. Ero come una bestia, sola
e sperduta in un mondo alieno. Nell'oscurità, gridai alternativamente minacce, richie-
ste di liberazione, implorazioni di pietà. Senza esito, picchiai i pugni sul pavimento,
elastico ma impenetrabile.
Piansi, corsi, maledii me stesso per la follia impareggiabile che avevo dimostrato
nel tornare a cacciarmi in trappola subito dopo essere sfuggito alle grinfie dei Mor-
lock.
Alla fine, spossato, piangendo come un bimbo frustrato, mi lasciai cadere sul pa-
vimento, nell'oscurità.

Dormii per qualche tempo. Al risveglio, nulla era cambiato nella mia situazione.
Mi alzai. Anche se mi sentivo affranto come mai in precedenza, avevo ormai sfogato
la collera e ripreso il controllo di me stesso. Finalmente potei dedicarmi alle semplici
necessità dell'organismo: in primo luogo, la fame e la sete.
Stanco, tornai alla colonna di luce. Poi, rassegnato, presi il secchio, giacché il gon-
fiore della vescica era ormai insopportabile. Spinto dal pudore, giacché ero certo di
essere osservato dai Morlock, lo portai nell'oscurità, a breve distanza dalla zona illu-
minata, e là lo lasciai quando ebbi finito.
Di nuovo esaminai il cibo morlock, che non mi parve certo più appetitoso di prima.
La prospettiva era tutt'altro che allettante, ma la fame non mi lasciava scelta. Comun-
que, per prima cosa presi la ciotola, che aveva le dimensioni di una di quelle da zup-
pa, e bevvi l'acqua. Era tutt'altro che gradevole, tiepida e senza sapore, come se fosse
stata privata di tutti i sali minerali, però era limpida e fresca. La trattenni in bocca per
alcuni istanti, con esitazione, prima di decidermi a inghiottirla.
Soltanto dopo qualche minuto, poiché non manifestavo alcun sintomo di avvele-
namento, bevvi ancora. Poi, con un angolo del fazzoletto bagnato, mi pulii il viso e le
mani.
Infine mi dedicai al cibo, prendendo una tavoletta verdastra. Quando ne staccai un
pezzetto con le dita, scoprii che era friabile come certi tipi di formaggio, e che era
verde anche all'interno. Diedi un morso. Il sapore ricordava quello dei broccoli o dei
cavolini di Bruxelles bolliti fin quasi allo spappolamento: i soci dei circoli londinesi
meno forniti lo avrebbero riconosciuto subito! Nondimeno, mangiai mezza tavoletta,
prima di assaggiare le altre, che nonostante la differenza di colore avevano la mede-
sima consistenza e un sapore niente affatto diverso.
Non occorsero molti bocconi di quel cibo alieno per saziarmi. Posai di nuovo sul
vassoio il piatto con i resti delle tavolette.
Seduto sul pavimento, osservai l'oscurità circostante, sentendomi molto grato ai
Morlock per avermi fornito almeno la colonna di luce. Immaginavo infatti che se fos-
si stato lasciato in una tenebra vuota e informe, illuminata soltanto dalle stelle sotto-
stanti, avrei rischiato d'impazzire. Eppure ero consapevole, al tempo stesso, che i
Morlock avevano considerato esclusivamente i loro scopi: la colonna di luce era un
mezzo efficace per osservarmi e per impedire che mi allontanassi. Ero del tutto indi-
feso, prigioniero di un semplice raggio luminoso.
Lottai contro la stanchezza che m'invadeva, riluttante a perdere di nuovo cono-
scenza, abbandonato nella più assoluta impotenza alla mercé dei miei catturatori.
D'altronde, non potevo illudermi di poter restare sveglio in eterno. Per avere almeno
la protezione dell'oscurità, uscii dalla colonna di luce, me ne allontanai un poco, mi
sfilai la giacca e l'arrotolai per farne un cuscino. Non avrei sofferto il freddo, giacché
l'aria era calda e anche il pavimento sembrava riscaldato.
Così, dignitosamente sdraiato sul manto di stelle, mi addormentai.

8. UN VISITATORE

Mi destai dopo un periodo di tempo che non ero in grado di misurare. Sollevando
la testa, mi guardai attorno. Ero solo nell'oscurità: tutto sembrava immutato. Tastando
il panciotto, mi assicurai di essere ancora in possesso delle leve della macchina del
tempo.
Quando mi mossi, sentii un dolore improvviso alle gambe e alla schiena. Mi solle-
vai faticosamente a sedere, quindi mi alzai in piedi, gravato dal peso di tutti i miei
anni, felice di non dover respingere l'assalto di un branco di Morlock. Eseguii goffa-
mente alcuni esercizi per sciogliere le giunture e i muscoli intorpiditi. Indossai la
giacca, dopo averla rassettata.
Finalmente ritornai nella colonna di luce.
Scoprii così che i vassoi, con la ciotola, il piatto e il secchio, erano stati sostituiti.
Dunque, proprio come avevo sospettato, i Morlock mi osservavano. Il piatto contene-
va tavolette poco invitanti di cibo anonimo simili a quelle che avevo già assaggiato.
Feci colazione con acqua e una tavoletta verde. La paura in me era scomparsa, sosti-
tuita da un tedio deprimente: è davvero notevole la rapidità con cui la mente umana si
adatta ai mutamenti più radicali. Ero dunque destinato a sopravvivere nella noia,
dormendo su un letto duro, bevendo acqua senza sapore, cibandomi di tavolette di
verdure bollite? È come tornare a scuola, pensai, cupamente.
- Pau.
Quest'unica sillaba, pronunciata sottovoce, suonò come una fucilata nel silenzio as-
soluto.
Balzai in piedi con un grido, impugnando le tavolette di cibo: sembrerà assurdo,
ma non disponevo di altre armi. Poiché l'origine del suono era alle mie spalle, mi gi-
rai di scatto, con un cigolio degli stivali sul pavimento.
Fiocamente illuminato, un Morlock stava a breve distanza dalla colonna di luce.
Non era scimmiescamente curvo e caracollante come gli esseri che avevo già incon-
trato, ma aveva il portamento eretto, e indossava un paio di grandi occhiali tondi dalle
lenti azzurre che facevano sembrare scuri i suoi grandi occhi. - Tik - disse, con voce
stranamente gorgogliante. - Pau.
Indietreggiai, calpestando rumorosamente un vassoio, quindi alzai i pugni: - Non
avvicinarti!
Il Morlock avanzò di un passo verso la colonna di luce che, con la sua intensità, lo
disturbò nonostante gli occhiali che portava. Al pari di quello che mi aveva stordito,
apparteneva presumibilmente a un ceppo evoluto di Morlock. Sembrava nudo, ma la
chioma e la pelliccia, bionde, tagliate e acconciate in foggia severa, gli cadevano sul-
le spalle e sul petto a formare una sorta di uniforme. Il viso, piccolo e senza mento,
ricordava quello di un bimbo sgraziato.
Vagamente, rammentai la dolce sensazione che avevo provato nel sentire i crani
dei Morlock che si spaccavano sotto i colpi del mio attizzatoio. Avrei potuto assalire
il visitatore e atterrarlo, ma a cosa mi sarebbe servito? Senza dubbio ve n'erano innu-
merevoli altri, nascosti nell'oscurità. Oltre a essere disarmato, privo persino dell'attiz-
zatoio, ricordavo bene che il compare di quel tizio mi aveva abbattuto senza sforzo
servendosi di un'arma strana.
Decisi dunque di prendere tempo.
E poi, anche se può sembrare strano, mi accorsi che la collera si stava stemperando
in un divertimento inspiegabile. Nonostante il pallore tipico della sua razza, il Mor-
lock aveva un aspetto buffo, simile a quello di un orango con la pelliccia tosata corta
e unta di biondo, che stesse eretto come un uomo e che indossasse un paio di occhiali
vistosi.
- Tik - ripeté. - Pau.
Avanzai d'un passo: - Che stai dicendo, bruto?
Trasalì, probabilmente più per effetto del mio tono che delle parole; poi indicò, l'u-
na dopo l'altra, le tavolette che tenevo in mano: - Tik… Pau…
Allora compresi: - Buon Dio! Stai cercando di parlarmi, vero? - Alzai alternativa-
mente le tavolette. - Tik… Pau… Uno… due… Parli Inglese? Uno… due…
Il Morlock reclinò la testa, come fanno talvolta i cani, quindi, non meno chiara-
mente di me, disse: - Uno… due…
- Esatto! E si continua: tre… quattro…
Badando a tenersi fuori della mia portata, il Morlock entrò nella colonna di luce,
poi indicò la ciotola dell'acqua: - Agua.
- Agua? - Tale parola mi parve latina, benché non fossi mai stato un grande cono-
scitore dei classici. - Acqua.
Di nuovo il Morlock ascoltò in silenzio, con la testa reclinata.
Continuammo così. Il Morlock indicò diversi oggetti, come gli indumenti, oppure
diverse parti del corpo, come la testa o le braccia, pronunciando i nomi nella sua lin-
gua, talvolta incomprensibili, talaltra simili al tedesco, o forse all'inglese antico. A
mia volta, pronunciai i nomi moderni nella mia lingua. Un paio di volte tentai di av-
viare una vera e propria conversazione, giacché non credevo che una semplice lista di
nomi potesse portarci lontano, ma lui aspettò finché io tacqui, poi riprese paziente-
mente a elencare sostantivi. Lo stesso fece quando tentai di parlargli ricorrendo a ciò
che ricordavo della lingua semplice e melodica di Weena, strutturata in frasi di due
parole.
Dopo alcune ore, il Morlock se ne andò senza tante cerimonie, semplicemente al-
lontanandosi nell'oscurità. Non lo seguii. Non ancora! pensai. Mangiai e dormii. Al
mio risveglio, il Morlock tornò, e così riprendemmo le nostre lezioni.
Passeggiando all'interno della colonna di luce, indicando e nominando gli oggetti,
il Morlock si muoveva in maniera abbastanza aggraziata, e il suo corpo sembrava e-
spressivo. Tuttavia mi resi conto di quanto, nelle normali attività quotidiane, ogni
persona si affida all'interpretazione dei movimenti e dei gesti altrui. Ebbene, io non
ero affatto in grado di capire il Morlock in quel modo: mi era impossibile comprende-
re che cosa pensasse e che cosa provasse, se avesse paura di me oppure se si annoias-
se. Di conseguenza, mi sentivo notevolmente svantaggiato.
Al termine del nostro secondo incontro, il Morlock indietreggiò, dicendo: - Do-
vrebbe bastare. Mi capisci?
Lo fissai, sbalordito dalla facilità con cui aveva appreso la mia lingua. La sua pro-
nuncia era confusa, giacché la morbida voce morlock non sembrava adatta all'asprez-
za delle consonanti e delle pause dell'Inglese, però le sue parole erano del tutto com-
prensibili.
Poiché non rispondevo, il Morlock ripeté: - Mi capisci?
- Io… Sì. Voglio dire: sì, ti capisco. Ma come… Come hai potuto imparare la mia
lingua conoscendo così poche parole? - Ritenevo infatti che ci fossimo occupati di
non più di cinquecento parole, soprattutto sostantivi e verbi semplici.
- Ho accesso agli archivi di tutte le lingue antiche dell'umanità, quali sono state ri-
costruite, dal Nostrate a quelle indoeuropee. Alcune parole fondamentali sono suffi-
cienti per recuperare le varianti e i derivati. Dimmi se pronuncio parole o frasi che
non capisci.
Avanzai prudentemente di un passo: - Lingue antiche? E come sai che io sono an-
tico?
Il Morlock abbassò le palpebre pesanti sugli occhi protetti dagli occhiali: - Il tuo
organismo è arcaico, al pari del contenuto del tuo stomaco, come abbiamo scoperto
dalle analisi. - Rabbrividì, evidentemente ricordando i resti della colazione preparata
dalla signora Watchet.
Ho a che fare con un Morlock schizzinoso! pensai, sbalordito.
- Tu provieni dal passato - rispose il Morlock. - Non riusciamo ancora a capire co-
me tu sia arrivato qui, ma senza dubbio lo scopriremo.
- E nel frattempo - ribattei, con un certo vigore, - mi trattenete in questa… in que-
sta Gabbia di Luce, come se fossi una bestia, anziché un essere umano! Mi fate dor-
mire sul pavimento, e per i miei bisogni mi date soltanto un secchio!
Impassibile, il Morlock mi osservò in silenzio.
Ero incapace di reprimere oltre la frustrazione e l'imbarazzo che provavo da quan-
do mi trovavo in quel luogo, e giacché avevo finalmente la possibilità di esprimere i
miei sentimenti, decisi di accantonare lo scambio di complimenti: - Adesso che siamo
in grado di comunicare, dimmi dove mi trovo, e dove avete nascosto la mia macchi-
na. Capisci, oppure devo tradurrei - Mi avvicinai a lui con le braccia protese per af-
ferrargli la pelliccia del petto.
Quando arrivai a due passi di distanza, il Morlock alzò una mano: non vidi neppure
l'apparecchio di cui sicuramente era sempre stato provvisto in mia presenza. Ram-
mento soltanto lo strano lampo verde che mi fece crollare sul pavimento, privo di co-
noscenza.

9. RIVELAZIONI E RIMOSTRANZE

Allorché ripresi conoscenza, nuovamente disteso ad arti divaricati sul pavimento,


fissai quella luce maledetta.
Dopo essermi alzato a sedere, mi massaggiai gli occhi abbacinati. Il mio amico
Morlock non se n'era andato: era fermo appena fuori della colonna di luce. Doloro-
samente, mi rimisi in piedi, consapevole che i Nuovi Morlock mi avrebbero dato pa-
recchio filo da torcere.
Con uno scintillio degli occhiali azzurri, il Morlock rientrò nella zona illuminata.
Come se nulla avesse interrotto la nostra conversazione, dichiarò, completando la fra-
se con una parola nella solita informe pronuncia morlock: - Il mio nome è Nebogi-
pfel.
- Nebogipfel… Benissimo. - Mi resi conto che quello era il primo Morlock di cui
apprendevo il nome: il primo che si distinguesse dalla massa che avevo incontrato e
combattuto, il primo ad assumere le caratteristiche di un individuo. A mia volta, mi
presentai.
In brevissimo tempo, il Morlock riuscì a ripetere il mio nome con chiarezza e pre-
cisione.
Seduto a gambe incrociate accanto ai vassoi, mi massaggiai i lividi che mi ero pro-
curato a un braccio con l'ultima caduta: - Be', Nebogipfel… A quanto pare sei stato
assegnato a farmi da custode, qui in questo zoo…
- Zoo… - ripeté Nebogipfel, pronunciando con difficoltà la parola. - No, non sono
stato assegnato: mi sono offerto volontariamente di lavorare con te.
- Lavorare con me?
- Io… noi… Vogliamo capire come sei arrivato qui.
- Davvero? Per Giove! - Mi alzai e cominciai a camminare lungo il perimetro della
Gabbia di Luce. - E se ti dicessi che sono arrivato qui con una macchina che consente
di viaggiare nel tempo? - Alzai le mani. - E se aggiungessi che l'ho costruita io, con
queste mani? Che cosa risponderesti, eh?
Per un po', Nebogipfel parve meditare sulla mia risposta: - La tua epoca, a giudica-
re dal tuo modo di parlare e dal tuo organismo, è molto lontana dalla nostra. Sei pa-
drone di una tecnica molto sofisticata, come dimostra la tua macchina, che sia o meno
in grado di viaggiare nel tempo, come affermi. E i tuoi abiti, la conformazione delle
tue mani, la tua dentatura… Tutto ciò indica un alto grado di civiltà.
- Sono lusingato di sentirtelo dire - ribattei con veemenza. - Ma se mi giudicate ci-
vile, se mi considerate un uomo e non una scimmia, perché mi tenete ingabbiato così?
- Perché hai già tentato di aggredirmi, manifestando tutte le intenzioni di nuocermi
- rispose Nebogipfel, in tono pacato. - E sulla Terra, hai ferito gravemente…
Nuovamente infuriato, mi avvicinai al Morlock: - Le vostre scimmie stavano dan-
neggiando la mia macchina! - gridai. - Che cosa vi aspettavate? Mi sono soltanto di-
feso! Io…
- Erano soltanto bambini.
Le parole di Nebogipfel gelarono la mia collera. Cercai di aggrapparmi a ciò che
ne restava per giustificarmi, ma mi sfuggì la presa: - Cos'hai detto?
- Bambini. Erano bambini. Da quando la Sfera è stata completata, la Terra è diven-
tata un… giardino d'infanzia, un luogo riservato ai bambini. Erano semplicemente in-
curiositi dalla tua macchina. Non ti avrebbero nuociuto in alcun modo, né avrebbero
danneggiato la macchina. Eppure tu li hai aggrediti con estrema violenza.
Indietreggiai, rammentando che in effetti i Morlock radunati intorno alla macchina
del tempo mi erano parsi insolitamente piccoli rispetto a quelli incontrati in prece-
denza. E in verità non avevano tentato in alcun modo di nuocermi, tranne il disgrazia-
to che mi aveva morsicato una mano allorché lo avevo afferrato, prima di spaccargli
la testa.
- Quello che ho colpito… è sopravvissuto?
- Le ferite fisiche sono guaribili, ma…
- Sì?
- Le ferite interiori, psicologiche, non guariranno mai.
Chinai la testa. Era mai possibile? L'odio nei confronti dei Morlock mi aveva ac-
cecato a tal punto? Non avevo dunque saputo riconoscere che le creature radunate at-
torno alla macchina del tempo non erano i predatori crudeli del mondo di Weena,
bensì fanciulli inermi?
- Immagino che tu non capisca di che cosa sto parlando, ma… mi sembra di essere
intrappolato in un'altra lanterna magica a dissolvenza…
- Stai esprimendo vergogna - rispose Nebogipfel.
Vergogna… Non avrei mai immaginato di dover udire, e accettare, un rimprovero
simile da parte di un Morlock. Lo guardai, in atteggiamento di sfida: - Sì. Benissimo!
Questo ai tuoi occhi mi rende più o meno simile a una bestia?
Il Morlock tacque.
Pur costretta ad affrontare l'orrore di ciò che avevo fatto, una parte della mia mente
ricordò una frase di Nebogipfel: Da quando la Sfera è stata completata, la Terra è
diventata un giardino d'infanzia… - Che cos'è la Sfera?
- Hai molto da imparare sul nostro conto.
- Parlami della Sfera!
- Si tratta di una Sfera intorno al sole.
Quelle poche semplici parole mi sbalordirono: È sconvolgente! pensai. Eppure…
Ma certo! La trasformazione alla quale ho assistito durante il viaggio nel tempo, l'o-
scuramento del sole… - Capisco. Ho assistito alla costruzione della Sfera.
Riflettendo su tale notizia inaspettata, Nebogipfel parve sgranare gli occhi in ma-
niera molto umana.
Intanto, altri aspetti della mia situazione si chiarirono: - Poco fa hai detto che sulla
Terra ho ferito gravemente qualcuno, o qualcosa del genere… - Ripensandoci, mi
sembrò strano che il Morlock avesse pronunciato una frase simile… se ci fossimo
trovati sulla Terra. Alzai la testa, lasciandomi inondare il viso dalla luce. - Nebogi-
pfel… che cosa si vede, sotto di noi, attraverso il pavimento trasparente?
- Stelle.
- Non rappresentazioni… una sorta di planetario?
- Stelle.
Annuii: - E questa luce che scende dall'alto?
- È quella del sole.
In qualche modo lo avevo già capito, perché la luce cadeva dalla medesima posi-
zione ventiquattr'ore al giorno, e io camminavo su un pavimento sopra le stelle…
Fui assalito da un senso di vertigine, come se il mondo intero ondeggiasse sotto di
me, e intanto ebbi l'impressione di udire una sorta di fragore lontano. Nel corso della
mia avventura non avevo attraversato soltanto le distese del tempo: dopo avermi cat-
turato, quelle sorprendenti creature mi avevano trasportato attraverso lo spazio inter-
planetario. Non mi trovavo più sulla Terra, bensì all'interno della Sfera solare dei
Morlock.

10. DIALOGO CON UN MORLOCK

- Dunque hai detto di essere arrivato qui con una macchina del tempo…
- È la definizione esatta - risposi, passeggiando avanti e indietro nella piccola zona
illuminata, inquieto come un animale in gabbia. - Si tratta di una macchina che può
viaggiare nel tempo in qualunque direzione e a qualsiasi velocità relativa, a seconda
delle scelte del conducente.
- Sostieni dunque di essere giunto fin qui dal remoto passato con la macchina che è
stata trovata insieme a te sulla Terra…
- Precisamente - ribattei, in tono tagliente.
Il Morlock impegnato nell'interrogatorio sembrava in grado di rimanere in piedi,
quasi immobile, per lunghe ore. Io, invece, avevo un temperamento da uomo moder-
no, che non si accordava per nulla con il suo.
- Dannazione! - ripresi. - Tu stesso hai detto che il mio organismo è arcaico. Se
non viaggiando nel tempo, come potresti spiegare altrimenti la mia presenza qui, nel-
l'anno 657.208?
Il Morlock batté lentamente le palpebre pesanti, dalle ciglia lunghe: - Ci sono mol-
te altre possibilità, in gran parte più plausibili del viaggio temporale.
- Per esempio? - lo esortai in tono di sfida.
- L'ingegneria genetica.
- Genetica? - Quando Nebogipfel si fu spiegato meglio, compresi di che cosa stesse
parlando. - Insomma, ti riferisci al meccanismo secondo cui opera l'ereditarietà, me-
diante il quale le caratteristiche vengono trasmesse da una generazione all'altra?
- Non è impossibile generare simulacri di forme arcaiche inducendo una serie di
mutazioni.
- Credi dunque che io non sia altro che un simulacro, ricostruito come lo scheletro
fossile di qualche megaterio in un museo? È così?
- Esistono precedenti, anche se non riguardano esseri umani della tua epoca, per-
ciò… Sì, è possibile.
Mi sembrava un insulto. - E a quale scopo sarei stato… messo insieme in tal mo-
do? - Ripresi a passeggiare all'interno della Gabbia. L'aspetto più sconcertante di quel
luogo tetro era l'assenza di pareti, che suscitava la sensazione primeva di essere con le
spalle scoperte, indifeso. Avrei preferito essere gettato in una cella di prigione della
mia epoca: primitiva e squallida, senza dubbio, ma chiusa. - Non intendo abboccare
in questo modo. È assurdo. Ho progettato e costruito una macchina del tempo, e l'ho
usata per viaggiare fin qui, perciò, una buona volta, facciamola finita.
- La tua spiegazione si può considerare un'ipotesi da verificare - rispose Nebogi-
pfel. - Ora, ti invito a spiegarmi i principi di funzionamento della macchina.
Continuai a rimuginare passeggiando avanti e indietro. Non appena mi ero reso
conto dell'intelligenza di Nebogipfel, a differenza dei Morlock che avevo incontrato
in precedenza, avevo previsto un interrogatorio del genere: dopotutto, se un viaggia-
tore nel tempo proveniente dall'antico Egitto fosse apparso nella Londra del dician-
novesimo secolo, avrei fatto di tutto per far parte del comitato di esperti che lo avreb-
be esaminato. Mi domandavo però se dovessi condividere con i Nuovi Morlock l'uni-
co vantaggio di cui disponevo in quel mondo, ossia il segreto della macchina del
tempo.
Tuttavia non tardai a rendermi conto che avevo ben poca scelta. Non dubitavo af-
fatto che i Morlock avrebbero potuto estorcermi le informazioni con la forza, se aves-
sero voluto. Inoltre, la costruzione della mia macchina era intrinsecamente più sem-
plice di quella, per esempio, di un orologio sofisticato. Una civiltà capace di costruire
un guscio intorno al sole avrebbe incontrato ben poche difficoltà nel duplicare il pro-
dotto dei miei poveri torni e delle mie misere presse. E se avessi accontentato Nebo-
gipfel, forse avrei trovato il tempo di escogitare qualcosa per trarmi d'impaccio. Do-
potutto, non sapevo neppure dove si trovasse la macchina, men che meno come recu-
perarla per poter tornare a casa.
Inoltre, lo confesso, ero ancora turbato dagli atti di violenza che avevo commesso
sulla Terra. Non desideravo affatto che Nebogipfel mi giudicasse brutale, al pari del-
l'umanità della mia epoca. Ecco perché, come un bimbo ansioso di fare buona im-
pressione, volevo dimostrare la mia intelligenza e il mio bagaglio di conoscenze
scientifiche e tecniche, ben superiori a quelle degli individui scimmieschi dai quali
discendeva la mia specie.
Per la prima volta, però, mi azzardai a porre qualche richiesta: - Benissimo. Ma
prima…
- Sì?
- Ascolta… Non ti sembra di riservare ai prigionieri un trattamento un po' troppo
spartano? Non sono più giovane: non ce la faccio a stare in piedi per quasi tutto il
giorno. Potrei avere una sedia, se non è una richiesta troppo irragionevole? E potrei
avere anche qualche coperta per dormire, se proprio debbo rimanere qui?
Come se sfogliasse un dizionario invisibile, Nebogipfel esitò un attimo prima di ri-
spondere: - Sedia…
Allora chiesi anche acqua fresca, un equivalente del sapone e, pur aspettandomi un
rifiuto, persino una lama con cui radermi.
Per qualche tempo Nebogipfel si assentò. Al suo ritorno, mi portò alcune coperte e
una sedia. Quando mi destai dal successivo periodo di sonno, trovai, oltre alle solite
provviste, una seconda ciotola d'acqua.
Le coperte erano di un materiale morbido, e di fattura così raffinata che non riuscii
a scorgere alcuna traccia di tessitura. La sedia, semplicissima, avrebbe potuto essere
di legno leggero, a giudicare dal peso, però era perfettamente liscia, verniciata con
una lacca rossa che con le unghie non riuscivo neppure a scalfire, e priva di giunture,
modanature, chiodi, o viti: insomma, sembrava essere stata fabbricata in un unico
pezzo mediante qualche procedimento ignoto. Non vidi traccia di sapone, ma l'acqua
per lavarmi, a giudicare dalla sensazione di levigatezza che procurava, sembrava con-
tenere qualche detergente, sebbene non producesse schiuma. Inoltre, era miracolosa-
mente riscaldata, e scoprii che tale rimaneva indefinitamente.
Naturalmente non ricevetti alcuna lama, ma la cosa non mi stupì.
Rimasto nuovamente solo, mi spogliai e mi lavai poco alla volta, sbarazzandomi
del sudore di alcuni giorni, nonché delle restanti tracce di sangue morlock. Approfit-
tai dell'occasione per lavare anche gli indumenti intimi e la camicia.
Così, la mia vita nella Gabbia di Luce divenne un poco più civile. Si può avere u-
n'idea dell'ambiente in cui vivevo immaginando l'arredamento di una camera d'alber-
go a buon mercato gettato in mezzo alla pista di un'immensa sala da ballo. Radunan-
do la sedia, i vassoi e le coperte, formai una sorta di nido tranquillo in cui non mi sen-
tii più del tutto indifeso. Con la giacca arrotolata come cuscino, e la testa e le spalle
sotto la sedia, dormivo protetto dalla mia piccola fortezza. Riuscivo quasi sempre a
ignorare le stelle che si vedevano attraverso il pavimento, ripetendomi che si trattava
soltanto di una sofisticata illusione, però talvolta l'immaginazione mi tradiva, e allora
mi sentivo come sospeso su un baratro infinito, sostenuto soltanto da quel pavimento
irreale.
Naturalmente tutto ciò era illogico, ma sono un essere umano, e debbo assecondare
le necessità e le paure istintive della mia natura.
Intanto, Nebogipfel mi osservò, non avrei saputo dire se con curiosità o con per-
plessità, o forse con il distacco con cui avrei osservato il comportamento di un uccel-
lo intento a costruirsi il nido.
Così trascorsero i quattro o cinque giorni successivi, durante i quali mi sforzavo di
spiegare a Nebogipfel il funzionamento della macchina del tempo, e cercavo intanto
di estorcergli subdolamente qualche dettaglio sulla direzione che la storia aveva preso
in quel mondo.

Innanzitutto, spiegai le ricerche di fisica ottica che mi avevano fatto intravedere la


possibilità del viaggio nel tempo: - È ormai noto, o almeno, lo era nella mia epoca,
che la propagazione della luce ha proprietà anomale. La velocità della luce nel vuoto
è estremamente elevata, nell'ordine di centinaia di migliaia di miglia al secondo, però
si tratta di un numero finito. E ciò che più importa, come hanno dimostrato inequivo-
cabilmente Michelson e Morley pochi anni prima della mia partenza, si tratta di una
velocità isotropica…
M'impegnai nella spiegazione di tale concetto. In sostanza, la luce, nel viaggiare
attraverso lo spazio, non si comporta come un oggetto materiale, cioè per esempio un
treno.
Poniamo un raggio di luce, che proveniente da una stella lontana, incontra la Terra
in un momento in cui essa si trova a raggiungerlo: per esempio, in gennaio. Poiché la
velocità del pianeta in orbita è di circa settantamila miglia all'ora, se si dovesse misu-
rare dal punto di vista terrestre la velocità del raggio luminoso proveniente dalla stel-
la, ci s'immaginerebbe di dovervi sottrarre settantamila miglia e rotti l'ora.
Diversamente, in luglio, quando la Terra si trova nel punto opposto dell'orbita e va
incontro al raggio luminoso, ci si aspetterebbe di dovervi sommare la velocità del
pianeta.
Ebbene, sarebbe senza dubbio vero se l'oggetto in movimento fosse un treno a va-
pore. Michelson e Morley, invece, hanno dimostrato che per la luce delle stelle non
vale questo principio. La velocità della luce misurata dal nostro pianeta, sia che que-
st'ultimo la raggiunga sia che la incontri, è esattamente la stessa!
Queste osservazioni concordavano con il fenomeno che avevo osservato alcuni an-
ni prima a proposito della plattnerite, anche se non avevo pubblicato i risultati dei
miei esperimenti. E sulla base di questi ultimi avevo formulato un'ipotesi.
- Non si deve fare altro che affidarsi a un'immaginazione sbrigliata, in particolare
riguardo alle dimensioni, per capire quale possa essere la spiegazione. Come si misu-
ra la velocità, in definitiva? Soltanto con apparecchi che registrano intervalli in di-
mensioni diverse: una distanza percorsa nello spazio per mezzo di un semplicissimo
metro, e un intervallo di tempo mediante un orologio. Dunque, se accettiamo la prova
sperimentale di Michelson e Morley„ dobbiamo considerare la velocità della luce
come la quantità fissa, e le dimensioni come variabili. L'universo si organizza in ma-
niera tale da rendere costanti le nostre misurazioni della velocità della luce. Sono ar-
rivato alla conclusione che tutto ciò può essere espresso geometricamente come una
torsione delle dimensioni. - Sollevai la mano, formando un angolo retto con il pollice
e con due dita. - Se ci troviamo in una struttura a quattro dimensioni… Be', immagina
di ruotarla così - e ruotai il polso - in modo che la lunghezza venga a trovarsi al posto
dell'ampiezza, e quest'ultima al posto dell'altezza. Soprattutto, la durata viene a tro-
varsi al posto di una dimensione spaziale. Capisci? Non è necessario che la trasposi-
zione sia completa, naturalmente: basta che sia parziale per spiegare l'adeguamento di
Michelson e Morley. Non ho comunicato a nessuno queste mie riflessioni, perché non
godevo di gran fama come teorico. E poi ero riluttante a pubblicare uno studio senza
aver prima effettuato una verifica sperimentale. Altri, però, stavano ragionando allo
stesso modo: sapevo di Fitzgerald, a Dublino, e di Lorentz, a Leida, e di Henri Poin-
caré, in Francia. Non passerà molto tempo, nella mia epoca, perché si arrivi a una teo-
ria più completa della relatività delle dimensioni di riferimento. Comunque, sono
questi, in sostanza, i principi su cui si basa la mia macchina del tempo - conclusi. -
Essa torce intorno a sé lo spazio e il tempo, trasformando quest'ultimo in una dimen-
sione spaziale, in modo tale che ci si può recare nel passato o nel futuro con la stessa
facilità con cui si pedala in bicicletta!
Finalmente, mi appoggiai allo schienale della sedia. Considerate le condizioni piut-
tosto precarie in cui avevo dovuto procedere alla mia esposizione, pensai di essermela
cavata proprio bene.
Invece, Nebogipfel non si dimostrò dello stesso parere. Per un poco rimase in piedi
immobile, in silenzio, fissandomi attraverso gli occhiali azzurri. Infine replicò: - Sì,
ma… come, esattamente?

11. FUORI DELLA GABBIA

Trovai molto irritante la reazione del Morlock.


Mi alzai dalla sedia e cominciai a passeggiare intorno alla Gabbia. Mi avvicinai a
Nebogipfel, resistendo però all'impulso di mettermi a gesticolare minacciosamente
come una scimmia. Mi rifiutai categoricamente di rispondere ad altre domande prima
di essere stato condotto a visitare almeno in parte il mondo della Sfera.
- Ascolta… - esordii. - Non credi di essere ingiusto? Dopotutto, ho viaggiato per
seicentomila anni allo scopo di visitare il vostro mondo. Finora, però, ho visto soltan-
to la collina di Richmond, avvolta nell'oscurità, e questo luogo… - indicai con un ge-
sto il buio circostante - e ho dovuto subire il tuo interminabile interrogatorio! Consi-
dera la situazione da questo punto di vista, Nebogipfel… So che vuoi un resoconto
completo del mio viaggio nel tempo, nonché dello svolgimento della storia a cui ho
assistito fino al vostro presente. Ma come posso cominciare il racconto se non ne
comprendo la conclusione? Non parliamo, poi, dell'altra dimensione di storia che ho
conosciuto… - E m'interruppi, nella speranza di averlo convinto.
Nebogipfel si portò una mano al volto, e con le pallide dita sottili si risistemò gli
occhiali, come avrebbe fatto un gentiluomo con il pince-nez: - Mi consulterò, a que-
sto proposito - rispose infine. - Ne riparleremo. - E se ne andò.
Lo seguii con lo sguardo mentre si allontanava, camminando silenziosamente a
piedi nudi sul cedevole pavimento stellato.
Dopo il mio successivo periodo di sonno, Nebogipfel tornò e mi chiamò con un
gesto goffo, innaturale, come se lo avesse imparato soltanto di recente: - Vieni con
me.
Con un moto di entusiasmo, frammisto a un certo timore, raccolsi prontamente la
giacca dal pavimento.

Nell'oscurità che mi circondava da tanti giorni, camminai accanto a Nebogipfel,


lanciando un'occhiata alla colonna di luce che si allontanava alle mie spalle, con i
vassoi e i contenitori in disordine, il mucchio di coperte, e la sedia, che forse era l'u-
nica esistente in quel mondo! Non dico che osservai con nostalgia quel piccolo spazio
che era stato per me una dimora inospitale, giacché nel periodo che vi avevo trascorso
ero stato infelice e spaventato, tuttavia mi chiesi se lo avrei mai rivisto.
Sotto di noi, le stelle eterne erano appese come un milione di lanterne cinesi che
galleggiassero sulla corrente di un fiume invisibile.
Nebogipfel mi porse un paio di occhiali scuri simili a quelli che lui stesso portava.
Li presi, ma osservai prontamente: - A che cosa servono? A differenza di voi, non
sono accecato…
- Non servono per la luce, ma per l'oscurità. Mettili.
Gli occhiali erano di forma circolare, fatti di un materiale elastico, con le lenti az-
zurre, e si adattarono perfettamente al mio viso.
Mi voltai. Nonostante il colore delle lenti, non vedevo azzurrato: come sempre, la
colonna di luce era kiminosa e l'immagine di Nebogipfel era nitida. - Non mi sembra
che funzionino - commentai.
Per tutta risposta, Nebogipfel abbassò la testa.
Imitandolo, incespicai. Sotto di me, infatti, attraverso il pavimento trasparente, vidi
brillare le stelle, non più offuscate dal pavimento stesso e dall'oscurità. Mi sembrò di
essere sospeso sulle alture del Galles o della Scozia in una notte stellata, e, come si
può ben immaginare, fui assalito da una vertigine intensa e improvvisa.
Notai che Nebogipfel lasciava trapelare una sfumatura d'impazienza: sembrava an-
sioso di continuare. In silenzio, ci rimettemmo in cammino.
Dopo pochi passi, però, Nebogipfel rallentò. Allora grazie agli occhiali vidi che ci
trovavamo a breve distanza da una parete. Mi protesi a toccarne la superficie nera
come la fuliggine, cedevole e calda come il pavimento. Non riuscendo a capire come
avessimo potuto giungere in così breve tempo alla parete della sala, mi domandai se il
nostro cammino non fosse stato accelerato da una sorta di superficie mobile. Comun-
que, Nebogipfel non mi fornì alcuna informazione.
- Prima di uscire - dissi, - spiegami che posto è questo.
Il Morlock girò verso di me la testa dalla chioma bionda: - Una sala vuota.
- Quanto è grande?
- Circa duemila miglia.
Sforzandomi di restare impassibile, pensai: Duemila miglia? Sono dunque rimasto
da solo in una prigione abbastanza vasta da contenere un oceano? Quindi replicai, in
tono pacato: - Avete molto posto, qui…
- La Sfera è grande. Forse ti sarà difficile capire quanto, se sei abituato alle distan-
ze planetarie. La Sfera riempie l'orbita del pianeta a voi noto come Venere. Ha una
superficie corrispondente a quella di quasi trecento milioni di pianeti come la Terra…
- Trecento milioni?!
Al mio sbalordimento, Nebogipfel rispose soltanto con uno sguardo vacuo, e con
una sfumatura d'impazienza più accentuata. Pur comprendendo il suo stato d'animo,
ne fui irritato, e un poco imbarazzato: per lui ero come un abitante del Congo che,
giunto a Londra, ponesse domande sullo scopo e sull'origine degli oggetti più sempli-
ci, come le forchette o i calzoni.
Per me, la Sfera intorno al sole era una costruzione tanto sbalorditiva, quanto sa-
rebbero sembrate le piramidi agli occhi di un uomo di Neandertal. Per il Morlock, in-
vece, essa era parte della storia del mondo, quindi non era più sorprendente di una
landa selvaggia trasformata da mille anni di coltivazione agricola.
Dinanzi a noi si aprì una porta, non nel modo in cui ero abituato, bensì ritagliata
nella parete stessa, come il diaframma di una macchina fotografica.
Varcata la soglia, rimasi a bocca aperta e vacillai, rischiando di cadere ali'indietro,
mentre Nebogipfel mi osservava con la sua solita calma analitica.
In una sala vasta quanto un intero pianeta e tappezzata di stelle, almeno un milione
di Morlock si girarono a guardarmi.

12. I MORLOCK DELLA SFERA

Il luogo in cui mi trovavo può essere descritto come un'unica sala immensa, dove i
soli colori erano il nero e l'argento, con un tappeto di stelle e un soffitto dalla elabora-
ta architettura; eppure nulla dava l'impressione di uno spazio chiuso, perché tutto pa-
reva estendersi all'infinito, non c'erano pareti né alcunché che potesse avere somi-
glianza con i nostri uffici e le nostre case, ma solo un numero sterminato di divisori
alti poco più di un metro.
I volti pallidi dei Morlock sembravano una miriade di fiocchi di neve grigia sul
tappeto stellato. Il rumore continuo delle loro voci limpide e morbide, profondamente
dissimile sia dall'espressione umana che dall'intonazione neutra che Nebogipfel aveva
imparato a usare in mia compagnia, m'investì come un fragore oceanico.
Dove il soffitto incontrava il pavimento, si scorgeva l'orizzonte, lievemente offu-
scato dal pulviscolo e dalla bruma. Era del tutto rettilineo, senza quella curvatura che
si scorge talvolta fissando lo sguardo sull'oceano. Ma è difficile dare una descrizione,
perché determinate realtà sfuggono all'intuizione finché non se ne ha un'esperienza
diretta; tuttavia in quel momento mi resi conto di non essere sulla superficie di un
pianeta, perché sapevo che non esisteva nessun orizzonte capace di nascondere altre
legioni di Morlock come navi che scomparissero alla vista sul mare, e che la Terra,
con la sua solidità e con la sua compattezza, era lontanissima. Ebbi un tuffo al cuore,
in preda allo sgomento.
Avvicinandosi, Nebogipfel si tolse gli occhiali con un'aria che mi parve sollievo, e
disse gentilmente: - Vieni… Hai paura? È quello che volevi vedere. Passeggeremo, e
continueremo a conversare.
Soltanto con un certo sforzo riuscii a vincere la mia esitazione, muovendo un passo
per allontanarmi dalla parete della cella immensa, e mi accinsi a seguirlo.
La mia presenza suscitò una certa agitazione. I Morlock si affollarono tutt'intorno
per osservarmi con i loro visini dagli occhi grandi, privi di mento. Spinto dalla ripu-
gnanza suscitata dalla loro pelle fredda, mi scostai da loro. Alcuni protesero verso di
me le lunghe braccia villose. Emanavano un odore dolciastro e stantio che mi era fin
troppo familiare. Molti camminavano eretti, mentre altri preferivano caracollare come
oranghi, con le nocche che sfioravano il pavimento. Molti avevano la chioma e la pel-
liccia acconciate in fogge diverse, semplici e severe, come Nebogipfel, oppure più
strane ed eleganti. Pochi avevano la pelliccia incolta come i Morlock incontrati nel
mondo di Weena, tanto che sul momento sospettai che si trattasse d'individui ancora
allo stato selvaggio, benché abitassero in quella sorta di città. Tuttavia non si compor-
tarono diversamente dagli altri, quindi ipotizzai che seguissero una moda, come face-
vano nella mia epoca coloro che tenevano la barba incolta.
A un tratto, mentre sfilavo tra i Morlock mi resi conto di aver accelerato il passo, e
rischiai d'inciampare. Abbassando lo sguardo, constatai che il tratto di pavimento tra-
sparente su cui camminavo non appariva affatto diverso dal resto, però ebbi la certez-
za che si trattasse di un qualche tipo di superficie mobile.
La folla di Morlock dal volto esangue, l'assenza di colori, l'orizzonte piatto, la ve-
locità innaturale con cui mi muovevo in quel luogo bizzarro, e soprattutto l'illusione
di essere sospeso al di sopra di un pozzo infinito di stelle, contribuivano a creare una
parvenza di sogno, che però veniva puntualmente smentita dal puzzo nauseabondo di
un Morlock particolarmente curioso che avvicinandosi mi riportava alla realtà.
Non era un sogno: sapevo di essere isolato e sperduto in quel mare di Morlock, e
mi trovai ancora una volta costretto a lottare per mantenere l'equilibrio, per non ince-
spicare, per non cominciare a tirare pugni sui volti curiosi che mi si accalcavano in-
torno.
La totale assenza di spazi chiusi e la constatazione che i Morlock della Sfera erano
privi d'inibizioni nel camminare, nel conversare, nel consumare lo stesso cibo sciapo
che era stato offerto a me, insomma, nello svolgere tutte le loro misteriose faccende,
mi indussero alla conclusione che non avevano bisogno d'intimità come noi la conce-
piamo.
Molti di loro sembravano immersi nel lavoro, benché il tipo di attività mi risultasse
del tutto oscura: con le dita sottili e sinuose toccavano schermi di vetro azzurro e lu-
minoso incassati in alcuni divisori, oppure parlavano rivolti a essi, e in tutta risposta
sugli schermi comparivano e scorrevano schemi, figure o testi. Alcune versioni anco-
ra più sofisticate erano in grado di proiettare nell'aria immagini tridimensionali, che
riproducevano non avrei saputo dire che cosa. Quando i Morlock impartivano deter-
minati comandi, le immagini tridimensionali ruotavano su se stesse, si aprivano a
mostrare l'interno, oppure si scomponevano in serie di cubi fluttuanti di luce colorata.
Come si può immaginare, tutte queste attività erano immerse nel liquido e inces-
sante chiacchiericcio della lingua aliena dei Morlock.
A un certo punto, dal pavimento spuntò un divisorio sottile simile a una colonna di
mercurio e arrivò fino a un metro e venti d'altezza, corredato da tre onnipresenti
schermi azzurri. Mi abbassai per guardare attraverso il pavimento trasparente, ma non
vidi alcunché sotto la superficie: né un contenitore di qualche forma, né un congegno
meccanico. Sembrava apparso dal nulla. - Da dove viene? - domandai alla mia guida.
Dopo una breve riflessione per scegliere le parole più adatte, Nebogipfel rispose: -
La Sfera possiede una Memoria, ed è dotata di macchine che le consentono di imma-
gazzinarla. E la forma di questi blocchi di dati - spiegò, riferendosi ai divisori - è con-
tenuta nella Memoria della Sfera, in modo da poter essere recuperata in questa forma
materiale ogniqualvolta lo si desidera.
Nebogipfel richiamò altri divisori, uno dei quali spuntò dal pavimento sostenendo
un vassoio con cibo e acqua, che sembrò appena servito da un maggiordomo invisibi-
le!
Quei blocchi che uscivano del pavimento uniforme e spoglio colpirono molto la
mia immaginazione; mi rammentarono la teoria platonica del pensiero spiegata da al-
cuni filosofi, secondo cui per ogni oggetto esiste, su qualche piano della realtà, una
forma ideale: un'essenza della sedia, o della condizione di tavolo, e così via, talché
quando un oggetto viene fabbricato nel nostro mondo, si attinge ai modelli immagaz-
zinati nel mondo superiore platonico.
Ebbene, mi trovavo in un universo platonico materializzato: l'immane Sfera che
avvolgeva il sole era interamente pervasa da una Memoria, artificiale ma pressoché
divina, di cui stavo visitando gli ambienti, insieme alla mia guida, e in cui erano im-
magazzinati gli Ideali di tutti gli oggetti che si potevano desiderare, o almeno, che po-
tevano essere desiderati dai Morlock.
Quanto sarebbe stato comodo riuscire a fabbricare e a dissolvere strumenti e mac-
chine a piacere! Mi resi conto che la mia casa spaziosa di Richmond, piena di spifferi,
avrebbe potuto essere ridotta a un solo ambiente. Al mattino, avrei potuto far svanire
l'arredamento della camera da letto nel tappeto, per poi sostituirlo con quello del ba-
gno, e quindi con quello della cucina. Come per magia, al momento di iniziare la mia
giornata di lavoro, avrei potuto richiamare dalle pareti e dal soffitto le apparecchiatu-
re del laboratorio. E infine, la sera, avrei potuto recuperare la sala da pranzo, con tan-
to di tappezzeria, caminetto e tutte le comodità, compreso il tavolo da pranzo con la
cena già servita!
La conseguenza più immediata sarebbe stata la scomparsa in un batter d'occhio di
professioni quali il muratore, l'idraulico, il carpentiere e simili. I proprietari degli
Ambienti Intelligenti non avrebbero dovuto fare altro che stipendiare domestici a ore
(anche se forse l'Ambiente avrebbe potuto occuparsi persino delle pulizie!), e proba-
bilmente le memorie meccaniche avrebbero potuto essere aggiornate per rimanere al
passo con le ultime tendenze…
E la mia immaginazione si sbizzarrì in altre ipotesi, senza più alcun freno.
Mi stancai presto e Nebogipfel mi condusse in una zona meno affollata, benché
tutt'intorno, a una certa distanza, vi fossero Morlock ovunque; battendo con un piede
sul pavimento, ne fece emergere una struttura dalle gambe massicce, alta circa un me-
tro e mezzo e sormontata da un riparo che poggiava su quattro sostegni; all'interno
vidi un rotolo di coperte e un vassoio carico di cibo. Mi sistemai, lieto di disporre per
la prima volta di un riparo da quando mi trovavo nella Sfera, e ringraziai Nebogipfel
per la sua gentilezza. Dopo avere pasteggiato con acqua e un po' di formaggio verde,
mi tolsi gli occhiali, trovandomi subito immerso nell'oscurità perenne del mondo dei
Morlock, mi addormentai con la testa posata sopra una coperta arrotolata.
Quello strano rifugio fu la mia casa nei giorni successivi, durante i quali Nebogi-
pfel mi condusse a visitare la sala-città dei Morlock. Subito dopo il mio risveglio,
Nebogipfel faceva rientrare immediatamente il rifugio nel pavimento, e ogni volta
che sostavamo lo faceva ricomparire, talché non avevamo bisogno di portare alcun
bagaglio. Poiché avevo notato che i Morlock non dormivano, pensai che il mio strano
comportamento incuriosisse notevolmente gli abitanti della Sfera - come quello di un
orango agli occhi di un uomo, suppongo - e forse si sarebbero stretti attorno a me,
mentre dormivo, per scrutarmi con i loro visetti rotondi, se Nebogipfel non mi fosse
rimasto accanto per scoraggiare simili attenzioni.

13. COME VIVEVANO I MORLOCK

Nei giorni in cui Nebogipfel mi condusse a visitare il mondo dei Morlock, non in-
contrammo mai una parete, una porta, o una barriera di qualunque genere. Per quanto
riuscii a capire, visitammo per tutto il tempo un unico ambiente, che però era di di-
mensioni colossali. E anche piuttosto omogeneo, perché trovai ovunque un gran nu-
mero di Morlock impegnati nelle loro misteriose attività. I problemi che essi avevano
dovuto risolvere per creare un ambiente simile erano tutt'altro che semplici: pensai,
per esempio, a quello di mantenere stabili l'atmosfera, la temperatura, la pressione e
l'umidità su vasta scala. Eppure Nebogipfel mi fece capire che la sala che stavamo
visitando era soltanto una fra le tante che, come tessere di un mosaico, ricoprivano la
Sfera da un polo all'altro.
Non tardai a comprendere che sulla Sfera non esistevano città in senso moderno.
La popolazione viveva in quelle sale immense. Non esistevano ambienti riservati a
determinate attività: quando si voleva attrezzare o smantellare un'area di lavoro, le
apparecchiature necessarie uscivano o rientravano nel pavimento. Così anziché in ve-
re e proprie città la popolazione si addensava in nodi, che si scioglievano e si ricrea-
vano a seconda delle necessità.
Una volta, mentre me ne stavo seduto a gambe incrociate accanto al rifugio, sotto
l'ombra protettiva dell'imperturbabile Nebogipfel, si avvicinò una coppia di Morlock.
Quando li vidi, mi andò un sorso d'acqua di traverso e tossendo mi schizzai delle
goccioline sulla giacca e sui calzoni.
Benché sembrassero indubitabilmente Morlock, quei due erano diversi da tutti
quelli che avevo visto in precedenza: mentre Nebogipfel era alto circa un metro e
mezzo, quei due grotteschi individui superavano i tre metri! Uno di essi, dopo avermi
notato, si avvicinò a grandi passi, scavalcando i divisori come una sorta di enorme
gazzella, con un rumore di piastre metalliche. Quando si curvò a osservarmi, indie-
treggiai, sgomento.
Il gigante emanava un odore acre, come di mandorle bruciate. Aveva enormi occhi
rosso-grigi e sotto la pelle, tesa come quella di un tamburo, riuscivo a vedere la sa-
goma di una tibia lunga non meno di un metro e venti. Nonostante le dimensioni, a-
veva un aspetto fragile: le lunghe ossa delle gambe erano rinforzate con piastre di
metallo leggero, evidentemente per prevenire fratture. Quella specie di animale al-
lungato e assottigliato sembrava avere lo stesso numero di follicoli rispetto alla media
dei Morlock, a giudicare dalla pelliccia assai sgradevolmente rada.
Dopo un rapido scambio con Nebogipfel nella lingua morlock, il gigante tornò dal
suo compagno e si allontanò insieme a lui, ma voltandosi più di una volta a lanciarmi
occhiate.
Sbalordito, guardai Nebogipfel: persino lui sembrava un'oasi di normalità dopo
quell'incontro.
E allora mi spiegò: - Sono… - e pronunciò una parola in Morlock che non saprei
ripetere né trascrivere - provenienti dalle alte latitudini. - Guardò per un momento i
due giganti che si allontanavano. - Come puoi vedere, sono inadatti a questa regione
equatoriale. Le placche sono necessarie per aiutarli a camminare, e…
- Non capisco - intervenni. - Che cos'hanno di tanto diverso le alte latitudini?
- La gravità.
Allora cominciai a comprendere.
La Sfera, come ho detto, era una costruzione titanica che occupava lo spazio di
quella che un tempo era stata l'orbita dì Venere. Come mi spiegò Nebogipfel, ruotava
sul proprio asse in appena sette giorni e tredici ore, mentre l'anno di Venere era stato
di duecentoventicinque giorni.
- Di conseguenza - spiegò Nebogipfel - la rotazione…
- Provoca effetti centrifughi, simulando la gravità terrestre all'equatore - conclusi. -
Sì, capisco.
La rotazione della Sfera ci manteneva tutti incollati al pavimento, ma lontano dal-
l'equatore il cerchio di rotazione di un singolo punto sull'asse era inferiore, quindi la
gravità risultava ridotta, anzi, ai poli era annullata. E nei vasti continenti dove la gra-
vità era ridotta, vivevano esseri straordinari, come i due giganti che avevo appena in-
contrato, che si erano adattati alle condizioni peculiari di quegli ambienti.
Mi battei una mano sulla fronte: - A volte ho l'impressione di essere di una stupidi-
tà abissale! - dissi a Nebogipfel che mi osservava divertito. Infatti, non mi ero mai
chiesto a che cosa fosse dovuto il mio "peso" sulla Sfera. Che scienziato poteva mai
essere colui che non s'interrogava, anzi, neppure si curava di effettuare le più semplici
osservazioni, a proposito della "gravità" generata da un corpo che non era un pianeta?
Mi chiesi quali altre meraviglie mi fossero sfuggite semplicemente perché le davo per
scontate, al pari di Nebogipfel. Ma per lui, al contrario di me, erano semplici aspetti
del suo mondo, non più eccezionali di un tramonto o delle ali di una farfalla.

Anche se con difficoltà, perché non sapevo esattamente come formulare le doman-
de, interrogai Nebogipfel sul modo di vivere dei Morlock. Può sembrare strano, ma
come potevo esprimere le mie curiosità a proposito, per esempio, della macchina che
consentiva al pavimento di trasformarsi? Come se un uomo di Neandertal avesse vo-
luto informarsi sul funzionamento di un orologio, il mio linguaggio non disponeva
neppure dell'apparato concettuale necessario a inquadrare le domande. Quanto all'or-
ganizzazione sociale che governava invisibilmente la vita di milioni di Morlock in
quella sala immensa, non la capivo più di quanto un abitante dell'Africa centrale ap-
pena giunto in Inghilterra avrebbe capito i ritmi di vita di Londra, il telegrafo, il tele-
fono, il servizio postale, e così via. Anche il modo in cui i Morlock eliminavano i ri-
fiuti restava un mistero per me.
Per cominciare, chiesi alla mia guida chi governasse i Morlock.
Con un atteggiamento che mi parve altezzoso, Nebogipfel mi spiegò che la Sfera
era abbastanza vasta da ospitare diverse nazioni; ognuna di esse si distingueva dalle
altre principalmente per la forma di governo che sceglieva: quasi tutte si erano date
un governo democratico, e in alcune si eleggeva a suffragio universale un parlamento
molto simile a quello di Westminster; in altre, poteva votare soltanto un piccolo
gruppo elitario, composto da chi veniva considerato più adatto a governare per tem-
peramento e per formazione. Credo che fosse un modello paragonabile nella nostra
cultura alle antiche repubbliche, o forse l'ideale della repubblica platonica; e debbo
ammettere che mi trovavo in sintonia con tale approccio.
Nella maggior parte delle nazioni, però, l'organizzazione della Sfera aveva reso
possibile una forma autentica di suffragio universale, grazie al quale gli abitanti ve-
nivano tenuti al corrente dei problemi in discussione tramite gli schermi azzurri dei
divisori, mediante i quali potevano anche comunicare istantaneamente le loro opinio-
ni su ciascuna questione. Di conseguenza il governo interveniva di volta in volta, sot-
toponendo ogni decisione importante al giudizio dell'intera popolazione.
Era un sistema che suscitava la mia diffidenza: - Sicuramente non tutti godranno di
tale diritto: i pazzi, per esempio, oppure gli idioti.
Nebogipfel mi guardò con un certo sussiego: - Non abbiamo niente del genere.
Allora sfidai l'utopista nel cuore della sua utopia: - E com'è possibile?
Anziché rispondermi direttamente, Nebogipfel proseguì: - Ogni individuo adulto è
razionale, in grado di prendere decisioni a beneficio degli altri, e gode della fiducia
generale. In tali circostanze, la forma più pura di democrazia non soltanto è possibile,
bensì auspicabile, giacché la collaborazione di molte menti consente di decidere me-
glio di quanto possa fare una sola mente.
- Allora perché esistono il parlamento e gli organi di cui mi hai parlato? - sbuffai.
- Non tutti ritengono che l'organizzazione di questa regione della Sfera sia l'ideale.
Non è forse questa l'essenza della libertà? Non tutti sono abbastanza interessati ai
meccanismi di governo da volervi partecipare: alcuni preferiscono delegare il potere
ad altri, attraverso o meno una forma di rappresentanza. E si tratta di una scelta vali-
da.
- Benissimo. Ma che cosa accade quando tali scelte vengono a trovarsi in conflitto?
- Abbiamo spazio - dichiarò Nebogipfel con enfasi. - Non devi dimenticarlo. Sei
ancora influenzato dai limiti della condizione planetaria. Fra noi, ogni dissidente è
libere di andarsene e di fondare altrove un sistema di governo nuovo e diverso.
Le nazioni morlock erano dunque entità fluide, a cui gli individui aderivano, o da
cui si staccavano, a seconda delle loro preferenze. A quanto pareva, non esistevano
confini immutabili di territorio o di proprietà: le nazioni non erano altro che raggrup-
pamenti di convenienza sparsi sulla superficie della Sfera.
Non esistevano guerre fra i Morlock.
Mi occorse un po' di tempo, ma alla fine me ne convinsi. Infatti, non esistevano
cause per scatenare guerre. Grazie ai congegni nel pavimento, le risorse non manca-
vano mai, quindi non potevano sorgere dispute fra nazioni per motivi economici. La
vastità della Sfera rendeva disponibile una superficie pressoché illimitata, quindi i
conflitti territoriali erano assurdi. E soprattutto, le menti morlock erano libere dal
cancro della religione, che aveva causato tanti contrasti nel corso dei secoli.
- Dunque non avete nessun dio - osservai, con un certa emozione. Pur non essendo
propriamente ateo, immaginavo quanto sarebbero rimasti sconvolti i religiosi della
mia epoca nell'udire un resoconto di quella conversazione.
- Non abbiamo bisogno di nessun dio - ribatté Nebogipfel.
I Morlock consideravano la mentalità religiosa, in opposizione alla mentalità ra-
zionale, come una caratteristica ereditaria, che in sé non aveva più significato degli
occhi azzurri o dei capelli castani.
Più Nebogipfel mi spiegava questa concezione, più mi pareva fondata e condivisi-
bile.
Quale concetto di dio è sopravvissuto all'intera evoluzione mentale dell'umanità?
Be', esattamente quello che meglio si presta a essere prodotto dalla vanità umana: un
dio dotato di poteri smisurati, eppure coinvolto nelle meschine vicende umane. Chi
mai potrebbe adorare una divinità onnipotente ma che osserva con fredda indifferenza
le tribolazioni umane, insignificanti come punture d'insetto?
Si potrebbe supporre che, in un conflitto fra esseri umani razionali e religiosi, i
primi dovrebbero trionfare. Dopotutto, è la razionalità che ha inventato la polvere da
sparo! Eppure, almeno fino al diciannovesimo secolo, la religione ha avuto il soprav-
vento, e la selezione naturale ha prodotto un gregge di pecore passive e fedeli, pronte
a lasciarsi ingannare dal predicatore con la parlantina più sciolta. Questa è almeno la
mia impressione.
Tale paradosso si spiega con il fatto che la religione fornisce agli individui uno
scopo per cui lottare: la persona religiosa riesce a rendere "sacro" con il proprio san-
gue un pezzo di terra, che in tal modo assume un valore che va al di là di quello mate-
riale, economico, o d'altro genere.
- Noi, però, abbiamo risolto questo paradosso - dichiarò Nebogipfel. - Ora riuscia-
mo a padroneggiare il nostro retaggio: non siamo più governati dagli imperativi del
passato, siano essi fisici o mentali…
Ma anziché seguire questo interessante ragionamento, mi posi la domanda più ov-
via, ossia quale fosse, in assenza di Dio, lo scopo della vita dei Morlock. Ero affasci-
nato al pensiero di quanto il signor Darwin, dopo aver tanto criticato le varie Chiese,
sarebbe stato felice di assistere al trionfo definitivo delle sue concezioni su quelle dei
religiosi!
In verità, avrei scoperto solo in seguito il vero scopo della civiltà dei Morlock.
Comunque, rimasi molto impressionato da tutto ciò che vidi nel mondo artificiale
della Sfera. E non sono affatto certo che il mio resoconto esprima fino in fondo il ri-
spetto e la meraviglia che mi suscitò. La specie dei Nuovi Morlock aveva davvero
superato le tare ereditarie, si era sbarazzata del fardello dell'animalità che noi aveva-
mo trasmesso: aveva raggiunto in tal modo una stabilità e un'efficienza inimmagina-
bili per un individuo del 1891, cresciuto, come me, in un mondo straziato dalle guer-
re, dall'avidità e dall'incompetenza.
E l'evoluzione dei Morlock della Sfera risultava tanto più impressionante se para-
gonata con quella degli altri Morlock - quelli del mondo di Weena - che nonostante le
loro abilità tecniche e di altro genere, erano regrediti alla più infima animalità.

14. COSTRUZIONI E DIVERGENZE

Con Nebogipfel discussi anche della costruzione della Sfera: - Immagino abbiate
sviluppato grandiosi progetti per frantumare i pianeti più grandi, vale a dire Giove e
Saturno, e poi…
- Niente di tutto ciò - interruppe Nebogipfel. - I pianeti esterni alla Terra sono an-
cora in orbita intorno al sole. Anche tutti i pianeti messi insieme non avrebbero potu-
to fornire il materiale sufficiente neppure a iniziare la costruzione della Sfera.
- Allora come…?
La mia guida raccontò che il sole era stato circondato da una grande flotta di navi
spaziali equipaggiate con immensi magneti, dalle caratteristiche che non riuscii a ca-
pire, inclusi circuiti elettrici la cui resistenza era in qualche modo ridotta a zero.
Orbitando attorno al sole a velocità crescente, le navi avevano formato una sorta di
cintura magnetica sempre più stretta. Come se l'astro fosse stato un frutto tenero
strizzato in un pugno, la materia che lo componeva, anch'essa magnetizzata, era stata
spremuta dall'equatore e convogliata a sgorgare dai poli.
Poi altre flotte di navi spaziali avevano manipolato la nube immensa costituita dal
materiale estratto, sino a formare un guscio, che a sua volta era stato compresso me-
diante campi magnetici, e trasformato nella struttura solida che vedevo intorno a me.
Il sole, così racchiuso, continuava ad ardere, giacché persino la quantità immensa
di materiale utilizzata per costruire il guscio titanico non era che una frazione minu-
scola della massa totale dell'astro; e all'interno della Sfera illuminava perpetuamente
continenti giganteschi, ognuno dei quali aveva una superficie equivalente a quella di
milioni di Terre.
- Un pianeta come la Terra - spiegò Nebogipfel - può intercettare soltanto una fra-
zione minima dell'energia solare, mentre il resto si disperde inutilizzato nello spazio.
La Sfera, invece, può raccogliere tutta l'energia del sole che racchiude, e questo è il
motivo principale per cui l'abbiamo costruita: abbiamo imbrigliato una stella.
In un milione di anni, sarebbe stato possibile immagazzinare e trasformare energia
solare sufficiente per aumentare lo spessore della Sfera di un venticinquesimo di pol-
lice: uno strato sottile, ma straordinariamente esteso. Nel frattempo, una parte dell'e-
nergia sarebbe stata utilizzata per il mantenimento dell'interno della Sfera e per lo
svolgimento delle diverse attività.
Con un certo entusiasmo, descrissi il processo a cui avevo assistito durante il mio
viaggio temporale: l'aumento della luminosità del sole, le esplosioni ai poli, e la
scomparsa dell'astro nell'oscurità, a mano a mano che la Sfera veniva costruita.
Allora Nebogipfel mi osservò con quella che mi parve una certa invidia: - E così,
hai assistito davvero alla costruzione della Sfera. Sono occorsi diecimila anni…
- Ma a bordo della mia macchina non sono stati che pochi istanti.
- Mi hai detto che questo è il tuo secondo viaggio nel futuro, e che durante il primo
hai osservato grandi differenze…
- Sì. - Ancora una volta mi trovai ad affrontare quel mistero elusivo. - Ho osservato
differenze nel corso della storia. Insomma, Nebogipfel… nel futuro che ho visitato
durante il mio primo viaggio, la Sfera non è mai stata costruita.
Raccontai che in precedenza mi ero spinto ben oltre l'anno 657.208, assistendo a
un inspiegabile surriscaldamento del sole, alla scomparsa dell'inverno e alla crescita
della vegetazione su tutto il pianeta. A differenza del mio secondo viaggio, non avevo
visto traccia della correzione dell'inclinazione dell'asse terrestre, né del rallentamento
della rotazione. Ancora più sorprendente, la Terra, senza la costruzione della Sfera,
era rimasta lussureggiante e luminosa, anziché precipitare nell'oscurità stigea dei
Morlock.
- E così arrivai all'anno 802.701, centocinquantamila anni nel futuro rispetto al vo-
stro presente. Eppure non credo proprio che, se proseguissi il mio viaggio in questo
tempo, ritroverei lo stesso mondo.
Succintamente, narrai a Nebogipfel ciò che avevo visto nel mondo di Weena, abi-
tato dagli Eloi e dai Morlock abbrutiti.
Dopo aver meditato su tutto ciò, Nebogipfel dichiarò: - In tutta la storia conosciuta,
la mia storia, nulla di tutto questo è accaduto nell'evoluzione dell'umanità. E poiché la
Sfera, una volta costruita, si autoalimenta, è difficile immaginare che il futuro ci ri-
servi una tale discesa nella barbarie.
- Dunque sei d'accordo anche tu - replicai. - Ho viaggiato in due tempi storici del
tutto diversi. È dunque possibile che la storia si possa rimodellare come creta?
- Forse… - mormorò Nebogipfel. - Quando sei tornato nella tua epoca, nel 1891,
hai portato qualche reperto del tuo viaggio?
- Nulla, tranne alcuni fiori bianchi, simili a malve, che una Eloi di nome Weena mi
aveva messo in tasca. I miei amici li osservarono: appartenevano a una specie loro
ignota, e ricordo che fecero commenti sui pistilli…
- Amici? - intervenne Nebogipfel, con voce tagliente. - Hai lasciato un resoconto
del tuo viaggio, prima di ripartire?
- Sì, ma non un resoconto scritto. A cena, ho narrato dettagliatamente ad alcuni a-
mici tutto ciò che mi era successo. - Sorrisi. - E uno di loro, se lo conosco bene, finirà
per trascrivere il mio racconto in forma avventurosa, magari presentandolo come fan-
tastico…
- In tal caso - affermò Nebogipfel, sempre in tono calmo, ma con una strana sfuma-
tura drammatica - ecco la tua spiegazione.
- Spiegazione?
- Per la divergenza storica.
Lo guardai con orrore, cominciando finalmente a capire: - Vuoi dire che, con il
mio racconto… con la mia profezia, ho cambiato la storia?
- Sì. Grazie a quell'avvertimento, l'umanità è riuscita a evitare i conflitti e le dege-
nerazioni da cui è scaturito il mondo crudele e primitivo degli Eloi e dei Morlock: in-
vece, ha continuato a evolversi, permettendoci infine di imbrigliare il sole.
Ero incapace di affrontare le conseguenze di tale ipotesi, che pure mi colpì per la
sua veridicità e chiarezza. - Ma alcune cose sono rimaste immutate - gridai. - Voi
Morlock vivete ancora nelle tenebre!
- Non siamo Morlock - ribatté pacatamente Nebogipfel. - O almeno, non siamo
quelli che tu ricordi. Quanto all'oscurità… Che bisogno abbiamo di un eccesso di lu-
ce? Abbiamo scelto l'oscurità. I nostri occhi sono strumenti eccellenti, capaci di per-
cepire la bellezza. Senza l'accecamento prodotto dal sole, è possibile discernere la
bellezza del cielo in tutte le sue sfumature…
Polemizzare con Nebogipfel non riuscì a distrarmi: fui costretto ad affrontare la re-
altà. Chinando la testa, mi fissai le mani, grandi, callose, segnate dalle cicatrici di de-
cenni di lavoro. Il mio unico scopo, al quale avevo dedicato ogni sforzo, era stato e-
splorare il tempo, per osservare l'evoluzione della vita da un punto di vista cosmolo-
gico, oltre i pochi decenni concessi alla mia esistenza effimera. Invece sembrava che
la mia impresa fosse andata ben al di là.
La mia invenzione si era rivelata molto più potente di una semplice macchina per
viaggiare nel tempo: era una macchina della storia, una distruttrice di mondi!
Ero un assassino del futuro: i miei poteri, se si doveva credere a Tommaso d'Aqui-
no, erano superiori a quelli di Dio stesso. Modificando la storia, avevo cancellato mi-
liardi di esseri prima che potessero nascere.
Sopportai a stento la consapevolezza di tanta presunzione. Avevo sempre diffidato
del potere personale, perché non avevo mai conosciuto nessuno che fosse tanto sag-
gio da poterlo esercitare, eppure mi ero assunto più potere di qualunque altro uomo
che fosse mai vissuto.
Promisi dunque a me stesso che, se fossi riuscito a recuperare la macchina del tem-
po, sarei tornato nel passato per correggere ancora una volta la storia, definitivamen-
te, cancellando l'invenzione di quel congegno infernale… E in quel momento mi resi
conto che mai avrei potuto ritrovare Weena, perché non soltanto avevo causato la sua
morte, bensì, come avevo appena scoperto, avevo cancellato la sua stessa esistenza.
In quel tumulto di emozioni, la sofferenza per quella piccola perdita mi parve dolce
e limpida, come una nota elevata dall'oboe nel clamore di una grande orchestra.
15. VITA E MORTE FRA I MORLOCK

Un giorno Nebogipfel mi condusse nel luogo forse più inquietante fra tutti quelli
che visitai in quella regione della Sfera.
Ci avvicinammo a una zona, forse di mezzo miglio quadrato, dove i divisori sem-
bravano più bassi del solito. Poco a poco, percepii una sorta di blaterio morbido,
sempre più forte e sempre più intenso, il caratteristico puzzo nauseabondo dei Mor-
lock, stantio e dolciastro. Nebogipfel mi fece fermare al margine della zona.
Con gli occhiali, potei notare che la superficie pulsante brulicava di bambini ge-
menti e trotterellanti: migliaia di giovani Morlock che con le manine si tiravano a vi-
cenda i ciuffi di pelliccia incolta, si cacciavano cibo nelle bocche scure, pasticciavano
con divisori di dimensioni ridotte, si rotolavano come scimmiette. Qua e là si aggira-
vano individui adulti che aiutavano i piccoli a rialzarsi, sedavano piccole dispute o
calmavano crisi di pianto.
Divertito, osservai quella marea d'infanzia. Forse qualcuno, anche se certo non io,
scapolo convinto, avrebbe trovato attraente una moltitudine di bimbi umani; ma quel-
li erano Morlock… Occorre ricordare che, con le loro chiome sottili, la pelle pallida e
fredda come quella di un verme, i Morlock non sono esseri che possano attrarre la
sensibilità umana. E per farsi un'idea della mia impressione in quel momento, si do-
vrebbe immaginare un tavolo gigantesco pullulante di larve!
Mi rivolsi alla guida: - Dove sono i loro genitori?
Come se cercasse le parole giuste, Nebogipfel esitò, prima di rispondere: - Non
hanno genitori. Questo è uno stabilimento di riproduzione. Quando sono abbastanza
cresciuti, i bambini vengono trasportati in un asilo, qui sulla Sfera, oppure…
Distogliendo l'attenzione, osservai Nebogipfel da capo a piedi, ma la pelliccia gli
copriva tutto il corpo, nascondendone la conformazione.
Trasalendo di stupore, mi resi conto di un altro fatto che non avevo colto, benché
fosse stato evidente fin dal mio arrivo sulla Sfera: i Morlock, tutti quelli che avevo
visto, inclusi Nebogipfel e i due giganti provenienti dalle regioni a bassa gravità, non
presentavano alcuna traccia di differenziazione sessuale: la loro pelliccia rada non la-
sciava dubbi in proposito. Gli adulti erano del tutto simili ai bambini, privi cioè di ca-
ratteristiche maschili o femminili. In quel momento mi resi conto che non sapevo nul-
la dei loro meccanismi di riproduzione, né avevo pensato a informarmi.
Intanto, Nebogipfel mi fornì alcuni ragguagli sull'educazione dei giovani Morlock.
Ogni individuo iniziava la propria esistenza negli stabilimenti di riproduzione e nei
giardini d'infanzia, uno dei quali, come ricordavo dolorosamente, occupava tutta la
Terra. Oltre ai rudimenti del comportamento sociale, il bambino sviluppava una fa-
coltà essenziale, quella di apprendere. Era come se uno scolaro del diciannovesimo
secolo, anziché imbottirsi la testa con un sacco di assurdità sul Greco, sul Latino, o su
oscuri teoremi di geometria, impalasse a concentrarsi, a utilizzare le biblioteche, ad
assimilare le conoscenze, e soprattutto a pensare. In seguito, l'acquisizione di qua-
lunque sapere specifico dipendeva dalle necessità contingenti e dalle inclinazioni in-
dividuali.
Quando Nebogipfel mi spiegò in breve tutto ciò, la semplicità e la logicità del pro-
cesso mi colpirono quasi fisicamente. Ma certo! pensai. Al diavolo la scuola! Quale
differenza, rispetto al conflitto imperante tra ignoranza e incompetenza dei miei anni
di studio, che non rimpiango affatto!
Chiesi a questo punto a Nebogipfel quale fosse la sua professione.
Mi spiegò che, una volta individuata l'epoca dalla quale provenivo, lui stesso ne
era diventato un esperto, studiando i documenti raccolti dal suo popolo, e così aveva
scoperto alcune differenze significative fra le usanze delle nostre specie.
- Le nostre occupazioni non sono spossanti come le vostre - dichiarò. - Io ho due
passioni, o due vocazioni. - I suoi occhi erano invisibili, perciò era ancora più diffici-
le, se non impossibile, indovinare i suoi sentimenti. - Sono la fisica, e l'educazione
dei giovani.
L'istruzione in tutte le sue forme si protraeva per l'intera durata dell'esistenza mor-
lock. Non era insolito che un individuo si dedicasse a tre o quattro di quelle che noi
potremmo definire "carriere". Ebbi l'impressione che, in media, il livello d'intelligen-
za dei Morlock fosse superiore a quello delle persone della mia epoca.
Comunque fui sorpreso dalla risposta di Nebogipfel, perché avevo creduto che si
fosse specializzato esclusivamente in fisica, data la capacità che aveva dimostrato nel
seguire le mie esposizioni, talvolta confuse, sulla teoria dei viaggi temporali e sull'e-
voluzione della storia.
- Dimmi… - chiesi allegramente. - Per quale ragione sei stato incaricato di occu-
parti di me? Perché sei uno scienziato oppure…?
Allora mi sembrò che la sua bocca nera dai denti piccoli si allargasse in un sorriso.
E così seppi la verità, che mi costò una cocente umiliazione. Nella mia epoca ero
un uomo eminente, eppure ero stato affidato alle cure di un… pedagogo! D'altronde,
riflettei, come mi sono comportato arrivando nell'anno 657.208, se non come un
bambino?
Intanto, Nebogipfel mi condusse in una zona dello stabilimento occupata da una
piccola serra, costituita dello stesso materiale trasparente del pavimento: era uno dei
pochi luoghi coperti della sala. Entrammo nell'edificio, che era privo di arredamento,
tranne alcuni divisori con tanto di schermi luminosi. Al centro, nel pavimento si no-
tava un rigonfiamento, simile a un fagotto di indumenti.
Notai che qui gli adulti apparivano più assorti di quelli che si occupavano dei bam-
bini nel resto dell'asilo. Sopra la pelliccia bionda, indossavano vesti con tasche piene
di strumenti di cui non riuscivo a comprendere la funzione, alcuni dei quali emanava-
no un debole luccichio. Dall'aspetto e dal comportamento, mi parvero ingegneri, ben-
ché ciò contrastasse con l'ambiente in cui si trovavano. Nonostante la mia presenza li
avesse distratti, gli ingegneri continuarono a osservare il fagotto sul pavimento, toc-
candolo di quando in quando con gli strumenti.
Incuriosito, mi avvicinai, mentre Nebogipfel restava indietro. Ancora inserito nel
pavimento, il fagottino sembrava una scultura incompiuta, con due braccine appena
abbozzate, e un disco villoso, che stava diventando una faccia, in cui si apriva una
bocca sottile. Mentre il processo rallentava, mi domandai come mai fosse tanto diffi-
cile per la macchina produrre quel tipo di oggetto: forse era particolarmente comples-
so.
Il ricordo del momento che seguì mi perseguiterà finché vivrò, perché quella boc-
cuccia si aprì con una sorta di schiocco tenue, seguito da un gemito che rimase so-
speso nell'aria, ancor più flebile di quello di un gattino. Il visetto si raggrinzì in una
smorfia di lieve sofferenza.
Vacillai e indietreggiai, come se qualcuno mi avesse colpito.
Come se avesse previsto la mia reazione, Nebogipfel commentò: - Rammenta che
ti trovi a mezzo milione di anni dalla tua epoca: l'intervallo che ci separa è dieci volte
superiore all'età della tua specie.
- Nebogipfel… È mai possibile che i vostri bambini siano costruiti da questo pa-
vimento, con la stessa noncuranza di chi si versa un bicchiere d'acqua, e che lo sia
stato anche tu? - Mi convinsi che i Morlock sapevano davvero dominare la genetica,
visto che avevano abolito… la nascita e la differenza tra i sessi.
- È… inumano! - protestai.
Evidentemente quella parola non significava nulla per Nebogipfel, che mi guardò
reclinando la testa: - Il nostro sistema è concepito per realizzare al massimo grado il
potenziale della forma umana, perché anche noi siamo umani - dichiarò, in tono seve-
ro. - Tale forma deriva dalla sequenza di un milione di geni, dunque il numero degli
individui umani possibili, benché vasto, è finito, e tutti questi individui possono esse-
re… - Esitò. - Possono essere immaginati dall'intelligenza della Sfera.
Poi mi spiegò che la Sfera si occupava anche della sepoltura: le salme venivano
riassorbite dal pavimento senza cerimonie, per essere disgregate e riutilizzate.
- La Sfera ricompone i materiali necessari per dare vita agli individui scelti, e…
- Scelti? - Mentre scrutavo Nebogipfel, la collera e la violenza che avevo imparato
a dominare esplosero nuovamente. - È tutto estremamente razionale! Ma che cos'altro
avete abolito con la vostra razionalità? La tenerezza? L'amore?

16. DECISIONE E PARTENZA

Dopo essere uscito scosso dallo spaventoso stabilimento di riproduzione, osservai


la vasta sala-città in cui mi trovavo, con le schiere di Morlock diligentemente impe-
gnati nelle loro incomprensibili attività. Avrei voluto gridare, infrangere la loro ripu-
gnante perfezione; ma persino in quel momento disperato, non potevo rischiare di
mettermi in cattiva luce ai loro occhi.
Avrei voluto fuggire persino da Nebogipfel, che pure aveva dimostrato una certa
gentilezza e una certa stima nei miei confronti: forse anche più di quanto meritassi e,
probabilmente, di quanto avrebbero fatto i miei contemporanei di fronte a un selvag-
gio attaccabrighe giunto dal passato… un passato di mezzo milione di anni. Nondi-
meno intuivo che la mia reazione al processo di riproduzione lo aveva affascinato e
divertito. Forse aveva organizzato tutto quanto allo scopo di suscitare in me un'emo-
zione estrema: in tal caso, vi era riuscito perfettamente. La mia umiliazione e la mia
collera irrazionale, però, erano tali, che stentavo a sopportare la vista della sua pellic-
cia acconciata in modo pittoresco.
Comunque, non avevo nessun luogo dove andare. Che mi piacesse o no, sapevo
che Nebogipfel era il mio unico punto di riferimento nello strano mondo dei Morlock:
l'unico individuo di cui conoscessi il nome, nonché, a quanto potevo intuire delle in-
tenzioni dei Morlock, il mio unico protettore.
Forse Nebogipfel indovinò almeno in parte il mio conflitto interiore. In ogni modo,
non m'impose la sua compagnia, ma si apprestò a evocare ancora una volta dal pavi-
mento il mio piccolo rifugio. Sedetti nell'angolo più buio, con le braccia strette intor-
no al busto, acquattato come un animale della foresta condotto in cattività a New
York.
Rimasi nel rifugio per alcune ore, forse dormendo. Infine, ritrovato il mio equili-
brio interiore, mangiai qualcosa e mi lavai con gesti apatici.
Prima della visita allo stabilimento di riproduzione, ciò che avevo visto del mondo
dei Nuovi Morlock mi aveva incuriosito. Mi ero sempre considerato un individuo ra-
zionale, quindi mi affascinava quella società organizzata da esseri razionali che uti-
lizzavano la scienza e la tecnica per creare un mondo migliore. Per esempio, mi ave-
va impressionato la tolleranza nei confronti di diversi sistemi politici. Però la vista di
quella specie di feto mi aveva sconvolto. Forse la mia reazione dimostra quanto siano
profondamente radicati i valori e gli istinti fondamentali della nostra specie.
Se era vero che i Nuovi Morlock avevano superato il condizionamento genetico
dell'ereditarietà, allora, in quel momento di tumulto interiore, invidiai la loro stabilità.

Forse sarei stato tollerato, ma certo non avrei mai trovato posto nella loro società,
almeno non più di quanto avrebbe potuto trovarlo un gorilla in un albergo di Mayfair.
In altre parole, dovevo decidermi e abbandonare i Morlock.
Quando uscii dal rifugio, trovai Nebogipfel ad aspettarmi, come se non si fosse mai
allontanato. A un suo gesto, il rifugio svanì nuovamente nel pavimento.
- Nebogipfel - dichiarai, in tono brusco. - Ti apparirà evidente che qui mi sento
fuori posto come un animale fuggito da uno zoo.
Nebogipfel mi scrutò con aria impassibile.
- Sappi che, se non intendi tenermi prigioniero o segregarmi come esemplare da
laboratorio, non desidero rimanere qui. Ti chiedo di poter recuperare la macchina del
tempo e tornare nella mia epoca.
- Non sei affatto prigioniero. Questa parola non è traducibile nella nostra lingua.
Sei un essere senziente, e come tale hai i tuoi diritti. Gli unici obblighi che t'impo-
niamo sono due… in primo luogo, non dovrai più nuocere a nessuno con le tue azio-
ni…
- Accetto - precisai, con un certo sussiego.
- Inoltre - proseguì Nebogipfel, - non dovrai ripartire con la tua macchina.
- E così ecco liquidati i miei diritti - ribattei, in un ringhio. - Dunque sono prigio-
niero qui, in questo tempo.
- Anche se la teoria dei viaggi temporali è abbastanza chiara, come del resto la
struttura della tua macchina, non abbiamo ancora compreso i principi su cui si basano
- rispose Nebogipfel.
Pensai che ciò significasse che non avevano ancora capito la funzione della plat-
tnerite.
- Tuttavia - proseguì Nebogipfel - pensiamo che questa scoperta potrebbe essere di
grande utilità per la nostra specie.
- Lo credo bene!
D'improvviso, ebbi la visione dei Nuovi Morlock che, a bordo di macchine del
tempo, tornavano nella Londra del 1891 con i loro magici apparecchi e le loro armi
portentose.
Avrebbero potuto garantire all'umanità protezione e nutrimento, ma l'avrebbero
privata dell'anima e forse, alla fine, anche dei figli. Se ciò fosse accaduto, l'uomo mo-
derno sarebbe sopravvissuto solo per poche generazioni.
L'orrore suscitato da questa prospettiva mi fece pulsare le vene del collo. Eppure,
persino in quel momento, una remota parte razionale della mente m'indicò alcuni
punti deboli di quella previsione catastrofica: Se i miei contemporanei, cioè gli ante-
nati dei Morlock, riflettei, fossero stati sterminati, allora gli stessi Morlock non a-
vrebbero potuto evolversi, dunque neppure impadronirsi della macchina del tempo e
tornare nel passato. Non è forse un paradosso? Infatti, solo una delle due possibilità
avrebbe potuto avverarsi. Non bisogna dimenticare che stavo ancora meditando, qua-
si inconsciamente, sul problema irrisolto del mio secondo viaggio nel tempo e sulla
biforcazione della storia che avevo constatato. In cuor mio, sapevo di essere ben lungi
da una vera comprensione del viaggio nel tempo, dei suoi fondamenti e delle sue con-
seguenze.
Accantonai quelle riflessioni e replicai a Nebogipfel: - Mai! Non vi aiuterò mai a
capire come viaggiare nel tempo!
La guida mi scrutò: - In tal caso, nel rispetto degli obblighi che ti ho esposto, sei li-
bero di viaggiare ovunque nei nostri mondi.
- Bene, allora ti chiedo di condurmi in un luogo, ovunque si trovi in questo nuovo
sistema solare, dove esistano ancora uomini come me.
Lanciai questa sfida aspettandomi, suppongo, una risposta negativa.
Con mia sorpresa, invece, Nebogipfel si avvicinò: - Non sono esattamente come te,
in ogni modo… Vieni. - Così dicendo, si rimise in marcia attraverso l'immensa pianu-
ra brulicante di Morlock.
Pensai che le sue ultime parole non facessero presagire nulla di buono, anche se
non ne compresi il significato. Comunque non avevo altra scelta che seguirlo.

Quando mi ero ormai convinto di aver perso l'orientamento in quell'immensa sala-


città, giungemmo in una zona sgombra, larga circa un quarto di miglio. Nebogipfel
indossò gli occhiali. Quanto a me, li portavo già.
D'improvviso, un raggio luminoso scese inarcandosi dall'alto e ci investì in pieno.
Scrutando nella calda luce gialla, vidi un pulviscolo fluttuare nell'aria, e per un mo-
mento ebbi l'impressione di essere tornato nella Gabbia di Luce.
Non mi ero accorto che Nebogipfel avesse azionato qualche comando della mac-
china invisibile del pavimento, ma pochi secondi più tardi quest'ultimo cedette sotto i
miei piedi con un sussulto brusco e del tutto inaspettato, simile a un piccolo terremo-
to. Vacillai, recuperando subito l'equilibrio.
- Che cos'è stato?
Nebogipfel rimase impassibile come sempre. - Forse avrei dovuto avvertirti… È
incominciata la nostra ascesa.
- Ascesa?
Mi accorsi che un disco di vetro, del diametro di circa un quarto di miglio, s'innal-
zava dal pavimento, sollevando me e Nebogipfel: mi sembrò di essere sulla cima di
una colonna immensa che spuntasse dal suolo. A circa tre metri d'altezza, la nostra
salita parve accelerare e sentii una lieve brezza sulla fronte.
Avvicinatomi al bordo del disco, osservai la vasta sala che si stendeva sotto di noi,
piatta e uniformemente popolata, fin dove giungeva lo sguardo. Il pavimento sembra-
va una mappa in filo d'argento su fondo nero - forse a raffigurare delle costellazioni -
sovrapposta al vero panorama stellare. Due visi argentei si alzarono a seguirci con lo
sguardo mentre salivamo, ma i Morlock per la maggior parte rimasero indifferenti.

- Nebogipfel… Dove stiamo andando?


Con calma, la mia guida rispose: - Nell'Interno.

Mi accorsi di un cambiamento della luce che, non più condensata in un unico rag-
gio, parve diventare più intensa e più diffusa, come quando la si vede dal fondo di un
pozzo.
Alzai lo sguardo: il disco di luce sopra di me si stava allargando, permettendomi di
scorgere un anello azzurro tutt'intorno. Era il cielo, cosparso di nubi soffici e vaporo-
se, che appariva come chiazzato. Dapprima questo effetto mi sembrò dovuto agli oc-
chiali che ancora portavo.
Volgendosi verso di me, Nebogipfel batté con un piede sulla base della piattafor-
ma, provocando la comparsa di un oggetto che sul momento non riconobbi: una sorta
di ciotola, da cui si innalzava al centro un'asta. Soltanto quando Nebogipfel la prese
sollevandola sopra la testa, capii che si trattava di un semplice parasole, per protegge-
re la sua pelle pallida dal calore e dalla luce.
Così equipaggiati, salimmo nel pozzo luminoso che si allargava, finché la mia testa
- la testa di un uomo del diciannovesimo secolo - spuntò in una pianura erbosa.

17. NELL'INTERNO

- Benvenuto nell'Interno - annunciò Nebogipfel, che con il parasole appariva deci-


samente comico.
La nostra colonna di luce larga un quarto di miglio s'innalzò per gli ultimi pochi
metri in assoluto silenzio. Ebbi l'impressione di essere l'assistente di un illusionista
che salisse su un palco. Dopo essermi tolto gli occhiali, mi ombreggiai gli occhi con
le mani.
La piattaforma rallentò sino a fermarsi. Il bordo si fuse al prato corto e irto che lo
cingeva, privo di giunture, come una superficie di cemento. La mia ombra divenne
una nitida macchia scura sotto di me. Era mezzogiorno, naturalmente: ovunque, nel-
l'Interno, era mezzogiorno, per tutto il giorno, tutti i giorni! Il sole accecante mi per-
cuoteva la testa e il collo, tanto che temetti di restare ustionato in breve tempo. Però
ne valse la pena, in quel momento, per la sensazione piacevole che ne trassi.
Mi girai a osservare il paesaggio.
Erba… La prateria uniforme si stendeva in tutte le direzioni sino all'orizzonte, a
parte il fatto che in quel mondo piatto non esisteva alcun orizzonte. Nell'alzare lo
sguardo, mi aspettai di vedere il mondo incurvarsi verso l'alto, perché dopotutto non
ero più incollato alla superficie esterna di una piccola sfera di roccia come la Terra,
bensì mi trovavo all'interno di un immenso guscio vuoto. Invece non constatai nessun
effetto ottico: vidi soltanto la prateria che si prolungava a perdita d'occhio, con qual-
che boschetto e qualche gruppo di cespugli. Il cielo era una pianura di nubi soffici,
tinta d'azzurro, che si univa alla terra in una giuntura piatta di foschia e di polvere.
- Mi sembra di stare sopra un tavolo gigantesco - dissi. - Credevo che il paesaggio
avrebbe avuto l'aspetto di una ciotola immane. A causa di quale paradosso non riesco
a percepire di trovarmi all'interno di una grande sfera o all'esterno di un pianeta gi-
gante?
- C'è un modo per percepirlo - rispose Nebogipfel, ombreggiato dal parasole. -
Guarda in alto…
Allora inclinai la testa all'indietro. Dapprima vidi soltanto il sole, e il cielo, che a-
vrebbe potuto essere quello della Terra. Poi, poco a poco, cominciai a intravedere
qualcosa oltre le nubi: erano le chiazze che avevo osservato poco prima, attribuendo-
le agli occhiali. Si trattava di sfumature d'azzurro, di grigio e di verde, simili all'effet-
to di un acquarello, tali che le più grandi rimpicciolivano al confronto con i più picco-
li brandelli di nubi. Sembrava una mappa, o meglio, alcune mappe schiacciate insie-
me e viste da una grande lontananza.
E fu proprio quest'analogia a condurmi alla verità.
- È il lato opposto della Sfera, oltre il sole… Immagino che le macchie di colore
che vedo siano gli oceani, i continenti, le catene montuose, le praterie, e forse persino
le città!
Era un paesaggio straordinario, come se le superfici rocciose di migliaia di pianeti
scorticati fossero state appese come tante pellicce di coniglio. La vastità della Sfera
era tale che non si percepiva alcuna curvatura: piuttosto, era come trovarsi compresso
fra strati diversi, ossia fra la prateria piatta e il coperchio del cielo chiazzato, con il
sole sospeso in mezzo come una lanterna, e le profondità dello spazio a un miglio o
due soltanto sotto i miei piedi.
- Rammenta che quando osservi il lato opposto dell'Interno stai guardando oltre
l'ampiezza dell'orbita di Venere - avvertì Nebogipfel. - Da tale distanza, la Terra stes-
sa sembrerebbe ridotta a un punto luminoso. Le dimensioni geografiche, qui, sono
molto maggiori che sulla Terra.
- Debbono esservi oceani tanto vasti da poter inghiottire la Terra… - osservai, pen-
soso. - Immagino che i processi geologici in un mondo come questo siano…
- Non esistono processi geologici, qui - interruppe Nebogipfel. - L'Interno e i suoi
paesaggi sono interamente artificiali. In sostanza, tutto ciò che vedi è stato progettato
così, e tale viene mantenuto, del tutto consapevolmente. - In quel momento, parve in-
solitamente riflessivo. - Questo corso della storia è molto diverso dall'altro che mi hai
descritto, ma alcune costanti rimangono: questo è un mondo di giorno perpetuo, a
contrasto con il mio mondo notturno. Proprio come nell'altra storia, abbiamo spaccato
la specie in due opposti, di buio e di luce.
Poi Nebogipfel mi accompagnò al bordo del disco vitreo. Mentre lui restava sulla
piattaforma, protetto dal parasole, io balzai audacemente nella prateria circostante. Il
suolo mi parve duro, ma fui lieto della sensazione procurata da una superficie diversa,
dopo giorni di pavimento cedevole. Sebbene corta, l'erba era dura e irta, come quella
che si trova di solito presso le sponde marine. Allorché mi chinai a conficcarvi le dita,
scoprii che il suolo era asciutto e sabbioso. Nella fila di fossette che avevo scavato
con le dita vidi un insetto, che subito fuggì, seppellendosi nella sabbia.
Sull'erba sibilava la brezza. Non si udivano canti d'uccelli, né voci di altri animali.
- Il suolo non è molto fertile…
- No - convenne Nebogipfel. - Però il - e pronunciò nella sua lingua una parola in-
comprensibile - si sta riprendendo.
- Che cosa significa quella parola?
- Indica l'insieme delle piante, degli insetti e degli animali che vivono in maniera
interdipendente. Sono trascorsi soltanto quarantamila anni dalla guerra.
- Quale guerra?
Allora Nebogipfel, esprimendosi in un modo che poteva soltanto avere copiato da
me, scrollò le spalle, con un ondeggiamento che gli fece frusciare la pelliccia: - Chis-
sà? Le cause sono state dimenticate, e i combattenti, i popoli e i loro discendenti, so-
no tutti morti.
- Ma mi avevi detto - ribattei, in tono d'accusa - che non esistono guerre, qui.
- Non fra i Morlock. Ma nell'Interno… La guerra a cui ho accennato fu terribile:
caddero bombe, la terra fu distrutta, ogni forma di vita venne annientata.
- Ma sicuramente le piante, gli animali di piccole dimensioni…
- La distruzione fu completa. Non puoi capire… In un territorio di un milione di
miglia quadrate, ogni forma di vita perì, tranne l'erba e gli insetti. Soltanto da poco
tempo il paese è diventato sicuro.
- Ma quali esseri vivono qui? Sono simili a me?
Dopo un breve silenzio, Nebogipfel rispose: - Alcuni ricordano la tua specie arcai-
ca, ma ve ne sono persino altri ancora più antichi. Conosco una colonia di Neanderta-
liani ricostruiti che ha reinventato le religioni di quel popolo scomparso. Altri invece
si sono evoluti, e sono tanto diversi da te quanto lo sono io, anche se in modo diffe-
rente. La Sfera è vasta. Se desideri che ti conduca a una colonia di esseri approssima-
tivamente simili alla tua specie…
- Oh, non sono affatto certo di ciò che desidero! Credo di essere sopraffatto da
questo luogo: da questo mondo di mondi. Voglio capirlo, prima di scegliere dove tra-
scorrerò la mia vita. Puoi comprenderlo?
Apparentemente ansioso di sottrarsi al sole, Nebogipfel non discusse: - Benissimo.
Quando vorrai rivedermi, dovrai semplicemente tornare qui alla piattaforma e chia-
mare il mio nome.
Così ebbe inizio il mio soggiorno solitario nell'Interno della Sfera.

In quel mondo di mezzogiorno perpetuo non esisteva nessun ciclo di giorni e di


notti in base a cui calcolare il trascorrere del tempo. Tuttavia avevo il mio orologio da
tasca: anche se naturalmente aveva perduto ogni riferimento a causa dei miei viaggi
nel tempo e nello spazio, serviva a contare periodi di ventiquattro ore.
Dalla piattaforma, Nebogipfel evocò un semplice rifugio di pianta quadrangolare,
con una finestrina e con una porta a diaframma, simile a quella che ho descritto in
precedenza. Oltre a lasciarmi un vassoio di cibo e di acqua, mi mostrò come procu-
rarmene altri: bastava inserire nuovamente il vassoio nella superficie della piattafor-
ma, ciò che procurava una strana sensazione, e pochi secondi dopo compariva un
nuovo vassoio carico di cibi. Giacché non disponevo di altre fonti di approvvigiona-
mento, repressi la nausea che tale processo innaturale suscitava in me. Nebogipfel mi
mostrò anche come inserire oggetti nella piattaforma affinché venissero puliti, come
faceva lui stesso, persino per lavarsi le mani. Ricorsi a questo metodo per lavare gli
indumenti e gli stivali (anche se i calzoni mi venivano restituiti senza piega), tuttavia
non riuscii mai ad utilizzarlo per la mia igiene personale: non riuscivo a sopportare
neppure l'idea d'inserire una mano, un piede, o peggio ancora il viso, in quella super-
ficie uniforme. Continuai perciò a lavarmi con l'acqua.
A questo proposito, ero ancora privo dell'occorrente per radermi, talché la barba mi
era cresciuta incolta: benché lunga e folta, era di un deprimente color grigio ferro.
Prima d'andarsene, Nebogipfel m'insegnò anche a sfruttare tutte le risorse degli oc-
chiali. Toccandone la superficie in un certo modo era possibile far sì che ingrandisse-
ro le immagini degli oggetti lontani, avvicinandoli nitidamente. Li sperimentai subito,
mettendoli a fuoco su di un'ombra lontana che avevo creduto essere un boschetto:
scoprii invece che si trattava di una rupe, la quale sembrava molto consunta, oppure
fusa.
Durante i primi giorni, mi accontentai di rimanere là nella prateria. Mi tolsi gli sti-
vali, per godere della sensazione dell'erba e della sabbia fra le dita dei piedi, e mi de-
dicai a lunghe passeggiate. Spesso, nella luce calda del sole, mi spogliai a torso nudo,
per cui non tardai a diventare scuro come una bacca, anche se la mia fronte stempiata
si bruciò: fu come trascorrere un periodo di riposo e di cura a Bognor.
La sera mi ritiravo nel mio rifugio. Stavo molto comodo, con la porta chiusa, e
dormivo bene, sdraiato sulla cedevolezza calda della piattaforma, con la giacca per
cuscino.
Dedicai la maggior parte del mio tempo ad osservare l'Interno usando gli occhiali
come binocoli. Seduto al bordo della piattaforma, o sdraiato in un prato morbido, con
la testa sostenuta dalla giacca, scrutai il cielo.
Il territorio dell'Interno dirimpetto a quello in cui mi trovavo, oltre il sole, doveva
essere all'equatore della Sfera, dove la gravità era più forte, e l'atmosfera densa, per-
ciò immaginai che fosse molto simile alla Terra. La fascia equatoriale era relativa-
mente stretta: non era più larga di alcune decine di milioni di miglia. Non mi è diffici-
le dire "non più", anche se naturalmente mi rendo conto che su quello sfondo titanico
la Terra intera si sarebbe smarrita come una semplice pagliuzza.
Oltre la fascia equatoriale, la superficie, di un grigio spento, si scorgeva a stento at-
traverso il filtro azzurro del cielo, quindi non era possibile distinguerne i dettagli. In
uno dei territori alle alte latitudini individuai una macchia biancoargentea, la quale
conteneva mari di un bel grigio che mi rammentavano un poco la luna. In un altro
scorsi una vivida chiazza arancione, quasi perfettamente ellittica, di cui non riuscii a
comprendere la natura. Ricordando i due giganti morlock che avevo incontrato, pro-
venienti dai territori a bassa gravità della superficie esterna, lontani dall'equatore, mi
domandai se lassù, nelle remote regioni a bassa gravità delle alte latitudini dell'Inter-
no, vivessero umani deformi.
Persino la fascia equatoriale tanto simile alla Terra mi sembrò spopolata: vidi bril-
lare nel sole eterno oceani immensi e deserti tanto vasti da contenere pianeti interi,
separati da isole mondi che avevano superfici poco più grandi di quella della Terra.
Là vidi un mondo di praterie e di foreste, al di sopra delle quali s'innalzavano gli
edifici scintillanti delle città. Vidi un mondo imprigionato nel ghiaccio, i cui abitanti
sopravvivevano forse come avevano fatto i miei antenati europei durante le epoche
glaciali: mi chiesi se fosse tanto freddo perché era situato sopra una piattaforma im-
mensa, al di fuori dell'atmosfera. In alcuni mondi vidi tracce d'industria: città, fumo
di fabbriche, ponti che scavalcavano le baie, scie spumeggianti di navi sui mari cinti
di terra, e, talvolta, nell'atmosfera, veli di vapore che sembravano prodotti da aero-
mobili.
Tutto ciò mi era abbastanza familiare. Alcuni mondi, però, travalicavano le mie
capacità di comprensione.
Intravidi città che galleggiavano nell'aria al di sopra delle loro stesse ombre, e pa-
lazzi tanto immensi che avrebbero fatto sembrare minuscola la Muraglia Cinese…
Non riuscii neppure a immaginare quali tipi di uomini vivessero in luoghi simili.

A volte mi destai in una relativa oscurità, quando grandi veli di nubi opprimevano
la terra, poco prima che incominciassero a cadere piogge fitte. Pensai che nell'Interno
il tempo atmosferico fosse regolato, come lo erano senza dubbio altri aspetti di quel-
l'ambiente artificiale. Infatti, non stentavo a immaginare i cicloni immensi che avreb-
bero potuto essere prodotti dalla rapida rotazione della Sfera. In quelle occasioni,
passeggiavo per un po' sotto la pioggia, godendo della sensazione pungente dell'acqua
fresca sulla pelle. Allora il luogo in cui mi trovavo somigliava molto di più alla Terra,
con il lato opposto dell'Interno e l'orizzonte vago nascosti dalla pioggia e dalle nubi.
Dopo lunghe osservazioni con gli occhiali telescopici, scoprii che la prateria circo-
stante era davvero tanto monotona quanto mi era sembrata sul primo momento. In un
giorno luminoso e caldo, decisi di tentare di raggiungere la rupe che ho menzionato,
unica caratteristica distinguibile all'interno dell'orizzonte delineato dalle brume, per-
sino nelle giornate più limpide. Dopo avere infagottato una provvista di cibo e d'ac-
qua nella mia povera giacca tanto maltrattata, partii. Allorché fui tanto stanco da non
poter proseguire, mi sdraiai per tentare di dormire, ma non vi riuscii, sotto la luce in-
tensa del sole, perciò rinunciai dopo poche ore. Continuata la marcia per un altro bre-
ve tratto senza che la rupe sembrasse più vicina, cominciai a spaventarmi, trovandomi
tanto lontano dalla piattaforma: che cosa sarebbe accaduto se mi fossi stancato troppo
o se fossi rimasto ferito in qualche modo? Non avrei più potuto chiamare Nebogipfel,
quindi avrei dovuto rinunciare a qualunque prospettiva di tornare nella mia epoca:
anzi, sarei morto nella prateria come una gazzella ferita. E tutto ciò, soltanto per fare
una gita fino a una rupe anonima! Sentendomi sciocco, mi volsi e tornai alla piatta-
forma.

18. I NUOVI ELOI

Alcuni giorni più tardi, uscito dal rifugio dopo un breve riposo, mi accorsi che la
luce era poco più intensa del solito. Alzando lo sguardo, scoprii che a pochi gradi dal
sole, immobile nel cielo, brillava una stella. Misi gli occhiali e la osservai.
Era un'isola grande come un pianeta. E stava bruciando. Vidi grandi esplosioni che
ne squassavano la superficie, sbocciando come bei fiori letali. Pensai che l'isola fosse
priva di vita, perché nulla avrebbe potuto sopravvivere a quelle conflagrazioni che
continuavano a martoriarla in un silenzio surreale.
Per alcune ore, l'isola avvampò più luminosa del sole, e capii che stavo assistendo
a una tragedia colossale, opera dell'umanità o dei suoi discendenti.
Quando cominciai a cercare tracce di guerra, ne trovai ovunque nel cielo roccioso.
Vidi un vasto territorio devastato da una guerra d'assedio logorante e distruttiva,
con la campagna solcata da strisce brune che dovevano essere immense trincee, lar-
ghe centinaia di miglia, dove gli uomini combattevano e morivano un anno dopo l'al-
tro. Vidi una città in fiamme sulla quale s'inarcavano vapori bianchi, e mi domandai
se fosse in corso una guerra aerea. Vidi un mondo devastato dalle conseguenze della
guerra, con continenti anneriti e spogli, dove si scorgevano a stento i contorni delle
città in un ammasso di nubi nere in movimento.
Mi domandai quanti altri disastri fossero toccati al mio pianeta dopo la mia parten-
za.
Dopo ripetute osservazioni effettuate nei giorni seguenti, mi abituai a non portare
gli occhiali per lunghi periodi. Infatti cominciai a trovare opprimente quel cielo solca-
to ovunque dalla guerra.
Nella mia epoca, c'era chi si dichiarava favorevole alla guerra, considerandola un
modo per allentare la tensione fra le grandi potenze. Altri avevano profetizzato che la
guerra successiva sarebbe stata l'ultima, cioè una sorta di repulisti generale. Tuttavia,
le mie recenti osservazioni nell'Interno mi confermavano che non era affatto così:
l'umanità praticava la guerra a causa del proprio retaggio primordiale, e qualunque
giustificazione non era altro che una razionalizzazione fornita dal nostro cervello i-
persviluppato.
Immaginai quello che sarebbe successo se la Gran Bretagna e la Germania fossero
state trasferite nell'Interno, come due nuove macchie di colore nel cielo roccioso.
Dalla mia prospettiva cosmica, mi parvero due nazioni in una condizione d'insensata
confusione economica e morale. Dubitai che nel 1891 esistesse una sola persona, in
entrambi i paesi, che potesse illustrarmi i benefici di una guerra, quale che ne potesse
essere l'esito. E quanto sarebbe parso ridicolo e futile un simile conflitto, se la Gran
Bretagna e la Germania fossero state trasferite davvero nell'Interno della Sfera!
In tutta la Sfera, milioni di vite umane venivano cancellate in guerre che per me e-
rano tanto remote e insensate quanto gli affreschi di una cattedrale. Si sarebbe potuto
pensare che gli abitanti della Sfera, che abbracciava un milione d'isole-mondi, condi-
videssero la mia stessa prospettiva e rinunciassero alle loro piccole ambizioni me-
schine. Tutt'altro! Gli istinti umani più bassi dominavano ancora, persino nell'anno
657.208. Là, nella Sfera, neppure il monito quotidiano di centinaia di migliaia di
guerre che venivano combattute ovunque bastava a indurre gli uomini a comprender-
ne la futilità e la crudeltà.
Per contrasto, pensai a Nebogipfel e al suo popolo, alla loro società razionale.
Niente finzioni in proposito: provavo ancora una certa repulsione al pensiero dei
Morlock e delle loro pratiche innaturali; tuttavia mi rendevo conto che tale repulsione
derivava dai miei pregiudizi primitivi, oltre che dalle mie sfortunate esperienze nel
mondo di Weena, del tutto irrilevanti per esprimere un giudizio su Nebogipfel.
Poiché non mi mancava tempo per meditare, formulai un'ipotesi sulla scomparsa
della differenziazione sessuale fra i Morlock. Considerai il modo in cui si creano vin-
coli di solidarietà fra gli individui. Innanzitutto, un uomo deve battersi per difendere
se stesso e i propri figli. In secondo luogo deve difendere i fratelli, ma forse questo
istinto è meno forte, giacché il patrimonio genetico comune dev'essere diviso. In ter-
zo luogo, deve difendere i nipoti e i parenti più lontani, a cui è vincolato da legami
istintuali più deboli.
Così è possibile prevedere, con deprimente attendibilità, come si formano e come
operano i vincoli di solidarietà: soltanto con una simile gerarchia di alleanze, in un
mondo di penuria e d'instabilità, è possibile tramandare il proprio patrimonio genetico
alle generazioni future.
Fra i Morlock, invece, la trasmissione del patrimonio genetico era assicurata, non
tramite l'individuo o la famiglia, bensì tramite la grande risorsa comune che era la
Sfera. Dunque la differenziazione sessuale era diventata superflua, forse persino dan-
nosa, ai fini di un'evoluzione ordinata.
Ripensai con ironia all'ipotesi sulla scomparsa della differenziazione sessuale in un
mondo di pace e prosperità, che in precedenza avevo applicato ai raffinati e decadenti
Eloi, perché adesso capivo che, in questa versione di storia, erano stati i loro cugini
degeneri, i Morlock, a raggiungere quella meta lontana.
Meditando su tutto ciò, in pochi giorni presi una decisione sul mio futuro.
Non potevo rimanere nell'Interno. Dopo aver osservato il mondo dalla prospettiva
semidivina che Nebogipfel mi aveva rivelato, non avrei sopportato di dedicare la mia
vita e le mie energie a uno qualsiasi degli insignificanti conflitti che martoriavano
quelle pianure sconfinate. D'altronde, non avrei potuto restare con Nebogipfel e con i
Morlock: non ero un Morlock, e le mie necessità umane mi avrebbero impedito di a-
dattarmi al loro modo di vita.
Inoltre, come ho già detto, mi tormentava il pensiero che da qualche parte esistesse
ancora la macchina del tempo, capace di cambiare la storia.
Dopo aver formulato un piano per risolvere tutti questi problemi, convocai Nebo-
gipfel.

- Quando la Sfera venne costruita, si verificò uno scisma - spiegò Nebogipfel. - Chi
desiderava vivere come aveva sempre vissuto si stabilì nell'Interno. Chi desiderava
liberarsi dall'antico dominio della genetica…
- Divenne Morlock. Ecco perché le guerre, eterne e insignificanti, spazzano come
tempeste la superficie sconfinata dell'Interno.
- Esatto.
- Dimmi, Nebogipfel… La Sfera ha forse lo scopo di fornire a questi quasi umani,
a questi Nuovi Eloi, lo spazio per combattere le loro guerre senza annientare l'umani-
tà?
- No, naturalmente no. - Il modo in cui Nebogipfel si ombreggiava con il parasole
non mi sembrava più comico, bensì pieno di dignità. - La Sfera ha lo scopo di con-
sentire ai Morlock, come tu ci chiami, di disporre dell'energia di una stella per l'ac-
quisizione della conoscenza. - Batté le grandi palpebre. - Quale scopo possono mai
avere, infatti, gli esseri intelligenti, se non quello di raccogliere e di conservare tutte
le conoscenze disponibili?
La Memoria meccanica della Sfera, mi spiegò Nebogipfel, era una sorta di gigante-
sca Biblioteca in cui era conservata la saggezza accumulata dalla specie nel corso di
mezzo milione di anni. Il paziente lavoro dei Morlock, a cui avevo assistito, era dedi-
cato in gran parte a raccogliere nuove informazioni, oppure a classificare e a interpre-
tare le conoscenze già archiviate.
I Nuovi Morlock erano dunque una specie di studiosi, e tutta l'energia del sole ve-
niva utilizzata per il paziente sviluppo collettivo della grande Biblioteca.
- Capisco tutto questo, o almeno, ne capisco la ragione - risposi, lisciandomi la
barba. - Suppongo che non ci sia molta differenza dall'impulso che ha sempre domi-
nato la mia vita. Ma non avete timore che un giorno questa ricerca possa finire? Che
cosa farete, per esempio, quando avrete perfezionato la matematica e quando avrete
dimostrato la teoria definitiva dell'universo fisico?
Con un altro gesto che aveva imparato da me, Nebogipfel scosse la testa: - Questo
non è possibile. Il primo a dimostrarlo fu un tuo contemporaneo: Kurt Gödel.
- Chi?
- Kurt Gödel, un matematico nato una decina d'anni dopo la tua partenza…
Mentre Nebogipfel dimostrava ancora una volta la sua profonda conoscenza della
mia epoca, scoprii con sorpresa che quel Gödel aveva dimostrato, negli anni Trenta
del ventesimo secolo, che la matematica era inesauribile, e che anzi poteva essere ar-
ricchita in eterno assimilando nuovi assiomi, veri o falsi che si dimostrassero.
- Mi fa male la testa solo a pensarci! Posso immaginare l'accoglienza che ricevette
quel povero Gödel quando annunciò al mondo la sua scoperta: il mio vecchio profes-
sore di algebra l'avrebbe cacciato dall'aula!
- Gödel dimostrò che la nostra ricerca di sapere e conoscenza non può mai avere
fine.
- Vi ha fornito uno scopo inesauribile - risposi. Finalmente capii che i Morlock,
come monaci pazienti, lavoravano instancabilmente per indagare il funzionamento
dell'universo.
Alla Fine del Tempo, la grande Sfera che avvolgeva il sole, con la sua Mente mec-
canica e i suoi pazienti servi Morlock, sarebbe diventata una sorta di divinità.
Personalmente, concordavo con Nebogipfel: non poteva esistere scopo più elevato
per una specie intelligente.
Allora cominciai il discorso che avevo accuratamente preparato: - Voglio tornare
sulla Terra, Nebogipfel. Lavorerò con te alla macchina del tempo.
Il Morlock reclinò la testa: - Ne sono lieto. Il contributo delle tue conoscenze sarà
immensamente prezioso.
Discutemmo la proposta, ma non fu necessaria una particolare opera di persuasione
da parte mia, perché Nebogipfel non m'interrogò, né mi parve insospettito.
Così mi dedicai ai preparativi per abbandonare quell'insulsa prateria, e intanto ri-
masi assorto nelle mie meditazioni.
Sapevo che Nebogipfel, ansioso di acquisire la tecnica del viaggio temporale, a-
vrebbe accettato la mia proposta, tuttavia alla luce della mia nuova sensibilità per la
dignità dei Nuovi Morlock, mi turbava l'idea di dovergli mentire.
Volevo davvero tornare sulla Terra con Nebogipfel, però non avevo nessuna inten-
zione di rimanervi: non appena mi fossi nuovamente impadronito della macchina del
tempo, l'avrei subito usata per fuggire nel passato.

19. COME ATTRAVERSAI LO SPAZIO INTERPLANETARIO

Fui costretto ad attendere tre giorni prima che Nebogipfel fosse pronto a partire.
Mi spiegò che occorreva aspettare che la Terra e la regione della Sfera in cui ci tro-
vavamo assumessero la configurazione appropriata.
Intanto continuai a ripensare al viaggio che stavo per affrontare, ma senza partico-
lare timore, perché anche se privo di sensi avevo compiuto quella traversata già una
volta. Mentre mi interrogavo sul propellente usato dalla nave spaziale di Nebogipfel,
rammentai l'assurdo cannone e il proiettile gigantesco che Verne aveva fatto sparare
dai soci del Gun Club di Baltimora verso la luna. Ma bastava un semplice calcolo
mentale per dimostrare che un'accelerazione sufficiente a vincere la gravità terrestre
avrebbe anche spappolato i corpi dei viaggiatori - cioè Nebogipfel ed io - sulle pareti
interne del veicolo come uno strato di marmellata di fragole.
Quale sistema avremmo usato, dunque?
Com'è noto lo spazio interplanetario è privo d'aria, quindi non avremmo potuto vo-
lare come uccelli fino alla Terra, perché essi confidano nella capacità delle ali di
sfruttare la resistenza dell'aria: niente aria, niente spinta! Ipotizzai che la nave spazia-
le utilizzasse un tipo molto perfezionato di razzo, perché volando grazie alla spinta
del propellente combusto, poteva funzionare nel vuoto dello spazio, a patto di tra-
sportare l'ossigeno necessario.
Ma queste ipotesi erano basate sulla scienza del diciannovesimo secolo. Come po-
tevo immaginare le risorse a disposizione nell'anno 657.208? Immaginai navi capaci
di bordeggiare nella gravità solare come in un vento invisibile, oppure qualche forma
di sfruttamento dei campi magnetici, o altro ancora.
Mi lanciai nelle più ardite speculazioni, finché Nebogipfel annunciò che per me era
arrivato il momento di lasciare per sempre l'Interno.
Mentre scendevamo nell'oscurità, gettai la testa all'indietro per osservare la luce
che si allontanava, e un attimo prima di mettermi gli occhiali giurai che quando i rag-
gi del sole mi avessero di nuovo accarezzato il viso, mi sarei trovato nel mio secolo.

Mi aspettavo di essere condotto all'equivalente morlock di un porto, con grandi na-


vi spaziali d'ebano ancorate lungo la parete della Sfera come transatlantici in porto.
Non trovai nulla di tutto ciò. Nebogipfel mi accompagnò per poche miglia sui na-
stri mobili del pavimento fino a una zona sgombra, che si distingueva dalle altre per-
ché era priva di divisori e di Morlock. Al centro, sul pavimento stellato, era sistemata
una cabina trasparente, simile a un montacarichi.
A un gesto della mia guida, entrai nella cabina. Nebogipfel mi seguì e la porta a
diaframma si chiuse con un sibilo. La cabina aveva la forma di un parallelepipedo,
ma con gli angoli e gli spigoli arrotondati. Conteneva soltanto alcune aste verticali
disposte tutt' intorno a intervalli regolari.
Con le dita pallide, Nebogipfel afferrò un'asta: - Meglio prepararsi. Al momento
del lancio, vi sarà un brusco salto di gravità.
Benché pronunciate in tono pacato, le sue parole m'inquietarono. Con gli occhi
protetti dalle lenti, Nebogipfel mi osservò con il solito sguardo insieme curioso e in-
dagatore. Intanto, mi accorsi che rinserrava la presa.
D'improvviso, più rapidamente di quanto si possa dire a parole, il pavimento si a-
prì, e la cabina precipitò staccandosi dalla Sfera.
Con un grido, mi afferrai a un'asta, come un bimbo alla gamba della madre.
Alzando lo sguardo, vidi la superficie della Sfera trasformarsi in una immensa vol-
ta nera che nascondeva alla vista metà dell'universo. Al centro vidi il rettangolo più
chiaro della porta da cui eravamo usciti, che ormai si era quasi richiusa e rimpiccioli-
va in lontananza. Era la prova che la cabina stava precipitando nello spazio. Non era
difficile capire ciò che era successo: anche uno scolaretto avrebbe potuto ottenere il
medesimo effetto facendo roteare una castagna d'India legata a una cordicella e mol-
lando all'improvviso la presa. Ebbene, la "cordicella" che ci aveva trattenuti all'inter-
no della Sfera, ossia il pavimento, si era staccata, scagliandoci nello spazio senza tan-
te cerimonie.
A stento riuscii a sopportare la vista dello spettacolo che si aprì sotto di me: Nebo-
gipfel e io eravamo risucchiati in un pozzo senza fondo che s'inabissava all'infinito in
un oceano di stelle.
- Per l'amor di Dio, Nebogipfel… Cos'è successo? Qualche disastro, forse?
Il Morlock si librava in maniera sconcertante a pochi centimetri dal pavimento: in-
fatti mentre la cabina precipitava nello spazio, all'interno noi galleggiavamo come pi-
selli in una scatola per fiammiferi.
- Siamo stati scagliati via dalla Sfera. Gli effetti della sua rotazione… - mi informò
Nebogipfel.
- Capisco, ma… Perché? Vuoi dire che precipiteremo dritti sulla Terra?
- In sostanza… sì - confermò il mio compagno.
A quel punto non ebbi la forza di fare altre domande, perché mi accorsi anch'io di
galleggiare nella cabina come un pallone, una sensazione subito accompagnata da
una forte nausea che soffocai a stento solo dopo alcuni minuti.

Alla fine, riacquistai parzialmente il controllo del mio corpo e chiesi a Nebogipfel
di spiegarmi i principi su cui si basava il nostro volo fino alla Terra. A quel punto ca-
pii quanto fosse elegante ed economica la soluzione che i Morlock avevano escogita-
to per viaggiare tra la Sfera e i pianeti rimasti: avrei dovuto arrivarci da solo, invece
di perdermi in assurde speculazioni su proiettili e razzi. Si trattava in fondo di un al-
tro esempio della natura inumana dei Morlock. Invece che a bordo di un'enorme nave
spaziale, come mi ero aspettato, stavo viaggiando dall'orbita di Venere verso la Terra
chiuso di quella specie di bara.
Pochi fra i miei contemporanei erano davvero consapevoli che l'universo fosse co-
stituito essenzialmente di vuoto, punteggiato da alcune sacche isolate di calore e di
vita, e che dunque erano necessarie velocità enormi per percorrere in tempo utile le
distanze interplanetarie. Ma la Sfera, all'equatore, si muoveva già a notevole velocità,
perciò i Morlock non avevano bisogno di razzi né di cannoni. Semplicemente, face-
vano cadere le capsule dalla Sfera lasciando che la rotazione facesse il resto.
La nostra velocità era tale, mi spiegò Nebogipfel, che saremmo arrivati nei pressi
della Terra in appena quarantasette ore.
Osservando la capsula, non vidi traccia di razzi né di altre forze motrici. Galleg-
giavo all'interno, sentendomi goffo e ingombrante. Vedevo la mia barba librarsi in
una nube grigia davanti alla faccia e le falde della giacca sollevarsi attorno alle spalle.
- Ho capito i principi del lancio, ma… come viene guidata la capsula?
Dopo una breve esitazione, Nebogipfel rispose: - Non viene affatto guidata. Forse
hai frainteso ciò che ti ho detto: la capsula non necessita di forza motrice, perché la
velocità che la Sfera le imprime…
- Ho capito perfettamente - osservai agitato. - Ma se ci accorgessimo che, a causa
di un errore di lancio, stiamo cadendo nella direzione sbagliata e rischiamo di manca-
re il bersaglio? Anche l'impercettibile errore di una frazione di grado, se proiettato su
scala planetaria, potrebbe farci mancare la Terra di milioni di miglia. E in tal caso
continueremmo a precipitare nel vuoto per l'eternità, cercando di spiegare la colpa
dell'accaduto finché non avremo finito l'aria.
Il mio compagno parve confuso: - Non c'è stato nessun errore.
- Ma se accadesse - insistetti, - magari a causa di qualche difetto meccanico, come
potremmo correggere la traiettoria della capsula?
Prima di rispondere, Nebogipfel meditò brevemente: - Non si verificano errori o
difetti, quindi la capsula non ha bisogno di propulsione per correggere la traiettoria.
Incredulo, costrinsi Nebogipfel a ripetere più volte la spiegazione, prima di accet-
tarla come veritiera. Ed era proprio così! Dopo il lancio, la capsula sfrecciava nello
spazio interplanetario con l'ineluttabilità di un sasso o, se preferite, del proiettile spa-
rato dal cannone lunare di Verne.
Mentre protestavo per la follia di quel sistema, mi accorsi che Nebogipfel pareva
contrariato: è la stessa reazione di chi dimostra una mentalità aperta, ma si chiude a
riccio non appena deve respingere gli attacchi di qualcuno che insiste a perorare la
propria tesi, specialmente in materia di religione. Quindi rinunciai.
A causa della lenta rotazione della capsula, le stelle e l'immensa superficie della
Sfera parevano danzare intorno a noi. Senza questo movimento forse alla fine mi sa-
rei illuso di trovarmi nel mezzo di un deserto di notte, immobile, tranquillo e al sicu-
ro. Invece la realtà delle percezioni parlava chiaro: mi trovavo all'interno di una fragi-
le capsula che precipitava nel vuoto, priva di qualunque sostegno, controllo o colle-
gamento. Così durante le prime ore rimasi paralizzato dalla paura. Non riuscii ad abi-
tuarmi alla trasparenza delle pareti, né all'idea che non potevamo correggere la traiet-
toria. Il viaggio sembrava un incubo: una caduta ineluttabile nella tenebra infinita. E
tutto ciò in sostanza rivelava la fondamentale differenza tra la mente umana e quella
dei Morlock. Quale essere umano, infatti, avrebbe rischiato la vita in un viaggio in-
terplanetario senza potere stabilire e guidare la propria rotta? Invece i Nuovi Mor-
lock, dopo mezzo milione di anni di costante progresso tecnologico, si affidavano
ciecamente alle loro macchine, basandosi sulla semplice convinzione che esse non li
tradivano mai.
Però io non ero un Morlock!
In ogni modo, il mio stato d'animo migliorò poco a poco. A parte il lento roteare
della capsula, che continuò per tutto il viaggio sino alla Terra, le ore trascorsero nel-
l'immobilità e nel silenzio, rotti soltanto dal respiro del mio compagno, simile a un
sussurro. Nella capsula c'era un certo tepore, perciò il mio corpo si trovava perfetta-
mente a suo agio. Poiché le pareti erano della stessa sostanza del pavimento della Sfe-
ra, a un semplice tocco di Nebogipfel mi fornirono cibo, bevande, e tutto ciò di cui
potevo avere bisogno, anche se la scelta era più limitata che nella Sfera, perché qui la
Memoria era ridotta.
Così veleggiammo in assoluta tranquillità nell'immensa cattedrale dello spazio in-
terstellare. Le sensazioni fisiche cominciarono ad affievolirsi, e sperimentai un asso-
luto distacco fra la mente e il corpo. Non mi pareva più di viaggiare e, passate le pri-
me ore, quell'esperienza non assomigliò più a un incubo. Anzi, ormai sembrava piut-
tosto un sogno.

20. UN RESOCONTO DEL LONTANO FUTURO

Il secondo giorno, Nebogipfel mi chiese di parlare ancora una volta del mio prece-
dente viaggio nel futuro: - Allora, dopo aver recuperato la macchina dai Morlock -
esortò - ti sei spinto ulteriormente nel futuro di quella dimensione di storia…
- Per parecchio tempo, incurante di dove andassi, rimasi aggrappato alla macchina
- ricordai, - come adesso sono aggrappato a questi sostegni. Quando finalmente guar-
dai i cronometri, scoprii che le lancette stavano ruotando con enorme rapidità verso il
futuro. Ora, devi rammentare che nell'altra storia l'asse e la rotazione della Terra non
erano stati modificati, quindi la notte e il giorno continuavano a pulsare come il batti-
to di grandi ali. La fascia luminosa del tragitto del sole s'inclinò fra i solstizi con il
trascorrere delle stagioni. Poco a poco, però, mi accorsi di un mutamento: benché a-
vanzassi nel tempo a velocità costante, il ritmico succedersi del giorno e della notte
ritornò, accentuandosi.
- La rotazione della Terra stava rallentando - commentò Nebogipfel.
- Sì. I giorni divennero secoli. Il sole divenne una cupola grande e ardente: conti-
nuava a splendere, ma si stava raffreddando. Di quando in quando la sua luce diven-
tava più intensa, con spasmi che ricordavano la sua antica luminosità. Poi però, ogni
volta, assumeva di nuovo una cupa tinta cremisi. Cominciai a rallentare la mia caduta
nel tempo…
«Quando mi fermai, vidi un paesaggio simile a quello che avevo sempre immagi-
nato vi fosse su Marte. Il sole, immobile e gigantesco, era sospeso sull'orizzonte. Nel-
l'altra metà del cielo brillavano ancora le stelle, simili a ossa sbiancate. Le rocce spar-
se al suolo erano di un rosso acceso e su ogni superficie rivolta a occidente erano
chiazzate di verde cupo, il colore dei licheni.
«La macchina del tempo era adagiata su una spiaggia che scendeva digradando
verso un mare tanto immoto da sembrare di vetro. L'aria era così fredda e rarefatta
che mi parve di essere sulla cima di un'alta montagna. Restava ben poco del paesag-
gio della valle del Tamigi, a me familiare: immaginai che ne fosse stata cancellata
ogni traccia dall'azione lenta e inesorabile delle glaciazioni e dal respiro lento dei ma-
ri. E con il paesaggio era stato cancellato ogni segno della presenza dell'umanità.
Mentre eravamo sospesi nello spazio all'interno della capsula scintillante, raccontai
a Nebogipfel ciò che avevo visto nel lontano futuro, e in quella calma ricordai detta-
gli che forse non avevo riferito neppure ai miei amici, a Richmond.
- Vidi un essere simile a un canguro - rammentai. - Era alto circa novanta centime-
tri, tarchiato, con gli arti massicci e le spalle arrotondate, la pelliccia grigia sporca e
arruffata. Saltellava sulla spiaggia e sembrava disperato. Grattava debolmente le roc-
ce con le zampe, evidentemente nel tentativo di strappare manciate di licheni, da cui
ricavare un misero pasto. Tutto ciò mi suscitò un'impressione di profonda degenera-
zione. Con sorpresa, notai che l'essere aveva cinque dita, sia nelle zampe anteriori sia
in quelle posteriori, nonché la fronte prominente e gli occhi frontali. Vestigia d'uma-
nità che trovai ripugnanti.
«A un tratto, mi sentii sfiorare un orecchio, come se un capello mi accarezzasse:
mi girai, restando seduto sul sellino.
«Dietro la macchina si era avvicinata una creatura simile a un millepiedi, ma dalle
dimensioni enormi, largo circa un metro o poco più, lungo forse nove metri, con il
corpo segmentato coperto di placche chitinose color cremisi, che sfregavano rumoro-
samente l'una contro l'altra a ogni movimento. Mi aveva sfiorato con una delle sue
ciglia, lunghe una trentina di centimetri, che dondolavano umide nell'aria. Sollevò la
testa tozza e spalancò la bocca, facendo ondeggiare le mascelle madide. Aveva molti
occhi disposti in forma esagonale, che roteavano scrutandomi.
«Toccai una leva, spostandomi un poco avanti nel tempo per sfuggire al mostro.
«Rimasto sulla medesima spiaggia tetra, vidi parecchi millepiedi strisciare inar-
cando i corpi, poi ammucchiarsi goffamente sfregando rumorosamente gli uni contro
gli altri sopra un ammasso di carne sanguinolenta, che subito mi ricordò il triste can-
guro che avevo osservato poco prima.
«Incapace di sopportare quello scempio, spinsi le leve, lanciandomi in avanti di un
milione di anni.
«Ritrovai quella spiaggia orrenda, ma volgendo le spalle al mare vidi svolazzare
nel cielo, al di sopra del pendio spoglio, un essere simile a un'immensa farfalla, bian-
ca e scintillante. Le dimensioni del corpo erano quelle di una donna minuta, con e-
normi ali, pallide e traslucide. La sua voce lugubre, umana in modo soprannaturale,
mi suscitò un'immensa desolazione.
«D'improvviso scorsi un movimento a breve distanza: quello che sembrava un
masso, rosso come una roccia marziana, si muoveva sulla sabbia nella mia direzione.
Era una sorta di granchio, grande come un divano, con le zampe che si muovevano
lentamente e prudentemente sulla spiaggia. Gli occhi peduncolati di un colore rosso
grigiastro, ma di forma umana, ondeggiavano nella mia direzione. La bocca articolata
come un congegno meccanico si torceva e schioccava, sbavando; il carapace metalli-
co era macchiato di verde dai pazienti licheni.
«Mentre la farfalla, fragile e sgraziata, svolazzava sopra di me, il granchio protese
le grosse chele senza riuscire a catturarla, ma strappandole, mi parve, brandelli di
carne pallida.
«Meditando su ciò che vidi allora, ho trovato conferma alla mia angoscia, perché
credo che la suddivisione degli esseri viventi in predatori forti e in prede deboli sia
stata una conseguenza del rapporto fra gli Eloi e i Morlock da me osservato nelle e-
poche precedenti.
- Ma le forme erano molto diverse - obiettò Nebogipfel. - Millepiedi, granchi…
- Se pensiamo a un arco di tempo sufficientemente ampio - insistetti, - la forma di
qualsiasi specie diventa malleabile sotto la spinta dell'evoluzione, come insegna Dar-
win, e la regressione zoologica diventa una forza dinamica. Rammenta che tu e io,
come pure gli Eloi e i Morlock, considerati da una prospettiva sufficientemente am-
pia, siamo tutti cugini all'interno della stessa antica famiglia di pesci!
Ipotizzai che gli Eloi, nel disperato tentativo di sfuggire ai Morlock, si fossero tra-
sformati in creature volanti, e che i predatori, usciti dalle caverne e abbandonata fi-
nalmente ogni simulazione di abilità tecnica, si fossero a loro volta trasformati nei
granchi che strisciavano sulle gelide spiagge, in attesa che le farfalle eloi si stancasse-
ro e cadessero dal cielo. In tal modo l'antico conflitto, originato dalla degenerazione
sociale, si era finalmente ridotto alla sua cruda essenzialità.
- Ripresi il viaggio nel futuro - raccontai a Nebogipfel - a tappe di millenni. La
torma di crostacei continuò a strisciare sui licheni e sulle rocce, il sole divenne più
grande e meno luminoso.
«Mi fermai per l'ultima tappa a trenta milioni di anni nel futuro, quando il sole era
ormai diventato un'immensa volta che nascondeva un'ampia porzione di cielo. Cade-
va un nevischio duro e implacabile. Rabbrividendo dal freddo, mi infilai le mani sotto
le ascelle. Le cime innevate delle colline erano pallide nella luce delle stelle, e grandi
iceberg galleggiavano sul mare eterno.
«I granchi erano scomparsi, ma il verde cupo dei licheni persisteva.
Su un banco di sabbia mi parve di vedere un oggetto nero muoversi come se fosse
vivo. Un'eclissi, provocata dal passaggio di un pianeta interno dinanzi al sole, proiettò
un'ombra sulla Terra. Forse laggiù ti saresti sentito a tuo agio, Nebogipfel, ma io con-
fesso di aver provato un profondo sgomento e smontai dalla macchina per riprendere
animo. Quando l'arco cremisi del sole riapparve nel cielo, scoprii che la cosa sulla
spiaggia si muoveva davvero: era una sfera di carne, simile a una testa mozzata, del
diametro di poco meno di un metro, con due fasci di tentacoli protesi come dita. Era
priva di naso, con una bocca simile a un becco, e i due grandi occhi neri sembravano
umani…
Nel descrivere quell'essere a Nebogipfel, mi resi conto che assomigliava al mio
strano compagno del secondo viaggio temporale: l'essere che si librava nello spazio,
illuminato di verde, che avevo battezzato l'Osservatore. Tacqui, pensando: È mai pos-
sibile che l'Osservatore fosse soltanto un'apparizione proveniente dalla fine del tem-
po?
- E così - conclusi, - rimontai a bordo della macchina, perché avevo paura di rima-
nere là, indifeso, in quel freddo terribile, e tornai nel mio secolo.
Mentre parlavo sottovoce, Nebogipfel mi fissò con i grandi occhi, in cui scorsi le
vestigia di quel guizzo di curiosità e meraviglia che caratterizza l'umanità.

I pochi giorni trascorsi all'interno della capsula non ebbero un gran rapporto con il
resto della mia vita. A volte rammento quell'esperienza come una pausa fugace nel-
l'arco della mia esistenza, mentre altre volte ho l'impressione di aver trascorso un'e-
ternità alla deriva fra i pianeti. Mi sembrò di essere disincarnato e di poter osservare
la mia vita dall'esterno, come se si trattasse di un romanzo incompiuto.
Rividi me stesso da giovane, intento a compiere esperimenti, a costruire apparec-
chi, a maneggiare la plattnerite, a disprezzare ogni occasione per socializzare, per co-
noscere la vita, l'amore, la politica, l'arte, disdegnando persino il sonno, nella ricerca
di un'irraggiungibile perfezione della conoscenza. Ebbi persino l'impressione di ve-
dermi alla fine di quel viaggio interplanetario, intenzionato a ingannare i Morlock e a
fuggire nella mia epoca. Ero deciso a mettere in pratica questo piano, però mi sem-
brava di osservare le azioni di un'altra persona, avulsa e lontana da me.
Ebbi un sospetto: stavo forse diventando estraneo non soltanto al mondo in cui ero
nato, bensì a tutti i mondi, nonché allo spazio e al tempo? Che cosa sarei diventato,
nel mio futuro, se non un granello di coscienza in balìa dei Venti del Tempo?
Solo quando la Terra mi apparve più vicina, un'ombra più scura sullo sfondo dello
spazio, con la luce delle stelle riflessa nel ventre dell'oceano, mi sentii nuovamente
coinvolto dalle preoccupazioni dell'umanità.
Ancora una volta nel mio cervello si erano rimessi in moto i meccanismi da cui di-
pendevano i miei progetti, nonché le mie speranze e i miei timori per il futuro.
Non ho mai dimenticato quel breve interludio interplanetario: talvolta, quando so-
no tra la veglia e il sonno, immagino di essere di nuovo alla deriva tra la Sfera e la
Terra, con un Morlock paziente come unica compagnia.

Dopo aver meditato sulla mia visione del lontano futuro, Nebogipfel osservò: - Hai
detto di aver viaggiato per trenta milioni di anni…
- Anche più - risposi. - Forse riuscirò a ricordare più precisamente, se…
Con un gesto noncurante, Nebogipfel m'interruppe: - C'è un errore. La tua descri-
zione dell'evoluzione del sole è plausibile, ma secondo la nostra scienza la sua fine è
prevista non prima di migliaia di milioni di anni.
- Ho riferito ciò che ho visto - mi difesi, - con sincerità e precisione.
- Non dubito, ma l'unica conclusione possibile è che nell'altra storia, come nella
mia, l'evoluzione del sole sia stata modificata.
- Vuoi dire…
- Voglio dire che è stato compiuto qualche goffo tentativo di alterare l'intensità del
sole, o la sua longevità, o forse si è persino tentato, come abbiamo fatto noi, di rica-
vare materia o energia dalla stella.
Il mio compagno stava ipotizzando che, in quell'altro tempo, la storia dell'umanità
non si fosse esaurita con gli Eloi e con i Morlock che avevo conosciuto. Forse una
razza dotata di una tecnologia molto avanzata aveva abbandonato la Terra e aveva
cercato di modificare il sole, come avevano fatto gli antenati di Nebogipfel.
- Però - conclusi, atterrito - il tentativo è fallito.
- Sì. Quella razza d'ingegneri non è più tornata sulla Terra, dove si è consumata la
lenta tragedia degli Eloi e dei Morlock. Ma la vita del sole è stata comunque abbre-
viata.
Disgustato, non sopportai di discutere oltre su quell'argomento. Mi chiusi in me
stesso, aggrappato a un sostegno, e ripensai alla spiaggia desolata e agli orrendi esseri
degradati, che, pur essendo privi d'intelligenza, avevano conservato qualcosa di uma-
no. Quella realtà mi era parsa raccapricciante già quando l'avevo giudicata come la
vittoria finale del processo inesorabile dell'evoluzione e della regressione del sogno
dell'intelligenza umana. Adesso mi sembrava ancor più spaventosa, perché forse la
causa era l'umanità medesima, che con la sua arrogante ambizione aveva creato uno
squilibrio tra forze opposte, accelerando il proprio annientamento.

Non fu semplice farsi catturare dalla Terra. La cabina doveva rallentare la propria
velocità di svariati milioni di miglia orarie per essere pari a quella con cui la Terra
percorreva la sua orbita attorno al sole.
Scivolammo in cerchi sempre più stretti intorno al ventre del pianeta. Nebogipfel
mi spiegò che ci stavamo adeguando al campo gravitazionale e a quello magnetico
della Terra, un processo facilitato dai materiali con cui era costruita la capsula, non-
ché dalla correzione degli effetti naturali compiuta dalle lune artificiali che orbitava-
no intorno alla Terra. In sostanza, la nostra velocità fu scambiata con quella del pia-
neta, che di conseguenza avrebbe deviato e accelerato lievemente la propria orbita in-
torno al sole.
Addossato alla parete della capsula, osservai il paesaggio buio della Terra, interrot-
to qua e là dal chiarore dei grandi pozzi di riscaldamento dei Morlock. Notai inoltre
alcune enormi torri che sembravano spuntare dall'atmosfera. Nebogipfel mi spiegò
che venivano usate per lanciare capsule dalla Terra alla Sfera.
Su di esse vidi muoversi dei puntolini di luce: capsule interplanetarie che traspor-
tavano Morlock diretti alla Sfera. Mi resi conto che proprio per mezzo di una di quel-
le torri ero stato lanciato nello spazio, ancora tramortito, ed ero stato trasportato sulla
Sfera. Le torri servivano a far salire le capsule oltre l'atmosfera, dopodiché con una
serie di manovre di appaiamento simili a quelle che avevamo compiuto le scagliava-
no nello spazio.
In questo caso il lancio non riusciva a imprimere un'accelerazione uguale a quella
provocata dalla rotazione della Sfera, perciò il viaggio di andata durava più a lungo di
quello di ritorno. Ma nei pressi della Sfera, i campi magnetici agganciavano facil-
mente le capsule e le guidavano a un perfetto rendez-vous.
Infine, scivolammo nell'atmosfera terrestre. Quando per effetto dell'attrito la capsu-
la si surriscaldò e sussultò, risvegliando dentro di me una sensazione di movimento
da giorni sopita, ero saldamente aggrappato ai sostegni perché Nebogipfel mi aveva
preavvisato.
Con la fiammata di una meteora, esaurimmo la velocità residua. Osservai con una
certa inquietudine il paesaggio avvolto nell'oscurità che si stendeva sotto di noi du-
rante la caduta. Mi parve di scorgere il nastro largo e sinuoso del Tamigi, e cominciai
a domandarmi se davvero, dopo un viaggio tanto lungo, vi fosse il rischio di schian-
tarsi sulle rocce implacabili della Terra.
Poi…
Ho un ricordo confuso e parziale dell'ultima fase della nostra discesa. Vagamente
intravidi un aeromobile simile a un immenso uccello, che scese dal cielo e in un atti-
mo ci inghiottì nel suo ventre. Nel buio, sobbalzai, mentre l'aeromobile rallentava,
quindi la discesa continuò con estrema delicatezza.
Quando rividi le stelle, non vi era traccia dell'aeromobile a forma d'uccello. La
capsula era adagiata sul suolo arido e senza vita di Richmond Hill, a meno di cento
metri dalla Sfinge Bianca.

21. A RICHMOND HILL

Quando Nebogipfel aprì la capsula, uscii inforcando gli occhiali. L'oscurità del pa-
esaggio divenne subito nitida in tutti i dettagli, e per la prima volta potei osservare
limpidamente la Terra dell'anno 657.208.
Il cielo brulicava di stelle, ma la nera cicatrice della Sfera appariva enorme e netta.
La sabbia che ricopriva il suolo ovunque emanava un odore di ruggine e di umidità,
come di licheni e di muschio. L'aria era impregnata del puzzo dolciastro dei Morlock.
Provai un certo sollievo nell'essere finalmente fuori della capsula e sentire la soli-
dità del terreno sotto gli stivali. Risalii il versante della collina sino al basamento del-
la Sfinge dai pannelli di bronzo, e mi fermai a metà strada, nel luogo dove un tempo
sorgeva la mia casa. Poco più in alto vidi un nuovo edificio, basso, a pianta quadrata.
Non si vedevano Morlock, in netto contrasto con le impressioni avute in precedenza,
quando, brancolando nel buio, mi era parso che i Morlock fossero ovunque.
Non vi era traccia della macchina del tempo, a parte alcuni solchi nella sabbia e le
strane impronte allungate tipiche dei Morlock. La macchina era stata nuovamente tra-
sportata all'interno della Sfinge? Al pensiero che la storia si stesse ripetendo, serrai i
pugni: il distacco che avevo maturato durante il viaggio interplanetario svanì rapida-
mente, sostituito da una violenta crisi di panico. Cercai di calmarmi. Ero stato tanto
sciocco da illudermi che la macchina del tempo fosse lì ad aspettarmi accanto alla
capsula? Non potevo cedere alla violenza proprio in quel momento, quando la situa-
zione pareva propizia al mio piano di fuga.
- A quanto pare, siamo soli - dissi a Nebogipfel, che mi aveva raggiunto.
- I bambini sono stati allontanati da questa zona.
- Sono dunque tanto pericoloso? - Di nuovo, mi vergognai di me stesso. - Dimmi
dove si trova la macchina.
Benché Nebogipfel si fosse tolto gli occhiali, non riuscii a decifrare l'espressione
dei suoi occhi rosso-grigi: - È stata trasportata in un luogo più sicuro. Puoi ispezio-
narla, se vuoi.
Mi sentivo attirato verso la macchina come se un cavo d'acciaio mi trascinasse a
forza. Non vedevo l'ora di ritrovarla, di montare sul sellino, di abbandonare i Morlock
e quel mondo di oscurità, e di tornare nel passato… Ma dovevo avere pazienza. Sfor-
zandomi di mantenere un tono di voce calmo, risposi: - Non è necessario.
Allora Nebogipfel mi condusse al piccolo edificio che avevo notato poco prima.
Apparentemente ricavato da un unico blocco, come tutte le costruzioni morlock,
sembrava una casa di bambola, con il tetto a capanna e una semplice porta a cardini.
Conteneva un pagliericcio, una coperta, una sedia, e un vassoio con acqua e cibi dal-
l'aspetto invitante. Sul pagliericcio c'era il mio zaino.
- Siete stati premurosi - commentai, rivolto alla mia guida.
- Rispettiamo i tuoi diritti - ribatté Nebogipfel, e se ne andò. Quando mi tolsi gli
occhiali, il Morlock parve scomparire nell'oscurità.
Con un certo sollievo, chiusi la porta. Con piacere tomai a godere soltanto della
mia compagnia, almeno per un poco. L'intenzione d'ingannare Nebogipfel e il suo
popolo mi fece vergognare, ma il mio piano mi aveva già permesso di percorrere mi-
lioni di miglia e di arrivare a poche centinaia di metri dalla macchina del tempo: non
potevo sopportare l'idea di fallire proprio adesso.
Sapevo che se avessi dovuto affrontare Nebogipfel per fuggire, lo avrei fatto.
A tastoni aprii lo zaino, trovai una candela e l'accesi. La confortante luce gialla e le
volute di fumo trasformarono quel rifugio in una vera e propria casa. Come avevo
previsto, i Morlock non mi avevano restituito l'attizzatoio, però mi avevano lasciato il
resto dell'equipaggiamento, incluso il coltello a serramanico. Poiché la barba lunga e
folta m'infastidiva, mi rasai alla bell'e meglio servendomi del coltello e di un vassoio
come specchio. Poi mi cambiai la maglieria intima: non avrei mai immaginato che
indossare calzini puliti potesse suscitare un piacere tanto sensuale: con affetto, rivolsi
un pensiero alla signora Watchet, che aveva messo nello zaino quei preziosissimi in-
dumenti. Infine, al colmo della soddisfazione, caricai la pipa con il tabacco e l'accesi
alla fiamma della candela.
Poi, circondato dai miei pochi effetti personali, mentre l'aroma denso del tabacco si
spargeva nell'aria, mi sdraiai sul pagliericcio e, avvolgendomi nella coperta, mi ad-
dormentai.

Mi svegliai nell'oscurità.
Era strano svegliarsi senza la luce del giorno, un po' come essere disturbati nel
cuore della notte. Durante tutto il periodo trascorso nella Notte Nera dei Morlock,
non riuscii mai veramente a riposare, perché il mio organismo non riusciva a stabilire
un ciclo di sonno e di veglia.
Poiché avevo chiesto a Nebogipfel di ispezionare la macchina del tempo, mi senti-
vo sempre più inquieto, persino quando consumavo i pasti o espletavo i miei bisogni
fisiologici. Il mio piano aveva una strategia semplicissima: volevo impadronirmi del-
la macchina alla prima occasione. Contavo sul fatto che i Morlock, abituati da mil-
lenni all'uso di macchine sofisticate in grado di assumere qualunque forma, non riu-
scissero a comprendere un apparecchio rozzo come la macchina del tempo, e dunque
neppure a intuire che il semplice inserimento di due leve potesse riattivarne il funzio-
namento. Almeno, così speravo.
Nonostante tutte le mie avventure, infatti, le leve della macchina del tempo erano
al sicuro nelle mie tasche.
Uscii dalla capanna e vidi Nebogipfel che mi veniva incontro, lasciando nella sab-
bia le sue impronte da bradipo. Mi domandai da quanto tempo fosse lì ad aspettarmi.
Senza tanti preamboli, giacché i Morlock non sono inclini a conversare senza ne-
cessità, c'incamminammo sul versante della collina, diretti verso Richmond Park.
Come ho già detto, la mia casa si trovava in Petersham Road, sotto Hill Rise, a
mezza costa sul versante di Richmond Hill; situata a poche centinaia di metri dal
fiume, offriva una vista parziale dei prati di Petersham e degli alberi che nascondeva-
no il paesaggio a occidente. Nell'anno 657.208, invece, nulla ostacolava lo sguardo,
libero di spaziare sulla valle profonda dove il Tamigi scorreva nel suo nuovo letto,
scintillante alla luce delle stelle. Nell'oscurità si notavano i pozzi di riscaldamento dei
Morlock. Quel versante era in gran parte coperto di sabbia o di muschio, ma non
mancavano anche prati con la stessa erba soffice che avevo trovato nell'Interno della
Sfera.
Il nuovo letto del fiume serpeggiava più o meno a un miglio di distanza da quello
del diciannovesimo secolo. Aveva tagliato l'ansa da Hampton a Kew, cosicché Twi-
ckenham e Teddington si trovavano sulla sponda orientale. La valle mi sembrava più
profonda che nella mia epoca, o forse Richmond Hill era diventata più alta. Rammen-
tai di aver osservato un analogo spostamento del Tamigi durante il mio primo viaggio
nel tempo. Le discrepanze della storia umana mi parvero nient'altro che un'increspa-
tura nella lenta e inesorabile azione dei processi geologici.
Alzai lo sguardo in direzione di Richmond Park, chiedendomi per quanto tempo i
boschi e le mandrie di cervi e di daini fossero sopravvissuti ai venti del mutamento.
Ormai, il parco doveva essere nulla più che un deserto, popolato soltanto di cactus e
di ulivi. Il mio cuore s'indurì. D'accordo, i Morlock erano saggi e pazienti, le cono-
scenze e i progressi che avevano raggiunto sulla Sfera erano ammirevoli, ma la loro
trascuratezza nei confronti della vecchia Terra era vergognosa.
Nei pressi di Richmond Gate, vicino a quello che era stato lo Star and Garter e a
meno di un chilometro dal luogo dove sorgeva la mia casa, vidi scintillare alla luce
delle stelle una piattaforma rettangolare che sembrava dello stesso materiale vitreo
del pavimento della Sfera. Infatti era dotata di una varietà di blocchi e di divisori che
riconobbi come gli strumenti caratteristici dei Morlock. La piattaforma era deserta:
non c'era nessun altro, tranne Nebogipfel e me. Al centro riconobbi una struttura gof-
fa e sgraziata di ottone e nichel, con le parti in avorio che luccicavano sotto le stelle
come ossa sbiancate, e un sellino da bicicletta nel mezzo: sì, era la macchina del tem-
po, ancora intatta, e pronta a riportarmi a casa!

22. ROTAZIONI E INGANNI

Con il cuore palpitante, faticai a seguire Nebogipfel con passo fermo. Infilai le ma-
ni nelle tasche della giacca, afferrando le due leve di controllo. Ero già abbastanza
vicino alla macchina per vedere i perni su cui le leve andavano inserite, ed ero deciso
ad avviare la macchina al più presto possibile, per andarmene da quel mondo.
- Come puoi vedere - dichiarò Nebogipfel - la macchina è indenne. L'abbiamo spo-
stata, ma senza toccare nessuno dei suoi meccanismi…
Era molto concentrato, quindi cercai di distrarlo: - Dimmi una cosa… ora che l'a-
vete studiata e che conoscete le mie teorie, qual è la vostra impressione?
- La tua macchina è un'invenzione straordinaria, molto progredita per la tua epoca.
Non mi sono mai piaciuti troppo i complimenti: - Ma è la plattnerite che mi ha
permesso di costruirla.
- Sì. Mi piacerebbe studiare meglio questa "plattnerite". - Nebogipfel si mise gli
occhiali e scrutò le scintillanti sbarre di quarzo della macchina. - Abbiamo discusso
brevemente della molteplicità della storia e della possibile esistenza di diversi mondi.
Tu stesso sei stato testimone…
- Il mondo degli Eloi e dei Morlock, e quello della Sfera.
- Si possono concepire le diverse versioni di storia come corridoi paralleli, ciascu-
no dei quali esiste indipendentemente dagli altri. La tua macchina consente di percor-
rerli avanti e indietro. Osservando da un punto qualsiasi all'interno di un corridoio, si
può vedere un flusso storico completo e coerente, senza essere consapevoli dell'esi-
stenza di altri corridoi. E i corridoi non possono influenzarsi a vicenda. In alcuni di
essi, però, le condizioni possono cambiare: persino le leggi fisiche possono essere di-
verse…
- Continua.
- Hai detto che il funzionamento della macchina dipende da una torsione dello spa-
zio e del tempo, che trasforma il viaggio temporale in un viaggio spaziale. Sono d'ac-
cordo: l'effetto della plattnerite è appunto questo. Ma come avviene? Immagina un
universo… cioè un'altra dimensione di storia, in cui la torsione spazio-temporale sia
molto accentuata.
Nebogipfel descrisse un universo che andava al di là della mia comprensione, in
cui la rotazione faceva parte della struttura stessa di quell'universo.
- La rotazione sarebbe intrinseca a ogni punto dello spazio e del tempo. Un sasso
scagliato da qualunque punto seguirebbe una traiettoria a spirale: l'inerzia agirebbe
come un compasso, ruotando intorno al punto di lancio. Secondo alcuni, il nostro
stesso universo potrebbe essere sottoposto a una tale rotazione, ma a una velocità e-
normemente lenta: centomila milioni di anni per compiere una singola rotazione. Il
principio dell'universo rotante venne avanzato per la prima volta proprio da Kurt Gö-
del, pochi decenni dopo la tua partenza.
- Gödel? - Impiegai un attimo per ricordare quel nome. - Lo stesso che dimostrò
l'imperfettibilità della matematica?
- Esatto.
Camminando attorno alla macchina, tenni le leve ben strette nelle mani. Volevo
raggiungere la posizione più favorevole per salire sulla macchina. - Ma in che modo
tutto ciò spiega il funzionamento del mio apparecchio…
- Si tratta della rotazione assiale. In un universo rotante, è possibile muoversi nello
spazio, ma viaggiando nel passato o nel futuro. Anche il nostro universo ruota, però
tanto lentamente che un viaggio simile sarebbe di centomila milioni di anni luce, e
richiederebbe quasi un milione di milioni di anni.
- Dunque poco pratico…
- Immagina invece un universo molto più denso del nostro: così denso, in qualsiasi
punto, quanto il nucleo di un atomo di materia. Ebbene, per una rotazione completa
impiegherebbe poche frazioni di secondo.
- Ma non siamo in un universo del genere! - Agitai una mano nell'aria. - Questo è
evidente.
- Ma tu forse sì, per poche frazioni di secondo, grazie alla tua macchina, o almeno
alla plattnerite. La mia ipotesi è che, a causa di qualche proprietà della plattnerite, la
macchina del tempo si sposta rapidamente avanti e indietro fra il nostro universo e un
altro universo ultradenso, sfruttando a ogni passaggio la torsione assiale della realtà
per viaggiare lungo una serie di pieghe nel passato o nel futuro. Dunque, ti muovi a
spirale attraverso il tempo.
Riflettei su queste idee. Erano senza dubbio straordinarie, anche se mi sembravano
semplicemente una proiezione fantastica delle mie speculazioni preliminari sulla
compenetrazione fra spazio e tempo, nonché sulla fluidità delle rispettive dimensioni.
Inoltre, l'impressione soggettiva che avevo ricavato dal viaggio nel tempo era in effet-
ti legata a sensazioni di torsione e rotazione. - Sbalorditivo! - commentai. - Ma credo
sia necessario uno studio più approfondito.
- La tua elasticità mentale è impressionante - disse Nebogipfel scrutandomi, - al-
meno, per un uomo al tuo stadio evolutivo.
Ignorai il commento: ormai ero abbastanza vicino alla macchina. Cautamente, Ne-
bogipfel sfiorò con un dito una sbarra della gabbia, che si accese di un bagliore im-
provviso. Un alito di brezza gli arruffò il sottile strato di pelliccia che gli copriva il
braccio. Il Morlock ritirò la mano di scatto. Nell'osservare i perni, visualizzai i sem-
plici movimenti necessari a sfilare le leve di tasca e a rimontarle: sarebbe occorso
meno di un secondo. Ma ci sarei riuscito prima che Nebogipfel mi tramortisse con i
suoi raggi verdi?
D'improvviso mi sentii oppresso in maniera insopportabile dall'oscurità e dal fetore
dei Morlock. Potrei fuggire da tutto questo in un attimo, pensai, mosso da un impeto
irresistibile.
- Qualcosa non va? - Con i suoi grandi occhi scuri, Nebogipfel mi scrutava, e sem-
brava pronto a scattare. Capii che aveva dei sospetti. Mi ero forse tradito? Ebbi la cer-
tezza che le bocche d'innumerevoli armi mi minacciassero dall'oscurità circostante:
ancora pochi secondi e sarei stato perduto.
Il sangue mi pulsava alle tempie come un ruggito, sfilai di tasca le leve e con un
grido balzai nella macchina. Con un solo movimento, innestai le leve sui perni e le
spostai all'indietro. Quando la macchina cominciò a vibrare, un lampo verde mi fece
temere il peggio, poi le stelle scomparvero e il silenzio mi avvolse. Provai una straor-
dinaria sensazione di torsione, quindi mi accorsi con orrore di sprofondare; ma quel
disagio non mi inquietava, perché si trattava dell'esperienza ormai familiare del viag-
gio temporale.
Lanciai un grido trionfante. Ce l'avevo fatta, stavo tornando indietro nel tempo!
Ero libero!
Allora sentii qualcosa di freddo e morbido attorno alla gola, come se un insetto mi
avesse sfiorato, e avvertii un fruscio.
Mi portai una mano al collo, e toccai la pelliccia di un Morlock.
LIBRO SECONDO
PARADOSSO
1. L'ARGO CRONOTICA

Afferrai l'avambraccio esile, liberandomi il collo. Un corpo villoso giaceva disteso


accanto a me nella gabbia di nichel e d'ottone, un magro viso occhialuto era vicino al
mio, e il fetore dolciastro dei Morlock era potente.
- Nebogipfel!
Il petto del Morlock si alzava e si abbassava, ansimante: era mai possibile che a-
vesse paura? Con voce acuta, fioca, disse: - Dunque sei fuggito. E tanto facilmente…
Aggrappato alla macchina, sembrava una bambola di stracci e di crine. Mi ricorda-
va il mondo d'incubo da cui ero scappato. Sono certo che avrei potuto gettarlo fuori in
un attimo, eppure mi trattenni. In tono tagliente, ribattei: - Forse voi Morlock avete
sottovalutato la mia intraprendenza. Ma tu… sospettavi, vero?
- Sì. Proprio all'ultimo momento… Credo di aver imparato a interpretare il lin-
guaggio inconsapevole del tuo corpo. Ho capito che intendevi azionare la macchina.
Ho avuto appena il tempo di raggiungerti, prima che… - Poi Nebogipfel sussurrò: -
Credi che ci potremmo sistemare meglio? Sono in una posizione piuttosto scomoda, e
temo di cadere dalla macchina. - E mi osservò mentre riflettevo sulla proposta.
Capii di dover prendere una decisione: dovevo o non dovevo accogliere Nebogi-
pfel come passeggero a bordo della macchina? Tuttavia la mia incertezza fu brevis-
sima, perché mi conoscevo abbastanza bene per sapere che non me ne sarei sbarazza-
to.
Risposi: - E va bene!
Così, noi due, argonauti cronotici, eseguimmo una sorta di balletto bizzarro all'in-
terno della gabbia della macchina: tenendo un braccio di Nebogipfel, sia per impedir-
gli di cadere, sia per accertarmi che non cercasse di raggiungere i comandi, mi piegai
spostandomi in maniera da sedermi sul sellino. Non ero mai stato agile neppure da
giovane, perciò, quando vi riuscii, ansimavo ed ero esasperato. Intanto, Nebogipfel si
accomodò come meglio poté all'interno della gabbia.
- Perché mi hai seguito? - domandai.
Scrutando il paesaggio oscuro e vago del viaggio temporale, Nebogipfel non rispo-
se.
Tuttavia, credetti di capire. Rammentavo la curiosità e la meraviglia che Nebogi-
pfel aveva manifestato nell'ascoltare il mio resoconto del futuro, durante il viaggio
interplanetario a bordo della capsula. Nel seguirmi, aveva ubbidito all'impulso di sco-
prire se il viaggio temporale fosse realmente possibile: un impulso provocato da una
curiosità che, come la mia, discendeva da quella delle scimmie.
Tutto ciò mi suscitò un'oscura commozione: un lieve moto di simpatia nei confron-
ti del Morlock. L'umanità era cambiata molto nel lungo intervallo di tempo che sepa-
rava le nostre epoche, però il comportamento del mio compagno di viaggio dimostra-
va che la curiosità, la spinta implacabile alla ricerca, e la temerarietà che vi si accom-
pagnava, non si erano del tutto estinte.

D'improvviso, sbucammo alla luce: in alto, vidi lo smantellamento della Sfera, la


luce solare inondò la macchina e Nebogipfel ululò.
Mi tolsi gli occhiali. Il sole, dapprima immobile nel cielo, non tardò a spostarsi,
tracciando sempre più rapidamente un arco nel cielo. Ritornò il succedersi della notte
e del giorno, simile a un batter d'ali. Infine, il movimento del sole, divenuto troppo
rapido per poter essere percepito, si trasformò in una striscia luminosa, e l'alternarsi
del giorno e della notte fu sostituito da un crepuscolo perlaceo, uniforme e freddo.
Dunque l'asse e la rotazione terrestri erano stati nuovamente modificati.
Seduto all'interno della gabbia, Nebogipfel si raccolse in se stesso, curvando le
spalle, la testa china sul petto, la schiena accesa di bianco nella luce crepuscolare: a
quanto pareva, gli occhiali, che ancora indossava, non erano una protezione sufficien-
te.
Non potei fare a meno di ridere. Ricordavo che non mi aveva avvertito prima che
la capsula diretta verso la Terra fosse espulsa dalla Sfera, nello spazio: ebbene, quella
era la sua punizione.
- Nebogipfel! È soltanto la luce del sole!
Il Morlock alzò la testa. Nella luminosità divenuta più intensa, gli occhiali si erano
oscurati tanto da diventare impenetrabili. La pelliccia del viso era arruffata e sembra-
va bagnata di lacrime. Sotto la pelliccia del corpo s'intravedeva la pelle candida. -
Non si tratta soltanto degli occhi - spiegò. - Persino quando è molto debole, la luce mi
fa soffrire. Se ci fermeremo in pieno giorno…
- Ti ustionerai!
Discendente di numerose generazioni di Morlock che avevano sempre vissuto nel-
l'oscurità, Nebogipfel sarebbe stato vulnerabile al sole, persino a quello, debole, del-
l'Inghilterra, più di quanto lo sarebbe stata la persona più pallida e lentigginosa a
quello dei tropici.
- Ecco… - aggiunsi, sfilandomi la giacca. - Questa dovrebbe proteggerti…
Raccogliendosi ancor più in se stesso, Nebogipfel si gettò addosso la giacca.
- Inoltre, fermerò la macchina di notte, così che, al nostro arrivo, non correrai ri-
schi, e potrò trovarti un riparo. - Riflettendo, mi resi conto che sarebbe stato comun-
que conveniente arrivare durante la notte: sarebbe stato proprio un bello spettacolo se
fossi apparso a Richmond Hill, in mezzo a una folla di passanti a bocca aperta, in
compagnia di un mostro proveniente dal futuro.
La vegetazione perenne scomparve dalla collina, e il ciclo delle stagioni ricomin-
ciò. Riattraversammo l'Epoca degli Edifici Immensi, che ho già descritto. Al riparo
della giacca, Nebogipfel osservò, evidentemente affascinato, i ponti che passavano
come bruma sul paesaggio in rapidissima trasformazione. Quanto a me, provai un
sollievo intenso nel riavvicinarmi al mio secolo.
D'improvviso, Nebogipfel emise un suono strano, una sorta di sibilo felino, e si
rannicchiò ancor più contro la gabbia, con i grandi occhi fissi dinanzi a sé.
Girandomi, scoprii che si manifestavano di nuovo gli straordinari effetti ottici da
me osservati durante il viaggio verso l'anno 657.208: tutt'intorno, fitte e sfarzose di-
stese stellari tentarono d'irrompere attraverso la superficie smorzata delle cose… E a
pochi metri dalla macchina si librò di nuovo il mio compagno impossibile: l'Osserva-
tore, che mi scrutava. Mi aggrappai alla gabbia, fissando quella parodia di viso uma-
no, quei tentacoli ciondolanti, e di nuovo mi colpì la somiglianza con l'essere che a-
vevo visto sulla spiaggia remota, trenta milioni di anni nel futuro.
Stranamente, gli occhiali che mi erano stati tanto utili per vedere nell'oscurità dei
Morlock, non mi facilitarono nello scrutare l'Osservatore: non lo vidi più chiaramente
che a occhio nudo.
A un tratto, sentii un suono fievole, come un gemito: era Nebogipfel, sempre ran-
nicchiato contro la gabbia, evidentemente in preda all'angoscia.
- Non devi avere paura - dissi, con una certa insicurezza. - Ti ho già raccontato del
mio incontro con quest'essere, durante il viaggio verso la tua epoca: è strano, ma non
mi sembra pericoloso.
Fra i tremiti e i gemiti, Nebogipfel replicò: - Non capisci… Ciò che stiamo veden-
do è impossibile. Quello che chiami l'Osservatore sembra avere la capacità di attra-
versare i corridoi temporali, di passare da una versione potenziale della storia all'al-
tra, persino di entrare nello spazio distorto intorno alla macchina del tempo in viag-
gio, e tutto ciò… È impossibile!
Com'era apparsa, così la distesa stellare svanì, e l'Osservatore ridivenne invisibile,
mentre la macchina proseguiva il viaggio nel passato.
Dopo un lungo silenzio, dichiarai, con voce rauca: - C'è una cosa che devi sapere,
Nebogipfel… Dopo quest'ultimo viaggio, non ho nessuna intenzione di tornare nel
futuro.
Il Morlock avvolse le lunghe dita intorno alle sbarre della gabbia: - So di non poter
tornare. Lo sapevo anche nel momento in cui mi sono gettato nella macchina. Persino
se tu avessi avuto intenzione di tornare nel futuro…
- Sì?
- Tornando ancora una volta indietro nel tempo, la tua macchina è destinata a pro-
vocare un'altra modificazione della storia, in una maniera imprevedibile. - Nebogipfel
si volse a guardarmi con i grandi occhi protetti dagli occhiali. - Capisci? La mia sto-
ria, il mio mondo, sono perduti: forse annientati. Sono già diventato un profugo tem-
porale… proprio come te.
Tali parole mi raggelarono. Era mai possibile che Nebogipfel avesse ragione? Era
mai possibile che con quella nuova spedizione, semplicemente stando seduto lì, a
bordo della macchina, stessi infliggendo danni ulteriori al corpo della storia?
Così si rafforzò in me la determinazione a rimediare ai danni compiuti e a porre fi-
ne alla distruttività della macchina del tempo.
- Ma se sapevi tutto questo, nel seguirmi così avventatamente hai commesso una
follia di prim'ordine…
- Forse - riconobbe Nebogipfel, con voce soffocata, perché si nascondeva la testa
con le braccia. - Ma vedere tutto questo, viaggiare nel tempo, raccogliere tali infor-
mazioni… Nessuno della mia specie ha mai avuto un'occasione del genere!
Nel silenzio che seguì, la mia simpatia per Nebogipfel aumentò. Mi domandai co-
me avrei reagito io se avessi avuto a disposizione un solo istante per cogliere una si-
mile opportunità, com'era accaduto a lui.
Mentre le lancette dei cronometri continuavano a spostarsi all'indietro, mi resi con-
to che ci stavamo avvicinando al mio secolo. Il mondo intorno a noi assunse una con-
formazione più familiare, con il Tamigi che scorreva risolutamente fra le sue antiche
sponde, e la comparsa fugace di ponti che mi sembrava di riconoscere.
Tirai le leve per rallentare. Il sole divenne visibile come un oggetto distinto che vo-
lava sopra di noi, simile a un proiettile luminoso, e le notti divennero percettibili co-
me un tremolio. Le lancette di due cronometri si fermarono: restavano da percorrere
soltanto alcune migliaia di giorni, ossia pochi anni.
Intanto, Richmond Hill si solidificò in una forma molto simile a quella della mia
epoca. Poiché la velocità del viaggio riduceva gli alberi a una trasparenza fugace, mi
fu possibile osservare i prati di Petersham e di Twickenham, cosparsi di boschetti an-
tichi. Era tutto rassicurante e familiare, nonostante la nostra velocità fosse tale da non
permetterci di distinguere le persone, o i cervi, o le vacche, o altri abitanti della colli-
na, dei prati o del fiume. Il pulsare delle notti e dei giorni immergeva tutto il paesag-
gio in una luminosità innaturale. Comunque, ero quasi a casa.
Osservai il cronometro delle migliaia, con la lancetta che si avvicinava allo zero:
ero a casa. E mi fu necessaria tutta la determinazione di cui disponevo per non ferma-
re subito la macchina, tanto era smodato il mio desiderio di ritornare all'anno da cui
ero partito. Tuttavia, continuai a premere sulle leve, osservando le lancette dei cro-
nometri passare nel settore negativo.
Intorno a me, i giorni e le notti pulsarono sulla collina, chiazzata dalle macchie
sparse di colore dei gruppi di gitanti che facevano picnic sull'erba, indugiando a suf-
ficienza per essere percepibili. Infine, con i cronometri che indicavano seimilacin-
quecentosessanta giorni prima della mia partenza, tirai le leve.

Fermai la macchina del tempo nel cuore di una notte nuvolosa e senza luna. Se i
miei calcoli erano esatti, ci trovavamo nel luglio del 1873. Per mezzo degli occhiali
morlock, osservai il versante della collina e la sponda del fiume, l'erba luccicante di
rugiada, e scoprii che, sebbene i Morlock avessero trasportato la macchina su un trat-
to sgombro del versante, a mezzo miglio da casa mia, nei dintorni non vi era nessuno
ad assistere al mio arrivo. Fui felice di essere assalito dai rumori, dagli odori e dalle
immagini del mio secolo, deliziosi e familiari: il profumo acre del fumo di legna pro-
veniente da qualche graticola; il mormorio lontano del Tamigi; lo stormire della brez-
za tra le fronde degli alberi; i chiarori di nafta delle carrette degli ambulanti.
Con circospezione, Nebogipfel si alzò. Aveva indossato la giacca, che gli pendeva
addosso, troppo grande, come se fosse un bambino: - È questo il 1891?
- No.
- Che cosa vuoi dire?
- Voglio dire che sono tornato ancora più indietro nel tempo. - Guardai la collina,
in direzione della mia casa. - In un laboratorio, lassù, un giovane impetuoso sta con-
ducendo una serie di esperimenti che alla fine lo condurrà a creare la macchina del
tempo…
- Stai dicendo…
- Che questo è l'anno 1873, e che prevedo d'incontrare, fra poco, me stesso da gio-
vane.
Sbalordito, il Morlock girò verso di me il volto occhialuto e senza mento.
- Forza, Nebogipfel, aiutami a trovare un nascondiglio per la macchina.

2. A CASA

Non so descrivere quanto mi parve strano passeggiare per Petersham Road nell'aria
notturna, tornando finalmente a casa mia, con un Morlock accanto.
La casa, l'ultima della fila, aveva ampi balconi chiusi a vetrate, la cornice della
porta scolpita in maniera assai poco ambiziosa, e un portico con colonne in stile neo-
classico. Lungo la facciata, una scala con una sottile ringhiera dipinta di nero scende-
va al seminterrato. Nell'insieme, sembrava un'imitazione delle ville di Green, o Ter-
race, in cima alla collina. Comunque, era un'abitazione spaziosa e comoda, che avevo
acquistato a buon prezzo da giovane, e da cui non avevo mai avuto intenzione di tra-
sferirmi.
Superata la porta principale, girai verso il retro della casa, dove i balconi dalle de-
licate ringhiere in ferro dipinte di bianco erano rivolti a occidente. Nel vedere che le
finestre della sala da fumo e della sala da pranzo erano buie, mi resi conto di non sa-
pere che ora fosse. Mi accorsi che presso la sala da fumo mancava qualcosa, ma poi-
ché un'assenza inaspettata è più difficile da individuare di una presenza incongrua,
tardai un poco a ricordare che si trattava del bagno che avrei fatto costruire in seguito.
Nel 1873, ero ancora obbligato a lavarmi in un semicupio, che un domestico mi por-
tava in camera da letto.
Con un brivido di emozione, vidi che nel laboratorio, ricavato dalla serra spropor-
zionata che sporgeva dal retro della casa, brillava ancora una luce. Gli ospiti, se ne
avevo avuti a cena, se n'erano andati, i domestici si erano ormai ritirati da tempo, ma
il padrone di casa, cioè io, era ancora al lavoro.
Ero in preda a una ridda di emozioni che nessuno, credo, aveva mai provato prima:
quella era la mia casa, eppure non potevo reclamarne la proprietà.
Tornai alla porta principale. Un po' in disparte dalla strada deserta, Nebogipfel
sembrava maldisposto ad avvicinarsi alla scala, che scendeva in un'oscurità molto fit-
ta persino per gli occhiali morlock.
- Non devi avere paura - spiegai. - È del tutto consueto, in case come questa, avere
le cucine nel seminterrato. I gradini e le ringhiere sono abbastanza solidi.
Impassibile, con gli occhi celati dagli occhiali, Nebogipfel esaminò sospettosamen-
te i gradini. Immaginai che tale diffidenza derivasse dall'ignoranza sulla robustezza
degli oggetti prodotti nel diciannovesimo secolo: non avevo tenuto conto di quanto
dovesse sembrargli strana la mia epoca primitiva. Nondimeno, vi era nel suo atteg-
giamento qualcosa che mi turbava.
Ricordai, sconcertato, uno strano episodio della mia fanciullezza. La casa in cui ero
cresciuto era vasta e labirintica, scomoda, in verità, con corridoi sotterranei che con-
ducevano alle stalle, alla dispensa, e così via, com'era consueto negli edifici di quel-
l'epoca. Grate rotonde, dipinte di nero, chiudevano i condotti di ventilazione che sali-
vano dai sotterranei. In quel momento ricordai dunque la paura che i pozzi avevano
suscitato in me quand'ero fanciullo. Benché ne conoscessi la funzione, l'immagina-
zione mi aveva indotto a chiedermi che cosa sarebbe accaduto se una mano ossuta
fosse spuntata dalle sbarre larghe ad afferrarmi una caviglia…
Oltre a suscitare tale ricordo, qualcosa nell'atteggiamento circospetto di Nebogipfel
mi fece notare una somiglianza tra i pozzi della mia fanciullezza e quelli, sinistri, dei
Morlock: era forse per tale motivo, alla fin fine, che avevo aggredito con tanta vio-
lenza i piccoli Morlock nell'anno 657.208?
Non sono uomo tale da gioire di siffatte analisi del proprio carattere, perciò, del
tutto ingiustamente, aggiunsi, in tono tagliente: - Comunque, pensavo che a voi Mor-
lock piacesse il buio! - E mi allontanai, salendo i gradini che conducevano alla porta
principale.
Tutto era familiare, eppure al tempo stesso diverso in maniera sconcertante. Persi-
no a un primo sguardo individuai mille piccole differenze rispetto alla mia epoca, di-
ciotto anni nel futuro: per esempio, l'architrave cadente che avrei sostituito in seguito,
e lo spazio vuoto in cui, esortato dalla signora Watchet, avrei fatto installare un lam-
pioncino arcuato.
Ancora una volta mi resi conto di quanto fosse sconcertante viaggiare nel tempo.
Quando si affrontava un viaggio di migliaia di secoli, era ovvio aspettarsi cambia-
menti drastici, di cui io stesso ero stato testimone; ma anche un breve viaggio di po-
chi decenni rendeva anacronistico colui che lo eseguiva.
- Che cosa devo fare? - chiese Nebogipfel. - Devo aspettarti?
Meditai sulla presenza silenziosa del Morlock accanto a me: con i suoi occhiali e
con la mia giacca, aveva un aspetto tanto comico quanto allarmante. - Credo che sa-
rebbe più pericoloso se tu rimanessi qui fuori - risposi. - Se un poliziotto ti vedesse,
potrebbe scambiarti per un ladro. E se tu venissi arrestato… - Non sapevo se in una
stazione di polizia del 1873 un Morlock sarebbe stato considerato comico o pericolo-
so. Senza le sue macchine sofisticate, Nebogipfel era inerme: si era lanciato nel viag-
gio temporale senza alcuna preparazione, proprio come avevo fatto io la prima volta.
- E se ti vedesse un cane, o un gatto? Non so come si comporterebbe un animale ma-
schio degli anni Settanta del diciannovesimo secolo nei confronti di un Morlock: for-
se lo considererebbe un buon pasto… No, Nebogipfel: tutto sommato, credo che sarai
più al sicuro se rimarrai con me.
- E come reagirà il giovane a cui stai per fare visita?
Sospirai: - Be', ho sempre avuto il dono di una mentalità aperta ed elastica… O al-
meno, così mi piace credere! Forse lo scoprirò tra poco. Inoltre, la tua presenza po-
trebbe contribuire a convincere me, o meglio lui, della veridicità del mio resoconto.
Senza concedermi ulteriori esitazioni, suonai il campanello.

All'interno udii uno sbattere di porte e un grido, pronunciato in tono d'irritazione: -


Va bene, va bene… Arrivo! - Seguì un rumore di passi nel breve corridoio che colle-
gava il laboratorio al resto della casa.
- Sono io - sussurrai a Nebogipfel. - È lui. I servi sono a letto: dev'essere tardi.
La chiave girò nella serratura.
- Gli occhiali - sussurrò Nebogipfel.
Subito mi tolsi l'anacronistico oggetto dal viso, ficcandolo in una tasca dei calzoni,
proprio mentre l'uscio si apriva.
Apparve un giovane dal viso splendente alla luce dell'unica candela che portava.
Guardò brevemente me, che ero in maniche di camicia, e ancora più superficialmente
esaminò Nebogipfel, liquidando così la capacità di osservazione di cui andavo tanto
fiero. - Che cosa diavolo volete? Sapete che è già passata l'una del mattino?
Mentre aprivo la bocca per parlare, il discorsetto di presentazione che mi ero pre-
parato si cancellò dalla mia mente.
Fu così che affrontai me stesso all'età di ventisei anni.

3. MOSÈ

Da quando ho avuto quell'esperienza, sono persuaso che noi tutti, senza eccezione,
usiamo lo specchio per ingannare noi stessi. Il riflesso che vediamo in esso è comple-
tamente sotto il nostro controllo: privilegiamo inconsciamente i nostri tratti migliori e
interpretiamo i nostri vezzi in una maniera che il nostro più intimo amico non ricono-
scerebbe. E naturalmente non abbiamo nessuna inclinazione a osservarci da punti di
vista meno favorevoli: per esempio, da dietro, o con il naso che sporge in tutto il suo
glorioso profilo.
Ebbene, in quel momento mi trovai dinanzi a un riflesso che non era sotto il mio
controllo, e l'esperienza mi turbò.
Il giovane che mi stava dinanzi era alto come me, naturalmente: semmai mi accor-
si, sbalordito, di essermi abbassato un po', nei diciotto anni che ci separavano. La sua
fronte era strana: era particolarmente ampia, come molte persone mi hanno sempre
detto poco gentilmente, con un ciuffo di sottili capelli castani, non ancora diradati né
brizzolati. Avevo gli occhi grigio chiaro, il naso diritto, la mandibola risoluta, ma di
certo non ero bello: il suo pallore naturale era accentuato dalle lunghe ore trascorse
fin dall'adolescenza negli studi, nelle biblioteche, nelle aule, nei laboratori.
Provai una vaga repulsione: avevo davvero qualcosa del Morlock. E davvero le
mie orecchie erano così prominenti?
Ma furono gli indumenti ad attirare la mia attenzione: gli indumenti!
Il giovane indossava quello che ricordavo come un costume da damerino: giacca
corta e scarlatta, con un fiore all'occhiello, sopra un panciotto giallo e nero dai grossi
bottoni d'ottone, e alti stivali gialli.
Avevo mai indossato indumenti simili, io? Sicuramente! Ma qualunque abbiglia-
mento si discostasse dal mio attuale stile sobrio era difficile da immaginare.
- Dannazione! - Non potei fare a meno di commentare. - Sei vestito come un pa-
gliaccio da circo!
Sebbene incerto, evidentemente perché scorgeva a sua volta qualcosa di strano nel
mio viso, il giovane ribatté abbastanza prontamente: - Forse dovrei chiuderle la porta
in faccia, signore. È salito fin quassù soltanto per insultarmi a causa del mio abbi-
gliamento?
Allora notai che il fiore all'occhiello era alquanto appassito, ed ebbi l'impressione
che il suo alito puzzasse di brandy: - Dimmi… È forse giovedì?
- È una domanda molto strana. Dovrei… - Ebbene?
Sollevando la candela, il giovane mi scrutò in viso. Era talmente affascinato da me,
ossia da colui che vagamente riconosceva come se stesso, che ignorò Nebogipfel, un
essere proveniente dal lontano futuro, che si trovava a meno di due metri da lui. Mi
domandai se quell'incontro contenesse qualche rozza metafora: nonostante tutto, ave-
vo forse viaggiato nel tempo soltanto alla ricerca di me stesso?
Ma non ho tempo per l'ironia, e mi sento piuttosto imbarazzato per essermi abban-
donato a una simile riflessione letteraria.
- Guarda caso, è proprio giovedì, o meglio, lo era, visto che sono già le prime ore
di venerdì. Ma che importa? E tanto per cominciare, perché lei non lo sa? Anzi, chi è
lei, signore?
- Ti dirò chi sono, e ti dirò anche - indicai Nebogipfel, facendo sgranare gli occhi
al nostro ospite riluttante - chi è costui, e perché non so né l'ora né il giorno. Ma pri-
ma… Possiamo entrare? Gradirei un po' del tuo brandy.
Per circa mezzo minuto, il giovane rimase impalato, con lo stoppino della candela
che scoppiettava nella sua pozza di cera, mentre, da lontano, giungeva il sospiro del
Tamigi che scorreva languidamente sotto i ponti di Richmond. Finalmente, rispose: -
Dovrei ricacciarvi in strada! Eppure…
- Lo so - convenni gentilmente, osservando con indulgenza il giovane me stesso.
Non sono mai stato restio alle speculazioni più sfrenate, perciò potevo immaginare
quali ardite ipotesi si stessero già agitando in quella sua mente feconda e indisciplina-
ta.
Arrivato a una decisione, il giovane indietreggiò.
Con un gesto, invitai Nebogipfel a entrare. Il Morlock avanzò silenziosamente sul
parquet del corridoio, con i piedi rivestiti soltanto di pelliccia, ricambiando con inte-
resse lo sguardo del giovane, che nuovamente lo fissava.
- È… ehm… è tardi - disse il padrone di casa. - Non voglio svegliare i domestici.
Andiamo in sala da pranzo: probabilmente, è l'ambiente più caldo.
Il corridoio, con lo zoccolo dipinto e una fila di piuoli per appendere i cappelli, era
buio. La testa grande del nostro ospite riluttante spiccava alla luce della candela,
mentre ci guidava oltre la porta della sala da fumo. Nel caminetto della sala da pranzo
ardeva ancora un letto di braci. Con quella candela, il giovane ne accese un'altra doz-
zina: due nei candelieri d'ottone sulla mensola, fra cui troneggiava il vaso panciuto
del tabacco, e le altre nei candelabri a muro.
Osservai la stanza comoda e confortevole, illuminata dalle candele: mi era assai
familiare, eppure mi sembrava molto diversa a causa di lievi differenze nella disposi-
zione dell'arredamento. Accanto alla porta stava il tavolino, carico di giornali, che
senza dubbio erano pieni di tetri commenti sugli ultimi discorsi del signor Disraeli, o
magari di cupissime analisi sulla questione orientale. Vicino al caminetto era colloca-
ta la mia poltrona, bassa e comoda. Tuttavia non vi era traccia dei miei tavolini otta-
gonali, né delle mie lampade d'argento a incandescenza, a forma di giglio.
Il padrone di casa si avvicinò al Morlock e si curvò in avanti, posandosi le mani
sulle ginocchia: - Cos'è questo? Sembra una specie di scimmia, o un bimbo defor-
me… E quella che indossa è forse la sua giacca?
Il suo tono, con mia stessa sorpresa, m'irritò: - "Questo" è in realtà "costui", cioè
una persona. E sa parlare.
- Davvero? - Il giovane si girò di nuovo a guardare il Morlock. - Accidenti! - E
continuò a scrutare la faccia villosa del povero Nebogipfel, mentre io, in piedi sul
tappeto della sala da pranzo, cercavo di non tradire l'impazienza, per non dire l'imba-
razzo, che tanta scortesia suscitavano in me. Finalmente, rammentò i doveri dell'ospi-
talità: - Oh! Scusate… Accomodatevi, prego: sedete.
Impacciato dalla giacca, Nebogipfel rimase in piedi al centro del tappeto, davanti
al caminetto, a osservare il pavimento, e poi la stanza. Notai che sembrava in attesa di
qualcosa, e alla fine capii: era talmente abituato alla tecnica morlock della sua epoca,
che aspettava di veder spuntare mobili e strumenti dal tappeto. Anche se in seguito si
sarebbe dimostrato intelligente, sensibile e di mentalità aperta, in quel momento ri-
mase tanto sconcertato quanto lo sarei stato io cercando un impianto a gas in una ca-
verna dell'età della pietra.
- Nebogipfel - spiegai, - questa è un'epoca primitiva: le forme sono fisse. - E indi-
cai il tavolo e le sedie, maitre il giovane me stesso ascoltava e osservava con evidente
curiosità. - Devi scegliere una di queste.
Dopo breve esitazione, Nebogipfel si avvicinò a una delle sedie più robuste.
Ma io lo precedetti: - Per la verità, non questa - aggiunsi, gentilmente. - Non credo
che la troveresti comoda: potrebbe cercare di farti un massaggio, però non è progetta-
ta per una persona del tuo peso…
Sbalordito, il padrone di casa mi fissò.
Sentendomi come un genitore imbarazzato, aiutai Nebogipfel a montare su una
semplice sedia, dove rimase con le gambe ciondolanti come un bambino villoso.
- Come sapeva delle mie sedie attive? - chiese il giovane me stesso. - Le ho mo-
strate soltanto a pochi amici. Non ho neppure brevettato il progetto…
Mi limitai a scrutarlo negli occhi per un lungo momento, in silenzio, rendendomi
conto che la risposta sbalorditiva alla sua domanda si stava già formando nella sua
mente.
Infine, il padrone di casa distolse lo sguardo: - Si sieda, prego. Vado a prendere il
brandy.
Mi accomodai accanto a Nebogipfel, ben consapevole di essere nuovamente seduto
al tavolo della mia sala da pranzo in compagnia di un Morlock, e mi guardai nuova-
mente attorno. In un angolo, sul treppiede, stava il telescopio che avevo portato dalla
casa dei miei genitori: benché fosse uno strumento molto rozzo, che consentiva di
scorgere soltanto immagini confuse, nella mia fanciullezza era stato una finestra sui
mondi portentosi del cielo e sulle meraviglie affascinanti della fisica ottica. Poiché le
porte che si aprivano sul corridoio buio erano state lasciate negligentemente aperte,
intravidi gli oggetti allettanti che stavano nel laboratorio: gli apparecchi sui banchi, i
disegni sparsi sul pavimento, gli attrezzi più diversi.
Al ritorno, il nostro ospite portò goffamente un vassoio con tre bicchieri da brandy
e una caraffa. Mentre versava tre dosi generose, il liquore scintillò alla luce delle
candele: - Ecco… avete freddo? Volete che riaccenda il fuoco?
- No, grazie - risposi. Sollevai il bicchiere, fiutai il brandy, e bevvi un sorso, tratte-
nendolo per un poco sulla lingua.
Anziché prendere il bicchiere, Nebogipfel intinse un dito pallido nel liquore, ne
leccò una goccia sul polpastrello, e sembrò rabbrividire. Cautamente, allontanò il bic-
chiere, come se fosse pieno fino all'orlo della bevanda più nociva che si potesse im-
maginare.
Dopo aver osservato la scena con curiosità, il padrone di casa con uno sforzo evi-
dente si rivolse a me: - Lei è in vantaggio: io non la conosco, ma lei, a quanto pare,
conosce me.
- Sì - sorrisi. - Tuttavia, mi sento imbarazzato: non so come chiamarti.
- Non capisco come ciò possa essere un problema - replicò il giovane, accigliato, a
disagio. - Il mio nome è…
Alzai una mano, colto da un'ispirazione: - No. Se me lo permetti, ti chiamerò Mo-
sè.
Bevve un lungo sorso di brandy e mi scrutò con gli occhi grigi colmi di autentica
rabbia: - Come lo sa?
Da quando avevo lasciato la casa dei miei genitori, tenevo segreto il mio primo
nome, Mosè, che odiavo, perché a scuola mi aveva causato tormenti infiniti.
- Non importa - risposi. - Con me, il tuo segreto è al sicuro.
- Senta… mi sto stancando di questi giochetti… Lei arriva qui, con il suo… com-
pagno, si prende la libertà di denigrare il mio abbigliamento, e io non conosco ancora
il suo nome!
- Forse sì, invece.
Il giovane serrò le lunghe dita intorno al bicchiere. Era consapevole che stava suc-
cedendo qualcosa di strano e di portentoso, ma non sapeva che cosa. Gli vedevo in
viso, chiaro come il giorno, il misto di entusiasmo, d'impazienza e di timore, che ave-
vo provato tanto spesso nell'affrontare l'ignoto.
- Ascolta… sono pronto a dirti tutto quello che vuoi sapere, come promesso. Ma
prima…
- Sì?
- Sarei lieto di visitare il tuo laboratorio. E anche Nebogipfel, ne sono certo. Parlaci
di te, e intanto imparerai qualcosa su di me.
Per un poco, Mosè rimase seduto con il bicchiere in mano, poi con gesti bruschi
rimise i bicchieri sul vassoio, si alzò, e prese la candela dalla mensola del caminetto: -
Seguitemi.
4. L'ESPERIMENTO

Tenendo alta la candela, Mosè ci guidò lungo il gelido corridoio fino al laboratorio.
Quei pochi secondi sono ancora vividi nella mia memoria: l'ombra gettata dalla testa
grande di Mosè nella luce incerta, la giacca e gli stivali che luccicavano, i passi silen-
ziosi di Nebogipfel che mi seguiva, il nauseabondo e dolciastro fetore morlock che lo
spazio chiuso accentuava…
Spostandosi fra i banchi, Mosè accese le candele e le lampade a incandescenza per
illuminare il laboratorio. Le pareti erano imbiancate e prive di ornamenti, a eccezione
di alcuni foglietti appuntati e una libreria zeppa di riviste, testi scientifici, volumi di
tavole matematiche e dati di fisica. Era freddo, per me, che ero in maniche di cami-
cia: tutto tremante, mi strinsi le braccia intorno al busto.
Avvicinatosi alla libreria, Nebogipfel si accosciò a osservare i dorsi malmessi dei
volumi. Poiché sulla Sfera non avevo visto libri né carta, e non avevo riconosciuto
nulla di familiare nelle lettere sugli schermi azzurri presenti ovunque, mi domandai se
sapesse leggere l'Inglese.
- Non sono molto interessato - dichiarò Mosè - a fornirvi un resoconto succinto
della mia vita. - Poi in tono più tagliente, aggiunse: - Inoltre, non capisco perché siete
tanto interessati a me. Però sono disposto a stare al vostro gioco. Vi interessano i ri-
sultati dei miei esperimenti più recenti?
Sorrisi. Era davvero in accordo con il mio, e il suo, carattere, concentrare l'atten-
zione esclusivamente sull'ultimo problema che lo assillava.
- Vi sarei grato se non toccaste nulla - riprese Mosè, avvicinatosi a un banco su cui
storte, lampade, reticoli e lenti sembravano disposti a casaccio. - Vi sembrerà una
gran confusione, però vi assicuro che tutto è disposto in un ordine ben preciso. Posso
aggiungere che fatico tremendamente a tenere alla larga da qui la signora Penforth, i
suoi stracci e le sue scope.
La signora Penforth? pensai. Fui sul punto di chiedere che cosa ne fosse stato della
signora Watchet, quindi rammentai che quest'ultima era stata preceduta appunto dalla
signora Penforth. L'avevo licenziata una quindicina d'anni prima di partire per il pri-
mo viaggio nel tempo, dopo averla sorpresa a rubare dalla mia piccola riserva di dia-
manti industriali. Rinunciai a preavvisare Mosè, perché tutto sommato i furti non era-
no stati gravi. Inoltre, spinto da una sorta di strano sentimento paterno nei confronti
del giovane me stesso, decisi che probabilmente avrebbe giovato a Mosè seguire
maggiormente la conduzione della casa, una volta tanto, invece di lasciare tutto al ca-
so.
- Il mio campo è la fisica ottica - proseguì. - Concerne le proprietà fisiche della lu-
ce, che…
- Lo sappiamo - interruppi gentilmente.
- Bene. - Mosè si accigliò. - Di recente, mi sono interessato a uno strano enigma: lo
studio di un campione di un nuovo minerale, di cui entrai casualmente in possesso
due anni fa. - Mostrò una comunissima fiala graduata da otto once, chiusa con un
tappo di gomma, piena a metà di una finissima polvere verdastra, stranamente scintil-
lante. - Guardate… vedete com'è insolitamente traslucida, come se brillasse dall'in-
terno? - In verità, sembrava si trattasse di perline di vetro. - Ma qual è la fonte di tale
luminescenza? Ho cominciato a compiere ricerche, dapprima nei ritagli di tempo,
perché debbo anche lavorare. Dipendo da commesse e finanziamenti, che a loro volta
dipendono dalla qualità e dalla regolarità dei risultati che sono in grado di offrire: non
ho tempo per inseguire i miraggi. Poco a poco, però, la plattnerite - giacché ho deciso
di chiamarla così, dal nome del tizio misterioso che me la procurò, e che si presentò
come Gottfried Plattner - ha finito per assorbire gran parte del mio tempo. Non sono
un chimico: anche ai livelli più semplici, la mia pratica è sempre stata piuttosto ap-
prossimativa. Nondimeno, mi sono messo all'opera: ho comprato provette, becchi a
gas, cartine al tornasole, una provvista di gas, e tutto il fetido equipaggiamento. Ver-
sata la polvere verde nelle provette, l'ho fatta reagire con l'acqua e con gli acidi - sol-
forico, nitrico e cloridrico - senza scoprire alcunché. Poi ne ho vuotato un poco sul-
l'ardesia e l'ho collocata sul becco a gas. - Mosè si sfregò il naso. - Be', l'esplosione
ha fracassato il lucernario e ha semidistrutto una parete.
Poiché ricordavo che si trattava della parete sudoccidentale, non potei fare a meno
di lanciarvi un'occhiata. La riparazione, tuttavia, era stata tale da cancellare ogni trac-
cia dei danni.
Mosè s'incuriosì, perché non aveva indicato la parete danneggiata: - Dopo tale fal-
limento - proseguì, - non avevo neppure sfiorato i misteri della plattnerite. In seguito,
però - il suo tono si caricò d'entusiasmo, - cominciai a procedere in maniera più ra-
zionale: dopotutto, la traslucidità è un fenomeno ottico. Così, pensai che il segreto
della plattnerite non fosse nelle sue proprietà chimiche, bensì in quelle ottiche.
Provai una strana sensazione, una sorta di vago amor proprio, nell'udire quella sin-
tesi del mio limpido ragionamento. E capii che Mosè godeva dell'impeto del proprio
racconto; mi è sempre piaciuto narrare una buona storia, quale che fosse il pubblico, e
credo che in me vi sia qualcosa dell'uomo di spettacolo.
- Accantonai dunque il mio ingombrante corredo da piccolo chimico - riprese Mo-
sè - e iniziai una nuova serie di esperimenti. Molto rapidamente individuai alcune a-
nomalie sbalorditive sull'indice di rifrazione della plattnerite che, come forse sapete,
dipende dalla velocità della luce all'interno della sostanza. Insomma, ho scoperto che
nell'attraversare la plattnerite, i raggi luminosi si comportano in maniera molto parti-
colare. Ecco… guardate qui… - Indicò gli oggetti collocati sul banco. - Questa è la
dimostrazione più chiara che sono riuscito a escogitare delle anomalie ottiche della
plattnerite.
Sistemato fra uno schermo bianco e uno specchio curvo nel quale si rifletteva la
luce di una lampadina elettrica, c'era un foglio di cartone con due fessure. La lampa-
dina era collegata per mezzo di alcuni fili a un elettromotore situato sotto il banco.
Era un'apparecchiatura di semplice concezione: ho sempre cercato di fornire la di-
mostrazione più diretta possibile per ogni nuovo fenomeno, allo scopo di focalizzare
meglio il fenomeno medesimo, anziché i difetti dell'apparecchiatura sperimentale o,
come può sempre accadere, qualche trucco a vantaggio dello sperimentatore.
Azionando un interruttore, Mosè accese la lampadina: una stellina gialla nell'am-
biente illuminato dalle candele. Il cartone impediva alla luce di raggiungere lo scher-
mo, tranne i raggi che passavano per le fessure.
- È luce al sodio - spiegò Mosè. - È di un colore quasi puro, contrariamente alla lu-
ce bianca del sole, che è una mescolanza di tutti i colori. Lo specchio dietro la lampa-
da è parabolico, perciò riflette tutta la luce verso il cartone. - Indicò i raggi luminosi
in direzione del cartone. - Ho aperto qui due fessure, distanti l'una dall'altra meno di
due centimetri, ma data la struttura della luce sono separate da circa trecento lun-
ghezze d'onda. I raggi escono dalle fessure - continuò a indicare con il dito - e viag-
giano verso lo schermo. Orbene, tali raggi interagiscono: le creste e i fondi d'onda si
rafforzano e si cancellano a vicenda, in spazi successivi. - Incerto, mi guardò: - Capi-
sce il concetto? Si otterrebbe un effetto molto simile gettando due sassi in uno stagno
e osservando il congiungersi delle increspature che si propagano sulla superficie…
- Capisco.
- Be', allo stesso modo, queste onde di luce che s'increspano nell'etere interagisco-
no, creando un'immagine che si può osservare qui sullo schermo. - Mosè indicò la
macchia di luce gialla sullo schermo. - Vedete? Per la verità, occorre una lente…
Proprio qui, al centro, si possono osservare fasce di luce e di ombra che si alternano,
a pochi decimi di pollice l'una dall'altra. Be', sono i punti dove si uniscono i raggi. - E
si raddrizzò. - Tale interazione è un effetto ben noto. Questo esperimento si usa di so-
lito per determinare la lunghezza d'onda della luce al sodio. Si calcola che sia di un
cinquantamillesimo di pollice, se v'interessa.
- E la plattnerite? - chiese Nebogipfel.
Nell'udire l'accento alieno del Morlock, Mosè trasalì, tuttavia proseguì arditamente
nella dimostrazione. Sempre dal banco, prese un doppio vetro di circa quindici cen-
timetri quadrati, montato verticalmente su un supporto e chiazzato di verde. - Ecco un
pizzico di plattnerite schiacciato fra due vetri. Guardate che cosa succede quando
metto la plattnerite fra il cartone e lo schermo…
Dopo alcuni tentativi, Mosè riuscì a collocare il doppio vetro in maniera che venis-
se attraversato da un solo raggio luminoso: sullo schermo, l'immagine delle fasce
d'interazione sbiadì, si tinse di verde e parve trasformata… distorta.
- I raggi sono resi meno puri, naturalmente - spiegò Mosè. - Una parte della luce al
sodio, rifratta dalla plattnerite, assume lunghezze d'onda appropriate alla parte più
verde dello spettro. Comunque filtra dalla plattnerite una quantità di luce al sodio non
rifratta, sufficiente per garantire la persistenza del fenomeno d'interazione. Tuttavia…
Vedete quali cambiamenti ha provocato?
Quando Nebogipfel si curvò innanzi per osservare più da vicino, la luce al sodio
scintillò sui suoi occhiali.
- Il cambiamento di forma di alcune macchie luminose su un cartone potrà non
sembrare tanto importante a un profano - proseguì Mosè, - ma gli effetti sono estre-
mamente significativi, se analizzati correttamente. Infatti, e posso esibire i calcoli
matematici che lo dimostrano - senza risultare molto convincente, indicò un mucchio
di appunti sul pavimento - i raggi luminosi, filtrati dalla plattnerite, subiscono una di-
storsione temporale. È un effetto minimo, però misurabile: si manifesta con una di-
storsione della configurazione d'interazione.
- Una "distorsione temporale"? - ripeté Nebogipfel, alzando lo sguardo. - Vuoi di-
re…
- Sì. - Il volto di Mosè era freddamente rischiarato dalla luce al sodio. - Credo che i
raggi luminosi, nel filtrare attraverso la plattnerite, subiscano uno spostamento tem-
porale.
Osservai con aria estatica quella rozza dimostrazione ottenuta per mezzo di una
lampada, di un cartone, e di pochi supporti, perché si trattava dei primi, ingenui passi
sul lungo e difficile percorso, teorico e sperimentale, che aveva portato infine alla co-
struzione della macchina del tempo!

5. SINCERITÀ E DUBBIO

Non potevo lasciar trapelare tutto ciò che sapevo, naturalmente, perciò feci del mio
meglio per simulare sorpresa e sgomento a quell'annuncio:- Be'… Accidenti!
Insoddisfatto, Mosè mi lanciò un'occhiata. Evidentemente, si stava formando l'opi-
nione che fossi uno sciocco privo d'immaginazione. Si girò, per risistemare l'apparec-
chiatura.
Approfittai dell'occasione per trarre in disparte il Morlock: - Che cosa ne hai rica-
vato? È stata una dimostrazione ingegnosa…
- Sì - rispose Nebogipfel. - Però mi sorprende che non abbia notato la radioattività
della tua misteriosa sostanza, la plattnerite. Gli occhiali hanno percepito chiaramen-
te…
- Radioattività?
Il mio compagno crononauta mi guardò: - Non conosci questo termine? - Poi mi
spiegò brevemente il fenomeno: a quanto pareva, riguardava la disgregazione a cui,
secondo lui, erano soggetti tutti gli elementi, e che avveniva in tempi più o meno lun-
ghi: in alcuni, come il radio, si manifestava in maniera abbastanza rapida ed evidente
da risultare misurabile, purché si sapesse che cosa cercare.
Tutto ciò mi fece riaffiorare alla memoria alcuni ricordi: - Rammento uno strumen-
to chiamato spintariscopio, in cui il radio viene collocato vicino a uno schermo rive-
stito di solfuro di zinco…
- E lo schermo diventa fluorescente. Sì, è un fenomeno prodotto dalla disintegra-
zione dei nuclei degli atomi di radio.
- Ma l'atomo è indivisibile, o almeno, così si credeva…
- L'esistenza della struttura subatomica è stata dimostrata da Thomson, a Cambri-
dge, soltanto pochi anni dopo la tua partenza per il primo viaggio temporale, se ben
ricordo.
- La struttura subatomica… scoperta da Thomson! Ho incontrato personalmente
Joseph Thomson diverse volte: l'ho sempre giudicato un imbecille presuntuoso. Ed è
più giovane di me di pochi anni soltanto…
Anche se non era la prima volta, provai un profondo rammarico per la mia precipi-
tosa fuga nel tempo. Se soltanto fossi rimasto, avrei potuto trovarmi al centro di quel-
la rivoluzione del pensiero, anche senza gli esperimenti sul viaggio temporale. E di
sicuro sarebbe stata un'esperienza così avventurosa da bastare per una vita intera.
Intanto Mosè fece per spegnere la lampada al sodio e di scatto, con un grido, ritirò
la mano: Nebogipfel gli aveva toccato le dita con il proprio palmo glabro.
- Mi dispiace.
Mosè si massaggiò la mano: - Il suo tocco… è tanto… gelido. - E fissò il Morlock
come se lo vedesse per la prima volta in tutta la sua stranezza.
Di nuovo, Nebogipfel si scusò: - Non intendevo spaventarti, ma…
- Sì? - intervenni.
Con un dito vermiforme, Nebogipfel indicò il doppio vetro con la plattnerite: -
Guardate…
Io e Mosè ci curvammo a osservare il doppio vetro illuminato.
Dapprima non vidi altro che il riflesso puntiforme della lampada al sodio, un velo
di polvere finissima sul vetro… E finalmente distinsi una luminosità sempre più in-
tensa che scaturiva dalle profondità della plattnerite stessa: una luce verde che brilla-
va come se il doppio vetro fosse una finestra su un altro mondo.
La luce aumentò d'intensità e trasse riflessi luccicanti dalle provette, dai vetri e dal
resto delle attrezzature del laboratorio.

Quando ritornammo in sala da pranzo, il fuoco era spento ormai da parecchie ore e
la stanza era fredda, ma Mosè non parve accorgersene. Mi versò un altro brandy e mi
offrì un sigaro, che accettai. Nebogipfel chiese un bicchiere d'acqua. Con un sospiro,
accesi il sigaro, mentre Nebogipfel mi osservava con quello che mi parve puro sba-
lordimento, dimentico di tutti i vezzi umani che aveva imparato.
- Ebbene - domandai - quando intendi pubblicare una relazione sulle tue sensazio-
nali scoperte?
Prima di rispondere, Mosè si grattò la testa e si allentò il nodo della cravatta visto-
sa: - Non lo so ancora - rispose francamente. - Il mio è solo un catalogo di osserva-
zioni sulle anomalie di una sostanza di provenienza ignota. Forse esistono persone
più brillanti di me in grado di ricavarne qualcosa: magari di scoprire come produrre
altra plattnerite…
- No - intervenne enigmaticamente Nebogipfel. - I mezzi per produrre sostanze ra-
dioattive verranno scoperti soltanto fra diversi decenni.
Incuriosito, Mosè guardò Nebogipfel, ma senza fare commenti.
- Comunque, tu non hai nessuna intenzione di pubblicare una relazione - dichiarai.
Abbandonandosi a un altro, spiacevole vezzo, Mosè mi strizzò l'occhio con aria da
cospiratore: - Tutto a suo tempo. Per certi versi, non sono affatto un vero scienziato.
Sa che cosa intendo, vero? Mi riferisco a quegli individui meschini e puntigliosi che
finiscono con l'essere definiti dalla stampa "distinti scienziati". Quando un tizio del
genere tiene la sua piccola conferenza su qualche oscura proprietà degli alcaloidi tos-
sici, nel buio che circonda la lanterna magica si sente leggere un brano strano, s'intra-
vede il luccichio degli occhiali dalla montatura d'oro…
Esortai: - Ma tu…
- Oh, non intendo denigrare i lenti e pazienti sgobboni che esistono al mondo! E
non temo di affermare che negli anni a venire dovrò anch'io procedere a rilento; però
sono anche dotato di una certa impazienza: voglio sempre scoprire come va a finire. -
Mosè sorseggiò il proprio brandy. - Ho già pubblicato alcuni articoli: uno persino nel-
le Philosophical Transactions. Ho scritto anche altri studi che molto probabilmente
saranno pubblicati. Ma le ricerche sulla plattnerite…
- Sì?
- Ho una sensazione strana in proposito. Voglio scoprire fin dove riuscirò a…
Mi curvai in avanti a scrutare il volto entusiasta e vivace di Mosè. Era l'ora più
tranquilla della notte. Vedevo il brandy nel bicchiere luccicare alla luce delle candele,
e mi sembrava di poter osservare con una limpidezza sovrannaturale ogni dettaglio, e
di udire il ticchettio di ogni orologio nella casa. - Spiegami che cosa intendi dire…
Mosè si rassettò la ridicola giacca da damerino e cominciò: - Credo che un raggio
di luce filtrato dalla plattnerite subisca uno spostamento temporale. In altre parole, il
raggio si muove fra due punti nello spazio senza alcun intervallo nel tempo. Ma ho
l'impressione - continuò, più lentamente - che se la luce può muoversi in tal modo,
allora forse anche gli oggetti materiali sono in grado di farlo. Ho pensato che se si
mescolasse la plattnerite a qualche sostanza cristallina appropriata, come il quarzo, o
il cristallo di rocca, allora forse…
- Sì?
D'improvviso, Mosè parve riscuotersi. Posò il bicchiere di brandy sul tavolino ac-
canto alla sedia e si piegò in avanti, con gli occhi grigi, limpidi e ardenti, che sembra-
vano scintillare alla luce delle candele: - Non sono certo di voler dire altro! Senta…
sono stato tutt'altro che reticente, con lei. Adesso è tempo che sia lei a fornirmi qual-
che spiegazione con altrettanta franchezza. È disposto a farlo?
Per tutta risposta, lo scrutai negli occhi che, se anche appartenevano a un viso me-
no rugoso, erano indubitabilmente i miei: quelli che mi avevano sempre fissato ogni
giorno dallo specchio mentre mi radevo.
Evidentemente incapace di distogliere lo sguardo, Mosè sibilò: - Chi sei?
- Sai già chi sono, vero?
Nel lungo attimo di silenzio che seguì, Nebogipfel fu una presenza spettrale di cui
Mosè e io rimanemmo quasi inconsapevoli. Alla fine, Mosè rispose: - Sì, credo pro-
prio di sì…

Decisi di concedere a Mosè il tempo di assimilare la rivelazione: dopotutto per lui


la realtà dei viaggi temporali, associata a qualunque oggetto più solido di un raggio
luminoso, era ancora un'ipotesi fantastica. Trovarsi di fronte all'improvviso la prova
fisica, anzi, peggio ancora, un altro se stesso proveniente dal futuro, gli aveva provo-
cato sicuramente uno shock tremendo.
- Forse dovresti considerare la mia presenza qui come una conseguenza inevitabile
delle tue ricerche - suggerii. - Un incontro del genere non sarebbe forse destinato ad
avvenire, se tu seguissi fino in fondo il sentiero sperimentale che hai imboccato?
- Forse…
Allora mi resi conto che Mosè stava reagendo senza il timore reverenziale che mi
ero aspettato: mi osservava in modo nuovo, esaminandomi la chioma, il viso, gli abi-
ti.
Cercai dunque di vedermi con gli occhi di quel ventiseienne impetuoso, e assurda-
mente mi vergognai. Mi passai le dita fra i capelli, che non pettinavo da quando ave-
vo lasciato l'anno 657.208, e contrassi i muscoli addominali, per cercare di rendere lo
stomaco meno prominente. Tuttavia, ciò non fece scomparire la disapprovazione dal
viso di Mosè. - Guardami bene! - sbottai. - È così che diventerai!
- Non fai molto esercizio, vero? - replicò Mosè, massaggiandosi il mento. - E lui? -
Con un pollice, indicò Nebogipfel. - È…?
- Sì, viene dal futuro. Per essere precisi dall'anno 657.208, ed è molto evoluto ri-
spetto a noi. L'ho portato qui con la mia macchina del tempo: la stessa che tu hai ini-
ziato a concepire.
- Sono tentato di chiederti che cosa mi accadrà in futuro… avrò successo? Mi spo-
serò? E… Ma temo che mi convenga non saperne nulla. - Mosè osservò Nebogipfel. -
Il futuro della specie, però, è tutt'altra questione.
- Mi credi, vero?
In silenzio, Mosè prese di nuovo il bicchiere, si accorse che era vuoto, e lo posò: -
Non so… voglio dire, è fin troppo facile per un tizio qualsiasi presentarsi a casa mia
dicendo di essere me stesso proveniente dal futuro.
- Ma tu stesso hai già concepito la possibilità di viaggiare nel tempo! E poi…
guarda il mio viso!
- Ammetto che noto una certa superficiale somiglianza. È possibilissimo, però, che
sia uno scherzo, magari organizzato con intento malevolo, per farmi fare la figura del
ciarlatano. - Severamente, Mosè mi scrutò: - Se sei davvero colui che affermi di esse-
re, vale a dire se sei me, allora sicuramente sei tornato qui con uno scopo…
- Sì. - Cercai di reprimere la collera e di ricordare che era di vitale importanza co-
municare con quel giovane burbero e piuttosto arrogante. - In effetti, ho una missione
da compiere.
Di nuovo, Mosè si massaggiò il mento: - Che dichiarazione melodrammatica… ma
come può essere tanto importante? Sono uno scienziato… anzi, probabilmente non
sono neppure questo: sono un pasticcione, un dilettante. Non sono un politico, né un
profeta.
- È vero. Però sei, o diventerai, l'inventore dell'arma più potente che possa essere
concepita: la macchina del tempo.
- Che cosa sei venuto a dirmi?
- Che devi distruggere la plattnerite e dedicarti a qualche altra ricerca. Non devi in-
ventare la macchina del tempo: questo è il punto essenziale!
Unendo le punte delle dita, Mosè mi scrutò: - Be', evidentemente hai una storia da
raccontare… sarà lunga? Vuoi ancora un po' di brandy, o magari un tè?
- No, grazie. Cercherò di essere il più sintetico possibile…
Iniziai il racconto con un breve riepilogo delle scoperte che mi avevano permesso
di costruire la macchina del tempo, quindi narrai il mio primo viaggio nella dimen-
sione di storia in cui esistevano gli Eloi e i Morlock, ciò che avevo scoperto al mio
ritorno, il mio tentativo di ritornare in quello stesso futuro…
Probabilmente ero stanco: non ricordavo neppure quante ore fossero trascorse dal-
l'ultima volta che avevo dormito. Tuttavia, procedendo nel racconto, m'infervorai
sempre più, fissando il volto rotondo e sincero di Mosè alla luce delle candele.
All'inizio, avvertii la presenza di Nebogipfel, che per tutto il tempo rimase seduto
in silenzio. Ogni tanto, soprattutto durante la mia descrizione dei Morlock, Mosè gli
lanciava uno sguardo per avere conferma di alcuni dettagli. Dopo qualche tempo, pe-
rò, decise di ignorarlo, e concentrò la sua attenzione esclusivamente su di me.

6. PERSUASIONE E SCETTICISMO

Quando terminai il mio resoconto, il primo chiarore dell'alba estiva filtrava già nel-
la stanza.
Seduto con aria meditabonda, Mosè continuò a scrutarmi per un poco, poi come
per rompere un incantesimo finalmente disse: - Bene, bene… - Si alzò per sgranchirsi
e scostò le tende alle finestre, rivelando il cielo nuvoloso che si stava rischiarando. -
È un racconto davvero interessante…
- È molto di più - ribattei, con voce rauca. - Non capisci? Durante il mio secondo
viaggio nel futuro, ho visitato un'altra storia. La macchina del tempo è una distruttri-
ce della storia, un'annientatrice di mondi e di specie. Capisci perché non deve essere
costruita?
Allora Mosè si volse a Nebogipfel: - Se davvero sei un uomo del futuro, che co-
s'hai da dire, in proposito?
Benché la sua sedia fosse ancora in ombra, Nebogipfel si proteggeva già dalla luce
che si diffondeva nella stanza: - Non sono un uomo - rispose, con la sua voce fredda e
tranquilla, - però provengo da un futuro, tra un'infinità di varianti possibili. Sembra
vero, e di sicuro è razionalmente possibile, che la macchina del tempo possa cambiare
il corso della storia, generando così nuove e diverse serie di eventi. In realtà, il prin-
cipio stesso del suo funzionamento sembra fondarsi sulla sua capacità di estendersi in
un'altra storia parallela, mediante le proprietà della plattnerite.
Il profilo di Mosè si stagliava sullo sfondo della finestra illuminata dal sole nascen-
te: - E dovrei abbandonare le mie ricerche soltanto sulla base di asserzioni non con-
fermate…?
- Non confermate?! Credo di meritare un po' più di rispetto - interruppi, con collera
crescente. - Dopotutto, io sono te! Quanto sei ostinato! Ti ho portato un uomo del fu-
turo… quale altra dimostrazione vuoi?
- Ascolta… - Mosè scosse la testa. - Sono stanco… Ho trascorso la notte in bianco,
e tutto il brandy che ho bevuto non aumenta di certo la mia lucidità. E anche a voi
due non guasterebbe un po' di riposo, a giudicare dal vostro aspetto. Vi accompagno
alle camere per gli ospiti…
- Conosco la strada - dichiarai in tono gelido.
Di buon grado, Mosè acconsentì: - Dirò alla signora Penforth di servirvi la cola-
zione. O meglio… - Lanciò un'occhiata a Nebogipfel. - Forse la farò servire qui. Ve-
nite… il destino della specie può attendere ancora qualche ora.

Il mio sonno fu insolitamente profondo. Fu Mosè a svegliarmi, quando venne a


portare una brocca d'acqua calda.
Dopo le mie avventure nel tempo, i miei vestiti, piegati sopra una sedia, ormai non
erano più molto adatti per essere indossati. Chiesi perciò: - Potresti prestarmi qualche
indumento?
- Posso prestarti una giacca da camera, se vuoi. Mi dispiace, vecchio mio, ma cre-
do che nessuno dei miei abiti sia della tua misura!
La sua arroganza mi fece arrabbiare: - Un giorno anche tu invecchierai, e allora
spero che ricorderai… oh, non importa!
- Ascolta… Farò spazzolare e rammendare i tuoi vestiti. Scendi, appena sei pron-
to.

In sala da pranzo, dove la colazione era stata servita a buffet, trovai Mosè e Nebo-
gipfel. I colori variopinti degli abiti di Mosè, gli stessi del giorno prima - o almeno
copie identiche - risultavano ancora più sgargianti alla luce del mattino. In paziente
attesa accanto al buffet, Nebogipfel era comico nel suo abbigliamento, a partire dal
berretto, per arrivare alla vecchia giacca e a un paio di calzoni corti, fino ai grandi
occhiali rotondi sul volto villoso.
- Ho ordinato alla signora Penforth di non entrare qui - spiegò Mosè. - Quanto a
Nebogipfel, mi sembrava che la tua giacca, che adesso è appesa allo schienale di
quella sedia, non gli bastasse. Così ho recuperato una mia vecchia uniforme studente-
sca, vale a dire l'unico completo che gli si adattasse: puzza di naftalina, però mi sem-
bra più a suo agio. E adesso… - Si avvicinò al Morlock. - Lascia che ti aiuti… che
cosa preferisci? Come vedi, abbiamo bacon, uova, pane tostato, salsicce…
Nel suo accento pacato e alieno, Nebogipfel chiese spiegazioni sull'origine del ci-
bo, e Mosè lo accontentò in maniera molto vivace: per esempio, prese con la forchet-
ta una fetta di bacon e descrisse il maiale.
Terminata la spiegazione, Nebogipfel prese una mela e un bicchier d'acqua, quindi
si ritirò nell'angolo più buio della stanza.
Quanto a me, dopo essermi nutrito per tanto tempo con i cibi insipidi dei Morlock,
non avrei potuto gustare maggiormente la colazione se avessi saputo che sarebbe sta-
to il mio ultimo pasto nel diciannovesimo secolo.

Consumata la colazione, Mosè ci condusse nella sala da fumo. Ancora una volta,
Nebogipfel si accomodò nell'angolo più buio. Mosè e io, invece, occupammo poltro-
ne opposte.
Mentre Mosè prendeva di tasca la pipa e il tabacco, la caricava e l'accendeva, l'os-
servai ribollendo d'impazienza: la sua calma mi esasperava. Finalmente, chiesi: - Non
hai niente da dire? Ti ho portato un avvertimento tenibile dal futuro, anzi, da due fu-
turi diversi…
- Sì, mi hai fatto un racconto drammatico; però… - Mosè compresse il tabacco nel-
la pipa. - Non sono ancora certo che…
- Non sei certo?! - gridai, balzando in piedi. - Di quale altra prova hai bisogno, per
persuaderti?
- Mi sembra che il tuo ragionamento abbia qualche punto debole. Suvvia… siedi-
ti…
Sentendomi fiacco, seguii il suggerimento: - Quali punti deboli?
- Allora, tu sostieni che siamo la stessa persona… è così, vero?
- Esatto. Siamo due fette di un'unica entità a quattro dimensioni, tagliate in punti
diversi e giustapposte dalla macchina del tempo.
- Benissimo. Ma consideriamo questo aspetto: se tu una volta fossi stato me, allora
dovresti condividere i miei ricordi.
- Io…
- Ebbene - riprese Mosè, con una sfumatura di trionfo nella voce - quali ricordi hai
dell'imprevista visita notturna di uno sconosciuto piuttosto corpulento, con un com-
pagno dall'aspetto molto strano?
Naturalmente, l'unica risposta possibile mi colmava d'orrore: non avevo nessun ri-
cordo del genere. Sgomento, mi volsi a Nebogipfel: - Come ho fatto a non pensarci?
La mia missione è impossibile: lo è sempre stata, fin dall'inizio. È impossibile che io
sia riuscito a persuadere il giovane Mosè, perché non ricordo di essere mai stato per-
suaso quando ero nei suoi panni!
- Quando si tratta della macchina del tempo - replicò Nebogipfel - i concetti di cau-
sa e di effetto sono inadeguati.
Con la sua solita e fastidiosa impudenza, Mosè dichiarò: - Ecco un altro enigma da
risolvere… supponiamo che io accetti il tuo racconto sui viaggi nel tempo, sui diversi
futuri, e così via. E supponiamo che io accetti anche di non costruire la macchina del
tempo…
Capii subito dove voleva andare a parare: - Se la macchina del tempo non venisse
mai costruita…
- Se non fosse mai stata costruita, tu non avresti potuto tornare indietro per impedi-
re che lo fosse…
- Dunque la macchina verrebbe comunque costruita…
- E torneresti di nuovo indietro nel tempo per impedire che lo fosse, e tutto conti-
nuerebbe così, come una giostra che gira in eterno!
- Sì - confermò Nebogipfel, - è un circolo causale vizioso. La macchina del tempo
deve essere costruita, perché se ne possa impedire la costruzione.
Mi coprii il viso con le mani. A parte la disperazione che provavo a causa dell'im-
possibilità della mia missione, avevo la sensazione inquietante che il giovane Mosè
fosse più intelligente di me. Io stesso avrei dovuto rendermi conto di quelle contrad-
dizioni. Forse era vero che l'intelligenza, al pari delle facoltà fisiche, declinava con
l'invecchiamento.
- Nonostante questi problemi, è nondimeno la verità - sussurrai. - E la macchina
del tempo non deve essere costruita.
- Allora fornisci tu una spiegazione - esortò Mosè, con scarsa simpatia. - Sembra
che essere o non essere non sia affatto il problema. Se sei me, ricordi sicuramente di
essere stato costretto a recitare la parte del padre di Amleto in un'orribile recita scola-
stica…
- Lo ricordo bene, infatti.
- A me sembra che il problema sia più complesso: com'è possibile che le cose pos-
sano essere e simultaneamente non essere?
- Comunque sia, è vero. - Nebogipfel si avvicinò, esponendosi un poco alla luce, e
ci scrutò a turno. - Mi sembra che dobbiamo ragionare in maniera diversa, cioè in
modo da comprendere e spiegare l'interazione della macchina del tempo con la storia,
nonché la molteplicità della storia…
Proprio in quel momento, quando la mia incertezza era maggiore, si udì un ruggito,
come di un motore gigantesco, che echeggiò sulla collina, all'esterno della casa, e il
suolo fu scosso da un tremito, come quello che avrebbe potuto essere suscitato dal
passo di un mostro. Si udì un grido, e poi, benché un evento del genere fosse del tutto
impossibile nel mattino sonnolento di Richmond, tuonò una cannonata.
Sgomenti, Mosè e io ci scambiammo un'occhiata, e lui disse: - Accidenti… cos'è
stato?
Di nuovo si sentì quella che sembrava una cannonata, e un urlo si trasformò in uno
strillo che s'interruppe bruscamente.
Insieme, ci precipitammo nel corridoio. Mosè aprì la porta, a cui era già stato tolto
il chiavistello. Ci precipitammo in strada, dove la signora Penforth teneva con una
mano uno sgargiante strofinaccio giallo, e con l'altra stringeva un braccio del magro e
severo Poole, che a quell'epoca era il domestico di Mosè. Entrambi, dopo averci lan-
ciato un'occhiata distratta, distolsero lo sguardo, ignorando il Morlock come se non
avesse un aspetto più strano di quello di un francese o di uno scozzese.
Sulla Petersham Road, alcuni passanti si erano fermati a guardare. Toccandomi un
braccio per attirare la mia attenzione, Mosè indicò la strada in direzione della città: -
Laggiù! Ecco la causa di tutto!
Sembrava che un'ondata immane avesse prelevato dal mare una corazzata per de-
porta su Richmond Hill. A meno di duecento metri dalla casa, una grande macchina
metallica semovente, lunga almeno ventiquattro metri, percorreva Petersham Road
come un gigantesco insetto di ferro.
Non si trattava, però, di un mostro isolato dal suo ambiente. Capii che la macchina
avanzava verso di noi, lentamente ma inesorabilmente, lasciando sulla strada una se-
rie d'impronte profonde, simili alle tracce di un uccello. Nella parte superiore era do-
tata di parecchi portelli, che mi parvero destinati a consentire la fuoriuscita di armi o
di strumenti d'osservazione.
Le vetture erano state costrette a fare strada alla macchina: due calessi erano rove-
sciati, come pure il carro senza sponde di un birraio, con il cavallo spaventato ancora
impigliato nei finimenti, e la birra che si versava dalle botti fracassate.
Un giovane temerario, che indossava un berretto, lanciò contro la macchina un sas-
so del selciato, che rimbalzò sul metallo senza neppure graffiarlo, ma suscitando una
risposta: la canna di un fucile spuntò da un portello e fece fuoco, con uno schianto.
Il giovane crollò sul posto e giacque immobile.
Allora la folla si disperse rapidamente, strillando. Poole riaccompagnò in casa la
signora Penforth, che piangeva tenendosi lo strofinaccio sul viso.
Sulla parte anteriore della macchina, un portello si aprì con un clangore, rivelando
fugacemente l'interno buio, e una persona dal volto mascherato ci scrutò.
- Viene dagli abissi del tempo - dichiarò Nebogipfel - e cerca noi.
- È vero. - Mi rivolsi a Mosè: - Ebbene, mi credi, adesso!
7. IL CORAZZATO LORD RAGLAN

Con il volto più pallido del solito, la fronte larga viscida di sudore, un sorriso teso
e nervoso, Mosè commentò: - Evidentemente, non sei l'unico viaggiatore del tempo!
La fortezza semovente, ammesso che la macchina fosse qualcosa del genere, risalì
lentamente la strada verso la mia casa. Era lunga e piatta, simile a un coprivivande,
dipinta a chiazze verdi e marroni, come se il suo ambiente naturale fosse un campo
incolto. Intorno alla base aveva una blindatura che sembrava costruita per proteggere
le parti più vulnerabili dalle fucilate e dalle schegge avversarie. Procedeva a una ve-
locità di circa sei miglia orarie, e grazie a un nuovo metodo di locomozione, di cui la
blindatura m'impediva di distinguere i dettagli, riusciva a mantenere un assetto quasi
orizzontale, nonostante la pendenza.
A parte noi tre, e il povero cavallo del birraio, non era rimasta anima viva in strada:
il silenzio era rotto soltanto dal brontolio cupo delle macchine della fortezza e dai ni-
triti d'angoscia dell'animale intrappolato.
- Non ricordo nulla del genere - dichiarai. - Non esisteva niente del genere nel mio
1873.
Osservando attraverso gli occhiali la fortezza in avvicinamento, Nebogipfel rispose
con voce calma: - Ancora una volta dobbiamo ripensare alla molteplicità della storia.
Hai visitato due versioni dell'anno 657.208. Adesso sembra che tu debba affrontare
una variante del tuo secolo.
La fortezza si fermò, con un brontolio di motori che ricordava quello di uno stoma-
co immenso. Mentre una bandiera sventolava pigramente nella parte superiore, alcuni
volti mascherati ci osservarono dai portelli.
- Dici che possiamo scappare? - sibilò Mosè.
- Ne dubito… vedi le canne di fucile che spuntano dai portelli? Non so a quale gio-
co stia giocando questa gente, ma è evidente che ha i mezzi, e l'intenzione, per impe-
dirci di fuggire. Andiamo loro incontro con dignità. Dimostriamo che non abbiamo
paura.
E così, c'incamminammo sull'acciottolato prosaico di Petersham Road, incontro al-
la fortezza.

I fucili e i cannoni, nonché gli uomini dai volti mascherati, alcuni dei quali muniti
di binocolo, seguirono la nostra avanzata.
Neil'avvicinarmi, potei osservare meglio la fortezza. Come ho detto, era lunga più
di ventiquattro metri, e alta forse tre. I fianchi erano blindati. Nella parte superiore
spiccavano una fitta serie di portelli da cui spuntavano armi e strumenti d'osservazio-
ne. Dalla parte posteriore fuoriuscivano getti di vapore. Sotto il bordo blindato infe-
riore, che era largo una trentina di centimetri e non toccava il suolo, non si scorgeva-
no ruote, bensì oggetti simili a zampe d'elefante, ma più grandi: a giudicare dalle
tracce che lasciavano sulla strada, dovevano avere la superficie inferiore scanalata,
per aumentare l'aderenza. Capii che era grazie a quella sorta di zampe che la macchi-
na riusciva a mantenere un assetto orizzontale nonostante la pendenza.
Nella parte anteriore, la fortezza era munita di un rullo, fissato a due sostegni late-
rali, dal quale pendevano, senza toccare il suolo, pesanti catene che oscillavano pro-
ducendo un clangore strano. Era evidente che il rullo poteva essere abbassato per fare
in modo che le catene percuotessero il terreno, tuttavia non riuscii a immaginare qua-
le potesse essere la funzione di quell'apparecchio.
Ci fermammo a meno di dieci metri dal muso della macchina, mentre i fucilieri ci
tenevano sotto tiro e una brezza capricciosa ci soffiava il vapore addosso.
La comparsa della fortezza mi aveva colmato d'orrore, perché significava che or-
mai neppure il mio passato era stabile e affidabile, bensì poteva essere modificato,
secondo i capricci dei viaggiatori temporali. Non potevo sfuggire agli influssi della
macchina del tempo: era come se, una volta inventata, i suoi effetti si propagassero
nel passato e nel futuro, come onde suscitate da un sasso gettato nel placido fiume del
tempo.
Le mie riflessioni furono interrotte da Mosè: - Credo che sia inglese.
- Cosa? Perché dici questo?
- Non ti sembra un'insegna militare, quella sopra il bordo? Evidentemente, la vista
del mio giovane alter ego era più acuta della mia. Scrutando con maggiore attenzione,
mi sembrò, anche se non mi ero mai molto interessato agli argomenti militari, che
Mosè avesse ragione.
Intanto, questi lesse le scritte in nero sulla macchina: - ''Munizioni"… "Carburan-
te"… se non appartiene a una colonia britannica, è americana, e proviene da un futuro
vicino, in cui il linguaggio non è cambiato molto.
Si udì uno stridio metallico. Un volante girò sul fianco della fortezza, un portello si
aprì verso l'esterno, un lustro bordo metallico scintillò, a contrasto con la tinta scura
delle blinde, e s'intravide l'interno buio, simile a una caverna d'acciaio.
Fu gettata una scala di corda. Un soldato scese e s'incamminò sulla strada verso di
noi. Indossava un berretto nero con un distintivo sulla fronte, un'uniforme di canapa
pesante in un sol pezzo, con il collo dal bordo cachi, aperto, ed enormi spallacci me-
tallici. Alla cintura aveva una giberna e una fondina aperta con una pistola, da cui non
allontanava mai troppo le mani guantate.
Ma la caratteristica più sorprendente era una maschera che racchiudeva tutta la te-
sta ed era dotata di grandi occhiali tondi e dalle lenti affumicate, nonché di una sorta
di proboscide da insetto.
- Accidenti… - sussurrò Mosè. - Che aspetto!
- Davvero - concordai, in tono truce, giacché avevo capito subito la funzione di
quell'equipaggiamento. - È per difendersi da eventuali gas. Vedi? Non ha un centime-
tro quadrato di pelle scoperto. E gli spallacci debbono avere la funzione di protegger-
lo da dardi, magari avvelenati. Mi chiedo quali altre protezioni abbia sotto la tuta.
Quale epoca mai ritiene necessario dover mandare indietro nel tempo un simile indi-
viduo, fino all'innocente 1873? Quella fortezza arriva da un futuro tenebroso, Mosè:
un futuro di guerra.
Il soldato si avvicinò ancora, prima di parlare nel tono brusco che, sebbene attutito
dalla maschera, era assolutamente caratteristico degli ufficiali, e in una lingua che sul
momento non riconobbi.
Intanto, Mosè accostò il viso al mio: - È tedesco! Ma ha parlato con una pessima
pronuncia. Che cosa diavolo sta succedendo?
Avanzai di alcuni passi, con le mani alzate: - Siamo inglesi. Ci capisce?
Non potevo vedere il suo volto, ma dal movimento delle spalle mi parve che il sol-
dato provasse sollievo. Con una voce dal cui tono compresi che intrappolato in quel
carapace da guerra stava un giovane, rispose, sempre in modo brusco: - Benissimo.
Seguitemi, prego.
A quanto pareva, non avevamo molta scelta.
Il giovane militare attese presso la fortezza, con la mano sulla pistola, mentre sali-
vamo per entrare.
- Mi dica una cosa… - domandò Mosè. - A che cosa servono le catene appese di-
nanzi al veicolo?
- E un apparecchio antimine - rispose l'ufficiale mascherato.
- Antimine?
- Le catene percuotono il suolo, mentre il Raglan avanza. - Con le mani guantate,
l'ufficiale mimò ciò che stava descrivendo, pur senza perdere d'occhio Mosè. Era evi-
dentemente britannico, visto che aveva creduto che noi fossimo tedeschi. - Fa esplo-
dere in anticipo le mine interrate.
Dopo una breve esitazione, Mosè mi seguì ed entrò: - È un'ammirevole applicazio-
ne dell'ingegnosità britannica… e guarda lo spessore delle blinde: i proiettili vi si
schiaccerebbero come gocce di pioggia. Di sicuro, soltanto un cannone da campo po-
trebbe rallentare questa macchina!
Il pesante portello si chiuse alle nostre spalle con un tonfo sordo e un rumore di
guarnizioni in gomma.
Così, la luce del giorno scomparve.
Scortati, percorremmo uno stretto corridoio che attraversava la fortezza in tutta la
lunghezza, illuminato in maniera del tutto insufficiente da due lampade elettriche.
Nello spazio chiuso, il rumore dei motori riecheggiava in maniera assordante. Nell'a-
ria ristagnavano gli odori di lubrificante, petrolio e cordite. Il calore era eccessivo,
tanto che cominciai subito a sudare.
L'interno della fortezza mi si rivelò in una serie fugace d'impressioni tra luce fioca
e oscurità. Vidi lungo i fianchi le sagome di otto ruote, ciascuna di tre metri di diame-
tro, protette dalle blinde. Nella parte anteriore, un soldato, che occupava un'alta sedia
di canapa, era circondato da leve, quadranti, e quelle che sembravano tenti di stru-
menti d'osservazione: immaginai che fosse il conducente. Nella parte posteriore erano
situati i motori e i meccanismi di trasmissione: nell'oscurità, le macchine sembravano
più ombre di mostri che oggetti costruiti dall'uomo. I soldati che le azionavano, pro-
tetti da maschere e guanti pesanti, avevano tutto l'aspetto di custodi d'idoli metallici.
In ognuno dei compartimenti stretti e scomodi situati in alto stava un soldato, visi-
bile come un'ombra di profilo, ciascuno munito di diverse armi e di diversi strumenti
ottici, quasi tutti di tipi a me ignoti, che fuoriuscivano dai portelli. I fucilieri e i mac-
chinisti erano circa due dozzine, tutti mascherati, tutti abbigliati con berretti e uni-
formi simili a quelli del giovane ufficiale. E tutti ci fissarono senza nascondere la loro
curiosità: si può bene immaginare quanto l'attirasse il Morlock!
Era un luogo tetro e spaventoso: un tempio semovente consacrato alla Forza Bruta.
Non potei fare a meno di confrontare la sua tecnica rozza con quella raffinatissima
dei Morlock della Sfera.
L'ufficiale ci raggiunse. Al sicuro nella fortezza, si era tolto la maschera, che gli
pendeva sul petto come la pelle di una faccia scuoiata. Il suo viso, con le guance ba-
gnate di sudore, confermava che era davvero giovane come avevo immaginato. - Se-
guitemi, prego - invitò. - Il capitano desidera darvi il benvenuto a bordo.
In fila, preceduti dall'ufficiale, c'incamminammo prudentemente, sulle strette pas-
serelle metalliche, verso la prua della fortezza, sempre scrutati in silenzio dai soldati.
A piedi nudi, Nebogipfel camminava quasi silenziosamente.
Vicino alla prua, un po' dietro alla postazione del conducente, era installata una
cupola d'ottone e di ferro che sporgeva dal tetto, all'interno della quale stava un mili-
tare mascherato, con le mani unite dietro la schiena, il quale, a giudicare dal porta-
mento, doveva essere il comandante della fortezza. Indossava un berretto e un'uni-
forme simili a quelli dell'ufficiale, con gli spallacci metallici e la pistola alla cintura,
ma anche due bandoliere incrociate, nonché diverse insegne e parecchie decorazioni
sul petto.
Con estrema curiosità, Mosè si guardò attorno, quindi indicò una scala sospesa so-
pra il capitano: - Guardate… scommetto che può abbassarla mediante le leve che ha
accanto, per poi salire nella cupola e guardare fuori, tutt'intorno, in modo da racco-
gliere ogni informazione necessaria per impartire le istruzioni ai macchinisti e agli
artiglieri. - Sembrava impressionato dall'ingegnosità con cui era stato progettato e co-
struito quel mostro guerresco.
Il capitano si fece innanzi, zoppicando vistosamente. Quando si tolse la maschera,
rivelando il proprio viso, vidi che era ancora giovane ed evidentemente ancora abba-
stanza sano, nonostante il pallore straordinario. Il suo volto attento, calmo, intelligen-
te e onesto, che rivelava una competenza profonda, mi fece pensare a un ufficiale di
marina. Si tolse un guanto e mi offrì la mano piccola. Stringendola come se fosse sta-
ta quella di un bambino, fissai l'ufficiale, incapace di celare il mio sbalordimento.
- Non mi aspettavo tanti passeggeri - dichiarò il comandante. - Per la verità, sup-
pongo che non sapessimo che cosa aspettarci… Comunque, siete i benvenuti: vi ga-
rantisco che sarete trattati bene. - Aveva una voce dolce, ma era costretto a gridare
per sovrastare il fragore dei motori. Con una sfumatura di divertimento negli occhi
azzurri, osservò Mosè e Nebogipfel. - Benvenuti sul Lord Raglan. Il mio nome è Hi-
lary Bond. Capitano del Nono Battaglione del Reggimento Corazzati Reali.
Era vero! Quell'ufficiale, protagonista di mille battaglie e al comando della più ter-
ribile macchina da guerra che avessi mai potuto immaginare, era una donna'.

8. SI RINNOVA UNA VECCHIA CONOSCENZA


Rivelando una cicatrice sul mento, Bond sorrise: capii che non poteva avere più di
venticinque anni.
- Ascolti, capitano… - dissi. - Esigo di sapere in base a quale diritto ci ha presi pri-
gionieri.
Per nulla turbata, Bond rispose: - Sono impegnata in una missione che ha priorità
di difesa nazionale. Mi dispiace…
In quel momento si fece innanzi Mosè, che con il suo sgargiante abito da damerino
sembrava straordinariamente fuori posto nel tetro e severo interno militare: - Signora
capitana, non esiste alcuna necessità di difesa nazionale nell'anno 1873!
- Però esiste nell'anno 1938. - Bond emanava un'autorità incrollabile: capii che era
assolutamente irremovibile. - La mia missione consiste nel proteggere la ricerca
scientifica che si sta svolgendo in quella casa di Petersham Road: in particolare, deb-
bo dissuadere da qualsiasi interferenza anacronistica con il processo che vi si deve
svolgere.
- Interferenza anacronistica… - Mosè fece una smorfia. - Se non sbaglio, si riferi-
sce ai viaggiatori temporali…
Sorrisi: - Una bella definizione, "dissuadere"! Credete di avere abbastanza armi per
compiere efficacemente questa operazione di "dissuasione"?
- Capitano Bond… - intervenne lentamente Nebogipfel. - Sicuramente si rende
conto che la sua missione è assurda dal punto di vista razionale. Sa chi sono costoro?
Come può proteggere la ricerca quando il suo iniziatore - e con una mano villosa in-
dicò Mosè - viene rapito dall'epoca alla quale appartiene?
Allora Bond scrutò per un lungo istante il Morlock, poi volse la propria attenzione
a Mosè e a me: in quel momento, mi sembrò che notasse, come per la prima volta, la
nostra somiglianza. C'interrogò tutti, per ottenere conferma della veridicità della rive-
lazione di Nebogipfel, nonché per stabilire l'identità di Mosè. Ritenevo che comunque
avessimo poco da guadagnare, però dissi la verità, pensando che forse saremmo stati
trattati con maggiore considerazione, se ci fosse stata riconosciuta un'importanza sto-
rica. In ogni modo, minimizzai la mia identità con Mosè.
Alla fine, Bond sussurrò brevi istruzioni all'ufficiale, che si allontanò. Poi dichiarò:
- Al nostro ritorno, informerò di tutto ciò il ministero dell'aria: sono certa che s'inte-
resserà molto a voi, e che allora avrete ampia opportunità di discutere il problema con
le autorità.
- Ritorno?! - sbottai. - Ritorno? Intende dire… nel 1938?
- Credo, purtroppo - rispose Bond, tesa - di non essere in grado di affrontare i pa-
radossi del viaggio temporale. Ma senza dubbio i cervelli fini del ministero risolve-
ranno tutto.
Con una sfumatura isterica, Mosè scoppiò a ridere fragorosamente: - Oh, questa è
bella! Questa è proprio bella! Adesso non ho più nessun bisogno di preoccuparmi del-
la costruzione della dannata macchina del tempo!
- Temo - Nebogipfel mi guardò cupamente - che questa successione di colpi alla
causalità ci stia allontanando sempre più dal corso originale della storia, il quale esi-
steva prima che la macchina del tempo iniziasse il suo primo viaggio…
- Posso capire la vostra costernazione - interruppe la capitana. - Ma vi assicuro che
non vi nuoceremo in alcun modo: al contrario, la nostra missione consiste nel proteg-
gervi. Inoltre - aggiunse amabilmente - mi sono presa il disturbo di portare qualcuno
che possa aiutarvi ad ambientarvi fra noi: lo si potrebbe definire un nativo dell'epoca.
Lentamente arrivò dal corridoio buio un uomo che, come tutti gli altri soldati, por-
tava una maschera appesa sul petto, gli spallacci, e la pistola. L'uniforme, però, era
nera, semplice, quasi sciatta, priva di distintivi. Sembrava vecchio, a giudicare dalla
pancia prominente e dal passo dolorante.
Con voce fievole, udibile a stento nel fragore dei motori, costui mi disse: - Buon
Dio! Sei tu! Sono armato fino ai denti per affrontare i tedeschi, ma sai… Non mi a-
spettavo di vederti ricomparire, dopo quell'ultima cena del giovedì… E di sicuro non
in circostanze come queste!
Quando la luce illuminò quell'uomo, rimasi ancora una volta costernato, perché
anche se restava appena una traccia di rosso nella chioma grigia, e la fronte era sfigu-
rata da una brutta cicatrice, che sembrava la conseguenza di un'ustione, e gli occhi
erano spenti, e le spalle curve, era inequivocabilmente Filby.

- Che io sia dannato!


Ridendo, Filby mi si avvicinò. Gli strinsi la mano fragile, macchiata dalla discro-
mia, giudicando che non avesse meno di settantacinque anni.
- Forse sei dannato tu, e forse lo siamo tutti! Nondimeno, sono felice di rivederti. -
Filby lanciò a Mosè un'occhiata alquanto strana, ciò che non mi parve affatto sor-
prendente.
- Filby! Accidenti! Ho tante domande da porti, che non so da quale incominciare!
- Ci scommetto! Ecco perché mi hanno ripescato dalla casa di riposo alla Cupola di
Bournemouth. Sono incaricato dell'acclimatazione, come viene definita. Insomma,
debbo aiutare voi nativi dell'epoca ad ambientarvi. Capisci?
- Ma, Filby… Mi sembra soltanto ieri… Come hai potuto diventare…?
- Così? - Filby indicò il proprio corpo decrepito con un gesto di cinica noncuranza.
- Come sono diventato così? Per effetto del tempo, amico mio: il fiume portentoso su
cui volevi farci credere di essere in grado di navigare. Ebbene, il tempo non è amico
dell'uomo comune. Io ho viaggiato nel tempo nella maniera più difficile, ed ecco le
conseguenze. Per me sono trascorsi quarantasette anni da quell'ultimo incontro a Ri-
chmond, e dalla tua piccola esibizione di magia con il modellino della macchina del
tempo… Lo ricordi? E dalla tua successiva scomparsa nel futuro.
- Eppure sei sempre lo stesso vecchio Filby - risposi, con affetto, afferrandogli un
braccio. - Persino tu devi ammettere, infine, che avevo ragione a proposito del viag-
gio temporale!
- Un gran bene ha fatto a tutti noi… - brontolò Filby.
- E ora - intervenne Bond - se volete scusarmi, signori… Ho un corazzato da co-
mandare. Saremo pronti a partire fra pochi minuti. - Con un cenno della testa a Filby,
tornò al suo equipaggio.
- Venite… - sospirò Filby. - C'è un ambiente, in fondo, dove possiamo accomodar-
ci: è un po' meno rumoroso e sporco di questo.
Così, c'incamminammo verso la parte posteriore del fortino.
Nel percorrere il corridoio centrale, ebbi la possibilità di osservare meglio il siste-
ma di locomozione. Sotto le passerelle, vidi che le zampe di elefante che avevo già
notato erano connesse, per mezzo di quelle che sembravano gambe corte, alle ruote,
le quali, lasciando cadere pezzi di fango e di acciottolato, giravano mediante una
doppia serie di assi che consentiva di sollevarle o di abbassarle. Mediante pistoni
pneumatici, era possibile alzare e abbassare anche le zampe. In tal modo, la macchina
poteva mantenere il proprio assetto anche sul suolo più impervio o più ripido.
Indicando l'intelaiatura della macchina corazzata, Mosè osservò in tono pacato: -
Guarda… Non noti qualcosa di strano, là, e là? Quella struttura sembra di quarzo… è
difficile capire che funzione abbia…
Benché non potessi esserne certo, alla luce delle lontane lampade elettriche, mi
sembrò, scrutando la struttura di quarzo e di nichel, di scorgere una strana traslucidità
verde, la quale mi parve più che familiare!
- È plattnerite - sussurrai a Mosè. - La struttura ne è stata cosparsa. Nonostante la
luce incerta, non posso sbagliare: sono convinto che quei pezzi provengano dal mio
laboratorio. Sono ricambi, prototipi e scarti rimasti dalla costruzione della macchina
del tempo.
- Così - annuì Mosè - sappiamo almeno che questa gente non ha ancora imparato a
produrre autonomamente la plattnerite.
Allora Nebogipfel si avvicinò per indicare un oggetto collocato in un recesso buio
della sala macchine. Non fu facile, ma a furia di scrutare capii che si trattava della
mia macchina del tempo, intatta e indenne, con la gabbia ancora macchiata d'erba, e-
videntemente recuperata da Richmond Hill e trasportata a bordo del fortino. Era assi-
curata per mezzo di quella che sembrava una ragnatela di funi.
Alla vista di quel potente simbolo di sicurezza, ebbi l'impulso quasi irrefrenabile di
sfuggire, se possibile, ai soldati, di balzare a bordo della macchina, e magari di torna-
re nella mia epoca…
Sapendo però che sarebbe stato un tentativo vano, mi calmai. Anche se fossi riusci-
to a raggiungere la macchina (e non era possibile, perché i soldati mi avrebbero ab-
battuto in un istante), non sarei mai riuscito a ritrovare la mia epoca. Dopo quell'inci-
dente, non avrei più potuto recarmi in nessuna versione del 1891 che avesse una mi-
nima somiglianza con l'anno sicuro e prospero che tanto follemente avevo abbando-
nato. Ero naufrago nel tempo!
- Che cosa ne pensi della macchina? - chiese Filby, percuotendomi una spalla con
tutta la debolezza di un vecchio. - È stata progettata da sir Albert Stern, che si è di-
stinto in questo campo sin dall'inizio della guerra. Mi sono interessato molto a questi
mostri e alla loro evoluzione nel corso degli anni… Come sai, sono sempre stato affa-
scinato dalla meccanica. Guarda… - E indicò i comparti della sala macchine. - Un'in-
tera serie di motori Rolls Royce del tipo Meteor! E vedi quella? È una cassa ingra-
naggi Merrit-Brown. Abbiamo sospensioni Horstmann, e tre carrelli…
- Sì - interruppi. - Però, caro vecchio Filby, a che cosa serve tutto questo?
- A che cosa serve? Serve alla prosecuzione della guerra, naturalmente! - Filby ge-
sticolò. - Questo è un corazzato di classe Kitchener: uno degli ultimi modelli. I coraz-
zati sono stati progettati principalmente allo scopo di rompere l'assedio all'Europa:
anche se sono costosi, inclini a guastarsi e vulnerabili all'artiglieria, sono in grado di
superare qualunque ostacolo, tranne le trincee più larghe. Non ti sembra che Raglan
sia un nome piuttosto appropriato? Lord Fitzroy Raglan, infatti, era il vecchio demo-
nio che combinò quel gran pasticcio all'assedio di Sebastopoli, in Crimea. Forse il
povero vecchio Raglan avrebbe…
- L'assedio all'Europa?
Mestamente, Filby mi guardò: - Scusa… Forse non avrebbero dovuto assegnarmi
questo incarico, dopotutto… Continuo a dimenticare quanto poco devi sapere. Temo
di essere diventato un povero vecchio rincoglionito. Ascolta… Devo dirti innanzitutto
che siamo in guerra dal 1914.
- In guerra? E con chi?
- Be', con i tedeschi, naturalmente. Con chi altri? Ed è veramente un guaio terribi-
le…
Quelle parole, quella visione fugace di un'Europa futura ottenebrata da ventiquattro
anni di guerra, mi raggelarono il cuore.

9. NEL TEMPO

Entrammo in un ambiente di circa tre metri quadrati, che era poco più di una scato-
la metallica imbullonata all'interno del corazzato. Un'unica lampadina elettrica pen-
deva accesa dal soffitto. Le pareti erano rivestite di cuoio imbottito, che, oltre ad attu-
tire il rumore dei motori, che pure si udiva ovunque come un cupo e continuo pulsare,
attenuavano la tetraggine metallica del fortino. Sei semplici sedie, munite di cinghie
di cuoio, erano fissate al pavimento, le une di fronte alle altre. L'arredamento era
completato da un basso armadietto.
Dopo averci invitati, con un gesto, ad occupare le sedie, Filby si avvicinò all'arma-
dietto: - Dovete assicurarvi. Quest'assurdità di saltare avanti e indietro nel tempo è
scombussolante.
Seduti l'uno di fronte all'altro, Mosè ed io ci allacciammo le cinghie di sicurezza.
Nebogipfel ebbe qualche difficoltà con le fibbie, perciò riuscì a stringere abbastanza
le cinghie soltanto grazie all'aiuto di Mosè.
Quando Filby mi portò una tazza di tè e un biscottino, su un piattino di porcellana
incrinato, non potei fare a meno di ridere: - I rivolgimenti del fato non cessano mai di
stupirmi, Filby. Eccoci qui, in procinto di compiere un viaggio nel tempo a bordo di
questo minaccioso fortino semovente… E tu ci servi tè e biscotti!
- Be', questa impresa è già abbastanza difficile senza le comodità della vita. Tu do-
vresti saperlo!
Sorseggiai il tè tiepido, quindi, così corroborato (e credo, riflettendoci, che la mia
condizione mentale fosse alquanto precaria, e che non volessi affrontare il mio futuro,
né la prospettiva terribile della guerra del 1938), chiesi, in maniera incongrua e piut-
tosto maliziosa: - Dimmi, Filby… Non noti alcunché di, ehm, strano, nei miei com-
pagni?
- Strano?
Quando gli ebbi presentato Mosè, il povero Filby rimase a fissarlo per un poco,
con il risultato che il tè gli gocciolò lungo il mento.
- Ed ecco ciò che hanno di veramente sconvolgente i viaggi temporali - ripresi, con
enfasi. - Dimentica tutti i discorsi sull'origine della specie o sul destino dell'umanità:
è soltanto quando ci si trova faccia a faccia con se stessi da giovani, che ci si rende
conto di che cosa significhi rimanere sconvolti!
Per un poco, il buon vecchio Filby, scettico fino all'ultimo, c'interrogò a proposito
della nostra identità: - Credevo d'avere visto abbastanza mutamenti e portenti, in vita
mia, anche senza la faccenda dei viaggi temporali. Ma adesso… Be'! - E sospirò.
Allora sospettai che avesse visto davvero un po' troppo nel corso della sua lunga
vita, poveretto: era sempre stato incline all'eccessiva preoccupazione, persino da gio-
vane.
Mi curvai innanzi, per quanto le cinghie me lo consentissero: - Stento a credere che
l'umanità sia divenuta tanto cieca e si sia tanto degradata… Dal mio punto di vista,
questa vostra dannata guerra del futuro assomiglia molto alla fine della civiltà.
- Per l'umanità della nostra epoca - dichiarò solennemente Filby - forse lo è. Ma le
giovani generazioni, che sono cresciute senza conoscere altro che la guerra e che non
hanno mai sentito il sole in faccia senza la paura delle torpedini aeree… Be', credo
che vi siano abituate. È come se ci stessimo trasformando in una specie sotterranea.
Non riuscii a trattenermi dal lanciare un'occhiata al Morlock: - Qual è lo scopo di
questa missione temporale?
- Non si tratta tanto di te, quanto della macchina. Secondo loro, era necessario ga-
rantire che la macchina del tempo venisse costruita. Capisci? La tecnologia tempora-
le è vitale per lo sforzo bellico, o almeno, così ritengono alcuni. Loro capirono abba-
stanza bene come avevi proceduto nella tua ricerca, in base agli appunti che avevi la-
sciato, anche se non avevi mai pubblicato nulla sull'argomento. Esisteva soltanto lo
strano resoconto del tuo primo viaggio nel futuro remoto, che ci avevi narrato durante
il tuo breve ritorno. Dunque il Raglan è stato mandato a proteggere la tua casa da
qualunque intrusione da parte di viaggiatori temporali… come te.
Allora Nebogipfel alzò la testa: - E così si è creata ulteriore confusione nella causa-
lità. Evidentemente gli scienziati del 1938 non hanno ancora concepito il concetto
della molteplicità. Non è possibile garantire alcunché a proposito del passato. Non si
può cambiare la storia: è possibile soltanto generare nuove versioni…
Accorgendomi che Filby fissava quella visione sentenziante in abiti scolastici, da
cui spuntavano membra villose, interruppi Nebogipfel: - Non adesso. Dimmi, Filby…
Chi sono i loro a cui ti riferisci?
Sorpreso dalla domanda, Filby rispose: - I membri del governo, naturalmente.
- Di quale partito? - intervenne Mosè, con voce tagliente.
- Partito? Oh, tutto ciò appartiene ormai al passato. - Con questa frase, pronunciata
in tono noncurante, Filby ci comunicò la raggelante notizia: in Gran Bretagna, la de-
mocrazia era morta. Quindi proseguì: - Ci aspettavamo tutti di trovare qui die Zeitma-
schine, in giro per Richmond Park nella speranza di ammazzare un po' di gente… - E
sembrò rattristarsi. - Si tratta dei tedeschi: i dannati tedeschi! Stanno combinando o-
vunque i guai più spaventevoli… Proprio come hanno sempre fatto!
In quel momento, l'unica lampada elettrica si affievolì, i motori ruggirono, e io
provai l'ormai familiare sensazione di precipitare inesorabilmente, la quale mi annun-
ciò che il Lord Raglan mi stava conducendo a compiere un altro viaggio nel tempo.
LIBRO TERZO
LA GUERRA CONTRO I TEDESCHI
1. UNA NUOVA IMMAGINE DI RICHMOND

Il mio ultimo viaggio nel tempo fu sobbalzante come sempre e ancora più disorien-
tante del solito, probabilmente a causa della distribuzione ineguale della plattnerite
nel corazzato, ma almeno fu breve, e poco a poco la sensazione di precipitare scom-
parve.
Ritratto perfetto della sofferenza, Filby rimase seduto per un poco con le braccia
conserte e la testa china sul petto, poi guardò quello che mi sembrava un orologio alla
parete, e con una mano si percosse un ginocchio ossuto: - Ah! Eccoci! Siamo di nuo-
vo nel 16 giugno dell'anno 1938. - E cominciò a slacciare le proprie cinghie di sicu-
rezza.
Alzatomi dalla sedia, osservai meglio l'"orologio", scoprendo che, oltre alle norma-
li lancette, conteneva alcuni piccoli cronometri. Sbuffando, ne picchiettai il vetro con
un dito, dicendo a Mosè: - Guarda! Questo cronometro mostra anche gli anni e i me-
si! È un eccesso, tipico dei progetti governativi. Mi sorprende che non abbia anche
piccoli automi con gli impermeabili e i cappellini per indicare le stagioni!
Poco dopo, arrivò la capitana Hilary Bond, con il giovane ufficiale che ci aveva
raccolti a Richmond Hill, il quale ci fu presentato come Harry Oldfield. Così, l'am-
bientino divenne alquanto affollato.
- Ho ricevuto istruzioni che vi riguardano - annunciò Bond. - Ho l'incarico di scor-
tarvi all'Imperial College, dove si svolgono le ricerche sulla guerra di dislocamento
cronotico.
Non formulai alcuna domanda, benché non avessi mai sentito parlare di quella uni-
versità.
- Ecco… - disse Oldfield, che portava una cassetta contenente alcune maschere an-
tigas e diverse paia di spallacci metallici. - Conviene che indossiate questi…
Con disgusto, Mosè prese una maschera antigas: - Non vi aspetterete certo che infi-
li la testa in quest'oggetto bizzarro!
- Deve farlo - disse ansiosamente Filby, che già si stava applicando la maschera al
viso dalle guance flosce. - Dobbiamo percorrere un breve tragitto all'aperto, e non è
sicuro: non è affatto sicuro!
- Suvvia… - dissi a Mosè, prendendo con torva risolutezza una maschera e un paio
di spallacci. - Temo proprio che non siamo più nella nostra epoca, vecchio mio.
Sebbene fossero pesanti, gli spallacci si applicarono agevolmente alla giacca. La
maschera, invece, si rivelò molto scomoda, anche se si adattava bene senza essere
troppo stretta. Gli occhiali rotondi si appannarono subito, mentre la gomma e il cuoio
non tardarono a raccogliere il sudore. Dichiarai: - Non mi ci abituerò mai.
- Spero che non rimarremo qui tanto a lungo da doverci abituare - sibilò Mosè, con
veemenza, la voce soffocata dalla maschera.
Guardai Nebogipfel, che oltre al ridicolo abito da studente indossava una maschera
grottesca, di alcune misure troppo grande per lui: quando muoveva la testa, la scatola
portafiltri oscillava come una proboscide. Gli accarezzai la testa: - Così, almeno, ti
mescolerai alla folla, Nebogipfel.
Il Morlock si astenne dal replicare.

Finalmente, uscimmo dal ventre metallico del Raglan, verso le due pomeridiane di
una luminosa giornata estiva, con il sole che ravvivava i colori cupi del corazzato. Gli
occhiali mi si appannarono di nuovo e il facciale mi si riempì subito di sudore, susci-
tando in me un gran desiderio di togliere la maschera pesante e aderente.
Il cielo, immenso e azzurro cupo, era sgombro di nubi, anche se qua e là si scorge-
vano esili strisce e volute bianche: tracce di vapore o di cristalli di ghiaccio, incise nel
cielo. A un'estremità di una scia scorsi uno scintillio: forse il metallo di una macchina
volante che luccicava al sole.
Il corazzato sostava in una Petersham Road molto diversa da quella del 1873, e
persino da quella del 1891. Riconobbi molte case della mia epoca: vidi anche la mia,
oltre una ringhiera arrugginita e coperta di verderame. I giardini e le aiuole erano stati
sostituiti da campi in cui si coltivava un vegetale che non conoscevo. Notai inoltre
che parecchi edifici erano molto danneggiati: di alcuni restavano soltanto le mura e-
sterne e cumuli di macerie; altri erano anneriti e sventrati dagli incendi; altri ancora
erano interamente crollati. Anche la mia casa era devastata, e il laboratorio era demo-
lito. A giudicare dalla vegetazione cresciuta all'interno di molti fabbricati, i danni non
erano recenti: il muschio e le erbacce tappezzavano i resti delle stanze e dei corridoi,
l'edera pendeva sulle finestre in festoni simili a tende bizzarre.
Neppure il bosco sul versante che scendeva al Tamigi era indenne: si vedevano fu-
sti caduti, alberi dai rami spezzati, tronchi anneriti, e così via: sembrava che fosse
passato un uragano, oppure un incendio. Il molo era intatto, ma del ponte di Ri-
chmond restavano soltanto i piloni, anneriti e spezzati. Anche i prati delle rive in di-
rezione di Richmond erano stati sostituiti dalle strane coltivazioni che mi erano igno-
te. Sul fiume stesso galleggiava una schiuma scura.
Intorno non si vedeva nessuno: né persone, né veicoli. Le erbacce spuntavano dalla
pavimentazione della strada. Non si udivano risa né grida di bambini che giocavano,
e neppure voci di persone, o di cani, o di cavalli, e nemmeno canti di uccelli.
Nulla restava della gaiezza che un tempo aveva caratterizzato i pomeriggi di giu-
gno in quei dintorni: il lampeggiare dei remi, le risa dei gitanti in barca sul fiume…
Tutto era scomparso, in quell'anno lugubre, e forse per sempre. Richmond era un
luogo deserto e morto. «Rammentai le rovine splendide del mondo paradisiaco del-
l'anno 802.701. Avevo creduto che esso fosse ormai lontano da me: non avrei mai
immaginato di trovare la mia patria in condizioni persino peggiori.
- Gran Dio - esclamò Mosè. - Quale catastrofe! Quale distruzione! L'Inghilterra è
forse abbandonata?
- Oh, no - rispose allegramente Oldfield. - Semplicemente, le campagne non sono
più sicure. Ci sono i gas e le torpedini aeree: la popolazione si è ritirata nelle Cupole.
Capite?
- Ma è tutto distrutto - protestai. - Che cosa ne è stato dello spirito del nostro popo-
lo, Filby? Dov'è finita la volontà di ricostruzione? Ricostruire sarebbe possibile…
Allora Filby mi posò una mano guantata su un braccio: - Un giorno, quando questa
guerra terribile sarà finita, ricostruiremo ogni cosa, e tutto tornerà come prima. Per il
momento, tuttavia… - La sua voce si ruppe, e io avrei voluto vedere la sua espressio-
ne. - Venite… Conviene mettersi al riparo.

Allontanandoci dal Raglan, ci affrettammo a percorrere la strada in direzione del


centro cittadino: Mosè, Nebogipfel e io, con Filby e i due militari. I nostri compagni
del 1938 camminavano curvi, lanciando continuamente occhiate nervose al cielo. Di
nuovo notai che Bond zoppicava vistosamente con la gamba sinistra.
Gettai uno sguardo nostalgico al corazzato perché conteneva la mia macchina del
tempo: il mio unico mezzo per sfuggire al dispiegarsi dell'incubo della molteplicità
della storia, e per tornare nella mia epoca. Tuttavia sapevo di non avere, almeno per il
momento, nessuna possibilità di recuperarla: non potevo fare altro che attendere gli
eventi.
Percorremmo Hill Street, prima di svoltare in George Street, priva della vivacità e
dell'eleganza che avevano caratterizzato la strada di negozi della mia epoca. I grandi
magazzini, come Gosling's e Wright's, erano chiusi da tempo: persino le tavole che
sigillavano le vetrine erano sbiadite da anni di esposizione al sole. Una vetrina di Go-
sling's era stata forzata in un angolo, evidentemente da alcuni saccheggiatori, i quali
vi avevano praticato un'apertura che sembrava dovuta al morso di un ratto di dimen-
sioni umane. Passammo dinanzi a una tettoia bassa, con il tetto inclinato, accanto alla
quale stava una colonnina a strisce gialle e nere, dalla pittura tutta screpolata, con una
vetrinetta infranta.
- Era un rifugio contro le incursioni aeree - spiegò Filby, in risposta alla mia do-
manda. - Appartiene a uno dei primi modelli, del tutto inadeguati: se l'esplosione av-
veniva frontalmente… Be'! La colonnina era una stazione di pronto soccorso, equi-
paggiata con respiratori e maschere. Si usavano prima che iniziasse il grande esodo
nelle Cupole.
- Incursioni aeree… Non è certo un mondo felice, questo, che ha dovuto coniare
termini del genere…
- I tedeschi - sospirò Filby - dispongono di torpedini aeree. Si tratta di macchine
volanti capaci di volare per duecento miglia, sganciare una bomba, e tornare! Sono
interamente meccaniche: non hanno alcun bisogno d'intervento umano. È un mondo
di portenti, questo, perché la guerra fornisce stimoli vigorosi all'ingegno umano. Ti
piacerà, vedrai!
- I tedeschi… - ripeté Mosè. - Non abbiamo mai avuto altro che guai, dai tedeschi,
fin dall'avvento di Bismarck… È ancora vivo quel vecchio furfante?
- No. Però ha lasciato successori capaci - rispose torvamente Filby.
Non avevo nulla da commentare. Dal mio punto di vista, ormai tanto diverso da
quello di Mosè, persino un bruto come Bismarck non sembrava giustificare neppure
la perdita di un solo essere umano.
Con frasi spezzate, ansimando, Filby mi parlò delle altre prodigiose e gigantesche
macchine da guerra di quell'epoca ottenebrata, che immaginai stessero devastando i
mari e le pianure d'Europa: per esempio, i sommergibili progettati appositamente per
la guerra chimica, dotati di autonomia pressoché illimitata, ciascuno equipaggiato con
sei missili e una provvista formidabile di bombe a gas; e i corazzati di diverso tipo,
capaci di spostarsi sottoterra o di navigare sia in emersione che in immersione. A tut-
to ciò si opponevano sbarramenti ugualmente formidabili di mine e di artiglierie d'o-
gni genere.
Evitai lo sguardo di Nebogipfel, giacché non ero in grado di sopportare il suo giu-
dizio. Non si trattava, infatti, di un territorio nell'Interno della Sfera, popolato da lon-
tani discendenti della mia stirpe, non più umani, bensì del mio mondo e della mia
specie, in preda alla follia bellica. Quanto a me, conservai almeno in parte il punto di
vista che avevo sviluppato nell'Interno della Sfera. Sopportavo a stento di vedere il
mio paese abbruttito da quella follia, e i commenti di Mosè, viziati dai preconcetti
meschini della sua epoca, mi addoloravano. D'altronde, non potevo certo attribuire la
responsabilità a lui! Eppure m'inquietava pensare che la mia stessa immaginazione
fosse stata un tempo tanto limitata, tanto malleabile.

2. UN VIAGGIO IN TRENO

Giungemmo a una rozza stazione ferroviaria, diversa da quella, che avevo cono-
sciuto nel 1891, sulla linea che da Richmond andava a Waterloo, passando per Bar-
nes: era lontana dal centro cittadino, a breve distanza da Kew Road. Inoltre, era ben
strana, come stazione: non aveva biglietterie, era priva d'insegne, la banchina era una
spoglia striscia di cemento. Una nuova linea era in costruzione. Ci attendeva un treno
composto da una sola carrozza, trainata da una locomotiva sciatta e scura, priva di lu-
ci e persino dei contrassegni della compagnia ferroviaria, la quale tetramente eruttava
vapore dalla caldaia sporca di fuliggine.
Nell'aprire la porta della carrozza, che era pesante, munita tutt'intorno di una guar-
nizione in gomma, Oldfield, i cui occhi erano visibili attraverso gli occhiali, dardeg-
giò occhiate tutt' intorno: in un soleggiato pomeriggio del 1938, Richmond non era un
luogo sicuro.
La carrozza, priva di qualunque ornamento, dipinta di un marrone spento, uniforme
e anonimo, conteneva soltanto file di dure panche lignee senza imbottitura. I finestri-
ni, chiusi, potevano essere schermati con le tendine.
Piuttosto goffamente, prendemmo posto gli uni di fronte agli altri. In quella giorna-
ta di sole, un caldo soffocante regnava all'interno della carrozza.
Appena Oldfield ebbe richiuso la porta, il treno partì con uno scossone.
- Evidentemente siamo gli unici passeggeri - mormorò Mosè.
- Be', è uno strano treno - commentai. - Scarseggia alquanto di comodità, eh,
Filby?
- Quest'epoca non offre molto in fatto di comodità, vecchio mio.
Per alcune miglia, attraversammo una campagna desolata simile a quella che cir-
condava Richmond. Il paese, occupato quasi interamente dalle coltivazioni agricole,
era deserto, a parte i pochi contadini che si scorgevano qua e là, al lavoro nei campi.
Avrebbe potuto essere un paesaggio del quindicesimo secolo, anziché del ventesimo,
se non fosse stato per le case bombardate e diroccate, nonché per i rifugi antiaerei,
simili a giganteschi carapaci in cemento, semisepolti. Le zone intorno ai rifugi erano
pattugliate da soldati armati, che guardavano trucemente il mondo attraverso gli oc-
chiali delle maschere antigas, simili a musi d'insetti, come se sfidassero i profughi ad
avvicinarsi.
Nei pressi di Mortlake, vidi quattro uomini impiccati ai pali del telegrafo lungo la
strada: i cadaveri lividi e flosci erano stati evidentemente straziati dagli uccelli. Al-
lorché gli dissi quanto mi sembrasse orribile lo spettacolo che lui stesso e i militari
non avevano neppure notato, Filby volse gli occhi acquosi in quella direzione, mor-
morando qualcosa a proposito del fatto che senza dubbio quei disgraziati erano stati
sorpresi a rubare rape svedesi, o qualcosa del genere.
Capii che simili scene erano consuete, nell'Inghilterra del 1938.
Proprio allora, senza preavviso, il treno, che procedeva in discesa, entrò in una gal-
leria. Si accesero due deboli lampadine elettriche, nella cui luce gialla rimanemmo
seduti a guardarci tetramente.
- È una sotterranea? - chiesi. - Ci troviamo in una diramazione della metropolitana,
immagino.
Apparentemente confuso, Filby rispose: - Suppongo che la linea abbia un nume-
ro…
- Almeno - Mosè fece per slacciarsi la maschera - possiamo sbarazzarci di questi
arnesi tremendi…
Subito Bond gli posò una mano su un braccio: - No, non è sicuro.
- I gas arrivano ovunque - annuì Filby. Mi sembrò che fosse scosso da un tremito,
ma non potei esserne sicuro a causa dell'uniforme ampia che indossava. - Finché non
l'avrete passata…
Poi, con poche, vivide frasi ci descrisse un'incursione di cui era stato testimone al-
l'inizio della guerra, a Knightsbridge, quando le bombe venivano ancora lanciate a
mano dagli aerostati, e la popolazione non vi si era ancora abituata.
Ci rendemmo conto che simili spettacoli orrendi erano diventati comuni in quel
mondo di guerra interminabile!
- Mi stupisce - osservai - che il morale non sia già crollato.
- Sembra che la popolazione resista. Naturalmente, non sono mancati i momenti
duri - rispose Filby. - Ricordo, ad esempio, l'agosto del 1918… Vi fu un momento in
cui sembrò che gli Alleati Occidentali fossero in procinto, dopo tanto tempo, di avere
la meglio sui dannati tedeschi e di porre fine alla guerra. Poi vi fu la battaglia del kai-
ser, la Kaiser-schlacht, la grande vittoria di Ludendorff, il quale si aprì la strada fra le
linee inglesi e francesi… Dopo quattro anni di guerra di trincea, fu una grande avan-
zata per i tedeschi. Naturalmente, il bombardamento di Parigi, in cui perirono tanti
generali dello stato maggiore francese, non ci fu d'aiuto…
- La rapida vittoria in occidente - annuì Bond - consentì ai tedeschi di volgere la lo-
ro attenzione ai Russi, in oriente. Poi, nel 1925…
- Nel 1925 - riprese Filby - i dannati tedeschi avevano ormai fondato la Mitteleu-
ropa che avevano tanto sognato.
Insieme, Filby e Bond mi descrissero la situazione. La Mitteleuropa, l'Europa del-
l'Asse, era un unico grande mercato che si stendeva dalla costa atlantica fin'oltre gli
Urali. Entro il 1925, il kaiser aveva esteso il proprio dominio dall'Atlantico al Baltico,
attraverso la Polonia russa fino alla Crimea. La Francia, indebolita, privata di gran
parte delle proprie risorse, era diventata l'avanzo di se stessa. Il Lussemburgo era sta-
to annesso alla federazione tedesca. Il Belgio e l'Olanda erano stati obbligati a porre i
loro porti a disposizione dei tedeschi. Le miniere francesi, belghe e rumene erano sta-
te sfruttate per alimentare l'ulteriore espansione del Reich in oriente, gli Slavi erano
stati scacciati, e milioni di non Russi erano stati "liberati" dal dominio di Mosca…
Il racconto continuò così, in tutti i suoi dettagli privi, per noi, di significato.
- Poi, nel 1926 - raccontò Bond - gli Alleati, ossia l'Impero Britannico e l'America,
riaprirono il fronte occidentale. L'invasione dell'Europa: fu il più grande trasferimen-
to di truppe e di materiali, per cielo e per mare, che si fosse mai veduto. All'inizio an-
dò tutto bene. Le popolazioni della Francia e del Belgio insorsero, e i tedeschi furono
respinti…
- Ma non per molto - intervenne di nuovo Filby. - In breve tempo, si ritornò alla si-
tuazione del 1915, con due eserciti immensi immobilizzati nei pantani della Francia e
del Belgio.
Così era iniziato l'assedio all'Europa. Nel frattempo, le risorse disponibili per la
guerra erano notevolmente aumentate: sia il sangue dell'Impero Britannico e del con-
tinente americano, sia quello della Mitteleuropa, erano stati interamente versati nella
sentina terribile della guerra.
Poi erano iniziate le operazioni ai danni dei civili, per mezzo delle torpedini aeree e
dei gas.
Trucemente, Mosè citò: - "Le guerre dei popoli saranno più terribili di quelle dei
re."
- Ma… E le popolazioni, Filby! Come hanno reagito le popolazioni?
Attutita dalla maschera, la voce del mio vecchio amico mi sembrò al tempo stesso
familiare ed estranea: - Scoppiarono sommosse popolari: soprattutto sul finire degli
anni Venti, ricordo. Poi fu emanata l'Ordinanza 1305, che rese illegali gli scioperi, le
serrate e tutto il resto. E così, ogni opposizione cessò. Da allora… Be', abbiamo sem-
pre tirato avanti e sopportato, suppongo…
Intanto, mi accorsi che la galleria si allargava, come se il treno stesse entrando in
un ambiente sotterraneo più spazioso.
Con evidente sollievo, Bond e Oldfield si slacciarono le maschere. Filby fece al-
trettanto, e quando la sua povera vecchia testa fu libera da quella prigione umida, vidi
i segni bianchi che il facciale gli aveva lasciato sul mento: - Ora va meglio! - com-
mentò.
- Siamo al sicuro, adesso?
- Dovremmo esserlo, per quanto è possibile!
A mia volta mi tolsi la maschera. Mosè si affrettò a imitarmi, quindi aiutò Nebogi-
pfel. Quando il visino del Morlock rimase scoperto, Oldfield, Bond e Filby lo fissa-
rono apertamente (e io non potei certo biasimarli), finché Mosè lo aiutò a risistemarsi
il berretto e gli occhiali.
- Dove siamo? - domandai.
- Non la riconosci? - Filby accennò all'oscurità che si vedeva attraverso il finestri-
no.
- Io…
- È Hammersmith, vecchio mio. Abbiamo appena attraversato il fiume.
Allora Bond spiegò: - Ci troviamo ad Hammersmith Gate. Siamo entrati nella Cu-
pola di Londra.

3. LONDRA IN GUERRA

La Cupola di Londra!
Nulla di ciò che avevo conosciuto nella mia epoca mi aveva preparato a quella stu-
penda realizzazione architettonica. Immaginate una volta di cemento e d'acciaio del
diametro di quasi due miglia, che copriva la città da Hammersmith a Stepney, e da
Islington a Clapham, sostenuta da colonne, puntoni e contrafforti, conficcati nell'ar-
gilla londinese, che interrompevano ovunque le strade, dominando e imprigionando
la popolazione come le gambe di una folla di giganti.
Proseguendo oltre Hammersmith e Fulham, il treno si addentrò nella Cupola.
Quando la mia vista si fu adattata all'oscurità, scoprii che l'illuminazione stradale
tracciava un'immagine di Londra che potevo ancora riconoscere. Individuai Kensin-
gton High Street, oltre una recinzione, e Holland Park, e così via.
Nonostante i nomi di strade e di luoghi che mi erano noti, quella era però una Lon-
dra nuova, di notte eterna, che non poteva più godere della luce del cielo estivo. Tut-
tavia, Filby mi spiegò che la città aveva accettato tutto ciò come prezzo per la so-
pravvivenza: le bombe e le torpedini rimbalzavano sulla Cupola, oppure esplodevano
innocue nell'aria, lasciando illesa la sottostante e popolosa Cobbett.
Ovunque, le città un tempo splendenti di luci, che avevano trasformato l'emisfero
notturno del mondo in un gioiello scintillante, erano state coperte con le Cupole: or-
mai, le persone si spostavano di rado dall'una all'altra, preferendo rimanere rintanate
nell'oscurità artificiale.
La nuova linea ferroviaria che stavamo percorrendo attraversava le vecchie strade,
le quali erano molto affollate, ma di pedoni o di ciclisti: a differenza di quanto mi ero
aspettato, non vidi vetture a cavalli, né a motore. Vidi invece parecchi risciò trainati
da magri e sudati Cockney, spesso costretti a girare intorno alle colonne della Cupola.
Nel guardare la folla dal finestrino del treno che rallentava, percepii, nonostante
l'attività, un'atmosfera di scoraggiamento e di disillusione: teste chine, volti stanchi e
segnati, spalle curve. Mi sembrò di cogliere una perseveranza nello svolgimento delle
attività quotidiane, a cui si accompagnava però ben poca gioia, ciò che non era affatto
sorprendente.
Stranamente, non si vedevano bambini. Bond mi spiegò che, per maggiore prote-
zione dalle bombe, i figli avevano nelle scuole sotterranee, mentre i genitori lavora-
vano nelle fabbriche di munizioni o nei grandi aerodromi costruiti intorno a Londra, a
Balham, ad Hackney e a Webley. Forse dal punto di vista della sicurezza era un'orga-
nizzazione adeguata, ma quanto era tetra la città senza le risa dei bambini che gioca-
vano: ero disposto a riconoscerlo persino io, che ero uno scapolo soddisfatto! E quale
preparazione alla vita potevano mai ricevere i poveri giovani nei sotterranei?
Ancora una volta i miei viaggi mi avevano condotto in un mondo di oscurità senza
barlumi: un mondo che i Morlock avrebbero apprezzato. I costruttori della Cupola,
tuttavia, non erano morlock: appartenevano alla mia specie, ed erano stati costretti
dalla guerra a rinunciare alla luce che spettava loro per diritto di nascita. Fui invaso
da una depressione profonda, che mi avrebbe afflitto durante tutto il mio soggiorno
nel 1938.
Qua e là vidi testimonianze più dirette dell'orrore della guerra. In Kensington High
Street vidi camminare, con l'aiuto indispensabile di una giovane donna magra, un
uomo con gli occhi piccoli e lustri come perle, infossati nelle orbite smunte, e le lab-
bra sottili e contratte, nel viso grigio cosparso di chiazze bianche e purpuree.
Quando glielo indicai, Filby sbuffò: - Ustioni belliche. Hanno sempre lo stesso a-
spetto, gli ustionati… Quello è un aviatore, probabilmente: un giovane gladiatore,
uno di coloro di cui noi tutti ammiriamo le imprese, quando le chiacchieratrici ne par-
lano! Eppure dove possono andare, dopo? - Mi guardò, posandomi una mano avvizzi-
ta su un braccio. - Non voglio sembrarti spietato, mio caro amico… Sono ancora il
Filby che conoscevi. È soltanto che… Dio! È soltanto che siamo costretti a indurirci.
Molti degli antichi edifici di Londra erano sopravvissuti, però era stato necessario
abbattere i più alti per costruire la Cupola: mi domandai se la colonna di Nelson fosse
rimasta! Gli edifici nuovi erano bassi e sciatti. Restavano inoltre le cicatrici del pe-
riodo iniziale della guerra, prima che la Cupola fosse completata: i crateri aperti dalle
esplosioni, simili a gigantesche orbite vuote, e i cumuli di macerie che nessuno aveva
ancora avuto l'energia o la volontà di rimuovere.
La sommità della Cupola, a circa sessanta metri d'altezza, sovrastava Westminster,
nel cuore di Londra: dalle strade del centro scaturivano raggi che la illuminavano.
Ovunque, dalle strade e dal fiume, spuntavano, a sostenere la volta come diecimila
Atlanti di cemento, le colonne, fitte, rozze, strombate o rinforzate, che avevano tra-
sformato Londra in una sorta d'immenso tempio moresco.
Mi domandai se il suolo gessoso e argilloso su cui la città era costruita fosse in
grado di sostenere quel peso colossale. E se la Cupola fosse sprofondata nel fango in-
sieme al suo carico prezioso di milioni di vite? Pensai con desiderio alla futura Epoca
degli Edifici Immensi, in cui il dominio sulla gravità, del quale avevo intravisto i ri-
sultati, avrebbe reso futili le costruzioni come la Cupola.
Eppure, nonostante la rozzezza e la fretta con cui era stata costruita, e la sua fun-
zione lugubre, rimasi impressionato dalla Cupola: interamente realizzata in pietra,
con una tecnica di poco superiore a quella della mia epoca, mi sembrò più notevole di
tutti i portenti che avevo osservato nell'anno 657.208.
Evidentemente eravamo ormai prossimi alla fine del viaggio, perché il treno rallen-
tò sin quasi a passo d'uomo. I negozi erano aperti, ma le vetrine erano scarsamente
illuminate, e spesso danneggiate; i manichini indossavano abiti sciatti; e i negozianti
guardavano fuori: la guerra lunga e aspra aveva cancellato quasi completamente la
moda e l'eleganza.
Finalmente il treno si fermò.
- Eccoci arrivati - annunciò Bond. - Siamo a Canning Gate. In pochi minuti di
cammino giungeremo all'Imperial College.
Quando Oldfield aprì la porta della carrozza, si udì uno schiocco, come se nella
Cupola la pressione fosse alta, e un'ondata di rumore c'investì. Sulla banchina atten-
devano soldati nell'uniforme oliva della fanteria.
Così, afferrata la maschera antigas che mi era stata prestata, entrai nella Cupola di
Londra.
Innanzitutto, rimasi sconcertato dal rumore: fu come scendere in una cripta imma-
ne dove già si trovavano milioni di persone: il vociare, lo stridere delle ruote dei treni,
il ronzare dei tram, rimbalzavano sull'immensa volta buia e ricadevano a percuotermi.
Era più caldo che all'interno del Raglan. Moltissimi odori si mescolavano, non tutti
piacevoli: quello del cibo, quello dell'ozono delle macchine, quelli del vapore e del
lubrificante dei treni, e soprattutto quello della gente: milioni di persone che respira-
vano e sudavano nella coltre d'aria immota.
Le luci installate nella Cupola erano sufficienti a lasciarne intravedere la struttura,
anche se non bastavano a illuminare le strade. Vidi svolazzare in alto piccole ombre
che, come mi spiegò Filby, erano i piccioni di Londra: si erano adattati all'oscurità,
diventando quasi albini, e sopravvivevano insieme alle colonie di pipistrelli che si e-
rano rese impopolari in alcuni quartieri.
A settentrione vidi uno schermo illuminato da cui giungevano gli echi di una voce
amplificata. Filby disse che si trattava della "chiacchieratrice": mi sembrò di capire
che fosse una sorta di cinematografo pubblico, ma era troppo lontano perché potessi
osservarne i particolari.
Notai che la nuova linea ferroviaria che avevamo percorso era stata rozzamente co-
struita sfondando la vecchia superficie stradale, e che la "stazione" era poco più di
una gettata di cemento in mezzo a Canning Place. Tutti i cambiamenti di cui era co-
stituito quel mondo a me nuovo rivelavano fretta e panico.
I soldati si disposero in una formazione a rombo intorno a noi per scortarci dalla
stazione, attraverso Canning Place, in direzione di Gloucester Road. Mosè stringeva i
pugni, e nel suo abbigliamento sgargiante appariva spaventato e vulnerabile: mi sentii
dolorosamente colpevole di averlo condotto in quel mondo spietato di spallacci me-
tallici e di maschere antigas.
Guardai lungo De Vere Gardens, verso il Kensington Park Hotel, dov'ero stato so-
lito pranzare in tempi più lieti: il portico era indenne, ma la facciata era decrepita, e
molte finestre erano chiuse. Sembrava che l'albergo fosse stato inglobato nella nuova
stazione ferroviaria.
Svoltammo in Gloucester Road, dove transitava molta gente, sia sui marciapiedi
sia in strada. Il suono dei campanelli di bicicletta faceva da contrappunto allegro al-
l'atmosfera di sconforto. Il nostro gruppetto, e soprattutto Mosè, a causa del suo abbi-
gliamento, attirarono lunghe occhiate, ma nessuno ci avvicinò o ci parlò. I soldati e-
rano numerosi: alcuni indossavano uniformi simili a quelle dell'equipaggio del coraz-
zato, ma molti ne indossavano di semplici e mal confezionate, che non sarebbero par-
se fuori posto nel 1891.
Le donne portavano camicette e gonne fini, semplici e funzionali. L'unica cosa
sorprendente era che le gonne erano molto corte: arrivavano poco sotto il ginocchio,
talché in pochi metri vidi esposti più polpacci e caviglie femminili di quanti ne avessi
mai visti prima in tutta la vita. Ciò non m'interessò granché, inserito in quel contesto
che includeva tanti mutamenti, però sembrò risultare alquanto più affascinante per
Mosè, il cui modo di guardare mi parve poco degno di un gentiluomo.
Tutti i pedoni, comunque, indossavano gli strani spallacci metallici e portavano,
nonostante il calore estivo, pesanti borse di tela con le maschere antigas.
Mi accorsi che tutti i soldati della nostra scorta avevano le fondine aperte, ma non
intendevano servirsi delle armi contro di noi: guardinghi, scrutavano la folla che ci
circondava.
Svoltammo a oriente, in Queen's Gate Terrace. Era una strada di Londra che cono-
scevo bene, ampia ed elegante, fiancheggiata da case alte che non erano cambiate
molto dalla mia epoca: le facciate ostentavano ancora le decorazioni in stile greco-
romano che ricordavo, come le colonne scolpite a motivi floreali, e lungo il marcia-
piede correvano le inferriate dipinte di nero.
Allorché giungemmo a metà della strada, Bond ci fermò dinanzi a una casa, salì un
gradino, e con una mano guantata bussò alla porta, che fu aperta da un soldato sem-
plice in uniforme da battaglia: - Tutte queste case sono state requisite qualche tempo
fa dal ministero dell'aria - spiegò la capitana. - Avrete tutto ciò che vi occorre: non
dovrete fare altro che chiedere ai soldati. E Filby rimarrà con voi.
Scambiai un'occhiata con Mosè: - Ma che cosa dobbiamo fare, adesso?
- Soltanto aspettare. Ristoratevi, riposate… Sa il cielo che ora sia, secondo i vostri
organismi. Ho ricevuto disposizioni: il ministero dell'aria è molto interessato a cono-
scerla - mi disse Bond. - Uno scienziato del ministero è incaricato di occuparsi del
suo caso: verrà domattina a incontrarla. Be', buona fortuna. Forse ci rivedremo. - Ciò
detto, strinse virilmente la mano a me e a Mosè, quindi chiamò Oldfield, e con lui si
allontanò lungo la strada: erano due giovani guerrieri, coraggiosi e dal portamento e-
retto, nonché in tutto e per tutto tanto fragili quanto il derelitto ustionato che avevo
visto in Kensington High Street.

4. LA CASA IN QUEEN'S GATE TERRACE

La casa, che Filby ci condusse a visitare, aveva stanze ampie, pulite e luminose,
benché le tende fossero tirate. L'arredamento, confortevole, era in uno stile semplice,
che si sarebbe adattato al 1891: la differenza principale stava nella dotazione di una
gran quantità di nuovi apparecchi elettrici, come le lampade di diverso genere, la cu-
cina, i refrigeratori, i ventilatori e i riscaldatori.
Quando scostai la tenda pesante, scoprii che la finestra della sala da pranzo era do-
tata di doppi vetri, nonché, al pari delle porte, di guarnizioni in gomma e cuoio. Fuo-
ri, nella sera inglese di giugno, si vedeva soltanto l'oscurità della Cupola, tagliata dai
lontani raggi luminosi della volta. Sotto la finestra, in un vano chiuso da un pannello
intarsiato, trovai alcune maschere antigas.
Nondimeno, con le tende tirate e le luci accese, era possibile dimenticare per un
poco la tetraggine del mondo esterno.
La sala da fumo era ben fornita di libri e di giornali. Nebogipfel osservò con parti-
colare attenzione questi ultimi, evidentemente incerto sulla loro funzione. Un arma-
dio chiuso da griglie multiple rivelò, quando Mosè lo aprì, un assemblaggio sconcer-
tante di valvole, rotoli e coni di carta annerita. Ci fu spiegato che si trattava di un ap-
parecchio chiamato fonografo. Aveva la forma e le dimensioni di un orologio, ed era
dotato di alcuni barometri, di un cronometro e di un calendario elettrici, oltre che di
alcuni congegni promemoria. Era in grado di ricevere i discorsi e persino la musica
trasmessi, con alta fedeltà di riproduzione, da una sofisticata estensione del telegrafo
senza fili della mia epoca. Mosè ed io ci dedicammo per un poco a studiare e a spe-
rimentare quell'apparecchio. Poteva essere sintonizzato in maniera tale da ricevere
onde radio di frequenza diversa mediante un condensatore regolabile, che consentiva
all'ascoltatore di scegliere la frequenza di risonanza dei circuiti sintonizzati. Per giun-
ta, esisteva un numero notevole di stazioni di trasmissione: almeno tre o quattro!
Dopo essersi servito un whisky con acqua, Filby osservò con indulgenza i nostri
esperimenti: - Il fonografo è un apparecchio meraviglioso. Non credete anche voi che
faccia di tutti noi un unico popolo? Naturalmente, tutte le stazioni sono midi.
- Midi?
- È un acronimo che indica il ministero dell'informazione. - Ciò detto, Filby tentò
di suscitare il nostro interesse descrivendoci un nuovo tipo di fonografo capace di tra-
smettere immagini. - È stato di moda per poco tempo prima della guerra, poi gli effet-
ti di distorsione delle Cupole ne hanno bloccato la diffusione. E se si desiderano im-
magini, c'è sempre la chiacchieratrice, no? Anche tutti i suoi notiziari e i suoi spetta-
coli sono midi, naturalmente, ma sono l'ideale per coloro che apprezzano i discorsi
appassionanti dei politici e dei militari, oppure le omelie d'incoraggiamento dei reli-
giosi. - Bevve un sorso di whisky e fece una smorfia. - Ma che cosa ci si può aspetta-
re? Dopotutto, è la guerra!
In breve, stanchi dei notiziari tediosi e della fiacca musica d'orchestra trasmessi
dalle varie stazioni, Mosè ed io spegnemmo il fonografo.
Ciascuno di noi, persino il Morlock, ebbe una camera da letto e un cambio di bian-
cheria, ma si trattava d'indumenti inadatti, che erano stati evidentemente procurati in
tutta fretta. Un giovane soldato dal viso lungo e magro, di nome Puttick, aveva l'inca-
rico di rimanere con noi nella casa. Pur indossando sempre l'uniforme da battaglia,
costui si dimostrò perfetto come cuoco e come domestico. All'esterno, la strada e i
dintorni dell'edificio furono sempre pattugliati da altri soldati: con tutta evidenza, ci
sorvegliavano, per garantire la nostra incolumità, o per tenerci prigionieri.
Verso le sette, quando Puttick ci chiamò a cena, Nebogipfel non si unì a noi: dopo
avere chiesto un bicchiere d'acqua e un piatto di vegetali crudi, rimase nella sala da
fumo, con gli occhiali aderenti sul volto villoso, ad ascoltare il fonografo e a leggere
le riviste.
La cena fu semplice ma gustosa: un piatto di quello che sembrava arrosto, con con-
torno di patate, cavoli e carote. La sostanza che pareva carne era tenera, dalle fibre
corte, che si separavano facilmente. - Che cos'è? - domandai.
- Soia.
- Cosa?
- Soia: una leguminosa che cresce in tutto il paese, fuori delle Cupole. Persino l'O-
vale, il campo da cricket, è stato destinato alla sua coltivazione. La carne, infatti, non
è facile da ottenere, di questi tempi: è difficile persuadere le pecore e i bovini a indos-
sare le maschere antigas! - Filby tagliò una fetta di vegetale trattato e se la ficcò in
bocca. - Assaggia! È abbastanza gustosa. La scienza gastronomica moderna è molto
ingegnosa.
Il surrogato di arrosto mi parve secco e friabile, con un sapore che mi ricordò quel-
lo del cartone bagnato.
- Non è tanto male - aggiunse coraggiosamente Filby. - Ti ci abituerai.
Non sapendo che cosa rispondere, bevvi il vino. Benché avesse un sapore da Bor-
deaux decente, preferii non chiederne la provenienza. Il resto della cena fu consumato
in silenzio.
Feci un breve bagno, approfittando dell'acqua calda che sgorgava a volontà dai ru-
binetti. Dopo avere brevemente fumato un sigaro e bevuto un brandy in compagnia,
ci ritirammo tutti. Soltanto Nebogipfel rimase sveglio, perché i Morlock non dormo-
no come noi, e chiese un taccuino e alcune matite: fu necessario insegnargli ad usare
il temperino e la gomma.
Giacqui accaldato nel letto stretto, con l'aria che diventava sempre più soffocante
nella stanza dalle finestre sigillate. All'esterno, i rumori della Londra devastata dalla
guerra echeggiavano nella Cupola. Attraverso le fessure fra le tende vidi brillare nella
notte le luci dei proiettori d'informazione del ministero.
Per quanto strano possa sembrare, i rumori dei passi felpati di Nebogipfel e della
matita sulla carta, provenienti dalla sala da fumo, mi furono di conforto.
Infine, mi addormentai.

L'orologio sul tavolo accanto al letto segnava le sette, la mattina successiva, quan-
do mi svegliai. All'esterno, naturalmente, l'oscurità era ancora densa come nella notte
più nera.
Dopo essermi alzato, indossai la camicia e i calzoni leggeri e malmessi che aveva-
no ormai visto tante avventure, sopra alcuni indumenti puliti: la biancheria, la cami-
cia e la cravatta. Sebbene fosse presto, l'aria era greve: mi sentivo intontito e intorpi-
dito.
Scostai la tenda e vidi la chiacchieratrice ancora accesa. Mi sembrò di udire brani
di musica esaltante: forse una marcia, indubbiamente intesa ad esortare i lavoratori
riluttanti a dedicarsi a un' altra giornata di lavoro per contribuire allo sforzo bellico.
Al piano inferiore, in sala da pranzo, trovai soltanto Puttick, il soldato domestico,
che mi servì la colazione: pane tostato, salsicce composte di qualche inidentificabile
surrogato di carne, e ciò che secondo Puttick era un'autentica rarità, ossia un uovo
leggermente fritto.
Inghiottendo un ultimo pezzo di pane tostato, mi recai nella sala da fumo, dove
Mosè e Nebogipfel erano curvi sulla scrivania spaziosa, ingombra di libri, di mucchi
di carte, e di tazze di tè ormai freddo.
- Non si è visto Filby? - domandai.
- Non ancora - rispose Mosè, che aveva la chioma scompigliata, il volto non rasato,
e indossava ancora la vestaglia.
Sedetti alla scrivania: - Dannazione, Mosè… Sembra che tu non abbia chiuso oc-
chio.
Sorridendo, Mosè si passò una mano nel ciuffo irto sulla fronte ampia: - Be', è pro-
prio così… Non ce l'ho fatta. Credo di averne viste troppe. Mi sembrava di essere in
preda alla vertigine, e sapevo che Nebogipfel era ancora alzato, così sono sceso qui. -
Mi guardò, con gli occhi arrossati e le occhiaie scure. - Abbiamo trascorso una notte
affascinante: davvero affascinante! Nebogipfel mi ha introdotto ai misteri della mec-
canica quantistica.
- Della… che?!
- Proprio così - intervenne Nebogipfel. - E Mosè, a sua volta, mi ha insegnato a
leggere l'Inglese.
- Per giunta, lui apprende maledettamente in fretta - riprese Mosè. - Una volta im-
parati l'alfabeto e i fondamenti della fonetica… è partito!
Frugai nella confusione della scrivania, notando alcuni fogli di taccuino scritti con
strani simboli criptici: immaginai che fosse la scrittura morlock. Esaminando un fo-
glio, mi resi conto che Nebogipfel aveva usato molto goffamente le matite: in alcuni
punti la carta era strappata. D'altronde, il poveretto non aveva mai dovuto servirsi
prima di un attrezzo tanto rozzo quanto una penna o una matita: mi domandai come
me la sarei cavata io a maneggiare gli arnesi di selce dei miei antenati, che erano me-
no lontani da me nel tempo di quanto lo fosse il 1938 dalla sua epoca.
- Mi sorprende che tu non abbia acceso il fonografo, Mosè - commentai. - Non t'in-
teressa informarti sul mondo in cui ci troviamo?
- Trasmette quasi esclusivamente musica, o storie moralistiche, di propaganda, del
genere che non ho mai trovato digeribile, come tu ben sai. Mi hanno completamente
stufato anche le continue sciocchezze che vengono spacciate per notizie. Si vorrebbe
affrontare gli interrogativi fondamentali, vale a dire dove siamo, come siamo arrivati
qui, dove siamo diretti, e invece si viene sommersi da un profluvio di assurdità sui
ritardi dei treni, e sui problemi di approvvigionamento, o sui dettagli incomprensibili
delle più remote campagne militari, di cui si dovrebbe già conoscere il contesto.
Percossi amichevolmente un braccio del mio giovane alter ego: - Che cosa ti aspet-
tavi? Pensa… Noi siamo immersi nelle profondità nella storia, come turisti temporali.
Ma la gente comune, di solito, è interessata soltanto alla superficie delle cose, e giu-
stamente! Quando mai, nella tua epoca, trovavi i quotidiani zeppi di profonde analisi
sulle origini dell'essere e del divenire? Quanta parte della tua conversazione concer-
neva le interpretazioni delle condizioni generali di vita nel 1873?
- Hai ragione. - Mosè pareva poco interessato al dialogo e per nulla disposto a de-
dicare grande attenzione al mondo circostante. Infatti, cambiò subito discorso: - A-
scolta… Devo parlarti della nuova teoria che mi è stata spiegata dal tuo amico mor-
lock… - Gli occhi gli s'illuminarono, la voce gli si schiarì, perciò compresi che quel-
l'argomento gli era decisamente più congeniale: immaginai che fosse un modo per
fuggire, dalle complessità della nostra situazione, agl'immacolati misteri della scien-
za.
Dato che nei giorni a venire Mosè avrebbe avuto tempo a sufficienza per affrontare
il mondo, decisi di accontentarlo: - Se ben capisco, tutto ciò ha qualcosa a che fare
con la nostra attuale condizione…
- Proprio così - confermò Nebogipfel, passandosi le dita tozze sulle tempie in un
gesto eloquente, e molto umano, di stanchezza. - La meccanica quantistica è il conte-
sto all'interno del quale debbo costruire una teoria che ci consenta di comprendere la
molteplicità della storia, di cui stiamo facendo esperienza.
- È uno sviluppo teorico straordinario - si entusiasmò Mosè. - Era del tutto impre-
vedibile nella mia epoca: anzi, persino inimmaginabile! È sbalorditivo che l'ordine
delle cose possa essere rovesciato tanto rapidamente!
Posai il foglietto di Nebogipfel: - Spiegatemi tutto.

5. L'INTERPRETAZIONE DELLA MOLTEPLICITÀ DEI MONDI

Quando Nebogipfel si accinse a incominciare, Mosè sollevò una mano: - No. La-
scia parlare me. Voglio vedere se ho capito bene. Ascolta… Tu immagini che il mon-
do sia fatto di atomi, vero? Non ne conosci la composizione, perché sono troppo pic-
coli per poter essere osservati, ma in sostanza si tratta di parecchie minuscole parti-
celle che girano e rimbalzano come bocce da biliardo.
L'eccessiva semplificazione mi fece accigliare: - Dovresti ricordare, credo, con chi
stai parlando.
- Oh, lasciami fare a modo mio! Ascoltami attentamente, adesso, perché debbo
spiegarti che questo punto di vista è sbagliato in ogni particolare.
- Com'è possibile? - chiesi, sempre più accigliato.
- Tanto per cominciare, lascia perdere la particella, perché una bestia del genere
non esiste. Si è scoperto che, nonostante la convinzione di Newton, non si può mai
stabilire esattamente dove sia una particella, né dove sia diretta.
- Ma se si disponesse di microscopi abbastanza potenti, sicuramente si potrebbero
osservare le particelle con un grado di precisione…
- Lascia perdere! - ordinò Mosè. - Esiste un limite invalicabile alle misurazioni,
stabilito da quello che viene definito, se ho ben capito, principio di indeterminazione.
Per quanto riguarda il mondo, dobbiamo dimenticarci di qualunque natura precisa, di
qualunque determinatezza. Dobbiamo pensare in termini di probabilità: la possibilità
di trovare un oggetto fisico nel luogo tale, alla velocità tale, e così via. Tutto è per co-
sì dire sfuocato, in maniera tale che…
- Un momento! - interruppi risolutamente. - Supponiamo che io esegua un esperi-
mento semplicissimo. Servendomi di un microscopio di una certa precisione, potrei
determinare la posizione di una particella in un dato istante. Spero che tu non voglia
negare la validità di un simile esperimento… Ebbene, ho la misura che cercavo! Do-
ve sta l'incertezza in tutto questo?
- Il punto è che - intervenne Nebogipfel - se si potesse tornare indietro a ripetere
l'esperimento, esisterebbe una possibilità limitata di trovare la particella in un altro
luogo, forse molto lontano dal primo…
Per un poco, i miei due compagni seguitarono ad argomentare su quel problema,
finché li interruppi: - Basta così. Per amore di discussione, riconosco la validità del
vostro punto di vista. Ma quale importanza ha in rapporto alla nostra situazione?
- Esiste, anzi, esisterà - rispose Nebogipfel - una nuova filosofia, chiamata l'inter-
pretazione della molteplicità dei mondi della meccanica quantistica. - Questa frase
enigmatica, pronunciata dalla strana voce aliena del Morlock, mi fece correre una se-
rie di brividi lungo la spina dorsale. - Devono trascorrere ancora dieci o vent'anni
prima della pubblicazione degli studi fondamentali: ricordo il nome di Everett…
- È così - riprese Mosè, - Supponi di avere una particella che può stare soltanto in
due luoghi: qui o là, diciamo. E a ciascun luogo è associato un certo numero di pro-
babilità. È chiaro? Osservando con il microscopio, scopri che la particella si trova
qui…
- Secondo la concezione della molteplicità dei mondi - spiegò Nebogipfel - la sto-
ria si divide in due allorché si compie un esperimento del genere. Nell'altra storia, e-
siste un altro osservatore, che ha appena scoperto l'oggetto là, anziché qui.
- Un'altra storia?
- Tanto reale e coerente quanto questa - sorrise Mosè. - Esiste un altro osservatore:
anzi, un numero infinito di osservatori, che prolificano come conigli in ogni momen-
to!
- È spaventoso - osservai. - Credevo che due fossero già più che sufficienti. Però…
Ascolta, Nebogipfel… Non ce ne accorgeremmo, se venissimo scissi in questo mo-
do?
- No, perché qualunque misurazione, nell'una o nell'altra storia, avverrebbe dopo la
scissione. Sarebbe impossibile misurare le conseguenze della scissione medesima.
- Si potrebbe individuare l'esistenza di altre storie? Oppure, potrei recarmici, per
incontrare un altro degli infiniti gemelli che secondo voi ho?
- No - affermò Nebogipfel. - È del tutto impossibile. A meno che… - Sì?
- A meno che qualche elemento della meccanica quantistica si dimostri falso.
- Sicuramente - disse Mosè - capisci perché questi concetti possono aiutarci a com-
prendere i paradossi che abbiamo scoperto. Se davvero può esistere più di una sto-
ria…
- Allora è facile affrontare le violazioni della causalità - continuò Nebogipfel. -
Consideriamo la seguente ipotesi… Tu ritorni nel passato, munito di un'arma, e am-
mazzi Mosè. - Questi, nell'ascoltare, impallidì un poco, ma il Morlock non se ne curò.
- Questo sarebbe un classico, semplicissimo, paradosso causale. Se morisse, Mosè
non costruirebbe la macchina del tempo, non diventerebbe te, quindi non potrebbe
tornare nel passato a compiere l'omicidio. Ma se l'omicidio non fosse commesso, Mo-
sè costruirebbe la macchina e temerebbe nel passato a uccidere se stesso, e allora non
costruirebbe la macchina, e l'omicidio non potrebbe essere commesso, e…
- Basta così - interruppi. - Abbiamo capito, credo.
- Sarebbe un fallimento causale patologico - concluse Nebogipfel. - Un circolo vi-
zioso interminabile. Ma se il concetto della molteplicità dei mondi è corretto, allora
non esiste nessun paradosso. La storia si divide in due: in una, Mosè sopravvive; nel-
l'altra, muore. Tu, come viaggiatore temporale, sei semplicemente passato dall'una
all'altra.
- Capisco - risposi, sbalordito. - E sicuramente il fenomeno della molteplicità dei
mondi è proprio ciò a cui abbiamo assistito tu ed io, Nebogipfel: abbiamo già osser-
vato lo svolgimento di diverse versioni della storia… - Tutto ciò mi rassicurò enor-
memente: per la prima volta, intravidi un barlume di logica nella tempesta di storie in
conflitto che mi flagellava la mente da quando avevo compiuto il mio secondo viag-
gio nel tempo. Trovare una struttura teorica in grado di spiegare i fenomeni era tanto
importante per me quanto lo sarebbe stato per una persona in procinto di annegare
sentire il suolo solido sotto i piedi. Tuttavia, non riuscivo ancora ad immaginare quali
applicazioni pratiche avremmo potuto trarne.
Inoltre, pensai che, se Nebogipfel aveva ragione, forse dopotutto non ero responsa-
bile della distruzione di tutta la storia di Weena: forse, in un certo senso, quella storia
esisteva ancora. Concepire questa possibilità mi sgravò un poco dal mio fardello di
colpa e di sofferenza.
In quel momento, la porta della sala da fumo si aprì rumorosamente, e Filby entrò a
precipizio, senza essersi lavato né rasato, indossando ancora una vecchia vestaglia:
non erano nemmeno le nove del mattino.
- C'è una visita per te - annunciò Filby. - Quello scienziato del ministero dell'aria,
di cui ha parlato Bond…

Spingendo indietro la sedia, mi alzai. Nebogipfel tornò ai suoi studi, e Mosè, con la
chioma ancora scompigliata, mi guardò. Lo osservai a mia volta con una certa preoc-
cupazione, perché cominciavo a rendermi conto che la nostra condizione di disloca-
zione temporale lo stava mettendo a dura prova. - A quanto pare, debbo mettermi al
lavoro - gli dissi. - Perché non mi accompagni? Sarei lieto di beneficiare della tua ca-
pacità di osservazione.
Senza allegria, Mosè sorrise: - La mia capacità di osservazione è la tua capacità di
osservazione. Non hai bisogno di me.
- Però apprezzerei la tua compagnia. Dopotutto, questo potrebbe diventare il tuo
futuro. Non credi che ti gioverebbe cominciare ad ambientarti?
Gli occhi profondi di Mosè parvero esprimere la stessa nostalgia di casa che era
tanto intensa in me: - Non oggi. Ma ci sarà tempo… domani, forse. - Con un cenno
della testa, Mosè salutò: - Sii prudente.
In quel momento, non seppi cos'altro dire.
Lasciai che Filby mi guidasse nell'atrio. Colui che attendeva sulla soglia della porta
aperta era alto e sgraziato, con la zazzera brizzolata. Alle sue spalle, in strada, stava
un soldato.
Quando mi vide, l'uomo di alta statura mi venne incontro con una goffaggine ado-
lescenziale che contrastava con la sua corporatura. Mi salutò per nome, stringendomi
la mano con una delle sue, forti e callose. Capii che era un pragmatico, uno sperimen-
tatore: forse saremmo andati d'accordo.
- Sono felice di conoscerla: davvero felice. - L'uomo dimostrava una cinquantina
d'anni. Aveva i lineamenti fini, il naso diritto, e, dietro gli occhiali dalla montatura
metallica, lo sguardo schietto. - Sono assegnato al Diguerdiscron, il direttorio per la
guerra di dislocamento cronotico del ministero dell'aria. - Era evidentemente un civi-
le, perché, ad eccezione della maschera antigas e degli spallacci che tutti portavano,
indossava un completo semplice, abbastanza sciatto, con la cravatta a strisce e la ca-
micia ingiallita. Aveva su un risvolto un distintivo con un numero.
- Molto lieto - risposi. - Purtroppo, temo di non conoscerla…
- Perché mai dovrebbe conoscermi? Avevo soltanto otto anni quando il suo proto-
tipo VDC partì per il futuro… Oh, mi scusi! VDC sta per "veicolo di dislocamento
cronotico". Immagino che si abituerà a tutti questi nostri acronimi… O forse no! Io
non mi ci sono mai abituato. E si dice che lo stesso lord Beaverbrook stenti a ram-
mentare tutti i direttori subordinati al suo ministero. Io non sono un personaggio noto:
non sono per nulla famoso quanto lei. Fino a poco tempo fa ero soltanto vicecapo
progettista alla Vickers-Armstrong Company, nel Bunker Weybridge. Quando le mie
proposte sulla guerra cronotica iniziarono ad attirare l'attenzione, fui trasferito al
quartier generale del Diguerdiscron, qui all'Imperiale. Senta… - aggiunse seriamente.
- Sono davvero felice che lei sia qui. È stato un caso eccezionale a condurla fra noi.
Credo che noi, ossia lei ed io, potremo forgiare una collaborazione in grado di cam-
biare la storia, e forse di porre fine una volta per tutte a questa dannata guerra!
Non potei fare a meno di rabbrividire, perché ne avevo già avuto abbastanza di
cambiare la storia. E tutto quel gran parlare di guerra temporale, suggerendo che la
mia macchina, la quale aveva già inflitto tanti danni, potesse essere usata deliberata-
mente per arrecare distruzione, suscitò in me un autentico terrore, tanto che non seppi
come comportarmi.
- E adesso… Dove preferisce andare a parlare? Vorrebbe venire nel mio ufficio al-
l'Imperiale? Ho certi documenti che…
- In seguito. Senta… Potrà sembrarle strano, ma… Sono arrivato da poco nel vo-
stro mondo, quindi sarei lieto di poterlo visitare un po' meglio. È possibile?
Il volto dell'uomo s'illuminò: - Naturalmente! Potremo conversare camminando. -
E si girò per lanciare un'occhiata al soldato, che concesse il suo permesso annuendo.
- Grazie, signor…
- Per la verità, sono il dottor Wallis: Barnes Wallis.

6. HYDE PARK
Come scoprii, l'Imperial College era situato a South Kensington, a pochi minuti di
cammino da Queen's Gate Terrace. Era stato fondato poco dopo la mia epoca, nel
1907, mediante la fusione di tre istituti che conoscevo: il Royal College of Chemistry,
la Royal School of Mines, e il City and Guilds College. In verità, da giovane avevo
insegnato per breve tempo alla Normal School of Science, che a sua volta era stata
successivamente assorbita dall'Imperial College. Nell'entrare a South Kensington,
rammentai di avere trascorso gran parte del mio tempo, a Londra, visitando luoghi
deliziosi come l'Empire, a Leicester Square. Comunque, avevo imparato a conoscere
bene la zona… E quanto la trovai trasformata!
Dopo avere percorso Queen's Gate Terrace in direzione dell'università, ci diri-
gemmo a Kensington Gore, a sud di Hyde Park. Eravamo scortati da sei soldati che ci
circondavano in silenzio, ma mi chiesi quanti militari sarebbero intervenuti se fosse
accaduto qualcosa. Era come trovarsi in un edificio tanto vasto quanto caldo, perciò
non passò molto tempo prima che la calura umida cominciasse a fiaccarmi, così mi
tolsi la giacca e mi allentai la cravatta. Seguendo il consiglio di Wallis, mi applicai gli
spallacci alla camicia e mi appesi la maschera antigas alla cintura.
Mi colpì, nell'osservare le strade trasformate, che non tutti i mutamenti intercorsi
dalla mia epoca erano stati dannosi. L'abolizione dei cavalli, con i loro escrementi,
nonché del fumo dei focolari e delle esalazioni dei motori, motivata dalla necessità di
salvaguardare la qualità dell'aria sotto la Cupola, aveva avuto conseguenze positive.
Le strade principali erano pavimentate da una nuova sostanza vetrosa, elastica, che
veniva tenuta pulita da squadre di spazzini che manovravano filoveicoli elettrici mu-
niti di spazzole e d'innaffiatoi. Le strade erano affollate di biciclette, di risciò e di
tram, con i trolley che sibilavano e suscitavano faville azzurre nell'oscurità. Per i pe-
doni esistevano le cosiddette "passerelle", installate lungo le facciate delle case all'al-
tezza del primo, del secondo, e talvolta persino del terzo piano. Ponti alti e leggeri
varcavano le strade, unendo spesso le passerelle e conferendo a Londra, persino in
quell'oscurità stigea, un qualcosa d'italiano.
In seguito, quando ebbe conosciuto un po' meglio di me la vita cittadina, Mosè mi
riferì che i negozi del West End prosperavano nonostante le ristrettezze imposte dalla
guerra, e così pure i nuovi teatri intorno a Leicester Square, con le facciate di porcel-
lana rinforzata e le insegne luminose. Nondimeno, vi si rappresentavano spettacoli
noiosi, educativi, o propagandistici, che suscitarono le lamentele di Mosè. Due teatri
erano dedicati esclusivamente a un ciclo perpetuo di drammi shakespeariani.
Nella mia epoca, avevo sempre considerato la Royal Albert Hall come una mo-
struosità: una sorta di cappelliera rosa. Quando vi passai dinanzi con Wallis, nell'o-
scurità della Cupola, il memorabile ammasso era illuminato da una serie di raggi,
proiettati da lampade Aldis, come mi spiegò la mia guida, che lo rendevano ancora
più grottesco e pomposo. All'Alexandre Gate, entrammo nel parco, poi tornammo al-
l'Albert Memorial, e percorremmo Lancaster Walk verso settentrione. Dinanzi a noi,
vidi guizzare sulla volta i raggi della chiacchieratrice, mentre da lontano giungevano
gli echi delle voci amplificate.
Nel passeggiare, Wallis commentò ciò che ci stava intorno, dimostrandosi un com-
pagno abbastanza gradevole: mi resi conto che era proprio il tipo d'uomo che, in una
storia diversa, avrei potuto considerare amico.
Rammentavo Hyde Park come un luogo civile, attraente e calmo, con i suoi viottoli
ampi e i suoi alberi sparsi. Riconobbi alcune caratteristiche che avevo conosciuto,
come la cupola verderame del Bandstand, da cui un coro di minatori gallesi cantava
inni burrascosamente. Il parco del futuro, tuttavia, era pieno di ombre, spezzate dalle
isole di luce dei lampioni. L'erba era scomparsa, senza dubbio perché la Cupola na-
scondeva il sole, e il suolo era coperto in gran parte di tavole lignee. Quando gli chie-
si perché la zona del parco non fosse stata semplicemente edificata, Wallis mi spiegò
che ai londinesi piaceva credere che un giorno sarebbe stato possibile demolire la
brutta Cupola e riportare la città alla bellezza di un tempo, inclusi i parchi.
Una zona di Hyde Park, intorno al Bandstand, era stata trasformata in una sorta di
baraccopoli, con centinaia di tende raggruppate intorno a rozzi edifici in cemento, che
ospitavano cucine e bagni comuni. Sul suolo arido e calpestato, fra le tende, adulti,
bambini e cani, si aprivano la strada nel tetro e infinito processo del vivere.
- La povera vecchia Londra ha accolto molti profughi negli ultimi anni - spiegò
Wallis. - La densità della popolazione è aumentata moltissimo… Eppure c'è lavoro
utile per tutti. È vero che in quelle tende, comunque, si soffre, ma purtroppo non c'è
altro modo di ospitare i profughi.
Lasciato Lancaster Walk, ci avvicinammo a Round Pond, nel cuore del parco. Un
tempo, quella era stata una zona attraente e tranquilla, da cui si godeva una bella vista
su Kensington Palace. Benché esistesse ancora, il lago era recintato, in quanto, come
disse Wallis, era stato trasformato in un bacino per servire alle necessità della popo-
lazione accresciuta. Quanto al palazzo, ne restava soltanto un guscio: evidentemente,
era stato abbandonato dopo essere stato semidistratto dai bombardamenti.
Sostammo a un chiosco, dove ci servirono limonata piuttosto calda. La zona era af-
follata, non soltanto di pedoni, ma anche di ciclisti. A breve distanza era in corso una
partita di calcio, con mucchi di maschere antigas al posto dei pali delle porte. Di
quando in quando si udivano persino brevi risate. Wallis mi raccontò che la gente si
recava ancora a Speaker's Corner per ascoltare l'Esercito della Salvezza, o la Società
Laica Nazionale, o l'Associazione per la Dimostrazione Cattolica, o la Lega Contro la
Quinta Colonna, che era impegnata in una campagna contro le spie, i traditori, e
chiunque sostenesse in qualsiasi modo il nemico.
Quella fu la condizione più felice in cui vidi la popolazione in quell'epoca ottene-
brata: a parte gli spallacci e le maschere antigas, nonché il suolo morto e la spavente-
vole volta incombente sopra le teste di noi tutti, poteva sembrare di vivere in un gior-
no festivo di qualunque epoca. Ancora una volta rimasi colpito dall'adattabilità dello
spirito umano.

7. LA CHIACCHIERATRICE
A settentrione di Round Pond erano state collocate parecchie file di sporche sedie a
sdraio in tela per coloro che desideravano assistere ai notiziari proiettati sulla volta.
Le sedie erano quasi tutte occupate. Quando Wallis ebbe pagato a un inserviente, con
monete metalliche molto più piccole di quelle della mia epoca, ci accomodammo in
due posti liberi, sdraiandoci con le teste reclinate all'indietro.
I soldati silenziosi della nostra scorta si disposero tutt'intorno, sorvegliando noi e la
folla circostante.
Come dita di luce polverose, i raggi delle lampade Aldis installate, come mi spiegò
Wallis, a Portland Place, dipingevano sulla volta immagini grigie e bianche, mentre
voci e musiche amplificate sommergevano il pubblico passivo. Una zona della volta
era stata dipinta di bianco proprio affinché fosse possibile proiettarvi nitidamente le
immagini cinematografiche. La prima sequenza mostrò un uomo magro e stralunato
che scambiava una stretta di mano con un altro e poi si metteva in posa accanto a
quello che sembrava un blocco di mattoni. Le voci non erano perfettamente coordina-
te al movimento delle labbra, ma la musica era emozionante, e nell'insieme l'effetto
era facilmente decodificabile.
- Siamo fortunati - commentò Wallis, accostando la testa alla mia. - È un servizio
sull'Imperial College. Quello è Kurt Gödel, un giovane scienziato austriaco. Forse lo
conoscerà. Di recente siamo riusciti a sottrarlo al Reich. Sembra che Gödel abbia ac-
cettato di cambiare bandiera a causa dell'assurda convinzione che il kaiser sia morto e
sia stato sostituito da un impostore. Detto fra noi, è un tipo alquanto strano, però è un
genio.
- Gödel? - La notizia suscitò il mio interesse. - Non è forse colui che ha dimostrato
l'imperfettibilità della matematica, e via dicendo?
- Be', sì… - Incuriosito, Wallis mi guardò. - Ma come lo sa? È successo dopo la
sua partenza per il futuro… Comunque, non era per le sue scoperte nell'ambito della
filosofia matematica, che lo volevamo. A Princeton, gli abbiamo fatto conoscere Ein-
stein. Riprenderà una ricerca - proseguì Wallis, giacché non mi curai d'interromperlo
per chiedergli chi fosse quell'Einstein - che aveva iniziato a compiere per il Reich.
Speriamo di ricavarne una nuova tecnica per viaggiare nel tempo. È stato un gran bel
colpo. Immagino che i ragazzi del kaiser siano furibondi…
- E cos'è la costruzione di mattoni che gli sta accanto?
- Oh, un esperimento. - Prudentemente, Wallis guardò attorno. - Non dovrei dire
troppo. La chiacchieratrice lo trasmette soltanto per fare un po' di scena. È qualcosa
che concerne la fissione atomica. Le spiegherò tutto più tardi, se le interessa. Sembra
che Gödel sia particolarmente desideroso di sperimentarla: anzi, credo che siano già
stati compiuti alcuni esperimenti per lui.
Sullo schermo apparve l'immagine di alcuni vecchi, abbigliati con uniformi militari
sgraziate, i quali sorridevano alla cinepresa. - E la milizia territoriale - spiegò Wallis.
- È composta di persone anziane d'ambo i sessi che prestano servizio e si mantengono
a disposizione, nell'eventualità che l'Inghilterra venga invasa. - Poi fu inquadrato in
primo piano un uomo magro, dall'espressione assorta. - Quello è Orwell, George Or-
well: un bravo scrittore. Immagino che lei non lo conosca…
Terminato il notiziario, apparve sullo schermo un filmato divertente, a disegni a-
nimati, dal vivace sottofondo musicale, che aveva come protagonista un certo Dan il
Disperato, il quale viveva in un Texas rozzamente disegnato. Dopo avere divorato
una torta enorme, Dan cercò di confezionarsi un maglione di fili telegrafici usando
due pali come ferri da calza, ma involontariamente fece una catena, che poi gettò in
mare, dove essa affondò. Quando la recuperò, Dan scoprì che aveva affondato nien-
temeno che tre corazzati sommergibili tedeschi. Un gentiluomo della marina, che a-
veva assistito allo spettacolo, gli consegnò una ricompensa di cinquanta sterline. Poi,
il personaggio visse una serie di altre avventure dello stesso genere.
Avrei pensato che quel divertimento fosse adatto soltanto ai bambini, se non avessi
visto ridere anche gli adulti. Personalmente, mi sembrò uno spettacolo propagandisti-
co tra i più rozzi, perciò decisi che l'appellativo colloquiale di "chiacchieratrice" si
addiceva perfettamente a quella forma di cinematografo.
Fu proiettato in seguito un altro notiziario, con le immagini di una città, che avreb-
be potuto essere Glasgow o Liverpool, devastata da incendi giganteschi che illumina-
vano il cielo notturno, e fanciulli evacuati da una Cupola crollata nelle Midlands.
Sporchi, sorridenti, con stivali troppo grandi, questi ultimi mi parvero tipici ragazzini
di città abbandonati, del tutto indifesi, in balia delle correnti della guerra.
Una didascalia annunciò l'inizio di una rubrica intitolata "Poscritto". La prima im-
magine fu un ritratto del re: rimasi sconcertato nel vedere un uomo magro, di nome
Egbert, lontano parente della vecchia regina che ricordavo. Era stato uno dei pochi
membri della famiglia reale a sopravvivere alle audaci incursioni compiute dai tede-
schi all'inizio della guerra.
Un attore dalla voce impostata recitò un componimento poetico:
"Tutto andrà bene.
"In ogni modo, tutto si risolverà per il meglio,
"Quando le lingue di fiamma saranno intrecciate
"Nel nodo coronato di fuoco,
"E la rosa e il fuoco saranno una sola cosa… "
E così via. A quanto potei capire, la poesia descriveva la guerra come una sorta di
purgatorio, da cui l'umanità sarebbe uscita purificata. Un tempo avrei forse potuto es-
sere d'accordo, ma dopo il mio soggiorno nell'Interno della Sfera ero giunto a consi-
derare la guerra né più né meno che un tumore maligno, una pecca dell'anima umana,
per la quale ogni giustificazione non poteva essere altro, appunto, che una mera scusa
a posteriori.
Capii che Wallis non attribuiva importanza a quel genere di discorsi. Scrollando le
spalle, disse: - Eliot - come se ciò spiegasse tutto.
Apparve quindi l'immagine di un vecchio dall'espressione afflitta sul viso dagli oc-
chi stanchi, le guance flosce, le orecchie brutte, i baffi incolti, e maniere che rivela-
vano ira e frustrazione. Seduto accanto a un caminetto, con in mano una pipa eviden-
temente spenta, recitò con voce fievole una sorta di commento agli eventi del giorno.
Il suo aspetto mi parve familiare, anche se dapprima non riuscii a riconoscerlo. Non
sembrava molto impressionato dall'offensiva del Reich: - La grande macchina bellica
dei tedeschi non può creare neppure una favilla di quella poesia dell'azione che di-
stingue la guerra dallo sterminio di massa: è una macchina, dunque è priva d'anima.
In un tono che mi sembrò contenere una sfumatura di gioia apocalittica, esortò la
popolazione a compiere sforzi ancora più grandi, ravvivò il mito della campagna in-
glese ("le verdi colline arrotondate che si dissolvono nella foschia azzurra del cielo"),
invitò il pubblico a immaginare quel paesaggio inglese devastato "come a rivelare il
vecchio fronte delle Fiandre, con le trincee e i crateri delle bombe, le città in rovina, i
campi deturpati, il cielo che erutta morte, e i volti dei bambini assassinati".
D'improvviso, lo riconobbi: era il mio amico di un tempo, lo Scrittore, ormai in-
vecchiato.
Subito chiesi: - Ma quello non è forse il signor…? - pronunciando il suo nome.
- Sì. Lo conosceva? È possibile… Ma certo! Fu lui a scrivere un resoconto dei suoi
viaggi nel tempo, che divenne molto popolare. Se ben ricordo, comparve dapprima a
puntate su The New Review, e poi fu ristampato in volume. Fu un evento fondamenta-
le, per me, scoprire che… Il poveretto sta invecchiando, naturalmente, e credo che
non abbia mai goduto di molta salute. La sua narrativa non è più quella di un tempo, a
mio avviso.
- Davvero?
- Troppo moralismo, e troppa poca azione: sa cosa intendo! Comunque, le sue ope-
re di divulgazione scientifica e di storia sono state bene accolte. È buon amico di
Churchill, cioè il primo lord dell'ammiragliato, e sospetto che eserciti un'influenza
notevole sulla concezione, da parte delle autorità, di come dovranno andare le cose
dopo la guerra, quando giungeremo sugli "altopiani del futuro" - proseguì Wallis, ci-
tando qualche altro discorso del mio amico di un tempo. - Sta lavorando a una dichia-
razione dei diritti dell'uomo, o qualcosa del genere, a cui dovremo aderire tutti allor-
ché la guerra sarà finita. Sa bene anche lei come sono questi sogni. Comunque, il no-
stro autore non è tanto bravo come oratore. Personalmente, il mio preferito è Prie-
stley.
Le perorazioni dello Scrittore continuarono per alcuni minuti. Fui lieto di scoprire
che il mio vecchio amico era sopravvissuto alle vicissitudini di quella storia terribile,
trovandosi persino un ruolo sociale importante, tuttavia mi rattristò invincibilmente
scoprire quanto il tempo avesse trasformato il giovane entusiasta che avevo conosciu-
to! Come quando avevo incontrato Filby, provai una fitta di compassione per le mol-
titudini anonime che mi circondavano, imprigionate nel tempo che scorreva lenta-
mente e destinate a un decadimento inesorabile. Pensai inoltre che fosse un'ironia
spaventevole che un individuo con una fede tanto vigorosa nella perfettibilità del-
l'uomo dovesse trascorrere gran parte della propria esistenza in un mondo dominato
dalla guerra più vasta e sanguinosa della storia.
- Andiamo - riprese a un tratto Wallis. - Passeggiamo ancora un po'. Gli spettacoli
e i notiziari sono molto ripetitivi.

Nel camminare, Wallis mi parlò più dettagliatamente di se stesso. Nel Bunker Wa-
ybridge, lavorando per la Vickers-Armstrong Company, era diventato un progettista
aeronautico di buona reputazione: lui stesso dichiarò di essere conosciuto come il
"mago scienziato".
Con il protrarsi della guerra, aveva dedicato il proprio ingegno, evidentemente fer-
tile, ad escogitare piani su come accelerarne la conclusione. Aveva pensato, per e-
sempio, di distruggere le fonti energetiche del nemico, ossia i bacini, le dighe, le mi-
niere, e così via, mediante immani quantità di esplosivo sganciate nella stratosfera da
macchine volanti chiamate "mostri bombardieri". A tale scopo, aveva studiato le va-
riazioni della velocità dei venti in rapporto all'altezza, la visibilità degli oggetti dalle
grandi altitudini, gli effetti delle onde telluriche sui pozzi minerari, e così via.
- Capisce quali possibilità sono implicite in tutto ciò, vero? Occorre avere soltanto
il tipo giusto d'immaginazione. Con dieci tonnellate di esplosivo si potrebbe deviare
il corso del Reno!
- E come sono state accolte queste proposte?
La mia guida sospirò: - Le risorse sono sempre scarse, in tempo di guerra, persino
per i progetti di massima priorità. Quanto alle imprese nuove e rischiose… Dissero
che si trattava di un'assurdità, di una sciocchezza immane, e i militari fecero un gran
parlare del fatto che gli "inventori" come me "sprecano" le vite dei "loro ragazzi". -
Era chiaro che Wallis era addolorato dal ricordo. - Lei sa che gli uomini come noi
debbono aspettarsi lo scetticismo… e tuttavia!
Perseverando nei propri studi, Wallis aveva finalmente ottenuto il permesso di co-
struire un bombardiere mostro: - è stato battezzato Vittoria - spiegò. - Ha un carico di
bombe da nove tonnellate e può volare a una quota di dodicimila metri, a oltre trecen-
to miglia orarie, con un'autonomia di quattromila miglia. È magnifico quando decol-
la, con sei motori Hercules che fiammeggiano. Ha bisogno di non meno di due terzi
di miglio per prendere il volo. E le bombe sismiche che sgancia hanno già cominciato
a seminare la distruzione nel cuore del Reich! - Dietro le lenti impolverate, i begli oc-
chi profondi dello scienziato scintillarono.
Dopo essersi dedicato per alcuni anni alla progettazione dell'aeromobile Vittoria,
Wallis aveva letto il popolare resoconto dei miei viaggi nel tempo e aveva subito
concepito la possibilità di adattare la mia macchina alla guerra.
In quel caso, non aveva avuto difficoltà a farsi ascoltare, perché non occorreva
molta immaginazione per rendersi conto dell'illimitato potenziale militare della mac-
china del tempo. Così, il direttorio della guerra di dislocamento cronotico lo aveva
nominato capo civile della ricerca, poi, per prima cosa, aveva sequestrato la mia vec-
chia casa, che era rimasta abbandonata a Richmond sin dall'epoca della mia partenza,
e aveva recuperato la documentazione relativa ai miei studi e ai miei esperimenti.
- Ma che cosa volete da me? Avete già una macchina del tempo: il corazzato che
mi ha condotto qui.
Con le mani unite dietro la schiena, il volto lungo e grave, Wallis rispose: - Il Ra-
glan, certo… Ma lei stesso ha visto quel mostro… Per quanto concerne le sue capaci-
tà di viaggio temporale, ha potuto beneficiare soltanto dei resti trovati nel suo labora-
torio: pezzi di quarzo e d'ottone cosparsi di plattnerite. Impossibile da equilibrare o da
calibrare, il Raglan è una macchina goffa e pesante che può allontanarsi al massimo
di mezzo secolo dal presente. Abbiamo osato mettere a repentaglio il corazzato sol-
tanto per cercare di garantire che i nostri nemici non interferissero cronoticamente
con l'invenzione della macchina del tempo originale. Ma adesso, per puro caso, il Ra-
glan ci ha portato lei! E abbiamo già fatto qualche progresso: abbiamo recuperato la
plattnerite. Quanto alla sua vecchia macchina, l'abbiamo collocata nel Museo Impe-
riale della Guerra. Le piacerebbe vederla? Sarà esposta al pubblico con tutti gli onori.
Addolorato che il mio cocchio fedele avesse fatto quella fine, nonché turbato dalla
neutralizzazione dell'unico mezzo che mi avrebbe consentito di abbandonare il 1938,
scossi silenziosamente la testa.
- Ci occorre che lei produca altra plattnerite. Mi mostri come fabbricarne a tonnel-
late!
Nell'udire queste parole, mi resi conto che Wallis credeva che fossi stato io a crea-
re la plattnerite; tuttavia continuai a tacere.
- Vogliamo sviluppare la sua tecnica del viaggio temporale, e applicarla in modi
che forse superano i suoi sogni più sfrenati. Con un VDC, si potrebbe bombardare la
storia e cambiarne il corso: è proprio come il mio progetto per modificare il corso del
Reno! Perché no? Se è concepibile, dev'essere realizzabile. È la sfida tecnica più en-
tusiasmante che si possa immaginare. E andrebbe tutto a beneficio dello sforzo belli-
co.
- Bombardare la storia?
- Ci pensi… Si potrebbe tornare indietro nel tempo e intervenire all'inizio della
guerra. Oppure si potrebbe assassinare Bismarck… Perché no? Che scherzo sarebbe!
E così s'impedirebbe la creazione della Germania. Non capisce? La macchina del
tempo è un 'arma contro cui non esiste difesa. La potenza che per prima svilupperà
una tecnica affidabile di dislocamento cronotico dominerà il mondo. - Con gli occhi
scintillanti, Wallis concluse: - E bisogna che la dominatrice del mondo sia la Gran
Bretagna!
Osservandolo, pensai che il suo entusiasmo spropositato nei confronti della distru-
zione e del potere fosse notevolmente inquietante.

8. GLI ALTOPIANI DEL FUTURO

Tornati al Lancaster Walk, proseguimmo la passeggiata verso il confine meridiona-


le del parco, sempre discretamente scortati dai soldati.
- Mi dica qualcosa di più – chiesi - di quello che accadrà quando la Gran Bretagna
e i suoi alleati vinceranno questa guerra temporale. Mi parli degli "altopiani del futu-
ro".
Manifestando incertezza, Wallis si massaggiò il naso: - Non sono un politico. Non
posso…
- No, no… Mi spieghi con le sue parole…
- Benissimo. - Wallis alzò lo sguardo alla Cupola. - Tanto per cominciare, questa
guerra ci ha spogliati di molte delle nostre care illusioni…
- Davvero? - Tale preambolo mi sembrò di cattivo augurio, e infatti i miei timori
non tardarono a rivelarsi giustificati.
- In primo luogo, ci ha svelato la fallacia della democrazia. È ormai chiaro che non
serve a nulla chiedere alla gente che cosa voglia: bisogna prima capire che cosa do-
vrebbe volere per la salvaguardia della società, e poi dirle che cosa vuole, e fare in
modo che l'ottenga. So che ciò può sembrare strano a un uomo della sua epoca, ma
questo è il pensiero moderno. E poco fa, al fonografo, ho sentito il suo famoso amico
abbracciare in gran parte il medesimo punto di vista. E anche lui appartiene alla stes-
sa epoca da cui proviene lei, vero? Conosco poco la storia, ma mi sembra che lo stato
moderno che stiamo sviluppando in Gran Bretagna e in America, l'organizzazione
che intendiamo condividere con il resto del mondo, somigli molto alle repubbliche
antiche, come Cartagine, Atene, Roma, che erano essenzialmente aristocratiche. I
parlamentari esistono ancora, però non vengono più scelti con un metodo tanto rozzo
quanto il suffragio popolare. E l'antiquato istituto dell'opposizione… Be'! A tutto
questo abbiamo rinunciato. Senta… Uomini come me e come lei sanno che a proposi-
to della maggior parte dei problemi non possono esistere due opinioni rispettabili e
opposte. Esistono soltanto un unico modo corretto e un'infinità di modi sbagliati per
fare le cose. Ogni governo tenta di agire nel modo giusto, oppure è criminale: è tutto
qui. L'opposizione, in passato, faceva più che altro ostruzionismo per ottenere deter-
minati vantaggi particolari, ostacolando il progresso. Ebbene, il sabotaggio deve ces-
sare. Certi giovani si spingono molto oltre nel concepire il futuro. Per esempio, dico-
no che la famiglia sta scomparendo. Un tempo, quando la società era prevalentemente
agricola, la famiglia ne era l'unità fondamentale: la cellula, per così dire. Ma oggi, nel
mondo moderno, sta perdendo la sua specificità, per dissolversi in sistemi di relazio-
ne più ampi. Fra i giovani, incluse le donne, il senso della famiglia sta diminuendo
enormemente.
Rammentando la capitana Hilary Bond, domandai: - Ma che cosa sostituirà la fa-
miglia?
- Be', i lineamenti fondamentali non sono ancora chiari, ma i giovani parlano della
formazione di nuclei sociali nuovi e diversi. Gli studiosi, gli scrittori, gli oratori, in-
somma, gli intellettuali, ci guideranno verso un nuovo modo di pensare, verso un'or-
ganizzazione sociale nuova e migliore, liberandoci dal tribalismo antico.
- Gli "altopiani"… Davvero… - Non credevo che Wallis fosse tra i fondatori di
quella filosofia: era evidente che si limitava a rispecchiare i punti di vista della sua
epoca, diffusi dal chiacchiericcio dei creatori di opinione in seno al governo e alla
cultura. Comunque, chiesi: - E lei, che cosa pensa di tutto questo?
- Io? - Wallis rise, in tono di autodisapprovazione. - Io sono troppo vecchio per
cambiare, e… - La sua voce vacillò. - Non vorrei mai perdere le mie figlie. Nondi-
meno, non voglio vederle crescere in un mondo… - Accennò alla Cupola, al parco
arido, ai soldati. - Come questo! E se ciò significa cambiare la natura umana, allora
così sia! E adesso, capisce perché abbiamo bisogno della sua collaborazione? Con u-
n'arma come un VDC, una macchina del tempo, la fondazione dello stato moderno
cui ho accennato diverrà, se non semplice, almeno più realizzabile. E se dovessimo
fallire…
- Sì?
In prossimità del confine meridionale del parco, dove si trovavano soltanto poche
persone, Wallis si fermò: - Si dice - riprese, sottovoce - che i tedeschi stiano co-
struendo una loro macchina del tempo. E se saranno i primi a riuscirci, se il Reich si
procurerà mezzi efficaci per la guerra di dislocamento cronotico…
- Ebbene?
Allora Wallis pronunciò a mio beneficio una breve ma agghiacciante descrizione,
evidentemente basata su anni di propaganda, della guerra temporale che sarebbe stata
combattuta: i capi militari tedeschi dagli occhi gelidi avrebbero inviato nel nostro no-
bile passato i loro guerrieri temporali, giovani soldati folli e fanatici, descritti dallo
stesso Wallis come bombe semoventi, i quali sarebbero intervenuti ferocemente in
cento delle nostre battaglie antiche, come automi seminatori di morte.
- Distruggerebbero l'Inghilterra, strangolandola nella culla. Ecco ciò che dobbiamo
impedire - concluse Wallis. - Capisce, vero?
Del tutto incapace di rispondere, scrutai il volto assorto e fervido dello scienziato.

Dopo avermi ricondotto alla casa in Queen's Gate Terrace, Wallis dichiarò: - Non
voglio forzarla a decidere di collaborare con me, vecchio mio. Capisco quanto tutto
ciò debba essere difficile per lei: dopotutto, è la nostra guerra. Però il tempo stringe.
D'altronde, che cosa significa il "tempo" in queste circostanze?
Ritornato nella sala da fumo, dov'erano riuniti i miei compagni, accettai il bicchie-
re di whisky con acqua che Filby mi offrì, poi mi gettai sopra una sedia. - Si soffoca,
là fuori, con quella dannata Cupola - commentai. - Sembra la Birmania! È una strana
sensazione… è buio pesto, benché sia soltanto ora di pranzo.
Sollevando lo sguardo dal libro che stava leggendo, Mosè citò: - "L'esperienza
concerne l'intensità, non la durata." - Quindi sorrise. - Non sarebbe un epitaffio per-
fetto per un viaggiatore temporale? L'intensità: ecco ciò che conta.
- Chi è l'autore?
- Thomas Hardy. Non era quasi un tuo contemporaneo?
- Non ho mai letto le sue opere.
- Be', ormai è morto… - Mosè guardò la data della prefazione. - 1928… - E chiuse
il libro. - Che cos'hai saputo da Wallis?
Dopo avere riassunto la mia conversazione con lo scienziato, conclusi: - Sono lieto
di essermi sbarazzato di lui e di tutta quella farragine di propaganda e di rozza politi-
ca, per non parlare della confusione assoluta sulla causalità, e così via.
I discorsi di Wallis avevano aggravato la depressione che mi affliggeva da quando
ero giunto nel 1938. Ho l'impressione che nel cuore umano esista un conflitto fonda-
mentale. Giacché meglio di chiunque altro sono stato testimone dell'azione spietata
delle correnti evolutive che pulsano nell'umanità, risalenti alle epoche primordiali,
credo che l'uomo sia dominato dalle forze della propria natura. Eppure, i giovani in-
glesi e americani, intelligenti ma induriti dalla guerra, erano decisi a pianificare, a
controllare, a lottare contro la natura, a collocare se stessi e i loro simili in una sorta
di stasi: un'utopia raggelata.
Sapevo che, se fossi stato un cittadino del nuovo stato moderno che intendevano
fondare, non avrei tardato a diventare uno degli spiriti contestatori che si sarebbero
dibattuti nella sua morsa tanto benevola quanto spietata.
Tuttavia mi chiesi, nel profondo del cuore, fino a che punto avrei condiviso il pare-
re di Wallis sullo stato moderno dominatore e pianificatore, prima che le esperienze
di viaggio temporale mi aprissero gli occhi sui limiti dell'umanità.
- Fra l'altro - ripresi - mi sono imbattuto in un tuo vecchio amico, Nebogipfel: Kurt
Gödel.
Lasciandosi sfuggire una strana parola gorgogliante nella sua lingua, Nebogipfel si
girò di scatto sulla sedia e si alzò, con un movimento rapido e fluido che lo fece sem-
brare più animale che umano. In quel momento, Filby impallidì, e Mosè rinserrò la
presa sul libro che aveva in mano.
- Gödel… È qui?
- Sì, si trova nella Cupola. In verità, lavora a meno di un quarto di miglio da qui,
all'Imperial College. - Ciò detto, descrissi il notiziario della chiacchieratrice in cui era
comparso il famoso matematico.
- Una pila a fissione - sibilò Nebogipfel. - Certo, adesso capisco… È lui la chiave:
Gödel è la chiave di tutto. Dev'essere stato lui, con la sua comprensione degli universi
rotanti…
- Non capisco di che cosa tu stia parlando.
- Ascolta… Vuoi sfuggire a questa storia terribile?
Naturalmente, lo volevo eccome, e per valide ragioni: intendevo sottrarmi a quel
conflitto spaventevole, cercare di tornare nella mia epoca, e tentare d'impedire la sco-
perta del viaggio temporale prima dell'inizio della folle guerra temporale. - Ma per
questo - obiettai - dobbiamo procurarci una macchina del tempo…
- Esatto. Ecco perché devi portarci da Gödel: devi farlo assolutamente. Adesso ca-
pisco la verità.
- Quale verità?
- Barnes Wallis sbaglia a proposito dei tedeschi. La loro macchina del tempo è più
che una minaccia: è già stata costruita!
Tutti quanti balzammo in piedi, cominciando a parlare tutti insieme.
- Cosa?
- Che cosa stai dicendo?
- Come…?
- Ci troviamo già in un flusso storico - dichiarò Nebogipfel - che è stato provocato
dai tedeschi.
- Come lo sai? - chiesi.
- Come ricorderai, quando vivevo nella mia storia studiavo la tua epoca - spiegò
Nebogipfel. - E nella mia storia non era mai esistita una guerra come questa, che dura
già da decenni. Nella mia storia, era scoppiata una guerra nel 1914, che però si era
conclusa nel 1918 con la vittoria degli alleati sui tedeschi. Una nuova guerra era
scoppiata nel 1939, a causa di una nuova forma di governo sviluppatasi in Germania,
e…
In preda a una strana vertigine, cercai a tastoni la sedia che avevo alle spalle e mi
ci lasciai cadere.
- Quei dannati tedeschi! - Filby sembrava terrorizzato. - Lo avevo detto! Lo sapevo
che non fanno altro che combinare guai!
- Mi chiedo - intervenne Mosè - se la battaglia decisiva descritta da Filby, la Kai-
serschlacht, non sia stata in qualche modo modificata a favore dei tedeschi. Forse po-
trebbero esservi riusciti con l'assassinio di un comandante alleato…
- Il bombardamento di Parigi - esclamò Filby, confuso e sbalordito. - È mai possi-
bile che abbia avuto simili conseguenze?
Rammentai l'orrenda descrizione che Wallis mi aveva fatto dei robotici soldati te-
deschi inviati nel passato britannico: - Che cosa possiamo fare? Dobbiamo porre fine
a questa devastante guerra cronotica! _ Dobbiamo incontrare Gödel - affermò Nebo-
gipfel.
- Ma perché?
- Perché può essere stato soltanto Gödel a fabbricare la plattnerite per i tedeschi!

9. L'IMPERIAL COLLEGE

Dopo pranzo, Wallis tornò a trovarmi, e subito mi esortò a decidere se collaborare


al suo progetto di guerra temporale. Allora gli chiesi di essere condotto all'Imperial
College per incontrare Kurt Gödel.
Dapprima, Wallis esitò: - Gödel è un tipo difficile… Non capisco che cosa potreb-
be ricavare, lei, da un simile incontro… E poi c'è un sistema di sicurezza molto com-
plesso… - Tuttavia, non tardò a cedere dinanzi alla mia formidabile risolutezza: - Mi
conceda mezz'ora per organizzare tutto.

Sembrava che la riorganizzazione e il trascorrere del tempo avessero cambiato ben


poco gli istituti che erano confluiti nell'Imperial College, rispetto a come li ricordavo.
Gli edifici in mattoni rossi, dall'aspetto alquanto sciatto, ma funzionali, circondavano
ancora la Queen's Tower, in pietra bianca, fiancheggiata dai leoni. Alcuni altri fabbri-
cati erano stati annessi all'università, che aveva avuto bisogno di espandersi per lo
sviluppo delle ricerche belliche: in particolare, il Museo delle Scienze era stato asse-
gnato al Direttorio per la guerra di dislocamento cronotico. Alcuni nuovi edifici, bassi
e semplici, evidentemente costruiti in fretta, sotto l'incalzare della necessità, senza
tanti riguardi per la bellezza architettonica, erano collegati da gallerie, che attraversa-
vano il campus come cunicoli in rilievo.
Dopo avere guardato l'orologio, Wallis disse: - Ci resta ancora un po' di tempo
prima che Gödel sia pronto a riceverci. Venga… Sono autorizzato a mostrarle qual-
cos'altro… - E sorrise con entusiasmo fanciullesco. - Il nostro orgoglio e la nostra
gioia!
Così, Wallis mi condusse in una galleria di cemento grezzo, illuminata da singole
lampadine elettriche installate a notevole intervallo l'una dall'altra. Ricordo che la lu-
ce incerta accentuava il portamento curvo e l'andatura goffa della mia guida, la quale
mi precedeva nel labirinto. Superammo alcuni cancelli, presso ognuno dei quali Wal-
lis fu tenuto a mostrare il proprio distintivo, a fornire alcuni documenti, a lasciare le
impronte digitali, a sottoporre il proprio viso a un raffronto con alcune fotografie, e
così via. Anche la mia identità fu accertata. Entrambi fummo interamente perquisiti
due volte.
Eseguimmo diverse svolte, ma io badai a non perdere l'orientamento, tracciando
una mappa mentale dell'istituto.
- L'università è stata notevolmente ampliata - spiegò Wallis. - Purtroppo, abbiamo
perso i dipartimenti di musica e d'arte, e persino il museo di storia naturale. Che ma-
ledetta guerra, eh? Come può constatare lei stesso, è stato necessario sgombrare pa-
recchio terreno per gli ampliamenti. Esistono ancora alcuni validi centri scientifici
sparsi per il paese, come le fabbriche d'armi di Chorley e di Woolwich, quelle della
Vickers-Armstrong a Newcastle, a Barrow, a Weybridge, a Burhill e a Crawford, lo
Stabilimento Aeronautico Reale di Farnborough, lo Stabilimento Sperimentale di
Armamenti e di Aeronautica di Boscombe Down, e così via. Molte industrie sono sta-
te trasferite nei Bunker e nelle Cupole. Comunque, l'Imperiale, così potenziata, è di-
ventata il centro di ricerca scientifica e di tecnologia militare più importante della
Gran Bretagna.
Superati altri controlli di sicurezza, entrammo in uno stabilimento bene illuminato,
con un sano odore di grasso, di gomma e di metallo surriscaldato, in cui parecchi uo-
mini in tuta, alcuni dei quali fischiettavano, stavano lavorando intorno a diversi vei-
coli a motore, in diversi stadi di assemblaggio, sparsi sul pavimento di cemento spor-
co. Allora provai un certo sollievo dall'oppressione che mi affliggeva da quando mi
trovavo nella Cupola: ho spesso osservato che nulla può turbare troppo coloro che
hanno l'opportunità di lavorare manualmente.
- Questa - annunciò Wallis - è la nostra divisione di sviluppo VDC.
- VDC? Ah, sì! Ricordo: veicolo di dislocamento cronotico.
In quello stabilimento, gli allegri operai stavano costruendo macchine del tempo: e
su scala industriale, a quanto pareva.
La mia guida mi condusse a un veicolo che appariva pressoché completo. La vettu-
ra temporale, di un metallo simile a quello delle armi, non dipinto, che luccicava alla
luce delle lampade, era alta circa un metro e mezzo, di forma quadrangolare, ed era
munita, a ogni angolo, di una fiasca con coperchio a vite, larga circa cinque centime-
tri. Aveva un abitacolo ampio a sufficienza per ospitare quattro o cinque persone, ed
era dotata di tre paia di ruote cingolate, nonché di fanali e di altri accessori.
- È piuttosto diversa dal suo prototipo, vero? - commentò Wallis. - Infatti, è simile
a un veicolo militare standard, detto "autoveicolo universale", e naturalmente funzio-
na anche come un'autovettura a motore. Guardi… Mediante questi rulli dentati, i cin-
goli sono azionati da un motore Ford V8. E si può guidare mediante lo spostamento
di questo avantreno, così… - E mimò il movimento. - Oppure, se si deve compiere
una svolta più brusca, si possono frenare i cingoli. Tutto il veicolo è corazzato…
Massaggiandomi il mento, mi chiesi quanto avrei visto dei mondi che avevo visita-
to, se li avessi scrutati ansiosamente dall'interno di un autoveicolo temporale corazza-
to come quello.
- Naturalmente, la plattnerite è essenziale - continuò Wallis. - Non crediamo, però,
che sia necessario cospargere i componenti della macchina, come fece lei. Dovrebbe
bastare, invece, riempire queste fiasche…
- E svitò il tappo di uno dei contenitori installati agli angoli della macchina. - Ve-
de? Così, dall'interno dell'abitacolo, il veicolo può essere guidato nel tempo, ammes-
so che guidare sia il verbo adatto.
- E avete provato?
- Naturalmente no! - Wallis si passò le dita fra i capelli, scompigliandosi una cioc-
ca. - Infatti, non abbiamo plattnerite. - Quindi mi percosse una spalla. - E qui entra in
giuoco lei!

Percorsa una galleria e superati ulteriori controlli, entrammo in un ambiente lungo


e stretto, da cui, attraverso una parete interamente di vetro, era possibile osservare
una sala delle dimensioni di un campo da tennis. Sette ricercatori, tre dei quali donne,
ognuno seduto a una scrivania e abbigliato con il camice bianco sporco che era tipico
della categoria, sorvegliavano e manipolavano diversi strumenti. Quando entrammo, i
ricercatori mi guardarono. Rimasi colpito dall'affaticamento e dalla tensione nervosa
che i loro volti e i loro atteggiamenti esprimevano, benché fossero giovani. Wallis mi
spiegò che alcuni strumenti, i quali ticchettavano incessantemente, erano "contatori di
radiazioni".
La sala oltre la vetrata, tutta di cemento armato, con le pareti non imbiancate, era
vuota, tranne un parallelepipedo di mattoni grigiochiari e grigioscuri a strati alterni,
alto tre metri e largo un metro e ottanta, situato, immobile e silenzioso, al centro, so-
pra un basamento di spessi lastroni, e collegato mediante alcuni fili ad altrettanti ori-
fizi sigillati nelle pareti.
- È notevole, vero? - commentò Wallis, guardando attraverso la vetrata. - Voglio
dire, è notevole che qualcosa di tanto brutto e di tanto semplice abbia effetti tanto
immani. Il vetro è piombato, perciò dovremmo essere al sicuro, qui. Inoltre, la rea-
zione in questo momento è bassa.
Allora riconobbi l'oggetto mostrato nel notiziario della chiacchieratrice: - È quella
la macchina a fissione?
- È il secondo reattore a grafite del mondo - spiegò Wallis. - È una copia del primo,
costruito da Fermi all'Università di Chicago. - Sorrise.
- Se non sbaglio, lo installò in un campo di squash. È una storia interessante.
- Sì - risposi, cominciando a irritarmi. - Ma cosa reagisce a cosa?
- Ah… - Wallis si tolse gli occhiali per pulire le lenti con l'estremità della cravatta.
- Cercherò di spiegarle…
È inutile dire che Wallis andò per le lunghe, tuttavia compresi abbastanza il suo di-
scorso da riuscire a distillarne l'essenza.
Avevo già imparato da Nebogipfel che l'atomo contiene un'infrastruttura, e che
Thomson sarebbe stato uno dei primi a comprenderla. Wallis dichiarò che tale infra-
struttura poteva essere mutata, mediante la fusione di due nuclei, oppure per mezzo
della disintegrazione di un atomo, definita fissione atomica. E poiché l'infrastruttura
determinava l'identità dell'atomo, il risultato di tali modificazioni, naturalmente, era
nientedimeno che la trasformazione di un elemento in un altro: l'antico sogno degli
alchimisti!
- Ebbene, non la sorprenderà sapere - proseguì Wallis - che ad ogni disintegrazione
atomica si accompagna la liberazione di una certa quantità di energia, giacché gli a-
tomi sono sempre alla ricerca di una condizione più stabile, a più bassa energia. Mi
segue?
- Naturalmente.
- Questa pila è composta da sei tonnellate di carolinum, cinquanta tonnellate di os-
sido di uranio, quattrocento tonnellate di grafite, e anche in questo stesso momento
sta emanando un flusso invisibile di energia…
- Carolinum? Non ne ho mai sentito parlare.
- È un nuovo elemento artificiale prodotto dai bombardamenti. Il suo periodo di
dimezzamento è di diciassette giorni: in tale periodo, cioè, perde la metà dell'energia
immagazzinata.
Di nuovo, osservai quel blocco di mattoni apparentemente insignificante: aveva un
aspetto tanto scialbo e antipatico! Eppure, pensai, se quello che Wallis ha detto a
proposito dell'energia del nucleo atomico fosse vero… Poi chiesi: - Quali sono le ap-
plicazioni di questa energia?
Prima di rispondere, Wallis spinse indietro gli occhiali, che gli erano scesi sulla
punta del naso: - Abbiamo individuato tre vasti campi… In primo luogo, l'energia po-
trebbe essere applicata alla propulsione: dotati di pile del genere, i corazzati sommer-
gibili potrebbero percorrere gli oceani per mesi senza bisogno di rifornirsi di carbu-
rante, oppure sarebbe possibile costruire bombardieri d'alta quota in grado di compie-
re dozzine di volte il giro della Terra senza dover atterrare, e così via. In secondo
luogo, stiamo già usando la pila per irradiare diversi materiali. Siamo in grado di uti-
lizzare i sottoprodotti della fissione dell'uranio per trasmutare altri materiali: anzi, ne
abbiamo qui alcuni campioni, che servono al professor Gödel per certi suoi misteriosi
esperimenti. Naturalmente, non può esaminarli perché i contenitori si trovano all'in-
terno della pila.
- E la terza applicazione?
- Ah… - Di nuovo, gli occhi di Wallis assunsero un'espressione assorta, calcolatri-
ce.
- Ho già capito - ripresi, in tono truce. - Con l'energia atomica si realizzerebbe una
bomba perfetta.
- Naturalmente, vi sono gravi problemi pratici da risolvere: la produzione degli iso-
topi adatti in quantità sufficienti, la sincronizzazione delle esplosioni preliminari…
Però… Sì, sembra proprio che si potrebbe fabbricare una bomba abbastanza potente
da annientare una città intera, con Cupola e tutto. E sarebbe una bomba tanto piccola
da poter essere trasportata con una valigetta!

10. IL PROFESSOR GÖDEL

Percorrendo altre strette gallerie in cemento, entrammo finalmente nell'edificio


principale dell'università, che ospitava gli uffici, poi giungemmo a un corridoio con
un'elegante passatoia felpata e ritratti di eminenti uomini del passato alle pareti: quel-
lo che si sarebbe potuto definire un mausoleo per scienziati defunti. Era presidiato da
parecchi soldati, che però riuscivano a rendere molto discreta la loro presenza.
Là era stato assegnato un ufficio a Kurt Gödel.
Concisamente, Wallis mi raccontò la vita dello scienziato. Nativo dell'Austria, Gö-
del si era laureato in matematica a Vienna. Influenzato dallo schiamazzo dei filosofi
positivisti (personalmente, non ho mai avuto molto tempo da dedicare alla filosofia),
aveva incominciato a interessarsi della logica e dei fondamenti della matematica.
Nel 1931, a soli venticinque anni, Gödel aveva pubblicato la sua tesi sorprendente
sull'eterna incompletezza della matematica.
In seguito, si era interessato ai nuovi studi di fisica sullo spazio e sul tempo, produ-
cendo saggi speculativi sulla possibilità del viaggio temporale: immaginai che si trat-
tasse degli studi di cui mi aveva parlato Nebogipfel. Qualche tempo più tardi, a causa
delle pressioni del Reich, si era trasferito a Berlino, dove aveva iniziato a lavorare al-
le applicazioni militari del viaggio cronotico.
Ci fermammo dinanzi a una porta, a cui una targa d'ottone con il nome di Gödel
era stata applicata tanto di recente, che notai i trucioli della trapanatura caduti sul tap-
peto.
Prima di bussare, Wallis mi avvertì che mi sarebbe stata concessa soltanto una visi-
ta breve.
Una voce esile e acuta rispose: - Avanti!
Entrammo in un ufficio spazioso, dal soffitto alto, con un bel tappeto, una lussuosa
carta da parati, e una scrivania con il sottomano in cuoio verde. Un tempo, la stanza
doveva essere stata soleggiata: infatti le ampie finestre, chiuse da tende, guardavano a
occidente, in direzione, fra l'altro, della casa in cui alloggiavo.
Colui che sedeva alla scrivania continuò a scrivere, con un braccio piegato intorno
alla pagina, evidentemente per impedirci di vedere. Era basso, magro, dall'aria mala-
ticcia, con la fronte alta e fragile: giudicai che fosse sulla trentina. Indossava un com-
pleto di lana tutto sgualcito.
Con un sopracciglio inarcato, Wallis mi guardò, sussurrando: - È un tipo strambo,
ma ha un intelletto notevole.
Le scaffalature che coprivano le pareti erano vuote. Sul tappeto erano ammucchiate
parecchie casse, da cui si erano riversati cumuli di libri e di riviste, prevalentemente
in Tedesco. In una cassa intravidi alcuni attrezzi scientifici, nonché alcuni recipienti
di campioni, uno dei quali conteneva una sostanza che mi fece palpitare d'entusiasmo.
Distolsi risolutamente lo sguardo dalla cassa, nel tentativo di dissimulare la mia
emozione.
Finalmente, con un sospiro d'esasperazione, l'uomo alla scrivania scagliò rumoro-
samente la penna contro una parete, appallottolò con entrambe le mani i fogli su cui
aveva scritto, quindi li gettò tutti quanti nel cestino. Come se si accorgesse della no-
stra presenza soltanto in quel momento, alzò lo sguardo: - Ah… Wallis… - Infilò le
mani sotto la scrivania e parve rimpicciolire.
- È stato molto gentile a riceverci, professor Gödel. Questi è… - E Wallis mi pre-
sentò.
- Ah! - ripeté Gödel, sorridendo a mostrare i denti irregolari. - Naturalmente… - Si
alzò, con movimenti bruschi, rigidi, e girò intorno alla scrivania per offrirmi la mano.
Mentre gliela stringevo, sentendola magra, ossuta e fredda, aggiunse: - Sono lieto di
conoscerla. Prevedo che avremo parecchie lunghe discussioni. - Parlava un buon In-
glese, con un lieve accento.
Prendendo l'iniziativa, Wallis c'invitò ad accomodarci nelle poltrone accanto alle
finestre.
- Spero che si ambienterà in questa nuova epoca - mi disse sinceramente Gödel. -
Può darsi che sia un po' più violenta del mondo che ricorda, ma forse anche lei, come
me, sarà tollerato in quanto utile eccentrico. Vero?
Con veemenza, Wallis intervenne: - Suvvia, professore…!
- Eccentrico - ribadì Gödel. - Ekkentros: fuori centro. - Di nuovo guardò me. - È
proprio quello che siamo entrambi, sospetto: un po' esterni al centro delle cose. Suv-
via, Wallis… So bene che voi inglesi conformisti mi considerate un po' strano.
- Be'…
- Il povero Wallis non riesce ad adattarsi alla mia abitudine di riscrivere più volte
la corrispondenza - mi disse Gödel. - Talvolta eseguo dieci o dodici revisioni, e fini-
sco comunque per buttare via tutto, come lei stesso ha visto poco fa. È strano? Be',
comunque è così.
- Immagino che rimpianga di aver dovuto lasciare la sua patria…
- No, niente affatto. - A voce bassa, in tono da cospiratore, Gödel aggiunse: - Sono
stato costretto ad abbandonare l'Europa.
- Perché?
- Per via del kaiser, naturalmente.
In silenzio, Wallis mi lanciò un'occhiataccia d'avvertimento.
- Ho le prove, sa? - continuò Gödel, assorto. - Ho due fotografie, una del 1915 e
una di quest'anno, dell'uomo che finge di essere il kaiser Guglielmo. Misurando la
lunghezza del naso e calcolando il rapporto con la distanza fra la punta del naso me-
desimo e la punta del mento… si scopre la differenza!
- Io… Accidenti!
- Proprio così. E con un millantatore al timone… Chi può sapere dove si sta diri-
gendo la Germania?
- Esatto - si affrettò a intervenire Wallis. - Comunque, quali che siano le sue ragio-
ni, siamo felici che lei abbia accettato l'incarico che le abbiamo offerto, e che abbia
scelto la Gran Bretagna come sua nuova patria.
- Già - aggiunsi. - Non avrebbe potuto stabilirsi in America, magari a Princeton,
oppure…?
- Certamente. - Gödel parve sconvolto. - Ma sarebbe inconcepibile: del tutto in-
concepibile.
- Perché?
- Per via della costituzione, naturalmente! - Ciò detto, lo stravagante scienziato si
lanciò in una lunga e incoerente disquisizione su come aveva scoperto nella costitu-
zione americana una lacuna che avrebbe consentito d'istituire legalmente la dittatura.
Seduti in silenzio, Wallis ed io sopportammo la concione.
- Be' - chiese Gödel, quando ebbe concluso, - che cosa ne pensa?
Nonostante le severe occhiate di Wallis, decisi di essere sincero: - Non riesco a
trovare difetti nella sua logica, ma la sua applicazione mi sembra estremamente biz-
zarra.
- Be'… forse! - sbuffò Gödel. - Ma la logica è tutto, non crede? Il metodo assioma-
tico è potentissimo. - E sorrise. - Ho trovato anche una prova ontologica dell'esistenza
di Dio: è del tutto inattaccabile, a quanto posso giudicare, e ha precedenti onorevoli
che risalgono all'arcivescovo Anselmo, ottocento anni fa. Ascolti…
- Forse un'altra volta, professore - interruppe Wallis.
- Ah, sì… Benissimo… - Gödel ci guardò entrambi, l'uno dopo l'altro, con occhi
penetranti, assolutamente inquietanti. - Dunque, il viaggio temporale… La invidio
davvero molto, sa?
- Per i miei viaggi?
- Sì, ma non per tutto il tedioso saltellare avanti e indietro nella storia… - Gli occhi
di Gödel divennero acquosi, scintillanti nell'intensa luce elettrica.
- E per cosa, allora?
- Be', per avere intravisto altri mondi, altre possibilità… Capisce? La capacità di
comprensione dello scienziato, straordinaria, quasi telepatica, mi raggelò: - Mi spie-
ghi che cosa intende…
- L'esistenza reale di altri mondi, la quale implica un significato che travalica la
nostra breve esistenza, mi sembra evidente. Chiunque abbia fatto esperienza delle
meraviglie della scoperta matematica deve sapere che le verità matematiche hanno
un'esistenza indipendente dalle menti in cui trovano ricetto: tali verità sono schegge
del pensiero di qualche mente superiore. Ascolti… Le nostre vite, qui, sulla Terra,
hanno soltanto un significato dubbio, dunque il loro vero significato deve risiedere
fuori di questo mondo. Capisce? Fin qui, si tratta di logica pura e semplice. Il concet-
to secondo cui tutto al mondo ha un significato ultimo è l'analogo esatto del principio
secondo cui tutto ha una causa: un principio su cui si basa tutta la scienza. Ne conse-
gue immediatamente che da qualche parte oltre la nostra storia esiste il mondo assolu-
to in cui tutto il significato si risolve. Il viaggio temporale, per sua stessa natura, pro-
voca perturbazioni nella storia, e dunque la generazione, o la scoperta, di altri mondi
oltre al nostro. Perciò il compito del viaggiatore temporale è quello di cercare, e di
continuare a cercare, il mondo assoluto, fino a trovarlo, o costruirlo!
Allorché lasciammo Gödel, la mia mente era in tumulto. Decisi che non mi sarei
beffato mai più dei filosofi matematici, perché quello strano ometto, senza lasciare il
suo ufficio, aveva viaggiato più oltre, nel tempo, nello spazio e nella comprensione,
di quanto avessi mai fatto io con la macchina del tempo. E sapevo che presto avrei
dovuto davvero recarmi di nuovo a visitare Gödel, perché ero convinto di avere vedu-
to in quella cassa un flacone di plattnerite grezza!

11. IL NUOVO ORDINE MONDIALE

Verso le sei, riaccompagnato al nostro alloggio, entrai lanciando grida di saluto e


trovai i miei compagni nella sala da fumo. Quando varcai la soglia, Nebogipfel, che
stava ancora studiando i suoi appunti, apparentemente impegnato a tentare di rico-
struire tutta la futura scienza della meccanica quantistica in base alla propria memoria
imperfetta, balzò in piedi: - Hai incontrato Gödel?
- Sì - sorrisi. - E inoltre… Sì, avevi ragione… - Lanciai un'occhiata a Filby, però il
povero vecchio non poteva sentirci, perché si era appisolato leggendo una rivista. -
Credo che Gödel possegga un po' di plattnerite.
- Ah… - Benché impassibile come sempre, Nebogipfel si percosse il palmo di una
mano con il pugno dell'altra, in un gesto decisamente umano. - Allora c'è speranza.
Intanto, Mosè si avvicinò per offrirmi un bicchiere di whisky allungato con acqua.
Mentre bevevo con sollievo, perché il pomeriggio non era stato meno caldo della
mattinata, Mosè mi si accostò maggiormente: - Sono giunto a una conclusione…
Così, riuniti in conciliabolo, a testa china, gli uni vicini agli altri, Nebogipfel, Mosè
ed io, discutemmo sottovoce.
- Vale a dire? - chiesi.
- Dobbiamo davvero andarcene da qui, e con ogni mezzo!
Ciò detto, Mosè ci raccontò come aveva trascorso la giornata. Annoiato, si era
messo a conversare con i giovani militari, alcuni dei quali erano ufficiali. Al pari di
tutti coloro che erano in servizio nella zona universitaria, i soldati che avevano avuto
l'incarico di sorvegliarci erano intelligenti e istruiti. A quanto sembrava, avevano pre-
so in simpatia Mosè: infatti lo avevano invitato alla locanda Queen's Arms, che si
trovava nelle vicinanze, a Queen's Gate Mews. In seguito, con alcuni risciò, lo aveva-
no condotto nel West End. Dopo avere bevuto alcuni bicchieri, i giovani militari ave-
vano discusso volentieri, con lo straniero proveniente dal passato, delle loro idee e
delle loro concezioni del nuovo stato moderno.
Contento di sentire che Mosè si era liberato della sua timidezza e si era interessato
al mondo in cui eravamo stati trasportati, ascoltai affascinato il suo racconto.
- Sono tutti giovani molto simpatici - dichiarò Mosè. - Sono competenti, pratici, ed
evidentemente coraggiosi. Però hanno certe idee!
Come Mosè aveva scoperto, il concetto fondamentale del futuro era la pianifica-
zione. Una volta fondato lo stato moderno, diretto dai vincitori, ossia i britannici e i
loro alleati, il controllo aereo e marittimo si sarebbe impossessato di tutti i porti, di
tutte le miniere, di tutti i pozzi petroliferi e di tutte le centrali energetiche. Allo stesso
modo, il controllo dei trasporti si sarebbe impossessato dei cantieri navali di tutto il
mondo, per convertirli dalla produzione bellica a quella civile. Il controllo alleato de-
gli approvvigionamenti avrebbe organizzato la produzione del ferro, dell'acciaio, del-
la gomma, del cotone, della lana e delle sostanze vegetali, e similmente avrebbe ope-
rato il controllo delle risorse alimentari.
- Insomma, avete capito - continuò Mosè. - Diventerà un mondo di dominio assolu-
to: il nuovo Stato Mondiale Alleato s'impadronirà di tutte le risorse planetarie, orga-
nizzandone lo sfruttamento innanzitutto per la ricostruzione postbellica, e in seguito
per il miglioramento dell'umanità. Come vedete, è tutto pianificato da un gruppo diri-
gente onnisciente, onnipotente, e per giunta autoeletto!
- A parte quest'ultimo particolare - commentai, pensoso - non mi sembra poi tanto
male…
- Può anche darsi. Ma questa pianificazione non si limiterà all'organizzazione pla-
netaria dello sfruttamento delle risorse materiali, bensì anche di quelle umane. Ed è
qui che inizia il problema. Consideriamo innanzitutto il comportamento. - Mosè mi
guardò. - Questi giovani non giudicano molto favorevolmente la nostra epoca: sono
stato informato, infatti, che noi soffriamo di una "profonda dissolutezza nella condot-
ta privata"! Loro, invece, sono tornati alla più rigorosa morigeratezza, soprattutto per
quanto concerne la sessualità. Pensare agli affari: questo è l'ordine del giorno!
Con un empito di nostalgia, replicai: - Immagino che tutto ciò lasci presagire poco
di buono per il futuro dell'impero… Leicester Square…
- E già stata chiusa, demolita, per far posto a un ufficio di pianificazione ferrovia-
ria! E non intendono certo fermarsi a questo. La prossima fase sarà un po' più attiva.
Assisteremo allo sterminio indolore degli "anormali in condizioni più pietose" (e non
sono parole mie!), nonché alla sterilizzazione di coloro che altrimenti trasmetterebbe-
ro tendenze che sono, cito: "del tutto indesiderabili". Sembra che in alcune regioni
della Gran Bretagna questo processo di epurazione sia già incominciato. Dispongono,
ad esempio, di un gas chiamato "cinetogeno di Pabst". Insomma, potete capire che
intendono manipolare il corredo genetico dell'umanità.
- Mmm… Diffido profondamente di una normalizzazione di questo genere - di-
chiarai. - È davvero tanto desiderabile che il futuro della specie umana debba essere
filtrato attraverso la "tolleranza" degli inglesi del 1938? La loro lunga ombra dovreb-
be dunque protendersi su milioni di anni a venire?
- Secondo loro - riprese Mosè - tutto dipende dalla pianificazione, senza la quale
l'umanità ricadrebbe inevitabilmente nel caos e nella barbarie, che la condurrebbero
all'estinzione.
- E gli uomini moderni sarebbero capaci di compiere una tale impresa epocale?
- Sicuramente vi saranno conflitti e spargimenti di sangue senza precedenti, persi-
no in confronto a questa guerra tetra e spaventevole, giacché la maggior parte dei pa-
esi del mondo non intende subire l'imposizione della pianificazione dei tecnocrati al-
leati.
Scrutando Mosè negli occhi, riconobbi in lui il furore morale nei confronti dell'in-
sensatezza umana, che era stato parte integrante di me in gioventù. Avevo sempre dif-
fidato dell'avanzamento della civiltà a tutti i costi, perché mi sembrava un edificio in-
stabile, destinato a crollare prima o poi sulle teste dei suoi sciocchi costruttori. E il
progetto dello stato moderno era sicuramente il più folle, ad eccezione della guerra in
corso, di cui avessi udito parlare da qualche tempo. Sbarazzatosi della paura e dello
scoramento, Mosè era diventato una versione più giovane e più determinata di me: in
quel momento, in cui fu come se gli leggessi negli occhi grigi quello che stava pen-
sando, mi sentii più che mai legato a lui da un'intimità profonda.
- E va bene - annunciai. - Allora è deciso. Credo che nessuno di noi possa tollerare
un futuro del genere.
In silenzio, Mosè scosse la testa. Da parte sua, Nebogipfel parve d'accordo. Quanto
a me, rinnovai la decisione di porre fine una volta per sempre ai viaggi temporali.
- Dobbiamo fuggire, dunque. Ma come…?
D'improvviso, impedendomi di formulare la domanda, la casa tremò.
Caddi violentemente, rischiando di sbattere la testa contro la scrivania. Rimbombò
un rumoreggiare cupo, simile a quello che avrebbe potuto essere prodotto dallo sbat-
tere di una porta gigantesca nelle profondità del sottosuolo. La luce delle lampade va-
cillò, ma senza spegnersi. Tutt'intorno si udirono grida, i gemiti del povero Filby, uno
spicinio di vetri rotti, tonfi di oggetti che cadevano.
Poi l'edificio parve ritrovare la propria stabilità. Tossendo, perché lo sconquasso
aveva sollevato una quantità esorbitante di polvere, mi rialzai a fatica: - State tutti be-
ne? Mosè? Nebogipfel?
Vedendo che Mosè stava già aiutando Nebogipfel, il quale sembrava illeso benché
gli fosse caduta addosso una scaffalatura, cercai Filby.
Il mio vecchio amico era stato fortunato: non era neppure caduto dalla sedia. Alza-
tosi, si recò alla finestra, il cui vetro si era spaccato.
Mi avvicinai: - Filby… Mio caro amico… - E gli passai le braccia intorno alle
spalle curve. - Andiamo via…
Con gli occhi cisposi e lacrimanti, il viso incrostato di polvere, ignorandomi, Filby
indicò fuori della finestra con un dito nodoso: - Guarda…
Nell'accostare la testa al vetro, mi misi le mani intorno al viso per annullare il ri-
flesso delle lampade elettriche, quindi guardai fuori. Le lampade Aldis della chiac-
chieratrice erano spente, al pari di gran parte dell'illuminazione stradale. Parecchie
persone fuggivano di corsa, terrorizzate; una bicicletta giaceva abbandonata; un sol-
dato con la maschera antigas sparava in alto. E dall'alto, appunto, in lontananza, un
raggio di luce intensa, in cui galleggiava freneticamente il pulviscolo, cadeva verti-
calmente a illuminare una sezione trasversale di strade e di case, un angolo di Hyde
Park, e numerosi cittadini che si proteggevano il viso con le mani, abbacinati, batten-
do le palpebre come civette.
Quel raggio accecante era la luce del giorno: nella Cupola era stata aperta una
breccia.

12. L'ASSALTO TEDESCO A LONDRA

La porta principale, evidentemente spalancata dall'esplosione, pendeva dai cardini.


Non vi era traccia dei soldati che avevano avuto l'incarico di sorvegliarci: neppure del
fedele Puttick. Fuori, in Queen's Gate Terrace, si udivano rumori di corsa, strilli e
grida rabbiose, fischi acuti. Nell'aria indugiavano gli odori della polvere, del fumo e
della cordite. La lama di luce diurna di giugno incombeva su tutto, enorme, splenden-
te e tagliente. Sgomenta e terrorizzata, la popolazione di Londra, fino a quel momen-
to protetta dalla Cupola come da un carapace, batteva le palpebre, simile a uno stor-
mo di civette spaventate e abbacinate.
D'improvviso, Mosè mi percosse una spalla: - Questa confusione non durerà a lun-
go. È la nostra occasione: dobbiamo approfittarne subito.
- Benissimo. Io vado a chiamare Nebogipfel e Filby. Tu raccogli un po' di equi-
paggiamento…
- Equipaggiamento? Quale equipaggiamento?
Quale pazzo si sarebbe mai avventurato nel tempo in vestaglia e ciabatte? Irritato e
spazientito, ribattei: - Candele, fiammiferi… Tutto quello che riesci a trovare. E qua-
lunque tipo di arma: andrà bene anche un coltello da cucina, se non troverai di me-
glio. - Freneticamente, pensai: Cos'altro? Cos'altro? Poi aggiunsi: - Canfora, se ce
n'è, e indumenti intimi! Riempiti le tasche!
- Ho capito - annuì Mosè. - Riempirò una borsa, o una valigia. - Quindi rientrò, av-
viandosi verso la cucina.
Mi affrettai a tornare nella sala da fumo, dove Nebogipfel, indossato nuovamente il
berretto da studente, stava raccogliendo i propri appunti in una cartellina di cartone.
Quel povero vecchio diavolo di Filby, invece, era accoccolato sotto la finestra, con le
ginocchia ossute raccolte contro il petto concavo, e le mani sollevate dinanzi al viso,
come un pugile in guardia.
Mi accosciai accanto a lui: - Filby… Filby, vecchio mio…
Quando mi allungai a toccarlo, Filby si scostò, trasalendo.
- Devi venire con noi. Non sei al sicuro, qui.
- Al sicuro? E lo sarò invece con te, vero? Tu… Cospiratore! Ciarlatano! - Con gli
occhi irritati dalla polvere, colmi di lacrime, luminosi come finestre, Filby pronunciò
le ultime parole come se fossero gli insulti peggiori che si potesse immaginare. - Ri-
cordo bene la volta che ci spaventasti a morte tutti quanti con quel dannato trucco dei
fantasmi, a Natale! Be', non mi lascerò ingannare un'altra volta!
- Cerca di ragionare! - sbottai, trattenendomi dallo scrollarlo. - Il viaggio temporale
non è un trucco, e di sicuro non lo è questa vostra guerra disperata!
In quel momento mi sentii toccare una spalla. Con le dita pallide che sembravano
splendere nei frammenti di luce diurna che entravano dalla finestra, Nebogipfel disse
gentilmente: - Non possiamo aiutarlo.
Guardando Filby, con la testa china, il viso coperto dalle mani tremanti e chiazzate
dalla discromia, capii che non poteva più sentirmi: - Non possiamo abbandonarlo co-
sì…
- Che cosa vorresti fare? Riportarlo nel 1891? L'epoca che ricordi non esiste più, se
non in chissà quale dimensione irraggiungibile.
Con uno zainetto stracolmo in mano, Mosè irruppe nella stanza: - Sono pronto… -
ansimò. Indossava gli spallacci e aveva la maschera antigas alla cintura. Poi guardò a
turno Nebogipfel e me, che tardavamo a rispondere: - Che cosa succede? Che cosa
state aspettando?
In silenzio, protesi una mano a stringere affettuosamente una spalla di Filby, il qua-
le, se non altro, non si ritrasse: lo considerai, dunque, come un ultimo brandello di
contatto amichevole fra noi.
Quella fu l'ultima volta che lo vidi.

Il quartiere di Londra in cui si trovava Queen's Gate Terrace, ricordavo, era sempre
stato relativamente tranquillo. Ma quando ci affacciammo a guardare in strada, ve-
demmo uomini e donne che, abbandonati i luoghi di lavoro e le case, fuggivano, cor-
rendo, incespicando, urtandosi a vicenda. Molti erano protetti dalle maschere antigas.
Sui volti di coloro che non le portavano, vidi sofferenza, paura e disperazione.
Evidentemente le scuole erano state chiuse: si vedevano bambini ovunque, in gran
parte abbigliati con le scialbe uniformi scolastiche, i volti nascosti dalle piccole ma-
schere antigas. Vagavano per le strade, piangendo, alla ricerca dei genitori. Dinanzi al
pensiero del dolore delle madri che cercavano i figli nella città trasformata in un im-
menso formicaio brulicante, la mia immaginazione si ritrasse.
Vi erano persone che non avevano rinunciato alle valigette e alle borsette: oggetti
familiari, d'uso quotidiano, perfettamente inutili in quella circostanza. Altri trasporta-
vano una parte dei loro averi in valigie gonfie da scoppiare, oppure in fagotti ricavati
da tende o lenzuola annodate. Un uomo magro e intenso avanzava a fatica, spingendo
una bicicletta con un mobile, sicuramente pieno di oggetti preziosi, in equilibrio sul
manubrio e sul sellino. Con la ruota anteriore, urtava le schiene o le gambe dei fug-
giaschi che lo precedevano, gridando: - Via! Via! Largo! Largo!
Nessuno cercava di riportare l'ordine. Sembrava che i poliziotti e i soldati fossero
stati sopraffatti, oppure che si fossero sbarazzati delle uniformi e che a loro volta si
fossero dati alla fuga. In piedi sopra un gradino, un membro dell'Esercito della Sal-
vezza gridava: - Eternità! Eternità!
- Guarda… - indicò Mosè. - La Cupola è spaccata a oriente, in direzione di Step-
ney. E così, è smentita la tanto vantata invulnerabilità di questa volta meravigliosa!
Era vero. Sembrava che una bomba enorme avesse aperto una breccia immensa nel
guscio di cemento, in prossimità dell'orizzonte orientale. Al di sopra della ferita, la
Cupola si era spaccata come un uovo, fin quasi alla sommità, e la fenditura, simile a
un nastro azzurro gigantesco e irregolare, rivelava il cielo. Per giunta, stava conti-
nuando a rompersi: pezzi di muratura, alcuni dei quali grandi come case, piovevano
sulla parte sottostante della città, dove la gravità dei danni e il numero dei defunti do-
vevano essere elevatissimi.
Da lontano, a settentrione, giunse una serie di tuoni attutiti, simile al rumore dei
passi di un gigante. Ovunque, l'aria era straziata dai lamenti delle sirene: 'ulla, 'ulla,
'ulla; nonché dai gemiti immani delle crepe che continuavano ad aprirsi nella Cupola.
Immaginai cos'avrei visto se avessi potuto guardare dall'alto della volta: Londra,
città spaventata ma efficiente, trasformata in pochi istanti in un ricettacolo di caos, di
panico e di morte. Di sicuro, ogni strada che conduceva a ovest, a sud o a nord, lonta-
no dalla breccia nella Cupola, era invasa da un fiume fremente di esseri umani in pre-
da alla sofferenza e all'angoscia: ognuno era un figlio smarrito, oppure un coniuge o
un genitore straziato.
Nel tumulto assordante della strada, Mosè fu costretto a urlare: - Quella dannata
Cupola sta per crollare da un momento all'altro su tutti quanti noi!
- Lo so! Dobbiamo arrivare all'Imperial College! Forza! Dobbiamo farci largo!
Nebogipfel… Aiutaci, se puoi!
Riuscimmo a raggiungere il centro della strada affollata, però dovevamo andare ad
oriente, ossia nella direzione opposta a quella della folla. Abbagliato dalla luce del
sole, Nebogipfel fu quasi travolto da un individuo con la faccia di luna piena e con gli
spallacci sopra un completo dal taglio e dal colore severi, il quale continuò la sua fu-
ga agitando minacciosamente un pugno. In seguito, Mosè ed io proteggemmo sempre
il Morlock, ciascuno di noi tenendolo per un braccio magro. Rischiando di atterrarlo,
urtai un ciclista. Gridandomi un insulto incomprensibile, questi cercò di picchiarmi
con un pugno ossuto, che io schivai, abbassandomi; poi proseguì la fuga insieme alla
calca, con la cravatta drappeggiata sopra una spalla. Una donna grassa e vacillante
camminava all'indietro, trainando un tappeto arrotolato, con la gonna sollevata fin so-
pra alle ginocchia, a mostrare i polpacci striati di polvere. Quando un fuggiasco a
piedi o in bicicletta le passava sopra il tappeto, barcollava. Vidi le lacrime inondarle
gli occhiali della maschera antigas, mentre lottava irrazionalmente per trascinare
quell'oggetto ingombrante che per lei aveva tanta importanza.
I pochi volti nudi, magari di un impiegato dagli occhi arrossati o di una commessa
affaticata, suscitavano in me un barlume di solidarietà, ma per il resto, con le masche-
re antigas, nella confusa alternanza di oscurità e di luci incerte, la folla appariva ano-
nima, simile a una massa d'insetti, perciò mi sembrava di essere stato nuovamente
trasportato lontano dalla Terra, su qualche remoto pianeta d'incubo.
A un tratto, l'aria venne trafitta da una sorta di strillo monotono, che sembrava
giungere dalla breccia a oriente. Intorno a noi, la folla indugiò un istante, come in a-
scolto. Incapaci di comprendere il significato di quell'evento nuovo e minaccioso,
Mosè ed io ci scambiammo un'occhiata di sconcerto.
Lo strillo cessò d'improvviso.
Nel silenzio che seguì, una voce gridò: - Una bomba! Sta per scoppiare una bom-
ba!
Finalmente compresi che cosa, poco prima, avesse prodotto a settentrione quel ru-
more come di lontani passi giganteschi: il tuonare delle artiglierie.
Anche la pausa finì. Intorno a noi, il panico esplose più frenetico che mai. Afferrai
Mosè per una spalla, quindi, senza tante cerimonie, spinsi al suolo lui e Nebogipfel.
Fummo sommersi dalla calca come da un'onda di carne calda e palpitante. In quell'ul-
timo istante, percosso dalle gambe dei fuggiaschi, udii la voce acuta del membro del-
l'Esercito della Salvezza, il quale continuava a strillare: - Eternità! Eternità!
Poi brillò un lampo, vividissimo anche attraverso gli strati di corpi, e il suolo fu
squassato da un tremito immane. Con violenza, fui sollevato dalla strada, sbattendo la
testa contro quella di un profugo, e gettato nuovamente a terra, privo per il momento
di coscienza.

13. IL BOMBARDAMENTO

Nel riprendere conoscenza, mi accorsi che Mosè, tenendomi con le mani sotto le
ascelle, mi stava trascinando fuori da un mucchio di cadaveri. Quando il mio piede
s'impigliò in quello che mi parve un telaio di bicicletta, gridai.
Dopo avermi lasciato un momento per sganciare il piede, Mosè mi liberò del tutto:
- Stai bene? - Mi palpò la fronte, insanguinandosi i polpastrelli. Notai che aveva per-
duto lo zainetto.
Mi sentivo assalito dalla vertigine. Sembrava che un dolore grave mi si librasse
sulla testa, in attesa di abbattersi con tutta la sua violenza: capii che una volta svanito
l'intontimento temporaneo avrei sofferto molto. Tuttavia, non avevo il tempo di pre-
occuparmi per questo: - Dov'è Nebogipfel?
- Sono qui. - Il Morlock era in strada, illeso. Aveva perduto il berretto e aveva gli
occhiali graffiati da qualche scheggia. Guardava volar via le pagine sparse degli ap-
punti, cadute dalla cartellina che si era aperta.
L'esplosione e lo spostamento d'aria avevano sparpagliato i profughi come birilli:
giacevano tutt'intorno nelle posizioni più strane, gli uni sugli altri, con le braccia pro-
tese, le caviglie storte, le bocche aperte, gli occhi fissi, le carni e gli indumenti chiaz-
zati di sangue fosco, uomini vecchi sopra donne giovani, un bimbo sopra la schiena
di un soldato. I feriti si muovevano, si lamentavano, cercavano faticosamente e dolo-
rosamente di alzarsi. E quella vista mi rammentò null'altro che un mucchio d'insetti
brulicanti.
- Mio Dio… - disse Mosè, commosso. - Dobbiamo aiutare questa gente…
- No - ribattei, con voce tagliente. – Non possiamo. Sono troppi: non c'è nulla che
possiamo fare. Siamo fortunati ad essere sopravvissuti. Non capisci? E adesso che le
artiglierie hanno trovato la gittata… Andiamo! Dobbiamo rimanere fedeli al nostro
proposito: fuggire da qui, nel tempo!
- Non lo sopporto - insistette Mosè. - Non ho mai visto nulla di simile…
- Temo - commentò trucemente Nebogipfel, avvicinandosi - che vedremo ben di
peggio, prima di abbandonare questo vostro secolo.
Così, continuammo la fuga, scivolando sulla strada viscida di sangue e di escre-
menti. Quando passammo dinanzi a un ragazzino con una gamba rotta, che piangeva
e si lamentava, incapace di muoversi, Mosè ed io, nonostante ciò che avevo detto po-
c'anzi, fummo incapaci di resistere alle sue richieste d'aiuto. Ci curvammo a sollevar-
lo dal luogo in cui giaceva, accanto al cadavere di un lattaio, e lo trasportammo sul
marciapiede, in modo che potesse sedere addossato al muro. Allora una donna lo vi-
de, uscì dalla folla e gli si avvicinò, poi, con un fazzoletto, incominciò a pulirgli il vi-
so.
- È sua madre? - chiese Mosè. - Non lo so…
Allora udimmo alle nostre spalle la strana voce aliena di Nebogipfel, simile a un
richiamo da un altro monda: - Andiamo.
Riprendemmo la fuga. Giunti all'angolo in fondo alla strada, scoprimmo che quello
era stato l'epicentro dell'esplosione.
- Almeno - commentai - non hanno lanciato i gas.
- No, ma… - replicò Mosè, con voce angosciata. - Oh, Dio! È abbastanza!
La strada era squarciata da un cratere di oltre un metro di diametro. Le porte erano
sfondate, tutte le finestre erano fracassate, le tende pendevano inutili, le pareti e i pa-
vimenti erano schiantati o butterati dagli shrapnel, e le persone…

Talvolta, il linguaggio non può descrivere adeguatamente l'orrore. Talvolta, la co-


municazione fra persone degli eventi impressi nella memoria, su cui si basa la società
umana, è impossibile. Ebbene, l'esperienza che vissi in quella occasione rientra ap-
punto in tale categoria: non posso comunicare l'orrore di quella strada di Londra a chi
non ne sia stato testimone.
Teste, braccia e gambe, molte delle quali ancora vestite, erano sparse ovunque.
Una testa sembrava accuratamente posata sulla strada accanto a una valigetta. Un
braccio disteso aveva ancora l'orologio al polso: mi domandai se funzionasse! Accan-
to al cratere, una manina che giaceva sul dorso, con le dita rattrappite, sembrava un
fiore, anche se descriverla così sembra assurdo: persino comico. Anche in quel mo-
mento fui costretto a rammentare a me stesso che soltanto pochi minuti prima quei
pezzi staccati di carne che si raffreddava erano appartenuti agli organismi di esseri
umani senzienti, ciascuno con la propria vita e le proprie speranze. Eppure mi sem-
bravano non più umani dei componenti di una bicicletta fracassata, che erano sparsi
sulla strada.
Non avevo mai visto nulla di simile. Mi sentivo distaccato da tutto, come se mi
muovessi in un paesaggio di sogno. Sapevo però che nella mia interiorità avrei rivisi-
tato in eterno quel carnaio. Ricordai l'Interno della Sfera, immaginandola come una
conca colma di milioni di nuclei d'orrore e di sofferenza, ciascuno non meno orrendo
di quello in cui mi trovavo. E il pensiero che una tale follia si fosse abbattuta su Lon-
dra, la mia Londra, mi colmò di un'angoscia che mi colpì come una fitta dolorosa alla
gola.
Pallido, il viso coperto da una patina fine e lustra di sudore e di polvere, Mosè lan-
ciava occhiate tutt'intorno, con gli occhi fissi e sgranati. Nebogipfel, attraverso gli oc-
chiali, osservava quella strage spaventevole con gli occhi grandi, senza battere le pal-
pebre: mi domandai se incominciasse a credere che non lo avessi trasportato nel pas-
sato, bensì in qualche profondo girone infernale.

14. LA ROTOMINA

Percorse con difficoltà le ultime decine di metri, giungemmo al muro di cinta del-
l'Imperial College, dove, con mio sgomento, un soldato che indossava la maschera
antigas, armato di fucile, c'impedì di entrare. Intrepido, ma evidentemente del tutto
privo d'immaginazione, era rimasto al suo posto, mentre i rigagnoli della strada si ar-
rossavano di sangue. Alla vista di Nebogipfel, sgranò gli occhi, protetti dagli occhiali
del facciale. Non mi riconobbe, e rifiutò assolutamente di lasciarci passare senza il
salvacondotto necessario.
D'improvviso, si udì un altro fischio nell'aria. Spaventati, ci raccogliemmo tutti in
noi stessi, in attesa dell'esplosione: persino il soldato si portò l'arma al petto, come se
fosse stata uno scudo totemico. Ma la bomba scoppiò a qualche distanza, con un lam-
po, un rumore di vetro fracassato, e un tremito del suolo.
A pugni serrati, Mosè si avvicinò al soldato. Sembrava che l'orrore suscitato in lui
dal bombardamento si fosse trasformato in collera: - Hai sentito, dannato tirapiedi in
uniforme? - ruggì. - La città è ormai in preda al caos! Che cosa stai sorvegliando? A
che cosa serve, ormai? Non vedi che cosa sta succedendo?
La sentinella gli puntò il fucile al petto: - Ti avverto, amico…
- No, non vede affatto - intervenni, ponendomi tra il soldato e Mosè, deluso e
sconcertato dal fatto che quest'ultimo avesse perduto il controllo, nonostante lo stato
d'animo in cui si trovava.
- Possiamo trovare un altro passaggio - suggerì Nebogipfel. - Si saranno aperte
brecce nel muro di cinta dell'università…
- No - insistetti, risolutamente. - Questa è la via che conosco. - A mia volta, fron-
teggiai la sentinella. - Ascolta, soldato… Non ho l'autorità di darti ordini, ma ti assi-
curo che sono importante per lo sforzo bellico.
Dietro gli occhiali della maschera, il soldato socchiuse gli occhi.
- Chiama il dottor Wallis o il professor Gödel - continuai. - Sono certo che garanti-
ranno per me. Ti prego, almeno, di controllare.
Dopo un'ultima esitazione, ma sempre tenendoci sotto tiro, il soldato varcò la so-
glia, camminando all'indietro, poi staccò il ricevitore di un telefono a muro.
Nei minuti che la sentinella rimase all'apparecchio, attesi con angoscia crescente.
Non sopportavo che un ostacolo tanto meschino m'impedisse di fuggire nel tempo:
non dopo tutto quello che avevo passato.
Seppure con riluttanza, la guardia annunciò: - Dovete recarvi all'ufficio del dottor
Wallis. - E finalmente il semplice e valoroso soldato si fece da parte.
Così, lasciammo la confusione della strada per passare nella calma relativa del-
l'Imperial College.
- Andiamo subito da Wallis - assicurai. - Non preoccuparti. E grazie!
Quando entrammo nel labirinto di gallerie che ho già descritto, Mosè si lasciò
sfuggire un sospiro di sollievo: - Con la nostra solita fortuna, ci siamo imbattuti pro-
prio nell'unico soldato ancora al suo posto in tutta la stramaledetta Londra! Quel pic-
colo stupido incorreggibile…
- Come puoi essere tanto sprezzante? - interruppi, con voce tagliente. - È una per-
sona semplice, che fa del suo meglio per svolgere l'incarico che gli è stato assegnato,
in mezzo a tutta questa… questa follia, di cui non è certo responsabile! Che cosa vuoi
di più da un uomo? Eh?
- Ehi! E l'immaginazione? E l'intuito, l'intelligenza, l'iniziativa…? Ci fermammo,
l'uno di fronte all'altro, scrutandoci negli occhi, i volti che quasi si sfioravano.
- Signori - s'intromise Nebogipfel. - Vi sembra che sia il momento di guardarsi
l'ombelico?
Allora Mosè ed io ci volgemmo a fissare il Morlock, quindi ci scambiammo un'oc-
chiata. Capii che Mosè, con la collera, mascherava paura e vulnerabilità: scrutarlo
negli occhi fu come guardare un animale terrorizzato attraverso le sbarre di una gab-
bia. Annuii, cercando di rassicurarlo.
Passato il momento di crisi, ci rimettemmo in cammino.
- Naturalmente - dissi, nel tentativo di rompere la tensione - tu non ti guardi mai
l'ombelico, vero, Nebogipfel?
- No - rispose tranquillamente il Morlock. - Anche perché non ho l'ombelico.
Affrettandoci, giungemmo al palazzo che ospitava gli uffici e ci mettemmo alla ri-
cerca dello studio di Wallis, percorrendo corridoi con file di porte dalle targhe d'otto-
ne, i passi attutiti dalle passatoie. L'impianto d'illuminazione funzionava ancora: evi-
dentemente, l'università disponeva di generatori indipendenti, o di emergenza. Non
incontrammo nessuno.
Negli uffici le cui porte erano state lasciate aperte si scorgevano tracce di partenze
frettolose: una tazza di tè rovesciata, una sigaretta che si spegneva in un portacenere,
carte sparse sul pavimento.
Era difficile credere che il carnaio che avevamo attraversato si trovasse soltanto a
poche decine di metri di distanza.
Finalmente arrivammo a un ufficio con la porta aperta, da cui usciva una luce az-
zurrina. Dalla soglia scoprimmo che l'unico occupante, appollaiato sopra un angolo
della scrivania, era Wallis: - Oh! Siete voi… Non mi aspettavo di rivedervi. - Indos-
sava gli occhiali dalla montatura metallica, una cravatta di lana e una giacca di tweed,
e un solo spallaccio. La maschera antigas era posata sulla scrivania. Evidentemente si
era lasciato distrarre da qualcosa mentre si preparava a lasciare l'edificio insieme agli
altri. - È una situazione disperata - commentò. - Davvero disperata! - Poi ci osservò
meglio, e fu come se ci vedesse per la prima volta. - Buon Dio! In che condizioni sie-
te!
Entrammo nell'ufficio. La luce azzurra proveniva dallo schermo di vetro di un ap-
parecchio più o meno cubico, su cui si vedeva l'immagine, piuttosto sgranata, di un
tratto di fiume, presumibilmente il Tamigi.
Con le mani sulle ginocchia, Mosè si curvò innanzi ad osservare meglio il piccolo
paesaggio: - L'immagine è parecchio sfuocata, ma… è una bella novità.
Nonostante l'emergenza della situazione, anch'io rimasi affascinato dall'apparec-
chio: si trattava evidentemente dell'evoluzione del fonografo, a cui aveva accennato
Filby, in grado di mostrare immagini in movimento.
Quando Wallis premette un interruttore sulla scrivania, l'immagine fu sostituita da
un'altra, che rappresentava lo stesso tratto di fiume che scorreva attraverso una zona
edificata, però era più luminosa.
- Guardate qui… - esortò Wallis. - Ho guardato e riguardato questo filmato più e
più volte, da quando è successo, e… Non riesco a credere ai miei occhi. Be', se noi
possiamo concepire cose simili, immagino che possano farlo anche loro!
- Chi? - chiese Mosè.
- I tedeschi, naturalmente: i dannati tedeschi! Guardate… Questa immagine è stata
ripresa da una cinecamera installata in cima alla Cupola. L'ansa del fiume è a oriente,
oltre Stepney. Guardate… Ecco che arriva…
Vedemmo un aeromobile nero, a forma di croce, arrivare da oriente e abbassarsi
sul fiume.
- Dovete sapere che non è affatto facile bombardare una Cupola - spiegò Wallis. -
Dopotutto, è stata progettata e costruita proprio per questo, naturalmente. È tutta in
muratura molto solida, tenuta insieme dalla gravità oltre che dall'acciaio: qualunque
incrinatura tende a rinsaldarsi…
L'aeromobile lasciò cadere in acqua un oggetto che, sebbene l'immagine fosse
sgranata, sembrava cilindrico, e scintillava al sole roteando nella caduta.
- Le schegge di una bomba che esplode in aria semplicemente rimbalzano sul ce-
mento - continuò Wallis. - Di solito, persino una bomba sganciata direttamente sulla
Cupola non produce danni, perché la maggior parte della potenza si scarica nell'aria.
Capite? Eppure c'è un modo… E io lo sapevo! È la rotomina, o torpedine di superfi-
cie. Io stesso inoltrai una proposta, che però non fu accolta. E con tutto il daffare qui
al Diguerdiscron… In corrispondenza del fiume, la Cupola penetra sott'acqua, allo
scopo d'impedire gli attacchi dei sommergibili. Dal punto di vista strutturale, è simile
a una diga. Ebbene, se si riuscisse a collocare una bomba contro la parte immersa del-
la Cupola… - Wallis aprì le mani grandi e fini, da studioso, a mimare l'operazione. -
Allora l'acqua sarebbe d'aiuto, contenendo l'esplosione e dirigendo l'energia verso
l'interno, ossia verso la struttura della Cupola.
Intanto, sullo schermo, l'oggetto, cioè la bomba tedesca, colpì l'acqua, rimbalzò, in
una bruma di spruzzi argentei, poi volò sul fiume, verso la Cupola. L'aeromobile s'in-
clinò a destra e si allontanò con una manovra molto aggraziata, lasciando la rotomina
a procedere verso l'obiettivo in una successione di archi parabolici.
- Ma come sganciare con precisione una bomba su un luogo tanto inaccessibile? -
proseguì Wallis, pensoso. - Non si può semplicemente lasciarla cadere, perché anche
se lo si facesse da una quota modesta, diciamo da quattromilacinquecento metri, ba-
sterebbe un vento sfavorevole di sole dieci miglia orarie per produrre uno scarto di
quasi duecento metri. Ma io ho capito qual è la soluzione: basterebbe imprimere una
piccola rotazione inversa, e la bomba rimbalzerebbe sull'acqua. Con qualche piccolo
esperimento, si potrebbero calcolare i rimbalzi con notevole precisione. Vi ho mai
parlato degli studi di questo genere che ho compiuto a casa, con le biglie di mia fi-
glia? La mina rimbalza fino alla Cupola, scivola lungo la superficie di quest'ultima,
sott'acqua, fino alla profondità necessaria… Ed è fatta: un colpo perfetto! - Raggian-
te, con la bianca ciocca irta e gli occhiali storti, Wallis aveva un'aria da zio, o da usu-
raio.
- Eppure mi sembra che questa bomba non possa arrivare - commentò Mosè, con-
tinuando a scrutare le immagini imprecise. - Anche con i rimbalzi, si fermerà prima…
Ah!
Mentre un pennacchio di fumo, di un bianco acceso persino nell'immagine sgrana-
ta, scaturiva dalla sua estremità posteriore, la rotomina, come per effetto di rinnovata
energia, eseguì un gran balzo sull'acqua.
- Quei tedeschi… - sorrise Wallis. - Bisogna proprio ammirarli… Nemmeno io a-
vevo mai pensato a questo piccolo espediente…
Spinta dal razzo ancora fiammante, la rotomina passò sotto la Cupola, scomparen-
do dall'inquadratura; poi l'immagine fu scossa da un tremito e lo schermo si riempì di
un'informe luce azzurra.
- A quanto pare - sospirò Wallis - ci hanno sconfitti…
- E il bombardamento? - chiese Mosè.
- L'artiglieria? - Wallis parve a malapena interessato. - Probabilmente sono can-
noncini 42 da centocinque, paracadutati insieme alle squadre di artiglieri. Non dubito
che servano a preparare l'invasione dal mare e dall'aria che sta per seguire. - Si tolse
gli occhiali e cominciò a pulirli con l'estremità della cravatta. - Non siamo ancora
spacciati, però è una situazione disperata: davvero grave…
- Dottor Wallis - intervenni. - E Gödel?
- Mmm? Chi? - Wallis mi guardò con gli occhi grandi, arrossati di stanchezza. -
Ah, sì… Gödel… Ebbene?
- È qui?
- Sì, direi di sì. Dovrebbe essere nel suo ufficio.
Subito Mosè si avviò alla porta insieme a Nebogipfel, esortandomi con un cenno
urgente a seguirli.
Ma io sollevai una mano: - Non vuole accompagnarci, dottor Wallis?
- Perché mai?
- Qualcuno potrebbe fermarci, impedendoci di arrivare da Gödel. E noi dobbiamo
trovarlo.
Ridendo, Wallis si rimise gli occhiali sul naso: - Oh, penso che né la sicurezza né
nulla di tutto ciò abbia più molta importanza! Non credete anche voi? Comunque…
Ecco… - Si staccò dal risvolto il distintivo numerato che portava. - Prenda questo, e
dica che ha la mia autorizzazione… ammesso che incontri qualcuno abbastanza pazzo
da essere rimasto al suo posto.
- Sono certo - ribattei, con ardore - che rimarrebbe sorpreso.
- Mmm? - Così dicendo, Wallis si dedicò di nuovo allo schermo, che stava mo-
strando una successione casuale di immagini, evidentemente riprese da diverse cine-
camere installate sulla Cupola: aeromobili che decollavano, simili a nere zanzare gi-
gantesche; saracinesche che si aprivano e numerosi corazzati che uscivano dalle basi
sotterranee, eruttando vapore, per schierarsi su una linea che sembrava stendersi da
Leytonstone a Bromley, e avanzare, solcando il suolo, incontro agli invasori tedeschi.
A un tratto, Wallis premette di nuovo l'interruttore, per fare scomparire quelle sce-
ne di Armageddon e rivedere la registrazione dello sganciamento della rotomina: - è
una situazione disperata… E avrebbe potuto accadere prima! Ma che invenzione me-
ravigliosa… neppure io ero certo che fosse fattibile. - Gli occhi nascosti dai riflessi
guizzanti e inutili delle immagini, aveva lo sguardo avvinto allo schermo.
Fu così che lo lasciai. Con uno strano impulso incline alla pietà, chiusi silenziosa-
mente la porta dell'ufficio alle mie spalle.

15. LA VETTURA TEMPORALE

Con le braccia conserte, Kurt Gödel stava alla finestra dell'ufficio, le cui tende era-
no scostate: - Almeno non hanno ancora lanciato i gas - disse, senza preamboli. - Una
volta, ho assistito alle conseguenze di un attacco con i gas, sapete? Furono sganciati
dai bombardieri inglesi su Berlino. Scesi la Unter den Linden, percorsi la Sieges Al-
lee, e vidi la carneficina… Che mancanza di dignità! Il corpo si corrompe tanto rapi-
damente… - E si girò, per sorridermi mestamente. - I gas sono molto democratici,
non crede?
- La prego, professor Gödel… - Mi avvicinai. - Sappiamo che ha un po' di plattne-
rite: l'ho vista io stesso.
Per tutta risposta, Gödel si recò bruscamente a un armadietto, passando a meno di
un metro da Nebogipfel senza neppure degnarlo di un'occhiata: di tutti coloro che in-
contrai nel 1938, fu colui che reagì con maggiore freddezza al Morlock. Dall'arma-
dietto, prese un flacone che conteneva una sostanza verde, scintillante, che sembrava
trattenere la luce.
- Plattnerite… - ansimò Mosè.
- Certamente. È abbastanza facile sintetizzarla dal carolinum… se si conosce la
formula e se si ha accesso a una pila a fissione per l'irradiazione. - Gödel mi lanciò
un'occhiata maliziosa. - Volevo che la vedesse, e speravo che la riconoscesse. È deli-
ziosamente facile menare per il naso questi inglesi pomposi, che, con tutti i loro di-
partimenti di questo e di quello, non sanno riconoscere un tesoro quando l'hanno sotto
gli occhi! E adesso, sarà il suo viatico per abbandonare questa valle di lacrime, vero?
- Lo spero - risposi, con fervore. - Lo spero proprio.
- Andiamo, allora! - gridò Gödel. - All'officina VDC! - Tenendo alto come un faro
il flacone con la plattnerite, ci guidò fuori dell'ufficio.

Rientrati nel labirinto di gallerie di cemento, scoprimmo che Wallis aveva avuto
ragione: tutte le guardie avevano lasciato i loro posti. I pochi tecnici e scienziati in
camice bianco che incrociammo avevano molta fretta: non tentarono di fermarci, an-
zi, non ci chiesero neppure dove stessimo andando.
D'improvviso, si udì uno scoppio: un colpo d'artiglieria era andato a segno.
Le luci elettriche si spensero, mentre la galleria ondeggiava. Caddi, sbattendo con-
tro il pavimento polveroso e sentendo il sangue colare caldo dal naso: ormai, la mia
faccia doveva essere proprio un brutto spettacolo. Uno dei miei compagni inciampò
nelle mie gambe: era leggero, quindi pensai che si trattasse di Nebogipfel.
Il tremito del suolo cessò in pochi secondi, però le luci non si riaccesero.
Nell'aria densa di polvere di cemento, fui colto da un accesso di tosse, oltre che da
un residuo del mio antico terrore del buio. Si udì lo sfrigolio di un fiammifero. Con il
viso largo illuminato dalla fiammella, Mosè accese subito una candela, quindi la sol-
levò, proteggendone la fiamma con una mano, in maniera che diffondesse una bolla
di luce gialla nella galleria. Poi mi sorrise: - Ho perduto lo zaino, però ho preso la
precauzione di riempirmi le tasche con ciò che poteva essere utile, come mi avevi
raccomandato.
Con scarsa agilità, Gödel si rialzò. Grato, mi accorsi che teneva contro il petto il
flacone, intatto, contenente la plattnerite. - Credo che questa cannonata abbia centrato
l'università. Dobbiamo congratularci di essere vivi: la galleria avrebbe potuto crollar-
ci addosso.
Riprendemmo il cammino nell'oscurità, ostacolati un paio di volte da cumuli di
macerie, che però riuscimmo a superare con poca difficoltà. Ormai ero disorientato,
smarrito, ma Gödel, che mi precedeva, con il flacone di plattnerite luccicante sotto un
braccio, avanzava con assoluta sicurezza.
In pochi minuti giungemmo all'officina che Wallis aveva definito "divisione di svi-
luppo VDC". Quando Mosè sollevò la candela, la luce ne illuminò parzialmente l'in-
terno.
A parte il guasto all'impianto d'illuminazione e una lunga fenditura irregolare che
attraversava obliquamente il soffitto, l'officina era come la ricordavo: sul pavimento
erano sparsi attrezzi e parti meccaniche, contenitori di lubrificante e di combustibile,
stracci e tute, mentre dalle pulegge applicate al soffitto pendevano catene che getta-
vano lunghi intrecci d'ombre. Una tazza mezza piena sembrava essere stata posata
con cura sul pavimento: uno strato sottile di polvere di cemento galleggiava sulla su-
perficie del tè.
Al centro dell'officina stava l'unica vettura temporale quasi completa: il metallo
non verniciato scintillava alla luce della candela come quello di un'arma.
Avvicinatosi, Mosè passò la mano libera sul bordo dell'abitacolo: - È questa, dun-
que?
- Il culmine della tecnica degli anni Trenta del ventesimo secolo - sorrisi. - Se ben
ricordo, Wallis l'ha definito "autoveicolo universale".
- Be' - commentò Mosè - non ha certo una forma molto elegante.
A sua volta, Gödel si avvicinò alla vettura temporale. Posato sul pavimento il fla-
cone della plattnerite, afferrò con entrambe le mani il tappo di una fiasca d'acciaio e,
con un grugnito di sforzo, cercò di svitarlo, ma invano. Indietreggiò di un passo, an-
simante: - Dobbiamo trovare un modo di applicare la plattnerite, altrimenti…
Deposta la candela sopra uno scaffale, Mosè frugò in un mucchio di attrezzi, da cui
trasse poi una grossa chiave inglese. - Mi lasci provare con questa… - Adattò la chia-
ve al tappo, quindi lo svitò con un piccolo sforzo.
Mentre Gödel accostava il flacone alla fiasca per versarvi la plattnerite, Mosè girò
intorno alla vettura temporale per svitare gli altri tappi.
Nella parte posteriore del veicolo trovai un portello bloccato da un perno. Rimosso
quest'ultimo, aprii il portello ed entrai nell'abitacolo, che conteneva due panche ligne-
e, ciascuna abbastanza larga da ospitare due o tre persone, nonché un sedile con
schienale mobile nella parte anteriore, di fronte a una sorta di feritoia.
Seduto sul sedile di guida, posai le mani sul volante. Il piccolo pannello di control-
lo era dotato di quadranti, d'interruttori, di leve e di manopole. Alcuni pedali erano
installati nel fondo. Tutti i comandi avevano un aspetto grezzo. I quadranti e gli inter-
ruttori non avevano targhette. Dalla parte posteriore del pannello sporgevano fili e le-
ve di trasmissione meccanica.
Entrato a sua volta nel veicolo, Nebogipfel mi si affiancò: il suo intenso odore dol-
ciastro di Morlock era quasi insopportabile nello spazio chiuso. Attraverso la feritoia,
vedevo Gödel e Mosè intenti a riempire le fiasche.
- Capisce i principi del VDC? - chiese Gödel, a voce alta. - È stato tutto progettato
da Wallis, naturalmente. Non ho avuto nulla a che fare con la sua costruzione.
Accostai il viso alla feritoia: - Sono seduto ai comandi, ma sono privi di etichetta.
E non vedo nulla che assomigli a un cronometro.
Intento a versare cautamente la plattnerite, Gödel non alzò lo sguardo: - Sospetto
che certe minuzie, quali i cronometri, non siano state ancora installate. Dopotutto,
questo è un prototipo incompleto. Ciò la preoccupa, forse?
- Debbo ammettere che la prospettiva di perdere l'orientamento nel tempo non mi
attrae molto, ma… Tutto sommato, ha poca importanza: si può sempre chiedere agli
indigeni!
- Il principio su cui si basa il VDC è abbastanza semplice - riprese Gödel. - La plat-
tnerite pervade la struttura interna attraverso una rete di distribuzione, che forma una
sorta di circuito. Quando si chiude il circuito, si viaggia nel tempo. Capisce? I co-
mandi riguardano soprattutto il motore a petrolio, la trasmissione, e così via. Il veico-
lo, infatti, funziona anche come vettura a motore. Comunque, il circuito temporale si
chiude con l'interruttore azzurro sul cruscotto. Lo vede?
- Sì.
Riavvitato il tappo dell'ultima fiasca, Mosè girò intorno al veicolo, montò a bordo,
posò la chiave inglese sul fondo, e picchiò i pugni contro le pareti interne: - È solido.
- Siamo pronti a partire, dunque - dissi.
- Ma dove, anzi, in quale epoca, andiamo?
- Che importanza ha? Ciò che conta è andarcene da qui: magari nel passato, per
cercare di risistemare le cose. Abbiamo chiuso con il ventesimo secolo, Mosè. Ades-
so dobbiamo compiere un altro salto nel buio: la nostra avventura non è ancora finita!
Mentre la perplessità si dissolveva sul suo volto, Mosè serrò le mascelle in un'e-
spressione di audace determinazione: - Partiamo, allora, o saremo dannati!
- Credo - rispose Nebogipfel - che molto probabilmente lo saremo.
- Professor Gödel - chiamai. - Monti a bordo.
- Oh, no! - Gödel sollevò entrambe le mani. - Il mio posto è qui.
Allora Mosè si avvicinò, alle mie spalle: - Ma la Cupola di Londra ci sta crollando
addosso, le artiglierie tedesche sono installate a poche miglia… Questo non è certo
un luogo sicuro, professore!
- Vi invidio, naturalmente: abbandonare questo mondo disgraziato e la sua disgra-
ziata guerra…
- Allora parta con noi - esortai. - Andiamo a cercare il mondo assoluto di cui ha
parlato…
Con il viso pallido alla luce della candela, Gödel interruppe: - Ho una moglie.
- Dov'è?
- L'ho perduta: non siamo riusciti a riunirci. Suppongo che si trovi ancora a Vien-
na. Non riesco a immaginare che le abbiano fatto del male per punire la mia defezio-
ne.
Queste ultime parole furono pronunciate con una sfumatura interrogativa, perciò
compresi che, in quel momento estremo, quell'uomo supremamente logico mi chie-
deva la più illogica delle rassicurazioni: - No, sono certo che…
Non riuscii a terminare la frase, perché, senza neppure il preavviso di un fischio
nell'aria, un'altra granata esplose, più vicina di tutte le altre.

L'ultimo guizzo della candela rivelò, in uno squarcio lampeggiante di tempo con-
gelato, la parete occidentale dell'officina che esplodeva verso l'interno, trasformando-
si semplicemente, in meno di un istante, da superficie liscia e solida, in una nube tur-
binante di schegge e di polvere.
Poi sprofondammo nell'oscurità.
Mentre il veicolo ondeggiava, Mosè esclamò: - Dannazione - e io mi abbassai. Una
tempesta letale di macerie investì la vettura temporale.
Sentii l'odore dolciastro di Nebogipfel che si avvicinava maggiormente, per affer-
rarmi una spalla con una mano morbida: - Chiudi il circuito.
Nel guardare fuori attraverso la feritoia, vidi soltanto oscurità, naturalmente: - E
Gödel? - Poi gridai: - Professore!
Non vi fu risposta. Dall'alto giunse uno scricchiolio pesante e sinistro, seguito dal
fragoroso precipitare di altre macerie.
- Chiudi il circuito! - ripeté Nebogipfel, con urgenza. - Non senti? Il tetto sta crol-
lando! Ci schiaccerà!
- Vado a prenderlo - dichiarò Mosè. Nell'oscurità impenetrabile, si udì il rumore
dei suoi passi mentre attraversava l'abitacolo. - Andrà tutto bene. Ho altre candele… -
La sua voce si spense in fondo al veicolo. Con un crunch, Mosè balzò sul pavimento
cosparso di macerie.
Allora un gemito immane, simile a un ansito grottesco, fu seguito da una scossa e
da un grido di Mosè.
Mi girai, con l'intenzione di lanciarmi fuori a soccorrerlo, ma fui azzannato a una
mano dalla piccola dentatura di una bocca morlock.
Quell'istante, in cui la morte mi si avvolgeva intorno, mentre ero sprofondato anco-
ra una volta nella tenebra primeva, alla presenza del Morlock, con i denti di quest'ul-
timo conficcati nella carne, la pelliccia che mi sfiorava la pelle, fu insopportabile:
ruggendo, tirai un cazzotto in piena faccia a Nebogipfel.
Tuttavia, questi non gridò: mentre il mio pugno gli affondava nelle carni cedevoli,
lo sentii allungare un braccio sopra di me, verso il cruscotto.
L'oscurità svanì dai miei occhi, il fragore del cemento che crollava si spense nel si-
lenzio, e così, ancora una volta, mi trovai a precipitare nel crepuscolo grigio del viag-
gio temporale.

16. PRECIPITARE NEL TEMPO

La vettura temporale ondeggiò. Invano tentai di aggrapparmi al sedile di guida: fui


catapultato sul fondo, sbattendo la testa e le spalle contro una panca. La mano mi do-
leva per il morso di Nebogipfel, però in quel momento non vi badai.
Come un'esplosione silenziosa, una luce bianca invase l'abitacolo. Nebogipfel gri-
dò. Il sangue che mi colava dalla fronte sulle guance mi offuscò la vista. Dalla porta e
dalle feritoie filtrò nell'abitacolo ondeggiante una luce uniforme e pallida, che dap-
prima variò in intensità, poi, in breve tempo, si stabilizzò in un grigio sbiadito. Mi
domandai se fosse avvenuta qualche nuova catastrofe: forse l'officina si era incendia-
ta…
Poi mi accorsi che la luce era troppo stabile e troppo neutra: capii che eravamo già
molto lontani dall'epoca dell'officina bellica.
La luce era naturalmente quella del giorno, sbiadita e resa informe dal sovrapporsi
con le notti, troppo rapido perché l'occhio potesse cogliere l'alternanza. Stavamo dav-
vero precipitando nel tempo: quel veicolo, benché rozzo e squilibrato, funzionava
correttamente. Non ero in grado di stabilire se stessimo cadendo nel futuro o nel pas-
sato, ma di sicuro la vettura ci aveva già trasportati in un'epoca in cui la Cupola di
Londra non esisteva più, o non esisteva ancora.
Spingendo con le mani, cercai di rialzarmi, però avevo le palme viscide di sangue,
mio o del Morlock, quindi scivolai, ricaddi sul fondo duro, urtai di nuovo la testa
contro la panca.
Fui sopraffatto dalla spossatezza, che m'intorpidì fino alle ossa. La sofferenza, ac-
cumulata durante il bombardamento e sedata dalla fuga affannosa, si ravvivò, molti-
plicata. Con la testa posata sul fondo metallico, chiusi gli occhi. - A che cosa serve,
comunque? - domandai, a nessuno in particolare. Mosè era morto, perduto, insieme al
professor Gödel, sotto le tonnellate di macerie dell'officina distrutta. Non sapevo se
Nebogipfel fosse vivo o morto, né me ne curavo. In quel momento, ero disposto a la-
sciare che la vettura temporale mi trasportasse nel futuro o nel passato, a suo piaci-
mento, in eterno, fino a schiantarsi e a sbriciolarsi contro le mura dell'infinito e dell'e-
ternità. Ero disposto a lasciare che tutto finisse, perché non potevo più fare nulla: -
Non vale la pena - mormorai. - Non vale la pena.
Mi sembrò di essere toccato da mani morbide, il viso sfiorato da una pelliccia: pro-
testai, e con le mie ultime forze respinsi quelle mani.
Infine, affondai in un'oscurità profonda, confortante, priva di sogni.

Fui destato da percosse violente.


Rotolai sul fondo dell'abitacolo. Quando l'oggetto soffice che avevo sotto la nuca si
spostò, sbattei la testa contro l'angolo di una panca, e il dolore, improvvisamente rin-
novato, mi riportò alla conoscenza. Con riluttanza, mi alzai a sedere.
Tutta la testa mi doleva, e così pure il corpo, come se fossi reduce da un estenuante
incontro di pugilato o di lotta. Paradossalmente, però, il mio umore era un poco mi-
gliorato. Ero ancora ossessionato dalla morte di Mosè (un evento tragico, che col
tempo avrei dovuto affrontare), ma dopo il breve periodo d'incoscienza di cui avevo
beneficiato, ero in grado di distogliermene, come avrei distolto lo sguardo dalla luce
accecante del sole, per dedicarmi ad altri problemi.
La fioca, perlacea commistione di giorno e di notte diffondeva ancora il suo crepu-
scolo nell'interno dell'abitacolo. Era molto freddo: mi accorsi di essere scosso dai
tremiti, e vidi il fiato condensarsi in nebbia dinanzi al mio viso. Seduto sul sedile,
Nebogipfel mi mostrava la schiena. Palpando con le dita bianche, esaminava gli
strumenti del cruscotto rudimentale e i fili che pendevano dalla parte posteriore.
Mi alzai, vacillando, sia a causa dell'ondeggiare del veicolo, sia per le conseguenze
di tutto ciò che mi era capitato nel 1938. Così, per sostenermi, mi aggrappai all'inte-
laiatura dell'abitacolo, scoprendo che il metallo era freddo come ghiaccio. Per soste-
nermi la testa, Nebogipfel aveva usato la sua giacca: la piegai e la posai sopra una
panca. Anche la chiave inglese che Mosè aveva usato per aprire le fiasche della plat-
tnerite era sul fondo: la raccolsi con la punta delle dita, perché era imbrattata di san-
gue.
I pesanti spallacci metallici, che ancora indossavo, mi disgustarono: me li strappai
dagli indumenti, lasciandoli cadere rumorosamente.
Il fragore improvviso attirò un'occhiata di Nebogipfel, che aveva gli occhiali azzur-
ri spaccati, nonché un occhio insanguinato e tumefatto: - Preparati - disse, con voce
rauca.
- A cosa?
E l'abitacolo sprofondò nell'oscurità.
Avanzai incespicando, ancora una volta rischiando di cadere, mentre un freddo in-
tenso assorbiva dall'aria, e dal mio corpo, il calore che restava. Di nuovo fui assalito
da un'emicrania martellante. Con le braccia strette al busto, chiesi: - Dov'è finita la
luce del giorno?
Nel buio oscillante, la voce di Nebogipfel suonò quasi aspra: - Durerà soltanto po-
chi secondi. Dobbiamo resistere.
Con la stessa rapidità con cui si era addensata, l'oscurità si dissipò, e il crepuscolo
grigio filtrò di nuovo nell'abitacolo. Il freddo immane si attenuò un poco, tuttavia
continuai a tremare violentemente. M'inginocchiai accanto a Nebogipfel: - Che cosa
sta succedendo? Cos'era?
- Ghiaccio. Stiamo viaggiando attraverso un'epoca glaciale. Dal settentrione, i
ghiacciai si espandono a coprire la Terra, nonché il nostro veicolo, e poi si sciolgono.
Credo di potermi azzardare a supporre che talvolta siamo coperti da trenta metri di
ghiaccio.
Guardando attraverso una delle feritoie anteriori, vidi la valle del Tamigi trasfor-
mata in una tundra lugubre, dove sopravvivevano soltanto erba ispida, suffrutici pur-
purei di brugo che sembravano fiamme vivaci, e alberi sparsi. L'alternarsi dei loro ci-
cli annuali era troppo rapido perché potessi seguirlo, ma gli alberi mi parvero appar-
tenere alle specie più resistenti: querce, salici, pioppi, olmi, biancospini. Non vidi al-
cun vestigio di Londra: neppure spettri di fabbricati evanescenti. In tutto il paesaggio
grigio non scorsi la minima traccia di presenza umana o di vita animale. Persino la
conformazione delle colline e delle valli non mi parve affatto familiare, come se fosse
stata interamente rimodellata dai ghiacciai.
Annunciato da una breve ondata di luce bianca, il ghiaccio immane ci sopraffece di
nuovo. Nell'oscurità, imprecai. Avevo le dita delle mani, che tenevo sotto le ascelle,
tutte intorpidite, come pure quelle dei piedi, tanto da farmi temere un inizio di conge-
lamento. Quando si ritirarono di nuovo, i ghiacciai lasciarono una landa desolata mol-
to simile a quella che avevo osservato poco prima, però di conformazione diversa. Le
glaciazioni modificavano il paesaggio, tuttavia non ero in grado di capire se stessimo
viaggiando nel futuro oppure nel passato. Sotto i miei occhi, macigni più alti di uo-
mini scivolarono o rotolarono lentamente, come se migrassero: a quanto pareva, si
trattava di qualche strana conseguenza dell'erosione.
- Per quanto tempo sono rimasto svenuto?
- Non molto: forse trenta minuti.
- E la vettura temporale ci sta trasportando nel futuro?
- Ci stiamo addentrando nel passato. - Quando Nebogipfel si volse a guardarmi,
notai che, in conseguenza delle percosse che gli avevo inflitto, si muoveva goffamen-
te, non più con l'armoniosità che gli era caratteristica. - Ne sono certo. Ho intravisto
Londra regredire fino alle sue origini. A giudicare dagli intervalli fra le glaciazioni,
direi che stiamo percorrendo decine di migliaia di anni al minuto.
- Forse dovremmo cercare di capire come si può fermare questa caduta a capofitto
nel tempo. Se troveremo un'epoca tranquilla, adatta…
- Non credo che vi sia modo di fermare la vettura.
- Cosa?
In silenzio, Nebogipfel allargò le braccia: notai allora che aveva la pelliccia sul
dorso delle mani cosparsa di brina. Subito dopo, sprofondammo di nuovo in un buio
sepolcro di ghiaccio, talché la voce del Morlock mi giunse come fluttuando nell'oscu-
rità: - Rammenta che questo è un veicolo sperimentale, rozzo e incompleto. Molti
comandi e molti strumenti non sono collegati, mentre quelli che lo sono non sembra-
no funzionare. Anche se sapessimo come ricollegarli senza danneggiare la vettura,
non vedo come potremmo uscire dall'abitacolo per eseguire le riparazioni necessarie.
Di nuovo il ghiacciaio lasciò il posto alla tundra rimodellata. Nebogipfel osservò il
paesaggio dimostrando di esserne alquanto affascinato: - Pensa! I fiordi della Scandi-
navia non esistono ancora, mentre i laghi d'Europa e del Nord America, che si forme-
ranno da depositi di ghiaccio sciolto, sono ancora fantasmi del futuro. Abbiamo già
superato l'alba della storia umana. In Africa potremmo trovare gruppi di australopite-
chi: alcuni poco evoluti, altri gracili, altri carnivori, ma tutti bipedi e scimmieschi,
con il cranio piccolo, i denti e le mascelle grossi.
Una solitudine immane e fredda mi avvolse. Mi ero già smarrito nel tempo in pre-
cedenza, però non avevo mai provato una sensazione d'isolamento tanto intensa. Era
mai vero, poteva mai essere vero, che Nebogipfel ed io, a bordo della vettura tempo-
rale imperfetta, rappresentavamo le uniche fiamme di candela dell'intelligenza su tut-
to il pianeta?
- Dunque non possiamo governare il veicolo - ripresi. - Forse ci fermeremo soltan-
to quando giungeremo all'inizio del tempo…
- Dubito che succederà - interruppe Nebogipfel. - La plattnerite deve avere certi
limiti, quindi non può consentirci di viaggiare nel tempo all'infinito: si esaurirà, pri-
ma o poi. E dobbiamo pregare che lo faccia prima di trasportarci attraverso l'ordovi-
ciano e il cambriano: prima di condurci in un'epoca in cui non troveremo ossigeno da
respirare.
- È proprio un'allegra prospettiva! E immagino che la situazione possa anche peg-
giorare.
- Come?
Mi alzai, per sgranchire le gambe intorpidite, poi sedetti sul freddo fondo metalli-
co: - Non abbiamo provviste di nessun genere, né acqua né cibo, e siamo entrambi
feriti. Non abbiamo neppure indumenti caldi! Per quanto potremo sopravvivere in
questa gelida barca temporale? Alcuni giorni? Oppure anche meno?
Nebogipfel non rispose.
Poiché non sono tipo da sottomettermi facilmente al fato, mi dedicai per un poco a
esaminare i comandi e i collegamenti, verificando in breve tempo che Nebogipfel a-
veva ragione: non era possibile modificare quel groviglio in maniera tale da rendere
governabile il veicolo. Inoltre, non tardai ad esaurire le mie energie, già scarse, af-
fondando di nuovo in una sorta di ottusa apatia.
Attraversata un'altra glaciazione, tanto breve quanto spietata, entrammo in un in-
verno lungo e tetro. Le nevicate e le gelate continuarono a susseguirsi, però l'epoca
delle glaciazioni era ormai nel futuro. Millennio dopo millennio, il paesaggio cambiò
ben poco: forse s'infittì la trama della vegetazione indistinta sulle colline. Un teschio
immenso, che mi rammentò quello di un elefante, comparve al suolo non lontano dal-
la vettura temporale, scarnificato, scolorito, sgretolato, e rimase visibile per il tempo
necessario a percepirne i contorni, ossia circa un secondo, prima di scomparire con la
stessa repentinità con cui era apparso.
- Nebogipfel… A proposito della tua ferita al volto… Devi capire che…
- Cosa? - Con l'occhio illeso, Nebogipfel mi osservò. Notai che aveva perduto l'u-
manità superficiale acquisita da quando mi conosceva, per tornare a maniere intera-
mente morlock. - Che cosa debbo capire?
- Non intendevo ferirti…
- Adesso non hai nessuna intenzione di nuocermi - ribatté Nebogipfel, con preci-
sione chirurgica. - In quel momento, invece, lo volevi. Le scuse sono inutili, assurde.
Tu sei ciò che sei. Apparteniamo a specie diverse. Siamo tanto differenti l'uno dall'al-
tro, quanto entrambi lo siamo dagli australopitechi.
Dopo essermi sporcato ancora una volta i pugni di sangue morlock, mi sentivo un
primitivo: - Mi fai vergognare!
- Vergognare? - Nebogipfel scosse la testa con un gesto breve, brusco. - È un sen-
timento privo di significato, in questo contesto.
Compresi ciò che intendeva dire: non avrei dovuto provare vergogna più di quanto
avrebbe dovuto provarne un animale selvaggio della giungla. Se fossi stato assalito da
una belva, mi sarei forse messo a discutere di etica con essa? Certamente no, giacché
la belva, in quanto priva d'intelligenza, non poteva che comportarsi in un certo modo.
Dunque, non avrei potuto fare altro che reagire alle sue azioni.
Ancora una volta avevo dimostrato a Nebogipfel di essere poco migliore dei bruti
primitivi delle pianure africane, precursori dell'umanità in quell'epoca desolata.
Sdraiato sopra una panca, con la testa dolente appoggiata su un braccio piegato, os-
servai, dalla portiera ancora aperta della vettura temporale, il susseguirsi pulsante del-
le epoche.

17. L'OSSERVATORE

Il tetro gelo invernale passò e il cielo assunse una trama di sfumature. Di quando in
quando la fascia oscillante del sole fu oscurata per un secondo da banchi di nubi fo-
sche. Alberi di nuove specie crebbero nel clima mitigato: a quanto potei capire, si
trattò di piante decidue, come gli aceri, i pioppi e i cedri. Talvolta le foreste antiche
s'intrecciarono sopra la vettura, chiudendola in un guizzante crepuscolo verdebruno,
per poi scomparire, scostandosi come sipari.
Come mi spiegò Nebogipfel, eravamo entrati in un periodo di possenti sconvolgi-
menti tellurici, in cui si stavano formando le Alpi e l'Himalaya, vulcani immensi vo-
mitavano cenere e polvere nell'atmosfera, talvolta oscurando il cielo per anni, e squali
giganteschi dai denti come spade nuotavano negli oceani, mentre in Africa regrediva-
no i primitivi antenati dell'umanità, dal cervello piccolo, le gambe storte, le dita tozze
e goffe.
Per circa dodici ore precipitammo attraverso quella lunga epoca selvaggia.
Tentai d'ignorare la fame e la sete che mi artigliavano lo stomaco, mentre i secoli
passavano e le foreste apparivano e scomparivano intorno al veicolo. Fu il più lungo
viaggio nel tempo che avessi mai compiuto da quando mi ero recato nel futuro remo-
to oltre l'epoca di Weena. E la sua futile, immensa vacuità, nel susseguirsi immutabile
delle ore, cominciò a deprimermi l'anima. La breve fioritura dell'umanità era ormai
una scheggia luminosa, lontana nel tempo, tanto che persino la distanza fra gli uomini
e i Morlock, di qualunque specie, non era, in confronto, che una frazione della grande
distanza temporale che avevo percorso.
L'immensità del tempo, la fugacità dell'umanità e delle sue imprese, mi annienta-
rono. Le mie piccole preoccupazioni mi apparvero assurdamente insignificanti. La
storia stessa dell'umanità mi sembrò triviale, come un baleno fuggevole smarrito nella
tenebrosa insensatezza dell'eternità.
La crosta terrestre s'innalzò come il petto di un uomo che soffocasse, e la vettura
temporale si sollevò oppure cadde, in conseguenza delle modificazioni del paesaggio,
come se galleggiasse sulle onde di un mare immane. L'aria divenne più calda e la ve-
getazione divenne più rigogliosa; intorno alla vettura temporale si ammassarono nuo-
ve foreste, che mi parvero decidue, anche se la velocità del nostro viaggio riduceva
foglie e fiori a una chiazza verde uniforme e vaga.
Finalmente il dolore degli eoni di gelo abbandonò le mie dita. Mi tolsi la giacca e
mi sbottonai la camicia, quindi mi sfilai gli stivali e mi massaggiai i piedi per ripristi-
nare la circolazione. Da una tasca della giacca cadde il distintivo numerato di Barnes
Wallis. Nel raccogliere quel piccolo emblema della diffidenza delle persone nei con-
fronti dei loro simili, pensai che in quella verzura primeva non avrei potuto trovare un
simbolo più perfetto della ristrettezza mentale e dell'insensatezza per cui l'umanità
sprecava tante energie. Lo gettai in un angolo buio dell'abitacolo.
All'interno della vettura sospesa nel manto verdeggiante, le lunghe ore trascorsero
più lentamente che mai. Al risveglio da un periodo di sonno, mi accorsi che la vege-
tazione era cambiata: sembrava più traslucida, con una sfumatura di colore che ricor-
dava la plattnerite. Ebbi l'impressione d'intravedere fugacemente una distesa stellata:
era come essere immersi fra gli smeraldi anziché tra le foglie.
D'improvviso, lo vidi: si librava nell'aria fosca e umida dell'abitacolo, immune agli
ondeggiamenti della vettura, con gli occhi grandi, la V carnosa della bocca, e le mani
simili a tentacoli che pendevano verso il pavimento senza però sfiorarlo. Non era un
fantasma: non riuscivo a vedere attraverso il suo corpo la foresta retrostante. Era tan-
to reale quanto me, o Nebogipfel, o gli stivali che avevo posato sulla panca.
L'Osservatore mi scrutava freddamente, come per analizzarmi.
Non provai paura. Quando allungai una mano per toccarlo, si allontanò galleggian-
do nell'aria. Non dubitavo che i suoi occhi grigi fissassero il mio viso. Domandai: -
Chi sei? Puoi aiutarci?
Se mi sentì, l'Osservatore non rispose. Ma già la luce soffusa si ritrasformava nel
verde della vegetazione. Ebbi una sensazione di rotazione: come un giocattolo assur-
do, la testa enorme girò sul proprio asse e scomparve.
Scavalcando con i piedi lunghi le nervature del fondo, Nebogipfel mi si avvicinò.
Si era tolto gli indumenti del diciannovesimo secolo: era nudo, a parte gli occhiali
rotti e la pelliccia bianca, lunga e incolta. - Che cosa c'è? - chiese. - Ti senti male?
Gli parlai dell'Osservatore, ma lui non l'aveva visto. Tornai a riposare sulla panca,
non sapendo se avevo veduto un essere reale, o se si era trattato del protrarsi di un
sogno.

Nel calore opprimente, l'aria dell'abitacolo divenne soffocante.


Ripensai a Gödel e a Mosè.
L'antipatico Gödel aveva dedotto l'esistenza della molteplicità della storia sempli-
cemente in base a principi ontologici, mentre io, povero sciocco che sono, avevo avu-
to bisogno di compiere alcuni viaggi temporali prima di poter soltanto concepire
quella possibilità. Ma ormai colui che aveva sognato il sogno magnifico del mondo
assoluto, in cui tutti i significati si risolvevano, giaceva schiantato e schiacciato sotto
un cumulo di macerie, ucciso dalla stupidità e dalla ristrettezza mentale dei suoi simi-
li.
Quanto a Mosè, ero semplicemente addolorato, come lo si può essere, credo, per
l'uccisione di un figlio o di un fratello minore. Mosè era morto a ventisei anni, eppure
io, la stessa persona, respiravo ancora a quarantaquattro! Il mio passato mi era stato
tolto, come se il suolo su cui posavo fosse svanito, lasciandomi naufrago a mezz'aria.
Oltre a tutto ciò, avevo imparato a conoscere Mosè, seppure brevemente, come una
persona indipendente: allegro, eccentrico, impulsivo, un po' illogico (proprio come
me!), e immensamente simpatico.
La sua morte si aggiungeva alle altre di cui ero responsabile.
La possibile argomentazione, fondata sul discorso vago e ambiguo di Nebogipfel a
proposito della molteplicità dei mondi, secondo cui il Mosè che avevo conosciuto non
era mai stato, alla fin fine, destinato a diventare me, bensì qualche altra versione di
me, non poteva assolutamente cambiare il sentimento che provavo per avere perduto
proprio lui.
Mentre le mie riflessioni si sgretolavano in frammenti quasi incoerenti, lottai per
tenere gli occhi aperti, nel timore di non svegliarmi più; ma dopo un poco, consumato
dalla confusione e dalla sofferenza, ancora una volta dormii.
Mi destai allorché il mio nome venne pronunciato nella strana lingua aliena dei
Morlock. L'aria era sempre viziata. Nel mio cranio, un nuovo dolore pulsante, provo-
cato dalla calura e dalla carenza di ossigeno, lottava per farsi largo fra i residui delle
mie sofferenze precedenti.
Nell'oscurità arborea, Nebogipfel aveva gli occhi spalancati, incluso quello tume-
fatto: - Guarda fuori.
La vegetazione era sempre fitta intorno al veicolo, eppure l'intreccio appariva di-
verso. Mi accorsi, osservando con attenzione, di poter seguire la regressione delle
singole foglie sui rami folti: ognuna si riformava dalla polvere, subiva una sorta di
appassimento invertito e si ripiegava in gemma in meno di un secondo, eppure…
Sospirai: - Stiamo rallentando…
- Sì. Credo che la plattnerite si stia esaurendo.
Mormorai una preghiera di ringraziamento, giacché avevo recuperato le forze a
sufficienza per non desiderare più di morire su qualche pianura rocciosa priva d'aria,
all'alba del mondo.
- Sai dove siamo?
- In qualche periodo dell'era paleocenica. Abbiamo viaggiato per ventiquattro ore.
Siamo forse a cinquanta milioni di anni dal presente…
- Quale presente? Il mio, il 1891, oppure il tuo?
- In un arco temporale tanto vasto - Nebogipfel si palpò il sangue che ancora gli in-
crostava il viso - ha poca importanza.
Il processo vitale delle foglie e dei fiori era ormai lento, quasi solenne. Mi accorsi
che all'oscurità verde si sovrapponevano fugaci intrusioni di buio più denso: - Riesco
a distinguere la notte e il giorno: stiamo rallentando.
- Sì. - Nebogipfel sedette sulla panca di fronte a me e ne afferrò il bordo con le
lunghe dita.
Mi domandai se fosse spaventato: dopotutto, avrebbe avuto tutto il diritto di esser-
lo. Mi sembrò di scorgere un movimento sul fondo dell'abitacolo: una lieve convessi-
tà che si formava sotto la panca del Morlock.
- Che cosa dobbiamo fare?
Il mio compagno scosse la testa: - Possiamo soltanto attendere gli eventi. Non sia-
mo certo in grado di controllare la situazione in alcun modo.
L'alternarsi delle notti e dei giorni rallentò ulteriormente, sino a diventare, tutt'in-
torno, una pulsazione regolare, simile al battito cardiaco. Il fondo cigolò, mentre se-
gni di sollecitazione comparivano sulle piastre d'acciaio.
D'improvviso, capii: - Attento!
Mi alzai, afferrando per le spalle Nebogipfel, che non oppose resistenza. Dopo a-
verlo sollevato come se fosse stato un bimbo magro e villoso, indietreggiai, vacillan-
do.
Nello stesso istante, un albero comparve dinanzi a me, sfondando il metallo della
vettura come se fosse stato carta. Un ramo immenso si protese verso i comandi, come
il braccio di un risoluto gigante ligneo, e fracassò il cruscotto.
Evidentemente stavamo entrando nello spazio occupato da quell'albero in quell'e-
poca remota.
Crollai all'indietro, sopra una panca, con Nebogipfel in braccio. L'albero rimpiccio-
lì, mentre procedevamo a ritroso verso il momento della sua nascita. La pulsazione
delle notti e dei giorni continuò a rallentare, e l'alternanza si accentuò. Intanto, il
tronco rimpicciolì sempre più, e poi… Con uno schianto immane, la vettura si spaccò
in due parti, aprendosi dall'interno come un guscio d'uovo.
Non riuscii a trattenere Nebogipfel: entrambi cademmo sul suolo umido e morbido,
in una tempesta di metallo e di legno.
LIBRO QUARTO
IL MARE PALEOCENICO
1. DIATRYMA GIGANTICA

Mi ritrovai supino a fissare la pianta che aveva sfondato la vettura temporale men-
tre rallentava. Non riuscivo a vedere Nebogipfel, benché ne sentissi il respiro lieve
accanto a me.
L'albero, ormai congelato nel tempo, s'innalzava insieme ai suoi compagni per
formare, a grande altezza, una volta di fronde, fitta e uniforme. Pianticelle e virgulti
spuntavano intorno alla base del fusto, nonché fra i rottami del veicolo fracassato. Nel
calore intenso e nell'aria umida, stentavo a respirare. La giungla intorno a me era pie-
na di trilli, di sospiri, di rumori simili a colpi di tosse, i quali si sovrapponevano a un
rumoreggiare cupo e profondo, che mi fece sospettare la presenza, nelle vicinanze, di
un grande fiume (magari una versione primeva del Tamigi), oppure di un mare.
Più che in Inghilterra, sembrava di essere ai tropici!
Mentre rimanevo sdraiato ad osservare, scese lungo il tronco dell'albero una crea-
tura simile a uno scoiattolo, lunga circa venticinque centimetri, con la pelliccia ampia
e fitta che l'avvolgeva come un mantello. Fra le mandibole piccole teneva un frutto.
Giunto a circa tre metri dal suolo, ci vide, rizzò la testa di scatto, aprì la bocca, la-
sciando cadere il frutto, e sibilò, rivelando che gli incisivi, in punta, si dividevano in
cinque rebbi, poi si tuffò a capofitto dall'albero. Quando spalancò gli arti all'improv-
viso, quello che sembrava un mantello di pelliccia si aprì con uno schiocco, trasfor-
mandolo in una sorta di aquilone villoso. Così, si allontanò veleggiando nell'oscurità
fino a scomparire alla vista.
- Che benvenuto… - sospirai. - Sembrava un lemure volante. Ma… Hai visto i den-
ti?
- Era un planetatherium - rispose Nebogipfel, che ancora non riuscivo a vedere. - E
l'albero è un dipterocarps: non è molto diverso dalle piante che sopravviveranno nel-
le foreste della tua epoca.
Appoggiando le mani al suolo viscido e marcescente, riuscii a girarmi in modo da
guardare il mio compagno: - Sei ferito, Nebogipfel?
Il Morlock giaceva su un fianco, con la testa girata a guardare il cielo: - No - sus-
surrò. - Suggerisco d'iniziare a cercare…
Tuttavia, non l'ascoltai, perché proprio in quel momento vidi spuntare dal fogliame
alle sue spalle una testa grande come quella di un cavallo, munita di becco, che subito
si abbassò verso il suo corpo fragile e indifeso.

Per un attimo rimasi paralizzato dalla sorpresa e dal terrore. Il becco uncinato si
aprì con una sorta di schiocco liquido, mentre gli occhi discoidali mi fissavano rive-
lando inequivocabilmente una forma d'intelligenza.
Di scatto, con un ampio movimento, la testa enorme afferrò con il becco una gam-
ba di Nebogipfel, il quale strillò, artigliando il suolo con le dita piccole: notai che a-
veva pezzi di foglie impigliati nella pelliccia.
Strisciai all'indietro, scostando le fronde a calci, finché fui addossato a un albero.
Con un rumore di rami schiantati, l'uccello si fece largo pesantemente fra la vege-
tazione. Era alto più di due metri, coperto di penne nere e scagliose, con le zampe ro-
buste, dalla pelle gialla e floscia, munite d'artigli. Percuotendo l'aria con le ali atrofiz-
zate, sproporzionatamente piccole rispetto al corpo enorme, tirò indietro la testa, tra-
scinando il povero Morlock sul suolo molliccio.
- Nebogipfel!
- È una Diatryma - ansimò il mio compagno. - Una Diatryma Gigantica… Oh!
- Lascia perdere la filogenesi! Scappa!
- Temo… di non poter… Oh! - Di nuovo, la voce di Nebogipfel si spezzò in un u-
lulato di sofferenza.
Scuotendo la testa, l'animale cercò di fracassare la testa del Morlock contro un al-
bero: senza dubbio intendeva poi banchettare con le sue carni pallide.
Consapevole di avere bisogno di un'arma, riuscii a pensare soltanto alla chiave in-
glese di Mosè. Mi rialzai ed entrai nel guazzabuglio di lamiere, di nervature e di fili
del relitto della vettura temporale: l'acciaio luccicante e il legno lustro del 1938 appa-
rivano singolarmente fuori posto in quella foresta antica. Comunque, non vidi la
chiave. Affondai le braccia nel terriccio fino al gomito, e per lunghi secondi dolorosi
frugai, mentre la Diatryma si allontanava nella foresta trascinando la sua preda.
Infine trovai ciò che cercavo: ritirai il braccio destro dal terriccio con la chiave in-
glese stretta nel pugno.
Con un ruggito, brandendo l'attrezzo, avanzai nel fango. La Diatryma mi fissò con
gli occhi luccicanti, scuotendo la testa più lentamente, ma senza allentare la presa del
becco sulla gamba di Nebogipfel. Naturalmente, non aveva mai visto esseri umani
prima di allora: non si rendeva conto che potevamo costituire una minaccia. Andai
all'assalto, cercando d'ignorare la spaventevole pelle scagliosa degli artigli, il becco
immenso, il fetore di carne decomposta che emanava da tutto l'animale.
Come se la chiave inglese fosse stata una mazza da cricket, tirai un colpo alla testa
della Diatryma: le penne e la carne l'attutirono, però sentii un bell'urto contro il cra-
nio.
Nel lasciarsi sfuggire un grido rauco e aspro, simile a uno squarciarsi di lamiera,
l'uccello aprì il becco, e Nebogipfel cadde. Poi, però, fui io a trovarmi in pericolo.
Anche se l'istinto mi esortava a scappare, mi resi conto che, se lo avessi fatto, sarebbe
stata la mia fine. Così, sollevai di nuovo il braccio per percuotere ancora il cranio e-
norme, ma questa volta la Diatryma schivò e fu colpita soltanto di striscio. Senza esi-
tare, la picchiai di nuovo sotto il becco.
Si udì uno schianto. L'uccello sollevò la testa di scatto, barcollò, quindi mi fissò
con gli occhi luccicanti di ponderazione. Emise un verso tanto cupo da sembrare qua-
si un brontolio, infine, d'improvviso, scrollò le penne nere, si girò, e si allontanò con
andatura saltellante nella foresta.
Infilata la chiave inglese nella cintura, m'inginocchiai accanto a Nebogipfel, il qua-
le, tramortito, aveva la gamba rotta e insanguinata, la pelliccia intrisa della bava del-
l'uccello mostruoso.
- Be', mio compagno nel tempo - sussurrai - in certe occasioni, dopotutto, è utile
avere a portata di mano un selvaggio primordiale…
Ritrovati i suoi occhiali nel terriccio, li pulii su una delle mie maniche e glieli rimi-
si.

Scrutando nella semioscurità della foresta, mi chiesi che cosa fare. Nonostante i
miei viaggi temporali, e quelli che avevo compiuto nella Sfera dei Morlock, non mi
ero mai recato, nel mio secolo, nei paesi tropicali. Come guida per la sopravvivenza,
disponevo soltanto dei vaghi ricordi di relazioni di viaggiatori e di resoconti comparsi
nelle pubblicazioni popolari.
Dissi però a me stesso, per consolarmi, che almeno le sfide che mi attendevano sa-
rebbero state relativamente semplici: non sarei stato costretto ad affrontare un me
stesso più giovane, e neppure, giacché la vettura temporale era distrutta, le ambiguità
filosofiche e morali della molteplicità della storia. Dovevo semplicemente cercare ci-
bo e riparo dalla pioggia, nonché difendere me stesso e il mio compagno dai mostruo-
si predatori di quell'epoca primordiale.
Decisi di cercare innanzitutto acqua fresca e potabile: anche senza considerare le
necessità di Nebogipfel, io stesso ero tormentato dalla sete, perché avevo bevuto per
l'ultima volta prima del bombardamento di Londra.
I rottami della vettura temporale mi parvero offrire un riparo non meno sicuro di
qualunque altro. Vi deposi Nebogipfel, accanto all'albero, sopra la mia giacca distesa,
per proteggerlo dall'umidità del terriccio, nonché da qualunque essere nocivo che vi
strisciasse. Dopo breve esitazione, mi sfilai dalla cintura la pesante chiave inglese e
gliela misi in una mano.
Riluttante a rimanere disarmato, frugai tra i rottami sino a trovare un pezzo di ner-
vatura in ferro, corto e solido, che sembrava adatto alla bisogna. Lo piegai fino a
spezzarlo, staccandolo dall'intelaiatura, quindi lo soppesai: non mi procurò una sen-
sazione di solidità tanto rassicurante quanto quella suscitata dalla chiave inglese, ma
giudicai che fosse meglio di niente.
Finalmente, con la mazza in spalla, m'incamminai attraverso la foresta nella dire-
zione da cui giungeva il fragore dell'acqua, opposta a quella in cui si trovava il sole in
quel momento.

2. IL MARE PALEOCENICO

Non mi fu difficile procedere, perché gli alberi erano radi e il suolo era pianeggian-
te: la fitta volta di fronde, intercettando la luce del sole, impediva la crescita del sot-
tobosco.
Sugli alberi la vita prosperava, multiforme. I rampicanti e le epifite, come le orchi-
dee, crescevano sui fusti, e le liane pendevano dai rami. Vi erano uccelli appartenenti
a numerose specie, nonché colonie di scimmie, e di quelli che a un primo sguardo mi
parvero altri primati. Un animale simile a una martora, lungo circa venti centimetri,
con il corpo molto agile e articolato e la coda dalla folta pelliccia cespugliosa, correva
e balzava da un ramo all'altro, lanciando grida rauche. Un altro animale arboricolo,
più grande, lungo poco meno di un metro, era dotato di artigli e di coda prensile.
Quest'ultimo non fuggì quando mi avvicinai: restando aggrappato alla parte inferiore
di un ramo, mi scrutò in maniera inquietante.
Continuai a camminare. La fauna non conosceva gli esseri umani, tuttavia aveva
evidentemente sviluppato forti istinti di conservazione grazie alla presenza della Dia-
tryma, e senza dubbio anche di altri predatori, perciò non si sarebbe lasciata cacciare
facilmente.
Allorché mi fui abituato alla semioscurità, ai colori e alle forme della foresta, mi
resi conto che il mimetismo era universale. Per esempio, notai sul tronco di un albero
quella che mi sembrò una foglia in decomposizione. Quando mi avvicinai, però, la
"foglia" rivelò all'improvviso di essere dotata di zampe: era un insetto simile a un
grillo, che si allontanò saltellando. Sopra un masso, vidi sfavillare come piccoli
gioielli, nella luce che filtrava dalle fronde, quelle che mi parvero alcune gocce di
pioggia sparse: allorché mi curvai ad osservarle, scoprii che si trattava invece di alcu-
ni insetti dai carapaci trasparenti. Non mi sorprese, dunque, quando ciò che aveva tut-
to l'aspetto di essere una macchia bianca e nera di escrementi sulla corteccia di un fu-
sto, srotolò languidamente zampe di ragno.
Dopo circa mezzo miglio, gli alberi si diradarono. Attraversata una frangia di pal-
me, sbucai alla luce accecante del sole, sentendo sotto gli stivali una sabbia grossa:
ero all'estremità di una spiaggia. Oltre la striscia di sabbia bianca scintillava una di-
stesa d'acqua tanto ampia che non vidi la sponda opposta. Basso nel cielo alle mie
spalle, il sole era molto luminoso: ne sentivo il calore premermi il cuoio capelluto e il
collo.
Lontano, sulla lunga spiaggia diritta, vidi una famiglia di uccelli della specie Dia-
tryma. I due adulti si pulivano a vicenda le penne, intrecciando i colli, mentre i tre
giovani diguazzavano goffamente, lanciando grida, o stavano accoccolati nell'acqua,
a scrollarsi e a bagnarsi le penne impermeabili. Nell'insieme, con il piumaggio nero,
il corpo sgraziato, le ali minuscole, apparivano buffi, tuttavia continuai a tenerli d'oc-
chio, perché il pulcino più piccolo era alto circa un metro, e molto robusto.
Avvicinatomi alla battigia, mi bagnai le dita, quindi le leccai: l'acqua era salata,
marina.
Il sole era calato oltre la foresta, quindi quello doveva essere l'occidente. Di conse-
guenza, avevo percorso circa mezzo miglio a oriente del luogo in cui si trovava la
vettura temporale. Giudicai perciò di trovarmi nei pressi dell'incrocio fra Knightsbri-
dge e Sloane Street, che, nell'era paleocenica, si trovava sul bordo di un mare. Nel-
l'osservare tale oceano, che sembrava coprire tutta Londra a oriente di Hyde Park
Corner, pensai che potesse essere il Mare del Nord, o la Manica. Quale che fosse, il
mare, in quel periodo, si estendeva a coprire la regione in cui sarebbe sorta la città. Se
avevo ragione, Nebogipfel ed io eravamo stati molto fortunati, perché se il livello del-
le acque fosse stato anche soltanto poco più alto, saremmo emersi dal tempo nelle
profondità marine, anziché sull'isola.
Mi tolsi gli stivali, v'infilai le calze, me li legai alla cintura per mezzo dei lacci, e
mi addentrai per breve tratto nell'acqua, che era fredda. Resistetti alla tentazione
d'immergere la faccia per timore delle conseguenze del sale sulle ferite. Affondai le
mani in una depressione sabbiosa, che molto probabilmente con la bassa marea si tra-
sformava in una pozza, e subito le ritirai cariche di bivalvi, di gasteropodi, e di quelle
che sembravano ostriche. Pareva che vi fosse poca varietà di specie, in quel mare
pieno di vita, tuttavia vi era una grande abbondanza di esemplari.
Là, sulla riva dell'oceano, mentre l'acqua gorgogliante mi accarezzava le dita delle
mani e dei piedi, con il sole caldo sulla nuca, una grande sensazione di pace calò su di
me. Quando, da ragazzino, i miei genitori mi avevano condotto a compiere gite di al-
cuni giorni a Lympne e a Dungeness, ero stato solito passeggiare sino alla riva del
mare, proprio come quel giorno, e immaginare di essere solo al mondo. Ebbene, in
quel momento era quasi vero! Era straordinario pensare che nessuna nave veleggiava
sugli oceani del mondo, e che non esistevano città umane oltre la giungla alle mie
spalle, e che davvero le uniche scintille d'intelligenza sul pianeta eravamo io e il po-
vero Morlock ferito. Eppure non era una prospettiva sgradevole: non lo era affatto,
dopo l'ottenebramento e il caos spaventevoli del 1938, a cui ero sfuggito tanto di re-
cente.
Mi alzai. Il mare era incantevole, ma l'acqua salata non era potabile. M'impressi
nella mente il punto in cui ero uscito dalla giungla, giacché non desideravo affatto
perdere Nebogipfel nell'oscurità arborea, e m'incamminai a piedi nudi sul bagnasciu-
ga, allontanandomi dalla famiglia di Diatryma.
Avevo percorso circa un miglio, allorché trovai un ruscello che usciva chioccolan-
do dalla foresta e scendeva, sottile, la spiaggia, sino a sfociare nel mare. Assaggian-
dola, scoprii che l'acqua dolce era fresca e sembrava pulita. Ciò suscitò in me un
grande sollievo: almeno per quel giorno non saremmo morti. In ginocchio, immersi la
testa fino al collo nel liquido fresco e gorgogliante. Bevvi a grandi sorsi, prima di to-
gliermi la giacca e la camicia per lavarmi. Il sangue fosco ed essiccato si sciolse, fug-
gendo verso il mare. Mi rialzai sentendomi grandemente ristorato.
Non mi restava che una sfida da affrontare: come portare quel dono a Nebogipfel.
Insomma, mi occorreva un recipiente.
Rimasi seduto per qualche minuto accanto al ruscello a guardare intorno, perples-
so. Sembrava che con l'ultima caduta nel tempo tutta la mia ingegnosità si fosse esau-
rita: la mia mente stanca non riusciva ad affrontare il problema più immediato che mi
si presentava.
Alla fine, staccai gli stivali dalla cintura, li lavai e li risciacquai come meglio potei,
quindi li riempii d'acqua fresca. Ripercorrendo la spiaggia e riattraversando la foresta,
tomai al relitto temporale. Nel lavare il volto pesto al mio compagno, e nel cercare di
destarlo affinché bevesse, promisi a me stesso che il giorno successivo avrei trovato
recipienti più adatti dei vecchi stivali.
In seguito all'aggressione della Diatryma, Nebogipfel era rimasto ferito gravemen-
te alla gamba destra: il ginocchio sembrava rotto, il piede formava un angolo innatu-
rale. Non avevo più il coltello, perciò fui costretto a servirmi di un pezzo di lamiera
poco affilato per effettuare una rudimentale rasatura della pelliccia bionda intorno al-
le ferite, che poi lavai come meglio mi fu possibile. Le ferite superficiali sembravano
in via di rimarginazione, e non vi era traccia d'infezione.
Intanto che lo medicavo, e goffamente, giacché non avevo nessuna preparazione in
questo campo, Nebogipfel, sempre privo di conoscenza, mugolò e miagolò di dolore,
come un gatto.
Palpando la gamba destra, non riuscii a individuare fratture al femore, né alla tibia.
Come ho riferito, sembravano danneggiati il ginocchio e la caviglia, ciò che mi riem-
pì di sgomento, perché, mentre avrei potuto risistemare una tibia rotta, non sapevo
proprio come curare quel genere di fratture. Comunque, frugai tra i rottami sino a
trovare due pezzi diritti di nervatura che potessero fungere da stecche. Con il coltello
improvvisato, tagliai a strisce la giacca, di cui, dato il clima, non prevedevo di avere
necessità estrema; poi lavai le bende così ottenute.
Infine, presi il coraggio a due mani: raddrizzai il ginocchio e la caviglia di Nebogi-
pfel, e steccai la gamba con una fasciatura stretta.
Le grida del Morlock, echeggianti fra gli alberi, furono terribili a udirsi.
Quella sera, tanto spossato da non avere neppure la forza di accendere il fuoco, ce-
nai con ostriche crude, poi mi addossai al tronco dell'albero, accanto a Nebogipfel,
con la chiave inglese di Mosè in pugno.

3. COME SOPRAVVIVEMMO

Per il nostro accampamento, scelsi un luogo sulla riva del mare paleocenico, vicino
al ruscello d'acqua potabile che avevo trovato. Decisi che, sia dal punto di vista della
salute, sia da quello della sicurezza, sarebbe stato preferibile vivere là, anziché nell'o-
scurità della foresta. Costruii una tenda per Nebogipfel, utilizzando alcuni pezzi della
vettura temporale per la struttura e usando alcuni indumenti come teli.
Portai in braccio Nebogipfel, che era leggero come un bambino, fino alla tenda.
Aveva ripreso conoscenza, ma era ancora intontito. Mentre mi guardava, indifeso, at-
traverso gli occhiali rotti, stentai a ricordare che apparteneva a una specie la quale a-
veva imbrigliato l'energia solare ed era in grado di viaggiare nello spazio interplane-
tario.
La nostra prima necessità era il fuoco. La legna disponibile, ossia i rami caduti che
si potevano raccogliere nella foresta, era umida e ammuffita, perciò presi l'abitudine,
in seguito, di trasportarne carichi alla spiaggia affinché si seccasse. Non mi fu diffici-
le accendere il fuoco servendomi di foglie secche come esca e di una lamiera della
vettura temporale percossa con un sasso per far scoccare la scintilla. Dapprima ripetei
quotidianamente il rituale dell'accensione, tuttavia non tardai a riscoprire l'espediente
indubbiamente antico di conservare le braci calde per tutto il giorno, in maniera che
fosse semplice riaccendere la fiamma ogni volta che era necessario.
La convalescenza di Nebogipfel fu lenta. La perdita di conoscenza, per un indivi-
duo appartenente a una specie che non conosceva il sonno, fu grave e nociva. Allor-
ché si riprese, Nebogipfel rimase seduto all'ombra per alcuni giorni, apatico, per nulla
incline a conversare. Anche se con profonda riluttanza, si dimostrò capace di nutrirsi
delle ostriche e delle bivalvi che gli portai dal mare. Con il trascorrere del tempo, riu-
scii a variare la nostra dieta per mezzo della carne cotta di tartaruga, giacché le te-
stuggini abbondavano lungo tutta la spiaggia. Esercitandomi, imparai a staccare
grappoli di frutta dalle palme della spiaggia, lanciando pezzi di metallo o sassi in alto
fra i rami. Le noci di cocco si rivelarono molto utili: il latte e la polpa ci consentirono
di variare la dieta, i gusci ci servirono da contenitori per gli scopi più diversi, mentre
le fibre marroni del mesocarpo potevano essere intrecciate a formare tessuti rozzi.
Comunque, non ero mai stato portato per eseguire lavori tanto raffinati, perciò non
riuscii a confezionarmi altro che un copricapo ampio, simile a un cappello da coolie.
Nonostante la munificenza del mare e delle palme, la nostra dieta rimase monoto-
na. Osservavo dunque con invidia gli animali succulenti che si arrampicavano sui ra-
mi degli alberi, in alto, al di fuori della mia portata.
Nell'esplorare la spiaggia, scoprii che il mondo marino era abitato da molti esseri.
Vidi scivolare sulla superficie ombre romboidali che giudicai essere razze, e in due
occasioni vidi pinne verticali alte almeno trenta centimetri, che fendevano risoluta-
mente le onde e che potevano appartenere soltanto a grossi squali.
A mezzo miglio dalla riva scorsi un animale dal corpo allungato che nuotava in su-
perficie, con la bocca grande e bianca, irta di piccoli denti crudeli. Era lungo circa un
metro e mezzo e nuotava mediante le ondulazioni del corpo sinuoso. Quando glielo
descrissi, Nebogipfel, recuperando una parte delle conoscenze enciclopediche archi-
viate nel suo piccolo cranio, lo identificò come un Champsosaurus: un animale anti-
co, imparentato con il coccodrillo, superstite dell'epoca dei dinosauri, che si era con-
clusa molto tempo prima dell'era paleocenica.
I mammiferi marini della mia epoca, come le balene e i lamantini, non erano anco-
ra del tutto adattati alla vita acquatica, spiegò Nebogipfel, quindi vivevano ancora
sulla terra, benché fossero grandi e lenti. Cercai dunque qualche balena sdraiata a
prendere il sole, sicuro che sarei riuscito ad uccidere una preda tanto impacciata; però
non ne vidi mai nessuna.
Allorché rimossi per la prima volta la fasciatura e le stecche, scoprimmo che la
gamba rotta mostrava segni di guarigione, ma Nebogipfel, tastandosi le articolazioni,
dichiarò che non si erano saldate correttamente, e ciò non mi stupì affatto. Comun-
que, nessuno dei due seppe come rimediare. Dopo qualche tempo, Nebogipfel riuscì a
camminare zoppicando per mezzo di una gruccia ricavata da un ramo.
Viceversa, l'occhio che gli avevo ferito quando lo avevo picchiato nell'officina del-
le vetture temporali, non guarì: con mio grande rammarico e profonda vergogna, ri-
mase cieco.
Data la sua natura morlock, il povero Nebogipfel si trovò tutt'altro che a suo agio
nella luce e nel calore del sole. Prese dunque l'abitudine di dormire durante il giorno,
nella tenda che gli avevo costruito, e di vegliare durante la notte. Io, invece, mantenni
le mie abitudini diurne, talché ciascuno di noi trascorse in solitudine la maggior parte
delle ore di veglia. C'incontravamo a conversare al tramonto e all'alba, anche se deb-
bo riconoscere che vivendo all'aperto, al caldo, faticando fisicamente, arrivavo molto
stanco al calar del sole.
Pensai di servirmi delle grandi fronde di palma per costruire una capanna, ma no-
nostante tutti i miei sforzi, la tecnica che mi consentiva di procurare la frutta non si
rivelò altrettanto efficace in quel caso, né disponevo di alcun mezzo per abbattere le
palme stesse. Fui dunque costretto a mettermi a torso nudo e ad arrampicarmi come
una scimmia. Una volta giunto alla chioma, fu questione di pochi momenti strappare
le fronde e gettarle al suolo. Nella fresca aria del mare e nella luce del sole, ero diven-
tato più sano e più robusto, ma non ero più giovane, quindi non tardai a scoprire che
le mie capacità atletiche erano limitate: le arrampicate, insomma, mi spossavano.
Intrecciando le fronde procurate in questo modo, fabbricai il tetto per una capanna
costruita con i rami caduti raccolti nella foresta. Sempre con le fronde di palma, con-
fezionai un ampio cappello per Nebogipfel, il quale, seduto all'ombra, nudo, con
quell'affare legato sotto il mento, aveva un aspetto davvero assurdo.
Quanto a me, che sono sempre stato di carnagione chiara, mi bastarono pochi gior-
ni di esposizione al sole per ustionarmi e per suggerirmi di usare prudenza. Il naso, le
braccia e la schiena mi si spellarono. Anche se mi lasciai crescere una barba folta a
proteggere il viso, le labbra mi si coprirono di vesciche in una maniera assai spiace-
vole a vedersi. L'ustione peggiore, tuttavia, fu quella al cocuzzolo pelato. Presi l'abi-
tudine di bagnarmi la pelle bruciata, nonché d'indossare sempre il cappello e ciò che
restava della mia camicia.
Un giorno, dopo circa un mese di quella vita, mentre mi radevo servendomi di due
pezzi di lamiera della vettura temporale, uno come lama e l'altro come specchio, mi
resi conto improvvisamente di quanto fossi cambiato: nel viso abbronzato, scuro co-
me mogano, gli occhi e i denti brillavano bianchi; lo stomaco era tanto piatto quanto
lo era stato ai tempi dell'università. Inoltre, indossavo soltanto, con la più assoluta na-
turalezza, un cappello di fronde di palma e un paio di calzoni tagliati corti. Per il re-
sto, me ne andavo in giro a torso nudo, e scalzo.
Mi volsi a Nebogipfel: - Guardami! I miei amici mi riconoscerebbero a stento: sto
diventando un aborigeno.
Il volto senza mento del Morlock rimase privo di espressione: - Sei un aborigeno.
Non ricordi che questa è l'Inghilterra?

Quando Nebogipfel propose di recuperare il relitto della vettura temporale, non mi


opposi: capivo che in futuro avremmo avuto bisogno di ogni minima quantità di ma-
teriale grezzo, soprattutto i metalli. Raccogliemmo così tutti i pezzi dei veicolo in una
fossa scavata nella sabbia.
Soddisfatte tutte le necessità più urgenti della sopravvivenza, Nebogipfel dedicò
gran parte del proprio tempo ai rottami. Sulle prime, non indagai troppo sulle sue at-
tività, perché immaginavo che intendesse migliorare la nostra capanna, o magari co-
struire un'arma per la caccia.
Una mattina, però, quando si fu addormentato, esaminai il suo lavoro, scoprendo
che aveva ricostruito la struttura della vettura temporale: aveva spianato il fondo, a-
veva fabbricato una gabbia con le nervature legate con pezzi di filo, e aveva persino
ritrovato l'interruttore azzurro che aveva avuto la funzione di chiudere il circuito della
plattnerite.
Al suo risveglio, lo affrontai: - Stai cercando di costruire una nuova macchina del
tempo, vero?
- No. - Nebogipfel affondò i denti nella polpa di una noce di cocco. - Ne sto rico-
struendo una.
- La tua intenzione è evidente: hai rifatto la struttura che conteneva il circuito della
plattnerite.
- Come hai appena detto, è ovvio.
- Ed è anche inutile! - Mi guardai le mani callose e insanguinate, rendendomi conto
che mi contrariava il fatto che il mio compagno sprecasse in tal modo le sue energie,
mentre io faticavo per provvedere alla nostra sopravvivenza. - L'unica plattnerite che
abbiamo è esaurita, e comunque è sparsa nella foresta. E non abbiamo nessun mezzo
per produrne altra.
- Se costruiremo una macchina del tempo, forse non riusciremo ad abbandonare
quest'epoca. Ma se non la costruiremo, sicuramente non riusciremo ad andarcene.
- Nebogipfel - brontolai, - credo che dovresti affrontare la realtà. Siamo isolati nel-
le profondità del tempo. Non riusciremo mai a procurarci altra plattnerite, qui, giac-
ché non è una sostanza naturale. Non possiamo produrla, e nessuno ce ne porterà una
quantità sufficiente, per il semplice fatto che nessuno ha la più pallida idea che siamo
sperduti all'inizio del terziario!
Per tutta risposta, Nebogipfel leccò la polpa succulenta della noce.
- Bah! - Frustrato e irato, mi misi a camminare intorno alla capanna. - Converrebbe
che tu dedicassi la tua intelligenza e le tue energie a fabbricarmi un'arma da fuoco,
per poter abbattere qualcuna di quelle scimmie.
- Non sono scimmie: le specie più comuni sono miacis e chriacus.
- Be', a qualunque specie appartengano… Bah! - Furibondo, me ne andai.
Nonostante le mie obiezioni, naturalmente, Nebogipfel perseverò nella sua pazien-
te ricostruzione. In ogni modo, mi assistette in molti modi nel compito di assicurare
la sopravvivenza ad entrambi. Dopo qualche tempo, finii per accettare la presenza
della macchina rudimentale, scintillante e squisitamente inutile, posata sulla spiaggia
paleocenica.
Dissi a me stesso che tutti gli esseri umani avevano bisogno di speranze, che confe-
rissero scopo e ordine alle loro esistenze: e la macchina, tanto incapace di volare
quanto una grande Diatryma, rappresentava l'ultima speranza di Nebogipfel.

4. MALATTIA E GUARIGIONE

Mi ammalai.
Divenni incapace persino di alzarmi dal rozzo giaciglio di fronde e di foglie secche
che mi ero preparato. Costretto ad accudirmi, Nebogipfel espletò tale dovere senza
troppe smancerie, ma con pazienza e con costanza.
Una volta, nel buio fitto della notte, mi accorsi, nel dormiveglia, che le dita morbi-
de del Morlock mi palpavano il viso e il collo. Immaginando di trovarmi ancora una
volta intrappolato nel basamento della Sfinge Bianca, circondato dai Morlock inten-
zionati a uccidermi, gridai. Allora Nebogipfel si affrettò a indietreggiare, ma non
prima che riuscissi a colpirlo con un pugno al petto. Benché indebolito, dimostrai di
avere ancora forza sufficiente per atterrarlo.
Ciò fatto, ricaddi, spossato, nell'incoscienza.
Allorché mi ridestai, Nebogipfel era di nuovo accanto a me, pazientemente intento
a cercare di farmi inghiottire un sorso di zuppa di molluschi.

Recuperata finalmente la lucidità, scoprii di trovarmi semisdraiato sul giaciglio, so-


lo nella nostra piccola capanna. Benché il sole fosse basso, il calore del giorno mi
parve ancora opprimente. Bevvi l'acqua che Nebogipfel mi aveva lasciato in un gu-
scio di noce accanto al giaciglio.
La luce del giorno si spense poco a poco, mentre la calda oscurità della sera tropi-
cale si addensava sulla nostra capanna. Il tramonto fu lungo e magnifico, a causa,
come mi aveva spiegato Nebogipfel, della cenere eruttata nell'atmosfera dai vulcani a
occidente della Scozia. Un giorno, tali fenomeni vulcanici avrebbero condotto alla
formazione dell'Oceano Atlantico. La lava scorreva fino all'Artico, alla Scozia, all'Ir-
landa, mentre la regione a clima caldo in cui ci trovavamo si estendeva a settentrione
fino alla Groenlandia.
Nel paleocene, la Britannia era già un'isola, ma il suo angolo nordoccidentale, ri-
spetto alla sua forma nel diciannovesimo secolo, era spostato a una latitudine superio-
re. Il Mare d'Irlanda non si era ancora formato, perciò la Britannia e l'Irlanda costitui-
vano ancora un'unica terra, ma la regione sudoccidentale dell'Inghilterra era coperta
dal mare, sulla cui riva abitavamo. Il mare paleocenico era un'estensione del Mare del
Nord. Con un veliero, avremmo potuto attraversare la Manica e navigare sino al cuo-
re della Francia nel Bacino Aquitano: un braccio di mare che conduceva a sua volta al
Mare di Teti, un oceano che copriva i paesi mediterranei.
Al cadere della notte, Nebogipfel sbucò dall'ombra più fosca della foresta. Si
sgranchì, più come un gatto che come un umano, e si massaggiò la gamba fratturata,
quindi dedicò alcuni minuti a pettinarsi con le dita la pelliccia del volto, del torace e
del dorso.
Finalmente, mi si avvicinò zoppicando, mentre la luce purpurea del tramonto scin-
tillava sui suoi occhiali incrinati, per portarmi altra acqua.
Dopo essermi inumidito la bocca, sussurrai: - Quanto tempo?
- Tre giorni.
Nell'udire la voce aliena del mio compagno, fui costretto a reprimere un brivido. Si
potrebbe pensare che mi fossi ormai abituato al Morlock, però, dopo tre giorni che
giacevo malato e indifeso, quella voce mi turbò, rammentandomi che ero solo in un
mondo ostile, con l'esclusiva compagnia di un alieno proveniente dal futuro remoto.
Quando ebbi mangiato la zuppa preparatami da Nebogipfel, il tramonto era dile-
guato: l'unica luce proveniva da una scheggia di luna che pendeva bassa nel cielo.
Poiché il mio compagno si era tolto gli occhiali, vedevo i suoi occhi rossogrigi librar-
si come ombre traslucide di luna nell'oscurità della capanna.
Allora ruppi il silenzio: - Vorrei sapere perché mi sono ammalato…
- Non ne sono certo.
- Non ne sei certo? - Rimasi sorpreso da quell'insolita ammissione d'ignoranza,
giacché Nebogipfel possedeva conoscenze di una vastità e di una profondità straordi-
narie. Immaginavo la mente di un uomo del diciannovesimo secolo come qualcosa di
analogo al mio vecchio laboratorio: piena d'informazioni archiviate in maniera casua-
le, con libri aperti, fogli d'appunti e disegni sparsi su qualunque superficie piana. Per
contrasto, supponevo che la mente morlock, in virtù delle progredite tecniche educa-
tive dell'anno 657.208, fosse ordinata come un'enciclopedia eccellente, con volumi
d'esperienza e di erudizione perfettamente ordinati e catalogati. Tutto ciò innalzava il
livello pratico dell'intelligenza e della conoscenza a vette che l'umanità della mia e-
poca non avrebbe potuto neppure sognare.
- Comunque - rispose Nebogipfel - il fatto che ti sei ammalato non dovrebbe sor-
prenderci. Invece, mi sorprende che tu non ti sia ammalato prima.
- Che cosa intendi dire?
Nebogipfel si volse a scrutarmi: - Che sei un uomo estraniato dalla tua epoca.
In un lampo, capii.
Le malattie avevano afflitto da sempre l'umanità, inclusi persino i suoi antenati
preumani che vivevano in quell'epoca antica. Ma proprio a causa di tale selezione
spietata, la nostra specie aveva sviluppato le necessarie difese: l'organismo umano,
insomma, lottava contro tutti i germi, e ad alcuni era completamente immune.
Immaginai tutte le generazioni umane che si sarebbero evolute dopo l'epoca antica
in cui mi trovavo, e le fugaci anime umane che avrebbero brillato come faville nell'o-
scurità prima di estinguersi per sempre. Ebbene, nessuna delle minuscole lotte di
quella lunga serie sarebbe stata vana, perché pagando il pedaggio di miliardi di morti,
l'umanità avrebbe acquistato il diritto a sopravvivere sulla Terra.
Per il Morlock era diverso. Nel suo secolo, ben poco era rimasto della forma uma-
na archetipa. Nel suo organismo, come spiegò lui stesso, le ossa, gli organi interni, i
muscoli, tutto, insomma, si era adattato, mediante la tecnica, in maniera tale da con-
sentire un equilibrio ideale fra la longevità e la pienezza di vita. Io stesso ero stato te-
stimone del fatto che Nebogipfel poteva essere ferito, tuttavia il suo corpo, come so-
steneva lui stesso, non aveva più probabilità d'infettarsi di quante ne avrebbe avute
un'armatura. In verità né il suo occhio ferito né la sua gamba fratturata avevano dato
segni d'infezione. Come ricordavo, il mondo originale degli Eloi e dei Morlock si era
evoluto in maniera diversa: non trovando neppure là tracce di malattia o d'infezione, e
notando soltanto pochi segni di decomposizione, avevo ipotizzato che quel mondo
fosse privo di batteri nocivi.
Io, invece, ero senza difese.
Superata la fase più grave della mia malattia, Nebogipfel dedicò la propria atten-
zione ai problemi della sopravvivenza. Incaricò me di raccogliere noci, tuberi, frutta e
funghi commestibili, per integrare la nostra dieta basata sui molluschi, nonché sulla
carne dei mammiferi e degli uccelli tanto stupidi da lasciarsi abbattere dalle mie ru-
dimentali armi da caccia: la fionda e i sassi. Lui stesso, intanto, tentò di produrre me-
dicamenti semplici, come impiastri e infusi.
La malattia suscitò in me una tetraggine profonda e persistente, giacché si trattava
di un pericolo dei viaggi temporali che non avevo mai preso in considerazione. Rab-
brividendo, indebolito, con le braccia strette intorno al busto, pensai che la forza e
l'intelligenza mi consentivano di difendermi dalle Diatryma e da altri grossi animali
del paleocene, ma non dai mostruosi predatori invisibili presenti nell'aria, nell'acqua e
nel cibo.

5. LA TEMPESTA

Forse, se avessi avuto qualche esperienza degli ambienti tropicali prima di naufra-
gare nel paleocene, sarei stato pronto ad affrontare la tempesta.
Quella giornata fu più umida e più afosa del solito. Vicino al mare, l'aria aveva
quella strana luminosità e quella peculiare umidità che preannunciano un cambiamen-
to di tempo. La sera, spossato dai lavori, inquieto, fui felice di lasciarmi cadere sul
giaciglio, però il caldo era tale che tardai ad addormentarmi.
Mi destò il lento picchiettare della pioggia sul tetto di fronde di palma. Poi sentii il
fragore prodotto dalle gocce che percuotevano come proiettili le foglie della foresta e
la sabbia della spiaggia. Era l'ora più buia della notte: non vidi Nebogipfel, né lo udii.
Poco dopo, la tempesta crollò su di noi.
Fu come se fosse stato tolto un coperchio dal cielo: la pioggia precipitò con una ta-
le violenza da sfondare in pochi istanti il tetto di fronde. La capanna fragile mi crollò
attorno. Supino e fradicio, fissai le gocce che cadevano come lance dal cielo nuvolo-
so.
Mentre mi sforzavo di alzarmi, intralciato dalle fronde bagnate, il giaciglio si tra-
sformò in una palude. In breve fui coperto di fango, accecato dai rovesci che mi sfer-
zavano il cranio e dall'acqua che mi ruscellava sugli occhi.
Allorché finalmente fui di nuovo in piedi, constatai con sgomento che la capanna si
era sfaldata con una rapidità sbalorditiva: la struttura era quasi interamente crollata e i
pezzi avevano sepolto parzialmente la macchina del tempo ricostruita da Nebogipfel.
Frugando tra le fronde, i pali, e gli stracci bagnati e viscidi, trovai Nebogipfel, il
quale, con la pelliccia fradicia incollata al corpo e le ginocchia raccolte contro il pet-
to, sembrava un topo gigantesco. Aveva perso gli occhiali e tremava, del tutto indife-
so. Dato che solitamente lavorava di notte, e che di conseguenza avrebbe potuto esse-
re ovunque nel raggio di circa un miglio dalla capanna, fui lieto di averlo trovato tan-
to facilmente.
Quando mi curvai per prenderlo in braccio, si volse a me, con l'occhio cieco simile
a una fossa d'oscurità: - La vettura temporale! Dobbiamo salvare la vettura tempora-
le! - La sua voce aliena si udì a stento nella tempesta. Debolmente si sottrasse, allor-
ché feci per sollevarlo di peso.
Percosso dalla pioggia, emisi un brontolio di protesta, però mi feci arditamente
strada fra i resti della capanna e liberai la macchina dalle fronde che la coprivano,
scoprendo che era incastrata nella melma, piena d'indumenti e dei nostri oggetti d'uso
quotidiano. Afferrata la gabbia, cercai di liberarla ricorrendo alla forza bruta, ma riu-
scii soltanto a piegarla, e poi a spaccarne un angolo.
Mi raddrizzai per guardare attorno. La capanna era del tutto demolita. L'acqua pio-
vana scorreva dalla foresta sulla spiaggia verso il mare. Il ruscello che ci aveva con-
sentito di sopravvivere si stava gonfiando rabbiosamente e minacciava di straripare
dalle sue rive basse, nonché di travolgerci.
Abbandonata la vettura temporale, tomai da Nebogipfel: - È finita! - gridai. - Dob-
biamo andarcene da qui!
- Ma la macchina…
- Dobbiamo abbandonarla! Non vedi? Se continua così, l'inondazione ci travolgerà,
gettandoci in mare!
Con le ciocche di pelliccia che pendevano come cenci fradici, Nebogipfel si alzò a
fatica. Cercò di liberarsi dalla mia presa, quando lo afferrai, e forse, se non avesse
avuto la gamba rotta, ci sarebbe riuscito.
- Non posso salvarla! - gli urlai in faccia, trattenendolo. - Saremo fortunati se riu-
sciremo a salvare la stramaledetta pelle! - Ciò detto, me lo caricai in spalla e, allonta-
nandomi dai resti della capanna, m'incamminai verso la foresta.
Subito mi trovai a procedere a guado in parecchi centimetri d'acqua fredda e fan-
gosa. Più di una volta scivolai sulla sabbia viscida, senza però lasciare il Morlock che
si dibatteva nella stretta del mio braccio.
Nella foresta, la pioggia, intercettata dalle chiome degli alberi, era Più rada. Prose-
guii il cammino nell'oscurità assoluta, inciampando nelle radici sporgenti, sbattendo
contro i fusti, scivolando sul suolo fradicio e infido. Intanto, Nebogipfel si abbandonò
immoto sulle mie spalle, rinunciando a dibattersi.
Finalmente, giunsi a un albero che mi sembrava di ricordare: era antico, con il fu-
sto enorme, e i rami più bassi a un'altezza di poco superiore alla mia. Posai sopra un
ramo Nebogipfel, che vi si aggrappò come una giacca inzuppata. Con un certo sforzo,
giacché era ormai da molto tempo che non mi dedicavo più a quell'esercizio, mi ar-
rampicai a mia volta su un ramo, dove rimasi seduto, addossato al tronco.
Rimanemmo là in attesa che la tempesta cessasse. Io tenni una mano posata sulla
schiena di Nebogipfel, per assicurarmi che non cadesse o che non cercasse di tornare
alla macchina. Nel frattempo fui costretto a sopportare l'acqua che, ruscellando giù
lungo il tronco, m'investiva le spalle e la schiena.
L'appressarsi dell'alba conferì una bellezza sovrannaturale alla foresta. Scrutando
le chiome, vidi la pioggia gocciolare dalle foglie, le cui forme si erano evolute anche
per assolvere a quella funzione, e scorrere giù lungo i fusti. Non sono granché come
botanico, però in quel momento compresi che la foresta era simile a una macchina
immensa, progettata per sopravvivere, anche agli assalti delle tempeste, di gran lunga
meglio di quanto lo fossero le rozze costruzioni umane.
Mentre la luce si diffondeva, strappai una striscia da ciò che restava dei miei cal-
zoni (non avevo più camicie), poi, mentre Nebogipfel restava immobile, gliela legai
sul viso per proteggergli l'occhio.
Spiovve a mezzogiorno. Allora giudicai che non vi fosse più alcun pericolo a scen-
dere dall'albero. Aiutai Nebogipfel a smontare dal ramo: era in grado di camminare,
però era del tutto cieco, senza gli occhiali, quindi fui costretto a tenerlo per mano, per
guidarlo.
Era una giornata luminosa e fresca. Dal mare spirava una brezza gradevole, e nu-
vole lievi correvano in un cielo quasi inglese. Sembrava che il mondo fosse stato ri-
creato: nulla restava dell'atmosfera opprimente del giorno precedente.
Con una certa riluttanza mi avvicinai alla capanna, perché fra i resti semisepolti
nella sabbia bagnata, inclusi gli oggetti, come i recipienti e gli attrezzi, razzolava con
il becco enorme e goffo un pulcino di Diatryma. Gridando e battendo le mani sopra la
testa, avanzai di corsa. L'uccello scappò, con la pelle gialla e floscia delle zampe che
oscillava.
Frugai nello sfacelo, constatando che ciò che ci era appartenuto era stato in gran
parte spazzato via dall'inondazione. La capanna era stata piccola e fragile, i nostri po-
chi oggetti erano stati ricavati alla meglio dai materiali fomiti dalla natura e dalla vet-
tura temporale, eppure provai una sconcertante impressione di profanazione e di spo-
liazione, perché si era trattato della nostra casa e dei nostri effetti personali.
- E la macchina? - chiese Nebogipfel, cieco, volgendo il viso qua e là. - Che cosa è
successo alla vettura temporale?
Con una breve ricerca, disseppellii qualche nervatura, qualche tubo e qualche la-
miera, più storti e più danneggiati di prima. Il resto dell'apparecchio, però, era stato
portato in mare.
Ad occhi chiusi, palpando i rottami, Nebogipfel commentò: - Be', dovrà bastare…
- Seduto sulla sabbia, cercò a tastoni pezzi di tessuto e di fili, per cominciare pazien-
temente a ricostruire ancora una volta la macchina del tempo.

6. CUORE E CORPO

Dopo la tempesta, non riuscimmo mai a ritrovare gli occhiali, di conseguenza Ne-
bogipfel si trovò in grave svantaggio. In ogni modo, non si lamentò. Come aveva
sempre fatto in precedenza, durante il giorno rimase all'ombra, e se per qualche ra-
gione fu costretto ad esporsi alla luce del crepuscolo o dell'alba, indossò l'ampio cap-
pello, nonché una specie di maschera di pelle con due fessure per gli occhi, che gli
avevo confezionato appositamente, in maniera che potesse vedere pur avendo la vista
protetta.
La tempesta non mi turbò soltanto fisicamente, bensì anche mentalmente, perché in
precedenza avevo cominciato a convincermi di essere in grado di proteggermi da tut-
te le calamità con cui il mondo primitivo avrebbe potuto aggredirmi. Decisi dunque
che occorreva garantire maggiore sicurezza alle nostre vite. Dopo qualche riflessione,
giudicai che la prima necessità fosse una solida palafitta, in grado di salvarsi dalle i-
nondazioni provocate in futuro dai monsoni. Però, sia per l'irregolarità delle loro for-
me, sia perché talvolta erano marcescenti, non potevo servirmi dei rami caduti. Mi
occorrevano tronchi d'albero, ma per procurarmeli avevo bisogno di una scure.
Così, trasformandomi per qualche tempo in un geologo dilettante, mi misi alla ri-
cerca di formazioni rocciose adeguate. Finalmente, in uno strato ghiaioso nella zona
di Hampstead Heath, che mi sembrò il deposito alluvionale di qualche fiume ormai
scomparso, trovai alcune selci, fosche e arrotondate, insieme a un po' di calcedonia.
Trasportai al nostro accampamento quei tesori con la massima cura, come se si
trattasse d'oro: anzi, con maggior cura ancora, perché una quantità equivalente di oro
non avrebbe avuto alcun valore, per me.
Sulla spiaggia, dopo parecchi esperimenti e uno spreco considerevole di materiale,
imparai come spaccare la selce lungo le venature e come affilarla. Nel lavorare, mi
sentivo goffo e inesperto. Avevo sempre osservato con grande meraviglia le punte di
freccia e le lame di scure esposte nelle bacheche dei musei, ma soltanto dopo avere
provato personalmente a fabbricarle mi resi conto di quale abilità e quale intuizione
tecnica avessero posseduto i nostri progenitori dell'età della pietra.
Finalmente, riuscii a fabbricare una lama che mi soddisfacesse. Servendomi di stri-
sce di pelle, la fissai a un corto manico di legno ricavato da un ramo, quindi m'in-
camminai, entusiasta, verso la foresta.
Meno di un quarto d'ora più tardi tornai con la scure spezzata: si era spaccata al se-
condo colpo, scalfendo a malapena la corteccia dell'albero che avevo scelto.
In seguito a un altro breve periodo di sperimentazione, tuttavia, riuscii a fabbricare
una scure adeguata, che mi consentì di abbattere alcuni alberelli diritti.
Scelsi per la nuova capanna un luogo presso la spiaggia, inaccessibile all'alta ma-
rea e ai possibili straripamenti del ruscello. Impiegai parecchio tempo a scavare fon-
damenta abbastanza profonde, ma alla fine costruii una solida palafitta, alta circa un
metro. La piattaforma era tutt'altro che piana, ma mi proponevo d'imparare a costruire
tavole decenti, prima o poi. Comunque, allorché mi ci coricai, la sera, essa mi parve
sicura, tale da porre me e il mio compagno al riparo dai pericoli del suolo. Quasi de-
siderai che un'altra tempesta si abbattesse su di noi, per mettere alla prova la mia
nuova creazione.
Servendosi di una piccola scala che avevo costruito per lui, Nebogipfel trasportò
sulla palafitta i pezzi della vettura temporale e ne riprese ostinatamente l'assemblag-
gio.

Mentre passeggiavo nella foresta, un giorno, mi accorsi che, da un ramo basso, mi


osservava un paio di occhi luminosi.
Rallentai, poi, badando a non compiere movimenti bruschi, imbracciai l'arco che
portavo appeso alla schiena.
L'essere che mi scrutava con occhi sospettosi, lungo circa dieci centimetri, sem-
brava un lemure minuscolo. Aveva la coda e il muso da roditore, con grossi incisivi
sporgenti e le zampe munite d'artigli. Se non era tanto intelligente da credere di po-
termi indurre, mediante la propria immobilità, a ignorarmi, allora era tanto stupido da
non rendersi conto che ero pericoloso.
Fu l'affare di un attimo incoccare una freccia e scagliarla.
Con la pratica, avevo imparato a cacciare. Ottenevo risultati discreti con la fionda e
con le trappole, ma con l'arco ero molto meno bravo. Avevo costruito frecce decenti,
ma non ero ancora riuscito a trovare, per l'arco, un legno che fosse dotato della flessi-
bilità adeguata. Di solito, nel tempo che impiegavo a incoccare goffamente la freccia,
le prede, divertite dalle mie stramberie, riuscivano a scappare al riparo senza difficol-
tà alcuna.
Invece il piccolo lemure rimase ad osservare con curiosità spiccata la freccia storta
che gli volava contro, indecisa. Per una volta, mirai giusto: la punta di selce inchiodò
il corpicino all'albero.
Tomai da Nebogipfel fiero della mia preda, perché i mammiferi ci erano molto uti-
li, non soltanto per la carne che ci fornivano, bensì anche per la pelliccia, i denti, il
grasso e le ossa.
In silenzio, attraverso le fessure sottili della maschera, Nebogipfel osservò Tesseri-
no simile a un roditore.
- Forse dovrei cacciarne altri - dichiarai. - Ho avuto l'impressione che questo ani-
maletto si sia reso conto di essere in pericolo soltanto quando era ormai troppo tardi.
Povera bestia!
- Sai cos'è?
- Dimmelo tu.
- Credo che sia un Purgatorius.
- Vale a dire?
- È un primate - spiegò Nebogipfel, lasciando trapelare un certo divertimento. - È il
più antico che si conosca.
Imprecai: - Credevo che fosse finita, e invece… Persino nel paleocene non si può
evitare d'incontrare parenti! - Esaminai il cadaverino. - Dunque questo è l'antenato
della scimmia, dell'uomo e del Morlock! È l'insignificante, minuscolo seme da cui
germoglierà una quercia che getterà la sua ombra opprimente su altri mondi oltre a
questo… Mi chiedo quanti individui, quanti popoli, quante specie, sarebbero stati ge-
nerati da questo esserino, se non l'avessi ucciso… Ancora una volta, forse, ho distrut-
to il mio stesso passato!
- Non possiamo fare a meno d'interagire con la storia, tu ed io - rispose Nebogipfel.
- Con ogni nostro respiro, con ogni albero che tu abbatti, con ogni animale che ucci-
diamo, creiamo un nuovo mondo nella molteplicità dei mondi. È semplicemente così,
ed è inevitabile.
Dopo tale rivelazione, non ebbi il coraggio di macellare il povero, piccolo primate,
perciò andai a seppellirlo nella foresta.

Un giorno, decisi di risalire il ruscello verso le sue sorgenti, addentrandomi nel pa-
ese, ad occidente.
Partii all'alba. Lontano dalla costa, gli odori del sale e dell'ozono svanirono, sosti-
tuiti da quelli, caldi e umidi, della foresta di dipterocarps, fra cui era soverchiarne il
profumo dei fiori che crescevano fitti. Il cammino era difficile a causa del sottobosco
denso. L'umidità aumentò tanto da impregnare il mio cappello di fibre intrecciate.
Nell'aria densa, i rumori della foresta, il frusciare della vegetazione, i trilli e i suoni
rauchi che si udivano sempre, assunsero una tonalità più grave.
Verso metà mattina, percorse due o tre miglia, giunsi nei pressi di Brentford, dove
trovai un lago ampio e poco profondo, di cui il ruscello era uno degli emissari. Gli
immissari erano alcuni altri ruscelli e torrenti. Intorno al lago isolato, gli alberi cre-
scevano fitti, con i tronchi e i rami bassi coperti di rampicanti, fra cui la lagenaria e la
luffa, che riconobbi. L'acqua, calda, era salmastra, perciò non mi azzardai a berla, ma
il lago pullulava di vita. La superficie era coperta da gruppi di ninfee gigantesche,
simili nella forma a bottiglie rovesciate, del diametro di circa un metro e ottanta, che
mi rammentarono le piante che avevo visto una volta nella serra dei gigli d'acqua del
Giardino Botanico Reale, a Kew. Per ironia, il luogo in cui sarebbe sorta Kew era a
meno di un miglio da dove mi trovavo. Le foglie sembravano abbastanza rigogliose e
robuste da sostenermi, tuttavia preferii non metterle alla prova.
In pochi minuti, con il fusto lungo e diritto di un alberello, improvvisai una canna
da pesca. Avevo con me la lenza, e un amo ricavato da una lamiera della vettura tem-
porale. Come esca, usai alcuni lombrichi.
Fui ricompensato, in breve tempo, da alcune stratte alla lenza. Sorrisi, immaginan-
do l'invidia che avrebbero provato alcuni miei amici pescatori, come, ad esempio, il
povero vecchio Filby, se avessero saputo che avevo scoperto quella riserva inconta-
minata.
Quella sera, accesi un fuoco e cenai ottimamente con pesce e tuberi alla brace.
Poco prima dell'alba fui destato da un verso strano. Mi alzai a sedere, guardando
attorno. Il fuoco era quasi spento, il sole non era ancora sorto, e il cielo aveva quella
sfumatura sovrannaturale d'azzurro acciaio che prefigurava il nuovo giorno. Nell'as-
senza di vento, neppure una foglia si muoveva. Una bruma densa gravava immobile
sulla superficie del lago.
Sulla riva, a meno di cento metri di distanza, vidi uno stormo di uccelli dalle penne
di colore marrone grigiastro e dalle zampe simili a quelle dei fenicotteri. Nell'acqua
bassa lungo la sponda, camminavano lentamente, oppure stavano immobili su una
zampa sola, come sculture squisite. Avevano la testa simile a quella delle anatre mo-
derne, immergevano il becco fra le onde scintillanti, e lo muovevano, evidentemente
alla ricerca di nutrimento.
Quando la bruma si alzò un poco a rivelare una parte più estesa del lago, scoprii
che gli uccelli, successivamente identificati da Nebogipfel come Presbyornis, erano
migliaia: formavano una grande colonia e si muovevano come spettri nella foschia
vaporosa.
Il lago si trovava in una località non più esotica dell'incrocio fra Gunnersbury A-
venue e Chiswick High Road, eppure sarebbe stato arduo evocare una visione più
dissimile dall'Inghilterra.

Con il trascorrere dei giorni, in quel paesaggio caldo e lussureggiante, i miei ricor-
di dell'Inghilterra del 1891 parvero divenire sempre più remoti e irrilevanti. I lavori
per la costruzione della capanna, nonché la caccia e la raccolta, mi procurarono le più
grandi soddisfazioni. Il calore del sole e la frescura del mare contribuirono a resti-
tuirmi una sensazione di salute e di vigore, nonché una vividezza di percezione, che
avevo perduto sin dalla fanciullezza.
Decisi di smettere di pensare. In tutta la complessa panoplia della vita paleocenica
esistevano soltanto due esseri dotati di ragione, però mi sembrava che ormai la mia
ragione potesse servire esclusivamente a consentirmi di continuare a sopravvivere.
Era tempo che in me prevalessero il cuore e il corpo. E con il susseguirsi dei gior-
ni, acquistai una consapevolezza sempre maggiore della vastità del mondo, dell'im-
mensità del tempo, e di quanto fossimo piccini io e le mie preoccupazioni, nel grande
panorama molteplice della storia. Non ero più importante neppure per me stesso, e
tale comprensione fu come una liberazione dell'anima.
In seguito, persino la morte di Mosè cessò di affliggermi.

7. PRISTICHAMPUS

Uno strillo di Nebogipfel mi destò di soprassalto. La voce morlock, quando diven-


tava acuta, si trasformava in una sorta di strano gorgoglio agghiacciante.
Mi alzai a sedere nell'oscurità fresca, e per un attimo immaginai di essere di nuovo
a letto, nella mia casa di Petersham Road. Ma gli odori e le forme della notte paleo-
cenica mi riportarono subito alla realtà.
Lasciato il giaciglio, balzai giù dalla palafitta, nella sabbia. Era una notte senza lu-
na: le ultime stelle sbiadivano nel cielo all'appressarsi del sole. Le onde del mare ro-
tolavano placide, il muro della foresta appariva nero e immoto.
Sbucando dalla fresca quiete intrisa di blu, con la pelliccia scompigliata e svolaz-
zante, Nebogipfel corse zoppicando sulla spiaggia verso la capanna. Eppure non era
certo in condizioni di correre: sembrava a malapena in grado di reggersi in piedi. A-
veva perso la gruccia, e anche la maschera: era costretto a proteggersi con le mani gli
occhi grandi e ipersensibili.
Poi vidi che era inseguito…
Era un animale lungo circa tre metri. Simile nella forma a un coccodrillo, correva
però come un cavallo grazie alle zampe lunghe e agili. Evidentemente era un predato-
re: con gli occhi sottili fissava il Morlock, e quando aprì la bocca, vidi che era munita
di alcune file di denti acuminati.
E soltanto pochi metri, ormai, separavano il mostro da Nebogipfel!
Con uno strillo, spiccai la corsa, agitando le braccia, pur sapendo che il mio com-
pagno non aveva scampo. La prospettiva di perderlo mi addolorò, tuttavia sono co-
stretto ad ammettere con vergogna che il mio primo pensiero fu per me stesso, perché
la sua morte mi avrebbe condannato alla solitudine nel paleocene, privo di vita intel-
ligente…
Proprio in quel momento, con una limpidezza sbalorditiva, dal margine della fore-
sta giunse una fucilata echeggiante.

La pallottola non andò a segno, credo, ma fu sufficiente per indurre la bestia a gira-
re la testa enorme e a rallentare l'andatura delle zampe possenti.
Intanto, Nebogipfel cadde bocconi nella sabbia, e subito si alzò sui gomiti per con-
tinuare la fuga strisciando sul ventre.
Seguirono una seconda e una terza fucilata. Il rettile sussultò, percosso dai proietti-
li, quindi si volse in atteggiamento di sfida verso la foresta. Spalancando la bocca
zannuta, emise un ruggito che echeggiò fra gli alberi come un tuono. Spinto dalle
lunghe zampe, corse risolutamente verso la causa delle punture che lo avevano fatto
inaspettatamente soffrire.
Un uomo basso e tarchiato, che indossava un'uniforme chiara, sbucò dalla foresta,
imbracciò il fucile per prendere la mira, e rimase audacemente immobile a fronteg-
giare la belva che si avvicinava.
Nel frattempo, raggiunsi Nebogipfel per aiutarlo a rialzarsi: tremava tutto. Re-
stammo l'uno accanto all'altro sulla spiaggia in attesa della fine del dramma.
Il rettile si trovava a meno di dieci metri dall'uomo, allorché il fucile sparò per la
quarta volta. Vidi il sangue schizzare dalla bocca, tuttavia la bestia vacillò per non
più di un attimo, perdendo soltanto una scheggia della propria velocità. Il fucile fece
fuoco ripetutamente, conficcando i proiettili l'uno dopo l'altro nel corpo immenso.
Infine, a meno di tre metri dall'uomo, il rettile crollò, con le fauci che azzannavano
l'aria. Dimostrando una freddezza ineguagliabile, l'uomo si spostò lateralmente d'un
passo per non essere schiacciato.
Ritrovata la maschera, la restituii a Nebogipfel. Insieme, seguimmo le tracce la-
sciate nella sabbia dagli artigli del rettile, salendo il declivio dolce della spiaggia: sul-
le ultime impronte erano cadute scie di bava, di muco e di sangue. Da vicino, la belva
era ancora più spaventevole che da lontano: gli occhi erano aperti e fissi, le mascelle
erano spalancate, e le zampe posteriori dai muscoli possenti sussultavano e si contra-
evano, artigliando la sabbia, mentre le ultime vestigia di vita defluivano dal mostro.
Nell'osservare il mostro ancora caldo, Nebogipfel commentò, in un cupo gorgo-
glio: - Pristichampus…
Il nostro salvatore stava immobile, calcando con un piede il rettile ancora fremente.
Dimostrava circa venticinque anni. Aveva lo sguardo franco e il volto ben rasato.
Benché la morte lo avesse sfiorato, appariva del tutto rilassato: ci gratificò persino di
un sorriso affascinante, che rivelò i denti radi. Vestiva con un berretto azzurro portato
alla brava, una giacca cachi, un paio di calzoni marroni, e stivali pesanti. Avrebbe po-
tuto provenire da qualunque epoca e da qualsiasi versione della storia, però non mi
sorprese affatto quando parlò in puro Inglese dall'accento neutro:
- Un mostro dannatamente brutto, vero? Però era duro a morire… Avete visto che
ho dovuto cacciargli una pallottola in bocca? E non è bastata per abbatterlo! Bisogna
riconoscergli che era coraggioso!
Dinanzi alle sue maniere disinvolte da ufficiale, mi sentii goffo e stupido, barbuto e
vestito di pelli com'ero, nell'offrirgli la mano: - Signore… Credo di esserle in debito
per la vita del mio compagno…
Il giovane mi strinse vigorosamente la mano: - Non ci pensi neppure.
- Il suo sorriso si allargò. Quindi aggiunse, pronunciando il mio nome: - Il si-
gnor…, suppongo? Sa una cosa? Ho sempre desiderato pronunciare questa frase!
- Chi ho il piacere di conoscere?
- Oh, mi scusi… Il mio nome è Gibson: comandante di gruppo Guy Gibson. E so-
no felice di averla trovata.

8. L'ACCAMPAMENTO

Si scoprì che Gibson non era solo. Si mise il fucile in spalla, poi si girò per fare un
cenno di richiamo alle ombre della foresta.
Ne sbucarono due militari dalle camicie intrise di sudore, i quali, nell'uscire alla
luce sempre più intensa del giorno, sembrarono più diffidenti nei nostri confronti,
nonché più a disagio in quell'ambiente, del comandante di gruppo. Mi sembrarono
Indiani: sepoy, soldati dell'Impero. Avevano gli occhi neri e fieri, scintillanti, e le
barbe corte, ben curate. Ognuno indossava un turbante, una camicia e un paio di cal-
zoncini cachi. Uno dei due portava in spalla un'arma da fuoco pesante, e aveva due
grosse borse di cuoio che contenevano evidentemente le munizioni. Accigliati, i due
soldati osservarono con manifesta ferocia la carogna del Pristichampus, mentre i loro
spallacci argentei sfavillavano nella luce del sole paleocenico.
Il comandante Gibson spiegò di essere stato incaricato di compiere una spedizione
esplorativa e di provenire da un campo base situato nell'interno, a circa un miglio. Mi
sembrò strano che non ci presentasse i suoi due sottoposti. Tale piccola scortesia,
provocata da un tacito ma evidente riconoscimento delle differenze di razza e di ran-
go, mi sembrò del tutto assurda su quella spiaggia isolata del paleocene, quando in
tutto il mondo esistevano soltanto pochissimi umani.
Comunque, ringraziai Gibson per avere salvato Nebogipfel, e lo invitai ad accom-
pagnarci alla nostra palafitta per fare colazione con noi: - È là, presso la spiaggia - in-
dicai.
Ombreggiandosi gli occhi con una mano, Gibson osservò la palafitta: - Be', sem-
bra… Ehm… Sembra proprio una costruzione solida.
- Solida? Direi! - risposi, prima d'incominciare un racconto lungo e piuttosto incoe-
rente su come avevo costruito la palafitta ancora incompleta, di cui ero smodatamente
fiero, e su come eravamo sopravvissuti nel paleocene.
Il comandante Guy Gibson ascoltò con le mani unite dietro la schiena e un'espres-
sione d'intenzionale cortesia sul viso. I sepoy mi osservarono perplessi e sospettosi,
senza allontanare mai le mani dalle armi.
Dopo qualche minuto mi resi conto, piuttosto tardivamente, del disinteresse di Gib-
son, perciò posi gradualmente fine alle mie chiacchiere.
Con allegria, Gibson osservò la spiaggia: - Credo proprio che ve la siate cavata no-
tevolmente bene, qui: notevolmente. Suppongo che poche settimane di questa vita da
Robinson Crusoe mi avrebbero fatto impazzire di solitudine. Voglio dire, i pub apri-
ranno soltanto fra altri cinquanta milioni di anni!
Sorrisi alla battuta, anche se non la capii. Inoltre, dinanzi all'efficienza vivace ed
elegante dell'ufficiale, mi sentii alquanto imbarazzato per l'orgoglio esagerato che su-
scitavano in me i nostri successi meschini.
- Tuttavia - proseguì Gibson, con gentilezza - non crede che vi converrebbe seguir-
ci al corpo di spedizione? Dopotutto, siamo venuti fin qui per ritrovarvi. E disponia-
mo di viveri decenti, nonché di attrezzature moderne, e così via. - Lanciando un'oc-
chiata a Nebogipfel, aggiunse, un po' più dubbioso: - E il doc potrebbe fare qualcosa
per questo poveraccio. Se qui c'è qualche oggetto di cui avete bisogno, potremo sem-
pre tornare a prenderlo in seguito.
Naturalmente, non c'era nulla: pensai che non avrei mai più avuto bisogno di riper-
correre quelle poche centinaia di metri di spiaggia! Tuttavia mi rendevo conto che,
con l'arrivo di Gibson e del suo reparto, il mio breve idillio era concluso. E nell'os-
servare il volto franco e pragmatico dell'ufficiale, compresi che non avrei mai potuto
trovare le parole adatte per esprimergli quella mia sensazione di perdita.
Così, con i sepoy che ci precedevano, e Nebogipfel che si appoggiava al mio brac-
cio, Gibson e io ci addentrammo nella foresta.
Lontano dalla costa, l'aria era calda e appiccicosa. Camminammo in fila indiana,
con un sepoy in testa, l'altro in coda, e nel mezzo Gibson, Nebogipfel ed io. Per gran
parte del tragitto, portai in braccio il debole Morlock. Anche se continuarono a lan-
ciarci fosche occhiate sospettose, i due sepoy, dopo un poco, allontanarono le mani
dalle fondine. Durante tutta la marcia, non dissero una sola parola a Nebogipfel, né a
me.
La spedizione di Gibson proveniva dal 1944, ossia sei anni dopo la nostra partenza
durante l'assalto tedesco alla Cupola di Londra.
- E la guerra continua ancora?
- Temo proprio di sì - rispose Gibson, torvo. - Naturalmente abbiamo risposto a
quell'attacco brutale a Londra, facendolo pagare ai Tedeschi con gli interessi.
- Anche lei ha partecipato alla rappresaglia?
Nel camminare, Gibson abbassò lo sguardo, come involontariamente, ai nastrini
che portava cuciti sul petto dell'uniforme. In quel momento non li riconobbi, sia per-
ché non sono mai stato appassionato di cose militari, sia perché, in ogni caso, alcune
decorazioni non erano ancora state inventate nella mia epoca. In seguito, però, scoprii
che si trattava della decorazione per anzianità di servizio e della croce e barra al meri-
to di aviazione: erano onorificenze davvero prestigiose, soprattutto per un militare
tanto giovane.
Senza drammatizzare, Gibson spiegò: - Sì, ho partecipato a qualche bella missione,
e sono molto fortunato ad essere qui a poterlo raccontare: un sacco di bravi ragazzi
non lo sono stati altrettanto.
- E tali missioni hanno avuto successo?
- Direi di sì. Senza aspettare troppo a ricambiare il favore ai tedeschi, siamo andati
ad annientare le loro Cupole!
- E le città sottostanti?
Il comandante mi osservò: - Lei che cosa ne pensa? Senza cupola, ogni città è pres-
soché indifesa rispetto agli attacchi dall'aria. Certo, si può sparare con gli ottantotto…
- Gli ottantotto?
- I tedeschi hanno artiglieria contraerea calibro ottantotto, molto utile anche come
artiglieria da campo e contro i corazzati: una gran tecnica… Comunque, se il pilota
riesce a sottrarre il bombardiere al fuoco di sbarramento, può sganciare tutto quello
che vuole nel ventre di una città senza cupola.
- E quali sono i risultati, dopo sei anni di tutto questo?
- Immagino - scrollò le spalle Gibson - che non resti granché delle città, almeno in
Europa.
Giunti, secondo la mia stima, nelle vicinanze di South Hampstead, sbucammo in
una radura circolare, di circa un quarto di miglio di diametro, che non era affatto na-
turale: come dimostravano le ceppaie, la foresta era stata abbattuta. Squadre di fanti a
torso nudo, muniti di seghe e di machete, stavano ampliando la radura. Il suolo umi-
do, sgombro di sottobosco, era coperto da strati di fronde di palma calpestati.
In mezzo alla radura, quattro corazzati simili a quello che mi aveva trasportato dal
1873 al 1938 stavano immobili agli angoli di un quadrato di trenta metri di lato, con i
portelli spalancati come bocche di animali assetati, le catene antimina che pendevano
inutili dai tamburi anteriori, la blindatura mimetica verde e nera incrostata di escre-
menti e di foglie cadute. Tutt'intorno erano sparsi altri veicoli e altro equipaggiamen-
to, inclusi alcuni corazzati leggeri, e piccoli pezzi di artiglieria montati su carrelli dal-
le solide ruote.
In quella località, nel 1944, come spiegò Gibson, era situata un'officina di ripara-
zione e di manutenzione per corazzati temporali.
Allorché entrai nella radura insieme a Gibson, con lo zoppicante Nebogipfel ap-
poggiato a me, tutti i soldati interruppero i lavori in cui erano impegnati, per fissarci
con aperta e assoluta curiosità.
Al centro del quadrilatero protetto dai corazzati, da un palo dipinto di bianco pen-
deva, sgargiante, floscia e incongrua, la bandiera del Regno Unito. Gibson c'invitò a
sedere sugli sgabelli pieghevoli accanto alla tenda più grande fra quelle che erano
montate nel quadrilatero. Un soldato magro e pallido, che evidentemente sopportava
male il caldo, uscì da un corazzato. Immaginai che fosse l'attendente di Gibson, per-
ché questi gli ordinò di servirci un rinfresco.
Intanto, i soldati ripresero a svolgere i loro incarichi: nell'accampamento, come
sempre in tutte le postazioni militari, le attività fervevano come in un alveare. Benché
i soldati fossero discinti a causa del calore, la loro uniforme comprendeva diversi in-
dumenti: copricapi flosci di feltro, avvolti in leggere sciarpe cachi che pendevano sul
dietro, o cappelli, che Gibson definì di foggia australiana; camicie verde giungla, con
spallacci pesanti del tipo che avevo visto e portato nel 1938; distintivi cuciti ai cap-
pelli o alle camicie; bandoliere, giberne e fondine; calzoni con fasce alle caviglie.
Alla fiancata aperta di un corazzato lavorava un soldato, con la testa completamen-
te racchiusa da un casco leggero munito di visiera, il quale indossava una tuta bianca,
completa di guanti spessi. Immaginai che, in quel caldo, il poveretto si stesse scio-
gliendo, così vestito, ma Gibson mi spiegò che la tuta era di amianto e serviva a pro-
teggerlo dalle fiammate dei motori.
I due quinti, all'incirca, della guarnigione, composta da un centinaio di militari, e-
rano donne. Molti soldati recavano tracce di ferite e di ustioni, alcuni erano muniti di
protesi agli arti. Ciò mi fece comprendere che il massacro spaventevole della gioven-
tù d'Europa, continuato dopo il 1938, aveva reso necessario richiamare in servizio i
feriti, e un maggior numero di ragazze.
Dopo essersi sfilato gli stivali, Gibson mi fece un sorriso riluttante, e cominciò a
massaggiarsi i piedi affaticati. Nebogipfel sorseggiò acqua da un bicchiere, mentre
l'attendente, secondo la tradizione inglese, serviva tazze di tè al comandante e a me:
tè, nel paleocene!
- Avete creato proprio una bella, piccola colonia - commentai.
- Immagino di sì. Comunque, si tratta soltanto di addestramento. - Gibson si rimise
gli stivali. - Naturalmente, apparteniamo ad armi diverse, come suppongo che lei ab-
bia notato. - Ciò detto, sorseggiò il tè.
- Temo di no - risposi, sinceramente.
- Be', molti di noi appartengono alla fanteria, naturalmente. - Gibson indicò un mi-
litare giovane e snello, che aveva un distintivo cachi cucito alla camicia. - Ma alcuni
di noi, come lui ed io, appartengono alla RAF.
- La RAF?
- Royal Air Force. I burocrati hanno finalmente capito che siamo i più adatti a ma-
novrare questi mostri metallici. - Gibson sorrise con noncuranza a un fante che, nel
passare, fissò Nebogipfel a occhi strabuzzati. - Naturalmente, non ci dispiace dare un
passaggio a questi ciabattoni. Meglio che lasciarvi fare da soli, eh, Stubbins?
Magro, con la chioma rossa e il viso schietto, il soldato Stubbins sorrise a sua vol-
ta, quasi con timidezza, ma evidentemente compiaciuto dell'attenzione di Gibson. E
tutto ciò benché fosse parecchio più alto dell'ufficiale di bassa statura, oltre che di al-
cuni anni più vecchio. Nella flemma del comandante, riconobbi qualcosa della bal-
danza del capo nato.
- Siamo qui già da una settimana - riprese Gibson. - È sorprendente che ci siamo
imbattuti in voi soltanto oggi.
- Non ci aspettavamo visite - risposi seccamente. - In caso contrario, immagino che
avremmo acceso un falò, o trovato qualche altro modo di segnalare la nostra presen-
za.
Il comandante mi strizzò l'occhio: - Noi abbiamo avuto parecchio da fare. È stata
dura, i primi due giorni. Siamo ben equipaggiati, naturalmente. Gli scienziati ci han-
no spiegato chiaro e tondo, prima della partenza, che il clima della cara, vecchia In-
ghilterra è molto mutevole, se lo si considera da una prospettiva abbastanza ampia.
Perciò ci siamo muniti di tutto, dai pastrani ai calzoncini. Tuttavia non ci aspettavamo
affatto di trovare proprio qui, nel centro di Londra, un clima tropicale! Sembra che gli
indumenti ci marciscano addosso, letteralmente, e tutto ciò ch'è metallico arruggini-
sce, e gli stivali scivolano nella melma: mi si sono ristrette persino le dannate calze!
E i ratti divorano qualsiasi cosa. - Accigliato, aggiunse: - O almeno, credo che siano i
ratti…
- Probabilmente non lo sono affatto - replicai. - E i corazzati? Sono di classe Ki-
tchener?
Evidentemente sorpreso dalla mia piccola ostentazione di nozionismo, Gibson mi
guardò inarcando un sopracciglio: - Per la verità, i corazzati si muovono a stento,
perché le loro dannate zampe di elefante affondano nel fango che si trova ovunque…
In quel momento, una voce limpida e familiare si udì alle mie spalle: - Lei non è
aggiornato, signore: i corazzati di classe Kitchener, incluso il caro vecchio Raglan,
sono in disuso ormai da diversi anni…
Mi girai ad osservare l'ufficiale, che abbigliato nella semplice uniforme composta
di berretto e tuta che era tipica degli equipaggi dei corazzati, si avvicinò zoppicando
in maniera accentuata, poi mi offrì la mano.
Sorrisi, stringendo la mano piccola, ma forte: - Capitano Hilary Bond…
- Ha un aspetto un po' più lacero, signore - commentò Bond, nello scrutarmi da ca-
po a piedi, soffermando lo sguardo sulla barba lunga e folta, nonché sugli indumenti
di pelle, - però è del tutto inconfondibile. È sorpreso di rivedermi?
- Dopo qualche esperienza di viaggio temporale, nulla mi sorprende più molto, Hi-
lary!

9. IL CORPO DI SPEDIZIONE CRONOTICO

Nel seguito della conversazione, Gibson e Bond mi spiegarono quale fosse la mis-
sione del corpo di spedizione cronotico.
Grazie allo sviluppo delle pile a fissione con carolinum, la Gran Bretagna e l'Ame-
rica erano riuscite a produrre la plattnerite poco tempo dopo la mia fuga nel tempo,
talché gli ingegneri non avevano più dovuto dipendere esclusivamente dai rimasugli
del mio vecchio laboratorio.
Oltre a nutrire ancora il timore che i guerrieri cronotici tedeschi intendessero attac-
care a tradimento il passato britannico, si era capito, in base alle tracce che avevamo
lasciato all'Imperial College e ad altri indizi, che Nebogipfel e io ci eravamo recati
qualche decina di milioni di anni nel passato. Quindi, era stata rapidamente allestita
una flotta di corazzati temporali, muniti di strumenti molto sensibili, in grado d'indi-
viduare la presenza della plattnerite, in base, come mi fu spiegato, all'origine radioat-
tiva della sostanza medesima. Così, il corpo di spedizione stava esplorando il passato
a balzi di cinque milioni di anni, o più.
La sua missione consisteva nientemeno che nel proteggere la storia britannica dagli
attacchi nemici anacronistici.
Ad ogni sosta, si sforzava valorosamente di studiare il periodo. A tale scopo, pa-
recchi soldati, mediante un addestramento specifico, anche se frettoloso, erano stati
trasformati in scienziati dilettanti: climatologi, ornitologi, e così via. Costoro effet-
tuavano indagini, rapide ma accurate, sulla flora, sulla fauna, sul clima e sulla geolo-
gia dell'epoca, e Gibson, ogni giorno, dedicava gran parte del proprio tempo a redige-
re compendi di tali osservazioni. Notai che i militari, uomini e donne, affrontavano
allegramente il duro compito, e mi sembrò che fossero sinceramente interessati alle
peculiarità della valle del Tamigi nell'era paleocenica.
Nondimeno, le sentinelle pattugliavano il perimetro dell'accampamento durante la
notte, e soldati muniti di binocolo si alternavano ad osservare perennemente il cielo e
il mare. Quando erano impegnati in questi compiti, i militari non manifestavano affat-
to l'umorismo e la curiosità che li caratterizzavano mentre svolgevano gl'incarichi
scientifici o d'altro genere: invece, i loro sguardi e le loro espressioni lasciavano tra-
pelare il timore e l'attenzione.
Dopotutto, il corpo di spedizione si trovava nel passato non per studiare botanica,
bensì per cercare i tedeschi: nemici umani in grado di viaggiare nel tempo, nascosti
fra le meraviglie del passato.

Quantunque fossi fiero delle imprese che avevo compiuto nel tentativo di soprav-
vivere in quell'epoca aliena, fu con sollievo considerevole che abbandonai il mio ve-
stiario di cenci e di pelli per indossare un'uniforme tropicale da soldato temporale,
leggera e comoda. Dopo essermi rasato e lavato (con sapone e con acqua calda e puli-
ta!), mangiai di gusto il surrogato di carne di soia in scatola. La sera, fu con una sen-
sazione di pace e di sicurezza che mi coricai sotto una tenda e una zanzariera, protetto
dalle spalle possenti dei corazzati.
Invece, Nebogipfel non rimase sempre all'accampamento. Anche se il nostro in-
contro con Gibson stupì e fu festeggiato, giacché il nostro ritrovamento era stato fra
gli obiettivi principali della spedizione, il Morlock non tardò a diventare l'oggetto di
un interesse chiassoso da parte dei soldati, nonché, sospettai, di qualche punzecchia-
tura maliziosa. Così, tornò alla nostra palafitta sulla sponda del mare paleocenico.
Non mi opposi, sapendo quanto bramasse continuare la ricostruzione della macchina
temporale: infatti, prese persino a prestito alcuni attrezzi. Rammentando però quanto
avesse rischiato di essere massacrato dal Pristichampus, insistetti affinché non rima-
nesse solo, bensì si facesse accompagnare da me o da qualche soldato armato.
Quanto a me, che di natura non sono affatto pigro, mi stancai, dopo un paio di
giorni, di rimanere ozioso nell'accampamento, dove l'attività ferveva. Chiesi di parte-
cipare alla missione, e potei rendermi utile comunicando ai soldati ciò che avevo do-
lorosamente imparato sulla flora, sulla fauna e sulla geografia locali. Inoltre, i malati
erano parecchi, perché i soldati non erano più immuni ai germi paleocenici di quanto
lo fossi stato io, quindi assistetti l'unico medico dell'accampamento: un naik alquanto
giovane e perennemente esausto, aggregato al Nono Fucilieri Gurkha.
Dopo il giorno del nostro incontro, frequentai poco Gibson. Con suo sommo scon-
tento, il comandante era assillato ogni giorno dai dettagli delle operazioni del corpo
di spedizione, nonché da un grave fardello burocratico di moduli, di registri e di rap-
porti da compilare, per giunta a beneficio di una Whitehall che sarebbe esistita soltan-
to dopo cinquanta milioni di anni. Ebbi l'impressione che la missione temporale irri-
tasse e spazientisse Gibson, il quale, molto probabilmente, sarebbe stato più felice di
tornare a compiere incursioni aeree sulla Germania, come quelle che mi aveva de-
scritto con chiarezza sconvolgente. Invece, Hilary Bond, che era impegnata soprattut-
to allorché i grandi corazzati temporali si aprivano la strada attraverso i secoli, non
mancava di tempo libero, quindi poté dedicarsi come ospite a me e a Nebogipfel.
Un giorno, mentre passeggiava con me lungo il margine della foresta, vicino alla
spiaggia, nel folto sottobosco, con andatura zoppicante, ma risoluta e vigorosa, Bond
mi narrò come si era svolta la guerra dopo il 1938.
- Credevo che la distruzione delle Cupole avesse posto fine al conflitto - dichiarai.
- Non capite… Voglio dire, che cosa resta per cui combattere, dopo quello che ac-
cadde?
- Intende dire che la guerra avrebbe dovuto concludersi così? Oh, no! Il bombar-
damento ha posto fine temporaneamente alla vita cittadina, e la popolazione ha sof-
ferto molto, però esistono ancora i Bunker, dove si trovano i nostri organi di governo
e gran parte delle nostre industrie. Direi proprio che non è un gran secolo per le cit-
tà…
Ricordando la campagna primitiva che avevo visto intorno a Londra, cercai d'im-
maginare come fosse vivere sempre in un rifugio sotterraneo: bambini dagli occhi va-
cui che giocavano nelle gallerie buie, una popolazione che il terrore aveva ridotto alla
servitù e alla barbarie…
- E che cosa è successo al fronte? - chiesi. - L'assedio all'Europa…
- Be' - Bond scrollò le spalle - le chiacchieratrici parlano parecchio di grandi avan-
zate qua e là: "ancora un ultimo sforzo", e discorsi di questo genere. - E abbassò la
voce. - Tuttavia, e non credo che abbia grande importanza discuterne qui, gli aviatori
vedono parecchio dell'Europa, anche se volano di notte, alla luce dei bombardamenti,
e le voci si diffondono… Ebbene, io personalmente credo che le trincee fangose non
si siano spostate di un centimetro dal 1935. Siamo in stallo: ecco qual è la situazione.
- Non riesco proprio a immaginare per quale scopo stiate combattendo. Tutti i pae-
si sono devastati, prostrati industrialmente ed economicamente. Di sicuro, nessuno è
più in grado di costituire una grave minaccia per gli altri, e nessuno può più avere ri-
sorse che valga la pena conquistare.
- Forse questo è vero - concesse Bond. - Credo che, una volta finita la guerra, la
Gran Bretagna avrà soltanto le forze per ricostruire il paese: per parecchio tempo non
potremo più dedicarci a nessuna conquista. E dato che si trova più o meno nella no-
stra stessa situazione, Berlino deve avere un punto di vista molto simile.
- Allora perché continuare a combattere?
- Perché non possiamo permetterci di smettere. - L'abbronzatura sviluppata nelle
profondità temporali del paleocene non riusciva a nascondere le tracce dell'antico,
stanco pallore di Bond. - Riceviamo rapporti d'ogni genere. Talvolta si tratta soltanto
di voci, ma in alcuni casi, come ho sentito dire, si tratta di notizie fondate, a proposito
di certi progressi tecnici dei tedeschi…
- Progressi tecnici? Armi, vorrà dire.
In silenzio, ci allontanammo dalla foresta per scendere al mare, nell'aria calda che
scottava la pelle, e lasciammo che le onde ci lambissero gli stivali.
Intanto, immaginai l'Europa del 1944: le città demolite, milioni di uomini e di don-
ne che, dall'Olanda alle Alpi, tentavano d'infliggersi a vicenda danni irreparabili…
Nella tranquillità tropicale, sembrava tutto assurdo: un incubo suscitato da una feb-
bre!
- Ma che cosa potete sperare d'inventare - ripresi - che sia in grado di produrre
danni più gravi di quelli che avete già arrecato?
- Si parla di bombe di nuovo tipo, più potenti di qualunque altra sia mai esistita:
bombe, si dice, che contengono il carolinum.
Ricordai i progetti di quel genere di cui mi aveva parlato Wallis nel 1938.
- E naturalmente - aggiunse Bond - c'è sempre la guerra di dislocamento cronotico.
Capisce? Non possiamo smettere di combattere, perché ciò significherebbe lasciare ai
tedeschi il monopolio di tali armi. - La sua voce assunse un tono di disperazione pa-
cata: - Riesce a capire, vero? Ecco perché c'è stata la corsa alla costruzione delle pile
atomiche e alla produzione di carolinum, in modo da procurare altra plattnerite. Ed
ecco perché sono state investite tante risorse nella fabbricazione dei corazzati tempo-
rali.
- E tutto ciò allo scopo di precedere i tedeschi nel passato, e di aggredire loro pri-
ma che loro aggrediscano voi?
La capitana protese il mento in atteggiamento di sfida: - O per riparare ai danni che
infliggono. Questo potrebbe essere un altro punto di vista.
A differenza di quanto avrebbe forse fatto Nebogipfel, non discussi della vanità
fondamentale dell'impresa, giacché era evidente che i filosofi del 1944 non erano an-
cora giunti a comprendere la molteplicità della storia, come avevo potuto fare io gra-
zie agli insegnamenti del Morlock.
- Però il passato è vasto - protestai comunque. - Siete venuti a cercare noi… Ma
come sapevate che eravamo finiti in quest'epoca? E come avete potuto individuare la
nostra ubicazione con esattezza, anziché con un'approssimazione di un milione di an-
ni?
- Disponevamo di alcuni indizi.
- Che genere d'indizi? Si riferisce forse alle tracce lasciate all'Imperial College?
- In parte. Ma disponevamo anche d'indizi archeologici.
- Archeologici?
Scherzosamente, Bond mi guardò: - Senta… Non sono certa che voglia sapere…
Naturalmente, ciò fece divampare la mia curiosità, perciò insistetti affinché la capi-
tana parlasse.
- Benissimo. Gli scienziati, naturalmente, sapevano da quale zona eravate partiti
per il passato, ossia dall'Imperial College, quindi hanno compiuto una ricerca archeo-
logica sistematica, scavando…
- Accidenti! Cercavate i miei resti fossili!
- E quelli di Nebogipfel. Si pensò che se si fossero trovate anomalie, come ossa o
attrezzi, sarebbe stato possibile, in base allo strato geologico, individuare l'epoca con
precisione sufficiente…
- E avete trovato qualcosa? Di nuovo, Bond tacque.
Fui costretto a insistere affinché rispondesse: - Hilary…
- Fu trovato un teschio. - Umano?
- In un certo senso. - Bond esitò. - Era piccolo e alquanto deforme, situato in uno
strato di cinquanta milioni di anni più remoto dell'epoca in cui avrebbero dovuto tro-
varsi le vestigia umane più antiche. E sembrava che fosse stato spaccato in due da un
morso.
Piccolo e deforme, pensai. Compresi che doveva essersi trattato del teschio di Ne-
bogipfel. Era mai possibile che il Morlock fosse stato ucciso dal Pristichampus, in
un'altra storia, in cui Gibson non era intervenuto?
E le mie ossa giacevano forse nel futuro, frantumate e fossilizzate, in qualche altro
luogo non lontano, senza essere state scoperte?
Benché il sole mi scaldasse la testa e la schiena, fui scosso da un brivido gelido.
D'improvviso, il mondo fulgido del paleocene parve sbiadire in una trasparenza che
lasciava filtrare la luce spietata del tempo.

- Dunque ci avete trovati dopo avere individuato le tracce della plattnerite… Im-
magino però che siate rimasti delusi nel trovare, ancora una volta, soltanto me, e nes-
suna orda di prussiani guerrafondai. Comunque, non le sembra di scorgere un para-
dosso? Avete costruito i corazzati temporali nel timore che i tedeschi facessero lo
stesso… Benissimo. La situazione, tuttavia, è simmetrica: dal loro punto di vista, i
tedeschi temono sicuramente che voi inventiate per primi le macchine temporali. Cia-
scuna delle due parti si comporta precisamente in modo tale da provocare la reazione
peggiore da parte dell'avversario. E dunque entrambe scivolano verso la situazione
peggiore per tutti.
- Può darsi - convenne Bond. - Ma il possesso della tecnica temporale da parte dei
tedeschi sarebbe catastrofico per la causa degli Alleati. La nostra spedizione ha lo
scopo d'individuare i viaggiatori temporali tedeschi e d'impedire che infliggano qua-
lunque danno alla storia.
Gesticolai, alzando le mani, mentre le onde del mare paleocenico s'increspavano
intorno alle mie caviglie: - Ma… Dannazione, capitano Bond! Siamo cinquanta mi-
lioni di anni prima di Cristo! Quale importanza può mai avere, qui, la guerra fugace
che l'Inghilterra e la Germania combattono nel futuro remoto?
- Non possiamo abbassare la guardia - rispose Bond, con torva stanchezza. - Non
capisce? Dobbiamo braccare i tedeschi fino all'alba della creazione, se necessario.
- E quando cesserà questa guerra? Consumerete forse tutta l'eternità, prima di con-
cluderla? Non capite che questo… - Agitai una mano, per indicare con un solo gesto
tutto quel futuro spaventevole di città devastate e di popolazioni affollate nei rifugi
sotterranei. - Non capite che tutto questo è impossibile? Oppure intendete continuare
fino a quando rimarranno due persone, soltanto due, e l'ultima spaccherà il cranio al-
l'altra con una maceria?
La luce riflessa dal mare accentuò le rughe sul suo viso, quando Bond si girò per
allontanarsi, senza replicare.

Il periodo di calma, dopo il nostro primo incontro con Gibson, durò cinque giorni.

10. L'APPARIZIONE
Era il mezzodì di una giornata luminosa e senza nubi, e avevo trascorso la mattina
ponendo le mie capacità grossolane d'infermiere al servizio del medico gurkha. Con
sollievo, accettai l'invito di Hilary Bond a compiere un'altra delle nostre passeggiate
fino alla spiaggia.
Attraversammo facilmente la foresta, perché ormai i soldati avevano aperto diversi
sentieri che si dipartivano a raggiera dall'accampamento.
Alla spiaggia, mi tolsi gli stivali e le calze, lasciandoli cadere al margine della fo-
resta, e corsi al bagnasciuga. Bond m'imitò, collocando più decorosamente gli stivali
sulla sabbia assieme alla sua pistola. Mentre si arrotolava i calzoni, vidi che aveva la
gamba sinistra deforme e la pelle corrugata da una vecchia ustione. Infine mi seguì
nella risacca schiumeggiante.
Tutti, uomini e donne, eravamo molto informali, in quell'accampamento nella fore-
sta antica, perciò non esitai a togliermi la camicia e ad immergere la testa e il busto
nell'acqua trasparente, senza curarmi che i calzoni mi si bagnassero. Inspirai profon-
damente, godendo del calore del sole sul viso, del luccichio dell'acqua, della morbi-
dezza della sabbia fra le dita dei piedi, degli odori pungenti del sale e dell'ozono.
- È felice di essere qui, vedo - commentò Bond, con un sorriso.
- In verità, sì. - Dopo averle detto di avere trascorso la mattinata ad aiutare il medi-
co, aggiunsi: - Come sa, sono disposto, anzi, più che disposto, ad aiutare. Ma oggi,
verso le dieci, ero talmente nauseato dagli odori del cloroformio, dell'etere e di vari
antisettici, nonché da fetori ben più umani, che…
La capitana sollevò le mani: - Capisco.
Ci allontanammo dal mare. Mentre mi asciugavo con la camicia, Bond andò a ri-
prendere la propria arma. Lasciando gli stivali al bordo della foresta, passeggiammo
sul bagnasciuga. Qualche decina di metri più avanti, notai alcune fossette che tradi-
vano la presenza della corbicula: una bivalve, molto diffusa sulla spiaggia, che si na-
scondeva nella sabbia. Ci accosciammo, e mostrai a Bond come dissotterrare i mollu-
schi. In pochi minuti, ne raccogliemmo una quantità rispettabile, che ammucchiammo
ad asciugare al sole.
Mentre Bond estraeva i molluschi, affascinata come una bambina, il suo viso, con
la chioma corta e bagnata che aderiva alla pelle, appariva raggiante di gioia per il
successo in quell'impresa semplice. Eravamo soli sulla spiaggia, anzi, avremmo potu-
to essere gli unici due esseri umani in tutto il mondo paleocenico. Percepivo lo scin-
tillio di ogni goccia di sudore sul mio cuoio capelluto, lo sfregamento di ogni granello
di sabbia contro le gambe, e tutto era pervaso dal calore animale della donna accanto
a me: era come se la molteplicità dei mondi attraverso la quale avevo viaggiato si fos-
se contratta in quell'unico momento di vividezza, ossia il qui e l'ora.
Dunque tentai di comunicare almeno in parte tale sentimento alla mia compagna: -
Hilary…
Di scatto, Bond alzò la testa, volgendo il viso al mare: - Ascolti!
Perplesso, osservai il bordo della foresta, le onde che si rompevano sulla spiaggia,
la vacuità sconfinata del cielo, mentre si udivano soltanto il fruscio della brezza tra le
fronde e il fragore gentile della risacca: - Che cosa?
Il volto di Bond aveva assunto un'espressione dura e sospettosa, ridiventando quel-
lo, intelligente e allarmato, della guerriera: - Un motore singolo - dichiarò, con evi-
dente concentrazione. - È un Daimler-Benz DB: un dodici cilindri, credo. - Balzò in
piedi, accostando le mani alla fronte per ombreggiarsi gli occhi.
Allora anche le mie vecchie orecchie percepirono il rumore udito dalla giovane ca-
pitana: un ronzio lontano, simile a quello di un insetto gigantesco, che giungeva a raf-
fiche dal mare.
- Guardi - indicò Bond. - Là! Lo vede?
Scrutai nella direzione indicata, e fui ricompensato intravedendo una sorta di di-
storsione che si librava sul mare, lontano, ad oriente: era una chiazza di alterità, un
disco non più grande della luna piena, una sorta di rifrazione scintillante tinta di ver-
de.
Poi ebbi l'impressione di qualcosa di solido, al centro dell'apparizione, che si con-
densava e roteava. D'improvviso, un oggetto pesante e fosco, a forma di croce, sbucò
a gran velocità dal cielo orientale, dalla direzione di quella parte del mondo che un
tempo sarebbe diventata la Germania. Il ronzio divenne molto più forte.
- Mio Dio - esclamò Bond. - È un Messerschmitt: un'Aquila. Sembra un Bf 109F…
- Messerschmitt… È un nome tedesco… - commentai, alquanto stupidamente.
La capitana mi guardò: - Certo che è un nome tedesco. Non capisce?
- Cosa?
- Quello è un aereo tedesco: die Zeitmaschine, venuta a cercare noi!

Nel'avvicinarsi alla costa, l'aeroplano s'inclinò come un gabbiano in volo, quindi


proseguì parallelamente alla spiaggia. Con uno spostamento d'aria rumoroso, tanto
celermente che Bond ed io fummo costretti a ruotare di scatto sulla sabbia per seguir-
lo con lo sguardo, passò sopra le nostre teste, a meno di trenta metri di quota.
Era lungo circa nove metri, e aveva un'apertura alare di poco superiore. Sul muso
roteava un'elica. La parte superiore era dipinta a chiazze verdi e marroni, quella infe-
riore, invece, d'azzurrogrigio, inclusa la bomba appesa al ventre liscio, lunga circa un
metro e ottanta. Sulla fusoliera e sulle ali erano dipinti sgargianti simboli militari, fra
cui una testa d'aquila e una spada brandita, nonché torve croci nere, che simboleggia-
vano il paese d'origine.
Per alcuni istanti, Bond e io restammo immobili, storditi da quell'apparizione im-
provvisa come da una visione mistica.
Il giovane entusiasta che era sepolto in me, lo spettro del povero Mosè perduto, si
esaltò alla vista della macchina elegante. Che avventura, Per il pilota di quell'aereo!
Che visione gloriosa! E quale coraggio straordinario doveva essere stato necessario
per salire, nel cielo annerito dal fumo della Germania del 1944, tanto in alto da ridur-
re il cuore dell'Europa a una sorta di mappa, un piano coperto di terra, di mare e di
foreste, popolato di persone piccole come soldatini, e allora fare scattare l'interruttore
che lanciava l'aeroplano nel tempo. Immaginai il sole che si trasformava in un arco
luminoso come la traiettoria di un meteorite sopra il velivolo, mentre, al di sotto, il
paesaggio si scioglieva e si trasformava, rimodellato dal tempo.
Intanto, le ali scintillanti s'inclinarono di nuovo e il fragore del motore si abbatté su
di noi. L'aereo s'innalzò e si allontanò sulla foresta, verso l'accampamento del corpo
di spedizione.
Con la gamba zoppa che lasciava tracce asimmetriche nella sabbia, Bond si allon-
tanò di corsa.
- Dove sta andando?
Senza curarsi d'infilare le calze, Bond indossò frettolosamente gli stivali: - All'ac-
campamento, naturalmente.
- Ma… - Fissai il nostro mucchietto patetico di bivalvi. - Non può arrivare prima
del Messerschmitt. Che cosa intende fare?
Impugnata la pistola, Bond si raddrizzò e, per tutta risposta, mi guardò con espres-
sione vacua; poi attraversò la frangia di palme lungo il bordo della foresta e scompar-
ve fra le ombre dei dipterocarps.
Il fragore del Messerschmitt svanì in lontananza, assorbito dalle chiome degli albe-
ri. Rimasi solo sulla spiaggia, con le bivalvi e la risacca.
Sembrava tutto assolutamente irreale: la guerra, importata in quell'idillio paleoce-
nico? Non provavo paura: nulla, se non un senso di dislocamento bizzarro.
Scuotendomi dall'immobilità, seguii Bond nella foresta.
Tuttavia, non giunsi neppure agli stivali, prima che arrivasse alle mie orecchie,
come fluttuando al di sopra della sabbia, una vocina aliena: - No! No! In acqua!
Era Nebogipfel, che si avvicinava zoppicando, con la gruccia che lasciava una se-
rie di fossette piccole e profonde sulla spiaggia, e un lembo della maschera che pen-
deva, sventolando.
- Cosa vuoi dire? Non vedi che cosa sta succedendo? Die Zeitmaschine…
- In acqua… - Debole come una bambola di stracci, Nebogipfel si appoggiò alla
gruccia. Ansimava tanto violentemente da sussultare, e le sue parole si comprendeva-
no a stento. - In acqua… Dobbiamo entrare…
- Non è il momento di nuotare! - gridai, indignato. - Non capisci…
- Tu non capisci - replicò Nebogipfel, trafelato. - Tu non… Vieni…
Distratto, mi volsi ad osservare il cielo sopra la foresta, dove la forma sfuggente di
die Zeitmaschine sfiorava il fogliame, con cui contrastavano le sue vivide macchie
verdi e azzurre. Procedeva a velocità straordinaria, e di nuovo il suo rumore lontano
somigliava al ronzio d'un insetto furente.
Si udirono poi il ritmico tossire delle artiglierie e i fischi delle granate.
- Si stanno difendendo - dissi, avvampando a causa di quella scintilla di guerra. -
Non capisci? Evidentemente, la macchina volante ha individuato il corpo di spedizio-
ne, che però sta contrattaccando con l'artiglieria…
_ In mare. - Con dita deboli quanto quelle di un bambino, Nebogipfel mi afferrò un
braccio, in un gesto di tale urgenza, tanto implorante, che m'indusse a staccare lo
sguardo dalla battaglia aerea. I suoi occhi, attraverso le fessure sottili della maschera
rozza, erano visibili soltanto come schegge, e la bocca, inarcata verso il basso, sem-
brava una ferita palpitante. - È l'unico riparo abbastanza vicino. Forse basterà…
- Riparo? Ma la battaglia dista due miglia! Come potremmo rimanere feriti, restan-
do qua, su questa spiaggia deserta?
- Ma la bomba… La bomba dei tedeschi… Non l'hai vista? - la chioma pendeva li-
scia dal cranio piccolo di Nebogipfel. - In questa versione della storia, le bombe non
sono sofisticate: sono poco più che grumi di carolinum puro. Nondimeno, sono abba-
stanza efficaci. Non puoi fare nulla per il corpo di spedizione: non adesso! Dobbiamo
attendere che la battaglia sia finita. - Il Morlock mi fissò. - Capisci? Andiamo! - E mi
tirò per un braccio. Poi lasciò cadere la gruccia, appoggiandosi a me.
Come un bambino, mi lasciai condurre in mare.
In breve, giungemmo a una profondità di un metro e venti, o più. Immerso fino alle
spalle, Nebogipfel mi esortò ad accosciarmi in maniera da sprofondare quasi intera-
mente nell'acqua salata.
Il Messerschmitt virò per eseguire un altro passaggio sopra la foresta, simile a un
predatore di metallo, lustro di lubrificante, mentre le granate gli esplodevano intorno
in nubi di fumo, che poi si dissolvevano poco a poco nell'atmosfera paleocenica.
Ammetto che quella battaglia aerea, la prima a cui assistevo, mi entusiasmò. Nella
mia mente si susseguirono immagini di scontri fra numerosi velivoli, come dovevano
essere quelli che affollavano i cieli d'Europa nel 1944: uomini che cavalcavano nel
vento, e roteavano e cadevano come gli angeli di Milton.
Pensai che fosse l'apoteosi della guerra: che cos'era mai lo squallore brutale delle
trincee rispetto a quel trionfo aereo, con le sue cadute vertiginose verso la gloria o la
morte?
Quasi pigramente, il Messerschmitt si allontanò con un volo a spirale dallo sbarra-
mento di granate, salendo di quota. Giunto al culmine della manovra, parve librarsi,
per un momento soltanto, a parecchie decine di metri dal suolo.
Poi vidi la bomba, ferale baccello metallico dipinto d'azzurro, staccarsi dal velivolo
con assoluta delicatezza, per iniziare la sua caduta verso la terra.
Una granata s'innalzò dalla foresta a tracciare un arco nell'aria e perforò un'ala del-
l'aereo. Le fiamme divamparono e die Zeitmaschine fuggì con un volo sussultante,
avviluppata nel fumo.
Lanciai un grido di esultanza: - Bel tiro! Nebogipfel… Hai visto?
Per tutta risposta, il Morlock protese le braccia dal mare per premermi le mani
morbide sulla testa: - Giù… Sott'acqua…
La mia ultima immagine fugace della battaglia fu la traccia di fumo che segnava il
tragitto del Messerschmitt che precipitava, ma subito prima vidi una stella ardente,
già quasi troppo luminosa perché la si potesse fissare, la quale era la bomba che ca-
deva.
Infine, immersi anche la testa nel mare.

11. LA BOMBA

In un istante, la luce morbida del sole paleocenico fu scacciata.


Un lampo purpureo e cremisi inondo l'aria sopra la superficie del mare, seguito da
un rumore immane, eterogeneo, composto dallo schianto di una grande esplosione,
avvolto da un ruggito, un tonfo e uno strappo. Benché attutito dallo strato d'acqua po-
co profondo in cui ero immerso, il fragore fu tale da indurmi a premermi le mani sulle
orecchie. Gridai, e le bolle dell'aria sfuggitemi dalla bocca mi sfiorarono il viso.
Lo schianto iniziale cessò, ma il ruggito si protrasse a lungo. Esaurita la mia scorta
d'aria, fui costretto a lasciar emergere la testa, ansimando, poi mi tersi l'acqua dagli
occhi.
Il fragore era assordante. Benché la luce che proveniva dalla foresta fosse abbaci-
nante, vidi una sfera gigantesca di fuoco cremisi roteare al di sopra del cuore della
foresta, quasi come un essere vivente. Tutt' intorno, gli alberi erano stati abbattuti
come birilli, e i fusti schiantati di dipterocarps turbinavano nell'aria come fiammiferi.
Gli animali fuggivano terrorizzati dalla foresta: corsero verso il mare una famiglia di
Diatryma, con le penne arruffate e strinate, e un bell'esemplare di Pristichampus a-
dulto, con le zampe artigliate che percuotevano la sabbia.
La sfera di fuoco aggredì il suolo spoglio come se volesse seppellirvisi. Dal centro
della foresta devastata s'innalzarono nel cielo densi vapori incandescenti e frammenti
di roccia, tutti evidentemente saturi di carolinum, giacché ognuno era un nucleo di
energia ardente: fu come assistere alla nascita di un popolo di meteoriti.
In risposta al tocco distruttivo del carolinum, di potenza quasi divina, divampò un
incendio immane, con fiamme alte decine e decine di metri, il quale, all'epicentro del-
l'esplosione, si trasformò in un cono di luce fluttuante. Una nube di fumo e di cenere,
carica di detriti volanti, si formò come un banco di nubi tempestose al di sopra del-
l'incendio. Aprendosi la strada come un pugno di luce, s'innalzò dal cratere dell'esplo-
sione una colonna di vapore surriscaldato illuminata di rosso dal basso, come da un
vulcano in miniatura.
Io e Nebogipfel non potemmo fare altro che ripararci sott'acqua e rimanervi il più a
lungo possibile. Negli istanti in cui fummo costretti a riemergere per respirare, solle-
vammo le braccia a proteggerci la testa dalla pioggia di detriti incandescenti.

Infine, dopo alcune ore, Nebogipfel dichiarò che potevamo tornare a terra.
Ero spossato. Mi sentivo le membra pesanti, avevo il volto e il collo ustionati, la
sete mi tormentava. Nondimeno fui costretto a trasportare il Morlock fino a riva, per-
ché dopo il primo, breve tratto della nostra fatica tormentosa, esaurì le sue poche for-
ze.
La spiaggia non era quasi più riconoscibile come la bella riva dove, non molte ore
prima, avevo disseppellito bivalvi in compagnia di Hilary Bond. Rivoletti fangosi
serpeggiavano sulla sabbia, butterata di avvallamenti e cosparsa di rami e di tronchi
fracassati e fumanti. Dalla foresta, in cui ardevano parecchi incendi, emanava un ca-
lore insopportabile. L'alta colonna purpurea suscitata dal carolinum spandeva la sua
luce sul mare agitato. Oltre la carogna carbonizzata di quello che sembrava un pulci-
no di Diatryma, trovai una zona sabbiosa quasi sgombra. Spazzato via lo strato di ce-
nere che vi si era accumulato, deposi Nebogipfel.
Quando trovai un ruscelletto fangoso e chiazzato di fuliggine nera, sicuramente in-
quinato dai resti delle piante e degli animali bruciati, la mia sete era tale che non ebbi
scelta: immersi le mani a giumella e bevvi l'acqua sporca a grandi sorsate.
Con voce stridula a causa del fumo e dello sforzo, dissi: - Be', questa è proprio una
bella impresa! L'umanità è stata presente nel paleocene per meno di un anno, e già…
Questo!
Nel tentativo di alzarsi, Nebogipfel spinse con le braccia, ma riuscì a sollevare a
stento la testa. Perduta la maschera, aveva le grandi palpebre morbide degli occhi de-
licati tutte incrostate di sabbia. Allora fui commosso da una tenerezza strana. Ancora
una volta il disgraziato Morlock era rimasto coinvolto, soffrendone gravemente, nelle
devastazioni della guerra fra gli umani della mia specie, tanto meschina quanto pre-
suntuosa.
Gentilmente, come se si trattasse di un bambino, lo sollevai, lo girai supino e lo
aiutai ad alzarsi a sedere: - Rilassati, vecchio mio. Sei al sicuro, adesso.
Incapace di vedere, con le gambe distese, inerti come stringhe, Nebogipfel volse la
testa nella mia direzione, mentre grosse lacrime gli sgorgavano dall'unico occhio non
cieco, e mormorò alcune sillabe nella sua lingua aliena.
- Come? - Chinai la testa. - Cosa stai dicendo? In Inglese, Nebogipfel disse: - Non
è sicuro…
- Cosa?
- Non… siamo al sicuro, qui… Niente affatto…
- Ma perché? Il fuoco non può raggiungerci, adesso.
- Non il fuoco… Le radiazioni… Persino dopo l'esplosione… Per settimane, o per
mesi… Le particelle radioattive rimarranno… Le radiazioni penetrano nell'organi-
smo… Non siamo al sicuro, qui…
Con una mano, accarezzai una guancia magra e delicata di Nebogipfel. In quel
momento, ustionato, assetato oltre il credibile, provai il desiderio di dimenticare tutto,
di rimanere seduto sulla spiaggia devastata senza curarmi degli incendi, delle bombe,
delle particelle radioattive, in attesa di essere inghiottito dall'oscurità finale. Tuttavia,
alcuni rimasugli di energia e di volontà si coagularono intorno alla preoccupazione
suscitata in me dal turbamento del Morlock prostrato.
- Allora - dichiarai - ce ne andremo, e cercheremo un luogo in cui poter riposare.
Ignorando la sofferenza della pelle che mi si screpolava sul viso e sulle spalle, af-
ferrai con entrambe le braccia il mio compagno privo di forze, e lo sollevai di peso.
Era ormai tardo pomeriggio, e la luce sbiadiva nel cielo. A circa un miglio dal luo-
go dell'esplosione, l'atmosfera era priva di fumo, ma la colonna cremisi che s'innalza-
va dal cratere illuminava il firmamento che incupiva, in maniera molto simile al mo-
do in cui le lampade Aldis avevano illuminato la Cupola di Londra.
A un tratto, fui spaventato da un giovane Pristichampus che sbucò dalla foresta,
con la bocca dalle zanne ingiallite spalancata nel tentativo di rinfrescarsi, trascinan-
dosi dietro una zampa ferita: era quasi cieco, e assolutamente terrorizzato. Il rettile
fuggì con andatura zoppicante, lanciando strida ultraterrene.
Di nuovo i miei piedi nudi calpestarono la sabbia pulita, e la brezza salmastra scac-
ciò il fetore di fumo e di cenere che mi opprimeva. Nell'osservarne la superficie luc-
cicante alla luce del carolinum, mi sentii grato al mare, placido e immobile nonostan-
te la follia dell'umanità, perché mi aveva accolto e cullato, salvandomi la vita, mentre
i miei simili si annientavano a vicenda a colpi di bombe.
Il mio sogno ad occhi aperti fu interrotto da un richiamo lontano, che echeggiò sul-
la spiaggia: - Ooohé!
Circa un quarto di miglio dinanzi a me, vidi una persona che mi camminava incon-
tro agitando le braccia.
Per un attimo rimasi del tutto incapace di muovermi, probabilmente perché in
qualche recesso morboso dell'anima avevo ritenuto che il corpo di spedizione crono-
tico fosse stato sterminato dall'esplosione atomica, e che Nebogipfel ed io fossimo
rimasti ancora una volta soli nel tempo.
Evidentemente, il superstite si era trovato abbastanza lontano dall'accampamento
per rimanere illeso. Era un soldato alto, magro, con la chioma rossa, che mi sembrò di
ricordare. Indossava un feltro verdazzurro, una camicia verdecupa, alcune giberne, un
paio di calzoni fasciati alle caviglie, e portava una mitragliatrice leggera.
Nell'osservare il soldato, mi chiesi quale fosse il mio aspetto. Non ne avevo idea,
ma immaginavo di essere in condizioni spaventevoli, con i capelli strinati, il visto u-
stionato e annerito, gli occhi bianchi e stralunati, seminudo, con il fagotto inumano
del Morlock in braccio.
Il militare si spinse indietro il cappello: - Gran brutto pasticcio, eh, signore? -
commentò, nel brusco accento tedesco dell'Inghilterra nordorientale.
Allora lo riconobbi: - Sei Stubbins, vero?
- Proprio io, signore. - Stubbins si volse per accennare alla spiaggia.
- Stavo cartografando in quella direzione. Ero a sei o a sette miglia, quando ho vi-
sto arrivare i crucchi. Appena ho veduto innalzarsi quella grande colonna di fuoco…
Be', ho capito cos'era successo. - Dubbioso, guardò in direzione dell'accampamento.
Spostai il peso da una gamba all'altra, nel tentativo di celare la fatica:
- Non possiamo tornare al campo. Ci sono ancora gli incendi, e Nebogipfel dice
che le radiazioni sono molto pericolose.
- Chi?
Per tutta risposta, sollevai un poco il Morlock.
- Oh, lui… - Stubbins si grattò la nuca, con un raspare della chioma corta e irta.
- Non puoi fare nulla per aiutare i tuoi compagni, Stubbins… almeno per il mo-
mento.
Il soldato sospirò: - Be', e allora, signore, che cosa facciamo?
- Credo che dovremmo allontanarci ancora lungo la spiaggia e cercare un rifugio
per la notte. Non credo che correremo rischi: dubito che qualunque animale del pale-
ocene sarebbe tanto poco saggio da aggredire gli umani, stanotte, dopo tutto quello
che è successo. Ma forse converrà accendere un fuoco. Hai fiammiferi, Stubbins?
- Oh, sì, signore. - Il soldato si percosse un taschino, scuotendo rumorosamente una
scatola di fiammiferi. - Non si preoccupi.
- Non mi preoccupo affatto.
Ripresi a camminare sulla spiaggia, benché le braccia mi dolessero in maniera qua-
si insopportabile e le gambe mi tremassero.
Notata la mia spossatezza, Stubbins, con silenziosa gentilezza, si mise la mitraglia-
trice ad armacollo e prese in braccio il Morlock svenuto. Era magro, ma molto robu-
sto: parve portare Nebogipfel senza fatica.
Continuammo la marcia finché trovammo al bordo della foresta una radura adatta,
dove dormimmo all'addiaccio.
12. LE CONSEGUENZE DEL BOMBARDAMENTO

La mattina successiva albeggiò serena e fresca.


Mi destai prima di Stubbins. Invece, Nebogipfel rimase privo di conoscenza. Mi
recai alla spiaggia, fino alla battigia, mentre il sole s'innalzava al di sopra del mare
dinanzi a me, già diffondendo un calore intenso. Si udivano gli schiocchi e i trilli
prodotti dalla fauna della foresta, già assorta nelle sue piccole preoccupazioni. Una
forma nera e liscia, che mi parve una razza, scivolò nell'acqua a poche centinaia di
metri dalla riva.
In quei primi istanti del nuovo giorno, fu come se il mondo paleocenico fosse tanto
vigoroso e indenne quanto era stato prima dell'arrivo di Gibson e del suo corpo di
spedizione. Eppure la colonna di fuoco purpureo s'innalzava ancora dalla ferita al
cuore della foresta, sino a un'altezza di oltre trecento metri, scagliando grumi di roc-
cia o di terra incandescente, che tracciavano parabole luminose nell'aria. Al di sopra
indugiava ancora la nube di polvere e di vapore a forma di ombrello, sfrangiata ai
bordi a causa della brezza.
Facemmo colazione con acqua e con polpa di noci di cocco. Debole e avvilito, par-
lando con voce fioca e rauca, Nebogipfel consigliò a Stubbins e a me di non ritornare
all'accampamento bombardato, sostenendo che, per quanto ne sapevamo, noi tre era-
vamo gli unici esseri umani superstiti nel paleocene, e dovevamo preoccuparci della
nostra sopravvivenza. A suo parere, avremmo dovuto trasferirci ad alcune miglia di
distanza e accamparci in qualche altro luogo adatto, al sicuro dalle radiazioni del ca-
rolinum.
Tuttavia, gli occhi di Stubbins, nonché le profondità stesse della mia interiorità, di-
cevano che agire così sarebbe stato impossibile per entrambi.
Finalmente, con una schiettezza che sopraffece la sua deferenza naturale, Stubbins
dichiarò: - Io torno. Capisco quello che sta dicendo, signore, ma il fatto è che là po-
trebbero esservi feriti e moribondi. Semplicemente, non posso abbandonarli. - E si
volse a me, con il viso onesto e sincero corrugato per la preoccupazione. - Non sareb-
be giusto, vero, signore?
- No, Stubbins: non lo sarebbe affatto.
Fu così che, mentre il giorno era ancora giovane, Stubbins e io ripercorremmo la
spiaggia in direzione dell'accampamento devastato. Il soldato vestiva ancora l'uni-
forme verde, che aveva superato pressoché indenne le traversie del giorno precedente.
Io, naturalmente, portavo soltanto ciò che restava dei calzoni cachi che avevo indos-
sato al momento del bombardamento. Avevo perduto persino gli stivali, quindi mi
sentivo peculiarmente male equipaggiato. Non avevamo neppure una cassetta del
pronto soccorso: soltanto la piccola quantità di bende e di unguenti di cui era fornito
Stubbins. Però ciascuno di noi portava a tracolla cinque o sei gusci di noce di cocco
pieni d'acqua, con cui avremmo forse potuto arrecare sollievo agli eventuali supersti-
ti.
Dal luogo dell'esplosione proveniva un rumore cupo, continuo e monotono, simile
al fragore di una cascata, che faceva tremare il suolo. Avevamo promesso a Nebogi-
pfel di fermarci a un miglio dal cratere. Quando ciò avvenne, il sole era alto nel cielo.
La nube letale a forma di ombrello gettava su di noi la sua ombra. La luminosità pur-
purea e cremisi prodotta dalla reazione perdurante macchiava la spiaggia dinanzi a
me.
Ci bagnammo i piedi nel mare. Mi riposai le ginocchia e i polpacci dolenti, goden-
do del calore del sole sul viso. Per colmo d'ironia, la giornata rimase bella, con il cie-
lo sereno e il mare immerso nella luce. Notai che la marea aveva già riparato in gran
parte ai danni inflitti alla spiaggia dalle attività umane il giorno precedente: per e-
sempio, le bivalvi si nascondevano di nuovo nella sabbia fuligginosa, e una tartaruga
passò tanto vicino, sulla battigia, che avremmo potuto toccarla.
Mi sentii vecchissimo, incommensurabilmente stanco, per nulla in armonia con
l'alba del mondo.
Lasciata la spiaggia, ci addentrammo timorosamente nell'oscurità della foresta de-
vastata, con l'intenzione di girare intorno all'accampamento tenendoci alla distanza di
sicurezza di un miglio. Bastava la più rudimentale conoscenza della geometria per
calcolare che avremmo dovuto percorrere sei miglia prima di completare il cerchio
tornando alla spiaggia. Sapevo però che sarebbe stato difficile, se non impossibile,
tracciare una circonferenza precisa, quindi prevedevo che ci attendesse una marcia
considerevolmente più lunga, di alcune ore in tutto.
Anche a quella distanza dal luogo dell'esplosione, molti alberi, che altrimenti sa-
rebbero diventati piante secolari, erano stati sradicati e schiantati in un istante. Fum-
mo dunque costretti a scavalcare tronchi carbonizzati e ad attraversare ammassi di
fronde bruciate. Più lontano, si vedevano interi gruppi di dipterocarps spogli e anne-
riti, trasformati dalle fiammate in quelli che sembravano mazzi di fiammiferi bruciati.
Dagli squarci aperti nella volta delle fronde, la luce del sole penetrava a fasci e casca-
te fino al suolo, eppure rimanevano zone d'oscurità e di penombra. La luce purpurea
del carolinum diffondeva ovunque una sfumatura sinistra.
Naturalmente, gli animali superstiti, i mammiferi, gli uccelli e persino gli insetti,
erano fuggiti, lasciando una quiete sovrannaturale, turbata soltanto dal fruscio dei no-
stri passi, oltre che dal respiro caldo e ininterrotto della conflagrazione.
Molti alberi caduti fumavano ancora, o rosseggiavano come braci. Per non scot-
tarmi, mi fasciai d'erba i piedi, ricordando di avere fatto lo stesso per uscire dalla fo-
resta che avevo incendiato nell'anno 802.701. Incontrammo numerosi corpi di animali
rimasti coinvolti in una catastrofe che superava la loro comprensione. La decomposi-
zione era già iniziata, diffondendo un fetore di morte.
Una volta, calpestai i resti putrefatti di quello che mi parve un planetetherium, e il
povero Stubbins fu costretto ad aspettare mentre, con grugniti di disgusto, mi ra-
schiavo i resti dell'animaletto dalla pianta del piede.
Dopo circa un'ora, trovammo un corpo curvo e immoto. Il fetore era tale che fui
costretto a coprirmi il viso con il fazzoletto. Sul momento, ebbi l'impressione che
quell'essere bruciato e sfigurato fosse un animale, forse una giovane Diatryma, ma
Stubbins si lasciò sfuggire un'esclamazione. Affiancandomi a lui, vidi, all'estremità di
un ramo annerito, una mano di donna che, per effetto di qualche bizzarra casualità,
non era neppure lievemente ustionata: aveva le dita piegate come nel sonno, e un
gioiello d'oro che luccicava all'anulare.
Il povero Stubbins, allontanatosi fra gli alberi, vomitò, mentre io mi sentivo scioc-
co, impotente e sgomento, là, nella foresta devastata, con i gusci pieni d'acqua a tra-
colla.
- E se fosse successo a tutti, signore? - chiese Stubbins. - Se fossero tutti… così? -
Nel dir questo, non riuscì a guardare la salma, e neppure a indicarla. - E se non ci fos-
se nessun superstite? Se fossero tutti morti, bruciati… così?
Gli posai una mano sopra una spalla, cercando di attingere a una forza che non sen-
tivo di possedere: - In tal caso, torneremo alla spiaggia e tenteremo di sopravvivere.
Faremo del nostro meglio. Non abbiamo altra scelta, Stubbins. Ma non devi cedere,
adesso: la nostra ricerca è appena incominciata.
Gli occhi del soldato sembravano bianchi, nel viso nero di fuliggine come un ca-
mino: - Ha ragione: non bisogna cedere. Faremo del nostro meglio: non c'è altra scel-
ta. Eppure…
- Sì?
- Oh… Nulla. - Così dicendo, Stubbins si risistemò i gusci di noce ad armacollo,
preparandosi a rimettersi in marcia.
Affinché capissi, non fu necessario che il soldato mi esprimesse il suo sentimento.
Se il corpo di spedizione fosse stato sterminato, se noi due e il Morlock fossimo stati
gli unici superstiti, allora, come anche Stubbins sapeva bene, non avremmo potuto
fare altro che restare seduti nelle nostre capanne sulla spiaggia in attesa della morte.
Poi, la marea avrebbe coperto le nostre ossa, e se fossimo stati fortunati avremmo la-
sciato qualche fossile, che forse, un giorno, dopo cinquanta milioni di anni, sarebbe
stato trovato da qualche cittadino curioso intento a vangare in un orto o in un giardino
di Hampstead o di Kew.
Sarebbe stato un destino lugubre e vano. Sicuramente, anche Stubbins si domanda-
va quale fosse il meglio che si potesse trarre da un'esistenza simile.
In un silenzio tetro, ci allontanammo dal corpo carbonizzato della giovane donna.

Nella foresta, non avevamo nessun riferimento per calcolare il trascorrere del tem-
po: il sole sembrava immobile nel cielo, le ombre dei ceppi anneriti non sembravano
accorciarsi né spostarsi. Ci sembrò di attraversare quella devastazione spaventevole
per un tempo interminabile, ma in realtà fu forse soltanto un'ora più tardi che udimmo
rumori di vegetazione schiantata provenire dalle profondità della foresta.
Sulle prime non vedemmo che cosa li provocasse. Attendemmo, trattenendo il fia-
to, Stubbins con gli occhi sgranati di paura, bianchi come l'avorio nella semioscurità.
Dall'ombra fra le piante carbonizzate, inciampando e sbattendo contro i ceppi, e-
merse un essere snello, evidentemente sofferente, e indubbiamente umano.
Gli corsi incontro con il cuore in gola, senza curarmi del sottobosco bruciato che si
sfaldava sotto i miei piedi. Accanto a me corse Stubbins.
Era una donna, irriconoscibile con la testa e il busto anneriti dalle ustioni. Mi cad-
de fra le braccia con un sospiro soffocato, che parve di sollievo.
Nell'aiutarmi a farla sedere, addossata a un ceppo, Stubbins mormorò frasi spezza-
te d'incoraggiamento: - Non preoccuparti… Guarirai… Ti curerò io… - E continuò
così, con voce strozzata.
Dell'uniforme della donna restavano soltanto brandelli anneriti. Le braccia erano
ustionate, soprattutto nella parte inferiore degli avambracci.
Anche il viso, che doveva avere guardato l'esplosione, era ustionato, però era par-
zialmente illeso intorno agli occhi e alla bocca. Era evidente che, al momento della
conflagrazione, la donna si era protetta il viso con le braccia.
Finalmente, la donna aprì gli occhi, che erano di un azzurro penetrante, poi di-
schiuse la bocca, esalando un sussurro da insetto. Reprimendo la ripugnanza e l'orrore
suscitati in me dal naso e dalle orecchie sfigurati dalle fiamme, accostai un orecchio
alle labbra.
- Acqua… - mormorò la sopravvissuta. - In nome d'Iddio… Acqua…
Era Hilary Bond.

13. IL RACCONTO DI BOND

Per alcune ore, Stubbins e io restammo con Hilary, facendole sorseggiare acqua dai
gusci. Di quando in quando, Stubbins si allontanò per compiere brevi perlustrazioni
circolari nella foresta, chiamando ad alta voce per attirare l'attenzione di altri eventua-
li superstiti. I medicinali di cui disponeva Stubbins, adatti a curare lesioni lievi come
gli ematomi e i tagli, furono del tutto inadeguati per le ustioni di Bond, che erano tan-
to gravi quanto estese.
Debole, ma in pieno possesso delle sue facoltà, Hilary riuscì a fornirmi un resocon-
to coerente di ciò che aveva visto.
Dopo avermi lasciato alla spiaggia, si era addentrata il più possibile nella foresta,
tuttavia si era trovata a non meno di un miglio dall'accampamento allorché il Messer-
schmitt vi era giunto.
- Ho visto cadere la bomba - sussurrò Bond. - Da come ardeva ho capito che era
carolinum… Non avevo mai visto bombe come quella, ma ne avevo sentito parlare…
Ho pensato che fosse finita per me… Sono rimasta paralizzata come un coniglio in
preda al terrore… O come una pazza… Quando ho ripreso il controllo di me stessa,
ho capito di non avere il tempo di gettarmi al suolo o dietro un albero… Ho alzato le
braccia a proteggere il viso… Il lampo è stato accecante, di un'intensità sovrannatura-
le… Mi ha ustionata… È stato come se si spalancassero le porte dell'inferno… Ho
sentito le guance sciogliersi… Ho visto la punta del naso ardere, come una candeli-
na… È stata l'esperienza più… - Hilary s'interruppe, in preda a un accesso di tosse.
L'esplosione era stata "come un vento immane". Catapultata all'indietro, Hilary era
rotolata al suolo fino a sbattere contro un albero, quindi era svenuta.
Allorché aveva ripreso conoscenza, la colonna di fiamma cremisi e porpora s'in-
nalzava dalla foresta come un demone, circondata dagli spiriti familiari del suolo fuso
e del vapore. Tutt' intorno, gli alberi erano schiantati e bruciati, anche se Bond si era
trovata per puro caso abbastanza lontano dall'epicentro della conflagrazione per evita-
re i danni peggiori. Per giunta, non era stata colpita da rami caduti o da altri oggetti.
Si era toccata il naso, e ricordava di avere provato soltanto una curiosità appannata
nel sentirsene staccare un pezzo.
- Non ho provato dolore, però… È stato molto strano… Anche se - aggiunse tor-
vamente Bond - non ho tardato ad essere ricompensata, per questo…
Ascoltai in un silenzio lugubre, con il ricordo, vivo nella mente, della ragazza snel-
la e piuttosto impacciata con cui avevo raccolto bivalvi, poche ore prima di quell'e-
sperienza terribile.
In seguito, Hilary aveva dormito. Al risveglio, aveva trovato la foresta molto più
buia, perché molti incendi si erano estinti. Per qualche ragione, la sua sofferenza si
era attenuata, tanto da indurla a chiedersi se ciò fosse dovuto alla distruzione delle
connessioni nervose.
Con uno sforzo enorme, perché era ormai molto indebolita dalla sete, era riuscita
ad alzarsi e ad avvicinarsi all'accampamento.
- Ricordo la luce del carolinum, sovrannaturale e purpurea, che diventava sempre
più intensa mentre avanzavo fra gli alberi… Il calore aumentava… Mi sono chiesta
quanto avrei potuto avvicinarmi, prima di essere costretta a tornare indietro… Sono
arrivata al bordo della radura… La luce del carolinum mi rendeva quasi cieca… Sen-
tivo un fragore, come di una cascata… La bomba era caduta proprio al centro dell'ac-
campamento… I tedeschi hanno la mira precisa… Era come un piccolo vulcano che
eruttava fumo e fiamme… Il campo era distrutto, spazzato dal fuoco e dallo sposta-
mento d'aria… Tre corazzati erano rovesciati come giocattoli, e dilaniali… Il quarto
era sventrato, ma per il resto quasi intatto… Non ho visto nessuno… Mi aspettavo,
credo… - Bond esitò. - Orrori… Mi aspettavo orrori… Ma non c'era nulla… Non è
rimasto nulla di nessuno… Tranne una cosa… La cosa più strana… - Mi posò su un
braccio una mano che il fuoco aveva trasformato in un artiglio. - La vernice del co-
razzato quasi intatto era tutta gonfia e screpolata… tranne in una zona, una sagoma…
Sembrava l'ombra di un uomo rannicchiato… - Mi guardò, con gli occhi scintillanti
nel volto sfigurato. - Capisce? Era l'ombra… di un soldato… Non so chi fosse… Sta-
va così, al momento dell'esplosione… che l'ha interamente dissolto, carne e ossa…
Eppure è rimasta l'ombra sul metallo verniciato… - La voce rimase calma e impassi-
bile, mentre gli occhi di Hilary si colmavano di lacrime. - Non è strano?
Per qualche tempo, Bond aveva camminato, vacillando, lungo il bordo della radu-
ra. Ormai convinta che non vi fossero superstiti, aveva pensato a cercare acqua, cibo,
medicinali. Ma era stata troppo disorientata, troppo confusa, nonché afflitta da una
sofferenza tale da minacciare di sopraffarla.
Con le mani ustionate, non aveva potuto frugare sistematicamente tra i resti carbo-
nizzati del campo.
Così, si era allontanata, con l'intenzione di cercare di giungere al mare.
Di ciò che le era accaduto in seguito aveva soltanto ricordi confusi e frammentari.
Aveva vagato nella foresta per tutta la notte, però si era allontanata tanto poco dal
luogo dell'esplosione, da indurmi a supporre che avesse vacillato in cerchio fin quan-
do Stubbins e io l'avevamo trovata.
14. SUPERSTITI

Il meglio che si potesse fare, decidemmo Stubbins ed io, era trasportare Hilary fuo-
ri della foresta, lontano dalle emissioni dannose del carolinum. Al nostro accampa-
mento sulla spiaggia, Nebogipfel, con le sue vaste conoscenze, avrebbe forse potuto
trovare un modo per lenire le sue sofferenze. Era chiaro, tuttavia, che Hilary non ave-
va più la forza di camminare. Con due rami caduti, lunghi e diritti, con i miei calzon-
cini e con la camicia di Stubbins, costruimmo una barella, su cui, badando a farla sof-
frire il meno possibile, adagiammo Hilary. Quando la sollevammo, ella gridò, ma poi,
una volta distesa sulla barella, si sentì meglio.
Così, riattraversammo la foresta bruciata per tornare alla spiaggia. Stubbins mi
precedeva, mostrandomi la schiena nuda e magra, lustra di sudore, sporca di fuliggine
e di polvere. Nella semioscurità, aprì la strada, urtando le liane e i rami bassi, però
senza lamentarsi, continuando a reggere saldamente la barella. Quanto a me, lo seguii
barcollando, seminudo, spossato, con i muscoli tremanti di sforzo. Talvolta mi parve
impossibile poter sollevare una gamba per compiere un altro passo, o continuare a
stringere le mani intorpidite intorno ai rami scabri. Eppure la risolutezza incrollabile
di Stubbins m'indusse sempre a proseguire la marcia, nascondendo la fatica.
Priva di conoscenza, le membra scosse da tremiti convulsi, Hilary si lasciò sfuggire
di quando in quando gemiti e grida fioche, mentre echi di sofferenza le si diffondeva-
no nel sistema nervoso.
Giunti alla spiaggia, deponemmo Hilary all'ombra, al margine della foresta. Te-
nendole sollevata la testa con una mano, Stubbins le fece sorseggiare un po' d'acqua.
La sensibilità e la gentilezza predominavano sulle sue maniere rozze: sembrava in-
fondere tutto il proprio essere nelle più semplici gentilezze nei confronti di Bond. Mi
sembrava che in ciò fosse motivato soprattutto da pura e semplice compassione, in
quanto era fondamentalmente buono e gentile. D'altronde, compresi che gli sarebbe
stato insopportabile sopravvivere a tutti i suoi compagni soltanto perché gli era stato
assegnato, per puro caso, un incarico che lo aveva allontanato dall'accampamento
proprio prima dell'attacco nemico. Prevedevo dunque che avrebbe dedicato in gran
parte i giorni che gli restavano ad atti di contrizione di quel genere.
Seminudi, imbrattati di fuliggine e di cenere, con la donna sofferente sulla barella,
Stubbins ed io riprendemmo la marcia sulla sabbia umida e solida del bagnasciuga,
fresca fra le nostre dita, con la risacca spumeggiante che ci lambiva le caviglie.
All'accampamento, Nebogipfel si dedicò subito a curare Hilary. Intralciato dalla
sollecitudine smaniosa di Stubbins, mi lanciò una serie di occhiatacce ostili, finché
mi decisi a prendere il soldato per un braccio: - Ascolta, vecchio mio… Il Morlock
potrà sembrarti un po' strano, però di medicina sa molto più di me, e anche di te, di-
rei. Credo quindi che sia meglio andarcene, e lasciare la capitana alle sue cure.
Per tutta risposta, Stubbins aprì e chiuse minacciosamente le mani enormi.
Allora ebbi un'idea: - Potremmo compiere un ultimo tentativo per scoprire se vi
sono eventuali altri superstiti. Perché non accendiamo un falò? Usando legna verde,
si produrrà un fumo visibile da miglia di distanza.
Senza indugio, Stubbins si addentrò nella foresta per seguire alacremente il sugge-
rimento. Nell'osservarlo mentre trascinava rami fuori della foresta, come un animale
da soma, per poi ammassarli sulla spiaggia, fui lieto di avere escogitato un lavoro che
gli consentisse di sfogare utilmente l'energia di cui traboccava.
Frattanto, Nebogipfel collocò saldamente nella sabbia, in fila, alcuni gusci di noce,
ciascuno contenente un preparato latteo di sua invenzione. Preso a prestito il coltello
a serramanico di Stubbins, tagliò gli abiti per spogliare Bond, poi, con le sue morbide
dita morlock, incominciò a spalmare gli unguenti sulle ustioni.
Ancora priva di conoscenza, Hilary dapprima si lamentò, ma dopo un poco sembrò
smettere di soffrire, per passare a un sonno più profondo e più tranquillo.
- Che cos'è quella specie di pomata?
- Un unguento di latte di cocco, di olio di bivalve e di piante raccolte nella foresta -
spiegò Nebogipfel, continuando a spalmare e a massaggiare. - Allevia la sofferenza
provocata dalle ustioni. - Nel risistemarsela più comodamente sul viso, lasciò sulla
maschera tracce lustre di unguento.
- Sono impressionato dalla previdenza che hai dimostrato nel prepararlo.
- Dopo la catastrofe che vi siete autoinflitti ieri - rispose freddamente Nebogipfel -
non era necessario essere molto previdenti, per capire che vi sarebbero state ustioni
da curare.
Autoinflitti? pensai, irritato. Nessuno di noi ha chiesto ai maledetti tedeschi di
viaggiare nel tempo per venirci a bombardare con il carolinum! E sbottai: - Acciden-
ti a te! Stavo soltanto cercando di congratularmi per quello che stai facendo per que-
sta ragazza!
- Io, invece, preferirei non dover esercitare la mia compassione e le mie capacità
terapeutiche sulle vittime sofferenti di simili follie.
- Oh… Dannazione! - Ciò detto, pensai che talvolta il Morlock era davvero impos-
sibile: del tutto inumano!

Alimentando il falò con legna verde, che sibilava e crepitava, Stubbins ed io innal-
zammo al cielo una colonna di fumo, bianca come una nuvola. Quando il soldato eb-
be compiuto alcune ricerche brevi e vane nella foresta, fui costretto a promettergli
che, se l'espediente del falò non avesse prodotto risultati entro pochi giorni, saremmo
ritornati sul luogo dell'esplosione.
Il quarto giorno dopo il bombardamento cominciarono ad arrivare altri superstiti
attirati dal nostro segnale: soli o a coppie, ustionati e avviliti, con le uniformi a bran-
delli. In breve, Nebogipfel si trovò a dirigere un ospedale da campo di dimensioni ri-
spettabili: una fila di giacigli di fronde di palma all'ombra dei dipterocarps. Coloro
che ne erano in grado lo assistettero, sia improvvisandosi infermieri, sia procurando
acqua, cibo e piante medicinali.
Per qualche tempo sperammo che vi fosse altrove un altro accampamento meglio
equipaggiato del nostro. Pensai che Guy Gibson potesse essere sopravvissuto, e che
in tal caso, con la sua calma e con il suo pragmatismo, avesse organizzato eventuali
altri superstiti.
Da questo punto di vista, suscitò un breve scoppio di ottimismo la comparsa, sulla
spiaggia, di un veicolo leggero a motore, guidato da due militari: due giovani donne.
Restammo però delusi nell'apprendere che si trattava soltanto delle due ragazze a cui
era stata affidata la ricognizione più estesa: percorrere la spiaggia in direzione ovest
alla ricerca di un passaggio per l'interno.
Per alcune settimane, perlustrammo sistematicamente la spiaggia e la foresta, tro-
vando talvolta le spoglie di qualche misera vittima del bombardamento, che sembrava
essere sopravvissuta all'esplosione soltanto per morire poco tempo dopo in seguito
alle ferite, senza riuscire ad allontanarsi o a chiedere aiuto. In alcuni casi riuscimmo a
recuperare qualcosa dell'equipaggiamento del corpo di spedizione. Nebogipfel attri-
buiva la massima importanza a qualunque pezzo di metallo, perché era convinto che
sarebbe trascorso parecchio tempo prima che la nostra piccola colonia fosse in grado
di estrarre e di lavorare i metalli. Comunque, non trovammo nessun altro superstite:
le due donne del veicolo furono le ultime ad unirsi a noi.
Anche quando avevamo ormai perduto da tempo ogni speranza ragionevole di tro-
vare altri sopravvissuti, però, continuammo a lasciare acceso il falò giorno e notte.
In tutto, su oltre cento militari del corpo di spedizione, ne sopravvissero al bom-
bardamento e alle sue conseguenze soltanto ventidue: undici donne, nove uomini, e
Nebogipfel. Le salme di Guy Gibson e del medico gurkha non furono mai trovate.
Così, ci dedicammo a curare i feriti, a procurare tutto ciò che era necessario per
consentirci di sopravvivere giorno dopo giorno, e a meditare su come avremmo orga-
nizzato la nostra colonia in futuro. In conseguenza della distruzione dei corazzati, in-
fatti, fu presto evidente a noi tutti che non avremmo potuto tornare ai nostri secoli di
provenienza: dopotutto, il mondo paleocenico avrebbe accolto le nostre ossa.

15. IL VILLAGGIO

Quattro di noi morirono a causa delle ustioni e di altre ferite, poco tempo dopo es-
sere arrivati all'accampamento. Se non altro, non parvero soffrire molto, e io mi chie-
si se Nebogipfel non avesse modificato i medicinali di sua composizione in maniera
tale da alleviare e abbreviare l'agonia di quei poveretti.
Tuttavia, non comunicai a nessuno i miei sospetti.
Ogni perdita aggravò l'afflizione della nostra piccola colonia. Personalmente mi
sentivo intorpidito, ormai incapace di reazioni emotive, come se la mia interiorità
fosse stracolma d'orrore. Nell'osservare i giovani militari scoraggiati dalle lacere uni-
formi insanguinate, impegnati nelle loro tetre attività, compresi che quelle nuove
morti, nello squallore brutale e primitivo in cui eravamo costretti a lottare per soprav-
vivere, obbligava ciascuno di loro a confrontarsi nuovamente con la propria mortalità.
La situazione peggiorò alcune settimane più tardi, allorché una nuova malattia si
diffuse fra le nostre schiere sparute. Oltre ad assalire alcuni feriti, essa, in maniera as-
sai inquietante, contagiò anche alcuni di coloro che sembravano essere sopravvissuti
indenni al bombardamento. I sintomi erano violenti: vomito, emorragia, caduta dei
capelli, delle unghie e persino dei denti.
- È come temevo - sussurrò Nebogipfel, dopo avermi tratto in disparte. - Sono le
conseguenze dell'esposizione alle radiazioni di carolinum.
- Qualcuno di noi riuscirà a salvarsi, oppure… soccomberemo tutti?
- Non possiamo curare i malati in nessun modo: possiamo soltanto alleviare le sof-
ferenze più gravi. Per il resto…
- Sì?
Il Morlock infilò le dita sotto la maschera per massaggiarsi gli occhi: - Non esiste
nessun livello di radioattività che sia sicuro: esistono soltanto fattori di rischio, e pos-
sibilità. Potremmo sopravvivere tutti, oppure… perire tutti.
Tali notizie, naturalmente, aumentarono la mia angoscia. Vedere quei giovani, che
già portavano le cicatrici di numerosi anni di guerra, giacere inerti sulla sabbia per
colpa dei loro simili, affidati esclusivamente alle cure inesperte di un Morlock, un a-
lieno naufrago nel tempo, mi faceva vergognare della specie alla quale appartenevo,
nonché di me stesso.
- Credo che, un tempo, una parte di me avrebbe forse affermato che in definitiva
questa guerra viene combattuta a fin di bene, perché potrebbe distruggere il vecchio
ordine fossilizzato e aprire il mondo al mutamento. E ancora, un tempo credevo che
l'umanità fosse dotata di una saggezza innata, quindi avrei detto che, dopo tante di-
struzioni, il buon senso avrebbe finito col prevalere, ponendo fine alla guerra.
- Il buon senso? - chiese Nebogipfel, massaggiandosi la faccia villosa.
- Be', così credevo… Tuttavia, non avevo nessuna esperienza reale della guerra.
Una volta che gli umani hanno incominciato a darsele di santa ragione, ben poco è in
grado di fermarli prima che siano sopraffatti dalla spossatezza e dalle perdite. Adesso
capisco che la guerra è assolutamente insensata, quale che ne possa essere l'esito…
D'altra parte, confidai a Nebogipfel di essere profondamente impressionato dall'al-
truismo e dalla devozione che i pochi superstiti del corpo di spedizione dimostravano
nell'aiutarsi a vicenda. Ridotta la nostra situazione all'essenziale, ossia alla semplice
sofferenza umana, si erano dissolte le tensioni di classe, di razza, di credo e di rango,
che avevo potuto osservare all'interno del corpo di spedizione prima del bombarda-
mento.
Adottando il punto di vista neutro di un Morlock, osservai il complesso contraddit-
torio di forze e di debolezze insito nell'animo della mia specie, e scoprii così che gli
umani erano al tempo stesso più brutali e, sotto certi aspetti, più angelici, di quanto
fossi stato indotto a credere dalla scarsa esperienza dei miei primi quattro decenni di
vita.
- È un po' tardi - ammisi - per imparare lezioni tanto profonde sulla stirpe con cui
ho diviso il pianeta per oltre quarant'anni… Nondimeno, è così: ora mi sembra che, se
l'umanità vorrà mai ottenere la pace e la stabilità, almeno prima di evolversi in qual-
che nuova razza, come i Morlock, allora il suo processo di unificazione, in quanto
specie, dovrà cominciare dal fondo, ossia dalla costruzione delle fondamenta più so-
lide: le uniche vere fondamenta, cioè la solidarietà istintiva nei confronti dei propri
simili. - Ciò detto, scrutai Nebogipfel: - Capisci che cosa intendo dire? Credi che il
mio discorso abbia un senso?
Senza approvare né contraddire la mia ultima razionalizzazione, Nebogipfel si li-
mitò a ricambiare il mio sguardo con calma analitica.

Le radiazioni uccisero altri tre di noi.


Altri ancora, come per esempio Hilary Bond, che perse molti capelli, manifestaro-
no alcuni sintomi, nondimeno sopravvissero. Altri, invece, incluso colui che più di
ogni altro si era avvicinato al luogo dell'esplosione, non parvero subire le conseguen-
ze dell'esposizione alle radiazioni. In ogni modo, Nebogipfel mi avvertì che non po-
tevamo ancora considerarci al sicuro dal carolinum: chiunque di noi avrebbe potuto
essere afflitto, negli anni successivi, da altre gravi malattie, come i tumori.
Fra i superstiti, Hilary Bond era la più alta in grado. Così, non appena fu in grado
di alzarsi dal suo giaciglio, assunse il comando, dimostrando una calma autorità.
Spontaneamente, il nostro gruppo si sottopose a una sorta di disciplina militare, anche
se molto semplificata, giacché i soldati superstiti erano soltanto tredici. Ebbi l'impres-
sione che ritrovarsi in un contesto familiare fosse di notevole conforto ai militari, in
particolare ai più giovani. Naturalmente, tale organizzazione non era destinata a dura-
re. Se la nostra colonia avesse prosperato, creando una nuova generazione, allora una
gerarchia di tipo militare non sarebbe stata desiderabile né praticabile. Per il momen-
to, comunque, assolveva alle necessità, e tanto bastava.
I soldati, che avevano coniugi, genitori, amici, e persino figli, "a casa", nel vente-
simo secolo, dovettero abituarsi al fatto che nessuno di noi avrebbe potuto ritornarvi.
Mentre ciò che restava loro dell'equipaggiamento militare si disfaceva lentamente
nell'umidità della giungla, si resero conto che, in futuro, avrebbero potuto contare e-
sclusivamente sui prodotti del loro lavoro e della loro ingegnosità, nonché sull'aiuto
reciproco.
Sempre preoccupato dai pericoli delle radiazioni, Nebogipfel insistette affinché co-
struissimo un villaggio più lontano, lungo la costa. Sfruttando al meglio il veicolo a
motore fin tanto che disponeva di combustibile, effettuammo alcune perlustrazioni.
Alla fine, scegliemmo il delta di un fiume situato cinque miglia a sudovest del campo
del corpo di spedizione, ossia, giudicai, nelle vicinanze di Surbiton: in futuro, la pia-
nura alluvionale, fertile e irrigata, ci avrebbe consentito di sviluppare l'agricoltura.
Il trasferimento fu compiuto in maniera graduale, perché fu necessario trasportare
parecchi feriti per gran parte del viaggio. Dapprima usammo il veicolo, la cui provvi-
sta di carburante, però, non tardò ad esaurirsi. Su insistenza di Nebogipfel, non lo ab-
bandonammo, perché avrebbe costituito un'autentica miniera di gomma, di vetro, di
metallo e di altri materiali. Così, per l'ultimo viaggio, lo spingemmo come una carrio-
la sulla sabbia, carico di feriti e di provviste.
Mentre noi quattordici superstiti, laceri e rozzamente bendati, procedevamo fatico-
samente sulla spiaggia, pensai che un osservatore distaccato avrebbe difficilmente
capito che eravamo, in quell'epoca, gli unici rappresentanti di una specie che in futuro
avrebbe distrutto interi pianeti.
Nei pressi del villaggio, la foresta era pressoché indenne, ma ciò non bastò a farci
dimenticare il bombardamento: di notte, ad oriente, si vedeva ancora la luce purpurea,
che, secondo Nebogipfel, sarebbe rimasta visibile ancora per molti anni. Spesso,
spossato dal lavoro quotidiano, sedetti alla periferia del villaggio, in disparte dalle lu-
ci e dalle conversazioni, ad osservare le stelle che si accendevano sopra il vulcano
creato dall'uomo.
All'inizio costruimmo soltanto una fila di tettoie di rami e di fronde. Una volta as-
sicurata una provvista costante e sufficiente di cibo e di acqua, ci dedicammo a un
programma più ambizioso. Per prima cosa, concordammo di costruire una casa co-
mune abbastanza spaziosa da ospitarci tutti in caso di tempeste o di altri disastri. Ri-
solutamente, iniziammo la costruzione di un fabbricato simile a quello che avevo in-
cominciato per me e per Nebogipfel, però di grandi dimensioni: una palafitta.
Non lontano dal fiume disboscammo un campo, affinché Nebogipfel potesse diri-
gere la coltivazione e la selezione dei vegetali indigeni, da cui si sarebbero sviluppate
in futuro, con pazienza, molte piante utili. Per pescare, costruimmo una piroga.
Con molti sforzi, catturammo una famiglia di Diatryma, che chiudemmo in un re-
cinto costruito appositamente. Gli uccelli fuggirono diverse volte, causando disastri
nella comunità, tuttavia li ricatturammo ogni volta, e perseverammo nel tentativo di
addomesticarli, perché allevarli allo scopo di ricavarne carne e uova era una prospet-
tiva assai gradevole. Effettuammo persino alcuni esperimenti allo scopo di stabilire se
fosse possibile indurli a trainare l'aratro.
Nei miei confronti, i coloni manifestarono una cortese deferenza, sia perché si con-
faceva alla mia età (com'ero il primo a riconoscere), sia perché avevo maggiore espe-
rienza del paleocene. Ciò consentì che mi fosse affidato, all'inizio, l'incarico di dirige-
re alcuni progetti. In breve tempo, però, i giovani mi surclassarono, grazie alla loro
inventiva, nonché all'esperienza, rapidamente accumulata, nel sopravvivere nella
giungla. Non tardai a rendermi conto che manifestavano nei miei riguardi una certa
divertita tolleranza. In ogni modo, continuai a partecipare con entusiasmo alle attività
della colonia.
Quanto a Nebogipfel, rimase, abbastanza naturalmente, isolato all'interno della
comunità di giovani umani.
Una volta guariti i feriti e i malati, e divenuta meno necessaria la sua opera, Nebo-
gipfel trascorse gran parte del suo tempo lontano dal villaggio, visitando la nostra
vecchia capanna, rimasta sulla spiaggia, alcune miglia a nordest, ed esplorando la fo-
resta. Però non mi accordò la sua confidenza a proposito degli scopi delle sue perlu-
strazioni. Memore della vettura temporale a cui si era dedicato prima dell'arrivo del
corpo di spedizione, sospettai che ne avesse ripreso la ricostruzione. Mi parve, tutta-
via, che ciò fosse del tutto inutile, in quanto la plattnerite dei corazzati era stata di-
strutta dal bombardamento. In ogni modo, non cercai di ostacolare Nebogipfel nelle
sue attività, perché giudicavo che fra noi tutti fosse il più isolato, il più privo della
compagnia dei suoi simili, e dunque, forse, il più bisognoso di tolleranza.

16. LA FONDAZIONE DI PRIMA LONDRA


Nonostante l'esperienza terribile che avevano dovuto sopportare, i coloni erano
giovani, avevano grandi capacità di recupero, e sapevano essere fiduciosi, risoluti,
perseveranti. Poco a poco, una volta cessati i decessi provocati dalle radiazioni e una
volta chiaro che non ci trovavamo in pericolo imminente di morire di fame o di essere
travolti da una piena, riacquistammo, almeno in parte, l'allegria e la voglia di vivere.
Una sera, mentre le ombre dei dipterocarps si allungavano in direzione del mare,
Stubbins mi trovò seduto, come al solito, alla periferia del villaggio, intento ad osser-
vare la luce sinistra della bomba. Con una timidezza imbarazzante, mi chiese, sbalor-
dendomi, se fossi disposto a partecipare a una partita di calcio. Replicare che non a-
vevo mai giocato neppure una volta in vita mia non valse a nulla, così che mi ritrovai
a camminare sulla spiaggia insieme a Stubbins verso il campo da calcio di cui erano
stati rozzamente tracciati i confini nella sabbia. Le porte erano state fabbricate con gli
avanzi della costruzione della casa comune. La palla" era una noce di cocco vuota.
Otto fra uomini e donne erano pronta giocare.
Non mi aspetto di certo che la battaglia ostinata che seguì passi agli annali della
storia sportiva. Il mio contributo fu trascurabile, tranne la riconferma dell'assoluta
mancanza di coordinazione fisica che aveva trasformato i miei giorni di scuola in u-
n'ordalia. Il più abile fra tutti fu di gran lunga Stubbins. Soltanto tre giocatori, inclusi
lui ed io, erano sani, e io rimasi completamente sfinito dopo soli dieci minuti di gio-
co. Gli altri erano un'accozzaglia di feriti bendati, nonché di mutilati con o senza arti
artificiali, ciò che fu, al tempo stesso, comico e patetico. Nondimeno, la partita fu
giocata, finendo con il suscitare risa e grida d'incoraggiamento.
Mi sembrò che gli altri giocatori, sofferenti, smarriti, naufraghi in quell'epoca anti-
ca, fossero in realtà poco più che bambini.
Mi chiesi allora quale specie fosse mai la nostra, capace di nuocere tanto alla sua
stessa progenie.
Terminata la partita, lasciammo il campo, esausti ma sorridenti, e Stubbins mi rin-
graziò.
- Di nulla - risposi. - Sei un ottimo giocatore, Stubbins. Forse avresti dovuto diven-
tare professionista.
- Ah, be'… In realtà, lo ero - rispose Stubbins, meditabondo. - Ero allievo nel Ne-
wcastle United, ma… La guerra, allora, era incominciata da poco. Non passò molto
tempo prima che ponesse fine persino al calcio. In realtà, si è giocato qualche cam-
pionato anche in seguito: quelli regionali, e la coppa bellica. Negli ultimi cinque o sei
anni, però, anche questi sono stati sospesi.
- Be', è un vero peccato. Hai un grande talento, Stubbins.
Con la delusione che si mescolava alla modestia innata, Stubbins scrollò le spalle: -
Era destino…
- Adesso, però, hai fatto qualcosa di molto più importante - lo consolai. - Hai par-
tecipato alla prima partita di calcio della storia del mondo, e hai segnato parecchi go-
al. - Ciò detto, gli percossi amichevolmente la schiena. - E questo sarebbe un onore
per chiunque!

Con il trascorrere del tempo, divenne sempre più evidente, al livello spirituale al di
sotto dell'intelletto in cui risiede la vera conoscenza, che in verità non saremmo mai
ritornati nel nostro secolo. Gradualmente, e immagino che ciò fosse inevitabile, i rap-
porti formatisi nel ventesimo secolo divennero ricordi sempre più remoti. Fra i colo-
ni, sepoy, gurkha e inglesi, si formarono nuove coppie, senza alcun riguardo per il
rango, la classe o la razza. Soltanto Hilary Bond, che conservava un residuo di autori-
tà, rimase sola.
Allorché le dissi che in virtù del suo grado avrebbe potuto celebrare matrimoni,
come avrebbe potuto fare un capitano con i passeggeri della sua nave, Hilary mi rin-
graziò cortesemente del suggerimento, ma in tono scettico, perciò lasciai cadere l'ar-
gomento.
Nuove capanne furono costruite presso la spiaggia e lungo la riva de fiume. Hilary
assistette ai lavori con occhio tollerante: l'unica condizione da lei posta fu che, alme-
no per il momento, ogni abitazione doveva essere costruita in vista di almeno un'altra,
e nessuna a più di un miglio di distanza dalla casa comune. Tali restrizioni furono ac-
cettate di buon grado dai coloni.
In breve tempo, divenne evidente che, nei confronti del matrimonio, l'atteggiamen-
to di Bond era tanto saggio quanto il mio era scriteriato. Un giorno, vidi Stubbins
passeggiare sulla spiaggia con le braccia sulle spalle di due giovani donne. Nell'in-
crociarli, li salutai cordialmente tutti quanti, ma subito dopo mi resi conto di non sa-
pere quale delle due donne fosse la "moglie" di Stubbins.
Quando mi recai da lei a protestare, Hilary minimizzò con malcelato divertimento.
- Al ballo - insistetti - ho visto Stubbins con Sarah, ma poi, una mattina della setti-
mana scorsa, quando sono andato a fargli visita, ho trovato l'altra ragazza nella sua
capanna…
Allora Bond scoppiò a ridere: - Mio caro amico - rispose, posandomi le mani cica-
trizzate sulle braccia - hai veleggiato sui mari dello spazio e del tempo, hai conosciu-
to diversi corsi della storia, sei indubbiamente un genio, eppure… Quanto poco cono-
sci le persone!
Imbarazzato, chiesi: - Che cosa intendi dire?
- Rifletti. - Hilary si passò una mano sul cuoio capelluto cicatrizzato, dove cresce-
vano ciuffi di capelli ingrigiti. - Siamo in tredici, senza contare il tuo amico Nebogi-
pfel, e le donne sono otto, mentre gli uomini sono cinque. - Mi scrutò. - Per giunta,
siamo soli. Non ci sono isole all'orizzonte, da cui potrebbero arrivare giovani maschi
a sposare le nostre ragazze. Se celebrassimo matrimoni, cioè se adottassimo la mono-
gamia, come tu suggerisci, la nostra piccola società non tarderebbe a disgregarsi. Otto
e cinque, infatti, non sono in rapporto pari. Credo dunque che una certa scioltezza nei
rapporti sia conveniente, per il bene di tutti. Non credi? Inoltre, tutto ciò è positivo
anche nei confronti della "diversificazione genetica" di cui ci parla tanto Nebogipfel.
Rimasi sconvolto, ma non, come credo fermamente, e forse ingenuamente, per l'a-
spetto morale della situazione, bensì per il calcolo che vi era sotteso.
Mi accingevo ad andarmene, turbato, allorché fui colto da una consapevolezza im-
provvisa: - Ma… Hilary… Io sono uno dei cinque uomini di cui parli…
- E ovvio - rispose Bond, prendendosi manifestamente gioco di me.
- Ma io non… Voglio dire, non ho…
- Allora - sorrise Hilary - è forse tempo che rimedi. Continuando così, non faresti
che peggiorare la situazione.
Me ne andai, confuso. Era evidente che, fra il 1891 e il 1944, la società si era evo-
luta in modi che non avevo mai neppure sognato.

Nel frattempo, la costruzione della casa comune progredì rapidamente: pochi mesi
dopo il bombardamento, fu terminata. Hilary Bond annunciò che avremmo celebrato
l'evento con una cerimonia d'inaugurazione. Sulle prime, Nebogipfel rifiutò di pre-
senziare, perché, con l'eccessiva razionalità che era tipica dei Morlock, non compren-
deva lo scopo di tale cerimonia. Tuttavia finì col lasciarsi persuadere da me che, dal
punto di vista delle future relazioni fra i coloni, sarebbe stato saggio partecipare.
Lavato e sbarbato, cercai di apparire il più elegante possibile, tenuto conto che in-
dossavo soltanto un paio di calzoncini laceri. Nebogipfel si spuntò e si spazzolò la
pelliccia bionda. Data la situazione, i coloni avevano ormai preso l'abitudine di an-
darsene in giro seminudi, vestiti soltanto di strisce di tessuto o di pelle, come sugge-
riva la decenza. Il giorno dell'inaugurazione, invece, indossarono i resti delle unifor-
mi, lavati e rammendati per quanto possibile. Anche se ad Aldershot non avrebbero di
certo superato l'ispezione, riuscirono a sfoggiare un'eleganza e una disciplina che io
per primo trovai commovente.
Saliti i pochi gradini sconnessi, entrammo nell'interno buio della nuova casa co-
mune. Il pavimento, ugualmente sconnesso, era pulito. I raggi del sole mattutino en-
travano obliqui dalle finestre senza vetri. Nonostante la rozzezza del progetto e della
realizzazione, la casa comunicava una sensazione di solidità e d'intenzione a durare
che suscitò in me una sorta di timore reverenziale.
In piedi sopra il serbatoio del veicolo, utilizzato come podio, Hilary Bond si ap-
poggiava con una mano a una delle ampie spalle di Stubbins. Il suo volto sfigurato,
con le ciocche bizzarre di capelli sul cranio, aveva un'espressione di semplice dignità.
Ormai, annunciò Hilary, la nuova colonia era fondata, ed era pronta a ricevere un
nome. Dopo avere proposto di battezzarla Prima Londra, chiese a tutti noi di unirsi a
lei in una preghiera. Come gli altri, chinai la testa e giunsi le mani. Poiché ero cre-
sciuto in una famiglia di stretta osservanza anglicana, le parole di Bond ebbero su di
me un effetto nostalgico, riportandomi a un periodo più semplice della mia vita: un
periodo di certezze e di sicurezza.
Poco a poco, mentre Hilary continuava il suo discorso semplice ed efficace, rinun-
ciai ad ogni tentativo di analisi, abbandonandomi alla condivisione di quella semplice
celebrazione comune.

17. FIGLI E DISCENDENTI

I primi frutti delle nuove unioni giunsero entro l'anno, sotto la supervisione di Ne-
bogipfel.
Il primo neonato della colonia fu esaminato appunto da Nebogipfel. La madre pro-
testò, riluttante ad affidare la propria bambina a un Morlock, ma Hilary Bond, che era
presente, placò le sue paure. Infine, Nebogipfel annunciò che si trattava di una fem-
mina perfettamente sana e restituì la neonata ai genitori.
In un periodo di tempo molto breve, o almeno così mi parve, nacquero altri bambi-
ni. Divenne consueto vedere Stubbins portare sulle spalle il suo figlioletto, con gioia
evidente di quest'ultimo: ero sicuro che entro breve tempo lo avrebbe portato sulla
spiaggia a tirare calci ai gusci di bivalve per insegnargli a giocare a calcio.
I bambini furono una fonte di gioia immensa per i coloni. Alcuni di costoro, prima
delle nuove nascite, erano stati inclini ad abbandonarsi alla depressione, causata dalla
nostalgia e dalla solitudine. Ma i bambini, oltre ad avere bisogno di cure, conosceva-
no una casa soltanto, ossia Prima Londra, e la loro prosperità futura forniva ai loro
genitori, nonché a noi tutti, uno scopo.
Quanto a me, nell'osservare i bimbi dalle membra morbide e sane, cullati dalle
braccia cicatrizzate dei genitori ancora giovani, vedevo finalmente fuggire da questi
ultimi l'ombra della guerra spaventevole, scacciata dalla luce abbondante del paleo-
cene.
Comunque, Nebogipfel continuò ad esaminare ogni neonato.
E un giorno, infine, il Morlock non restituì un bambino alla madre. Il lieto evento
si trasformò in una sofferenza privata, in cui noialtri non c'intromettemmo. In seguito,
Nebogipfel scomparve nella foresta e, impegnato nelle sue attività segrete, rimase as-
sente per lunghi giorni.

Il Morlock dedicava gran parte del proprio tempo a dirigere quelli che definiva
"gruppi di studio". Questi corsi erano aperti a tutti i coloni, anche se in pratica vi par-
tecipavano soltanto tre o quattro persone alla volta, a seconda dell'interesse e degli
altri impegni. Nebogipfel insegnava ad affrontare i problemi posti dalla vita nel pale-
ocene, come, ad esempio, la produzione delle candele e dei tessuti: aveva inventato
persino un sapone ruvido a base di soda e di grasso animale. Tuttavia, si dedicava an-
che all'insegnamento delle scienze: la medicina, la fisica, la matematica, la chimica,
la biologia, i principi del viaggio temporale.
Io stesso partecipai a numerose lezioni. Nonostante la sua voce e i suoi modi alieni,
Nebogipfel spiegava con una chiarezza ammirevole e aveva il dono di porre le do-
mande più adatte a verificare la comprensione degli allievi. Nell'ascoltarlo, mi resi
conto che avrebbe avuto parecchio da insegnare alla media dei professori universitari
inglesi, in quanto a tecniche pedagogiche.
Attenendosi alla terminologia del 1944, se non al gergo, sintetizzò i progressi prin-
cipali ottenuti in ciascun campo scientifico nei decenni successivi. Ogni volta che fu
possibile, effettuò dimostrazioni servendosi di metallo e di legno, oppure tracciò
schemi nella sabbia. Ai propri "studenti" affidò il compito di trascrivere in forma co-
dificata le sue conoscenze, utilizzando tutti i pezzi di carta che eravamo riusciti a re-
cuperare e a conservare.
Discussi di questo problema con Nebogipfel, intorno alla mezzanotte di una sera
buia e senza luna. Con un rozzo pestello, il Morlock era intento a ridurre in poltiglia
nel mortaio alcune fronde di palma, insieme a qualche liquido: - Abbiamo bisogno di
carta - annunciò. Si era tolto la sua nuova maschera, e i suoi occhi rossogrigi sembra-
vano luminescenti. - Dobbiamo fabbricare carta, o qualcosa di simile. La vostra me-
moria verbale umana non è abbastanza fedele e precisa: in pochi anni dimenticherete
tutto, quando me ne sarò andato…
Erroneamente, pensai che si riferisse al timore o alla possibilità della morte. Dopo
essermi seduto accanto a lui, gli presi dalle mani il mortaio e il pestello: - Ma ha sen-
so tutto ciò, Nebogipfel? Siamo a malapena in grado di sopravvivere, e tu insegni la
meccanica quantistica e la teoria del campo unificato! Che bisogno hanno i nostri
compagni di tutte queste conoscenze?
- Nessuno. Ma i loro figli ne avranno, per sopravvivere. Ascolta… Secondo la teo-
ria accettata, qualunque specie di grossi mammiferi ha bisogno di una popolazione di
alcune centinaia d'individui, affinché si crei una diversità genetica sufficiente a garan-
tire la sopravvivenza a lungo termine.
- La diversità genetica… Hilary me ne ha accennato…
- È evidente che la popolazione della colonia è di gran lunga troppo poco numerosa
per assicurare la sopravvivenza dell'umanità in quest'epoca, anche combinando tutto
il potenziale genetico.
- Ebbene?
- Ebbene, questa gente avrà la possibilità di sopravvivere per più di due o tre gene-
razioni soltanto se effettuerà un rapido progresso tecnico. In tal modo, potrà padro-
neggiare il proprio destino genetico e non dovrà subire le conseguenze delle degene-
razione dovuta agli incroci fra consanguinei, o i perduranti danni genetici inflitti dalla
radioattività del carolinum. Come vedi, hanno bisogno della meccanica quantistica e
di tutto il resto.
Smisi di pestare nel mortaio: - Sì, ma c'è una domanda implicita in tutto questo…
Deve sopravvivere la razza umana nel paleocene? Voglio dire… Non dovremmo esse-
re qui adesso, bensì dovremmo comparire soltanto fra cinquanta milioni di anni.
Il Morlock mi scrutò: - Ma quale altra scelta abbiamo? Vorresti lasciar morire que-
sta gente?
In quel momento, rammentai che avevo deciso d'impedire che la macchina del
tempo fosse ideata e realizzata, in modo da porre fine all'infinita ramificazione della
storia. Invece, i miei pasticci avevano causato indirettamente la fondazione di una co-
lonia umana nelle profondità del passato, ciò che a sua volta avrebbe sicuramente
provocato una frattura storica gravissima. D'improvviso, con una sensazione di preci-
pitare alquanto simile alla vertigine indotta dal viaggio temporale, compresi che quel-
la nuova divergenza della storia doveva essere ormai ben al di là delle mie possibilità
di controllo.
Subito dopo, osservai l'espressione con cui Stubbins ammirava il suo primogenito.
Sono un uomo, non un dio!
Dovevo lasciarmi influenzare dagli istinti umani, perché di certo ero incapace di
dirigere consapevolmente l'evoluzione della storia molteplice. Ciascuno di noi poteva
fare ben poco per cambiare il corso degli eventi: anzi, molto probabilmente qualun-
que nostro tentativo sarebbe stato tanto incontrollato da arrecare più danni che bene-
fici. D'altronde, non potevamo lasciarci sopraffare dalla vastità del paleocene e dalla
molteplicità della storia. La prospettiva di tale molteplicità rendeva ognuno di noi, e
le sue azioni, piccino, ma non insignificante; e ciascuno di noi doveva condurre la
propria vita con stoicismo e con coraggio, come se tutto il resto, il destino ultimo del-
l'umanità e l'infinita molteplicità, non esistesse.
Quali che potessero essere le conseguenze sui futuri cinquanta milioni di anni, mi
sembrava che la colonia umana nel paleocene fosse giusta. Dunque la mia risposta
alla domanda di Nebogipfel fu inevitabile: - No. Naturalmente, dobbiamo fare tutto
ciò che possiamo per aiutare i coloni e i loro discendenti a sopravvivere.
- Perciò…
- Sì?
- Perciò debbo trovare un modo per fabbricare la carta.
In silenzio, ripresi a pestare nel mortaio.

18. LA FESTA, E CIÒ CHE SEGUÌ

Un giorno, Hilary Bond annunciò che mancava una settimana al primo anniversa-
rio del bombardamento, e che si sarebbe celebrata una festa per commemorare la
fondazione del villaggio.
I coloni risposero con entusiasmo, dedicandosi alacremente ai preparativi. La casa
comune fu decorata con liane e con immense ghirlande di fiori della foresta. Un Dia-
tryma del prezioso allevamento della colonia fu scelto per essere ucciso e cucinato.
Quanto a me, recuperati alcuni imbuti e pezzi di tubo, mi ritirai nell'intimità di una
vecchia capanna per dedicarmi con fervore, in privato, a un certo esperimento. Tale
attività suscitò la curiosità dei coloni, quindi fui costretto a dormire nella capanna per
mantenere il segreto sull'apparecchio che avevo costruito. Avevo deciso che era arri-
vato il momento di sfruttare le mie conoscenze scientifiche a fin di bene, una volta
tanto!
Il giorno della festa, ci radunammo dinanzi alla casa comune nel mattino luminoso,
in un'atmosfera entusiastica da grande occasione. Gli ex militari indossavano ancora
una volta i resti delle uniformi, lavati appositamente. I loro figli portavano i tessuti
nuovi che erano stati prodotti, seguendo le indicazioni di Nebogipfel, con un tipo di
cotone che cresceva nella zona e con tinture vegetali di colore scarlatto e porpora.
Mi stavo aggirando nel gruppo, alla ricerca dei miei amici più intimi, allorché si
udì un rumore di vegetazione schiantata, accompagnato da un brontolio.
Subito si levarono grida d'allarme. - Attenti! Attenti!
- Pristichampus! Pristichampus!
In verità, il brontolio era tipico del grande coccodrillo terricolo e corridore. Mentre
i coloni fuggivano di corsa, sparpagliandosi, guardai attorno alla ricerca di un'arma,
maledicendo me stesso per essermi lasciato cogliere impreparato.
Poi giunse fluttuando sino a noi una voce gentile, e nota a tutti: - Ehi! Non abbiate
paura! Guardate!
Il panico si placò in un istante, e uno spruzzo di risate si diffuse nel gruppo.
Indietreggiammo tutti per fare spazio a un feroce Pristichampus maschio, che entrò
nella radura dinanzi alla casa comune, con le zampe artigliate che lasciavano orme
grandi nella sabbia. Lo cavalcava, con la chioma rossa fiammeggiante al sole e un
gran sorriso sul volto, Stubbins.
Mi avvicinai al rettile dalla pelle scagliosa che puzzava di carne decomposta, scru-
tato da un occhio gelido che ruotava per seguire miei movimenti. Stubbins, che lo
montava senza sella, stringendo nelle mani magre e vigorose le redini di liane intrec-
ciate che gli imbrigliavano la testa, mi sorrise.
- È davvero una bella impresa, Stubbins…
- Oh, sì… Be', so che ci proponiamo di usare i Diatryma per arare, ma questo ani-
male è molto più agile, e… Be', cavalcandolo si può viaggiare per parecchie miglia: è
meglio di un cavallo…
_ Comunque, fai molta attenzione - ammonii. - Ah, Stubbins… Se vuoi venire a
trovarmi, più tardi…
- Sì?
- Forse ho anch'io una sorpresa per te.
Con uno sforzo considerevole, tirando le redini, Stubbins riuscì a indurre il rettile a
girarsi. Con le zampe dalla muscolatura possente che si alzavano e si abbassavano
come pistoni, il Pristichampus lasciò la radura per rientrare nella foresta.
Intanto, Nebogipfel mi si avvicinò, con la testa che scompariva quasi interamente
sotto un cappellone dalla falda amplissima.
- Sì, è davvero una bella impresa - ripetei. - Però controlla a stento quel mostro…
- Vincerà - commentò Nebogipfel. - Gli umani vincono sempre. - Mi si accostò
maggiormente, con la pelliccia bianca che scintillava nel sole mattutino. - Ascolta-
mi…
Il suo sussurrare, improvviso e incongruo, mi sconcertò: - Che cosa c'è?
- Ho terminato la costruzione della mia macchina.
- Quale macchina?
- Parto domani. Se vuoi unirti a me, sei il benvenuto. - Ciò detto, Nebogipfel si
voltò e s'incamminò silenziosamente verso la foresta: in un istante, la sua schiena
bianca si perse nell'oscurità degli alberi. Rimasi immobile, con il sole sulla nuca, a
fissare la zona in cui era scomparso l'enigmatico Morlock… E fu come se la giornata
si fosse trasformata, perché il significato delle sue parole, chiarissimo, mi aveva la-
sciato la mente in tumulto.
Una mano vigorosa mi percosse la schiena: - Ebbene, qual è dunque il grande se-
greto che mi devi svelare? - chiese Stubbins.
Mi girai a guardarlo, tuttavia per alcuni secondi mi fu difficile mettere a fuoco il
suo viso: - Vieni con me - risposi finalmente, con tutto il vigore e con tutta l'allegria
che riuscii a racimolare.
Pochi minuti più tardi, Stubbins e gli altri coloni brindarono con gusci colmi sino
all'orlo di una bevanda alcolica di mia produzione, ricavato dal latte di cocco.

Il resto della giornata trascorse in un'ebbrezza gioiosa. La mia bevanda alcolica in-
contrò il massimo favore, anche se, per parte mia, avrei preferito di gran lunga riusci-
re a procurare abbastanza tabacco da riempire la pipa! Si ballò molto, con un accom-
pagnamento di canti e di batter di mani che riproduceva imperfettamente una musica
vivace del 1944: Stubbins la chiamava "swing", e credo che mi sarebbe piaciuto co-
noscerla meglio. I coloni cantarono per me The Land of the Leal, ed io, con la mia so-
lennità consueta, mi esibii in una danza manifestamente improvvisata, che suscitò
grande ammirazione e grande allegria. Fu impiegato quasi tutto il giorno per arrostire
il Diatryma, così che la sera ci vide rilassati sulla sabbia calpestata, con i piatti carichi
di carne succulenta.

Quando il sole fu scivolato oltre la foresta, la festa terminò rapidamente, perché ci


eravamo ormai abituati a svegliarci all'alba e a coricarci al crepuscolo.
Dopo avere augurato la buonanotte per l'ultima volta, mi ritirai nella capanna che
avevo trasformato in distilleria. Seduto sulla soglia, a sorseggiare ciò che restava del-
la mia bevanda alcolica, osservai le ombre della foresta che si allungavano sul mare
paleocenico. Forme fosche scivolavano fra le onde: razze, o forse squali.
Ripensando alla conversazione con Nebogipfel, esaminai la mia situazione per ten-
tare di prendere una decisione.
Dopo un poco, sentii un rumore attutito di passi zoppicanti sulla sabbia.
Mi volsi. Per qualche ragione, nel vedere Hilary Bond, i cui lineamenti si scorge-
vano a stento nel crepuscolo, non rimasi affatto sorpreso.
- Posso farti compagnia? - chiese Bond. - Hai ancora un po' di quella specie di ac-
quavite?
Con un cenno, la invitai a sedere sulla sabbia accanto a me, quindi le offrii il mio
guscio.
Dopo avere bevuto con una certa grazia, Hilary osservò: - È stata una bella giorna-
ta…
- Grazie a te.
- No, grazie a tutti noi. - Del tutto senza preavviso, Bond allungò un braccio a po-
sare una mano sulla mia, e il tocco della sua pelle fu come una scossa elettrica. - Vo-
glio ringraziare te e Nebogipfel per tutto quello che avete fatto per noi.
- Non abbiamo…
- Senza di voi, non aedo che saremmo riusciti a sopravvivere, nei primi giorni dopo
il bombardamento. - La voce di Bond era morbida, pacata, e al tempo stesso del tutto
irresistibile. - E ora, con tutto quello che tu e Nebogipfel ci avete insegnato… Be',
credo che abbiamo ogni possibilità di costruire un nuovo mondo…
Mentre le sue dita lunghe e delicate indugiavano sul mio palmo, sentii il tessuto ci-
catriziale delle ustioni: - Ti ringrazio per gli elogi, ma… Parli come se stessimo per
andarcene…
_ Infatti è così, vero?
_ Conosci i progetti di Nebogipfel?
Hilary scrollò le spalle: - In sostanza…
- Allora ne sai più di me. Per esempio, se ha costruito una vettura temporale, come
si è procurato la plattnerite? I corazzati sono stati distrutti…
- L'ha recuperata dai rottami di die Zeitmaschine, naturalmente. - Hilary sembrò
divertita. - Non ci avevi pensato? - Tacque un momento. - E tu vuoi partire con lui,
vero?
Scossi la testa: - Non lo so… Talvolta mi sento strano, e stanco… come se ne aves-
si già viste abbastanza!
Sprezzantemente, Bond sbuffò: - Sciocchezze! Ascolta… Tu hai dato inizio a tut-
to… - Fece un ampio gesto con la mano. - A tutto questo: il viaggio temporale, e tutti
i mutamenti che ha provocato. - Volse la testa ad osservare il mare placido. - E ades-
so, questo è il cambiamento più importante, vero? - Scosse la testa. - Sai… Ho avuto
abbastanza a che fare con gli strateghi del Diguerdiscron, e sono sempre rimasta sco-
raggiata dalla loro ristrettezza mentale: intervenire in una battaglia, assassinare un
personaggio di secondo piano… Se si dispone di un mezzo come il veicolo di dislo-
camento cronotico, e se si sa, come noi sappiamo, che la storia può essere cambiata,
ci si può forse, ci si deve mai, limitare a obiettivi e scopi tanto sciocchi? Perché limi-
tarsi a pochi decenni e intervenire nella fanciullezza di Bismarck o del kaiser, quando
si può tornare indietro di milioni di anni, come abbiamo fatto noi? Ora i nostri figli
avranno cinquanta milioni di anni a disposizione per cambiare il mondo… Stiamo
modificando la specie umana, vero? - Si girò a guardarmi. - Ma per te non è ancora
finita. Quale credi che sia il cambiamento definitivo? Puoi tornare all'alba della crea-
zione e cambiare tutto dalle origini? Fin dove possono giungere i cambiamenti?
Rammentai Gödel, e i suoi sogni del mondo assoluto: - Non so fin dove possano
giungere - risposi, sinceramente. - Non riesco neppure a immaginarlo.
Il viso di Hilary era grande accanto a me, e i suoi occhi erano pozzi di oscurità nel
buio che si addensava: - Allora devi rimetterti in viaggio e scoprirlo.
Mentre Bond mi si accostava maggiormente, sentii la mia mano stringersi intorno
alle sue, e il suo respiro caldo sulla mia guancia. Al tempo stesso, percepii in lei una
sorta di reticenza, che ella sembrava decisa a vincere, anche se soltanto per forza di
volontà.
Quando le accarezzai un braccio cicatrizzato, Hilary rabbrividì come se le mie dita
fossero di ghiaccio, ma poi mi afferrò la mano, per premersela sulla pelle: - Perdo-
nami… L'intimità non è facile per me…
- Perché? A causa delle responsabilità del comando?
- No. - Il tono di Bond mi fece sentire sciocco e goffo. - A causa della guerra. Ca-
pisci? A causa di tutti coloro che sono morti… È difficile dormire, talvolta. Si soffre
dopo: è questa la tragedia, per i sopravvissuti. Ci si rende conto che non si può di-
menticare, e persino che è sbagliato continuare a vivere… Se tradirete la fiducia di
noi defunti / Non riposeremo, anche se i papaveri crescono / Nei campi delle Fian-
dre…
L'attirai a me, e Hilary si abbandonò contro il mio corpo, essere fragile e ferito.
All'ultimo momento, sussurrai: - Perché, Hilary? Perché adesso?
- Diversità genetica - rispose Bond, con il respiro che diventava lieve. - Diversità
genetica…
E in breve tempo viaggiammo, non sino ai confini del tempo, bensì fino ai limiti
della nostra umanità, là, presso la spiaggia del mare primevo.

Quando mi destai, era ancora buio, e Hilary se n'era andata.


Era già giorno allorché arrivai alla nostra vecchia capanna. Con il viso protetto dal-
la maschera, Nebogipfel mi degnò appena di un'occhiata nel momento in cui varcavo
la soglia: evidentemente, la mia decisione non lo sorprese più di quanto avesse sor-
preso Hilary.
La macchina temporale era terminata. Intorno vidi frammenti di un metallo che
non conoscevo: probabilmente, si trattava di resti del Messerschmitt, recuperali dal
Morlock. La macchina era costituita da una sorta di cassa di un metro e mezzo di lato,
con una panca di legno di dipterocarps, e un piccolo, rozzo pannello di controllo mu-
nito d'interruttori e di pulsanti, incluso l'interruttore azzurro della vettura temporale
originale, salvato da Nebogipfel.
- Ho qualche indumento per te… - Ciò detto, Nebogipfel mi mostrò una camicia,
un paio di calzoni e un paio di stivali, del tutto accettabili. - Dubito che i coloni si ac-
corgeranno che mancano.
- Grazie. - Mi tolsi i calzoncini di pelle, per poi cambiarmi rapidamente.
- Dove vuoi andare?
Scrollai le spalle: - Nella mia epoca, nel 1891.
Il Morlock fece una smorfia: - E perduta nella molteplicità.
- Lo so. - Presi posto nella scialuppa temporale. - Comunque, addentriamoci nel fu-
turo, e vediamo che cosa troviamo.
Lanciai un'ultima occhiata al mare paleocenico, pensando a Stubbins, ai Diatryma
addomesticati, al riflesso del sole mattutino sulle onde… Sapevo di essermi appros-
simato alla felicità, in quel mondo: a una felicità che mi era sfuggita per tutta la vita.
Però Hilary aveva ragione: non era sufficiente.
Provavo ancora un grande desiderio di casa: era un richiamo che mi giungeva sul
Fiume del Tempo, e mi sembrava tanto forte quanto l'istinto che spinge i salmoni a
risalire la corrente per riprodursi.
Tuttavia sapevo che, come aveva appena detto Nebogipfel, il mio 1891, la mia Ri-
chmond Hill, il mondo in cui mi ero trovato a mio agio, erano smarriti nella moltepli-
cità fratturata.
Ebbene, decisi che, se non potevo tornare a casa, avrei continuato il viaggio, se-
guendo la strada del mutamento, sino a quando non avrebbe potuto condurmi oltre.
Il Morlock mi guardò: - Sei pronto?
In quel momento, pensai a Hilary. Tuttavia, non sono incline agli addii.
- Sono pronto.
Con una certa difficoltà, a causa della frattura che si era rinsaldata, ma non corret-
tamente, Nebogipfel montò a bordo della scialuppa temporale. Senza cerimonie, si
recò ai comandi e premette l'interruttore azzurro.

19. LUCI NEL CIELO


Intravidi due persone, un uomo e una donna, entrambi nudi, che sembravano sfrec-
ciare attraverso la spiaggia. Un'ombra cadde per un istante sulla macchina, gettata
forse da uno degli animali immensi dell'epoca, poi iniziammo a muoverci troppo ra-
pidamente perché tali dettagli continuassero ad essere percepibili. Così, precipitammo
nel tumulto incolore del viaggio temporale.
Mentre il pesante sole paleocenico balzava attraverso il cielo, immaginai che la
Terra, dal punto di vista della nostra traslazione attraverso il tempo, sarebbe parsa
vorticare come una trottola sul suo asse, e al tempo stesso roteare intorno alla sua
stella. Anche la luna era visibile come un disco sfrecciarne, oscurata dal guizzare del-
le sue fasi. In breve, il tragitto quotidiano del sole si trasformò in un arco argenteo
che oscillava fra gli estremi equinoziali, mentre il giorno e la notte si fondevano nel-
l'uniforme crepuscolo grigioazzurro che ho già descritto.
I dipterocarps della foresta si scossero nell'alternarsi della crescita e della morte,
scacciati dal rigoglio delle piante più giovani. Tuttavia il paesaggio circostante di fo-
resta e di mare, trasformato in una pianura vetrosa per effetto dell'accelerazione tem-
porale, rimase sostanzialmente statico. Perciò mi domandai se, nonostante tutti gli
sforzi miei e di Nebogipfel, l'umanità avesse dopotutto fallito nella sua lotta per la
sopravvivenza nel paleocene.
Senza preavviso, la foresta avvizzì e scomparve: fu come se un rivestimento di ve-
getazione fosse stato strappato dal suolo. Quest'ultimo, tuttavia, non rimase spoglio,
bensì venne subito ricoperto da un insieme di blocchi marroni e grigi: gli edifici di
Prima Londra. Espandendosi, la città invase le colline spoglie e scese fino al mare,
dove si ramificò in moli e porti. Con un processo tanto rapido da risultare percepibile
a stento, ogni singolo fabbricato rabbrividì e scomparve, tranne alcuni che durarono
abbastanza a lungo, forse alcuni secoli, per diventare quasi opachi, come abbozzi. Il
mare perse l'azzurro, mutandosi in una sorta di lenzuolo grigio sporco, mentre l'acce-
lerazione temporale rendeva indistinguibili il movimento delle onde e il susseguirsi
delle maree. Riscaldandosi, l'atmosfera assunse invece una sfumatura fosca, simile
alla nebbia londinese degli anni Novanta del diciannovesimo secolo, che conferì al
paesaggio una sorta di lurida luminosità crepuscolare.
Fu sorprendente osservare che, con il trascorrere dei secoli, e nonostante il destino
dei singoli edifici, la città rimaneva pressoché immutata nei propri contorni. Il nastro
del fiume che l'attraversava, ossia il precursore del Tamigi, e le cicatrici delle strade
principali, non subirono cambiamenti sostanziali. Fu una dimostrazione sbalorditiva
di come l'umanità, nelle sue realizzazioni, deve adattarsi alla conformazione del suo-
lo.
- Evidentemente i nostri coloni sono sopravvissuti - commentai. - Hanno dato ori-
gine a una nuova razza umana, e stanno cambiando il mondo.
- Sì. - Nebogipfel si risistemò la maschera sul viso. - Ma ricorda che stiamo viag-
giando alla velocità di alcuni secoli al secondo, quindi ci troviamo nel cuore di una
città che esiste già da alcune migliaia di anni. Suppongo che resti ben poco di Prima
Londra.
Guardai attorno, estremamente incuriosito. Il gruppetto di esuli al quale avevo ap-
partenuto doveva essere già tanto lontano dalla Nuova Umanità quanto lo erano stati,
per esempio, i Sumeri dal 1891. Mi chiesi dunque se in quel vasto ed alacre processo
di civilizzazione fosse rimasto qualche ricordo delle fragili origini della specie umana
nella più remota antichità.
Mi accorsi di un cambiamento nel cielo: una strana pulsazione verde nella luce.
Non tardai a rendermi conto che si trattava della luna. Benché orbitasse ancora intor-
no alla Terra, con la successione delle sue fasi resa impercettibile dall'accelerazione
temporale, il satellite era chiazzato di verde e di azzurro: i colori della Terra e della
vita.
La luna, dunque, era diventata simile al suo pianeta, ed era abitata! Evidentemente
la Nuova Umanità, servendosi di macchine spaziali, aveva viaggiato sino alla sorella
paziente della Terra, poi l'aveva trasformata e l'aveva colonizzata. Forse si era persino
evoluta in una nuova specie, di uomini lunari alti e sottili, simili ai Morlock, abitanti
dei territori a bassa gravità, che avevo incontrato nell'anno 657.208. Ovviamente non
riuscii a discernere alcun dettaglio, a causa della rapidità con cui la luna percorreva la
sua orbita nel cielo, e me ne rammaricai. Mi sarebbe piaciuto possedere un telescopio
ed osservare i nuovi oceani che lambivano le sponde degli antichi crateri profondi, e
le foreste che si diffondevano sui grandi maria sabbiosi. Mi domandarono cosa si
provasse a trovarsi su quelle pianure rocciose, dopo avere reciso ogni legame con la
Madre Terra. Nella gravità bassa, ogni passo si sarebbe trasformato in un volo attra-
verso l'aria fredda e sottile. Il paesaggio doveva essere come di sogno, con il sole ar-
dente e immoto nel cielo, la luce intensa, le piante meno simili alla flora terrestre de-
gli esseri che immaginavo fra le rocce degli abissi marini…
Ebbene, fu una vista che non avrebbe mai dovuto essermi concessa. Con uno sfor-
zo, distolsi la mente dalla luna per concentrarmi sulla nostra situazione.
Vidi un movimento nel cielo occidentale, in basso, all'orizzonte: luci fugaci che
prendevano vita, guizzavano attraverso il firmamento, si posavano e restavano im-
mobili per lunghi millenni, prima di scomparire e di essere sostituite da altre luci.
In breve si accesero numerosissime faville, che si coagularono in una sorta di pon-
te, il quale varcò il cielo da un orizzonte all'altro: al culmine della sua parabola, con-
tai alcune dozzine di luci in quella città celeste.
- Sono stelle? - chiesi, indicandole a Nebogipfel.
- No - rispose il Morlock, calmo. - La Terra continua a ruotare, e le stelle debbono
essere tanto offuscate da risultare invisibili. Le luci che vediamo sono sospese in una
posizione fissa al di sopra del pianeta…
- Allora che cosa sono? Lune artificiali?
- Forse. Di sicuro sono state collocate lassù dall'umanità. Può darsi che si tratti di
oggetti artificiali, costruiti con materiali trasportati dalla Terra, o dalla luna, la cui
gravità è molto inferiore. Ma può anche darsi che si tratti di oggetti naturali, trainati
in orbita per mezzo di razzi: forse asteroidi catturati in qualche modo, oppure comete.
Osservai quel grappolo di luci con lo stesso timore reverenziale con cui un caver-
nicolo avrebbe fissato la luce di una cometa che gli percuotesse la testa ignorante get-
tata all'indietro.
- Quale potrebbe essere la funzione di simili stazioni spaziali?
- Satelliti del genere potrebbero equivalere a torri che dalla superficie terrestre s'in-
nalzassero per ventimila miglia…
Feci una smorfia: - Che spettacolo! Da lassù si potrebbe osservare evoluzione delle
condizioni atmosferiche di un intero emisfero. - La stazione potrebbe servire anche
alla trasmissione di messaggi telegrafici da un continente all'altro. Oppure, più radi-
calmente, si potrebbe immaginare di trasferire in orbita intorno alla Terra le attività
più importanti, come l'industria pesante o la produzione di energia: lassù potrebbero
essere svolte in condizioni particolarmente propizie e sicure. - Nebogipfel allargò le
braccia. - Puoi osservare tu stesso l'inquinamento dell'aria e dell'acqua intorno a noi.
Il pianeta ha una capacità limitata di assorbire le scorie prodotte dalle attività umane:
l'industria potrebbe persino svilupparsi tanto da renderlo inabitabile. In orbita, invece,
lo sviluppo può essere virtualmente illimitato, come dimostra la Sfera costruita dalla
mia specie.
La temperatura continuò ad aumentare insieme all'inquinamento atmosferico. La
scialuppa temporale era efficace, ma poco equilibrata, perciò ondeggiava e beccheg-
giava. Rimasi miseramente aggrappato alla panca, in preda alla nausea suscitata dalla
calura e dai dondolamenti, nonché dalla solita vertigine indotta dal viaggio nel tempo.

20. LA CITTÀ ORBITALE

La Città Orbitale equatoriale subì un'ulteriore evoluzione. La dislocazione caotica


delle luci artificiali divenne significativamente più regolare. Si formò una fascia di
sette od otto stazioni, tutte di una luminosità abbacinante, collocate a intervalli rego-
lari intorno al pianeta: immaginai che ve ne fossero in corrispondenza di tutto l'equa-
tore, ma che fossero per la maggior parte invisibili oltre l'orizzonte.
Delicati fili luminosi scesero poco a poco dalle stazioni brillanti, protendendosi
verso la Terra come dita esitanti. Il movimento fu regolare, e abbastanza lento perché
potessimo percepirlo. Mi resi conto di osservare miracoli ingegneristici: costruzioni
che attraversavano lo spazio per migliaia di miglia, realizzate nel corso d'interi mil-
lenni. La tenacia e la genialità della Nuova Umanità mi colmarono di timore reveren-
ziale.
In pochi secondi, i primi fili discesero nella bruma che offuscava l'orizzonte. Poi
un filo scomparve, e la stazione a cui era connesso si spense come una candela nella
brezza. Evidentemente il filo era caduto, o si era spezzato, e la stazione era andata di-
strutta. Nell'osservare le immagini pallide e silenziose, mi chiesi quale immenso disa-
stro e quante morti rappresentassero. In pochi istanti, una nuova stazione fu collocata
nella breccia della cintura equatoriale, e un nuovo filo fu gettato.
- Non sono certo di credere ai miei occhi - confessai. - Mi sembra che stiano ten-
dendo quei cavi dallo spazio alla Terra!
- È quello che suppongo anch'io - rispose Nebogipfel. - Stiamo assistendo alla co-
struzione di un elevatore spaziale, che collega la superficie terrestre alle stazioni orbi-
tali.
Sorrisi: - Un elevatore spaziale! Dovrebbe essere bello usare un apparecchio di tal
genere, e salire attraverso le nubi, nella grandiosità silente dello spazio. Però, se l'ele-
vatore avesse le pareti di vetro, non sarebbe un'esperienza adatta a coloro che soffro-
no di vertigini.
- Davvero.
Altri fili luminosi furono tesi fra le stazioni geosincrone. In breve tempo i punti
luminosi furono tutti collegati tra loro e i fili s'ispessirono a formare una banda, tanto
larga e luminosa quanto le stazioni medesime. Di nuovo, anche se in realtà non vole-
vo interrompere il nostro viaggio temporale, desiderai poter osservare meglio l'im-
mensa Città Orbitale che cingeva il pianeta.
Nel frattempo, ciò che avvenne intorno a noi non fu altrettanto spettacolare. Prima
Londra cessò di svilupparsi: mi parve persino che fosse stata abbandonata. Alcuni e-
difici sopravvissero tanto a lungo da sembrarci solidi, anche se bui, bassi e brutti,
mentre altri crollavano in rovina senza essere sostituiti. Tale processo si manifestò
come la comparsa improvvisa e violenta di brecce nel profilo multiforme della città.
L'aria diventò più densa, il mare paziente divenne di un grigio più scialbo. Mi chiesi
se la Terra inquinata fosse stata finalmente abbandonata, a beneficio delle stelle, o
forse di rifugi più gradevoli nel sottosuolo.
Quando gli ebbi espresso tale ipotesi, Nebogipfel rispose: - È possibile… Tuttavia
devi tenere conto che è già trascorso più di un milione di anni dalla fondazione della
colonia originale da parte di Hilary Bond e del suo gruppo. La distanza evolutiva che
ti separa dalla Nuova Umanità di questa epoca è superiore a quella che ti separa da
me. Dunque non possiamo fare altro che pure e semplici congetture sui modi di vive-
re delle razze che abitano questo pianeta, sui loro scopi, e persino sulla loro biologia.
- Sì - convenni, lentamente. - Eppure…
- Che cosa?
- Eppure il sole continua a brillare. Dunque la storia della Nuova Umanità è diver-
sa da quella dei Morlock. Anche se evidentemente possiede macchine spaziali simili
alle vostre, la Nuova Umanità non ha alcuna intenzione di racchiudere il sole come
avete fatto voi.
- Evidentemente no. - Sollevando una mano pallida, Nebogipfel indicò il cielo. - In
verità, le loro intenzioni sembrano di gran lunga più ambiziose…
Mi volsi a guardare nella direzione indicata, scoprendo che la grande Città Orbitale
si stava nuovamente trasformando. Lungo l'equatore, in corrispondenza della cintura
luminosa, come foglie o frutti da un fusto, spuntavano gusci di forma irregolare, del
diametro di migliaia di miglia. Non appena era completamente sviluppato, ogni gu-
scio si staccava dal pianeta, sbocciava come un fiore di fuoco a illuminare la Terra, e
svaniva. Dal nostro punto di vista, tale processo di sviluppo, paragonabile a quello
che dall'embrione portava all'uccellino in grado di volare, durò un secondo o meno
ancora. Di sicuro, però, ogni fioritura bagnò il globo con la sua luce per decenni.
Quello spettacolo sbalorditivo si protrasse per qualche tempo: alcune migliaia di
anni, a mio giudizio.
Naturalmente, i gusci erano immense navi spaziali.
- Dunque l'umanità sta lasciando la Terra a bordo di quei grandi vascelli interpla-
netari… Ma dove credi che sia diretta? Forse verso gli altri pianeti, come Marte, o
Giove, o…?
Con le luci delle navi spaziali che guizzavano sulla pelliccia del volto mascherato
alzato al cielo, Nebogipfel sedeva, tenendo le mani in grembo: - Per compiere tragitti
tanto brevi, non occorre un impiego di energia tanto grandioso quanto quello a cui
abbiamo assistito. Con motori simili… Credo che la Nuova Umanità abbia ambizioni
maggiori: suppongo che stia abbandonando il sistema solare, come sembra che abbia
abbandonato la Terra.
Osservai con timore reverenziale le navi che partivano: - Che specie straordinaria
dev'essere, questa Nuova Umanità! Non voglio affatto sminuire voi Morlock, vecchio
mio, tuttavia… Quanta differenza di risorse e di ambizioni! Voglio dire, una sfera in
tomo al sole è qualcosa di ben diverso che lanciare la propria progenie verso le stelle!
- È vero che le nostre ambizioni erano limitate allo sfruttamento controllato di una
singola stella. Ma tutto questo aveva una logica, perché in tal modo si poteva ottenere
più spazio vitale per la specie, che non per mezzo di migliaia, o di un milione, di
viaggi interstellari.
- Può darsi… Però non era altrettanto spettacolare, vero?
Dopo essersi risistemato la maschera di pelle sul viso, Nebogipfel osservò la Terra
devastata intorno a noi: - Forse… A quanto pare, però, la tua Nuova Umanità non si è
dimostrata capace di amministrare altrettanto bene una risorsa vasta, ma finita, come
il pianeta.
Compresi che il Morlock aveva ragione. Mentre le luci delle fiamme delle navi
spaziali illuminavano il mare, continuava la decadenza di ciò che restava di Prima
Londra: le rovine parvero liquefarsi e bollire, il mare divenne più grigio e l'aria più
sporca. Nel calore sempre più intenso, mi staccai dal petto la camicia, resa aderente
dal sudore.
Cambiando posizione sulla panca, Nebogipfel guardò attorno con inquietudine: -
credo… Se succederà, sarà molto rapidamente…
- Che cosa?
Il Morlock non rispose.
11 caldo aumentò talmente, che non ricordavo di averne mai sofferto tanto neppure
nelle foreste del paleocene. Le rovine della città, sparse sulle spoglie colline marroni,
scintillarono, diventando come irreali…
D'improvviso, con un lampo tanto abbacinante da oscurare il sole, la città esplose
in fiamme.

21. INSTABILITÀ

Quel fuoco che tutto consumava c'inghiottì per un'infinitesimale frazione di secon-
do. Mentre un calore nuovo e del tutto insopportabile pulsava intorno alla scialuppa
temporale, gridai. Misericordiosamente, però, tale calore scemò non appena l'incen-
dio si fu estinto.
In quell'istante di fiamma, la città antica scomparve: Prima Londra fu spazzata dal-
la faccia della Terra, lasciando soltanto qualche mucchio di cenere e di mattoni fusi,
nonché alcuni sparsi tracciati di fondamenta. Ancora una volta il suolo spoglio fu co-
lonizzato dagli alacri processi vitali: lentamente la vegetazione scivolò sulle colline e
sulla pianura, e gli alberi bassi sussultarono nel ciclo della crescita al bordo del mare.
Tuttavia l'avanzare di questa nuova ondata di vita fu lento, e apparentemente destina-
to a una permanenza stentata: una nebbia grigio perla, infatti, gravava su ogni cosa,
offuscando la luminosità paziente della Città Orbitale.
- Dunque Prima Londra è distrutta - commentai, sbalordito. - Credi che sia stata
una guerra? Quell'incendio dev'essere durato per decenni, finché non c'è stato più nul-
la da bruciare.
- Non è stata una guerra - rispose Nebogipfel. - Comunque, credo che sia stata una
catastrofe provocata dall'umanità.
In quel momento, assistetti al più strano dei fenomeni. I nuovi alberi sparsi comin-
ciarono a morire, ma non avvizzendo rapidissimamente dinanzi al mio sguardo per
effetto dell'accelerazione temporale, come in precedenza era accaduto ai diptero-
carps, bensì scoppiando in fiamme, bruciando come fiammiferi giganteschi: in un so-
lo istante scomparvero, una sorta di ustione gigantesca annerì l'erba e i cespugli, per-
manendo per numerose stagioni, tanto che alla fine l'erba non crebbe più, e il suolo
rimase spoglio, fosco.
Nel cielo, le nubi grigio perla si addensarono maggiormente, e gli archi del sole e
della luna furono oscurati.
- Credo che quelle nubi lassù siano cenere - congetturai. - È come se la Terra stesse
bruciando… Nebogipfel… Che cosa sta succedendo?
- È come temevo. I tuoi dissoluti amici della Nuova Umanità…
- Ebbene?
- Con le loro attività importune e con la loro incuria, hanno distrutto l'equilibrio
climatico del pianeta, che consentiva la vita.

Rabbrividii di freddo, perché la temperatura si era abbassata. Era come se il calore


abbandonasse il mondo, assorbito in qualche maniera impercettibile. Dapprima accol-
si con piacere questo sollievo dal caldo ardente, però il freddo non tardò a diventare
sgradevole.
- Stiamo attraversando una fase di eccesso d'ossigeno e di aumento della pressione
al livello del mare - spiegò Nebogipfel. - Gli edifici, le piante, l'erba, persino la legna
umida, bruciano spontaneamente in simili condizioni. Ma non durerà a lungo. È una
transizione verso un nuovo equilibrio: è l'instabilità.
La temperatura precipitò, la regione assunse un gelido aspetto novembrino, e io mi
avvolsi più strettamente nella leggera camicia tropicale. Ebbi l'impressione fugace di
un pulsare bianco: le nevi e i ghiacci dell'inverno ricoprivano il suolo e si scioglieva-
no con l'alternarsi delle stagioni. Poi il ghiaccio e il permafrost divennero perenni,
senza più cedere ai cicli stagionali: tutto fu coperto da una superficie dura e grigio-
bianca che aveva tutto l'aspetto di essere permanente.
Il paesaggio si trasformò. A occidente, a settentrione e a meridione, i contorni e i
profili furono mascherati dallo strato di ghiaccio e di neve. A oriente, il nostro antico
mare paleocenico si ritirò di alcune miglia, e la spiaggia ghiacciò, mentre lontano, a
nord, un continuo luccichio bianco rivelava la presenza degli iceberg. Nell'atmosfera
limpida, caratterizzata dalla luminosità perlacea che di solito si osservava nel cuore
dell'inverno prima delle nevicate, potei rivedere, nel cielo, gli archi del sole e della
luna verde.
Con le mani sotto le ascelle e con le gambe piegate, Nebogipfel si era tutto raccolto
in se stesso. Quando gli toccai le spalle, scoprii che la sua pelle era gelida: sembrava
che la sua essenza si fosse ritirata nel nucleo più caldo dell'organismo. La pelliccia,
sul viso e sul petto, si era afflosciata e infittita come le penne di un uccello. La sua
sofferenza mi suscitò una fitta di rimorso, perché, come forse ho lasciato intendere,
mi consideravo, direttamente o indirettamente, responsabile dei patimenti che era co-
stretto a sopportare.
- Suvvia, Nebogipfel… Abbiamo già attraversato le ère glaciali: è stata un'espe-
rienza di gran lunga peggiore, e siamo sopravvissuti. Attraversiamo un millennio ogni
due secondi. Di sicuro, fra non molto ci lasceremo alle spalle questo periodo, e il sole
tornerà.
- Tu non capisci! - sibilò Nebogipfel.
- Che cosa?
- Questa non è semplicemente un'era glaciale. Non vedi? C'è una differenza quali-
tativa: l'instabilità… - Così dicendo, Nebogipfel chiuse nuovamente gli occhi.
- Che cosa intendi dire? Questo periodo durerà più a lungo che in precedenza?
Centomila anni, forse? O mezzo milione? Insomma, quanto?

Il Morlock non rispose.


Con le braccia strette al busto, cercai di conservare il calore. Intanto, gli artigli del
gelo affondarono maggiormente nella pelle della Terra, e lo spessore del ghiaccio
aumentò, secolo dopo secolo, come una marea che crescesse lentamente. Il cielo il-
limpidì, e l'arco solare assunse una dura luminosità, apparentemente fredda. Ipotizzai
che le ferite inflitte allo strato sottile dei gas che consentivano la vita stessero lenta-
mente guarendo, giacché l'umanità non opprimeva più il pianeta. La Città Orbitale si
librava ancora nel cielo, luminosa e inaccessibile, al di sopra della Terra gelata, priva
di qualunque traccia di vita, e ancor meno di umanità.
Quando tale condizione durava ormai da un milione di anni, cominciai a sospettare
la verità.
- Nebogipfel… Questa epoca glaciale… Non finirà mai, vero? Volgendo la testa,
Nebogipfel mormorò qualcosa.
- Come? - Accostai un orecchio alla sua bocca. - Cos'hai detto? Il Morlock aveva
gli occhi chiusi ed era privo di conoscenza.
Lo sollevai di peso dalla panca per posarlo sul fondo ligneo della scialuppa tempo-
rale, quindi mi sdraiai accanto a lui e lo abbracciai. Fu poco gradevole, perché il mio
compagno, che sembrava un pezzo di carne macellata, mi fece sentire ancora più
freddo, senza contare che fui costretto a reprimere il disgusto residuo che provavo nei
confronti della razza morlock. In ogni modo, sopportai ogni cosa, nella speranza che
il mio calore corporeo lo mantenesse in vita ancora per qualche tempo. Gli parlai e gli
massaggiai le spalle e le braccia. Convinto che, se lo avessi lasciato privo di cono-
scenza, sarebbe scivolato nella morte senza rendersene conto, continuai così sino a
quando riaprì gli occhi.
- Parlami dell'instabilità climatica.
Nel girare la testa, Nebogipfel mormorò: - A che serve? I tuoi amici della Nuova
Umanità ci hanno uccisi…
- È semplice: preferisco sapere che cosa mi sta uccidendo. Insistendo per qualche
tempo, persuasi finalmente Nebogipfel a cedere.
L'atmosfera terrestre, secondo la spiegazione del Morlock, era dinamica. Aveva
soltanto due condizioni di stabilità naturali, nessuna delle quali poteva consentire la
vita. Quando era troppo perturbata, cadeva appunto in una di tali condizioni, diversa e
distante dalla stretta fascia di quelle che la vita poteva tollerare.
- Non capisco… Se l'atmosfera è instabile come dici, come mai si è mantenuta in
una condizione favorevole alla vita per tanti milioni di anni?
L'evoluzione dell'atmosfera, spiegò allora Nebogipfel, era stata modificata enor-
memente dall'azione della vita medesima: - Esiste un equilibrio dei gas atmosferici,
della temperatura e della pressione, che è ideale per la vita, e dunque la vita stessa
opera inconsapevolmente in grandi cicli per mantenere tale equilibrio, coinvolgendo
miliardi di organismi che svolgono ciecamente le loro funzioni. Tuttavia, questo equi-
librio è intrinsecamente instabile. Capisci? È come una matita in equilibrio sulla pun-
ta: è perennemente sottoposta al rischio di cadere per effetto della minima perturba-
zione. - Nebogipfel girò la testa. - Noi Morlock abbiamo imparato che intromettersi
nei cicli vitali è pericoloso, e che, se si sceglie di guastare i diversi meccanismi che
mantengono la stabilità atmosferica, allora diventa necessario ripararli, oppure sosti-
tuirli. Purtroppo - aggiunse, con voce grave - i tuoi eroi della Nuova Umanità, che
viaggiano verso le stelle, non hanno appreso queste semplici lezioni!
- Parlami delle due condizioni di stabilità, Morlock. Mi sembra, infatti, che stiamo
per visitarne una.
Nella prima, letale condizione di stabilità, la superficie terrestre s'incendiava, spie-
gò Nebogipfel, e nell'atmosfera si addensavano nubi opache come quelle di Venere,
che intrappolavano il calore solare. Tale strato di nubi, spesso alcune miglia, intercet-
tava gran parte della luce, lasciando filtrare soltanto una fioca luminosità rossastra,
talché dalla Terra non era più possibile vedere il sole, né le stelle, né i pianeti. I lampi
guizzavano perennemente nell'atmosfera fosca, e il suolo incandescente era privo di
vita.
- Sarà anche così - risposi, cercando di reprimere i tremiti, - ma rispetto a questo
freddo maledetto, sembra una piacevole località di vacanza… E la seconda condizio-
ne di stabilità?
- La Terra Bianca. - Ciò detto, Nebogipfel chiuse gli occhi e rifiutò di continuare a
parlare.
22. ABBANDONO E ARRIVO

Non so per quanto tempo giacemmo raggomitolati sul fondo della scialuppa tem-
porale, aggrappandoci ai nostri frementi rimasugli di calore corporeo. Immaginai che
fossimo le uniche schegge di vita rimaste sul pianeta, tranne, forse, qualche lichene
particolarmente resistente, che aderiva alla superficie di qualche masso gelato.
Allorché lo scrollai, per tentare di fargli riprendere la conversazione, Nebogipfel
mormorò: - Lasciami dormire…
- No - ribattei, con tutta la veemenza di cui fui capace. - I Morlock non dormono.
- Io sì. Sono stato troppo a lungo fra gli umani…
- Se ti addormenti, morirai. Nebogipfel… Credo che dovremmo fermare la scia-
luppa…
Per un poco, Nebogipfel tacque, prima di chiedere: - Perché?
- Dobbiamo tornare nel paleocene. La Terra è morta, stretta nella morsa di questo
inverno desolato. Perciò dobbiamo tornare in un passato in cui sia possibile vivere.
- Ottima idea… - Nebogipfel tossì. - A parte un piccolo dettaglio: è impossibile.
Infatti, non avevo i mezzi per dotare questa macchina di comandi complessi.
- Che cosa vuoi dire?
- Che la scialuppa temporale è sostanzialmente balistica. Avevo soltanto la possibi-
lità d'indirizzarla nel futuro, o nel passato, per un periodo di tempo determinato. Per-
ciò arriveremo all'incirca nell'anno 1891 di questa storia. Ma ormai che la scialuppa è
stata indirizzata e lanciata, non posso più controllarne la traiettoria. Capisci? La mac-
china segue un tragitto nel tempo, determinato dalle coordinate iniziali e dalla poten-
za della plattnerite tedesca. Ci fermeremo soltanto nel 1891, un 1891 di ghiacci eter-
ni, e non prima.
Il tremito che mi scuoteva si attenuò, non perché mi sentissi in qualche misura più
confortato, bensì, come mi resi conto, perché le mie stesse forze stavano cominciando
ad esaurirsi.
Nondimeno, pensai freneticamente che forse non era ancora la fine, per noi, nono-
stante la situazione in cui ci trovavamo: se il pianeta non era stato abbandonato, se
l'umanità aveva trovato il modo di riparare ai danni inflitti, forse avremmo trovato un
clima abitabile.
- E l'umanità? - insistetti. - Che cosa ne è stato dell'umanità?
Con un brontolio, Nebogipfel ruotò gli occhi chiusi: - Come avrebbe potuto so-
pravvivere, l'umanità? Ha sicuramente abbandonato il pianeta, oppure si è del tutto
estinta…
- Abbandonato il pianeta? - protestai. - Persino voi Morlock, con la vostra Sfera in-
torno al sole, non ve ne siete allontanati poi tanto!
Mi scostai dal Morlock per sollevarmi sui gomiti e guardare fuori della scialuppa
temporale, a meridione. Era da là, infatti, dalla direzione della Città Orbitale, che sa-
rebbe giunta ogni possibile speranza per noi: ormai, ne ero certo.
Ma ciò che vidi mi colmò di un terrore profondo.
La cintura intorno alla Terra era rimasta, i fili tra le stazioni erano luminosi come
sempre, però quelli che avevano ancorato la Città al pianeta erano scomparsi. Mentre
ero impegnato a discutere con Nebogipfel, i cittadini orbitali avevano smantellato gli
elevatori, recidendo così i cordoni ombelicali che li collegavano alla Madre Terra.
Intanto che osservavo, alcune stazioni brillarono di una luce intensa, riverberata dai
campi ghiacciati del pianeta, come una collana di soli in miniatura. L'anello metallico
si spostò dalla sua posizione sull'equatore. Dapprima tale migrazione fu lenta, poi la
Città ruotò sul proprio asse, ardendo come una girandola, sempre più velocemente,
finché non mi fu più possibile discernere le singole stazioni.
Infine, allontanandosi sempre più dalla Terra, la Città Orbitale scomparve nell'invi-
sibilità.
Il significato simbolico di quell'abbandono fu sconvolgente: senza il fuoco delle
macchine ciclopiche, i campi di ghiaccio del pianeta deserto parvero ancora più gelidi
e più grigi di prima.
Mi adagiai di nuovo sul fondo della scialuppa: - È vero…
- Che cosa?
- Che la Terra è stata abbandonata… La Città Orbitale si è staccata e se n'è andata.
La storia del pianeta è finita, Nebogipfel. E con essa lo è, temo, anche la nostra!

Nonostante tutti i miei sforzi per mantenerlo consapevole, Nebogipfel scivolò nel-
l'incoscienza. Dopo qualche tempo, mi vennero a mancare le forze per insistere in
quei tentativi. Mi raggomitolai contro di lui, cercando per quanto possibile di proteg-
gerne dal gelo il corpo umido e freddo, anche se temevo che non sarebbe servito a
molto. Tenuto conto della velocità del nostro viaggio attraverso il tempo, sapevo che
esso non avrebbe potuto durare più di trenta ore in tutto. Era possibile, però, che la
plattnerite tedesca, o la scialuppa costruita da Nebogipfel con i pochi mezzi a sua di-
sposizione, si dimostrassero meno efficaci del previsto. Avrei potuto rimanere intrap-
polato per sempre in quella dimensione liminare, a congelare lentamente, oppure a-
vrei potuto precipitare da un momento all'altro sui ghiacci eterni.
Assorto in tali riflessioni, mi addormentai, o forse svenni.
Ebbi l'impressione d'intravedere l'Osservatore dalla testa enorme librarsi sopra di
me, e oltre il suo corpo privo d'arti vidi l'elusiva distesa stellata tinta di verde. Cercai
di toccare le stelle, che sembravano tanto luminose e calde, però non riuscii a muo-
vermi. Infine, l'Osservatore scomparve.
E forse fu soltanto un sogno.

Finalmente, la plattnerite si esaurì e la scialuppa temporale, con un sussulto cigo-


lante, precipitò di nuovo nella storia.
La luminosità perlacea del cielo si dissolse, e la pallida luce del sole svanì come se
fosse stato premuto un interruttore. Sprofondai così nell'oscurità.
L'ultimo calore paleocenico fu inghiottito dalla grande sentina del cielo. Il gelo mi
artigliò le carni, che parvero bruciare. Incapace di respirare anche se non sapevo se
per effetto del freddo oppure a causa dell'inquinamento atmosferico, provai una grave
oppressione al petto, come se stessi annegando.
Consapevole che non avrei potuto rimanere cosciente per più di pochi secondi, de-
cisi di riuscire almeno prima di morire, a vedere quel 1891. tanto eccezionalmente di-
verso rispetto alla mia epoca. Benché non sentissi già più le mani, spinsi con le brac-
cia per sollevarmi parzialmente a sedere.
Il paesaggio era illuminato da una luce argentea, che sulle prime mi sembrò essere
quella della luna. Simile a un giocattolo accartocciato, la scialuppa temporale era po-
sata al centro di una pianura di ghiaccio antico. Era notte, e non si vedevano stelle.
Sul momento, pensai che il cielo fosse coperto di nubi, poi scorsi, bassa nel cielo, una
scheggia di luna crescente, e non riuscii più a spiegarmi l'assenza delle stelle. Mi do-
mandai se il freddo mi avesse in qualche modo danneggiato la vista. Notai con soddi-
sfazione che il satellite era ancora verde: forse era ancora abitato. Quanto doveva
brillare la Terra gelata, nel cielo di quel mondo giovane! Vicino alla luna, brillava
una luce, ma non era una stella, perché era troppo vicina: si trattava di un riflesso del
sole, forse su qualche lago lunare.
Una favilla della mia coscienza, che si stava spegnendo, mi esortò a interrogarmi
sulla fonte di quella "luce lunare" argentea, la quale scintillava sul ghiaccio che già si
stava formando sullo scafo della scialuppa temporale. Se era ancora verdeggiante, la
luna non poteva essere la sorgente di quella luminosità fatata. Quale ne era mai, dun-
que, la fonte?
Con le ultime forze che mi restavano, girai la testa. E là, in alto sopra di me, nel
cielo senza stelle, vidi un disco lucente, che sembrava tessuto di ragnatela sfavillante,
ed era oltre dieci volte più grande della luna piena.
E dietro la scialuppa temporale, pazientemente immobile sulla pianura di ghiac-
cio…
Incapace di vedere distintamente, mi chiesi se la vista indebolita mi stesse ingan-
nando. Vidi una forma piramidale, alta circa quanto un uomo, dai contorni sfumati,
confusi, come per effetto di un perenne brulichio.
- Sei vivo? - volli chiedere a quella brutta apparizione. Ma subito la gola mi si
chiuse, il freddo mi privò della voce, e non potei pronunciare altre domande.
La tenebra si strinse intorno a me, e finalmente il gelo si attenuò.
LIBRO QUINTO
TERRA BIANCA
1. RECLUSIONE

Aprii gli occhi, o piuttosto ebbi la sensazione che le mie palpebre venissero solle-
vate, o forse amputate. Avevo la vista annebbiata, e l'immagine del mondo mi appari-
va rifratta. Mi chiesi se mi si fossero congelati i bulbi oculari. Fissai un punto a caso
nel cielo nero e senza stelle. Alla periferia del campo visivo scorsi una traccia di ver-
de, che forse era la luna, però non mi volsi ad osservare meglio.
Non respiravo. È facile dirlo, ma è difficile comunicare lo strazio di tale consape-
volezza! Mi sentivo estraniato dal mio corpo. Non percepivo nulla di quelle attività
meccaniche, come il soffio del respiro, il pulsare del cuore, le innumerevoli, minu-
scole contrazioni dei muscoli e delle membrane, che costituiscono, sebbene inconsa-
pevoli, la superficie dell'esistenza umana. Era come se tutto il mio essere, la mia iden-
tità nella sua interezza, fossero compresse in quello sguardo aperto, fisso, paralizzato.
Immagino che avrei dovuto spaventarmi, lottare per riprendere a respirare, come se
stessi annegando. Eppure non provai alcuna smania del genere: mi sentii anzi asson-
nato, sognante, come sotto l'effetto dell'etere.
Fu proprio tale assenza di terrore, credo, a persuadermi della mia stessa morte.
Una forma si parò fra il mio campo visivo e il cielo vacuo: era rozzamente pirami-
dale, con i contorni confusi, simile a una montagna incombente, del tutto in ombra.
Naturalmente, riconobbi l'apparizione: era l'oggetto che avevo visto dalla scialuppa
temporale arenata sul ghiaccio. La piramide, che mi sembrava essere una macchina,
si avvicinò con un movimento strano e fluido che mi ricordò il flusso della sabbia in
una clessidra. Con la coda occhio, vidi il bordo cangiante della macchina passarmi sul
petto e lo stomaco, procurandomi una serie di punture. Avevo dunque riacquistato la
sensibilità, e per giunta con la subitaneità di una fucilata! Mi sentii sfregare il petto,
come se la camicia venisse tagliata e scostata. Le punture divennero più profonde,
come se minuscoli insetti affondassero i palpi nelle mie carni per infestarmi. Provai
dolore: un milione di piccole fitte al ventre.
Non ero morto, insomma: non ero affatto disincarnato! Alla consapevolezza del
fatto che continuavo ad esistere, si accompagnò il ritorno della paura, che avvenne in
un istante, mentre nel mio organismo si diffondevano con veemenza le sostanze chi-
miche che mi erano state iniettate.
L'ombra piramidale che incombeva su di me, fosca e sinistra, riprese a strisciare
sul mio corpo verso la testa. Sicuro che entro breve tempo sarei stato soffocato, desi-
derai gridare, ma ciò fu impossibile perché la bocca e il collo erano completamente
paralizzati, privi di sensibilità.
In tutti i miei viaggi, non mi ero mai sentito tanto impotente quanto in quel mo-
mento: mi sembrò di essere una rana sopra un tavolo anatomico.
All'ultimo istante, percepii un movimento sulla mia mano, un freddo lieve, una ca-
rezza di pelliccia: era quella di Nebogipfel che stringeva la mia. Mi chiesi se giacesse
accanto a me, intanto che veniva effettuata quell'orrenda vivisezione. Cercai di chiu-
dere le dita, senza però riuscire a muovere un solo muscolo.
La piramide raggiunse il mio viso, celando la chiazza di cielo che mi era amica. Gli
aghi mi penetrarono nel collo, nel mento, nelle guance, nella fronte. Sentii una puntu-
ra, un prurito insopportabile alla superficie degli occhi aperti. Avrei voluto distogliere
lo sguardo, abbassare le palpebre, ma non potevo: fu la tortura più raffinata che po-
tessi immaginare.
Infine, mentre il fuoco mi pervadeva persino i miei bulbi oculari, persi la presa sul-
la coscienza: lentamente, misericordiosamente, come scivolando.

Ritornai al mondo come emergendo attraverso strati di sogni luminosi, nuotando


tra visioni frammentarie di sabbie, di foreste e di mari, assaporando di nuovo le bi-
valvi salmastre e coriacee, nonché giacendo con Hilary Bond nella calda oscurità.
Lentamente, ripresi del tutto conoscenza, trovandomi in una situazione che, a diffe-
renza di quella del mio primo risveglio, non aveva nulla dell'incubo.
Giacevo sopra una superficie dura. Quando cercai di muovermi, la schiena rispose
con una contrazione dolorosa, e così pure le gambe divaricate, le braccia, le dita for-
micolanti, con il sibilo quasi meccanico del respiro attraverso le narici e il rombo del
sangue nelle vene. L'oscurità era assoluta, ma questo dettaglio, che un tempo mi a-
vrebbe terrorizzato, mi parve secondario, perché ero di nuovo vivo, avvolto nei fami-
liari rumori meccanici del mio corpo funzionante. In un empito di sollievo puro e in-
tenso, lanciai un grido di gioia.
Mi alzai a sedere nell'oscurità impenetrabile. Nel posare le mani sul pavimento,
sentii uno strato di granelli ruvidi, come di sabbia stesa sopra una superficie più dura.
Benché indossassi soltanto la camicia, i calzoni e gli stivali, non avevo freddo. Gli
echi dell'urlo che mi ero lasciato scioccamente sfuggire erano rimbalzati come in uno
spazio chiuso.
Girai la testa all'intorno, in cerca di una finestra o di una porta, ma invano. Poi mi
accorsi di avere qualcosa intorno alla testa: un oggetto che mi premeva sul naso. Sol-
levando le mani a investigare, scoprii d'indossare un paio di occhiali pesanti.
Li palpai, e l'ambiente fu invaso da una luce splendente.

Accecato, serrai d'istinto gli occhi, quindi mi strappai gli occhiali, e la luce scom-
parve, lasciandomi di nuovo immerso nell'oscurità. Li rimisi, e la luce tornò.
Non fui costretto a sforzarmi molto per capire che il buio era reale, mentre la luce
era fornita dalle lenti, che avevo attivato inavvertitamente. Dunque gli occhiali erano
simili a quelli che il povero Nebogipfel aveva perduto nel paleocene, durante la tem-
pesta.
Quando la vista si fu abituata alla luce, mi alzai e mi osservai. Ero integro e appa-
rentemente sano. Sulle mani e sulle braccia non trovai tracce dell'attività pervasiva
della piramide. Trovai invece una serie di chiazze bianche sul tessuto della camicia e
dei calzoni militari. Palpandole, scoprii che erano in rilievo: sembrava che si trattasse
di rozzi rammendi.
La stanza in cui mi trovavo, larga circa tre metri e mezzo e alta altrettanto, era la
più strana che avessi visto sino a quel momento durante tutti i miei viaggi attraverso
il tempo. Sembrava una stanza d'albergo del tardo diciannovesimo secolo, però non
era a pianta rettangolare, come nella mia epoca, bensì di forma conica, simile all'in-
terno di una tenda, priva di porta e di mobilio, con il pavimento coperto da uno strato
uniforme di sabbia, in cui si era impressa, dove avevo dormito, l'impronta del mio
corpo. Le pareti, e persino i pannelli delle finestre dalle pesanti tende scostate, erano
rivestiti di carta da parati ruvida, di un vistoso color porpora.
Benché non vi fosse alcuna fonte d'illuminazione, nella stanza era diffusa una luce
uniforme e fioca, simile a quella di una giornata nuvolosa, dovuta sicuramente agli
occhiali che indossavo. Il soffitto era decorato con straordinari dipinti barocchi, in cui
riuscii a distinguere forme umane frammentarie e distorte: non grottesche, bensì roz-
ze e confuse, come se fossero state dipinte da un artista dotato dell'abilità tecnica di
Michelangelo e dell'immaginazione di un bimbo ritardato.
In sostanza, quell'ambiente sembrava una camera d'albergo a poco prezzo della mia
epoca, però trasfigurata magicamente, come in un sogno.
Con gli stivali che scricchiolavano sulla sabbia, esaminai la stanza.
Le pareti non avevano commessure, né vi era alcuna traccia di una porta. Trovai un
cubo di porcellana bianca di circa novanta centimetri di lato. Quando vi montai, ina-
spettatamente, da alcune aperture nelle pareti uscirono sibilando getti di vapore.
Sconcertato, smontai dal cubo e i getti cessarono. Il vapore che indugiava mi sfiorò il
viso.
Sulla sabbia trovai alcune ciotoline larghe come una mano aperta, con il bordo ri-
levato, come piattini. Alcune contenevano acqua, altre cibi semplici, come frutta, no-
ci, e bacche, che però non riuscii a riconoscere. Assetato, vuotai due delle tazze che
contenevano l'acqua. Erano tutt'altro che comode, perché erano così poco profonde
che, nel bere, si rischiava sempre di rovesciarne il contenuto: più che a tazze, assomi-
gliavano a recipienti adatti ai cani o ai gatti. Assaggiai la frutta, che era poco saporita,
ma gradevole.
Con le dita e con le labbra appiccicose, cercai un lavandino o un bagno per lavar-
mi, ma ovviamente non trovai nulla. Ricorsi perciò all'acqua contenuta in un'altra cio-
tolina, infine mi asciugai con un lembo della camicia.
Dopo avere palpato le finestre finte, tentai, con una serie di salti, di esaminare an-
che il soffitto dipinto: le pareti e il pavimento erano lisci come gusci d'uovo, ma in-
frangibili. Scavando, trovai sotto lo strato di sabbia, spesso circa trenta centimetri, un
mosaico di tessere sgargianti, che ricordava quelli degli antichi Romani, però era ca-
ratterizzato da un guazzabuglio di composizioni frammentarie in cui non riuscii a di-
stinguere alcuna forma.
Dall'esterno non proveniva alcun rumore. Ero del tutto solo, in un piccolo universo
silenzioso, in cui si udivano soltanto il frusciare del mio respiro e il palpitare del mio
cuore: gli stessi suoni che soltanto poco tempo prima avevo accolto con gioia vee-
mente.
Con il trascorrere del tempo, mi s'imposero le necessità fisiologiche. Resistetti il
più a lungo possibile, ma alla fine fui costretto a scavare fosse nella sabbia per orina-
re e per evacuare.
Nel coprire la prima fossa, provai la più spiccata vergogna. Mi chiesi come avreb-
bero giudicato il mio comportamento gli Uomini Stellari di quel remoto 1891.
Allorché la stanchezza mi sopraffece, sedetti sulla sabbia, addossato alla parete, e
dopo un poco mi tolsi gli occhiali, perché la loro luminosità m'impediva di riposare.
Tenendoli in mano, mi addormentai.

Così iniziò il mio soggiorno in quella prigione bizzarra. La mia paura iniziale si
placò, sostituita poco a poco dalla noia e dall'inquietudine. La prigionia mi rammentò
il periodo che avevo trascorso nella Gabbia di Luce dei Morlock, da cui ero uscito
senza alcun desiderio di ripetere l'esperienza. Mi convinsi che tutto, persino il perico-
lo, sarebbe stato preferibile a rimanere in quella cella sigillata e tediosa. L'esilio nel
paleocene a cinquanta milioni di anni dal giornale più accessibile, mi aveva guarito
dall'antica compulsione alla lettura, comunque temetti, a volte, di essere sul punto
d'impazzire per l'impossibilità di conversare.
Durante ogni mio periodo di sonno, le ciotole vennero riempite di cibo e di acqua,
senza che riuscissi a capire in qual modo: non trovai alcuna traccia di macchine capa-
ci di spuntare dalle pareti o dal pavimento, come quelle dei Morlock, e neppure vidi
qualcuno entrare in qualche modo.
Una volta, per puro esperimento, mi addormentai sopra una ciotola collocata nella
sabbia. Al risveglio, mi accorsi di avere un fianco bagnato e scoprii, nell'alzarmi, che
la ciotola era stata portentosamente riempita d'acqua.
Giunsi così a congetturare che ogni ciotola contenesse una micromacchina capace,
in qualche modo, di ricavare l'acqua e il cibo dalla sostanza dei contenitori stessi, op-
pure dall'aria. Pur senza avere alcun desiderio di verificare, supposi che micromac-
chine dello stesso genere, invisibili e silenziose, provvedessero ad eliminare i miei
rifiuti organici sepolti nella sabbia. La possibilità che ne derivava era bizzarra e poco
allettante.

2. ESPERIMENTI E MEDITAZIONI

Dopo tre o quattro giorni, sentii la necessità di lavarmi a dovere. Infatti, come ho
detto, la stanza non aveva nulla che assomigliasse a un impianto sanitario, e le ablu-
zioni che potevo permettermi con l'acqua potabile delle ciotole non erano affatto sod-
disfacenti: desideravo un bagno, o meglio ancora una nuotata nel mare paleocenico.
Forse merito di essere considerato ottuso a questo proposito, comunque passò un
certo tempo prima che dedicassi nuovamente la mia attenzione al cubo di porcellana
che ho già descritto, e che avevo sempre ignorato dopo la prima ispezione della stan-
za. Mi avvicinai dunque al cubo. Allorché posai cautamente un piede sulla superficie
di porcellana, le pareti emisero getti di vapore.
D'improvviso, capii. In un accesso d'entusiasmo, mi spogliai completamente, tran-
ne gli occhiali, quindi montai sul cubo. Il vapore mi avvolse, facendomi sudare, e
l'umidità mi appannò le lenti. Mi ero aspettato che il vapore si diffondesse, trasfor-
mando la stanza in una sauna; invece rimase confinato alla zona del cubo, senza dub-
bio grazie a un sistema basato sulle differenze di pressione atmosferica.
Ebbene, quello era il mio bagno. Non aveva tutte le attrezzature di quelli della mia
epoca, ma dopotutto… Perché mai avrebbe dovuto? La mia casa di Petersham Road
era ormai irrimediabilmente perduta nella molteplicità della storia. Ricordai che i
Romani, i quali non conoscevano il sapone, né altri detergenti, erano stati costretti a
ricorrere alla stimolazione della sudorazione per lavarsi. Anche nel mio caso la sauna
si rivelò efficace, tuttavia, non disponendo di attrezzi appositi, simili a quelli usati dai
Romani, non ebbi altra scelta che usare le unghie per raschiare via la sporcizia dalla
pelle.
Smontato dalla sauna, mi chiesi che cosa avrei potuto usare al posto dell'asciuga-
mano che non avevo. Sul momento, pensai con riluttanza che avrei dovuto rasse-
gnarmi a usare gli indumenti. Poi ebbi un'ispirazione: ricorsi alla sabbia, scoprendo
che, sebbene ruvida, asciugava bene la pelle.
L'esperienza con la sauna m'indusse a riflettere. Come avevo potuto essere tanto
poco perspicace da non capire prima l'ovvia funzione dell'apparecchio? Anche nella
mia epoca, dopotutto, i piaceri e i vantaggi degli impianti idraulici e sanitari erano
sconosciuti in parecchie regioni del mondo, e persino in molti quartieri londinesi, se
si doveva credere alle storie strazianti della Pall Mall Gazette.
Era evidente che gli Stellari si erano impegnati parecchio per creare un ambiente
adatto al mio sostentamento. Dunque mi trovavo davvero in una storia radicalmente
diversa, e forse tutte le stranezze della stanza non erano tanto significative o bizzarre
quanto sembravano a me.
Benché equivalesse a una camera d'albergo della mia epoca, la stanza era dotata di
un impianto sanitario (se così si poteva chiamare), dell'età precristiana, e mi forniva
cibi che sarebbero stati più adatti a uno dei miei lontani progenitori primitivi, vissuti
quarantamila anni prima della mia nascita.
Insomma, era un ambiente composto da un'accozzaglia di elementi che ricordava-
no le epoche più diverse. D'altronde, mi sembrò di cogliere una coerenza in tale as-
semblaggio.
Meditai sulla differenza che mi separava dagli abitanti di quell'epoca. Erano tra-
scorsi cinquanta milioni di anni dalla fondazione di Prima Londra, ossia una fase evo-
lutiva cento volte superiore a quella che divideva l'umanità a cui appartenevo dai
Morlock. In un periodo tanto inimmaginabilmente lungo, il tempo accumulato veniva
compresso come gli strati geologici. Di conseguenza, l'intervallo fra me e Giulio Ce-
sare, e persino quello fra me e i primi rappresentanti del genere umano sulla Terra, si
riducevano pressoché a nulla, anche se dalla mia prospettiva sembravano immensi.
Tenuto conto di tutto questo, i miei ospiti sconosciuti si erano dimostrati molto abi-
li nel progettare un ambiente adatto alla mia sopravvivenza.
Comunque, nonostante tutte le mie esperienze, conservavo una mentalità radicata
nel mio secolo, e in una sola, piccola regione del globo. Tale considerazione mortifi-
cante mi rese consapevole della mia meschinità di spirito, così che per qualche tempo
rinunciai, seppure con riluttanza, alla contemplazione interiore. Di natura, non sono
meditabondo, quindi non tardai a risentire nuovamente della reclusione. Anche se po-
tevo sembrare ingrato, e non sapevo come fare ad ottenerla, volevo riavere la mia li-
bertà!

Ero nella cella da circa quindici giorni, quando, improvvisa e inaspettata, giunse la
mia liberazione.
Mi destai nell'oscurità e mi alzai a sedere, privo di occhiali.
Sul momento, non capii che cosa mi avesse svegliato. Poi udii un suono morbido,
gentile, lontano: un respiro, che si udiva a stento. Se fosse giunto dalle strade di Ri-
chmond, nelle prime ore del mattino, non mi avrebbe mai svegliato. Ma lì, nell'isola-
mento protratto, i miei sensi si erano affinati, e da quindici giorni non udivo rumori,
tranne quelli che io stesso producevo, e i sibili della sauna.
Rimisi gli occhiali, e la luce mi accecò. Impaziente di vedere, battei le palpebre per
scacciare le lacrime.
Nella stanza si stava insinuando una luce pallida e gentile come quella della luna: a
circa quindici centimetri dal pavimento, in una delle false finestre, si aprì una porta,
di forma romboidale.
Mi alzai, indossai la camicia, che avevo l'abitudine di usare, piegata, come cuscino,
e mi avvicinai alla porta. Il respiro che mi aveva svegliato divenne più forte; poi, co-
me il chioccolio di un ruscello sul sussurro di una brezza, vi si sovrappose una voce
gorgogliante e quasi umana, che subito riconobbi.
La porta comunicava con un'altra stanza, simile alla mia nella forma e nelle dimen-
sioni, però priva di false finestre, di dipinti e di sabbia sul pavimento. Nelle pareti
spoglie, di un semplice grigio metallico, vidi alcune finestre chiuse e una porta dotata
di una maniglia. L'ambiente conteneva un unico oggetto, che la dominava: se non era
la piramide che avevo visto per l'ultima volta quando aveva incominciato a manipo-
larmi lentamente e dolorosamente, era un'altra, del tutto identica. Come ho detto, era
alta quanto un uomo, ossia circa un metro e ottanta, ed era altrettanto larga alla base.
Le facce metalliche brulicavano interamente di minuscoli insetti, anch'essi metallici,
simili a formiche.
Tuttavia, tale mostruosità attrasse a malapena la mia attenzione, perché dinanzi ad
essa, intento ad esaminarne una faccia mediante uno strumento ottico, stava Nebogi-
pfel.

Avanzai quasi incespicando, con le braccia protese per la gioia, ma il Morlock ri-
mase pazientemente immobile, senza reagire alla mia presenza.
- Nebogipfel! Non so dirti quanto sono contento di ritrovarti! Stavo diventando
pazzo, là dentro: pazzo di solitudine!
Nel dir questo, mi accorsi che lo strumento ottico, di forma tubolare e tutto bruli-
cante delle stesse formiche meccaniche che coprivano interamente la piramide, era
applicato all'occhio destro di Nebogipfel: quello che era rimasto cieco in seguito alla
ferita. Ciò suscitò la mia repulsione, perché non mi sarebbe affatto piaciuto che un
congegno del genere fosse applicato al mio occhio!
- In verità - Nebogipfel girò verso di me l'altro occhio, grande e rosso-grigio - sono
stato io a trovare te, e a chiedere di vederti. E quale che sia la tua condizione mentale,
vedo che almeno sei sano fisicamente. Ti sei ripreso dal congelamento?
Confuso, domandai: - Quale congelamento? - Mi palpai la pelle, pur sapendo di
non avere lesioni.
- Allora hanno fatto un buon lavoro. - Chi?
- I Costruttori Universali.
Immaginai che Nebogipfel si riferisse, con tale nome, alla macchina piramidale e
alle sue simili. Notai che aveva il portamento eretto, la pelliccia pulita e spazzolata. A
differenza di me, non aveva bisogno di occhiali in quella luminosità lunare: eviden-
temente entrambe le stanze erano state progettate tenendo conto più delle sue esigen-
ze che delle mie.
- Hai un ottimo aspetto, Morlock - dissi, cordialmente. - Vedo che non sei più zop-
po, e che anche il braccio è guarito.
- I Costruttori sono riusciti a guarire le mie infermità più antiche. Ad essere since-
ro, adesso sono sano come quando montai per la prima volta a bordo della tua mac-
china del tempo.
- Tranne l'occhio - obiettai, con un certo rammarico, perché ero stato io a ferirlo, in
preda al terrore e alla collera. - Se non sbaglio, questi… Costruttori non sono riusciti
a salvarlo.
- Il mio occhio? - Perplesso, Nebogipfel tirò indietro la testa. Lo strumento ottico
gli si staccò dal viso con uno schiocco flaccido, attutito, e penzolò, mentre la pirami-
de lo riassorbiva. - Niente affatto. Ho scelto che fosse ricostruito in questo modo. Of-
fre determinati vantaggi, anche se debbo ammettere di avere avuto una certa difficoltà
a spiegare i miei desideri ai Costruttori…
Quando Nebogipfel si volse verso di me, scoprii che non aveva più l'occhio cieco:
l'orbita era stata scarnificata, allargata, approfondita, e luccicava tutta di umido metal-
lo formicolante.
3. IL COSTRUTTORE UNIVERSALE

A differenza di me, Nebogipfel non aveva ottenuto soltanto una cella misera, bensì
un autentico appartamento, composto di quattro stanze coniche, ciascuna delle di-
mensioni della mia, tutte fornite delle porte e delle finestre che i nostri ospiti non a-
vevano ritenuto di dover concedere a me: era evidente che avevano maggiore consi-
derazione per l'intelletto del Morlock che per il mio.
Nell'appartamento, come nella mia cella, l'arredamento era pressoché inesistente,
ma per Nebogipfel questo non era un incomodo, perché i Morlock avevano necessità
molto semplici. Comunque, in una stanza trovai un oggetto bizzarro: un tavolo qua-
drangolare, quasi rettangolare, di tre metri e mezzo per un metro e ottanta, con un
morbido rivestimento arancione. Distribuite lungo i bordi imbottiti, aveva alcune bu-
che bordate di una sostanza dura, verde e brillante. Sul piano stava una boccia bianca
di un materiale denso. Quando la spinsi, la boccia corse con un'accelerazione notevo-
le, poiché il rivestimento non era di panno, e rimbalzò contro i bordi con una serie di
bei tonfi solidi.
Mi sforzai di capire quale potesse essere la funzione di quel tavolo, ma infine fui
costretto ad arrendermi: come risulta evidente dalla mia stessa descrizione, non era
nulla più che un biliardo. Pensai che potesse trattarsi di un'altra eco distorta del di-
ciannovesimo secolo, ma in tal caso si sarebbe trattato di una scelta assai stravagante.
In ogni modo, con una sola boccia e senza stecche, non mi avrebbe potuto procurare
un gran divertimento.
Sconcertato, lasciai perdere il biliardo per esaminare le porte e le finestre. Le porte,
che si aprivano e si chiudevano per mezzo di semplici maniglie, conducevano alle al-
tre stanze dell'appartamento, oppure alla mia cella: nessuna si apriva sul mondo e-
sterno. I pannelli che coprivano le finestre trasparenti, invece, potevano essere solle-
vati. Così, per la prima volta, mi fu possibile osservare il nuovo 1891: la Terra Bian-
ca.
Scoprii di trovarmi a parecchie centinaia di metri dal suolo, in cima a un immensa
torre cilindrica. Tutto ciò che vidi rafforzò la prima impressione che avevo avuto al-
lorché avevo guardato dalla scialuppa temporale, poco prima di essere sopraffatto dal
freddo: il mondo era ammantato di ghiacci perenni. Sotto il cielo colore dell'acciaio,
il suolo gelato era grigiobianco come osso nudo, del tutto privo dell'attraente sfuma-
tura azzurra che si scorge talvolta sui campi innevati. Mi fu del tutto chiara la condi-
zione di stabilità spaventevole descritta da Nebogipfel: la luce scintillava ferocemente
sul manto di ghiaccio sfregiato che avvolgeva la Terra, e il biancore del carapace pla-
netario respingeva il calore solare nella sentina dello spazio. Il mondo disgraziato era
destinato a giacere per l'eternità in fondo all'abisso di ghiaccio della stabilità climati-
ca: la stabilità definitiva della morte.
Sparsi qua e là sulla distesa gelata vidi alcuni Costruttori, tutti identici a quello che
si trovava nell'appartamento di Nebogipfel, ciascuno solo e immobile come un mo-
numento malcostruito: una chiazza di acciaio grigio sul ghiaccio bianco come avorio.
Non ne vidi mai muovere nessuno! Sembrava che semplicemente apparissero, forse
materializzandosi dall'atmosfera. Soltanto in seguito scoprii che tale ipotesi non si di-
scostava troppo dal vero.
Sebbene defunto, il mondo non era privo di tracce d'attività intelligente. Il paesag-
gio era trafitto da giganteschi edifici simili a quello in cui ci trovavamo, di semplice
forma geometrica: cilindri, coni, cubi. Dall'altezza a cui mi trovavo, ne vidi a meri-
dione e a occidente, sparsi fino a Battersea, Fulham, Mitcham, e oltre: a quanto potei
giudicare, distavano mediamente un miglio l'uno dall'altro. Nell'insieme, la distesa
ghiacciata, i Costruttori muti, gli edifici anonimi e sparpagliati, componevano una
Londra tetra, desolata e inumana.

Quando tornai nella stanza adiacente alla mia cella, Nebogipfel stava ancora di-
nanzi al Costruttore. Dalla faccia argentea, che scintillava e s'increspava come la su-
perficie di un lago inclinato in cui nuotassero pesci metallici, spuntò un tubo sfavil-
lante dello stesso materiale, del diametro di alcuni centimetri, che si protese verso il
volto in attesa del Morlock.
Era lo strumento ottico che avevo visto poco prima: in un istante, si adattò al cra-
nio di Nebogipfel.
Girai intorno al Costruttore, per osservarlo meglio. Come ho detto, aveva l'aspetto
di un mucchio di scorie fuse. Era animato e mobile, giacché lo avevo visto (o avevo
veduto un suo simile), strisciare sul mio corpo. Eppure non riuscivo a immaginare
neppure lontanamente quale fosse la sua funzione. La superficie era tutta coperta di
ciglia metalliche ondeggianti, simili a limatura di ferro, che avevano tutto l'aspetto di
essere attive e intelligenti. Nell'osservare la faccia pullulante, ebbi la sensazione esa-
sperante che, per quanto mi sforzassi, la sua complessità microscopica sfuggisse ai
miei occhi ormai vecchi. Il suo brulicare meccanico, che pure aveva qualcosa di vivo,
risultava affascinante e, al tempo stesso, ripugnante. Non tentai di toccarla, perché
non riuscivo a sopportare neppure l'idea che quelle ciglia formicolanti sfiorassero la
mia pelle. Inoltre, non disponevo di strumenti per esaminarla, e tantomeno per stu-
diarne la struttura.
L'attività particolarmente intensa lungo i bordi inferiori del Costruttore attirò la
mia attenzione. Accosciandomi per osservare meglio, scoprii che minuscole colonie
di ciglia metalliche, ciascuna delle quali era grande come una formica o persino più
piccola, si staccavano perennemente dal corpo. Di solito sembravano dissolversi al
contatto con il pavimento, indubbiamente perché si suddividevano in componenti mi-
croscopici che non potevo vedere. Talvolta, però, si allontanavano percorrendo il pa-
vimento come formiche, verso destinazioni ignote. Allo stesso modo, altre colonie di
ciglia spuntavano dal pavimento, si arrampicavano sul Costruttore, e vi si fondevano,
diventandone parte integrante.
- È un fenomeno sbalorditivo - commentai. - Però non è difficile capirlo. I compo-
nenti si attaccano al Costruttore, oppure se ne staccano. Sì allontanano strisciando sul
pavimento, o magari volano via, per quanto ne so. Se sono difettosi muoiono, per così
dire, oppure si uniscono alla carcassa scintillante di qualche altro Costruttore sfortu-
nato. Dannazione! Il pianeta dev'essere coperto da uno strato sottile di ciglia staccate,
che brulicano dappertutto! Fra un certo periodo di tempo, magari un secolo, non ri-
marrà nulla del corpo originale di questo mostro che vediamo qui: tutti i suoi pezzi,
analoghi ai capelli, ai denti, agli occhi, se ne saranno andati a far visita ai suoi vicini!
- Non è una condizione unica - rispose Nebogipfel. - Anche nel tuo corpo, e nel
mio, le cellule muoiono e si riformano continuamente.
- Forse. Ma anche così… Come può essere considerato questo Costruttore? È forse
un individuo? Insomma, se compro un pennello, poi sostituisco il manico, e poi anco-
ra le setole, posso forse dire che mi è rimasto lo stesso pennello?
Il Morlock rivolse l'occhio rossogrigio al Costruttore, quindi, mentre il tubo metal-
lico gli affondava nell'occhio con un rumore liquido, replicò: - Il Costruttore non è
una macchina singola, come un veicolo a motore. È composto di molti milioni di mi-
cromacchine, che potresti considerare equivalenti agli arti. Sono disposte in maniera
gerarchica, a partire da un corpo centrale, lungo numerosissime ramificazioni, come
in un albero. I ramoscelli più piccoli, alla periferia, operano a livello molecolare o a-
tomico: non puoi vederli.
- Ma a che cosa servono queste ramificazioni che sembrano insetti? Agiscono sugli
atomi e sulle molecole, tuttavia… Perché? Sembra un'attività tediosa e improdutti-
va…
- Al contrario - rispose stancamente Nebogipfel. - Se si può operare al livello più
fondamentale della materia, e se si dispone di tempo e di pazienza sufficienti, si può
ottenere qualunque cosa. - Di nuovo, mi guardò. - Per esempio, senza la tecnica mo-
lecolare dei Costruttori, tu ed io non saremmo sopravvissuti alla prima esposizione al
gelo della Terra Bianca.
- Che cosa intendi dire?
- Sei stato operato "chirurgicamente" a livello molecolare, dove il congelamento
aveva inflitto i suoi danni…
In maniera orrendamente dettagliata, Nebogipfel spiegò che il congelamento aveva
spaccato le pareti delle mie stesse cellule, nonché delle sue, e che nessuna tecnica
chirurgica della mia epoca avrebbe mai potuto salvarmi. Invece, le micromacchine si
erano staccate dal Costruttore e avevano viaggiato all'interno del mio organismo, ri-
parando a livello molecolare le cellule danneggiate. Per dirlo in maniera spicciola,
dopo avere attraversato il mio corpo, ne erano uscite per riunirsi al Costruttore.
In sostanza, ero stato ricostruito dall'interno da un esercito di brulicanti formiche
metalliche, e così pure Nebogipfel.
Un gelo più intenso di quello che mi aveva accolto nella Terra Bianca mi fece rab-
brividire. Quasi involontariamente, mi grattai le braccia come per purgarmi dell'infe-
zione tecnica. - Ma una tale invasione è mostruosa - protestai. - Al pensiero di quelle
minuscole macchine alacri che mi attraversano il corpo…
- Se ben capisco, avresti preferito i rozzi bisturi invasivi dei chirurghi della tua e-
poca…
- Forse no, ma…
- Ti rammento che tu, per contro, non sei stato capace neppure di aggiustarmi una
frattura senza rendermi zoppo.
- Ma è diverso: non sono un medico!
- Immagini forse che questo essere lo sia? Comunque, se avresti preferito morire, si
può senza dubbio rimediare…
- Naturalmente no! - Continuai a grattarmi, sapendo che sarebbe trascorso parec-
chio tempo prima che mi sentissi a mio agio nel corpo ricostruito. Tuttavia, trovai una
goccia di conforto: - Almeno, i microarti del Costruttore sono soltanto macchine…
- Cosa vuoi dire?
- Non sono vive! Se lo fossero…
Liberatosi dallo strumento ottico, Nebogipfel si volse a fronteggiarmi, con l'orbita
vuota scintillante di ciglia metalliche: - Sbagli. Queste strutture sono vive.
- Cosa?!
- Lo sono, secondo ogni definizione ragionevole del termine. Possono riprodursi.
Possono modificare localmente la struttura ambientale. Possono subire trasformazioni
interne indipendentemente dagli stimoli esterni. Dispongono di una memoria a cui
possono accedere a volontà. E queste sono tutte caratteristiche della vita e dell'intelli-
genza. I Costruttori sono vivi e coscienti. Sono tanto coscienti quanto te o me: anzi,
lo sono maggiormente.
- Ma è impossibile - obiettai, confuso. - Questa è una macchina - aggiunsi, indi-
cando il Costruttore. - È artificiale.
- Non è la prima volta che dimostri di avere un'immaginazione limitata - ribatté se-
veramente Nebogipfel. - Perché mai si dovrebbero imporre i limiti della struttura u-
mana a un essere meccanico? Con la vita delle macchine…
- Vita?!
- Con la vita delle macchine, si è liberi di esplorare altre morfologie, altre forme.
Guardai il Costruttore, inarcando un sopracciglio: - La morfologia della siepe di li-
gustro, per esempio!
- Inoltre, lui ha potuto riparare te. Ciò ti rende forse meno vivo?
La discussione stava diventando di gran lunga troppo metafisica per me. Cominciai
a camminare intorno al Costruttore; - Ma se è vivo e consapevole… È forse una sin-
gola persona, oppure è diverse persone? Ha un nome? Ha un'anima?
Di nuovo, Nebogipfel si volse al Costruttore, lasciandosi inserire lo strumento otti-
co: - Un'anima? Questo è un tuo discendente, come lo sono io, seppure in un corso
della storia diverso. Ho un'anima, io? E tu? - Ciò detto, mi ignorò, riprendendo a
scrutare nel cuore del Costruttore.

4. LA STANZA DA BILIARDO

Più tardi, Nebogipfel si unì a me in quella che avevo definito la Stanza da Biliardo.
Mentre Nebogipfel mangiava un piatto di cibo simile a formaggio, sedetti piuttosto
mestamente sul bordo del biliardo, a far correre l'unica boccia, che aveva la tendenza
a comportarsi in maniera alquanto peculiare. Miravo alla buca che avevo di fronte,
spesso la centravo, e quindi dovevo poi girare intorno al biliardo per recuperare la
boccia dalla reticella in cui era caduta. Talvolta, invece, si udiva una specie di schioc-
co al centro della superficie vuota, la boccia eseguiva di scatto una strana rotazione,
troppo rapidamente perché l'occhio potesse percepirla, e poi proseguiva fino a desti-
nazione, come avveniva di solito, oppure, in alcuni casi, subiva una deviazione ac-
centuata. Una volta, persino, mi ritornò in mano.
- Hai visto, Nebogipfel? - chiesi. - È stranissimo. Il piano sembra sgombro, eppure,
una volta su due, la boccia incontra un ostacolo. - Effettuai alcune dimostrazioni a
beneficio del Morlock, il quale mi osservò distrattamente. - Be', se non altro, sono
contento di non giocare una partita. Conosco almeno un paio di persone che sarebbe-
ro capaci di venire alle mani, per disguidi del genere. - Stanco di giocherellare ozio-
samente, posai la boccia al centro del biliardo. - Mi chiedo per quale ragione i Co-
struttori abbiano collocato qui questo tavolo. Voglio dire, è l'unico nostro vero mobi-
le, a meno che tu voglia contare anche il Costruttore che sta di là… Mi domando se
sia destinato allo snooker 1 , oppure al gioco normale…
Divertito, Nebogipfel domandò: - Fa differenza?
- Direi! Nonostante la sua popolarità, lo snooker è un gioco rudimentale. È un bel
passatempo per gli ufficiali annoiati di stanza in India, che lo hanno inventato, ma a
mio modesto parere non ha nulla in comune con la scienza del biliardo…
In quel momento, sotto i miei occhi, una seconda boccia schizzò fuori da una buca
e rotolò verso la prima boccia, ferma al centro del biliardo.
Mi curvai ad osservare: - Che cosa diavolo sta succedendo?
Intanto che la seconda boccia rotolava lentamente, potei osservarla nei dettagli: a-
veva esattamente gli stessi graffi, in particolare una scalfittura unica e inconfondibile,
che la mia boccia, non più liscia e bianca, si era procurata nel corso dei numerosi e-
sperimenti a cui l'avevo sottoposta.
Finalmente, la seconda boccia urtò la prima con un solido clunk, poi si fermò, men-
tre l'altra iniziava a correre sul biliardo.
- Sai una cosa? - commentai. - Se non sapessi che è impossibile, giurerei che que-
sta boccia spuntata dal nulla è la stessa con cui giocavo prima. - Mentre indicavo la
lunga scalfittura peculiare che avevo individuato, Nebogipfel si avvicinò. - Vedi? Ri-
conoscerei questo graffio anche al buio. Queste due bocce sono gemelle: assoluta-
mente identiche.
- Forse - replicò calmo Nebogipfel - sono la stessa boccia.
Nel frattempo, la prima boccia urtò un bordo imbottito e rimbalzò, poi, a causa del-
la geometria irregolare del biliardo, corse verso la buca da cui era spuntata la seconda
boccia.
- Com'è possibile? Voglio dire, una macchina del tempo potrebbe trasportare nello
stesso spazio due versioni del medesimo oggetto: basta pensare a me e a Mosè! Però
qui non vedo nessun apparecchio temporale. E poi, a che cosa servirebbe?
1
Lo snooker si gioca con quindici bocce rosse da 1 punto e con sei bocce di colori diversi, che valgono da 2 a 7
punti. Prima di tirare a una di queste ultime, occorre mettere buca una boccia rossa. (N.d.T.)
Seppure rallentando sempre più, la prima boccia scivolò nella buca e scomparve.
Raccolsi la seconda boccia, apparsa misteriosamente, per esaminarla: mi sembrò
una copia esattamente identica dell'altra. Quando frugai nella reticella della buca,
scoprii che era vuota: la prima boccia era scomparsa, come se non fosse mai esistita.
- Be', questo biliardo è più ingannevole di quanto immaginassi… Che cosa credi
che sia accaduto? Credi che questo sia quello che succede quando la corsa della boc-
cia viene disturbata e si verifica quella sorta di schiocco che ti ho indicato prima?
Sul momento, Nebogipfel non rispose: soltanto in seguito dedicò una parte del suo
tempo a me e agli enigmi di quel biliardo strano.
Nella speranza di trovare un congegno nascosto, esaminai il biliardo, ma invano:
non vi era nessun meccanismo segreto in grado d'inghiottire o di vomitare le bocce.
Ma se anche si fosse trattato di un trucco tanto rozzo, non sarebbe bastato a spiegare
l'apparente identità fra le due bocce.
Sul momento non capii, però rimasi colpito dalla strana luminosità verdastra dei
bordi delle buche, che mi rammentò moltissimo la plattnerite.
Successivamente, Nebogipfel mi riferì ciò che aveva appreso sul conto dei nostri
salvatori.
L'amico silenzioso che si trovava in soggiorno apparteneva ai Costruttori: una spe-
cie molto diffusa, che non abitava soltanto la Terra, bensì anche i pianeti rimodellati e
persino le stelle.
- Devi sbarazzarti dei tuoi preconcetti, in modo da considerare questi esseri con
mentalità aperta - esortò Nebogipfel. - Non sono simili agli umani.
- Questo posso accettarlo.
- No, non credo. Tanto per cominciare, non devi pensare che i Costruttori siano in-
dividui, come te o come me. Non sono esseri umani rivestiti di metallo! Sono qualita-
tivamente differenti.
- Perché? A causa del fatto che sono composti di unità intercambiabili?
- In parte. Due Costruttori potrebbero fondersi come due gocce di liquido, così da
formare un solo essere, e poi dividersi nuovamente, con la medesima facilità. Sarebbe
impossibile, nonché futile, cercare di risalire alle origini dell'uno o dell'altro compo-
nente.
Tale spiegazione mi fece comprendere la ragione per cui sembrava che i Costrutto-
ri che avevo visto all'esterno della torre non si muovessero mai. Non avevano nessun
bisogno di trascinare in giro i loro corpi grandi, goffi e pesanti, se non per un motivo
eccezionale, come quando avevano riparato Nebogipfel e me: bastava che si divides-
sero nelle loro unità fondamentali, le quali erano in grado di strisciare sul ghiaccio
come tanti vermi.
- Ma ciò che più conta è la coscienza dei Costruttori, i quali vivono in un mondo
che possiamo immaginare a stento: si potrebbe dire che abitano un Mare d'Informa-
zioni.
Mediante i fonografi e altre macchine, tutti i Costruttori Universali erano in comu-
nicazione gli uni con gli altri, inclusi quelli che abitavano le stelle più remote, e si
scambiavano costantemente informazioni, teorie, cognizioni, notizie, interpretazioni.
Tale modo di comunicare era talmente rapido e onnicomprensivo, che in realtà non
era affatto analogo al discorso umano.
- Ma tu - obiettai - hai parlato con loro, sei riuscito ad ottenere informazioni da lo-
ro. Come hai fatto?
- Imitando i loro modi d'interazione. - Nebogipfel si tastò cautamente l'orbita vuo-
ta. - Ho dovuto compiere questo sacrificio. - E il suo occhio naturale scintillò.
In sostanza, Nebogipfel aveva fatto in modo di poter immergere la propria mente
nel Mare d'Informazioni: tramite l'orbita alterata era in grado di attingere informazio-
ni direttamente dal Mare, senza la mediazione dei mezzi di espressione convenziona-
li.
L'idea di una tale invasione della confortevole oscurità del mio cranio mi fece rab-
brividire: - E credi che valga la pena avere sacrificato un occhio?
- Oh, sì: abbondantemente. Ascolta… Capisci che cosa sono i Costruttori? Sono
una struttura vitale diversa: sono uniti, non soltanto in virtù della condivisione a livel-
lo fisico, bensì anche a livello di esperienza. Riesci a immaginare che cosa può essere
l'esistenza in un ambiente come il Mare d'Informazioni?
Pensoso, ricordai i seminari alla Royal Society, in cui numerose menti giovani e
agili avevano proposto e discusso collettivamente idee nuove, confutandole, correg-
gendole, perfezionandole. Ricordai anche alcune delle mie antiche cene del giovedì
sera, in cui, con il contributo di abbondanti quantità di vino, lo scontro delle idee di-
ventava tanto rapido e fitto, ch'era difficile stabilire quando un partecipante s'inter-
rompeva e un altro proseguiva.
Allorché gliene ebbi parlato, Nebogipfel approvò: - Sì, si tratta esattamente di que-
sto. Capisci, adesso? Però, nel caso dei Costruttori Universali, le conversazioni e le
discussioni sono perenni, e avvengono alla velocità della luce, con la trasmissione
diretta del pensiero da una mente all'altra. Di conseguenza, chi può mai stabilire dove
inizia la coscienza di uno e dove finisce quella di un altro! Certi pensieri, certi ricor-
di, appartengono ad uno, oppure a un altro? Riesci a comprendere le implicazioni di
tutto ciò?
Sulla Terra, e forse anche su tutti gli altri mondi abitati, dovevano esistere immensi
nuclei mentali, composti di milioni di Costruttori, fusi insieme a formare immense
entità divine che conservavano la coscienza della specie: in un certo senso, secondo
Nebogipfel, la specie in quanto tale era dotata di coscienza.
Di nuovo, ebbi la sensazione che ci stessimo perdendo nella metafisica: - Tutto ciò
è molto affascinante, e va bene. Forse, però, dovremmo tornare ai problemi pratici
della nostra situazione… Che cosa c'entriamo, noi, con tutto questo? - Mi volsi al Co-
struttore paziente, che stava immobile a scintillare in mezzo alla stanza. - E lui? Tutti
questi discorsi sulla coscienza, e tutto il resto, sono interessantissimi, ma… Che cosa
vuole lui? Perché è qui? Perché ci ha salvato la vita? E che cosa vuole da noi, adesso?
Oppure tutti questi esseri meccanici collaborano come le api di un alveare, tutti uniti
dalle menti comuni che hai descritto, e dunque abbiamo a che fare con gli scopi di u-
n'intera specie?
In silenzio, Nebogipfel si massaggiò il viso. Avvicinatosi al Costruttore, comunicò
mediante la sonda, e pochi minuti dopo fu ricompensato con un piatto che uscì dal
corpo scintillante del Costruttore medesimo, e che conteneva una porzione dello stes-
so cibo simile al formaggio di cui mi ero nutrito anch'io sulla Sfera.
Osservai con disgusto mentre Nebogipfel si rifocillava con quel cibo rigurgitato. In
verità, non era più orribile delle produzioni del Pavimento della Sfera, eppure nella
fusione fra vita e macchina che era tipica dei Costruttori vi era qualcosa che trovavo
ripugnante. Risolutamente, evitai di speculare sull'origine dei cibi e dell'acqua di cui
mi ero nutrito.
- Non possiamo considerare uniti i Costruttori - riprese Nebogipfel. - Sono connes-
si. E tuttavia non condividono uno scopo comune, come, ad esempio, i componenti
della tua personalità.
- Perché no? Sarebbe eminentemente saggio. Con una comunicazione perfetta e i-
ninterrotta, non vi sarebbe bisogno di spiegazioni e di comprensioni, non si creereb-
bero conflitti…
- Non è affatto così. Nella sua totalità, l'universo mentale dei Costruttori è troppo
vasto.
Di nuovo, Nebogipfel descrisse il Mare d'Informazioni, in cui le strutture di pensie-
ro, complesse, in continua evoluzione, evanescenti, si creavano a partire dai materiali
grezzi, e si distruggevano.
- Tali strutture sono analoghe alle teorie scientifiche della tua epoca: vengono sot-
toposte a continua verifica in seguito alle nuove scoperte e alle nuove interpretazioni.
Il mondo della conoscenza è tutt'altro che immoto. Inoltre, ricorda il tuo amico Kurt
Gödel, il quale ci ha insegnato che nessun insieme di conoscenze può essere organiz-
zato in un sistema compiuto e perfetto. 11 Mare d'Informazioni è instabile. Le ipotesi
e le intenzioni che ne emergono sono complesse e sfaccettate: di rado i Costruttori
raggiungono l'unanimità assoluta su un determinato argomento. È come una discus-
sione interminabile, durante la quale si possono formare fazioni diverse: individualità
parziali che si coagulano intorno a una certa struttura. Si potrebbe dire che i Costrut-
tori sono uniti dalla loro tendenza al progredire delle conoscenze della specie, ma non
lo sono a proposito dei mezzi per conseguire tale progresso. In verità, si potrebbe ipo-
tizzare che allo sviluppo dell'integrazione si accompagna il proliferare delle fazioni,
perché aumenta la complessità del mondo. In tal modo, la specie si evolve.
Rammentai ciò che mi aveva spiegato Barnes Wallis a proposito dell'organizzazio-
ne parlamentare del 1938, in cui l'opposizione era stata sostanzialmente bandita quale
attività criminale, in quanto distoglieva le energie dall'unico approccio corretto alle
cose, la cui validità evidente non aveva bisogno di dimostrazione. Invece, se ciò che
Nebogipfel diceva era esatto, non poteva esistere nessuna risposta universalmente
corretta a nessun tipo di quesito: come avevano imparato i Costruttori, la molteplicità
dei punti di vista era necessaria nell'universo in cui ci trovavamo.
Pazientemente, Nebogipfel masticò il suo cibo simile al formaggio, poi inserì di
nuovo il piatto nel corpo del Costruttore, che lo riassorbì. Nell'osservarlo, pensai che
fosse confortante, per il Morlock, quel processo di produzione tanto simile a quello
del Pavimento della Sfera.

5. TERRA BIANCA
Trascorsi molte ore, sia in solitudine sia in compagnia di Nebogipfel, alle finestre
dell'appartamento.
Non vidi alcuna traccia di vita animale o vegetale sulla superficie della Terra Bian-
ca. A quanto potevo capire, eravamo isolati nella nostra piccola bolla di luce e di ca-
lore in cima alla torre immensa, che non abbandonammo mai per tutta la durata della
nostra permanenza in quel mondo.
Di notte, solitamente, il cielo era limpido, con una lieve brina di cirri ad alta quota,
nell'atmosfera esaurita e letale. Ma nonostante questa limpidezza, e non riuscivo a
capire perché, non si vedevano stelle, o meglio, se ne vedevano pochissime, rispetto
alla moltitudine che un tempo aveva sfolgorato nel firmamento terrestre. Lo avevo
notato subito, al momento del nostro arrivo, però avevo pensato che si trattasse del-
l'effetto del freddo, o del mio smarrimento. Tuttavia m'inquietò averne la conferma
quando ero in pieno possesso delle mie facoltà, non più minacciato dal congelamento:
fu forse il fenomeno più strano di quel mondo.
La luna, paziente compagna, girava ancora intorno alla Terra, attraversando le sue
fasi con regolarità immemorabile, ma le sue pianure antiche erano rimaste verdi. La
luce che essa diffondeva sul paesaggio della Terra Bianca non era più fredda e argen-
tea, bensì verdeggiante di un'eco gentile delle vegetazione che aveva allietato il pia-
neta prima che soccombesse al ghiaccio inesorabile.
Rividi lo scintillio perenne, come di una stella prigioniera, della regione più orien-
tale della luna. Inizialmente avevo ipotizzato che fosse il riflesso del sole su un lago
lunare, però era tanto costante che finii col convincermi che non fosse affatto casuale.
Congetturai che si trattasse di un oggetto artificiale: uno specchio, magari installato
sulla cima di qualche montagna lunare, in maniera tale da riflettere perennemente la
luce sulla Terra. Forse era stato collocato lassù all'epoca in cui la degradazione atmo-
sferica della Terra, pur non essendo ancora tale da indurre l'umanità all'esilio, era sta-
ta abbastanza grave da provocare il crollo delle civiltà sopravvissute.
Immaginai che gli abitanti della luna, discendenti dell'umanità, ossia i Seleniti, co-
me li si sarebbe potuti chiamare, avessero assistito al progredire degli incendi immani
che avevano devastato la superficie terrestre, e avessero capito che gli umani supersti-
ti erano ricaduti nella barbarie, stavano regredendo a una condizione prerazionale, e
vivevano come selvaggi, o forse persino come animali. Era possibile che anche i Se-
leniti avessero subito le conseguenze di tale regressione: forse la loro società era di-
pesa dalle risorse del pianeta madre.
Quantunque addolorati per i loro parenti terrestri, i Seleniti non erano stati in grado
di raggiungerli, e così avevano fatto ricorso a un metodo di segnalazione: avevano
costruito lo specchio immenso, che doveva essere largo almeno mezzo miglio, affin-
ché fosse visibile dalla terra.
Forse avevano avuto intenzioni più ambiziose di quella di lanciare messaggi di so-
stegno dal cielo. Ad esempio, potevano avere fatto ricorso a qualcosa di simile alla
telegrafia ottica per trasmettere informazioni agricole o tecniche: magari, il segreto
perduto della macchina a vapore. Comunque, potevano avere concepito qualcosa di
più utile di semplici auguri o incoraggiamenti.
Alla lunga, però, tutto si era rivelato inutile: la morsa della glaciazione si era stretta
intorno al pianeta, l'umanità si era estinta poco a poco, e lo specchio gigantesco era
stato abbandonato.
Queste, in ogni modo, furono soltanto le speculazioni a cui mi abbandonai guar-
dando dalle finestre della torre. Non ebbi modo di verificarle, perché Nebogipfel non
era in grado di apprendere nei dettagli la storia della Nuova Umanità. A prescindere
da tutto ciò, lo scintillio dell'isolato specchio lunare divenne per me il simbolo, stra-
ordinariamente eloquente, del crollo dell'umanità.
La caratteristica più singolare del firmamento notturno, tuttavia, non era la luna, e
non lo era neppure l'assenza delle stelle. Lo era invece quella sorta di ragnatela, gran-
de dodici volte la luna, che avevo notato subito dopo il nostro arrivo. Era un disco so-
speso nello spazio interplanetario, del diametro di parecchie miglia, simile a una ra-
gnatela scintillante di gocce di rugiada rotolanti, percorsa da centinaia di ragni che
strisciavano sui fili, in maniera lenta ma percettibile, evidentemente impegnati a irro-
bustirla e ad ampliarla.
Le prime ore del mattino, intorno alle tre, erano quelle in cui il disco di ragnatela
era visibile più distintamente: allora potevo distinguere i fili luminosi, tenui, sottili e
spettrali, che dall'altro emisfero salivano nell'atmosfera sino al disco medesimo.
Ne discussi con Nebogipfel: - È assolutamente straordinario… Pare che quei raggi
costituiscano una sorta di struttura luminosa che assicura il disco alla Terra: sembra
una vela che, gonfiata da un vento spettrale, spinge il pianeta attraverso lo spazio.
- Il tuo linguaggio è pittoresco - rispose Nebogipfel - però coglie qualcosa dello
spirito dell'impresa.
- Che cosa vuoi dire?
- Che è davvero una vela. Tuttavia, non spinge la Terra: piuttosto, è quest'ultima a
produrre il vento che gonfia la vela.
Quella nave spaziale di nuovo genere, spiegò Nebogipfel, veniva costruita nello
spazio perché era troppo fragile per poter essere lanciata dalla Terra. La vela era co-
stituita essenzialmente da uno specchio, e il "vento" che la gonfiava era luce: le parti-
celle luminose che cadevano sulla superficie dello specchio, infatti, producevano una
forza propulsiva, allo stesso modo in cui le molecole d'aria creavano la brezza.
- Il "vento" deriva da raggi di luce coerente, generati da proiettori grandi come città
- proseguì Nebogipfel. - I "fili" che uniscono il pianeta alla vela sono appunto questi
raggi. La pressione della luce è piccola ma persistente, nonché di efficacia straordina-
ria nel trasmettere il moto, soprattutto quando ci si avvicina alla velocità della luce.
Immaginai che i Costruttori non avrebbero viaggiato come i passeggeri degli ae-
romobili della mia epoca, bensì si sarebbero smembrati, in maniera tale che i loro
componenti potessero unirsi alla nave. Giunti a destinazione, si sarebbero riassembla-
ti individualmente, assumendo la forma più adatta al mondo da visitare.
- Quale credi che sia la destinazione della nave spaziale? La luna, un pianeta, op-
pure…?
Con voce assolutamente neutra, Nebogipfel rispose: - Le stelle.

6. IL GENERATORE DI MOLTEPLICITÀ
Durante gli esperimenti compiuti da Nebogipfel con il biliardo, si verificò più volte
al centro del piano lo schiocco che avevo già notato, e in alcuni casi altre bocce, ossia
altre copie dell'originale, apparvero dal nulla interferendo con la traiettoria. Talvolta
la boccia, dopo la collisione, proseguì nel proprio tragitto senza deviazioni; talaltra
deviò; e in un paio di occasioni si ripeté ciò che ho già descritto, cioè una boccia fer-
ma fu spostata senza l'intervento mio o di Nebogipfel.
Tutto ciò rendeva il gioco molto divertente e molto interessante. Era evidente che
succedeva qualcosa di enigmatico, ma io, per quanto osservassi e meditassi, non riu-
scii a capire, nonostante l'indizio del baluginio di plattnerite delle buche. Constatai
soltanto che minore era la velocità della boccia, maggiore era la probabilità che su-
bisse una deviazione.
Invece, Nebogipfel si entusiasmò sempre più. Tramite la connessione con il Co-
struttore paziente, s'immergeva di quando in quando nel Mare d'Informazioni, da cui
riemergeva dopo avere pescato qualche nuova scheggia di conoscenza; poi, mormo-
rando fra sé e sé nella sua oscura lingua aliena, correva al biliardo per verificarla.
Finalmente pronto a comunicare le proprie ipotesi, Nebogipfel mi chiamò, proprio
mentre ero nella sauna. Dopo essermi asciugato con la camicia, mi affrettai a recarmi
nella stanza da biliardo.
Tanto entusiasta come non ricordavo di averlo mai visto, Nebogipfel, con un rumo-
re dei piedini sottili sul pavimento duro, si avvicinò quasi di corsa al biliardo: - Credo
di avere capito - annunciò, trafelato - la funzione di questo tavolo.
- Ebbene?
- E… Come posso esprimermi? È poco più di un giocattolo con funzioni puramen-
te dimostrative, però è un generatore di molteplicità. Capisci?
Sollevai e allargai le braccia: - Proprio per niente, temo.
- Ormai conosci il concetto della molteplicità della storia…
- Dovrei! È il fondamento della tua spiegazione delle ramificazioni della storia che
abbiamo visitato. In ogni momento, ad ogni evento, la storia si biforca: l'ombra di una
farfalla può cadere qui o là; il proiettile di un assassino può ferire lievemente la vit-
tima, oppure conficcarsi nel cuore di un re con conseguenze fatali… Ad ogni possibi-
le conseguenza, ad ogni evento, corrisponde una versione diversa della storia, e tutte
queste storie sono reali. Se ben capisco, sono adiacenti l'una all'altra in una quarta
dimensione, come le pagine di un libro.
- Benissimo. Inoltre, sai che una cronomacchina, incluso il tuo prototipo, provoca
biforcazioni più ampie, che generano nuove storie, alcune delle quali sarebbero im-
possibili senza l'intervento della macchina medesima. Ad esempio… questa! - Nebo-
gipfel gesticolò con le mani, a indicare lo spazio in cui ci trovavamo. - Senza la tua
macchina, che ha generato intere nuove serie di eventi, l'umanità non avrebbe mai po-
tuto essere trasportata indietro nel passato fino al paleocene, e dunque noi ora non ci
troveremmo alla testa di un periodo di cinquanta milioni di anni di modificazione in-
telligente del cosmo.
- Tutto questo lo capisco - risposi, cominciando a esaurire la pazienza. - Ma cos'ha
a che vedere con il biliardo?
- Guarda… - Nebogipfel fece rotolare sul piano la boccia originale. - Ecco la nostra
boccia. Dobbiamo immaginare che molte storie si dipartano da essa in ogni momento.
La più probabile, naturalmente, è quella che include la traiettoria classica: una corsa
rettilinea attraverso il tavolo. Al tempo stesso esistono altre storie contigue e molto
divergenti. È persino possibile, benché sia estremamente improbabile, che in una di
queste storie la turbolenza termica delle molecole induca la boccia a compiere un bal-
zo e a colpirti in un occhio.
- Benissimo.
- E questo intarsio verde - Nebogipfel accarezzò il bordo di una buca - è un indi-
zio…
- È plattnerite.
- Esatto. Le buche sono cronomacchine in miniatura, di dimensioni e di portata li-
mitate, però molto efficienti. Come ha dimostrato la nostra stessa esperienza, allorché
gli oggetti che viaggiano nel futuro o nel passato incontrano se stessi, la catena delle
cause e degli effetti può essere spezzata, e le storie proliferano come erbacce…
Allora ricordai a Nebogipfel lo strano incidente con la boccia ferma a cui avevamo
assistito.
- Quello è stato forse l'esempio più chiaro del fenomeno che sto descrivendo. Quel-
la che chiameremo la nostra boccia era ferma sul biliardo, quando una sua copia è
uscita da una buca, poi l'ha urtata, facendola rimbalzare contro una sponda e cadere in
un'altra buca, infine si è fermata, occupandone l'esatta posizione. Capisci? - Lenta-
mente, Nebogipfel spiegò: - La nostra boccia è tornata indietro nel tempo, è uscita
dalla buca nel passato…
- E ha urtato se stessa, scacciandola e sostituendola. - Ciò detto, fissai il biliardo
dall'aspetto innocente. - Dannazione, Nebogipfel… Adesso capisco! Dopotutto, era
davvero la stessa boccia. Se ne stava tranquilla e felice sul biliardo, ma a causa delle
possibilità bizzarre del viaggio temporale, ha potuto tornare indietro nel tempo e, con
una traiettoria circolare, sostituire se stessa!
- Vedo che hai capito…
- Ma che cosa ha mosso la boccia? Nessuno di noi due l'ha spinta verso la buca.
- Non era necessaria nessuna "spinta". In presenza delle cronomacchine. e questo è
il vero significato della dimostrazione, occorre abbandonare le antiche concezioni
causali: non è così semplice! La collisione con la copia era soltanto una possibilità,
che il biliardo ha dimostrato. Capisci? La presenza di una cronomacchina danneggia a
tal punto la causalità, che persino una boccia immobile è avvolta da un numero infini-
to di possibilità bizzarre. La tua demanda sulla "causa" è priva di significato: si tratta
di un cerchio causale chiuso di cui non esiste nessuna origine.
- Può darsi… Eppure, tutto ciò continua a inquietarmi… Ritorniamo alle due boc-
ce, o meglio, alla boccia vera e alla sua copia… D'improvviso, è presente una quanti-
tà di materia doppia! Da dove proviene?
Il Morlock mi scrutò: - Stai pensando alla legge della conservazione della materia:
la comparsa, o la scomparsa, della massa.
- Esattamente.
- Non ho notato nessuna preoccupazione del genere, quando ti sei lanciato alla ri-
cerca del giovane te stesso. Eppure quella era una violazione uguale, anzi, maggiore,
di tutti i principi di conservazione della materia.
Non mi lasciai provocare: - Nondimeno l'obiezione è valida, vero?
- In un certo senso, sì. Ma soltanto dal punto di vista ristretto di una storia singola.
I Costruttori Universali studiano ormai da secoli i paradossi temporali, o meglio, i pa-
radossi apparenti, e hanno formulato una legge di conservazione della materia che
considera la dimensione, più ampia, della molteplicità della storia. Consideriamo un
oggetto: per esempio, te stesso. Se in un dato momento aggiungi una copia di te stes-
so, che può essere assente perché hai viaggiato nel passato o nel futuro, e poi sottrai
ogni copia doppiamente presente perché uno di voi ha viaggiato nel passato, scopri
che la somma totale rimane costante: esiste, "in realtà", un solo individuo, a prescin-
dere dal numero di volte in cui viaggia avanti e indietro nel tempo. Dunque esiste una
sorta di conservazione della materia, anche se, in qualunque momento di qualunque
storia, può sembrare che le leggi della conservazione siano violate, a causa dell'im-
provvisa compresenza, o assenza, di due di voi.
Meditando sul problema, capii: - Il paradosso esiste soltanto se si considera una
storia singola. Scompare, invece, se si pensa in termini di molteplicità.
- Proprio così. All'interno della cornice più ampia della molteplicità, si risolvono
anche i problemi di causalità. E questo biliardo ha la capacità di dimostrarci tali pos-
sibilità straordinarie: usa la cronotecnica per rivelarci la possibilità, anzi, l'esistenza, a
livello macroscopico, delle storie multiple e divergenti. In verità, può isolare deter-
minate storie interessanti: è un apparecchio molto raffinato. - Ciò detto, Nebogipfel
spiegò meglio le leggi della molteplicità formulate dai Costruttori. - Si possono im-
maginare situazioni in cui la molteplicità della storia è nulla, singola o plurale. È nul-
la, o zero, se la storia è impossibile, cioè non è coerente con se stessa. È singola, o
uno, nella situazione immaginata dai vostri antichi filosofi, magari quelli della gene-
razione di Newton, in cui un singolo corso di eventi ha origine da un singolo punto
nel tempo, e si svolge coerente e immutabile.
Tale definizione si applicava perfettamente alla mia ingenua concezione originale
della storia come una sorta di stanza immensa, più o meno fissa, attraverso la quale la
macchina del tempo mi avrebbe consentito di viaggiare a volontà.
- E un sentiero "pericoloso" per un oggetto, come te o come la nostra boccia, quel-
lo che lo conduce a una cronomacchina - commentò Nebogipfel.
- Be', questo è chiaro. Evidentemente, ho creato ramificazioni della storia a destra,
a sinistra e al centro, nel momento stesso in cui ho acceso la macchina del tempo… È
davvero pericoloso!
- Sì. E più le cronomacchine sprofondano nel passato, più le molteplicità generate
tendono all'infinito, e più aumenta la divergenza fra le nuove copie della storia.
- Ma per tornare al problema che stiamo discutendo… - replicai, alquanto frustrato.
- Qual è lo scopo del biliardo? È soltanto un giocattolo? Perché i Costruttori ce lo
hanno fornito? Che cosa stanno cercando di dirci?
- Non lo so: non ancora. È difficile… Il Mare d'Informazioni è vasto, e vi sono
molte fazioni tra i Costruttori. Le informazioni non mi vengono offerte. Capisci? De-
vo raccogliere quelle che trovo, interpretarle nel modo migliore, e così formulare ipo-
tesi e teorie. Credo che esista una fazione che ha un piano, un progetto immenso, di
cui distinguo a stento i contorni.
- Qual è la natura di questo progetto?
- Ascolta… Sappiamo che da ogni evento si formano molte storie: forse un numero
infinito di storie. Immagina te stesso in due storie adiacenti, separate, diciamo, da det-
tagli come i rimbalzi della tua boccia… Ebbene, potrebbero queste due copie di te
stesso comunicare fra loro?
Dopo breve meditazione, risposi: - Ne abbiamo già discusso, ma… Non vedo co-
me. La macchina del tempo mi consente di viaggiare avanti e indietro in un singolo
ramo della storia. Se tornassi indietro per cambiare un rimbalzo della boccia, mi a-
spetterei di viaggiare in avanti e di constatare la differenza, perché sembra che la
macchina tenda a seguire la biforcazione, ossia la nuova storia, quando ne crea una. -
Con certezza. conclusi: - No, le due versioni di me stesso non potrebbero comunicare.
- Neppure se ti fornissi ogni concepibile macchina, o apparecchio di misurazione?
- No. Esisterebbero due copie di ogni apparecchio, ciascuno non collegato al suo
gemello, come accadde a me.
- Benissimo. Questa è una posizione ragionevole e sostenibile, fondata sull'assunto
implicito che le storie gemelle, dopo la biforcazione, non si influenzano a vicenda in
alcun modo. Dal punto di vista tecnico, tu presumi che gli operatori quantici siano li-
neari… Tuttavia - la voce di Nebogipfel si animò nuovamente di entusiasmo - po-
trebbe esistere un modo per porre in comunicazione le due storie, se, a qualche livello
fondamentale, esse rimanessero intrecciate. Se negli operatori quantici esistesse una
quantità di non linearità, tanto piccola da essere quasi inindividuabile…
- Allora la comunicazione sarebbe possibile?
- L'ho visto accadere: nel Mare, voglio dire. I Costruttori vi sono riusciti, ma sol-
tanto al livello sperimentale minimo. - Ciò detto, Nebogipfel descrisse il "fonografo
Everett": - Prende il nome dallo scienziato del ventesimo secolo della tua storia che
per primo concepì l'idea. Naturalmente, i Costruttori hanno un'altra definizione, che
però non è facile rendere in Inglese. - Spiegò quindi che le no