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LA TERRA DEI MELONI BIANCHI

LA TERRA DEI MELONI BIANCHI

Abitavo un tempo nella Citta’ Della Moda, tutta da bere, scintillante e


variopinta, brulicante al sole, luccicante al buio.
La mia vita e’ stata una girandola con vento sempre piu’ forte, e forse potrei
dire sempre a favore.
Avevo tutto, sul piano personale e su quello materiale: vivevo con la mia
Dolce Meta’ e il Frutto Del Nostro Amore in una lussuosa reggia borghese,
possedevo puledri imbizzarriti, tori scatenati, angeli alati, stelle a tre punte,
eliche, reattori, inimmaginabili quantita’ di carta da scambio… eppure mi
mancava qualcosa.

*
In gioventu’ avevo frequentato una prestigiosa fucina di intelletti, fu li’ che
La incontrai.
Una volta acquisiti i rispettivi pezzi di carta, cominciammo il nostro
cammino insieme. Lei aveva fantasia, io metodo. Lei creava, io gestivo.
I primi anni non furono solo rose e fiori, ma le spine diminuirono col tempo,
fino a sparire in un sofficissimo prato verde di speranze.
La citta’ Della Moda era grandissima, ricettacolo di opportunita’, di persone
da incontrare, di sogni da realizzare. Divenni padre, uragano di lietezza; la
vita che creammo prometteva meraviglie: bellissima, sana, sempre
sorridente.
Ogni alba era un cammino, ogni momento una sfida, ogni tramonto una
conquista, ma la voglia di vincere era la linfa che nutriva tutto il motore, e la
strada correva mentre il tempo galoppava.
Il lavoro andava a gonfie vele, girammo in lungo e in largo la Penisola Dello
Stivale, ovunque esso ci portasse. Conoscemmo i salotti piu’ esclusivi, le
gallerie piu’ prestigiose, entrammo in un mondo di ostriche e cristalli, dove
tutto aveva un prezzo, dove tutti erano all’ asta, dove avercela fatta e’ un
punto di partenza. Ma non fu difficile: non avevamo fatto niente per arrivare
a caviale e champagne, ne eravamo semplicemente stati inglobati. I ritmi
aumentavano, gli orizzonti si allargavano, i contatti si moltiplicavano, fino a
che tutto divenne un divenire. Ci muovevamo sempre, e sempre di piu’.
Ci abituammo a ristoranti e alberghi, ci appassionammo a velivoli e natanti.
Sinfonie di momenti che divenivano periodi, situazioni fatte di istanti che
scorrevano al ritmo della vita.
Tutto accelerava, ogni cosa s’ ingrandiva, finche’ anche lo Stivale ci divenne
stretto.
Scoprimmo altri spazi, nuove realta’, maggiori distanze, fummo ovunque
fosse importante essere. Ho vissuto dal vivo cio’ che i piu’ vedono in una
scatola: i campi di tulipani in fiore nel Paese Dei Mulini, le magiche notti del
Mulino Scarlatto nella Terra Della Bastiglia, le cene al suono dei violini
tzigani nella Capitale Divisa dal Bel Rivo Blu, e piu’ a Nord il Muro Della
Vergogna, ch’e’ ormai solo un ricordo, e poi le luci notturne della Mela
Gigante, la magia del Mondo Della Celluloide, l’ edonismo del Grande
Paese, e ancora la meraviglia della pazienza orientale, il misticismo ascetico
della Terra Di Ganesh, gli artifici tecnologici del Sol Levante, e file di gobbe
tagliare le Grandi Sabbie…
Ho girato i cinque continenti, ho navigato i sette mari, ho solcato tutti i cieli.
Ho visto la grandezza del nostro piccolo pianeta.
Era giunto il tempo di fermarsi a riposare, e ci fermammo, ma di riposo non
si tratto’. Cominciammo infatti a raccogliere i frutti di tutto cio’ che
avevamo seminato, e il fardello di incombenze, anziche’ alleggerirsi,
aumentava, mentre il nostro germoglio cresceva, e come il giovane virgulto
va innaffiato per diventare pianta, cosi’ ella doveva essere amata per
diventare donna. Decidemmo, per il suo bene, che frequentasse le scuole
migliori, che avesse l’ educazione piu’ raffinata, l’ istruzione piu’ sopraffina,
il meglio del meglio in tutto e per tutto, la crema della crema, nonostante i
sacrifici, di tempi ed energie.
E cosi’, anche se ora eravamo sempre vicini, ci vedevamo meno di prima e
le distanze tra di noi, anziche’ accorciarsi, si allungavano, come s’ allungano
le ombre quando il Sole s’ avvicina all’ orizzonte.

Abitavo un tempo nella Citta’ Della Moda, tutta da bere, scintillante e


variopinta, brulicante al sole, luccicante al buio.
La mia vita e’ stata una girandola con vento sempre piu’ forte, e forse potrei
dire sempre a favore.
Avevo tutto, sul piano personale e su quello materiale: vivevo con la mia
Dolce Meta’ e il Frutto Del Nostro Amore in una lussuosa reggia borghese,
possedevo puledri imbizzarriti, tori scatenati, angeli alati, stelle a tre punte,
eliche, reattori, inimmaginabili quantita’ di carta da scambio… eppure mi
mancava qualcosa.
Che si trattasse di tempo? Forse mi mancava il tempo.
*
Passarono gli anni, e con essi si affievolivano gli entusiasmi, si calmavano i
bollori, si sopiva la curiosita’, finche’ tutto cio’ che un tempo elettrizzava, se
non tediava, era quantomeno diventato norma.
Sempre numerosi erano gli impegni, ma aver momenti liberi non sembrava
piu’ un miraggio: semmai una possibilita’ rara, eppur concreta. Stranamente
pero’, questi momenti, anelati e auspicati negli anni a precedere, e ora
finalmente giunti, erano meno interessanti del previsto, e dopo un’ esistenza
in corsa, rallentare pareva quasi un disagio.
Il tempo libero, in costante aumento, strano inizialmente, divenne poi
sgradito, e infine odiato.
Tardi era ormai per regalarlo alla nostra bimba, non piu’ tale.
Tardi era ormai per dedicarlo ai nostri sogni, tutti gia’ esauditi.
Tardi era ormai per reinventarci, perche’ avevamo esaurito la fantasia.
Inutili i rimpianti, necessari i provvedimenti.
Creammo nuovi impegni, trovammo nuove passioni.
Visitavamo mostre, gallerie, musei e palazzi durante il giorno, mangiavamo
ogni sera in un diverso ristorante, con nuovi commensali, ed ogni notte ci
recavamo a un nuovo teatro, o concerto, o cinema o locale, o fabbrica di
sogni di qualunque sorta, per ingannare il tempo, ora in eccesso. E cosi’
capimmo che che solo mantenendosi attivi si apprezza l’ inattivita’, che solo
faticando si desidera l’ ozio, e che il tempo manca solo quando non lo si ha.
Non era quindi il tempo cio’ che andavo cercando, ma cosa fosse ancora non
sapevo, ed ero intenzionato a capirlo.
Frequentammo i circoli piu’ elitari, stavolta come umani, non piu’ come
prodotti. Raffinammo tutte le arti intellettuali, ricominciammo a studiare,
fagocitammo megatoni di pagine stampate, imparando tutto cio’ che
potevamo, assetati di tutti i come e dei perche’.
Fummo in contatto con le menti piu’ eccelse, frequentammo gli ambienti
piu’ di prestigio, divenimmo pratici di lettere e numeri, conoscitori di
scienza e religione, amici di politica e filosofia, amanti di arte e cultura. Ci
abituammo a conversare sui piu’ svariati soggetti, a formare ed esprimere
opinioni, a motivarle, a tenere testa anche alle diatribe piu’ esacerbate, a
esser considerati noi stessi persone d’ intelletto rispettato e credibilita’
riconosciuta, trasformati ora in vetta della piramide che un tempo
osservavamo dalla base.
E la visione inizio’ a cambiare, perche’ guardate dall’ alto anche le cose piu’
grandi rimpiccioliscono. Cio’ che ci sembrava un tempo difficile, era
diventato facile; cio’ che un tempo si desiderava fare, era ormai stato fatto;
chi un tempo sembrava avesse da insegnare, veniva ora per imparare.
Ma cosa rimaneva da imparare per noi? Anche i pareri piu’ originali
divengono banali se gia’ sentiti, anche i soggetti piu’ oscuri divengono
scontati una volta che li si conosce, fino a che tutto divento’ gia’ visto, gia’
fatto, o gia’ udito. Niente incuriosiva, nessuno interessava.
Anche di opinioni avevamo fatto indigestione, e arrivammo al punto di non
udire piu’ niente di non gia’ sentito. Lamentarmi sarebbe stato ingiusto, e
lamentarmi poi per cosa? Eppure neanche accontentarmi, poiche’ non mi
sentivo giunto a destinazione. Se avessi potuto realizzare un desiderio, avrei
voluto tornare bambino, per rivedere ogni cosa con gli occhi di allora, per
ritrovar lo stesso miracoloso incanto di ogni momento, per rivivere la magia
di cominciare da capo.

Abitavo un tempo nella Citta’ Della Moda, tutta da bere, scintillante e


variopinta, brulicante al sole, luccicante al buio.
La mia vita e’ stata una girandola con vento sempre piu’ forte, e forse potrei
dire sempre a favore.
Avevo tutto, sul piano personale e su quello materiale: vivevo con la mia
Dolce Meta’ e il Frutto Del Nostro Amore in una lussuosa reggia borghese,
possedevo puledri imbizzarriti, tori scatenati, angeli alati, stelle a tre punte,
eliche, reattori, inimmaginabili quantita’ di carta da scambio… eppure mi
mancava qualcosa.
Dov’ era la magia di un tempo? Avevo forse perso la poesia di vivere?

*
I mille colori della Citta’ Della Moda parevano ora sbiaditi, filtrati dal grigio
velo della consuetudine. L’ avevamo rivoltata come un guanto,
conoscendone perfino le piu’ nascoste cuciture.
Non v’era teatro che non avessimo visitato, o via che non avessimo
percorso, o quartiere che non avessimo frequentato.
Tutto pareva diverso, eppure era uguale: la Citta’ Della Moda era ancora lei,
ma eravamo cambiati noi.
Decidemmo quindi di ricominciare a viaggiare, non piu’ per lavoro, bensi’
per diletto. Fummo ovunque non fossimo ancora stati, e ripassammo rotte
gia’ battute, ma stavolta al ritmo dell’ ozio. Ripercorremmo dapprima l’
intero Stivale, dal tacco fino al polpaccio, passando per il Regno di
Pulcinella, la Capitale Dell’ Antico Impero, la Culla Di Dante, la Repubblica
Dei Dogi, e mille altre meraviglie, per poi piegare ai verdi pascoli dei
Quattro Cantoni e riaddentrarci nel Continente Artistico, e da esso passare ai
successivi. Non avevamo un percorso da seguire, e neppure una meta da
raggiungere, ma solo bisogno di scoprire. Tanti i posti da visitare, tante le
realta’ ancora da incontrare, e ogni tappa era un nuovo microcosmo in cui
sparire, con nuove regole e nuovi colori. Non piu’ come un tempo per
qualche giorno e poi ripartire, ma senza scadenze e calendari da rispettare.
Caldo tropicale, freddo polare, tutto sembrava ormai normale. Distanze
lunari, differenze abissali, usi e costumi dai mille sapori, universi paralleli
separati da ore. Tempeste di stupore e sorprese da ricordare, ma poi ogni
volta partire e ricominciare.
Eppure ben presto anche questa divenne un’ abitudine. Fu bello all’ inizio, e
coinvolgente, e ogni posto era un nuovo mistero da esplorare, ma tra un
luogo e l’ altro restava il vuoto, e anche il nuovo dopo un po’ diventava
vecchio, con rischio di noia, sempre in agguato. Divenimmo esperti nell’
individuare aree di interesse e appuntamenti da non mancare, istintivi nel
decidere come proseguire, abili nell’ inserirci in nuovi contesti, pratici di
mappe e trasporti, e tutti gli ostacoli da scavalcare a ogni nuovo arrivo
divenivano sempre piu’ rapidi da superare, per poi lasciare il posto all’
esplorazione reale, anch’ essa sempre meno dispersiva e percio’ sempre piu’
breve. E cosi’ anche le tappe iniziarono ad accorciarsi. Inizialmente l’
entusiasmo di una nuova meta raggiunta durava settimane, poi giorni, e
infine sempre meno, fino a diventare ore. Alcune volte addirittura, dopo aver
visto appena i dintorni di un nuovo approdo, decidevamo di ripartire, senza
nemmeno gettare le ancore, fino a che tutto si ridusse a un movimento
continuo, e la sola idea di sostare provocava incubi e incuteva terrore.
Qualunque scusa divenne norma, pur di prolungare distanze e tempi dei
luoghi da visitare. Utilizzammo ogni mezzo per rallentare e ogni pretesto per
frenare. Gite, escursioni, e spostamenti di ogni sorta divennero il nostro
pane, fermandoci solo per andare a dormire.
E dopo aver fatto anche il pieno di questo, fummo assaliti dalla stanchezza,
non di spirito, bensi’ di corpo. Era giunto l’ inizio del tramonto.
Tornammo nuovamente da dove eravamo partiti.

Abitavo un tempo nella Citta’ Della Moda, tutta da bere, scintillante e


variopinta, brulicante al sole, luccicante al buio.
La mia vita e’ stata una girandola con vento sempre piu’ forte, e forse potrei
dire sempre a favore.
Avevo tutto, sul piano personale e su quello materiale: vivevo con la mia
Dolce Meta’ e il Frutto Del Nostro Amore in una lussuosa reggia borghese,
possedevo puledri imbizzarriti, tori scatenati, angeli alati, stelle a tre punte,
eliche, reattori, inimmaginabili quantita’ di carta da scambio… eppure mi
mancava qualcosa.
O magari non mancava niente, ed ero io che non sapevo fermarmi.

*
Il nostro bocciolo era ormai uno splendido fiore, mentre noi cominciavamo a
perdere le foglie, nel ciclo eterno dell’ umana esistenza.
Non sapevo cosa mi aspettasse, ma la presenza dei miei due Angeli mi dava
serenita’ per i giorni a venire.
Senza un preavviso e senza un perche’ li persi entrambi, nella fitta nebbia
invernale di una strada di montagna troppo trafficata, partiti per un viaggio
senza ritorno, senza addii ne’ saluti, senza un ultimo abbraccio, e senza
portarmi con se’, perche’ ero rimasto a casa, avido di vedere coi miei occhi
l’ ennesima vittoria della infuocata saetta scarlatta che da decenni mi fa
sognare di esserne al volante.
Perche’ non ero con loro, perche’ fosse accaduto, perche’ io fossi rimasto,
perche’ si nasce, perche’ si muore, perche’ si ama, perche’ si soffre, perche’
di tutto cio’ che un perche’ non aveva: troppe domande, nessuna risposta,
solo un gran dolore, e paura del vuoto.
Loro non avevano sofferto, questo appurarono i camici bianchi, ed ebbero
solo gioia in vita, continuavo a ripetermi, ma io ero rimasto solo. Cosa
restava per me, senza il Mio Amore e la Carne Della Mia Carne?
La mia Anima Gemella, tra gli Ultimi Desideri, aveva lasciato scritto che
come giaciglio per il suo lungo riposo avrebbe voluto essere adagiata
laddove il suo percorso era iniziato, nella terra che vide i natali suoi e miei, e
di cui avevo completamente scordato l’ esistenza: la Terra Dei Meloni
Bianchi. Vi ritornai dunque, dopo millenni.
Ancora imberbe quando la lasciai, non mi ero mai voltato indietro, e la Citta’
Della Moda l’ aveva sostituita, fuori e dentro di me. Iniziai a ricordare, e
riscoprire tutto cio’ che avevo lasciato allora. Le facce di un tempo non
c’erano piu’, ma i luoghi, gli odori e i sapori di un’ infanzia ormai
dimenticata ricominciarono a impossessarsi di ogni mia fibra, a raccontarmi
chi ero, da dove venivo. E mi tornarono alla mente anche i sogni di allora,
mai realizzati: una casa in collina in cui abitare, con una vigna e un orto da
coltivare.
Ero distrutto, senza speranza, ma in qualche modo mi sembrava che trovarmi
qui mi aiutasse a non lasciarmi andare. La Citta’ Della Moda, se vi fossi
tornato, non avrebbe fatto che amplificare il vuoto lasciato dai miei due
Tesori.
Decisi quindi di rimanere.
Comprai una casa in collina, con una landa da coltivare, dove non indosso
calzature, perche’ da bambino adoravo camminare a piedi nudi. Mi desto al
canto del gallo e, come facevo alle elementari, vado a letto all’ imbrunire.

Abitavo un tempo nella Citta’ Della Moda, tutta da bere, scintillante e


variopinta, brulicante al sole, luccicante al buio.
La mia vita e’ stata una girandola con vento sempre piu’ forte, e forse potrei
dire sempre a favore.
Avevo tutto, sul piano personale e su quello materiale: vivevo con la mia
Dolce Meta’ e il Frutto del Nostro Amore in una lussuosa reggia borghese,
possedevo puledri imbizzarriti, tori scatenati, angeli alati, stelle a tre punte,
eliche, reattori, inimmaginabili quantita’ di carta da scambio… eppure mi
mancava qualcosa.
Ero semplicemente alla ricerca di me stesso.

*
La Terra Dei Meloni Bianchi e’ circondata dal mare.
Qui i meloni all’ interno sono bianchi. Sono piu’ piccoli di quelli arancioni,
ma molto piu’ dolci, e la polpa profuma di pace e sa di vita.
Tutto qua e’ un po’ piu’ piccolo, ma un po’ piu’ sincero, dalla frutta agli
animali, e anche le persone. Tutto e’ piu’ piccolo, tutto e’ piu’ buono.
Le stelle sono tante, milioni di milioni, e qui si vedon tutte, piu’ grandi dei
lampioni; cosi’ vicine che le vorresti accarezzare, ogni notte un nuovo
spettacolo di desideri da esprimere e costellazioni da trovare.
Qui ogni cosa e’ ammantata di magia. Ci sono misteri irrisolti da millenni,
scogli di porpora in mezzo a onde cobalto e turchese su fondali rosso
corallo, coste color smeraldo, sabbie candide come nevi, feste e castelli dal
sapore medievale, e creature fatate dai nomi irreali: foche monache, avvoltoi
grifoni, fenicotteri rosa.
Ho ritrovato il tempo, ho ritrovato la magia, e ringrazio i miei Angeli, che mi
hanno si’ lasciato, ma non da solo, poiche’ mi hanno ridonato me stesso, e
forse mai piu’ di adesso li ho sentiti vicini. In ogni petalo di fiore ritrovo il
loro profumo, in ogni alito di vento riodo le loro voci, in ogni alba rivedo la
luce dei loro sorrisi. Ora non ho piu’ impegni e orari da rispettare, faccio
tutto con calma, una cosa per volta, respirando tutto quello che mi circonda,
assimilando tutto quello che mi succede, e mi dedico solo a cio’ che conta
davvero: coltivo il mio campo, godo della natura, e adoro passeggiare,
perche’ ho corso per tutta la vita.
A volte vado in Paese, alla base del Colle, per fare visita ai miei Tesori, e ci
vado a piedi, vola via una giornata tra andare e tornare. Ma ci vado a
intervalli irregolari, perche’ non programmo mai cosa fare, e perche’ loro
comunque sono sempre con me. E poi qui programmare sarebbe inutile,
perche’ non ho priorita’ di alcun genere, faccio tutto quel che mi va di fare.
Mi alzo presto, saluto il cielo e ringrazio i miei due Guardiani, esco nei
campi e mi metto a lavorare, o cammino solamente, a piedi nudi, o guardo i
frutti maturare, o il sole brillare. Queste sono le cose veramente importanti,
come lo e’ qualunque cosa io desideri fare, perche’ prima, per troppo tempo,
ho fatto tutto per dovere.

Stamattina, per esempio, mi sono svegliato con la voglia di scrivere.