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Il libro

Ognuno di noi, senza saperlo – o meglio, senza volerlo sapere –,


vive un’esistenza parallela a quella che consuma giorno dopo
giorno, un’esistenza meravigliosa, senza inizio e senza fine, che
racchiude energie straordinarie e insospettate. Basta avere il
coraggio, la forza, la capacità di liberarle e metterle in gioco.
Come? Imparando ad ascoltare la voce dolcissima dei Maestri
invisibili: presenze angeliche, non prive di ironia, che ci
affiancano nel nostro viaggio avventuroso nel mondo. In questo
libro – che completa la trilogia sulle «aree extra-temporali della
mente cosciente» composta da I Maestri invisibili e Il frutto proibito
della conoscenza – Igor Sibaldi ci accompagna in un affascinante
viaggio di liberazione spirituale dai fantasmi e dai tabù della
nostra coscienza, aiutandoci a scoprire chi siamo, dove andiamo,
perché e come.

2
L’autore

Igor Sibaldi è scrittore, studioso di teologia, filologo. Presso


Mondadori ha pubblicato romanzi e saggi; ha curato l’edizione di
numerosi classici russi, Tolstòj in particolar modo; ha tradotto dal
greco il Vangelo di Giovanni (Il codice segreto del Vangelo, 2005) e
dall’ebraico antico buona parte della Genesi (Libro della creazione,
2011; Libro dell’abbondanza, 2013). Con I Maestri invisibili (1997) ha
intrapreso una sua personale esplorazione delle strutture
psichiche del cosiddetto “Aldilà”, sulla quale costruisce una
nuova filosofia della mente, di cui ha esposto i fondamenti ne Il
mondo invisibile (2006), nel Libro degli Angeli (2007) e in Discorso
sull’infinito (2014).

3
Igor Sibaldi

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L’ARCA DEI NUOVI
MAESTRI
Crescere con gli Spiriti guida

5
L’arca dei nuovi Maestri

Imagini, chi bene intender cupe.

Paradiso XIII,1

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Introduzione

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La vita accanto
Le percezioni fragili - Le ali - Come si ascoltano le storie
degli Spiriti - L’Aldilà di me - La Stanza Tonda e i
quaderni - L’insonnia - L’egoismo - I periodi di crescita -
La domanda delle fiabe- Il continente sotto il mare - La
mia veggenza e l’Angelologia - La nebbia - Le due vite

Al tempo in cui preparavo carte geografiche dell’Aldilà


avevo ancora i miei primi Maestri: il Dominante,
l’Austero, la Bambina, e altri due che sembravano vecchi,
maschio e femmina, e indossavano finte ali di libellula. Il
Dominante diceva che questi due alati erano Spiriti
Custodi e che le loro ali erano soltanto una mia percezione.
E quanto di voi è soltanto una mia percezione?
domandavo ogni tanto.
«Tutto ciò di cui hai paura» rispose una volta il
Dominante, guardando anche lui i due alati. «Quando
avete percezioni infondate è perché avete paura, sia qui
nell’Aldilà o nel vostro Aldiquà» e mi sorrise. «Così vi
nascondete.»
«Guardale bene, impara a vedere attraverso le ali»
aggiunse l’Austero, che in quel momento stava
correggendo una mia mappa.

Le ali erano intrecci di sottili nervature e lamelle color


ghiaccio. I due Spiriti custodi sedevano a qualche passo di
distanza, silenziosi, e sorridevano di quel mio guardarli.
Quando nelle lamelle cominciai a distinguere dei volti,
sbattei le palpebre e mi rivolsi di nuovo al Dominante:
Voi avete anche vicende vostre, indipendenti da me?
domandai, in cerca di un altro argomento di

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conversazione. Quando non vi sento, voi esistete?
L’Austero scosse il capo, scontento che non avessi
guardato di più. Il Dominante mi rispose:
«In un certo senso sì. Ma la nostra dimensione è
un’altra. Le nostre storie hanno varie direzioni, non
riuscireste a ricostruirle con il vostro modo di intendere il
tempo. Per conoscerle dovete assimilarle; metterci del
vostro, farle diventare storie che vivete voi.»
Nel senso che per capire qualcosa di voi devo capire qualcosa
di me?
«Sì. Ogni volta che intendete qualcosa di noi, quel
qualcosa entra nella vostra vita e produce periodi di
crescita. E quando nella vostra vita si producono
situazioni nuove, è perché avete inteso qualcosa di noi,
che ve ne accorgiate o no.»
«È il nostro modo di venire al mondo» aggiunse
l’Austero. «Ma a voi capita raramente di accorgervi di
qualcosa di nuovo. Ve ne proteggete, sempre con quelle
ali.»
La prossima volta guarderò meglio, nelle ali, gli dissi come
l’avrebbe detto un ragazzino a un adulto.
«Oh, noi abbiamo pazienza.»

Era l’autunno di tre anni fa, e stavamo conversando


nella Stanza Tonda: un luogo privilegiato della mia
immaginazione, dove andavo sempre a incontrare quegli
Spiriti Maestri.
Esploravo la loro dimensione per una curiosità (mi
dicevo) soprattutto psicologica; intendevo i Maestri come
una via d’accesso a certe strutture superiori della mente,
ignote agli scienziati attuali ma non agli antichi. Spiriti
guida, Geni, dàimones, àngheloi, jinn: la mia ipotesi era che
non fossero entità vere e proprie, ma personificazioni
spontanee di cambiamenti che la nostra coscienza attraversa

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nel varcare ciò che di solito chiamiamo «io», verso altre
percezioni del tempo e dello spazio. Erano cioè l’aldilà di
me; e si comportavano davvero come tali: mi spiegavano
ciò che non sapevo, o che ancora non sapevo di sapere –
ovverosia (pensavo) personificavano ed esprimevano
l’ampliarsi della mia conoscenza. A volte, mi pareva che
potesse ampliarsi senza fine, in qualsiasi direzione: «Noi
siamo inizi» mi dicevano «qui tutto incomincia soltanto, a
ogni istante». Questa prospettiva di un continuo
autosuperamento dell’«io» mi interessava
irresistibilmente, dopo molti miei studi di teologia e
psicologia. Lì nella Stanza Tonda l’infinito dello Spirito e
la coscienza che lo cerca mi sembravano a un passo dal
diventare tutt’uno. E illimitata era anche la pazienza con
cui quei Maestri lottavano dolcemente contro i limiti –
sempre nuovi – del mio domandare e capire, e ragionare,
e accorgermi.

Per raggiungere il loro Aldilà adoperavo un metodo


antico e semplice, che ho riportato in alcuni miei libri,
basato esclusivamente sull’immaginazione. A occhi chiusi
mi figuravo un dettagliato itinerario, non molto diverso
da quello descritto da Dante all’inizio della Commedia, che
conduceva alla Stanza in cui mi attendevano il Dominante
e gli altri che ho detto. Discutevo, giocavo con loro, a volte
mi portavano in altre epoche. Gran parte delle
conversazioni svanivano dalla memoria come i sogni, e
perciò avevo cominciato ben presto ad annotarmi ogni
loro frase, per esaminarla poi con cura quando, riaprendo
gli occhi, ritornavo al mio stato di coscienza ordinario. In
una decina d’anni avevo riempito un intero scaffale di
quaderni fitti. Sia quel metodo d’accesso sia lo scrupolo
del prendere nota funzionavano egregiamente anche per
le altre persone a cui li avevo insegnati: persone colte e

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meno colte, esperte o pressoché digiune di psicologia; il
che tanto più mi convinceva che la connessione con i
Maestri avvenisse in uno stato di coscienza comune, se
non a tutti, per lo meno a molti, e avesse poco a che fare
con quell’Aldilà che in Occidente è oggetto di timori
superstiziosi e di fedi altrettanto superstiziose.
«Quella è l’insonnia» diceva il Dominante.
Che insonnia?
«Ciò che tu definisci timore superstizioso è simile
all’insonnia, e un tempo si chiamava così, perché è
altrettanto difficile da vincere.» Io annotavo.
«È un vostro modo di guardare la realtà barricandovi
dietro ciò che non ne capite» continuava. «L’uomo è molto
contento di non comprendere abbastanza. La sua scienza,
la sua filosofia servono soprattutto a preservare in lui la
sensazione di non capire ciò che ha intorno e dentro di sé.
Gli ripugna ogni intelligenza immediata; perciò pensa che
gli animali siano esseri inferiori.»
Sorridevo. E perché gli piacerebbe tanto non capire, secondo
voi?
«Perché non vuole sentirsi parte della realtà. Agli
uomini piace essere irreali.»
«Cioè gli piace esserlo solo loro» precisò l’Austero «e
perciò invidiano chi lo è davvero, e dicono che non
esiste.»

Questo come devo capirlo?


«La vita è più alta della vostra realtà» mi spiegava il
Dominante guardando la mia mano che scriveva «ma
l’uomo teme ciò che è più in alto; o meglio: non vuole
averne la responsabilità. Così si sforza di non essere fin là,
proprio come chi ha l’insonnia si sforza di non
addormentarsi, e di convincersi di non riuscirci.»
Per paura di sognare?

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«Per paura che il sogno non sia un sogno. Come dice la
Bibbia, “Il Signore fece scendere un torpore sull’uomo,
che si addormentò”. 1 Tanti non si addormentano mai.»
Annuii. Qui si riferiva anche a me. Dalla mia insonnia
avevo cominciato a uscire soltanto un paio d’anni prima, e
da allora tutto stava diventando nuovo per me. Ecco
com’era andata.

Capita a volte la sensazione inquieta di aver perso


moltissimo tempo. A me era accaduto, appunto,
nell’estate del ’99. D’un tratto mi era parso di essermi
accontentato sempre di un’esplorazione solamente intima
dell’Aldilà: come se vi avessi cercato, e insegnato ad altri a
cercare, soltanto un rifugio, invece di capire come la
mente cosciente e quelle sue altre strutture potessero
allargare e migliorare il mondo, con vantaggi concreti per
tutti. Non che fossi un’eccezione in questo. «Dai contatti
con gli Spiriti non è finora emerso qualcosa di utile, per
esempio la rivelazione di una nuova forma di energia»:
com’era banale eppure preciso Freud nel porre questa
obiezione 2 che prima e dopo di lui tanti esperti dell’Aldilà
avevano evitato. Davvero, con millenario egocentrismo
l’uomo ha interpellato l’Aldilà soltanto per se stesso: per
chiedere soluzioni di qualche problema suo o di suoi
conoscenti. Anche Dante in Paradiso, o Faust nei suoi
viaggi avrebbero potuto chiedere consigli per la cura della
peste, o magari soltanto della miopia, eppure neanche ci
pensarono: perché? E io perché ci avevo messo tanto a
notarlo?

Vero è che per comunicare con gli Spiriti Maestri


bisogna essere il più possibile se stessi. È l’implicazione
dell’antica regola «se chiedete, vi sarà dato»: 3 la mente

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chiede all’Aldilà, non può far altro, e quel chiedere è come
un circuito elettrico, una pila in cui i due poli sono
entrambi indispensabili: da un lato il continuo ampliarsi,
che i Maestri esprimono, e dall’altro quello che essi
chiamano il piccolo io – l’io cosciente, cioè – con tutti i
limiti e l’egoismo che lo contraddistinguono. È inevitabile
che sia proprio questo egoismo a chiedere.
Sì, ma – pensavo – per quale ragione l’io piccolo non
potrebbe essere se stesso anche chiedendo a vantaggio
concreto di molti? O l’egoismo è davvero il suo destino, il
suo principio d’identità, perdendo il quale si dissolve?
Ma pensarci mi faceva soltanto sentire a disagio. Di
certo quelle conversazioni solo personali con gli Spiriti mi
erano diventate troppo strette, ma quando provavo a
chiedere per molti – indicazioni mediche, previsioni utili
–, le risposte dei Maestri mi arrivavano sempre vaghe,
non riuscivo a sentire; mentre quando chiedevo per me,
mi pareva di sentirci benissimo.
Dev’essere perché manco di purezza, mi dicevo. Il mio
matrimonio era finito da poco, e già da un pezzo mi
ingarbugliavo in innamoramenti approssimativi e
vischiosi: da quando, anni prima, avrei dovuto divorziare
per una donna che credevo di amare, e non ne ero stato
capace. Tale mia incapacità si era trasformata in un
rancore verso me stesso, che non mi faceva volere altri
amori: in ogni nuovo innamoramento cercavo soltanto la
conferma del mio non volerne. Così – pensavo – mi ero
chiuso e ripiegato su me stesso. Perciò non mi importava
abbastanza degli altri. Non avevo voglia che il mondo
stesse meglio: stavo solo cercando, invano, di stare meglio
io. E di nuovo, mi meravigliavo di rendermene conto
soltanto allora.
Voglio uscirne. Troppo io, si soffoca. Voi mi aiuterete, sì?
domandavo ai Maestri.

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«Ti abbiamo mai negato aiuto? Chiedi. Non ci hai
ancora chiesto niente su questo.»
Ma chissà perché continuavo a non chiedere niente di
preciso, su quel tema, come per paura o vertigine.

Non lo sapevo a quel tempo – non abbastanza –, ma il


nostro io cresce a fasi alterne: fasi di crescita e fasi di stasi,
e quando si passa da queste a quelle ci si sente sempre
smarriti all’inizio. E così era allora. Non si sa da dove né
verso dove, la nuova fase di crescita arriva come
attraverso il respiro – lieve eppure ampia; necessaria ma
inafferrabile – e somiglia a uno di quei comandi che, nelle
fiabe delle mia infanzia, gli zar crudeli davano ai
protagonisti: «Va’ in un posto che non sai e portami una
cosa che non sai!» con la minaccia di qualche astuto
castigo se non riesci, e per premio la vita, se sì. È
comprensibile che si esiti a partire.
Così era per me. E non solo il mio modo di chiedere ai
Maestri non mi bastava più: sentivo sempre più strette
anche le mie occupazioni più concrete – i libri, le
traduzioni, le conferenze – e più impaziente la voglia di
accorgermi di qualcos’altro. Di ali da guardare e scostare:
ma erano ali per me invisibili. Ed elastiche e forti come
l’insonnia.
Durante l’estate del ’99, dunque, mi ero ripromesso di
fare un po’ di ordine nella mia vita e, ai primi d’ottobre,
provai. Per prima cosa cominciai a rileggere i vecchi
quaderni delle conversazioni con i Maestri, per cercare
dove e come quella mia paura-insonnia avesse agito: quali
risposte non avevo ascoltato abbastanza, dinanzi a quali
scoperte avevo cambiato direzione. Lì mi venne appunto
l’idea di disegnare carte geografiche del mio Aldilà, per
individuare meglio i punti di arresto. Ma l’impresa mi
apparve subito più complessa di quanto potessi

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prevedere.

«Va’ in un posto che non sai.» È normale che,


riguardando cose scritte anni addietro, vi si trovi molto di
più di quel che se ne era capito scrivendole; ma in quei
quaderni io scoprivo (dava davvero una leggera vertigine)
certe mie vicende che non sapevo di aver vissuto: eppure
erano lì, annotate dalla mia mano. Una mia esistenza
parallela che per anni aveva preso forma nell’Aldilà,
registrata e poi subito sommersa in una qualche corrente
profonda, invisibile dalla piccola barca della memoria.
Ritrovavo, nei quaderni, anche qualcosa di cui non avevo
perso il ricordo: le lezioni dei Maestri sull’anima, i cieli,
l’ebraico antico; le lunghe richieste di consigli su quel mio
amore, rivelatosi poi impossibile (nei quaderni la
chiamavo così: la mia Impossibile; era anche lei sposata e
abitava dall’altra parte del mondo; e i Maestri mi
incoraggiavano: «Andrà bene, è lei che aspettavi e durerà
tutta una vita»): queste annotazioni le ricordavo bene, e lì
sfogliavo in fretta. Ma erano come isole, mentre nel resto
dei quaderni quell’altra esistenza era come un continente
sotto il mare, in cui non so come avevo viaggiato, abitato:
altri luoghi, e schemi, spiegazioni, tecniche, incontri con
altre figure… Perché non avevano lasciato nessuna traccia
in me? Io, lì, dov’ero?
Finii per rimettere tutti i quaderni sullo scaffale. Non
mi risultava di avere problemi di memoria e, qualunque
altra cosa fosse, non mi sentivo ancora in grado di
scoprirla.

Eppure quello fu l’inizio. Ora me ne rendo conto. «E


portami una cosa che non sai.»
Dalle agende ricostruisco che proprio a quell’ottobre

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risalgono i primi accenni di un ampliamento delle mie
percezioni, a cui lì per lì non volli dare importanza.
Avveniva dopo le conferenze: parlando con chi mi
prendeva da parte per raccontarmi dei suoi problemi
(capitava sempre), mi sorprendevo a spiegargli fatti della
sua vita che non potevo conoscere. L’interlocutore ne era
impressionato, e io ancora di più. E in capo a un minuto
non ricordavo niente di ciò che gli avevo detto a quel
modo. Mi rimaneva in mente, invece, ciò che provavo
durante quelle spiegazioni: una sensazione di coraggio, di
sicurezza e leggerezza insieme, tanto piacevole, e infantile
– simile davvero a un ricordo d’infanzia. Cominciai a
esserne ghiotto, ma come per gioco, come si cercano i
quadrifogli.
Cos’era? Non lo misi in rapporto con ciò che avevo
trovato in quei quaderni. In realtà, non ebbi nemmeno il
tempo di rifletterci sul serio. Rapidamente si produsse
uno di quei concatenamenti che aprono vie nella vita, e
per i quali nasciamo, ci innamoriamo, cambiamo, o
moriamo, accorgendocene soltanto dopo. Avvenne così.
Studiavo la Kabbalah, e mi interessai proprio allora a
quegli antichi procedimenti di analisi della personalità
che si possono scorgere nel culto ebraico degli Angeli –
come del resto anche nell’astrologia, nei Ching, o in certe
intuizioni della teologia dei primi secoli. Nelle Gerarchie
celesti, secondo una tradizione di origine egizia, si
trovano 72 Angeli cosiddetti custodi, i cui nomi in ebraico
offrono chiavi simboliche per comprendere gli aspetti, le
potenzialità e anche il destino della coscienza di ognuno –
poiché ognuno è connesso ad almeno uno di questi Angeli
dalla propria data di nascita, proprio come nell’astrologia
si è connessi ai segni. Solo, nell’Angelologia non
occorrono i laboriosi calcoli astrologici: l’intuizione fa
tutto, usando come uniche linee guida le suggestioni

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ispirate dai geroglifici che costituiscono i Nomi angelici.
Ne parlai una volta durante un programma televisivo; mi
chiesero di dare una dimostrazione pratica: l’esperimento
riuscì, e da allora fui invitato a spiegare e soprattutto a
praticare quella tecnica in diverse città. Ma usavo le mie
percezioni, più che gli Angeli ebraici.
Me ne entusiasmai, sempre senza accorgermi ancora,
senza fermarmi a pensare. Qualche mese dopo ricevevo
fino a venti persone al giorno, due volte a settimana.
Capitò che un’amica infinitamente più esperta di me mi
parlasse di un metodo mediorientale per individuare le
date dei traumi delle persone – i traumi più profondi,
dimenticati – e anche quello lo imparai in pochi minuti e
subito lo applicai nelle mie giornate di Angelologia.
Sarebbe stato un secondo lavoro se avessi chiesto soldi,
ma a quel tempo dicevo che non ci si può far pagare per
qualcosa che non si sa spiegare se non come una «tecnica
molto antica»; chi si sentiva in debito lasciava un’offerta.
Ciascuna «consultazione» (le chiamavano così) durava
circa mezz’ora; ma non era mezz’ora: in quelle giornate
qualcosa mutava nella struttura del tempo; i minuti erano
immensi, irreali, una decina ne bastava già per discutere
una vita intera come la trama d’un romanzo lasciato a
metà, e per cominciare a progettarne subito il seguito
«secondo gli Angeli antichi», o per interpretare una
malattia come si decifra un’epigrafe; l’intera giornata, al
contrario, diveniva buffamente breve, così seduto a
parlare con le persone dalla mattina al tramonto, senza
pause: volava; e quando me ne andavo, un senso
d’animazione e di eccesso di energia mi traboccava da
mente e corpo, tanto che la notte potevo saltare il sonno e
l’indomani non mi pesava.
Era bello, sì. Ma faccio fatica a credere che trascorsi così
due anni. E che per tutto quel tempo non chiesi neppure

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spiegazioni ai Maestri, come se fosse normale. Appena
finiva una di quelle giornate di consultazioni salivo in
auto e semplicemente non ci pensavo più, tornando ai
miei problemi soliti come da un giorno di gita. Non era
per il timore che, se avessi cercato di capirlo
razionalmente, avrei perso quel dono; non lo sentivo
come un dono, piuttosto come un gioco davvero, una
sfida, o a volte perfino una mia incapacità a dire di no a
chi chiedeva.

Per due anni vidi passare così centinaia di volti e storie,


molte di dolore, dimenticandole poi tutte – prima di
rendermi conto, tutt’a un tratto, che quella era stata la
risposta alla mia richiesta di aiuto.
Guardare attraverso le ali, e chiedere all’Aldilà
qualcosa per gli altri: ecco.
I Maestri mi avevano risposto direttamente
nell’Aldiquà, invece che nella Stanza Tonda. La mia
mente avrebbe dovuto trarne conclusioni e andare oltre:
invece quel tesoro vi era affondato ogni giorno come nel
mare. Due anni. Era insonnia. «La paura che il sogno non
sia un sogno» aveva detto il Dominante. Una paura tanto
più densa e larga perché io avevo vissuto quel sogno da
sveglio.
Ci pensai per la prima volta, ricordo, in una sera di
nebbia gelida e oleosa, fermo in macchina davanti a un
autogrill. Anche quel giorno avevo giocato
all’Angelologia per tutto il pomeriggio. Ora vedevo solo
le luci giallastre dell’autostrada sempre uguale. Può
andare avanti così per sempre – mi sussurravo – senza che
io capisca niente, mai? Prima mi occupavo troppo di me, e
ora non sapevo neppure cosa stessi facendo, né perché, né
chi lo facesse precisamente. «Ho paura di entrare davvero
in questo sogno! Basta. È reale. Come sono fatte queste

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dimensioni diverse della mente, cosa occorre per
congiungerle alla coscienza consueta? Volontà? Coraggio?
Che cosa mi manca?»

Quella notte ripresi i vecchi quaderni e le mappe, più


deciso, indignato quasi. Cominciai a sfogliarli nella Stanza
Tonda, insieme ai Maestri, con il batticuore di uno che
apra lettere urgenti recapitate mentre era in viaggio.
Volevo capire; e quell’altra mia vita era sempre lì ad
aspettarmi, come la lampada da strofinare.
«E se fosse così per tutti?» questo pensiero avrebbe
almeno dato un senso alla mia lunga insonnia. «Hanno
tutti un’altra vita e capacità così segrete, nel loro Aldilà, in
cui trovare le risposte a ciò che qui nemmeno si accorgono
che è interrogativo? E qualcosa impedisce loro di saperlo,
e io ora posso scoprire che cosa?»
Questo libro sarà il racconto della mia altra vita; o
almeno di una parte di essa: quella che la mia mente è
riuscita a circoscrivere, finora.
Che tutti abbiano un’altra vita così, o forse più di una,
nel loro Aldilà, è oggi una mia certezza: penso veramente
che anche la nostra memoria, come tutte le altre facoltà
della mente, si estenda in regioni che l’io cosciente ignora.
Penso che siano regioni tutte più alte e più grandi dell’io
che conosciamo; e che gli antichi lo sapessero, e ne
abbiano lasciato indicazioni nei loro miti sui regni
scomparsi: Atlantide, Avalon, la città d’Ys nel mare della
Bretagna. Quelle sono ottime carte geografiche, e non di
regni altrove, ma di livelli di memoria in noi più profondi
del tempo della coscienza, e che la coscienza, forse, non
vede, proprio così come l’occhio non vede se stesso,
quando guarda intorno.
Anch’io disegno ora una mia Atlantide, così. Non
cercherò di darne, non qui, una spiegazione scientifica, e

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nemmeno razionale; mi importa di più, per ora, il
racconto di ciò che trovavo lì e di come confluiva nella
mia vita di qua, dopo avere tanto atteso.

1. Genesi 2,21. È il torpore che precede l’apparizione di Eva. Secondo i Maestri,


Eva era anch’essa uno Spirito Guida; la Genesi narra infatti che l’uomo
poteva vederla soltanto chiudendo gli occhi.
2. Sigmund Freud, Introduzione alla psicanalisi (1935), Boringhieri, Torino 1978,
p. 446. Lì l’obiezione era riferita alle sedute spiritiche, che non hanno alcun
rapporto con le mie ricerche; ma torna utile comunque.
3. Matteo 7,7.

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L’arredamento della Stanza Tonda
Chi è personificazione - Guardare nell’Aldilà - Un luogo
come tutti i luoghi - La grotta - Le scorrerie che
separarono gli uomini - In alto e in basso - Babele e le
lente parole - «Da noi ci sono solo inizi» - Una vita di
milioni di anni - Il globo dell’attenzione - Un portico
bianco sul fiume

Anche per questo avevo domandato se i miei Maestri


vivessero vicende indipendenti da me: mi pesava l’idea
che fossero rimasti lì a pazientare senza far nulla, mentre
io non capivo per tutto quel tempo. Ma mi era sembrata
subito un’ingenuità: come potrebbero avere vicende
indipendenti da noi, se sono personificazioni nostre?
«Infatti la domanda che dovevi porti sarebbe stata
un’altra» suggerì il Dominante. «Noi siamo te: invece tu lì
non sei te stesso. Nel vostro Aldiquà riuscite a essere voi
stessi solo in piccolissima parte. Avresti dovuto
domandarti: quali vicende ho avuto io davvero,
nell’Aldilà, quando non mi accorgevo abbastanza di me?»
Cioè cos’ho vissuto attraverso di voi nell’Aldilà?
«Con noi, diciamo meglio. A te fa piacere pensare che
siamo soltanto personificazioni di tuoi cambiamenti: nulla
da obiettare. Ma anche tu sei solo una personificazione
spontanea dei tuoi cambiamenti, che stanno avvenendo o
che potrebbero avvenire. Siamo pari; perciò ci
frequentiamo bene. O ci tieni tanto anche tu, a essere
l’unico reale nei dintorni?»
No no.
«Qui intanto sei l’unico pieno di illusioni.»
Togliamole.

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«Se non guardi, come facciamo? La tua Stanza com’è?
Da quanto tempo non la vedi?»
Infatti una volta la vedevo: diversi anni prima era bene
arredata, con un soppalco di ciliegio, divani, tappeti e una
vetrata che dava sul fondo del mare. Ma ora le mie
conversazioni con i Maestri erano fatte solo di parole,
senza immagini intorno.
«Hai fatto male a trascurarla» aggiunse l’Austero. «Se
arredi bene la tua Stanza Tonda, arredi bene la tua vita.»
«Guardala, arredala e poi leggiamo. Togli un po’ di ali
finte» mi ordinò il Dominante sorridendo.

Non si vedeva niente. Solo il tavolo, le carte.


«Su, forza.»
Che cosa sia la Stanza Tonda, a quel tempo non lo
sapevo ancora chiaramente. Una sorta di geroglifico,
certo: un’immagine che acquista diversi significati a
seconda di come la tua energia ti permette di intenderla.
«Oh, be’, tutte le cose sono così» osservò l’Austero.
A volte mi era balenato che fosse un geroglifico del
ventre materno, una mem ebraica : un luogo – tondo
appunto – in cui tutte le possibilità e potenzialità sono
ancora presenti, la creazione è ancora incompleta e aspetta
da te il consenso per prendere forma, qua, là, quando tu
decidi.
«Tutto è così» ribadì l’Austero.

«E a cosa ti serve sapere cos’è, con la piccola mente del


tuo piccolo io?» mi domandò il Dominante. «È un luogo
come tutti i luoghi: non esiste se non lo vedi. Chiediti
invece che cosa vedi.»
Provai di nuovo a guardare, e si intromise il pensiero
che arredare una Stanza Tonda non è facile: noi siamo

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abituati a stanze con angoli; e poi la Stanza Tonda aveva
molte porte, dalle quali uscivamo per i nostri viaggi;
bisognava anche evitare che l’arredamento le
ingombrasse.
«Guardala, è con il tuo sguardo che la arredi.»
Vedevo una grotta. Stalattiti e stalagmiti. I miei piedi
poggiavano su rocce irregolari, quasi dappertutto
impraticabili. Da qualche parte c’era un chiarore, come
d’una lampadina elettrica.
Come faccio a cambiarla? È una grotta che avrà milioni di
anni, non si può distruggerla. Andiamo via, cerchiamo un altro
posto.
«No» sospirò l’Austero.

«Ascolta, c’è una bella storia nei tuoi quaderni»


cominciò il Dominante, mentre mi guardavo intorno nella
grotta «che risale alle origini, all’epoca in cui non vi
eravate ancora formati, e che può darti l’idea di come
siano le nostre vicende, come le chiami tu. Ti aiuterà anche
a orientarti meglio qui. Guarda nel quaderno con la
copertina indaco.»
La trovai. Ecco quel che ne avevo annotato anni prima:

La storia all’inizio fu quella di un gruppo di sapienti, che non


avendo dimora né direzione nell’universo pensarono di abitare sulla
vostra Terra, che ha di bello il fatto di essere tanto incompleta, e
perciò tanto creativa.
Questi sapienti erano Spiriti dell’aria, e in alto, dall’alto
cominciarono a guidarvi, imparando le direzioni vostre: vi era utile
considerarle anche dal punto di vista dell’aria, senza confini, senza
bisogno di sapere dove si comincia e dove si finisce. E siccome in
quei tempi i vostri orizzonti erano più ampi di ora, e non lottavate
per regnare, potevamo comunicare bene, noi e voi.
Ma vennero incursioni di vario genere, scorrerie di elementi

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estranei: non malvagi, ma estranei, incapaci di condividere
percezioni, e una parte di voi cominciò a cedere, scoraggiata, e a
tenersi soltanto in basso.

Quando accadde questo, storicamente? domandai ora.


«Non ha importanza. È una storia nostra, non vostra,
non ha il tempo vostro. Avviene continuamente, e ogni
elemento di una nostra storia può diventare tante cose per
voi.»
Cioè?
«Per esempio, le scorrerie possono essere la fatica che
fate ad affrontare le difficoltà della vita, quando per paura
pensate che non vi somiglino, che vi siano estranee e
ostili.
«E in alto, puoi pensare che ci siano, che so, le vostre
aspirazioni, o ciò che davvero cercate quando vi
innamorate, o la bella infanzia. Ma andiamo avanti.»

Una parte di voi scendeva giù, mentre l’altra parte cresceva ancora; e
noi seguivamo la parte che discendeva, perché non perdesse il
legame tra le due.

«Certo, dicendo una parte di voi intendo anche una parte


di ciascuno di voi: non c’è bisogno di precisarlo» mi fece
notare ora il Dominante.

In alto, non avevate bisogno di parole, che sono uno strumento di


comunicazione tanto pesante e lento. In basso sì, vi occorrevano
sempre più parole, al punto che (diversamente dagli altri animali,
ben più antichi di voi sulla Terra) per far esistere una qualsiasi cosa
per voi, dovevate darle un nome: per esser sicuri di sapere di cosa
stavate parlando. Mi intendi?
Così, per esempio, in alto voi salivate cielo dopo cielo verso ciò
che in basso chiamate Dio. Ma in alto non occorre affatto chiamarlo

24
così.

Pensai alla torre di Babele, a quando «gli uomini


usavano tutti una sola lingua e le stesse parole». 1
«Erano le stesse perché non erano parole, appunto»
notò il Dominante.

E in basso le vostre parole si appesantivano talmente, che tutto


ormai era più veloce di loro. Divenivano come grovigli di rovine in
cui non c’è spazio per muoversi, e in cui il tempo è solo ricordo. Ma
anche tempo e spazio, sai, sono soltanto parole, a vederli dall’alto:
parole pesanti e poco utili.

Perciò non c’è spazio per arredare, qui nella grotta?


«Qui ora è tutto pieno di ali: illusioni, paure: parole. Le
vedi come stalattiti e stalagmiti, da lasciare intatte come
un opus della natura. Ma è solo paura. Certo, la paura vuol
essere lasciata intatta. Ma come ti nasconde a te stesso!»
E quella storia come andò a finire?
«Finire? Le nostre storie non finiscono, sono sempre
inizi. Piuttosto, hai inteso bene quando dicevo che una
parte di ciascuno di voi saliva e l’altra scendeva? Perciò
salendo non ti allontani da nulla, in realtà: è solo una
parte di te, che trova se stessa.»
E che effetto fa? Come me ne accorgo?
«Senti e scopri che solo il tuo io è piccolo, e non tu. La
tua vita è milioni di anni: allora ti rinnovi infinitamente, e
cominci a ricordare, ma ciò soltanto a condizione che in te
il rapporto tra alto e basso non si interrompa. A questo
serve l’arredamento della Stanza Tonda. Qui l’alto e il
basso si incontrano. Intanto, hai pensato a qualcosa, per
arredare?»
No, non ancora.

25
«Prova a salire. Esci dalla memoria dalle parole:
immagina. La conoscenza è solo immaginazione e
attenzione.»
Ma mi sentivo stanco, o scoraggiato. Il giorno dopo
tornai a rileggere i quaderni – mia occupazione principale
in quei giorni – in cerca di strade.
In un quaderno del ’97 era scritto:

«L’attenzione è solo immaginare e conoscere.»


Cioè? chiedevo.
«Come la bacchetta di Merlino: là dove punta l’attenzione,
compare qualcosa. Non ricordi più com’è? Da bambino eri bravo. È
come in un globo trasparente: come una sfera di cristallo, ma grande
e morbida. La conoscenza è così, e la parete di questo globo è tutto
ciò che per voi esiste. Metà del globo è sotto di te, vi poggiano i tuoi
piedi, e non la vedi ora. L’altra metà è come la tua Stanza Tonda, che
può estendersi molto.
«Se porti l’attenzione verso un punto della parete, e immagini, lì
la parete si estende e vedi. E se si estende in un punto, si estende
contemporaneamente in tutti gli altri suoi punti, perché il globo
rimane sempre un globo. Anche nella parte sotto di te si estende,
certo, e lo vedrai quando riaprirai gli occhi nella tua vita di tutti i
giorni.»
La parte sotto di me è la mia vita nell’Aldiquà?
«È il modo in cui vivi nel tuo Aldiquà. Ora su, metti a fuoco
l’immagine. Non hai paura, no?»

Nel quaderno seguiva la descrizione di ciò che avevo


visto: una scalinata che scendeva da un portico bianco,
deserto, asiatico, e in fondo allo scalone un pendio
conduceva alla riva di un fiume.
«E così eccoci di nuovo qui» mi informò l’Austero.
Anche adesso lo immaginai: l’Austero scendeva la

26
scalinata davanti a me, voltandosi e sorridendo. Intorno
c’era il silenzio, quel silenzio denso, profondo, che in certi
luoghi dell’Asia centrale sembra circondare ogni rumore.
Accanto a me avevo il Dominante, e dietro i due alati
scendevano tenendo la Bambina per mano.
«Vedi che è facile?» diceva il Dominante, guardando
verso il fiume. «Anche passato, presente, futuro sono
soltanto pareti del globo.»

1. Genesi 11,1.

27
Grandi esseri dalle grandi ali
L’accorgersi - È tutto qui - Gli abiti dei miei Maestri - I
limiti e i problemi - Il capire - Le resistenze incandescenti -
Le ali degli Angeli - Se manca qualcosa è in te che manca -
L’arte di limitare la volontà - I diffusori di tenebra - Il
bisogno di buio - Voltarsi indietro - Ciò che dimentichi - I
volti nei treni di notte

Quel silenzio asiatico sembra vivo; ed è impassibile.


L’europeo se ne sente come osservato dall’alto, ma non
dal cielo. Lo ricordavo percorrendo la scalinata, come se
cercassi di capirlo.

Ogni limite è un limite di quel globo, e non della conoscenza; e


appena vi accorgete che è un limite, non lo è più. È un limite
solamente se non sai che lo è.

Leggevo queste parole del Dominante in un quaderno


di tre anni prima, ma con un minimo sforzo
d’immaginazione potevo sentirlo come se lo dicesse ora.
«No, adesso è allora» mi corresse. «È tutto qui.»

Per qualche secondo mi parve così semplice – è tutto


qui! – mentre la Bambina correva sui gradini, giocando
con i due alati, e le morbide vesti dell’Austero si
muovevano nel vento fresco. Ho già detto com’erano
vestiti? L’Austero da arabo classico, bianco e oro, benché
fosse chiaro di pelle e di occhi; il Dominante indossava un
lungo abito da persiano, e un piccolo copricapo ricamato
gli proteggeva le orecchie; mentre la Bambina pareva
appena uscita da un asilo d’una volta, con un grembiulino

28
a quadretti rosa e bianchi allacciato dietro e i sandali blu. I
due alati non li vedevo mai distintamente.
Guardandoli mi accorsi che la sensazione di quell’«È-
tutto-qui!» non c’era più. Ne stava sfuggendo anche il
ricordo. Il Dominante disse:
«Tre anni fa avevi dimenticato proprio così. Ora puoi
accorgertene, e perciò è adesso.»
Ripresi a leggere:

Ogni limite che scopri è sempre lo stesso, uno solo: solo la parete di
quel globo. Lo puoi perciò superare ovunque. E non potrai più
tornare a com’eri prima di averlo superato. Dai tentativi di tornare
com’eri prima derivano quelli che chiamate i vostri problemi.

Aspetta, su questo bisogna che mi fermi a pensare un po’.


«No, andiamo avanti; fìdati. Non ascoltare queste cose
come se dovessi capirle. Capire significa soltanto
ricondurre ciò che scopri a ciò che già sapevi prima.
Scopri! Ascolta come se sapessi queste cose da sempre.»
Provai a immaginarlo e mi sembrò che la nuca mi si
allargasse.
Quindi ciò che chiamiamo problemi sono le nostre resistenze
a vedere come stanno le cose?
«Giusto: resistenze. È una scoperta di cui ancora non ti
accorgi. Non sono resistenze da scansare. È come nella
lampadina: la resistenza fa luce. Le resistenze diventano
preziose: fanno luce se la tua attenzione le attraversa, e
vedi più in là. E qual è la resistenza più grande per te?»
La paura?
«No. Il tuo Io.»

«L’Io che continuamente si amplia e si supera, l’Io


grande agisce sempre attraverso i limiti del tuo io piccolo,

29
e ti illumina ogni passo, purché tu te ne accorga» precisò
il Dominante, con l’aria di mettermi a parte di un segreto.
«Se no, ti consumi senza vedere nulla.»
L’alato rincorreva la Bambina, che rideva pazzamente.
Mi accorsi che la scalinata si estendeva a destra e a
sinistra, per un chilometro almeno. Quante cose non
vedevo?
«D’altronde» e chissà perché il Dominante mi indicò il
fiume «anche l’Io più grande ha limiti e resistenze, a un
altro livello, e vengono attraversate da altre Entità
superiori, come i filamenti delle lampadine.»
Dagli Angeli?
«È un nome come un altro. Ma non sperare di capire
cosa sono solo perché hai una parola che li indica. Grandi
figure dalle grandi ali.»
La scalinata era come un teatro antico, ma troppo vasto
perché se ne vedessero gli estremi; e al posto del
proscenio c’erano il fiume e la spianata della riva.
«E anche le loro ali sono limiti del tuo sguardo, che ti
illuminano ciò che c’è più in là; e così ti fanno giungere
più in là: perciò è giusto chiamarle ali.»
E il cielo era bianco. Come se non ci fosse cielo sopra il
fiume.
«Ovunque, anche in alto, in ciò che arrivi a vedere c’è
la tua volontà» proseguì. «Tutto è tuo: se manca qualcosa,
è in te che manca. In alto la tua volontà scopre, conosce. In
basso, fa essere ciò che conosce. Lo limita, cioè; e si
adegua a ciò che ha fatto essere; si sforza di capirlo. Lì
pensi, per esempio, che il tuo volere si scontri con altre
volontà: ma solo in basso puoi pensarlo, dove una
particella di te crede di essere lei sola il tuo io, senza ali.
Continua a leggere il quaderno vecchio.»

Non ci sono vie all’esterno di voi, e le vie sono più numerose di

30
quanto potresti mai immaginare. Buone o inutili, fulminee o lente:
ciascuna via è un impulso della tua volontà, che ciò che è in alto
rafforza, e che attraversa la tua vita. E in basso, ovunque tu lasci che
quelle vie arrivino, la realtà ti obbedisce.

Cioè io voglio le cose, e qualcosa in alto le fa avvenire se io lo


concedo?
«Così dai vita al tuo mondo. La vostra arte di vivere
dovrebbe consistere proprio nel limitare consapevolmente
questo fluire. Invece pensate che consista nell’usarlo.»
Non lo limitiamo già abbastanza?
«No, anzi! Nel mondo la tua volontà agisce sempre,
anche dove non te ne accorgi. Anche nell’inerzia agisce, e
genera inerzia. Quando hai paura agisce, e genera paura.
Solo limitando quel potere puoi non essere come Mida,
che trasforma in oro tutto ciò che tocca, dando a tutto
troppo valore, troppa esistenza, troppa paura! Così fate
voi con la volontà. Siete infinitamente liberi. E combinate
una quantità di guai.»

Ma avevate detto che quando ci si accorge di un limite, quel


limite non esiste più.
«Infatti.» Il Dominante alzò l’indice. «Lì è l’arte. Il
Vangelo dice: come un granello di senape. Tu limita la tua
volontà, mettendola all’opera in un punto minuscolo, ben
preciso: il tuo io piccolo vedrà solo quel punto, non si
accorgerà di quanto il movimento della volontà sia invece
immenso, e non ne avrà paura, e non fuggirà. Così voi fate
essere il mondo com’è, in alto, più su dei vostri sguardi,
mentre in basso chiedete le vostre piccole cose.»
Ma se gli uomini fanno essere il mondo così com’è, significa
che avvengono cose tristi e tremende perché la volontà umana è
triste e cattiva? In fondo mi sembrava di averlo sempre
pensato.

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«Non cattiva» il Dominante alzò le sopracciglia.
«L’uomo è soltanto buio. È un anti-Aladino. Un diffusore
di tenebra. Esseri dalle grandi ali, e diffusori di tenebra: lo
sono tutti, specialmente chi pensa di non esserlo, o magari
di essere vittima dei malvagi. Così, in basso l’uomo non
ha fiducia negli altri uomini, non se ne aspetta gran che: e
perciò ingiustizie, inganni, disastri e guerre si ripetono
continuamente, obbedienti a voi che in alto le chiedete per
punire l’uomo.»
Noi? Anche i cataclismi?
«Sì. Ogni cosa che vedi è una cosa più te che la vedi.»
E lo si potrebbe impedire?
«Impara che il tuo io piccolo ha sempre torto. Invece di
essere lui, guardalo dall’alto e vedi i suoi limiti. Se ti
accorgi del tuo piccolo buio, ti accorgi anche della luce da
cui lo vedi. E prova a volere con quella luce. Conceditelo.»

Stavolta mi sembrava di capire tutto quel che dicevano.


E “Che cosa splendida!” pensavo. “È facile, è come
ballare.”
Quindi chiunque potrebbe arrivare dappertutto, ma non lo
concede a se stesso?
«Non dappertutto. Nelle direzioni in cui non avete
ancora raggiunto nulla, procedete tranquilli; vi fermate
invece dove siete già giunti e non avete osato esserci
davvero. Lì avete bisogno di buio, quello è il limite. Il buio
poi prende le forme più svariate, perché non lo si veda e
così resti buio. Paura, ostinazione, orgoglio. Rancore,
rimorso, rabbia. Rimpianto…»
Qui mi fermai. Rilessi quel che avevo scritto, e
aggrottai le sopracciglia.
«Vieni, vieni» il Dominante mi toccò il braccio. «Non
vedi ancora. Ora andremo di là dal fiume, verso le valli
dall’altra parte» e indicava davanti a noi «quando avrai

32
smesso di voltarti continuamente indietro» aggiunse.
Ma io non mi sto voltando.
«No? Ti volti continuamente verso l’irrimediabile.»
Lo dici perché rileggo i quaderni vecchi?
«No, hai un altro modo di guardare indietro. Lo dicevo
prima: tu dimentichi. Guardi per non vedere. Ti chiedevi
perché ci hai messo tanto per accorgerti? Le tue ali buie
sono soprattutto il dimenticare. Sei bravo a usarle,
inconsapevolmente astuto. E il risultato è che sei fermo ad
aspettare che tante cose che hai dimenticato si muovano e
ti raggiungano. E che cosa aspetti?»
Rispose lui per me: «Le minacce temute, le paure
altrui…»
Dei miei genitori?
«Vuoi dare a qualcuno il tempo di farti promesse,
qualcuno che non esiste neanche più. Le delicatezze mai
domandate, le domande mai ascoltate. Ti spiace per loro e
perciò ti concedi poco o nulla. Per tutti è così; aspettate
che il passato vi raggiunga, questo o quel punto del
passato che avete dimenticato perché era doloroso
viverlo. Non vedi ancora il fiume?»

C’era lungo la riva una specie di nebbia, un centinaio di


passi avanti a noi, e in quella nebbia stavano entrando ora
la Bambina e gli alati. Noi li seguivamo, e intanto mi
accorgevo dei varchi che le parole del Dominante avevano
aperto in me: non che le capissi, non ancora, ma le sentivo
nell’animo. Promesse e domande! Certo. Tanti volti, anni
interi ad aspettare, correnti vuote di affetto cominciavano
a muoversi nella mia mente; fino a quel momento si erano
mosse invece nel buio, lente, costanti. Ora ne emergevano,
alla mente, e sembrava un treno di notte: lungo il
corridoio di un vagone dondolante passavo accanto a
volti, oppressi da una qualche specie di sonno, di freddo,

33
di attesa in silenzio. Mi guardavano negli occhi. Avevo le
labbra socchiuse.
Ma cos’è? mi porto dentro tutto questo e non lo guardo mai?
«Ti volti continuamente a guardarli» rispose il
Dominante «solo che lo dimentichi subito, ogni volta. Non
te ne accorgi. Tu dici: Non ho capito… Ma è solo che ti
dispiace andare avanti e lasciarli lì per sempre, solo per
essere te stesso. Essere te stesso non ti sembra abbastanza,
vero? Non ti sembra giusto essere solo tu, vorresti dare a
tutta quella roba qualche altra possibilità.»
Chiusi gli occhi.
«No, guarda bene invece.»

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Nell’acqua
La gente sul fiume - «È di lì che si va» - Me stesso -
Consultazioni: il cielo freddo e le stelle - «Potevi star zitta
ancora» - L’avarizia - La paura di soffrire - Il dissolversi -
«Invece è il contrario!» - Il fiume circolare

C’erano molte figure sulla riva, nella nebbia, a pochi passi


da noi e anche accanto. Avrei voluto non vederle, ma
ormai non potevo più: si accalcavano sulla riva del fiume
e spingevano chi era davanti, come se avessero fretta di
entrare nell’acqua.
Alcuni erano già nell’acqua fino a mezza gamba, e lì
esitavano per paura, mentre gli altri dietro spingevano.
Immaginai i loro piedi che cercavano di puntellarsi sul
fondo di ciottoli:
Ma cosa stanno facendo?
Non distinguevo le voci, c’era solo un brusio. Quelli
nell’acqua sembravano dire: «No, non voglio più, devo
tornare indietro»; gli altri dietro si irritavano,
protestavano storcendo le sopracciglia e le bocche.
«Su, avanti, avanti, oppure spostatevi!» esclamò
qualcuno spingendo di lato anche me. Ci prendevano per
loro simili, e d’altronde erano vestiti in modi tanto diversi
che niente ci distingueva da loro: c’erano uomini in giacca
e cravatta, altri in impermeabili, o camicie di seta, o
tuniche, e donne con gonne larghe, crinoline, tailleurs.
Una donna anziana aveva un diadema nei capelli
nerissimi.
Poco più avanti ne vidi alcuni immersi nell’acqua fino
alla vita, e quando l’acqua arrivava al petto sembravano
sciogliersi, come se diventassero d’un tratto di sabbia

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colorata, e scomparivano, con una vaga smorfia
nell’ultimo istante.
Perché vanno nell’acqua?
Uno mi vide mentre lo domandavo e si scostò
sbuffando. Una donna mi rispose: «È di lì che si va.»
Si va dove?
«Dove vanno tutti.»
«Vanno nell’acqua, e che farci?» mi si rivolse uno
vestito da prete. «Bisogna ammazzarli tutti, perché vanno
nell’acqua? Sono esseri umani anche loro!»
Ma perché? Cosa succede dentro l’acqua?
«Niente, si sciolgono. Bisogna lasciarli andare da soli?»
Che c’entra… Non lo sanno che là scompaiono?
«Non ci credono comunque. Bisogna lasciarli finire così
senza niente, solo perché non credono alle cose?»
Mi volsi via, anche perché vedevo che si rendeva conto
di dire cose contraddittorie e non gli importava, come
avviene spesso ai sacerdoti. Si strinse nelle spalle; ma
mentre gli altri andavano dritto, lui si teneva in diagonale
rispetto alla riva, e spingeva anche lui qualcuno, ma
riusciva a evitare che spingessero lui. Vidi qua e là anche
dei vecchi, fermi, che guardavano passare gli altri.
«Permesso, permesso!» esclamava un uomo sui
cinquanta, e passando si voltò a guardarmi, come se gli
ricordassi qualcuno. Poco dopo mi spinse da parte una
giovane dai capelli castani, bella, e molto decisa a passare
davanti a chissà chi. Mi sentivo come da bambino durante
gli attacchi di asma.
Usciamo da qua…
Un istante dopo mi imbattei in me stesso: io che
andavo dritto verso l’acqua, e incontrai il mio sguardo.
Mi seguii cercando di trattenermi, insistendo che lì si
moriva, che era pazzia.
«Prova con la dolcezza» gridò l’Austero da lontano,

36
ridendo.

Ascolta, ascolta, dicevo a quel me stesso, trattenendolo


per una manica, basta che ti fermi un momento. Il me stesso
non mi guardava neanche, e mi suscitava un’antipatia
sempre più forte, così ottuso. Ma è una cosa stupida… Vieni
fuori di lì subito!
«Non lo lascerai andare così?» mi canzonò il
Dominante.
Il me stesso aveva una giacca di tela: lo presi per un
braccio, era robusto. Non posso essere più forte di me!
pensai, e cercai di immaginare che mi trascinavo indietro,
contro la gente che andava a scomparire.
Sono io, o no?
Il Dominante sorrideva. Ero tanto agitato che riaprii gli
occhi.

Due volte a settimana, intanto, continuavo a tenere le


mie consultazioni in diverse città, e il giorno seguente ero
nei pressi di Verona, davanti al castello di Illasi, lindo nel
sole di gennaio. Una donna anziana mi intenerì
particolarmente: mi aveva chiesto consigli soprattutto per
la figlia, ne avevamo parlato a lungo, con l’aiuto di una
sua amica che mi traduceva le espressioni in dialetto per
me incomprensibili; e alla fine mi domandò:
«Sent, ma parché non li vedo mia i me Maestri?»
Adoperava il mio metodo per parlare con gli Spiriti
guida, ma non riusciva a vederli. Di mestiere faceva la
portinaia in uno dei castelli dei dintorni.
«Non è essenziale vederli» risposi, «io i Miei non li ho
visti per anni. Non l’ha chiesto a loro?»
Aprì un quaderno che teneva nella borsa e lesse:
«È perché nel cielo freddo la luna si vede» (i Maestri le

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parlavano in italiano) «ma le stelle per te sono ancora
troppo lontane.»
«E lei come lo interpreta?»
«Ah, boh. A mi me pare che el fredo el saria el me cielo
de dentro, e la luna la se vede parché a luna a sluse. E le
stele che è pù grandi de la luna no se vede mia propio
parché l’è na luce che la vien da ele» e annuendo guardò
l’amica, che tradusse:
«Dice che il cielo freddo è lei, e che la luna si vede
perché splende di luce riflessa. Le stelle invece hanno luce
propria e finché uno è freddo dentro le vede troppo
lontane.»
La ringraziai. A luna a sluse. Subito dopo questa mistica
venne un’altra, a completare, senza saperlo, la lezione che
mi veniva donata quel giorno.
Aveva poco più di quarant’anni e il viso da bambina,
era venuta controvoglia, su insistenza di due amiche. Mi
guardava imbronciata mentre le spiegavo che ciò da cui
doveva guardarsi maggiormente nella vita era la tendenza
a nascondere i propri pensieri e sentimenti.
«Devi dire le cose in faccia. Capire cos’è vero per te e
dirlo. Non è facile, certo.»
«Io sono trent’anni che faccio la commessa nella
pasticceria di mia suocera. E mi trovo benissimo. Bene,
insomma.»
Scossi il capo.
«Allora proprio non ci siamo. Chi ha un negozio deve
sempre mentire, fa parte del lavoro. Bisogna dire non ciò
che si pensa, ma quello che fa piacere al cliente, no?»
«Io mi trovo bene così.»
«Da ragazzo ho lavorato anch’io in un negozio» cercai
di essere più convincente, «ed è… come una maschera.
Sottile all’inizio, come un foglio di carta…»
«Come la farina» fece un mezzo sorriso.

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«Già. Poi più spessa, con il passare del tempo» mimai
con due dita uno spessore che aumenta. «E alla sera sotto
la maschera si è stanchi, non si ha nemmeno più voglia di
toglierla. Come se non importasse più. A casa come va?»
«Con mio marito bene. Tre figli. Bene. Cioè. Tutto
quello che fa lui, io ho sempre cercato di farmelo piacere.
È più con mia suocera, che…»
La guardavo negli occhi, sentendo il peso delle sue
parole nella gola e nel petto.
«La settimana scorsa abbiamo litigato un po’. Mai
litigato prima. E ha detto una frase così.»
«Che frase?»
«Boh» guardò le penne e i fogli sul tavolo. «Ha detto:
Sei stata zitta per trent’anni, potevi stare zitta ancora.»

Le diagnosticai due noduli alla gola: li sentivo nella


mia gola, come la pressione di due unghie, in quella
specie di pensiero fisico (non saprei come chiamarlo
altrimenti) che durante le consultazioni fa sentire nel
proprio corpo tutto ciò che nel corpo dell’interlocutore
non va.
La accompagnai alla porta e poi presi una pausa,
sentivo ancora quel peso nella gola; andai a guardare il
castello. Mi sedetti in una piazza, deserta all’ora di
pranzo, tirai fuori il taccuino e chiusi gli occhi tornando
dai Maestri.
Cosa non ho capito? Perché mi fa male? avrei voluto
chiedere, ma il Dominante parlò per primo.
«Guarda lontano» mi consigliò il Dominante, mentre lì
stringevo forte la manica del me stesso che era
irrimediabilmente scomparso nel fiume. Guardai, e
lontano c’era un promontorio e una specie di ponte nella
nebbia.
«È sempre il tuo passato che ti frena» il Dominante

39
socchiudeva gli occhi alla brezza del fiume, «il tuo passato
ti impedisce ogni abbondanza.»
Prendevo nota.
«Ed è avarizia» continuò. «Peccato solitamente
frainteso. Hai nostalgia o dimentichi, per avarizia di te:
ora ti stai sforzando di dimenticare la vita di quella donna
e vuoi che ti aiuti dicendoti qualcosa di bello. Ricordala
bene, invece. Soffri tranquillamente. A lei farà bene e tu
puoi spendere un po’ di sofferenza per lei.»
Ne verrà fuori, spaurita com’è?
«Per un po’ no, farà la vittima. Tu pensa a soffrire per
lei e per te, che altro puoi fare qui? Accorgiti di ciò che
senti, non spingerla nel passato o dietro le ali, perché
somiglia tanto a com’eri tu. Non puoi essere ciò che sei se
non vedi le cose e non le metti al posto loro: lì il
promontorio e lì il fiume» indicò, come un architetto, «lì la
sua vita, qui tu. Tutto ben visibile. Se no, rimane soltanto
quel dissolversi.»
Mi voltai a sinistra e là sulla riva tutto continuava come
prima: andavano a scomparire tra rumori d’acqua e
brusii, tra fasi di nebbia densa.

«Non riescono a essere se stessi, e non lasciano che


nient’altro sia davvero» diceva il Dominante di quelli
sulla riva «e per loro tutto non c’è mai abbastanza, e non è
mai vero.
«Per loro il fiume è come lo scorrere del vostro tempo:
dal passato verso il futuro, soltanto. Ma solo perché per
loro neanche il tempo c’è abbastanza.»
Vidi le brevi onde sui ciottoli. Che un fiume potesse
rappresentare il tempo non mi pareva una grande notizia.
«Invece vedi che ha una forma circolare: va verso il
mare e là evapora, e il vapore diventa nuvole e pioggia
che cade ad alimentare di nuovo il fiume. È un cerchio,

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un’altra Stanza Tonda. E così è anche il tempo.»
«Lui dice che l’Aldilà è invisibile?» domandò in quel
momento la Bambina, indicandomi all’alato che la teneva
per mano. L’alato rispose di sì e lei rise: «Invece è il
contrario!» disse voltandosi a guardarmi.
«Invisibili sono soltanto le cose che temi» mi ricordò il
Dominante. «E se temi di soffrire, temi anche tutto il resto,
anche la gioia.»
A luna a sluse, mi ricordai con gratitudine, mentre il
dolore per quella donna della pasticceria si muoveva lento
dentro di me, come in certi sogni quando si vuol correre e
non si riesce.
«Ecco, già meglio. Noi passeremo su quel traghetto
laggiù» il Dominante puntò l’indice.
«Vai ora, la pausa è finita.»

41
L’abbondanza
Valli - Gli Angeli e gli interrogativi più semplici - Ciò che
c’è di troppo grande nei fiori - Il buio della grotta - I due
Dei necessari e Pinocchio - Il traghetto e le vicende
migranti - Lo stupore - La mancanza - Le molte religioni

Quando tornai dai Maestri, la notte seguente, rividi subito


il fiume e il promontorio scuro, boscoso. E quello che
avevo creduto un ponte, era invece un pontile di legno.
«Oltre il fiume ci sono quelle specie di valli» il
Dominante indicava ancora il paesaggio «e sono le radici
del vostro Aldilà vero e proprio. Hanno l’aspetto di valli,
viste da qui, perché nell’Aldilà ha una particolare
importanza l’alternarsi di ombre e di luci e l’aprirsi e il
chiudersi dei panorami. Te lo sto spiegando perché tu le
veda.»
E tutto questo paesaggio è sempre una struttura dell’io? Ciò
che vedo qui c’è nell’io di tutti?
«L’io nell’Aldilà è uno solo, perciò non conta molto se
sia l’io di ognuno o soltanto il tuo. Piuttosto, fa’ caso a
come si sta precisando il paesaggio. Leggi, leggi il
quaderno vecchio.»
Anche nel quaderno c’era un disegno del fiume, con la
seguente annotazione:

Gli Angeli, per gli antichi, erano il guardare oltre. Ciò che trovate
oltre sono innanzitutto interrogativi più grandi e più semplici dei
vostri soliti: e questi sono appunto gli Angeli, i vostri custodi, che vi
guidano. Interrogativi più grandi! Se arrivate a quelli, vi accorgete di
avere la forza meravigliosa di risolvere difficoltà che prima vi
apparivano enormi e insolubili: allora vi appaiono piccole. Perciò

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dite che gli Angeli vi donano occasioni.

«Interessante, no?» commentò ora il Dominante. «E per


vedere quegli interrogativi più grandi basta guardare
meglio. Non importa cosa! Per esempio i fiori che
crescono: e nemmeno Salomone in tutta la sua gloria poté
mai vestirsi come uno di loro.» 1
Sorrise all’Austero, che annuì.
«La vostra mente guarda i fiori e non li vede, per le
solite ragioni che sai» riprese il Dominante, rivolto a me.
«Nei fiori i petali sono di nuovo ali, per voi. La vostra
mente sente che nei fiori c’è qualcosa di troppo grande per
lei e si sente a disagio, davanti ai fiori, come nel crescere
di una rivelazione, come davanti a una luce insostenibile,
e senza accorgersene si limita a controllare che le foglie e i
petali siano al posto loro, e poi guarda altrove.
«Se invece riuscisse a scuotersi da quel disagio, da
quella resistenza che sente in sé, aprirebbe le porte a
intuizioni e colpi di fortuna che possono cambiare d’un
tratto intere aree della vostra vita. E figurati come sarebbe
se riuscissi a guardare così anche le persone, o te stesso.
Gli altri animali lo fanno. Non per nulla agli Angeli avete
messo le ali, come se fossero ibridi di animali.»

Alzai gli occhi dal quaderno. Mi tornò in mente una


domanda che mi avevano fatto una volta, a un congresso,
e che mi era sembrata stupida: «Se nessuno ha mai
spiegato così queste cose, perché lei le spiega così?»
Adesso non mi sembrava così stupida.
«Così si comincia a vedere» disse il Dominante.
«Rifletti: Aladino entra nella grotta buia e rischia di
restarci per sempre; ma strofina la lampada, vede la
propria immagine riflessa sull’ottone lucido, e subito
compare il Genio che esaudisce i desideri, e Aladino è

43
libero. Indovinello: che cos’è il buio della grotta?»
Che cos’è il buio della grotta?
«È ciò che credi di sapere. Se non vedi te stesso che
crede di saperlo, la grotta è soltanto il buio, pieno di pietre
preziose che non ti servono a niente lì, perché sei chiuso lì
dentro. Se invece vedi te stesso, la grotta diventa il mondo
intero, luminoso e pieno di possibilità.
«E anche il Genio dei desideri è la grotta, che ha
cambiato forma e si è illuminata. La lampada è il poco che
puoi capire nel tuo mondo: di solito ti ci chiudi dentro, a
bruciare e a dar luce consumandoti, come olio di
lampada. Ma continua a leggere.»

«Ci sono indubbiamente due Dei» leggevo, «uno per


l’io piccolo e uno per l’Io grande. Uno è il Dio Creatore,
Elohim, che crea e salva, e non vieta e non punisce, e
sorride e benedice, ed è il Dio dell’Io grande. L’altro è il
Dio Signore, Yhoah, che vieta, punisce, porta il Diluvio e
non crea niente. 2
«Sono due modi di intendere Dio ed esistono da
sempre. Se segui il secondo, obbedisci e disobbedisci alle
leggi. Se invece segui il primo, crei. Così siete voi; i due
Dei sono entrambi vostri, dovete vivere con entrambi: uno
per creare, e uno per essere ciò che avete creato. Ma tanti
scelgono soltanto il secondo e non sanno nulla del primo.»
E perché?
«Se obbedisci al Dio Signore, a Yhoah, il tuo io piccolo
si sente più reale, e più vittima, ed entrambe le cose gli
piacciono, perché lo aiutano a crescere. Se invece
obbedisci al Dio creatore, agisci; e il tuo io piccolo ti è di
peso, con la sua impazienza. Enea che porta sulle spalle il
padre Anchise, mentre fuggono da Troia; Pinocchio porta
sulle spalle Geppetto, quando fuggono dal Pescecane.
Enea e Pinocchio rappresentano ciò che tu sei, e Anchise e

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Geppetto rappresentano l’io piccolo, che vuole crescere.
Ma non si può fuggire dalla rovina senza averli sulle
spalle.»
Quindi l’io piccolo è più vecchio dell’io grande?
«È vecchio perché subisce il tempo. Tu invece sei
sempre un bambino. Anche tu ora porterai un po’ sulle
spalle il tuo io piccolo. Non sali?»
Eravamo arrivati al pontile, vi salii.
«Ora passeremo dal dominio del Dio Signore Yhoah
verso il dominio dell’altro Dio» proseguì il Dominante,
sedendosi su una panca e invitandomi a fare altrettanto.
«Guardati intorno: prima vedevi poco. Per l’io piccolo,
intorno c’è sempre una gran quantità di nulla. Ora
diventerà qualcosa: crea. Così troviamo nuovi
arredamenti per la tua Stanza Tonda.»
Siamo sempre nella Stanza Tonda?
«La Stanza Tonda è il vostro modo di vedere il mondo.
Il vostro orizzonte.»
Il pontile era in realtà un traghetto, che ondeggiava
sull’acqua verdastra del fiume. Si stava scostando dalla
riva. La Bambina sedeva accanto al vecchio alato, seria e
tranquilla; io ero più inquieto di lei, per la traversata.
L’Austero, quando incontrai il suo sguardo, sorrise
appena d’un mezzo centimetro, il che gli diede d’un tratto
un’espressione dolcissima.

Il traghetto scivolava sul fiume senza scosse, lento,


come trascinato su cavi. Io pensavo che dopotutto era
soltanto la mia immaginazione, una lezione in immagini,
da interpretare poi con comodo.
«Non preoccuparti e ascolta» mi diceva il Dominante.
«Così funziona il paesaggio: l’Ignoto arriva, e il tuo
passato deve diventare trasparente, per lasciarlo arrivare.
Si libera da ciò che nel tuo passato non è tuo, dalle

45
vicende incompiute che passano da un’epoca all’altra, in
cerca di compimento, o di giudizio: si diradano e le togli,
quando l’Ignoto arriva.»
Vicende da un’epoca all’altra? Di altre mie vite?
«Ci sono vicende che si reincarnano da una vita
all’altra, e anche da una persona a un’altra: vogliono
entrare nella vita e proseguire. Qualcuno le ha
incominciate una volta, ma non ha potuto terminarle, e si
reincarnano come voi pensate si reincarnino le persone. È
una buona cosa lasciarle avvenire, è un merito.»
Vicende non mie?
«Sì. Quasi tutto ciò che vi impegna nella vita lo è.
Bisogna lasciare che si compiano il meglio possibile, ma
senza farsene prendere più di tanto. L’io piccolo invece ne
è ghiotto.»
E come si fa a riconoscerle? Voglio dire, se sono mie o no…
Pericolose, o inutili. Si possono scegliere?
«La vostra mente non le può riconoscere, ma voi siete
più grandi della vostra mente. Quanto ai pericoli, ciò che
è inutile e pericoloso proviene soltanto dalla vostra paura
di ciò che non conoscete. E solo quelle vicende passate
limitano il vostro conoscere. Dunque sono tutte un po’
inutili e pericolose.»

E come si fa a toglierle e a rendere trasparente il passato?


«Con lo stupore. È il segreto di ogni abbondanza:
stupirsi.»
Cioè accorgersi di come stanno le cose, di cosa è mio e cosa
no?
«Accorgersi, hai detto bene. E per accorgerti devi
sentirti incompleto in qualche parte, e desiderare ciò che ti
manca. Da lì di solito viene l’innamorarsi. Prima la
nostalgia: ti sembra che ciò che ti manca sia qualcosa nel
tuo passato. Poi l’innamoramento: quando ti sembra che

46
ciò che ti manca sia invece in un’altra persona e possa
essere nel futuro, in ciò che vivrai con lei. Invece è sempre
e solo una parte di te, e se hai il coraggio di cercarla, la
vista diventa più limpida dappertutto, prendono forma
tante cose e tutte ti stupiscono.»
Il fiume intorno a noi era immenso, non sembrava così
grande dalla riva; o forse la corrente ci aveva portati più a
valle.
«Quella mancanza è l’unico modo di essere. Essere»
ripeté. «Sai cosa intendo?»
Sì, essere e non essere.
«Essere vuol dire far essere ciò che vi è in te di più
grande. Solo allora siete. Lì è la mancanza che puoi
sentire.»
Guardai il Dominante. Guardava ancora l’acqua.
Sembrava che stesse parlando di qualcosa di suo, appreso
attraverso difficili esperienze, e che volesse risparmiare a
me esperienze del genere.
«Allora ciò che è più grande dissolve quelle vicende
vecchie, altrui» continuava, «come il fiume dissolveva
quella gente sulla riva. Allora lo superi. Poi ne verranno
altre, ma di nuovo potranno dissolversi. Sarà facile come
respirare.»

Perché devo imparare queste cose se poi muoio? Per una


qualche associazione d’idee mi era venuta alle labbra
quella domanda.
«Vuoi dire che temi di impararle solo per insegnarle ad
altri? Ah, è un rischio, certo. O temi che vadano perdute
con te? Se è questo, possiamo sempre fondare una
religione nuova, se ti va. Non vedo altro modo, per
conservarle adeguatamente.»
Mossi una spalla.Ce ne sono già tante di religioni; basta e
avanza.

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«Appunto dico, una nuova.» Gli venne da ridere: «E
poi perché dici che sono tante, le vostre religioni? È strana
questa idea che hai del “tanto”: tante religioni! Voi siete
colmi di un’abbondanza che non aspetta altro che di
venire espressa, per darvi gioia: come se viveste in una
foresta di alberi di Natale, con i doni. E invece vi
rannicchiate in una tana e, in qualunque direzione
guardiate, contate i rametti che vedete, pensando che
siano tanti. Perché vi piace tanto contare le cose?»
Per averne un’idea. La quantità.
«Non è un buon modo. È anche questa un’idea delle
religioni vecchie, di quelle che educano alla rinuncia, a
diminuire il reale e a farne il conto. È proprio il contrario:
tutto ciò che tocca lo Spirito è abbondanza. Uno è il
numero più grande. Gli altri numeri sono tutte
approssimazioni di uno.»
Ma le religioni… Sempre lo stesso sogno: ritrovarsi insieme
sforzandosi di esserne contenti. Tutte quelle finte parentele tra
gli uomini: padri, fratelli.
«Siete prigionieri delle parole. Ciò che chiamate
religione è tutt’altro. Ma se ora non ne hai voglia non
insistiamo. Hai tante altre cose da scoprire, prima.»
Mi guardai intorno. Si vedevano anche i profili delle
alture.
Come mai è così lontana l’altra riva? domandai quando mi
accorsi che tacevano da un po’.
«Non preoccuparti, l’hai già fatta questa traversata, è
tutto nei tuoi quaderni. Ti stai soltanto accorgendo di
averlo già fatto.»
E quanto durerà, la traversata?
«È solo apparenza. Una vita, due, o qualche giorno, o
pochi minuti. Qui tutto è adesso, lo sai.»

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1. Matteo 6,29.
2. I due nomi di Dio si riconoscono anche nelle traduzioni consuete della
Bibbia: Elohim viene tradotto «Dio» (vedi Genesi 1,1; 3,1; 6,13 ecc.) mentre
YHWH, o Yhoah, viene tradotto «il Signore Dio» (vedi Genesi 2,7; 3,8-14
ecc.).

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I fantasmi nell’universo
I cambiamenti infiniti e le vicende altrui - Essere adesso -
Il lenzuolo addosso e le ombre - Immagini del cosmo: la
piramide e i cieli - Niente più in basso - I traumi presenti -
Le domande - Salire e crescere - Lo stupido e la felicità

«Abituati all’adesso» mi diceva il Dominante indicandomi


il bordo del traghetto. «Lo fai quando leggi la vita degli
altri, ma impara a farlo per te.»
«A essere più grande di te» glossò l’Austero.
«Per esempio, non pensare ai cambiamenti come a un
tratto di fiume da percorrere; come se poi un
cambiamento finisse.»
In che senso?
«Nessun cambiamento ha fine» il Dominante dettava
guardando verso l’altra riva «ma per arrivarci dovete
accorgervi che nel vostro io piccolo non cambiate mai. Voi
pensate che esistano volontà e destino: che siano due cose
diverse, e che la vostra mente possa conoscere solo il
versante della volontà, mentre il destino compete a una
sfera superiore. Invece nell’io piccolo volontà e destino
coincidono: sono due vostri specchi e lì non cambiate mai,
perché ogni cambiamento, lì, vi riporta a ciò che siete.»
Allora come si fa a cambiare?
«I cambiamenti ti riconducono a te, quando vicende
altrui ti portano lontano. Ogni vicenda altrui è un tuo
limite; lo superi quando te ne accorgi: allora cambi e
ritrovi il tuo adesso, che è sempre più grande di ciò che
credevi di essere, così come Aladino è più grande della
lampada.»
Le vicende altrui sono i miei limiti, ripetei tra me.

50
«Te li mostrano. Tu stesso le attiri, per limitare la tua
abbondanza. Togliti i sandali, invece.» 1

Ora prendo nota e poi capirò meglio, pensavo.


«Vedi?» rise il Dominante. «Poi! Poi, poi. L’adesso è
immenso, ma con i vostri poi lo sentite vuoto.»
«Se non sei dove sei, non puoi ascoltare più in alto»
insisté l’Austero.
«Le vostre religioni vi insegnano a sperare in una vita
futura» seguitò il Dominante, «a essere poi perfino con il
cuore. A volte finite per ammalarvi, per essere adesso
almeno un po’.
«Oppure vi addestrano a meditare sui peccati
commessi in passato, e tutto perché credete che a Dio
faccia piacere vedervi resistere tanto ai cambiamenti. Fa
piacere solo al vostro io piccolo. Lo Spirito si esprime nel
cambiare, sempre: nel vedere limiti, e superarli, e nel
ritrovare voi stessi infiniti. Ma voi venerate i vostri limiti.»
Per questo il fiume si allarga? intuii. È un limite: è perché
non ho il coraggio di arrivare sull’altra riva?
«Certo. Ed è perché non riesci ancora a essere dove sei;
di questo passo rimarremo qui per sempre, in attesa che
tu ti decida. Proprio come diceva quella donna l’altro
giorno: se non percepisci abbastanza, è perché ti manca
qualcosa di te; allora puoi solo giustificarti per cose non
fatte o fatte male, o pensare a ciò che avresti o non avresti
dovuto fare se se se… È il velo. Voi siete proprio come
immaginate siano gli Spiriti.»
Cioè?
«Sai com’è nei cartoni animati, quando gli Spiriti
appaiono con un lenzuolo addosso, perché altrimenti non
sarebbero visibili? Ecco, proprio così siete voi. Il lenzuolo
è la vostra percezione limitata: è tutti i vostri freni; ma
l’avete indosso voi, non noi, e attraverso quello guardate

51
la realtà tutta intera, e non soltanto noi Spiriti. 2 Così
vedete tutto attraverso l’ombra del lenzuolo, e siete ciò
che vedete: ombre.»
Quindi voi percepite la realtà com’è davvero, e noi no?
«A noi importa che vi accorgiate di essere la realtà. Voi
vi preoccupate di percepirla. È lì la differenza. E avete
quest’idea stramba: che quando percepite uno Spirito e lo
fate parlare, lo liberiate da una prigionia, come quando si
dice che Aladino abbia fatto uscire il Genio dalla lampada.
Ma anche qui è il contrario. Chi percepisce uno Spirito,
libera se stesso da una prigionia della percezione.»
«Perciò Aladino può adoperare i poteri, quando è con il
Genio: perché è più libero» mi aiutò a dedurre l’Austero.
Anche il fiume è una specie di lenzuolo?
«Il fiume è tante cose» rispose il Dominante. «È il
tempo, è ciò che credete di sapere e di capire, è il fluire
delle vite degli altri, come le vedete voi; sono le correnti
dei condizionamenti che subite; è tante ombre di veli.»
L’acqua sciabordava al di sotto del legno, che ne
sembrava pulsare. Non mi ero mai trovato così in mezzo a
un fiume, era bello vedere da lì la corrente ampia che
arrivava e proseguiva. E alzando lo sguardo dalla
corrente notavo che il paesaggio continuava a schiarirsi.
«Bene. Bene.» Il Dominante annuiva.

È la nebbia che si dirada, pensai. Adesso si vedevano


boschi su entrambe le rive, un pendio verde sulla sinistra,
il cielo era scuro e stava per piovere.
«Pioverà?» domandò l’Austero.
Ditemi dove stiamo andando, esattamente.
«Esattamente? Guarda qua» e il Dominante, con
l’indice, tracciava nell’aria segni che riportavo sul mio
quaderno. «Questo è il cosmo secondo voi: qui in cima voi
mettete la vostra mente cosciente, che per voi è senza

52
dubbio la vetta della creazione, mentre tutto il resto è più
giù. Più giù, secondo voi, c’è quello che chiamate
l’inconscio, e tutti gli animali, gli alberi, le rocce, le
acque…»
«Lì giù ci sarebbe anche il vostro corpo, secondo voi»
mi fece notare l’Austero.

«Mentre più in alto, secondo voi, non c’è niente. O


meglio, c’è quello che voi accettate di credere che ci sia:
così, decidendo se credere o no in Dio e negli Angeli o in

53
altre cose che vi hanno insegnato in passato, vi garantite il
diritto di stabilire che cosa ci sia e non ci sia più su adesso.
Non è un po’ soffocante, sentirsi così padroni di tutto?»
Un po’, ammisi.
«Tanto più che una piramide non può crescere. La
piramide è una forma difensiva: così aguzza» il
Dominante scosse il capo. «Pronta a trafiggere, e
immobile! Voi la amate talmente. Credete perfino che vi
guarisca. Giù in quella piramide vi fanno scendere i vostri
medici, per curare i vostri blocchi e le vostre nevrosi:
perché pensate che lì giù ci sia anche il vostro passato, e
pensate che nel passato si trovino residui di avvenimenti e
situazioni che vi hanno causato problemi. E quando
ripescate qualcuno di quei residui, tornate su credendo di
essere guariti.»
La psicanalisi a volte funziona.
«Tutto a volte funziona. Ma che effetto fa pensare che
dappertutto – sia giù sia su – avete soltanto il passato?»

«Invece guarda, questa è un’altra immagine del cosmo,


più antica e di gran lunga migliore:

54
«Il cosmo è una serie di sfere. Al centro, c’è l’io piccolo
di chiunque viene al mondo. Tu sei sempre al centro di un
orizzonte. E da ogni parte di queste sfere giunge tutto, al
tuo io: aria, luce, buio, cibo, avvenimenti, tutto il mondo.»
Copiavo sul quaderno le sfere tracciate nell’aria.
«E tutto è nel presente» diceva il Dominante. «Le
innumerevoli cose che giungono al tuo io dalle sfere sono
forme che assume l’energia della vita, che è ovunque
intorno: una e uguale quando è fuori dalle sfere, e sempre
più differenziata via via che le attraversa. Le sfere sono
lenti filtranti.»

55
Come le sfere dell’atmosfera.
«Ma tutto ciò che filtrano è soltanto presente,
comunque tu lo percepisca. Le sfere sono gli Dei, i pianeti,
i cieli, le Gerarchie angeliche, il passato, il futuro o le sfere
dell’atmosfera: ogni vostra epoca le chiama a suo modo,
ma sono sempre le stesse, e sono tutte in te. La differenza
è che nelle sfere più grandi e tutt’intorno c’è ciò che non
sai ancora di sapere e di essere, mentre nella più piccola lì
in mezzo c’è ciò che sai di sapere e di essere, e che chiami
io, o volontà, o destino.»
«Nomi, nomi, nomi…» mormorò l’Austero «gli animali
e le rocce non li hanno, e sanno molto più di te.»
«Così, se immagini che le sfere siano più alte dell’io,
l’io viene a essere il punto più basso dell’universo» diceva
il Dominante indicando la sfera piccola al centro. «Se
immagini che siano più grandi, allora l’io è il punto più
piccolo.»
Quindi non c’è niente di più basso dell’io.
«Niente. Anche il vostro corpo è più in alto di voi. Una
tua unghia è più saggia di te, e puoi solo imparare
guardandola. Così gli animali, le piante e l’aria.»
«E le rocce» precisò l’Austero.
«E le rocce. E anche i tuoi traumi, e tutti gli
avvenimenti che secondo te il tuo io non è riuscito ad
assimilare e che l’hanno danneggiato, non sono affatto più
giù, ma tutt’intorno:

56
«Non sperare che siano nel passato. Ci sono e basta:
sono energie che non sai più usare, o non sai ancora usare,
e che ti stanno intorno come nuvole, a schermare ciò che
dagli orizzonti fluisce verso di te. Le associ ad
avvenimenti passati, a traumi, ma questo non è diverso
dal dare vari nomi alle sfere. Puoi allo stesso modo
associarle ad avvenimenti futuri: perché da lì verranno
certamente conflitti e sconfitte; così ciò che voi chiamate
passato diventa di nuovo futuro. E da lì vengono i vostri
difetti, limiti, paure, che producono continuamente ricordi
dolenti: sotto queste nuvole ricevi meno luce e sei debole

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e soffri, fino a che non ne vieni a capo.»
E come?
«Salendo più su. Diventando più grande. Il contrario di
ciò che si sforzano di pensare i vostri dottori, che credono
di farvi scendere giù per curarvi la mente, perché vi
immaginate di essere a chissà quale altezza.»

«Ma a voi piace il passato: perché è già avvenuto, e


perlomeno siete sicuri di essergli sopravvissuti. Anche ai
ricordi e alle vecchie abitudini restate aggrappati per lo
stesso motivo. Ma che bisogno c’è? Sono comunque in te,
sono te, e tu sei tu. È come se cercassi di aggrapparti a un
tuo braccio.»
E come si fa a uscirne, a salire?
«Si guarda intorno e si fanno domande. Tutte le volte
che fate una domanda siete molto più in alto di quanto
crediate. La domanda ti viene alla mente quando la
risposta l’hai già. Solo che nell’ombra non hai il coraggio
di dirlo, e avverti la scoperta come una domanda.»
Ogni volta che vi faccio una domanda so già la risposta?
«L’hai già: in noi, ma l’hai già. Tanti invece adoperano
le domande per convincersi di non sapere niente di più di
ciò che sanno già di sapere. È per restare nell’ombra.» 3

E voi dove siete, in questo schema dell’universo?


«Qui» e di quei cerchi il Dominante indicò il secondo, a
partire dal centro. «Dove uscite da questo orizzonte,
incontrate noi. Non che abitiamo qui: non siamo fissi in
un punto, possiamo muoverci dove vogliamo; ma
aspettiamo voi, che usciate dal vostro tempo chiuso. Da lì
saliamo con voi, dove si diradano anche altre vostre
categorie percettive, come la quantità, i numeri, il dentro e
il fuori.»

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E perché ci aspettate?
«Perché noi siamo te. Non riesce a entrarti in testa,
vero? Per toccare una cosa usi la mano. Lì noi siamo la
mano. Così crescete e salite. Salire, è quando la vostra
attenzione sale, premendo sulla parete del globo, ricordi?
E crescere… è il globo intero che cresce.»
Quella tra salire e crescere è una differenza importante?
«Sì. Nel salire, nel muoversi dell’attenzione, il tempo
non c’è, ci sono solo tanti attimi, ognuno infinito. Nel
crescere, invece, il tempo deve adattarsi: dovete allargare
il tempo. Il che appunto stai facendo tu con i tuoi
quaderni. Questi disegni li avevi già, nei quaderni vecchi,
la tua attenzione ci era già arrivata, ma non te ne ricordi,
come dici tu. Non è che non te ne ricordi, è che devi
crescere. L’io è più piccolo e più basso anche di se stesso.»
Cercai nei quaderni, e ritrovavo davvero quegli schemi
circolari: rivedendoli mi ricordavo di averli disegnati, e
anche all’incirca quando, e ricordarmene mi dava la
sensazione che il mio tempo si stesse smontando, come un
orologio sul tavolo di un orologiaio. In quel momento il
traghetto si fermò, con un sussulto.
«Eccoci.»

I due alati scesero sull’altra riva, con la Bambina. Il


Dominante sembrava aspettare me, che avevo appena
alzato lo sguardo da un quaderno.
«Sai, è un bene che a volte tu sia così stupido» sorrise
l’Austero mentre mi aiutava a scendere. «Il tuo io piccolo,
dico. Così cresci di più. In realtà non importa a che livello
arriviate, ma solo come crescete. E poi» continuò «un io
piccolo abbastanza stupido è la condizione indispensabile
per il voler essere felici, il che a tanti piace più della felicità.
Questione di gusti. Insomma, non vuoi scendere a riva?»
Ero fermo sul traghetto, non riuscivo a muovermi.

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«Qualcosa non basta ancora? Non ricordi abbastanza?»
Non so, non…
«Come vuoi.» E di nuovo eravamo in mezzo al fiume,
ma adesso pioveva forte.

1. È ciò che Dio ingiunge a Mosè quando gli appare per la prima volta nel
deserto, Esodo 3,5; e «Togliti i sandali» è un’esortazione a non porre nulla tra
se stessi e il luogo in cui si è.
2. Esodo 3,6: «Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso
Dio».
3. Giovanni 3,19.

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I personaggi dell’io
L’annegata - Quando non si prova nulla - Ciò che avviene
sempre e come cambiarlo - Lo sguardo e il passato -
Personaggi esploratori e personaggi creatori - Aladino che
si innamora - I punti cardinali - «Io» e «gli altri» - Mille
destini - Pericoli

L’acqua grondava lungo un telo sopra le nostre teste. La


pioggia e il fiume in piena facevano sembrare tutto il
mondo un posto inospitale, e questo rendeva ancora più
bello lo stare vicini. Vicini a chi? La Bambina era al sicuro,
tra i due alati, ma c’erano altre persone sul traghetto, che
cominciavo appena a intravedere.
Mi piaceva, era come ricordare: come un attimo prima
che un nome riemerga alla memoria, e prolungavo
apposta quell’attimo. Era quasi una sensazione fisica,
nelle braccia, nelle mani, soprattutto in quella destra.
Stringevo qualcuno, lì, o forse non volevo lasciar andare
quel ricordo? Guardai la mia mano destra e vidi che era
contratta. Non riuscivo più a distendere le dita.
Perché la mia mano è così? domandai come se la mano
non fosse mia.
«Fa’ un respiro profondo e guarda.»

La gente era vestita di stoffa ruvida, erano tutti fradici.


L’acqua color argilla saliva sulle assi, il traghetto si
inclinava e due persone cadevano in acqua e affondavano
dalla corrente, un uomo e una donna. E adesso cosa deve
succedere? pensavo. Un’altra donna stava scivolando
nell’acqua e non riuscivo a trattenerla, qualcuno teneva
me per le braccia e mi restava quella stoffa ruvida in

61
mano, la stoffa la avvolgeva ancora, nell’acqua, e io
gridavo. O meglio mi guardavo gridare. Ero là e al tempo
stesso ero già sulla riva.
«Su, scendi adesso» mi incoraggiò il Dominante.
Scesi sulla riva, appoggiandomi a lui.
C’erano grandi alberi sul pendio, che offrivano riparo
dalla pioggia: e mentre li raggiungevamo mi vidi seduto
lì, con due bambini accanto, a guardare il fiume.

Adesso eravamo soltanto sotto gli alberi. E mi


meravigliava il fatto che non avessi provato nulla: né
raccapriccio, né tristezza. Avevo soltanto guardato. Era
come se avessi il cuore stanco. Sul fiume c’era un altro
traghetto, nella pioggia forte.
Cosa voleva dire quella scena?
«Qui le cose succedono sempre» rispose il Dominante,
«qui è sempre. È normale che non provi più niente, i
sentimenti si esauriscono davanti al sempre, per poterlo
sopportare.»
È una specie di protezione?
«Anche. Qui rivedrai sempre le stesse cose fino a che
non le cambi. Tu che entri nell’acqua, oppure lei che ci
cade dentro e annega. In compenso, se cambi qualcosa
qui, cambiano innumerevoli cose nel tuo Aldiquà; in
questo senso il fiume è il tuo mondo. E naturalmente la
forza di un mondo intero che torna sempre in questi
gorghi è superiore alla forza di uno solo, che per di più
non la usa, la sua forza.»
Dal traghetto cadevano di nuovo in acqua due persone,
un uomo e una donna: la stessa scena di prima.
Ma che cosa dovrei fare esattamente, per cambiare?

«Accorgerti» rispose il Dominante. «Per esempio, ora ti

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stai accorgendo che non provi nulla per la poverina che
affoga nell’acqua torbida, smettendo di scalciare. Non ti
spiace che fosse bella e che fosse tua. Per secoli ti è
spiaciuto e ti sei tormentato per non averla saputa
trattenere, e adesso non ti spiace più; perciò l’hai potuta
perdere. Ti accorgi?»
Sì.
«Così è. Quando vi accorgete di non avere più la forza
per dispiacervene, è perché state cominciando a cambiare.
Che dici: andiamo verso il bosco, o lungo la riva del
fiume?»
Nel bosco.
I due alati si incamminarono per primi, e noi dietro, sul
terreno coperto di aghi di conifere, sabbioso qua e là.
La pioggia nel bosco era meno fitta, il fogliame
formava cupole quasi compatte. Guardavo il muschio e le
grandi radici, e pensai che anche i discorsi del Dominante
somigliavano a un bosco così, in cui lui sapeva la
direzione e io potevo vedere solo gli alberi.
«Il tuo sguardo si sposta, e tu no» mi disse il
Dominante. «Perciò il tempo passa. Invece di essere dov’è
il tuo sguardo resti fermo in un punto, tieni il tuo adesso
nel passato. Così ogni giorno diventa solo passato.»
E se seguissi il mio sguardo?
«Allora ciò che hai visto può essere un mosaico di altre
vite, sparso, o un geroglifico di tue esperienze nella vita
attuale; puoi anche accorgerti che ciò che hai visto sono i
personaggi formati dai tuoi pensieri. Indubbiamente
questi personaggi hanno popolato la tua vita, e spesso li
hai chiamati io. Ma voi siete talmente approssimativi,
quando parlate dell’io.»
Quella donna era un personaggio inventato? domandai con
sollievo.
«No, lei era vera. Tu che la guardavi eri un tuo

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personaggio: tu che non provavi sentimenti.»
Ma personaggi in che senso?
«Voi pensate che basti dire “io” per parlare di voi:
come se la parola “io” indicasse sempre e per magica virtù
un unico intero, preciso e strutturato. Non è così. Ogni
volta che ti accorgi di te, trovi i numerosi personaggi di
cui si compone il tuo io; e sono di due categorie:
esploratori e creatori.»
È una vostra teoria della personalità? È così per tutti?
«Certo. È una teoria per evitare inutili guai.»

«Prima ci sono i personaggi esploratori. Li mandi nel


mondo per conoscerlo e non per plasmarlo. Plasmi
soltanto loro, sono ipotesi, esperimenti. Sono tuoi volti e
pensieri che escono nel mondo pensando di trovare una
soluzione, un modo di aver ragione: “Ecco tutto!” dicono,
“ecco tutto!”. E allora tu dici: “Ho deciso! Ho capito! Ho
trovato la via!”.
«Ogni tuo personaggio così plasmato è un modo di
difenderti dalla scoperta di ciò che sei e vuoi davvero,
dato che avete paura di scoprirlo. Ma ciononostante ti
mostra qualche lato di te: nei nemici e negli amici, in chi
credevi di odiare o di amare, vedi tratti tuoi che non
sapevi di avere. E appena li riconosci, li superi e sei già
oltre. Ogni tuo tratto che richiede di venir scoperto e
superato da te ti spinge inconsapevolmente a produrre i
personaggi che occorrono.»
Dunque sono utili.
«Utilissimi. Solo che non si può vivere di sole scoperte
allo specchio, no? Eppure tanti vivono così.»

«Poi ci sono i personaggi creatori» il Dominante


raccolse una bella foglia gialla, e me la porse «che si

64
generano da sé, un po’ come i lineamenti del tuo volto. Li
puoi soltanto scoprire, non creare.
«Sono anch’essi tuoi aspetti e pensieri, ma plasmano la
realtà. Ne scoprite e ne usate pochissimi. Un po’ perché a
voi piace esplorare e non conoscere, vi piace il processo
dello scoprire ma poi temete le scoperte; e un po’ perché
per usarli dovete raggiungere un certo livello di intensità.
Per esempio, Aladino fino a che non si innamora della
principessa usa la lampada per cose di poco conto. Poi si
innamora, e cambia il mondo. È semplice.»
La principessa era un suo personaggio creatore?
«Bravo.»
E innamorandosi non ha detto «ecco tutto!» e «ho trovato!»?
«Non ha avuto il tempo di pensarci. Fino a quel
momento il livello di intensità di Aladino era troppo
scarso per fargli incontrare principesse: per permettere
cioè ai suoi personaggi creatori di farsi avanti nel mondo,
e di incontrarlo. E allora poteva dirsi “ho trovato!” oppure
“ma ho trovato davvero?” e così via.»
Il bosco adesso era di abeti e betulle.
Perché ciò che dite è sempre contraddittorio? Appena penso
di aver capito mi sento come in mezzo alle onde…
«In mezzo alle onde?» Il Dominante sorrise.
Sì, spaesato, insomma. Perché parlate così?
«Se spiegassi a un bambino i punti cardinali, dovresti
dirgli che, continuando sempre verso est, si torna al punto
di partenza da ovest. È contraddittorio?»
Sì. No.
«Così sono sempre le cose che avete in voi e proiettate
fuori, come i punti cardinali. Avete sempre qualche
comprensibile resistenza ad assimilare questo dato di
fatto. E pensa che stiamo andando per gradi: è solo l’inizio
di una spiegazione; di molte, anzi. Non dare troppo peso
a queste cose preliminari, solo fa’ domande e tutto si

65
chiarirà.»

Questi personaggi sono emanati da noi o siamo noi?


«Tutt’e due le cose. A volte li vedete negli altri; a volte
vi accorgete di esserlo voi. La maggioranza delle persone
non li vede mai. Scorgerli negli altri è già un buon livello
di intuizione.»
Ma provengono da noi.
«Sì, sono ciò che vi impedisce di vedere gli altri e il
mondo così come sono davvero. Perciò il mondo come lo
vedete è per lo più opera vostra, che voi esplorate
sospettosi, fingendo di non trovare dappertutto e sempre
le stesse cose.»
Che sono i personaggi.
«Sì. E che voi chiamate “io” o “gli altri”, a seconda.»

E come si riconoscono i due generi di personaggi: dai tratti


fisici, dai modi?
«No, è solo la tua intensità a fare di un personaggio un
esploratore o un creatore; e l’intensità dipende dai
momenti. Così, quando tutto nella vita sembra chiuderti
la via, e fai errori, o avresti voglia di non fare più nulla, è
perché stai per accorgerti di essere finito in qualche
nugolo di personaggi esploratori e di prenderli troppo sul
serio. E tutto perché allora la tua intensità è scarsa. Un tale
che si deprima in una situazione simile andrà magari da
un medico, e il medico (ciò che il medico chiama “io”)
curerà quel tale (curerà ciò che quel tale chiama “io”) e
insieme si perderanno tra i loro personaggi, come in un
labirinto di specchi.»

«Quando invece il livello d’intensità cresce, i


personaggi diventano creatori, e allora si ha sempre

66
l’impressione che siano intervenute potenze celesti. Si
rivelano tue facoltà più alte, tutto va a tuo vantaggio, tutto
è tuo alleato nel mondo.»
E possono essere gli stessi personaggi, che cambiano ruolo a
seconda del mio livello di intensità?
«Sì, certo. Voi siete liberi, niente vi determina. Dipende
soltanto da voi essere intensamente voi stessi o no, in
qualsiasi frangente della vita. Di occasioni ne avete ogni
istante. Un giorno ne scegliete una, la vostra intensità sale
d’un tratto ed ecco che tutto va bene.»

Credevo che ognuno avesse una sua personalità autentica da


scoprire, una sola.
«Ovviamente no. Voi siete liberi e immensi. Ognuno di
voi può essere mille destini, a seconda della sua intensità.
Perciò accorgersi dei propri personaggi è un grande passo
nella crescita: ma, per accorgertene, devi ammettere di
essere più grande del piccolo io che pensi di conoscere.»
E gli altri? Togliendo i miei personaggi posso arrivare a
conoscere gli altri per come sono davvero, indipendentemente da
me?
«Impara a vedere te stesso, se no non saprai mai chi
siano, gli altri. Certo, se imparate a vedere i vostri
personaggi, sapete anche vedere i personaggi degli altri.
Tu da bambino ci riuscivi, ma non te lo ricordi; e ora sai
vedere i personaggi degli altri, leggendo le vite degli altri,
come dici tu, ma non sai vedere i tuoi.»

Voi mi state insegnando a vedere di nuovo, no?


«Ci proviamo. Non vedere i propri personaggi è
sempre pericoloso. Li chiami “io”, li fai agire, e capita
prima o poi che uno dei tuoi personaggi esploratori
prenda una decisione per te: così ti ritrovi poi per anni o

67
decenni in una professione che non ti piace, o in un amore
che non fa per te, o comunque a fare qualcosa che non
porta a nulla. Allora ti sembra davvero di essere in mezzo
alle onde, e di rischiare di annegare.»
«Già» borbottò l’Austero.
«È abbastanza raro che la vostra via sia proprio la
vostra via, sai» proseguì il Dominante. «Ma è molto bello
trovarla. Sono conoscenze che la vostra psicologia non ha
ancora: poi pian piano ti descriveremo tutti i vari tipi di
personaggi, con ordine.»
Quanti tipi sono?
«Una cinquantina. Tu quanti anni hai? Quarantatré,
ora? Dovrebbero proprio essere quarantatré. O
sessantatré? Quanti anni conti tu, con il tuo modo di
contare? Magari settantadue. O di meno?»
E il Dominante rideva.

68
L’Impossibile
Il groviglio degli altri - Il passaggio del Mar Rosso -
Tremila anni e adesso - Souvenir - Il trasloco - La
confusione tra le persone - Farsi inghiottire - La possibilità
di sentirsi in pace con se stessi - Il passato fuori dal fiume
- Le paure degli altri - In treno - La maggioranza - Il
desiderio e il ma

«Ti piace la foresta?» mi domandò, poco dopo.


Sì.
Mi pesava sul cuore il sordo fastidio di non aver capito
prima, di non aver saputo queste cose magari vent’anni
fa: quanto sarebbe stata diversa la mia vita? La foresta era
come lo sforzo di non pensarci.
«Ti preoccupa il non aver difeso la tua via? Ma è
un’arte difficile, sai. Il mondo che conosci nel tuo Aldiquà
è un groviglio di vite altrui. Buone o cattive, giuste o
sbagliate, chi può saperlo; ma altrui. A ogni passo può
avvenire che nei tuoi personaggi ricalchi la via di qualcun
altro che non c’entra nulla con te: e via, come nelle
correnti del fiume. Invece tu sei com’eri prima di
conoscere i tuoi genitori, prima di ogni obbedienza,
adattamento, opposizione. In compenso, in qualunque
istante tu cominci ad accorgertene, si apre il Mar Rosso
davanti a te, e lì è per sempre.»
Il Mar Rosso?
«Quello dove sprofondarono gli Egizi. Come dice il
libro? Vai a vedere.» 1

L’Angelo di Dio, che era davanti alla carovana di Israele, cambiò


posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal

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davanti passò indietro. Venne così a trovarsi tra gli Egizi e la
carovana di Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli
altri illuminava il buio; così gli uni non potevano avvicinarsi agli
altri, in tutto quel buio.

«Questo è il groviglio, vedi?» commentò il Dominante.


«Gli uni non potevano avvicinarsi agli altri, e solo certi
vedono. Va’ avanti.»

Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore, in mezzo a tutto


quel buio, risospinse in mare con un forte vento d’oriente…

«D’oriente voleva dire dell’inizio» mi spiegò il


Dominante. «Di quando eri ancora te stesso. Il vento apre
la tua via in quel groviglio.»

… rendendo il mare asciutto. Le acque si divisero. Gli Israeliti


entrarono nel mare all’asciutto, mentre le acque erano per loro una
muraglia a destra e a sinistra.

«Perfetto. E questo sei tu.»


«L’importante è sbrigarsi a passare» fece l’Austero
come tra sé «e non restare lì in mezzo mentre le acque
ripiombano giù.»

Questa spiegazione mi rasserenò, sia perché non avevo


mai capito bene quel passo affascinante, sia perché,
ascoltandola, qualcosa in me ne aveva inteso più di
quanto subito dopo riuscivo a ricordarne: e questo
qualcosa in più mi aveva dato gioia, e il senso di gioia era
rimasto. Lo avvertivo ancora quando mi addormentai, e al
risveglio la mia mente – ricordo – era più agile del solito.
Lavorai senza interruzione dalle sei fino a oltre

70
mezzogiorno, stavo traducendo la Bibbia in quei mesi, e
ripensavo: «Si apre il Mar Rosso davanti a te, e lì è per
sempre». Davvero nella Bibbia si ha questa impressione:
che a ogni versetto si aprano acque, acque di secoli,
millenni. Duemilacinquecento anni tra noi e la Genesi,
come calcolano alcuni. Più di tremila, secondo altri e
anche secondo me, che trovavo nel testo tracce evidenti
del linguaggio geroglifico egizio. Ma il testo biblico
diventava adesso, ogni volta che un significato nuovo
cominciava a chiarirsi sotto i miei occhi. Niente di più
vicino: tradurla è come labbra che sussurrino sfiorando
l’orecchio, mentre gli altri rumori intorno diventano
remoti.
Anche la vita andrebbe tradotta così, pensavo, mentre
poco prima dell’una scendevo le scale di casa. Nella
cassetta delle lettere c’era un pacchetto senza il nome del
mittente. C’era solo la parola Souvenir, scritta su un
angolo: era lei, l’Impossibile; e dentro trovai i regali che le
avevo inviato quattro anni prima.

Nemmeno un biglietto.
«Non vuole più niente di me.» Lo sussurrai, come se il
silenzio intorno fosse diventato tutt’a un tratto
insostenibile.
Qualche secondo passò, lunghissimo. Avvicinai un
braccialetto d’oro al naso: c’era il suo profumo? Un
rumore di piatti da ora di pranzo, da qualche finestra del
cortile. Strinsi le labbra e andai a gettare i regali, uno per
uno, nel bidone della spazzatura. Non li volevo e avevo
fretta di non vederli più. C’era anche una bussola antica,
cinese: il vetro era spezzato. Via anche quella.
Poco dopo cominciò ad agitarmi la mente una specie di
trasloco: come se dentro di me stessi smontando armadi,
scaffali, specchi, cercando dove buttarli, stizzito, offeso,

71
su, presto, con tutta la polvere soffocante che ne veniva,
polvere di ricordi, tanto da tossirne. Per i compleanni ci
telefonavamo ancora. No, non sempre, non l’avevo
chiamata il novembre scorso. Non l’avevo chiamata
perché andava sempre allo stesso modo: alla telefonata
d’auguri ne seguivano subito altre, lo stesso giorno, e nei
due tre giorni seguenti, fino a che non ricominciavamo ad
accusarci a vicenda di viltà e ipocrisia proprio come
quando avevamo troncato. Quello era il vero regalo di
compleanno, far sapere l’uno all’altra che faceva ancora
male.
A maggior ragione, basta: eravamo un rancore uno per
l’altra. Perciò non l’avevo chiamata; e poi era proprio
quando volevo cambiare tante cose: non avevo voluto
pensarci. Basta, e dopo tre mesi ecco, la conferma.
Ricevuto. Souvenir.
I mobili di quel mio trasloco interiore restavano
intorno, in disordine. La stizza non durò neanche un’ora,
poi tutto rimase ingombro. «Per sempre»: nei quaderni
d’allora trovavo scritto che sarebbe stato per sempre, «per
tutta una vita». Che l’avessero detto i Maestri, o che avessi
desiderato io sentirlo dire contava poco allora, e contò
poco anche quel pomeriggio.
Ci assomigliavamo talmente io e lei.
Era addirittura strano, sì: la stessa storia, lo stesso
lavoro, le stesse origini anche, e gli stessi difetti. Non ci
eravamo scelti, non ce n’era stato il tempo: tre ore dopo
averla conosciuta era già cominciato tutto, tra continui
«anch’io, anch’io» di cui ridevamo.
Dunque sarebbe stata una ferita per sempre? Va bene,
pensavo ora. Per tutta la vita. E stare seduti a pensarci era
come lottare.
Lottavo contro il ricordo di tutte le ore al telefono,
dopo il primo incontro, per una stagione intera –

72
primavera – telefonate, e lettere e fax per riempire il
tempo tra una telefonata e l’altra. Poi erano incominciati
gli appuntamenti, insensati, impossibili anch’essi, e lì il
tempo non esisteva proprio più, né il sonno, né il cibo;
come i bambini che giocando non si sfiniscono mai, e alla
fine bisogna trascinarli via a forza. Erano viaggi di otto
fusi orari, eppure così facili: proprio in quel periodo
capitavano di continuo motivi, pretesti. E non ne
capitarono più, poi.
Mi tornò in mente la donna che scompariva nel fiume.
E adesso avevo buttato i regali nella spazzatura.

Poco dopo, nel tornare alla Stanza Tonda, immaginai


da subito quello Spirito che mi appariva in forma di
Bambina: mi accompagnò mentre percorrevo il mio
itinerario mentale, e provai a raccontarle com’era andata
tra me e la mia Impossibile, come se spiegare a un
bambino un amore perduto aiutasse a sentirne meno
l’amarezza.
«E prima com’eri?» mi domandò la Bambina.
Prima ero bravo, mi venne da risponderle, mi comportavo
bene. Poi sono diventato più opaco e ho cominciato a fare
confusione tra le persone.
«Come, confusione tra le persone?»
Come si fa a volte per gioco. Far finta che una persona sia
un’altra. Solo che non ci si diverte, anzi lo si fa apposta per
sentirsi tristi. Agli adulti piace giocare così.
«Chissà perché» disse dispiaciuta.

Ai Maestri non domandai di quei regali restituiti. Solo:


Di che cosa devo accorgermi adesso?
«È meglio che fai caso solo a te che guardi, e non a ciò
che vedi, anche nei tuoi amori» rispose il Dominante,

73
«così il tuo sguardo diventa l’annegata. Non che sia
inutile: anche Cappuccetto Rosso si fa inghiottire dal lupo.
Il profeta Giona e Pinocchio si fanno inghiottire dal pesce.
Crono inghiotte i fratelli di Zeus. Aladino è inghiottito
dalla grotta. Gesù dal sepolcro. Noè dall’arca. Non ci hai
mai fatto caso?»
Prendevo nota accuratamente, ma di malavoglia. Era
cambiato tutto dal giorno prima.
«E sai perché?» continuava il Dominante. «Ci si fa
inghiottire dall’impedimento per diventarlo. Sei
nell’ostacolo, diventi l’ostacolo. E se lì riesci a rimaner te
stesso, non soltanto lo superi, ma acquisti la forza
dell’ostacolo, per usarla altrimenti.»
Rilessi ciò che avevo annotato e aspettai che dettasse
ancora.
«La tua Impossibile ti ha restituito i regali. Donna
saggia» rilevò l’Austero.
Devo chiamarla, cioè?
La mia mano non riusciva a scrivere la risposta.
Ma anche se la chiamassi, che cosa le potrei dire di più? Non
può ricominciare una storia insensata, a diecimila chilometri di
distanza. No? Sto perdendo tempo di nuovo, è chiaro.
Dovevamo parlare di tutt’altro, e siamo daccapo ai «m’ama non
m’ama». E qui intorno non vedo più niente.
Sì o no?

Con i Maestri capita a volte di desiderare talmente una


risposta da non riuscire a udirla. Allora non resta che
attendere, fare un profondo respiro, e poi riprendere il
discorso da un altro punto di vista o cambiare del tutto
argomento.
Posai la penna e inspirai. Diventare l’ostacolo.
Tra le cose che ci accomunavano, me e la mia
Impossibile, c’era anche l’atteggiamento nei riguardi della

74
famiglia: sia il suo matrimonio sia il mio duravano da
molto e proseguivano per inerzia; quello allora era stato
l’ostacolo, sì: ma entrambi avevamo puntato talmente
tanto sui nostri studi, in campi talmente avventurosi e
incerti, che non ci avanzava il coraggio di lasciar entrare
anche nella nostra vita privata un elemento di rischio,
come sarebbe stato il divorzio, una nuova unione, andare
a vivere insieme.
O almeno così pensavo da tanto tempo. Ora guardavo
la penna e davvero temevo di scrivere qualcosa. I Miei
tacevano; non avevo domandato niente.
Sì, potevo capirmi ora. Tanto io che lei avevamo
assoluto bisogno di un punto stabile (qualunque fosse,
purché stabile da anni), proprio perché in ogni altro
aspetto della nostra vita tutto era e doveva essere
imprevedibile. E poi chi studia è abituato a non chiedere
per se stesso niente, bensì a usare se stesso.
Tanti divorziano, dissi, e non ne conosco nessuno che non si
sia dissanguato. E poi è banale. Mi dà fastidio la banalità. Ma
non era una domanda.
Giusto? Sbagliato? Necessario? Mediocre? Triste?
Tacevano. In ogni caso c’è qualcosa negli amori
impossibili che toglie per sempre la possibilità di sentirsi
in pace con se stessi. Tutti e due gli amanti sentono
quell’impossibile come un limite e – come dicono i
Maestri – appena ti accorgi che un limite è un limite, non
lo è più. Eppure nessuno dei due lo supera. Si
paralizzano. «Ed eccolo infatti» pensavo «è bastato che si
facesse ricordare, e sono di nuovo paralizzato.» E un
limite è tutti i limiti. Dunque in quanti altri aspetti della
mia vita non oso vederlo? Mi immaginai alle
consultazioni, mentre spiegavo ad altri i loro errori e il
loro destino. E io?
Io diffondo tenebra? chiesi.

75
«Diffondi tenebra su ciò che hai chiesto» rispose il
Dominante. «L’hai fatto in passato, con lei, e ora lo fai nel
pensiero. Risolveremo. Ora lascia passare questa
sensazione amara d’aver fatto errori con il sentimento.
Hai onorato lo status quo e così è stato: quieto, ma scarso
per te. E ora sei debole.»
Tutto questo è un mio personaggio creatore? Ci sono anche
personaggi creatori che creano solo difficoltà, vero?
«Ce ne sono, ma qui sei solo tu che freni. Quando è un
personaggio creatore ad agire, non hai tempo di pensare
tanto.»
Vidi che il Dominante mi guardava pensieroso. Ma ora
lo vedevo, almeno, e mi sentii meglio: ricominciavo anche
a vedere dove eravamo. I disegni della tappezzeria erano
come quelli dei tappeti e, invece degli alberi, c’erano un
soffitto basso e un finestrino. Uno scompartimento, di un
treno di molti anni fa.
«L’importante ora è uscire dal fiume che ti inghiotte»
proseguiva il Dominante, seduto davanti a me. Vedevo le
pieghe del suo morbido caftano persiano. «Il problema è
che uscendone trovi tutto il tuo passato, tutto ciò che già
conoscevi e che ti eri lasciato alle spalle scomparendo nel
fiume. E far finta che non esista non puoi…»
Da cosa dovevo uscire? Il passato è che la amo, pensai,
e io la amo. E nel pensarlo mi sentii bene.

«La scelta è sempre tra essere te stesso o gli altri»


continuò il Dominante. «Se hai paura di essere o di fare, le
tue paure sono le paure d’una moltitudine di altri, di
legami e cose passate che non vogliono perderti. Così sei
loro, le loro paure: fedele a loro per tutta la vita. Puoi
essere invece il tuo coraggio, che non sai di avere, come
anche loro non sanno di averlo.»
Sì, ma come?

76
«Staccandoti dagli altri. Imparando a vedere cosa c’è in
loro di bello o di sbagliato, che tu oscuramente senti di
avere anche in te, ma che non sai riconoscere.»
Non capisco… I personaggi, di nuovo?
«Non solo. Devi chiarirti bene questo punto. Non se ne
esce, se no.»
Il passato: adesso vedevo bene il vagone in cui
eravamo seduti, era un treno della mia infanzia, quando
tornavo a casa d’estate, in Russia. Il viaggio verso oriente
durava tre giorni, in scompartimenti foderati di morbida
tappezzeria e tappeti, vanto delle Ferrovie Sovietiche.
Perché siamo su questo treno?
«Non lo sappiamo ancora» rispose il Dominante
guardando verso il finestrino, come se gli avessi chiesto
quale sarebbe stata la prossima stazione. «Non certo
perché tu sia più rapido ora. Forse è perché obbedisci a
questo treno: ti fai portare e non vedi il cielo e la terra là
fuori, la loro materia luminosa. Di certo è un treno del tuo
passato. Wagon lits. Schlafwagen.»
Vienna, Praga, Varsavia. Ricordavo le città che vedevo
dal finestrino, così diverse allora; un altro mondo.
Perché dici «forse» e «di certo»? Non è il vostro modo di
parlare.
«Eh sì» il Dominante scosse il capo, «ti portano via,
certe cose. Ti accorgi che non sei più tu e non ci senti bene.
Il treno ti ha portato via tante volte. Succede così: chi non
è se stesso ha bisogno che il suo piccolo tempo personale
sia trasportato da un tempo più vasto, come un
passeggero su un treno. È una consolazione di moltissimi:
così anche il loro piccolo tempo inutile (inutile, perché
non sanno usarlo) ha un po’ di vastità. Le convenzioni, le
maggioranze sono i vostri treni.»
Io ho obbedito alla maggioranza? Anch’io sono così?
«No? Forse non in tutto. Non parleresti con noi, se no.

77
Ma, di sicuro sei stato spesso un tipo piuttosto
obbediente.»
Perciò è andata così, tra lei e me? Semplicemente ho avuto
paura? O non la amavo abbastanza?
«È soprattutto perché eravate troppo simili. Quando vi
siete visti così simili in tutto vi siete fermati, ringhiando
come due gatti. Naturalmente dovevate evitare di
incontrarvi per un bel po’, per riuscire a calmarvi.
«Vi piacete, certo. Ma questo non vi avvicinava; il
desiderio non avvicina quando desideri l’essere dell’altro
perché è tanto simile al tuo. Questa è l’inarrivabilità. Può
venirne una grande passione, ma nella prospettiva del
mai. Non che sia male: il mai in un certo senso è molto più
del sempre. Non solo è immenso, è anche profondo.»
Mi accorsi che trattenevo il fiato.
«E ti porta via, come un treno.»

Sorrideva. I due alati erano vicini al finestrino e


indicavano qualcosa alla Bambina, seduta sulle ginocchia
del vecchio. E anche lei indicava, appoggiando l’indice al
vetro e facendo domande.
«Perciò la distanza è stata utile» riprese il Dominante.
«Non vi sareste intesi, come si dice. E sareste comunque
fuggiti via uno dall’altra. Ma adesso la questione è
un’altra. Anche il mai è un surrogato di ciò che di più
grande potresti invece trovare in te. Il problema non è
l’averla amata e il non essere partito allora, ma il volerlo
fare adesso. Tante cose sono passate e hanno perso la loro
necessità. Surrogati di surrogati, ormai. Se non te ne
stacchi, muori.»
Chiusi il quaderno e riaprii gli occhi.

78
1. Esodo 14,19-21.

79
Vittime e colpevoli
Al telefono con l’Impossibile - Cosa avrei risposto - Di che
cosa ci si innamora - Strutture - Perché far crescere ciò che
è vecchio? - Chi si fa vittima - La libertà più in alto - Le
due condizioni delle invenzioni industriali - La lampadina
e l’Ottocento - La ferrovia e la Scala celeste - La gente in
treno - Se immaginassi con fiducia - Invenzione e
immaginazione

Un’ora dopo stavo parlando al telefono con lei. Là era


mattina. Mi aveva risposto la figlia, con una voce più
densa di quella che ricordavo. E mi passò lei: «Ciao» disse
l’Impossibile, «aspetta un attimo» e portò il telefono
nell’altra stanza.
Aspettando guardavo la mia scrivania. I quaderni
vecchi e gli appunti di poco fa, le matite colorate, il
computer. E va bene, pensai, sto sbagliando anche ora.
Vivendo si sbaglia.
«Allora come stai, bene?» domandò senza sorriso. La
sua voce era quella dei litigi.
Tacqui per qualche secondo e le dissi che l’amavo e che
non potevo immaginare la mia vita senza di lei; che mi
sembrava di aver vissuto quei quattro anni pensando
sempre di raccontare tutto a lei, e che ogni cosa bella
somigliava a lei, a ciò che avevo amato in lei fin dal primo
momento e per sempre.
Silenzio.
«Pronto?»
«Strano, no? Quattro anni. Li hai visti, i tuoi regali?»
«No, non ho ricevuto il pacchetto. Non era per me.»
Scoppiò a ridere.

80
«Che scemo.»
«Tu come va?» continuai ridendo anch’io.
«Sei ancora sposata?»
«Tutto come prima. Tu?»
Un istante dopo parlavamo fitto, io non riuscivo a
restare seduto e camminavo per la stanza, gesticolavo
parlando, non riuscivo a smettere di sorridere. Quattro
anni prima parlavamo così.
Mi sedetti sul pavimento.
«Allora?» domandai. «Basta, vero? È finito il vuoto,
ricomincia tutto? Più di prima.»
«No.»
«Sì.»
«Ci sentiamo» e riattaccò.
Posai il ricevitore e guardai il sole del pomeriggio sulle
tende. E se davvero avessimo ricominciato?

D’altra parte era vero: quattro anni. Non aveva senso.


Ma non volevo pensarci adesso, era troppo luminosa l’eco
che mi aveva lasciato la sua voce, quella sua risata tutt’a
un tratto allegra. E se ora mi avesse risposto: «Sì, ti amo
anch’io, basta, viviamo insieme»?
Tante cose sono passate e hanno perso la loro necessità.
Avrei dovuto chiarire quella frase, con il Dominante.
Poteva anche significare che adesso tra me e lei sarebbe
stato diverso. Sbuffai. Cosa le avrei risposto, davvero?
Probabilmente saremmo stati come allora, e tutto si
sarebbe ripetuto uguale. Perciò aveva riattaccato.
Andai alla scrivania e mi misi a riordinare gli appunti,
pensando a lei sempre più vagamente. Poco dopo guardai
il telefono e il telefono trillò.
«Non mi hai detto niente di te» disse.
«Ti ho raccontato, sì.»
«No, solo di tua moglie. Con chi stai adesso?»

81
«E tu?»
«Io con nessuno. Per ora. C’è uno che amo, e tanto
anche, ma lui non lo sa. Mi ha fatto troppo male l’altra
volta mentire in casa.»
«E chi è?»
«Uno che lavora con me. Non è una bellezza, ha un po’
di pancia, ma per me è meraviglioso. Chiuso come una
fortezza. Ci vediamo ogni giorno e penso che abbia capito;
ma vorrei che fosse lui a fare il primo passo, almeno. E
comunque no, prima devo chiudere davvero con mio
marito.»
Aspettavo, immobile.
«Tu invece? Ma che sia la verità. Con chi, come e
perché.»
«Non c’è bisogno, non ha importanza.»
Mi si era seccata la gola.
«Ha importanza.»
Sulle tende era rimasto solo uno stretto rettangolo di
sole, in alto. Cominciai a raccontare, pensando a
quest’altro uomo, e cercando di descrivere le mie piccole
relazioni nello stesso tono in cui lei mi aveva descritto il
suo nuovo amore. Mi convincevo che dicendole la verità
le avrei mostrato quanto cercavo invano di dimenticarla
con altre; ma la mia verità era più complicata della sua, e
mi accorsi che finiva per assomigliare irresistibilmente a
una bugia. Mi chiese i nomi di battesimo delle altre, cosa
facevano nella vita, quante volte e dove ci vedevamo.
«Dico a tutte che ho molto da fare, il che è vero, e così
in qualche modo si riesce a gestire il tutto. Poi spiego che
questa o quella cosa non va, e che è azzardato pensare a
un’unione stabile. Scuse, è facile trovarne.»
Era come se una parte di me avesse cominciato a
correre, tanto più veloce quanto più lenta diventava ora la
conversazione, piena di pause.

82
«E qual è la più brava?»
Glielo dissi.
Silenzio.
«Perché buttarsi via così?» mi sembrò di vedere le sue
labbra mentre pronunciava le parole.
«Perché mi manchi» ma nel dirlo mi venne un tono
interrogativo.
«No. Fa schifo così, non vedi?»
Silenzio. Riattaccò.
Io dovevo tenere una conferenza fuori città, sugli
Angeli nella Kabbalah, e considerando il traffico ero già
quasi in ritardo.
Il giorno seguente lessi in uno dei quaderni vecchi:

Chi si innamora ha d’un tratto energie ed esigenze più forti di


prima, il che permette di superare e annientare molti personaggi.
Cominci desiderando una donna e pensando che è lei, ma poi (se
non fuggi) in breve tempo quel desiderio ti porta tanto in alto che il
suo vero oggetto non è più lei, ma gli spazi dell’Io più grande. Allora
guardi in un modo diverso tutto il mondo, inclusa la donna di cui sei
innamorato. A quell’altezza i personaggi esploratori non giungono,
e i creatori arrivano numerosi. Anche lei diventa per te un
personaggio creatore, e tu per lei. Ma sono ancor sempre personaggi.
Più in alto – se non fuggi – c’è una dimensione ancor maggiore
che prende forma, talmente evidente che non puoi non sentire che è
vera, e abitarla ed esserla. L’innamoramento ti conduce fino a un
passo da lì, con l’aiuto di chi ami; un passo ancora, e cominci a
essere te stesso. Ma i più ne hanno paura e scappano, li spaventa
l’altezza. Allora l’amore stesso può divenire una fuga, soltanto paura
di sé.

Quando scappano tornano giù, no? domandai adesso, al


Dominante.

83
«Prendono un treno» rispose l’Austero.
Allora scendiamo da questo treno.
«Quando si fermerà, scenderemo.»

Mi avete messo qui per mostrarmi che ho paura?


«Noi non ti abbiamo messo da nessuna parte» sorrise il
Dominante. «Sei tu che vedi così, e infatti è così. Ciò che
vedi nell’Aldilà non va ricondotto sempre a tue particolari
situazioni, come certi sogni. Il fiume, la foresta, il treno,
sono tante cose. Strutture. Anche la storia con la tua
Impossibile – e avremmo dovuto spiegartela prima, già
allora, ma c’erano tante cose di cui parlare, non avresti
inteso – sì, anche la storia con lei è un treno. I tuoi ricordi
dei viaggi d’estate lo sono. Il passato lo è. E anche le
convenzioni. E anche il fiume.»
Dovrei cioè riuscire a vedere tutto più in grande?
«Crescerai, scenderai dal treno. Sarebbe bene che
avvenisse abbastanza rapidamente da far uscire dal treno
ciò che in te ora è nuovo e cresce. Altrimenti verrà portato
via, e non sarà più nuovo, e non ci sarà più ragione che
cresca. Perché far crescere ciò che è vecchio?»
Anche se lo amo?
«È la solita questione.»

«È il mondo delle vittime» continuò il Dominante. «È


come ciò che succede nella maggior parte dei matrimoni:
chi sente di avere un’energia grande, si fa sposare da
qualcuno la cui energia è bassa, e che assorbe, ostacola e
spreca la sua energia. E sono unioni molto stabili, durano
decenni. Le vittime sono sempre responsabili dei loro
mali, li vogliono, li amano anche, e mettono all’opera i
loro personaggi, per provocarli.»
Be’, non tutte le vittime.

84
«Tutte. Secondo voi i colpevoli sono quelli che fanno il
male. Ma è una vostra idea aritmetica di giustizia, che
serve solo quando parlate per dar ragione o per farvi dare
ragione, e che vi aiuta a non guardare le vostre parti
oscure. Invece i colpevoli sono soltanto gli strumenti dei
mali. Non potrebbero fare nulla se sulla loro strada non
incontrassero qualcuno disposto a fare la vittima, ad
aprire la porta alla sofferenza.
«Pensaci bene. Tutti quelli che domano altri e li
costringono a servire alle loro esigenze, o convenzioni,
sperano in fondo al cuore che gli si dia torto: che siano le
vittime a sopraffarli, e a imporre loro un altro modo di
vivere, migliore. Ma le vittime subiscono.
«È soprattutto per loro la preghiera “Non indurci in
tentazione”. È per le vittime. Significa: fa’ che le mie virtù
non mi spingano ad accettare qualche sofferenza, a dare e
facilitare il compito a qualche colpevole. In pratica è:
fammi accorgere di queste tentazioni. Ma le vittime non se ne
accorgono. Non giudicano, per paura di essere giudicate.»

Fuori pioveva ancora e c’erano altri boschi di abeti. La


Bambina li guardava attentamente e d’un tratto mi
ricordai che, non so perché, da piccolo la pioggia nel
bosco era stata a lungo una mia immagine struggente
della libertà. Guardavo verso il finestrino rigato di gocce,
mentre il Dominante spiegava:
«Va così perché soffrire è il modo più comodo e più
parassitario di elevarsi. Le vittime sfruttano l’energia dei
colpevoli per accrescere la propria intensità. È così per gli
individui, e per i popoli, e purtroppo funziona: subire
accresce il loro sentimento di sé, e si elevano, salgono,
mentre i colpevoli restano dove sono o perdono energia
nel fare il male.»
Così si capovolge tutta la nostra giustizia, obbiettai.

85
«Oh be’. La vostra giustizia non è diversa dalla pioggia,
che a volte c’è e a volte no. Ma non obbedisce certo a voi,
né a se stessa.»

Intendevo la giustizia più alta.


«Quella è un’altra faccenda. Nel mondo che voi
conoscete e capite, quella che tu chiami la giustizia più
alta vi lascia per lo più liberi in ogni vostro agire. Vittime
o colpevoli, benefattori o malvagi, c’è una grande
porzione della vostra esistenza in cui potete fare ciò che
volete, e a nessuno in alto importa nulla. Niente e nessuno
vi limita o vi guarda da lassù, e niente e nessuno da lassù
vi aiuta.
«A certi piace molto questa condizione, altri ne hanno
terrore, per altri ancora è noiosa e stretta, come lo è il loro
io. Li annoia soprattutto il fatto che, quando si vive così, si
ha sempre paura di perdere ciò che si ha e non lo si perde
mai. Ma per tanti proprio questo è il bello.
«Se invece salite verso i mondi che non capite più, siete
via via meno liberi e più aiutati. Meno liberi, perché non
avete più il tempo di scegliere; ma curiosamente voi
sentite questo come una sempre più grande libertà. È così
che lo percepite e probabilmente avete ragione.»
Aiutati da chi?
«Dal vostro Io più grande. Dalla vostra via. Da tutto. È
ciò che vedevi da bambino nella tua immagine della
pioggia nella foresta: la foresta era il groviglio degli altri; e
dov’eri tu, da bambino, c’era la via. Il treno invece è
l’immagine dell’altra condizione, di quando cerchi
padroni.»

«Del resto, le invenzioni tecnologiche sono


spiritualmente importanti: te l’avevamo spiegato, non

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ricordi? Hanno un loro senso e una loro necessità; anche il
treno. Guarda nel quaderno con i fiori sulla copertina.»
Trovai la pagina in quel quaderno. Ero contento che
non parlassimo più di lei:

Le vostre invenzioni, quando diventano un prodotto industriale,


riproducono sempre strutture più alte e più vaste. Esprimono:
A) da un lato, tratti che avete intuito nell’Io più grande, come se
inventando aveste sbirciato nell’Aldilà quasi senza accorgervene;
B) d’altro lato, esprimono anche qualche vostro massiccio limite
terreno, la cui consapevolezza si stava appunto delineando in alcune
persone all’epoca in cui una determinata invenzione prese forma.

A e B. Queste sono le due condizioni necessarie perché un’idea


diventi un’invenzione industriale di una certa importanza. Così
nella ferrovia, per esempio, da un lato si ha un’immagine del
rapporto tra la mente cosciente e l’Io più grande; e dall’altro, si ha
l’immagine di come nell’Ottocento (in ciò che voi chiamate
l’Ottocento) intendevate l’autorità e le convenzioni: come limiti di
quell’autonomia individuale.

Oppure la lampadina elettrica: lì, A) è l’idea che l’energia,


passando attraverso una resistenza, produca luce, e questo è il
principio della profezia, dato che anche l’energia divina ha prodotto
luce, per voi, solo passando attraverso la resistenza della limitata
parola umana. Ma B) nella lampadina vediamo che il bulbo di vetro
impedisce all’uomo di toccare quell’energia, e se la toccasse si
farebbe del male: e in ciò si esprime la certezza del vostro Ottocento
che la mente non possa e non debba toccare certe supreme verità.

Cioè, domandai ora, se Edison fosse vissuto in un altro


secolo avrebbe inventato diversamente la lampadina?
«Sul suo treno non poteva inventarla diversamente.»
Perché dicevi «in ciò che chiamate l’Ottocento»? L’Ottocento

87
è un secolo, un periodo storico reale.
«I periodi storici non esistono. Potete periodizzare il
tempo in mille modi, e andrebbero tutti bene, ma ciò che
chiamate Ottocento è solo un luogo del vostro io, che c’è
in ogni vostra giornata.»
Leggevo, in quello stesso quaderno:

Tristissimo secolo il vostro Ottocento, con la sua smania di genocidi;


con quei trionfi di identità di popoli appena scoperte, in cui il
singolo si annullava talmente: peggio ancora che nella servitù della
gleba, perché di quella almeno non andavate orgogliosi. L’idea di
Stato, di nazione, l’idea che gli uomini siano un popolo, e siano la
società, invece di essere se stessi! L’aspetto peggiore delle religioni –
la massa – cessava di essere parte delle religioni, dalle quali si può
sempre andar via, e diventava reale e razionale, senza più scampo…

Ma qui parlavate dell’Ottocento vero e proprio! protestai


alzando gli occhi dal quaderno.
«Ciò che inventate diventa sempre reale per voi, anche
quando lo inventate nei libri di storia. Volete che sia, ed
ecco: è. E appena comincia a essere, diventa coerente e si
riempie coerentemente di contenuti. Voi avete questa
libertà di creare forme nel vostro mondo; purtroppo non
la limitate, quando non vi accorgete che create specchi.
Ma continua a leggere.»

Anch’io dovevo aver creato così la mia Impossibile,


pensavo leggendo. Cioè l’impossibilità, e tutto ciò che
rappresentava lei. Ma il fatto che fossi contento quando
riuscivo a non pensare a lei mi pareva soltanto un’altra
conferma che l’amavo.

… senza più scampo. E tutta la vita del singolo ne era invasa: nella
morale della famiglia (perciò M.me Bovary e Anna Karenina furono

88
nell’Ottocento e non prima); o nel sentirsi appartenere a una classe
soltanto perché si sta facendo un lavoro servile.

E la ferrovia esprimerebbe tutto questo?


«Sì, da un lato. Il senso della ferrovia è: se viaggi con
noi vai più rapido, lungo i binari da noi potentemente
costruiti. E d’altro lato, guarda le traversine dei binari, che
sembrano l’infinita scala di Giacobbe o di Maometto. Con
quella scala si saliva verso il cielo, prima. Nella ferrovia è
distesa a terra, come una bandiera di sconfitti. Come
un’ombra soltanto, della scala che saliva.»
E il vapore compresso nella caldaia?
«Da voi non è l’inferno delle fabbriche e della vita
interiore compressa, a trascinare i vagoni di tutta la
società?»
E dal punto di vista dell’Io più grande?
«Lo stesso. È la compressione del tuo io piccolo a dar
forma ai condizionamenti che subisci e ad addensarli
sempre più, perché ti spingano con violenza lungo i
binari.»

E tutto ciò da cui i binari portano via? pensai. Tutto ciò


che tagliano via?
Allora perché restiamo sul treno?
«Immagina che scendiamo, e scendiamo.»
Esitai al pensiero che tutto dipendesse dalla mia
immaginazione. E poi era quasi notte, era buio: scendere
ora? Ma ci eravamo alzati ed eravamo già nel corridoio.
Era pieno d’altra gente, dovevo chiedere permesso, e
chiedendolo non alzavo gli occhi. Su un sedile scorsi un
inverosimile essere biancastro, dagli occhi umani: vidi
bene soltanto il suo sguardo, spaventato e triste, e subito
distolsi gli occhi.
«Gioca! Immagina» mi incoraggiò il Dominante. «Hai

89
paura solo della tua paura. I bambini immaginano
continuamente e hanno ragione, perché si accorgono che
tanto lo si fa sempre e comunque. Gli adulti invece non se
ne accorgono più, e vedono solo il treno.»
Ma sarebbe solo un mondo immaginario.
«E ti farebbe un gran bene viverci. L’immaginazione ti
guiderebbe brillantemente, anche nel tuo Aldiquà. Se
immaginassi con fiducia, cominceresti a vedere in
trasparenza, come da questo finestrino» e si fermò per
indicarmi il finestrino buio, rigato dalla pioggia, «di là da
quel pochissimo che chiamate il visibile e che è solo il
minimo comun denominatore di ciò che ciascuno di voi
vuole accorgersi di vedere.»
C’erano anche persone sedute sugli strapuntini del
corridoio. Volgevano via lo sguardo anche loro, scostando
le gambe per farmi passare.
«Ricostruiresti un ordine pieno di significato»
continuava il Dominante avanzando nel corridoio,
«decifreresti mondi invece di cercarne nei libri di storia, o
di credere che davvero un’ora sia sessanta minuti.»
E nelle invenzioni si aprono varchi simili?
«No. C’è differenza tra invenzione e immaginazione.
Quando uno inventa, la sua mente sa a quale risultato
mira: stai inventando per esempio un mezzo di trasporto,
o una ricetta per una torta, e sai che il risultato sarà un
mezzo di trasporto o una torta. Quando invece immagini,
il risultato non lo conosci in anticipo.»
E io non ho immaginato abbastanza sulla mia Impossibile e
me, vero?
«Era un periodo così. Tu inventavi lei e lei te. Ne hai
ancora nostalgia?» e il Dominante mi sorrise.
«Apri.» L’Austero mi indicò con lo sguardo la porta.

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Le occasioni
In mezzo a un bosco - L’uomo dal viso a becco - In auto; i
fari - La sapienza - Gli occhi di Dio e gli altri che li usano -
«Spaventali» - «Che cosa aspetta?» I regali nel fiume - Se
tu volessi - Il branco di porci e lo specchio della Matrigna -
L’amore con esseri spirituali - La gelosia - La crescita degli
uomini e degli Dei - Maria e l’Arcangelo - Il volto di Dio -
Il peso del passato

Il treno era fermo, come sui Carpazi prima del confine.


Durante i miei viaggi da bambino si fermava lì,
all’imbrunire, in mezzo a un bosco, senza ragione
apparente. Scendemmo e ci incamminammo lungo la
massicciata.
C’erano rumori lontani di metallo, come se qualcuno
stesse controllando le ruote o gli agganci.
Cos’era quell’essere strano che ho visto nel vagone?
Lo vedevo meglio ora, nel ricordarlo; lì per lì,
semplicemente non ci avevo creduto e gli ero passato
accanto in fretta: era un uomo minuscolo, accovacciato, la
sua pelle aveva un’inverosimile consistenza come di
piume pressate, color gallina, e il viso era
mostruosamente affilato a becco.
«Un’immagine. Viste dall’Aldilà, certe vostre immagini
appaiono proprio disgustose, a volte» rispose il
Dominante.
Un’immagine di chi?
«È il ricordo di qualcuno che hai incontrato, ti si è
appiccicato all’attenzione. Ma gli scompartimenti erano
pieni, non hai visto gli altri? Si vede che la tua mente è
molto svogliata.»

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Toglietemela, questa pigrizia.
«Bisogna, infatti. È con gli occhi dell’Aldilà che vedete
anche i vostri obiettivi. E infatti tu non li vedi, per ora.
Scegli, da che parte vuoi che andiamo?»
Mi guardai attorno. Il treno era poco lontano, ancora
fermo. Noi eravamo di nuovo seduti, in un’auto, io ero
alla guida, il Dominante era alla mia destra e vedevo gli
occhi dell’Austero nello specchietto retrovisore.
Per di là? indicai a caso.
«Benissimo.»

L’auto era la mia, una divertente berlina verde scuro,


inglese, dei primi anni Settanta. Mi sentivo sempre molto
a mio agio quando la guidavo.
Siamo in auto perché devo lasciarmi indietro la mia
Impossibile? Non devo pensarci più?
«In ogni caso accendi i fari» mi avvertì il Dominante.
«Qui è tutto tuo, e tutto buio. Ciò che illumini qui entra
nel tuo io piccolo e nella tua vita.»
I fari illuminarono la strada, con la mezzeria, e alberi
tutt’intorno.
«Così è in te» seguitava il Dominante. «La sapienza è
come questa notte: tanto più grande della tua mente.
Esattamente come i fari e la notte.»
In che territorio stiamo viaggiando? Non vedevo niente
intorno che parlasse alla mia memoria.
«Lo scopriremo. Occorrono altre occasioni. Ma tu non
sai cos’è la sapienza: il significato della parola. No?»
Annaspai nel pensiero per qualche istante e con mia
sorpresa mi accorsi che no, non lo sapevo dire.
«È sapere come usare ciò che sai. Ci sono persone
ignoranti che hanno grande sapienza, perché colgono i
diversi gradi di importanza di ciò che altri sanno; e ci
sono persone molto erudite che non hanno nessuna

92
sapienza, e perciò nessun obiettivo vero, nella loro vita.»

E come si impara la sapienza?


«Non si impara. C’è. La vedi. È il paesaggio intorno alla
strada. È accorgersi.»
Una curva divenne un ampio tornante, in leggera
salita.
«E chi non l’ha non si accorge, si impunta a essere solo
uno dei suoi personaggi, e allora diventa vittima o
colpevole, o entrambe le cose. In ogni caso, uno strumento
altrui.»
Strumento di chi?
«Strumento nel senso che è lì a disposizione, e
qualcuno prima o poi lo usa. Voi siete occhi di Dio. Voi
siete il vedere. Così, o guardate e vedete voi, e allora Dio
vede attraverso di voi, oppure qualcun altro vi adopera
perché vediate a comando. Chi? Chi vuole. I vostri padri e
madri, o le vostre vittime; chi vuole diventare padrone di
uomini; o addirittura le inutili astrazioni: la società, il
popolo, lo Stato, che non hanno occhi e cercano i vostri,
per esistere. Oppure i vostri amori» (mi aspettavo che lo
dicesse) «e vedi ciò che vedono loro, e non ti accorgi più
di nulla.»
«E non hai obiettivi tuoi» calcò l’Austero.

«Spaventali» disse il Dominante.


Cosa?
«Spaventa gli altri, dentro di te. O anche fuori, se ti va.
Fa’ come i fari di quest’auto: manda avanti le tue
domande, a esplorare e minacciare il buio. Vedi che il
buio si ritrae? Ogni volta che lo minacci così, il mondo
migliora sia in te, sia di per sé, perché tu lo vedi meglio e
anche il mondo vede meglio se stesso. A tutti i mondi

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piace venir minacciati dai fari. Perciò lei ti ha rimandato i
regali: non sei migliorato da allora?»
C’era un altro tornante, e la pendenza aumentava. Vidi
i fari di un’altra auto spuntare dal tornante, a due o
trecento metri da noi. Riaprii gli occhi.

Quel giorno o il giorno seguente mi telefonò un uomo


che non conoscevo. Aveva trovato il mio numero
sull’elenco e disse che «voleva sentirmi di persona». In
questi casi, dati i molti equivoci che possono prodursi
riguardo agli argomenti che io studio, è sempre meglio
chiudere rapidamente la telefonata:
«No, aspetti» insisté, «le rubo un minutino solo. Vengo
subito al dunque. Primo, se posso mi piacerebbe sapere se
per lei è vero quello che scrive e che dice degli Spiriti e del
resto. È vero?»
«E come mai lo vuole sapere?»
«Perché mi dispiacerebbe se non lo fosse. Sa com’è, mi
sono detto: ma sta’ a vedere che per lui sono paragoni, e
non si rende conto delle occasioni che perde.»
«Be’, una componente simbolica c’è di sicuro»
cominciai, «non penso cioè che gli Spiriti siano come noi
immaginiamo di vederli, ci sono troppe proiezioni e
rifrazioni di nostre immagini. Penso che siano aspetti di
noi, del Sé, se lei preferisce. Solo che si possono attivare
soltanto con l’immaginazione…»
«Insomma, pensavo peggio. Per me invece sono molto
veri; glielo dico perché spero che le sia utile.»
«Avere a che fare con i Maestri dà molta energia, è
normale che risolvano molti problemi, ma spesso…»
«Sì, ma non solo» mi interruppe.
«… ma spesso» insistei, «ci sono idee nostre che ci
sembrano ispirazioni di Spiriti. Solo che, siccome non
abbiamo una grande opinione di noi, pensiamo ci

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vengano da più in alto.»
«Sì, sì, d’accordo. Ma… mi scusi se mi permetto, volevo
chiederle: lei si è fermato da qualche parte. Che cosa
aspetta?
«Non importa che mi risponda, l’ho detto solo perché
lei ci pensi.»
«La ringrazio.»
«Ecco tutto.»
Mi salutò, mi fece qualche augurio e riattaccò senza
darmi il tempo di dire altro.
Telefonai alla mia Impossibile e glielo raccontai.
«Bene, bella lezione» commentò.
«Forse parlava di noi.»
«Penso di no.»
«Io provo a pensare di sì. Ti amo.»
«Hai un po’ di amarezza lì e pensi che mi ami. La tua
fidanzatina di oggi non cucina bene?»
«Non ne ho di fidanzatine.»
«Ah, ecco.»
«Senti…»
«Sento, sento. Grazie per il pensiero ma io la mia
occasione l’ho già avuta con te. Non ti ho convinto
abbastanza, sei rimasto lì. Si vede che così doveva essere.
Lo so com’è» mi fermò mentre protestavo, «lo so, ti dico.
Mi usi, per sapere che nella tua vita c’è stato un punto
significativo, e il resto per un po’ può andare avanti anche
a caso. Lo so da me. Per un po’ si può, ma poi basta.»
Silenzio.
«Dei regali cosa ne farai?»
«Niente» dissi, «li ho buttati in un fiume.»
«Mmh. In un fiume! Meglio che li dai a qualcuno.»
«Li ho buttati in un fiume» e riattaccai io.
Certe volte era proprio insopportabile.

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Quel tale ha detto la stessa frase vostra: «Che cosa aspetti»…
Perché?
«Perché non sei ancora a un livello significativo»
rispose il Dominante voltandosi verso di me. Là eravamo
ancora in auto, di notte. «Perciò non possono verificarsi
nella tua vita avvenimenti di grande importanza. Possono
solo avvicinarsi personaggi e succedere cose che tu hai
stanziato finora, con il comportamento del tuo io piccolo.
Ti innervosisce se lo dico?»
Sì. D’altronde è vero.
«D’altronde è anche responsabilità nostra. Dovevamo
insegnarti più in fretta, forzare un po’.»
L’Austero mi guardava nello specchietto.
«Bisognerà provvedere» disse il Dominante, «ci sono
ancora occasioni. Che cosa aspetti! Sai, se tu volessi
avvenimenti d’importanza maggiore, ciò cambierebbe già
di per sé l’intricata serie di circostanze che collega tra di
loro i personaggi e le persone del tuo mondo, talmente
intricata che la tua mente non la può controllare in nessun
modo. E cosa ti manca per volerlo?»
Sapienza?
«Giusto. È come se tutto fosse troppo sacro per te, e
tutto troppo poco sacro al tempo stesso. Non è vero?»

Nel mio modo di fare non c’è proprio niente di buono?


«Ormai no» rispose l’Austero. «Hai troppi scrupoli a
dare le perle al porco che c’è in te.»
Risi mentre prendevo nota.
«E il porco c’è perché guardi troppo te stesso» infierì
l’Austero, «specchio specchio delle mie brame, chi è la più
bella del reame? E guardi troppo te stesso perché sei in
disarmonia con te stesso. Un branco.»
Ho sentito bene? domandai al Dominante.
«Il tuo io piccolo fa la regina matrigna» mi spiegò il

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Dominante. «E la tua anima rimane esclusa, come
Biancaneve, lontana nella foresta. Ora stiamo andando a
prenderla.»
La mia anima?
«Sì. E il generico malessere della distanza dalla tua
anima nutre e paga il branco di personaggi. Ti fa pensare
al grande amore come se dovesse essere per forza di là dal
mare…. Ma può tornare utile. Invece di lasciarti perdere
tra le correnti li faremo uscire e precipiteranno in mare.
No?» 1 domandò il Dominante, voltandosi verso l’Austero,
che assentì guardando verso il finestrino.

Proseguimmo per un po’ in silenzio. Io pensavo a come


mi sarei sentito se qualcuno si fosse preso così cura di me
nell’Aldiquà. Forse mi avrebbe infastidito, chissà. Ma lì
naturalmente era diverso.
«Gli antichi» il Dominante interruppe quella mia
riflessione, «(e dico gli antichi in omaggio ai vostri periodi
storici, di cui sai già il valore), gli antichi, dunque,
raccontavano degli amori tra uomini e Dei… Scrivi,
prendi nota, è un argomento interessante, riguardo alla
differenza tra Aldilà e Aldiquà.»
Ripresi la penna, che avevo posato sulla scrivania, e il
Dominante cominciò a spiegare, guardando la strada
davanti a noi.
«Uomini con Dei: certo per voi è difficile, c’è un tabù
qui, in voi contemporanei, che vi chiude le orecchie e i
pensieri. Ma tu ascolta. Com’era in realtà, ci hai mai
pensato?
«Consideriamolo prima dal punto di vista di Dio. La
Bibbia dice che Dio è un Dio geloso. 2 E il primo
comandamento lo dimostra: Non avrai altro Dio fuorché
me! Il che implica già che altri Dei ci siano, se Dio temeva
che li frequentaste. E quando si è gelosi? Quando ti

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accorgi che la persona che ami, o che pensi di amare, non
ti va bene così com’è. Allora cosa fai? Cominci a cambiarla
per quanto puoi, ad adattarla a te, e dove non puoi
cambiarla ti illudi che sia diversa da com’è in realtà. Così
fatichi per qualche tempo, un mese, un anno. Alla fine, sai
davvero che quella persona non ti va bene così com’è: non
avresti dovuto faticare tanto, se no. Ma proprio in nome
della fatica che hai fatto, non ti passa nemmeno per la
mente l’idea di lasciarla. Allora diventi geloso.
«Da un lato, ti esaspera l’idea che qualcun altro metta
le mani su un tuo lavoro, dico bene?» Ridevo, ascoltando.
«E dall’altro, dentro di te non ne puoi proprio più di lei,
non vedi l’ora che un altro la prenda, ma per orgoglio non
puoi ammetterlo: e allora ti dici che è lei a volerlo, e
diventi sospettoso e soffri. Non è così la gelosia?» Anche
lui rideva. «E questa è esattamente la situazione in cui Dio
si trova con voi.»
Ma io da tanto tempo non sono più geloso.
«Per tua grande fortuna non sei neanche Dio. Ma la
nostalgia è più o meno la stessa cosa della gelosia»
aggiunse, e smisi di sorridere. «Solo un pochino più dolce,
ma poco.»

«L’uomo invece non è geloso di Dio» continuò il


Dominante. «Dio è troppo diverso da lui, troppo grande.
Per l’uomo è come in quelle storie di cui dite: finché dura…
Così, a un certo punto può finire: l’uomo perde la fede (è
un modo di dire) e pensa ad altro. È una vostra
possibilità, da cui Dio è irresistibilmente attratto.»
«Oola e Ooliba» citò l’Austero. 3
«È del tutto naturale» diceva il Dominante. «L’uomo
sente in Dio forze e facoltà superiori, immense e
meravigliose, che in realtà sono sue, dell’uomo stesso, e
che gli appaiono tanto più grandi quanto meno ha il

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coraggio di riconoscerle come sue. Ma l’uomo cresce.
Vuole sentire forze e facoltà ancora più meravigliose;
perciò può cercare altri Dei. E se vuoi saperlo» il
Dominante si chinò un poco verso di me, «per Dio è la
stessa cosa. Anche Dio vede nell’uomo forze e facoltà che
non potrà mai avere appieno, e che perciò desidera. Così
cerca di crescere, quando gli uomini crescono, perché non
lo lascino.»
E che facoltà sono?
«Il corpo.»

E anche l’uomo e Dio sono nella prospettiva del mai? È una


passione?
«No. Tra loro due il corpo è uno solo. Possono perciò
congiungersi, penetrare l’uno nell’altro. È un desiderio
d’unione che in loro non si esaurisce, è nel sempre. E non
ne nasce una vita nuova in un corpo nuovo, come quando
due corpi si uniscono: ma una vita nuova, più grande del
corpo e non legata neppure a un corpo solo. Quando
avviene in un uomo, nasce in molti; molti possono sentirla
in se stessi, quella vita nuova.»

Come siamo arrivati a parlare di questo?


«Non avere fretta, pensa a guidare. Stiamo andando a
recuperare la tua anima, no? Devi pur sapere che cosa
farne poi.»
Cioè chi ha l’anima si unisce a un Dio ogni tanto?
«Non è nata così la religione cristiana? Maria
concepisce da un Dio: non cerca ostacoli, non si volta
indietro…» Guardai nello specchietto e vidi di nuovo i
fari di un’altra auto dietro di noi. «Non teme il groviglio
dei condizionamenti. Davanti all’Arcangelo non ha più né
timore né passato, è vergine. Nuova.» Il Dominante

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spostò lo specchietto retrovisore, come se lo incuriosisse
lo snodo.
«Così può essere per ognuno» diceva intanto. «Se riesci
a non avere più passato, allora ti unisci a una Divinità e
concepisci una nuova vita che sarà per molti. Il passato è
fatto soltanto di condizionamenti, e i condizionamenti
generano soltanto passato, esitazioni, personaggi.»
«Ogni tanto te lo ripetiamo» osservò l’Austero, dal
sedile di dietro.
Devo rileggere tutte queste cose e capirle bene.
«Sarà come rileggere la tua vita» disse l’Austero.

E l’Arcangelo chi è?
«L’Arcangelo è l’Arcangelo» rispose il Dominante.
«Semplicemente Gabriele, che distrugge il passato. La
domanda giusta sarebbe: Dov’è l’Arcangelo. E la risposta
è: dappertutto. Le ali degli Arcangeli hanno tutti i colori
del mondo.»
Cioè noi vediamo tutti i colori del mondo per non vedere
l’Arcangelo che è dappertutto?
«Bravo. Solo che l’Arcangelo è in quei colori. Se cambia
il tuo modo di vederli. L’io, certo, ha paura quando lo fa.
E quando è l’Arcangelo, secondo te?»
Adesso?
«Adesso. Bravo.»

Dunque ciò che gli Dei trovano di attraente in noi sono le


nostre facoltà umane, ripetei tra me.
«È come tra voi, la stessa cosa. Non lo sai già? In amore
pensate di desiderare un’altra persona; poi, se non siete
ciechi, vi accorgete che nell’altra persona cercate e
desiderate voi stessi, ma neanche questo è vero e non vi
basta. Cercate e desiderate voi stessi non per avervi – vi

100
avete già – ma per essere: per agire, vedere, sentire di più.
E lo stesso è per gli Dei.»
Tacque mentre superavamo un altro tornante.
«La Bibbia dice che Dio non lo si può vedere in faccia» 4
riprese. «E dimmi, qual è una cosa che tu non puoi vedere
nell’universo? Che cosa non vedranno mai le tue pupille,
se non con l’aiuto di uno specchio, che mente sempre un
po’?»
La mia faccia… i miei occhi! dissi guardando verso lo
specchietto.
«Ecco. Perciò il volto di Dio non lo potete vedere. Voi
siete le sue pupille. Vedete ciò che Dio vede, e permettete
a Dio di vedere. Dio non ha specchi; è una delle cose che
proprio non ha.»
Dio scopre i suoi occhi in noi, usandoli.
«Ecco. E la nuova vita che nasce da un vostro amore
ultraterreno è ciò che vedete di nuovo, con i vostri occhi,
che non sono vostri soltanto.»

«Ma pensavo che ti avrebbe colpito di più la questione


della verginità» considerò il Dominante mentre rileggevo.
«Il liberarsi dal passato. Quanta gente porta addosso il
peso del passato. Per molti non è nemmeno avarizia: è che
in fondo al cuore sono soltanto troppo buoni per chiudere
i conti. Ma su quel peso costruiscono irresistibilmente la
loro identità.»
L’auto alle nostre spalle c’era ancora ed era più vicina:
o aveva accelerato, o avevo rallentato io, preso
dall’argomento.
«Chi porta così il peso del passato ha un
comportamento particolare. Quando deve affrontare
un’avversità, fa un errore, si identifica con l’errore, e lì si
ferma. E se ha una domanda, si identifica con la domanda:
e poi naturalmente teme la risposta, perché la risposta lo

101
annullerebbe. E se vede qualcosa nell’Aldilà, pensa di
esserselo inventato, non di averlo immaginato. Questi
sono i porci a cui accennavamo prima. Chi è chiuso in
mezzo a questo branco non solo non può salire, ma non
può nemmeno trovare il suo posto nel mondo. Ce l’ha già:
è il suo passato. Così il profeta Giona non può diventare
profeta perché è nella pancia del pesce. Il pesce è
un’immagine del passato.»
E la foresta?
«Anche» rispose l’Austero. «E noi andiamo a tirarci
fuori da lì» mi rassicurò il Dominante.

1. Matteo 8,33.
2. Esodo 34,14.
3. Sono le due mogli infedeli di YHWH, Ezechiele 23,1 sgg.
4. Esodo 33,20.

102
Il mondo intermedio
«Io sono qui» - Vedere e immaginare - Non desiderare la
roba d’altri - La Creazione e la modestia - Il passato e la
bellezza di un quadro - L’illibertà temporale - La
percezione e la cattiva memoria - Le distanze - I ruoli -
L’inferno e il perdono - Una notte in guerra

Un ultimo tornante ci trasferì su quello che sembrava un


altipiano, mentre in corridoio squillava il telefono. Non
risposi, era la mia Impossibile, lasciò un messaggio sulla
segreteria, piano: «Io sono qui». Era tipico di lei cambiare
tono così di netto; tanto tempo fa lo trovavo splendido.
Su quell’altipiano, intanto, la notte era più chiara, la
strada si vedeva dritta per un lungo tratto; lontano, sulla
destra, una larga parete di roccia mostrava tutte le sue
pieghe nella luce della luna, così come parole spiccano di
più se le si pronuncia sottovoce. Era così intensa quella
vista, che aprii un occhio, e per qualche istante la strada e
le rocce sembrarono tanto reali quanto la stanza in cui ero
seduto. Chiusi di nuovo gli occhi.
«Diventi più trasparente quando vedi» si compiacque il
Dominante. «E anche gli altri diventano trasparenti,
quando immagini.»
Cioè durante le consultazioni io immagino?
«Certo. Lì ti riesce, e allora vedi.»
Vedere e immaginare è lo stesso per voi? Per noi no.
«No? Immaginare è solo accorgersi di vedere con i
propri occhi. Ma voi vi sforzate di desiderare per lo più la
roba d’altri, e non la vostra: perciò vi è così difficile.»

«Viene interpretato molto male quel comandamento:

103
come se fosse non invidiare ciò che gli altri hanno. Invece
vuol dire: non desiderare ciò che desiderano gli altri. Scopri
che cosa desideri tu.»
Sentii addirittura un brivido tra le spalle, tanto era
semplice ciò che mi stava dicendo.
«Il mondo è pieno di gente che usa Cristo e Maria per
chiedere aumenti di stipendi e matrimoni e soluzioni ad
altri problemi del genere, solo perché altri chiedono
queste cose. Gli altri?» Tacque per un istante.
«E le vogliono soltanto per essere tanto noiosi come lo
erano prima di avere quei problemi.» Intanto disegnava
con il dito sul finestrino. Disegnò un occhio, così:

«Oppure chi desidera il passato. Come quando uno sa


già fare bene qualcosa, ma ha paura del proprio talento e
del successo che avrebbe: e allora accumula errori,
preparazioni, teorie, ricerche di maestri, perché desidera
che tutto resti com’era prima, solo perché gli altri lo
desiderano.
«In realtà tutto il passato del mondo, la grande distanza
tra voi e l’attimo della Creazione dell’universo, è solo una
vostra esagerata modestia. La Creazione, sai, è soltanto il
creare. Non fu l’inizio del mondo: è l’inizio di qualsiasi
cosa del mondo, di qualsiasi forma tu dai a ciò che ti
circonda.»

104
Sia la luce, e la luce fu… Anche la creazione è vedere?
«Non te n’eri ancora accorto.»

Mi sa che sul passato non ci capiremo mai, voi e io. Con la


parola «passato» voi intendete qualcos’altro.
«Probabilissimo. Il passato, come lo intendete voi, vi
serve soltanto a non vedere e a farvene una ragione. Tanti
guardando un quadro sbirciano subito in che anno è stato
dipinto: così non vedranno mai ciò che ha di bello.»
In che senso?
«Leggono l’anno accanto al titolo e pensano al passato,
invece di accorgersi che il quadro è lì davanti a loro. Tu
quando fai le consultazioni non chiedi i documenti, no?»
No. E voi come lo intendete, il passato?
«Noi non abbiamo passato. Semplicemente vediamo
che ognuno di voi vive in un tempo molteplice, e che il
suo io piccolo non lo vede. Siete come i romanzieri, che
già sanno cosa accadrà ai loro personaggi prima di
scriverlo, mentre i personaggi non lo sanno ancora. Ma vi
impuntate a essere soltanto i personaggi.»

Be’, il passato serve a porsi gli obiettivi: si viene da una


direzione, e da lì si va in un’altra…
«A che serve pensare per linee? Pensa per ampi
orizzonti. Gli obiettivi non li scegli tu, con la tua testolina.
È un più ampio orizzonte, a sceglierli. È una questione di
libertà» sorrise, pronunciando questa parola quasi
sottovoce. «Volete abitare in un tempo solo e stretto
perché volete adattarvi agli altri, come animali che non si
allontanano dal branco. Per gli animali la mancanza di
libertà è un problema spaziale, per voi riguarda anche il
tempo.
«Prova invece a sostituire la parola guardare con

105
immaginare» mi suggerì. «Come se immaginassi ciò che
vedi.»
Perché?
«Prova. Apri gli occhi un momento.»
Aprii piano gli occhi e provai a guardare la mia stanza
a Milano come se la stessi immaginando. Durò qualche
istante, come la prima volta che camminiamo da bambini,
vacillando; poi strinsi di nuovo le palpebre, forte, e in quel
paesaggio sotto la luna dell’Aldilà rallentai e accostai,
mentre l’altra auto ci passava accanto veloce.

I Maestri ridevano.
«Su, ti sei spaventato?»
Un po’, credo.
«Hai provato a essere te stesso. Usciamo, camminiamo
un poco, così ti passa la vertigine.»
Sono me stesso quando penso che tutto sia il prodotto della
mia immaginazione?
«Ora sei proprio su un confine» sorrise il Dominante, e
uscendo dall’auto inspirò a pieni polmoni l’aria fresca.
«L’io piccolo cerca di vivere il più a lungo possibile nel
mondo che capisce, e di non accorgersi che lo sta soltanto
fabbricando lui. Quando invece ti accorgi che lo
immagini, tutto ti sembra lì lì per crollare. Ma è
esattamente il contrario.»
È come se ciò che capivo non fosse più niente. O come se fosse
dipinto su carta velina.
«Infatti. A quel punto il tuo capire non serve più. Per
esempio, anche l’auto che ci ha superato era importante,
ma non la puoi capire.»
Lo capirò poi?
«Speriamo di no! Qui non puoi più, è tutto più grande
d’ora in poi, ringraziando Iddio», e il Dominante guardò
la luna, con evidente piacere.

106
Ho sbloccato un qualche mio processo di crescita?
domandai vedendolo così soddisfatto.
«Niente che tu possa capire» rispose. «Questo
paesaggio, per esempio, ti ricorda niente?»
Mi guardai intorno: forse qualche larga vallata
dell’Asia, senza alberi. La muraglia di rocce chiare sulla
destra mi ricordava certi deserti, ma non li avevo mai visti
con la luna.
Un po’ il Caucaso.
«Voi percepite attraverso i vostri ricordi. Nell’Aldiquà
come nell’Aldilà, il mondo è ciò che ricordate. In primo
luogo, vedete e capite il presente attraverso le lenti di ciò
che avete visto e capito in passato. In secondo luogo:
percepite solo ciò che ricordate di percepire. E siccome
avete cattiva memoria, a ogni vostro sguardo lasciate che
mille cose scompaiano per sempre.» Mi guardò: «E avete
cattiva memoria perché imparate dagli altri a ricordare»
aggiunse, «caso mai lo avessi dimenticato.»
E c’è un modo per evitarlo?
«Certo. Togliti, come ci si toglie una giacca. Togliti gli
impegni che hai preso. Non preoccuparti che si guastino i
rapporti con il papà, gli amici, la moglie o…»
Va bene, va bene. Ho capito.
Rise.

«Avresti il centuplo» citò l’Austero, 1 guardando anche


lui verso il cielo, proprio sopra la sua testa.
«Perciò andavi per tornanti, poco fa» spiegò il
Dominante. «Invece di andare dritto, l’io svolta
continuamente dinanzi a cose che non vuole ricordare, e
che perciò frenano le sue percezioni. Così intanto saliamo
– dirai tu –, superiamo alture. Ma le alture le costruite voi,
e sono tutto ciò che non vedete intorno. Perciò richiede
tanta pazienza, parlare con voi.»

107
È questo il senso del paesaggio che abbiamo attraversato?
«Certo. Leggi in quel quaderno blu.»
Sfogliai e lessi:

Tra voi e la realtà, come anche tra il vostro Aldiquà e l’Aldilà, sta il
mondo intermedio. Il mondo intermedio è nella distanza tra voi e
ogni cosa: è in tutto ciò che voi non sapete, non potete, non osate. Ma
di per sé non esiste. È solo ciò che voi non sapete di sapere e di
potere, e perciò non osate. Sei tu a porre le distanze tra te e ogni
cosa.

Perciò se volessi potrei sapere tutto?


«Sì, ma non vuoi, hai paura. Basta che tu tolga un po’
di distanza, e d’un tratto sai qualcosa che prima non
sapevi. Ma la vostra mente non può accettare che sia tanto
semplice: non vuole accorgersene, e ordina alla memoria
di ignorare ciò che così vi si rivela.»

«Ciò che sai di te e ciò che esiste di te finora: è tutto


mondo intermedio» disse adesso il Dominante. «E qual è
l’unico modo per aiutarvi in queste vostre distanze?
Farvele immaginare. Farvi accorgere che le immaginate.
Così potete usarle.»
Perciò viaggiamo tanto, qui?
«Perciò viaggiamo.»
«Già» fece l’Austero rientrando in auto. «Ora da che
parte? Mmh…» il Dominante guardò avanti, poi a destra,
mentre io leggevo nel quaderno:

E per preservare le distanze mandate avanti i personaggi. I


personaggi servono a non stupirvi, a non trovare motivi di
meraviglia o di ripensamento in nessun luogo, a farti sentire sempre
uguale a te stesso. Quando invece ti stupisci di qualcosa, cambi e ti
apri. Dovreste stupirvi di continuo.

108
«Be’, proviamo» decise il Dominante, «svolterai di là:
prendiamo per dove non c’è strada, e la strada si formerà.
E comincerà a scendere.»
Andiamo verso quelle rocce?
«No. C’è una discesa, prima. Non si vede da qui.»
Salire, scendere, svoltare, ha un senso preciso? Devo
segnarlo su una carta?
«Come le carezze quando accarezzi qualcuno. Se ti va
puoi segnarle, sì, su una carta.»
L’Austero stava sistemando le pieghe del suo abito
d’arabo, sul sedile posteriore.
Non adesso, dissi. Per oggi basta così. Anche se non
sapevo perché.
«Come vuoi.»

Riaprii gli occhi e andai a telefonarle. Prima riascoltai


due o tre volte il messaggio: «Io sono qui». Avrei potuto
non cancellarlo mai e sarebbe rimasta qui. Mi raccontò del
marito, delle liti. Parlò a lungo e io ascoltavo quasi
soltanto la sua voce, immaginando le labbra. Mi parlava
come a un’amica e a un certo punto glielo dissi.
«Proprio il contrario. Nessuno sa di me ciò che sai tu.»
Strinsi le labbra, per uno stupore che non andava detto:
quella sua frase e il tono, tutt’a un tratto di sorriso, si
erano come persi nel vuoto dentro di me. Non ne provavo
gioia. E come per timore che se ne accorgesse, o per non
volermene accorgere, io, subito, mi sforzai di dire:
«Anch’io sono qui» e qualcosa di tenero: «È possibile
che sia per sempre, tra noi?»
«E perché no?»
Silenzio.
«Bacio» e riattaccai, prima che ci ripensasse.

109
Cosa mancava, tutt’a un tratto?
Non volevo saperlo. Cercavo di non pensarci. Mi venne
in mente, quella sera, il modo in cui certi genitori parlano
di se stessi in terza persona, ai figli: il padre dice: «Vuoi
che il papà passi a prenderti a scuola?», la madre: «Non
discutere, la mamma ha detto così». In fondo è una forma
di onestà. Quell’uomo e quella donna non sono il Padre e
la Madre che i figli conoscono, immaginano, vogliono.
Cercano magari di esserlo, interpretano generosamente il
ruolo. Personaggi? Ne presi nota, poteva tornarmi utile
per qualche conferenza.

Ne ho abbastanza di questi personaggi che dite, borbottavo


quando tornai dai Maestri. Stavamo scendendo dove non
c’era strada: ma l’auto procedeva senza sobbalzi, e non
c’era quasi bisogno di frenare. Aiutatemi a toglierli.
«Oh be’, è il compito principale degli Spiriti guida,
appena il loro allievo se ne accorge. Tu fai esistere noi, e
nostro compito è far esistere te, in cambio. Ma la regola è
sempre “Chiedete e vi sarà dato”.»
Bene, ve lo chiedo. Come facciamo?
«Lo facciamo già da un pezzo, ma ora che cominci ad
accorgertene si può passare a istruzioni più sistematiche.
Era appunto previsto che ti facessimo incontrare qui un
po’ di personaggi, un po’ di mondo intermedio, o di
inferno.»
Inferno?
«Inferno. Ovvero persone che non sanno cosa fanno.
“Perdona loro, Padre, perché non sanno quello che
fanno”: 2 voi lo intendete nel senso che chi non sa quello
che fa può contare su un perdono divino, ma non è così.
Non sapere ciò che si fa è già il castigo e l’inferno: è vivere
senza essere se stessi, lontano dalla propria anima.
“Perdonali” vuol dire appunto “fa’ che chiedano

110
perdono”. Per un ebreo come Gesù non c’è perdono se
non per chi lo chiede. Fa’ che si accorgano di non sapere
ciò che fanno e ciò che sono. È già un castigo sufficiente.»
Cominciava di nuovo una foresta, davanti ai fari.
«Così adesso andremo a scrollare un po’ qualche
dannato. Ti saranno grati. E tu a loro, anche: dato che
sarai sempre tu.»
Di nuovo avrei voluto smettere, riaprire gli occhi, e non
sapevo perché, come il giorno prima. Non potevo essere
già stanco, avevamo appena cominciato. Era come se i
miei pensieri avessero perso la direzione, e proseguissero
così, metro dopo metro, come la strada che prendeva
forma davanti a noi mentre andavamo.
«Accosta lì, dove c’è la radura» mi indicò il Dominante.
Obbedii, spensi i fari e scendemmo.

«Di qua» disse l’Austero, ed entrò nella foresta, lungo


un sentiero.
Mi sembrava di ricordare quel posto, ma pensai che
vediamo sempre attraverso ricordi, e cercai di non farci
caso. L’Austero era avanti, poi venivo io, dietro a me il
Dominante; mi domandai dove fossero gli alati e la
Bambina, ai quali non avevo più fatto caso da un po’. Il
sentiero descrisse due o tre ampie curve, poi gli alberi si
diradarono e davvero rividi, netto, un luogo che
conservavo nella memoria.
L’avevo visto in guerra. Una notte stavamo
attraversando una catena montuosa, scortati da due auto
della polizia, perché era un territorio di bande irregolari; e
a un tratto la prima auto di scorta si era fermata, in mezzo
al bosco, nel buio completo. Proprio come ora ci eravamo
incamminati nel folto, svelti, senza ricevere spiegazione,
ed eravamo arrivati a una baracca di tronchi: uno spaccio
di vino, latte e spiedini. Semplicemente la scorta aveva

111
appetito. C’era un largo braciere di latta, una sola finestra
illuminata, con il bosco nero intorno. E altri uomini,
armati. Alcuni in piedi, altri seduti sui gradini e su una
panca. Non sapevamo se fossero alleati o no; ma la notte e
l’odore di cibo valsero da armistizio. Nessuno della nostra
scorta scambiò una parola con quegli altri, si passavano
accanto a occhi bassi o guardando altrove. Prendemmo da
mangiare e chiacchieravamo tra noi. Nel bosco non c’era
nessun rumore.
È un ricordo: un tornante? domandai al Dominante.
Anche adesso, qui, c’era gente davanti alla baracca.
«Tu ricordati soltanto che non capisci» rispose. «Vedi
queste cose perché ti sono successe prima, o è successo
prima perché tu lo vedessi meglio ora? Tu perché eri
andato nel Caucaso?»
Non lo so. Non era un buon periodo per me. Cercavo
qualcosa.
«Allora era un ottimo periodo!» rise.
L’Austero entrò deciso nella baracca e noi rimanemmo
fuori. Adesso vedevo come un miope, vaghe sagome
umane nel buio.
«Immagina, immagina!» mi esortò il Dominante
«gioca!»

1. Matteo 19,29.
2. Luca 23,34.

112
Consultazioni
Leggere i personaggi - Cassetti, armadi e nazioni - L’anno
e lo specchio - Tipologie - Salvezza e condanna - Il bosco
di specchi - Le grandi sale e ogni istante - Riconoscerli nel
mondo - Gli smaltitori - Cercare e trovare

Dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.

Matteo 18,20

«Adesso verranno persone, figure» disse il Dominante,


mentre ci sedevamo su una panca sul lato destro della
capanna. «Da noi sapranno qualcosa di sé e tu saprai da
loro qualcosa di te. Di per sé sono ancora energie
indistinte, hanno una coscienza di sé ancora molto
limitata, probabilmente non diranno niente.»
Cioè non sono del tutto esseri umani?
«Sono personaggi. Ti capiterà di incontrarli nella vita.
Fra l’altro, per la maggior parte non riescono a vedersi
vicendevolmente. Ognuno crede di essere qui da solo. Del
resto, anche tu credi di essere qui solo con noi, e che sia
tutto un prodotto della tua immaginazione.»
È un vostro gioco didattico, tutta questa cosa?
«È tutto molto reale. Tu intendilo come ti pare» rispose
tranquillamente il Dominante. «Ma è certamente
istruttivo. Vedrai.»

L’Austero portò da mangiare: spiedini e pane.


«Adesso arriva anche da bere» annunciò, e si allontanò
di nuovo.
Il Dominante mi indicò con lo sguardo una figura che

113
si avvicinava.
Era in basso: una forma biancastra e incoerente, che
esitava a tre passi da noi. Riconobbi l’uomo dal viso a
becco che avevo visto in treno. Guardava ora me ora il
Dominante, si era fermato ed evidentemente non osava
venire più vicino.
«Dagli da mangiare» mi suggerì il Dominante. «Sulla
panca» aggiunse, mentre stavo per gettargli un pezzo di
pane.
Faticò a salire sulla panca, era pesante, si accovacciò
alla mia destra e mangiò muovendo il becco come una
bocca.
«C’è tanta gente così» disse il Dominante, in risposta a
una mia occhiata di disgusto.
L’uomo dal viso a becco aveva occhi tristi e –
rabbrividii – intelligenti: quanto doveva capire e soffrire,
in un corpo così mostruoso?
«Su. Leggigli la vita. È qui perché tu lo aiuti» mi avvertì
il Dominante. L’Austero era sulla porta della capanna, e ci
osservava.
Ma non mi veniva niente da dire.

«Qui è il contrario di ciò che fai nell’Aldiquà durante le


consultazioni» mi spiegò il Dominante. «Nell’Aldiquà,
quando leggi le persone, cerchi lo scopo della loro vita e il
loro destino, cioè la distanza tra ciò che fanno e ciò che li
renderebbe felici. A noi non piace come lo fai, ma per ora
non sai fare di meglio.»
Non mi avevate mai detto che non vi piace!
«Non ne avevamo mai parlato. È perché sei cresciuto;
adesso non ci piace più. Proponi alle persone obiettivi
troppo facili, li aiuti a sistemare meglio cassetti e armadi,
invece di aiutarli a costruire nazioni. Imparerai, e adesso
non è questo il punto.»

114
Come imparerò?
«Qui, intanto, farai il contrario. Guarderai quanto
lontano portano i personaggi, verso il nulla. Lui, per
esempio», e indicò l’uomo dal viso a becco «porta lontano
molte vite. Può diventare il destino di molte persone, in
certi periodi della loro vita» E l’uomo dal viso a becco
abbassò lo sguardo. «Te incluso» aggiunse il Dominante.
Me incluso! E cosa si dice, a un personaggio?
«Niente. Lo riconosci. È qui per questo. Così imparerai
a vederlo in tante persone, e a vederlo in te. Cercalo nel
quaderno che una fotografia di montagne in copertina.»

Lessi nel quaderno:

È la parte di te che vivrebbe altrove: potrebbe, può; splenderebbe,


altrove. Ma teme la gioia. Cerca amici, amanti, nemici, padroni che
gli leghino la sorte: si avvolge nei loro sortilegi, per paura che la sua
gioia cambi il mondo. La vertigine la stordisce appena si eleva al di
sopra di ciò che già sa e ha: parte, e vuole subito precipitare.

È una parte di me? L’uomo dal viso a becco mi guardava


sgomento, con i suoi occhi piagnucolosi.
«Mai notata?» sorrise il Dominante.
Qui nel quaderno è un commento all’Angelo dei naufragi. 1 E
mi tornavano infatti alla mente molte storie di persone
nate in quei giorni, frenate da sempre o tutt’a un tratto da
quella vertigine che aveva detto il Dominante.
«Finora l’hai visto in altra gente, nata in quei giorni. Ma
negli altri tu vedi ciò che hai in te. Perciò puoi vederlo. E
che siano nati in quei giorni è solo la cornice dello
specchio: lo Zodiaco è un’immagine dell’io. Tutti siete io;
tu no?»

115
«E quell’altro dannato gli è simile.» Il Dominante mi
toccò il braccio e mi indicò una figura davanti a noi, che
non riuscivo a distinguere sullo sfondo del bosco scuro.
«Quella è la parte di te che è troppo grande per la vita: gli
altri possono fargli fare ciò che vogliono, perché non sa
usare la sua immensa forza.»
Infatti non riuscivo quasi a distinguerlo, tanto era largo
e informe. Se il Dominante non me lo avesse indicato non
mi sarei accorto della sua presenza.
«Vedi?» e lo guardava. «È informe eppure è umano.
Troppo libero o troppo vile, chissà. Così sei tu, quando
lasci che gli altri ti facciano fare delle cose.»
E anche questo è una parte di me?
«Sì. E ogni parte di te può essere una salvezza o una
condanna, a seconda che tu la intenda o no.»
E questo come può essere una salvezza, se dite che è un
dannato?
«Ti aiuta ad accorgerti delle forze che non usi. Mentre
se non lo vedi, lo sei.»
L’Austero portò da bere: un vino denso, scuro.
E quello di prima, come può essere una salvezza?
«Ti mostra la tua paura di perdere ciò che sai. Solo se
vedi una tua paura non l’hai più.»

«Tanti qui non usano le loro belle forze» continuava il


Dominante. «Quello, per esempio, è uno che si ammala e
fa ammalare gli altri solo perché non fa il medico.»
Era sulla porta della baracca: sui cinquanta, con il
maglione e i jeans, e scarponcini rossi da trekking.
Ma io ho questa sorte?
«Rischi di averla, se non ascolti i problemi degli altri
come problemi tuoi. Quella invece è una madre, guarda
cosa fa.»
Era bassa, seduta a poca distanza da noi, in ombra:

116
teneva sulle ginocchia diversi bambini, troppo piccoli per
essere reali, se li spingeva piano contro il ventre e il suo
corpo li assorbiva. Nel quaderno avevo scritto:

È la parte di te che riassorbe ciò che genera. Non sa alimentare


nessun desiderio tuo, nessuna idea. È ciò che in te non vuole mai
nulla sul serio, perché per quella tua parte nulla vale la pena. È come
se per sé avesse già tutto, in una sovrana indifferenza alla solitudine.
Eppure se sai vederla e usarla, ti dà infallibile lucidità, superiore a
qualsiasi emozione. Non vi è miglior critico: vede sempre l’orizzonte
intero, e ogni inganno.

Questo è un posto mostruoso, dissi, passando accanto a


quella donna.
«No, è un bosco di specchi, e fa solo bene. Stai
guardando un quaderno di tre anni fa che ti parla di ciò
che riesci a vedere soltanto adesso. E stai guardando
personaggi che sono parti di te e di ognuno. Tu sei stato,
sei o puoi essere tutti questi destini. Se impari a vederli,
non ti intralciano più.»

«E quelli in alto, li vedi? Sul tetto.»


C’erano figure scure sul tetto, in piedi e sedute. In quel
momento uno stava guardando noi.
Quello ha lo sguardo di mio padre, dissi, ma ora guardava
lontano.
«Non scendono mai. È la parte più nobile di ognuno di
voi: disprezzano talmente la gente, che agli altri mostrano
soltanto i loro lati peggiori. Tutto ciò che hanno di buono
lo tengono solo per sé. Sono aridi e amari; ma vedono
molto lontano.»
Immaginai l’orizzonte che vedevano dal tetto, sopra la
distesa di fogliame. Leggevo nel quaderno:

117
Possono, potrebbero perciò fare grandi cose, se solo gli importasse
un poco dell’opinione degli altri. Ma preferiscono di gran lunga
affinare le proprie qualità segrete. L’ approvazione altrui li
insospettisce e li opprime. Se non scopri in te questa parte, starai
sempre a guardare gli altri che guardano te.

«Vieni, entriamo» disse il Dominante.

Eravamo accanto alla porta.


«Quelli sono marito e moglie» il Dominante mi indicò
un uomo e una donna che stavano entrando prima di noi:
lui alto e robusto, e lei aggrappata al suo braccio; ma non
sarebbero potuti entrare insieme, la porta era troppo
stretta e c’era qualcuno che usciva.
«Lui è questo…» Il Dominante mi indicò una pagina
del quaderno.

È magnifico e lo sa, ma ha paura che qualcun altro sia meglio di lui.


Ne ha talmente paura che finisce per temere tutto e tutti, dietro
quella sua aria da bel portone di legno.

Nuca diritta, alto, il suo sguardo spaziava al di sopra


delle teste di chi era dentro la baracca. Belle labbra decise.

È tuttavia la parte di te che sa trionfare. È facile ironizzare su uno


così, tanto più che dallo sguardo capisci che non se ne accorgerebbe.
Ma tu impara a trovare in te la sua forza: è importante!

«Ma lei non lo ama» osservò ora il Dominante;


eravamo a un passo da questa coppia. «Ha sbagliato a
sposarlo, ma non è mai stata capace di riconoscere un
proprio errore: perciò sbaglierà per tutta la vita. È
descritta qui, leggi.»

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È la parte di te che non sa riconoscere i propri errori. Se appena si
accorgesse di esser così, aiuterebbe gli altri a riconoscere i loro, e
farebbe un gran bene a chiunque incontra, perché tutti hanno una
parte così. Invece si illude, su se stessa, sugli altri. Spesso non fa che
elemosinare illusioni e sopravvivere alle delusioni. Qui sono i
rimorsi inutili, i rimpianti, la rabbia, il rancore: tutti i tentacoli che in
voi afferrano le malattie e le tengono strette, e che le lasciano andare
quando li vedete. Anche questa parte sarebbe uno splendido
medico, se vedesse se stessa.

Intanto la coppia era entrata, dopo un breve e sgarbato


duello di spinte con quello che voleva uscire, e che si voltò
a guardarli, sul gradino della soglia, prima di allontanarsi
in fretta.
«Quello è un distruttore. Leggi» mi sussurrò il
Dominante. Io ne avevo visto soltanto i capelli castani e le
spalle larghe.

Come a certi dà gioia innamorarsi o creare, così a questo elemento di


te dà gioia veder crollare le cose, le rovine lo placano; anche la sua
stessa rovina: gli piace sentirsi periodicamente perduto. Se osasse
accorgersene, nessuno meglio di lui saprebbe distruggere ciò che è
inutile, nessuno avrebbe maggior coraggio. Se no, quanto tempo fa
perdere!

E il Dominante mi guardò, sul gradino della porta,


sapendo che stavo pensando alla mia Impossibile.

La baracca era sorprendentemente grande all’interno:


c’era una stanza affollata, tutta gente in piedi, e si
scorgevano due larghe porte senza battenti, che davano in
altre sale.
Come può essere così grande qui dentro, quando di fuori la
baracca è piccola?

119
«Ogni istante della vita è così» il Dominante quasi
gridò, perché lo udissi tra il vocio lì dentro, «ogni io è
così» e mi indicò di nuovo la coppia di poco prima: «Chi
gli porterà via la sua donna?»
Si guardò intorno: «Quello» e indicò un uomo minuto,
dai capelli neri e dai grandi occhi verdastri. «È un
predatore. Un esplosivo, vive soltanto per ampliare
continuamente i suoi bisogni. A suo modo è
freneticamente felice. Hitler e Chaplin erano così.»
Qual è? non riuscii a vederlo. E un predatore come può
diventare una salvezza?
«Leggi.»

Quando la tua energia cresce devi ampliare i tuoi bisogni. Molto ti si


opporrà, ti sentirai rapace. Sii rapace. Questa parte di te ti insegnerà
allora a riconoscere i tuoi sentimenti e i tuoi slanci, invece di
soffocarli. Se non la trovi in te, sei perduto: le tue emozioni soffocate
faranno di te ciò che vogliono, spingendoti solo verso ciò che non
vuoi.

Devo vedere in me tutti questi elementi? E pensarci?


«Già.»
Ma non riuscirò a ricordarmele tutte. O ci vorranno anni.
«Anni. Oppure vite. Scegli tu. Meglio anni.»
Ma qui dove siamo, precisamente?
«In un involucro della personalità, tua e di tutti. Poi»
continuò mentre ci facevamo largo in quella calca «ci sono
persone che d’aspetto e di modi non dicono nulla, e
potresti guardarli per ore e non riusciresti proprio a
vederli, se non sapessi cosa vedere in loro. Ne ho visti
alcuni prima, volevo indicarteli.»
E nella realtà li riconoscerò? A occhi aperti, nell’Aldiquà,
voglio dire.

120
«Se qui li vedi in te, poi li riconosci nel mondo. E anche
altre persone, anche senza accorgersene, dal tuo
riconoscerli trarranno la forza per non restare prigioniere
di queste loro forme chiuse. Niente cambia il mondo come
il vedere.»
«Così smaltiscono le tue paure» aggiunse l’Austero,
proprio dietro a me. «Sono smaltitori.»
«Eccoli!» il Dominante mi indicò alcuni uomini e una
donna in un angolo: la donna guardava dalla finestra,
scuotendo il capo, e gli uomini parlavano tra loro. «Quelli
sono tra i peggiori.»
Perché?
«Sacerdoti… Ma non necessariamente di qualche
religione. Leggi:

Sacerdoti: falsi intermediari. Sono gli interpreti che pensano


all’interpretazione e non a ciò che deve essere interpretato. Quando
non li riconosci, sono quelli che ti insegnano soltanto cosa imparare
e cosa no, e te ne lasci influenzare.

Mi parve che fossero in un altro luogo, non lì: socchiusi


gli occhi, credendo di riconoscere molti volti nei loro.
Professori di gioventù: ma non volevo che fossero loro,
non volevo accorgermi di aver cercato tanto tempo
l’approvazione di qualche «falso intermediario».
«Negli altri vedi ciò che hai in te» mi rammentò il
Dominante. «La donna poi è particolarmente feroce.»

In questa parte di te la testa vuol comandare tutto il corpo, e lei vuol


comandare gli altri. Ma non sa esattamente cosa comandare, e perciò
è scontenta. In realtà, comanda soltanto alle sue parole: ma così le
parole comandano lei. Da qui vengono le menzogne.

121
E questi come possono essere salvezza?
«Sono parti cupe. Irradiano orgoglio, ambizione e
calunnia. Ma appena ti accorgi di loro, il tuo corpo
diventa una straordinaria ricchezza. Il vigore si moltiplica:
si ribella alla tirannia della mente.»
«Se li vedi, diventano smaltitori e non più personaggi»
insisté l’Austero.
«E quello è l’antidoto dei sacerdoti» il Dominante
indicò qualcuno – e subito mi piacque: avrei voluto che
somigliasse a me, ma non riuscivo a distinguerne il viso.

È la parte di te che impara come chi sogna: si accorge di sapere, non


appena desidera sapere, e non sa come. È così perché non gli
importa del suo io piccolo: l’io la annoia soltanto. Vuole più d’ogni
altra cosa che anche gli altri scoprano come sia facile sapere di
sapere.

E qual è il suo lato negativo?


«Si cura troppo poco di sé. Quando cerca se stesso,
vede il suo io negli altri.»
E non è una buona cosa? Prima dicevi…

Una buona cosa è trovare, non cercare. Se cerchi, sai già cosa cerchi:
e ti volti soltanto indietro. Al contrario, solo quando trovi ti accorgi
di cosa cercava ciò che in te è più grande. Perciò, se non te ne accorgi
per tempo, questa parte di te rischia di perdersi nello sciocco sforzo
di far somigliare gli altri a se stessa. Ma per la stessa ragione è la
miglior guida, quando sei davanti a un pubblico.

«Quest’altro è un uomo di grande potere.» Era davanti


a noi, imbronciato, settantenne, solo.
«Solo che non lo sa e non deve saperlo. Il suo potere è
in ciò che la sua mente non sa di poter fare, la sua

122
sapienza è in ciò che non ha ancora scoperto. È l’unico
tipo d’uomo che ci guadagna immensamente a non
conoscere se stesso, perché solo ciò che non conosce di sé
è grande in lui.»
Modestia? domandavo nel quaderno.
«No, non c’entra la modestia. È la parte di te che può
soltanto agire. È la saggezza di chi si accorge di non
sapere niente di significativo nella sua memoria, ma solo
nell’intuizione; e allora può diventare un benefattore
dell’umanità.»
Per esempio, in concreto?
«Un medico che dubita della medicina. Un musicista.
Un artista. Un mago. D’Annunzio.»
Ed erano tutti qui da tanto tempo nei miei quaderni?
«Nella calca dei tuoi quaderni, sì. Da sempre.»

«Quest’altro invece potrebbe essere Giuda» ed era un


giovanotto sorridente, che in quel momento stava
lodando il probabile benefattore dell’umanità.

È la parte di te che nasconde troppo ciò che ama: troppo, in


magazzini segreti che diventano prigioni. La sua vita, il suo volto
possono divenire carceri, in cui sta rinchiusa. A volte ne dà la colpa
agli altri, e fantastica, invidia, sogna rivali e coltiva progetti
insensati. A volte semplicemente non sa, fugge: una barca e il mare
le darebbero allora qualche felicità. Riconoscere questa tua parte è la
prima vittoria indispensabile per non temere la paura. È la miglior
maestra, nella psicologia.

Ma non riuscivo quasi più a seguirlo. Il vocio intorno


mi stordiva, la folla era soffocante.
Basta adesso, usciamo da qui.
«Non vuoi vederne ancora un po’? Sembrano tanti, ma

123
è un istante solo.»
«Io non sarò più come sono stato prima» citò l’Austero
incontrando il mio sguardo. 2
Usciamo.
E riaprii gli occhi.

1. È l’Angelo dei nati tra l’8 e il 12 luglio e tra il 9 e il 14 febbraio.


Nell’angelologia ebraica, come già accennato più sopra, a ciascuno dei 72
Angeli cosiddetti custodi vengono fatti corrispondere cinque gradi dello
Zodiaco, equivalenti a circa cinque giorni del nostro calendario. Nelle
pagine successive i riferimenti a tale angelologia saranno frequenti. Non è
indispensabile conoscerla, per seguire le vicende dei miei Maestri e il
catalogo dei «dannati»; chi ne fosse incuriosito può consultare, in italiano:
Haziel, Il grande libro delle invocazioni e delle esortazioni, Mondadori, Milano
2005; o la mia interpretazione degli Angeli, ne Il libro degli Angeli, che uscì
per Frassinelli nel 2008 (cioè sei anni dopo la prima edizione dell’Arca dei
nuovi Maestri) e ora è pubblicato da Sperling & Kupfer.
2. Zaccaria 8,11.

124
Il disordine in Cielo
Il pendio di ghiaia - L’ordine lussemburghese e il
disordine dietro a tutto - L’unico io e la fine di ogni ordine
- Il capire, il ricordare e il passato - Un peccatore e
novantanove giusti - Tipologie - La disobbedienza nel
ghiaccio - Essere ed esitare - Vetrate - Le citazioni
dell’Austero - Dio e l’aver ragione - Altri smaltitori - Sei
tu, di nuovo - La Verità ovunque

Il giorno dopo telefonai all’Impossibile, volevo raccontarle


degli smaltitori, di come avessi sempre pensato di
interpretare gli altri quando invece scoprivo me; ma
finimmo subito per parlare d’altro, di cose passate. “Non
ne ho ancora capito abbastanza, perciò non gliene parlo”
pensavo, ma non era questo. Stavano ricominciando le
nostre telefonate quotidiane, a volte chiamavo io, a volte
lei: ed era come due e tre e quattro anni fa. Un po’ mi
sembrava di scivolare indietro a ogni passo, come su uno
sconfinato pendio di ghiaia.
«La prossima volta devo assolutamente raccontarti di
una cosa che mi stanno spiegando i Maestri» dissi dopo
cinque minuti, per farle capire che era la fine della
telefonata.
«Quando?»
«Non domani, giornata pienissima» mentii.
«Allora domani notte.»
«Se riesco.»
E se non l’avessi sentita più? No, era solo un momento
di cattivo umore, mi dissi subito. Volevo solo pensare con
calma a un’idea che stavo avendo: gli antichi angelologi
elaboravano tipologie, e al contempo un modello della

125
psiche assai più articolato e dinamico dei nostri. L’io per
loro era multiplo; come i mille nomi di Dio; l’uno trino dei
cristiani era un ultimo residuo. Volevo capire,
concentrarmici.
Quando tornai dai Maestri non c’era più la foresta ma
una cittadina antica, con strade strette e ripide, tetti
aguzzi e portoni ad arco. Era notte anche lì; l’Austero
chiuse una porta alle nostre spalle, come se ne fossimo
appena usciti.
«Va meglio così?» mi domandò il Dominante.
Avete cambiato la scena perché nella baracca era tanto
caotico?
«Questo è solo un altro aspetto, oggi preferisci l’ordine.
Il caos c’è sempre, dietro le vostre porte, dietro a tutte le
vostre immagini» e mi indicò le porte delle case intorno.
«Perciò gli Dei di tutte le religioni tengono tanto all’uomo,
che sa moltiplicare le porte.»
In che senso?
«Gli altri animali sono abbastanza saggi per accettare il
disordine ovunque. L’uomo invece vuole ordinare le cose,
dare i nomi, gli schemi. 1 Nomi, numeri: porte. Agli Dei
piace, ne sentono sollievo, come tu ora tra queste stradine
così compite, lussemburghesi. Sono contenti che l’uomo
desideri questo impossibile, e niente è impossibile agli
Dei, se l’uomo sa chiederlo.»
No, non ho capito.
«Se non capisci, è solo perché credi che nei cieli ci sia
ordine. Tutt’altro: quell’ordine lo vedete voi, è solo vostro;
come il bambino quando si meraviglia che gli adulti si
siano organizzati tanto male nel mondo, e cerca di non
farci caso, e di convincersi che sono invece bravissimi.» Il
Dominante sospirò: «In realtà, dietro a ogni immagine ci
sono continui passaggi di tenebre e caos, in terra come in
cielo.»

126
Gli Dei non fanno ordine?
«Mai riusciti. Il Diluvio, la torre di Babele… Certo,
questo vi carica di una grossa responsabilità.»
Camminavamo lungo la via, ed era deserta. Vidi che ci
seguiva anche quell’uomo dal viso a becco.
«Possiamo metterla anche in un altro modo» riprese il
Dominante. «L’ordine è per chi ha poca energia. Chi ne ha
di più, inevitabilmente produce disordine. Perciò voi
amate l’ordine, e gli Dei vi vengono affettuosamente
incontro, rallentando un po’ il ritmo dell’evoluzione, dei
cambiamenti, del riconoscimento dei loro errori.»
Noi rallentiamo l’evoluzione?
«Il bambino non ama che l’adulto cambi idea, no? Che
non rispetti i patti. Vuole fidarsi di un padre. Tu ora lo
stai sperimentando: prima nelle tue consultazioni spiegavi
gli altri a se stessi, e tutto era abbastanza ordinato. Ogni
tanto avevi l’impressione di cercare o scorgere qualcosa di
te, negli altri: e questo era già un po’ meno ordinato. Ora
noi ti stiamo spiegando che l’io è uno solo, chiunque sia a
dire questa parola: io; e che in chiunque l’io ha tanti settori
quanti sono i tipi individuati dagli antichi. Questo manda
all’aria tutto il tuo ordine, e ti preoccupa un po’, non è
vero? Bene, proprio allo stesso modo devi sapere che
qualunque cosa possa apparirvi ordinata nel mondo è
solamente il confine di un disordine che sta per
travolgerla. Dunque non dare troppo peso, al tuo ordine.
Ogni istante è un inizio.»
«Non resterà pietra sopra pietra che non sia diroccata»
citò l’Austero, sollevando le sopracciglia. 2

Se avessi saputo prima queste cose avrei parlato


diversamente a chi veniva da me.
Il Dominante scosse il capo.
«Ragionamento errato. È come dire che se avessi

127
conosciuto vent’anni prima la tua Impossibile ti saresti
comportato diversamente con tua moglie.»
Infatti.
«È il contrario. Ogni tuo istante presente può nascere
soltanto grazie a ciò che hai vissuto prima, per dirla
secondo l’ordine vostro; e secondo il nostro disordine:
tutto ciò che hai vissuto prima, l’hai vissuto perché il tuo
istante presente lo plasmava così e non altrimenti. Tu sei
sempre stato presente adesso.»
«Da prima che Abramo fosse io sono» citò l’Austero. 3
«Solo ciò che capisci e ricordi diventa passato, e solo ciò
che non capisci e non ricordi è futuro. Ma tu sei molto di
più di ciò che capisci e ricordi.» Il Dominante si fermò,
eravamo arrivati accanto a un portico debolmente
illuminato. «E l’ordine è solo ciò che capite e ricordate
voi.»
Cioè se non provassi a capire e a ricordare… ma non
terminai la domanda, come se non osassi.
«Saresti sempre adesso e tutto lo sarebbe. In un gran
disordine, certo.»

E come si fa a non capire e a non ricordare?


«Puoi essere, immaginare, fare. Allora il tuo infinito
Adesso agisce attraverso di te. Gli animali e gli Dei fanno
così.»
Quindi ciò che io supero crescendo è solo ciò che ho capito e
che ricordo? La mia mente cominciava a correre.
«Sì.»
E siccome non posso non capire e non ricordare, può esserci
questa crescita in me, questo superamento.
«Può esserci come può non esserci. Dove sei tanto
contento di aver capito non c’è.»
E dove conduce? Fino a dove va?
«Se lo capissi e lo ricordassi non ti porterebbe molto

128
lontano, ti pare?»

Perciò la mia Impossibile è impossibile? È perché la ricordo?


«In lei guardi ciò da cui sempre vi staccate crescendo.
Ma non lo vedi ancora. Perciò poco fa avevi quella
sensazione di incompletezza, parlando con lei. È utile.
Sbaglierai, disobbedirai, farai disordine. Agli Dei piace il
Diluvio. Guarda, ecco un altro tipo di smaltitore: questo
disobbedisce, vedi?» e mi indicò una pozzanghera
ghiacciata ai nostri piedi. Ne ruppe il ghiaccio con il tacco.
Cioè sarei io? domandai guardando l’acqua.
«Chi non disobbedisce non parla con noi. Noi siamo
Spiriti, e lo Spirito è per sua natura estraneo
all’obbedienza. Ne senti la voce ma non sai da dove viene
e dove va, dico bene?» il Dominante sorrise all’Austero. 4
Io ho cominciato a disobbedire solo da poco.
«No, disobbedisci da tanto, ma prima non lo sapevi.
Per quasi trent’anni hai disobbedito a te stesso, ai tuoi
doveri autentici e ai tuoi vantaggi, per obbedire ai
vantaggi e ai voleri degli altri. Così spesso la
disobbedienza spinge questo tipo di smaltitore a essere
obbedientissimo: seguace, amico, consorte, servo. E la
ricompensa a questa obbedienza è che puoi dire chi sei:
non esiti quando ti chiedono che lavoro fai, qual è il tuo
stato civile: il tuo io è ordinato. È bene così? Con noi
invece hai cominciato a disobbedire agli altri, ai vari
personaggi che ti comandavano prima dentro e fuori di te,
e poi chissà… E del tuo io ordinato che cosa rimane?» Mi
indicò la pozzanghera, con i frammenti di ghiaccio ai
margini.

Rise.
«Devi vedere i muri delle prigioni, per accorgerti di

129
quanta parte di te ne era rinchiusa. Le prigioni sono un
posto ordinatissimo. Su, andiamo» e si incamminò. In
fondo alla strada si vedeva un parapetto, e di là un
vallone, e di là dal vallone montagne nere, contro il cielo
indaco scuro, stellato. «Naturalmente anche la tua parte
che hai guardato nella pozzanghera è in chiunque»
proseguì. «Potresti aprire una scuola di disobbedienza.
Ma una scuola è fatta per obbedire. Essere o non essere…
Vediamo, secondo te com’è: gli uomini sono più se stessi
quando esitano, oppure quando si accorgono e si mettono
all’opera? Gesù, per esempio, è se stesso quando esita nel
Getsemani, o quando va e obbedisce?»

L’esitare è nel capire e nel ricordare? azzardai.


«Fuochino. Vieni, vediamo qualche esempio di gente
che non esita, guarda qua dentro» e, facendo cenno di
avvicinarci, il Dominante entrò sotto il portico e si accostò
a una finestra a riquadri. La stanza all’interno era
illuminata, ma il vetro smerigliato impediva di vedere.
Chi c’è lì?
«Altri smaltitori, altri destini. Quella, ecco, è una
coppia interessante: quel giovane biondo e dolce e la
donna grassoccia, li vedi? Su, guarda il quaderno» e mi
indicò la pagina.

È la parte di te che vive per avere figli e per amare la propria casa.
Per essa, tutto ciò che è casa e nella casa è immenso, tutto ciò che è
fuori è scontato, sprecato, o da tollerare soltanto. E casa può essere la
sua pancia, i suoi muri, la scuola, la famiglia, il convento, l’azienda.
Puoi vivere senza casa? Non perderai la testa?

«Questo è lui. Lei è quest’altra.»

Questa è la parte di te che vive per accorgersi d’un tratto che tutto

130
ciò che ha intorno è vecchio. È lo slancio, l’uscire libera, la folgorante
carriera, che ogni giorno accelera, o la mendicità magari: l’una o
l’altra, purché intorno tutto ciò che era prima rimanga indietro per
sempre. Lì è la sua speranza paziente.

«C’è bisogno che ti spieghi queste parti di te, la loro


salvezza o la loro condanna?»
No… Ma non vedevo niente di là dai vetri colorati.
«Se non le scopri in te ne sei schiavo. Se le scopri
riempiranno ogni cosa che farai: in tutto voi amate una
casa, e per fare ogni cosa voi lasciate una casa.»

«Quell’altro là, invece, è il contrario del buon marito e


padre di prima» e non vedevo nulla. «Leggi!»

Per lui la famiglia è un cappio: appena se ne allontana il cappio si


stringe, e lui odia il cappio ma non lo ammette, e dunque non può né
liberarsene né trasformarlo. Passa gran parte della vita a cercare
direzioni in cui il cappio non si noti. Poi fugge da casa, divorzia. Più
volte. E il cappio continua a stringere, sempre. È una vita al
guinzaglio. Questa parte di te diventa salvezza quando ti accorgi che
una gioia non esiste se non sai essere grande come essa lo è.

In che senso?
«Se ti rifugi in una gioia, non è una gioia e tu non sei tu.
Se tu e una gioia siete tutt’uno, legati, non è una gioia e tu
non sei tu.» Annuii. «E finché insegui e sogni una gioia,
non è una gioia e tu non sei tu. Questo è il cappio.»

«Mentre quel vecchio è il contrario della donna che farà


una splendida carriera», e mi indicò un altro riquadro
smerigliato.

Questa parte di te non ha altro scopo e nessun’altra certezza nella

131
vita, se non il lavorare ogni giorno lo stesso numero di ore, per un
padrone che non conosce e che quindi non stima. Rischia seriamente
di morire appena andrà in pensione.

E come si salva questo dipendente?


«È la parte di te che fa essere: è il coraggio dell’essere.
Quante delle cose che guardi intorno a te sono
insignificanti? Ma a quante delle cose che fai o che dici
non vuoi dare un significato? Non le lasci essere, non sono:
come se tu temessi di essere meno, se esse fossero. Invece,
se una cosa davanti a te non è, se non ha senso, anche tu
davanti a essa non sei, e non hai senso. Lui» e mi indicò di
nuovo quell’uomo che non vedevo «è la parte di te che
non ha paura di essere soltanto ciò che è, soltanto nel
posto in cui è, senza illusioni.»
«Goethe era così» aggiunse l’Austero. «Perciò il suo
Faust vendeva l’anima in cambio di un attimo in cui
essere pienamente.» 5

Perché fai spesso citazioni bibliche o letterarie? mi voltai a


domandare all’Austero.
«Per mostrarti ciò che non avevi capito e non ricordavi.
Magari se tu fossi un musicista, ti canticchierei qualcosa,
ma tu fai il teologo.»
«E quella vecchia truccata, con quel goffo gioiello sul
petto» il Dominante mi indicò un altro riquadro.

Questa è la parte di te che vive per guadagnare enormi somme di


denaro: ma non per sé. Ed è nata per attirare l’attenzione della gente:
ma non su di sé. C’è riuscita, vedi? Per farlo ha dovuto imparare a
considerarsi soltanto un mezzo. Da quando ha smesso di voler
salvare se stessa, è sbocciata e muove l’interesse di molti e fiumi di
denaro verso grandi cose. Se non ricomincia a occuparsi di sé è
perfetta, ora.

132
«I raggi di una stella vanno tutti in direzioni opposte le
une alle altre, e in questo voi siete proprio come le stelle»
mi spiegò il Dominante. «Questa è la parte che in voi
genera ricchezza e successo. Se non la vedi, genera solo
aggressività o bisogno di consolarsi. La vedi?»
Guardavo e continuavo a non vedere: finché mi accorsi
che la donna ingioiellata era dipinta in uno dei riquadri,
come anche le altre figure che il Dominante mi aveva
indicato.

«È naturale» sorrise il Dominante, «gli smaltitori non


sono nella realtà: il loro inferno è tra te che guardi e gli
altri che guardano te. Sono nel mondo intermedio, che
somiglia proprio a una vetrata. O al cristallino del tuo
occhio. Per questo nella baracca non riuscivi a riconoscere
i volti. Ragione o torto, giusto e ingiusto, nemici e amici:
anche questi sono soltanto vetri opachi in cui incornici
frammenti della tua vastità. Qui – vedi? – tutta questa
linea di riquadri sono i vostri destini di combattenti e
cavalieri dei re» ed erano i riquadri all’altezza delle nostre
teste.
«Questa donna bionda, vedi, farà politica» me la
indicò. «Lotterà contro l’ingiustizia; e fino a poco fa non
era nulla e tutto le andava storto. Perché?»

Questa è la parte di te che ha il sentimento della giustizia. Ma il


mondo è ingiusto. Così per un pezzo cerca di adattarsi al mondo e di
non far caso alle ingiustizie, ma non può, e si punisce facendolo,
accumulando guai, mediocrità o frustrazioni. Poi cambia, e allora
trionfa, tutti l’ascoltano.

«Ti riconosci?»
Un po’.

133
«Meno male. È come per la vecchia ingioiellata: anche
lei prima era una vittima e obbediva ai più, e divorava
energia a tutti e la usava per sé sola, sprecandola soltanto.
E la maggior parte delle persone fa a lungo la vittima,
perché le vittime sono la maggioranza.»

«E quei due giovanotti seduti uno davanti all’altro, che


sembrano lì lì per saltar su e litigare? Uno è il paladino:
leggi.»

Questa è la parte di te che vive per combattere in nome di qualche


causa giusta. Ne cerca come un avventuriero: va a caccia di malvagi
e di princìpi. Se non impari a riconoscere questa parte in te, non
saprai mai gustare una lotta, e in qualche modo scapperai sempre.

«Mentre l’altro giovane è più tormentato.»

Questa parte di te è un D’Artagnan solitario: si adira per amarezza,


perché si sente oscuramente in colpa, e perciò detesta tanto chiunque
abbia torto. Vive di avversioni, e di castighi, da infliggere a se stesso
negandosi cose desiderate, o ad altri rendendo loro la vita
impossibile. Pessimo, eh? Ma se non hai riconosciuto questa tua
parte in te, ogni tua lotta sarà ridicola.

«E lì c’è il tizio con cui questi due sceriffi se la


prenderanno spesso.» Nel dirlo, il Dominante sorrideva,
come se avesse disposto lui i riquadri.

Questa è la parte di te che mentisce sempre, perché a forza di


mentire ha talmente complicato la verità che non riuscirebbe più a
dire il vero nemmeno se volesse. Ottimo attore, se fosse attore. Un
professionista dell’ottica.

134
È una nostra parte scura?
«Tutte possono esserlo, te l’ho già detto. Questa è la
parte di te che ti libera dall’inutile smania di avere
ragione. Voi siete e sempre e comunque come questo
piccolo bugiardo paffuto. Da quando avete dimenticato
che mentite, che recitate sempre? Credi che Dio vostro
padre si sia mai preoccupato di aver ragione?»

«Mentre quello seduto accanto alla bionda è ancora un


Giona nella balena» proseguiva il Dominante.
Leggevo nel quaderno:

Questa parte di te è un profeta, cioè quasi fatalmente una vittima,


perché avrebbe troppe cose da dire, tutte più grandi e più belle di
quelle che lui si accorge di pensare e di dire di solito. Perciò aspetta e
scappa da se stesso, fino a che una qualche depressione o una
qualche malattia non lo fermerà. Ma se lui si ferma da sé, tutto il
mondo si muove.

«Ti accorgi che sei tu?»


Sì.
«Nessuno esiste di per sé.» Il Dominante si allontanò
dalla vetrata, soddisfatto, e noi con lui, lungo la via
deserta, verso il parapetto. «Sei tu e sono tutti. Quando
avrai imparato bene, ti accorgerai che se vedi degli
estranei, degli altri, dove che sia, sulla terra o nell’Aldilà, è
solo perché in qualche aspetto di te sei ancora inerte e
distante da te stesso. Allora vedi quel tuo aspetto in altri,
per ammirarli, invidiarli, o odiarli invano. Ma sei tu.»
«Videro Gesù, ma non vedevano che era lui» citò
l’Austero. 6
«Vedi te stesso, ma non vedi che sei tu» approvò il
Dominante. «A volte è come se una montagna impedisse

135
di vederlo: la montagna del tuo passato, che tu credi tale.
O la montagna di ciò che gli altri sanno di te, e tu di loro.
Ma si spostano anche le montagne.»
Ci affacciammo al parapetto. La ripida valle sotto di noi
era boscosa.
«E sai qual è il maggior vantaggio dell’essere fuori
dall’inferno? Che puoi trovare la Verità semplicemente
guardando una qualsiasi cosa, quando hai imparato a
riconoscere le vetrate e a non lasciartene inquadrare.
Allora vedi, e vedi che sei tu. La Verità è in te, e nelle cose
si riflette ovunque. Ogni pietra, ogni foglia può
rispondere a qualsiasi cosa tu chieda, con noi o senza di
noi. Allora anche innamorarsi è tutt’altra cosa, che non sai
ancora.»

1. «Allora il Signore Dio plasmò ogni sorta di bestie e tutti gli uccelli del cielo e
li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque
modo l’uomo avesse chiamato ognuno di quegli esseri viventi, quello
doveva essere il suo nome» (Genesi 2,19).
2. Matteo 24,2.
3. Giovanni 8,58.
4. Giovanni 3,8.
5. Goethe, Faust I, Studio, vv. 1699-1700.
6. Giovanni 21,4.

136
Il Messia
Il peso di ciò che poteva essere - Limiti educativi - Gli
obiettivi presunti - I limiti umani - Il labirinto: i genitori e
il Messia - L’innamorarsi, di nuovo - In albergo -
Angelologia e psicologia - L’evoluzione secondo la
Kabbalah - La Fanciulla - Il punto più lontano - La fiducia
- Lezione sul Messia: Forma e Anima - Gesù intollerabile -
L’«io, io, io» - L’Io grande e la libertà di scomparire -
Pietro zuccone - I nomi scritti nei cieli

Pensavo a come sarebbe stato: avvertire in me quella


sapienza, percepire come loro, vedere sempre oltre.
Dicevano che a impedirlo era soprattutto il passato: e
davvero (me ne accorgevo ora) com’era stata chiara fin
dall’inizio quella mia storia con l’Impossibile. La realtà ti
offre continuamente specchi, e ogni limite è tutti i limiti,
ogni distacco è il distacco che devi compiere, per crescere.
E poi, non soltanto nulla può più restare come prima,
ma già prima del distacco tutto è passato, frena soltanto.
Rabbrividii al ricordo dell’ultima telefonata con lei: lo
sforzo di doverne gioire. «Non ne voglio più, di certezze»
sussurrai, e mi alzai a sedere. L’avevo ritrovata soltanto
per perderla davvero, per accorgermi che era già passato
il momento.
Il futuro del passato: ciò che sarebbe potuto avvenire se;
che inutile fatica trattenere quel peso, perché non
sprofondi in un attimo nell’acqua, per sempre.
Immaginai a occhi chiusi di lasciarlo cadere.

«Quando impari a vedere i tuoi limiti cambia tutto,


nell’invisibile e nel visibile» mi disse il Dominante

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quando lo guardai. Proseguivamo in direzione del ponte.
«E i limiti sono educativi, sai?
«Ci sono i limiti che derivano dalla tua fedeltà a valori:
morali, professionali, oppure valori di identità: chi sei, chi
non sei, chi pensi di poter essere. Questi possono anche
essere limiti utili, purché si abbia cura di rimaneggiarli
spesso.
«Ci sono i limiti che derivano da ferite, recenti, antiche
o ereditarie. E sono utili anche questi a modo loro, perché
ti mostrano dove non sei ancora te stesso abbastanza.
«E infine i limiti che ti vengono imposti dalle passioni,
quando vuoi raggiungere certi obiettivi, e punti su quelli
lasciando perdere il resto. Questi limiti derivano sempre
dagli altri due precedenti, ma sono illusori. Qualsiasi
obiettivo vi poniate, è sempre e soltanto un pretesto per
crescere in altre direzioni, per superare vostre ferite o
l’insufficienza dei vostri valori.»

E se penso di volere una cosa, in realtà ne voglio altre?


«Ma certamente. Vuoi sentirtelo dire in un altro modo?
Non è che voi vediate un obiettivo, e poi misuriate la
distanza da superare per raggiungerlo. È il contrario:
cominciate a sentire il peso di una vostra distanza da voi
stessi, e per esprimerla guardate una qualsiasi cosa che si
trovi al di là di quella distanza e dite: “È un mio obiettivo,
lo desidero tanto”. Mentre in realtà vi importa pochissimo
di quell’obiettivo; è solo la distanza, che vi opprime.
«Questo è il limite del desiderare: credere che nella
realizzazione di un desiderio ci sia la gioia. Invece la gioia
è nel vostro estendervi fin là, per poi estendervi oltre, con
altri desideri-pretesti.»
Hai detto che ci sono limiti da fedeltà, limiti da ferite e limiti
da desideri. E i limiti umani in generale, i limiti naturali, non li
consideri?

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«No, quelli non esistono. È troppo facile superarli,
come i confini tra gli Stati. Pensaci: chi chiama limite un
confine?»

«I vostri limiti sono un labirinto in cui voi vi muovete


sempre tra un’entrata e un’uscita» e poco prima del ponte
il Dominante svoltò a sinistra, per una viuzza in leggera
salita. «Da un lato, l’entrata sono i genitori. Come dice il
comandamento: Tu onori il padre e la madre. E in realtà
significava: Attento! Perché in tutto ciò che fai tu fai onore
al padre e alla madre. Era un avvertimento e non un
comandamento.» Mi sorrise. «Non crederai che un libro
sacro esorti a imitare i genitori; non è mai avvenuto e non
avverrà mai.
«Mentre dall’altro lato, l’uscita è il Messia, di cui
parlano tutte le religioni. Ed è quando scopri che
nell’Aldilà esisti solo tu e trovi soltanto te stesso,
circondato dall’infinito.»
Cioè nell’Aldilà siamo soli?
«Nell’Aldilà si è uno. Solo allora l’Aldiquà si riempie di
gente, e non di illusioni, giustificazioni o pretesti.»
Com’è possibile?

«È ciò che sognano senza saperlo tutti i principianti


dell’innamoramento. Sono ben più geniali di quanto non
si creda. Ciò che in realtà amano nella persona amata è
quel che di più bello potranno diventare nel riflesso dei
suoi occhi; ma non osano pensarlo: non si
innamorerebbero, se no.
«L’innamoramento è un modo pittoresco e laborioso di
fraintendere il desiderio di ciò che sei nell’Aldilà: il
meglio di te nell’infinito. Ma quel meglio di tutti è uno
solo. Perciò ai preti è proibito innamorarsi.»

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Cioè ci si innamora di ciò che per i preti è Dio.
«O la Madonna, per i più romantici. Ed è l’io che
sareste, al cospetto di Dio. Nell’Io grande lo siete. Lì non
c’è nessuna distanza.»
Entrammo in un androne e per una breve scalinata
arrivammo nella hall di un albergo.

Il Dominante andò alla reception, come per assicurarsi


delle prenotazioni. L’Austero si sistemò su un divano
molto morbido e io mi sedetti accanto a lui.
«Insomma…» sospirò «che ne dici? La gente che cosa
dice di me?» 1
Tu e le tue citazioni. Perché me lo chiedi?
«A certe cose non arrivi ancora, perché devi ancora
tributare omaggio a ciò che pensa la gente» e con un gesto
vago l’Austero indicò la hall, il lampadario a gocce e le
finestre dipinte d’un bianco avorio, con le tendine.
Sto immaginando io queste cose?
«Ed è già molto. Un bel progresso rispetto a prima.
Rispetto alla grotta con le stalattiti!»
Osservai il lampadario.
Ed è un albergo perché stiamo esaminando i vari tipi di
smaltitori?
«Tu sei un albergo. È una buona metafora. Nella casa
del Padre mio ci sono molte dimore.» 2
Il Dominante venne a sedersi alla mia sinistra.
Davvero, della psicologia che conosco non rimane molto, con
questa esplorazione degli smaltitori, cominciai una
conversazione da divano.
«Poi scopriranno» disse il Dominante. «La psicologia è
una scienza giovane, teme ancora la concorrenza dei
maghi e delle fattucchiere. Per ora l’Angelologia la
atterrirebbe; non soltanto per le sue tipologie ma anche
per i suoi princìpi.»

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Cioè?
«Come dicono i tuoi kabbalisti? Animali, uomini,
Angeli, Arcangeli e via dicendo, sono stadi evolutivi: una
volta gli Angeli furono ciò che sono oggi gli uomini, e gli
uomini erano ciò che sono oggi gli animali; in futuro gli
Angeli saranno ciò che sono oggi gli Arcangeli, e gli
uomini ciò che sono oggi gli Angeli. Non è così? Ma
l’elementarità del porre gli uomini più in alto degli
animali suggerisce che si tratta soltanto di un indovinello
kabbalistico.»

Gli uomini sono più in basso degli animali?


«Certo. Non per nulla usano la parola, pessimo
strumento di comunicazione, dato che con la parola
chiunque può mentire perfino senza accorgersene. Che ne
diresti di un’automobile che ogni tanto può non frenare, o
non svoltare quando giri il volante?»
Già.
«Già. E la soluzione di quell’indovinello della Kabbalah
è che quanto più tu scopri salendo, tanto più alte sono le
forze che abiti e che abitano in te. Le qualità degli Angeli
sono il ponte verso la successiva fase d’evoluzione. Gli
uomini sono gli Angeli, se scopri di essere tutti quanti gli
Angeli. Ma questi sono giochetti» e si alzò con un largo
sorriso.

Erano arrivati i due alati con la Bambina, che con mia


grande sorpresa era cresciuta. Adesso era una ragazzina
sui quindici anni, dal viso dolcissimo e dai profondi occhi
azzurri. Aveva i capelli legati in una coda, castani, la
gonna a pieghe blu, calze bianche, golfino azzurro e
camicia. Guardava tutto con quell’ansiosa intelligenza che
hanno le ragazzine in viaggio con gli zii invece che con i

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genitori.
Il Dominante la baciò ridendo, salutò i due alati e tornò
a guardare me, che mi ero alzato.
Com’è cambiata!
«Tu sei cambiato.»
E adesso cosa succederà?
«Mmh. Vieni» e si avviò verso le finestre. «Qual è il
punto più lontano da te in tutto l’universo?»
Mi indicò la montagna che limitava il paesaggio
notturno.
«È dove arriva la tua vista a occhio nudo. Tutto ciò che
è più lontano di quel punto diventa proiezione di ciò che
avete in voi stessi. Così è anche con le persone: ciò che
non vedi e che la tua mente non sa di loro, è specchio di
te. Così è per tutti. Tu ora sei in viaggio senza i genitori.»
Cioè lontano dall’entrata del labirinto?
«E l’uscita è il Messia, che voi dovete diventare.»
Cosa?

«Non crederai anche tu che il Messia sia un tale che


venga al mondo a un certo punto e non prima?» finse di
stupirsi il Dominante. «È una forma che dovete scoprire,
adesso e non nel passato o nel futuro. Bisogna, è la vostra
via.»
L’Io grande si manifesta anche come Messia?
«Il Messia è uno dei nomi che gli date. È quando vi
mostra quanto sono angusti i limiti, il tempo e lo spazio
dell’io piccolo. Tante religioni lo descrivono, in tante
forme. L’idea delle reincarnazioni, per esempio: tu sei
stato il tale, poi il tale, poi il tale, sei stato di tutto… Chi è
stato tutto questo? È una descrizione del Messia.
«Oppure il Kadèr, il Destino per i turchi. Compito
dell’uomo è comprendere il volere di Allah, e non
aggrapparsi al piccolo volere del proprio io. Quel destino

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è un’altra descrizione di ciò che chiamate Messia. Le
descrizioni sono tante e diverse solo perché sono tentativi
di capirlo; ma capirlo non occorre e non si può: si impara a
esserlo, e allora ce n’è uno solo.»
E Gesù?
«Non parla d’altro neanche lui.»
Ma era il Messia?
«Che c’entra? Tutti lo sono. Lui ha insegnato a esserlo.
Ascolta e prendi nota.»

Mi disposi ad ascoltare, ma stavolta – mi accorsi – con


una stretta al cuore. Prendere nota. I miei quaderni vecchi
e nuovi erano già talmente pieni di informazioni, mi
opprimeva il pensiero di esserne il proprietario e perciò di
doverli conoscere: quando riaprivo gli occhi, le
conversazioni rimanevano indietro nella memoria, troppo
grandi per la mia mente, che perdeva decenni in
esitazioni.
«Su su» mi animò il Dominante, «non far caso a queste
cose e prendi nota. Ciò che ti manca ora è soltanto la
fiducia negli altri. Vedi lei?» mi indicò la Fanciulla. «È una
Divinità, ma ancora non sa esistere, proprio perché le
manca la fiducia nel mondo. Non credere che sia solo un
problema umano. Ce ne sono tanti di Dei che non si
rivelano ancora, perché hanno questo intoppo.»
E appena io avrò fiducia negli altri ne avrà anche lei?
«Vedi che un po’ sei intelligente. E per avere fiducia
negli altri, è bene che tu ti chiarisca le idee su certi
argomenti fondamentali, tra cui appunto il Messia. Su,
scrivi. Titolo: Lezione sul Messia.»

«Innanzitutto diremo così: voi siete l’unione di Forma e


Anima. Forma è ciò che obbedisce al tempo, come voi lo

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intendete: il corpo così com’è per voi, è Forma. Sono
Forma l’io piccolo, molti vostri pensieri e molti
avvenimenti della vostra vita.
«Mentre Anima è ciò che vive e cresce per altre
dimensioni, a voi ignote.
«Voi siete l’unione di Forma e Anima; ma non la si può
dire un’unione ben riuscita: di Forma e Anima voi siete
piuttosto il luogo di conflitto. Spesso avviene che l’Anima
non abbia più bisogno di certe forme che la vostra vita ha
assunto. Vorrebbe disfarle e farne materiale per forme
nuove. L’io piccolo invece non le vuole cambiare, tiene a
ogni forma come a se stesso (le forme sono la sua patria) e
continua perciò a mantenere la sua vita in forme vecchie,
che l’Anima trova deprimenti. Allora la vita diventa
fatica, tensione. Questa è la storia narrata nei Vangeli. Fino
a quando starò con voi? 3 e via dicendo.
«E avviene ovunque e sempre, nel mondo. Forma è la
realtà, per voi; è la patria in cui Gesù non può essere
profeta.
«Forma è la croce su cui Gesù muore. Non per nulla a
tanti piace guardarlo inchiodato, e lo portano al collo così:
se lo sentono affine, quando è sulla croce, ben più di
quando insegna, litiga o fa miracoli. È perché lì, così
sconfitto dalla Forma, non li sgomenta più e li rassicura: lì
il suo destino è il loro, neppure lui è scampato, se non per
andarsene via nel Cielo, lontano dalla Forma, così che non
ci sia nessun profeta in patria. E tutto va come deve, come
già andava prima.»

«Gesù vivo e in azione è invece intollerabile per i più.


Esorta a fare e fa cose sconvenienti, scardina leggi e
certezze, insegna a non giurare fedeltà a nessuno, chiama
ipocrita chi va in chiesa, 4 giustifica donne di malaffare e le
porta a esempio. Manda continuamente in pezzi le forme.

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È strano che bastò un solo Giuda, perché tutti i discepoli
scappassero? In realtà non vedevano l’ora. E anche poi,
chi lo ha sopportato? La storia di Gesù è da venti secoli la
storia delle immagini fabbricate per non guardarlo, per
non sentire cosa diceva.
«Il Messia! “Io lo sono nel mondo” diceva “e voi
quanto esitate a esserlo?”
«Sosteneva che il Messia fosse l’Io più grande in
ognuno, e che da quest’Io – da ciò che ognuno chiama io,
senza saperlo – passa il divino. Molti dei suoi non
arrivarono a capirlo e pensavano che il Messia dovesse
essere non quell’Io, ma un uomo che osasse dire: io lo sono.
E anche questi avevano ragione. Bisogna osarlo per
esserlo.
«Per esserlo. Non per diventarlo. Perciò nel più antico
dei Vangeli, Giovanni, non si trova neppure un
comandamento di Gesù: non un solo divieto, tanto che se
aveste soltanto il Vangelo di Giovanni non si saprebbe che
cosa Gesù dicesse di fare in pratica: e andrebbe benissimo
così. Lì Gesù dice soltanto “io lo sono”. Non c’è altro da
sapere, se non che io è io. Io è solo io.»

«Perciò Giovanni e gli altri evangelisti scomparvero, e


nessuno seppe più nulla di loro. Erano io. Chi è libero può
andarsene quando vuole, ed essere sempre con te ogni
giorno, quando lo senti: io.
«Paolo di Tarso invece voleva restare. Io io io: senti
come ripete sempre io nei suoi scritti. E così anche gli altri
grandi cristiani dopo di lui: vollero restare a ogni costo
anche dopo la morte, nei monumenti, nelle memorie,
sancti, approvati! Preti che hanno voluto imporre il loro io
piccolo agli altri, per il bene comune. Perché? Per essere e
insegnare a essere soltanto il proprio io piccolo, di nuovo,
come se Gesù non avesse mai parlato. Nessuno di loro

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disse più: io lo sono. Al contrario: io non lo sono! Come
Pietro davanti alla porta dei capi. 5
«Ci volle del coraggio, certo: e se Dio li avesse puniti
per questo? Ma non li puniva, e continuarono. Così il
vostro cristianesimo diventò la certezza che Dio non c’è, o
che ha da fare altrove, ma che sia meglio non dirlo a
nessuno.»

«L’io piccolo di Gesù era invece leggero come la


fiamma di una candela nel sole. La luce era l’io, non la
candela. Spariva nel sole e insegnava a farlo sparire. Non
sei più il tu incastrato tra padre, madre, terre, fratelli. Sei
un’altra vita, un altro mondo esiste attraverso il tuo Io.
«Ed è proprio come narrano i Vangeli: Gesù amava
quelli che non c’erano ancora riusciti, ed erano ancora io-
piccoli, pesanti come pietre. Tu sei Pietro: sei di pietra
ancora, zuccone. 6 Come l’istruttore ama teneramente gli
apprendisti.
«Ma se sei un’altra vita, tu sei Maria, vergine dopo il
parto perché non ha partorito ma è diventata Gesù. Sei
Giuseppe, ancora sterile, ancora fermo a guardare in
attesa di capire. Sei Pietro e Giovanni e Giuda, e puoi non
esserli solo se sai di esserli e di poter essere di più.»
Anche i discepoli erano un catalogo di smaltitori?
«I cataloghi sono una scienza antica. Anche i discepoli,
certo. Tutti gli scrigni ti si aprono se ti accorgi che le
vostre parole sono piccole, e l’io è in tutte. I vostri nomi
sono scritti nei cieli. 7 Così insegnava a essere il Messia.

«Ci riuscì. I suoi arrivavano a riconoscersi l’un l’altro,


d’un tratto, come la vita che Maria porta in sé riconosce la
vita che Elisabetta porta in sé, e scalcia. 8 L’insegnamento
si moltiplicava, come i cinque pani che si moltiplicavano

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nella folla. Anche i Gesù si moltiplicavano, ed erano
sempre uno solo: Io. Perciò a Roma li fermarono
imponendo che Gesù era morto e che la sua storia era
finita.
«Ma niente va perduto. È sufficiente che una sola
persona abbia colto un frammento di Aldilà, e quel
frammento cresce poi per sempre, per chi ne coglie i
frutti.»

1. Marco 8,27.
2. Giovanni 14,2.
3. Matteo 17,17.
4. Matteo 5,34; 6,5.
5. Giovanni 18,16.
6. Matteo 16,18.
7. Luca 10,20.
8. Luca 1,11 sgg.

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La Dea che nasce
Le psicologie e le teorie dei Maestri - Tipologie - La
pigrizia, Satana - Come salvare un Dio - La montagna che
si muove - La purezza - I periodi e il tempo che fa soltanto
invecchiare

Davvero era sufficiente un frammento? La sensazione di


non essere all’altezza dei miei quaderni prese forme
diverse nei giorni seguenti.
Per certi versi ne ero felice. Con i Maestri capivo cose
nuove e guidavo me stesso. Mi confermavano i dubbi che
avevo sempre avuto sulla psicologia occidentale, da
quando ne avevo memoria. Alla psicologia basta ciò che
l’io sa di sé, per considerarlo non soltanto un fenomeno
reale, e descrivibile, ma addirittura il vertice della mente.
Ma dato che l’io – nel suo mondo – è il fondamento che
decide della realtà o irrealtà d’ogni cosa, come fidarsene
quando parla di sé? Se può descrivere se stesso, è più di se
stesso: e dunque come può conoscersi per intero? Vi sarà
sempre una sua parte che conosce e non è conosciuta, e il
mondo di quella sua parte sarà sempre più grande del
mondo noto. Ma la psicologia non ammette nulla di più
grande di questo mondo. E vi rimane perciò il forte
dubbio che l’io possa essere, in realtà, come una pupilla o
un’unghia che, ignorando il corpo di cui fa parte, tenti di
spiegare i modi e le cause della propria esistenza
considerando soltanto se stessa.
Sul versante opposto c’era – apparentemente – la
religione, un’altra forma di psicologia, cioè, per la quale
l’io è certamente insufficiente, e un Dio fuori dal mondo è
indispensabile per qualsiasi spiegazione. Ma da un lato la

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religione nega che l’io possa sapere abbastanza di Dio da
poter ragionare correttamente su di sé; dall’altro,
contraddicendo se stessa, progetta un Dio a somiglianza
dell’uomo, dotato cioè di forme, pensieri e sentimenti
umani – presunzione, questa, che mi aveva sempre fatto
sorridere. Ma senza i Maestri, di là da queste presunzioni
e contraddizioni delle psicologie sacre e profane, non
avrei visto nulla, solamente il vuoto a cui rassegnarmi.

I Maestri spiegavano invece tranquillamente che il


nostro io è soltanto un certo grado d’intensità
dell’attenzione di un Io più grande. A contatto con la
realtà materiale – con ciò che è diverso dall’io – questo
grado di intensità diventa un apparato complesso,
autonomo in alcune sue facoltà: ma rimane pur sempre
uno strumento della percezione (una pupilla, appunto)
che, quanto più crede di essere anche il percettore, tanto
meno riesce a svolgere la sua funzione. Su questo
carattere funzionale dell’io i Maestri costruivano
un’immagine dell’anima e del mondo – dei mondi, anzi –
in grado di spiegare cose che per la psicologia erano terre
incognite e per la religione misteri insondabili.
Descrivevano come l’io articolasse quella sua complessità,
e vi si sperdesse come in un labirinto (di personaggi, o
smaltitori), e come il labirinto stesso gli mostrasse la via
verso un centro dell’io, che era la soglia dell’Aldilà, di
quell’Io più grande che nelle psicologie mancava. Per di
più, precisavano a ogni passo che le loro spiegazioni
erano accessibili a ciascuno, proprio perché quell’Io
grande – il corpo di cui la pupilla è parte – è nostro: è
semplicemente ciò che in noi dice io, quando crediamo di
parlare di noi.
Potevo immaginare facilmente che questo fosse il
principio della scoperta d’una diversa via di conoscenza

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di ciò che plasma la nostra realtà; di un altro senso della
vita; di una nuova libertà. Ma al tempo stesso mi
accorgevo che qualcosa si ribellava in me, e non solo non
capivo che cosa fosse ma mi sembrava di non riuscire
neppure a domandarmelo.
Era qualcosa di inerte e ottuso. Come se una parte di
me, dietro a un muro dove non potevo vederla, pensasse
assurdamente che se avevano ragione i Maestri, in ogni
caso io sceglievo di non saperlo e preferivo continuare ad
avere torto.
Tante volte mi era accaduto di notare in altri questa
ottusità, come in un tale che a un dibattito mi aveva
chiesto: «Ma lei perché vuole capire le cose? Un libro
sacro, perché vuole interpretarlo?». Ora mi sentivo
anch’io come lui. Capivo perché quando avevo
cominciato a leggere le vite delle persone, per anni interi
non avessi voluto riflettere su come fosse possibile. Mi
accorgevo di detestare questa mia inerzia e ottusità, ma
non potevo farci nulla.

Ecco com’è per i bigotti – pensavo – e per chi ha paura


e ride di queste cose o ne è irritato. E per i miei amici
intellettuali, che da quando studio queste cose parlano di
me come di un visionario. Ecco perché il Dominante dice
che tanti hanno amori impossibili come il mio, e li
temono, come io lo temevo. Era sicuramente bene, era un
progresso che me ne accorgessi così: se vedi un tuo limite,
l’hai già superato, me l’avevano detto tante volte i
Maestri. Ma era come se l’energia che prima aveva
alimentato la nostalgia della mia Impossibile rifluisse ora,
trasformandosi in quell’ottusa resistenza che di giorno in
giorno aumentava.
«È pigrizia, la tua» mi spiegava in una di quelle notti il
Dominante, ancora accanto alla finestra dell’hotel. «Non

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bisogna preoccuparsene. Più ti preoccupi, più si
consolida. Vedi quel vecchio?» e mi indicò un vecchio che
aveva appena ritirato le chiavi alla reception. «È come te
ora. Leggi.»

È la parte di te che ha sempre avuto l’impressione, qualsiasi cosa


facesse, di trascurare qualcos’altro, e ha cercato di rimediare
occupandosi maggiormente di ciò che credeva di trascurare. Perciò
può non combinare nulla in vita sua. Il suo segreto per riuscire
sarebbe non dare importanza a niente: allora tutto gli riuscirebbe
magnificamente. Persone così falliscono inevitabilmente in tutto ciò
a cui danno più importanza. Ma da questa parte di te dipende ogni
tua riuscita.

«Ti riconosci in lui?»


Sì.
«Benissimo.»

«E anche quello è un altro aspetto di te» e mi indicò il


portiere, che stava rispondendo al telefono e in quel
momento guardò di sfuggita verso di noi. «Leggi.»

È la parte di te che vede soltanto le cose lontane, la sua mente ha


come un anello di Saturno, lontano lontano, e solo lì vede e intuisce,
mentre ciò che è vicino gli appare sempre insoddisfacente, mediocre,
lui stesso per primo, quando si guarda allo specchio.

E come può fare?


«Come già fa: parla al telefono. Avrà certamente una
fidanzata in Argentina.»
No, sul serio.
«Come può fare? Ha ragione. Ciò che capisce è
infallibilmente poco. È la parte di te che giustamente si

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annoia. Come puoi crescere, se no?»
«Una casa troppo stretta è la mia anima, per accogliere
te: e tu ampliala, come dice Agostino» citò l’Austero, dal
divano. 1

«E guarda questi altri due: l’uomo che legge il giornale,


e la bambina che ha accanto. Eccoli, altri due specchi di te
in questi giorni. Lui è proprio un disastro:

In questa parte di te tu pensi di essere ciò che di peggio hai o fai: se


hai un dubbio pensi di essere un incerto, se ti senti debole pensi di
essere un debole. Qui sei un pavido e perdi tutte le occasioni della
tua vita.

E questa parte come può diventare una salvezza?

È la parte di te che conosce il segreto per riposarsi. Nulla fa riposare


la tua mente e il tuo corpo più del tuo ritenerti scadente. Se non hai il
coraggio di essere così pavido, non ti ritemprerai mai. Non
incontrerai mai la fata che trasforma Cenerentola, se non sei rimasto
solo nella brutta cucina.

E la fata è quella bambina vicino a lui?


Il Dominante sorrise, guardandola.

È la parte di te che cerca e trova, cerca e trova dappertutto, un po’


come facciamo noi ora. A un certo punto troverà un ostacolo,
qualcuno le si opporrà e, se allora non smette di cercare,
quell’ostacolo le indicherà la via verso la sua felicità.

E il lato cupo di questa parte qual è?


«Nessuno, se non si ferma davanti a ciò che le si
oppone. Ci sono persone fortunate, e parti fortunate di

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te.»
E queste parti di me formano la semplice pigrizia?
«Semplice pigrizia? Non è affatto semplice. La pigrizia
è un Satana, una tremenda tentazione. È il tuo io piccolo
che affoga in se stesso, pensando di essere soltanto se
stesso, e accontentandosi. Tutte le parti di te possono
diventare acque profondissime di pigrizia, in cui
affogare.»
E perché è così difficile scuoterla via?
«È ciò che impedisce di guardare. Non è che l’io piccolo
sia di per sé la pupilla e l’Io grande il corpo, come dici tu.
Sono tutt’uno, in tutti i sensi. Ma voi siete l’io piccolo
quando personaggi e pigrizie vi frenano e, come sai, l’Io
grande è ciò che in voi ne è frenato.»

«La pigrizia» continuava, «è il ricordo delle tue


sconfitte e dei tuoi errori, che ti rinchiude nella tua mente
mentre il tuo cuore vorrebbe correre avanti.
«È l’ombra in cui ti nascondi alla tua luce, la porta che
chiudi perché non si veda niente più in là. È il terrore di
essere tu a dar forma alla tua vita. Allora la tua naturale
disobbedienza diventa il tuo peggiore difetto.
«Per la pigrizia ogni desiderio è colpa, cioè paura di
staccarsi da ciò che già c’è. La pigrizia non vede l’ora di
vederli svanire, questi desideri, e sente che intorno tutto il
mondo la asseconda in questa voglia: ma è solo perché lei
fa esistere in quel modo il mondo intorno.
«E per farlo è miope, limita ovunque il suo campo
visivo, proprio perché niente di ciò che vedrebbe appena
più in là le darebbe ragione. Per la pigrizia nulla è bello,
non è vero?» domandò alla Fanciulla che si era avvicinata
a noi, e sembrava ancora più bella.

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«Le religioni oggi sono pigre come non mai» proseguì
il Dominante, «da quando con la caccia alle streghe hanno
definitivamente distrutto la loro parte femminile. È molto
difficile per una Dea nascere oggi. Tu la vedi?» mi indicò
la Fanciulla.
La guardai, o meglio, cercai di concentrarmi
abbastanza da poterla vedere nei dettagli, come un miope
che stringe gli occhi. Vidi le labbra sottili, il sorriso, ma
subito pensai che stavo soltanto inventando: che la mia
fantasia ne costruiva l’immagine come avrebbe potuto
fare la mia mano disegnando, e mi parve che il
Dominante fosse come lo psicologo che sta per
interpretare il disegno.
«Oh, andiamo, che preoccupazioni hai ancora per l’io
piccolo, che si riveli o non si riveli? Come un prestigiatore
con un suo trucco» rise il Dominante. «È una Dea, con gli
occhi della Forma puoi solo immaginarla in mille modi,
ma non la vedrai mai. La vedi meglio nel riflesso del
vetro» e mi indicò la finestra.
Fuori era ancora notte, vedevo la montagna e la luna, al
di là del riflesso di noi e della hall alle nostre spalle, con il
lampadario di cristallo.

«Tu in ogni caso sei qui per aiutarla, ora.»


E come può un uomo aiutare un Dio?
«Come ti piace questa domanda! Non avete mai fatto
altro. I pigri credono che siano gli Dei a dover salvare
l’uomo, ma è solo perché non leggono e non ascoltano. In
nessuna delle vostre storie sacre Dio salva persone che
vogliano venir salvate: gli Ebrei nel deserto borbottavano;
a Gesù la gente non diede retta; Pinocchio deve portare
sulle spalle suo padre, per farlo uscire dal Pescecane…
Guarda bene, e vedrai che è il contrario: Dio doveva e
deve continuamente venir salvato e non c’è nessuno

154
nell’universo che possa fare questa fatica, fuorché l’uomo.
«Vero è semmai che Dio vorrebbe cambiare gli uomini,
questo sì. Mentre dal canto loro gli uomini hanno sempre
una gran voglia di cambiare Dio e di adattarlo a se stessi.
E in ciò Dio soccombe, sempre. È sempre lui il più debole,
perché gli uomini possono benissimo vivere senza Dio, o
abbandonarne uno per venerarne un altro più comodo.
Mentre Dio senza l’uomo non può esistere.»

E da cosa va salvato, Dio?


«Intanto da questa obbedienza agli uomini, che lo
consuma. Nelle loro religioni gli uomini intrecciano reti di
divieti, risposte obbligate e permessi, per esercitare un
controllo sulla realtà: perché la realtà non li tocchi più di
tanto. Codificano in quelle reti ciò che già sanno – ciò che
il loro io piccolo sa – per impedirsi di sapere di più: e le
addossano a Dio, che deve accettarle e garantirle, per non
venir licenziato.»
Cioè Dio si adatta?
«Già. Sono gli uomini a dire le cose e a voler sentirle
dire, e Dio le deve ripetere; ma a un certo punto un uomo
disobbedisce. Così libera Dio dalle sue incombenze
forzate.»
E allora che succede?
«Dio torna a essere il Dio che è sempre più in là. Così
come la luce è sempre più in là: perché gli uomini vedano
attraverso di lui, nonostante tutte le loro obbedienze. E
come fare?»

Io non lo so.
«Il tuo io, no di sicuro» approvò il Dominante. «Ogni io
piccolo dà sempre la precedenza alla parte esteriore che
deve recitare: alla forma che lui conosce di sé e che perciò

155
gli altri vedono di lui. Quello è il buio. Lì non lo sai.»
Togliamo questa parte.
«Mmh… Hai mai visto una montagna che si muove?
Guarda là con me.»
Mi avvicinai al vetro e davvero la montagna stava
scivolando in avanti, verso la valle che restava ferma.
«Bello, eh?» La guardavo fisso. Non scivolava, si
spingeva avanti, come una compatta massa ripida di
roccia, boschi, e minuscole case illuminate dalla luna.
Veloce e ampia, ed era già a metà della valle.

«È immaginazione, certo» convenne pacatamente il


Dominante. «Ma torniamo a noi. Come in cielo così in
terra: l’uomo, dicevamo, può aiutare Dio, perché ciò che
nell’uomo può accadere, può accadere anche in Dio. Le
forme che vi separano da Dio sono, dopotutto, facili
enigmi cresciuti apposta per essere superati: fanno parte
anche loro del vostro ordine, ricordi? Sono i suoi confini.
Anche la forma “Dio”.
«E cosa occorre per superarli? Soltanto purezza. Così,
pensa: un uomo che non dà importanza al proprio io, e un
Dio che non chiede attenzione per sé. Questa è purezza.»
Io posso capirlo?
«Capirlo! Puoi intenderlo. Lascia che arrivi.»
La montagna stava raggiungendo la strada sotto le
nostre finestre, la strada con la balaustra, lungo la quale
eravamo passati.
E che cosa significa? domandai indicando la montagna.
«Purezza significa che lei, per esempio, invece di
nascere come Dea potrebbe nascere come una donna,
come un modo di essere. Non occorre che gli Dei nascano
come giganti sdraiati sulle nuvole del Tiepolo. Una donna
che diventi più grande del suo passato può diventare lei.»
E chi saprebbe che è una Dea?

156
«Lei lo saprebbe.»
E cosa cambierebbe nel mondo?
«Tutto.»
La montagna aveva coperto la strada e stava
avvicinandosi alla finestra, vedevo distintamente gli
alberi dei suoi boschi.
«Le forme sono enigmi trasparenti» continuava il
Dominante, accanto a me, guardando anche lui la
montagna. «Questa montagna, per esempio, è come la
pigrizia. Annuncia cose nuove, se riesci a vederla.
«Ma alle cose nuove occorre prepararsi: quando
cominci a scoprirne, viene voglia di scoprire quelle e di
lasciarti alle spalle il mondo solito. La pigrizia è appunto
questo mondo, che vuole anche lui la sua parte. Ogni
cosa, ogni tua conoscenza ha in sé questa montagna,
questa pigrizia. Devi lasciarla arrivare, entrarci, per
vedere oltre» mi gettò uno sguardo, lo vidi con la coda
dell’occhio; io non riuscivo a distogliere la vista dalla
montagna.
«Bisogna scoprire il mondo terreno tanto quanto scopri
quelli superiori» diceva il Dominante. «Più sali, e più è
bene che tu scenda contemporaneamente. Altrimenti non
sei più strumento di percezione, e non sei più nulla.»
E per questo lei deve nascere come donna prima di nascere
come Dea, e io…
«E tu devi guardare di più il mondo e meno noi.»
Quando la montagna fu a meno di un metro dal
davanzale, strinsi il braccio del Dominante, e chiusi gli
occhi.

Pensai alla mia Impossibile e volli, in quel momento


(prima ancora di pensarci) che rimanesse indietro per
sempre, di là dalla montagna, prima di essa. Il muro e il
pavimento ebbero un sussulto, ma dolce, mentre io mi

157
aspettavo un crollo. Guardai e fuori, invece del buio della
roccia che evidentemente ci aveva sepolti, c’era il verde-
indaco di un’acqua profonda, come se la finestra fosse
adesso un oblò.
«Niente rimane indietro» disse il Dominante. «Niente è
lontano, niente va perduto. Ci si passa attraverso. La
purezza – cerca di ricordarlo – è solo il contrario della
privazione. Quanto più trovi cose di cui doverti privare,
quali che siano, tanto più dai importanza a te, e tanto
meno puoi essere puro.»
Così gli errori o le sconfitte non si dimenticano mai?
«Se le dimentichi le ripeti. Purezza non è certo essersi
comportati bene o aver chiesto scusa per essersi
comportati male. È quando nella tua mente non passa
nessun pensiero che tu possa voler rifiutare. Allora va
bene. Solo allora lasci veramente da parte ciò che gli altri
sanno di te. Vale per gli uomini proprio come per gli Dei.»
Io sono pieno di pensieri di cui ho paura.
«Eh sì» sospirò il Dominante, «ci sono periodi così.»
Ma voi dite che non c’è il tempo. Periodi?
«Il vostro tempo lineare non c’è come lo intendete voi:
non è l’unico tempo esistente. E i periodi ci sono, ma non
è necessario allinearli secondo il vostro tempo lineare.
Sono come i colori nel mondo: li si vede, semplicemente.
Così come nel mondo ci sono il bianco, il grigio, l’azzurro,
allo stesso modo nella vita c’è il periodo in cui siete
discepoli che annaspano, e il periodo in cui siete Giuda, e
il periodo in cui in voi Maria risponde: “Sì, sono pronta” e
nasce Gesù, e lei diventa Madre di un Dio. Ma voi,
pensando che il tempo sia uno solo e lineare, vi lasciate
passare accanto questi periodi senza vederli, sperando che
quel vostro tempo vi porti avanti comunque. Non vi porta
da nessuna parte. Vi fa soltanto invecchiare.»

158
1. Agostino, Le confessioni 1, V.

159
Lezione di creazione
Le tre forme degli Dei e come cambiano la vita - L’ombra
degli Dei creatori - La creazione in ogni istante - La
servitù e l’evoluzione - Il Signore di questo mondo e i suoi
timori - L’ombra e il principio di identità - I consigli
dell’ombra - Mosè - Il Diluvio - La nostalgia di
un’appartenenza - Sul tetto - La luce accolta o soffocata -
Tu e le Chiese

«Anche i vostri Dei attraversano periodi, e cambiano


forma.» Il Dominante si avviò verso il centro della hall, e
io gli camminavo accanto. «Le loro forme sono tre. In una,
gli Dei sono ciò che sono, il loro verbo essere: così sono
Zeus, Thot, l’Eliòn, Afrodite e così via.
«In un’altra forma, sono ciò che voi volete che siano: le
vostre immagini di Zeus, di Thot, dell’Eliòn, di Afrodite.
«E, in una terza forma, Dio è ciò che sentite nella mente
e nel cuore quando ne parlate sul serio. In questo terzo
aspetto c’è il Dio creatore, con tutte le sue possibilità e
tutti i suoi mondi.»
Queste tre forme c’entrano con la Trinità?
«Pochissimo. Come un’ombra su uno che passa. La
prima forma va bene per l’io piccolo. La seconda va bene
per i noi, per le Chiese, le religioni. La terza forma è per
l’Io grande, è una sua via. Nelle prime due forme, essere e
volere, c’è molto disordine, in cui Dio è coinvolto e
sprecato.»
Attraversammo la hall in direzione di una breve scala
di marmo. Alle pareti c’erano quadri di navi. Il
Dominante premette un pulsante per chiamare
l’ascensore.

160
«Voi scegliete quale forma far prevalere, e la vostra vita
cambia di conseguenza» proseguì. «È facile accorgersene.
La terza forma è quando puoi dire di Dio: “Lì sono io”. Ed
è vero, perché allora, ovunque siate e qualunque cosa
facciate, è in Dio che siete e agite. Allora create.»
L’ascensore stava arrivando.
«Negli altri due aspetti l’io piccolo pensa: “In tutto ciò
ci sono io”, cioè: in fondo sono tutte proiezioni mie, sono
soltanto io. E forma immagini di Dio e si sforza di
crederci. Ciò ha poco senso ed è triste, ed è la costante
delle vostre religioni.»

«Giustamente la gente ne è sempre più stufa, ed è


sempre irritabile su questo argomento, che ci creda o
meno. Lì ci sono soltanto gradazioni di buio» entrammo
nell’ascensore, «e commercio di piccoli ricordi di luce.
Lumini, candele.»
L’ascensore aveva grandi vetri. Vi entrammo il
Dominante, l’Austero e io, mentre i due alati e la Fanciulla
si dirigevano verso la scala.
Il Dominante premette un pulsante e l’ascensore si
chiuse.
«Invece Dio nella terza forma è solo luce» continuò
mentre salivamo, «la luce in cui ognuno di voi guarda e
intende il senso delle cose. “Sia la luce” e così via. Ma poi
la Bibbia dice: “Dio fece l’umanità nella sua ombra”. 1
Perché nella sua ombra, se Dio è luce?»
I piani passavano lentamente, ciascun piano aveva
lunghi corridoi, passatoie rosse, porte con decorazioni
dorate.
Non lo so, ammisi.

«Ciò che in Dio fa ombra alla vostra realtà sono quelle

161
altre sue forme: il Dio dei noi – dei gruppi di persone che
pensano di aver ragione e si sottomettono gli uni agli altri
– e il Dio dell’io piccolo, che ai noi si sottomette sempre.
In alto, Dio è poter essere, fare, diventare; più giù si
addensa rallentando nel volere e nell’essere, che sono
come strati della vostra atmosfera; e proiettano ombra
sulla realtà.» Lo stava disegnando con il dito su un vetro
dell’ascensore:

«E qui naturalmente ci siete voi» e mi indicò il centro:

162
«nella sua ombra prendete forma, appunto.»

Ma queste forme più basse, chi le plasma? Noi o Dio?


«S’intende che tutto ciò che è forma è roba vostra.»
Allora non capisco. Tu hai detto che la seconda forma è il Dio
delle religioni: perché allora la Bibbia dice che Dio creò l’uomo
nella sua ombra all’inizio, prima cioè che esistessero le religioni
e il volere degli uomini?
«La creazione è in ogni istante. “In principio” vuol dire
al principio di ogni istante. Non è la descrizione di come
Dio fece il mondo che conoscete voi. Il mondo come lo
conoscete voi non c’è» il Dominante si strinse nelle spalle
e sorrise, «perciò nessuno l’ha mai fatto. La creazione
descrive come Dio dà forma al vostro modo di percepire e
di conoscere. Quello è il poter essere. Nella seconda forma
e nella prima il poter essere incontra le vostre resistenze,
l’essere, il volere. Ne è rallentato, e tuttavia continua a
creare il vostro modo di percepire, pur attraverso questa
sua ombra.»

Guardai il disegno. E se il volere cambiasse? Si può


cambiare il volere?
«Oh, benissimo. Certo che può cambiare. Se si lascia
permeare dal poter essere, cambia sicuramente. E può
arrivare a cambiare l’essere: il fatto cioè che per esistere
nel vostro mondo ognuno debba essere uno e non un
altro, e ogni cosa debba essere una e non un’altra. Il
principio della servitù. Tutti i profeti miravano a cambiare
questo. Gesù non fece diventare vino l’acqua, per
mostrare cosa intendeva fare?»
Perché il principio della servitù?
«Perché chi è padrone resti padrone e chi è servo resti
servo» citò l’ Austero. 2

163
«Perché dovunque c’è evoluzione, c’è anche una parte
che le resiste accanitamente» spiegò il Dominante. «È il
Signore di questo mondo, come lo chiama Gesù. 3 Il Dio
dei divieti e dei castighi.»

E salvare Dio vorrebbe dire cambiare il volere e l’essere? E


significa salvare noi stessi?
«Vuol dire crescere: scoprire molti aspetti nuovi di voi.
Certo, significa salvarvi da voi stessi, da quella parte di
voi che si è rassegnata ai limiti, all’ombra. Hai fretta che
accada?» mi domandò, serio, guardandomi negli occhi.
No, chiedevo così, per sapere.
L’ascensore continuava a salire, come in un grattacielo.
«I Greci provarono a non salvarlo. Dicevano che il loro
Dio sovrano, Zeus, non si era fatto mangiare da suo padre
Crono, non è vero? Cioè che non aveva voluto evolversi,
mutare forma, abbandonare la forma. E ottennero un Dio
sovrano molto simile al vostro, sempre timoroso che il suo
dominio finisse: che gli uomini scoprissero un Dio più in
alto di lui. Non avrai altro Dio supremo all’infuori di me.
«Aveva un bel dire, Gesù, che l’io e il Padre sono
tutt’uno. Per i Cristiani, Dio è sempre YHWH e Zeus: barba
bianca, nervoso, geloso, apprensivo. Ma in ogni istante
può finire, diventare un ricordo, e poi più nulla. Dipende
da ciascuno di voi. Da molto tempo, ormai.»

Cioè dovrei spiegarlo ad altri? domandai dopo una pausa,


pensando a come potesse dipendere da me. Mi
ignorerebbero.
«Intanto pensa per te, e impara come si fa.
«Il cono d’ombra è il vostro principio di identità. Qui
voi siete soltanto ciò che siete. Anche tu. È consolidato e
plasmato dalla vostra educazione, dalle vostre obbedienze

164
e dalla somma di tutte le decisioni che avete preso lì
dentro il cono. Tu lo fai esistere, fino a che sei tutto
questo. E questo ti ignorerebbe, innanzitutto, prima che ti
ignorino gli altri.
«L’ombra è la vostra inquietudine perenne e pigra, è la
volontà distruttiva che ti assedia e ti fa sbagliare, perché ti
instilla l’idea che tutto sia comunque vano e piatto, come
l’ombra, sempre uguale a se stessa. Il colore dell’ombra di
un muro è forse diverso dal colore dell’ombra di un
uomo?»
E come la si vince?
L’ascensore si fermò, ma il Dominante guardò fuori e
premette ancora l’ultimo pulsante in alto.
«Come la si vince? Lascia che l’ombra sia» disse. «Tu
sei comunque più grande. Come la sofferenza, ricordi? L’
ombra va semplicemente ascoltata; leggi lì» e mi indicò un
quaderno.

Se sapeste cosa so fare avreste rispetto di me (dice così, l’ombra) ma


non lo sapete. Io saprei dare a tutta la gente l’accesso al loro cuore.
So far crescere la fede nella bellezza, nella gioia. Se fossi preziosa per
te, farei grandi cose. Ma non sono preziosa per te, di cui sono
l’ombra, e mi temi, non mi vedi.

E sono bugie, no?


«No. Voi guardate i vostri Dei nelle prime due forme
come se fossero luce, creazione, bontà, beatitudine. Non
vedete che sono ombra, Diluvi. Ciò che dice l’ombra lo
diceva a Mosè il Dio nei deserti, abbandonato dal suo
popolo. Molti potevano udire queste parole nel loro cuore,
ma solo Mosè si accorse che erano parole di un Dio e capì
di quale: il Dio dei limiti, il Dio delle negazioni, dei divieti
e delle distruzioni. E lo cambiò, lo fece crescere, per

165
quanto poté, finché durò. Lo salvò. C’è qualcosa di più
utile da conoscere, in te e intorno a te?
«Anche ora, in ogni istante, quanto più ascolti la tua
ombra, tanto più ti è maestra. Ti mostra i tuoi limiti: dove
l’ombra ti frena, lì ci sono i punti in cui devi crescere. Là
dove impedisce che i tuoi desideri si realizzino, ti mostra
come e perché in quei desideri non credi ancora
abbastanza. Così è anche nelle malattie, che sono l’ombra
della salute e arrivano quando l’io non ascolta ciò che la
sua salute richiede, perché la salute gli sembra una cosa
troppo grande, e la teme. Così è sempre, e il mondo è
pieno della tua ombra.»

E se la ascolto, l’ombra scompare?


«Se c’è luce c’è ombra, per voi. Se la ascolti diventa tua
consigliera, come il Diavolo che Gesù incontra nel deserto,
dove Mosè incontrava quel Dio rimasto solo. Se invece
non ascoltate l’ombra, tutto rimane com’è, per quanto vi
affanniate a cambiare le cose.
«Che non vediate l’Ombra, che senza guardarla la
temiate e odiate coloro che vi ricordano che c’è: ecco la
vostra minaccia peggiore. Con l’ombra così fraintesa, tutto
è precario e vi sembra scarso: in voi rimane sempre
qualcosa di insoddisfatto, di infelice, tanto che l’infelicità
arriva a sembrarvi non un destino, ma il destino umano.
Quello è il Diluvio che vi sommerge ogni giorno. Perciò vi
convincete che la gioia, il paradiso, la giustizia non siano
di casa nel vostro mondo.» L’ascensore si fermò, in pieno
sole, e il Dominante uscì. «Ma non fu nel buio, che
Aladino trovò la lampada?»

«E il buio è tutto qui» intervenne l’Austero, bussando


con una nocca al mio petto «L’ombra. Hai talmente paura

166
dell’asmatica religione degli altri, che non ti va di parlarne
né di pensarci, come se non esistesse. Così la lasci agire,
fuori e anche dentro di te.»
Io non ho nessuna paura della religione degli altri. Scrivo
libri eretici. Perché asmatica?
«Libri eretici! Come vedi, dipendi ancora dalla loro
approvazione: la Chiesa stabilisce cosa è eretico e cosa no,
e tu ti ci adatti. Buone maniere? Prego, passi prima lei?»
Arrossii. Eravamo sulla porta dell’ascensore. L’Austero
mi invitò a uscire per primo:
«Perché averne paura?» mi chiese mentre uscivo. «Ti
senti solo?»
Non ero mai appartenuto a nessuna Chiesa, i miei
genitori erano di religioni diverse e nessuno dei due
teneva particolarmente alla propria. Forse era proprio
questo: la nostalgia di un’appartenenza, di una patria
mia?
«Sono illusioni. Altre ali» spiegò il Dominante.
L’ascensore si chiuse alle nostre spalle, e discese, chiamato
da giù.

Era pomeriggio lì, ed eravamo sul tetto di una casa di


campagna. Riconobbi il posto: il tetto verde e ripido (il
Dominante si era seduto sul displuvio e ci invitava a fare
altrettanto), gli alberi, le case basse intorno. Era in Russia
e lì avevo abitato da bambino. Sul vialetto d’ingresso
stava passando una mia zia e davanti alla palizzata, tra i
salici della via, c’era un bambino che avrei potuto
benissimo essere io.
«Ha ragione a rimproverarti un po’» il Dominante mi
indicò l’Austero, con un cenno del capo.
Di là dai salici passava un vecchio camion, sulla via
sterrata, tutta buche.
«Sai» proseguì il Dominante, «il maggior guaio della

167
vostra religione è l’idea che l’umanità sia
fondamentalmente stupida. E come darle torto? Da tanti
secoli i preti vedono gli uomini ripetere sempre gli stessi
errori e orrori, e cercare consolazione da loro, quando a
chiunque basterebbe dedicare una settimana a leggere un
po’ del Vangelo, per cominciare a vivere libero, sensato e
felice, senza nessun bisogno di farsi consolare. O almeno
saprebbe cosa sta perdendo, e questo sarebbe già un bel
passo avanti.»
Appunto. Potrebbero insegnarglielo, il Vangelo.
«Non possono: per loro l’umanità è stupida, loro
inclusi, mentre il Vangelo è intelligente. Perciò è tabù.
Così, il Vangelo dice: «La Luce splende nelle tenebre e le
tenebre non l’hanno soffocata», e loro traducono: “La luce
splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno accolta”. 4 I
fedeli lasciano fare. Gli si impone di essere tenebra, e
obbediscono.»
Sì, è deprimente. E cambierà, un giorno?
«No.»
Guardavo le mie ginocchia. Alzai gli occhi verso
l’orizzonte e le belle nuvole bianche; c’era silenzio lì,
adesso. Lasciai che i miei pensieri si perdessero in quella
luce d’estate.

«Ehi, non distrarti» mi richiamò il Dominante. «Tu


intuisci perché ti dico queste cose, no?»
Un po’ le dici, un po’ le penso io.
«Tu e queste Chiese siete uguali.»
Perché?
«Loro hanno paura e tu hai paura. Le Chiese hanno a
che fare con una Luce che splende nelle tenebre e che non
riescono a soffocare; tu hai a che fare con la tenebra delle
tue paure, che continua ad annidarsi ogni giorno in ogni
luce che vedi. È seccante, non solo deprimente.

168
«E le paure quali sono? Hai paura di far male agli altri,
e tutti l’avete, dalle ore del parto, in cui vostra madre
soffriva per farvi nascere e voi lo sapevate benissimo.
«Hai paura del tuo potenziale nascosto, e per tutti è
così, dall’adolescenza, da quando uno pensa a cosa
potrebbe scatenare nel mondo se solo disobbedisse di più.
«Hai paura di ciò che tu e tutti avete intuito da giovani:
che le regole su cui il mondo si regge sono false, e fondate
sul vuoto. Ricordi cosa dicevamo del sacro? Tutto per voi
lo è troppo, e troppo poco.
«Perciò hai solo la gran voglia che hanno tutti, di farsi
voler bene da tanti, e di aver paura con loro.»
Guardai di nuovo le mie ginocchia.
«Insomma» concluse il Dominante, «dovresti proprio
cambiare le cose.»

1. Così è nel testo ebraico di Genesi 1,27.


2. Lettera ai Romani 13,5.
3. Giovanni 14,30.
4. Giovanni 1,15. Vi è infatti questo errore, in molte traduzioni consuete del
Vangelo.

169
La sindrome di Gesù
«Una religione senza Dio» - La strage degli innocenti - La
religione della fiducia: nell’accorgersi tutti sono uno - Il
servo di tutti - Leggi - Il Dio che nasce a ogni passo - Gesù
e Don Giovanni - L’Agnello di Dio - Le tre strutture
portanti

Due giorni dopo, durante una conferenza che tenevo in


Liguria, un uomo saltò su accusandomi di voler fondare
una religione senza Dio.
«Perciò lei non parla mai di Dio» diceva, «parla dei
Cieli, degli Spiriti e degli Angeli, ma non di Dio, perché
lei vuole escludere Dio dalla spiritualità degli uomini.»
Non aveva senso e gli risposi che doveva aver
equivocato qualcosa. Poi sul quotidiano locale comparve
un articolo aspro su di me; capitava ogni tanto e di solito
non ci badavo: ma questa volta mi pesò, mi irritava
pensarci.
«Davvero non ti piacerebbe?» mi domandò il
Dominante quando tornai dai Maestri. «Fondare una
religione nuova.»
Ne abbiamo già parlato. No, e poi non ho tempo, risposi
senza pensare.
«Non hai tempo di fondare una nuova religione?»
scoppiarono tutti a ridere, sul displuvio della casa di
campagna. Anche gli alati e la Fanciulla ridevano, erano
venuti a sedersi accanto a noi, ed era rispuntato l’uomo
dal viso a becco, che rideva anche lui, con una specie di
squittio.
«Caro mio, non puoi farci niente» disse il Dominante.
«Vedi che dai risposte insensate. Al punto di crescita in

170
cui sei è davvero necessario che cambi qualcosa,
altrimenti ciò che già esiste si porterà via tutto ciò che hai
trovato, e dovrai ricominciare daccapo.»
Cioè, se non do forma a una nuova religione, le religioni
vecchie erodono in me ciò che posso capire?
«Erodono, bravo» approvò l’Austero. «Erode.»
«Se stai bene, tutto ciò che hai c’è e puoi superarlo»
precisò il Dominante. «Se stai male, ciò che hai non c’è e ti
ferma. Ecco tutto, ed ecco anche Erode.»
Questo è il senso della strage degli innocenti?
«Il senso è che le cose devi scoprirle tu, per stare bene.
Se non sei tu a scoprire, quello che già sai distrugge in te
tutto ciò che è nuovo. Così Erode mandò i Magi a
indagare, e poi sterminò ciò che nasceva nel suo popolo.
Ognuno può essere Erode o i Magi, nei riguardi di ciò che
scopre. Questo intendeva dire il Vangelo, lì.» 1

Le nuvole passavano ingannevolmente lente, guardavo


le loro ombre sui tetti e sulla strada.
Ma se ognuno scoprisse da sé ciò che può e come può… Non
finii la domanda. “… probabilmente tutti si ritroverebbero
d’accordo” pensai. Intendete questo come nuova religione?
«Sì. È fiducia negli uomini. Non esistono religioni così.
Le altre religioni scommettono ciascuna sul loro Aldilà
come su un cavallo alle corse. Questa scommetterebbe
invece sull’umanità di ognuno. Che ne dici? Potrebbe
risultare che nell’accorgersi della verità tutti sono uno,
proprio come sono uno nell’amare, o nel soffrire, o nel
sentire allegria. Uno in terra, così come sono uno in cielo.»
Be’, non è possibile, penso.
«Lo pensi tu. Non è il tuo io a pensarlo.»
Ma nessuno è se stesso, protestai, nessuno capisce come
può. Ognuno capisce solo come altri gli hanno insegnato a
capire.

171
«Riguardo al capire siamo d’accordo. Ma noi parliamo
di accorgersi; è un’altra cosa. Non metterla sulla nostra
bocca, la parola capire: noi abbiamo detto accorgersi.»
Accorgersi, d’accordo. Ma per spiegarlo bisognerebbe
cambiare il mondo intero.
«Infatti voi cambiate molto le cose, accorgendovi.
Mettete l’io al posto del noi, accorgendovi. Mettete la
verità al posto delle illusioni, delle superstizioni. E per
accorgersi di qualsiasi cosa non occorre né acume né
dottrina: occorre solo essere io. La verità non c’è, senza
l’io che si accorge.»
L’io piccolo o l’Io grande?
«Tutti e due. Perché lasciare da parte l’io piccolo, come
dicono di fare le religioni? La crescita nell’Io grande serve
a farvi esistere di più e farvi stare meglio in ogni senso:
anche nell’io piccolo. L’io piccolo ha il suo territorio, i suoi
compiti, le sue specialità. Ha le parole, il pensiero
razionale, il tempo, lo spazio, la forma, e nessuno sa usare
queste cose meglio di lui. Provoca guai soltanto quando
crede di essere la vetta della coscienza o magari la
coscienza tutta intera, il che è inevitabile quando lo si
vuole lasciar da parte.»
E come si fa a spiegarlo alla gente?
«Questa è questione di forma. Dunque devi risolvertela
da te.»

Perché devo spiegarlo per forza come una religione? Non


basta farne una teoria?
«La teoria si rivolgerebbe a gente colta, e la vostra
gente colta pensa che esista solo l’io piccolo. Possono
solamente capire; e non capirebbero abbastanza. È meglio
che pensi in termini religiosi: non teorie, ma leggi. Le
leggi le intendono tutti.»
Le leggi!

172
«Ma sì. È semplice scrivere leggi. Per esempio: non c’è
il cosiddetto male. Il male è solo ciò di cui ancora non ci si
è accorti. E la malattia è solo un interrogativo a cui trovare
risposte.
«Oppure: non ci sono confini tra i popoli né tra i
mondi. Di leggi così te ne troviamo a decine. Purché ti sia
chiaro il principio.»
E le religioni vecchie?
«Il passato è la materia di cui siete fatti. La scelta è se
esserlo, o usarlo per costruzioni nuove. E l’immagine di
Dio cambia a seconda di questa scelta. Nelle religioni
vecchie Dio era sempre il creatore del mondo: cioè del
passato. Era colui che in passato aveva creato tutto ciò che
per voi è passato, la materia che siete. Così diventava
inevitabilmente il Signore di questo mondo. Adesso
avreste un Dio che deve ancora nascere: che ovunque siate
è sempre oltre, e al tempo stesso nasce a ogni vostro
passo, così com’era prima che il mondo esistesse. Davvero
non ti piace?» e scambiò un’occhiata sorridente con la
Fanciulla, che mi guardò.

Per una religione occorrerebbero rituali, luoghi…


«Lascia queste cose alle religioni vecchie, Chiese, sette e
via dicendo. Sono organismi di potere. Quelle sì hanno
bisogno di spettacoli e luoghi e regni.»
Ci pensavo, guardando i tetti delle case vicine.
Sicché la legge principale sarebbe: accorgiti e conosci come
puoi, e confida che gli altri si accorgeranno come te?
«Ti sembra poco. Allora aggiungi queste:
«Poni le Leggi più in alto di ogni cosa: ma che siano
Leggi future, da scrivere ancora. Per esempio: Ricorda
solo che il tuo io è un soffio.
«Sappi che gli uomini per loro natura tradiscono, e
vanno in pezzi tradendo, e sempre rinascono. Quando il

173
tuo cuore non ha nutrimento, cercalo, non morire.
«Ascolta maestri ovunque: nel vento e nelle voci per
strada, nel tuo cuore e nel mutare delle stagioni, nei colori
del mare e della notte, ma non ascoltare nessun maestro
che voglia insegnarti cosa imparare.»
Mentre rileggevo questo trilogo, il Dominante
aggiunse:
«E se uno si domandasse: “Perché dovrei obbedire a
queste cose?” in un attimo lo saprebbe: per stare meglio,
per essere di più.»

Non so, dissi scuotendo un po’ il capo. È che a me piace


già molto l’insegnamento di Gesù.
«Infatti va benissimo. Ma Gesù dice che chi intende il
suo insegnamento deve per forza andare oltre. 2 Infatti
bisogna proprio.»
Perché, dov’è che non basta Gesù?
«Nel modo di insegnare. Lì proprio non ha funzionato:
così come lo conoscete voi faceva alcuni errori talmente
strani. Arrivava in un luogo, sfidava tutti, insegnando
sbaragliava e incantava tutti, e poi se ne andava via.
Appena riusciva a farsi accogliere, se ne andava. Così
anche alla fine, se ne andò del tutto, come se avesse avuto
fretta. Una specie di suicidio, indubbiamente.»
«Come Don Giovanni» notò l’Austero. «Fa innamorare
e se ne va, e alla fine un Padre se lo porta via.»
Cioè Gesù avrebbe potuto salvarsi?
«Così come lo conoscete voi, no.»
E in realtà?
«In realtà? In realtà è così come lo conoscete voi: come
siete arrivati a immaginarlo come avete immaginato tanti
vostri innovatori: sempre con quella fretta di andarsene.
Voi dite che Gesù fece così per salvare gli uomini, che si
offrì in sacrificio eccetera. Ma ammetterai che li avrebbe

174
salvati molto meglio se fosse rimasto a fare il suo dovere.
Vent’anni dopo la sua morte erano già lì a litigare: Pietro,
Paolo. E poi andò sempre peggio.»

E perché non riusciamo a immaginarlo diversamente?


«È un vostro blocco. Non riuscite a immaginare la
verità se non come pericolosa per chi la dice. Giovanni il
Battezzatore lo intuì subito: “Quello è un Agnello di Dio”
disse. 3 E da ebreo intendeva appunto: “Quello lì a Pasqua
non ci arriva”. Il Battezzatore, del resto, se ne andò anche
prima. Aveva anche lui quel blocco autolesionistico: e
riconobbe in Gesù un suo simile.»
Inspirai, aggrottando le sopracciglia.
«È una cosa su cui vale la pena di riflettere, non trovi?»
continuava il Dominante. «È sempre stato così. Su Gesù
avete proiettato la vostra paura della verità e del
cambiamento, e ne avete fatto un suicida perché così vi
faceva comodo. Lo volete così, lo fate essere così: e così
sono e così vogliono essere anche tutti quelli che provano
a parlare della verità; per questo fanno spesso la stessa
fine, a cominciare dai suoi discepoli, tutti massacrati.»
Sei stata zitta per trent’anni – mi tornò alla mente –
potevi star zitta ancora.
Non è semplicemente perché la maggioranza è ostile a queste
cose?
«Non esiste la maggioranza. Davanti alla verità ognuno
è soltanto se stesso, e ognuno è tutti. Quella sindrome di
Gesù è appunto in ognuno, e agisce, forma un profondo
solco assolutamente reale, in cui il Signore di questo
mondo fluisce e trionfa.»

«Altrettanto importante è ciò che vi rifiutate di


proiettare su Gesù» continuava il Dominante. «Maria era

175
vergine, il sepolcro era vuoto, e della vita di Gesù si
ignora sia il lato sentimentale sia la condizione economica.
Volete cioè tenerlo lontano dal sesso, dalla morte e dal
denaro: cioè in primo luogo dalla vostra realtà, dato che
queste sono le tre strutture portanti della vostra realtà;
hanno il potere di far esistere, di rendere reali le cose che
voi immaginate, desiderate o temete. Perciò volete
riservarle per chi comanda.»
Annuii. Viene tenuto alla larga anche dalla medicina. I preti
vanno dal medico, anche se Gesù nei Vangeli insegna a curare.
«Dunque si spiega perché lasciate che si faccia
uccidere» continuò il Dominante, «invece di fargli
instaurare il suo insegnamento nella vita di tutti,
rendendolo ben visibile e concreto.»
«Certi volevano venire a prenderlo e farlo re, ma Gesù
si ritirò di nuovo sulla montagna, solo» citò l’Austero. 4
«E voi rimanete soli nel mondo di prima» concluse il
Dominante.

Il cristianesimo le ha incluse nella sua pratica, quelle tre


strutture…
«Certo, il lusso, i roghi, i funerali, la paura del sesso.
Ma ha solo usato quelle strutture per dominare, come si
faceva anche prima. D’altra parte il cristianesimo era e
voleva essere un gruppo di persone: e un gruppo, per
continuare a esistere, non può non dominare in qualche
modo. Non è quella la via. Per andare oltre Gesù e il suo
dongiovannismo, dovete fare i conti voi con quelle tre
strutture, come Gesù fece i conti con il Diavolo nel deserto
prima di cominciare a predicare. La vostra sindrome di
Gesù si supera in quei tre punti.»
E mi insegnerete?
«Certo.»
Il Dominante mi indicò il bambino che giocava in

176
giardino, sotto di noi, vicino a un cespuglio di lamponi.
Aveva ai piedi stivali troppo grandi per lui.
«Quello sei tu, vedi?» disse il Dominante. «E vedi
com’è quando si allarga il cerchio?» e mi indicò
l’orizzonte, tutt’intorno, e poi in alto. «È tutto futuro e
tutto adesso. Ora riapri gli occhi e riposa un po’.»

1. Matteo 2,3 sgg.


2. Giovanni 14,12.
3. Giovanni 1,36.
4. Giovanni 6,15.

177
Scie
Altra stasi - La voglia di sentirsi in colpa - Il naturale
squilibrio della crescita - Due tipi - Mia moglie -
Elemosinare l’approvazione - La moglie dei sette fratelli -
Il sogno della nave - La donna dai capelli rossi - Il
linguaggio dei sensi - «Non doveva essere lei» - Un altro
sogno

Seguì un periodo più complicato del solito, nel mio


Aldiquà. Avevo preso troppi impegni, trascorrevo troppe
ore in auto e in treno, si erano accumulate faccende
burocratiche da sbrigare: le giornate passavano
inutilmente rapide. A ciò si aggiungeva la sonnolenza,
sgradevole novità di quei giorni. Se provavo a leggere, a
pensare, o anche soltanto a concentrarmi per tornare dai
Maestri, le spalle e le labbra rapidamente si rilassavano e
sulle palpebre scendeva un irresistibile tepore, che in un
attimo diventava sonno.
Di nuovo la pigrizia, Satana. «Un solco che diventa
reale» mi ricordavo le parole del Dominante «in cui
questo mondo fluisce e trionfa.»
In uno dei quaderni vecchi, aperto a caso, leggevo:

Ti aggrappi sempre a ciò che hai già visto, e non lo sei più. Ti
rimpicciolisci soltanto e tutto diventa piccolo per te. Brutta
situazione, per uno che sa già ascoltare più in alto! Se tutto comincia
a sembrarti piccolo, non senti alcun impulso a usare ciò che sai, a
dare a chi ha bisogno, a cercare il tuo posto nel mondo e a creare il
mondo che vuoi. Solo piccole passioni, per passare il tempo.

Anche queste frasi erano per me adesso, a distanza di

178
anni da quando le avevo annotate. Sfogliando quel
quaderno vi trovai anche il tetto della casa di campagna,
ma non riuscivo a pensarne niente di utile.
Passarono tre settimane prima che tornassi dai Maestri:
fu a casa di un’amica, di notte, mentre lei dormiva.
«Si stanno smuovendo un po’ le tue radici, ti
preoccupa?» Il Dominante mi accolse con queste parole,
ma non riuscivo a vederlo bene.

«La frase che hai letto sul quaderno è giusta e


puntuale» disse, «ma la intendi troppo poco, perché di
questi tempi hai voglia di sentirti in colpa e di trovare
rimproveri in ciò che ti diciamo.»
Sono irritato con me stesso perché sto di nuovo perdendo
tempo. Basta, scuotetemi.
«Non è proprio pigrizia, stavolta. C’è solo qualcosa che
devi fare per te, e non sai ancora cos’è. Lo hai intuito ma
non vuoi ancora saperlo, e perciò hai perso il centro: non
sei più al centro di te stesso.»
Lo so, lo sento.
«Non fare quella faccia: lo sai che non è un rimprovero.
Spesso quando si cresce non si è più al centro di se stessi,
ed è una cosa buona. Si ritrova il centro continuando a
crescere. Così, la tua crescita sta producendo qualche
naturale squilibrio, che lì da te si manifesta in
contrattempi e fastidi.»
Mai niente per caso.

«Mai. È così anche la tua amica» la indicò, e io le


rimboccai la coperta sulla spalla. «Per sua natura deve
ritrovare cose perdute o rubate: e infatti suo padre se n’è
andato quando era bambina, e il marito la ingannava. La
vita favorisce sempre le parti di te che non hai

179
riconosciuto o sviluppato. È perché tu le veda. È anche
questa una parte di te, e adesso prevale.»
E se le riconosco, la vita non le favorisce?
«Se le riconosci, le favorisci e le sviluppi tu. Questa tua
parte cercatrice, intanto, serve a ricordarti che non hai
finito di ritrovare te stesso, ciò che hai perso di te o che ti
sei lasciato rubare.»
Sì, ma fammi capire meglio. Lei si è cercata apposta un
marito così, per farsi rubare una parte di vita? Per vedere
all’esterno di sé il suo smaltitore?
«Il suo personaggio, vuoi dire. Sì, si sono scelti con
precisione reciproca. Lui è tutta tensione: lui è quella
parte di te che vive per opporsi a chi lo opprime, per
liberarsi da situazioni soffocanti: solo allora sta bene.
Perciò se ne crea apposta, e ne trova appena può. Se non
ne trova si sente inutile, sperduto.»
Ed è anche lui come sono io in questi giorni?
«Sì. Fortunatamente è anche una delle parti che ti
spingono a parlare con noi, quando l’Aldiquà è troppo
angusto, o a voler scrivere cose belle, con tutta la fatica
che occorre. Se non l’ascoltassi, saresti soltanto uno che
brontola.»

In quei giorni passai anche dalla mia ex moglie; c’erano


appunto questioni burocratiche da sistemare. Non lasciare
che la conversazione prendesse toni amari era diventato
relativamente facile già da prima della separazione: in
fondo, occorreva solo un po’ di cautela. Andò bene per i
primi venti minuti, mentre facevamo calcoli e brevi
elenchi, poi il suono della sua voce mi piacque talmente
che cominciai a raccontarle di me, dei miei studi, come
tante volte, prima, avevo cercato di fare.
E come tutte le altre volte, mi accorgevo che non le
importava. Annuiva ogni tanto, e i nostri sguardi non si

180
incontravano. Avrei dovuto smettere di parlarne, ma non
riuscivo. Mi ipnotizzava quell’allargarsi della distanza,
così rapido, frase dopo frase, tra due persone che per
quindici anni avevano creduto di vivere insieme.
«Io tengo moltissimo a queste cose» dissi. «Bene.»
Cercai di sorridere e mi alzai per bere un po’ d’acqua. «È
importante» dissi «riuscire a deviare la conoscenza della
mente verso ciò che ne avevano scoperto culture di
duemila, tremila anni fa. Non sono cose passate, siamo
noi che siamo rimasti indietro e non riusciamo più a…»
cercai un verbo adatto e scelsi «decifrarle», ma non era ciò
che intendevo. «Ma proprio non te ne importa un
accidente. Com’è possibile.»
«No, no: è interessante.»
E intanto faceva un conto, con la calcolatrice del
cellulare.

«Ma come mai?» insistei.


«Cosa?»
«Indipendentemente dal rapporto tra me e te» (e mi
vergognai subito di una simile ingenuità) «è comunque
un fatto culturale, o un esperimento, chiamalo come vuoi.
Come può annoiarti così?»
«Non mi annoia. Non mi appartiene, tutto qui.»
«Cioè?»
«Non si può tradire il proprio elemento naturale. Non
si supera il proprio grado di civiltà. È solo un’illusione.
Arte, magari.»
Era una delle frasi più lunghe che le avessi sentito dire
negli ultimi due anni.
«Be’, e che c’è di male?»
«Allora chiamala arte. Scrivi romanzi.»
«A me interessa scrivere la realtà. Da un lato c’è la
storia e la civiltà, ma dall’altro c’è la libertà, anche se i tuoi

181
professori di filosofia non lo sanno.» Goffo. «Comunque»
tornai a sedermi «dove eravamo rimasti?»
«Ecco, è meglio.» E continuammo i calcoli.

Il Dominante rideva.
«Quanto tempo hai perso nell’elemosinare
approvazione: troverai mai il coraggio di calcolarlo?» mi
domandò. «Perché vuoi riempire questo vuoto? Lì è solo
vuoto, in te. Lascia che sia.»
Ma faceva male come una nevralgia; tanto da impedire
la rassegnazione, così come una nevralgia impedisce un
movimento alle membra.
Lo so, ma perché mi importa così tanto? E più importa, più
sono goffo.
«La tua energia si rifiuta di seguirti. È più saggia di te.»
«Questa donna, di quale dei sette fratelli sarà moglie
nell’Aldilà?» citò l’Austero.
Cioè?
«Hai mai interpretato la parabola della donna che
sposa uno dopo l’altro i sette fratelli?» riprese il
Dominante. «Nessuno la interpreta mai.»
Andai a leggerla. 1

C’erano sette fratelli: il primo sposò una donna, e morì senza figli.
Allora la sposò il secondo, e poi il terzo, e così tutti e sette; e
morirono tutti senza aver avuto figli. Da ultimo anche la donna
morì. Questa donna, nella resurrezione, di chi sarà moglie? Perché
tutti e sette l’hanno sposata.
Gesù rispose: I figli di questo mondo si sposano; ma quelli che
sono giudicati degni di un altro mondo e della resurrezione dai
morti non si sposano, e non possono nemmeno morire, perché sono
uguali agli Angeli.

182
«Così è un po’ depurata, diciamo» commentò il
Dominante. «In origine era più orientale; lì, vedi,
importava ai cristiani che Gesù prendesse le distanze dal
sesso e dalla morte: non si sposano e non possono morire!
Una vera fissazione.»
In origine com’era?
«Non hanno bisogno di sposarsi, e nemmeno di
morire.»
E qual è il senso?
«La moglie sei tu. I mariti fratelli sono i molti volti che
tu diventi via via, nella tua vita. Rimangono indietro,
punti d’arrivo superati, migrano altrove. A un certo punto
ti accorgi che attraverso tutti quei volti tuoi è passato un
solo io: ed è ciò che nella parabola si chiama moglie.»
Anche i sette fratelli della parabola sono quelli che chiamate
personaggi?
«Certo. Dunque, a quale di questi volti passati vorrai
appartenere? È lo stesso domandarti Chi sei? E chi sei
stato? Sono due domande molto diverse.»
Pensavo.
«Sai cosa sono le proiezioni ma non l’applichi a te
stesso. Nella parabola si chiama moglie, e anche tu la
chiami così. È questo fondamento del loro io che molti
uomini cercano in una moglie; ma è in loro stessi. Così
non vedono né se stessi, né la donna che hanno sposato.
Forse si annoierebbero, se la vedessero; preferiscono
soffrire.»

E il desiderio di approvazione?
«Perché approvare ciò che non sei più? Che ti importa
di una scia?»
E chi vuol avere un volto solo, essere un solo fratello?
«Tutti ci provano e tanti lo fanno; muoiono insieme a
qualche loro personaggio. In loro il desiderio

183
d’approvazione l’ha vinta sulla vita. Ma tu sai già
abbastanza dei limiti: perché chiedi? Qualunque cosa di te
tu riesca a capire e a ricordare, l’hai già superata,
malvagia o buona che sia. Ripetiamo tante frasi, hai
notato?»
«Tutte le cose che tu mi hai dato vengono da te» citò
l’Austero. 2
«Infatti» approvò il Dominante. «Sono frasi che tu dici
al tuo io. E rimangono tutte indietro a te.»

Quella notte, mentre mi addormentavo, mi sembrò di


capire tante cose. Ogni volto è importante, pensavo, ogni
cosa lo è. Non è un amore che completa un uomo. Tutto lo
completa, e tutto rimane indietro.
Sognai la scia di una nave, che rimane per qualche
istante sull’acqua e poi scompare, e al mattino mi tornò in
mente un verso di Dante, 3 che avevo sempre amato senza
domandarmi perché:

… servando mio solco


dinanzi a l’acqua che ritorna equale.

Cercai invano di interpretare il sogno: l’acqua che


ritorna uguale: la libertà? pensavo. E il solco: la direzione;
avevo trovato una mia direzione? Durante la giornata mi
tornarono in mente altre scene del sogno, una in
particolare: stavo nuotando verso la riva e voltandomi
vedevo una gigantesca nave, mi passava accanto, a una
cinquantina di metri, e per qualche minuto ero stato nella
sua ombra. Mi sembrava di sentire ancora la vicinanza di
tutto quel metallo, tanto più grande di me; ma non
riuscivo in nessun modo a spiegarlo.

184
La sera, alla presentazione di un mio libro vidi tra la
gente una donna dai capelli d’uno strano rosso cupo,
intenso, folti, che passava tra la gente cercando qualcuno.
Seguii con lo sguardo quel colore rosso, fra le altre teste, e
ogni tanto lo cercavo poi con lo sguardo. Alla fine vidi
anche i suoi occhi, grandi e chiari – era vicina, a due passi
da me – e notai l’apparecchio metallico che aveva ai denti,
e che le guastava orribilmente il sorriso. «Devo
conoscerla» mi accorsi di pensare, ma stavo parlando con
alcune persone: «Come l’ho notata subito, tra tanta
gente!..»
Rientrando a casa fantasticavo di lei e della sua
bellezza, che quell’apparecchio pareva ricattare. Non ero
riuscito a conoscerla e pensai che il sogno potesse riferirsi
in qualche modo a quell’incontro mancato: forse era
importante per me, lei, ma era già lontana, l’acqua
tornava uguale e non avrei mai saputo perché mi avesse
tanto colpito.

Non la rivedo più? domandai ai Maestri il giorno dopo.


«Sì, se vuoi» rispose il Dominante.
E perché voglio rivederla?
«Sensualità, per ora. Capelli, collo e labbra, e il brivido
sgradevole dell’apparecchio. Tra i vostri sistemi di
intuizione, la sensualità è molto più avanzata delle parole
e dei pensieri, che in voi sono sempre in attesa di
ridefinizione.»
Non li vedevo. Non vedevo nulla.
Cioè la rivedrò, la conoscerò, mi piacerà e le piacerò?
«Quanto basta.»
Bene. E di che tipo di smaltitore è?
«Dei peggiori. È un tipo che ha due vie: o fare molto
per gli altri, per liberare gli altri da servitù e ossessioni;
oppure restare per sempre in preda di servitù e

185
ossessioni.»
E lei che via segue?
«La seconda. Se no sarebbe un medico o un’attrice.»
Perché mi ha tanto colpito? domandai perplesso.
Qualcosa non andava, lì da loro, o in me, non capivo. Che
c’è?
«Non ci siamo accorti» rispose il Dominante dopo una
pausa. «E ne siamo piuttosto sorpresi. Ma può darsi che
sia solo un’impressione.»
Un’impressione? Voi? Perché oggi parlate così?
«È uno strano momento. Ma è molto bella. Voi
chiamate bellezza ciò che non si esaurisce, ciò di cui lo
sguardo non riesce mai a cogliere e intendere tutto: è
l’immagine di aspirazioni più grandi, che tu non conosci.»
È ciò che dicevamo nei giorni scorsi.
«Sì. Tu sei la nave.»
Di cosa non vi siete accorti?
Altra pausa.
«Non doveva essere lei, avevamo pensato a un’altra in
quella sala, ma ti ha colpito lei e si vede che così deve
essere. Anche questo può aiutarti a conoscere meglio la
tua realtà. Cambiano molte cose. Torna tra un po’ di
tempo.»
Riaprii gli occhi.

Attribuii l’incertezza di questa conversazione al mio


umore d’allora. I troppi impegni seguitarono ad
accavallarsi nei giorni seguenti, tanto da non lasciarmi né
il tempo né la voglia di trovare argomenti di cui discutere
con i Maestri.
Una notte sognai la donna dai capelli rossi, ma fu un
sogno spaventoso. Lei si avvicinava guardandosi intorno,
come in una stanza piena di mobili che non le piacevano.
Mi vedeva – ma in realtà mi aveva visto già da prima – e

186
cominciava a parlarmi: ma dalla bocca le usciva qualcosa
di verde e ripugnante, come un fumo pesante, e io non
riuscivo né a staccare lo sguardo né ad allontanarmi.
L’indomani pensai che quell’apparecchio ai denti doveva
avermi molto impressionato, e che questo fosse tutto il
significato del sogno.
Due giorni dopo la vidi di nuovo, a una mia
conferenza, e all’uscita la fermai e facemmo conoscenza.
Dissi semplicemente: «Aspetti. Non dobbiamo parlarci un
po’?» Rise, con quell’apparecchio che luccicava, e siccome
ero con altra gente e lei con amici suoi, ci scambiammo il
numero di telefono e ci salutammo subito. Dal
pomeriggio seguente cominciammo a darci
appuntamenti.

1. Luca 20,29-36.
2. Giovanni 17,7.
3. Paradiso II,14-15.

187
Gli altri esseri
Appuntamenti - La pioggia sul vetro - «Non hai notato
niente» - Gli influssi sui destini - I distacchi e le stasi - Il
dimenticare, il prendere e il silenzio - Somiglianze - Spiriti
di fuoco e di neve - I rituali - Gli elementi nemici
nell’Aldilà - I rapaci - Un buon modo di chiudere

Era difficile parlare con lei, non avevamo argomenti in


comune. Anche le sue curiosità per ciò che chiamava
«l’esoterismo» erano di un genere completamente diverso
da ciò che contava per me: le interessavano le streghe, gli
incantesimi, i talismani. Non seppi rispondere a nessuna
delle sue domande in proposito, ascoltai cortesemente ciò
che me ne raccontò. Quando passammo a parlare di
vicende più personali, dovetti interessarmi ai suoi
minuziosi ricordi scolastici, di dieci e anche quindici anni
prima, dato che i suoi insegnanti le avevano reso la vita
difficile al collegio e le piaceva descrivere come ciò le
pesasse ancora.
Guardavo ogni tanto la pioggia che rigava la vetrata
del bar in cui sedevamo, e avevo l’impressione che una
spessa lastra di cristallo invisibile separasse la sua mente
dalla mia. Stavo sicuramente perdendo tempo, «non
doveva essere lei» aveva detto il Dominante; ma
trascorremmo quattro ore insieme e alla fine sarei rimasto
ancora. La seconda volta, più la osservavo e meno mi
sembrava attraente, e mi tornava in mente il sogno:
eppure le chiesi di rivederci l’indomani, e nella settimana
seguente ci incontrammo altre due volte. Sempre di primo
pomeriggio, dato che non lavorava: aveva trent’anni,
abitava con i suoi e il dopo pranzo, diceva, era il momento

188
più noioso della giornata. Pensai che mi facesse tenerezza
sentirglielo dire come se fosse una cosa sensata.
Così dicevate che era un’altra e non lei? domandai ai
Maestri dopo il secondo appuntamento.
«Ormai è evidentemente lei.»
È così vuota. Tutta io io io, dissi, con una vaga speranza
che mi dessero torto.
«No. Non hai notato niente.» Il Dominante me ne
parlava con grande serietà. «Non voler sempre plasmare
le cose quando guardi. In ogni caso voi plasmate la sorte
di chi incontrate, influite sempre. Ma guardare e vedere
richiedono un diverso coraggio.»

Come influiamo sempre?


«La sorte di un altro cambia sempre a seconda di come
sei quando lo incontri, le tue direzioni agiscono sempre
sulle direzioni di un altro. E tra voi due moltissimo. È
sicuramente lei.»
E perché non mi attrae e in qualche modo la respingo? Dovrò
cambiare la sua direzione senza accorgermene?
«No. Ti attrae perché siete molto simili. Ma per la stessa
ragione non la desideri. È una cosa diversa.»
Io e lei molto simili? In cosa?
«Lo sarete per un po’. L’hai incontrata perché entrambi
dovete staccarvi da ciò che adesso vi fa simili. Ma la
questione è un’altra. Tu devi staccarti da noi.»

Immaginai quel che mi aveva appena detto e mi accorsi


che qualcosa si spezzava. Ogni tanto i Maestri di una
persona cambiano: decidono che il loro periodo di
insegnamento è terminato e lasciano il posto a Spiriti più
alti, o più specializzati in ambiti particolari. Ma quando
questo avviene non si è mai pronti a lasciarli andare: è un

189
distacco, triste come tutti gli addii. I Maestri che se ne
vanno poi non tornano più.
È il momento?
«Già da un po’ occorreva un cambiamento» proseguì il
Dominante. «Siamo troppo vicini, noi e te. È bene che
entriamo a far parte della tua coscienza, di ciò che in te
conosce, e conoscerai altri.»
“Entrare a far parte della coscienza” è una delle
espressioni con cui i Maestri indicano i distacchi.
E sarà presto?
«Non saprei; ma se restassimo comincerebbe una stasi
che sarebbe meglio risparmiarti. Si combinano solo
pasticci, nelle fasi di stasi.»

Provai di nuovo a figurarmi il momento dell’addio, e


non volevo. La mente mi si affollò di domande, come
immagini in una stanza piena di specchi, in cui si accenda
a un tratto la luce. Perché adesso, dopo l’incontro con
quella donna? Perché il Dominante aveva detto «Non
saprei»? Perché non mi avevano avvertito…
No, dissi. Abbiamo ancora molte cose di cui parlare, non mi
avete spiegato tutti gli smaltitori.
«Potrai scoprirli anche dopo. Invece, se devi crescere e
non cresci, ben presto non avrai più direzioni, e se non hai
più direzioni non hai più mondo. Ti abbiamo mai
mentito?»
E allora perché non sapete se sarà presto o no? Non è
possibile.
«Questa infatti è una cosa curiosa: non vediamo chiaro
più in là.» Il Dominante parlava molto lentamente. «Ci
abbiamo pensato: può essere perché ci siamo trattenuti già
troppo con te: vediamo quasi con i tuoi occhi; una visuale
limitata. È proprio segno che il nostro periodo è finito.»
L’Austero annuì: «Ci siamo rallentati, per adeguarci a

190
te».
«Eppure» aggiunse il Dominante «è come se non fosse
ancora il momento. È molto interessante.»

Ho fatto qualcosa che non dovevo?


«No, no» il Dominante poggiò la mano sulla mia. «È un
periodo finito, si annunciava già da tante cose. Non
pensare a questa cosa.»
No, spiegatemi. È stato dopo quella donna con i capelli rossi,
prima andava tutto bene.
Tacque per un mezzo minuto.
«Allora ascolta» riprese. «Le tue facoltà, e tutte le tue
scelte, sono mosse da due forze e nessuna delle due ha a
che fare con ciò che a te in un dato momento sembra
giusto o vero. La prima forza è il dimenticare: ciò che
dimentichi agisce in te. Ciò che dimenticate, ciò che il
vostro piccolo io non riesce a guardare, riceve più energia
da ogni parte, ed è come la tua nave nel sogno.
«La seconda forza è il prendere. Tendi la mano, con la
volontà o con il sentimento, e il fluire di molte tue energie
sconosciute si indirizza verso ciò che stai per afferrare…»
Altra pausa.
«La prima forza agisce sulla seconda, e sempre in
modo troppo rapido per darti il tempo di giudicare,
ragionare. E poi, se pensassi, ti confonderesti facilmente.
Riesci a seguirmi?»
Sì, ma ancora non capisco bene.
«Non riusciamo a dire…» sussurrò come un soffio.
Sentii il loro silenzio, lo ascoltai. Era come uno sforzo
che si affievolisce.
Siete andati via? bisbigliai, come se fossi rimasto solo nel
buio.
«No. Ti racconteremo ancora» e silenzio.

191
Un pomeriggio andai a casa dell’amica dei capelli rossi.
Ero passato a prenderla, i genitori erano usciti e voleva
che vedessi dove abitava. La sua stanza mi fece
rabbrividire: era la cameretta di una bambina. I mobili
dipinti di colori pastello, le dimensioni del letto, i
giocattoli sugli scaffali e persino i disegni delle tende
potevano andar bene per un’undicenne. C’era un’aria
davvero di incantesimo, soffocante, da bella
addormentata.
«È in questo che le assomiglio? Da qualcosa del genere
devo staccarmi anch’io?» pensavo osservando gli gnomi e
l’elefantino di pezza sul comodino.
In quella stanza cominciò a raccontarmi dei suoi amanti
– «fidanzatini», come diceva lei – e specialmente
dell’ultimo, che l’aveva piantata un mese prima.
«Mi piantano sempre, non so.»
Intanto mi mostrava l’album dei suoi acquerelli,
eravamo seduti sul letto.
«Ecco» mi indicò nell’album una figura dal volto di
bambola, in vesti turchese e arancione, tutte svolazzi,
«questo è lui, il mio unico, grande compagno.»
«Un fidanzato importante?»
«No! È lui. Il mio Spirito di fuoco. Vedi che è tutto di
fiamme. È bellissimo.»
«Uno Spirito?»
«Credi di averli solo tu? Anch’io ne ho. Perché ci siamo
conosciuti, se no?»
Mi sentii come se nella mia mente qualcosa stesse
cadendo: precipitando.

«Cioè, cosa vuoi dire precisamente?»


Mi mostrò un altro ritratto di quel Fiammeggiante,
ancora a svolazzi.
«Ecco, è sempre lui.»

192
Sempre con il volto da bambola di porcellana.
«E ci parli?»
«Certo. Ma non scrivo, ci parlo diretto» e sfogliava
l’album.
«E di me cosa dice?»
«Malissimo. Parla malissimo di te e dice che non devo
fidarmi. Che sei di un altro clan di Spiriti.»
«E tu mi frequenti lo stesso?»
«Voglio vedere se ha ragione. Tanto lui mi protegge in
ogni caso. Solo adesso non c’è, non so perché» e si guardò
attorno.
Anch’io mi guardai attorno. C’era una bambola su uno
scaffale, con un abito a svolazzi come quello del suo
Spirito dipinto. E dentro di me qualcosa continuava a
precipitare, senza nulla a cui aggrapparsi. “Anch’io sono
così rudimentale?” pensavo.

Mi raccontò dei suoi Spiriti, di fuoco e di neve, maschili


e femminili, che le comparivano sempre in quegli abiti
ridondanti e finti. Erano almeno sei e tutti gentili, disse,
mentre il Fiammeggiante era «dolcissimo e molto figo».
Negli acquerelli anche gli altri Spiriti avevano faccini di
bambola e labbra ingenuamente carnose, come ritoccate
con il rossetto.
«Li vedi anche con gli occhi aperti?» chiesi.
«Sì. Quando vengono, vengono. È sempre bellissimo
parlare con loro.»
In questo siamo diversi, pensai con sollievo. Io ero
dell’idea che dalle conversazioni con i Maestri si potesse
trarre maggior vantaggio limitandole, usando cioè
tecniche di apertura e chiusura della comunicazione, in
modo che durante il resto della giornata la coscienza
mantenesse una sua sfera compatta, in cui riflettere e agire
autonomamente.

193
«E questi abiti così sfarzosi?» le domandai, come se
parlassimo di bambole da vestire.
«Sono belli, no? Si vede che servono a proteggerli. E a
proteggere me.»
«Da cosa?»
«Da tutto, boh, dalle cose. Mi proteggono anche da me,
io tante volte ce l’ho con me. Mi viene voglia di
schiantarmi in moto. Ma poi mi passa e non ci penso. Be’,
usciamo?» propose chiudendo l’album. «Dove andiamo?»
«E come li hai scoperti, i tuoi Spiriti?»
«Nei sogni. C’era un periodo in cui ero molto giù, un
po’ matta anche. Prima ancora di lavorare in discoteca.
C’era stato un mio fidanzatino che mi aveva fatto fare
delle cose, dei riti. Ma niente roba di perversione. Erano
dei riti tipo preghiera, come. Lui ci credeva tantissimo.»
Il suo labbro superiore si era un po’ sollevato,
l’apparecchio luccicava. Si alzò e ripose l’album in un
cassetto.
«Delle cose per non reincarnarsi più. Ma non posso
dirlo, c’era il giuramento. Usciamo?» e prese le chiavi: «A
ogni modo da allora sono più strana, prima ero brava; poi
ho cominciato a fare confusione con le persone. Basta, va
bene?»

Ha detto la stessa frase che una volta avevo detto io alla


Bambina! Perché? domandai ai Miei, la sera, di nuovo
senza vederli. E lentamente arrivò la risposta.
«Siete simili, come vedi» disse il Dominante.
Oggi possiamo parlare meglio?
«Sì.»
Sorrisi.
E quei suoi Spiriti? Sono veri?
«È un altro clan, come dice lei. Ci sono tante categorie
di Spiriti, quando sarai più in alto vedrai meglio com’è la

194
nostra stirpe. I Suoi di sicuro la aiutano. Ne ha bisogno.
Hai visto com’è paralizzata.»
Ha una stanza che sembra un incubo.
«È mangiata. Tanta gente vive così. Del suo io le è
rimasto solo qualche frammento, e con quelle sue paralisi
lo difende.»
I suoi Spiriti la mangiano?
«No. Ti abbiamo parlato di altri esseri, una volta: e vedi
come sono le nostre storie? Sono fatte in modo che se te le
raccontiamo cominci a viverle, e hai cominciato. Ora
possiamo parlarne.»

Cioè? Le scorrerie delle entità estranee, nella storia degli


Spiriti dell’aria? Pensavo fosse una metafora.
«Lo è, anche. Ma questi esseri estranei agiscono.»
Estranei sta per nemici?
«Non è come da voi: nel vostro mondo un nemico è il
riflesso di un aspetto di te che non vuoi ammettere, ed
esiste solo finché non vuoi ammettere quella parte di te.
Da noi invece ogni labirinto è trasparente, non ci sono
aree di sé segrete. Così se due elementi spirituali sono
contrapposti, nemici, vuol dire solo che sono distanti,
ognuno al suo posto.»
«Gli Dei che non tollerano altri Dei, come il vostro Dio
geloso» notò l’Austero.
«Così è per le schiere angeliche, che si tengono
infinitamente distanti da ciò che chiamate diavoli: ognuno
al posto suo» proseguì il Dominante. «Così era anche per
noi. Ma poi arrivarono questi altri, diversi. Noi prima
avevamo il nostro territorio, tutt’intorno alle vostre realtà
e all’io di ognuno di voi. Ora invece tanti e tanti di voi
alimentano questi altri.»
Adesso la mia mano scriveva fin troppo in fretta, e
sicuramente mi ero lasciato sfuggire qualche frase.

195
«Fai un bel respiro e ascolta con calma» mi suggerì il
Dominante, e attese che facessi quel respiro.
Ma il tempo, il prima e il poi non esistono per voi.
«Per noi no. Ma queste sono cose accadute a voi.»
Voi prima vi alimentavate di noi?
«No, noi siamo Spiriti della ricchezza. Questi altri
hanno una natura rapace: per mancanza di vita interiore
dovevano nutrirsi di vita, e hanno cominciato a nutrirsi di
voi.»
Come può uno Spirito non avere vita interiore? Voi siete
interiorità.
«Non loro. Mancavano di vita, semplicemente. Come
un organismo non ha in sé certe vitamine, o certi enzimi.»
Una specie di vampiri?
«Ma non malvagi. Come sai, di per sé nulla e nessuno è
malvagio nell’universo. È malvagio un lupo che uccide
una gallina? Non è una gioia guardare i lupacchiotti che
mangiano? Ma rapaci sì. E adesso regnano nel vostro
invisibile, e di conseguenza anche nel visibile, attraverso
di voi.
«La tua amica dai capelli rossi è a metà, per ora, tra i
Suoi e loro. Aveva Spiriti alti, poi ha invitato quelli e sono
arrivati. E tu l’hai incontrata e hai scelto lei.»
Ho fatto male?
«No, era necessario, e può anzi essere una cosa bella.
Un buon modo di chiudere.»

196
Lo scambio
Gli allevamenti e le distruzioni - Il non avere più il tempo
- Più in alto - L’altro continente - «Agiscono » - Piani
d’azione - La morte per gli Spiriti - I lager? Errori e
annunci - Pasqua

«Ora vedi meglio, no?»


Il Dominante stava giocherellando con un anello che
portava al mignolo. Era seduto tra le stalagmiti della
nostra Stanza Tonda, su una poltrona di legno e cuoio; i
due alati e la Fanciulla stavano esaminando una porta
sulla destra.
Un buon modo di chiudere? ripetei, tra me e voi?
«Uno scambio illustre» rispose il Dominante, e sorrise.
«Sto corteggiando la tua attenzione perché si calmi e
ascolti, un momento fa era come un istrice. Ora va meglio.
Leggi in quel tuo quaderno vecchio, con la copertina
gialla. C’è un disegno; leggi subito dopo.»

197
Il disegno era la mappa del percorso interiore che mi
conduceva alla Stanza Tonda. Nel quaderno leggevo:

«La vostra è una cultura di distruttori, da quando questi altri si


alimentano di voi. Come ti dicevo non sono malvagi. Sono più che
altro commercianti: praticano uno scambio. Vi garantiscono una vita
placida, che determina in voi un eccesso di vitalità inutilizzata, e di
questa vostra vitalità si nutrono. In tal modo distruggete
innanzitutto certe vostre caratteristiche fondamentali. Avrai notato
certamente che quanto più comodi diventano i vostri mezzi di
produzione, tanto più poveri sono i prodotti della vostra creatività.
Con la penna d’oca Dante ha scritto la Divina Commedia e Tolstoj
Guerra e pace.»
E l’impoverimento è un effetto di quegli altri?
«Uno dei tanti. È lo stesso principio dell’allevamento del
bestiame: farvi diventare pigri e grassi. Per voi era comodo e
accettaste. L’unico inconveniente evidente era il senso di
disperazione che ciò vi causava: la sensazione (sottile, all’inizio) di
non avere più il tempo, di non essere più padroni del tempo, né del
mondo in cui il tempo trascorre. In realtà era il contrario: ciò che
perdevate era il rapporto con il non-tempo, con la nostra
atemporalità. Ma quella vita placida vi confondeva, ed
equivocavate.»

Il Dominante e l’Austero mi guardavano, mentre leggevo.

«Insieme alla vita placida ebbe inizio in voi una gran voglia di
distruggere: un po’ come nel vostro Cinquecento nelle Americhe. E
nelle vostre storie di distruzione voi in realtà recitavate
quell’invasione che aveva cambiato la vostra vita. Come se vederla
all’esterno vi dovesse aiutare a riconoscerla in voi; ma non servì a
questo scopo.
«Chi distrugge lo fa per sapere di non essere il solo a soffrire, a
non avere tempo: altri hanno meno tempo di lui – quelli che lui

198
distrugge –, sono meno padroni del tempo e del mondo. Fu un
vostro modo di esprimere quella disperazione. A questo servì, sì.

«E da allora avete imparato sempre più a distruggere soltanto.


Certo, eravate bravi anche prima, a massacrare, ma dopo un po’ vi
bastava. Da allora invece non vi basta, e la distruzione è divenuta
sempre più il vostro principale rapporto con voi stessi. La
distruzione della vostra dignità, dei vostri significati, dei vostri
poteri. È la normale dinamica dell’allevamento. E poi non
resistereste, se no, nei recinti. I servi facilitano sempre il compito dei
padroni.»

E tutto questo è dovuto a un equilibrio che è cambiato nel


mondo invisibile? domandai ora.
«Se preferisci, puoi intenderlo come una metafora e
cavarne teorie. Non ci sarà grande differenza; solo che
come lo narriamo noi è più semplice.»

«Proprio come nelle Americhe, anche in voi in un


continente ne giunse un altro: nel vostro continente arrivò
il loro.»
E voi dove andaste?
«Anche molto lontano» rispose ora il Dominante,
«anche in altre dimensioni che prima non avevano nulla a
che fare con voi. Da questo punto di vista, certamente non
fu uno svantaggio, o potrebbe non esserlo. Leggi.»

«Da allora noi siamo diventati più mobili, più Spiriti, diciamo, e
abbiamo imparato a spostarci in molte dimensioni: e voi con noi –
quelli, s’intende, che ancora comunicavano con noi. Noi, in
compenso, ci siamo molto sparsi. In questo più ampio spazio di
movimento (sempre parlando nei termini vostri) siamo diventati più
radi. Piccoli gruppi, clan…»

199
«Come dice la tua amica» mi fece osservare l’Austero.

«… isolati tra loro, spesso anche sospettosi. Sparsi.»

E questi altri invasori hanno il dominio?


«Gli uomini danno la loro vitalità a questi altri.»
E questi altri come sono, chi sono?
«Non sono e non esistono. Hanno altre modalità,
diverse dall’essere e dall’esistere, e non avete le parole per
indicarle. Agiscono. Mangiano.»
E io perché ho scelto lei? Sto per essere mangiato anch’io?
«No. Forse era un’occasione, lo abbiamo visto poi.»
Forse? Un’occasione di che?
«Dal momento che sono tanto più forti di noi, con tutta
la vita che gli date, è possibile che non si possa fare niente.
Ma se sovvertiamo le regole si può tentare.»
Sorrise.
«Faremo così» diceva. «Tu inviterai questi altri esseri,
verranno da te, qui nella Stanza, e noi li aspetteremo qui.
Li vedremo, e vedranno noi. E siccome noi ci siamo
sempre ritirati dinanzi alla loro forza, l’ultima cosa che si
aspetterebbero sarà di incontrare qualcuno di noi, tanto
più che secondo le regole dovremmo tenerci lontani.
Questo è l’unico vantaggio su cui possiamo contare.»
Guardai incredulo il Dominante e l’Austero, seduti
l’uno accanto all’ altro.
«Loro ci annienteranno, e noi annienteremo loro. Sarà
un episodio memorabile e potrà cambiare qualcosa, forse»
il Dominante alzò le sopracciglia.
Come sarebbe a dire: annientare?
«Morire.»
Gli Spiriti possono morire?

200
«Sì. Tutto ciò che vive lo può. Gli Spiriti hanno territori
ben distinti gli uni dagli altri proprio perché il contatto
con altri Spiriti non li annienti. È chiaro che possiamo
morire: noi siamo vita, interamente costituiti di vita, senza
materia, e la vita è tutto per noi. Ma non per loro.»
No, non riesco a capire proprio.
«Poco male. Sono più forti grazie a voi, ma non hanno
vita: la assorbono da voi, e voi non ne avete molta.
Assorbendo la nostra ne sarebbero distrutti, perché è
troppa.» Il Dominante mi guardò negli occhi: «Molta vita
e molta forza sono due cose diverse, questo lo puoi
capire» spiegò. «Ed è già accaduto nella vostra storia che
qualche gente si sia distrutta proprio distruggendo altra
gente meno forte, ma più viva.»

I lager? Ma avevate detto che le vittime rendono possibili le


colpe, le distruzioni.
«E crescono così. Ma a volte avviene che la loro crescita
sia tale da annientare chi li distrugge. A volte! Qui da noi
la chiave naturalmente saresti tu, dal punto di vista
tattico, intendo dire. Nei mondi degli Spiriti tutto si
conosce, tutto è trasparente. Ma voi siete opachi: tu puoi
tenere nascosto qualcosa. Dovrai tacere di questa nostra
imboscata: non dirne nulla, nemmeno a te stesso, per il
tempo necessario, se no loro si accorgerebbero, attraverso
di lei. E per non dirne nulla dovrai non dimenticarlo per
qualche giorno; cioè pensarci di tanto in tanto, cercare di
capirlo. Ciò che voi dimenticate o non capite si vede
subito, da qui. Ci riuscirai?»
A pensarci senza dirlo nemmeno a me stesso?
«Sì.»
Annuii.

201
E tutto questo perché alla conferenza mi sono sentito attratto
da lei.
«I vostri sensi sono veloci, ne abbiamo parlato, ricordi?
Questa volta anche più veloci di noi. Perciò abbiamo
dovuto rifletterci, allontanarci un po’ da te, per vedere.»
Ma avevate detto che ciò che avviene di nuovo nell’Aldiquà
dipende da ciò che cogliamo di voi. Qui è il contrario.
«I tuoi sensi hanno colto più di noi, perché il nostro
tempo è terminato. Sei più alto, e presto sarai nuovo. A
volte ciò che appare un errore è invece un annuncio. Qui è
un’occasione. Molto bella, anche.»

Ma morire… Io capisco che non sarebbe una morte vera e


propria, bensì una trasformazione, insistei.
«Così è per voi, la morte. Per noi è precisamente ciò che
tu chiami una morte vera e propria. Di uno Spirito,
quando muore, non rimane nulla.»
È una cosa che domani, quando la rileggerò, si chiarirà e
significherà qualcos’altro?
«No, l’hai intesa e non c’è altro da intendere. Poi
semmai potrai interpretarla in tanti modi, metaforici. Ma
questo riguarda te. Alla tua amica dai capelli rossi dirai
che vuoi conoscerli anche tu, quegli altri suoi interlocutori
di cui non ti ha ancora parlato. Le spiegherai come si
arriva alla tua Stanza Tonda, le descriverai bene la mappa:
il percorso, perché lei lo comunichi a loro. Tutto nei
dettagli.»
«Stabiliamo il giorno» propose il vecchio alato.
«Tra quattro giorni è Pasqua» assentì il Dominante.
«Dille: la notte di Pasqua. Alle due. Verranno di sicuro;
solo, non dirle niente di noi, mai. E per te non
preoccuparti» aggiunse, «potrai cavartela benissimo.»
«È molto contrario a tutto» disse l’Austero.
«Infatti» confermò il Dominante. L’Austero sporse il

202
labbro inferiore. Guardava dritto dinanzi a sé.

E poi?
«Poi resterai solo per un po’ e verranno altri Maestri,
più alti di noi, come d’altronde doveva avvenire. In questi
casi di solito sono i vecchi Maestri a presentare i nuovi,
perché tu non rimanga solo. Stavolta sarà un po’ più
movimentato, come addio, ma le esperienze forti alzano il
livello di intensità e ne avrai sicuramente vantaggio.»
Rifletté e aggiunse, rivolto all’Austero:
«Sia chiaro che non sono tenuti tutti a partecipare; io e
gli alati siamo più che sufficienti.»
«Per me va bene» disse l’Austero.
Il Dominante tornò a rivolgersi a me:
«Ti spiegheremo come fare. Uno di noi ti
accompagnerà quando dovrai andare via. Non sarà facile
nelle prime ore, una parte della tua mente cosciente
resterà un po’ confusa.
«Ma potresti fare così: chiederai a qualcuno a cui hai
insegnato la tecnica per raggiungerci, di insegnarla a te di
nuovo. Di guidarti fino a una nuova Stanza Tonda, perché
questa sarà distrutta. Ne ricostruirai un’altra. Lungo il
percorso ritroverai anche quella parte di te che sarà
rimasta dispersa. Sarà come un gioco.»
Non è possibile, questo deve significare qualcos’altro, è solo
che non lo capisco adesso.
«No, significa solo questo. Va bene così e noi ne siamo
molto fieri.»

203
Istruzioni
Come si resiste - Blocchi di cemento - Un lembo turchese
nell’aria - Chi è in trappola - I luoghi delle attese - Mio
padre e la boxe - «È per te e per noi» - Altri smaltitori -
Come non usai il tempo che restava

Davvero non sapevo che cosa pensarne. Mi dicevo che


doveva trattarsi di un loro artificio didattico, un po’ più
laborioso delle altre volte; ma i Maestri mi ripetevano che
non era così. Il giorno seguente il Dominante mi
raccomandò di non incontrare la mia nuova amica fino a
dopo Pasqua, e di sentirla soltanto per telefono.
«Per lei andrà molto bene» disse, «comincerà a darsi da
fare e si troverà un fidanzato, invece di un altro
fidanzatino. Potrete diventare buoni amici, poi. Ha molte
qualità e Spiriti gentili.»
Ma la rilettura dei nostri quaderni e tutto… Rimane tutto
incompleto.
«Continuerai con i nuovi Maestri, e da solo anche.
Intanto avrai da subito altre lezioni da imparare. Per
esempio, il rimanere solo: solo e libero in un mondo dello
Spirito, senza dover obbedire a nessuno, senza scia. Tanti
lo provano soltanto nella morte. Il non poter più chiedere
aiuto a nulla. Non è male. Lo proverai
nell’immaginazione invece che nel corpo, ma sarà
comunque molto simile al morire. È un’altra lezione
importante, in questi giorni: come si resiste, dolcemente e
determinati. Contro questo, nulla può agire.»

Mi spiegò che sarebbe stato il vecchio alato ad


accompagnarmi via dalla Stanza all’ultimo momento. Io

204
sarei dovuto rimanere fino all’arrivo di quegli altri, perché
– disse – la Stanza Tonda viveva di me, era prodotta dalla
mia energia psichica; ma una volta entrati quelli, era
necessario che me ne andassi immediatamente, altrimenti
si sarebbero attaccati a me.
«Non rimarrebbe niente di ciò che conosci, niente di
tuo, per molto tempo.»
Non credo a una parola di quello che dici.
«Infatti; c’è nel nostro mondo qualcosa di credibile e di
possibile, per il tuo io piccolo? C’è mai stato?»

Cominciai a seguire le istruzioni. C’erano alcuni amici


a cui potevo chiedere quello strambo favore: d’insegnare a
me l’itinerario interiore che io avevo insegnato a loro, e
due di loro accettarono. Non avevano programmato
viaggi per Pasqua, e ci accordammo. Poi telefonai
all’amica dai capelli rossi per dirle che sarei stato molto
occupato per qualche giorno, e portai il discorso sui riti di
cui mi aveva accennato.
«Non è che senti qualche peso psichico, collegato con
quei rituali?»
«Non so, boh. Magari sono ossessioni mie, sarò un po’
fuori di testa io. Non so se dipende proprio da quella cosa
lì. È passato un sacco di tempo.»
«E come sarebbero le ossessioni?»
«Dei blocchi di pensiero, come. Ma senza dentro niente,
tipo, non so, blocchi di cemento; solo come se fossero vivi.
Certe volte arrivano, vanno via.»
«E il tuo Spirito di fuoco non interviene?»
«Quando ci sono quelli, lui non c’è mai. Ero andata
anche da un dottore e mi ha dato delle cose da prendere,
ma ero allergica.»
«E con quel blocchi di cemento tu cosa fai, ci parli?»
«Sì. Do gli ordini. Hanno dei poteri, era come

205
un’iniziazione. L’iniziazione dà sempre dei poteri. Ma
perché lo vuoi sapere?»
«E perché non gli chiedi qualcosa di serio, se sono
poteri?»
«Certe cose le chiedo, e le fanno. Ma devi per forza
parlarne?»
«Potresti mandarmeli, se ti dico come? Per vedere cosa
sono. Io li studio, questi fenomeni.» E senza aspettare che
acconsentisse le spiegai l’itinerario che seguivo per
raggiungere la Stanza Tonda, e le dissi il giorno e l’ora in
cui quelli sarebbero potuti venire.
«Digli che voglio conoscerli e verranno. Che male c’è?»
e in quel momento mi sentii particolarmente stupido. Ma
disse di sì.
“Assurdo” pensai mettendo giù. “Cosa sto facendo?”
Ero di cattivo umore.

Il mattino seguente, non erano ancora le sei, a un tratto


aprii gli occhi e alla mia destra una specie di lembo
lucente, turchese, si allontanava nell’aria come un
fazzoletto di seta che scorre tra le dita di un prestigiatore.
Era largo, lento e vivido, quasi al centro della stanza, a
due metri da terra. Scomparve e l’aria gli si richiuse
dietro.
Non stavo sognando ed era la prima volta che avevo
una visione a occhi aperti. Mi misi a sedere sul letto e per
diversi minuti mi rimase la sensazione, mai provata prima
così netta, che davvero la realtà visibile fosse soltanto una
sottile superficie. L’acqua che ritorna uguale.
Quanta energia impiegavo da sempre, senza
accorgermene, per mantenere la superficie uguale a se
stessa? Mentre guardavo quel lembo turchese avevo
sentito chiaramente che qualcosa in me si era dischiuso,
smettendo di sforzarsi, e che ora si era teso di nuovo e che

206
soltanto per questo tutto ciò che vedevo era come sempre.

«Era quel Fiammeggiante che passava a salutarti» mi


spiegò il Dominante. «Vedere è davvero così semplice,
quando non hai paura di sapere cosa fai e cosa succede.
Ricordi cosa dicevamo dell’immaginare? Si ripete proprio
tutto.»
E stamattina per un attimo non ho avuto paura?
«Sei stato coraggioso come lo siete nei sogni. Anche
dopodomani non avrai paura. Uscirai di là» mi indicò una
porta sulla destra, e di nuovo mi istruiva «e andrai
sempre diritto. Non fermarti, qualunque cosa succeda.
Sarà come continuare a immaginare. Chi crea immagini è
libero, chi non crea no e non sa di non esserlo, ed è in
trappola.»
«Perciò quando durante il viaggio sentirai che ti stai
distraendo e che le immagini si dissolvono, impegnati a
ritrovare la concentrazione.
«Soltanto lo scopo apre tutte le porte nei mondi
invisibili, e tu avrai lo scopo lì: tornare nella tua realtà. I
luoghi che attraverserai saranno le tue attese, sparse
intorno a te per una grande estensione: non consolidate,
non indirizzate, attese dimenticate; nebbia. Le
attraverserai e diventeranno passato, e quanto più passato
riuscirai ad avere lì, tanto più spazio avrai per
allontanarti.»
Bisogna arrivare lontano?
«Sì. La realtà è un recipiente appena un po’ più grande
del tuo io, sia quella terrena sia quella che puoi
immaginare; ma avrai l’illusione di una lontananza. Poi
con i nuovi Maestri riuscirai a guardare davvero fuori dal
recipiente, e allora sarà diverso, certo.»

207
“No, è un trucco” cercavo di convincermi, “e alla fine
rideranno perché ci ho creduto e mi sono preoccupato.”
Mi era capitato qualcosa del genere, molto tempo
prima. Avevo cinque anni, e la domenica mattina facevo
sempre passeggiate per la città con mio padre. Una
domenica mio padre mi disse che aveva preso un
impegno per me: un incontro di boxe con un altro
bambino. Sapevo che lo preoccupava il mio carattere
troppo tenero, avevo sentito che ne parlava con mia
madre. Mi chiese se me la sentivo di affrontare la sfida;
disse che poteva anche inventare una scusa se avessi
risposto di no. Risposi di sì. E solo allora aggiunse che
quell’altro bambino aveva nove anni.
Ripetei che accettavo; e mi accorsi che ne era fiero.
Durante la settimana – l’incontro era fissato per la
domenica seguente – mi allenò, ogni sera facevamo
lezione di boxe e andavo a letto preoccupato,
immaginando l’avversario di nove anni, gigantesco nella
mia mente, e le spiegazioni che avremmo dato alla
mamma, la sconfitta praticamente sicura, l’assurda
possibilità della vittoria. Giunse domenica. Arrivammo
sul luogo stabilito, un giardino pubblico; era novembre e
ricordo bene il berretto con i paraorecchie di lana, il
cappotto – che, pensavo, avrebbe attutito i colpi, se me
l’avessero lasciato tenere – e l’aria fredda e grigia.
Aspettammo dalle undici fin quasi a mezzogiorno, e poi
papà concluse che evidentemente l’altro bambino aveva
avuto paura di me. Tornai a casa felice e più di trent’anni
dopo mio padre mi confessò, ridendo, di aver inventato
tutto, per vedere se ero coraggioso.

Mi convincevo che anche stavolta sarebbe andata più o


meno così, e che fosse solo una proiezione di quel mio
ricordo d’infanzia. Ma certo. Come accettare l’idea che

208
degli Spiriti si annientassero in una specie di duello?
Anche ammettendo che quegli altri fossero ostili o
parassiti, in nessuna teologia Dio annienta il Diavolo, né il
Diavolo Dio; neanche Zeus annientò i Titani, li mandò
altrove dopo averli sconfitti. Non si annientano i
contenuti psichici, piuttosto li si trasforma, li si integra. E
poi, che metafora infantile: un duello! No, doveva esserci
un trucco, o un indovinello. Ma non ne vedevo la
soluzione.

Solo su un punto avevo le idee chiare, ed era l’antipatia


che cominciavo a provare per l’amica dai capelli rossi.
Perché tutto questo? Dovevo annientare per lei tutto ciò
che in qualche modo, reale o irreale, avevo pur sempre
costruito da quattordici anni in qualche parte di me. Che
spreco. Per una che in fin dei conti era soltanto pigra,
viziata sicuramente dai genitori, egocentrica. Telefonò
qualche volta, in quei giorni, e ascoltavo mentre lasciava
messaggi nella segreteria.
«Sei arrabbiato con me per qualcosa? O è perché hai da
fare, sì? Baci, ciao.»
Ma se provavo a considerare la possibilità di lasciarla ai
suoi guai, avvertivo una spossatezza improvvisa, che
spariva quando ricominciavo a pensare alle istruzioni.
«Guarda che non è per lei che lo fai, è per te e per noi»
mi disse il Dominante due giorni prima di Pasqua. «Non è
una terapia, dato che lei non lo sa. È una nostra storia e
una tua crescita. Non è difficile da capire.»
Va bene, mi impuntai, ma ci sono ancora moltissime cose
che dovete spiegarmi, cose da chiarire, discorsi a metà.
«E con ciò? Puoi scoprirle dopo.»
No, voi non lasciate le cose a metà.
«E chi lo dice, che noi non lasciamo le cose a metà.
Tutt’altro. Prevediamo anche a metà. Noi non siamo

209
onnipotenti. Tu pensavi di sì?» domandò con un sorriso, e
anche l’Austero sorrise. Mi si strinse il cuore.

Più o meno sì.


«Voi siete onnipotenti» mi sorrise il Dominante. «E
avete già tutto per accorgervene. Quanto ai discorsi a
metà, sono tutti conclusi. Stai ritrovando i tipi di
smaltitori, sono tutti nei tuoi quaderni. Guarda il
quaderno con la copertina celeste.»
Erano lì. Un quaderno del gennaio ’96.

Altri smaltitori, altre parti di te che trovi negli altri: se sai esserle
tutte ed equilibrarle, è la gioia, è un capolavoro. Unica armonia.
Perciò è detto: ama gli altri come te stesso.

Trova e guarda la parte di te che può essere se stessa solo in cima a


una montagna o in mezzo al deserto, lontano da tutto, e solo se ha il
coraggio di cercare questa solitudine, trova i veri amici e i grandi
amori. Cercala negli altri, perché sei tu.

E la parte opposta, che ha nell’energia sessuale la sorgente di ogni


sua energia, e non può vivere senza le forme e il tepore dei corpi
altrui. Tanta è questa sua energia, che le basta intralciarla per
produrre magnifica sublimazione, come la turbina che frena un
fiume per generare elettricità. Occorre solo avere il coraggio: di
vederla, di intralciarla e guidarla. Se no diventa ossessione. Cerca chi
è così, perché è come te.

E la parte opposta, talmente duplice, talmente maschile e talmente

210
femminile al contempo, da non desiderare nulla dal sesso opposto, e
da guardare gli altri come se i sessi non esistessero. E solo se ha il
coraggio di accorgersi della propria duplicità e completezza,
raddoppia di colpo la propria energia di crescita in cielo come in
terra, e vede gli altri come sono, senza che il desiderio o la
ripugnanza la intralci. Cerca chi ha in se stesso due sposi l’uno
all’altro fedeli, perché così trovi te.

E la parte opposta, che non ha crescita se non per disperderla, e


cresce solamente verso il basso, verso ciò che in tutti suscita sdegno,
ed è innamorata di ciò che è fuori dalla legge, di ciò che è belva
nell’uomo, del ladro che fugge. Cerca questi fuorilegge, riconoscili
nei loro segreti e guardali, perché tu sei loro: solo se da loro impari a
pensare, il tuo pensiero servirà a qualcosa.

E la parte opposta…

E nei quaderni c’è scritto anche ciò che avverrà tra due
giorni? È già avvenuto anche questo anni fa?
«Non tutto. Tra due giorni è un tempo nuovo, e questi
nostri periodi che si ripetono e si completano non si
ripeteranno più. Continua a leggere, non ti piace
quest’album di fotografie?»

E la parte opposta, che sta accanto a qualsiasi autorità – presente o


passata – per obbedire come nessun altro sa fare, o per lamentarsi di
quanto sia debole l’autorità. Vive all’ombra dei capi fino a che non
troverà in sé la forza di cercare un’autorità più alta nell’invisibile,
dentro di sé: ma potrà anche non riuscirci mai, e compiacersi lo
stesso di sé. Li disprezzi? Guardali, quanto sei tu.

211
E queste mie parti possono davvero essere vissute tutte
insieme?
«Sì.»

E la parte opposta, che rigurgita talmente di potere interiore da


realizzare come per magia ogni suo desiderio, purché lo riconosca
come tale. Tanto potere hanno questi su di sé e sugli altri, da venir
spinti naturalmente in alto, e da amare le Gerarchie terrene come si
ama una montagna mentre la si scala. Nessuno sa impadronirsi
meglio di loro della fiducia e dell’ammirazione altrui, la loro vita è
tutta nel giocare al dominio, perché è un gioco per loro, e la loro
crescita è soltanto verso l’orizzonte terreno. Guarda in loro come sei
tu: e quanta paura hai di esserlo, quanto ti immobilizzi per non
vederti.

E la parte opposta, che nulla sa di politica umana e può soltanto


creare, e deperisce se non crea, e non sa parlare di nulla se non con
coloro che sono in ciò identici a lui. Guardali, sei tu.

E ricordati, mi disse ora il Dominante, mentre sfogliavo


il quaderno del ’96, tutti questi elementi di te sono sempre con
te, puoi scegliere quello che vuoi, quando vuoi, quanto vuoi.
«Anche per un giorno solo?»
O per un’ora. Voi siete onnipotenti, nel vostro mondo. Avete
tutte le potenzialità. Prendile.

E la parte opposta, che è ovunque altrove, e dal suo perenne altrove


guarda gli altri come bambini da aiutare. Come un bambino è libera
e sempre innocente, e come un adulto tra i bambini sa di sapere lei
sola cosa sia innocenza e giustizia. Chi la convincerà mai del
contrario? La sua salute interiore ed esteriore è pari alla sua
convinzione di innocenza: chi può farla ammalare? Non sei tu? Non

212
ti sei ancora riconosciuto in questi? È tempo.

E la parte opposta, che vive di ossessioni. Il battito dell’universo è


per loro una persecuzione, nulla possono percepire senza sentirsi in
colpa e desiderare una punizione. Si puniscono da sé con la loro
follia. Il loro ideale di bellezza e purezza li consuma, facendoli
sempre sentire indegni. Fa orrore? Guardali, ti parlano di te. A ogni
gradino della tua crescita ti accorgi che sul precedente gradino tu eri
così.

E tutti sono luce, e solo se sai essere tutti sei luce e sei tu. Ciò che non
vedi di te in loro è una tua mutilazione che sanguina, e negli altri ti
ferisce, o inutilmente ti attrae.

Non ho ancora imparato niente, dissi alzando lo sguardo


dal quaderno.
«Noi abbiamo fatto ciò che era in nostro potere. Aspetta
che cresca» disse il Dominante.
I prossimi Maestri mi tratteranno come un idiota.
«No, vedrai. Molto in te crescerà già tra due giorni,
senza che tu nemmeno te ne accorga.»
Avrei voluto ricominciare a leggere tutti i quaderni
daccapo, fare mille domande. Ma sarebbe stato lo stesso:
la mia mente era ancora troppo piccola, la mia memoria
insignificante. Sfogliavo quelle pagine di album.

E la parte opposta, che ha sempre ragione. La verità in loro è un


radar. Devono soltanto osare: dirla, sentirla in ogni loro pensiero,
senza lasciare che i pensieri e le paure degli altri la nascondano. Vedi
che sei tu. Quanta energia adoperi nell’impedirti di esserlo?

213
*

E la parte opposta, i cui orizzonti sono talmente vasti che per essa
nessuna verità ha importanza. Solo gli altri importano, quali che
siano: solo degli altri gioisce, solo davanti agli altri è se stessa, e a
tutti si adegua per esserlo, per inesauribile amore. Finge perciò
sempre. Se si adeguasse così anche agli invisibili, nessuno meglio di
lei potrebbe scoprire le leggi dell’universo, che è la vostra più
duratura finzione.

E la parte opposta, che vive soltanto nei misteri, e solo quelli


intende. Conosce solo l’Aldilà e non guarda le altre finzioni se non
con saggezza, sorridendo di tutte. Dalla sua distanza da tutto, questa
parte usa le leggi dell’universo per mutare i destini. Non sa e non
può fare nient’altro. È la parte di te che soffre di ogni istante vissuto
soltanto nel mondo di tutti.

E la parte opposta, archeologa, levatrice: trae fuori splendori da


dove nessuno poteva vederli. Il passato che tutto vuol ricoprire è il
suo nemico, il suo Minotauro. I genitori il suo cruccio. L’oggi, per lei,
è tutta la vita dell’universo.»

E l’ultima annotazione di quel quaderno:

E la parte opposta, maestra di sipari, il cardinale. Questa è la parte di


te che allestisce gli spettacoli, in cui rendere onore al passato.
Nessuno guida gli altri meglio di lei; è una prestigiatrice
dell’obbedienza: sa sempre farla apparire nei cuori, come per gioco.
Ma ne ama tanto il sapore, che solo quando obbedisce anche lei il
mondo le piace. C’è qualcosa di più lontano da te? Quanto ci
metterai, a riconoscerti anche in lei?

214
Non tornai dai Maestri nei due giorni seguenti. E non
feci quasi nulla: come se non usando il tempo che ancora
restava avessi sperato di conservarlo, di far durare di più
quei due giorni. E rendendomi conto che così non era, mi
detestavo al pensiero che certamente avevo fatto la stessa
cosa con tanti altri aspetti della mia vita, da tanto tempo,
senza volermene accorgere mai.

215
Arrivano
Un carro da guerra e i giardini - Come sei, sei - Il mondo
degli adulti - «Passerà alla storia» - La sua prova di
coraggio - Consigli per la prossima Stanza Tonda - Sorte
ulteriore degli Spiriti guida - Dove non c’è più nulla da
sapere - Non è tutto già successo? - L’essenziale da vivere

Sabato ero solo in casa. Nel primo pomeriggio chiamai


l’amica dai capelli rossi: aveva «una delle sue crisi di cose
brutte», così disse, non usciva da tre giorni. Si sentiva
inutile. Le dissi qualche cosa carina. Trascorsi il tempo
fino a sera lavorando alla traduzione della Bibbia e
guardando a lungo dalla finestra, con pensieri che
passavano come nuvole, senza lasciare traccia. Verso le
nove mi venne sonno, il che mi capitava di rado.
Sognai un bambino dalle gambe snelle e abbronzate,
che osservava attentamente un antico carro da guerra:
l’interno del carro, d’un bel colore blu-verde, i cavalli
dagli occhi spietati, e un uomo intelligente che teneva le
redini.
Il bambino si voltava e là tutto era dolce: c’era il verde
scuro delle terrazze sul fiume, gli abiti leggeri di lino;
sembravano, nel sogno, quanto di più bello occorresse per
vivere sempre, per togliere i confini a ogni attimo e fare di
ogni attimo un sempre. Poi scivolò via e mi svegliai
pensando che tutte quelle cose bellissime – il verde, il lino,
i cavalli – non erano poi così diversi dagli acquerelli
nell’album dell’amica dai capelli rossi, e mi irritava
pensarlo.
Balzai a sedere, temendo che fossero già passate le due;
ed era passata l’una. Mi lavai la faccia e raggiunsi i

216
Maestri.
«Tutto bene, non c’è fretta» disse il Dominante mentre
arrivava nella Stanza con gli altri.

Mi sono addormentato!
«Tutto bene. Bene anche che non sei passato da noi in
questi giorni. Lei avrà parlato con loro, e probabilmente si
saranno incuriositi: se fossi passato da noi avrebbero
sicuramente sentito qualcosa; rimane la scia, quando passi
da noi. Hai fatto la cosa giusta.»
La scia. “Il Fiammeggiante” mi passò per la mente
ancora intorpidita dal sonno.
Ho fatto un sogno, adesso, che…
«Hai sognato un parto. È una specie di parto ciò che
avviene adesso, e dunque perché trattenerlo? Quanto agli
acquerelli: la guerra, il duello che immagini è sicuramente
uno svolazzo. La tua amica è una ragazzina, anche tu sei
un ragazzino, avete i vostri svolazzi: lei li ha nel modo di
usare il pennello.»
Cioè dipende da me? Se io immaginassi in un altro modo il
vostro incontro con quelli, cambierebbe tutto?
«Se fossi un’altra persona, potresti. Ma allora non
saremmo i tuoi Maestri e non ci sarebbe questa Stanza-
caverna, ma un’altra diversa. Tu sei tu e così è, e va
benissimo così, ma occorre che lo si superi. Fra trenta dei
vostri minuti entreremo tutti nel tuo mondo intermedio,
che è tuo e non può essere diverso da com’è, e tu ne verrai
fuori cresciuto.»
Se invece cresceste con me?
«Va bene così. Si tratta solo di illuminare un’area di
buio, e questa è la nostra lampada. È stato bello con te, per
tutti questi anni. Tu, come ti senti?»

217
Ero seduto al tavolo, tra le stalagmiti. Il Dominante era
in piedi accanto a me.
Crescere.
È così mediocre il mondo degli adulti, riflettei – e i
pensieri arrivavano ancora come i sogni nel sonno –, è
fatto a cono, si stringe, si chiude. Mi annoiavano le regole
dei giochi di carte, perciò non ne avevo mai imparati, e il
mondo degli adulti mi era sempre apparso come un gioco
di carte un po’ più complicato, noioso. Il gioco degli adulti
consisteva nel fingere di non aver capito che le regole
sono sbagliate. I bambini hanno almeno la saggezza di
giocare soltanto per una parte della giornata: poi c’è la
realtà, che per loro è ancora più caleidoscopica del gioco.
Gli adulti invece giocano soltanto, sempre, con le loro
regole.
Le regole. Mi tornò in mente che io ero almeno una
cinquantina di io, e non uno. C’erano tutti quegli appunti
di tipologia angelologica da ordinare, e in cui riconoscersi.
Dunque tutto ciò che mi accorgevo di pensare e di sentire
era comunque troppo poco.
«Credi che crescere significhi diventare adulti come lo
intendi tu ora?» mi domandò il Dominante, che si era
seduto sul tavolo. «No, è far esistere di più ciò che tu
chiami il mondo dei bambini. Non crescere è aver paura
che questo mondo dei bambini non basti e non regga.
Vedrai.»
«Noi in ogni caso ci sentiamo bene» aggiunse dopo una
pausa. «Si ricorderanno di noi.»
Chi?
«Gli altri nostri Spiriti. Passerà alla storia, direste voi.»

C’era anche l’uomo dalla faccia a becco, spaurito in un


angolo, tra le stalagmiti. Cercai gli altri con lo sguardo.
E lei? domandai indicando la Fanciulla, che sedeva su

218
una delle poltrone.
«Oh, lei è molto più guerriera di noi» rispose
compiaciuto il Dominante. «Sei tu a vederla come una
bella Fanciulla soltanto. E lei è noi: solo tu ci vedi diversi
gli uni dagli altri. E noi siamo te; o siamo stati te.»
Alzai lo sguardo e vidi che sorrideva.
«Sappi comunque che per noi hai fatto tanto. Senza
conoscerci ci hai dato ciò che per noi era tanto prezioso, le
parole, per arrivare fino a te. Non importa se sia poco ciò
che attraverso le parole è passato da noi a te: poi
aumenterà, e ti aiuterà a scoprire tante altre cose. Grazie
di questo.»
E c’è anche lui, dissi indicando l’uomo dalla faccia a
becco.
«Ha voluto restare. È una sua prova di coraggio; così
avrà un senso nuovo anche lui.»
«Riguardo al coraggio» intervenne l’Austero, «nella
Stanza che costruirai dopo di noi, metti anche una mazza
per sfondare la parete in fondo. Ci sono sempre altre
Stanze più in là. Noi ti facevamo fare più o meno questo,
quando ti spiegavamo le cose.»
E dove andrete, poi?
«Più nulla» disse il Dominante.

Nell’aria? Liberi?
«Il posto degli Spiriti è sempre stato nell’aria, liberi,
mentre altri costruiscono. Non siamo noi a costruire»
rispose l’Austero.
«Quando degli Spiriti guida arrivano al termine del
loro compito» spiegò il Dominante, «una parte di ognuno
di loro (per dirlo in modo che tu capisca) rimane nella
vostra coscienza, a renderla più ampia e forte, un’altra
parte va a rendere più intensi altri Spiriti guida che stanno
crescendo; e un’altra parte ancora torna libera, come dici

219
tu.»
Gli Spiriti crescono anche?
«Non fanno altro. Tutto è inizio da noi, lo sai. Quanto
più gli uomini li ascoltano, tanto più crescono: la loro
sapienza si unisce alla vostra e cresce con essa. Non
importa quanto grande diventi: è nel crescere la bellezza.»
Ma dove andrete?
«Per noi non ci sarà più nessun dove. Non sappiamo
che cosa ci sia, perché dopo per noi non ci sarà più nulla
da sapere.»
«Ci siamo trattenuti troppo con te» aggiunse l’Austero,
allontanandosi. «Ma tutto rientra in una precisa necessità.
In un ordine, finalmente.»

«Comunque entreranno di là» l’Austero indicò una


porta. «Tu l’aprirai. Poi io aprirò quest’altra» e indicò la
porta sulla destra, da cui dovevo uscire «e qualunque cosa
succeda, tu e lui» e indicò il vecchio alato in piedi accanto
alla Fanciulla «uscirete e andrete via, non appena saranno
entrati quegli altri, prima che tu riesca a renderti conto di
cosa starai proiettando su di loro. È tutto chiaro?»
E qui non resterà più niente?
«Non è detto» il Dominante si guardò attorno. «Può
anche darsi che qualcuno di noi rimanga. Ma di sicuro
crollerà tutto, poco dopo che te ne sarai andato.»
Mi rammentai un viaggio che avevamo fatto nel
passato, ad Acri: una sala che crollava trascinando giù
tutti.
«Era un’anticipazione, certo» disse il Dominante.
«È assolutamente impossibile che qualcuno di noi
rimanga» disse il vecchio alato, con una voce salda da
trentenne. «Piuttosto qualcuno di loro. Sono molto grandi.
Con tutto quello che…» e tacque, sbuffando dal naso.
«Crollerà tutto» lo rassicurò l’Austero. «Non rimarrà

220
nessuno.»
Mi alzai e cominciai a camminare accanto al tavolo.
«Sei preoccupato?» mi domandò il Dominante.
L’uomo dalla faccia a becco chiuse gli occhi.
Ho paura di non aver capito, risposi fermandomi. Ho
paura di non aver capito l’essenziale!
«Bene» disse il Dominante, «l’essenziale è da vivere. Ci
sono tanti intrecci tra cielo e terra, più grandi di te, ma
tuoi! Ricordati del dimenticare e del prendere.»
Non me ne ricordavo.
«E ricordati di comprare un campo» aggiunse
l’Austero.
Un campo?
«Sono le due» il Dominante sorrise. «Com’è
ingannevole davvero il vostro tempo. Quante cose da dire
ancora, e sono già tutte dette.» E sono le ultime parole che
ho di lui.

221
Immaginavo
Arrivano - La Fanciulla e la donna alata, che potevano
diventare uguali - «Questo posto è mio!» - L’ascensore -
«Nessuno» - La corsa e i gradini - I pensieri - Sull’acqua

«Arrivano» annunciò l’Austero indicando la porta.


«Devi aprirla tu» mi ricordò il vecchio alato, che adesso
era dietro di me.
Mi mossi, sentendo su di me gli sguardi di tutti i miei
Maestri, e nel mio corpo il respiro che accelerava. Vidi che
il Dominante andava verso la porta che dovevo aprire, e
mentre passava accanto alla Fanciulla vidi il volto di lei,
delicato e serio. Mi sembrò bellissimo e in quell’istante
capii che cosa rappresentasse. Lei era la possibilità della
gioia: perciò (lo colsi allora, capii allora la parola «gioia» e
quel «perciò», adesso non riuscirei a spiegarlo), perciò era
cresciuta, e la donna alata che l’accompagnava era
ringiovanita. Capii che c’era stato un errore, che se non
fosse accaduto ciò che stava per avvenire sarebbero
diventate eguali, e qualcosa di nuovo sarebbe avvenuto in
me, l’orizzonte sarebbe diventato intero. Capii tutto
questo nei due o tre secondi in cui la mia mano afferrava
la maniglia della porta, e la girava.

«Diventeranno uguali in questi ultimi secondi?» pensai.


Aprii, e feci subito qualche passo indietro. Vidi
l’Austero alla mia destra e mi accorsi che stalattiti e
stalagmiti non c’erano più, il pavimento era liscio e il
soffitto basso. Nel vano nero della porta non vidi nulla,
all’inizio.

222
Poi sentii che erano entrati: non si vedevano, qualche
altro mio senso li percepiva, ed erano come strutture
d’aria, che si addensava e si comprimeva al loro interno
senza perdere trasparenza. Non erano visibili ma si
avvertiva sempre più netto ogni loro movimento: erano
entrati, si erano fermati a due o tre passi dalla porta,
guardandosi in giro sorpresi. Sentii che uno guardava me.
Erano lenti, come se avessero il peso del cemento, in
quella loro struttura d’aria.
Il Dominante chiuse la porta, mentre io non so perché
esclamai: «Questo posto è mio!».
In quello stesso istante cominciai a vederli, e rimasi
immobile, agghiacciato.

«Via! Via!» sentii la voce dell’Austero, e lì non capii che


cosa stesse accadendo.
Nel ricordo mi sembra di essermi mosso troppo
lentamente verso la porta che mi veniva aperta, mentre
avrei dovuto e voluto correre. La porta era vicina e non
riuscivo a raggiungerla, proprio come se mi muovessi
nell’acqua, contro una corrente forte eppure al tempo
stesso come immobile. La porta si spalancò finalmente, e
d’un tratto ne venni come risucchiato.
Si chiuse dietro a me e cominciai a correre, a
immaginare di correre, cioè, con tutte le mie forze.
Accanto a me vedevo il vecchio alato, fermo, e non capivo
perché rimanesse fermo mentre bisognava allontanarsi al
più presto.
«Non c’è da correre» disse, «siamo in un ascensore.»
Mi fermai, in quel momento mi sembrò buffo e smisi di
immaginare la corsa. Intanto sentivo la discesa
dell’ascensore, tanto veloce che faticavo a respirare.

223
L’ascensore sussultò una volta, poi un’altra più forte,
inclinandosi un poco su un lato, e si fermò così inclinato.
Il vecchio forzò la porta, che doveva essersi bloccata, e
continuammo a scendere nel vuoto, non capivo come. Il
vuoto divenne alberi, un bosco rado con un sentiero in
salita, e percorrevamo il sentiero, svelti, scostando i
cespugli sporgenti. Il vecchio correva vigoroso davanti a
me. Rallentava ogni tanto per guardare verso sinistra,
oltre gli alberi a sinistra c’era una discesa ripida e si
vedeva lontano. Gli alberi si diradavano, c’era un prato
con rocce: da lì, un’ampia vista su colline dai versanti
ripidi, in un forte chiarore come di sole e foschia. Il
vecchio guardava verso una collina alta. «Le cime delle
colline sembrano vicine e invece scendere e risalirle è
tanta strada» ricordo che pensai.
Cosa si vede? E ansimavo per la corsa.
«Di loro non è rimasto nessuno.»
E di noi?
Il vecchio socchiuse le labbra e dopo qualche secondo
disse:
«Va’ da quella parte, non ti fermare, io torno là» e scese
di corsa per il sentiero da cui eravamo saliti.
Scomparve subito tra gli alberi. Feci per seguirlo, ma
mi fermai: e sentii d’un tratto di essere solo. Pensai che sì,
sicuramente la Fanciulla e la donna alata dovevano essersi
raggiunte e avere la stessa età, e che tante cose adesso
potevano cambiare e tutto poteva essere diverso. E senza
capire ciò che così pensavo mi misi a correre nella
direzione che il vecchio mi aveva indicato.

Bisognava immaginare e immaginavo, seduto nella mia


stanza a Milano, con gli occhi chiusi e le mani poggiate
sulla scrivania, annotando qualcosa sul quaderno di tanto
in tanto.

224
Dalla collina dov’ero si apriva una distesa piatta e
deserta, e improbabile, come se lì fossero stati saldati
frettolosamente due paesaggi del tutto diversi fra loro:
colline e steppa, e in entrambe le direzioni a perdita
d’occhio. Resistevo alla tentazione di chiedermi perché,
dato che non bisognava smettere di immaginare, e
immaginavo di correre.
Ero ben cosciente del mio corpo seduto alla scrivania, e
del fatto che stessi sforzandomi di formare immagini. Ma
al tempo stesso, e malgrado lo sforzo, sentivo che quelle
immagini non obbedivano in alcun modo alla mia
volontà: volevano mostrarsi a me, e io le aiutavo soltanto,
piegando il mio pensiero in modo che tacesse. «Ecco,
questi sono i miei pensieri» mi dissi anche, a un certo
punto, immaginando i ciuffi d’erba più alti che
intralciavano la corsa.

Vidi-immaginai che il terreno più avanti cominciava a


salire, e rallentai per riprendere fiato. Ma non era un
pendio: avvicinandomi distinguevo una specie di gradino
lungo tutto l’orizzonte, come se un immenso coltello
avesse tagliato lì il terreno per chilometri.
Quel gradino era più alto di me, ricaddi un paio di
volte nel tentativo di arrampicarmici e poi mi ci issai.
Mentre vi poggiavo il ginocchio mi accorsi che ogni cosa
intorno e anche il mio corpo erano più grandi, lì,
giganteschi rispetto a prima. Mi voltai verso la piana che
avevo percorso e mi parve non più grande di un tappeto,
anche se mi sembrava di aver corso a lungo.

Oltre il gradino c’erano molti pendii, come onde del


terreno, e altre macchie di bosco. Avevo già visto un
paesaggio così, da bambino. Non c’erano strade nel mio

225
ricordo di quel posto, e neanche lì ce n’erano. L’erba era
molto alta, mi fermai, immaginai la mia schiena e la fronte
grondanti di sudore, e mi sedetti sfinito.
Come mai aveva detto che ci sarebbe stata nebbia e non
ce n’è? E perché mi ha detto di comprare un campo? Qui
devo comprarlo? E da chi? Anche queste domande
passarono e scomparvero. Bisognava immaginare.
Sulla destra immaginai acqua tra gli alberi, lago o
fiume, non si capiva. Nel posto che avevo visto da
bambino non c’erano corsi d’acqua, e perciò ora
immaginai che dovessi andare verso quella riva, appunto
perché là c’era del nuovo. Mi accorsi poco dopo che le mie
forze aumentavano e dunque, pensai, era la direzione
giusta.

Attraversai una macchia, probabilmente di noccioli, per


arrivare all’acqua. La riva era di sabbia compatta. Lì c’era
ombra e fresco. E poco più avanti un altro gradino,
tagliato di netto anche questo, con l’acqua che scendeva
lungo il taglio in una lenta cascata.
Mi arrampicai e anche lì tutto si ingigantì: di nuovo ciò
che mi ero lasciato alle spalle divenne piccolo, come un
plastico. Davanti la boscaglia sembrava impenetrabile, i
tronchi degli alberi affondavano nell’acqua.
Mi sedetti. Forse qualcosa non è andato per il verso
giusto? Non c’era nessun rumore intorno. «Devo
immaginare, immaginare.»

Mi accorsi dopo qualche minuto che stavo


immaginando non il paesaggio ma scene della mia vita,
com’ero venti, quindici anni prima: cosa facevo, come
parlavo, come se mi fossi trovato invisibile accanto a me,
in tutti quegli episodi. Vedevo soprattutto miei errori,

226
molti. Viltà, cattiverie, pigrizie. Come fiumi invisibili
scorrevano nella mia vita correnti che producevano errori,
sempre gli stessi: profonde, forti. In quelle correnti ero
sprofondato, a volte senza volerlo, a volte apposta. A
volte – e questo faceva più male – per volere di altri, cioè
in qualche modo senza volerlo e apposta al contempo. Ma
le correnti erano sempre le stesse. «Questo vuol pur dire
qualcosa» pensai, «devo ricordarmi quello che vedo.»
Guardavo la corrente del fiume, era un fiume. «Devo
entrare nel fiume?»
Mi alzai in piedi. Era largo, sicuramente c’erano
correnti profonde. Del resto stavo immaginando, potevo
quindi immaginare che tutto andasse bene; ed entrai
nell’acqua fredda, dal fondo melmoso.

Il fiume era basso. Quando l’acqua mi saliva sopra la


vita nuotavo un po’, e il fiume mi portava rapido, poi di
nuovo camminavo dov’era meno profondo, ora lungo una
riva, ora lungo l’altra. Vidi in lontananza lo scalone dal
quale ero sceso con i Maestri diverso tempo prima. E il
pendio, e più avanti il promontorio. C’erano anche le
persone sulla riva, che si dissolvevano come sabbia, e il
traghetto che traversava. Solo che ora non nuotavo e non
camminavo più, ero io il fiume, o parte del fiume. Provai a
immaginare di trovarmi su una barca, ma non c’era
nessuna barca. Ero l’acqua. Passai accanto al traghetto, e
fu come se gli passassi a sinistra e a destra al tempo
stesso. Superai il promontorio e lì il fiume si allargava, e il
tempo cominciò a dissolversi, come nel dormiveglia, ma
non dormii nemmeno un istante.
Ogni tanto vedevo il fiume dall’alto, come se fossi stato
anche l’aria sopra il fiume; vidi che si allargava ancora e
poi, con il senso di meraviglia che si prova sempre
guardando una foce, guardai dall’alto il fiume che entrava

227
nel mare aperto.

Il mare, se dovessi interpretarlo come si interpreta un


sogno, sarebbe potuto essere un’immagine del mio
rassegnarmi a un senso di smarrimento. Non riuscivo più
a dirigere l’attenzione, e tutto si era allargato in
quell’unica distesa: Sia quel che sia, non ho più forze. Vedevo
soltanto il vento sulle onde. Poi vidi la costa, e si
avvicinava.
La luce era quella del mattino, come in primavera verso
le sette. Toccai terra a poca distanza da un molo, con mio
grande sollievo, dato che quando andavo dai Maestri
c’era sempre un molo, lungo gli itinerari che immaginavo.
C’erano dune di sabbia sulla riva e mi sedetti sulla prima
duna, con i gomiti appoggiati alle ginocchia, a guardare il
mare e ad attendere.

228
I nuovi Maestri
Avere obiettivi - Imparo - Il campo da comprare - La vista
nell’Aldilà, per i Maestri nuovi - «Non ci sono Maestri» -
Non occorre mandare a memoria - Spiegazione
dell’impresa dei miei vecchi Maestri - Le nuove direzioni -
Il desiderio - Cosa ti dissangua?

Nel mio Aldiquà, a Milano, alle nove del mattino


raggiunsi i due amici con cui dovevo incontrarmi, nella
villetta di uno di loro, perché mi aiutassero a costruire la
mia nuova Stanza Tonda.
Spiegai che dovevo mettere a punto qualche particolare
dei miei corsi e che perciò avevo bisogno di sapere
esattamente come si sente un principiante. Prima mi
fecero varie domande tecniche, come sempre quando ci
incontravamo.
«Perché a volte si smette di andare dai Maestri? Si
comincia bene e dopo un po’ non si sa più che cosa
chiedere.»
«La Stanza Tonda cos’è, precisamente? Il ricordo del
ventre materno? O il nostro cranio?»
«Come si fa ad avere la certezza che ciò che dicono i
Maestri sia vero? Come faccio a sapere ogni volta che non
sono stato io a inventare tutto?»
Rispondevo senza pensare, ma, a giudicare da come mi
ascoltavano, le mie risposte dovevano apparire sensate.
Ne ricordo una sola: «Non si vuol sapere che cosa
chiedere perché si ha paura di avere obiettivi. Quando si
hanno obiettivi la vita comincia a cambiare molto, e allora
si ha paura e ci si ferma».
Ma avevo solo voglia di fare l’allievo. Mi ero già seduto

229
davanti a loro e non vedevo l’ora di chiudere gli occhi,
affidarmi e fare come se imparassi.
«Cominciamo?»
Uno cominciò: «Chiudi gli occhi. E porta l’attenzione
sulla tua palpebra destra, immagina di accarezzarla…» e
così via. 1

Gli esercizi di costruzione dell’itinerario, così lenti


all’inizio, mi riposavano come un sonno. Quando la voce
del mio istruttore disse: «Vedi il molo lontano sulla
destra…» arrivai d’un tratto al molo e vidi me stesso,
seduto su una duna di sabbia, molto vicino all’acqua. Vidi
che mi rialzavo e mi venivo incontro, e un istante dopo
ero già io solo, che salivo sul motoscafo e mi lasciavo
portare.
Entrai nella mia nuova Stanza Tonda, cominciai ad
arredarla con un tappeto persiano e vi accolsi due nuovi
Maestri, del tutto invisibili, che quel primo giorno
parlarono poco.
«Ora ti occorre un luogo appartato di te, dove
ricominciare a imparare» fu la prima cosa che mi disse
uno dei due.
Questo significava il campo da comprare?
«Era una citazione. Voleva dire che quando tutto
sembra finito, tu devi comprare un campo come se ci fosse
un futuro, e ci sarà un futuro.» 2
I miei Maestri sono ancora vivi in me o altrove?
«No. Restano nella memoria.»
Davvero sono morti? Tutti?
«Sì.»

A pranzo raccontai come erano andate veramente le


cose.

230
«Ma com’è possibile che gli Spiriti muoiano?» mi
domandò uno dei miei amici milanesi.
«Siamo noi che non moriamo. Loro sì» risposi. «Loro
esistono attraverso di noi; noi esistiamo attraverso
l’universo intero.»
«Quindi non sono assolutamente anime di persone?»
«No, sono noi. Come dicono di solito? Tu sei tu in un
mondo piccolo, noi siamo te in un mondo più grande.
Loro sono me in un periodo della mia vita: quando cresco
e cambio, la parte di me che non cambia scompare, e
anche i Maestri di quel periodo scompaiono. E la parte
che cresce trova nuovi Maestri.»
«Sì, ma hai detto che i tuoi Maestri sono morti, non
scomparsi. Che li hanno annientati altri.»
«È una cosa che devo ancora capire» ammisi.
«Secondo me» obbiettò l’altra mia amica «hai fatto una
stronzata per danneggiarti. Ma si vede che ne avevi
bisogno.»
«No, sai com’è secondo me?» propose il primo. «È che
sono morti per darti davvero tutto quello che avevano. Se
avessero solo lasciato il posto ad altri Maestri, un po’ delle
loro energie sarebbero rimaste con loro. Invece ti hanno
voluto dare proprio tutto.»
E continuarono a parlarne tra di loro, mentre io
ascoltavo. Nelle tre settimane seguenti rimandai tutte le
conferenze e i corsi che avevo programmato. Non rividi
più l’amica dai capelli rossi; la sentii al telefono altre due
o tre volte, e mi sembrò che stesse bene, ma non
domandai più di tanto.

I miei nuovi Maestri sono per lo più invisibili, e le rare


volte che riesco a vederli il loro aspetto muta di continuo.
Del loro aspetto si rifiutano di discutere, ritengono che
nell’Aldilà la vista sia il senso meno affidabile: «Soltanto

231
un altro tentativo di ripiegarti su te stesso» affermano.
«Non c’è bisogno che tu veda noi, perché non ci sono
Maestri di alcun genere» dicono. «Nel tuo mondo hai tanti
modi di giocare a essere diverso da te. Lì vi piace e prima
ti piaceva anche qui. Ma la conoscenza è solo imparare a
essere liberi, nessun maestro le occorre.
«Tu conosci la tua mano che scrive. Così tutto ciò che
conosci ti mette in grado di conoscere di più. Invece della
diversità e della distanza c’è soltanto l’orizzonte che si
allarga; e l’orizzonte sei tu.»
Come il mare, durante il mio viaggio nell’acqua e nell’aria?
«Sì.»

E là dove ci si ferma perché qualcosa sembra impossibile?


«Gli umani non hanno confini. Le sensazioni di
impossibile sono solo indicazioni che sei sulla strada
giusta per imparare di più.»
Così parlano.
Mi hanno anche spiegato che nulla di ciò che dicono va
imparato a memoria, perché la memoria dell’io cosciente è
troppo piccola e snatura ciò che trattiene. È sufficiente
avere la sensazione di averlo assimilato, dicono,
sensazione che poi l’io potrà magari ritenere ingannevole:
ma che l’io piccolo pensi di essersi ingannato non è un
fatto significativo, dato che il suo scopo non è di aver
ragione.
Dunque non era sbagliato il fatto che avessi dimenticato
tante cose scritte nei miei quaderni?
«Avevi dimenticato che le ricordavi. L’unica cosa che
occorre tenere a mente è che il tuo io piccolo non sa ciò
che sai tu. L’io è un soffio.»

Era giusto che i miei Maestri si sacrificassero? domandai,

232
già una settimana dopo Pasqua.
«Bisognava. Il loro tempo era trascorso, ti avevano
condotto fin dove potevano; più in là non era più terreno
loro. Ma il modo che hanno scelto è stato splendido: un
atto di libertà.»
Qui uno di questi Maestri mi guardò, occhi scuri,
labbra immobili. Era come essere guardati da un albero.
«Hanno dato forma a una storia, a una realtà» disse «e
così hanno superato se stessi, dato che gli Spiriti non
avrebbero accesso alla Forma. Lo sai, sì? Donandoti quel
loro superamento, ti hanno portato molto più in là di
quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Ti volevano molto
bene.»
E con quegli altri, con gli allevatori di uomini, l’equilibrio di
forze è cambiato?
«Quella è leggenda. Quella è appunto la storia a cui
hanno dato forma.»
Cioè non era vero?
«Vero, non vero. È una storia. L’hanno inventato loro.
Gli allevatori esistono, sì, e sono proprietari di intere
nazioni (lo vedrai bene, d’ora in poi), ma non c’è
possibilità che incontrino noi. Come due Stati che non
confinano.»
(Mi ricordai: «Chi chiama limite un confine?».)
«Loro hanno fatto in modo che l’incontro avvenisse,
adoperando te: la tua immaginazione, perché
nell’immaginazione umana tutto può convergere e
diventa possibile. Questo li ha annientati, non il duello
con gli altri.» Scrivevo più in fretta. «La tua
immaginazione, per loro, era sempre stata come la
pellicola nel buio della macchina fotografica. Così c’eri tu,
nella tua vita d’ogni giorno, e c’erano le loro fotografie, le
loro immagini. Due mondi distinti. Dando forma a una
storia – a una realtà, dunque – è come se avessero aperto

233
la macchina: la luce li ha cancellati. E ora ci sei tu soltanto,
un mondo solo.»
La macchina fotografica era la Stanza Tonda?
«Sì, e ciò che racchiudeva e isolava di te.»
Così hanno voluto trasformare l’immaginazione in realtà?
«Togliere il confine. E quello era l’unico modo.»

«Quegli altri, gli allevatori, sono invece molto più


potenti di noi, e abitano nella realtà. Temono più di ogni
altra cosa la finzione: l’arte, le storie. La realtà ulteriore.
Avrai notato che ci sono persone che detestano più o
meno consapevolmente tutto ciò che è arte e leggenda?
Quindi capisci cosa voglio dire.»
E quegli altri sono stati annientati da cosa?
«Dalla storia immaginata. I tuoi Maestri li hanno
attirati là, nell’immaginazione: per un attimo quegli altri
sono diventati immaginari, parte di una storia, e in quel
momento i tuoi Maestri hanno aperto la macchina.»
Rilessi quel che avevo scritto. Per qualche istante
temetti che scomparisse.
Cioè hanno fatto in modo che una storia diventasse realtà per
me, e che quegli altri diventassero immaginari?
«È il modo migliore di superare qualsiasi confine. Se in
quegli altri tu avessi proiettato qualcosa di tuo, avrebbero
potuto ritrovare realtà: ma sei uscito dalla Stanza prima
che succedesse.»
Io avevo visto qualcosa, dissi preoccupato, anche se non
ricordo cosa.
«Hai solo temuto di vederlo. È andato tutto bene.»
E da allora qualcosa può cambiare nella realtà?
«Non si sa, vedremo.»
E tutta la mia corsa, il fiume, il mare?
«È stato il tuo nuovo modo di vedere l’immaginazione.
Lì non eri tu a immaginare. Ti guardavi immaginare. Ora

234
devi solo imparare anche a voltarti e a guardare più alto.»
E voi?
«Noi siamo il livello più alto che puoi raggiungere
ora.»

«Tu, piuttosto. Con te le cose non procedono come


dovrebbero, ora. Il tuo mondo è fermo. Non trovi più le
aspirazioni che ti davano impulso prima. Ora hai
rimandato qualche impegno; li riprenderai e di nuovo ti
darai da fare in vari ingranaggi umani, guarderai nei
cassetti della mente di tante persone, ma è
un’occupazione che finirà per avvilirti se non trovi
direzioni più alte.»
Lo dicevano anche i Maestri di prima. Devo pormi altri
obiettivi?
«Si sono delineate in te direzioni che ancora non sai.
Quando nell’esplorare il passato voi chiarite nuove
connessioni tra le vicende, tutto si inquadra in una diversa
prospettiva: non è così? Lo stesso avviene ora nel tuo
presente. Perciò dovresti fare attenzione. Se troppe cose
continuano come prima, entrerà lo sconforto in te, e
governerà la tua vita.»
E cosa dovrei fare?
«Per esempio ciò che han fatto loro. Sei loro allievo.»
Trasformare l’immaginazione in una realtà? E un’altra
realtà in immaginazione? dissi, ma senza ancora capire
bene.
«Per esempio.»
E posso riuscirci?

«Tu sei in gabbia, come tutti. La gabbia è ciò che


conoscevi prima, l’ordine che vedevi intorno e che davi
alle cose e a te. Ma la gabbia è le tue braccia, il tuo

235
sguardo, i pensieri; puoi usarli.
«Riuscirci, non riuscirci, possibile e impossibile: non ha
nessuna importanza ora. Non c’è vostro desiderio che non
serva a farvi desiderare molto di più. Ciò che chiamate
desiderio è sempre più grande di come siete, trova solo
maschere che lo limitano e sempre se le toglie, perché non
può essere diverso da com’è. C’è; così come anche tu ci
sei.
«Il vostro io piccolo ne ha paura, cerca intorno i freni
per rallentarlo: ma anche dai suoi passi rallentati, dagli
inutili calcoli, mentre il desiderio lo spinge avanti,
vengono poi i vostri ricordi più belli.
«Ma tu? La tua gabbia è aperta adesso, tra
immaginazione e realtà, tra cielo e terra. Che cosa ti
impedisce di andare e venire come ti piace? Cosa c’è che ti
dissangua?»

1. Cfr. il mio libro Il frutto proibito della conoscenza, Mondadori, Milano 2014.
2. Geremia 32,15.

236
Epilogo

237
Il Cielo ovunque
«Sai già» - Guardare senza cornice - «Sii pronto a
diventare niente» - Le cose nuove e un mondo per
accoglierle - Non basta mai - Come ci si lascia inghiottire -
Il guscio - La cultura - Il mondo e il Cielo

«Finché sei lì chiuso, certo, è piacevole conversare con


noi» dicono i miei nuovi Maestri «ma è perché anche noi
siamo soltanto un tuo freno.»
Cioè non dovrei più parlarvi?
«Parli con noi dove vuoi scoprire e frenare insieme.
Non parlare con noi dei tratti di strada che vuoi scoprire.»
Ma non è vero. Io ho scoperto tante cose, parlando con i miei
Maestri di prima.
«No. Intendi bene la lezione che i tuoi Maestri di prima
ti hanno dato. Voi scoprite le cose nella vita di tutti i
giorni, e poi ne parlate con noi per fermarvi a guardarle.
Questo intendevano, dicendo che potevano insegnarti
solo ciò che tu domandavi. Sapevi già ciò che chiedevi
loro.»

E secondo voi come dovrei fare, adesso?


«Queste conversazioni sono per lo più un esercizio
d’arte. Qui contempli le tue percezioni dell’invisibile. È
reciproco: anche per noi è bello parlare con voi, perché ci
sentiamo parlare ed è una cosa nuova. Ma per voi l’arte è
in cornice, e queste conversazioni sono come aver bisogno
di una cornice per guardarsi attorno. Non occorre. Noi
siamo sempre con voi.»
Ma forse non avrei la concentrazione necessaria per
percepire, senza la cornice.

238
«Spiriti, spiritus, vento, respiro. L’aria si mescola con
l’aria, il nostro respiro si unisce sempre con il vostro. Se ti
accorgessi che il tuo io è solo un piccolo intermediario,
diventeresti immenso, tra il mondo finito e l’infinito.»
Cioè la cornice è l’io piccolo?
«È l’io piccolo che si accorge di sé, parlando con noi. A
voi preme che l’io piccolo rimanga stabile nonostante
tutto. Così finite per guardare non attraverso la cornice,
ma la cornice stessa. Ma dopo i tuoi vecchi Maestri non
puoi più. Sii sempre pronto, invece, a diventare niente, e
allora tutto è tuo e sempre meraviglioso. Allora sei in
cima al mondo, a questo di ora e al mondo futuro.»
Diventare niente?
«Sì, e fare tante cose. Così come fai ora ci fai da
fidanzato e ci trovi altri fidanzati, tra quelli che lì ti
ascoltano. È bello da parte tua e te ne siamo grati, ma
sarebbe tempo che uscissi. E che insegnassi ad altri a
uscire dalla cornice nel mondo, oltre che da noi.»

«Vai per nuove vie. Ti si apriranno più facili, ora. Va’


nella scienza. Oppure in ciò che è orribile e perverso negli
uomini, dietro ai loro muri. Apri varchi in quei muri.
Anche questo è salire.
«O cerchi ancora qualcuno a cui aggrapparti, per
inventare pretesti e rimandare le cose? Cosa aspetti?
Quale impossibile ancora?»
Anche la mia Impossibile era un pretesto?
«Così com’era allora, sì.»
Il giorno prima le avevo telefonato e avevamo parlato a
lungo, per la prima volta con vera dolcezza, senza né
sforzi di sentimento né acredine. Adesso mi sembrava di
non aver mai avuto amica migliore. Stava divorziando per
andare a vivere con il suo nuovo amore grassoccio.
«D’ora in poi, nella tua esistenza va’ soltanto dove i

239
pretesti non valgono e delle intenzioni non si fa il calcolo»
mi dicevano i miei nuovi Maestri. «Allora cesserà anche
l’attrazione tra te e noi, e ci capiremo meglio, senza più
differenze. Forse non sarà con le parole, non sarà nel
salottino del tuo pensiero: ma comunicheremo in una
parte più alta, che di parole non ha bisogno. Da lì saprai e
agirai.
«Così aprirai in te la via a cose che non esistono ancora
nel mondo, e non esiste neppure il mondo che le può
accogliere. Dando forma a queste cose, senza accorgertene
creerai un mondo intero che le accolga, e c’è qualcosa di
più importante di questo?»
Ma in quale campo?
«In ogni istante. E per tutta la vita.
«E sarà sempre poco. Ti ricordi di quando riflettevi che
chi parla con gli Spiriti ha la sensazione di fare poco per
gli altri? 1 Tutti fanno poco per gli altri, con o senza gli
Spiriti. Ma chi ha imparato a parlare con noi, fatica a
radicare nel mondo la parte alta che così ha scoperto; e
non perché il terreno in cui radicarla sia duro o lontano,
ma perché quella parte è sempre più alta. Così la tua vita
non basterà mai, e questa è la cosa più bella.»

E come si fa, a radicare quella parte più alta?


«Tu ti radichi in essa. E da lì guardi il perenne Diluvio.
«Tutti, quando l’infanzia finisce, pensano
continuamente: “Non sarebbe meglio lasciarmi inghiottire
dal Diluvio?”. Così va il mondo, e nient’altro. E prima
vengono sommersi nei sentimenti, ed è nel sentimento che
non sperano più; poi smettono di sperare nella vita con gli
altri, e poi in ciò che ancora li lega al Cielo. Così è per
tanti.
«Altri cercano di non cedere del tutto: e questi, appena
hanno uno scopo, rallentano, aspettano che ciò che di loro

240
è stato inghiottito riemerga: non riemerge. Allora vanno a
cercarlo dov’è sommerso, e là rimangono, sommersi
anche loro.
«Oppure si fanno forza, diventano freddi e cinici, e
pensano di non aver più bisogno di ciò che è stato
inghiottito; allora è la collera a massacrarli. Né le sconfitte
né le vittorie parlano più al loro cuore, solo la collera li
riempie, e l’invidia. E lì hanno il disastro.»
E quale altra via rimane, in pratica?
«Guardati e vediti come sei nel mondo, negli altri. Ciò
che di te si è lasciato inghiottire è negli altri, è diventato
loro. Il tuo io è in tutti loro. Se lo vedi, cominci a imparare
da loro e da tutto, proprio come impari da noi.»
Nei primi tempi, quando capitavamo su questo
discorso, sentivo calare rapidamente le mie forze mentali,
e sapevo che apposta stavo suscitando in me questo
sfinimento, per avere un pretesto per non ascoltare.
Ma bastava farsi forza, inspirare, e continuavo.

Della Stanza Tonda, nonostante le esortazioni dei nuovi


Maestri, non ho ancora imparato a fare a meno.
Adesso il soffitto è a cupola, di legno chiaro laccato.
Sulla destra c’è, come prima, un grande tavolo, e a volte
immagino di sedermi lì. Tutt’intorno – invece delle
stalattiti – vedo archi a sesti diversi che incorniciano porte
e corridoi; i corridoi portano in altre stanze: hanno ampie
finestre e pavimenti di pietra multicolore; dalle stanze
molte scale salgono e scendono, e una veranda dà su un
giardino ancora da ultimare. Uno dei corridoi conduce a
quel muro da rompere, che i miei vecchi Maestri mi
avevano chiesto di tenere per ricordo.
Il modo di raggiungere la nuova Stanza Tonda è
diverso da quello che ho sempre insegnato e che ho
descritto in altri libri. Dopo aver chiuso gli occhi e aver

241
tracciato nella mente le strisce dei sette colori e la cornice,
immagino di muovere la nuca, i gomiti, e c’è come un
guscio che si spezza a ogni mio movimento. Immagino di
crescere e tutto intorno a me cresce, anche la Stanza; le
conversazioni non interrompono questo crescere: e
bastano pochi secondi per abituarcisi, come se fosse la
cosa più naturale.
«E il campo? Non l’hai ancora comprato» mi ricordano
ogni tanto i Maestri nuovi.
Il campo sarebbe l’uscire dalla Stanza Tonda e trovare il
futuro dove non si sa cosa ci sia?
«Sì. E ti avevano raccomandato di avere un muro da
rompere, lì, no?»
C’è.
«Rompilo.»
Lo romperò.

E il rapporto con il Cielo, dicevate che anche quello viene


sommerso? Come?
«Nella cultura. In ciò che ricordate, quando siete colti; e
in ciò che credete per sentito dire, quando siete ignoranti.»
Al contrario: io non ho abbastanza cultura per capire bene
ciò che spiegate, e per spiegarlo come bisognerebbe.
«Tu non hai nessuna cultura, nessuno ne ha. La cultura
c’è intorno, non la si ha. Ognuno di voi ha soltanto la
verità, come fondamento.
«Tutte le culture esistite hanno solo cercato in qualche
modo di esprimerla: di esprimerla. È in voi, non è una
montagna da scalare; siete voi la montagna.
«A te cosa interessa: saperne di più su di te, o
confrontare ciò che sei nella verità con quello che hanno
detto qualche decina di migliaia di persone colte negli
ultimi ottomila anni? Se preferisci il confronto, fa’ pure.
Avrai una vecchiaia triste e una fine miserabile. Aspetta

242
pure, e spera di sopravvivere.»
No, la cultura serve comunque, a migliorare le proprie
capacità.
«Serve a limitarne il numero. Se stessi veramente bene
non avresti più capacità e non avresti più confini. Faresti
ciò che occorre quando occorre. La tua gioia non avrebbe
più contenuti e scorrerebbe come un fiume nel mare.»
E nel mondo è possibile questo?
«Il mondo e il tempo sono dal Cielo, e ti guidano. Era la
prima cosa che i tuoi Maestri desideravano che tu
imparassi, ma l’hai imparata soltanto con una piccola
parte di te. Vedila adesso. Il Cielo è ovunque.»
Meno che nella mente umana?
«No. La vostra mente è solo il punto più basso del
Cielo. Tanto meglio: è tra tutti i punti quello che ha più
possibilità di crescere.»

1. Cfr. Il frutto proibito della conoscenza, Mondadori, Milano 2014.

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L’arca dei nuovi Maestri


di Igor Sibaldi
© 2016 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852071652

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Indice

Il libro
L’autore
Frontespizio
L’arca dei nuovi Maestri
Introduzione. La vita accanto
L’arredamento della Stanza Tonda
Grandi esseri dalle grandi ali
Nell’acqua
L’abbondanza
I fantasmi nell’universo
I personaggi dell’io
L’Impossibile
Vittime e colpevoli
Le occasioni
Il mondo intermedio
Consultazioni
Il disordine in Cielo
Il Messia
La Dea che nasce
Lezione di creazione
La sindrome di Gesù
Scie
Gli altri esseri
Lo scambio
Istruzioni
Arrivano
Immaginavo
I nuovi Maestri
Epilogo. Il Cielo ovunque
Copyright

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