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Haim Baharier

Qabbalessico
Firenze, Giuntina, 2012

1. Vi sono diversi modi per mostrare agli occhi di molti ciò che è oscuro o sconosciuto ai più. L’arte
della divulgazione (diffondere presso il vulgus – la moltitudine) vanta esempi o testimoni illustri,
ma sovente, meno nobili. Si va, insomma, dalla diffusione in fascicoli e per abbonamento
dell’Encyclopédie alle forme di comunicazione one-to-many dei nuovi media, passando per la
manualistica, gli istant-book e i saggi appositamente confezionati per le librerie remainder o per le
edicole delle stazioni ferroviarie. Diciamolo pure: spesso l’uomo di intelletto (“questo risibile
quinto stato”, annotava Giorgio Manganelli) è più che geloso del suo supposto sapere e del ruolo
che ne deriva; pertanto risulta incline a distillare lo scibile acquisito non per ottenere un materiale
setacciato da tracce di impurità, ma per dare conferma della distanza che lo separa dal lettore.
Ragion per cui la divulgazione è per lo più oggi operazione bassamente editoriale, la cui unica
finalità è il soldo, l’immediato tornaconto economico o poco altro. Viceversa l’eccellenza
divulgativa è un fiore raro.

2. Tutto ciò per dire che imbattersi in una lettura che dosi e sintetizzi intelligenza, divulgazione e
humour è un’esperienza insolita. Per questo merita parlare di Qabbalessico di Haim Baharier.
Partiamo da un paradosso: “Questo libro sicuramente non è un libro di Qabbalà” (così nell’ultimo
capitolo, ripreso nel retro di copertina). Insomma, un lessico della qabbalah che però di qabbalah
non intende parlare. Sembra strano. Ma in effetti nelle pagine di Baharier non vi è alcun compendio
o storia dell’esoterismo e della mistica ebraica, non vi sono schemi o disegni esemplificativi
dell’albero sefirotico, non sono elencati né antologizzati il pensiero e le biografie dei grandi
pensatori di questa corrente. Per chi fosse interessato vi è già tutta un’ampia saggistica a
disposizione (da Scholem a Idel, per citare i più noti). Si può però parlare di qabbalah senza
nominarla, allora. (Di più: senza nominarla invano, giacché una grande tentazione si annida sempre
quando discettiamo di qualcosa: di qabbalah o di altro; e cioè lo facciamo, spesso e nonostante tutto,
invano, flatus vocis che si disperde ed evapora nell’aria).
E allora? Posso sì parlare di qualcosa senza nominarla, ma questa cosa la devo conoscere talmente
bene perché l’ho cercata, afferrata, mangiata, digerita, assimilata, infine evacuata, al punto da
averne di nuovo fame (meglio: ne sono stato cercato, afferrato, mangiato, etc.). E’ un po’ la
differenza che l’etimologia ci insegna fra sapere e conoscere: il primo riguarda un sapere che ha
anche un sapore, che mobilita quindi gli organi di senso, andando dalla periferia verso l’interno; il
secondo partecipa invece della facoltà di astrazione dell’intelletto. E ancora: di questa cosa ne
parlerò essotericamente a tutti, senz’altro, ma con la ritrosia e il pudore che le circostanze
richiedono verso ciò che mi è intimamente caro; pertanto senza superflue esibizioni (vedi, come
esempio al contrario, l’ostentazione di lettere maiuscole, discutibile vezzo grafico dei testi
religiosi), così come accade all’eros all’interno di ogni relazione d’amore degna di tale nome (anche
qui: un sapere che ha sapore…).

3. C’è di più. Colui che con discrezione e ironia parla e racconta (di alcool, di celibato, di jeep, di
gossip, di finanza, di mezzi pubblici, oltre che di Adamo ed Eva, di Mosè e Aronne, di rabbini e
maestri chassidici) lo fa a partire da una condizione particolare: la consapevolezza di una carenza
interiore costitutiva dell’umano, una precarietà (“la tradizione qabbalistica corteggia la precarietà” -
non a caso la parola “preghiera” deriva da precarius) e una fragilità che ci attraversano, abitando in
tutti e in ciascuno, a dispetto delle fantasie di onnipotenza, più o meno sottaciute, che albergano
nell’homo religiosus che noi tutti siamo. L’essere claudicante (“il nocciolo oscuro della nostra
interiorità”, viene detto nel libro) è un’immagine che ricorre nell’opera di Baharier (a questo
proposito sono da leggere le pagine che dedica a monsieur Chouchani - nel saggio narrativo Il
tacchino pensante, uscito da Garzanti nel 2008 - in cui vede convivere, integrate in un unico modo
d’essere, grandezza e precarietà), tale da riuscire a tratteggiare una sorta di personalissima terza via
rispetto agli indirizzi antitetici, oggi in corso, di identità forte/identità debole, con quello che essi
implicano in vari ambiti (relativismo/assolutismo, tolleranza/integralismo, etc.).

4. Ancora: “mi attira ciò che si nasconde dietro ogni parola, dietro ogni tessera del mosaico
planetario”. Dietro ogni parola. Dietro le parole c’è il mondo che esse creano e ricreano; questo
mondo, il nostro mondo, costituito dai discorsi, dalla loro trama senza fine di parole che su di lui
elaboriamo. Ecco allora il lemmario incompleto (nel senso che non compaiono tutte le lettere
dell’alfabeto) e disordinato (non rispetta l’ordine dalla a alla zeta) di Baharier pronto a provocare
(letteralmente: ci chiama fuori).
Il suo sguardo qabbalistico preferisce le cose sviste, i dettagli, i coni d’ombra, ribalta il rapporto tra
figura e sfondo, così finanche “le piccole cose di pessimo gusto” possono trovare casa. In questo
modo la qabbalah viene volentieri alleggerita da zavorre che non la riguardano e ciò, contrariamente
alle aspettative del common sense religioso, la valorizza, detronizzandola dai piedistalli su cui
inopportunamente era stata posta, senza per questo renderla banale. Ecco allora il racconto
dell’eruzione di un vulcano islandese o dei suv che incombono minacciosi lungo i selciati urbani;
essi valgono quanto le narrazioni bibliche, come le vicende di Mosè nel deserto: spremitura di
scintille di luce che, nel loro stillare, danno da pensare e, più ancora, da fare, sollecitando al
contempo un sorriso sommesso.

Federico Battistutta
“La Rassegna mensile di Israel”
n. 3/settembre- dicembre 2012