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“CACCIA E RACCOLTA - ORTICOLTURA E

AGRICOLTURA - PASTORIZIA E
COMUNITÀ PERIPATETICHE”

PROF.SSA ELVIRA MARTINI


Università Telematica Pegaso Caccia e raccolta - Orticoltura e agricoltura -
Pastorizia e comunità peripatetiche

Indice

1 HOMO SAPIENS SAPIENS ------------------------------------------------------------------------------------------------- 3


2 I CACCIATORI RACCOGLITORI --------------------------------------------------------------------------------------- 5
3 CARATTERISTICHE DELLE SOCIETÀ ACQUISITIVE ----------------------------------------------------------- 7
4 SOCIETÀ ACQUISITIVE ODIERNE: CONFRONTO COL PASSATO ------------------------------------------ 9
5 ORTICOLTORI E CONTADINI ------------------------------------------------------------------------------------------ 10
6 PASTORI E COMUNITÀ PERIPATETICHE-------------------------------------------------------------------------- 13
7 APPROFONDIMENTO ----------------------------------------------------------------------------------------------------- 15
BIBLIOGRAFIA --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- 24

Attenzione! Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da copyright. Ne è severamente
vietata la riproduzione o il riutilizzo anche parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore
(L. 22.04.1941/n. 633)

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N.B. La presente lezione antologizza il Capitolo 2 – Parte seconda, “Forme storiche di

adattamento. Le società acquisitive”, pp. 69-80 e il Capitolo 3 – Parte seconda, “Forme storiche di

adattamento. Coltivatori e pastori”, pp. 81-89, del testo di Ugo Fabietti, Elementi di Antropologia

culturale, Milano, Mondadori, 2015.

All’interno del testo sono presenti, altresì, riferimenti bibliografici e approfondimenti

specifici sul tema oggetto della lezione.

1 Homo sapiens sapiens

Nel corso degli ultimi cinquemila anni, la storia dell’uomo “anatomicamente moderno” è

stata caratterizzata da un lento e faticoso processo di adattamento somatico, linguistico, culturale e

ambientale, finalizzato all’ottenimento delle risorse vitali per la propria specie.

Queste forme di adattamento sono il risultato di un processo lungo quanto la storia

dell’homo sapiens sapiens che ha al suo centro il costante investimento di energie fisiche e

intellettuali allo scopo di trasformare l’ambiente circostante per trarre da esso i mezzi per la propria

sopravvivenza: il lavoro.

L’unica opzione su cui fondare il proprio adattamento era la caccia-raccolta e la pesca fatte

con strumenti tecnologicamente semplici sebbene ingegnosamente concepiti. Queste società

vengono definite acquisitive per sottolineare il fatto che esse realizzano la propria sussistenza

attraverso il prelievo di risorse spontanee dall’ambiente (Pavanello 1992, p. 78).

Diecimila anni fa poi si ebbe la rivoluzione agricola che porto a importanti modifiche nelle

vita del genere umano e fu accompagnata da una straordinaria crescita demografica e una diversa

forma di adattamento all’ambiente: la pastorizia nomade.

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Con la rivoluzione industriale del XVIII secolo in Europa, l’umanità ha conquistato

un’ulteriore accelerazione precedentemente impensabile dal punto vista della produzione e

dell’innovazione tecnologica.

Fino ad allora, l’uomo è rimasto per millenni saldato alle forme storiche di adattamento

sviluppatesi nei precedenti 40 mila anni: la caccia-raccolta, l’agricoltura, la pastorizia nomade.

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2 I cacciatori raccoglitori

Parlare oggi di popoli cacciatori-raccoglitori significa rinviare alle nostre idee di origine

sociale e produrre una rappresentazione immaginifica del nostro passato remoto. Si potrebbe infatti

pensare a rozze forme di rapporti interpersonali o all’opposto a un idilliaco rapporto tra uomo e

natura.

La caccia e la raccolta hanno subito una progressiva e radicale ritrazione di fronte

all’avanzata di altre forme storiche di adattamento, in primo luogo l’agricoltura.

- Nel 2011 i cacciatori-raccoglitori rappresentavano una frazione infinitesimale della

popolazione mondiale: 0.0003%.

- Nel 1970 essi erano lo 0.001% dell’allora popolazione del pianeta di circa 3 miliardi;

- Alla fine del 1400 essi erano l’1% del totale della popolazione (stimata in

trecentocinquanta milioni).

- Dodicimila anni fa, alle soglie della rivoluzione agricola, essi costituivano la totalità della

popolazione mondiale.

Le differenze con il passato non riguardano solo la numerosità dei gruppi ma anche le

modalità della caccia.

In passato molti di questi popoli cacciavano grandi prede e ciò forniva loro la maggior parte

del cibo e del materiale che serviva per la fabbricazione di vesti e utensili.

I popoli cacciatori-raccoglitori attuali catturano invece piccole prede che non offrono loro

nessun paragonabile supporto alimentare o strumentale rispetto ai loro predecessori.

Anche dal punto di vista dell’organizzazione sociale vi sono differenze: i cacciatori-

raccoglitori della preistoria rispetto a quelli moderni, erano più stanziali e formavano gruppi di

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centinaia di persone. I cacciatori-raccoglitori moderni sono assai mobili e i loro gruppi sono

composti da non più di una trentina di persone. Sebbene appartenenti alla categoria cacciatori-

raccoglitori, è possibile trovare notevoli differenze in termini di organizzazione sociale anche tra

gruppi apparentemente simili.

I popoli della fascia costiera tra Stati uniti settentrionale, Canada e Alaska: pesca del

salmone, villaggi stabili, bellicosità, gerarchie di capi, schiavitù.

I popoli del deserto africano del Kalahari (o anche gli Inuit polari): comportamento pacifico,

esiguità numerica dei gruppi, uguaglianze economiche e fra sessi.

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3 Caratteristiche delle società acquisitive

La caccia-raccolta si basa su tecniche di sfruttamento delle risorse naturali per l’acquisizione

di risorse spontanee, di natura animale e vegetale. Questa forma storica di adattamento non implica

alcun intervento dell’uomo sulla natura che ne possa determinare un cambiamento. Gli esseri umani

prendono (anche se mediante strumenti) ciò che la natura offre.

Nelle società acquisitive il lavoro umano si presenta come un’attività a rendimento

immediato. Per gli antropologi il carattere “spontaneo” delle risorse su cui si basano le società

acquisitive avrebbe ripercussioni importanti sull’organizzazione delle società stesse.

La dispersione delle risorse nei territori in cui alcuni gruppi vivono fa registrare un’alta

mobilità degli stessi. Le risorse naturali non avrebbero infatti il tempo necessario per riprodursi

abbastanza velocemente per sostenere una popolazione numerosa e stanziale. Questo favorisce la

formazione di bande di piccole dimensioni

La mancanza di riserva obbliga questi gruppi a una continua ricerca di cibo e ciò implica

anche l’impossibilità da parte di qualcuno di appropriarsene a scapito di altri. Questo spiega il

fondamentale egualitarismo delle società acquisitive, la cui sopravvivenza è resa possibile solo

grazie a un forte sentimento di cooperazione tra gli appartenenti. Anche i rapporti tra uomini e

donne sono molto più paritari che altrove. Non esiste divisione del lavoro e le donne non vengono

relegate alle mura domestiche.

Le condizioni generali di vita di questi gruppi fanno si che le differenze tra gli individui non

siano stabili e non trasmissibili da una generazione all’altra: non si ha formazione di gruppi sociali

differenziati. Tuttavia, in queste società esistevano delle differenziazioni interne: individui più

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autorevoli di altri per avvedutezza e visione dei problemi, più abili nella caccia, capaci di entrare in

contatto con gli spiriti della natura, ecc.

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4 Società acquisitive odierne: confronto col passato

Le differenze inerenti alle società acquisitive rendono problematico leggere nelle società

acquisitive moderne degli eredi di quelle preistoriche, perché sarebbe riduttivo e fuorviante ritenere

che i cacciatori-raccoglitori di oggi siano dei relitti del passato, nonostante ci possano illuminare

sullo stile di vita dei nostri antenati.

I cacciatori-raccoglitori di oggi hanno rapporti di vario genere con le società agricolo-

pastorali e con le amministrazioni degli Stati centralizzati. Ritenere che essi vivano nell’isolamento

rispetto ad altre forme di adattamento e di organizzazione sociale è un errore, soprattutto oggi che la

pervasività delle amministrazioni stati e dei mercati è ampia e generalizzata.

Alcuni antropologi sono convinti che queste società non potrebbero sopravvivere senza

interagire con società basate su diverse forme di adattamento (Bailey 1975).

Oggi molte società acquisitive sono annoverate tra i popoli nativi, autoctoni o prime nazioni

(Inuit, indios amazzonici, i nativi nordamericani).

Le loro rivendicazioni si sposano con quelle di tanti altri popoli che l’avanzata delle società

agricole e industriali insieme alla proliferazione degli stati coloniali e post-coloniali ha

progressivamente ridotto a moderni marginali.

N.B. Un caso particolare di società acquisitiva è quello delle isole Maldive

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5 Orticoltori e contadini
Il fatto che le società acquisitive abbiano lasciato il posto ad altre forme di adattamento

dipende dal domesticamento di piante e animali, che aprì scenari alimentari, demografici e politici

dirompenti per quel tipo di società.

Proprio con queste attività gli esseri umani operarono le prime vere modifiche sui processi

di crescita e riproduzione degli organismi naturali. Selezionando specie vegetali e animali con

caratteristiche vantaggiose sul piano alimentare il genere umano cambio le proprie condizioni di

vita.

Orticultura e agricoltura, sebbene possano risultare molto simili in realtà presentano delle

importanti differenze in termini di modalità produttive e le forme di organizzazione del lavoro

sociale.

Sono entrambe attività che richiedono un investimento lavorativo nel processo di

produzione. Il lavoro, a differenza delle società acquisitive è un’attività a rendimento differito, non

immediato.

Tuttavia, sul piano della complessità delle operazioni finalizzate alla produzione esse vanno

tenute ben distinte.

L’orticoltura implica l’impianto nel terreno di talee provenienti da alberi già cresciuti le

quali daranno vita a nuovi alberi produttori di frutti (banano). Ciò non prevedere nessuna particolare

procedura se non quella di abbattimento e bruciatura degli alberi tagliati, necessaria per preparare il

terreno. In questo modo, specie nelle zone tropicali, le specie coltivate si riproducono velocemente

la scorta di cibo è presente tutto l’anno.

Un esempio di popolo dedito all’orticoltura è quello degli Yanomami amazzonici

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L’agricoltura implica, invece, strumenti e tecniche di lavorazione più complessi. La

coltivazione di legumi e cereali infatti necessita di una preparazione accurata del terreno (aratura,

semina), di continue cure e di periodici riti di raccolta.

I tempi di fruttificazione sono molti lunghi e gli agricoltori devono procurarsi risorse

alternative per i periodi in cui le colture sono improduttive e per poter ricominciare di nuovo il ciclo

produttivo.

Secondo alcuni antropologi, le società la cui sussistenza è fondata sull’agricoltura,

contengono in sé le premesse per la comparsa dell’autorità politica e della stratificazione sociale. Il

ciclo agricolo implicherebbe infatti forme di gestione delle risorse accumulate in vista dei periodi

improduttivi e del nuovo ciclo agricolo, cosa che nelle società acquisitive generalmente non è così

(così come anche nell’orticoltura dove esistono forme di organizzazione sociale più egualitarie).

Le società fondate sull’agricoltura prendono il nome di “contadine” anche se a ben vedere

questo aggettivo deriva da contado, ossia le campagne dove vivevano gli agricoltori, ben distinte

dagli insediamenti urbani e politicamente centralizzati.

Il rapporto tra queste due aree è sempre stato particolarmente complesso e problematico.

L’agricoltura ha fornito moltissima manodopera al mondo industrializzato, spesso in condizione di

grande e non legittimato sfruttamento. Le guerre contadine dello scorso secolo sono proprio il frutto

dello scontro tra la fonte della produzione (mondo contadino) e la sede del potere politico,

amministrativo e militare (mondo urbano).

Nella seconda metà del 1900 le società contadine europee e nord americane hanno subito

importanti trasformazioni grazie all’introduzione di nuove tecnologie, sementi e forme di rapporti

sociali e di lavoro, tanto è vero che oggi si parla di agricoltura industriale, ossia con poche persone e

molta tecnologia.

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Tuttavia questo non è successo in molti paesi dell’Africa, Asia e America-centro

meridionale ancora legati alla tradizione ma che non riescono a far fronte alla concorrenza,

posizionandosi con produzioni fuori mercato.

Un effetto importante di questa situazione è il progressivo inurbamento della popolazione

del pianeta, con conseguente marginalità, caratteristiche dei paesi più poveri (o sottosviluppati).

Esso è dipeso dalla sottoproduttività dell’agricoltura rispetto ai fabbisogni della popolazione

rurale in aumento ma anche dai fenomeni di migrazione, spesso forzata, creando quindi masse prive

di lavoro, sotto la soglia di povertà, senza istruzione e assistenza sanitaria.

Un esempio di comunità dedita all’agricoltura è quello dei mezzadri toscani

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6 Pastori e comunità peripatetiche


La pastorizia e l’agricoltura, che segnano il passaggio da un’economia di caccia-raccolta a

un’economia di produzione propria, sembrano essersi sviluppate più o meno contemporaneamente.

La pastorizia si distingue dall’allevamento per il carattere della non stanzialità degli animali

e del pascolo naturale.

Essa nacque in Medio Oriente all’epoca della rivoluzione agricola e riveste molte forme, tra

cui quella nomade, tipica della Mongolia, della penisola arabica, dove il beduino rappresenta il

pastore nomade per eccellenza.

Proprio i pastori nomadi hanno rappresentato per secoli un elemento fondamentale nella vita

economica sociale e culturale di molte regioni. Essi sono sempre stati un una relazione simbiotica

con il mondo agricolo e urbano: fornendo mezzi di trasporto e animali essi ricevevano in cambio

tutto ciò che la loro economia non era in grado di produrre (stoffe, alcuni tipi di alimenti).

La pastorizia nomade è una forma di adattamento iperspecializzata, che non consente di

combinare efficacemente l’allevamento di animali migratori con forme di produzione agricola o

artigianale.

Questo significa che i pastori nomadi sono dipendenti dal mondo agricolo e urbano e questa

dipendenza si è fatto ancora più stringente con la lo sviluppo degli Stati nazionali e al conseguente

restringimento della libertà di movimento e d’azione dei nomadi. In molti paesi orientali gli Stati

nazionali hanno sempre incoraggiato la sedentarizzazione e il passaggio ad altre forme di

sussistenza; solo il governo della Mongolia ha cercato di preservare lo stile di vita dei nomadi con

scuole mobili e un altrettanto mobile servizio sanitario.

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Oltre ai pastori esistono anche altre comunità che fanno del nomadismo il proprio stile di

vita. Si tratta delle comunità senza fissa dimora o peripatetiche, ossia in movimento.

La differenza con i pastori nomadi è che questi ultimi fanno del movimento un fattor

funzionale alla riproduzione della risorsa animale in loro possesso, queste comunità vivono di

piccoli commerci o di attività legate al mondo del circo.

Per questi motivo col tempo sono finite per essere marginalizzate e spinte spesso a compiere

atti devianti con la triste conseguenza di scatenare fenomeni discriminatori e di razzismo.

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7 Approfondimento

Cacciatori e raccoglitori, società di

Sotto la denominazione comune di ‘cacciatori-raccoglitori’ vengono raggruppate tutte quelle

popolazioni che non praticano alcuna forma di agricoltura e di allevamento, e cioè non hanno

economie produttive in senso stretto ma di acquisizione o di prelievo. Ne restano escluse quelle

società, come i cacciatori a cavallo dell’America settentrionale, che sono un prodotto storico recente

del contatto fra civiltà occidentale e popolazioni indigene di agricoltori. Le società di cacciatori-

raccoglitori hanno dominato la scena del mondo per un lunghissimo periodo della storia evolutiva

dell’umanità. Il passaggio all’economia produttiva segna l’inizio della marginalizzazione e della

trasformazione, ma non della scomparsa di queste società. Alcune, preservate dall’isolamento in

ambienti marginali per le nuove economie, hanno mantenuto fino ai nostri giorni tecnologie e

strutture sociali che è legittimo ritenere comparabili a quelle dei cacciatori del Paleolitico. Altre,

venute in contatto con società tecnicamente più avanzate, hanno trovato, con queste, forme di

convivenza e di reciproco adattamento, pur mantenendo la propria economia di caccia-raccolta. È

solo dopo il contatto con la civiltà occidentale, avvenuto in tempi e modi diversi, che la sorte di

queste popolazioni è stata segnata. Ridotte oggi a una percentuale irrisoria della popolazione

mondiale, esse sono condannate nel breve periodo all’estinzione fisica o all’annientamento

culturale. L’interesse per queste popolazioni si è intensificato negli ultimi decenni parallelamente al

risvegliarsi delle teorie evoluzioniste, che guardano ai cacciatori-raccoglitori attuali come a

testimonianze viventi del passato evolutivo dell’uomo. Il loro studio comparativo mira a mettere in

luce un nucleo di analogie strutturali, a livello sociale e culturale, determinato dall’analogia dei

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modi di adattamento all’ambiente e proprio dunque di tutte le società di caccia-raccolta, passate o

presenti (v. Steward, 1955; v. Service, 1966; v. Bicchieri, 1972; v. Lee e DeVore, 1968).

I gruppi sociali

a) Risorse e popolazione

Gli ambienti in cui vivono i cacciatori-raccoglitori sono molto vari - si va da ambienti artici

ad ambienti desertici, a giungle tropicali - ma presentano tutti, a un’analisi approfondita, delle

caratteristiche comuni, capaci di spiegare i tratti salienti della struttura sociale in termini di

adattamento (v. Steward, 1955). I caratteri comuni fondamentali a cui ci riferiamo sono la scarsità

delle risorse indispensabili per la sussistenza, ivi compresa l’acqua, la loro variabilità stagionale e la

loro dispersione sul territorio.

Scarsità e dispersione delle risorse sono naturalmente concetti relativi, che si definiscono in

base alle tecniche adoperate per sfruttarle. È chiaro che una risorsa è sparsa se non si dispone di

mezzi di trasporto diversi dalle proprie gambe, mentre non lo è più se si dispone di veicoli a ruote;

egualmente, un branco di animali è scarso se lo si affronta con tecniche di caccia individuali, lo è

meno se si ricorre a battute di caccia collettive con l’impiego di barricate o altri stratagemmi, o se si

adopera il fucile piuttosto che l’arco e le frecce; infine, la carne o il pesce sono meno scarsi se si

conoscono dei mezzi per conservarli.

La scarsità e la dispersione delle risorse, in presenza di una tecnologia comune a tutti i

cacciatori, che prevede l’uso di arco-lancia-mazza e non conosce mezzi di trasporto né sistemi di

conservazione del cibo, sono i principali fattori che determinano il nomadismo, una bassa densità di

popolazione e la sua aggregazione in gruppi territoriali di dimensioni variabili, ma sempre molto

ridotte. La variabilità stagionale, poi, è causa di un’estrema fluidità dei gruppi sociali, soprattutto

per quelle popolazioni che, come molti Eschimesi, dipendono in modo esclusivo da una sola risorsa.

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b) La banda

I gruppi che sfruttano un territorio, delimitato in modo da comprendere al suo interno tutti i

tipi di risorse indispensabili alla sussistenza, vengono chiamati bande. Le loro dimensioni variano

da poche decine (Pigmei Efe, Boscimani) ad alcune centinaia di individui (Montagnais-Naskapi,

Athapaska settentrionali). Le bande più grosse sono tipiche di quelle popolazioni che potenziano le

proprie tecniche di caccia mediante l’uso di palizzate, recinti, reti, ecc.

Le bande non hanno regole rigide di reclutamento dei membri e l’appartenenza a una banda

è definita in termini di residenza sul territorio e di cooperazione nelle attività economiche. Il diritto

alla residenza si acquisisce in base alla consanguineità bilaterale e al matrimonio, sicché i gruppi

territoriali risultano composti da individui imparentati per parte materna o paterna, cui si

aggiungono quelli importati con il matrimonio. Alcune bande possono presentare un nucleo più

stabile di persone imparentate unilinearmente, senza peraltro arrivare a strutturarsi come gruppi di

discendenza. L’affiliazione bilaterale si dimostra adattivamente vantaggiosa, in quanto consente di

far fronte ai problemi di un’adeguata distribuzione della popolazione sul territorio, in rapporto

all’aleatorietà delle risorse. Un individuo, infatti, attraverso i suoi parenti bilaterali ha accesso a una

molteplicità di bande e può cambiare la sua affiliazione quando la necessità lo richieda (periodi di

carestia, sovrappopolazione, conflitti interni, ecc.). Se una banda si legasse al territorio attraverso

modi più esclusivi di reclutamento dei suoi membri - quale, per esempio, l’unilinearità - si

determinerebbero facilmente situazioni di squilibrio fra popolazione e risorse alla lunga

insostenibili.

Poiché la composizione della banda non è immutabile e un individuo può variare

l’affiliazione nel corso della sua vita, non è corretto definire la banda, come spesso è stato fatto, un

gruppo esogamo. Mancano a tutt’oggi studi comparativi sui meccanismi che fra i cacciatori-

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raccoglitori regolano la circolazione degli adulti a scopi riproduttivi, sicché è impossibile avanzare

qualunque generalizzazione in proposito.

Una banda ha diritto esclusivo sulle risorse del proprio territorio e lo sconfinamento è

evitato in condizioni normali, ma non è negato in situazioni di emergenza.

La variabilità delle risorse nel tempo e nello spazio è un fattore determinante dei continui

processi di fissione e fusione a cui le bande sono sottoposte. In relazione al carattere dell’attività

economica che ciascun tipo di risorsa disponibile in un determinato periodo e in un determinato

luogo del territorio richiede, la popolazione si frammenta in unità più piccole o si riaggrega in unità

più vaste. Per esempio, gli Shoshoni del Great Basin vivono della raccolta di semi di graminacee

selvatiche per gran parte dell’anno, attività che li costringe a nomadizzare in famiglie nucleari. Nel

tardo autunno le famiglie convergono sulle montagne circostanti per la raccolta dei pinoli. Ogni

famiglia raccoglie separatamente in un tratto di terreno ben delimitato, ma la scorta di pinoli

consente poi che d’inverno si accampino tutte insieme per la caccia con le reti al coniglio e

all’antilope. Le bande degli Andamanesi stanziate nelle foreste dell’interno trascorrono in

accampamenti permanenti la stagione delle piogge (da maggio a metà novembre) cacciando i maiali

selvatici. All’inizio della successiva stagione fresca, gli uomini si uniscono alle donne nella raccolta

di frutti e radici, che sono in questo periodo particolarmente abbondanti, e la banda si frantuma in

gruppi più piccoli, abbandonando l’accampamento principale. La raccolta del miele, che diviene

l’attività prevalente di uomini e donne durante la stagione calda, tiene ancora divisa la banda fino

alle piogge successive. La banda dei Montagnais-Naskapi (Algonchini settentrionali), che si

compone in media di 100-300 individui, si scinde durante il lungo inverno subartico in gruppi più

piccoli, di 3575 individui; gruppi ancora più piccoli, di 2-4 famiglie nucleari, rispondono alle

esigenze della caccia alla selvaggina dispersa su un vasto territorio all’interno della foresta.

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Un caso particolare è offerto dagli Australiani del deserto centrale. Presso questi Aborigeni è

presente la banda - cui nella letteratura viene spesso dato il nome di orda - con la sua territorialità

poco rigida e la sua composizione variabile in relazione alle risorse, ma sono presenti anche dei

gruppi i cui membri sono collegati in maniera stabile, per diritto di nascita attraverso la discendenza

in linea maschile, con un territorio che è da loro posseduto anche quando non vi risiedono

materialmente. Esiste dunque fra gli Australiani un doppio tipo di territorialità, cioè una

territorialità economica e una territorialità che potremmo chiamare ideologica. La prima è analoga a

quella di tutti gli altri cacciatori-raccoglitori, la seconda è invece un fenomeno molto peculiare, di

cui Luisa Moruzzi (v., 1983) ha tentato una spiegazione.

Nomadismo, dimensioni ridotte e fluidità sono caratteri strutturali dell’organizzazione

sociale di tutti i cacciatori-raccoglitori. Essi si presentano tuttavia in gradi e con modalità variabili a

seconda degli ambienti, sicché in concreto le bande appaiono molto diverse da popolazione a

popolazione. Le differenti tipologie proposte, da quella di Steward (v., 1955) a quella di Bicchieri

(v., 1972), non hanno ricevuto un consenso unanime, e continua a permanere un margine di arbitrio

e di confusione nell’uso terminologico. Questa ambiguità è accresciuta dalla molteplicità di forme

che la banda, in relazione al ciclo economico stagionale, assume all’interno di una stessa

popolazione, cosicché a volte gli studiosi sono incerti nell’attribuire il termine all’una o all’altra

forma.

c) La famiglia nucleare

La famiglia nucleare o biologica è universalmente presente fra i cacciatori-raccoglitori,

anche se le funzioni che essa esplica e la sua importanza sono variabili. È costituita da un uomo e

una donna uniti da un legame matrimoniale, cioè la cui unione è socialmente riconosciuta, e dalla

loro prole. Il matrimonio è generalmente monogamico, anche se la poliginia è molto apprezzata. I

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vietata la riproduzione o il riutilizzo anche parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore
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matrimoni poliginici sono comunque rari nella maggior parte delle popolazioni, comuni soltanto fra

gli Ona e gli Australiani. Ancor più rara è la poliandria, che si presenta sempre nella forma adelfica

(Kaska, Paviotso). Il divorzio è comune.

Questo gruppo elementare si compone in media di cinque membri (la coppia coniugale e tre

figli). L’alta mobilità e la mancanza di cibi adatti a nutrire un bambino piccolo rendono difficile per

una donna allevare più di un figlio ogni tre-quattro anni. Per mantenere basso il numero dei figli, si

vietano le relazioni sessuali finché una donna allatta o si ricorre all’infanticidio, di preferenza

femminile.

La famiglia nucleare è soprattutto un’unità sessuale e di riproduzione, anche se può

funzionare come unità produttiva e di socializzazione. Essa assume la sua massima importanza

presso quelle società che la pressione ambientale costringe a nomadizzare per gran parte dell’anno

frammentate in gruppi molto piccoli (Shoshoni, Eschimesi). Qui essa si presenta come il gruppo

minimo più efficiente, in quanto capace di far fronte autonomamente alle necessità produttive,

riproduttive e sociali anche per lunghi periodi.

d) La tribù

Le bande costituiscono gruppi autosufficienti dal punto di vista produttivo, ma non da quello

riproduttivo. La riproduzione è legata fra i cacciatori-raccoglitori a un gruppo più vasto, che

comprende diverse bande, la cui entità numerica si aggira in media sui 500-600 individui e solo in

casi eccezionali va al di sopra di questa cifra (Montagnais-Naskapi, Dené, Australiani) o al di sotto

(alcuni Californiani). Un gruppo di 500-600 persone è quello indicato dal demografo Livio Livi (v.,

1940-1941) come il minimo e più efficiente per riprodurre, senza pagare scotti troppo elevati, la

famiglia nucleare, in presenza del divieto di incesto e della monogamia.

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Questo gruppo viene chiamato tribù e la sua caratteristica strutturale fondamentale è di

costituire “la massima estensione di popolazione al cui interno vi è un’alta concentrazione di

matrimoni fra i membri” (v. Helm, 1965, p. 384). Su questa definizione si sono trovati d’accordo la

maggior parte degli studiosi riuniti nella Conferenza sull’organizzazione delle bande tenuta a

Ottawa nel 1965 (v. Damas, 1969). La tribù è dunque innanzitutto un gruppo statisticamente

endogamo, i cui confini sociali sono tracciati là dove terminano i rapporti matrimoniali con i gruppi

circostanti.

Un altro fattore interviene a individuare la tribù. Essa è in genere legata a un territorio, che

risulta dall’insieme dei territori sfruttati dalle singole bande e i cui limiti sono sufficientemente

definiti da essere noti a chi lo occupa e alle tribù confinanti. L’abbondanza di risorse sembra

comportare un più accentuato senso della territorialità tribale, mentre le violazioni dei confini sono

più tollerate dove la durezza delle condizioni ambientali può rendere necessario garantirsi una

possibilità di accesso ai territori vicini.

Discontinuità territoriale e discontinuità matrimoniale sembrano dunque gli elementi

principali per definire la tribù fra i cacciatori-raccoglitori: gruppo endogamo che sfrutta un territorio

esclusivo, nel quale è stato raggiunto un equilibrio di lungo periodo fra popolazione e risorse. Altre

caratteristiche secondarie possono aggiungersi ad accentuare queste discontinuità e a isolare una

tribù dalle tribù vicine: la lingua, il nome, un comune senso di appartenenza diffuso fra i suoi

membri, la presenza di uno stesso sistema di parentela, cerimonie comuni.

Uguaglianza e disuguaglianza

Le società di cacciatori-raccoglitori sono fondamentalmente egalitarie. Le uniche

disuguaglianze che vi si riscontrano sono quelle basate sull’utilizzazione sociale delle differenze

biologiche: di sesso, di età, di capacità individuali.

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Le differenze individuali di intelligenza e di abilità possono portare un individuo a godere di

una certa autorità all’interno di una banda, ma solo se e fino a quando i suoi compagni gliela

riconoscono. Un cacciatore valente può, per esempio, essere scelto come guida di un gruppo

territoriale, dirigerne gli spostamenti, coordinarne le attività, funzionare come punto di riferimento

nella riaggregazione del gruppo dopo le fissioni stagionali. La parola capo, di cui a volte si è

abusato a proposito dei cacciatori-raccoglitori, può essere adoperata dunque soltanto per indicare un

individuo di cui il gruppo sfrutta le particolari qualità a proprio beneficio ed entro limiti e regole

che esso stesso impone, e in nessun caso indica l’esistenza di una carica, tanto meno ereditaria. La

presenza di capi dotati di una più forte autorità fra gli Athapaska settentrionali e gli Algonchini

nordorientali è il risultato della pressione esercitata dai Bianchi, desiderosi di semplificare i rapporti

con gli indigeni nel commercio delle pelli mediante la trattativa con rappresentanti ufficiali dei

gruppi. La loro autorità non ha radici nella cultura tradizionale, ma nella situazione creatasi dopo il

contatto.

Un uomo trae a volte prestigio dalla sua capacità di entrare in contatto con gli ‘spiriti’ e di

guarire gli altri uomini. Questo tipo di persona viene spesso indicato come sciamano e gode di

un’autorità che si mantiene negli stretti limiti della sfera spirituale. È una persona dotata di

particolari qualità psichiche e la sua attività è sempre a beneficio del gruppo, a cui cerca di

assicurare risorse abbondanti e la guarigione dalle malattie. Lo sciamano può a volte acquisire

privilegi economici, sotto forma di doni o ‘pagamenti’ per le sue prestazioni, ma si tratta

ovviamente di benefici assai poco rilevanti in società dove ogni accumulo di ricchezza è

impossibile, per la scarsità delle risorse e per il carattere nomade dell’esistenza.

L’età avanzata non conferisce di per sé nessuna autorità se non è accompagnata da doti

particolari. L’esperienza e la conoscenza non sono qualità particolarmente utili fra i cacciatori. La

vita del cacciatore lo porta ad attribuire maggior valore a doti tipiche dell’età giovane: audacia,

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decisione, forza, resistenza alla fatica. Fra i Pigmei un giovane cacciatore è assai più autorevole,

nelle questioni che riguardano la vita economica, degli anziani che non cacciano più, anche se

l’opinione di questi ultimi è rispettata. I vecchi, inoltre, rappresentano un peso per le popolazioni

nomadi, e quando il cibo scarseggia, o una situazione comunque difficile lo richiede, il loro

abbandono - che equivale a una condanna a morte - è una pratica almeno tanto usata quanto

l’infanticidio. In alcuni casi è lo stesso anziano che sceglie di separarsi dal gruppo e affrettare nella

solitudine la propria morte. Ciò non significa che gli anziani non godano di rispetto e, finché un

gruppo può permetterselo, di particolari attenzioni; anzi spesso vengono privilegiati nella

spartizione del cibo.

Soltanto presso gli Aborigeni australiani si riscontra una forma di gerontocrazia che,

combinandosi con un’accentuata subordinazione della donna, dà luogo a una gerarchia di relazioni

sociali che vede al fondo le donne giovani, su cui hanno autorità gli uomini adulti e le donne

anziane, e in cima gli uomini anziani, i quali dominano i giovani e le donne di qualsiasi età.

Per quanto riguarda i rapporti fra i sessi, esiste una disuguaglianza fra uomini e donne più o

meno accentuata, ma sempre presente. La subordinazione femminile si esprime soprattutto nella

divisione sessuale del lavoro, che annette valore sociale soltanto all’attività maschile di caccia e

vieta alla donna l’accesso agli strumenti e ai compiti dell’uomo, e nella condizione di impurità che

le è attribuita in relazione al suo ciclo biologico (tabù mestruali, di gravidanza, di parto). La società

riconosce alla donna, qualunque sia il suo contributo economico, solo un ruolo riproduttivo che la

confina in quell’ambito naturale da cui l’uomo, detentore esclusivo dell’oggetto culturale per

eccellenza, l’arma, si è chiamato fuori, ponendosi come unico soggetto sociale.

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