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Il libro

CHI È I L D I AV O L O ? QUALI SEGRETI CUSTODISCE? E CHE COS’È

veramente l’Inferno? Per scoprirlo, Igor Sibaldi intraprende un autentico


viaggio di esplorazione nell’Aldilà con l’aiuto degli Spiriti-guida. Scopre
così che il diavolo è in realtà l’antichissimo “Signore delle Porte”,
incarnazione della paura: paura della nostra stessa evoluzione, delle
immense doti simbolizzate dall’albero della conoscenza e racchiuse nel
profondo della nostra anima. Non c’è timore più grande, ma lo si può
superare. Le chiavi per vincerlo stanno in narrazioni notissime quanto
enigmatiche, in cui altri viaggiatori dell’Aldilà le hanno nascoste in
passato. Dal mito di Prometeo al Labirinto, dalla fiaba “eretica” di
Biancaneve fino ai Vangeli e alla Bibbia e al mito di Merlino, questo
libro, completamente aggiornato, ripercorre le tracce di un’unica,
emozionante discesa verso i confini che separano l’anima umana
dall’energia universale.

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L’autore

Igor Sibaldi è scrittore, studioso di teologia, filologo. Presso


Mondadori ha pubblicato romanzi e saggi; ha curato l’edizione di
numerosi classici russi, Tolstòj in particolar modo; ha tradotto dal
greco il Vangelo di Giovanni (Il codice segreto del Vangelo, 2005) e
dall’ebraico antico buona parte della Genesi (Libro della creazione,
2011; Libro dell’abbondanza, 2013). Con I Maestri invisibili (1997)
ha intrapreso una sua personale esplorazione delle strutture psichiche
del cosiddetto “Aldilà”, sulla quale costruisce una nuova filosofia
della mente, di cui ha esposto i fondamenti ne Il mondo invisibile
(2006), nel Libro degli Angeli (2007) e in Discorso sull’infinito
(2014).

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Igor Sibaldi

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IL FRUTTO PROIBITO
DELLA CONOSCENZA

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Il frutto proibito della conoscenza

E il Dio YHWH disse allora:


«Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi
per la conoscenza del giusto e dello sbagliato.
Adesso bisogna che non stenda più la mano
e non prenda anche i frutti della crescita delle vite,
perché, se ne mangerà, vivrà per sempre».
E il Dio YHWH mise i Kheruviym
e la fiamma della spada che gira su se stessa
a custodire la via verso l’albero delle due vite.

Genesi 3,22-24 1

1 Tutte le citazioni nel testo sono traduzione dell’Autore.

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Premessa alla presente edizione

Mentre lo correggo (poche cose, qua e là), a quattordici anni


dalla prima edizione, posso immaginare che questo libro venga
inteso soltanto come un’opera letteraria. La narrazione di un
«io» che osserva le dinamiche della propria creatività, il
crescere delle proprie idee, e non si rassegna a dire: «Tutto
questo non è altro che me», perché teme che, ad ammetterlo,
limiterebbe o perderebbe qualcosa. In pratica, il contrario di una
storia d’orgoglio; e, da venticinque secoli almeno, l’Occidente
ha quasi soltanto storie d’orgoglio.
Certo, mi sentirei più sicuro se lo si intendesse così.
Ma sarebbe una finzione. La soglia interiore oltre la quale si
incontrano i cosiddetti «Spiriti-guida» è per me un luogo reale;
questo libro è davvero un diario di cooperazioni che, dal 2000,
sono diventate via via più audaci, più semplici, e più fruttuose.
Che siano elementi di ciò che comunemente chiamiamo «io»
non toglie nulla alla loro autonomia – dato che, con il passare
del tempo, ci si accorge, perfino in Europa, che il significato
della parola «io» è ancora ignoto. Quindi ciò che si trova in
queste pagine non è, se non accidentalmente, attività letteraria.
Ma libro di bordo, quaderno di appunti, materiale preparatorio
di una geografia della psiche.

Milano, settembre 2013

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Introduzione

Cominciammo a ragionare sul diavolo tre anni fa.


A quel tempo i maestri mi stavano aiutando a tradurre la
Genesi, ed era come se tenessero per mano un bambino che
impara a camminare. Quasi a ogni passo chiedevo: «È così che
va inteso? Ma cosa vuol dire?», e loro mi rispondevano. Non
perché siano esperti di ebraico antico (non conoscono nessuna
lingua, comunicano per impulsi di significato che la nostra
mente trasforma in parole), ma perché, per loro, il tempo non ha
gli stessi confini che ha per noi e, quando non so o non capisco
qualcosa in un determinato momento, possono descrivermi
chiaramente come mi apparirà quel qualcosa quando l’avrò
capito. Così procedevamo.
Strano che qui il diavolo non ci sia, osservai un giorno,
mentre discutevamo del cosiddetto giardino dell’Eden.
«Perché strano?»
Nel racconto della Creazione non c’è traccia né del diavolo
né dell’Inferno, dissi. Non li ha creati Dio?
Davvero non ce n’è traccia. Il serpente, che tutti ritengono un
travestimento del diavolo, nella Genesi è una figura tutt’altro
che diabolica: il serpente dell’Eden insegna agli uomini a
nutrirsi dei frutti della conoscenza, contro l’insopportabile
divieto imposto da YHWH , il Dio della Terra. Ciò che noi

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chiamiamo diavolo non fa queste cose: la sua merce è il male, e
la conoscenza ne è il contrario.
Oppure il diavolo c’è e io non l’ho visto?
«Non c’è, né lì né poi. Mettiamocelo noi» disse quel mio
spirito che io chiamo il Dominante – perché è quello che parla
più spesso, e per il quale gli altri miei maestri nutrono un
evidente rispetto.
Cioè, lo mettiamo noi nella Bibbia?
«Non nella Bibbia. In quello che la Bibbia vi ha insegnato a
vedere: nel vostro universo e in voi stessi.»
Vale a dire?
«Ciò che voi chiamate diavolo è un vostro blocco» spiegò il
Dominante, con quell’aria che ha sempre quando spiega: come
un pittore che insegna a dipingere. «O, meglio ancora, è tutti i
vostri blocchi. Perciò la gente non lo vede quando c’è e si
immagina di vederlo quando non c’è. Non sarebbe male fare un
po’ d’ordine. Quanto più riconoscete i vostri blocchi, tanto
meno ne subite le conseguenze. Mettiamocelo noi, insieme: così
ce ne liberiamo.
«Un libro sul diavolo» aggiunse. «Pensaci.»

Quindi, secondo la Bibbia, l’impulso al male viene soltanto


dall’animo umano?
«Vero che l’argomento è bello? E tu ti stai accorgendo di non
saperne niente; quindi sei nella situazione migliore per
cominciare.»
Ma il diavolo esiste, sì?
«Certo. Per quel che significa.»
Rilessi attentamente ciò che i Vangeli narrano del diavolo. E
anche lì è strano: il diavolo è mostrato come un consulente e
addirittura un aiutante di Gesù. Per esempio, prima di
cominciare a predicare, Gesù andò a discutere con il diavolo il
suo piano d’azione e i suggerimenti che il diavolo gli diede
erano tutto sommato sensati, anche se Gesù non li approvò. Più

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tardi, Gesù venne accusato di compiere i suoi miracoli grazie a
poteri diabolici e, sorprendentemente, non lo negò mai.
Quindi Gesù e il diavolo andavano d’accordo?
«Come vedi, sì.»
«Su, non chiedi niente? Fa’ domande precise, e noi ti
rispondiamo» disse un altro dei miei maestri, che chiamavo
l’Austero, per i suoi modi.
Cos’è e come ha preso forma ciò che oggi chiamiamo
diavolo?
«Così non basta, devi essere più preciso» disse il Dominante.
«Domanda punto per punto.»

Annotai qualche domanda più precisa, con l’Austero che mi


sussurrava: «Non basta. Non basta ancora».
Che cosa chiamiamo diavolo?
Com’è fatto il diavolo, in realtà?
Da dove viene e dov’è? Nei sentimenti o nella ragione
dell’uomo, o nel suo inconscio, o in qualche luogo
dell’universo, visibile o invisibile?
E com’era prima che i santi cominciassero a odiarlo?
E che cosa significa?
Che cosa fa, quali poteri esprime? Deve ingannare, tentare?
Perché?
«Bene, continua.»
E se Dio è buono e onnipotente, perché tollera l’esistenza del
diavolo, che di fatto limita il suo potere?
Oppure Dio non è affatto buono e onnipotente?
Quali sono in realtà i rapporti tra il diavolo e Dio?
«Perché la gente ci crede e i teologi no?» mi suggerì il
Dominante.
I teologi non ci credono?
«Non ci credono più. Le religioni impongono di crederci, ma
i teologi, quando parlano dell’esistenza del diavolo, dicono

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soltanto cose confuse e noiose. Hanno la mente bloccata.
Potresti domandare perché.»
Feci per annotare questa domanda.
«Che gli importa dei teologi?» intervenne l’Austero. «Quelli
non hanno nessun bisogno né di credere né di sapere: ripetono
le cose che hanno imparato e, avendo fatto fatica a impararle,
vogliono che anche gli altri facciano fatica. Lasciateli perdere.»
«Come vuoi» disse il Dominante.
Perché la gente crede nel diavolo (anzi a volte è più facile
credere nell’esistenza del diavolo che in quella di Dio) e i
teologi non riescono a dirne nulla di convincente?
Come battere il diavolo?
«Bene.»
Ho precisato abbastanza o devo continuare ancora?
«Hai chiamato per nome un po’ di cose» disse il Dominante.
«Adesso arriveranno. Non avere fretta.»
Tra una settimana, tra un mese o tra un anno?
«Qualcuna l’avevi già ascoltata anni fa. Non è la prima volta
che ne parliamo.»
E quando è stato?
«Cerca nei tuoi quaderni vecchi.»

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Parte prima
PROMETEO

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I
La memoria e l’oceano - Il nostro corpo maggiore -
Prometeo e il serpente dell’Eden - Le paure di Dio e il suo patto
con gli uomini - Le due forze dell’evoluzione umana

«Leggi gli appunti di quando parlavamo di Prometeo» disse il


Dominante.
I quaderni dei miei incontri con i maestri occupavano già
allora un intero scaffale: non mi era mai venuto in mente di
ordinarli per argomenti, e di una conversazione su Prometeo
avevo solo un ricordo vago.
«Sono del tempo del viaggio in Georgia» suggerì l’Austero.
Come si fa a ricordare tutto? domandai, mentre cercavo nei
quaderni. Non c’è abbastanza posto nella mente di un uomo.
«Nella tua mente no, di sicuro» disse il Dominante. «La
mente è come una barca su un oceano: non può contenere
l’oceano. Non potrai mai ricordarlo tutto.»
E l’oceano cosa sarebbe?
«Sei tu. Con la differenza che gli oceani non si prendono
cura delle barche che li attraversano: tu, invece, puoi prenderti
cura di quella barchetta che chiami mente, o anche l'io.»
«Già,» aggiunse l’Austero «e appena ti accorgi che l’io è
quella barca e tu sei l’oceano, diventi l’uomo più fortunato del
mondo. E non hai nessun bisogno di ricordare: sai, e basta.»

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Se io sono la barca, come faccio a essere anche l’oceano?
«Non te ne sei ancora accorto. Non sei ancora l’uomo più
fortunato del mondo. E pensare che è così semplice.»
Mi insegnate a diventarlo?
«Qui non facciamo altro. Su, trova quegli appunti.»

Era un quaderno del 1994. A quel tempo facevo il reporter di


guerra, in Georgia; e là, una notte, i maestri mi avevano parlato
del mito di Prometeo, il titano che aveva impedito a Zeus di
distruggere l’umanità – e che perciò era stato inchiodato a una
colonna, da qualche parte nel Caucaso.

Poti, 19 ottobre 1994


È esistito davvero Prometeo?
«Che domande. Certo» disse l’Austero. «Miliardi di volte.
Esiste continuamente. È come se domandassi: è esistita davvero
la cistifellea?»
«L’anatomia e la mitologia sono in gran parte la stessa cosa»
spiegò il Dominante. «Con la differenza che nell’anatomia ci
sono migliaia di nomi, mentre nella mitologia ce ne sono
centinaia di migliaia. Ma orientarcisi non è difficile, perché gli
uni e gli altri descrivono comunque la stessa cosa.»
Il nostro corpo?
«I vostri corpi.»
Il corpo eterico, il corpo astrale e così via?
«No, quelle sono vostre idee complicate. È molto più
semplice: voi avete un altro corpo, molto più grande e, grazie
alla mitologia, ne sapete una quantità di cose, che però la vostra
mente ignora. Chiamalo il “corpo maggiore”.»
«E la tua mente chiamala l’“io piccolo”» suggerì l’Austero.
«È una buona descrizione: io piccolo in un corpo molto più
grande di lui.»

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«E, rispetto al corpo maggiore,» proseguì il Dominante «il
corpo fisico è due cose: in primo luogo è un organo esso stesso,
e precisamente l’organo che permette al vostro corpo maggiore
di esistere sulla Terra, di entrare in rapporto con il mondo della
materia. Ecco, all’incirca come lo stai immaginando ora.
Disegna come lo stai immaginando.»

Così?
«Bene. In secondo luogo, voi con il vostro corpo fisico siete
ancora come nella pancia della mamma – che è la pancia del
corpo maggiore. E i miti vi raccontano di come sarete da grandi.
Quali organi userete, cosa ne potrete fare, e così via.»
Ma organi come? In che senso?
«Organi. Di attività, di pensiero, di volontà. Di digestione, di
riproduzione, di senso, e di tutto il resto, nel mondo più grande
che abiterete. È un’ottima cosa che cominciamo a parlarne,
perché tra un po’ il vostro mondo non vi basterà proprio più.»
E Prometeo che organo sarebbe?

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«Non ricordi la sua storia? Siamo capitati qui, è il posto
giusto per parlarne.»

Storia di Prometeo

Prometeo era per sua natura un ribelle – mi spiegarono i maestri


– e amava sfidare Zeus, il Dio supremo. Non poteva non
sfidarlo, per due ragioni: innanzitutto perché era dotato di un
intenso impulso creativo, che il Dio Zeus non aveva affatto:
Zeus aveva soltanto il potere. E, in secondo luogo, perché
Prometeo amava molto gli uomini, mentre Zeus li considerava
soltanto dei sudditi.
«Era un Dio supremo un po’ all’antica» osservò l’Austero.
Prometeo fu dapprima alleato dei titani, gli antichissimi Dei
del Cielo che avevano mosso guerra a Zeus; e dava loro buoni
consigli; ma i titani diffidavano di lui, sempre per via di quella
sua indole ribelle: così, ben presto Prometeo li abbandonò, e
lasciò che venissero sconfitti. Restò per conto suo e si dedicò
agli uomini soltanto.
Spiegò agli uomini il modo più vantaggioso di fare sacrifici
agli Dei, insegnò loro come lavorare i metalli, donò loro anche
l’arte della preveggenza – da cui il suo nome: Prometeo
significa appunto «Preveggente». Ma quando vide che questo
dono produceva negli uomini cupe malinconie, fece in modo
che non riuscissero più a usarlo, salvo rare eccezioni.
Al Dio Zeus tutta questa generosità non piaceva; era irritato
dal rapido progresso degli uomini, e gli era già venuta l’idea di
sterminarli, per lasciar nascere un’altra specie dopo di loro.
Confiscò loro il fuoco, in modo che fossero decimati dalla fame
e dal freddo; Prometeo si oppose, e restituì il fuoco agli uomini.
Zeus lo punì, impalandolo appunto tra le rupi del Caucaso. E
comandò che ogni notte venisse un’aquila a divorargli il fegato,

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e che il fegato gli ricrescesse ogni giorno, così che la notte
successiva le sue sofferenze ricominciassero daccapo.

Prometeo è il fegato?
«In parte, sì» sorrise il Dominante. «Ma non sai ancora cos’è
il fegato del tuo corpo maggiore. Andiamo con ordine. Intanto,
nota bene che questa è la stessa storia del serpente dell’Eden. Lo
vedi?
«Il serpente dell’Eden dà agli uomini il frutto della
conoscenza, che il Dio YHWH aveva proibito, e il Dio YHWH lo
punisce condannandolo a strisciare per l’eternità. Prometeo dà
agli uomini il fuoco, e il Dio Zeus lo inchioda a un palo. In
entrambe le storie il Dio supremo blocca la crescita degli
uomini: la loro via verso l’alto.»
I greci hanno preso dai miti ebraici o gli ebrei hanno preso
dai greci?
«Tutti e due prendevano dagli egizi,» mi rispose l’Austero
«ma né il tempo né i confini tra i popoli sono come li
immaginate voi. Dunque che ti importa di sapere chi ha preso da
chi?»
«L’argomento principale, in queste due storie sacre,»
continuò il Dominante «è la paura che il Dio supremo ha
dell’evoluzione degli uomini. Zeus, impalando Prometeo, è
come se dicesse: “Vedete? Tutte le volte che qualcuno vi aiuterà
a salire, farà questa stessa fine”. Tu vedi?»
Sì.
«No, non vedi ancora. Avete molti altri racconti intorno a
quella paura divina e a quel palo: anche la Torre di Babele è
un’immagine del salire umano, e il Dio YHWH la impedì. Voleva
che gli uomini rimanessero come il serpente: al livello del
suolo, della polvere. E come continua la storia di Prometeo?»

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Seguito della storia di Prometeo

Prometeo sarebbe dovuto rimanere per sempre sul palo, a farsi


squarciare il torace. Ma lo salvò sua madre, Temis, la Dea della
giustizia; gli confidò un delicatissimo segreto di politica divina:
che il dominio di Zeus non sarebbe durato per sempre e un altro
Dio avrebbe regnato sull’universo, dopo di lui. Allora Zeus
permise che Prometeo venisse liberato, a due condizioni: che
non rivelasse quel segreto a nessuno, e che qualcun altro
prendesse il suo posto sul palo – evidentemente perché a quel
supplizio il Dio supremo teneva moltissimo.
Si fece avanti il centauro Chirone, buono e sapiente, che
aveva insegnato anche lui tante cose agli uomini, soprattutto nel
campo della medicina. Proprio poco prima, Chirone era rimasto
ferito accidentalmente da una freccia avvelenata, le sue
sofferenze erano insopportabili, e la sua scienza non bastava a
guarirle: perciò chiese a Zeus che lo lasciasse morire e, perché
la sua morte servisse a qualcosa, prese il posto di Prometeo.
Così, sul palo rimase il cadavere di Chirone, mentre Prometeo
tornò libero.

«Vedi?» mi domandò di nuovo il Dominante.


Annuii.
«Non vede ancora granché» disse l’Austero.
Cosa c’è che non vedo ancora?
«Oh, tante cose» disse il Dominante. «A te sembra che ti
stiamo conducendo lungo una caverna e cerchi di capire dove,
ma non ti accorgi che le pareti della caverna sono ricoperte di
pietre preziose e che dappertutto ci sono lampade da strofinare,
proprio come quella di Aladino. Così è sempre, nei miti. Ma
non c’è fretta. Ascolta bene.
«Il sapiente centauro Chirone» continuò il Dominante

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«doveva morire sul palo: proprio perché era anche lui un
maestro degli uomini, e avrebbe avuto molto altro da insegnare.
Perciò era un ottimo sostituto di Prometeo, agli occhi di Zeus. E
i Prometei, i serpenti e i Chironi ci sono sempre stati, nel vostro
mondo: hanno cambiato aspetto e nomi, ma hanno sempre avuto
storie simili a quella. E a un certo punto sono diventati ciò che
chiamate il diavolo.»
Prometeo condannato e Chirone che si offre spontaneamente
sono due aspetti del diavolo?
«Anche per questo nel Medioevo vi immaginavate il diavolo
con gli zoccoli: come ne hanno i centauri» disse l’Austero. «Ma
già nel Medioevo nessuno si ricordava più perché lo si
immaginasse così, e perché al contempo si credesse che il
diavolo fosse il serpente dell’Eden.»
«Qui viene la parte più interessante della spiegazione»
riprese il Dominante. «Secondo te, perché i vostri Dei supremi
hanno tanta paura che gli uomini si evolvano?»
Temono di perdere il posto?
«Non solo. È perché anche gli uomini hanno paura che lo
perdano. Gli uomini hanno un gran bisogno di credere che Dio
rimanga sempre: sempre uguale, e sempre più in alto di loro.
Tutti gli umani hanno più paura che avvenga qualche
mutamento in cielo di quanta ne possa avere Dio stesso. Ma al
contempo sentono chiaramente che la loro vita è tutta quanta
mutamento ed evoluzione; e che non possono fermare tale
evoluzione; e che questa evoluzione finirà per cambiare ogni
cosa. Perciò vogliono che la fermi Dio. Proiettano sul Dio
supremo quella loro paura, e si tranquillizzano guardando il
supplizio di chi voleva aiutarli a crescere. E il Dio supremo
obbedisce agli uomini.»
«Altrimenti il vostro Dio supremo avrebbe salvato Gesù»
disse l’Austero.
E perché il Dio supremo obbedisce agli uomini?
«Be’, è il Dio del vostro mondo» rispose il Dominante. «In

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qualche modo dev’essere in armonia con chi vi abita. Altrimenti
gli uomini lo abbandonerebbero a se stesso e si prenderebbero
un altro Dio supremo – come appunto lascia intendere quel
segreto di Temis.»
Quindi è come se facessero un patto: rimani nostro Dio se ci
garantisci che tutto il resto rimarrà com’è ora?
«Prendi nota» mi consigliò il Dominante. «Queste cose sono
ancora troppo grandi per te, ma tu prendi nota, da bravo.»

«Vedi, per gli uomini ci sono due modi di crescere, di


evolversi…»
Intendi dire: di crescere o di evolversi? Sono due cose
diverse.
«Per voi sono la stessa cosa. Te l’ho detto: avete un corpo
maggiore, e via via che vi evolvete scoprite le sue capacità, non
potete neanche immaginare quali e quante siano. Una volta
eravate sicuri che i pianeti del sistema solare fossero sette, oggi
sapete che sono nove, e tra un po’ ne conterete dodici; allo
stesso modo scoprite anche questi vostri poteri maggiori. E, via
via che li scoprite, la distanza tra voi e l’onnipotenza divina
diminuisce. In questo modo crescete.»
«Crescete e vi moltiplicate» notò l’Austero.
«Così, dicevamo, voi avete due modi di compiere scoperte.
Uno è inconsapevole e l’altro è consapevole» continuò il
Dominante. «Quello inconsapevole è l’impulso naturale
all’evoluzione: è una profonda forza che cresce comunque in
ogni uomo, e gli uomini ne hanno paura perché capiscono che
questa forza è più grande di loro.
«Il modo consapevole è invece il desiderio personale di
indagare, di sperimentare: come fanno i mistici, gli esploratori,
gli scienziati.»
E, in pratica, questi due modi vanno di pari passo?

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«No davvero. Il secondo modo non è mai pericoloso per gli
Dei supremi e non fa particolare paura nemmeno agli uomini,
perché dura poco. Si desta ogni tanto, agisce per un po’, e poi si
avvelena e si frena da sé, rimanendo fermo per secoli interi.»

E perché si ferma?

«Per sgomento, soprattutto. Si ferma quando cominciate a


scoprire cose che richiederebbero troppe parole diverse da
quelle che sapete già. Voi venerate le parole che esistono già. E
poi, sai com’è: gli scienziati e i mistici sono sempre molto
contenti delle loro scoperte, ne sono fieri, ma sanno bene che
verranno superate. Come dice Gesù?
“In quel giorno non mi domanderete più nulla.” 1
«Gli scienziati e i mistici temono quel giorno, proprio come
lo temono i vostri Dei supremi. La differenza è che Dio può
fermare gli altri, mentre gli scienziati e i mistici possono
facilmente fermare se stessi: e si fermano. Chirone si offre
spontaneamente alla morte, come hai notato.»
Era stato ferito, soffriva.
«Certo, è una cosa abbastanza triste quando i Chironi si
fermano. Cosa c’è di più triste di una ferita accidentale che
diventa una ferita mortale? È la forma più malinconica di
suicidio, quando chi ha voglia di morire chiede aiuto al caso, e il
caso gli offre una morte dolorosa. Chi ti ricorda Chirone?»
Pensai a qualche scienziato o a qualche mistico, ma lì per lì
non mi venne in mente nessuno in particolare.
«Ti verrà in mente» disse il Dominante.

«Questo per ciò che riguarda il vostro impulso evolutivo

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consapevole. Invece l’altro vostro impulso è irresistibile. È
alimentato da grandi esseri immortali: il serpente, Prometeo,
Gesù… Sono veramente immortali: per quanto si tenti di
fermarli, ci sono e ci saranno sempre.
«E perciò succede così: quando gli uomini hanno molta
paura delle forze che li fanno crescere, e obbligano il loro Dio
supremo a inchiodarle, chi rimane lì inchiodato è soltanto
qualche mistico o qualche scienziato, mentre quella forza
profonda riesce sempre a liberarsi e continua ad agire. È così
che, di tanto in tanto, la scienza diventa vecchia rispetto alla
crescita della mente umana. Chirone muore e Prometeo va via e
va oltre. Bisogna accorgersene.
«Lo stesso avviene anche per i cristiani: non appena si
scelgono come emblema un mistico inchiodato alla croce, ecco
che comincia a diffondersi quel diavolo che loro sentono come
un nemico pericoloso.»
Il diavolo è il nostro impulso all’evoluzione?
«Per la maggior parte di voi sì, purtroppo.»
E Gesù? Poi è risorto, non è rimasto lì.
«Tutto risorge, tutto continua. Gesù risorge e scompare in
cielo. E sulla Terra rimane il diavolo, a segnarvi i confini da
superare, le direzioni in cui deve spingersi la vostra conoscenza.
Ma voi pensate che Gesù e il diavolo siano in contrasto. È solo
per paura che lo pensate.»

Quali confini intendi? Se il diavolo è il signore del Male…


«Sei proprio sicuro che lo sia, e che il male sia il Male?
Dovremo chiarire un po’ la questione, quando sarà tempo.
L’idea del Male era già abbastanza chiara a tutti, molto prima
che i cristiani cominciassero a inventare il diavolo. Il loro
diavolo è soprattutto il signore del pericolo: di ciò che è
pericoloso per il Dio supremo.

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«È l’oscura coscienza che Prometeo può venire impalato, e
che Gesù può venire crocifisso o trasferito su un trono sopra le
nuvole, ma che non è finita lì, non è finita mai. Vi rimane
sempre intorno, e dentro, quella forza irresistibile
dell’evoluzione, che minaccia ogni vostro ordine e fa paura agli
uomini e di conseguenza agli Dei. E quello è il vostro diavolo: il
serpente della conoscenza, la vista di Prometeo che continua a
spingersi avanti. E chi di voi non ne ha paura?»
Non somiglia neanche un po’ a quel che si dice del diavolo.
«No. Alla gente piace sentirsi dalla parte del giusto, in modo
da non dover fare la fatica di cambiare il proprio modo di
vivere: e siccome non c’è niente al mondo che ne dia conferma,
si inventano il diavolo gestore e proprietario del Male, si
convincono che sia loro nemico, e così si autorizzano a sentirsi
brave persone. È una delle illusioni più rozze e più diffuse nel
mondo. E ovviamente non si sognano neanche di eliminare il
diavolo, di batterlo, come dici tu; lo tengono lì, accuratamente,
se no la loro illusione crollerebbe.»
Avrò un bel po’ di problemi quando proverò a dirlo in giro.
«Allora non dirlo, se ti preoccupa tanto» replicò l’Austero.
«Cerca di capirlo tu, intanto. Ricorda: dietro a tutte le parole
sono nascosti grandi tesori. E la chiave di quei tesori è
accorgersi che la vostra realtà è molto piccola. Non appena lo
sai, entri e puoi prendere ciò che c’è.»

***

La finestra della mia stanza d’albergo dava sulla spiaggia e


l’alone di luce arrivava fin quasi alla battigia. Il Mar Nero era
davvero d’un nero di velluto, e senza luna.
Richiusi il quaderno e, dato che qua e là questa
conversazione mi era sembrata veramente eccessiva, la
dimenticai. Tanto che fu una sorpresa, quando la rilessi tre anni
fa.

23
1 Giovanni 16,23.

24
II
Il corpo maggiore, il fegato e le guarigioni - L’antichissimo Signore
delle Porte - Il diavolo e il diverso - Le epoche di obbedienza -
La nostra stanza tonda

«Eri troppo piccolo, a quel tempo» disse il Dominante, mentre


finivo di rileggere questi appunti.
E il corpo maggiore esiste davvero?
«Certo. Si estende intorno a ciascuno di voi, è immenso, e
voi ne siete una minuscola propaggine: l’unica sua parte che
tocca terra.»
Quindi la condanna a restare attaccati a terra come il
serpente è la proibizione di scoprire il corpo maggiore?
«Sì, anche.»
Ma allora il corpo maggiore non è terreno?
«Attraverso di voi tocca terra ed entra a far parte del vostro
mondo. E mediante i miti potete accorgervi di quanto lo usate e
di come lo userete meglio quando avrete capito che c’è.»
E Prometeo, che-vede-più-in-là, rappresenta l’organo della
vista del corpo maggiore?
«Sulla Terra, Prometeo e il serpente corrispondono agli
organi della vista: sono immagini, personificazioni se vuoi, di
ogni vostra facoltà visiva – occhi, intuizione di forme,
preveggenze varie, sensi sottili e tutto il resto. Ma ogni volta

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che Prometeo comincia a salire, diventa il fegato del vostro
corpo maggiore. Perciò l’aquila lo colpisce proprio lì.
«Nel vostro corpo fisico, il fegato cosa fa? Immagazzina
energia e depura il sangue. Esamina, interpreta, capisce ciò di
cui vi nutrite. Così fa anche il fegato del vostro corpo maggiore:
immagazzina ciò che scoprite, lo decifra, lo capisce e lo
trasforma in sostanze energetiche, eliminando ciò che vi
avvelenerebbe. Prometeo fa questo nella vostra crescita; e, nel
mito, Zeus danneggia apposta quel vostro fegato superiore. Ci si
accanisce proprio.
«Avete fatto anche voi lo stesso, torturando e bruciando le
streghe e gli eretici, che esaminavano e capivano tante cose.
Così avete danneggiato i vostri rapporti con il fegato del vostro
corpo maggiore. Ma al vostro corpo maggiore tutti quegli orrori
non han fatto né caldo né freddo. Il vostro corpo maggiore è
invulnerabile e inesauribile. Può soffrire, sì, ma solo di
tristezza.»

Il corpo maggiore esiste davvero nello spazio, sopra di noi,


intorno a noi?
«Sì e no. Diciamo che si trova a metà strada tra la tua realtà
fisica e l’universo infinito: è nell’una e nell’altro.»
Cioè? Si può disegnare?
«Non ci riusciresti. Non puoi disegnare l’infinito. Oppure
immaginalo così: il vostro corpo maggiore è più piccolo del
cielo, ma è abbastanza grande da intersecare la volta celeste, e
da uscirne. Intendo qualunque volta celeste: quella azzurra
sopra le nubi, o quella nera sopra le stelle.»
Ah, non capisco, mormorai.
«Provaci. Non lo capirai, ma ti fa bene provarci. Non lo puoi
comprendere perché non sei tu che comprendi il tuo corpo
maggiore, bensì è lui che comprende te. È lui che in te dice “io”,

26
anche se tu non capisci come lo dice. Perciò, abìtuati a pensarci
tranquillamente, sapendo che non lo capirai mai: e ti accorgerai
di imparare una quantità di cose importanti, preziose.»
«È piacevole» intervenne l’Austero. «Finché non lo capisci,
continuerai a imparare cose nuove; invece, appena ti sembrerà
di averlo capito, sarai diventato stupido senza neanche potertene
accorgere.»

Quello che avete detto riguardo al fegato ha a che fare anche


con le malattie del fegato?
«Con l’origine delle malattie no, non necessariamente. Con
le guarigioni, sì» rispose il Dominante. «Quelli che voi
chiamate “miracoli” sono sempre interventi del vostro corpo
maggiore, e tutte le vostre guarigioni sono miracoli.
«Succede così, seguimi bene. Quando una persona si ammala
è perché il suo io piccolo si era accorto di ammalarsi, e lo ha
permesso. La malattia non vi si aggancia, se il vostro io piccolo
non le dà il permesso in un modo o nell’altro…»
Ma si accorge di accorgersene?
«Sì, ma è bravo a dimenticarselo. E, quando uno si è
ammalato, ha due possibilità: una è continuare a contemplare la
sua malattia e cercare di combatterla, sapendo di essere sempre
più malato; e allora non guarisce e, se la malattia è mortale,
muore. Altrimenti, se è fortunato, fa ciò che fai tu quando ti
rendi conto di non poter capire il corpo maggiore: cede, e lascia
che il suo corpo maggiore intervenga e faccia ciò che l’io
piccolo non può fare.»
In che modo?
«Attraverso qualche mito, non importa quale. L’importante è
che il malato si affidi a forze più grandi di lui, e i vostri miti
sono ciò che vi permette di trovare e di mobilitare quelle forze. I
santi, gli Angeli, gli Dei, i luoghi miracolosi, anche le cliniche e

27
gli ospedali, per chi ci crede: sono tutti miti ugualmente utili,
che vi aiutano ad affidarvi al vostro corpo maggiore e a lasciarlo
agire in voi.
«E il corpo maggiore non aspetta altro: non appena le vostre
capacità consuete si fanno da parte e lo lasciate agire,
interviene, e voi guarite. Se fossero le medicine a farvi guarire,
una malattia si curerebbe in tutto il mondo con le stesse
sostanze chimiche: invece in Europa si cura in un modo, in Cina
in un altro, in Africa in un altro ancora. E, se uno è fortunato,
guarisce, in tutti i continenti.»
E il corpo maggiore come fa a guarire i malati?
«Cambia il loro destino. Destino è tutto ciò a cui il vostro io
piccolo dà il permesso di accadere nella vostra vita; e,
naturalmente, il corpo maggiore è più grande di qualsiasi
destino, e può cambiarlo. Ha risorse di energia inesauribili.
Invece, le energie del mondo che capite voi sono
esauribilissime, anche quelle dannose: voi, per lo più, le lasciate
agire con parsimonia, perché durino a lungo; ma potete esaurirle
ed eliminarle. Basta che cresciate un po’ nel vostro corpo
maggiore, e quelle energie si consumano e ne trovate altre
migliori.»

In che senso dici «se uno è fortunato»?


«Certi non riescono mai ad abbandonarsi davvero. O non
sanno, o non ammettono, che uno possa affidarsi a qualcosa di
più grande del vostro mondo. Hanno paura di tutto ciò che è
diverso da loro; così, se sono malati, restano malati e, se sono
sani, si condannano a portare il peso del loro corpo maggiore,
senza usarlo mai.
«In questo sta l’importanza della mitologia: è l’opposto dei
roghi, migliora i vostri rapporti con ciò che è più in alto. Fa
bene al vostro fegato superiore. D’altronde, è una lunga storia

28
quella dei vostri attriti con le vostre facoltà superiori, molto più
antica dei roghi: immemorabile.»
Me la raccontate?
«C’è un mito antico che la racchiude tutta. Molto antico. Il
nome vero del protagonista non ti direbbe niente, da millenni si
è perso.»
E chi era?
«Il Signore delle Porte. Una specie di antenato del serpente e
di tutto ciò che c’è dietro il vostro diavolo.»

Il Signore delle Porte

«La sua storia è questa: il Signore delle Porte era un immortale


che voleva diventare Dio supremo.»
Cos’è un immortale?
«Uno che c’è sempre» mi rispose l’Austero.
Allora c’è ancora?
«Sì, ma non qui. Immortale non vuol dire onnipresente.
Ascolta la storia.»
«Voleva diventare Dio supremo» proseguì il Dominante «e,
naturalmente, aveva bisogno dell’umanità per riuscirci, dato che
senza l’aiuto degli uomini non si diventa Dei, né tantomeno Dei
supremi. Il Signore delle Porte aveva un piano: alzare il livello
complessivo dell’umanità, e portarla più vicino alla sfera
divina.»
Cioè, accelerare l’evoluzione, come dicevate prima?
«Un po’ di più. A quel tempo gli uomini credevano che la
sfera divina fosse una dimensione vera e propria, un altro modo
di stare nell’universo.»
Ed è così?
«Sì. E quell’antenato del serpente voleva che tutti gli uomini
la raggiungessero. Oggi vi sembrerebbe un’illusione, ma allora

29
poteva apparire una via di sviluppo, almeno a uno ottimista
come lui.»
E come pensava di riuscirci, il Signore delle Porte?
«Per esempio, voleva che i profeti si facessero capire meglio
dalla gente, così i re e i sacerdoti avrebbero faticato molto di
più, a perseguitare i profeti. Voleva insegnare ai medici a non
farsi pagare. Voleva convincere tutti che quella sfera divina non
era soltanto divina (d’altronde, tutto è divino) ma che era ciò
che chiamiamo il corpo maggiore, né più né meno. Voleva fare
una quantità di cose e, insomma, aveva un suo piano ben
dettagliato. Elevare gli uomini gli sembrava un’impresa degna
di un Dio, pensava che gli uomini l’avrebbero apprezzato e che,
anche se all’inizio gli sarebbe costata cara, alla fine l’avrebbero
divinizzato. Così, amava molto questo suo progetto…»
Ma se la sfera divina avesse cessato di essere soltanto
divina, come sarebbe potuto lui diventare un Dio?
«Quella sfera avrebbe cessato di essere soltanto divina, ma
ce ne sarebbe stata un’altra più su, perché ogni sfera divina che
riuscite a immaginare è il riflesso di sfere più alte. Così lì, su
un’altra sfera più alta, lui sarebbe stato Dio, superiore a tutti gli
altri Dei che gli uomini conoscevano allora. Oh, niente da dire:
l’idea era buona. Ma c’era in lui, in qualche angolo della sua
natura immortale, un antichissimo sentimento di libertà e di
saggezza. È sicuramente utile essere un Dio, ma un Dio non è
né libero né saggio.
Capisci cosa voglio dire?»
Un Dio non è saggio?
«Se uno non è libero, non è saggio. E chi ha il potere non è
libero. Conosci qualcuno che abbia più potere di un Dio?
«Il Signore delle Porte, tuttavia, pensò di poter trascurare, e
anzi di poter nascondere a se stesso, la voce di quel suo
sentimento, e tentò l’impresa.
«Forse – chissà – sarebbe riuscito a nascondere quella sua
voce a se stesso; ma agli uomini non si può nascondere nulla

30
che riguardi il sentimento. Gli uomini si accorsero che, in fondo
al cuore, lui non era del tutto convinto, e lo tradirono. Smisero
di ascoltarlo. Così il suo piano andò in fumo, si cominciò a dire
che il Signore delle Porte era solo un perturbatore dell’ordine e
lo si condannò per sempre a essere il contrario di un Dio: un
Anti-Dio, un’immagine del pericolo.»
Un diavolo.
«Suppergiù. Sarebbe potuta toccare la stessa sorte anche a
Gesù, se fosse capitato in un altro periodo storico. “Tu che sei
un uomo ti fai Dio”, lo dicevano anche a lui. 2 Un’immagine del
pericolo! Poi, per spregio, gli uomini equivocarono questa
definizione, e lo ritennero senz’altro un essere pericoloso,
propagatore di mali: come sempre succede con gli sconfitti,
diedero a lui la colpa di tutti i mali del mondo.»
«Ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di tutti» commentò
l’Austero, citando Isaia. 3

Tutto qui? domandai, dato che il Dominante taceva.


«Tutto qui.»
Da dove viene questa storia?
«La conoscevano in Egitto, ma gli egizi l’avevano presa da
popoli molto più antichi di loro, che per te non hanno nome. Ha
sicuramente influito sulla storia del serpente dell’Eden.
Interessante quell’idea che il sentimento l’abbia fermato nella
sua carriera, vero? Pensaci bene.»
Somiglia anche a ciò che dicevate di Chirone, che non
riusciva a superare se stesso.
«Ha influito anche sulla storia di Chirone. Ma guarda bene:
la libertà, la saggezza, il sentimento, sono queste le cose che gli
uomini hanno paura di perdere, evolvendosi. Il mito del Signore
delle Porte esprime il loro timore che nel corpo maggiore non ci
sia più spazio per tutto questo.»

31
Ed è vero?
«No. Ma a quel tempo erano sicuri che libertà, saggezza e
sentimento fossero cose umane e non divine, e che il loro posto
fosse sulla Terra e non in cielo. Avevate paura di perderle.»
Quindi il Signore delle Porte era… cioè, in un certo senso,
quella gente si identificava nel Signore delle Porte?
«Sì, ma pochissimi se ne accorsero. Oggi invece ne avete
altre, di paure, e talmente dense e aggrovigliate che una storia
come quella non riuscireste a inventarla. Vi siete rinchiusi nelle
paure come in una stanza buia, e avete cominciato ad aver paura
anche di quel buio. In periodi come il vostro l’immagine del
pericolo non è certo il fantoccio con le corna, che chiamate
diavolo. È quel tipo di avvenimenti e situazioni che voi
chiamate “diverso”. Ciò che può succedere di inaspettato: le
tentazioni, le rivoluzioni.»

Volete quindi dire che, per la gente, il diavolo è ciò che può
succedere di diverso dalle loro aspettative?
«Quasi tutti pensano che quello sia il diavolo e il Male. Ma
ciò che è certamente un male, è pensarla a questo modo: è un
male della mente. Ed è importante accorgersene, ed evitarlo.
Ascolta:
«La maggioranza delle persone comincia a convincersi di
essere in buoni rapporti con Dio: di sapere cosa voglia dire
obbedirgli, e quindi di aver ragione su tutta la linea. I loro
sacerdoti hanno ragione, la loro civiltà ha ragione, la loro razza
ha ragione, Dio è dalla loro parte. E questo è l’inizio della
rovina.»
È così, in Occidente?
«È successo ai vostri padri, ai vostri nonni e ai nonni dei
vostri nonni, e voi ne state subendo le conseguenze» disse
l’Austero.

32
«Il guaio è» continuò il Dominante «che quando credono di
obbedire tanto bene al loro Dio, gli uomini finiscono per
abbassarlo, a forza di sentirselo tanto vicino. E un Dio abbassato
non è più un Dio, diventa un idoletto inutile in cui non riescono
più a credere davvero. Così il cielo sopra di loro rimane vuoto.
«Non se ne accorgono, e continuano a sentirsi obbedienti
(l’obbedienza dà assuefazione, sai: è come una droga) ma un
Dio a cui obbedire non l’hanno più. In alto non c’è più nulla,
tutto è al loro livello: tutto è tran tran. E a questo obbediscono.
Così, ciò che è al loro livello diventa il loro Dio, a cui si
inchinano e a cui fanno sacrifici. È un po’ il contrario di quel
progetto del Signore delle Porte.»
Fanno sacrifici?
«Eccome. Gli sacrificano ciò che hanno di meglio: la libertà,
i desideri, la vita intera.
«E, naturalmente, se il posto di Dio lassù rimane vuoto,
anche la posizione del diavolo cambia. Per la gente il diavolo è
solo il nemico di Dio: dunque, se Dio, per loro, è l’esistenza
solita, il diavolo diventa tutto il resto, tutto ciò che è diverso.
«E, allora, tutto ciò che sanno si trasforma in una specie di
diga che tiene indietro il Nemico. Ed è davvero un guaio,
quand’è così.»
«Diventate feroci e stupidi, in queste circostanze, e vi sembra
normale» mormorò l’Austero.
E c’è un rimedio?
«No. Quelle dighe, quando si sono formate, cominciano a
esistere davvero: la vita della gente diventa veramente una diga.
È orribile: la maggioranza cerca di abbassarsi sempre più, di
capire sempre meno, per avere l’illusione di obbedire a qualcosa
di superiore, mentre in realtà obbediscono soltanto alla loro
routine. E tutto ciò che non capiscono diventa loro nemico.»
«Così è sempre quando vengono i Diluvi» disse l’Austero.
«Quando si ruppero le dighe ai tempi di Noè nessuno se ne

33
accorse. Avevano troppa paura per accorgersene e, per millenni,
continuarono a illudersi di essere ancora vivi.»

Sentivo che era vero.


Mi guardai intorno, nel luogo in cui venivo a trovare i
maestri. L’avevo costruito io nella mia immaginazione, diversi
anni prima, e non era mai cambiato: una grande stanza tonda in
fondo a un lago, scavata in un grande scoglio che somigliava a
un vascello affondato. Nella stanza c’erano divani e poltrone,
tappeti, e una spessa vetrata su cui premeva l’acqua profonda,
verdazzurra. C’erano alcune porte, da cui sentivo entrare i
maestri – li sentivo soltanto, non li vedevo – e c’era la porta da
cui entravo io, con un breve corridoio che, visto dalla stanza,
ricordava un ponte levatoio. A quel tempo era così. E quella
stanza era diventata reale, per me, e mi piaceva immensamente:
così lontana dal mondo esterno, dove tutto era davvero come me
l’aveva appena descritto il Dominante. In quella stanza, tutto era
diverso. A cominciare dalle parole dei maestri. Nel mondo
esterno nessuno mi aveva mai parlato come loro.
«Non va bene, sai» disse il Dominante. «Anche questa stanza
è una diga.»
No, dissi, è solo un posto diverso. Il mondo esterno è la diga
che dite voi.
«È una diga, questa stanza,» insistette dolcemente il
Dominante «e non è il modo giusto di imparare. Così impari
solo echi, annunci di cose, e non le cose.»
Ci pensai e scossi il capo.
E come faccio a imparare le cose davvero? Ogni argomento
che toccate è come la porta di una città: ci vorrebbero mesi,
anni per conoscere la città intera e, a ogni passo, voi aprite la
porta di un’altra città.
«Questo va benissimo così e sarà sempre così: ovunque

34
arrivi, ci saranno sempre cose che rimangono fuori dalla tua
portata. Le cose che impari servono solo a segnare la tua strada,
e le cose che non hai ancora imparato sono il paesaggio che la
strada attraversa. I paesaggi sono il corpo maggiore, mentre la
strada è il tuo io piccolo, che cresce per quanto può.
«L’importante è che il tuo io piccolo continui a cercare la
strada, e non si fermi pensando di essere arrivato. Non
costruirne più, di dighe: va bene?»

2 Giovanni 10,33.
3 Isaia 53,6.

35
Parte seconda
I SETTE MONDI DEGLI UOMINI

36
III
I sei Cieli dell’evoluzione umana - Il guardiano delle soglie -
I maestri fanno lezione sul bene e sul male

«È che dovresti viaggiare un po’» aveva cominciato a dirmi


l’Austero in quel periodo. Con “viaggiare” intendeva un certo
modo di spostare la mia immaginazione nell’Aldilà, in epoche
lontane o fuori dal nostro universo. Ci avevamo provato, a
volte, ma senza grandi risultati.
Non serve, gli rispondevo, non vedo mai niente quando
viaggiamo.
Al che l’Austero borbottava qualcosa e non c’era più.
Detestava sentirmi dire che non riuscivo a fare qualcosa: se ne
andava via per un po’.
«Due cose non ti riescono e sarebbero invece importanti» mi
disse il Dominante, un giorno che l’Austero era scomparso
appunto per quel motivo. «Una è viaggiare e l’altra è
congiungere. Non congiungi ancora ciò che percepisci qui con
ciò che percepisci nel vostro mondo. Quando riuscirai a fare una
cosa, ti riuscirà anche l’altra.»
«Congiungere» come?
«Farne una cosa sola. Altrimenti impari soltanto in teoria e
non in pratica. Anche questa è soltanto un’inutilissima diga.»

37
E perché non riesco a congiungere?
«Perché fai troppo poco per gli altri. Quando qualcosa non ti
riesce, è sempre questa la ragione principale.»

Rimasi in silenzio, e mi sentivo a disagio.


In quel periodo facevo tante cose. Al mattino insegnavo in un
liceo, nel resto della giornata facevo consulenze per case
editrici, traducevo la Genesi e scrivevo il mio primo libro sugli
Spiriti-guida. In più cercavo di essere un buon padre di famiglia
e di salvare il mio matrimonio che, come banalmente succede,
somigliava sempre più a un cappio al collo. Pensando alle mie
giornate dense, quella frase – «fai troppo poco per gli altri» – mi
suonava addirittura irritante: ne emanava un senso di colpa che
non sentivo mio. «Io faccio quello che devo e quello che posso»
pensai «e non smetterò per fare qualcos’altro.»
Il Dominante aspettava.
Be’, sbuffai, che cosa potrei fare?
«Non è la domanda giusta. La domanda giusta è: perché hai
paura di fare quello che potresti per gli altri?»
Mettiamola così. Perché?
«Non è una paura solo tua: è di una moltitudine di altri legati
a te. Ma bisogna superarla, non hai scelta. Col passare del
tempo il peso di questa moltitudine finirà per trascinarti via
come un’inondazione, se non fai qualcosa di più per loro.
Mentre, se impari a farlo, cambierà tutto.»
Aspettò che finissi di scrivere questa frase, e riprese: «Anche
quel peso è il corpo maggiore, se riesci a capirlo. Il corpo
maggiore è troppo vasto per incarnarsi soltanto in te e per te.
Capisci?».
D’accordo, aiutatemi allora. Potete?
«Noi sì. I nostri poteri sono molto più grandi di quelli che
conosci. Solo che, così come sei adesso, non ne hai ancora

38
bisogno, e perciò non puoi chiedere. Ma in questo modo non
cresci.»

«Guarda qui,» sospirò, vedendo che non capivo «è così che


crescete voi» e cominciò a tracciare disegni sul pavimento della
stanza tonda, che servizievolmente divenne di sabbia, mentre io
l’avevo sempre immaginato di pietra.
C’entra col diavolo? domandai mentre disegnava.
«Altroché. Ecco, poniamo che questo sia il limite delle tue
possibilità:

«Le tue possibilità sono il cerchio esterno e il tuo limite è il


cerchio interno. È il limite di ciò che sai e che puoi sapere; di
ciò che sei e di ciò che puoi essere. Quanto più lo allarghi,
succede questo:

39
«Il cerchio interno si allarga fino a che non coincide con il
quello esterno. E lì ti trovi tu, adesso: perciò ci sono cose che
non ti riescono, così come sei ora. La tua strada si è fermata.
«Poi il cerchio che prima era all’interno si allarga ancora, e si
dissolve: il limite scompare. Questo è il fare di più per gli altri;
allora si può ricominciare a imparare.»
Se supero le mie possibilità non ho più limite?
«Non hai più quel limite. Ah, a proposito: il cerchio interno
devi immaginarlo vuoto. Ogni volta che impari e fai qualcosa di
più è come se si allargasse un vuoto dentro di te: e da quel vuoto
entrano molte più cose di quelle che ti sembra di imparare.
Capisci come funziona? È semplice.»
E il cerchio esterno non cambia mai? Le nostre possibilità
rimangono sempre uguali?
«Aspetta, siamo appena all’inizio. In realtà il cerchio esterno
è un cerchio solo a guardarlo da dentro. Visto di lato, invece, è
così.» Il Dominante tracciò quest’altro disegno:

«Noi lo vediamo di lato: per noi è conico» spiegò. «Voi lo


vedete nell’altro modo perché ci siete dentro.»
E dove finisce il cono?
«Dove arriva la vostra vista. È un campo visivo: intorno a
voi è un vostro orizzonte; e verso l’alto è un vostro Cielo. Nel
vostro universo ce ne sono altri cinque così e, via via che il
cerchio interno si allarga, riuscite a vederli, uno per volta. Il
cerchio interno rimane sempre il punto da dove guardate. È così,
vedi:

40
«Nel vostro universo umano avete sei Cieli; e il cerchio
interno può trovarsi nel Primo Cielo, o nel Secondo, nel Terzo e
così via.»
Perché sono proprio sei?
«Sono sei» disse il Dominante. «Anche se perlustrassi il
vostro universo da cima a fondo, non riusciresti a trovarne di
più. Puoi anche immaginarli così:

«O così. Anche così va bene:

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«Qualche tempo fa gli astronomi pensavano che questi Cieli
fossero le sfere celesti e che esistessero nell’universo fisico:
invece esistono soltanto in voi, nel vostro universo umano.
Cioè, in quello che voi percepite della realtà.»

«Ora, dicevamo: lo spostamento del cerchio interno da un Cielo


all’altro» proseguì il Dominante «è ciò che voi chiamate
evoluzione, e di cui avete paura. Per averne paura, vi
immaginate che l’evoluzione siano le modificazioni culturali,
sociali eccetera, che avvengono nel corso del tempo. Ma
immaginata così non significa granché.»
Per noi sì.
«Neanche per voi. Serve soltanto a quelli che vogliono
convincersi di essere arrivati più in là di chi è vissuto prima di
loro, il che è una sciocchezza.
«La vostra evoluzione non è affatto negli strumenti tecnici,
nella grandezza delle città o nel numero delle parole importanti
che riuscite a ideare. È una crescita del vostro campo visivo.

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Non è diversa da un’epoca all’altra: è diversa da persona a
persona, in ogni epoca. Ovvero: in qualsiasi giorno della vostra
vita potete diventare completamente diversi da ciò che eravate
fino al giorno prima. Il che, secondo la vostra idea di
evoluzione, sarebbe impossibile.»
Cioè, in ogni epoca ci sono persone più evolute, che vedono
più «Cieli» delle altre?
«No, te l’ho detto: siete capaci di vedere solo un Cielo alla
volta, almeno nel vostro Aldiquà. Io posso spiegarteli tutti, se
vuoi; ma se te li spiego comincerai a vedere ogni cosa
diversamente, e quello che hai imparato finora non ti interesserà
più. Perciò farai fatica a intenderti con l’altra gente, per un po’.
Non ti spiace?»
Ci pensai per qualche secondo e poi feci segno di no, col
capo.

«Come vuoi» disse il Dominante, con un mezzo sorriso nella


voce. «Allora: il Primo Cielo è quando un uomo percepisce se
stesso come individuo. È l’orizzonte che vedete intorno e dentro
di voi, e il cielo che percepite sopra di voi (con gli Dei, il
Paradiso e tutto il resto) quando dite e pensate: “Io sono, io
voglio, io so, io dico” e così via. Nel Primo Cielo vi sembra che
questa parola “io” non richieda alcuna spiegazione.
«Il Secondo Cielo è ciò che vedete quando vi sentite parte di
un insieme di persone, e pensate e percepite ciò che pensano e
percepiscono queste persone. Per esempio un popolo, una
religione, un partito: un noi numeroso. Noi, noi, noi. Lì il “noi”
è più importante di tutto.
«Il Terzo Cielo è quando uno comincia ad accorgersi che
dentro di lui c’è qualcosa di più ampio di quell’io che dice “Io
voglio, io so, io dico” eccetera. Avete tanti nomi per indicare
questo qualcosa di più ampio: l’inconscio, le vite precedenti, le

43
vostre potenzialità ancora sconosciute. Ognuno di questi nomi
coglie un pezzetto della realtà del Terzo Cielo. Più in generale e
più precisamente: il Terzo Cielo è quando ciò che agisce in voi
è ciò che non sapete di voi stessi. Ci siamo fin qui?»
Sì.
«Il Quarto Cielo è quando ciò che uno non sa di se stesso si
unisce a ciò che un altro non sa di se stesso. Questo succede nei
grandi amori, nelle grandi passioni. O anche quando alcune
persone, pochissime, hanno un medesimo ideale che sia in
contrasto con l’ordine costituito.»
E quando l’ideale di quelle persone concorda con l’ordine
costituito?
«Con quel tipo di ideali si è ancora nel Secondo Cielo.
«Poi, il Quinto Cielo è quello della vostra più limpida
dimensione interiore. È quando cominciate a sentire che in voi
c’è un mondo immenso, segreto, incomprensibile, molto più
grande non soltanto di ciò che chiamate “io” ma anche di tutto
ciò che conoscete. È quando cominciate a intuire che quel che vi
succede vi capita soltanto perché siete stati voi a volerlo. E non
riuscite a crederci e non capite come sia possibile e, quanto più
ci pensate, tanto meno riuscite a descriverlo: eppure sentite che
è proprio così. Quando, per esempio, formuli un desiderio e il
desiderio si realizza. Sai bene com’è, no?»
Annuii.
«Ecco, quello è il Quinto Cielo.
«Il Sesto Cielo è quando trovate un altro che ha cominciato a
fare questa stessa scoperta della sua più limpida dimensione
interiore, e riuscite a comunicare con lui. E questa,
naturalmente, è una grande felicità.»
Più grande di un grande amore?
«Sì. Ti spiace?»
Un po’, dissi, pensando a un mio grande amore.

44
6

«Scrivi, scrivi, la spiegazione non è finita» continuò il


Dominante. «Questi sono i sei gradi della vostra evoluzione. Tre
di questi gradi – il primo, il terzo e il quinto – riguardano il
vostro rapporto con voi stessi, gli altri tre riguardano il vostro
rapporto con gli altri. Ed è una differenza molto importante: nei
Cieli dispari, salendo dal Primo al Terzo, al Quinto, avete
sempre più occasioni di scoprire quello che chiamiamo il corpo
maggiore; nei Cieli pari, invece, imparate a usare sempre
meglio il linguaggio e le facoltà del vostro io piccolo, che sente
di non essere di per sé un intero, di essere parte di qualcosa, e
crede che la parte restante siano gli altri. Capisci?»
Sì, benissimo. Questo l’avevo capito davvero bene. E questo
c’entra con il mio dover fare qualcosa per gli altri?
«Ci arriveremo. Tutti i Cieli sono necessari. Dovete passare
da tutti e sei – e superarli, naturalmente. Se restate fuori da
qualche Cielo, è solo perché non avete abbastanza forza per
volerlo conoscere: e allora tutto ciò che pensate o fate rimane
incompleto, fragile e in qualsiasi momento può sembrarvi senza
senso. In ogni epoca c’è chi resta aggrappato per tutta la vita al
Primo Cielo, o al Secondo, e chi comincia ad affacciarsi al
Terzo, o che tutt’a un tratto si ritrova nel Quarto, e via dicendo.
«I bambini, per esempio, sono tra il Sesto e il Quinto. La
maggior parte degli adulti sono arroccati nel Primo Cielo, e
passano al Secondo solo quando qualcosa li costringe a farlo.»

Io a che Cielo sono?


«Quando parli con noi, scopri continuamente il Quinto.»
Sentii, intanto, che l’Austero era tornato a sedersi accanto a
me.
«Fate lezione?» domandò.

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Fare lezione era un nostro termine tecnico. A volte, quando
ponevo ai maestri una questione complicata, accettavano di
rispondermi sotto forma di un vero e proprio corso: dovevo cioè
andare a trovarli quotidianamente o a giorni alterni, per un certo
periodo di tempo, e ascoltare le loro lezioni sull’argomento.
«E tra ciascun Cielo e l’altro» proseguiva intanto il
Dominante «c’è quello che chiamate il diavolo, il vostro
cosiddetto Signore del Male. Per voi, ogni tratto intermedio tra
questi sei gradi di evoluzione è territorio suo. Il diavolo è il
vostro guardiano delle soglie.»
Il Signore delle Porte.
«Questa è oggi la sua mansione. È molto grande e
minaccioso quando lo vedete da fuori ma, ogni volta che
riuscite a passare da un Cielo all’altro, ciò che voi chiamate
diavolo scompare.»
Nel senso che chi si trova nel Primo Cielo pensa che sia
male passare al Secondo, o al Terzo e così via?
«Ogni tanto pensano che sia una tentazione, ogni tanto ne
hanno soltanto paura senza capire perché. Per gli adulti, quanto
più salgono dai Cieli inferiori a quelli superiori, tanto più la
paura diventa panico: l’orrore, il Male.»
«Gli stiamo spiegando la conoscenza del bene e del male?»
domandò l’Austero.
«Stiamo cominciando, sì» gli rispose il Dominante.
Possibile che sia così semplice? domandai io.

«Vedi tu stesso» rispose il Dominante. «Uccidere è male, no? È


male rubare, opprimere, ingannare. Dal punto di vista del vostro
Primo Cielo tutto questo è certamente male e tentazione
diabolica. Ma, dal punto di vista del Secondo Cielo, è già molto
diverso: nel Secondo Cielo rubare, ingannare, opprimere e
anche uccidere sono indispensabili strumenti di lavoro: negli

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eserciti, nei governi, nei partiti. E nel Secondo Cielo chi fa
queste cose non pensa di commettere il male, a meno che
naturalmente non ricominci a guardare dal punto di vista del
Primo Cielo.»
E quando uno uccide o ruba per proprio conto?
«Per proprio conto? Hai visto troppi thriller. Nessuno uccide
o ruba per proprio conto: queste cose sono sempre un prodotto
del Secondo Cielo, perché per farle l’uomo deve
inevitabilmente usare forze che si formano nel Secondo Cielo.
Nel Primo Cielo non avete forze simili, il vostro campo visivo
non le percepisce.»
Cioè, vorreste dire che un individuo normale, normalmente
egoista, non può uccidere, rubare o opprimere?
«Davvero non capisci? Nel momento in cui il signor X
uccide o ruba, non è più il caro signor X che tutte le mattine
pensa “Io, io” guardandosi allo specchio, e che si intenerisce
ricordandosi di quand’era bambino. Nel momento in cui uccide
o ruba, diventa membro del grande insieme atemporale degli
assassini e dei ladri, che hanno il loro posto nel Secondo Cielo,
dove vivono per punire o per essere puniti, perché là il noi ha
bisogno di punizioni. E in quel momento lo sa di essere
diventato un altro: possiede una forza diversa.»
«Non è più un io, è espressione di un noi» disse l’Austero.
«Poi,» continuò il Dominante «se, dopo aver ucciso o rubato,
torna a essere il caro signor X e a vedere il mondo dal punto di
vista del Primo Cielo, pensa con sgomento: “Io, io ho fatto
questo! Ho ucciso, ho rubato!” e gli sembra di non capire come
sia stato possibile, e potrà dire che il diavolo l’ha spinto e gli ha
guidato la mano. Non è stato il diavolo, ma solo la forza del
Secondo Cielo.
«Perciò anche i processi si fanno nei tribunali, cioè in
qualche apparato in cui qualcuno possa dire “noi”: i delitti si
possono giudicare solo dal punto di vista del Secondo Cielo –
come delitti di un membro di un “noi”, che non ha rispettato le

47
regole di quel “noi” o di un altro “noi” più potente. Invece, dal
punto di vista del Primo Cielo, potete soltanto inorridire dei
delitti, ignorarli, perdonarli o nel peggiore dei casi esserne
vittime.»
«Il che non toglie che la gente del Primo Cielo farebbe
volentieri a pezzi quelli del Secondo Cielo, se potesse» osservò
l’Austero. «Ma non può.»
«Già. Altrimenti gli Stati non esisterebbero» disse il
Dominante «e non avreste nessuno che vi comanda.»

E per chi passa al Terzo Cielo, il diavolo cos’è?


«Oh, dal punto di vista del Primo e del Secondo Cielo il
Terzo Cielo è pericolosissimo e molto diabolico» rispose il
Dominante. «Le Chiese hanno continuato per secoli a bruciare
quelli del Terzo Cielo, senza che nessuno pensasse di
impedirglielo: perché sembrava una cosa normale.
«E, dal Quarto Cielo in su, la paura di chi guarda i Cieli da
quelli inferiori diventa sempre più profonda. Fa paura entrare
nel Quarto Cielo: gettarsi in un grande amore. Quanti ci
riescono?
«Fa ancora più paura entrare nel Quinto. E il Sesto Cielo è
quello che fa più paura a tutti: perciò lo scoprono in pochi.
«E, ogni volta, a ogni passaggio da un Cielo all’altro, ciò che
fa paura è propriamente l’idea di perdere quello che si ha e che
si conosce già. Di veder sparire il cerchio interno, come
dicevamo prima. Rispetto a quello che si ha e si conosce già,
ognuno di questi passaggi è la Negazione, la Privazione. La
manifestazione del Male, insomma.»

10

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Allora, secondo voi, il male non esiste di per sé, e dipende
soltanto da punti di vista.
«Non perdere tempo con quel genere di astrazioni. Che vuol
dire: “il male di per sé”? Se qualcosa è male, per forza
dev’essere male per qualcuno. E ciò che chiami male esiste
eccome, e dipende soltanto dai vostri campi visivi.
«Secondo l’Inquisizione era male e cosa diabolica dire che la
Terra gira intorno al Sole. E secondo qualunque individuo
uccidere è male, perché per essere un individuo bisogna vedere
le cose dal punto di vista del Primo Cielo.»
Quindi il diavolo non è di per sé malvagio?
«Dipende tutto dai campi visivi. Quando uno è passato da un
Cielo all’altro, ciò che prima gli sembrava diabolico gli appare
in un altro modo. Prima di passare, invece, il diavolo è il
signore del pericolo. Ed è sui passaggi che il vostro Dio viene
obbligato ad appendere qualche Prometeo o qualche Chirone,
per farvi paura: perché, in ciascun Cielo, il vostro Dio è il
Signore di tutto ciò che avete e conoscete sotto quel determinato
Cielo. Quindi pensate che a Dio non piaccia che la gente
abbandoni un Cielo, e lo lasci indietro.»
Ogni Cielo ha il suo Dio?
«No, ma voi percepite Dio in un modo diverso a seconda del
Cielo in cui siete.»
E quando si viaggia nell’Aldilà, si viaggia anche attraverso
questi Cieli?
«In parte, sì. In ogni caso è utile conoscere un po’ di
geografia prima di viaggiare, non ti pare?»

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IV
I miei tragitti - Il Settimo Cielo e Lucifero - Il Nilo e il Diluvio -
Il patto col diavolo - Le somiglianze

Non è che un po’ viaggio già, quando vengo a trovarvi?


«È poca cosa.»
Il mio tragitto interiore per raggiungere i maestri era
certamente un viaggio. Nei primi anni era più breve: chiudevo
gli occhi, immaginavo un sentiero, il lago, un tuffo nel lago e la
porta nello scoglio sott’acqua – e in poco più d’un minuto ero
già nella stanza tonda. In seguito avevo sentito il bisogno di
inserire un montacarichi, prima del sentiero. E il montacarichi si
era trasformato in un lungo volo verticale: immaginavo cioè di
precipitare, seduto sulla mia sedia, le mani sui braccioli – e
questo volo durava già di per sé più di un minuto.
Quanti chilometri d’altitudine sarebbero occorsi nella realtà,
per precipitare così a lungo? Non sapevo se quell’allungamento
del percorso fosse dovuto a una mia maggiore resistenza a
raggiungere la dimensione dei maestri o se, al contrario, con la
pratica quella dimensione fosse diventata più profonda dentro di
me: semplicemente quel volo mi piaceva. Immaginandolo, mi
capitava anche di stringere i braccioli, per la vertigine. E,
durante il volo, trovavo il tempo di mettere a punto le domande,

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gli argomenti su cui conversare. Alla fine la sedia si posava a
terra, lentamente, all’imbocco del sentiero.
Questo mio tragitto come si colloca, nello schema dei Cieli?
«È già un viaggio e non lo è» rispose il Dominante. «Non lo
è ancora, perché lì rimani aggrappato a ciò che sai di te, un po’
come ai braccioli della sedia. Ed è già un viaggio, perché tutto
quello che riguarda noi è un viaggiare. Qui da noi, sei in viaggio
sempre: qualunque domanda poni, cominci un viaggio in cui ciò
che conosci rimane indietro. Solo che, finché ti limiti ad
ascoltare, viaggi soltanto con l’udito.»
«È come se viaggiassi in braccio alla mamma» aggiunse
l’Austero «e la mamma ti racconta cosa si vede dal finestrino.»
«Poi imparerai che tutte le cose che conosci qui sono forze,
da adoperare e non da ascoltare soltanto» continuò il
Dominante.
Sono forze in che senso?
«Nel senso più semplice: forze. Forze per viaggiare sul serio
e per fare di più per gli altri. Vedrai, imparerai. Intanto continua
a scrivere: i Cieli sono sette, ne manca ancora uno.»

«Il Settimo Cielo è quando il vostro campo visivo esce dagli


altri sei, e li vede nel loro insieme. Così:

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«Formano una specie di emisfero, vedi? E il Settimo Cielo è
l’altro emisfero.»
Sembrano un sole all’alba, visti così.
«Diciamo la metà di una stella» disse l’Austero. «Tutto
quello che vedete nel vostro mondo significa e indica
qualcos’altro. Anche le stelle all’alba.»
E anche nel Settimo Cielo il diavolo è il guardiano della
soglia?
«No, qui non occorre» rispose il Dominante. «Per voi il
Settimo Cielo è tutto quanto soglia.» Tacque per qualche
secondo. «Tu non hai ancora domandato niente su quel che fa il
guardiano della soglia, e non hai capito cos’è e come si
attraversa.»
Obbedii al suggerimento.
E come si attraversa?
«La soglia tra un Cielo e l’altro» spiegò il Dominante «è un
elemento molto diverso da ciò che conoscete nei primi sei Cieli.
È come un fiume: ci sprofondate per un istante, e poi risalite
dall’altra parte. Un po’ come Mosè quando viene affidato al
Nilo, nella cesta. Ricordi com’è, no? Un faraone aveva ordinato
di uccidere tutti i figli maschi degli ebrei: la mamma di Mosè
disobbedisce, tiene con sé il bambino e, quando non può più
tenerlo nascosto, lo mette in una cesta e lo affida al Nilo. Il Nilo
lo porta fino a dove una principessa sta facendo il bagno, e la
principessa raccoglie il bambino e lo alleva come un principe.
Rifletti bene su questo punto.»
Dunque queste linee che nel disegno sembrano raggi sono
fiumi?
«Non fiumi d’acqua, certo. Fiumi di un elemento che
trasforma: e, nell’istante in cui vi sprofondate, venite trasformati
quanto occorre per poter risalire in un altro di quei sei Cieli,
invece di tornare a quello di prima. Così Mosè quando viene
immerso nel fiume è un piccolo disperato, e quando arriva
dall’altra parte è un principino.

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«Se invece sprofondaste un po’ di più in quell’elemento,
arrivereste nel Settimo Cielo. Ciascuno di quei fiumi è già il
Settimo Cielo; come vedi, confluiscono tutti.»
Ma lì è tutto soglia, come mai non c’è il diavolo?
«Non ho detto che lì non c’è. Potresti anzi pensare che lì sia
tutto diavolo, tutto pericolo, cioè. È quello che una volta
chiamavano Lucifero, il portatore di luce. L’alba di una stella. È
perché da quell’emisfero si vede tutto in una luce diversa; ma
per voi è il diavolo, perché ovviamente vi fa paura.»

E dove si trovano precisamente questi fiumi? Voglio dire: c’è


un posto in cui li si vede, o è una metafora?
«Si trovano in ogni cellula del vostro corpo. In ogni confine
dei vostri pensieri, in ogni contorno di ciò che vedete, oltre che
nella storia di Mosè, che d’altronde è la storia di ognuno di
voi.»
Cioè?
«La storia di quella persecuzione è la storia di ognuno di voi.
Il passaggio da un Cielo all’altro è sempre un’evoluzione, ed è
un affidarsi al fiume. A guardarlo da una riva soltanto, ci si
sente come chi vede allontanarsi qualcuno; e la maggior parte
della gente non riesce a vedere nient’altro.»
«Per loro quel Nilo è il Diluvio» disse l’Austero.
Mi piacque molto questa idea: che la Genesi narrasse non
avvenimenti di un’epoca lontana ma circostanze della nostra
vita. Dunque anche la storia di Adamo, e di Caino e Abele sono
descrizioni del nostro modo di vivere. «Come ho fatto a non
pensarci prima?» dissi tra me. E mi venne in mente l’arcobaleno
che compare dopo il Diluvio. 4
Anche i sette colori dell’arcobaleno hanno a che fare con i
sette Cieli?
«È un altro modo di disegnare i Cieli, certo» rispose il

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Dominante. «Ce ne sono tanti, di modi.»

E la cesta di Mosè è come l’arca di Noè?


«È la stessa storia: nel Diluvio, un mondo si affida alle acque
per trasformarsi. Ci sono tanti altri racconti che la riprendono
per precisarne qualche dettaglio. Per esempio, le vostre
leggende sui patti col diavolo.»
Le leggende in cui qualcuno fa un patto per accrescere il
proprio potere e perde l’anima?
«Proprio così. In tutte le storie che conoscete c’è un
indovinello da risolvere. In queste leggende dei patti col diavolo
l’indovinello è: “Come mai chi fa un patto col diavolo perde
l’anima?”» sorrise il Dominante. «E la risposta è: il patto col
diavolo raffigura il passaggio da uno dei sei Cieli a un altro. In
quelle leggende, la brama di ricchezza o di dominio rappresenta
moralisticamente l’impulso a compiere quel passaggio. E nel
passaggio si perde davvero l’anima, ma non certo perché il
diavolo se la porta via.
«È perché voi non vedete mai la vostra anima, e solo durante
il passaggio, quando vi immergete in quell’elemento che vi
trasforma, vedete la vostra anima per un istante: le immense
possibilità che ci sono per voi. E poi di nuovo la perdete di
vista, appena entrate in un altro dei sei Cieli. In questo senso la
perdete. La vostra anima è nel Settimo Cielo.»
In pratica, il diavolo è la soglia della nostra anima?
«Il diavolo è la paura della soglia, e per voi il Settimo Cielo è
la soglia da cui cominciate a vedere com’è fatta la vostra anima.
Dunque, sì: possiamo dire che il diavolo sia l’immagine della
distanza che volete tenere tra voi e la vostra anima.»

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Altre volte avevo parlato dell’anima, con i miei maestri, e mi
avevano spiegato che l’anima umana non è affatto quel
batuffolo diafano che ci si immagina di solito. È, dicevano,
un’immensa regione dell’universo, nella quale il nostro io (l’io
piccolo, come lo chiamavano loro) è come una moneta in un
lago. Questa immensa regione è ciò che definiamo Aldilà, o più
precisamente: l’anima di un individuo è ciò che quell’individuo
può scoprire dell’Aldilà.
E tra l’anima e il corpo maggiore che rapporto c’è,
precisamente?
«Il corpo maggiore è tutt’intorno al tuo io piccolo e al tuo
corpo fisico» rispose il Dominante «ed è a metà strada tra la tua
realtà fisica e l’infinito; invece l’anima è a metà tra il tuo cosmo
e l’infinito – intendendo per “cosmo” l’immagine che voi avete
dell’universo.»
Ripetei mentalmente questa definizione, come compitandola.
L’infinito in che senso?
«In tutti i sensi: tutto ciò che è infinito e che voi non potrete
capire mai. E lì l’anima è come una porta tra due stanze. Per
alcuni è una porticina minuscola, così la vedono loro; per altri è
addirittura come un forellino nel muro; per altri invece è come
l’imbocco di una valle. In realtà è grande quanto il più grande
dei Cieli, il Settimo, appunto: è lì che comincia la vostra
anima.»

A metà tra la nostra immagine del mondo e l’infinito… Quindi


l’anima è un’astrazione?
«Non è per niente astratta. È un grado ben preciso di
intensità del reale. Come dice il finale di Faust, quando il dottor
Faust ritrova l’anima?»
Andai a prendere il Faust di Goethe.

55
Tutto l’effimero
è solo una somiglianza;
l’inattuabile
qui diventa ciò che avviene;
l’indescrivibile
qui si compie;
l’Eterno Femminino
ci trae avanti.

«Eh eh» ridacchiò l’Austero, compiaciuto.


«Qui, l’effimero è il vostro cosmo» spiegò il Dominante.
«L’inattuabile e l’indescrivibile sono ciò che non riuscite a
includere nel vostro cosmo; Goethe chiama “Eterno
Femminino” ciò che noi e voi chiamiamo anima, e che non solo
non è astratto, ma fa diventare reali un’infinità di cose che per
noi non esistono nemmeno nella vostra immaginazione.»
E perché «Femminino»? Perché è femminile?
«Perché il vostro io è maschile. Tanto negli uomini quanto
nelle donne l’io è un principio maschile: anche le donne dicono
il mio io. Voi lo sentite così. Mentre l’anima, la sentite come un
principio femminile, proprio perché è tanto lontana ed
eternamente diversa dal vostro io, quanto la donna lo è
dall’uomo.
«Così, finché siete degli “io”, siete lontani e diversi dalla
vostra anima. Potete entrare e viaggiare nell’anima, ma non
siete lei. Potete averla, ma non essere lei. E ne siete
infinitamente attratti e tratti avanti, proprio come dice Goethe.»
Anche il corpo maggiore è un principio maschile?
«Sì. Ed è anche molto paterno.»
E il diavolo?
«Il diavolo per voi è soltanto il confine e la paura. Se lo
immagini come un confine che ti ferma, è maschile; se lo
immagini come paura che ti ingoia, è femminile. Ma sono solo
somiglianze effimere.»

56
«Come la somiglianza tra quei fiumi e i raggi del sole
all’alba» aggiunse l’Austero.

Insomma, il diavolo è solo un aspetto di ciascuno di noi.


«Non ho detto questo» mi fece notare il Dominante. «E
d’altra parte sapete molto poco di voi stessi. Conoscete solo i
piccoli aspetti e i piccoli poteri che avete nei sei Cieli; e vi fa
paura che possano diventare insignificanti davanti ai vostri
poteri più grandi. Perciò avete tanto bisogno di un feroce
guardiano che ve ne tenga separati, e vi convincete che ciò che
lui custodisce sia soltanto robaccia: iniquità, malvagità,
aberrazioni.»
Invece è quel che abbiamo di meglio, di più grande?
«Dipende da quante arie volete darvi» rispose l’Austero.
Cioè?
«È vero» confermò il Dominante. «Quanto più uno crede di
essere buono e brillante e stimato nel Cielo in cui si muove,
tanto più gli farà orrore ciò che può scoprire nell’altro
emisfero.»
«E tanto più noioso sarà parlare con lui» rincarò l’Austero.
«Invece, quanto uno più scende a scoprire cosa c’è là, tanto
più trova la sua anima. E tante cose diventano possibili, tante
ombre e confini spariscono dal suo campo visivo: e tutto ciò che
può succedere in uno qualsiasi dei sei Cieli diventa soltanto una
somiglianza con qualcosa di più grande. O un indovinello, se
preferisci. È questa la ragione per cui Gesù nasce in una grotta,
di notte, nel solstizio invernale, e non in un palazzo in un
meriggio d’inizio estate.»
I Magi! mi venne in mente a un tratto. E perciò i re Magi
giunti da chissà dove gli portano doni?
«Certo. I tre re Magi, uno dei quali è nero. Mentre dalle tre
proposte operative che gli fa il diavolo nel deserto, Gesù trae

57
altrettante idee guida. Si fanno sempre scoperte, scendendo nel
Settimo Cielo. Ci si guadagna sempre, a viaggiare.»

4 Genesi 9,13.

58
V
L’incarnazione. E una storia d’amore

Quindi anche la nascita di Gesù è una somiglianza.


«Come tutto ciò che sai.»
Gesù, invece, com’è nato davvero? Voglio dire il Gesù che è
esistito storicamente.
«Il Gesù che è esistito storicamente?» mi fece eco il
Dominante. «La vostra storia è troppo piccola perché un Gesù
possa essere esistito davvero.»
Intendi dire che non è esistito?
«Non “è esistito”. È in alcuni bei libri, ma non è un tale che
c’è stato e non c’è più. Non lo sai? I cristiani dovrebbero
saperlo: come dice il vostro dogma dell’incarnazione? Gesù è
nato, ma dopo che è nato sua madre era ancora vergine; e Gesù
è morto, ma dopo che è morto la sua tomba era vuota. È un
indovinello: chi può essere un uomo del genere? Cosa
rispondi?»
Un uomo-Dio, o un Dio-uomo.
«Bla bla. Non si risponde a un indovinello con un altro
indovinello di cui non sai la soluzione. Di’ bene: è l’uomo, dal
punto di vista di Dio. Nascita e morte sono i vostri confini nei

59
sei Cieli: i confini dell’io piccolo; e Gesù mostra ciò che in voi
è più grande di questi confini. Come dice Gesù quando parla di
se stesso? Come chiama se stesso?»
In diversi modi: figlio di Dio, figlio dell’uomo…
«“Io.” Quando parla di se stesso dice: “io”. E lì è la risposta.
Voi, quando dite “io”, parlate del vostro io piccolo che comincia
con la nascita e finisce con la morte. Gesù, invece, vi insegna a
dirlo da un altro punto di vista, e intende un io che la vostra
realtà non può ancora contenere. Così, quando nasce sua madre
rimane vergine e quando muore la sua tomba rimane vuota: è
più grande del tempo. E quello è il vostro io vero.»
L’io del Quinto Cielo: quando dicevate che in ognuno di noi
c’è un mondo immenso?
«Diciamo l’io della stella. Per ora.»

Ma, quando ci si arriva, non si è più nei sei Cieli? Oppure poi
si torna indietro? O si è là e qua contemporaneamente?
«Quando siete nei sei Cieli, siete soltanto nei sei Cieli.
Quando vi trovate nel Settimo, la stella si forma in voi e agite e
siete in tutti e sette i Cieli contemporaneamente. È molto bello,
ma succede a pochi. E, soprattutto, pochi se ne ricordano,
quando gli succede.»
Perché?
«Vi fa paura, in genere perché non avete abbastanza forza.
Non riuscite a congiungere, con la mente e con la memoria –
che sono le vostre funzioni più deboli. Solo nei miti ci riuscite
un po’: lì vi capita anche di ricordare, per qualche istante. Vuoi
che te ne racconti uno, per allenamento? Fa’ così: non scriverlo,
prova a ricordarti soltanto. Ti sarà utile, ed è un racconto molto
bello e antico. È l’antenato di tutti i racconti.»
Anche questo racconto riguarda il diavolo?
«Il diavolo e anche Gesù.»

60
E lo capirò?
«Probabilmente non subito.»

La più antica storia d’amore

PARTE PRIMA
«È in due parti.» E il Dominante cominciò a narrare. «Parte
prima. Una volta lo Spirito abitava in alto – e intendo dire lo
Spirito supremo, quello che dà la vita a tutti gli esseri, mortali e
immortali. Abitava molto in alto nell’universo, ma si innamorò
della materia. Sarebbe potuto rimanere lassù, al posto suo, ma
non volle: era innamorato. E, contro il parere di tutti – di tutti
gli Dei e di tutti gli Angeli –, lo Spirito scese giù verso la
materia, si unì a lei e si trasformarono entrambi: da allora
furono una cosa sola.
«Così cominciarono a prendere forma tutti i vostri mondi e
tutti i vostri cieli, molto prima che gli Dei creatori li
plasmassero nell’aspetto che hanno adesso. E da allora, da
quando lo Spirito e la materia si unirono, in tutto ciò che esiste
nei vostri mondi c’è una forza che vuole tornare in alto, e una
forza che vuole restare dov’è. Difficile dire quale delle due
forze provenga dallo Spirito e quale dalla materia, tanto più che
anche queste forze sono una cosa sola, e non si possono
distinguere l’una dall’altra, mai. Ti piace?»
È questa la storia?
«È la prima parte. È molto conosciuta: tutti i vostri libri sacri
ne parlano, in un modo o nell’altro. Solo che, tutte le volte che
l’hanno raccontata, hanno esagerato un po’ nell’immaginare la
materia come qualcosa di pesante, di inerte: in realtà non era
proprio così, soprattutto allora. E allo Spirito hanno fatto fare
troppo bella figura. Ma non importa; piuttosto, ti raccomando di
notare quel bisogno che lo Spirito ha della materia. È
commovente, vero? È anche la storia di Gesù, di ciò che voi

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chiamate Gesù. E la fidanzata di Gesù è la terra, la materia,
appunto.
«Adesso la seconda parte.
PARTE SECONDA
«Tra gli esseri immortali a cui lo Spirito dava vita c’era
anche il diavolo, o meglio, quello che oggi chiamate il diavolo.
A differenza degli Dei e degli Angeli, il diavolo aveva una sua
autonomia molto spiccata, pensava sempre per conto suo.
«Così fu anche quella volta. Agli Dei e agli Angeli non era
piaciuta quella scelta d’amore dello Spirito, ma ci si erano
adeguati: il diavolo invece decise di intervenire, e scese anche
lui nella materia, non, però, per amore. Vi scese per separarla
dallo Spirito, e trovò il modo. La sposò: e da allora la materia è
sua moglie.»
Ma come è possibile che…
«Che sia fidanzata di uno e moglie dell’altro? Non è così in
tutte le storie d’amore e in tutti i matrimoni? Pensaci.»
«Gesù nei Vangeli incontra diverse donne adultere,» 5 notò
l’Austero «e non è certo per caso che le incontra. E poi, te lo
vedresti lo Spirito sposato?»
«E ora veniamo alla spiegazione» riprese il Dominante.
La storia è finita?
«Be’, sì.»

«La materia è la vostra casa. Per voi è la famiglia, la nazione, le


condizioni di vita, il corpo, insomma questo genere di cose: ciò
che c’è di più stabile nel vostro Aldiquà. È il contrario esatto
della vostra anima, per intenderci. E tutto ciò che vive nei vostri
Cieli sa di avere la materia come casa; ma ciò che vive non
vuole sentirsi in pace, in questa sua casa, non vuole dimenticare
di essere diverso: di essere anche figlio di suo padre, oltre che

62
della materia. Questo non voler dimenticare è il modo più
semplice di sentire la vostra anima. In un certo senso è la vostra
anima. D’altronde, se vi sentiste in pace nella vostra casa, con la
vostra mamma, non vi innamorereste mai di nessuno.»
Ma il padre chi è: lo Spirito o il diavolo?
«Sola mater certa: neanche la materia sa chi sia il padre.
Tutto farebbe pensare che sia lo Spirito: anche il vostro sguardo,
il vostro modo di sorridere. Ma chi può dirlo?»
Se però lo Spirito dà la vita a tutti, come fa il diavolo ad
avere figli senza che lo Spirito…
«Certamente. È lo stesso problema che ti potresti porre la
prossima volta che pensassi al concepimento di Gesù.»
«Dio e Maria di Nazareth non erano sposati» osservò
l’Austero.

Come mai lo Spirito e il diavolo non sono riusciti a trovare un


accordo, riguardo alla materia?
«Chissà, forse l’hanno trovato» rispose il Dominante. «Vedi,
il segreto di questa storia è che a raccontarla è la materia stessa.
È la materia a vederla così. È convinta che lo Spirito si innamori
di lei, e che suo marito, il diavolo, esista per impedire che lei si
elevi. Ciò che in voi è materia si sente esattamente così.»
Cioè, se lo immagina lei e magari lo Spirito e il diavolo la
vedono in tutt’altro modo?
«Non è che lei lo immagini. Semplicemente li fa esistere
così, nel suo mondo. Nel suo mondo comanda lei, e tutto
diventa espressione di lei, anche lo Spirito e il diavolo.
«Per la materia, il diavolo è il sapere che non c’è speranza:
che lei rimarrà sempre in basso. E da un lato la cosa non le
spiace più di tanto, dato che lì in basso comanda lei.
«Ma d’altro lato, l’angoscia che ne prova le dà la forza di
vedere lo Spirito che si è innamorato di lei e che l’ha raggiunta

63
dov’è. E così li vedete voi.»
Noi o la materia? Non siamo solo materia, l’hai detto anche
tu, prima.
«Sì, ma nell’Aldiquà siete sempre segretamente convinti che
la materia sia più forte di tutt’e due: dello Spirito innamorato e
del diavolo suo marito. Quello che importa più di tutto agli
uomini è che la loro casa non crolli: che i sei Cieli siano sempre
ben saldi.»
E hanno ragione gli uomini? La materia è più forte dello
Spirito e del diavolo?
«Giudica tu. Per lo Spirito innamorato la storia non finisce
bene, direi, così come non finì bene per Gesù. E al diavolo tocca
la parte del marito tradito. Così la vede la materia, e di sicuro
voi non fate poi molto per dimostrarle che ha torto, non ti pare?
Anche tu, per esempio, vieni a trovarci in fondo a un tranquillo
laghetto: per essere sicuro di riemergerne sempre nel punto in
cui ti eri immerso. Non hai pensato a un fiume.»

5 Giovanni 4,16 sgg.; 8,3 sgg.

64
VI
Tutto cresce - La morte di Paola - Gli indovinelli della Sfinge -
Il Paradiso, e un’altra lezione sul Male

«Comunque sono uno che non fa abbastanza per gli altri,»


pensavo ogni tanto nei giorni seguenti. «Ed ecco cos’è il lago
tranquillo, ecco perché non ho mai pensato a un fiume.» Certo
non era grave, dato che la maggioranza della gente non ha mai
fatto abbastanza per gli altri; ma, più ci pensavo, e più mi
sentivo come se mi avessero diagnosticato una malattia e come
se, ripetendomi che non era grave, stessi soltanto perdendo
tempo, invece di curarmi.
Il Dominante aveva detto che la conseguenza di questa
specie di malattia era la mia incapacità di «viaggiare» e di
«congiungere» – cioè, in pratica, di ampliare i miei orizzonti e
di trarre conseguenze pratiche da quel che sapevo e che
scoprivo. Paralizzato dall’avarizia! Mi dava più fastidio questo
pensiero, o la prospettiva di fare il volontario sulle ambulanze, o
magari di fondare un ospizio? «Questo sarebbe fare qualcosa
per gli altri» pensavo.
«Ma non ha senso. Su un’ambulanza non saprei cosa fare, e
per fondare opere pie ci vogliono capacità pratiche che io non
ho. E dunque?» Ai miei maestri non ne parlavo, per timore che

65
cominciassero a darmi lezioni di pronto soccorso o di politica
assistenziale, o magari a propormi di dare tutto ai poveri.
Ponevo invece molte domande sulla Bibbia e sul libro che stavo
scrivendo, e loro mi rispondevano tranquillamente, come
sempre.
Riguardo al fare troppo poco per gli altri… mi decisi a
domandare una notte.
«Sì?»
Intendevate «fare» o «dare»? Faccio troppo poco o do
troppo poco?
«Che differenza c’è?» domandò l’Austero.
È che non riesco a pensarci chiaramente, ammisi. C’è
qualcosa che mi impedisce di capire cosa dovrei fare, per gli
altri.
«Tutto quello che fai» rispose il Dominante. «L’importante
non è il cosa fare, ma il come farlo. Tu fai le cose nel tuo
mondo soltanto, che è piccolo: è lo stesso mondo in cui eri da
bambino, quando imparavi a imitare gli altri. Intorno a te tutto
cresce e tu no. Perciò vivi in una finzione; e se provi a
immaginare qualcos’altro, riesci solo a immaginare un’altra
finzione, che tu chiami dover fare. Non devi fare: fai!»
Non capisco bene. C’entra in qualche modo con il corpo
maggiore?
«Certo. Ma per ora è vero che non capisci. Non puoi, è
troppo piccolo il mondo che hai. Se qualcosa ne esce, tu la vedi
uscire e rimani chiuso lì. C’è il tuo diavolo sul confine, che ti fa
paura, e tu non te ne sei nemmeno mai accorto. Perciò non hai
abbastanza né per dare né per fare, e nemmeno per capire gli
indovinelli.»
Tutto cresceva e io no.
Era primavera, aprile, e il giorno dopo, guardando gli alberi
verdi e il bianco luminoso delle nuvole, avevo l’impressione che
gli alberi e le nuvole facessero abbastanza per gli altri, e io no.
Crescevano e splendevano.

66
«Dev’essere per questo che tanta gente ha l’allergia in
primavera» mi venne in mente. «Quando tutto cresce e comincia
a splendere, chi non cresce e non fiorisce si sforza di non
accorgersene, e il suo corpo fa quel che dovrebbe fare la sua
coscienza: si sente soffocare e piange.»
Io avevo sofferto di asma allergica dall’adolescenza, fino a
quando l’Austero – giusto l’anno prima – mi aveva insegnato un
modo di guarirne. «Ah, perché non l’hai chiesto prima?» mi
aveva detto. «Scrivi questa parola:

heneikiokòs.

«Quando hai un attacco d’asma, pronunciala di seguito,


quante volte vuoi, ma ogni volta togli una lettera all’inizio e una
lettera alla fine: eneikiokò, neikiok, eikio, e così via. E alla fine
di’: kaaa, e respira. E l’asma passa.»
Mi era passata, grazie a quel chiocciare vagamente greco. E
da quell’anno non mi era tornata. Dunque il corpo non mi
aiutava più a non accorgermi. Ma il mio mondo rimaneva
troppo piccolo e non riuscivo a ingrandirlo. Come si può
ingrandire un mondo?

In maggio, in quel mio mondo troppo piccolo, morì la mia


amica Paola. Si era appena separata dal marito e soffriva di forti
emicranie; lei pensava fosse per la tensione, per la solitudine, i
medici invece dissero che si trattava di una malformazione
congenita in qualche punto della nuca, difficile da diagnosticare
e ancor più difficile da curare. Quando seppi che l’avevano
ricoverata e che era gravissima, corsi all’ospedale. Erano le
undici di sera. L’atrio e i corridoi del padiglione neurologico
erano deserti. Rabbrividii, non so perché, guardando i globi
bianchi delle lampade appese al soffitto. All’ultimo piano il

67
medico di guardia della Terapia Intensiva mi disse che non
potevo entrare a vedere «la signora» – domandandogli di Paola
l’avevo chiamata «la signora».
«Lei è parente?»
«No. C’è qualcuno, dei parenti?»
«No, sono andati via.»
«E…»
Mi spiegò che la testa della signora era piena di sangue
raggrumato e che tra qualche ora le avrebbero prelevato le
cornee e il cuore. Paola aveva trentacinque anni. Quando aveva
perso conoscenza, quel pomeriggio – sul letto, in attesa che
l’antidolorifico facesse effetto – il suo bambino era seduto
nell’altra stanza, davanti al televisore.
«Ma soffre, adesso?»
«No» disse il medico di guardia. Ci pensò, e mi guardò
un’altra volta negli occhi prima di chiudere la porta.
Rimasi per una mezz’ora davanti all’ingresso di quel
padiglione. Era un edificio vecchio, rosso scuro. Non c’era
ragione che stessi lì, ma non me la sentivo di tornare verso casa
subito dopo aver saputo che tra poco avrebbero tolto a Paola le
cornee e il cuore prima che morisse del tutto. Ci eravamo
conosciuti a un giardino pubblico, dove andavamo a far giocare
i bambini. Non eravamo grandi amici, probabilmente non ci
eravamo mai nemmeno chiesti consiglio su qualcosa. Ci
eravamo soltanto abituati a vederci spesso.
Neanche noi avevamo fatto abbastanza l’uno per l’altra? E
perciò mi sembrava così pesante questa cosa, in fondo normale,
che stesse morendo? Non soffriva. Doveva solo andare via,
perché non c’era più niente da fare.
Il mattino dopo telefonai a una mia conoscente che teneva
corsi sul channelling, cioè sul modo di comunicare con i morti,
e le domandai come si può aiutare qualcuno che muore. Mi
disse che bisogna spiegargli alcune cose, sussurrandogliele
all’orecchio.

68
«Non si può più. A quest’ora dovrebbe essere già morta, le
toglievano il cuore stamattina presto.»
«Allora arrivaci con i tuoi Spiriti: dev’essere ancora molto
vicina. Le parole da dirle sono: “Tutto continua”. Quando
muoiono hanno sempre paura che tutto sia finito, invece tutto
continua; certi ne hanno talmente paura che per loro tutto finisce
davvero per molto tempo. Ma poi tutto continua, anche per loro.
Spiegaglielo in modo che capisca, trova tu le parole. Fidati! Fa’
così. È una buona cosa.» Mi sembrò che sapesse quel che
diceva.
Ne parlai ai maestri e mi accompagnarono a una porta della
nostra stanza tonda, mi dissero che dovevo proseguire da solo e
scendere al quinto piano, e richiusero la porta alle mie spalle.
Era la porta di un ascensore, scesi al quinto piano e l’ascensore
si aprì sul buio. Paola doveva essere lì da qualche parte, anche
se non percepivo e non riuscivo a immaginare né lei né
nient’altro: solo un buio vuoto.
«Paoletta?» dissi.
Aspettai per qualche istante e poi cominciai a dirle – a
immaginare di dirle – che tutto continuava, il mondo, il suo
bambino, tutte le persone a cui lei voleva bene, e anche lei: tutto
continuava per lei e con lei, non c’era nessuna interruzione, solo
un passaggio, una trasformazione. «È un passaggio di stato, così
mi hanno spiegato… Una che se ne intende» dicevo. «È… come
il ghiaccio che si scioglie e diventa acqua: ma era acqua anche
prima, in fondo. Ecco, precisamente così.» Pensai che se lo
capivo io, lo stesse capendo anche lei. «Bisogna solo
accorgersene, e allora tutto continua. Di sicuro.»
«Il male no» sentii che diceva.
Sentii che la mia spalla sinistra diventava più pesante (poi i
maestri mi spiegarono che a volte si prova questa sensazione,
quando si parla con i morti).
«No, no, certamente no» le dissi. «Il male, il dolore fa parte
del ghiaccio, non dell’acqua… Il ghiaccio è duro e l’acqua è

69
morbida. Tutto continua in un altro modo, Paoletta, ma
continua. Vedrai che continua,» proseguivo «già adesso si
dovrebbe vedere, guarda bene. Riesci a guardare? Prova e ci
riesci, da brava. Ecco, tutto qua, andrà tutto bene.»
«La tua forma diventa diversa» disse Paola, con voce calma,
mentre io avevo immaginato la mia voce affannata. «La macina
si ferma e non serve più.»
«Quale macina?»
Non ricordo d’aver sentito altro. Aspettai per un po’ e tornai
su, con l’ascensore.

Sono arrivato in tempo o mi sono immaginato tutto? domandai


ai maestri.
«Sei arrivato in orario» rispose l’Austero.
Significa che mi ha sentito?
«Sei arrivato in orario per te. È un passo nella tua
evoluzione. Ti porta avanti in una forma più…» Lì capii cosa
disse, ma lo scrissi in maniera indecifrabile e, quando riaprii gli
occhi, non lo ricordavo più. Avevo scritto anche altre frasi che
non ricordavo più di aver udito, ma erano incomplete: «Tu
ancora non lo sai… disciogliti, dalle macine all’aria. Rispettale,
e fai il tuo dovere…».

Che cosa mi avevate detto la volta scorsa? domandai


l’indomani. Cos’erano quelle macine?
«Niente, era un indovinello» rispose il Dominante. «Ma
importava allora e adesso non importa più. Tutte le volte che
arrivate a un confine trovate indovinelli: è il modo in cui la
vostra mente sente il confine.»

70
E il confine era la morte? Ho parlato davvero con Paola?
«Lei ha parlato con te. Tu hai parlato soltanto con il confine.
Ecco, riguardo al diavolo: quel buio che vedevi lì era il diavolo,
per te.»
E per lei?
«Per lei no. Il confine è il diavolo per chi ne è al di qua. È il
buio, la paura, la soglia. Perciò dovevi dire che là tutto continua:
a te stesso dovevi dirlo, per farti coraggio, e non a lei.
Nell’Aldilà tutto continua davvero, in tutte le direzioni. C’è
anche tutto ciò che non sapevate di ricordare, e questo vi
spaventa moltissimo.
«E non è soltanto nella morte: morte è solo uno dei nomi che
gli date, ma il confine lo trovate in tutte le cose, in voi stessi, in
qualsiasi istante. Non è dappertutto, l’invisibile? Non è in tutto?
Invece di “invisibile” potreste anche dire: “inattuabile”, come
diceva Goethe, o anche: “irricordabile”. Si può dire nelle vostre
lingue?»
«Immemorabile.» E perché ci spaventa tanto?
«Dipende. Certi quando lo sfiorano hanno l’impressione che
quell’enorme memoria stia per spazzarli via, come un fiume in
piena. Altri invece restano a guardare: la guardano mentre si
avvicina. E nella loro mente è come se si domandassero: “E
questo che vedo cos’è? In qualche modo lo sapevo eppure non
lo so”. E lì sentono gli indovinelli. Così è anche per te.»

«Quella è appunto la memoria del corpo maggiore, che si


affaccia alla vostra anima» continuò il Dominante. «Anche
l’indovinello della Sfinge si riferiva a questo. Pensaci.
Com’era?»
Nel mito di Edipo la Sfinge si aggirava intorno alla città di
Tebe e poneva ai passanti il famoso indovinello, ingoiandoli se
non riuscivano a rispondere:

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C’è sulla Terra un animale che può avere quattro, due o anche tre
gambe, ma è sempre chiamato con le stesso nome. Tra gli esseri viventi che
si muovono sulla Terra, nel cielo o nel mare, questo è l’unico che muta
talmente la sua natura. E, più sono le gambe su cui cammina, meno veloce
va.

«Vedi?» domandò il Dominante.


La Sfinge era il diavolo?
«Lì sì. E la risposta all’indovinello era: l’uomo. Così è in
tutti questi indovinelli: qui ricordate sempre ciò che sapete già.»
Ciò che sa il corpo maggiore?
«Ciò che vi accorgete di sapere quando cominciate a scoprire
il corpo maggiore» precisò il Dominante. «La Sfinge è come se
dicesse: “Hai il coraggio di accorgerti che, visto da dove sei ora,
l’essere umano è una bestiola che cammina in quel modo buffo?
E che da qui vedi tutta la tua vita, dall’inizio alla fine, perché
qui sei molto più grande di quella bestiola? Tu l’hai sempre
saputo: ma hai il coraggio di accorgertene?”.
«Se ve ne accorgete, potete continuare a ricordare tante altre
cose; se no, qui rimane solo un vuoto che si spalanca, e quel
vuoto è la vostra paura, le fauci della Sfinge.»

Per me è stato un vuoto mentre parlavo con Paola?


«Sì. Ma potete trovarne dappertutto, di questi vuoti che vi
ingoiano. Per esempio, in quello che immaginate dell’Aldilà.
Prendiamo il Paradiso: gli uomini pensano che sia l’Aldilà, e
invece è anche quello un indovinello della Sfinge. È solo un
modo di descrivere una dimensione dell’Aldiquà.»
«Come l’inconscio è un modo di descrivere una dimensione
del conscio» aggiunse l’Austero.
E che cos’è il Paradiso, nell’Aldiquà?
«Il vostro desiderio che esista: che i meriti siano premiati,

72
che Dio vi coccoli e così via. Solo che, se non avete il coraggio
di accorgervene e continuate a pensare che il Paradiso sia
nell’Aldilà, questo indovinello ingoia i vostri destini: pensando
che sia nell’Aldilà, infatti, non fate niente perché esista dove
sarebbe il suo posto, cioè sulla Terra. E vi immaginate che il
diavolo vi impedisca di raggiungerlo, e naturalmente avete
ragione: dato che il diavolo è, come sai, la vostra paura del
confine.»
Non lo facciamo di proposito. È così che ce l’hanno
insegnato.
«Oh no, lo fate di proposito. E di proposito lo insegnate e lo
imparate così, caro mio.»

«Lo stesso vale anche per tutti i vostri mali» continuò il


Dominante. «È come quando giudicate malvagio quello che la
gente fa in un altro Cielo, ricordi?»
Sì, uccidere, rubare eccetera.
«Ecco. Così è per tutti i mali. Poniamo, la malattia. Il male
non è la malattia: è solo la vostra incapacità di vedere cos’è la
malattia. O la morte? È lo stesso: è la vostra paura di vedere
cos’è la morte vista dall’altra parte del confine, dal punto di
vista del corpo maggiore.»
Be’, è chiaro: vista da lontano la malattia fa meno
impressione. Ma per l’uomo sulla Terra è comunque un male.
«No, il male è tutto quello che non osate vedere “da
lontano”, come dici tu; e, finché non lo vedete, quello è il Male.
Poi, agli uomini piace sentirsi vittime e costruire muraglie per
difendersi: sono bravi a costruire, ma è tutto quello che
ottengono, sforzandosi di non vedere. Quando invece conosci le
cose dal punto di vista del corpo maggiore, ogni conoscenza
serve a trasformare il senso di ciò che conosci.»

73
8

Dimmi allora, per esempio, come si trasforma il senso della


malattia?
«Vedi cos’è e la guarisci, perché non hai più paura di vedere
cos’è.»
E la morte?
«Vedi che è uno dei tanti modi di superare il confine tra
l’Aldiquà e il vostro corpo maggiore, l’invisibile, l’irricordabile.
Uno dei tanti modi. Mentre, se non lo vedete, è solo un vuoto,
uno dei tanti vuoti che vi ingoiano.
«Prendi un qualunque altro male. Una guerra: la guerra è
sicuramente un male divoratore, per tutti quelli che non
capiscono cos’è, e li divora.»
Come si fa a non capire cos’è, protestai. Tutti capiscono
cos’è una guerra.
«No. La guerra è un indovinello che i più non capiscono mai.
Non te ne sei accorto nel Caucaso? Chi capisce l’indovinello
vede che le cosiddette guerre sono soltanto degli uomini che
uccidono e distruggono senza sapere perché, e che chiamano
“guerra” questa cosa che non capiscono. Una moltitudine di
soldati che dicono: “Io sono qui ed è così perché c’è la guerra”.
È come dire: “Io non capisco perché sono qui e perché è così”.
E se ne lasciano divorare. Non sarebbe così se vedessero che la
guerra sono soltanto loro stessi che si uccidono a vicenda.»
Nessuna guerra è mai finita solo perché la gente si era
accorta di combatterla.
«Perché non riuscite a fidarvi di ciò di cui vi accorgete. Non
ve lo insegnano e avete paura a impararlo, così la vostra vita è
piena di Sfingi.»

«Poi dite: perché Dio tollera il diavolo, e tollera il male, le

74
guerre, le malattie, le sofferenze dei giusti? E la risposta è
sempre la stessa: sono gli uomini a immaginarsi e a volere che
Dio tolleri tutto questo, perché sono loro a tollerarlo.
Preferiscono lasciarsi divorare, piuttosto che capire qualcosa di
più di ciò che sanno.
«Così il Male rimane, e la vostra casa è solida, e quello che
gli uomini sanno rimane valido. E il diavolo continua a essere il
buio tutt’intorno, che vi fa paura.»
E sarà sempre così?
«Nelle vostre religioni, sì» disse l’Austero.
«Comunque, la prossima volta che verrai da noi proveremo a
viaggiare» mi annunciò il Dominante. «Domani o dopo. Hai
appena fatto qualcosa per gli altri, è il momento buono.»
Ti riferisci a quello che ho fatto per Paola?
«Sì. Adesso ti manca soltanto qualcosa da cercare in viaggio,
ma questo è facile: ti verrà in mente.»
Verrete anche voi, sì?
«Certo. Non ti preoccupare.»
E in che senso: «qualcosa da cercare in viaggio»?
«Ah no, è il tuo indovinello. Devi risolverlo tu, per la
prossima volta.»

75
Parte terza
IL DIAVOLO E L’UNICO DIO

76
VII
La promessa - Primo viaggio nell’Aldilà -
Storia e natura del diavolo cristiano -
Il Dio unico e il cuore: come far crescere entrambi

Qualcosa da cercare in viaggio. «Intenderanno uno scopo, la


realizzazione di un desiderio», così ragionavo tra me e me la
notte seguente, mentre mi preparavo ad andare dai maestri.
«Be’, non è difficile immaginare una risposta equilibrata: i
desideri sono sicuramente la cosa più utile che esista al mondo,
ma l’Aldilà non è il mondo e io non posso desiderare qualcosa
in un posto che non conosco.»
Disposi come al solito il quaderno e le penne sulla scrivania,
spensi la lampada, chiusi gli occhi e mi avviai per il solito
itinerario.
«Già, e loro mi risponderanno che, appunto per questo, è un
indovinello, e che mi tocca risolverlo» pensavo intanto, con
disappunto. «“Devi cercare qualcosa in un posto che non sai!”
Come in una fiaba. E, se non lo risolvo, niente viaggio. Devo
trovare una risposta. Trovare qualcosa da cercare.»
La mia sedia precipitava giù nell’immaginazione, mentre io –
con le sopracciglia aggrottate – tentavo invano, come si tentano
le chiavi in una serratura. «Potrei dire: “Cercherò un genio della
lampada di Aladino?”.» Ma non mi occorreva, avevo già loro.

77
«Allora qualche potere speciale? Una rivelazione?» Anche
queste cose avrei potuto chiederle semplicemente a loro, senza
bisogno di viaggiare: e me le avrebbero insegnate in qualche
lezione.
«È strano, comunque: come mai non mi viene in mente
niente, quando potrei pensare a qualsiasi cosa? Anche questo è
il confine, il diavolo?»
La sedia cominciò a rallentare, e vidi dall’alto il sentiero e il
lago, sempre più vicini. «Dirò così: andiamo a cercare qualcosa
che mi permetta di sentirmi contento di me guardando la
primavera, le nuvole luminose e gli alberi verdi. Capiranno cosa
intendo; è un’ottima risposta.» La sedia toccò terra e mi avviai
verso il lago.
Ho pensato a cosa cercare, dissi subito, quando entrarono
nella stanza tonda.
«Bene, sentiamo.»
La promessa.
Lo pensai soltanto dopo averlo detto. La promessa. Non
avevo idea di quale fosse, ma in quel momento seppi
chiaramente di avere una promessa da mantenere.
Ricordarmi di cosa ho promesso e quando, continuai, come
per spiegarlo a me stesso.
«Mmh, ci siamo quasi» disse il Dominante, proprio come
avrebbe potuto dirlo un maestro a scuola.

«Non è soltanto la promessa da ritrovare» continuò. «C’è anche


la capacità di usare le promesse: come strumento per la
conquista della realtà.»
Mi è venuto in mente solo adesso, dissi, senza capire quel che
mi stava spiegando. Così, tutto a un tratto. Non avevo pensato a
una promessa, prima.
«Succede sempre così, con gli indovinelli. In parte è già

78
questa la promessa che cerchi.
«In un certo senso, è il passo successivo ai desideri. Quando
esprimete i vostri desideri, imparate non soltanto a guardare
dentro voi stessi, ma anche ad affidarvi a forze invisibili e senza
nome, più grandi di voi. E, perciò, a ogni desiderio autentico
cogliete un lembo della trama sconosciuta della vostra vita: i
desideri sono una forma superiore di conoscenza, e questo è il
dolce premio di tutti i desideri, anche di quelli che poi non avete
la forza di lasciar realizzare. Quando invece…»
E quelle forze invisibili sono il fiume, nel disegno dei Cieli?
«Certamente. Quando invece userai le promesse…»
E i desideri sono un accesso al corpo maggiore?
«Sì. Quando invece imparerai a usare le promesse, tutto
comincerà ad avvenire per dimostrarti che tu contieni il mondo.
E non capirai mai come, ma diventerai tu quelle forze più
grandi.»
Con le promesse, semplicemente? Dicendo: «Farò questo e
quest’altro?».
«Più o meno. Col dirlo anche senza le parole. Anche qui, è
come quando la mamma affida Mosè al Nilo, tale e quale.
Vedrai, ma devi imparare a viaggiare, prima.»

Tacquero.
Adesso stiamo per viaggiare?
«Direi!»
Bisogna andare da qualche parte, per partire? domandai,
indicando le porte della stanza.
«No, basta che raccogli qualcosa da terra.»
Immaginai di chinarmi; sentii che la spalla destra si chinava
più rapidamente della sinistra, e ruotava verso sinistra.
E cominciai a vedere.

79
***

Un calcagno fine. E la caviglia olivastra. Per un attimo soltanto.


Di una bambina, sicuramente.
Poi, l’impronta che aveva lasciato il sandalo. La vedevo da
vicino, sul terreno rossastro, polveroso; e la luce arancione del
sole e l’ombra sul margine dell’impronta: il margine non era
profondo più di due o tre millimetri, ma ne vedevo nettamente
l’ombra. E il colore della luce del sole, l’ombra e la polvere mi
sembravano belli come pietre preziose. «È così bello il
mondo?» ebbi il tempo di pensare.
«Devi regolare un po’ la vista» disse il Dominante. «Tieni la
schiena diritta, andiamo a sederci là» e indicò dei gradini di
pietra nel sole al tramonto.
Dov’è andata? domandai, intendendo la bambina o la donna
di cui avevo visto il calcagno. La bambina camminava davanti a
noi: aveva lunghi capelli ricci, scuri, e una veste arancione,
scura anch’essa, che le arrivava sotto le ginocchia.
Diverso tempo prima, nelle conversazioni con i maestri, mi
era accaduto o mi era sembrato a volte di sentire anche la voce
di una bambina, oltre alle voci del Dominante e dell’Austero.
Mi volsi a domandare al Dominante, e mi fermai a bocca aperta.
«Che c’è?» sorrise il Dominante.
Era la prima volta che lo vedevo.

***

Il Dominante aveva una lunga sopravveste, a disegni persiani,


rosso cupo e verde. Era largo di spalle e soprattutto di torace, e
appena più alto di me. Aveva la barba rada, chiara, e grandi
occhi castani che in quel momento erano illuminati dal sole.
Vedevo il denso colore del sole sulle ciglia, sulle piccole rughe
negli angoli degli occhi: sorrideva con le labbra chiuse. Poteva
avere sessant’anni.

80
«Mi vedi, sì?»
Sì! e ridevo dall’emozione. E lui è…
L’Austero, che gli camminava accanto, era vestito di chiaro,
con ampie vesti arabe, bianco e ocra. Era più alto del
Dominante e aveva la barba nera, gli occhi neri e la pelle bianco
latte. Dietro di noi, sulla sinistra, venivano altre due figure che
non distinguevo bene: avevano il sole alle spalle e il sole era
basso e abbagliante. La bambina era corsa accanto a una di
queste figure e l’aveva presa per mano.
Siete cinque?
«Noi? Tu sei cinque, noi ci adattiamo a te» rispose il
Dominante, e mi guardò, continuando a camminare. «Ma non
siamo né uno, né tanti, né pochi.» Per un attimo mi sembrò di
aver capito perfettamente questa frase, come se fosse stata
aritmetica.
«Nei viaggi bisogna innanzitutto imparare a vedere» disse
ancora. Mi sorridevano, tutti, anche l’Austero – che era sulla
cinquantina, ma aveva un sorriso da adolescente, come accade
agli uomini non sposati.
Li guardavo, ora l’uno ora l’altro, e non riuscivo a dire niente
dalla contentezza. Le due figure sulla sinistra erano un uomo e
una donna, vecchi, portavano anche loro vesti lunghe e ampie,
blu scuro, e avevano forme strane dietro le spalle – come ali di
libellula modellate con il filo di ferro.
Io sono cinque? E tutti gli uomini lo sono? domandai, per
sentire la mia voce.
«Chi più, chi meno» rispose l’Austero.
Avrei voluto toccarli, ma temevo che al contatto si
dissolvessero. La bambina mi guardava con curiosità, sempre
tenendo per mano il vecchio con le finte ali di libellula.
«Qui, siediti» disse il Dominante, battendo la mano sui
gradini tiepidi di sole. «Non devi avere fretta. Impara ad
ascoltare e a prendere nota anche in viaggio.» E si sedette alla

81
mia sinistra. Proprio davanti a me, sulla terra battuta, erano
tracciati i disegni dei cerchi e dei coni dei cieli.
«La questione, per voi, sta tutta nel concordare questi disegni
tra loro» riprese il Dominante, vedendo che guardavo i disegni.
«Dai diversi modi di concordarli prendono forma tutte le vostre
religioni. Gli egizi e i greci ci riuscivano bene. Voi no,
soprattutto perché sentite che in questi disegni è racchiuso un
grosso potere, e ne avete paura.»
«Infatti gli egizi e i greci non avevano il diavolo» disse
l’Austero, che si era seduto a sinistra del Dominante.
«Parla con noi come se fossi nella stanza tonda» mi sussurrò
il Dominante. «Devi abituarti.»

Cioè (provai a obbedirgli), se il diavolo è la paura, vuol dire


che i cristiani sono più paurosi degli altri?
«Il diavolo è dei cristiani» disse il Dominante. «Loro l’hanno
coltivato e plasmato nelle sue qualità, il che naturalmente è una
cosa notevole. Il diavolo come lo si immagina di solito è una
delle poche figure mitologiche veramente nuove che si siano
formate negli ultimi due millenni; per il resto, in mitologia avete
continuato a riscoprire terre antiche.
«I cristiani l’hanno plasmato e si sono, per così dire,
specializzati nel diavolo, perché di tutte le religioni il
cristianesimo è quella che teme maggiormente di venir superata.
In un certo senso è la più consapevole di tutte. Sa di essere
inferiore al suo principio, cioè a Gesù e alle Scritture: sa di
sapere meno di quel che c’è nelle Scritture (gli ebrei invece non
lo sanno) e ne ha paura. Poi, naturalmente, ha paura di tante
altre cose di cui sa troppo poco. Del corpo, per esempio. I
cristiani hanno come simbolo un corpo crocifisso: è strano, non
ti pare?»
Sì, dissi, e intanto mi distraeva la sensazione del mio corpo,

82
lì, delle mie gambe appoggiate su quel gradino di pietra chissà
dove. Sto perdendo qualche passaggio? domandai. Non ho
seguito bene…
«Sta andando tutto benissimo» mi rassicurò il Dominante. E
proseguì: «Il vostro corpo è davvero una delle ragioni principali
della paura del Dio cristiano. Il vostro Dio, sai, è in una
situazione difficile, molto più difficile di quella di Zeus. L’avete
proclamato “Dio unico” troppo presto, quando né Lui né voi
eravate pronti per una simile conquista. 6 Lui non si era ancora
formato del tutto, e voi non avevate ancora superato nemmeno
uno dei molti Dei che avevate allora. Stavate intuendo una
possibilità tanto audace: un Dio unico! E, tutt’a un tratto, avete
voluto realizzarla. Nota bene che neanche gli ebrei l’avevano: il
loro Dio era soltanto il più grande, non pensavano che fosse
l’unico. Parlo della massa, certo. I sapienti avevano altre idee».
E il nostro corpo preoccupa tanto Dio perché Dio non si è
ancora formato?
«Il vostro Dio unico non basta a dominare tutta la realtà, e il
vostro corpo è ciò che gli sfugge più d’ogni altra. Guarda tu
stesso: il vostro Dio non mangia, non dorme, non fa l’amore.
Non per nulla il vostro cosiddetto peccato originale riguardava
proprio il mangiare qualcosa.
«Così, in questa parte voi – nel cibo, nel sesso, nel sonno –
sentite che Dio non c’è; e cibo, sesso e sonno sono per voi
grandi fonti di angoscia. Lì cresce nella vostra religione quella
stessa paura che provava Zeus al pensiero di perdere il suo
posto di sovrano.»
E il crocifisso è il riflesso di quella paura del corpo?
Mi stupivo di non averci mai pensato.

«E lì, infatti, arriva il diavolo» continuò il Dominante «a


esprimere queste vostre paure. Gesù muore, risorge e sale in

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cielo: ci sale col corpo, certamente, ma poi non ne sapete più
niente di preciso. Intanto sulla Terra i vostri corpi e i bisogni del
corpo diventano gli strumenti di lavoro del diavolo tentatore:
cioè, del fondato timore che quel Dio unico non basti. E voi non
sapete più cosa fare, dato che il corpo l’avete e non potete farne
a meno. Immaginate un Inferno di fiamme per i corpi dei
peccatori, e il Paradiso per le anime dei giusti: solo per le
anime. I santi provano a non fare l’amore, a non mangiare e a
non dormire, ma evidentemente non è lì il punto. È una
situazione difficile, come vedi.»
E come se ne esce?
«I cristiani, dici? Di questo passo ci metteranno ancora
qualche secolo, se saranno fortunati. Ciò che intanto continuano
a crocifiggere è l’immagine della loro crescita, che si è fermata,
invece di salire fino al cielo; e anche la crescita del loro Dio si è
fermata.»
«Non sanno cos’è il corpo maggiore» notò l’Austero.
«D’altronde, se hanno paura del corpo fisico, figurarsi di quello
maggiore.»
«Dovrebbero innanzitutto prendersi più cura del loro Dio –
come faceva Mosè, quando il suo Dio era giovane. Con un Dio
giovane ci vogliono grandi cautele; non bisogna dargli ruoli che
ancora non ha, né fingere di non accorgersi che tante cose non
può ancora farle. Il vostro Dio unico è il cuore, per voi. Non è
ancora il resto.»
In che senso è il cuore?
«Ti ricordi la corrispondenza tra miti e organi? In tutto ciò
che vi raccontate di Dio, il vostro Dio unico corrisponde al
cuore.
«Il cuore, nel vostro corpo, è l’organo che capta l’energia
cosmica: le tante forze cosmiche che non potete capire e che
non capirete mai, neanche dopo mille reincarnazioni – perché
ciò che in voi capisce non è fatto in modo da contenere questo
genere di informazioni. Da quelle forze traete la vita: passano

84
attraverso il vostro cuore, e il vostro cuore è un canale, un
riduttore, diciamo così, che trasmette quelle forze vitali al
vostro corpo, alla mente e a tutto ciò che siete, sotto forma di
energie psichiche e fisiche e via dicendo. Il cuore pulsa, no?»
Sì.
«È l’unico organo del vostro corpo che ha il battito, il ritmo.
Quel ritmo è il suo captare energia. L’energia cosmica è suono,
ritmo. E quando parlate del vostro Dio unico, state parlando del
vostro modo di captare quell’energia. Cioè del cuore.»
Provavo un senso di vertigine.

«Per fare qualsiasi cosa, anche soltanto per respirare,» continuò


il Dominante «avete bisogno di quell’energia: di quel ritmo che,
attraverso il sangue, arriva in ogni parte del corpo. E lo stesso è
il vostro Dio unico. È il vostro riduttore di energia.»
E un Dio unico più adulto, diciamo, più formato, dovrebbe
corrispondere a tutto il corpo, a tutti gli organi?
«Certo. Ne siete ancora ben lontani, non pare anche a te?
Inoltre, il vostro cuore, se potesse funzionare tranquillamente,
capterebbe quantità di energia incommensurabilmente più
grandi di quelle che capta ora, e vi farebbe vivere centinaia di
anni. Ma voi, per paura, lo limitate e permettete che ve lo
limitino in tutti i modi possibili: vi lasciate ferire, ostacolare,
asservire, vi ostacolate da voi stessi, crudelmente. Ed è
inevitabile che il vostro Dio unico ne risenta, e la sua crescita
sia tanto più frenata. Così stanno le cose.
«Ricordi quando parlavamo del destino? Ti avevo detto che
il destino è tutto ciò a cui voi date il permesso di accadere:
questo permesso lo date appunto attraverso il cuore.»
Dunque non con la volontà?
«Non con la volontà della vostra mente. Dipende tutto dal
cuore: dove il vostro cuore non giunge, non potete giungere in

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nessun modo, con il vostro io piccolo. Questo è ciò che
chiamate: coraggio. Sai cos’è il coraggio?»

Penso di sì.
«Probabilmente no. Disegna un cuore.»
Disegnai un cuore sul terreno, e il Dominante vi aggiunse
delle piccole figure geometriche tutt’intorno.

«Questo è il vostro cuore com’è di solito. Ogni volta che


scoprite, fate o sentite qualcosa di nuovo e di più grande, il
battito del vostro cuore si amplia. Il cuore cresce, crescete anche
voi e tutta la vostra esistenza cresce. Ma avete queste schegge
tutt’intorno, queste spine.»
Spine?
«Sì. Sono schegge di vecchie ferite, tanto vecchie che, per lo
più, non potete ricordare chi ve le ha fatte e quando. Come
punte di freccia che si sono spezzate e sono rimaste lì. Tutti ne
avete molte. E ogni volta che il cuore cerca di ampliarsi, sente
quelle schegge che pungono. Il cuore dei più smette di crescere
proprio per questo: non sa cos’è quel dolore di spine, non può
ricordarlo, e non cresce più. Lì si ferma il coraggio.»

86
E così è anche per il Dio unico?
«Per i più, sì.»
«Perciò Gesù aveva una corona di spine in testa, quando lo
stavano uccidendo» disse l’Austero. «Perché voleva far capire
che Dio può crescere, ma la gente che lo stava uccidendo o lo
lasciava uccidere aveva quelle spine intorno al cuore, e intorno
alla loro idea di Dio. E le ha ancora, esattamente come allora.»

E come se ne esce? domandai di nuovo.


«Qualche spina la superate con il sentimento. Con l’amore,
con l’odio, con qualsiasi sentimento che diventi più forte di quel
dolore pungente, per il tempo necessario a frantumare qualche
spina. Ma non basta. Per rintracciare tutte quelle spine non
basterebbe una vita intera, figuriamoci per estrarle. E fare a
meno del vostro Dio unico sarebbe impossibile: c’è, come c’è il
vostro cuore; ed è come è, e dovete tenerne conto.
«Così, dovete per forza aiutarlo a crescere. Con quel Dio
unico siete davvero tutti come Mosè: Mosè aveva trovato il suo
YHWH abbandonato nel deserto, dimenticato da tutti…»
«Accanto a un rovo che bruciava, nota bene» aggiunse
l’Austero; «un rovo ha le spine. Bruciava e non smetteva di
bruciare.»
«Era un Dio troppo piccolo, un cuore troppo piccolo,»
proseguì il Dominante «e Mosè lo adottò, lo allevò, lo educò a
un maggiore coraggio. Mosè era egiziano, conosceva molti Dei:
sapeva interpretare molte storie di Dei, molta anatomia mitica.
Con questa sua sapienza ha aiutato il Dio unico e il cuore a
crescere un po’. È quello che dovreste fare anche voi.»
Ma come, precisamente?
«Con le storie. Nell’uomo c’è una parte fertile che può
spingersi avanti, sempre, e sono le storie.

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«Mosè, per far crescere il suo Dio e il cuore, ha scritto storie
di uomini e di Dei: la Genesi, l’Esodo. Quello è il modo. E
anche voi nelle storie potete crescere splendidamente: come gli
alberi, estendendo sempre più giù le radici. È anche nelle radici
che gli alberi crescono, no?»

Quest’ultima cosa la capii subito molto bene: immaginai un


albero che cresce nelle radici. Di solito si pensa che l’albero
cresca verso l’alto, ma in realtà cresce innanzitutto verso il
basso, nel buio della terra da cui trae il suo nutrimento: e la
crescita dei rami e del fogliame è un po’ come la coda
dell’albero. «Così» pensai «anche noi cresciamo affondando le
radici, probabilmente nell’altro emisfero, nel Settimo Cielo…»
Ma perché proprio con le storie?
«Innanzitutto, perché le vostre storie sono tutte connesse con
il corpo maggiore» rispose il Dominante. «Se una storia rimane
nei secoli, è perché è bella, e se qualcosa è bello ha sicuramente
a che fare con il vostro corpo maggiore.»
La bellezza è un modo che abbiamo di percepire il corpo
maggiore?
«È un modo di lasciarlo agire.
«In secondo luogo, nel vostro mondo le storie sono ciò che
somiglia di più alla vostra crescita e alla promessa che cerchi tu.
Voi come fate a crescere? Lasciate che il vostro corpo e le
vostre capacità si sviluppino, non le intralciate. Così avviene
anche con le vostre storie: non siete voi a inventarle, lasciate
che prendano forma, e tutto ciò che dovete fare quando le
componete o le raccontate è non intralciarle, non rovinarle. Non
è così?»
Vuoi dire che per crescere dobbiamo formare storie nuove?
«Non esistono storie nuove. Il nuovo c’è solo nella maniera
in cui vi immaginate il tempo, che è limitata, astratta, e che

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serve solo a intralciarvi, come una superstizione. Le storie
crescono e trovano la loro forma scendendo sempre più
nell’altro emisfero; e, rapportato al tempo come lo immaginate
voi, l’altro emisfero è più che altro il passato. Dunque non
possono esserci storie nuove, se le storie crescono nel passato.»
Ma ci sono anche storie ambientate nel futuro.
«Ci sono storie che qualcuno, in passato, ha ambientato nel
futuro.»
Mi accorsi che faticavo sempre più a capire, la mia mente era
stanca, ma raccolsi le energie che mi rimanevano, per chiedere:
E le spine, come fanno le storie a togliere le spine?
«Nel presente avete quelle spine. In uno qualsiasi dei sei
Cieli. Ma voi avete altre dimensioni temporali, che le storie
colgono, e lì crescete. Come quando le radici di un albero
incontrano una roccia: cosa fanno, allora? Ci girano intorno, e la
chioma dell’albero continua a crescere rigogliosa. Così le storie
girano intorno al vostro presente, e voi crescete.»
Ma nel passato?
Mentre annotavo questa domanda non vidi più nulla: mi
ritrovai di nuovo nella stanza tonda, e i loro volti, i gradini, il
sole al tramonto erano immagini che si perdevano rapidamente,
come il ricordo di un sogno.
Perché? Quando è sparito tutto?
«Ci vuole un po’ di pratica, nel viaggiare» rispose il
Dominante. «Ti sei perso. La prossima volta andrà meglio.
Continua a prendere nota, intanto. Non è stanchezza.»

6 Il riferimento è all’anno 380, quando Teodosio impose il cristianesimo come


religione ufficiale dell’Impero romano.

89
VIII
Seguito del precedente - Come si cresce nelle storie, a ritroso -
Il mondo intermedio - Pollicino - E Babbo Natale

«Cosa stavi per domandare?» Il Dominante riprese


tranquillamente la conversazione.
Le storie che crescono nel passato… Ma è perché vengono
dal passato? Volete dir questo?
«No, no. Crescono proprio verso il passato, si formano a
ritroso. Come anche i vostri Dei. E anche voi, anche se non ve
ne accorgete mai.»
E come?
«Per esempio: la vostra storia più famosa dice che all’inizio
il Dio creatore creò il mondo e gli uomini, e che poi avvennero
tutte le varie vicende, il serpente, il Diluvio, Babele, poi
Abramo, Isacco, Giacobbe e così via, fino a quando Mosè
incontrò il Dio creatore nel deserto e ne raccontò la storia. Così
la raccontate voi.
«Invece andò in un altro modo: Mosè incontrò un Dio nel
deserto, cominciò a capire questo Dio e a pensarci e, quanto più
ci pensava, tanto più questo Dio prendeva forma, e cresceva, e
crebbe talmente da diventare il creatore di tutto il mondo – il
che all’inizio non era ancora, quando Mosè l’aveva incontrato

90
nel deserto. Così succede nelle storie; e naturalmente, anche la
storia di Mosè è una storia. Hai capito?»
Cioè, bisogna capovolgerle, in un certo senso…
«Voi potete percorrere il tempo in tutte le direzioni che
volete, nelle storie come nella realtà. Se non lo fate, è solo per
paura. Perciò non vi accorgete di come prendono forma le
storie: le ascoltate, e non capite. Ma è molto semplice; ascolta:
se Mosè avesse incontrato un altro Dio nel deserto, e ci avesse
pensato altrettanto, quest’altro Dio sarebbe diventato il Dio
creatore. Così, la vostra storia più famosa narra che è l’uomo a
dar forma e senso al suo Dio, e a tutto il suo mondo, attraverso
quel Dio. Ma voi credete diversamente, perché questo vi fa
paura. È chiaro, adesso?»

«E il seguito di quella vostra storia famosa vi dice che Gesù era


un uomo, ma era figlio di Dio; e che scontò i peccati del mondo
e Dio lasciò che venisse ucciso per la salvezza dell’umanità,
come avevano annunciato i profeti già tanto tempo prima. Così
la raccontate voi, e vi sforzate di crederci anche se non ha molto
senso.»
«Perché far ammazzare qualcuno per scontare i peccati di
qualcun altro?» precisò l’Austero.
«Invece la storia cresce in un altro modo» proseguì il
Dominante. «Ogni uomo sconta gli errori che altri uomini hanno
commesso in passato, perché ne subisce le conseguenze; ma
ogni uomo può fare a meno di ripetere gli errori degli altri, se si
accorge che sono errori. Gesù pensò molto a questo fatto, capì
che per accorgersene occorreva un punto più alto, e insegnò agli
uomini a far crescere se stessi verso questo punto più alto, così
come Mosè aveva fatto crescere il suo Dio. «Prendetevi Dio
come padre,» 7 diceva Gesù, ovvero: cambiate la vostra storia a
ritroso, cambiandone l’origine più remota: la nascita, i genitori.

91
Chi può impedirvelo? E poi imparate da Dio, prendete da Dio,
come ogni figlio prende dal padre.
«Questo spaventò talmente i suoi contemporanei, che
finirono per uccidere Gesù; e, siccome anche oggi vi spaventa,
preferite credere che soltanto Gesù sia stato il figlio di Dio, e
abbia scontato i peccati del mondo, solo lui, e che sia stato Dio
a farlo uccidere per salvarvi.»
E cos’è che spaventa, in questa storia?
«Che l’uomo possa diventare figlio di Dio: perché se così è,
poi può diventare qualcosa di più ancora.»
«Ma questo è precisamente ciò che deve succedere» disse
l’Austero «e poco importa che vi spaventi o no.»

E come si fa a prendere e a imparare da Dio Padre? Noi non


capiamo cos’è. Se uno crede in Dio, crede in qualcosa che non
capisce, oppure crede in qualcosa che gli hanno insegnato altri
uomini: e prende da questi altri, e non da Dio.
«Strambo ragionamento» rispose il Dominante. «Perché
pensi così? Voi imparate sempre cose che non capite ancora, e
solo dopo averle imparate riuscite a capirle. Così è anche con il
vostro Dio Padre. Il credere non c’entra nulla: si tratta soltanto
di imparare. Tu capivi cos’era tuo padre, quando imparavi e
prendevi da lui?»

«Così è anche riguardo alle storie» continuò. «Voi fate tanta


fatica a capire come crescono le storie, perché avete questa
brutta vecchia tendenza a voler credere invece di voler capire.
Ciò che chiamate “credere” è l’aspetto peggiore delle vostre
religioni. Esprime quel che veramente avete di più brutto: la

92
vostra incapacità di cambiare idea e la voglia di aver ragione a
ogni costo. Questo lo si può fare soltanto con le cose che non si
vogliono capire. E vi ha sempre causato guai.»
Certo.
«Ha troncato le radici della vostra crescita. E solo le vostre
storie hanno continuato a crescere: a esplorare il vostro mondo
intermedio. Un po’ come i corsari che andavano in giro per gli
oceani, mentre le navi con le bandiere dei re seguivano le rotte
consuete.»
Che cos’è il mondo intermedio?
«La distanza tra voi e tutto il resto. Quando il vostro io
piccolo si muove e cresce, si accorge di avere intorno uno
spazio immenso, distanze immense da percorrere; quando
raggiunge qualcosa di nuovo, la distanza che ha percorso
diventa conoscenza, mentre tutte le distanze che ha intuito ma
non ha ancora percorso sono il mondo intermedio. E quello è il
mondo delle storie. È un gran bel posto. Non ha confini: non
soltanto si estende all’infinito, ma ogni sua regione può
scomparire o ampliarsi a seconda di come vi muovete e di come
lo guardate. Quando ne percorrete un tratto, lì il mondo
intermedio scompare: non c’è più, diventa semplicemente il
vostro mondo. In compenso, mentre lo percorrete il mondo
intermedio diventa più grande, a ogni passo: cioè, scoprite
continuamente che avete un’infinità di altre cose da scoprire.
Questo è il mondo intermedio, e qui abitiamo noi.»
Nelle distanze?
«Eh sì.»
Cioè, voi siete i nostri corsari?
«Le storie sono i vostri corsari nel mondo intermedio. Noi
abitiamo qui. In ogni vostra distanza.»

Quindi voi le conoscete già, tutte le distanze?

93
«Sì, e piano piano te le insegniamo, soprattutto attraverso le
storie.»
Ma se avete detto che le storie crescono nel passato, allora
anche il mondo intermedio è nel passato: come può essere una
crescita, cioè la distanza tra noi come siamo adesso e noi come
saremo in futuro?
«È tutto quanto passato, caro mio» rise il Dominante. «E
tutto cresce nel passato. Non hai idea di quanta parte di te sia
fatta di storie che crescono nel passato: e le storie sono l’unico
modo in cui puoi esplorarla! Stavo parlando molto seriamente
quando ti ho detto che i miti antichi descrivono la vostra
anatomia.»
Scrissi questa frase e la rilessi, confuso.
«Perciò è tanto importante che tu capisca come crescono le
storie, vedi?» soggiunse il Dominante, mentre rileggevo.

Questo vale per tutte le storie o soltanto per i miti? In tutte le


storie c’è la crescita a ritroso, e c’è un credere che impedisce di
capire?
«In tutte quelle che vale la pena di ascoltare.»
Anche, poniamo, nella storia di Pollicino?
«Altroché. Pollicino è una delle storie di ciò che è più
importante per voi. Puoi dargli tanti nomi: la vostra sapienza, il
vostro coraggio, il vostro corpo maggiore, i vostri traumi, il
mondo intermedio… D’altronde, è tipico delle fiabe: ciò che
appare piccolo nelle fiabe, è piccolo come le stelle viste da
lontano, mentre da vicino sono molto grandi. Ma dalle cose
grandi voi preferite tenervi lontani, specialmente quando vi
riguardano direttamente.»
Grazie.
«Di cosa?»
Di tutte queste cose.

94
«È la prima volta che dici grazie, e qui da noi non sta bene.
Cosa intendi dire: ci auguri di ricevere qualche grazia? Ma non
sai cos’è una grazia. Dico bene? Ricorda: qui da noi si ringrazia
soltanto con lo sguardo. Hai sempre ringraziato come si deve,
finora, con lo sguardo; non cominciare con le goffaggini.
«Dicevamo di Pollicino. La fiaba racconta che i genitori di
Pollicino – cioè voi – cercate di spaventarlo e di distruggerlo
perché temete di non avere i mezzi per mantenerlo. Gli
trasformate il mondo in un posto orribile, lo spedite in una
foresta terrificante, in cui vorreste che sparisse per sempre. E la
foresta è il passato; ma Pollicino piano piano ritrova sempre la
strada, e ritorna a casa dai suoi genitori. La fine della storia è
uguale all’inizio e si ripete continuamente.»
E Pollicino chi è?
«Il corpo maggiore.»
Noi siamo i genitori del nostro corpo maggiore?
«Siete quelli a cui è affidato sulla Terra. In questo senso sì,
siete i suoi genitori, quando lo mandate via. E dovete accorgervi
di essere Pollicino, quando è nella foresta e quando torna.»
E i fratelli di Pollicino, che si perdono con lui e che lo
seguono?
«Il corpo maggiore è troppo grande perché possa apparire
come una persona sola. È sempre tanti. Quanto più imparate a
scoprire il corpo maggiore, tanti più fratelli vi accorgete di
avere.»
E i sassolini bianchi?
«Sono tutte le fasi della vostra scoperta del corpo maggiore:
il modo in cui lo lasciate riemergere all’orizzonte della mente,
dopo aver cercato di non pensarci più. I miti, le storie, e così
via.»
E l’orco e l’orchessa?
«Vuoi dire la vittoria di Pollicino contro l’orco e l’orchessa.
Rappresenta tutte le imprese che il vostro corpo maggiore può
farvi compiere.»

95
Come faccio a imparare questo modo di spiegare le storie?
«Non puoi impararlo, perché lo sai già. Le storie sono come
specchi che servono a mostrarvi che aspetto avreste se vi
guardaste dall’Aldilà. Qual era la risposta all’indovinello della
Sfinge?»
L’uomo.
«Anche nelle storie la risposta è sempre: l’uomo, voi stessi.
Se impari a guardarti, impari a spiegare le storie; e viceversa.»

C’era una fiaba in cui il diavolo faceva il fabbricante di


specchi.
«Sì, La Regina delle nevi, di Andersen. Anche il vostro uso
di raccontare le fiabe ai bambini dipende da quella distanza che
fa apparire piccolo ciò che è molto grande.»
Cioè, anche i bambini sono molto grandi e ci appaiono
piccoli perché ne siamo lontani?
«Precisamente. E voi intuite (senz’accorgervene, certo) che
le vostre fiabe sono troppo grandi per voi, e che solo i bambini
potrebbero spiegarvele: perciò le raccontate a loro. Purtroppo
non funziona, per voi: i bambini, come sai, sono tra il Quinto e
il Sesto Cielo, e gli adulti sono quasi tutti nel Primo e nel
Secondo. Non riuscite ad ascoltarli. A meno che non procediate
anche voi a ritroso, diventando bambini.»
Ricominciando a credere a Babbo Natale e così via?
«I bambini non ci credono, a Babbo Natale: capiscono cos’è.
Voi non lo capite più, e per paura non riuscite neanche a
crederci: e lo camuffate come un vecchio pagliaccio, per non
vedere cos’è e chi è. Per non accorgervi che è il diavolo.»
L’ho letto da qualche parte: in Lévi-Strauss?
«Sì, 8 ma non ti è rimasto abbastanza in mente.»
E Babbo Natale è il diavolo?
«È un vostro modo di camuffarlo, di mettere una distanza tra

96
voi e lui: così lo spingete nel mondo intermedio e diventa una
storia da interpretare.»
«Non tutte le storie sono doni del passato» intervenne
l’Austero. «Certe sono sotterfugi.»
«Qualcuno si è camuffato: ecco tutta la sua storia»
proseguiva il Dominante. «Una finta barba bianca, troppo
grande e troppo bianca: serve soltanto a nascondergli il volto. Il
cappuccio e gli stivaloni, che nascondono ciò che le renne
mettono bene in evidenza: corna e zoccoli. Babbo Natale è il
diavolo, che gira di notte con i suoi doni, come i re Magi.
«E, come sempre, lavora per farvi crescere. Fa crescere i
vostri bambini, insegnandogli la cosa più utile di tutte: i
desideri, il coraggio di esprimere i propri desideri e di aspettare,
sapendo che si realizzeranno. Non c’è esercizio che faccia
crescere meglio, a parte le storie; ma un desiderio e una storia
sono quasi la stessa cosa. Non trovi?»
È da un po’ che non ho desideri – pensai – a parte il
desiderio di conoscenza…
«Quello è il desiderio di avere desideri» commentò il
Dominante. «Che farci? Sei ancora un adulto. Ti pesa ancora
addosso il vizio adulto di chiamare i desideri “tentazioni”,
camuffandoli e rovinandoli con il senso di colpa, per spingerli
nel mondo intermedio. Da cui ritornano sempre, come
Pollicino.»

7 Giovanni 1,12-13; Matteo 5,45.


8 C. Lévi-Strauss, Babbo Natale giustiziato, Sellerio, Palermo 2002.

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IX
«Non indurci in tentazione» - L’eredità ostile -
La stanza di Barbablù - Il principio di rotazione - Biancaneve

La notte seguente tornammo sull’argomento.


Ma noi camuffiamo volontariamente i nostri desideri, per
farne tentazioni? O è la pressione esercitata dalla civiltà in cui
si vive?
«Volontario è il vostro rifiuto di vedere i desideri per ciò che
sono» rispose il Dominante. «Se fossero solo desideri, vi
darebbero la misura della vostra voglia di diverso: vi
indicherebbero le direzioni della vostra crescita – perché chi
desidera cresce, e chi cresce desidera: è una costante, questa.
«Ma avete imparato dalla civiltà a temere il diverso; così
chiamate “desideri” i vostri bisogni, e chiamate “tentazioni” i
desideri. Non per questo la vostra voglia di diverso cessa di
esistere: solo, le indicazioni che vi dà diventano un po’ più
simili a storie.»
Be’, almeno un vantaggio c’è.
«Mah. Il vantaggio è un altro: sulla vostra conoscenza le
tentazioni hanno lo stesso effetto che hanno su di te i nostri
viaggi qui. Nella tentazione il diavolo vi dice: “Ecco, vedi a
cosa stai pensando? A qualcosa di diverso da ciò che ti sembra

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giusto e onesto. Ora vedremo se ciò che ti sembra giusto e
onesto è abbastanza forte, o se è più forte ciò che è diverso”.
Così con la tentazione hai due punti di vista, mentre senza la
tentazione ne hai uno solo. La stessa cosa facciamo noi con i
viaggi.»
Quindi compito del diavolo è saggiare la robustezza di un
sistema religioso, la forza morale degli uomini…
«La forza morale degli uomini!» sorrise il Dominante. «Che
modo presuntuoso di definire la vostra ansia di obbedire a ciò
che vuole la maggioranza. “Forza morale.” “Inerzia morale”
andrebbe meglio, o “connivenza morale”… Compito del
diavolo è solo farvi vedere le cose da due punti di vista: e
compito vostro sarebbe imparare a non identificarvi né nell’uno
né nell’altro. Così si impara a crescere, dalle tentazioni. Ma voi
pensate che il diavolo ce l’abbia con voi; ed è chiaro che, se
qualcuno ti dice una cosa, c’è una bella differenza se lo credi un
essere malvagio e astuto, o se credi che ti stia insegnando
qualcosa di importante. Non ti pare?»

E se non ci si identifica in nessuno dei due punti di vista che


cosa si impara, precisamente?
«L’unica cosa che potete imparare: voi stessi. La vostra
gioia, come la chiama il Vangelo.
Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia venga colmata. 9
«Ecco. La “vostra gioia” è scoprire cosa siete, come siete,
come capite; e sta’ pur certo che sarà sempre qualcosa di
diverso da ciò che credevate. Non per nulla Gesù spiega che il
miglior modo di scoprirlo sono i desideri: “Chiedete! Chiedete
ciò che volete!”. Lo ripete tante volte. 10 Cercate la gioia! E voi
avete paura. Quando vi viene in mente qualche desiderio, nove
volte su dieci pensate: “Ecco, sto desiderando, il tentatore vuole
che io mi smarrisca nel mio egoismo”. Oppure: “Ecco, viene

99
allo scoperto un mio punto debole, una mia carenza! Non deve
saperlo nessuno, neanch’io!”. E il resto lo sai.»
Il tono del Dominante era molto comico, e ridevo.
«Quello che imparate chiedendo» continuò, serio «è molto
più importante di quello che imparate ottenendo; e la
realizzazione di un desiderio è solo la conseguenza delle
scoperte che avete fatto chiedendo sul serio: di quanto siete
cresciuti, chiedendo sul serio.»

E allora «Non ci indurre in tentazione» che cosa vuol dire?


Perché lo si dice a Dio e non al diavolo, come sarebbe più
logico?
«Vuol dire: “Non farci scambiare per tentazioni malvagie gli
insegnamenti del chiedere, liberaci dalla nostra voglia di
condannarci sempre”. Non dice così?
Rimetti a noi i nostri debiti,
come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
E non ci indurre in tentazione
ma liberaci dal male.

«Il Padre nostro dice così. La gente, per lo più, quando recita
questa preghiera calca sulle parole “i nostri debitori” e liberaci
dal male”. Cioè, rimanete convinti di avere il diritto di giudicare
gli altri e il dovere di condannare voi stessi: gli altri vi devono
qualcosa, e voi siete preda del male! Così stimolate il senso di
colpa. Invece vedi com’è: liberare i debitori dai debiti dipende
solo da voi. Il senso di colpa siete voi che ce lo mettete, e a voi
tocca toglierlo.»
No, un momento. Lì parla dei nostri debitori: di chi è in
colpa verso di noi. Invece il senso di colpa riguarda le nostre

100
colpe: non possiamo togliercelo da soli. Questo c’è nel testo
della preghiera.
«Non c’è nessuna differenza. Condonare i debiti altrui e aver
condonati i propri sono proprio la stessa cosa. Rifletti. Voi ne
avete talmente tante, di cose da perdonare: i padri, i nonni, le
generazioni passate hanno commesso una quantità di colpe che
tocca a voi pagare. Quelli sono i debiti: guerre, ingiustizie di
tutti i generi, che hanno guastato il mondo in cui nascete e
guastano tutta la vostra vita. Loro sono il vostro vero peccato
originale; e perciò le vostre colpe sono pressoché sempre
imitazioni delle loro colpe: lezioni che vi hanno impartito
quando eravate troppo piccoli per rifiutarvi di impararle. Voi le
ripetete e le insegnate ad altri dopo di voi – e avete molti modi
di insegnarle: anche semplicemente con l’espressione del viso,
con il tono di voce riuscite a imprimere in chi è più piccolo di
voi le colpe che il mondo vi ha inculcato. È un modo in cui il
vostro mondo difende se stesso, per restare com’è, il più a lungo
possibile. Così, se rimettete quei debiti, e li superate e ve li
lasciate alle spalle, liberate anche voi stessi. È tutt’uno.»
«È l’eredità ostile» disse l’Austero. E recitò, lento:
La mia eredità è divenuta per me
come un leone nella foresta.
Ha ruggito contro di me.
Perciò ho cominciato a odiarla. 11

«Che la vostra eredità vi ruggisca contro è una grande


fortuna» spiegò l’Austero. «Così ci mettete meno tempo a
liberarvene. Tenervi quell’eredità, invece, significa incatenarvi
il cuore e gli occhi.»

Quindi le tentazioni sono il prodotto di quell’eredità?

101
«Questo è un altro modo di lasciarsi divorare dalla vostra
eredità» rispose il Dominante. «Non c’è bisogno di incolpare
nessuno. I padroni della tentazione siete soltanto voi stessi: è la
vostra presunzione di sentirvi a vostro agio nei sei Cieli. E di
vedere, nell’altro emisfero, soltanto buie stanze di Barbablù –
che vi spaventano solo perché non ci entrate e non accendete la
luce.»
È perché temiamo che in quelle stanze ci sia qualcosa che ci
ripugna.
«Può darsi. Ma sai com’è la fiaba di Barbablù. La bella
fanciulla lo sposa, e lui le dice: “Sei padrona di tutto il mio
castello, ma non entrare mai in quella certa stanza”…
«Ti ricorda niente?»
L’albero della conoscenza.
«Certo. L’albero della conoscenza del giusto e dello
sbagliato.»

Tu potrai mangiare i frutti di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero


della conoscenza del giusto e dello sbagliato non devi mangiare i frutti,
perché se ne mangi morirai certamente. 12

Anche questa è una storia del Dio supremo? Sono tutte


intrecciate tra loro, le storie.
«Sono tutte specchi: ciò che riflettono è sempre uguale. E
come continua questa storia?
«Gli uomini mangiano i frutti di quell’albero, e il Dio YHWH
va a lamentarsi dagli altri Dei supremi: “Ecco, l’uomo è
diventato come uno di noi, per la conoscenza di ciò che è giusto
e di ciò che è sbagliato!”. 13
«Cioè, quell’albero era un corridoio. E anche il segreto
principale della stanza di Barbablù è che si tratta di una stanza
di passaggio: da lì si arriva in altre ali del castello.»
«È il principio di rotazione» disse l’Austero.
«È così, guarda» e il Dominante tracciò quest’altro disegno:

102
«Questo è di nuovo il vostro campo visivo, più in dettaglio. È
la crescita della vostra conoscenza: che si allarga dal centro, un
po’ come gli anelli delle piante, ma a spirale. Vedi?» e il
Dominante continuò a tracciare lentamente la spirale che si
allargava.
«Le parti chiare del cerchio rappresentano le vostre scoperte
più grandi, le conoscenze più luminose; e le parti scure sono
quelle che dovete per forza attraversare, per salire verso la
luce.»
Il diavolo?
«Sì. E il principio di rotazione consiste in questo: che non
potete salire direttamente verso la luce, ma soltanto così, a
spirale. A un certo punto incontri quelle parti buie, basse: se non
le vuoi vedere, il guaio è che ti fermi lì, in basso, e non sali più.
Puoi solo tornare indietro. Quelle sono le stanze di Barbablù. Se
invece le attraversi, la tua spirale continua ad allargarsi anche
verso l’alto, verso le conoscenze superiori. È molto semplice.»
E più si va in alto più si diventa esperti di quelle parti scure.
«E meno paura ne hai, e più rapidamente sali. Il segreto è che

103
le parti buie e le parti luminose sono tutt’uno; il principio di
rotazione è soltanto una metafora.»

Quell’ultima frase passò alta sopra di me, troppo in alto – mi


parve – perché potessi sperare di afferrarla.
E perché le spose di Barbablù muoiono, se Barbablù
rappresenta il Dio supremo? domandai. Il Dio supremo uccide?
«Nel vostro Diluvio ha ucciso un bel po’ di gente, no? Ma
Barbablù è l’immagine che avete del Dio supremo quando non
vi fidate di voi stessi. Con un’immagine simile, non vi resta
granché da fare nel mondo, se non obbedire o morire. Lo dice
anche il vostro Dio YHWH : “Se conosci, muori”. Ma poi la storia
continua, no?»
Dopo la morte?
«Anche prima. L’immagine che avete del Dio supremo
cambia, e tutto continua anche nella vita. Pure le storie
continuano: sono tutte intrecciate tra loro, nel mondo
intermedio: la storia di Prometeo nella storia di Barbablù, e la
storia di Barbablù in quella di Biancaneve, che risale a sua volta
alla storia dell’albero della conoscenza. L’hai mai ascoltata
bene, la storia di Biancaneve?»

Biancaneve

«Com’è che la raccontate voi? La Regina matrigna guardò nello


specchio…» Il Dominante si fermò, fingendo di ricordare
vagamente: «“Specchio, specchio” disse la Regina matrigna
“chi è la più bella del reame?”».
«Specchio, specchio delle mie brame» puntualizzò l’Austero,
pensoso.
«Una domanda a uno specchio è un indovinello sul confine,

104
naturalmente» proseguì il Dominante. «E qual è la risposta a
tutti gli indovinelli sul confine?»
L’uomo?
«L’uomo, infatti. Nella storia di Biancaneve la Regina
matrigna è ancor sempre un’immagine del vostro Dio supremo:
e guarda il suo specchio – cioè, il mondo in cui lui è Dio
supremo – e vede che il punto più importante del reame è
l’uomo. Saperlo vi spaventa, e perciò immaginate che anche il
Dio si spaventi, quando si sente dire così dallo specchio.»
E il reame è l’universo?
«Sì. L’uomo è più importante degli Dei, e il Dio delle vostre
religioni capisce subito che cosa questo significhi. Significa che
gli Dei, tutti gli Dei, si innamoreranno dell’uomo, lo
brameranno…»
«Specchio, specchio delle mie brame» confermò l’Austero.
«Cercheranno di dominarlo, come si vuol dominare chi si
brama» proseguiva il Dominante. «E l’uomo, dal canto suo,
potrà scegliere tra gli Dei quello che più gli piacerà. Com’è
sempre avvenuto, infatti.
«Anche perciò la fiaba dice che la Regina era matrigna e non
madre della principessa Biancaneve: perché il Dio delle vostre
religioni, quale che sia, diventa un sovrano precario se l’uomo è
il punto più importante dell’universo. Diventa solo un reggente,
temporaneo! Sempre a rischio che voi ne troviate un altro, o che
crescendo cominciate magari a regnare voi stessi.
«Quel Dio si allarma, nella fiaba. E cosa può fare? Eliminare
ciò che dice lo specchio. E come? Non si può eliminare la
soluzione di un indovinello, una volta che la si sia udita. La si
può soltanto allontanare, spostare.
«E così è: il Dio vi sposta e vi manda a vivere in una foresta,
dove non vedete bene né il cielo, né il mondo intorno. Nella
realtà sono le vostre religioni a far questo. E la foresta cos’è?»
Cos’è?
«Sono i vostri Cieli, in cui sapete tanto poco di voi, ma in

105
cui, inevitabilmente, crescete. E lì ci sono i sette nani, che si
prendono cura di Biancaneve.»
I nani sono i sette Cieli! esclamai.
«I nani sono tante cose. Sono i sette Cieli – e uno è muto,
infatti: è il Settimo Cielo, che, visto dalla foresta, non vi dice
niente che possiate capire. Poi, sono i sette giorni della
Creazione. I sette colori dell’arcobaleno, e così via.»
Mentre prendevo appunti cominciai a ridere dallo stupore.
Biancaneve!
«Poi, come già sai, nelle fiabe tutto ciò che è piccolo sembra
piccolo solo perché è lontano: così anche qui, i sette nani sono
innanzitutto il vostro modo – piccolo – di percepire ciò che c’è
più in alto, enormemente più lontano. A ciascuno di quei sette
nani corrispondono gerarchie angeliche, ma è ancora presto per
parlarti di questo. Tu sei ancora nel profondo della foresta. Poi,
in parte, i sette nani siamo anche noi: per vie traverse, diciamo.»
«Ah, è veramente la fiaba più bella di tutte» non si trattenne
l’Austero. «Pensa, chi l’ha composta stava per essere bruciato
sul rogo: era già braccato. Lo bruciarono perché aveva
insegnato quelle stesse cose dottamente ai dotti; ma quella sua
fiaba viene raccontata da secoli a tutti i bambini. Non è
fantastico?»
«E la Regina matrigna» continuò il Dominante «domanda
ancora allo specchio: “Chi è adesso la più bella del reame?”,
cioè adesso che l’uomo è rinchiuso nel suo Aldiquà. Ma la
risposta rimane sempre la stessa: il punto più importante del
reame sarà sempre e comunque l’uomo. Allora la Regina tenta
di nuovo di rovinare la vostra Biancaneve, mettendo il veleno
nella mela.»
La mela rappresenta il frutto dell’albero della conoscenza?
«Sì. “Se ne mangi, muori.” Nella fiaba, il senso è che il
vostro Dio supremo e le sue religioni fanno in modo che la
conoscenza vi giunga soltanto avvelenata: unicamente sotto

106
forma di tentazione. Ma in pratica è un altro modo di descrivere
il principio di rotazione.»
Cioè, bisogna affrontare il veleno per andare oltre e per
salire sempre più su?
«Sì. E Biancaneve muore, avvelenata. Ma ricordi com’è?
Muore e non muore: è una morte che non cambia nulla del suo
aspetto, ma lei questo non lo sa. Per Biancaneve è proprio la
morte, e non c’è più nulla: solo le pareti di una bara di cristallo,
che rispecchiano soltanto il suo volto…»
Cioè, una volta avvelenati noi vediamo solo noi stessi?
«Vedete soltanto voi stessi: in fondo a una foresta, chiusi
nella bara delle vostre conoscenze avvelenate, vi guardate
intorno e vedete soltanto voi stessi. E non potete toccare niente
al di là del cristallo che vi rispecchia da ogni parte. È una bella
descrizione del vostro io piccolo.»
Tacque per un istante.
«E poi, ecco: un bacio» riprese. «Biancaneve apre gli occhi
e, invece del cristallo, vede il principe azzurro.»
Chi è il principe azzurro?
«Il vostro corpo maggiore.»
E il Dio supremo che fa?
«Non c’è più.»
Come, non c’è più?

«Quel Dio supremo non c’è più. Gli Dei sono un vostro organo:
se voi crescete e cambiate, cambiano e crescono con voi. Finché
siete la piccola Biancaneve, il vostro Dio supremo è la matrigna,
o Barbablù, o YHWH che vi proibisce le cose. Quando crescete
un po’ di più, diventa il vostro Padre. Come dice il primo
indovinello del Padre nostro? “Padre nostro, che sei nei
Cieli…”»

107
È un indovinello?
«Certo. E significa: Tu sei nostro Padre, immagine di ciò che
saremo da grandi in tutti quanti i Cieli.»
Non capisco. È difficile da capire?
«Che c’è da capire? Un padre è un padre. Non potete restare
bimbi per sempre: prima o poi diventate come papà. Voi cercate
in tutti i modi di tenere le distanze, immaginando di avere tanti
difetti e limitazioni che vi distinguono dagli Dei. Ma siete loro
figli: e crescete, ed ereditate.»
Scossi il capo.
«Dico sul serio» sorrise il Dominante.
Ma se siamo noi a far diventare Dio nostro Padre…
«E non è sempre così? Non ricordi cosa avevamo detto del
crescere a ritroso?»
E voi? Voi avete già ereditato?
«Gli Dei sono un vostro modo di capire. Come le parole, o
come i cinque sensi, o come la mente. Noi abbiamo altri modi.»
Quali? domandai, proprio mentre l’Austero diceva: «Adesso
domanderà: “Quali?”».
«È ancora presto per te» rispose il Dominante. «Impara a
viaggiare, prima. Devi imparare a scrivere durante i viaggi
senza smettere di vedere; e a progettare i viaggi… e un paio di
altre cosette. Impara a sentire il viaggio come una storia. Ti farà
bene, vedrai.»

9 Giovanni 16,24.
10 Giovanni 14,13; 15,7-16.
11 Geremia 12,8.
12 Genesi 2,16.
13 Genesi 3,22.

108
X
Nella foresta - L’apparato circolatorio del corpo maggiore -
L’Inferno e la paura delle responsabilità - I tabù sul male e i tabù
sul bene - Gesù, quando discese all’Inferno

Cominciammo a fare almeno un viaggio alla settimana, perché


imparassi. La partenza avveniva sempre allo stesso modo:
dovevo immaginare di chinarmi a raccogliere qualcosa; mentre
mi chinavo tutto sembrava girare su se stesso, e mi sentivo in
qualche posto sconosciuto che non riuscivo a vedere bene. Lì i
miei maestri sceglievano un punto comodo, e ci sedevamo a
chiacchierare, «in attesa che la mia vista si assestasse» così
dicevano. Una volta fu sulla riva di un fiume, un’altra volta su
un’alta duna, al margine di qualche deserto; poi capitammo in
una città, una specie di caffè sotto i portici, con le colline
intorno, all’alba. Prendevo nota senza fatica (durante questi
viaggi riuscii anche a farmi risolvere dai maestri una questione
biblica particolarmente aggrovigliata) 14 ma ogni volta, non
appena il mio campo visivo cominciava a precisarsi – il che
accadeva dopo una decina di minuti –, tutto svaniva e mi
ritrovavo nella stanza tonda.
Perché non ci fermiamo un po’ di più, qualche volta?
«Stai imparando, non avere fretta» diceva l’Austero.
«Quando uno ha fretta vuol dire che sta fermo» diceva il

109
Dominante. «Quando invece fa le cose lentamente vuol dire che
si sta muovendo. È sempre così per voi, nell’Aldiquà come
nell’Aldilà. Ed è così anche per te, nei viaggi: quando cominci a
distinguere le cose intorno, senti subito l’impulso della fretta e
perciò ti ritrovi fermo nella stanza. Quando la tua vista si sarà
abituata non avrai più fretta di vedere.»
«Imparerà» disse l’Austero.

Loro, durante i viaggi, erano sempre uguali: il Dominante con la


sua sopravveste persiana, l’Austero vestito da arabo, la bambina
col suo abitino arancione, e i due vecchi d’un colore blu scuro,
più vaghi nei contorni, con le loro finte ali di libellula. Questi
due vecchi non parlavano mai con me, a volte scambiavano
qualche frase tra loro o con la bambina; il Dominante mi aveva
detto che erano «Spiriti-guerrieri» e che avevano il compito di
proteggerci.
Hanno un’aria un po’ fragile, gli bisbigliai una volta.
«Ma sanno ancora il fatto loro» mi rassicurò il Dominante.
Perché nei viaggi vi vedo e nella stanza tonda no?
«Non vedi noi, te l’ho già detto. Noi, non puoi vederci; vedi
te stesso. A questo servono i viaggi, le prime volte.»
Dopo sei o sette di quei viaggi di pochi minuti – noi li
chiamavamo «cartoline» – la mia vista nell’Aldilà migliorò
tutt’a un tratto, e per la prima volta un viaggio si trasformò in
una storia, o almeno in un frammento di storia.
Avvenne così:

Quando mi chinai e tutto girò su se stesso, vidi una strada in


leggera salita, con piccole chiazze di luce lunare. La luna
filtrava da una galleria di alberi alti e folti, e io stavo
camminando.
Si vede bene, qui!

110
«Sst! Parla sottovoce. E non avere fretta» ordinò l’Austero,
passandomi davanti.
Dove siamo?
Il Dominante si strinse nelle spalle, sorridendo.
«Nella stanza tonda li ascolti come se ti parlasse un mondo
intero» mi sussurrò il vecchio con le finte ali di libellula,
indicando con un cenno del capo il Dominante «qui invece sono
alla pari con te». E mi sembrò che sorridesse.
Non ero sicuro di aver capito e non riuscii a rispondergli
nulla.
«Intende dire che nei viaggi non c’è mai trama, all’inizio, e
neanche noi sappiamo cosa succederà» sussurrò il Dominante.
«Il corpo maggiore è molto grande, anche per noi. Poi, piano
piano prende forma la trama, ogni volta.»
Noi viaggiamo nel corpo maggiore?
«Per ora sì.»
Ma…
Il Dominante si portò l’indice davanti alla bocca, e mi invitò
con un gesto a guardare avanti. L’Austero si era fermato: stava
cercando qualcosa sul lato destro della strada e faceva cenno
che ci avvicinassimo.
La strada era polverosa, d’un color cenere che sembrava
risplendere nel chiarore lunare.
«È qua, vieni» mi sussurrò l’Austero. «Entra qui.»
Questo c’entra col diavolo? domandai.
«Aspetta e vedrai.»
C’era un passaggio tra i cespugli. Mentre scostavo le foglie
vidi che avevo due anelli alla mano destra; li tastai, col pollice.
Il sentiero tra i cespugli conduceva a una radura. Lì l’Austero
mi fermò e mi fece cenno di sedermi.

La luna quasi piena illuminava più di metà della radura e


splendeva limpida sopra il fogliame nero alla mia sinistra.
L’aria era immobile. Aspettammo in silenzio per un minuto o

111
poco più, e ogni volta che provavo a domandare qualcosa
l’Austero aggrottava le sopracciglia.
Non sentivo nessun odore, non avevo olfatto. Mi toccai il
naso.
«Fermo» sussurrò l’Austero.
Guardai le forme che la luna salvava dal buio. Qualche fiore
chiuso, le foglie di un rampicante sulle radici di un albero
accanto a me. La corteccia liscia e, poco più su, i primi rami,
con le foglie appena spuntate. Quando tornai a guardare verso
gli alberi davanti a me, mi accorsi che qualcosa si era mosso
dall’altra parte della radura.
Dapprima non scorsi niente, nel nero dei cespugli. Poi le
spalle mi si irrigidirono: c’era una figura in un angolo,
accovacciata. Vedevo il contorno dei capelli – come un
mantello di lana sopra la testa e le spalle, ma erano capelli.
Trattenevo il respiro.
Si mosse lentamente, si spostò di due passi verso sinistra e lì
si accovacciò di nuovo. Pensai che si fosse spostata solo per
assicurarsi che l’avessi vista. I capelli erano simili a quelli della
bambina, solo più lunghi. Era quella stessa bambina diventata
adulta? Il viso e il corpo non si vedevano. Si teneva a distanza
dal tratto di radura illuminato dalla luna.
Con la coda dell’occhio vidi alla mia destra la bambina, che
teneva la mano del Dominante e guardava anche lei preoccupata
verso l’altra figura. «Mi hanno portato qui per incontrare
qualcuno» pensai. «Dev’essere uno dei loro indovinelli, e quella
figura dev’essere d’accordo con loro. È un mio nuovo
maestro?»
Feci per voltarmi verso i miei e in quell’istante la figura si
mosse, e si fermò quando tornai a guardarla. Provai una stretta
allo stomaco, all’improvviso pensiero che mi stessi trovando in
una situazione pericolosa.
Ma non potevano avermi portato lì per espormi a un pericolo.
E cos’è un pericolo nell’Aldilà, che cosa significa?

112
«Attento, adesso» sussurrò l’Austero. Socchiusi la bocca per
domandare «A cosa?» e sentii un sibilo nell’aria, proprio vicino
agli occhi. La figura si stava muovendo, sulla sinistra, si
avvicinava tenendosi sempre a distanza dalla luce della luna.
Arretrai di qualche passo. La figura disse qualcosa come «T-t-
t», con una voce sicuramente femminile, e di nuovo sentii, e vidi
il sibilo: uscì dalla figura per un istante, come un lunghissimo
braccio, ed era qualcosa di tagliente.
«T-t-t-t.»
Eppure c’era qualcosa di allegro in quel «T-t-t». Come se
fosse il suo modo di ridere.
Conoscevo questa figura: dentro di me cominciavano ad
emergere barlumi di ricordo, da chissà dove. La conoscevo e
venivo qui a imparare. E ne ero attratto come da una calamita, e
il sibilo era una lama e sulla lama c’era del veleno. Quel
baluginare di ricordi faceva accelerare il mio battito cardiaco;
respiravo a bocca aperta.
La figura si mosse più rapida, sempre nell’ombra, e anch’io
mi misi a correre, perché lei non mi si avvicinasse: chino, goffo,
rischiando di inciampare – e in quella corsa sentii altri due o tre
sibili, immaginai la carne tagliata. Poi, di nuovo silenzio.
Eravamo fermi entrambi, la figura e io, a cinque passi di
distanza. La figura era accovacciata. «Nessuno dei maestri fa
niente?» pensai.
«T-t!» sussurrò la figura, quasi con gioia.
E io – nel cuore, in tutto il petto – sentii che era contenta che
fossi lì. E che mi avrebbe tagliato la gola con quel suo sibilo, se
mi fosse venuta più vicina.
«Basta» sentii l’Austero, come dentro la mia testa. «Diventa
troppo pericoloso adesso, vieni via!»
Mi spostai, e la figura non mi seguì. Solo allora cominciai a
sentire davvero la paura nella mente. Mi alzai in piedi e corsi
nella direzione in cui doveva esserci la strada. Mi buttai
attraverso i cespugli, che mi graffiarono, finché mi mancò il

113
terreno sotto i piedi e caddi in avanti, malamente, sulla strada.
Vidi i maestri che si avvicinavano di corsa, la polvere sollevata
dai loro passi, mi voltai per vedere se la figura mi avesse
seguito e, voltandomi, fui di nuovo nella stanza tonda.

«L’ha graffiato?» sentii che domandava il Dominante, seccato.


«No, solo i cespugli un po’» gli rispose l’Austero. E poi,
rivolto a me: «Hai avuto una bella paura».
Sì. Chi era, cos’era?
«Sempre lo stesso, eri tu» disse l’Austero.
In una mia reincarnazione ero stato lì e andavo a imparare
da quella donna?
«Non proprio» rispose il Dominante. «Era piuttosto un luogo
dentro di te, e non nel mondo intermedio…»
Le reincarnazioni sono nel mondo intermedio? Non sono vite
che abbiamo realmente vissuto?
«Come le immaginate voi, le vostre reincarnazioni sono
storie da esplorare. Nella realtà, sono quelle parti del corpo
maggiore che potete conoscere solo raffigurandole come storie,
in un passato lontano.»
E quali parti sono?
«L’apparato circolatorio. Diciamo: la circolazione energetica
del corpo maggiore – che corrisponde alla circolazione
sanguigna nel vostro corpo fisico. Immagina una sconfinata
foresta di coralli. Senza rocce, solo coralli: pulsanti, e cavi
all’interno. E folti, e lunghi, fino a perdersi nell’infinito. La
circolazione energetica del corpo maggiore ti apparirebbe più o
meno così, se riuscissi a guardarla. Le tue reincarnazioni ti
indicano lo stato di questo sistema circolatorio: quelle buone,
sono i tratti in cui l’energia fluisce bene, senza incontrare
ostacoli; quelle cattive sono trombosi che qua e là ostacolano il
fluire. Ciò che credi di ricordare da qualche tua reincarnazione è

114
come il tracciato di quelle macchine d’ospedale che misurano la
portata delle arterie.»
Il corpo maggiore può avere trombosi?
«Ovviamente no. È il tuo modo di essere, che qua e là non
riesce ad aprirsi a certe energie del corpo maggiore e a viverle.
Ma voi potete capirlo soltanto in questa forma: immaginando
questo vostro estendervi nel passato, sotto forma di storie che
chiamate reincarnazioni. E queste storie, sì, sono nel mondo
intermedio.»

«E quando cominciate a ricordarne qualcuna, come dite voi,


allora compito vostro è quello di congiungerla a voi: di capire
che cosa vi indica riguardo al vostro modo di scoprire il corpo
maggiore. Voi invece pensate per lo più che i ricordi delle
vostre vite precedenti vi rivelino qualche aspetto misterioso del
vostro io piccolo, che siano uno strumento in qualche modo
psicologico.
«In ogni caso, questa volta non era una reincarnazione da
congiungere: era già congiunta. Era un luogo in cui sei fermo,
dentro di te; qualcosa che ti è capitato in passato e che ti
capiterà ancora, in forme più o meno simili a queste.»
Nell’Aldiquà o nell’Aldilà?
«Sia nell’Aldiquà che nell’Aldilà. Tu sei tu comunque.»
Mi sa che non li ho ancora capiti, i rapporti tra l’io, il corpo
maggiore e l’Aldilà. Cioè, a volte mi sembra di capirli.
«Mettiamola così: il corpo maggiore è un involucro che vi
contiene, e contiene anche tutto il vostro Aldilà. Ma l’Aldilà è
molto più grande di qualsiasi corpo maggiore.»
È un altro indovinello?
«Sì, ma è molto facile. La soluzione è che, per voi, una cosa
può contenere soltanto ciò che è al suo interno, mentre qui da

115
noi una cosa può contenere sia ciò che è al suo interno, sia ciò
che è al suo esterno.»
Deglutii.
«È facile da capire, sai? È come la luce di una stella:
immagina una stella che sia tutta luce, un globo gassoso che
arde… o anche soltanto la fiamma di una candela. Questa stella
o questa candela contengono la propria luce, non è così? Ma il
buio che hanno intorno contiene quella luce, o quella luce lo
contiene? Prova a pensarci. Poniti dal punto di vista della stella,
e pensaci.»
Mentre ci pensavo, proseguì. «Voi siete appunto all’interno
di quella luce, e quello è il vostro corpo maggiore. E dove arriva
il vostro sguardo, nel buio, ci sono ampi territori che imparerai a
esplorare… specialmente se non corriamo più rischi in quelle
foreste» aggiunse, con una punta di rimprovero, rivolgendosi
all’Austero.
«Ma ci metterà secoli se non impara a spaventarsi un po’!»
borbottò l’Austero. «E poi ci stavamo attenti, tutti quanti.»
Rimasero in silenzio per qualche istante, e a me venne da ridere.

«Comunque la ragazza nella foresta eri tu» riprese il


Dominante.
E allora perché mi voleva uccidere?
«Era un punto in cui sei fermo. E poi voleva trasformarti,
non ucciderti. La paura che hai provato è un po’ quello che
succede anche a noi, tutte le volte che cominciamo a parlare con
voi. Ecco, stai cominciando a sentire come sentiamo noi.»
Cioè, gli uomini con voi si comportano come quella
ragazza?
«Ci respingete. Non lo fate apposta e non ve ne accorgete,
ma è proprio come se vi difendeste a quel modo, ogni volta che

116
cominciate a sentire che ci siamo. E ne risulta una quantità di
problemi, nei rapporti tra noi e voi.»
«Anche l’attrazione che sentivi per lei è simile a quella che
c’è tra voi e noi» aggiunse l’Austero. «E ti spaventava, e questo
complicava tutto.»
E se non ci fosse quello spavento, che cosa succederebbe tra
voi e noi?
«Non ci sarebbe nemmeno l’attrazione» rispose il
Dominante. «Ma le tue percezioni sarebbero più chiare e ci
intenderemmo molto meglio; non sentiresti più la differenza tra
noi e voi. Ci si arriverà, prima o poi.»

E la foresta e la luna, cos’erano?


«Quello era il tuo modo di sentire il punto in cui Aldilà e
Aldiquà si trovano vicini. Il buio era naturalmente l’Aldiquà, e
la luna era il chiarore riflesso dell’Aldilà; e il cielo era la tua
anima.»
In questi viaggi i dettagli dell’ambiente hanno tutti un
significato preciso?
«Dappertutto i dettagli dell’ambiente hanno un significato
preciso: solo che nel vostro Aldiquà vi proteggete da questi
significati, mentre qui stai imparando a leggerli. E ti attrae e ti
spaventa, hai visto come.»
Ma perché gli umani fanno così con voi?
«Hanno questo confine da superare. È il loro labirinto; quello
che voi chiamate l’Inferno.»
L’Inferno?
«Voi lo chiamate così, e ci proiettate sopra molti prodotti
della vostra immaginazione: le fiamme, i tormenti… e anche
queste immagini sono soprattutto un modo di difendervi, di non
vedere cos’è. Le fiamme servono ad abbagliarvi e i i tormenti a

117
riflettere le vostre paure, come in uno specchio. Pensa: uno
specchio che voi incendiate, per non avvicinarvi.»

«Riesci a vedere cos’è davvero l’Inferno per voi?» mi domandò


il Dominante, mentre provavo a immaginare uno specchio
incendiato.
Il senso di colpa?
«Non esattamente. Il vostro Inferno è soprattutto la paura
delle responsabilità. In tutte le vostre immagini dell’Inferno voi
credete che i peccatori finiscano lì, a farsi punire in eterno per i
loro peccati. L’indovinello è: perché i peccatori devono essere
morti, per venir puniti in eterno?»
Perché?
«Appunto perché avete paura delle responsabilità. I peccatori
all’Inferno sono persone costrette a rispondere di quello che
hanno fatto o che non hanno fatto: che incubo per voi! Questo
pensiero vi ripugna talmente, che collocate al di là della morte
(cioè lontanissimo per voi, fuori dal mondo!) il momento in cui
la gente dovrà assumersi le responsabilità di ciò che ha fatto o
che non ha fatto.
«Ed è proprio un’illusione. In realtà, non assumersi le
responsabilità è il vero tormento. Mentre l’Inferno che
immaginate voi è soltanto un tranquillante.»
«Già» notò l’Austero. «Il più potente tranquillante mai
escogitato: ha placato popoli interi.»
«Ricordati bene,» mi disse il Dominante «non assumersi
responsabilità è sapere che c’è l’Inferno. Assumersi le proprie
responsabilità è andare oltre e lasciarsi il vostro Inferno alle
spalle.»
Ma responsabilità in che senso? Essere se stessi?
«Nell’unico senso possibile» rispose il Dominante. «La
responsabilità è accorgersi di qualcosa. Anche di essere se

118
stessi, in tutta la vostra grandezza e viltà. Noi vi facciamo
accorgere, e perciò quando ci percepite ci trattate a quel modo.
È come se diceste: “Via! tornatevene da dove siete venuti,
spiriti infernali”.»
Come la ragazza nella foresta.
«La ragazza eri tu, prima che trovassi il coraggio di
ascoltarci. E adesso sono le tue resistenze ad accorgerti di
quello che ti insegniamo. Ma te l’ho detto, piano piano impari.»

Mi tornava in mente l’immagine dello specchio incendiato.


Quindi, azzardai, se è uno specchio, in un certo senso siamo
tutti all’Inferno?
«Diciamo che ciò che siete è nell’Inferno. Anche per questo
raccontate che Gesù, dopo la resurrezione, discese all’Inferno»
era l’Austero a parlare. «Perché qualcuno aveva capito dove
sarebbe andato a finire il Vangelo, nella vostra religione.»
«D’altronde, non era possibile altrimenti» disse il
Dominante. «Non potete arrivare diversamente a ciò che siete.
Quelle fiamme servono a tenervi a distanza dalle cose
importanti fino a che non siete cresciuti abbastanza. Quando
non avete più paura della luce che mandano, ci entrate, e vi
accorgete di ciò che siete, e ve ne assumete la responsabilità.»
E immaginiamo che all’Inferno vadano i peccatori anche
perché ne abbiamo paura, e vogliamo convincerci che sia un
posto per gente malvagia?
«I peccatori sono quelli che vi insegnano a superare le
fiamme. Non lo dice anche il Vangelo? Gli ultimi saranno i
primi, i peccatori andranno davanti ai giusti: “Le prostitute e gli
sfruttatori andranno davanti a voi nel Regno dei Cieli”. Dice
così, no? Voi invece li mandate all’Inferno, ma il senso è lo
stesso, come vedi. I peccatori vanno davanti ai giusti perché
insegnano che cosa bisogna fare.»

119
Cioè?
«Sostituisci alla parola fiamme la parola tabù. I peccatori li
superano a modo loro: violano tabù facili, tabù su cose cattive,
dannose, odiose eccetera. Ma, così facendo, insegnano ai giusti
a violare tabù più difficili: i tabù sulle cose buone, i tabù sulla
conoscenza. Solo che i giusti non lo capiscono, e perciò i
peccatori li precedono sempre.
«Guarda Hitler, per esempio. Quanti tabù spaventosi ha
violato, e ha spinto tanta gente a violarli. Voi lo condannate e
basta, e così tutto il male che Hitler ha fatto non è servito a
niente.»
E cosa bisognerebbe fare? Non condannarlo?
«Se un uomo così meschino è riuscito a violare tanti tabù su
cose malvagie, e a convincere tanta gente a violarli, gli uomini
buoni dovrebbero violare i tabù sul bene: i tabù sui vostri
enormi poteri di fare ciò che voi chiamate bene.
«È sempre stato così, nel lontano passato. A ogni orrore
commesso dagli uni, corrispondeva prima o poi una conquista
spirituale di altri. C’è questo bilancio nell’umanità, e voi siete
rimasti indietro nei pagamenti. Dovreste proprio fare qualcosa
per rimediare, invece di limitarvi a condannare prendendovela
comoda – per la vostra solita paura delle responsabilità. Per
l’Inferno.»
Altrimenti cosa succede?
«Altrimenti finisce per annullarsi ogni coscienza. E per
secoli, o interi millenni, non sapete più nulla: solo ciò che
sapevate già, nel vostro io piccolo più o meno soddisfatto di
sé.»

14 Erano le cosiddette «Età dei patriarchi», nel capitolo 5 della Genesi. Cfr. Igor
Sibaldi, La creazione dell’universo, Sperling & Kupfer, Milano 1999, pp. 97 sgg. e pp.

120
231 sgg., e Igor Sibaldi, Libro della creazione, Frassinelli, Milano 2011, pp. 321 sgg.

121
XI
Arianna e il labirinto - Il filo e il serpente -
Come salvare le anime dannate

«Non è che sia difficile, sai, violare i tabù» continuò il


Dominante. «E quando ci riuscite c’è tanto da guadagnarci:
molta forza e molta salute in più, a meno che non moriate nel
tentativo.»
Ah, davvero?
«Sì. Ne supereremo di tabù, se ci ascolti, e vedrai che effetto
fa quando rimangono indietro. Solo, dovrai stare attento: l’unico
problema è che, quando si comincia a superare un tabù, tutto
diventa doppio. Il tuo io, la paura, il mondo intero… Si ha paura
e al tempo stesso si sente l’impulso ad andare avanti: sai, come
quando hai fortuna. Ti attrae come una calamita.
«E la vita diventa talmente intensa, e al tempo stesso non ti
importa più, e vivere e morire è lo stesso. Perciò alcuni
muoiono nel tentativo, o poco dopo.»
Ma voi mi aiutate, no?
«Sicuro. Ma devi fare attenzione.»

122
E perché succede così, quando si viola un tabù?
«I tabù servono per difendere ciò che avete fatto e che potete
fare in un dato periodo. Per difenderlo da ciò che non osate
ancora fare, naturalmente. E perciò, superando un tabù, vi
sembra di perdere tutto: tutto ciò che avete fatto e che potete
fare in quel periodo. Il che spesso porta alla morte – e non alla
morte di Biancaneve, ma proprio all’infarto, all’ictus. Hai mai
notato quanti rivoluzionari si fanno ammazzare, dopo aver fatto
la rivoluzione? Lo stesso Gesù…»
Quindi l’impulso a superarli è anche un impulso di morte?
«No. È tre cose. La prima è un impulso di potere: superare
un limite aumenta sempre il vostro potere, se riuscite a reggerlo.
La seconda è la crescita: crescendo dovete per forza superare
dei limiti, e la vostra crescita è più forte di voi, non potete
fermarla a lungo.»
«Pensa,» intervenne l’Austero «finché sei al di qua di un tabù
è come se recitassi una parte senza sapere qual è il dramma e
come andrà a finire. Se lo superi, invece, vedi tutto il
copione…»
«E la terza cosa» proseguì il Dominante «è che ogni limite è
tutti i limiti.»
Ma non capii cosa intendeva.

«E tutto diventa doppio quando li superate» continuò. «Appunto


perciò nelle vostre storie si trova spesso qualche figura doppia o
ibrida, sui confini: la Sfinge, col corpo di leone e la testa di
donna, il Minotauro, metà uomo e metà toro. Conosci, no, la
storia di Teseo?»

Teseo e Arianna

123
Me la ricordavo, ma per scrupolo controllai sul mio manuale di
mitologia, 15 mentre la ricostruivamo.
Teseo era un principe forte e bello. Aveva due padri: uno
divino, il Dio del mare, e uno umano, che si chiamava Egeo e
regnava su Atene. In un’altra città, Cnosso, sull’isola di Creta,
c’era un altro re, Minosse: e Minosse aveva un figliastro
mostruoso, il Minotauro, cannibale, che la moglie di Minosse
aveva generato accoppiandosi con un toro.
«Vedi? È tutto doppio. Due padri e due figli, e i figli hanno
due padri ciascuno» disse l’Austero. «Si vede subito che parla
del confine.»
I confini e i tabù sono la stessa cosa?
«Certo. Va’ avanti.»
Anche Gesù aveva due padri.
«Tutti avete due padri, quando siete sul confine.»
Re Minosse fece guerra a re Egeo e lo sconfisse; e gli impose
di mandare periodicamente sette giovinetti e sette giovinette a
Creta, perché venissero sacrificati al Minotauro. Li facevano
entrare in un labirinto, dove il Minotauro viveva nascosto da
tutti, e lì li divorava.
Come i peccatori all’Inferno, dissi.
Teseo non sopportò quell’orribile imposizione. E siccome
oltre che principe era anche un eroe, chiese di venir mandato a
Cnosso insieme agli altri giovani.
«Come Gesù che si fa crocifiggere tra altri due» mi fece
osservare l’Austero.
Partirono su una nave dalle vele nere: «Se ucciderò il
Minotauro,» aveva detto Teseo a suo padre Egeo «la nave con
cui tornerò avrà le vele bianche. Se la nave al ritorno avrà le
vele nere, vorrà dire che il Minotauro avrà ucciso me».
Arrivarono a Creta e Teseo fu il primo a entrare nel labirinto.
Ma prima di entrarci aveva incontrato Arianna, lì a Creta.
Arianna era la figlia del re Minosse, si innamorò dell’eroe
Teseo e gli insegnò il modo di non smarrirsi nel labirinto. Gli

124
diede un gomitolo: Teseo doveva legare un capo del filo
all’ingresso, così avrebbe potuto ritrovare la via per uscire.
Qui è come la storia di Pollicino! dissi ai miei maestri.
«Tale e quale.»
Nel labirinto Teseo trovò il Minotauro, lottò con lui e lo
uccise. Poi ritrovò l’uscita grazie al gomitolo e partì da Creta,
con tutti i giovinetti e con Arianna.
Ma poco dopo abbandonò Arianna su una certa isola, e
proseguì. Se si dimenticò di mettere le vele bianche alla nave, fu
probabilmente perché era turbato al pensiero di Arianna
abbandonata. Così, non appena Egeo vide entrare in porto la
nave dalle vele nere, si gettò in mare da una rupe, per il gran
dolore, e prima che la nave toccasse terra era già morto.

«Ottima storia» disse l’Austero, come se l’avesse assaporata.


Non ho mai capito perché Teseo abbandoni Arianna, che
l’aveva aiutato.
«Non poteva fare altrimenti» disse il Dominante. «E anche
qui per due ragioni. Una è che Arianna era il suo Spirito-guida,
e doveva restare nell’Aldilà: ogni volta che andate nell’Aldilà
incontrate le vostre Arianne innamorate e imparate qualcosa da
loro. Ma il loro posto è là, e nell’Aldiquà non si vedono più.»
Io chi ho incontrato?
«Noi, per esempio.»
«E il tuo prendere nota è il gomitolo» disse l’Austero.
«La seconda ragione è che Arianna, lì, fa da guida in
un’impresa di coraggio» continuò il Dominante. «Quando
l’impresa è terminata, Arianna deve scomparire: e Teseo non la
vedrà più, non solo nell’Aldiquà ma nemmeno nell’Aldilà.»
Perché?
«Perché ogni impresa di coraggio vi fa crescere di un tanto,
nel vostro corpo maggiore. Il nostro compito è farvi crescere di

125
quel tanto che possiamo, secondo le nostre capacità. Quando ci
riusciamo, vi lasciamo andare incontro ad altri maestri, che
sanno e possono più di noi.
«Così, Arianna vede arrivare Teseo: e si accorge che il
giovanotto ha una vocazione alla scoperta del corpo maggiore –
dato che è lì per i suoi compagni e non per se stesso, mentre i
suoi compagni sono soltanto vittime delle circostanze. Da quel
momento è già tutto deciso: Arianna non può non
innamorarsene, non può non aiutarlo, anche se sa bene che poi
lo dovrà abbandonare, perché ogni corpo maggiore è più grande
di ogni Spirito-guida. Lo sa da subito…»
E il fatto che Arianna tradisca il Minotauro, che significato
ha? Era pur sempre suo fratello. O è come nella storia di san
Giorgio e il drago, in cui san Giorgio libera una principessa
prigioniera, e Arianna, in realtà, è prigioniera del fratello…
«Mmh. Piano!» sorrise il Dominante. «Questa è tutta un’altra
questione. Prendi fiato.»

«Tutte le volte che in un mito o in una fiaba si parla di due


fratelli, si intende un’unione molto più profonda» cominciò a
spiegare il Dominante, con una pausa dopo ogni frase, come per
darmi il tempo di capire passo passo. «Arianna e Minotauro
sono due, agli occhi di Teseo, ma in realtà sono una persona
sola. Te l’ho detto: tutto diventa duplice, sul confine.»
Sono due aspetti di un unico essere?
«Per voi, sì. E uno lo uccidete, mentre l’altro viene con voi e
poi lo perdete di vista. È come nella storia di Prometeo: Chirone
rimane sul palo, e Prometeo va libero, sempre innamorato di
voi, mentre l’umanità prosegue il suo cammino. È anche questo
un indovinello, naturalmente.»
E la risposta è ancora: l’uomo?
«Sì. Ciò che vedete nell’Aldilà è immancabilmente un vostro

126
specchio. Arianna, da brava amante, aiuta Teseo a vedere
meglio in se stesso – ad affrontare le sue paure, a vincerle e a
lasciarsele alle spalle. Capisci, sì?»
E il Minotauro è il diavolo? È quella nostra paura…?
«Sì.»
E anche l’amore di Arianna rispecchia qualcosa di noi?
«Sì e no. Un po’ è nostro; non siamo perfetti, ci innamoriamo
anche noi. Ci dispiace quando dobbiamo andarcene.»

«Un altro indovinello è il filo» si affrettò a proseguire il


Dominante, mentre io avrei voluto domandargli qualcos’altro al
riguardo. «Risolvilo: cos’è il filo che vi permette di uscire dal
labirinto?»
L’uomo, di nuovo?
«È una vostra facoltà: il linguaggio. La vostra capacità di
dare un nome alle cose, via via che le vedete e le capite. Come
nella Bibbia, quando nell’Eden YHWH conduce dinanzi all’uomo
tutti gli animali, “per vedere come li avrebbe chiamati”. 16 Dare i
nomi è un vostro talento, che il Dio YHWH non ha. E Arianna
insegna a Teseo a mantenere questa capacità aderente alle cose,
e così lo guida. Quello è il filo. È ciò che fa anche il Serpente
dell’Eden…»
Anche il serpente è il linguaggio?
«Striscia sulle cose. 17 Il linguaggio aderente alle cose può
portarvi molto più in là di dove siete, vi apre la strada: vi fa
accorgere del labirinto in cui vi trovate e di come se ne esce.
Finché siete nell’Aldiquà è il vostro strumento più prezioso, per
orientarvi. E ha questa particolarità preziosissima: quanto più è
aderente alle cose, tanto più vi apre la via verso il vostro corpo
maggiore, facendovi uscire dal labirinto, per quel che potete.»
Quindi il labirinto cosa sarebbe?

127
«È il linguaggio quando non lo usate bene: quando lo usate
per non accorgervi e per non capire ciò che vedete. Allora
diventa lo specchio con le fiamme, il vostro Inferno, i vostri
tabù, che vi fanno arretrare continuamente. È con il vostro
arretrare che si forma il labirinto. È il camminare senza sapere
dove si è.»
«In altre storie lo vedete come una foresta» aggiunse
l’Austero. «Pollicino, appunto.»

E i giovinetti ateniesi che Teseo libera?


«Quello è un tratto molto preciso del corpo maggiore. Tutte
le volte che qualcuno fa qualcosa per gli altri, è perché comincia
a sentire il suo corpo maggiore. È inevitabile: finché vi date da
fare per voi stessi, siete soltanto il vostro io piccolo. Quando
sentite il corpo maggiore, fate qualcosa per gli altri. Anche per
ciò Prometeo si dava tanto da fare per voi: per mostrarvi com’è
la vostra via d’evoluzione da ciò che siete di solito a ciò che
siete davvero.»
«Nel corpo maggiore sei sempre tanti» aggiunse l’Austero.
«E non puoi più pensare a te stesso come a uno solo. Ricordi
cosa dicevamo dei fratelli di Pollicino?»
«E il Minotauro può costituire un pericolo molto serio, lì»
continuò il Dominante. «Certi non lo sconfiggono: arrivano sul
confine, nel labirinto, e non ne escono più, o perché non
riescono a superare la dimensione del loro io piccolo, e pensano
solo a se stessi, oppure perché smarriscono il filo. Nel primo
caso, diventano servi di qualcuno: dal capufficio a qualche setta
satanica, di occasioni per asservirsi ce n’è tante. Nel secondo
caso diventano pazzi.»
Vuoi dire che la pazzia è una perdita del linguaggio?
«Sì. E anche la pazzia ha tante forme. Dalla possessione
diabolica alla normale idiozia di tanta gente che vedi per strada

128
e che non dubita mai della propria salute mentale.»

Ed Egeo muore perché è un re? Teseo, cioè, non è più servo


neanche di suo padre?
«Be’, per Teseo, dopo un’impresa simile, le cose non
potevano essere le stesse di prima» rispose il Dominante. «Egeo
è il mondo com’era prima che Teseo partisse: è il re che
obbediva a quell’orribile ordine di Minosse e mandava
all’Inferno i ragazzi, sconfitto dalla paura. Quando Teseo libera
i ragazzi, anche Egeo deve scomparire. È fatale che Teseo
dimentichi l’accordo preso con Egeo, perché gli accordi con un
vecchio re non contano più, dopo un’impresa simile.
«Succede così ogni volta che cominciate a liberare persone
dall’Inferno. Così è sempre nelle storie dei confini e dei tabù
che superate. Sono quei cambiamenti di cui tutti i sovrani e
anche tutti gli Dei supremi hanno paura.»
Cioè, se uno libera i dannati dall’Inferno cambiano anche i
sovrani celesti?
«Sì. Vuoi sapere come si fa a liberare i dannati dall’Inferno
cristiano?»
È una cosa possibile?
«Certo. E non vorrai lasciarli là, adesso che sai che potresti
tirarli fuori.»
Ma dobbiamo viaggiare fin là?
«Tanto viaggiamo sempre fin là.»

15 K. Kerényi, Die Mythologie der Griechen; trad. it. Gli dèi e gli eroi della Grecia, Il
Saggiatore, Milano 1963.
16 Genesi 2,19.

129
17 Genesi 3,14.

130
XII
I sette vizi capitali, e l’ottavo - Un’altra notte, quaranta secoli fa -
L’Inferno delle moltitudini - Le imprese di coraggio

Perché bisogna far finta di raccogliere qualcosa per cominciare


un viaggio? domandai qualche notte dopo, mentre ci
preparavamo a partire.
«Non è far finta, è un atto di coraggio» disse il Dominante.
«Vuol dire fare attenzione a una piccola cosa, come se ti
fermassi a raccoglierla, tranquillamente. È così che prendono
forma le decisioni maggiori: in spazi immensi, davanti a cosmi
interi che ruotano e cambiano, tu vedi una cosa piccola che ti
incuriosisce. In qualunque mondo le cose piccole si vedono
quando si è in armonia con quelle grandi, e viceversa. E allora
puoi viaggiare dovunque.»
Cioè, è un modo per «assestare la vista», come dicevate voi?
«Assestare la vista è un modo di intrappolare la tua
razionalità. Per viaggiare bisogna che tutte le facoltà della
mente guardino per qualche istante nella stessa direzione: e la
razionalità si oppone sempre, perché è piccola e prepotente.
Vuole capire tutto e riesce a capire soltanto le cose piccole; così,
quando si accorge che praticamente tutto è più grande di lei, si
impunta e non vuol vedere niente. Allora noi le diamo da

131
guardare qualcosa di piccolo, e lei obbedisce, per il tempo
necessario a partire.»
E ci casca sempre?
«Sempre. È molto ottusa, e non solo in te: in tutti è così. Poi,
una volta salpati, lei continua a guardare i dettagli e corre avanti
e tutt’intorno, mentre noi conversiamo, e si diverte moltissimo.»
«Tu comunque cerca di essere più elegante nell’andatura,
durante i viaggi» mi raccomandò l’Austero.
In che senso?
«Stai più diritto, cerca di sentire la tua statura. Altrimenti hai
un’aria stupida, scusami se te lo dico. Lì, a volte, hai la tendenza
a stare ingobbito, come se avessi paura che qualcuno ti picchi.»
Che c’entra questo con la razionalità?
«Niente. Ci tengo che tu faccia bella figura, tutto qui.»
Perché? C’è qualcuno che ci guarda, lì?
«No, nessuno guarda te, non ti vedono ancora» rispose
l’Austero. «Sei tu che devi cominciare a vedere bene loro, e se
stai diritto li vedi meglio. È un tuo compito, sta’ diritto: lì, è
come se percepissi soprattutto col petto. Altrimenti potrà
succederti di non vedere niente del tutto.»
E per un istante, mentre parlava, vidi davvero e soltanto il
buio, e me ne spaventai. Mi sentii come se, guidando di notte,
fosse d’un tratto scomparsa qualsiasi luce: le luci della strada, i
fari, le luci del cruscotto. Solo il buio completo, mentre la
macchina va. Mi riscuoto da quella sensazione come da un
brutto sogno.
«Visto?» mi dice l’Austero.

Partiamo. Inspiro, come prima di tuffarmi. Mi chino a


raccogliere qualcosa che non so, per un attimo tutto gira da
destra a sinistra: e vedo erba rada e polvere, anche stavolta in
una luce di luna.

132
Cerco di stare diritto, di «sentire la mia statura». Intorno c’è
un prato, e ci sono muri che salgono dall’erba, pallidi e nitidi in
questa luce lunare. Tra i muri si vedono i margini lontani di un
bosco nero, e attraverso le finestre vuote di questi muri si vede
il cielo.
Sono rovine o muri in costruzione?
«Tutt’e due le cose, direi» mormora il Dominante, accanto a
me.
Pensando a come possano essere tutt’e due le cose, comincio
a camminare tra questi muri. Li guardo, con il mento in su. Ci
sono anche archi vuoti. I muri sono spessi un braccio, alcuni
formano angoli e brevi corridoi, altri sorgono isolati; e non c’è
traccia di tetto. Sembrerebbe un gioco di costruzioni di bambini
giganteschi.
È un labirinto?
«No. Potrebbe essere un tempio.»
Anche i miei maestri stanno camminando e guardano. La
bambina mi dice qualcosa, io non capisco e lei ride. Provo a
prenderla per mano, ma scappa, e la vecchia con le finte ali di
libellula mi sorride e la segue.
«Vieni qua» le dice. «Non correre.»
Nelle finestre vuote e sull’erba la luce della luna è talmente
bella da sembrare viva: un essere vivente, assorto, fatto soltanto
di luce. E magari se le si parla risponde. Sarebbero gelosi i miei
maestri, se attaccassi discorso con questa luce di luna?
«Ti piace questo posto» mi dice l’Austero.
Moltissimo. Non so come, ma mi mette allegria. Sono già
stato qui?
L’Austero si stringe nelle spalle e continua a osservare
questa strana architettura. Tiene le mani dietro la schiena, come
un turista appagato da un luogo.
«Dicevamo, l’altra volta: i dannati all’Inferno.» Il Dominante
si siede sul davanzale di una specie di finestra – il davanzale gli

133
arriva alle anche – e mi fa segno di sedermi accanto a lui. «Tu
che ne pensi: sono nati prima i peccatori o i peccati?»
È un indovinello? I peccati?

«Secondo i cristiani, i peccati per cui si viene mandati


all’Inferno sono i sette vizi capitali, generatori di tutti gli altri
peccati. Cioè superbia, avarizia, invidia, accidia, ira, lussuria e
gola. Questi sono i sette giovinetti e le sette giovinette da dare al
Minotauro. Sette aspetti capitali di ognuno di voi.»
Sono sette perché hanno a che fare con i sette Cieli?
«Certamente. Ogni vizio capitale corrisponde a un Cielo: la
superbia è per il Settimo Cielo e l’avarizia per il Primo. La
lussuria è per il Sesto Cielo e l’invidia per il Secondo. La gola è
per il Quinto e l’accidia per il Terzo. E l’ira è per il Quarto.
Ciascuno di questi vizi vi trattiene dall’entrare in uno dei sette
Cieli, e vi fa credere che chi è entrato sia condannato
all’Inferno.»
Quindi, se uno entra nel Settimo Cielo gli altri pensano che
sia per superbia, se uno entra nel Sesto Cielo gli altri pensano
che sia per lussuria, e così via?
«Così pensate voi. In realtà è il contrario. Se non entrate nel
Settimo Cielo è perché siete bloccati dalla superbia. Se non
entrate nel Sesto Cielo è perché siete bloccati dalla lussuria, e
così via.
«Naturalmente ci sono molti altri tipi di peccato, ma questi
sette sono utilissimi per esaminare gli ostacoli che trovate
nell’Aldiquà. Sono una delle cose più preziose accolte dal
cristianesimo; ma avete cominciato a fraintenderli quasi subito.
«I cristiani pensano che la gola sia un problema dei golosi,
l’invidia un problema degli invidiosi e via dicendo, e che questi
sette peccati siano evidenti errori che la gente commette nel
mondo. Invece indicano comportamenti e convinzioni che quasi

134
tutti ritengono ovvi e ragionevoli, e che nessuno chiamerebbe
peccati, nel vostro mondo.
«Sono i modi in cui lasciate che ciò che siete dipenda da ciò
che è fuori di voi, invece di dipendere da voi stessi. E sono i
modi che avete di restare all’Inferno, e non di andarci.»
No, non capisco.
La bambina mi passa davanti di corsa, ridendo.
«I sette peccati diventano altrettanti “apriti Sesamo” quando
si impara a usarli» continua il Dominante. «Ora te li spiego, uno
per uno. Vuoi?»

«Scrivi:
«Avarizia non è soltanto l’essere avari. È quando pensate che
ciò che siete dipenda da ciò che avete. Quando pensate: io non
conto niente, ma se ho qualcosa valgo qualcosa. Appena
cominciate a pensare di contare qualcosa anche per altre ragioni,
vi si apre il Primo Cielo, in cui sentite il vostro io.
«Invidia non è soltanto l’invidiare, ma è tutte le volte che
pensate: se non guardo gli altri non so cosa dire e cosa fare.
Quando invece vi sentite tutt’uno con gli altri, con un insieme di
gente, vi si apre il Secondo Cielo.
«Accidia è tutte le volte che pensate: se non dimostro ciò che
valgo, posso immaginarmi di valere di più. Quando invece vi
accorgete che in voi c’è qualcosa di più grande di ogni vostro
valore, entrate nel Terzo Cielo.
«Ira è quando pensate: se non posso dire che qualcuno ha
torto non so cosa dire degli altri. Quando non vi importa più
niente degli altri perché siete perdutamente innamorati di
qualcuno, siete nel Quarto Cielo, che è quello dei grandi amori.
«Gola è quando pensate: il mio spirito non combinerà mai
niente se non si preoccupa di nutrire il mio corpo attraverso
qualcuna delle mie bocche. Quando scoprite che dentro di voi ci

135
sono immense forze che nutrono e muovono il mondo intero,
siete nel Quinto Cielo.»
«Le vostre religioni sono principalmente invidia e ira:
Secondo e Quarto Cielo» dice l’Austero, che sta camminando
tranquillamente in cima a un muro, almeno a sette o otto metri
da terra, sempre con le mani dietro la schiena. «Così dovresti
stare: diritto; vedi?» E accenna un sorriso.
«Lussuria è quando pensate…» continua il Dominante – ma
non riesco a sentire il seguito della frase.
«È il tuo peccato, perciò non ci riesci ancora» mi spiega
l’Austero.
«E superbia è quando pensate: se non sono diverso dagli altri
non sono niente. Mentre nel Settimo Cielo tutto è diverso da ciò
che sapete.
«Questi sono i peccati per i quali restate nel vostro Inferno,
nella paura dell’accorgersi. Sono indubbiamente i vostri più
grandi tabù e perciò sono così importanti: perché vi mostrano
ciò che vi limita.»

«Anche questi sono indovinelli, naturalmente. Puoi liberarti di


qualcosa soltanto quando sai cos’è, e quando sai cos’è vuol dire
che ne sei già fuori. È la solita storia: ogni volta che trovi la
risposta a un indovinello, la Sfinge ti lascia passare e scompare.
Così, quando uno capisce cos’è l’avarizia in lui, non può più
essere avaro; non può più, così come non può più far entrare il
piede in una scarpa che portava da bambino.» 18
Quindi basta capire questi sette peccati per uscire
dall’Inferno?
«È senz’altro una buona premessa» risponde il Dominante.
«Poi c’è l’ottavo vizio capitale, che vi rimane da affrontare
quando avete capito che cosa sono gli altri sette. Ed è la colpa,
che assomma gli altri sette e di cui tu sai già diverse cose…»

136
Sotto un arco, a venti passi da noi, sta passando un uomo
vestito di chiaro.

Quello chi è?
«Sei tu com’eri allora» risponde il Dominante, guardandolo.
All’epoca di questi muri? Quanti secoli fa?
«Quaranta, almeno.»
Quaranta secoli è un lasso di tempo troppo grande perché io
riesca a pensarne qualcosa lì per lì. Annoto soltanto «40» sul
quaderno.
Noi per lui siamo invisibili? E non può neanche sentirci?
«Se tu capisci bene quel che diciamo, lo sente anche lui»
risponde il Dominante. «Ma eravamo rimasti alla colpa. Ti
avevamo già detto che le colpe che scontate sono quelle degli
altri. Anche i giovinetti che venivano sacrificati al Minotauro
scontavano la colpa di re Egeo, che si era rassegnato alla
sconfitta e all’imposizione. Così avviene sempre e comunque, e
vi rovina la vita. In questo senso, i peccati sono nati sicuramente
prima dei peccatori.»
L’uomo di quattromila anni fa si è fermato a misurare la
larghezza di una finestra, a braccia.
«Crescere,» continua il Dominante «è liberarvi da quegli otto
vizi, che sono gli aspetti del vostro dipendere dagli altri, dalle
moltitudini. È come se quei vizi vi impigliassero nelle
moltitudini di chi non è ancora cresciuto e, con l’ottavo vizio,
anche in quelle, immense, di chi è vissuto prima di voi; così
dipendete da tutta questa gente. E via via che crescete ve ne
staccate.
«È un fatto notevole, non trovi? Quanto più fate cose per gli
altri, tanto più vi emancipate dagli altri…»
Prendo nota, ma intanto sto guardando l’uomo – che adesso è
a tre passi di distanza, e che esamina un muro, come calcolando

137
qualcosa.
Chi è? Perché è qui a quest’ora di notte? domando, e in quel
momento incontro il suo sguardo.
«Bene, così» mi sussurra l’Austero, proprio accanto al mio
orecchio.
Mi ha visto…
L’uomo ha due anelli alla mano destra. Ed è la mia mano, li
sto tastando col pollice.
Quell’uomo sono io. Il Dominante, l’Austero e gli altri non si
vedono più, e il mio corpo è gracile, la mia testa è più leggera
del solito. Sto camminando, sento l’aria fresca della notte,
l’odore dell’erba umida e nel cuore un senso di soddisfazione,
di orgoglio, che sembra venirmi da tutto ciò che ho intorno.
Com’è leggera la testa, davvero!
«Quaranta secoli fa non vi si era ancora chiusa la fontanella
del cranio, perciò senti la testa leggera» mi spiega il Dominante,
in qualche punto della mia testa.
Mi spaventa quello che sto provando, perché sembra così
semplice eppure so che è assurdo. Aspetto l’istante in cui mi
accorgerò di star immaginando tutto. Ma, anche se si tratta
soltanto di immaginazione, contiene un elemento che non posso
non percepire come reale: le due menti che ho in questo istante.
Una è la mia, che vede e ascolta i maestri, e l’altra è quella
dell’uomo lì davanti a me, che non li vede e non li sente. Io le
sento, le ho, le sono entrambe, e una non interferisce con l’altra.
Intuisco – per qualche secondo – che tutto ciò che sto vedendo
in quella notte di quattromila anni fa è come un corridoio della
mia immaginazione, che mi doveva condurre alla sensazione,
tanto netta, dell’avere due menti insieme.

«Oh, sta cominciando a capire qualcosina» sorride l’Austero.


«Ascolta, intanto» mi dice il Dominante. «Continua a

138
scrivere, è un buon momento. Per salvare i dannati dall’Inferno
e liberarli dalle colpe che vi hanno lasciato addosso (dato che di
questo si tratta), devi avere una forte immagine di te. Quanto
più l’immagine che hai di te è completa e forte, ben visibile
fuori dalle varie fiamme-tabù, tanto più le colpe degli altri
diventano leggere e si ritirano e scompaiono. E vedi anche gli
altri molto meglio.
«Ti ricordi la storia dell’uomo nato cieco, nel Vangelo? I
discepoli vedono un uomo cieco dalla nascita, e si domandano
perché alla gente debbano capitare cose simili. “È nato così
perché i suoi genitori hanno peccato?” domandano a un certo
punto. E Gesù risponde che quell’uomo è nato cieco perché
bisogna che si impari a guarirlo.
«Così Gesù lo guarisce, e l’uomo comincia piano piano a
vedere. 19 E cosa vede?»
Gli altri, le cose…
«Tutto quello che aveva avuto intorno e di cui era sempre
vissuto. Anche in questo caso si procede a ritroso, vedi? Così
anche la vostra immagine si precisa e si fortifica a ritroso,
andando sempre più indietro, nel tempo dei tempi.»
Ma adesso sto immaginando o è tutto vero: l’uomo, i
muri…?
«L’hai capito bene, poco fa. Perché chiedi?» dice l’Austero.
Volevo essere sicuro.
«È un’impresa di coraggio. Nelle imprese di coraggio si è
sicuri prima o dopo, non durante.»
In che senso dite: impresa di coraggio?
«È un termine tecnico, imparerai a usarlo» risponde il
Dominante. «Ci vuole coraggio per vivere e vedere, in qualsiasi
mondo. Gli otto vizi, invece, sono roccaforti di paura. Qui, stai
vedendo ciò che il tuo coraggio ti permette: solo frammenti di
una città, e solo un uomo, invece di una folla. In questo senso
possiamo dire che sia un prodotto della tua immaginazione.»

139
8

Capivo e non capivo. Era ancora troppo poco perché la mia


mente riuscisse a orientarsi in quelle spiegazioni, eppure avevo
la sensazione che soltanto una parte di me – una piccola parte di
me – non capisse ciò che il resto di me sapeva già.
E quali sono le imprese di coraggio? domandò al Dominante
una parte di me, mentre l’uomo stava evidentemente calcolando
qualcosa tra l’angolo di un muro e la luna.
«Quelle che preferisci» rispose il Dominante. «Vuoi guarire
le malattie? Da domani faremo lezione su come guarirle, se
vuoi. Solo, ricorda: se cominciando un’impresa di coraggio ne
parli a qualcuno, gli farai fare la fine di Egeo. Quelli a cui ne
parli, o vengono con te o rimangono indietro e non li ritrovi più,
non apparterranno più al tuo mondo, quando avrai compiuto la
tua impresa. Ed è molto difficile trovare persone disposte a
seguirti, in un’impresa di coraggio.
«Perciò impara a non parlarne, all’inizio: hai noi con cui
parlarne. E a ogni impresa l’immagine che hai di te diventerà
più netta.»
«Comincia qui la promessa che cercavi» disse l’Austero.
«Già. Il diavolo arriva alla fine e lì comincia la promessa»
confermò il Dominante.
«Dovrà anche stare attento, diteglielo. C’è molto peggio dei
diavoli, negli universi» aggiunse il vecchio dalle finte ali di
libellula.
Che cosa? domandò una parte di me.
Il Dominante fece un cenno vago, con una mano, e non
rispose. Intanto l’uomo di quaranta secoli fa si stava
massaggiando il petto, dalla parte del cuore.
Che cosa c’è di peggio? insistetti.
Essere due cominciò a diventare una grande fatica, come se
le forze stessero fluendo via e fossero le ultime, brevi, che era
impossibile trattenere. Cercai di stare diritto, come mi aveva

140
raccomandato l’Austero, e invece di vedere meglio mi accorsi
che dormivo davanti alla mia scrivania, il capo appoggiato alla
spalliera della poltrona, che è alta e morbida.
Quasi due ore dopo riaprii gli occhi, spensi la luce e andai
subito a letto, sfinito.

18 «Questo naturalmente si riferisce ai vostri organi superiori» mi segnalò l’Austero


mentre ultimavo il libro. «È un altro modo che avete di imparare a scoprirli. E quando
cominciate a impararlo, la vita che conducevate prima vi fa lo stesso effetto di quando
andavate in giro con le vostre scarpine da bambini.»
19 Qui il Dominante si riferisce a due diversi passi dei Vangeli: nel Vangelo di
Giovanni 9,1 sgg. è narrata la guarigione dell’uomo nato cieco; nel Vangelo di Marco
8,22 sgg. è narrata la guarigione di un cieco che comincia a vedere, appunto, «piano
piano»: «Gesù gli impose le mani e gli domandò: “Vedi qualcosa?”. Quello, alzando
gli occhi, disse: “Vedo gli uomini, perché vedo come degli alberi che camminano”.
Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi, ed egli cominciò a vedersi chiaramente
e fu guarito, e vedeva ogni cosa anche a distanza».

141
Parte quarta
L’ESPLORAZIONE DELL’ALDILÀ

142
XIII
Il modo migliore di insegnare - Utilità dei momenti di dubbio -
Come cambiare il passato

Per diversi giorni non andai a parlare con i maestri, e quando ci


tornai ero di cattivo umore.
«Che c’è?»
Niente, è che adesso non so più abbastanza e ho paura che
tutto vada a rotoli.
«Le conferenze e così via?»
Qualche settimana prima avevo accettato l’invito di un
Istituto di Psicologia a tenere un ciclo di conferenze sugli
Spiriti-guida, e poi un corso – il mio primo «seminario pratico»
– per comunicare con l’Aldilà. Ma dopo l’incontro con l’uomo
di quaranta secoli fa mi era sembrato di saperne davvero
pochissimo, e mi stavo perdendo d’animo.
«E perché?» domandò il Dominante.
Non so. Tante cose… Non so cos’è stato quello
sdoppiamento. Come ha fatto lui a vedermi, se era vissuto
quattromila anni fa? Come ha fatto a vedermi se le
reincarnazioni sono quello che mi avevate spiegato l’altra
volta? Ed era tutto quanto mondo intermedio? Non lo so, e
quello che so non lo capisco più.

143
«È buffo quando non vi tornano i conti» sorrise il
Dominante.
Per voi è buffo. Perché non mi avevate avvertito prima, che
ci sono troppe cose che non so? Non avrei preso l’impegno
delle conferenze.
«Questo è il contrario di un problema» disse il Dominante.
«Accorgersi di non sapere abbastanza è un vantaggio, quando si
insegna. Io intendevo dire quando non vi tornano i conti col
tempo, con i quaranta secoli.»
Perché è un vantaggio non sapere abbastanza, quando si
insegna?
«Perché è il modo migliore di insegnare, l’unico sensato. Se
uno pensa di sapere abbastanza per insegnare agli altri, vuol dire
che non sa fare niente di interessante con quello che sa. Chi
insegna così è uno che ha terrore di fare brutta figura e vuole
nasconderlo a se stesso, e darsi importanza. Insegnare è utile
soltanto quando imparano tutti: chi insegna come chi ascolta.
Da solo non arrivi a capire una cosa, e perciò spieghi agli altri a
che cosa precisamente non arrivi: e ci arrivate insieme.»
Cioè, arrivo alla conferenza e dico al pubblico: «Non ho
capito questa cosa, aiutatemi voi»?
«No, cominci a spiegare quello che sai, e il resto prende
forma in te e in loro. È il corpo maggiore che interviene. Come
dice Gesù? “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono
in mezzo a loro.” Tutte le volte che Gesù dice io, sta parlando
del corpo maggiore delle persone.»
Si può imparare a dire «io» parlando del corpo maggiore?
«È semplicemente ciò che intendete davvero, ogni volta che
dite io sul serio. Ma voi non parlate quasi mai sul serio, e io è il
più ironico dei vostri pronomi personali.»
«E lo sapete tutti benissimo» ironizzò l’Austero.
«Quanto all’insegnare imparando, anche per noi è lo stesso
quando insegniamo a te. Noi non abbiamo e non capiamo bene
la forma, le parole, e tu non sai quello che sappiamo noi. Tu ci

144
dai le parole, e così noi impariamo una quantità di aspetti a cui
non potremmo arrivare da soli.
«Fa’ così anche tu: mettici un po’ di rischio e di fiducia. Per
te sarà più facile che per noi, perché tutti hanno i loro maestri e i
maestri della gente che ti ascolta ti aiuteranno.»

«Quanto al tempo, ai secoli, se i conti non ti tornano è per lo


stesso motivo» continuò il Dominante. «Anche il vostro
rapporto col tempo dipende soprattutto dalla vostra fiducia. Con
quell’uomo di quattromila anni fa, per esempio, i tuoi
quattromila anni (erano tuoi, non suoi) c’entravano poco,
quando lo hai visto. Se avessi avuto un po’ più di fiducia avresti
potuto anche rivolgergli la parola, e raccontargli perché eri lì, e
un sacco di altre cose.»
Cioè, avrei potuto, non so, disegnargli una bicicletta, e lui
avrebbe visto come funziona una bicicletta?
«Certo. E magari ti avrebbe aiutato a capire meglio il
significato della bicicletta, con il suo punto di vista.»
E lui e i suoi contemporanei avrebbero costruito biciclette?
«Probabilmente sì; erano gente industriosa. Ma voi non
l’avreste saputo, perché i vostri libri di storia non parlano di
biciclette di quattromila anni fa.»
Sarebbe accaduto e noi non avremmo più potuto saperlo?
«Voi vi fidate dei vostri libri di storia. Ognuno ha il mondo
di cui si fida, e non ne esce, neanche se quel mondo fosse già
sparito cent’anni fa.»
No, aspetta. Ma l’invenzione della bicicletta quattromila
anni fa avrebbe cambiato tutta la storia del mondo; sarebbe
cambiata tutta la nostra tecnologia, no? E lo vedremmo…
«È quello che devi pensare se ti limiti all’idea che si vada
soltanto in avanti. Prova a pensare che tutto prenda forma a
ritroso: voi siete qui, adesso, e capite e vedete solo alcune cose e

145
non altre; e perciò vedete nel passato soltanto le cose che
giustificano quello che capite e vedete adesso.
«E poi non è detto che la vostra tecnologia sarebbe cambiata.
Leonardo da Vinci, per esempio, ha descritto cose che per secoli
nessuno ha capito.»
E se qualcuno le capisse? Voglio dire, se ci accorgessimo
che nel passato hanno cominciato, da ieri, a costruire
biciclette… Insomma, che nel frattempo il passato è cambiato,
mentre noi non lo sapevamo. Allora cosa succederebbe?
«Allora si produrrebbero notevoli cambiamenti, certo. Se
quaranta secoli fa quell’uomo avesse imparato da te cos’è una
bicicletta e avesse cominciato a costruirne, in capo a qualche
mese nella tua epoca ci sarebbe un improvviso fiorire di
invenzioni, e una rivoluzione tecnologica. Ma nessuno saprebbe
spiegarsi il perché; anzi, nessuno riuscirebbe nemmeno a
domandarsi perché. Lo sapresti solo tu, e non crederesti a quello
che sai.»
State parlando sul serio?
«Dipende da te. Se impari, stiamo parlando sul serio; se non
impari, stiamo solo scherzando.»

Come faccio a sapere che è vero questo che dite? domandai,


con un improvviso senso di tristezza, al pensiero che da qualche
minuto avessi smesso di ascoltare e stessi inventando io stesso
le risposte. Questa possibilità di cambiare avvenimenti passati
sembrava provenire troppo direttamente da varia letteratura di
fantascienza. E naturalmente il senso di tristezza era dovuto al
dubbio che, se avevo inventato io quelle ultime risposte del
Dominante, anche molta parte delle risposte precedenti (quanta
parte?) fosse soltanto frutto di invenzione, e perdita di tempo.
«Sapere se è vero?» sorrise il Dominante. «Caro, non puoi.
Quando la mamma affidò il piccolo Mosè al fiume, non sapeva

146
che sarebbe diventato principe d’Egitto. È sempre così, c’è
sempre un fiume del genere, quando parli con noi.»
«C’è sempre un fiume così, quando avete a che fare con la
trama della vostra vita» aggiunse l’Austero.
«E magari sto inventandomi anche queste risposte» non potei
fare a meno di pensare.
«Ogni volta che ti vengono di questi dubbi,» disse il
Dominante «approfittane per fare progetti per il futuro. Sono
quelli i momenti migliori per farne: ciò che tu senti come
dubbio è simile a un tornante in montagna. Ci hai mai fatto
caso?»
No.
«Facci caso. È veramente un tornante della tua strada
interiore: da lì il paesaggio si allarga, vedi di più nel tuo animo,
nella tua immaginazione, nei tuoi sentimenti. Perciò è un buon
momento per fare progetti, invece di fermarsi a capire perché ci
sia un tornante. C’è solo perché c’è una montagna.»
«Sarà» pensai. E dovetti farmi forza per continuare a
domandare e a prendere nota, con quei dubbi che mi pesavano
ancora sul cuore.
Allora spiegatemi bene. Si possono cambiare gli avvenimenti
nel passato: è un indovinello? E intanto mi accorsi di pensare:
«Perché il dubbio di star inventando mi è venuto in mente solo
ora? Perché proprio parlando del cambiare il passato?».
«Certo» rispose il Dominante. «E la risposta è sempre la
stessa. Ascolta e prendi nota per bene.»

«Voi per adesso state soltanto subendo l’effetto del passato» il


Dominante scandì nettamente le ultime quattro parole, tanto che
alzai le sopracciglia. «E lo subite sia sotto forma di colpe
commesse da chi è vissuto prima di voi, sia sotto forma di storia
scritta o trascritta da voi, e immobilizzata, ai vostri occhi, dal

147
fatto di essere avvenuta molto tempo fa, secondo il vostro modo
di intendere il tempo.
«Ed è un po’ come quando morivate di qualche malattia che
non sapevate ancora curare: pensavate che fosse destino, volere
di Dio, o magari opera del diavolo. Così, voi pensate: “È il
passato!” e siete convinti di non poterci fare nulla, perché il
passato è più grande di voi. Invece è più grande soltanto di ciò
che vi accontentate di sapere di voi – cioè del vostro io piccolo.
Anche qui c’è un diavolo che vi impedisce di scoprire qualcosa
più in là.»
Cioè, un tabù.
«Certo. Avete un tabù sul tempo: un limite che vi sembra
insuperabile. E non ti avevamo detto che ogni limite è tutti i
limiti?»
Sì.
«Così voi vi sentite minuscoli al cospetto del tempo: dei
milioni di anni del vostro pianeta…»
Certo.
«Ed è una sensazione utilissima, perché è esattamente ciò
che prova il vostro io piccolo al cospetto del corpo maggiore.»
Cioè, quando pensiamo al passato noi in realtà stiamo
pensando al corpo maggiore?
«Diciamo che state pensando al tempo del vostro corpo
maggiore. E in quel tempo gli avvenimenti fluiscono
continuamente, e prendono forma, mutano forma, proprio come
i vostri avvenimenti e i vostri progetti nel tempo dell’io piccolo.
La differenza è che l’io piccolo può fare progetti: può, perché si
è immaginato che esiste una cosa chiamata futuro, e lì sviluppa i
suoi progetti. Purtroppo lo scotto è che, una volta inventato il
futuro, si forma necessariamente anche il passato; e il passato
limita il vostro progettare: quindi il guadagno finale non è
granché.»
Il corpo maggiore non fa progetti?
«No, ha solo il presente, in tutte le direzioni. E perciò se la

148
passa molto meglio.»

Non è possibile.
«Non è possibile perché il tuo tabù sul tempo pretende che
tutto nella tua immagine dell’universo sia ancora com’era
stamattina. Invece tra un quarto d’ora sarà completamente
diverso. Ti spiace questo?»
Non risposi. Sentivo che il cuore cominciava a pulsare in un
modo diverso.
«Ora,» continuò a dettare il Dominante «secondo la vostra
immagine dell’universo il tempo è fatto di passato, presente e
futuro. È un’idea molto irrazionale: non si capisce perché nel
tempo le direzioni non debbano essere infinite come lo sono
nello spazio… Ma voi vi siete imposti di pensarla così e non
riuscite più a immaginarlo diversamente. Diciamo invece che il
passato, il presente e il futuro sono i tre modi che voi avete di
guardare le infinite direzioni del tempo.
«Bene: ma come sono, cosa sono, in realtà? Il passato è ciò
che per voi esiste già. Il futuro è la vostra voglia di conoscere. E
il presente è dove riuscite ad arrivare con il vostro sguardo. E
tutti e tre insieme sono come una mano che plasma la creta. La
mano è il presente, la creta è il passato, e il futuro sono le forme
che voi plasmate. Hai scritto?»

Provavo a immaginare una mano che plasma la creta.


La creta è il passato. Cioè, il nostro futuro sarebbe tutto nel
nostro passato?
«Sì. È ciò che capite e plasmate del vostro passato. Se non
capiste più niente del passato, il vostro futuro non prenderebbe

149
forma: e il tempo sarebbe soltanto il trascorrere sempre uguale
dei giorni e delle vostre energie che deperiscono nell’inerzia.
Quando invece comincia a prendere forma il futuro, è perché
avete scoperto qualcosa del vostro passato e lo state plasmando.
«Voi sapete bene che è così. Lo vedete nei nevrotici: nel
passato del nevrotico ci sono cose che bloccano il suo futuro, e
lui deve tornare nel passato e capirle e plasmarle. Non dite così,
voi?
«Così è anche nelle vostre teorie sulla reincarnazione: anche
lì lo vedete. Nella vita incontrate continuamente “nodi karmici”
da sciogliere: le conseguenze delle reincarnazioni precedenti, da
risolvere e superare. Sono nel lontano passato, le incontrate nel
vostro presente, e da quei nodi dipende il vostro futuro. E ciò vi
sta mostrando chiaramente il punto principale; ma non lo
vedete.»
È il fare uscire i dannati dall’Inferno?
«È un’altra applicazione del principio. Ma non il punto
principale.»

«Niente: non lo vede» commentò l’Austero.


«Prova a congiungere ciò che ti ho appena spiegato» mi
esortò il Dominante. «Se la tua mano è il presente, la creta il
passato e le forme sono il futuro, tu in che tempo sei?»
Fuori da presente, passato e futuro?
«Fuori, dentro e intorno al passato, al presente e al futuro,
contemporaneamente.»
«Quando guardi le nuvole in un quadro di Tiziano,»
intervenne l’Austero «pensi: “Ecco alcune nuvole di
quattrocentocinquant’anni fa”, oppure pensi: “Eccole”?»
«Tu sei un tempo grande come i milioni di anni che voi
immaginate quando pensate alla storia del mondo» riprese il
Dominante. «Non per niente la chiamate proprio storia: la stessa

150
parola con cui indicate i racconti, le fiabe, e i miti che
descrivono la vostra anatomia. Tu sei tutto il tempo e tutte le
cose che succedono nel tempo. La storia è solo un vostro modo
di raccontare; voi, per presunzione, vi siete convinti che non sia
una cosa che raccontate, più o meno vera, ma che sia una cosa
reale. E il castigo di questa presunzione è che, mentre le storie
che si raccontano potete cambiarle, la storia per voi è
immutabile.»
E non lo è?
«Il tempo sei tu. Puoi cambiare tutto nel tempo, e non sarà
diverso dal cambiare una tua abitudine. Certo, dopo che avrai
cambiato qualcosa nel passato, i vostri libri di storia
continueranno a dire quel che dicevano prima, ma che farci?
Quando qualche scienziato scoprì che la Terra gira intorno al
sole, per un bel pezzo i dotti continuarono a insegnare che il
sole gira intorno alla Terra, anche se i loro calcoli non
tornavano.»

Ma così non rimane più niente del tempo come lo conosciamo


noi, provai a protestare. Se è come dite, viviamo tutti
nell’irrealtà. Chiunque mi deriderebbe se provassi a dire una
cosa del genere.
«Ti preoccupa davvero che ti deridano?»
Non è questo il punto, ma non…
«È vero, non è questo il punto. In realtà non vedi l’ora che ti
deridano, così che tu possa dire: “Peggio per loro, io quel che
dovevo dire l’ho detto”. Invece il punto è che voi – tu incluso –
siete abituati a subire il passato, a immaginarvi il passato come
la spinta di innumerevoli forze che non potete cambiare. Ma è
solo perché pensare così vi esime dalle vostre responsabilità e
dai vostri poteri. Vi piace immaginarvi come Biancaneve, teneri
e indifesi, chiusi nella bara di specchi. Invece avete la forma, la

151
volontà, la creta: potete plasmare. Ed è una cosa che potete fare
soltanto voi.»
Per esempio: mille anni fa un paese viene invaso da un
popolo crudele. Io posso cambiare questo avvenimento?
«Sì, se capisci cosa sono in te quel paese, quel popolo
crudele e quell’invasione.
«Se riesci a capirlo succedono due cose: primo, vedi un
senso nuovo di quel fatto; secondo, vedere quel senso ti mette
nella posizione giusta per poterlo cambiare. E lì, se ti sembra
ancora giusto cambiarlo, lo cambi come cambieresti una tua
abitudine. Poi, naturalmente, toccherà a quel popolo vedersela
con ciò che avrai cambiato nel suo passato.»
Scusate tanto, ma non ci posso credere.
«Non è questione di crederci. Succede a tutti, e la prossima
volta che ti succederà vedrai più chiaramente come
cambieranno le cose. D’altronde, per capirlo bene ti mancano
ancora un paio di elementi; ma ci arriveremo presto.»

152
XIV
La materia, gli specchi e la realtà - Potere e dovere -
Gli animali maestri - Gli Angeli e il diavolo dietro gli specchi -
Bellerofonte

Restai in silenzio, mentre i miei pensieri correvano. Forse non


era vero che non potevo crederci ma, come per un mio puntiglio
a me ignoto, qualcosa in me non voleva dare ai maestri la
soddisfazione di avermi convinto.
«Dipende tutto dalla vostra percezione» riprese il
Dominante. «A te sembra impossibile quel che ti ho detto,
perché vedi le cose dal punto di vista della materia, di tutto ciò
che c’è di solido intorno a te. Come tutti, anche tu vuoi che la
tua casa sia solida e non crolli. Non hai capito bene quella prima
storia d’amore, ricordi? Non ci hai pensato nemmeno più.
«Ma pensaci e dimmi (è un indovinello molto facile): è
l’uomo a costruirsi la casa, o è la casa a costruire l’uomo?»
È l’uomo a costruirla.
«Sicuro? E se la materia, cioè la vostra casa, fosse anch’essa
un vostro organo? Allora la risposta sarebbe più articolata.»
E quale organo sarebbe?
«La creatività. La materia, per voi, è l’organo che narra,
dipinge, suona e così via. Voi ci mettete la forma e la volontà,

153
senza le quali quell’organo non farebbe nulla: ma tutto il resto
ce lo mette la materia.
«Così, in voi e tutt’intorno avete l’immenso museo d’arte
antica e moderna che è il mondo in cui volete vivere. A te e a
tutti importa che sia ben tutelato; e non lo sarebbe, se pensaste
che quelle opere si possono rifare in un altro modo. Così dite:
Quod scripsi, scripsi. 20 Quel che c’è, c’è: se così è stato
catalogato nel museo, così deve essere. Così percepite solo quel
che c’è lì dentro, e non potete fare nulla. Ma è soltanto un
vostro modo di percepirlo.»
E cambiare il passato sarebbe come ritoccare i quadri?
«Sì, se pensi di poterli fare più belli. Occorre solo modificare
le leggi del museo. Le leggi attuali stabiliscono che i quadri
devono restare così per sempre: ma che cosa resta per sempre?
“Per sempre” è l’eternità, e l’eternità è soltanto adesso. L’unico
elemento che può impedirti di fare qualcosa nell’eternità è il tuo
cuore, il tuo coraggio. O il Dio supremo, che è la stessa cosa,
anatomicamente parlando.
«Aiutalo. Fa’ crescere il Dio supremo, e vedrai. È soltanto lì
l’ostacolo. La materia di per sé è fatta apposta perché qualche
energia la modelli, e non perché lei modelli il tuo modo di
vedere i mondi.»
Sarà…

«Sarà, sarà. Certo che sarà. Hai solo paura che sia vero, e tieni
la tua paura davanti a te come uno schermo, per non vedere più
in là. Rischia di diventare una cosa noiosa, se va avanti così. Se
vuoi un consiglio, vedi in quello schermo uno specchio, e
guardatici bene; oppure diventa talmente più grande, da vederlo
piccolo come un fazzolettino per terra, che puoi chinarti a
raccogliere cortesemente, quando vuoi.»
Come quando partiamo per un viaggio?

154
«Puoi raccoglierlo anche nel tuo mondo, nel museo. Che è
poi la vostra bara di cristallo. Quella bara di cristallo, hai capito
bene cos’è, nella fiaba di Biancaneve?»
Era il nostro modo di conoscere.
«Il modo di conoscere in cui vi aveva rinchiuso il Dio della
Terra, cioè il vostro cuore com’è nel museo. E vuol dire che
tutto ciò che potete pensare e conoscere nel mondo-museo è
solo un’immagine di voi, riflessi dal cristallo: da pareti di
specchi. Per esempio, voi credete che il vostro tempo lineare sia
tutt’intorno a voi, nell’intero universo; invece è solo in voi, e le
pareti della bara lo riflettono. Così è per tutta la vostra realtà,
che è il vostro limite ovunque.
«Scrivi, scrivi. È come nell’astrologia: anche quando
guardate la vostra volta celeste, vedete sempre e soltanto voi
stessi. Solo che i vostri astrologi pensano che le stelle, quelle
vere, influiscano davvero su di voi.»

«Così anche il passato è immagine di ciò che siete, e il futuro è


il modo in cui lo vedete via via. E ciò che sembra lontano, nel
tempo e nello spazio, non è affatto lontano da voi: è sempre e
soltanto la vostra immagine riflessa, distante da voi come tutto
il resto, ma falsata da giochi di specchio tra gli angoli della bara.
Quando metti due specchi uno davanti all’altro e un oggetto nel
mezzo, l’immagine di quell’oggetto sembra allontanarsi
enormemente nelle due direzioni: invece basta che tendi la
mano, e l’oggetto è lì davanti a te, e puoi farne quello che vuoi.
I due specchi uno davanti all’altro sono il vostro passato e il
futuro.»
Quindi conoscere, per noi, è sempre una specie di prigione?
«Dipende. Per il vostro io piccolo, custode del museo,
conoscere è sempre conoscere se stesso in una scatoletta di

155
specchi. Ma vedi, voi siete lì dentro, ed è lì che agite. E quando
agite, agite su tutto.»
Questo è il punto: come faccio a credere che abbiamo tanto
potere?
«Non è una cosa da credere: è da capire. All’inizio dà le
vertigini, soprattutto perché non sei ancora abituato a volere ciò
che puoi. Ma poi, a forza di chiederti “Cosa voglio io?”,
qualcosa trovi: lo decidi, agisci e lo fai succedere, eliminando i
sotterfugi.»
Quali sotterfugi?
«Gli inganni, le vie traverse, le cose che non vuoi vedere in
te stesso, le parole che intralciano il tuo potere. Lo lasci agire e
basta: limpido com’è.»
Le parole? Non avevate detto che il linguaggio è uno
strumento prezioso?
«Se lo usi bene, sì: se rimane aderente alle cose reali, è il filo
di Arianna. Ma le cose reali sono fuori dalla vostra bara di
cristallo: invece le parole come le usate voi sono dentro, e
servono a illudervi che tutto sia come vi sembra.»

«Il buffo è che vi figurate di essere i più evoluti di tutti gli


animali, proprio perché avete quelle parole! Gli animali fanno il
possibile per spiegarvi che non è così, ma voi non riuscite
nemmeno ad accorgervene. Altro che i più evoluti.»
È un indovinello?
«Non necessariamente. È solo che gli animali sono più
evoluti di voi. Anche la Bibbia vi dice che l’uomo è stato creato
per ultimo, no? È l’ultimo arrivato. Gli animali sono lì da più
tempo e sono più esperti.
«Quanto a questo, gli animali si dividono in due categorie
principali: selvatici e domestici, come dite voi. I selvatici sono
sicuri che non vi evolverete mai più di tanto, e che perciò sia

156
inutile perdere tempo con voi. I domestici confidano che,
nonostante tutto, qualche speranza ci sia, e vi stanno accanto per
insegnarvi.
«È una scelta eroica, dato che farvi da maestri d’evoluzione è
sempre un’occupazione ad altissimo rischio di morte. E i vostri
animali domestici non soltanto vengono sterminati in gran
numero, ma muoiono sconsolati, vedendo che la loro opera
continua a non produrre frutto, neanche dopo millenni di
dedizione. Eppure persistono. I vostri animali domestici sono un
po’ i santi perenni della natura.»
Cioè, i nostri animali sarebbero nostri maestri perché ci
insegnano a non usare le parole?
«Anche. Gli animali hanno un linguaggio di gran lunga
superiore al vostro: non fanno differenza tra comunicare ed
essere. Con il vostro modo di usare le parole, invece, voi siete
condannati a tenere distanti queste due cose: dite quasi sempre
ciò che non siete e ciò che non è – e per poterlo fare non capite
quasi mai ciò che state dicendo. Hai mai notato quante cose
esistono per voi solo perché ci sono le parole che le indicano? E
quanti guai provocano queste cose? Lo stato, per esempio. O i
giuramenti.»
Ma anche gli animali hanno il loro territorio, e i loro capi…
«Piano! Non ho detto che gli animali sono perfetti. Ho solo
detto che sperano di insegnarvi tante cose che non capite. Non
per nulla fu un serpente, all’inizio, a spiegarvi come si
raggiunge la conoscenza. Ma la stragrande maggioranza di voi
pensa che fosse un truffatore.»
«Così si è scoraggiato e ha preferito diventare selvatico»
osservò l’Austero.
Sul serio?
«Certo. Avevate talmente paura che vi insegnasse
qualcos’altro, che ha lasciato perdere.»

157
5

E fuori dalla bara di specchi si parla come gli animali?


«Come gli animali o come gli Angeli. Gli Angeli non
possono mentire, come sai: 21 non possono usare sotterfugi. E,
anche nella forma in cui li immaginate voi, sono sinceri: vi
mostrano continuamente che il mondo è più grande di quello
che voi descrivete con le parole.»
Cioè?
«Come li immaginate voi, anche gli Angeli sono
naturalmente vostri specchi: solo che rispecchiano molto più di
ciò che sapete di voi. Li immaginate come ragazzoni alati, ed
ecco: le membra umane degli Angeli corrispondono a ciò che
sapete di voi stessi, cioè al mondo del vostro io piccolo; le ali
corrispondono a ciò che in voi è troppo grande perché l’io-
Biancaneve possa ammetterlo.
«Di là dalle pareti di specchio vi accorgete che tra le vostre
membra umane e la vostra parte alata non c’è distanza: le une
continuano nell’altra. E che anche quel che fate nel vostro
mondo ha le ali di quella vostra parte più grande e sconosciuta,
e continua, là.»
«Tutto continua» mi rammentò l’Austero.
Quindi anche gli Angeli sono un’immagine del nostro corpo
maggiore?
«Certo. Sono i vostri principi azzurri. Sono i vostri miti
anatomici. E i vari tipi di Angeli a voi noti precisano
ulteriormente l’immagine. Quando vi figurate che ci siano
Angeli delle nazioni, Angeli distruttori, Angeli custodi, Angeli
dei fiori e delle acque, state solo descrivendo ciò che vedete del
corpo maggiore, senza accorgervi che è vostro.»
Cioè, noi siamo anche la crescita dei fiori e le acque?
«Vedi? Con la tua mente non riesci ancora a capirlo.
Comunque, sì: i poteri del vostro corpo maggiore sono
intrecciati con tutto ciò che esiste nell’universo. Così come sono

158
intrecciati i poteri della vostra mente e quelli del vostro corpo,
fino ai piccoli poteri dei vostri capillari… Ma tu non arrivi a
capire neanche questo, vero? Siete bravi a difendervi da questo
genere di cose, lì sotto il cristallo. Per voi, Angeli e diavoli
finiscono per essere tutt’uno.»

Tutt’uno?
«Per esempio, noi ti diciamo: “Sai, i vostri poteri sono
immensi come quelli degli Angeli”. E tu, fulmineamente, pensi:
“Ah! Ma questo significa che con i miei poteri potrei fare anche
immensi mali! E chissà che i mali esistenti non siano prodotti
dai miei poteri!”. E non osi più credere a quello che ti diciamo,
per paura della responsabilità. Ecco, questo è appunto il diavolo,
per te.
«E, nota bene, in un certo senso è vero che tra le ali degli
Angeli e i poteri del diavolo non c’è differenza: è sempre la
stessa parte di voi, che non vedete. Potete fare il bene e il male,
con quella parte; ma siete sempre voi.»
Dunque tutto dipende da noi, negli universi?
«Sì, da ognuno di voi. Quando imparate a usare le ali ve ne
accorgete al di là di ogni dubbio. Mentre, se non imparate a
usarle, continuate soltanto a giocare con le parole.»

Vedi che non ha senso quello che dici. Ci sono tante cose che
non dipendono affatto da ognuno di noi, ma da cause esterne o
da alcune persone soltanto. Le guerre, per esempio. Se io so che
in qualche parte del mondo c’è una guerra, quella guerra non
dipende certamente da me.
«No. Nel vostro universo le guerre sono scontri che

159
avvengono prima di tutto in voi, tra ciò che sapete di essere e
parti di voi che non siete capaci di essere: qualsiasi nemico, non
importa di chi, è solo l’immagine di una parte di te che non vuoi
conoscere o ammettere; e un nemico, non importa di chi, esiste
soltanto perché non volete conoscere o ammettere una parte di
voi stessi.»
«Dipende tutto dal fatto che tu usi la parola guerra» mi
suggerì l’Austero. «Oppure nemico. Finché vedi che un certo
fatto è una guerra tra nemici, è un fatto che dipende da te.»
Ma quelle sono le parole che abbiamo.
«Appunto.»
«Così,» proseguì il Dominante «da un lato, finché la vostra
scoperta di voi stessi non sarà terminata ci saranno sempre
guerre, e sarà uno dei tanti prezzi che pagherete per restare nella
vostra bara di specchi. E d’altro lato, ogni guerra nel vostro
universo è una guerra di conquista interiore: e torna a ripetersi
fino a che non conquistate in voi stessi quella vostra parte
sconosciuta, che l’ha provocata.»
Ma in «voi» chi? Vuoi dire in tutta l’umanità, o nella
maggioranza dell’umanità, o cosa?
«No, voi è tu, lui, lei, chiunque. Se uno di voi conquista, cioè
conosce e ammette davvero in se stesso quella parte che prima
gli era ignota, quella parte non produce più guerre in nessun
luogo dell’universo.»
È una grande responsabilità!
«Credi che gli animali, gli Angeli e tutti gli Dei si occupino
di voi solo perché non sanno come passare il tempo?»

«C’è una vostra storia che gira elegantemente intorno a questa


questione; panoramicamente intorno» disse più allegro il
Dominante, per rallegrare me, vedendo che ero turbato.
«Bellerofonte. Ti ricordi com’era?»

160
Bellerofonte e Pegaso

La ricordavo bene, era stata una delle mie storie predilette fin da
bambino.
«È la storia di ciò che la gente vivrà» disse il Dominante,
mentre cominciavo a ricostruirla.
Bellerofonte era un eroe e aveva un cavallo alato, di nome
Pegaso, che in realtà gli era fratello: erano nati tutt’e due dal
Dio del Mare. E insieme compirono imprese coraggiose.
Scamparono alle insidie della regina Antea, sconfissero la
Chimera, le Amazzoni, il popolo dei Solimi, il popolo dei
Lici…
Come si fa a sconfiggere un popolo da soli?
«Salta questa parte, dove parla delle Amazzoni e degli altri
suoi eroismi. Sono episodi molto al di là dei vostri specchi.
Racconta il finale, quello è importante adesso.»
In che senso sono molto al di là dei nostri specchi?
«Là ci sono altre forze, che schermano e dirigono ampie
correnti di energie. Queste energie potrebbero giungere fino a
voi, se non venissero deviate, e alcune potrebbero annientarvi.
Ma ciò che scherma e devia da voi quelle correnti è soprattutto
il fatto che non ne sappiate niente; perciò va’ pure avanti.»
Ma non avete detto che, se uno ignora una parte, quella
parte produce conflitti?
«Sì, ma è ancora presto, non sei abbastanza esteso, e perciò
non si può ancora dire che sia una parte tua. Dunque,
Bellerofonte e Pegaso erano fratelli e avevano compiuto molte
imprese. Poi?»
Erano fratelli nel senso che si volevano molto bene?
«L’opposto. Si volevano così bene perché in realtà erano
fratelli. Capisci?»
Cioè, erano profondamente uniti, pur essendo uno un uomo e
l’altro un cavallo alato?
«Infatti. Bellerofonte stava imparando a capire che cosa sono

161
gli Angeli, ed era una cosa notevole, dato che gli Angeli non
c’erano ancora nei miti greci.
«Cominciava a capire che quel suo Angelo, Pegaso, era una
sua immagine riflessa; ma non osava capirlo del tutto, e perciò
se lo spiegava pensando che Pegaso fosse suo fratello, e
raccontando a se stesso che era un cavallo alato. Credeva in
questo suo strano racconto. Era il suo modo di imparare e di non
imparare: di non accorgersi di avere aperto gli occhi.»
«Un po’ come fai tu, che non domandi chi sono i nostri due
vecchi con le ali di libellula, che ci accompagnano nei viaggi»
osservò l’Austero.
Mi ripromisi di domandarlo.
Dunque, Bellerofonte e Pegaso si volevano molto bene e
compirono imprese strabilianti; dopodiché Bellerofonte divenne
un re potente e celebre, e cominciò ad annoiarsi, perché tutto gli
sembrava troppo possibile.
Allora immaginò un’impresa inaudita e del tutto impossibile:
salire fin nell’Olimpo, per vedere se gli Dei esistessero
veramente. Così salì, insieme a Pegaso.
Salì sempre più in alto, in groppa a Pegaso, e a un tratto
scivolò: non riuscì a tenersi aggrappato al cavallo e cadde sulla
Terra. Non morì, ma rimase zoppo per sempre, e diventò un
eremita. Pegaso invece salì al cielo e visse per sempre
nell’Olimpo.

«Capisci?» mi domandò il Dominante.


Bellerofonte voleva arrivare fin lassù per vedere se anche gli
Dei sono uno specchio?
«Questa è la storia ordinaria; ma capisci come cresce sul
serio, cioè a ritroso?
«Guardala. L’inizio vero della storia è quando Bellerofonte è
diventato re; ed è quando cominciate a vedere l’immagine di voi

162
stessi, negli specchi. Allora capite come siete arrivati a vederla,
capite com’è il vostro Pegaso, il potere delle vostre ali e le
possibilità d’azione che avete nel mondo che conoscete. Vi
accorgete di tutte le imprese che avete compiuto per arrivare a
questo…»
E possiamo accorgercene solo dopo che le abbiamo
compiute?
«Prima di compierle e mentre le compite siete ancora una
piccola parte di voi. Quando vi accorgete davvero delle vostre
imprese, è perché siete diventati re.»
Diventare re in questa storia è un’immagine del corpo
maggiore?
«Diventare re, nelle storie e nella realtà, è accorgersi che il
corpo maggiore esiste e funziona. E quest’inizio vero della
storia è identico al finale, a quando Bellerofonte è storpio ed
eremita e Pegaso è nell’Olimpo. E anche questo è un aspetto
dell’essere re: quando uno è arrivato a vedere se stesso, conosce
cose che non può raccontare agli altri uomini – e non perché gli
sia vietato, ma perché gli altri non capirebbero. E perciò fra gli
altri uomini si sente eremita, mentre in realtà le sue ali arrivano
in cielo. 22 E per spiegare questa regalità di Bellerofonte, la
storia cresce a ritroso, narrando la salita al cielo e la caduta…»

10

«Inoltre,» continuò il Dominante «nella sua crescita a ritroso


questa storia ha due confini: due limiti oltre i quali la perdete di
vista e non riuscite più a raccontarla.
«Il primo confine è che Bellerofonte ci arrivò, nell’Olimpo,
ma non riuscì a capirlo, così come non era riuscito a capire ciò
che realmente lo legava a Pegaso. Di Pegaso aveva pensato che
fosse un cavallo, e che perciò fosse diverso da lui e non tutt’uno
con lui. E quando arrivò davanti agli Dei, sentì allo stesso modo
di essere diverso dagli Dei, e cadde. Tutto questo lo pensò con il

163
suo io piccolo, con la sua mente. Così la sua parte più grande,
Pegaso, il potere delle sue ali, salì e rimase tra gli Dei, mentre
l’io piccolo tornò sulla Terra a zoppicare. Questo è il primo
confine: come un primo margine di una strada.
«Il secondo confine e margine della strada è che Bellerofonte
salì fino agli Dei e capì tutto quello che doveva capire, e perciò
tornò sulla Terra. Capì innanzitutto che compito dell’uomo non
è stare in cielo, ma abitare sulla Terra, per congiungere il cielo
con la Terra. Proprio perché le vostre ali arrivano fin là, non c’è
ragione che là vada a stare anche la vostra mente, ti pare? In
cielo rimane Pegaso, ma Pegaso e Bellerofonte sono sempre una
cosa sola.
«Ora, intendi bene che questi due confini della storia sono
due margini di una strada. Se c’è l’uno c’è anche l’altro, non si
escludono. Capisci?»
Sì, risposi vagamente. E: Non c’è modo di tornare da un
viaggio così senza restare storpi? domandai, ricordandomi che
il Dominante aveva detto: «Ci andremo».
«Oh sì, se vuoi. Ma di solito non se ne ha voglia, poi.
Rimane una forte nostalgia di questo viaggio lassù, ed è tanto
bella che non si ha voglia di liberarsene, e tanto forte che non si
può non esprimerla: e siccome con le parole è impossibile, la
esprime il corpo… Comunque vedremo di fare qualcosa anche
per questo, se zoppicare ti disturba.»
Bene.

20 Giovanni 19,22: «I sommi pontefici dissero allora a Pilato: “Non scrivere [sulla
croce di Gesù] 'il re dei Giudei', ma che lui ha detto di essere il re dei Giudei”. Pilato
rispose: “Quel che ho scritto, ho scritto”».
21 Secondo l’angelologia, tre cose non possono fare gli Angeli: disobbedire, riprodursi
e mentire.

164
22 Le menomazioni fisiche sono molto diffuse tra i profeti e in genere tra gli scopritori
di qualche Aldilà, mi fece notare il Dominante in un’altra occasione. Il patriarca
Giacobbe zoppicava, per un’anca lussata, dopo il suo incontro con l’Angelo; Edipo va
cieco per il mondo, dopo che ha scoperto di essere marito della regina sua madre;
Tiresia, il grande indovino, è cieco; Omero è cieco; Gesù dopo la resurrezione ha il
torace squarciato e mani e piedi forati; i santi, nell’iconografia cattolica, mostrano
spesso i segni delle loro ferite o piaghe. «La menomazione porta sempre in sé questo
significato» mi disse il Dominante. «Fa’ caso a quello che provi davvero, la prossima
volta che vedi un menomato.»

165
XV
All’assedio di Acri - Il limite dell’io - Sion

Non provavo ancora a formarmi una visione d’insieme, anche


perché sapevo che sarebbe stato inutile: una caratteristica delle
conversazioni con gli Spiriti-guida è che per un po’, anche dopo
averle accuratamente trascritte, soltanto alcune singole frasi
rimangono impresse nella memoria; a rileggere anche solo un
paio di pagine della trascrizione, si ha l’impressione che la
mente sia troppo stretta per contenerle. A ogni rilettura interi
brani sembrano disperatamente nuovi, come se ogni volta non
ne vedessi che una piccola parte. E più l’attenzione e la
memoria si tendono nello sforzo, più sembra irrimediabile il
perdersi della parte restante, come in una nebbia.
La cosa migliore è fare il contrario: godersi quella sensazione
di non afferrare molto – che in fondo è bella – e aspettare. Col
tempo i discorsi degli Spiriti cominciano a sistemarsi da sé, non
tanto nella mente ma come intorno a essa: allora, la sensazione
diventa quella di abitare nei loro insegnamenti, come in un
grande appartamento nuovo, pieno di cose che da nessuna delle
stanze si possono vedere tutte; e solo allora è possibile
ragionarci su. È questione di crescita: gli Spiriti-guida badano

166
bene a non mettersi allo stesso livello del loro interlocutore
umano, ma ogni volta un poco più su, così che solo crescendo si
possa imparare qualcosa da loro. E io fiduciosamente aspettavo,
tenendo in ordine i miei appunti e curandomi poco delle
riflessioni che mi capitava di fare in quel periodo, sui confini
dell’Aldilà, il diavolo e il resto, perché sapevo che erano
premature.
Pochi giorni dopo la conversazione su Bellerofonte, per
esempio, mentre andavo dai maestri, pensavo all’universo
molteplice che risultava da quel sistema delle pareti di specchi:
dato che ogni individuo è diverso, quegli specchi dovevano
riflettere miliardi di diverse strutture della realtà. E se ognuno
vede soltanto se stesso in ciò che conosce, come stabilire chi
abbia l’immagine più veridica? Oppure, come nelle opere
d’arte, ciò che conta non è la rispondenza al vero ma soltanto la
maggiore o minore bellezza, intensità, suggestione? Mi
sembrava che, pensando così, buona parte di ciò che i maestri
mi avevano detto sulla conoscenza umana risultasse più
ragionevole e meno preoccupante.
«Viaggiamo oggi?» mi chiese il Dominante, quando arrivai
da loro. «È da un po’ che non viaggiamo più.»
E, mentre mi preparavo a partire, «Ah, ricordati sempre» mi
disse «che la vostra realtà è molto piccola: è anche più piccola
di voi. Anche la tua idea che siete tutti diversi è più piccola di
te. È solo un’obbedienza, non una riflessione, né tantomeno una
conoscenza.
«Questo per quanto riguarda la tua idea della molteplicità dei
vostri universi» aggiunse, vedendo che non capivo.
Cioè, è un’idea sbagliata?
«Certo.»
Annuii e partimmo.

***

167
Mi chinai (questa volta ero davvero contento di viaggiare, mi
sentivo bene, attento e limpido) e mentre tutto girava a destra e
a sinistra cominciai a vedere una via di città, in rovina, con
molto disordine e fumo.
Camminavamo svelti, correvamo quasi, l’Austero davanti e
noi dietro. A un certo punto cominciò a esserci, tutt’intorno, un
gran movimento di persone, ma non ci fermavamo a guardare.
La bambina… dissi, preoccupato.
Vidi accanto a me il viso del vecchio con le finte ali di
libellula, che mi diceva: «Finché ci siamo noi è protetta e siete
protetti».
«Devo ricordarmi di chiedere chi sono i due vecchi» pensai.
«Ma da cosa ci proteggono? Ancora pericolo?»
Salimmo una scala senza balaustra, che sporgeva da un muro
di grosse pietre, attraversammo qualcosa che sembrava una
terrazza, poi un’altra, e lì non c’era più nessuno, la gente era
rimasta indietro, più giù.
Vidi l’Austero che si infilava attraverso una stretta apertura
in un muro bianco di calce. Il muro era alto, guardai su per
cercarne i contorni e vidi un azzurro abbagliante: il muro era
inclinato, e bastava sollevare appena lo sguardo per vedere il
cielo.
«È una cupola» spiegò l’Austero, dall’interno. «Entrate,
svelti.»
C’era un corridoio, che curvava. Da lì, attraverso un’altra
apertura, passammo in un corridoio più stretto e più breve: e
altri uomini vi entrarono dopo di noi, e non erano spiriti ma
corpi. L’Austero mi indicò uno di loro, massiccio, con una
barba grigia, e io lo seguii per qualche passo.
E gli altri? domandai, voltandomi.
Eravamo soltanto io, l’Austero e il Dominante, e quegli
uomini-corpi.
«Sst» fece l’Austero. «Ascolta lui.»
E davvero cominciai ad ascoltare l’uomo dalla barba grigia;

168
era come se lo ascoltassi da dentro.
«Va tutto bene, è giusto così» pensava quest’uomo. «Se altri
hanno Dei, significa che non bisogna temerli. L’uomo è l’unica
ragione dell’esistenza degli Dei.»
Chi è? domandai al Dominante.
«Sa che adesso lo uccideranno» mi rispose sottovoce. «E
vuole essere pronto. Ha un suo piano. E sta pensando, perché il
suo pensiero e la sua attenzione rimangano desti nel momento
della morte.»
Gli altri uomini che sono qui lo uccideranno?
«No, la gente che hai visto prima.»
Allora perché non gli diciamo di andare via?
«Ha deciso così.»
«Gli Dei sono come paesi che noi attraversiamo» pensava
l’uomo dalla barba grigia. «Ma non sono eterni, mentre noi sì.
Perciò esistono con tanta forza e non muoiono, mentre noi
moriamo nel tempo.»
Sentii che lo pensava con dolore. Era perché stava per
morire? No, – udii in qualche parte di me – è perché sa che
nessuno lo capirebbe se lo dicesse: per lui però è importante; e
questo lo fa sentire superfluo.
Non me l’avevano detto i maestri, ero stato io a rispondere a
me stesso; e intanto storsi la bocca, tanto era pesante il dolore
che quell’uomo aveva nell’animo, e che anch’io sentivo.
«Eccoli lì» disse il Dominante.
In fondo al corridoio vidi altri uomini, che scendevano di
corsa una scala. L’uomo dalla barba grigia diede un ordine e si
voltò, e notai i suoi occhi spaventati e tristi. Sentii che il cuore
gli batteva forte. Mosse qualche passo, chiudendo le palpebre, e
pensò: «Noi passiamo oltre, in nome nostro e in nome del Dio
più alto, che nessuno…».
Poi, di colpo, il pavimento crollò, e precipitò per molti metri.
Io avevo chiuso gli occhi, per non vedere.

169
2

«Lo sapeva che sarebbe crollato» sentii che diceva l’Austero.


Sono morti tutti?
«Finiranno di morire tra poco. Che fine da leggenda.»
Non vedevo più niente.
Cos’è successo alla sua mente, adesso? Voglio dire, alla sua
mente cosciente, all’io…
«Ora che è morto non è più la sua mente: è la tua. Diventa un
tuo piccolo specchio, adesso» disse il Dominante. «Succede
sempre così, quando si muore.»
Si diventa sempre piccoli specchi?
«L’io è ciò che nutre la vostra evoluzione interiore: è il
problema che dovete risolvere – e, finché lo sentite così, la
vostra evoluzione procede; ma a un certo punto l’io diventa ciò
che la frena. Perciò bisogna uscirne, e l’io da cui si esce
continua a vivere negli altri. Adesso il suo continua a vivere in
te.»
È la reincarnazione?
«Non come la immaginate voi. Ci sono molte parti di voi che
si reincarnano ciascuna a suo modo, e non in una persona sola.
Ciascuna parte di ciascuno di voi può trasmigrare in molti altri,
da una vita a molte altre vite.
«Adesso hai visto questo perché avevi pensato che i nostri
insegnamenti sono come un posto in cui abitare. Quali parole
avevi usato? “Come in un grande appartamento nuovo.” Lui ti
ha dato un’immagine molto efficace di cosa può implicare
l’abitarci. Te ne ricorderai, un giorno, in tutti i dettagli. Per te è
stato come un dono.»

Se è morto, non andiamo a dirgli che tutto continua?


«No, è successo secoli fa; è già continuato tutto» rispose il

170
Dominante.
«Te l’abbiamo detto: è il tuo specchio. Lui non c’è più, sei
tu» disse l’Austero.
E io di chi sarò lo specchio quando morirò?
«Di molti, anche tu» rispose il Dominante. «Di sicuro,
quando morirà quello che sei nel vostro Aldiquà, diventerà uno
specchio di ciò che sei adesso mentre parli con noi. Questo
comincia a succedere già, ogni volta che parli con noi, e ancora
di più quando viaggiamo, quando ci si avvicina al confine degli
specchi.»
E ci arriveremo, viaggiando?
«Penso di sì. E sia arrivare lì sia arrivare alla morte sono
occasioni panoramiche per vedere che ciascuno di voi ha un io
finché siete legati al vostro Aldiquà. Poi, quando vi allontanate
dal vostro Aldiquà, vi accorgete di essere tutti un io solo. Allora
il vostro io di prima diventa quel piccolo specchio: una realtà
troppo piccola, che rispecchia realtà più grandi.»

Tutti sono uno?


«È detto bene nel libro di Isaia:

Che cosa si risponderà ai messaggeri delle nazioni?


L’Altissimo ha fondato Sion,
e in Sion si rifugiano gli oppressi del suo popolo. 23

Lui lo chiama Sion. È l’unico io; voi, crescendo, imparate a


diventare soltanto quell’io, e lì è la vostra trama vera.»
E il corpo maggiore è anche quello?
«È un altro modo che avete di scoprirlo. E in quell’unico io,
dove vi portano tutte le vostre vittorie, sentite la possibilità di
trasformare i vostri miliardi di uomini in un popolo, e quel
popolo in un io: e allora succedono meraviglie. E il diavolo e

171
tutte le paure da cui siete oppressi rimangono indietro, insieme a
tante altre cose che non importano più, lì a Sion, come lo
chiama Isaia.»
Non capisco tanto…
«Non c’è granché da capire. Lui l’ha mostrato veramente
bene» disse l’Austero, e capii che ora intendeva l’uomo dalla
barba grigia.
Quando è successo quello che ho visto in quei corridoi?
«Alla presa di Acri, in luglio.»
Durante le Crociate? E immaginai quegli uomini con la cotta
di maglia e il mantello bianco. Sto immaginando tutto quanto,
sì?
«No, non tutto. La tua immaginazione trasforma in immagini
ciò che hai visto qui. Ma lo hai visto davvero. Hai un po’ paura
e pudore della porta che ti si è aperta, ma l’hai già attraversata,
non puoi farci niente e ti ci devi abituare.»
Per favore, spiegatemi. È troppo confuso così.
«L’idea l’aveva avuta dalla storia di Sansone, non da Isaia»
stava dicendo l’Austero al Dominante. «Sansone schiavo, in
catene e cieco, fa crollare tutto su chi lo teneva schiavo. Sul suo
io.»
«Eh, sì» fece eco il Dominante. «È proprio tale e quale.» 24

23 Isaia 14,32.
24 Giudici 16,22-31. L’episodio a cui avevo assistito – il crollo del pavimento durante
l’irruzione degli attaccanti – era avvenuto nel 1291 durante l’ultima difesa del Tempio
di san Giovanni d’Acri; lo verificai non senza emozione. Ma io ero là? domandai ai
miei maestri. «Oh, c’eravate tutti, là» rispose l’Austero. «Proprio non riesci a capirla
questa cosa, eh?»

172
XVI
Schema generale dell’Aldilà - Il Graal? - Il ponte -
Il ritratto del diavolo - Altri universi e popolazioni extraterrestri

Sentivo, dalla voce, che l’Austero era in qualche modo


commosso dell’episodio che avevamo appena visto; mi ricordai
le sue vesti larghe, da arabo, e avrei voluto domandargli
qualcosa. Ma era come se si fosse voltato (non lo vedevo, lo
sentivo soltanto) e guardasse altrove.
«È così, vedi?» mi disse intanto il Dominante. «Questi sono i
vostri sei Cieli soliti:

«E il cerchio più largo che c’è sotto rappresenta il Settimo


Cielo. Visto da più lontano, diciamo, sarebbe così:

173
«L’emisfero inferiore è molto più ampio dell’area dei sei
Cieli, vedi? E questi due cerchi nell’emisfero inferiore sono il
passato e il futuro: il passato è il cerchio 1, il futuro il 2.
Possono ampliarsi e restringersi in vario modo. E l’asse centrale
siete voi.»
Cioè, ognuno di noi?
«È quello che ognuno di voi chiama io. Finché siete nei
primi sei Cieli, vi sembra che l’io sia una cosa molto personale,
che sia fatto di ricordi e speranze di cui nessun altro saprà
mai… è così, no? E alcuni immaginano che con la morte
scompaia, altri immaginano o desiderano che dopo la morte
continui.
«Invece vedi com’è: dalla soglia del Settimo Cielo in avanti
c’è un unico io, che è l’asse centrale. E lì ciascuno di voi è
l’umanità. Questo è lo schema.»
Il Dominante tacque per qualche istante, come aspettando –
invano – di vedere sul mio viso il lampo dell’intuizione.

«E in realtà l’asse centrale è solo un punto di vista» proseguì,


pazientemente. «Lì ognuno di voi è l’io e l’umanità intera,

174
perché da lì vedete le cose come le si può vedere dal punto di
vista dell’umanità. Infatti, vedi, quell’asse centrale è la linea in
cui confluiscono tutti i punti di vista dei sei Cieli.»
Nel senso che esistono altri punti di vista oltre all’io?
«Certo, innumerevoli punti di vista. Ti sposti un po’ dall’asse
centrale, e hai un altro punto di vista. Ti sposti un altro po’, e ne
hai un altro. Sono quasi infiniti. Solo che nell’Aldiquà non avete
le parole per indicare neanche uno di questi punti di vista
diversi. Le parole che avete per indicare i vostri modi di vedere
sono: io, noi, un altro, alcuni di noi, alcuni altri, molta gente,
tutti… E sono sempre operazioni aritmetiche con l’io. Noi è io
A + io B + io C eccetera. Un altro è io A + io B – io A. E così
via. Nell’Aldilà, invece, l’io esiste solo lungo quell’asse
centrale; negli altri punti cambia tutto e quella vostra aritmetica
non serve più.»

Sentivo di poterlo capire, ma al tempo stesso sentivo che, se


avessi capito quel che mi stava dicendo, avrei cominciato a
dissolvermi, a non esserci più. E non volevo.
«L’hai già superata, questa porta» mi disse di nuovo
l’Austero. «Ti ci devi soltanto abituare.»
«Non perderti a cercare le parole per definirlo: puoi soltanto
sperimentarlo» continuò il Dominante. «Lo sperimenti ogni
volta che parli con noi, ma puoi dire solo “io” e pensare di
essere soltanto te stesso, perché sei ancora impacciato.
«Ricordi quando dicevamo che il miglior modo di insegnare
è quando non si sa abbastanza e si impara da chi ascolta? Ecco,
anche quello è un modo di sperimentarlo. O quando dicevamo
che la vostra immagine dell’Angelo è un autoritratto con le ali?
«Pensa a come sono le vostre ali, la parte di voi che non
conoscete: molto grandi, più grandi del vostro mondo. E perciò
infinite, per voi. Così, c’è un limite oltre il quale le tue ali

175
confluiscono nelle ali di un altro, e di molti altri, e più avanti
anche nelle ali di tutti quanti, e sono tutt’uno con le ali di tutti
quanti. Questo è un altro modo in cui potresti capirlo. Ci siamo
fin qui? Non stare a guardare davanti al tuo naso e fa’ una
domanda sensata, per favore.»

Sì. Mmh. E come si ampliano i cerchi del passato e del futuro?


«Si possono ampliare o restringere in due direzioni: in
orizzontale e in verticale» disse il Dominante. «La differenza tra
i due cerchi è che il cerchio del passato può ampliarsi fino ai
limiti dell’emisfero inferiore, e non oltre. Quello del futuro si
amplia anche oltre.
«Li si può disegnare così, o così, o così» disse tracciando
questi altri disegni:

«Così prende forma il vostro futuro, nell’Aldilà, e


nell’Aldiquà lo realizzate.»
«Questo schema è ciò che nelle leggende si chiama il Graal»
disse l’Austero.
Finsi di non averlo sentito: l’argomento mi pareva già troppo
ampio perché ci si potesse introdurre anche il Graal.
Tu avevi detto che possiamo cambiare avvenimenti passati,
anche una catastrofe avvenuta in passato…
«Aspetta» mi fermò il Dominante. «Ascolta. In verticale
avviene questo, nell’emisfero inferiore: quanto più siete vicini

176
alla soglia del Settimo Cielo, e quindi anche ai vostri sei Cieli
soliti, tanto più vasto è il cerchio del passato. E quanto più ve ne
allontanate e scendete, tanto più è stretto: e tanto più facilmente
può avvenire che il cerchio del futuro lo superi in ampiezza.
Alla fine, in fondo all’emisfero, ciò che rimane del cerchio del
passato è soltanto l’ultimo punto dell’asse centrale, cioè
l’ultimo lembo del vostro io. E lì ciò che chiamate futuro è
dappertutto.»
Cioè, dipende da quanto ci allontaniamo dal nostro io
piccolo, che è nei sei Cieli?
«Sì. Quando siete in prossimità della soglia del Settimo
Cielo, il passato vi appare ancora enorme: è il passato delle
moltitudini, delle civiltà e via dicendo. E lì, volerlo modificare è
come voler modificare qualcosa in un mare, stando su una
barca. Ovviamente ti sembra inconcepibile.
«Più giù, lungo quell’asse dell’unico io, diventa come
modificare qualcosa in un lago, e ancora più giù, è come
modificare qualcosa in una pozzanghera. Lì, plasmando il
futuro, potresti modificare rivoluzioni, guerre e catastrofi
passate, tutto quello che vuoi – se riesci a portare fin laggiù la
tua volontà e qualche buon progetto.»
E come faccio a sapere se un mio progetto è buono o no?
«Lungo quell’asse i progetti non sono solo tuoi: lì sei nella
dimensione dell’unico io, e ogni tuo pensiero diventa più grande
di te. Molti altri vi partecipano, e loro sono te e tu sei loro.
Compito tuo è portare fin là la tua volontà, il tuo presente. Là, di
progetti ne trovi, e se sono là sono buoni.»
«Il tuo presente e la tua volontà diventano come un ponte»
disse l’Austero.

«E quel ponte è il tuo coraggio» riprese il Dominante. «Ed è


anche ciò che chiami “caso”. O “necessità”, che poi è la stessa

177
cosa.»
Il caso e la necessità non sono la stessa cosa.
«Voi stabilite qual è la necessità: il vostro coraggio è il
potere con cui lo stabilite, e il caso è la forma che la necessità
assume in concreto.»
E il ponte lo farei io?
Il Dominante sospirò.
«Sì» disse. «Se tu ci sei, c’è tutto; se non hai il coraggio di
esserci, non c’è niente. Ma non ti sforzare adesso: questo ponte
lo puoi capire soltanto se ci stai passando sopra, o se almeno
riesci a scorgere dov’è, nella tua esistenza. E può essere
ovunque tu gli comandi di essere.»
Queste frasi mi passavano davanti come astronavi. Per un
attimo immaginai persino come sarebbe stato bello trovarsi su
un’astronave che si lascia alle spalle la Terra e si inoltra nello
spazio vuoto.
Ma il ponte dove sarebbe, nel disegno?
«Il ponte è il significato di questo disegno» disse il
Dominante. «E il disegno è anche un po’ la topografia del
diavolo, nelle sue linee universali.»
«Non pensavi mica che il diavolo fosse antropomorfo?»
ridacchiò l’Austero.

E ancora più giù, sotto l’ultimo punto della sfera, che cosa c’è?
«Non c’è più niente per voi: il nulla» rispose il Dominante.
«Per l’unico io, invece, da lì in avanti si trovano altri universi.
Alcuni hanno una struttura simile a questa, a calice, e sono
quelli con cui potete entrare in contatto più facilmente, usando
questo emisfero inferiore come tu usi la stanza tonda quando
vieni a trovarci. Altri universi non hanno forma, hanno altre
modalità che il vostro pensiero non riuscirà mai a concepire.»
E in ogni universo ci sono popolazioni?

178
«Certo. E in alcuni ci sono anche il passato, il presente e il
futuro.»
E quelle popolazioni sanno di noi?
«Così come voi sapete delle galassie. Vi vedono, diciamo, da
molto lontano.»
E potremmo andare a conoscerle? O potreste descrivermele?
«Non è che non possiate andare a conoscerle. In realtà le
vedete, o almeno le percepite; solo che non ve ne accorgete.»

Sono quelli che si chiamano extraterrestri?


«Più o meno. Li percepite ovunque. È come se camminaste
di notte, nella nebbia, e ognuno vede qualcosa dinanzi a sé, e
nessuno vede ciò che vede un altro.»
Ma esistono?
«Certo. Anche dentro di te. A volte li percepite come
direzioni di sviluppo, di evoluzione. O sotto forma di idee, di
immagini, soprattutto: immagini di cose da dire, di modi d’agire
che vi piacciono molto anche se non sapete bene perché. E vi
piacciono semplicemente perché ne siete incuriositi. Li
esprimete anche: nella pittura, nei sogni…»
Ma in che modo?
«Sai quando leggendo un libro o guardando un film ti
identifichi in un personaggio? Non è perché quel personaggio ti
somigli, ma perché l’emozione di quel libro o di quel film ti sta
guidando nel Settimo Cielo, e lì il tuo io consueto rimane
indietro, senza che tu te ne accorga. Cominci a percepire
innanzitutto l’unico io, che ti unisce a ogni altro individuo; e
ogni tanto te ne allontani anche, e allora percepisci l’unico io di
qualche altro universo, e magari anche qualche io piccolo, di
quell’altro universo, e il mondo così come lo vede lui.»
Ma, per esempio, in quale libro, in quale film?
«Non in qualcuno in particolare. Dipende solo dall’emozione

179
che provi leggendo o guardando. Poi, se ti capiterà davvero di
incontrare qualche abitante di altri universi, ti accorgerai che lo
avevi già percepito prima e non ricorderai dove.»
«Anche nei paesaggi delle storie» aggiunse l’Austero.
«Ah, sì: anche» confermò il Dominante. «Nei paesaggi, negli
sfondi delle storie che leggi, o vedi, o immagini. Tu non ci fai
caso, la tua mente mette a fuoco soltanto la storia: ma negli
sfondi intravedi i cosiddetti extraterrestri, senza accorgertene.»

Cosa significa questo che mi state raccontando? È un


indovinello?
«Significa soltanto che avete da fare tanta strada al di là del
diavolo, e anche questa strada comincia nelle cose più semplici.
E le emozioni che provate guardando un film o leggendo un
libro sono una delle cose più semplici che abbiate oggi, voi
occidentali. È come nei viaggi, quando per partire ti chini a
raccogliere qualcosa.»
E anche qui basterebbe raccogliere?
«Sì. Tendi la mano, e prendi.»

180
XVII
L’amore è prendere - Il Graal - I nuovi genitori
e le reincarnazioni illustri

«Tendi la mano e prendi… È come nell’amore» continuava il


Dominante. «Chi non ama una cosa, la subisce. Se comincia ad
amarla, la conosce e la trasforma. Perché tanta gente non riesce
a provare amore, secondo te?»
Perché ha paura?
«Ha paura che il suo cuore cominci a battere troppo forte, e
si allarghi nel battito e si laceri. Questi preferiscono pensare che
nell’amore l’importante sia dare. Ma non è vero: quella è
retorica, o al massimo è generosità; potete benissimo dare anche
a chi non amate.
«Invece prendete solo da chi amate: la mano, la bocca, le
parole di chi amate… Non è così?
«Non per nulla, anche nell’amore il vostro io piccolo rimane
indietro. Sentite il bisogno di congiungervi alla persona che
amate, e vi sembra una privazione tornare a essere soltanto il
vostro io piccolo, quando chi amate vi lascia soli. Perché,
secondo te?»
Perché uno sente che il suo io piccolo è troppo piccolo?
«Sì. È perché nell’amore avete una percezione di quell’unico

181
io, e il vostro io consueto vi sembra stretto, dopo. Vi sembra di
soffocare, lì dentro. Ed è vero: quando morite, voi morite
sempre soffocati nel vostro io piccolo.»

«È proprio come nella storia di re Artù» insistette l’Austero.


«Te l’avevo detto che quel disegno era il Graal.»
Perché dice così? domandai al Dominante. Che cosa c’entra
il Graal?
«Ha ragione. Nella leggenda il Graal era il calice in cui era
stato raccolto il sangue di Gesù. Ed era un indovinello: cos’è il
calice in cui si è potuto raccogliere il sangue di Gesù?»
Anche qui la risposta è: l’uomo?
«L’io. O meglio, l’Aldilà dell’io. Il sangue di Gesù si
raccoglie proprio su quell’asse centrale. Nel vostro Aldiquà si
disperde: gli uomini dei sei Cieli uccidono Gesù – lo uccidono
ogni giorno –, o non riescono a impedire che sia ucciso. Invece
in quell’asse il suo sangue si raccoglie. E, se lo immagini, è tale
e quale al disegno: un filo di vita che cola nel calice, dai sei
Cieli del vostro mondo. Così:

182
«E ricordi com’è la storia di re Artù? Il re sta deperendo, e
manda i cavalieri a cercare il Graal, che ha infiniti poteri. I
cavalieri partono alla ricerca e tutti muoiono, uno dopo l’altro,
finché uno lo trova. Secondo te, perché Artù non va di persona a
cercarlo?»
Re Artù è l’io piccolo?
«È il sentirsi mortalmente stretti nell’io piccolo. I cavalieri
sono il vostro tentativo di arrivare più in là: e uno soltanto ci
arriva, proprio perché, quando ci arrivate, vi accorgete di essere
un unico io, cioè di essere “tu” tutti quanti. Per riuscirci, molti
aspetti di te devono morire davvero, devi lasciarteli alle spalle.»
«È quello che sta succedendo anche adesso: cambi
definitivamente, quando ascolti queste cose» disse l’Austero.
«Tra un po’ non ricorderai più niente di come sei ora, e di come
gli altri e le cose ti sembrano ora. L’Aldilà è l’Aldilà, e non è
uno scherzo.»

183
«Anche questa è identificazione» riprese il Dominante.
«Quando cominciate a scoprire l’Aldilà, vi identificate sempre,
in due sensi: negli altri, via via che vi avvicinate all’unico io; e
negli eroi leggendari che hanno percorso queste stesse strade.»
In che modo?
«In vari modi. Per esempio, immagina un bivio. In qualche
parte del mondo c’è questo bivio nella tua vita; e una via
conduce verso la tua distruzione, e l’altra verso le grandi
imprese di un altro uomo, non tue. Tu che fai? Prendi la seconda
via. E così avviene.»
Cioè, entro nel destino di un altro? E un altro deve
scomparire per lasciare il suo destino a me?
«No. Per tutti è così, sempre, in ogni istante della vita. Ogni
svolta della vostra vita vi permette di accedere al destino di un
altro, per non venire distrutti. Tu avevi un tumore all’intestino
quando hai incontrato noi, e non l’hai più, non hai nemmeno
mai saputo di averlo e sei sano come un pesce. Nessuna via è la
vostra via, mai. Anche questo è un modo di identificarsi con gli
altri.»
Ma avviene nell’Aldilà o nell’Aldiquà? Non ho capito.
«Quando avviene, nel tuo Aldiquà ti accorgi soltanto che la
tua vita è un po’ cambiata, mentre se impari a guardare
nell’Aldilà vedi come e perché è cambiata, in realtà.»
«Vedi?» intervenne l’Austero. «Ti preoccupa l’idea di poter
cambiare il passato: ma vedi come cambia il presente?»
Aspettate. Avevate detto che l’identificazione c’entrava con
gli extraterrestri…
«Ah, certo» sorrise il Dominante. «Con gli strumenti che ha
il vostro pensiero terrestre non riusciresti nemmeno a sentire
cosa ti stiamo dicendo. Ascolta: ci sono nel mondo città
circondate da mura. E non si sono mai estese, queste città, oltre
le proprie mura. Per difendersi da ciò che c’è fuori si sono
soffocate. Non vorrai fare così anche tu. Tu abiti altrove.
Lasciati crescere.»

184
4

Dunque, com’è l’identificazione con gli eroi leggendari?


«Lo vogliate o no, quando cominciate a inoltrarvi
nell’Aldilà, siete eroi come gli eroi dei miti e delle fiabe. Perciò
quando avete la mente chiara – da bambini, per lo più –
ascoltate i miti e le fiabe così volentieri, e irresistibilmente
cominciate a identificarvi, ascoltando: in Pollicino, in
Biancaneve, in Bellerofonte, in Teseo. Perché lo intuite, lo
sapete che parlano di voi: di come sarà per voi.
«E, naturalmente, lì scoprite anche di avere padri e madri
differenti da quelli che avete. Trovate in voi biografie nuove,
diverse. Vi accorgete che le state vivendo da tanto, tanto tempo.
Anche Gesù a un certo punto della sua vita si accorge di avere
un altro padre, che non è il falegname Giuseppe, e di esistere da
sempre. E così può essere per tutti.»

«Sai come succede» continuò il Dominante «quando tanti


cominciano a credere nelle vostre idee sulla reincarnazione e si
immaginano di essere stati persone illustri? È normale che sia
così: perché, a modo loro, anche pensando alla reincarnazione si
stanno avventurando nell’Aldilà, e allora acquisiscono quelle
biografie, che naturalmente non avrebbero avuto affatto
nell’Aldiquà. E lì il loro karma comincia a cambiare.
«Poi hanno troppa fretta. Dicono: “Io ero Caterina di
Russia”, “Io ero Tutankhamon”. E questo non è vero. È solo un
modo impreciso di esprimere ciò che stanno cominciando a
sentire, e che è: “Io posso diventare diverso, più audace, più
grande, al di là dei miei sei Cieli”, e questo è vero. Un altro
errore è che credono di essere stati quelle persone illustri in
passato, in altre vite passate; e, pensando così, si confondono, e
rimangono aggrappati al loro io consueto. Se guardassero

185
meglio, si accorgerebbero che possono diventare adesso quelle
persone illustri: questa o quella persona illustre, a seconda delle
caratteristiche della loro personalità e delle potenzialità che
stanno cominciando a scoprire.
«Aspetta» mi disse, perché avevo aperto la bocca per
domandare qualcosa. «Se poi passate oltre e vi voltate a
guardare, il vostro io piccolo vi appare misero, o meglio: per lo
più misero. Nella sua storia vedete infatti tanti elementi della
persona illustre in cui vi state reincarnando adesso, tante
somiglianze, coincidenze: e sono le tracce che hanno lasciato in
voi i vostri precedenti tentativi di inoltrarvi nell’Aldilà. Cosa
volevi domandarmi?»
No, niente. È che pensavo che il nostro principe azzurro
siamo noi stessi e prima non l’avevo capito, o almeno non
l’avevo capito così.
«Bah» fece l’Austero.
«Noi rispondiamo alle tue domande» disse il Dominante.
«Potresti domandare un’infinità di altre cose, e noi
risponderemmo a tutte. Poi, le risposte che hai ascoltato
dipenderanno da come cresce il tuo io: prima ne avevi capito
meno, poi ne capisci di più, e ti sembrano risposte nuove,
mentre la cosa nuova è solo la tua capacità di capirle. Tra un
po’, comincerai anche a intuire che il tuo modo di ascoltare può
diventare più grande delle risposte che ti diamo, e allora la tua
anima spalancherà porte più in là di noi.»

186
XVIII
I figli degli ’Elohiym - Il peso del corpo maggiore -
La nuova morale, al di là del diavolo

«Le cose, comunque, cambiano molto da qui in avanti» spiegò il


Dominante. «Anche il diavolo cambia completamente. Resta
anche lui indietro, nel mondo di prima: un piccolo limite di voi,
invece che una soglia dell’universo.»
Cioè?
«All’inizio com’era, ricordi? Quando non ne sapevi niente, il
diavolo era la paura, la soglia che spaventa. Poi, guardandolo
meglio, guardandolo a ritroso, ti sei accorto che indicava una
via di evoluzione: come un cartello di divieto d’accesso,
inchiodato a un palo da una persona sospetta. E, pensando a
Prometeo e a Chirone, hai anche avuto l’impressione che
sembrasse losco apposta. È un’impressione che si trova pure
nelle Scritture: il diavolo come parente di Gesù. Due fratelli,
due figli degli Dei.» 25
Perciò discutevano nel deserto, prima che Gesù cominciasse
a predicare?
«Bel quadro, vero?» commentò l’Austero. «Loro due che
discutono tranquillamente nel deserto, su come conquistare il
mondo, e non hanno niente: solo il deserto intorno.»

187
«Appunto» continuò il Dominante. «E adesso anche il
diavolo rimane indietro. C’è il deserto e basta, per ora deserto:
di là dai confini delle tue certezze, di là dai confini delle vostre
religioni, quando salite da una religione a ciò che c’è oltre, di
nuovo. E allora ciò che gli altri vedono di voi somiglia al
diavolo, inevitabilmente.»

Gli altri che non salgono oltre?


«Non riescono a spiegarsi la libertà che percepiscono in voi:
e non la si può nascondere in nessun modo, la libertà. Alcuni,
raramente, vi vedono come gli Angeli; ma per lo più siete visti
come esseri diabolici: e vi temono, o sono attratti da voi, oppure
tutt’e due le cose insieme. Insomma, si comportano proprio
come si comporterebbero con ciò che per loro è il diavolo.»
In che senso non si può nascondere la libertà? Uno non può
essere libero soltanto interiormente?
«Be’, un po’ puoi capirlo da te: se uno fosse libero soltanto
in parte, non si tratterebbe di libertà. Inoltre, e questo non lo sai
ancora, la libertà è proprio una percezione fisica. Quando uno
stabilisce contatti più precisi con il suo corpo maggiore, gli altri
non possono non accorgersene: anche quelli che lo vedono
passare, magari dal finestrino di un autobus. È come se
sentissero tutt’a un tratto il peso del loro corpo maggiore,
perché vedono che su di lui non pesa più: non c’è più qualcosa
che lo opprime.
«Ne avevamo già parlato, anni fa» soggiunse, vedendo che
stavo per chiedergli precisazioni. «Avrai sentito cos’è il peso
dell’esistere: quella sensazione di un limite perenne, di una
routine inevitabile, di un’inerzia a cui non sai mai se stai
resistendo o no.
«Ecco, quello è il peso del corpo maggiore. È così che grava
sul vostro io piccolo, fino a che siete soltanto l’io piccolo. Come

188
un rimorso; come un’occasione che non hai colto, ma non
ricordi più qual era. Certo, ci si può abituare a sentirlo, e
d’altronde non c’è scelta: finché non cominciate a diventare il
vostro corpo maggiore, quel peso è inseparabile dalla vostra
sensazione di essere vivi.
«E quando gli altri vedono che in voi quel peso sta
diminuendo, si accorgono di sentirlo su di sé: nelle loro
giornate, nei loro desideri, nelle braccia, nel fegato, nel cuore.
Perciò la gente era tanto contenta, nel Medioevo, quando veniva
bruciato qualche eretico. Erano contenti che sparisse.»

Ah, dissi, perplesso. E allora come si fa, con gli altri che non
salgono?
«Non ti va la sorte dell’eretico? Mah, oggi non è più come
nel Medioevo. E poi si può sempre recitare; potresti fingere di
zoppicare, come Bellerofonte; o fare il principe azzurro; o
Babbo Natale…»
Sul serio, o metaforicamente?
«Che seccatura le vostre parole! Tutto quello che riuscite a
dire e a pensare con le parole è una metafora, anche l’universo.
Lasciale agire, non preoccupartene, non esagerarle: senti quel
che ti indicano. È così facile, qui.
«Fingere di zoppicare: nel senso che il vostro io piccolo
rimane là, ed è come avere una gamba più corta.
«E fare Babbo Natale: nel senso che qualcosa dovete pur
fare; non potete mica restare sul ponte del tempo a guardare le
nuvole. Fare: perché non potete più intendervi con gli altri
parlando. Potete soltanto fare: e appena cominciate a fare, vi si
svelano poteri che non avreste mai sognato, e campi d’azione
corrispondenti. Con quei poteri potete non soltanto cavarvela,
quando si mette male; ma anche fare cose per gli altri: così,
malgrado tutto, vi sentite utili alla collettività.»

189
Anche salendo bisogna continuare a fare qualcosa per gli
altri, per progredire?
«Come già sai perfettamente: quando cominciate a diventare
il corpo maggiore, il vostro io piccolo non basta più, in nessun
senso. Non potete più fare qualcosa per voi stessi: tutto ciò che
arriva a voi e in voi è più grande di voi, ha bisogno degli altri,
della gente. Questa è anche la forma più semplice
dell’identificazione con gli altri.»
«Perciò gli eretici finivano sempre per mettersi nei guai»
disse l’Austero. «È che proprio non potevano starsene per conto
loro.»
«A quel punto dovete per forza adottare una morale diversa»
continuò il Dominante «e questo è piuttosto complicato, almeno
all’inizio. È difficile costruirsi una morale senza avere il vostro
vecchio diavolo a indicarvi che cos’è il male.»

«Hai fatto caso che Gesù non parla mai del diavolo quando
spiega la sua nuova morale per questa salita? Fate per gli altri
quello che volete che sia fatto a voi, fate splendere il vostro sole
sui giusti e sugli ingiusti… 26 Dà tante indicazioni, ma sul
diavolo neanche una parola.»
Già, perché?
«Perché il diavolo è la soglia e voi siete già oltre.»
E là seguire quei comandamenti è più facile che nel nostro
mondo?
«Non è difficile, né nel vostro mondo né là; tutto sta
nell’imparare il modo. La differenza è che nel vostro mondo è
difficile metterli in pratica; invece là la cosa più difficile è
accorgersi che li state mettendo in pratica.»
«Ci vuole coraggio per accorgersi di quando si stanno
facendo le cose come si deve» sentenziò l’Austero.
«Tutti i problemi che potete avere con la morale sono

190
problemi di coraggio» spiegò il Dominante. «Nel vostro mondo,
questi problemi sono sostanzialmente due: il giudizio e la
libertà. Il giudizio, perché vi viene spontaneo giudicare le azioni
e le situazioni: belle, brutte, giuste, sbagliate e così via. Ma le
giudicate sempre dal punto di vista della vostra massima
aspirazione, che è quella di sentirvi tranquilli come un bimbo in
braccio alla mamma.

Io sono tranquillo e sereno


come un bimbo appena svezzato in braccio a sua madre;
come un bimbo svezzato è la mia anima.

Che poesia è?
«È un Salmo. 27 Ciò che desiderate più di tutto è sentirvi
protetti dalle circostanze. Questo è il fondamento della vostra
morale, nei sei Cieli. E contrasta totalmente con l’altro punto: la
libertà – dato che la libertà è non essere in braccio a nessuno.
«Così la vostra morale vi fa sentire comunque oppressi: dalle
vostre protezioni, quando desiderate la libertà; e dalla mancanza
di quelle protezioni, quando riuscite a essere liberi. In un modo
o nell’altro, state sempre subendo qualcosa, e cercate di
difendervene. Non è così, per voi?»

In un certo senso sì, ma…


Aspettarono che continuassi, però non avevo niente da
aggiungere a quel «ma».
«Bene. Perciò, dicevamo, fate fatica a mettere in pratica quei
comandamenti, che sono fatti per chi va in giro sulle proprie
gambe e troverebbe ridicolo tornare in braccio alla mamma.
Ora, indovinello: chi è la mamma?»
Il nostro corpo maggiore?
«Stai facendo progressi. Salendo, voi siete il vostro corpo

191
maggiore: dicendo “io”, intendete quello. E, a ogni passo, vi
accorgete che là ciascuno di voi è il solo essere al mondo che
può imprimere una direzione a tutta quanta la sua esistenza e a
tutto quanto, ovvero a ciò che gli altri più giù chiamano il
mondo, e che credono esista di per sé.
«Lì vi accorgete che la vostra volontà non è mai diretta né
modificata da altri fuori di voi. E che tutto diventa semplice:
come quando capite che una porta si apre girando la maniglia e
tirandola verso di voi, mentre per tanto tempo avevate cercato di
aprirla spingendola. Aprirla, in qualsiasi situazione, non
richiede più nessun coraggio. E allora vi riuscirà molto difficile
giudicare le azioni e le situazioni, e i comandamenti vi
serviranno non a sapere cosa potete fare, ma ad accorgervi di
cosa state facendo.»
E perché sarà importante accorgersene?
«Accorgersene, e giudicare anche. Perché altrimenti non
riuscireste più a usare le parole, e non sapreste più che cosa
significa “io”, e perdereste ogni legame con il vostro mondo.
Invece dovete continuare ad abitarci, nel mondo: è nel mondo
che dovete stare.»

Cioè, diventeremmo talmente ampi da non dare più peso al


nostro io piccolo?
«Non diventereste, ma siete. Non è un qualche luogo
lontanissimo. Ognuno è talmente ampio da sentirsi un popolo,
come diceva Dio ad Abramo: “Io farò di te un grande popolo”.
Intendeva esattamente questo. E quando ve ne accorgete, il
vostro compito è non dimenticarvi di essere voi e basta. Questo
è l’importante, ed è allora che dà i suoi frutti maggiori.
«E poi là cominciate ad avere altri maestri, che non usano
più le parole. Altri volti di noi, che non ascolti come ascolti noi,

192
ma con tue ali più ampie. Dovete essere pronti ad ascoltarli nel
modo giusto.»
E qual è il modo giusto?
«Vedrai a suo tempo. È un po’ come guardare le stelle con la
nuca.»
Cioè?
«Se guardi le stelle con gli occhi ti sembrerà sempre di averle
guardate troppo in fretta, anche se le guardi per ore. Il modo
migliore di guardare il cielo stellato è con la cima della testa e
con la nuca.»
È come il chinarsi, per viaggiare?
Lo domandai mentre prendevo nota. E già prima che finissi
di formulare la domanda cominciai a provare una sensazione
completamente nuova per me. Era come una vertigine al
contrario: nella vertigine si è raccapricciati da una profondità
sotto di noi; lì, invece, la profondità, l’abisso, era sopra. Rimasi
immobile, e cercavo di capire, ma era come se mi stessi
aggrappando al mio tentativo di capire, per non essere trascinato
via. «Nella vertigine tutto il peso sta nel corpo» pensai. «Si ha
paura che il corpo precipiti giù, trascinato dal suo peso…»
Adesso, invece, era come se il peso del mio corpo mi trattenesse
dal precipitare verso l’alto – non trovo un’espressione migliore
per descriverlo – e in alto c’era un’altra forza che poteva
trascinarmi, un’altra gravitazione.
«Ecco,» mi disse il Dominante «questo è all’incirca il senso
del cristianesimo. Ed è così che finirà.»
Avrei voluto domandare: Cioè?, ma non ci riuscii. E intanto
vidi, per qualche istante, immaginai di vedere in quel momento
la mia mano che si tendeva verso la luna riflessa nell’acqua. Tra
i riflessi di luna, nell’acqua, c’era un velo leggero che rimaneva
indietro e affondava, piano, nell’acqua nera, mentre la mia
mano se ne allontanava sempre più.

193
25 Beney ha ’Elohiym, «figli degli ’Elohiym», è un termine usato sia per gli Arcangeli
(Genesi 6,2), sia per Satana (Giobbe 1,6-12; 2,1-7). Nella Bibbia, ’Elohiym (che
letteralmente è un plurale irregolare di ’eloha, «divinità») è un po’ il corpo maggiore di
Dio: indica tutti gli aspetti del divino, quelli già noti alle religioni e quelli ancora
ignoti, e la sorgente della potenza creatrice. Il Dio YHWH è, invece, soltanto un aspetto
della Divinità, ed è il Dio delle leggi, dei limiti e in genere del mondo terreno: di tutto
ciò che esiste già. Quando Gesù nei Vangeli parla di Dio come di un padre, sembra
riferirsi sempre agli ’Elohiym, al «creatore del cielo e della terra».
26 Matteo 7,12; 5,45.
27 Salmo 130,2.

194
Parte quinta
VERSO IL FIUME

Tendi la mano, e prendi

195
XIX
La luna e il velo nell’acqua – Il diavolo che precipita dal cielo
e la fine del cristianesimo

«Ti stai smuovendo, come una barca dalla riva» mi disse il


Dominante quando tornai nella nostra stanza tonda, due o tre
notti dopo. «Forse è meglio che cominci a mettere in ordine
tutte queste cose per il libro, altrimenti scomparirà come quel
velo, dentro di te.»
Il velo nell’acqua era una specie di segnale? O un presagio?
«Non proprio un presagio: sull’acqua c’eri tu, ed era come un
riflesso di quello che avevamo appena detto. La luna nell’acqua
è ciò che capite, la mano che si tende sono le vostre parole, e il
velo è ciò che sapevate e immaginavate prima. Il senso è che
tendete la mano verso un riflesso di luna, e naturalmente non
afferrate la luna, ma vi piace il gesto. Allo stesso modo vi
piacciono le parole.»
E la luna nel cielo?
«Quella è sempre lì, e la luna nell’acqua è solo il suo riflesso.
Il velo è un’altra cosa che vi piace molto: vi intenerisce vederlo
scomparire. Di solito, è di quell’intenerimento che sono fatti i
vostri libri.»
«Mentre voi andate sempre più in là» aggiunse l’Austero.

196
2

«Anche con il chiedere e l’ottenere accade sempre così» disse il


Dominante. «All’inizio avete paura di chiedere, perché vi
dispiace per il velo che scomparirà.
«Poi chiedete, tendendo la mano sull’acqua, e quello che
chiedete vi viene dato: ma voi siete sempre più in là.»
Vuoi dire che quel che chiediamo e che ci viene dato è solo
illusione, luna nell’acqua?
«No, perché illusione? Quello che vedono le vostre parole è
solo un riflesso di luna. La luna l’avete già. Se riusciste a
spostare un po’ il vostro campo visivo, vedreste molte altre
cose: che state camminando sull’acqua, per esempio. Ma lì le
vostre parole non arrivano ancora.»
Noi ci arriviamo e le nostre parole no?
«Le vostre parole ci arrivano soltanto nelle storie. Con le
storie vedete come arrivarci e com’è quando ci arrivate. Ma
l’unico modo di arrivarci davvero è il fare.
«È ciò che spiega Gesù ai suoi discepoli quando cominciano
a fare prodigi: li manda a insegnare e a fare prodigi in varie
città, e quando loro tornano entusiasti, cosa gli dice? Va’ a
vedere.»

Avevo visto Satana cadere dal cielo, come una folgore. Ecco, vi ho dato
il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza
del nemico, e nulla vi potrà danneggiare. Ma voi non gioite perché i demoni
vi si sottomettono; gioite piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei
cieli. 28

«E tieni presente che gioire nel linguaggio dei Vangeli


significa sempre aver capito.
«Era un linguaggio tipico di certe correnti cristiane, da cui
venivano gli autori dei vostri Vangeli. Non erano certo cristiani
di Roma. E nota bene che non era un linguaggio cifrato: non si

197
accorgevano che aver capito e gioire potessero significare due
cose molto diverse, com’è per voi oggi. Quindi quella frase
significa: “Non preoccupatevi se non capite perché i demoni vi
si sottomettano”, dato che il vostro modo di capire non riesce a
contenere quel genere di cose.
«E infatti continua: “Voi, se capite, è solo perché i vostri
nomi sono scritti nei cieli”. Cioè, c’è una parte di voi che
capisce queste cose, ma è grande come il cielo.»
È quello che dicevate delle ali?
«Sì, certo.»
E perché Gesù vedeva Satana cadere come una folgore?
«Perché i suoi discepoli stavano crescendo in fretta. Quando
più crescete, tanto più il diavolo resta indietro, come quel velo;
e se la vostra crescita è veloce, sembra che lui precipiti. In
realtà, resta fermo dov’è: ai confini dei vostri Cieli. Siete voi
che salite. E l’unico modo che avete di accorgervene nel vostro
mondo, è attraverso ciò che fate, non attraverso ciò che riuscite
a capire lì, con le vostre parole solite.»

Perché i teologi cristiani non riescono a leggerlo così, questo


passo?
«Perché sono cristiani, e qui Gesù sta parlando di ciò che
seguirà al cristianesimo. È come quel segreto di politica
olimpica che Zeus temeva tanto, e che lo spinse a liberare
Prometeo: “Zeus non rimarrà sempre Dio supremo”. Ricordi?»
Cioè? Non capisco.
«Il cristianesimo è la religione che ha il diavolo, e nella quale
il Dio e il diavolo si contendono l’io piccolo dell’uomo. Passerà,
quando gli individui cominceranno a capire il loro corpo
maggiore. Il diavolo rimarrà indietro, sempre più; scivolerà nel
passato la religione di cui lui ha bisogno per esistere, e voi
conoscerete cose nuove, mondi nuovi, una divinità nuova. Per

198
adesso, con il vostro io piccolo non potete conoscere tutto
questo; ma potete percepirlo in ciò che riuscite a fare con il
corpo maggiore. Questo è il senso.»
E allora si scoprono anche quelle popolazioni diverse che
dicevate?
«Sì. È chiaro che i cristiani, e soprattutto i loro teologi, non
possono capirlo: se lo capissero non sarebbero più né cristiani
né teologi. A loro piace troppo stare in cima al monte; così, noi
possiamo prendere tranquillamente da sotto il loro naso ciò che
non vedono.»

28 Luca 10,17-20.

199
XX
Gli automi e il padrone di questo mondo

E dopo che è precipitato, il diavolo che fa?


«Continua a fare il diavolo per gli altri più giù.»
E non c’è il rischio che prendiamo noi il suo posto? Voglio
dire, se sui confini il diavolo è anche un po’ come Prometeo che
si libera sempre, non può succedere che gli Dei supremi se la
prendano con noi, e che finiamo lì come Chironi appesi al
palo?
«Dipende da voi. Il diavolo potete vederlo precipitare,
oppure fare come Chirone, che per i propri tormenti e per
compassione ha voluto prendere il suo posto.»
«Anche perché si sentiva troppo vecchio per il nuovo»
aggiunse l’Austero. «Non era troppo vecchio: si sentiva troppo
vecchio.»
E la nostra sorte dipende sempre da come la immaginiamo?
«Anche viceversa: il modo in cui la immaginate dipende
dalla sorte che vi siete scelti» rispose il Dominante.
E per immaginare che il diavolo se ne vada via tranquillo
per la sua strada, come potrei fare?
«Sull’acqua la corrente vi porta sempre tranquillamente, se la

200
lasciate fare. Ma voi avete quasi sempre qualcosa che vi
trattiene, come un’àncora. Tu, per esempio, traduci la Bibbia.»
È una delle cose più appassionanti che abbia mai fatto. E poi
qualcuno deve pur farlo.
«Ecco, appunto: qualcuno deve pur farlo. Anche Chirone la
pensava così: qualcuno deve pur prendere il posto di Prometeo
sul confine. Quello che vi hanno insegnato sulla Bibbia era uno
strumento di supplizio per qualsiasi Prometeo: e tu hai pensato
di doverlo dimostrare. Liberissimo di farlo; ma, per farlo, devi
stare lì. E poi sono sempre parole; più in là c’è molto di più
delle parole. Impara a staccarti dalle tue ancore.»

Mentre il Dominante mi stava dicendo quelle parole, mi


successe di nuovo di vedere qualcosa, nitidamente, in qualche
parte di me, come quando avevo visto la mano sull’acqua. Una
grande stanza, con tavoli da artigiano e molti oggetti, strumenti
e ingranaggi, simili agli ingranaggi degli orologi, e un uomo che
lì costruiva automi. Erano automi umani, in grandezza naturale,
con costumi e parrucche: automi violinisti, che suonavano brevi
melodie, automi che giocavano a scacchi…
«Nel Settecento erano molto di moda» mi rammentò il
Dominante.
Che cos’è?
«Lascia che sia; questa è davvero una tua vita passata. Ti fa
bene, da lì trai forza. Anche se non stai ancora sciogliendo i
nodi che stringevi, e che ti stringevano, allora.»
Significa che adesso sto costruendo automi?
«Questo lo fate sempre» rise il Dominante. «A quel tempo
stavi cominciando a capire che gli automi siete voi, sei tu. Nelle
vostre vite costruite voi stessi: così vi adattate al vostro Aldiquà,
per tenerlo in piedi. E costruite automi di tutto quanto: del
mondo, degli Dei, del diavolo, degli Spiriti-guida… Allora eri

201
quasi arrivato a capirlo bene, ma hai avuto troppo poco tempo,
quella volta: sei morto presto.»

«Quanto alle ancore da cui staccarsi,» continuò il Dominante


«ricordi quel passo dove Gesù dice che il diavolo è vostro
padre? Cercalo, sii gentile, e leggilo bene.»

Perciò non potete comprendere le mie parole: perché avete per padre il
diavolo. E volete fare ciò che vuole il padre vostro. Lui è stato omicida fin
dal principio e non ha retto alla verità, perché in lui non c’è verità. Quando
dice il falso parla del suo, perché è bugiardo e padre della menzogna. 29

«Hai notato quante contraddizioni?»


Cioè, dove?
«Mmh, dovremmo scrivere un libro sui Vangeli» borbottò
l’Austero.
«È un vero groviglio questo passo» spiegò il Dominante.
«Venne scritto in un modo, dall’evangelista; poi venne
modificato da certe autorità della diocesi nel cui territorio
abitava l’evangelista, e in seguito un discepolo di questi
aggiunse la frase all’inizio – “Non potete capire le mie parole” –
appunto per avvertire che il passo che seguiva non era più
comprensibile, dopo quelle modifiche, e si sarebbe dovuto
intendere in tutt’altro modo. E i discepoli dell’evangelista
sapevano in quale modo.
«Invece di diavolo, Giovanni aveva scritto: il padrone di
questo mondo. E il padrone e padre di questo mondo non è
certo il diavolo, che abita ai confini: il padrone e padre è
quell’automa di Dio che vi costruite quando avete paura della
vostra evoluzione. Quello uccise “fin dal principio”, quando
fece venire il Diluvio per fermarvi. E ha sempre bisogno che gli
si obbedisca, perché ha paura di venire abbandonato: e voi

202
volete che sia così, perché avete paura di abbandonarlo. Come
dice qui: voi volete fare ciò che vuole lui. In più, è falso perché
è un prodotto artificioso, che di per sé non contiene nessuna
verità. Naturalmente le autorità di una diocesi non potevano
tollerare che si parlasse così del loro Dio.»

Quindi le ancore che ci frenano sono le nostre obbedienze a


quel padrone del mondo?
«Le vostre obbedienze e in genere tutti i conti che avete da
saldare con quel padrone. Prova a immaginare come sarebbe se
non avessi nessuna àncora.»
E come faccio?
«Immaginalo, semplicemente. C’è una parte di te che
immagina sempre: va in esplorazione ed è continuamente in
viaggio. Poco fa l’hai sfiorata un paio di volte; prova ancora.
Lascia che le immagini si delineino da sé. Posa la penna.»
Provai. Chiusi gli occhi (li tenevo socchiusi, prima, per
prendere nota più comodamente) e rimasi in attesa. Vedevo
soltanto il buio delle mie palpebre.
«Guarda con la nuca, non con gli occhi» mi suggerì
l’Austero.
«Le stelle si guardano con la nuca» mi tornò in mente.
Immaginai il colore del cielo e la mia testa che si voltava di qua
e di là per guardarlo. «Sì, ma non può essere tutto cielo» pensai.
E immaginai ciuffi d’erba da un lato, sul ciglio di una strada. E
la strada, diritta. Nient’altro intorno.
Non riesco a immaginare i luoghi intorno, dissi.
«No, non li vedi perché non ci sono» disse il Dominante.
«Siamo su un ponte.»
«Una specie di acquedotto» precisò l’Austero.

203
29 Giovanni 8,43-44.

204
XXI
Un nuovo modo di viaggiare - La stella-arca

Anche questa volta, l’Austero ci precedeva di qualche passo.


Ma siamo in viaggio? Non mi ero chinato…
La bambina mi teneva per mano, con la sinistra, e stavamo
camminando su quella specie di ponte.
«Vedi giusto» disse il Dominante accanto a me. «È la vostra
vita che diventa così, come un ponte senza niente intorno.
Cammini e cammini, e ormai ogni passo è sopra il nulla. Quanto
al viaggiare, te l’ho detto: una parte di voi è sempre in viaggio.»
Siamo dove il cerchio del futuro si allarga più del passato: è
quel ponte che dicevate?
«Siamo anche su quel confine, sì.»
E cosa succederà adesso, da qui in poi?
«Non adesso. Hai ancora diverse ancore, tu. Quando ti
avevamo parlato della lussuria non eri riuscito a sentire, ricordi?
Quella è un’àncora, per te.»
«Comunque è già una bella cosa che riesca a viaggiare così,
senza nessuna partenza» disse dietro di noi il vecchio con le
finte ali di libellula.
«Ah, certo» sorrise il Dominante. E, senza guardarmi, con gli

205
occhi rivolti alla strada: «Solo che il tuo mondo finisce; e non
soltanto in te o qui da noi. Bisogna che vi sbrighiate ad arrivare
fin là, nell’altro, altrimenti resterete sommersi nella fine di
questo».

Dici sul serio o intendi la fine di un mondo interiore?


«Dico sul serio. Il vostro mondo interiore continuerà ancora,
e a tanti sembrerà che tutto sia come prima; ma il vostro mondo
finisce. Non te ne sei accorto, guardandoti intorno nell’Aldiquà?
Se non arrivi più in là, anche per te questo secolo sarà tale e
quale a quello appena passato, lo ripeterà punto per punto. E
così il successivo, e il successivo, e così via. È tempo di levare
le ancore.»
E in pratica come si fa, a levare un’àncora?
«Immagina una stella.» Il Dominante si fermò e tracciò
nell’aria il disegno di una stella, con un dito:

«Una stella, per voi, è un allineamento di energie.


Rappresenta questo, nella vostra mente. Ed è un po’ come la

206
combinazione di una cassaforte: quando l’allineamento è
completato, la porta si apre. È semplice da capire: quando le
vostre energie non sono allineate, è così» e tracciò un altro
disegno, che conoscevo:

«Così le vostre energie si disperdono intorno e alimentano il


vostro mondo, o meglio tutto ciò che sapete e vedete del mondo,
che esiste a spese vostre.
«Via via che si forma la stella, invece, il mondo smette di
assorbire le vostre energie, di esistere a spese vostre. Lo vedete
meglio; vedete che è fatto di specchi; allora, da quegli specchi le
vostre energie ritornano a voi, vi accorgete che sono vostre –
così come sono vostre le parole con cui descrivete le cose del
mondo. Questa è la stella» e aggiunse alcuni dettagli al disegno:

207
«Le energie tornano a voi e, quando ne avete a sufficienza,
passate oltre.»
«Rispetto al vostro mondo, la stella è come l’Arca di Noè»
aggiunse l’Austero.
«Già» confermò il Dominante. «Il problema è che, se tentate
di passare quando le vostre energie non sono ancora sufficienti e
allineate, finite per naufragare. E tu per ora sei una stella che ha
solo sei punte, che sono sghembe. Ti mancano ancora le energie
portate via dalla lussuria. È una situazione molto comune.»
«Perciò ci vedi come se fossimo cinque» disse l’Austero.
«Noi cinque più tu, che sei il sesto.»
E adesso recupererò quelle energie e diventeremo sette?
In quel momento la bambina mi tirò leggermente per la
manica, e la presi in braccio. Si accomodò sul mio braccio
destro e mi posò una mano sul cuore.
Che c’è? le sorrisi.
«Ricordati che tu sei mio» disse. «Io sono legata a te da
un’altra persona. Tu sei nel suo cuore. Non l’hai ancora
incontrata, è solo una promessa del cuore. Mi hanno detto di
dirti così.»
Chi te l’ha detto?

208
«Poi, poi» intervenne il Dominante. «Prendi nota, adesso.
Prendi nota, per bene.»

209
XXII
I nemici e l’unico io - I grandi amori - La lussuria, san Giorgio
e la principessa prigioniera

L’Austero mi sussurrò: «Se adesso capisci, passiamo oltre, e


vedi un sacco di altre cose».
Il Dominante sorrideva, e cominciò la spiegazione. Eravamo
su quella strada-ponte, fermi, in piedi: il Dominante davanti a
me, io con la bambina in braccio, l’Austero alla mia sinistra e
gli altri due a qualche passo di distanza, con le braccia conserte.
«Ricordi la regola dei due cerchi concentrici?» domandò il
Dominante.
Sì, il cerchio interno che si allarga oltre il cerchio esterno.
Era una regola?
«È una regola e vale ovunque. In ogni vostro Cielo vi
accorgete di avere nuovi poteri ma, quando li avete scoperti,
quei poteri diventano un confine da superare: sono ciò che vi
impedisce di entrare nel Cielo successivo. I confini del Cielo in
cui sei ti rinchiudono, e assorbono e macinano la forza delle tue
ali, come macine d’aria.» Lo disse muovendo la mano in tondo,
a mimare il movimento di una macina.
«Quella tua amica te ne aveva parlato» disse l’Austero.
Paola.

210
«Sì. I tuoi campi visivi diventano pesanti come macine» 30
continuò il Dominante. «Ma, nota bene: usare le ali vuol dire
semplicemente fare. Le ali sono forme d’azione.
«Ed è il maggior rimpianto di quelli che arrivano a questa
scoperta attraverso la morte: prima che la loro coscienza si
dissolva hanno il tempo di accorgersi che avrebbero potuto fare
tante cose, e che a impedirglielo non erano il mondo, la
necessità, gli altri, ma soltanto il loro campo visivo: cioè il
modo in cui intendevano il loro mondo, la necessità, gli altri.»
Be’, è chiaro.
«Certo che è chiaro. Ogni vostro confine è uno specchio.»

«Così, tanti pensano di non riuscire a fare qualcosa perché gente


nemica glielo impedisce. È molto comune anche questo; il
Vangelo cosa dice al riguardo? “Fate splendere il vostro sole sui
giusti e sugli ingiusti, sugli amici e sui nemici, allo stesso
modo.” 31 Voi di solito pensate che sia un’esortazione a una
generica bontà, ed eventualmente al martirio, se i nemici sono
arrabbiati.
«Invece è un’indicazione molto più precisa. Il “sole”
rappresenta il vostro corpo maggiore; i “giusti” rappresentano le
capacità, i poteri che sapete già usare, e gli “ingiusti”
rappresentano i poteri che non sapete ancora di avere.»
Pensavo che significasse: non fidatevi del vostro modo di
dividere l’umanità in giusti e ingiusti, perché è solo una
giustificazione della vostra avarizia nello splendere.
«È perché lo vedi da dentro al guscio, e stando sulla
difensiva. Guardalo anche da fuori; e il senso diventa: quanto
più riuscite a scoprire e a usare il corpo maggiore, tanto più
farete luce anche sui vostri poteri ignoti. Naturalmente, la
conseguenza è che avrete meno nemici, dato che i nemici sono

211
le persone che vengono a mostrarvi parti di voi che non vedete
ancora, e parti degli universi che non vedete ancora.»
Cioè, i nostri nemici servono a noi? Ci sono utili?

«È semplice. Se uno ha un nemico, è perché non si è ancora


accorto di avere una qualche capacità che quel nemico non ha.
«I vostri amici sono di due tipi: o sono persone che hanno
capacità simili alle vostre, o sono persone che non hanno le
capacità che sapete di avere voi. Perciò con i vostri amici vi
intendete bene: pensate come loro, o insegnate loro a pensare
come voi, e a fare le cose che sapete fare voi.
«Con i nemici, invece, non vi intendete in nessun modo.
Quelli che chiamate nemici percepiscono in voi capacità che
non sapete di avere, e non possono capire di che cosa si tratti,
perché loro non hanno quelle capacità e voi non gliele sapete
spiegare. Vi sentono come esseri diversi, e voi non capite
perché. Non vi intendete, e litigate. E continua così fino a che
non vi accorgete di avere quelle capacità che loro hanno visto in
voi. Accorgersene è far splendere quel sole.»
E allora i nemici diventano amici?
«No. Accorgersi di quelle capacità vuol dire crescere nel
corpo maggiore e lasciarsi sempre più indietro il vostro io
piccolo. Quei nemici e quegli amici riguardano il vostro io
piccolo: gli amici vi aiutano a sentirvi bene nell’io piccolo, i
nemici vi aiutano a superarlo. Quando siete arrivati più in là, i
rapporti che avevate con loro cambiano completamente: il tuo io
comincia a essere più grande, include anche loro, cominci a fare
cose per loro come le faresti per te stesso, in modo del tutto
spontaneo. Così, finisci per non accorgerti nemmeno più di loro.
Questo è il significato del comandamento “Non fare agli altri
ciò che non vorresti che gli altri facessero a te”. E allora incontri
altri amici e nemici altrove, più su.»

212
Quando dicevate che nell’Aldilà ci sono popolazioni amiche
e nemiche, intendevate anche questi amici e nemici che si
incontrano più su?
«Anche, sì. E una cosa analoga succede anche con ciò che
chiamate lussuria.»

E salendo sempre di più, si arriva a inglobare tutta l’umanità?


«Sì. E le tue capacità crescono nella stessa misura. È una
cosa che ti abbiamo già spiegato in tanti modi, ma sembra che
tu faccia una certa fatica a capirla.»
E la lussuria cosa c’entra?
«Voi pensate che sia il desiderare più di tutto un altro corpo
di cui gioire. Invece è il pensare: “Se non ho un altro corpo di
cui gioire, mi sento troppo chiuso in me stesso” e il credere che
l’altro corpo di cui gioire sia il corpo di un’altra persona.»
È questo ciò che non avevo sentito quando mi stavate
spiegando i vizi capitali?
«Sì, dato che sei un lussurioso. Sei fermo lì, a questo
desiderio sessuale che hai imparato dal mondo; e anche questo è
come tendere la mano verso il riflesso della luna nell’acqua.»
In questo caso la luna cosa sarebbe?
«Il riflesso nell’acqua è una luna in piccolo. La luna vera, in
grande, in questo caso è un altro corpo più in là del mondo, non
sai dove, e quel non-sai-dove sono interi mondi da scoprire.»
Nell’Aldilà, cioè senza il mio corpo fisico?
«Aldilà e Aldiquà sono soltanto vostri modi di percepire la
realtà. Anche il tuo corpo fisico è un riflesso della luna
nell’acqua; e non puoi certo impedire che la luna si rifletta
nell’acqua. Così, nell’acqua – nel tuo Aldiquà – il tuo corpo
fisico e il suo io piccolo continueranno a riflettere la luna, cioè
quello che c’è nel tuo Aldilà.»
E come lo rifletteranno?

213
«Nel fare. Ciò che scopri nell’Aldilà diventa il tuo fare
nell’Aldiquà.»
E anche viceversa?
«No. Desiderare corpi altrui per non sentirti chiuso in te
stesso è solo un equivoco e un miraggio.»
Ma il Sesto Cielo non è quello in cui chi ha scoperto una sua
immensa dimensione interiore incontra un altro che sta facendo
la stessa scoperta?
«Certo, il principe azzurro. Il vostro corpo maggiore. Non
avevo detto che lì avresti incontrato un’altra persona. Quanto
più scopri il tuo corpo maggiore, tanto più ti accorgi che sei il
tuo corpo maggiore.»

Quindi, quanto più uno sale nel corpo maggiore, tanto più
diventa casto?
Scoppiarono a ridere, per il tono preoccupato con cui avevo
pronunciato la domanda. Venne da ridere anche a me.
No, dico sul serio, insistetti. Allora come si fa?
Anche la bambina rideva.
«A non perdere il desiderio sessuale mentre sali?» precisò il
Dominante. «Usa il principio di rotazione. Sono sempre due i
sistemi indispensabili: il cerchio che si allarga e il principio di
rotazione.
«In ciò che chiamate “lussuria” tu rimani aggrappato,
diciamo, alle tue parti basse, e questo ti impedisce di salire più
su, perché pensi che salendo ti staccheresti da quelle. Invece è
tutt’uno: com’è in alto, così è in basso.
«Come avviene quando fate l’amore? Una parte del vostro
essere si apre, diventa un varco verso un altro essere. Così è tra
due corpi fisici, e così è anche tra il tuo io piccolo e il tuo corpo
maggiore. La differenza è che, con il corpo maggiore, il varco si
apre verso l’infinito – o almeno così lo sente il tuo io piccolo,

214
all’inizio; poi lo sente come un fiume, di cui non conosce né la
fonte né la foce; e poi lo sente come un suo nuovo io, più
grande.
«E dopo aver fatto l’amore cosa succede? Nel vostro mondo,
i due corpi ritornano chiusi in se stessi: la forza che li ha aperti
l’uno all’altro è passata, è successo qualcosa che le loro menti
non hanno capito, e quella strana forza è sparita chissà dove,
mentre loro sono rimasti dov’erano prima.
«Così è anche quando vi aprite al vostro Aldilà. Comunque
sia, alla fine il tuo io piccolo si ritrova sulla Terra, nel suo
Aldiquà, dov’è sempre stato. Tutto qui. Solo che, ogni volta,
impari a sentire un tratto nuovo del tuo corpo maggiore: un
minuscolo tratto in più, sempre. E viceversa, ogni volta che
riesci a raggiungere un nuovo lembo del tuo corpo maggiore,
qualche grande amore si fa avanti anche nell’Aldiquà, e ti trova
e tu lo trovi.»
«Ma è come quando riesci a vedere un’altra stella in cielo»
aggiunse l’Austero. «Il tuo io piccolo rimarrà sempre sulla
Terra.»

L’io piccolo non può arrivare più in là?


«Voi non potete, così come non puoi diventare il corpo di
una persona che stai amando. Questo è il confine naturale della
lussuria, che dovete superare per entrare nel Sesto Cielo.»
E come?
«I cristiani dicono che l’atto sessuale è peccato se non mira a
generare un nuovo essere: non dicono così? E hanno ragione a
dirlo, ma non capiscono perché, dato che sono fermi anche loro
dove sei fermo tu. Ciò che dicono, senza capirlo, è che oltre
quel confine può arrivare soltanto un essere nuovo.
«Dovete diventare un essere nuovo, per arrivarci; e il vostro
io piccolo non può diventarlo. Come diceva Dio agli ebrei,

215
quando erano arrivati al confine della Terra Promessa e si
rifiutavano di varcarlo:

I vostri corpi cadranno in questo deserto. I vostri figli saranno nomadi


nel deserto per quarant’anni, e porteranno il peso delle vostre infedeltà, fino
a che i vostri cadaveri saranno tutti quanti nel deserto. Ma i vostri figli sì, i
vostri figli li farò entrare. 32

«Ecco, al posto di infedeltà, metti: le cose che sapete


nell’Aldiquà; e corrisponde perfettamente a ciò che vi succede
sul confine.»

E perché lì si parla del deserto?


«Perché le cose che sapete nell’Aldiquà vi sembrano sempre
un deserto, via via che salite. Voi le abbandonate quando non ci
trovate più voi stessi: quando sono vuote di voi. Oppure restate
lì, tra quelle cose vuote: deserte di voi. E anche i “cadaveri” di
cui si parla in quel brano rappresentano ciò che eravate prima.»
Suona un po’ cupo.
«No. San Giorgio per liberare la principessa deve uccidere il
drago: e il drago è sempre un’immagine del vostro passato – di
ciò che siete stati in passato. Finché è vivo, il drago vi tiene
prigionieri: quando diventate san Giorgio e lo uccidete, potete
prendere i tesori che sorvegliava. Inoltre, qualche leggenda dice
che il sangue dei draghi fa diventare invulnerabili: ed è vero.
Diventare invulnerabili vuol dire arrivare a un alto grado di
evoluzione: e allora siete davvero invulnerabili, e le vostre
energie sono inesauribili.»
E arrivarci vuol dire fare? Fare le cose in un determinato
modo?
«Come dicevamo. Ogni volta che fai davvero qualcosa,
rifletti nell’Aldiquà quell’io più grande. Da quel che imparate

216
nel vostro mondo non potete accorgervene, e solo nell’Aldilà lo
vedete e lo capite. Vuoi che te lo spieghi più praticamente?»

30 «Guarda cosa dice il Vangelo, riguardo alle macine» mi suggerì l’Austero mentre
rileggevo questa pagina. Il passo è nel Vangelo di Matteo (18,6): «Quanto a chi cerca
di porre insidie (nella scoperta della verità) anche a uno solo di questi piccoli che
credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina di
quelle che gli asini fanno girare, e che fosse gettato negli abissi del mare». «Chi vi
pone insidie nella scoperta della verità» spiegò il Dominante «l’ha già quella macina al
collo, ed è il suo campo visivo. Si tratta solo di dargli una spinta perché cada in alto
mare, e scompaia per sempre.»
31 Matteo 6,45: «Siate figli del vostro Padre celeste, che fa sorgere il sole sopra i
malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti».
32 Numeri 14,31.

217
XXIII
Tecnica delle imprese di coraggio

«Quando siete nell’Aldiquà, il corpo maggiore è il vostro


grande mistero ed è tutti i vostri misteri. Non riuscite in alcun
modo a pensare che siete tutt’uno con esso. Non potete: è troppo
grande. Quando invece salite nel corpo maggiore, come sai, il
vostro problema diventa esattamente l’opposto: l’importante, lì,
è che manteniate il contatto con l’io piccolo. Perciò il fare è
tanto importante. Fare, voler fare, giudicare, progettare e
decidere cosa fare. E sono tutte cose possibili soltanto
nell’Aldiquà, nell’io piccolo.»
Nel deserto, cioè.
«Eh sì. Il corpo maggiore ha poteri inimmaginabili, ma li
potete far agire soltanto se avete deciso lo scopo per il quale
usarli: altrimenti quei poteri spazierebbero negli universi, liberi
e indifferenti come il vento. Chi decide è l’io piccolo. Una volta
presa la decisione, usarli diventa una tecnica d’azione, e
permette di ottenere risultati che nel vostro mondo sembrano
prodigi. Questa tecnica ha sette norme da seguire, punto per
punto.»
Prodigi in che senso?

218
«È una parola che non ti piace? Forse ti suona meglio:
imprese di coraggio. Le avevamo chiamate così qualche
settimana fa. È giusto, ci vuole coraggio per tornare nel deserto
a fare qualcosa, quando te lo sei già lasciato alle spalle. Ma agli
altri, più giù, ogni risultato che si ottiene con questa tecnica
sembra comunque un prodigio. È perché non sanno niente del
corpo maggiore, e per loro queste cose sono inspiegabili e
temibili come a volte lo è il loro Dio. Per noi invece si tratta di
una tecnica, di regole, perché le nostre misure sono diverse.
«Allora, prendi nota?»

«Innanzitutto, prima di ciascuna impresa di coraggio devi


sapere che cos’hai deciso di fare: bisogna avere uno scopo ben
chiaro, perché solo allora il mondo comincia ad allinearsi con le
tue esigenze. E qualsiasi scopo va bene, ma le prime volte farai
meglio a scegliere cose che ti sembrino impossibili, o almeno
estremamente improbabili. Così sarà più emozionante. Dunque:
PUNTO PRIMO
«Devi lasciare che avvenga. È come dare il permesso. Lascia
che forze che non conosci dispongano liberamente di te e delle
circostanze in cui vivi. Non dare ordini alle tue forze, neanche
nel pensiero: devi soltanto sapere cos’hai deciso; ma, ripeto: una
volta che l’hai stabilito non devi più esprimerlo con le parole,
neanche mentalmente.
«Questo, perché le vostre parole servono soltanto nei
desideri, quando uno non ha ancora imparato a desiderare sul
serio ed esita a ogni passo: in quel caso, la cosa principale è
convincerti che stai desiderando qualcosa e che il tuo pensiero
accetta quel desiderio e non ne ha più paura.
«In questa tecnica, invece, lascia fare alle tue ali, che
lavorano sempre per stupirti e che non hanno parole, proprio

219
come le membra del tuo corpo. Allora passi dal desiderio alla
promessa.»
È questa la promessa che dovevo cercare?
«È questa, sì. Nella promessa, è tutta la tua vita che guida le
forze del corpo maggiore: non limitarne l’azione con le parole.
C’è sempre qualcosa di molto più grande dietro ogni decisione
che sai d’aver preso e che puoi descrivere a parole.»
Ma come si fa a esprimere una decisione, o una promessa
che sia, senza le parole? Devo pur formularla in qualche modo.
«Impara a farlo senza le parole. Le parole sono soltanto
similitudini: servono a paragonare cose grandi a cose più
piccole. Non correre il rischio di perderti dietro a queste cose
più piccole.»
Ma come si fa a…
«Imparalo.»
PUNTO SECONDO
«Devi donare al mondo qualcosa. Staccarti, scioglierti da una
qualsiasi cosa. Non importa cosa, purché sia un dono, un’offerta
al mondo.»
In che senso un’offerta? Una specie di sacrificio o un dare
qualcosa a qualcuno?
«Come vuoi. L’importante, quando compi un’impresa di
coraggio, è che nel tuo mondo tu ti sciolga da una cosa che hai e
lasci che se ne vada libera, non più tua. I vostri medici devono
aver intuito in qualche modo che questo donare è utile, quando
uno ha a che fare con forze più grandi di lui, come la malattia e
la guarigione: e impongono ai pazienti di liberarsi di una somma
di denaro.»
Cioè, si fanno pagare.
«In omaggio alle umane miserie la prendono in consegna
loro, quella somma. Ma andrebbe altrettanto bene se, invece dei
soldi, usaste i pensieri: voi di solito vi tenete avidissimamente
stretti i vostri pensieri, le vostre idee, più ancora che i soldi.

220
Potresti provare a staccarti da un tuo pensiero, a sentire che non
è più tuo. Lo fate così di rado, e invece è molto piacevole.»
E come si fa?
«Semplicemente senti che non è più tuo. Se così ti sembra
troppo astratto, puoi dirti: “Ecco, questo mio pensiero
appartiene a qualcun altro, d’ora in avanti”. È già sufficiente.»
PUNTO TERZO
«Devi dare peso ai confini del tuo scopo.
«È un modo di aggiustare il tiro. Non volere che la tua
impresa di coraggio risolva tanti problemi, ma soltanto che
realizzi ciò che hai deciso. Per esempio, se si tratta di una
malattia da guarire, non desiderare poi che la tua salute sia
perfetta, ma solo che quella particolare malattia scompaia.
Capisci?»
Non avevi detto che dietro a ogni decisione c’è sempre
qualcosa di molto più grande?
«Sì, ma per ora non tocca a te sapere che cosa sia. Compito
tuo, durante l’impresa, è badare all’io piccolo: tenerti radicato al
tuo mondo. È un po’ come evitare di venir portato via da un
uragano: fa’ in modo che la tua coscienza si aggrappi
saldamente allo scopo che ha scelto, e resta a vedere cosa
succede.»
PUNTO QUARTO
«Devi usare la mente per limitare quelle forze.»
Non è la stessa cosa del punto terzo?
«No, è un’aggiunta al punto primo e secondo. Tutta
l’impresa verrà compiuta dalle tue ali, di cui tu non sei
cosciente. Ma la tua parte cosciente deve avere un ruolo, non
puoi escluderla e basta. Falla agire frenando, fa’ che limiti, e
non che inciti, come che sia. Per esempio, usa la mente per
esaminare le paure del risultato che hai scelto. Se è una cosa che
ti sembrava impossibile o difficile, vuol dire che ti faceva paura

221
in qualche modo. Pensa a come sono fatte quelle paure. O
semplicemente imponiti di pensare ad altro, devia la tua
attenzione su cose che non c’entrano, così che non disturbi le
tue ali.»
E la mente non le disturba, se frena?
«No, al contrario. Se frena, fa l’unica cosa che sa fare
davvero: sta al posto suo e le tue ali possono tranquillamente
ignorarla.»
PUNTO QUINTO
«Pensa a forme di vita diverse. Ad altri mondi.
«Quando compi un’impresa di coraggio, prova a fantasticare
appena puoi: e immagina che le tue fantasie siano notizie,
rivelazioni di altri mondi.»
E lo sono davvero?
«In quei momenti, sì.»
PUNTO SESTO
«Ricordati: questo modo di usare la mente durante l’impresa,
questo frenare e fantasticare è la migliore difesa contro tutte le
energie che potrebbero scatenarsi intorno a voi, contro le vostre
ali.»
E il sesto punto è ricordarmi di questo?
«Sì. È molto importante. Ti ho detto che oltre i confini c’è di
peggio del diavolo. C’è anche di peggio delle macine del vostro
mondo, e la vostra mente potrebbe attrarre quel genere di cose,
per la sua solita e profonda paura che l’impresa riesca.
Comincerebbe a riempirsi di ossessioni, e sarebbe come se
dovessi correre con la bambina in braccio.»
La bambina che tenevo in braccio mi guardò alzando le
sopracciglia, in una buffa espressione di stupore. Le sorrisi e,
accomodandola meglio sul braccio, continuai ad ascoltare.
PUNTO SETTIMO

222
«Infine, devi promanare. Dare al mondo esempi visibili del
cambiamento che sta avvenendo in te. Essere diverso da prima,
per quanto puoi. Almeno un po’.»
E il Dominante ricominciò a camminare. Gli altri lo
seguirono, e anch’io.

E «promanare», come dici tu, a che cosa serve precisamente?


«A ciò a cui servono tutti gli altri punti. Sono tutti dettagli di
un unico comportamento, non te ne sei accorto? Li ho divisi in
sette punti solo perché mi ascoltassi con attenzione per tutto il
tempo necessario. La cosa importante era che questa
spiegazione durasse appunto quanto è durata. Era una specie di
sacramento.»

Questa tecnica è una forma di magia, no?


«Se ti piace chiamarla così. Ma, in pratica, è quello che
succede in voi ogni volta che riuscite a fare qualcosa. È anche il
fondamento di qualsiasi pratica magica che funzioni, ma solo
perché anche le pratiche magiche sono un fare, e non perché
questi sette punti siano magia.»
«Comunque non c’entrano con quella che voi chiamate
magia» intervenne l’Austero. «I maghi non le capiscono queste
cose, perché pensano di ottenere risultati grazie alla loro forza
personale, alla loro preparazione e così via. Invece quando fai
qualcosa sul serio la forza non è mai la tua: è la forza
inconsapevole della vostra evoluzione, di tutti gli uomini: amici,
nemici, viventi, passati. Le tue ali sono le ali di tutti gli
uomini.»

223
5

Quindi chiunque può usare questa tecnica?


«Te l’ho appena spiegato» rispose il Dominante. «Voi fate
sempre così, quando fate davvero qualcosa. Ma di solito lo fate
inconsapevolmente e non riuscite a dirigere i risultati: a
deciderli, o a congiungerli con ciò che avete deciso, o con ciò
che vorreste decidere… Questa tecnica serve soltanto ad
accorgerti di cosa fai e di cosa succede quando fai qualcosa.»
Ma avevi anche detto che serve a fare prodigi.
«Ogni volta che fate davvero qualcosa, state rispettando tutti
e sette i punti che ti ho detto, anche se non ve ne accorgete: e
allora avvengono prodigi. Quando non riuscite a dirigere i
risultati, capita che i prodigi avvengano in qualche luogo senza
che voi lo sappiate. Se per esempio fai una scoperta (ti sto
proponendo un esempio roseo), se scopri la cura di una malattia,
in qualche punto del passato stai cambiando qualcosa e quel
cambiamento permetterà a qualcuno di giungere alla scoperta:
in qualche punto del mondo, qualcuno scoprirà la cura di quella
malattia. E tu non saprai mai che è merito tuo.»
Questo avviene se uno non dirige i suoi scopi?
«Sì. Se invece sai cosa stai facendo, arrivi tu al risultato. È
molto meglio, no? Certo, pone più responsabilità, a paragone
con quello che pensate di solito sulla causa e l’effetto. Ma i
vantaggi sono notevoli.»
E un esempio non «roseo», quale potrebbe essere?
«Tutti i guai del vostro mondo sono risultati di vostre
imprese: di ciò che fate senza sapere cosa fare, senza aver
deciso nulla, senza volere nulla di preciso.»

Quindi, insistevo, accigliato, è sufficiente che io decida quale


prodigio voglio ottenere, e poi seguo questi sette punti facendo

224
qualcosa, e il prodigio avviene?
«Sì. E questa è la promessa che cercavi. Solo che devi
deciderlo senza le parole.»
Ma ti ripeto che non è possibile pensare senza parole: come
si fa a pensare senza i pensieri!
«Usa i sentimenti. È tutta lì la questione: sul cuore e sul
coraggio puoi agire soltanto attraverso il sentimento.»
I sentimenti invece delle parole.
«Già. Questo devi imparare.»

E ci si può proporre qualsiasi scopo?


«Qualsiasi scopo.»
Anche ridare la vita a qualcuno che è morto?
«Non la vorrebbe. Dovete rispettare la volontà di chi è
arrivato più in là di voi, e la morte è un modo di arrivare più in
là di voi. Lo fareste solo tornare indietro.»

E come si fa a sapere se uno scopo che ci poniamo non rispetta


la volontà di qualcuno?
«No, distingui bene. Io ho parlato della volontà di chi è
arrivato più in là di voi: quella non potete non rispettarla.
Dovete e basta, non dipende dalle vostre opinioni: chi è più
avanti vi guida sempre, senza che voi capiate come. Potete
diventare abbastanza sciocchi o pigri da non lasciarvene
guidare, e allora guiderà qualcun altro; ma non potete guidare
voi chi è più in là di voi.
«Allo stesso modo, chi è più indietro di voi vi obbedisce, a
meno che non sia molto sciocco o pigro: vi segue, senza
accorgersene, anche quando crede di opporsi a voi. Ed è facile

225
riconoscere chi è più indietro di voi: quando provano a capire
qualcosa, arrivano sempre alla conclusione che ciò che fanno
non dipende dalla loro volontà. Ma perché perdere tempo ad
ascoltare il loro parere?»
In che senso «ci seguono»?
«Li avete sempre intorno. A voi sembrano ostacoli sulla
vostra strada: in realtà, vi stanno solo seguendo. E vi ostacolano
solo se non state andando da nessuna parte, e vi dirigete verso di
loro.»
Quindi bisogna andare dritti e veloci.
«Infatti.»
E quelli che sono arrivati dove siamo arrivati noi?
«Quelli aspettano soltanto che qualcuno abbia qualche scopo
e cambi loro la vita.»
«È come quando non avevate ancora varcato l’oceano e
immaginavate che oltre Gibilterra ci fossero mostri e demoni
marini» disse l’Austero. «Non vedevate l’ora che qualcuno ci
andasse. Solo che nessuno voleva essere il primo.»
«Così, anche voi,» continuò il Dominante «ogni volta che
usate questa tecnica, allargate l’energia e il movimento della
vita di tutti quelli che sono arrivati dove siete arrivati voi, e date
direzioni a quelli che vi seguono. Dissolvete mostri e allargate i
cieli, proprio come quando scoprivate nuovi continenti. Il vostro
corpo maggiore è tale e quale a un nuovo continente, per voi.
Ma lo è anche il Sesto Cielo, per la maggior parte della gente.»

226
XXIV
Le maschere - Quando bisogna alzarsi -
La storia di mago Merlino e dei suoi genitori

«Sai,» disse l’Austero «intanto che il tempo passa e che ti


abitui, potresti scrivere un libro di racconti sulla Terra
Promessa. Su che effetto fa. Tanto, questo sul diavolo l’hai
finito, ormai.»
Non lo sentii quasi. Poco prima, mentre il Dominante
parlava, avevo cominciato a immaginare il mondo visto dal
corpo maggiore, e rapidamente nella mia fantasia aveva preso
forma un cielo con le braccia (non saprei descriverlo altrimenti)
che mi teneva così come io tenevo in braccio la bambina. Lo
immaginavo, camminando.
«Dovresti anche guardare un po’ dove vai» mi avvertì
l’Austero. «Guarda.»

***

Siamo ancora in viaggio?


Il ponte su cui camminavamo stava attraversando una città,
adesso, ma non vi passava sopra: vi entrava e si incuneava tra le
case, era diventato una via e incrociava strade sempre più
strette. Mi parve anche che ci stessimo spostando più

227
rapidamente di prima, benché la nostra andatura fosse ancor
sempre un camminare.
Perché è così? Dove stiamo andando?
«Sì, è strano» disse il Dominante.
L’aria era scura come in una sera di pioggia. Per le vie
c’erano molti passanti, tutti con lunghi cappotti, o mantelli, non
vedevo bene. Per un istante aprii gli occhi in casa mia, a
Milano, davanti alla mia scrivania – e lì naturalmente tutto era
come prima: le penne, il computer, i libri, alla parete l’icona
rivestita d’argento. Richiusi gli occhi.
I passanti portavano maschere, come a Carnevale, e
correvano quasi, temevo che mi urtassero. Adesso la bambina
era in braccio al vecchio con le finte ali di libellula. Lontano,
qua e là si sentivano grida. E alcuni di quei passanti avevano
coltelli (poggiai la mano sul braccio del Dominante, quando me
ne accorsi): ne vedemmo un paio che si inseguivano da una
parte all’altra della strada, duellavano o qualcosa del genere. I
nostri due vecchi si misero tra noi e loro, dando le spalle a loro,
e ridendo.
«Svoltate lì, in quella via» disse il vecchio, sempre ridendo, e
imboccammo un vicolo a sinistra.
Ma che significa? continuavo a domandare al Dominante, e
anche lui rideva tranquillamente.

Nel vicolo era ancora più buio e, con mio sollievo, non c’era
nessuno oltre a noi. Di nuovo ci spostavamo rapidamente. Nel
buio le case scomparvero e divennero alberi, grandi: una foresta
di abeti.
«È la tua mente di prima che sta rimanendo indietro» mi
spiegò finalmente il Dominante. «Le tue resistenze sono là,
mascherate, che si accoltellano.»
Mi sono addormentato e sto solo sognando?

228
«Ti sei indubbiamente addormentato, ma non c’entra: sei
comunque in una parte nuova di te, e sei in una parte nuova
dell’universo.»
Non nel Sesto Cielo?
«No. Stai esplorando più in là.»
Il vecchio con le ali indicò qualcosa davanti a noi.
«Quello è ciò che chiamate Merlino» mi disse il Dominante.
Mago Merlino?
Più avanti c’era soltanto il buio della foresta.
«Non riuscirai a vederlo, non è un tuo maestro» disse il
Dominante. «Noi possiamo vederlo, tu no.»

Poco dopo riaprii gli occhi, davanti alla mia scrivania. Del
seguito di quel viaggio ricordavo soltanto una scena,
stranamente precisa: un uomo disteso su un letto disfatto, in una
stanza troppo calda. L’uomo aveva indosso una camicia dalle
maniche ampie e pantaloni con l’allacciatura al ginocchio, come
nel XVIII secolo. Si alzava piano, scuotendo il capo, scontento.
Era il fabbricante di automi? domandai il giorno seguente.
«Sì, ma non lo vedi: lo stavi solo sognando» rispose il
Dominante. «E il semplice significato del sogno è questo:
l’uomo era un modo che avete a volte di sentire la vita nel
vostro Aldiquà, come una stanza troppo calda, senza finestre. E
in quei momenti dipende solo da voi: dovete alzarvi. E tornare
ai vostri automi. Perciò era il tuo fabbricante di automi.»
Aspettò che capissi, e proseguì: «Alzarsi e ricominciare è il
vostro maggiore eroismo, nell’Aldiquà. Sono momenti di
grande bellezza, come li vediamo noi: quando nell’Aldilà
imparate a superare i confini dei Cieli, e nel vostro mondo
sentite che vale ancora la pena di alzarsi al mattino e di fare
qualcosa. Poi anche voi ne sarete orgogliosi».
Poi quando?

229
«Fuori dal tempo, da dove vi guardiamo noi.»

E Merlino? Perché non ne ricordo niente? O non avevo visto


niente?
«Per un attimo l’hai anche visto: come un albero senza
foglie, nella foresta. Ma, anche se te ne ricordassi, non
riusciresti a trarne niente per ora: in quei territori le immagini
sono diverse, il campo visivo è ancora troppo ampio e profondo,
per te. Riuscite a coglierne qualcosa solo attraverso le storie. Ti
ricordi com’è la storia di Merlino?»

Storia di Merlino

La spada nella roccia, Artù, Viviana e Morgana e così via?


«Nella storia di Merlino ci sono due punti che non capite
mai» spiegò il Dominante. «E sono i due punti più importanti.
Anzi, la storia di Merlino è tutta quanta in quei due punti. Il
resto – la spada nella roccia, l’educazione di Artù, la tavola
rotonda – sono altri racconti, echi di altre storie che si sono
intrecciate alla sua. Quei due punti sono: la nascita di Merlino e
il momento in cui Merlino scompare nella prigione di Viviana.
«Merlino nasce dal diavolo: è così nella vostra storia, no? I
diavoli volevano fare quel che Dio aveva fatto con Maria: e
fecondarono una pia donna mentre dormiva…» Il Dominante
attese per qualche istante, mentre io, nella mia stanza a Milano,
prendevo da uno scaffale un libro su Merlino, per verificare; poi
proseguì: «Ma la donna, quando si svegliò, se ne accorse. E,
siccome era davvero molto devota, tanto pregò e tanto pianse
che i diavoli decisero di lasciar perdere, e di non occuparsi più
né di lei né del bambino. Così nacque Merlino: e aveva i poteri
dei suoi padri diavoli, ma non li ebbe mai come sue autorità,

230
dato che l’avevano abbandonato. Questo è il primo punto
importante. Stai prendendo nota, sì?».
Sì. Misi da parte il libro che avevo aperto e continuai a
prendere nota.
«Il secondo punto è il grande amore di Merlino per la sua
discepola Viviana, la Dama del Lago, signora di Brocéliande.
Quando era già diventato un mago potente, Merlino andava
spesso da Viviana, a istruirla nella magia, ed era felice con lei e
lei lo era con lui. Ricordi cosa ti dicevo dei grandi amori?
Anche per Merlino era così: anche lui, con questo suo amore,
scopriva un tratto in più del suo corpo maggiore. E anche lei,
naturalmente.
«Un giorno, mentre Merlino le dormiva accanto nella foresta,
Viviana gli tracciò intorno un cerchio incantato, e dal cerchio
fece sorgere una prigione invisibile, nella quale Merlino
scomparve per sempre. Lei sola, da allora in poi, poté andare a
trovarlo: e vi andò ogni giorno, e lì furono sempre felici
insieme.»
Perciò non ho potuto vederlo?
«Non puoi vederlo perché Merlino sei tu. Ognuno di voi è
Merlino: perciò potete solo incontrarlo, e non vederlo.»

È questo l’indovinello nella storia di Merlino?


«Ogni singola frase è un indovinello, in quei due punti della
storia. E le soluzioni sono queste, ascolta: Merlino è ciò che voi
diventate quando cominciate a scoprire i vostri poteri. Ed è
figlio del diavolo e abbandonato dal diavolo, perché quando
scoprite i vostri poteri il diavolo rimane indietro – dato che,
come sai, è il confine che attraversate per poterli scoprire.»
Ed è padre in che senso?
«Nello stesso senso in cui tu vedevi in tuo padre una persona
a cui chiedere il permesso di fare qualcosa. È la stessa idea che

231
compariva in quella frase del Vangelo…»
Ma non era falsata, quella frase?
«Sì, e la storia di Merlino ha attinto da quella falsificazione,
e ha fatto diventare vero quel passo manipolato di Giovanni.»
«Ha cambiato il passato» mi fece notare l’Austero.
«Ragiona» proseguì il Dominante. «I vostri genitori sono
sempre la soglia che varcate per entrare nel vostro mondo; e ci
sono soglie in tutti i mondi in cui entrate. Per entrare nel vostro
mondo vi serve un corpo: e voi varcate la soglia del corpo di
vostro padre e di quello di vostra madre, e avete un corpo. Ma
non appena l’avete, vi accorgete di essere più di quel corpo, non
è vero?
«Allo stesso modo, per scoprire i vostri poteri dovete varcare
il confine di quei poteri; e quel confine è ciò che voi chiamate il
diavolo; lo varcate, e vi accorgete di essere più di quel che il
confine ha potuto farvi diventare. Così ve lo lasciate alle spalle,
anche quando diventate Merlino.»
«Come dice un altro passo» aggiunse l’Austero:
Se il Figlio vi libera, allora siete liberi davvero. 33
È come nella storia di Teseo, quando suo padre muore?
«Tale e quale. Così è per Teseo, e per Edipo, e anche per
Gesù: suo padre Giuseppe rimane indietro e scompare. Così è
per tutti i vostri genitori.»
E sarà così anche con Dio Padre?
«Certo. Perciò si chiama Padre. Quando sarete arrivati a
varcarlo, vi lascerete alle spalle anche quello.»

E la storia con Viviana?


«Anche Viviana siete voi.
«Viviana è ciò che siete nel vostro Aldiquà. La sua prigione
invisibile è il grembo in cui portate Merlino: voi siete la madre
del Merlino che diventerete. Così, vedi, la fine della storia di

232
Merlino è anche il suo inizio: e tutta la storia serve a mostrarvi
che voi siete sua madre e i suoi discepoli al tempo stesso.»
Quindi anche la prigione invisibile di Merlino è in ogni
individuo?
«Sì, ma il vostro Aldiquà non è posto per lui. O almeno non
ancora, non nel mondo com’è ora. Perciò, in tante sue avventure
di mago, Merlino non agisce in prima persona: fa fare le cose ad
altri, ad Artù, ai cavalieri, a Viviana… Proprio come il corpo
maggiore. Educa, guida, consiglia, sconsiglia: agisce attraverso
il vostro io piccolo.
«Come il corpo maggiore, così anche Merlino esiste altrove:
là dove diventate immensi e vuoti e aperti alle energie degli
universi. Nel vostro mondo, invece, voi vi svegliate, vi alzate,
eroicamente, come Biancaneve dalla sua bara di cristallo, e fate,
agite… Imparate piano piano ad adoperare quelle energie, come
Viviana nella foresta di Brocéliande.»
La foresta di Brocéliande rappresenta la Terra?
«Non la Terra. La Terra è il regno di Artù. Brocéliande è il
vostro piccolo Aldilà personale, dove imparate da Merlino, e
dove vi accorgete – piano piano! – di avere Merlino dentro di
voi, nascosto come nella pancia della mamma.»
«Buon Natale!» rise l’Austero.
«Già,» anche il Dominante sorrise «è una vostra nuova
religione che deve nascere dopo il cristianesimo; se pure si può
parlare propriamente di religioni nuove.»
Una volta mi avevate detto che noi siamo nel corpo
maggiore come nella pancia della mamma: qui non è il
contrario?
«Non ti ho anche detto che i confini dell’Aldilà sono fatti di
specchi? E che nell’Aldilà ciò che è contenuto contiene? Così,
vedi, il segreto più semplice della storia di Merlino è che nella
prigione invisibile ci siete voi, e Merlino vi vede da fuori.
«A voi sembra che lui sia invisibile e rinchiuso. In realtà lo
siete voi. E quanto più imparate a fare le cose per gli altri invece

233
che per voi stessi soltanto, tanto più imparate anche a far
nascere Merlino in voi stessi e a lasciarvi alle spalle l’io
piccolo.»
«A far nascere Merlino, Teseo, Gesù, Prometeo» aggiunse
l’Austero «invece di starvene lì a coccolarvi e a fare da scatola
al vostro cuore. Su, viaggiamo più in là? Qui, col diavolo e con i
confini abbiamo proprio finito, direi.»

Più in là ci sono posti pericolosi come quello delle maschere?


«Pericolose le maschere?» si meravigliò il Dominante. «Le
maschere che duellavano erano una scena drammatica, per il tuo
divertimento.»
Era un vostro scherzo?
«No, no: era vera; ma era divertente. Quando voi non capite
qualcosa, avete due modi di resistere all’intelligenza: uno è la
drammaticità, l’altro è l’ansia. Sono due facce della stessa
corazza, buie da dentro e divertenti da fuori.
«Per esempio, nelle storie di Merlino la drammaticità sono i
cavalieri: le svariate vicende dei cavalieri, che avete aggiunto
alla storia di Merlino per non capirne i due punti principali.
Anche per questo i cavalieri hanno la corazza.»
Drammaticità in che senso?
«Agitazione, tanta buona volontà, tensione. Lo sguardo
eroico di chi cerca una morte da guardare in faccia. La bocca
seria di chi cammina pensando intensamente. E il tutto molto
teatrale. Ecco, questa drammaticità è la maschera che indossate
quando non riuscite a capire qualcosa.
«Davvero è divertente a vedersi, perché in realtà anche in
quei momenti avete capito benissimo: solo che capire è una
sensazione sottile, e voi nella drammaticità vi gonfiate, vi
appesantite, vi corazzate; insomma, fate di tutto per non sentirla

234
più, quella sensazione così sottile e leggera. È spassoso, per gli
altri.»
«Per noi» precisò l’Austero. «E ricordati: capire è sempre
divertente, per un verso o per l’altro.»
«L’ansia, invece,» continuò il Dominante «è quando ripeti
sempre le stesse domande per convincerti che non hai ancora
capito. Questo è di nuovo diabolico, è un contrabbandare il
diavolo oltre il suo confine. La drammaticità è molto meglio.»
Non era tanto divertente quando si accoltellavano, là.
«Oh, sì che lo era» insistette l’Austero. «Ridevano tutti, e
anche tu. Non te ne sei accorto?»

33 Giovanni 8,36.

235
XXV
La disobbedienza

Stavamo camminando, di nuovo.


Adesso si partirà sempre così per i viaggi, senza che me ne
accorga?
«Non sempre, non necessariamente. Ma puoi esercitarti a
fare così, se ti piace. È anche questo un modo per non ricorrere
alle parole quando agisci.»
Scendevamo lungo un pendio; la bambina diceva qualcosa al
vecchio con le ali, che si era chinato ad ascoltarla. Era un
pendio di campi, con boschi intorno.
Perché c’è spesso un bosco intorno, durante i viaggi?
«Perché devi imparare» rispose l’Austero. «Il bosco intorno è
la cornice in cui cerchi ancora di chiudere le cose. Imparando ti
accorgerai che non serve, e allora non lo vedrai più.»

«Non solo non serve» aggiunse il Dominante. «È quello che


rimane delle vostre obbedienze, e tutto sommato le vostre
obbedienze sono soltanto dannose.

236
«Hai notato che nelle epoche di grande obbedienza, quando
vi sentite progrediti, evoluti e fieri del vostro Aldiquà, succede
sempre che il numero delle malattie nuove aumenta e che le
capacità dei vostri medici diminuiscono? Pesti, epidemie…
«È perché con quel vostro obbedire frenate la conoscenza
nelle vostre menti; ed è una pessima cosa, perché la conoscenza
non si può fermare in nessun modo. Fermate nelle menti la
vostra capacità di conoscere, e allora la conoscenza cresce nei
vostri corpi. Voi difendete da voi stessi ciò che sapete,
difendendo voi stessi da ciò che non sapete: e allora la vostra
conoscenza si amplia malgrado voi, e a vostro danno. Urge, vi
incita, con le malattie, fino a che non riesce a trascinarvi di
nuovo avanti.»
Vuoi dire che, se gli uomini obbedissero meno, si
ammalerebbero meno?
«Proprio così. In ogni caso, è solo disobbedendo che riuscite
a guarire da quelle malattie nuove. A un certo punto qualcuno
smette di obbedire al presente e va a cercare nel futuro, cioè in
quello che ancora non volete vedere in voi stessi. E nel futuro
trova la cura giusta: allora tutto quello che sapevate prima, e a
cui obbedivate, diventa passato.
«Perché uno ci riesce e gli altri no? Solo perché non
obbedisce. Non sta lì a fare i conti del male che ha fatto e che ha
subìto, dei vostri accordi sulle cose permesse o proibite, sui
vostri tabù e sui vostri karma. Fa e basta.»
«Gli altri hanno paura che il loro mondo crolli e che gli crolli
addosso» disse l’Austero. «E venerano i propri confini, come se
fossero Dei.»
Invece il confine è il diavolo.
«Invece il confine è il diavolo» approvò il Dominante.

In fondo al pendio c’era un fiume, bruno e giallastro, quasi dello

237
stesso colore dell’erba del pendio e dei campi sull’altra riva.
«Tu cerca di obbedire soltanto alle promesse che trovi in te, e
alle tue imprese di coraggio» continuò il Dominante, mentre ci
avvicinavamo al fiume. «Trovati occasioni nel mondo: fa’
qualcosa e cerca qualcosa che ti leghi al tuo mondo, perché
soltanto lì puoi obbedire alle tue promesse; e fa’ crescere a
ritroso la tua storia finché ne esci. È la tua unica libertà, nell’io
piccolo.»
In che senso?
«Il vostro io piccolo cerca sempre di ritagliarsi angoletti di
libertà per sé, e finisce sempre per dipendere da altri. A noi quel
genere di libertà non interessa, e ormai non dice più niente
neanche a te.»
Sì, ma intendevo: in che senso «la mia storia a ritroso»?
Anche le nostre vite sono storie da interpretare a ritroso?
«Sì, finché non imparate a dimenticarle. Dimenticarle è
ancora più utile che interpretarle, e molto più difficile.»
«Poi dimenticherai anche noi» disse l’Austero.
No. Perché dici così? e mi fermai.
«Anche noi siamo un tuo confine» rispose il Dominante.
«Viviamo perché tu ci presti questa cosa preziosa, la vita, il
linguaggio, e noi in cambio ti spieghiamo queste cose, che non
potresti conoscere in nessun altro modo. Quando le avrai
conosciute passerai oltre, e noi non ci saremo più.»
Ma io non voglio.
«Ah, non ha importanza» disse il Dominante, lanciando
un’occhiata all’Austero, e poi avviandosi lungo la riva del
fiume.

238
ANNOTAZIONI

239
1
Come incontrare i propri Spiriti-guida

Gli Spiriti-guida – o Spiriti della Ricchezza, come li chiamò


Esiodo – sono un aspetto della realtà della psiche noto e
amorevolmente studiato in tutte le culture religiose e anche
nella psicologia moderna, almeno a partire dagli esperimenti di
Carl Gustav Jung 34 con il suo celebre «maestro Basilide». E
ogni cultura religiosa, e ogni studioso, ha le proprie tecniche per
stabilire con gli Spiriti-guida un contatto durevole. Ho
analizzato altrove 35 i tratti fondamentali di queste tecniche e i
presupposti del loro funzionamento. Qui di seguito illustro
quella che a me sembra oggi la tecnica più semplice, più
efficace e soprattutto più controllabile, tale cioè da escludere
ogni eventualità di improvvise «comunicazioni spontanee» da
parte degli Spiriti-guida nel corso della vita quotidiana. È una
semplice ginnastica mentale, in quattro movimenti che, un po’
come i passi di danza, solo all’inizio necessitano dell’ausilio
della memoria e in breve tempo divengono del tutto automatici.
Quanto alla durata, questa danza d’accesso richiede, la prima
volta, poco più di mezz’ora; dopo qualche «discesa», durerà tre
minuti soltanto – a meno che il viaggiatore non si soffermi per
una qualche ragione a osservare i vari mutamenti della sua
coscienza durante il percorso. Per maggiore comodità, consiglio
al lettore di leggere i quattro movimenti al registratore,

240
lentamente, con una breve pausa (una decina di secondi) a ogni
asterisco e con una pausa più lunga (almeno due minuti) tra un
movimento e l’altro; e di eseguirli ascoltando la registrazione.
Alcuni sostengono che per un miglior risultato occorra, la prima
volta, eseguire i quattro movimenti insieme con altre persone,
almeno una decina – per sfruttare il «campo energetico» che
sempre si forma quando alcune persone fanno qualcosa insieme.
Se non conoscete nessuno che accetti di avventurarsi con voi
nell’Aldilà personale, consiglio di cominciare questo esercizio,
la prima volta, alle ore 22 di un giorno qualsiasi; è come un
appuntamento ideale: così, potrete contare sul fatto che in quello
stesso momento altri lettori di questo libro stiano imboccando
come voi questa via della percezione, e che un «campo
energetico» utile stia formandosi tra voi e loro.
La posizione migliore per questo genere di esercizi è seduti,
con i gomiti su un tavolo o sui braccioli della sedia. Tenete a
portata di mano un quaderno aperto, e una penna.

Primo movimento

Chiudete gli occhi. E pensate alla vostra palpebra destra. Alla


pelle delicata della palpebra, alle ciglia.
E immaginate una carezza leggera, di due dita, che passa
piano piano lungo tutta la palpebra destra, dalla ghiandola
lacrimale fino alla coda dell’occhio.
Proprio vicino alle ciglia.
Piano, dolcemente. Non c’è fretta. Immaginatela una volta. E
ancora: un’altra volta. È molto piacevole. Una carezza leggera
leggera. E – sentite? – la palpebra destra adesso sembra un poco
più morbida, più calda, dolcemente pesante.
Ora, allo stesso modo, pensate alla vostra palpebra sinistra.
Percepite, senza toccarle, la delicata pelle della palpebra
sinistra, e le ciglia. E proprio come prima, immaginate una

241
carezza leggera, di due dita soltanto, che passa piano piano
lungo tutta la palpebra sinistra, dalla ghiandola lacrimale fino
alla coda dell’occhio. Passa proprio vicino alle ciglia.
Dolcemente. Immaginatela una volta. Immaginatela ancora;
è piacevole. Una carezza leggera. E anche la palpebra sinistra –
sentite? – diventa un poco più morbida, più calda, dolcemente
pesante.
Concedetevi qualche istante per sentire meglio questa
sensazione di morbido tepore delle palpebre. Sentite che, piano
piano, si estende? Quel tepore scende lungo le guance. Oppure
sale, lentamente, oltre le sopracciglia, sulla fronte.
Lasciate che vada dove vuole. Dove sa. È una sensazione
non soltanto piacevole, ma preziosa: dovunque arriva, quella
sensazione di morbida pesantezza porta riposo, lascia uscire
tensione, stress.
Ed è una sensazione intelligente, sa dove andare.

***

Lasciate, per qualche istante, che vada e svolga il suo compito


riposante. Non c’è fretta. Concedetevi questo lusso.

***

Ora portate di nuovo l’attenzione sulle vostre palpebre, e


riaprite lentamente gli occhi.

Secondo movimento

Guardatevi intorno – a occhi aperti, per ora. C’è qualcosa di


rosso in casa? Osservate il colore rosso. E c’è qualcosa di
arancione? Osservate il colore arancione. Poi qualcosa di giallo;
di verde; e di azzurro. Se c’è qualcosa color indaco, osservate il
colore indaco: se no, sappiate che è un azzurro molto scuro,

242
quasi nero. Infine, osservate qualcosa di violetto. Nel secondo
movimento utilizzeremo questi sette colori, a occhi chiusi.

Ora chiudete gli occhi; i polsi sono appoggiati al tavolo, la


schiena è diritta.
Di nuovo, proprio come prima, pensate alla vostra palpebra
destra. Immaginate una carezza leggera, di due dita, che passa
lungo tutta la palpebra destra, dalla ghiandola lacrimale fino alla
coda dell’occhio; vicino alle ciglia. Piano, piano; è piacevole
davvero: una carezza così leggera. E – sentite? – la palpebra
destra sta diventando più morbida, più calda, dolcemente
pesante.
Poi, pensate alla vostra palpebra sinistra. Immaginate una
carezza leggera, solo due dita, che passa piano lungo tutta la
palpebra sinistra, dalla ghiandola lacrimale fino alla coda
dell’occhio. Vicino alle ciglia, piacevole, dolce. E anche la
palpebra sinistra – sentite? – diventa più morbida, più calda,
dolcemente pesante.
Concedetevi qualche istante per sentire meglio questa
sensazione di morbido tepore sulle palpebre. Lasciate che
questa sensazione vada dove vuole: è preziosa. Porta riposo,
lascia uscire tensione, stress. E sa dove andare: lungo il collo;
oppure intorno all’orecchio; o più in là, lungo la nuca, dove di
solito si accumula tanta tensione.
Lasciate che vada e svolga il suo compito. Che fretta c’è?
Prendetevi questo piccolo lusso, ogni volta, a ogni discesa.

***

Ora, a occhi chiusi, immaginate di vedere davanti a voi qualcosa


di rosso. Non importa cosa. Un maglione rosso. Un’automobile
rossa. O anche solo un puntino rosso, per un secondo.
Qualunque cosa va bene purché sia di colore rosso, in
qualunque parte dello schermo buio che avete ora dinanzi a voi.

243
Il colore rosso.

***

Ora il colore arancione. In qualunque punto dinanzi a voi,


immaginate qualcosa di arancione. Un’arancia. O un tramonto.
Qualsiasi cosa. Anche solo per un istante.
Se non riuscite a visualizzare il colore (tanti non ci riescono,
le prime volte), immaginate una mano che lentamente scrive
nell’aria la parola: arancione.

***

E ora il giallo. Immaginate qualcosa di giallo. Giallo come il


limone. Oppure, come il sole che disegnano i bambini. Il colore
giallo. O, se non riuscite a visualizzare il giallo, immaginate una
mano che scrive: giallo.

***

Ora il verde. È il più facile di tutti. Immaginate una foglia: ed


eccolo, ben visibile, il colore verde. Il colore verde.

***

Ora l’azzurro. Immaginate qualcosa d’azzurro. Azzurro carico.


Come il cielo nelle cartoline del mare. Azzurro. Oppure la mano
che lentamente, senza fretta, scrive: azzurro.

***

Ora l’indaco. Immaginate il colore indaco. Indaco, come il cielo


di notte. Il colore indaco.

***

244
E, infine, il colore più leggero e più misterioso di tutti: il colore
violetto.

***

Al di sotto del colore violetto, vedete, c’è una strada: lì


comincia una strada. Date soltanto un’occhiata dall’alto, non
percorretela ancora.
E ora risaliamo, lungo i colori, piano piano.
Il colore violetto.
Il colore indaco.
Il colore azzurro.
Il colore verde.
Il colore giallo.
Il colore arancione.
Il colore rosso. Al colore rosso, sentite di nuovo le vostre
palpebre, e riaprite lentamente gli occhi. Appena avrete riaperto
gli occhi, annotate in breve sul quaderno ciò che avete visto
dell’imbocco di quella strada.

Terzo movimento

Mettetevi comodi, sulla sedia – ma sempre con la schiena


diritta.
E pensate alla vostra palpebra destra. Immaginate la carezza
leggera – la punta di due dita – che passa piano piano lungo
tutta la palpebra destra, dalla ghiandola lacrimale fino alla coda
dell’occhio, proprio vicino alle ciglia. Piano, piano, dolcemente.
E la palpebra destra sta diventando più morbida, calda,
dolcemente pesante.
Poi pensate alla vostra palpebra sinistra. E immaginate la
carezza leggera, di due dita soltanto, che passa piano piano

245
lungo tutta la palpebra sinistra, dalla ghiandola lacrimale fino
alla coda dell’occhio; vicino alle ciglia: piacevole, dolce.
E anche la palpebra sinistra sta diventando più morbida,
calda, dolcemente pesante.
Concedetevi, anche questa volta, qualche istante per sentire
meglio il tepore delle palpebre. Non c’è fretta. Lasciate che
questa sensazione di tepore vada dove vuole: è preziosa, porta
riposo, dovunque arrivi. Se scende lungo il collo e poi lungo il
petto, lasciatela fare. Sa dove andare. Lasciate che svolga
tranquillamente il suo compito.

***

Ora scendiamo lungo i colori.


Immaginate il colore rosso. Il colore rosso.
Poi il colore arancione. Come un’arancia. Oppure la mano
che scrive la parola: arancione. Il colore arancione.
Poi il colore giallo. Come il sole che disegnano i bambini. Il
colore giallo. Il colore giallo.
Poi il verde. Come una foglia. Il colore verde.
Poi l’azzurro. Come il cielo nelle cartoline del mare. Il colore
azzurro.
Poi il colore indaco. Come il cielo di notte. Il colore indaco.
E poi il colore più leggero e più misterioso di tutti: il colore
violetto.
Al di sotto del colore violetto, vedete, c’è ancora l’imbocco
della strada: percorretela, questa volta. È in leggera discesa,
vedete? Proseguite. Fate caso ai dettagli: osservate bene ciò che
avete intorno, sulla destra, sulla sinistra.

***

Ci sono case, marciapiedi? O è una strada di campagna? O c’è il


mare? Fate caso ai dettagli. E il fondo della strada com’è? C’è

246
ghiaia, o terra battuta, o è asfaltata? Guardate bene.

***

Continuate. Si va di buon passo, lungo queste strade. Ora –


vedete? – c’è uno spiazzo in fondo alla strada, ampio, comodo.
Lì fermatevi. Infilate una mano nella tasca destra e sentite cosa
c’è: qualcosa di morbido – di velluto, o di pelle di daino, non si
capisce bene. Prendetelo, guardate cos’è.
È un sacchetto, morbido, di velluto.
Di che colore è? Di che colore è la cordicella che lo chiude?
Guardate bene.
Tirate i capi della cordicella, apritelo. E infilate dentro la
mano. C’è una sostanza leggera: più leggera della cipria, più
leggera della cenere. Appena più densa dell’aria. Guardate
com’è, sulla punta delle dita.
Questa sostanza ha poteri molto speciali. Sperimentate uno di
questi poteri: tracciate nell’aria, proprio davanti a voi, una
cornice – di una forma che vi piaccia. Vedete? La cornice
rimane. Prendete ancora un po’ di quella sostanza, e plasmate la
vostra cornice in qualsiasi materiale vi piaccia. Quel materiale
prenderà subito forma sotto le vostre dita, e rimarrà. Non ponete
limiti all’immaginazione: volete che sia una cornice d’oro? O di
acqua? Di diamanti? O di nuvole?
Un pizzico della sostanza che avete nel sacchetto farà
comparire qualsiasi materiale vorrete. Continuate a lavorare alla
vostra cornice, a plasmarla – per almeno un minuto.

(venti secondi di silenzio)

Mentre la state tracciando non vi piace più? Potete cancellarla: è


sufficiente un gesto, come per diradare del fumo. Tracciate e
ritracciate la cornice, fino a quando vi piacerà.
E ricordate: a ogni discesa potrete cambiare questa cornice,

247
con un po’ della vostra polvere. Questo è il regno della
trasformazione, e tutto può cambiare qui: e voi, soltanto voi,
siete i padroni, qui.

(trenta secondi di silenzio)


Date un’occhiata alla cornice. Può andare? Per ora sì. Rimettete
in tasca il sacchetto. Ora, allarghiamo la cornice. Appoggiate i
palmi delle mani al lato superiore della cornice, e spingete
delicatamente verso l’alto, fino a dove arrivano le vostre
braccia: la cornice si allargherà verso l’alto.
Ora appoggiate i palmi ai due lati laterali della cornice,
sempre dall’interno, e allargate le braccia – come quando ci si
stira al mattino. La cornice si allargherà anche lateralmente.
Infine, appoggiate i palmi sul lato inferiore della cornice, e
spingete delicatamente fino a che la cornice si venga a trovare a
circa mezzo metro da terra, o poco meno.
Ecco fatto.
Ancora un dettaglio: sfiorate con una mano il centro della
cornice, spostatela un poco verso sinistra, e lì a sinistra premete
leggermente. Qualcosa si sposta all’interno della cornice:
sentite? Qualcosa, una superficie invisibile, si è spostata,
aprendosi come una porta. Riportate indietro la mano e –
sentite? – quella superficie invisibile si richiude, con un leggero
scatto.
Provate ancora una volta.
Ecco. Basta così, per il momento.
Ora riponiamo la cornice. Si fa così: premete delicatamente
sui lati della cornice, verso l’interno. La cornice si
rimpicciolisce. Diventa larga come un giornale; premete ancora:
sarà grande come una rivista. Poi come un libro; poi come una
carta d’identità; poi come un francobollo. Poi come un granello
di ghiaia.
Riponete quel granello di ghiaia nel sacchetto che c’è nella
vostra tasca destra. Lì lo ritroverete ogni volta.

248
Ora voltatevi, e percorrete la strada fino ai colori. E risaliamo
lungo i colori.
Il colore violetto.
Il colore indaco.
Il colore azzurro.
Il colore verde.
Il colore giallo.
Il colore arancione.
Il colore rosso.
Al colore rosso, sentite di nuovo le vostre palpebre, e riaprite
lentamente gli occhi. Appena avrete riaperto gli occhi, annotate
in breve sul quaderno qual è la forma, il colore e il materiale
della vostra cornice.

Quarto movimento

Prima di questo quarto movimento provate a scrivere sul


quaderno, a occhi chiusi, una fila di i (col puntino). Una fila di
u. Una fila di r. Proprio come in prima elementare, ma a occhi
chiusi.
Vedete che è facile?
Provate una fila di s, che di solito è la lettera più complicata
da scrivere con gli occhi chiusi.
Ricordate: è indispensabile che durante le conversazioni con
i vostri maestri voi prendiate nota, con la grafia più chiara
possibile. Tutto ciò che non annoterete di quelle conversazioni
(sia le vostre domande, sia le loro risposte) scomparirà dalla
vostra memoria nel giro di pochi secondi, quando avrete
riaperto gli occhi, proprio così come a volte scompaiono i sogni,
al mattino.
Per evitare che, scrivendo a occhi chiusi, le righe si
sovrappongano e divengano illeggibili, potrete appoggiare sul
margine del quaderno la mano che non scrive, e toccarla con

249
l’indice dell’altra mano ogni volta che andrete a capo: così
saprete quanta distanza c’è tra la riga precedente e la nuova riga.
Oppure, potrete tracciare una linea diagonale, discendente,
dall’ultima lettera di una riga alla prima lettera della riga
successiva.

***

Ora posate la penna e chiudete gli occhi.


L’inizio sarà sempre uguale.

***

Mettetevi comodi, sulla sedia – con la schiena diritta.


E pensate alla vostra palpebra destra. Immaginate la carezza
leggera – la punta di due dita – che passa lungo tutta la palpebra
destra, dalla ghiandola lacrimale fino alla coda dell’occhio,
proprio vicino alle ciglia. E la palpebra destra diventa più
morbida, calda, dolcemente pesante.
Poi pensate alla vostra palpebra sinistra. E immaginate la
carezza leggera, di due dita soltanto, che passa lungo tutta la
palpebra sinistra, dalla ghiandola lacrimale fino alla coda
dell’occhio; vicino alle ciglia: piacevole, dolce.
E anche la palpebra sinistra diventa più morbida, calda,
dolcemente pesante.
Concedetevi ogni volta qualche istante per sentire meglio il
tepore delle palpebre. Non c’è fretta. Lasciate che questa
sensazione di tepore vada dove vuole: è preziosa, porta riposo,
dovunque arrivi.
Lasciate che svolga tranquillamente il suo compito.
E intanto, pensate alle domande da rivolgere ai vostri
maestri, che incontreremo tra poco.

***

250
Non ponete domande la cui risposta sia semplicemente «sì» o
«no».
Pensate a domande che permettano di conversare un po’; a
richieste di spiegazioni, racconti, indicazioni, notizie di cui
avreste bisogno.

***

Ora scendiamo lungo i colori.


Immaginate il colore rosso.
Poi il colore arancione. Oppure la mano che scrive la parola:
arancione. Il colore arancione.
Poi il colore giallo. Come il sole che disegnano i bambini.
Poi il verde. Come una foglia.
Poi l’azzurro. Come il cielo nelle cartoline del mare.
Poi il colore indaco. Come il cielo di notte.
E il colore più leggero e più misterioso di tutti: il colore
violetto.
Al di sotto del colore violetto c’è ancora l’imbocco della
strada: percorretela.
Se si è modificata rispetto alla volta precedente, va
benissimo così. Questo è il regno della trasformazione. Si
modifica per adattarsi a voi.
Voi, semplicemente, fate caso ai dettagli: osservate bene ciò
che avete intorno, sulla destra, sulla sinistra.

***

Arrivate allo spiazzo che è in fondo alla strada. Dal sacchetto


che è nella vostra tasca destra prendete quel granello, come di
ghiaia, premetelo tra le mani, plasmatelo, e in pochi istanti ne
prenderà forma la vostra cornice, nella forma che le avevate
dato la volta scorsa.
Vi piace?

251
Se non vi piace, modificatela usando un po’ della vostra
polvere.

(quindici secondi di silenzio)

Ecco, così può andare, per ora.


Adesso, allargate la cornice premendo sui lati: verso l’alto,
verso destra, verso sinistra, verso il basso. Premete
delicatamente con una mano all’interno della cornice, sulla
sinistra. Lasciate che si apra lo schermo invisibile che è
all’interno della cornice, e scavalcate il lato inferiore – prima
con una gamba, poi con l’altra.
Ora siete dall’altra parte della cornice; chiudete quello
schermo con una leggera pressione.
Quello schermo obbedisce soltanto al tocco della vostra
mano. Soltanto voi potete aprirlo e chiuderlo.
Voltatevi, e guardate cosa c’è, dall’altra parte della cornice.
Un pendio.
L’orizzonte, liscio. È il mare.
Non ci sono nuvole.
Immaginate l’odore del mare, il rumore, leggero.
Sulla destra – vedete – c’è un molo. Scendete verso quel
molo.
Accanto al molo c’è un motoscafo in attesa. Ha una forma
curiosa; ma funziona benissimo. Accomodatevi sul motoscafo,
sul sedile posteriore. Non c’è nessuno alla guida, il motoscafo
va da sé, e sa dove deve andare. Lasciate che vi porti. Si muove.
Parte.
Questa è la parte più riposante del viaggio: non occorre che
facciate nulla, semplicemente godetevi il viaggio in motoscafo.
Guardatevi intorno, mentre il motoscafo va. Com’è il sedile,
di che colore è? Guardate com’è la costa che si allontana. È già
lontana; il motoscafo è veloce.
Curva lentamente verso destra. E vedete già la destinazione,

252
l’isola. Il motoscafo si avvicina all’isola, trova il punto migliore
per approdare, approda. Si ferma.
Scendete sulla spiaggia dell’isola.
E andate verso l’interno. Troverete quasi subito l’apertura di
una caverna – è molto grande. Entrate.
Percorrete le scale: c’è una rampa di scale, che sembra
costruita da poco. Un pianerottolo. E un’altra rampa di scale.
Percorretela.
Siamo arrivati.
Questa che vedete, in fondo alle due rampe di scale, è la
vostra stanza tonda. Qui solo voi potete entrare.
È tonda: il pavimento è circolare. Il soffitto è tondo, a volte.
Sulle pareti ci sono molte porte. Guardatele: sono davvero
molte; la prospettiva della stanza è ingannevole: guardando tutte
quelle porte, ci si accorge che la stanza è molto più ampia di
come era sembrata all’inizio.
Una delle porte è aperta, la prima sulla sinistra. Entrateci.
È un magazzino: contiene molte, molte cose, come vedete.
Scegliete, tra queste cose, una che serva ad arredare la vostra
stanza tonda, a renderla più accogliente, più bella.

***

Prendete quel che avete scelto e portatelo nella stanza tonda.


Ogni volta che scenderete nella stanza, date un’occhiata in
magazzino, per scegliere qualche altro arredo o oggetto che la
renda più accogliente.
I vostri maestri, intanto, sanno bene che siete arrivati.
Tra poco entreranno. Mettetevi al centro della stanza,
riposatevi un poco, e aspettate.
Una raccomandazione, prima che entrino: siate sempre
affettuosi con i vostri maestri, così come loro lo saranno con
voi. Non limitate l’espressione del vostro affetto. Non c’è

253
nessuno che vi veda e vi critichi, qui. Siate semplicemente
affettuosi.
Ecco.
Una delle porte si sta aprendo. Andate incontro al vostro
primo maestro.
Salutatelo affettuosamente. Siate sempre affettuosi, con loro.

***

Forse è un volto che conoscete già. Forse non lo conoscete


ancora.
Forse è invisibile, come lo erano i miei maestri.
Seguitelo. Vi sta accompagnando verso un’altra porta, la
apre. Quello che entra da quest’altra porta è il vostro secondo
maestro.
Salutatelo affettuosamente. Siate sempre affettuosi con i
vostri maestri. Salutateli anche da parte mia.

***

E ora prendete la penna e fate domande.


Non diranno nulla finché non domanderete.
Prendete nota delle risposte. Ricordatevi: tutto ciò che non
scriverete andrà perso, prendete nota.
Se dopo una domanda vi sembra di non udire nulla, è
soltanto un’impressione: lasciate che la penna scriva, non
frenatela; o magari, scrivete voi stessi le prime parole, a caso, e
vedrete che la risposta prenderà forma rapidamente, da sé, come
una dettatura.

***

Potete domandare qualsiasi cosa. Se vi sembra di stare


inventando, anche questa è solo un’impressione. Quando

254
rileggerete, vi accorgerete che non siete stati voi a fabbricare le
risposte.

***

I maestri vi spiegheranno tutto il necessario. Oh, non ora, certo.


Col tempo. Questa volta si tratta soltanto di fare conoscenza. A
proposito, la domanda che preferiscono è: «In che senso?».
Domandate spesso: «In che senso?», dopo una loro risposta.
Conversate con i vostri maestri, per cinque, lunghi minuti. A
partire da questo istante.

(cinque minuti di silenzio)

Basta così, per ora.


Potrete tornare qui quando vorrete, e proseguire questa
conversazione e cominciarne di nuove. Ora congediamo i
maestri.
Per congedare i maestri, accompagnate il vostro secondo
maestro alla porta che vi indicherà, salutatelo affettuosamente
(siate sempre affettuosi con loro) e, quando è uscito, tastate la
porta per assicurarvi che sia chiusa.

***

Allo stesso modo, accompagnate il vostro primo maestro alla


porta che vi indicherà, salutatelo affettuosamente e, quando è
uscito, tastate la porta per assicurarvi che sia chiusa.

***

Date un’occhiata intorno: nella vostra stanza tonda tutto è in


ordine. Risaliamo. Avviatevi lungo la scala, e ai primi gradini
fate un profondo respiro, molto profondo, e – vedete? – siete già
alla cornice.

255
Premete delicatamente all’interno della cornice, sulla destra,
e lo schermo invisibile si aprirà. Scavalcate la cornice, prima
con una gamba, poi con l’altra. Richiudete quello schermo con
una leggera pressione, e rimpiccolite la cornice, come sapete
fare: è sufficiente che premiate delicatamente sui lati. Diverrà
più piccola, tornerà a essere quel granello come di ghiaia.
Riponete il granello nel sacchetto, nella vostra tasca destra. E
percorrete la strada che vi riporta verso i colori (è molto più
breve al ritorno, vedete?). Risalite lungo i colori.
Il colore violetto.
Il colore indaco.
Il colore azzurro.
Il colore verde.
Il colore giallo.
Il colore arancione.
Il colore rosso.
Al colore rosso, sentite di nuovo le vostre palpebre, e riaprite
lentamente gli occhi.
Appena avrete riaperto gli occhi, rileggete quel che avete
scritto sul quaderno e, dove non si legge bene, riscrivete meglio
le parole o le lettere incomprensibili.

***

Questi sono i quattro movimenti; non occorre altro, per l’avvio.


La lentezza dell’esercizio e l’attenzione per i dettagli sono
molto importanti, servono a dare il giusto tempo a tutte le fasi di
questa discesa psichica. La seconda volta che si torna dai
maestri è sufficiente ricordare (o riascoltare con il registratore)
il quarto movimento. La successione dei colori, l’apertura della
cornice, il viaggio in motoscafo, la discesa nella stanza
diverranno via via molto rapidi.
Quanto al motoscafo, qualcuno può trovare fuori luogo che si
vada nell’Aldilà con un mezzo tanto moderno: ma è bene così;

256
quel motoscafo (la presenza di un motore, in particolar modo)
risponde a una precisa necessità, che i maestri vi spiegheranno
dettagliatamente, se glielo domanderete.
Le conversazioni con i maestri possono durare quanto volete:
nei primi tempi è meglio limitarsi a una mezz’ora al massimo,
per non stancare l’attenzione; in seguito potrete rimanere a
conversare anche un paio d’ore. Per tutto il resto, saranno i
maestri a darvi istruzioni, chiarimenti e consigli.

34 C.G. Jung, Erinnerungen, Träume, Gedanken, 1961; trad. it. Sogni, ricordi,
riflessioni, Rizzoli, Milano 1978.
35 I. Sibaldi, I maestri invisibili, Mondadori, Milano 1997; e Il mondo invisibile,
Frassinelli, Milano 2006.

257
2
Il diavolo nella Bibbia

Nell’Antico Testamento il diavolo o Satana compare tre volte


soltanto, come figura ben definita:
1) nel Libro di Giobbe (1,6-12 e 2,1 sgg.), dove Satana è
presentato addirittura come uno dei «figli di Dio» (precisamente
dell’Elohiym, cioè della Divinità suprema, creatrice) e, insieme
al Dio della Terra, YHWH , mette alla prova la devozione dello
sventurato Giobbe: consiglia a YHWH di tormentare Giobbe con
diverse sventure; YHWH accetta e, in seguito, in una
conversazione con lo stesso Giobbe, difende a lungo il proprio
diritto di tormentare l’uomo.
2) nel Primo libro delle Cronache (21,1), Satana spinge re
Davide a fare il censimento (ma nel Secondo libro di Samuele –
24,1 sgg. –, dove è narrata quella stessa vicenda, non è più
«Satana», bensì «la collera di YHWH » a spingere re Davide al
censimento).
3) nel Libro di Zaccaria (3,2 sgg.), Satana è una sorta di
pubblico ministero celeste incaricato di sostenere l’accusa a
carico di un sommo sacerdote.
Alcuni commentatori della Bibbia tentano di vedere il
diavolo in altri passi, in altre figure bibliche: per esempio nel
gigante Golia (Primo libro di Samuele 17,1 sgg.), nel
coccodrillo o nel Leviathan di cui parla il Libro di Giobbe (41;

258
27,1; 26,13), nello «spirito di menzogna» che confonde i profeti
(Secondo libro delle Cronache 18,20) o nel re dei babilonesi
(Isaia 14). Ma sono forzature: queste figure non hanno alcun
rapporto determinato né con il Satan ebraico, né con la nostra
idea di diavolo.

259
3
Il diavolo nei Vangeli

La discussione tra Gesù e il diavolo è narrata dagli evangelisti


Matteo (nel capitolo 4) e Luca (nel capitolo 4). Nelle traduzioni
consuete, si legge sia in Matteo sia in Luca che, nel deserto,
Gesù fu «tentato dal diavolo»: ma il termine greco usato dagli
evangelisti (peirazo) significava a quell’epoca «mettere alla
prova», «sperimentare», «sollecitare», e non «tentare» nel senso
cristiano, ovvero «indurre al male». Dal racconto degli
evangelisti risulta infatti che i progetti suggeriti dal diavolo
durante quella discussione non erano affatto «tentazioni», ma
autentici consigli: perché la predicazione avesse successo, il
diavolo propose a Gesù di «trasformare le pietre in pane», di
«volare, gettandosi giù dal Tempio, davanti a tutti» e di
«impadronirsi dei regni della Terra».
La prima proposta significava: «Per convincere la gente,
dimostra che il tuo insegnamento può risolvere i problemi
economici di chiunque, e la gente ti onorerà e ti seguirà». Ma a
Gesù non piaceva l’idea di fondare l’importanza della sua
dottrina sull’elemento economico.
La seconda proposta significava: «Dimostra alla gente che
sei un individuo eccezionale, un Superman, e la gente ti
obbedirà». Ma a Gesù premeva che ogni uomo imparasse a
obbedire a se stesso, alla parte più autentica e autonoma di sé, e

260
non a un’autorità esterna: perciò se, in seguito, fece miracoli, fu
solo per insegnare a farli – per dimostrare che i poteri
prodigiosi sono accessibili agli uomini e che ogni uomo, se ha
«fede», può scoprirsi tanto eccezionale da non poter obbedire
più a nessuna autorità esterna.
La terza proposta significava: «Non fidarti della gente,
ragiona in termini politici: la gente obbedisce ai re, ai capi, ai
generali. Ti daranno retta soltanto se diventerai anche tu
qualcosa del genere; e se ti lasci guidare da me ci puoi riuscire».
Ma Gesù detestava la politica, non ne capiva niente e pensava
che non capirne niente fosse la condizione essenziale per essere
veramente liberi. Così non diede ascolto al diavolo – a
differenza della Chiesa, che in seguito prese in seria
considerazione almeno due di quei progetti e li attuò
sistematicamente, nel suo potere temporale e nel culto dei santi.

Quando venne accusato dai suoi avversari di usare i poteri del


diavolo per compiere i miracoli, e addirittura di essere un
«principe» infernale, Gesù rispose che è lecito e saggio
impadronirsi di energie da tutti temute, se si riesce a non averne
paura. «Quando un uomo forte e bene armato fa la guardia al
suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno
più forte di lui e lo sconfigge, gli strappa via l’armatura nella
quale quello confidava, e poi distribuisce il bottino» (Luca
11,21-22). Quanto a quella stessa accusa, cfr. Matteo 10,24-25:
«Un discepolo non è da più del maestro… Se hanno chiamato
Belzebù il padrone di casa, tanto più [chiameranno così] i suoi
familiari!».

Gesù sapeva che Giuda lo avrebbe tradito; e Giuda esitava, a


quanto riferiscono tutti e quattro i Vangeli. L’evangelista
Giovanni narra (13,26-30) che Gesù, quando gli domandarono
chi l’avrebbe tradito, rispose:
«È colui per il quale intingerò un pezzo di pane e glielo darò.» E

261
intinto il pezzo di pane, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota.
Allora, dopo quel boccone, Satana entrò in lui. Dopodiché Gesù
gli disse: «Quello che devi fare, sbrigati a farlo»… E preso il
pezzo di pane, Giuda subito uscì. Ed era notte.
Qui Satana è mostrato come il potere misterioso che conduce
Giuda al tradimento; ed è chiaramente un potere agli ordini di
Gesù.

L’immagine che i Vangeli danno del diavolo – così diversa da


quella che il cristianesimo ne diede in seguito – ha suscitato da
sempre la meraviglia dei commentatori più attenti. Ma gran
parte degli insegnamenti di Gesù nei Vangeli è talmente diversa
e lontana dai tradizionali precetti del cristianesimo, che
approfondire quel genere di originalità dei quattro evangelisti
significò, per molti secoli, incorrere nella condanna d’eresia.
Ancora oggi la memoria inconsapevole, genetica quasi, delle
pene che sono state comminate agli eretici finisce per frenare la
perspicacia della stragrande maggioranza dei commentatori.

262
4
I desideri

Dei desideri e delle ragioni per cui si realizzano o non si


realizzano ho parlato a lungo con i miei maestri, negli anni
passati. 36 In sostanza, secondo gli Spiriti-guida, ogni desiderio
che noi riusciamo a esprimere è una forma di premonizione: non
si tratta cioè di un frutto della nostra fantasia, ma di un
improvviso estendersi della nostra percezione, fino a cogliere
nel futuro una qualche occasione che sta venendo proprio verso
di noi e che può servire al nostro sviluppo interiore. E ciò che
chiamiamo «desiderare» è in realtà il modo in cui questa nostra
percezione più estesa cerca di annunciare alla nostra razionalità
quelle occasioni che ha intravisto nell’avvenire, e di convincerla
a non opporre resistenza e a non distrarsi, quando quelle
occasioni arriveranno, bensì a farsi avanti e ad afferrarle.
Secondo gli Spiriti-guida, questa spiegazione trova conferme
tanto più nette quanto più un desiderio è coraggioso, e anche a
me risulta che sia così; il problema consiste dunque nel
precisare il grado di coraggio necessario a far sì che la nostra
percezione scorga occasioni, «desideri» sufficientemente
importanti per noi – indipendentemente da ciò che quei
«desideri» potranno sembrare, di primo acchito, alla nostra
razionalità. La più celebre tra le precisazioni di questo grado di
coraggio è di certo quella fornita da Gesù nei Vangeli:

263
In verità io vi dico: se avrete fede (anche solo un pochino) quanto un
granellino di senape, potrete dire a questa montagna: spostati da qui a là, ed
essa si sposterà, e niente vi sarà impossibile.
Matteo 17,20

È una frase che Gesù ripete spesso, in tutti e quattro i


Vangeli (Matteo 21,21; Marco 11,22-23; Luca 17,5-6; Giovanni
vi insiste in tutto il lungo discorso dell’ultima cena, dal capitolo
14 al capitolo 16). Per comprendere bene che cosa intendessero
dire qui gli evangelisti, va ricordato che la parola tradotta come
«fede» (pìstis, in greco) non indicava ancora, alla loro epoca,
quello sforzo di credere che tanto spesso i cristiani chiamano
fede, bensì un fiducioso, coraggioso aprirsi alla conoscenza.
Il senso dunque è: «Se nel desiderare riuscirete a non porvi
preclusioni, a non tenervi aggrappati a ciò che sapete già, a
sentire in voi anche soltanto un tantino di pìstis, potrete spostare
la montagna della vostra inerzia interiore con straordinaria
facilità, e nulla di ciò che desidererete vi sarà impossibile».
Non c’è dubbio che Gesù se ne intendesse: e se a suo dire il
grado di coraggio necessario è pari a «un granello di senape»,
non dovrebbe essere difficile produrlo. Le difficoltà – mi
spiegarono i miei Spiriti – derivano principalmente da quella
vera e propria atrofia del desiderio che si verifica nella
stragrande maggioranza degli individui adulti. Per svariate
ragioni, e soprattutto per l’educazione che ricevono da chi è già
adulto e già atrofizzato in quel senso, i bambini smettono ben
presto di desiderare davvero e riescono soltanto a imitare i
desideri altrui. Il coraggio del desiderio cede allora il posto
all’ansia del desiderio, che con gli anni diviene sempre più
tormentosa e fa pensare all’assenza di desideri come a una
liberazione. Da qui all’atrofia il passo è breve. Questo
addestramento all’ansia è uno dei processi attraverso i quali si
passa dal Quinto Cielo (che è proprio dei bambini, come i

264
maestri spiegano qua e là in questo libro) ai Cieli Primo e
Secondo, che sono invece caratteristici degli adulti.

In questo libro, nel capitolo XXIII, è spiegata una tecnica per


riconoscere e utilizzare un genere particolare di coraggio e di
pìstis. Ma qui colgo l’occasione per illustrarne un’altra,
preparatoria, diciamo: più semplice, ottima per scuotere l’animo
adulto da quell’atrofia che dicevo. Non è mia, l’ho tratta, con
qualche rielaborazione, da un bel libro di Jack Canfield e Mark
Victor Hansen, The Aladdin Factor (Berkley Books, New York
1995). Richiede due quaderni, e qualche settimana di tempo per
i primi risultati concreti.
Su un quaderno scrivete 101 desideri, tutti diversi l’uno
dall’altro, concisi e precisi, così, per esempio:
1. Io voglio un’automobile di lusso verde scuro.
2. Io voglio una villa in Riviera a pochi passi dal mare.

Eccetera. Per compilare l’elenco nel modo migliore tornano


utili le seguenti raccomandazioni:
• nello scrivere i desideri evitate accuratamente la parola
«non»;
• evitate desideri la cui realizzazione non sia verificabile (per
esempio, «Io voglio essere molto buono» non va bene,
perché non è chiaro né che cosa significhi quel «molto» né
cosa si intenda per «buono»; invece di lasciare così nel
vago, si può precisare scrivendo: «Io voglio salvare un
popolo da una carestia» o altro del genere);
• chiedete soltanto a nome vostro, e non per altri (per
esempio, se un vostro conoscente ha un determinato
problema, non scrivete: «Io voglio che il mio amico X
risolva quel suo problema», ma: «Io voglio risolvere quel
problema del mio amico X» – e naturalmente precisate
quale problema).

265
È buona norma evitare desideri che ci appaiano nocivi per
altre persone, perché la nostra coscienza potrebbe aversene a
male, nel profondo, e punirci poi dolorosamente. Ed è meglio
evitare desideri di carattere sentimentale riguardanti persone che
non conoscete bene (attori e attrici, indossatrici, ecc.), appunto
perché non li conoscete bene e potrà darsi che non vi piacciano
affatto, quando quei vostri desideri si realizzeranno. Per il resto,
non ci sono limiti: potete scrivere qualsiasi cosa, purché siate
sicuri di desiderarla.
I desideri devono essere, ripeto, 101: un bel numero
orientale, che raffigura simbolicamente un intero grande (100)
ma aperto, grazie a quell’1 in più, verso ulteriori sviluppi, e che
vi obbligherà inevitabilmente a ridestare, stimolare e irrobustire
le vostre facoltà di desiderio atrofizzate.
Una volta completato l’elenco dei 101 desideri,
ricontrollatelo attentamente, correggetelo dove occorre,
ricopiatelo in bella sull’altro quaderno (non più di quattro
desideri per pagina), e poi rileggetelo una volta al giorno:
sottovoce e in un luogo appartato, suggerirei, perché se
qualcuno vi udisse casualmente potrebbe pensare di voi cose
poco lusinghiere. E aspettate. Piano piano i desideri
cominceranno a realizzarsi, ora in modo strabiliante, mediante
coincidenze o altri fatti curiosi, ora nel più semplice dei modi,
quasi inavvertitamente. Via via che i desideri si realizzano,
cancellateli e sostituiteli con altri nuovi.
Di solito, nei primi mesi successivi alla ricopiatura in bella,
si realizza il 30 per cento dei desideri così elencati: gli altri
rimangono preclusi, a causa di resistenze inconsapevoli, di
sensazioni di inadeguatezza (non me lo merito, non valgo
abbastanza, ecc.) e di altre aggrovigliate e deprimenti paure e
blocchi affettivi di vario genere, che inconsapevolmente ci
spingono a fuggire da quelle occasioni che la nostra percezione
più estesa aveva colto nell’avvenire, quando compilavamo
l’elenco.

266
In seguito, potrà capitare che alcune di queste paure e di
questi blocchi si sciolgano: allora i desideri a essi corrispondenti
cominceranno a realizzarsi (le occasioni di realizzazione sono e
rimarranno sempre inesauribili). Viceversa, nei desideri che non
accenneranno in alcun modo a realizzarsi il compilatore
dell’elenco avrà un’espressione metaforica (ma spesso
sufficientemente eloquente) delle paure e dei blocchi più segreti
che si nascondono nella sua psiche, e che limitano il suo campo
di esistenza.
In quelle paure e in quei blocchi abita – per usare il
linguaggio dei maestri – il più cupo «diavolo» di quel
compilatore.
Dopo un anno, in ogni caso, distruggete e bruciate entrambi i
quaderni, e non pensateci più. In molti casi, la piccola cerimonia
di questa distruzione (che si rivela sempre più difficile del
previsto) ha di per sé l’effetto di smuovere le «montagne» di
almeno alcuni dei blocchi e delle paure più segreti e tenaci.
Sia Canfield e Hansen, sia i miei maestri escludono che
questa tecnica abbia qualche controindicazione. Quanto agli
eventuali e ovvi problemi morali che può suscitare, è bene
sapere fin dall’inizio che, spesso, dietro il timore di essere
egoisti si cela in realtà una difficoltà o incapacità di ricevere; e
che chi non sa ricevere non sa nemmeno dare.
Quanto ai problemi di carattere religioso, è altrettanto utile
ricordare che le nostre idee occidentali sulla virtù dell’ascesi
sono molto approssimative, e soltanto punitive: l’ascesi, la vera
liberazione dal desiderio, è una grande conquista, che si
raggiunge non vietandosi di desiderare (il che conduce
inevitabilmente a forme ossessive), ma imparando a superare la
dimensione del desiderio, a provare per essa una sincera noia e
indifferenza – il che è possibile, per la maggior parte delle
persone, solo dopo averla sperimentata abbastanza a lungo con
successo.

267
36 Cfr. I maestri invisibili, cit., pp. 155 sgg.

268
5
I desideri e l’io più grande

Certamente, questo modo di intendere il desiderio è lontano da


ciò che insegna la religione cristiana. Ma davvero lo si ritrova
nei Vangeli: nel meraviglioso discorso di Gesù ai discepoli
durante l’ultima cena, così come lo riferisce l’evangelista
Giovanni. Nelle conversazioni con i miei maestri questo
discorso viene citato spesso: per comodità dei lettori ne riporto
qui qualche brano. È una mia versione, diversa da quelle
consuete, e basata sull’ipotesi (suggeritami anche questa nella
Stanza Tonda) che Gesù, nei Vangeli, attribuisse due significati
diversi al pronome «io», causando spesso perplessità nei suoi
ascoltatori: in alcuni casi, con «io» intendeva semplicemente se
stesso; in altri, intendeva la pienezza delle facoltà umane: una
realtà psichica immensa, un’«Anima dell’umanità», che in ogni
individuo vorrebbe attuarsi ed esprimersi. Quest’altro «Io
grande» era un’idea ben nota, nel I secolo d.C. Nel Corpus
Hermeticum era chiamata l’«autentìa» dell’individuo; nei
Vangeli gnostici, per esempio nel Vangelo di Tommaso, trapela
nell’immagine dell’individuo che, procedendo sulla via della
conoscenza, scopre di essere «re su tutto», ecc. E in tutti e
quattro i Vangeli canonici, Gesù mi sembra intento proprio a
spiegare questo «Io grande», insegnando a riconoscerlo, a non

269
temerlo, a trovare in esso – e in esso soltanto – «la via, la verità
e la vita». 37

I lettori giudicheranno se tale innovazione nel tradurre possa


essere fruttuosa: se, cioè, faccia risultare il testo di questo
discorso più comprensibile e al tempo stesso ancor più profondo
e coinvolgente; raccomando, naturalmente, di leggere senza
fretta (antica e ottima regola di esegesi; c’è sempre tanto tempo
a disposizione, per queste cose!) e di far caso ai molti spunti di
riflessione che questo brano offre non soltanto riguardo al
desiderare e al chiedere, ma anche a vari altri argomenti toccati
nelle nostre conversazioni.
Dal Vangelo di Giovanni, capitoli 14, 15 e 16:

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio, e anche nell’Io
abbiate fede. Nella casa del Padre dell’Io ci sono molte dimore: oppure,
potrei anche dirvi che l’io va a prepararvi il posto. E quando è andato e vi
ha preparato un posto, tornerà e vi porterà là, con sé, perché siate anche voi
dove è l’Io. E del luogo dove conduce l’Io, voi conoscete la via.»
Gli disse Tommaso: «Signore, ma non sappiamo dove vai: come
facciamo a sapere qual è la via?».
Gli disse Gesù: «La via, la verità e la vita è l’Io. Nessuno può giungere
al Padre se non attraverso l’Io. Se conoscete l’Io, conoscete anche il Padre;
e voi lo conoscete già, e avete visto cos’è».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre, non chiediamo altro».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo l’Io è con voi e tu non sai cos’è l’Io,
Filippo? Chi ha visto l’Io, ha visto il Padre. Come puoi dire: “Mostraci il
Padre”? Non credi che l’Io è nel Padre e il Padre è nell’Io? Le parole che
l’Io vi dice, non le dice da sé soltanto; ma il Padre che è nell’Io, è Lui a fare
tutto ciò che l’Io fa. Credetemi: l’Io è nel Padre e il Padre è nell’Io; se non
ci riuscite altrimenti, credetelo per le opere stesse [che ciò vi permette di
compiere].
«In verità, in verità vi dico: chi crede nell’Io, compirà anch’egli le opere
che io compio, e ne farà di più grandi, perché l’Io conduce al Padre.

270
Qualunque cosa chiederete nel nome dell’Io, l’Io la farà, perché il Padre sia
manifestato in ogni suo Figlio.
«Se chiederete qualsiasi cosa all’Io, in nome dell’Io soltanto, l’Io la
compirà.
«Se amate l’Io, osserverete i comandamenti dell’io. L’Io pregherà il
Padre, e il Padre vi darà un Altro, che sappia incoraggiarvi, e che rimanga
con voi per sempre. È lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere,
perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete già, perché abita in
voi e sarà sempre in voi. L’Io non vi lascerà mai orfani, ritornerà sempre da
voi. Ancora un poco e il mondo non vedrà più l’Io: voi invece vedrete
sempre l’Io, perché l’Io vive e voi vivrete. In quel giorno saprete che l’Io è
nel Padre, e voi siete nell’Io, e l’Io è in voi. Chi accoglie i comandamenti
dell’Io e li osserva, ama l’Io. Chi ama l’Io sarà amato dal Padre dell’Io, e
anche l’Io lo amerà, e si manifesterà a lui.»
Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, ma perché l’Io si
manifesterebbe solo a noi, e non al mondo?».
Gli rispose Gesù: «Se uno ama l’Io, ascolta la parola dell’Io, e il Padre lo
amerà e il Padre e l’Io verranno a lui e abiteranno in lui. Chi non ama l’io,
non ascolta le sue parole: e le parole che voi ascoltate non sono dell’Io, ma
del Padre che lo ha mandato.
«L’Io vi dice queste cose mentre è con voi. Ma l’Altro che vi
incoraggerà, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel nome dell’Io, lui vi
insegnerà ogni cosa e vi farà ricordare tutto ciò che l’Io vi dice. L’Io vi
lascia la pace, vi dà la pace. L’Io ve la dà non come la dà il mondo. Non si
confonda il vostro cuore, e non abbia paura. Avete udito ciò che vi ho detto:
l’Io va e poi tornerà a voi. Se amate l’Io, dovete rallegrarvi che l’Io conduca
al Padre, perché il Padre è più grande dell’Io. Ve l’ho detto ora, prima che
avvenga, perché quando avverrà voi crediate. Non parlerò più molto con
voi, perché viene il padrone di questo mondo; costui non ha nessun potere
sull’Io, ma bisogna che il mondo sappia che l’Io ama il Padre e che l’Io fa
quello che il Padre gli comanda. Crescete, andiamo più in là.

«L’Io è la vera vite, e il Padre dell’Io è il vignaiolo. Ogni tralcio che


nell’Io non porta frutto, il Padre lo toglie; e ogni tralcio che porta frutto, lo

271
pota perché porti più frutto. Voi siete già potati, grazie alle parole che l’Io
vi ha annunciato. Rimanete nell’Io, e l’Io rimanga in voi. Come un tralcio
non può portare frutto da sé solo, se non rimane attaccato alla vite, così è
anche per voi, se non rimanete nell’Io. L’Io è la vite, e voi i tralci. Chi
rimane nell’Io e l’Io in lui, porta molto frutto, perché senza l’Io non potete
fare nulla. Chi non rimane nell’Io viene gettato via, come un tralcio
tagliato, e si secca, e poi quei tralci vengono raccolti da qualcuno e gettati
nel fuoco, e lì bruciano. Se rimanete nell’Io e le parole dell’Io rimangono in
voi, chiedete tutto quello che volete e vi sarà dato. In questo si manifesta il
Padre dell’Io: nel fatto che portiate molto frutto, e che impariate dall’Io.
«Come il Padre ha amato l’Io, così anche l’Io ama voi. Rimanete
nell’amore dell’Io. Se obbedite ai comandamenti dell’Io, rimarrete
nell’amore dell’Io, così come anch’io ho obbedito ai comandamenti del
Padre dell’Io e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la gioia
dell’io sia in voi e la vostra gioia sia completa.
«Questo è il comandamento dell’Io: che vi amiate a vicenda, come l’Io
vi ama. Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i propri amici.
Voi siete amici dell’Io, se fate ciò che l’Io vi comanda. Non vi chiamo più
servi dell’Io perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi
chiamo amici, perché tutto ciò che l’Io ascolta dal Padre lo fa conoscere a
voi. Voi non avete scelto l’Io, l’Io ha scelto voi, e vi ha formati in modo che
andiate e portiate frutto, e che il vostro frutto rimanga, e in modo che tutto
ciò che chiedete al Padre in nome dell’Io, il Padre ve lo conceda. Questo vi
comanda l’Io: di amarvi a vicenda.
«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di odiare voi ha odiato l’Io. Se
foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma voi non siete del
mondo: l’Io vi ha resi diversi dal mondo, e perciò il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che vi ho detto un servo non è più grande del suo
padrone. Se hanno calpestato l’Io (in se stessi), calpesteranno anche voi; se
hanno ascoltato la voce dell’Io, ascolteranno anche la vostra voce.
«Ma tutto questo lo faranno a causa dell’Io, perché non conoscono Colui
che ha mandato l’Io nel mondo. Se l’Io non fosse venuto nel mondo e non
avesse parlato a ciascuno di loro, non avrebbero torto a fare così; ma ora
non hanno più scuse per i loro torti. Chi odia l’Io, odia anche il Padre

272
dell’Io. Se l’Io non avesse compiuto in mezzo a loro opere che nessun
uomo aveva mai compiuto, non avrebbero torto; ora invece hanno visto
l’Io, e hanno odiato l’Io e il Padre dell’Io. E così è stato, come era scritto
nella loro Legge: hanno odiato l’Io, senza ragione.
«Quando verrà l’Altro, a incoraggiarvi, che l’Io manderà dal Padre, cioè
quello Spirito di verità che proviene dal Padre stesso, lui renderà
testimonianza all’Io: e sarete voi stessi a rendere testimonianza all’Io,
perché siete stati nell’Io fin dal principio.

«Vi ho detto queste cose perché nessuno vi prenda più in trappola. Vi


scacceranno dai loro templi; anzi, verrà l’ora in cui, chiunque vi ucciderà,
crederà di rendere un culto a Dio. E faranno così perché non hanno
conosciuto né l’Io né il Padre dell’Io. Ma l’Io vi dice queste cose, perché
quando avverranno vi ricordiate che l’Io ve le aveva annunciate.
«Non vi ho detto queste cose fin dall’inizio, perché prima ero dove
eravate voi. Ma ora il mio io conduce a Colui che ha mandato l’Io nel
mondo e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. E siccome vi dico
queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ora, in verità vi dico: è
bene per voi che io me ne vada via, perché se non me ne vado, non verrà da
voi l’Altro, a incoraggiarvi; ma quando me ne sarò andato, l’Io ve lo
manderà. E quando sarà venuto, spiegherà tutto chiaramente, al mondo
intero: riguardo al peccato, e alla giustizia, e al giudizio. Riguardo al
peccato, perché non credono nell’Io; riguardo alla giustizia, perché l’Io
conduce al Padre e me non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il
padrone di questo mondo è stato giudicato.
«Molte cose avrei ancora da dirvi, ma per il momento non siete in grado
di portarne il peso. Quando verrà lo Spirito di verità, lui vi condurrà alla
verità tutta intera, perché non parlerà da sé solo, ma dirà tutto ciò che
ascolta, e vi annuncerà anche le cose future. Lui manifesterà pienamente
l’Io, perché prenderà dall’Io e vi annuncerà ciò che ne prende. Tutto ciò che
il Padre ha, lo ha anche l’Io: perciò vi dico che prenderà dall’Io, e ve lo
annuncerà.
«E per un poco non vedrete più l’Io; e dopo un po’, lo vedrete di
nuovo.»

273
Al che, alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Ma che cosa sta
dicendo? Ancora un po’ e non vedrete l’io, e dopo un altro po’ lo vedrete?
E cosa vuol dire: l’io conduce al Padre?».
E perciò dicevano: «Che cosa vuol dire “dopo un po’”? Non capiamo
che cosa sta dicendo».
Gesù si accorse che volevano fargli delle domande e disse loro: «State
cercando di capire perché ho detto: per un po’ non vedrete più l’Io, e dopo
un po’ lo vedrete? In verità, in verità vi dico: voi piangerete e sarete tristi, e
il mondo invece sarà contento. Voi sarete tristi, ma la vostra tristezza si
muterà in gioia.
«La donna quando partorisce soffre, perché è giunto il suo tempo; ma
quando il bambino è nato, lei non si ricorda più della sofferenza, per la
gioia che nel mondo è nato un uomo. Così anche voi, ora, siete tristi; ma
l’Io vi vedrà di nuovo, e il vostro cuore gioirà e quella gioia nessuno ve la
potrà più togliere.
«In quel giorno non mi domanderete più nulla.
«In verità, in verità vi dico: se chiederete una qualsiasi cosa al Padre nel
nome dell’Io, ve la darà. Finora non avete chiesto ancora nulla nel nome
dell’Io. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia resa piena.
«Queste cose ve lo ho dette per metafore. Ma verrà l’ora in cui l’Io non
vi parlerà più per metafore, ma vi parlerà immediatamente del Padre. In
quel giorno chiederete nel nome dell’Io, e non vi dico che l’Io pregherà il
Padre per voi: il Padre vi ama, perché voi avete amato l’Io, e avete creduto
che l’Io viene da Dio. L’Io è uscito dal Padre ed è venuto nel mondo; ora si
volge di nuovo dal mondo verso il Padre, e conduce a Lui.»
Gli dissero i suoi discepoli: «Ecco, adesso sì che parli chiaro, e non usi
più metafore. Ora capiamo che l’Io sa tutto e che non c’è bisogno di fargli
domande. Perciò crediamo che l’Io è venuto da Dio».
Gesù rispose loro: «Adesso credete questo? Ecco, verrà l’ora, anzi è
venuta già, in cui vi dispererete e sarete ciascuno per proprio conto, e
abbandonerete l’Io; ma l’Io non rimane mai solo, perché il Padre è con l’Io.
«Vi ho detto queste cose perché abbiate la pace nell’Io. Nel mondo
avrete tribolazioni, ma abbiate fiducia: l’Io ha vinto il mondo!»

274
37 Di questo modo di intendere l’«io» nelle Scritture ho trattato ampiamente in un mio
libro del 2004, Il codice segreto del Vangelo.

275
6
Ancora sul Secondo Cielo

Tornammo a discutere del Secondo Cielo in seguito, quando già


riordinavo gli appunti per questo libro. «È appunto il principio
su cui si basava la non-violenza di Gesù, di Gandhi e di tanti
altri» mi disse il Dominante, riguardo all’idea della componente
impersonale dei delitti: «“Porgi l’altra guancia” e così via… In
pratica significa: quando hai capito come funziona il Secondo
Cielo, cerca di starne alla larga il più possibile. Non permettere
che le forze del Secondo Cielo si manifestino attraverso di te.
Piuttosto, restatene nel Primo».
«Non giurare mai» disse l’Austero.
Cioè?
«Un altro comandamento di Gesù: “Non giurare mai”
(Matteo 5,34)» spiegò il Dominante. «Cioè: non prestare
giuramenti di fedeltà, non lasciare che un qualunque Noi ti
comandi e si serva di te per far valere le ragioni di quel Noi
contro qualche altro Noi. Non fare il soldato, il poliziotto, il
ministro o altro del genere: nulla che richieda il giuramento.
Difendi il diritto di pensare con la tua testa, anche soltanto dal
punto di vista del Primo Cielo.»
E i doveri che uno ha verso il suo paese, il suo popolo?
Rimanere chiusi nel Primo Cielo non è soluzione onorevole,
direi.

276
«Tutto dipende da come li consideri, quei doveri e quel
popolo.
«Di sicuro, non c’è niente che ti obblighi a considerarli dal
punto di vista dei Cieli pari. Chi sente solo il suo io piccolo e la
sua incompletezza e cerca di completarsi attraverso gli altri,
prima o poi si ritroverà aggrovigliato in qualche faccenda del
Secondo Cielo: e allora, naturalmente, il comandamento “Non
giurare” diventerà tormentosissimo. Chi invece impara a
scoprire il suo corpo maggiore, si accorge presto che il Primo
Cielo non basta più: che il corpo maggiore ha poteri ed esigenze
molto più vaste del singolo io. Un io non gli basta, per
incarnarsi. Ma la comunità, il popolo in cui si incarna un corpo
più grande non ha mai nulla a che fare con i popoli e le nazioni
che conoscete voi nel vostro Aldiquà.»
E allora che succede?
«Allora cominciano doveri e lealtà diversi da quelli di cui
parlano i vostri libri di storia. E, naturalmente, anche conflitti
diversi. Negli ultimi diciotto secoli questi tipi di conflitti non si
sono mai risolti bene, e hanno lasciato tracce profonde nella
vostra memoria storica – quella di voi europei, perlomeno. Ma
in avvenire cambieranno una quantità di cose. Il vostro Secondo
Cielo è molto meno forte, oggi, di quanto lo fosse ai tempi di
Gesù, o anche ai tempi di Gandhi. Vedrai.»

277
Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato,
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www.librimondadori.it

Il frutto proibito della conoscenza


di Igor Sibaldi
© 2014 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852050596

COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO | PROGETTO GRAFICO: FRANCESCO BOTTI |


GRAPHIC DESIGNER: ANDREA FALSETTI | FOTO © JEAN FRANÇOIS UMBERT | ARCANGEL
IMAGES

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Indice

Il libro
L’autore
Il frutto proibito della conoscenza
Premessa alla presente edizione
Introduzione
Parte prima - Prometeo
I. La memoria e l’oceano - Il nostro corpo maggiore - Prometeo e il serpente
dell’Eden - Le paure di Dio e il suo patto con gli uomini - Le due forze
dell’evoluzione umana
1
2
3
4
5
6
7
8
II. Il corpo maggiore, il fegato e le guarigioni - L’antichissimo Signore delle
Porte - Il diavolo e il diverso - Le epoche di obbedienza - La nostra stanza
tonda
1
2
3
4
5
6
7
Parte seconda - I sette mondi degli uomini
III. I sei Cieli dell’evoluzione umana - Il guardiano delle soglie -I maestri
fanno lezione sul bene e sul male
1
2
3
4
5
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IV. I miei tragitti - Il Settimo Cielo e Lucifero - Il Nilo e il Diluvio - Il patto
col diavolo - Le somiglianze
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V. L’incarnazione. E una storia d’amore
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VI. Tutto cresce - La morte di Paola - Gli indovinelli della Sfinge - Il
Paradiso, e un’altra lezione sul Male
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Parte terza - Il diavolo e l’unico Dio
VII. La promessa - Primo viaggio nell’Aldilà -Storia e natura del diavolo
cristiano - Il Dio unico e il cuore: come far crescere entrambi
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VIII. Seguito del precedente - Come si cresce nelle storie, a ritroso - Il mondo
intermedio - Pollicino - E Babbo Natale
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IX. «Non indurci in tentazione» - L’eredità ostile - La stanza di Barbablù - Il
principio di rotazione - Biancaneve
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X. Nella foresta - L’apparato circolatorio del corpo maggiore - L’Inferno e la
paura delle responsabilità - I tabù sul male e i tabù sul bene - Gesù, quando
discese all’Inferno
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XI. Arianna e il labirinto - Il filo e il serpente - Come salvare le anime dannate
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XII. I sette vizi capitali, e l’ottavo - Un’altra notte, quaranta secoli fa -
L’Inferno delle moltitudini - Le imprese di coraggio
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Parte quarta - L’esplorazione dell’Aldilà
XIII. Il modo migliore di insegnare - Utilità dei momenti di dubbio - Come
cambiare il passato
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XIV. La materia, gli specchi e la realtà - Potere e dovere - Gli animali maestri
- Gli Angeli e il diavolo dietro gli specchi -Bellerofonte
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XV. All’assedio di Acri - Il limite dell’io - Sion
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XVI. Schema generale dell’Aldilà - Il Graal? - Il ponte - Il ritratto del diavolo
- Altri universi e popolazioni extraterrestri
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XVII. L’amore è prendere - Il Graal - I nuovi genitori e le reincarnazioni
illustri
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XVIII. I figli degli ’Elohiym - Il peso del corpo maggiore - La nuova morale,
al di là del diavolo
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Parte quinta - Verso il fiume
XIX. La luna e il velo nell’acqua – Il diavolo che precipita dal cielo e la fine
del cristianesimo
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XX. Gli automi e il padrone di questo mondo
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XXI. Un nuovo modo di viaggiare - La stella-arca
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XXII. I nemici e l’unico io - I grandi amori - La lussuria, san Giorgio e la
principessa prigioniera
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XXIII. Tecnica delle imprese di coraggio
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XXIV. Le maschere - Quando bisogna alzarsi - La storia di mago Merlino e
dei suoi genitori
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XXV. La disobbedienza
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Annotazioni
1. Come incontrare i propri Spiriti-guida
2. Il diavolo nella Bibbia
3. Il diavolo nei Vangeli
4. I desideri
5. I desideri e l’io più grande
6. Ancora sul Secondo Cielo
Copyright

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