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Luca Serianni, Giuseppe Antonelli

Manuale di linguistica italiana


Storia, attualità, grammatica

CD Bruno Mondadori
Luca Serianni è autore dei capitoli 1, 9 e 1 0; Lucia Caserio del capitolo 2;
Danilo Poggiogalli del capitolo 3; Leonardo Rossi del capitolo 4;
Marco Paciucci del capitolo 6; Giuseppe Antonelli dei capitoli 5 , 7 e 8.

Tutti i diritti riservati


© 2011, Pearson Italia, Milano-Torino

Prima edizione: ottobre 2011

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La scheda catalografica è riportata nell'ultima pagina del libro

Realizzazione editoriale: Il Paragrafo - Udine - www.paragrafo.it

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Indice

rx Presentazione

1. Alle radici dell'italiano

1 1.1 Alle radici dell'italiano


3 1.2 Il latino volgare
10 1.3 Dal latino all'italiano: i suoni
14 1.4 Dal latino all'italiano: le forme
17 1.5 Dal latino all'italiano: le parole
19 1.6 I latinismi
20 1.7 Latino e italiano nella letteratura
23 1.8 Latino e italiano nell'uso giuridico e amministrativo
25 1.9 Latino e italiano nella scienza e nell'insegnamento
27 1.10 Latino e italiano nella Chiesa

32 2 . Formazione e diffusione dell'italiano

32 2.1 Linguistica interna ed esterna


33 2.2 Il policentrismo medievale
36 2.3 L'ascesa del ceto mercantile e le cancellerie
40 2.4 La formazione della lingua letteraria
43 2.5 La codificazione grammaticale
47 2.6 Fattori di unificazione
50 2.7 L'unità d'Italia
52 2.8 Scuola e alfabetizzazione
54 2.9 Le migrazioni
56 2.10 I mezzi di comunicazione di massa
62 3. Italiano e dialetti

62 3.1 La frammentazione linguistica della penisola


63 3 .2 Dai volgari ai dialetti
66 3.3 L'affermazione del fiorentino
67 3.4 L'uso riflesso del dialetto
69 3.5 Chi parla il dialetto oggi?
72 3.6 I dialetti d'Italia: il Settentrione
76 3.7 I dialetti d'Italia: il Centro e la Toscana
78 3.8 I dialetti d'Italia: il Mezzogiorno
81 3.9 Dal dialetto all'italiano regionale
84 3 .10 Parole dialettali passate in italiano

89 4. Scritto e parlato

89 4.1 Lingua scritta e lingua parlata


92 4.2 Due punti di vista diversi
97 4.3 La grammatica del parlato
98 4.4 Gli atti linguistici
1 00 4.5 La conversazione
1 03 4.6 I registri del parlato
106 4.7 Il parlato italiano contemporaneo: suoni e forme
1 07 4.8 Il parlato italiano contemporaneo: la sintassi
1 09 4.9 Il parlato italiano contemporaneo: le parole
1 10 4.10 Il parlato nello scritto

1 17 5. Le lingue speciali

1 17 5.1 Cos'è una lingua speciale


1 19 5.2 I tecnicismi
122 5.3 Il linguaggio delle scienze "dure"
125 5.4 Il linguaggio giuridico e burocratico
127 5.5 Il linguaggio me �o
13 1 5.6 Il linguaggio dell'informatica
134 5.7 �
Il linguaggio dell'ec nomia e della finanza
137 5.8 Il linguaggio sportivo
141 5.9 Tecnicismi e lingua comune
145 5.10 Tecnicismi e lingua letteraria
150 6. L'italiano della comunicazione

150 6.1 L'italiano dei giornali


153 6.2 L'italiano della politica
155 6.3 L'italiano della pubblicità
158 6.4 L'italiano alla radio
159 6.5 L'italiano in televisione
1 62 6.6 L'italiano al cinema
1 64 6.7 L'italiano della canzone
1 67 6.8 Italiano e nuovi media: l'italiano digitato
170 6.9 Italiano e nuovi media: la neoepistolarità tecnologica
172 6.10 Italiano e nuovi media: esiste un italiano di Internet?

176 7. L'italiano e le altre lingue

176 7.1 Nessuna lingua è pura


178 7.2 Il prestito linguistico
1 80 7.3 La trasmissione del prestito
1 82 7.4 Francese e provenzale
1 87 7.5 Inglese
1 92 7.6 Spagnolo e portoghese
1 95 7.7 Lingue germaniche medievali e tedesco
1 97 7.8 Arabo ed ebraico
1 98 7.9 Lingue esotiche
202 7.10 Italianismi all'estero

209 8. Parole vecchie e parole nuove

209 8.1 Il ciclo vitale delle parole


211 8.2 Parole invecchiate
213 8.3 La lingua scritta
216 8.4 Il sentimento neologico
218 8.5 La formazione delle parole
22 1 8.6 L'affissazione
225 8.7 La composizione
226 8.8 Parole d'autore
228 8.9 L'onomastica
232 8.10 Dal nome proprio al nome comune
236 9. Giusto e sbagliato

236 9.1 La norma e l'errore


237 9.2 Le fonti della norma linguistica
24 1 9.3 Tipologia e gerarchia degli errori
243 9.4 Dubbi ortografici
246 9.5 Questioni d'accento
248 9.6 Nomi e pronomi
252 9.7 Questo, codesto e quello
253 9.8 Indicativo e congiuntivo
254 9.9 Ordine delle parole
257 9.10 Punteggiatura

264 10. Dizionari per ogni esigenza

264 10.1 Dizionari nel tempo


266 10.2 I dizionari storici
268 10.3 I dizionari etimologici
27 1 10.4 I dizionari di sinonimi
274 10.5 Le raccolte di neologismi
277 10.6 I dizionari dell'uso: il lemmario
279 10.7 I dizionari dell'uso: la definizione e le marche d'uso
282 10.8 I dizionari dell'uso: le informazioni grammaticali
284 10.9 I dizionari e l'informatica
285 10.10 Oltre il dizionario: le banche dati

291 Indice delle schede, delle illustrazioni


e delle storie di parole

295 Indice delle cose notevoli

3 05 Indice delle parti on line


Agli apparati on line si accede d � pagina dedicata al libro
presente nel sito www.brunomonda �ri.com
Presentazione

Questo Manuale di linguistica italiana si avvale dell'esperienza della


Storia ipertestuale della lingua italiana (Stil.it) e cerca di metterla a
frutto per dar vita a uno strumento didattico profondamente aggior­
nato nei contenuti e nell'impostazione.
Quanto ai contenuti, l'impianto della Stil.i! viene potenziato, inte­
grando una serie di aspetti relativi alla storia remota e recente del­
la lingua italiana. Il nuovo capitolo dedicato alla storia linguistica
esterna, Formazione e diffusione dell'italiano, mira a rendere più
completa la ricostruzione del contesto sociale e culturale in cui la
nostra lingua si è formata e diffusa; quello dedicato all'Italiano della
comunicazione estende la descrizione fino ai nostri giorni. Negli altri
capitoli, maggiore attenzione viene dedicata a singoli aspetti emersi
con particolare evidenza nella linguistica italiana degli ultimi anni:
l'onomastica, per esempio, o il rapporto sempre più stretto tra lin­
guaggi spe'cialistici e lingua comune; e, nell'àmbito delle indicazio­
ni grammaticali, quelle relative alla punteggiatura. Il risultato è un
panorama sintetico delle principali questioni riguardanti la storia e
l'attualità della nostra lingua: dalle origini agli ultimi sviluppi neolo­
gici, dai rapporti col latino a quelli con le principali lingue moderne,
dai linguaggi specialistici al parlato di tutti i giorni, senza trascurare,
appunto, la soluzione dei più comuni dubbi grammaticali e le indi­
cazioni per un corretto uso dei dizionari.
Quanto all'impostazione, in armonia con i nuovi programmi pre­
visti dalla riforma universitaria, si è scelto di trattare i vari argomenti
in modo più disteso e discorsivo. Non si è voluto rinunciare, tutta-

IX
Manuale di linguistica italiana

via, all'originaria scansione tematica, anche a costo di qualche ri­


petizione o ridondanza. Questa scelta fa sì che ciascuno dei dieci
capitoli mantenga una notevole indipendenza (tale da poter essere
letto o studiato anche separatamente dagli altri), ma al tempo stesso
rafforza, attraverso i rinvii disseminati nel testo, l'intertestualità in­
terna al volume. Si tratta di una precisa scelta didattica, dettata non
tanto dall'aureo principio che repetita iuvant, quanto dall'idea che lo
studio dovrebb'essere un'attività non passiva. Segnalando i numero­
si punti di contatto e di attraversamento tra le varie ricostruzioni di
uno stesso aspetto, si sono voluti suggerire percorsi di consultazione
individuali, autonomi rispetto alla successione dei capitoli proposta
dal testo.
Le schede di approfondimento sono state ridotte a due sole tipologie
essenziali: gli approfondimenti (simbolo ti), dedicati all'illustrazione
di nozioni e termini fondamentali; i testi commentati (simbolo W),
in cui si offre lanalisi linguistica di brevi ma significativi brani relativi
alle tipologie testuali trattate in quel paragrafo. A completare ogni
capitolo ci sono poi alcune storie di parole, utili a mettere in luce,
attraverso singoli esempi, i meccanismi che agiscono nell'evoluzione
del nostro lessico (le parole di cui si fa la storia sono segnalate, nel
corso della trattazione, tramite il neretto).
In stretta relazione al volume, si è realizzato - inoltre - un sito In­
ternet, a cui si accede dalla pagina dedicata al libro presente nel sito
www.brunomondadori.com. L'espansione on line mette a disposizio­

ne una serie ulteriore di ampi commenti linguistici a testi di varia


epoca e tipologia; una serie di esercizi di autoverifica relativi a cia­
scun capitolo; una bibliografia ragionata, che - capitolo per capito­
lo, paragrafo per paragrafo - indica una serie di possibili percorsi
di approfondimento; una sitografia, che consente di raggiungere con
un click una serie di risorse on line (dizionari, banche dati testuali,
bibliografie, pubblicazioni specialistiche ecc. ) .
Pensando a un pubblico di studenti del triennio, o comunque di
lettori non specialisti, ci si è preoccupati di spiegare sempre, alla
loro prima occorrenza, i termini tecnici adottati e comunque di limi­
tarne la presenza a un uso strettamente funzionale., In questa stessa
\c
ottica, si è evitato di ricorrere, nella resa delle pronu e, ali' alfabeto
fonetico internazionale. Anche la trascrizione delle pa�ole greche ha
',

X
Presentazione

lo scopo di suggerire l'esatta pronuncia a chi non conosca il greco


antico: quindi non si segna alcun accento sui bisillabi piani (logos),
si indicano sempre gravi gli accenti nelle parole sdrucciole e tronche
(ànghelos e baptismòs), si accenta il primo elemento dei dittonghi
(òinos), si tralascia la rappresentazione delle vocali brevi e lunghe
(epsilon, eta, omicron e omega) . Inoltre si è generalizzato l'uso di
k: non solo kore, ma anche tekhne. Pur precisando che la base di
provenienza è normalmente l'accusativo, nelle trafile puntuali dal
latino all'italiano si è preferito indicare il nominativo perché non si
obliterasse la distinzione tra maschile e neutro (quindi: CALIDUS >
caldo e SPECULUM > specchio). Con un asterisco si contrassegnano
le basi ricostruite del latino volgare, ossia prive di documentazione
scritta (*PASSARE).

Luca Serianni, Giuseppe Antonelli

XI
1. Alle radici dell'italiano

1 . 1 Alle radici dell'italiano

La lingua parlata oggi in Italia è il risultato di profondi mutamenti


avvenuti attraverso i secoli.
Cominciamo col dire che l'italiano è una lingua di origine indoeu­
ropea. L'indoeuropeo non è una lingua storicamente accertata, ma
una lingua virtuale, ricostruita dagli studiosi moderni in base alla
comparazione tra più lingue note, vive o morte. Possiamo immagi­
nare tra IV e III millennio diverse tribù parlanti un insieme di dialetti
affini e stanziate in un'area non facilmente precisabile tra Europa e
Asia. Attraverso successive migrazioni queste tribù si sono diffuse

Fig. 1 . L'attuale di/fusione delle lingue indoeuropee nel mondo.


Manuale di linguistica italiana

largamente, sopraffacendo quasi tutti gli idiomi dei popoli conqui­


stati. Oggi parla una lingua indoeuropea quasi la metà dell'intera po­
polazione della terra, diffusa su tutti i continenti (e marginale solo
in Africa). In particolare, sono indoeuropee la seconda, la terza e la
quarta lingua più diffuse nel mondo: ossia l'inglese, l'hindi - lingua
ufficiale dell'Unione Indiana - e lo spagnolo; appartiene invece a un
ceppo linguistico diverso il cinese, la lingua parlata in assoluto dal
maggior numero di persone.
Verso la fine del II millennio, le popolazioni parlanti quel dialetto
indoeuropeo che poi sarebbe diventato il latino si stanziano in Italia.
Nei primi secoli del I millennio, all'epoca della fondazione di Roma
(che la tradizione colloca nel 753 a.C. ), il latino è parlato solo in que­
sta città, a stretto contatto con popolazioni di lingua etrusca a nord,
e di lingua osco-umbra a est e a sud. Dell'etrusco - attestato quasi
soltanto da epigrafi - ignoriamo ancora molte cose, ma sappiamo per
certo che si trattava di una lingua non indoeuropea. L'osco-umbro
era invece un insieme di lingue e dialetti indoeuropei parlati prima
dell'avvento del latino in gran parte dell'Italia centromeridionale e
testimoniati da alcune centinaia di iscrizioni risalenti a un periodo
compreso tra il v secolo a.C. e il I secolo d.C. Dopo la fine della
guerra sociale (88 a.C. ), che segnò la sconfitta definitiva delle popola­
zioni italiche, né l'osco né l'umbro furono più adoperati come lingue
ufficiali. L'etrusco e l'osco-umbro hanno avuto notevole influenza sul
latino, soprattutto in àmbito lessicale. Sono di origine etrusca, per
esempio, parole come POPULUS, CATENA e TABERNA; risalgono invece
ad altre lingue italiche, in particolare all'osco-umbro, molti nomi che
designano animali, come BOS 'bue', URSUS 'orso', LUPUS, TURDUS 'tor­
do' SCROFA e BUFALUS.
'
Decisamente più importante è l'influsso esercitato dal greco. Per­
sino l'alfabeto latino è chiaramente apparentato con gli alfabeti greci
occidentali usati nelle colonie dell'Italia meridionale e in particolare
a Cuma, antica città della Campania fondata dai Calcidesi. Vari e nu­
merosi sono i grecismi di àmbito quotidiano: da OLIVA a MACINA ad
AMPHORA; spicca, in particolare, il contingente di parole marinaresche
come PRORA, BALLAENA, DELPHINUS e GUBERNARE 'reggere il timone
di una nave', poi applicato al mondo delle istituzioni politiche (go­
vernare e governo). Il greco ha fornito al latino le parole e soprattutto
l'impalcatura concettuale di molto lessico astratto. Ciò è accaduto:

2
Alle radici dell'italiano

- attraverso l'assegnazione di nuovi significati a parole già esistenti


come RATIO (che, accanto a quella di 'calcolo', assume la nuova
accezione di 'ragione') e PUTARE ('contare', poi anche 'ritenere');
- tramite nuove formazioni, come QUALITAS e MEDIETAS, sostanti­
vi coniati da Cicerone per rendere i termini greci poiòtes e me­
sòtes.

Il greco, inoltre, essendo stata la prima lingua delle comunità cri­


stiane fuori di Palestina, ha permeato tutto il vocabolario religioso,
fornendo parole necessarie

per esprimere nozioni estranee alla cultura pagana (come ANGELUS


'angelo', MONACHUS, EPISCOPUS 'vescovo', BAPTISMUM 'battesimo',
CHRISMA 'cresima');
per sostituire termini latini troppo compromessi col paganesimo
(PROPHETA in luogo di VATES, ECCLESIA e BASILICA in luogo di TEM­
PLUM).

1 .2 Il latino volgare

L'italiano deriva, dunque, dal latino e appartiene alla famiglia delle


lingue romanze (o, appunto, neolatine) . All'epoca della sua massima
diffusione, il latino raggiunse regioni dell'Africa, dell'Asia e dell'Eu­
ropa centrosettentrionale in cui fu successivamente sopraffatto da al­
tre lingue e da altre culture. Ma comunque è assai consistente l'area
in cui si parlano ancora lingue neolatine. Quest'area, che i linguisti
designano riprendendo l'antico termine di Romània, si estende - sia
pure con soluzioni di continuità - dal mar Nero (sul quale affaccia la
Dacia, l'odierna Romanìa) all'oceano Atlantico (che bagna il Porto­
gallo) .
Quando si dice che l'italiano deriva dal latino, non bisogna di­
menticare che solo una parte del vocabolario latino è arrivata fino a
noi senza soluzioni di continuità (le parole dette di tra/ila popolare o
ereditarie). La maggioranza è stata recepita nei secoli per via scritta,
libresca, e dunque non sempre presenta le trasformazioni di suono e
di significato proprie dei vocaboli di uso ininterrotto: sono queste le
parole di trafila dotta, dette anche latinismi o cultismi.

3
Manuale di linguistica italiana

r-)
. . ../�- - · · ·2. . .

············· Frontiere politiche


-- Frontiera linguistica

Fig. 2. La Romània, ovvero l'area in cui si parlano le lingue romanze (o neolatine).

Non solo: il latino da cui derivano l'italiano e le altre lingue romanze


non è quello che ancora oggi si studia a scuola. Il latino, come ogni
altra lingua storica, era una realtà complessa e varia. Quello che si
studia a scuola è solo una minima porzione di questa lingua: il latino
classico, vale a dire quel latino codificato da alcuni grandi scrittori
nell'età di Cesare e di Augusto (I secolo a.C. I secolo d.C. ) e per se­
-

coli ammirato come modello letterario insuperabile. L'assegnazione


dell'aggettivo classico al termine latino si deve al grammatico ed eru­
dito latino Aulo Gellio (II secolo d.C. ) , che applicò alla letteratura
la divisione della popolazione in diverse " classi" economiche. Come
alla prima classe appartenevano i cittadini emergenti, per censo e
potere, così furono detti " di prima classe" , "classici" , gli scrittori
eccellenti, quelli a cui guardare come modello: in particolare Ci­
cerone, Cesare, Livio per la prosa; Virgilio, Orazio, Ovidio per la
poesia.
Chi parlava latino, però, parlava una lingua alquanto diversa dal
latino classico, almeno nel lessico e nella pronuncia. Proprio questo
tipo di latino - il cosiddetto "latino volgare" , che variava notevol­
mente a seconda dei luoghi - è all'origine delle lingue romanze o neo­
latine. Schematizzando, possiamo affermare che il latino volgare (una
definizione e un concetto ancora discussi tra gli studiosi) è il latino

4
Alle radici del/'italiano

ttl LA VARIAZIONE LINGUISTICA

Una lingua viva non è un organismo immobile e definibile una volta per tut­
te, perché si modifica in rapporto a diversi fattori: il trascorrere del tempo,
lo spazio geografico, il livello socioculturale di chi la parla (o la scrive), la si­
tuazione comunicativa, il mezzo di comunicazione che veicola il messaggio.
Studiare una lingua in diacronia (dal greco dià 'attraverso' e khrònos
'tempo' ) significa esaminare i mutamenti che nel corso del tempo hanno
interessato quella lingua, non solo all'atto della sua nascita (nel nostro ca­
so il passaggio dal latino volgare all'italiano) ma in tutta la sua evoluzione,
fino al suo assetto attuale.
Le trasformazioni di una lingua in diatopia (dal greco dià 'attraverso' e
topos 'luogo' ) sono quelle determinate dallo spazio geografico in cui quel­
la lingua si parla. Il latino volgare ha dato vita, al variare dei luoghi, non
solo alle varie lingue romanze, ma anche alla grande quantità di dialetti
presenti nella nostra penisola, diversi da regione a regione, da città a città
e, talvolta, da paese a paese.
Una lingua può mutare anche in relazione alla diastratia (dal greco
dià ' attraverso' e dal latino STRATIJS ) , ovvero allo strato sociale, al gra­
do d'istruzione e quindi alla competenza linguistica dei parlanti (o degli
scriventi}. Una persona di livello socioculturale elevato parla (e scrive) in
modo diverso da chi è meno istruito.
Studiare una lingua in relazione alla diafasia (dal greco dià 'attraverso'
e phasis 'il parlare') significa indagarne le trasformazioni legate alla situa­
zione comunicativa. In un colloquio di lavoro si usa un registro formale,
mentre parlando con un amico si ricorre - a parità di contenuti - a un
registro confidenziale.
Ogni lingua varia anche in rapporto alla diamesia (dal greco dià 'attra­
verso' e mesos 'mezzo'), vale a dire a seconda del canale di comunicazio­
ne che viene usato per trasmettere un dato messaggio. La lingua scritta
presenta caratteristiche diverse rispetto alla lingua che si parla avendo di
fronte un interlocutore.

parlato dell'uso familiare così com'era venuto atteggiandosi nell'età


della decadenza. Un tipo di latino caratterizzato da diverse innova­
zioni, ma anche da molti tratti arcaici. Per esempio, la caduta della
-M finale (che ha condotto dal latino FONTEM all'italiano fonte) è un
fenomeno documentato già in iscrizioni arcaiche (in cui la -M non
veniva rappresentata) , poi tenuto a freno dalla scuola e riaffermato-

5
Manuale di linguistica italiana

si definitivamente nel tardo impero. Lo testimonia anche la metrica


classica, in cui la -M finale non veniva pronunciata se era seguita da
una parola cominciante per vocale.
Quanto alle differenze geografiche, dobbiamo presupporre già
all'interno della lingua latina un certo tasso di variazione diatopica,
soprattutto a livello lessicale. Non è probabile, per esempio, che
per denominare il 'capo' {latino classico CAPUT ) il latino volgare
abbia posseduto uniformemente i sostantivi CAPUT (continuato da
rumeno, catalano e da numerosi dialetti italiani tra cui il toscano;
nell'Italia meridionale troviamo anche il femminile capa) e CAPITIA
( CAPUT + il suffisso -ITIA, continuato da castigliano e portoghese) ,
TESTA (propriamente 'vaso di argilla', presente nella Romània cen­
trale) , CONCA (continuato dal sardo) e COCHLEA (da cui coccia, vi­
vo nell'Italia centrale). Evidentemente, all'epoca del latino volgare
esisteva già una differenziazione all'interno dei vari tipi di latino
parlato nell'Impero romano, poi irrigiditasi nel passaggio alle lingue
romanze.
Se il latino volgare coincide in primo luogo con la lingua parlata, è
evidente che la sua ricostruzione può essere solo parziale e indiretta.
Le fonti di cui possiamo disporre sono

le iscrizioni di carattere privato, in cui lo scalpellino è potuto fa­


cilmente incorrere in qualche volgarismo; in particolare i graffiti
(come quelli pompeiani, che sono sicuramente databili: non si può
infatti risalire a molto prima del 79 d.C. , l'anno dell'eruzione del
Vesuvio che seppellì Ercolano e Pompei) ;

fJJ UN DISTICO POMPEIANO

QUISQUIS AMA VALIA PERIA QUI NOSCI AMA [RE]


BIS [T] ANTI PERIA QUISQUIS AMARE VOTA

Siamo di fronte a un inno alla vita e ai suoi piaceri trascritto in versi


metricamente regolari, ma in una lingua fortemente volgareggiante. La
versione in latino corretto sarebbe stata: «Quisquis amat valeat, pereat
qui nescit amare; I bis tanti pereat quisquis amare vetat:l>, ovvero 'evviva
chiunque ama, abbasso chi non sa amare; due volte abbasso chiunque si
oppone all'amore'.

6
Alle radici del!'italiano

La lingua del graffito presenta la caduta delle consonanti finali diverse da


-S in tutte le forme verbali (per esempio AMA per AMAT) e altri fenomeni fo­
netici che interessano le vocali, come la chiusura della e in iato nelle forme
VALIA e PERIA (latino classico VALEAT e PEREAT) e l'alterazione della vocale
in VOTA (latino classico VETAT) e NOSCI (latino classico NESCIT) , per effetto
dello stesso vocalismo arcaico che ha portato la forma VOSTER (continuata
poi nell'italiano vostro) a sostituire il latino classico VESTER. Di questi e altri
fenomeni si parlerà più diffusamente nei paragrafi 1.3 e 1.4.

Testo cit. in CIL (Corpus inscriptionum latinarum, Berlin 1862 ss. ) .

- le testimonianze d i grammatici e maestri d i scuola che, nel con­


dannare un certo abuso linguistico, ne attestano la vitalità: nella
cosiddetta Appendix Probi, per esempio, un autore ignoto del III
secolo d.C. ha compilato a scopi didattici una lista di 227 coppie
di parole - secondo lo schema SPECULUM non SPECLUM, COLUMNA
non COLOMNA, AURIS non ORICLA - in cui al primo posto si tro­
va la forma corretta secondo i precetti grammaticali del tempo, al
secondo quella "sbagliata" , ovvero influenzata dalle tendenze di
pronuncia allora dominanti (decisamente più vicina a quella che si
è poi affermata in italiano) ;
- gli scritti di semianalfabeti (specie i testi privati come diari e let­
tere) o comunque di persone con una limitata competenza del­
la norma grammaticale insegnata a quel tempo nelle scuole: uno
dei più importanti è l'Itinerarium Egeriae (databile all'inizio del v
secolo d.C. ) , resoconto di un pellegrinaggio compiuto nei luoghi
santi della cristianità da una monaca spagnola;
- le opere di autori letterari che tendano alla riproduzione dell'uso
popolare, sia pure filtrato dalla loro coscienza artistica: così è per
le commedie di Plauto (254- 1 84 a.C.) e per il Satyricon di Petronio
(vissuto nel I secolo d.C. ) , in cui si mette in scena, tra l'altro, il
rozzo arricchito Trimalcione, che si esprime in un linguaggio po­
polareggiante;
- infine, ed è la fonte più importante, il confronto tra le varie lingue
romanze, che consente di ricostruire una forma non documentata
ma ragionevolmente attribuibile al latino parlato: allineando l'ita­
liano passare, il francese passer, lo spagnolo pasar, possiamo facil­
mente ricostruire nel latino volgare un verbo *PASSARE (l'asterisco

7
Manuale di linguiStica italiana

indica appunto una "forma ricostruita" ) , non documentato stori­


camente e tratto dal sostantivo PASSUS; questo verbo, di coniuga­
zione regolare e di significato trasparente, doveva essere molto più
vitale e diffuso del latino classico TRANSIRE, che pure sopravvive
ancora oggi nel tipo dialettale meridionale trasire.

t/ LA CLASSIFICAZIONE DEI SUONI DELLA LINGUA ITALIANA

La classificazione dei suoni della lingua italiana viene fatta in base a di­
versi parametri. La distinzione tra vocali e consonanti, per esempio, si
basa sul fatto che nell'articolare le prime l'emissione d'aria, sfruttando la
cavità orale come cassa di risonanza, non incontra ostacoli; nella realizza­
zione delle seconde, invece, l'aria incontra un ostacolo. Ecco lo schema
delle vocali toniche, cioè accentate:

Le vocali si distinguono in base alla posizione che la lingua assume du­


rante larticolazione. Si chiama perciò centrale la a , che si realizza con
la lingua appiattita sul pavimento della bocca; si dicono anteriori o pa­
latali la e aperta (è) , la e chiusa (é) e la i, che si articolano con la lingua
in posizione avanzata e sollevata verso il palato duro; sono posteriori o
velari la o aperta (ò), la o chiusa (6) e la u, che si articolano con la lingua
in posizione arretrata e sollevata in corrispondenza del velo palatino (o
palato molle) .
L e consonanti vengono definite in base a tre parametri:.
1. il modo di articolazione, ovvero il tipo di ostacolo incontrato dall'aria
durante l'emissione; in particolare, una consonante si dice occlusiva se ·

c'è una chiusura che interrompe l'uscita dell'aria; costrittiva, fricativa o


spirante se c'è un restringimento che non interrompe il flusso dell'aria;
affricata se è costituita da un elemento occlusivo e un elemento costrit­
tivo connessi tra loro;
2. il luogo di articolazione, che permette di classificare le c� nsonanti in
labiali (articolate con le labbra), labiodentali (con labbra e denti), den-

8
Alle radici dell'italiano

tali, alveolari (in cui la punta della lingua tocca gli alveoli degli incisivi
superiori; la l prende il nome specifico di laterale) , palatali e velari;
3. tratti accessori come il carattere orale o nasale del suono (a seconda
che l'aria in uscita passi solo attraverso la bocca o anche attraverso il
naso); la presenza o l'assenza di vibrazione delle corde vocali, che è
alla base della distinzione delle consonanti in sonore e sorde (le vocali
sono tutte sonore); la diversa energia articolatoria, che è responsabile
del grado d'intensità delle consonanti tenui (ovvero scempie) o intense
(doppie).
A vocali e consonanti si aggiungono due semiconsonanti (o semivocali,
o approssimanti): Io " iod " , palatale (ovvero il suono della i di ieri e nota­
io) , e il "wau " , velare (la u di uomo e buono) , che si impostano come le
vocali corrispondenti ma hanno una durata più breve, perché l'articola­
zione passa subito alla vocale seguente.

LUOGO DI ARTICOLAZIONE

Labiali Labiodentali Dentali Alveolari Palatali Velari

TMTT1
OIS1W1M
I
Sorde Sonore Sorde Sonore Sorde Sonore Sorde Sonore Sorde Sonore Sorde Sonore

ORALI p b t d k g
OCCl.USMO
NASALI m n Jl

AFFRK'.111 ts dz tf <13

s z
f I V J (3)

COSTlllTTM ORALI r

I

Nello schema i suoni consonantici sono rapp resentati attraverso i simbo­
li dell' alfabeto fonetico internazionale (ufficialmente, IPA: Internation­
al Phonetic Alphabet) . Qualche esempio : /p/ pane; !bi bocca; Imi ma ­
no; !ti tela; Idi dare; In/ naso; I J1 I bagno; /k/ cane; /g/ gatto; lf/ fame;
lvi vedo; /si sole; /z/ sbirro; !}! sciame; /rl rosa; Ili lima; If./ figlio; !t } !
cielo; /d3/ gelo; /ts/ canzone; /dz/ zero. Il suono /3/non viene impie­
gato da solo in italiano, ma concorre a formare la consonante affricata
palatale sonora /d3/; corrisponde alla pronuncia toscana della parola
pagina.

9
Manuale di linguistica italiana

1 .3 Dal latino all'italiano: i suoni

In latino esistevano dieci vocali: ognuna delle cinque distinte dall'al­


fabeto (A, E, I, O, U) poteva infatti essere articolata come breve
o come lunga ( " quantità " vocalica). La quantità aveva valore di­
stintivo; in una coppia di parole, cioè, la differenza poteva fondarsi
esclusivamente su quest'aspetto: per esempio, VENIT con E breve si­
gnificava 'viene' / VENIT con E lunga 'venne'; SÒLUM 'suolo' / SOLUM
'solo'. Nel latino tardo, questo sistema entrò in crisi e nel vocalismo
divenne determinante non più la quantità delle vocali (lunghe-brevi) ,
ma la qualità o timbro (chiuse-aperte). Nella maggior parte della
Romània si sviluppò per le vocali toniche un sistema di sette unità:
i, é, è, a, ò, 6, u.
In fiorentino, inoltre, la è e la ò toniche che si trovavano in sillaba
libera o aperta (owero terminante per vocale) dittongarono rispettiva­
mente in iè e uò. Il dittongamento non si è prodotto se la stessa vocale
si trovava in sillaba implicata (vale a dire chiusa da una consonante) :
è il motivo per cui si ha, per esempio, fuoco da FÒ-CUS ma corpo da
CÒR-PUS.

latino I i E E A 'A 6 o ù o
classico
\/ \/ I \/ I
italiano é è a ò 6 u
I I
iè uò

Un fenomeno schiettamente toscano è poi quello dell'anafonesi, che


consiste nella chiusura - in particolari condizioni - delle vocali toni­
che é (da E e i latine) e 6 (da O e Ù latine) rispettivamente in i e u. In
particolare, la é deve essere seguita da laterale palatale (il suono che
si ha in figlia, gli) o nasale palatale (il suono che si ha in bagno, gnu)
provenienti da.i nessi latini -LJ- e -NJ- (come in FAMILIA > faméglia
> famiglia e GRAMINEA > gramégna > gramigna) , o ancora dai nessi
latini -NG- e -NK- (come in LINGUA > léngua > lingua e VINCO > vénco
> vinco). L'anafonesi da 6 si ha, invece, solo se questa si trova davanti
al gruppo consonantico ng (come in FÙNGUS > f6ngo > fungo), non
davanti a nk.

10
Alle radici del/'italiano

Dei dittonghi del latino classico, AE confluisce in E pronunciata


con timbro aperto (per cui da MAESTUS si passa a mesto e da LAETUS a
lieto, con dittongamento di e aperta in sillaba libera) ; il raro OE si con­
fonde con E chiusa (come in pena da POENA) e AU, monottongatosi
in O lunga già in alcune parole classiche (come in CAUDA > CODA), si
riduce nell'alto Medioevo a o aperta (come in poco da PAUCUS).
Tra le vocali atone, cioè non accentate, poste rispettivamente pri­
ma o dopo della sillaba accentata (protoniche le prime; postoniche le
seconde) , le dieci del latino classico si riducono a cinque, venendo
meno la e e la o aperte.

latino I i E E A A 6 o ù ù
classico
\ I \/ \ I I I
italiano e a o u

Nel passaggio dal latino all'italiano, si assiste talvolta all'epentesi,


ovvero allo sviluppo di una vocale o di una consonante all'interno
della parola, soprattutto per evitare incontri fonici inusuali (come in
BAPTISMUM > battesimo e in VIDUA > vedova) ; per l'incremento all'ini­
zio.o alla fine di una parola si parla rispettivamente di prostesi (latino
SCRIPTUS: lo scritto ma per iscritto; ma il fenomeno è quasi del tutto
scomparso) ed epitesi (frequente nei monosillabi ossitoni, soprattutto
nell'italiano antico e in alcuni dialetti moderni: piùe, szè, nòe; sine e
none con epitesi sillabica) .
Assai più frequente è la sincope, ossia la caduta di una vocale all'in­
terno di una parola, che interessa soprattutto le vocali intertoniche,
cioè poste tra l'accento secondario (un accento più debole, di appog­
gio, che si sviluppa in parole di quattro o più sillabe: in prìncipalmén­
te l'accento principale cade sulla penultima sillaba, quello secondario
sulla prima) e quello tonico (VANITARE > vantare) e in misura minore
quelle postoniche (come in CALIDÙS > caldo), in cui è però sistematica
la sincope nel suffisso -ÙLUS (SPECULUM > SPECLUM > specchio). La
caduta di una vocale, una consonante o una sillaba si dice aferesi se
avviene a inizio di parola (*ILLEI > lei ) , apocope o troncamento se si
verifica a fine parola (BONITATEM, accusativo di BONITAS > bontade >
bontà) .

11
Manuale di linguistica italiana

Nel consonantismo, oltre alla precoce caduta delle consonanti


finali, è notevole la sonorizzazione parziale delle consonanti sorde
intervocaliche, vale a dire la tendenza delle consonanti sorde po­
ste tra due vocali o tra vocale e r del latino a diventare in italiano
sonore. Il fenomeno interessa le tre occlusive p, t, k, che si trasfor­
mano rispettivamente in b (successivamente diventata v per effet­
to di un altro fenomeno detto spirantizzazione) , d e g, e la sibilante
s (quest'ultimo caso non è registrato dalla grafia: è sonora la s di
rosa).- Non si tratta, però, di un fenomeno sistematico in italiano:
si hanno pertanto LACUS > lago, EPISCOPUS > vescovo e SCUTUM
> scudo, ma anche AMICUS > amico, PETRA > pietra e APERTUS >
aperto.
Variamente alterati risultano i nessi consonantici.

In alcune sequenze di due consonanti, la seconda ha per così


dire " reso simile " a sé la prima, producendo una assimilazione
regressiva: da LACTEM, SEPTEM, ADVENIRE si è passati a latte, set­
te, avvenire (l'assimilazione progressiva è invece un fenomeno
sostanzialmente estraneo al toscano: per esempio, *ANDARE >
romanesco annà). Esiste anche il fenomeno inverso, la dissimi­
lazione, che si verifica quando in una sequenza fonica si avverte
l'esigenza di evitare la ripetizione di uno stesso suono, come in
VENENUM > veleno.
I nessi di consonante + L evolvono in nessi di consonante +
" iod" : per esempio PLUS > più, CLAMAT > chiama; la consonante
si raddoppia se il nesso si trova tra due vocali: NEBULA > *NEBLA
> nebbia, VETULUS > *VETLUS > *VECLUS > vecchio.
I nessi intervocalici di consonante+ " iod " , nei quali confluiscono
le sequenze latino-classiche di consonante + i e di consonante +
e, offrono un ampio spettro di esiti.
• Le consonanti diverse da R e S si raddoppiano (HABEAT > ab­

bia, SIMIA > scimmia).


• Se la consonante è un'affricata palatale sorda o sonora (esi­
to di una velare del latino classico) , lo " iod " viene assorbito
(FACIAT > faccia, REGIA > reggia). In questi casi la i è un segno
diacritico: cioè non ha valore fonetico, ma serve a disambi­
guare il valore della lettera precedente (a non leggere cao in­
vece di ciao).

12
Alle radici dell'italiano

• Una laterale e una nasale dentale, dopo essersi raddoppiate,


evolvono ulteriormente dando luogo a suoni palatali (VINEA >
*VINNJA > vigna, FILIUS > *FILLJUS > figlio) .
• Le dentali, sorda e sonora, passano ad affricate alveolari (PRE­
TIUM > *PRETTIUM > prezzo, MEDIUS > *MEDDIUS > mezzo) . Ac­
canto a questi esiti, se ne registrano altri due per il gruppo T
+ " iod " : 1 ) costrittiva palatale sonora (è la pronuncia toscana
di ragione; l'italiano ufficiale realizza un'affricata) in pregio,
anch'esso derivato da PRETIUM, ma attraverso un intermedia­
rio antico francese o provenzale; 2 ) affricata palatale sorda in
un gruppo di parole, tutte di formazione tarda e non attesta­
te in testi ·latini, in cui il nesso è preceduto da consonante:
*COMIN(I)TIARE > cominciare, *GUTTIARE > gocciare. Anche D
+ " iod " presenta un secondo esito: l'affricata palatale sonora
di raggio (RADIUS) .
• Quanto al nesso S + " iod " , in fiorentino si hanno originaria­
mente due esiti distinti, imperfettamente rappresentati dalla
grafia: sibilante palatale sorda e sonora (BASIUM > bacio, nella
pronuncia toscana) ; PENSIONEM, accusativo di PENSIO > pigio­
ne. La pronuncia italiana è poi passata ai corrispondenti suoni
affricati.
• In R + "iod " , la consonante cade (AREA > *ARJA > aia, NOTARIUS
> notaio) .

t/ Gu ALLOTROPI

Come si ricava anché dagli esempi precedenti, dalla stessa base latina
derivano a volte due o più parole italiane: spesso una per via popolare,
l'altra per via dotta. Queste forme, dette allòtropi, si differenziano per
ragioni fonetiche, ma anche semantiche. Di solito, la parola popolare
sviluppa un significato concreto, quotidiano, marcato dall'affettività; la
parola dotta, più vicina alla base latina anche sotto il profilo fonetico,
tende a mantenere il significato originario del latino classico (AREA > aia
'spazio davanti alla casa colonica' rispetto ad area 'superficie' , PLEBEM,
accusativo di PLEBS > piev e ' comunità di fedeli di una circoscrizione
ecclesiastica medievale' e poi ' chiesa' rispetto a pleb e , RADIUS > razzo e
raggio rispetto a radio) .

13
Manuale di linguistica italiana

1 .4 Dal latino all'italiano: le forme

Le trasformazioni morfologiche (cioè relative alle forme grammaticali:


terminazioni nominali, desinenze verbali e così via) compiutesi nel latino
volgare hanno radicalmente mutato la tipologia linguistica del latino. Pos­
siamo riassumerle in tre punti: 1 ) perdita delle declinazioni e del sistema
dei casi; 2) perdita del neutro; 3 ) ristrutturazione del sistema verbale.

1 . Delle cinque declinazioni del latino classico, le due più deboli - la


quarta e la quinta - scompaiono quasi completamente. In partico­
lare, i vocaboli della quinta e i femminili della quarta confluiscono
nella prima ( FACIES > faccia, RABIES > rabbia; NURUS > *NORA > nuo­
ra, SOCERUS > SOCERA > suocera; MANUS ha invece mantenuto genere
femminile e uscita in -o: la mano); i maschili della quarta vengono
assorbiti dalla seconda (anche perché molte desinenze erano già in
origine comuni alle due declinazioni) . Prima e seconda declinazione
sono di fatto le uniche rimaste produttive in italiano.
Anche per effetto della caduta della -M e delle altre consonanti finali,
viene meno il sistema delle desinenze, con importanti conseguenze
sull'ordine delle parole. In latino, grazie alle desinenze, era sempre
possibile capire se un nome fosse soggetto o oggetto: l'ordine delle
parole nella frase, quindi, era sostanzialmente libero (alla sequenza
più comune, soggetto + oggetto + predicato Petrus Paulam amat
potevano affiancarsi tutte le altre combinazioni: Petrus amat Pau­
lam, Amat Paulam Petrus) . In italiano e nelle altre lingue romanze,
invece, la perdita dei casi ha bloccato l'ordine delle parole, che è
diventato rigido (in Pietro ama Paola è solo la posizione, rispettiva­
mente prima o dopo il predicato, che ci consente di stabilire qual è il
soggetto e quale l'oggetto) . L'accusativo si impone sugli altri casi, di
cui rimangono solo pochi relitti.

t/ LA PRODUTTIVITÀ LINGUISTICA

È la capacità di una classe morfologica di generare nuove parole. In ita­


liano sono produttive le classi nominali dei maschili in -o (il lupo) e dei
femminili in -a (la rosa) , non le classi dei maschili e dei femminili in -e (il
sole, la volpe) , che mantengono le parole preesistenti senza aggiungerne

14
Alle radici dell'italiano

di nuove, a meno che non si inseriscano in serie suffissali preesistenti


( come per esempio -zione, nei neologismi coibentazione o turnazione).
Quanto alle coniugazioni, l'unica stabilmente produttiva è la I (amare) ;
in misura minore anche la IV , soprattutto fino all'alto Medioevo, epoca
in cui sono stati inquadrati in questa coniugazione alcuni verbi di origine
germanica (guarire, schernire, smaltire) .

2. Scomparso il neutro, i generi si riducono a due: maschile e femmi­


nile. L'italiano mantiene una traccia dell'antico plurale neutro in
una serie di plurali femminili in -a come le ossa (< OSSA), le braccia
(< BRACHIA) . In generale, accanto al plurale in -a, esiste un plurale
regolare in -i; in questi casi il primo ha valore collettivo, il secondo
indica piuttosto una molteplicità di oggetti considerati nella loro
individualità (le ossa del corpo umano, ma gli ossi di pollo nel piat­
to; le braccia di una persona ma i bracci della croce) . In altri casi, un
originario plurale neutro in -a è stato percepito come un femminile
singolare: VELA (plurale di VELUM) ha dato la vela, FOLIA (plurale
di FOLIUM) la foglia.
3. Profonda ristrutturazione del sistema verbale:
• delle quattro coniugazioni del latino classico, restano produtti­

ve la I e in parte la IV;
• molte forme verbali sintetiche scompaiono senza lasciare trac­

cia, sostituite da forme analitiche: il passivo AMOR 'sono amato'


è soppiantato da AMATUS SUM o SUM AMATUS (e i verbi depo­
nenti, già deboli nel latino classico, escono presto dall'uso) ; al
futuro sintetico (AMABO 'amerò') si sostituiscono varie perifrasi
(per l'italiano si muove dall'infinito e da una forma ridotta di
HABEO 'ho': da CANTA.RE + *AO si ha canterò);
• nasce il condizionale (un modo verbale che in latino non esi­

steva) formato dalla combinazione dell'infinito con una forma


ridotta del perfetto latino volgare di HABEO: da CANTARE + *HE­
BUIT si ha canterebbe. L'italiano antico conosceva una forma al­
ternativa di condizionale, ottenuta dalla combinazione dell'infi­
nito e dell'imperfetto di HABEO: CANTARE + HABEBAT > cantaria,
canteria.

15
Manuale di linguistica italiana

t/ DA QUALE CASO DERIVANO LE PAROLE ITALIANE?

In italiano, come nelle altre lingue romanze, i singolari derivano di norma


dall'accusativo latino (ROSAM >rosa, LUPUM >lupo, ORATOREM >oratore)
o dal nominativo-accusativo per i neutri della II e della III (COLLUM >collo,
CORPUS > corpo) . I plurali della I declinazione, sia che procedano dalla
desinenza -AE del nominativo sia che muovano da quella dell'accusativo
-AS, confluiscono nell'esito -e: ROSAE > rose (trafila prevalente nell'area
centromeridionale) e ROSAS > rose (prevalente in Toscana e nel setten­
trione) ; nel secondo caso il passaggio AS > e si deve alla palatalizzazione
della consonante finale: -AS > *-aj con successiva riduzione del dittongo
(fenomeni avvenuti anche nella morfologia verbale; lo confermano forme
dell'italiano antico come ame 'tu ami' , dal latino AMAS) .
Più complessa l a ricostruzione dell'origine dei plurali maschili d i II
declinazione. Secondo uno studio recente, nel latino volgare si sarebbe
avuto - per un certo periodo - un sistema a due casi, con la desinenza no­
minativale -I per i nomi di persone ed esseri animati (in grado di compiere
azioni: LUPI > lupz) e, invece, la desinenza accusativale -OS per i nomi
astratti e di oggetti. Questo sistema sarebbe rimasto in uso fino all'epoca
in cui, con la caduta delle consonanti finali, l'esito della desinenza -o(s)
> -o finì per confondersi con quello di -U(M) > -o: FOCUM >/oco, FOCOS
> */oco. Solo allora si sarebbe generalizzata la forma derivata dal nomi­
nativo. Tracce di questa duplice evoluzione rimangono nella differenza
tra amici (< AMICI) e fuochi (< FOCOS) e non ·*/uoci: nel primo caso si ha
palatalizzazione della velare sorda davanti a -I; nel secondo, invece, la
-C- è rimasta velare, inizialmente perché seguita da -os e successivamente
anche davanti alla desinenza -i perché questa fu adottata quando ormai il
fenomeno della palatalizzazione si era esaurito.
Quanto ai plurali della III declinazione, è difficile dire se derivino dalla
desinenza nominativo-accusativale classica -ES (> *-ej > -t) o se continuino
quella arcaica e poi latino-volgare -IS (>-t) perché l'esito è, in entrambi i ca­
si, il plurale in -i: VULPES >volpi, ORATORES >oratori oppure VULPIS >volpi,
ORATORIS >oratori (lo stesso vale per forme verbali come LEGIS >tu leggi) .
Poche, infine, le sopravvivenze del nominativo, come in HOMO > uomo,
MULIER 'donna' > moglie, REX >re. Nel sistema dei pronomi personali e rela­
tivi, si mantiene l'opposizione tra il nominativo e gli altri casi: EGO >io I ME >
me, TU >tu I TE >te, *ILLI >egli I latino volgare ILLUI >lui; QUEM >che I CUI
>cui (un tempo adoperato anche per l'oggetto diretto: <<Or che 'l piè saldo
fermai su 'l termine I cui combattendo valsi raggiungere», Carducci).

16
Alle radici del!'italiano

I. 5 Dal latino all'italiano: le parole

Gran parte del vocabolario latino classico si ritrova, per via popolare
o <lotta, in italiano e nelle altre lingue romanze. Diverse parole, pro­

prie del lessico poetico o elevato, scompaiono però senza lasciar traccia
(AMNIS 'fiume', NEMUS 'bosco') se non in alcuni nomi di luogo (topò­
nimi ) che continuano, in forma cristallizzata, alcune parole del latino
classico uscite dall'uso. Così Teramo e Terni derivano da INTERAMNA,
propriamente 'tra due fiumi' (INTER AMNES ) e i toponimi Nemi e Nem­
bro rimandano a NEMUS. Anche URBS, pressoché privo di continuatori
popolari in tutta l'area neolatina (l'italiano urbe è un latinismo) , soprav­
vive in Orvieto ( URBS VETUS ) e Urbisaglia (URBS SALVIA ) . Per il resto,
l'innovazione segue tre direttrici fondamentali.

I. Si preferiscono parole espressive, più trasparenti e immediate, e


anche morfologicamente più regolari: FLERE 'piangere' viene so­
stituito da PLANGERE 'battersi' il petto in segno di dolore, EDERE
'mangiare' da MANDUCARE 'dimenare le mascelle'.
2. Escono d'uso parole di scarso corpo fonico, ulteriormente decur­
tate dalla perdita delle consonanti finali: RES 'cosa' cede a CAUSA,
CRUS 'gamba' cede al grecismo GAMBA propriamente 'zampa' di
animale, una parola oltretutto più espressiva, come tutti i vocaboli
di origine scherzosa. La componente giocosa propria· della lingua
colloquiale è, del resto, il motore di un discreto numero di innova­
zioni lessicali avvenute nel latino parlato. È frequente, per esempio,
la tendenza a degradare una parte del corpo umano equiparandola
a una cosa o a un animale, com'è avvenuto anche per TESTA > testa
(accanto a CAPUT > capo) 'vaso di coccio', FÌCATUM > fegato (invece
di IECUR) 'fegato d'oca ingrassato con fichi', un piatto della cucina
romana antica.
3. Per effetto di queste due tendenze, molte parole semplici sono
sostituite dai rispettivi diminutivi, fonicamente più corposi e più
carichi di affettività: così accade, per esempio, per GENU e GENU­
CULUM (ginocchio), AGNUS e AGNELLUS (agnello). Analogamente,
ai verbi semplici vengono preferiti i verbi frequentativi, che origi­
nariamente indicavano un'azione ripetuta. In latino si formavano
dal tema del supino ed erano inquadrati nella I coniugazione:
per esempio CANTARE 'canticchiare' da CANTUS (rispetto a CA-

17
Manuale di linguistica italiana

NERE 'cantare ' ) , SALTARE 'saltellare' da SALTUS (rispetto a SALIRE


'saltare' ) . Nei derivati romanzi non c'è più traccia dell'originaria
sfumatura iterativa: il verbo frequentativo ha del tutto sostituito
il verbo semplice.

Sono assai comuni i cambiamenti di significato, per varie ragioni:

l'influsso della semantica cristiana ( ORARE passa da 'chiedere' a


'pregare' ) ;
la collisione omofonica, ovvero i l fenomeno per i l quale - nel cor­
so dell'evoluzione linguistica - due parole in origine diverse di­
ventano foneticamente uguali (l'aggettivo omofonico è formato dal
greco omo- 'uguale' e dalla radice di phonè 'voce'). Se si tratta di
due parole di largo uso, la lingua reagisce alla possibile confusione
eliminando l'elemento più debole della coppia: BELLUS 'bello', per
esempio, ha la meglio su BELLUM 'guerra';
le metafore espressive: PAPILIO (accusativo: PAPILIONEM ) , per esem­
pio, passa da 'farfalla' a 'padiglione' , perché le tende colorate degli
accampamenti evocano le ali spiegate di una farfalla) ;
le metonimie di varia motivazione: MITTERE da 'mandare' a 'met­
tere', FOCUS da 'focolare' a 'fuoco', BUCCA da 'guancia' a 'bocca',
CAMERA da 'soffitto fatto a volta' a 'stanza'.

ti METAFORA E METONIMIA

Sono due forme di traslato (owero di cambiamento di significato) comuni


nella lingua letteraria, ma anche nell'uso quotidiano.
La metà/ora consiste nella sostituzione di una parola con un 'altra che
condivida con la prima almeno un tratto semantico. Per esempio: essere
un coniglio (tratto semantico condiviso: 'la paura'); il fiorire delle arti (in
comune: 'il rigoglio' , 'l'intensità e la varietà delle manifestazioni del feno­
meno ' ) . La condivisione può riguardare anche una caratteristica esterio­
re: il collo della bottiglia, i denti della sega.
La metonùnia consiste nel designare un concetto ricorrendo a un con­
cetto diverso, legato al primo da una certa relazione. Per esempio: l'effet­
to per la causa (guadagnarsi da vivere col sudore della fronte); la materia
per l'oggetto (un bronza di Vincenzo Gemito) ; l'autore per l'opera (legge­
re Dante); il produttore per il prodotto (vestire Armani) .

18
Alle radici del/'italiano

I .6 I latinismi

I l a tinismi (o cultismi) sono una componente essenziale dell'italiano


rnn temporaneo. In un'indagine dei primi anni novanta sull'italiano
p a rlato, tra le 200 parole più frequenti figuravano ben 1 0 latini­
s m i : pensare, proprio, problema (latinismo di origine greca) , modo,
w11zie, numero, tipo, senso, storia e ultimo. Non è raro che, tra due
a l l otropi sviluppatisi da una stessa base latina, quello oggi più co­
m u ne sia proprio quello di trafila dotta. Per esempio, tra vizio e
111 ·zzo (< VlTIUM) , la parola etimologicamente " dotta " è la prima; ma
i· anche quella di uso più largo, perché - essendo di significato più
astratto e generale - si prestava a designare un numero ben maggio­
re <li realtà, rispetto ai significati ristretti e particolari di vezzo. Lo
s l csso accade, per esempio, con disco e desco, circolo e cerchio, ple­
hc e pieve (il primo elemento è un cultismo, ma dal punto di vista
d d l'uso odierno è il più comune) . Sono in genere latinismi anche
g l i aggettivi di relazione (che indicano il semplice riferimento al
nome) , in quanto tipici di un discorso astratto e generalizzante: per
l'scmpio mensile, che conserva il gruppo -NS- di MENSIS, a differen­
za <lel sostantivo mese. Ma anche oculare da occhio (che continua
< >CULUS) , floreale da fiore ( < FLOREM accusativo di FLOS) o equino

l'd equestre 'che si riferisce a cavallo', in cui non si parte da CABAL-


1 . l J S , ma da EQUUS .
Per risalire all'origine dotta o popolare di una parola derivata dal
l a t ino, il criterio più sicuro è quello di affidarsi a requisiti non tanto
semantici, quanto fonetici. I principali indizi formali che permetto-
1 1 0 <li riconoscere un latinismo sono:

- il mancato sviluppo di I e Ù rispettivamente in é e 6 (disco invece


<li desco: DlSCUS) ;
l a conservazione di AU, che popolarmente passa a o aperta (causa
invece di cosa da CAUSA, augusto da·AUGUSTUS) ;
l a conservazione di B intervocalica, che popolarmente si spiran­
tizza in V (HABITARE > abitare, NOBILEM accusativo di NOBILIS >
nobile) ;
- la conservazione del nesso NS intervocalico, che popolarmente si
riduce a s (pensare invece di pesare < PENSARE);
la conservazione dei nessi di consonante + L, che popolarmente

19
Manuale di linguistica italiana

si trasformano in consonante + "iod" (acclamare da ACCLAMARE,


rispetto a chiamare da CLAMARE; florido da FLORIDUS, rispetto a
fiore da FLOREM) ;
- conservazione dello "iod " nelle sequenze -zia, -zio, -zione di giu­
stizia, vizio, stazione, risalenti a basi latine con T + "iod" , che
popolarmente avrebbero dato un'affricata dentale intensa (vITIUM
> vezzo) .

Non vanno inoltre dimenticati i latinismi morfologici: parole italia­


ne che presentano meccanismi di formazione tipici del latino (il più
importante è senza dubbio il superlativo con il suffisso -issimo) , e i
fenomeni di rilatinizzazione, che hanno portato all a scomparsa di for­
me popolari usate nell'italiano antico, alle quali si è preferita la forma
latineggiante (/edire, per esempio, ha ceduto il passo a ferire) .

1 .7 Latino e italiano nella letteratura

Nel Medioevo la lingua abituale nella quale i letterati scrivevano le


proprie opere era il latino, e anche i lettori mediamente istruiti po­
tevano trovarsi più a loro agio di fronte alla lingua classica che non
al volgare; nel tardo Trecento Cristofano Guidini, uno dei segreta­
ri di santa Caterina da Siena, tradusse in latino il Libro della divina
dottrina di Caterina (composto tra il 1377 e il 1378) con la seguente
motivazione: «chi sa gramatica» (cioè: 'chi conosce la lingua latina')
«O ha scienzia non legge tanto volontieri le cose che sono per volgare
quanto fa quelle per lettara» (cioè, appunto, 'scritte in latino').
Anche i grandi scrittori trecenteschi, padri fondatori della lettera­
tura italiana, hanno scritto in latino una parte consistente delle loro
opere (Dante e Boccaccio) o addirittura la quasi totalità, come nel
caso di Petrarca, che si riprometteva la fama proprio attraverso le
opere latine (in particolare il poema in esametri Africa, immaginato
come una nuova Eneide) . La sua opera più famosa, il Canzoniere, è
invece una raccolta di componimenti scritti in volgare, il cui titolo
originale è però in latino (Rerum vulgarium fragmenta 'Frammenti
di cose volgari' ) . Anche nelle note in margine agli autografi di que­
sti componimenti volgari, Petrarca adopera il latino per fissare la
propria attenzione su qualche verso bisognoso di riscrittura, con

20
Alle radici dell'italiano

formule come dic a/iter ( ' di' diversamente ' ) o hic non placet (' qui
non va') .
Solo col XVI secolo s i fa strada, specie in Toscana, una corrente av­
versa al latino e favorevole al volgare. Uno dei massimi esponenti di
quest'orientamento è il fiorentino Leonardo Salviati ( 1540- 1589) ,
che dedicò le sue cure di filologo al Boccaccio, di cui studiò ana­
liticamente la lingua negli Avvertimenti della lingua sopra 'l Deca­
merone.
Il volgare e poi l'italiano conservano però a lungo l'impronta lati­
neggiante nella sintassi (specie nelle opere argomentative) e nel les­
sico, specie in quello poetico. Oltre ai latinismi filosofici e scientifici
Jel suo trattato in volgare (il Convivio), Dante ricorre ampiamente al
latino nel Paradiso, spesso con prelievi audaci, sottolineati dalla posi­
zione in rima: «Ma l'alta provedenza, che con Scipio I difese a Roma
la gloria del mondo, I soccorra tosto, sì com'io concipio ['immagino,
concepisco'] ; I e tu, figliuol, per lo mortal pondo ['il peso mortale',
cioè 'il corpo']». Oltre due secoli più tardi, nella Gerusalemme libe­
rata ( 1 " ed. 158 1 ) , Torquato Tasso si adegua al registro solenne del
linguaggio poetico e accoglie tra l'altro diversi latinismi, scegliendoli
in luogo di vocaboli più usuali: estolle è preferito a solleva, vestigia a
tracce, propinquo a vicino.
Anche Alessandro Manzoni - che rinnovò profondamente la pro­
sa letteraria, adeguandosi nei Promessi sposi (edizione definitiva:
I 840- 1 842 ) all'uso fiorentino vivo -, quando scrive in versi, è an­
cora legato al linguaggio poetico tradizionale. Mancando nella sua
produzione la lirica amorosa (il cui modello principe era Petrarca) ,
la fonte di nobilitazione è il latino, specie quello di origine biblica
ti pico degli Inni sacri: inconsunta 'inalterabile' detto della fiaccola
accesa dallo Spirito Santo, a/tor ' che dà alimento' , procellosa 'tem­
pestosa' .
Ben oltre il livello tradizionale d'interazione tra lingue volgari e la­
tino si spingevano, tra xv e XVI secolo, due diverse sperimentazioni
linguistiche letterarie: il macaronico e il polifilesco.

La poesia macaronica, nata nell'ambiente universitario padovano,


prende il nome dal macarone 'gnocco di formaggio', nel senso di cibo
�rossolano risultante da più ingredienti: la sua caratteristica principale
è.· infatti la fusione di italiano e latino creata per parlare di argomenti

21
Manuale di linguistica italiana

bassi e triviali. Le parole hanno una base italiana o dialettale (per esem­
pio: amazat 'ammazza' , dove il latino avrebbe detto inter/icit o necat) ,
ma la struttura grammaticale e metrica è quella del latino. Il massimo
esponente di questo particolare tipo di poesia fu il mantovano Teofi­
lo Folengo ( 1491- 1544) che, nonostante l'importanza delle sue opere
volgari e del trilingue Caos del Triperuno, è ricordato soprattutto per le
opere macaroniche, e specialmente per il poema eroicomico Baldus.

W UN ESEMPIO DI POESIA MACARONICA

Alter erat Baldi compagnus nomine Cingar:


Cingar scampasoga, cimarostus, salsa diabli
accortusque, ladro, semper truffare paratus.
(Teofilo Folengo, Baldus, IV 8 1 -83 )

(C 'era un altro compagno di Baldo, di nome Cingar:


Cingar lo scampaforca, l'imbroglione, una salsa per il diavolo,
astuto, ladro, sempre pronto alle beffe).

Tra i volgarismi più spiccati si notano: compagnus, accortusque (tipico del


macaronico è l'uso di parole del volgare dotate di una desinenza latina) ,
diabli e ladro (con variante fonetica volgare: diabli invece di DIABOLI, la­
dro invece di LATRO) , salsa e truffare. Sul piano sintattico si nota inoltre la
costruzione volgareggiante di paratus, che in latino classico non reggereb­
be l'infinito, ma ad + gerundio.

Testo da T. Folengo, Baldus, a c. di E. Faccioli, Einaudi, Torino 1989, p . 38.

Il polifilesco è chiamato così in riferimento all' Hypnerotomachia


Poliphili 'Guerra d'amore in sogno dell'amatore di Polia' , opera in
prosa di un Francesco Colonna (forse un frate domenicano venezia­
no) pubblicata a Venezia nel 1499. A differenza del macaronico, il
polifilesco rientra nel sistema del volgare, ma se ne colloca ai mar­
gini, in quanto il tasso di latinismi è accresciuto fino a raggiungere
effetti stranianti: abbondano forme come seduto ' diligente' , decessio
'morte' e addirittura se vide 'si vede', che arieggia SE VIDET. Simile
al polifilesco è il fidenziano, che richiama il titolo di una raccolta
di poesie (pubblicate prima del 1562 ) attribuite dal vicentino Ca­
milla Scroffa a un maestro di grammatica, Pietro Fidenzio Giunteo

22
Alle radici del!'italiano

da Montagnana, del quale viene messo in caricatura il linguaggio


pedantesco, denso di latinismi come preteriti 'passati' e munusculo
'regaluccio' .

U} UN PASSO IN POLIFILESCO

lo Poliphilo sopra el lectulo mio iacendo, opportuno amico del corpo


lasso, niuno nella conscia camera familiare essendo se non la mia chara
lucubratrice Agrypnia, la quale poscia che meco hebbe facto vario collo­
quio consolanteme, palese havendoli facta la causa et l'origine degli mei
profondi sospiri, pietosamente suadevami al temperamento de tale per­
turbatione.

(Io Polifilo, giacendo nel mio lettino, sollecito amico del corpo stanco, non
essendoci nessuno nella camera consapevole [dei miei travagli] se non la
meditabonda Insonnia la quale, dopo avermi parlato consolandomi, avendo
io confidato a lei la causa e l'origine dei miei profondi sospiri, pietosamente
mi persuadeva a moderare questo turbamento) .

L a sintassi procede per accumulo d i frasi, senza nessuna strategia espo­


sitiva (anche da qui deriva la difficoltà di interpretazione ) . Nel lessico
spiccano i _latinismi: alcuni comuni nella prosa dell'epoca, ma non in
questa concentrazione (iacendo, suspiri, suadevami) ; altri rari (lectulo,
lucubratrice, Agripnia è un grecismo, composto dal verbo agrèuein ' cac­
ciare', quindi ' andare in cerca' , e hypnos 'sonno ' ) .

Testo d a F. Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, riproduzione dell'ed. aldina del


1499, introduzione, traduzione e commento di M. Ariani, M. Gabriele, Adelphi,
Milano 1998, voi. I , p. 12.

1 .8 Latino e italiano nell'uso giuridico e amministrativo

Anche se il più antico documento ufficiale in un volgare italiano - la


formula del placito campano del 960 - è un testo giuridico, per molti
secoli la lingua dei testi normativi è stata il latino. La stessa formula
Jel placito campano, del resto, è in volgare, ma all'interno di un do­
cumento in latino.
Si tratta peraltro di un episodio pressoché isolato, dal momento
che nel Medioevo la lingua del diritto e dell'amministrazione era il

23
Manuale di linguistica italiana

QJ IL PLACITO CAMPANO

È una formula in volgare risalente al 960, che tradizionalmente viene con­


siderata l"' atto di nascita" dei volgari italoromanzi. Davanti al giudice
capuano Arechisi si presentano tre testimoni, che recitano la seguente
formula: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le
possette parte S(an)c(t)i Benedicti», cioè: «So che quelle terre, entro quei
confini che qui [in una carta che ciascun testimone tiene in mano] sono
contenuti, trent'anni le ha avute in possesso il monastero di San Benedet­
to [il celebre monastero benedettino di Montecassino] ».
Il testo è giuridicamente impeccabile, e ogni parola ha un valore puntuale:
sao indica un 'sapere per certa cognizione' , col conseguente impegno a giu­
rare; kelle terre sono precisi terreni, indicati con i loro confini; la durata di
trent'anni era quella prevista perché scattasse il diritto all'usucapione, grazie
al quale il prolungato possesso di un bene si trasformava in proprietà.

Testo da A. Castellani, I più antichi testi italiani, Pàtron, Bologna 1973 , p. 59.

latino. In latino sono redatti abitualmente gli statuti dei comuni,


e a questa lingua si richiamano i nomi di alcuni magistrati come il
console (CONSUL) o il podestà (dall'accusativo POTESTATEM; POTE­
STAS in latino valeva 'potere' e, per metonimia, 'persona insignita di
potere'). Fino al XV secolo, il latino è la lingua abituale delle can­
cellerie operanti nei vari stati della penisola: da quell'epoca in poi
cederà, in misura via via più consistente, al volgare cosiddetto " di
coinè" (vedi § 2.3 ) .
Anche nei secoli successivi, il modello latino continua a d agire non
solo nel lessico, ma anche nella derivazione: per esempio nei relitti
dei comparativi sintetici in -ore (citeriore, ulteriore e simili, che rical­
cano gli accusativi latini CITERIOREM e ULTERIOREM) , in contrasto con
la tendenza dell'italiano a servirsi delle forme analitiche con più (più
vicino, più lontano; come forme popolari sopravvivono però in italia­
no quattro comparativi sintetici: maggiore, minore, migliore, peggiore,
dagli accusativi MAIOREM, MINOREM, MELIOREM e PEIOREM) . Di sicura
ascendenza latina sono anche gli aggettivi verbali del tipo laureando o
educanda, modellati sul gerundivo: una forma aggettivale passiva del
verbo latino, che esprimeva l'idea del dovere, della necessità: LAUD-0
'lodo' � LAUD-ANDUS 'che deve essere lodato' .

24
Alle radici del!'italiano

Strettamente connessa col linguaggio giuridi �o è la lingua degli


uffici e dell'amministrazione, che dall'età napoleonica - con la ri­
forma degli apparati statali - accoglie molti latinismi, spesso attra­
verso il tramite del francese. Sono latinismi di diffusione ottocente­
sca, tra gli altri: attribuzione 'potere spettante a chi svolge una certa
attività', esumare, quiescenza, solvibile e solvibilità, subire. Accan­
to ai latinismi, il linguaggio giuridico-amministrativo dà spazio a
espressioni prettamente latine, alcune delle quali circolano anche in
altri àmbiti (politica, giornalismo ecc. ) : conditio sine qua non ' con­
dizione senza la quale non (si può procedere)', excusatio non petita,
accusatio manifesta 'una scusa non richiesta equivale ad accusarsi
apertamente' , notitia criminis 'notizia del reato' (è l'informazione,
ricevuta dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria, di un fat­
to che costituisce reato), nulla poena sine lege 'nessuna pena sen­
za legge' (è uno dei princìpi fondamentali del diritto penale, per il
quale non può essere inflitta una pena che non sia espressamente
prevista dalla legge) , res nullius ' cose di nessuno' (si dice di cose
che non hanno mai avuto un proprietario o che sono state da lui
abbandonate) .
Nel 1 993 , per semplificare e rendere più comprensibile ai cittadi­
ni la lingua della burocrazia (vedi § 5 .4 ) , la Presidenza del Consiglio
dei Ministri ha emanato un Codice di stile delle comunicazioni scritte
ad uso delle amministrazioni pubbliche. I suggerimenti mirano a fa­
vorire frasi brevi e sintatticamente lineari e, nel lessico, a eliminare
parole auliche come testé, all'uopo, altresì, ma anche vocaboli stra­
nieri come project manager o forme poco usate al di fuori del lin­
guaggio burocratico come disdettare o referenziare. Uno degli inter­
venti di questo indirizzo è appunto la sostituzione di latinismi rari o
libreschi con parole più comuni: abbandonare (e non evacuare) , caso
(e non fattispecie) , rinviare (e non differire) .

1 .9 Latino e italiano nella scienza e nell'insegnamento

La lingua scientifica si è espressa abitualmente in latino fino all'età


moderna, con differenze a seconda dei vari àmbiti (più precoce la
diffusione del volgare nelle scienze matematiche e t�cnologiche, più
tarda nella medicina) e soprattutto della destinazione. Anche nella

25
Manuale di linguistica italiana

medicina sono in volgare, già dal tardo Medioevo, opuscoli sull'oste­


tricia e sui mezzi di prevenzione contro la peste, destinati a donne e
uomini di bassa istruzione, non in grado di leggere il latino.
Se fino alle soglie dell'età moderna sono rari i trattati scientifici
scritti originariamente in volgare, già dal Medioevo sono frequenti
i volgarizzamenti di opere redatte inizialmente in latino (e talvolta
risalenti a originali arabi) . Un esempio è la Chirurgia di Guglielmo
da Saliceto, composta in latino nella seconda metà del XIII secolo
e tradotta quasi sùbito sia nella redazione intera sia in un compen­
dio; l'edizione a stampa del testo volgare ( 1 474) precede addirittura
quella del testo latino ( 1476) . Tra Quattro e Cinquecento adopera­
no il volgare, senza preoccuparsi troppo degli aspetti formali della
scrittura, due matematici: il toscano Luca Pacioli ( 1445 - 15 10 ca. ) e il
bresciano Niccolò Tartaglia ( 1499- 1557 ) , che giustifica questa scelta
dichiarandosi «un poco grassetto di loquella».
Un deciso impulso all'uso del volgare nella fisica viene dal grande
scienziato Galileo Galilei, che a partire dal 1610 nei suoi scritti ricor­
re sistematicamente al volgare. Questa scelta è dettata anche dalla vo­
lontà di Galileo di marcare la propria distanza scientifica dai fautori
dell'accademismo di stampo aristotelico (fedeli al metodo deduttivo
e all'ipotesi tolemaica o geocentrica), che continuavano a usare il la­
tino. Invece di ricorrere a latinismi o a grecismi, Galileo introduce
nell'uso alcuni neologismi scientifici creati assegnando a nomi comu­
ni un particolare significato tecnico (pendolo). E lo stesso fa con i
nomi delle sue invenzioni, come per esempio il cannocchiale.
Per secoli, il latino è stato la base dell'insegnamento, dai primi ru­
dimenti fino agli studi universitari. Nel Cinquecento, per insegnare la
scrittura si poteva ancora adoperare la celebre grammatica latina alto­
medievale di Elio Donato, senza preoccuparsi del fatto che gli scola­
ri non capissero quello che c'era scritto. Fino al pieno Novecento, la
scuola ha trascurato l'insegnamento della grammatica italiana in favore
di quella latina, considerata come una struttura logica e consequen­
ziale, e dotata quindi di valore pedagogico generale. Nelle lezioni uni­
versitarie, l'italiano fa la sua comparsa - suscitando notevole scalpo­
re - solo nel 1754, nell'Università di Napoli, quando Antonio Genovesi
nel suo corso di meccanica e di commercio abbandona l'uso del latino.
Oggi il latino è ancora insegnato nei licei, ma è sempre più acceso
il dibattito tra chi lo ritiene indispensabile e chi invece lo vorrebbe

26
Alle radici dell'italiano

bandire dalle scuole secondarie, con motivazioni più o meno valide.


Mettendo da parte le ragioni e i torti dell'una e dell'altra fazione, sarà il
caso di riflettere sull'efficacia e sul significato stesso dell'insegnamento
del latino nella scuola tradizionale. L'attuale, persistente centralità della
versione scritta come testo "vergine" (senza riferimento al contesto e al
clima culturale in cui si colloca) rischia di distogliere lo studente da al­
tri aspetti rilevanti della latinità, come il rapporto tra lingua e cultura.

1 . 1 0 Latino e italiano nella Chiesa

Fin dai primi secoli della nostra èra, il latino cristiano appare permea­
to di tratti linguistici volgari. Tratti particolarmente evidenti nell'Ita ­
la, la versione delle Scritture che circolava prima della traduzione di
san Girolamo, detta invece "la Vulgata" (da editio vulgata 'edizione
divulgata, diffusa' ) . L'adozione di una lingua popolareggiante (il ser­
mo humilis) non solo rispondeva all'esigenza di farsi comprendere
facilmente dai fedeli, ma sembrava particolarmente appropriata per
esprimere i contenuti di una religione che faceva del primato degli
umili uno dei suoi punti di forza.

l1JJ UN PASSO DELL'lTALA

Un passo dell'Itala (Le 19,2 ) :

E t quaerebat videre lesum qui 'sset e t non potebat a turba quia d e statu pu­
sillus erat.
/

Nella Vulg ta di san Girolamo il passo suona così:
·,

Et quaerebat videre Iesum quis esset et non poterat prae turba quia statura
pusillus erat.

Nell'attuale traduzione italiana (testo CEI 2008 ) :

Cercava d i vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché
era piccolo di statura.

27
Manuale di linguistica italiana

Dal confronto, si evince che i volgarismi dell'Itala riguardano tutti i livelli


di lingua:

- la fonetica, con la riduzione di esset per aferesi;


- la morfologia, con la forma regolarizzata potebat (alla base dell'italiano
poteva) in luogo del classico poterat;
- la sintassi, con la perdita delle reggenze latino classiche nei comple­
menti indiretti (complemento di causa introdotto da a: a turba; com­
plemento di limitazione introdotto da de : de statu) ;
- il lessico, con status che nell'accezione di 'statura' è estraneo all'uso
degli scrittori della latinità aurea.

Testi dell'Itala e della Vulgata da RA. Haadsma, J. Nuchelmans, Précis de latin


vulgaire, Wolters, Groningen 1966, p. 103 .

Il colloquio tra sacerdote e fedele sarà sempre avvenuto nella lingua


locale; la predicazione si svolgeva originariamente in latino, ma l'invi­
to a usare i vari volgari risale già al Concilio di Tours (813 ) . Dalle de­
liberazioni pastorali emanate in quel concilio, ricaviamo chiaramente
lavvenuto distacco tra il latino e le lingue romanze. I predicatori, si
dice, devono abbandonare il latino nelle omelie e adottare la «ru­
sticam romanam linguam aut thiotiscam, quo facilius cuncti possint
intelligere quae dicuntur» ('la lingua romana rustica - cioè una lingua
romanza - o la tedesca, perché tutti possano comprendere più facil­
mente quello che viene detto').
Il latino è comunque presente anche nella predica medievale, nella
quale il religioso cita spesso le Scritture per trame autorevolezza e forza
di verità. Anche un predicatore come san Bernardino da Siena, le cui
prediche hanno uno spiccato carattere colloquiale e popolare, ricorre
talvolta a citazioni in latino, offrendo sùbito dopo la traduzione. Per
esempio: «E Gregorio [si tratta di san Gregorio Magno] anco sponen­
do questa parola: "Qui habet testimonium in excelsis, non debet cura­
re quem detrahit in terris" . Chi ha el testimonio in cielo, non si debba
curare di colui il quale il ditraie ['lo calunnia'] qui in terra».
Tra Quattro e Cinquecento, latino e volgare convivono nei cosid­
detti " sermoni mescidati" , che fioriscono soprattutto in area lombar­
da e veneta, cioè negli stessi luoghi in cui prende corpo il fenomeno
parallelo - ma laico e letterario - della poesia macaronica (vedi § 1 .7 ) .

28
Alle radici del!'italiano

Si tratta di prediche (giunteci grazie all'iniziativa di qualche ascolta­


tore che le ha trascritte, almeno in parte) in cui il predicatore passa
dal latino a un volgare fortemente dialettizzato, adoperato con fun­
zione comica specie nella riproduzione dei dialoghi. Ecco un esempio
di Valeriano da Soncino: «Comater venit ad hostium et aperiens et
videns eam ait ['la comare viene all'uscio e aprendolo e vedendola
dice'] : "O ben venga la mia cara comar. E corno stati voy madona
Drosolina? El è cento anni che non ve ho veduta"».
Col XVI secolo, il secolo della Riforma luterana, il cristianesimo si
divide anche linguisticamente. Nei paesi riformati (o protestanti) , i
testi sacri sono tradotti e vengono letti anche dal singolo fedele; nei
paesi cattolici, la liturgia mantiene il latino fino al 1 965 : la traduzione
delle Scritture in volgare, con la conseguente fruizione diretta, senza
intermediari, non viene incoraggiata. Non mancano peraltro prese
di posizione a favore dell'introduzione del volgare. Già nel 15 13 due
monaci veneziani indirizzano un Libellus ('opuscolo') al papa Leone X
perché disponga la traduzione delle Scritture e arrivano addirittura
a proporre l'uso del volgare nella liturgia, ma l'iniziativa resta senza
séguito. Lo scrittore fiorentino Giambattista Gelli, nei suoi Capricci
di Giusto Bottaio ( 1546- 1548), ammonisce che «il nostro leggere o
cantare salmi, non intendendo quel che noi diciamo, è simile a un
gracchiare di putte ['ragazze'] o a un cinguettare di papagalli».
Anche la Chiesa cattolica, tuttavia, dà un contributo notevole alla
diffusione dell'italiano. Dopo il Concilio di Trento ( 1545 - 1563 ) , si
diffonde capillarmente la pratica del catechismo, che si fonda su bre­
vi compendi delle verità di fede e di morale scritti in una lingua piana
per lo più in forma dialogica e spesso mandati a memoria. Oggi la
Chiesa cattolica assegna di fatto una posizione di prestigio non solo
al latino (usato soprattutto nei testi ufficiali) , ma anche all'italiano.
La conoscenza dell'italiano è un requisito preferenziale e spesso in­
dispensabile per laccesso alla carriera ecclesiastica (nelle università
pontificie le lezioni si tengono prevalentemente nella nostra lingua) .
Inoltre, nei media vaticani (non solo giornali e libri, ma anche alla
Radio Vaticana e nel sito Internet della Santa Sede) l'italiano conser­
va una posizione preminente rispetto alle altre lingue (sono usate, in
misura minore e con peso diverso nei singoli mezzi di trasmissione,
anche l'inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco, il portoghese, il
polacco e il latino) .

29
Manuale di linguistica italiana

STORIA DI PAROLE

Angelo La parola angelo proviene dal greco ànghelos, che in origine signi­
ficava 'messaggero' . Per influenza dell'ebraico, il termine è stato adoperato
successivamente per designare il 'messo di Dio, che manifesta agli uomini la
sua volontà', ed è questa l'accezione che ha assunto il vocabolo latino AN ­
GELUS. La prima attestazione dell'italiano angelo risale all'antichissimo Rit­
mo cassinese (fine XII - inizio XIII secolo) . L'espressione angelo custode, usata
per indicare l'angelo che Dio ha assegnato a ciascun uomo come protettore,
compare invece per la prima volta alla fine del Cinquecento, in un'opera di
Torquato Tasso.

Burocrazia La voce viene dal francese bureaucratie (bureau 'ufficio pubbli­


co' + cratie, dal greco -kratìa 'dominio, potere') e riflette la preoccupazione
per I' estensione del potere degli uffici nella seconda metà del Settecento:
dunque presenta da subito una connotazione negativa. Dal punto di vista
formale, la voce incontrò resistenze e ostilità per il suo carattere ibrido, frut­
to dell'incrocio di una parola francese e di una greca. Ma il modulo ha riscos­
so in italiano un notevole successo, come dimostrano formazioni più o meno
recenti, quali partitocrazia, pentitocrazia, sondocrazia, telecrazia.

Desco Dal vocabolo latino DISCUS, l'italiano ha derivato due allotropi (vedi
§ 1 .3 ) : desco (forma popolare) e disco (forma dotta) . Desco indicava il piatto
adoperato per il pasto; oggi, per metonimia (vedi § 1 .5 ) , parliamo ancora
nel registro letterario o scherzoso di desco nell'accezione di 'tavola imban­
dita'. La forma oggi ben più comune e vitale, disco, è stata assunta più tardi,
quando è stato necessario designare in italiano la 'piastra rotonda' adoperata
dagli atleti. Poi, con ulteriore passaggio di significato, la parola disco è stata
usata anche con il significato di 'piastra vinilica usata per la riproduzione
fonografica del suono' e infine nei più recenti termini dell'informatica: disco
magnetico, disco rigido, disco ottico. Si conoscono anche altri usi della parola
disco, sempre con riferimento a oggetti di forma rotonda: disco orario, disco
intervertebrale (da cui ernia del disco) .

Ragione Deriva, attraverso il francese antico, d a RATIO, RATIONIS, parola


con un'ampia gamma di significati sia in latino sia in italiano. La prima
attestazione di rattione 'appartenenza di diritto, competenza' è in un do­
cumento notarile marchigiano: la cosiddetta Carta /abrianese ( 1 1 86 ) . Al
significato di ' conto' ( 12 1 1 ) si rifanno ancora oggi le parole ragioniere, ra­
gioneria . Le accezioni di 'motivo' e ' conto' si sovrappongono in parte nelle
locuzioni domandare, rendere ragione di qualcosa (da REDDERE RATIONEM

30
Alle radici dell'italiano

'rendere conto , mostrare la contabilità' e 'giustificare ' ) . Ragione acquista


anche il significato di 'argomentazione, prova' e poi di 'legittimo motivo '
e di 'facoltà di pensare ' . Il verbo ragionare aveva anticamente il significa­
to di 'discorrere, dire ' , che si è perpetuato nel toscano e, fino a circa un
secolo fa, nell'uso poetico. Ragione assume poi una valenza filosofica di
grande vitalità tra Sette e Ottocento, per influsso dell 'Illuminismo e del
positivismo.

Testa Testa nel senso di 'cranio' risale al latino tardo. In origine valeva 'gu­
scio di testuggine', 'conchiglia' e 'coccio', quindi 'vaso di terracotta'. Il pas­
saggio al significato attuale si deve probabilmente a una metafora scherzosa,
simile a quelle che si trovano nell'italiano zucca o nell'italiano centromeridio­
nale coccio, coccia ('testa vuota', 'testa dura' ) . Testa ha dato luogo, nel tempo,
a varie locuzioni (mal di testa, avere la testa fra le nuvole) e a espressioni che
alludono a peculiarità di carattere (testa calda. fuori di testa ) . Il senso traslato
di 'estremità anteriore di una fila' spiega locuzioni come essere alla testa di
un 'azienda, in testa alla classifica, testa del treno, testa di serie. Al valore di
testa come ' individuo' rimandano invece espressioni come una porzione a
testa.

'-. _ -- -

31
2 . Formazione e diffusione dell'italiano

2 . 1 Linguistica interna ed esterna

Quella tra linguistica interna ed esterna è una distinzione ormai tra­


dizionale che, benché talvolta messa in discussione, mantiene una sua
immediata evidenza didattica. La linguistica interna studia l'evolu­
zione di una lingua dal punto di vista delle sue strutture, senza tener
conto delle circostanze storiche e culturali che hanno condizionato il
suo sviluppo. Molti fenomeni che interessano la fonetica, la morfolo­
gia e la sintassi di una lingua possono essere descritti esclusivamente
dal punto di vista della linguistica interna. Per esempio, per spiegare
l'evoluzione dell'articolo determinativo maschile dal fiorentino anti­
co all'italiano di oggi, basta ricordare che la scelta tra lo e il o 'l era
condizionata dalla posizione all'interno della frase e dal modo in cui
terminava la parola precedente all'articolo: lo a inizio frase e dopo
parola uscente in consonante ( per lo regno), il o 'l dopo parola con
terminazione vocalica ( per tutto (i)l regno) . Oggi, per contro, la scelta
tra il, lo e l' è determinata dal modo in cui comincia la parola seguen­
te: il pane, l'albero, lo zaino (l'uso antico si continua solo in alcune
formule cristallizzate come per lo più e per lo meno) . In entrambi i
casi, le motivazioni sono tutte interne alla lingua: non ha nessun in­
teresse sapere quale fosse la struttura sociale della Firenze antica né
quale sia il dinamismo demografico dell'Italia di oggi.
La linguistica esterna, invece, si occupa dei fattori "esterni" che agi­
scono sulla lingua condizionandone lo sviluppo. Per esempio, le tra­
sformazioni che investono il lessico - il livello linguistico su cui pesano
maggiormente fattori di ordine socioculturale - non possono essere
studiate senza tener conto delle condizioni extralinguistiche. Se il to­
scano medievale accoglie vocaboli provenienti dal provenzale e dall' an­
tico francese, è per il prestigio di cui godevano le letterature espresse da
quelle lingue; allo stesso modo, l'alto tasso di parole di origine spagnola

32
Formazione e di/fusione dell'italiano

che entrano in italiano tra Cinque e Seicento è strettamente connesso


alla dominazione spagnola in molte zone d'Italia; e così via.
I fattori esterni che incidono sullo sviluppo di una lingua possono
essere distinti in tre tipologie fondamentali: fattori extraculturali, fat­
tori culturali in senso lato, fattori culturali in senso stretto.

I fattori extraculturali, come la configurazione geografica e le tra­


sformazioni del territorio, influiscono in misura limitata sull'evo­
luzione linguistica. I condizionamenti più forti riguardano i nomi
di luogo, che possono conservare traccia della presenza di un'area
forestale poi disboscata (Boscoreale, Selvapiana) o anche di un'an­
tica palude o di un lago non più esistente (Paludi, Palù, Subiaco da
SUBLAQUEUM) .
I fattori culturali in senso lato, come i fenomeni economici e demo­
grafici o gli eventi storico-politici e militari, influiscono sull'evo­
luzione linguistica in maniera più evidente. Il dialetto parlato nel
Sud della Calabria, per esempio, è molto simile al siciliano, perché
più della divisione geografica (lo stretto di Messina) , ha contato la
comune storia politica (come la dominazione normanna) .
- I fattori culturali in senso stretto sono quelli che incidono più di­
rettamente e più in profondità sulla lingua. Rientrano in questa ca­
tegoria fattori come l'alfabetismo e la scolarizzazione, l'invenzione
della stampa, la codificazione grammaticale, l'influsso dei modelli
letterari e paraletterari. Basti pensare alla fissazione e diffusione
di un modello ortografico unico e condiviso per la lingua italiana,
conquista impensabile senza l'apporto determinante della stampa.

2 .2 Il policentrismo medievale

Dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente (476 d.C.) fino all 'unità
d'Italia ( 1 86 1 ) , la nostra penisola è stata caratterizzata da una straordi­
naria frammentazione politica, particolarmente evidente in epoca me­
dievale con la nascita della civiltà comunale. Per questo, e anche per la
conformazione geografica del territorio italiano, nel Medioevo l' evolu­
zione del latino non ha p �odotto una sola lingua parlata ovunque allo
stesso modo, bensì una straordinaria varietà di lingue che presentano
alcuni tratti comuni ma anche moltissimi elementi di discontinuità. La

33
Manuale di linguistica italiana

lenta riunificazione di questo plurilinguismo in un'unica lingua non è il


frutto di un'azione politica o amministrativa, ma di un lungo processo
culturale: il prestigio delle opere di Dante, Petrarca e Boccaccio ha
portato molto presto a riconoscere nel toscano (o, più precisamente,
fiorentino) trecentesco il modello linguistico da imitare nella scrittura.
Eppure, il primo volgare parlato in Italia che era riuscito a rag­
giungere un grande prestigio letterario non era stato il toscano, ma
il siciliano illustre adottato dalla cosiddetta " scuola poetica siciliana"
sorta nel XIII secolo per impulso di Federico II di Svevia, re di Sicilia
dal 1 1 98 e imperatore del Sacro romano impero dal 1220. In realtà,
la scuola siciliana comprendeva rimatori provenienti da varie regioni
d'Italia (erano siciliani, per esempio, Giacomo da Lentini e Guido
delle Colonne, ma era genovese Percivalle Doria, toscano Compa­
gnetto da Prato, campano Pier delle Vigne) ; quasi tutti, però, erano
alti funzionari della corte di Federico, peraltro itinerante tra varie cit­
tà della Sicilia e dell'Italia meridionale. Questi rimatori, pur imitando
temi e modi della poesia dei trovatori d'oltralpe, non scelsero come
strumento espressivo il provenzale (cioè la lingua dei loro modelli) ,
m a appunto il siciliano illustre. Scelsero, cioè, l a via dell'emulazione
a quella della semplice imitazione.
Quel siciliano è stato poi tramandato - a partire dai copisti toscani
del Trecento - in una veste fonetica fortemente toscanizzata, e dun­
que meno lontana dal modello linguistico destinato ad affermarsi nei
secoli successivi. Nondimeno, la lingua della scuola poetica siciliana
ha lasciato molte tracce nell'italiano letterario: il condizionale in -tà
(cantarìa 'canterei') ; la mancanza dei dittonghi uo e ie in parole come
core, novo 'nuovo', leto 'lieto' ; singoli relitti verbali (aggio 'ho') o pro­
nominali (nui 'noi', che ritornerà ancora, in rima, nel Cinque Maggio
di Alessandro Manzoni: «Fu vera gloria? Ai posteri / l'ardua senten­
za: nui I chiniam la fronte al Massimo I Fattor, che volle in lui I del
creator suo spirito I più vasta orma stampar», vv. 3 1 -36).
Nell'area mediana, inoltre, la nascita di movimenti religiosi (come
quelli dei benedettini e dei francescani) e di confraternite laicali ( co­
me quella dei Disciplinati), molto presenti soprattutto nei centri urbani
umbri e marchigiani (Assisi, Perugia, Todi) , diede grande impulso alla
produzione di una letteratura religiosa composta in un volgare mediano
(proprio, cioè, dell'Italia centrale) per molti aspetti diverso dal tosca­
no. Nel Cantico di Frate Sole ( 1224- 1226) composto da san Francesco

34
Formazione e di/fusione dell'italiano

d'Assisi, per esempio, saltano agli occhi forme come dignu e bellu (con
mantenimento della -u finale latina, tratto tipico del volgare umbro) ;
molti elementi linguistici locali si riscontrano anche nel laudario di J a­
copone da Todi e in altre raccolte anonime di laudi: serie di componi­
menti poetici in lode di Dio, della Madonna o di alcuni santi. In volgare
settentrionale sono invece scritte opere di tono didattico-moraleggiante
come il De cruce del milanese Bonvesin da la Riva (seconda metà del XIII
secolo), in cui compaiono forme locali come ghe 'ci, vi' e mi 'me'.
Un caso particolare è rappresentato dalla Cronica ( 1357 - 1 358)
dell'Anonimo romano (da identificare forse con Bartolomeo di la­
covo da Valmontone) . Si tratta della testimonianza più importante
che ci è rimasta del volgare romanesco, anteriore alla fase di avvicina­
mento al toscano (iniziata nel Quattrocento) e quindi ancora permea­
to di tratti linguistici centromeridionali, tra i quali spicca lassenza
di anafonesi in parole come lengua e pento 'dipinto'. Numerosissimi
sono poi i testi non letterari - statuti comunali, epistole, trascrizioni
di prediche e altri testi pratici come i libri contabili e i ricettari - che
raccontano un'Italia in cui, proprio grazie al policentrismo, trova spa­
zio e dignità una molteplicità di testi, autori, culture, lingue.

llJ UN TESTAMENTO SICILIANO REDATTO A VENEZIA ( 1 3 80- 1 3 8 1 )

Il testo originale, scritto o dettato in siciliano, recitava:

Kistu lo testarnentu de lu nobili Pinu Canpulu figlu ki fu de miser Nicola Chan­


polu, stanti in lectu, sanu de menti et infirmu di corpu, lu quali voli e cumanda ki
lu presenti testarnentu sia oservatu et factu comu lu ditu testarnentu conterrà.

La trascrizione del notaio veneziano si presenta invece così:

Chestu lo testamento de lo nobele Pino Campalo, filio che fo del misser Ni­
cola Campalo, stanto in leto sano de mente e infermo del corpo, lo qual vuole
e comanda che lo presente testamento sia oservado e fato chomo lo dito te­
stamento conteni.

Nel passasgio dal testo in siciliano alla trascrizione notarile, sono evidenti
le trasform11zioni intervenute non solo sul piano grafico (k passa a eh) ma
'
soprattutto per quel che riguarda la fonetica:

35
Manuale di linguistica italiana

- la -u finale viene corretta in -o (kistu >chesto, lu >lo, sanu >sano); la


-i finale viene corretta in -e (menti > mente, voli >vuole) ;
- le scrizioni latineggianti vengono sostituite dalle forme settentrionali
con consonante scempia (/ectu >leto, factu >fato);
- la forma oservatu viene modificata in oservado, con la sonorizzazione
della sorda intervocalica, fenomeno tipico dei volgari settentrionali.

Compaiono, inoltre, le prime spie della diffusione del toscano come mo­
dello linguistico di prestigio, più precoce al Nord (per esempio vuole in
luogo del veneziano vole o del siciliano voli) .

Testi da R. Casapullo, Il Medioevo, in F. Bruni (a c. di), Storia della lingua italiana,


il Mulino, Bologna 1999, pp. 379-384.

2 .3 L'ascesa del ceto mercantile e le cancellerie

Nel corso del Medioevo - un'epoca in cui la produzione scritta delle


classi colte (notai, clero, intellettuali e scrittori) è ancora quasi tutta
in latino - comincia ad affermarsi una nuova classe sociale: quella dei
mercanti, che per esigenze professionali (e a maggior ragione nelle
scritture private) usa scrivere in volgare. Durante la sua formazione,
il mercante impara l'aritmetica, la ragioneria (da ragione 'conto') e ac­
quisisce l'abilità grafica che gli permette di scrivere: in queste scuole
di tipo pratico, la lingua d'insegnamento è il volgare; in tutte le altre
scuole, invece, il perno della formazione rimane il latino.
I mercanti devono saper tenere in ordine i registri contabili, rilascia­
re le ricevute dei pagamenti, compilare assegni e lettere di cambio,
tutte attività che richiedono il ricorso alla scrittura. Testi del genere,
insieme alle pratiche di mercatura (una sorta di manuali del mestiere
di mercante) , costituiscono una preziosa testimonianza delle abilità
linguistiche e delle abitudini scrittorie (e ortografiche in particolare)
dei mercanti, oltre che dell'aspetto fonomorfologico dei volgari allora
in uso nella nostra penisola.
Nell'attività di scrittura del mercante, un posto importante è occu­
pato dalle lettere, che gli permettono di comunicare con le filiali della
sua azienda dislocate in varie parti d'Italia, in Europa e nel Mediter­
raneo. Dato che i mercanti e i banchieri più potenti e intraprendenti

36
Formazione e diffusione dell'italiano

erano all'epoca quelli toscani, le loro lettere costituiscono anche - per


i loro corrispondenti a Napoli, a Venezia, nelle Marche, in Puglia e
in Sicilia - la prima occasione di contatto con la lingua toscana e fio­
rentina. Un contatto che passa attraverso un canale diverso da quello
della lingua letteraria. Dalle lettere dei mercanti toscani e dei loro
corrispondenti emerge lo sforzo di depurare la propria lingua dei
tratti più legati all ' uso locale, nel tentativo di facilitare la reciproca
comprensione, tutt'altro che scontata.
La specificità dei diversi volgari usati dai mercanti emerge con chia­
rezza, invece, negli scritti non dettati da necessità professionali come
i libri di famiglia: libri di ricordi in cui i capifamiglia, di generazione
in generazione, annotano nascite, morti, matrimoni e altri awenimenti
(anche esterni al ristretto àmbito domestico) e alle cui pagine affidano
talvolta l'espressione dei propri .sentimenti, magari accompagnata da
qualche reminiscenza letteraria. Tutto questo fa dire al grande umani­
sta fiorentino Leon Battista Alberti ( 1404-1472) che il mercante deve
«sempre avere le mani tinte d'inchiostro».

W DALLA LETIERA DI UN MERCANTE TOSCANO

D'altra parte ti volemo fare asapere di chonvenentri di Toscana; che sapi,


lachomo, che noi semo ogi in grande dispesa e in grande facenda a chagione
dela guerra che noi averno chon Fiorença; e sapi che a noi chostarà asai a la
borsa, ma Fiorença chonciaremo noi sì che giamai no ce ne miraremo drieto,
se Dio di male guardia messer lo re Manfredi, a chui Idio dia vita, amen.

(D'altra parte ti vogliamo far sapere le novità della Toscana; sappi, Giacomo,
che noi oggi ci troviamo ad affrontare grandi spese e siamo in una situazione
difficile a causa della guerra in corso con Firenze [è la guerra conclusasi con
la sconfitta dei guelfi fiorentini a Montaperti il 4 settembre 1260] ; e sappi che
ci costerà molto caro, ma distruggeremo Firenze così che non dovremo più
guardarci indietro, se Dio protegge dal male il signor re ManfredHre di Sici­
lia a cui facevano capo i ghibellini] , al quale Dio conceda di vivere, amen).

Come si vede dall'esempio riprodotto, le lettere dei mercanti non con­


tengono solo comunicazioni legate agli affari: vi trovano spazio anche
notizie di cronaca che possono avere ricadute sul commercio. Sul piano
linguistico, si notino le grafie eh + a, o, u, l'oscillazione tra consonanti
'

n•

37
Manuale di linguistica italiana

scempie e doppie (sapi, /acenda ma anche guerra e messer) e la presenza


di spie linguistiche della provenienza non fiorentina dello scrivente, come
la conservazione di -ar- protonico nei futuri chonciaremo e miraremo (in
questi casi il fiorentino prevede il passaggio a -er- ) .

Testo d a R . Casapullo, Il Medioevo, in F. Bruni (a c . di) , Storia della lingua italiana,


il Mulino, Bologna 1999, pp. 73 -74.

Se è vero che i mercanti attuano soluzioni linguistiche di compromesso


tra il loro volgare e quelli dei loro corrispondenti di altre città, è però in
àmbito cancelleresco che nasce la coinè quattrocentesca, il primo vero
esperimento di lingua sovraregionale, prescindendo dalla poesia. Nel
Trecento, con il passaggio dai comuni alle signorie, ogni stato regionale si
dota di una cancelleria che gestisce la corrispondenza, scrive atti pubbli­
ci, leggi, statuti e patti di varia natura. Anche in questo caso, è la necessità
di tenersi in contatto con le cancellerie delle altre corti italiane a stimolare
la ricerca di una soluzione linguistica di conguaglio, in cui l'attenuazione
dei tratti marcati in senso dialettale si risolve in una patina linguistica
genericamente settentrionale o meridionale, a seconda dei casi.
Ai cancellieri che vogliono scrivere messaggi comprensibili oltre i
confini della corte di appartenenza, vengono in soccorso da un lato il
latino (che agisce ancora da collante, nell'uso scritto); dall'altro il to­
s'cano, che va affermandosi progressivamente come lingua di prestigio.
Il latino fornisce non solo forme cristallizzate familiari a ogni pubbli­
co funzionario (item 'allo stesso modo', quondam 'un tempo', autem
'inoltre') , ma anche il lessico giuridico e burocratico (in buona parte
soprawissuto fino a oggi, come è per beneplacito, querela, allegare) .
Inoltre, il ricorso al latino garantisce ai testi cancellereschi una certa
omogeneità sul piano della grafia. I latinismi grafici, con la conserva­
zione, per esempio, dei nessi et e pt (facto, septe) o di ti + vocale (gra­
tia), occultano in parte i diversi esiti fonetici riscontrabili nei singoli
volgari: l'uso della grafia latineggiante dicto, per esempio, evitava allo
scrivente settentrionale di incorrere nell'oscillazione grafica tra dito,
deto e simili. Spia dell'affermazione del volgare toscano come modello
di prestigio è la comparsa - in testi prodotti fuori dalla Toscana - di
forme dittongate o anafonetiche, che però convivono con gli esiti lo­
cali: in una lettera scritta da un funzionario meridionale possono così

38
Formazione e di/fusione dell'italiano

alternarsi uomo e omo (senza dittongamento toscano) , lingua e lengua


(in cui invece manca l'anafonesi, tipicamente fiorentina) .
Nel corso del Quattrocento, non solo nella Firenze medicea, ma an­
che nelle più importanti signorie dell'Italia settentrionale e meridionale
- come quelle degli Este (Ferrara, poi anche Modena e Reggio) , dei
Gonzaga (Mantova) , dei Montefeltro (Urbino), dei Visconti e degli Sfor­
za (Milano) e degli Aragonesi (Napoli) - le corti sono anche centri di
promozione culturale e artistica, in cui viene incoraggiata la produzione
letteraria in volgare. Al Nord come al Sud, nasce così una letteratura
di corte scritta in una lingua - detta appunto " cortigiana" - che si può
considerare lapplicazione in campo letterario delle coinè regionali.

(D UN ESEMPIO DI COINÈ LETIERARIA SETTENTRIONALE

A voi, ligiadri amanti e damigiele,


Che dentro a' cor gentil aveti Amore,
Son scrite queste istorie tanto bele
Di cortesia fiorite e di valore;
Ciò non ascolten quest' anime fele
Che fan guera per sdegno e per furore.
Adio, amanti e damme peregrine,
A vostro honor di questo libro è il fine.
(J;inamoramento de Orlando, libro II, canto XXXI , w. 3 93 -400)

In questi versi di Matteo Maria Boiardo ( 1 440- 1494 ) , l'attenuazione dei


tratti locali è evidente nella forma gentil preferita alla dialettale zentil. La
patina linguistica settentrionale si ritrova invece nello scempiamento delle
consonanti intervocaliche in parole come scrite, bele e guera e nel malde­
stro tentativo di evitarla che si osserva in damme 'dame'. Tipica della coinè
settentrionale è inoltre la desinenza -eti per la 2• persona plurale (aveti 'ave­
te' ) . Di àmbito locale è anche il congiuntivo ascolten 'ascoltino'.

Testo da M.M. Boiardo, Opere, voi. I: I.:inamoramento de Orlando, ed. critica a c. di


A. Tissoni Benvenuto, C. Montagnani, Ricciardi, Milano-Napoli 1999, p. 1588.

Queste esperienze hanno però una vita relativamente breve, perché


alle soglie del Cinquecento comincia a fissarsi un rigido canone lette­
rario - quello delle Tre Corone (Dante, Petrarca e Boccaccio) -, che
consacra il toscano trecentesco come modello linguistico vincente.

39
Manuale di linguistica italiana

2 .4 La formazione della lingua letteraria

In una situazione di plurilinguismo come quella che si osserva


nell'Italia bassomedievale, il toscano conquista una posizione di pre­
stigio soprattutto perché la produzione letteraria toscana può con­
tare su autori e opere percepiti da subito come modelli. Il carattere
di esemplarità riconosciuto già dai contemporanei alla Commedia di
Dante e alle opere in volgare di Petrarca e Boccaccio è importante
per comprendere come si sia arrivati alla codificazione della lingua
italiana, e perché per molti secoli lingua scritta e lingua parlata siano
rimaste separate. Del resto è proprio Dante, nel De vulgari eloquentia
('Sull'eloquenza in volgare' ) , a discutere per la prima volta dell'esi­
stenza di una lingua comune, sia pure su base esclusivamente lettera­
ria e fondata principalmente sul linguaggio poetico.
Il De vulgari eloquentia ( 13 04 - 1 3 05 ) , rimasto incompiuto a metà del
II libro, è la prima trattazione organica riguardante il volgare, ma è
scritto in latino perché si rivolge alla comunità dei letterati. Il proble­
ma principale che Dante si pone in questo trattato è quello dell'esi­
stenza di un volgare letterario comune che chiama " illustre" . Dopo
aver individuato nella penisola italiana quattordici varietà idiomati­
che, Dante le passa in rassegna una per una: e arriva alla conclusione
che il volgare illustre non coincide con nessuno dei volgari italiani,
ma va rintracciato nella lingua della tradizione poetica che parte dai
poeti siciliani e arriva agli stilnovisti (incluso lo stesso Alighieri) .

lIJ L'ESEMPLIFICAZIONE DEI VOLGARI NEL DE VULGARI ELOQUENTIA

Nel De vulgari eloquentia Dante passa in rassegna le quattordici varietà


idiomatiche da lui individuate: siciliano, pugliese (in realtà il campano dei
regni angioini) , romanesco, spoletino (cioè umbro), toscano, genovese,
sardo, calabro (l'attuale pugliese) , marchigiano, romagnolo, lombardo,
trevigiano-veneziano, aquileiese (ovvero il ladino friulano) , istriano. Le va­
rietà vengono presentate attraverso esempi, in parte letterari, che mettono
in evidenza i tratti distintivi dei singoli volgari (libro I, capp. Xl-XV ) . Così,
per esempio, il volgare dei romani è condensato nella domanda «Messure,
quinto dici?» ('Messere, che cosa dici?'), quello di milanesi e qergamaschi
nel verso di una canzone ricco di tratti settentrionali, come la perdita della
vocale finale diversa da -a: «Enter l'ora del vesper, ciò fu del mes d'ochio-

40
Formazione e diffusione dell'italiano

ver>> ('Verso lora del vespro, ciò accadde nel mese di ottobre'); dei genove­
si si dice che se perdessero la lettera z, dovrebbero o ammutolire completa­
mente o rifarsi una nuova lingua. Dante non risparmia i suoi corregionali,
anzi è particolarmente sprezzante con tutte e cinque le sottovarietà in cui è
diviso il volgare toscano: fiorentino, pisano, lucchese, senese e aretino.

Lombardia

I testi da Dante, De vulgari eloquentia, introduzione, traduzione e note di


V.Coletti, Garzanti, Milano 199 1 .

Il merito principale di Dante è quello di aver saputo cogliere le po­


tenzialità del volgare, una lingua ancora giovane al tempo in cui scri­
veva il suo poema maggiore, e di averlo plasmato fino a farne uno
strumento linguistico versatile, adatto alla trattazione degli argo­
menti più disparati, in versi come in prosa (il Convivio è un trattato,
scritto tutto in volgare, in cui alle poesie segue un autocommento in
prosa) .
Questa ri<?chezza di stili (pluristilismo) si accompagna, nelle terzine
del capolavoro dantesco, a una grande varietà di soluzioni linguisti­
che (plurilinguismo). Infatti, anche se la compagine linguistica della

41
Manuale di linguistica italiana

Commedia è saldamente fiorentina, Dante fa tesoro delle esperienze


letterarie precedenti e ricorre spesso a forme e parole estranee all'uso
di Firenze. Nella Commedia si possono rintracciare prestiti prove­
nienti dalla grande letteratura francese e provenzale (come fallanza
'errore', distanza 'desiderio' , periglio 'pericolo' , visaggio 'viso'), lati­
nismi (soprattutto nel Paradiso: preclaro 'famosissimo', labaro 'fatica',
libito 'piacere') , forme della poesia siciliana (/ace 'fa') e voci toscane
ma non fiorentine (come il lucchese issa 'ora') . Dante si spinge fino
all'introduzione di veri e propri inserti in altre lingue: il discorso di
Cacciaguida in latino (Paradiso, xv), il canto del trovatore Arnaut
Daniel in provenzale (Purgatorio, XXVI) e addirittura due frammenti
di lingue inesistenti: il celebre «Pape Satàn Pape Satàn Aleppe» (In­
ferno, VII) e il verso «Raphèl maì amècche zabì almi» messo in bocca
al gigante Nembrot (Inferno, XXXI ).
Della Commedia possediamo trascrizioni molto antiche, che te­
stimoniano l'immediata fortuna dell'opera e il suo impatto - anche
linguistico - fuori della Toscana. Particolarmente importanti sono
le trascrizioni di versi danteschi contenute nei Memoriali bolognesi,
documenti ufficiali in cui i notai, per evitare aggiunte e falsificazioni,
riempivano gli spazi bianchi scrivendo poesie o proverbi. La diffu­
sione del poema dantesco nell'Italia settentrionale e poi anche me­
ridionale è così capill are che parole ed espressioni contenute nella
Commedia cominciano a formare il tessuto di una lingua che si avvia
a diventare comune. Per esempio, il dantesco sorella (favorito anche
dal parallelismo con fratello) s'impone sul toscano occidentale suora
e sul fiorentino serocchia; allo stesso modo, entrano nell'uso parole
come bolgia o espressioni come senza infamia e senza lode.
Al plurilinguismo e al pluristilismo di Dante, che amava mescolare
basso e alto, tragico e comico, si è soliti contrapporre il monolingui­
smo di Petrarca. Nel Canzoniere, infatti, Petrarca si serve di una lin­
gua selezionatissima, elegante e rarefatta e si mantiene quasi costante­
mente su un unico registro stilistico, elevato e antirealistico. Il lessico
si compone di poche parole-chiave simboliche ed evocative (a partire
dal nome Laura, che allude di volta in volta all'aura 'aria, brezza' e
al lauro poetico) , mentre vengono evitati vocaboli concreti o legati
all'uso quotidiano. Ma Petrarca fa soprattutto da filtro del linguaggio
poetico precedente, riducendo i tratti non toscani (viene evitato, per
esempio, il sicilianismo poetico ca 'che') e limitando fortemente la

42
Formazione e diffusione dell'italiano

quota di forme derivanti dal francese e dal provenzale (si salvano solo
augellò, rimembranza e poco altro).
Il Canzoniere (il titolo originale, come s'è detto, era in latino: Rerum
vulgarium /ragmenta: vedi § 1 .7 ) diventa subito il modello stilistico e
linguistico di riferimento per i poeti non toscani e innesca in Italia
e in Europa un vasto processo d'imitazione, che prende proprio il
nome di "petrarchismo" . I versi di Petrarca diventano - oltre che un
repertorio di forme, parole, temi e immagini - la prima grammatica
dei poeti italiani che vogliono allontanarsi dal proprio volgare muni­
cipale.
Diversamente da Dante e Petrarca, che possono rapportarsi a un
linguaggio poetico in buona parte già formato, Boccaccio non ha
alle spalle una significativa tradizione di prosa narrativa in volgare.
Per il Decameron, Boccaccio mette a punto un impasto linguistico
che coincide essenzialmente con il fiorentino parlato dalle persone
colte, con qualche apertura a forme e parole di altri volgari quando
lo richiede la caratterizzazione di singoli personaggi (come i venezia­
ni monna Lisetta e Chichibìo) . Questo parlato letterario in volgare
ben si presta a rappresentare l'universo della borghesia mercantile,
il ceto dal quale proviene lo stesso Boccaccio. Va però ricordato
che nel Decameron le novelle in cui si avverte il gusto tipicamente
toscano per il dialogo vivace e la battuta sapida convivono con parti
più elaborate (il Proemio, l'Introduzione alle singole giornate) in cui
lessico e sintassi denunciano forti ascendenze classiche. Il successo
dell'opera presso i contemporanei si deve soprattutto alla lingua vi­
vace e mossa delle novelle; ma a imporsi come modello linguistico
sarà, come vedremo, la prosa latineggiante delle parti che alle novel­
le fanno da cornice.

2 .5 La codificazione grammaticale

Il Cinquecento viene ricordato come il secolo della questione della


lingua. L'Italia si presentava politicamente e linguisticamente fram­
mentata ma possedeva ormai una tradizione letteraria condivisa; le
forme di coinè nate in àmbito cancelleresco e sfruttate anche dai poe­
ti delle corti italiane offrivano un primo esempio di lingua sovraregio­
nale; la nascita della stampa sollecitava la ricerca di una lingua com-

43
Manuale di linguistica italiana

prensibile in tutta la penisola, per assicurare la massima diffusione ai


libri in volgare. Per tutte queste ragioni esplode, nel Cinquecento, il
dibattito su quale debba essere la lingua (letteraria) comune in Italia,
una nazione ancora virtuale sul piano politico, che tuttavia prova a
riconoscere nella letteratura l'unico spazio comune tra i vari stati re­
gionali. Nasce ora la cosiddetta " questione della lingua" .
La discussione vede fronteggiarsi diverse teorie.

- La tesi dell'uso del latino come unica lingua letteraria possibile ha


ancora molto séguito, ma si avvia a un lento declino.
- La teoria che vede nella lingua cortigiana lo strumento più adatto
a superare la frammentazione linguistica dell'Italia comprende in
realtà posizioni molto diverse: c'è chi, come Mario Equicola, rivol­
ge la sua attenzione alla lingua scritta molto latineggiante in uso
nella corte di Roma; ma c'è anche la posizione di Baldassarre Ca­
stiglione, che nel Cortegiano propone come lingua «italiana e com­
mune» quella non solo scritta ma anche parlata dai gentiluomini
delle corti italiane, basata sull'antico toscano ma aperta a tutte le
forme e le parole regionali che si erano affermate nell'uso.
La posizione, definita italiana o italianista, del letterato vicentino
Gian Giorgio Trissino, che, sulla base di un'errata interpretazio­
ne del concetto dantesco di volgare illustre esposto nel De vulgari
eloquentia (opera da lui riscoperta e divulgata) , sostiene che Dante
e Petrarca avevano scritto non in fiorentino o in toscano ma, ap­
punto, in italiano.
- La risposta dei /iorentinisti, che oppongono al ridimensionamento
del primato di Firenze implicito nelle altre tesi I' argomento della
naturale superiorità del fiorentino vivo, l'unico adatto a farsi lin­
gua letteraria dell'intera penisola. È questa la posizione che Nic­
colò Machiavelli affida alle pagine del Discorso intorno alla nostra
lingua, ricordando che scrittori e poeti non toscani si formano tutti
guardando, come esempio linguistico, ai fiorentini Dante, Petrarca
e Boccaccio.
- La tesi classicista e arcaizzante che Pietro Bembo espone, nel 1525 ,
nel dialogo intitolato Prose della volgar lingua (il terzo libro con­
tiene una vera e propria grammatica del volgare) . Bembo trasferi­
sce dal latino al volgare il principio di autorità: come per il latino
Cicerone era il modello della prosa e Virgilio della poesia, così

44
Formazione e di/fusione del!'italiano

per il volgare bisognava imitare Petrarca (e non Dante) in poesia


e Boccaccio in prosa. La proposta bembiana risulta quasi subito
vincente, perché guarda a modelli certi e già affermati e offre - an­
che nelle opere dello stesso Bembo - un modello grammaticale e
stilistico molto preciso (oltre che prestigioso) .

t/ L E EDIZIONI ALDINE

Si tratta dei libri pubblicati dalla stamperia veneziana dell'umanista Aldo


Manuzio. Per i tipi di Manuzio uscirono, curate da Pietro Bembo, due
opere fondamentali per la definitiva affermazione del volgare: Le cose
volgari di Petrarca (ovvero il Canzoniere, stampato nel 150 1 ) e Le terze
rime di Dante (la Commedia, uscita nel 1502 ) . Ma più in generale, l'im­
portanza delle edizioni aldine è legata ad alcune novità tipografiche che
fecero scuola. In particolare ricordiamo:

- il formato piccolo e maneggevole (le edizioni aldine si possono consi­


derare i primi libri tascabili);
- il carattere corsivo, da allora in poi noto come italico (si pensi al
francese italique e all 'inglese italic : è questo il motivo per cui oggi
il comando da tastiera per ottenere il corsivo nella videoscrittura è
CTRL + I ) ;
- l'introduzione o l a stabilizzazione d i molti segni interpuntivi: l'apo­
strofo, il punto e virgola, la virgola di forma moderna, gli accenti;
- l'abolizione, nelle opere volgari, delle grafie latineggianti tipiche delle
scritture cancelleresche.

All'interno di un canone già ristretto, Bembo opera un'ulteriore se­


lezione. Petrarca viene preferito a Dante, troppo incline all'uso di
un registro umile e di un lessico concreto: versi dall'Inferno come
«E si traevan giu !'unghie la scabbia, I come colte! di scardova [un
pesce con grandi squame] le scaglie» sono condannati, nel secon­
do libro delle Prose, per la presenza di parole «rozze e disonorate».
Quanto a Boccaccio, la scelta di Bembo cade sulla prosa complessa e
latineggiante della cosiddetta " cornice " (Proemio e Introduzione alle
giornate) e non su quella delle novelle, in cui l'andamento dialogico
comporta spesso uno scarto verso la simulazione del parlato (e dun­
que, agli occhi del classicista Bembo, verso il basso).

45
Manuale di linguistica italiana

Nella seconda metà del Cinquecento, quando le linee fondamen­


tali della norma bembiana sono ormai ampiamente diffuse e accetta­
te (tanto che, alla luce di queste, molti scrittori rivedono le proprie
opere, anche se già pubblicate) , due letterati fiorentini introducono
alcuni correttivi alle idee di Bembo, sanando di fatto la frattura con
la linea fiorentinista che era stata di Machiavelli. Benedetto Varchi
nel suo dialogo I:Hercolano (pubblicato postumo nel 1570) ripro­
pone le idee di Bembo, rivalutando però il fiorentino parlato dalle
persone colte come necessario complemento ai modelli indicati dalla
proposta bembiana. Leonardo Salviati (animatore dell'attività lingui­
stica dell'Accademia della Crusca) nel suo Degli Avvertimenti della
lingua sopra 'l Decamerone ( 1584 - 1586) estende il canone degli autori
da imitare a tutti i testi fiorentini del Trecento, inclusi quelli pratici,
non letterari.
L'idea del Trecento come " secolo d'oro" della lingua promossa da
Salviati troverà un'applicazione pratica nel Vocabolario degli Accade­
mici della Crusca (la prima edizione risale al 1 6 1 2 ) . L'impianto selet­
tivo e arcaizzante del vocabolario suscita da subito molte polemiche,
ma l' opera s'impone comunque come strumento linguistico indispen­
sabile per i letterati non toscani e contribuisce ad accrescere il divario
tra lingua scritta (il toscano trecentesco appreso per via libresca) e
lingua parlata (i volgari delle varie regioni d'Italia) .

t/ LE TRE EDIZIONI DELL'ORLANDO FURIOSO DI LUDOVICO ARIOSTO

Ludovico Ariosto sottopose il suo capolavoro a un' accurata revisione


che portò alla pubblicazione dell'opera in tre edizioni, via via più ade­
renti alle norme linguistiche contenute nelle Prose della volgar lingua
di Bembo (rispetto alle quali il poeta conservò comunque una certa
autonomia ) .

1 . L a prima edizione del Furioso risale a l 15 1 6 e presenta una lingua


" cortigian a " , ancora vicina a quella usata dal conterraneo Boiardo
nell'Orlando innamorato, opera della quale Ariosto intende scrivere
la continuazione.
2. Già nella seconda edizione, datata 152 1 , il poeta ferrarese interviene
sulla lingua, attenuando gli elementi dialettali e quelli più compromes­
si con la coinè settentrionale.

46
Formazione e diffusione dell'italiano

3. La svolta si ha però con la terza edizione, uscita nel 1532 , quando


le idee di Bembo si erano già affermate. La revisione di Ariosto sul
testo del Furioso si pone ormai saldamente, pur con qualche soluzio­
ne autonoma, sulla via dell'adozione del toscano trecentesco indicata
da Bembo. Significativi sono alcuni versi introdotti proprio in questa
edizione (XLVI, 1 5 , 1 -4 ) : «là veggo Pietro I Bembo, che 'l puro e dolce
idioma nostro, I levato fuor del volgare uso tetro, I quale esser dee, ci
ha col suo esempio mostro ['mostrato']».

2 .6 Fattori di unificazione

Nel corso del Cinquecento, dunque, l'italiano letterario sta acqui­


stando una fisionomia unitaria grazie alla diffusione delle teorie bem­
biane e alla loro applicazione nella nascente industria libraria. Non
si può dire lo stesso per la lingua parlata. Ancora tre secoli dopo,
al momento della proclamazione del Regno d'Italia ( 1 86 1 ) , il 75 %
della popolazione italiana è analfabeta e il 90 % parla unicamente in
dialetto (anche se molti sono comunque in grado di comprendere
l'italiano) . Eppure, già tra il Cinquecento e l'Ottocento, si possono
individuare alcuni fattori che contribuiscono alla formazione di un
modello comune anche per l'italiano parlato. I principali sono la pre­
dicazione religiosa, la stampa e la diffusione di una letteratura pensa­
ta per un pubblico popolare, il teatro e in particolare il successo del
melodramma.
La Chiesa, che pure per lungo tempo ha nel latino la sua lingua
ufficiale, intuisce ben presto che la predicazione e il catechismo de­
vono avvenire in una lingua che i fedeli possano comprendere. La
natura popolare e per lo più incolta del pubblico e, insieme, il ca­
rattere itinerante della predicazione sollecitano un dibattito lingui­
stico che porta all'adozione di una linguaggio chiaro e semplice (il
parlar «chiarozzo chiarozzo» teorizzato da Bernardino da Siena nel
xv secolo) . Una lingua che si presenta inizialmente come una sorta
di volgare sovraregionale e successivamente, dalla seconda metà del
Cinquecento in poi (ovvero dopo il Concilio di Trento, 1545 - 1563 ) ,
come un italiano di registro alto o medio-alto. L a Chiesa h a avu­
to una parte importante nel processo di italianizzazione anche sul

47
Manuale di linguistica italiana

piano della lingua scritta, sia per l'azione delle scuole parrocchiali
(frequentate anche dalle donne) e dei collegi religiosi, sia per la dif­
fusione di una letteratura devota di largo consumo (come i libri di
prediche per sacerdoti e le biografie - talvolta autobiografie - di
santi e mistiche) .
Quello dei testi devozionali è solo uno dei filoni della letteratura di
consumo: un tipo di produzione legato alla diffusione libraria di massa
resa possibile dall'invenzione della stampa. L'etichetta di "letteratura
di consumo" si applica a una molteplicità di testi di vario argomento,
accomunati dalle alte tirature e dal pubblico al quale si rivolgono:
una vasta platea di lettori scarsamente alfabetizzati, ma comunque in
grado di leggere. Già prima del Cinquecento, si segnalano opere nar­
rative che ottengono grande successo presso un pubblico popolare
come I reali di Francia di Andrea da Barberino (ca. 13 7 O - post 14 3 1 ) ,
e in generale i poemi cavallereschi; o come i testi che appartengono al
genere della letteratura di viaggio (un caso esemplare è Il Milione di
Marco Polo). Il fenomeno della letteratura di consumo esplode però
tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, con l'affermazione
del romanzo .
La necessità di soddisfare la domanda crescente di un pubblico
così vasto è all'origine di un tratto comune a tutti i romanzi che
fanno registrare alte tirature: la serialità, che si manifesta non solo
negJi. intrecci e nella caratterizzazione dei personaggi, ma anche sul
piano linguistico. Si spiega così la ricorsività di metafore, locuzio­
ni, espressioni formulari, spesso ereditate dalla lirica attraverso il
melodramma (anima mia, giorno fatale, indissolubile nodo, strava­
ganze del caso) . Si ripetono con insistenza stereotipi come la rappre­
sentazione dell'amore come fuoco (con il suo corollario di fiamme,
scintille e incendi) o come una guerra in cui si assalta una fortezza
(il cuore dell'amata) sperando in una resa. Tra gli autori più attivi
di questo genere di romanzi si possono ricordare, per il Settecento,
Pietro Chiari ( 1 7 12 - 1785 ) e Antonio Piazza ( 1 742 - 1 825 ) . Nel secolo
successivo, riscuotono grande successo le opere del padre gesuita
Antonio Bresciani, iniziatore in Italia del romanzo d'appendice; di
Francesco Mastriani, imitatore del romanzo realistico europeo (i
suoi Misteri di Napoli richiamano già nel titolo I misteri di Parigi di
Eugène Sue); e di Carolina lnvernizio, autrice di più di centotrenta
romanzi di grande successo.

48
Formazione e di/fusione del/'italiano

l1Jl DAL ROMANZO DI CAROLINA INVERNIZIO IL BACIO D ' UNA MORTA

Era sì bella ancora quella morta ! . .. Eravi ancora tanto fascino in quelle pu­
rissime forme, . . . nella delicata posa ! Possibile che l'anima di lei, fosse svanita
intieramente nello spazio, . . . non rimanesse ancora in qud corpo immobile un
po' di divina essenza, . . . un soffio . . .
L e pupille d i Clara non avevano il color vitreo, appannato, oscuro, che soglio­
no prendere gli occhi degli estinti . . .
Alfonso l a guardava e gli pareva che esse ricambiassero i suoi sguardi. Eppure
quelle pupille erano immobili, .. come la fronte di Clara era ghiacciata.
Ma il giovane non sapeva staccarsene.
- Ah ! se Dio volesse. . . se Dio volesse - mormorava come in delirio - Oara . . .
Clara . . . guardami ancora . . . dammi u n bacio . . . u n bacio solo . . . per mostrarmi
che mi hai perdonato . . .

Le frasi esclamative, i puntini di sospensione che compaiono frequentemen­


te nel testo e l'uso dell'interrogativa retorica (Possibile che . ) contribuisco­
. .

no a creare un facile effetto di tensione emotiva, mentre il gusto per la de­


scrizione minuziosa rivela un'attenzione alla sfera sensoriale che è costante
in tutta la produzione della Invemizio. L'enfasi è ottenuta con il ricorso ad
aggettivi (come purissime, delicata, immobile, divina) che non hanno fun­
zione informativa ma solo esornativa, di abbellimento, e con l'uso insistito
delle ripetizioni (se Dio volesse. . . se Dio volesse; Clara. . . Clara. . . ; un bacio. . .
u n bacio solo. . . ) . L a sintassi è invece semplice, caratterizzata d a brevi frasi
coordinate, soprattutto nei frequenti inserti di discorso diretto.

Testo cit. in L. Pizzoli, Spinte all'unificazione linguistica: fattori linguistici ed ex­


tralinguistici, in L. Serianni (a c. di), La lingua nella storia d'Italia, Società Dante
Alighieri - Libri Scheiwiller, Milano 2002, pp. 305-306.

Anche l'autore di teatro, come il predicatore, si rivolge a un pubblico


sempre diverso e awerte ben presto l'esigenza di esprimersi in una
lingua il più possibile comune e condivisa. Nel Seicento, la Comme­
dia dell'Arte - basata su un soggetto prestabilito o canovaccio, che la­
scia ampio spazio all'improwisazione - ricorre alla caratterizzazione
idiomatica di personaggi convenzionali: le maschere (Pantalone parla
veneziano, Pulcinella napoletano, Balanzone bolognese e così via) .
Ma è Carlo Goldoni ( 1707 - 1793 ) a intuire che, «essendo la commedia
un'imitazione delle persone che parlano più di quelle che scrivono»,

49
Manuale di linguistica italiana

occorre servirsi «del linguaggio più comune, rispetto all'universale


italiano». L'invenzione (o reinvenzione) del parlato teatrale attribuita
a Goldoni consiste nella costruzione di una lingua composita, che
accoglie, nelle sue opere in italiano, regionalismi, forme dialettali non
plebee, modi colloquiali toscani, parole auliche e anche francesismi.
Molto diversa, perché legata all a tradizione lirica petrarchesca e
quindi di registro elevato, è la lingua del melodramma. Si tratta di
un genere che nasce alla fine del Seicento, ma tocca il vertice della
sua popolarità nell'Ottocento, soprattutto con il successo delle opere
verdiane, diffuse anche presso un pubblico medio-basso grazie alle
esibizioni, fuori dai teatri lirici, di cori o complessi bandistici e di stru­
mentisti come i suonatori di organetto e fisarmonica. Non stupisce,
quindi, che formule ed espressioni codificate tipiche dei libretti d' ope­
ra siano entrate nell'uso comune (croce e delizia, bugia pietosa, bollenti
spiriti ) . Questa tendenza a una lingua aulica e arcaizzante appartiene
principalmente al melodramma serio, perché quello comico procede
- già a partire dal Settecento - su un binario distinto e parallelo, an­
che per quanto riguarda le scelte lessicali (talamo e tempio dei libretti
drammatici, per esempio, diventano in quelli comici letto e chiesa) .

2 .7 L'unità d'Italia

Con la proclamazione del Regno d'Italia (il 17 marzo 186 1 ) e le succes­


sive annessioni di Veneto e Friuli ( 1 866) , Roma ( 1 870), Trieste, Gorizia
e Trentino - Alto Adige ( 1 918), l'Italia raggiunge il traguardo dell'unifi­
cazione politica. Resta ancora lontana, invece, l'unificazione linguisti­
ca. L'italiano letterario che si è fissato e diffuso a partire dalla seconda
metà del Cinquecento è un patrimonio condiviso da una ristretta cer­
chia di intellettuali: la gran parte della popolazione parla unicamente
il proprio dialetto ed è per lo più analfabeta. Il nuovo assetto politico
centralistico, tuttavia, e l'emergere di nuove condizioni demografiche,
economiche, sociali e linguistiche innescano un cambiamento che por­
ta gradualmente alla formazione della lingua nazionale.
I fattori principali che nel tempo hanno contribuito all'unificazione
linguistica sono stati

la creazione di un apparato amministrativo e burocratico unitario;


l'istituzione della leva obbligatoria nazionale;

50
Formazione e diffusione dell'italiano

l'urbanizzazione, ovvero il flusso di persone che dai piccoli paesi e


dalle aree agricole si trasferiscono nelle grandi città;
- l'industrializzazione, che riguarda prevalentemente l'Italia nordoc­
cidentale e attrae nuova forza lavoro da altre aree del paese;
l'azione della scuola, che porta progressivamente alla riduzione del
tasso di analfabetismo e diffonde un modello linguistico diverso
dal dialetto e dall'italiano regionale;
l'emigrazione interna (dalle aree depresse dell'Italia meridionale
verso il Nord industrializzato e dalle campagne verso i centri urba-
'
ni) ed esterna (principalmente verso gli Stati Uniti) ;
la nascita di nuovi mezzi di comunicazione capaci di raggiungere un
pubblico molto vasto (la radio, il cinema sonoro, la televisione).

Nell'Italia unita, la costituzione di un apparato statale unitario deter­


mina la formazione di un ceto dirigente i cui membri provengono da
regioni diverse e devono perciò usare una lingua comune. Il linguag­
gio burocratico ha un'impronta fortemente aulica e proprio per que­
sto viene percepito come una varietà linguistica di prestigio da parte
dei cittadini, soprattutto dei meno istruiti, che tendono a servirsene
quando vogliono (o devono) discostarsi dal dialetto. L'influsso della
lingua degli uffici sulla popolazione italiana è più consistente nel pri­
mo cinquantennio di vita dell'Italia unita, ma si fa sentire ancora oggi,
per esempio nell'abitudine di presentarsi con la sequenza cognome +
nome, tipica delle persone di basso livello socioculturale.
All ' unificazione linguistica contribuisce anche l'istituzione della le­
va obbligatoria. Le giovani reclute di estrazione popolare, abituate
a parlare sempre e solo il proprio dialetto, prestano il loro servizio
militare lontano dai luoghi di residenza e per comunicare tra di loro e
con gli ufficiali devono necessariamente attenuare le forme dialettali
più marcate. Nel gergo delle caserme sono comunque presenti molti
dialettismi, soprattutto settentrionali (come i piemontesismi cicchetto,
grana e ramazza, poi entrati nell'uso comune) , perché manca ancora
un italiano parlato comune.
L'urbanizzazione non è certo un fenomeno nuovo: la novità
dell'epoca postunitaria è soprattutto nelle dimensioni che assumono
le maggiori città della penisola italiana e nella consistenza numerica
dei cittadini che lasciano le aree agricole. La convivenza di persone
abituate a parlare dialetti diversi in centri urbani in cui, proprio per

51
Manuale di linguistica italiana

le loro dimensioni, si concentrano uffici pubblici e scuole ha determi­


nato un indebolimento delle parlate dialettali, anche del dialetto delle
città in cui si è riversata londata migratoria.
Le città in cui la popolazione rurale tende a trasferirsi sono soprat­
tutto i grandi centri industriali del Nord, che offrono migliori prospet­
tive di lavoro e, in generale, migliori condizioni di vita. Il fenomeno
tocca il suo apice nel ventennio 1 950- 1 970 e interessa in particolare il
cosiddetto " triangolo industriale" Milano-Torino-Genova.

2.8 Scuola e alfabetizzazione

Con l'unità d'Italia il problema dell'adozione e della diffusione di una


lingua nazionale diventa per la prima volta una questione politica. Nel
1 868, il ministro della Pubblica istruzione Emilio Broglio nomina una
commissione, presieduta da Alessandro Manzoni, perché elabori pro­
poste utili in tal senso. Manzoni, che nel dibattito linguistico ottocente­
sco sostiene la necessità di guardare al fiorentino parlato dalle persone
colte come modello per la lingua unitaria, presenta al ministro una rela­
zione (Dell'Unità della lingua e dei mezzi per diffonderla) in cui espone
gli aspetti principali della sua proposta. Uno dei punti fondamentali è
proprio il ruolo della scuola, in cui, secondo Manzoni, i maestri ele­
mentari avrebbero dovuto essere di preferenza toscani o, se non tosca­
ni, formati anche mediante soggiorni di studio in Toscana.

lJ} LA REVISIONE LINGUISTICA DEI PROMESSI SPOSI

Nella stesura del primo abbozzo del romanzo, noto con il titolo di Fermo
e Lucia ( 1 82 1 - 1 823 ) , Manzoni usa una lingua eclettica, di cui si mostra
subito insoddisfatto. Nella seconda Introduzione al testo scrive infatti: <<la
dicitura è un composto indigesto di frasi un po' lombarde, un po' tosca­
ne, un po' francesi, un po' anche latine».
Negli anni successivi, Manzoni riscrive completamente il romanzo. Il
risultato è ledizione cosiddetta " ventisettana " dei Promessi sposi (pubbli­
cata appunto nel 1 825 - 1 827 ) , in cui Manzoni si fonda in particolare sulla
lettura di autori toscani e sullo studio dei vocabolari. Il 1 827 è soprattutto
l'anno del soggiorno fiorentino, che consente a Manzoni di restringere
ulteriormente il suo ideale di lingua. L'opzione è a questo punto il fioren-

52
Formazione e diffusione dell'italiano

tino parlato dalle classi borghesi e il romanzo viene nuovamente riscritto


fino all'edizione definitiva, nota come " quarantana" ( 1 840- 1 842 ) .
L'edizione dei Promessi sposi curata d a Lanfranco Caretti ( 1 97 1 ) per­
mette di confrontare la quarantana con l'edizione precedente (le varianti
della ventisettana sono tra parentesi) :

Essi s'awiarono zitti zitti (pian piano) alla riva ch'era stata loro indicata; vide­
ro il battello (quivi il battello) pronto, e data e barattata (ricambiata) la parola,
c'entrarono (v'entrarono) . Il barcaiolo (barcaiuolo), puntando (pontando) un
remo alla proda, se ne staccò; afferrato (raccolto) poi l'altro remo, e vogando
a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia (piaggia) opposta. Non tirava
un alito di vento; [ . . . ] I passeggieri silenziosi, con la testa voltata (colla faccia
rivolta) indietro, guardavano i monti (le montagne) , e il paese rischiarato dalla
luna, e variato (svariato) qua e là di grand'ombre (grandi ombre) .

Testo dall ' ed. a cura di L. Caretti, Einaudi, Torino 197 1 , voi . I, pp. 190- 1 9 1 .

Per comprendere la posizione di Manzoni, occorre ricordare che nel


periodo iniziale del Regno d'Italia l'istruzione elementare è ancora ge­
stita dai comuni e raggiunge una minima percentuale della popolazio­
ne italiana. Inoltre, i maestri non sono ancora in grado di proporre
agli studenti un modello linguistico unico e alternativo al dialetto. Solo
dopo l'estensione al territorio nazionale della legge Casati (emanata
nel 1859 per il Piemonte e la Lombardia) e l'emanazione della legge
Coppino ( 1 877) inizia a formarsi il sistema scolastico nazionale e viene
introdotto il principio dell'obbligatorietà dell'istruzione elementare.
Da allora in poi, e con una notevole accelerazione nel secondo do­
poguerra, si riduce progressivamente l'analfabetismo: dal 75 % di anal­
fabeti censiti nel 1 861 si passa al 40% nel 1 9 1 1 e al 14% nel 195 1 . La
scolarizzazione procede però con ritmi diversi: più rapida al Nord, al
Centro e in generale nelle città, più lenta nelle regioni meridionali e
nelle zone rurali. Nel 200 1 , il CENSIS rileva che il tasso di analfabetismo
è sceso fino all' l ,5 % della popolazione sopra i sei anni. Va detto però
che un'indagine relativa al 2005 sulle capacità di comprensione di un
testo scritto fa registrare risultati scadenti: l'Italia è sesta in un gruppo
di sette paesi e più dell'80% del campione italiano non va oltre i livelli
più elementari di analisi.
Le proposte della relazione presentata al ministro Broglio non trovano
applicazione pratica nell'organizzazione del sistema scolastico. Manzo-

53
Manuale di linguistica italiana

ni dà comunque un contributo decisivo all'apprendimento della lingua


italiana sui banchi di scuola grazie al successo dei Promessi sposi, che di­
ventano un caposaldo nella formazione della coscienza nazionale, anche
di quella linguistica. In questa prospettiva si deve considerare la fortuna
di libri per l'infanzia come Pinocchio di Carlo Collodi ( 1 88 1 - 1 883 ) e
Cuore di Edmondo De Amicis ( 1 886) , che si affiancano ai testi scolastici
veri e propri nell'orientare l'insegnamento della lingua italiana. Le tre
opere, infatti, riflettono una lingua piuttosto colloquiale che si avvicina,
sia pure in modi diversi, al toscano dell'uso vivo e può essere proposta
come modello omogeneo nell'insegnamento scolastico postunitario.
Per contrastare l'uso esclusivo del dialetto, i maestri delle scuole ele­
mentari e medie tendono a sanzionare non solo le forme effettivamente
dialettali, ma anche molti elementi lessicali e sintattici tipici della lingua
parlata. Nelle aule scolastiche s'insegna ancora a lungo (di fatto, fino
a oggi) a preferire volto a faccia, inquietarsi ad a"abbiarsi, affin ché a
perché e così via. Inoltre, la pratica del tema, spingendo a diluire in due
o tre pagine ciò che può essere detto efficacemente in poche righe, fa­
vorisce la prolissità e l'uso di formule stereotipate. Una tendenza che si
è tentato di contrastare solo a partire dagli anni settanta del Novecento:
determinanti, in questo senso, le Dieci tesi per un 'educazione linguistica
democratz"ca presentate nel 1975 dal GISCEL (Gruppo di intervento e
studio nel campo dell'educazione linguistica) .

2 . 9 Le migrazioni

Come si è detto, le migrazioni interne verso le aree più progredite


del paese contribuiscono a un indebolimento dei dialetti e, soprattut­
to, innescano un meccanismo di promozione sociale. Questo accade
perché chi abbandona le aree rurali per trasferirsi in una grande città
viene in contatto con una realtà nuova, che offre maggiori possibilità
in fatto di istruzione, di socialità, di cultura.
Inoltre, tra il 1 87 1 e il 1 95 1 , circa 7 milioni di italiani lasciano l'Ita­
lia per trasferirsi definitivamente all'estero e si calcola che altri 14
milioni vi abbiano trascorso un periodo più o meno lungo prima di
rimpatriare. Le conseguenze linguistiche di questo consistente flusso
migratorio vanno ben oltre la diffusione per via popolare di forestie­
rismi nell'italiano e di italianismi come mafia, spaghetti e cappuccino

54
Formazione e diffusione dell'italiano

nelle lingue dei paesi d'arrivo dei migranti. Gli emigranti non abban­
donano il dialetto per l'italiano, neppure in terra straniera, e nell'arco
di due o tre generazioni perdono il contatto linguistico (non quello
culturale) con la terra d'origine.

IJJ lTALY DI GIOVANNI PASCOLI

Una rielaborazione letteraria dell'impasto di inglese e dialetto tipico degli


emigranti è contenuta in questo poemetto di Giovanni Pascoli, in cui si
immagina il provvisorio ritorno in Italia di una famiglia di emigrati in
America. Eccone alcune strofe:

Venne, sapendo della lor venuta,


gente, e qualcosa rispondeva a tutti
Ioe, grave: «Oh yes, è fiero . . . vi saluta . . .

molti bisini, oh yes . . . No, tiene u n frutti-


stendo . . . Oh yes, vende checche, candi, scrima . . .
Conta moneta: può campar coi frutti. . .»

Accanto alle interiezioni tipicamente americane (oh yes), nelle frasi attri­
buite a Ioe ( Joe) compaiono molte parole inglesi italianizzate: bisini (busi­
ness 'affari'), /rutti-stendo (/ruitstand 'negozio di frutta' ) , checche (cakes
'dolci'), candi (candies 'caramelle' ) , scrima (ice cream 'gelato' ) .

Testo d a G. Pascoli, Poesie, scelta e introduzione d i L . Baldacci, Garzanti, Milano


1974, pp. 375-376.

Ma l'emigrazione agisce sulle condizioni linguistiche dell'Italia in


maniera più profonda. Una prima conseguenza dei flussi migratori
è la riduzione del numero degli analfabeti presenti in Italia: a lascia­
re la madrepatria, infatti, sono soprattutto le fasce più povere dei
ceti rurali del Sud. Inoltre, scontrandosi con le difficoltà nel tenersi
in contatto con i familiari rimasti in Italia, gli emigranti analfabeti
prendono coscienza dell'importanza dell'istruzione come elemento
fondamentale di promozione sociale. Questa consapevolezza viene
trasmessa anche alle popolazioni rurali del Mezzogiorno e della Si­
cilia, che cominciano a frequentare le scuole pubbliche. Spesso tor­
nano sui banchi anche gli adulti che hanno dimenticato le nozioni

55
Manuale di linguistica italiana

apprese in modo superficiale da bambini. In particolare, nei dieci


anni in cui l'emigrazione è più consistente ( 1 90 1 - 1 9 1 1 ) , si registra in
Italia una riduzione dell'analfabetismo pari al 22 ,2 % . La relazione tra
emigrazione e crescita dell'alfabetizzazione è tanto più evidente se si
considera che in quegli stessi anni la politica scolastica presentava an­
cora forti limiti e che le prime associazioni private per la lotta contro
l'analfabetismo nascono solo intorno al 1 9 1 0.
Più recente è il fenomeno di segno contrario, ovvero l'immigrazio­
ne di lavoratori stranieri, soprattutto cittadini dell'Europa dell'Est,
africani e asiatici. Le diverse lingue di partenza degli immigrati non
sembrano per ora in grado di influire sull"'italiano d'Italia" , unitario
e dotato di maggior prestigio sociolinguistico. L'arrivo di questi nuo­
vi cittadini pone però problemi linguistici di tipo diverso, legati alla
necessità di apprendere l'italiano, condizione indispensabile per una
piena integrazione nella società.

2 . 1 0 I mezzi di comunicazione di massa

Con la nascita della società industriale e urbanizzata, migliorano note­


volmente in Italia le condizioni di vita: aumentano i redditi individuali
e la disponibilità di tempo libero e cresce il livello di alfabetizzazione.
Ne deriva una maggiore diffusione degli strumenti di informazione e
degli spettacoli. Nascono così i mezzi di comunicazione di massa o
mass media: stampa periodica e quotidiana, radio, cinema e televisio­
ne (sulla cui evoluzione linguistica, vedi il cap. 6) .
I primi giornali pubblicati in Italia, alla fine del Settecento, erano
in realtà fogli volanti con poche pretese e con scarsa diffusione (se
non locale) . La nascita dei primi giornali a grande tiratura come " La
Gazzetta del Popolo" e " Civiltà Cattolica" avviene qualche decennio
più tardi. Il giornalismo diventa però un fenomeno di massa soltan­
to dopo l'unità d'Italia. Alla fine dell'Ottocento, le innovazioni in
campo industriale e tipografico rendono possibili alte tirature e la
distribuzione capillare nelle edicole, proprio mentre aumenta il nu­
mero delle persone in grado di leggere. Nascono in questo periodo
grandi quotidiani nazionali come " La Stampa" ( 1 867 ) e il " Corriere
della Sera" ( 1 876). Il passaggio dai giornali locali ai quotidiani diffusi
a livello nazionale comporta importanti trasformazioni linguistiche e

56
Formazione e diffusione dell'italiano

stilistiche, contribuendo a diffondere un modello di italiano unitario,


tendenzialmente semplificato nella sintassi e svecchiato nel lessico,
aperto anche alle parole straniere e alle strategie linguistiche della
comunicazione pubblicitaria.
La radio, il cinema e la televisione agiscono sulla diffusione dell'ita­
liano molto più dei giornali, perché sono in grado di raggiungere an­
che la popolazione analfabeta. Si può affermare che per molte perso­
ne questi mezzi di comunicazione siano stati di fatto la prima scuola
di lingua. I tre mezzi hanno avuto tuttavia un impatto linguistico dif­
ferente: piuttosto basso quello del cinema, medio quello della radio,
massimo quello della televisione.
Dalla sua nascita ( 1 930) fino all'avvento del neorealismo, il cinema
sonoro si serve di una lingua lontana dall'uso reale e prossima invece
al parlato teatrale: una lingua aulica, con rare aperture al dialetto
urbano (soprattutto romanesco e napoletano) . Nei suoi primi de­
cenni di vita, il cinema fornisce comunque un importante modello
linguistico, anche grazie all'obbligo di doppiaggio per i film stranieri
imposto dal fascismo nel 1932. Questa pratica, in uso ancora oggi,
ha di fatto evitato la discriminazione tra alfabetizzati e non alfabetiz­
zati che i sottotitoli avrebbero inevitabilmente prodotto. La lingua
realmente parlata in Italia irrompe sul grande schermo solo con la
stagione del cinema neorealista di Rossellini e De Sica. Esemplare il
caso di Paisà (regia di Roberto Rossellini, 1 946) , che riflette, anche
linguisticamente, la situazione italiana del dopoguerra in sei regioni
italiane. Nelle commedie degli anni successivi trova invece spazio
una dialettalità esasperata e stereotipata, che contribuisce a diffon­
dere nel pubblico la consapevolezza della distanza tra l'incompren­
sibilità delle parlate locali - ristrette entro i rispettivi confini regio­
nali - e la dimensione nazionale dell'italiano. Interessante è anche il
processo di rimozione di parole e costrutti aulici (come quisquilie, è
d'uopo e simili) innescato dall'uso deformato e ironico che ne fa Totò
nei suoi film.
La radio, attiva come servizio pubblico dal 1 924, nel secondo do­
poguerra viene ascoltata quotidianamente da oltre 1'80% della po­
polazione sopra i dodici anni (già qualche anno più tardi comincerà
a cedere una fetta del suo pubblico alla televisione). Inizialmente, le
trasmissioni radiofoniche realizzano una comunicazione unilaterale,
senza possibilità d'interazione con gli ascoltatori, e indirizzata a un

57
Manuale di linguistica italiana

pubblico indefinito. La lingua che la radio contribuisce a diffondere


è molto standardizzata, vicina all'italiano letterario e lontana dalla
spontaneità del parlato, perché i testi sono scritti per essere letti. A
partire dagli anni settanta, con il moltiplicarsi delle emittenti private,
i testi trasmessi cominciano a presentare una notevole varietà tipo­
logica e le trasmissioni si aprono al dialogo con il pubblico, che può
telefonare in diretta o - come accade sempre più spesso negli ultimi
anni - inviare e-mail e SMS che vengono letti dallo speaker. Queste
trasformazioni hanno determinato un progressivo avvicinamento del
linguaggio radiofonico all'italiano parlato.
La televisione, entrata nelle case degli italiani dal 1 954 , diventa ben
presto più popolare non solo della radio (che non può abbinare alla
parola la forza delle immagini) , ma anche del cinema. Anche se negli
anni cinquanta e sessanta il televisore è ancora un lusso per pochi, il
numero degli ascoltatori è di molto superiore a quello dei possessori
dell'apparecchio: molti italiani, infatti, seguono le prime trasmissioni
televisive riunendosi nei bar, negli stessi cinema, o nelle case dei po­
chi che potevano permettersi l'acquisto di un televisore. Il contributo
della televisione alla diffusione dell'italiano risiede anche in queste
inedite occasioni di incontro fuori del contesto strettamente familia­
re, nel quale ci si esprimeva di solito in dialetto.
Anche la pubblicità si può considerare un mezzo di comunicazione
di massa, forse per certi versi il più invasivo. La ricaduta linguisti­
ca della comunicazione pubblicitaria è però circoscritta alla diffu­
sione dei cosiddetti "tormentoni" , dato che la pubblicità si limita a
rispecchiare tendenze già in atto nell'italiano parlato. Altro discorso
riguarda l'influenza dei marchi (ovvero, come si usa dire oggi, dei
loghi ) , che pure hanno decisamente mutato il paesaggio linguistico
degli ultimi anni.
Infine, va menzionato il fenomeno - tutto novecentesco - della mu­
sica leggera. La canzonetta melodica nata dal melodramma all'inizio
del secolo scorso, dopo essere stata usata come strumento di pro­
paganda durante il regime fascista (Faccetta nera, 1 935 ) , diventa un
fenomeno di massa a partire dal 195 1 , con l'istituzione del Festival di
Sanremo. La radio e poi la televisione fanno da cassa di risonanza a
canzoni caratterizzate inizialmente da testi semplici e facilmente me­
morizzabili. Il riflesso linguistico più evidente della musica leggera
sull'italiano è il travaso nella lingua comune di espressioni contenu-

58
Formazione e dzf/usione dell'italiano

te in canzoni di successo. Afferma in proposito Tiziano Scarpa, uno


scrittore da sempre attento ai fenomeni di massa:

Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi. Poi d'improwiso venivo dal vento
rapito, e cominciavo a volare nel cielo infinito. Vorrei che fosse amore,
amore quello vero, la cosa che io sento, e che mi fa pensare a te. Voglio una
vita spericolata, voglio una vita come Steve McQueen. Io penso positivo
perché son vivo perché son vivo. [ .. .] Di che cosa è fatto un italiano? [ . . . ]
Una nazione è fatta dai ritornelli che sceglie di canticchiare all'infinito.

STORIA DI PAROLE

Aura La voce deriva dal latino classico AURA 'brezza, aria' , proveniente a sua
volta dal greco dura 'soffio'. La fortuna letteraria della parola si deve all'uso
molto frequente che ne fa Petrarca nel Canzoniere, sfruttandone tutte le po­
tenzialità semantiche e formali in una serie di giochi di parole e di allusioni:
Laura è la donna cantata; l'aura è laura poetica; di lauro era la corona che
premiava i migliori poeti, di auro 'oro' sono i capelli di Laura. Recente e lega­
to a pratiche esoteriche è il significato di 'sorta di radiazione che emanerebbe
dal corpo umano' ; ma aura è anche un termine del linguaggio medico, in cui
indica i sintomi premonitori di una crisi epilettica.

Bolgia La voce bolgia proviene dal latino tardo BULGA (di origine celtica)
ed è penetrata nell'italiano attraverso il francese antico bolge o bouge, che
veniva usato nell'accezione di 'tasca, sacca, borsa'. Dante, nella Commedia,
usa la parola bolgia per indicare ciascuna delle dieci fosse dell'ottavo cerchio
dell'Inferno, immaginate come fossero delle tasche, delle pieghe del terreno
nelle quali vengono puniti i peccatori. Il significato originario della parola si
ritrova nell'accezione obsoleta di 'tasca grande di un vestito' ; oggi, in Tosca­
na, con il termine bolgia si indica anche il 'difetto di un vestito troppo largo
che fa dei rigonfi' . Il passaggio ali' accezione più estesa di 'luogo dove c'è una
grande confusione' è più recente e si deve a Gabriele D'Annunzio.

Lauda È una voce semidotta (dal latino LAUS, accusativo LAUDEM, con me­
taplasmo alla I declinazione) , che nel Medioevo assume il significato di 'lode
in onore di Dio, della Madonna o dei santi'. La prima attestazione italiana
è nel Cantico di Frate Sole di san Francesco d'Assisi ( 1 1 82 - 1226). La parola
acquistò poi il significato tecnico di 'componimento poetico di lode', nella
forma della ballata, o in forma drammatica, cioè recitata durante il rito del
Venerdì Santo (l'esempio più noto è Donna de Paradiso di Jacopone da Todi,

59
Manuale di linguistica italiana

morto nel 1306) . Così fu detto laudese chi cantava le laudi e (ma solo nel
Novecento) laudario una raccolta di laudi. Lauda (o laude) è stato per lungo
tempo sinonimo di lode, loda, lodo nei significati di 'elogio' e di 'preghiera' .
Solo lode, però, è usato i n accezione scolastica: dieci e lode.

Logo Si tratta dell'abbreviazione di logotipo ( 1 895 ) , voce che proviene


dall'inglese logotype (greco logos 'parola' + inglese type 'lettera' , a sua volta
dal greco typos 'impronta' ) . Dal significato tecnico di 'gruppo di due o più
lettere o simboli grafici fusi in un unico pezzo tipografico' si è poi sviluppato
quello di 'marchio di un'azienda o di un prodotto, nella sua simbolizzazione
grafica' . La parola ha avuto risonanza internazionale grazie al best seller di
Naomi Klein, No logo (il testo guida del movimento no global, pubblicato in
Italia nel 200 1 ) , in cui viene condannato lo strapotere delle aziende multina­
zionali, identificato appunto nell'invadenza mediatica dei loghi.

Mafia Proviene dal siciliano mafia 'braveria, millanteria', di etimologia mol­


to discussa: forse dall ' arabo mahjas 'millanteria' o dalla radice ma/f- 'gonfio'.
Alberto Nocentini propone per la parola mafia un etimo diverso, ovvero il
nome proprio Ma/fio, variante popolare di Matteo. La sua ipotesi si basa su
un passo del Vangelo di Luca (5 ,27 -32 ) in cui si parla del sontuoso banchetto
con cui l'apostolo festeggiò la sua conversione, che «dev'essere stato recepito
dalla mentalità popolare come una manifestazione di lusso spocchioso».
L'aggettivo mafioso indicava in origine una cosa graziosa o bizzarra e ma­
fiosa si diceva di una bella ragazza. Subito dopo l'unità d'Italia, la parola ma­
fia assume il senso tecnico - già proprio del dialetto siciliano - di 'associazio­
ne malavitosa retta da vincoli di omertà e di tipo familistico' . Il passaggio dal
siciliano all'italiano si deve forse al dramma di Giuseppe Rizzotto, I mafiusi
della Vicarzà ( 1 863 ) Risalgono all'Ottocento anche il significato estensivo di
.

'gruppo di persone unite da legami clientelari che tentano di fare i propri


interessi privati a danno di quelli pubblici' e quello di 'organizzazione crimi­
nale' in generale (mafia russa, mafia cinese, le nuove mafie) .

Mass media Mass media 'mezzi d i comunicazione di massa' è una parola com­
posta da due vocaboli che l'italiano ha tratto dall'inglese, ma derivano dal latino:
mass da MASSA in origine 'pasta' e media dal plurale di MEDIUM 'mezzo', neutro
sostantivato dell'aggettivo MEDIUS. La diffusione di mass media è stata facilitata
dalla base latina, sentita come familiare in molte lingue di cultura occidentale;
molti in italiano i derivati: massmediatico, massmediologo, massmediale.

Romanzo Accanto a ROMANUS, esisteva già in latino l'aggettivo ROMANICUS,


più popolare e forse con una sfumatura spregiativa. Presto romanicus venne

60
Formazione e di/fusione del!'italiano

messo in rapporto non con Roma, ma con la Romània, ossia con l'insieme dei
territori linguisticamente e culturalmente neolatini. Da ROMANICUS si trasse
l'avverbio ROMANICE, che assunse un significato prettamente linguistico, in
contrapposizione alle lingue germaniche: ' (parlare) come gli abitanti della
Romània', a indicare la 'novità' di una lingua sempre più diversa dal latino
scritto.
Dato che la nuova letteratura cavalleresca era prevalentemente in volgare
d' oit, il francese antico romanz passò facilmente da 'volgare parlato nella
Francia del Nord' a 'racconto composto in quella lingua' , solitamente a ca­
rattere cavalleresco, sia in prosa sia in versi. Con questa accezione il vocabolo
romanzo giunse in italiano nel XIII secolo; poi nel Seicento cominciò a indi­
care altre forme di narrazione, sempre distinte dalla verità storica. Molte le
locuzioni affermatesi tra Otto e Novecento: romanzo storico, romanzo episto­
lare, romanzo d'appendice, romanzo giallo, romanzo poliziesco, romanzo rosa.
L'uso di tipo aggettivale in lingua romanza (cioè neolatina) è invece attestato
dai primi del Settecento.

61
3 . Italiano e dialetti

3 . 1 La frammentazione linguistica della penisola

Fin dall'antichità, in quella che sarebbe stata l'Italia, la discontinuità


geografica ha favorito una frammentazione etnica e linguistica parago­
nabile, in tutto il dominio indoeuropeo, solo a quella dell'India (paese
quattordici volte più grande). Le etnie assoggettate dai Romani tra il IV
e il III secolo a.C. erano circa una ventina e ciascuna poté conservare a
lungo la propria lingua. Il colonialismo romano, infatti, non si preoc­
cupò di latinizzare i popoli soggetti, limitandosi a imporre il proprio
apparato giuridico e amministrativo. In alcuni casi (Etruschi e popola­
zioni insulari) , la profonda difformità delle lingue locali dal latino fece
sì che quest'ultimo potesse evolversi in quelle aree senza interferenze.
In altri casi, i popoli assoggettati impressero alla lingua dei dominatori
alcune caratteristiche della propria (sostrato).

t/ IL SOSTRATO

Con sostrato si indica la situazione linguistica di interferenza in cui si tro­


va una popolazione alla quale viene imposta una nuova lingua. Quando il
latino iniziò a diffondersi di pari passo con le conquiste romane, migliaia
di persone che parlavano lingue molto diverse tra loro dovettero appren­
dere l'idioma dei conquistatori. Il loro sostrato, ovvero la persistenza
delle lingue originarie (o di alcune caratteristiche: abitudini fonetiche,
singole parole ecc . ) , influenzò nel tempo il loro uso del latino. Fenomeni
fonetici, lessicali e sintattici provenienti dalla lingua madre di ciascuna
popolazione riaffiorarono nella nuova lingua dominante, caratterizzan­
dola e differenziandola dal latino parlato dagli altri popoli conquistati.
Nell'area italiana si può quindi parlare di sostrato etrusco, osco-umbro,
sannita, celtico e via dicendo. Le lingue prelatine, in particolare, sono
responsabili di alcuni fenomeni penetrati nel latino, che hanno contri-

62
Italiano e dialetti

buito alla formazione delle lingue romanze (e dei dialetti) . Un esempio


di sostrato fonetico è la palatalizzazione della U lunga latina in molti dia­
letti settentrionali (LUNA luna) , attribuibile all'influsso cdtico; è invece
un caso di sostrato lessicale il latino CATENA, quasi certamente attinto
ali' etrusco.

L'ordinamento augusteo, che valse agli abitanti della penisola il titolo


di italici (gli altri erano provincia/es) , non superò le antiche suddivi­
sioni etno-linguistiche, ricalcate dalla ripartizione in undici regiones.
La decadenza dell'Impero, rendendo più difficili le comunicazioni,
accentuò i particolarismi. L'insediamento dei Longobardi (VI secolo
d.C.) produsse la frattura della penisola in quattro settori: due longo­
bardi (uno settentrionale e uno centromeridionale, non comunicanti)
e due bizantini (una parte del Mezzogiorno con le isole e l'Esarcato,
un territorio soggetto a un governatorato militare bizantino che ave­
va come capitale Ravenna) . Questa frattura ha perpetuato - se non
accentuato 1 originaria frammentazione linguistica, tanto che anco­
- '

ra oggi gli studiosi individuano in Italia tre principali aree dialettali:


l'area settentrionale, a nord di una linea ideale che collega La Spezia
a Rimini; I' area toscana e mediana; I' area meridionale, a sud di una
linea Roma-Ancona.

3 .2 Dai volgari ai dialetti

La distinzione tra dialetto e lingua è del tutto convenzionale. Anche


il dialetto è in realtà una lingua: lo dimostra il fatto che alla base
dell'italiano c'è un dialetto - il fiorentino - elevato poi a lingua na­
zionale. La differenza consiste soltanto nella più limitata diffusione
del dialetto rispetto alla lingua e nella sua minore importanza politi­
ca (per esempio, non si parla di dialetto a proposito della lingua uf­
ficiale di una nazione) , spesso collegata a un minore prestigio socio­
linguistico.
Sebbene le notizie sulla fase arcaica dei dialetti siano molto scarse,
sappiamo che alcuni tratti caratteristici comparivano già in età anti­
ca. Nell'area settentrionale, un'innovazione molto precoce - causata
dall'influsso del celtico o venetico - è l'intacco della velare nel nesso
-kt- (come nell'antico ligure noite 'notte', dal latino NOCTEM accusa-

63
Manuale di linguistica italiana

Sassari
lo�<lorese

c al� e
o�gliari

SE = dialetti settentronali - linee che separano alclllli gruppi dialettali:


CM = dialetti centro-meridionali
1 ) linea La Spezia-Rimini, che separa
SA = dialetti sardi
i dialetti settentrionali da quelli centro­
LA = ladino meridionali
2) limite settentrionale dei dialetti
-- confini del Salento
linee che segnano alcune suddivisioni 3) limite settentrionale dei dialetti
dei dialetti centromeridionali calabresi cli tipo siciliano

Fig. 3 . L'Italia dei dialetti.

tivo di NOX, NOCTIS) . Antica, anche se di età non meglio precisabi­


le, è la lenizione delle sorde intervocaliche, comunque anteriore allo
scempiamento delle geminate (due fenomeni linguistici che vedremo
nei paragrafi seguenti) .

64
Italiano e dialetti

t/ LE AREE ISOLATE

Si tratta di aree geograficamente e storicamente appartate, a causa di par­


ticolari condizioni geofisiche che ostacolavano o impedivano comunica­
zioni frequenti (si pensi a una comunità racchiusa tra le catene montuose)
oppure, più spesso, in forza di motivazioni sociali e culturali. La nozione
di area isolata è importante per gli studi linguistici: l'isolamento di alcune
aree, facendo diminuire i fattori di evoluzione e di contaminazione propri
di ogni lingua viva, ha garantito la conservazione di fenomeni linguistici
arcaici di cui, a volte, non avremmo avuto altra testimonianza. Così, in
molte aree centromeridionali si conservano - anche per il forte isolamen­
to - diversi tratti arcaici, come la distinzione tra il maschile in -u e i neutri
in -o (da un lato pésciu 'pesce', inteso come animale, dall'altro péscio 'pe­
sce', inteso come cibo, in senso collettivo) .

Nel Medioevo, la nozione di dialetto non è distinguibile da quella di


volgare. La mappa dei volgari abbozzata da Dante nel De vulgari elo­
quentia (vedi § 2 .4) rappresenta il contrasto tra la molteplicità delle
parlate italiane e la fissità del latino: da una parte la naturalità priva di
regole, dall'altra l'artificialità della gramatica (che allora era sinonimo
di latino) . Al tempo di Dante, infatti, si riteneva che il latino fosse una
lingua artificiale, creata dai dotti per disporre di uno strumento di
comunicazione rispondente a regole grammaticali ben definite. Non
- come invece è - una lingua naturale storicamente determinata, con
una sua evoluzione che nel corso dei secoli aveva condotto alla nasci­
ta degli idiomi romanzi. Nel De vulgari eloquentia, il latino è descritto
come una lingua di secondo grado (locutio secundarza) rispetto alla
quale i vari volgari sono lingue di primo grado, apprese naturalmente
imitando la nutrice.
È possibile parlare in senso proprio di dialetti solo con il sorgere
di un altro polo di riferimento: l'italiano. Cioè a partire dal Cinque­
cento, quando l'affermazione del fiorentino letterario trecentesco
abbassa al rango di dialetti tutte le altre parlate, comprese le parlate
toscane non fiorentine e il fiorentino non rispecchiato dagli autori di
riferimento. In questo secolo, in effetti, appare per la prima volta il
termine dialetto, sia pure in riferimento alle lingue dell'antica Grecia.
Ma è solo tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento che si pren­
de coscienza della differenza tra italiano e dialetto, anche grazie al

65
Manuale di linguistica italiana

fiorire di una vasta letteratura dialettale consapevolmente alternativa


a quella in lingua.

3 .3 L'affermazione del fiorentino

La fortunata proposta, fatta dal Bembo nel 1525 , di fondare la lingua


scritta sul fiorentino letterario del Trecento e in particolare su quello
usato da Petrarca e Boccaccio nei loro capolavori, segnò una svolta
nella storia della nostra lingua. In assenza di uno stato unitario e di
una capitale da cui potesse irradiarsi un modello linguistico centraliz­
zato, la soluzione della questione della lingua non poteva che arrivare
per via colta e orientarsi verso un modello di riconosciuto prestigio:
il fiorentino.
Bembo, raffinato umanista veneziano, non propose come modello
il fiorentino a lui contemporaneo, ma guardò a una lingua antiquata,
artefatta, libresca, che - proprio per essere racchiusa in un passato
idealizzato - potesse, un po' come il latino, offrire regole sicure per­
ché tratte da modelli inalterabili. Una lingua pensata per le esigenze
della comunicazione scritta, e in effetti usata per secoli quasi soltanto
nello scritto: dunque dai pochi che sapevano scrivere, i quali però,
parlando, usavano più spesso - come tutti gli altri - la loro parlata
locale.
Se l'italiano di oggi ha mantenuto un'inconfondibile impronta
fiorentina, ciò si deve in gran parte ai letterati del Cinquecento.
È in forza della loro scelta che noi usiamo, esattamente come nel
fiorentino trecentesco, le forme famiglia e lingua (in cui agisce il
fenomeno dell'anafonesi) anziché fameglia e lengua (proprie di altri
dialetti della Toscana e d'Italia), buono o piede (col caratteristico
dittongamento toscano) anziché bono o pede; se diciamo zucchero e
non zuccaro; amiamo, vediamo e capiamo invece di amamo, vedemo
e capimo; due invece di doi o doe; di anziché de; farei anziché farzà.
Certo: molte sono anche le differenze. Oggi diciamo, per esempio,
piccione, prego e darmelo; al tempo di Boccaccio si diceva pippione,
priego e darlomi. Alcuni di questi usi, affermatisi tra la fine del Tre­
cento e l'inizio del Quattrocento (quando il fiorentino si aprì all'in­
fluenza linguistica del contado e della Toscana occidentale e meri­
dionale) hanno superato solo di recente la secolare condanna dei

66
Italiano e dialetti

grammatici. Si pensi alla 1 • persona dell'imperfetto in -o (io amavo


al posto dell'etimologica io amava < AMABAM) o ai pronomi lui, lei,
loro usati in funzione di soggetto.

ti IL FIORENTINO ARGENTEO

Usando una terminologia analoga a quella che si usa per il latino, il


linguista Arrigo Castellani ha definito fiorentino argenteo il fiorentino
successivo all'età " aurea " (il Trecento di Dante, Petrarca e Boccaccio)
e argenteismi le forme del fiorentino quattro-cinquecentesco accolte in
italiano. Tra queste ricordiamo: l'imperfetto in -o (io amavo, invece di io
amava ) , dieci e domani (anziché diece e domane) , prego e provo (anziché
priego e pruovo ) , piccione anziché pippione.
Molti sono, tuttavia, i tratti argentei che non sono riusciti a imporsi.
Tra gli altri: la tendenza a passare dal nesso -schi- al nesso -sti- (stiena
per schiena e simili ) ; i femminili plurali del tipo le parte (anziché le
parti) ; le forme di articolo el ed e (invece di il, i) ; una serie di possessivi
invariabili (per esempio mie, tuo, suo ) . Ma il settore nel quale il fioren­
tino quattro-cinquecentesco si era più distaccato da quello classico è
quello dei verbi: per esempio il presente sète (anziché siete) ; il passa­
to remoto missi (anziché misi) , per analogia con il participio passato
messo; il futuro arò e il condizionale arei (rispettivamente al posto di
avrò e avrei) ; la 6" persona del presente e dell'imperfetto indicativo
di I coniugazione in -ono (i tipi !avono e lavavano anziché lavano e
lavavano ) ; la 6" persona del passato remoto di I coniugazione in -orono,
-orno (lavorano, lavorno, anziché lavarono ) ; i congiuntivi abbi, abbino
anziché abbia, abbiano.

3 .4 L'uso riflesso del dialetto

Per uso riflesso s'intende qualsiasi uso non spontaneo del dialetto e in
particolare la sua trasposizione a fini d'arte. Naturalmente gli autori
della letteratura dialettale riflessa non sono dei dialettologi: il dialetto
non è riprodotto scientificamente, ma viene di solito forzato o defor­
mato per ragioni stilistiche.
La definizione di questo tipo di produzione letteraria si deve a
Benedetto Croce che, nel suo saggio La letteratura dialettale riflessa
( 1 926) , colloca la nascita del fenomeno nel XVII secolo. In realtà,

67
Manuale di linguistica italiana

opere scritte consapevolmente in dialetto compaiono già nei primi


secoli della nostra letteratura. I più antichi esempi che possono esse­
re ricondotti a un uso riflesso del dialetto sono i cosiddetti " testi in
improperium " , caratterizzati dalla parodia della parlata altrui. Nella
canzone del Castra fiorentino, per esempio, si prende di mira il mar­
chigiano; in un sonetto attribuito a Cecco Angiolieri ( 1260 ca. - 13 13
ca. ) si fa il verso al romanesco e ai dialetti toscani nel loro registro
più popolare; nel Contrasto di Cielo d'Alcamo (nato nella prima me­
tà del XIII secolo) sono contrapposte due varietà (una aulica e l'altra
popolare) del siciliano. Sulla rappresentazione della parlata conta­
dina si fonda, invece, la tradizione rusticale inaugurata dalla Nencia
da Barberino, in cui si oscilla tra la satira della rozzezza contadina
e l'esaltazione della sua naturalità come ribaltamento della cultura
dominante.
In séguito, all'uso del dialetto si accompagnerà un intento più chia­
ramente polemico, di rivalsa da parte del mondo contadino emargina­
to nei confronti della città: ne è esempio il teatro in dialetto padovano
rustico (pavano) di Angelo Beolco detto Ruzante ( 1494 ca. - 1542 ) . La
commedia cinquecentesca si offre come il luogo privilegiato per dar
voce alle parlate escluse dalla cittadella letteraria: si tratta di testi che
esibiscono un plurilinguismo molto accentuato, in cui ogni dialetto
si specializza nella caratterizzazione di certi personaggi (come il ber­
gamasco, riservato ai facchini, poi specificamente alla maschera di
Arlecchino) . Nel tempo, le ragioni ideologiche dell'uso del dialetto
possono divergere notevolmente: nel Settecento e nell'Ottocento, per
esempio, il romanesco è stato il veicolo di protesta dei reazionari anti­
giacobini e antipiemontesi; alla metà del Novecento, è stato - per un
non romano come Pier Paolo Pasolini - il mezzo di rappresentazione
del sottoproletariato giovanile delle borgate.
Nel cinema, l'uso del dialetto viene introdotto dapprima sotto l'in­
flusso delle sceneggiate napoletan e, poi con la grande stagione del neo­
realismo: anche se l'unico caso in cui i personaggi parlano davvero
in un dialetto stretto è La terra trema di Luchino Visconti ( 1 948),
ambientato ad Aci Trezza (il paesino del Catanese in cui Verga aveva
ambientato I Malavoglia) . Dagli anni sessanta, il dialetto viene usato
soprattutto in funzione comica dalla cosiddetta " commedia all'italia­
na" : il più usato è il romanesco, in cui si esprimono attori come Aldo
Fabrizi e Alberto Sordi. L'affermazione cinematografica di una parla-

68
Italiano e dialetti

ta come il romanesco, assai vicina all'italiano, fa riflettere: nell'àmbito


del cinema, infatti, più che di uso dei dialetti si dovrebbe parlare
di uso dell'italiano regionale (vedi § 3 .9). La napoletanità di Totò o
Peppino De Filippo è indubbia; eppure la lingua che essi mettono in
scena è un italiano venato di tratti locali, comunque comprensibile
al pubblico di tutt'ltalia. Più di recente, in film come il pugliese La
capagira (regia di Alessandro Piva, 1 999) o il bolognese I.:uomo che
ve"à (regia di Giorgio Diritti, 2010), si è tornati a usare il dialetto,
ricorrendo ai sottotitoli in italiano.

� LA COMPETENZA LINGUISTICA

È il grado di padronanza che un parlante potenzialmente possiede di una


lingua. Si distinguono, in particolare, una competenza attiva (capacità del
parlante di produrre atti linguistici appropriati in una data lingua) e una
competenza passiva (capacità del parlante di comprendere gli atti lingui­
stici prodotti da un interlocutore in una data lingua) . La competenza lin­
guistica di un parlante può essere valutata anche rispetto all'opposizione
italiano-dialetto, con una gradazione che va da una competenza minima
(dialettofonia o italofonia pura: esclusiva competenza attiva del proprio
dialetto o dell'italiano) a una competenza massima (dialetto/onia e italo­
fonia: competenza attiva sia del proprio dialetto sia dell'italiano: bilingui­
smo o diglossia). Queste nozioni possono essere utilmente estese anche
all'àmbito della scrittura: si avrà competenza attiva quando si è in grado
di scrivere nella propria lingua (o in una lingua straniera) ; competenza
passiva quando si è soltanto in grado di capire quel che si legge.

3 .5 Chi parla il dialetto oggi?

Al momento dell'unità d'Italia, la gran parte della popolazione parlava


e capiva soltanto il dialetto; gli italofoni erano una sparuta minoranza
(circa il 9,5 % della popolazione secondo Arrigo Castellani) , anche se
la quota di coloro che dell'italiano avevano una competenza passiva
era molto più elevata. Le cose non migliorarono in modo decisivo do­
po l'unificazione. Alla base della scarsa diffusione dell'italiano c'era
l'analfabetismo, e funzionava male la principale arma che avrebbe
potuto sconfiggerlo: la scuola. Il tasso di scolarità elementare rimase
a lungo molto basso, anche perché i ragazzi erano spesso impiegati

69
Manuale di linguistica italiana

come manodopera nell'agricoltura e nell'industria. Ancora nel 1 9 1 1


era analfabeta il 40% degli italiani (comunque il 35 % in meno ri­
spetto al 1 86 1 ) . Dalla metà del Novecento la situazione è cambiata
rapidamente, anche grazie all'avvento della televisione che (insieme
con la radio) ha svolto un ruolo fondamentale nel diffondere un mo­
dello comune di italiano parlato. Oggi sono pochissimi (poco più del
5 % secondo un'inchiesta ISTAT del 2006) gli italiani esclusivamente
dialetto/oni, cioè che usano solo o prevalentemente il dialetto anche
parlando con estranei.

t/ BILINGUISMO E DIGLOSSIA

Per bilinguismo s'intende la compresenza, nel repertorio di un parlante


o di una comunità, di due codici linguistici diversi ma di pari dignità.
Nel bilinguismo possono entrare in gioco una lingua nazionale e un dia­
letto dotato di elevato prestigio sociolinguistico, una lingua tradizionale
illustre e una lingua naturale (come nel caso del bilinguismo latino-vol­
gare testimoniato, per esempio, dal Petrarca) , oppure due lingue nazio­
nali (come nel bilinguismo italiano-tedesco dell'Alto Adige) . Nel caso
della diglossia, invece, ai due codici vengono assegnati ruoli e àmbiti
d'uso differenziati a seconda delle situazioni comunicative e delle varia­
bili diafasiche. La diglossia più tipica è quella dialetto-italiano, in cui il
dialetto può essere usato in famiglia o con gli abitanti del proprio paese,
mentre all'italiano si ricorre in contesti ufficiali o con parlanti di altra
provenienza.

La competenza dialettale è tuttora largamente diffusa in Italia, al­


meno nei rapporti confidenziali (familiari, amici) , seppure in alcune
regioni più che in altre: al Nord, in Valle d'Aosta, in Veneto e in
Friuli; al Sud, in Sicilia, Calabria e Lucania. In Toscana e a Roma è
praticamente nulla, dato che - più che dialetti - si parlano varietà re­
gionali d'italiano; l'italofonia è molto diffusa inoltre nell'Italia nord­
occidentale: Liguria e anche Lombardia e Piemonte. Recentemente
si è registrata una certa ripresa del dialetto presso parlanti che san­
no usare anche l'italiano, dovuta soprattutto alla nuova percezione
collettiva che si ha del dialetto: non più marca di inferiorità socio­
culturale, ma consapevole opzione in grado di soddisfare i più vivaci
bisogni espressivi.

70
Italiano e dialetti

1988 1995 2000 2006

In famiglia
Solo o prev. italiano 4 1 ,5 % 44,4 % 44, 1 % 45 ,5 %
Solo o prev. dialetto 32,0% 23,8% 19, 1 % 16,0%
Entrambi 24 ,9% 28,3 % 32,9% 3 2 ,5 %
Altra lingua 0,6% 1 ,5 % 3 ,0 % 5,1%

Con amici
Solo o prev. italiano 44,6% 47 , 1 % 48,0% 48,9%
Solo o prev. dialetto 26,6 % 16,7 % 16,0% 1 3 ,2 %
Entrambi 27 , 1 % 32 , 1 % 3 2 ,7 % 32,8%
Altra lingua 0,5 % 1 ,2 % 2,4% 3 ,9 %

Con estranei
Solo o prev. italiano 64 , 1 % 7 1 ,4 % 72 ,7 % 72,8%
Solo o prev. dialetto 1 3 ,9 % 6,9% 6,8% 5 ,4 %
Entrambi 20,3 % 1 8 ,5 % 1 8 ,6 % 1 9,0%
Altra lingua 0,4 % 0,8% 0,8% 1 ,5 %

Tab. 1 . Le ultime inchieste ISTAT sull'uso di italiano e dialetto.

Anche la lingua della narrativa si concede, negli ultimi anni, aperture


sempre maggiori al dialetto, sia pure con diverse funzioni:

- dialetto per dispetto: uso del dialetto, spesso mescolato al linguaggio


giovanile, come trasgressione nei confronti della norma scolastica
(per esempio, nei racconti del Disastro degli Antò di Silvia Ballestra) ;
- dialetto per difetto: inserti dialettali usati per connotare personaggi
negativi o comunque per segnalare una condizione di inferiorità o
inadeguatezza (come nel romanzo Nel corpo di Napoli di Giuseppe
Montesano) ;
- dialetto per idioletto: uso di un dialetto letterariamente ricreato
come lingua d'autore e perciò in grado di raccontare un mondo a
parte (è il caso di Croniche epa/aniche e Vacca d'un cane di France­
sco Guccini) ;
- dialetto per diletto: uso ludico di tratti dialettali o regionali come
molla della comicità (come nei romanzi di Andrea Camilleri, a co-

71
Manuale di linguistica italiana

minciare da quelli costruiti intorno al personaggio del commissa­


rio Montalbano).

Diversa è, invece, la funzione che il dialetto assume nella poesia. Nel


secondo Novecento, la poesia "neodialettale" trovava nel dialetto una
lingua incontaminata e capace di produrre un distacco dalla quotidia­
nità. Dalla fine degli anni ottanta, però, i dialetti diventano - pro­
prio perché tuttora vivi nell'uso dei parlanti - inadatti a soddisfare
quest'esigenza di alterità rispetto alla lingua comune.
Proprio a partire dagli stessi anni si verifica nella canzone italiana
un recupero del dialetto che va ben oltre l'intento nostalgico-folclo­
ristico. Vanno in questa direzione le sperimentazioni dialettali e mi­
stilingui di alcuni testi di Fabrizio De André (l'album Creuza de mii
del 1 984 segna, si può dire, l'inizio dell'esperienza della canzone ne­
odialettale) e di Pino Daniele (che però nella produzione degli ultimi
anni ha quasi abbandonato l'uso del dialetto) . Dagli anni novanta,
il dialetto comincia ad assumere una connotazione ideologica (con­
tro la banalizzazione liòguistica favorita dall'azione omologatrice dei
mass media) e questo accade soprattutto nei generi musicali meno
legati alla nostra tradizione melodica, come il rap e il reggae. Si pos­
sono citare, tra gli altri, i veneti Pitura Freska, gli emiliani Modena
City Ramblers, i napoletani 99 Passe e Almamegretta, i pugliesi Sud
Sound System.

3 .6 I dialetti d'Italia: il Settentrione

Per delimitare un'area linguistica, specie di tipo dialettale, gli studiosi


si servono del concetto di isoglossa, nozione basilare nel campo della
geografia linguistica (o geolinguistica) . L'isoglossa è l'insieme dei punti
di un'area che presentano lo stesso fenomeno linguistico. L'area lin­
guistica racchiude in genere diversi fasci di isoglosse, che non sono
mai compatti. Per stabilire l'esistenza di una linea di demarcazione fra
due aree linguistiche, bisogna tener conto di tutte le isoglosse relative
ai principali fenomeni riguardo ai quali le aree si comportano in modo
diverso. Di conseguenza, per quanto utile dal punto di vista esplicativo,
la linea non può che essere un'astrazione: la linea La Spezia - Rimini,
per esempio, non corre affatto diritta da una città all'altra, separando i

72
Italiano e dialetti

;�·-· ·� .
(. .)::>-, . .
. ...
.
\

�--·/_; �../.....

Limiti dialettali in Italia

Legenda
1 . Limite merid. di ortiga 'ortica' 10. Limite sett. di femmina 'donna'
2. )) )) » sai 'sale' 11. )) )) » /igliomo 'mio figlio'
3 . )) )) » cavei 'capelli' 12. )) )) )) tène le spalle larghe
4 . )) )) » spala 'spalla' 13. )) )) )) còssa 'coscia'
5 . )) )) » sler o slar 'sellaio' 14. )) )) )) lu cimice 'la c.'
6. )) )) » pà 'pane' 15. )) )) » /agu 'faggio'
7 . )) )) » incò, incìi 'oggi' 16. )) )) )) mondone 'nt > nd'
8. )) sett. » /e"aru 'fabbro' 17. )) » » dienti 'denti'
9. » » » /rate 'fratello' 18. » » » acitu 'aceto'

Fig. 4. Le isoglosse che compongono le linee La Spezia- Rimini e Roma-Ancona.

dialetti settentrionali da quelli mediani: è piuttosto un groviglio di linee


che si accavallano ininterrottamente. E lo stesso vale per la linea Roma­
Ancona, che separa dialetti mediani e dialetti meridionali.
I dialetti settentrionali, eccezion fatta per quelli veneti, appartengo­
no all'area gallo-italica. Avendo subìto in vario modo l'influsso del so­
strato celtico, presentano caratteri di fondo comuni, anche se i singoli
esiti possono divergere da dialetto a dialetto (o anche all'interno dello

73
Manuale di linguistica italiana

stesso dialetto) . Per esempio, la tendenza a perdere la vocale finale


diversa da a è generale, ma in ligure è limitata solo alle sillabe -no, -ne
e -ni (san 'sano', can 'cane' e chen 'cani'). Il passaggio da a tonica a è è
tutt'altro che uniforme: se lavare si dice in emiliano lavèr e in piemon­
tese !avé, in ligure, in lombardo (e anche nel piemontese di Casale) si
trova il tipo lavà. Tipiche sono anche le vocali turbate o e u; ma, per
esempio, al lombardo o/ 'uovo' e al milanese dur 'duro' (e a esiti simi­
li del trentino, del piemontese e del ligure) il friulano risponde con u/
e dur. Del resto, oggi il friulano è comunemente considerato non un
dialetto ma una vera e propria lingua a sé: il ramo orientale del ladino,
la lingua romanza parlata (in Italia) in alcune valli dolomitiche.

ti LA METAFONESI

La metafonesi consiste nel mutamento di timbro della vocale tonica di


una parola per influsso della vocale della sillaba finale. Il fenomeno è lar­
gamente diffuso nei dialetti italiani, ma è estraneo al toscano. Pur essendo
in origine un fenomeno puramente fonetico, la metafonesi ha acquisito
un valore morfologico, specie nelle parole terminanti con lo " schwa " ,
cioè con l a vocale finale evanescente tipica dei dialetti meridionali (quella
di Napule 'Napoli'). Nel dialetto napoletano, per esempio, la metafonesi
è l'unico modo - in assenza di una desinenza distintiva - per differenziare
maschile (nire 'nero') e femminile (nere 'nera'). Esistono vari tipi di me­
tafonesi: settentrionale, sabina e napoletana.
La metafonesi settentrionale consiste:

- nella chiusura di é e 6 rispettivamente in i e u per lo più per influsso di


-i finale (milanese kwist 'questi' di contro a kwést 'questo' ; bolognese
fjur 'fiori' di contro a /ia w r 'fiore');
- nel dittongamento di è in jè (che si è evoluto ulteriormente in é o i: pie­
montese martéj 'martelli' di contro a martèl 'martello'; milanese bij 'belli'
di contro a bèll 'bello') e di ò in wò (che si è evoluto ulteriormente in wè
e in o: per esempio ticinese/art 'forti' dicontro a/òrt 'forte') per influsso
di -i finale (o di -u finale del latino volgare, come nel caso del piemontese
e dell'emiliano occidentale/ok 'fuoco' dall 'accusativo latino FOCUM).

Nei dialetti centromeridionali le vocali é e 6 si chiudono rispettivamente


in i e in u in presenza di -i e -u finali; per è e ò esistono invece due tipi
diversi di metafonesi: napoletana e sabina (o ciociaresca) .

74
Italiano e dialetti

La metafonesi napoletana consiste nel dittongamento (detto perciò


metafonetico) di è in ié (napoletano Salierno) e in w6 (calabrese setten ­
trionale gru6ssu) o wè (leccese cuèrpu 'corpo' ) .
L a metafonesi sabina, presente nel Lazio a sudest del Tevere (Sabina
e Ciociaria) e in altre zone dell'Italia centrale, è invece il fenomeno per il
quale è e ò si chiudono in é e 6 (vécchio, bono) .

L a lenizione delle occlusive, comune a tutta l'area (incluso il Veneto) ,


può portare - anche all'interno dello stesso dialetto - sia alla sono­
rizzazione della sorda (piemontese seda < SETA 'seta') sia al dileguo
(piemontese rua < ROTA 'ruota'). Dal nesso latino -CT- (per esempio in
FACTUM) si può arrivare in emiliano e veneto a fato, in lombardo a/ac'
(con la c di cena) , in piemontese e in ligure antico agli esiti /ai! (come
in francese) e /aitu (ligure moderno /litu) . È comune a molti dialet­
ti settentrionali il diverso trattamento di CL- rispetto al toscano, per
cui invece di chiama si dice ciama ( < CLAMAT; in friulano troviamo,
però, l'esito conservativo clama) . Solo del ligure è poi un particolare
sviluppo dei nessi BL- e PL- (gianc 'bianco' < germanico *BLANK e cian
'piano' < PLANUM, mentre gli altri dialetti danno pian e bianc) .
Caratteristica generale è l'obbligatorietà dell'espressione del pro­
nome soggetto - propria, per esempio, del francese, ma non dell'ita­
liano tosco-letterario -; in veneto, in particolare, il pronome viene
raddoppiato (ti te parli) .

IJ.l IL MILANESE MEDIEVALE DI BONVESIN .DA LA RIVA

Vengono proposti qui di séguito alcuni versi del poemetto De quinqua­


ginta curialitatibus ad mensam 'Le cinquanta regole di galateo che vanno
rispettate a tavola' ( 1288) , come esempio della lingua dialettale illustre
perseguita da Bonvesin. Le vocali segnalate in corsivo non vanno pronun­
ciate, come ci conferma il computo sill abico.

La cortesia segonda: se tu sporzi aqua a le man,


adornamente la sporze, guarda no sii vilan.
Assai ghe'n sporze, no tropo, quand è lo tempo dra stae;
d'inverno, per lo fregio, im picena quantitae.

75
Manuale di linguistica italiana

(La seconda cortesia: I se versi acqua per le mani, 11 versala elegantemente, I


bada di non essere villano. 11 Versane quanto basta, non troppo, I quando è
estate; Il d'inverno, per il freddo I [versane] in piccola quantità).

Tra le caratteristiche del milanese medievale riprodotte fedelmente da


Bonvesin spiccano l'apocope e la sincope delle vocali diverse da a U-man, .

adornament, vilan, temp, pic-na); la sonorizzazione delle occlusive sorde


intervocaliche (segonda), che può spingersi fino al dileguo (stae 'estate' <
AESTATEM, accusativo di AESTAS; quantitae) ; Io scempiamento delle conso­
nanti intervocaliche doppie (tropo, vilan; in aqua si mantiene la scempia
del latino AQUA) e l'esito palatale del nesso velare+dentale <fregio 'freddo'
< *FRIGDUS < FRIGIDUS) .

Testo cit. in F. Serafini, I:Italia settentrionale, in L. Serianni (a c. di), La lingua


nella storia d'Italia, Società Dante Alighieri - Libri Scheiwiller, Milano 2002,
p p . 360-375, p . 364.

3 .7 I dialetti d'Italia: il Centro e la Toscana

L'area mediana, delimitata a nord dalla linea La Spezia-Rimini e a


sud dalla linea Roma-Ancona, comprende i territori laziali a sudest
del Tevere, i territori umbri a est del Tevere, l'aquilano e le Mar­
che centrali. Vanno considerati a parte i dialetti toscani e il roma­
nesco, toscanizzato già a partire dal Quattro-Cinquecento. I dialetti
dell'area mediana condividono alcuni tratti con i dialetti meridionali:
per esempio, le assimilazioni -ND- > -nn- e -MB- > -mm-, riconducibili
al sostrato italico.
I dialetti mediani sono caratterizzati soprattutto da tre fenomeni
rilevanti:

1 . la metafonesi (quisto e signurz) e in parte la metafonesi sabina (véc­


chio e b6ni) ;
2 . la conservazione della distinzione latina tra -O e -U finali, per cui,
accanto a forme come òmo 'uomo' da HOMO, si hanno forme come
munnu 'mondo' da MUNDUM;
3 . il neoneutro in -o, che è alla base di opposizioni del tipo lo /èrro
(neutro che indica il metallo in astratto) e lu /érru (maschile che
indica un oggetto specifico) .

76
Italiano e dialetti

I dialetti toscani sono distribuiti su quattro aree: l'area fiorentina;


l 'area toscano-occidentale (Pisa, Lucca, Pistoia) ; l'area senese; l'area
aretino-chianaiola (Arezzo, Cortona) . Si possono tuttavia individuare
alcuni fenomeni comuni tipici:

- l'assenza della metafonesi;


- il dittongamento di E e 6 toniche in sillaba libera (lieve e buono:
vedi § 1 .3 ) ;
la riduzione di -RJ- a -j- (fornaio; mentre a Roma, per esempio, si ha
fornaro: vedi § 1 .3 ) ;
il passaggio a costrittive delle affricate palatali sorde e sonore: la
tipica pronuncia toscana di parole come ceci o pigione;
la cosiddetta " gorgia" .

t/ LA GORGIA TOSCANA

È il fenomeno consistente nell'alterazione delle occlusive sorde intervo­


caliche, che può portare alla spirantizzazione (amico pronunciato col suo­
no che si sente nello spagnolo bajo) , all'aspirazione (amico pronunciato
col suono che si sente nell'inglese behave) o alla scomparsa (amìo). Si
tratta di un fenomeno che può coinvolgere anche le altre occlusive: t (dato
pronunciato datho, daho) e p (papa pronunciato papha, paha ) .
Alcuni studiosi ritengono che i n questo fenomeno schiettamente tosca­
no vada riconosciuto l'influsso del sostrato etrusco, data la presenza in
quel dialetto italico di tre suoni che corrispondono perfettamente ai suoni
aspirati della lingua greca antica rappresentati dalle lettere x (lill i) , cp (phi)
e a (theta) . Dal momento che non esistono prove documentali sicure di
questa presunta continuità tra etrusco e toscano (la prima attestazione
esplicita della spirantizzazione fiorentina è del 1525 ) , la maggioranza dei
linguisti preferisce considerare la gorgia toscana come una delle possibili
manifestazioni di un fenomeno più generale: quello dell'indebolimento
delle consonanti sorde intervocaliche.

Notevoli sono, e soprattutto erano in passato, le differenze tra i vari dia­


letti. A titolo di esempio, si può citare il passaggio da ar atono a er, che
è solo del fiorentino (vecchierella) , mentre nella Toscana occidentale è
limitato al futuro e al condizionale (amerò, amerei ) ; nel senese e nell' are­
tino non solo ar viene conservato, ma er postonico può passare addirit­
tura a ar (senese povaro, ma fecero, facessero; aretino feciaro, facessaro) .

77
Manuale di linguistica italiana

lJJ IL FIORENTINO POPOLARE NELLE COMMEDIE DI GIOVAN BATTISTA


ZANNONI

Leggiamo un brano tratto dall'atto I della commedia La ragazza vana e


civetta ( 1 8 1 9 ) :

LIBERATA: Sie, sie, spicciachevi, perché anch'io i' h o fretta. E' m i p a r mill'anni
di tornarmene a casa; chè quella figliola aquimmò co 'iccap'a grilli, la unne
sta ben sola.
LISABETTA: Sicuro vo' dich' iwero. L'aè figlioli, e massime le femmin � , gli è
un gran peso. Quelle che pigliano marito oggigiorno, le un lo considerano.
Unn'è più com' a tempi nostri, ero Liberata? Ch'e' si facea le cose come l'an­
daan fatte. Ora le anno a marito proprio come le capre. Le un sanno e so doe­
ri per sene, come voleche o' che gli insegnino a figlioli? Sentiche, l'esempio gli
è una gran cosa; gli è iccap'essenziale. E' duran fatica figlioli a portarsi bene
co' genitori a modo; considerache oi che festino gli ha da essere, candelora
un sanno dagli ducazione !

Zannoni accoglie elementi presenti nel fiorentino parlato dalle persone


colte, ma soprattutto tratti popolari della parlata fiorentina sanzionati
anche dai grammatici toscani. Tra i fenomeni schiettamente fiorentini
riconosciamo la gorgia toscana (in particolare l'indebolimento della t in­
tervocalica in forme come spicciachevi 'spicciatevi' e sentiche 'sentite'); la
caduta della v intervocalica all 'interno di parola e di frase (andaan 'anda­
vano' , doeri 'doveri', le anno 'le vanno' , considerate oi 'considerate voi');
la riduzione del dittongo discendente in forme come vo' 'voi'; l'epitesi vo­
calica e sillabica, rispettivamente di -e e -ne, nei monosillabi e nelle parole
ossitone (sie 'sì', per sene 'per sé' ) ; lassimilazione di molti nessi consonan­
tici, anche all'interno della frase (ivvero 'il vero', portassi 'portarsi ' ) .

Testo cit. in L. Pizzoli, I.:Italia mediana e la Toscana, i n L. Serianni (a c. di), La


lingua nella storia d'Italia, Società Dante Alighieri - Libri Scheiwiller, Milano 2002,
pp. 376-393 , pp. 390-3 9 1 .

3 .8 I dialetti d'Italia: il Mezzogiorno

I dialetti meridionali si dividono in alto-meridionali e meridionali


estremi. L'area alto-meridionale comprende le Marche meridionali,
gran parte del Lazio meridionale, l'Abruzzo, con esclusione dell' Aqui­
lano, il Molise, la Campania, la Puglia fino alla linea Taranto-Brindisi,

78
Italiano e dialetti

che esclude il Salento, la Lucania, parte della Calabria (province di


Cosenza e, parzialmente, Catanzaro). Tra i fenomeni che caratterizza­
no i dialetti alto-meridionali, possiamo citare:

- la metafonesi e il dittongamento metafonetico (napoletano Sur­


riento e leccese muèrtu);
- l'indebolimento delle vocali finali, che possono confluire in un'uni­
ca vocale evanescente detta " schwa" (abruzzese crape 'capra' ; na­
poletano cane 'cane' e 'cani'; lucano lupe 'lupo'), oppure cadere
del tutto (come nel napoletano a att 'la gatta' o nell'ischitano cu6rp
'corpo' ) ;
- l a spirantizzazione d i B anche in posizione iniziale (napoletano
.vocca 'bocca') , che nei dialetti campani convive con la forma raf­
forzata rappresentata da bb- (varva 'mento' e bbarba 'barba' ) ;
- l e assimilazioni progressive -ND- > -nn- (napoletano quanne <
QUANDO) , -MB- e -NV- > -mm- (napoletano tammurro 'tamburo');
- l'evoluzione DJ, J, GE, GJ > j (napoletano òje < HODIE 'oggi'; cala­
brese praja < latino medievale PLAGIA 'spiaggia' ) ;
- il pronome soggetto d i 3 " persona derivato dal latino IPSUM, accu­
sativo di IPSE (isse I issu I isso; è l'italiano esso) .

I i E :E A A 6 o ù o

\ I I I \ I I \ I I
è a ò u

Il vocalismo siciliano tonico

A A
\ I
a u

Il vocalismo siciliano atono

Fig. 5. Il vocalismo siciliano.

79
Manuale di linguistica italiana

Ai dialetti meridionali estremi appartengono le parlate del Salento, del­


la Calabria meridionale e della Sicilia. Questi dialetti si distinguono

per il sistema vocalico di tipo siciliano (a cinque vocali) , in cui spic­


cano l'esito i da I, I, E (salentino catina 'catena' ; calabrese/ìmmina
'donna'; siciliano nivi 'neve') e l'esito u da O, Ù, O (salentino sule
'sole'; calabrese musca 'mosca' ; siciliano cuda 'coda') ;
per la conservazione delle vocali finali;
per la pronuncia cacuminale di -dd- (la tipica pronuncia di parole come
bèddu 'bello', nella quale si osserva anche il passaggio di -li- a -dd-);
per la pronuncia fricativa alveolare di -r-, -str- e -tr- (la tipica pro­
nuncia di parole come Trapani, simile a quella dell'inglese try) .

lJl I L NAPOLETANO NELLE NOVELLE DI GIOVAN BATTISTA BASILE

Lo Cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de le peccerille ('La fiaba del­


le fiabe owero l'intrattenimento dei fanciulli') è una raccolta di racconti
che appartiene alla produzione dialettale di Basile ( 1575 - 1 63 2 ) , concen­
trata nel primo decennio del Seicento. Ecco un brano ricavato dalla Gatta
cennerentola:

Saperrite donca che era 'na vota 'no prencepe vidolo, lo quale aveva 'na figlio­
la accossì cara che no vedeva ped autro uocchio; a la quale teneva 'na maie­
stra princepale, che la 'nmezzava le catenelle, lo punto 'n aiero, li sfilatielle e
l'afreco perciato, mostrannole tant'affezione che non s'abbasta a dicere.

(C'era dunque una volta un principe vedovo, il quale aveva una figlia a lui
tanto cara che non vedeva per altri occhi. Le aveva dato una maestra da cu­
cire di prima riga, che le insegnava le catenelle, il punto in aria, le frange e le
orlature, dimostrandole tanta affezione che non si potrebbe dire).

Si noti la presenza di fenomeni schiettamente meridionali come la meta­


fonesi (vidolo 'vedovo'), il dittongamento metafonetico (uocchio 'occhio',
s/ilatielle letteralmente 'sfilatelli'), l'assimilazione progressiva NO > nn (mo­
strannole 'mostrandole') e la vocale finale indistinta resa con -e in s/ilatielle.

Testo cit. in G. Meacci, L'Italia meridionale e la Sardegna, in L. Serianni (a c. di),


La lingua nella storia d'Italia, Società Dante Alighieri · Libri Scheiwiller, Milano
2002, pp. 393 -4 16, pp. 405-406.

80
Italiano e dialetti

3 .9 Dal dialetto all'italiano regionale

Tra italiano e dialetto non ci sono confini netti, bensì un condiziona­


mento reciproco: la loro coesistenza rappresenta un continuum all'in­
terno del repertorio linguistico della nostra comunità.
Si può pensare a una scala con quattro gradini smussati dal basso
verso l'alto: il dialetto locale, il dialetto regionale (o di coinè) , l'italia­
no regionale e l'italiano comune. Non è facile, in realtà, distinguere
fra i primi tre. Ecco tre realizzazioni venete della frase «non so quan­
do potremo andare a casa del nostro padrino»:

1 . no sai kande ke podar6n dzi ta ciòza del n6st santo! (dialetto locale
del Bellunese) ;
2 . non so kwando ke podaremo andàr a kaza del nostro sàntol(o) ( coinè
veneta) ;
3 . non so kwando (ke) potremo andare a kaza del nòstro santo/o (ita­
liano regionale veneto) .

Le principali varietà di italiano regionale sono:

- l'italiano settentrionale (distinto nelle sottovarietà galloitalica,


veneta e friulana) ;
- l'italiano centrale (sottovarietà più importanti: toscana e ro­
mana) ;
- l'italiano meridionale (sottovarietà rilevanti: campana e pugliese) e
meridionale estremo (sottovarietà rilevanti: siciliana e calabrese) ;
- l'italiano di Sardegna.

Spesso l'italiano regionale è il punto di arrivo di un processo attra­


verso il quale una parlata locale egemone si è via via avvicinata all'ita­
liano, perdendo i contrassegni più particolari; nel caso dell'italiano
regionale romano, la parlata di Roma si è diffusa anche oltre i confini
regionali, grazie al suo radicamento nella pubblica amministrazione e
nelle trasmissioni radiotelevisive.
Le varietà regionali dell'italiano presentano tratti caratteristici che
derivano soprattutto dal contatto con i dialetti locali, come risulta
evidente prendendo in considerazione, per esempio, gli italiani regio­
nali del Veneto, del Friuli, della Campania e della Sicilia.

81
Manuale di linguistica italiana

t/ L'IPERCORRETTISMO

L'ipercorrettismo consiste in una correzione a sproposito spontaneamente


messa in atto da parlanti con una insufficiente competenza linguistica. Alla
base dell'ipercorrettismo c'è una censura linguistica nei riguardi di un co­
strutto o di una forma grammaticale considerati squalificanti o provinciali.
Un parlante italiano centromeridionale, per esempio, è abituato a pronun­
ciare tutte le b tra vocali - o tra vocale e r - come doppie (abbitare, abbuso,
libbro ecc. ) . È facile che, avvertendo questa come una pronuncia troppo
compromessa col proprio dialetto, si persuada che in buon italiano biso­
gna scrivere non -bb-, ma -b-; giungendo così - qui sta l'ipercorrettismo - a
scrivere a sproposito abandonare, abondare, febraio e così via.
A proposito di romanesco, un condensato di ipercorrettismi si trova
nel sonetto Er parlà ciovile de più ( 1 83 1 ) , in cui Gioacchino Belli prende
in giro i romani che nell'Ottocento cercavano di ripulire il loro modo di
parlare. Ecco la prima quartina:

Quando el Signiore volse in nel deselto


albelgare l'Abbrei senza locanda,
per darglie un cibbo a gòdere più scelto
mandò come una gomba: era la Manda.

Le forme deselto e albe/gare sono il risultato del tentativo maldestro di


occultare il fenomeno, tipico del romanesco, che consiste nel passaggio
da l preconsonantica a r (come in scerto 'scelto' o scergo 'scelgo' ) ; i tipi
gomba 'gomma' e Manda 'Manna' , invece, rappresentano una reazione
ipercorretta al fenomeno dell'assimilazione progressiva presente in voci
dialettali come tomma 'tomba' e manna 'manda' (si noti nel quarto verso
la forma corretta mandò in luogo di quella dialettale mannò) .

L'italiano regionale veneto si caratterizza, come tutti gli italiani regio­


nali settentrionali, per la mancata pronuncia delle consonanti doppie,
che spesso si riverbera nella grafia di testi dialettali o scritti in italiano
da semianalfabeti (in questi ultimi è viva anche la tendenza all'ipercor­
rettismo, cioè a raddoppiare a sproposito) . Ci sono poi alcuni fenome­
ni tipici. Nella fonetica, spicca l'indebolimento della laterale palatale
(famiglia pronunciato familia) . Tra i pronomi, si hanno alcuni casi di
scambio: li per gli 'a lui' (<<lo lasciò dicendoli che sarebbe tornato») , gli
per li («il sindaco gli invitò a sciogliersi») , si per ci riflessivo di 4• perso-

82
Italiano e dialetti

na (<<Vedrai come si divertiremo») , ce/ci al posto di le, gli, loro («se vedo
tua madre, ce lo dico») . Per i verbi, segnaliamo la 4" persona dell'im­
perfetto in -àvimo, -èvimo o -àvino, -èvino (aspettàvimo, perdèvimo;
aspettàvino, perdèvino: queste ultime due forme si trovano anche per la
6" persona) . Nella sintassi, si può menzionare l'uso della preposizione a
dopo i verba sentiendi («sentivo la campana a suonare») , l'omissione di
a e di davanti a infinito retto da altro verbo («andò servire un altro av­
ventore») e, infine, l'uso della locuzione essere dietro a nel senso di 'star
facendo' («eravamo dietro a pranzare, quando Guido è entrato») .
L'italiano regionale friulano presenta molti fatti di pronuncia e di
morfosintassi da riferire al tipo genericamente settentrionale. Specifica
dell'italiano dei friulani è, invece, la cancellazione dei pronomi atoni (o
clitici) , come ci e ne: «qui non è nessuno», «non è problema», «io com­
pro cinque» ecc. Tipici sono anche alcuni usi preposizionali, spesso
riscontrabili solo nel registro più informale: <<Vado di mio padre»; <<Via
per l'estate» 'durante l'estate' (corrispondente al friulano vie pa l'istat) ;
far di 'fingere'. A livello lessicale, sono notevoli i calchi sul dialetto;
ne segnaliamo alcuni: venire vicino 'rincasare' (dal friulano vignì don­
gje) , in battuta di sole 'in pieno sole' (in batude di sorelt) , oggi mattina
'questa mattina' (vuè a buinore) . Vi sono poi parole italiane usate con
un significato che ricalca quello del corrispondente dialettale, come
in affetto 'buona volontà' (a/iet) , caloroso 'collerico' (caloros) , taglietto
'bicchiere di vino' (taj ) .
L'italiano regionale campano si caratterizza per la confusione, dovuta
in parte alla lenizione, tra i suoni p e b, t e d (specie dopo nasale) , k e g, a
cui corrispondono spesso pronunce o grafie ipercorrette come rinchiuto
per 'rinchiudo' o monto per 'mondo'. Un fenomeno assai rilevante, per
quanto diffuso anche altrove, è costituito dai metaplasmi di genere, favo­
riti in qualche caso dal tentativo di sostituire la vocale finale indistinta (lo
"schwa") con una vocale di timbro definito: lo scatolo, gli analisi ecc.

t/ IL METAPLASMO

Il metaplasmo consiste nel passaggio di una parola a una classe morfologica


diversa da quella originaria. Un fenomeno piuttosto frequente anche nel
passaggio dal latino all'italiano. Si può avere metaplasmo di genere (dal
,, ..

83
Manuale di linguistica italiana

latino FRAXINUS, femminile come quasi tutti i nomi di albero, all'italiano


frassino, maschile) , di declinazione (dal latino LUXURIES di quarta declina­
zione a LUXURIA di prima, da cui è stato tratto l'italiano lussuria) o di coniu­
gazione (dal latino RIDÈRE, di II coniugazione, all'italiano ridere, di III).

Frequente nell'italiano di Campania anche l'uso - comune ad altre aree


del Mezzogiorno - dell'infinito passivo nelle completive («voglio essere
fatto un servizio») e, più tipicamente, di stare e tenere per 'essere' e 'ave­
re'. Se questi ultimi aspetti sono legati ai livelli più informali della lingua,
ce ne sono altri presenti anche in quelli più sorvegliati, come le locuzioni
con le preposizioni sopra e sotto, dentro e fuori: «passai per disotto ad
una chiesa», «buttano molte buste da sopra i balconi» e simili.
L'italiano regionale siciliano è condizionato, sul piano della pronun­
cia, dal tipico sistema a cinque vocali (vedi § 3 .8). Nella sintassi, sono
comuni a diverse zone del Sud i costrutti con l'infinito passivo in di­
pendenza da verbi volitivi o desiderativi: «Fabio vuol essere comprato
il trenino» (anche in frasi ellittiche del tipo <<VUole comprato») . No­
tevoli anche costrutti come senza + participio (libro senza letto 'libro
non ancora letto') e di + infinito con valore limitativo (di venire, viene
'quanto a venire, verrà') . Possibili anche costrutti perifrastici ricalcati
sul siciliano come, per esempio, essere privo di 'essere impossibilitato
a, non potere' («Sono privo di uscire perché ho gli operai in casa») .
Ancora più frequenti, sul piano puramente lessicale, i casi di significati
presi in prestito dal dialetto: avvicinare 'andare a visitare', acchiapparsi
'litigare', tovaglia 'asciugamano', mollica 'pangrattato'.

3 . 1 0 Parole dialettali passate in italiano

Il patrimonio lessicale dell'italiano, come quello di qualsiasi lingua


naturale, è in costante espansione. La gran parte dei nuovi vocabo­
li nasce attraverso meccanismi di formazione e composizione delle
parole (vedi § § 8.5 e 8.7 ) ; molte sono, specie negli ultimi decenni,
le parole importate dalle lingue straniere. Ma da sempre un apporto
notevole è venuto dai vari dialetti, che spesso hanno funzionato co­
me il serbatoio lessicale a cui attingere per quelle nozioni della vita
pratica che il vocabolario della tradizione letteraria non possedeva,

84
Italiano e dialetti

Parole dialettali o regionali confluite nell'italiano

4000 ..--��������������3 64
����----.
8
3500 1--����

3 000 t--����

2500 1---���--==-=-='--����

2000

1500

1 000

500

o
Dalle origini al 1 860 Dal 1861 al 2000

Parole dialettali o regionali entrate in italiano


nella seconda metà dd Novecento

Totale 1 95 1 -2000

Anni novanta

Anni ottanta

Anni settanta

Anni sessanta

Anni cinquanta
o 500 1 000 1500 2000

Fig. 6. Le parole dialettali entrate in italiano.

oppure per ottenere una più colorita espressività. Un calcolo fatto


recentemente da Pietro Trifone sulla base delle indicazioni del Gran­
de dizionario italiano dell'uso (vedi § 10.7) ha mostrato che degli
oltre diecimila lemmi di origine dialettale, più della metà è entrato in

85
Manuale di linguistica italiana

italiano dopo l'Unità. In particolare, esiste in italiano un folto grup­


po di espressioni e di vivaci locuzioni idiomatiche o proverbiali la
cui origine dialettale non è più riconoscibile. Oggi, per esempio, so­
no italianissime locuzioni originariamente lombarde come far ridere
i polli, essere una mezza calzetta, fare un quarantotto e lo stesso vale
per l'interiezione cribbio!. Dal Veneto proviene, invece, essere nato
con la camicia; dalla Toscana, tra l'altro, andare in visibilio e mandare
a quel paese; da Roma lasciar perdere e sputare l'osso; dal Mezzogior­
no cose da pazzi e nel contempo.
Il settore in cui l'italiano ha accolto il maggior numero di paro­
le provenienti dai dialetti è senza dubbio la gastronomia. In questo
campo spicca l'Emilia-Romagna, da cui vengono i tortellini, le ta­
gliatelle, il cotechino, lo zampone ecc. Ma quasi ogni regione ha dato
un apporto: dal Nord in genere proviene la pastasciutta (il nome,
non la cosa) ; dal Piemonte il barolo e la fontina; dalla Lombardia la
grappa; da Roma le fettuccine e il pane casareccio; da Napoli la mozza­
rella e le vongole; dall'Abruzzo la caciotta; dalla Sicilia la cassata. In
àmbito burocratico-amministrativo, segnaliamo: questore e questura
(Piemonte) ; scartoffia e secondino (Lombardia) ; anagrafe, catasto e
scontrino (Venezia) ; buonuscita (Stato pontificio) ; demanio (Italia
meridionale) . Al Piemonte si deve tutta una serie di vocaboli di ma­
trice militare: pelandrone, cicchetto e battere la fiacca; dal Veneto è
venuto naia 'servizio militare' . Molte voci d'origine dialettale riguar­
dano la natura: tra le altre, brughiera (Lombardia) , slavina (Veneto) ,
lava (Mezzogiorno) . Per le arti e i mestieri abbiamo, per esempio,
il mezzadro (Emilia-Romagna) o lo spregiativo cinematografaro (Ro­
ma) . Diverse parole si riferiscono al mondo dell'illegalità: bagarino e
bustarella (Roma) , malavita e camorra (Mezzogiorno) , mafia, pizzo ,
omertà (Sicilia) .
Molto più forte è , però, il debito che i singoli dialetti hanno contrat­
to con l'italiano, specie per quanto riguarda il lessico astratto e intel­
lettuale. Così, per esempio, nel dialetto di Sant'Alfio (Catania) l'italia­
nizzazione ha agito negli àmbiti più esposti a rapporti con l'esterno,
come la burocrazia (a pinziòni 'la pensione' invece dell'espressione
dialettale tradizionale u sord'i rritiru) , i rapporti di parentela (vidua
'vedova' invece di cattiva) , il lessico astratto in genere (spurtunatu
'sfortunato' invece di malasurtatu, cun/runtari 'confrontare' invece di
aggualari) .

86
Italiano e dialetti

IJJ I FORESTIERISMI IN DIALETTO: UN ESEMPIO LETTERARIO

In qualche caso il dialetto ha accolto nel proprio patrimonio lessicale anche


un certo numero di forestierismi. Nel suo romanzo autobiografico Libera
nos a malo, Luigi Meneghello ( 1 922-2007 ) inserisce alcune parole straniere
adattate alla pronuncia locale nel quadro di una ricostruzione quasi filologi­
ca del dialetto d'origine (Malo, nel Vicentino), indagine di una realtà socio­
antropologica - e insieme autobiografica - ormai scomparsa.

Giocando al pallone s'imparavano anche gli elementi dell'inglese, Au [aut] ,


Ossei [out side] , Cros [cross] , Còrne [corner] , Tràine [trainer] , Gol [goal] :
s'imparava inoltre a rispettare le regole e gli uomini in cui esse s'incarnano,
Massimino per esempio. [. .. ]
Ma la squadra di Guido aveva, ancora in erba, due o tre dei più begli ingegni
calcistici che il paese abbia mai prodotto: I' estroso Ennio, geniale nei gol di
punta, e Nello-Fiore, maestro del dribbli [dribbling] e della manovra: perciò
fin dalle prime ore i gol contro quelli di Massimino grandinavano.

Testo da L. Meneghello, Libera nos a Malo, Mondadori, Milano 1996, pp. 8 1 -82 .

STORIA DI PAROLE

Dialetto Voce dotta, ripresa dal greco diàlektos (in origine 'conversazione,
colloquio') attraverso il tramite latino DIALECTUS (o, nella forma grecizzante,
DIALECTOS ) . L'accezione di 'parlata locale' con cui il termine passò in latino era
legata alla situazione linguistica greca, frammentata in parecchie parlate, ciascu­
na delle quali specializzata in un genere letterario (il dialetto ionico era la lingua
della poesia epica e didascalica, l'eolico della lirica monodica, il dorico della
lirica corale ecc.). In questa accezione, e sempre in riferimento ai dialetti greci e
alla coinè in cui essi erano confluiti a partire dal IV secolo a.C., la voce cominciò
a essere usata nel Cinquecento in Europa e in Italia, paese la cui situazione poli­
tica e linguistica frammentaria suggeriva un confronto con la Grecia. Non c'era
ancora, tuttavia, una consapevolezza della separazione tra italiano e dialetti. So­
lo nella prima metà del Settecento - dopo un secolo in cui la letteratura dialetta­
le riflessa aveva contribuito notevolmente ad affinare la sensibilità collettiva - il
vocabolo dialetto comincia a essere usato nell'accezione moderna.

Gorgia La parola gorgia 'gola' risale al francese gorge ehe continua il latino
GURGA. Di qui gorgiera, con cui si indicano diversi indumenti accomunati

87
Manuale di linguistica italiana

dalla funzione di fasciare il collo: l'imbottitura della maschera degli schermi­


dori, la striscia di tela che avvolgeva il collo e il mento delle dame medievali,
il collaretto increspato a cannelli tipico dell'abbigliamento maschile e fem­
minile dei secoli XVI e XVII (immortalato nell'iconografia dell'epoca: si pensi
al ritratto di Shakespeare e alle raffigurazioni della regina Elisabetta I d'In­
ghilterra) . Bisogna attendere proprio il Seicento per trovare la prima attesta­
zione della parola gorgia in riferimento alla pronuncia aspirata, tipicamente
toscana, delle occlusive sorde intervocaliche ( 1 628, nella variante gorga) .

Pizzo L a parola pizzo 'tangente' può essere considerata u n neologismo, dato


che nei giornali dei primi anni novanta del secolo scorso veniva riportato an­
cora tra virgolette. Sull'origine del vocabolo esistono due ipotesi. La prima
lo ricollega all'ambiente carcerario della seconda metà dell'Ottocento, come
versamento richiesto dalla mafia a chi volesse assicurarsi lu pizzu 'il posto let­
to', da capizzu 'capezzale, capo del letto' . La seconda ipotesi fa risalire pizzo
alla voce pizzu 'becco degli uccelli' , richiamando in particolare l'espressione
fari vagnari u pizzu 'far bagnare il becco' .

Secondino L'origine del sostantivo secondino 'guardia carceraria' è l'agget­


tivo latino SECUNDUS 'che viene dopo, che segue' . Il cambiamento di signifi­
cato passa per il dialetto lombardo, in cui il vocabolo aveva il significato di
'aiutante del capo carceriere' : segondin è registrato nel dizionario milanese
del Cherubini già nel 1 8 1 4 . Si tratta quindi di una delle tante parole dialettali
che si sono affermate nell'italiano comune.

Zucchero La voce zucchero proviene dall'arabo sukkar, a sua volta da un


vocabolo indiano che è anche alla base del greco sàkkharon (latino SACCHA­
RON ) , da cui l'italiano ha tratto saccarosio e saccarina. Lo zucchero a cui fa
riferimento la voce originaria è quello di canna, dato che quello ricavato dalla
barbabietola è stato importato solo in epoca moderna. L'espressione zucchero
d'orzo 'zucchero cotto e poi diviso in quadratini' fa riferimento non alla pro­
venienza dell'alimento ma al procedimento di cottura nell'acqua d'orzo. La
tonalità di azzurro cupo detta carta da zucchero deve invece il suo nome alla
carta usata in passato per incartare l'alimento. Espressioni come questa albi­
cocca è uno zucchero testimoniano inoltre l'uso del termine come sinonimo di
dolce che si ritrova anche nell'accezione figurata di 'persona mite e affabile'
registrata per la prima volta nel dizionario Tommaseo-Bellini ( 1 879).

88
4 . Scritto e parlato

4 . 1 Lingua scritta e lingua parlata

Sarebbe erroneo credere che scritto e parlato siano l'uno lo spec­


chio fedele dell'altro: obbediscono infatti a leggi, esigenze, modalità
espressive e semiotiche (cioè relative alla natura, alla produzione, alla
.
trasmissione e all'interpretazione dei segni) diverse.
Nello scritto - esposto più o meno durevolmente all'analisi e al
giudizio di chi legge (e per questo soggetto a una maggiore elabora­
zione) - il destinatario può essere anche molto lontano nel tempo e
nello spazio, e di solito conosce soltanto la redazione finale: il pro­
cesso di composizione - stesura, cancellature, ripensamenti - rimane
di norma invisibile al lettore. Lo scritto è consultabile partendo da
qualunque punto del testo.
Il parlato invece è strettamente legato al qui e ora (all'hic et nunc)
della situazione comunicativa; elaborato e recepito in tempo reale, si
sviluppa nell'interazione con gli altri e ciò rende possibile il cosiddet­
to feedback: owero da parte dell'emittente, il controllo immediato
sulla ricezione e sulla comprensione di quanto viene detto; da parte
del destinàtario, la possibilità di manifestare comprensione, accordo
o disaccordo nei riguardi di chi sta parlando. Il parlato, poi, ha uno
svolgimento lineare: non è possibile (se non attraverso la registrazio­
ne) riascoltare dei brani, tornare indietro o andare oltre come invece
può awenire per il testo scritto. Chi parla, in genere, mira soprattutto
a far capire le proprie intenzioni comunicative e non è così attento
(almeno nella conversazione quotidiana) alla precisione sintattica e
alla " coesione testuale" .
Nell'architettura di un testo, la coesione è la qualità che fa rife­
rimento alle sue connessioni sintattiche e morfologiche, comunque
formali; la coerenza è invece la qualità che riguarda i legami logici
e semantici, comunque sostanziali (o contenutistici) . Un discorso

89
Manuale di linguistica italiana

come «Giacché la farfalla ha comprato un mare, la tua macchina


è salita sulla lampadina (infatti i quadri sono aperti da tutti e tre
i lati)», per esempio, è perfettamente coeso nelle sue articolazioni
sintattiche e morfologiche (giacché, infatti, uso della punteggiatura,
rispetto della concordanza e così via) , ma niente affatto coerente (si
tratterà verosimilmente del discorso di un pazzo, o di un brano di
letteratura surrealista), dato che i legami logici che quelle connessio­
ni promettono si rivelano inesistenti. Viceversa, una frase come: «Di
bambini ce n'è molti che la mamma non riesce a fargli mangiare le
verdure» si presenta coerente, anche se non perfettamente coesa sul
piano grammaticale e sintattico: non c'è concordanza di numero tra
copula e predicato nominale (ce n 'è molti invece di ce ne sono molti ) ,
c'è un uso improprio del relativo che (in luogo di a i quali ) , l'ordine
delle parole non è quello canonico e c'è ridondanza dei pronomi (nel
gli ) . Lo stesso concetto, in una frase perfettamente coesa, sarebbe
espresso così: «Ci sono molti bambini ai quali la mamma non riesce
a far mangiare le verdure».

t/ TESTO E DISCORSO

La parola testo fin nell'etimo (dal latino TEXTUS 'tessuto' , già in Quinti­
liano con riferimento alle parole di un testo) suggerisce l'idea di compat­
tezza e nello stesso tempo di autosufficienza. Proprio per questo alcuni
studiosi ritengono che testo, vocabolo nato in un mondo dominato dallo
scritto per designare produzioni scritte, non si presti altrettanto bene a
indicare le produzioni linguistiche orali. Per queste ultime sembra prefe­
ribile il termine discorso, che meglio rende la flessibilità delle articolazioni
sintattiche e logiche e, soprattutto, l'importanza dell'interazione con gli
interlocutori. Il testo (scritto) , insomma, vive soprattutto nella dimensio­
ne chiusa del monologo; il discorso (orale) soprattutto in quella aperta
del dialogo.

Parlato e scritto non sono compartimenti stagni. Se ai due estremi di


un ideale segmento volessimo collocare il parlato-parlato (il parlato
più informale, spontaneo, " sporco " ) e lo scritto-scritto (lo scritto al
massimo grado di formalità, quello di un testo scientifico, per esem­
pio), troveremmo in mezzo una serie virtualmente infinita di forme
ibride.

90
Scritto e parlato

Esistono diverse tipologie di parlato, che possono essere indi­


viduate sulla base di criteri diversi. Una prima distinzione è quella
tra parlato spontaneo (o in situazione: quello di una conversazione
tra amici, per esempio) e parlato non spontaneo ma programmato
in precedenza, come il parlato-letto o il parlato-recitato (si può dire
che il dialogo teatrale rappresenti un paradosso della comunicazione
proprio perché, a differenza del dialogo reale, non è imprevedibile:
gli attori si attengono a un copione e si scambiano messaggi fittizi,
rivolti solo apparentemente a chi è sul palco, ma indirizzati, in ultima
istanza, al pubblico) .
Un'altra distinzione, parzialmente sovrapponibile alla precedente,
è quella tra parlato monologico (una lezione universitaria, una con­
ferenza, un discorso pubblico; almeno fino a quando non intervenga
qualcuno dall'uditorio a controbattere o a porre delle domande) e
parlato dialogico (il parlato della conversazione, di un'interrogazione
scolastica, di un interrogatorio giudiziario, di un'intervista, ma an­
che quello di una lezione in cui sia previsto l'intervento attivo degli
allievi). Si può anche distinguere tra parlato in presenza e parlato in
assenza degli interlocutori: del secondo tipo fa parte, per esempio, il
parlato telefonico. Ci sono poi alcune forme ibride, come l'annuncio
letto da un annunciatore radiofonico e la trascrizione fonetica di un
discorso, che rappresentano il grado massimo di reversibilità dal co­
dice grafico al codice fonico e viceversa.

t/ LE FUNZIONI LINGUISTICHE SECONDO LA TEORIA DI ROMAN }AKOBSON

Secondo il linguista russo, ma naturalizzato americano, Roman J akobson


( 1 896- 1 982 ) , nella comunicazione intervengono sei fattori:

1 . l'emittente (colui che emette il messaggio) ;


2 . il ricevente o destinatario (colui che l o riceve) ;
3 . il messaggio (il testo trasmesso);
4 . il canale o mezza (l'aria nel parlato, i segni grafici sulla carta o sul mo­
nitor di un computer) ;
5 . il codice (il linguaggio attraverso il quale si svolge la comunicazione:
lingua naturale, alfabeto Morse, bandierine, gesti, semafori e così
via);

91
Manuale di linguistica italiana

6. il contesto (l'insieme dei fatti e degli oggetti ai quali la comunicazione


si riferisce) .

In correlllZione con questi sei fattori, Jakobson individuò sei funzioni del­
la lingua, rispettivamente:

1 . emotiva (la lingua esprime emozioni e sentimenti dell'emittente, per


esempio tramite le interiezioni) ;
2 . conativa (la lingua s i orienta sul destinatario, tipicamente attraverso
l'imperativo e il vocativo; la funzione conativa è evidente per esempio
in un discorso politico, che mira a convincere il destinatario della bon­
tà di una certa tesi o di una certa azione o decisione; o nella pubblicità,
che vuole spingerlo a comprare un determinato prodotto) ;
3 . poetica ( il messaggio è orientato s u s é stesso, concentrandosi per esem­
pio sui suoni delle parole, sulle loro sfumature di significato, sulla co­
struzione sintattica e così via; è la funzione che ricorre in modo tipico
nei testi letterari, ma non solo in questi: si pensi a un certo tipo di
pubblicità o alle battute di spirito) ;
4 . fàtica (la lingua s i concentra sul canale, cioè sulla connessione psicolo­
gica o materiale che lega emittente e destinatario; per esempio, in una
telefonata, espressioni come: «Pronto?», «Riesci a sentirmi?», «Parla
più forte», o simili);
5 . metalinguistica (la lingua parla di sé stessa, tipicamente nella gram­
matica: «il è articolo determinativo singolare maschile»; o nelle varie
procedure messe in atto dai dizionari per definire un lemma) ;
6. referenziale o rappresentativa o denotativa (la lingua descrive la realtà
in modo tendenzialmente oggettivo, in testi come l'articolo di un'enci­
clopedia o la trattatistica scientifica e scolastica) .

4.2 Due punti di vista diversi

Se mettiamo per iscritto un brano di parlato spontaneo, ricevere­


mo subito un'impressione di scompaginamento sintattico e testuale:
quello che detto sembrava normalissimo, scritto ci appare intollera­
bilmente confuso. Ciò accade perché il testo scritto è abitualmen­
te diviso in capitoli, paragrafi, capoversi (lo scritto si rivolge anche
all'occhio, non solo all'orecchio) e perché al suo interno i confini tra
le frasi sono ben delimitati dalla punteggiatura; la sintassi è serrata e
precisa; il lessico tende a evitare ripetizioni inutili.

92
Scritto e parlato

lJJ UN ESEMPIO DI PARLATO SPONTANEO

Ecco la risposta di un professionista palermitano a una domanda sul traf­


fico della sua città; si tratta di un esempio di parlato spontaneo non pro­
grammato riprodotto fedelmente {la, punteggiatura è sostituita dal segno
Il, che isola frammenti di discorso seguiti da una pausa) .

Ma è un traffico che 11 disordinato 11 è un 11 è un traffico che denunzia 11 le


carenze // innanzitutto di una 11 di una città 11 progettata per le carrozze 11 e
oggi si trova invece 11 a sostenere un traffico 11 di una certa mole 11 poi 11 questo
tipo di traffico 11 denunzia una 11 una cattiva qualità di educazione stradale 11
questo si può evincere 11 immediatamente 11 basta che 11 non so ci 11 cadono
due gocce d'acqua 11 due gocce d'acqua 11 e il traffico si paralizza 11 perché la
gente ha paura di 11 un po' perché le strade non hanno quel 11 quel trattamento
anti-slittante che // Milano // le grandi città 11 di grande viabilità 11 hanno [ ]...

Già a una prima lettura appaiono evidenti alcuni tratti tipici dell'oralità
come le ripetizioni, le esitazioni, le frasi lasciate in sospeso (perché la gen­
te ha paura di ) ; segnali di scarsa progettualità sono anche le ellissi (e [che]
oggi si trova invece) e l'uso di forme improprie o scorrette (ci cadono) .

Testo da E. Milano, Sul parlato: alcuni itinerari tra testualità e sintassi, in M. Dar­
dano et al. (a c. di), Scritto e parlato, Bulzoni, Roma 200 1 , pp. 43 -63 , p. 47 .

Nel parlato (specialmente in quello spontaneo o conversazionale)


troviamo esitazioni, cambiamenti repentini del soggetto della frase,
"false partenze" , ridondanze e - più in generale - una pianificazione
della frase a breve gittata, che deriva dalla progettazione in tempo
reale. Questo non significa che il " rumore" (ovvero il segnale privo di
senso compiuto, ma anche la ridondanza, lo spreco) presente in gene­
re nella conversazione spontanea sia privo di funzione comunicativa
(come avverrebbe invece nello scritto) . Per esempio, se un bambino,
rimproverato dalla mamma per aver rubato la marmellata, si difende
con una frase del genere: «lo . . . eh . . . no, io no, non ho rubato la mar­
mellata . . . non sono stato io», la ridondanza, le esitazioni della replica
possono comunque offrire alla mamma indicazioni utili sul suo stato
emotivo (anche da ciò si potrà capire se il bambino ha effettivamente
commesso o no la marachella) . Nel parlato, insomma, anche la ridon­
danza e lo spreco possono avere valore informativo.

93
Manuale di linguistica italiana

Nel parlato spontaneo, inoltre, i confini tra le frasi sono spesso eva­
nescenti, la sintassi è lasca, più soggetta a una decifrazione a senso
(ma non per questo meno efficace, dato che parlando ci capiamo be­
nissimo) e il lessico è meno rigoroso, e spesso ripetitivo. D'altronde,
il parlato sopperisce alla mancanza di una rigida coesione testuale e
sintattica, awalendosi di mezzi non-linguistici come la prossemica e la
gestualità (tranne, s'intende, nella conversazione telefonica) .
L a prossemica è il codice che utilizza in funzione comunicativa lo
spazio tra gli interlocutori. Rientrano nella prossemica la distanza che
il parlante pone tra sé e l'interlocutore e gli spostamenti con cui ac­
compagna il proprio discorso. Per esempio, ponendosi a una certa
distanza dall'interlocutore, si indica che non gli si vuole dare grande
confidenza o che s'intende esprimere particolare rispetto nei suoi con­
fronti. Se, viceversa, si prende l'interlocutore a braccetto, ciò significa
che si ha - o si desidera instaurare - un rapporto di confidenza. Come
tutti i linguaggi, anche la prossemica varia da luogo a luogo (nel Nord
Europa, per esempio, la distanza normale tra due persone che parlano
è generalmente maggiore che in Italia e nei paesi mediterranei) .
L a gestualità comprende, invece, la mimica - owero le espressioni
del viso (sguardi, ammiccamenti, smorfie) - e l'insieme dei gesti, dei
movimenti del corpo. Tramite un gesto (l'occhiolino, le coma, una ma­
no levata, uno sguardo espressivo e così via) possiamo dare un senso
molto diverso alla frase che pronunciamo; possiamo fare intendere,
cioè: «Attenzione: la frase che sto pronunciando non va presa alla let­
tera, ma in modo ironico o scherzoso». In maniera ancor più evidente
della prossemica, la gestualità è soggetta a forti variazioni culturali e
antropologiche: in alcune società (come quella italiana) la gestualità è
molto marcata, in altre (per esempio quella giapponese) è quasi assente.
Inoltre, alcuni gesti cambiano significato col cambiare delle culture.
Tra i fattori che garantiscono unità e coerenza a un discorso ap­
parentemente frammentario, si devono inoltre considerare le pause:
non solo quelle vuote (il silenzio) , ma anche quelle piene (riempite
cioè con segnali fàtici come mhm, ehm e simili) . Quando non sono
dovute a ragioni meramente fisiologiche (la necessità di riprendere
fiato), le pause possono segnalare per esempio i confini tra i costi­
tuenti sintattici. Una pausa non è meno comunicativa di una parola
o di una frase: può segnalare tutta una serie di stati emotivi come
imbarazzo, sorpresa, disagio, esitazione.

94
Scritto e parlato

Non va poi trascurata la funzione che hanno nel parlato i tratti so­
prasegmentali, owero le caratteristiche prosodiche del parlato: intensità
(più forte per esempio nelle sillabe accentate) , ritmo (il soffermarsi più o
meno a lungo su determinate sillabe o parole) e, soprattutto, intonazio­
ne. L'intonazione è fondamentalmente l'alternarsi dei diversi toni con
cui parliamo. Tramite l'intonazione non soltanto diamo senso interroga­
tivo, affermativo, esclamativo o ingiuntivo alle frasi che pronunciamo,
ma possiamo enfatizzare segmenti della nostra frase (sillabe, parole o
porzioni più ampie di materia fonica) . Molti studiosi ritengono anzi che
nel parlato le frasi vengano pensate in maniera inscindibile dall'intona­
zione. L'intonazione si differenzia molto da luogo a luogo anche all'in­
terno di una stessa lingua (alcuni studiosi hanno descritto l'intonazione
tipica delle diverse regioni d'Italia; che sia possibile indovinare la regio­
ne di provenienza di un parlante italiano anche soltanto dall'intonazio­
ne - la cosiddetta " calata" - è del resto esperienza comune) .
Tipica del parlato è, infine, la deitticità (o indessicalità) , owero il
legame di ogni enunciato (o segmento di discorso compiuto) con il
contesto extralinguistico. Deittici sono tutti gli elementi che permetto­
no di realizzare questo legame: gesti ostensivi (se per esempio diciamo
«Prendi ! » e con un gesto porgiamo un libro, abbiamo fatto capire al
nostro interlocutore che intendiamo riferire il nostro enunciato al libro
indicato) ; o elementi linguistici, tramite i quali possiamo determinare
con precisione lo spazio (questo, quello, lì, qui, vicino, lontano, ma an­
che verbi come andare e venire) , il tempo (ora, dopo, ieri, fra un secon­
do, e simili) o i protagonisti della comunicazione (io, tu e in generale
i pronomi personali, ma anche - in una lingua come l'italiano, in cui
l'espressione del soggetto non è obbligatoria - le desinenze verbali).
Se i deittici rimandano al contesto linguistico, si dicono coesivi. Rien­
trano in questa categoria elementi come i pronomi personali e le forme
questo, quello, suddetto, predetto, il primo, il secondo, quest'ultimo o
simili, con valore anaforico (cioè di ripresa di quanto è stato già detto)
o cata/orico (cioè di anticipazione di quello che si sta per dire) . In una

frase come «Sei stato bravo; questo non vuol dire che tu non possa
migliorare», per esempio, il dimostrativo questo ha valore anaforico,
in quanto riprende l'enunciato precedente (Sei stato bravo) ; vicever­
sa, in una frase come «Solo questo vorrei dirti: fa' attenzione quando
attraversi» lo stesso dimostrativo (questo) ha valore cataforico perché
anticipa l'enunciato che segue (fa' attenzione quando attraversi) .

95
Manuale di linguistica italiana

Nello scritto viene dunque privilegiato uno stile dominato preva­


lentemente dalla forte coesione testuale e sintattica; nel parlato uno
stile dominato dalla semantica e dalla pragmatica (l'uso della lingua
all'interno della situazione reale) . Per questo molte forme giudicate
errate o anomale nello scritto trovano la loro ragion d'essere nel con­
testo semiotico e stilistico del parlato.

t/ L'INFLUENZA DELLA SCRITIURA SUL PARLATO

La nostra società è profondamente influenzata dalla cultura e dalla lingua


scritta (in gran parte coincidente con l'italiano corrente, sempre presente
alla coscienza linguistica dei parlanti con la sua forma testuale e con i suoi
tratti sintattici, fonomorfologici e lessicali) . Si pensi, per citare solo uno
dei molti possibili esempi, a quanto radicate nell'uso linguistico comune
siano espressioni e metafore attinte dal mondo della scrittura (come pun­
to e basta, punto a capo, punto interrogativo, tra virgolette, voltare pagina,
cominciare un nuovo capitolo, tra le righe) .
Tuttavia non bisogna dimenticare che, storicamente, il·parlato precede
lo scritto - lo scritto rappresenta un momento successivo di ripensamen­
to e di sistemazione, anche ma non solo, grafica del parlato -; che molte
lingue del mondo sono o sono state esclusivamente parlate e infine che
in molte civiltà in cui è usata la scrittura, la cultura orale mantiene una
funzione predominante.
Il passaggio da una mentalità che alcuni studiosi hanno chiamato
" omerica " (cioè tutta vòlta all'oralità: i poemi omerici ebbero iniziale dif­
fusione orale) a una " platonica" (cioè scritta: il filosofo greco Platone fu
il primo ad affidare sistematicamente il proprio pensiero alla scrittura)
comporta conseguenze rivoluzionarie:

diverse modalità di accesso alla cultura (con l'oralità uno stretto scam­
bio tra generazioni, con la scrittura un'acquisizione almeno virtual­
mente solitaria e individuale) ;
- diverse dimensioni quantitative (il mondo della scrittura non conosce
i limiti determinati dalla memoria individuale, che condizionano la
cultura orale) ;
- diverse percezioni cognitive (a livello cognitivo, l a scrittura s i stacca
dal qui e ora della contingenza comunicativa, facilitando l'oggettiva­
zione del sé) .

96
Scritto e parlato

4.3 La grammatica del parlato

Il parlato, come si è detto, è dominato dalla deitticità: la sua prima carat­


teristica è il forte legame con il contesto extraverbale che, essendo imme­
diatamente evidente ai locutori, rimane implicito nel discorso (a diffe ­
renza di quanto accade nello scritto, in cui ogni affermazione dovrebbe
essere contestualizzata) . Una parte importante ha nel dialogo anche la
presupposizione, con cui si allude a conoscenze date per condivise. Se per
esempio un impiegato entra in ufficio e chiede: «Di che umore è oggi?»,
i colleghi capiscono - senza altre specificazioni - che ci si sta riferendo
al capoufficio. Chi parla dà poi massimo rilievo alle informazioni che
ritiene più importanti. Con l'aiuto dell'intonazione o della sintassi, viene
messo in forte risalto il focus d'interesse della frase, il che può dar luogo
a strutture sintattiche irregolari (o considerate tali nello scritto).

Tipici del parlato sono i segnali discorsivi, vale a dire:

- formule di attenuazione (per dire, diciamo, in un certo senso);


- formule di esitazione (mhm, vediamo, beh, insomma) ;
- formule di esemplificazione (mettiamo, diciamo);
- formule di riformulazione della frase (voglio dire, cioè) ;
- formule di controllo dell'avvenuta ricezione o comprensione (il co-
siddetto feedback: mi senti?, no?, capito?, vero?, non trovi?) ;
- demarcativi (parole o locuzioni che hanno la funzione di aprire o
chiudere il discorso, la conversazione o il turno conversazionale:
«Come va?», «Che si dice?», «A presto» o i saluti) .

Nel parlato, dunque, accade spesso che le parole non siano utilizzate nel
loro significato letterale (quello del vocabolario) , ma secondo la funzio­
ne che assumono nel discorso. Un ristretto numero di parole e di locu­
zioni viene riciclato per svariate funzioni del discorso (cioè, per esempio,
può indicare esemplificazione, parafrasi, correzione e così via) .

v' TEMA E REMA, DATO E NUOVO

Il contenuto informativo di una frase è strutturato in tema e rema (o,


secondo una diversa terminologia, in topic e comment) : il tema (o topic) è
,,..

97
Manuale di linguistica italiana

ciò di cui si parla, il rema (o comment) è ciò che si dice riguardo al tema.
Per esempio, «Alfredo [tema] è andato a scuola [rema] ». Non sempre il
tema corrisponde al soggetto grammaticale della frase: «I libri [tema] ,
Marco [rema] li ha comprati» (il tema è complemento oggetto) ; oppure,
«lo [tema] speriamo che me la cavo [rema] » (il tema è soggetto logico
ma non grammaticale) . Il tema può essere messo in risalto da una ce­
sura intonativa (come nel secondo esempio, in cui lo stacco è se$nalato
graficamente da una virgola) o da particolari scelte sintattiche, come la
collocazione all'inizio della frase.
Le nozioni di tema e rema vanno tenute distinte da quelle di dato (l'in­
formazione nota, presupposta come tale da chi parla) e nuovo (l'informa­
zione presentata come nuova). Nei tre esempi fatti finora, il tema (Al/re­
do, I libri e Io) è anche il dato; ma non sempre i due concetti coincidono,
come appare dal seguente esempio: «Chi ha preso la macchina?» «Mario
[tema/nuovo] l'ha presa [rema/dato] » .

4 .4 Gli atti linguistici

Ogni enunciato costituisce anche un atto linguistico. Se per esem­


pio fermiamo un passante e gli chiediamo: «Scusi, sa l'ora?», non ci
attendiamo che l'altro risponda alla lettera («Sì» ! ) , ma che ci legga
l'ora (o, in caso negativo ci dia una risposta del tipo: «Mi dispiace,
non ho l'orologio») . Con le parole «Scusi, sa l'ora?» abbiamo quindi
dato vita a un atto linguistico (nella fattispecie una richiesta) . Perché
la comunicazione abbia luogo, l'interlocutore deve allora possede­
re una competenza pragmatica, owero la capacità di comprendere
l'effetto degli enunciati linguistici sul contesto comunicativo, effetto
basato sostanzialmente su convenzioni comunicative, cioè su regole
implicite e variabili da cultura a cultura. Alcune regole non scritte,
per esempio, impongono (almeno in molte culture) di non fare ri­
chieste in maniera troppo diretta e categorica. Se vogliamo chiude­
re la finestra in una sala d'aspetto, ci rivolgeremo alle altre persone
con un'espressione attenuata come: «Posso chiudere la finestra? / Le
dispiace se chiudo?» o con una domanda indiretta, del tipo: «Non
sente I sentite freddo?».
Grazie alla competenza pragmatica possiamo quindi decodificare
l'atto linguistico (risalendo all'intenzione comunicativa dell'interlo-

98
Scritto e parlato

cutore) e rispondere correttamente. La risposta può anche collocarsi


nell'àmbito extraverbale. Se chiediamo al vicino di tavola: «Mi passi
il sale?», ci aspettiamo in risposta che quello ci passi la saliera (un
gesto dunque), non che ci risponda di sì e rimanga inerte. La compe­
tenza pragmatica, insomma, ci permette di capire a che "gioco" si sta
giocando con il linguaggio: se, in un dato contesto comunicativo, le
parole vanno prese per quello che significano alla lettera o in senso
scherzoso, ironico, sarcastico; se vanno prese per quello che dicono
o, come negli esempi riportati sopra, per quello che fanno (chiedere,
affermare, ordinare, offrire, promettere e così via) . Gli atti linguistici
che esprimono tali volontà si dicono atti illocutivi.

t/ ATTI ILLOCUTIVI (O ILLOCUTÒRI) / PERLOCUTIVI (O PERLOCUTÒRI)

Secondo il filosofo inglese John Langshaw Austin ( 1 9 1 1 - 1 960) , nell'atto


linguistico si distinguono tre livelli: l'atto locutivo (l'atto del dire qual -
cosa) , l'atto illocutivo (l'azione che si compie nel dire qualcosa), l'atto
perlocutivo (l'effetto ottenuto col dire qualcosa). Gli atti illocutivi sono
caratterizzati da forza illocutiva, espressa da indicatori linguistici (nella
frase «Chiudi la porta ! », per esempio, l'indicatore di forza illocutiva è
l'uso del modo imperativo), mentre un qualsiasi enunciato (per esempio
«Lascialo ! ») potrà avere - in circostanze adeguate 1 effetto perlocutorio
- '

(non importa se intenzionale o no) di persuadere, costringere, spaventa­


re, far rinsavire.

Gli atti linguistici detti perlocutivi sono quelli che producono effetti
diretti. Il caso più evidente è quello delle espressioni contenenti verbi
performativi: verbi che, coniugati alla 1 • persona, realizzano l'atto che
descrivono (per esempio giuro, maledico, ordino) . Allo stesso modo,
gli enunciati performativi sono espressioni fisse che, in condizioni di
buona riuscita, hanno il potere di ottenere l'effetto che quelle parole
descrivono. Il fatto stesso che il sacerdote pronunci le parole «lo ti
battezzo nel nome del Padre . . . » (o che il presidente di una commis­
sione di laurea dichiari dottore qualcuno) fa sì che avvenga il battesi­
mo (o che il candidato divenga dottore).
Perché un enunciato performativo possa agire nella realtà, è ne­
cessario che siano rispettate alcune procedure convenzionali. Due
esempi: se un prete battezza il bambino sbagliato o il bambino giusto

99
Manuale di linguistica italiana

col nome sbagliato, la procedura non ha più valore; se in un set cine­


matografico si mette in scena un matrimonio, questo non è ovviamen­
te valido, perché manca negli attori l'intenzione che è richiesta dal
rito. Il seguente esempio, invece, ill u stra il carattere formulare degli
enunciati performativi: il futuro marito all'altare o in municipio, alla
fatidica domanda del prete o del pubblico ufficiale «Vuoi tu prende­
re come tua legittima sposa . . . ?» non può rispondere «D'accordo»,
«Perché no?», «Certo», «E che sono venuto a fare qui, allora?», ma
soltanto «Sì» (o, in teoria, «No») .

4.5 La conversazione

La conversazione rappresenta la situazione più tipica di parlato: due


o più interlocutori che si alternano liberamente nel discorso. Presie­
dono alla conversazione regole non scritte ma continuamente attive,
che - sembra - si apprendono fin da bambini, mentre si impara a
parlare. Perché la conversazione abbia successo, infatti, gli interlocu­
tori debbono per prima cosa cooperare, osservando alcune regole di
logica e di pertinenza che sono state individuate dal filosofo inglese
Herbert Paul Grice ( 1 9 1 3 - 1 988) . Secondo Grice, le massime conver­
sazionali sono quattro:

di qualità (cercare di fornire un contributo vero);


di quantità (non essere reticenti né ridondanti nell'informazione
fornita) ;
di relazione (essere pertinenti rispetto all'argomento della conver­
sazione) ;
di modo (evitare oscurità e ambiguità) .

Nel parlato di tutti i giorni, le massime conversazionali di Grice ven­


gono frequentemente violate (o, come si dice, "oltraggiate" ) . Grice
introduce allora la nozione di implicatura conversazionale: se le massi­
me vengono violate, e abbiamo motivo di ritenere che l'interlocutore
voglia: ugualmente collaborare alla conversazione, ipotizziamo che
lo abbia fatto in maniera deliberata, per comunicarci in quel modo
qualcosa. Le massime, insomma, possono anche venire violate, ma
rimangono immanenti alla comunicazione: se non ci fosse la regola,

1 00
Scritto e parlato

non potremmo neanche avvertirne la violazione. Questa parte impli­


cita nella comunicazione si dice appunto "implica:tura conversaziona­
le" . Se A chiede: «Dov'è Mario?» e B risponde: «Ho incrociato una
Yaris verde che andava verso la statale» viene violata la massima di
relazione (e probabilmente anche quella di quantità) . Il parlante A,
però, si sforzerà di interpretare lenunciato di B come pertinente alla
sua domanda: si chiederà, dunque, quale relazione ci sia tra Mario e
la Yaris verde che B ha incrociato, arrivando alla conclusione - ed è
questo che verosimilmente B vuol suggerire - che Mario possiede una
Yaris verde e si sta perciò dirigendo verso la statale.
Esistono regole di tipo pragmatico anche per lalternanza dei turni
conversazionali: se così non fosse, le sovrapposizioni dei turni - quan­
do due o più persone prendono la parola contemporaneamente -
sarebbero molto più frequenti di quanto non accada. I locutori,
in effetti, riescono a capire quando laltro sta per terminare il suo
turno e in quale momento - detto punto di rilevanza transizionale
(PRT) - possono inserirsi nella conversazione. Il PRT è in genere con­
trassegnato da un abbassamento del tono di voce, dalla fine di un
argomento di conversazione o da particolari indicatori lessicali. Se
chi parlava ha selezionato il parlante successivo (con frasi del tipo:
«Che ne dici, Gianluca?») , la parola passerà al selezionato; se invece
nessun parlante era stato selezionato in precedenza, chiunque potrà
autoselezionarsi e prendere la parola al sopraggiungere del primo PRT
(diversamente, chi parlava potrà continuare a farlo) .
L a stessa situazione si verificherà a ogni successivo PRT. S e poi chi
parlava non ha selezionato il parlante successivo, o se qualcuno si inse­
risce mentre un turno di parola è in corso, si potrà verificare una breve
"lotta" per la conquista o il mantenimento del "banco " . Si alzerà il vo­
lume della voce, si farà cenno con la mano di attendere, facendo even­
tualmente valere il proprio prestigio sociale, economico, intellettuale,
o anche solo la maggiore età (nel caso per esempio di un adulto che
parla con un bambino) . Può ben accadere che una persona intervenga
nella conversazione senza aspettare il PRf, ma l'intervento viene perce­
pito come inopportuno ed è censurato dalle regole dell'educazione, È
naturale che tutte queste strategie mirate al mantenimento del "banco"
contribuiscano a condizionare la grammatica del parlato.
I locutori, inoltre, per avviare, far procedere o chiudere la conver­
sazione si servono spesso di strutture fisse. Queste strutture, dette se-

101
Manuale di linguistica italiana

quenze complementari, sono realizzate dagli interlocutori in due turni


(perciò si dicono anche coppie adiacenti) : a una domanda seguirà una
risposta; a un saluto, un altro saluto («Come stai?» «Bene grazie, e
tu?») ; a un'interpellazione, una risposta («Senta» «Mi dica»); alle
scuse, una minimizzazione («Scusami per il ritardo» «Figurati, ho
aspettato solo due minuti») e così via.
Le sequenze complementari sono una sorta di cerimonia linguistica
- e per certi versi sociale - spesso priva di vero contenuto informativo.
Esemplare il caso della chiusura di una conversazione telefonica, che ri­
chiede una procedura linguistica abbastanza complessa: dopo un argo­
mento di chiusura (accordo conclusivo, per esempio un appuntamento
o i saluti per un assente), ci sono alcuni turni di passaggio che portano
verso la fine della telefonata (per esempio: «Bene, allora a presto») , poi
alcuni eventuali scambi di pre-chiusura, poi una coppia di elementi fi­
nali (i saluti di congedo: <<Ciao», «Ciao»; «Arrivederci», «Arrivederci»;
<<A presto», «Ciao»). Ciò non significa, naturalmente, che non possiamo
troncare la conversazione in maniera più sbrigativa; significa che, se lo
facciamo, corriamo il rischio di apparire bruschi o scortesi.

t/ LE SEQUENZE LATERALI INCASSATE

A volte perché una coppia venga completata, occorre aprire e via via ri­
chiudere altre sequenze, dette incassate (o lateralz} , operazione alla quale
è subordinato il completamento della sequenza principale; come nella
conversazione che segue:

A: Quanto costa un biglietto per Milano? [APRE SEQUENZA 1 ]


B : Prima o seconda classe? [APRE SEQUENZA LATERALE 2]
A: Quanto costa la prima? [APRE SEQUENZA LATERALE 3 ]
B : 120 euro. [CHIUDE SEQUENZA LATERALE 3 ]
A : No; allora prendo l a seconda. [CHIUDE SEQUENZA LATERALE 2]
B: 75. [CHIUDE SEQUENZA l]

Si noterà che in questo dialogo (come in altri consimili) la conversazione si


tiene nell'aspettativa implicita della chiusura della sequenza principale.

Esistono, in base ad alcune convenzioni sociali, certe forme preferen­


ziali per completare una sequenza complementare: accettare un invi-

1 02
Scritto e parlato

to, per esempio, è semplicissimo; rifiutarlo presenta linguisticamente


alcune complicazioni (ci vuole una breve pausa, o una spiegazione
plausibile, per attenuare la portata del rifiuto) . Analogamente, dopo
il saluto «Ciao, come stai?», la risposta preferenziale - quella che il
sistema linguistico offre già pronta - è un'espressione convenzionale
di generico benessere («Bene», «Benone», «Non c'è male», «Non mi
lamento») . Supponiamo che l'interlocutore risponda con una forma
non preferenziale, per esempio «Male»: si creerebbe immediatamen­
te una situazione di disagio; dopo una pausa imbarazzante, ci sen­
tiremmo obbligati a chiedere: «Ti è successo qualcosa?» (anche se
conosciamo appena l'interlocutore e non intendiamo ricevere un suo
sfogo o una sua confidenza) . In definitiva la conversazione comince­
rebbe già inceppata, perché il sistema linguistico si trova spiazzato di
fronte a una risposta non preferenziale.

4.6 I registri del parlato

Il parlato si articola in una gamma di registri dominata da tre parametri:


dia/aszà, diastratzà, diatopzà (vedi § 1 .2 ) . Più volte si è tentato di riunire
in una rappresentazione organica la varietà di registri a disposizione
di un parlante italiano. Il rischio di semplificare in maniera inaccetta­
bile una realtà sociolinguistica complessa è costantemente in agguato.
È certo però che oggi l'italiano della tradizione letteraria non è più
l'unica varietà normatrice, il modello linguistico al quale rifarsi, perché
dotato di indiscusso prestigio. Nella situazione attuale possono godere
di altrettanta o magari di maggiore autorevolezza l'italiano burocratico
o giudiziario, l'italiano tecnico-scientifico, quello parlato dai manager,
dai politici, dai giornalisti. Sta inoltre mutando l'atteggiamento psi­
cologico nei riguardi del dialetto (anche perché gli stessi dialetti sono
sempre più influenzati dall'italiano) : un tempo avvertito come social­
mente e culturalmente squalificante, il dialetto viene oggi usato anche
dalle persone colte nel registro affettivo, scherzoso, informale.
Rispetto alla situazione comunicativa (dia/asìa) il parlato può quin­
di essere formale: una lezione, un discorso tenuto in un'occasione
pubblica, la conversazione con persone di riguardo o sconosciute; o
informale: la conversazione in famiglia oppure con amici, colleghi,
conoscenti. L'italiano informale o colloquiale può nutrirsi di appor-

1 03
Manuale di linguistica italiana

ti lessicali ed espressivi del soggiacente dialetto e quindi riuscire, di


fatto, simile all'italiano regionale, specialmente nella pronuncia. Ma
a livello teorico le due varietà vanno tenute distinte. Contribuiscono
infatti a caratterizzare l'italiano informale tratti panitaliani (presenti
cioè nell'italiano colloquiale di tutte le regioni) come gli in luogo di
le, l'uso di averci (c[t1 ho male ai denti ) , tipi sintattici come a me mi
piace, la scarsa ricorrenza di congiunzioni tipiche del parlato formale
o dello scritto (sebbene, tuttavia, giacché ) e alcune scelte lessicali (dai
diminutivi fino al turpiloquio) .
Il parametro della diastratìa (cioè la differenza legata ai diversi strati
sociali) , che fino a non molti anni fa influiva in maniera drastica sui
comportamenti linguistici, oggi - grazie alla maggiore diffusione e de­
mocratizzazione della cultura e dell'istruzione - sembra operare in ma­
niera trasversale. Se è ancora decisivo il livello di cultura del parlante
(chi è più colto sa dominare anche i registri alti, chi è meno colto si tro­
va a sùo agio solo nel registro informale) , l'unica appartenenza sociale
determinante si rivela quella a gruppi dalla fisionomia particolarmente
compatta (come certi gruppi professionali) .
L a peculiare situazione dialettale italiana, infine, fa sì che il pa­
rametro della diatopìa (tratti linguistici locali o regionali o dialetto
tout court) emerga con forza non appena si verifica un abbassamento
- anche leggero - degli altri due livelli. Chi parla in una situazione
informale o proviene da uno strato socioculturale basso adopera un
italiano più vicino al dialetto, o un italiano imperfettamente domina­
to, nel quale fa capolino il dialetto (il cosiddetto "italiano popolare " ) .
Insomma, nella concreta prassi comunicativa, non è facile trovare un
italiano informale scevro da elementi (almeno da pronunce) regionali
o dialettali.

ti' L'ARCHITETTURA DELL'ITALIANO CONTEMPORANEO

Poco più di vent'anni fa, Gaetano Berruto aveva sintetizzato sinotticamente


l'architettura dell'italiano contemporaneo disponendo le diverse varietà lin­
guistiche scritte e parlate lungo gli assi complanari della diastratia, della dia­
mesia e della diafasia (la diatopia era resa: in sottofondo, come soggiacente a
tutto il settore dell'italiano parlato) . Sulla base dei cambiamenti intercorsi in
questi anni, si è recentemente proposto di apportare qualche aggiornamen­
to (il maiuscolo segnala le varietà assenti nello schema di Berruto) .

104
Scritto e parlato

Tra i principali elementi di novità:

- la maggiore incidenza della diatopia, che entra nel quadrante dei re­
gistri più alti in senso diastratico e diafasico e si affaccia anche nel
settore della lingua scritta;
- la risalita dell'italiano standard, che ormai coincide quasi con l'italiano
aulico formale; per contro, l'identificazione del nuovo standard con la
buona scrittura giornalistica;
- l'individuazione dell'italiano tecnico-scientifico come varietà di mas­
simo prestigio e la sostituzione dell'italiano burocratico con l'italia­
no aziendale, · in cui i residui burocratici si mescolano ai tecnicismi
dell'economia e della finanza;
- il forte avvicinamento tra italiano parlato colloquiale, italiano informa­
le trascurato e italiano regionale;
- l'apparire di una varietà scritta di registro informale, usata da quasi
tutti gli strati della società: l'italiano digitato delle e-mail e degli SMS.

105
Manuale di linguistica italiana

4.7 Il parlato italiano contemporaneo: suoni e forme

Quello dei suoni è il settore nel quale le abitudini linguistiche di tipo


regionale mostrano una tenuta maggiore, anche in parlanti di elevato
livello socioculturale. È facile verificare come proprio dalla pronuncia
- oltre che dalla prosodia (la calata caratteristica di ogni regione) -
sia possibile indovinare l'area di provenienza di un parlante.
Vortoepìa, cioè il modo corretto di pronunciare l'italiano (peraltro
suscettibile di mutamenti e oscillazioni) , va considerata norma tassativa
solo da chi fa della lingua parlata un uso professionale (attori, doppiato­
ri, speaker radiotelevisivi, in linea teorica anche esponenti politici) . Per
"pronuncia corretta" dell'italiano s'intende qui quella che corrisponde
al modello tradizionale del fiorentino colto emendato dei tratti verna­
colari, come la pronuncia "scivolata" (cioè senza l'elemento occlusivo)
di c e g palatali (pigione, cacio) o la gorgia. In questo modello si prevede,
tra l'altro, la generalizzazione della s sonora (quella di slitta e asma)
tra due vocali, come avviene nell'italiano settentrionale (rosa, ma anche
casa con la s di slitta) , a differenza dell'ortoepia tradizionale fondata sul
modello toscano (rosa con la s di slitta ma casa con la s di sole) e dell'uso
spontaneo romano e meridionale (rosa e casa con la s di sole) .
Nella percezione collettiva dei parlanti, ormai da qualche decennio,
gode infatti di un certo prestigio la pronuncia settentrionaleggiante
dell'italiano. Declinante appare invece il modello romano, sempre
più accostato a uno stereotipo cinematografico e televisivo di matri­
ce comica - e quindi di scarso prestigio sociolinguistico - incarnato
dalla metà del Novecento da attori e personaggi di spettacolo (come
Alberto Sordi, Carlo Verdone, Claudio Amendola) .
Nel campo delle forme grammaticali è in atto, nell'italiano contem­
poraneo, una forte tendenza alla semplificazione. Alcuni settori della
grammatica italiana sono regolati da norme molto complesse, spesso
operanti - oltretutto - in sovrapposizione. Comprensibile, perciò,
che almeno nel parlato (lo scritto recepisce più tardi le innovazioni
del parlato, o non le recepisce affatto) si profilino alcune tendenze
alla semplificazione e alla razionalizzazione del sistema, per esempio
nel campo dei pronomi atoni o in quello dei tempi verbali.
Tra i tempi verbali è in espansione l'imperfetto; il passato remoto
(vitale solo in Toscana e nell'Italia meridionale) cede terreno al passa­
to prossimo, praticamente scomparso è invece il trapassato remoto; il

1 06
Scritto e parlato

futuro tende a essere sostituito dal presente (parto domani; quando ci


rivediamo?), mentre il futuro anteriore è usato soprattutto per indica­
re supposizione (cosa sarà successo?); tutt'altro che morto è invece il
congiuntivo, realmente indebolito solo nelle subordinate dichiarative
(credo che hai invece di credo che tu abbia).

t/ GLI USI DELL'IMPERFETIO

L'imperfetto ha molto esteso i suoi usi: nella creazione di mondi immagina­


ri (per esempio nella narrazione di sogni: ho sognato che ero un aquilone) ;
nelle proposizioni ipotetiche al posto di condizionale passato e congiuntivo
trapassato (se lo sapevo venivo; il tipo se l'avessi saputo sarei venuto è ormai
percepito come proprio del linguaggio sorvegliato) ; nel discorso indiretto
in luogo del condizionale a indicare futuro nel passato (mi ha detto che am�
vava); con valore attenuativo (volevo dirti che non posso venire a cena) .

Nel campo dei pronomi atoni la distinzione tra gli 'a lui' e le 'a lei' e
soprattutto tra gli (singolare maschile) e (a) loro (plurale) tende ad an­
nullarsi - almeno nel parlato informale - nella forma tuttofare gli. Ci
estende il suo àmbito d'uso, entrando in composizione con avere (che
c'hai?) o con altri verbi (contarci 'fare affidamento' , pensarci, entrarci
'essere pertinente' , volerci 'essere necessario' ecc.) . I clitici vengono
poi usati, specie in area centromeridionale, per dare valore intensivo
ad alcuni verbi (mi/umo una sigaretta, mi faccio una nuotata ) .

4.8 Il parlato italiano contemporaneo: la sintassi

Nell'uso dei pronomi relativi ha ormai perso molto terreno il quale (del
quale, al quale e simili) a vantaggio di che, nel parlato molto informale
anche sotto forma di che relativo indeclinato con ripresa pronominale
(Gianni, che gli 'al quale, del quale' dico sempre peste e corna; la rivolu­
zione, che ne 'di cui' abbiamo sempre paura). Di questo che relativo in­
declinato sono state date diverse spiegazioni. Una delle più attendibili è
la seguente: il che fungerebbe da subordinante generico, indicherebbe
cioè la presenza di una subordinata quale che sia, mentre l'esatta espli­
citazione del rapporto sintattico tra le proposizioni sarebbe affidata al
pronome atono di ripresa (gli e ne, negli esempi riportati sopra) .

1 07
Manuale di linguistica italiana

Il che in funzione di subordinante generico è usato come una sorta


· di passepartout linguistico, per introdurre una subordinata. Alcuni
usi del che subordinante generico sono accettati dalla norma - per
esempio quello temporale (l'anno che ci siamo conosciuti) e quello
causale (che nello scritto si distingue tramite l'accento grafico: che) ;
altri no. Spesso, comunque, non è possibile un'esatta catalogazione
grammatico-funzionale del che subordinante generico: si pensi a frasi
come aspetta che arrivo o vieni che s'è fatto tardi.
Nel parlato l'ordine non-marcato (Soggetto Verbo Oggetto) della
frase risulta spesso alterato per evidenziare un elemento a vario titolo
saliente. Tra i vari costrutti di messa in rilievo, ci sono:

la topica/iv.azione contrastiva: l'elemento dislocato, in genere l'og­


getto, viene sottolineato con forza nell'intonazione; per esempio:
LE MELE ricordati!;
- il tema libero o cambio di progetto sintattico (quello che nella gram­
matica tradizionale veniva definito anacoluto) : il centro semantico­
emozionale della frase viene collocato in apertura di frase, anche
senza collegamento sintattico col resto della frase stessa (per esem­
pio: io speriamo che me la cavo; noi la carne ci piace tantz'ssimo) ;
la dz'slocazione a sinistra dell'oggetto o dei complementi indiretti,
ripresi - a differenza di quanto accade nel primo costrutto - da
un pronome atono (il sangue non lo posso vedere; di lei non me ne
avevi mai parlato);
la dislocazione a destra del centro di interesse della frase, anticipato
in questo caso da un pronome atono (l'hai comprato tu il latte?);
la frase scissa, in cui un elemento viene messo in evidenza trami­
te una struttura formata da una voce del verbo essere + che (per
esempio: era lui che guidava; frasi scisse sono anche i tipi quand'è
che te ne vai?, è che non c'è più niente da dire, non è che stai diven­
tando pazzo?);
il tipo c'è + che (c'è una cosa che ti volevo dire) .

Frequente, nel parlato, anche il mancato accordo tra soggetto e verbo,


dovuta in genere a cambiamenti di progetto sintattico o a concordan­
ze a senso (specie in dipendenza di locuzioni come la maggior parte di
o di nomi collettivi come la gente: la maggior parte delle persone non
sanno cos'è l'educazione) .

1 08
Scritto e parlato

t/ QUANDO SI POSPONE IL SOGGETTO?

La posposizione del soggetto è usata

- per marcare un'opposizione con altri possibili attori: lo faccio io questo


lavoro (sottinteso: 'non tu' ) ;
- con alcune classi d i verbi che indicano eventi improvvisi: è morta sua
nonna, è a"ivato mio marito;
- quando il soggetto rappresenta l'elemento nuovo della frase: ha chia­
mato la segretaria, sono le otto (si noti che *le otto sono è una frase
agrammaticale, impossibile in italiano) .

4.9 I l parlato italiano contemporaneo: l e parole

Fondamentali nel parlato sono i segnali discorsivi (per dire, diciamo,


voglio dire, cioè ecc.) che hanno anche la funzione di connettivi. Fre­
quenti sono anche le locuzioni colloquiali, familiari, gergali o di diffu­
sione regionale: tanto più numerose quanto più informale è la situa­
zione comunicativa. Si registra inoltre una significativa presenza di

- vocaboli generici (tizio, /atto, a/fare, cosa o roba);


- espressioni di quantità (un sacco di, un casino di; tanto di quel + so-
stantivo, per esempio «ho tanta di quella stanchezza»; sostantivo +
della madonna, del cavolo o simili, per esempio: c'era un vento della
madonna) ;
alcuni aggettivi (come pazzesco, mostruoso, allucinante, bestiale) uti­
lizzabili in accezione sia positiva sia negativa (pazzesco, per esempio,
può significare a seconda del contesto 'eccezionale' o 'orribile, pes­
simo') ;
diminutivi affettivi, semanticamente vuoti, come momentino, pen­
sierino 'regalo' o attimino (usato anche come awerbio, con valore
genericamente attenuativo: è un attimo I attimino difficile 'è abba­
stanza difficile');
- espressioni colorite di esclamazione o di imprecazione, fino al tur­
piloquio (porca miseria e simili; cavolo e simili; che palle!, due mar­
roni! e così via).

1 09
Manuale di linguistica italiana

Consistente è, negli ultimi decenni, anche l'apporto del linguaggio gio­


vanile, magari tramite il mondo della canzone, dei fumetti, e comunque
delle culture e sottoculture vicine al mondo giovanile: gasato 'vanitoso,
euforico, esaltato', imbranato, pomiciare, sballo. Notevole, poi, la dif­
fusione di termini della psicanalisi classica (come complessato, isterico,
nevrotico, paranoia, rimosso), con significato spesso distante, però, da
quello originario; di metafore automobilistiche (ho ingranato col lavoro,
è partito in quarta, sta infolle e simili) o l'ampio ricorso a suffissi e prefissi
(come mega-, ultra-, super-, iper-) tipici un tempo dei linguaggi scientifici
e settoriali. Il linguaggio tecnologico, in particolare, viene usato anche in
chiave scherzosa: sei tutto da riformattare; cambia file 'cambia discorso'.

t/ I L TURPILOQUIO

Il turpiloquio non è come si pensa comunemente - un'esclusiva dei


-

nostri tempi: basta sfogliare gli epistolari ottocenteschi per leggere frasi
come «non costa un cazzo» (Carlo Porta) , «noi resteremo tutti coglio­
nati» (Vincenzo Monti), «coglione chi si affatica a pensare e a scrivere»
(Giacomo Leopardi) . A estendersi è stata, semmai, la sua sfera d'uso:
un tempo relegato alla conversazione più informale, oggi il turpiloquio è
possibile anche in situazioni mediamente formali (un'assemblea politica,
una trasmissione radiofonica e televisiva e simili) . Se ancora tra il 1 968 e il
1 977 le parolacce potevano avere una carica contestataria, oggi non sono
altro che un'esibizione di conformismo: che ci piaccia o no, infatti, fanno
ormai parte del modo di esprimersi quotidiano di quasi tutti gli italiani.
Secondo uno studio del 2000, in televisione si sentivano 70- 1 00 parolac­
ce al giorno; secondo un altro del 2003 , una ogni 2 1 minuti (negli Stati
Uniti studi analoghi hanno raggiunto conclusioni non molto diverse) . Nel
1 993 , cazza risultava al 722° posto tra i vocaboli più ricorrenti nel parlato
degli italiani (dopo notare e prima di verde) e più di recente campeggiava
nell' incip it di un romanzo vincitore del premio Strega, Come Dio comanda
di Niccolò Ammaniti, 2007 : «Svegliati ! Svegliati, cazzo ! » .

4.10 Il parlato nello scritto

Solo in anni recenti l'attenzione degli studiosi si è rivolta allo studio


dell'italiano parlato del passato; uno studio che, paradossalmente, è
costretto a ricorrere allo scritto come unica testimonianza superstite.

1 10
Scritto e parlato

Sono state individuate particolari categorie di testi considerati, per


ragioni diverse, meno lontani dalla lingua parlata:

- testi di scriventi che avevano scarsa dimestichezza con la cultura


scritta;
- testi poco sorvegliati dal punto di vista stilistico o destinati all'uso
privato (diari, memoriali, lettere) ;
- testi nati come registrazione diretta di un discorso orale ( trascrizio­
ni di testimonianze, prediche, opere nate sotto dettatura, e simili) .

È stato così possibile appurare che alcuni costrutti tipici anche oggi del
parlato affondano le loro radici nelle fasi più antiche della lingua italiana.
Studiando i testi che hanno maggiore probabilità di conservare le carat­
teristiche del parlato è emersa, infatti, la presenza più o meno costante di
alcuni costrutti (le dislocazioni, la concordanza a senso, il che indeclinato
e altri). Le particolarissime vicende dell'italiano - soprattutto la codifica­

zione grammaticale cinquecentesca, basata su un canone molto ristretto


di autori letterari - hanno sempre relegato questi costrutti ai margini del­
la grammatica; ma nelle scritture informali, basse o popolari, possiamo
trovare a distanza di secoli varie attestazioni della loro vitalità.
Parzialmente diverso - perché pienamente consapevole - è l'uso
artistico che gli scrittori fanno del parlato nelle battute di dialogo
inserite in un racconto, un romanzo, un testo teatrale. In questo caso
abbiamo non una riproduzione fedele dell'oralità, ma una simulazio­
ne fittizia e stilizzata: gli aspetti più irriducibili del parlato (brusche
interruzioni, false partenze, esitazioni, ridondanze) vengono omessi o
regolarizzati o riprodotti in modo convenzionale. È il caso dei novel­
lieri quattro-cinquecenteschi, debitori - anche nella "messa in scena"
del parlato - del Boccaccio, il capostipite della novellistica italiana.

IJJJ LA SIMULAZIONE DI PARLATO NELLA LOCANDIERA DI CARLO GOLDONI

Il brano riportato è tratto dalla scena XXII dell'atto I di questa commedia


messa in scena per la prima volta nel 1753 . Il Conte d'Albafiorita e il
Marchese di Forlipopoli sono due spasimanti della locandiera Mirando­
lina. Sulla scena sono presenti anche Ortensia e Dejanira, due attrici che
si fingono nobildonne.

111
Manuale di linguistica italiana

MIR. Osservi, signor Conte, il bel regalo che mi ha fatto il signor Marchese.
(mostra il fazzoletto al Conte)
CON. Oh, me ne rallegro ! Bravo, signor Marchese.
MAR. Eh niente, niente. Bagattelle. Riponetelo via; non voglio che lo diciate.
Quel che fo non s'ha da sapere.
MIR. (da sé) Non s'ha da sapere, e me lo fa mostrare. La superbia contrasta
con la povertà.
CON. (a Mirandolina) Con licenza di queste dame, vorrei dirvi una parola.
ORT. S'accomodi con libertà.
MAR. (a Mirandolina) Quel fazzoletto in tasca lo manderete a male.
MIR. Eh, lo riporrò nella bambagia, perché non si ammacchi !
CON. (a Mirandolina) Osservate questo piccolo gioiello di diamanti.
· MIR. Bello assai.
CON. È compagno degli orecchini che vi ho donato.
(Ortensia e Dejanira .osservano, e parlano piano fra loro)
MIR. Certo è compagno, ma è ancora più bello.
MAR. (da sé) Sia maledetto il Conte, i suoi diamanti, i suoi denari, e il suo
diavolo che se lo porti.
CON. (a Mirandolina) Ora, perché abbiate il fornimento compagno, ecco
ch'io vi dono il gioiello.
MIR. Non lo prendo assolutamente.
CON. Non mi farete questa mala creanza.
MIR. Oh ! . delle male creanze non ne faccio mai. Per non disgustarla, lo
prenderò.

Per rendere efficacemente la spontaneità del parlato reale, Goldoni co­


struisce una sequenza di battute veloci, costituite in molti casi da una sola
frase, che si alternano in un ritmo serrato. Spesso si ha la ripresa di una
parola (o di un'espressione) contenuta nella battuta precedente, secondo
una tecnica molto usata nella scrittura di testi teatrali ( Quel che fo non
s'ha da sapere I Non s'ha da sapere, e me lo fa mostrare; È compagno de­
gli orecchini che vi ho donato I Certo è compagno, ma è ancora più bello).
Ma a produrre l'effetto di simulazione della conversazione spontanea è
soprattutto l'uso dei costrutti sintattici tipici del parlato, come la dislo­
cazione a sinistra (delle male creanze non ne faccio mai) , e il ricorso alle
interiezioni, anche come segnale demarcativo dell'inizio del discorso (Eh,
lo riporrò nella bambagia, perché non si ammacchi) .

Testo cit. in L. Rossi, Scritto e parlato, in L. Serianni (a c. di), La lingua nella sto­
ria d'Italia , Società Dante Alighieri - Libri Scheiwiller, Milano 2002 , pp. 473 -504,
p p . 490-491 .

1 12 '
Scritto e parlato

Dalla seconda edizione dei Promessi sposi ( 1 840- 1 842 ) e in maniera


ancor più accentuata con il Verismo e in particolare con I Malavo­
glia ( 1 88 1 ) di Giovanni Verga, la prosa narrativa italiana è andata
incontro a un progressivo avvicinamento al parlato, a una lingua vo­
lutamente dimessa, media, colloquiale; non soltanto - per esigenze
di verosimiglianza - nelle battute di dialogo, ma anche nella diegèsi.
Uno «stile semplice», come lo ha definito il linguista Enrico Testa,
in cui la " semplicità " è ottenuta con tecniche e mezzi artistici: non si
tratta di vera naturalità o spontaneità, ma di un effetto ottenuto gra­
zie all'elaborazione e all'artificio espressivo. Esempi di questo " stile
semplice" nella nostra narrativa novecentesca possono considerarsi
Paesi tuoi di Cesare Pavese ( 1 94 1 ) , La ciociara di Alberto Moravia
( 1 957), La ragazza di Bube di Carlo Cassola ( 1 960) , Lessico famigliare
di Natalia Ginzburg ( 1 963 ) .

STORIA D I PAROLE

Attimino È il diminutivo di attimo, che discende dal latino tardo IN ATOMO,


a sua volta dall'espressione greca en atòmo 'in un istante' (attimo rappresenta
l'allotropo popolare; atomo quello dotto), ed è utilizzato sia con significa­
to proprio, sia nell'accezione di un po'. Parola simbolo degli anni ottanta e
novanta, attimino è stata per molto tempo oggetto di una forte censura da
parte di molti parlanti. Una classifica pubblicata nel 2003 dal quotidiano " Il
Sole 24 Ore " la poneva al terzo posto fra le "parole da buttare " . L' espressio­
ne, in sé non scorretta, ha precedenti ottocenteschi nell'analogo momentino,
attestato con significato generico, non temporale, persino nelle lettere del
filologo Francesco D'Ovidio ( 1 849- 1 925 ) : «non essendo più tediato dalle
domestiche cose - benché, a dir vero ci siano ora le scolastiche, che sono un
momentino peggio -».

Calata Il sostantivo calata deriva dal verbo CALARE del latino tardo (a sua
volta dal greco) e il suo significato prevalente è quello di 'atto di calare,
abbassamento, invasione' (la calata delle reti, la calata dei barbari) . Il termine
ha acquistato solo nel Novecento l'accezione di 'cadenza, modulazione della
voce tipica di una parlata, specialmente dialettale' . Il termine usato dai lin­
guisti per descrivere i caratteri accessori nella realizzazione dei suoni (into­
nazione, quantità ecc.) è prosodia, dal composto greco di pros 'a, verso' e odè
' canto', di cui il latino ACCENTUS costituisce un calco; calata e cadenza sem-

1 13
Manuale di linguistica italiana

brano invece riferirsi unicamente all'intonazione, alla curva melodica della


frase, ovvero al modo in cui la voce " cala " o " cade" prima della pausa.

Ciao Il saluto confidenziale ciao, diffuso in tutta Italia e ormai anche all'estero
(nell'inglese americano e australiano di registro medio-alto, nel francese infor­
male, nel linguaggio giovanile tedesco), proviene dal veneziano schiao 'schiavo'
(da leggersi s-ciao) , derivato a sua volta dal latino medievale SCLAVUS 'slavo' .
L'aggettivo etnico slavo cominciò a indicare per antonomasia l o schiavo (forse
anche il latino SERVUS era in origine un etnico etrusco) , perché tra il X e il XIII
secolo in Germania e in Italia vennero importati molti schiavi di origine slava.
Schiao, e poi ciao, era originariamente una formula di saluto simile a locuzioni
come servo suo; oggi è invece un modo di salutare riservato a situazioni di ca­
rattere informale: è usato in famiglia, tra giovani coetanei, tra persone che sono
in rapporti di confidenza. Alla fine degli anni settanta, la Piaggio lanciò sul
mercato un motociclo chiamato Ciao, forse proprio per la capacità della parola
di evocare qualcosa di non impegnativo e disinvolto, e Ciao si chiamò anche
la mascotte dei Campionati del mondo di calcio svoltisi in Italia nel 1 990: una
scelta su cui avrà certo influito la popolarità internazionale della parola.

Cioè In origine ( XIII secolo) , era usato per riprodurre la formula latina id est
e prevedeva spesso la flessione della forma verbale; come nella duecentesca
raccolta anonima di racconti nota come Il Novellino: «li figliuoli, ciò siamo
noi, ciascuno si crede avere la buona». Nel tempo, la parola si è andata af­
fermando come segnale discorsivo per indicare l'inizio di un enunciato so­
prattutto in situazioni d'incertezza. Celebre è l'esordio di don Abbondio alle
prese con i "bravi " nei Promessi sposi di Manzoni: « " Cioè, . . . " rispose, con
voce tremante, don Abbondio: " cioè, lor signori son uomini di mondo . . . "».
Negli ultimi decenni la ripetizione ossessiva dell'intercalare cioè è stata evi­
denziata in chiave ironica per mettere alla berlina il linguaggio giovanile.
Così è, per esempio, nel film di Carlo Verdone Un sacco bello ( 1 980) , in cui
a usarla ossessivamente è un giovane hippy romano.

Dialogo La parola dialogo risale, con la mediazione del latino DIALOGUS, al


greco diàlogos, sostantivo ricavato dal verbo dialègomai 'converso, discorro'.
L'accezione primaria di 'discorso, colloquio tra due o più persone' ha trovato
un'applicazione in àmbito letterario e musicale: con il termine dialogo si fa
riferimento alla parte di uno scritto narrativo o teatrale (o di un film) in cui
viene riprodotto uno scambio di battute tra due o più personaggi e ai com­
ponimenti musicali per due o più voci o per due o più strumenti.
Dialogo si usa anche per indicare un trattato o un componimento che si
svolge in forma non espositiva o narrativa ma, appunto, dialogica. Questo

1 14
Scritto e parlato

genere letterario ha avuto grande diffusione non solo nelle letterature classi­
che, ma anche in quella italiana, soprattutto nel Cinquecento: le Prose della
volgar lingua di Pietro Bembo ( 1525 ) sono un esempio di trattato grammati­
cale in forma di dialogo. In politica e in diplomazia, infine, la parola dialogo
è usata per indicare una trattativa che mira al raggiungimento di un'intesa.

Manager Il sostantivo inglese manager deriva dal verbo to manage che ha la


sua origine remota nell'italiano maneggiare e quindi appartiene alla categoria
lessicale dei cosiddetti " cavalli di ritorno" (vedi § 7 .2 ) . Dal significato origi­
nario di 'maneggiare i cavalli' , sopravvissuto nel termine italiano maneggio, il
campo semantico della parola si è esteso fino a indicare il 'dirigente d'azien­
da che assume dire!tamente le funzioni dell'imprenditore'. Il termine mana­
ger viene usato anche in locuzioni anglicizzanti come area manager 'direttore
delle zone di vendita', produci manager 'responsabile di un prodotto o di
una linea di prodotti', project manager 'responsabile di un progetto'. Vie­
ne detto manager anche il procuratore sportivo di singoli atleti o squadre e
lagente che cura gli interessi di cantanti e attori, occupandosi in particolare
delle pubbliche relazioni e degli accordi contrattuali. Tra i derivati spiccano
l'aggettivo di relazione manageriale e il sostantivo managerialità. Il vocabolo
è inoltre usato come secondo elemento di parole composte con un primo
sostantivo italiano, come preside-manager, primario-manager e simili, legate
ai recenti processi di privatizzazione di enti e istituti pubblici.

Mostruoso L' aggettivo mostruoso 'di aspetto deforme e· dimensioni anor­


mali' continua il latino MONSTRUOSUS, derivato di MONSTRUM 'prodigio, por­
tento' , da intendersi sia in senso positivo sia in senso negativo. Ancora oggi
l'aggettivo mostruoso vale 'di aspetto fisico sgradevole' e 'malvagio, crudele' ,
m a anche 'straordinario, grandissimo' spesso i n formule ammirative iper­
boliche come è di una bravura mostruosa. Nel 1 97 1 la casa editrice Rizzoli
pubblica un libro dell'attore Paolo Villaggio in cui vengono riproposte le
disavventure di un impiegato di nome Ugo Fantozzi, già uscite in forma di
racconti nella rivista " L'Europeo " . Il libro diventa un caso editoriale e segna
il rilancio del termine mostruoso. La comicità di Villaggio e del suo Fantozzi
ha come punto di forza la sproporzione fra la grigia normalità del mondo del
protagonista e le situazioni esagerate che si trova a vivere: la voce sconclu­
sionata del narratore non riesce a dare un senso compiuto alla realtà che lo
circonda, e non può che descriverla con aggettivi che ne richiamino l'ingo­
vernabilità: mostruosa, pazzesca, bestiale. Del povero ragioniere soverchiato
da questo mondo incomprensibile sorridono milioni di persone fra lettori
e spettatori, decretando fra l'altro il successo del termine nell'accezione di

'esagerato' , 'incredibile' .

1 15
Manuale di linguistica italiana

Verismo Il sostantivo verismo, derivato dell'aggettivo vero, è uno dei neo­


logismi in -ismo che furono coniati in gran numero nella seconda metà
dell'Ottocento. Verismo fu usato per designare la corrente letteraria e arti­
stica ispirata alla poetica del vero, cioè alla rappresentazione obiettiva dell.a
realtà, che si affermò in Italia alla fine dell'Ottocento (in concomitanza con
il naturalismo francese) ed ebbe tra i suoi maggiori esponenti Giovanni Ver­
ga ( 1 840- 1 922) e Luigi Capuana ( 1 83 9- 1 9 15 ) . Il fastidio per l'uso insistito
del suffisso -ismo, spesso di provenienza anglo-francese (come assenteismo:
inglese absenteeism e francese absentéisme) ma soprattutto delle mode cul­
-

turali che esso simbolicamente rappresentava - è testimoniato proprio da


un'opera dì Capuana, Gli ismi contemporanei ( 1 898) : <<non possiamo tener
conto di tutti gli ismi dell'arte moderna ! » (e il suffisso qui si fa sostantivo).

1 16
5 . Le lingue speciali

5 . 1 Cos'è una lingua speciale

Una lingua speciale è una varietà di lingua caratterizzata da alcune


particolarità:

- riflette generalmente un sapere specialistico, condiviso da una mi­


· noranza di esperti, e risponde allo scopo di favorire la comunica­
zione all'interno di quel gruppo;
- utilizza tratti linguistici propri della lingua di riferimento (nel no­
stro caso, l'italiano) , integrandoli per quanto riguarda il lessico e la
formazione delle parole (in particolare con l'impiego di prefissi e
suffissi su una base lessicale) ;
- tende, a differenza della lingua comune, polisemica per natura,
a essere univoca, cioè a stabilire un rapporto preciso e costante
tra parole e cose. Va sottolineato che il livello di monosemia delle
parole e delle espressioni di una lingua speciale rappresenta un
buon indicatore della sua tecnicità. Il tasso di monosemia spes­
so va aumentando nel tempo, di pari passo con la stabilizzazione
del significato di un tecnicismo. Fino alla metà dell'Ottocento, per
esempio, la parola cilindro poteva indicare in fisica sia il solido
geometrico sia l'asse di rotazione di un oggetto; in séguito ha perso
del tutto il secondo significato.

t/ MONOSEMIA E POLISEMIA

Un linguaggio si dice univoco quando è improntato alla monosemia: a


ogni segno che lo compone è possibile attribuire un solo significato. Per
esempio, usa un linguaggio univoco il semaforo: il colore rosso indica che
,,..

1 17
Manuale di linguistica italiana

bisogna fermarsi, senza possibilità di diversa interpretazione. La mono­


semia, però, non è una caratteristica naturale delle lingue: può essere rag­
giunta solo con un'esposizione particolarmente attenta e rigorosa, come
quella di un trattato scientifico (che non a caso dedica grande attenzione
alla definizione della terminologia) o di un testo giuridico.
La condizione naturale di una lingua comune è infatti la polisemia: un
elemento linguistico può avere più significati distinti o più sfumature di
significato.

L'aspetto individuante di una lingua speciale risiede nel lessico, ma


un'importanza notevole hanno anche alcune caratteristiche sintatti­
che e testuali. Tra le caratteristiche delle lingue speciali che esulano
dall'àmbito lessicale, si possono menzionare:

il potenziamento del nome rispetto al verbo (invece di dire: «Alcu­


ni autori hanno rilevato che i prodotti che contengono cortisone
possono avere effetti tossici», si dirà: «Alcuni autori hanno rilevato
la possibile tossicità di prodotti cortisonici») ;
la deagentivizzazione, cioè la preferenza per le frasi senza sog­
getto esplicito o, al passivo, senza complemento d'agente (per
esempio: «In questi pazienti sono state segnalate aritmie ventri­
colari») ;
l'alto grado di coesione testuale, ottenuto tramite un continuo rife­
rimento anaforico (ovvero a ciò che precede: detta ipotesi, in base
a quanto dimostrato, c/r. supra ecc. ) o cataforico (a ciò che segue:
come si vedrà più avanti, vedi infra ecc.).

Il numero delle lingue speciali è potenzialmente aperto: alcune hanno


un grado di tecnificazione molto alto (la lingua della matematica, del­
la medicina, di certe branche della linguistica) ; altre, un grado minore
(la lingua del diritto, della burocrazia, dell'economia) . In alcuni casi
non si ha una varietà omogenea, ma la somma di elementi tratti da
diversi campi del sapere (come accade nel linguaggio pubblicitario o
in quello giornalistico, nei quali convivono componenti burocratiche,
economiche, sportive ecc.).
Accanto a lingua speciale, si parla anche di linguaggio settoriale. Il
termine linguaggio risulta appropriato, in particolare, quando si fa

1 18
Le lingue speciali

riferimento non solo al codice verbale, ma anche ad altri tipi di comu­


nicazione. In chimica, per esempio, è possibile trasmettere lo stesso
tipo di informazione attraverso il codice verbale o attraverso una for­
mula - greggia o di struttura - che traduce in modo schematico, ma
pienamente esauriente, fenomeni anche molto com.plessi. La formula
greggia Ba02 + H2S04 � BaS04 + H202 corrisponde, nel codice
verbale, alla seguente esecuzione: «Il perossido di bario, combinato
con l'acido solforico, dà solfato di bario e acqua ossigenata».

PIRIMIDINE PURI NE

uo
uracile
RNA
- H

H -N

0-
N

N
CH1

t;
. 1'!-{._o
N - H
adenina
O N ì
tumna
DNA H
I
N - H

H - N

FN
N

H-N ·
� guanina
o
. -{._
N
. o
citosina

Fig. 7. Le basi azotate della molecola del DNA.

Nel linguaggio della chimica sono compresenti l'elemento verbale, quello


logico-simbolico e quello grafico. Nella rappresentazione degli amminoa­
cidi che compongono la molecola del DNA vengono impiegati così i nomi
scientifici delle molecole (adenina, timina, citosina, guanina), i simboli degli
elementi chimici (H 'idrogeno' , N 'azoto', O 'ossigeno') e la struttura grafica
"a bastoncelli" , che indica i rapporti tra gli elementi della molecola (un solo
trattino = legame atomico singolo, due trattini = legame doppio e così via).

5 .2 I tecnicismi

L'esigenza di denominare in modo preciso e inequivocabile oggetti,


concetti, eventi estranei all'attività quotidiana (e dunque alla lingua
comune) ha fatto sì che le scienze - ma anche alcune attività profes­
sionali, e alcuni specifici settori dell'attività umana - abbiano svilup-

1 19
Manuale di linguistica italiana

pato un lessico peculiare, costituito da vocaboli che ricorrono solo in


quel determinato àmbito.
Accanto a questi vocaboli (che definiremo tecniàsmi speà/icz), cia­
scuna lingua speciale impiega - in misura più o meno larga - un certo
numero di tecniàsmi collaterali. Rientrano in questa seconda categoria
espressioni stereotipiche che, a rigore, non sono necessarie all'esigenza
di univocità e denotatività, ma vengono adoperate perché conferiscono
al testo un tono di maggiore adeguatezza stilistica: una connotazione tec­
nica che rende immediatamente riconoscibile l'àmbito di provenienza di
un testo e l'appartenenza di chi scrive a una comunità di specialisti.
Non stupirà - dato che per molti secoli la lingua delle scienze è stata
esclusivamente il latino - che ancora oggi la principale fonte dei linguag­
gi scientifici siano le lingue classiche: molto alta è, anche nelle nuove
formazioni, la quota di latinismi e di grecismi. Altre volte (così accade
spesso nella fisica, in cui resta forte l'eredità di Galilei) , si utilizzano co­
me tecnicismi parole della lingua comune, alle quali viene attribuito un
nuovo significato specifico (si parla allora di tecni/icazione di una paro­
la) . Dalla chimica si può trarre l'esempio del termine base che, tecnifica­
to, acquista il preciso valore di 'sostanza chimica capace, a seconda delle
circostanze e delle caratteristiche di soluzione, di acquisire protoni da
un'altra specie chimica o di cedere a questa doppietti elettronici (coppie
di elettroni di spin opposto situati nello stesso orbitale di un atomo)'.

IJl LA TERMINOLOGIA SCIENTIFICA GALILEIANA

Dobbiamo a Galileo Galilei ( 1564- 1642) non solo la nascita del moderno
metodo sperimentale, ma anche un contributo essenziale all'attuale termi­
nologia delle scienze matematiche e della fisica in particolare. La produzio­
ne di parole scientifiche si ispirava, in Galileo, a un principio di chiarezza
espositiva: le verità naturali dovevano essere comprese dal maggior numero
di persone possibile e, per raggiungere questo scopo, la lingua impiegata
non doveva essere troppo lontana da quella comune. Le parole scientifiche
venivano spesso scelte da Galileo tra forine che possedevano già una cir­
colazione nella lingua di tutti i giorni, caricate appositamente (e spesso per
analogia con realtà usuali e familiari) di precisi significati scientifici. Tra
le parole della fisica e dell'astronomia coniate da Galileo o da lui rivestite
di una nuova accuratezza scientifica abbiamo per esempio forza, velocità,
momento, impeto, molla (non solo il noto strumento meccanico, ma anche

120
Le lingue speciali

'forza elastica') , strofinamento (sopravvissuto nella locuzione elettricità per


stro/inamento), /ulcro, terminatore ( 'linea che separa la luce dalle tenebre
sulla superficie di un astro'). ·Un esempio evidente dell'atteggiamento di
Galileo nei confronti della terminologia scientifica si ritrova per esempio in
questo brano dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove
scienze ( 1 63 8), contenente una dimostrazione geometrica:

Voglio che ci immaginiamo esser levato via l'emisferio, lasciando però il cono
e quello che rimarrà del cilindro, il quale, dalla figura che riterrà simile a una
scodella, chiameremo pure scodella. [ . . ] E di più si proverà, la base ancora del
.

medesimo cono essere eguale a quella circolar superficie che è base della parte
della scodella, che è come se dicessimo un nastro di larghezza quanta è la linea
GI (notate intanto che cosa sono le definizioni de i matematici, che sono una
imposizion di nomi, o vogliam dire abbreviazioni di parlare, ordinate ed intro­
dotte per levar lo �tento tedioso che voi ed io sentiamo di presente per non aver
convenuto insieme di chiamar, v.g. [verbi gratia 'per esempio'] questa superfi­
cie, nastro circolare e quel solido acutissimo della scodella rasoio rotondo).

Accanto a parole di origine dotta, che pure non disdegna (emis/erio, cono,
superficie) , Galileo ricorre a parole tratte direttamente dalla lingua quoti­
diana (scodella, nastro, rasoio rotondo), impiegandole, in alcuni casi grazie
ali' analogia con la loro forma, per identificare precise realtà geometriche
(le sezioni di cono, per esempio) . Come sottolinea lo stesso Galileo, ci
sarebbero state parole di forma più colta per riferirsi alle stesse realtà, ma
il loro uso avrebbe aumentato «lo stento tedioso» (la noiosa difficoltà) di
comprendere i passaggi della dimostrazione, che risultano invece più chia­
ri se affidati a una terminologia più familiare, intuitiva e comprensibile.

Testo da Edizione nazionale delle opere di Galileo Galilei, diretta da A. Favaro,


voi. VIII, Barbera, Firenze 1898, p. 74.

Negli ultimi decenni, anche nei linguaggi scientifici si è fatta senti­


re l'influenza della nuova lingua di comunicazione internazionale:
l'inglese. Sempre più numerose sono le riviste scientifiche di tutto
il mondo che pubblicano solo contributi scritti in inglese e anche le
riviste scientifiche italiane, quando non hanno direttamente i propri
articoli scritti in inglese, presentano sempre il riassunto (abstract) nel­
la lingua più diffusa a livello internazionale.
Tutto ciò ha determinato un considerevole aumento della presenza
<li anglicismi nell'italiano scientifico e tecnico. Si va dalle forme non

121
Manuale di linguistica italiana

adattate, direttamente prelevate dall'àmbito di riferimento (in fisica:


range 'intervallo di valori di una misura'; in medicina: cutter 'strumen­
to chirurgico di taglio' ) , a prestiti parzialmente adattati secondo le
regole di formazione dell'italiano (in statistica: randomizzare 'rendere
casuale l'acquisizione di un insieme di valori'), oppure all'attribuzio­
ne di significati tecnici a parole italiane sull'esempio di un modello
inglese (in medicina: morbidità 'stato di malattia di un paziente', dal
valore dell'inglese tecnico morbidity) .
Nella continua creazione di parole nuove che le caratterizza (legata
al rapido e incessante sviluppo delle conoscenze scientifiche) , queste
lingue speciali ricorrono soprattutto ai procedimenti di affissazione e
di composizione, che hanno il triplice vantaggio di 1 ) utilizzare relati­
vamente pochi elementi formativi, 2) essere molto trasparenti e 3 ) crea­
re classi di vocaboli aperte. A differenza di quanto accade nella lingua
comune, infatti, in cui uno stesso prefisso o suffisso può avere diverse
funzioni e corrispondere a differenti sfumature di significato, nel lessi­
co scientifico l'impiego di questi elementi risponde a regole rigide.
Queste regole da un lato creano un rapporto biunivoco tra vocabolo e
significato, dall'altro consentono di utilizzare l'elemento in unione con
qualsiasi base, generando una parola dal significato immediatamente
comprensibile. Così, per esempio, in chimica il suffisso -ato designa i
nomi dei sali derivati da acidi (zolfo � solfato) , -ico indica composti or­
ganici quasi sempre acidi (benzoico) o, in chimica inorganica, composti
di un elemento a valenza maggiore rispetto a quelli a valenza minore,
identificati dal suffisso -oso (ferrico Iferroso) . Non è raro, inoltre, che
alcuni vocaboli composti vengano ridotti a sigle, molto più maneggevo­
li nell'uso (così per esempio DDT per dicloro-difenil-tricloroetano).

5 .3 Il linguaggio delle scienze " dure"

Con l'espressione scienze dure ci si riferisce comunemente alle discipli­


ne che si servono del metodo sperimentale per l'indagine della realtà e
sottopongono i risultati dei propri studi a una rigida e sistematica ma­
tematizzazione (conversione in termini logico-numerici degli elementi
della realtà e dei rapporti che li legano) . Tradizionalmente, vengono
considerate dure (dall'inglese hard) scienze come la matematica, la fisi­
ca e la chimica, mentre si ritengono molli (inglese so/t) discipline come

122
Le lingue speciali

la psicologia, lantropologia, leconomia; in qualche misura anche la


biologia e la medicina, che - pur basando le proprie conclusioni sulla
conduzione di esperimenti regolati - non possono ricorrere sempre allo
strumento matematico per descriverne e spiegarne ogni implicazione.
Tra le lingue speciali, le lingue delle scienze a base matematica è di
certo quella che possiede il più alto tasso di tecnicità: tutti i suoi ter­
mini, infatti, sono legati ai rispettivi significati da un rapporto molto
rigido, che ne garantisce spesso lassoluta univocità. Questo ne fa un
modello per tutte le altre lingue speciali e fa sì che le caratteristiche
tipiche delle lingue scientifiche dure si ritrovino anche in molte altre
lingue speciali, sebbene in grado minore. In queste caratteristiche di­
stintive, segnaliamo almeno le principali.

- Il ricorso molto più frequente alla lingua comune per creare tecnicismi
specifici (tecnificazione o risemantizzazione) . Il fenomeno è frequen­
tissimo per esempio nella lingua della fisica, che indica con termini di
questo genere alcuni dei propri concetti fondamentali (forza, lavoro,
massa - originariamente riferito all'ammasso della pasta per fare il pa­
ne -, quiete e riposo, campo, zona, particella) . Il materiale lessicale pro­
viene in misura consistente anche dalle lingue classiche, come il latino
(per la matematica: /unzione, operazione; per la chimica: soluzione;
per la geometria: generatrice, direttrice, /rattale; per la fisica: quanto) e
il greco (ellisse, iperbole,fluzdo, gas, plasma o menisco, che, secondo il
fenomeno del transfert, ha attraversato nel tempo tre lingue speciali:
la geometria - nel quale è nato - la chimica e la medicina) . Più di
recente, un apporto importante viene dall'inglese, che ha aumentato
enormemente la sua presenza (run 'esperimento', quark, pulsar) .
- Sono molto più abbondanti i derivati, spesso creati a partire da suf­
fissi organizzati in sistemi molto rigorosi (come quello, già citato, del­
la nomenclatura chimica), o creati appositamente per descrivere gli
elementi di un nuovo campo di ricerca. Si pensi per esempio, per la
fisica, al suffiso -one, introdotto nel corso del Novecento per nomina­
re le particelle elementari (neutrone, protone, elettrone, fotone e - più
recentemente - bosone e fermione, dai nomi dei fisici Bose e Fermi).
- Si registra una maggiore produzione di sigle e formazioni abbre­
viate, che sono spesso totalmente sconosciute al grande pubbli­
co, in quanto pensate soprattutto per le esigenze di servizio de­
gli addetti ai lavori. Questa circolazione ristretta, inoltre, sembra

123
Manuale di linguistica italiana

favorire formazioni evocative, che rimandano a figure e concetti


extrascientifici, anche a costo di violare le consuete regole di for­
mazione di una sigla. Si pensi ad ATLAS e AUCE, nomi di due delle
ricerche condotte presso il LHC (Large Hadron Collider) del CERN
(Consiglio europeo per la ricerca nucleare) di Ginevra, corrispon­
denti rispettivamente a A Toroidal LHC ApparatuS ( 'un dispositivo
toroidale dell'LHC') e A Large /on Collider Experiment ('un grande
esperimento di collisione di ioni').

I/ TRANSFERT E TECNIFICAZIONE

In linguistica va sotto il nome di transfert il processo semantico per il


quale un termine o una locuzione appartenente a una lingua speciale
"migra " in un altro linguaggio settoriale, cambiando in parte o in tutto il
significato originario. Si tratta di un fenomeno che interessa la cosiddetta
" dimensione orizzontale" delle lingue speciali, vale a dire l'insieme dei
rapporti tra i campi di conoscenza descritti e tra i codici linguistici attra-
·

verso i quali si esprime questa descrizione.


I transfert sono molto frequenti tra le lingue delle scienze dure: orbita
'percorso di un corpo celeste intorno a un altro' (astrofisica) � orbitale
'spazio occupato dagli elettroni con la medesima energia intorno al nu­
cleo di un atomo' (chimica) ; vettore 'rappresentazione geometrica di enti
non scalari' (matematica) � vettore ' dispositivo per la messa in orbita
di strumenti e veicoli' (ingegneria aerospaziale) , costellazione 'insieme
convenzionale di stelle sulla volta celeste' (astronomia) � costellazione
'sistema di satelliti dedicati all o stesso servizio' (telecomunicazioni) . Av­
vengono inoltre più facilmente da lingue speciali ad alta tecnicità verso
lingue a tecnicità più bassa: il calcio ha preso dalla matematica il termine
diagonale 'tiro diretto verso il palo di porta più lontano dal calciatore',
ma un testo di geometria non chiamerebbe certo traversone la retta che
unisce gli angoli opposti di un poligono.
Quando il travaso lessicale awiene dalla lingua comune a una lingua
speciale non si parla di transfert, ma di tecni/icazione. È il processo, ap­
partenente alla dimensione verticale delle lingue settoriali (cioè ai rap­
porti tra i registri comunicativi propri di ogni lingua speciale e tra questa
e la lingua non specializzata) , per il quale parole comuni assumono un
significato tecnico preciso e univoco: come nel caso già visto di forza,
momento, campo per la fisica; o di altezza, profondità per la geometria;
potenza, resto per la matematica.

124
Le lingue speciali

Il testo scientifico duro si caratterizza, infine, per una costante pre­


senza dello strumento matematico sotto forma di formule, tabelle,
diagrammi e grafici, che spesso rappresentano la vera ossatura con­
cettuale del discorso. Anche per questo motivo la lingua sembra
svolgere spesso una funzione quasi subalterna - di collegamento e
introduzione - rispetto all'elemento formalizzato rappresentato dall a
matematica. La sintassi, dunque, viene estremamente semplificata:
le frasi sono brevi e rigidamente coordinate, ed è frequente l'uso di
formule di raccordo e di snodo tra le varie parti del discorso (è noto,
ammesso che, ne segue, dato che, dipende da, si ottiene, abbiamo) , ri­
petute con grande frequenza e anche a breve distanza. Si fanno pre­
valere, insomma, l'efficienza dell'argomentazione e la chiarezza del
processo comunicativo sulla gradevolezza della lettura.

5 .4 Il linguaggio giuridico e burocratico

Il linguaggio giuridico si presenta innanzi tutto con una forte impronta


tradizionale, testimoniata a livello sintattico dall'utilizzo di frasi comples­
se, ricche di subordinate, che riflettono uno stile di tono sostenuto. A
livello lessicale, quest'impronta è confermata dalla presenza - tra i tecni­
cismi specifici - di numerosi latinismi non adattati, che si spiegano ricor­
dando la diretta provenienza del diritto italiano dalla tradizione giuridica
romana (un tipico esempio di derivazione diretta dal latino è la locuzione
de cuius, usata per indicare la persona defunta che lascia in eredità un
patrimonio, dalla locuzione più estesa de cuius hereditate agitur 'della cui
eredità si tratta'). Non mancano, tuttavia, esempi più recenti di forestie­
rismi tratti dall'inglese, che identificano, per esempio, alcune forme di
contratto commerciale come il leasing, il/ranchising e il factoring.
Ma questo allontanarsi dalla lingua comune - di solito avvertito con
fastidio dai parlanti, specie quando il suo uso si trasmette alla lingua
burocratica - non può essere quasi mai considerato un semplice vez­
zo (come nel caso di sinonimi quali effettuare e realizzare per fare, o
portarsi per andare) . In molti casi, il ricorso al tecnicismo è l'unico
modo per evitare quell'ambiguità che - senza conseguenze nella lin­
gua comune - avrebbe effetti disastrosi in un testo che ha valore di
legge: così, per esempio, nella distinzione tra multa e ammenda, o tra
amnistia e indulto.

125
Manuale di linguistica italiana

L'esigenza di generalizzazione e di astrazione tipica del linguaggio


giuridico, inoltre, si rispecchia nella presenza di numerosi sostantivi
deverbali e deaggettivali. Fra le altre caratteristiche peculiari di que­
sto tipo di linguaggi, andranno ricordate:

- la predilezione per i costrutti assoluti </erme restando le norme di


attuazione, salvi i diritti dei terzi ecc. ) e in genere per i modi no­
minali del verbo (tipico l'uso del participio presente con valore
verbale: un 'azione avente come obiettivo; alcuni participi partico­
larmente diffusi sono usati ormai come sostantivi: attenuante da
circostanza attenuante; o anche delegante, proponente) ;
l'uso di forme impersonali con il si (si ritiene che. . . , si dispone
che. . . ) ;
la frequenza di formule brachilogiche (dal greco brakhys 'corto' e
logos 'frase': frasi particolarmente concise, risultanti da un'ellissi o
dalla mancanza di qualche parte del discorso data per sottintesa: la
concessione di cui ali'art. 13 e simili) e di formule anaforiche (con­
formemente a quanto è prescritto nel precedente articolo, le disposi­
zioni di cui sopra o anche predetto, summenzionato) e cataforiche
(le ritenute d'acconto di cui appresso) .

Queste caratteristiche, inoltre, sono generalmente condivise dalla lin­


gua della burocrazia, che con quella giuridica intrattiene uno stretto
rapporto. La gran parte dei testi amministrativi e burocratici nasce in­
fatti in ambiente giuridico, anche se lo stile e il lessico legati alla produ­
zione ufficiale di documenti travalicano spesso questo àmbito ristret­
to, abbracciando situazioni comunicative molto diverse e rivolte a un
vasto pubblico: dal sollecito di pagamento dell'Agenzia delle Entrate
fino alle norme di sicurezza esposte nei vagoni di una metropolitana.
Ad accomunare testi di natura tanto diversa sono alcune caratteristiche
specifiche, che si sommano a quelle tipiche del linguaggio giuridico:

- innalzamento generale e spesso artificioso (in quanto privo di una


vera utilità comunicativa) dello stile rispetto al tono usuale, con­
dotto attraverso l'impiego di materiale letterario (alcuno per nessu­
no; esodo per fuga; codesto con valore anaforico) , perifrasi descrit­
tive di sapore latamente tecnico (moneta divisionale per spiccioli)
o sinonimi di lunghezza maggiore, ritenuti più adatti a soddisfare

126
Le lingue speciali

la necessità di astrazione (metodologie per metodi; documentazione


per documenti; nominativo per nome) ;
scarsa presenza di tecnicismi specifici (tra i pochi: /incatura 'di­
visione in colonne o righe delle pagine di un registro', velinario
'contenitore delle copie degli atti prodotti' ) a fronte di un altissi­
mo numero di tecnicismi collaterali, spesso con valore eufemistico:
non vedente per cieco, ristretto per carcerato, mancato accoglimento
per rifiuto, messa in mobilità per licenziamento;
tendenza alla ridondanza del significato, soprattutto con l'uso di
aggettivi e avverbi in contesti altamente prevedibili: apposito cartel­
lo, prendere buona nota, diritto acquisito, elenco debitamente tim­
brato e simili.

t/f COSTRUTII ASSOLUTI E MODI NOMINALI DEL VERBO

Si dicono costrutti sintattici assoluti (sul modello del cosiddetto " ablati­
vo assoluto " latino) , le proposizioni subordinate implicite che hanno un
soggetto diverso da quello della proposizione reggente (e ne sono dunque
assolute 'sciolte') .
I due costrutti assoluti possibili in italiano s'imperniano sul gerundio e
sul participio. Il gerundio assoluto può avere valore causale (arrivando in
continuazione nuovi clienti, il negozio non riuscì più a farfronte alle richieste) ,
o temporale (passando i minuti, cominciava a spazientirsi ) ; quasi analoghe
sono le funzioni del participio assoluto (sempre il participio passato) : perse
tutte le speranze, sono tornati indietro; finita la pioggia, uscirono di casa.
Gerundio, participio e infinito (tradizionalmente designati come "mo­
di indefiniti " ) costituiscono i cosiddetti "modi nominali " del verbo. Si
tratta di forme che assumono di volta in volta il valore di modo del cor­
rispondente verbo finito: per esempio presa dal lato giusto, non sarebbe
una cattiva persona ( 'se venisse presa' : modo congiuntivo richiesto dalla
supposizione) , ma presa dal lato giusto, non ha fatto nessuna difficoltà
('una volta presa' : modo indicativo, in quanto dato reale) .

5 .5 Il linguaggio medico

Nell'insieme delle lingue scientifiche, quella della medicina si di­


stingue per una grande ricchezza terminologica (al punto che, in
un comune dizionario dell'uso, quasi un lemma su venti proviene

127
Manuale di linguistica italiana

dall'àmbito medico) e per una fortissima presenza anche nella lingua


comune, dovuta alle molte occasioni di contatto del grande pubblico
con il sapere medico. Per rendersi conto della frequenza con la quale
è possibile imbattersi in una parola della medicina, basti pensare a
termini come occhio e fegato, appartenenti anche al lessico fondamen­
tale dell'italiano.
Rispetto ad altre lingue speciali d'àmbito scientifico, quella della
medicina appare ancora oggi legata a caratteristiche tradizionali. A
confronto di ciò che accade nella fisica o nella chimica, per esempio,
hanno una parte minore le formalizzazioni estreme rappresentate
dalle formule. Le fonti privilegiate del lessico medico rimangono, in
particolare, le due lingue classiche. Il greco, diffuso soprattutto nel­
la patologia: la descrizione delle malattie e dei loro sintomi (molti i
grecismi usati in combinazioni moderne di due o più elementi: per
esempio anatomopatologico, policromato/ilia, lin/omonocitosi) ; e il la­
tino, più frequente per ragioni storiche nell'anatomia: la descrizione
del corpo umano, dei suoi organi e degli eventi che lo riguardano (si
registrano sia latinismi crudi, come exitus 'morte' o ictus, sia adattati,
come indùito 'copertura, rivestimento' o vertebra) .
Più rare le parole provenienti dall'arabo, lingua che - dopo essere
stata determinante nel Medioevo - comincia a perdere influenza sul
lessico medico a partire dal Cinquecento (tra gli arabismi ricordiamo
almeno nuca, pia madre e dura madre - nome delle meningi del cer­
vello - e pomo d'Adamo) . Analogamente a quanto accade per altre
lingue scientifiche, in anni recenti si è verificato anche in questo cam­
po un continuo aumento della presenza degli anglicismi: tra i molti,
è possibile citare screening 'esame', by-pass, clearance 'indice di depu.­
razione da una sostanza' , patch 'innesto' ) .
Nella formazione del lessico medico hanno grande importanza i
processi di composizione, basati molto spesso - come abbiamo visto -
su materiale tratto dalle lingue classiche (sacro-lombare, megalosple­
nia, chiromegalia), ma anche su elementi moderni (dose-dipendente,
aldosterone-sensibile) e addirittura sulle sigle (ACE-inibitore, IgE-me­
diate) . Molto importante è anche l'impiego di suffissi specializzati,
seppure in modo meno rigoroso e complesso rispetto alla chimica. Si
possono citare per esempio, tra i suffissi propri della patologia: -ite,
che indica un processo infiammatorio riguardante l'organo espresso
dalla base (nefrite 'infammazione dei reni', bronchite 'infiammazio-

128
Le lingue speciali

ne dei bronchi' ) ; -osi, riferito a patologie di carattere degenerativo


(artrosi 'malattia che pregiudica progressivamente il funzionamento
delle articolazioni' ) ; -oma, suffisso legato ai tumori (carcinoma, lin­
foma) . In molti casi i composti in -osi si oppongono a quelli in -ite
per esprimere diverse patologie dello stesso organo: nefrite /nefrosi,
epatite Iepatosi, artrite Iartrosi.
Per quanto riguarda lo stile dei testi medici, si riconosceranno alcu­
ne caratteristiche principali, in parte condivise con altre lingue scien­
tifiche, ovvero:

- la grande diffusione dei tecnicismi collaterali: per esempio spiccato


per 'elevato, notevole' («spiccata affinità antigenica»), interessare I
interessamento per riferirsi a fenomeni patologici che riguardano
un determinato distretto anatomico; apprezzare 'rilevare', modesto
'scarso' («si apprezza un modesto interessamento delle prime vie
aeree») ; forme tratte dalla lingua comune, ma usate con un valore
molto diverso (sofferenza, che nell'uso comune si riferisce a esseri
animati, impiegata qui con il senso di 'scarsa funzionalità o altera­
zione di un organo' e quindi rivolta a elementi inanimati) ; in alcuni
casi, come per la lingua giuridica e burocratica, l'uso di un tecni­
cismo collaterale è stimolato da spinte eufemistiche (esito infausto
per morte, lesioni ripetitive per metastasi tumorali) ;
- la proliferazione degli aggettivi di relazione (gli aggettivi che indi­
cano il semplice riferimento al nome) : per esempio ti/o esantema­
tico, dal grecismo esantema 'eruzione cutanea' , o tifo murino 'dei
topi' rifatto sul latino MUS, MURIS 'topo'.
- l'alta frequenza dell'uso del passivo, con lo scopo di rendere il più
possibile impersonale l'esposizione dei contenuti scientifici;
- la concentrazione dell'attenzione comunicativa sul nome, spesso
a scapito del verbo, con il largo impiego di frasi completamente
nominali (in un referto ospedaliero: «azione cardiaca ritmica tachi­
cardica, non edemi declivi») ;
- il frequente ricorso agli epònimi, cioè a nomi di strutture anato­
miche, malattie ecc. derivati dai nomi di uno scienziato: tube di
Falloppio, (morbo di) Basedow e simili;
- l'abbondanza di sigle che, a differenza di quanto accade per altre
discipline scientifiche come la chimica o la fisica, sono spesso com­
prese e adoperate comunememente anche dai non specialisti: TAC

129
Manuale di linguistica italiana

'Tomografia Assiale Computerizzata', AIDS 'Acquired Immuno­


Deficiency Syndrome', che in italiano (come in francese e in spagno­
lo) dovrebbe essere SIDA 'Sindrome da immunodeficienza acquisita'.

lblJ UN ESEMPIO DI TESTO MEDICO: IL FOGLIETTO ILLUSTRATIVO

Il foglietto illustrativo associato a un medicinale, che ne descrive modalità


d 'uso e finalità cliniche, è forse il genere di testo medico più diffus o presso il
grande pubblico; eppure il suo livello di tecnicità è generalmente molto alto
e prevede la presenza di quasi tutte le caratteristiche proprie del linguaggio
medico nel suo complesso. Prendiamo in esame, per esempio, il paragrafo
dedicato agli effetti collaterali di un comune antibiotico in commercio:

Dopo somministrazione orale di claritromicina, in studi clinici condotti su pa­


zienti adulti, sono stati riportati alcuni disturbi gastro-intestinali (es.: nausea,
pirosi, dolore addominale, vomito e diarrea) , cefalea e alterazioni del gusto.
Come con gli altri macrolidi, anche con l'uso di claritromicina, sono possibili
disfunzioni epatiche con aumento delle transaminasi, sofferenza epato-cellu­
lare e/o epatite colostatica con o senza ittero. Dette manifestazioni possono
essere anche severe ma reversibili con la sospensione del trattamento. Sono
stati segnalati rarissimi casi di insufficienza epatica con esito fatale; quando ciò
si è verificato era associato a gravi patologie preesistenti e/o trattamenti conco­
mitanti. Sono state segnalate, con l'uso di claritromicina, reazioni allergiche che
vanno dall'orticaria al rash cutaneo, alla sindrome di Steven-Johnson. Sono ri­
portati anche effetti transitori a carico del sistema nervoso, quali vertigini, acu­
feni, perdita dell'orientamento, spersonalizzazione, ansia, insonnia, confusione,
allucinazioni e psicosi, anche se non è mai stata stabilita una correlazione certa
causa-effetto. In séguito ali' assunzione del prodotto sono stati segnalati alcuni
casi di comparsa di granulocitopenia e perdita dell'udito, manifestazioni peral­
tro scomparse alla sospensione del trattamento. Altri effetti collaterali segnala­
ti, con l'uso della forma in compresse, includono glossiti, stomatiti, candidasi
orale ed aumento dei livelli serici dei seguenti farmaci quando somministrati
contemporaneamente quali: astemizolo, alcaloidi della segale, triazolam, mida­
zolam, ciclosporina, warfarin, lovastatina, disopiramide, fenitoina e rifabutina.
Come per altri macrolidi, raramente sono stati riportati con claritromicina pro­
lungamento dell'intervallo QT, tachicardia ventricolare e torsade de pointes.
Come con altri antibiotici durante la terapia con claritromicina possono insor­
gere, raramente, superinfezioni da batteri resistenti o da miceti che richiedono
l'interruzione del trattamento e l'adozione di idonee terapie.

130
Le lingue speciali

Dal punto di vista del lessico, il testo presenta tutti i caratteri più rico­
noscibili del linguaggio medico: dall'uso dei tecnicismi specifici propri
del settore (claritromicina, acufene, tachicardia, batterio; anche pirosi, che
in realtà è un mero sinonimo di /ebbre) , alla forte presenza di tecnicismi
collaterali (sofferenza 'disfunzione', severo 'grave', somministrare 'dare',
insorgere 'apparire', trattamento ' cura, terapia', fino all'eufemismo esito
fatale per 'morte'); dall'alto tasso di aggettivi di relazione (gastro-intesti­
nale, orale, ventricolare, colostatico) all'uso di formazioni eponime (sin­
drome di Steven-]ohnson) , anglicismi (rash) e sigle (intervallo QT) .
La sintassi è quella tipica dei testi medici di àmbito professionale, ba­
sata sulla spersonalizzazione dell'espressione e sul distacco dalla materia
trattata: nei verbi prevale nettamente l'uso del passivo (sono stati riportati
alcuni disturbi; sono stati segnalati gravissimi casi di insufficienza epatica)
e soprattutto delle frasi nominali, nelle quali un sostantivo (più neutro e
privo di connotazioni espressive) si sostituisce completamente al verbo,
concentrando su di sé tutta l'attenzione comunicativa (dopo somministra­
zione orale per dopo aver somministrato per bocca; con la sospensione del
trattamento per se il trattamento viene sospeso; in seguito all'assunzione
del prodotto invece di dopo aver assunto il prodotto) .

Testo dal foglietto illustrativo del Macladin 500 Claritromicina compresse,


-

2000.

5 .6 Il linguaggio dell'informatica

Linguaggio globale quasi per eccellenza, quella dell'informatica è una


lingua speciale nella quale quasi ogni termine ed espressione riman­
da direttamente o indirettamente all'inglese (in particolare all'inglese
degli Stati Uniti, dove la disciplina è nata e si è sviluppata) . Molto
scarsi sono gli apporti da altre lingue. Tra queste il francese, al quale
dobbiamo parole molto diffuse come consolle o subroutine, oltre allo
stesso termine informatica: dal francese informatique, a sua volta da
informa(tion) + (auto)matique, parola coniata nel 1 962 dal direttore
generale del Centre d' analyse et de programmation francese, Philip­
pe Dreyfus.
Da quando, alla fine degli anni settanta, il PC (persona! computer) ha
reso accessibile anche ai singoli utenti l'acquisto di un computer, l'in­
formatica è via via diventata - anche in Italia - un fenomeno di massa.

13 1
Manuale di linguistica italiana

Ma la nostra lingua non è riuscita a reagire alla continua immissione


di anglicismi. Certo, in molti casi la traduzione del linguaggio /riendly
(amichevole) dell'informatica americana, in cui gergo e tecnicismo
non sono del tutto distinguibili, sarebbe risultata quasi ridicola in
italiano. Basti pensare che alcune parti della memoria si chiamano
bucket 'secchio' , cache 'nascondiglio' , stack 'mucchio'; una scheda di
circuiti inserita su un'altra è detta piggyback 'a cavalluccio' ; il blocco
del computer è il dead-lock 'arresto mortale'.
Così, solo in qualche caso si è ricorsi al calco (tra i più fortuna­
ti: /inestra /window, cartella /directory, disco rigido /hard disk, letto­
re ottico /scanner) , preferendo quasi sempre accettare l'anglicismo
crudo (hardware, software, backup, default ecc.) e ricorrendo di ra­
do all'adattamento fonetico (come in compatibile, interattivo) , più
spesso a un adattamento morfologico dei derivati (formattare, scan­
nerizzazione, computerizzato; addirittura accatiemmellista, da HTML
linguaggio di programmazione delle pagine web di Internet) , il che
peraltro conferma il radicamento di questi prestiti nella nostra lin­
gua. In un numero ristretto di casi, infine, la strada scelta è stata
quella dell'attribuzione di un nuovo significato tecnico a parole della
lingua comune, seppure spesso dietro l'influsso di parole inglesi con
la medesima forma (installazione, linguaggio, procedura, supporto) .
Dell'inglese informatico s i è accolta anche l a tendenza all'impiego
di numerose sigle che, ormai cristallizzate, non hanno per i parlanti
italiani alcuna trasparenza: quanti utenti, anche ben informati, sanno
che ASCII sta per American Standard Code /or In/ormation Interchan­
ge, BIOS per Basic Input Output System e MIDI per Musical Instruments
Digita! Inter/ace?
Negli ultimi anni, tuttavia, anche sull'onda della sempre maggiore
diffusione delle conoscenze informatiche e delle versioni tradotte dei
programmi più in uso, si registra la crescente tendenza a sostituire
gli anglicismi non adattati con alternative italiane che in più di un
caso sembrano prevalere nell'uso sulla forma straniera: pensiamo per
esempio a carattere per font, invio per enter, salva schermo per screen­
saver, scaricare per download; ancora in competizione sono ink-fet e
(a) getto d'inchiostro, desktop e scrivania, hard disc (o hard disk) e
disco rigido, scheda madre e motherboard.

132
Le lingue speciali

t/ ITALIANO E INGLESE NEL LINGUAGGIO DELLA POSTA ELETTRONICA

La terminologia della posta elettronica è uno dei pochi àmbiti della


lingua dell'informatica nel quale il numero dei vocaboli italiani pre­
vale nettamente su quello degli anglicismi non adattati. Il fenomeno
si deve probabilmente all'antichità e alla diffusione della scrittura epi­
stolare ( alla quale la posta elettronica implicitamente si riferisce) e alla
conseguente familiarità di molti dei suoi termini, che sono passati con
facilità nell'àmbito dell'e-mail. Accade così che inoltro venga preferito
comunemente all'inglese Jorward; allegato ad attachment; destinatario,
mittente e oggetto a recipient, sender e subject; risposta a reply e così via.
Non sarà un caso se gli anglicismi sopravvivono solo in corrispondenza
di elementi totalmente nuovi, che riguardano specificamente le caratte­
ristiche del mezzo di comunicazione e non trovano corrispondenze con
la vecchia epistolarità (account ' servizio di posta', client 'programma di
gestione della e-mail ' ) . Si tratta nel complesso di un caso di transfert
terminologico da un àmbito settoriale più antico a uno affine, ma più
moderno; simile a quello che interessò l'aeronautica all'inizio del No­
vecento, quando la tecnica del volo prese a prestito numerose parole
dalla terminologia nautica (navigazione, strumenti di bordo, equipaggio,
aeroporto, velocità di crociera) .

Altre lingue europee - come il francese, lo spagnolo e in misura mi­


nore il tedesco - hanno opposto invece una precoce e cosciente resi­
stenza alla penetrazione delle forme straniere. In Francia, la reazione
all'invasione di anglicismi informatici ha avuto - com'è nella tradizio­
ne di quel paese - una veste ufficiale, coinvolgendo anche l' Académie
française. Si è così giunti alla traduzione di gran parte della termino­
logia (anche se in alcuni casi la concorrenza del termine inglese è par­
ticolarmente forte: per esempio bit continua a essere usato accanto a
eb 'élément binaire') . Fra le varie traduzioni: computer � ordinateur,
file � fichier, mouse � souris letteralmente 'topo', hardware � ma­
tériel, software � logiciel. Anche le sigle sono tradotte, come d'abitu­
dine, in francese: RAM � MEV ( 'Mémoire Vive'). Anche in tedesco si
ha, per esempio file � Datei, directory � Inhaltsverzeichnis o disk �
.

Piatte; e in spagnolo file � fichero, software � programeria.

133
Manuale di linguistica italiana

5 .7 Il linguaggio dell'economia e della finanza

Per loro stessa natura, le discipline economico-finanziarie coinvolgono


diversi àmbiti, da quello delle scienze economiche descrittive e storiche
(economia politica, economia tributaria, socioeconomia) a quello delle
transazioni commerciali e finanziarie, rappresentato dall'attività della
borsa, delle banche e delle imprese. Questo fa sì che la lingua dell'eco­
nomia e della finanza assuma caratteristiche differenti a seconda che la
sua produzione risalga alla comunità scientifica internazionale oppure
al mondo professionale, agli addetti ai lavori del settore.
Nel primo caso, si può parlare di lingua dell'economia in senso pro­
prio: un linguaggio scientifico a tutti gli effetti, caratteristico di alcuni
documenti molto rigorosi quanto alla forma, come i testi legislativi
di materia economica, i manuali universitari e la stampa giornalistica
specializzata. Dal punto di vista dello stile, la lingua dell'economia
non presenta caratteristiche diverse da quelle di altre lingue speciali:
uso di tabelle, grafici e formule; tendenza a privilegiare il nome sul
verbo e a impiegare frasi nominali; largo uso del passivo e delle forme
impersonali dei verbi; per quanto riguarda la composizione dei testi,
predilezione per paragrafi brevi e frasi concise, scandite da un fre­
quente impiego del punto fermo.
Il lessico, come spesso accade per discipline di respiro internazio­
nale, si caratterizza per una fortissima presenza di anglicismi, che si
alternano in diversa misura a equivalenti forme italiane, spesso rap­
presentate da perifrasi descrittive. Da questo punto di vista, dunque,
il linguaggio economico-finanziario si distingue dalle altre lingue
speciali, che di norma evitano il ricorso ai sinonimi per ragioni di
chiarezza e precisione. Il rapporto tra anglicismo e forma italiana può
presentarsi, generalmente, in tre modi diversi:

1 . l'equivalente italiano ha la stessa frequenza del prestito inglese


(fuori borsa I over the counter, mercato azionario I Stock Exchange,
obbligazione I bond, impresa in partecipazione Ijoint venture) ; in
molti casi a un anglicismo non adattato corrisponde una forma
ibrida, composta da materiale linguistico sia italiano sia anglosas­
sone (call option I opzione call, put option I opzione put) ;
2 . il prestito inglese è più frequente della forma italiana, pure dispo­
nibile: per esempio cash /low è preferito a flusso di cassa, spread a

1 34
Le lingue speciali

differenziale di rendimento, share ad azione (almeno nell'uso spe�


cializzato: nella lingua comune la forma italiana è ancora netta­
mente maggioritaria) ; in molti casi l'anglicismo viene privilegiato
per la sua concisione, in quanto l'unico equivalente possibile è rap­
presentato da una lunga perifrasi: è il caso di underlying security
per attività finanziaria sottostante o del notissimo rating per classi­
ficazione per valutare il merito creditizio;
3 . l'anglicismo rappresenta l'unica forma disponibile, non esistendo
un reale equivalente italiano (per esempio futures 'contratto a ter­
mine con clausole estremamente vincolanti', swap 'flusso di dena­
ro tra due soggetti che hanno sottoscritto un'obbligazione' , market
maker 'operatore finanziario che propone acquisti e vendite di ti­
toli in tempo reale') .

Il secondo livello del linguaggio economico-finanziario è rappresen­


tato dalla lingua di impiegati, dirigenti e operatori economici all'inter­
no delle imprese: quello che a volte viene chiamato spregiativamente
aziendalese o corporatese (dall'inglese corporation 'azienda di grandi
dimensioni' ) . La lingua dell'impresa condivide molte caratteristiche
con quella della burocrazia, a partire dal fatto che non risponde a veri
criteri di tecnicità. Le sue scelte linguistiche non dipendono dall'esi­
genza di denominare in modo univoco gli elementi propri di un set­
tore, ma dal bisogno di un codice stilistico, che contraddistingua gli
addetti ai lavori.
Questa caratteristica è particolarmente evidente nel lessico, intes­
suto di elementi dal suono e dalla forma ricercata, ma perfettamente
sostituibili da elementi più semplici e vicini all'uso comune. Si ricorre
largamente, per esempio, a nomi astratti di tono elevato (problemati­
ca e criticità per problema, sinergia per collaborazione, paradigma per
modello, usabilità, performante) . E soprattutto - ispirandosi alla lin­
gua dell'economia scientifica - a un altissimo numero di anglicismi
non necessari, sia integrali ( policy 'regole, condizioni' , draft 'bozza',
feedback 'risposta' , kickoff 'avvio') sia adattati (inizializzare per co­
minciare, ottimizzare per rendere efficiente, upgradare per aggiornare,
implementare 'sviluppare', proattivo < proactive 'capace di anticipare
futuri sviluppi, supportare 'sostenere', processare 'lavorare, elaborare,
sbrigare', pingare 'mettersi in contatto' < ping 'segnale inviato per
verificare che un computer sia in rete').

135
Manuale di linguistica italiana

Dal punto di vista dello stile, inoltre, il linguaggio aziendale si carat­


terizza per:

- il massiccio ricorso a locuzioni congiuntive molto simili a quelle


del linguaggio burocratico (al fine di, in relazione a, nell'intento di,
per quanto concerne ecc.);
il tono generalmente informale dei documenti circolanti esclusi­
vamente all'interno dell'azienda, che stride con le scelte ricercate
del lessico; questo atteggiamento comunicativo (che privilegia per
esempio l'uso del tu e delle formule di saluto più informali come
ciao) è stimolato da mezzi di comunicazione come l'e-mail e le reti
aziendali (intranet) ;
lo stile estremamente standardizzato dei documenti rivolti verso
l'esterno (clientela o altre imprese) , basato sulla riproposizione
meccanica di parole e formule stereotipate riconducibili a poche
fondamentali aree semantiche:
• la crescita (azienda leader nel mercato, le tecnologie più avanzate,

ottimizzazione dei costi) ;


• la felicità del cliente (sempre di più preferita alla semplice sod­

disfazione: orientamento al cliente, attenzione costante al mer­


cato);
• la novità del prodotto (miglior rapporto qualità-prezzo, le tecno­

logie più avanzate, vasta gamma di prodotti) .

l.lJ UN ESEMPIO DI LINGUA AZIENDALE

Il testo seguente riproduce l'e-mail di servizio inviata da un'impiegata


dell'ufficio per i rapporti con la clientela (o customer care, come sempre
più spesso viene indicato) di una grande azienda italiana al responsabile
del proprio settore:

In allegato troverai il primo draft dd Gantt delle attività rdative al " crisis mana­
gement" . Le date di scadenza sono state individuate (in rosso) solo per le attività
più urgenti su cui il gdl si era impegnato nd corso dd meeting di kickoff dd 14
u.s. In particolare si prevede il rilascio dd primo draft dd "Prepardness pian "
revisionato ed integrato per la fine di febbraio 2004 . Sono in attesa di un feed­
back, da parte della dirigente per quanto concerne la disponibilità di un corso di
formazione da far seguire al crisis team che dovremo a breve costituire.

136
Le lingue speciali

Sono evidenti molte delle caratteristiche della lingua della comunicazio­


ne aziendale, a partire dall'informalità dello stile: si sceglie per esempio
di rivolgersi all'interlocutore con il tu, anche se in questo caso si tratta di
un superiore. Gli anglicismi sono molto abbondanti e nella maggior parte
dei casi non necessari: meeting 'incontro', draft 'bozza', Jeedback 'risposta' ,
kickoff 'avvio', crisis management, crisis team 'unità d i crisi, gruppo d i la­
voro concentrato'. Diverso il caso di Gantt, denominazione tecnica inso­
stituibile di un tipo di grafico che prende nome dall'ingegnere americano
Laurence Gantt, ma sono di origine inglese anche vocaboli come rilascio
'spedizione, invio, ·pubblicazione', dall'inglese informatico release, impie­
gato per la pubblicazione e la commercializzazione delle nuove versioni di
un programma. Da segnalare, infine, la presenza di espressioni e di formule
stereotipate di raccordo, tipiche dd linguaggio burocratico: relativo a, esse­
re in attesa di, da parte di (per il semplice da) , per quanto concerne.

Testo cit. in G. Antonelli, J;italiano nella società della comunicazione, il Mulino,


Bologna 2007 , p. 76.

5 .8 Il linguaggio sportivo

La lingua speciale dello sport si caratterizza soprattutto per un basso


livello di tecnicità e una stretta vicinanza alla lingua comune. Questa
debolezza tecnica si riscontra innanzi tutto nella scelta delle parole.
I forestierismi (e in particolar modo gli anglicismi) sono molto frequen­
ti, come accade in genere per le lingue tecnico-scientifiche, ma solo in
rari casi vengono usati in modo esclusivo (dribbling, stop, tunnel, pivot) ,
mentre spesso subiscono una fortissima concorrenza d a parte di forme
italiane altrettanto diffuse (se non di più: basti pensare per l'inglese ad
alternanze come goal I rete, corner I calào d'angolo, derby I stracittadina,
uppercut I montante, jab I diretto; per il francese a grimpeur I scalatore o
boxeur I pugile) , venendone in molti casi totalmente soppiantate (/oot­
baller I calciatore, /orward I attaccante, fault !fallo) .
Ulteriore indizio di prossimità alla lingua non specializzata è la ten­
denza a coniare termini sportivi attribuendo un nuovo significato a
parole della lingua comune (tecnificazione: per il calcio: rete, palo,
dischetto, catenaccio; per il pugilato: corde, secondo 'assistente del pu­
gile', quadrato; per il ciclismo: tirare 'fare landatura', catena; per il
nuoto: vasca; molto frequenti le ridefinizioni di termini di origine mi-

137
Manuale di linguistica italiana

litare: attacco, difesa, tiro, gregario, retroguardia 'corridori in posizione


arretrata') . All a debolezza tecnica di questa lingua speciale è ricondu­
cibile anche il frequente passaggio di termini da uno sport all'altro,
secondo il procedimento del transfert: la lingua del calcio acquisisce
per esempio parole ed espressioni da numerose discipline come il
pugilato (forcing, pressing, uno-due, con allusione a una successione
veloce di colpi) , l'ippica (galoppata 'corsa veloce di un calciatore', lun­
ghezza 'distanza sul campo o in classifica'), il nuoto (tuffarsi) , il rugby
(placcare, percussione) , Io sci (slalom) , la pallacanestro (tap-in).
Poco ricco anche il sistema derivazionale, basato su un numero
ristretto di suffissi molto ricorrenti, come -ata (rovesciata, scivolata,
volata 'arrivo in corsa al traguardo di un gruppo di ciclisti' , virata
'capovolgimento del nuotatore al termine di una vasca') o -ista (cen­
trocampista, rigorista, incontrista 'calciatore specializzato nel contra­
sto dell'avversario', ma anche 'pugile che gioca di rimessa', velocista,
fondista) , mentre più frequente è il ricorso ai composti (rossonero,
palla-gol, uomo-partita) ; gli anglicismi più stabili, infine, danno vita
facilmente a verbi denominali: stoppare (< stop), dribblare (< drib­
bling) , crossare (< cross) .
Negli ultimi anni, l'influenza dei linguaggi tecnico-scientifici e la
tendenza all'innalzamento forzato del tenore lessicale sembra favori­
re l'uso di termini ed espressioni di sapore più tecnico, in alternativa
a forme più semplici e usuali: abbiamo così verticalizzare al posto di
passare in avanti la palla, laterale difensivo per terzino, palla inattiva
per palla ferma, alzare il baricentro della squadra 'tenere alta la linea
dei difensori'.
Lo stile delle cronache sportive è caratterizzato da una forte espres­
sività, tesa a favorire il coinvolgimento del lettore o - nel caso delle
cronache televisive e radiofoniche - dello spettatore. Si fa quindi lar­
go uso di

- espressioni metaforiche (addormentare la partita, macinare il gioco,


fare una ragnatela a centrocampo, prendere la ruota 'seguire da vici­
no un altro ciclista' , far prendere aria 'esporre un ciclista avversario
al vento pet rallentarne la corsa' ) ;
- metonìmie (fischietto 'arbitro' , panchina 'giocatori d i riserva' , piede
buono 'giocatore dotato', sentz"re la gamba 'nel ciclismo, essere in
buona forma fisica') ;

138
Le lingue speciali

- frasi volutamente espressive, ma stereotipate per effetto dell'uso


ricorrente (far valere il fattore campo, vincere di stretta misura,
segnare il gol della bandiera, l'arbitro manda tutti sotto la doccia
ecc.);
- parole letterarie desuete rivitalizzate per l'occasione (pertugio 'spa­
zio nella difesa avversaria' ) .

I n particolare, è caratteristica l a tendenza a descrivere gli eventi spor­


tivi con toni esageratamente enfatici, di natura solenne e marziale.
Questo effetto si ottiene, per esempio, attraverso soluzioni come le
seguenti:

- l'uso di una particolare aggettivazione (pugno micidiale, volata elet­


trizzante, gol rocambolesco, vittoria sensazionale) ;
il ricorso a immagini belliche (bersaglz'are il portiere, offensiva di­
sperata, sfondare la difesa) ;
- la creazione di soprannomi altisonanti (il Gigante di Sequals per il
pugile Primo Carnera, il Figlio del vento per il velocista Carl Lewis,
Rombo di tuono, il Fenomeno, l'Imperatore per i calciatori Gigi
Riva, Ronaldo e Adriano) .

La sintassi predilige la velocità, attraverso l'uso di forme abbrevia­


te come l'impiego avverbiale dell'aggettivo (colpire duro, avanzare
veloce) e - nelle telecronache e radiocronache - il ricorso a un an­
damento sincopato della frase, fondato sull'accumulo di sequenze
nominali giustapposte («Maldini. . . Costacurta . . . ancora Maldini. . .
uno-due con Pirlo . . . passaggio filtrante per Kakà, m a non c'è intesa
tra i due»).

W DUE TESTI D I CRONACA SPORTIVA

Il Santos conquista la Coppa Libertadores battendo per 2 - 1 il Penarol. Era


dal 1963 che la società cara a Pelè non conquistava questo prestigioso trofeo.
Il calcio brasiliano si aspettava un acuto da Neymar, l'ultimo fenomeno. E il
ragazzino terribile non ha tradito le attese sbloccando il risultato in awio di
ripresa con un diagonale da dentro l'area di rigore. Neymar, classe '92 , ha ri-

139
Manuale di linguistica italiana

badito una volta di più di essere un vero fuoriclasse. Il raddoppio arriva al 24'
grazie a una discesa travolgente di Danilo conclusa con un tocco che lascia
immobile il portiere uruguaiano Sosa. Partita chiusa? No. Il Santos sbaglia un
paio di facili contropiedi e gli awersari tornano in gara con una rete di Estoya­
noff favorita da una deviazione di Durval. Il finale è un assalto all 'arma bianca
degli ospiti che ci provano con un paio di conclusioni di Martinuccio. Al fischio
finale dell'arbitro argentino Pezzotta si scatena una furibonda rissa in campo.
Nd Santos molto positiva la prova di Ganso che tornava in campo dopo più
di un mese di assenza a causa di un infortunio muscolare. Il talento brasiliano,
nd mirino dd Milan, ha dimostrato di avere qualità e grande senso dd gioco. A
centrocampo preziosa anche la prova di Arouca, altro demento corteggiato dal
mercato italiano e autore dell'assist che ha propiziato il gol di Neymar.

Allora Totti con il sinistro prova a lanciare per Grosso . . . che riesce a far pas-
sare il pallone. . . c'è ancora spazio per un traversone . . . prova a prendere lo
spazio Grosso ! Grosso in area di rigore ! Sempre Grosso ! Ancora in area
di rigore ! RIGORE ! CALCIO DI RIGORE ! CALCIO DI RIGORE ! CALCIO DI RIGORE !
CALCIO DI RIGORE ! CALCIO DI RIGORE !

Il primo brano, un articolo di Luca Calamai tratto dalla "Gazzetta dello


Sport " , sintetizza lo svolgimento della partita finale della Coppa Liber­
tadores, torneo di calcio sudamericano, giocata il 22 giugno 2 0 1 1 ; segue
la trascrizione di un breve stralcio della telecronaca della partita Italia­
Australia, giocata durante il campionato mondiale di calcio del 2006 in
Germania (il cronista è Fabio Caressa) .
Notiamo innanzitutto la presenza di tecnicismi tipici del gioco del cal­
cio (rete, area di rigore, traversone, contropiede) , alcuni dei quali per trans­
fert da altri settori, come la geometria o la musica (acuto, in riferimento
al canto del tenore; diagonale, rigorosamente al maschile, in quanto ridu­
zione al solo aggettivo della locuzione tiro diagonale; non si disdegna l'in­
serzione di tecnicismi scientifici veri e propri, come infortunio muscolare,
dalla medicina), dalla terminologia di altri sport (discesa, dallo sci), oppu­
re prelevati dalla lingua inglese (assist) . Importante è anche la presenza
dei tecnicismi collaterali (tocco per passaggio), di parole ammantate di una
presunta tecnicità, usate al posto di termini più facili e usuali (deviazione,
conclusione per tiro in porta) e di espressioni cristallizzate (sbloccare il
risultato, tornare in gara, prendere lo spazio).
Lo stile è basato su un alto livello di espressività, ottenuto attraverso
l'aggettivazione enfatica (travolgente, furibondo, prezioso) , l'uso di ap­
pellativi (ultimo fenomeno, ragazzino terribile) , l'impiego delle metafore

140
Le lingue speciali

belliche (conquistare, avversario, assalto all'arma bianca) e addirittura il


ricorso a qualche modulo di sapore letterario (tradire le attese, propiziare) .
L a sintassi s i ispira all'ideale della velocità, attraverso l'uso d i frasi nomi­
nali (molto positiva la prova di Ganso, preziosa a centrocampo la prova di
Arouca) e, nel secondo brano, della giustapposizione di locuzioni e del­
la ripetizione progressiva di frasi veloci, che accompagnano il ritmo del
gioco trasmesso dalle immagini ( Grosso in area di rigore! Sempre Grosso!
Ancora in area di rigore! Rigore! Calcio di rigore! Calcio di rigore!) .

Testo da "La Gazzetta dello Sport " , 23 giugno 201 1 ; l'audio della telecronaca è
reperibile all'indirizzo Internet www.youtube.com/watch?v=azSlfKSE-Uw.

5 .9 Tecnicismi e lingua comune

Il grande prestigio che la lingua scientifica e tecnologica ha assunto


all'interno della società postindustriale ha provocato l'infiltrarsi sem­
pre più massiccio di tecnicismi nella lingua comune. Si può affermare
che ormai i linguaggi tecnico-scientifici (e le lingue speciali in gene­
rale) rappresentino probabilmente la principale fonte di innovazione
dell'italiano, almeno a livello lessicale. Basti pensare che tra le parole
nuove inserite recentemente nel più vasto dizionario dell'uso oggi di­
sponibile (il GRADIT, diretto da Tullio De Mauro: vedi § 10.5 ) , quasi il
40% è costituito da forme provenienti da linguaggi specialistici.
I tecnicismi devono la loro grande diffusione soprattutto ai mezzi di
comunicazione di massa: i giornali, la televisione (attraverso il canale
privilegiato della pubblicità, che sfrutta ampiamente le lingue speciali
per dare un'impressione di precisione e autorevolezza nella descrizione
di un prodotto) e più recentemente Internet, medium che più di ogni
altro convive e viene associato con l'innovazione tecnologica. Le parole
tecniche penetrano nella lingua comune a partire sia dai linguaggi ad
alta tecnicità sia dalle lingue speciali meno rigorose. Quanto alle prime:

- dalla medicina e dalla chimica provengono - ormai perfettamen­


te inserite nell'uso (e quindi comprese anche da un pubblico non
specialista) - parole come ormone, vitamina, radicale libero, anabo­
lizzante, melanina, carotene, carboidrato, genetica, metastasi, ano­
ressia e bulimia e locuzioni come grasso saturo e insaturo, residuo

141
Manuale di linguistica italiana

fisso (delle acque minerali) , organismo geneticamente modificato (o


OGM) , morbo di Parkinson e di Alzheimer, risonanza magnetica;
dall'economia analista (economico), bilancio, bond, cartolarizzazio­
ne, de/icit, fluttuazione, holding, incentivo e incentivare (e disincen­
tivo, disincentivare) , inflazione, lievitazione dei prezzi, mercato di
nicchia, obbligazione, operatore del settore, titolo, trend;
dall'informatica banca dati, database (pronunciato all'italiana o
all'inglese) , chip, configurazione, connettersi e dis-/connessione, di­
gitale (opposto ad analogico) , icona, input, interattivo, interfaccia,
ipertesto, rete, sistema, software (o anche programma), telematica,
videoscrittura, virtuale, virus.

Tra le lingue speciali a bassa tecnicità, oltre all'onnipresente lingua


dello sport (e del calcio in particolare), molto forte è l'influenza della
lingua burocratica, soprattutto per la tendenza a usare sinonimi pre­
feriti a parole comuni: effettuare per fare, conferire per dare, eccepire
per contestare, similare per simile, motivazione per motivo, modalità
per modo, tipologia per tipo. Molto presente nella lingua di tutti i
giorni è anche la psicologia: fobia, ossessione, psicosi, inibito, represso
e repressione, fino all'ormai cristallizzato prendere coscienza.

t/ LESSICO PSICANALITICO E LINGUA DI MASSA: IL CASO DELLA CANZONE

Da molti anni ormai la lingua della canzone rappresenta un buon banco


di prova delle modificazioni e delle contaminazioni della lingua comu­
ne. E nei testi della musica leggera italiana è molto forte la presenza del
lessico della psicologia e in particolare della psicanalisi di matrice freu­
diana. Lessico che viene impiegato largamente per descrivere le forme
dell'innamoramento e i problemi di relazione legati all'amore, ma anche
per esprimere disagio o critica sociale o per avviare una riflessione esi­
stenziale più profonda.
Molte sono le espressioni utilizzate, da nevrosi («vediamo se si può
farci amare come siamo I senza violentarci più con nevrosi e gelosie»:
Pooh , Uomini soli, 1 990) a inibizione («sbarrando i limiti I non senza
inibizioni»: Mina-Celentano, Specchi riflessi, 1 998) , senso di colpa («per
affrontare i sensi di colpa I e cancellarli da questo viaggio»: Vasco Rossi,
Sally, 1 996), complesso («e io rinascerò I senza complessi e frustrazioni»:
Riccardo Cocciante, Cervo a primavera, 1 98 1 ) , alienazione («paura e alie-

142
Le lingue speciali

nazione I e non quello che dici tu»: Lucio Battisti, Il nostro caro angelo,
1 973 ), fino a parole ormai entrate del tutto nell'uso comune come mania
(«tu che sei così brava a rimanere mania»: Luciano Ligabue, I:odore del
sesso, 1 999) e soprattutto stress («Ahi lo stress I Freud e il sess I è tutto un
cess I ci sarà la ress»: Rino Gaetano, Nuntereggaecchiù, 1 978).

Le lingue speciali costituiscono, inoltre, una delle principali fonti di


anglicismi dell'italiano contemporaneo; pensiamo per esempio a:

- e-mail, hacker, hardware, link, news group, server, provider, on line,


open source, touch screen (dall'informatica) ;
- brand, manager, broker, outsourcing, briefing, leasing (dall'economia);
- common rail, airbag, aquaplaning, start and stop (dall'ingegneria) ;
- spot, slogan, jingle (dalla lingua della pubblicità) ;
- fashion, glamour, look, make-up, top model, trendy (dalla lingua
della moda) .

Va osservato che spesso, a conferma del loro profondo radicamento


nella lingua comune, gli anglicismi di origine tecnica sono impiegati
in senso figurato: bypassare 'scavalcare' (dalla medicina) , interfacciare
'mettere in contatto, fare da intermediario', feedback 'risposta, rea­
zione' , file 'argomento' in frasi come «ora basta, cambia file ! », over­
drive 'saturazione' (tutti dall'informatica e dall'elettronica) , inflazio­
ne e inflazionato, budget 'risorsa' , deficit 'debito, scarsità di denaro'
(dall'economia) . L'impiego nella lingua comune di parole tecniche
con significati traslati (evocativi o figurati) è del resto un fenomeno
molto comune in quasi tutte le epoche, e può riguardare anche paro­
le provenienti da àmbiti estremamente specializzati. Basti pensare a
entropia, parola della fisica termodinamica (è il livello di dissipazione
di energia di un sistema) , passato alla lingua comune con il senso de­
potenziato di 'disordine' , a giurassico (paleologia) per 'vecchio, supe­
rato' nel linguaggio giovanile, o a fibrillazione ('alterazione del ritmo
cardiaco' , dalla medicina) per 'eccitazione, agitazione'.
Le lingue tecnico-scientifiche non contribuiscono soltanto ad ar­
ricchire il patrimonio lessicale della lingua comune, ma manifestano
la loro influenza anche sui procedimenti di formazione delle parole.
Risale al modello delle lingue speciali ad alta tecnicità la diffusione

143
Manuale di linguistica italiana

di un grande di numero di prefissoidi: elementi derivanti originaria­


mente da parole autonome, che ormai (per la frequenza con la quale
si incontrano in composti lessicali) possono essere considerati alla
stregua di prefissi e quindi combinati con qualunque parola per ot­
tenere un composto. Tra gli esempi possibili: ipo- (ipoallergenico) ,
iper- (iperattivo, ipermercato), multi- (multietnico, multimediale) ,
pluri- (pluriaccessorzato) , trans- (transgenico, nel parlato anche trans
'transessuale' ) , ultra- (ultraleggero, ultrapiatto), eco- da ecologia, eu­
ro- (eurQdeputato, euroscettico) , foto- (fotocomposizione, fotoritocco) ,
eno- d a enologia (enogastronomico) , bio- d a biologia (biodegradabile,
bioetica; ultimamente il prefissoide v!ene usato anche come aggettivo:
prodotti; rz"storanti bio).
Dall'informatica, in particolare, provengono alcuni prefissoidi non
adattati quanto alla forma, ma spesso italianizzati nella pronuncia, co­
me cyber- (pronunciato ciber- o saiber-: cyberpoliziotto, cybersicurezza,
cyberspazio), e- (pronunciato i- o, meno frequentemente, e-: e-mail,
e-book, e-cash, e-commerce, e-learning) e web (web-café, webcam, web
designer, webmaster) . Al linguaggio della burocrazia, infine, si deve
la diffusione di numerosi sostantivi senza suffisso (o, come si dice, a
" suffisso zero " ) derivanti da forme verbali: allaccio da allacciare, mo­
difica da modificare, stipula, da stipulare, utilizzo da utilizzare ecc.
Le lingue speciali sembrano inoltre influenzare la formazione dei
composti nella lingua comune, favorendo quelli basati sulla sequenza
determinante + determinato. In italiano parole ed espressioni sono
normalmente costruite secondo la sequenza determinato (o reggente,
o base) + determinante (o retto, o aggiunto) , per esempio: salad.w pro­
fessorid.nre• cibod.to per canid.nte• mangiapreti (mangiad.to + pretid.nrJ Dal
modello del greco - ora rilanciato dall'influenza congiunta dell'in­
glese e delle lingue tecnico-scientifiche - deriva invece la sequenza
inversa determinante + determinato, come nel cinquecentesco proto­
medico 'medico personale di un sovrano' , in cui il prefissoide è tratto
dall'aggettivo greco protos 'primo' , o nel settecentesco pseudodottore
'che si atteggia a gran sapiente' , in cui il primo elemento è un altro
aggettivo greco, pseudès 'falso' ; o come in burocrazia (parola pene­
trata in italiano nel Settecento, attraverso il francese), il cui secondo
elemento è il greco -kratìa connesso con kratos 'dominio, potere';
mentre a partire da prefissoidi come foto-, tele- , video- abbiamo oggi
fotoreporter, telemarketing, videodipendente ecc.

144
Le lingue speciali

5 . 1 0 Tecnicismi e lingua letteraria

I termini delle lingue speciali - e in particolar modo i tecnicismi ap­


partenenti alle lingue scientifiche - si ritrovano spesso nelle opere
della letteratura italiana, a partire almeno dagli scritti di Dante e dalla
sua Commedia. Il poema dantesco trae infatti numerose parole da
diversi àmbiti tecnico-scientifici, allo scopo di:

creare immagini suggestive (come la descrizione, ricca di tecnici­


smi nautici - ristoppare, proda, poppa, terzeruolo, artimone - del
lavoro frenetico dei carpentieri veneziani, usata per raccontare la
confusione e il disordine delle bolge infernali) ;
- suggerire metafore («tetragono ai colpi di ventura», nel senso di
'saldo', sfrutta uno dei nomi della figura più nota come parallele­
pipedo);
- fornire spiegazioni dettagliate di un fenomeno o di un oggetto con
le parole dell'àmbito appropriato (si pensi alla lunga descrizione del
cielo stellato posta all'inizio del Purgatorio, basata sull'uso di nume­
rosi termini astronomici come pianeta, settentrionale, polo, oriente) .

L'importanza di Dante (e dei testi letterari medievali in generale) per


la storia delle lingue tecnico-scientifiche è tale che molti tecnicismi
di questo tipo hanno la loro prima attestazione proprio nella Com­
media e nel Convivio: dall'astronomia (eclissi di sole, sfera stellata,
movimento diurno 'moto del sole e delle stelle da est verso ovest') alla
geometria (superficie, altezza, il citato tetragono) , alla giurisprudenza
(digesto 'raccolta di leggi'), fino alla medicina (coagulare) .
Nel Cinquecento, la presenza dei tecnicismi nelle opere letterarie
viene limitata dalla caratterizzazione classicista imposta dal modello
di Pietro Bembo. Le lingue settoriali erano considerate alla stregua di
registri minori dell'italiano, inadatte non solo alla letteratura, ma allo
stesso uso alto della lingua. Questo atteggiamento di chiusura comin­
cia a venir meno soltanto a partire dal Settecento, grazie alla cultura
illuminista che diffonde anche in Italia l'idea di una letteratura (e in
particolare di una poesia) utile, rivolta verso la realtà concreta delle
cose e quindi anche verso la sdenta e la tecnica. Si pensi alle odi Vin­
nesto del vaiuolo e La salubrità dell'aria del poeta Giuseppe Parini,
che parlano in versi della pratica della vaccinazione e dei problemi

145
Manuale di linguistica italiana

sociosanitari di una grande città, impiegando tecnicismi come pol­


mone, infetto, clima, bitume, atomo (nel senso, proprio della scienza
antica, di 'parte infinitesima e invisibile della materia') .
Tuttavia è il Novecento, il secolo che vede il massimo sviluppo della
scienza e la tecnificazione industriale della società, lepoca che più di
ogni altra si distingue per l'impiego delle lingue speciali nella letteratu­
ra. In questo periodo, poeti e prosatori mostrano nelle loro opere tutta
la potenzialità del ricorso ai tecnicismi con fini artistici. Pensiamo per
esempio a Giovanni Pascoli che, per descrivere la natura con un lessico
più ampio di quello tradizionale, ricorre spesso a termini della botani­
ca, dell'ornitologia e dell'entomologia (busso, digitale purpurea, elitra
'struttura che ricopre le ali di alcuni insetti e che vibrando produce
rumore') . Oppure ai poeti legati al Futurismo, che esaltano gli ideali
della modernità usando un altissimo numero di parole della tecnica e
dell'ingegneria (hangar, aeroplano, trapano, cannello ossidrico, elicoida­
le) . O ancora a Luigi Pirandello, che nei Quaderni di Serafino Gubbio,
operatore caratterizza con precisione il mondo in cui vive e lavora il
protagonista, attraverso numerosi tecnicismi della lingua del cinema
(molti dei quali ancora poco diffusi all'epoca: macchina da presa, o sem­
plicemente macchina, produttore, coloritura, inquartata 'inquadratura',
viraggio 'operazione legata allo sviluppo della pellicola'). Infine a Italo
Calvino, che cerca - attraverso l'uso dei tecnicismi della fisica, della ma­
tematica e della biologia - di restituire un'immagine esatta della realtà.
L'uso dei tecnicismi può anche servire a creare effetti di contrasto e di
dissonanza, soprattutto se associato al lessico tradizionale della letteratu­
ra. Questo effetto di straniamento è caratteristico degli scrittori espres­
sionisti (vedi § 8.2), come Carlo Emilio Gadda che, attraverso l'uso di
tecnicismi appartenenti agli àmbiti più diversi (tra i molti: causale e con­
causa per la giurisprudenza; granulo per la biologia; ovarista, spermatico
per la medicina; interloquire, comandato 'assegnato' per la burocrazia),
riesce a esprimere anche il caos e l'incomprensibilità del mondo in cui
viviamo. Questo particolare impiego letterario dei tecnicismi raggiunge
l'apice con alcuni poeti del secondo Novecento, come Andrea Zanzotto
ed Edoardo Sanguineti. Il secondo, in particolare, affida alle parole del­
le lingue speciali (cronometro, fibroma, epidemia, deglutire, crittografia
e molte altre prelevate anche dalla lingua della burocrazia e della pub­
blicità) una sorta di cosciente distruzione della lingua poetica, incapace
ormai di comunicare direttamente concetti e valori.

146
Le lingue speciali

l1JJ L'USO DEI TECNICISMI IN UNA POESIA DI ANDREA ZANZOTIO

Luna puella pallidula,


luna flora eremitica,
luna unica selenita,
distonia vita traviata,
atonia vita evitata,
mataia, matta morula,
vampirisma, paralisi,
glabro latte, polarizzato zucchero,
peste innocente, patrona inclemente.
(da 13 settembre 1 959)

Andrea Zanzotto (nato nel 1 92 1 ) è uno dei poeti del Novecento che ricor­
re con più frequenza ai linguaggi settoriali, associando a parole comuni o
tipiche della tradizione letteraria, tecnicismi che servono come strumento
per comprendere più a fondo la realtà. Da questo incontro di parole na­
scono suggestioni nuove, inediti accostamenti di significato e un generale
effetto di straniamento espressivo. In questo componimento (dalla rac­
colta IX Ecloghe, del 1 962 ) , accanto a parole di provenienza classica che
innalzano notevolmente il livello di letterarietà del testo (parole latine co­
me animula, pallidula, vagula, che riprendono l'Anima vagula blandula di
una celebre poesia scritta dall'imperatore Adriano; grecismi come glabro,
eremitica) , ritroviamo quasi in ogni verso un tecnicismo: flora (botani­
ca) , selenita (astronomia, variante di lunare) , distonia, atonia (psicologia,
'conflittualità interiore' e 'mancanza di volontà' ) , morula (biologia 'stato
iniziale dell'embrione' ) , paralisi (medicina), polarizzato (fisica) .

Testo da A. Zanzotto, IX Egloghe, Mondadori, Milano 1962 , p. 103 .

STORIA DI PAROLE

Azione Contrariamente a quanto si potrebbe pensare (la parola viene istin­


tivamente collegata al moderno mondo della finanza globalizzata), si tratta di
un termine molto antico: la prima attestazione italiana risale al 1 663 , in una
lettera dello scienziato Lorenzo Magalotti. La parola deriva dal francese action,
che intorno alla metà del XVII secolo si afferma nella lingua delle compagnie
commerciali d'oltralpe con il significato di 'quota del capitale di un'impresa'.

147
Manuale di linguistica italiana

La sua origine non è del tutto accertata, ma potrebbe trattarsi di un travaso


lessicale dalla lingua della giurisprudenza: chi era in possesso della polizza di
quota, in caso di irregolarità aveva la possibilità di intentare un'azione giudizia­
ria (comunemente si direbbe /are causa) nei confronti dei soci, per reclamare
la propria parte del capitale sociale (denaro, immobili, merci). A partire dalla
fine dell'Ottocento, azione subisce la concorrenza dell'inglese share, che si dif­
fonde con una certa capillarità (grazie all'incremento delle pagine economiche
dei quotidiani) soltanto a partire dagli anni settanta del Novecento.

Batterio La parola proviene dal tedesco Bakterie, termine coniato nel 1 83 8


dal biologo Christian Gottfried Ehrenberg a partire dal greco baktèrion 'ba­
stoncino' . I primi microrganismi osservati e classificati al microscopio, infatti
(gli schizomiceti) , possedevano una forma stretta e allungata, che suggeriva
l'analogia con la figura di un bastone. La parola entra in italiano alla fine del
XIX secolo e diventa presto molto conosciuta anche presso il pubblico dei non
specialisti quando, dopo le ricerche di Louis Pasteur ( 1 822 - 1 895 ) e di Robert
Koch ( 1 843 - 1 9 10), i batteri vengono associati all'insorgere di gravi e diffu­
sissime malattie, come la tubercolosi, favorendo una nuova attenzione nei
confronti dell'igiene personale e ambientale. In realtà non tutti i batteri sono
agenti patogeni (organismi portatori di malattie) , ma la loro identificazione
con i morbi fu favorita dalla sovrapposizione con un'altra parola, bacillo (dal
latino BACILLUM, diminutivo di BACULUM, 'verga, bastone' , etimologia analoga
quindi a quella di batterio), che - coniata per riferirsi a un particolare catego­
ria di microrganismi vegetali - divenne presto sinonimo di malattia.

Computer Nessuno dei sostituti italiani proposti per computer (parola larga­
mente diffusa nella nostra lingua almeno dal 1 966) sembra aver avuto grande
fortuna: non calcolatore (apparso già nel 1 959), non ordinatore ( 1 962 ) , non ela­
boratore ( 1 978), non il figurato cervello elettronico, e neanche il computiere che
il linguista Arrigo Castellani ha proposto nel 1 987 partendo dalla originaria
radice latina COMPUTARE, peraltro produttiva in computazionale (così lingui­
stica computazionale 'linguistica applicata all'informatica') . La parola è uno di
quelli che in linguistica si chiamano " cavalli di ritorno " : vocaboli o espressioni
già presenti nel patrimonio di una lingua, che a distanza di tempo ritornano at­
traverso l'influenza di una lingua diversa. Dalla stessa radice latina alla base di
computer, infatti, erano nate in passato parole italiane come computare ('met­
tere in conto' , 1342), computazione ('conto commerciale' , o anche 'bilancio' ,
1499) , computisteria ( 'aritmetica applicata a l commercio', 1 662 ) .

Multa/ammenda, amnistia/indulto L a multa (dal latino MULTA, parola di


origine italica, forse sannita) e l'ammenda (dal latino EMENDARE 'corregge-

148
Le lingue speciali

re' ) sono entrambe sanzioni pecuniarie, previste tuttavia per due diversi tipi
di reato: rispettivamente il delitto e la contravvenzione. !.;amnistia (dal greco
amnestzà ' dimenticanza', con a privativo e il tema di mimnèsko 'ricordo' : la
stessa origine del termine medico amnesia) e l'indulto (dal latino INDULTUM,
supino del verbo INDULGÈRE 'perdonare') sono provvedimenti emanati dal
Parlamento. Entrambi di carattere generale (non individuale, come la grazia,
disposta dal presidente della Repubblica a favore di un singolo detenuto),
si differenziano essenzialmente perché l'amnistia estingue il reato, la pena
principale e le pene accessorie (per esempio la perdita della patria potestà) ;
l'indulto riguarda, invece, solo la pena principale.

Rete Dal latino RETE. Molti dei suoi significati risalgono già al Medioevo
('strumento di fune o di filo usato per prendere pesci, uccelli o altri animali';
figuratamente 'agguato' o 'insidia' ) . Solo nel 1913 abbiamo la prima attestazio­
ne del significato calcistico di 'porta' , passato presto a indicare anche il 'punto
segnato' . Di lì la parola migra presto in altri linguaggi sportivi: nel tennis e
nella pallavolo è la maglia di corda che divide il campo in due metà (ma nel
tennis, per indicare che la palla ha sfiorato la rete, si usa oggi soltanto net).
Negli ultimi anni, infine, la parola è divenuta una sorta di simbolo dell'epo­
ca che stiamo vivendo: non solo come concetto scientifico (reti neurali) , ma
soprattutto come termine informatico (la rete per eccellenza è ovviamente
Internet) e delle telecomunicazioni (rete televisiva 'emittente' , anche se og­
gi si usa più spesso network per 'circuito di emittenti televisive' ) . Si pensi
inoltre alla grande diffusione di locuzioni come essere in rete, collegamento a
rete, associazionismo a rete, servizi a rete.

149
6. L'italiano della comunicazione

6. 1 L'italiano dei giornali

Il linguaggio dei giornali rappresenta tradizionalmente una realtà


molto composita. Sia per le differenze che esistono tra i vari tipi di
giornale (mensile, settimanale o quotidiano; "generico " o " specia­
lizzato " , per esempio economico) , sia per la netta differenziazione
interna. Il giornale è una specie di contenitore in cui trovano posto
argomenti tra loro molto diversi e ogni settore (politica, economia,
sport, spettacolo) ha un suo particolare linguaggio, che attinge alle
varie lingue speciali, riformulandole per renderle accessibili al largo
pubblico; oppure - come accade sempre più spesso - ibridandole e
dando vita a quelli che si chiamano testi misti.
L'attenzione per il destinatario e l'esigenza di rendere interessante
la lettura sono alla base anche dell'alto tasso di parole nuove tipico
dei giornali. Si tratta spesso di formazioni fantasiose o ironiche (tra le
molte apparse negli ultimi anni: voltagabbanismo, castel/are 'fantasti­
care, fare castelli in aria' , alibista 'chi cerca scuse per non affrontare
un problema', struzzeggiare 'far finta di non sapere') , che tengono vi­
va l'attenzione del lettore, ma raramente sopravvivono nell'uso degli
stessi giornali.

t/ I TESTI MISTI

Imbattersi in un testo che per stile e lessico sia riconducibile senza possi­
bilità di errore a un solo genere o a un solo àmbito settoriale è un'even­
tualità riservata sempre di più ai livelli specializzati della comunicazione
tecnico-scientifica. Nella maggioranza dei casi, e specialmente nell'àmbi­
to dei grandi media, ci troviamo invece di fronte a testi che - pur man­
tenendo gli scopi e i caratteri di base del tipo testuale di appartenenza

150
I:italiano della comunicazione

(per esempio una cronaca sportiva, una recensione cinematografica, un


bollettino meteorologico, un brano pubblicitario) - assumono da altri ti­
pi testuali (ed eventualmente da altre lingue speciali) determinati elemen­
ti, che hanno l'effetto di rendere più vario, più gradevole il messaggio,
velandone a volte la vera finalità. Testi di questo tipo vengono definiti
misti. I giornali, in particolare, offrono numerosi esempi di questa tipolo­
gia testuale: un articolo sportivo conterrà facilmente vocaboli tratti dalla
fisiologia come aerobico e anaerobico, neuromuscolare, ematopoiesi ecc . ; la
pagina dello spettacolo di un quotidiano userà con facilità locuzioni ap­
partenenti all'ingegneria elettronica, come steady camera, video a cristalli
liquidi, alta definizione.

Le caratteristiche del linguaggio cambiano anche a seconda della


tipologia dell'articolo. Il pezzo di cronaca, per esempio, ricorrerà
più spesso a immagini ed espedienti di origine letteraria, come le
metafore o la riformulazione circolare del racconto di un evento;
soprattutto nel caso della cronaca locale continuerà a usare le tradi­
zionali espressioni del linguaggio burocratico (sinonimi " alti " come
conferire per dare o nosocomio per ospedale, latinismi giuridici come
dirimere o eccepire, perifrasi come in data odierna 'oggi' o effettuare
un arresto ' arrestare'). L'editoriale, ovvero l'articolo nel quale un
esperto autorevole esprime la propria opinione su un argomento
di attualità, riprenderà caratteristiche tipiche del testo argomenta­
tivo e persuasivo: scansione chiara e progressiva degli argomenti,
divisione del testo in paragrafi ben individuabili, forte presenza
di elementi di connessione testuale tra le frasi (ma, quindi, insom­
ma ecc . ) .
Negli ultimi anni, grazie alla crescente integrazione dei canali di
informazione, si assiste a un generale cambiamento del linguaggio
dei giornali, sempre più influenzato dallo stile comunicativo proprio
di altri media (la televisione, soprattutto, e Internet) . Si riscontra, in
particolare:

il cambiamento delle scelte sintattiche, ispirate sempre di più a


un 'ideale di rapidità (sia di lettura sia di produzione) : gli articoli
diventano più brevi, fino ai notiziari istantanei in formato SMS; i
periodi sono molto segmentati e le singole frasi spesso separate
dal punto fermo, anche a costo di spezzare la successione logica

15 1
Manuale di linguistica italiana

tra principale e subordinata («Da quando i genitori hanno di­


vorziato, vede poco il papà. Ma abbastanza per capire che è un
inguaribile egoista. Che pensa solo alle sue fidanzate, a sedurle,
a lasciarle. Così un giorno si ribella. Perché quell'uomo le rovina
lesistenza»);
- un aumento consistente della presenza del parlato, fino a pochi
anni fa poco significativa: confinata quasi esclusivamente al gene­
re dell'intervista e risolta nell'uso di pochi dialettalismi e alcuni
segnali discorsivi (vede, senta, guardi) . Negli ultimi anni, invece, il
parlato si è affacciato con forza nel linguaggio dei giornali, tramite
il ricorso più frequente al turpiloquio e soprattutto attraverso l'uso
del discorso diretto, penetrato in ogni tipo di articolo e anche nei
titoli («" Non l'ho ucciso io, è stato lui" I i rapitori si accusano a
vicenda») ;
la tendenza a suddividere il testo in unità tematiche ben indivi­
duate, dotate spesso di un proprio titoletto introduttivo, in cui
vengono svolti sottoargomenti autonomi all'interno di un testo­
contenitore più ampio. Questa caratteristica è tipica in particolare
dei quotidiani on line, in cui il testo si trova a interagire stretta­
mente con lelemento audiovisivo e con la dimensione ipertestuale
rappresentata dai link ad altre pagine. web .

., AudiD PI Clllltillft doill.t W� · •W polizl.l. rmpuip l lfo'Tll T ml -1• • .kwdrJM .v,nniri


<1 Audii:> ÙI Gl.ri&l"'- · Ql.1Q1Qtrll4ISU.iou.tn lllllrcbki e palì$ � tmu. dll � cl .Aaclm. Go8

Fig. 8. La visualizzazione a schermo della homepage del Corriere.il.

152
!.:italiano della comunicazione

6.2 L'italiano della politica

Come il linguaggio dei giornali, anche quello politico non è propria­


mente un linguaggio settoriale: il suo lessico attinge di volta in volta
ad altre lingue speciali (in particolare a quella giuridica e, soprattutto
negli ultimi anni, a quella dell'economia). Su una base terminologica
formatasi essenzialmente tra la fine del Settecento e i primi dell'Ot­
tocento (in gran parte sul modello franco-britannico: democrazia,
borghesia, capitalismo, maggioranza, costituzione, opposizione ecc.) ,
s'innestano novità lessicali attinte dalla lingua comune (manovra) e
da molte lingue settoriali (per esempio, dalla geometria: piattaforma,
vertice, asse ecc.; dalla medicina: diagnosi, fibrillazione; dallo sport:
staffetta, sorpasso) .
Dopo la crisi dovuta agli scandali di Tangentopoli ( 1 992) , anche
la politica italiana ha imparato ad adeguare il proprio linguaggio a
quello del destinatario (come da sempre fa la pubblicità, e ormai da
tempo la televisione) . Abbandonato quello che potremmo chiamare
il " paradigma della superiorità" («Tutti sanno il fascino che hanno
per il volgo le parole difficili: non le intende, ma sono di moda, piene
di possibilità impensate, quindi tanto più attraenti quanto più awolte
nella nebbia», diceva il glottologo Benvenuto Terracini) , la lingua dei
politici ha cominciato a puntare sul "paradigma del rispecchiamen­
to " . Ha abbandonato i toni elevati e le forme oscure del politichese
tradizionale, per riprodurre il più possibile il modello linguistico degli
elettori, semplificando notevolmente lo stile e la scelta delle parole.
Un po' come il Vola re di Modugno sul palco di Sanremo, il discorso
della discesa in campo recitato da Berlusconi per la platea televisiva
(26 gennaio 1 994) viene considerato uno spartiacque che separa net­
tamente un prima e un dopo. Da una parte l'autoreferenziale "poli­
tichese" della prima Repubblica, dall'altra le strategie comunicative
del marketing politico; di là la fumosità ossimorica delle proverbiali
convergenze parallele (attribuite ad Aldo Moro), di qua la semplicità
owia di un 'Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno, più pro­
spera e serena (Silvio Berlusconi) . La nuova comunicazione politica si
presenta come informale e concede uno spazio considerevole agli ele­
menti più espressivi e popolari della lingua, come le forme dialettali o
regionali (lumbard, cadrega 'poltrona, nel senso di posto di potere', il
che c'azzecca di Antonio Di Pietro).

153
Manuale di linguistica italiana

Si registra, inoltre, una continua produzione di parole nuove, de­


stinate in molti casi a uscire ben presto dall'uso. È il caso di tutte
le parole che hanno per base i nomi propri dei personaggi politici
(forme distorte: donna Lottizza, mattarellum, berluscaos; composti
o fusioni di sostantivi e verbi: Fisichella pensiero, forlanian-carrista,
berlusclonare; combinazioni con affissi e affissoidi: arciberlusconiano,
berluscoidale) . Altrettanto effimere sono quelle espressioni che - crea­
te dai giornalisti o dagli stessi politici - rimbalzano dall'uno all' al­
tro partito secondo il meccanismo dell"'irradiazione deformata" : il
processo per cui l'ironia colpisce una parola, una locuzione o un'in­
tera frase, alterandone una componente (di solito usando una parola
di suono simile, ma & significato diverso) . Così, per esempio, dallo
slogan di Umberto Bossi La Lega ce l'ha duro si coniano l'astratto
celodurismo (suscettibile di essere rovesciato in celomollismo) e il ri­
facimento scherzoso gelo duro («[i leghisti] ai figli del Sol Levante
rifileranno il loro nuovo gelato "geloduro "») .
Alcune parole vengono selezionate sulla base della provenienza ideo­
logica (al sociale, tipico della sinistra cosiddetta " radicale" , si con­
trappone per esempio il solidale dell'area moderata) o per il desiderio
di evitare riferimenti politici scomodi (si pensi al vasto insieme delle
parole usate al posto di partito, parola-simbolo della vecchia politi­
ca: polo, coalizione, alleanza, movimento, patto, casa ecc.). Al tempo
stesso, però, si fa un uso ossessivo e insistito di alcune parole chiave,
piegate a significati diversi a seconda delle esigenze. Tra queste nuo­
vo, novità e futuro, gente, responsabilità e soprattutto libertà, che per
il leader della Lega Nord Umberto Bossi si contrappone a centralismo
(«Un altro tipo di dialettica: quella tra il centralismo e la libertà») ,
ricollegandosi a indipendenza.
Anche nel paradigma del rispecchiamento, tuttavia, il distacco del
linguaggio politico dalla lingua di tutti i giorni non scompare del tut­
to: ai "paroloni" della cultura umanistica e filosofica, si sostituiscono
i termini dell'economia e della finanza (inflazione, debito pubblico,
deficit, cartolarizzazione) ; alle citazioni da poeti e scrittori, i numeri e
le statistiche; al tradizionale "latinorum " (come quello usato da don
Abbondio per confondere Renzo nei Promessi sposi) , si sostituisce
quello che è stato chiamato " inglesorum " (wel/are state, deregulation,
spoil system, venture capitai) . Non solo: nonostante la generale ten­
denza alla semplificazione del linguaggio, il discorso politico continua

154
L'italiano della comunicazione

a basarsi, anche nella cosiddetta " Seconda Repubblica " , su un ampio


ricorso alle più classiche figure retoriche. Fra le più ricorrenti:

- l'anafora, ovvero la ripetizione all'inizio di più enunciati della


stessa parola o dello stesso gruppo di parole (Gianfranco Fini:
«Lo dimostra l'attenzione [. .. ] I Lo dimostra la presenza [. . . ] I
Lo dimostra l'attesa [. . . ] I Lo dimostra infine la folta partecipa­
zione») ;
- l'interrogativa retorica, che appare soprattutto in corrispondenza
dei momenti più caldi del discorso, quando il tono della polemica
tende a innalzarsi (Massimo D' Alema: «Ma dove? Ma in che pae­
se? [. . ] Ma di che cosa parliamo? L'economia va bene e la società
.

va male?») ;
il poliptòto temporale, ovvero la ripresa di un verbo in diversi as­
setti temporali, con un effetto che vuole sottolineare la durata e la
costanza di qualcosa (Silvio Berlusconi: «Uomini che hanno porta­
to e portano ancora con sé certi metodi») .

6.3 L'italiano della pubblicità

Quello della pubblicità è un linguaggio composito, nel quale il codice


verbale, seppure molto importante, rappresenta soltanto uno dei mol­
ti codici possibili; sia negli spot televisivi e radiofonici sia negli spazi
pubblicitari di giornali e riviste, accade anzi sempre più spesso che alla
parola venga dedicato uno spazio limitato, a vantaggio di altre forme di
comunicazione giudicate più efficaci, come l'immagine e la musica.
La caratteristica fondamentale dell'italiano usato nella pubblicità è
quella di essere una lingua tutta orientata verso la persuasione; pen­
sata per suscitare nel destinatario desideri profondi, che vanno oltre
quello della semplice merce presentata (appartenenza a un mondo
di valori positivi e rassicuranti, a una categoria degna di stima e am­
mirazione, a una condizione di successo personale) . Di qui il tono
sicuro - se non perentorio - di molti slogan declinati all'imperativo:
«Scegli un mondo genuino»; «Passa a Vodafone»; «Non mangiartela
con gli occhi, vieni a provarla»; di qui la proiezione verso un futuro
presentato come certo: «Comprala: non potrai più farne a meno»;
«Chiamami Peroni, sarò la tua birra».

155
Manuale di linguistica italiana

L'uso della parola dev'essere accattivante e attraente, deve colpire e


incuriosire il pubblico, catalizzarne l'attenzione. Si privilegiano per­
ciò gli espedienti più espressivi del linguaggio; tra gli altri:

i giochi di parole (0 è una Lacoste presa qui, o è presa in giro);


le costruzioni circolari, che stimolano un processo di identificazio­
ne tra soggetto e oggetto, tra consumatore e merce (Per gli uomini
che amano le donne che amano gli uomini) ;
- i richiami fonici (Brrr. . . Brancamenta; Mitsubishi, mi stupisci) ;
l'uso delle lingue straniere (soprattutto dell'inglese, ormai anche
in campi in cui tradizionalmente aveva più prestigio il francese,
come per esempio i profumi: Truth Ca/vin Klein. A new scent /or
women ) ;
u n largo uso d i parole nuove del tutto occasionali, ottenute con
la suffissazione del nome del prodotto (Non co"ete, vespizzatevi)
o più spesso giustapponendo elementi lessicali diversi secondo il
procedimento della "parola macedonia" (morbistenza < morbidez­
za + resistenza, gengiprotettivo, intellighiotto) .

Nella sintassi s i privilegiano la velocità e la sintesi dell'espressione,


funzionali alla produzione di un messaggio il più possibile diretto e
facilmente memorizzabile. Dunque si ricorre molto spesso

all'ellissi di elementi di raccordo grammaticale, soprattutto prepo­


sizioni (riserva sapore, moda autunno-inverno) ;
- ai modi nominali del verbo (soprattutto infinito e participio: Andare
sempre, pensieri mai; Maruzzella: il primo raccomandato dal mare) ;
all'accostamento asindetico (cioè privo di congiunzioni) di parole
e frasi: procedimento di particolare efficacia, in quanto · mette in
relazione diretta due concetti, lasciando allo spettatore il compito
di stabilire il nesso logico sottinteso (Averna. Il gusto vero della
vita; Acqua Panna. Benessere donna; Campari. It's fantasy) .

t/ ASINDETO E POLISINDETO

Si chiama asindeto (o giustapposizione) la sequenza di più elementi lin­


guistici (singole parole o frasi) accostati senza alcun legame formale di

156
I:italiano della comunicazione

natura grammaticale (soprattutto congiunzioni) , ma soltanto attraverso


l 'uso della punteggiatura: «Ho comprato mozzarella, prosciutto, pane»;
«Sono uscito, ho fatto colazione, non ho pagato». Si tratta di un costrutto
molto frequente, soprattutto nella prosa d'arte, ma anche nella scrittura
giornalistica e appunto nella pubblicità. Al contrario, il polisindeto si ve­
rifica quando parole o frasi strettamente correlate sono collegate da una
successione di congiunzioni e in particolare dalla ripetizione della con­
giunzione copulativa e («Calciava la palla contro il muro e la riprendeva
e la rilanciava e la calciava più forte e più in alto») .
Tradizionalmente, l'asindeto e il polisindeto vengono impiegati di
volta in volta per ottenere particolari effetti stilistici: segnalazione della
velocità e frenesia di una successione di azioni, per l'asindeto («Prende
la palla, salta l'avversario, si porta al centro dell'area, si coordina, gol ! ») ;
sottolineatura enfatica dello svolgersi d i una serie di eventi attraverso il
rallentamento del ritmo della frase, per il polisindeto (come in un verso
di Torquato Tasso: «e resiste e s'avanza e si rinforza») .

Pur essendo costante l a presenza d i queste caratteristiche, negli ulti­


mi anni il linguaggio della pubblicità sembra aver subìto alcuni cam­
biamenti, dovuti soprattutto all'evoluzione delle strategie di fondo
della comunicazione pubblicitaria. Mentre in precedenza ( almeno
fino all'ultimo decennio del secolo scorso) la pubblicità puntava so­
prattutto a impressionare il consumatore, a stupirlo per convincer­
lo all'acquisto, adesso sembra piuttosto cercarne il coinvolgimento,
ladesione a una sfera di sentimenti che stimoli l'identificazione del
prodotto con un benessere emotivo. Più che al convincimento, la
pubblicità sembra ora mirare alla seduzione del consumatore.
Di conseguenza, la lingua si fa più semplice, più discreta; limita i
toni urlati e, in parte, l'espressività. Alla funzione conativa si affian­
cano quella fàtica e quella emotiva (vedi § 4 . 1 ) . Alla prima si possono
ricondurre: per esempio, l'uso di materiale linguistico noto e quasi
banale, che dà un senso di sicurezza e di familiarità (tipiche sono le
frasi fatte, come Panda: se non ci fosse bisognerebbe inventarla; Aiaz­
zone: provare per credere) , oppure l'impiego dell'interrogativa retori­
ca, preferita sempre di più all'imperativo, perché interpreta (in realtà
suscita) i bisogni di un ipotetico interlocutore ( Ti piace vincere facile?,
Voglia di un 'auto nuova?). Alla funzione emotiva si può invece ascri­
vere l'uso sempre più diffuso dell'iperbole (Semplicemente perfetto),

157
Manuale di linguistica italiana

preferita a strutture più tradizionali come il cosiddetto " criptocom­


parativo " , un comparativo privo di secondo termine di paragone che
esalta e sottolinea le caratteristiche di un prodotto (Mangia sano e
vivi meglio).

6.4 L'italiano alla radio

Ancora oggi, nonostante la concorrenza della televisione e dei media


elettronici come Internet, la radio raggiunge una vastissima fetta della
popolazione italiana: secondo una ricerca del 2008, la media naziona­
le di coloro che affermano di ascoltare la radio ogni giorno si attesta
intorno al 72 % , superando 1'83 % nella fascia di età che va dai 18 ai
34 anni.
Oggi il linguaggio radiofonico si ispira esplicitamente al parlato
spontaneo, specialmente per quanto riguarda i network privati, ca­
ratterizzati da una cosiddetta " programmazione di flusso " . Una pro­
grammazione, cioè, in cui i singoli programmi non hanno uno spazio
fisso all'interno della giornata, m� sono inseriti in un blocco continuo
che si ripete periodicamente, cambiando soltanto il conduttore di ri­
ferimento. Lo schema della radio di flusso ha favorito lo sviluppo di
un nuovo italiano radiofonico basato sul ritmo e sulla velocità, ca­
ratterizzato da uno stile diretto e spiccatamente informale. Questa
lingua fluida e ritmata, tuttavia, è solo apparentemente spontanea: i
limiti degli stretti tempi radiofonici impongono, in realtà, l'uso deli­
berato di una serie di espedienti linguistici che riproducono " a tavo­
lino" la sensazione del parlato non controllato:

- ripetizione di parole e frasi chiave che scandiscono il flusso (i co­


siddetti "tormentoni" ) ;
- abbondanza d i variazioni melodiche della voce, esclamazioni e in­
teriezioni, per sottolineare iperbolicamente eventi e affermazioni;
lessico espressivo, che impiega modi colloquiali, linguaggio giova­
nile, turpiloquio, anglicismi alla moda;
ricorso a moduli tipici della dialogicità (uso del voi indifferenziato
per rivolgersi al pubblico, grande presenza di interrogative fittizia­
mente indirizzate agli ascoltatori).

158
L'italiano della comunicazione

Per mantenere alto il tasso di dialogicità, si ricorre sempre più spesso


a una coppia di conduttori che dialogano tra loro o a ulteriori per­
sonaggi (o!ipiti, comici, imitatori) che mettono in scena una serie di
duetti col conduttore.
Anche uno degli àmbiti più antichi della comunicazione radiofoni­
ca, quello dell'informazione, ha subìto l'influenza della radio di flusso
e della sua caratteristica fondamentale, la velocità. Dal punto di vista

linguistico, questo si traduce

- in un accorciamento dei testi (fino ad arrivare alla formula del no­


tiziario flash);
- nell'aumento, spesso vertiginoso, della velocità di lettura delle no­
tizie (specie se paragonata a quella dei telegiornali) ;
- in una sintassi che privilegia l'accostamento di frasi coordinate e l'uso
delle frasi nominali, più rapide e intuitivamente comprensibili.

Il ritmo rallenta considerevolmente nei radiogiornali delle reti tra­


dizionali (in particolare dell'emittenza pubblica) , ancora fortemente
legati al modello linguistico della carta stampata. Qui l'andamento
del periodo è più articolato (tornano le subordinate) e si fa ampio
ricorso, specialmente nei titoli, a espedienti tipici dello stile giorna­
listico (giustapposizione, dislocazioni a sinistra, ellissi di elementi
grammaticali ecc.).

6.5 L'italiano in televisione

Secondo i dati ISTAT più recenti, la televisione - seppur parzialmente


ridimensionata dalla concorrenza di Internet - rimane ancora oggi il
mezzo di comunicazione di massa più diffuso in Italia, essendo utiliz­
zata almeno per un'ora al giorno da quasi il 90 % della popolazione
totale. Nel ricostruire la storia dell'italiano televisivo (vedi § 2 . 10), bi­
sogna distinguere tra due periodi diversi, che Umberto Eco ha chia­
mato paleotelevisione e neotelevisione.
Il periodo paleotelevisivo, che va dall'inizio delle trasmissioni uffi­
ciali (3 gennaio 1954) alla metà degli anni settanta, si caratterizza per
la prevalenza della funzione educativa. Le trasmissioni sono pensate
soprattutto per assicurare la diffusione della cultura e giungere all'uni-

159
Manuale di linguistica italiana

ficazione sociale e linguistica degli italiani, facendoli rispecchiare nel


medesimo modello di riferimento. Indipendentemente dal genere della
trasmissione, l'italiano di questa prima televisione è molto vicino alla
lingua scritta: normativamente accurato (non si trascurano per esempio
i congiuntivi, né l'uso dei pronomi personali egli, ella come soggetto) ;
dotato di u n ampio patrimonio lessicale e di una sintassi sufficiente­
mente complessa; basato su una pronuncia affidata alla voce di speaker
professionisti e molto attenta a evitare regionalismi.

ffi IL PARLATO PALEOTELEVISIVO DI MIKE BONGIORNO

Guardi, questa sera le dobbiamo dire due cose molto belle: la prima è che
nell'evenienza che lei non raddoppi questa sera, c'è un gruppo di persone,
che non so bene quale gruppo sia, che le costruirà un appartamento che lei
potrà andare ad abitare il giorno in cui si sposa.

Il brano, tratto dalla puntata di Lascia o raddoppia? dell' l l febbraio


1 956, mostra - con la sua sequenza di che e con il lessico poco ricercato -
l'apparire sulla scena televisiva di un parlato informale standard. Ma,
guardato a mezzo secolo di distanza, appare anche attento all'uso del
congiuntivo, al rispetto della consecutio temporum, alla formalità dell'al­
locutivo lei. Siamo lontani, insomma, dal basic italian attribuito a Mike
Bongiomo da Umberto Eco in un noto saggio del 1 96 1 : «Il suo discorso
realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni
subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi».

Testo cit. in T. De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Laterza, Roma-Bari


1970, p. 437.

Il periodo della neotelevisione (cominciato idealmente nel 1 976, con la


fine del monopolio RAI e l'inizio delle trasmissioni televisive private) si
distingue per un drastico ridimensionamento della funzione pedagogi­
ca a vantaggio dell'intrattenimento, che con le sue formule e il suo stile
influenza tutti i generi comprese l'informazione e la divulgazione cultu­
rale. Dal punto di vista linguistico, la televisione si avvicina al pubblico
per incrementare il livello di audience (divenuto fondamentale per atti­
rare i nuovi inserzionisti pubblicitari) , rinuncia al suo ruolo di modello
e diventa uno specchio della lingua degli italiani, riproducendo (o, più
spesso, simulando) le forme del parlato più o meno spontaneo.

1 60
Vitaliano della comunicazione

Una lingua che da monolitica diventa fluida e cambia le sue carat­


teristiche a seconda del genere televisivo a cui si riferisce. Su queste
basi sono state individuate quattro tipologie fondamentali del parlato
televisivo contemporaneo:

- il parlato serio semplice proprio delle trasmissioni culturali e di


divulgazione scientifica (Quark, Ulisse, La macchina del tempo) .
All'interno di un modello linguistico sostanzialmente fedele alla
norma grammaticale, cerca di mediare tra complessità dei conte­
nuti trasmessi e necessità di chiarezza, alternando l'uso di tecni­
cismi specifici a una fraseologia colloquiale (con la testa che gira,
come un uccello in volo) e a moduli tipici del parlato informale
(come l'uso di niente in funzione aggettivale: niente quadri, niente
tappeti o credenze) ;
il parlato sciolto colloquiale, tipico delle trasmissioni di intratte­
nimento codificate, come il varietà e il quiz. Si basa sul monologo
prevalente del conduttore e impiega il lessico comune della con­
versazione colloquiale (pochi tecnicismi, poche parole colte) e una
sintassi scorrevole, senza troppe subordinate;
- il parlato trascurato o sciatto, riconducibile alle trasmissioni di in­
trattenimento basate su un certo grado di improvvisazione, come
il talk show e soprattutto il reality show. Un parlato molto vicino
a quello spontaneo, che spesso enfatizza artificialmente e in modo
stereotipato alcuni tratti, come il ci attualizzante (non c'hai vasti
orizzo nti) , tipo per come (me la sento tipo appiccicata), o l'uso av­
verbiale dell'aggettivo (siamo amiche uguale) ;
- il parlato simulato, proprio delle fiction seriali e dei film televisivi.
Si tratta di un parlato sceneggiato che, nell'àmbito di un generale
rispetto per la norma (resiste per esempio molto bene il congiun­
tivo), inserisce alcuni dei tratti più diffusi nella resa scritta - let­
teraria - del parlato (dislocazione a sinistra: le domande le faccio
io; gli per le: l'ho chiamata per affidargli un incarico) , ricorrendo a
un lessico di tipo colloquiale (sfigato, abboccare, bastardo; molti gli
anglicismi alla moda: on line, fast food, single) e a una significativa
componente regionale (molto evidente in trasmissioni come Un
posto al sole, soap opera ambientata a Napoli).

161
Manuale di linguistica italiana

Q) IL PARLATO SIMULATO DI UN POSTO AL SOLE

Un posto al sole, in onda dall'ottobre 1 996, è stata la prima soap opera ita­
liana e si basa sull'importazione di un format australiano (The Neighbours),
adattato alla realtà italiana tramite un'ambientazione (Napoli, Posillipo) ca­
ratterizzata in senso locale. Nelle battute dei vari personaggi trovano posto,
accanto a tratti tipici della simulazione del parlato italiano, come le ridon­
danze pronominali (<<lo voglio sape' in sintesi a te che ti serve»), il ci attua­
lizzante («Non c'ho l'età») o i dimostrativi 'sto e 'sta («Trovalo 'sto tempo») ,
anche pronunce molto marcate i n senso regionale (buono, niénte, bene/iden­
za), forme e costrutti napoletaneggianti (<<mi sogno a Lino, sto nervoso»),
meridionalismi lessicali di ampia diffusione come tenere per avere («quanti
ne tiene, di capelli>>) o azzeccarci 'entrarci' («e ci azzecchi, tu, scusa?») .

Testi cit. in G. Antonelli, !!italiano nella società della comunicazione, il Mulino,


Bologna 2007 , pp. 1 19- 120.

6.6 L'italiano al cinema

Il rapporto del cinema con la lingua italiana è stato a lungo caratte­


rizzato dalla dinamica tra dialetti e lingua nazionale. Fino ad anni
recenti, la lingua italiana - ancora estranea all'uso quotidiano di gran
parte della popolazione - si presentava come uno strumento trop­
po rigido e poco adatto per rappresentare verosimilmente la realtà.
Registi e sceneggiatori si sono serviti allora del dialetto o delle varie
forme di italiano regionale. Dopo le prime sporadiche apparizioni del
dialetto nel cinema prebellico (condizionato dalle rigide imposizioni
della cultura fascista sull'uso esclusivo dell'italiano istituzionale) , si
attraversano nel dopoguerra varie fasi:

la continua m�scidanza di lingua e dialetto propria delle pellicole ne­


orealiste (Roma città aperta di Roberto Rossellini, 1945 ), Paisà (dello
stesso Rossellini, 1946); Ladri di biciclette (di Vittorio De Sica, 1948);
l'italiano paradossale ed espressivo dei grandi attori comici (Aldo
Fabrizi, Alberto Sordi, Totò) , costellato di regionalismi e di impro­
prietà che risultano dall'influenza di una lingua madre dialettale;
l'italiano ormai urbanizzato della commedia all'italiana (dal Sor­
passo di Dino Risi, 1 962 , ad Amici miei di Mario Monicelli, 1 975 ) ,

1 62
!.:italiano della comunicazione

condizionato da modelli regionali ormai affermatisi a livello nazio­


nale (romano e toscano in particolare) a cui si contrappone l'urba­
nizzazione sottoproletaria delle borgate rappresentare nei film di
Pier Paolo Pasolini (come Accattone, 1 96 1 ; Mamma Roma, 1 962 ;
Uccellacci e uccellini, 1 966) ;
- infine, la condizione linguistica del cinema contemporaneo, che
dagli anni settanta in poi ha adottato un italiano colloquiale medio,
nel quale il dialetto assume per lo più una funzione caratterizzante
di singoli personaggi (dal subdolo funzionario di polizia siciliano
interpretato da Gian Maria Volontè in Indagine su un cittadino al
di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, 1970, fino ai recenti film del
comico pugliese Checco Zalone) .

S e d a una parte il cinema sembra limitarsi a rispecchiare le abitudini


linguistiche degli italiani, dall'altra va ricordato che attraverso i film
sono penetrate nella lingua comune molte parole ed espressioni nuove.
Si pensi, per esempio, alle numerose forme risalenti alle pellicole di
Federico Fellini: amarcord 'rievocazione nostalgica' (in dialetto rimi­
nese: 'io mi ricordo', titolo di un film del 1973 ) , dolce vita o dolcevita
'condotta spensierata' , ma anche 'maglione a collo alto' (indossato da
uno dei personaggi dell'omonimo film del 1 960) , paparazzo 'fotogra­
fo o giornalista scandalistico', bidone 'imbroglio' (titolo di un film del
1955 ) , vitellone 'giovane fannullone' (dal titolo di un film del 1 953 ) .
L a principale fonte di novità è rappresentata tuttavia dalle versioni
doppiate dei film stranieri, prevalentemente di lingua inglese. Si deve
all'italiano dei doppiaggi, tradizionalmente impostato su un ideale di
italiano medio non caratterizzato regionalmente (il dialetto fa la sua
apparizione soltanto nel 1972 , con il doppiaggio del Padrino del regista
americano Francis Ford Coppola) , la penetrazione nella lingua di molti
calchi dall'inglese, che riguardano sia singole parole (tra le altre: banda
'orchestra', nativo 'indigeno', celebrare 'festeggiare', realizzare 'accor­
gersi') , sia espressioni e locuzioni (dacci un taglio < cut it off, ci puoi
scommettere < you bet, esatto < exactly per il semplice sì, andare a vede­
re qualcuno < to see someone per far visita a qualcuno, posso aiutarla? <
may I help you? per desidera? e l'uso di prego < please per per favore) .
Non è raro, poi, che gli stessi dialoghi cinematografici si soffermino su
singoli aspetti linguistici, affrontando esplicitamente il rapporto con la
norma. Si va dalle raccomandazioni grammaticali di Anna Magnani alla

1 63
Manuale di linguistica italiana

bambina protagonista di Bellissima ( 1 95 1 ) di Luchino Visconti («Di'


scuola, non scola»), ai giochi di parole con cui Totò attacca la conven­
zionalità dell'italiano stereotipato («Parli come badi ! », «Ogni limite ha
una pazienza»), fino alla messa in ridicolo di alcuni errori gramm aticali
nel Fantozzi di Paolo Villaggio («Batti, ragioniere», «Che fa, mi dà del
tu?», «No no: batti lei, congiuntivo») e alla critica dell'italiano alla moda
in Palombella rossa ( 1 989) di Nanni Moretti («Trend negativo? Io non
parlo così [. .. ] non penso così», <<Chi parla male, pensa male e vive male.
Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti ! ») .

6.7 L'italiano della canzone

Guardando alla situazione attuale, il panorama linguistico della can­


zone italiana si presenta particolarmente variegato. In linea di massi­
ma, il diverso genere musicale scelto da un autore porta a selezionare
una determinata tradizione e un determinato pubblico, e dunque in­
fluenza in modo decisivo la composizione del testo.
Si può affermare che attualmente le linee di tendenza della lingua
della canzone italiana siano principalmente due. Da una parte trovia­
mo un insieme di testi che, pur essendo stati scritti negli ultimi dieci o
quindici anni, presentano le caratteristiche più classiche della prima
fase della canzone leggera italiana. I brani presentati al Festival di
Sanremo, per esempio, rispettano - anche nelle ultime edizioni le �

caratteristiche linguistiche della canzonetta tradizionale:

- lessico convenzionale di origine poetica, spesso inquadrato nella ri­


cerca della rima convenzionale (su tutte, amore e cuore: «Come ha
bruciato con te un paradiso d'amore I hai chiuso la strada per an­
dare dal tuo cuore»: Sal de Vinci, Non riesco a farti innamorare; «di
quella volta per un tuo ritardo ci tremava il cuore I quel falso allarme
ci teneva uniti senza far l'amore»: Gigi D'Alessio, Non dirgli mai) ;
- presenza massiccia del futuro e dell'imperativo, inseriti nel fre­
quente schema del discorso diretto rivolto a un tu sentimentale
generico («Piangerai come pioggia tu piangerai e te ne andrai I
come le foglie nell'autunno triste tu te ne andrai I certa che mai ti
perdonerai»: Modà ed Emma, Arriverà; «credimi ancora I prendi
un respiro I lasciati andare»: Marco Mengoni, Credimi ancora; «tu
per me I sei sole, cielo e lacrime»: Luca Marino, Non mi dai pace);

164
I:italiano della comunicazione

- metafore tradizionali, sia pure rinnovate, come quelle incentrate


sulla vita come navigazione («E la mia barca in avaria I in qualche
porto aggiusterò I perché ogni giorno alzo le vele alla mia vita»:
Drupi, Un uomo in più);
- talvolta addirittura recuperi di materiale obsoleto, come la sequen­
za t'amo, scomparsa dalle canzoni leggere dall'inizio degli anni set­
tanta («Baby, dovunque sia il tuo amore t'amo»: Sonhora, Baby).

La struttura è quasi sempre quella tradizionale: strofa - strofa - ritornel­


lo - strofa - ritornello - strofa - ritornello; la "mascherina" ritmica su cui si
adatta il testo è per lo più regolare e fondata sul tempo di 4/4.
La seconda linea di tendenza - che attraversa un po' tutti i generi
della canzone italiana - si caratterizza per una evoluzione formale e
stilistica dal semplice al complesso, sul modello e per influenza della
canzone d'autore. Quella che ha vissuto la sua stagione d'oro negli anni
sessanta e settanta con le cosiddette scuole "genovese" (Paoli, Bindi,
De André, Tenco) e " romana" (De Gregori e Venditti} e si è in passato
distinta per una scrittura curata e intessuta di riferimenti letterari.

W LA LINGUA DELLA NUOVA CANZONE D'AUTORE

La paranza è una danza


che ebbe origine sull'isola di Ponza
dove senza concorrenza
seppe imporsi a tutta la cittadinanza
è una danza
ma si pensa
rappresenti l'abbandono di una stronza
dal calvario all a partenza
fino al grido conclusivo di esultanza
[. . . ]
La paranza è una danza
che si balla nella latitanza
con prudenza
eleganza
e con un lento movimento de panza
così da Genova puoi scendere a Cosenza

1 65
Manuale di lingu istica italiana

come da Brindisi salire su in Brianza


uno di Cogne andrà a Taormina in prima istanza
uno di Trapani? forse in Provenza.

Presentata al Festival di Sanremo del 2007 (quarta classificata) , La paran­


za è una canzone scritta e interpretata dal cantautore romano Daniele Sil­
vestri. Il testo mescola riferimenti all'attualità (specie giudiziaria: in prima
istanza, poi udienza e latitanza; anche quel Taormina accostato a Cogne
allude al cognome di un avvocato e a un delitto di grande risonanza me­
diatica) con accenti che ricordano i balli per l'estate degli anni sessanta
(come I Watussi, 1 963 , o Il ballo di Simone, 1 968) . Una contaminazione
tipicamente postmoderna, in cui si va dal lessico intellettuale fino al tur­
piloquio (nell'epiteto stronza, che appariva già all'inizio della canzone) ; si
usa scrupolosamente il congiuntivo («si pensa rappresenti l'abbandono
di una stronza» e più avanti «prima che un gesto vi rovini l'esistenza») ,
m a in altri punti del testo non s i disdegna l'imperfetto indicativo al posto
del condizionale passato («era molto meglio pure una credenza») .
Quella d i Silvestri è una retorica ludica che punta soprattutto sulle
figure di suono, prima tra tutte la consonanza (-anzal-enzal-onza: a una
certa distanza anche il romanesco panza e il finto intruso pensa, che in
mezza Italia si pronuncia peni.a) e, più avanti nel testo, sulle serie tenden­
zialmente monorime (almeno per il ritmo sdrucciolo: «e se io latito latito I
mica faccio un illecito I se non sai dove abito I se non entro nel merito I
se non vado a discapito») nonché sul bisticcio, ovvero sul cambiamento
del fonema iniziale di una parola («sulle stuoie di vimini I sulle spiagge di
Rimini I sull'atollo di Bimini») . Tipica della canzone italiana degli ultimi
quindici anni è anche la preferenza, in fine di verso, per le parole sdruc­
ciole, cioè accentate sulla terzultima sillaba.

Testo cit. in G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italia­
no cantato, il Mulino, Bologna 2010, p. 12.

Nello specifico, questa tendenza verso una maggiore ricerca espressi­


va si manifesta nella canzone italiana degli ultimi anni attraverso

il generale aumento della complessità semantica e formale dei testi


(evidente nella produzione di cantautori come Carmen Consoli,
Vinicio Capossela, Samuele Bersani) ;
il diverso rapporto con l'istituto della rima e in particolare con la
rima baciata, sostituita all'occorrenza da echi fonici interni («La

166
I:italiano della comunicazione

vanità del mio avversario I fu come la tela intricata, che I ospita


e intrappola il ragno»: Carmen Consoli, !}alleanza) o dalla ridon­
danza " ad eco" tipica del rap e dell'hip-hop («c'è sempre un altro
che paga I se c'è qualcuno che indaga I per estirpare la piaga»:
Daniele Silvestri, Il mio nemico);
- l'uso di un lessico più ricercato e di un'espressione elaborata, che
arriva fino alla parola tecnica («Neurotrasmettitori I sinapsi elet­
trochimiche I catene sequenziali I di acidi nucleici I mi parlano
di te»: Subsonica, Perfezione) , alle aggettivazioni di sapore aulico
(«porgi in dono la tua essenza misteriosa I che fu un brillio fuga­
ce qualche notte fa»: Marlene Kuntz, La canzone che scrivo per
te) , al gioco di parole con funzione ludica («Collaudo l'autoradio,
nell'auto cauto resto faccia a faccia con una focaccia, altro che lau­
to pasto»: Caparezza, Fuori dal tunnel) ;
- il ricorso a una sintassi elaborata, che evita la frammentazione
dei versi autonomi e coordinati tra loro, per creare un discorso
continuo, ricco a volte di subordinate («Siamo due destini che si
uniscono I stretti in un istante solo I che segnano un percorso pro­
fondissimo dentro di loro I superando quegli ostacoli I se la vita ci
confonde»: Tiromancino, Due destini) .

6.8 Italiano e nuovi media: l'italiano digitato

Negli ultimi anni, il grande successo delle varie forme di espressione


(blog, social network, forum) e di comunicazione diretta (SMS, e-mail,
chat, lnstant Messaging e Mobile lnstant Messaging) legate ai media
telematici hanno fatto sì che per moltissime persone la scrittura di
testi - per quanto brevi o poco articolati - sia diventata un'attività
quotidiana, svincolata da necessità lavorative o scolastiche.

ti' DALL'EPISTOLA ALL'E-PISTOLA

Nel novembre 2000, l'ISPO (Istituto per gli studi sulla pubblica opinione)
ha svolto per conto di Poste Italiane un'inchiesta sugli italiani e la scrittu­
ra. Ne è risultato che le uniche forme di scrittura quotidiana erano - per

1 67
Manuale di linguistica italiana

gli italiani in età postscolare - gli appuntamenti sull'agenda e la lista della


spesa. Per il resto, l' 1 1 % degli intervistati ha dichiarato di scrivere lettere
almeno una volta al mese, il 9% ogni due-tre mesi; tra i 1 8-29enni, 1'8%
diceva di scrivere lettere personali tutti i giorni o quasi, il 9 % e-mail, il
3 9 % messaggi con il cellulare. Era già cominciato il passaggio - decisivo -
dall'epistola ali' e-pistola.
Oggi , a dieci anni di distanza, quasi la metà degli italiani si serve di
una connessione a Internet: più di un terzo lo usa per mandare e rice­
vere e-mail, un quinto per comunicare tramite i social network, poco
meno per scrivere in chat, blog o newsgroup ( dati ISTAT) . Ancora più
numerosi gli italiani che hanno almeno un telefonino (oltre 1'85 % , se­
condo il CENSIS) ; e sempre più persone tra questi lo usano anche per
scrivere: secondo un sondaggio svolto dalla Astra ricerche nel 2008,
quasi il 90 % .

La crescente confidenza con la scrittura (la possibilità di scrivere


ovunque a chiunque per qualunque motivo) , la velocità con la quale i
testi vengono prodotti e soprattutto consumati e il particolare conte­
sto comunicativo (mittenti e destinatari sono quasi sempre sullo stesso
livello) provocano come effetto principale un generale abbassamento
del controllo sulla lingua con cui si scrive. Al testo scritto concepito
come comunicazione di livello alto, si sostituisce un'idea desacraliz­
zata, informale, della scrittura come comunicazione ordinaria, confi­
denziale, che non richiede un particolare livello di attenzione.
Da questo atteggiamento discendono le principali caratteristiche di
questo italiano digitato:

- frequenza degli errori di battitura, spesso influenzati dalle caratte­


ristiche delle tastiere (nei messaggi di chat e nell'Instant Messag­
ing, per esempio, è frequente la digitazione involontaria in finale di
messaggio del carattere <Ù>, posizionato nelle tastiere più comuni
accanto al tasto INVIO, che spedisce il messaggio) ;
presenza di errori di ortografia, che emergono con più frequenza
anche per il fatto che non sempre i programmi di posta, di messa­
ging o di gestione di blog possiedono, come i word processors, la
possibilità della correzione automatica;
penetrazione (già in atto da tempo nell'italiano dell'uso colloquia­
le) di strutture proprie del parlato o dello scritto poco sorvegliato

1 68
I.:italiano della comunicazione

(uso indistinto di gli per 'a lei' e 'a loro', di te in funzione di sog­
getto, mancato uso del congiuntivo, impiego quasi esclusivo del
tempo presente);
- innalzamento del livello di espressività della comunicazione, tra­
mite il tentativo di riprodurre attraverso un certo numero di espe­
dienti grafici alcune caratteristiche tipiche della comunicazione
orale, come
• l'innalzamento della voce (reso con il maiuscolo: BASTA ) ;

• l a modulazione del suono per esprimere sentimenti e stati d'ani­

mo (con la replicazione vocalica: mi annoioooooooo) ;


• una pronuncia enfatica o ironica (tramite asterischi e trattini:
*bravo*-, s-p-e-t-t-a-c-o-l-a-r-e) ;
• un'intonazione concitata (con l'accumulo di punteggiatura

espressiva: non ci credo!?!?) ;


• il ricorso a codici grafici non verbali, come il sistema delle emo­

ticon (parola macedonia dall'inglese emotion + icon 'immagine


emotiva, che esprime sentimenti' ) , nelle due versioni concor­
renti verticale ( : - ) , :O, di origine angloamericana) e orizzontale
( A _ A , O_o, di provenienza giapponese) ; oppure il ricorso al
cosiddetto leetspeak (dall'inglese elite + speak 'lingua dell'élite') ,
una forma di scrittura simbolica basata sulla sostituzione delle
lettere con altrettante cifre numeriche, sulla base della somi­
glianza grafica: 4113n0 (alieno), s70r1 4 (storia) , 8u61 4 (bugia).

Si discute spesso della possibilità che lo scarso livello di controllo e


accuratezza delle scritture elettroniche - diffuse maggiormente tra
le giovani generazioni - possa in qualche modo condizionare l'evo­
luzione della lingua italiana (e in particolare della lingua scritta) , in
direzione di un generale peggioramento. Bisogna tuttavia osservare,
da una parte, che raramente usi linguistici legati a particolari mezzi
di comunicazione si trasferiscono alla pratica della lingua comune (a
suo tempo, l'abitudine di inviare telegrammi non ha cancellato l'uso
dell'articolo né favorito la posposizione dei pronomi atoni sul tipo
apprendesi ) ; dall'altra, che molti dei fenomeni tipici dell'italiano digi­
tato sono tutt'altro che nuovi: in alcuni casi, come vedremo, risalgono
anzi a tradizioni testuali molto antiche.

169
Manuale di linguistica italiana

6.9 Italiano e nuovi media: la neoepistolarità tecnologica

Potremmo applicare la definizione collettiva di neoepistolarità tec­


nologica a tutte quelle forme di scrittura telematica basate sulla tra­
smissione di un messaggio che prevede una risposta in un lasso di
tempo più o meno lungo: gli SMS, le e-mail, le chat e le conversazioni
tramite messaggeria istantanea. Dal punto di vista della situazione co­
municativa, le varie forme della neoepistolarità tecnologica si distin­
guono per le caratteristiche della semi-sincronia e della co-presenza
(o telepresenza) . La prima si riferisce al fatto che il destinatario di un
messaggio ha la facoltà di scegliere quando riceverlo e soprattutto
quando rispondere, con tempi che variano dal minimo della chat (in
cui lo scambio è praticamente in tempo reale) al massimo dell'e-mail.
La seconda consiste nel fatto che, a prescindere da quando si rispon­
de, la comunicazione avviene sempre come se l'interlocutore fosse
presente o comunque raggiungibile e instaura un dialogo continuo
tra i corrispondenti.
Pur essendo novità legate al mezzo elettronico, dal punto di vista
linguistico ed espressivo queste caratteristiche non fanno che esalta­
re e accentuare alcuni aspetti tradizionali della scrittura epistolare.
Aspetti legati all'intenzione di riprodurre nello scritto le forme di un
dialogo faccia a faccia (e più in generale le movenze del parlato) , alla
ricerca di una naturalezza espressiva raccomandata fin dall'antichità
nei manuali di scrittura epistolare. Tra questi aspetti, ricordiamo in
particolare

- l'uso intensivo di saluti e di altre formule che avviano la conver­


sazione o la riattivano dopo una pausa (ciao, dove sei?, che stai
facendo?, quindi vai via?) , e anche di vocativi e di appellativi (Ciao
piccoletto, Ci vediamo, bella);
la frequente presenza di segnali discorsivi e di interiezioni come
ah!, ecco, senti, scusa, dimmi, che riproducono il ritmo di una con­
versazione orale;
il carattere altamente implicito della comunicazione, con forte pre­
senza di deittici (alla fine ci sono andato, domani sono a posto) .

Nella comunicazione neoepistolare, inoltre, prevalgono nettamente


la funzione fàtica e soprattutto ludica della lingua. Chi scrive messag-

170
/;italiano della comunicazione

gi di chat, SMS o e-mail lo fa spesso con l'intento di apparire simpatico


e spiritoso, e di marcare e confermare così l'appartenenza a un grup­

po di riferimento. Fa quindi un uso abbondante di espedienti che


riducono la distanza e la formalità comunicativa con il destinatario e
aumentano il livello di espressività della lingua. Tra questi:

- /atismi, parole e formule che verificano e confermano il funziona­


mento della comunicazione: certo, ok, eh , sì ;
procedure grafiche espressive o giocose (emoticon, leetspeak) ;
formule tachigrafiche che favoriscono allo stesso tempo la velocità di
produzione e l'espressività del testo; si può ricorrere variamente a
• sigle (tvb 'ti voglio bene', cvd 'come volevasi dimostrare'; fre­
quenti anche forme inglesi come asap 'as soon as possible', omg,
'oh my God' ecc.);
• grafie consonantiche (che riducono una parola alle sole conso­

nanti, sia completamente (nn per non) sia parzialmente (cmq per
comunque) ;
• grafie simboliche (come gli operatori matematici x 'per' e +
'più');
• singoli caratteri usati sulla base della pronuncia corrispondente

(la cosiddetta "grafia compitale letterale" : d per la preposizione


'di', c per il pronome/avverbio ci e così via; in inglese: u 'you' ,
r 'are' ecc.);
• riduzione di digrammi (k per <eh>: ke; ma anche al posto di
<e> e <q> in forme come kasa e kuello, in questo caso con puro
intento giocoso) .

t/ LA TACHIGRAFIA

Si chiamano tachigrafici (dal greco takhys 'veloce' ) e brachigrafici (da


brakhys 'corto') tutti quegli espedienti che sostituiscono o accorciano
una parola per ragioni di spazio o per accelerare la velocità della scrittu­
ra. Si tratta di espedienti molto antichi, correntemente usati nella scrit­
tura fin dal Medioevo, quando la penuria di materiale scrittorio (la per­
gamena era rara e difficile da produrre) spingeva a sfruttare al massimo
la pagina. Si pensi a sigle come DD per DONUM DEDIT 'donò' , ad abbre-

17 1
Manuale di linguistica italiana

viazioni come hab per HABERE, a contrazioni come iiglus per ANGELUS o
geiilis per GENERALIS.
Dopo l'introduzione della stampa e l'invenzione della carta, le pra­
tiche tachigrafiche non scomparvero e rimasero a lungo caratteristiche
proprio dello stile epistolare. Ancora nell'Ottocento, infatti, la necessità
di sbrigare velocemente la corrispondenza in uscita (si scrivevano molte
lettere nello stesso giorno: non esisteva altra forma di comunicazione a
distanza), la prevedibilità di alcune formule e anche il desideriò di non
usare troppa carta, per non aumentare il volume della missiva (le spese
postali si calcolavano sul peso ed erano a carico del destinatario) stimo­
lavano l'uso di forme come T. v. 'tutto vostro', Aff. mo 'affezionatissimo',
nro 'nostro', giio 'giorno' e così via.

Ciascun genere neoepistolare impiega variamente questi tratti (oltre a


quelli generali già citati per l'italiano digitato nel suo complesso) . Gli
SMS, per ragioni di brevità (non potevano superare, nei primi anni di
vita, i 1 60 caratteri), fanno un più largo 'uso di formule tachigrafiche
e per la connotazione espressiva ricorrono soprattutto al maiuscolo,
all'iterazione vocalica e all'accumulo di punteggiatura. I messaggi di
chat e gli instant messages (nei quali è più forte la percezione dello
scritto come una comunicazione orale in tempo reale) fanno un largo
uso di fatismi e di espedienti fortemente espressivi come le emoti­
con e il leetspeak, oltre che di forme tachigrafiche, rese necessarie
dall'estrema velocità di scambio delle battute. Un discorso a parte
meritano le e-mail, che si distinguono per il fatto di variare molto
il proprio stile, a seconda del contesto e del destinatario (e-mail tra
amici, di lavoro, istituzionali) . Si va da un massimo di informalità (nel
quale si possono incontrare praticamente tutti gli espedienti espressi­
vi descritti) , a un massimo di formalità (corrispondente a una lingua
estremamente controllata, che in molti casi non ha nulla da invidiare
allo scritto tradizionale) .

6. 1 0 Italiano e nuovi media: esiste un italiano di Internet?

È stato recentemente calcolato che la rete globale contiene più di un


miliardo di testi, considerando soltanto le pagine web indicizzabili
attraverso i motori di ricerca (e quindi senza contare le scritture pri-

172
I.:italiano della comunicazione

vate come le pagine personali di Facebook) . Circa il 2 % di questa


immensa mole testuale è scritto in italiano. Ma si può parlare di un
"italiano di Internet" , inteso come varietà particolare della lingua ita­
liana dotata di caratteristiche proprie che la distinguano dalla lingua
comune? Esiste una lingua speciale del web?
Non è facile rispondere. Innanzitutto sembra quasi impossibile in­
dividuare un insieme di caratteristiche che siano comuni a tutte le
scritture circolanti in rete. Tanto per cominciare, bisogna distinguere
tra i testi scritti da professionisti per pagine istituzionali di tipo com­
merciale, amministrativo, informativo o di intrattenimento (apparte­
nenti storicamente alla prima fase dello sviluppo della rete, o "Web
1 .0 " ) e le scritture prodotte dagli utenti comuni che quotidianamente
si collegano alla rete (soprattutto i contenuti dei social network e dei
siti amatoriali, come i blog e i vari commenti che li accompagnano:
si tratta del cosiddetto "Web 2.0" ) . In generale, le scritture di tipo
1 .0 sono linguisticamente molto vicine alla norma tradizionale del­
lo scritto controllato non elettronico (rispetto della sintassi e della
grammatica, struttura testuale pianificata) ; la lingua delle scritture
2.0 è riconducibile complessivamente al modello della neoepistolari­
tà tecnologica. Vista la loro maggiore anzianità (i primi programmi di
chat risalgono al 1 995 ) , le forme neoepistolari hanno fatto in un certo
senso da modello per le forme non dialogiche (nate più tardi). Molte
delle loro caratteristiche si ritrovano quindi nella lingua dei blog e dei
social network.
Le caratteristiche stilistiche e linguistiche non si mantengono co­
stanti nemmeno all'interno della stessa tipologia di scrittura. Un
buon esempio è offerto proprio dai blog, i diari in rete in cui un uten­
te comune (ma sempre più spesso anche un professionista della scrit­
tura, come un giornalista o un intellettuale) riporta periodicamente
le proprie esperienze private (blog personali) o le proprie opinioni
su un argomento (blog tematici) , sollecitando il commento degli altri
utenti. Nei blog la lingua dei post (i testi scritti dal blogger, il titolare
<lel blog) e quella dei commenti sono molto diverse: i caratteri tipi­
ci della neoepistolarità sono confinati nei soli commenti, mentre nei
post l'espressione è molto più sorvegliata.
Sempre più spesso gli stessi utenti dei blog sembrano mostrare in­
sofferenza nei confronti degli espedienti neoepistolari, arrivando a
vietarne esplicitamente l'uso a chi intende commentare i post («In

173
Manuale di linguistica italiana

questo posto non entrano le k e le x. Non ne possiamo più»). Negli


scritti dei social network (Facebook e Myspace su tutti) , dove chiun­
que può aggiornare la propria pagina in qualunque momento con
opinioni e informazioni (alla portata anche qui dei commenti degli
altri utenti), lo stile e le scelte linguistiche variano radicalmente a se­
conda della tipologia di utente.
Di là dall'espressività grafica, spesso non c'è nulla che distingua
i post di un social network dall'italiano colloquiale (dislocazioni a
destra e a sinistra, temi sospesi: «Solo che Chiara lavorando a turni le
può capitare di stare fino alle 20») o dall'italiano giovanile (turpilo­
quio, espressioni gergali: «Gli ho sclerato di brutto» 'mi sono arrab­
biato molto con lui'). Semplicemente, nell'italiano usato in Internet
trovano espressione scritta tratti del parlato che di solito avrebbero
spazio soltanto nell'espressione orale. In molti casi, i presunti errori
di ortografia e di grammatica della comunicazione elettronica sono
palesemente volontari, realizzati con intento ludico o scherzoso: «Ho
tornato proprio ieri, raga»; «Nn ti preoccuparti, bella».
In conclusione, più che fondare una nuova varietà di lingua, i testi
circolanti in rete da una parte si fanno veicolo di stili già da tempo con­
solidati nello scritto; dall'altra sembrano assecondare una preesistente
tendenza all'informalità dello scritto e alla mancanza di rispetto per la
norma grammaticale, tipica soprattutto delle giovani generazioni.

STORIA DI PAROLE

Blog Proviene dall'accorciamento del composto inglese weblog (da web


'rete' e log 'diario di bordo'), coniato nel 1 997 dall'internauta americano
John Barger per riferirsi a una lista commentata di link utili pubblicata nel
proprio sito. Nel 1 999 Peter Merholz propose la forma blog, che si affermò
velocemente, ma solo in séguito la parola assunse il significato attuale di
'diario in rete, sito personale nel quale l'utente inserisce scritti e contenuti
liberi continuamente aggiornabili e commentabili da altri utenti' . La parola
si diffonde molto presto tra gli utenti italiani di Internet (insieme a blogger,
'gestore di un blog ' ) , ma solo a partire dal 2003 comincia a essere registrata
dai dizionari dell'uso. In italiano, il vocabolo ha dimostrato una grande pro­
duttività, generando i composti blogcon/erenza 'evento o conferenza stampa
seguita contemporaneamente da più blog' e blogs/era (o blogos/era) 'insieme
dei blog della rete', oltre al derivato bloggare 'scrivere, tenere un blog'.

174
I.:italiano della comunicazione

Manovra La parola, che rappresenta un francesismo (da manoeuvre, a sua


volta dal latino medievale MANUOPERA, composto di MANU e OPERA 'lavoro,
opera con la mano'), penetra in italiano nel Seicento come termine tecnico e
mantiene a lungo il riferimento ad àmbiti tecnico-scientifici. Da 'insieme delle
operazioni che servono per far funzionare una macchina' passa successiva­
mente al linguaggio marinaresco (manovra di una nave, 1 803 ) e a quello ferro­
viario e militare (manovra di una locomotiva e grandi manovre, entrambi data­
bili al 1 89 1 ) . Già nell'Ottocento diventa però una parola della lingua comune,
con il significato negativo di 'raggiro, imbroglio', preludio al suo approdo nel
linguaggio della politica (attraverso quello della finanza) con le espressioni
manovra politica ('serie di azioni spregiudicate volte al raggiungimento di un
obiettivo politico') e soprattutto manovra finanziaria (intorno agli anni ottan­
ta) , usata spesso in sostituzione del più corretto legge finanziaria e di recente
sostituita da un più neutro e meno trasparente legge di stabilità.

Paparazzo Federico Fellini ed Ennio Flaiano, rispettivamente regista e sce­


neggiatore del film La dolce vita ( 1 960) , trassero il nome di uno dei fotografi
d'assalto del film (sempre a caccia di piccoli scandali riguardanti persone fa­
mose e personaggi dello spettacolo) da quello di Coriolano Paparazzo, gestore
dell'albergo calabrese descritto dallo scrittore inglese George Gissing in Sulla
riva dello Ionio (By the Ionian Sea, 1 90 1 ) . Già durante la lavorazione del film
vennero chiamati collettivamente paparazzi anche gli altri colleghi del fotogra­
fo e sull'onda del grande successo della Dolce vita la parola si diffuse prima
nell'uso giornalistico di Roma - a indicare il fotoreporter particolarmente indi­
screto e petulante - e poi in tutta Italia come 'fotografo specializzato in servizi
scandalistici' . La fortuna internazionale della parola è confermata dal titolo di
una recente hit della popstar americana Lady Gaga: Paparazzi (2009) .

Quiz Parola d i provenienza inglese (voleva dire i n origine 'persona eccen­


trica' , poi 'indovinello' ) , ma dall'etimologia molto controversa. Secondo
alcuni, la parola verrebbe dal pronome interrogativo latino QUIS . . . ? 'chi?',
secondo altri dall'inglese (in)quis(ition) 'investigazione, interrogatorio' . Il
vocabolo penetra in italiano verso la metà degli anni cinquanta, qualche an­
no dopo l'arrivo dagli Stati Uniti dei primi giochi a premi (radiofonici, e poi
televisivi) in cui si doveva rispondere entro un tempo stabilito a domande su
vari argomenti. Il quiz è diventato successivamente il mezzo per accertare la
competenza in un certo campo (per esempio i quiz per conseguire la patente
di guida) e ora il suo uso si sta estendendo - sul modello americano - anche
nella scuola. e nell'università (libro di quiz viene per esempio denominato un
volume che raccoglie campioni di domande per prepararsi a concorsi e test
di ammissione alle facoltà universitarie) .

175
7 . L'italiano e le altre lingue

7 . 1 Nessuna lingua è pura

Nel suo Saggio sopra la filosofia delle lingue ( 1 " ed. 1785 ) , Melchiorre
Cesarotti - noto anche per la traduzione dei Canti di Ossian dello
scozzese James Macpherson - si schierava contro un vecchio pregiu­
dizio di matrice classicistica, affermando recisamente che «nessuna
lingua è pura», perché tutte le lingue naturali sono il risultato dell'in­
contro di più componenti.
A differenza di ciò che sosterranno nel primo Ottocento i puristi,
fautori di un ritorno alla lingua del Trecento, l'ingresso di parole stra­
niere - specie quando queste siano adattate al sistema fonomorfolo­
gico della lihgua d'arrivo - non è da considerarsi una minaccia, ma
uno dei principali mezzi di arricchimento del patrimonio lessicale.
L'aveva intuito già nel Cinquecento il Machiavelli, che nel Discorso o
dialogo intorno alla nostra lingua (vedi § 2 .5 ) affermava:

non si può trovare una lingua che parli ogni cosa per sé senza haverne ac­
cattato da altri: perché, nel conversare gl'huomini di varie provincie insie­
me, prendono de' motti l'uno dall'altro. Aggiugnesi a questo che, qualun­
que volta viene o nuove dottrine in una Città o nuove arti, è necessario che
vi venghino nuovi vocaboli, et nati in quella lingua donde quelle dottrine o
quelle arti son venute; ma riducendosi nel parlare, con li modi, con li casi,
con le desinenze et con gl' accenti, fanno una medesima consonanza con i
vocaboli di quella lingua ch'e' trovano, et così diventano suoi.

I prestiti, va detto, sono entrati nella nostra lingua fin dai primi secoli:
il maggiore accanimento contro le parole straniere ha coinciso so­
prattutto con i periodi di maggiore scambio (le più vivaci reazioni al
fenomeno del francesismo si hanno per esempio tra Sette e Ottocen­
to) , ma anche con quelli di più acceso nazionalismo. In particolare,

176
I.:italiano e le altre lingue

in epoca fascista la lotta al forestierismo ha assunto una dimensione


ufficiale e si è avuto un vero e proprio purismo di stato. Da una parte,
si vietava per legge l'uso delle parole straniere nei nomi degli esercizi
pubblici, della merce trattata, nelle insegne e nelle pubblicità (persi­
no i nomi d'arte degli attori dovettero essere italianizzati) . Dall'altra,
una Commissione per l'espulsione dei barbarismi dalla lingua italia­
na, nominata dall'Accademia d'Italia, provvedeva a pubblicare su un
apposito bollettino più di 1500 italianizzazioni di vocaboli stranieri.

-" LE PROPOSTE DI SOSTITUZIONE FATTE DALL'ACCADEMIA D'ITALIA

Il risultato dei lavori della commissione nominata dall'Accademia d'Italia


è contenuto in quindici elenchi di esotismi pubblicati dal " Bollettino di
informazioni della Reale Accademia d'Italia" tra il 1 94 1 e il 1 943 . La
Commissione ritenne insostituibili parole straniere come babà, bazar, co­
gnac (francesismi) o bar, film, tennis (anglicismi) ; altre volte si limitò a
intervenire sulla grafia (sufflè, bignè, ragù; ciac e giàz; va/er e valzer; vodca)
o sulla vocale finale (alcole, brioscia, /estivale e da pedicure, pedicuro «se
uomo», pedicura «se donna»). Ma non sempre questo adattamento fu
ritenuto sufficiente: per yoghourt, per esempio, si propose in un primo
momento la iogùrt (al femminile) , poi si preferì latte bulgaro; se per il
Saint-Honoré ci si era accontentati di Sant'Onorato, per la Chateaubriand
si propose granfiletto e per flacon non flacone, ma boccetta, bottiglietta,
fiala; per bijouterie non bigiotteria, ma conterza; per purée non purea, ma
passato.
Col senno di poi, ci fa sorridere l'idea che al bar (per l'appunto) si po­
tesse ordinare una gineprella (gin) o un arlecchino (cocktail) e al ristorante
uno sfritto di cozze (saute} ; che un bambino potesse chiedere una tenere/­
la (caramella mou) e un uomo di successo potesse raggiungere con la sua
trasformabile (cabriolet) una sala di danze (dancing) e lì, vestito in giacchet­
ta da sera (smoking) , ballare una volpina lfox trot) . Eppure, proprio come
prevedevano queste liste, oggi non balliamo lo slow, ma il lento; nessuno
dice più guichetier per bigliettaio o chèque per assegno; tutti mangiamo
ancora l'uovo alla coque, ma nessuno lo fa brouillé (strapazzato) , poché (in
camicia) o sur le plat (al tegamino) .

Da questo atteggiamento di totale chiusura si distinse il "neopuri­


smo" promosso dal linguista Bruno Migliorini ( 1 896- 1 975 ) , secon­
do il quale non bisognava guardare ai princìpi astratti di bellezza e

177
Manuale di linguistica italiana

provenienza di una parola, ma bisognava accettare tutti quei prestiti


per cui mancasse un corrispondente italiano (prestiti di necessità) e
che non fossero in contrasto con le strutture fonomorfologiche della
nostra lingua.
Il criterio di selezione del Migliarini era aperto, in linea teorica,
a tutti i prestiti adattati e particolarmente ai calchi (vedi § 7 .2 ) che
s'inserissero in famiglie di parole molto produttive. Sì dunque a de­
butto (francese début) , turismo e turista (inglese tourism e tourist, dal
francese tour) , a esposizione col senso francesizzante di 'mostra', co­
me anche a retroterra rifatto sul tedesco Hinterland e a fondovalle sul
tedesco T(h )alweg. Si può ricordare che, basandosi su questi princìpi,
nel 1932 lo stesso Migliarini caldeggiò la sostituzione di chauffeur
con autista (proposta dalla Confederazione Trasporti) e suggerì di
adottare regista in luogo di régisseur o metteur en scène: due parole
che in breve tempo soppiantarono definitivamente i corrispondenti
francesi.

ti' PRESTITI DI NECESSITÀ E PRESTITI DI LUSSO

Si definiscono prestiti di necessità quei vocaboli mutuati da una lingua


straniera in riferimento a un oggetto o a un concetto inesistenti nella lingua
d'arrivo. I prestiti di necessità sono di solito parole che seguono, potremmo
dire, l'importazione degli oggetti o concetti a cui si riferiscono (così, per
esempio, i prestiti venuti nel Cinquecento dal Nuovo Mondo insieme a
frutta e piante sconosciute fino ad allora in Europa) . Per prestito di lusso
(o di moda) s'intende invece un vocabolo che viene derivato da un'altra
lingua sebbene ne esista nella lingua d'arrivo il corrispondente. Chiamare
entrée l'antipasto o scooter il motorino risponde soltanto a un meccanismo
psicologico e sociale per cui le parole francesi o inglesi sono considerate, in
determinati campi e in determinate epoche, di maggior prestigio.

7 .2 Il prestito linguistico

Con l'espressione prestito linguistico s'intende il fenomeno per il qua­


le una forma (singola parola o locuzione) passa da una lingua a un'al­
tra. Sebbene affermatasi da tempo, la definizione non è felice: mentre
il prestito di un oggetto implica in genere la sua restituzione, nelle

178
I.:italiano e le altre lingue

lingue ciò che viene dato non viene quasi mai restituito. Fanno ecce­
zione i cosiddetti " cavalli di ritorno " : parole come sport che, passate
da una lingua A (in questo caso l'italiano diporto) a una lingua B (il
francese e, di lì, l'inglese) , in epoca successiva ritornano alla lingua A,
magari con forti modificazioni di forma e di significato.
Esistono diversi tipi di prestito. Dal punto di vista del livello di
lingua interessato, si distinguono in particolare

- prestiti fonetici, relativi ai suoni. Si tratta di un caso abbastanza


raro, perché presuppone un contatto particolarmente intenso e
prolungato tra due lingue. In italiano non abbiamo veri e propri
prestiti fonetici; un esempio in un'altra lingua romanza è la h aspi­
rata del francese (come in la haine 'l'odio'), pronunciata nei germa­
nismi fino al Cinquecento, e oggi muta;
- prestiti morfologici: riguardano aspetti grammaticali (come desi­
nenze e affissi) . Per esempio la s finale (peraltro sconsigliabile) che
alcuni adoperano in anglicismi come films e computers;
- prestiti sintattici: riguardano costrutti come «chi suona che» tratto
dall'inglese;
- prestiti lessicali: riguardano una singola parola o una locuzione.
Sono i più comuni in qualsiasi lingua e comprendono anche parole
di uso quotidiano come in italiano giallo (dal francese) , bistecca
(dall'inglese) , zucchero (dall'arabo) .

t/ IL COSTRUITO ANGLICIZZANTE CHI SUONA CHE

Questo tipo di interrogativa multipla costituisce un calco sintattico sul


costrutto inglese who plays what?, alla cui diffusione ha probabilmente
contribuito anche il titolo di un noto annuario di biografie di personaggi
più o meno celebri: Who's Who?. Titolo tradotto in Italia come Chi è?,
anche se varrebbe precisamente 'Chi è chi? ' o meglio 'Chi è cosa? ' , dato
che la prima domanda si riferisce all'entrata del lemma (per esempio Ser­
gio Marchionne) e la seconda al contenuto della scheda (manager italo­
canadese, nato a Chieti e così via). Non è raro oggi leggere titoli come
«Chi fa che cosa» (usato per blog, siti Internet, rubriche di riviste perio­
diche) o sentire domande come «Chi ha scritto che cosa?» (per esempio:
«La canzone è di Mogol-Battisti: ma chi ha scritto che cosa? Mogol il
testo, Battisti la musica»).

179
Manuale di linguistica italiana

I prestiti lessicali possono essere distinti, quanto alla forma, in

prestiti integrali (o non adattati) , che conservano sequenze di suo­


ni, grafie o terminazioni estranee all'italiano (come cocktail, bou­
quet, mouse) ;
- prestiti adattati, riconoscibili come parole straniere solo risalendo
all'etimologia, perché sono stati appunto adattati al sistema fono­
morfologico della nostra lingua (come lo spagnolismo regalo o il
francesismo cugino) .

Il prestito, però, può essere anche di un altro tipo. Piuttosto che acco­
gliere una parola o una locuzione straniera, i parlanti possono ripro­
durre con materiali della propria lingua un modello straniero: questo
meccanismo per il quale una lingua imita le espressioni di un'altra
lingua viene definito calco. Si parla di

calco strutturale (o calco traduzione) quando si ha una traduzione


degli elementi che compongono la parola straniera (come il voca­
bolo italiano grattacielo, che ricalca l'inglese skyscraper) ;
calco semantico quando un nuovo significato, mutuato da una lin­
gua straniera, sostituisce o affianca i significati di una parola già
esistente (così la vecchia parola italiana sito ha assunto la nuova
accezione di 'spazio informatico raggiungibile tramite Internet' sul
modello del termine inglese site) .

7 .3 La trasmissione del prestito

Un prestito passa da una lingua all'altra quando c'è un contatto lin­


guistico tra le due lingue. Questo contatto può essere di tre tipi:

un rapporto di superstrato, se la lingua del popolo invasore, pur fi­


nendo con l'essere assorbita dalla lingua del popolo conquistato, ne
influenza alcuni tratti (quasi sempre lessicali); tipico l'esempio dei pre­
stiti germanici entrati in Italia all'epoca delle invasioni barbariche;
- un'azione di sostrato (vedi § 3 . 1 ) , se riguarda l'influenza di una lin­
gua scomparsa sulla lingua dei dominatori che - di solito dopo un
periodo di bilinguismo - è venuta a sostituirla; per esempio, alcuni

1 80
I.:italiano e le altre lingue

tratti fonetici regionali dell'italiano sono attribuibili al sostrato del­


le lingue prelatine;
- un'azione di adstrato, se l'influenza è esercitata da una lingua con­
finante. È chiaro che, come si può parlare di superstrato culturale
per l'incessante influsso che il greco e il latino hanno avuto sull'ita­
liano in forza del loro grande prestigio, così potremo adottare la
nozione di adstrato culturale a proposito dei contatti sempre più
stretti intercorsi tra le diverse culture mondiali: il massiccio affluire
di anglicismi dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, per esem­
pio, si configura come un'azione di adstrato anche in assenza di
contiguità geografica (a meno che non si voglia, ideologicamente,
attribuire il fenomeno a un superstrato legato al cosiddetto "impe­
rialismo" americano) .

Se nell'odierno "villaggio globale" i prestiti sono trasmessi soprat­


tutto dai mezzi di comunicazione di massa, un tempo il fenomeno
avveniva quasi sempre grazie allo spostamento fisico delle persone.
Occasione di scambio culturale e linguistico erano dunque le guerre
e i commerci, i pellegrinaggi e le scoperte geografiche. Tranne che

per i prestiti veicolati da modelli letterari, la trasmissione avveniva di


solito per via parlata, il che spiega la natura quasi sempre adattata dei
prestiti più antichi (il prestito non adattato comincia a diffondersi nel
Settecento e si afferma solo nel Novecento) .

ti' LA RECENTE FORTUNA DEI PRESTITI NON ADATTATI

Dalla metà del Novecento, grazie alla maggiore conoscenza delle lingue
straniere e soprattutto alla diffusione per via quasi esclusivamente scritta
delle varie parole, si sono affermati nell'uso prestiti non adattati o - co­
me si diceva un tempo - crudi: a toiletta e toeletta si preferisce toilette;
scomparsi rende vos, rendevosse e rendevù, si usa solo rendez vous; globo,
clupo e clubbe hanno ceduto il passo a club e così via. Certo, è normale
anche oggi che sotto la grafia di un prestito integrale si celi in realtà un
parziale adattamento nella fonetica: la pronuncia corrente di bomber 'ti­
po di giubbotto' è per esempio molto diversa da quella angloamericana,
e lo stesso vale - anche se con minore scarto - per computer e per molte
altre parole inglesi. Anche nei prestiti francesi, sono pochi i parlanti che
,,..

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Manuale di linguistica italiana

rendono adeguatamente la r uvulare (la cosiddetta " erre moscia " ) ; così
come nei prestiti tedeschi è raro sentire pronunciate con il dovuto as­
sordimento le consonanti finali di parola (il tipo lant come pronuncia di
Land) . Va sottolineato che questa pronuncia italianizzata è spesso dettata
dalla precisa scelta del parlante di non marcare troppo la distanza tra il
prestito e il contesto linguistico italiano della frase, evitando un'affetta­
zione che suonerebbe quasi ridicola.

7 .4 Francese e provenzale

I contatti con le due lingue galloromanze (il francese, o langue d'oit,


parlato nella Francia settentrionale e il provenzale, o langue d'oc, dif­
fuso nella Francia meridionale: oit e oc sono le forme corrispondenti
al nostro sì) sono stati molto intensi fin dal Medioevo. Bisogna te­
ner conto, infatti, dei rapporti di superstrato dovuti alle dominazio­
ni carolingia (secoli IX-X), e - limitatamente all'Italia meridionale -
normanna (secoli XI-XII ) e angioina (fine XIII - metà xv secolo). Ma
anche degli stretti rapporti commerciali intrattenuti con la Francia
dai mercanti italiani e in particolare toscani e del continuo affluire di
pellegrini (come in occasione del Giubileo del 1300) attraverso la via
francigena che dalle Alpi, passando per la Toscana, arrivava fino a Ro­
ma. Un altro elemento fondamentale per il contatto tra parlate italiane
e lingue galloromanze fu il rapido diffondersi dei modelli letterari del­
le chansons de geste 'canzoni di gesta', poemi epici in antico francese
risalenti ai secoli XI e XII e della lirica trobadorica provenzale.

ti' LA LIRICA TROBADORICA

La lirica amorosa provenzale, sorta alla fine del secolo XI nelle corti feu­
dali (da qui la definizione di lirica " cortese " ) , ha per protagonisti i tro­
vatori (cioè 'i poetanti', dal verbo provenzale trobar 'comporre poesia'),
distinti tradizionalmente in due scuole: il trobar leu cioè facile, aperto
(di cui il principale esponente fu Bernart de Ventadorn) e il trobar clus,
caratterizzato dall'ermetismo dei contenuti e dall'esasperazione dell'arti­
ficio tecnico (il nome più noto è quello di Arnaut Daniel, evocato anche
da Dante nel XXVI canto del Purgatorio) .

1 82
I.:italiano e le altre lingue

Nel Medioevo, i campi del prestito vanno dal lessico elementare a quel­
lo militare e della vita di corte, a quello specifico dell'amor cortese.

- Per il lessico elementare si possono ricordare parole entrate stabil­


mente nell'italiano come i francesismi mangiare, che soppianta ben
presto gli indigeni manducare e manicare, e (forse) parlare, oltre a
burro, cugino, roccia e giallo; inoltre, i provenzalismi bugia, corag­
gio, pensiero e speranza. Notevole il fatto che a volte si affermino
in italiano esiti paralleli come saggio (dall'antico francese) e savio
(dal provenzale) .
- Per il linguaggio militare, s i possono menzionare cavaliere e scudie­
re, cervelliera e usbergo, schiera e lizza, gonfalone e stendardo; per
la vita di corte, vocaboli relativi alla caccia (astore 'uccello rapace' ,
levriero, sparviere) , all'abbigliamento (corsetto, cotta, gioiello, gor­
giera 'collana' ) , alla musica (caribo ' canzone a ballo' , liuto, ribeca,
viola) e ancora giardino, sala, torneo.
- Nelle liriche dei poeti della scuola siciliana, si va dalle parole chiave
del vocabolario amoroso (come gioia, noia, merzé, talento) ai cal­
chi semantici (come partenza 'separazione' , guardare 'proteggere',
richiamarsi 'lagnarsi'), senza dimenticare l'uso insistito di alcuni
suffissi come -aggio (coraggio, dannaggio, Jallaggio) , -anza ed -en­
za (allegranza, amanza, e"anza, credenza) , -mento (con/ortamento,
regimento), -ore (bellore, dolzore, gelare) e -ura (chiarura, freddura) .
Nello stesso periodo, vengono fatti propri dall'italiano alcuni suf­
fissi gallicizzanti destinati a rimanere produttivi fino ai giorni nostri,
come -iere e -izzare, utilizzati quasi subito nella formazione di parole
indipendenti dal modello di partenza (se è un gallicismo baccelliere
'valletto', non lo è per esempio ragioniere, ugualmente antico) .

L'influsso del francese s i riduce drasticamente nel Quattrocento, e


nel Cinquecento il rapporto di prestigio tra le due lingue è addirittu­
ra capovolto: l'italiano si afferma infatti come lingua della cultura in
tutta l'Europa rinascimentale. Gli anni che vanno dalla metà del Sei­
cento alla fine del Settecento sono invece quelli della "gallomania" .
Si registrano significativi prestiti sintattici, come il tipo venire diida +
infinito ricalcato sul passé récent (per esempio vengo di mangiare 'ho
appena mangiato') e quello speculare derivante dal future proche: va­
do a + infinito (per esempio vado a dire 'sto per dire') . Mentre cadrà

1 83
Manuale di linguistica italiana

in séguito in disuso il superlativo con ripetizione dell'articolo (il cuore


il più sensibile) , si stabilizzeranno in italiano costruzioni come la frase
scissa (il tipo è lui che deve dirlo) e il tipo malgrado + nome (che si
sostituisce al tradizionale a malgrado dt) .
Ben più consistenti sono gli apporti lessicali legati a una nuova idea
della cultura, fondata sulla vita di società e sulla moda. Tra le parole
e locuzioni più tipiche di quest'epoca si possono menzionare, oltre a
società ('comunità di essere umani', poi dalla metà del Settecento an­
che 'insieme di persone che frequentano un salotto': francese société),
commercio del mondo ('frequentazione della società mondana': commer­
ce du monde), avere il piacere I l'onore I la cortesia di + infinito, lasciare
a desiderare, trovare a ridire, prendere delle misure, spirito ('ingegno',
esprit) , brillante ('vivace, brioso': brillant) . I prestiti di questo periodo si
concentrano soprattutto intorno a quel fenomeno di costume che non
a caso è indicato con un francesismo-chiave: la moda. Moda intesa non
solo come abbigliamento (cravatta, giustacuore, mantò, bigiù, /alpalà,
parrucchiere, colori come bleu e gridelino) , ma più in generale come stile
di vita, che implica dunque la nascita di un nuovo gusto anche nell' arre­
damento (ammobiliare, buffetto, tappezzare), nella gastronomia (bignè,
liquore, pasticceria, ragù) , nella cura dei giardini (parterre, /iorista) .
Inoltre, lesportazione delle idee illuministe permea d i francesismi
tutto il lessico filosofico e intellettuale (a cominciare dal nuovo signi­
ficato di lumi e illuminato); tra i tanti vocaboli ed espressioni, che
diventano anche di uso comune, si possono citare fanatismo, pregiu­
dizio, patto sociale, tolleranza, scetticismo, libertinaggio, pedantismo,
belle arti e manierismo) . Inoltre, l'incremento nell'uso di suffissi fran­
cesizzanti come -ista, -ismo, -izzare e -izzazione, contribuisce a un ra­
dicale rinnovamento del lessico intellettuale italiano.
È difficile, nel Settecento, trovare un settore in cui la presenza dei
gallicismi non risulti massiccia. Più che la mèsse di prestiti che si dif­
fonde copiosissima in questi anni (tra i nuovi arrivi si possono annove­
rare - nei campi più disparati - anche boulevard, brochure, cronometro,
misantropo, purè, sarcasmo, suicidio) , deve essere sottolineata la di­
mensione sociale assunta dal fenomeno, che dilaga dai testi pratici alle
scritture private (lettere e diari) fino alle opere letterarie. Un esempio
significativo può essere quello dei romanzi di consumo (vedi § 2 .6) che,
raggiungendo aqipi strati della popolazione, costituivano un potente
veicolo per la trasmissione di francesismi. Nei romanzi del veneziano

1 84
[}italiano e le altre lingue

Antonio Piazza e del suo predecessore in questo genere, il bresciano


Pietro Chiari, si trova rimasticato e travasato un po' tutto l' armamenta­
rio francesizzante dell'epoca: dal padedù 'balletto in coppia' al faraone
'gioco d'azzardo fatto con le carte', dall ' andrienne 'veste femminile am­
pia e lunga' al tuppè 'particolare acconciatura femminile', dai rondeau
'composizione musicale' al pot de chambre 'vaso da notte'.

lilJ LA SATIRA DELLA GALLOMANIA

Era facile nel Settecento, il secolo della "gallomania " , imbattersi in la­
mentele e caricature come quella che Antonio Piazza introduce in uno
dei suoi romanzi, I Zingani ( 1 769) .

L a nostra lingua comparire non osa nella sua purità naturale, nelle moderne
conversazioni, e in bocca d'una dama non è mai bella se non si mescola colla
francese. È vero che basta saper quattro parole, per comparire una donna di
spirito, e cacciarle per tutto ci vadano, o non ci vadano: «Oui Monsieur. . . Adieu
mon cher Ami . . . Comment vous portez vous? . . . Excusez moi . . . Qu' avons nous
de nouveau? Quelle heure est-il? . . . Point du tout... Ma foi . . . Cela est vrai . . . Avec
votre pennission Votre servante . . . Vous vous moquez de moi . . . Mon aimable
enfant. . . Moitié de moi meme . . . ». Ecco il dizionario francese delle femmine
nobili che può servir a te pure, per salutare, per congedarti, per interrogare, per
affennare, per far all'amore e per infraciosare ogni periodo italiano.

Testo cit. in G. Antonelli, I.:evoluzione del lessico, in L. Serianni (a c. di), La lin­


Società Dante Alighieri - Libri Scheiwiller, Milano 2002,
gua nella storia d'Italia,
pp. 17-28, p. 24.

Durante il triennio rivoluzionario ( 1796- 1799) e nel successivo quin­


dicennio napoleonico, vasta eco ha la propaganda delle nuove idee
democratiche. Si diffondono così numerosi termini militari (come
caserma, fucile, gendarme, uni/orme) e soprattutto politici: abdicare,
colpo di stato, patriota, regicidio, coalizione, complotto, ghigliottina,
rivoluzionario, sovversivo, oltre ai nuovi significati di cittadino, na­
zione, tirannia. Alla propaganda controrivoluzionaria dell'aristocra­
zia filopapale del Misogallo romanesco ( 1793 ) si può datare invece
l'opposizione destra/sinistra. Un impatto tale da poter affermare che
il vocabolario politico moderno nasce in Italia alla fine del Settecento
soprattutto sotto il segno del francese, spesso mediatore anche per le
parole provenienti dall'inglese: ancora in pieno Ottocento capita di

1 85
Manuale di linguistica italiana

trovare l'anglicismo tory 'conservatore' accentato alla francese (torì ) .


Negli anni della Repubblica Cisalpina, anche il settore dell'ammini­
strazione risulta ovviamente saturo di prestiti francesi. Il primo è pro­
prio il nuovo nome con cui si comincia a chiamare l'amministrazione:
burocrazia; tra gli altri esempi si possono ricordare vocaboli come
attivare, autorizzare, evadere (evadere una pratz'ca), ripristinare, stazio­
nare e lo stesso funzionario.
Notevole è l'immissione di prestiti francesi ancora fino al primo
Novecento. I francesismi mantengono una grande importanza negli
àmbiti tradizionali:

cucina (prima del 1 850 entrano griglia, casseruola, tartina; nella se­
conda metà del secolo maionese, omelette, paté; nella prima metà
del successivo bomboniera, menu, restaurant, sou/fié) ;
arredamento (boudoir, sécrétaire; poi parquet) ;
abbigliamento (frac - mediato dall'inglese , paltò; poi décolleté
-

'scollatura' , plissé 'pieghettato'; poi boutique, chemisier, défilé) ;


- spettacolo (mise en scène, soirée; café-chantant, claque; avanspetta­
colo, cinema e cinematografico, soubrette) .

Nel settore della comunicazione scientifica s i possono menzionare


termini medici e biologici come contagocce, disinfettante, nervosismo,
organismo, psichiatria, vaccino. Ma i francesismi si affermano anche
in settori nuovi come quello ferroviario (il francese è il tramite at­
traverso cui giungono in italiano gli anglicismi treno, deragliamento,
vagone) , lo sport (per esempio boxeur 'pugile', pistard 'ciclista delle
gare su pista', incollatura, velodromo) o l'automobilismo (carburante,
chassis 'telaio per autoveicoli', chauffeur, parabrezza) . Molti prestiti si
affermano non per reali necessità comunicative ma unicamente per il
loro potere evocativo, perché ritenuti più chic.

t/ I FRANCESISMI DELLA MODA

Il lessico internazionale della moda è stato dominato negli ultimi tre seco­
li dal francese. È nel primo Ottocento che si diffondono in Italia parole
simbolo come chic e soirée; in quegli anni sono francesi anche i personaggi
da cui le mode prendono nome (il gilet Luigi xv, il deshabillé Pompadour,

1 86
L'italiano e le altre lingue

il satin Maintenon, la cravatta Lavallière) e i nomi di molti colori (beige e


bleu, citron 'giallo limone' , vert de gris 'verde-grigio' ) .
I n u n empito d i patriottismo risorgimentale, il " Corriere delle dame"
prova nel 1 847 a fare un po' di autocritica: «abbiamo seguitato a dire i vo­
lants, quando avevamo il bellissimo balzane; abbiam detto la taglia, quando
avevamo invece la leggiadra parola vita; abbiamo detto montant all'abito,
quando c'era il suo corrispondente italiano accollato». Ma ancora due seco­
li dopo, con alcune di quelle voci (collant, décolleté, jupon, néglige} si trova
a fare i conti il nazionalismo linguistico del regime fascista (vedi § 7 . 1 ) .

Dopo una prima battuta d'arresto dovuta alle campagne puristiche


d'età fascista, l'influsso del francese sopravvive come fenomeno re­
siduale, ma finisce col cedere all'invasione anglicizzante del secondo
dopoguerra. I pochi prestiti nuovi continuano ad apparire soprattut­
to nei campi più tipicamente soggetti all'influenza del francese, come
la moda (pret-à-porter, Juseaux, griffe) o la gastronomia (croissant) ;
tra gli altri si ricorderanno bagarre, consolle, cyclette (quest'ultimo in
origine era un nome commerciale) .
Accanto a questi prestiti non adattati v a però ricordata una signi­
ficativa serie di adattamenti e di calchi, relativi a una porzione non
trascurabile del nuovo lessico intellettuale di matrice internazionale.
Si va da terziario, pluralismo, terzo mondo, crescita zero, qualità del­
la vita, a parole oggi molto fortunate come riciclaggio, bipolarismo o
mondialz'zzazione, a nominalizzazioni come presa di coscienza, messa
in onda e giustapposizioni come caso-lz'mite, giornata-tipo. È di origi­
ne francese anche la denominazione di un àmbito in cui dominano gli
anglicismi: informatica (vedi § 5.6).

7 .5 Inglese

Dopo che i secoli precedenti avevano portato in italiano qualche epi­


sodico prestito d'àmbito economico e giuridico-amministrativo (ri­
cordiamo stan/orte 'tessuto prodotto a Stanford', /eo 'stipendio' da
/ee, coronatore 'magistrato' da coroner) , la storia degli scambi lingui­
stici tra Italia e Inghilterra prende consistenza soprattutto nel Rina­
scimento, quando la moda italianizzante si diffonde presso la nobiltà
inglese, così come accadeva un po' in tutta Europa.

1 87
Manuale di linguistica italiana

Dalla metà del Cinquecento cominciano a essere pubblicate gramma­


tiche d'italiano in inglese, e del 1598 è il grande dizionario bilingue di
John Florio A worlde o/ wordes. Inserti in italiano si trovano anche nel
teatro elisabettiano: frasi, proverbi, interiezioni, pur non essendo altro
che tocchi di colore, non sono rari nei testi di Kyd, Marlowe, Shake­
speare (che trasse dalle novelle dell'italiano Matteo Bandella il soggetto
della tragedia Romeo e Giulietta e delle commedie Molto rumore per
nulla e La dodicesima notte) . Curioso, in proposito, il caso legato al
nome di Machiavelli. Il nome, infatti, ha avuto particolare fortuna in
Inghilterra grazie al gioco analogico con Devii o evi/ ' diavolo, male' I
Match-evi/ che diede al nome già demonizzato del Segretario fiorentino
una nuova giustificazione pseudoetimologica. Erano dunque possibili
frasi come Machevill that evi/ none can match 'Machiavelli a cui nessun
male è pari' o scomposizioni analitiche dell'aggettivo Machiavellian co­
me Match a villain, traducibile su per giù con 'pari a un villano'.
Nel Seicento, comincia a verificarsi l'inversione di tendenza: l'interes­
se inglese per la cultura italiana diminuisce, mentre in Italia comincia a
diffondersi tra gli intellettuali una certa anglofilia. Battistrada in que­
sta direzione è il letterato e scienziato Lorenzo Magalotti ( 1 63 7 - 1 7 12 ) ,
che "inserisce nella sua relazione d i u n viaggio in Inghilterra numerosi
anglicismi (come il calco semantico lettura 'lezione universitaria, con­
ferenza pubblica' da lecture) . Ma la diffusione dell'inglese rimane scar­
sa per tutto il Settecento, e anche l' anglomania dello scrittore torinese
Giuseppe Baretti (sua la prima attestazione della parola anglicismo)
e dei fratelli milanesi Pietro e Alessandro Verri, esponenti di spicco
dell'illuminismo italiano, si risolve in un'ammirazione culturale alla
quale non fa séguito un vero travaso linguistico (come invece accadeva
in quegli stessi anni per il francese) .

lIJ L'ANGLOMANIA SENZA ANGLICISMI: GIUSEPPE BARETTI

Nel numero 24 del periodico da lui fondato, "La Frusta letteraria " , Giu­
seppe Baretti scrive:

Oh che bella cosa, se mi venisse fatto di svegliare in qualche nostro scrittore


la voglia di sapere bene anche la lingua inglese ! Allora sì, che si potrebbono
sperare de' pasticci sempre più maravigliosi di vocaboli e modi nostrani e
stranieri ne' moderni libri d'Italia ! E quanto non crescerebbono questi libri

1 88
L'italiano e le altre lingue

di pregio, se oltre a que' tanti francesismi di cui già riboccano, contenessero


anche qualche dozzina d'anglicismi in ogni pagina!

Ma all'auspicio non conseguono le scelte linguistiche, visto che gli anglici­


smi da lui usati sono rari e quasi sempre accompagnati da una glossa o dal
corrispondente italiano (così per esempio metodista «setta di fanatici che
nacque a' tempi dell'Autore in Inghilterra, e che va moltiplicando ogni dì»,
o Ducking-Stool: «si potrebbe chiamare in italiano Scranna Tu/fatoria») .

Testo cit. i n F. Serafini, Italiano e inglese, in L. Serianni (a c. di), La lingua. nella sto­
ria d'Italia, Società Dante Alighieri - Libri Scheiwiller, Milano 2002, pp. 597 -609,
p. 598.

Nell'Ottocento e nei primi anni del Novecento un maggiore numero


di anglicismi si diffonde grazie alla lingua dei giornali e alle tradu­
zioni di grandi romanzieri. La fortuna dei romanzi di autori come lo
scozzese Walter Scott (Ivanhoe, la cui prima traduzione italiana risale
al 1 822 ) o come l'americano James Fenimore Cooper (I:ultimo dei
mohicani, apparso per la prima volta in traduzione italiana nel 1 830)
contribuisce a diffondere un numero considerevole di anglicismi,
vincendo le resistenze del passato; ma bisogna tener conto che spes­
so i traduttori italiani si appoggiavano a precedenti versioni francesi.
Gli anglicismi di questi testi sono centinaia, molti dei quali entrati
stabilmente nella nostra lingua; si pensi a parole come antidiluviano,
colonizzare; baronessa, gentleman, milady, whisky, whist, autobiogra­
fia o pellerossa, viso pallido, sceriffo.
È solo con la fine della seconda guerra mondiale, tuttavia, che il fe­
nomeno dell'anglicismo assume le dimensioni attuali: i tre quarti degli
anglicismi non adattati presenti nell'italiano contemporaneo entrano
nella nostra lingua dopo il 1950. Si tratta di un vero e proprio boom:
l'american way o/ li/e invade un po' tutti i settori della vita quotidiana,
dallo sport allo spettacolo e ai mass media, dalla moda alla pubblicità.
Parole inglesi si trovano nei settori e negli àmbiti più disparati: dallo
shampoo al display, dal quiz allo scooter, dall' hi-/i ai videogames; si man­
gia nei/astfood, ma si chiedono cibi light per non mettere a repentaglio
la fitness; i manager si affollano nei check-in degli aeroporti per non
perdere i loro meeting (è il business, e loro non lavorano part-time) .
Molti sono i nomi dei singoli sport che entrano in italiano già alla
fine dell'Ottocento: dal tennis al baseball; alcuni sono oggi in concor-

1 89
Manuale di linguistica italiana

renza con i calchi italiani, come nel caso di basket (hall) - pallacanestro,
volley (hall) - pallavolo, handball - pallamano; altre volte il nome ingle­
se è stato definitivamente abbandonato come nel caso football, che
designa oggi - sul modello americano, in cui il calcio è il soccer solo
-

il 'football americano'. Ricchissima di anglicismi è anche la terminolo­


gia tecnica delle varie discipline: nel tennis, per esempio, si oscilla tra
smash e schiacciata, tra lob e pallonetto, ma rimangono intraducibili
ace 'punto ottenuto direttamente su battuta', net 'battuta che colpisce
la rete e dev'essere dunque ripetuta' , tie-break 'spareggio'.
Assai numerosi sono gli anglicismi legati allo spettacolo: oltre al
mondo del cinema hollywoodiano col suo star-system, si può citare
l'ambiente televisivo, in cui sempre più spesso si sentono parole come
anchor-man 'presentatore', network 'insieme di stazioni radiotelevi­
sive connesse tra di loro', audience e share, pay tv, home video. Non
solo, ma il doppiaggio dei film americani ha favorito in questi anni
l'ingresso di calchi come bambola e pupa 'bella ragazza' (rispettiva­
mente doll e babe) , il gergale piedipiatti 'poliziotto' (/lat/oot) e dammi
il cinque, che traduce un'espressione tipica dell'inglese dei neri ame­
ricani (gimme five) .
Dominata dall'inglese è poi la musica: dalle definizioni degli stili
(blues, rock, rap, soul, Junky, new wave, disco, dance, techno, heavy
metal) ai tecnicismi come rif/ 'frase musicale', hacking (vocals) o play­
back. L'inglese guadagna terreno anche in un settore tradizionalmente
permeato di francesismi come quello della moda (vocabolo d'origine
che oggi convive con l'inglese fashion) , mentre l'attenzione per il look
fa sì che parole come glamour e top model si affermino a scapito dei
corrispettivi francesi chic e mannequin. La pubblicità fa sfoggio di an­
glicismi non solo nella terminologia tecnica (fatta di target, spot, head­
line, payoff, testimonial, gadget ejingle) , ma anche in molti slogan - in
questo caso, appunto, payo/f- come «Vodafone. Life is now», «Hei­
neken, sounds good».
Ai prestiti veri e propri si aggiungono anche gli anglolatinismi o an­
glogrecismi (ovvero parole di etimo classico giunte a noi tramite l'in­
glese) e gli pseudoanglicismi. Questi ultimi sono vocaboli dall'aspetto
inglese, che però non esistono né in inglese né in americano. Nessun
calciatore inglese, per fare un esempio, chiamerebbe mister il proprio
allenatore (usando piuttosto coach), né si sottoporrebbe all'antido­
ping (piuttosto all'anti-dope test) , magari dopo una partita giocata

1 90
J;italiano e le altre fingue

tutta in pressing (in inglese forcing) ; lo stesso discorso vale per footing,
sandwich, trench, smoking, golf 'maglione' , body 'corpetto' e per mol­
te altre parole. Non solo: passando da una lingua all'altra, i vocaboli
possono ridurre i loro significati e quindi restringere il loro àmbito
d'uso. È il caso per esempio di bar che, contrariamente all'inglese,
vale in italiano soltanto 'locale pubblico' , hostess 'assistente di volo',
miss 'vincitrice di un concorso di bellezza', boss 'capo di un'organiz­
zazione criminale' .

t/ GLI XENOLATINISMI E GLI XENOGRECISMI

Sono parole formate con materiali latini o greci nate in lingue diverse
dall'italiano e passate in séguito all'italiano sotto forma di prestiti. In
tedesco nasce per esempio album, che poi passa in francese e di lì in
italiano; dal francese provengono deficit, memorandum, omnibus 'tram';
sempre dalla Francia si diffonde, nel Settecento, il prefisso ex (ex marito) ;
dall'inglese giungono campus, curriculum, medium (nel senso d i 'mezzo di
comunicazione' , da cui i mass media 'mezzi di comunicazione di massa'),
solarium, statu o status quo e sono anglolatinismi o anglogrecismi prefis­
soidi come foto-, tele-, video-.

In alcune lingue speciali - come quella dell'informatica - il lessico


tecnico è quasi esclusivamente inglese, e lo stesso vale per alcuni
gerghi, come il cosiddetto " aziendalese" (vedi § 5.7). Nondimeno,
parlare di italiese o itangliano è davvero eccessivo: in tutti i recenti
dizionari dell'uso la quota degli anglicismi non adattati rimane al di
sotto del 2 % . Sono soprattutto i media a offrire l'immagine di un
italiano (artificialmente) saturo di parole ed espressioni angloameri­
cane. Sempre alla ricerca di un registro brillante, la sovreccitata lin­
gua della comunicazione di massa ricorre con larghezza innaturale al
fascino indiscreto delle parole inglesi.
Per questo, lodierna percezione del fenomeno può essere parago­
nata alla "temperatura percepita" di cui tanto spesso si parla nei tele­
giornali estivi. Come ci hanno spiegato più volte i meteorologi, a una
temperatura obiettiva (misurabile con il termometro) corrisponde,
nelle calde giornate d'estate, una temperatura percepita più alta, per­
ché condizionata dal notevole tasso di umidità. Quello che succede
per gli anglicismi non è molto diverso: una presenza obiettiva conte-

191
Manuale di linguistica italiana

nuta in percentuali fisiologiche viene avvertita come preoccupante


invasione perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa.
Colpisce, certo, che nell'amplissimo lemmario del Grande dizio­
nario della lingua italiana del/' uso (più di 328 000 entrate) dei 2602
vocaboli datati tra 2000 e 2006, il 29% siano inglesi; una percentuale
che sale al 42 % nelle 1 1 1 parole nuove del Sabatini-Coletti e quasi al
50% nelle 125 dello Zingarelli. Se si tiene conto che anche nelle rac­
colte di neologismi più recenti (vedi § 10.5 ) questa quota non aveva
mai superato il 15 % , l'accelerazione di inizio millennio può apparire
davvero impressionante. Ma si tratta in buona parte di un'illusione
ottica. Sull'ultima schiera di anglicismi, infatti, non è ancora passata
la scure del tempo che ha già falcidiato i prestiti giunti nei secoli scor­
si, come sempre avviene nella storia delle lingue.

7 .6 Spagnolo e portoghese

Fino al xv secolo, l'influsso dello spagnolo sull 'italiano consiste quasi


esclusivamente nel ruolo d'intermediario per la diffusione degli arabi­
smi. Gli spagnolismi veri e propri passati nell'italiano durante il Medio­
evo sono infatti pochissimi: si possono ricordare maiolica (da Maiolica,
nome latino dell'isola di Maiorca) , dobla (nome di moneta) e gli ag­
gettivi etnici basco e ispano. Più significativo l'apporto dello spagnolo
ai dialetti dell'Italia meridionale, a contatto con la Spagna già dalla fi­
ne del Duecento (Nord, per esempio, di tramite spagnolo anche se di
remota origine anglosassone, entrò ll:i siciliano nel Trecento, mentre
nell'italiano si diffuse più tardi, con le grandi scoperte geografiche) .
Solo con l o stabilizzarsi del dominio aragonese nell'Italia meridio­
nale ( 1442 ) , cominciarono a diffondersi in italiano parole castigliane
come infante 'principe reale' , posata 'posto apparecchiato a tavola' (poi
'arnese usato dai commensali') , gala 'sfarzo, lusso' (francesismo passato
tramite lo spagnolo) . Quando poi nel Cinquecento la Spagna di Carlo V
divenne lo Stato più potente d'Europa (dominando anche su una
vasta parte della nostra penisola) , lo spagnolo divenne la lingua stra­
niera più diffusa anche in Italia. Degli oltre novecento spagnolismi
entrati fra Cinque e Seicento, rimane oggi in italiano solo una piccola
parte (circa un terzo), tra cui parole della vita quotidiana (come ap­
partamento, burla, regalo), dell'abbigliamento (pastrano, tracolla), del

1 92
J;italiano e le altre lingue

lessico militare (ammutinare, ronda) e molte parole legate all'etichetta


<li corte e ad atteggiamenti e tratti del carattere attribuiti alla nobiltà
spagnola (baciamano, creanza, disinvoltura, complimento, puntiglio) .

W IL DIFFONDERSI DELLO SPAGNOLISMO ETICHETTA

A proposito di etichetta, Lorenzo Magalotti notava in una lettera:

lnfino ali' anno 1 668 che io andai in Spagna, parlando di tutto ciò che risguar­
da regole, pratiche d'una Corte, d'una Segreteria, io non mi valeva d'altri
termini, che di regole, pratiche, costumi, e più correntemente d'ogni altri,
stili. Arrivato a Madrid, e quivi udito a ogni poco, es etiqueta de Corte, etique­
ta de la Casa de Borgoiia, al mio ritorno in Italia cominciai a dire ancor io in
italiano, etichetta [. .. ] . Ne tornò il marchese da Castiglione, dopo essere stato
a quella corte ventun' anno, ne son tornati dopo degli altri, etichetta quegli,
etichetta quell'altro; può essere che si sia fatto male a profanar la lingua tosca­
na con questo spagnolismo di più; il fatto però si è, che in oggi io sento dire
etichetta anche a di quegli che non sono mai stati a Madrid, e che per awen­
tura, non sapendo che etichetta, senza andare adesso a ripescarla dal greco,
non è altro che etiqueta castigliano, se ne vagliano nel suo vero significato di
regolamento, pratica, costumanza, stile, si dice in italiano.

Testo cit. in L. Pizzoli, Italiano e spagnolo, in L. Serianni (a c. di), La lingua


nella storia d'Italia, Società Dante Alighieri - Libri Scheiwillcr, Milano 2002,
pp. 610-622, pp. 616-617.

Molte sono le voci della marineria e della navigazione che in que­


sto periodo arrivano in italiano dalle lingue iberiche: per esempio
doppiare, flotta, risacca, nostromo, rotta. Particolare rilievo ha il rin­
novamento del lessico dovuto ai termini della navigazione atlantica,
che affiancano e spesso soppiantano gli equivalenti mediterranei: da
bonaccia si passa a calma, da fortuna/fortunale a tormenta, da cala, gol­
fo a baia, da tramontana a nord, e si possono citare ancora abbordare,
(di) alto bordo, tribordo (di probabile origine francese e tramite por­
toghese) , tolda, uragano. Arrivano in italiano anche molte voci esoti­
che, provenienti sia dall'America sia dall'Asia attraverso lo spagnolo
e il portoghese: si affermano tramite lo spagnolo mais e patata, caima­
no, condor, iguana e lama, cacao, cioccolata e cioccolatiera; tramite il
portoghese: ananas, bambù, banana, cocco, bonzo 'monaco buddista' ,
mandarino 'funzionario cinese' , pagoda.

1 93
Manuale di linguistica italiana

L'afflusso di prestiti dalle lingue iberiche è invece scarso nel periodo


che va dal Settecento al primo Novecento. Nel Settecento entrano in
italiano poche parole destinate a rimanere nell'uso: tra queste, alcool,
barocco, disdoro, embargo, /andango, miliziano (poi ripresa durante la
guerra di Spagna del 1936- 1 939), puntiglioso e sigaro (nelle diverse
varianti cigarro, sigarro, cigaro, sigaro, cigara e zigaro) . Al XIX seco­
lo risalgono invece vocaboli relativi al cibo (caramella, cioccolatino,
xeres 'vino liquoroso spagnolo'), al folklore locale (corrida, matador,
torero), alle danze (bolero, quadriglia), ma anche alle scienze (chinina
e chinino, cocaina, droga 'sostanza stupefacente') e alla vita militare
(guerrigliero, rancio, reclutamento) . I contatti tra Spagna e Italia si
fecero poi molto stretti durante la guerra civile spagnola: entrarono
così in italiano caudillo (riferito al dittatore Francisco Franco), fa­
.
lange (nome del movimento politico di tipo fascista da lui fondato
nel 1 93 3 ), falangista e falangismo. franchismo e franchista, pasionaria
('donna combattente e rivoluzionaria', soprannome di Dolores Ibar­
ruri, attivista del partito comunista spagnolo) , quinta colonna.
Negli ultimi decenni, il fenomeno degli iberismi si è fatto nuovamen­
te consistente, grazie soprattutto agli apporti provenienti dall' Ame­
rica Latina. Si tratta in prevalenza di parole e locuzioni legate alla
rivoluzione cubana e in genere ai movimenti di liberazione degli stati
sudamericani, come castrismo; castrista, lider mdximo (tutti riferiti al­
la figura e al movimento del presidente cubano Fidel Castro) , slogan
come no pasardn, el pueblo unido jamds sera vencido, basta la victoria
siempre e altri vocaboli di àmbito politico come contras, campesino,
desaparecido, golpe e golpista, peronismo e peronista, sandinista, tu­
pamara. In altri casi, gli iberismi sono veicolati dal successo interna­
zionale di scrittori come il premio Nobel Gabriel Garda Marquez: il
successo del libro Cro�aca di una morte annunciata (tradotto in Italia
nel 1982 ) , per esempio, ha trasmesso al linguaggio giornalistico l'uso
frequente del modulo fondato sul participio annunciato (cronaca
di una crisi annunciata, dimissione annunciata, pareggio annunciato
e simili).
Altri prestiti dalle lingue iberiche sono invece legati al diffonder­
si delle telenovelas e al linguaggio calcistico (si pensi a parole come
mundial, goleada, goleador, ola), al fascino della musica e della danza
(dallo spagnolo d'Argentina abbiamo il tango, da quello di Cuba la
rumba, dal portoghese il fado, dal portoghese brasiliano bossa nova,

1 94
I.:italiano e le altre lingue

Iamba e lambada). Il potere evocativo dell'iberismo, d'altra parte, è


testimoniato non solo dalla forma non adattata di quasi tutti questi
prestiti recenti, ma anche dalla tendenza spagnoleggiante e pseudo­
spagnoleggiante diffusasi recentemente nei campi più disparati: dai
nomi delle trasmissioni televisive a quelli dei prodotti commerciali,
<lai titoli delle canzoni alle neoconiazioni del linguaggio giovanile. Di
ispirazione spagnola sono titoli di trasmissioni televisive come Arriba
arriba, Carramba, Fuego o nomi di prodotti commerciali quali Kinder
Bueno, Fiesta, Morositas; per le canzoni si possono ricordare titoli
come Vamos a la playa e No tengo dinero degli italianissimi Righeira;
a proposito di linguaggio giovanile, lo scherzoso cucador diffuso negli
anni ottanta ('chi ha fortuna con le donne' , dal giovanilismo cuccare
incrociato con goleador) .

7 . 7 Lingue germaniche medievali e tedesco

I più antichi germanismi che soprawivono ancora oggi in italiano


sono prestiti entrati ih latino già prima del IV secolo, come brace (dal
germanico *braso- 'carbone ardente'), sapone (già attestato in Plinio:
SAPO 'sostanza per tingere i capelli, sapone') , vanga.

t/ GERMANICO E TEDESCO

Sarà opportuno ricordare che germanico, nome dato alla lingua comune del­
le popolazioni del Nord Europa, non è in linguistica sinonimo di tedesco,
e che dalle lingue parlate dalle diverse stirpi di ceppo germanico si sono
avute, nei secoli: il tedesco propriamente detto, l'inglese e le altre lingue ger­
maniche occidentali e settentrionali (come lo scandinavo e il neerlandese,
continuatosi - grazie alla colonizzazione africana dei boeri nell'a/rikaans,
-

una delle due lingue ufficiali della Repubblica Sudafricana) . Per tedesco si
è soliti intendere l'alto tedesco (così detto perché parlato originariamente
nella parte " alta" della Germania, cioè in quella meridionale) , owero il te­
desco standard, convenzionalmente diviso in alto tedesco antico (fino all'XI
secolo) , medio (fino al XV secolo) e moderno (dal XVI secolo in poi) .

Sono molto antichi anche vocaboli d'àmbito militare condivisi da


quasi tutte le lingue romanze: elmo, guerra (dall'antico alto tede-

1 95
Manuale di linguistica italiana

sco werra 'risentimento, discordia') e la famiglia di parole guardia,


guardiano, guardare (germanico *wardon, in origine appunto 'stare
di guardia, fare la sentinella'). Dal francone rauba 'roba', ma anche
'veste' e 'bottino, preda' , proviene roba e dal verbo raubon deriva
rubare, che anticamente aveva l'unico valore di 'sottrarre con la forza,
rapinare', mentre la diversa sfumatura di 'sottrarre con l'astuzia' era
affidata al verbo involare.
Molti prestiti si devono all'azione del superstrato germanico
all'epoca delle invasioni barbariche. Pur essendo difficile risalire con
esattezza al periodo d'entrata di ogni vocabolo, si è soliti distinguere
tre strati:

1 . prestiti goti: oltre ai termini guerreschi (albergo, germanico *hari­


bergo, dapprima 'alloggiamento militare'; bega e astio 'contesa' ) , si
hanno parole che testimoniano di un sia pur scarso insediamento
sul territorio (greto; melma, dal gotico malma 'sabbia') e altre che
rimandano invece a un'immagine fisica negativa (guercio; ranco
'zoppo' , da cui a"ancare; grinta, fino a pochi anni fa con la sola
accezione negativa di 'faccia truce', oggi anche in quella di 'com­
battività, forza di carattere');
2 . prestiti longobardi: è il contingente più significativo e comprende
numerosi nomi di luogo (ovviamente Lombardia, poi Garda, Gar­
done, Guastalla ) , parole legate al lavoro dei campi (gora, zolla),
all'equitazione e alla caccia (aizzare, trottare, sta/fa), termini anato­
mici (anca, guancia, milza, schiena, stinco, magone 'stomaco'), alcu­
ni vocaboli soggetti in séguito a un peggioramento semantico come
sguattero (letteralmente 'guardia, guardiano'), sgherro 'capitano',
manigoldo 'tutore';
3. prestiti franchi: risalgono probabilmente all'epoca della domina­
zione dei Franchi parole come bosco, guanto, grigio.

Se i frequenti scambi commerciali intrattenuti soprattutto da Venezia


portano in Italia già nel basso Medioevo nomi di monete tedesche
(bezzo, cràzia, tallero) , l'àmbito privilegiato dei prestiti entrati dal te­
desco tra Duecento e Seicento rimane - come già per i germanismi
medievali - quello militare. A lotte interne ai comuni italiani si asso­
ciano i nomi delle due opposte fazioni dei guelfi favorevoli al papa
(dal patronimico della famiglia bavarese dei Welfen) e dei ghibellini

1 96
L'italiano e le altre lingue

sostenitori dell'imperatore (dal nome della località di Wibeling, oggi


Waiblingen) , mentre è legato al Sacco di Roma ( 1527) il termine lan­
zichenecco; ci sono poi alabarda e i secenteschi patrona 'cartucciera'
(tedesco Patrontasche) e provianda (Proviant) 'vettovaglia' .
Tra il Sette e l'Ottocento, entrano in italiano vocaboli del lessico
minerario (cobalto, feldspato, ho/mannite) e del costume (giungono
per tramite francese calesse e landau; grande successo hanno bal­
li come il walzer, dolci come il krapfen, liquori come il vermut e il
kirsch) . Dal tedesco provengono anche parole del lessico intellettuale
come recensione, stilistica, morfologia e specificamente termini filo­
sofici (sono calchi divenire, non-essere, non-io, l'imperativo categori­
co derivato dai testi di Kant, il superuomo che D'Annunzio riprende
dall' Ubermensch di Nietzsche, il plusvalore di Marx; risale ai primi
anni del Novecento l'adattamento psicoanalisi, che si diffonde insie­
me alle teorie di Freud.
Nel Novecento, gli avvenimenti legati alla prima e alla seconda guer­
ra mondiale hanno fatto sì che il campo semantico privilegiato dei te­
deschismi tornasse a essere quello militare. Così come era già accaduto
per Kaiser (dal latino Caesar 'Cesare') , si diffondono in italiano "cavalli
di ritorno" quali Fuhrer (calco dell'italiano duce 'guida') e Kapò (sem­
pre che venga dall'italiano capo) . Altri prestiti sono Lager 'campo di
concentramento' (già nei giornali d'inizio Novecento in riferimento al­
la guerra anglo-boera nella forma laager) , che conoscerà una dramma­
tica notorietà in séguito alle deportazioni naziste, kaputt 'finito, morto'
e per iperbole 'stanchissimo' (forma abbreviata di kaputt machen 'ucci­
dere'), Panzer, Stuka e il prestito greco-tedesco autarchia.

7 .8 Arabo ed ebraico

L'elemento ebraico in italiano è costituito quasi esclusivamente da


vocaboli entrati nell'uso già nei primi secoli del cristianesimo, in gran
parte attraverso la Vulgata della Bibbia (vedi § 1 . 10). Si tratta di pa­
role come manna, serafino e cherubino, amen, alleluia, sabato, osanna
e pasqua (dall'incrocio del plurale latino pascua 'pascoli' con la voce
pascha presente nella Vulgata e rifatta sul greco paskha, che riflette a
sua volta una forma dell'aramaico) ; calchi semantici dall'ebraico sono
anche i due grecismi angelo e chiesa.

1 97
Manuale di linguistica italiana

Ben più intensi e prolungati i contatti con l'arabo (che spesso è sta­
to mediatore di voci persiane o turche) . Nel Medioevo, grazie all'in­
tensità degli scambi commerciali, alla dominazione musulmana sulla
Sicilia e al grande prestigio di cui godeva la cultura araba soprattutto
in campo scientifico, giungono in italiano

- parole della lingua comune (giara, materasso, tazza, albicocca, carcio­


fo, cotone, assassino, zucchero, tamburo, melanzana, scacco matto) ;
- termini del lessico scientifico:
• medicina: pia madre e dura madre 'membrane delle meningi',

pomo d'Adamo (vedi § 5 .5 ) ;


• astronomia: azimut, nadir, zenit;
• chimica: alambicco, alchimia, elisir;

• matematica: algebra, algoritmo, ci fra, zero;


- vocaboli relativi all'organizzazione politica (soldano, califfo, sceic­
co, sceriffo) .

L'afflusso di islamismi . si arresta di fatto a partire dalla caduta di Co­


stantinopoli in mano ai Turchi ( 1 453 ), che aprì una fase di accesa con­
flittualità tra l'Europa e l'Impero ottomano. Solo negli ultimi decenni
si è avuta una ripresa dell'influsso arabo, grazie ai nuovi mezzi di
comunicazione di massa e alla maggiore circolazione di notizie prove­
nienti dall'estero. Sono così entrati in italiano quei neoislamismi che,
a differenza dei prestiti antichi, si caratterizzano per estraneità cultu­
rale (confermata anche dalla loro veste non adattata) : chador, kefiah,
ayatollah letteralmente 'segno di Dio', intifada 'scuotimento', pasda­
ran 'guardiano (della rivoluzione)' , feddayn 'chi è pronto a sacrificare
la propria vita per una causa' (da notare che nelle lingue di origine
questi ultimi due termini sono plurali) , hezbollah 'partito di Dio'.

7 . 9 Lingue esotiche

A rigore sono da considerare esotismi tutti i forestierismi, vale a di­


re tutte le parole che l'italiano accoglie da una lingua straniera. La
consistenza numerica degli europeismi e la lunga storia di contatti
dell'italiano con le altre lingue europee suggerisce però di restrin­
gere il campo degli esotismi a quel complesso di lingue che sono da

1 98
!.:italiano e le altre lingue

sempre associate all'idea di una distanza, geografica e culturale, assai


maggiore. Il mondo arabo, l'Asia, l'Africa (e, in modo diverso, l'im­
menso territorio russo) parlano lingue che il parlante italiano fa più
fatica a comprendere o comunque sente più estranee. Non stupisce,
perciò, che gli esotismi così intesi siano parole arrivate in italiano so­
prattutto per il tramite di lingue di altri paesi europei (principalmen­
te lo spagnolo, il portoghese, il francese) che per ragioni storiche e
culturali - le grandi scoperte geografiche, le avventure coloniali - si
sono affacciate in quei territori lontani prima o in modo più stabile
rispetto all'italiano.

t/ GLI ESOTISMI NEI ROMANZI DI SALGÀRI

I racconti e gli oltre ottanta romanzi avventurosi (alcuni rimasti incom­


piuti) scritti da Emilio Salgàri ( 1 862 - 1 9 1 1 ) sono ambientati in terre lon­
tane, esotiche; per questo motivo non è raro trovare nelle loro pagine
vocaboli provenienti dai paesi e dalle culture che fanno da sfondo alle
storie narrate.
I romanzi del ciclo dei pirati della Malesia, per esempio, presentano
numerosi esotismi indo-malesi: nomi di armi (come parang per un tipo di
coltello, kampiland per una sorta di clava e kriss per un pugnale con la
lama a forma di serpente) , toponimi (Sunderbunds, un'area paludosa alla
foce del Gange), il nome di una setta di strangolatori devoti alla dea Calì
(tugs) , aggettivi etnici (dayaki, maharatto), nomi di imbarcazioni (praho) ,
di piante (upas, banian), di animali (rubdira mandali, un tipo di serpente)
e di oggetti di varia natura (ramsinga, una tromba cerimoniale, languti,
un corto indumento che fascia i fianchi, e dugbah, un ventaglio fatto di
piume d'uccello ) . Si tratta per lo più di vocaboli che non sono passati
nella lingua comune.
Un solo romanzo, !.:Eroina di Port Arthur ( 1 904) , è di ambientazione
giapponese e in esso compaiono nipponismi come saki (per sakè) e geisha,
già circolanti nella lingua italiana (e destinati a rimanerci) , e altri meno
conosciuti (per esempio daimio 'signore feudale e capo militare' nell'anti­
co Giappone) , spesso accompagnati da una breve spiegazione: koro-no-hi
<<l'ebano dei giapponesi», stramisun «chitarra dalle corde di seta>>.

All'interno di questo vasto orizzonte linguistico, possiamo concentra­


re la nostra attenzione su tre lingue " esotiche" : cinese, giapponese e
russo (dell'arabo si è già detto nel paragrafo precedente) .

1 99
Manuale di linguistica italiana

I primi italiani arrivano in Cina al tempo della cosiddetta Pax Mon­


golica ( 1279- 1368) e le loro esperienze sono testimoniate dai resoconti
mercantili di viaggio, primo fra tutti quello di Marco Polo ( 1254- 1324).
Sono questi gli anni in cui arriva in italiano il toponimo Catai, attestato
anche in Boccaccio nel derivato Cattaio 'cinese'. Dal Milione di Mar­
co Polo passa in italiano anche il toponimo Cin, che il mercante usa
nell'espressione <<lo mar de Cin». Contemporaneamente giungono nella
nostra lingua, grazie ai missionari francescani, anche gli aggettivi etnici
tartaro e mongolo. Nel XVI e nel XVII secolo, con lattività missionaria dei
gesuiti italiani, gli scambi si fanno più intensi e iniziano a circolare in
Italia parole come cin cin, nel significato odierno, tè e ginseng.
Nei secoli successivi, i rapporti diretti fra i due paesi si allentano
e i prestiti sono limitati ad alcuni oggetti giunti in Italia attraverso
canali commerciali stranieri (shantung, in realtà un toponimo passato
a indicare un tipo di seta, e ma-jong, un gioco da tavolo) . Per trovare
altre parole passate direttamente dal cinese all'italiano bisogna arri­
vare agli anni sessanta del Novecento, periodo in cui una parte della
sinistra adotta espressioni e formule in uso nella rivoluzione culturale
di Mao Tse-Tung (in séguito traslitterato in Mao Zedong) , per esem­
pio: dazebao, i grandi cartelloni su cui negli anni della contestazione i
gruppi studenteschi scrivono i loro slogan. Allo stesso periodo risale
l'espressione Mao Tse- Tung pensiero, calco sintattico del cinese che
viene preferito alla traduzione "pensiero di Mao Tse-Tung" (il tipo è
ancora produttivo: D'Alema pensiero e simili) . In epoca più recente,
la penetrazione di vocaboli cinesi nel lessico italiano è dovuta soprat­
tutto alla diffusione in Italia di prodotti o discipline provenienti dalla
Cina (kung /u, tai chi chuan, /eng shui) .
I primi rapporti diretti tra Italia e Giappone risalgono alla metà del
Cinquecento, con larrivo di navigatori, missionari e commercianti
europei in quella regione. Tra XVI e XVIII secolo troviamo, veicolati
dalle relazioni di viaggio, nipponismi come geisha, bonzo, chimono (o
kimono) , fatami (il nome del tappeto delle palestre di arti marziali) ,
xongun (variante di shogun, titolo attribuito nell'antico Giappone al
capo di una spedizione bellica), catana (un'antica arma, dal giappone­
se katana) e sakè. All'inizio del XIX secolo ad affermarsi è soprattutto
la terminologia legata alle cariche ufficiali (samurai, mikado) , accanto
al nome di un frutto, il cachi, che l'italiano popolare ha erroneamente
interpretato come plurale, ricavando il singolare caco.

200
I.:italiano e le altre lingue

Non si può però parlare di un vero e proprio contatto tra le due


lingue prima della seconda metà dell'Ottocento quando, con la re­
staurazione Meiji, fu abbandonata la politica di isolamento che lo
shogunato dei Tokugawa aveva avviato nel 164 1 . In questo periodo la
moda japonisant sbarca in Italia, con un certo ritardo rispetto a paesi
europei come l'Olanda (l'olandese lsaac Titsingh, primo collezionista
conosciuto di stampe giapponesi, morì a Parigi nel 1 8 12 ) e la Francia
(si pensi ai libri illustrati con opere giapponesi che furono d'ispira­
zione - qualche decennio più tardi - per pittori impressionisti come
Whistler, Manet, Monet, Degas e Van Gogh). Questo ritardo spiega
anche la mediazione esercitata dal francese su molti nipponismi en­
trati in italiano nel secondo Ottocento.
Vocaboli giapponesi compaiono in testi di varia natura, dagli artico­
li pubblicati su giornali e riviste ai trattati commerciali, dai resoconti
di viaggio ai dizionari; i lettori di saggi e riviste del tempo potevano
incontrare parole come banzai (letteralmente 'centomila anni', grido
di battaglia dei soldati giapponesi che si lanciavano all'attacco) , cho
(unità di misura equivalente a circa 1 09 metri), haikai (componimento
lirico giapponese di 17 sill a be) , harakiri (il suicidio rituale dei samurai
compiuto squarciandosi il ventre con una spada) e kabuki (genere tea­
trale giapponese in cui si alternano parti recitate, canti e danze) . Alla
moda orientale del secondo Ottocento, il cosiddetto "giapponismo" ,
non si sottrae neppure la lingua letteraria: lo dimostra il caso di Ga­
briele D'Annunzio che accoglie nel suo lessico ricercato e prezioso,
voci come kara-kiri (una grafia errata per harakiri) e geisha.
Molti nipponismi penetrano in italiano nel Novecento e si inqua­
drano in campi lessicali specifici:

- fenomeni culturali come i fumetti manga, le arti marziali (sumo,


karate,jujutsu o ju;itsu,judo,judoka 'chi pratica il judo', dojo 'pale­
stra', aikido, kendo), il karaoke, giochi enigmistici (sudoku, kakuro
e /utoshiki) ;
la gastronomia (sushi, sashimi, wasabi) ;
pratiche di medicina alternativa e tecniche di meditazione (shiat­
su, reiki, zen) o espressioni di sensibilità estetica (origami, ikebana,
bonsai, usato anche come aggettivo per indicare 'piccolo' in senso
scherzoso, in espressioni come canzoni bonsai, racconti bonsai, no­
tizie bonsai) .

201
Manuale di linguistica italiana

È un nipponismo anche il termine tsunami (letteralmente 'onda sul


porto'), attestato per la prima volta in italiano nel 1 908 (all'epoca
del devastante terremoto e maremoto che colpì Messina) , ma entrato
nella lingua comune solo di recente, in séguito alle catastrofi naturali
del Sudest asiatico (2004) e del Giappone (201 1 ) .
S e si escludono alcuni russismi cinque e secenteschi (l'aggettivo
etnico russo, e inoltre zar, rublo, copeco, pope) e pochi altri resi fami­
liari agli italiani dalla grande letteratura russa ottocentesca e primo­
novecentesca (dacia, samovar, troika, taiga, tundra), la gran parte dei
prestiti provenienti dalla Russia va datata all'epoca postrivoluzionaria
e in particolare agli anni sessanta e settanta del secolo scorso (anche
le formule del tipo anni venti, anni trenta sono forse di derivazione
russa) . Tra i sovietismi che cominciano a circolare in questo periodo,
si possono citare deviazionismo, collettivo usato come sostantivo, no­
menclatura, gulag (che si è affermato anche grazie al successo del libro
di Aleksandr I. Solzenicyn Arcipelago Gulag, pubblicato in Italia nel
1 973 - 1 978). A questi vanno poi aggiunti prestiti entrati precedente­
mente in italiano, che però conoscono in questi anni la loro massima
diffusione: massimalismo e massimalista, attivismo e attivista, appara­
to (di partito), quadro 'dirigente politico' .

7 . 1 0 Italianismi all'estero

La presenza di italianismi nelle altre lingue europee ed extraeuropee è


owiamente legata a quegli àmbiti (economico, marinaresco, artistico
e letterario, musicale e gastronomico) e a quei secoli in cui la cultura
italiana ha avuto una posizione particolarmente rilevante.
Rimandano al Medioevo parole che fanno capo all'economia, e dun­
que al prestigio di mercanti e banchieri toscani fra Tre e Cinquecento. Si
va da nomi di moneta come/iorino (un'altra celebre moneta, il ducato, è
invece di origine veneziana) a parole come banco, bancarotta, collo 'pac­
co' ,fallire. Risale invece al XVII e al XVIII secolo l'espansione di agio, pari,
bilancio - bilancia, cassa, conto, costo, fattura, firma 'ditta', franco, spesa,
storno, valuta. Per avere un'idea della capacità di penetrazione del lessico
economico italiano, basterà ricordare che da rischio (anche nelle forme
antiche risco e risico) si è avuto il francese risque ( 1557), il tedesco Risiko
( 1558), l'inglese risk ( 1 687), l'olandese risica, il danese risica.

202
I.:italiano e le (lltre lingue

La diffusione europea del lessico marinaresco italiano comincia già


nel X secolo, in séguito al predominio delle repubbliche marinare di
Pisa, Amalfi, Genova e Venezia. Nella sfera d'influenza veneziana rien­
trava tutto l'Adriatico: troviamo così nel serbo-croato admiral 'ammi­
raglio', nel croato di Arbe tramuntana (nel croato d'Istria tramontàna,
accanto a maistràl 'maestrale'). Invece, ai paesi del Nord Europa (come
Inghilterra, Danimarca e Olanda) , numerosi termini marinareschi per­
vennero soprattutto attraverso la Francia, che li recepì per prima (il
francese possiede oltre duecento prestiti italiani d'àmbito marinaresco,
per la metà cinquecenteschi; risalgono al periodo fra XIII e xv secolo
almeno arsenal, corsaire, darsine, pan/il, pilot poi pilote, tramontan [e] ) .
Troviamo così in olandese fregai, galeas; in inglese /rigate, galliasse (o
galleass) , pilot, skiff 'barca a remi', tramontane; in spagnolo bruxula
(oggi brnjula) 'bussola', portulano, tramontana (nel senso generico di
'vento del Nord', come in tutte le lingue del Nord Europa) .
Tra Quattrocento e Cinquecento, grazie soprattutto all'attività dei
capitani di ventura, si diffondono vocaboli della lingua militare (sol­
dato, caporale, colonnello, sentinella, casamatta) . Ma col Rinascimento
le corti italiane diventano un modello per le società di tutta Europa e
si assiste a una compatta trasmigrazione europea di vocaboli italiani
delle lettere e delle arti:

- in letteratura si diffondono tra l'altro sonetto (spagnolo soneto XV


secolo, francese sonnet 1525 , inglese sonnet 1589, olandese sonnet,
danese sonnet, serbo-croato sonet, polacco sonet, russo sonet) e
maccheronico (francese macaronique 1546, spagnolo macarr6nico
1 600, inglese macaronic 1 6 1 1 , tedesco Makkaronisch 1494 ) ;
- in architettura, balcone (francese ba/con 1565 , spagnolo balc6n
1535, inglese balcony 1618, tedesco Balkon 1685 ) ; in pittura fresco
'affresco' (francese /resque 1669, spagnolo fresco 1564 , inglese fre­
sco 1598, tedesco Fresko prima, dall'italiano, poi Freske tramite il
francese, olandese /resco , danese /resko , ungherese /resk6 , polacco
/resk o /resko) ;
- nel teatro, la commedia ali'improvviso con le sue maschere: Pulci­
nella (francese Polichinel, poi Polichinelle) , Zanni (francese Zani
1559, inglese zany 1598) , Pantalone (francese pantalonnade 1597 ,
inglese pantaloon 1590) e Scappino (da cui lo Scapin del celebre
commediografo Molière).

203
Manuale di linguistica italiana

Il contingente più ampio e duraturo di italianismi nelle lingue eu­


ropee riguarda senz'altro il linguaggio della musica e dell'opera e si
afferma tra Sei e Settecento, quando l'italiano viene considerato la
lingua cantata per eccellenza. Sono italiani

- i nomi di form� musicali (capriccio, concerto, sinfonia, sonata);


- le indicazioni dello spartito (adagio, allegro, da capo, staccato, trillo);
- la terminologia specifica della lirica (tenore, soprano, aria, diva, li-
bretto, virtuoso) ;
- i nomi di molti strumenti musicali: oltre al fagotto e al mandoli­
no (di diffusione cinque-seicentesca) , si diffonderanno in Europa
nel tardo Ottocento anche le parole ocarina (ideata da Giuseppe
Donati nel 1 867 , attingendo a una voce del romagnolo nativo),
violoncello, violino e pianoforte: fu proprio un italiano, Bartolo­
meo Cristofori, a inventare tra 1 698 e 1700 il pianoforte, e italiani
furono i più rinomati costruttori di violino, strumento anch'esso,
sembra, di origine italiana (Stradivari, Guarneri del Gesù, Guada­
gnini e altri) .

Solo di recente, con il successo internazionale del made in Italy, si è


tornato a diffondere all'estero qualche neoitalianismo, concentrato
principalmente nell'àmbito della gastronomia, o in quelli della moda
e dei motori (insieme ad alcune parole che continuano ad alimentare
uno stereotipo negativo dell'Italia: mafia, cosca, piovra, e negli ultimi
decenni anche tangentopoli e il suo contraltare mani pulite) .
Quello della gastronomia è tradizionalmente un àmbito in cui
l'Italia eccelle: di qui l'esportazione di molti piatti coi relativi nomi.
Già nel Cinquecento diventano noti in Europa i maccheroni (france­
se macarons 1552 , poi macaroni, spagnolo macarrones 15 17; inglese
macaroni 1599) , la mortadella (francese mortadelle xv secolo) , i ver­
micelli (francese vermicelle 1553 , inglese vermicelli 1669); alla fine
del Settecento risale la diffusione dei confetti; alla fine dell'Ottocento
quella del risotto. Si possono considerare in questo campo anche al­
cuni nomi di ortaggi: il carciofo (dall'italiano settentrionale articiocco
derivano il francese artichaut 1530, l'inglese artichoke 153 1 , il tedesco
Artischocke 1556) ; i sedani (dal regionale sèlleri derivano il francese
céleri 1 65 1 , l'inglese celery 1664 , il tedesco Sellerie 1678, ma anche
l'ungherese zeller e il polacco seler) . È spesso la denominazione geo-

204
L'italiano e le altre lingue

grafica a dar nome a molti prodotti tipici di città italiane che conosco­
no diffusione e rinomanza: tra i numerosi esempi possibili ricordiamo
marsala, chianti, gorgonzola.
Tra gli italianismi novecenteschi più noti nel mondo vanno certo in­
serite voci della gastronomia come pizza , spaghetti, espresso, cappuc­
cino, pesto, carpaccio, bruschetta e rucola e i nomi di alcuni piatti re­
gionali, come il toscano cacciucco e i liguri pesto e cioppino; ma anche
parole legate al mondo del calcio, come libero e ti/oso, e a quello del
cinema: paparazzo, dolce vita, spaghetti western. In alcuni casi, si trat­
ta di prestiti che arrivano alle lingue straniere direttamente dai dialet­
ti. È il caso, oltre a sèlleri e articiocco, dei veneziani pupa e patarazzo
da cui derivano rispettivamente turco pupa 'poppa, parte posteriore
della nave' e greco moderno pataràtso 'fune che dalla sommità degli
alberi di gabbia pende sino ai due fianchi della nave'; dal genovese
antico tersanà deriva il turco tersané 'cantiere navale' .
Va segnalato anche il fenomeno degli pseudoitalianismi, parole che
"orecchiano" l'italiano ma non hanno nessun corrispettivo puntua­
le nella nostra lingua e conoscono una circolazione autonoma fuo­
ri dell'Italia. Il fenomeno è particolarmente evidente in quei settori
del lessico nei quali si registra il maggiore influsso del made in Italy:
gastronomia e moda. Negli Stati Uniti, per esempio, sono prodotti
alimentari diffusissimi il frappuccino e il mochaccino (o mokaccino)
mentre in vari paesi stranieri si può comprare il tutti/rutti, una sorta
di gelato a più gusti; uno pseudoitalianismo è anche il recentissimo
volluto, con cui si indica una particolare miscela di caffè. In Giappo­
ne, invece, il prestigio di Milano come città della moda è responsabile
della coniazione del termine shiroganeze, rifatto su milanese a partire
dal toponimo Shirogane (una zona di Tokyo molto raffinata) . All'ori­
gine degli pseudoitalianismi possono esserci anche tratti caratteriali
solitamente attribuiti agli italiani: è il caso delle espressioni Zero pro­
blema! del gergo giovanile tedesco, e parlatutti, usata nello spagnolo
d'Argentina per indicare un chiacchierone.
Soprattutto tra gli anni ottanta e novanta internazionalismi italiani
abbondano, inoltre, tra i nomi con cui le diverse case automobilistiche
battezzano i nuovi modelli: dal Giappone vengono la Honda Concer­
to e le Toyota Carina, Corolla e Stanza; dalla Germania le Volkswagen
Vento, Scirocco e Lupo; dalla Svezia l'Audi Quattro; dall'Inghilterra le
Austin Allegro e Maestro; dalla Francia la Renault Laguna. E lo stesso

205
Manuale di linguistica italiana

criterio di scelta era adottato, con uno sguardo all'esportazione, dalle


case italiane: sono nate così le Fiat Regata, Uno, Punto, Tipo, Bravo e
Brava o, qualche anno prima, l'Alfa Romeo Duetto,

STORIA DI PAROLE

Assassino Prima di acquisire, nel Trecento, l'attuale significato di 'omicida' ,


il termine assassino era usato per designare gli affiliati a una setta musulmana
sorta attorno a una figura leggendaria nota come "il Veglio della Montagna " .
L a base araba della parola (haiiiiya singolare) significa letteralmente 'fuma­
tore di hashish' , la droga con cui si riteneva che gli assassini si inebriassero
prima di partire per le loro azioni violente. La prima attestazione della parola
assassino in accezione moderna è dantesca: «lo stava come 'l frate che con­
fessa lo perfido assessin» (Inferno, XIX, 50) . L'uso aggettivale è documentato
dalla fine dell'Ottocento in espressioni come occhi assassini ('affascinanti, se­
ducenti'); ma è probabilmente lo stile giornalistico a decretare il successo di
formule come caldo assassino o influenza assassina, nelle quali si può trovare
anche - in alternativa - langlicismo killer (batterio killer e simili) .

Autarchia Con il significato d i 'autosufficienza economica' , l a parola autar­


chia nasce - sul modello del greco autàrkeia - dapprima in svedese (autarkz)
e poi in tedesco (Autarkie) , in connessione con le dottrine geopolitiche di
Rudolf Kjellén ( 1 864 - 1 922 ) . Il vocabolo comincia a diffondersi in Europa
durante la prima guerra mondiale: in francese si c;rea prima autarchie, poi
dal 1 936 autarcie; del 1 93 6 è anche la prima attestazione italiana di autarchia
in quest'accezione.

Cifra e zero Entrambe le parole risalgono allo stesso etimo: l'arabo #fr (in
origine 'vuoto' ) con cui i matematici arabi presero a indicare lo zero. Mentre
zero deriva dall'adattamento latino ZEPHIRUM usato dal matematico pisano
Leonardo Fibonacci (zero, dai precedenti zefiro, zefro, è attestato per la pri­
ma volta nel 1 49 1 ) , cifra proviene dall'adattamento spagnolo cifra col valore
di 'segno numerico' ; ma almeno fino al Settecento anche cifra viene usato in
italiano col valore di 'zero' (l'inglese cipher conserva a tutt'oggi entrambe le
accezioni: 'cifra' e 'zero').

Cravatta La parola cravatta deriva dal vocabolo croato hrvat 'croato', ma


è entrata in italiano con la mediazione del francese eravate, vocabolo usa­
to per designare - all'epoca di Luigi XIV - i cavalieri croati del reggimento

206
I.:italiano e le altre lingue

Royal-Cravate, che portavano al collo una sciarpa. La parola è passata poi


a indicare non più chi indossava la sciarpa, ma la sciarpa stessa. Dalla metà
dell'Ottocento, si dice cravatta anche il nastro annodato all'asta della ban­
diera. Richiamano l'accezione metaforica di 'stringere (eccessivamente)' e
quindi 'strozzare', espressioni come far cravatte 'prestare denaro a usura' e la
voce d'area romanesca cravattaro 'strozzino' .

Lanzichenecco I l nome lanzichenecco, usato per indicare i soldati mercena­


ri tedeschi del Cinquecento, deriva dal tedesco Landsknecht, che significa
letteralmente 'servo (Knecht) del paese (Lands) '. Già dalla metà del XVI se­
colo il nome compare al plurale, anche nell'abbreviazione Lanzi; una forma
usata, tra gli altri, dallo storico cinquecentesco Benedetto Varchi, che scrive:
«i lanzi, che così per maggior brevità gli chiameremo da qui avanti, e non
lanzichenecchi».

Magone La parola magone aveva inizialmente laccezione concreta di 'sto­


maco' (dal germanico *mago 'gozzo' ) ed era ben rappresentata in molti dia­
letti d'Italia. Successivamente, a partire da un dialetto settentrionale, il vo­
cabolo è entrato· nella lingua letteraria, ma con il valore metaforico di 'forte
passione d'animo che opprime lo stomaco' , accezione che con il passare del
tempo ha soppiantato il significato originario.

Pizza Sull'etimologia della parola sono state avanzate diverse ipotesi. Quel­
la più accreditata fa risalire pizza all'alto tedesco bizza/pizzo 'morso' (oggi
Bissen) , che avrebbe poi assunto i significati di 'boccone' , 'pezzo di pane'
e infine 'focaccia' ; secondo un'altra ipotesi pizza discenderebbe invece dal
greco pitta 'focaccia' (oggi pita), con influenza di pezzo. La voce napoletana
pizza convive inizialmente con il settentrionale focaccia e con il fiorentino
schiacciata, fino a quando si specializza per indicare la sfoglia lievitata e con­
dita. La ricetta originale della pizza prevedeva le acciughe, che però la regina
Margherita non gradiva: perciò venne chiamata margherita la pizza con po­
modoro, mozzarella e basilico. Sarebbe invece romana l'accezione figurata
di 'persona noiosa', soprattutto nell'esclamazione che pizza! ( 1 942 ) , mentre
quella metonimica di 'pellicola cinematografica' si spiega con la forma tonda
e piatta dei due oggetti.

Regista È un derivato di regia, dal francese régie ' amministrazione diretta da


parte dello Stato' , a sua volta tratto dal verbo régir 'reggere, amministrare'.
La parola, che sostituì efficacemente in campo teatrale e cinematografico i
francesismi régisseur e metteur en scène, fu inventata nel 1 932 dal linguista
Bruno Migliarini, che spiegò così la fortuna del neologismo: «I motivi mor-

207
Manuale di linguistica italiana

fologici per cui regzà e regista hanno così rapidamente attecchito stanno nel
fatto che occorrevano principalmente due sostantivi: uno indicante l'azione
del mettere in scena, l'altro la persona che se ne occupa; regzà non sonava
nuovo, perché già era veriuto dalla Francia con un altro significato, il quale
ormai era accolto nell'uso e d'altra parte non presentava alcun pericolo di
confusione col nuovo significato; e la coppia regzà/regista s'inquadrava bene
nella serie farmacia/farmacista ecc.».

Scacco matto Il gioco degli scacchi giunse in Europa con gli Arabi (che lo
avevano appreso dai Persiani, e questi a loro volta dagli Indiani) . Lo scacco
matto nulla ha che vedere con l'aggettivo matto, con il quale la coscienza dei
parlanti tende a metterlo in relazione. La sua origine è l'espressione arabo­
persiana sah mat 'il re (è) morto' . Anche il pezzo dell' a iji ere originariamente
" ,

alfido o alfino, deve il suo nome all'arabo al-fil 'elefante' , dato che nelle scac­
chiere più antiche al posto dei quattro alfieri c'erano quattro elefanti.

Sceriffo La parola sceriffo entrò dapprima in italiano per indicare una carica
diffusa tra gli Arabi. Solo dalla fine del Quattrocento, sul modello dell'in­
glese - in cui il prestito arabo era stato applicato alle istituzioni locali - vie­
ne usato dagli ambasciatori in Inghilterra col significato di 'chi è preposto
all'amministrazione della giustizia in una contea' , e solo nel dopoguerra
- con la diffusione dei film western - viene associato dalla coscienza lingui­
stica degli italiani al cow-boy nordamericano con la stella sul petto.

Sport Il vocabolo sport non è altro che l'italiano diporto, passato prima
nel francese antico (nella forma desport) e di lì nell'inglese cinquecentesco
sport, sempre col valore originario di ' divertimento, passatempo' . All'inizio
dell'Ottocento, l'anglicismo è rientrato in italiano con l'accezione attuale e si
è talmente radicato nella nostra lingua che anche il regime fascista rinunciò
a proporre per sport (e per poche altre parole: bar. film, tennis) un sostituto
indigeno (vedi § 7 . 1 ) .

208
8. Parole vecchie e parole nuove

8. 1 Il ciclo vitale delle parole

Le lingue naturali sono soggette continuamente alla pressione


dell'uso e subiscono le conseguenze dei mutamenti sociali e culturali,
dei contatti con le altre lingue (vedi cap. 7 ) , del diverso indirizzarsi
del gusto. Ogni lingua naturale, insomma, presenta nella sua storia
un'evoluzione che riguarda tutti i livelli - dalla pronuncia alla grafia,
dalla morfologia alla sintassi -, ma risulta particolarmente evidente
soprattutto nel livello più superficiale: il lessico.
Il continuo ricambio che avviene in questo settore fa sì che molte
parole portino con sé il sapore di una determinata epoca, proprio
perché compaiono in un dato momento della nostra storia e, dopo
un certo periodo in cui sono usate correntemente dai parlanti, ten­
dono a essere sentite come vecchie e a uscire dall'uso. Non a caso
questo processo è stato più volte paragonato al ciclo vitale di un
essere vivente. Scriveva per esempio il lessicografo e romanziere Al­
fredo Panzini nella Prefazione alla prima edizione del suo Dizionario
moderno ( 1 905 ) :

Mirabile invero è la vita che anima questi minuscoli organismi, cioè le


parole, ombre seguaci, segni di idee e cose: recano in sé uno spirito di vita,
paiono nuove e sono antiche, risorgono come Fenice dalla loro morte,
nascono per connubio e per gemme, da bruchi divengono farfalle, hanno
percorso strano e tortuoso viaggio, son peregrine lontane ovvero fiorirono
al nostro sole, ma tutte rispondono ad una filosofica legge e ad una varia
necessità; hanno un loro movimento, quasi orbita di moto, una loro vita, o
molte volte secolare od effimera, vita solitaria, o mondana.

Ma andranno fatte due osservazioni. La prima è che più della me­


tà delle parole appartenenti all'attuale lessico di base circola già dal

209
Manuale di linguistica italiana

XIII-XIV secolo (nei secoli successivi, i maggiori contributi all' arric­


chimento sono venuti durante il Cinquecento e l'Ottocento) . La se­
conda è che questo processo non sempre segue µn percorso lineare:
è tutt'altro che raro il caso di vocaboli che - usciti dall'uso per alcuni
secoli - hanno ripreso a essere impiegati con frequenza e sono oggi
privi di qualunque connotazione arcaica. Lottando contro il pedanti­
smo dei letterati suoi contemporanei, per esempio, Giuseppe Baretti
se la prendeva (dalle pagine della sua rivista "La Frusta letteraria" ,
17 63 - 17 65 ) con parole e d espressioni come altezzoso e non pertanto,
giudicate «vocaboli rancidi cavati dal Boccaccio e altri prosatori e
poeti antichi», e considerava alla stregua di «cacherie fiorentine» (al
pari del dì di Berlingaccio 'giovedì grasso') anche l'espressione la mat­
tina del Ferragosto (oggi perfettamente corrente, così come le prime
due forme citate).

ti' I L LESSICO D I BASE

È l'insieme delle parole dell'italiano considerate fondamentali. Viene


identificato di solito su base statistica, fondandosi sui rilevamenti dei
·
lessici di frequenza, cioè di quei vocabolari che - a partire da campioni
di lingua parlata o scritta - calcolano quali siano le parole ricorrenti più
spesso ·nella nostra lingua. Nel 1 993 , per esempio ; è stato pubblicato il
Lessico di frequenza dell'italiano parlato diretto dal linguista Tullio De
Mauro che raccoglie un consistente numero di testi orali prodotti nelle
più varie occasioni - private e pubbliche - da parlanti di quattro grandi
città italiane: Roma, Milano, Napoli e Firenze.
Queste ricerche sono poi confluite nel successivo Vocabolario di
Base della lingua italiana, che raccoglie circa 7000 vocaboli rappre­
sentanti la porzione di lessico statisticamente più usata e compresa
da coloro che parlano e compren dono l'italiano. All'interno del Voca­
bolario di Base, si possono distinguere tre livelli di lessico, a seconda
della frequenza (vocabolario fondamentale: circa 2000 vocaboli; di
altro uso: circa 2750) o dell'appartenenza a un orizzonte di esperienze
quotidiane (vocabolario di alta disponibilità come forbice, abbronzare
ecc . : circa 23 00) .
Questa classificazione del lessico italiano o altre analoghe vengono or­
mai utilizzate dai principali vocabolari dell'uso, per catalogare il materia­
le lessicale e rendere immediatamente evidente la frequenza d'uso di una
parola (vedi § 1 0 .7 ) .

210
Parole vecchie e parole nuove

La grande conservatività della lingua italiana - molto maggiore ri­


spetto alle altre lingue di cultura europee - andrà attribuita alla sua
particolare storia. Nato dall'operazione arcaizzante del Bembo (vedi
§ 2 .5 ) , l'italiano è rimasto fino agli inizi del Novecento una lingua
quasi esclusivamente scritta e prevalentemente letteraria. Il fenome­
no di recupero delle parole desuete, invece, si dovrà anche all'azione
dei puristi ottocenteschi, i quali - esemplando la loro lingua su quella
dei modelli del Trecento - sono riusciti a far tornare d'uso corrente
vocaboli ed espressioni che sembravano irrimediabilmente obsoleti.
Si può citare, a questo proposito, l'esempio dello storico piemonte­
se Carlo Botta che, nella sua fortunata Storia della guerra della in­
dependenza degli Stati Uniti d'America ( 1 809) , si servì di parole che
ali' epoca erano considerate arcaismi, e che oggi - anche grazie a lui -
sono rientrate appieno nell'uso. Si tratta di sostantivi come andazzo o
zaino; aggettivi come ostico; verbi come racimolare, scassinare e soppe­
rire; locuzioni come alla spicciolata e fare spallucce.

8.2 Parole invecchiate ·

Rifacendosi ali' antica metafora che descrive le parole come organismi


viventi, si può affermare che col passare degli anni molte parole invec­
chiano fino a morire (ossia a scomparire dall'uso) , diventando così degli
arcaismi. La decadenza è a volte molto rapida: può consumarsi anche nel
giro di qualche generazione o persino nell'arco di una sola lunga vita. Il
linguista fiorentino Giovanni Nencioni ( 1 9 1 1 -2008) rievocava con diver­
tita ironia - quand'era ormai ultraottantenne - le parole familiari della
sua infanzia, in gran parte incomprensibili già alla fine del Novecento:

Immaginate dunque, a Firenze, a cavallo della prima guerra mondiale, un


bambino figlio di piccoli borghesi in via di diventare medioborghesi (uno
dei quali si serviva dell'intelletto soprattutto come congegno computistico
per sbarcare il lunario), rallevato in casa e diviso fra una casa dove sonava­
no soltanto le voci della famiglia, e la scuola elementare [. .. ] . Un bambino
addirittura bamboccio [goffo] . Ignaro [ingenuo] e selvatico, ma schietto; né
sornione, né machione, né gestroso [néfurbacchione né capriccioso] , un fico­
so che spelluzzica [uno sèhi/iltoso che sbocconcella il cibo] , fa le boccucce e
tutti dicono: «Che calìa ! » [fa le smorfie e tutti dicono: «Che tipetto dispetto­
so!»] . Ma screanzato e piccoso [permaloso] sì, nonostante l'aspetto bofficio-

211
Manuale di linguistica italiana

ne [paffuto] : quando metteva peso ritto, erano forbici fino in fondo [quando
s'impuntava non c'era verso] . [ .. .] Quelle parole e quei modi di dire erano
usati nella mia famiglia non solo con spontaneità, ma con la convinzione che
fossero italiani; di un italiano, va bene, casalingo, ma pur sempre italiano.

Ma, anche se l'arcaismo è avvertito dalla coscienza linguistica dei par­


lanti come un corpo estraneo, il servirsi di parole disusate - non da
anni, ma addirittura da secoli - è sempre stato caratteristico della
nostra cultura e della nostra lingua. Il fenomeno riguarda soltanto
in piccola parte la sfera del parlato, in cui da sempre l'uso di paro­
le vecchie o antiche è avvertito come un fastidioso vezzo. Già nel
Cinquecento, il letterato mantovano Baldassarre Castiglione, nel suo
trattato di comportamento intitolato Il libro del Cortegiano ( 1" ed.
1528) , giudicava sgradevole il parlare affettato di chi infarciva la con­
versazione con parole antiche.
Il recupero e l'impiego degli arcaismi interessa molto di più lo scrit­
to e in particolare la letteratura. Oltre a caratterizzare tutta la nostra
tradizione poetica, la patinatura arcaica - inscindibile dai princìpi di
decoro e di bello scrivere - è rimasta una componente irrinunciabile
della prosa letteraria almeno fino ali' esempio decisivo dei Promessi
sposi (e nel primo Novecento ha vissuto ancora una grande stagione
con l'avvento della moda dannunziana) . Oggi la situazione è molto
cambiata e gli arcaismi che trovano spazio nella prosa letteraria han­
no una forte marcatezza espressiva, caratterizzando in maniera pe­
culiare la lingua di scrittori espressionisti come Carlo Emilio Gadda,
Giorgio Manganelli, Vincenzo Consolo o Gesualdo Bufalino.

IIJI L'ESPRESSIONISMO LINGUISTICO

In àmbito linguistico s'intende con espressionismo (o anche espressivismo)


lo stravolgimento linguistico, lontano sia dagli ideali classicheggianti del
tradizionalismo letterario sia dal proposito di imitare la lingua dimessa
e grigia della realtà quotidiana. Il risultato è una lingua mescidata, com­
posita, a volte di ardua interpretazione, che mette a stretto contatto ele­
menti stridenti tra loro (aulicismo e popolarismo, dialettismo e arcaismo
ecc . ) , ostenta una fitta orditura retorica (specie figure di suono), mette a
frutto le ricche possibilità derivative dell'italiano e si lascia andare spesso
alla creazione di nuove parole.

2 12
Parole vecchie e parole nuove

Un buon esempio può essere fornito da una pagina dello scrittore Mi­
chele Mari tratta da Filologia dell'anfibio. Diario militare ( 1 995 ) :

Ahi dolore, ahi magno sconforto ! E così per u n anno? Uscivo d a un'Uni­
versità divorante che perfezionando le mie nevrosi mi aveva regalato forme
croniche di ansiosissima insonnia: non dormivo a casa, soletto nel buio, nel
letto mio: s'immagini ll con cinquanta vicini romorosi e bestiali, con la luce
delle finestre, in spazio enorme ed aperto d'undique, in letto non mio che
nemmeno in cent'anni avrei potuto sentire mio, scomodo nella rete pendula
siccome esotica amaca, inquieto del domani . . .

L'autore impiega un'ampia scelta d i lessico arcaizzante per sfruttare l a ca­


rica ironica sprigionantesi nell'attrito fra elevatezza dell'eloquio e prosaica
bassezza della realtà descritta (la prima notte trascorsa in caserma dal pro­
tagonista) . Per ottenere l'effetto desiderato, si ricorre ad arcaismi propria­
mente detti (magno 'grande', d'undique 'da ogni parte'), arcaismi semantici
- parole ancora circolanti nell'uso, ma impiegate secondo un significato o
una funzione desueti (siccome con valore comparativo) -, varianti arcaiche
(romorosz) , oltre a reggenze ormai abbandonate (inquieto del domani) e a
esclamazioni melodrammatiche (Ahi dolore, ahi magno sconforto).

Testo da M. Mari, Filologia dell'anfibio. Diario militare, Bompiani, Milano 1995 ,


p. 29.

Nel frattempo, però, la tendenza arcaizzante che ha contraddistinto


la storia dell'italiano ha provocato nella nostra lingua una notevole
resistenza di elementi antichi. Tanto che nella lingua contemporanea
(anche in quella parlata) non solo si mantiene gran parte dell'assetto
fonomorfologico del fiorentino trecentesco, ma sopravvivono anche
- oltre a una discreta porzione di lessico - modi di dire, locuzioni,
usi sintattici tradizionali come botte da orbi, povero in canna, darsi la
zappa sui piedi, senza colpo ferire, cavarsela per il rotto della cuffia ecc.,
o l'antico uso di di 'da' in sfuggir di mano o cavarsi d(i) impaccio.

8.3 La lingua scritta

Per capire la natura conservativa della nostra lingua, non bisogna di­
menticare che l'italiano è stato a lungo usato esclusivamente nello

2 13
Manuale di linguistica italiana

scritto e in particolare nello scritto letterario. La divisione politica


dell'Italia, perdurata fino alla proclamazione del Regno d'Italia nel
1 86 1 , ha determinato una situazione di frammentazione linguistica
per cui anche le classi di più alto livello socioculturale hanno conti­
nuato, almeno fino alla metà del Novecento, a usare nella conversa­
zione quotidiana il dialetto. La generalizzazione dell'italofonia (cioè
della capacità e dell'abitudine di parlare italiano) risale addirittura al
secondo dopoguerra, ed è legata - oltre che all'incremento della sco­
larizzazione - all'azione dei nuovi mezzi di comunicazione di massa
(come la radio e, in séguito, la televisione: vedi cap. 2 ) .
Nello scritto, invece, una lingua uniforme s'impone già nel Cinque­
cento, quando si afferma il modello linguistico proposto da Pietro
Bembo, esemplato sui grandi scrittori del Trecento fiorentino. La so­
luzione del Bembo, però, è pensata espressamente per la lingua lette­
raria. Le conseguenze saranno da un lato il distacco tra lingua parlata
e lingua scritta, dall'altro il sorgere di una tradizione linguistica molto
compatta sia nella prosa letteraria sia, soprattutto, nella poesia, in cui
alcune parole e varianti della più antica tradizione si sono tramandate
dalla lirica siciliana fino alla seconda metà del Novecento.
Sopravvivenze lessicali di questo tipo si registrano ancora in vari po­
eti novecenteschi, differenti per tono e formazione: esempi tipici sono
poetismi come alma 'anima' («m'han via fuggendo l'alma impaurita»,
Umberto Saba) , aere 'aria', speme 'speranza' («E solo nel maltempo è la
mia speme», Vincenzo Cardarelli) o varianti come cor («un improwiso
gelo al cor mi coglie», Camillo Sbarbaro) e augello («il solo augel non
tace», Marino Moretti) . Nell'Ottocento, d'altronde, né la poesia dei
cosiddetti " scapigliati" , né - prima - quella romantica, erano riuscite
a svecchiare il modello linguistico tradizionale. Giovanni Berchet, per
esempio, in quel manifesto del romanticismo italiano che è la Lettera
semiseria di Crisostomo ( 1 8 16) si serve solo con intento ironico di un
ferro vecchio come unquanco («E tu, allorché uscirai di collegio, pre­
parati a dichiararti nemico di ogni novità, o il mio viso non lo vedrai
sereno unquanco. Unquanco, dico, e questo solo awerbio ti faccia fede
che il Vocabolario della Crusca io lo rispetto») , ma poi in poesia scrive
abitualmente speme, desire, cangiare, brando.
La continua pressione dei modelli letterari, il rinnovato prestigio
fornito alla soluzione arcaizzante prima dal Vocabolario della Crusca e
poi dai puristi ottocenteschi, la distanza dalla lingua viva (che rimane

2 14
Parole vecchie e parole nuove

fino a mezzo secolo fa il dialetto) fanno sì che anche l'italiano scritto


non letterario possa considerarsi una sorta di serra in cui sopravvivono
per secoli forme, costrutti e vocaboli estranei al parlato. Ancora nel
secondo Ottocento, il fatto stesso di comunicare per iscritto implicava
automaticamente un forte innalzamento del registro. Anche in scritture
private, come gli epistolari familiari, si registrano numerosi " aulicismi
d'inerzia" : forme antiquate selezionate da chi scrive non con una preci­
sa intenzione stilistica, ma per una specie di riflesso condizionato.

l1JJ AULICISMI D'INERZIA IN UN EPISTOLARIO OTTOCENTESCO

N ell'epistolario del letterato e patriota Ippolito Nievo ( 1 83 1 - 1 86 1 ) ,


s i incontrano spesso parole e d espressioni di forma aulica o di origi­
ne poetica, anche in lettere di carattere intimo e personale indirizzate
ai membri della famiglia. Consideriamo un brano da una lettera del
12 febbraio 1 849 diretta alla madre del poeta , Adele Manin, nella quale
Nievo racconta il suo viaggio verso Firenze per completare gli studi
superiori :

Carissima Mamma,
andai col Sig. A. .. da R. . a C . . . ove mi trattenni due giorni, al terzo un buon
.

uomo di quei pressi mi condusse per mezzo alla valle di S . . . sano e salvo ai
P. . ove è la Dogana Ferrarese. Ai P. .. adunque noleggiai una barchetta pel
.

Bondeno, perché appresi esser la strada di terra cattivissima. Cinque ore im­
piegammo in un tragitto di sette miglia; t'immagina adunque s'io ringraziai
la provvidenza quando giunsi al Bondeno e mi sedetti a tavola; mi pare che
se fossi stato Esaù, avrei venduto allora di buon grado la primogenitura per
un piatto di fagiuoli. Essendo l'ora tardissima, pernottai al Bondeno, e la
mattina seguente m'incamminai verso Ferrara; ove feci la mia entrata a tuono
di cannone. La sera fui dai signori C . . . che mi accolsero nei modi più cortesi
che mai; ti basti il dire che tutti i tre giorni che rimasi a Ferrara io fui a pranzo
secoloro e che mi procurarono un eccellente compagno di viaggio per Firenze
nel signor Dolcini. Colla mia nuova conoscenza passai in vettura a Bologna e,
senza fermarmi in questa bella città, che avrò occasione di mirare altre volte,
la mattina addietro alle sei seguitammo in diligenza il nostro viaggio.

Il tono della lettera, come ci si aspetta in un testo indirizzato a un familia­


re, è tutt'altro che formale: lo testimoniano le dislocazioni a sinistra (Cin-
"•

2 15
Manuale di linguistica italiana

que ore impiegammo in u n tragitto di sette miglia) , le immagini scherzose


(Feci la mia entrata a tuono di cannone) e le similitudini espressive (co­
me quella tra la fame del poeta e la fame del personaggio biblico Esaù).
Eppure, accanto a questi elementi compaiono di frequente moduli ed
espressioni auliche, spesso di tradizione poetica: ove per dove, adunque
per dunque, addietro per prima (o comunque al posto del più informale
indietro) , secoloro per con loro, presso di loro e la forma dell'imperativo
con il pronome personale anteposto al verbo (t'immagina al posto di im­
maginati) , il cosiddetto " imperativo tragico " , caratteristico della lingua
della poesia.

Testo da l. Nievo, Tutte le opere, a c. di M. Gorra, Mondadori, Milano 198 1 , voi. VI,
pp. 57-58.

8.4 Il sentimento neologico

Col termine neologismo si indicano le parole nuove che entrano in


una lingua o si formano al suo interno. Neologismi sono, dunque, an­
che i prestiti da altre lingue, ma la definizione tende di solito a essere
'
ristretta alle sole parole create con materiali della stessa lingua.
A determinare lo status di neologismo è, in linea teorica, la data del­
la prima attestazione di una parola: ma per quanto tempo, a partire
da quella data, la parola può continuare a essere considerata nuova?
Quanto ci vuole perché, sempre che non scompaia nel giro di poco
tempo, un neologismo entri a far parte a pieno titolo del lessico co­
mune? Difficile rispondere in termini precisi: bisognerà rifarsi ancora
una volta all'uso linguistico e alla competenza dei parlanti. Più che la
novità anagrafica di una parola, conta infatti la novità soggettiva che
i parlanti le attribuiscono, ovvero quello che si chiama il " sentimento
neologico " .

t/ LA PRIMA ATTESTAZIONE DI UN VOCABOLO

Si tratta della testimonianza più antica dell'uso di una parola, ricavata


per via diretta (grazie alla sua presenza in un testo) o per via indiretta
(grazie a un testo che riferisca di un precedente uso collocato con una
certa precisione nel tempo) . È evidente che il più delle volte la data di

216
Parole vecchie e parole nuove

prima attestazione costituisce un punto di riferimento convenzionale e


provvisorio: il momento dell'entrata di una parola in una lingua è sempre
suscettibile di ulteriore retrodatazione (legata all'emersione di nuove te­
stimonianze). Fanno eccezione i casi - rari - in cui si conosce il creatore
della parola, come per proteina (dal tedesco Protein, coniato nel 1 83 8 dal
chimico olandese Gerrit Jan Mulder a partire dal greco protos 'primo' ,
cioè 'primo costituente della materia vivente') o per velivolo (voce dotta
dal latino poetico VELIVOLUS) 'che vola con le vele' , in origine attribuito
alle navi, ma usato per primo da Gabriele D'Annunzio con il significato
di 'aeroplano, macchina volante').

La percezione della novità di alcune parole è ben viva negli utenti


di una lingua e può suscitare reazioni evidenti. Nei carteggi familiari
ottocenteschi, per esempio, s'incontrano spesso - in corrispondenza
con l'uso di neologismi - formule più o meno scherzose di distan­
ziamento. Questo vale sia in scriventi che avevano con la lingua un
rapporto professionale (come il filologo Gabriele Rossetti: « [un pol­
lo] fu giudicato non potersi avventurare a maggior dilazione, senza
mettere in gran pericolo la sua mangiabilità; Polidori cerchi per me
perdono alla Crusca») sia in scriventi comuni, anche se abbastanza
colti (Giulia Beccaria, madre di Alessandro Manzoni: «abbiamo casa
al lago di Lecco [. . .] noi speriamo se la salute d'Enrichetta lo permet­
terà di passarvi le così dette vacanze») . La percezione della novità di
un vocabolo può anche accompagnarsi a reazioni più marcate, come
l'insofferenza (tipica quella dei puristi ottocenteschi, ma anche - an­
cora oggi - di molti parlanti comuni) o un entusiasmo che porta a
ostentare parole nuove per affettare un alto grado di aggiornamento
culturale; per essere à la page, o trendy, come si direbbe oggi.
Il gusto per la coniazione e per l'uso di parole nuove è molto spic­
cato nel linguaggio politico e, soprattutto, nel linguaggio giornalistico.
In questi àmbiti, non è infrequente assistere alla nascita improvvisa di
quelli che i linguisti definiscono "modismi" : parole ed espressioni che
per un certo periodo (di solito breve) godono di una grandissima dif­
fusione e poi scompaiono dall'uso comune. Possibili esempi di questo
tipo di parole (chiamate anche occasionalismi) sono paninaro (parola di
origine settentrionale che negli anni ottanta identificava un adolescente
molto attento a determinate prescrizioni della moda, assiduo frequen­
tatore di discoteche e fast food) e molte parole di registro scherzoso o

217
Manuale di linguistica italiana

polemico legate al dibattito politico, come benaltrismo, detto di chi elu­


de una risposta puntuale adducendo che i problemi sono "ben altri" ,
rutellismo, veltronizzare e - più recentemente porcellum (definizione
-

coniata in riferimento alla legge elettorale varata nel dicembre del 2005
su iniziativa del ministro Roberto Calderoli) . La frequente apparizione
di parole nuove si accompagna, negli ultimi anni, alla pubblicazione
di numerose raccolte di neologismi (vedi § 10.5 ) e anche a una larga
accoglienza riservata ai neologismi dai dizionari dell'uso.
Talvolta parole e locuzioni, cambiando completamente status, si
trasformano da arcaismi in neologismi, grazie a un'improvvisa fortu­
na che le rende - dopo una prolungata scomparsa dall'uso - parole
alla moda. Si parla in questi casi di neologismi di recupero: un buon
esempio può essere il latinismo par condicio, attestato nei testi giuridi­
ci tardolatini e di lì passato alla giurisprudenza medievale e moderna,
ma rilanciato prepotentemente alla popolarità giornalistica dal presi­
dente della Repubblica Scalfaro nel novembre del 1 994 . Altre volte,
su un significante vecchio s'innesta un nuovo significato: si parla in
questo caso di neologismo semantico, come nel caso di macchina, pa­
rola antica che ha subìto più di una ridefinizione del proprio signifi­
cato nel corso del tempo.
Accanto ai neologismi semantici si possono ricordare i neologismi
derivativi o di combinazione, ottenuti cioè tramite gli usuali modi di
formazione e composizione delle parole. I puristi più rigidi condan­
navano anche questa forma di ampliamento del lessico, che invece
oggi risulta lo strumento di gran lunga più usato per la coniazione di
nuovi vocaboli. Tra i tantissimi esempi possibili: agibilità, metallaro,
deforestazione, eurodeputato, ammazzasentenze.

8.5 La formazione delle parole

Il più importante mezzo di arricchimento del repertorio lessicale è


senza dubbio la derivazione, ovvero la possibilità di produrre nuove
parole a partire da quelle preesistenti, tramite l'applicazione di una
serie di meccanismi derivativi. L'italiano condivide questa possibilità
formativa con molte lingue, tra le quali lo stesso latino. Questo, in vir­
tù dei rapporti storici che legano le due lingue, può suscitare a volte
incertezza nel valutare l'origine di un vocabolo derivato.

218
Parole vecchie e parole nuove

Di fronte a parole come giustezza o come aratore, per esempio, ci si


può chiedere se si tratti di continuazioni delle parole latine IUSTITIA e
ARATOR, -ORIS oppure di forme create all'interno dell'italiano (rispet­
tivamente dall'aggettivo giusto e dal verbo arare) . Ma si tratta di una
falsa alternativa: entrambe le affermazioni sono corrette, a seconda
del punto di osservazione. In prospettiva storica - guardando cioè
all'evoluzione della lingua nel tempo - non c'è dubbio che le due pa­
role italiane rappresentino l'eredità delle corrispondenti forme latine.
D'altra parte, ponendosi nell'ottica del parlante - che non tiene con­
to dell'etimologia, ma solo della funzionalità attuale della lingua -,
quelle due parole hanno un significato trasparente proprio perché
sono immediatamente riconducibili ad altre due parole a cui qualsiasi
italofono immediatamente le ricollega.
Da ogni base lessicale si potrebbe teoricamente ricavare un numero
di derivati molto elevato. Ma di tutti i derivati che virtualmente appar­
tengono al sistema di una lingua, solo una piccola parte esiste nell'uso
effettivo. I processi di formazione delle parole rappresentano cioè
possibilità virtuali, che storicamente si realizzano in misura ridotta
e secondo percorsi imprevedibili. Non c'è alcuna ragione oggettiva,
per esempio, che spieghi perché per due bambini di sesso diverso si
parli di un maschietto e di una femminuccia (e non di un '�maschiuccio
e di una -1'/emminetta né di un *maschiello e di una *femminina) , né
perché da due verbi di I coniugazione in -erare come alterare e tempe­
rare si traggano due sostantivi rispettivamente in -azione (alterazione)
e in -amento (temperamento).
Tra le limitazioni che causano il cosiddetto "blocco" nella forma­
zione di una parola c'è l'esistenza di una parola semanticamente o
anche solo formalmente simile (così non si avrà *manetta per 'mani­
na' perché manetta esiste come parola diversa) . Altre volte il "bloc­
co " riguarda solo alcuni significati della parola-base: si può parlare di
pienezza dei poteri, ma non di -1'pienezza di un bicchiere, così come ci
può essere un personaggio impopolare, ma non una -1'quota impopolare
nelle vincite al Superenalotto.
Quanto ai meccanismi, si possono distinguere tre modi di forma­
zione delle parole: la prefissazione, la suffissazione e la composizione.
I vocaboli derivati possono inoltre organizzarsi secondo due diverse
modalità: paradigma a ventaglio e paradigma a cumulo.

219
Manuale di linguistica italiana

Nel paradigma a ventaglio da una stessa base lessicale si trae di­


rettamente una serie più o meno ricca di derivati. Un esempio può
essere il seguente:

� lavoro
� lavoratore
lavorare � lavorazione
� lavorativo
� lavorabile
� lavorio

Nel paradigma a cumulo, invece, la derivazione avviene con una


serie di trasformazioni successive a partire dalla medesima base
lessicale. Per esempio: idea � ideale � idealizzare � idealizzazio­
ne; oppure: forma � formale � formalizzare � formalizzazione.
Spesso, infine, i due paradigmi si combinano tra loro, generando
strutture derivative simili alla seguente:

formalizzazione
formalizzare �
formalizzabile
forma � formale �

formalista � formalistico

La derivazione è oggi un processo molto produttivo, soprattutto per la


sua capacità di creare parole analizzabili, e dunque semanticamente tra­
sparenti (delle quali, cioè, è possibile ricavare il significato senza cono­
scerlo in precedenza). Si nota così la tendenza a creare numerosi verbi de­
nominali o deaggettivali (aventi cioè come base un nome o un aggettivo):
per esempio amore � amoreggiare, rottame � rottamare, criminale �
criminalizzare, falso �falsificare; e al tempo stesso una grande espansio­
ne degli astratti deaggettivali o denominali (governabile � governabilità,
dossier � dossieraggio), con conseguenze sull'uso linguistico che toccano
anche gli aspetti sintattici. Così accade per esempio nel linguaggio gior­
nalistico e burocratico, in cui sarà più facile trovare una frase come <<l'im­
putato ha dichiarato la propria estraneità ai fatti», piuttosto che <<l'impu­
tato ha dichiarato di essere estraneo (o che era estraneo) ai fatti».

220
Parole vecchie e parole nuove

8.6 L'affissazione

L' a/fissazione è un processo di formazione delle parole che si distingue


in pre/issazione e suffissazione. Nel caso dei suffissati (i più frequenti
in italiano) , la derivazione è ottenuta aggiungendo un elemento che
si pone dopo la base (il suffisso). A seconda della base a cui si appon­
gono, si distinguono: suffissi denominali, deaggettivali e deverbali. A
seconda del processo di trasformazione lessicale a partire dalla base,
i suffissi possono essere inoltre classificati in:

- suffissi verbali denominali e deaggettivali (nome o aggettivo �


verbo) : -are e -ire (le desinenze degli infiniti di I e IV coniugazione
latina) come in bacio � baciare, fiore � fiorire; secco � seccare,
scuro � scurire; -eggiare (amore � amoreggiare, folle � folleggia­
re) ; -zficare (sapone � saponificare, falso � falsificare; a volte la
base si riduce, come in elettrico � elettrificare) ; -izzare (alfabeto �
alfabetizzare, acuto � acutizzare) ;
- suffissi nominali deverbali (verbo � nome): -aggio (suffisso d'origi­
ne francese; se parole medievali come coraggio e retaggio non sono
ormai analizzabili, diverso è il caso di formazioni moderne come
abbordare � abbordaggio, tatuare � tatuaggio); -ando, -anda (come
nel gerundivo latino esprimono l'idea del dovere: esecrare � ese­
crando, o anche solo dell'imminenza: laureare � laureando); -ante,
-ente (corrispondenti al participio presente latino, danno luogo a
un sostantivo riferito a una persona che compie una certa azione:
parlare � parlante) , ma anche a un prodotto che ha un dato uso
(sbiancare � sbiancante, recentemente affermatosi come sostanti­
vo nel commercio di detergenti) o a una nozione astratta (muovere
� movente) ; -anza, -enza (molto frequenti nella poesia antica per
influsso del modello d'oltralpe, danno luogo a sostantivi astratti:
mancare � mancanza); -ato, -ata, -ito, -ita ecc. (suffissi propri del
participio passato adottati in forme sostantivali: lavare � lavata,
tenere � tenuta); -ìo (luccicare � luccichìo, pigolare � pigolìo);
-ino, -ina (spazzare � spazzino) ; -mento (il suffisso fondamentale,
insieme a -zione e a -sione: affondare � affondamento, abbellire
� abbellimento); -one, -ona (mangiare � mangione) ; -toio, -torio,
-foia, -toria (mangiare � mangiatoia, parlare � parlatorio); -ura
(aggiunto alla base del participio passato: bruciare [bruciato] �

22 1
Manuale di linguistica italiana

bruciatura) ; -zione, -sione (demolire � demolizione, riprendere �


riprensione) ; inoltre -tore, -trice (con valore di agente: bandire �
banditore, truccare � truccatrice) . Ci sono poi alcuni casi di sostan­
tivi denominali senza suffisso o, come si dice, a " suffisso zero " : per
esempio deliberare � delibera (per deliberazione) o il più recente
utilizzare � utilizzo (per utilizzazione) ;
suffissi aggettivali deverbali (verbo � aggettivo) : -abz"le, -ibile (indi­
cano possibilità o opportunità: datare � databile, vendere � ven­
dibile) ; -evole (meno produttivo dei precedenti, coi quali a volte
coesiste: mutare � mutabile, mutevole; incantare � incantevole) ;
suffissi nominali deaggettivali (aggettivo � nome): -eria (tirchio
� tz"rchieria) ; -ezza, -izia (allotropi risalenti allo stesso suffisso lati­
no, -ITIA: giusto � giustezza, giustizia con significati e àmbiti d'uso
differenti) ; -ìa, -ia (folle � follzà, perfido � perfidia) ; -ismo, -esimo
(ancora una coppia di allotropi dalla base latina, a sua volta mo­
dellata sul greco, -ISMUS: dal primo per esempio pessimo � pessi­
mismo, dal secondo pagano � paganesimo) ; -ità, -età, -tà (attivo �
attività, il secondo solo nelle basi in -io: empio � empietà, il ter­
zo in pochi relitti come umile � umiltà) ; -itudine (indica nozioni
astratte: grato � gratitudine) ;
suffissi aggettivali denominali (nome � aggettivo) : -ale (nave �
navale); -ano (paese � paesano, oggi scarsamente produttivo tranne
che negli aggettivi etnici: Italia � italiano, o in riferimento a gruppi
d'appartenenza, a partire da un nome proprio: Berlusconi � berlu­
sconiano); -are (laguna � lagunare) ; -ato, -ata, -uto, -uta (in origine
suffissi participiali: ala � alato, il secondo indica di solito una ca­
ratteristica molto marcata: boccolo � boccoluto) ; -esco (di solito in
accezione negativa: popolare � popolaresco) ; -ico (tra i più produt­
tivi nell'italiano moderno: economia � economico. film � filmico) ;
-izio (piuttosto raro: impiegato � impiegatizio) ; -oso (indica la pre­
senza di una certa qualità: fumo � fumoso; negli ultimi decenni in
notevole espansione: si pensi a forme come comodoso, risparmioso,
scattoso e simili, adottate anche dal linguaggio della pubblicità) ; e
ancora -ario {ferrovia � ferroviario) , -evole (amico � amichevole) ,
-ile (giovane � giovanile) , -iero (salotto � salottiero) , -ino (capra �
caprino) , -istico (riforma � riformistico) . Ci sono poi suffissi etnici
come -ese ( Giappone � giapponese) , -ino (Mestre � mestrino) e
-iaco (Bosnia � bosniaco) , oltre ad -ano, già menzionato.

222
Parole vecchie e parole nuove

La trasformazione mediante suffisso, in molti casi, può svolgersi


all'interno della medesima categoria grammaticale.

- Nome � nome. Possiamo assistere alla trasformazione di un nome


in un altro nome attraverso l'uso dei suffissi nominali denominali
-aglia (con valore collettivo-dispregiativo: sterpo � sterpaglia, ra­
gazzo � ragazzaglia) ; -aio, -aro, -ario, -aio/o (il primo, in declino
nella formazione dei nomi di lavoratore in cui è più produttivo
-ista, può avere anche valore dispregiativo: parola � parolaio; il
secondo è la variante non toscana di -aio, in forte espansione anche
nell'italiano comune: si pensi a formazioni recenti come metallo
'rock duro' � metallaro o panino � paninaro; l'ultimo è usato,
tranne che in qualche nome di mestiere come boscaiolo, in accezio­
ne negativa: forca � forcaiolo, così come la variante di irradiazione
romanesca -aro/o: bomba � bombarolo e simili); -ata (occhio �
occhiata, randello � randellata, mascalzone � mascalzonata); -ato
(duca � ducato, padrone � padronato; diverso lo specifico uso che
ne fa la chimica) ; -ema (produttivo solo nella linguistica: per esem­
pio fono � fonema); -eria (è il suffisso più comune per indicare
negozi e attività commerciali: pizza � pizzeria, vetro � vetreria) ;
-eto, -eta (con valore collettivo in riferimento alla vegetazione: oliva
� oliveto, pino � pineta); -iere, -iero (suffisso d'origine francese,
indicante mestieri: camera � cameriere, ma anche oggetti: candela
� candeliere; la variante -iero si ritrova oggi in pochi vocaboli,
come nell'ispanismo guerrigliero) ; -iera (femminile di -iere, -iero, si
riferisce più spesso a oggetti inanimati: sale � saliera) ; -ile (in po­
chi nomi collettivi come porco � porcile, cane � canile e il recente
gatto � gatti/e) ; -ista (è il suffisso più produttivo per indicare chi
svolge un'attività: gomma � gommista; chi segue una determinata
ideologia: Calvino � calvinista; chi ha un determinato atteggia­
mento: disfatta � disfattista) .
- Verbo � verbo. Tra i suffissi verbali deverbali si possono citare
-ellare (o -erellare o -arellare) : saltare � saltellare, giocare � gio-
cherellare, e -icchiare, -acchiare (giocare � giochicchiare, vivere �
vivacchiare) .
- Aggettivo � aggettivo. Tra i suffissi aggettivali deaggettivali: -iccio
(malato � malaticcio) , -igno (aspro � asprigno), -ognolo (amaro �
amarognolo), -occio (bello � belloccio) . In questo caso, ci troviamo

223
Manuale di linguistica italiana

in una zona al limite tra la derivazione propriamente detta e I' alte­


razione, cioè la modifica tramite suffisso di una base lessicale per
caricarla di particolari connotazioni di significato (accrescimento,
diminuzione, affetto, disprezzo, ironia) . Gli alterati rappresentano
una particolare categoria di suffissati: suffissi diminutivi sono per
esempio -ino, -etto, -ella, -uccio; accrescitivi: -one e, con connota­
zione ironica o negativa, -acchione; dispregiativi: -accia, -astro.

Nei prefissati, invece, l'elèmento (il prefisso) viene aggiunto prima


della base. A differenza di quanto accade normalmente con i suffissi
non alterativi, la prefissazione non implica il cambiamento di cate­
goria (elenco nome � avantielenco nome; agire verbo � interagire
verbo; atomico aggettivo � postatomico aggettivo) . Tra i prefissati
nominali e aggettivali, si distinguono parole formate con: 1 ) prefissi
provenienti da preposizioni e avverbi (per esempio ante- e pre-, post­
e retro-, extra- e fuori-, trans-, vice-) ; 2 ) prefissi intensivi (super-, ultra-,
stra-, iper-, sotto-, multi-); 3 ) prefissi negativi (in-, s-, dis-) . Tra i prefis­
sati verbali la distinzione è tra prefissi intensivi (s-, stra-) e prefissi con
valore di aspetto e di modo: dunque r(z) - e r(e) - 'di nuovo' , contro- e
contra- 'in opposizione' , inter- e (in)/ra- 'in mezzo' ecc.
Alcuni derivati possono inoltre risultare dall'aggiunta contempo­
ranea di un prefisso e di uno o più suffissi a una base, prevalente­
mente nominale. Sono questi i verbi parasintetici, formati di solito a
partire dai prefissi a- (dente � addentare) , de- e dis- (caffeina � de­
caffeinare, colpa � discolpare) , in- (orgoglio � inorgoglire) , s- (mac­
chia � smacchiare) .
Un particolare tipo di affissi è costituito infine dagli a/fissoidi, o
con/issi: si tratta di elementi aggiunti sia all'inizio (prefissoidi) sia alla
fine (suffissoidi) di una parola, che si comportano rispettivamente co­
me prefissi e suffissi, pur essendo originariamente parole autonome o
accorciamenti di parola. Si tratta di un processo di formazione delle
parole che si può considerare a metà tra derivazione e composizione. I
prefissoidi e i suffissoidi sono infatti elementi che - adoperati con par­
ticolare frequenza in parole composte - hanno acquisito un'autonomia
tale da poter essere paragonati a prefissi e suffissi, e possono essere
combinati potenzialmente con ogni parola del lessico italiano (anche
con forestierismi, se si pensa a parole come cineclub, telemarketing, vi­
deobank, videoshop, molte delle quali prive di un modello straniero).

224
Parole vecchie e parole nuove

Originariamente questi elementi - diffusi solo all'interno dei lin­


guaggi scientifici - erano attinti dalle due lingue classiche: il latino
e soprattutto il greco. Proprio dal greco deriva la sequenza determi­

nante + determinato, sequenza estranea alle lingue romanze, ma favo­


rita negli ultimi anni dal modello dell'inglese (molti tra i prefissoidi di
maggiore diffusione sono anglogrecismi o anglolatinismi: foto-, tele-,
video- ecc.). Oggi, però, la grande espansione di questo processo ha
fatto sì che nella lingua comune si possano trovare usate in funzione
di prefissoidi

parole italiane intere come calcio (calcioscommesse, calciomercato);


accorciamenti nati dalla combinazione con un suffissoide, che si
trasformano a loro volta in prefissoidi (così per esempio buro-: da
liurocrazia a burolingua) ;
- accorciamenti creati appositamente per creare prefissoidi (mini­
che l'inglese ha derivato da miniature 'miniatura'; o catto-: catto­
comunista, catiosocialista; o ancora normo-: normodotato, normoli­
neo, normopeso, normotipo) .

8.7 La composizione

Per composizione s'intende il processo per cui, unendo due o più pa­
role, si ottiene una parola nuova. Numerosi sono in italiano i compo­
sti che abbinano un verbo e un nome (come attaccapanni, lavastovi­
glie, portacenere). In questi composti la frase sottostante - s'intende
da un punto di vista logico - ha un predicato verbale (qualcosa lancia
le fiamme � lanciafiamme) . Ci sono poi composti in cui la frase sot­
tostante ha un predicato nominale: questi possono nascere dalla com­
binazione di un nome e di un aggettivo (per esempio la cassa è forte
� cassaforte) o viceversa di un aggettivo e di un nome (altopiano,
malafede) ; oppure dalla combinazione di due nomi (in cui il secondo
" determina" il primo come se fosse un aggettivo: per esempio carta­
moneta, calzamaglia) .
Diversamente vanno considerati i tipi cassapanca (nome + nome) e
agrodolce (aggettivo + aggettivo), in cui i due elementi sono due pre­
dicati coordinati (ovvero sono entrambi sullo stesso piano, non ce n'è
uno che determina l'altro: qualcosa è una cassa ed è una panca, qualcosa

225
Manuale di linguistica italiana

è agro ed è dolce) . Particolarità specifiche presenta anche il tipo pelle­


rossa o piedipiatti, perché, a differenza di quanto accade nei normali
composti nome + aggettivo, si tratta di parole che presuppongono un
riferimento esterno: se cassaforte indica almeno in origine una cassa che
è forte e camposanto un campo che è santo, pellerossa non indica una
pelle che è rossa, ma uno che ha la pelle rossa. Ulteriori tipi di composto
sono i conglomerati (composti da verbi, di solito alla seconda persona:
saliscendi, fuggifuggi, dormiveglia) e le cosiddette "parole macedonia"
(in cui si tagliano e fondono tra loro due vocaboli: confiederazione) +
industria = Con/industria, cant(ante) + autore = cantautore) . La defini­
zione si deve al linguista Bruno Migliorini, primo titolare di una catte­
dra di Storia della lingua italiana (Università di Firenze, 1 938), e autore
di una fondamentale Storia della lingua italiana ( 1 960) .
Un caso ancora diverso è quello delle unità polirematiche, sequenze
non modificabili di più parole che in genere mantengono la propria
autonomia grafica, e in cui le singole componenti non possono essere
definite isolatamente e dunque costituiscono di fatto un'unica parola
composta: anno luce, avviso di garanzia, ferro da stiro, busta paga. La
caratteristica delle unità polirematiche è che gli elementi da cui sono
composte non possono essere separati da altri elementi: si dice un
buon ferro da stiro o un ferro da stiro buono (anteponendo o pospo­
nendo l'aggettivo all'intera unità), ma non si può dire i'un ferro buono
da stiro o *un ferro da buono stiro.

8.8 Parole d'autore

Tutte le parole nascono dall'uso di un individuo, che le immette nel


circuito della società; ma nella grande maggioranza dei casi questo
.uso iniziale si perde nella notte dei tempi. Non avrebbe senso chie­
derci chi ha coniato parole italiane come oste o chiamare, parole che
continuano basi latine (rispettivamente HOSPITEM, accusativo di HO­
SPES, -ITIS 'che dà ospitalità' - attraverso il francese antico oste e -

CLAMARE), a loro volta risalenti a radici indoeuropee. Solo raramente


possiamo risalire al creatore, cioè all'onomaturgo di un determinato
vocabolo. Non solo: ovviamente non basta inventare una parola nuo­
va. Occorre che le innovazioni proposte riescano (perché si accompa­
gnano a nuovi oggetti o concetti, perché corrispondono alle esigenze

226
Parole vecchie e parole nuove

<lei parlanti, perché sono particolarmente brill anti o divertenti) ad


affermarsi nell'uso comune.
Le parole che possono vantare un autore abbondano, in realtà, nei
linguaggi settoriali, in cui sono formate di solito a partire da compo­
nenti greche e latine. In medicina abbiamo, tra le altre, allergia (tede­
sco Allergie, dal greco allos 'altro' + enèrgheia 'energia'; Clemens von
Pirquet, 1 906) , cirrosi (francese chirrose, dal greco khirrhòs 'di colore
arancio scuro'; René Laennec, 1 805 ) , difterite (francese diphtérite, dal
greco diphtera 'pelle'; Pierre-Fidèle Bretonneau, 1 82 1 ) , omeopatia
(tedesco Homoopathie; Samuel Hahnemann, 1 8 10), vitamina (inglese
vitamine poi vitamin, coniato erroneamente sul nome degli ammino­
acidi da Casimir Funk, 1 9 1 3 ) ; in chimica bromo (francese brome, dal
greco bromos 'puzzo'; Antoine Jérome Balard, 1 826) , e poi ancora
gas, idrogeno, ossigeno.
In alcuni casi la parola, per ragioni storiche o di fortuna letteraria,
si lega indissolubilmente alla figµra del proprio autore. È facile, per
esempio, ricondurre al filosofo e politico rinascimentale Tommaso
Moro ( 1478- 1535 ) la parola utopia, a Sigmund Freud ( 1 856- 1939) psi­
coanalisi, a Karl Marx ( 1 8 1 8 - 1 883 ) plusvalore, a Filippo Tommaso Ma­
rinetti ( 1 876- 1 944) futurismo, a Guillaume Apollinaire ( 1 880- 1 9 1 8)
calligramma 'poesia stampata in modo da formare un disegno' . Meno
ovvia è l'attribuzione di allitterazione all'umanista quattrocentesco
Giovanni Pontano ( 1429- 1503 ) o di stanza dei bottoni al politico so­
cialista Pietro Nenni ( 1 89 1 - 1 980) .

t/ L'ALLITTERAZIONE

È una figura retorica che consiste nella ripetizione più o meno ravvicinata
dello stesso suono (vocale, consonante o sillaba) all'inizio o anche all'in­
terno di due o più parole successive. In poesia, si parla di versi allitteranti
per casi come «Non più sul pioppo picchia il pennato I più, né l'eco più gli
risponde» (G. Pascoli, Il ritorno delle bestie) . Spesso l'allitterazione viene
impiegata per richiamare un suono, una cadenza o il verso di un animale,
con il fine di rendere più evocativo il testo; «ci fermeremo tra il pulve­
rulento I scalpitamento de' cavalli ansanti» (G. Pascoli, Le canzoni di Re
Enzio I La canzone del Paradiso) . In questo caso la successione ravvicinata
dei suoni p, c e t ricorda direttamente i colpi alternati degli zoccoli dei
cavalli sul terreno.

227
Manuale di linguistica italiana

Spesso l'inventore della parola è l'inventore (o lo scopritore) della co­


sa. Così accade per esempio per il cellofane (francese cellophane, dello
svizzero Jacques Brandenberger, 1 908) , per la pila (Alessandro Volta,
1799) , per il cinematografo (francese cinématographe, brevettato nel
1 893 da Léon Bouly) , per la dinamo (tedesco Dynamo [Maschine] ,
Werner Siemens, 1 867 ) , per la fisarmonica (tedesco Physharmonika,
brevettata nel 1 82 1 dall'austriaco Alexander Hacke), per il televisore
(inglese televisor, così denominato nel 1 926 da John Logie Baird).
Altre parole di questo tipo entrate da tempo nel lessico quotidiano
sono: eucalipto (dal greco kalypto 'copro': il botanico francese Charles­
Louis L'Héritier battezzò la pianta in questo modo per il fatto che
anche dopo la fioritura il calice dei suoi fiori resta chiuso), folklore
(William John Thomps, 1 846) , ideologia (francese idéologie; Antoine­
Louis Destutt de Tracy, 1796), panorama (dal greco pan 'tutto' + òra­
ma 'visione'; indicò dapprima un dipinto che riproduceva su una su­
perficie circolare una città o un avvenimento storico: il primo è del
pittore irlandese Robert Parker, 1797 ) , siluro (riprende il nome di
un pesce; fu il nome che l'ammiraglio italiano Simone de Saint-Bon
attribuì a un battello esplosivo varato nel 1 866) .

8.9 L'onomastica

Abbiamo parlato finora di nomi comuni, vale a dire di parole che


- dal punto di vista del significato - si riferiscono indifferentemente
a tutti i membri di una categoria o di una specie (tavolo, formica,
bosco, vitamina, atomo e così via) . In una lingua, tuttavia, esistono
anche parole che - come Andrea, Giulia, Pescara, Arno - sono prive
di un vero e proprio significato, perché identificano, all'interno di
una categoria generale, un solo specifico individuo: si tratta dei nomi
propri. Il ramo della linguistica che si occupa della classificazione e
dello studio dei processi di formazione dei nomi propri è l' onomasti­
ca, le cui specializzazioni principali sono l' antroponimìa (lo studio dei
nomi propri di persona) e la toponomastica o toponomia (lo studio dei
nomi propri di luoghi ed elementi geografici) .
I nomi di persona ( o antropònimi) , come i nomi comuni, sono
sottoposti al ciclo vitale di ogni parola; la vita di un antroponimo
si esaurisce di solito al cambiare delle mode onomastiche tipiche di

228
Parole vecchie e parole nuove

ogni periodo storico. Tra XI e XIII secolo, per esempio, nel panorama
antroponimico italiano erano diffusissimi nomi trasparenti, attribuiti
in virtù della loro piena interpretabilità o per la corrispondenza con
un vocabolo di chiaro significato. In massima parte si tratta di nomi
di tipo augurativo o apprezzativo, molti dei quali successivamente
scomparsi, come Bencivenni ('bene sei venuto a noi'), Bonagiunta,
Bonaventura, Dietaiuti, Buono, Bene, Bella; ma anche di formazioni
di segno negativo, che lamentavano per esempio una nascita non de­
siderata, a volte con fun;lione di scongiuro sulla sorte del bambino
(Amara, Soperchia, Perquezevenisti 'perché ci venisti? ' ) .
Nei secoli successivi, l a scelta sembra orientarsi maggiormente
verso nomi di tipo allusivo, scelti perché riconducibili a un perso­
naggio illustre come un santo (Matteo, Giovanni, Paolo, Domenico e
soprattutto Francesco, che grazie alla fama del santo di Assisi è stato
per secoli il nome italiano più diffuso) o un personaggio letterario
(Angelica, Orlando, Tancredi, Armida, dalle opere di Ariosto e Tasso;
Alfredo, Carmen, Aida, Gilda, riconducibili a famose opere liriche; gli
shakespeariani Otello, Ofelia, Amleto). Tra Ottocento e Novecento,
specialmente in Emilia-Romagna e in Toscana, ebbero una notevole
diffusione antroponimi di natura evocativa, selezionati per ribadire la
propria appartenenza a un gruppo sociale o politico. Si tratta soprat­
tutto di nomi ispirati alle imprese risorgimentali (Anita, o cognomi
di personaggi illustri impiegati come nomi propri: Garibaldil-o, Me­
notti, Oberdan) o alle ideologie socialiste e anarchiche (Lenin, Stalin,
Libero, Oliano, Bakunin ) .
Attualmente, il criterio d i scelta onomastica più diffuso sembra es­
sere il simbolismo fonetico: i nomi vengono scelti soprattutto perché
piacciono per il suono, in virtù della loro brevità (Giulia, Silvia, Sofia,
Marco, anche se non mancano gli Alessandro e i Massimiliano) o per
la loro origine esotica (Katia e Tania dal russo, ormai invecchiati, o
Samuel, di forma anglicizzante) . Va sottolineato, però, che sono tut­
tora vitali anche le modalità più fortunate nel passato, come la traspa­
renza, specie per i nomi femminili (Perla, Stella o anche Gaia, Diletta,
Serena, di natura augurativa) e l'allusione (sono ancora frequentissimi
per esempio i nomi di santi, affiancati ai nomi di grandi artisti e intel­
lettuali come Leonardo o Raffaello) .

229
Manuale di linguistica italiana

t/ CAMBI DI NOME

In molti casi un nome proprio di persona può essere sostituito (e a


volte definitivamente soppiantato) da un'altra forma nominale, legata
al nome originario da rapporti formali o di significato. I cambi di nome
più frequenti nell'italiano di ogni epoca sono dovuti principalmente
all'uso di

ipocorìstici (dal greco hypokoristikòs ' diminutivo ' ) : forme colloquiali


e vezzeggiative che vengono preferite nell'uso informale a molti nomi
propri, in virtù della loro brevità (perché risultanti da una abbrevia­
zione del nome originario: Nello < Lionello, Antonello ecc., Pina <
Giuseppina) o per il fatto di essere più facili da pronunciare (in quanto
costruiti sulla ripetizione di alcuni dei suoni del nome proprio, tipi­
ca anche del modo di parlare dei bambini piccoli: Pippo < Giuseppe,
Ciccio < Francesco, Lalla < Laura). Durante il Medioevo, alcuni ipoco­
ristici erano così diffusi da trasformarsi a loro volta, con il tempo, in
autonomi nomi di persona, come nel caso di Sandro < Alessandro o di
Enzo < Vincenzo; ·
pseudònimi e nomi d'arte: si tratta di nomi scelti come sostitutivi per
celare la propria identità in determinati contesti (famosi alcuni pseu­
donimi giornalistici come Chino di Tacco, scelto dal politico socialista
Bettino Craxi per firmare i suoi interventi sul quotidiano " Avanti ! " )
o per attirare l'attenzione in àmbito letterario e artistico, spesso man­
tenendo una parte del nome originario, considerato troppo lungo e
quindi poco efficace (Sophia Loren < Sofia Scicolone, Walter Chiari <
Walter Annicchiarico, Giorgio Gaber < Giorgio Gaberscik);
- allònimi (letteralmente ' altri nomi ' ) : sono antroponimi del tutto in­
dipendenti dai nomi originari che si sostituiscono deliberatamente
a questi per ragioni di estetica e, in generale, per rendere il proprio
nome più aderente alla norma onomastica imperante (si pensi a casi
come Giacinto detto Marco Pannella) . In Italia la pratica dell'alloni­
mia è frequente tra gli immigrati di prima generazione, che spesso
scelgono al posto del proprio nome originale un nome italiano da
usare nelle relazioni con la popolazione ospitante. Per esempio, il
personaggio egiziano di un recente romanzo in lingua italiana dello
scrittore algerino Amara Lakhous (Divorzio all'islamica a viale Mar­
coni, 2 0 1 0) cambia il proprio nome arabo (Said ) con l'italianissimo
(e ormai raro) Felice per facilitare la propria assunzione in una piz­
zeria romana.

230
Parole vecchie e parole nuove

Se gli antroponimi sono soggetti, seppure in maniera molto particola­


re, allo scorrere del tempo, molto più conservativi dal punto di vista
della forma risultano i topònimi, ovvero i nom i di lu oghi ed elementi
geografici: siano essi nomi di città o località, nomi di fiumi e laghi
(idronimi, dal greco hydor 'acqua') o nomi di rilievi (oronimi, dal gre­
co oros 'montagna' ) . Molti toponimi italiani sono derivati dal latino:
per esempio, Fano < FANUM 'tempio'; Forlì < FOR(UM) LI ( VII ) ; Poppa
e Foggia < FOVEA 'fossa'; Macerata < MACERIES 'mucchio di pietre';

Gusela, cima del Bellunese < *ACUCELLA ' guglia'. Altri conservano
le tracce di dominazioni straniere, con elem enti di superstrato pro­
venienti dalle lingue germaniche (Fara, elem ento presente in molti
nomi di località di diverse regioni < FARA 'insediamento nomade';
Brera e Braida < BRAIDA 'campo spianato') o dall'arabo (Calata/imi
< QAL'AT 'castello' + il nome romanzo Eufemio: quindi ' castello di
Eufemio'; Alcantara, fiume a sud di Taormina < QANTARA 'ponte';
Marsala < MARSA 'ALi 'il porto di Alì' ) . In altri casi, a essere conser­
vato è il sostrato etrusco (Populonia, Chiusi, Fiesole, Capua ) o italico
(Alpi < indoeuropeo *alb/'"alp 'pascolo d'altura'; Appennini < osco
*AP- 'cima, punta' + -ENNA, suffisso molto diffuso anche in etrusco e
in altre lingue italiche antiche) .
A volte, i nomi di città e località derivano o sono formati da un an­
troponimo, che può di volta in volta indicare lantico signore di un
territorio o alla sua famiglia (Accùmo rimanda ad ACCIANUS; Migliano
a ( AE ) MILIANUS; Onago ad *AURELIACUS e AURELIUS ) , oppure al santo o
all'antico dio pagano che protegge la località (Santa Lucia, Sant'Angelo,
Portovenere, Montegiovi) , a un eroe o a un antico fondatore (Eraclea) .
I n altri casi, il toponimo contiene l'indicazione del tipo di insediamento
che originariamente caratterizzava la località : Casale Mon/e"ato, Villa
San Giovanni, Pieve di Cadore (< PLEBEM, accusativo di PLEBS, origina­
riamente 'popolo', ma in séguito anche 'parrocchia') .
Certe volte, infine, le denominazioni sono direttamente collegate
alle circostanze che hanno accompagnato la fondazione dell'insedia­
mento: così il nome di Alessandria in Piemonte ripete il nome di papa
Alessandro III ( 1 100 ca. - 1 1 8 1 ) , che ne volle la costruzione; un po'
come accade per Pienza, in Toscana, voluta da papa Pio II (il letterato
toscano Enea Silvio Piccolomini, 1405 - 1464 ) . Procedimenti formativi
<li questo tipo (molto vicini a quelli della neologia per i nomi comuni)
sono riscontrabili massicciamente nei nuovi nomi delle città di fon-

23 1
Manuale di linguistica italiana

dazione fascista: Guidonia (dal nome dell'aviatore Alessandro Gui­


doni), Musso/inia (nome della città sarda poi ribattezzata Arborea) e,
su basi differenti, Pontinia (dal nome del bonificato Agro Pontino) e
Littoria (primo nome della città di Latina) .

8 . 1 0 Dal nome proprio al nome comune

Antroponimi e toponimi rappresentano un importante serbatoio per


la creazione di parole nuove: numerose parole dell'italiano, infatti,
derivano da nomi propri. Basti pensare a Dongiovanni 'seduttore',
dal nome del protagonista dell'omonima opera di Mozart o ad anfi­
trione 'ospite generoso' , dal nome di un personaggio del commedio­
grafo francese Molière, che lo trasse da Plauto. I nomi comuni che
derivano da nomi propri vengono chiamati deonz'mici e il ramo della
linguistica che ne studia la classificazione e le modalità di formazione
è la deonomastica.
I deonimici sono frequentissimi nel lessico italiano, al punto che
in molti casi risultano difficili da individuare a prima vista, perché il
legame con il nome proprio che li ha generati non viene più avvertito
con chiarezza. Pochi riconoscerebbero un deonimico in parole come
algoritmo (dal nome del matematico arabo Al-Khuwarizmi) , biro (dal
nome dell'ungherese Laszlo Biro, che inventò la penna a sfera) , pa­
parazzo (vedi cap. 6) o fortunello 'persona particolarmente fortunata'
(dal nome di un personaggio a fumetti del "Corriere dei Piccoli " ) .
Analizzando i processi mediante i quali è possibile ottenere un no­
me comune da un nome proprio, possiamo individuare diverse cate­
gorie.

- Deonimici ottenuti per antonomasia: sono nomi propri (molto spes­


so antroponimi) che si sono trasformati in nomi comuni attraverso
la generalizzazione delle caratteristiche peculiari di un personag­
gio, assunto come tipo o modello di un dato comportamento o ca­
rattere. Molti deonimici di questo genere provengono dalla cultura
classica: tra gli altri, cicerone 'guida turistica' (dal nome del grande
oratore romano) , adone 'uomo di grande bellezza' (dal nome del
mitico giovane che fece innamorare Afrodite per il suo aspetto) o
narciso 'persona vanitosa' (dal nome del personaggio mitologico

232
Parole vecchie e parole nuove

che si innamorò della propria immagine riflessa nell'acqua) . Ma


non mancano esempi tratti dalla letteratura, come gradasso (da un
personaggio dell'Orlando furioso) o perpetua 'donna che assiste un
sacerdote' (dall'omonima figura dei Promessi sposi ) , e soprattutto
dal cinema (007 'agente segreto', lolita 'giovanissima ragazza ses­
sualmente disinibita', armata branca/eone 'gruppo di pasticcioni,
confusionari e incapaci').
- Deonimici ottenuti per metonimia: si ottengono quando un con­
cetto o un oggetto assume il nome del suo inventore, scopritore o
iniziatore. Questo processo deonomastico è molto sfruttato dalle
lingue scientifiche e tecniche, per esempio per ottenere i nomi di
molte unità di misura (watt, ampère, volt, kelvin, e i meno cono­
sciuti angstrom 'misura lineare pari a un milionesimo di millime­
tro' e erlang 'unità di misura del volume di traffico telefonico' ) , di
numerosi elementi chimici (curio < Marie Curie; einstenio < Albert
Einstein; fermio < Enrico Fermi) e di alcuni concetti chiave (legge
di Boltzmann, paradosso di Schroedinger, ponte di Einstein-Rosen) .
Deonimici di questo tipo, però, sono molto diffusi anche nella lin­
gua di tutti i giorni: basti pensare a parole come diesel, boeing,
dolby, ma anche montgomery ( 'cappotto corto di lana con cappuc­
cio' reso famoso dal generale inglese Bernard Montgomery, eroe
della seconda guerra mondiale, che lo indossava abitualmente) o
bignami 'manualetto riassuntivo degli argomenti di una materia' ,
dal nome d i Ernesto Bignami, ideatore d i questo genere d i testi. .
- Deonimici ottenuti per derivazione suffissale: si ricavano a partire
da un nome proprio, secondo le consuete regole di formazione
delle parole dell'italiano, con l'impiego di vari suffissi. Tra i mol­
ti esempi possibili ricordiamo almeno rodomontata 'spacconata'
(da Rodomonte, un altro personaggio dell'Orlando furioso e anche
dell' Orlando innamorato di Boiardo), rocambolesco 'avventuroso e
spericolato' (da Rocambole, protagonista dei romanzi dello scritto­
re francese Pierre Alexis Ponson du Terrai!, 1 829- 1 87 1 ) , lapalissia­
no 'ovvio, scontato' (dal nome del generale Jacques de la Palisse) ,
pastorizzare (dal nome del medico francese Louis Pasteur, che in­
ventò il procedimento di sterilizzazione del latte e della birra) .

Oltre ai nomi di persona, anche molti nomi di luogo possono dare vita
adeonimici di grande diffusione. Basti pensare ai nomi di molti vini

233
Manuale di linguistica italiana

(chianti, borgogna, frascati) o formaggi (gorgonzola, asiago, parmigia­


no) , ad alcuni indumenti (bermuda, bikini, dal nome di un atollo del
Pacifico teatro di esperimenti nucleari negli anni sessanta del secolo
scorso), fino a parole di larghissimo uso, come mascara (dal nome di
una città della costa algerina) , cipria (dall'isola di Cipro, nell'Egeo
orientale) , canarino (dalle isole Canarie, nell'oceano Atlantico, delle
quali l'uccellino è originario) , berlina (dalla città di Berlino) e lavagna
(dal nome del comune ligure noto per l'estrazione dell'ardesia, con la
quale vengono o venivano costruite le lavagne scolastiche) .

STORIA DI PAROLE

Alfredo Il nome, testimoniato in Italia già in età longobardica (VII-VIII seco­


lo) nella forma latinizzata Al/redus e in quella parzialmente adattata Al/rid(i),
proviene dalla base germanica *alda- 'anziano' (o *athala- 'nobiltà') + */rithu­
'pace'. La sua fortuna nel sistema onomastico italiano, tuttavia, è molto più
recente: ritornato pienamente disponibile in Italia alla fine del XVIII secolo
per influenza dell'inglese e del francese (Al/red) , si impone definitivamen­
te soltanto grazie alla popolarità della Traviata, melodramma di Giuseppe
Verdi rappresentato per la prima volta nel 1 853 . Nell'opera è il nome del
protagonista m!ischile, reso ancora più celebre dall'accorata invocazione ri­
voltagli dalla protagonista femminile ( Violetta) al principio del secondo atto
e divenuta quasi proverbiale (Amami Al/redo.1 ) .

Gas, idrogeno e ossigeno Le parole d'autore gas, idrogeno e ossigeno, appar­


tenenti al lessico della chimica e della fisica, sono termini specialistici molto
diffusi anche nella lingua comune. Ossigeno e idrogeno si devono entrambi
all'iniziatore della chimica moderna, Antoine-Laurent de Lavoisier. Questi
nel 1779 coniò oxygène (italiano ossigeno) col valore di 'principio ossidifican­
te' ; dunque usando -gènel-geno nel significato di 'che crea', anche se in greco
ghèinomai 'ho origine' era un verbo intransitivo; un uso improprio che si è
oggi largamente affermato (si pensi a allucinogeno, spinterogeno ecc . ) . Otto
anni dopo riprese lo stesso elemento per coniare hydrogène (italiano idroge­
no) 'che crea l'acqua' (il primo elemento deriva dal greco hydor ' acqua ' ) . Gas
fu invece creato dal dotto belga Jean Baptiste van Helmont nel 1 652 , per
somiglianza con la parola chaos, della quale rappresenta una deformazione.

Macchina La parola macchina rappresenta un ottimo esempio di neologismo


semantico realizzatosi come tale nel corso di una lunga storia. Il significato

234
Parole vecchie e parole nuove

originario attestato a partire dal xv secolo (dal latino MACHINA) è quello di


'strumento o congegno atto a compiere lavori meccanici'. Già nel Quattro­
cento si era però aggiunto a quello etimologico il valore figurato di 'organi­
smo vivente', poi 'corpo umano' . Nei secoli successivi, si è indicata con il
semplice nome di macchina una serie di strumenti utili all'uomo per produr­
re lavoro, e a partire dal Novecento c'è stata una specializzazione nell'àmbito
<lei mezzi di locomozione. Se nella prima edizione del Dizionario moderno
( 1 905 ) Alfredo Panzini poteva scrivere sub voce: «Antonomasticamente, la
bicicletta. 'Montare in macchina' cioè inforcare la bicicletta», già nell'edizio­
ne del 1 93 1 doveva aggiungere: «Oggi ( 1 93 0 ) quasi esclusivamente, si dice
macchina per automobile, ma è antonomasia abusiva».

Neologismo Creata sulla base del greco (dall'aggettivo neos 'nuovo' e dal
sostantivo logos 'parola' , ma anche 'discorso' ) , la parola appare per la prima
volta in francese, nella forma néologisme, nel 1 7 3 4 (anche se già dal 1726
sono attestati i corradicali néologique 'neologico' e néologue 'neologo, crea­
tore di parole nuove' ) . In origine il significato è ben diverso dall'attuale:
néologisme indica non una tipologia di parola, ma un atteggiamento, un'abi­
tudine: quella di creare parole nuove, anche senza riflettere troppo sulla loro
effettiva utilità. La connotazione originaria della parola è quindi decisamente
negativa e rispecchia la filosofia linguistica illuminista, per la quale la crea­
zione di parole nuove può essere utile soltanto se contribuisce al progresso
delle idee, ma deve rifuggire la tentazione della creazione lessicale dettata
dalla moda. Con questo significato, la parola penetra in italiano nel 177 1 ,
attraverso il Nouveau dictionnaire français-italien del letterato nizzardo Fran­
cesco Alberti di Villanova ( 1737 - 1 80 1 ) , tra le prime testimonianze di adat­
tamento del termine fuori dalla Francia. Poco dopo neologismo assumerà il
suo significato attuale di 'parola o espressione n uova coniata attraverso le
regole di formazione di una lingua' .

Piedipiatti L a parola è u n calco strutturale sull'inglese d'America /lat/oot


lflat 'piatto' + /oot 'piede' ) , voce gergale attestata fin dal 1 959 nelle traduzio­
ni dei romanzi polizieschi americani, ma diffusasi soprattutto qualche anno
più tardi a partire dai doppiaggi cinematografici, col significato di 'poliziot­
to' . Negli anni sessanta e settanta piedipiatti prevale - nell'uso cinematogra­
fico - su sbirro, antica parola italiana derivante forse dal latino BIRRUM, no­
me del mantello rosso indossato generalmente dalle guardie nel Medioevo.
I rapporti di forza sembrano tuttavia invertirsi a partire dagli anni ottanta
e fino a tempi recenti: Due sbirri a piede libero è il titolo scelto per rendere

l'inglese Cop Out, pellicola statunitense del 2 0 1 0 .

235
9. Giusto e sbagliato

9 . 1 La norma e l'errore

Il concetto di norma linguistica ha qualche affinità con quello di nor­


ma giuridica. Nel diritto, l'infrazione alla norma penale fa scattare
una sanzione. Nella lingua la sanzione, pur non essendo codificata
puntualmente, può colpire o attraverso un giudizio scolastico (con
la conseguenza di ripetere un anno di scuola o di non superare la
prova scritta di un concorso) o attraverso la squalifica sociale: se un
medico scrivesse raggione o esperiensa, probabilmente dubiteremmo
della sua professionalità. Nel diritto l'applicazione della norma non
è immutabile nel tempo, ma - almeno per un certo numero di reati
- muta a seconda del tempo e dei luoghi. Per esempio, la legge che
stabilisce la sanzione dei comportamenti «che, secondo il comune
sentimento, offendono il pudore» (art. 529 del Codice penale) con­
sente una certa discrezionalità al giudice, proprio perché il comune
sentimento del pudore nella Milano del Duemila non è certo lo stesso
che in un paese siciliano degli anni Trenta. Nella lingua questo indice
di variabilità è ovviamente molto maggiore e si manifesta come va­
riabilità diacronica, diafasica, diamesica (ovvero attraverso il tempo,
i diversi registri linguistici, le differenze tra lingua parlata e lingua
scritta; vedi § § 4 . 1 e 4 .2 ) .
Per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato in una lingua,
occorre tener conto di una variabile fondamentale: il grado di accet­
tabilità, ossia la reazione dei parlanti di fronte alla violazione di un
certo istituto linguistico.
Possiamo distinguere quattro gradazioni di " errore" , in ordine cre­
scente di accettabilità:

il vero e proprio lapsus, consistente nel dire una cosa per l'altra
(Buona botte.' per 'Buona notte'): l'accettabilità è zero, dal momen-

236
Giusto e sbagliato

to che viene compromessa la stessa comunicazione, e il parlante si


corregge da sé, istintivamente;
- la violazione di fondamentali regole strutturali (per esempio io an­
dare per 'io vado'): non impedisce la comunicazione, ma è accetta­
bile solo a livelli elementari (bambini piccoli o parlanti stranieri);
- la violazione grammaticale largamente rappresentata a livelli dia­
stratici bassi (per esempio venghino per vengano) ;
- la violazione di norme largamente disattese anche da parlanti colti,
accettabile, quindi, anche in registri formali (per esempio l'accenta­
zione sartìa in luogo del corretto sàrtia). In quest'ultimo gruppo è
frequente che le forme considerate " corrette" divengano appannag­
gio di cerchie sempre più ristrette, fino al punto di uscire dall'uso.

ti' LA LEGITTIMAZIONE DELL'ERRORE

In alcune parole relativamente rare e di trafila dotta, l'accento origina­


rio si è perso o è in concorrenza con pronunce spurie che tuttavia, per
essere di uso quasi generale, sono destinate a costituire la norma. Così
il latino IRRÌTO ha mantenuto la pronuncia originaria nella poesia (per
esempio nel Tasso: «Non altramente 'l tauro, ove l'irrìti») , ma nell'uso
comune è diventata da tempo una parola sdrucciola (io ìrrito) ; simile
il caso di SÈPARO, diventato sepàro, anche se talora si sente ancora la
pronuncia ricercata, alla latina. Altre volte l accento originario ha re­
sistito, rendendo minoritaria la pronuncia alterata: è il caso di rubrìca
(latino RUBRìCA) in luogo di rùbrica o di infido (latino INFÌDUS) in luogo
di ìn/ido.

9.2 Le fonti della norma linguistica

A differenza delle fonti del diritto, chiaramente definite, le fonti


della norma linguistica sono più incerte, e soprattutto meno delimi­
tabili. Si può dire che ogni parlante, in quanto capace di padroneg­
giare una lingua con le sue regole e le sue sfumature, proceda a una
continua verifica della correttezza e dell'efficacia delle esecuzioni
linguistiche dei suoi interlocutori. Naturalmente, il prestigio lingui­
stico del singolo parlante varia a seconda del suo ruolo professiona­
le (sarà massimo in un insegnante di lettere, minimo in una persona

237
Manuale di linguistica italiana

di bassa istruzione) , della sua età (maggiore in un adulto che in un


ragazzo) , della riconoscibilità regionale (maggiore in chi parli un
italiano sorvegliato che non in chi parli con un marcato accento
regionale) .
Più delle parole dette contano però quelle scritte, e ancora più
quelle pubblicate, in forza della maggiore autorità e durata nel tempo
di ciò che viene affidato alla stampa. Tra le principali fonti della nor­
ma linguistica ci sono dunque: i dizionari; le grammatiche; i repertori
del buon uso linguistico.
I dizionari - pur occupandosi principalmente di lessico e non di
grammatica - hanno varie occasioni per illustrare una norma: posso­
no prevedere appositi inserti dedicati agli errori; omettere una forma
scorretta; suggerire preferenze. Un dizionario può, per esempio, riu­
nire i principali dubbi linguistici in una tabella, con l'intento non solo
di risolvere un quesito specifico del lettore, ma anche di suggerirgli
come comportarsi in altre circostanze analoghe. È quel che fa il Vo­
cabolarz'o della lingua italiana Zingarelli dal 1 998 in poi, distinguen­
do, con equilibrato senso linguistico, tra errori veri e propri e forme
preferibili; o, a partire dal 2008, il Dizionario italiano Garzanti con le
schede del suo Grammabolario (vedi § 10.8).
Il dizionario, però, può darci un'informazione anche tacendo. Po­
niamo che un lettore sia in dubbio tra accellerare e accelerare o tra
blù e blu: consultando il vocabolario troverà solo accelerare e blu; ne
dedurrà facilmente che le alternative sono scorrette, anche se man­
ca un'esplicita indicazione in questo senso. In molti casi l'alternativa
giusto/sbagliato non si risolve con una risposta netta: una delle due
forme può essere meno comune (perché antiquata o regionale, per
esempio) , senza per questo essere scorretta. Il dizionario può espres­
samente indicare il diverso grado di frequenza nell'uso - e quindi
implicitamente raccomandare la forma più diffusa - o ricorrendo a
indicazioni come "letterario " o " regionale" , oppure ponendo al pri­
mo posto la forma considerata prevalente.
Le buone grammatiche sono più esplicite e diffuse, e motivano una
norma in base a considerazioni storiche o pragmatiche. Per illustra­
re la differenza tra egli e lui, per esempio, ci si può rifare al lungo
processo di indebolimento di egli come soggetto e/o sottolineare la
diversa funzione (quella di egli è esclusivamente anaforica) .

238
Giusto e sbagliato

• ATIENZIONE: come di' (imperativo di dirt, di cui


ACCENTO
nota d'uso -------' I abbiamo parlato sopra), anche "4', 114: va' e fo' (impc-
rativi di darr, Jtarr, an"4rr e forr) vogliono non l'ac-
ccmo ma l'aposuofo, cosl come po' (:: poco) e mo' (:
Laccento cade su quella sillaba di una parola dove l'in­ modo: a mo' di ), in quanro si tratta di panicolari for­
tonazione della voce è più marcata, più intensa. I n paro­ me di uoncamcnto (V. nora d'uso ELISIONE e
LI, ad es., l'accento cade sulla sillaba -rò-: in si/Jab11, cade TRONCAMENTO).
sul sì/-. La sillaba su cui cade l'accento si dice tonica Normalmente I'acccmo grafico non si segna all'interno
(dal greco tdnos, che significa 'tensione, pressione, for­ di parola. Esiste però il caso di akuni vocaboli, formati
za'), le altre si dicono atone (cioè 'senza tono'). da due o più sillabe, che si scrivono nello nesso modo ma
A seconda di dove cade l'accento, le parole si dicono: si distinguono per come vengono pronunciati, in quanto
tronche, se laccento cade sulla vocale dcli' ultima silla­ I'accc-nto cade su sillabe diffcrcmi (tali parole sono dcm:
ba. come in Ptrù, ptrchl, c11ffe, andò; piane, se cade sulla 'omografi'). In questi casi si possono �rifìcarc drgli �ui­
vocale della pcnulrima, come ih prtgàrt, 11vànti, aaìmto, voci. Un ritolo di giornale che dica, ad es., pnrlono gli dt­
misùnt; sdrucciole, se cade sulla terzultima, come in cir­ tmllltori, può ingenerare qualche perplessi tà, sino a
colo, GènolNI, fantàstùo, època; bisclrucciolc, se cade sul­ quando i souotitoli e il contenuto stesso dcll'anicolo, ol­
la quanulrima, come in t.btr11ci, dàttmtlo, sdvo'4no; tri­ tre che il buon senso, fanno scanare l'ipotesi di un pro­
adnacciolc, nei rari casi in cui cade sulla quintul1ima, geuo di attentato sventato oppure di un n-entuale porl4-
come in èvitamtlo, rtcì1pit11mtlo, rècitamtlo. no agli ancntamri da pane di qc. Generalmente il conte­
Ad ceca.ione di alcuni monosillabi (articoli, pronomi, sto in cui il vocabolo è inserito è sufficiente a chiarire i
particelle pron. o avv. come mi, ti, ci, si, vi, nt) che si ap­ dubbi (forse proprio un titolo è, per sua narura, più 'ri­
poggiano nella pronuncia alla parola che segue o che schioso'). I l consiglio è perciò di segnare l'accento solo in
precede (tali particelle sono chiamare 'proclitiche' o 'en­ quei casi che ragionarolmenrc si prcscmano ambigui.
clitiche'), turte le parole hanno un accento, che si chia­ Tra questi 'omografi', ricordiamo i più comuni: àncont
ma accento tonico. Quando laccento è indicato con un (nome) e anctJra (avv.); aJmpiUJ (nome) e compito (agget­
segno, prende il nome di accento grafico. In questo ca­ tivo); principi (nome, da prlnriµ) e principi (nome, da
so l'accento può essere acuto (sulla i e sulla O chiuse: af prindpio); combJmini (nome, da ronJ/Jmino) e conJoml­
finch/, µrchl, coppa. vtl/go) oppure: Il"'"' (sulla t e sulla
(nome); formati (verbo, imperativo) e ftrm4ti (verbo,
ni (nome, da ronJomJnio); JnJtlni (verbo) e JniJhi
ò apcnc e sulle alrre rre vocali: cioè, caffo, ptrciò, àncont,
così, virtù). participio); ìnJic� (nome) e iru:lk� (verbo); Ò<"t11JN1ti (ver­
L'ltCC9nto gr8flco deve ....,. uato: bo, imperativo) e oct11pdti (verbo, panicipio); prhiJi
• sulle parole rronche con due o più sillabe: lunttll , (nome m. pi. da prhùk) e pmldi (nome m. pi. da pmJ ­
ant/4, città; dio); rtgla (nome) e rtgia (aggettivo); sùbito (avverbio) e
• sui scguenci monosillabi: ci/J, può, già, più, giù, piè; subito (verbo, parcicipio); tèntlint (nome m.) e ttrullnt
• su alcuni altri monosillabi per non confonderli con (nome f.); vJo'4 (verbo) e vi/J'4 (nome). � bene ricordare
altre parole uguali nella pronuncia (i cosiddeni che in caso di dubbio si preferisce segnare l'accemo sulla
'omofoni') ma che hanno diversa qualifica grammati­ parola sdrucciola piunosto che su quella piana.
cale e diverso significato. Sono: L'accento si può indicare graficamente anche quando si
• dà (verbo dart): ti dà '4 matit11 ; dli (prep.): 11imi da usano parole difficili o rare che si ririenc non siano co­
mt; nosciute da chi legge. oppure di cui si vuol ribadire l'ac­
• cl (nome): nont t tll ; di (prep.): cinà di Mi'4no. AT­ cenro esano. Si può quindi scrivere: àfono, nhntsi, glico­
TENZIONE: cl' (imperativo dcl verbo dirt) è un sùria; lrccornJa, cal/Jfogo, svalùto, ujftro.
Rimane ancora da dire di quelle parole che si scrivono
qutl cht ti part.';
troncamento e vuole l'aponrofo, non l'accento: di'
nello stesso modo ma differiscono nella pronuncia, non
• • (verbo): chi è?; e (cong.): m11riso r moglit; perché l'accento cada su una sillaba diversa, ma per la
e"' (= perché, cong.): uci, chi non conosci ifatti!; che presenza di una t o di una o chiuse o aperte: acdtta (ver­

/)ggt (verbo) e llt,gt (nome); mèntt (verbo) e mlntt (no­


(pron. rei. o cong.): can cl,, abbaia non rnonk: ti rif"­ bo) e acdtta (nome); co/JJ:11 (nome) e co/Jlg11 (verbo);
to cht non lo so;
• là (avv.): rim11ni lii.'; la (art. e pron.): apri '4 finntra ; me); plsc11 (nome, dal verbo ptsc11rt) e phca (nome di
non LI conouo; frutto): Wnti (nome) e vinti (aggettivo numerale); op­
• A (�vv ) : LI chiavt è lì sul tavolo: Il (pron.): non li ho pure con la o, còlto (aggettivo o panicipio, da cog/im) e
_.
""'' visti;. edito (aggtnivo = istruito); Jòsst (nome) e ftJsst (verbo);
• n6 (cong.): ni cabio nlfotkkJ ; ne (pron. o avv.): rnt nt vòlto (verbo) e vdlto (nome). Va dcno che nella maggior
dai una?: mt nt v11do ; parte dci casi l'accento non è necessario in quanto è ben
M (pron .): fa tutto da si; da si sttsSo (in questo secon­ difficile in un normale contesto linguistico confondere
do caso, quando si è seguito da sttsso, si può anche cali omografi. Laccento si qna soltanto se c'è poca
scrivere senza l'accento; è runavia consueta anche la chiarC"ZZa oppure se si vuol imenzionalmcnte precisare il
forma accentata, per evirare equivoci che, nel caso di suono aperto o chiuso della t o della o.
st sttssi o st sttsst, potreb�ro verificarsi); ae (cong.): st L'eccento clrconlleuo r>. infine, indica, nel plurale di
soltanto lo voksst. . . ; alcuni nomi o aggenivi in -io, la contrazione di due i in
• el (avv.): sì, lo conosco; al (pron.): si alza strnprt tardi; una sola (ad esempio nel plurale principi di principio) spe­
tt (nome): gr11disci un ti'?; te (pron.): vtngo ron tt; cialmente allo scopo di evitare possi bili confusioni con al­
• sulle voci verbali do, dai, danno si può segnare l'ac­
tri plurali di egual grafia (in questo caso con principi, plu-
cento: dò, dài, dànno per non confonderle con do rale di prìnciµ). Lacccnto circonflesso è oggi poco usaco.
(nota musicale). dai (prtp. an.) e "4nno (nome). Non Si tende a trovare altre soluzioni, in panicolarc a segnare
è sbagliato ma non è necessario, in quanto la differen­ l'accento sulla sillaba tonica dell'uno o dell'altro termine
za di significato rende pressoché impossibile ogni (quindi prindpi e principt), oppure a manrcncre la doppia
confusione. i finale (quindi principù). Alcri casi simili sono ad es. 11r-
L'eccento grafico non Il u..: bitrio e 11rbitro, d.JSIZSSinio e d.JSIZSSino, omiciJio e omiritia,
• sulle noie musicali: do, rt, mi .fa. sol, la, si; osstnJ11torio e osstTVatort, condominio e conJomino. Quin­
• sui monosillabi (con l'eccezione di quelli indica1i in
di: gli d.JSIZSSinii {o tt.ssdSiS ni) cost4no cdro 11gli d.SSIUSini: an­
c/,, gli àrbitri (o 11rbitn) romrntttono dtgli 11rbltri (o 11rbi­
trii o 11rbitri). t bene ricordare che sulla i, quando vi è se­
precedenza). In particolare non si mene l'accento su
qui, 'I""• so, sa, sto, sta, Vd, tra, fra , fo ,fo . trt, blu, no,
rt. ATIENZIONE: i composti vanno sempre accen­ gnato l'accento circonflesso (e l'accento in genere), non si
tati. Perciò: rt, ma viari; trt, ma vtntitrl, trtntatrl, deve segnare il puntino, che va invece regolarmente se­
ccc.; blu, ma rossoblù, giallob/ù; su, ma Lvsù . quassù; gnato in presenza di un apostrofo. Quindi "'4n-imoni,
sto e sta, ma ristÌJ, rùtà:fa, ma rifà, strafa . così , ma di'(impcrativo di dirt).

Fig. 9. Una pagina dello "Zingarelli 200 1 . Vocabolario della lingua italiana".

239
Manuale di linguistica italiana

t/ EGLI E LUI (EUA E LEI)

In luogo del nominativo del latino classico ILLE 'quello' , il latino volgare
ha imposto un ILU rifatto sul pronome relativo QUI. Da ILU, e dal fem­
minile ILLA, derivano rispettivamente i pronomi italiani egli ed ella; per i
casi obliqui il latino volgare si serviva invece delle forme ILLOI, modellata
su COI, e *ILLÈI, che portarono in volgare a lui e lei. L'opposizione eti­
mologica tra egli (ella) soggetto e lui (/ez) complemento iniziò però ben
presto a indebolirsi, tanto che abbiamo esempi di lui usato come soggetto
già alla fine del Trecento. La grammatica di Leon Battista Alberti (scritta
tra il 1435 e il 1 44 1 ) registra le forme lui e lei soggetto come caratteri­
stiche del fiorentino quattrocentesco; già dal Cinquecento i grammatici,
a cominciare dal Bembo, condannano il ricorso ai pronomi lui e lei in
funzione di soggetto.
Quest'uso si fece spazio nella lingua letteraria solo col Manzoni, che
adeguò la lingua dei Promessi sposi al fiorentino vivo del suo tempo. Uno
degli aspetti più importanti della revisione linguistica dei Promessi sposi
consiste proprio nella drastica riduzione dei pronomi egli ed ella sogget­
to, che vengono eliminati oppure sostituiti da lui e lei (così, nel c �pitolo
XXIII la frase «Egli ricco, egli giovane, egli rispettato, egli corteggiato: ha
male di troppo bene [ . .. ]» della prima edizione ( 1 825 - 1 82 7 ) diventa, in
quella definitiva ( 1 840- 1 842 ) , «Lui ricco, lui giovine, lui rispettato, lui
corteggiato: gli dà noia il bene stare [ . . ] » ) . Oggi l'uso di lui e lei come
.

pronomi soggetto è pressoché generale nel parlato, largamente diffuso


nello scritto di ogni tipo e accettato da molte grammatiche, anche se
alcune continuano a prescrivere le forme egli ed ella.

I repertori grammaticali hanno una tradizione risalente almeno alla


tarda antichità. Un secolo di grande fortuna per questo tipo di testo
è stato l'Ottocento, quando i puristi compilarono numerosi dizionari
di "barbarismi" (peraltro più lessicali che grammaticali) , reagendo
alle forti spinte neologiche della lingua del tempo. Dagli anni ottanta
del Novecento, la tradizione ha ripreso vigore, con testi che si sof­
fermano - in un tono brioso e accattivante - sui principali dubbi
e curiosità linguistiche del lettore medio. Tra i più fortunati, quelli
scritti a quattro mani da Valeria Della Valle e Giuseppe Patota: dal
Salvalingua ( 1 • ed. 1995 ) fino al recente Viva la grammatica (20 1 1 ) .

240
Giusto e sbagliato

9.3 Tipologia e gerarchia degli errori

La diversità tra scritto e parlato (vedi § 4.2) si riflette sul diverso pe­
so che assume nei due tipi di lingua la stessa deviazione dalla norma.
Un parlante romano, anche colto, pronuncia abitualmente sùbbito
senza incorrere in squalifiche sociali, mentre una grafia subbito sa­
rebbe repressa già nella scuola elementare. Un errore d'ortografia
continua ad avere grande impatto sociale, anche se l'ortografia non
appartiene a uno dei livelli linguistici fondamentali (grammatica,
sintassi, lessico e testualità) e si riferisce esclusivamente alla lingua
scritta (per giunta, ad aspetti spesso marginali come l'uso dell' apo­
strofo o dell'accento) . Le infrazioni ortografiche sono sanzionate
duramente nella scuola, . nell'ambiente di lavoro e persino nei rap­
porti privati soprattutto per due ragioni: 1 ) il prestigio dello scritto,
legato anche alle occasioni della scrittura, spesso più formali e im­
pegnative di quel che non avvenga nel discorso orale; 2) la fissazione
del sistema grafico (l'insieme delle lettere disponibili nell'alfabeto di
una certa lingua e delle combinazioni possibili per rappresentare un
certo suono) e paragrafematico (il complesso dei simboli grafici che
si usano nella scrittura oltre ai grafemi: quindi segni d'interpunzio­
ne, di accento, di apostrofo, ma anche uso di maiuscole o minuscole,
di tondo o corsivo) rispetto alla compresenza di più varietà di pro­
nuncia, tutte sostanzialmente tollerate. Certo, con il diffondersi dei
nuovi mezzi di comunicazione telematici e della cosiddetta " neo­
epistolarità tecnologica " (vedi § 6.9), si è ormai affermato un tipo
di scrittura spiccatamente informale e decisamente privato, molto
meno attento al rispetto dell'ortografia (considerata tutto somma­
to secondaria rispetto alla rapidità e all'efficacia complessiva del
messaggio) .
Può essere utile distinguere le deviazioni dalla norma a seconda
dell'àmbito interessato (nella lista che segue, il punto 1 riguarda
soltanto lo scritto, il punto 2 solo il parlato) . Si parlerà dunque di
errori

1 . ortografici: uso scorretto di singole lettere o di segni paragrafema­


tici (accenti, apostrofi, punteggiatura) ;

24 1
Manuale di linguistica italiana

ti L'uso DEGLI ACCENTI E DELL'APOSTROFO

L'accento è obbligatorio nelle parole tronche (o ossìtone) di due o più silla­


be (come portò, Belzebù, nontiscordardimé ) e in pochi monosillabi, nei quali
svolge funzione distintiva (seive cioè a evitare la confusione con altrettanti
omònimi, parole che si scrivono ·e si pronunciano allo stesso modo, ma han­
no significato e spesso etimologia diversi come canto 'angolo' e 'canzone'): dà
verbo (distinto dall a preposizione da), è verbo (distinto dalla congiunzione
e), là awerbio (distinto dall'articolo /a), lì awerbio (distinto dal pronome lz),
né congiunzione (distinto dall'awerbio o pronome ne), sé pronome (distinto
dalla congiunzione o dal pronome atono: tra sé e sé ma se vuoi, se ne va), sì
awerbio (distinto dal pronome: si vede), tè sostantivo (distinto dal pronome
personale te) . Non c'è alcun motivo di privare dell'accento il pronome sé
quando sia seguito da stesso: è preferibile scrivere sé stesso senza creare fa­
stidiose eccezioni. Allo stesso modo, non c'è alcuna necessità di distinguere
con l'accento la forma verbale dò dalla nota musicale: la grafia corretta resta
do (se dovessimo pensare alle note musicali, dovremmo scrivere anche ré
'monarca' e s6l 'sole', il che sarebbe antieconomico; dunque sbagliato) .
L'apostrofo è i l segno grafico dell'elisione e compare obbligatoriamen­
te nei seguenti casi:

- con gli articoli lo, la e con le relative preposizioni articolate (l'uomo,


del!'aria);
- con bello e santo (un be/l'esempio, sant'Ugo);
- con ci davanti al verbo essere (c'è, c'era);
- i n alcune frasi idiomatiche (d'accordo, d'altra parte, mezz'ora, senz'altro
e simili) .

In altri contesti, l'elisione è facoltativa (t'amo o ti amo, ma la prima for­


ma suona ormai antiquata) . L'apostrofo indica inoltre I' apòcope vocalica
- cioè la caduta dell'ultima vocale - negli imperativi di dare (da ' < dai) ,
fare </a '< fai) , stare (sta' < stai) , andare (va '< vai) e l'apòcope sillabica in
po' (poco) e mo' (modo; solo in a mo' di) .

2 . ortoèpici, fatti di pronuncia rilevanti soprattutto per particolari ca­


tegorie professionali (attori, doppiatori, annunciatori) : esecuzione
difettosa di singoli suoni (alcuni parlanti hanno difficoltà nell'ar­
ticolare correttamente suoni come s e r) o pronunce regionali (i
ggiovani, la gabina) ; affini agli errori ortoepici sono anche alcune
arbitrarie alterazioni fonetiche come areoporto e metereologia per

242
Giusto e sbagliato

aeroporto e meteorologia, propio e appropiato per proprio e appro­


priato; o errori d'accento come bàule (corretto: baùle) o mòllica
(mollìca);
3 . morfosintattici: errata selezione di una forma grammaticale non
ammessa dalla norma (dasse 'desse', redarre 'redigere') o non am­
messa in quel particolare contesto sintattico (con egli 'con lui', «fe­
ce un cenno poiché tutti lo seguissero» 'fece un cenno perché tutti
lo seguissero');

t/ L'uso D I POICHÉ

La congiunzione poiché ha soltanto valore causale, a differenza di perché


che può essere sia causale («Vado a dormire perché ho sonno») sia finale
(«Fece un cenno perché tutti lo seguissero») , sia avverbio interrogativo
(«Perché non parli?») . Inoltre, mentre la proposizione causale introdotta
da poiché può precedere o seguire la proposizione principale («Poiché
sono malato, non vado al lavoro» o «Non vado al lavoro, poiché sono
malato») , quella introdotta da perché può solo seguirla.

4. lessicali: l'uso di una parola per l'altra (malapropismi: «non si è


sposato: è restato celebre» 'celibe' , «non mi viene la parola: ho
un'amnistia» 'un'amnesia') o la violazione di qualche limitazione
di significato («ha inquinato il marito» 'ha avvelenato': inquinare
vale 'avvelenare' solo quando l'oggetto non è un essere viven­
te, ma l'ambiente naturale, contaminato da sostanze nocive o da
rifiuti);
5 . gli errori testuali, cioè la violazione di coerenza o coesione (vedi
§ 4.1).

9.4 Dubbi ortografici

Sebbene l'ortografia sia un settore abbastanza stabilizzato, non man­


cano casi dubbi anche per uno scrivente colto. Riuniremo i principali
in quattro gruppi.

1 . Segni paragrafematici (accento grave e acuto; apostrofo ) . Fino


al secolo scorso l'accento finale di parola era sempre grave (') .

243
Manuale di linguistica italiana

La stampa moderna ha introdotto opportunamente, per le due


vocali e e o - suscettibili di essere pronunciate chiuse o aperte -
la distinzione tra accento acuto per le chiuse (perché) e accento
grave per le aperte (caffè) . La o finale ha sempre l'accento gra­
ve, perché nelle parole derivate per via ereditaria dal latino che
presentano una o tonica finale (ovvero la 1 a persona del futuro
indicativo: AMARE > *AO > amerò; e la 3 • persona del passato re­
moto di I coniugazione: amò, dal latino volgare * AMAUT in luogo
del classico AMAVIT ) questa aveva timbro aperto. Ciò ha fatto sì
che tutte le parole con o tonica finale successivamente entrate in
italiano, per esempio comò e oblò (dal francese), si adeguassero
ai modelli preesistenti.
Le altre vocali (a, i, u) mantengono l'accento grave tradizionale.
Una tradizione tipografica minoritaria preferisce adoperare l' ac­
cento acuto per la i e la u toniche finali (apri, Cefalu) , in quanto si
tratta di suoni chiusi. In realtà, la distinzione dell'accento in grave
e acuto ha senso soltanto quando serve a rappresentare grafica­
mente un'opposizione di suono; dal momento che foneticamente
esistono una sola i e una sola u, non c'è nessuna ragione per disco­
starsi dalla tradizione dell'accento grave.
2 . Consonanti scempie e doppie. L'incertezza sul corretto uso di con­
sonanti scempie e doppie è più forte per i settentrionali, perché nel­
la pronuncia settentrionale - che risente dei dialetti soggiacenti -
le consonanti doppie del latino ( BELLUS ) o del latino tardo ( FAC­
TUM, passato a *FATTUM per assimilazione) diventano scempie: be­
lo, fato. Scrivendo l'italiano, un settentrionale non troppo colto
può quindi avere qualche incertezza.
Ma anche i centromeridionali hanno qualche problema, dal mo­
mento che - nei rispettivi dialetti e nell'italiano regionale - certe
consonanti intervocaliche (in particolare la b e la g di pagina) si
pronunciano sempre rafforzate (abbi/e, paggina) . Tutti gli italiani
possono esitare, poi, in alcuni casi particolari (si indica per pri­
ma la forma corretta o più raccomandabile) : sennonché/senonché;
esterrefatto/estere/atto; collutorio/colluttorio; inflativo/inflattivo.
Per obiettivo/obbiettivo la scelta è equivalente: la prima ha assetto
latineggiante ( OBIECTIVUS ) , la seconda presenta il trattamento pro­
prio delle parole popolari.

244
Giusto e sbagliato

ti' L'uso DELLA SCEMPIA E DELLA DOPPIA IN ALCUNI CASI PARTICOLARI

Nel passaggio dal latino all'italiano, in un certo numero di casi la conso­


nante finale della parola precedente si è assimilata alla consonante ini­
,
ziale della parola successiva, producendo una consonante doppia che si
percepisce solo nella pronuncia dei parlanti toscani e centromeridionali.
Il fenomeno avviene con notevole regolarità dopo un monosill a bo: AD
CASAM a casa (pronunciato accasa) , ET VIDIT e vide (evvide) , EST VERUM
è vero (èvvero) e così via. Quando un monosillabo si unisce a un'altra
parola, creando una parola nuova, è necessario esprimere graficamente il
rafforzamento della consonante, come avviene per esempio in se + pure,
mai, bene (seppure, semmai, sebbene) , e + come, viva (eccome, evviva) , o +
vero, pure (ovvero, oppure) .
Per esterrefatto/estere/atto, la forma corretta è la prima: basti pen­
sare alla base latina (EXTERRÈRE ' atterrire ' ) , ma soprattutto ai numerosi
vocaboli italiani appartenenti a questa famiglia (terrore, terrorismo, ter­
rorizzare) .
Anche per collutorio/colluttorio, la forma corretta è quella conforme
all'etimo latino (quindi collutorio, da COLLUTUS, participio passato di
COLLÙERE 'sciacquare'). Fino a qualche anno fa era assai diffusa la for­
ma con raddoppiamento; la correzione a cui hanno provveduto le case
farmaceutiche nei messaggi pubblicitari ha determinato un'inversione di
tendenza.
Inflativo forma corretta è un anglicismo recente (da inflative, a sua
- -

volta derivato dal latino INFLATUS 'gonfiato'): il diffuso inflattivo è stato at­
tratto dalla sequenza fonica di parole molto comuni come attivo e cattivo.

3 . Uso della i superflua. La i con valore di vocale (cibo) , semiconso­


nante (fiasco ) o segno diacritico (aglio) non dà adito a incertezze.
Può invece creare qualche imbarazzo la i superflua, owero quella
che compare in parole come scienza o grigie e non corrisponde a
nessuna realtà fonetica né ha funzione diacritica (anche senza la i la
pronuncia delle due parole resterebbe invariata) . Il dubbio linguisti­
co può sorgere in due casi: nella 4" persona del presente indicativo
e nella 4" e 5" del congiuntivo dei verbi con tema in nasale palatale
(bagniamo/bagnamo; bagniate congiuntivo e bagnate indicativo e
participio) e nel plurale dei nomi in -eia, -gia (ciliegie/ciliege) .
Nel primo caso, può essere opportuno mantenere graficamente la
i e scrivere quindi bagniamo per ribadire il legame con gli altri

245
Manuale di linguistica italiana

indicativi e congiuntivi in cui la i corrisponde a una precisa realtà


fonetica (amiamo, amiate) ; ma le forme senza i non possono essere
considerate erronee. Nel plurale dei sostantivi e aggettivi in -eia,
-gia (con accento sulla penultima: camicia, valigia, bigia ecc.), la
i non ha valore fonetico né diacritico. In alcuni casi può servire a
distinguere tra due omògrafi (le camicie che si indossano sotto la
giacca e il camice del medico), in altri può venire adoperata per il
prestigio della grafia latina (provincie come PROVINCIAE) . Per met­
tere un po' d'ordine, alcuni hanno proposto una norma artificiale
ma ragionevole, che consente di evitare forme universalmente con­
siderate non accettabili (come Jaccie) . La i va mantenuta quando
c o g sono precedute da vocale (acacia - acacie, valigia - valigie); va
eliminata quando sono precedute da consonante (goccia - gocce,
pancia - pance, e quindi anche provincia - province) .
4 . Oscillazioni in forme latineggianti. Per alcune parole di origine dot­
ta, sono in uso la serie latineggiante e quella popolare. In aggettivi
come familiare/famigliare, consiliare/consigliare e simili, entrambe
le serie sono accettabili, ma quella più diffusa nell'uso (e anche
preferibile per evitare ambiguità, come per consigliare, aggettivo
o verbo) è la prima. In reboante/roboante e ossequente/ossequiente
le forme corrette sono le prime, conformi all'etimo latino: rispetti­
vamente il participio presente RÈBOANS, -ANTIS del verbo REBOARE
'rimbombare' (roboante si spiega con l'assimilazione della prima
alla seconda vocale) e il participio presente OBSEQUENS, -ENTIS del
verbo ÒBSEQUI (la variante ossequiente si deve all'interferenza con
una parola più nota: ossequio). Trattandosi di parole ricercate, chi
le adopera è tenuto all'uso più sorvegliato.

9.5 Questioni d'accento

In alcune lingue la posizione dell'accento è fissa: così in francese,


in cui tutte le parole sono accentate sull'ultima sillaba, o nel ceco e
nell'ungherese, in cui la sill aba tonica è la prima. In altre lingue, come
lo spagnolo, l'ortografia consente sempre di risalire alla pronuncia: le
parole terminanti in vocale o in n o s (come tiempo, estaban e colores)
sono piane; quelle che finiscono per consonante diversa da n o s (co­
me Jeliz, pagar e nivel ) sono tronche; le parole che fanno eccezione a

246
Giusto e sbagliato

questa regola, comprese quelle sdrucciole, si scrivono con l'accento


acuto sulla vocale tonica (habl6, /dcil, publico) .
In italiano, invece, l'unica certezza riguarda parole come virtù,
prenderò (polisillabi accentati sull'ultima vocale, per cui c'è l'obbligo
di segnare l'accento grafico) e come pane (bisillabo senza indicazione
d'accento, quindi piano) . Per le parole di tre o più sillabe possono
sorgere dubbi, specie se si tratta di parole poco comuni.
Per molte parole di uso relativamente raro, la forma corretta è quel­
la che continua l'accentazione delle basi latine: edz'le (AEDÌLIS) , persua­
dére (PERSUADÈRE), rubrìca (RUBRÌCA, formato con lo stesso suffisso
che si ha in FORMICA > formica e URTICA > ortica), salùbre (SALÙBER,
-BRIS) . Le forme scorrette, con ritrazione d'accento sulla terzultima
sillaba, dipendono spesso dall'attrazione di un tipo più comune: èdile
risente dell'influsso dei numerosi aggettivi in -ile come àgile, /àcile,
sìmile, vìgile; persuàdere di quello dei verbi coniugati come leggere
e ridere; rùbrica si sarà forse allineata ad altri trisillabi in -ica (lògica,
pràtica, mùsica); sàlubre si è affermato per analogia con altri latinismi
in -bre (come lùgubre, cèlebre, mulzèbre) .
Fuori dall'area di appartenenza, può causare qualche problema
anche l'accentazione di nomi di luogo scarsamente familiari come
Friùli (l'accento sulla u è etimologico: dal latino FORUM IULII 'Foro di
Giulio', in origine denominazione di Cividale, passata poi a indicare
l'intero territorio) e Nùoro (di probabile origine prelatina) , che viene
pronunciato Nuòro per l'attrazione esercitata dalle parole italiane con
dittongo uo (buono e simili) . L'incertezza è ancora maggiore nel caso
di alcuni nomi di piccoli comuni: dal veneto Àgordo al laziale Àgosta,
dal ligure Lèvanto al pugliese Galàtone, dal lombardo Bòvegno al ca­
labrese Rizzzèoni.
Fonte di incertezza è l'accento dei grecismi, specie quelli d'àmbito
medico: èdema o edèma? Termini come questi sono sì di origine gre­
ca, ma sono giunti fino a noi attraverso un intermediario latino (in
genere il latino scientifico moderno) : l'accento oscilla per effetto del
diverso sistema accentuativo vigente nelle due lingue classiche.
Accenta alla greca chi pronuncia alopecìa, arteriosclèrosi, èdema,
fiògosi; alla latina chi pronuncia alopècia, arterioscleròsi, edèma, fio­
gòsi. L'uso propende ora per uno ora per l'altro tipo di accentazione;
nei casi in cui la norma oscilla, si può preferire l'accentazione alla
latina, riflettendo che storicamente è stato proprio il latino scientifi-

247
Manuale di linguistica italiana

co la lingua comune agli scienziati europei fino al XVIII secolo (vedi


-

§ 1 .9) a diffondere quei vocaboli nel lessico medico e, di lì, nel


-

lessico comune. Un altro caso di grecismo passato attraverso il lati­


no è zaffiro (pronuncia preferibile, che riflette il latino SAPPHÌRUS) o
zà//iro , pronuncia oggi prevalente, modellata sul greco sàppheiros e
avallata anche dall'uso poetico, per esempio di Montale.

ti L'ACCENTO IN GRECO E IN LATINO

In greco e in latino l'accento non poteva risalire oltre la terzultima silla­


ba. In greco, cadeva sulla terzultima solo se l'ultima sillaba era breve; in
latino, cadeva sulla penultima sillaba se questa era lunga, mentre risaliva
sulla terzultima in caso di penultima breve. Queste differenze tra le due
lingue classiche danno conto del diverso accento di grecismi passati in
latino: il greco ekkleszà, per esempio, è stato pronunciato in latino come
ECCLÈSiA (da cui il nostro chiesa) , perché la penultima breve ha rigettato
l'accento sulla terzultima.

9.6 Nomi e pronomi

Nelle lingue che distinguono due o anche tre generi grammaticali


(come latino, greco o tedesco: maschile, femminile e neutro) non è
sempre facile orientarsi. La semantica non soccorre, perché il genere
grammaticale non è prevedibile. Per gli esseri animati, e in particolare
per l'essere umano, c'è una certa corrispondenza tra genere naturale
e genere grammaticale: l'uomo e ilfratello sono maschili, la donna e la
sorella sono femminili (ma ci sono anche la guardia o la sentinella, che
normalmente sono uomini) . Ma per le cose inanimate e per i concetti
astratti, ogni lingua fa storia a sé. Sarebbe vano cercare motivazioni
semantiche, e non puramente storico-linguistiche, per giustificare il
fatto che 'il sole' sia femminile in tedesco (die Sonne) e maschile in
latino e nelle lingue romanze; o che 'parentesi' sia femminile in italia­
no e maschile in spagnolo (el paréntesis) ; o che 'affare' sia maschile in
italiano e femminile in francese (une a/faire) .
Anche le desinenze possono non bastare per risalire al genere: in
italiano i nomi in -a sono solitamente femminili, ma diciamo il collega,
il pianista; i nomi in -o sono solitamente maschili, ma diciamo una

248
Giusto e sbagliato

auto, la radio. I nomi maschili in -a rappresentano una minoranza, sia


pure cospicua, rispetto ai nomi in cui il genere maschile è marcato
dalla desinenza -o. Derivano dal latino (come collega) ; dal greco, per
lo più attraverso il latino (poeta); da altre lingue (il nepalese: panda; il
persiano attraverso l'inglese: pigiama; una lingua indigena dell' Atne­
rica latina: barracuda) ; oppure sono formate modernamente mediante
un suffisso di origine latina (come -cida: omicida, insetticida) o gre­
ca (come -ista: dentista, seminarista) . I nomi femminili in -o, invece,
rappresentano quasi tutti il primo elemento di parole composte, e
mantengono il genere originario: automobile diventa auto, radiofonia
diventa radio. Diverso il caso di biro (dal nome dell'inventore, l'un­
gherese Biro) , in cui si sottintende penna.
Le occasioni di incertezza, però, non sono queste. Possiamo ricor­
dare le più ricorrenti.

I nomi di città, quale che sia la terminazione, sono normalmente


femminili: la nuova Foggia, l'operosa Milano, la vivace Chemnitz.
L'eccezione più importante è Il Cairo, sempre maschile (per effetto
dell'articolo che fa stabilmente parte del nome). Qualche volta so­
no adoperati come maschili i nomi in -o: tutto Milano (De Marchi,
anche per influenza del genere dialettale: el nost Milàn) , Urbino
ventoso (Pascoli) .
Per i nomi femminili d i professione, il gruppo che può causa­
re più problemi è quello costituito da nomi come avvocato o
ingegnere, il cui femminile è oscillante: l'avvocatessa, l'avvocata
o l'avvocato Maria Rossi? Rispettando le strutture grammaticali
dell'italiano, è preferibile ricorrere al tipo avvocata (ingegnera,
sindaca, ministra ) , che può suonare insolito solo perché fino a
pochi anni fa erano scarse le donne che ricoprivano questi ruoli.
Ma quel che conta, in un caso del genere, è soprattutto la sen­
sibilità prevalente nel mondo femminile; e, a quanto sembra, la
maggior parte delle professioniste preferisce essere chiamata col
maschile, a volte preceduto dall'articolo femminile: il ministro
Stefania Prestigiacomo, la sindaco Marta Vincenzi.
Singoli casi di oscillazione si spiegano variamente. In il/la carcere
(CARCER in latino era maschile) , il genere etimologico - oggi preva­
lente - è stato affiancato dal femminile, generalizzatosi al plurale
(le carceri) , probabilmente per influsso del sinonimo prigione. Nei

249
Manuale di linguistica italiana

grecismi acme e asma, il genere originario era rispettivamente fem­


minile e neutro (ai neutri greci in -ma corrispondono in italiano
maschili: il tema, il poema). Ma asma ha sentito l'influenza dei no­
mi femminili in -a (anche nell'uso dei medici è ormai abituale asma
allergica) mentre per acme, l'uso più sorvegliato continua a essere
quello femminile.

Passando alla morfologia pronominale, notiamo che tra prescrizione


delle grammatiche e uso parlato c'è un certo contrasto per quanto
riguarda i pronomi personali atoni: «ho visto tua madre e le ho det­
to» (uso scritto e parlato sorvegliato) o «ho visto tua madre e gli ho
detto» (parlato informale) ? E ancora: «ho visto i bambini e ho detto
loro» (uso elevato) oppure «ho visto i bambini e gli ho detto»? Si
tratta di alternative che hanno alle spalle una lunga storia. Quanto
a gli, potremmo osservare che l'uso di un'unica forma singolare per
maschile e femminile discende addirittura dall'etimo latino (l'unica
forma dativale ILLI, comune ai tre generi) ed è largamente attestato
nel corso della nostra storia linguistica. Ciò non vuol dire, però, che
la norma contemporanea - che non si lascia condizionare dal blasone
di antichità di questa o quella forma - 1' abbia accolto: gli riferito a un
femminile è ancora oggi percepito come una forma di livello popola­
re che è opportuno evitare anche nell'uso parlato.

t/ IL CARATTERE SINCRONICO DELLA NORMA LINGUISTICA

L'uso dei classici non può essere invocato a sostegno dell' uso attuale,
se non nei casi nei quali un certo istituto linguistico sia restato in vigo­
re fino a oggi, magari in posizione minoritaria. Se la norma attuale ha
sanzionato una forma o un costrutto come popolare o scorretto, l'even­
tuale appoggio di uno scrittore del passato è vano. Così, l'uso dell'ausi­
liare avere con i verbi pronominali, oggi diffuso nell'italiano regionale
del Mezzogiorno, non potrebbe giovarsi dell'esempio del Boccaccio
(«s'aveva messe alcune pietruzze in bocca» ) ; i congiuntivi analogici
sulla I coniugazione come vadi, possi, sappi non diventano accettabili
per il fatto che li adoperava Leopardi; la sequenza e né per collegare
due proposizioni coordinate non cessa di essere una forma popolaresca
perché a suo tempo era stata usata da Bembo («né freno il corso e né la
sete spengo») .

250
Giusto e sbagliato

Più accettato l'uso di gli per 'a loro', che appare anzi raccomandabi­
le nel registro colloquiale, in cui loro risulterebbe affettato. L'espan­
sione di gli ai danni di loro, oltre che sul largo uso letterario (lo
usano abitualmente i professionisti della penna: scrittori, saggisti e
giornalisti) , può far leva su una ragione strutturale. Tutti i pronomi
personali atoni si presentano come monosillabi anteposti al verbo
(mi parla, ci parla, vi parla e così via) oppure, in casi ben definiti,
posposti al verbo col quale formano un'unica parola (parlarmi, par­
landovi, parlaci!) . In altri casi, la collocazione del pronome atono è
oscillante; in particolare con molti verbi che reggono un infinito:
«non voglio vederlo» oppure «non lo voglio vedere» (in qualche ca­
so la medesima alternativa si pone anche se l'infinito è retto da una
preposizione: «comincio a stancarmi» o «mi comincio a stancare») .
L'atono gli entra a pieno titolo in questa serie, mentre loro - bisilla­
bico e dotato di un accento proprio - sta a sé, e ciò contribuisce a
indebolirne l'uso.
Il pronome loro, invece, è normalmente posposto, conservando
sempre la sua autonomia (parlo loro, parlare loro); può essere ante­
posto nella lingua di registro sostenuto, in particolare davanti a un
participio («i diritti loro spettanti» ) ; può anche essere interposto tra
un elemento reggente e un elemento retto (per esempio, tra ausi­
liare e participio: «la consegna che era stata loro affidata»; o tra un
verbo di modo finito e un gerundio: «ciò che il destino andava loro
preparando») .

t/ LA POSIZIONE ENCLITICA DEI PRONOMI

Nell'italiano di oggi, un pronome atono s i affigge obbligatoriamente al


verbo come enclitico in quattro casi:

1 . dopo un infinito (dirgli) ;


2 . dopo un imperativo affermativo (digli; si oscilla invece con l'imperati­
vo negativo: non dirle o non le dire) ;
3 . dopo un gerundio (dicendogli) ;
4. dopo un participio (dettogli, spettante/e) .

25 1
Manuale di linguistica italiana

9.7 Questo, codesto e quello

Il sistema dei pronomi e aggettivi dimostrativi nell'uso toscano e


nell'italiano letterario presenta tre forme disponibili: questo (dal lati­
no volgare ECCÙM lSTUM) , che indica vicinanza materiale o psicologica
rispetto a chi parla; codesto (ECCÙM TIBI ISTUM) , che indica vicinanza a
chi ascolta; quello (ECCÙM lLLUM) , che indica distanza sia da chi parla
sia da chi ascolta. Quindi: «Che sarebbe la Chiesa se codesto vostro
linguaggio fosse quello di tutti i vostri confratelli?» (Manzoni); ma
una frase del genere sarebbe oggi possibile solo in Toscana: altrove
si direbbe questo vostro linguaggio o il vostro linguaggio. Appartiene
invece all'uso nazionale, limitatamente allo scritto formale specie bu­
rocratico, l'impiego di codesto nella corrispondenza: «Questo ufficio
ha più volte sollecitato codesta direzione affinché . . . ». In tal caso co­
desto non sarebbe sostituibile senza creare confusione tra emittente e
destinatario del messaggio.

ti SPAZIO REALE E SPAZIO PSICOLOGICO NEI DIMOSTRATIVI

La scclta tra questo (vicinanza a chi parla) e codesto (vicinanza a chi ascol­
ta) può essere suggerita, nell'uso toscano e letterario, da fattori emotivi. Il
letterato e grammatico Raffaello Fornaciari ( 1 83 7 - 1 9 1 7 ) , per esempio, giu­
stificava l'uso di questo, invece del codesto che ci si sarebbe potuti aspettare
in un passo dello scrittore cinquecentesco Battista Guarini («Lascia a me
queste lacrime, Carino») con la partecipazione dcl parlante agli affanni dcl
suo interlocutore: sono lacrime «che io vedo e di cui mi duole».

Oltre che per indicare qualcosa nello spazio, i dimostrativi si usa­


no per richiamare qualcosa detto in precedenza (funzione anafori­
ca: «lo stipendio era scarso per chi aveva solo quel!: entrata») o per
anticipare quello che si dirà in séguito (funzione cataforica: «sono
venuto per dirti solo questo: sei un mascalzone»). Anche codesto
può adoperarsi in funzione anaforica, ma è un uso ormai raro e for­
temente letterario: «Per tutti codesti motivi, la Rivoluzione scoppiò
nel luglio del 1 7 89».
Adoperati come pronomi, questo e quello conoscono anche una va­
riante letteraria, questi e quegli. Storicamente, sono forme che hanno
assunto nel latino volgare la -I nominativale del pronome ILLI (in luogo

252
Giusto e sbagliato

del classico ILLE) , a sua volta promossa dal pronome relativo QUI 'il
quale'. Questa origine si riflette in una restrizione d'uso ancora oggi
operante nell'uso sorvegliato: questi e quegli s'impiegano solo con fun­
zione di soggetto; come oggetto o complemento indiretto è indispensa­
bile ricorrere a questo e a quello.

9.8 Indicativo e congiuntivo

Si parla molto, negli ultimi tempi, di una presunta "morte del con­
giuntivo" nella lingua italiana. In realtà le cose sono più complesse.
In moltissimi casi l'alternativa tra indicativo e congiuntivo è esisti­
ta fin dai primi secoli del volgare, in funzione di diverse sfumature
espressive o - più spesso - di un diverso registro stilistico (più o meno
formale, più o meno colloquiale) . È il caso della pròtasi del periodo
ipotetico dell'irrealtà («Se l'avessi saputo, non sarei partito») , in cui
- accanto al congiuntivo - è sempre esistita la possibilità di ricorre­
re all'indicativo imperfetto (imperfetto irreale o controfattuale) . La
tendenza a sostituire in tutto o in parte il congiuntivo e il condizio­
nale con l'imperfetto indicativo affiora già in autori antichi di forte
impronta letteraria, come Petrarca («Ma s'io v'era con saldi chiovi
fisso, I non devea specchio farvi [ . . . ] aspra e superba» 'se io fossi stato
saldamente fissato nel vostro cuore, lo specchio non avrebbe dovuto
rendervi aspra e superba' ) .
Altre volte l a scelta del modo verbale è condizionata dal verbo reg­
gente, come nel caso delle proposizioni completive, cioè quelle pro­
posizioni che svolgono la funzione di complemento oggetto (proposi­
zioni oggettive: «penso che tu sia sincero», affine a «penso qualcosa»)
o di soggetto (proposizioni soggettive: «è bello vivere qui», affine a
«la vita qui è bella») . Una proposizione oggettiva retta da un verbo
di giudizio o di percezione richiede normalmente l'indicativo («Mi
ricordo che hai vissuto a lungo a Napoli») ; retta da un verbo volitivo,
richiede il congiuntivo («Mi auguro che tutto vada per il meglio») . È
innegabile, in ogni modo, che specie in dipendenza di verbi d'opinio­
ne si registra sempre più spesso nel parlato e nello scritto informale la
tendenza a usare l'indicativo. Anche la letteratura, che dall'Ottocento
in poi si è fatta assai sensibile all'imitazione dell'oralità, registra que­
sta espansione.

253
Manuale di linguistica italiana

t/ IL TIPO CREDO CHE È VERO NELLA PROSA LETIERARIA

Già dal secondo Ottocento l'uso dell'indicativo in una proposizione


completiva non è raro in scrittori che intendano accostarsi al parlato,
specie quando si trovino a riprodurre le battute di un personaggio. Per
esempio: «lo credo che i Giulente sono nobili» (De Roberto) , «mi pare
che deve essere così» (Nievo), «io credo che lei è un gran buon uomo»
(De Marchi) .

Per valutare adeguatamente l a situazione del congiuntivo nell'italia­


no contemporaneo, bisogna tener conto di un'altra serie di fattori, a
partire dal quadro delle lingue romanze:

nel francese, il processo è molto avanzato e si può dire che il con­


giuntivo non esista più nella lingua parlata: ciò potrebbe prefigu­
rare una sorte simile per l'italiano;
alcune forme del congiuntivo sono indistinguibili da quelle dell'in­
dicativo (porti, portiamo, portaste) e ciò favorisce l'espansione del
modo verbale più forte;
una completiva al futuro non può che costruirsi con l'indicativo
(«Vi pare che vi lasceranno menar sempre pel naso quel buon uo­
mo [. . .]», Verga) ;
c'è la tendenza a percepire alcuni verbi reggenti di completive
come incidentali («mi sembra che hai ragione» può diventare ac­
cettabile se viene avvertito come equivalente a «hai ragione, mi
sembra») .

9. 9 Ordine delle parole

Si dice comunemente che in italiano, come nelle altre lingue roman­


ze, l'ordine delle parole è diventato rigido, rispetto alla libertà del
latino (vedi § 1 .4 ) . Eppure, se guardiamo più da vicino, ci accorgiamo
che molte volte le cose non stanno così. La rigidità delle sequenze
vale solo nell'àmbito del sintagma, ovvero nell'unità sintattica di li­
vello inferiore rispetto alla frase, composta da due o più elementi
grammaticali o lessicali (articolo + sostantivo: «la casa», non casa la;
preposizione + gruppo nominale: «della vecchia casa», non vecchia

254
Giusto e sbagliato

casa della e così via) e per alcune proposizioni ben definite, come le
relative e le interrogative.
Infatti, in una proposizione relativa, il pronome che, cui occupa ob­
bligatoriamente il primo posto: «la casa che abito, in cui abito». Il
pronome il quale, se dipende come complemento di specificazione
da un nome appartenente alla stessa proposizione relativa, può essere
posposto: «il contribuente i redditi del quale rientrano nella quota
esente»; posposto obbligatoriamente è invece il quale come comple­
mento oggetto di un infinito o di un gerundio dipendente dalla su­
bordinata relativa: «amo molto sant' Agostino, leggendo il quale mi
sono riavvicinato a Dio»; «il violoncello è uno strumento per suonare
il quale occorrono anni di studio». Nelle interrogative parziali, cioè
quelle in cui la domanda non riguarda l'insieme della frase (interro­
gative totali: «Ti piace la birra?», oppure «La birra ti piace?»; rispo­
sta sì, no) ma un singolo elemento, l'enunciato contiene un pronome
o avverbio interrogativo che si colloca abitualmente al primo posto
(«Dove vai?», «Chi ha telefonato?») , a meno che non si voglia sotto­
lineare proprio quell'elemento: o con intento fàtico (vedi § 4 . 1 ) , non
avendo capito ciò che ha detto il nostro interlocutore, o con intento
di riformulazione polemica, per prendere le distanze («Vai dove?»,
«Ha telefonato chi?») .
Negli enunciati reali, l'ordine abituale (o come anche si dice: non
marcato) soggetto - verbo - predicato viene violato in molti casi; se
qualcuno ci domandasse: «Chi vuol venire?», dovremmo rispondere
«Vengo io» (predicato + soggetto) , non Io vengo. Questo perché l'or­
dine delle parole è determinato da una serie di fattori che riguardano
la pragmatica, la stilistica, la distribuzione dell'informazione nella fra­
se. Le frasi reali tendono a rispettare la sequenza tema + rema e dato +
nuovo (vedi § 4.3 ) . Non c'è dubbio che nella risposta «Vengo io» il
predicato rappresenti sia l'elemento intorno al quale è costruita la
predicazione (tema) sia l'informazione condivisa tra parlante e inter­
locutore (dato) , mentre il soggetto reca l'informazione relativa al tema
(rema) e contiene la parte nuova dell'enunciato, che non è possibile
omettere (nuovo; tant'è che si potrebbe rispondere soltanto: «lo») .
Lo stesso vale per le didascalie di un discorso riportato, in cui
il verbo dire o simili rappresenta l'elemento tematico e il rema è il
personaggio che di volta in volta pronuncia la battuta. La sequenza
«disse il dottore» è dunque più spontanea che non «il dottore dis-

255
Manuale di linguistica italiana

se», e diventerebbe addirittura obbligatoria nel caso in cui il rema


avesse una struttura più complessa («disse il dottor Mariotti con
un sorriso beffardo»; sarebbe impossibile il dottor Mariotti con un
sorriso beffardo disse) : ciò per la regola strutturale del costituente
pesante. Secondo questa regola, il costituente più complesso (più
"pesante" ) tende ad assumere il secondo posto, indipendentemente
da altre variabili. Nella frase «Basta essere prudenti» (e non Essere
prudenti basta) si ha il consueto ordine tema-rema; ma se il tema
diventa " pesante" - sia sintatticamente sia come carico informati­
vo - passa al secondo posto: «Essere prudenti basta a evitare molti
incidenti».
In sostanza: una norma sintattica generale va calata nella concreta
realtà comunicativa e verificata alla luce dei vari condizionamenti che
in essa agiscono.

t/ IL DISCORSO RIPORTATO .

Nella scrittura, per riferire il pensiero altrui possiamo ricorrere a tre fon­
damentali strutture linguistiche:

1 . Discorso diretto: riproduzione fedele - o presentata come tale - di un


discorso; è segnalata di solito da precisi indicatori grafici (virgolette o
trattini) :

«Allora vuoi, o non vuoi?», incalzò Micòl.


«Ma . . . non so . . . », cominciai a dire, accennando al muro. «Mi sembra mol­
to alto».
«Perché non hai visto bene», ribatté impaziente. «Guarda là . . . , e là . . . , e
là», e puntava il dito per farmi osservare. «C'è una quantità di tacche, e
perfino un chiodo, quassù in cima. L'ho piantato io».
«Sì, gli appigli ci sarebbero, per esserci», mormorai incerto, «ma . . . ».

2. Discorso indiretto: parafrasi di un discorso diretto trasposto in terza


persona, senza particolare attenzione nel riprodurre lo stile e la forma
dell'originale:

Ciò detto, passò a domandarmi che cosa stessi facendo, che cosa ave­
vo intenzione di fare nell'immediato futuro. E come stavano i miei
genitori.

256
Giusto e sbagliato

3 . Discorso indiretto libero: tipico della prosa letteraria otto-novecente­


sca, consiste in un resoconto indiretto, privo però di servitù sintattiche
e contenente una serie di modalità proprie del discorso diretto (per
esempio frasi interrogative ed esclamative, interiezioni, frasi sospese
che tradiscono lemotività dei personaggi) .

Perché mai non riconoscevo che dopo il comunicato del 9 settembre, e


perfino dopo la circolare aggiuntiva del 22, le cose almeno a Ferrara era­
no andate avanti quasi come prima? Verissimo - ammise, sorridendo con
malinconia -: durante quel mese, fra i settecentocinquanta membri della
Comunità non c'erano stati decessi di tale importanza che fosse valsa la
pena di darne notizia sul Padano [. .. ]. Però siamo giusti: il libro dei telefoni
non era stato ritirato per essere sostituito da una ristampa purgata; non
c'era ancora stata <<havertà», cameriera, cuoca, balia, o vecchia governan­
te, a servizio presso qualcuna delle nostre famiglie, la quale, scoprendosi
improwisamente una «coscienza razziale», avesse dawero pensato a far
fagotto; il Circolo dei Negozianti, dove, da oltre dieci anni, la carica di
vice-presidente era coperta dall'awocato Lattes - e che lui stesso, come
pur dovevo sapere, continuava a frequentare indisturbato quasi ogni gior­
no -, non aveva a tutt'oggi preteso dimissioni di sorta.

(Tutti i brani da G. Bassani, Il giardino dei Pinzi-Contini, 1962 )

9 . 1 0 Punteggiatura

I segni di punteggiatura sono una prerogativa dello scritto. Se si esclu­


dono i casi del punto interrogativo ( ? ) e del punto esclamativo ( ! ) , in
cui si ha una corrispondenza tra oralità e scrittura, generalmente non
hanno la funzione di rappresentare graficamente le pause del parlato,
ma piuttosto di marcare i rapporti sintattici che intercorrono tra le
parti di una frase o di un periodo. Inoltre, se per l'ortografia e la mor­
fologia si può contare su un insieme di norme rigide e codificate, per
la punteggiatura la scelta tra i vari segni interpuntivi dipende molto
spesso dalle abitudini scrittorie individuali. Questo non vuol dire che
non esistano regole a cui attenersi.
Un segno di interpunzione non va usato in presenza di un blocco
unitario

257
Manuale di linguistica italiana

tra soggetto e predicato («Marco è partito») ;


tra aggettivo e sostantivo («Una bella giornata», «Un caldo torri­
do») ;
- tra predicato e complemento oggetto («Questa macchina ha molti
optional») ;
tra elemento reggente e complemento di specificazione («La luce
del sole») .

La virgola è ammessa soltanto nella riproduzione del parlato o nel


registro colloquiale, se serve a mettere in evidenza il soggetto o il
complemento oggetto, specie quando questo si trova in una posizio­
ne diversa da quella che occupa abitualmente nella frase: «Lei, è stata
zitta tutto il tempo» (mentre gli altri parlavano) , «Parla bene, lui ! »
(detto in senso ironico-enfatico) , «Vorrei proprio vederlo, l'ultimo
film di Moretti».
Esistono anche alcuni casi in cui l'uso della virgola è obbligatorio:

prima dell'apposizione («Dionisio, tiranno di Siracusa») ;


prima del vocativo non preceduto dall'interiezione («Studiate, ra­
gazzi»);
in caso di ellissi («Ho visto Sara due volte: la prima, a casa di amici;
la seconda, in biblioteca») .

La virgola si usa di norma nelle enumerazioni e nelle coordinazioni


asindetiche (cioè senza congiunzioni) , ma non in quelle sindetiche,
soprattutto se sono formate da due soli membri e sono all'interno
della stessa frase («cani e gatti», «al mare o in montagna») . Quando
la coordinazione riguarda le frasi, la virgola è ammessa solo se queste
sono distanti grammaticalmente o tematicamente: «Chiamava, chia­
mava, e nessuno rispondeva» (a rimarcare il cambio di soggetto) , «La
Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo
e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti»
(art. 32 della Costituzione italiana; la virgola qui mette in risalto il rap­
porto di coordinazione tra tutela la salute e garantisce cure gratuite) .
Nel delimitare un inciso di qualsiasi tipo, l a virgola può essere sosti­
tuita dalle lineette o trattini lunghi (-) e dalle parentesi tonde, soprat­
tutto in caso di frasi molto lunghe. In presenza di frasi subordinate,
infine, la virgola non può inserirsi tra reggente e completiva (ogget-

258
Giusto e sbagliato

tiva: «Credo che tu abbia ragione»; soggettiva: «Mi sembra che tu


abbia ragione») e tra reggente e relativa limitativa o restrittiva, ovvero
una relativa che ha la funzione di precisare il significato della frase
precedente («Le piante sempreverdi sono quelle che non perdono le
foglie in autunno») ; è invece ammessa se la relativa è esplicativa («In
vacanza andremo all'isola di San Nicola, che si trova nell'arcipelago
delle Tremiti») .
Il punto e virgola si usa nelle coordinazioni asindetiche, al posto
della virgola, quando le enumerazioni sono complesse (come accade
spesso in questo volume) , ma anche in altri due casi:

1 . in una frase coordinata o giustapposta, per segnalare una diversa


tematizzazione: cioè un cambio di soggetto («La Commedia di Dan­
te è un'opera complessa; l'autore possedeva una cultura enciclo­
pedica») o la presenza del soggetto della frase precedente con un
diverso regime sintattico («Gianna arriva stasera; vado a prenderla
alla stazione alle sette»: Gianna è il soggetto della prima frase e il
complemento oggetto della seconda, espresso dal pronome -la);
2 . posto prima di un connettivo "forte" , ne sottolinea il valore con­
clusivo (dunque, quindi, perciò, insomma) o esplicativo (ovvero, os­
sia e simili) , in concorrenza con i due punti.

t/ LA STRAORDINARIA FORTUNA DEL PUNTO FERMO

Le prime segnalazioni del fenomeno risalgono addirittura all'Ottocento.


Raffaello Fornaciari, nella sua Sintassi ( 1 88 1 ) dice che sono «degni di
biasimo, e contraffanno all'indole della lingua italiana �oloro che semi­
nano i punti fermi ad ogni momento». E qualche tempo dopo, Giuseppe
Malagoli nella sua Ortografia italiana ( 1 905 ) ribadisce che «Non è raro,
nello scrivere moderno, l'uso del punto fermo dove una volta si sarebbe­
ro messi i due punti o anche il punto e virgola». In letteratura, quest'ar­
tificio stilistico è portato fino alle estreme conseguenze nel Notturno di
D'Annunzio ( 1 9 16): «È la sera di santo Stefano. Il suo fuoco è acceso.
Sono seduto là dov'egli soleva sedere. Di tratto in tratto egli mi annienta.
·

Mi perdo in lui».
Negli anni sessanta del Novecento, usi simili risultano frequentissimi
nella resa scritta del parlato, come nel Buio e il miele di Giovanni Arpino
u•

259
Manuale di linguistica italiana

( 1 969) : «Ti senti diverso da quelli là?» «Un po' . Non meglio. Solo diver-.
so»; «Già. Mangiare. Avrai fame, tu»; «Due commedianti. Perdipiù anti­
chi. Fuori moda». Nel frattempo, però, l'uso si è esteso anche alla prosa
giornalistica: «Un morto è stato scoperto ieri in un fossato. Lo cercava­
no da giorni. Aveva 62 anni. Un buttero, figlio di butteri maremmani»
( " Corriere della Sera " del 15 novembre 1 966) .
E sarà proprio nei giornali che l'abuso del punto fermo riscuoterà
maggiore fortuna. Consacrato negli anni ottanta da una firma prestigio­
sa come quella di Beniamino Placido («Ma lunedì sera aveva dimen­
ticato completamente il suo mestiere. Dimenticato. Completamente»)
ed esasperato negli anni novanta da Ilvo Diamanti («Gli investimenti in
ricerca, sull'Università, sulla formazione. Sempre ridotti. In misura de­
solante») , questo stilema rappresenta ormai uno dei più diffusi stereotipi
della scrittura giornalistica: «Fammi volare. Perlomeno con la fantasia.
Erotica. Che sarà sempre più sfrenata» («La Repubblica delle Donne»,
30 luglio 1 996) . Tanto che per ottenere un effetto stilistico diverso, la
scrittura letteraria deve ricorrere a effetti più clamorosi: come in Amore
mio infinito di Aldo Nove (2000), in cui il punto si trova spesso dopo e
così, io non, e; a volte spezzando la subordinata annunciata da una con­
giunzione: «la sua voce non l'avrei più sentita almeno fino a quando.»;
«Mi faceva tenerezza come.».

I due punti servono principalmente a introdurre il discorso diretto o


una citazione, ma hanno almeno altre due funzioni:

quella argomentativa, quando indicano l'effetto prodotto da una


causa o la conseguenza logica di un fatto («Questo libro mi è pia­
ciuto molto: l'ho letto tre volte» = infatti l'ho letto tre volte) ;
quella descrittiva, quando introducono un commento critico («Un
sinonimo di lettera è missiva: termine meno comune ma ancora
sfruttàto, soprattutto nel linguaggio burocratico») o un'enume­
razione dei singoli componenti di un insieme (come accade nel
periodo che avete appena letto: «due funzioni: quella argomenta­
tiva . . . ») .

Se però l'enumerazione fa corpo con la frase precedente, costituen­


done il complemento oggetto o un complemento indiretto, i due
punti vanno evitati (perché separerebbero un blocco unitario) oppu-

260
Giusto e sbagliato

re devono essere preceduti da un complemento generico: «Il paziente


lamenta i seguenti sintomi: dolori addominali, nausea, cefalea», non
«Il paziente lamenta: dolori addominali».
Esistono due tipi di virgolette: quelle basse (« ») e quelle alte
(" " ) . Le prime si usano per introdurre una citazione o un discorso
diretto. Le seconde si usano principalmente in due casi:

per riportare un discorso diretto o una citazione all'interno di un


altro discorso diretto o di un'altra citazione (in concorrenza con la
lineetta, collocata abitualmente solo all'inizio della battuta) ;
- per segnalare l'uso particolare (ironico, traslato, allusivo e così via)
di una determinata parola o locuzione (quando cioè parliamo "tra
virgolette" ) .

t/ PUNTO E A CAPO

Il capoverso, ovvero l'uso di andare a capo dopo un punto fermo facen­


do rientrare il testo di qualche battuta rispetto alla gabbia della pagina
scritta, può essere considerato un connettivo implicito. Infatti, come i
connettivi espliciti (perché, a seconda che, quanto a e simili) e come i segni
d'interpunzione, avverte il lettore della presenza di uno scarto rispetto
a quello che si è detto fino a quel momento: un cambio di argomento o
lesame di un aspetto particolare del tema che si sta trattando.
L'uso dei capoversi è in molti casi soggettivo, dipendendo dalle abi­
tudini e dal gusto personale di chi scrive. Esistono però alcune funzioni
codificate:

- nella prosa saggistica e argomentativa, il capoverso introduce un bloc­


co informativo omogeneo (come, in questo paragrafo, Il punto e virgo­
la si usa Il I due punti servono ) o sottolinea la scansione e il colle­
. . . . . .

gamento tra i vari membri (come accade nell'elenco puntato presente


in questa scheda) ;
- nella prosa letteraria, il capoverso viene usato soprattutto per riportare
le battute di un dialogo, ma può comparire anche in caso di un cambio
di ambientazione (interno/esterno) o di un salto cronologico (Il giorno
seguente, Poche ore dopo) .

261
Manuale di linguistica italiana

STORIA DI PAROLE

Chiesa Come gran parte della terminologia cristiana, la parola chiesa pro­
viene dal greco: in questo caso da ekkleszà 'assemblea, adunanza' (derivato
del verbo ekkalèin 'chiamare'), per il tramite del latino ECCLESIA. Risalgono
alla fine del XIII secolo le prime attestazioni di chiesa con il significato di
'comunità di persone che professano la stessa fede' e con quello metonimico
di 'edificio consacrato al culto religioso' . È avvenuto nel Trecento, invece,
lo slittamento semantico che ha portato la parola chiesa ad assumere anche
il significato di 'clero, gerarchia ecclesiastica' . La singolare espressione chia­
marsi chiesa 'non volersi impegnare' (che ha un corrispettivo anche nello
spagnolo llamarse iglesia) contiene un riferimento al diritto d'asilo.

Fiasco Il termine risale al gotico flasko, che appartiene alla stessa famiglia
del verbo tedesco flechten 'intrecciare' . La parola entrò come prestito di ne­
cessità nel latino, perché la bottiglia rivestita di vimini era sconosciuta ai
Romani. È quindi arrivata in italiano attraverso il latino FLASCO, -ONIS, atte­
stato già in Ennodio (473 -52 1 ) . Dall'accusativo FLASCONEM del latino tardo
avremmo dovuto avere l'italiano fiascone; a fiasco si è arrivati per il mecca­
nismo della retroformazione: fiascone è stato erroneamente sentito come un
accrescitivo, proprio come è avvenuto per drago (latino DRACONEM) e per
ladro (latino LATRONEM). Per il significato traslato di 'insuccesso' si racconta
una storiella che forse non ha fondamento: nel 1681 un attore bolognese non
riuscì a divertire la platea e diede la colpa al fiasco che teneva in mano sulla
scena e costituiva l'oggetto del suo monologo. Con questa nuova accezione,
il termine fiasco si è affermato soprattutto in àmbito teatrale, diventando -
grazie al successo (o all'occasionale insuccesso) dell'opera lirica italiana - un
italianismo tra i più diffusi in Europa nella prima metà dell'Ottocento.

Pigiama Pigiama ha la sua origine nel persiano pay jamè 'vestito da gamba'
(composto di pay 'piede, gamba' e jamè 'vestito' ) , ma è arrivato in italiano
con la mediazione dell'inglese pyjamas, usato per indicare un 'indumento da
letto o da casa, maschile e femminile, composto di giacca e pantaloni' (come
viene definito già nel dizionario del Panzini nel 1905 ) . Sempre per influsso
dell'inglese, si è affermata anche l'espressione pigiama party.

Rubrica Nell'antica Roma, l'aggettivo RUBRICA 'rossa' indicava nell'uso so­


stantivato anche un tipo particolare di terra usato dai legislatori per marcare
in rosso i titoli delle leggi. Successivamente, il vocabolo passò a indicare,
più in generale, le scritte in rosso con cui nelle opere manoscritte venivano
evidenziati i titoli dei capitoli. È con questo significato che compare, per la

262
Giusto e sbagliato

prima volta in volgare, nell'incipit della Vita nuova di Dante ( 1292- 1293 ca. ) :
«In quella parte del libro d e l a mia memoria dinanzi a l a quale poco s i po­
trebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova».
Quando fra Otto e Novecento la parola, sopravvissuta fino a quel mo­
mento soltanto per via libresca, fu ripresa per definire uno spazio dedicato a
un determinato argomento nei giornali e successivamente il quaderno con i
margini a scaletta su cui appuntare le informazioni in ordine alfabetico, molti
furono incerti sull'accento: i manuali di pronuncia dell'italiano regist rano
oscill azioni nell'accentazione della parola già nel 1939. La pronuncia corret­
ta è comunque quella corrispondente all'etimo: rubrica.

263
10. Dizionari per ogni esigenza

10. 1 Dizionari nel tempo

Nella preistoria di ogni tradizione lessicografica s'incontrano general­


mente glossari bilingui: liste di parole di due lingue diverse compilate al­
lo scopo di favorire una elementare comunicazione interpersonale. Per
l'italiano, un esempio è il Glossario di Monza (inizi del X secolo), una
lista di poco più di 60 lemmi che affiancano una forma romanza (italia­
na settentrionale, probabilmente localizzabile nell'area del medio corso
del Po) e una greca bizantina (per esempio: de capo - cefali, costa - plevra,
vestito - imatz) , con l'evidente funzione di fornire alcune parole o frasi
elementari a chi doveva viaggiare nell'Oriente di lingua greca.
Un altro precursore dei dizionari è la lista di parole trascritte per
uso privato, come il Vocabulista di Luigi Pulci ( 1432- 1484 ) , nel quale
lo scrittore raccolse - senza un preciso criterio - circa 700 parole,
tratte soprattutto da precedenti repertori latino-volgari e in parte uti­
lizzate poi nel suo capolavoro, il Morgante (in qualche caso, si citano
parole assenti dai repertori, che evidentemente dovevano incuriosire
il Pulci: per esempio «boia, il manigoldo») .
Solo nel Cinquecento si cominciano a redigere liste di parole che si
avvicinano di più alla moderna idea del dizionario. Si tratta soprattut­
to di elenchi di vocaboli attestati in Dante, Petrarca e Boccaccio, i tre
principali modelli dell'uso letterario. Alcuni tesaurizzano le parole
di tutti e tre, come nelle Tre fontane [. .] sopra l'eloquenza di Dante,
.

Petrarcha, et Boccaccio del letterato friulano Niccolò Liburnio, pri­


ma raccolta lessicale monolingue non compilata per uso personale
( 1526), altri del solo Boccaccio (il Vocabulario realizzato da Lucilio
Minerbi, comprendente vocaboli tratti in prevalenza dal Decameron,
1535 ) ; altri ancora solo di Petrarca (Le osservazioni sopra il Petrarca,
del ferrarese Francesco Alunno, 1539). Raramente affiora una vera
attenzione per la lingua parlata, come avviene col Dittionario ( 1568)

264
Dizionari per ogni esigenza

di Francesco Sansovino nel quale, più che alle citazioni degli scrit­
tori, l'interesse sembra rivolgersi all'uso moderno tosco-fiorentino,
contrapposto ogni tanto a quello di altre regioni («lumaca, chiocciola
dicono i Fiorentini, buovolo i Vinitiani, limaccia i Lombardi») .
Il primo vero dizionario dell'italiano s i deve all'iniziativa dell'Ac­
cademia della Crusca, nata a Firenze nel secondo Cinquecento su
iniziativa di un gruppo di letterati fiorentini che - secondo un costu­
me molto diffuso all'epoca - aveva preso l'abitudine di promuove­
re riunioni giocose. Nel 1582 entrò nel gruppo un letterato illustre,
Leonardo Salviati, che in poco tempo trasformò quell'occasionale
brigata in una seria accademia letteraria e ne indirizzò l'impegno in
una direzione precisa: separare il buono dal cattivo in fatto di lingua
(cioè, reinterpretando gli antichi termini, separare la crusca dalla fa­
rina) . Gli accademici avevano stemmi personali detti pale e il motto
doveva fare riferimento al pane, alla crusca, al forno; lo scaffale in cui
si raccoglievano le leggi dell'Accademia ebbe forma e nome di sacco;
lo stemma dell'Accademia era il frullone, Io strumento che appunto
serviva a separare il grano dalla crusca; il motto era stato tratto da un
verso del Petrarca: «il più bel fior ne coglie».
Guidati da questi princìpi, gli accademici cruscanti si dedicarono
alla creazione di una monumentale raccolta lessicografica che, do­
po una ventina d'anni di lavoro, fu pubblicata a Venezia nel 1612.
Nessun'altra lingua europea poteva vantare, all'epoca, un'opera così
impegnativa e così coerente. Il Vocabolario della Crusca comprende­
va, come si legge nella premessa, in primo luogo le voci usate dagli
scrittori «che si potrebbon dire di prima classe» (cioè dai grandi tre­
centisti) ; ma, dal momento che questi autori esemplari «non ebbero
opportunità di dire ogni cosa», il lemmario era integrato attingendo
scalarmente agli autori minori del Trecento, a scrittori non fiorentini
e infine, con prudenza, all'uso moderno.
L'importanza del Vocabolario della Crusca, del quale · apparvero
quattro edizioni ufficiali complete ( 1 612 e 1623 , stampate a Venezia;
1 69 1 e 1729- 1738, a Firenze) e una quinta ( 1 863 - 1 923 ) interrotta alla
lettera O, è legata all'autorevolezza dell'opera come fonte normativa
per gli autori non toscani, almeno fino al Manzoni. Prima di arrivare
a identificare nel fiorentino vivo il modello di lingua per I promessi
sposi, infatti, Manzoni passò attraverso lo studio libresco degli autori
toscani, per il quale - oltre alle letture dirette dei testi - ebbe grande

265
Manuale di linguistica italiana

Fig. 10. Il frontespizio della prima edizione del "Vocabolario degli Accademici della
Crusca".

importanza la consultazione minuziosa del Vocabolario della Crusca


(nell'edizione approntata, nei primi anni del XIX secolo, dal purista
veronese Antonio Cesari) .

10.2 I dizionari storici

Lo scopo del dizionario storico è quello di registrare il patrimonio


di una tradizione scritta (letteraria, ma anche filosofica, scientifica,
giuridica ecc.), fornendo una documentazione che illustri le varie ac­
cezioni via via registrate. La fraseologia, di grande importanza anche
per i dizionari dell'uso, è addirittura essenziale per la comprensione
della lingua del passato, dal momento che - per riconoscere il valore
di un'espressione o di un vocabolo non più in uso - non possiamo ri­
ferirci alla nostra competenza di parlanti. Il Vocabolario degli Accade­
mici della Crusca, primo dizionario organico dell'italiano, è appunto
un vocabolario storico.

266
Dizionari per ogni esigenza

t/ LA FRASEOLOGIA NEI DIZIONARI

Oltre che per imparare il significato di una parola che non conosciamo,
il dizionario si consulta per familiarizzare con la fraseologia, ossia con le
espressioni idiomatiche caratteristiche di quella lingua. In questa nozione
non rientrano solo le cosiddette " frasi fatte " (prendere lucciole per lanter­
ne, essere stanco morto), ma anche le varie aggettivazioni che si addicono
a un vocabolo. Della pioggia potremmo dire, per esempio, che è/ine, sot­
tile, lenta, fitta, insistente, abbondante, battente, penetrante ma non che è
" piccola " , " grande " , "gracile" o "massiccia " (tranne nel linguaggio poeti­
co, che persegue intenzionalmente uno scarto dall'usualità linguistica) .

Nell'Ottocento videro la luce la quinta edizione del Vocabolario della


Crusca, notevolmente rinnovata nell'organizzazione del materiale ma
selettiva nel lemmario, e il vocabolario promosso da Niccolò Tom­
maseo (redatto tra il 1 865 e il 1 879 e noto come Tommaseo-Bellini,
per la menzione di Bernardo Bellini, suo principale collaboratore) .
Quest'ultimo è u n vero vocabolario d'autore: alla larghezza degli spo­
gli (non solo per il lessico letterario ma anche per quello tecnico) , si
accompagna un'acuta sensibilità ·per le sfumature semantiche e anche
una marcata coloritura ideologica. I dizionari non sono mai un rifles­
so ideologicamente neutro della realtà: ciò vale, in particolare, per
una forte personalità come quella di Tommaseo, che non dissimulava
certo le sue antipatie personali (celebre quella nei confronti di Gia­
como Leopardi) né le sue idee politiche o religiose. All a voce ateo si
legge, per esempio, con un significativo distinguo: «Chi nega, o dice
di negare Dio».
Spostandoci in epoche più recenti, nel 2002 si è finalmente conclu­
sa, con il completamento del ventunesimo volume, la quarantennale
pubblicazione (iniziata nel 1 96 1 ) del Grande dizionario della lingua
italiana (GDLI) , fondato da Salvatore Battaglia e diretto da Giorgio
Bàrberi Squarotti. L'impianto spiccatamente letterario dei primi vo­
lumi è stato ampiamente corretto in séguito, accordando notevole
spazio ad altre fonti di lingua - dalla manualistica tecnico-scientifica
ai giornali - e trasformando progressivamente il carattere iniziale
dell'opera: da dizionario storico della lingua letteraria a dizionario
storico dei vari aspetti e delle varie realizzazioni della lingua scritta. Le
due caratteristiche essenziali del GDLI sono la straordinaria ricchezza

267
Manuale di linguistica italiana

degli esempi, che tendono a documentare la vitalità di un'accezione


nel corso dei secoli (non la semplice attestazione) , e l'accuratezza e
analiticità delle definizioni, ricavate dall'insieme dei passi compresi in
quella sezione. Importante lo scavo effettuato in settori tradizional­
mente trascurati dalla lessicografia precedente (d'impronta toscanista
e classicistica) : dal milanese Bonvesin da la Riva al veneziano Marin
San udo.
Rivolto a un pubblico di specialisti e centrato sull'italiano più antico
è invece il Glossario degli antichi volgari italiani (GAVI) : pubblicato a
cura di Giorgio Colussi dal 1983 , comprende una vastissima raccolta
di voci tratte da opere scritte prima del 132 1 , anno della morte di
Dante. Questo particolare dizionario storico, attualmente interrotto
dopo la scomparsa dell'autore (2006), si segnala, oltre che per le sue
ingenti dimensioni (risultano pubblicati 32 volumi, che coprono le
lettere A, B, C, D, S, U, V e Z, senza contare che a partire dal 2002 la
lettera A è stata rielaborata e ripubblicata in ben 13 volumi) , per la ri­
nuncia a selezionare le attestazioni dei vocaboli sulla sola base del loro
valore letterario e per l'ampio apparato di commenti e di informazioni
etimologiche e bibliografiche che accompagna ciascuna voce.

10.3 I dizionari etimologici

La curiosità etimologica si ritrova in diverse culture antiche, da quella


ebraica a quella greca. L'idea di ricostruire l'etimo (dal greco ètymos
'vero, autentico') di una parola nasceva dall'aspirazione di afferrare
la realtà concettuale preesistente al linguaggio e spesso l'etimo vero
o presunto di una parola ha condizionato determinati comportamen­
ti. Sant' Agostino, il grande scrittore cristiano (IV-V secolo) , racconta
per esempio di aver fatto un bagno per lenire il dolore causatogli
dalla morte della madre; la bizzarria del comportamento si spiega
pensando che il greco balanèion 'bagno' veniva spiegato (fantasiosa­
mente) come un bàllein anzàn 'scacciare il dolore'. Dal secolo scorso
l'etimologia ha basi scientifiche e non si limita a individuare la pro­
venienza di un vocabolo (un'informazione del genere è offerta anche
dai vocabolari dell'uso): i moderni dizionari etimologici mirano a ri­
percorrere la storia di una parola o di un'espressione, dalla più antica
attestazione in poi.

268
Dizionari per ogni esigenza

I dizionari etimologici italiani compilati con criteri scientifici sono ·


stati pubblicati tutti negli ultimi cinquant'anni. Risulta ormai invec­
chiato il Dizionario etimologico italiano (DEI) dei due glottologi Carlo
Battisti e Giovanni Alessio ( 1 950- 1 957 ) , che ha comunque il merito
di raccogliere una mole considerevole di voci, documentando larga­
mente il lessico tecnico-scientifico. Il ridotto lemmario (che coincide
quasi per intero col patrimonio linguistico oggi in uso) consente in­
vece al Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI) di Manlio
Cortelazzo e Paolo Zolli di organizzare con chiarezza e sistematicità
il materiale. L'opera, pubblicata per la prima volta tra il 1 979 e il 1 988
in cinque volumi, è dispÒnibile dal 1 999 in una nuova edizione in
volume unico, a cura di Manlio Cortelazzo e Michele A. Cortelazzo
(accompagnata a una versione in CD-ROM) . I suoi punti di forza, che
lo rendono a tutt'oggi il più affidabile strumento del genere compiu­
tamente realizzato, sono i seguenti:

- assegnazione di una data di prima attestazione a tutte le forme


lemmatizzate, con indicazione della fonte, riferimento agli àmbiti
semantici di sviluppo e alla fortuna di ogni parola;
- ampiezza della documentazione, spesso risultante da spogli di pri­
ma mano;
indicazioni bibliografiche e, più in generale, controllabilità di tutti
i dati che vengono offerti.

Nel 2010 è apparso a opera di Alberto Nocentini con la collabora­


zione di Alessandro Parenti un Etimologico che fa tesoro di alcune
innovazioni del DELI (data di prima attestazione, bibliografia) e si se­
gnala per la ricchezza dei riscontri con altre lingue e per la presenza
di diverse proposte etimologiche originali.

t/ LEMMI E LEMMARIO

Tra le varie forme che una parola può assumere in virtù della flessione
(mangiai, mangiavo, mangiassero, mangiano; intenzione, intenzioni; edu­
cato, educata, educate; da, dalla, dagli) , i lessicografi - cioè coloro che
redigono i dizionari - ne scelgono una che costituisca l'intestazione della
voce corrispondente al vocabolo considerato. In lessicografia questa spe-
n•

269
Manuale di linguistica italiana

cifica forma grafica, scelta tra quelle possibili di un paradigma flessionale,


viene chiamata lemma (dal greco lemma 'titolo, argomento' ) . Il lemma si
trova all'inizio di ogni voce e viene di solito evidenziato tramite partico­
lari caratteristiche tipografiche (neretto, maiuscolo ecc . ) . Il lemmario è
l'insieme di tutti i lemmi presenti in un dizionario.
In italiano, per i verbi si sceglie l'infinito presente (mangiare), per i
sostantivi il singolare (intenzione) , per gli aggettivi il maschile singolare
(educato) , per le preposizioni la forma semplice (da). I criteri di scelta
della forma da porre a lemma non sono universali e possono cambiare a
seconda della lingua, della tradizione linguistica e della natura dell'opera
lessicografica. Nelle lingue classiche come il greco e il latino, per esempio,
per i verbi si pone a lemma la 1 • persona singolare dell'indicativo presente
(habeo, ekho) ; in alcuni dizionari storici viene scelta come lemma la forma
tipizzata più vicina all'uso odierno, anche se non fa parte dell'insieme di
forme grafiche e anche fonetiche effettivamente riscontrabili nelle fonti
(per esempio, si pone a lemma la parola intendanza anche se nelle fonti
sono presenti solo le forme entendansa e intendança).

Dal 1 979, infine, esce in fascicoli il Lessico etimologico italiano (LEI)


diretto dal linguista svizzero Max Pfister (affiancato dal 2002 da Wolf­
gang Schweickard) , arrivato nel 20 1 1 a coprire parte della lettera C
(fase. 107 ) e una prima sezione della D (fase. D3 ) , con sei ulteriori
fascicoli specificamente dedicati ai germanismi. Si tratta di un'opera
monumentale, che segue il modello di altre imprese della linguistica
romanza, come il Romanisches Etymologisches Worterbuch ( " Dizio­
nario etimologico romanzo" , 1 9 1 1 - 1 920) , del linguista tedesco Wil­
helm Meyer-Liibke, limitato alle parole di origine popolare derivate
dal latino e a quelle non latine che siano attestate in più di una lin­
gua romanza. O anche del Franzosisches Etymologisches Worterbuch
( "Dizionario etimologico francese" , pubblicato dal 1 922 e ancora in
corso d'opera) , che abbraccia l'intero patrimonio galloromanzo (cioè
francese e provenzale) , letterario e popolare, antico e moderno. Cor­
rispondente di tali opere per la lingua italiana, il LEI è ordinato per
etimi (etimi latini, o da una lingua di sostrato, o di superstrato ecc.);
è esteso - a differenza del DELI anche ai dialetti e mette insieme una
-

quantità straordinaria di dati antichi e moderni.

270
Dizionari per ogni esigenza

10.4 I dizionari di sinonimi

Nel lessico possono sussistere vari rapporti tra le singole unità. Un


vocabolo può essere dotato di un significato più generale rispetto ad
altri, essere cioè l' iperònimo rispetto a uno o più zpònimi (animale è
iperonimo di felino e felino è iperonimo di gatto); oppure può stabi­
lire un rapporto di corrispondenza o di contrasto.
Si parla di sinònimi quando due o più vocaboli condividono i tratti
semantici essenziali (vecchio - anziano; toppa - se"atura); oppure di ana­
loghi quando la sovrapponibilità è solo parziale: due o più vocaboli ana­
loghi possono divergere per esempio per l'aspetto dell'azione verbale
(dormire indica un'azione durativa, addormentarsi un'azione ingressiva
'cominciare a dormire') , oppure per particolari aspetti semantici (gor­
gheggiare indica un'azione più specifica di cantare: si riferisce propria­
mente agli uccelli oppure ai cantanti che modulino una nota con diver­
se variazioni vocali) . Si parla inoltre di contrari (o antònimz} quando
i significati si oppongono (bello - brutto); di inversi quando si ha un
rapporto di reciprocità, nel senso che un vocabolo è necessariamente
definito rispetto al suo inverso (padre -figlio, vendere - comprare) .
La sinonimia perfetta è poco meno di un'astrazione. Perfino in cop­
pie come tra e fra la scelta non è del tutto indifferente, ma è influen­
zata dal contesto fonetico (fra tre ore, tra Francia e Spagna). Di norma,
anche nei casi in cui due vocaboli hanno un'ampia area di significato
in comune, a renderli non sovrapponibili intervengono restrizioni se­
mantiche, diafasiche, diatopiche.

Si parla di restrizioni semantiche, per esempio, nel caso di anziano


e vecchio, che possono riferirsi entrambi a un essere umano, ma
non a un animale (un gatto anziano suona scherzoso o affettato e
un 'anziana casa è impossibile) ; così vivace può dirsi di un bambino
o di un vecchio, ma arzillo solo del secondo.
Due o più sinonimi sono sottoposti a restrizioni diafasiche quan­
do si distribuiscono nell'uso a seconda del registro: non marcato -
formale (saluti - ossequi) , non marcato - colloquiale (sciocco -fes­
so) , comune - tecnico (globuli rossi - emazie, il proiettile ha colpito -
ha attinto la vittima) .
Le restrizioni sono di tipo diatopico quando la distribuzione di
due sinonimi avviene in base alla diversa area regionale in cui ven-

27 1
Manuale di linguistica italiana

gono adoperati abitualmente (si parla in tal caso di geosinònimt) .


Per esempio: boiler (settentrionale) scaldabagno (altre regioni) , ta­
-

bacchino (meridionale) tabaccaio (altre regioni) , popone (toscano)­


-

melone (altre regioni) .

L a tradizione lessicografica italiana h a d a tempo privilegiato l a rac­


colta di sinonimi, anche in ossequio al diffuso precetto scolastico
di " evitare le ripetizioni" : meritamente famoso è il Dizionario dei
sinonimi del Tommaseo ( 1 83 0 ) . In anni recenti, questo tipo di lessi­
cografia si è rinnovata, con diverse opere originali che valorizzano
le relazioni semantiche e fraseologiche all'interno di una certa area
lessicale. Ricordiamo le opere di Renato Rosselli (Dizionario. Guida
alla scelta dei sinonimi e dei contrari nella lingua italiana, 1989),
di Giuseppe Pittàno (Sinonimi e contrari, 2006, 3 " ed. ) , di Pasqua­
le Stoppelli (Dizionario Garzanti dei sinonimi e dei contrari, 1 • ed.
1 99 1 , riveduto e considerevolmente ampliato nella 2" ed. del 2009 ) .
I n tutte e tre è ben presente l a consapevolezza che il dizionario dei
sinonimi non è in alcun caso un repertorio di equivalenze, ma può
solo suggerire affinità semantiche che assumono valore all'interno
di una frase reale.

t/ IL DIZIONARIO DEI SINONIMI DI NICCOLÒ TOMMASEO

Pur diventando da subito il più autorevole, quello di Niccolò Tommaseo


( 1 802 - 1 874) non è stato il primo dizionario dei sinonimi dell'Ottocento:
tra il 1 825 e il 1 826, l'abate Giovanni Romani realizzò un Dizionario ge­
nerale de' sinonimi italiani. Quello che distingue nettamente l'opera di
Tommaseo dalle precedenti (e per molti anni anche dalle successive) è
il fatto di non possedere un'impostazione esclusivamente arcaizzante o
filoletteraria: le gradazioni sinonimiche si differenziano ricorrendo non
soltanto ad autori antichi, ma anche a scrittori moderni, addirittura (co­
sa tutt'altro che ovvia all'epoca) viventi. C'è inoltre grande attenzione
all'uso concreto delle variazioni sinonimiche nella lingua (Tommaseo se­
gnala per ciascuna, di volta in volta, l'appartenenza al linguaggio familia­
re, alla lingua parlata o ali' espressione letteraria) e una grande sensibilità
alla documentazione di tutte le varietà, compresa quella popolare. Come
scrive lo stesso autore nella "Prefazione" al suo dizionario:

272
Dizionari per ogni esigenza

Or la porzione di lingua ch'è men popolare nella maggior parte d'Italia si è


quella appunto senza la quale non si giungerà mai a scrivere opere popolari:
io dico le voci esprimenti oggetti corporei, le voci appartenenti allo stil fami­
liare, ch'è tutt'altra cosa dal villanesco e plebeo. E però nd mio dizionario io
do luogo a parole e modi che lo stesso dizionario della lingua comune non ha,
ma che sono dell'uso vivente e mostrano per la proprietà loro essere da tutta
Italia conosciute.

A queste _opere vanno infine aggiunti alcuni strumenti di creazione


molto recente e decisamente innovativi rispetto alla tradizione les­
sicografica precedente. Ci riferiamo in particolare al Dizionario dei
sinonimi e dei contrari e delle relazioni tra parole di Raffaele Simone
(2003 ), ricco anche di riferimenti ai risultati teorici della linguistica
moderna, e al Grande dizionario italiano dei sinonimi e contrari diretto
da Tullio De Mauro (2010), che con i suoi 260 000 lemmi rappresenta
il più vasto dizionario di questo genere oggi disponibile, attento, oltre
che all'àmbito d'uso di sinonimi e contrari, al comportamento delle
unità polirematiche e al rapporto tra parole italiane e straniere.
Sempre nel 2010 è stato pubblicato il Grande dizionario analogico
della lingua italiana, diretto ancora da Raffaele Simone, la più vasta
raccolta lessicografica di questo tipo per l'italiano; l'opera raggruppa
più di 130 000 parole intorno a 3500 lemmi appartenenti al lessico
di base e legate a queste da rapporti di analogia: procedendo quindi
per aree semantiche è possibile seguire la stratificazione del signifi­
cato di una parola o di un'espressione o trovare una parola che non
si conosce a partire da un'altra parola nota. Scorrendo il lemma gi­
gante, per esempio, è possibile seguire l'evoluzione semantica della
parola dall'accezione originaria («ciascuno degli esseri mitologici di
statura e forza straordinaria [. . .]») a qu�lle figurate di «persona che
ha statura e robustezza superiori al normale» e di «persona di stra­
ordinarie doti intellettuali e morali o di grandissimo ingegno». Per
ogni significato della parola si dà in primo luogo il rinvio a lemmi
correlati (per la prima accezione: forza, mitologia, statura); vengono
poi registrate le «parole primarie», ovvero parole affini, sinonimi e
contrari (per la seconda accezione sinonimi come colosso, ercole e
watusso e contrari come lillipuziano, nanerottolo e pigmeo; si dà con­
to, tra parentesi, anche del contesto d'uso: scherz. 'scherzoso' , spreg.

273
Manuale di linguistica italiana

'spregiativo' e simili) , ma anche «nomi più specifici» e «nomi più


generali» (rispettivamente gigante buono e persona, uomo, ancora per
la seconda accezione) .
Per ognuno dei significati del termine vengono proposti anche no­
mi, verbi e aggettivi variamente connessi con la parola posta a lemma
e ordinati in sottocategorie come «atti di - o connessi a -», «proprie­
tà tipiche di -», «azioni di -», «comportarsi come un -», «aggettivi
che si combinano con -», «simile a -». Il lemma è generalmente una
parola di uso comune, ma scorrendo i nomi, i verbi, le locuzioni e gli
aggettivi a esso correlati ci si imbatte spesso in termini meno noti o
meno usati come, nel caso della voce gigante, mitografo, gigantoma­
chia, sacripante, torreggiare.

10.5 Le raccolte di neologismi

Un dizionario generale deve essere cauto nell'accogliere i neologismi,


che potrebbero uscire dall'uso nel giro di pochi anni o addirittura
esaurirsi in un'effimera invenzione giornalistica: basti pensare ai co­
siddetti "occasionalismi" , dalla vita brevissima; per citare qualche
esempio: clanista ( 1 959) 'appartenente a un clan', Jaxerendum 'refe­
rendum fatto attraverso messaggi via fax' ( 1 994) o molti deonimici
legati alla politica, come veltronizzare o mastelliano. Ciò non significa
che le parole nuove continuamente proliferanti nell'italiano contem­
poraneo - e imposte all'attenzione generale dai grandi mezzi di co­
municazione di massa - non suscitino l'interesse del linguista e dello
storico della cultura.
Alla registrazione dei neologismi sono consacrati alcuni dizionari
speciali. Il primo esempio del genere si deve allo scrittore Alfredo
Panzini, il quale nel suo fortunato Dizionario moderno ( 1 • ed. 1 905 ,
8" ed. postuma 1 942 ) intendeva raccogliere le «parole che non si tro­
vano nei dizionari comuni». L'iniziativa del Panzini fu ripresa nel 1963
dal linguista Bruno Migliorini con le sue Parole nuove, raccolta fondata
sul criterio dell'"uso incipiente" : non vengono registrate le parole le­
gate a un'occasione particolare, ma solo quelle che mostrano qualche
possibilità di attecchire. Mentre Panzini e Migliorini non fornivano i
contesti dei lemmi - particolarmente importanti per collocare il neo­
logismo nel proprio ambiente d'uso (un giornale, un trattato scienti-

274
Dizionari per ogni esigenza

fico, un romanzo) - le raccolte uscite dagli anni ottanta in poi sono


ricche di contesti e di datazione puntuale della prima attestazione.
Nel 1986 appare un agile Dizionario delle parole nuove di Manlio
Cortelazzo e Ugo Cardinale (2" ed. 1 989) . Nel 1 987 una cospicua
raccolta di 8000 neologismi dal secondo dopoguerra in poi redatta
dal giornalista Claudio Quarantotto, che fa spazio anche a forma­
zioni effimere (Dizionario del nuovo italiano; tendenza mantenuta
nel Dizionario delle parole nuovissime, dello stesso autore, del 200 1 ) .
Rispettivamente al 1 995 (Dizionario italiano. Parole nuove della se­
conda e terza Repubblica) e al 1 997 (Dizionario della seconda Repub­
blica) risalgono due regesti di neologismi di àmbito politico, stimolati
dall'apparire sulla scena di Silvio Berlusconi (fine del 1 993 ) : gli autori
sono anche in questo caso due giornalisti, Silverio Novelli e Gabriella
Urbani. Dal 1 995 al 1 997 sono apparsi con cadenza annuale, per ini­
ziativa del linguista Michele Cortelazzo, tre volumetti che raccolgono
neologismi con almeno due attestazioni in contesti diversi: gli Annali
del lessico contemporaneo italiano.
Sono basate sullo spoglio approfondito della stampa quotidiana tre
raccolte curate dai linguisti Giovanni Adamo e Valeria Della Valle: Neo­
logismi quotidiani. Un dizionario a cavallo del millennio (2003 ) , 2006
parole nuove (2005 ) e Neologismi. Parole nuove dai giornali (2008). I
vasti lemmari di queste opere, tratti dalla banca dati dell'" Osserva­
torio neologico della lingua italiana" (ONLI) del CNR - comprendente
più di 1 1 000 neoformazioni - dimostrano l'importante ruolo che la
lingua dei giornali ha avuto nel rinnovamento del lessico italiano.
Per concludere, è necessario ricordare alcune opere neologiche
tra le più aggiornate del panorama degli ultimi anni, nate significati­
vamente come appendici di importanti dizionari: i due Supplementi
(2004 e 2009) ai 2 1 volumi del GDLI, curati dal poeta Edoardo Sangui­
neti, e le due raccolte di Nuove parole italiane dell'uso (2003 e 2007 ) ,
volumi VII e VIII del vastissimo Grande dizionario italiano dell'uso
(GRADIT) diretto da Tullio De Mauro, il più vasto vocabolario della
lingua d'uso oggi disponibile per l'italiano. I due regesti mantengo­
no, nel trattamento e nella selezione delle neoformazioni, lo spirito
delle opere delle quali rappresentano il completamento. Più fedele
al criterio di analisi storica dell'affermazione dei neologismi il primo,
più orientato verso la comprensione delle caratteristiche e dei cam­
biamenti della lingua d'uso il secondo.

275
Manuale di linguistica italiana

9elDiadera 1./. Rete di &ep.i usati come codici comunica­ eervice ta. loe. 1.11/. imJ. Tau tu.i servizi, imposta indi­
tivi. • è aempre più difficile trovare confini chiari e di­ retta sui servizi erogati dalle amministrazioni loadi ai cit­
stinti fra quelle che sono state chiamate le donne brevi• tadini. • [tit.] Cua, tre imposte nella service tax (tmto]
della produzione audiovisiva attuale. quelle •icone denset L' lci sulla prima cua non verrà reintrodotta. Ai Comuni
della semioefera contemporanea - spot, promo, trailer, vi­ verrà destinato il gettito della nuova tService raxt, AeCOn·
deoclip - che si imprestano reciprocamente moduli e mo­ do la terminologia trrmontiana, o taBSaL per i ICl'Vizi, come
delli, ibridando anche video d'artista, corti cinematogra­ pttferiace chiamarla Roberto Caldcroli. (Eugenio Bruno,
fici o, in altro ambito, comunicati elettorali (Gianfranco Sah 24 o.., 9 settemb"' 2008, p. 17, Politica e aocU:tà).
Marrone, Stmnpa, 21 maggio 2005, Tuttolibri, p. 6) • I Haprasione ingl. compoeta dm a. leftliu ('acrvir.io' ) e tas ('�').
forsennati dello shopping compullivo si daranno lustro Gii attestato nel Corriae talla iera del 31 amnaio 1996, p. 4 1 ,
da questa lettura: non alienati tono costoro, ma uomini C ronaca d i Roma.
immeni nel fluuo dei eegni dell'ipennondo consumisti­ V. •nche i.usa .,.; #nlÙri.
co o, per dirla in aemiotichete, protagoniati di quella se­ Hl'Yizio-cortmia (servizio cortaia, servizio di cortaia),
I«. 1.le M . Servizio gratuito offerto alla clientela per ri­
durre gli effetti provocati da eventuali disservizi o si­
miosfera del consumo che ci avvolge: (Guido Caserza,
Sicilia, 18 giulPlO 2006, p. 33, Cultun & Spettacoli).
Compoeto dal confiuo ..,;o_ agiunto .I I. f. 1faa (in leNIO fil'. tuazioni di dilalPo. • Ad accoaliere e assistere la fiuma­
........ c:ompo'). na di paueggeri ci saranno anche gli studenti delle scuo­
Già atceltato nella �a del 24 8Flto 1985, p. 16, Cu!Nra le superiori arruolati dalla Sea per il qeryizio corteaiau.
(Maria Corti). (Claudio Del Frate, Conia• tklla sera, 1° agosto 2003, p.
1emlodch.- s . '" · (iron.) Il linguaggio, talvolta incom­ 44, Cronaca di Milano) • Traslocando nella nuova sede il
prensibile, di chi studia i sistemi di segni nei proceui Pra cambU:ri anche numero di telefono. ( . . . ) Sulle vec­
comunicativi. • I forsennati dello shopping compulsivo chie linee, utilizzabili per informazioni fmo a ogi, sarà
ai daranno lustro da questa lettura: non alienati eono co­ comunque attivo un servizio di cortesia che fornirà 881i
storo, ma uomini immeni nel flusso dei aepi dell"iper­ utenti il nuovo numero telefonico. (Giomak di Bracia,
mondo consumi1tico o, per dirla in semiotichese, prota­ 24 giusno 2004, p. 1 3 , Cronaca) • Infine, (Donato] Di
gonisti di quella semioafen del consumo che ci avvolge: Ponziano ha ann unciato l'avvio (entro pochi giorni) di un
(Guido Cuerza, Si<:ilia, 18 1iugno 2006, p. 3 3 , Cultuno servizio-cortesia per i mialiori clienti: un11 lunuoaa Ca­
& Spettacoli). dillac con autista stazionerà davanti all'ingreuo princi·
Derivato dal 1. f. indotiCG con l'aa:iunta del auffmo -.u. pale del casinò per 1li spostamenti in città. di giocatori dli
Mmitne- 1. /. Tregua precaria e incena. • L'Arabia tranare con i guanti bianchi. (Gianni Micalctto, Starn/#1.
Saudita, dopo aver a lungo fatto il doppio gioco, ha rico­ 20 J!Ollnaio 2008, Imperia, p. 64).
nosciuto nel terroriamo e neUa possibile •infezione• in­ Composto dal •· m. ara.io e dal s. f. r:orwia. ricalcando l'esprw-
chena pericoli che la riguardano e che vanno combattuti 1ione ingl. courtay unnu.
111enu quartiere. Ciò mentre gli Usa, frustrati sul terreno Gil attanito neli. &jnlbb/ica del 22 giugno 1 989, p. 18, Crona­
e in piena campagna elettorale, paiono propensi a una ca (f.;mberto &o.o).
maggior cautela nelle loro iniziative militari (non aem ­ ......ine •· "' · (iron.) Il gergo tipico della libertà aea­

pre, però: era proprio ncceaario avanzare veno l'abita­ suale vissuta come segno del cambiamento dei costumi.
zione di Moqtada al Sad.r a Najaf, favorendo la rottun • Ma un'ondata di ritorno della presa di parola sesean­
di una aemitregua che durava da due mesi?). (Franco tottarda tocca la eenaibilìtà e il lessico (siniatreae, fumeae,
Venturini, ConUre dilla ura, 7 apsto 21'.)(H., p. 1 , Prima psicanalne, seuualese) di Rocco e Antonia, protagonisti

a
pagina). •dolescenti di •Porci con le alit, autori Marco Lombardo
Derivato dal 1. f. ,,.,.,. con l ' niunta del prefmo ,.,,.;. , Radice e Lidia Ravera, caao editoriale del 1 976. (Enzo
Già atteltlto Mlla st.,,.,. dc.Jr8 luglio 1996, p. 9, Estero (Anna Golino, Rqub/Jli<:a, 31 luglio 2007, p. 42, Cultura).
Zofeoovo) . Deriv.to et.li'... � con l'1181Jiunta del 1uffiuo ..a..
Hadm.eali&cia s . "' · (iroft. 1ehera.) Fabbrica di senti­ MMualmeate corretto loe. 1Je m . (iron.) Che corrispon­
menti. • le acuole d' Italia aono diventate succursali del de in modo equilibrato alla rappresentazione sociale del­
aentimentificio globalizzato e non ci uri. altn feata che la la sessualità. • come hanno auerito in un dibattito que­
cerimonia ideologica dei post-gruppettar i. [ . . . ] 11 acnri.. st'estate Alina Reyes e Stéphane Zagdanski, due roman­
mentificio, che è il vero grande fratello della mobilitazio­
corrett�. [ . . . ] i sensi cambiano ancora gusti. Coal, dopo
zieri fnncesi senza censure, si fa strada il fllelSualmente
ne delle coscienze e dei tempi che coJTono, ha soatituito
quello che un tempo veniva identificato nel biaottismo, l'epoca in cui il femminismo ha fatto sentire le sue ragio­
(Pietranaeio Buttafuoco, Giomal•, 9 ail18"o 2002, p. I , ni, si può cadere nella fue opposta. (Armando Tomo,
Prima pasina). Corriere della 1era, 17 settembre 2002, p. 3 3 , Cultura)
Derivato dal •· m . ttrdi"""lo con l'aniunra del 1uffiuo -ifìrio. • 'Come ha appena detto l• compagna transgender. . .•. I
M111ta-eveato I«. 1.kj. Senta che, per le caratteristiche e delepti di fabbrica dovranno farci l'abitudine. Studiare,
atare attenti a non sbagliare. Per fortuna, il glouario del­
colare. • Na,Wi come palcoscenico ideale dell'incontro
il luogo nel quale si svolge, rappresenta un evento spetta­
le •parole eaeualmente correttef d8 ieri in viaore nella
fra razze e culture diverse: sarà questa l"ambientazione Cgil emiliana conta solo una ventina di voci, perché ri­
delle due serate-evento che M1111imo Ranieri ata prepa­ co� il suono e il senso di sigle miaterioae come .Olb ..
rando per Raiuno. (Mm-rv, 2 settembre 2001 , p. 2 1 , o definizioni scientifiche come cdisforia di genere• non
Spettacol i) • ali'Auditorium della Muaico d i Roma, in
collaborazione con l'asaociazione Pontecorvo, si avolge­
ri una eerata-evento con la proiezione del documenta­
:C:i: =:e-:CM�ch:�S��� T.:1:t::;jti :Ob:
2003, Bol"llll" , p. I).
rio. (D. D' I . , Tnnpo, 1 1 novembre 2007, p. 45, Cultura Composto dsll'PV. #Ulllhn l lnr e e dall'agg. corretto, ml modello
& Spettacoli) • Cré<lit Suisse, Goldman Sachs, Lehman, di politic--* corretto.
Merrill Lynch e Uba hanrtQ sponaorizzato insieme • Già 1tte1tato nell• Rlpab6ika del 1 6 aprile 1994, p. 20, Cronaca
Hong Kong una serata-evento con la proiezione di •The (Elvira Nuelli) .
Bubblet, il film del 2006 che racconta l'amore tra Noam, ....uoterapeuta s . m. e/. Specialista nella diagnosi e nel­

soldato israeliano, e Aahraf, immigrato palestinese, in una la cura dei disturbi della sessualità. • Su una coa gli in­
difficile e teaisaima situazione politica e ambientale con­ glesi - i medici e seaauoterapeuti ina:lesi che denunciano
dita di omofobia, amicizia fra etero e gay, islam. (Antonia come anche le donne comincino a eoffrire di ansia da
Jacchia, Corri<.. ti.I v...... 16 sennaio 2008, p. 2 1 ). perfonnance - hanno ragione: oggi come oggi - ma pure
Composto dal a. f. 2Nta e dal 1. m. twnlo. raltro ieri - una femmina che non fa seseo, tanto e bene,
Già anesrato nella �"' del 29 ldtembre 1 991 , p. l i ai sente una perdente. (Maria I.Aura Rodotà, Corrieri
(Concit11 De Greaorio). ti./'4 ••ra, 5 dicembre 2005, p. 25).

561

Fig. 1 1 . Una pagina di G. Adamo, V Della Valle, «Neologismi. Parole nuove dai
giornali".

276
Dizionari per ogni esigenza

10.6 I dizionari dell'uso: il lemmario

Il dizionario per antonomasia è certamente quello dell'uso, possedu­


to da quasi tutte le famiglie italiane - almeno come libro scolastico - e
dunque oggetto di intense campagne pubblicitarie da parte degli edi­
tori. Non è facile, per un lessicografo, ritagliare la porzione di realtà
che abbia i titoli per figurare in un dizionario di proporzioni medie
(da 50 000 a 100 000 lemmi) . Raccogliere molte parole sarebbe fin
troppo facile: basterebbe saccheggiare certe terminologie scientifiche
(solo i termini della chimica ammonterebbero a svariate decine di mi­
gliaia) . Ma la documentazione di un determinato lessico specialistico
(per esempio medico, giuridico, agricolo, informatico) è riservata ad
appositi dizionari settoriali. Il lessicografo generale deve ospitare solo
quel tanto di lessico scientifico che può filtrare nel linguaggio corren­
te o ha comunque una ricaduta sull'esperienza linguistica degli utenti.
Tornando all'esempio della chimica, sarà opportuno accogliere acetil­
salicilico (l'acido acetilsalicilico non è altro che la familiare aspirina) ,
ma non trimebutina, pentaeritritolo o tridiidrossipropilteo/illina.
Allo stesso modo il dizionario dell'uso deve comportarsi con re­
gionalismi, arcaismi o neologismi. In particolare, un dizionario italia­
no accoglierà un regionalismo solo quando la sua diffusione supera
i confini originari (almeno come competenza passiva) . Restano fuori,
almeno per ora, parole come il bolognese patacchino 'autoadesivo' o
il genovese tanardo 'tardo, ottuso'; mentre hanno conquistato diritto
di cittadinanza il milanese imbesuito 'rimbecillito' , il romanesco pen­
nichella 'siesta' , il napoletano a"onzare 'tirar via nel fare un lavoro'.
Per quanto riguarda gli arcaismi, la natura conservatrice della lin­
gua italiana e la forte solidarietà esistente tuttora con la letteratura
antica fanno sì che nessun dizionario dell'uso possa escluderli del tut­
to. Molti sono abituali nei classici che si studiano a scuola e costitui­
scono il bagaglio di cultura di una persona mediamente istruita; altri
possono essere rinnovati da qualche scrittore del Novecento (come il
malinconioso riesumato da Maria Bellonci) ; altri ancora, prescinden­
do da attestazioni letterarie antiche e moderne, ricorrono nella lingua
quotidiana con intenzione scherzosa: «lungi da me, fellone ! », «avevo
perso la speme di rivederti».
Altrettanto complessa, come abbiamo visto, la scelta dei neologismi:
decisamente più numerosi e invadenti degli arcaismi, ma soprattutto

277
Manuale di linguistica italiana

non valutabili da parte del lessicografo col necessario distacco. È facile


prevedere, per esempio, che dello sciupismo ('atteggiamento di spreco
delle risorse pubbliche') di cui parlavano le cronache politiche del 2005
non ci si ricordi già più un anno dopo: il dizionario dell'uso che si fosse
affrettato a registrarlo rischierebbe dunque di apparire invecchiato an­
zitempo (anche se nessuno può valutare con certezza la fortuna di un
neologismo apparentemente effimero: basti pensare a cerchiobottismo) .
Simile il problema dei forestierismi non adattati, in particolare de­
gli anglicismi, così frequenti nell'italiano contemporaneo. Nessuno si
sentirebbe di respingere in blocco le parole non italiane largamente
usate nel linguaggio comune (box, cof/ee break, turn over o anche
jackpot) o frequenti in qualche linguaggio specialistico vicino alla
lingua di tutti i giorni, come quelli dell'informatica e dell'economia.
Tuttavia, bisogna resistere alla tentazione di inseguire forestierismi
effimeri, spesso adoperati soltanto nei giornali o in circoli ristretti;
per esempio, rockumentary 'documentario su personaggi e vicende
della musica rock', mobility management 'pianificazione degli sposta­
menti casa-lavoro dei dipendenti di un'azienda', wristband 'braccia­
letto distintivo o di propaganda di un'associazione umanitaria' .
È dunque più delicato scegliere cosa escludere piuttosto che cosa
includere e la selezione dei lemmi deve essere improntata a un at­
teggiamento equilibrato, che tenga conto delle diverse componenti
del lessico contemporaneo. Un'opera molto attenta all'equilibrio del
lemmario è il Vocabolario della lingua italz"ana (VOLIT) dell'Istituto
Treccani, vastissima impresa lessicografica ispirata dal linguista Al­
do Duro e giunta a compimento una prima volta nel 1 994 , con una
seconda edizione nel 1997 e una terza, coordinata da Valeria Della
Valle, apparsa nel 2008. Figlio di un'impostazione tipicamente en­
ciclopedica, il VOLIT si distingue appunto per affiancare ai frequenti
riferimenti alla lingua letteraria l'apertura vers� gli elementi della lin­
gua moderna, le terminologie scientifiche (molto ben rappresentate
anche nel GRADIT) e le formazioni neologiche.
Queste ultime, come abbiamo detto, vengono spesso considerate un
indice del livello di aggiornamento di una raccolta lessicale. All ' uscita
di un nuovo dizionario, la pubblicità insiste sulla presenza di parole di
diffusione recente. Ma la ricchezza del lemmario non consiste solo nel­
la quantità e nella qualità dei singoli lemmi, bensì anche nell'attenzione
con cui si segnalano le nuove accezioni o le diverse connotazioni che

278
Dizionari per ogni esigenza

parole di uso tradizionale hanno assunto negli ultimi anni, in séguito al


modificarsi del costume, delle ideologie, del comune sentire. È il caso
di ambiente nella sua accezione specificamente ecologica, di concubina,
ormai adoperata solo nell'uso letterario o giuridico (mentre comune­
mente si parla di compagna) , di diverso in riferimento a omosessuali,
di immagine nella recente e dilagante accezione promozionai-pubbli­
citaria. Tra i dizionari in un solo volume, si segnalano almeno, per i
continui aggiornamenti e per l'accoglienza di numerose parole nuove i
famosi dizionari Zingarelli e Devoto-Oli, dei quali viene costantemente
pubblicata una nuova edizione ogni anno.

10.7 I dizionari dell'uso: la definizione e le marche d'uso

La definizione di una parola e delle sue accezioni è certo uno degli


aspetti più delicati che il lessicografo deve affrontare. Non si tratta
solo di indicare una perifrasi che riassuma il significato di un voca­
bolo, per lo più mediante il ricorso a sinonimi e a definitori (come
lodevole 'degno di essere lodato, che merita lode'). Si tratta anche di
indicare l'àmbito o il registro d'uso, in genere con abbreviazioni dette
"marche d'uso" (/ett[erario], scherzloso], geo/logia] ecc.); di collocare
una parola nei suoi contesti più tipici attraverso un'opportuna fraseo­
logia; più in generale, di restituire a una parola, anche molto comune,
la sua stratificazione d'uso. Il sostantivo prete, per esempio, è conno­
tato in modo parzialmente sfavorevole rispetto al sinonimo sacerdote,
per un'eco ormai lontana dell'anticlericalismo ottocentesco (scherzo
da prete, boccone del prete, da prete); d'altra parte, questo termine - in
quanto più diretto e più radicato nell'uso popolare - è stato assunto
dagli stessi interessati (prete operaio e simili).

t/ I DEFINITORI IN LESSICOGRAFIA

Con questo termine si indicano quegli elementi che, nella definizione les­
sicografica, introducono abitualmente determinate classi di derivati. Così,
per gli aggettivi in -ivo (sbalorditivo) i definitori più comuni sono atto a +
verbo di base, che + verbo di base («atto a sbalordire, che sbalordisce») , per
i sostantivi in -mento (siluramento) art. determinativo + verbo di base, l'atto
e l'effetto di + verbo di base («il silurare, l'atto e l'effetto di silurare») .

279
Manuale di linguistica italiana

Alcuni dizionari prestano un'attenzione particolare all'individuazio­


ne del registro d'uso delle parole, sviluppando ampi sistemi di mar­
che d'uso. Ci riferiamo specificamente al DISC (Dizionario italiano
Sabatini-Coletti, poi solo Il Sabatini-Coletti giunto all'ed. 2008) e so­
prattutto al GRADIT, che consente di individuare immediatamente, at­
traverso l'impiego di una coerente marcatura, se una parola o una sua
accezione è di àmbito regionale (RE) , dialettale (DI) o letterario (LE) ,
se si tratta di un esotismo (ES) oppure di un termine tecnico-scienti­
fico (TS ) . I due dizionari sottolineano anche il livello di disponibilità
e di frequenza di un lemma (vedi § 8. 1 ) . Il Sabatini-Coletti evidenzia
con efficacia - tramite un fondino di colore scuro - le parole ad alta
disponibilità (così come accade nelle ultime edizioni del Devoto-Oli,
che stampano in colore nero le parole ad alta frequenza) . Il GRADIT
ricorre a un sistema di marche che indicano la frequenza d'uso di una
parola e delle sue accezioni, la sua, per così dire, condizione generale
d'uso:

- FO (lessico fondamentale) : circa 2000 vocaboli frequentissimi che


da soli rappresentano il 90% delle parole ricorrenti in tutti i testi
scritti o parlati (casa, albero, mamma);
- A U (lessico di alto uso): più di 2500 vocaboli che ricorrono con alta
frequenza in tutti i testi scritti e parlati, dei quali rappresentano
circa il 6% del lessico totale (abbandono, lamento, sfogliare) ;
- AD (lessico ad alta disponibilità) : circa 1 900 parole dall'uso piut­
tosto raro sia nello scritto sia nel parlato, ma ben noti a tutti per
la loro importanza nella vita quotidiana (alluce, batuffolo, carroz­
zeria ) ;
- C O (lessico comune): più di 55 000 parole che generalmente posso­
no essere comprese da chiunque possegga un livello medio supe­
riore di istruzione, a prescindere dalla propria occupazione (lavan­
dino, attrattiva, pessimista) ;
- BU (lessico d i basso uso): più di 32 000 vocaboli rari, impiegati po­
co frequentemente sia nello scritto sia nel parlato (lavacro, pluri­
verso, settetto) .

A queste si aggiungono inoltre alcune marche che individuano l a pro­


venienza o l'area di impiego di un termine, per esempio segnalando
la sua appartenenza a una lingua speciale (TS 'tecnico-scientifico',

280
Dizionari per ogni esigenza

quattrlduano /kwattridu'ano/ (quat-tri·du·a·no) agg., var. + qua­


triduano.
quattrocentometrtsta /kwattrotJentome'trista/ (quat-tro·cen·to­
me-tri·sta) s.m. e f. [ID sport [2�5; der. della loc. quattrocento
metri con -ista] in atletica leggera, atleta specialista nella gara di
corsa dei quattrocento metri piani a (35).
quattrozampe /,kwattrot'tsampe/ (quat-tro-zam·pe) s.m.inv. @Q)
[1992 in " Corriere della Sera " ; comp. di quattro e dd pl. di zampa]
scherz., fam., animale domestico, spec. cane o gatto.
queer /kwir/ agg .inv. , s.m. e f.inv. [][) ingl. [1998 in • La Repub­
blica delle Donne " ; ingl. queer /kwi:i(r)/ propr. " strano, bizzarro "
e, spreg., • gay "] 1 agg.inv., s.m. e f.inv., che, chi ha un orientamento
sessuale o di genere che non coincide con i moddli imposti dalla
cultura dominante :Z agg.inv., relativo a tale orientamento.
queneaulana s.f. ... queneauiano.
queneaulano /keno'jano/ (que-neau·ia·no) agg., s.m. [ID lett. [av.
1985 ; der. di Queneau, nome dello scrittore francese Raymond Que­
neau ( 1 903-76), con -iano] agg., relativo a Queneau, ai suoi perso­

naggi, alla sua opera, al suo stile I agg., s.m., seguace, imitatore di
Queneau a (1).

Fig. 12. Alcuni lemmi tratti dall'"Appendice" del "GRAD/'T" dedicata alle "Nuove parole
italiane dell'uso".

più di 120 000 lemmi) , la sua natura di parola italiana, ma di àmbito


prevalentemente regionale (RE, circa 7000 lemmi; per esempio sleppa
'schiaffo', di uso settentrionale) , o la sua origine dialettale (DI, appena
600 lemmi, come musceppia 'donna smorfiosa', dal pistoiese) o esoti­
ca (ES, quasi 10 000 lemmi, come abat1'our, dal francese) .
Nella definizione, inoltre, intervengono inevitabilmente scelte ideo­
logiche. Oggi i dizionari sono molto attenti a non ferire determi­
nate sensibilità: quella omosessuale, per esempio (si vedano le voci
omosessuale, pederasta, invertito, gay), quella di minoranze etniche
e culturali (connotando negativamente o apertamente sconsigliando
termini come negro, giudeo, marocchino nell'accezione di 'immigrato
arabo', terrone) e in particolare quella femminile, evitando definizio­
ni come donna 'femmina dell'uomo' a favore di 'femmina della spe­
cie umana' e tralasciando frasi idiomatiche tradizionali di contenuto
misogino. Nei secoli scorsi, infatti, si è accumulata nell'uso una serie
di detti proverbiali che presentano la donna in modo decisamente
sfavorevole (donna e luna, oggi serena domani bruna; chi disse donna

281
Manuale di linguistica italiana

disse danno; la donna è come la castagna, bella di fuori dentro è maga­


gna; donna al volante pericolo costante) . Molti di questi sono caduti in
disuso, e dunque un dizionario generale non è tenuto a registrarli; in
altri casi la registrazione può essere opportuna - in omaggio al ruolo
neutrale, quasi notarile, del dizionario rispetto alla civiltà che vi si
rispecchia - purché si sottolinei la mancata rispondenza di quei detti
proverbiali con i valori oggi diffusi nelle società occidentali.
Insidioso, infine, il problema della definizione dei termini tecnici e
scientifici, che è esposto a due rischi speculari: quello di allestire una
definizione impeccabile, che però risulti ostica ai profani (dunque
proprio a coloro che cercherebbero una parola del genere sul dizio­
nario) , e quello di optare per una definizione di taglio divulgativo,
che però sarebbe giudicata imprecisa da un esperto del ramo.

10.8 I dizionari dell'uso: le informazioni grammaticali

Il dizionario non si consulta soltanto per sapere il significato delle pa­


role che conosciamo poco o non conosciamo affatto, ma anche per
risolvere dubbi grammaticali, e svolge così di fatto anche una funzione
normativa rispetto all'uso della lingua. Un dizionario (come il diffusis­
simo Zingarelli) , può riunire i principali dubbi linguistici in una tabella
di "Approfondimento" o di " Note d'uso", con l'intento non solo di
risolvere un dubbio del lettore, ma di indirizzarne in futuro il compor­
tamento linguistico, distinguendo anche tra errori veri e propri e forme
più o meno preferibili a seconda del contesto e del registro d'uso.
In alcuni settori la risposta è sistematica e definitiva: per esem­
pio per la pronuncia delle lettere a cui corrispondono diverse realtà
fonetiche, per la corretta ortografia (efficienza o ef/icenza ? ) , per la
posizione dell'accento (anòdino o anodino? ) ; per la selezione delle
forme verbali irregolari (qual è il perfetto di cuocere? e il passato re­
moto di esigere? ) . Ma, a saperlo consultare, un buon dizionario può
dare informazioni anche su altri e più complessi settori linguistici;
per esempio su un punto particolarmente controverso della norma
linguistica italiana: le reggenze sintattiche. Dobbiamo dire: insieme a
te o con te? Difficile a dire o da dire? Accennava a parlare o di parlare?
Ti ammonisco a studiare o di studiare? Spero rivederti o di rivederti?
Attraverso la fraseologia, ricaveremo indicazioni precise sulla legitti-

282
Dizionari per ogni esigenza

mità di entrambi i costrutti, se verranno esemplificati entrambi, op­


pure saremo orientati verso uno dei due (con indicazioni esplicite o
attraverso l'omissione del costrutto concorrente) .
Un cospicuo arricchimento e rinnovamento delle informazioni
grammaticali è stato segnato dal Sabatini-Coletti. A parte informa­
zioni già presenti in dizionari precedenti (per esempio la sillabazione
sistematica di tutti i lemmi) , il Sabatini-Coletti ha introdotto diverse
novità. I verbi, per esempio, vengono classificati a seconda degli ar­
gomenti, ossia degli elementi indispensabili che devono combinarsi
col verbo per esprimere un concetto minimo di senso compiuto. Clas­
sificando i verbi in base agli argomenti, troviamo al livello più basso
verbi come quelli atmosferici (piovere) , che esprimono da soli un con­
cetto compiuto; poi i verbi come sbadigliare, per i quali il nucleo della
frase è compiuto una volta che si conosca il soggetto; i verbi come
mangiare (Paola mangia un gelato: un argomento, oltre al soggetto) ;
fino a d arrivare a un verbo come trasferire, che h a tre argomenti oltre
al soggetto (la banca ha trasferito la filiale da Bra a Saluzzo) .
Il Sabatini-Coletti d à inoltre grande importanza alla linguistica te­
stuale, definendo con chiarezza la classe delle congiunzioni testuali. Si
tratta di congiunzioni che non collegano due strutture frasali («Piove,
ma non fa freddo») bensì due sequenze testuali, restando autonome
sia prosodicamente - perché precedute da pausa - sia graficamen­
te, perché precedute generalmente da un segno d'interpunzione più
marcato della virgola, come il punto e virgola o il punto fermo. Nel
seguente esempio di Manzoni, per esempio, il ma ha la funzione di
congiunzione testuale: «Era il più bel chiaro di luna [. . . ] ogni oggetto
si poteva distinguere, quasi come di giorno. Ma, fin dove arrivava lo
sguardo non appariva indizio di persona vivente».
Una grande attenzione al dato grammaticale si ha anche nel Dizio­
nario Italiano Garzanti (diretto dal 2003 da Giuseppe Patota) , che
fornisce numerose e specifiche indicazioni su tutti quei lemmi per i
quali il contrasto tra norma e uso può favorire l'insorgere di dubbi.
A partire dall'edizione 2008, il dizionario è corredato dal cosiddetto
Grammabolario: una raccolta di schede di teoria grammaticale in­
serite nel dizionario in corrispondenza delle voci lessicali. Così, per
esempio, alla voce consecutivo è affiancata una scheda sintattica che
descrive la frase consecutiva e la voce nome si accompagna a una
scheda che illustra la morfologia nominale in italiano.

283
Manuale di linguistica italiana

10.9 I dizionari e l'informatica

Dagli anni novanta la larga diffusione del personal computer ha aper­


to nuove possibilità di ricerca e di studio anche in àmbito linguistico­
letterario. È ormai generale, infatti, la presenza di CD-ROM o DVD co­
me supporto ai dizionari stampati, o ristampati, negli ultimi anni.
Il primo dizionario concepito per essere consultato, oltre che nel
tradizionale volume cartaceo, anche in disco ottico è stato il DISC
(originaria, evocativa denominazione del Sabatini-Coletti ) , che nella
versione digitale presentava non il semplice travaso del testo cartaceo
dell'opera, ma un vero autonomo dizionario elettronico, uno stru­
mento indipendente, associabile a specifici atteggiamenti di ricerca.
A questa prima opera di lessicografia digitale per il grande pubblico
ne sono seguite numerose altre, a partire dalla versione elettronica del
GRADIT (che aggiunse ulteriori potenzialità di ricerca poi riprese da altri
progetti, come la ricerca per polirematiche) , fino ad arrivare alla situa­
zione attuale, nella quale ogni dizionario venduto reperibile in libreria
è accompagnato da supporti CD-ROM di ricerca e ampliamento.
Tuttavia ormai lo strumento del disco ottico è da considerarsi su­
perato, a causa innanzitutto di alcuni notevoli difetti congeniti, come
la possibilità di deteriomento del supporto e soprattutto il rapido
invecchiamento delle informazioni in esso contenute: non è possi­
bile per esempio ampliare e modificare a piacimento il lemmario del
dizionario e aggiornarne le definizioni. Per questo motivo sembrano
preferibili altre soluzioni tecniche, diffusesi negli ultimi anni, come
l'impiego del supporto USB (scelto per esempio dall'ultima versione
del GRADIT elettronico, 2007 ) e l'integrazione del CD-ROM con la pos­
sibilità di aggiornare lemmario e definizioni su Internet, strada scelta
per esempio dall'edizione 2001 del Devoto-Oli e soprattutto dal Gar­
zanti 2. 0, la cui versione elettronica è aggiornabile e completamente
consultabile in rete.
Lo strumento più efficace tra quelli affermatisi negli ultimi anni
resta però quello del dizionario consultabile direttamente on line, che
attraverso una maschera di ricerca consente all'utente di accedere a
un lemmario continuamente aggiornato e ampliabile all'infinito, frut­
to di un costante lavoro di ricerca e catalogazione lessicale.
Le risorse appartenenti a questa categoria hanno ormai raggiun­
to una buona diffusione, sia in versione gratuita, sia nella forma del

284
Dizionari per ogni esigenza

servizio offerto dietro pagamento di un abbonamento che consente


l'accesso totale a tutte le funzioni.
Alla prima categoria appartiene per esempio la Lessicografia della
Crusca in rete ( www. accademiadellacrusca.it), che rende disponibile
il testo integrale delle cinque edizioni del Vocabolario della Crusca per
ricerche lessicali semplici (singole parole) e complesse (sequenze e
insiemi di parole sia nel lemmario sia nel testo delle voci, ricerca negli
apparati originali del vocabolario, nelle aggiunte e nelle integrazioni
dell'epoca) .
Completamente gratuita è anche la consultazione del testo del
Sabatini-Coletti, disponibile sulle pagine della versione on line del
"Corriere della Sera" (dizionari.corriere.it/dizionario_italiano) , oltre
che del Vocabolario Treccani (www. treccani.it/vocabolario) , che con­
sente inoltre di passare con agilità anche alla ricerca sulle altre due
opere maggiori dell'Istituto, la classica Enciclopedia e il Dizionario
biografico degli italiani, contenente allo stato attuale più di 3 0 000
biografie di letterati, poeti, scienziati, politici e uomini di cultura.
Per le altre lingue di cultura citiamo almeno le versioni consultabili
on line dell'Oxford English Dictionary ( www. oed.com), del Trésor de
la langue française informatisé (atilf.atilf.fr/tlf.htm) e del vocabolario
della Real Academia Espaiiola ( www. rae.es) .
Tra gli strumenti a pagamento segnaliamo almeno la banca dati dei
Dizionari Zanichelli online (dizionari.zanichelli.it) , una delle raccolte
lessicali più ampie oggi presenti in rete, che permette la ricerca in­
tegrata e simultanea su più di venti opere diverse, tra dizionari, sia
di. lingua (le ultime versioni dello Zingarelli, naturalmente, ma an­
che dizionari dell'uso monovolume di altre lingue, come il tedesco,
il francese, lo spagnolo, il russo, il latino e il greco) sia tematici (per
esempio il Grande dizionario dei proverbi italiani, il Dizionario di mi­
tologia, il Dizionario di medicina e biologia) e banche dati, come la BIZ
(Biblioteca italiana Zanichelli, 2010) .

10. 10 Oltre il dizionario: le banche dati

Negli ultimi anni, accanto ai dizionari, sempre maggiore importanza


hanno assunto gli archivi di testi e di informazioni lessicali, sia per
lo scritto, sia per il parlato, in formato digitalizzato. Si tratta, come

285
Manuale di linguistica italiana

intuì già all'inizio degli anni ottanta il linguista Giovanni Nencioni,


di strumenti fondamentali per gli studi linguistici. Non solo per svol­
gere ricerche puramente lessicali (la frequenza o la distribuzione di
una parola in un insieme di testi, o corpus, scelto secondo specifici
criteri), ma soprattutto per la possibilità di analizzare problemi di
sintassi (evoluzione della costruzione di alcune subordinate, reggenze
verbali ecc. ) , di morfologia (forme di derivazione e composizione, in­
fluenze regionali nella forma delle parole) e, per il parlato, di pronun­
cia e fonetica, che sarebbe onerosissimo svolgere sulla base di spogli
manuali.
Tra le raccolte su disco, ricordiamo soprattutto diversi corpora di
testi letterari: la citata BIZ, il più completo archivio elettronico di testi
letterari finora realizzato in Italia, comprendente il testo integrale di
più di 1000 opere della letteratura italiana scritte da 247 autori, da
Francesco d'Assisi a Grazia Deledda; l'ATL (Archivio della tradizione
lirica, 1 997 ) , concentrato sui testi poetici da Petrarca a Marino; il
Primo tesoro della lingua letteraria italiana (2007 ) , a cura di Tullio De
Mauro, contenente il testo di cento romanzi selezionati per il Premio
Strega dal 1 947 al 2006. Tra le banche dati lessicali orientate in sen­
so storico ricordiamo almeno l'edizione elettronica, completamente
consultabile e ricercabile, del Tommaseo-Bellini (contenuta nel DVD
della BIZ e delle ultime edizioni del dizionario Zingarelli ) e il Lessico
della letteratura musicale italiana 1 490- 1 950 (LESMU, 2007 ) , forte di
più di 22 500 schede lessicografiche.
Tra le risorse disponibili in rete, di fondamentale importanza per la
lessicografia storica dell'italiano è la banca dati dell' Op era del voca­
bolario italiano (OVI) , in costante aggiornamento e ampliamento, che
aspira a raccogliere tutti i testi italiani antichi fino al 1375 (anno della
morte di Boccaccio) ; la raccolta testuale costituisce inoltre la base di
spoglio per le voci del Tesoro della lingua italiana delle origini (TLIO) ,
un vastissimo dizionario storico dell'italiano antico, completamente
consultabile on line. La banca dati dell'ovI ( www. ovi.cnr.it), che a lu­
glio del 201 1 comprendeva 1979 testi per un totale di più di venti mi­
lioni di occorrenze lessicali completamente ricercabili (sia per lemma,
sia per singola forma grafica) , si segnala in particolare per la coerenza
del corpus, per l'ampiezza della documentazione (che copre tutte le
varietà regionali dell'italiano antico e comprende testi letterari e non
letterari) e per la duttilità del software di consultazione.

286
Dizionari per ogni esigenza

Da segnalare, tra gli archivi di testi on line, anche altri progetti ad


accesso totalmente gratuito. La Biblioteca Italiana Telematica (BIT,
www. bibliotecaitaliana.it), gestita dal centro CIBIT dell'Università di

Pisa, che raccoglie le edizioni integrali di centinaia di opere dal Me­


dioevo al Novecento (non solo in italiano, ma anche in latino e nelle
principali lingue di cultura europee) appartenenti ad àmbiti diversi
(letterario, filosofico, storico) e completamente interrogabili a livello
lessicale, tramite un versatile motore di ricerca.
Il sito del Progetto Manuzio, promosso dall'associazione Liber Liber
( www.liberliber.it) non offre la possibilità della ricerca testuale, ma
mette a disposizione dell'utente un vastissimo patrimonio di testi in
formato elettronico (testuale e PDF ) , di argomento anche qui molto
diverso: si va dall'opera letteraria al testo scientifico, alle tesi di laurea
e ad alcune riviste (come " Spolia" , per gli studi medievali, o " Studi
storici" ) . Il numero degli autori disponibili è molto alto (da Dante al
matematico novecentesco Vito Volterra) e il database viene continua­
mente aggiornato da chiunque voglia aderire all'iniziativa.
Infine, tra le recenti risorse testuali disponibili in rete, non si può non
citare il servizio Google Books, messo a disposizione dall'omonimo
motore di ricerca (books.google.com), che raccoglie ormai centinaia
di migliaia di riproduzioni dall'originale di opere antiche e contempo­
ranee, spesso di prime edizioni e di volumi rari, difficili da reperire. Il
servizio è solo parzialmente gratuito (l'accesso totale ad alcune ope­
re protette da diritto d'autore è infatti subordinato all'acquisto della
versione elettronica) , ma questo sconfinato patrimonio è consultabile
anche attraverso le funzionalità del motore di ricerca di Google, che
consente ricerche lessicali che vanno anche oltre la singola parola.
Per quanto riguarda l'italiano parlato, sono numerosi ormai i corpo­
ra disponibili, sia in formato cartaceo, sia su CD-ROM e DVD, sia come
banca dati on line (una lista aggiorna