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Cinquanta

sfumature di
Mr Grey

LIBRO SECONDO
Capitolo 1
Non so da quanto tempo sono seduto sul pavimento
della mia Stanza dei giochi. Le spalle appoggiate alla
parete dietro di me, proprio accanto alla porta. Una
gamba è distesa davanti a me, l’altra è piegata in modo da
sorreggere il mio avambraccio, che ciondola
pesantemente. Davanti a me, intorno a me, un cumulo di
oggetti gettati all’aria, lenzuola rosse stracciate e una
solitudine che riflette quella che sento dentro. Non che
nella mia vita mi sia mai sentito meno solo. Ma quello che
provo ora è qualcosa di diverso. Qualcosa che non avevo
mai provato prima. Prima di Anastasia. Se n’era andata.
Lo aveva fatto davvero. Mi aveva prima illuso, dicendomi
che non sarebbe mai andata via, inducendomi ad
abbassare la guardia, ad abbattere il muro che avevo
costruito così bene e che teneva tutti alla larga da me. E
poi se n’era andata. E mi aveva lasciato uno squarcio nel
petto profondo, enorme. Qualcosa con cui ora non volevo
fare i conti. Quando aveva messo piede fuori dalla mia
porta per qualche attimo avevo creduto che fosse tutto
finito. Che sarebbe stato come le altre volte. Che mi sarei
girato e sarebbe passata. Ma dentro di me sapevo che era
una bugia. Lo sapevo anche quando mi ero stupito di non
provare dolore, o sollievo. O qualsiasi cosa somigliasse
vagamente ad un’emozione. Per anni non ne avevo
provate. E ora mi ritrovavo in preda a quella che potevo
definire “mancanza di emozione” o “mancanza di
Anastasia”. Che poi era come dire la stessa cosa. E così,
quando la fitta di dolore mi aveva aperto il petto
all’improvviso, ero venuto nell’unico posto in cui riuscivo
a domare i miei demoni. Ma questi ultimi avevano deciso
di non collaborare. E ora mi ritrovavo con una stanza
distrutta, un corpo distrutto e un’anima distrutta. “Ha
distrutto molte cose, la ragazzina con gli occhi da
cerbiatto”. In tutto questo dolore, trovo anche la forza di
lasciarmi scappare un sorriso mesto. Sorriso è una parola
grossa. É un ghigno sbilenco. Non lo vedo, ma posso
sentirlo da solo. Le mie membra si sono appesantite e
addormentate a furia di essere inattive. So che dovrei
alzarmi da qui, dovrei. Non ho la più pallida idea di che
ore siano. Il mio BlackBerry ha vibrato diverse volte. Ma
non mi importa un fottuto cazzo di chi possa voler parlare
con me. Io non ho voglia di parlare con nessuno. Ho
voglia solo di lei. Che mi ha appena distrutto la vita, per
inciso. Ma non importa. Potrebbe anche calpestarmi quel
briciolo di anima che ancora mi resta. Tutto pur di tenerla
ancora anche solo una volta tra le mie braccia. Lascio
sbattere la testa contro il muro dietro di me,
pesantemente. “Perché? Perché, Anastasia? Io stavo bene,
non avevo bisogno di nessuno. E tu sei arrivata, hai
mandato la mia vita a puttane, mi hai lasciato aver
bisogno di te. E poi sei fuggita. Come tutti gli altri”. Il mio
cervello tenta di darmi una mano nel modo che
preferisce. Sbattendomi in faccia la realtà, da saputello
egocentrico quale è. ‘Le hai fatto un male cane con quella
cinghia. E sì, lei te lo aveva chiesto, ma in qualità di suo
fottuto dominatore dovresti sapere cosa è meglio per lei.
E sapevi benissimo, mentre ansimavi di piacere sbavando
sul suo culo rosso fuoco, che quello non era il meglio per
Anastasia. Avresti dovuto fermarti anche senza nessuna
safeword. Avresti dovuto. Ma sei uno squallido pervertito
e ti piaceva cosa le stavi facendo. Ti piaceva vederla
soffrire, perché lei si era presa così tanto di te. Perché si
era addentrata troppo oltre, troppo dentro. Voleva
toccarti. E tu volevi quel tocco. Ma non potei permetterle
di renderti ancora più vulnerabile di quanto non sia
diventato nelle ultime settimane’. Quel pensiero mi
riscuote leggermente dal mio torpore. “Io non sono
vulnerabile. Io non voglio tornare ad essere vulnerabile.
Ho faticato tanto per avere il pieno controllo di me stesso
e della mia vita. Ora non sarà di certo una Miss Steele
qualunque a mandare tutto a puttane”. Eppure è così.
Perché lei può anche avermi lasciato, ma io sono certo
che nessun’altra potrà prendere mai il suo posto. Non
voglio avere più niente a che fare con questa stanza. Con
il mondo intero se è per questo. Ma quello, purtroppo,
non posso chiuderlo a chiave dietro una porta.

A fatica riesco ad alzarmi dalla mia scomoda posizione


sul pavimento. Il mio sguardo si poggia sulle piccole sfere
d’argento che avevo riportato qui dentro dopo averle
usate con lei. Le sfioro con le dita, come se fossero una
reliquia. Le avevo comprate apposta per lei. Per metterle
addosso quella voglia di fare sesso, che le arrossava le
guance e le accendeva gli occhi di un desiderio cupo,
nascosto. Senza stare troppo a pensarci le afferro e le
infilo in tasca. Poi esco, chiudendo bene la porta dietro di
me. La mia mano indugia un po’ sulla maniglia. Ma la mia
decisione è presa. A me questa stanza non serve. Non
senza di lei. Infilo la chiave nella serratura e chiudo a
doppia mandata. Poi penso al casino che ho lasciato
dietro di me. “Ecco. Ecco un’altra cosa che ho distrutto e
ora tento di nascondere per convincermi che ho una vita
perfetta”. Scendo di corsa le scale.

«Taylor!» sbraito una volta arrivato in salotto.

Il mio fidato collaboratore ci mette meno di un


secondo a comparire. Mi rendo a malapena conto,
girandomi, che Gail è in cucina, il bancone è
apparecchiato. “Perché è ancora qui? Oggi è sabato. Oggi
dovrebbe esserci solo Ana con me”.

«Mr Grey» mi dice Taylor, fissandomi con uno sguardo


indagatore.

Gli tendo la chiave, tenendola con la punta delle dita,


come se scottasse. E in un certo senso è così.

«Devi occuparti della mia stanza al piano superiore.


Quando hai finito riponi la chiave al suo posto»

Non voglio più usarla, ma non ho voglia che resti in


quello stato. Non ho bisogno di dire a Taylor di quale
stanza io stia parlando. E neppure in che modo deve
occuparsene. Lo saprà. Taylor sa sempre tutto. Senza
aggiungere altro mi siedo al bancone. Mrs Jones sembra
riscuotersi da un sogno ad occhi aperti all’improvviso.
Non un bel sogno, a giudicare dalla sua faccia. Armeggia
con il microonde e, pochi attimi dopo, il mio piatto è
pieno di fettuccine. Più che mangiare, ingoio, senza
sentire nessun sapore. E quando ho terminato mi alzo in
silenzio.

«Non c’è bisogno che tu resti qui, Gail. Hai il weekend


libero. E anche Taylor».

Mi volto e pesantemente mi trascino fino a rintanarmi


nel mio studio. Sbattendo la porta dietro di me,
ovviamente. É l’unico modo in cui posso sfogare la mia
rabbia repressa al momento. Mi fiondo sulla mia
scrivania, tirando fuori il cellulare dalla tasca. Ho quattro
chiamate perse e, per un attimo, un solo attimo, penso
che magari almeno una possa essere di Anastasia. Ma no.
Sono tutte di Welch, invece. “Cristo, Leila!”. Me n’ero
completamente dimenticato. Mi affretto a richiamarlo.
«Welch, Grey»

«Mr Grey, ho provato a richiamarla come da accordo.


Volevo solo ragguagliarla sulla vicenda. Nessuna novità
purtroppo»

Le sue parole mi mandano ancora più in bestia se è


possibile. Rimango ad ascoltarlo ancora per qualche
minuto, senza sentire quasi quello che mi dice. Ho un
solo pensiero in testa. Anastasia. Quando chiudo la
chiamata, guardo l’orario sul display del mio telefono.
Sono le tre di pomeriggio. Mi accascio contro lo schienale
della mia sedia di pelle nera e gli occhi mi cadono sulla
scrivania. La stessa scrivania dove cinque giorni fa l’ho
scopata brutalmente. La stessa scrivania dove le ho
permesso di abbattere le mie barriere, di squarciare via i
miei dubbi. Di possedermi anima e corpo. La gola mi si
serra. Un dolore bruciante mi assale e quasi mi toglie il
respiro. Non posso. Non posso pensare di vivere senza di
lei. Non saprei come fare. Non è rimasto nulla di quello
che sono stato fino a quella mattina in cui quel paio di
occhi azzurri mi sono caduti tra le braccia. Chiudo gli
occhi ed è peggio. Perché riesco ancora vederla, a
vedermela addosso, sentire il suo profumo così buono. Il
calore che mi trasmetteva la sua candida e morbida pelle
sulla mia. Le sue labbra rosee, perfette, strette nella
morsa dei suoi denti. La sento ridere, come una bambina,
felice. E poi d’un tratto, tutto crolla. Tutto si frantuma
allo schioccare della mia cinghia. Davanti al dolore che le
infliggo volontariamente. Apro gli occhi di scatto. Ho
bisogno di andare a correre. Esco in fretta dallo studio e
mi fiondo in camera mia. Apro freneticamente la cabina
armadio e, quando ne esco, indosso la mia tuta grigia. Mi
avvicino al comodino per prendere il mio iPod. E in quel
momento lo vedo. Un piccolo pacchetto. Un regalo. I miei
occhi si stringono, doloranti, mentre mi siedo
pesantemente sul bordo del letto. Allungo la mano
tremante e prendo il pacchetto. C’è anche un biglietto. É
suo, scritto a mano, con una calligrafia un po’ incerta.
Questo mi ha ricordato un momento felice

Scarto il regalo, senza stare troppo a pensare al


pacchetto. Si tratta di un modellino di aliante,
perfettamente identico a quello sul quale abbiamo volato
pochissimi giorni fa. Per un attimo il dolore si fa
insopportabile. Le mie dita accarezzano il biglietto, la sua
grafia. É l’unica cosa che mi ha lasciato. Ogni lettera
incisa su quel foglio strappato dal suo bloc-notes che le ho
visto diverse volte tra le mani mi fa maledettamente male.
Mi lascio pesantemente ricadere all’indietro, affondando
sul materasso. Con un braccio mi copro gli occhi. “Cosa
cazzo ho fatto?”. Il dolore mi opprime il torace e salto in
piedi, sfilando via la maglia. Ma l’oppressione è sempre lì.
Nel petto, ai polmoni, brucia in gola. E fa male. Non ho
mai provato tanto male in vita mia. Mai. Neppure da
piccolo. Neppure le torture di quel lurido verme facevano
così male. Nulla ha mai fatto così male. Cado in
ginocchio. E sbatto sul pavimento, ma non importa.
Neppure il dolore fisico fa male come il suo abbandono.
Accarezzo piano la scatolina contenente i pezzi
dell’aliante che mi ha regalato. E l’unica cosa che posso
fare, che riesco a fare, mentre il mio mondo riprende la
sua corsa verso il fondo, è aprirla e iniziare a costruirlo.
Le mie dita tremano leggermente, mentre rimango a
terra, seduto e inizio il mio lavoro certosino.

Ho praticamente perso la cognizione del tempo,


quando, nel silenzio che mi avvolge, il mio telefono
squilla. Lo afferro credendo si tratti di lei. Ma no. É
soltanto Elena. E sono passate da poco le 23. Forse mi
farà bene parlare con qualcuno che mi capisca. Che mi ha
sempre capito.

«Elena» rispondo, senza essere sicuro di riuscire a


mascherare il tremolio della mia voce.

«Christian...»

Ecco. Non ci sono riuscito.

«Tesoro, ti aspettavano tutti stasera. Cosa è successo?»


mi chiede, in ansia.

“Già, l’evento di beneficenza. Me n’ero completamente


dimenticato”. Involontariamente ripenso alla scatoletta
rossa che ho custodito gelosamente per quasi una
settimana. E alla fine è rimasta con me.

«Ana se n’è andata» le confesso, senza riuscire più a


tenermelo per me.

Il silenzio dall’altra parte mi opprime ancora di più se


possibile. Poi, finalmente, Elena si decide a darmi
conforto. O forse no.

«Questo può essere solo un bene, Christian. Per te e


per lei» sussurra, in un tono quasi sollevato.

«Ha detto che non mi avrebbe mai lasciato. Ha detto


che non avrebbe mai voluto andarsene...» mormoro
agitato. «Ha detto che mi amava» confesso alla fine.
Sento la sua sorpresa anche senza vederla.

«E tu?» chiede apprensiva.

«Le ho detto la verità, Elena. La cazzo di verità! Che


era sbagliato, che non poteva amarmi, che era sbagliato e
le avrei fatto solo del male. E lei è scappata via da me,
Cristo santo!» urlo in preda alla rabbia.

«Christian» esordisce autoritaria, prima di fare una


pausa. Il suo tono è quello da Dominatrice, lo riconosco.
Ma non ho voglia di giocare a questo gioco Mrs Lincoln.
«É un bene per te e per lei. Lei ti ama e forse anche tu
provi qualcosa di simile. Ma sarebbe una relazione
malsana e deleteria per entrambi»

“Oh, Cristo, Elena! Da che parte stai?”. Stringo forte gli


occhi e la mascella.

«Ho bisogno di una doccia, Elena. Ci sentiamo»


mormoro, chiudendo la chiamata prima che lei possa
replicare.

Lascio stare l’aliante per il momento e vado in bagno.


Mi spoglio lentamente, cercando di non far caso a
quell’innaturale freddo che non viene certo dall’esterno.
Mi infilo sotto il getto d’acqua calda e la lascio scorrere
sul mio corpo senza muovermi. Come se potesse lavare
via tutto. Ma so che non è così. Riesco solo a lasciarmi
andare e, poco dopo, mi ritrovo in ginocchio, nella doccia.
Non ne posso più. Non ce la faccio più a sentirmi così
debole, così vulnerabile di fronte ad ogni cosa. “Perché
mia hai reso così inetto, Anastasia? Perché mi hai portato
via la mia risolutezza e la mia forza d’animo? E perché
non hai portato anche me, via con te?”.

Quando mi decido ad uscire, la situazione non è


migliorata di molto, ma sono ansioso di tornare al mio
aliante. Che tra l’altro è così complicato da mettere in
piedi. Quasi quanto lei. Quando mi metto a gambe
incrociate sul letto, con addosso solo i pantaloni del
pigiama, mi scappa un sorriso triste. Niente potrebbe mai
superare il livello di complicazione che mi ha offerto
Anastasia nelle ultime settimane. Il desiderio che si è fuso
con la lussuria, con la paura, con la possessività,
diventando qualcosa di sconosciuto. Qualcosa che prima
di lei non avevo mai provato. Non so quante ore passo in
quella posizione. Costruire questo aliante mi ricorda il
nostro volo, la sua risata gioiosa. Mi ricorda l’intimità
della nostra bolla, che Leila ha poi fatto scoppiare. La mia
paura di renderla uguale a quel fantasma. E la
realizzazione del fatto che ci sono riuscito. O quasi. Forse
il fatto che di essersi allontanata è una cosa buona per lei.
E allora, se è per la sua felicità, io posso anche soffrire. Io
posso patire le pene dell’inferno pur di vederla felice. E
questo pensiero mi spinge ad impegnarmi in quello che
sto facendo. A mettere insieme i piccoli pezzi del
modellino che non vogliono stare al proprio posto. E lo
faccio. E vado avanti ad oltranza. Fino a che non sento le
dita e le gambe intorpidite. Ma finalmente il mio aliante è
completo. É finito. E anch’io sono finito. Di lei mi rimane
solo questo. E le sue parole, ancora una volta piene
d’affetto, su quel bigliettino stropicciato.

Stranito, mi rendo a malapena conto che la luce nella


stanza è decisamente cambiata. Un sole luminoso mi
abbaglia quando finalmente riesco a staccare gli occhi
dall’aliante. Guardo l’orologio e finalmente realizzo che
ho passato tutta la notte e parte della mattinata vicino a
quel modellino che ora è trionfalmente poggiato al centro
del mio letto. Avrei bisogno di dormire. Me lo
confermano le occhiaie che si riflettono nello specchio di
fronte a me quando vado in bagno a sciacquarmi il viso.
Ma ho quasi paura che addormentandomi io dimentichi
tutto. E non voglio. Ieri sera non ho cenato. E, anche se
questo va contro tutti i miei principi, non riesco a farlo
neppure oggi. Il mio stomaco è serrato. L’unica fame che
ho è quella di lei. Sono affamato di Anastasia, divorerei
qualsiasi briciola decidesse di concedermi. Ma lei ha
deciso di negarmi tutto. Vago senza una reale meta per
tutto l’appartamento. Fino a che non arrivo davanti alla
porta di legno scuro della Stanza dei giochi. Afferro la
maniglia. Ma non riesco a girarla. Sono come paralizzato.
Il panico mi tiene avvinto. Tutto quello che c’è dietro
quella porta mi ha portato via da Ana. Tutto lo schifo e la
depravazione che mi consumano da quando sono nato,
l’hanno contaminata e spinta via da me. “Io non ne posso
più. Io davvero non ne posso più”. Mi appoggio con la
mano libera allo stipite della porta, mentre l’altra sale
dalla maniglia alla mia gola che si è di nuovo serrata. Il
bruciore è totalizzante, pungente, mi attanaglia la bocca
dello stomaco. Mi allontano di poco dalla porta,
fissandola come in trance. E poi torno velocemente al
piano inferiore. Non so cosa fare. Sembro un’anima
errante in questa casa all’improvviso troppo grande e
vuota per me. Mi avvicino al bancone e, anche se non è
una grande idea bere a stomaco vuoto, mi verso un
bicchiere di vino. Per un attimo la mia gola si rilassa,
lasciando scorrere l’alcool. Ma so che non è un bene. Ho
già sperimentato l’esperienza. Il BlackBerry suona e
stringo gli occhi senza vedere chi mi chiama. Rispondo
soltanto. Sperando sia lei.
«Grey»

«Christian» la voce calda di mia madre mi avvolge


come un abbraccio.

Ed è strano che pensi ad un abbraccio, dato che a


malapena mi faccio sfiorare da lei.

«Mamma...» sussurro stranito, senza forze.

«Tesoro, che succede? Stai bene?» mi chiede


preoccupata.

Mi riscuoto dal torpore. Non voglio che si preoccupi


per me.

«Certo. Sto bene. Dimmi pure» le dico, cercando di


sembrare di buonumore. Mentre dentro sto lentamente
agonizzando.

«Ok...» ma non sembra convinta. Per niente. «Ho solo


chiamato per ricordarti della festa di sabato prossimo. Ci
sarai, vero?» aggiunge poi, in tono più giovale.

«Certo, mamma. Non me la perderei per niente al


mondo» le dico, rassicurandola.

«Bene. Ovviamente porta Ana con te» mi dice. E


persino da qui sento il suo sorriso.

Non so cosa rispondere, e quindi resto in silenzio. Il


mio corpo trema al ricordo della speranza che avevo letto
nei suoi occhi e in quelli di Carrick e Mia. E, forse, anche
nei miei. Ma Ana è andata via, portandosi questa
speranza con sé.
«Vedrò cosa posso fare. Anastasia non ama questi
ricevimenti, mamma» mento, riuscendo a tenere fermo il
mio tono di voce.

Ma nessuno frega Mrs Trevelyan Grey, ne sono


consapevole.

«É tutto a posto con lei, Christian?» mi chiede in


apprensione.

Sospiro pesantemente.

«Ci sto lavorando, mamma» le dico chiudendo forte gli


occhi.

«Christian...» esita per un istante. Poi riprende con


rinnovata energia. «Christian, non lasciartela scivolare
tra le dita. Anastasia è una donna forte, bella,
indipendente. E tu sei così cocciuto. E possessivo. Non
lasciarti abbattere dalle difficoltà. Ti vuole bene. Anzi...
credo sia innamorata di te. E tu, Christian...» la voce le si
spezza, e sento un singhiozzo che mi uccide. «... tu la ami
allo stesso modo. E se te lo dico io, credimi. Sono tua
madre» finisce, tirando su col naso.

So che sta piangendo. E se sapessi farlo, giuro che


piangerei con lei.

«Se n’è andata, mamma. É scappata via da me. L’ho


ferita» sussurro riversando la mia angoscia nella mia
voce.

«Sei mio figlio, Christian. E non ricordo che ti sei mai


arreso di fronte alle difficoltà» mi intima. «É lei che vuoi,
quindi fai di tutto per riprendertela»
“Ti voglio bene, mamma. Ti voglio bene”. Ma non so
dirlo.

«Grazie» sussurro.

«Ti voglio bene, Christian. Chiamami se hai bisogno di


me» mi saluta dolcemente lei.

Chiude la telefonata. E so che lo fa a malincuore, ma sa


che ho bisogno di tempo per me stesso. Sospiro,
passandomi entrambe le mani nei capelli. “Ok, Christian.
Grace ha ragione. Tu non sei uno che si arrende davanti
agli ostacoli”. Devo riprendere in mano la mia vita.
Ultimamente è andato tutto a rotoli. Prendo il telefono e
compongo il numero di Welch. Risponde al primo squillo.

«Mr Grey, nessuna novità. L’avrei chiam...»

«Non è per questo che ti chiamo, Welch. C’è un’altra


faccenda della quale devi occuparti al momento» gli
rimbrotto contro.

Venti minuti più tardi ho tra le mani un intero


fascicolo contenente tutti i dati della SIP, la casa editrice
per la quale Ana inizierà a lavorare domani. “Ok. La mia
idea è malsana. É da patetico pervertito. Solo uno con una
mente deviata poteva pensare di cercare di acquisire
l’azienda per la quale la sua ex Sottomessa-Fidanzata-
Donna.della.sua.Vita inizierà a lavorare”. Riapro il
fascicolo. Tutto sommato l’affare non è male. La società
rischierebbe di fallire a causa della crisi e dei
finanziamenti scarsi. E non voglio che la mia ragazza si
ritrovi col culo per strada a pochi mesi dall’inizio del suo
lavoro. ‘Non è la tua ragazza, Grey’. “Cristo, se lo so! Ma
io la rivoglio. E costi quel che costi, me la riprenderò”. Mi
alzo dalla mia scrivania, dove ora torreggia il modellino di
aliante, in attesa di prendere posto nel mio ufficio
domattina, e mi dirigo nella mia camera. Indosso la tuta
e, finalmente, mi decido ad uscire da questo maledetto
appartamento. Inizio a correre e non so per quanto tempo
lo faccio. O quale percorso faccio. Ma, alla fine, mi trovo
sul marciapiede, di fronte al suo appartamento. So che
non posso attraversare la strada e fiondarmi in casa sua
in questo modo. Anche se è quello che vorrei. Ma non
sarebbe giusto per lei. Le ho sconvolto la vita e quando
me la riprenderò, finalmente, voglio essere sicuro di
essere pronto per lei. Essere pronto a darle quello che
desidera. Ho bisogno ancora di un po’ di tempo, di vedere
Flynn, di calmarmi. Di tante cose. “Ma sono qui, Ana. Se
solo tu potessi vedermi, allora capiresti probabilmente.
Capiresti quello che ho capito dopo una vita intera. Che tu
sei l’unica. L’unica che voglio accanto. E che voglio
renderti felice per il resto dell’eternità”. A malincuore e
con molta fatica faccio dietrofront e torno all’Escala.

Quando esco dalla doccia, mi guardo allo specchio. Ho


la barba lunga e un aspetto orribile. Decido di mangiare
qualcosa. In frigo, ci sono delle baguettes che Gail mi
lascia premurosamente di scorta. Ne prendo una e ci
infilo dentro del prosciutto e del formaggio, mangiandola
seduto al bancone, mentre esamino il fascicolo della SIP.
“Mi prenderò cura di te, Ana. Che tu lo voglia o meno. Sei
la donna della mia vita, ora lo so. E io voglio essere
l’uomo della tua”. Quando il mio BlackBerry suona e
guardo da chi proviene la chiamata, alzo gli occhi al cielo.
Ma rispondo lo stesso.

«Elena...»
«Christian, tesoro... come stai?» chiede esitante.

«Non ho molta voglia di parlarne, Elena» le dico


seccamente.

«Christian... volevo solo esserti d’aiuto… io...»

La interrompo all’improvviso.

«Lo sei stata, Elena. E molto» La sento sorridere.


«Avevi perfettamente ragione su me e Ana» le dico
deciso.

«Christian» sussurra sollevata «...sono così felice che


tu abbia capito che lasciarla andare sia la cosa migliore
per te e per...»

«No, Elena. Non mi riferivo a questo» la interrompo


ancora una volta. «Avevi ragione. Sono innamorato di
lei».
Capitolo 2
Il silenzio tombale, dall’altra parte della cornetta, è
quasi assordante. Elena è sconvolta, quasi non respira. Lo
posso capire. Lo sono anch’io, in effetti. É come se l’avessi
tradita, come se dopo anni avessi voltato le spalle alla mia
salvatrice. E in un certo senso è così. Ma non posso fare
niente per impedire che questo avvenga. Non posso farne
a meno. Dopo tutto quello che è successo non posso non
ammettere che Anastasia è tutto ciò per cui vale la pena
vivere. Se lei non è con me, allora non serve che io resti in
vita. La mia vita non ha senso. Non più. Non esistono più
Sottomesse, stanze segrete, vendetta, un passato
tormentato. Io sono sempre un orrido mostro. Questo
non posso cambiarlo. Ma lei può. Lei mi rende migliore. E
io voglio riaverla.

«Christian... io...» Elena balbetta, senza sapere cosa


dire.

«Elena, scusami. Devo andare»

Chiudo vigliaccamente il telefono. Elena è una cara


amica. Forse troppo iperprotettiva. E in questo momento
non ho bisogno di sentirmi dire che la decisione che ho
preso potrebbe essere sbagliata. Perché la decisione che
ho preso è quella di riprendermi Ana per tutto il resto
della mia vita. Il resto della mia serata lo passo a cercare
di escogitare un modo per mettere in pratica quello che
mi sono prefisso di fare. Ma la mia mente sembra vuota.
Non mi sono mai trovato a fronteggiare determinati
sentimenti. “Ok, Christian. Cosa le farebbe piacere? Cosa
potrebbe sostituire le lacrime con un sorriso?”. La verità è
che so cosa potrebbe fare tutto questo. Basterebbe
lasciare che mi tocchi. Basterebbe essere capace di dire a
lei quello che ho detto ad Elena poco fa. Ma confessarlo
ad un’altra persona non è come pensare di dirlo a lei. Gli
altri possono giudicarmi, forse, guardarmi in modo
strano. Rimanere scioccati. Ma solo lei potrebbe
respingermi. E sono certo che lo farebbe. Perché ho fatto
il coglione. Le ho fatto del male e lei ha visto. Ha visto
quanto sono orrido, quanta perversione sono capace di
portarmi dentro. Le basterebbe una semplice parola per
allontanarmi definitivamente da lei. Devo solo riuscire a
trovare il modo giusto per farle capire davvero ciò che
provo. Ma come? Non sono mai stato bravo con le parole.
Da piccolo usavo la musica. E Grace mi capiva. Rideva
per me, quando ero felice. Ma soprattutto piangeva per
me quando ero triste. Piangeva quando ero troppo debole
per tenere lontani le bruciature di sigarette, l’essere usato
come un fottuto posacenere perché ero stato cattivo. Ero
nato. Grace piangeva per me quando io non potevo. O
non ci riuscivo. Semplicemente perché per quanto fossi
triste, nulla era più doloroso di quello che avevo già
subito. Magari anche per Anastasia potrebbe funzionare.
Forse anche lei può capirmi. Animato da una nuova forza
interiore, metto da parte relazioni e schemi di profitto e
apro il pc. Collego il mio iPod e inizio a scorrere le
canzoni una ad una. Ognuna di loro mi ricorda qualcosa.
E da quando Ana fa parte della mia vita, ho aggiunto
anche questi ricordi alle mie canzoni. La selezione mi
viene quasi naturale. Il Duetto dei fiori, il Marcello, tutti i
brani classici che ho ascoltato con lei. Mi soffermo su una
canzone. Try, della Furtado. Ricordo perfettamente il
momento che accompagna queste note. La mia
risolutezza nel decidere di provare a darmi una possibilità
con lei. E quella non era nulla in confronto alla
risolutezza che provo oggi al pensiero di volermela
riprendere. Non sopravvivrei a vederla con un altro. Deve
esser mia. Devo essere io per lei. Sorrido scorrendo i titoli
dei brani che sto scegliendo. Every breathe you take, dei
Police. Mi prenderà per uno stalker, ne sono certo. Dio
quanto mi manca la sua lingua biforcuta che non sta mai
zitta. Mai, neppure per un secondo. Faccio un profondo
sospiro, abbandonandomi contro lo schienale della
poltrona in pelle del mio studio. Alzo gli occhi, guardando
il soffitto immacolato. Ma chi voglio prendere in giro?
Anastasia non tornerà da me solo perché sto scegliendo
della musica per lei. Per quanto profonde possano essere
le sensazioni che voglio riuscire a trasmetterle, lei si
aspetta altro. Si aspetta di sentirmi dire che la amo. Che
voglio superare le mie paure. Che voglio che mi tocchi. E
io lo voglio. Voglio volerlo con tutte le mie forze. Ma, per
quanto sembra assurdo, quella piccola e fragile ragazzina
avrebbe il potere di spezzarmi del tutto. Avrebbe il potere
di mandarmi in frantumi, di riportarmi lì dove ero e da
dove ho faticato anni per rialzarmi. Non posso rischiare.
Non riesco a rischiare. Ancora, almeno. Spengo il
computer, abbandonando il mio idealistico gesto
romantico a sé stesso. Mi alzo, lanciando un ultima
occhiata all’aliante sulla scrivania. “Mi ha ricordato un
momento felice”. Tu sei il mio momento felice, Anastasia.
Sospiro di nuovo, come se buttare fuori l’aria dai polmoni
servisse ad espellere anche tutto il resto. Ma non
funziona. Non è assolutamente così che funziona. Mi
trascino in camera da letto, infilando in fretta i pantaloni
del pigiama e cercando di non badare al freddo che mi
avvolge le ossa. Ed è un freddo che non viene da fuori.
Sono io. Senza di lei sono un pezzo di ghiaccio. Senza il
suo calore sembra che il mio sangue abbia deciso di
smettere di scorrermi nelle vene. Fisso il soffitto del mio
letto, con gli occhi sbarrati. Credo passino ore, prima di
riuscire a cadere in un sonno tanto tormentato quanto
doloroso.

Lui è tornato. La mamma sta dormendo o sta di nuovo


male. Io mi nascondo, rannicchiandomi sotto il tavolo
della cucina. Attraverso le dita riesco a vedere la mamma.
Dorme sul divano. Tiene la mano sul tappeto verde
appiccicoso. Lui indossa gli stivaloni con la fibbia lucente
e si china su di lei urlando. Picchia la mamma con una
cintura.

“Alzati! Alzati! Sei una maledetta troia. Sei una


maledetta troia. Sei una maledetta troia. Sei una
maledetta troia. Sei una maledetta troia. Sei una
maledetta troia.”

La mamma singhiozza.

“Fermati. Per favore, fermati.”

La mamma non urla. La mamma si raggomitola


facendosi piccola. Io mi metto le dita nelle orecchie e
chiudo gli occhi. Il rumore cessa. Lui si gira e vedo i suoi
stivali che entrano in cucina con passo pesante. Mi sta
cercando. Si china e sorride. Ha un odore nauseante. Di
sigarette e di liquori.

“Eccoti qua, piccolo stronzo”.

Mi sveglio di soprassalto, con un urlo che riempie il


vuoto assordante della mia camera da letto. Ansimo,
sudato, con il cuore che batte all’impazzata. “Cristo!”. Mi
tiro giù dal letto freneticamente, sedendomi sul bordo. Il
mio corpo è percorso da brividi di dolore. E di paura. Un
rumore sordo ancora mi ronza nelle orecchie.
“Cazzo, sono tornati. Il rumore ero io.”

Faccio un respiro profondo, tentando di calmarmi. Di


liberarmi. “Non vi voglio qui. Andate via. Andatevene
via”. Ma è inutile. Lo sento. Sento la sua puzza, di
bourbon scadente e Camel stantie. Lo sento avvicinarsi.
Sento il suo alito sulla faccia. E le sferzate della cinghia
sulle mie spalle di bambino. Ma più di tutto sento la sua
indifferenza. Quella della puttana che mi ha generato. Mi
giro e mi rendo conto che il mio letto è vuoto. Le lenzuola
in disordine, stropicciate. Il cuscino sul bordo del letto, in
un’estenuante lotta con la forza di gravità per non cadere
sul pavimento. “Lei non c’è”. E allora vorrei non essermi
svegliato. Vorrei essere ancora bambino. Subire di tutto.
Perché nessun dolore è paragonabile alla mancanza di
Anastasia. Lentamente mi alzo, trascinandomi nella
cabina armadio. Ho le braccia stanche, le gambe pesanti.
Ma ho bisogno di alleviare la mia tensione. Infilo la tuta e
scendo nella palestra dell’Escala. Fuori il sole sta per
sorgere. Ho un po’ di tempo prima del lavoro. Inizio a
correre sul tapis roulant a velocità massima. Ho bisogno
di questo sforzo. Così evito di concentrarmi troppo su
quello che è successo. Evito di pensare che l’ho persa.
Cerco di fare una lista mentale delle cose che devo fare
oggi, ma anche i miei pensieri sono inconcludenti.
Mezz’ora dopo sono già sotto la doccia, a lasciarmi
scorrere l’acqua sulla schiena, senza trovare neppure la
forza di lavarmi. Mi sento un derelitto. Tutto quello che
non avrei mai voluto essere, ora mi guarda riflesso nello
specchio. Un uomo spento, vuoto, sopraffatto dal dolore.
Che non ha un reale motivo di vita. Non ho più nulla. Mi
trascino nell’altra stanza e impongo a me stesso di
vestirmi. Oramai il dolore diffuso al petto è parte di me da
quando lei se n’è andata. Ma non per questo fa meno
male. Mi sento abbandonato. Solo. Trascinato di nuovo a
forza in quel buio dal quale Anastasia mi ha tirato fuori
inconsapevolmente. Guardo allo specchio quel ragazzo di
28 anni che sembra averne mille. Dalla tasca dei
pantaloni tiro fuori il BlackBerry e mando un messaggio a
Flynn. Prima lo vedo, prima risolviamo questa faccenda.
Quando torno in cucina, Gail ha già preparato la
colazione. Mangio in rigoroso silenzio, ma non posso non
sentire il suo sguardo di pietà addosso per tutto il tempo.
Durante il tragitto verso lo studio di Flynn, anche Taylor
mi lancia qualche occhiata. Con discrezione, come nel suo
stile. ‘Bene, fai pena anche al tuo staff, Grey’. “Oh!
Rieccolo il mio sarcastico cervellino disturbato”. La
rabbia mi rende inquieto sul sedile. Guardo il modellino
di aliante poggiato accanto a me sul sedile. “Mi manchi,
Anastasia. Anche a me ricorda un momento felice.
Ricorda te”. Per fortuna il viaggio è breve. Scendo
sbattendo forte la portiera e salendo di corsa le scale
dell’edificio. Lo studio di Flynn è accogliente. Un
ambiente familiare nel quale mi sento a mio agio per la
prima volta da giorni.

«Buongiorno, Mr Grey»

La cordialità di Cinthya sarebbe contagiosa in altri


momenti. Ma ora riesce solo a strapparmi un debole
sorriso tirato seguito da un mugugno che vuole essere un
saluto. Lei mi scruta per un attimo, con la fronte
corrugata.

«Entri pure, Christian. Il dottor Flynn la sta


aspettando» aggiunge, tornando ad occuparsi delle
cartelle cliniche dopo avermi lanciato un ultima occhiata
indagatrice.
Non sono sicuro che Flynn non parli con lei di suoi
pazienti. Me lo sono sempre chiesto. Apro piano la porta,
come se scoprire quello che John mi dirà so già che sarà
un duro colpo. Il mio strizzacervelli è seduto alla sua
scrivania e mi fa un cenno con la mano, accompagnato da
un sorriso caloroso che gli si smorza non appena si rende
conto del mio aspetto. Rispondo con un cenno della testa
al suo saluto. Mi accomodo e lo fisso, in attesa della suo
invito a parlare.

«Che cosa non va, Christian?» mi chiede, tornando ad


occuparsi delle carte che ha davanti.

«John, io...» mi interrompo, cercando di riorganizzare


le idee. Ma ne ho solo una in testa. Ed è quella che riesco
a buttare fuori. «Ana se n’è andata».

Flynn alza lo sguardo dai fogli a me, scrutando a fondo


nel grigio dei miei occhi. Non so cosa vi vede. Forse
rabbia. Dolore. Mancanza di speranza.

«Ti ascolto» mi dice dopo qualche attimo di silenzio.

E inizio a parlare, come un fiume in piena. Gli racconto


del mio dolore, del suo, delle sue parole, di quanto mi
senta un orribile mostro senza scrupoli. Parlo per non so
quanto tempo. Ma quando finisco ho la gola secca. Stento
io stesso a riconoscermi. Flynn mi guarda imperturbabile.

«Dunque sei andato in Georgia per vederla, perché


quello era il tuo obiettivo. É ammirevole, Christian, come
tu abbia messo in pratica anni di terapia» mi dice alla
fine, guardandomi con sincera ammirazione.
«John... anni di terapia non mi hanno impedito di farle
del male non appena mi si è presentata l’occasione»
sbotto, agitandomi sulla poltrona di pelle.

«Io non la metterei proprio così. Questo potrebbe


essere un punto di svolta per te»

Lo guardo senza capire di cosa parla.

«Vedi, Christian, stare con Anastasia ti ha fatto capire


che avevi bisogno di altro. La tua vita, perfetta sino a quel
momento, è diventata all’improvviso troppo stretta per te.
Hai cercato di far quadrare le cose, di rimettere tutto in
una prospettiva che tu potessi giudicare giusta e
accettabile. Ma ti sei scontrato con la realtà dei fatti. Il tuo
vecchio stile di vita non è compatibile con Anastasia»

La fitta di dolore che provo, al sentire quelle parole,


basterebbe ad uccidermi. John mi guarda e fa una
risatina. Resto in silenzio, incapace di proferire parola.

«Devi solo ridefinire i termini, Christian. E io credo


che tu l’abbia già fatto. Hai lasciato andare quello che non
ti andava bene. E credimi, non è Anastasia»

Il sollievo si diffonde dentro di me come una


gigantesca onda di acqua gelata.

«Cosa vuoi dire, John?». La mia voce trema


leggermente e mi affretto a ricompormi.

«Voglio dire che appena hai capito che le cose non


potevano andare avanti in quel modo tu, Christian, hai
deciso di mettere una pietra sopra tutto. E ora vuoi
riprenderti Anastasia»
«É lei che ha messo una pietra sopra a tutto» sussurro,
con gli occhi bassi, all’improvviso afferrando quanto vere
siano le parole di Flynn. Non ho bisogno di niente che
non sia lei. Posso rinunciare a tutto, ma non a lei.

«Su questo avrei da ridire, Christian» mi sorride


gentile Flynn.

«Credo di essermi innamorato di lei, John» confesso,


perché so che queste quattro mura e il mio fidato
confessore non mi tradiranno.

«Questo lo so» mi dice lui, appoggiandosi allo


schienale della sua poltrona e fissandomi, con le dita
incrociate in grembo.

Alzo la testa di scatto, aggrottando la fronte.

«Christian, so che vorresti delle rassicurazioni da me.


Ma io non ho rassicurazioni da darti. Tu provi qualcosa
per Anastasia. E lei la prova per te, stando a quanto mi
hai detto. Ma le relazioni sono complicate. Potrebbe
funzionare. Oppure no. Sta a voi due scoprirlo insieme»

Sospiro profondamente. “Come diamine fa a sapere


sempre qual è la cosa giusta da dire?”.

Mentre mi dirigo in ufficio, chiamo Welch. Ancora


nessuna novità sul fronte Leila. Il mio umore è
abbastanza altalenante di suo e tutte queste
complicazioni mi rendono nervoso ed irritabile. Ripenso a
tutto quello che mi ha detto Flynn. “Sono davvero pronto
a lasciarmi tutto alle spalle? A buttare nel cesso anni
passati a controllarmi, a domare le mie emozioni. E per
quale risultato? Questo?”. Mi sento in preda ad un panico
costante ed opprimente. A cui non posso sfuggire. Sono
intrappolato nella mia stessa oscurità e non voglio e non
posso andare avanti. Non da solo, almeno. Scendo
dall’auto, stringendo la mia valigetta in una mano e
custodendo gelosamente il mio aliante nell’altra. Salgo in
ascensore e la presa attorno al modellino di legno
aumenta. É il mio unico legame con Anastasia. Attraverso
il corridoio ignorando il saluto enfatico di Olivia e
Andrea. Per fortuna oggi non ho appuntamenti
importanti, nulla che non si possa rimandare.

«Andrea, annulla tutti gli appuntamenti in


programma. Lascia solo uno spazio per Bastille»

Prima che possa replicare sono già entrato nel mio


ufficio, sbattendo la porta dietro di me. Guardo la mia
scrivania per qualche attimo. Poi la sgombero da un lato.
Su uno degli scaffali bassi portadocumenti c’è il
piedistallo che ho fatto comprare da Taylor. Lo posiziono
al meglio, poggiandoci sopra il mio prezioso modellino. Il
dolore aumenta. Sto venerando un pezzo di legno come se
fosse lei. La rabbia si impadronisce di me. Agito un
braccio, mandando per aria dei documenti. “Cristo!”. Mi
allontano dalla scrivania, avvicinandomi alla finestra che
torreggia su Seattle. Le mie mani finiscono entrambe
nella matassa aggrovigliata dei miei capelli. Ho una
fottuta voglia di spaccare tutto. Di rendere tutto troppo
simile a quella devastazione che mi porto dentro. Mi
manca. Anche se la chiacchierata con Flynn ha fatto
riaccendere almeno un barlume di speranza in quel cuore
che non credevo più di avere, mi sento come se mi fossi
perso nel deserto e non riuscissi a vedere altro attorno a
me se non solitudine e desolazione. “Ok, Christian. Se lei
non vuole vederti, tu vedrai lei. A costo di costringerla.
Ma deve sapere cosa rappresenta per te”. Mi sposto
velocemente accanto alla scrivania e attivo l’interfono.

«Andrea, dì a Mike di procurarmi il rendiconto


finanziario della Seattle Indipendent Publishing. Tra
un’ora sulla mia scrivania»

Chiudo senza aspettare la risposta della mia assistente.


Non che mi aspettassi una replica comunque. Non la pago
per replicare. Sessantuno minuti più tardi ho in mano i
documenti che avevo richiesto. Più dettagliati di quelli
che ero riuscito a procurarmi da solo ieri sera. Trenta
ulteriori minuti dopo ho avviato la redazione di un piano
di acquisizione per la SIP. É un gesto folle, lo so. Ana non
approverebbe. Neppure Flynn. Cristo, nessuno dotato di
buon senso approverebbe. E non per motivi economici,
ma per i reali motivi per cui lo faccio. Ma devo. É l’unica
opportunità che ho al momento di costringerla a
rivedermi.
Anastasia
Sono passate ore da quando mi sono buttata a
capofitto su questo materasso. Mi sento un’estranea.
Eppure questo appartamento è mio. Mi viene quasi da
ridere al pensiero che mi ha appena colpito. Mi sento più
a casa nell’appartamento di Christian che qui, circondata
dalle mie cose. Ma non importa alla fine. Il dolore che
sento è senza fine. Non ho mai provato nulla del genere.
Per tutta la mia vita non mi sono mai avvicinata tanto a
qualcuno da permettergli di farmi così male. E ora è
successo. Ora è successo con l’unico uomo che io abbia
mai amato. L’unico che potrò mai amare. Christian Grey
mi ha lasciata. O io ho lasciato lui. Non l’ho neppure
capito. Quello che so è che ora non sono con lui. Ora non
sono dove vorrei essere. Tra le sue braccia. Anche senza
poterlo toccare, anche dovendo ingoiare a forza i miei
sentimenti pur di non rivelarglieli. Mi andrebbe bene
tutto in questo momento. Pur di riaverlo. Ma so che devo
essere forte. Per me stessa, per lui addirittura. Non sono
la donna giusta per lui. Non voglio che lui abbia bisogno
di picchiarmi per trovare un motivo per passare del
tempo con me. Voglio che mi ami. “Dio! É così assurdo!”.
Non so come ho potuto pensare anche solo per un attimo
che rivelarglielo sarebbe stato la cosa più giusta. Cosa mi
aspettavo? Che lui mi dicesse “Anch’io”? Cosa potrebbe
mai trovarci in me, se non il gusto di sottomettere
l’ennesima donna disposta a tutto per lui? Può avere di
meglio, molto meglio. Sono solo una stupida illusa. Solo
questo. Nient’altro. E vorrei sprofondare in questo
materasso, morire su questo letto, piuttosto che uscire di
casa ed incontrare di nuovo il grigio penetrante dei suoi
occhi. Stringo tra le dita il fazzoletto che mi ha dato
Taylor. Mi ricorda lui. Tutto mi ricorda lui. Guardo il
palloncino. Il mio personale Charlie Tango. É sgonfio. E
mi sento simile a lui. Lo abbraccio come se fosse lui.
Christian mi ha prosciugata. Si è preso la mia linfa vitale.
E ora io sono vuota. E sola. E non credo di essere capace
di vivere senza di lui.
Capitolo 3
Fisso il foglio che ho davanti sentendomi
maledettamente in colpa. La SIP ha appena dato l’avvio
alla trattativa. Per loro sono una manna dal cielo. Li sto
salvando dal fallimento sicuro dovuto alla crisi. Ma il
reale motivo che mi spinge a farlo mi fa sentire un fottuto
bastardo maniaco del controllo che sta tentando in tutti i
modi di costringere uno splendido angelo castano a dargli
retta. ‘Probabilmente Flynn ha fallito, Grey, e tu sei più
incasinato di quanto pensi’. E probabilmente il mio
cervello ha ragione. E tanto anche. Ma oramai è fatta.
Guardo l’orologio. Tra poco meno di mezz’ora ho
appuntamento con Bastille. Probabilmente dopo mi
sentirò molto meglio. Mi alzo, raccolgo i documenti nella
mia valigetta e mi infilo la giacca. Esco dal mio ufficio
lanciando un’ultima malinconica occhiata al modellino di
aliante in legno sulla mia scrivania. Mi fermo incerto
davanti alla scrivania della mia assistente personale.

«Andrea, ho bisogno che ti occupi di una consegna per


me» le dico in tono mesto.

Andrea si fa attenta, aprendo il blocco degli appunti e


prendendo una matita in mano.

«Dica pure, Mr Grey»

«Ho bisogno che ti occupi di una consegna per Miss


Anastasia Steele. Falle recapitare un mazzo di
ventiquattro rose a gambo lungo. Bianche. Voglio che
siano in un pacco chiuso. E anche un biglietto»

Mi fermo, perché non voglio sia lei a scriverlo. Voglio


che sia almeno un po’ personale. Un po’ solo nostro.

«Ti invio il biglietto per mail, Andrea, insieme


all’indirizzo di Miss Steele. Inoltralo semplicemente
all’agenzia per la spedizione»

Andrea annuisce solerte, mettendosi all’opera, mentre


io entro in ascensore. Prendo il BlackBerry e digito la
mail.
“Congratulazioni per il tuo primo giorno di lavoro. E grazie per
l’aliante. É stato un pensiero molto carino. Ha un posto d’onore
sulla mia scrivania. Christian”.

“E ti amo. E ti prego torna”. Ma questo non lo scrivo.


Lo tengo per me. Taylor è già in garage ad aspettarmi.
Faccio un salto nel mio appartamento per infilarmi la tuta
e poi scendo nella palestra dell’Escala, ad attendere
Bastille.

Un’ora più tardi ne esco sudato, spossato, e con il culo


dolorante per i calci presi da Bastille. Mi ha atterrato tutte
le sante volte. E i pugni non mi hanno neppure scalfito.
Sono diventato insensibile al dolore. Perché, di nuovo, ce
n’è un altro che lo supera. Salgo nel mio appartamento e
saluto Gail, dietro ai fornelli, che mi prepara la cena.
Sguscio in bagno e faccio una doccia rigenerante. Quando
esco infilo direttamente i pantaloni del pigiama. Mangio
la mia cena in completo silenzio, da solo, seduto al
bancone della cucina. Ho voglia di lei. Ho sempre voglia
di lei. Mi chiedo come ho fatto tutti questi anni ad
apprezzare la mia solitudine opprimente. ‘Solo non la
conoscevi, Grey’. Un lento ed oscuro malumore, misto a
depressione, si impadronisce di me. Ho perso tutto il mio
spirito combattivo. Mi sento così maledettamente
impotente. Così vuoto, spento. Non che prima di le cose
fossero migliori. Ma, almeno, non me ne preoccupavo.
Ora, invece, mi sembra di aver perso la mia sfida con il
mondo. A distrarmi dalla mia malinconia è il suono del
mio telefono. É Welch.

«Grey» rispondo meccanicamente, aspettandomi


null’altro che cattive notizie.

«Mr Grey, sono Welch. Ancora nessuna buona notizia.


Miss Williams sembra sparita nel vuoto»

«Maledizione! Vi pago per trovarla, non per inviarmi


un bollettino negativo ogni dodici ore, Cristo santo!»

Non è da me urlare e sbraitare contro un membro del


mio staff. Ma mi rendo conto di averlo fatto solo alla fine.
Stringo gli occhi con dolore e frustrazione.

«Trovala, Welch!» sbotto bruscamente prima di


chiudere la conversazione.

Passo l’ennesima notte insonne, senza riuscire a


chiudere occhio. Senza riuscire a togliermi dalla testa il
suo sorriso, il suo sguardo, il suo piacere che raggiunge il
mio. Sento ancora il suo profumo nell’aria. Come se non
se ne fosse mai andata. Come se fosse ancora qui a
tentarmi con i suoi occhi da cerbiatta. Ora so cosa si
rischia a lasciare avvicinare le persone, a farle entrare
nella propria vita. E so anche che tutto quello che provo è
sbagliato. Tutto quello che sento è sbagliato. Non dovrei
neppure tentare di riaverla indietro. Devo lasciarle vivere
una vita dignitosa, al fianco di qualcuno che forse non la
amerà quanto me, ma almeno sarà degno del suo amore.
Quando mi alzo, ancora prima dell’alba, il riflesso che
mi guarda dallo specchio del bagno mi sconvolge. Ho la
barba di due giorni e zero volontà di farla. Ho lo sguardo
stanco, spento, le occhiaie. Un’espressione da funerale.
Non mi avvicino neppure lontanamente alle foto che mi
ritraggono sui giornali da anni. Forse, se qualche
paparazzo mi incontrasse, neppure mi riconoscerebbe.
Ma, nonostante questo, decido che anche per oggi il mio
aspetto va bene così. Non devo rendere conto a nessuno.
A niente e nessuno. Mi infilo sotto la doccia, sentendo
quasi il bisogno di annegarci dentro. Lascio che l’acqua
tenti di portare via da me il dolore, ma già so che il suo
tentativo è inutile. Il mio corpo è scosso da brividi di
freddo, nonostante la cascata calda che mi accarezza la
schiena. Sto male. Sto male senza di lei. Ho lo stomaco
attanagliato da una morsa continua, costante, sempre
presente. Il dolore è diventato parte di me. Una parte
molto più grande di quella che gli avevo riservato in
precedenza. Quando esco dal bagno, mi vesto
svogliatamente, indossando uno a caso dei mille completi
presenti nella mia cabina armadio. Mi dirigo nel mio
studio, tentando almeno di recuperare un po’ del lavoro
arretrato. É quasi del tutto inutile. Riesco a malapena a
compilare uno schema di profitto per l’acquisizione della
fabbrica a Taiwan, ma è poca roba in confronto al cumulo
di cose arretrate che ho da fare. Mi alzo e decido di
affrontare questa nuova giornata. Welch mi appena
spedito una mail con gli aggiornamenti. Ovviamente non
c’è neppure bisogno di dirlo. Leila non si trova. E ho
paura che invece lei possa trovare Anastasia. “Cristo! Ci
mancava una cazzo di squilibrata nella mia vita”. ‘Sei tu
che l’hai resa tale, Grey. La colpa è tua’. Sospiro
impotente, trascinandomi in cucina. Gail mi accoglie con
un sorriso caloroso.
«Buongiorno, Mr Grey»

«Buongiorno, Gail»

Non mugugno altro per tutto il tempo in cui resto


seduto al bancone, mangiando svogliatamente e senza
convinzione. Quando ho finito mi rivolgo a Mrs Jones.

«Per cortesia, Gail, avvisa Taylor che vado a piedi in


ufficio» Mi guarda sorpresa, ma annuisce in risposta,
aggrottando la fronte.

Recupero in fretta la mia valigetta e la giacca. Non è da


me camminare per andare al lavoro, ma ho bisogno di far
entrare aria fresca nei polmoni. Mi incammino nel
traffico pedonale delle otto e trenta a Seattle,
guardandomi a malapena intorno. La strada è piena di
gente immersa nei propri pensieri. I negozi pullulano di
clienti già a quest’ora. Alzo gli occhi, mentre mi fermo per
attraversare e, dietro di me, scorgo un negozio di
elettronica. In vetrina sono esposti gli ultimi modelli di
iPad. “Ad Anastasia ne servirebbe uno. Magari al posto
del suo vecchio e inseparabile bloc-notes”. Senza quasi
rendermene conto, inverto i miei passi ed entro nel
negozio. Ne esco qualche minuto più tardi con due nuovi
gioiellini dell’elettronica. Ne ho preso uno anche per me,
identico al suo. ‘Come se potessi darglielo, poi, Grey’.
Stringo gli occhi e riprendo a camminare velocemente
verso la Grey Enterprises Holding. “A volte avrei solo
bisogno di spegnere questo cervello del cazzo che mi
ritrovo”. La giornata passa nella più totale agonia. Non mi
concentro sul lavoro. E non è assolutamente da me. Ho
un impero da dirigere. E anche se Ros è capace di farlo al
posto mio, non dovrebbe essere lei a sobbarcarsi tutte le
responsabilità. Ma per oggi è così. Mi trascino fino al
pomeriggio, sgusciando velocemente fuori non appena
termina l’orario di lavoro. Voglio solo tornare a casa e
abbandonarmi a me stesso. Solo questo. Mi faccio una
doccia veloce, mangio la cena che Gail mi ha lasciato e mi
fiondo sul divano, a guardare il soffitto. Ultimamente lo
faccio così spesso che dovrebbe essere inserito negli sport
che pratico. Ma in realtà quello che riesco a vedere è solo
il suo volto, i suoi occhi, il suo sorriso. E tutto questo mi
uccide lentamente ed inesorabilmente. Perché so che,
molto probabilmente, non li rivedrò più. Il ronzio del
BlackBerry mi interrompe. Infilo la mano in tasca, ma mi
rendo conto che il mio telefono non sta affatto suonando.
E poi lo vedo. É il suo. Lo ha lasciato qui prima di
andarsene e deve aver dimenticato di reimpostare il
trasferimento di chiamata. Lo afferro dal tavolino del
soggiorno sul quale è poggiato, accanto al suo portatile.
Fisso lo schermo e il sangue mi si gela nelle vene. José.
José il fottuto figlio di puttana maniaco sessuale che
voleva abusare di lei. José che vuole entrarle in quelle
fottute mutandine. “Cristo!”. Sbatto il telefono sul divano
con rabbia. “É così? Mi molli e te ne vai con quel fottuto
bastardo del tuo amico, Ana?”. Il lampeggiante
intermittente mi avverte della presenza di un messaggio
vocale in segreteria. ‘Sono cazzi suoi, Grey’. Ma prima che
il mio buonsenso torni dal posto in cui l’ho mandato a
fanculo, ho già avviato la chiamata alla segreteria
telefonica del telefono di Ana. Trattengo il fiato mentre
ascolto il messaggio.

«Hey, straniera! Volevo ricordarti della mia mostra


questo giovedì. Ti aspetto, Ana. Me lo hai promesso!»

Rilascio di colpo il fiato. É solo per quella stupidissima


mostra. Solo questo. Ricordo quando mi ha chiesto di
accompagnarla. Ci teneva davvero ad andarci. E a
portarmi con lei. Poi mi ricordo che ora non ha la
macchina e la sua coinquilina è a bighellonare con mio
fratello da qualche parte. Magari... Un’idea mi si forma
nella mente. Forse ho trovato il modo per vederla. Per
pregarla di riprendermi con lei nella sua vita. Una
rinnovata decisione mi investe. Devo farlo. Devo
convincerla a vederci. Fosse anche per una sola volta
ancora.

Dopo l’ennesima nottata insonne, mi reco in ufficio


prestissimo. Forse per il senso di colpa per aver
trascurato il lavoro negli ultimi giorni. La mattinata passa
quasi senza che io me ne accorga. Quando finalmente mi
decido ad andare a pranzo mi sento esausto. Mentre
aspetto che il cameriere mi porti il piatto che ho ordinato,
tamburello con le dita sulla tastiera del BlackBerry. E, alla
fine, riesco a decidermi.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 8 giugno 2011 14.05
Oggetto: Domani
Cara Anastasia,
perdona questa intrusione al lavoro. Spero che stia andando bene.
Hai ricevuto i miei fiori? Ho visto che domani ci sarà l’inaugurazione
della mostra del tuo amico alla galleria, e sono sicuro che non hai
avuto il tempo di comprare una macchina. La strada è lunga. Sarei
più che felice di accompagnartici io, se tu lo volessi. Fammi sapere.
Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Attendo impaziente, non degnando neppure di uno


sguardo il cibo che mi viene messo davanti. Non toccherò
nulla prima di aver ricevuto una sua risposta. Il mio piede
tamburella agitato sotto il tavolo. Un uomo seduto di
fronte a me mi osserva, con un sorrisetto beffardo
stampato sul viso. “Fanculo”. I minuti scorrono in una
lenta agonia. Cinque, dieci, quindici, venti. Finalmente
una mail. La apro frenetico. É lei, cazzo. É lei, finalmente.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 8 giugno 2011 14.25
Oggetto: Domani

Ciao Christian,

grazie per i fiori. Sono bellissimi.


Sì, gradirei un passaggio. Grazie.

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

Il cuore si ferma per un lungo attimo. Poi riprende


impazzito. Ho le mani sudate e rileggo la mail almeno
quattro volte, prima di essere sicuro che abbia davvero
accettato la mia proposta. Digito velocemente una
risposta, desiderando non interrompere quel piccolo
contatto che ho con lei. Le chiederei anche solo
sciocchezze se fossi sicuro che non smetterebbe di
parlarmi.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 8 giugno 2011 14.27
Oggetto: Domani

Cara Anastasia, a che ora passo a prenderti?

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.
Attendo ancora. I cinque minuti più lunghi della storia
della mia intera vita.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 8 giugno 2011 14.32
Oggetto: Domani

L’inaugurazione è alle 19.30. A che ora suggerisci?

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

“Ho voglia di vederti anche ora, Anastasia. Anche


subito”.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 8 giugno 2011 14.34
Oggetto: Domani

Cara Anastasia,

Portland è piuttosto lontana. Posso venire a prenderti alle 17. 45. Non
vedo l’ora di incontrarti.

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Stavolta anche la sua risposta arriva più velocemente.


Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 8 giugno 2011 14.38
Oggetto: Domani

Ci vediamo, allora.

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP
Il pomeriggio passa in fretta ora che sono riuscito a
parlare con lei. Mi sembra di essere rinato. Alle 16 stacco
e vado da Flynn. La mia richiesta di un secondo
appuntamento dopo appena due giorni non lo ha stupito
più di tanto. Lo trovo nella sua solita posa, chinato sulla
scrivania a scrivere. Flynn ha sempre qualcosa da
scrivere. Ma, devo dire, mi piace di più quando ha
qualcosa da dirmi. Mi lascia accomodare e mi scruta,
come sempre.

«Allora, Christian, ti trovo meglio dell’ultima volta»

«Molto meglio. Ho parlato con Anastasia. Ci vediamo


domani» gli confesso, esalando un sospiro profondo.

Flynn mi scruta, poi sorride a sua volta.

«Mi fa piacere, Christian. Allora, cosa ti porta qui da


me?» chiede con calma.

«Non so come comportarmi con lei, John. Ho paura di


ferirla di nuovo, quando, invece, l’unica cosa che vorrei è
riaverla»

Abbasso lo sguardo per quest’impeto di vulnerabilità.


Se potessi guardarmi dall’esterno, sono certo che non mi
riconoscerei. John si appoggia allo schienale della sua
poltrona.

«Ne abbiamo già parlato, Christian. Io non posso darti


certezze. Quello che posso dirti è di non lasciarti
condizionare da null’altro se non ciò che senti. Hai deciso
che rivuoi Anastasia nella tua vita. Ma sei l’unico che può
realmente tentare di fare almeno un tentativo affinché
questo succeda»
«Sento che sto cambiando, Flynn. Forse l’ho già fatto.
E non so se questo è giusto. Se è giusto rinnegare il
mostro che sono e far finta di poter essere diverso» gli
confesso, guardandolo negli occhi.

«Christian, tu non sei un mostro. Te l’ho ripetuto


milioni di volte. Hai un passato traumatico. Hai
affrontato una vita difficile. Hai fatto quella che per te è
stata la scelta migliore per affrontare la tua vita senza
dolore»

«Io picchio delle ragazze innocenti per affrontare la


mia vita senza dolore, John» sussurro, abbassando gli
occhi.

Il mio pensiero va a Leila. L’ho ridotta ad un fantasma.


Ed è colpa mia. Potrei fare lo stesso con Ana.

«Cos’altro non mi hai detto, Christian?» mi chiede


Flynn.

Alzo lo sguardo, sorpreso da quanto bene mi conosca


ormai. Sospiro pesantemente e gli racconto di Leila,
affidandogli tutto il mio tormento interiore. Quando ho
finito lo scruto.

«Ho paura di ridurla in quello stato, John. Ho paura


che amarla e permetterle di amarmi la possa uccidere
lentamente»

«Non succederà, Christian. Tu non amavi Leila. Il


vostro era un accordo, con dei termini che tu hai
rispettato. Lei è andata via quando si è accorta che quei
termini non erano più giusti per sé stessa. Ed è in pratica
quello che stai facendo anche tu. Hai fissato dei limiti con
te stesso, come se avessi sottoscritto un patto con la tua
vita. Ora quei limiti non ti vanno più bene. La domanda è
una: per Anastasia, ne vale la pena?»

Lo guardo, gli occhi grigi sbarrati, in cerca di qualcosa


che mi dica che quello che penso è giusto. Ma Flynn è
bravo a non lasciare trapelare le sue emozioni. Stringo
forte gli occhi e lo ammetto.

«Sì. Sì, John. Ne vale la pena»

Quando torno a casa, avverto Gail di tenermi in caldo


la cena. Ho una cosa di cui occuparmi. Ho una cosa
stupida, romantica, sdolcinata da fare. Una cosa per dirle
che la amo. Apro il mio pc, nello studio, e lo collego al
nuovo iPad che le ho comprato. Inizio a scaricare la
playlist che avevo scelto per lei. Thomas Tallis è il primo
autore. Il ricordo di come l’ho scopata nella mia Stanza
dei Giochi è quanto di più doloroso e dolce ci possa essere
al mondo. Quella sintonia perfetta. Che alla fine l’ha
allontanata da me. Il dolore torna prepotente a
diffondersi nel mio petto. E ancora Witchcraft, di Sinatra,
e quel suo modo spensierato di ridere e di farmi sentire in
paradiso. Bach e tutta la malinconia che ha accompagnato
il mio tormento nel cammino verso di lei. Verso colei di
cui non posso più fare a meno. Jeff Buckley, gli Snow
Patrol, la sua band preferita. Principles of Lust e
Possession, tra le mie preferite. Sono incerto,
sull’inserimento di queste due. Ma voglio che mi capisca a
fondo. E capisca che è mia. Solo mia. Non potrebbe essere
altrimenti. Inserisco molte altre canzoni che descrivono il
mio mondo. Me stesso. É l’unico modo che ho per
dirglielo al momento. E poi Try. “Ci provo, Ana. Ci sto
provando. Voglio provarci sul serio. Per te”. E ancora
un’altra delle mie band preferite. I Coldplay. Ho scelto
The Scientist. Ho scelto di chiederle scusa per la mia
stupidità. Di chiederle un’altra possibilità. Per
prometterle che non sarò così stupido da sprecarla
stavolta. Quando ho finito con la musica passo alle app.
Kindle, iBook, Word, la British Library, che riempio
totalmente solo per il piacere di sapere che sorriderà in
quel modo così dolce quando la aprirà. E poi Notizie,
Meteo, tutto quello che può esserle utile. E Buon Cibo,
così ricorda che il suo appetito non è negoziabile per me.
Quando ho terminato, quando ho inserito in questo
piccolo aggeggio anche buona parte di quello che sono,
allora vado in cucina e mi occupo di cenare. Prima di
andare a letto vado in bagno e faccio la barba. Rivedere il
mio viso mi fa sorridere. Mi sto lentamente risvegliando
dal mio torpore. Il solo pensiero di rivederla mi manda in
estasi. E mi eccita. Da morire. Ho voglia di baciarla, di
spingerla contro un muro e farla mia. Di farla gemere fino
a mandarla in estasi. Voglio entrarle dentro. E restarci
per sempre. Ma questo non andrebbe a mio favore. Devo
tenere sotto controllo tutto il mio impeto. Il mio
desiderio. E devo farmi una sana dormita, per quello che
vale.

La giornata seguente passa in frenetica attesa di quello


che succederà. Sbrigo il lavoro, anche quello arretrato,
scoprendo che una sua sola parola può farmi recuperare
forze ed energie che credevo di non avere più, ormai. Ho
portato con me il suo iPad perché ancora manca un
pezzetto al puzzle che ho composto per lei. Lo accendo e
scatto una foto. Poi avvio il motore di ricerca e ne scarico
una da internet. Ora, sul suo schermo ci siamo noi due,
alla cerimonia della consegna delle lauree. É la foto
scattata dal Seattle Times. Conservo gelosamente una
copia di quella domenica nella scrivania del mio ufficio.
Mentre il suo salvaschermo ritrae il modellino di aliante
che lei mi ha regalato. Sorrido. Poi prendo un post-it
bianco e la mia stilografica. E aggiungo l’ultimo pezzo di
me. L’unico che da oggi conosce solo lei.
Anastasia, questo è per te. So quello che vuoi sentirti dire. La
musica qui dentro lo dice per me. Christian

Infilo l’iPad nella custodia di pelle nera e la metto nella


mia valigetta, prima di avviarmi verso l’uscita.

Quando entro nel mio appartamento, sul bancone della


cucina trovo due sacchetti di velluto. In uno c’è la mia
maschera per il ballo di sabato sera a casa dei miei.
Nell’altro c’è la sua. ‘Non sai neppure se vuole rivederti o
se le serviva solo un passaggio per la mostra. E già fai
progetti in grande, Grey?’. Sì, lo ammetto. Forse è
presuntuoso da parte mia pensare che lei accetti di
tornare nella mia vita come se niente fosse e sabato mi
accompagni alla cena di beneficenza. Eppure qualcosa mi
suggerisce che succederà. O forse è solo che sto tornando
il fottuto figlio di puttana presuntuoso ed egocentrico di
una volta. Non lo so. Ma non riesco a smettere di
sorridere come un idiota. Il BlackBerry vibra. É una mail
di Ros. Che mi avverte che i termini del contratto di
acquisizione della SIP sono stati approvati. “Merda. Me
n’ero dimenticato quasi. Ecco una cosa che non le
piacerà. Ma posso spiegargliela”. E per fortuna ho un
mese di tempo prima che venga divulgata la notizia.
Faccio in fretta la doccia e sono pronto. Indosso un
completo grigio e la camicia bianca. Senza cravatta.
Taylor mi aspetta nell’ingresso, con in mano un pacco che
gli ho fatto preparare. All’interno ci sono le chiavi
dell’Audi di Anastasia, il suo BlackBerry, il suo Mac e il
nuovo iPad. Scendiamo in garage e salgo sul sedile
posteriore del SUV, mentre Taylor infila il pacco nel
bagagliaio e sale al posto di guida. Arriviamo davanti alla
mia nuova azienda con un po’ di anticipo. La tensione
inizia a farsi strada dentro di me. Mi agito sul sedile,
nervosamente, mentre Taylor scende ad aspettarla fuori.
E poi la vedo. Esce dalla SIP, meravigliosa come sempre.
Ma sembra stanca, sicuramente più magra. “Cristo,
Anastasia!”. Un fottuto stronzo le tiene la porta aperta,
guardandola con uno sguardo famelico e crudele. Non
vuole solo scoparsela. Vuole farle del male. Glielo leggo
negli occhi. Lo percepisco a distanza. Le mormora
qualcosa, guardandole viscidamente il culo quando lei si
gira a cercare l’auto con gli occhi. Guarda Taylor, mentre
lo stronzo che la fissava ora fissa il mio SUV, a bocca
aperta. E poi Anastasia si muove. Indossa quel favoloso
vestito color prugna. E un paio di stivali al ginocchio.
Neri, col tacco a spillo. Il mio uccello si tende
immediatamente. Provo sollievo, desiderio, rabbia. É
magrissima. So che non ha mangiato. E so che è colpa
mia. Taylor spalanca la portiera. Anastasia entra,
sistemandosi. E poi alza lo sguardo su di me. I suoi occhi
sono tristi, ma allo stesso tempo speranzosi. La fisso
ardentemente. “Ti amo, Anastasia. Ti amo. Ti amo. Ti
amo”. Ma le parole non mi escono alla gola. Restano lì. E
al loro posto sale solo un rimprovero pieno di rimorso.

«Quand’è stata l’ultima volta che hai mangiato?»


Capitolo 4
Il tono della mia voce è più duro di quello che vorrei,
ma vederla in quello stato mi fa male. Sono io che l’ho
fatta star male tanto da toglierle l’appetito. E le ho tolto
anche molto altro. Non sorride, ha perso la sua dolcezza.
É triste, melanconica. Le ho rubato l’innocenza e il suo
candore, facendo terra bruciata in quel corpo minuto.
L’ho distrutta. ‘E quale sarebbe la novità, Grey? Non è
quello che hai fatto con Leila?’. Per un attimo mi guarda
colpevole, poi il suo sguardo si indurisce, come se io e
tutto quello che penso contassi meno di zero per lei.

«Ciao, Christian. Anche per me è bello vederti»


risponde in tono sarcastico e noncurante.

La rabbia mi assale. “Non ignorarmi, Anastasia. Non


ignorarmi solo perché non sono capace di dirti quello che
provo”. Cerco di controllarmi, fissandola ardentemente.

«Lascia perdere la tua lingua biforcuta, adesso.


Rispondimi» le ordino.

Le mie parole non hanno l’effetto sperato su di lei. Mi


guarda con uno sguardo di dolore, prima di girarsi di
nuovo verso il finestrino e sputare fuori un’altra risposta
piena di cinico sarcasmo.

«Mmh... ho mangiato uno yogurt a pranzo. Ah... anche


una banana»

Il suo tono mi sta seriamente innervosendo. Sa quanto


ci tengo al fatto che mangi bene. E sembra che le sue
risposte siano mirate a farmi capire che non le importa
quello a cui tengo. Compresa sé stessa e la sua salute.

«Quand’è stata l’ultima volta che hai mangiato un vero


pasto?» le chiedo acido e infastidito.

Taylor sceglie quel momento per infilarsi nel traffico di


Seattle. Anastasia alza lo sguardo di fronte a lei e resta
impassibile. Seguo la direzione dei suoi occhi e noto lo
stronzo di prima salutarla animatamente con la mano. Mi
chiedo come faccia a vederla, il coglione. Sta solo
agitando il braccio inutilmente, visti i vetri scuri del SUV
a prova di paparazzo. “Stronzo figlio di puttana”.
Anastasia alza la mano, in automatico, e risponde al
saluto con un breve cenno. La gelosia mi assale. “E se lei
avesse trovato un altro in questi giorni? Se fosse stata di
un altro?”. No. Non può essere. Un peso mi opprime il
petto.

«Chi è quello?» ringhio furiosamente.

«Il mio capo» risponde tranquilla, guardandomi di


sfuggita, senza girare la testa verso di me.

Rimane immobile, le dita strette in grembo, gli occhi


fissi sullo schienale del sedile di Taylor. Stringo le labbra,
trattenendo a stento l’ira. “Siamo partiti più che male”.

«Allora? L’ultimo pasto?» torno a chiederle perentorio.

«Christian, davvero non ti riguarda» mormora


infastidita, guardandomi appena.

«Tutto quello che fai mi riguarda. Dimmelo» le ordino


per l’ennesima volta.
Anastasia emette un gemito di esasperazione. E poi,
come una vecchia abitudine repressa troppo a lungo, alza
gli occhi al cielo. La mia reazione è immediata. Ho voglia
di sculacciarla. E non per un piacere erotico. Ma per
insegnarle come ci si comporta. Per tutta risposta lei si
gira a scrutarmi e le sue labbra si piegano leggermente
all’insù. Le stringe, cercando di soffocare una risata. E
viene da ridere anche a me. A vederla così, a vedere un
guizzo di divertimento nei suoi occhi blu. Mi rilasso,
sorridendo appena, divertito dalla sua espressione.

«Dunque?» le chiedo ancora, dolcemente.

Sospira piano.

«Pasta alle vongole, venerdì scorso» mormora alla fine.

Istintivamente serro gli occhi. Come se non vedere mi


aiutasse a far tornare tutto com’era. Ma non è così. La
guardo con rimorso. E dolore per averle causato tutto
quel malessere.

«Capisco» le dico dopo qualche attimo di silenzio,


fissando il vuoto dinnanzi a me. «Hai l’aria di aver perso
almeno tre chili, forse di più. Per favore, Anastasia, devi
mangiare» la rimprovero piano.

La spio di sottecchi. Anastasia si fissa le dita,


intrecciate sulle sue gambe. Mi giro a guardarla,
ammirando il suo profilo triste.

«Come stai?» le chiedo piano.

Ho quasi paura di sapere quanto male le ho fatto. Ana


deglutisce a fatica, serrando gli occhi per un istante di
troppo.

«Se ti dicessi che sto bene, mentirei» mi sussurra,


senza avere il coraggio di guardarmi.

Prendo aria nei polmoni, perché sta per mancarmi il


fiato. Il dolore è indescrivibile. Avrei dovuto venerarla,
adorarla come una dea. Proteggerla soprattutto. Invece
l’ho solo distrutta. E ho distrutto quel che rimaneva di me
stesso.

«Anch’io» le confesso, allungando il braccio sinistro e


prendendole la mano dal grembo.

Fissa la mia mano in modo strano, come se non


credesse possibile quel gesto. O peggio, come se non lo
volesse. Prima che possa allontanarmi devo fermarla.

«Mi manchi» le mormoro, fissandola.

«Christian, io...» inizia a balbettare, senza distogliere


gli occhi dalle nostre mani unite.

«Ana, per favore. Dobbiamo parlare» le dico deciso,


cercando di incontrare i suoi occhi.

Devo sapere cosa pensa. Assolutamente. Quando alza


lo sguardo, il meraviglioso blu dei suoi occhi è velato dalle
lacrime. “Ti prego, Ana. Ti prego, non piangere. Non
voglio farti del male. Non voglio farti questo. Non voglio
essere solo dolore per te”.

«Christian... per favore... Ho pianto così tanto» mi


implora con la voce ridotta ad un filo, stringendo piano le
dita della mano che ancora è poggiata sul suo grembo.
“Dio, non resisto più a starle così lontano!”

«Oh, piccola, no» le tiro la mano e in due secondi la sto


abbracciando, mentre lei se ne sta seduta sulle mie
ginocchia.

La stringo forte, inalando il suo profumo che mi è


mancato così tanto. Come lei.

«Mi sei mancata così tanto, Anastasia» le dico,


sospirando, finalmente in pace dopo giorni.

Per un attimo il suo corpo si tende. La stringo più


forte, senza permetterle di allontanarsi da me. La
trattengo contro il mio petto. Voglio che senta il mio
cuore battere. Per lei. E all’improvviso lei si scioglie tra le
mie braccia. La sento sospirare e rilassarsi piano. Le
deposito un bacio tra i capelli. E poi un altro. E poi non
riesco a smettere. Ho bisogno di lei. Ho bisogno di questo
contatto con lei. L’intimità appena ritrovata dura troppo
poco. Taylor accosta davanti all’edificio sul quale ci
aspetta Charlie Tango.

«Vieni» le dico all’orecchio, facendola alzare dalle mie


ginocchia controvoglia. «Siamo arrivati»

Mi guarda senza capire. E forse anche lei vorrebbe


viaggiare ancora pur di stare insieme così, in questo
modo. O forse è la speranza a parlare per me.

«L’elisuperficie... sul tetto di questo palazzo» le dico,


alzando lo sguardo sul palazzo alla nostra destra. Taylor,
intanto, scende dal SUV e le apre la portiera. Scendo
dall’auto, e mi giro a guardarla. La sento parlottare con
Taylor.
«Dovrei restituirle il fazzoletto» gli dice, sorridendogli
gentile.

«Lo tenga pure, Miss Steele, con i miei migliori


auguri» le risponde lui educatamente.

Li guardo con un pizzico di gelosia. Ok. Forse più di un


pizzico. Faccio il giro dell’auto e le afferro la mano,
stringendola possessivamente. Guardo Taylor, indagando
nella sua espressione, ma lui resta totalmente
impassibile. “Non finisce qui, Jason”.

«Nove?» gli chiedo, concentrandomi sul presente.

«Sì, signore» mi risponde con fermezza.

I suoi occhi non lasciano trapelare niente. É in perfetta


modalità uomo di fiducia. Senza aggiungere altro mi
allontano, entrando nel palazzo con Anastasia. Stringo
saldamente la sua mano nella mia. Le dita intrecciate,
come un riflesso di quello che, vogliamo o meno, sono i
nostri destini. Entrambi restiamo in silenzio, fino
all’ascensore. Premo il pulsante di chiamata e
attendiamo. Mi ricordo della prima volta in cui siamo
saliti insieme in ascensore. E di quanto quel momento
abbia significato la perdita completa del mio
autocontrollo. Credo che i suoi pensieri non siano molto
dissimili dai miei. Mi spia, di sottecchi, strappandomi un
mezzo sorriso. Quando finalmente le porte si aprono,
entriamo nella cabina illuminata da una luce soffusa.
Anastasia mi guarda di nuovo, furtivamente, come se
temesse di essere scoperta a fare qualcosa di proibito.
Anche io la guardo, senza neppure tentare di
nasconderlo. Sono completamente avvinto dalla sua
magia. Sento una familiare sensazione attraversare il mio
corpo e spingermi inesorabilmente verso di lei. Anastasia
dondola sui piedi, spostandosi quasi impercettibilmente
verso di me. Apre gli occhi di scatto, girandosi a
guardarmi.

«Oddio» ansima, con un suono quasi viscerale.

Osservo la sua trasformazione da mesta a famelica e


bramosa creatura. La desidero da morire in questo
momento. E scommetto tutto quello che ho che anche per
lei è lo stesso.

«La sento anch’io» le confesso, senza smettere di


mangiarla con gli occhi.

Fosse per me fermerei l’ascensore all’istante e la


divorerei di baci, carezze che possano guarire il mio corpo
martoriato. Le affonderei dentro, nella speranza di
fondermi con lei ed essere un uomo migliore. Nel
tentativo di elemosinare un minimo tocco, le afferro la
mano con la mia, accarezzandole piano le nocche con il
polpastrello del pollice. Anastasia guarda le nostre mani,
poi di nuovo il mio viso. I suoi occhi disegnano il
contorno delle mie labbra, il profilo del mio naso e si
fissano sfrontati nei miei. I suoi denti afferrano il labbro
inferiore, mordicchiandolo in quel modo così erotico e
carnale. Il mio uccello ha un fremito e si tende a
dismisura. Sono eccitato più che mai. Ana non regge il
mio sguardo e abbassa gli occhi.

«Per favore, non morderti il labbro, Anastasia» le


sussurro, con la voce carica di amore e lussuria.

Torna a guardarmi, liberando piano il labbro dai denti.


Il suo desiderio è palpabile nell’aria, proprio come il mio.

«Sai che effetto mi fa» le mormoro, senza staccarle gli


occhi di dosso.

All’improvviso le porte dell’ascensore si aprono,


spezzando la magia che si era creata tra di noi. Ci
ritroviamo sul tetto, con il vento freddo che sferza i nostri
corpi. Ana ha i brividi, così la stringo a me, afferrandole la
vita con un braccio, mentre ci dirigiamo in fretta verso il
mio elicottero già in moto. Stephan, l’altro pilota, è
appena scendendo e corre verso di noi. Mi tende la mano,
gridando per farsi sentire al di sopra del rumore.

«Pronto a partire, signore. È tutto suo!» mi dice con un


gran sorriso, felice, probabilmente, di aver guidato il mio
Charlie Tango.

Azzarda un’occhiata ad Anastasia. La stringo più forte.


É mia.

«Fatti i controlli di rito?» gli urlo di rimando,


facendogli spostare di nuovo la sua attenzione verso di
me.

«Sì, signore» mi risponde, sbarrando gli occhi quando


si accorge della mia occhiata.

«Verrà a riprenderlo intorno alle otto e mezzo?»


chiedo gelido.

«Sì, signore»

«Taylor l’aspetta fuori»


«Grazie, Mr Grey. Buon viaggio fino a Portland.
Signora» la saluta educatamente, tenendo lo sguardo
basso.

Annuisco nella sua direzione, congedandolo. Poi lo


supero, chinandomi e conducendo Ana verso il portellone
dell’elicottero. Dentro la lascio accomodare sul suo sedile,
assicurandole le cinghie attorno al corpo. Alzo lo sguardo
su di lei, mentre stringo forte le cinture, sorridendo al
ricordo della prima volta che era salita sul mio elicottero.
E di tutto quello che ne era seguito nel mio
appartamento. Non riesco a trattenere il mio lascio
apprezzamento per il suo corpo legato. La desidero
troppo.

«Queste ti terranno al tuo posto» le mormoro quasi


accanto all’orecchio. «Devo dire che mi piace vederti
legata. Non toccare niente»

Anastasia arrossisce violentemente. Alzo la mano e le


passo l’indice sulla guancia, prima di staccarmi a
malincuore e passarle le cuffie. Colgo la sua occhiata di
frustrazione, rimprovero e rabbiosa tristezza. Tenta di
spostarsi sul sedile, ma la morsa delle cinghie la tiene
ferma. “Dio, quanto vorrei averti di nuovo legata sul mio
letto a farti impazzire”. Mentre mi siedo al mio posto mi
ritrovo a pensare a quanto sia bastata la sua sola presenza
per far risvegliare la bestia che è in me. Ho fame di lei.
Del sesso, dell’amore. Del suo sapore, del suo dolce
nettare sulla mia lingua. Ho fame dei suoi gemiti
incontrollati. Della sua voce che urla incoerentemente il
mio nome. Il nome che nessuna, prima di lei, ha mai
osato pronunciare in quel modo così delizioso. Una dolce
tortura di suoni melodici che mi fa sentire vivo come non
mai. Sento il suo sguardo addosso, mentre completo i
controlli di rito. Mi infilo le cuffie. Sono sempre eccitato
ed emozionato quando piloto il mio gioiellino. Quando mi
giro a guardarla scorgo uno sguardo di ammirazione nei
suoi occhi scintillanti. La guardo, sorridendo spensierato
per la prima volta dopo cinque giorni.

«Pronta, piccola?» le urlo nella cuffia.

«Sì»

Scambio le ultime informazioni con la torre di


controllo, prima di spiccare il volo, lentamente, con la
luce del crepuscolo che ci illumina. Il suo viso, illuminato
dalla luce arancione del sole che cala, è
straordinariamente bello. Una visione meravigliosa, che
tanto mi è mancata in questi giorni. Guarda fuori,
ammirando Seattle dall’alto.

«Abbiamo inseguito l’alba, Anastasia, e ora inseguiamo


il crepuscolo» le dico, facendo tornare la sua attenzione
su di me.

Il riferimento al volo in aliante non è casuale. É stato il


momento più bello della mia vita. E vorrei che la mia vita
fosse tanto meravigliosa da oggi in avanti, proprio come
quella mattina. Con lei. Ana mi fissa a bocca aperta,
stupita dalle mie parole. Le sorrido, divertito dalla sua
espressione. E lei ricambia, contagiata dalla mia allegria.
Che in realtà è speranza più che allegria. Speranza che lei
mi riprenda con sé.

«Così come il sole di sera, c’è molto di più da vedere


stavolta» le dico.
E non mi riferisco solo alla vista. Mi riferisco a me, alla
mia vita, che sono pronto ad affidarle completamente. E
questa volta non è solo sesso per me. Forse non è mai
stato solo sesso. Ma questa volta ne sono sicuro. La amo.
“Ti amo, Ana. Ti amo più della mia patetica vita”. La
lascio per un po’ a riordinare i pensieri. Lei resta in
silenzio, taciturna come l’ultima volta. Iniziamo a
prendere quota sempre di più, scivolando tra i grattacieli
della città che inizia a tingersi di luci sfavillanti sotto di
noi. In lontananza si scorge il mio appartamento.

«L’Escala è laggiù» le dico, indicandole l’edificio.

Poi mi travesto un po’ da uno strano chaperon volante.

«Il Boeing è là, e lì puoi vedere lo Space Needle»

Ana china la testa di lato, offrendomi una splendida


visuale del suo candido collo coperto a metà dalla giacca.

«Non ci sono mai stata» mormora, con lo sguardo


sognante.

«Ti ci porterò. Possiamo andarci a mangiare» le dico in


tono allegro.

L’occhiata triste che mi restituisce mi mette in allerta.

«Christian, noi abbiamo rotto»

Le sue parole sono come una pugnalata dritta al cuore.


Stringo forte la mascella, per tenere a freno la
frustrazione.

«Lo so. Ma posso sempre portarti lì per nutrirti» le


dico, prima di lanciarle un’occhiata per controllare la sua
reazione.

Non risponde a tono. E questo non è un bene. Sembra


rassegnata, mentre scuote la testa e torna a guardare
malinconica fuori dal vetro.

«È bellissimo quassù, grazie» sussurra.

«Impressionante, vero?» le dico, senza sapere bene


come continuare il discorso.

Ho paura di fare un passo falso ad un certo punto, che


mi trascini più a fondo di quanto io non sia già.

«È impressionante che tu riesca a fare questo» mi dice,


senza guardarmi.

«Mi stai adulando, Miss Steele? Io sono un uomo dai


molti talenti» tento di scherzare.

«Ne sono pienamente consapevole, Mr Grey»

Per un attimo ritrova un briciolo del suo sarcasmo. La


sua lingua biforcuta non riesce a resistere. “Finalmente!”.
Mi volto, sorridendole compiaciuto. Noto che anche lei si
rilassa visibilmente. É come se stessimo decidendo di
annullare gli ultimi cinque giorni. Almeno per un po’.

«Come va il nuovo lavoro?» le chiedo, mantenendomi


su un territorio sicuro.

«Bene, grazie. È interessante» mi dice criptica.

«Com’è il tuo capo?»


‘Come perdere la donna che ami in cinque parole.
Ottimo, Grey. Primo passo falso della serata’. Anastasia
mi guarda in modo strano, poi abbassa gli occhi.

«Oh, lui è okay» mormora.

Mi giro a guardarla. “Cosa cazzo ti ha fatto quel


pervertito?”.

«Cosa c’è che non va?» le chiedo, senza riuscire a


nascondere il tono inquisitorio.

‘Secondo passo falso della serata. Fanculo, Grey. Sei un


fallimento con le donne’. “Cristo”.

«A parte l’ovvio, niente» risponde di nuovo criptica.

«L’ovvio?» le dico, senza afferrare.

«Oh, Christian, a volte sei veramente molto ottuso» mi


dice esasperata.

«Ottuso? Io? Non sono sicuro di gradire il tuo tono,


Miss Steele» le risponde, leggermente piccato.

«Bè, allora non farlo» mi risponde a tono.

Sorrido, vedendo il suo spirito ritornare in tutto il suo


splendore.

«Mi è mancata la tua lingua biforcuta»

Anastasia sospira e sembra sul punto di dire qualcosa.


Ma poi si ferma, tornando a guardare fuori. “Su, Ana.
Collabora”. Il sole che tramonta crea un favoloso gioco di
luci ed ombre sul suo bellissimo viso. La voglia di baciarla
mi assale. Ho troppa voglia di lei. Non so se riuscirò a
resistere per stasera, come invece mi ero prefissato di
fare. Volevo dimostrarle di essere un uomo controllato,
affidabile. Di poterle stare accanto e proteggerla senza per
forza saltarle addosso. Ma accanto a lei io non ragiono.
Conta solo lei e la forza magnetica che mi spinge verso il
suo corpo, verso la sua anima. Cala il silenzio tra di noi,
fino a quando Portland non ci accoglie. Atterro sullo
stesso edificio da dove, tre settimane fa, siamo partiti.
Spengo l’elicottero e mi libero dalla cintura. Poi passo a
liberare lei. La osservo di sottecchi. pallida, ma il suo
sguardo arde di desiderio. Lo so. Lo riconosco perché in
quegli stessi occhi l’ho visto mille volte da quando la
conosco. E tutte le volte sono stato io ad ispirarglielo.
Scuote impercettibilmente la testa e sembra tornare in sé.
Cosa darei per sapere a cosa stava pensando.

«Piaciuto il viaggio, Miss Steele?» le chiedo


dolcemente, guardandola con... amore. Credo si tratti di
questo, anche se ancora mi costa fatica ammetterlo con
me stesso. Ammettere che io sono in grado di provare
questo sentimento. Forse perché so di non meritare
l’amore di qualcuno.

«Sì, grazie, Mr Grey» risponde con la sua innata


educazione.

Le sorrido.

«Bene, andiamo a vedere le foto del ragazzo»

Tendendole la mano, l’aiuto ad alzarsi e a scendere da


Charlie Tango. Scendiamo, mentre Joe ci viene incontro,
sorridendoci.

«Joe»

Per un attimo lascio la mano di Anastasia e stringo


calorosamente quella del mio collaboratore. Sono davvero
affezionato a quest’uomo.

«Tienilo al sicuro per Stephan. Verrà a prenderlo tra le


otto e le nove»

«Sarà fatto, Mr Grey. Signora» dice, poi, rivolgendosi


ad Anastasia con un cenno della testa. «La macchina
l’aspetta di sotto, signore. Oh, l’ascensore è fuori servizio.
Dovrete usare le scale» ci informa premurosamente.

«Grazie, Joe»

Lo saluto con un cenno, mentre riprendo la mano di


Ana e la conduco verso le scale. Azzardo un’occhiata ai
suoi stivali neri e me ne pento, dal momento che solo la
loro vista mi scatena un’erezione da paura.

«Sei fortunata che questo edificio ha solo tre piani,


visti i tacchi» mormoro brusco.

Ha dei tacchi che, per quanto siano sexy, non sono il


massimo della sicurezza. Non è passato molto tempo da
quando ha rischiato di farsi investire da un ciclista per le
strade di Portland. E indossava un semplice paio di
Converse. Ana mi lancia uno sguardo di sfida.

«Non ti piacciono gli stivali?» chiede sarcastica.

«Mi piacciono molto, Anastasia» le rispondo.


La mia voce è roca, mentre il mio sguardo avido le
accarezza il corpo al posto mio. La mia mente malata
genera un’immagine di Anastasia nuda, sexy da
impazzire, con addosso solo quegli stivali. Sto quasi per
confessarle la mia fantasia, ma decido di evitare. Non
sono ancora sicuro che le farebbe piacere sapere di essere
ancora la donna dei miei desideri.

«Vieni. Andremo piano. Non voglio che tu cada e ti


rompa l’osso del collo» aggiungo.

Scendiamo piano i tre piani che ci separano dall’uscita.


Entriamo in auto e James, l’autista, mette in moto. Mi
ritrovo diverse volte a guardarla di sottecchi. La desidero.
Ma ho una fottuta paura di farle male, di farla star male
da morire. Ho una fottuta e tremenda paura di ripetere il
fottutissimo errore che ho fatto con Leila. Non posso
permettermelo. In nessun modo. La tensione tra noi si
accumula nel silenzio. Anche lei è nervosa, preoccupata,
pensierosa. Sembriamo due anime in pena. La guardo e
vorrei che nessun altro fosse in grado di vederla. É
davvero stupenda. Dentro e fuori. Come se mi leggesse il
pensiero, la sua voce soave mi distoglie dal mio
rimuginare internamente.

«José è solo un amico» mormora con un filo di voce.

Mi giro di scatto. La scruto a fondo. Inumidisco le


labbra e sono tentato di fiondarmi su di lei e baciarla. “Lo
sento, Anastasia. Sento che ancora provi qualcosa. Solo...
solo non combatterlo per ricacciartelo dentro”. Il
bellissimo viso è provato dal dolore. Gli occhi grandi sono
due gemme in un viso scarno e triste. Si fissano sulla mia
bocca schiusa. Ho voglia di baciarla. E lei vuole che lo
faccia. “Dio, quanto è difficile!”. Mi sposto sul sedile,
cercando di tenermi a freno.

«Quei bellissimi occhi sono troppo grandi per il tuo


viso, Anastasia. Per favore, dimmi che mangerai»

Quasi la imploro. Ho bisogno di sapere che il male che


le ho fatto da oggi in poi sparirà. Che starà bene.

«Sì, Christian. Mangerò» replica in automatico, come


se stesse parlando con un bimbo.

«Dico sul serio» insisto, testardo.

«Ah, sì?»

Lo sdegno nella sua voce fa male come uno schiaffo. La


rabbia è palese nei suoi occhi, nel suo viso contratto, nelle
sue dita strette a pugno. Lotta con sé stessa, con i suoi
pensieri. Contro la voglia che ha di me e contro la ragione
che gli suggerisce che sono solo uno sbaglio. Che sono
stato il suo inferno personale. Ho bisogno che si calmi.

«Non voglio litigare con te, Anastasia. Ti rivoglio, e


voglio che tu sia in salute» le dico piano, dolcemente,
cercando di farle capire che sono cambiato. Per lei.

«Ma non è cambiato niente» risponde rabbiosa.

«Ne parleremo al ritorno. Siamo arrivati» le dico,


mentre James accosta davanti alla galleria.

Scendo dall’auto. Faccio il giro e le apro la portiera.


Scende, fissandomi irata.
«Perché fai questo?» chiede a voce troppo alta.

Una coppia dietro di lei si gira a guardarci. La guardo


sorpreso dal suo scatto di rabbia.

«Faccio cosa?» le chiedo spaesato.

«Perché dici una cosa come quella e poi ti fermi» dice,


senza abbassare la voce.

«Anastasia, siamo arrivati. Siamo dove volevi essere.


Facciamo questa cosa e poi parliamo. Non ho proprio
voglia di fare una scenata in mezzo alla strada» le dico a
denti stretti.

Ana si gira, rendendosi conto che siamo in strada e la


gente che passa ci sente e si gira a guardarci. Stringe le
labbra, mentre le lancio un’occhiataccia.

«Okay» borbotta alla fine, mettendo il broncio.

Le prendo di nuovo la mano, guidandola all’interno


della galleria. Entriamo nel magazzino riconvertito, con i
muri di mattoni, il pavimento in legno, le tubature a vista.
Non è il mio genere, ma le foto appese ai muri catturano
la mia attenzione. Come sospettavo il figlio di puttana ha
talento. Ma questo non me lo fa odiare di meno.
Anastasia si perde a guardare le foto del suo amico.

«Buonasera e benvenuti alla mostra di José


Rodriguez»

Ci giriamo entrambi verso la donna vestita di nero, con


i capelli corti e troppo trucco in faccia, che ci saluta
calorosamente. Guarda Anastasia, poi me, mettendomi a
disagio per la durata dello sguardo. Con la coda
dell’occhio scorgo la sua espressione infastidita. Sorrido
segretamente, soddisfatto. La ragazza torna a guardare
Anastasia, meravigliata.

«Oh, sei tu, Ana. Ci farà piacere conoscere la tua


opinione su tutto questo»

Sorride eccessivamente, passandole un volantino e


facendo strada all’interno della sala, verso il tavolo del
buffet. Guardo l’espressione attonita di Anastasia.

«La conosci?» le chiedo, indicando con il mento la


ragazza.

Scuote la testa, aggrottando la fronte. Mi stringo nelle


spalle, senza sapere cosa dire.

«Che cosa vuoi da bere?» le chiedo, poi.

«Un bicchiere di vino bianco, grazie» risponde decisa.

Mi acciglio e vorrei dirle che non intendevo offrirle


alcool dato che è palese il fatto che non abbia mangiato,
ma mi trattengo, evitando di farla infuriare ancora. Mi
allontano verso il tavolo con le vivande. Un uomo sulla
quarantina si gira, mentre aspettiamo entrambi essere
serviti, e intavola un discorso sull’arte e la fotografia.
Bado a stento alle sue parole, rispondendo a monosillabi.
Una brivido mi percorre la schiena, spingendomi a
voltarmi. Riesco a stento a trattenere la rabbia quando lo
vedo. Quel bastardo figlio di puttana, tirato a nuovo per
l’occasione. La tiene per le spalle, scrutandola,
guardandola famelico, come un lupo con la sua preda. Mi
stanno guardando. Entrambi. E lui non è contento. “Bene,
stronzo. Neppure io”. Il mio sguardo è catturato da quello
di Anastasia. Per un attimo ci perdiamo, l’uno nell’altra,
connessi ad un livello profondo che ci permette di
estraniarci insieme dal mondo. I suoi occhi si aprono, la
sua bocca si schiude e, ne sono certo, se ci fossimo solo
noi due, saremmo già l’uno nelle braccia dell’altra. Poi il
suo amico la distrae, spezzando quel momento magico tra
di noi. “Coglione!”. Arriva anche la ragazza di prima che,
fortunatamente, lo trascina via da lei. José le sorride
troppo sdolcinatamente, chinandosi a baciarla sulla
guancia, prima di schizzare via con l’altra ragazza. La
raggiungo più in fretta che posso, portandole il bicchiere
di vino che voleva. Mi guarda serena, con una
straordinaria forza recuperata.

«È all’altezza?» mi chiede.

La guardo, senza capire a cosa si riferisca.

«Il vino» mi spiega, con un sorriso che non vedevo da


tempo.

«No. Raramente lo è a eventi come questo. Il ragazzo


ha talento, vero?» le dico, girandomi intorno.

Per quanto non lo sopporti, non sono così idiota da


non riconoscere il talento quando lo vedo. E lui ne ha da
vendere.

«Perché pensi che gli avrei chiesto di farti un ritratto,


altrimenti?» mi risponde altezzosa.

Il mio sguardo passa dalle foto a lei, accarezzando ogni


millimetro della sua delicata espressione. Ad
interromperci è un fotografo.
«Christian Grey? Posso scattarle una foto?» chiede,
nella speranza di fare uno scoop.

«Certo» rispondo educatamente.

Ana fa un passo indietro, ma la afferro quasi subito per


una mano, costringendola ad avvicinarsi. La tengo per la
vita, mentre il fotografo ci guarda senza sforzarsi di non
apparire stupito.

«Grazie, Mr Grey»

Scatta due o tre foto. Poi si rivolge ad Ana.

«Miss... ?» chiede.

«Ana Steele» risponde lei, gentile.

«Grazie, Miss Steele» le dice con un sorriso, prima di


allontanarsi.

Ana, si gira verso di me, ma guarda le foto appese al


muro.

«Ho cercato tue foto con altre donne su Internet. Non


ce ne sono. Ecco perché Kate pensava che fossi gay» mi
dice all’improvviso.

Sorrido beffardo.

«Questo spiega la tua domanda inopportuna. No, io


non do mai appuntamenti a donne, Anastasia. Solo a te.
Ma questo lo sai» le dico, imprimendo nella mia frase
tutta la sincerità di cui sono capace.
La guardo intensamente, sperando che capisca. “Esiste
solo lei. Per sempre”.

«Così non porti mai le tue...» si ferma un attimo,


guardando in giro imbarazzata, temendo di essere
ascoltata. «...le tue Sottomesse fuori?» sussurra
sottovoce.

Sospiro leggermente.

«Qualche volta. Ma non per un appuntamento. Per fare


shopping, sai»

Mi stringo nelle spalle, senza smettere di fissarla.


Anastasia soppesa le mie parole, rimanendo in silenzio.

«Solo a te, Anastasia» le dico, sussurrandoglielo piano,


dolcemente.

Le sue guance si colorano di un rosso vivace, mentre i


suoi occhi si abbassano sulle sue dita. Non voglio
caricarle la testa di troppo pensieri. Parleremo dopo.

«Il tuo amico sembra più un fotografo di paesaggi che


di ritratti. Facciamo un giro» le propongo, prendendole la
mano e guidandola nella sala.

Osserviamo delle stampe, in silenzio. Anastasia viene


distratta dagli sguardi di una coppia che la osserva,
indicandola palesemente. Il ragazzo la fissa a bocca
aperta, ammaliato. Mi sto innervosendo, per cui la
trascino via. Ci spostiamo, girando l’angolo. E il cuore mi
si ferma nel petto. Furia, rabbia, gelosia, amore,
desiderio, follia. Il sangue mi ribolle di tutto questo
mentre, dalla parete di fronte a me, sette diverse
Anastasia mi fissano. In sette diversi modi diversi. Sette
lati di lei, del suo carattere, del suo essere, che vorrei
essere il solo ad aver visto. Sette paia degli stessi occhi
mi tengono incollato a lei più di quanto io non lo sia
già.

Ci metto un po’ a riscuotermi dalla paralisi che mi


ha immobilizzato. La guardo di sfuggita, notando la
stessa espressione attonita sul suo viso.
Evidentemente era all’oscuro di tutto questo.
“Bell’amico José”. Ma la magia del suo sguardo mi
costringe a guardare di nuovo quei meravigliosi
ritratti. “E se non fossi venuto con lei? Cosa sarebbe
questa? Una dichiarazione d’amore? Per lei? Per lei
che è mia?”. Ognuno di quei ritratti esprime un lato
del suo carattere che ho imparato bene a conoscere
ed ammirare nelle ultime tre settimane. Credevo di
essere il solo a vederla in quel modo, ad aver colto
quelle sfumature. Ma non è così.

«A quanto pare, non sono l’unico» mormoro,


serrando le labbra per la rabbia che torna a farsi
sentire.

E il problema è che io non voglio che nessun altro


le colga. Nessuno che voglia portarla via da me. E se
per questo dovrò arricchire un po’ le tasche di quel
coglione, allora va bene. La guardo per un attimo.
Sembra sentirsi in colpa, anche se non è colpa sua.

«Scusami» le dico, fissandola a fondo.


Poi mi allontano verso la reception, dove trovo la
ragazza con i capelli corti che mi lancia un sorriso
estatico. Tiro fuori la carta di credito.

«Vorrei effettuare un acquisto» le dico diretto.

I suoi occhi si illuminano.

«Prego! Per quale opera?»

«Per i sette ritratti di Miss Anastasia Steele» sibilo.

La ragazza sbarra gli occhi, a bocca aperta.

«Intende tutti e sette, Mr...» dà un’occhiata alla


carta di credito. «...Mr Grey?»

«É quello che ho appena detto, signorina. Tutti e


sette i ritratti. Le sarei grato se potesse concludere la
transazione in fretta»

La ragazza si mette all’opera e cinque minuti dopo


sono il nuovo proprietario di quelle sette meraviglie.
“Forse dovrei addirittura ringraziarlo. Se pure lei non
ne volesse sapere più di me, almeno avrei quelle foto
a ricordarmela e ad uccidermi lentamente giorno
dopo giorno”. Quando mi giro per tornare da
Anastasia, vedo di fronte a lei un idiota biondo che le
sorride sfacciatamente. Accelero i passi, afferrandole
il gomito quando le sono accanto, in modo
possessivo.

«Sei un tipo fortunato» mi dice il ragazzo,


fissandomi con un sorrisetto.

Lo gelo con lo sguardo.

«Lo sono» rimbrotto, guardandolo truce e


allontanandomi insieme ad Ana.

La trascino in disparte, in un angolo della sala.

«Hai comprato un ritratto?» mi chiede curiosa e


apprensiva.

«Uno?» sbuffo, senza smettere di guardarla, con la


consapevolezza che ora potrò guardarla ogni volta
che mi va.

«Ne hai comprato più di uno?» chiede incredula.

Alzo gli occhi al cielo esasperato. Ora capisco cosa


prova quando lo fa lei.

«Li ho comprati tutti, Anastasia. Non voglio che


qualche sconosciuto sbavi sulla tua foto nell’intimità
di casa sua» sbotto.

Mi aspetto di vederla arrabbiarsi. Ma la sua


reazione mi confonde e stupisce e delizia allo stesso
tempo. Scoppia a ridere di gusto.

«Meglio che sia tu a farlo?» mi prende in giro, con


gli occhi luminosi.

La fisso attonito, tentando di trattenere un sorriso.


«Francamente sì» ammetto con una finta aria da
arrogante.

«Pervertito» mi sussurra, mordendosi


deliziosamente il labbro.

La guardo divertito dalla sua audacia. La desidero


da impazzire. Vorrei solo perdermi nel suo corpo, ma
non devo. Non posso. Eppure la sua sfida accende in
me desideri sopiti. Solo lei è in grado di darmi queste
sensazioni. Nessun’altra potrebbe più farlo oramai.
Decido di stare al suo gioco. Mi strofino il mento,
fingendo di soppesare la sua affermazione.

«Non posso ribattere a quest’affermazione,


Anastasia»

Lei mi fissa, con un’aria fintamente altezzosa.


Scuoto la testa, sorridendole affettuosamente.

«Potrei discuterne più approfonditamente con te,


ma ho firmato un accordo di riservatezza» mi dice
con noncuranza.

Il colpo va dritto a segno. Le ho fatto firmare


quell’accordo per essere sicuro che non spifferasse in
giro in quanti e quali modi l’avrei fatta godere.
“Cristo!”. Sono eccitato, infuriato con me stesso per
essere stato così coglione, e la desidero. Il mix di
emozioni non è dalla mia parte. Se fossimo da soli le
sarei già saltato addosso, lo so, nonostante i miei
propositi.

«Che cosa mi piacerebbe fare a quella lingua


biforcuta!» mormoro, mentre il mio uccello smania
nei miei pantaloni.

Apre la bocca e non emette fiato, mentre mi scruta.


Sa che non scherzo. E sa benissimo cosa intendo.

«Sei molto volgare» risponde, fingendosi


scioccata.

Le sorrido e decido di mettere fine al nostro


piccolo gioco perverso di stuzzicarci a vicenda, che
potrebbe finire solo in un modo. Con me dentro di
lei. E non dev’essere stasera. Non posso cedere a
tutto questo. Non posso rischiare di sbagliare e farle
del male ancora una volta. Aggrotto la fronte,
continuando a sorridere e guardando i miei nuovi
acquisti affissi alla parete di fronte a noi.

«Sembri rilassata in queste fotografie, Anastasia.


Non ti vedo spesso così» mormoro.

“Ed è colpa mia, piccola. Sei un fascio di nervi


quando mi stai accanto”. Abbassa lo sguardo,
all’improvviso triste. ‘Il premio per il più coglione
dell’anno è sicuramente andato a te, Grey’. Le sollevo
il mento. Respira a fondo, guardandomi.

«Voglio che tu sia altrettanto rilassata con me» le


sussurro dolcemente.

I suoi occhi si fanno grandi, pieni di un sentimento


strano che non riesco a decifrare.

«Devi smetterla di intimidirmi, se vuoi che lo sia»


replica piano, ma decisa.

«Devi imparare a comunicare e a dirmi come ti


senti» ribatto, mentre la speranza si accende nel mio
cuore.

“Mi sta forse concedendo un’altra possibilità?”.


Anastasia fa un altro respiro profondo.

«Christian, tu mi vuoi come tua Sottomessa. Il


problema è proprio qui, nella definizione di
sottomesso. Una volta me l’hai mandata via mail». Fa
una pausa, cercando di riorganizzare i suoi pensieri.
«Credo che i sinonimi fossero: “compiacente,
adattabile, condiscendente, passivo, accomodante,
rassegnato, paziente, docile, domato, soggiogato”.
Non era previsto che ti guardassi, né che ti parlassi a
meno che tu non mi avessi dato il permesso di farlo.
Che cosa ti aspetti?» sibila acida.

Aggrotto le sopracciglia, ma lei non mi lascia


possibilità di replica. ‘Forse non te la stava dando
quella possibilità, Grey’.

«Stare con te mi confonde. Non vuoi che io ti sfidi,


ma poi ti piace la mia “lingua biforcuta”. Vuoi
obbedienza, eccetto quando non la vuoi, così puoi
punirmi. È solo che non so mai che cosa succederà
quando sono con te»

Le lascio il mento, stringendo gli occhi per la fitta


di dolore che le sue parole mi provocano. La sua
descrizione di me, fino a cinque giorni fa sarebbe
stata esatta. Ma sono cambiato. E ho bisogno che lei
lo sappia.

«Ottima analisi, come sempre, Miss Steele». La


mia voce è fredda. «Vieni, andiamo a mangiare» le
ordino, senza mezzi termini.

«Siamo qui soltanto da mezz’ora» mi risponde


basita.

«Abbiamo visto le foto. E tu hai parlato con il


ragazzo» le sibilo contro.

«Si chiama José» risponda acida.

«Hai parlato con José. L’uomo che, l’ultima volta


che l’ho visto, stava cercando di infilarti la lingua in
bocca, sebbene tu non volessi e fossi ubriaca e stessi
per vomitare» ringhio furente.

«Lui non mi ha mai picchiata» ribatte


impulsivamente, sfidandomi con lo sguardo.

La sua espressione è altera, i suoi occhi stretti in


due piccole fessure rabbiose. Le lancio un’occhiata
carica d’ira. Ma anche di rimorso.
«Questo è un colpo basso, Anastasia» mormoro
minaccioso, cercando di farle smettere di fare la
bambina.

Arrossisce violentemente, rendendosi conto del


suo comportamento inopportuno. Mi passo una
mano nei capelli, esasperato, arrabbiato. Mi rende
così vulnerabile ed instabile. Ana mi fissa,
calmandosi di poco. La tensione tra noi è costante.

«Ti porto a mangiare qualcosa. Mi stai sparendo


davanti. Trova il ragazzo e salutalo» le intimo,
minaccioso.

«Per favore, possiamo rimanere un altro po’?»


chiede esausta, sconsolata, sapendo già che la mia
risposta sarà no.

«No. Vai. Salutalo»

Mi lancia un’occhiataccia, furiosa. Si gira,


cercando il suo fottuto amico. Quando lo individua, si
dirige verso di lui a grandi falcate. La osservo mentre
gli tocca il braccio, facendolo girare. Lui le mette un
braccio attorno alle spalle, con una posa da gradasso.
Devo sforzarmi per non avvicinarmi e picchiarlo a
sangue. Respiro a fondo, cercando di domare i miei
istinti. Li vedo parlottare. Ad un tratto lui la
abbraccia, stringendola forte. Anastasia si trova ora
di fronte a me, mentre José, di spalle, non può
vedermi. Ma lei si. La fisso truce, il cervello
annebbiato dalla gelosia. Ed ecco che lei ne
approfitta. Guardandomi, avvolge le braccia attorno
al collo del suo amico, con uno sguardo di sfida.
Smetto di ragionare e inizio ad avvicinarmi a lei.
Parlottano ancora. Ridono entrambi. Lui passa le
mani attorno ai suoi fianchi, stringendola forte in
una posa molto intima. Arrivo alle loro spalle,
guardando Anastasia minaccioso.

«Non sparire, Ana. Oh, Mr Grey, buonasera» mi


saluta lo stronzo, avvertendo la mia presenza e
girandosi a guardarmi.

Le sue mani lasciano i fianchi di Ana quasi


automaticamente quando si accorge della mia
espressione.

«Mr Rodriguez, sono molto colpito» le dico


freddamente. «Mi dispiace che non possiamo
rimanere di più, ma dobbiamo tornare a Seattle.
Anastasia?»

Le tendo la mano. Lei lo saluta di nuovo,


chinandosi a baciarlo sulla guancia. A quel punto non
ragiono più. Le afferro la mano e la trascino via,
fregandomene se sembro un marito geloso e tutti ci
stanno guardando. Non me ne fotte un cazzo,
onestamente. Voglio solo chiarire una volta per tutte
questa situazione. Sento la furia trasparire dal suo
corpo e fondersi con la mia. Potrebbe uccidermi in
questo momento. Lo so. Anche se mi desidera. E
anche io sono incazzato nero con lei. Usciamo in
strada. Continuo a trascinarla per mano. Scorgo un
viottolo sulla sinistra e mi ci infilo insieme a lei. La
spingo violentemente contro il muro. Le mie mani
afferrano il suo viso, costringendola a guardarmi.
Voglio che lo veda. Che veda cosa mi provoca saperla
tra le braccia di un altro. Il suo corpo è attraversato
da un fremito. Il mio respiro affannato va di pari
passo con il suo. Lo sguardo si posa sulle sue labbra
semiaperte. E non resisto oltre. La bacio con
violenza, con forza. La mia lingua viola la sua bocca.
Ma non sono solo in questo. Pochi secondi e anche lei
risponde al mio bacio con la stessa identica forza e
brutalità. Sembriamo due bestie tenute in gabbia e
liberate all’improvviso. La mia erezione fa male nei
pantaloni. Ana mi afferra i capelli, tirandoli
selvaggiamente mentre lascia che la mia lingua si
scontri con la sua in una disperata corsa al piacere. Ci
tratteniamo a vicenda, affamati dello stesso bisogno.
La mia mano scende lungo il suo corpo, in una dolce
carezza sensuale. Si ferma sulla sua coscia,
stringendola forte. Devo fare un profondo sforzo per
non spingere il mio corpo contro il suo e farle sentire
quanto sono eccitato. Sto perdendo ogni briciolo di
controllo. E mi ero ripromesso di non toccarla. A
meno che non fosse stata lei a chiedermelo
coscientemente. Non voglio sopraffarla. Il pensiero
mi dà l’input per staccarmi da lei.

«Tu. Sei. Mia» le sibilo contro, prima di


allontanarmi del tutto.
Tremiamo entrambi. Ana si appoggia al muro,
mentre io mi piego, poggiando le mani sulle
ginocchia e imponendomi il controllo.

«Per l’amor di Dio, Ana» la imploro quasi.

Imploro di non farmi impazzire, di tenermi con lei


e non accogliere nessun altro in quel porticciolo
sicuro che è la sua vita.

«Mi dispiace» sussurra all’improvviso,


guardandomi con aria colpevole.

«Sì, fai bene. So cosa stavi facendo. Vuoi il


fotografo, Anastasia? È evidente che lui prova dei
sentimenti per te» le dico, aggrottando la fronte e
tornando cupo.

Arrossisce di nuovo, imbarazzata, e scuote la testa.

«No, è solo un amico» sussurra a voce bassissima.

«Ho passato tutta la mia vita di adulto cercando di


evitare ogni emozione estrema. Eppure tu... tu
scateni in me sentimenti che mi sono completamente
sconosciuti. È molto...» aggrotto la fronte senza
trovare le parole per spiegarmi. «...sconcertante. Mi
piace avere il controllo, Ana, e vicino a te questo...».
Mi rialzo, ancora una volta a corto di parole. Faccio
un vago gesto con le dita in aria «...evapora» le dico
alla fine.

Ha gli occhi spalancati, la schiena incollata al


muro. Ho una fottuta voglia di prenderla e farla mia.
Mi passo una mano tra i capelli, cercando di tenere a
bada i miei istinti. Poi la prendo per mano,
staccandola dalla parete e costringendola a
camminare con me.

«Vieni, dobbiamo mangiare, e dobbiamo parlare»


le dico e, senza aggiungere altro, la conduco via da
quel vicolo.
Capitolo 5
Camminiamo a piedi per un po’, prima di raggiungere
il piccolo ristorantino che ho scelto. É un posto intimo,
adatto alla conversazione che dovremo affrontare.

«Questo posto andrà bene» mormora. «Non abbiamo


molto tempo» le mormoro, lasciandola entrare per prima.

Anastasia si guarda intorno, ammirando l’arredamento


e l’eleganza del locale. Le pareti sono di un intenso rosso.
Un rosso che conosco bene. “Cazzo”. Non voglio che pensi
che sia una sorta di allusione alla mia stanza segreta. In
sottofondo Ella Fitzgerald smorza la tensione che stava
per crearsi tra noi, creandone una nuova, più tenera e
dolce. This thing called love accompagna l’ondulazione
del suo esile corpo mentre seguiamo il cameriere al
nostro tavolo, in un angolo appartato e particolarmente
intimo. Il suo viso è preoccupato quando si gira a
guardarmi, mentre si siede. Prendo posto accanto a lei,
non mi va di mettere troppa distanza tra di noi.

«Non abbiamo molto tempo» dico al cameriere.


«Perciò prendiamo tutti e due una bistecca di manzo,
media cottura, con salsa Bernese, se l’avete, patatine fritte
e verdure, di qualunque tipo. E mi porti la lista dei vini»

Ordino per entrambi, cercando di fare più in fretta


possibile.

«Certo, signore» mi risponde il cameriere, ovviamente


colto di sorpresa dalla mia efficienza. Poggio il BlackBerry
sul tavolo, dopo aver inserito la modalità silenziosa.
Taylor potrebbe chiamare da un momento all’altro. Alzo
lo sguardo su di lei e la trovo infastidita.

«E se a me la bistecca non piacesse?» sbotta, piccata.

Sospiro pesantemente. Non sarà facile. Sarà molto,


molto difficile.

«Non cominciare, Anastasia» le intimo severo.

«Non sono una bambina, Christian» sbotta in tono


quasi infantile, in netto contrasto con quello che ha
appena affermato.

«Bene, allora smettila di comportarti come se lo fossi»


la riprendo gelidamente, guardando lo schermo del mio
telefono.

Il suo silenzio mi costringe ad alzare lo sguardo. Sul


volto le si è dipinta un’espressione attonita, incredula.
Sbatte le palpebre diverse volte. “Non promette nulla di
buono tutto questo. Merda”.

«Sono una bambina perché non mi piace la bistecca?»


brontola, palesemente offesa dalle mie parole.

«Perché hai tentato deliberatamente di


farmi ingelosire. È una cosa infantile. Non hai
alcuna considerazione per i sentimenti del tuo amico,
provocandolo in quel modo?» le riverso addosso il fiume
di parole che tenevo i gola da quando siamo usciti dalla
galleria.

La fisso severamente, tenendo a stento a freno la


rabbia. Anastasia mi guarda stupita, mortificata. Poi i
suoi occhi si abbassano sulle sue mani, non riuscendo a
reggere il mio sguardo. Afferro la carta dei vini, poi la
guardo. So che non se ne intende, ma lo faccio apposta a
chiedere il suo parere. Vuole considerazione? Ebbene,
eccoti la considerazione.

«Vuoi scegliere il vino?» le chiedo, guardandola con un


sopracciglio alzato.

Sono arrogante, lo so da solo. Ma la rabbia non mi


permette di tenere a freno tutte le sensazioni che sto
provando ora.

«Scegli tu» mi risponde, mettendo un delizioso


broncio che mi fa sorridere pur un attimo.

Guardo il cameriere, porgendogli la carta dei vini.

«Due bicchieri di Shiraz della Barossa Valley, per


favore» ordino.

«Ehm... quel vino lo serviamo solo in bottiglia,


signore» risponde imbarazzato.

«Una bottiglia, allora» ribatto seccamente.

«Signore» mi risponde sommessamente, ritirandosi in


buon ordine.

Ana lo segue con lo sguardo, comprensiva. Poi mi


guarda, aggrottandola fronte. “Non vorrai mica farmi una
scenata perché mi sono spazientito con il cameriere?”.

«Sei molto scontroso» mi dice, continuando a


guardarmi.
La fisso, inespressivo. ‘Sì, Grey. Vuole’.

«Mi domando perché» le rispondo sarcastico,


fissandola con le sopracciglia alzate.

«Bè, sarebbe il caso di assumere il tono giusto per


un’intima e onesta discussione sul futuro, non sei
d’accordo?» mi dice, sorridendomi dolcemente.

Serro le labbra, nel tentativo di mostrarmi risoluto e


non farmi sfuggire un sorriso. Ma, al diavolo. Fanculo. Mi
lascio andare riluttante e ricambio il sorriso.

«Mi dispiace» le dico, sospirando a fondo.

“Hai il potere di mandarmi in pezzi e di ricompormi in


pochi attimi, Anastasia. Solo tu”.

«Scuse accettate, e sono lieta di informarti che non ho


deciso di diventare vegetariana dall’ultima volta che ci
siamo visti» risponde divertita.

«Dato che quella è stata anche l’ultima volta in cui hai


mangiato, credo che la questione sia opinabile» ribatto
altezzoso.

«Ancora quella parola, “opinabile”» mi risponde,


riferendosi a quando l’ho usata per il contratto. Il suo
contratto. Che ora non è più opinabile. É carta straccia.
Perché farei di tutto pur di riaverla.

«Opinabile» le dico di nuovo, più dolce, guardandola


teneramente.

La tensione torna a farsi sentire. Mi passo una mano


nei capelli, sospirando piano e tornando serio. É arrivato.
Il momento della verità è arrivato. E opto per la sincerità
assoluta.

«Ana, l’ultima volta in cui ci siamo parlati, tu mi hai


lasciato. Sono un po’ nervoso. Ti ho detto che ti rivoglio, e
tu... non hai replicato»

La fisso, cercando di mostrarle tutta la mia


vulnerabilità. É qualcosa, questo, che ho combattuto sin
da ragazzo. Ma ora non ho niente da perdere se non lei. E
se le serve entrarmi dentro per tornare da me, allora che
lo faccia pure. Che si prenda tutto quello che sono.

«Mi sei mancato... sul serio, Christian. Gli ultimi giorni


sono stati... difficili» si ferma, deglutendo a fatica. I suoi
occhi si tingono di dolore e paura. E ansia. Quel velo di
tristezza mi ferisce a fondo. Poi rialza piano la testa, come
per ammettere una profonda sconfitta. «Non è cambiato
niente. Non posso essere quella che tu vuoi che io sia»
mormora a voce bassa.

“Dio, Ana. Ma perché non lo capisci?”

«Tu sei quella che voglio che tu sia» ribatto con forza,
come se volessi farle accettare il mio pensiero ad ogni
costo.

«No, Christian, non lo sono» ribatte piano.

«Sei turbata per via di quello che è successo l’ultima


volta. Mi sono comportato da stupido e tu... anche tu.
Perché non hai pronunciato la safeword, Anastasia?»

Senza rendermene conto la sto accusando. Ci ho


pensato spesso in questi cinque giorni, al perché non mi
abbia fermato. Ho pensato che le piacesse stare lì, in
quella stanza, a farsi fare del male da me, che forse anche
lei sentisse di dover espiare qualche colpa, che lo
ritenesse giusto. Ma sono stato stupido. Ho voluto
giustificare me stesso, dando parte della colpa a lei. E la
verità è che, ancora ora, non capisco perché cazzo non mi
abbia fermato quando poteva. Ana mi guarda confusa, in
preda al panico. In silenzio.

«Rispondimi» le ordino piano, quasi implorandola di


farmi capire.

E finalmente parla. Mi spiega.

«Non lo so. Ero sopraffatta. Stavo cercando di essere


quella che volevi che io fossi, cercavo di gestire il dolore, e
la cosa mi è sfuggita di mente. Capisci... me ne sono
dimenticata» sussurra mentre le sue guance si velano di
un rosso intenso. Di vergogna. Si stringe nelle spalle,
tenendo lo sguardo basso e colpevole. Potrei trovare
eccitante il suo aspetto, ora, se non fossi completamente
accecato dalla rabbia.

«Te ne sei dimenticata!» esclamo in uno stato di puro


terrore.

Cazzo, Anastasia! Mi sono fidato di te, mi sono


completamente abbandonato a quello che sentivo,
credendoti in grado di capire. Credendoti grande
abbastanza da poter gestire me e la mia schifosa vita di
merda. Ma non era così, non è così! “Cristo!”. Le mie
mani afferrano le estremità del tavolo davanti a me, con
forza. Anastasia mi guarda colpevole, ritraendosi sulla
sedia. Eppure... eppure non è colpa sua. Questo lo so. É
ancora una volta mia. Ma almeno avrebbe potuto darmi
qualche segnale in più.

«Come posso fidarmi di te?» le dico a bassa voce,


ritrovando un minimo di stabilità. «Come potrò mai
fidarmi?»

E la domanda è rivolta più a me stesso che a lei. Perché


nonostante questo, so che voglio stare con lei. Ma posso
convivere con i dubbi e le incertezze ogni santo giorno?
La guardo. E la risposta, ancora una volta, appare limpida
davanti a me. Il cameriere ci interrompe, portando il
vino. Continuiamo a fissarci in silenzio, occhi negli occhi,
entrambi infuriati, pieni di rimorso e inesorabilmente
attratti l’uno dall’altra. É una cosa che va al di là del
nostro controllo. Il cameriere stappa la bottiglia in modo
teatrale, rimanendo deluso quando vede che la sua
sceneggiata da sommelier non sortisce effetto su di noi.
Afferro il bicchiere in cui ha versato il vino,
assaggiandolo. Non sento neppure il sapore, in verità,
mentre continuo a scrutare Anastasia.

«Va benissimo» gli dico bruscamente.

Il poveretto ci riempie i bicchieri in silenzio, facendo


attenzione, e ritirandosi in fretta non appena ha finito. I
miei occhi continuano a rimanere incollati alla donna che
desidero più della mia stessa vita. Alla fine è lei a staccare
lo sguardo, afferrando il suo bicchiere e bevendo un
abbondante sorso di vino.

«Mi dispiace» sussurra, come se si fosse appena fatta


coraggio.
La sua espressione contrita riaccende in me un
desiderio che fa male. Eppure non posso negarlo. Sapere
di avere ragione, sapere che è lei in difetto, mi dà un
senso di potere immenso. Mi dà il diritto di farla mia
come meglio credo? No, questo forse no. Ma mi eccita
pensarla alla mia mercé. Mi eccita pensare di poterla far
svenire di piacere solo perché mi ha disobbedito. É questo
che fondamentalmente non capisco. Con le altre era il
piacere di punirle perché assomigliavano a mia madre.
Con lei rimane solo il piacere di punirla e di sottometterla
perché è un’impertinente e sexy testa dura. “Mio Dio che
confusione”. La guardo, e, ad un tratto il suo “mi
dispiace” non so come prenderlo. “Non lasciarmi, Ana.
Provaci. Io voglio farlo, per te”.

«Ti dispiace per cosa?» le chiedo, senza riuscire a


domare l’ansia.

«Per non aver usato la safeword» mi dice piano, piena


di rimorso.

Forse, come me, sta pensando che avremmo potuto


risparmiarci tutto questo. Ma, probabilmente, non sa
quanto bene mi abbia fatto. Non riesco a trattenere un
moto di sollievo alle sue parole. Chiudo gli occhi,
rincuorato. E glielo confesso.

«Avremo potuto risparmiarci tutta questa sofferenza»


mormoro piano, sentendo la tensione scemare
all’improvviso.

«Tu hai un bell’aspetto» ribatte, sorpresa dalla mia


uscita.

«Le apparenze possono ingannare» ribatto piano,


ripensando a com’ero fino 24 ore fa. Un uomo distrutto.
Un uomo patetico e distrutto. E voglio che lo sappia. Che
si renda conto di quanto è importante per me. «Sto
tutt’altro che bene. Mi sento come se il sole fosse
tramontato e non sorgesse più da cinque giorni, Ana. Vivo
in una notte perpetua» le dico, scegliendo le parole che
più si avvicinano a quello che ho provato e che
l’incertezza continua a farmi provare.

Anastasia spalanca gli occhi, sbalordita. So di aver


colpito nel segno. E le ho detto solo parte della verità.
Quelle parole non rendono la devastazione profonda che
ho provato. Ana mi guarda quasi sconvolta, come se non
credesse possibile che quelle parole possano essere mie e
vere allo stesso tempo. Questo fa male. Fa male perché mi
da la misura di quanto sia lontana dall’aver capito ciò che
provo per lei.

«Hai detto che non te ne saresti mai andata, poi le cose


sono peggiorate e tu eri fuori dalla porta»

«Quando ho detto che non me ne sarei mai andata?»


mi chiede incredula.

«Mentre dormivi. È stata la cosa più confortante che


abbia mai sentito da lungo tempo. Mi ha fatto sentire
rilassato»

La prima cosa da quel giorno in cui Grace mi disse


“Vieni, ti porto a casa”. Il mio cuore prende a palpitare
veloce. Sembra quasi che scoppi. Ana non regge il mio
sguardo carico di dolore e speranza. Afferra il suo
bicchiere e ingoia freneticamente un altro sorso di vino.

«Hai detto che mi ami» le sussurro piano, temendo la


sua risposta. Per anni ho evitato cosse del genere. Ora
sento che non potrei farne a meno. «Ora è una frase al
passato?» le sussurro ansioso, la voce ridotta ad un mero
sussurro.

«No, Christian, non lo è»

Anche la sua voce è flebile, tremante, carica di ansia e


di paura. Sembra quasi che abbia paura di ammetterlo,
perché teme il mio rifiuto. Ma allo stesso tempo è
rassegnata, come se non potesse essere altrimenti. “Prova
le stesse identiche cose che provo io. Mi ama. Lo ha detto.
Mi ama”. Non riesco a trattenere un sospiro di sollievo.

«Bene» mormoro, come se mi fossi liberato da un


peso.

Ana mi fissa a bocca aperta, scioccata. E a ragione.


Neppure io mi riconosco. Il cameriere torna da noi,
servendoci la cena e fuggendo come se si trovasse al
cospetto di un orco. ‘Non è quello che in realtà sei, Grey?’.
Anastasia fissa il piatto, tremante.

«Mangia» le ordino perentorio.

“Non ammetto di sentire ragioni stasera su questo,


Miss Steele”. Fissa me e poi di nuovo il piatto. Stringo le
labbra in una linea sottile.

«Per l’amor di Dio, Anastasia, se non mangi ti metterò


sulle mie ginocchia, qui al ristorante, e la cosa non avrà
niente a che vedere con il mio piacere sessuale. Mangia!»

Urlo quasi, senza riuscire a contenermi. “Ho visto


gente morire di fame. Sono quasi morto io di fame.
Sapere che hai lo stomaco pieno, mi aiuta ad eliminare
uno dei motivi per cui potrei perderti”.

«Okay, mangerò. Tieni a freno le mani che prudono,


per favore» mi dice con un sorrisetto debole.

La fisso, senza ricambiare il sorriso. E non smetto di


guardarla fino a che non prende forchetta e coltello e
inizia a tagliare un pezzo di bistecca. Lo infila piano in
bocca e la sua espressione è di gratitudine quando inizia a
masticarlo. Mi rilasso, mentre lei sembra recuperare una
certa voracità. Ceniamo entrambi in silenzio, scrutandoci
di sottecchi. I miei occhi si posano casualmente su quelle
labbra rosee e morbide, seguono il profilo del suo naso e
si fissano nei suoi occhi azzurri che brillano. La desidero.
La desidero da impazzire. L’ho desiderata per cinque
giorni. Ma stasera è qui. Davanti a me. Sono un’anima in
pena. E lo sarò fino a che non sarò sicuro che è di nuovo
mia. Solo mia. Ana abbassa lo sguardo, imbarazzata.

«Sai chi canta?» mi dice, per distogliermi


dall’attenzione che ho fissato su di lei.

Tendo l’orecchio. La voce melodiosa che ascolto è


bella, ma sconosciuta.

«No... ma è brava, chiunque sia»

«Anche a me piace» mi dice calma.

Le sorrido maliziosamente, ricordando quanta musica


abbiamo condiviso. Ricordando anche quale musica
abbiamo condiviso a fondo.

«Cosa c’è?» chiede curiosa, chinando la testa da un


lato.

Scuoto la testa, senza risponderle.

«Mangia» le dico gentilmente.

E lei ubbidisce, come una bimba modello. Ma solo fino


a metà del piatto. Suppongo che il suo stomaco non sia
abituato a tanta abbondanza oramai.

«Non ce la faccio più. Ho mangiato abbastanza,


signore?» mi dice ad un certo punto, con tono dolce e,
nelle sue intenzioni, persuasivo.

L’appellativo colpisce nel segno. Il mio cazzo si tende


sotto al tavolo. E vorrei soltanto afferrarla e farla mia ora.
Ma non posso. Non in quel modo. Non posso farle del
male. Anche se è lei a chiederlo, a provocarmi. Guardo il
mio orologio. Lo schermo del mio BlackBerry si illumina
brevemente.

«Sono davvero sazia» aggiunge, bevendo il resto del


suo vino nel calice.

«Tra poco dobbiamo partire. Taylor è qui. Domani devi


svegliarti presto per andare al lavoro» le dico,
acconsentendo in quel modo alla sua richiesta di smettere
di cibarsi.

«Anche tu» ribatte.

«Io ho bisogno di molto meno sonno di te, Anastasia.


Perlomeno hai mangiato qualcosa» le dico con un
sospiro.
«Non torniamo con Charlie Tango?» chiede curiosa.

«No, ho pensato che avremmo bevuto un po’. Ci


riporterà Taylor. Inoltre, in questo modo ti avrò tutta per
me in macchina per qualche ora. Cos’altro possiamo fare
se non parlare?» le dico con un sorrisetto a metà tra
l’arrogante e il saputello.

Ana mi fissa, gli occhi grandi e aperti. Chiamo il


cameriere e chiedo il conto. Poi avvio la chiamata sul mio
BlackBerry.

«Mr Grey» risponde efficiente Taylor, al primo squillo.

«Siamo al Le Picotin, Southwest Third Avenue» dico,


riagganciando senza attendere risposta.

«Sei molto brusco con Taylor. In realtà lo sei con molte


persone» mi apostrofa, incrociando le braccia sotto al
seno.

«Arrivo al dunque velocemente, Anastasia» rispondo


seccamente.

Come punta dalla mia risposta, ribatte acida.

«Stasera non sei arrivato al dunque. Non è cambiato


niente, Christian»

«Ho una proposta da farti» le dico, insistendo.

La situazione è di nuovo tesa.

«Tutto questo è cominciato con una proposta» ribatte


lei a tono.
«Una proposta diversa» rispondo deciso.

Il cameriere torna da noi, dandoci un attimo di tregua.


Pago, mentre il mio telefono squilla una sola volta.
Anastasia è pensierosa. Aggrotta la fronte, tentando di
soppesare le mie parole. Riprendo la carta di credito e mi
alzo, tendendole la mano.

«Vieni. Taylor è qui fuori» le dico.

Quando la sua pelle viene a contatto con la mia, non


resisto all’impulso di baciarla. Le sfioro piano le nocche
con le labbra.

«Non voglio perderti, Anastasia» le sussurro.

Il suo corpo freme al mio tocco e questo mi eccita


ancora di più. Usciamo dal ristorante e scorgo il SUV ad
attenderci. Le tengo aperta la portiera, per farla entrare.
Poi mi avvicino al lato di Taylor e gli faccio segno di
scendere.

«Dica pure, Mr Grey»

Parlo sottovoce, per essere sicuro che Ana non senta.

«Infilati gli auricolari dell’iPod, accendi anche lo stereo


e fai come se io e Miss Steele non fossimo in auto» gli
ordino sentendo il panico salire dalle ginocchia per quello
che ho intenzione di dirle.

Taylor annuisce.

«Andremo a casa di Anastasia, prima di fare ritorno


all’Escala».
Taylor si rimette in auto, infilandosi le cuffie. Entro
anch’io, sistemandosi accanto ad Anastasia. Fisso il sedile
davanti a me, mentre sento lo sguardo di Anastasia fisso
su di me. Faccio un profondo respiro e mi sposto sul
sedile per guardarla.

«Come stavo dicendo, Anastasia, ho una proposta da


farti» inizio.

Il suo sguardo nervoso passa da me a Taylor. Intuisco


il suo timore inespresso.

«Taylor non può sentirti» la rassicuro.

«Come?» chiede stupefatta.

«Taylor?» lo chiamo, per mostrarle che non ci sente.

Taylor non risponde. Lo chiamo nuovamente, più


forte. Ancora nessuna risposta. Mi protendo sul sedile,
dandogli un colpetto sulla spalla. Solo allora Taylor si
toglie un auricolare e ci fissa brevemente dallo
specchietto retrovisore.

«Sì, signore?» chiede, tornando a guardare la strada.

«Grazie, Taylor. Va tutto bene. Riprendi pure ad


ascoltare la musica» gli dico con un breve sorriso.

«Sì, signore»

Mi giro verso Ana, che mi guarda a bocca aperta.

«Contenta, adesso? Sta ascoltando il suo iPod. Puccini.


Dimenticati della sua presenza. Come faccio io» le dico
semplicemente.

«Gli hai chiesto tu di mettersi gli auricolari?» chiede,


aggrottando la fronte.

«Sì» rispondo.

Incuriosita, torna a poggiare la schiena al sedile.


Respira a fondo, poi mi fissa.

«Okay. La tua proposta?» chiede timorosa.

Aggrotto la fronte, cercando di mantenere quel pizzico


di determinazione che ho acquisito negli ultimi minuti.
Anastasia si fa attenta. “Bene, puoi farcela, Christian”.

«Prima desidero chiederti una cosa. Vuoi una regolare


relazione vaniglia senza alcun tipo di sesso estremo?»

Mi fissa a bocca spalancata. Ovviamente,


conoscendola, si sentirà a disagio a parlarne ad alta voce.
A parlarne in generale. Devo confessare che nemmeno io
mi sento tanto a mio agio. Ma dobbiamo parlare del
nostro rapporto, del nostro potenziale nuovo accordo, se
vogliamo far funzionare le cose. E dobbiamo parlarne
sinceramente.

«Sesso estremo?» chiede.

La sua voce è una sorta di gemito di desiderio. “Dio,


così le salto addosso qui in macchina”.

«Sesso estremo» ribadisco deciso.

«Non posso credere che tu l’abbia detto» mi dice con la


voce tremante, lanciando un’occhiata a Taylor.

«Bè, l’ho fatto. Rispondimi» le dico calmo, cercando di


mantenere stabilità e controllo.

Le sue guance si colorano di un rosso vivo. Abbassa lo


sguardo. Poi torna a guardarmi.

«Mi piace il tuo sesso estremo» sussurra piano.

Le sue parole sono un afrodisiaco naturale e mettono a


dura prova il mio desiderio e la mia lussuria.

«È quello che pensavo. Perciò che cosa non ti piace?»


la mia voce è roca, carica di desiderio represso ed
inespresso.

Ma i suoi occhi tornano a caricarsi di dolore. Stringe


piano le labbra prima di rispondermi.

«La minaccia di punizioni crudeli e insolite» sussurra


piano.

La guardo con la fronte aggrottata.

«Che cosa significa?»

Devo sapere esattamente fin dove posso spingermi.


Non posso più permettermi passi falsi con lei.

«Bè, tutte quelle verghe, quelle fruste e quella roba che


hai nella stanza dei giochi... mi spaventano a morte. Non
voglio che le usi su di me»

Soppeso la sua risposta. Questo me lo aspettavo.


«Okay, niente fruste né verghe... né cinture, per quel
che importa» le dico con un ghigno che appare strano
anche a me.

La verità è che per quanto credevo che mi fossero


indispensabili quelle cose per godere, per sentirmi
appagato, anche solo per eccitarmi, ora so che se non ho
lei non ho nulla. Non provo nulla. E allora chi se ne fotte
delle fruste e delle verghe. Voglio lei. Punto. Ana mi
guarda ancora una volta stupita.

«Stai tentando di ridefinire i limiti assoluti?»

Mi irrigidisco leggermente. Forse metterla già in


questo modo mi ha destabilizzato. Sentirlo da qualcun
altro che sto rimettendo in discussione me stesso, bè...
ancora non sono pronto per questo.

«Non in quanto tali. Sto solo cercando di capirti, di


avere un quadro più chiaro di ciò che ti piace e di ciò che
non ti piace» le dico, cercando di giustificarmi quasi.

«Fondamentalmente, Christian, è la tua


gioia nell’infliggermi dolore che mi risulta difficile
da gestire. E l’idea che tu me lo infliggerai perché
ho oltrepassato un limite arbitrario» mi incalza,
guardandomi con quel paio di occhi blu che mi penetrano
a fondo come nessuno mai ha fatto.

«Ma non è arbitrario. Le regole sono scritte» le dico,


ritraendomi di qualche millimetro.

L’ansia torna a farsi sentire in me.

«Io non voglio una serie di regole» mi dice decisa,


approfittandosi forse di quel pizzico di vulnerabilità che
scorge in me.

«Non ne vuoi affatto?»

La mia voce è più flebile. Sento il terreno scivolarmi da


sotto i piedi. Ma sono pronto a rischiare, lo so.

«Niente regole» mi dice dolcemente, scuotendo la


testa.

Negli occhi le leggo ansia e apprensione. E timore.


Forse ha il mio stesso timore. Quello di essere rifiutata. Di
vedere tutto andare in frantumi. La voce mi trema
leggermente quando le pongo la domanda successiva.

«Ma non ti dà fastidio se ti sculaccio?»

La sfumatura di puro desiderio non riesce a starsene


dentro di me. “Dio, quanto è eccitante anche solo parlarle
di tutto questo”.

«Se mi sculacci con cosa?» chiede a voce bassa, carica


di promesse.

«Questa» le dico, senza distogliere lo sguardo, alzando


la mano destra.

Ana si agita sul sedile, lanciando un’altra occhiata


furtiva a Taylor. Poi mi guarda, il respiro bloccato in gola.

«No. Non veramente. Soprattutto con quelle sfere


d’argento...» la voce le muore in gola.

Anche nella semi oscurità riesco a percepire il delizioso


rossore che le tinge la sua bellissima pelle d’alabastro. E
sospetto che molte altre parti del suo corpo stiano
arrossendo proprio in questo momento. Le faccio un
sorrisetto malizioso.

«Sì, è stato divertente» le confesso divertito.

«Più che divertente» mormora lei con lo sguardo


scintillante e un tono di voce che mi fa trasalire per
quanto trasuda desiderio.

Deglutisco piano, cercando di trattenermi dal saltarle


addosso. Dobbiamo continuare a ridefinire la nostra
storia.

«Quindi riesci a sopportare un po’ di dolore» constato,


distogliendo lo sguardo da lei.

Si stringe nelle spalle, guardandomi attenta.

«Suppongo di sì»

“Ok. Questo non me lo aspettavo, comunque. Credevo


mi mandasse a quel paese. Ci mandasse a quel paese. Me
e le mie mani che prudono. E invece... ”. Stranamente la
scoperta mi mette in difficoltà. Ero pronto a rinunciare a
tutto per lei. E lei, invece, mi sta dando delle alternative.
Che però non so se posso gestire. Mi massaggio il mento
con le dita, cercando di capire quello che provo a
riguardo. Ma il mio bisbetico cervello ha deciso di non
collaborare. “Ok. Forza, Christian”.

«Anastasia, voglio ricominciare tutto daccapo.


Limitarci al sesso vaniglia e poi forse, quando tu ti fiderai
di più di me e io confiderò che tu sia sincera e comunichi
con me, potremo andare oltre e fare alcune delle cose che
mi piacciono»

Ecco. Questa mi sembra la soluzione migliore. Ricordo


che in un corso di formazione ci dissero che se non
avevamo buone idee potevamo sempre affidarci alla
prima che ci era venuta in mente. La reputai un po’ una
cazzata all’epoca. Ma alla fine mi è tornata utile. Ana resta
in silenzio, senza nessuna espressione chiara sul viso. La
mia ansia cresce. ‘Cosa ti aspettavi, Grey? Che volesse
saltarti tra le braccia?’. Fottiti, stupido cervello caotico.
Continuo a fissare Anastasia. Aspettando che sia lei ad
accogliermi tra le sue braccia, nel suo mondo, nel suo
essere. Che mi renda migliore. Deglutisce a malapena,
con il respiro irregolare.

«Ma le punizioni?» chiede con un filo di voce.

«Nessuna punizione» le dico, scuotendo la testa per


rafforzare il concetto e convincerla. «Nessuna»

«E le regole?» continua.

«Nessuna regola»

Mi guarda come se ad un tratto non capisse.

«Nessuna? Ma tu hai dei bisogni»

“Sei tu il mio bisogno, Ana”.

«Ho più bisogno di te, Anastasia. Questi ultimi giorni


sono stati un inferno. Il mio istinto mi diceva di lasciarti
andare, mi diceva che non ti meritavo. Quelle foto che il
ragazzo ti ha fatto... Riesco a capire come lui ti vede.
Sembri serena e bellissima. Non che tu non sia bellissima
ora, ma sei seduta qui e io vedo la tua pena. Ed è dura,
sapendo che sono io quello che ti fa sentire così. Sono un
uomo egoista. Ti ho desiderata fin da quando sei capitata
nel mio ufficio. Sei raffinata, onesta, entusiasta, forte,
arguta, incantevolmente innocente. L’elenco è infinito.
Provo un timore reverenziale di fronte a te. Ti voglio, e il
pensiero che un altro possa averti è come un coltello
che lacera la mia anima oscura»

Le riverso addosso tutto quello che provo. “É tutto. É


tutta la mia anima. Tutto quello che mi ispiri, che sento,
che provo. Ho solo questo ormai. Ho solo te”. Lei non
risponde. Mi fissa e basta, sorpresa, confusa. Ma poi
prende coraggio.

«Christian, perché pensi di avere un’anima oscura? Io


non lo direi mai. Triste forse... Sei generoso, sei gentile, e
non mi hai mai mentito. Io non mi sono impegnata
molto. Sabato scorso è stato uno shock per me. È stato
una specie di risveglio. Ho capito che ci eri andato leggero
con me e che non potevo essere la persona che volevi che
io fossi. Poi, quando ti ho lasciato, mi sono resa conto che
il dolore fisico che mi infliggevi non era niente in
confronto a quello che provavo avendoti perso. Io voglio
compiacerti, ma è difficile»

Anche lei si è lasciata andare. Siamo persi l’uno nella


sincerità dell’altra ora.

«Tu mi compiaci tutto il tempo» le sussurro piano,


desiderandola ora più che mai. Vorrei farglielo capire. Ma
conosco solo un modo. E stasera ho deciso di tenere fuori
il sesso dalla nostra relazione. «Quante volte te lo devo
dire?» la incalzo.

«Non ho mai saputo quello che pensi. Qualche volta sei


così chiuso... come un’isola. Mi intimidisci. È per questo
che rimango zitta. Non so quale direzione prenderà il tuo
umore. Passa da un estremo all’altro in un istante. Mi
confonde. E non mi permetti di toccarti, mentre io
desidero così tanto mostrarti quanto ti amo» mormora
angosciata.

Il solo sentirle dire che vuole toccarmi alza una


barriera in automatico tra me e lei. “Cristo, Ana! Sono
tuo. Sono completamente tuo. Ma questo non posso. Non
riesco. Non chiedermelo”. Prima che possa aprire bocca la
vedo slacciarsi la cintura di sicurezza e spostarsi sul
sedile, fino a sedersi sulle mie ginocchia. La guardo
sorpreso, temendo che possa fare quello che mi ha
appena chiesto di fare. Le sue mani salgono sul mio viso,
una per ogni lato. Mi fissa dritto negli occhi.

«Io ti amo, Christian Grey. E tu sei pronto a fare tutto


questo per me. Sono io quella che non ti merita, e mi
dispiace di non poter fare tutte quelle cose per te. Forse
con il tempo... non lo so... ma sì, accetto la tua proposta.
Dove devo firmare?» mi dice appassionata, sorridendo
piano.

Le mie braccia si stringono attorno al suo esile corpo,


come se non volessero più lasciarla andare via.

«Oh, Ana» sospiro, respirando il suo odore che tanto


mi è mancato.

“Ti amo. Ti amo. Ti amo anch’io, Ana. Ti amo


davvero”. Ma le mie parole restano un profondo segreto
che non riesco a pronunciare ad alta voce. La stringo più
forte, sperando che capisca e lasciandoci cullare entrambi
dalla soave musica che riempie l’abitacolo. Anastasia si
sistema meglio sulle mie ginocchia. Poggia la testa
nell’incavo del mio collo. La mia mano la stringe di più,
accarezzandole piano la schiena.

«Il toccare è un limite assoluto per me, Anastasia» le


sussurro sottovoce.

Temo di perderla. Ma spero che lei possa capire.

«Lo so. Vorrei capire perché» mi dice, tranquilla.

“Perché l’unico tocco che conosco è violento, Anastasia.


L’unico tocco che conosco... porta al dolore. Alla
sofferenza. E alla morte”. Dopo quella che sembra
un’eternità, torno a parlare. So che le devo almeno un
briciolo di spiegazione.

«Ho avuto un’infanzia terribile. Uno dei


protettori della puttana drogata...» le parole mi muoiono
in gola.

Non posso pronunciarle, Non ci riesco. Il corpo mi si


tende, sentendo ancora una volta quel tremendo dolore
dappertutto. Di calci, schiaffi. Misto a quel puzzo di fumo
di sigaretta, alcool e pelle bruciata. La mia pelle.

«Ricordo tutto» le dico in un sussurro doloroso,


sperando che lei abbia capito.

Mi stringe forte, cogliendomi di sorpresa. Ma il suo


abbraccio mi conforta in un certo senso.
«E lei era violenta? Tua madre?» mi chiede a voce
bassa, dolce.

Un debole sospiro mi esce dalla bocca.

«Non che io ricordi. Era indifferente. Non


mi proteggeva dal suo magnaccia» Sospiro di nuovo. A
fondo. «Penso di essere stato io a prendermi cura di lei.
Quando alla fine si è ammazzata, sono passati
quattro giorni prima che qualcuno desse l’allarme e
ci trovasse... Me lo ricordo» le confesso, cercando di non
farmi afferrare dai ricordi.

Eppure è così. Lo ricordo nitidamente. La ricordo,


distesa, immobile. Fredda. Fredda più dei piselli congelati
che ero riuscito a trovare dopo tre giorni di digiuno. E io
che la coprivo, aspettando in silenzio che si svegliasse. Io
che giocavo con i suoi capelli, accarezzandola piano e
vegliando su di lei. Io che scappavo al solo sentire la
maniglia girare, lasciandola al suo destino e chiudendo gli
occhi perché lei non si era svegliata in tempo per fuggire a
nascondersi con me sotto il tavolo della cucina. E ora, lui
le avrebbe fatto male.

Sento il corpo di Anastasia scosso da un brivido. Poi la


sua voce penetra i miei ricordi di bambino.

«È veramente un gran casino» sussurra piano.

«In cinquanta sfumature» aggiungo con un sorriso


triste.

Si avvicina a me e mi bacia il collo, inalando il mio


profumo come spesso faccio io con lei. Poi si accoccola di
più tra le mie braccia. Restiamo in silenzio. Sento il suo
respiro che piano piano si regolarizza e capisco che si
addormenta. La tengo stretta tra le braccia, godendomi
quel calore confortante, quella vicinanza che per cinque
giorni ho agognato, desiderato più della mia stessa vita. Il
mio corpo si rilassa contro il suo. Non è solo desiderio.
Non è mai stato solo desiderio di averla. Ora lo capisco, lo
comprendo a pieno. L’ho sempre amata. L’ho amata da
quando i suoi occhi azzurri hanno incontrato i miei quella
mattina nel mio ufficio. La conosco da meno di un mese e
credo di averla cercata da tutta una vita. E voglio legarla a
me per sempre. ‘Non correre, Grey’. Sì, ok. Non corro. Ma
il pensiero di svegliarmi accanto a lei tutte le mattine, di
tornare a casa e trovarla lì è così allettante. Voglio che sia
mia. Sempre mia. Non posso immaginare di condividere
la vita con un’altra che non sia lei. É lei la mia vita ormai.
E voglio averla accanto nel bene e nel male. Ogni giorno
della mia vita. Un giorno voglio che sia lei ad essere la
madre dei miei figli. Voglio che sia lei a dare luce alla mia
vita. Voglio sposarla.

Resto in contemplazione di quel dolce angelo fino a


quando arriviamo a Seattle. Una manovra un po’ brusca
la sveglia. Sono tentato di dire a Taylor di proseguire fino
all’Escala. Ma non posso. Devo darle spazio. Anche se non
voglio.

«Ciao» le mormoro piano, dandole un bacio sulla


fronte.

«Scusa» mi dice calma, stiracchiandosi ma senza


muoversi dalle mie ginocchia.

Le sorrido.
«Potrei guardarti dormire per sempre, Ana» le dico.

Aggrotta la fronte.

«Ho detto qualcosa?» chiede timorosa.

«No. Siamo quasi arrivati al tuo appartamento» la


rassicuro, sospirando.

«Non andiamo da te?» domanda sorpresa.

«No» rispondo deciso, distogliendo lo sguardo da


quelle labbra tentatrici.

Si tira su a sedere, restando sulle mie gambe.

«Perché no?» chiede curiosa.

«Perché domani devi lavorare» ribatto.

“E perché devi rifletterci. E so che non rifletti se stiamo


vicini”.

«Ah»

Mette il broncio, delusa, come una bambina.

Le faccio un sorriso.

«Perché, hai in mente qualcosa?» la provoco.

Arrossisce piano.

«Bè, forse» ammette speranzosa.

Faccio una risatina divertita.


«Anastasia, non ti toccherò di nuovo, non finché non
mi supplicherai di farlo» le dico, cercando di mantenere
fede alle parole che ho appena pronunciato.

Ma è dura con lei che si agita su di me. ‘Sì, Grey. E non


è l’unica cosa dura a quanto sembra’. Con una mano cerco
di bloccare i suoi movimenti irrequieti senza che lei se ne
accorga. Se lo facesse so che mi tenterebbe. E io
soccomberei.

«Cosa?» chiede incredula.

«Così inizierai a comunicare con me. La prossima volta


che faremo l’amore mi dirai esattamente quello che vuoi,
nei dettagli» le dico con la voce roca.

Parlo, ma la mia mente divaga, immaginandola nuda.


Immaginando la sua pelle delicata, il suo corpo che si
piega al volere del mio. Il suo calore una volta che l’ho
penetrata. Si muove ancora una volta su di me. “Cristo!”.

«Oh...» esclama sorpresa.

La faccio spostare sul sedile prima che si accorga del


pezzo di marmo che mi ritrovo tra le gambe. Taylor
accosta dopo pochi secondi. Siamo arrivati al suo
appartamento. Scendo dall’auto e le apro la portiera. Mi
segue fuori, mentre giro e apro il bagagliaio.

«Ho qualcosa per te» le dico.

Tiro fuori la scatola con le sue cose. Il pc, le chiavi


dell’Audi, il telefono. E il nuovo iPad. Gliela porgo.

«Aprila quando sarai dentro» le dico, guardandola


negli occhi per capire se sarà ubbidiente.

«Tu non vieni?» mi chiede speranzosa, afferrando la


scatola.

«No, Anastasia»

“E non immagini quanto mi costi, piccola”.

«Allora quando ti rivedrò?» domanda, incerta se


andarsene o rimanere ancora qui con me.

«Domani» la rassicuro. E rassicuro anche me stesso.

«Il mio capo vuole che esca a bere qualcosa con lui
domani» mi dice, stringendo piano gli occhi, aspettandosi
una mia sfuriata.

La furia mi acceca, ma cerco di trattenermi dal


ribadirle ora, qui, che è solo mia.

«Ah, sì?» chiedo minaccioso.

«Per festeggiare la mia prima settimana» mi dice,


cercando di domare la mia rabbia per me.

“Non ci andrai da sola, Anastasia”.

«Dove?» le chiedo.

«Non lo so»

«Potrei venire a prenderti» propongo, dal momento


che ancora non ha detto “Vieni con me”.
«Okay... Ti scriverò una mail o un messaggio» taglia
corto.

«Bene»

A dispetto del mio sembrare calmo, dentro mi ribolle


una furia mai provata prima. La seguo fino al portone,
aspettando pazientemente che trovi le chiavi in quel
pozzo che chiama borsa. Quando le infila nella serratura,
mi avvicino a lei, da dietro, e le prendo il mento con le
dita. Le mie labbra si posano dolcemente sulle sue,
sfiorandole, tentandole. Lascio una scia di baci roventi
dall’angolo del suo occhio fino a quello della bocca. La
sento gemere piano, mentre si abbandona con la schiena
al mio corpo.

«A domani» le sussurro sulle labbra.

«Buonanotte, Christian» mi sussurra di rimando, con


la voce carica di desiderio.

Sorrido, ma solo io so l’inferno che sto vivendo in


questo momento. Io e i miei pantaloni, ovviamente.

«Entra» le ordino.

Aspetto che attraversi l’atrio, prima di salutarla.

«A più tardi, piccola» le dico, prima di voltarmi e


tornare verso il SUV.

Sono da qualche minuto nel mio appartamento, a


fissare le luci della notte di Seattle, dalla portafinestra.
Sono... felice. Appagato. Anastasia è di nuovo con me. É
di nuovo mia. Il mio telefono vibra. É lei, lo so. Sorrido e
apro la mail.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 9 giugno 2011 23.56
Oggetto: iPad
Mi hai fatta piangere di nuovo.
Amo l’iPad. Amo le canzoni.
Amo l’app della British Library. Amo te.
Grazie.
Buonanotte
Ana XX

Sorrido teneramente.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 10 giugno 2011 00.03
Oggetto: iPad
Sono contento che ti sia piaciuto. Ne ho comprato uno anche per me.
Ora, se fossi lì, asciugherei le tue lacrime con i miei baci. Ma non ci
sono... perciò va’ a dormire.
Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

La sua risposta non tarda ad arrivare.


Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 10 giugno 2011 00.07
Oggetto: Mr Scontroso
Come al solito, sembri autoritario e forse difficile, forse scontroso, Mr
Grey. Io conosco qualcosa che potrebbe addolcirti. Ma non sei qui, e
non mi lasceresti fare, e ti aspetti che ti supplichi...
Sogna pure, signore.
Ana XX
PS: Ho notato anche che hai incluso l’inno dello stalker, Every Breath
You Take. Mi diverte il tuo senso dell’umorismo, ma il dottor Flynn lo
sa?

Rido sonoramente. Ho pensato la stessa cosa di me


stesso quando ho inserito quella canzone.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 10 giugno 2011 00.10
Oggetto: Calma zen

Mia carissima Miss Steele,

le sculacciate sono ammesse anche nelle relazioni vaniglia, lo sai. Di


solito consensualmente e in un contesto erotico... ma sono più che
felice di fare un’eccezione. Sarai sollevata di sapere che anche al
dottor Flynn piace il mio senso dell’umorismo. Adesso, per favore, va’
a dormire o domani mattina non ti alzerai.
A proposito... mi supplicherai, fidati. E io non vedo l’ora.

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Il mio cazzo si tende oltremisura. Il solo pensiero di


perdermi di nuovo dentro di lei mi lascia senza fiato.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 10 giugno 2011 00.12
Oggetto: Buonanotte e sogni d’oro

Bè, visto che me lo chiedi gentilmente e mi piacciono le tue deliziose


minacce, mi accoccolerò con l’iPad che mi hai regalato e mi
addormenterò navigando nella British Library, ascoltando la musica
che lo dice per te.

A XXX
“Ti amo, Anastasia. Sto impazzendo per quanto ti
amo”.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 10 giugno 2011 00.15
Oggetto: Un’ultima richiesta

Sognami.
X

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Torno a fissare il cielo buio fuori dalla finestra. Ora c’è


una nuova luce a rischiararlo tutto quel buio. É la sua, che
mi trascina con sé. Abbasso lo sguardo, un sopracciglio
alzato a fissare la mia innegabile erezione. “Cristo!
Dormire sarà un’impresa stanotte”.
Capitolo 6
La sveglia ancora prima dell’alba di questa mattina non
mi aveva per niente reso stanco e spossato. Anzi. Tentavo
di convivere con un’erezione pazzesca ogni qual volta il
mio pensiero andava a lei. Anastasia Steele. La donna più
bella, dolce, sexy e testarda che avessi mai conosciuto.
Avevo anche fatto i conti con Taylor e la storia del
fazzoletto. Era stato reticente, ma quando aveva capito
che ero irremovibile mi aveva detto della crisi di pianto di
Anastasia. Mi ero arrabbiato, avevo sbraitato, ma, alla
fine, era passato tutto grazie alla consapevolezza di averla
di nuovo con me. Guardo l’orologio. Sono appena le 8. A
quest’ora dev’essere già in ufficio. Io ci sono venuto di
buon’ora stamattina, per cercare di scaricare la tensione
lavorando. Apro il programma delle mail e gliele scrivo
una.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 10 giugno 2011 08.05
Oggetto: Perciò aiutami...

Spero che tu abbia fatto colazione.


Mi sei mancata stanotte.

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Aspetto un bel po’. Ok, no. Forse non è ancora in


ufficio. Ma le ho dato il BlackBerry. Dovrebbe poter
leggere e rispondere. Forse le è capitato qualcosa. No, dai.
Non è sicuramente successo nulla. Sarà distratta. E se le
succedesse qualcosa mentre è distratta? Cristo. Merda.
‘Smettila, Grey’.
Il familiare suono della posta ricevuta mi fa esalare un
sospiro di sollievo.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 10 giugno 2011 08.33
Oggetto: Vecchi libri...

Mentre ti scrivo, sto mangiando una banana.


Non ho fatto colazione per diversi giorni, perciò è un passo avanti.
Adoro l’app della British Library.
Ho iniziato a rileggere Robinson Crusoe...
E ovviamente, ti amo. Ora lasciami in pace, sto cercando di lavorare.

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

Sorrido, sollevato. Grato della sua presenza nella mia


vita. E mi ama. Lo so. Non lo merito, ma lo so.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 10 giugno 2011 08.36
Oggetto: Tutto qui quello che hai mangiato?

Puoi fare meglio di così.


Hai bisogno di energie per supplicarmi.

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

La provoco. E l’effetto è immediato anche su di me.


Nonostante mi sia ripromesso di avere una semplice
relazione con lei, è innegabile che pensarla in ginocchio,
ad implorarmi di farla godere è... è eccitante. E straziante
allo stesso tempo. Sono così perverso. E lei... lei lo fa
sembrare quasi naturale. Forse perché non sa.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 10 giugno 2011 08.39
Oggetto: Rompiscatole

Mr Grey,

sto cercando di lavorare per guadagnarmi da vivere, e sei tu quello


che supplicherà.

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

Dio, Anastasia. Ti voglio. Ti voglio troppo per lasciare


passare le ore che ci separano. Sarei anche disposto a
supplicarti per averti. Ti voglio da impazzire. E forse sto
impazzendo sul serio.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 10 giugno 2011 08.40
Oggetto: Fatti sotto!

Certo, Miss Steele, io adoro le sfide...

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Le scrivo simpaticamente. Mi appoggio allo schienale


della mia poltrona, guardando la porta del bagno. E se... ?
‘Datti un contegno, Grey’. Decido che è meglio
concentrarmi sul lavoro. Ma prima... devo chiamare mia
madre. Non so perché ne sento il bisogno, ma prima che
possa analizzarlo troppo ho già avviato la chiamata.
Risponde subito, dopo due squilli.

«Tesoro! Buongiorno!»
La sua voce è sempre così calma ed avvolgente. Come
un abbraccio. Uno di quelli che io non ho mai potuto
avere.

«Mamma» le dico, trattenendo a stento la gioia nel


petto. «Chiamavo per dirti che domani verrò alla festa...
insieme ad Anastasia»

Sento un respiro spezzato. Dopo qualche attimo di


silenzio la sento tirare su col naso. “Sempre la solita,
dottoressa Grace”.

«Oh, Christian... sono... sono così felice per te»


mormora a stento, tra le lacrime.

Ok. Meglio terminare la chiamata qui. É un tantino


troppo per me.

«Ora devo andare, mamma. A sabato»

Riaggancio e mi metto al lavoro, staccando solo per


una breve pausa pranzo. Ogni tanto apro il cassetto della
scrivania e guardo la nostra foto insieme. Più volte sono
tentato di scriverle. Ma opto per lasciarle un po’ di spazio
per pensare... a come supplicarmi. Sorrido al mio riflesso
nel vetro della finestra. Che gran figlio di puttana
fortunato che sono! Il pensiero mi fa aggrottare la fronte.
Mi è appena venuto in mente il suo capo. Non so perché,
ma ha qualcosa di familiare. Comunque, familiare o non
familiare, non mi piace. Sembra... malvagio, perfido. E
viscido. Credo sia giunto il momento di fare un controllo
delle mie proprietà. Chiamo Barney.

Due ore più tardi mi ritrovo a fissare lo schermo del


mio pc. Con rabbia. Il mio consulente per la sicurezza ha
appena scoperto che le mail di Anastasia alla SIP sono
monitorate. Perché? Perché diavolo il suo capo deve
sapere con chi parla e soprattutto cosa dice? I conti non i
tornano. Scrivo una mail a Welch, chiedendogli di fare
luce su Jack Hyde il viscido capo di Anastasia. Il segnale
sonoro delle mail cattura la mia attenzione dopo appena
pochi minuti. Ma non è Barney. É lei. Il cuore mi balza in
gola.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 10 giugno 2011 16.05
Oggetto: Annoiata...

Mi giro i pollici. Come stai? Che cosa stai facendo?

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

Oh, Ana. I tuoi pollici potrebbero essere altrove


proprio ora.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 10 giugno 2011 16.15
Oggetto: I tuoi pollici

Saresti dovuta venire a lavorare per me. Non ti staresti girando i


pollici. Sono certo che per loro avrei trovato un uso migliore. Infatti
sto pensando a un certo numero di opzioni... Sono immerso nella
solita routine degli affari. È tutto molto noioso. Le tue mail alla SIP
sono monitorate.

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Cerco di mantenere il più possibile un tono neutro.


Aggrotto la fronte. “Stasera devo dirle che sono il suo
nuovo capo. Non le piacerà. Ma deve saperlo”.

Alle 17.15 minuti sono ancora bloccato in ufficio a


sorbirmi Ros che mi parla dell’ultima acquisizione che
abbiamo effettuato. Il pensiero di Anastasia da sola con
quella serpe mi manda in bestia. Ho letto il breve
rapporto di Welch. Nulla di straordinario. Tranne che per
il numero di assistenti che ha cambiato da quando è
direttore editoriale della SIP. Durano tre mesi e poi vanno
via. É alquanto insolito. Circa un quarto d’ora più tardi,
ricevo una nuova mail da Anastasia.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 10 giugno 2011 17.36
Oggetto: Ti sentirai a casa

Stiamo andando in un bar che si chiama Fifty. L’ironia che se ne


evince è senza fine. Non vedo l’ora di vederti lì, Mr Grey.

AX

Oh, Anastasia. Quello che evinco io da questa


situazione è che il tuo capo è uno stronzo e io non
permetterò che tu passi sola con lui un minuto di più.
Liquido Ros e m’infilo in ascensore, digitandole una
risposta.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 10 giugno 2011 17.38
Oggetto: Rischi

Evincere è un’occupazione molto pericolosa.

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.
La sua risposta è immediata.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 10 giugno 2011 17.40
Oggetto: Rischi?

Qual è il punto?

Da: Christian Grey


A: Anastasia Steele
Data: 10 giugno 2011 17.38
Oggetto: Solamente...

Facevo un’osservazione, Miss Steele. Ci vediamo tra poco. Prima di


quanto tu creda, piccola.

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Taylor mi sta già aspettando fuori dalla GEH. Mi infilo


in auto e gli do le coordinate del locale dove mi aspetta
Anastasia. Il mio telefono vibra. É un sms. Di Mia.
“Non vedo l’ora di rivedere Anastasia domani :D Non fare il coglione
con lei. Mi piace troppo! XD”

Mia. Sempre la solita. Sempre. Sorrido, ma la tensione


non mi abbandona. Quando finalmente riusciamo a
fuggire dal traffico dell’ora di punta a Seattle, quasi salto
giù dall’auto. Quando entro nel locale vedo quello che non
avrei mai voluto vedere. Ana è seduta al bancone del bar,
cupo e squallido. Accanto a lei qualcosa di altrettanto
cupo e squallido sta invadendo il suo spazio personale.
Jack Hyde. Quello stronzo del suo capo. Mi avvicino a
grandi passi. Abbastanza da sentire la sua ultima
domanda.
«Hai programmi per questo weekend?» le chiede con
un sorrisetto squallido da pervertito.

“Oh, coglione, non hai idea di quanti programmi io


abbia per te”. Ana balbetta qualcosa in risposta,
imbarazzata e tesa. Ma il suo corpo si rilassa non appena
mi avvicino, cingendole le spalle con affetto e
possessività. Mi chino sulla sua testa, sfiorandole
dolcemente i capelli con le labbra. Il suo profumo mi
manda in estasi.

«Ciao, piccola» le mormoro dolcemente all’orecchio.

Poi lo guardo, i miei occhi diventano gelidi. Se i miei


occhi fossero pugnali, lui sarebbe appena morto trafitto
da milioni di stilettate. Anastasia cattura subito la mia
attenzione. Il suo corpo reagisce a me come una calamita.
Riesco a percepire addirittura la sua eccitazione. La attiro
ancora di più a me, poi mi giro a guardarla, lanciandole
un sorrisetto malizioso. Ana mi squadra dalla testa ai
piedi. Negli occhi le leggo pura lussuria. “Oddio, usciamo
di qui, altrimenti ti scopo ora”. Hyde si ritrae di qualche
passo. Il movimento distoglie l’attenzione di Ana da me,
riportandoci tutti al presente.

«Jack, lui è Christian» mormora come se si sentisse in


colpa. E non gli dice che sono il suo fidanzato. Perché,
Ana? «Christian, lui è Jack» aggiunge, tenendo gli occhi
bassi.

«Sono il suo fidanzato» aggiungo da solo, allungando


la mano e stringendo gelidamente quella di Hyde.

L’uomo che ho di fronte mi scruta, tentando di capire


se gli conviene o meno sfidarmi al duello per avere la mia
ragazza. E quando apre la sua schifosa bocca per parlare
mi rendo conto che ha fatto male i suoi calcoli. Molto
male.

«E io sono il suo capo» replica arrogante. «Ana mi ha


parlato di un ex fidanzato» puntualizza acido.

Lo guardo calmo, ma dentro ribollo di rabbia.

«Bè, non più ex» replico deciso. «Vieni, piccola, è ora


di andare» aggiungo, rivolgendomi ad Anastasia
dolcemente.

«Per favore, rimani e bevi qualcosa con noi» dice


Hyde, cambiando improvvisamente tono.

Deve aver capito che qui non c’è trippa per gatti.
Guardo Ana, che a sua volta fissa quella che dev’essere la
sua collega. Non mi ero neppure accorta di lei fino ad ora.

«Abbiamo dei programmi» replico con un sorriso


misterioso rivolto ad Ana.

La sento tremare all’improvviso. Mi guarda da sotto le


lunghe ciglia, il suo viso si colora leggermente di rosso e
io ho una fottuta voglia di baciarla. A fondo.

«Un’altra volta, forse» aggiungo prendendole la mano


e facendola alzare dallo sgabello sul quale è seduta.
«Vieni»

«Ci vediamo lunedì» le sento dire cordialmente,


mentre la trascino via dal locale. Taylor ci aspetta
nell’Audi parcheggiata accanto la marciapiede.
Anastasia si ferma un secondo. Mi giro a fissarla.

«Perché mi è sembrata una gara a chi fa pipì più


lontano?» mi chiede mentre le apro la portiera.

«Perché lo era» le mormoro mentre mi passa accanto,


lanciandole un sorrisetto impudente.

“Ma tu sei solo mia, Anastasia”.

«Salve, Taylor» esclama, fissando Jason dallo


specchietto, mentre mi sistemo accanto a lei.

«Miss Steele» la saluta lui di rimando, sorridendole.

Chiudo lo sportello e le afferro subito la mano,


portandomela alle labbra e sfiorandola con un bacio
leggero. “Ora ci siamo solo noi, Ana”.

«Ciao» le sussurro dolcemente, sorridendole con gli


occhi.

Le guance le si arrossano quasi subito. Lancia uno


sguardo a Taylor, mentre io, ignorandolo come sempre, le
lancio uno sguardo carico di desiderio e lussuria sfrenata.
Il suo corpo si tende, è nervosa, eccitata, freme di
impazienza. Proprio come me.

«Ciao» sospira, incespicando con la saliva.

«Che cosa ti piacerebbe fare stasera?» le chiedo con


fare allusivo.

«Pensavo che avessi detto che avevamo dei


programmi» sussurra, abbassando lo sguardo.
«Oh, io so cosa mi piacerebbe fare, Anastasia. Sto
chiedendo cosa piacerebbe fare a te» le dico alzando un
sopracciglio, divertito e arrogante.

Ana mi sorride. Un bellissimo sorriso, ampio e


luminoso.

«Capisco» le rispondo, le mie labbra distorte in un


ghigno perverso. «Quindi... supplicami. Preferisci farlo
nel mio appartamento o nel tuo?» le chiedo
maliziosamente, piegando la testa di lato e scopandola
solo con lo sguardo.

«Penso che tu sia molto presuntuoso, Mr Grey. Ma


tanto per cambiare, potremmo andare nel mio
appartamento» mi dice con una finta aria da saputella,
mordendosi lentamente il labbro inferiore.

La fisso più intensamente, mentre la mi innegabile


erezione, che oramai mi accompagna da ben 24ore, torna
a pretendere attenzione. Da me, ma soprattutto da lei.

«Taylor, da Miss Steele, per favore» ordino, senza


staccare i miei occhi da quelle labbra meravigliose,
dolcemente torturate dai suoi denti.

«Sì, signore»

Ci immergiamo nel traffico, rimanendo per un po’ a


scrutarci.

«Allora dimmi, com’è andata oggi?» le chiedo.

Devo dirle della SIP.


«Bene. E a te?» mi chiede sorridendomi.

«Bene, grazie»

E non riesco a fare a meno di sorridere come un idiota.


Come lei del resto. Sembriamo due bambini felici.
Innamorati l’uno dell’altra. Le bacio nuovamente il dorso
della mano, ammirandola sinceramente.

«Sei incantevole» le sussurro piano.

«Anche tu» risponde, con gli occhi che le brillano.

Odio dover rovinare questo momento. Ma devo


dirglielo prima di arrivare a casa sua.

«Il tuo capo, Jack Hyde, è bravo nel suo lavoro?» le


chiedo diretto.

Mi guarda confusa, a bocca aperta. Aggrotta la fronte,


scrutandomi.

«Perché? Non c’entra con la gara della pipì, no?» mi


chiede curiosa.

Le sorrido sarcastico.

«Quell’uomo vuole entrare nelle tue mutandine,


Anastasia» le rispondo seccamente.

Spalanca la bocca, arrossendo violentemente, mentre


fissa nervosamente la testa impassibile di Taylor.

«Bè, può volere quel che gli pare... Perché stiamo


parlando di questo? Sai che non nutro alcun interesse per
lui. È solo il mio capo» mi dice, ancora sconvolta.

«È questo il punto. Lui vuole ciò che è mio. Ho bisogno


di sapere se è bravo nel suo lavoro» le rispondo deciso.

Ana mi guarda frastornata.

«Penso di sì» ammette alla fine.

«Bè, sarà meglio che ti lasci in pace, oppure si troverà


con il culo sul marciapiede» sbotto, non riuscendo più a
trattenere l’irritazione per quello stronzo.

«Oh, Christian, di cosa stai parlando? Non ha fatto


niente di male» lo dice, ma i suoi occhi dicono altro.

«Se fa una sola mossa, tu dimmelo. Si chiama condotta


gravemente immorale. O molestie sessuali» sibilo furioso.

«Era solo un drink dopo il lavoro» tenta di


giustificarsi.

«Te lo ripeto. Una mossa ed è spacciato» le intimo.

«Non hai questo tipo di potere» sbotta, girandosi verso


il finestrino e tentando di alzare gli occhi al cielo.

All’improvviso si blocca. ‘Ora sei fottuto, Grey’.

«Oppure ce l’hai, Christian?» mi chiede sconvolta.

Le faccio un sorrisetto arrogante. Non posso negare


che sapere di poter mandare in frantumi la vita di quel
pervertito mi rende felice.
«Stai comprando la casa editrice» sussurra inorridita.

Smetto di sorridere, avvertendo la paura nella sua


voce.

«Non esattamente» confesso.

«L’hai comprata. La SIP. Di già» chiede, con gli occhi


sbarrati.

‘Oh, Grey, scusa. Mi ero sbagliato. É ora che sei


fottuto’.

Sbatto le palpebre, diffidente.

«È possibile» ammetto, sondando il terreno.

«L’hai fatto o non l’hai fatto?» chiede con un filo di


voce.

“Oh, al diavolo, Ana! Ti voglio al sicuro!”

«L’ho fatto» confesso, a testa alta, stizzito.

Apre la bocca ancora di più, incredula.

«Perché?» esclama fuori di sé.

«Perché posso farlo, Anastasia. Ho bisogno di saperti


al sicuro» le dico, arrabbiato.

«Avevi detto che non avresti interferito nella mia


carriera!» urla, senza infischiarsene del fatto che Taylor
può sentirla.
«E non lo farò» le dico guardandola negli occhi.

Abbassa gli occhi sulle nostre mani ancora intrecciate e


strappa via la sua dalla mia.

«Christian...»

É furente. Le parole non le escono di bocca.

«Sei arrabbiata con me?» le chiedo con un pizzico di


rimorso. Ma nemmeno tanto alla fine. Se tornassi
indietro, lo rifarei.

«Sì, certo che sono arrabbiata con te» sibila.

“Merda”. ‘No, guarda Grey, nella merda ci sono io dato


che ho fantasticato per giorni sulla fantastica brunetta
che hai di fronte’. Scuoto leggermente la testa,
concentrandomi e lasciando perdere le fantasie idiote del
mio cervello.

«Che razza di manager di alto livello prende


decisioni basate su chi si sta scopando al momento?»
aggiunge acida, impallidendo e lanciando subito
un’occhiata a Taylor.

“Finalmente se n’è ricordata”. Stringe forte le labbra,


serra gli occhi e respira a fondo, cercando di calmarsi.
Apro la bocca per ribattere. Ma non so cosa dirle. La
richiudo, fissandola accigliato. Mi fa sempre venire voglia
di metterle il muso come i bambini. “Cristo!”.
Continuiamo a lanciarci occhiate velenose a vicenda, fino
a quando non arriviamo al suo appartamento. Anastasia
esce in fretta e furia dall’auto, senza aspettare che Taylor
o io le apriamo la portiera. Si avvia a passo spedito verso
il portone d’ingresso. Scendo velocemente, avvicinandomi
al finestrino aperto di Taylor.

«Credo che sia meglio che aspetti qui» gli dico


accigliato.

Poi, praticamente, le corro dietro, mentre lei è ferma a


cercare freneticamente le chiavi nella sua borsa. Faccio
un respiro profondo. Molto profondo.

«Anastasia» le dico calmo, tentando di rabbonirla.

Sospira rumorosamente e si volta a guardarmi, furiosa.

«Primo, è un po’ che non ti scopo. Un bel po’, mi pare.


Secondo, volevo entrare nel settore dell’editoria. Delle
quattro case editrici qui a Seattle, la SIP è quella più
redditizia, ma si trova a un bivio e rischia di fossilizzarsi.
Ha bisogno di espandersi»

Non è del tutto falso. É ragionevole. Ma non è neppure


del tutto vero. Ana mi fissa gelidamente, cercando di
trafiggermi con il suo sguardo.

«E così adesso sei il mio capo» dice indispettita.

«Tecnicamente, sono il capo del capo del tuo capo» le


dico con un sorriso di scuse.

«E, tecnicamente, questa è grave condotta immorale...


il fatto che mi stia scopando il capo del capo del mio
capo» ribatte acida.

“Merda”.
«In questo preciso momento ci stai litigando» le dico,
aggrottando la fronte.

«Perché è un tale coglione» sibila di getto.

Il suo epiteto mi coglie di sorpresa. Faccio un passo


indietro, spalancando gli occhi per la sorpresa. Non riesco
a tenere a freno la risata che mi esce dal cuore. Ma ci
provo.

«Un coglione?» mormoro, stringendo le labbra per


non sorridere.

«Sì» risponde, alzando un sopracciglio, e cercando di


trattenersi dal farsi contagiare dal mio divertimento.

“Dio, è bellissima anche quando fa la stronza”.

«Un coglione?» le chiedo di nuovo, guardandola e


fingendo di soppesare l’aggettivo che mi è stato rivolto.

Non riesco a trattenermi dal sorridere stavolta. Mi


guarda accecata dalla furia, di nuovo.

«Non farmi ridere quando sono arrabbiata con te!»


grida con i pugni serrati.

E non mi trattengo più. Le sorrido apertamente, e lei,


dopo un po’ di resistenza, mi sorride di rimando.
Ridacchiamo entrambi. “Fosse stata un’altra, sarebbe già
nella mia stanza rossa. Ma lei... lei la amo”. Ana cerca di
ricomporsi per prima.

«Solo perché ho un sorriso cretino sulla faccia non


significa che non ce l’abbia a morte con te» mormora
tentando di darsi un contegno.

Mi avvicino a lei, ammaliato dalla sua forza interiore.


Mi chino, fissandola negli occhi. Poi strofino il naso
contro i suoi capelli, inalando a fondo il suo delizioso
profumo di cui oramai non riesco a fare a meno. Come
una droga.

«Come sempre, Miss Steele, sei imprevedibile» le


sussurro. Mi scosto leggermente da lei, guardandola di
nuovo e sorridendole. «Allora, mi inviterai a salire o
dovrò appellarmi al mio diritto democratico di cittadino
americano, imprenditore e consumatore di comprare
qualunque accidenti di cosa mi faccia piacere?» le
mormoro contro le labbra, senza baciarla. “Ti amo,
Anastasia. Ma dopo questa sfuriata ingiustificata non ti
renderò le cose facili”.

«Hai parlato di questo con il dottor Flynn?» mi dice


sarcastica, alzando un sopracciglio.

Rido, contro le sue labbra morbide.

«Vuoi farmi entrare o no, Anastasia?»

Tenta, fallendo, di minacciarmi con lo sguardo, ma


sorride mentre si gira ad aprire la porta. Senza neppure
girarmi agito una mano in aria e sento l’Audi partire.
Saliamo le scale e dopo pochi attimi mi ritrovo nel suo
appartamento. In mattoni, una grossa isola in cucina, una
tv che stona con il resto dell’arredamento. Opera della
coppia Kavanagh-Grey, suppongo. Elliot si è vantato di
come ha usato bene il trapano. Sento i suoi occhi fissi su
di me, mentre passeggio nell’appartamento con
noncuranza, osservando l’ambiente circostante.
«Bell’appartamento» dico, fissando alcune foto che la
ritraggono insieme alla sua coinquilina.

«Lo hanno comprato i genitori di Kate per lei»

Annuisco distrattamente, mentre mi giro a guardarla. I


miei occhi si fanno attenti, accarezzando ogni suo
dettaglio. Arrossisce leggermente, abbassando lo sguardo.

«Ehm... vuoi qualcosa da bere?» mormora,


improvvisamente priva della sua recente spavalderia.

«No, grazie, Anastasia»

La fisso con intenzione, mentre godo della sua


crescente agitazione. “Mi vuoi, come io voglio te. Ma sarai
tu a cedere per prima”.

«Che cosa vuoi fare, Anastasia?» le chiedo dolcemente,


tentandola, mentre mi avvicino a grandi passi al suo
corpo fremente. «Io so cosa vorrei fare» aggiungo quando
la raggiungo, con voce bassa e roca. Carica di desiderio di
lei. Di bisogno oserei dire.

Ana indietreggia, fino a quando non la ferma l’isola di


cemento dietro di lei.

«Sono ancora arrabbiata con te» sussurra.

«Lo so» le dico con un sorrisetto di scuse.

“E non sai quanto è eccitante pensare di scoparti così,


arrabbiata, furiosa con me. Avida di me”. Il mio uccello
decide di animarsi e iniziare a vivere di vita propria.
«Vuoi mangiare qualcosa?» mi chiede a voce bassa,
tremante.

Annuisco lentamente, senza smettere di fissarla.

«Sì, te» mormoro lascivamente.

Anastasia deglutisce a fatica, arrossendo di nuovo. Mi


avvicino troppo forse, ma riesco a controllarmi. Non la
tocco, non la sfioro nemmeno. Mi crogiolo nel calore che
emanano i nostri corpi. La guardo fisso, e avverto il suo
tremore. É pallida. Aggrotto la fronte.

«Hai mangiato oggi?» mormoro.

«Un sandwich a pranzo» ribatte piano.

Stringo forte gli occhi maledicendomi.

«Hai bisogno di mangiare»

“Ne hai bisogno, per quello che voglio farti. Per quanto
voglio scoparti”.

«In questo momento non ho fame... di cibo» mi tenta


con un sussurro.

«E di cosa sei affamata, Miss Steele?» le chiedo


sfiorandole le labbra con il mio respiro.

«Penso che tu lo sappia, Mr Grey» mormora.

Mi protendo di più, le nostre labbra si sfiorano a


malapena. Ma mi fermo, avvicinandomi invece al suo
orecchio sinistro.
«Vuoi che ti baci, Anastasia?» le sussurro.

«Sì» sospira debolmente, il respiro affannato.

«Dove?» la provoco.

«Dappertutto» sussurra.

E quell’unica parola mi attraversa come una scarica


elettrica, arrivando fino al mio cazzo, che fa male sotto i
jeans. Chiudo brevemente gli occhi e riprendo il controllo
di me stesso.

«Dovrai essere un po’ più specifica di così. Ti ho detto


che non ti toccherò finché non mi supplicherai e non mi
dirai che cosa fare» le dico piano, arrogante.

«Per favore» sussurra.

«Per favore cosa?» le chiedo a bassa voce.

«Toccami»

Sento lo stesso bisogno che provo io nella sua voce.


“Dio, quanto mi ecciti Miss Steele”.

«Dove, piccola?» le chiedo con voce carica di desiderio.

Ana mi guarda, i suoi occhi scendono sulle mie labbra


e poi più giù. Allunga una mano ma mi ritraggo.

«No, no» le dico, quasi rimproverandola, il mio petto


va su e giù sia per il desiderio, sia per la paura.

«Cosa?» chiede confusa.


«No» le rispondo, riprendendo la calma.

«No del tutto?» mi chiede tentandomi.

Nella sua voce si sente il bisogno urgente di essere


toccata, scopata a dovere, e portata sull’orlo del piacere. E
vuole che a farle tutto questo sia io. Solo io. ‘Smettila di
fare il coglione, Grey. E datti una mossa’. Anastasia
approfitta della mia leggera esitazione e fa un passo in
avanti. Indietreggio, alzando le mani. Ma sorrido di
fronte alla sua intraprendenza.

«Stai attenta, Ana» la avverto.

La determinazione che leggo nei suoi occhi mi


esaspera. Mi passo una mano nei capelli.

«Qualche volta non t’importa» mi dice, mettendo un


delizioso broncio da monella. «Magari potremmo
prendere un evidenziatore, e tracciare la mappa delle
zone off-limits»

La sua proposta accende un bisogno animalesco dentro


di me. E anche una lampadina nella mia testa. Alzo un
sopracciglio, scrutando quella testolina che non smette
mai di sorprendermi. “Ok. Ho deciso. Non resisto più”.

«Non è una cattiva idea. Dov’è la tua camera da letto?»


mi informo.

Mi fa un breve cenno con la testa, indicando una porta


alle mie spalle. Un lampo nella testa mi fa venire in mente
che non ho preservativi con me.

«Stai prendendo la pillola?» chiedo, senza riuscire a


sembrare totalmente disinteressato.

La sua espressione manda in frantumi buona parte


della serata che avevo in mente. “Merda!”. Aggrotto la
fronte, frustrato sempre di più.

«No» si lamenta.

«Capisco» le dico trattenendo la rabbia.

“Ok, calmati Christian. Un modo lo trovi”.

«Vieni, mangiamo qualcosa» le dico con un sospiro.

«Pensavo che stessimo andando a letto! Io voglio


venire a letto con te» geme, quasi piagnucola, mentre mi
implora.

“Alla fine lo hai fatto, Anastasia. Anche se... non ancora


come voglio”.

«Lo so, piccola» le dico sorridendo.

Poi non resisto. Mi avvicino rapidamente a lei,


afferrandole i polsi per evitare il suo tocco che potrebbe
spingersi oltre, e la attiro tra le mie braccia. I nostri corpi
si scontrano, premuti l’uno contro l’altro. Il mio cazzo
duro come il marmo sfiora il suo ventre delicato.

«Hai bisogno di mangiare e anch’io» mormoro.


«D’altra parte... l’attesa è la chiave della seduzione, e
in questo momento sto ritardando l’appagamento»

Rimette quel delizioso broncio.


«Sono già sedotta e voglio l’appagamento ora. Ti
supplico, per favore» piagnucola.

Le sorrido dolcemente. Poi respiro a fondo, calmando


il mio istinto.

«Mangia. Sei troppo magra» le bacio affettuosamente


la fronte, lasciandole i polsi.

Mi lancia un’occhiataccia, che mi diverte ancora di più.

«Sono ancora arrabbiata perché hai comprato la SIP, e


ora sono arrabbiata perché mi stai facendo aspettare» mi
dice, incrociando le braccia sotto al seno.

«Sei una signorina arrabbiata, vero? Ti sentirai molto


meglio dopo un buon pasto» la prendo bonariamente in
giro.

«So dopo cosa mi sentirei molto meglio» sbotta con


un’aria da saputella.

La guardo, sentendo riaccendersi un delizioso


desiderio dentro di me.

«Anastasia Steele, sono scioccato» la prendo


bonariamente in giro, anche se l’immagine di lei riversa
sulle mie ginocchia mi manda in estasi.

“Non andare in quella direzione, Grey”.

«Smettila di prendermi in giro. Non stai giocando


lealmente» dice arrabbiata, ma rassegnata.

Devo mordermi il labbro inferiore per soffocare un


sorriso. Ci scrutiamo a vicenda per qualche attimo, poi la
sua espressione cambia. Aggrotta la fronte, come se si
sentisse in colpa.

«Potrei cucinare qualcosa... solo che dobbiamo andare


a fare la spesa» mi dice abbassando lo sguardo.

«La spesa?» le chiedo senza capire.

«Per comprare qualcosa da mangiare» ammette


riluttante.

«Non hai cibo qui?» le chiedo severo.

Scuote piano la testa, mordicchiandosi il labbro,


colpevole. “Possibile che non abbia cibo in casa? Come
diavolo... oh”. Guardo il suo corpo diventato magrissimo.
“Piccola. É colpa mia, dunque”.

«Andiamo a fare la spesa, allora» le dico, furioso con


me stesso per averle fatto del male anche standole
lontano.

«Quand’è stata l’ultima volta che sei entrato in


un supermercato?» mi chiede, distraendomi dalla conta
delle scatole di cereali che sono sullo scaffale di fronte a
me. Non immaginavo potessero essercene tanti. Mi sento
strano, qui dentro. La seguo, in silenzio, ammirando il
modo in cui si districa tra gli scaffali e sceglie quello che
più le piace. É affascinante.

«Non me lo ricordo» ammetto, stringendomi nelle


spalle.

«È Mrs Jones a fare la spesa?» mi chiede con un


sorriso divertito e luminoso.

«Credo che Taylor l’aiuti. Non ne sono sicuro» replico.

Mi guarda con un’aria di superiorità. Si sente a suo


agio. É un ambiente che conosce, nel quale sa muoversi. E
io no. Questo la diverte. “Oh, Miss Steele. Più tardi mi
diverto io”.

«Ti andrebbe bene qualcosa da saltare in padella? È


veloce da preparare» mi dice, buttando lì con casualità il
fatto di voler fare il prima possibile.

«Una cosa saltata in padella suona bene» le dico


sorridendole malizioso.

«È tanto che lavorano per te?» mi chiede, riferendosi


ovviamente a Mrs Jones e Taylor.

«Taylor, quattro anni, penso. Mrs Jones più o meno lo


stesso. Perché non hai cibo in casa?» le chiedo fissandola.

«Lo sai perché» borbotta, arrossendo subito e girando


lo sguardo per evitare il mio.

«Sei stata tu a lasciarmi» le mormoro con


disapprovazione.

«Lo so» mi dice piano, con lo sguardo basso.

Il ricordo le fa male. E mi sento subito un coglione per


averglielo fatto riaffiorare alla mente. In silenzio, la seguo
fino alla cassa, dove ci inseriamo nella fila. Guardo il
carrello, nel silenzio, e noto che ha preso un sacco di cibo,
ma niente vino. So che quello che hanno qui è pessimo.
Potrei usarlo come pretesto per uscire. E magari prendere
anche dei preservativi.

«Hai qualcosa da bere?» le chiedo guardandola.

«Birra... credo» risponde poco convinta.

«Prendo del vino» le dico velocemente,


allontanandomi in direzione del banco frigo. Faccio un
breve giro e torno a mani vuote, ovviamente, facendole
una smorfia di disgusto.

«C’è un buon negozio di alcolici qui accanto» mi dice.

“Ottimo”.

«Vado a vedere quel che hanno» le dico, uscendo in


fretta, evitando due donne che si fermano proprio
all’ingresso.

Trovo subito il negozio di alcolici e compro il migliore


vino che hanno. Poi esco velocemente dal negozio, a pochi
metri c’è una farmacia notturna. Entro e faccio una cosa
che non facevo da anni. Compro dei preservativi. A casa
non ho di questi problemi. Jason ha una lista di cose da
comprare per me. E tra queste, sì, anche i preservativi.
Evito il sorrisetto del ragazzo dietro al bancone e mi
affretto a tornare da Anastasia. La trovo ad aspettarmi
fuori, in strada, con le buste accanto alle gambe e un
sorrisetto furbo sul viso. Le sorrido, prendo le borse della
spesa e mi incammino con lei verso casa.

Entriamo in silenzio nell’appartamento, sento il suo


sguardo addosso mentre poggio le buste sull’isola in
cemento e l’aiuto a disfarle.
«Sembri molto... casalingo» mi dice all’improvviso.

«Nessuno mi ha mai accusato di ciò prima d’ora»


ribatto seccamente. Afferro la bottiglia di vino bianco e
mi avvicino alla cucina, in cerca di un cavatappi.

«Questo posto non mi è ancora familiare. Credo che il


cavatappi sia nel cassetto» mi dice, indicandolo col
mento.

La osservo mentre apro la bottiglia. É persa nei suoi


pensieri. Stupore, desiderio, lussuria... amore, voglio
sperare.

«A cosa stai pensando?» le chiedo, togliendomi la


giacca e poggiandola sulla spalliera del divano.

«A quanto poco ti conosco veramente» risponde


semplicemente.

La guardo, affettuoso stavolta.

«Tu mi conosci meglio di chiunque altro» le dico


sincero.

«Non credo» risponde.

Un pensiero triste le attraversa la mente.

«È così, Anastasia. Sono una persona molto riservata»


le dico, porgendole un bicchiere di vino.

Lo prende e io faccio tintinnare il mio contro il suo.

«Alla salute» le dico piano.


«Alla salute» risponde.

Beve, mentre poso la bottiglia in frigo. Quando torno


accanto a lei, sta trafficando con il cibo.

«Posso aiutarti?» le chiedo.

«No, va bene così... Siediti» mi dice, liquidandomi in


fretta.

«Mi piacerebbe aiutarti» le dico sinceramente.

Mi scruta per un attimo. Poi guarda il cibo disposto


sull’isola.

«Puoi tagliare le verdure» dice con un sorriso.

Sospetto sia il compito più facile che abbia trovato per


me.

«Io non cucino» le dico, avvertendola quasi, mentre


guardo sospettoso il coltello che mi sta porgendo.

«Immagino che tu non ne abbia bisogno» mi dice con


un sorrisetto, mettendomi davanti un tagliere e alcuni
peperoni rossi.

Li fisso, confuso. “Cosa vuole che faccia?”.

«Non hai mai tagliato le verdure?» chiede stupita e


divertita allo stesso tempo.

«No» ammetto, corrucciato.

Mi lancia un sorrisetto compiaciuto.


«È un sorriso condiscendente quello?» le chiedo
divertito.

«A quanto pare, questa è una cosa che io so fare e tu


no. Vediamo di affrontarla, Christian. Credo che questa
sia una prima volta. Ecco, ti faccio vedere»

Mi viene accanto, sfiorandomi piano con il suo corpo


tentatore. La vicinanza è troppo. Faccio due passi
indietro, tentando di concentrarmi su quello che mi fa
vedere.

«Così» mi dice, affettando abilmente un peperone e


togliendo i semi.

«Sembra abbastanza semplice» le dico, prendendola in


giro.

«Non dovresti avere problemi» mormora


ironicamente.

La fisso per un attimo. Da quando è così sciolta?


Sembra che in cinque giorni abbia ritrovato tutta la sua
forza interiore. E ora la sta usando per tenermi testa. E mi
piace.

Distolgo lo sguardo da lei, che mi guarda curiosa. Si


allontana e inizia a tagliare il pollo, mentre io mi dedico
diligentemente al lavoro che mi ha assegnato.

Con la coda dell’occhio seguo i suoi movimenti. Si


avvicina al lavello, lava le mani, cerca il wok, mette l’olio,
traffica con gli ingredienti. Ad ogni passo fa in modo che
il suo percorso si incontri con me. Mi sfiora, si struscia,
mi tocca con il suo meraviglioso corpo. Il mio cazzo tira e
fa un male cane, maledizione. Nonostante il mio corpo si
irrigidisca, lei non demorde.

«So cosa stai facendo, Anastasia» mormoro eccitato,


mentre mi districo tra coltello e peperoni.

«Credo che lo chiamino cucinare» ribatte


ironicamente, guardandomi e sbattendo le palpebre
innocentemente.

Mi raggiunge e si mette di fronte a me, tagliuzzando il


resto degli ingredienti. Ogni tanto si sposta, strusciando il
corpo contro di me.

«Sei piuttosto brava in questo» le dico, cercando di


distoglierla dalla sua opera di seduzione.

«A tagliare?» dice con finta innocenza, sbattendo le


ciglia da cerbiatta. «Anni di pratica»

Si avvicina e mi sfiora di nuovo. Il suo morbido sedere


struscia voluttuosamente contro la mia coscia. “Cristo
santo!”. Il mio uccello è dolorante, non resisto oltre. Non
ce la posso fare.

«Se lo fai un’altra volta, Anastasia, ti prendo sul


pavimento della cucina» la avverto con voce bassa e roca.

«Prima dovrai supplicarmi» mi dice compiaciuta.

«È una sfida?» le chiedo poggiando il coltello sul


tagliere.

«Forse»
Mi avvicino lentamente a lei, il desiderio mi guida. Mi
protendo verso il fornello, spegnendolo. “Bene, Ana.
Avrai quello che vuoi”.

«Credo che mangeremo più tardi» le dico. «Metti il


pollo nel frigo»

Mi scruta con gli occhi sgranati, mentre, tremando


leggermente, rimette a posto la ciotola dopo averla
coperta. Quando si volta l’ho già raggiunta, accanto al
frigorifero.

«E così, stai supplicando?» sussurra, guardandomi


sfacciatamente.

«No, Anastasia» le dico, scuotendo piano la testa.


«Niente suppliche» mormoro.

Ci fissiamo a vicenda per qualche attimo. Ad un tratto


lei si morde forte il labbro inferiore, i suoi occhi
fiammeggiano di desiderio. E lo stesso fanno i miei
mentre non resisto più a starle così lontano. Le afferro
violentemente i fianchi e la attiro contro il mio corpo che
brama di possederla. Le sue mani corrono verso i miei
capelli, mentre la mia bocca famelica si avventa sulla sua.
La spingo forte contro il frigo, godendomi i suoi mugolii
di piacere. Il mio cazzo freme, strusciandosi contro il suo
ventre. Lascio scorrere una mano sulla sua schiena e poi
nei suoi capelli, afferrandoli e tirandole la testa indietro
per guardarla.

«Che cosa vuoi, Anastasia?» sospiro eccitato come non


mai.

«Te» ansima, la voce ridotta ad un filo.


«Dove?» le chiedo guardandola.

“Sei tu che decidi, tu che comandi, Anastasia”.

«A letto» dice senza fiato.

Mi allontano e la prendo tra le braccia, trasportandola


velocemente nella sua camera da letto. La deposito
dolcemente in piedi, accanto al letto e accendo la lampada
sul comodino. Scruto la stanza, poi mi avvicino alla
finestra, chiudendo le tende chiare.

«E adesso?» le chiedo piano.

“Ok, ho ceduto io, ma non te lo renderò più facile”

«Fa’ l’amore con me» sussurra con un fremito, che si


ripercuote in tutto il mio corpo.

«Come?» le chiedo piano.

Le mie dita le sfiorano piano un braccio, mentre lei


non risponde. Gli occhi le si velano di desiderio, ma resta
in silenzio.

«Devi dirmelo, piccola» la incito, sorridendole in


maniera sensuale e provocante.

«Svestimi» sussurra senza fiato.

Sorrido e infilo l’indice nella scollatura della sua


camicetta azzurra. La attiro a me e le nostre labbra si
sfiorano.

«Brava ragazza» le mormoro piano, senza staccare gli


occhi da lei.

Lentamente inizio a slacciare i piccoli bottoni della sua


camicia, facendola sospirare ancora. Le sue mani vanno
ad appoggiarsi sulle mie braccia, per reggersi. Quando ho
finito, gliela sfilo, lasciandola cadere a terra. Lancio un
fugace sguardo ai suoi seni contenuti in un meraviglioso
pizzo color pastello e poi lascio scivolare la mano sino alla
cintura dei suoi jeans, sbottonandoli piano e abbassando
la cerniera. I miei occhi sono di nuovo nei suoi.

«Dimmi che cosa vuoi, Anastasia» le dico, ansimando


sulle sue labbra aperte come le mie.

«Baciami da qui a qui» sussurra tremante, disegnando


una linea con il dito dalla base dell’orecchio sinistro fin
sotto la gola.

Le scosto piano i capelli, sorridendo, e mi chino su di


lei, lasciandole dolci e teneri baci lungo il percorso
tracciato dal suo piccolo indice.

«I miei jeans e le mutandine» le sento mormorare.

Sorrido per la sua impazienza. Le mie mani scivolano


sulla sua pelle, mentre mi inginocchio di fronte a lei. Mi
guarda, inebriata dall’anticipazione di quello che sto per
farle. Infilo i pollici nei jeans, gentilmente, lasciandoli
scivolare lungo le sue cosce lisce e sottili. Con i jeans
lascio scendere anche le mutandine di pizzo. Anastasia si
sfila le ballerine nere e si libera di quello che le rimane
addosso. Rimane solo con il reggiseno. Mi fermo,
guardandola e attendendo i suoi comandi.

«E adesso, Anastasia?» le chiedo con voce roca.


«Baciami» sussurra.

«Dove?» le chiedo maliziosamente.

Arrossisce velocemente.

«Lo sai dove» sussurra sottovoce.

«Dove?» le chiedo ancora una volta.

Imbarazzata mi indica veloce il basso ventre. Le faccio


un sorrisetto. “Ora ti faro impazzire, Miss Steele”. Stringe
gli occhi forte.

«Con piacere» ridacchio piano.

Le deposito un soffice e delicato bacio sul suo sesso


voglioso, bagnato. Umido di eccitazione. E poi non
resisto. Allungo la lingua, muovendola su tutta la sua
piccola fessura, sul suo clitoride che pulsa. Ana geme in
modo convulso, afferrandomi i capelli e stringendoli
forte. Non mi fermo, disegnando cerchi sul suo piccolo
bottoncino delicato, facendola tremare per il bisogno di
venire.

«Christian, per favore» mi supplica quasi.

«“Per favore” cosa, Anastasia?»

“Supplicami, Ana. Supplicami di scoparti, di entrarti


dentro a fondo”.

«Fa’ l’amore con me» implora.

«Lo sto facendo» mormoro malizioso tra le sue gambe.


«No. Ti voglio dentro di me»

La sua voce è quasi stridula per quanto mi desidera.


“Sì, Ana. Così”.

«Sei sicura?»

«Per favore» supplica.

La torturo ancora con la lingua, circondando la sua


vagina tremante, leccando, avido del suo dolce nettare.
Ana emette un gemito sonoro.

«Christian... per favore» implora, tentando di


staccarmi da lei.

Strofino il naso sul suo sesso, inspirando il suo dolce


profumo. Mi alzo, guardandola. I suoi occhi si spostano
sulle mie labbra, bagnate di lei.

«Allora?» le chiedo, alzando un sopracciglio, con un


sorrisetto arrogante.

«Allora cosa?» sospira, col fiato corto, guardandomi


confusa.

«Sono ancora vestito» le dico piano, allargando le


braccia.

Mi fissa per qualche attimo, poi allunga una mano


tremante verso la camicia.

Mi sposto appena in tempo all’indietro.

«Oh, no» la rimprovero.


Alzando un sopracciglio, la guardo in attesa. Inspira a
fondo, fissandomi dritto negli occhi. E poi cade
meravigliosamente in ginocchio davanti a me. Mi slaccia
la cintura, litigandoci un po’, e poi i jeans, che tira giù
insieme ai miei boxer. Libera la mia erezione, che le sfiora
quasi il viso. É così vicina. Alza lo sguardo sui di me.
“Oddio. Ho sognato momenti come questo sin dalla
prima volta che l’ho vista. L’ho sognata in ginocchio,
pronta per me. A darmi piacere in ogni modo possibile.
Ho desiderato di riempire e zittire quella bocca
impudente fin dal primo istante”. Mi sfilo completamente
i jeans e mi chino un attimo a togliere i calzini. Quando
mi raddrizzo lei me lo stringe in mano, accarezzando tutta
la mia lunghezza. Gemo, mentre i miei muscoli si tendono
all’unisono. Esitante si avvicina, prendendolo in bocca.
Succhia forte, facendomi sussultare. Mugola di piacere,
serrando ancora di più la bocca attorno al mio cazzo.

«Ah. Ana... ferma. Piano» gemo.

Le accarezzo piano la testa, mentre lei lo prende ancora


più a fondo in bocca. Stringe le labbra e la punta del mio
uccello le arriva fino in gola, riempiendola tutta. Succhia
di nuovo, più forte.

«Oh, sì» sibilo di piacere.

Succhia di nuovo, sempre più forte. Mi sta spremendo.


Mi sta succhiando via l’anima. E io la sto adorando. É
magnifica. E mi fa stare così bene. La sua lingua saetta
piano sulla mia cappella infuocata.

«Ana, basta. Fermati» gemo.

Ma lei continua imperterrita. Alza lo sguardo su di me


e vedo il lampo di sfida. “Cazzo. Ecco cosa vuoi. Vuoi che
ti supplichi”. Cerco di resistere, di non cedere, ma sto per
esplodere. E voglio farlo dentro di lei, non nella sua
bocca.

«Okay, hai vinto» sibilo a denti stretti. «Non voglio


venirti in bocca»

Succhia ancora una volta prima che l’afferri per le


spalle e la tiri su. La spingo sul letto, ammirando il suo
corpo. Mi sfilo la camicia dalla testa, gettandola a terra.
Mi chino sui miei jeans, estraendo un preservativo dalla
tasca. Ho il fiato corto per l’eccitazione.

«Togliti il reggiseno» le ordino.

La sua immediata obbedienza mi eccita ancora di più.


É ansiosa di compiacermi. E sì, a dispetto di quello che
avevo intenzione di fare con lei, voglio essere
compiaciuto.

«Sdraiati. Voglio guardarti»

Esegue in silenzio, restando nuda, mentre mi infilo


lentamente il preservativo. Guardarla offrirsi a me in quel
modo mi sta facendo impazzire. Mi inumidisco le labbra,
assaporando i residui del suo sapore.

«Sei una visione meravigliosa, Anastasia Steele» mi


chino sul letto, arrampicandomi sul suo corpo.

Le bacio la pelle a mano a mano che risalgo. Mi


soffermo sui suoi seni, stuzzicandola fino a farla gemere e
contorcere sul lenzuolo.
«Christian, per favore» mormora mentre sto per
portarla al limite.

«Per favore cosa?» sussurro sulla sua pelle.

«Ti voglio dentro di me» implora.

«Mi vuoi adesso?» la tormento ancora.

«Per favore» supplica bisognosa.

La fisso negli occhi, mentre le mie mani scendono ad


aprirle le gambe. E, finalmente, dopo giorni di straziante
agonia, il mio cazzo si bagna di nuovo dei suoi umori,
penetrandola a fondo, lentamente. Chiude gli occhi,
godendosi ogni attimo. Sembra in estasi, i suoi
movimenti dolci e sexy come un perverso rallenty di un
film erotico. La sola visione rischia di farmi venire.
Solleva il bacino, venendomi incontro, impaziente di
essere posseduta da me. Di essere mia. Il gemito che le
esce dalla gola è un suono straziante e lussurioso al tempo
stesso. Le sue dita si infilano nei miei capelli, mentre
continuo a penetrarla piano.

«Più veloce, Christian, più veloce... per favore»


supplica ancora una volta.

Le lancio uno sguardo di trionfo. Alla fine, ha ceduto.


Mi approprio prepotentemente delle sue labbra, iniziando
a scoparla con forza. Il mio ritmo è implacabile, ad ogni
stoccata la inchiodo al materasso, riversando in questo
intenso atto sessuale tutta la frustrazione e il desiderio
degli ultimi cinque giorni, che mi sono sembrati 5mila
anni. Ana inizia ad urlare e gemere sconnessamente,
accendendo sempre di più la mia eccitazione. Il mio ritmo
aumenta, più veloce, insistente, estenuante. Sento le sue
gambe tendersi. E anch’io sto per raggiungere il limite.

«Avanti, piccola» ansimo sulle sue labbra. «Vieni»

Anastasia spalanca gli occhi, fissandomi, persa nel suo


piacere. Urla forte, mentre si stringe intorno a me come
una deliziosa morsa. E viene. E io non resisto oltre a
quella vista, a quelle sensazioni. Esplodo dentro di lei,
liberando la mia anima insieme al mio orgasmo.

«Ana! Oh, cazzo, Ana!» grido, crollando pesantemente


su di lei, la mia testa sul suo collo, il mio respiro contro la
sua pelle.

“Sono tuo. Sono irrimediabilmente tuo oramai”.


Capitolo 7
Non so per quanto tempo rimaniamo entrambi in
silenzio, ansimanti, l’uno addosso all’altra. Mi beo in quel
conforto che solo il suo calore sa darmi. Solo il suo corpo
unito al mio. La sento muoversi piano sotto di me. Sposto
la testa in modo che possa guardarla. Ha gli occhi chiusi,
il corpo rilassato in un torpore postorgasmico, i
lineamenti rilassati di chi ha goduto tanto. Mi scopro a
guardarla con ammirazione, con venerazione. Sì, con
amore. Quando riapre gli occhi e mi scopre a fissarla non
mi importa. Le sorrido teneramente, strofinando piano il
mio naso contro il suo, mentre mi sorreggo sui gomiti.
Per un attimo aggrotta le sopracciglia, guardando il mio
collo, il mio torace. So che vorrebbe toccarmi. E il
pensiero mi fa male. E non per il dolore fisico che potrei
provare. Ma per quello che provo al pensiero di non
essere in grado di superare questo mio limite assoluto.
Inizio a capire solo ora cosa intendeva Flynn le mille volte
che mi diceva che pormi dei limiti nelle mie relazioni non
era poi un bene per me. Se avessi tentato, se avessi osato
prima, magari ora sarei potuto essere in grado di
sostenere questa sfida. Avrei potuto godere del suo tenero
tocco che desidero, di cui avrei bisogno più dell’aria. Le
mie mani si poggiano ai lati della sua testa, mentre le do
un leggero e tenero bacio sulle labbra, sfilandomi
finalmente da lei. Le nostre labbra si toccano lievemente,
si assaggiano piano, per poi staccarsi di malavoglia.

«Tutto questo mi è mancato» sospiro piano, contro la


sua bocca carnosa.

«Anche a me» risponde piano, guardandomi con i suoi


occhi grandi, aperti. Sinceri.
Le mie dita scorrono leggere sul suo mento, tirandolo
verso di me e baciandola ardentemente. Le nostre lingue
turbinano insieme, si scontrano, ancora avide di noi
anche dopo il soddisfacente amplesso appena consumato.
La mia mano scorre sulla pelle del suo viso, mentre la mia
lingua continua il suo assalto provocante. Le dita arrivano
tra i suoi capelli, stringendoli forte e tenendo salda la sua
bocca sulla mia. In quel bacio riverso tutto il mio bisogno
di lei, tutta la paura che ho di perderla. Quando ci
stacchiamo, Anastasia è senza fiato. Proprio come me.

«Non lasciarmi più» la imploro, la supplico,


guardandola dritto negli occhi, cercando di farle capire
quanto ho bisogno di essere rassicurato.

«Okay» mormora piano, sorridendo debolmente.

Il mio sorriso in risposta è aperto, sincero, gioioso. La


guardo felice, senza riuscire a nascondere la mia gioia.

«Grazie per l’iPad» mi dice, senza smettere di fissarmi.

«Di niente, Anastasia» le rispondo, continuando a


giocherellare con le ciocche dei suoi capelli.

«Qual è la tua canzone preferita tra quelle?» mi chiede


d’un tratto.

Tu. Tu sei la mia canzone preferita. Tu sei la melodia


che non smetterei mai di suonare.

«Ora vuoi sapere troppo» le rispondo vago, con un


sorriso. «Vieni, cucinami qualcosa, donzella. Sono
affamato» aggiungo, mentre mi tiro su a sedere,
portandola con me.
«Donzella?» chiede, con la sua risata da scolaretta
felice.

«Donzella. Cibo, ora, per piacere» le dico, facendole un


leggero broncio e guardandola con aria supplichevole.

«Visto che me lo chiedete gentilmente, sire, mi ci


applico subito» risponde giocosa.

Scende dal letto, con un piccolo balzo. Il movimento fa


cadere il suo cuscino, scoprendo il palloncino sgonfio che
le ho mandato la scorsa settimana. Il piccolo Charlie
Tango gonfiabile, che ora ha perso vigore e giace
appiattito sulla stoffa candida del lenzuolo. Lo prendo in
mano, aggrottando la fronte. Sono compiaciuto. La
guardo con aria interrogativa, mentre lei arrossisce
leggermente.

«Quello è il mio palloncino» mi dice, con aria


possessiva. Si gira, afferrando l’accappatoio appeso alla
porta e infilandoselo.

«Nel tuo letto?» mormoro, sentendomi geloso per un


attimo di quel piccolo palloncino.

«Sì» risponde, arrossendo di nuovo. «Mi tiene


compagnia» aggiunge piano, quasi triste.

«Beato Charlie Tango» le dico sorpreso.

“Oh, Ana. Quanto ti ho fatta stare male se hai avuto


bisogno di aggrapparti ad un palloncino?”.

«È il mio palloncino» mi dice, prima di voltarsi e


andare di là, lasciandomi solo sul letto, triste e
compiaciuto allo stesso tempo.

Mi ha pensato. Mi ha desiderato con la stessa intensità


con cui l’ho desiderata io. Ha continuato ad amarmi,
mentre io scoprivo di provare lo stesso per lei. Mi infilo in
fretta i jeans e la camicia. Tiro fuori il BlackBerry dalla
tasca e mando un sms a Taylor, dicendogli di portare
l’Audi di Anastasia nel vialetto davanti casa sua. In fondo
le ho restituito le chiavi e non ha protestato. É tutto come
prima. Prima di tornare di là, poggio sul comodino anche
gli altri due preservativi, maledicendomi tra me e me per
aver comprato solo una fottutissima scatola da tre invece
che l’intera scorta della farmacia.

Quando la raggiungo, la trovo intenta a cucinare, in


silenzio. Dalla giacca tiro fuori il mio iPod e lo collego al
suo impianto stereo. Poi, in silenzio, vado ad appoggiarmi
all’isola in cemento, osservando i suoi movimenti, il suo
essere così a proprio agio. La guardo e desidero vederla
così tutti i giorni, desidero tornare a casa, la sera, e sapere
di non essere solo, di trovarla lì. Forse è il pensiero di
poterla avere ogni volta che voglio. Di sapere che mi basta
fare qualche passo e attraversare una porta per trovare
quello che cerco. Quello che mi fa stare bene.

«A cosa pensi?» mi chiede, sorridendomi gentilmente,


mentre prepara un vassoio con il cibo finalmente pronto.

La guardo per un lungo istante in silenzio. Adorandola


ogni secondo di più.

«A te, Miss Steele» le rispondo enigmatico.

Arrossisce, colorando di rosso il suo bellissimo viso.


Prendo il vassoio e mi dirigo verso il divano.
«Vieni. Mangiamo, Anastasia. Hai bisogno di
recuperare le forze. Non ho ancora finito con te»

Poggio il vassoio a terra. Quando mi raggiunge, senza


smettere di fissarmi, le tendo la mano, attirandola contro
il mio corpo. Le accarezzo piano la schiena e le deposito
un casto bacio sulle labbra. Non chiudo gli occhi. La
guardo. Guardo la sua dolcezza infinita fondersi con me.
Che non lo merito. Ma non sarò meno egoista da lasciarla
andare. La voglio tutta per me. Non la merito. Ma finché
posso averla, mi prenderò tutto quello che posso avere.

Seduti sul tappeto, mangiamo, sorseggiando vino e


ascoltando musica. Sono appoggiato con la schiena al
divano, con le gambe allungate, rilassato e appagato.
Anastasia è accanto a me, con le gambe incrociate sotto il
suo accappatoio di spugna. Mi sto godendo questo
momento così perfetto. Sono visibilmente rilassato, qui
seduto a terra con la donna che amo, a mangiare ottimo
cibo.

«È buono» le dico, con sincera ammirazione, mentre


infilo le bacchette nella ciotola di porcellana che contiene
degli ottimi noodles.

Ana annuisce, mentre mangia di buon grado,


osservando le mie gambe distese e i miei piedi nudi.

«Di solito sono io che cucino. Kate non è una gran


cuoca» mi dice tra un boccone e l’altro.

«È stata tua madre a insegnarti?» le chiedo,


assaggiando un pezzo di pollo.

«No davvero!» esclama sarcastica, sbuffando


leggermente. «Quando ho iniziato a interessarmi alla
cucina, mia madre era andata a vivere con il Marito
Numero Tre a Mansfield, in Texas. E Ray, Bè, lui sarebbe
andato avanti a toast e cibo da asporto, se non fosse stato
per me» confessa con un sorrisetto.

La guardo curioso.

«Perché non sei andata in Texas con tua madre?» le


chiedo.

«Steve, suo marito, e io... non andavamo d’accordo. E


mi mancava Ray. Il matrimonio con Steve non è durato
molto. Lei è rinsavita, credo. Non ha mai più parlato di
lui» mi dice tranquillamente.

La osservo in silenzio, notando come la decisione che


mi ha appena confessato non le abbia mai procurato
rimorso.

«Perciò sei rimasta a vivere con il tuo patrigno»

«Sì»

«Sembra che tu ti sia presa cura di lui» le dico,


sorridendole.

«Suppongo di sì» dice, stringendosi nelle spalle con


aria modesta.

«Sei abituata a prenderti cura delle persone» osservo


piano.

“É una piccola crocerossina. Forte e indipendente. Si


butterebbe nel fuoco per le persone che ama. Pensa a
tutti. Mentre io voglio essere l’unico a prendermi cura di
lei. A tenerla al sicuro”.

Il mio tono sommesso le fa alzare lo sguardo. Mi


guarda con aria interrogativa, aggrottando la sua morbida
fronte in modo che le si formino delle piccole linee sottili
che vorrei tanto toccare.

«Cosa c’è?» chiede, leggermente allarmata.

«Io voglio prendermi cura di te» le confesso sincero.

I miei occhi brillano, mentre la guardo ardentemente.


Anastasia apre leggermente la bocca, ansimando piano.

«L’ho notato» sussurra alla fine. «Solo che lo fai in un


modo bizzarro» aggiunge, distogliendo per un attimo lo
sguardo, per poi tornare a fissarmi.

Aggrotto la fronte, riflettendo sulle sue parole. “Forse,


hai ragione, Anastasia. Ma ho bisogno del mio controllo
su di te. Non posso rinunciarci”.

«È il solo modo che conosco» le dico semplicemente.

«Sono ancora arrabbiata con te per aver comprato la


SIP» mi dice, leggermente stizzita.

Le sorrido arrogante.

«Lo so, ma la tua rabbia, piccola, non mi avrebbe


fermato» le dico apertamente.

«Cosa dirò ai miei colleghi? A Jack?» mormora,


spostandosi leggermente.
Il solo sentire nominare quello stronzo mi fa infuriare.
Stringo gli occhi, imbronciandomi.

«Quello stronzo fa meglio a stare attento» dico senza


mezzi termini.

«Christian!» mi rimprovera. «È il mio capo»

La guardo senza cambiare minimamente idea.


“Potrebbe essere anche il presidente degli Stati Uniti,
Anastasia. Sarebbe sempre un fottutissimo figlio di
puttana”.

«Non dirglielo» rispondo, senza abbandonare la mia


aria indispettita, da ragazzino.

«Non devo dirgli cosa?» chiede confusa.

«Che possiedo la SIP. I termini del contratto sono stati


approvati ieri. C’è il divieto di divulgare la notizia per
quattro settimane, mentre il management della SIP fa
alcuni cambiamenti» rispondo.

I suoi occhi si sgranano piano.

«Oh... perderò il lavoro?» chiede allarmata.

«Sinceramente ne dubito» le dico sarcasticamente.

Faccio del mio meglio per trattenere il sorriso


impudente che mi sta affiorando sulle labbra. Ho
rischiato di giocarmi l’intera serata. Non vorrei rischiare
di giocarmi quello che ne resta ora. Mi lancia
un’occhiataccia.
«Se dovessi andarmene e trovare lavoro in un’altra
azienda, comprerai anche quella?» mi chiede
cinicamente.

«Non stai pensando di andartene, vero?» le domando,


diffidente.

‘Qual è il problema, Grey? Tanto la seguiresti fino in


capo al mondo. Compreresti la luna pur di saperla al
sicuro’. La sua espressione cambia, diventando diffidente.

«Forse. Non sono sicura che tu mi stia dando molta


scelta» mi risponde acida, incrociando le braccia.

«Sì, comprerò anche quell’azienda» le rispondo


categoricamente.

Mi lancia un’altra occhiataccia, poi sospira, esasperata.

«Non pensi di essere un tantino iperprotettivo?» mi


chiede, scuotendo piano la testa.

«Sì. Sono pienamente consapevole di dare


quest’impressione» dichiaro con un’espressione
fintamente solenne.

«Chiama il dottor Flynn» mormora.

Deposito la mia ciotola vuota a terra, guardandola


dritto negli occhi, senza cedere. Sospira di nuovo,
rassegnata. Poi si alza dal pavimento, prendendo la mia
ciotola e portandola, insieme al vassoio con i resti della
nostra cena, sull’isola in cucina.

«Vuoi il dolce?» mi chiede da lontano.


«Ora sì che ragioniamo!» le dico con un gran sorriso
lascivo, guardandola dalla testa ai piedi.

«Non me» aggiunge, come se mi avesse letto il


pensiero. «Abbiamo il gelato. Vaniglia» ridacchia
maliziosamente. Dentro di me un’idea prende forma. “Sì,
potremmo divertirci sul serio... ”.

«Davvero?» le dico, senza riuscire a tenere a freno il


mio sorriso. «Credo che possiamo inventarci qualcosa
con quello» mormoro piano, guardandola lascivamente.

Mi alzo dal pavimento, accarezzandole il corpo con lo


sguardo.

«Posso restare?» le chiedo speranzoso.

«Che cosa intendi?» chiede girandosi a fissarmi.

«Stanotte» mormoro.

Non voglio rischiare di rovinare tutto. Da oggi dovrò


sempre sapere quello che le passa per la testa, quello che
vuole e quello che invece non vuole.

«Avevo dato per scontato che lo facessi» mi dice piano.

«Bene. Dov’è il gelato?» chiedo con l’allegria ritrovata.

«Nel forno» risponde, con un sorriso dolce.

Sospiro, scuotendo la testa divertito.

«Il sarcasmo è la forma più bassa d’ironia, Miss


Steele» le dico, fissandola ardentemente.
Il desiderio di essere di nuovo dentro di lei mi sta già
divorando.

«Potrei sempre rovesciarti sulle mie ginocchia»


aggiungo maliziosamente, mentre il mio uccello prende a
pulsare violentemente per la brama che ho di lei e del suo
corpo.

Mi fissa per un secondo, mentre poggia delicatamente


le ciotole nel lavello.

«Hai quelle sfere d’argento?» chiede, fingendo


disinteresse.

Mi tasto il petto, l’addome e le tasche dei jeans,


fingendo di cercare qualcosa.

«Stranamente, non le porto sempre con me. Non ci


faccio molto con quelle in ufficio» le dico con una finta
aria di scuse.

«Sono lieta di sentirlo, Mr Grey. Pensavo che avessi


detto che il sarcasmo è la forma più bassa d’ironia» mi
apostrofa divertita dalla nostra piccola schermaglia.

«Bè, Anastasia, il mio nuovo motto è: “Se non puoi


batterli, unisciti a loro”» le dico, stringendomi nelle spalle
con un sorrisetto.

Apre la bocca, divertita. Scuote piano la testa, mentre


le lancio un’occhiata compiaciuta. Poi apro il freezer,
prendendo il barattolo di gelato alla vaniglia.
“Ben&Jerry’s... ottimo”.
«Questo andrà benissimo» le sussurro, fissandola con
gli occhi che ardono di desiderio. «Ben&Jerry’s&Ana»
mormoro contro il suo orecchio, sporgendomi piano in
avanti e scandendo ogni parola.

La sua bocca si spalanca. Mi allontano, avvicinandomi


al cassetto delle posate. Prendo un cucchiaio e porto di
nuovo lo sguardo su di lei. La guardo, pregustandomi
nella mia mente quello che le farò. Il solo pensiero di
assaggiare il gelato dalla sua pelle mi manda in visibilio.
Mi passo la lingua sui denti, senza smettere di scoparla
con lo sguardo.

La sento ansimare da lontano. Faccio qualche passo


verso di lei.

«Spero che tu abbia caldo» le sussurro «Ti raffredderò


con questo. Vieni»

Le tendo la mano e lei la afferra tremante. La trascino


in camera da letto. Poggio il barattolo e il cucchiaio sul
comodino, tiro la trapunta dal letto e impilo i cuscini sul
pavimento. Guardo le lenzuola candide.

«Hai lenzuola di ricambio, vero?» le chiedo, alzando lo


sguardo su di lei e scoprendola a fissarmi.

Annuisce, in silenzio. Afferro il palloncino,


intenzionato a spostarlo.

«Non impiastricciarmi il palloncino» mi dice


guardinga.

Le faccio un sorrisetto.
«Non mi sognerei mai, piccola, ma voglio
impiastricciare te e queste lenzuola» le prometto
lascivamente.

Il suo corpo è scosso da un tremore.

«Voglio legarti» le dico piano, avvicinandomi a lei.

«Okay» sussurra, mentre gli occhi le si sgranano.

«Solo le mani. Al letto. Ho bisogno che tu stia ferma»


la rassicuro. O almeno ci provo.

«Okay» sussurra di nuovo con un filo di voce.

La fisso negli occhi, colmando la poca distanza tra di


noi.

«Useremo questa» le dico, continuandola a fissare


mentre le sfilo la cintura dell’accappatoio lentamente,
lasciandola strusciare piano sulla stoffa morbida del suo
accappatoio, che si schiude piano davanti ai miei occhi.
Fisso il suo corpo nudo, accarezzandolo con gli occhi,
beandomi in quella visione sublime. Poi torno a fissarla
negli occhi. Spingo l’accappatoio a terra, lasciandolo
scivolare dalle sue spalle. Ana rimane nuda davanti a me,
splendida come una dea. Lentamente le sfioro
ripetutamente il viso con le nocche. Poi mi avvicino,
baciandola velocemente.

«Sdraiati sul letto, supina» le ordino dolcemente,


mentre dentro di me sto bruciando per l’intensità del mio
desiderio.
Anastasia obbedisce, muovendosi leggermente incerta,
illuminata dalla sola luce dell’abat-jour. Rimango in
piedi, di fronte a lei, incapace di smettere di fissarla. La
sua pelle candida, nella penombra, è una dolce
tentazione.

«Potrei rimanere a guardarti tutto il giorno,


Anastasia» le dico, salendo sul letto.

Mi arrampico su di lei, mettendomi a cavalcioni. Le


mie dita scorrono sulla morbida pelle del suo ventre,
risalendo sino al seno.

«Alza le braccia sopra la testa» le ordino piano.

Obbedisce, muovendo le braccia lentamente,


eccitandomi di più. Il movimento provoca il sollevamento
dei suoi seni, che si offrono alla mia vista tentandomi. É
una delle cose che amo di più del vederla legata. Il mio
uccello si tende al solo pensiero di infilarsi tra quelle due
dolci colline. “Un giorno o l’altro, Anastasia, soddisferò
anche questa fantasia”. Mi sporgo su di lei, legandole il
polso sinistro con la cintura, assicurandola poi alle sbarre
del letto. Ripeto l’operazione con la mano destra. Quando
ho finito mi rilasso. “Ora sono io a condurre il gioco, Miss
Steele”. Anastasia aggrotta la fronte per un attimo,
mentre scendo dal letto. Sembra attraversata da un
pensiero triste, ma il mio movimento la distrae. Mi chino
di nuovo su di lei, depositandole un bacio veloce sulle sue
labbra leggermente schiuse. Mi sfilo la camicia, tirandola
dalla testa, senza sbottonarla. Poi tiro via anche i jeans.
Sotto non indosso i boxer e sento il suo respiro bloccarsi,
per poi ripartire a rapida velocità. Le afferro le caviglie e
la tiro sul letto, in modo che le sue braccia siano tese. Le
linee del suo corpo sono divine, i suoi seni mi invitano ad
assaggiarli, il suo ventre implora solo di essere baciato.

«Così va meglio» mormoro apprezzandola davvero.

Prendo il barattolo di gelato dal comodino e il


cucchiaio. Risalgo sul letto, mettendomi a cavalcioni su di
lei. Tolgo lentamente il coperchio, fissandola. Immergo il
cucchiaio nella vaniglia compatta.

«Mmh... è ancora piuttosto duro» le dico, alzando un


sopracciglio.

Ovviamente non mi riferisco solo al gelato. Prendo una


cucchiaiata di gelato la metto in bocca.

«Delizioso» mormoro, leccandomi provocante le


labbra. «È sorprendente come la buona e semplice
vaniglia possa essere gustosa» le dico, facendole
l’occhiolino, divertito, mentre mi guarda a bocca aperta.
«Ne vuoi un po’?» le chiedo scherzoso.

Mi sto divertendo da matti a tenerla sulle spine. Ana


annuisce timidamente. Le porgo il gelato sul cucchiaio e
lei apre quelle meravigliose labbra per me. Arrivo quasi a
sfiorargliele, poi infilo il cucchiaio nella mia bocca.

«È troppo buono per dividerlo» le dico, sorridendole


maliziosamente.

«Ehi» protesta debolmente.

«Perché, Miss Steele, ti piace la vaniglia?» la provoco


ancora una volta.
«Sì» mi dice decisa, mentre si muove sotto di me,
cercando di farmi cadere.

L’attrito dei nostri corpi che si sfiorano mi eccita


ancora di più. Il mio cazzo è di marmo, mentre i nostri
corpi nudi si strusciano l’uno contro l’altro. Rido di fronte
alla sua frustrazione.

«Diventiamo irritabili, eh? Io non lo farei se fossi in


te» la avverto benevolmente.

«Gelato» mi supplica come una bambina.

«Bè, visto che oggi mi hai compiaciuto così tanto, Miss


Steele...» le dico con un’occhiata dolce e condiscendente,
avvicinandole un cucchiaio di gelato alla bocca e
lasciando che lo mangi.

Sorride, gustando la dolce vaniglia. Ne prendo un’altra


cucchiaiata e ripeto il gesto. E poi ancora.

«Mmh. Bè, questo è un modo per assicurarmi che


mangi. Alimentazione forzata. Potrei abituarmici» le dico,
sorridendole furbo.

Le avvicino di nuovo il cucchiaio, ma stavolta


Anastasia serra la bocca, scuotendo la testa. “Oh, piccola.
Ora ci divertiamo”. Non allontano il cucchiaio, lasciando
che il gelato si sciolga e inizi a colare sul mento, sulla gola
e tra i seni. “Cristo”. Immagini di lei marchiata dal mio
seme nello stesso modo iniziano ad affollarsi nella mente.
É così erotico, così possessivamente folle. Mi chino su di
lei e, molto lentamente, lecco la dolcissima vaniglia. Il
sapore della sua pelle fuso a quello del gelato è un potente
afrodisiaco. ‘Come se ne avessi bisogno, poi, Grey’. Il suo
corpo si surriscalda. Ana si agita piano, sotto di me. Un
lieve gemito le muore in gola.

«Mmh. È ancora più gustoso su di te, Miss Steele» le


sussurro contro il seno destro, guardandola da sotto le
ciglia.

Dà uno strattone alla cinta che la lega al letto,


facendolo cigolare rumorosamente. Prendo un’altra
cucchiaiata di gelato, lasciando che le goccioli sul petto, in
mezzo ai seni. Poi, con il retro del cucchiaio le cospargo i
seni e i capezzoli, che si inturgidiscono immediatamente.
Il mio cazzo scivola avanti e indietro sul suo ventre liscio,
mentre sento affiorare sulla cappella le prime gocce di
liquido seminale. Sto scoppiando di desiderio, anche se
sembro calmo e perfettamente padrone di me.

«Freddo?» le chiedo dolcemente, con aria maliziosa.

Non aspetto la sua risposta, ma mi chino su di lei,


iniziando a leccare piano la sua morbida pelle. La mia
lingua turbina sui suoi seni, girando attorno i suoi
capezzoli duri. Li succhio, forte, avido, uno per volta,
mentre il gelato prende a scorrere lungo la sua pelle fino
alle lenzuola. Ana si muove sotto di me, impotente,
legata. Geme, ansima, respira rumorosamente. Tutti
questi suoni mi infiammano l’anima, preparandomi al
momento in cui sarò di nuovo dentro si lei. La mia bocca
calda accoglie il gelato freddo misto al suo sapore. Ana
ansima forte. Mi alzo per guardarla.

«Vuoi qualcosa?» le chiedo.

Ma prima che possa rispondermi, affondo le mie


labbra sulle sue, invadendole la bocca con la mia lingua.
Lecco le sue labbra, le succhio la lingua, la bacio a fondo,
facendole assaporare la delizia che sto assaggiando io. La
bacio a lungo, sorridendole piano contro le labbra
morbide e guardando il suo meraviglioso viso così vicino
al mio. Poi mi stacco. Affondo il cucchiaio nel gelato e poi
vado a tracciare una linea di vaniglia lungo il suo addome,
depositando il gelato nel suo ombelico. Lei sussulta per le
sensazioni contrastanti.

«L’hai già fatto prima» le dico, rammentandole la


nostra esperienza con il vino e il ghiaccio. I miei occhi
scintillano al ricordo di quella sera, della sua prima
sculacciata. «Devi stare ferma, o ci sarà gelato
dappertutto, sul letto» le intimo.

Mi chino a baciarle i seni, succhiando avidamente


entrambi i capezzoli duri come due bottoncini. La mia
lingua saetta su di loro. Li mordicchio piano, tirandoli tra
i denti e facendola gemere sonoramente. Anastasia tenta
di irrigidire i muscoli e restare ferma. Ma so che sta
impazzendo. I suoi fianchi prendono a muoversi
ritmicamente, seguendo i movimenti della mia lingua.
Lecco sino a scendere e raggiungere il suo ombelico, nel
quale infilo la lingua, facendola roteare a fondo. Questa
volta il suo gemito è ancora più forte. Mentre sento i
muscoli del suo ventre contrarsi per il piacere. Traccio
un’altra linea di gelato, più giù, lungo il pube e, infine,
poggiando la dolce crema fredda sul suo clitoride.
Anastasia lancia un urlo assordante, contraendosi tutta.

«Zitta adesso» le dico con voce rotta di desiderio,


abbassandomi tra le sue gambe.
Inizio a leccare il gelato dal suo sesso bagnato e il
sapore della vaniglia fuso a quello dei suoi umori mi fa
desiderare di averla per giorni e giorni, ripetutamente.
Lecco il suo piccolo clitoride inondato di gelato, mentre la
sento agognare il piacere, gemendo ripetutamente.

«Oh... per favore... Christian» implora, desiderosa di


esplodere.

«Lo so, piccola, lo so» sospiro sulla sua fessura stretta


e vogliosa.

La mia lingua torna a tormentarla strenuamente,


mentre i muscoli delle sue gambe si irrigidiscono. É al
culmine lo so. Senza smettere di leccare, infilo un dito
dentro di lei. Ne aggiungo un secondo, riempiendola. La
sensazione del suo sesso serrato attorno alle mie dita è
strabiliante. Il mio cazzo freme, poggiato contro l’interno
di una delle sue cosce. Mi sposto leggermente,
strusciandolo piano contro la sua pelle, alla ricerca di un
minimo sollievo. Le mie dita la scopano con lentezza,
mentre la mia lingua serpeggia selvaggiamente sul suo
clitoride. Poi stacco le labbra da quella meraviglia.

«Ecco qui» mormoro, colpendo ripetutamente il


magico punto sensibile all’interno della sua vagina e
chinandomi di nuovo a succhiare con foga.

Sento il suo corpo tendersi al massimo, all’improvviso,


e poi un gemito assordante riempie la stanza. Anastasia
viene con un’intensità strabiliante. Mi lascia senza fiato.
Aspetto che i suoi spasmi si calmino, godendomi la vista
della donna che amo, a cui sono inesorabilmente legato,
mentre viene scossa dai tremiti del piacere che io stesso le
ho procurato. Quando si calma, ancora ad occhi chiusi,
stordita, mi stacco da lei, mettendomi in ginocchio tra le
sue gambe. Con una mano raggiungo il comodino e
prendo uno dei preservativi che vi avevo poggiato prima
di cena. Strappo la bustina e lo infilo, accarezzandomi
mentre la guardo. “Dio, potrei accontentarmi anche solo
di masturbarmi mentre la guardo. É la creatura più
sensuale che abbia mai visto in tutta la mia vita”. Ma non
stasera, comunque. In un attimo sono di nuovo su di lei.
E poi dentro di lei. Duro, veloce, deciso. Affondo tutto nel
suo ventre morbido, caldo e bagnato. Il mio cazzo la
riempie mentre vado avanti e indietro, assestandole colpi
decisi.

«Oh, sì!» gemo, mentre la sensazione di lei che mi


avvolge mi manda in estasi.

Sono stretto da lei, il suo sesso soffoca il mio. Ed è


fottutamente meraviglioso. Il suo corpo si appiccica al
mio nei punti in cui il gelato sciolto non è stato spazzato
via dalla mia lingua avida. La sensazione è strana. Ma ci
penso per pochi attimi. Continuo ad affondare in lei. Ma
non mi basta. Voglio andare ancora più a fondo. Esco da
lei e la giro, in cerca della posizione più adatta a quello
che voglio fare.

«Così» le mormoro, mentre entro di nuovo in lei.

Ma prima di muovermi mi allungo su di lei, slegandole


i polsi. Poi la tiro su con me, in modo che resti seduta sul
mio cazzo, mentre le sue gambe sono spalancate ai lati
delle mie. Le mie mani raggiungono i suoi seni,
afferrando entrambi i capezzoli e tirandoli, stringendoli,
sino a farla gemere di nuovo. Anastasia poggia la testa
contro la mia spalla, inarcando la schiena, mentre il mio
cazzo la riempie tutta. Strofino il naso contro il suo collo,
mordicchiandole la pelle. Poi inizio a muovermi di nuovo.
Alzando le anche e scopandola a fondo, ritmicamente.
Gemo oscenamente nel suo orecchio per la sensazione di
completezza che provo in questo momento.

«Hai idea di quello che significhi per me?» le sospiro


piano contro la nuca.

«No» ansima in risposta, mentre le sue mani vanno ad


infilarsi nei mie capelli, stringendoli.

Sorrido perfidamente contro il suo collo. Le dita della


mia mano sinistra salgono dal seno al collo, e poi al suo
viso. La stringo possessivamente.

«Sì che lo sai. Non ti lascerò andare via» sibilo contro


il suo orecchio, leccando il lobo con la punta della lingua.

Ana geme forte alle mie parole e io inizio a scoparla più


forte. I miei mugolii si fanno sempre più rochi, possessivi.

«Tu sei mia, Anastasia» le dico, mentre affondo forte


dentro di lei, quasi a volerglielo imprimere dentro.

«Sì, tua» risponde con il fiato corto, il respiro appena


udibile.

«Mi prendo cura di ciò che è mio» sibilo contro la sua


pelle sudata e accaldata, marcando ancora una volta il
mio territorio.

Il suo grido di piacere, mentre pronuncio queste


parole, è una dolce musica per le mie orecchie.
«Ecco, così, bambina, voglio sentirti»

Lascio scivolare piano la mia mano dal suo viso sino al


suo ventre. L’altra scende sul suo fianco destro,
stringendola mentre affondo sempre più forte dentro di
lei. Il mio respiro spezzato si alterna ai versi oscenamente
animaleschi che riesco ad emettere. Tutto questo
groviglio di emozioni che mi attorciglia lo stomaco,
vederla piegarsi ancora una volta al mio volere,
sottomettersi al mio desiderio, mi fa impazzire. Mi sento
sporco, perverso, ma meravigliosamente appagato. É la
mia natura. É questo che sono. Ho bisogno del controllo.
Soprattutto in camera da letto. Soprattutto con lei. Ho
bisogno di sapere che la sto facendo godere. Che mi sto
prendendo cura di lei a dovere. Le mie mani risalgono di
nuovo. Le mie braccia scivolano sotto le sue, le mani le
stringono i lati del viso, imprigionandola e spingendola
più a fondo sul mio cazzo. Non resisto più.

«Avanti, piccola» ringhio, a denti stretti.

E, straordinaria come sempre, Anastasia esplode in un


orgasmo che la rende ancora più meravigliosa. La sua
voce muore in un gemito sexy da impazzire, mentre io la
seguo a ruota, vengo con lei. Mi unisco alla danza del
piacere dei nostri corpi stremati. Stremati, cadiamo
entrambi sulle lenzuola appiccicose. Mi giro su un fianco,
portandola con me. Poggio la testa sulla sua schiena,
ascoltano i nostri respiri regolarizzarsi piano. A rompere
il silenzio è Anastasia.

«Quello che sento per te mi spaventa» sussurra piano,


quasi con dolore.
Il mio corpo si irrigidisce a quelle parole. “Non
scappare di nuovo via da me, Anastasia”. Sospiro forte
contro la sua schiena.

«È lo stesso anche per me, piccola» le confesso piano,


sentendo urgente il bisogno di farle sapere quanto siano
profondi i miei sentimenti per lei.

«Cosa farei se mi lasciassi?» chiede ancora, come se


non stesse parlando a me ma a se stessa, alla sua anima
ferita dal mostro che sono stato con lei.

“Oh, Ana. Io posso essere migliore. Io posso essere il


tuo tutto. Posso essere tutto quello di cui hai bisogno. E
non ti lascerò mai. Mai più”.

«Non vado da nessuna parte. Non penso che potrei


mai stancarmi di te, Anastasia» la rassicuro, con le uniche
parole che riesco a trovare e che riesco a far uscire.

Ana si volta a guardarmi. La guardo con gli occhi


spalancati, sperando che capisca quanto io la desideri.
Solo lei. Per tutto il resto della mia miserabile vita. Si
protende verso di me, baciandomi piano e delicatamente
con le sue morbide labbra. Le sorrido quando ci
stacchiamo, aggiustandole una ciocca di capelli ribelle.

«Non avevo mai provato ciò che ho provato quando mi


hai lasciato, Anastasia. Farei qualsiasi cosa pur di non
sentirmi mai più in quel modo» le confesso, mentre nella
mia mente i ricordi di quei cinque giorni di agonia si
susseguono in rapida successione.

Torna a baciarmi, più a fondo stavolta. E io vorrei


gridare al mondo che la amo. Vorrei far vedere a tutti
quanto sto bene con lei. Quando ci stacchiamo mi viene in
mente che posso. Non sarà il mondo intero, certo, ma
almeno a mezza Seattle posso dimostrarlo.

«Vieni alla festa d’estate di mio padre, domani? È un


appuntamento annuale a scopo benefico. Ho detto che ci
sarei andato» le chiedo, guardandola negli occhi.

Ana sorride timidamente, infilandosi i capelli dietro


l’orecchio con le dita tremanti.

«Certo che ci vengo» risponde piano.

Poi aggrotta la fronte, preoccupata.

«Cosa c’è?» le chiedo.

«Niente» risponde. Ma mente.

«Dimmelo» insisto deciso.

Sospira pesantemente.

«Non so cosa mettermi» ammette alla fine.

Mi mordo l’interno della guancia, non sapendo come


prenderà quello che sto per dirle.

«Non ti arrabbiare, ma ho ancora tutti quei vestiti per


te a casa mia. Sono certo che ci sono un paio di abiti
adatti»

Ana mi restituisce una smorfia.


«Ah, sì?» mormora sarcastica.

Poi si alza dal letto, sorridendo.

«Dove stai andando?» le chiedo, alzandomi sui gomiti.

«Ho bisogno di una doccia» sussurra maliziosamente.

Le sorrido e rotolo sul letto, fino a poggiare i piedi a


terra, sedendomi sul bordo del materasso, di fronte a lei.
Le afferro i fianchi con le mani, attirandola a me e
baciandole la pancia. Per la prima volta mi ritrovo a
pensare a come sarebbe veder crescere il mio seme in
quel suo dolce ventre. É un pensiero fugace, così intimo
che mi fa quasi star male. Ma sono certo che dovranno
passare ancora molti anni affinché io ci pensi di nuovo.
La bacio di nuovo, sollevando lo sguardo su di lei.

«Anch’io» le mormoro contro la pelle.

Mi alzo e, prendendola per mano, la trascino in bagno


con me. Ana si protende per aprire l’acqua della doccia,
attendendo che sia della giusta temperatura. E quando si
infila sotto la cascata calda non resisto. Mi infilo lì sotto
anch’io. E la bacio. Avidamente. A lungo. Mentre l’acqua
lava via i residui di gelato, di sudore e di sesso. Ci laviamo
a vicenda, senza staccarci mai troppo l’uno dall’altra,
amandoci, sorridendoci, stringendoci come se il mondo
attorno non fosse altro che un vago ricordo. Esistiamo
solo noi e solo quello che riusciamo ad essere insieme.

A svegliarmi è l’urlo agghiacciante di Anastasia. Il


cuore mi balza in gola, mentre sobbalzo, avvicinandomi al
suo corpo madido di sudore. Ha gli occhi chiusi. E sogna.
«Ana!» la scuoto, fino a quando non riesco a svegliarla.

Ansimo come lei, mentre scuote la testa e realizza dove


si trova.

«Piccola, va tutto bene? Stavi facendo un brutto


sogno» tento di rassicurarla, prima di girarmi e accendere
la luce della lampada.

«Oh» sussulta, ancora provata.

La guardo, scrutandola nella luce fioca. É letteralmente


sconvolta. “Conosco bene la sensazione, Ana”.

«La ragazza» mormora piano.

«Cosa c’è? Quale ragazza?» le chiedo, sorridendole


piano, tentando di farle distinguere la realtà dalla
finzione del suo sogno. Ma le sue parole mi gelano il
sangue nelle vene.

«C’era una ragazza fuori dalla SIP, quando sono uscita


ieri. Sembrava me... ma non proprio» sussurra con la
voce roca.

Il mio corpo si tende. “Non avvicinarti a lei. Non


avvicinarti a lei. Prenditela con me, Leila. Sono io che ti
ho portato via l’anima. Ma non toccare la mia Ana”. La
sua espressione torna ad essere allarmata quando si
accorge della mia. Tento di ricompormi per carpire
quante più informazioni possibile prima che inizia il suo
interrogatorio.
«Quando è successo?» sussurro senza fiato, tirandomi
su a sedere.

«Quando sono uscita dal lavoro, ieri pomeriggio. Sai


chi è?» mi chiede, stropicciandosi il viso con una mano.

«Sì» le dico guardandola e poi passandomi una mano


tra i capelli.

«Chi è?» mi chiede sconvolta.

La guardo, stringendo le labbra, senza fiatare.

«Chi è?» mi incalza.

“Cristo! Cristo, Cristo, Cristo!”.

«È Leila» confesso, senza essere in grado di sostenere


il suo sguardo.

Ana deglutisce rumorosamente. Torno a guardarla e


vedo qualcosa nei suoi occhi che non avrei mai voluto
vedere. É un po’ lo stesso sentimento che c’è nei miei
quando vedo il suo amico Josè. Il mio corpo si irrigidisce.

«La ragazza che ha messo Toxic sul tuo iPod?» chiede


ancora, con un filo di voce.

«Sì» rispondo evasivo. «Ti ha detto qualcosa?» la


incalzo.

«Ha detto: “Cos’ha che io non ho?”. E quando le ho


chiesto chi fosse, lei ha risposto: “Io sono nessuno”»
sussurra esausta.
Stringo forte gli occhi, mentre quelle parole vanno a
fondo. “Io le ho rubato la vita. Non è nessuno perché io le
ho preso tutto quello che aveva. Le ho svuotato l’anima”.
Quando riapro gli occhi Ana mi fissa con terrore. “Cristo!
Devo trovare Leila e mettere Anastasia al sicuro”. Scendo
dal letto e mi infilo i jeans, andando a recuperare il mio
telefono in soggiorno. Sono appena le cinque, ma non mi
importa. Compongo il numero.

«Welch, Grey. Leila si è fatta viva»

«Dove l’ha incontrata, signore?» risponde efficiente,


come se fossero le otto del mattino.

«Non l’ho incontrata. Ha trovato Miss Steele e le si è


avvicinata»

Anastasia entra nella stanza, avvolta nell’accappatoio.

«Si è avvicinata a Miss Steele?» chiede incredulo


Welch.

«Sì, fuori dalla SIP, ieri...»

«A che ora?»

«Tardo pomeriggio» rispondo. Poi mi volto verso di lei.


«A che ora esattamente?»

«Verso le sei meno dieci?» mormora poco convinta.

«Sei meno dieci... all’incirca».

«Mi chiedo come abbia fatto Miss Williams a trovare


Miss Steele»
Welch dà voce ai miei pensieri.

«Scopri come» gli ordino.

«Vuole che la chiami presto in mattinata?»

«Sì» dico deciso.

Dall’altro lato sento un sospiro.

«Non pensavo che Miss Williams si avvicinasse così


tanto a lei o a Miss Steele, riuscendo comunque a sfuggire
al nostro team della sicurezza» mi dice.

«Non l’avrei detto, ma non avrei neppure pensato che


lei potesse fare questo» rispondo senza riuscire a
trattenere il dolore sul viso. Stringo forte gli occhi.

«Deve pensare a calmare Miss Steele, suppongo sarà


sconvolta»

«Non so come calmarla» ammetto.

«Deve metterla al corrente della situazione, Mr Grey.


Per la sua incolumità è meglio se per un periodo di tempo
si trasferisca all’Escala. Sarà più facile tenere entrambi
sotto sorveglianza»

Sospiro pesantemente.

«Sì, le parlerò»

«Mr Grey, deve farla trasferire già in giornata. Sarà


tutto più semplice».
«Lo so... Segui la faccenda e fammi sapere. Devi solo
trovarla, Welch... È nei guai. Trovala» sospiro, chiudendo
la conversazione.

«Vuoi un tè?» mi chiede Ana, trafficando in cucina.

Tento di distrarla.

«A dire il vero, vorrei tornare a letto» le sorrido.

«Bè, io ho bisogno di un po’ di tè. Vuoi farmi


compagnia?» mi dice risoluta.

Mi passo una mano nei capelli, sospirando forte. “Ok,


Ana”.

«Sì, grazie» le dico, irritato dalla suo essere


irremovibile.

La fisso pieno di rabbia per quello che ho fatto a quella


povera ragazza e per quanto ora ho messo in pericolo
Anastasia. E pieno di confusione riguardo a quello che
provo. La guardo e so che potrei ridurla nello steso
identico modo. Vorrei essere certo che non lo farò, ma il
dubbio rimane. Voglio solo che stia al sicuro.

«Cosa succede?» mi chiede dopo minuti di silenzio,


girandomi a guardarmi.

Scuoto la testa, tentando di liquidare la faccenda.

«Non me lo dirai?» chiede incredula.

Sospiro, stringendo gli occhi.


«No»

“Non ora. Non ora, dannazione. Voglio solo stringerti


e sentire che sei davvero al sicuro tra le mie braccia. Farti
scudo con il mio corpo. Fare quello che avrei dovuto fare
con mia madre”. E quel pensiero, all’improvviso, è ancora
più doloroso. Perché è colpa di quella lurida puttana
drogata se ho ridotto Leila in quello stato. ‘Ma è anche
merito suo se hai trovato Anastasia’ mi ricorda il mio
cervello. E il pensiero è lancinante.

«Perché?» mi chiede chinando la testa di lato, quasi


offesa.

«Perché non dovrebbe riguardarti. Non voglio che tu


sia coinvolta in questa cosa» le dico severo.

«Non dovrebbe riguardarmi, ma mi riguarda. Leila mi


ha trovata e mi ha avvicinata fuori dal mio ufficio. Come
sa di me? Come sa dove lavoro? Credo di avere il diritto di
sapere cosa sta succedendo» mi dice diretta, decisa.

Passo di nuovo una mano nei miei fottuti capelli,


tirandoli fino a farmi male. Ana mi fissa.

«Per favore» aggiunge piano, implorandomi di non


escluderla dalla mia vita.

Stringo forte le labbra, alzando gli occhi al cielo e


maledicendomi per la mia debolezza.

«Okay» sospiro rassegnato. «Non ho idea di come


abbia fatto Leila a trovarti. Forse ha visto la foto di noi
due a Portland, non lo so»
Sospiro ancora, maledicendomi mentalmente.
Anastasia continua a guardarmi, paziente, mentre versa
l’acqua bollente nella teiera. Cammino avanti e indietro,
inquieto. Ma lei mi lascia i miei tempi.

«Quando ero con te in Georgia, Leila si è presentata


nel mio appartamento senza avvertire e ha fatto una
scenata davanti a Gail» le confesso, poggiandomi all’isola
di cemento.

«Gail?» chiede aggrottando la fronte.

«Mrs Jones» preciso.

Anastasia continua a fissarmi senza capire.

«Cosa intendi dire con “ha fatto una scenata”?» mi


chiede poi.

La fisso con aria truce, maledicendomi per non aver


saputo liquidare più in fretta la questione.

«Dimmelo. Mi stai nascondendo qualcosa» insiste lei,


quasi urlando.

La sua reazione mi sorprende. Sbatto le palpebre


confuso.

«Ana, io...» mi fermo senza sapere cosa dire.

«Per favore» chiede senza forze.

Sospiro, sconfitto, esausto.


«Ha fatto un goffo tentativo di tagliarsi le vene»
ammetto.

«Oh, no!» esclama sconvolta.

«Gail l’ha portata all’ospedale. Ma Leila si è fatta


dimettere prima che io arrivassi» continuo, seguendo il
consiglio di Welch.

La sua espressione è sempre più sconcertata.

«Lo strizzacervelli che l’ha visitata ha detto che il suo è


stato un tipico grido d’aiuto. Non crede che lei sia davvero
a rischio. A un passo dall’ideazione suicidaria, così ha
detto. Ma io non sono convinto. Sto cercando di
rintracciarla da allora per aiutarla» ammetto a voce più
bassa.

«Ha detto niente a Mrs Jones?» chiede.

La guardo, sentendomi a disagio. Non posso dirle


quello che ha detto a Gail. Non posso dirle che ha detto di
amarmi e di non voler vivere senza di me. Solo pensarlo
mi fa venire la nausea.

«Non molto» rispondo, evitando il suo sguardo.

Resta in silenzio per un po’, versando il tè ad entrambi.


Poi torna all’attacco.

«Non riesci a trovarla? E i suoi familiari?» chiede


ancora.
«Non sanno dove sia. Neppure suo marito» le dico
senza pensare.

«Marito?» chiede impallidendo.

«Sì» rispondo. «È sposata da circa due anni»

«Veniva con te mentre era sposata?» mi chiede, con la


voce che le trema, abbassando gli occhi.

«No! Buon Dio, no. Stava con me più o meno tre anni
fa. Poi se n’è andata e di lì a poco si è sposata» urlo per la
disperazione e la frustrazione.

«Allora perché sta cercando di attirare la tua


attenzione adesso?» mi incalza diretta.

Scuoto la testa, senza sapere cosa dire.

«Non lo so. Tutto quello che siamo riusciti a scoprire è


che è scappata dal marito circa tre mesi fa»

«Fammi capire. Lei non è più la tua Sottomessa da tre


anni, vero?» chiede, poggiando la teiera sul ripiano di
cemento e guardandomi dritto in faccia.

Mi sento esposto.

«Due anni e mezzo» preciso.

«E voleva di più» chiede ancora.

«Sì» ammetto, senza poter far nulla per evitare la fitta


di dolore che sento.
«Ma tu no»

«Questo lo sai» le dico, guardandola intensamente.

«Così ti ha lasciato» continua imperterrita.

«Sì»

«Allora perché viene da te adesso?» chiede senza


capire.

«Non lo so» mento.

Mi fissa con gli occhi socchiusi, scrutandomi a fondo.

«Ma sospetti che...» mi incalza.

La fisso rabbioso. Odio quando riesce a leggermi così


dentro anche se non voglio.

«Sospetto che abbia qualcosa a che fare con te» le


confesso, guardandola con uno sguardo da ecco-sei-
riuscita-a-farmi-dire-quello-che-volevi.

Ana aggrotta la fronte, riflettendo sulle mie parole.


Dolore, comprensione, frustrazione. Una miriade di
emozioni le attraversano il volto. “No, Ana. Non andare in
quella direzione”. Posso immaginare quello che sta
pensando. La conosco abbastanza bene da sapere che si
sta crocifiggendo per chissà quale colpa, mentre pensa
che io possa essere ancora in qualche modo legato a Leila.

«Perché non me l’hai detto ieri?» le chiedo piano,


distraendola dai suoi pensieri.
«Me ne sono dimenticata» ammette, stringendosi nelle
spalle, con aria di scuse. «Sai, il drink dopo il lavoro, la
fine della mia prima settimana, tu che arrivi al bar con la
tua... scarica di testosterone contro Jack, e poi siamo
venuti qui. Mi è uscito di mente. Hai l’abitudine di farmi
dimenticare le cose»

«Scarica di testosterone?» le dico, storcendo la bocca


per la sua scelta di parole.

«Sì, la gara a chi fa pipì più lontano» mi risponde con


un’espressione sarcastica.

E all’improvviso il desiderio di farle capire che per me


esiste solo lei, al punto di annullare anche me stesso,
diventa impellente.

«Ti faccio vedere io una scarica di testosterone» le


dico, avvicinandomi.

«Non vuoi piuttosto una tazza di tè?» mi chiede,


guardandomi di sottecchi.

«No, Anastasia, non la voglio» le dico deciso. Le tendo


la mano, fissandola con ardore. «Dimenticati di lei.
Vieni» le mormoro, trascinandola di nuovo in camera.

E mi assicuro davvero che Leila esca dalla sua mente.


Me ne assicuro leccando il suo piacere dal suo sesso
sempre pronto, accarezzandola con la lingua, entrandole
dentro a fondo per raccogliere ogni goccia di quel
prezioso nettare. E quando ho finito, riprendo da capo,
dedicandomi completamente a lei. Anche se la bestia tra
le mie gambe reclama sollievo, anche se io la desidero da
impazzire. Ma non la merito. Non merito il suo conforto,
non merito il suo calore e la sua protezione. Voglio solo
che dimentichi Leila, dimentichi il mio passato e mi regali
un nuovo inizio ed un nuovo futuro.

Una sensazione dolceamara, già sperimentata in


passato, mi avvolge. Sento il suo calore. Nella confusione
del dormiveglia mi sembra di vederla allungare la mano,
sfiorandomi delicatamente il torace nudo. E poi ripete il
gesto. Con le labbra. Mi sento a casa, al sicuro. Mi sento
vivo. Ma poi mi riscuoto dal sogno.

Apro gli occhi di scatto, trovandomi


meravigliosamente avvinghiato al corpo nudo della mia
dolce e supersexy fidanzata.

«Ciao» mi dice, sorridendomi colpevole.

Ora non sono più così sicuro che si trattasse di un


sogno.

«Cosa stai facendo?» le chiedo con la voce ancora


assonnata.

«Ti sto guardando» sussurra.

Le sue dita mi sfiorano l’addome, pericolosamente


considerato il pezzo di marmo che si trova pochi
centimetri più in basso. Le sorrido divertito. E poi, in
meno di due secondi sono su di lei. Le mie mani premono
le sue sul materasso, tenendola al suo posto. Mi avvicino,
strofinandole il naso contro il suo.

«Credo che tu stia combinando qualcosa, Miss Steele»


le dico, fissandola, senza smettere di sorridere.
«Mi piace combinare qualcosa, quando ti sono vicina»
mi provoca deliziosamente.

«Davvero?» la stuzzico, depositandole un bacio leggero


sulle labbra. «Sesso o colazione?» le chiedo.

Il mio uccello strofina avanti e indietro, tra le sue


gambe, tentando il suo sesso deliziosamente già bagnato
per me. Anastasia solleva di poco il bacino, rispondendo
silenziosamente alla mia domanda.

«Ottima scelta» mormoro contro il suo collo.

Poi la mia bocca scende piano sul suo seno. Succhio i


suoi capezzoli inturgiditi e mi godo il suono smorzato dei
suoi gemiti. Succhio avido, abbeverandomi del suo sapore
intenso e provocante. Scendo più giù. Fino al suo
ombelico. Le mie mani scivolano sui suoi avambracci,
mentre il suo corpo esegue una conturbante danza di
piacere sotto al mio. Scendo ancora, baciandole il ventre e
poi giù, fino al clitoride.

«Ti prego, Christian...» geme, eccitata.

«Prendi il preservativo sul comodino, Anastasia» le


ordino piano, mentre risalgo.

Si allunga, con dita tremanti, afferrando la bustina


argentea e tornando subito al proprio posto. La guardo
con un sorrisetto arrogante, abbassando lo sguardo sulla
mia imponente erezione tra di noi.

«É tutto tuo, Miss Steele» le dico con un mezzo sorriso.


Ana mi guarda, incerta. Poi strappa la bustina e si
avvicina al mio uccello. Le sue dita tremanti mi avvolgono
mentre mi infila il profilattico. Inarco la schiena,
gemendo di piacere. Quando abbasso gli occhi su di lei, il
suo sguardo è soddisfatto. Mi abbasso velocemente,
ricoprendola con il mio corpo. La mia bocca si avvicina al
suo orecchio, mordicchiandolo, stuzzicandolo.

«Non hai idea di quanto ti desideri, Ana Steele»


mormoro. E in un attimo la penetro, portando entrambi
sull’orlo dell’orgasmo che ci sconquassa.

Dopo aver fatto la doccia, siamo entrambi di nuovo in


camera da letto, a vestirci. Mi giro verso Anastasia,
intenta a guardarsi allo specchio. O meglio. A guardarmi
dallo specchio. La sua bocca è schiusa e i suoi occhi
hanno uno sguardo eccitato, voglioso.

«Quanto spesso ti alleni?» mi chiede, fissando le sue


iridi azzurre sui miei addominali scolpiti.

«Ogni giorno feriale» le rispondo, mentre finisco di


abbottonarmi i pantaloni.

«Che cosa fai?»

Non smette di fissarmi. Indugio un po’ prima di


afferrare la camicia. Voglio che mi tenga in mente tutto il
giorno.

«Corsa, pesi, kick boxing» le rispondo svogliatamente.

«Kick boxing?» chiede stupita.

«Sì, ho un personal trainer, un ex campione che mi


insegna. Si chiama Claude. È molto bravo. Ti piacerebbe»
le rispondo, mentre mi abbottono la camicia.

«Che cosa vuoi dire?» domanda con la fronte


aggrottata.

«Che ti piacerebbe come personal trainer» le dico


semplicemente.

«Perché avrei bisogno di un personal trainer? Ho già te


per tenermi in forma» mi dice con un sorrisetto.

L’immagine di Anastasia a gambe completamente


spalancate per me mi fa quasi venire. Mi avvicino a lei,
afferrandola tra le braccia e guardandola dallo specchio.

«Ma io ti voglio in forma, piccola, per quello che ho in


mente. Ho bisogno che tu stia al passo» le sussurro
provocandola.

Arrossisce violentemente e i suoi pensieri non devono


essere troppo lontani dai miei.

«Lo so che lo vuoi» mormoro senza emettere quasi


fiato.

Per un attimo ho il terrore che mi mandi al diavolo. La


sua espressione si fa cupa e stringe forte le labbra e gli
occhi. Quando li riapre brillano di risolutezza, come se
avesse appena raccolto una sfida.

«Cosa c’è?» le chiedo, allentando di poco la stretta


sulla sua vita.

«Niente» risponde scuotendo la testa. «Okay,


incontrerò Claude» acconsente poi all’improvviso.

«Davvero?» esclamo senza riuscire a nascondere il mio


stupore.

Non credevo avrebbe accettato. Ufficialmente non


esistono regole tra noi. Ufficiosamente esisto io,
Christian, che tento di farle avere uno stile di vita regolare
che la possa mantenere a lungo sana e in forma.

«Sì, accidenti. Se questo ti fa felice» mi dice


ironicamente.

La stringo forte, avvolgendola in un abbraccio. Le mie


labbra premono affettuosamente sul suo collo.

«Non sai quanto» le sussurro piano. «Allora, che cosa


ti piacerebbe fare oggi?» aggiungo, poi, strofinando il
naso contro il suo collo.

La sento fremere tutta, da capo e piedi e me ne


compiaccio.

«Vorrei andare a tagliarmi i capelli, e mmh... ho


bisogno di depositare un assegno e comprare una
macchina» mi dice soprappensiero.

«Ah» le dico.

Annuisco e mi mordo il labbro perché so che il


problema non è risolto come speravo. Avevo creduto di
aver infilato anche quelle maledette chiavi nello
scatolone. E invece me le ero scordate. E per fortuna
Taylor me le ha portate ieri sera, lasciandomele sotto al
tappeto, dinnanzi all’ingresso, in modo che potessi
recuperarle mentre Ana era sotto la doccia. Insieme alla
copia che avevo nel mio ufficio. ‘Ti lasci distrarre troppo
facilmente dalla brunetta, Grey. E perdi colpi
ultimamente’. Frugo nella tasca dei jeans, estraendo la
chiave dell’Audi.

«È qui» le dico piano.

«Cosa significa che è qui?» mi risponde, infuriata.

«Taylor l’ha riportata ieri» le dico cauto.

Ana apre la bocca. Poi la richiude. Poi ci ripensa e la


riapre. Ma cambia di nuovo idea. Poi il suo sguardo si
assottiglia, sfidandomi. Infila la mano nella tasca
posteriore dei jeans e tira fuori una busta. La riconosco
immediatamente.

«Ecco, questo è tuo» mi dice, tendendomela.

Alzo entrambe le mani, arretrando di un passo.

«Oh, no. Quello è il tuo denaro» le dico, fissando la


busta come se scottasse.

«No, non lo è. Vorrei comprare la macchina da te» mi


dice con un sorrisetto.

Fisso la busta, poi lei. E la furia mi attraversa.

«No, Anastasia. I tuoi soldi, la tua macchina» ribatto


seccamente.

«No, Christian. I miei soldi, la tua macchina. La


comprerò da te» mi dice di nuovo, risoluta.
«Ti ho dato quella macchina come regalo di laurea»
sibilo a denti stretti.

«Se mi avessi dato una penna, sarebbe stato un regalo


di laurea opportuno. Invece mi hai dato un’Audi»
continua, tenendo la busta fissa davanti a me.

«Vuoi davvero litigare su questa cosa?» le chiedo


acido.

«No» ribatte.

«Bene. Eccoti le chiavi» le dico risoluto, poggiandole


sul cassettone.

«Non è quello che intendevo!» mi urla contro.

«Fine della discussione, Anastasia. Non mi provocare»


ribatto deciso, lanciandole un’occhiata torva.

Si acciglia, poi mi fissa. Di nuovo risoluta. Afferra la


busta con entrambe le mani e la strappa in due. E poi
ancora. Fino a farne ricadere i pezzi a terra. Poi torna a
fissarmi con un sopracciglio alzato, le mani nei fianchi e
un sorrisetto impudente.

La fisso impassibile, grattandomi pigramente il mento.


“Non provocarmi, Miss Steele”.

«Sei polemica, come sempre, Miss Steele» le dico


seccamente.

Senza aggiungere altro, mi dirigo in salotto e recupero


il mio BlackBerry.
Chiamo il mio ufficio.

«Andrea, Grey. Devi effettuare una transazione


bancaria. Trasferisci 24mila dollari dal mio conto
personale a quello di Miss Anastasia Rose Steele. Taylor ti
può dare tutte le coordinate necessarie»

Andrea resta basita.

«Ventiquattromila dollari, signore?» chiede, temendo


di aver capito male.

«Sì, ventiquattromila dollari. Direttamente»

Nel frattempo Ana è entrata nella stanza e mi fissa,


sbalordita.

«Mr Grey... il trasferimento sarà effettuato


direttamente sul conto da lei indicatomi»

«Bene»

«Ma la transazione dovrà essere rimandata a lunedì.


Oggi gli istituti di credito non fanno operazioni del
genere, signore»

«Lunedì? Eccellente» ribatto deciso, mentre la fisso


trionfante.

«Le serve altro, Mr Grey?» mi sento chiedere dall’altro


capo del telefono.

«No, è tutto, Andrea»

Chiudo il telefono in un colpo.


«Depositati sul tuo conto corrente lunedì. Non fare
giochetti con me» la avverto, ancora furibondo per
avermi costretto a comportarmi da moccioso ancora una
volta.

«Ventiquattromila dollari!» mi urla addosso. «E come


fai a sapere il mio numero di conto?» sibila furiosa.

La sua rabbia mi investe come un’onda a cui non ero


preparato. “Cos’è capitato alla remissiva Ana Steele di
appena una settimana fa? Non ce n’è traccia. Ho davanti
Miss Anastasia Rose Steele, splendida e con tutta la sua
furia. E Dio, se l’adoro”.

«So tutto di te, Anastasia» le dico calmo, dopo


quell’attimo di sbandamento.

«La mia macchina non valeva certo ventiquattromila


dollari» ribatte.

«L’avrei detto anch’io, ma bisogna conoscere il


mercato, quando si vende o si acquista. Qualche pazzo là
fuori voleva quella trappola mortale ed era disposto a
pagarla quella cifra enorme. A quanto pare è un classico.
Chiedilo a Taylor, se non mi credi» le dico calmo. E non
mento.

Ci lanciamo sguardi assassini per qualche attimo. Poi


qualcosa nell’aria cambia. All’improvviso, senza starci
troppo a pensare, la afferro e la spingo contro la porta. Le
mie labbra si fiondano sulle sue, la mia mano sinistra
preme contro il suo culo delizioso e il mio cazzo affonda
deciso tra le sue gambe. Le sue dita salgono tra i miei
capelli. Me li afferra e li stringe. Spingo forte il mio corpo
contro il suo, strusciando il mio cazzo contro il suo ventre
coperto.

«Perché, perché mi sfidi?» le mormoro contro le


labbra, baciandola ardentemente.

Ana mi guarda, soppesando la mia domanda.

«Perché posso» risponde meravigliosamente


arrogante, con un sorriso famelico e voglioso.

E sorrido anch’io, perché so quanto è vera quella


risposta. Il pensiero di non avere più preservativi mi
costringe a fermarmi. Mi maledico sottovoce, mentre
appoggio al fronte alla sua.

«Dio, quanto vorrei prenderti adesso, ma ho finito i


preservativi. Non sono mai sazio di te. Mi fai impazzire,
letteralmente impazzire, donna» mormoro contro la sua
bocca.

«E tu mi fai diventare matta» sussurra piano. «In tutti


i sensi»

Scuoto la testa, rassegnato.

«Vieni. Andiamo a fare colazione fuori. E conosco un


posto dove puoi tagliarti i capelli»

«Okay» acconsente.

E tutto torna come prima.

Dopo aver fatto colazione, chiedo il conto con un cenno


della mano. Quando il cameriere lo porta al tavolo non
faccio in tempo a prenderlo tra le dita.
«Questo lo prendo io»

Ana lo afferra, sorridendomi.

Le lancio un’occhiataccia.

«Devi essere veloce da queste parti, Grey» sorride


soddisfatta.

«Hai ragione, devo» ribatto acido e scontroso, ma in


fondo divertito dalla sua spensieratezza.

«Non fare quella faccia. Sono più ricca di


ventiquattromila dollari rispetto a stamattina. Me lo
posso permettere» Lancia un’occhiata al conto.
«Ventidue dollari e sessantasette centesimi di colazione»
mi dice tranquilla, porgendo il denaro al cameriere.

«Grazie» le dico mio malgrado.

Ana piega la testa di lato, sorridendomi dolcemente.

«Dove andiamo adesso?» mi chiede.

«Vuoi davvero tagliarti i capelli?» le chiedo.

“Ora ti ripagherò della colazione, Ana”.

«Sì, guardali» mi dice, afferrandosi alcune ciocche ed


esaminandole tra le dita. Le sue labbra sono dolcemente
imbronciate.

«Per me sei adorabile. Come sempre» le dico sincero.

Anastasia arrossisce delicatamente, abbassando le dita


in grembo.

«C’è la festa di tuo padre stasera» mormora piano.

«Me lo ricordo. È in abito da sera» le dico, godendomi


la sua remissione improvvisa. «A casa dei miei genitori.
Hanno installato un tendone. Sai com’è» le dico, quasi
scusandomi.

«A chi va la beneficenza?» mi chiede all’improvviso.

Improvvisamente mi sento a disagio a doverle


confessare che quella festa, ogni anno, ogni fottutissimo
anno, Grace e Carrick la organizzano per dare una
possibilità a tutti i piccoli Christian di quattro anni
malaticci, malnutriti, sfamati dal dolore e dalla morte che
possono trovarsi là fuori.

«A un programma di recupero dalla droga per genitori


con figli piccoli. Si chiama Affrontiamolo Insieme»
mormoro piano, come se mi vergognassi.

«Mi sembra una buona causa» mi dice dolcemente.

«Vieni, andiamo» le dico dopo qualche secondo di


silenzio.

Liquido la conversazione e le tendo la mano,


sorridendole piano.

Usciamo e ci incamminiamo verso l’Esclava. Ci


teniamo per mano e per un attimo, un solo attimo, mi
chiedo se sia il caso di portarla a tagliarsi i capelli lì. Elena
ovviamente sono certo non ci sia. Ma forse... ‘Basta non
dirglielo, Grey. Non farà collegamenti tra te e il nome del
tuo salone di bellezza, se non glielo permetterai’.

«Dove stiamo andando?» mi chiede, esponendo il suo


bellissimo viso al calore tiepido del sole di giugno.

«Sorpresa» mormoro al suo orecchio.

La sua espressione non è delle migliori, ma mi sorride.

Dopo qualche metro ancora ci fermiamo davanti al


salone di bellezza. Ana fissa l’esterno. Poi la conduco
dentro.

Greta, alla reception, mi scocca un sorriso entusiasta.

«Buongiorno, Mr Grey» mi dice, arrossendo piano.

«Ciao, Greta» le rispondo educato, ma gelido.

«Il solito, signore?» mi chiede gentilmente, lanciando


un’occhiata ad Ana.

“Merda”.

«No» le rispondo in fretta, guardandola per un attimo,


nervoso.

Ana mi fissa per un attimo, poi sgrana leggermente gli


occhi. Merda. Merdissima, merda“.

«Miss Steele ti dirà che cosa vuole» aggiungo in fretta.

«Perché qui?» sibila avvicinandosi.

“Ok. Non voglio litigare nuovamente, Ana”.


«Questo posto è mio, e per di più mi piace» le dico a
bassa voce.

«È tuo?» esclama sorpresa.

«Sì. È un’attività extra. Comunque, qualsiasi cosa tu


voglia, qui la puoi fare, offre la casa. Tutti i tipi di
massaggio: svedese, shiatsu; pietre calde, riflessologia,
bagni di alghe, trattamenti per il viso, tutta quella roba da
donna tipo... tutto. Qui lo fanno» le dico, facendo un vago
gesto con la mano.

«Ceretta?» chiede con la fronte aggrottata,


imbarazzata.

Rido piano.

«Sì, anche la ceretta. Dappertutto» le sussurro piano


all’orecchio.

Ana distoglie lo sguardo dal mio, fissando Greta.

«Vorrei tagliarmi i capelli, per favore» le dice gentile,


ma risoluta.

“Anche tu marchi il territorio, Anastasia?”

«Certo, Miss Steele» risponde educatamente Greta.

Controlla il pc.

«Franco è libero tra cinque minuti» annuncia allegra.

«Franco è fantastico» sussurro avvicinandomi di


nuovo all’orecchio di Anastasia.
Il suono della mia voce la fa fremere e questo
innegabilmente mi eccita. Ma dopo meno di un secondo
sono io a sbiancare.

“COSA. CAZZO. CI. FA. QUI?”

Dietro Anastasia, a diversi metri di distanza è apparsa


Elena. “Cazzo. Cazzo, cazzo, cazzo! Cristo santo!”.

Anastasia si volta e la fissa. Anche Elena si gira e


quando ci scorge mi sorride affettuosamente. Prima che
Ana faccia associazioni o inizi con il suo interrogatorio,
mi scuso.

«Scusami» mormoro piano, allontanandomi in fretta


da lei e dirigendomi verso Elena.

Attraverso la sala e la raggiungo.

Elena si sporge in avanti e, prima che possa fermarla,


mi bacia sulle guance.

«Christian, tesoro!»

Mi guarda con affetto, scrutando il mio volto.

«Elena... cosa ci fai qui?»

Elena poggia le sue mani sui miei avambracci,


accarezzandomi piano.

«Cosa vuoi che faccia, Christian? Ci lavoro. Jean


Francois è malato e mi tocca sostituirlo. Ma tu, invece?
Come stai? Non ci sentiamo da giorni»
Riesco solo a guardarla, mentre penso alle mille
congetture che Ana starà elaborando ora.

«Non dovevi essere qui» le mormoro. Poi mi


ricompongo. «Non mi aspettavo di trovarti qui.
Altrimenti non avrei portato Anastasia» le dico
seccamente.

Elena si gira a fissare la bruna rimasta impalata al


bancone. Le scocca un sorriso luminoso e quando mi giro
anche Ana sorride. Ma conosco quel sorriso. É di
circostanza. Poi la vedo sussurrare qualcosa a Greta.
Anche Greta si gira a guardarci.

“Merda!”.

«Mi piacerebbe conoscerla, Christian» mi dice Elena


con un sorriso.

La guardo inorridito.

«Meglio di no. Anastasia non... non ha compreso la


natura del mio rapporto con te» le dico a mo’ di scusa.

«Che vuoi dire, Christian?»

Scuoto piano la testa.

«Che ora che torno da lei potrebbe strapparmi le palle


a morsi per quello che ne so» sussurro mestamente.

Elena mi lancia un sorriso comprensivo, alzando le


mani.

«Sarà per la prossima volta. Andrai al ballo di questa


sera?» chiede cambiando argomento.

«Sì, con Anastasia» le dico piano, guardandola mentre


l’illuminazione del secolo la investe.

«Io invece non ci sarò» mi dice Elena. Poi mi guarda,


sorridendo di nuovo. «Va da lei a rassicurarla»

“Oh, ci vorrà molto di più di una rassicurazione” dico a


me stesso, mentre la bocca di Anastasia si spalanca in un
moto di stupore, furia e rabbia repressa.

“Merda!”.
Capitolo 8
Dopo che Elena mi ha augurato buona fortuna, fortuna
di cui ho seriamente bisogno a giudicare dall’espressione
cinerea di Anastasia, ritorno a grandi passi dalla mia
fidanzata. Ana è immobile, pallida, visibilmente infuriata.
“Cristo”.

La fisso accigliato, cercando di indovinare il suo


umore. ‘Non essere ottuso, Grey. Non c’è molto da
indovinare’.

«Stai bene?» le chiedo, diffidente, temendo la sua


risposta.

«Veramente no. Perché non mi hai presentata?» mi


risponde in tono freddo, duro.

La fisso a bocca aperta, sconcertato. Non l’ho mai


sentita così nei miei confronti. O forse... forse sì. Quando
è andata via. Dentro di me inizio a recitare una silenziosa
preghiera. “Ti prego, non di nuovo. Non di nuovo, non di
nuovo, non di nuovo”.

«Ma io pensavo...» inizio a spiegarle, senza sapere


bene cosa dire in realtà.

«Per essere un uomo intelligente, a volte...»

Si ferma, fissandomi truce.

«Vorrei andarmene, per favore» aggiunge,


stringendosi le braccia sotto al seno, sulla difensiva.

«Perché?» le chiedo senza tentare neppure di


nascondere la disperazione.

«Lo sai perché» ribatte, alzando gli occhi al cielo, come


a sfidarmi.

Chiudo per un attimo gli occhi e, quando li riapro, la


fisso intensamente.

«Mi dispiace, Ana. Non sapevo che lei fosse qui. Non
c’è mai. Sta aprendo un nuovo salone al Bravern Center,
ed è lì che va di solito. Ma oggi qui c’è qualcuno malato»
le spiego, diretto, cercando di liquidare la situazione.

Anastasia si volta, furibonda, dirigendosi verso la


porta. Stringo forte le labbra. Mi giro verso Greta, che ci
fissa a bocca spalancata.

«Non avremo bisogno di Franco, Greta» le dico,


mentre seguo di corsa Anastasia fuori dal centro di
bellezza.

Camminiamo l’uno di fianco all’altra, non ci sfioriamo


neppure. La rabbia di entrambi è percepibile anche
nell’aria. Ana si stringe le braccia più forte attorno al
corpo, con la testa bassa e lo sguardo furente.

“Cristo, Ana! Dammi tregua!”.

Dopo quella che sembra un’eternità si gira a fissarmi.

«Portavi lì le tue Sottomesse?» mi chiede d’impulso.

Chiudo piano gli occhi, per poi riaprirli con un breve


sospiro.
«Qualcuna sì» le rispondo piano.

Chissà per quale motivo mi sento in colpa.

«Leila?» chiede acida.

«Sì» ammetto.

«Il posto sembra nuovo» riflette, aggrottando le


sopracciglia.

«È stato ristrutturato recentemente»

“Non ti ho mentito, Ana. Mai. Non potrei mai farlo”.

«Ah, ecco. Quindi Mrs Robinson ha conosciuto tutte le


tue Sottomesse» dice con un moto di rabbia, tornando a
fissarsi i piedi mentre cammina.

«Sì» sibilo con un filo di voce.

«E loro sapevano di lei?» continua.

Sembra che mi stia mettendo sotto torchio. Non l’ho


mai vista così sconvolta.

«No. Nessuna di loro. Solo tu»

Marco volutamente sull’ultima frase. Voglio che


capisca quanto, per me, sia completamente diversa dalle
altre. Ma Anastasia fraintende.

«Ma io non sono una tua Sottomessa» ribatte con


decisione.
«No, chiaramente no» le dico, trattenendo a stento
l’esasperazione.

Di scatto si ferma, fissandomi. La vedo impallidire,


scrutarmi a fondo. I miei occhi si sgranano. Ho paura. Ho
paura di perderla. Le mie labbra si stringono mentre il
dolore si diffonde nel mio petto.

«Capisci che gran casino è questo?» mi dice alla fine, la


voce ridotta ad un sussurro.

«Sì. Mi dispiace» mi affretto a risponderle mortificato.

La capisco. La gelosia è un sentimento che posso capire


a fondo. Ma non ha motivo di temere. Io la amo. Lei è
adorabile. Mentre io... io non merito il suo amore.

«Voglio tagliarmi i capelli, preferibilmente in un posto


dove tu non ti sia scopato lo staff o la clientela» sussurra
alla fine.

Sussulto alle sue parole. É dura, straordinaria anche


mentre mi tiene testa e mi guarda con aria di sfida.

«Ora, se vuoi scusarmi...» continua, senza aspettare


risposta, tentando di continuare il suo percorso verso
chissà dove.

Il pensiero di non rivederla mi strazia lo stomaco.

«Non stai scappando, vero?» le chiedo, temendo la


risposta.

«No, voglio solo tagliarmi questi dannatissimi capelli.


Da qualche parte dove io possa chiudere gli occhi, mentre
qualcuno mi lava la testa, e dimenticarmi tutto il fardello
che ti porti sempre dietro» sbotta acida.

Mi passo una mano nei capelli, esasperato. “É una


giornata schifosa. Non renderla peggiore, Anastasia”.

«Farò venire Franco nel mio appartamento, o nel tuo»


le dico, trattenendo la frustrazione.

«È una donna molto attraente» mi dice, come se non


mi tesse a sentire, ma seguisse un flusso tutto suo di
pensieri.

Sbatto le palpebre. É come se mi avesse messo di


fronte ad un bivio. Ma tocca a me scegliere la strada
giusta.

«Sì, lo è» le rispondo fissandola dritto negli occhi.

«È ancora sposata?» mi chiede, lo sguardo dolorante.

«No. Ha divorziato cinque anni fa» rispondo senza


distogliere gli occhi dai suoi.

«Perché non sei con lei?»

“Perché ti amo. Perché cercavo qualcosa ma non


sapevo cosa. Fino a quando non sei caduta nel mio ufficio.
Fino a quando non ti ho avuta”.

«Perché tra noi è finita. Te l’ho detto»

Vorrei dirle quanto ci tengo a lei, ma la mia tasca si


mette a vibrare. Aggrotto la fronte, estraendo il
BlackBerry e premendo il tasto verde. É Welch. So che
devo rispondere.

«Welch!» esclamo furioso.

«Mr Grey, abbiamo finalmente una pista. Miss


Williams era fuggita con un altro uomo, abbandonando
suo marito circa tre mesi fa. John Wilbury, irlandese.
Wilbury è morto in un incidente d’auto»

«Morto in un incidente d’auto? Quando?» chiedo


incredulo.

«Quattro settimane fa. Abbiamo rintracciato l’ex


marito di Miss Williams, ma non si è reso disponibile»

«È la seconda volta che quel bastardo non è


disponibile. Deve saperlo. Non prova proprio nessun
sentimento per lei?» sibilo, scuotendo la testa.

«Mr Grey, noi pensiamo che Miss Williams abbia


avuto un tracollo emotivo in seguito alla morte di
Wilbury. É andata per qualche seduta da uno psicologo,
che però ha detto di non essersi accorto dello stato
mentale della sua paziente. Probabilmente è per questo
che ha deciso di attirare la sua attenzione. Non poteva
tornare da suo marito. E, dunque, ha scelto... bè, ha scelto
lei»

Welch suona imbarazzato per un attimo.

«Tutto questo inizia ad avere un senso» ammetto a


voce bassa.

Ana, nel frattempo si guarda intorno, sospettosa,


scrutando la gente che ci cammina intorno. D’istinto
inizio a farlo anch’io, mentre sto al telefono.

«Ha idea di dove possa essere Miss Williams?» chiede


Welch, distraendomi.

«No» ammetto impotente.

«Il fatto che sia tornata a Seattle non le dice nulla?


Non è collegato a nessun posto in particolare dove Miss
Williams possa nascondersi?»

«Spiega perché, ma non dove»

«Comunque sia, Mr Grey, ho parlato con Taylor e da


questa mattina le ho messo dietro un uomo della
sicurezza, in attesa di concordare con lei come
organizzarci. É per precauzione. Dovrebbe essere a circa
tre metri da lei, sulla destra. Miss Steele è con lei?»

Mi giro intorno alla ricerca della mia ombra segreta.


Scorgo un uomo che mi fa un breve cenno con la testa.
Torno a fissare Ana, che si gira intorno disorientata.

«Lei è qui»

«Ha individuato Sawyer, signore?»

Torno a fissare l’uomo sulla destra, che non ci perde


d’occhio.

«Ci sta guardando»

«Vuole che aumentiamo la scorta da oggi?»

Ripenso alla festa di questa sera. Leila potrebbe


decidere di avvicinare Ana tra la folla. Meglio evitare.

«Sì» rispondo gelido.

«Una scorta di sei uomini, signore?»

«No. Due o quattro, ventiquattr’ore su ventiquattro,


sette giorni su sette»

Welch fa una pausa.

«Ne ha parlato con Miss Steele?»

Stringo forte le labbra e gli occhi. Poi li riapro.

«Non ho ancora affrontato l’argomento»

Mentre lo dico la fisso intensamente. So che quelli di


questa mattina non erano altro che battibecchi in
confronto al polverone che sta per alzarsi. Ana mi guarda,
aggrottando la fronte. La fisso sulla difensiva, preparando
mentalmente un piano di difesa dalla nuova grintosa
Anastasia che non perde occasione per farmi sbattere col
culo a terra.

«Mr Grey, non sottovaluti la faccenda. Miss Williams...


Miss Williams ha ottenuto un permesso per un’arma da
fuoco»

«Cosa...?» sussurro, e mi rendo conto da solo di essere


diventato pallido come un cencio.

L’associazione Leila-disturbo mentale-pistola-


Anastasia non è sicuramente un pensiero felice. “Cristo
santo! Può andare storto ancora qualcosa oggi?”.
«Sì, Mr Grey. É l’unica traccia che abbiamo e sulla
quale stiamo lavorando».

«Capisco. Quando?»

«Proprio ieri, signore»

Il dolore è lancinante. Ieri. Ieri quando ha visto


Anastasia. Ieri, era andata da lei per ucciderla. Per
eliminare l’ostacolo tra me e lei.

«Così recente? Ma come?» sussurro con un filo di voce.

«Stiamo indagando»

«Nessuna ricerca sul territorio?»

«I miei uomini sono al lavoro, signore. Stiamo tenendo


sotto torchio anche suo marito. Abbiamo raccolto
informazioni su di lui» mi dice Welch risoluto.

«Okay. Mandami una mail con il nome, l’indirizzo e le


foto, se le hai»

«E la scorta, Mr Grey?»

«Ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette,


da oggi pomeriggio. Tieniti in contatto con Taylor» dico a
denti stretti, riagganciando il telefono.

«Allora?» mi incalza subito Anastasia, visibilmente


esasperata.

La fisso per qualche istante.


«Era Welch» le dico alla fine.

«Chi è Welch?» chiede con la fronte aggrottata.

«Il mio consulente per la sicurezza»

«Ah. E cos’è successo?»

La fisso di nuovo. “Sii sincero, Christian. Ne va della


sua sicurezza”. Ma dopo la sfuriata per Elena, che dubito
sia ancora finita, credo che quello in pericolo sia io. Mio
malgrado mi viene quasi da sorridere.

«Leila ha lasciato il marito circa tre mesi fa ed è


scappata con un tizio, che è morto in un incidente
stradale quattro settimane fa» le dico seccamente.

«Oh» sussulta, sconvolta.

«Quel coglione di strizzacervelli avrebbe dovuto


scoprirlo» sbotto rabbioso. «Una seccatura, ecco cos’è.
Vieni» le dico, tendendole la mano.

La afferra, guardandomi negli occhi. Poi abbassa lo


sguardo sulle nostre mani e ritrae la sua, infastidita. “Non
ora, Ana”.

«Aspetta un attimo. Eravamo nel mezzo di una


discussione su di noi. Su di lei, la tua Mrs Robinson»
sibila acida, calcando il tono sul nomignolo che ha
assegnato ad Elena.

La fisso severamente.

«Non è la mia Mrs Robinson. Possiamo parlarne nel


mio appartamento» le dico pacato e risoluto.

Ma dentro la rabbia scorre a fiumi nelle mie vene.

«Non voglio venire nel tuo appartamento. Voglio


tagliarmi i capelli!» urla, fottendosene altamente di
essere in pieno centro.

La guardo negli occhi e vedo di tutto. Rabbia,


esasperazione, dolore. ‘Sei un fardello troppo grande da
portare, Grey. Riesci solo a rovinarle la vita’. Estraggo il
telefono dalla tasca e compongo il numero del centro di
bellezza. “Volente o nolente, Ana, mi prenderò io cura di
te”.

«Greta, Christian Grey. Voglio Franco nel mio


appartamento tra un’ora. Chiedi a Mrs Lincoln»

«Certo, Mr Grey. Attenda in linea» risponde lei


efficiente come sempre.

Sento la familiare musichetta, poi di nuovo Greta.

«L’appuntamento è confermato, Mr Grey» mi dice


sollecita.

«Bene»

Chiudo il telefono con un sospiro.

«Arriva subito» le annuncio seccamente.

«Christian...!» esclama lei.

Scuote la testa incredula, frustrata. Non riesco più a


trattenermi.

«Anastasia, è chiaro che Leila ha un esaurimento


nervoso. Non so se sia a me o a te che sta dietro, o quanto
oltre è disposta a spingersi. Adesso andremo a casa tua, e
tu prenderai le tue cose. Potrai stare da me finché non
l’avremo rintracciata» le dico come se fosse la cosa più
naturale del mondo.

Certo. So da solo che non lo è. Ma voglio tenerla la


sicuro. Qualsiasi sia la sua opinione. Non posso perderla
di nuovo.

«Perché dovrei voler fare una cosa del genere?» mi


chiede sconvolta ancor di più se possibile, senza riuscire a
non fissarmi a bocca aperta.

«Perché così potrò proteggerti» sibilo a denti stretti.

«Ma...» tenta di replicare.

“Ok, ora basta”. La fisso severamente, con


un’espressione che non ammette repliche.

«Verrai a stare da me, a costo di trascinartici per i


capelli»

La mia voce è un sussurro minaccioso. Mi fissa a bocca


spalancata, guardandomi come se fossi un mostro. ‘Ma è
quello che sei, Grey’.

«Penso che tu stia esagerando» mi dice, continuando a


scuotere la testa.

«No. Possiamo continuare la discussione nel mio


appartamento. Vieni» le dico, tendendole la mano, con
uno sguardo minaccioso.

Per tutta risposta lei incrocia le braccia sul petto,


lanciandomi un’occhiata di sfida.

«No» sbotta testardamente.

“Non giocare con me, Miss Steele”.

«Puoi camminare, oppure posso caricarti in spalla.


Scegli tu, Anastasia»

E non scherzo. Ma, purtroppo per lei, non se ne rende


conto.

«Non oseresti» mi dice di rimando, aggrottando la


fronte per soppesare la mia espressione.

Le faccio un sorrisetto tirato e arrogante.

«Oh, piccola, sappiamo entrambi che se lanci il guanto


della sfida, io sarò più che felice di raccoglierlo»

Per un attimo ci fissiamo in silenzio, sfidandoci a suon


di occhiatacce. “Perché devi sempre sfidarmi, Anastasia?
Perché non puoi fare la brava bambina per un po’ e
lasciare che ti tenga al sicuro?”. All’improvviso mi chino,
afferrandole le gambe e sollevandola da terra. Me la
carico sulle spalle e mi avvio sul marciapiede. Accanto a
noi la gente ci osserva sconvolta e divertita al tempo
stesso.

«Mettimi giù!» lancia un grido.


La ignoro stoicamente, allungando il passo. La tengo
stretta con un braccio, mentre con la mano libera le
assesto un paio di sculacciate.

«Christian!» urla di nuovo. «Cammino! Cammino!»


urla e strepita.

Mi fermo, con un sospiro, lasciandola scivolare giù


dalla mia spalla. Ma prima che riesca a rialzarmi e
prendere fiato, vedo i suoi piedi allontanarsi veloci. Corre
silenziosamente, con le braccia strette contro il corpo e lo
sguardo basso. L’ho ferita. E quando le avevo promesso
che sarebbe andato tutto per il meglio ecco che l’ho
umiliata. Stringo forte gli occhi, mentre la raggiungo. Non
mi guarda, non mi sgrida, non urla. Non mi tocca. E
questo è quello che fa più male. Inizio a capire cosa prova
quando le vieto anche solo di sfiorarmi. É una sensazione
che uccide. All’improvviso si ferma, fissandomi dritta
negli occhi.

«Cos’è successo?» mi chiede con la fronte aggrottata,


lo sguardo fisso nel mio.

Aggrotto le sopracciglia.

«Cosa intendi?» chiedo, senza capire.

«Con Leila»

«Te l’ho detto» le rispondo, distogliendo lo sguardo


per un attimo.

«No, non l’hai fatto. C’è qualcos’altro. Ieri non insistevi


perché venissi a stare da te. Perciò, cos’è successo?»
sbotta, continuando a stringersi le braccia attorno al
corpo, come se un freddo invisibile le penetrasse le ossa.

Mi sposto sul vialetto, evitando di guardarla. “Devi


parlare Christian. Apri quella cazzo di bocca e cerca di
dirle che vuoi solo essere sicuro che lei stia con te una vita
intera e che Leila non voglia separarla da te
definitivamente”.

«Christian! Dimmelo!» urla spazientita.

«Ieri è riuscita a ottenere il permesso di circolare con


un’arma» la mia voce è flebile, come se dire queste parole
ad alta voce fosse la nostra condanna a morte.

Ana sgrana gli occhi, sbatte le palpebre e diventa


pallida come uno straccio. Le gambe le tremano. Sussulta,
portandosi una mano alla gola. Le dita fanno una leggera
pressione, mentre le labbra si stringono.

«Significa solo che può comprare una pistola»


mormora, cercando di convincere se stessa più che me.

«Ana» le dico preoccupato. Faccio un passo avanti e le


afferro saldamente le spalle. «Non penso che farà una
sciocchezza, ma... è solo che non voglio correre questo
rischio con te» le confesso.

E anche se sembro perfettamente padrone di me,


dentro sono spaventato quanto lei.

«Non con me... E tu?» chiede, mentre un brivido la


attraversa.

La fisso, preoccupato. “Non voglio che in nessun modo


debba separarmi da te. Ma, se deve essere, allora è meglio
che quella pazza squilibrata se la prenda con me”.

Anastasia mi stringe forte in un abbraccio disperato,


premendo il viso contro il mio petto. La stringo a mia
volta, senza riuscire a smettere di guardarmi intorno. A
pochi metri c’è la nostra guardia del corpo.

«Torniamo a casa» mormoro in un sospiro,


chinandomi su di lei e baciandola piano sui capelli
mentre inalo il suo buon profumo.

Anche lei sospira piano, staccandosi da me e


incamminandosi verso l’interno dell’appartamento.

Ci mette qualche minuto per preparare una valigia


piccola, mettendo nello zainetto il Mac, il BlackBerry,
l’iPad e il palloncino sgonfio preso dal suo letto.

«Viene anche Charlie Tango?» le chiedo guardandola.

Annuisce in silenzio e le faccio un sorrisetto tenero,


guardandola con affetto. “La mia piccola Anastasia”.

«Ethan torna giovedì» la sento borbottare a bassa


voce.

«Ethan?» chiedo confuso.

«Il fratello di Kate. Starà qui finché non troverà un


altro appartamento a Seattle» Alzo la testa, fissando il
muro di fronte a me. Faccio del mio meglio per non
sembrare quello che in realtà sono. Furioso.
Letteralmente furioso.

«È un bene che tu venga a stare da me, allora. Così lui


avrà più spazio» dico gelidamente.

«Non so se ha le chiavi. Dovrò tornare qui» mormora,


scrutandomi.

Resto in silenzio, continuando a fissare il muro di


fronte a me e cercando di togliermi dalla testa l’immagine
di quello stronzo biondo mentre se ne sta avvinghiato alla
mia Anastasia.

Ana si guarda intorno, sospirando.

«È tutto» sussurra.

Mi riscuoto, afferrando la sua valigia e usciamo


dall’appartamento. Mentre ci dirigiamo verso l’Audi
rossa, nel parcheggio sul retro, Anastasia si guarda
nervosamente intorno. É palesemente agitata. Mi sposto
verso il lato del passeggero, aprendole la portiera. Ana
resta immobile. La fisso senza capire cosa diavolo sta
cercando di fare.

«Vuoi entrare?» le chiedo, spazientito.

«Pensavo che avrei guidato io» dice guardandomi,


senza muoversi.

«No, guido io» replico seccamente.

«C’è qualcosa che non va nella mia guida? Non dirmi


che conosci il punteggio del mio esame per la patente...
Non mi sorprenderebbe, viste le tue tendenze da stalker»
borbotta, fissandosi le scarpe.

«Entra in macchina, Anastasia» taglio corto, incazzato


nero.

Voglio solo arrivare a casa. Sapere che lei è davvero al


sicuro.

«Okay» mormora, affrettandosi a salire in auto.

Salgo al posto di guida e ingrano la marcia, ansioso di


arrivare all’Escala. Ma il traffico non è dalla mia.
Picchietto nervosamente le dita sullo sterzo, mentre
camminiamo a passo di lumaca.

«Le tue Sottomesse erano tutte castane?» chiede


all’improvviso.

“Dove cazzo vuoi andare a parare ora, Anastasia?”. La


fisso per un attimo, per poi tornare a concentrarmi sulla
strada.

«Sì» borbotto esasperato.

«Me lo stavo solo domandando» aggiunge, come per


rispondere alla mia domanda inespressa.

«Te l’ho detto. Preferisco le brune» mormoro, senza


guardarla.

«Mrs Robinson non è bruna» aggiunge stizzita.

Mi mordo l’interno della guancia per non lanciare un


urlo di disperazione.

«Probabilmente è questo il motivo» ringhio. «Mi ha


fatto perdere l’interesse per le bionde»
“Cristo santo, dopo tutto quello che è successo da
questa mattina, il tuo problema è che mi sono scopato
una bionda, Ana? Dammi tregua!”.

«Stai scherzando» esclama a bocca aperta.

«Sì, sto scherzando» replico, esasperato, scuotendo


leggermente la testa.

La guardo di sottecchi, mentre si gira a fissare fuori dal


finestrino. Rimaniamo in silenzio alcuni minuti. Poi sento
un sussurro uscirle dalle labbra.

«Parlami di lei» mormora piano.

«Che cosa vuoi sapere?» le chiedo, guardandola


mentre aggrotto la fronte.

La sua espressione è strana. E io non vorrei dover


affrontare questa conversazione. “Non mi importa di lei,
Anastasia. Mi importa solo di te”.

«Parlami del vostro accordo commerciale» chiede


semplicemente. Un po’ troppo calma.

Ma la sua frase mi rilassa. Almeno non scendiamo nei


particolari scabrosi della nostra relazione.

«Sono un socio accomandante. Non ho un interesse


particolare per il business della bellezza, ma lei ne ha
fatto un’impresa di successo. Io mi sono limitato a
metterci i soldi per aiutarla a iniziare» le spiego, tentando
di non perdere la pazienza e ritrovare l’equilibrio perduto.

«Perché?» mi chiede, sinceramente interessata.


«Glielo dovevo» aggiungo.

«Oh!»

«Quando mi sono ritirato da Harvard, lei mi ha


prestato centomila dollari per iniziare l’attività»

La sua espressione si fa guardinga.

«Ti sei ritirato dall’università?» mi chiede incuriosita.

«Non faceva per me. Ho fatto due anni.


Sfortunatamente, i miei genitori non sono stati così
comprensivi» sbuffo con un sorrisetto.

Ricordo ancora la rabbia dei miei genitori quando


annunciai il mio ritiro da Harvard. Non mi rivolsero la
parola per due intere settimane. E io mi sentii come
quando ero piccolo. Intrappolato in un mondo in cui ero
solo un estraneo di passaggio.

«Non mi sembra che tu abbia fatto poi tanto male a


lasciare. Che cosa studiavi?» chiede, sistemandosi meglio
sul sedile.

«Politica ed economia» le dico, mordicchiandomi


leggermente il labbro inferiore, mentre tamburello con le
dita sulla leva del cambio, in attesa che il taxi giallo
davanti a noi si decida ad avanzare.

«E così lei è ricca?» mormora soprappensiero.

La sua testa si è spostata di nuovo in direzione di


Elena.
«Era un’annoiata moglie trofeo, Anastasia. Suo marito
era facoltoso, un magnate del legno» sorrido di nuovo.
Ma non c’è traccia di ilarità sul mio volto al ricordo di
come ho trovato Elena il giorno in cui Linc ci ha scoperti.
«Non le permetteva di lavorare, la controllava sempre.
Alcuni uomini sono così» le lancio un altro sorrisetto
sghembo, stavolta rivolto a lei.

«Davvero? Un uomo che vuole controllare tutto! È di


sicuro una creatura mitologica!» mi dice sarcasticamente,
allargando gli occhi e incrociando le braccia sotto al seno.

Il mio ghigno si allarga, ma evito di rispondere.

«Ti ha prestato il denaro di suo marito?» mi chiede


ancora, senza smettere di ficcare il naso.

Annuisco, senza riuscire a trattenere la malizia nel


movimento delle mie labbra che si sollevano.

«È terribile» mormora scioccata.

«Lui si è rifatto» ribatto con un sibilo.

Entriamo nel garage.

«Come?» chiede.

Scuoto la testa, lasciando cadere la sua domanda nel


vuoto. Parcheggio accanto al SUV. Scendo e faccio il giro
per aprirle la portiera. La fisso dall’alto, mentre lei,
seduta sul sedile mi fissa intimorita per qualche attimo.

«Vieni. Franco sarà qui a momenti» le dico piano,


allungando una mano e afferrando la sua.
Entriamo in silenzio in ascensore. La fisso, mentre lei
giocherella con le dita. É così bella. Così dolce. É la donna
che amo, quella da cui non sopporto di dovermi più
separare. Non voglio perderla. Neppure quando, come
ora, mi porta il broncio.

«Sei ancora arrabbiata con me?» le chiedo piano.

«Molto» risponde velocemente.

Annuisco piano.

«Okay» le dico, tornando a fissare le porte


dell’ascensore, che all’improvviso si aprono.

Taylor ci sta aspettando nell’atrio.

Mi sporgo verso di lei, prendendole lo zaino e uscendo


con lei. “Arrabbiata è meglio che in pericolo, Ana”.

«Welch si è messo in contatto con te?» chiedo a Taylor.

«Sì, signore» risponde lui, con un leggero cenno del


capo.

«E?» lo incalzo impaziente.

«È tutto pronto»

«Ottimo» Faccio una leggera pausa, ricordandomi solo


ora che ha passato la notte in ospedale con sua figlia
ricoverata per accertamenti. «Come sta tua figlia?» gli
chiedo più calmo.

«Bene, grazie, signore» mi risponde, con uno sguardo


riconoscente.

«Perfetto. Tra poco arriverà un parrucchiere. Franco


De Luca» lo avverto, oltrepassandolo.

Ana mi segue.

«Miss Steele» la saluta educatamente Taylor.

Anastasia si ferma sulla soglia.

«Salve, Taylor. Ha una figlia?» gli chiede con un


sorriso dolce.

«Sì, signora»

«Quanti anni ha?»

«Sette»

Le lancio un’occhiata impaziente. Ma lei torna a


rivolgere la sua attenzione a Taylor.

«Vive con sua madre» aggiunge lui.

«Oh, capisco» risponde lei, comprensiva.

Scorgo il sorriso di Taylor, che mi infastidisce.


Soprattutto perché lei lo ricambia, mentre a me, per tutta
la mattinata, ha riservato solo grida e strepitii.

Mi avvio nel salone, sentendola affrettarsi a seguirmi.

Guardo l’orologio al mio polso. É quasi ora di pranzo.

«Hai fame?» le chiedo bruscamente.


Ana si limita a scuotere la testa, stringendo
leggermente gli occhi come se si aspettasse una sfuriata
da parte mia. La fisso per un attimo. “Perché ti faccio così
paura, Ana... e invece non riesce ad intimorirti Leila?
Perché pensi di essere in pericolo con me, che ti amo, e
non senza di me a proteggerti?”. Ma, dopo l’estenuante
mattinata, decido di non permetterle di urlarmi contro di
nuovo. Meglio che si calmi. E che mi calmi io.

«Devo fare qualche telefonata. Fa’ come se fossi a casa


tua» le dico, liquidandola.

«Okay» mormora spaesata.

Pochi passi e raggiungo il mio ufficio, sbattendo


leggermente la porta. Mi appoggio con la schiena allo
stipite della porta. Appoggio la testa e sospiro, esasperato.
“Ho fatto lo stronzo. Di nuovo. Lei è tornata da me e io
l’ho condotta per mano su un campo minato. Ad ogni
passo ho paura di perderla. Ma cos’ho che non va?”.
Faccio qualche profondo sospiro, prima di ritrovare la
calma. Poi apro gli occhi risoluto.

“Ora devo occuparmi di tutto questo casino”.

Per prima cosa chiamo Elena. La colgo di sorpresa, ma


mi assicuro, alla fine della conversazione, che lei non sarà
presente all’evento di questa sera. Non voglio turbare di
nuovo Ana.

«Christian, davvero, non capisco cosa può cambiare la


mia presenza. Ma se non vuoi che io ci sia, allora va bene.
Come sai, oltretutto, avevo anche altri piani per la serata»

Faccio un sospiro di sollievo.


«Grazie, Elena. Io e Ana... bè, oggi è stata una
giornata... complicata»

Ci salutiamo cordialmente. Chiudo il telefono e mi


rilasso visibilmente. Certo, per come è possibile rilassarsi
sapendo che un ex Sottomessa squilibrata vuole fare del
male alla donna che amo. E poi esco dal mio studio. Alla
ricerca della fonte della mia felicità. Il telefono vibra e un
messaggio mi avverte dell’arrivo di Franco. Non
trovandola nel salone, mi dirigo spedito nella mia camera.
Ma non è nemmeno lì. ‘Idiota. La sua stanza è di sopra.
Glielo avevi specificato così chiaramente. Cosa ti
aspettavi?’. Così salgo al piano superiore. Entro nella
camera e aggrotto la fronte quando non la vedo. ‘Forse è
scappata, Grey’. Il mio cuore smette di battere. Poi sento
la sua voce. Proviene dalla cabina armadio. Mi avvicino,
guardandola rannicchiata a terra. Alza gli occhi su di me,
con un sussulto.

«Eccoti. Pensavo che fossi scappata» le dico, con


sollievo malcelato.

Anastasia alza una mano, indicandomi il cellulare


all’orecchio.

«Scusa, mamma. Devo andare. Ti richiamo presto»


sussurra poi, con voce roca.

Attendo in silenzio, mentre si sente qualcuno


parlottare piano nell’altoparlante.

«Anch’io ti voglio bene, mamma» dice poi dolcemente,


riagganciando.

Mi guarda in silenzio e io mi sento in imbarazzo sotto il


suo sguardo puro.

«Perché ti stai nascondendo qui dentro?» le chiedo.

«Non mi sto nascondendo. Mi sto disperando» dice lei,


con un profondo sospiro rassegnato.

«Disperando?» le chiedo a metà tra il triste e il


divertito.

«Per tutto questo, Christian» risponde sommessa,


indicando gli abiti nella sua cabina armadio con una
mano.

«Posso entrare?» chiedo, poggiando entrambe le mani


sugli stipiti della porta e sporgendomi un po’ in avanti.

«È la tua cabina armadio» mi dice con un sospiro,


poggiando la testa al muro dietro di lei.

Aggrotto la fronte alla scelta delle sue parole ed entro.


Mi siedo a terra, di fronte a lei, con le gambe incrociate.

«Sono solo vestiti. Se non ti piacciono, li riporterò


indietro» le dico semplicemente.

«Sei un peso considerevole da sopportare, lo sai?» mi


dice con tono sarcastico.

Piego la testa di lato, strofinandomi il mento sul quale


è presente un accenno di barba. Poi le sorrido piano.

«Lo so. Sono insopportabile» borbotto.

«Sì, davvero» fa un cenno d’assenso, esausta.


«Come te, Miss Steele» le dico con un sorrisetto.

Anastasia sorride debolmente in risposta. Poi lancia


uno sguardo agli abiti.

«Perché fai tutto questo?» chiede rassegnata.

Il mio corpo si irrigidisce.

«Lo sai il perché» rispondo.

«No, non lo so»

Mi passo una mano nei capelli, frustrato.

«Sei una donna frustrante» le dico, infastidito da tutto


questo.

“Voglio tenerti al sicuro, voglio stringerti, voglio darti


tutto. Voglio mettere il mondo ai tuoi piedi, Ana. Cosa c’è
da capire?”.

«Potresti avere una bella bruna Sottomessa. Una che


dice: “Quanto in alto?” ogni volta che tu le chiedi di
saltare, sempre, ovviamente, che abbia il permesso di
parlare. Allora perché io, Christian? Non riesco a capire»
mi dice, stanca.

La guardo per un momento, capendo finalmente qual è


il nocciolo della situazione. Sono io. Io che non riesco a
farle capire, imprimere nella mente, quanto ho bisogno di
lei. Faccio un profondo sospiro. Cercando di spiegarle la
differenza tra lei è il resto del mondo.

«Mi hai fatto vedere il mondo in modo diverso,


Anastasia. Tu non mi vuoi per i miei soldi. Tu mi hai
dato... speranza» le dico piano, sentendo il cuore battere
forte.

«Speranza per cosa?» sussurra, scostandosi dal muro e


avvicinandosi.

“Come fai a non capirlo?”. Mi stringo piano nelle


spalle.

«Di più» le dico tranquillo. Almeno fuori. «E hai


ragione: sono abituato al fatto che le donne facciano
esattamente quello che dico e quando lo dico, e facciano
sempre quello che voglio. Si invecchia in fretta. C’è
qualcosa in te, Anastasia, che mi attrae a un livello
profondo, che non riesco a capire. È il canto di una sirena.
Non posso resisterti, e non voglio perderti» sospiro,
prendendole una mano. «Non scappare, ti prego. Abbi un
po’ di fiducia in me e un po’ di pazienza. Per favore» le
dico, guardandola negli occhi e cercando di farla entrare
più a fondo possibile.

Ana cambia posizione, senza smettere di fissarmi. Si


inginocchia davanti a me. E poi si sporge, baciandomi le
labbra dolcemente, come solo lei sa fare.

«Okay. Fiducia e pazienza, posso sopportarlo» mi dice


con un sorriso tiepido.

«Bene. Perché Franco è qui» le rispondo.

Prima di alzarmi le rubo un altro bacio veloce. Poi la


trascino con me al piano di sotto.

La lascio nelle grinfie del piccolo Franco, che la


trascina di sopra. Mentre io ne approfitto per sbrigare
alcune questioni di lavoro. Prima mi cambio, indossando
una camicia di lino, sbottonata nella parte superiore e
togliendomi scarpe e calze. Vado nello studio, prendo i
documenti che mi sono necessari e poi mi dirigo nel
salotto. Mi siedo sul divano, accendo l’iPod e mi metto al
lavoro, estraniandomi da tutto quello che mi circonda. É
l’unico modo per non dare di matto e concludere
qualcosa.

Un’ora più tardi, sento degli sguardi addosso che mi


costringo ad alzare la testa. La guardo, abbeverandomi di
quella visione. É bella da mozzare il fiato.

«Vedi? Te lo dicevo, gli piace» le dice Franco,


guardandoci con un malizioso luccichio negli occhi.

«Sei adorabile, Ana» le dico, apprezzandola sul serio.

«Il mio lavoro è finito» esclama Franco, battendo le


mani. Per poco non saltella.

Mi alzo dal divano e mi avvicino alla strana coppia.

«Grazie, Franco» gli dico sorridendo.

Franco si gira, stringendo Anastasia in un forte


abbraccio e baciandola su entrambe le guance. Se non
fosse gay starebbe già volando fuori dalla portafinestra.
Ma per fortuna il suo corteggiamento di solito tocca a me
subirlo.

«Non lasciare mai che nessun altro ti tagli i capelli,


bellissima Ana!» le dice con un ampio sorriso.
Ana scoppia a ridere, arrossendo piano. Accompagno
velocemente Franco nell’atrio e lo lascio a Taylor, mentre
torno impaziente da lei.

«Sono contento che tu li abbia tenuti lunghi» le dico,


osservandola felice. Prendo una ciocca tra le dita e la
accarezzo. E no. Non c’è nessuna implicazione sottintesa.
I suoi capelli mi piacciono perché sono scuri e sono i suoi.
Non quelli di un fantoccio da punire come se fosse mia
madre.

«Sono così morbidi» mormoro, apprezzando la sua


dolce bellezza. «Sei ancora arrabbiata con me?» le chiedo
piano.

Annuisce piano e io le sorrido dolcemente.

«Per quale motivo di preciso sei arrabbiata con me?»


mormoro.

Alza la testa, guardando il soffitto, come aveva già fatto


quella mattina in Georgia.

«Vuoi l’elenco?» sbotta.

«C’è un elenco?» le chiedo, tentando di mantenere un


tono scherzoso.

«Un lungo elenco» ribatte, mettendosi le mani sui


fianchi e tornando a guardarmi.

«Ne possiamo discutere a letto?» le sussurro,


giocherellando ancora con i suoi capelli.

«No» risponde, mettendo il broncio.


«A pranzo, allora. Sono affamato, e non solo di cibo» le
mormoro quasi contro le labbra, sorridendole in modo
lascivo.

«Non mi lascerò abbindolare dalle tue abilità sessuali»


mormora decisa.

Cerco di trattenere un sorrisetto.

«Che cosa ti dà fastidio nello specifico, Miss Steele?


Sputa il rospo» la provoco.

Fa un profondo respiro, guardandomi negli occhi. Poi


prende coraggio.

«Cosa mi dà fastidio? Bè, la tua clamorosa invasione


della mia privacy e il fatto che mi porti nel salone di
bellezza dove lavora la tua ex padrona e dove portavi tutte
le tue amanti per farsi fare la ceretta; inoltre mi hai
maltrattata per la strada, come se avessi sei anni. E,
soprattutto, hai lasciato che la tua Mrs Robinson ti
toccasse!»

“Merda”.

Urla quasi, fissandomi furiosa. E in quel momento mi


chiedo quando il mio cervello ha potuto pensare anche
solo per un secondo che il pericolo fosse scampato. Mi
rendo conto che sulla mia faccia si è appena dipinta
un’espressione incredula.

«È un bell’elenco. Ma, giusto per chiarire un punto: lei


non è la mia Mrs Robinson» ribatto stizzito.

«Può toccarti» ripete furibonda.


Faccio una smorfia di disprezzo. Ma non nei suoi
confronti. Nei confronti di quello che lei definisce tocco.
Elena non mi ha mai toccato. Elena mi ha scopato,
umiliato, usato, sodomizzato. Mi ha anche aiutato. Ma
mai toccato.

«Sa dove farlo» ribatto odiosamente pacato.

«Che cosa significa?» chiede con la fronte corrucciata.

Mi passo entrambe le mani nei capelli, stringendo gli


occhi e le mani. Deglutisco a fatica, cercando un
equilibrio che non trovo da nessuna parte. Apro gli occhi
e la fisso, con un sospiro.

«Tu e io non abbiamo regole. Non ho mai avuto una


relazione senza regole, e non so mai dove mi toccherai.
Mi rende nervoso. Il tuo tocco completamente...» mi
fermo, cercando di trovare le parole per farle capire come
mi fa sentire esposto e vulnerabile. Quanto mi faccia
paura. «È solo che significa di più... così tanto di più»
riesco a mormorarle, sconfitto. La guardo, fisso negli
occhi, cercando di farle capire. Ma lei, per tutta risposta,
allunga un braccio, con le dita che le tremano.
Automaticamente mi tiro indietro, mentre lei con
un’espressione di dolore, lascia ricadere impotente il
braccio.

«Limiti assoluti» sussurro in fretta, cercando di darle


una spiegazione razionale. ‘Magari razionale per te,
idiota’.

Anastasia mi fissa mortificata, come se non si sentisse


abbastanza per me. Quando, invece, è proprio il
contrario.
«Come ti sentiresti se non potessi toccarmi?» mi
chiede poi, con un filo di voce.

«Devastato e defraudato» rispondo di getto.

Ana stringe gli occhi, poi li riapre, scuotendo piano la


testa con un piccolo sorriso rassegnato e rassicurante.
“Cerca di rassicurarmi anche ora, anche mentre la
respingo”. Rilasso le spalle, perché sono certo che non ci
proverà di nuovo.

«Un giorno devi dirmi esattamente perché c’è questo


limite assoluto, per favore» chiede sommessa.

«Un giorno» le dico piano.

Rialzo la testa e cerco di mostrarmi indifferente. Ma


dentro l’episodio mi ha segnato profondamente.
“Devastato e defraudato. Così si sente anche lei”. La
guardo, costringendomi ad andare oltre.

«Allora, il resto del tuo elenco. Invasione della


privacy...» le dico, riprendendo il nostro discorso.

Arriccio le labbra riflettendo.

«Perché conosco il tuo numero di conto corrente?» le


chiedo.

«Sì, è inammissibile» mi dice aggrottando la fronte.

“Ok, inizia a scoprire le tue carte, Christian”.

«Faccio ricerche sulla vita privata di tutte le mie


Sottomesse. Ti farò vedere» Mi giro e mi dirigo verso il
mio studio.

Ana mi segue. Mi avvicino allo schedario ed estraggo il


suo dossier. Fissa il faldone, senza avere il coraggio di
prenderlo tra le dita. Mi stringo nelle spalle, cercando
miseramente di scusarmi.

«Puoi tenerla» mormoro.

«Bè, accidenti, grazie» ribatte seccamente.

Lo apre, scorrendolo velocemente. La sua espressione


è sempre più sbalordita. Si ferma su una pagina. Poi mi
fissa.

«Perciò sapevi che lavoravo da Clayton?» sibila.

«Sì» ammetto.

«Non è stata una coincidenza. Non sei capitato lì per


caso, vero?» dice, fissandomi torva.

«No» replico a voce bassa.

Stringe forte le labbra, per poi rilassarle e fare un


sospiro.

«Questa è una stronzata. Lo sai, vero?» mi dice


perentoria.

«Io non la vedo in questo modo. Con quello che faccio,


devo essere cauto» tento di spiegarle, innervosito dal suo
tono.

«Ma queste sono cose private» sibila, stringendo i fogli


tra le dita.

«Non faccio mai un uso improprio delle informazioni.


Sono dati che tutti possono ottenere se si applicano un
po’, Anastasia. Per avere il controllo, ho bisogno di
informazioni. È così che ho sempre fatto» le dico pacato.
Non intendo scusarmi per essere stato prudente, Ana.

«Tu fai un uso improprio delle informazioni. Hai


depositato ventiquattromila dollari che non volevo sul
mio conto» borbotta, infastidita.

Stringo le labbra.

«Te l’ho detto. È quanto Taylor ha ricavato dalla tua


macchina. È incredibile, lo so, ma è così»

«Ma l’Audi...»

«Anastasia, hai idea di quanti soldi guadagno?» sbotto


esasperato.

Arrossisce di colpo.

«Perché dovrei? Non ho bisogno di sapere il saldo del


tuo conto corrente, Christian» sussurra, abbassando lo
sguardo.

Sorrido piano, mentre il cuore mi si riempie di gioia.

«Lo so. È una delle cose che amo di te» mormoro.

Alza lo sguardo sorpresa.

«Anastasia, io guadagno circa centomila dollari


all’ora» le confesso, divertito.

La bocca le si spalanca, e non riesce a sbattere le


palpebre.

«Ventiquattromila dollari non sono niente. La


macchina, i volumi di Tess dei d’Urberville, i vestiti, non
sono niente» le dico piano.

Ana ci mette qualche minuto a riprendersi dallo shock.


Ma questo non migliora la situazione.

«Se fossi in me, come ti sentiresti di fronte a tutta


questa munificenza che ti viene imposta?» mi chiede, in
un sussurro esausto.

La domanda mi lascia smarrito. Cosa... cosa vuol dire?


Io... Io non lo so. Credo. Scrollo le spalle.

«Non lo so» dico alla fine, sorridendo.

Sospira a fondo.

«Non mi fa sentire bene. Voglio dire, tu sei molto


generoso, ma mi fai sentire a disagio. Te l’ho già detto»

Sospiro.

«Io voglio darti il mondo, Anastasia» le dico, facendo


un passo in avanti e guardandola dolcemente negli occhi
azzurro cielo.

«Io voglio solo te, Christian. Non mi interessano gli


accessori» mi risponde a voce bassa, arrossendo.
«Sono inclusi nel pacchetto. Fanno parte di quello che
sono» tento di farle capire.

Chiude per un attimo gli occhi. Poi li riapre, guardando


il muro alla sua sinistra.

«Possiamo mangiare?» chiede, torcendosi le dita.

Stringo le labbra, impedendo a me stesso di essere


duro con lei. Abbiamo bisogno di calmarci.

«Certo» le dico, apparentemente calmo.

«Cucino io» dice, girandosi di profilo.

«Bene. Altrimenti c’è del cibo nel frigo» le dico con


noncuranza.

«Mrs Jones non viene nel weekend? Perciò tu mangi


soprattutto cose fredde nel fine settimana?» chiede
soprappensiero.

«No» le rispondo.

Ma quasi subito me ne pento. Ed ecco che arriva di


nuovo l’inquisizione.

«Non capisco» mormora confusa.

Sospiro. “Il mio passato riuscirà ad andare a farsi


fottere per il resto di questa fottutissima giornata?”.

«Le mie Sottomesse cucinano, Anastasia» le confesso,


guardando leggermente divertito la sua espressione e il
suo rossore.
«Ah, già» dice, imbarazzata. Poi mi fissa.

«Cosa gradisce mangiare, signore?» aggiunge,


sorridendomi dolcemente.

Le lancio un sorrisetto.

«Qualunque cosa la signora riesca a trovare» le dico,


mentre non riesco a nascondere del tutto l’effetto che
l’appellativo ha su di me.

Si allontana, sparendo in cucina, lasciandomi ai miei


pensieri. Per un attimo, ad occhi chiusi, mi concedo il
lusso di provare a pensare a come sarebbe farmi toccare
da lei. Mi sposto accanto alla portafinestra. La mia
mentre vacilla al ricordo del dolore che ho provato questa
mattina quando non si è lasciata toccare da me. La
sensazione di vuoto che mi ha lasciato il non poterla
toccare è stata come una lama conficcata nel petto. A
fondo. Fisso i grattacieli di Seattle. Una volta mi sentivo
così solo in questa casa. Era mia. Ma era solo mia. Ora,
invece, avverto la sua presenza anche al di là di questa
porta. Anche quando non è fisicamente qui, il suo
profumo non mi fa sentire solo. D’istinto ho voglia di
restituirle qualcosa. Di farla contenta. Di farle piacere
dopo l’estenuante mattinata. E mi vengono in mente le
sue parole di ieri sera. “Forse dovremmo prendere un
evidenziatore e...”. E sì. Forse dovremmo. Mando un sms
a Taylor, per farmi portare quello che mi serve. Poi sento
la musica dall’altra stanza. Sorrido, aprendo la porta e mi
dirigo in cucina. Non si accorge subito della mia presenza.
La fisso, mentre sbatte le uova e poi si ferma, in preda ai
suoi pensieri. É come quella mattina, dopo che avevamo
fatto l’amore per la prima volta. Quanto siamo andati
avanti da allora? La osservo scuotere piano la testa e
sorridere. Non resisto oltre e mi avvicino, avvolgendole le
braccia attorno alla vita. Sussulta, poi si rilassa.

«Interessante scelta musicale» le dico, ascoltando


Crazy in love di Beyoncè. Mi strofino con il naso dietro il
suo orecchio, annusando il suo odore. «Sai di buono» le
dico, inspirando a fondo dai suoi capelli.

Il suo corpo freme, mentre sfugge dalle mie braccia.

«Sono ancora arrabbiata con te» borbotta.

Aggrotto la fronte, fissandola.

«Per quanto tempo hai intenzione di continuare?» le


chiedo, frustrato. Mi passo una mano nei capelli. “Dammi
tregua, Ana. Ho solo bisogno di te. Di dimostrarti che è
tutto a posto. Che ti amo”.

«Almeno finché avremo mangiato» risponde altezzosa,


continuando a cucinare.

Trattengo un sorriso davanti alla sua determinazione.


Poi mi volto, spegnendo quella canzone che ora mi
ricorda cose che non voglio ricordare.

«Hai messo tu quella canzone sul tuo iPod?» chiede,


con finta noncuranza.

“Rieccola all’attacco”.

Scuoto la testa, in silenzio. Non ho il coraggio di


pronunciare il suo nome.
«Non credi che stesse cercando di dirti qualcosa?»
dice, con un mezzo sorriso.

Stranamente la sta prendendo meglio di come mi


aspettavo.

«Bè, con il senno di poi, probabilmente sì» rispondo,


calmo.

«Perché è ancora nell’iPod?» chiede curiosa, senza


rabbia o malizia.

«È una canzone che mi piace abbastanza. Ma se ti


infastidisce la tolgo» le dico premuroso.

«No, va bene. Mi piace ascoltare musica quando


cucino»

Sorrido.

«Che cosa ti piacerebbe ascoltare?» le chiedo.

«Sorprendimi» dice platealmente, guardandomi da


sopra una spalla.

Armeggio con l’iPod finché trovo la canzone perfetta. I


put a spell on you, di Nina Simone. Si gira di scatto,
arrossendo violentemente, mentre la guardo. “Ti ho fatto
un incantesimo... sì, Ana... mi hai completamente
sedotto, stregato in un modo che non credevo possibile.
Non per me”. Mi avvicino, colmando la distanza tra di
noi. Il suo corpo freme anche se ancora non l’ho sfiorata.
Trema. Come tremano le sue labbra mentre mi supplica
dolcemente.
«Christian, per favore» sussurra, giocherellando con il
frullino nelle mani.

«Per favore cosa?» mormoro contro le sue labbra,


senza toccarla.

Le mie mani sono poggiate dietro di lei, sul ripiano


della cucina.

«Non farlo» mi dice, alzando lo sguardo nel mio.

«Fare cosa?» sussurro ancora, mentre il desiderio mi


infiamma il corpo.

«Questo» dice con un filo di voce.

La fisso. “Non è quello che vuoi, Ana. E nemmeno io”.

«Sei sicura?» mormoro, togliendole il frullino di mano


e mettendolo nella ciotola con le uova, dietro di lei.

Sospira affannosamente, distogliendo lo sguardo dal


mio.

«Ti voglio, Anastasia» mormoro suadente, contro le


sue labbra delicate. «Amo e odio, e amo discutere con te.
È una cosa del tutto nuova. Ho bisogno di sapere che
stiamo bene. È il solo modo che conosco» le confesso,
desiderandola ora come non mai.

«I miei sentimenti per te non sono cambiati» sussurra


piano.

I suoi occhi cadono sul mio petto. Si morde forte il


labbro, mentre il suo esile corpo è scosso dai brividi
dell’eccitazione. La mia erezione preme forte contro la
stoffa dei jeans.

Mi spingo più vicino a lei, ma non la tocco ancora. I


nostri calori si fondono, anticipando quello che faremo
tra poco noi due.

«Non ti toccherò finché non mi dirai di sì» le dico


piano, contro l’orecchio. «Ma ora come ora, dopo una
mattinata davvero schifosa, vorrei soltanto sprofondare
dentro di te e dimenticare tutto a parte noi».E lo dico con
tutta la sincerità di questo mondo. Le dico esattamente
come mi sento. Senza giochetti, senza sfide, senza timori.
Ho bisogno di lei. Sono malato di desiderio. E d’amore. E
lei è l’unica a potermi guarire.

All’improvviso Ana alza la testa, fissandomi


intensamente. Con paura. E amore.

«Ti toccherò la faccia» sussurra.

Ci metto qualche secondo a realizzare quello che ha


detto. Mi perdo nell’azzurro dei suoi meravigliosi occhi e,
alla fine, annuisco, sicuro che non mi tradirà.

Anastasia alza la mano, accarezzandomi la guancia, il


mento su cui la barba è appena accennata. Chiudo gli
occhi con un sospiro beato. Finalmente il suo tocco.
Finalmente. Poggio la guancia sul suo palmo aperto. Poi
riapro gli occhi, chinandomi su di lei e avvicinandomi alle
sue labbra. Anche lei si sporge verso di me. Ma non la
bacio.

«Sì o no, Anastasia?» sussurro piano.


«Sì» sospira.

E finalmente, le mie labbra si schiudono insieme alle


sue. Le braccia la stringono forte, attirandola contro il
mio corpo eccitato e desideroso di lei. La mano destra
sale ad accarezzarle la testa, infilandosi nei suoi capelli e
stringendola di più. La sinistra scorre su e giù,
fermandosi sulla sua schiena e premendola contro di me.
Il suo gemito mi fa impazzire. Il mio uccello spinge contro
il suo stomaco. E io vorrei già essere dentro di lei.

Con la coda dell’occhio scorgo un movimento. Poi un


colpo di tosse sommesso mi fa allontanare da lei.

«Mr Grey». Taylor è imbarazzato.

Lascio immediatamente Anastasia. Fissandola a fondo,


prima di rivolgermi a Jason. Non mi avrebbe interrotto
per nulla. Dunque devo rimandare il mio rendez vous con
la mia fidanzata adorata.

«Taylor» dico gelido. Ci scambiamo un rapido cenno,


mentre Ana ci fissa stralunata. «Nel mio studio» ordino
seccamente, lasciando che Jason si avvii per primo. «Lo
spettacolo è solo rimandato» le mormoro, lasciandola a
malincuore per recarmi nel mio studio.

Taylor mi informa, brevemente, del fatto che sul fronte


Leila ancora non ci sono novità, che gli uomini della
scorta sono arrivati e che ha comprato il rossetto rosso
che gli avevo chiesto. Me lo consegna. E io tremo all’idea
di quello che dirà Anastasia.

Dieci minuti più tardi riemergo dallo studio. Il


profumo dell’omelette preparata da Ana è delizioso.
Congedo Taylor e mi preparo ad affrontare l’ennesima
sfida della giornata. Restiamo di nuovo soli, in cucina.
Ana prende due piatti riscaldati e li poggia sul bancone.

«Mangi?» mi chiede piano.

«Sì, grazie» le dico, osservandola mentre mi siedo su


uno sgabello.

«Problemi?»

«No»

Mi lancia un’occhiataccia, notando la mia agitazione.


Ma io la ignoro. Porta in tavola il pranzo e si siede
accanto a me. Assaggio l’omelette, apprezzando la sua
cucina.

«È buona» mormoro sincero. «Ti va un bicchiere di


vino?»

«No, grazie» risponde pacata.

Mangiamo in silenzio, almeno fino a quando non


accendo l’iPod.

«Cos’è?» chiede curiosa, ascoltando il brano in


occitano antico.

«Canteloube. Chants d’Auvergne. Questa si chiama


Bailero» le spiego.

«È bella. In che lingua è?»

«Francese antico. Occitano, per essere precisi» le dico


con un sorriso.

«Tu parli francese, lo capisci?» chiede, prima di


mettersi in bocca la deliziosa omelette che ha nel piatto.

«Qualche parola, sì»

Le sorrido, finalmente più a mio agio.

«Mia madre aveva delle fisse: strumenti musicali,


lingue straniere, arti marziali. Elliot parla spagnolo. Mia e
io francese. Elliot suona la chitarra, io il pianoforte e Mia
il violoncello»

«Wow. E le arti marziali?»

«Elliot fa judo. Mia si è impuntata quando aveva dodici


anni e si è rifiutata» dico con una smorfia simpatica nel
ricordare Mia che fuggiva per tutta la casa quando sapeva
di dover andare in palestra.

«Magari mia madre fosse stata così organizzata»


sospira pensierosa.

«La dottoressa Grace è formidabile quando si tratta dei


talenti dei suoi figli» le dico con un sorrisetto.

«Deve essere molto orgogliosa di te. Io lo sarei»


mormora dolcemente.

“Orgogliosa di cosa? Del mostro che sono. Del


pervertito che ha cresciuto senza essere a conoscenza
della sua natura reale?”. Decido di non andare oltre e
cambio argomento.
«Hai deciso cosa ti metterai stasera? O devo scegliere
qualcosa per te?» le dico bruscamente. ‘Suvvia Grey. Non
è colpa sua se sei un malato pervertito’.

«Uhm... non ancora. Hai scelto tu tutti quei vestiti?»


mormora disorientata.

La fisso e decido che arrabbiata o meno è meglio che le


butti lì le cose come stanno.

«No, Anastasia. Non li ho scelti io. Ho dato una lista e


la tua taglia a una personal shopper di Neiman Marcus. Ti
andranno bene. A titolo informativo, ho chiesto di
potenziare il servizio di sicurezza per stasera e i prossimi
giorni. Con Leila imprevedibile e introvabile per le strade
di Seattle, credo che sia una precauzione saggia. Non
voglio che tu esca senza scorta, okay?» Cerco di essere il
più convincente possibile. Ana sbatte un paio di volte le
palpebre. Poi, calma, risponde con un okay traballante.
«Bene. Vado a dare istruzioni agli uomini della sicurezza.
Non dovrei metterci molto» le dico, alzandomi dallo
sgabello.

«Sono qui?» chiede senza muoversi.

«Sì» rispondo a denti stretti.

Prima che possa continuare, poggio il piatto nel lavello


e vado nell’ufficio di Taylor.

Mezz’ora più tardi, dopo aver disposto tutti i dettagli


per la nostra sicurezza, la trovo nella sua camera, distesa
sul letto, a navigare in Internet. Mi sono rigirato per tutto
il tempo il rossetto nella tasca dei jeans.
«Che cosa stai facendo?» le chiedo, cogliendola
evidentemente di sorpresa.

Mi butto sul letto, accanto a lei, osservando divertito la


sua ricerca. “Disturbo della personalità multipla: i
sintomi”. Sorrido.

«Sei su questo sito per una ragione particolare?»


chiedo con divertita noncuranza.

Mi scruta a fondo.

«Ricerche. Su una personalità difficile» dice calma.

Trattengo un sorrisetto.

«Una personalità difficile?» chiedo.

«È il mio pallino» mi dice, iniziando a rilassarsi con


me.

«Io sono un pallino, adesso? Un’attività extra. Un


esperimento scientifico, forse. E io che pensavo di essere
tutto. Miss Steele, tu mi ferisci» le dico fingendomi
offeso.

«Come sai che sei tu?» chiede altezzosamente,


sorridendomi.

«Intuito» le faccio l’occhiolino.

«È vero che sei l’unico uomo incasinato, lunatico,


maniaco del controllo che conosca intimamente»
risponde divertita.
«Pensavo di essere l’unica persona che conoscevi
intimamente» le sussurro, avvicinandomi al suo orecchio.

Arrossisce all’improvviso.

«Sì. Anche quello» sussurra.

«Sei già arrivata a qualche conclusione?» chiedo,


indicando con il mento il pc.

Si gira sul letto, guardandomi.

«Credo che tu abbia bisogno di un’intensa terapia» mi


dice, socchiudendo gli occhi.

Alzo una mano, spostandole una ciocca di capelli


dietro l’orecchio.

«Io penso di avere bisogno di te. Qui» le dico.

Prendo il rossetto dalla tasca e glielo passo. La osservo,


mentre lo fissa perplessa.

«Vuoi che mi metta questo?» chiede incredula.

Ridacchio piano.

«No, Anastasia, a meno che tu non lo voglia. Non sono


sicuro che sia il tuo colore» le dico deciso. Poi mi tiro su a
sedere, con un profondo sospiro, sfilandomi la camicia.

«Mi piace la tua idea della mappa» le mormoro piano.

Mi fissa senza capire.


«Le zone off-limits» le spiego, senza smettere di
fissarla negli occhi.

«Oh. Stavo scherzando» dice seria.

«Io no» sussurro a bassissima voce.

«Vuoi che disegni su di te con il rossetto?» chiede


sempre più incredula.

«Si lava. Dopo» mormoro ancora.

Ana mi fissa. Poi le sue labbra si aprono in un piccolo


sorriso di meraviglia. Gioia. Puro amore.

«Che ne dici di usare qualcosa di più permanente come


un pennarello indelebile?» tenta di scherzare.

«Potrei farmi un tatuaggio» le dico divertito.

Mi fissa come se avessi imprecato.

«No, il tatuaggio no!» ride nervosamente.

«Rossetto, dunque» le dico con un ghigno.

Chiude in fretta il pc e lo poggia di lato.

«Vieni» le dico, porgendole la mano. «Siediti su di me»


le dico respirando a fondo.

Scalcia velocemente via le ballerine e si tira su a sedere,


gattonando su di me come una splendida creatura
ammaliante. Sono sdraiato sul letto, le ginocchia restano
piegate e lei vi si appoggia comodamente, mettendosi a
cavalcioni su di me come le dico di fare.

La guardo divertito, ma allo stesso tempo spaventato


da quello che accadrà. Lei invece è meravigliosamente
divertita ed eccitata dalla novità

«Mi sembri... entusiasta della cosa» commento


sarcasticamente.

«Sono sempre avida di informazioni, Mr Grey. Ciò


significa che ti rilasserai, perché io saprò fin dove
spingermi» dice compiaciuta di se stessa.

Scuoto piano la testa, ancora incredulo per quello che


le sto permettendo di fare. Mai nella vita avrei creduto di
riuscire ad arrivare a tanto. Ma lei... bè, in fondo è lei la
mia vita ora.

«Apri il rossetto» le ordino severamente, per rimarcare


che comunque comando io e che ora come ora, non deve
neppure pensare a disobbedirmi.

«Dammi la mano» le dico.

Scherzosamente mi porge l’altra, quella vuota.

«Quella con il rossetto» le dico alzando gli occhi al


cielo.

«Stai alzando gli occhi al cielo con me?» sussurra


divertita, gli occhi le brillano di felicità. Darei la mia vita
per vederla così tutti i giorni.

«Sì» rispondo fingendo arroganza.


«Sei molto scortese, Mr Grey. Conosco alcune persone
che diventano violente di fronte a un’alzata di occhi al
cielo» civetta lei.

«Davvero?» chiedo ironicamente.

Mi porge la mano con il rossetto, e io mi tiro su,


ritrovandomi a fissarla negli occhi.

«Pronta?» le chiedo a voce bassa, dolcemente.

Ma forse è a me stesso che dovrei fare questa


domanda.

«Sì» mormora, ritornando seria.

Stringo forte la sua mano.

«Premi»

E inizio a tracciare insieme a lei il percorso. Una scia


rossa, macchiata di sangue, dolore, fame e morte. Una
scia di ricordi dolorosi, di sevizie, di abusi. Di puzza di
sigarette e alcool. Della mia pelle che brucia tra lo strazio
delle mie grida di bambino. Dell’indifferenza di mia
madre, seduta sul divano a guardami contorcermi dal
dolore. Del suo essere così fredda, insensibile. Immobile.
Per minuti, ore, giorni. C’è tutto questo sul mio corpo.
Porto i segni di tutto questo. É tutto confinato nei pezzi di
carne che non voglio che nessuno tocchi. Per non
contaminare nessuno. Per tenermi al riparo da tutto quel
dolore. Perché se non lo riporto a galla, allora non è mai
accaduto. Se lo tengo chiuso nella testa posso non
pensarci. Ma se fa male, se qualcuno lo scatena con il
proprio tocco. Allora sono costretto a riviverlo. Guardo i
suoi occhi colmarsi di dolore mentre scendiamo dal collo
alle spalle, allo stomaco. Mi fermo, trattenendo a stento il
senso di nausea. Non per lei, ovvio. Ma per il dolore. Ma
sono disposto a sopportarlo per lei.

«Lo stesso dall’altra parte» le dico giunti a metà dello


stomaco.

Le lascio la mano, facendola continuare da sola. E in


quella scia color cremisi rivedo il volto di tutte le ragazze
che ho maltrattato, dominato, umiliato. Solo per sentirmi
bene, meglio. Solo per cercare di dare un senso al fatto di
sentirmi sporco. Orrido. Mostro. Perverso. Il dolore è
intenso. O forse non fa male sul serio. Non lo so, sono
confuso.

«Ecco fatto» sussurra Anastasia, fermandosi.

«No, non è finito» ribatto con un senso di vuoto e


dolore che mi pervade. Con l’indice traccio una linea
intorno alla base del collo. Ana segue il mio percorso,
tracciandolo con il rossetto.

Quando ha terminato mi fissa, in attesa, come se


sapesse che non è finita lì.

«Ora la schiena» mormoro.

In silenzio si sposta dal mio grembo, lasciandomi


spostare per darle le spalle.

«Riprendi la linea tracciata davanti, tutt’intorno


dall’altra parte»

Le indico il sentiero. Resto fermo con la testa piegata,


mentre lei completa la sua opera. Il mio corpo cerca di
abituarsi alla sensazione, ma il dolore, i ricordi... fa tutto
troppo male. Si ferma su una spalla.

«Anche intorno al collo?» sussurra tremante.

Annuisco, senza avere il coraggio di emettere fiato. E


lei esegue.

«Finito» mormora sommessamente.

Sento il suo sguardo addosso. Mi rilasso, espellendo il


fiato che stavo trattenendo. Cerco di riprendermi prima
di girarmi a guardarla.

«Questi sono i confini» le dico, guardandola sconvolto


ed eccitato al tempo stesso.

Non... non avevo previsto questo. Non avevo previsto


che il suo tocco potesse essere tanto sconvolgente ed...
eccitante. Non avevo mai sperimentato nulla di simile. E
io... vorrei di più.

Ana mi guarda e fa un sospiro determinato.

«Posso farcela. Proprio ora vorrei lanciarmi su di te»


sussurra dolcemente.

Le lancio un sorriso e le tendo le mani. Ho bisogno di


un contatto. Di riprendere il controllo che le ho ceduto.

«Bene, Miss Steele, sono tutto tuo»

Non finisco di dirlo che lei si è già fiondata tra le mie


braccia. Non ci metto molto a metterla in posizione di
svantaggio, sotto di me, mentre ridiamo insieme.

«Ora, riguardo a quello spettacolo rimandato...» le


mormoro lascivamente.

E la bacio. Ritrovando la mia stabilità.


Capitolo 9
Anastasia mi stringe forte i capelli, mentre mi avvento
sulla sua bocca invitante, morbida. Le nostre lingue si
scontrano, affamate, vogliose dopo tutti gli scontri di
questa mattina. Ci divoriamo a vicenda, come se
volessimo entrare l’uno nel corpo dell’altra attraverso le
nostre bocche. Il bacio passionale mi consuma, tanto che
quando mi stacco da lei ho il fiato corto e le labbra mi
bruciano. Ana ansima, distesa sul letto. Non posso
aspettare un altro minuto prima di farla mia. La tiro su,
afferrando l’orlo della sua t-shirt e sfilandogliela
velocemente. La maglietta fa un volo perfetto alle mie
spalle e atterra sul pavimento. Ho bisogno di essere
dentro di lei. Di essere certo che sta godendo. Per me.

«Voglio sentirti» le sussurro contro la bocca, mentre la


cingo per slacciarle il reggiseno, che raggiunge la t-shirt.

La lascio sdraiarsi di nuovo, prima di premere il mio


corpo sul suo, affondando sul materasso. Ana alza le
mani, le sue dita tornano tra i miei capelli. Le mie labbra
scivolano via dalle sue per incontrare la pelle calda del
suo collo, del suo petto e, infine, i suoi capezzoli turgidi.
Ne afferro uno con i denti, mordicchiandolo piano e poi
tirando forte. Ana lancia un grido di piacere, fremendo
tutta. Il mio cazzo si tende maledettamente contro la
stoffa dei miei jeans.

«Sì piccola, fatti sentire» mormoro contro il suo seno,


caldo e invitante.

Torno a tormentare piano il suo capezzolo, mentre


sotto di me Anastasia si contorce, geme, implora. É
fantastica. Le mie mani scivolano lungo il suo busto,
adorando ogni millimetro della sua pelle. Lentamente
scivolo sulla pancia, sul ventre, raggiungendo i suoi jeans.
Li sbottono velocemente, tirando giù la zip e infilando la
mano sotto le sue mutandine. Ansimo di piacere a
scoprirla già bagnata e pronta per me. La accarezzo piano,
gustandomi i brividi di piacere della sua pelle. Poi,
lentamente, la penetro con due dita. Ana solleva di poco il
bacino, venendomi incontro. Il palmo della mia mano
sfrega contro il suo clitoride mentre lei chiude gli occhi e
apre la bocca senza fiato.

«Oh, piccola» sospiro di piacere, fissandola quando


riapre gli occhi. «Sei così bagnata»

La mia voce è bassa, colma di desiderio e frustrazione


repressa. Ho bisogno di stare bene. Con lei.

«Ti voglio» mi sussurra, senza distogliere i suoi occhi


dai miei.

Di colpo mi abbasso su di lei, impadronendomi delle


sue favolose labbra, ancora gonfie per il bacio di prima.
La mia è fame, bisogno, disperazione. Ana mi stringe
ancora di più, come se capisse perfettamente come mi
sento senza di lei. Spalanca gli occhi, fissandomi mentre
mi allontano per tirarla di nuovo su con me. Le sfilo
velocemente i jeans e le mutandine. Infilo una mano in
tasca, prendendo uno dei preservativi che vi ho messo
prima. Lo lancio ad Anastasia, che lo apre con
impazienza, chinandosi su di me per srotolarlo sulla mia
erezione impaziente. “Cristo. Cristo, cristo, cristo!”. Il suo
tocco mi eccita a dismisura. Rischio di venire ora, solo per
questo. La fermo, afferrandole entrambe le mani.
«Tu. Sopra» le ordino, rotolando sul letto e mettendola
a cavalcioni su di me. «Voglio vederti»

Ana si lascia guidare, mettendosi comoda su di me. Il


suo sesso sfiora la mia erezione. Chiudo gli occhi,
sollevandomi verso di lei. E sono dentro. La penetro a
fondo. E la sensazione è meravigliosa, fantastica. Mi
sento avvolgere nel suo calore, in quel piccolo paradiso
bagnato. Apro la bocca, ma non riesco ad emettere suono.
Le afferro le mani per aiutarla a muoversi, per guidarla. I
suoi occhi cadono sul mio petto, dove brilla l’intensa linea
rossa. “No, Ana. So che non mi toccheresti. Non dopo
questo”.

«Sto così bene con te» le mormoro per rassicurarla.

La sua espressione è così diversa da appena sei giorni


fa. É fiera, come se finalmente si sentisse a proprio agio
con il suo corpo, con me. Con tutto questo.

Le lascio le mani e le afferro i fianchi, spingendola più


a fondo sul mio cazzo che pulsa forte. Sento le pareti del
suo sesso stringere forte e serrarmi in una deliziosa
morsa. Affondo di nuovo e lei urla di piacere. Un urlo che
si smorza in un gemito roco, che accende ancora di più il
bisogno di farla mia.

«Va bene, piccola, sentimi» le dico, temendo di non


riuscire a trattenermi ancora a lungo.

Affondo ripetutamente dentro di lei, mentre Ana


reclina il capo, lasciando i capelli ricaderle
meravigliosamente sulla schiena. La visione dei suoi seni,
dalla mia posizione, è da togliere il fiato. Lei è da togliere
il fiato. É una visione eterea. Abbassa gli occhi su di me,
mentre il suo respiro si fa incerto, ansima più veloce.

«Sei mia, Ana» le mormoro appena.

E non sono sicuro di averlo detto per lei o per


autoconvincermi.

«Sì» ansima a fatica. «Per sempre» sussurra persa


nell’estasi.

Gemo, al limite, chiudendo gli occhi e reclinando la


testa all’indietro. Non mi era mai capitato di sentirmi così
esposto. E allo stesso tempo così a mio agio. I nostri corpi
si scontrano sempre nello stesso punto, sempre più forte.
Stringo i denti, non volendo lasciarla indietro. “Ti voglio
con me, Ana. Sempre. Tutti i giorni della mia vita”. E in
quel momento, il suo grido squarcia l’aria intorno a noi,
penetra nella mia anima tormentata e mi riporta con sé,
nella sua luce calda. La sento stringersi attorno al mio
membro eretto come mai prima d’ora. E poi crolla
all’improvviso, esausta. Con un’ultima poderosa spinta,
mi lascio andare, smettendo di trattenermi.

«Oh, piccola» le sussurro, mentre vengo,


copiosamente, tenendola stretta a me per non farla
andare via.

Ansima, con la fronte appoggiata sul mio petto. E io


faccio lo stesso, allentando di poco la presa su di lei. La
sento trattenere il fiato quando, con un’occhiata, si rende
conto di essere all’interno della linea rossa. Ma non mi
importa. Ora voglio che stia qui. Esattamente dov’è. Le
accarezzo piano i capelli, facendo scorrere una mano
dietro alla sua bellissima schiena. Restiamo così fino a
quando i nostri respiri si calmano.
«Sei bellissima» le mormoro, baciandole i capelli.

Solleva di poco la testa, lanciandomi un’occhiata


scettica. Aggrotto la fronte, tirandomi su a sedere e
portandola con me. La abbraccio, tenendola ferma sul
mio grembo, mentre lei si aggrappa alle mie braccia. La
fisso dritto negli occhi.

«Tu. Sei. Bellissima» le dico, scandendo piano ogni


parola.

Sul suo meraviglioso viso si allarga un piccolo sorriso.

«E tu sei sorprendentemente dolce, a volte» mormora,


poggiando un bacio delicato sulle mie labbra.

Senza staccarmi da lei, la sollevo dolcemente, uscendo


dal suo corpo. Sussulta, ansimando sulla mia bocca.

«Non hai idea di quanto sei attraente, vero?» le dico,


senza smettere di fissarla. “Dio, Ana. Come fai a non
rendertene conto?”.

Arrossisce violentemente, abbassando lo sguardo.

«Tutti quei ragazzi che ti vengono dietro. Non è un


indizio abbastanza chiaro?» le dico, corrugando la fronte.

«Ragazzi? Quali ragazzi?» chiede sorpresa.

«Vuoi l’elenco?» le dico, tormentato dal tarlo della


gelosia. «Il fotografo è pazzo di te, quel ragazzo al
negozio di ferramenta, il fratello maggiore della
tua coinquilina, il tuo capo» mormoro, rendendomi conto
che chiunque potrebbe portarmela via. Se solo lei sapesse
quello che sono veramente. Se solo mi conoscesse a
fondo, non si farebbe scrupoli. Mi abbandonerebbe. Ma io
posso essere migliore di questo. Lo so. Per lei, posso.

«Oh, Christian, non è vero» risponde con un sorriso.

«Fidati. Ti vogliono. Vogliono ciò che è mio» le dico in


un impeto di gelosia. La tiro verso di me, facendo aderire
i nostri corpi.

Lei alza le braccia, passandomele intorno al collo, per


poi far scivolare le dita tra i miei capelli. Mi sorride,
divertita.

«Sei mia» le ripeto, serio e determinato.

«Sì, tua» mi rassicura, placando per qualche istante la


morsa del mostriciattolo verde nel mio stomaco.

Non mi ero mai sentito così prima di lei. Mai. Mai così
preso da una persona, così possessivo, così determinato a
condividere la mia vita e tutto quello che sono con un
altro essere umano. Non ho mai pensato seriamente al
mio futuro. Ma ora, mi ritrovo costantemente a pensare a
come sarebbe potermi svegliare tutti i santi giorni della
mia vita accanto a lei. E lo voglio. Voglio tutto questo con
lei. Con Anastasia.

«La linea è ancora intatta» mi distrae lei, seguendo con


l’indice il filo del rossetto lungo la mia spalla.

Mi irrigidisco, pur sapendo che non andrebbe mai oltre


i confini.

«Voglio andare in esplorazione» sussurra, tornando a


guardarmi.

La fisso, senza capire.

«Nell’appartamento?» chiedo scettico. “No, perché io


avrei in mente un altro paio di cose prima di alzarmi da
qui... ”.

«No, stavo pensando a questa mappa del tesoro che ho


disegnato su di te» mi dice, trascinando le dita avanti e
indietro sulla mia pelle.

Alzo un sopracciglio. Per tutta risposta, Anastasia


sfrega il suo naso contro il mio, delicatamente,
stuzzicandomi.

«E questo cosa implica esattamente, Miss Steele?» le


chiedo.

Le sue dita scendono dai capelli al mio volto.

«Voglio solo toccarti ovunque mi sia permesso» mi


dice, mentre il suo indice mi sfiora la guancia.

Le afferro piano il dito, portandolo alle labbra e


mordicchiandolo piano. In realtà sto solo cercando di
mascherare la tensione.

«Ahi» protesta mentre sogghigno, lasciandola andare


con un ghigno.

Poi sospiro a fondo, fissandola.

«Okay» le dico, senza smettere di essere preoccupato.


«Aspetta» la fermo poi.
Mi piego leggermente in avanti, sollevandola e mi sfilo
il preservativo, prima di buttarlo sul pavimento.

«Odio questi aggeggi. Ho intenzione di chiamare la


dottoressa Greene perché ti dia un’occhiata» le dico,
stiracchiando un po’ la schiena e rimettendola al suo
posto su di me.

«Credi che il miglior ginecologo di Seattle verrà di


corsa?» mi dice scettica.

«So essere molto persuasivo» mormoro, spostandole


una ciocca di capelli dietro l’orecchio. ‘L’ultima volta hai
sborsato 15mila dollari di persuasione, Grey’.

«Franco ha fatto un ottimo lavoro con i tuoi capelli. Mi


piace come te li ha scalati» le dico, cercando di distrarla
dal suo obiettivo. Sono troppo nervoso.

«Smettila di cambiare argomento» borbotta, mentre


piego le ginocchia e la spingo indietro di poco, mettendo
una leggera distanza.

Si apre deliziosamente per me, svelandomi un


fantastico scorcio del suo sesso ancora bagnato, e poggia i
piedi al lato delle mie gambe. Mi appoggio sui gomiti,
acuendo la distanza tra di noi. Sono nervoso, agitato.

«Un rapido tocco» la avverto piano.

Non smette di fissarmi mentre si china su di me,


passando le dita sulla linea rossa che mi attraversa il
corpo. Un brivido mi percorre. É paura. Ed è anche
desiderio. La sensazione è strana sulla mia pelle, e mi fa
sussultare. Lei si ferma, ma la verità è che sono
innegabilmente eccitato ed agitato al tempo stesso.

«Non devo» sussurra piano, ritraendo le dita.

«No, va benissimo. Solo accetta qualche... messa a


punto da parte mia. Nessuno mi tocca da tanto tempo»
mormoro sommessamente.

«Mrs Robinson?» chiede aggrottando la fronte.

Annuisco, sentendomi improvvisamente a disagio.


“Non come pensi tu, Ana. Elena mi ha toccato, sì. Ma
nessuno si è mai spinto fin dove sei arrivata tu. Tu mi hai
toccato il cuore”. La guardo e sembra arrabbiata. Mi
chiedo come mai prova così tanto rancore nei confronti di
Elena.

«Non voglio parlare di lei. Guasterebbe il tuo umore»


aggiungo in fretta, tentando di scrutare i suoi occhi, che
tiene abbassati.

«Posso gestirlo» mormora decisa.

«No, non puoi, Ana. Vedi rosso ogni volta che la


nomino. Il mio passato è il mio passato. È un fatto. Non
posso cambiarlo. Sono fortunato che tu non ne abbia uno,
perché impazzirei se l’avessi» le dico, accarezzandole il
viso con due dita.

Mi fissa con la fronte corrugata.

«Impazziresti? Più di quanto tu sia già?» mi dice poi,


sorridendo.

Trattengo un sorriso anch’io.


«Sono pazzo di te» sussurro piano.

«Devo chiamare il dottor Flynn?» mi dice, di nuovo


gioiosa.

«Non credo che sarà necessario» ribatto seccamente.

Mi appoggio indietro, con un leggero sospiro, e


distendo le gambe. Ana si sporge in avanti, poggiando le
sue morbide dita. Mi irrigidisco, mentre il suo tocco mi
sconvolge l’anima. Sono spaventato. Ma al tempo stesso,
voglio di più.

«Mi piace toccarti»

Le sue dita fanno un percorso tortuoso lungo la mia


pelle, scivolando sempre più giù. Sfiorano il mio ombelico
e poi il mio basso ventre. Schiudo le labbra, nuovamente
eccitato. Non riesco a trattenere un gemito di piacere. Le
sue dita scendono ancora, accarezzando la mia erezione.

«Ancora?» mormora maliziosa.

Le faccio un ampio sorriso.

«Oh, sì, Miss Steele, ancora»

Mi sporgo in avanti, baciandola a fondo. Le sue labbra


si scostano quasi subito e seguono il filo del rossetto sulla
mia spalla. Poi scendono, sui miei bicipiti.

«Piccola...» riesco a mormorare, prima che la sua


bocca si schiuda sul mio addome, dove poco prima erano
scese le sue dita.
Gemo, socchiudendo gli occhi, sopraffatto, ma senza
volermi perdere quel delizioso spettacolo. Mi bacia
appena sopra la mia erezione. E poi scende sulla mia
cappella. Il mio cazzo freme contro le sue labbra.

«Anastasia, fermati»

Le mie parole sono smorzate dal suo gemito che si


riverbera contro il mio uccello meravigliosamente teso.
“Cristo santo.” Mi avvolge il membro con le labbra,
mentre la sua lingua turbina in un modo così sensuale.
Resto poggiato su un gomito, mentre l’altra mano
raggiunge i suoi capelli, accarezzandola piano. Vorrei
fermarla, vorrei dirle che ho bisogno di essere di nuovo
dentro di lei. Ma è così bello quello che mi sta facendo. La
sua testa va su e giù sul mio membro eccitato. I suoi
mugolii di piacere contro la mia pelle mi stimolano e mi
portano sull’orlo dell’orgasmo. Cerco di resistere il più
possibile.

«Ana... Ana, fermati» mormoro a denti stretti.

Si alza di malavoglia, guardandomi spaesata. Prima


che possa replicare, la stendo sul letto e sono su di lei.
Infilo le dita tra di noi, raggiungendo il suo clitoride e
stimolandola. Geme languidamente sotto di me. Mi
sollevo, inginocchiandomi tra le sue ginocchia. Con gli
occhi fissi nei suoi mi sfilo in fretta i jeans e prendo il
secondo preservativo in tasca. Strappo freneticamente la
bustina e lo srotolo su di me. Ana ansima, fissandomi in
trepida attesa.

«Ti farò impazzire, Miss Steele. Così impari a


provocarmi in quel modo» le sussurro, lasciando scorrere
un dito sul suo sesso bagnato.

Poi, di colpo, mi chino tra le sue gambe e la penetro a


fondo. Inizio a scoparla al mio ritmo, con colpi secchi,
decisi. Le sue dita si aggrappano alla trapunta sotto di
noi. Il mio fiato è corto mentre ansimo contro il suo
orecchio, scendendo verso il collo. La mia mano destra
risale sul suo fianco, fino al seno. Le stringo forte un
capezzolo, e Ana urla, stringendosi attorno a me e
scoppiando in un orgasmo fragoroso. Spingo un’ultima
volta dentro di lei, e la seguo, crollando ansimante sul suo
corpo.

Quando esco dal mio bagno mi sento rilassato e fresco


come una rosa. É passata solo mezz’ora da quando sono
uscito dal suo corpo, lasciandola bearsi in pace sotto la
doccia, ma già mi manca. Mi sono rinfrescato, ma non ho
lavato via il rossetto dalla mia pelle. Voglio dare ad
entrambi la possibilità di continuare a vedere dove tutto
questo ci porta. Vorrei non dover uscire da questo
appartamento stasera, e restare a letto con lei. Mi vesto,
infilando una camicia bianca e i pantaloni della tua. Su un
ripiano, all’interno della mia cabina armadio, scorgo le
sfere d’argento. “Hai con te quelle sfere d’argento?”.
Ricordo la sua domanda di ieri sera. Bè... penso che
potremmo usarle stasera. Magari per movimentare il
ballo in maschera. Sorrido perfidamente, mentre le
afferro. A catturare la mia attenzione, però, è anche
un’altra cosa. Una piccola scatoletta di velluto rosso.
Prendo anche quella, con un tuffo al cuore, ed esco. Salgo
al piano superiore, sperando di trovarla nuda e bagnata.
Ma quando spalanco la porta, lo spettacolo che mi trovo
davanti è di gran lunga migliore. Il mio cuore manca un
battito, poi riprende a pulsare alla velocità della luce. E
pulsa anche qualcos’altro. Ana indossa nient’altro che un
bustier nero, con il bordo argentato, che le stringe la
sottile vita e le esalta il seno perfetto. Un paio di
mutandine striminzite completano il quadro, insieme con
lunghe calze di seta, color carne. É sexy da impazzire. La
fisso, incapace di spiccicare parola.

«Posso aiutarti, Mr Grey? Immagino che ci sia un


motivo per la tua visita, a parte fissarmi inebetito» mi
dice con finta superbia, girandosi ed entrando nella
cabina armadio.

«Mi piace abbastanza fissarti inebetito, grazie, Miss


Steele» mormoro, facendo un passo in avanti, verso di lei.
«Ricordami di mandare un biglietto di ringraziamento a
Caroline Acton»

Mi fissa per un attimo impietrita, con la fronte


corrugata, come per chiedermi chi diavolo è Caroline
Acton.

«La personal shopper di Neiman» le spiego, senza


smettere di guardarla da capo a piedi.

«Oh» esclama.

«Sono piuttosto distratto» le dico, tornando, con un


sospiro profondo, a guardarla negli occhi.

Cosa non facile. Anzi, davvero difficile in questo


momento.

«Lo vedo. Che cosa vuoi, Christian?» mi dice, tornando


seria.
Le faccio un sorrisetto sghembo. Tiro fuori le sfere
d’argento dalla tasca dei pantaloni dove le avevo riposte
qualche minuto fa. Sussulta, fissandole spaventata. La
rassicuro subito.

«Non è come pensi» le spiego.

“Non voglio sculacciarti, Anastasia. O meglio, sì, mi


piacerebbe. Ma non nel modo in cui pensi”.

«Illuminami» mormora.

«Pensavo che potresti mettertele stasera» le propongo


piano.

Spalanca gli occhi, senza dire nulla. Deglutisce mentre


il suo sguardo passa da me alle sfere. Le lascio assorbire
la notizia.

«A questo evento?» risponde scioccata quando


finalmente realizza.

Annuisco lentamente, mentre nella mia testa immagini


di come vorrei scoparla per bene, di nuovo, sempre, si
affollano.

«Dopo mi sculaccerai?» chiede con un filo di voce.

«No» le rispondo, ma la sua reazione mi stupisce. Non


c’è sollievo, anzi. Sembra quasi dispiaciuta del mio rifiuto.
Mi sento nuovamente pronto a prenderla, ma non
abbiamo abbastanza tempo ora. Rido piano. «Vorresti
che lo facessi?» le chiedo.

Deglutisce di nuovo, incerta. Ma rimane in silenzio.


«Bè, stai sicura che io non ti toccherò in quel modo,
neppure se mi preghi» le dico, guardandola negli occhi.

É sorpresa, ma prima che posa replicare e tentarmi, la


incalzo.

«Vuoi giocare a questo gioco?» continuo, tenendo le


sfere sul palmo della mia mano. «Le puoi sempre togliere,
se ti sembra troppo» aggiungo, con voce roca.

Il pensiero di lei e delle sfere d’argento e di tutte le


implicazioni possibili, mi sta esaltando abbastanza. Le
lancio un sorrisetto lascivo, dandole un’altra
considerevole occhiata.

«Okay» acconsente piano, respirando a fatica.

«Brava ragazza» le dico con un sorriso. «Vieni qui, te


le infilo dentro, dopo che ti sei messa le scarpe» aggiungo
con la voce carica di desiderio.

L’idea di vederla con addosso solo la lingerie e i tacchi


è quanto di più erotico riesca a concepire la mia mente.
“Cristo santo, quanto ti voglio Ana Steele”.

Si volta, guardando il paio di decolleté grigie dietro di


lei. Le porgo la mano, aiutandola a salirci sopra. Quando
le ha indossate entrambe, la conduco verso il letto. Poi mi
giro e torno a prendere la sedia accanto al muro.
Trascinandola di fronte a lei.

«Al mio cenno, ti pieghi e ti tieni alla sedia. Capito?» le


ordino piano, ardendo di desiderio al solo pensiero di
vederla in quella posizione.
«Sì» risponde piano.

«Bene. Ora apri la bocca» le ordino, tenendo il tono di


voce volutamente basso.

Il ricordo di quello che è successo poco prima sul letto


ancora disfatto per metà, mi accende di desiderio. Le
infilo l’indice in bocca, mentre Ana spalanca gli occhi per
la sorpresa.

«Succhia» le dico.

Senza proferire verbo, si aggrappa alla mia mano,


tenendola ferma e inizia a succhiarmi il dito. Geme,
assaporando più forte. Mi eccito ancora di più,
desiderandola in ginocchio, nuovamente ad accogliere il
mio enorme cazzo nella sua piccola bocca. Inspiro
profondamente, mentre noto le sue gambe stringersi di
poco. Infilo in bocca le sfere d’argento, lubrificandole e
riscaldandole. Anastasia si sbizzarrisce con il mio dito,
succhiandolo proprio come se fosse il mio uccello. Va su e
giù con la testa, aumentando il ritmo della suzione. Potrei
venire solo per questo. E infatti... “Merda. Devo
fermarla”. Provo a sfilare il dito, ma lei lo afferra con i
denti, mordicchiandomi piano. Sorrido, scuotendo la
testa. Mi lascia andare, mettendo un delizioso broncio. Le
faccio un cenno e subito si piega in avanti, reggendosi alla
sedia. Le mie dita si poggiano sulle sue mutandine,
scostandole piano. Le accarezzo il sesso lentamente,
scoprendola nuovamente bagnata. Infilo un dito dentro di
lei, disegnando cerchi lenti, stuzzicandola. La sento
gemere sommessamente, mentre inarca la schiena. Sfilo
piano il dito, e inserisco le sfere, una per volta,
spingendole dentro a fondo. Poi, sempre con cautela, le
rimetto a posto le mutandine. Mi abbasso, depositandole
un piccolo bacio sul sedere morbido. Lascio le mani
scorrere sulle sue gambe, dalle caviglie sino alle cosce. Le
bacio piano entrambe, appena sopra al bordo delle
autoreggenti.

«Hai delle gambe bellissime, Miss Steele» le sussurro


piano.

La afferro bruscamente all’improvviso, per i fianchi,


tirandola contro la mia erezione tesa in tutto il suo
splendore. Ana si lascia sfuggire un gemito roco.

«Magari ti prenderò in questo modo, quando


torneremo a casa, Anastasia. Ora puoi rialzarti» le
sussurro all’orecchio, dominandola. ‘Le vecchie abitudini,
Grey, sono dure a morire. E in questo momento non sono
l’unica cosa dura... ’. Mi chino per baciarle una spalla.
Prendendomi un attimo per respirare il suo profumo
sensuale. Infilo la mano in tasca ed estraggo la scatolina.

«Ti avevo comprato questi da indossare al galà di


sabato scorso» le dico, passandole il braccio intorno al
collo e aprendo la mano. «Ma poi mi hai lasciato, così non
ho avuto l’opportunità di darteli» le sussurro all’orecchio.
«Questa è la mia seconda chance» aggiungo,
mormorando appena le mie parole, nervoso, quasi come
se temessi un suo rifiuto.

Ana esita prima di aprire la scatola. Lo fa con dita


tremanti, scoprendo lo scintillante paio di orecchini di
diamanti. Il silenzio sembra durare un’eternità.

«Sono bellissimi» sussurra adorante. «Grazie» mi dice


felice.
Mi rilasso contro di lei, lasciando scorrere via da me la
tensione. Le deposito un altro bacio sulla spalla. Guardo il
suo seno, orlato da una bordatura argentata. Ricordo gli
abiti che ho approvato per lei. Credo di sapere cosa
indosserà staserà. E so che sarà fantastica.

«Indosserai il vestito di raso argento?» le chiedo,


strofinando il naso contro il suo orecchio, mentre la
stringo contro il mio corpo.

«Sì. Va bene?» chiede esitante.

«Certo. Ti lascio preparare» le dico a malincuore.

Mi allontano ed esco dalla camera in silenzio, senza


girarmi. Ho paura che non riuscirei proprio a resistere ad
un’altra occhiata a Miss Anastasia-Sexy-e-Seminuda-
Steele.

Mi aggiusto il papillon allo specchio, prima di prendere


i due sacchetti con le nostre maschere. Infilo il mio nella
tasca interna della giacca. Mentre porto il suo di là, dopo
aver preso una manciata di preservativi dal cassetto del
comodino. Non li conto neppure. Dopo lo spettacolino
che ho visto poco fa di sopra sono sicuro che li useremo
tutti. Ma proprio tutti. Taylor mi aspetta all’ingresso con
gli uomini della sicurezza. Riconosco la sentinella che ci
ha seguiti stamattina. Sawyer se non erro. Poggio il
sacchetto con la maschera sul bancone della cucina e mi
accordo con i ragazzi per la sicurezza di questa sera. Mi
assicuro che abbiano capito bene che non devono perdere
di vista Anastasia per nessun motivo. Ad un tratto noto
un moto di confusione e distrazione nei tre uomini che mi
stanno di fronte. Mi giro di scatto, cercando di capire cosa
succede. Wow. Di fronte a me c’è una vera e propria dea.
Il flessuoso corpo di Anastasia è avvolto in un morbido
abito di raso, senza spalline. Il poco trucco che ha esalta i
suoi lineamenti delicati, incorniciati dai suoi capelli
ondulati. La fisso intensamente, con il fiato trattenuto. Mi
avvicino a lei, baciandola sui capelli, adorante.

«Anastasia, sei strepitosa» le mormoro, mentre lei


arrossisce piano, guardando Taylor e gli uomini della
sicurezza.

«Un po’ di champagne prima di andare?» le chiedo,


desideroso di stare da solo con lei, di prenderci un
momento tutto per noi prima di darci in pasto alla folla.

«Grazie» mormora frettolosamente.

Faccio un cenno con la testa a Taylor, che si affretta ad


uscire con gli altri ragazzi. Mi avvicino al frigo e tiro fuori
una bottiglia di champagne.

«La squadra della sicurezza?» mi chiede, guardandoli


allontanarsi.

«Guardie del corpo. Sono sotto il controllo di Taylor. È


addestrato anche per questo» le dico, stappando la
bottiglia e riempiendole un flûte di champagne,
sorridendo.

«È molto versatile» commenta con un sorriso ironico.

«Sì, lo è» le dico con un sorriso. «Sei adorabile,


Anastasia. Salute» le dico, alzando il bicchiere a facendolo
tintinnare con il suo.
La fisso per un po’, scrutando le sue guance arrossate.
E non per il trucco.

«Come ti senti?» le chiedo, con la voce piena di


desiderio.

«Bene, grazie» risponde dolcemente.

Mi lascio sfuggire un ghigno sarcastico.

«Ecco, avrai bisogno di questo» le dico, passandole il


sacchetto di velluto che avevo poggiato lì accanto.
«Aprilo» le dico, mentre torno a dedicarmi al mio
champagne.

Mi guarda con aria curiosa, mettendo di lato il suo


bicchiere e aprendo il sacchetto. Tira fuori la maschera
argentata, ornata con grandi piume color cobalto. La fissa
con la fronte corrucciata.

«È un ballo in maschera» le spiego semplicemente.

«Capisco» mi dice, passando le dita sul nastro


d’argento intrecciato lungo i bordi.

«Farà risaltare i tuoi bellissimi occhi, Anastasia» le


dico, senza riuscire a smettere di fissarla.

Mi rivolge un piccolo sorriso timido, adorabile come


lei.

«Ne indosserai una anche tu?» mi chiede.

«Certo. Sono liberatorie, in un certo senso» aggiungo,


sorridendole misteriosamente.
La guardo e la sua espressione felice mi appaga. Vorrei
renderla ancora più felice. E mi viene in mente che posso
mostrarle una cosa.

«Vieni. Voglio farti vedere una cosa» le dico,


afferrandola per una mano e conducendola delicatamente
lungo il corridoio. Arriviamo accanto alle scale, ma invece
di salire apro la porta della biblioteca. Fremo per un
attimo, pensando che la stanza che corrisponde
esattamente a questa, al piano superiore, è la mia stanza
dei giochi. Sorrido tra me e me. É come se lo avessi
sempre saputo. La stanza qui sotto fa felice lei. Quella di
sopra fa felice me. O almeno lo ha fatto in tutti questi
anni. O meglio, credevo lo avesse fatto. Gli occhi di Ana
brillano di meraviglia, mentre scorrono i libri della
biblioteca, ammirano la lampada al centro e il tavolo da
biliardo che uso di rado, solo con Elliot in verità.

«Hai una biblioteca!» esclama entusiasta.

«Sì, la “stanza pallosa”, come la chiama Elliot.


L’appartamento è molto grande. Oggi mi è venuto in
mente, quando hai parlato di andare in esplorazione, che
non te l’ho mai mostrato tutto. Non abbiamo tempo
adesso, ma ho pensato di farti vedere questa stanza, e
magari di sfidarti a una partita a biliardo, in un futuro
non troppo lontano» le annuncio.

Ma nella mia mente su quel tavolo di certo non stiamo


giocando. Non nel modo in cui crede lei, almeno.

«Fatti sotto» mi sfida, un po’ troppo sicura di sé.

«Cosa?» le chiedo divertito dalla sua audacia.


«Niente» mi liquida, abbassando lo sguardo.

“Cosa mi nascondi, Miss Steele?”.

«Bè, forse il dottor Flynn saprà svelare il tuo segreto.


Lo incontreremo stasera» le dico con un sorriso.

Vorrei davvero che Flynn la conoscesse. Sarebbe fiero


di me. ‘Ti serve l’approvazione di Flynn, Grey?’. No. Certo
che no. Ma John mi direbbe se devo lasciarla in pace. Non
mi fido troppo del mio istinto. Ho paura di farle del male.
Ed è per questo che prima di cambiarmi gli ho inviato un
messaggio chiedendogli di conoscere Ana stasera.

«Il ciarlatano costoso?» mi chiede, non riuscendo a


nascondere un certo nervosismo.

«Lui in persona. Muore dalla voglia di conoscerti» le


dico, sorridendole e prendendole una mano nella mia.

«Andiamo» le sussurro, portandola fuori dalla


biblioteca e scendendo in garage, dove Taylor ci aspetta
accanto al SUV.

Entriamo e tra di noi cala il silenzio, ognuno immerso


nei propri pensieri. Ad un tratto le prendo la mano,
accarezzandola dolcemente. I suoi occhi si socchiudono e
il respiro si accelera. Sorrido piano, mentre lei guarda
nervosamente Taylor e Sawyer. Poi me. La stoffa del suo
vestito fa un leggero fruscio e so che ha stretto le gambe,
probabilmente sopraffatta dal piacere che le danno le
sfere d’argento. La guardo perdersi nei suoi pensieri per
un po’. Poi spalanca gli occhi e si gira di scatto verso di
me.
«Dove hai preso il rossetto?» mi chiede piano.

Faccio un sogghigno, indicando con l’indice teso Taylor


davanti a me.

«Taylor» le mormoro, muovendo appena le labbra.

Ana scoppia a ridere di gusto, per poi fermarsi


all’improvviso, col fiato corto.

«Oh» esclama subito.

La guardo mentre si morde il labbro. Le sorrido


maliziosamente.

«Rilassati» le sussurro piano, all’orecchio,


mordicchiandole il lobo. «Se diventa troppo...» mormoro,
senza finire la frase, baciandole le nocche delle mani,
Passo dalla sinistra alla destra. poi torno indietro e le
succhio la punta del mignolo. Anastasia chiude gli occhi,
poggiando la testa allo schienale dietro di lei. Quando li
riapre mi trova lì, a scrutare il suo desiderio. Mi guarda,
con uno sguardo di palese apprezzamento. Poi mi sorride
in una maniera splendida. Le sorrido di rimando, felice e
appagato.

«Quindi cosa dobbiamo aspettarci da questo evento?»


mi chiede, schiarendosi la gola.

«Oh, le solite cose» le rispondo con disinvoltura.

«Non solite per me» mi rammenta.

Mi giro a guardarla con affetto. E le bacio di nuovo la


mano. Averla vista senza il vestito, prima, mi rende
difficile starle lontano.

«Un sacco di gente che fa sfoggio del proprio denaro.


Asta, lotteria, cena, ballo... Mia madre sa come si dà un
party» le annuncio, sospirando, con finta
disapprovazione.

Quando arriviamo una fila di auto si allunga sul


vialetto fuori casa, illuminate da una moltitudine di
lanterne cinesi. L’atmosfera è quasi magica. Ma forse a
renderla tale è solo la sua presenza accanto a me. Mi giro
e la osservo guardare incantata quella moltitudine di luci.

Prendo la maschera dalla tasca.

«Mettiti la maschera» le dico con un sorriso, mentre


indosso la mia, semplice e nera.

Ana mi osserva a bocca aperta per qualche attimo,


mentre Taylor accosta all’ingresso. Poi infila la sua
maschera.

«Pronta?» le chiedo con un sorriso divertito.

«Come sempre» mi provoca lei.

La fisso dalla testa ai piedi. Vorrei prenderla qui, ora. E


senza pietà. Ma abbiamo un impegno da rispettare.

«Sei bellissima, Anastasia» le sussurro, baciandole la


mano.

Le nostre portiere si aprono contemporaneamente,


grazie a Taylor e Sawyer.
Esco dall’auto, affondando i piedi sul morbido tappeto
verde scuro disteso sul prato. Faccio il giro dell’auto e mi
ritrovo accanto a lei. Le passo un braccio attorno alla vita,
mentre avanziamo insieme verso l’interno. Ad un tratto
mi sento chiamare. É uno dei fotografi dell’evento, che mi
invita a posare davanti al pergolato d’edera. Annuisco,
mettendomi in posa e attirando Ana ancora più vicina.

«Due fotografi?» mi chiede avvicinandosi all’orecchio.

«Uno è del “Seattle Times” e l’altro è per le foto


ricordo. Potremo comprarne una copia dopo» le dico
sorridendo.

Per tutta risposta abbassa lo sguardo, mentre


entriamo. La guardo e so che il pensiero, come il mio, è
corso all’ultima foto che abbiamo fatto insieme. Credo sia
con quella che Leila l’abbia trovata l’altra sera. Ma ora ci
sono io a proteggerla. Afferro due calici di champagne dal
vassoio di un cameriere, offrendogliene uno. Aiuterà
entrambi a rilassarsi.

Ci avviciniamo all’enorme tendone che ospiterà il


ricevimento. Ana osserva tutto con meraviglia. Dai cigni
all’ingresso all’orchestra che inizia a prendere posto.

«Quante persone verranno?» mi chiede, guardando


l’ampiezza del tendone che accoglierà la cena.

«Circa trecento, credo. Devi chiederlo a mia madre» le


dico sorridendole.

«Christian!»

La voce di Mia è udibile perfettamente al di sopra del


brusio di sottofondo. Mi giro appena in tempo per vederla
nel suo abito lungo di chiffon di un pallido rosa. Il viso è
coperto da una maschera veneziana molto elaborata. É
bellissima, come sempre. Ed esuberante. Come sempre.
Mi abbraccia, ma la sua attenzione è rivolta
immediatamente ad Anastasia.

«Ana! Oh, cara, sei meravigliosa!» le dice,


abbracciandola rapidamente, cogliendola di sorpresa.
«Devi venire a conoscere le mie amiche. Nessuna di loro
crede che Christian abbia finalmente una fidanzata»
squittisce divertita.

Ana mi lancia uno sguardo pieno di panico. la guardo


con divertita rassegnazione, mentre lascio che Mia la
trascini via.

«Christian»

Mi giro per trovarmi di fronte Flynn, vestito


impeccabilmente. Riconosco il suo sorriso rassicurante
nonostante la maschera.

«John» lo saluto cordialmente.

«É lei» chiede divertito, guardando Anastasia.

La fisso anch’io per qualche attimo.

«Sì» sussurro orgoglioso di lei, alla fine. «Più tardi te


la farò conoscere» gli dico con un ampio sorriso, prima di
scusarmi e andare a recuperarla.

Mi avvicino al gruppetto delle amiche di Mia, tra le


quali ho riconosciuto Lily, una piccola serpe vendicativa.
«Signore, se volete scusarmi, vorrei riavere indietro la
mia compagna» le dico, lasciando un braccio scivolare
attorno alla sua vita sottile, fasciata dal raso argentato.
Sorrido, lasciando le ragazze confuse. Il solito effetto. Mia
fissa Anastasia e poi alza gli occhi al cielo, divertita,
mentre anche Ana ridacchia.

«È stato un piacere conoscervi» la sento congedarsi,


mentre la trascino via.

«Grazie» mormora poi, avvicinandosi al mio viso


quando ci allontaniamo.

«Ho visto che c’era Lily con Mia. È una


persona sgradevole» le dico semplicemente.

«Tu le piaci» borbotta.

Istintivamente rabbrividisco.

«Bè, il sentimento non è reciproco. Vieni, ti presento


alcune persone» le dico deciso.

Per un po’ ci perdiamo in presentazioni varie, tra


personaggi dell’alta società, qualche attore e via dicendo.
L’élite di Seattle è tutta qui stasera. Stringo Ana accanto a
me, possessivamente, senza perderla di vista nemmeno
per un secondo. Un po’ perché voglio tenerla al sicuro. É
un po’ perché sono un fottuto bastardo che intende
lanciare un chiaro messaggio: lei è mia e non intendo
dividerla con nessun altro. L’agitazione di Ana cresce
secondo dopo secondo. Lo noto da i bicchieri di
champagne che continua a bere. É già arrivata al quarto,
mentre parliamo con Mr Eccles, amministratore delegato
di un’importante società con sedi sparse in tutto il
mondo.

«E così lei lavora alla SIP?» le chiede Eccles al di là


della sua maschera da orso. «Ho sentito voci di
un’acquisizione ostile»

La vedo arrossire furiosamente, cercando di


mascherarlo bevendo champagne.

«Sono una semplice assistente, Mr Eccles. Non sono al


corrente di queste cose»

Sorrido gentilmente ad Eccles e, fortunatamente,


veniamo interrotti dal maestro di cerimonie, vestito da
Arlecchino. «Prego, accomodatevi. La cena è servita»

Afferro la mano di Anastasia, e insieme a lei mi avvio


verso il tendone. Mi fermo a consultare la disposizione
dei tavoli, mentre Anastasia guarda a bocca aperta ogni
dettaglio della enorme sala da ballo. Poi la conduco verso
il tavolo centrale, da mia madre, vestita con un
meraviglioso abito verde luccicante, accanto a Mia.
Entrambe sorridono radiose.

«Ana, che piacere vederti di nuovo! Sei bellissima!» le


dice mia madre con un gran sorriso felice.

«Mamma» la saluto, baciandola compassato.

«Oh, Christian, così formale!» mi rimprovera mia


madre, scherzosamente.

Qualche attimo dopo ci raggiungono al tavolo i miei


nonni materni. Mi salutano con esuberanza, com’è nel
loro stile.
«Nonna, nonno, posso presentarvi Anastasia Steele?»
chiedo con un gran sorriso.

Mia nonna mi guarda con uno sguardo luminoso. Poi


dirige la sua attenzione su Anastasia.

«Oh, finalmente ha trovato qualcuno... che meraviglia,


e così carina! Speriamo che tu faccia di lui un uomo
onesto» le dice con enfasi, stringendole forte la mano.

«Mamma, non mettere in imbarazzo Ana» dice mia


madre, venendo in aiuto della mia povera fidanzata,
imbarazzata fino al midollo.

«Ignora questa vecchia sciocca e brontolona, mia cara»


ribatte mio nonno, con un sorriso caloroso. Il nonno le
stringe la mano, più formale, ma con eguale calore.
«Siccome è così anziana, pensa di avere il
sacrosanto diritto di dire qualsiasi sciocchezza le passi per
quella sua testa matta» le sussurra lui con fare
cospiratorio.

Mia, nel frattempo, si fa avanti, seguita da un ragazzo


alto, col volto coperto da una maschera anonima.

«Ana, questo è il mio fidanzato, Sean» dice,


all’improvviso timida, suppongo sia per la mia presenza.

Sean rivolge un sorriso malizioso ad Ana e, se


possibile, lo odio ancora più di quando Mia mi ha
avvertito della sua presenza, qualche giorno fa, con un
sms.

«Piacere di conoscerti, Sean» sussurra Ana,


arrossendo.
Poi è il mio turno di stringergli la mano. Lo guardo
severamente, minacciandolo con lo sguardo.

Con la coda dell’occhio colgo Anastasia lanciare un


sorriso di solidarietà a Mia. Quando tutti hanno preso
posto finalmente si sente anche la voce di mio padre, sul
palco accanto al maestro di cerimonie, con indosso una
maschera dorata di Pulcinella.

«Benvenuti, signore e signori, al nostro annuale ballo


di beneficenza. Spero che gradirete quello che vi abbiamo
preparato stasera e che frugherete a fondo nelle vostre
tasche per dare supporto al fantastico lavoro che la
nostra squadra porta avanti con Affrontiamolo Insieme.
Come sapete, è una causa che sta molto a cuore a mia
moglie e a me»

Fisso impassibile il palco. le parole di mio padre mi


colpiscono come sempre. Ma a colpirmi di più, quando mi
volto al mio fianco, sono gli occhi azzurri spalancati di
Anastasia. Che mi fissano con ardore. Le sorrido
rapidamente, prima di voltarmi di nuovo. Mi sento molto
vulnerabile stasera.

«Ora vi lascio nelle mani del nostro maestro di


cerimonie. Prego, accomodatevi e divertitevi» conclude
Carrick, lasciando il microfono tra gli applausi e
scendendo per dirigersi al nostro tavolo. Quando arriva
da noi si china su Anastasia, baciandole le guance.

«Che bello rivederti, Ana» mormora con un sorriso.

Poi passa a darmi una pacca affettuosa sulla spalla,


prima di prendere posto accanto alla mamma.
«Signore e signori, vi prego di nominare un
capotavola» dice il maestro di cerimonie.

«Oh, io, io!» ci distrae Mia, saltellando sulla sedia.

«Al centro del tavolo troverete una busta» prosegue il


maestro di cerimonie. «Ognuno dovrà trovare,
elemosinare, farsi prestare o rubare una banconota del
valore più alto possibile, scrivervi sopra il suo nome e
metterlo nella busta. I capitavola, per cortesia, devono
avere cura delle buste. Ne avremo bisogno più tardi»

Anastasia abbassa lo sguardo, viola dall’imbarazzo.


Sorrido, estraendo due banconote da cento dollari,
porgendogliene uno.

«Ecco» le dico con un sorriso.

«Te li ridarò» sussurra lei, ancora imbarazzata.

Stringo le labbra, senza commentare. “Quando capirai


che tutto quello che ho è tuo?”. Dopo aver scritto il mio
nome sulla banconota, le passo la stilografica. Ana scrive
la sua firma svolazzante. Quel momento mi ricorda quella
prima sera all’Escala, quando scrisse la stessa firma
svolazzante sul nostro accordo di riservatezza. Mia fa
girare la busta, raccogliendo entusiasta le banconote.
Anastasia tenta di distrarsi, leggendo il menu della serata.
Mentre, per un attimo, mi perdo a guardare il suo profilo
incorniciato dal tramonto di Seattle che si intravede fuori.
Mi giro, improvvisamente a disagio. Mi sento osservato,
ma non riesco a scorgere nessuno in particolare.

Veniamo serviti e Ana mangia con appetito. Sospetto


sia a causa di tutto il movimento extra di oggi pomeriggio.
«Fame?» le mormoro, ovviamente non riferendomi
solo al cibo.

Alza audacemente lo sguardo, fissandomi vogliosa.

«Molta» sussurra.

Il mio cazzo si tende immediatamente a quella


ammissione. Inspiro a fondo, fissandola ardentemente.

Mio nonno ruba la sua attenzione, mentre Mia eclissa


tutti al tavolo. Lance, un amico di famiglia, cattura invece
la mia di attenzione, mentre discorriamo dei nuovi
dispositivi cellulari con tecnologia ricaricabile
manualmente, con manutenzione minima. Dopo diverse
presentazioni, sto ancora cercando di convincere Lance
che sì, davvero voglio brevettare quel tipo di tecnologia e
diffonderla in modo gratuito. Scorgo Mia sporgersi verso
Anastasia e sussurrarle qualcosa, ma senza riuscire ad
afferrare nulla se non lei che annuisce.

Arrivati al dessert Anastasia si agita sulla sedia. So il


perché. E questo mi eccita. Immagino come dev’essere
meravigliosa lì sotto. Il pensiero mi rende agitato e
impaziente. Il maestro di cerimonie raggiunge il nostro
tavolo insieme a Gretchen, la nostra domestica, per
l’estrazione della banconota fortunata. fingo di non
riconoscerla, nonostante gli sguardi che sento addosso. A
vincere è Sean, che sorride per il premio ricevuto, ovvero
il cestino di leccornie avvolte nella seta. Appena entrambi
si allontanano, Ana si scusa e fa per alzarsi. “Oh, no, Miss
Steele. Voglio togliertele io quelle sfere. E riempirti in un
altro modo”. Il solo pensiero mi fa venire una poderosa
erezione che ora come ora non saprei come nascondere.
Ma non mi importa. La fisso ardendo di desiderio.

«Hai bisogno della toilette?» le sussurro con voce roca.

Annuisce, stringendo i pugni per trattenere le


sensazioni al di sotto della sua vita.

«Te la mostro» le dico, alzandomi con lei, subito


seguito da tutti gli uomini del tavolo.

Non vedo l’ora di essere da solo con lei. Non vedo l’ora
di lasciare scivolare le mie mani tra le sue gambe,
infilando le dita nel suo sesso bagnato. Non vedo l’ora di
liberare la mia erezione e...

«No, Christian! Non andare tu con Ana. L’accompagno


io» asserisce Mia ad alta voce, alzandosi in piedi e
avvicinandosi ad Ana.

Stringo forte la mascella, maledicendo me stesso


perché le permetto di parlare anche quando non
dovrebbe. Ana si stringe nelle spalle, mentre mi siedo di
nuovo, rassegnato. Anzi, il termine adatto è frustrato.

Giocherello con il tovagliolo nell’attesa di rivederla e,


quando finalmente torna da me ha le guance arrossate e
un’espressione frustrata. “So io come ti sentiresti meglio,
Anastasia”. Le lancio un sorrisetto, facendola una muta
promessa di piacere. Le stringo forte la mano, mentre mio
padre sale di nuovo sul palco e io tento di concentrarmi
su di lui, passandole la lista degli oggetti messi all’asta. La
sbircio mentre scorre la lista e poi sbatte velocemente le
palpebre.

«Hai una proprietà ad Aspen?» sibila sottovoce,


distraendomi.

Per un attimo il ricordo di quante donne si sono


dimostrate interessate solo a quello che possiedo, mi fa
irritare. La fisso, annuendo bruscamente. Ma poi mi
rilasso. Anastasia non è come loro. Metto il dito sulla
bocca, per zittirla.

«Hai altre proprietà in giro?» sussurra, e io la guardo


con la testa piegata, a mo’ di avvertimento. So che si
comporta così perché è sessualmente frustrata. Ma ad
un’asta si sta in silenzio. Il nostro gioco di sguardi è
interrotto dall’applauso per l’aggiudicazione del primo
lotto sulla lista.

«Te lo dico dopo» le mormoro chinandomi sul suo


orecchio. Poi mi ammorbidisco. «Sarei voluto venire con
te» le dico, mettendo un piccolo broncio.

Ana si gira leggermente di lato, facendo la scontrosa.


La vedo fissare la lista dei lotti e poi guardarsi intorno. La
leggo anch’io. E all’improvviso capisco il reale motivo del
suo malumore. Voglia di sesso a parte. É Elena. Ma lei,
fortunatamente non c’è. Restiamo in silenzio, a seguire
l’asta e applaudire, mentre i nostri desideri e le nostre
voglie insoddisfatte ci logorano l’anima. É la volta del mio
lotto, la settimana ad Aspen, che dopo appena due offerte
raggiunge i ventimila dollari. Sto pensando a quella casa,
a quanto mi piacerebbe portarci la donna della mia vita,
che in questo preciso momento è seduta al mio fianco. Ma
ad interrompere le mie fantasticherie è proprio la voce
della donna della mia vita.

«Ventiquattromila dollari!» urla nella sala.


Sussulto, trattenendo il fiato. “No. Non l’ha fatto. Non
è possibile che abbia appena offerto a me i soldi che io le
ho regalato. É... è impossibile che abbia osato sfidarmi
fino a questo punto”.

Ci fissano tutti. La rabbia mi attraversa come una


scossa. E sono sicuro che anche lei la percepisce.

«Ventiquattromila dollari per la bella signorina con il


vestito argentato. Ventiquattromila dollari e uno,
ventiquattromila dollari e due... Aggiudicato!» urla il
maestro di cerimonie.

E in quel preciso istante ho una vaga nostalgia del


vecchio Christian. Perché so che il posto dove vorrei
metterla ora è proprio qui, sulle mie ginocchia, per
sculacciarla per bene come merita e poi scoparla fino a
farla impazzire di piacere e farle passare la voglia di fare
l’impertinente con me.
Capitolo 10
Anastasia rimane paralizzata, mentre tutti intorno a
noi, me compreso, si lasciano andare ad un applauso
fragoroso e stupito. “Quale donna pagherebbe 24mila
dollari per passare una settimana in una proprietà del suo
fidanzato?”. Anastasia, ovviamente. Come se avesse
sentito i miei pensieri, alza lo sguardo su di me, temendo
la mia reazione. Mi avvicino al suo viso, con un sorriso di
cortesia, che nasconde in realtà un fiume di rabbia.

«Non so se gettarmi ai tuoi piedi oppure


sculacciarti fino a farti passare la voglia» le sussurro in un
impeto di furia.

La sento sussultare, mentre il respiro le si blocca per


qualche attimo. Poi si volta lentamente verso di me,
sbattendo piano le ciglia in quel suo modo così sexy e
dolce al tempo stesso e avvicinandosi al mio orecchio.

«Opterò per la seconda possibilità» sussurra


velocemente, mentre i rumori di sottofondo scemano
piano.

L’effetto su di me è immediato. Il mio sesso pulsa a più


non posso e non vorrebbe altro che esaudire la sua
richiesta. Vedo nei suoi occhi lo stesso bisogno
primordiale che alimenta me stesso. Senza fiato, eccitato,
le sorrido radioso. Perché in questo momento sono certo,
assolutamente certo, che Anastasia è totalmente
concentrata sul pensiero di quello che io, solo io, posso
darle. Quella consapevolezza è come una manna dal cielo.
Riesce a rendere il pensiero di volerla sculacciare non più
doloroso.
«Stai soffrendo, vero? Vedremo cosa posso fare per te»
le mormoro, avvicinandomi di poco e lasciando le mie
dita scorrere delicatamente sulle sue guance.

A malincuore riportiamo l’attenzione su quello che ci


circonda. Sorrido tra me e me, mentre inizia la mia
tortura. “Non posso portarti nella mia stanza segreta,
Anastasia. ma posso sfinirti lo stesso anche stando
comodamente seduto accanto a te”. Con una mossa
studiatamente casuale, sposto il braccio, mettendoglielo
attorno alle spalle. Il mio pollice le accarezza in maniera
lenta e costante la pelle della schiena. La sento
rabbrividire, mentre si sposta sulla sedia, avvicinandosi al
mio corpo. Con l’altra mano le prendo la sua,
stringendola delicatamente e baciandola piano. Nel
riportarla giù, sposto la traiettoria, portandola sul mio
grembo. Ana non si accorge subito del mio gioco
perverso. All’improvviso la sento sussultare. Ha appena
incontrato la durezza del mio sesso in tutto il suo
splendore. I suoi occhi sono pieni di panico, ma la
maschera copre abbastanza il suo rossore. Nessuno ci
guarda, nessuno nota quello che stiamo facendo. Ma dopo
i primi attimi di shock, mi sorprende, come sempre.
Lentamente le sue piccole dita iniziano a carezzarmi
furtivamente. La mia mano, più grande della sua, copre i
suoi gesti, nascondendo il piccolo incontro dei nostri
desideri. Lascio il mio pollice vagare sulla candida pelle
del suo collo, facendolo scivolare avanti e indietro. Le sue
dita non smettono di toccarmi piano, facendomelo
diventare duro come la pietra. Sento che sto perdendo il
controllo. Potrei venire da un momento all’altro. Il solo
pensiero di quello che mi sta facendo, di quello che le farò
io da qui a qualche minuto, mi fa perdere l’autocontrollo.
Gemo piano, quasi impercettibilmente, ma so che lei se
n’è accorta. E sembra anche soddisfatta. Il mio perfido
piano mi si è appena ritorto contro.

«Aggiudicato, per centodiecimila dollari!»

Il maestro di cerimonie interrompe il nostro giochino


nascosto e, nostro malgrado siamo costretti ad
applaudire, rovinando il divertimento. “Devo uscire di qui
con lei. Ora”. Abbiamo tutto il tempo dell’asta di
beneficenza. Posso scoparla a fondo, perdermi dentro di
lei mentre, a pochi metri da noi, la gente si diverte e fa
chiasso. Il solo pensiero mi rende difficile non esplodere
quasi istantaneamente. Mentre gli applausi scemano, mi
volto verso di lei, con un sorrisetto perverso.

«Pronta?» le chiedo con la voce bassa e carica di


desiderio.

«Sì» mormora piano, con la voce altrettanto roca.

«Ana!» sento la voce di Mia al di sopra del brusio. «È


ora!»

Il cuore mi cade con un tonfo sotto i piedi. “Ma che


cazzo...?”

Ana ha la mia stessa reazione, mentre si gira di scatto


verso mia sorella che le lancia un sorriso smagliante.

«Ora di cosa?» chiede confusa.

«Dell’asta per il primo ballo. Vieni!»

Mia si alza, porgendole la mano e attendendo. Mi giro


verso mia sorella, guardandola furiosamente. Lei per
tutta risposta mi fa un ampio sorriso, tornando a fissare
Anastasia.

Ana scuote piano la testa. Poi, all’improvviso, scoppia a


ridere fragorosamente. La guardo, mentre Mia le afferra
la mano, facendola alzare dalla sedia. Le lancio uno
sguardo, ma vederla così spensierata, di colpo, in mezzo a
tutta quella situazione assurda, me la fa amare ancora di
più. Riluttante, le faccio un sorriso breve. ‘Cosa sarà mai,
Grey? La tua donna sta solo per mettersi all’asta’.

«Il primo ballo sarà con me, okay? E non sarà sulla
pista» le mormoro all’orecchio, mentre lei si avvicina a
me.

Il suo sguardo è trepidante, al di sotto di quella


maschera argento. La sua risata si smorza all’improvviso
e il respiro le si mozza in gola.

«Non vedo l’ora» mormora, chinandosi verso di me, e


poggiandomi un casto bacio sulle labbra che mi lascia
sorpreso e piacevolmente agitato. Con la coda dell’occhio
mi accorgo che tutti i nostri commensali ci guardano a
bocca aperta. Torno a concentrarmi su di lei. Le faccio un
gran sorriso, felice. “É così bello mostrare al mondo
quello che sono con te, l’uomo che tu hai fatto rinascere
dalle sue stesse ceneri e da quelle del suo passato”.

«Vieni, Ana» insiste Mia, trascinandola verso il palco,


dove si sono già radunate alcune ragazze.

«Signori, il momento clou della serata! Il momento che


tutti voi stavate aspettando!

Queste dodici adorabili signorine hanno acconsentito a


mettere in palio il loro primo ballo al migliore offerente!»
urla il maestro di cerimonie.

Osservo Anastasia e il suo imbarazzo è palese. Sono


certo che Mia non le ha spiegato in cosa consistesse l’asta.
Sogghigno mentre, mi alzo dal tavolo e, insieme a buona
parte dei presenti mi avvicino al palco. Due tavoli più
avanti trovo Flynn e Rhian. E mi viene in mente un’idea.
Mi avvicino, sorridendo a Rhian.

«Posso rubarti John per un po’?» le dico.

Lei mi fa un gran sorriso sincero.

«É tutto tuo» mi dice gentile.

Flynn si scusa con i commensali e si alza, guardandomi


con aria interrogativa. Quando gli spiego, in mezzo al
frastuono, quello che ho in mente scoppia in una risata
fragorosa, chinando la testa all’indietro. Poi si abbassa,
mormorando qualcosa all’orecchio di sua moglie Rhian.
Lei lo guarda con aria interrogativa, per poi rivolgere la
sua attenzione a me con la fronte corrugata. Lui le
mormora di nuovo all’orecchio, e lei, alla fine, ridacchia,
scuotendo la testa. John le deposita un piccolo bacio sulla
tempia, accarezzandole i capelli. E io, osservandoli, mi
ritrovo a pensare che è quello ciò che voglio con
Anastasia. Tutto quello. La consapevolezza di averla al
mio fianco, sempre. Forse... forse è solo in questo modo
che mi convincerò che lei, nonostante io sia così tanto un
casino, vuole davvero stare con me.

«Signore e signori, com’è tradizione di questo ballo,


manterremo il mistero, le dame terranno la maschera e
noi useremo solo i loro nomi di battesimo. Per prima
abbiamo l’adorabile Jada»

Il maestro di cerimonie annuncia una ragazza vestita di


blu. Due ragazzi si fanno avanti, lanciando offerte.

«Jada parla fluentemente giapponese, è pilota di caccia


qualificata e ginnasta olimpica... mmh». Il maestro di
cerimonie strizza maliziosamente l’occhio a noi del
pubblico.

«Signori, quanto offrite?»

Rapidamente le offerte salgono fino a


cinquemila dollari.

«Cinquemila dollari e uno, cinquemila dollari e due...


aggiudicata! Al gentiluomo con la maschera!»

Una risata generale si alza, tra fischi e schiamazzi per


l’inutilità dell’informazione. Jada sorride e scende
velocemente dal palco, per raggiungere il suo cavaliere.
Mia si avvicina ad Anastasia, con un sorriso. Parlottano
per qualche attimo. Vedo Ana aggrottare la fronte, mentre
il maestro di cerimonie annuncia Mariah, la seconda
ragazza, vestita in rosso.

«Signori, vi presento la meravigliosa Mariah. Cosa ne


facciamo di Mariah? È un’esperta torera, suona il
violoncello ed è una campionessa di salto in alto... Cosa
ne pensate, signori? Da quanto partiamo per un ballo con
la deliziosa Mariah?»

Una serie di offerte e, quasi subito, Mariah è


aggiudicata per 4mila dollari. Lo sguardo di Ana, per un
attimo, si fissa nel mio, Poi lei si sporge verso Mia,
chiedendole qualcosa. Mia sorella aggrotta la fronte,
palesemente perplessa. Poi risponde alla sua domanda.
Ana resta a bocca aperta, mentre non riesco a
concentrarmi sull’ennesima ragazza messa all’asta. Mia
continua a parlare, mentre l’espressione di Anastasia è
sempre più basita. “Cosa diavolo le starà dicendo?”. Un
brivido mi percorre la schiena. Vengo distratto da un
movimento alla mia sinistra. Mi giro, ma non noto nulla
di strano. Poi guardo Flynn, che mi fa un gesto
interrogativo. Scuoto piano la testa, tornando a
concentrarmi sul palco. Guardo Ana, e i suoi occhi,
ancora una volta, sono fissi su di me.

«E ora permettetemi di presentarvi la bellissima Ana»


annuncia il maestro di cerimonie.

Bene, tocca a lei. Cerco di rilassarmi. Anastasia fa un


passo avanti, traballando. Immagino come si sente in
imbarazzo in questo momento. Mi guarda terrorizzata,
mentre le lancio un’occhiatina maliziosa.

«La bellissima Ana suona sei diversi strumenti, parla


fluentemente il mandarino ed è un’esperta di yoga...
Ebbene, signori...»

«Diecimila dollari» dico a voce alta ma calmo,


interrompendo il maestro di cerimonie.

Un sussulto generale accoglie le mie parole. Tutti


sanno benissimo che sto marcando il mio territorio. Ma
non mi importa. Flynn, da bravo complice, inizia la
nostra messinscena.

«Quindicimila» offre, dal suo angolo di sala.


Anastasia sussulta, fissandomi. Mi gratto il mento,
lanciando un sorrisetto a Flynn. Lui mi risponde con un
cenno della testa, a mo’ di saluto.

«Bene, signori! Abbiamo delle offerte alte questa sera»


annuncia il maestro di cerimonie, eccitato, mentre mi
sorride.

«Venti» ribatto tranquillamente.

La folla mormora a bassa voce, facendosi attenta. É


come se tutti avessero paura d una mia reazione.

«Venticinque» annuncia Flynn, in tutta tranquillità.

Anastasia è impalata sul palco, sotto gli occhi attenti di


tutti, all’improvviso ambito premio di una gara all’ultimo
centesimo. Posso solo immaginare come questo la faccia
sentire. Un moto di compassione per lei mi fa decidere di
chiudere qui il gioco che volevo far durare un altro po’.

«Centomila dollari» dico tranquillamente, mentre


Flynn alza le mani ridacchiando, in gesto di resa.

Centomila dollari era la nostra cifra massima. Sa che


dobbiamo fermare il nostro gioco. La gente ci fissa tra lo
sbalordimento e il divertimento. Mia, accanto ad
Anastasia, saltella gioiosamente.

«Centomila dollari per la dolce Ana! Centomila dollari


e uno... centomila dollari e due...»

Il maestro di cerimonie guarda Flynn, ma lui scuote la


testa, rinunciando a fare un’altra offerta. Poi si congeda,
con un inchino in perfetto stile british.
«Aggiudicata!» grida il maestro di cerimonie con
trionfo.

Applausi e grida ci avvolgono, mentre mi avvicino ad


Anastasia e, sorridendole, l’aiuto a scendere. Le lancio un
sorrisetto, poi le bacio cavallerescamente la mano,
infilando il suo braccio sotto il mio e conducendola verso
l’uscita del tendone. Ana si rilassa di poco.

«Chi era quello?» chiede piano.

La guardo, senza riuscire a nascondere il divertimento.

«Qualcuno che conoscerai più tardi. Ora, voglio


mostrarti qualcosa. Abbiamo circa mezz’ora prima che
l’asta del primo ballo sia finita. Poi dovremo essere di
ritorno sulla pista, in modo che io possa godermi il ballo
per cui ho pagato»

«Un ballo molto costoso» mormora lei con disappunto.

«Sono sicuro che vale ogni singolo centesimo» le dico,


sorridendole maliziosamente.

Sento Anastasia trattenere il respiro e guardarmi con


desiderio, mentre anche la mia voglia di possederla torna
a farsi viva e a pulsarmi dentro. Usciamo fuori, sul prato.
E all’improvviso sento che la decisione che ho preso due
minuti fa è quella giusta. Non voglio portarla in quella
rimessa delle barche, dove le ho negato il piacere poche
settimane fa. Voglio portarla in un posto nuovo, dove non
sono mai stato con nessun altro se non con me stesso.
Rapidamente la conduco attraverso la pista da ballo e poi
apro la portafinestra sul retro della casa dei miei genitori.
Attraversiamo il salotto privato, che affaccia sul prato, e
poi la conduco verso lo scalone che sale ai piani superiori.
Saliamo in silenzio, mentre Ana sfila il braccio dal mio
per reggersi il vestito. Arrivo al primo pianerottolo e
continuo a salire, fino al secondo piano. Attendo che Ana
sia al mio fianco prima di aprire una delle porte del
corridoio. Una porta bianca, dietro la quale si cela un
pezzo della mia vita. Un pezzo doloroso della mia vita. E
anche confortante in un certo senso. E siamo di nuovo
così. Io e lei. E una porta da cui dipende il nostro futuro.
Ma, questa volta, il passo da compiere è più doloroso per
me che per lei. La apro, lasciandola passare per prima.

«Questa era la mia stanza» le dico chiudendo al porta


alle mie spalle.

Vi rimango appoggiato contro, mentre la fisso. Si


guarda intorno, ammirando una stanza che contiene
quello che sono stato. Grande, semplice, con pochi
mobili. Il letto matrimoniale, una scrivania con una sedia,
libri, trofei di kick boxing. Alle pareti ci sono ancora i
poster di alcuni film, il poster di Giuseppe Di Natale, e la
bacheca con appuntati sopra biglietti dei miei viaggi, di
concerti e gagliardetti. Lì c’è anche lei. Non ho mai avuto
il coraggio di togliere quella foto. Di strapparla o
bruciarla. É lì, sulla bacheca del mio passato. Perché nel
mio futuro non c’è posto per nient’altro se non Anastasia.
I miei occhi accarezzano piano il suo corpo sensuale,
avvolto dal raso color argento. Il desiderio represso
nell’ultima mezz’ora torna prepotente come non mai.
Quando si gira a guardarmi la fisso a fondo.

«Non ho mai portato qui una ragazza» mormoro


piano.
«Mai?» sussurra con la voce roca.

Scuoto piano la testa. “Solo tu, Miss Steele”. Ana mi


guarda trepidante. Indossiamo ancora entrambi le
maschere. E... voglio che la indossi anche mentre lo
facciamo. É erotico, in un certo senso. L’ho già fatto in
passato, ma con lei... è tutto come se fosse la prima volta.
Mi scosto dalla porta, avanzando verso di lei e girandole
attorno mi piazzo di fronte ai suoi occhi azzurri.

«Non abbiamo molto tempo, Anastasia, e da come mi


sento in questo momento, non ci occorrerà tanto. Voltati.
Lascia che ti tolga quel vestito» sussurro voglioso.

Trattiene il fiato, obbedendo e girandosi verso la porta.


Mi chino verso il suo orecchio.

«Tieni su la maschera» le dico piano, accarezzandole


l’orecchio con la punta della lingua.

Ana geme, mentre il suo corpo si contorce contro il


mio. Afferrando la parte alta del suo vestito, lascio le mie
dita vagare sulla sua pelle nuda prima di tirare
rapidamente giù la cerniera. Reggo l’abito mentre lei ne
esce con grazia, poi mi giro, poggiandolo sulla sedia lì
accanto. Mi sfilo la giacca, poggiandola sul suo vestito.
Poi mi giro, prendendomi qualche istante per rimirarla. É
in piedi, vestita con il corsetto nero, le mutandine
minuscole, i tacchi alti e la maschera. É la realizzazione di
un sogno ad alto tasso erotico.

«Lo sai, Anastasia» le dico, avvicinandomi mentre mi


sciolgo il papillon, senza sfilarlo. Poi passo ai primi
bottoni della camicia, liberandomi un po’. «Ero così
arrabbiato quando hai vinto il mio lotto d’asta. Mi sono
passati per la testa un milione di pensieri. Ho dovuto
ricordare a me stesso che le punizioni sono fuori dal
nostro accordo. Ma poi ti sei offerta volontaria» le dico,
fissandola per sondare la sua reazione. «Perché lo hai
fatto?» sussurro guardandola attentamente.

«Volontaria? Non lo so. Frustrazione... troppo alcol...


una buona causa» mormora, le sue parole sono una dolce
tentazione mentre si stringe nelle spalle.

Per un attimo il pensiero di poterle fare, anche


inavvertitamente del male, mi squarcia il petto. Ma poi mi
calmo. Posso farcela. Posso darle quello che entrambi ora
vogliamo. Stringo forte le labbra, poi passo la mia lingua
sul mio labbro superiore. Sono eccitato, impaurito. La
desidero e la temo. É la mia dea, la mia anima, il mio
tutto.

«Ho giurato a me stesso che non ti avrei


più sculacciata, nemmeno se mi avessi supplicato» le
dico, combattendo una dura lotta interiore. Ma so già
come andrà a finire. Questa donna mi sfinirà.

«Per favore» implora maliziosa, ondeggiando i fianchi


a destra e sinistra, mentre intreccia le dita sul suo ventre.

La visione mi ammalia. Parlo quasi senza rendermene


conto.

«Ma poi mi sono reso conto che probabilmente sei


molto a disagio in questo momento e che è una cosa a cui
non sei abituata» le dico con un sorrisetto bastardo,
sapendo perfettamente quanto l’ho provocata, quello che
le ho fatto per tutta la sera. ‘Volevi portarla a supplicarti
di farle del male, Grey?’. No, certo che no. Ma sono
contento di essere qui, in questa stanza e in questa
situazione. Non dimenticherò facilmente l’immagine di
Anastasia vestita praticamente di nulla, che implora per
farsi sculacciare.

«Sì» sospira eccitata.

«Perciò, potrebbe esserci un certo... spazio di manovra.


Se lo faccio, devi promettermi una cosa» le mormoro
seducente. Anche se credo che non abbia bisogno di
essere sedotta.

«Qualsiasi cosa» acconsente, impaziente come al


solito.

Immagino già il lago bagnato che troverò tra le sue


gambe tra meno di qualche attimo.

«Userai la safeword, se ne avrai bisogno, e io farò solo


l’amore con te, okay?»

«Sì» risponde senza fiato.

Ma ho bisogno di questa rassicurazione. Ho paura. Per


la prima volta nella mia vita, ho paura di stare con una
donna. Dopo l’ultima volta in cui mi sono trovato in una
situazione simile, forse è comprensibile. Ma forse ho
anche bisogno di questo per provare a lei, ma soprattutto
a me stesso che sono cambiato sul serio.

Le prendo la mano e la porto verso il letto, scostando la


trapunta. Afferro il cuscino e lo sposto accanto a me,
sedendomi. La fisso per un istante, poi la tiro forte verso
di me. Mi cade in grembo e non perdo tempo. Mi aggiusto
e la sposto nella posizione migliore per entrambi. Il suo
petto è sul cuscino, il suo viso di lato.

Mi chino verso di lei, scostandole i capelli dalla spalla e


lasciando le dita scorrere tra le piume delicate della sua
maschera.

«Metti le mani dietro la schiena» mormoro al suo


orecchio.

Obbedisce piano, mentre mi sfilo il papillon e lo uso


per legarle i polsi. Ma prima di procedere devo essere
certo di quello che sto facendo.

«Lo vuoi davvero, Anastasia?» chiedo, con una nota di


agitazione percepibile nella voce. Sento il suo corpo
riempirsi d’aria e poi lei espira profondamente.

«Sì» sussurra, mentre i miei occhi accarezzano la pelle


candida al di sotto del suo corsetto.

«Perché?» le chiedo dolce, lasciando la mia mano


accarezzarle piano il sedere. Morbido ed invitante.

Il suo gemito di desiderio potrebbe essere una risposta


sufficiente. Per il mio cazzo sicuramente lo è, dato che sta
per perforarmi i pantaloni e penetrarla.

«C’è bisogno di una ragione?» chiede desiderosa di


avere di più.

«No, piccola» le dico rassicurandola, mentre continuo


ad accarezzarla. «Sto solo cercando di capirti»

La mia mano sinistra stringe il suo polso, mentre


sollevo l’altra in aria. Le sferzo il primo colpo, affondando
con forza sulla sua carne morbida. La sensazione che
provo è nuova. Non è per vendetta, o per crudeltà. É
amore. É carnale, passionale. É desiderio fisico di lei. La
sento gemere forte. Prima che possa pensarci troppo, la
colpisco di nuovo. Geme ancora più forte, con voce rauca.

«Due» mormoro, trattenendomi a stento. «Arriveremo


a dodici» le dico.

La accarezzo mentre le parlo, gentile e delicato, in


netto contrasto con la durezza dei colpi che le sferro. La
colpisco di nuovo, spostandomi di poco dal punto
precedente, già arrossato a dovere. Mi fermo per un
attimo, sfilandole delicatamente le mutandine. Lascio
scorrere la mia mano sul suo culo arrossato e delicato.
Vederla alla mia mercé, per sua espressa volontà, è di
quanto più erotico possa esserci al mondo. La colpisco
ancora, e ancora, cadenzando bene i colpi e distribuendoli
su tutta la superficie del suo meraviglioso sedere.

«Dodici» mormoro quando arrivo all’ultimo colpo.

Sto ansimando, mentre la accarezzo, di nuovo gentile,


Il mio cazzo, oramai, non aspetta altro che liberarsi.
Piano lascio scorrere le dita tra le due gambe. Lentamente
affondo dentro di lei con due dita, muovendole
ripetutamente in circolo in una deliziosa e lenta tortura.
Come sospettavo è bagnata da morire, pronta e
soprattutto desiderosa di accogliermi. I suoi gemiti mi
eccitano, mi appagano. La scopo con due dita,
aspettando, bramando il momento in cui entrerò dentro
di lei. E la sento stringersi forte attorno a me, per poi
esplodere in un orgasmo violento e appagante. Urla forte
e geme, mentre libera la sua frustrazione. E io sono certo
che ha gradito.

«Così va bene, piccola» mormoro, felice di averla fatta


star bene.

Le slego i polsi, con una sola mano, continuando a


tenere le dita nella sua fessura bagnata e ancora pulsante.
La sento ansimare forte, esausta.

«Non ho ancora finito con te, Anastasia» le dico,


spostandomi e facendole appoggiare le ginocchia a terra.

Mi posiziono dietro di lei, abbassando la lampo dei


miei pantaloni. Sfilo piano le dita dal suo sesso per
afferrare uno dei preservativi che ho in tasca. Apro la
bustina e srotolo in fretta il profilattico sul mio membro
eretto.

«Apri le gambe» le ordino, fuori di me per il desiderio.

Obbedisce celermente, mentre le accarezzo piano il


sedere arrossato. É una visione divina.

«Sarà veloce, piccola» le mormoro all’orecchio, prima


di raddrizzarmi e afferrarle i fianchi.

La penetro all’improvviso, con forza. Entro ed esco


violentemente, senza controllo. Ho solo bisogno di
riversarmi dentro di lei. Di stare bene con lei.

«Ah!» la sento gridare, gemendo di puro piacere.

Il suono mi infiamma ancora di più. Affondo dentro di


lei impietosamente, inchiodandola al letto ad ogni colpo,
mentre ringhio il mio desiderio accanto al suo orecchio,
ansimandole addosso. Siamo una meravigliosa
composizione di respiri ansimanti, gemiti e urla soffocate.
All’improvviso, cogliendomi di sorpresa, Anastasia inizia
a coordinare i suoi movimenti ai miei, spingendo
all’indietro, accogliendo il mio cazzo sempre più a fondo,
sempre più dentro.

«Ana, no!» mormoro, contro la pelle della sua schiena


sudata, cercando di fermarla.

Ma in quell’istante lei spinge ancora, premendo il suo


bellissimo culo contro di me. La sensazione è talmente
bella, talmente avvolgente, che vengo all’istante.

«Merda!» sibilo, oramai senza controllo.

E, meravigliosa, anche lei esplode di nuovo, unendosi


al mio piacere incontrollato. Urla, sconvolta dal suo
secondo orgasmo, mentre crolla senza fiato sul letto e io
la seguo a ruota.

Mi chino su di lei, baciandole possessivo una spalla.


Poi, a malincuore, scivolo fuori dal suo corpo, sentendomi
subito privato del mio essere. La abbraccio, da dietro,
poggiando la testa sulla sua schiena nuda, velata di
sudore. Restiamo così, inginocchiati. Io sopra di lei, a
godermi gli ultimi istanti di intimità prima di tornare tra
la folla. Lentamente i nostri respiri si calmano, tornando
a stabilizzarsi. Mi muovo, con un profondo ed appagato
sospiro, baciandole di nuovo la schiena.

«Credo che tu mi debba un ballo, Miss Steele»


mormoro contro la sua pelle.

«Mmh...» mi risponde lei, stiracchiandosi


leggermente.

Sedendomi sui talloni mi scosto da lei, portandola con


me.

«Non abbiamo molto tempo. Andiamo» le sussurro,


baciandole i capelli e costringendola ad alzarsi.

Protesta debolmente, mentre si siede sul mio letto e


raccoglie le sue mutandine dal pavimento. É così sexy
mentre le infila e pigramente si trascina verso la sedia per
recuperare il suo abito. Traballa leggermente sui tacchi.
Continuo ad ammirare il suo corpo seminudo, mentre mi
allaccio il papillon che poco prima le legava i polsi.
Sorrido piano, rimettendomi a posto gli abiti e dando
un’aggiustata al letto. Quando mi volto per aiutarla con il
vestito, la trovo intenta a sbirciare sulla mia bacheca. Si
gira a guardarmi, mentre mi infilo la giacca e do
un’ultima sistemata al papillon.

«Chi è questa?» chiede.

Trasalisco per un attimo, sperando che non se ne


accorga.

«Nessuno di importante» borbotto, mentre cerco di


trovare uno stratagemma per allontanarla di lì.

«Posso tirarti su la cerniera?» le chiedo,


avvicinandomi.

«Grazie. Allora perché è nella tua bacheca?» chiede


calma e curiosa.

«Una dimenticanza. Com’è il papillon?» le dico,


facendole un piccolo sorriso e alzando il mento.

Mi fa un sorriso radioso, raddrizzandomelo.

«Adesso è perfetto» mi dice soddisfatta.

«Come te» le mormoro contro le labbra, afferrandola e


suggellando le mie parola con un bacio appassionato.

Le nostre lingue danzano, di nuovo vogliose di


assaggiarsi sempre più a fondo. Siamo insaziabili.
Entrambi. Questa donna mi ucciderà.

«Ti senti meglio?» le chiedo, quando finalmente riesco


a staccarmi da lei.

«Molto meglio, grazie, Mr Grey» mi dice con un


sorrisetto soddisfatto.

I suoi grandi occhi azzurri brillano di tenerezza.

«Il piacere è stato tutto mio, Miss Steele» le dico,


stringendola forte al mio corpo in un abbraccio.

Dietro di lei, sulla bacheca, Ella mi guarda,


inespressiva come sempre. Come la ricordo. E ora ne
sono assolutamente certo. Anastasia non ha niente a che
vedere con lei. Non ha mai avuto nulla a che fare con mia
madre e il mondo di vendetta personale che io ho
costruito attorno al suo ricordo. Lei è sempre stata al di
sopra di tutto. Al di sopra di tutto lo schifo. Sorrido
mentre le prendo la mano e la conduco fuori dalla mia
cameretta e giù per le scale. “Ti amo, Anastasia Steele.
Credo di aver sempre aspettato te. Da tutta una vita”.
Quando torniamo nella sala da ballo, la folla è già al
centro della pista. La guardo sorridendo, mentre lei
sospira forte, finalmente sollevata.

«E ora, signore e signori, è il momento del primo ballo.


Mr Grey, dottoressa, siete pronti?»

Il maestro di cerimonie dà il via alle danze. Mi metto in


posizione, tenendo saldamente Ana tra le braccia, mentre
un brivido mi percorre la schiena. Mi giro attorno,
sentendomi osservato. Ma non scorgo nessuno che stia
fissando me. Scuoto piano la testa, cercando di scrollarmi
di dosso questa sensazione. La faccenda di Leila mi sta
condizionando un po’ troppo probabilmente.

La musica parte. Le note di I’ve got you under my skin


risuonano nell’aria, mentre sorridendo per la scelta
musicale più che azzeccata nel nostro caso inizio a
volteggiare con Anastasia. Non riusciamo a smettere di
sorriderci a vicenda. Siamo felici, appagati, innamorati. E
per un attimo è come quel giorno in aliante. Noi due, una
bolla tutta nostra. E il resto del mondo che non ci
scalfisce minimamente.

«Adoro questa canzone» le mormoro, fissandola


ardentemente. «Mi sembra appropriata» le dico,
improvvisamente serio. Perché è la verità. “Mi sei entrata
sotto la pelle, Anastasia. Non andare via. Mai”.

Anche lei diventa seria, pur continuando a sorridermi.

«Anche tu mi sei entrato sotto la pelle, come dice la


canzone» mi dice. «O, perlomeno, così è stato nella tua
camera da letto» sussurra tentando di smorzare la
tensione appena palpabile tra noi.
Le faccio una smorfia di finto disgusto, divertito.

«Miss Steele» la ammonisco «non avevo idea che


potessi essere tanto volgare» le dico altezzoso.

«Nemmeno io, Mr Grey. Credo che sia per via di tutte


le mie recenti esperienze. Ho ricevuto una certa
educazione» mi dice con una smorfia rassegnata.

«Vale per entrambi» le rispondo, tornando serio.

“Mi hai cambiato, Ana. Completamente”.

La musica sfuma, mentre il cantante presenta la sua


orchestra. Applaudiamo educatamente. Alle mie spalle si
materializza Flynn, memore del nostro accordo segreto.

«Posso intromettermi?» dice scherzosamente.

Ana lo guarda incuriosita e leggermente intimorita. La


lascio andare a malincuore, ma sorrido divertito.

«Prego. Anastasia, lui è John Flynn. John, lei


è Anastasia» li presento.

L’espressione di stupore sul viso di Anastasia sarebbe


da immortalare. Mi allontano, lasciandoli da soli a fare
quattro chiacchiere sulle note di una nuova canzone. Li
osservo parlottare, mentre sorseggio dello champagne, in
piedi, accanto al mostro tavolo. Flynn ride, Anastasia fa la
sostenuta. Poi ridacchiano, parlano. Mentre io fremo
dall’impazienza e dalla curiosità. Picchietto il piede a
terra, mentre l’ansia mi assale. Cosa le chiederà? E lei a
lui? E se quell’idiota di Flynn le rivelasse il mio passato?
Quando la musica si avvia alla fine, devo trattenermi per
non correre mentre mi avvicino a loro due. Noto che Ana
è arrossita leggermente, mentre Flynn mi sorride
soddisfatto.

«È stato un piacere conoscerti, Anastasia» dice, con un


sorriso caloroso.

Mi sento sollevato dalla sua reazione. Ma ho bisogno di


parlargli. Ho bisogno di sapere perché anche lui, come il
resto del mondo, sembra pensare che Ana sia perfetta per
me, mentre io ho così paura di spezzarla e di fare di lei
una nuova Leila. Una nuova donna fantasma che gira
come un’anima in pena cercando di togliersi la vita. Per
me. Temo che per sapere questo, tuttavia, dovrò aspettare
fino a lunedì.

«John»

Faccio un cenno a Flynn, congedandolo. Ora ho


solamente voglia di stare da solo con Anastasia.

«Christian» risponde Flynn con un sorriso, voltandosi


e mischiandosi alla folla attorno a noi.

Mi giro verso Anastasia, con un sorriso, prendendole le


braccia e attirandola accanto a me per il prossimo ballo. É
bello ballare con lei. Mi calma. Fa sparire tutto il resto.

«È più giovane di quanto mi aspettassi» mormora lei,


alzando lo sguardo su di me. «E terribilmente indiscreto»
mi dice con un ghigno strano.

Piego la testa di lato, senza capire.

«Indiscreto?» chiedo curioso.


«Oh, sì, mi ha detto tutto» mi dice seria, con gli occhi
ben aperti e muovendo il capo in cenno di assenso.

Il mio corpo diventa di pietra. La fisso, sentendo l’aria


abbandonare di colpo i miei polmoni e le palpebre
socchiudersi per il colpo accusato.

«Bè, in questo caso, vado a prenderti la borsetta. Sono


sicuro che non vorrai avere più niente a che fare con me»
le dico con un filo di voce.

Nella mia testa 10mila modi per uccidere Flynn si


materializzano contemporaneamente. Ana si ferma di
colpo, spalancando gli occhi.

«Non mi ha detto niente!» esclama spaventata.

Il sollievo è immediato. Sbatto le palpebre es orrido


apertamente, stringendola in un abbraccio.

«Allora godiamoci il ballo» le dico.

La musica parte e, prima che possa fare domande, la


coinvolgo nelle danze, al ritmo suonato dalla meravigliosa
orchestra voluta da mia madre per l’occasione. Mi rilassa
averla tra le braccia. Mi sento felice, libero. Completo.
Dopo circa due balli, quando la musica si ferma per un
attimo, Ana mi avverte del suo impellente bisogno.

«Non ci metterò molto» mi dice con un sorriso, prima


di afferrarsi il vestito argento e allontanarsi.

Mentre aspetto che torni mi metto a bordo pista. Flynn


mi raggiunge quasi subito, insieme a Rhian. Lo guardo
speranzoso, ma lui resta in silenzio. Sorride, ma non
lascia sfuggirsi nulla.

«Posso prendere appuntamento per lunedì mattina,


dottore?» gli dico con un sorrisetto.

Il suo sorriso si allarga.

«Provvederò a farti contattare da Cynthia per farti


sapere l’orario» mi dice.

Poi prende Rhian sottobraccio e la trascina in pista per


lanciarsi nelle danze. All’improvviso mi viene in mente
che non è il solo con cui dovrei prendere appuntamento.
Mando un messaggio a Taylor, chiedendogli di occuparsi
della dottoressa Greene e di prendere appuntamento per
domani. Ovviamente so che quella donna mi scucirà altri
15mila dollari. Mi giro intorno, cercando Ana, ma ancora
non si vede. So che Taylor e Sawyer la seguono a vista
d’occhio. Per un po’ mi abbandono a guardare Mia che
discute con Sean. Ha le braccia incrociate sotto al petto.
Conosco quel cipiglio. Mr-Sorriso-Sfacciato ha fatto
incazzare di brutto la mia sorellina. Lui parla e lei lo
molla lì in piedi, con un gesto della mano. Ridacchio tra
me e me. Poi lo sguardo si sposta da loro due ai miei
genitori, che volteggiano in pista, guardandosi innamorati
come quando ero piccolo. Voglio quello anch’io. Ora so
che con Anastasia posso averlo. La sua mancanza inizia a
farsi sentire. Guardo intorno a me, e ancora non riesco a
scorgerla. Inizio a preoccuparmi sul serio. Cammino
frettolosamente verso le toilette, ma a metà percorso mi
fermo, scorgendo Taylor davanti all’uscita del padiglione
dove abbiamo cenato. Entro, guardando la sua
espressione corrucciata e vedo Anastasia letteralmente
furiosa. Mi avvicino, accaldato per la preoccupazione.
«Eccoti» mormoro.

Fisso il suo viso che freme di rabbia e non ci metto


molto a capire perché. O per chi. Elena è dietro di lei,
furiosa almeno alla stessa maniera. Poi la sua espressione
cambia quando incrocia i miei occhi, diventando
preoccupata. Ana mi sorpassa, senza neppure sfiorarmi e
si dirige verso l’uscita. Non ci penso due volte a seguirla.

«Ana» la chiamo.

Si ferma proprio fuori dal padiglione, aspettandomi ma


senza girarsi. Quando le arrivo accanto, la sua
espressione non è mutata.

«Cos’è successo?» le chiedo preoccupato.

«Perché non lo chiedi alla tua ex?» sibila velenosa.

Raddrizzo le spalle, facendo una smorfia di


disappunto.

«Lo sto chiedendo a te» le rispondo, dolcemente ma


deciso.

Ci fissiamo intensamente per qualche attimo. “Non


voglio litigare di nuovo, Anastasia. non dopo questo
pomeriggio”. Chissà cosa ha potuto dirle Elena, per averla
sconvolta in questo modo. Per la seconda volta questa
sera, il mio mondo vacilla sotto ai miei piedi.

«Lei mi ha minacciata di venirmi a cercare, se ti farò


soffrire ancora. Probabilmente con un frustino» ribatte
alla fine, seccamente.
Credo che il sollievo sul mio viso sia perfettamente
visibile. L’accenno di un sorriso mi si dipinge sulle labbra.

«Non ti sarà certo sfuggita l’ironia di tutto ciò, vero?»


le dico, trattenendo una risatina.

«Non è divertente, Christian!» esclama esasperata, al


limite della sopportazione.

«No, hai ragione. Le parlerò» le dico deciso, ma


rasserenato.

«No, non lo farai» sbotta, incrociando le braccia


proprio come Mia.

“Merda”. Sbatto le palpebre, sorpreso. Non sono


abituato alla gelosia. Ma il pensiero che lei sia gelosa di
me, mi eccita. Mi eccita sul serio.

«So che sei legato a lei dagli affari ma...» inizia a dire,
guardandomi. Poi rinuncia, esasperata, sconfitta, stanca.
Abbassa le braccia e mi guarda sospirando. «Ho bisogno
della toilette» mi dice a denti stretti, lanciandomi
un’occhiataccia.

Sospiro, capendo bene quali possano essere i suoi


sentimenti ora. Piego la testa di lato, guardandola dritto
negli occhi.

«Per favore, non essere arrabbiata. Non sapevo che lei


fosse qui. Mi aveva detto che non sarebbe venuta». Cerco
di placare la sua anima ferita probabilmente nell’orgoglio.
Alzo una mano, sfiorandole con il pollice il morbido e
delizioso broncio. «Non lasciare che Elena ci rovini la
serata, per favore, Anastasia. Lei è una storia vecchia,
davvero» le dico, sospirando piano.

Fa una smorfia, premendo di più il labbro inferiore


contro le mie dita. Le sollevo piano il mento, avvicinando
le mie labbra alle sue. Le sfioro delicato, baciandola
dolcemente e castamente. Aspetto un suo cenno e,
quando sospira piano, le prendo un braccio e la allontano
dal padiglione.

«Ti accompagno a incipriarti il naso, così nessuno ti


disturberà ancora» le dico con un piccolo sorriso,
abbracciandola e baciandole i capelli.

Ci allontaniamo nel prato, verso le toilette. Quando


arriviamo lì davanti mi fermo, anche se vorrei entrare e
prenderla di nuovo. Ma farlo in un bagno, per quanto
placherebbe entrambi, non è l’ideale. A meno che non sia
il mio bagno privato all’Escala. Di quello ho grandi
ricordi.

«Ti aspetto qui fuori, piccola» mormoro, baciandola di


nuovo.

Aspetto che chiuda la porta per bene e poi,


spostandomi in disparte, chiamo Taylor. So che non è
colpa sua, Elena è imprevedibile.

«Mr Grey»

«Ho bisogno di sapere sempre dove si trova Ana. E


soprattutto con chi si trova. Ci siamo capiti?» sbotto
senza perdermi in formalità.

«Come desidera, Mr Grey» risponde


professionalmente.
Chiudo il telefono, chiedendomi quante volte
quest’uomo mi mandi a fanculo mentalmente durante
una giornata. Poi chiamo Elena.

«Christian» risponde, in tono preoccupato.

«Cosa cazzo fai, Elena? Quale parola della frase “non


impicciarti nei miei affari e lascia stare Ana” tu non hai
afferrato?» le chiedo bruscamente.

Per un attimo rimane interdetta. Poi la sento inspirare


forte.

«Ero preoccupata per te, Christian. L’ho solo avvertita


di non farti soffrire»

«Non ce n’era bisogno, Elena. Sono stato io a far


soffrire lei. Ed eravamo d’accordo sul fatto che non saresti
venuta questa sera» le dico esasperato.

So che le intenzioni di Elena sono buone, ma non ho


voglia di ulteriori casini.

«Ho cambiato idea» mi dice altezzosa.

«Perché hai cambiato idea? Pensavo che fossimo


d’accordo» le dico scontroso.

«Christian dovevo vederla e parlarle. Non mi va che ti


faccia star male. Non te lo meriti»

Sospiro, alzando gli occhi al cielo di fronte a quel


comportamento da madre iperprotettiva.

«Bè, lasciala in pace... Questa è la prima relazione vera


che ho e non voglio che tu comprometta tutto per qualche
infondata preoccupazione nei miei confronti. Lasciala. In.
Pace. Te lo dico per l’ultima volta, Elena» le dico con
fermezza.

«Christian, mi dispiace. Non avete litigato a causa mia


spero» chiede lamentosa.

«No, certo che no» le dico aggrottando la fronte e


girandomi.

Scorgo Ana in piedi, a pochi passi da me. Sospiro.

«Devo andare. Buonanotte» tronco la conversazione,


senza aspettare risposta.

Ana alza un sopracciglio, piegando la testa di lato.

«Come sta la storia vecchia?» mi chiede sarcastica.

«Scontrosa» le rispondo con un ghigno. «Vuoi


ballare ancora? Oppure preferisci andare via?» le chiedo,
cambiando argomento per non litigare di nuovo. Guardo
l’orologio. É quasi l’ora dello spettacolo pirotecnico. «I
fuochi d’artificio iniziano tra cinque minuti» le annuncio,
sorridendole piano.

«Adoro i fuochi d’artificio» mi dice, riluttante a


lasciarsi andare.

«Rimarremo a guardarli, allora» le sussurro mentre mi


avvicino e le avvolgo la vita con un braccio, attirandola al
mio corpo.

La fisso negli occhi, abbassando di poco la testa per


trovarmi alla sua altezza.

«Non lasciare che lei si metta tra noi, per favore» le


dico con dolcezza.

«Ci tiene a te» mormora imbronciata.

«Sì, e io a lei... come amica» preciso, cercando di


convincerla.

«Credo che per lei sia più di un’amicizia» borbotta,


abbassando lo sguardo.

Aggrotto la fronte, riflettendo sulle sue parole. Forse sì.


Forse non mi vede come amico. Ci tiene a me e si
comporta da madre assillante. Ma nulla più di questo. A
parte il sesso condiviso e l’aiuto che mi ha dato. Non c’è
altro.

«Anastasia, Elena e io... è complicato. Abbiamo


condiviso una storia. Ma è solo questo: una storia finita.
Come ti ho detto e ripetuto, è una buona amica. Tutto qui.
Per favore, dimenticati di lei» le dico, stringendola forte e
baciandole i capelli.

Mi guarda incerta, abbozzando un sorriso poco


convinto. La prendo per mano, portandola verso la pista
da ballo, dove l’orchestra suona. Dietro di noi si
materializza mio padre.

«Anastasia» dice con un sorriso, mentre entrambi ci


giriamo.

Ana lo guarda in soggezione.


«Mi domandavo se vorresti concedermi l’onore del
prossimo ballo» le dice, porgendole la mano.

Ana mi guarda, mentre mi stringo nelle spalle e le


sorrido. Mentre si allontana con mio padre, mi metto a
bordo pista. Il mio telefono vibra. Lo prendo dalla tasca.
É un sms. Di Elena. Lo scorro in fretta.
Sto andando via. Non volevo rovinarti la serata. Ci tengo a te,
Christian. Spero che lei ti renda felice

Sospiro, rimettendo il telefono a posto e osservando


Ana e Carrick parlottare tra un passo e l’altro. La osservo
volteggiare, sorridere, arrossire. Mentre realizzo che lei,
la più splendida ragazza in tutta la sala, è mia. Solo mia.
Solo io posso accarezzare la sua pelle delicata d’alabastro,
le sue morbide labbra. Solo io so come si sta bene dentro
di lei. Quanto sia stupendo il suo viso quando urla in
preda al piacere. Quanto mi faccia fremere sentire la sua
voce accarezzare piano il mio nome. Mentre la canzone
sfuma, mi avvio verso di lei. Ho davvero bisogno di
toccarla. Mio padre si allontana da lei con una piccola
riverenza.

«Ora basta ballare con i vecchietti» dico con un sorriso


quando giungo accanto a loro.

Mio padre ride piano.

«Stai bene attento al vecchietto, figliolo. Ero piuttosto


famoso ai miei tempi»

Carrick mi strizza l’occhio scherzosamente,


allontanandosi.
«Credo che tu piaccia a mio padre» le dico,
guardandolo allontanarsi.

«Perché non dovrei piacergli?» mi guarda, sbattendo le


ciglia.

«Ben detto, Miss Steele» le dico con un sorrisetto.

L’orchestra attacca It had to be you. É come se queste


canzoni fossero suonate apposta per noi due questa sera.

«Balla con me» le sussurro, guardandola con malizia.

Quell’invito ne nasconde un altro. A cui potrà dire di sì


più tardi.

«Con piacere, Mr Grey» mi sorride, mentre la attiro in


un volteggio sulla pista, stringendola forte tra le braccia.

Balliamo ancora per un po’, poi ci avviamo verso la


spiaggia, nei presi della rimessa delle barche. “Quella sera
iniziavo solo a capire lo sconvolgimento che stavi
apportando alla mia vita, Ana. Ora lo so. Ora so quanto ti
amo”. La stringo a me, annientando la voce del maestro
di cerimonie e tutto il brusio circostante. Esiste solo lei e
il suo profumo. Nient’altro ha importanza per me in
questo momento. Un brivido la percorre all’improvviso,
mentre si rannicchia ancora di più contro di me. La
stringo forte, guardandola.

«Stai bene, piccola? Hai freddo?» le chiedo premuroso.

«Sto benissimo» mi dice, lanciando un’occhiata alle


nostre spalle.
Capisco che non era un brivido di freddo. É
preoccupata. Per Leila. O Elena. O entrambe. Si sposta
davanti a me e io la tengo per le spalle, inspirando il suo
fantastico profumo. Lo spettacolo pirotecnico inizia e,
anche se non posso guardarla negli occhi, sento lo stupore
e la serenità attraversarle il corpo. É felice. E io con lei.
Tutto è coordinato con la musica. É favoloso, come ogni
anno. Ma quest’anno lo è di più. Perché c’è lei a renderlo
speciale.

«Signore e signori» urla il maestro di cerimonie. «Una


nota per concludere questa magnifica serata: la vostra
generosità ammonta a un totale di un milione e
ottocentocinquantatremila dollari».

La folla esplode in un applauso fragoroso, mentre sul


ponte galleggiante appare una scritta luminosa e argentea
che cita “GRAZIE DA AFFRONTIAMOLO INSIEME”.

«Oh, Christian... è stupendo» sussulta, girandosi a


guardarmi.

Mi chino su di lei e la bacio, intensamente. Le nostre


labbra si sfiorano per poi perdersi le une nelle altre. Le
lingue si scontrano si fondono, si amano. Proprio come
noi due.

«È ora di andare» le mormoro quando ci stacchiamo,


sorridendole.

“Voglio di più, Ana. Ne ho bisogno. Ora”. Annuisce


piano. Mi giro a guardare Taylor, bianco come un
lenzuolo, che mi fa un cenno con il capo.

«Rimani un attimo qui con me. Taylor vuole che


aspettiamo che la folla si disperda» le dico piano,
tenendola tra le braccia. «Credo che questi fuochi
d’artificio gli abbiano fatto perdere una decina d’anni»
aggiungo piano.

Mi dispiace aver sottoposto Taylor a questa piccola


tortura. É un ex militare e non sopporta spari, fuochi,
bombe e roba simile. La roba che scoppia, insomma. A
meno che non sia lui a farla scoppiare. Io, invece, la odio
in generale.

«Non gli piacciono i fuochi d’artificio?» mi chiede


Anastasia, corrucciando la fronte.

La guardo con un sorriso tenero e scuoto la testa, senza


aggiungere nulla. Con la coda dell’occhio scorgo la
squadra della sicurezza che si agita dietro di noi, in attesa
di perlustrare a fondo la folla e l’ambiente circostante. Ma
non voglio che lei percepisca tutto questo. Voglio solo che
si goda la serata.

«E così, Aspen» mormoro contro il suo orecchio, nel


tentativo di distrarla.

«Oh... non ho pagato per il mio acquisto» sussulta,


portandosi una mano a coprire la bocca.

«Puoi mandare un assegno. Ho l’indirizzo» le dico


scherzoso.

«Eri davvero arrabbiato» mi dice, guardandomi con gli


occhi grandi da bambina.

«Sì, lo ero» ammetto con un sorriso.


Sorride anche lei, soddisfatta.

«È colpa tua e dei tuoi giocattoli» mi accusa, alzando il


mento.

«Eri piuttosto su di giri, Miss Steele. E il risultato è


stato più che soddisfacente, se ricordo bene» le dico
lanciandole un sorrisetto perverso. Ma in effetti il ricordo
del suo delizioso culo arrossato mi fa fremere l’uccello nei
pantaloni. «A proposito, dove sono?» le chiedo,
riferendomi alle sfere.

«Le sfere d’argento? Nella mia pochette» dice


tranquilla.

«Le rivorrei indietro. Sono un dispositivo troppo


potente perché io le lasci nelle tue mani innocenti»
ribatto scherzosamente.

«Sei preoccupato che possa andare ancora su di giri,


magari con qualcun altro?» mi provoca.

La guardo con ardore, mentre dentro di me si


mischiano rabbia e desiderio.

«Spero che non succeda» la avverto. «Voglio tutto il


tuo piacere, Ana» le dico piano, scandendo le parole.

«Non ti fidi di me?» mi chiede piccata.

«Nel modo più assoluto. Ora, posso averle indietro?»


la provoco ancora.

«Ci penserò» mi dice, girandosi a guardare la pista da


ballo sulla quale si stanno radunando i più giovani.
Scuoto la testa, avvinghiandomi di nuovo a lei e
poggiandole un sonoro bacio sulla testa. Ana ridacchia
piano.

«Vuoi ballare?» le chiedo, abbassandomi contro il suo


orecchio.

«Sono davvero stanca, Christian. Vorrei andare, se per


te va bene» mi dice, girandosi e poggiando le mani sui
miei bicipiti coperti dalla giacca. Noto con piacere che ora
che so che ha visto fin dove può spingersi, il suo tocco non
mi fa più tanta paura.

Guardo Taylor, interrogandolo con lo sguardo e lui mi


dà il via libera. Ci incamminiamo verso casa, preceduti da
una coppia barcollante. Le afferro la mano, mentre noto
che le gambe le si sono appesantite, probabilmente per i
tacchi alti. Mia ci raggiunge prima che riusciamo a
defilarci.

«Non ve ne starete andando, vero? La festa inizia


adesso. Avanti, Ana» si lamenta, afferrando la mano di
Anastasia.

«Mia» la ammonisco piano, ma deciso. «Anastasia


è stanca. Stiamo andando a casa. E poi, domani
abbiamo una giornata pesante» aggiungo, e sento
immediatamente lo sguardo di Ana su di me.

“Non immagini neppure quanto sarà pesante per te,


Miss Steele. Ho intenzione di perdermi in te
ripetutamente. E instancabilmente”.

Mia mi mette il broncio, ma evita di replicare.


«Devi venire qualche volta, la prossima settimana.
Potremmo andare a fare shopping...» le propone,
guardando Anastasia.

«Certo, Mia» acconsente lei gentilmente.

Mia sorella le si fionda addosso, baciandola sulle


guance, poi passa a me. Mi stringe forte, mentre la guardo
sorpreso da quel gesto di affetto. Poi alza lo sguardo su di
me, poggiando le mani sul bavero della giacca. La guardo,
sorridendole piano.

«Mi piace vederti felice» mi mormora, con gli occhi


lucidi. Poi mi deposita un bacio sulla guancia, prima di
scappare via.

«Ciao. Divertitevi» urla scappando in pista.

«Andiamo a dare la buonanotte ai miei genitori prima


di andarcene. Vieni» le dico, sospirando piano e
conducendola verso Grace e Carrick.

I miei genitori sono ancora più calorosi nei confronti di


Ana.

«Per favore, torna a trovarci, Anastasia. È


stato davvero bello averti qui» le dice mia madre con
sincerità, prima di abbracciarla.

Quando terminiamo i saluti di rito, ci avviamo


lentamente verso l’auto. Camminiamo mano nella mano,
sotto il cielo stellato. E penso che non possa esserci al
mondo un momento migliore di questo. A parte quando
sono dentro di lei, ovvio. Quel momento non può batterlo
nessun altro. Abbiamo tolto le maschere e vedere il suo
viso rilassato e felice, mi fa sentire un uomo nuovo.
Diverso. Più forte.

«Hai abbastanza caldo?» le chiedo premurosamente.

«Sì, grazie» mi risponde, stringendosi nello scialle di


raso abbinato al suo abito.

«Mi sono divertito tanto stasera, Anastasia. Grazie» le


sussurro sincero, senza riuscire a smettere di guardarla.

«Anch’io, in alcuni momenti più che in altri» dice


ammiccando divertita.

Le faccio un sorrisetto, piegando leggermente la testa.


Ana si morde il labbro, per frenare la risatina. L’effetto su
di me è immediato. Aggrotto la fronte, deglutendo.

«Non ti mordere il labbro» sussurro con la voce bassa,


piena di desiderio per lei e il suo corpo meraviglioso. Ma
più di tutto per il suo cuore.

«Perché domani avremmo una giornata impegnativa?»


mi chiede curiosa.

«La dottoressa Greene verrà a visitarti. E poi ho una


sorpresa per te» sorrido, al pensiero di portarla sulla
Grace. Ci ho pensato prima. Saremo al sicuro. E potremo
divertirci insieme.

«La dottoressa Greene!» dice allibita, fermandosi.

«Sì»

«Perché?» chiede attonita.


«Perché odio i preservativi» le dico semplicemente,
scrutando la sua reazione.

«È il mio corpo» mormora e sembra risentita.

«È anche il mio» le sussurro, mentre penso a mille


modi per appropriarmene.

Ci fissiamo per qualche attimo, mentre gli ospiti che


vanno via ci sorpassano ignari. Alza una mano. D’istinto
stringo la mascella. Ma non mi allontano. Rimango fermo
e la lascio fare. “Ho fiducia in te, Ana”. Afferra un lato del
papillon, tirandolo fino a farlo sciogliere. Poi, con dita
tremanti, mi slaccia il primo bottone della camicia.

«Sei sexy così» sussurra piano.

Le sue parole mi incendiano l’anima. Sono eccitato e se


potessi la prenderei ora, qui, all’aperto. Le sorrido
sfacciatamente.

«Ho bisogno di portarti a casa. Vieni» le mormoro,


porgendole il braccio a cui lei si aggrappa ben volentieri.

Arriviamo alla macchina e Sawyer mi si avvicina,


porgendomi una busta. É senza mittente, ma è indirizzata
ad Ana. Mi acciglio, mentre entriamo in auto. Poi gliela
porgo, imbronciato.

«È per te. Uno dei camerieri l’ha data a Sawyer. Senza


dubbio hai infranto un altro cuore» le dico a denti stretti.

Ana prende la busta tra le dita, fissandola. Poi si decide


ad aprirla. Scruto di nascosto la sua espressione, notando
lo stupore e poi la rabbia.
«Glielo hai detto?» mi dice, girandosi di scatto.

Sembra ferita. E furiosa.

«Detto cosa?» chiedo colto alla sprovvista.

«Che la chiamo Mrs Robinson» sbotta acida.

«È di Elena?» chiedo sbarrando gli occhi. “Ma che


cazzo...?”. «Questo è ridicolo» borbotto piano,
passandomi una mano nei capelli, esasperato e incazzato.
«Me ne occuperò domani. O lunedì» dico rabbioso.

Anastasia rimane in silenzio, aprendo la pochette e


infilandoci il biglietto. Poi ne tira fuori le sfere d’argento,
passandomele furtivamente.

«Alla prossima» mormora piano, a bassa voce.

La guardo, ammirando la sua attuale calma. E sorrido


nel buio dell’abitacolo. Poi si gira, guardando fuori dal
finestrino. La guardo in silenzio, mentre scivola nel
sonno, rendendomi conto di quanto io sia fortunato ad
averla nella mia vita. La mia missione, da oggi in poi, sarà
renderla felice. Sempre. E tenere Elena al suo posto. E
Leila lontana da lei. ‘Quanti impegni per un solo uomo,
Grey...’.

Quando arriviamo all’Escala, quasi mi dispiace


svegliarla. Ma devo. Dobbiamo scendere all’entrata, in
modo che i ragazzi abbiano più tempo per effettuare i
controlli.

«Devo portarti dentro in braccio?» le chiedo


dolcemente.
Scuote la testa, con gli occhi velati di sonno.

Attraversiamo la hall e entriamo in ascensore. Ana


poggi ala testa sulla mia spalla, mentre Sawyer, davanti a
noi, fissa il pavimento, imbarazzato, facendomi scappare
un sorriso.

«La giornata è stata lunga, eh, Anastasia?» le mormoro


all’orecchio.

Annuisce, silenziosa.

«Stanca?» le chiedo divertito.

Annuisce nuovamente.

«Non sei molto loquace»

Annuisce per l’ennesima volta e io le sorrido. ‘Per


stasera il fratellino ai piani bassi se ne starà a bocca
asciutta, Grey’.

«Vieni. Ti metto a letto» le dico, prendendole la mano,


mentre le porte dell’ascensore si aprono.

L’atmosfera cambia in un nanosecondo. Vedo Sawyer


alzare il braccio e parlare con Taylor attraverso il
ricetrasmittente.

«Lo faremo, T» dice, voltandosi a guardarci.

«Mr Grey, le gomme dell’Audi di Miss Steele sono state


squarciate e sull’auto è stata gettata della vernice»

Ana sussulta, impaurita. Alza gli occhi su di me,


mentre il sangue defluisce dal mio volto.

«Taylor è preoccupato che il colpevole possa essere


entrato nell’appartamento e possa trovarsi ancora qui.
Vuole controllare» continua Sawyer.

«Capisco» sussurro. Mi riprendo dallo stato di shock.


Ho un solo pensiero in testa. “Ana deve stare al sicuro”.
«Qual è il piano di Taylor?»

«Sta salendo con l’ascensore di servizio, insieme a


Ryan e Reynolds. Faranno un sopralluogo e poi ci
daranno il via libera. Io aspetterò qui fuori con lei,
signore»

«Grazie, Sawyer»

Stringo Ana con un braccio, avvolgendola.

«Questa giornata non fa che migliorare» sussurro.

Sospiro, strofinando il naso nei suoi capelli e inalando


a fondo il suo profumo.

«Senti, non posso stare qui ad aspettare. Sawyer,


occupati di Miss Steele. Non lasciarla entrare prima che
io abbia verificato che è tutto a posto. Sono sicuro che
Taylor si sta preoccupando troppo. Lei non può
entrare nell’appartamento» dico, imponendomi di
staccarmi da lei e affidandola a Sawyer. Devo essere certo
al cento per cento che Leila non sia in quel fottuto
appartamento quando lei entrerà.

«No, Christian... devi rimanere con me» mi supplica,


in ansia.
Mi stacco dal suo corpo, con uno sforzo immane.

«Fa’ quello che ti dico, Anastasia. Aspetta qui» le


ordino.

«Sawyer?» mi rivolgo a lui prima che Ana possa


replicare.

Sawyer mi apre la porta, lasciandomi entrare.

Quando l’uscio si chiude dietro di me, è come se venissi


catapultato in un’altra realtà. Tutto quello che voglio è
dietro quella porta, alle mie spalle. Ma ora... ora devo
affrontare il mio passato.
Capitolo 11
Attraverso il corridoio bianco, immerso nell’oscurità.
Mi muovo senza fare il minimo rumore. Mi guardo
intorno circospetto, ma non c’è traccia di Leila né in
cucina, né in salotto. Nulla. Mi dirigo nel mio studio, dove
trovo Taylor incavolato.

«Mr Grey, non sarebbe dovuto entrare» sibila.

«Bè, ora sono qui. Diamo un’occhiata» ringhio di


rimando.

Insieme frughiamo ogni angolo del primo piano, per


poi passare al secondo. Entriamo nella stanza di Ana. In
quella che era la sua stanza. Magari è qui. Magari sta
cercando di riprendersi il posto che crede che Ana le
abbia rubato. Ma niente. Non c’è neppure qui. Esco nel
corridoio e faccio un lungo e profondo respiro,
slacciandomi i primi bottoni della camicia. Afferro con
forza la maniglia. É rimasta solo questa stanza da
perlustrare. Ho il cuore in gola quando infilo le chiavi che
ho preso dal pannello in lavanderia e faccio scattare la
serratura, mentre Taylor si avvicina. Un tremito mi
percorre il corpo alla vista di quelle pareti di quello che
ora mi sembra un rosso sangue. Mi giro intorno e non
posso ignorare le fitte di dolore che mi trafiggono il petto.
Guardo velocemente dappertutto. L’ansia di trovare Leila
si è sostituita all’ansia di voler uscire via di qui. E tornare
da lei.

«Lei non è qui. Controllate a fondo l’appartamento.


Torno di sotto» mormoro, uscendo da quell’angolo delle
torture.
Ora capisco cosa deve aver provato Anastasia la prima
sera che è stata qui. Mi avvio nel corridoio, aprendo la
porta di ingresso. Mi trovo davanti la pistola di Sawyer e
Anastasia spaventata a morte.

«Tutto a posto» dico in un sibilo, corrugando la fronte


alla vista dell’arma da fuoco.

Sawyer mette la pistola nella fondina e si rilassa,


spostandomi per farmi passare.

«Taylor si preoccupa troppo» mormoro ad entrambi,


mentre tendo la mano ad Ana.

Lei continua a fissarmi a bocca aperta, palesemente


sotto shock. La guardo preoccupato. É pallida.

«Va tutto bene, piccola» le sussurro, avvicinandomi e


prendendola tra le braccia.

La stringo forte a me, prendendomi quel conforto che


ho desiderato fino ad ora. Lo sguardo mi cade sui quadri
dietro di lei. Un’ulteriore fitta di dolore mi attraversa il
cuore. Tutti quei quadri. Sono sedici in tutto. Il numero
non è casuale. Nulla è casuale nella mia vita. Ricordo
ancora quando comprai il primo. É stata una delle prime
cose che ho comprato per l’Escala. Volevo un simbolo.
Qualcosa che mi ricordasse che anch’io ero stato
bambino. Ma il secondo... il secondo l’ho comprato alla
fine della mia storia con Elena. Ancora una volta non ero
riuscito a riempire quel vuoto che mi portavo dentro. E
così sono andato avanti. Ogni Sottomessa che mettevo
sotto torchio per vendicarmi, mi lasciava sempre lo stesso
vuoto. E veniva sostituita sempre da un quadro. Credo
non me ne sia neppure reso conto all’inizio. Ma poi l’ho
fatto. Il mio subconscio mi ha illuminato un giorno in cui
mi sono trovato a guardare questa stessa parete, mentre
le chiavi mi cadevano di mano e io tentavo di recuperarle.
É per questo che l’ultimo non l’ho appeso. É ancora
custodito nella cassaforte. Non ho avuto il coraggio. L’ho
comprato sì, ma non l’ho appeso. Non so cosa mi dia
tanta sicurezza, ma so che non ci sarà nessun quadro post
Anastasia. Lei completa ogni vuoto della mia anima.

«Avanti, sei stanca. A letto» le mormoro all’orecchio,


senza però allentare la stretta.

«Ero così preoccupata» sussurra lei contro il mio


petto, stringendosi a me e respirando a fondo il mio
profumo.

«Lo so. Siamo tutti tesi» le dico, lasciando Sawyer,


Taylor e il resto della squadra entrare nell’appartamento
prima di muovermi, ma senza lasciarla.

«Mr Grey, le tue ex stanno dando prova di essere una


vera e propria sfida» mi dice sarcastica.

Il mio corpo si rilassa, constatando che non ha perso il


suo senso dell’umorismo.

«Sì, lo sono» le dico, sorridendo piano, mentre mi


stacco da lei, prendendole la mano e guidandola
all’interno, fino al salone, dove ora la luce è accesa.

«Taylor e i suoi stanno controllando tutte le credenze e


le cabine armadio. Non penso che lei sia qui» la rassicuro.

«Perché dovrebbe essere qui?» chiede con la fronte


corrucciata.
«Già, appunto» confermo la sua tesi.

«Potrebbe entrare?» chiede timorosa di sentire la


risposta.

«Non vedo come. Ma Taylor esagera con


le precauzioni, a volte»

«Hai guardato anche nella tua stanza dei giochi?» mi


chiede all’improvviso.

La guardo corrucciato, chiedendomi cosa le sta


passando in questo momento per la testa.

«Sì, è chiusa a chiave. Comunque, Taylor e io abbiamo


controllato» le dico alla fine.

La sento sospirare a fondo e rilassarsi di colpo. Si


aspettava che la trovassi lì, per caso? Certo. Pensa che
Leila voglia riavermi. Quale modo migliore di tentarmi
facendosi trovare della Stanza del peccato? “Oh, Ana.
Quanto ti sbagli”.

«Vuoi qualcosa da bere o altro?» le chiedo preoccupato


per lei.

«No» sussurra, chiudendo per un attimo gli occhi,


stanca da morire.

«Vieni, ti metto a letto. Hai l’aria esausta» le sussurro,


baciandole una tempia.

La spingo fin dentro la mia camera. Ana appoggia la


piccola borsa sul cassettone, aprendola e rovesciandone il
contenuto. Ne fuoriesce anche il biglietto di Elena.
«Tieni» mi dice, passandomelo. «Non so se
vuoi leggerlo. Io intendo ignorarlo» mi dice con aria
annoiata.

Lo afferro, scorrendolo velocemente. “A che cazzo di


gioco stai giocando, Elena?”. Stringo forte la mascella per
la rabbia.

«Non capisco quali lacune possa colmare» le dico,


evitando il suo sguardo. In realtà so benissimo quali
lacune può colmare Elena. «Devo parlare con Taylor» le
annuncio. Ma anche con Elena. La guardo per un istante,
vedendo i suoi occhi stanchi e spaventati. L’improvviso
desiderio di prendermi cura di lei mi invade l’anima.

«Vieni, ti tiro giù la cerniera del vestito» le mormoro,


guardandola avvicinarsi.

«Chiamerai la polizia per la storia della macchina?» mi


chiede, voltandosi e dandomi le spalle.

Le sollevo i capelli, lasciando che le mie dita vaghino


sulla parte alta della schiena, esposta la mio sguardo.
Lentamente faccio scorrere giù la zip.

«No. Non voglio assolutamente che la polizia venga


coinvolta. Leila ha bisogno di aiuto, non dell’intervento
della polizia, e io non li voglio qui. Dobbiamo solo
raddoppiare gli sforzi per trovarla». Mi chino sulla sua
spalla candida, baciandola dolcemente. «A letto» le
ordino piano, lasciandola da sola nella camera per andare
a vedere a che punto stanno i ragazzi.

Dopo aver fatto il punto della situazione con Taylor e la


sua squadra, mi rintano nel mio studio. Mi lascio cadere
scomposto sulla poltrona in pelle, passandomi le mani nei
capelli. Anastasia è diventata così rapidamente il centro
del mio mondo e non posso pensare di perderla. Non
posso pensare di darla in pasto ad una psicopatica che
non desidera altro che spodestarla dal suo posto. Che, per
inciso, è al mio fianco. Chiudo gli occhi e davanti a me si
materializza il suo viso meraviglioso, sorridente e felice
mentre volteggiamo insieme nella pista da ballo al
ricevimento. Voglio che quel viso sia sempre così felice.
Sempre così sorridente. La mia malinconica riflessione
viene interrotta dal ronzio del mio BlackBerry. É Elena.
Guardo l’orologio mentre premo il tasto verde. É
tardissimo.

«Che c’è?» ringhio alla mia interlocutrice.

«Christian... io... volevo parlare di alcune cose» sembra


sorpresa.

«Non so perché chiami a quest’ora. Non ho niente da


aggiungere» le dico furioso.

«In realtà volevo lasciarti un messaggio, non intendevo


disturbarti» la sento riprendersi velocemente dalla
sorpresa iniziale e recuperare terreno.

«Bè, puoi dirmelo adesso. Non devi lasciarmi un


messaggio» le ordino severamente. “Ho mille problemi,
Elena. mille, non uno. E tu non stai aiutando. Non lo stai
facendo, cazzo!”.

«Christian, riguarda Anastasia. Lei, bè.. io ho cercato


di farle capire che non deve farti del male, ma lei.. non fa
per te, Christian. Devi ascoltarmi».
La rabbia mi attraversa il corpo come una scarica
elettrica a quelle parola.

«No, ascoltami tu. Te l’ho chiesto, e ora te lo ripeto.


Lasciala in pace. Lei non ha niente a che vedere con te. Mi
hai capito?» sbraito contro l’altoparlante del telefono.

«Christian, io non volevo farti arrabbiare. Mi


preoccupo solo per te, lo sai»

«Lo so che lo fai. Ma dico sul serio, Elena. Cazzo,


lasciala in pace. Te lo devo scrivere in triplice copia? Mi
hai sentito?» urlo, esasperato.

Dall’altro lato sento uno sbuffo di stizza.

«Certo, come vuoi» mi risponde Elena, arrabbiata.

«Bene. Buonanotte» le dico, riattaccando, esausto.

Lancio il telefono sul ripiano della scrivania.


Ritornando a dondolarmi leggermente a destra e sinistra
sulla mia poltrona. Ho il braccio appoggiato al bracciolo,
mentre faccio scorrere il dito indice avanti e indietro sulle
labbra. Un ginocchio è piegato, mentre l’altra gamba è
distesa sotto al tavolo. Sto scomodo, voglio tornare da
Anastasia. Ma devo calmarmi. Prima Leila, il casino di
stasera, e poi anche Elena che crede di aver trovato il
figlio che non ha mai avuto da quel coglione di Linc. Un
leggero rumore alla porta mi fa alzare gli occhi al cielo e
mi prepara a ricevere l’ennesima cattiva notizia della
serata.

«Cosa c’è?» sbraito furioso.


Ma mi pento subito quando mi accorgo che è
Anastasia. Il mio viso si distende in automatico. É un
sollievo vederla. Sempre. Poggio la testa allo schienale,
prendendomi qualche attimo per ammirare tutto quello
di cui ho bisogno. É tutto racchiuso in un candido corpo
seducente, ricoperto solo dalla mia maglietta. I miei occhi
indugiano sulle sue gambe nude, per poi risalire a trovare
l’azzurro dei suoi occhi.

«Dovresti indossare raso o seta, Anastasia» le


sussurro, stanco. «Ma anche con la mia t-shirt sei
bellissima»

Vedo il suo petto gonfiarsi di orgoglio, mentre fa


qualche passo all’interno della stanza.

«Mi sei mancato. Vieni a letto» mormora piano.

Mi stacco a fatica dalla sedia. Sono davvero a pezzi. Ma


so cosa mi ci vorrebbe per riprendermi. La guardo con
ammirazione, desiderio, bramosia. La guardo e so che
devo fare di tutto per non perderla, affinché non le accada
nulla di male. Affinché Leila non la trovi. La raggiungo,
mettendomi di fronte a lei, ma non la tocco. La guardo, la
venero, ma non profano il suo corpo. Mi prendo qualche
attimo per imprimere nella mia testa questo istante,
questa visione meravigliosa.

«Sai che significhi per me?» sussurro con un filo di


voce. «Se dovesse succederti qualcosa per causa mia...»
mi mancano le parole e anche la voce si affievolisce
ancora di più.

Non riesco neppure a concepirlo un pensiero del


genere. Il dolore mi attanaglia la gola, il petto,
diffondendosi a macchia d’olio in tutto il mio corpo. Tutte
queste sensazioni le ho evitate per troppo tempo. Tutto
questo dolore. Ma per lei farei di tutto. Affronterei di
tutto. Sono pronto a lanciarmi in pasto ai leoni per farla
felice e per proteggerla.

«Non mi succederà niente» mi dice, nel tentativo di


rassicurarmi.

I miei occhi vengono distratti dalla sua mano che si


alza e raggiunge il mio viso. Il suo tocco è così
rassicurante. Le sue piccole dita mi sfiorano l’accenno di
barba, facendo risvegliare in me tutti gli appetiti
insaziabili che tenevo a bada dal ricevimento.

«La barba ti cresce velocemente» sussurra,


guardandomi con i suoi occhioni sgranati.

I suoi occhi si spostano sulle mie labbra. E così anche il


suo indice. Mi accarezza il contorno del labbro inferiore,
poi si ferma, esita. La corsa del suo dito riprende lenta,
giù per la gola, fino a quando trova la traccia lasciata dal
rossetto. La guardo, senza toccarla, socchiudendo le
labbra per il piacere che provo nel vedere la stessa carica
di desiderio che sta invadendo il mio corpo. Il dito scorre
lungo il bordo della camicia, mentre chiudo gli occhi e il
mio respiro si fa incerto. Ogni piccola carezza, ogni
minimo tocco mi eccita se è lei a farlo. Sento la stoffa dei
miei pantaloni tendersi, l’uccello pulsare velocemente
tanto da far male. Mi slaccia un bottone, lentamente.

«Non voglio toccarti. Voglio solo slacciarti la camicia»


sussurra.

Apro di scatto gli occhi a quelle parole, fissandola. I


miei muscoli sono tesi, ma non mi sposto. Mi fido di lei.
Non mi farà del male. A meno che non mi lasci. Seguo i
suoi movimenti lenti e studiati. Non sfiora neppure la mia
pelle. Tocca solo la stoffa. Solo la camicia. La sbottona
lentamente, stando attenta. Si sposta sempre più in
basso, fino a quando non riappare la linea rossa sbiadita.
Alza gli occhi su di me, sorridendo timidamente.

«Torniamo su un terreno sicuro» mi dice piano,


seguendo la linea con le dita.

Infine slaccia l’ultimo bottone, aprendo


completamente la mia camicia. “Dio, quanto la desidero”.
Passa ai polsini, togliendo con delicatezza i gemelli.

«Posso sfilarti la camicia?» mi chiede a voce bassa.

Annuisco, guardandola a fondo. Deglutisco quando le


sue dita leggere mi privano del tessuto che ricopre il mio
corpo martoriato. Ma la sua espressione di desiderio mi
rimette in posizione di vantaggio. Le lancio un sorrisetto
malizioso.

«E che mi dici dei pantaloni, Miss Steele?» le chiedo


lascivamente, con un sopracciglio alzato.

Lei inspira bruscamente e sembra sul punto di svenire


dal piacere.

«In camera da letto. Ti voglio nel tuo letto» mi


sussurra decisa, guardandomi negli occhi.

«Lo sai, Miss Steele? Sei insaziabile» la prendo in giro.

«Non capisco perché» ribatte, afferrandomi la mano e


trascinandomi fuori dal mio studio, verso la camera da
letto.

Un’aria gelida ci avvolge quando entriamo.

«Hai aperto la portafinestra del terrazzo?» le chiedo


rabbrividendo per il freddo.

«No» mi dice, corrugando la fronte. Poi, di colpo,


sbianca. Mi fissa sconcertata, a bocca aperta.

«Cosa c’è?» le chiedo preoccupato.

«Quando mi sono svegliata... c’era qualcuno qui»


sussurra con un filo di voce. «Ho pensato di essermelo
immaginato»

“Cristo!”

«Cosa?» le dico con quello che posso definire puro


terrore.

Mi avvicino celermente alla portafinestra, per guardare


fuori, poi rientro, chiudendola dietro di me.

«Sei proprio sicura? Chi?» le chiedo.

Ma conosco già la risposta. Era Leila.

«Una donna, penso. Era buio. Mi ero


appena svegliata»

«Vestiti» sbraito. «Subito!»

«I miei abiti sono di sopra» risponde agitata.


D’istinto apro un cassetto e tiro fuori un paio di
pantaloni di una tuta, lanciandoglieli.

«Mettiti questi» le rispondo, afferrando una t-shirt e


infilandomela.

Mi avvicino al comodino e afferro la cornetta


dell’interfono, digitando il codice dell’ufficio di Taylor.

«Mr Grey» mi risponde prontamente.

«Lei è ancora qui, dannazione!» sibilo, sbattendo la


cornetta di nuovo giù.

Taylor appare quasi subito nella nostra camera.


Mentre gli spiego quello che è appena successo, spio
Anastasia con la coda dell’occhio. Sta a testa bassa,
mortificata. D’istinto vorrei abbracciarla.

«Quando è successo?» chiede Taylor, rivolgendo la sua


attenzione ad Ana.

«Circa dieci minuti fa» mormora con aria colpevole.

Chissà perché poi.

«Lei conosce l’appartamento come il palmo della sua


mano» dico, rivolto a Taylor. «Porto via Anastasia
all’istante. Si sta nascondendo qui. Trovatela. Quando
tornerà Gail?» mi informo.

«Domani sera, signore» mi risponde lui, aggrottando


la fronte.

«Non deve rimettere piede qui, finché questo posto


non sarà sicuro. Ci siamo capiti?» sbotto.

«Sì, signore. Andrà a Bellevue?» mi chiede pratico.

«Non voglio gravare sui miei genitori con questo


problema. Prenotami una stanza da qualche parte» gli
dico, con un sospiro.

«Va bene»

«Non stiamo tutti un po’ esagerando?» chiede ad un


tratto Anastasia.

Mi giro verso di lei, trovandola con le braccia


incrociate sotto al seno, in una tuta extralarge. Le lancio
un’occhiataccia.

«Leila potrebbe avere una pistola» ringhio infuriato.

«Christian, era in piedi davanti a me, in fondo al letto.


Avrebbe potuto spararmi allora, se avesse voluto farlo...»
mormora, abbassando lo sguardo.

Il solo pensiero che quello che ha appena detto possa


essere vero, mi manda in bestie. Stringo forte la mascella
e i pugni.

«Non sono pronto a correre il rischio. Taylor,


Anastasia ha bisogno di scarpe» dico, troncando il
discorso.

Mi infilo nella cabina armadio, mentre Taylor esce e


sale di sopra. Ryan resta con Ana.

Mi cambio in fretta, infilando un paio di jeans e una


giacca. Afferro la mia tracolla e il giubbotto di pelle.
Riemergo nella stanza, poggiando il giubbotto sulle spalle
di Ana.

«Vieni» le dico, stringendole la mano e


trascinandomela dietro.

«Non riesco a credere che lei si sia potuta


nascondere qui dentro da qualche parte» la sento
mormorare, girandomi per trovarla a fissare la
portafinestra del terrazzo.

«È un posto grande. Non lo hai ancora visto tutto» le


dico di rimando.

«Perché non provi semplicemente a chiamarla... a dirle


che vuoi parlarle?» mi chiede ad un tratto.

“Oh, come se non ci avessi provato!”. Ma evito di


dirglielo. So già come reagirebbe.

«Anastasia, quella donna è instabile, e potrebbe essere


armata» ribatto iniziando ad essere irritato da tutta la
situazione e dal suo continuare a mettermi sotto
pressione.

«Allora noi scappiamo?» chiede, alzando un


sopracciglio.

«Per adesso sì» ribatto deciso.

«Mettiamo che cerchi di sparare a Taylor» mi dice,


incrociando di nuovo le braccia.

«Taylor conosce e capisce le armi» ribatto con una


smorfia. «Sarebbe più veloce di lei con la pistola»

«Ray è stato nell’esercito. Mi ha insegnato a sparare»


mi dice, alzando il mento.

La guardo, senza riuscire a trattenere un sorriso.

«Tu, con una pistola?» chiedo incredulo.

«Sì» mi risponde offesa. «So sparare, Mr Grey, perciò


sarà meglio che tu stia attento. Non è solo di una folle ex
Sottomessa che devi aver paura» ribatte arricciando le
labbra e girandosi dall’altro lato.

«Me lo ricorderò, Miss Steele» le rispondo seccamente,


divertito dalla visione che mi si è formata nella testa.

In quel momento ci raggiunge Taylor, che le passa la


valigia e le sue scarpe da ginnastica. Ana lo guarda
stupita. Poi gli sorride, timida, in imbarazzo. Taylor
ricambia il sorriso velocemente. Ana ci sorprende
entrambi, lanciandosi su di lui e abbracciandolo forte.
Quando si stacca, Taylor è arrossito.

«Stia attento» mormora facendo un passo indietro e


guardandolo accorata.

«Sì, Miss Steele» borbotta lui.

Li guardo con aria interrogativa. Non mi piace vedere


Ana avvinghiata ad un altro. Anche se si tratta di Taylor.
Rivolgo il mio sguardo a lui, che mi sorride mentre si
aggiusta la cravatta.

«Fammi sapere dove sto andando» gli dico,


guardandolo inquisitorio.

Taylor frugo nella tasca interna della sua giacca,


tirando fuori il portafoglio e sfilandone una carta di
credito che poi mi passa.

«Potrebbe voler usare questa, quando sarà là» mi dice


con aria complice.

Annuisco, colpito dalla sua capacità organizzativa.

«Bella pensata» annuisco.

Di quest’uomo ci si può fidare. Questo è poco ma


sicuro.

Sopraggiunge anche Ryan.

«Sawyer e Reynolds non hanno trovato nulla»


annuncia a Taylor.

Lui drizza le spalle, assumendo il comando totale


dell’operazione.

«Accompagna Mr Grey e Miss Steele in garage»


ordina.

Ryan chiama l’ascensore e, mentre aspettiamo, stringo


forte la mano di Anastasia. Lei poggia lo sguardo prima
sulle nostre mani unite. Poi lo punta su di me, nei miei
occhi grigi tormentati per la paura di perderla. Entriamo
in silenzio nell’ascensore, senza scambiare nessuna
parola fino al garage, deserto data l’ora tarda. I miei occhi
cadono immediatamente sulla sua auto, con i pneumatici
forati e la carrozzeria tinta di bianco. Non mi ci soffermo
a lungo. Le indico con un celere cenno la R8 e metto sia la
sua valigia che la mia tracolla nel bagagliaio anteriore
dell’auto. La vedo sussultare quando si rende conto delle
condizioni della sua Audi, mentre si infila in macchina.
Prendo posto accanto a lei, ansioso di allontanarmi da
tutto questo.

«Lunedì arriverà un’auto sostitutiva» le dico,


appuntandomi mentalmente di riferirlo a Taylor.

«Come faceva lei a sapere che era la mia macchina?»


mi chiede corrucciata.

Mi giro in preda all’ansia, deglutendo piano. Sospiro


perché sapevo che questa domanda era inevitabile.

«Aveva un’Audi A3. Ne compro una a tutte le mie


Sottomesse. È l’auto più sicura della sua categoria»
confesso in un sussurro.

I suoi occhi si fanno grandi, pieni di un sentimento


molto simile al dolore. “Cristo”.

«Perciò non era un regalo di laurea»

Non me lo chiede. La sua è una constatazione.

«Anastasia, benché lo sperassi, tu non sei mai stata la


mia Sottomessa, perciò tecnicamente è un regalo di
laurea» le spiego avviandomi verso l’uscita del garage
dell’Escala. Sento l’atmosfera tra di noi cambiare. La spio,
vedendola abbassare lo sguardo e fissarsi le dita. So che
non è un buon segno. Ci immettiamo sulla strada deserta
e pigio l’acceleratore.
«Lo speri ancora?» sussurra, la voce a malapena
udibile.

“Cristo, no!”. Il telefono dell’auto squilla. Rispondo


subito. Dev’essere Taylor.

«Grey»

«Fairmont Olympic. A mio nome» mi dice Taylor.

Il suo tono pratico mi dice che sta facendo tutto quello


che è in suo potere per risolvere la faccenda.

«Grazie, Taylor. E... sta’ attento» aggiungo, davvero


preoccupato per lui.

Dall’altro lato sento il silenzio.

«Sì, signore» dice tranquillo alla fine.

Riaggancio e torno a premere l’acceleratore. Ripenso


alla sua domanda. Ovvio che non voglio più che sia una
Sottomessa. É evidente. ‘Magari non per lei, Grey’. Già,
forse non è così evidente. Vorrei dirglielo. Vorrei trovare
un modo. Mi mordo l’interno della guancia, fino a farmi
male. Ma non riesco a pronunciare quella che è ormai la
sola ragione per cui mi alzo dal mio fottutissimo letto la
mattina. Io la amo. Vengo distratto da una luce nello
specchietto, ma l’auto svolta ad un certo punto. Non ci sta
seguendo. Faccio un giro lungo, deviando dal normale
percorso, per depistare eventuali inseguitori. Poi torno a
guardarla, totalmente immersa nella sua malinconia.
Sospiro leggermente.

«No, non lo spero, non più. Pensavo che fosse ovvio» le


dico piano, dolcemente, come per farglielo davvero
imprimere in testa.

Ana si gira a guardarmi di scatto. Si stringe nel mio


giubbotto.

«Temevo che... lo sai... temevo di non


essere abbastanza» sussurra.

«Sei più che abbastanza. Per l’amor di Dio, Anastasia,


che cosa devo fare per fartelo capire?» le dico,
guardandola esasperato.

E in quel momento lo so. I suoi occhi implorano per


sentirsi dire di essere amata. Ma non so come... non so
come fare.

«Perché pensavi che ti avrei lasciato quando ti ho detto


che il dottor Flynn mi aveva raccontato tutto di te?»
chiede timorosa.

Inspiro profondamente e per qualche attimo non butto


fuori l’aria. Poi lo faccio, liberandomi all’improvviso.
“Perché sono un perverso e malato figlio di puttana.
Perché faccio del male alle persone, alle persone come te.
Solo perché hanno la sfortuna di assomigliare a quella
lurida troia di mia madre. Solo perché riescono a farmi
sfogare. Solo perché se ordino loro di mangiare, loro lo
fanno. Non si lasciano morire di stenti su uno sporco
divano. Se ordino loro di lasciarsi fustigare al suo posto,
loro sono lì, pronte a soddisfare ogni mio desiderio. Sono
io che decido quando mandarle via. Nessuna di loro mi
abbandona per giorni, lasciandomi a morire di fame.
Eppure... eppure tu non sei tutto questo. Tu non lo sei
mai stata. Tu sei la donna della mia vita. Ma fuggiresti da
me se ti dicessi che mi piace fare del male, anzi godo nel
fare del male ad una donna. Solo perché è bruna e con la
pelle chiara. Solo perché è come Ella. Sono solo un sadico
figlio di puttana”.

«Non puoi nemmeno immaginare l’abisso della mia


depravazione, Anastasia. E non è qualcosa che voglio
condividere con te» le dico, senza distogliere gli occhi
dalla strada.

«E davvero pensi che ti lascerei, se lo sapessi?» quasi


urla per l’incredulità. «Hai una così scarsa opinione di
me?» mi chiede, ferita.

«So che te ne andresti» le dico, tristemente. “Lo so,


Ana. É così. Scappate tutti via dal mostro che sono”.

«Christian... credo che sia molto improbabile. Non


posso immaginare di stare senza di te» sussurra,
incredula.

Le sue parole mi infondono speranza, ma non riesco a


credere fino in fondo a quello che dice.

«Invece mi hai già lasciato una volta... Ma non voglio


tornare sull’argomento» le dico, serrando la mascella.

Ana mi fissa per qualche istante. Poi cambia direzione


del discorso.

«Elena mi ha detto di averti visto sabato scorso»


afferma, piano.

«Non è vero» controbatto, aggrottando la fronte.


“Cristo, Elena, ma che cazzo stai combinando?”.
«Non sei andato a trovarla, quando ti ho lasciato?»
chiede sarcastica.

«No» rispondo in preda all’irritazione. «Ti ho appena


detto che non l’ho fatto. E non mi piace che si dubiti di
me» la ammonisco con severità. «Non sono andato da
nessuna parte lo scorso fine settimana. Ho costruito il
modellino di aliante che mi avevi regalato. Mi ci è voluta
una vita» aggiungo, malinconicamente. Non ho voglia di
ricordare. Ora lei è qui con me. Riesco quasi a sentire il
rumore del suo cervello che pensa e ripensa a tutta la
situazione. Se fosse un’altra l’avrei già rispedita a casa.
Ma con lei, mi sento in dovere di darle una spiegazione
ulteriore. «Contrariamente a ciò che Elena pensa,
non corro da lei ogni volta che ho un problema,
Anastasia. Non corro da nessuno. Avrai notato che non
sono una persona loquace» le dico, stringendo con forza il
volante tra le mani. Questa volta, Elena me la paga.

Dopo pochi attimi di silenzio, riprende.

«Carrick mi ha detto che non hai parlato per due anni»


mormora, girandosi a guardarmi.

«Ah, sì?» le dico, stringendo forte le labbra.

«In parte l’ho spinto io a farmi quella confidenza»


spiega, in imbarazzo.

«E che altro ti ha detto il paparino?» dico a denti


stretti.

«Mi ha detto che tua madre era il medico che ti ha


visitato quando ti hanno portato in ospedale... dopo che ti
hanno trovato nel tuo appartamento»
Continuo a fissare la strada, mentre i ricordi sfocati di
quel giorno prendono vita nella mia testa. Era stato un
giorno fortunato per me. Cibo, acqua. E un calore che non
avevo mai sperimentato prima. Avevo incontrato un
angelo. Un angelo dolce. Avevo una nuova mamma”.

«Dice che imparare a suonare il pianoforte ti


ha aiutato. E anche Mia»

Sorrido all’istante al solo sentire pronunciare il nome


di mia sorella. Il ricordo del suo piccolo sorriso mi
riscalda il cuore. É stata parte di quell’ancora di salvezza
lanciatami dai Grey.

«Aveva circa sei mesi quando è arrivata. Io


ero elettrizzato, Elliot un po’ meno. Aveva già avuto un
rivale con il mio arrivo. Lei era perfetta» le dico,
ricordando l’attimo in cui quel fagotto è entrato in casa
nostra. Era splendida. Perfetta. Meravigliosa. E aveva
bisogno di essere protetta. Potevo farlo. Potevo esserle
d’aiuto. Potevo servire a qualcosa in quella enorme casa
che non era mia. Non ancora almeno. «Adesso un po’
meno, ovviamente» borbotto, aggrottando
sarcasticamente la fronte nel ricordare come ci ha tenuti
separati per gran parte della serata.

Anastasia ridacchia. Mi giro a lanciarle un’occhiata di


traverso, segretamente divertito.

«Lo trovi divertente, Miss Steele?» le chiedo.

«Sembrava determinata a dividerci» continua a


ridacchiare lei. Mi sforzo di seguire il suo buonumore.

«Sì, c’è quasi riuscita» le dico, allungano la mano


destra verso di lei e strizzandole affettuosamente il
ginocchio. «Ma ce l’abbiamo fatta, alla fine» le sussurro
malizioso.

Alzo gli occhi, guardando per l’ennesima volta nello


specchietto retrovisore. Sono definitivamente sicuro che
nessuno ci sta dietro.

«Non penso che siamo seguiti» le annuncio. Esco dalla


I-5 e torno verso il centro di Seattle. É di nuovo lei a
rompere il silenzio.

«Posso farti qualche domanda su Elena?» mi chiede,


timorosa.

“Oh, tipo quanto vorrei strangolarla con le mie mani


ora?”. La guardo, mentre ci fermiamo ad un semaforo.

«Se proprio devi» borbotto mettendole il broncio.

Lei mi guarda, alzando un sopracciglio, poi torna a


fissarsi le dita.

«Tempo fa mi hai detto che lei ti amava in un modo


che trovavi accettabile. Che cosa significa?» mi chiede
piano.

«Non è ovvio?» ribatto.

«Non a me» ammette sincera.

Faccio un sospiro. “Più cose tiro fuori, più si fiderà di


me”.

«Ero fuori controllo. Non potevo tollerare di essere


toccato. Non riesco a sopportarlo nemmeno adesso. Per
un adolescente di quattordici quindici anni con gli
ormoni in subbuglio era un periodo difficile. Mi ha
mostrato il modo per sfogarmi». Senza toccarmi. Mi ha
dato quello di cui avevo bisogno. Mi ha punito. Ha usato
la paura del suo tocco per insegnarmi a controllare le mie
sensazioni e le mie reazioni. Mi ha fatto male, mi ha fatto
godere. Ma in definitiva mi ha tirato su dal baratro. Per
un attimo i miei pensieri furiosi nei suoi confronti si
placano. “A volte è stronza, ma le devo tutto”.

«Mia mi ha detto che eri un attaccabrighe» mi dice,


interrompendo il flusso dei miei pensieri.

«Maledizione, ma perché la mia famiglia ha


la tendenza a parlare tanto? A dire il vero... è colpa tua»
borbotto di nuovo. Siamo fermi ad un altro semaforo e io
stringo gli occhi mentre la guardo. «Tu riesci a cavar fuori
le informazioni dalle persone lusingandole» le dico,
scuotendo piano la testa con finta disapprovazione.

«Non ho estorto alcuna confessione a Mia. In effetti è


stata molto affabile. Era preoccupata che tu facessi
scoppiare una rissa se non mi avessi vinta all’asta»
brontola infastidita.

«Oh, piccola, non c’era alcun pericolo. In nessun modo


avrei lasciato che qualcun altro ballasse con te» le dico
con un sorrisetto arrogante.

«Hai lasciato che lo facesse il dottor Flynn» ribatte,


con un sopracciglio alzato.

«C’è sempre un’eccezione alla regola» la stuzzico,


mentre svolto nell’ampio viale d’accesso del Fairmont
Olympic Hotel. «Vieni» le dico, scendendo dall’auto e
prendendo i bagagli.

Un addetto al parcheggio ci raggiunge


immediatamente. Gli lancio le mie chiavi. «Il nome è
Taylor» gli dico, notando la sua gioia mentre si mette alla
guida della R8. Afferro la mano di Anastasia e ci avviamo
insieme verso la hall. La receptionist ci accoglie con un
sorriso di meraviglia. I suoi occhi vagano da me ad
Anastasia. Le stringo di più la mano, quando la vedo
alzare gli occhi al cielo mentre la rossa davanti a me fa la
svenevole.

«Ha... ha bisogno di aiuto... con le valigie, Mr Taylor?»


mi chiede, mentre il colore del suo viso si uniforma a
quello dei suoi capelli.

«No, Mrs Taylor e io possiamo farcela da soli»


rispondo. Non voglio perdere altro tempo.

«Siete nella Suite della Cascata, Mr Taylor, undicesimo


piano. Il nostro fattorino vi accompagnerà»

«Va benissimo così» le rispondo, tagliando corto.


«Dove sono gli ascensori?» chiedo pratico.

Lei, balbettando ci spiega dove dirigersi e io riafferro la


mano di Ana, che avevo lasciato per porgere la carta di
credito alla receptionist e ci incamminiamo nella hall
deserta. L’unica persona in giro è una donna bruna, che ci
guarda sorridente, come se io non fossi vestito di tutto
punto e Ana non fosse agghindata alla meno peggio. Dà
da mangiare al suo terrier, comodamente seduta su un
morbido divanetto. Nella cabina dell’ascensore
rimaniamo in silenzio. Quando arriviamo al nostro piano
ed entriamo nella suite mi sento finalmente al sicuro.
Leila non può trovarci qui. La suite è ovviamente enorme.

«Ebbene, Mrs Taylor, non so tu, ma io ho proprio


bisogno di un drink» le sussurro, chiudendo la porta a
chiave.

Appoggio il suo bagaglio e la mia tracolla sulla poltrona


ai piedi del letto a baldacchino e la porto in soggiorno. Il
fuoco scoppietta nel camino. Ana rimane in piedi a
riscaldarsi le mani gelide. Mi avvicino al minibar e
controllo tra i liquori.

«Armagnac?» suggerisco.

«Sì, grazie»

Verso il liquido nei bicchieri e la raggiungo


immediatamente, porgendole un bicchiere.

«Che giornata, eh?» le dico, guardandola e cercando di


sondare il suo stato d’animo.

Annuisce.

«Sto bene» aggiunge in un sussurro, cercando di


rassicurarmi. «E tu?» mi chiede.

«Bè, in questo momento voglio bere e poi, se non sei


troppo stanca, voglio portarti a letto e perdermi dentro di
te» le sussurro con uno sguardo complice.

«Credo che si possa fare, Mr Taylor» Mi dice


maliziosamente.
Poggio il bicchiere sul camino e mi abbasso per
sfilarmi le scarpe e le calze. Ana mi guarda con desiderio,
affondando i denti nel morbido labbro. Il mio cazzo
sussulta a quella vista.

«Mrs Taylor, smettila di morderti il labbro» le


sussurro, rialzandomi e riprendendo il bicchiere.

Anche lei beve. Non riesco a smetterla di guardarla con


desiderio quasi bruciante.

«Non smetti mai di stupirmi, Anastasia. Dopo un


giorno come oggi, o come ieri, non ti lamenti né corri via
urlando. Sono ammirato. Sei molto forte» le dico con
ammirazione.

«Tu sei un’ottima ragione per rimanere» mormora,


lasciandomi senza parole. «Te l’ho detto, Christian: non
andrò da nessuna parte, non m’importa quello che hai
fatto. Sai quello che provo per te» confessa.

Faccio una piccola smorfia e aggrotto la fronte. “Non


puoi amarmi se non mi conosci”. Lei sospira piano.

«Dove appenderai i ritratti che José mi ha fatto?» dice,


abbozzando un sorriso.

«Dipende» le dico sorridendo piano.

Sto pensando di farne fare delle copie e appenderle


ovunque. Voglio comprare una casa, per lei, per noi. Un
posto non inquinato dal mio passato. E appenderli anche
lì. ‘Così si convincerà definitivamente che sei un maniaco,
Grey’.
«Da cosa?» mi chiede corrucciando la fronte.

«Dalle circostanze» le rispondo con una finta aria di


mistero. «La mostra non è ancora finita, perciò non devo
decidere subito».

Anastasia piega la testa di lato, stringendo gli occhi e


fissandomi truce.

«Puoi guardarmi male quanto vuoi, Mrs Taylor. Non


dirò niente» la prendo in giro bonariamente, passandomi
la lingua sulle labbra.

«Potrei tirarti fuori la verità con la tortura» ribatte di


slancio, riflettendo solo dopo su quello che ha appena
detto.

La guardo, alzando un sopracciglio.

«Anastasia, se fossi in te, non farei promesse che non


puoi mantenere» le dico ironicamente.

Nei suoi occhi balena un lampo di sfida. Poggia il


bicchiere sulla mensola del camino, mentre la guardo con
stupore. Poi mi lascia ancora più sbalordito quando mi
sfila audacemente il bicchiere di mano e lo mette accanto
al suo.

«Bè, dobbiamo solo stare a vedere» mormora.

‘Non c’è che dire, Grey. Il brandy rende audace la tua


brunetta’. Anastasia mi afferra la mano, conducendomi
verso il letto. Si ferma proprio lì davanti, mentre io cerco
di non far trapelare troppo il mio sorrisetto divertito. Mi
sto rilassando davvero. Ed è tutto merito suo.
«E ora che mi hai qui, Anastasia, che cosa ne farai di
me?» scherzo, ma la voce mi esce bassa e roca.

«Inizierò con lo spogliarti. Voglio finire quello che


avevo cominciato» dice, allungando le mani verso il
bavero della mia giacca.

Noto con interesse il fatto che evita di toccarmi. Ma


non riesco a non trattenere lo stesso il fiato per
l’apprensione. La fisso, occhi negli occhi, d’improvviso
serio. Si gira, poggiando la giacca sulla poltrona, accanto
ai nostri bagagli.

«Adesso la t-shirt» sussurra, tirandomela su.

La aiuto, sollevando le braccia e chinandomi per


permetterle di sfilarmela dalla testa. Poi resta ferma a
guardarmi. Sembra abbeverarsi della mia immagine. Ha
uno sguardo famelico, che accarezza piano ogni anfratto
del mio corpo scolpito dall’esercizio fisico. Mi vuole.
Anastasia Steele mi vuole.

«E adesso?» le sussurro, eccitato.

«Voglio baciarti qui» mi dice, facendo scorrere il dito


lungo il mio ventre, da un fianco all’altro. Guarda la mia
pelle, poi sale a fissare i miei occhi grigi che ardono per
lei. Schiudo le labbra al suo tocco, mentre il respiro mi si
mozza in gola. Non ho mai provato nulla del genere.
Nessuna ha mai preso l’iniziativa con me. Tranne Elena.
Ma le sensazioni di un quindicenne arrapato, alla sua
prima volta, non contano. Inspiro profondamente.

«Non ti fermerò» sospiro, in balia delle emozioni.


Ana mi prende per mano, delicatamente.

«Sarà meglio che ti sdrai, allora» mormora,


portandomi verso il letto.

La guardo stupito da tanta audacia. “Chi l’avrebbe mai


detto? Mi stai facendo capitolare, Ana. Su tutti i fronti”.
Scosto le coperte, sedendomi sul bordo del materasso,
guardandola in attesa, senza sapere cosa aspettarmi. Ana
si mette di fronte a me. Si toglie di dosso il giubotto, poi
lascia cadere anche i pantaloni della tuta. La visione delle
sue gambe pazzesche mi manda in estasi. Voglio toccarla.
Devo davvero fare appello a tutte le mie forze per non
saltarle addosso. Mi sfrego i polpastrelli, cercando di
alleviare il dolore fisico che sento alle mani. La desidero
da impazzire. Ana mi fissa, poi fa un profondo respiro.
Poi le sue dita afferrano l’orlo della t-shirt e la sfilano. É
completamente nuda, di fronte a me. Particolare che non
avevo notato nel mio ufficio, quando la maglietta le
scendeva a coprirle le cosce. Il mio cazzo pulsa
violentemente contro i jeans. Un brivido mi passa lungo
la schiena.

«Tu sei Afrodite, Anastasia» le mormoro, incantato.

Lei si avvicina, prendendomi il volto tra le mani


tremanti e chinandosi sulle mie labbra. Il bacio che mi
regala è morbido, delicato come lei. Gemo di piacere,
nella sua bocca. Mentre i nostri sapori si fondono,
insieme a quello dell’Armagnac. Non resisto oltre. Le
afferro i fianchi e la inchiodo sul letto, sotto di me. Le
spalanco le gambe, fiondandomici in mezzo. La bacio a
fondo, prepotentemente, prendendomi quello di cui ho
bisogno e restituendole quello di cui ha bisogno lei.
Conforto, passione, desiderio, amore. C’è tutto questo in
quel solo, unico bacio. La mia mano le accarezza la
gamba, sotto di me, risalendo lentamente sino al fianco.
La sua pelle emana un calore eccitante. Continuo a salire,
sempre di più. Arrivo sul ventre, dove la accarezzo
delicato, poi salgo ancora. Giungo ai seni. Con la mano ne
afferro delicatamente uno, concentrandomi sul capezzolo.
Lo tiro, lo stuzzico, la eccito. La sento gemere contro il
mio mento, mentre il suo bacino si spinge voglioso verso
il mio cazzo famelico in cerca di lei. Affondo la lingua
un’ultima volta nella sua gola, prima di ritrarmi. La
guardo divertito dalla sua voglia, senza fiato. Spingo in
avanti le anche, premendo il mio uccello fasciato dai jeans
contro la sua pelle nuda. Ana chiude gli occhi, eccitata,
gemendo nuovamente a pochi millimetri dalla mia bocca.
Ripeto il gesto e questa volta lei si spinge verso di me,
premendo il suo sesso nudo contro il cavallo dei miei
jeans. Geme ancora, aprendo la bocca. Le lecco il suo
labbro inferiore, spingendo avido la lingua dentro di lei
ancora, coinvolgendola nell’ennesimo bacio lussurioso.
Continuiamo a strofinarci l’uno contro l’altra,
stuzzicandoci a vicenda, godendo dei nostri corpi che si
scontrano piano e lenti. Mi stacco per un attimo dalla sua
bocca. I nostri respiri affannati si mescolano. Ma lei non
mi dà tregua. Mi afferra i capelli, avida di avermi, e si
fionda di nuovo sulle mie labbra. “Cristo, mi sta
consumando!”. Le sue dita scorrono lungo il mio braccio,
poi si muovono sulla cintura dei jeans, infilandosi
all’interno e spingendosi nei boxer. Il mio cazzo sta per
esplodere. Lei lo avvolge piano, stringendolo tra le dita.

«Finirai per castrarmi, Ana» le sussurro, scioccato dal


suo essere così intrepida.
Mi alzo all’improvviso, calandomi i jeans e porgendole
un preservativo tirato fuori dalla tasca.

«Tu vuoi me, piccola, e io voglio te. Sai cosa devi fare»
le intimo.

Mi afferro l’uccello enorme tra le mani, mentre la


osservo strappare velocemente la confezione e srotolare il
profilattico su di me. Le lancio un sorrisetto, poi mi
abbasso su di lei, reggendomi sui gomiti. Mi avvicino al
suo viso, strofinando il naso contro il suo. Lentamente mi
infilo tra le sue cosce. Chiudo gli occhi e la penetro, piano,
dolcemente, infilando tutta la mia lunghezza nel suo sesso
voglioso e fradicio. Anastasia si aggrappa alle mie braccia,
spingendo la testa all’indietro sul materasso. Lascio
scorrere i denti lungo il suo mento, mentre mi sfilo da lei
e poi riaffondo più in profondità. Il mio corpo preme
ancora di più sul suo, mentre, puntellandomi sui gomiti,
lascio le mie mani afferrarle il viso. La guardo negli occhi
e ho bisogno di farle sapere quanto mi rende felice,
quanto mi fa star bene.

«Mi fai dimenticare tutto. Sei la migliore delle terapie»


le sussurro contro la bocca, muovendomi lentamente
dentro di lei, godendomi ogni millisecondo.

«Per favore, Christian, più veloce» mormora avida,


contro le mie labbra.

«Oh, piccola, ho bisogno di questa lentezza» le


sussurro, continuando a baciarla dolcemente.

Quello che sto sperimentando con lei non l’ho mai


avuto prima. É una connessione così profonda, così
intima. Le sue mani scorrono tra i mie capelli, mentre si
lascia guidare dal mio ritmo lento ma forte. Il suo
orgasmo arriva inaspettatamente. La guardo adorante,
mentre gode sotto di me, inarcando la schiena e
premendosi di più contro il mio corpo, mentre il mio
uccello penetra nei recessi nascosti del suo ventre,
sempre più in profondità. Quella vista mi manda in
orbita.

«Oh, Ana» mormoro, lasciandomi andare al piacere e


svuotandomi dentro di lei.

Crollo ansimante su di lei, mentre mi sfilo e poggio la


testa sulla sua pancia. Restiamo in silenzio per un po’,
mentre i nostri respiri si placano lentamente. Le mie
braccia le circondano il corpo, mentre le sue mani
scorrono tra i miei capelli scomposti. I miei occhi
spalancati fissano il vuoto. Quello che abbiamo appena
condiviso è stato diverso. É stato intimo, profondo, una
connessione su tutti i livelli, che non mi ha lasciato
scampo. Sono irrimediabilmente suo. “Ti appartengo,
Anastasia. Non potrebbe essere altrimenti. Solo ora me
ne rendo davvero conto. Ti amo”. Mi riprometto, tra me e
me, di trovare il coraggio di dirle queste parole.

«Non ne avrò mai abbastanza di te. Non lasciarmi»


mormoro contro la sua pelle, stupendo me per primo. Le
do un bacio sulla pancia, dolcemente.

«Non vado da nessuna parte, Christian, e mi sembra di


ricordare che volevo essere io a baciare la tua pancia»
borbotta piano, assonnata.

Sorrido contro il suo ventre.

«Niente ti fermerà adesso, piccola» le dico


maliziosamente. “Voglio scoparti tutta la notte, Miss
Steele”.

«Non credo di riuscire a muovermi, sono così stanca»


dice sbadigliando piano.

Sospiro a fondo, spostandomi riluttante dalla mia


posizione e sdraiandomi di fianco a lei. Poggio la testa su
un gomito, tirando le coperte fino a coprirci. La fisso per
qualche istante, con amore.

«Ora dormi, piccola» le dico alla fine, baciandole i


capelli e avvolgendole le braccia attorno al corpo.

Ana si addormenta praticamente subito. Io ci metto un


po’, perdendomi nel suo fantastico odore. Di Ana e sesso.
La sento mugolare qualcosa.

«Non voglio lasciarti Christian... Tienimi con te».

Sorrido contro la sua spalla, baciandole la pelle. E poi


la seguo a ruota nel mondo dei sogni. Felice ed appagato
come non sono mai stato.

Mi sveglio strusciando il mio corpo nudo contro quello


morbido della mia fidanzata. Ana dorme ancora. Allungo
una mano e afferro l’orologio. Le 8.30. Un record per me.
Sto attento a non svegliare Ana e mi alzo, entrando in
bagno. Decido di farmi una doccia e poi chiamare Taylor
per sapere gli sviluppi della situazione. Poi rinuncio.
Voglio aspettare lei. Mentre rimugino, mi sovviene alla
mente che oggi è un giorno perfetto per farla visitare dalla
dottoressa Greene. Quando esco dal bagno, chiamo
Taylor e mi sento rispondere che di Leila non c’è alcuna
traccia. Sconfitto, gli dico di organizzare un
appuntamento con la Greene per questa mattina alle 11 e
di controllare la Grace. Voglio portarci Ana e tenerla al
sicuro per un pomeriggio almeno. Alle 10 e 10 vado in
camera a chiamarla. Mi siedo sul materasso e la fisso per
qualche minuto, incapace di interrompere quella
beatitudine. Ma devo. Le scosto piano i capelli dal viso.
Ana mormora qualcosa. Credo il mio nome. Poi,
lentamente, si sveglia. Si guarda intorno spaesata.

«Ciao» le mormoro, sorridendole dolcemente.

Il suo sguardo si poggia su di me, che sono vestito di


tutto punto. Arrossisce piano.

«Ciao» sussurra. «Da quanto tempo mi stai guardando


così?» chiede, vergognandosi.

«Potrei osservarti dormire per ore, Anastasia. Ma sono


qui da cinque minuti»

Mi avvicino a lei e le deposito un veloce bacio sulle


labbra morbide.

«La dottoressa Greene arriverà tra poco» le annuncio.

«Oh» constata, corrugando la fronte.

«Hai dormito bene?» le chiedo, prima che possa


replicare. «Mi è sembrato di sì, visto come russavi»
aggiungo, divertito.

«Io non russo!» ribatte, seccata.

«No, non lo fai» le rispondo, sogghignando per il mio


piccolo scherzo.
I suoi occhi fissano la base del mio collo.

«Hai fatto la doccia?»

«No. Aspettavo te»

«Ah... okay. Che ore sono?» chiede, ancora spaesata.

«Le dieci e un quarto. Non ho avuto cuore di svegliarti


prima» le dico con un sorriso.

«Mi avevi detto di non avere affatto un cuore» mi dice


sarcastica.

Il mio sorriso si carica di tristezza. “No. non ho un


cuore. Ma con te mi sembra di averlo”. Evito di ribattere e
cambio argomento.

«La colazione è qui: pancake e bacon per te. Avanti,


alzati, comincio a sentirmi solo qui fuori» le dico,
tornando a sorriderle affettuosamente, mentre le assesto
una pacca scherzosa sul sedere. Quel gesto, per quanto
affettuoso, mi fa vibrare l’uccello. “Merda”.

La vedo barcollare mentre si alza dal letto e scompare


nel bagno. Mi alzo dal letto e vado ad aspettarla in sala da
pranzo, dove inizio a fare colazione. Ripenso alla nostra
prima colazione in albergo. Ancora neppure ci
conoscevamo. Sembra passata una vita. E, come quel
giorno, la sto aspettando mentre finisce una doccia senza
di me, dopo aver ordinato per lei tutto il cibo sul menu.
Scuoto la testa sorridendo. Sono proprio innamorato di
lei.

Quando finalmente torna dal bagno, avvolta


nell’accappatoio, mi guarda con un sorriso, sedendosi
accanto a me mentre io leggo il giornale. Mi lancia un
sorrisetto.

«Mangia. Avrai bisogno di tutte le tue forze oggi» le


dico bonariamente.

«E perché? Vuoi chiudermi in camera da letto?»


ribatte lei, maliziosa.

«Per quanto l’idea mi alletti, pensavo di uscire. Di


prendere un po’ d’aria fresca» le dico guardandola dritto
negli occhi. “Ma se la metti così, Miss Steele... non mi tiro
indietro”.

«Non sarà pericoloso?» chiede ironica, fingendo


innocenza.

La domanda mi fa tornare l’ansia che si era dissipata


nelle ultime ore.

«Il posto dove andremo è sicuro. Questo non è uno


scherzo» aggiungo severo.

Ana arrossisce violentemente, concentrandosi sul cibo


che ha nel piatto. Mi guarda ogni tanto, senza far nulla
per dissimulare l’irritazione per essere stata
rimproverata. Il nostro silenzio carico di recriminazioni
viene interrotto da un leggero bussare alla porta.
Dev’essere la dottoressa-15miladollariavisita-Greene.

«Questa dev’essere la dottoressa» borbotto, alzandomi


e andandola ad accogliere.

Le lascio da sole in camera per la visita, mentre mi


rintano di nuovo in sala da pranzo. Ma non riesco a finire
la mia lettura del giornale. Sono troppo preoccupato. E se
lei avesse ragione? Come sarà uscire allo scoperto. Oggi è
domenica. Come farà domani, con il lavoro? La soluzione
è che lei non si muova da casa. Ma mi sento già frustrato
alla sola idea della battaglia che scaturirà da tutto questo
quando gliene parlerò.

Quando finalmente esce dalla camera, noto che è


pallida come un cencio. Mi preoccupo, ma aspetto che la
dottoressa vada via per chiederle cosa cazzo sia successo
lì dentro. Chiudo la porta dietro la statuaria bionda e
finalmente siamo di nuovo soli.

«Tutto a posto?» le chiedo, sondando la sua


espressione.

Ana annuisce piano, restando in silenzio. Piego la testa


di lato, poco convinto.

«Anastasia, cosa succede? Che cosa ti ha detto la


dottoressa Greene?» le chiedo, più deciso.

Lei scuote la testa, rimanendo ostinatamente chiusa


nel suo silenzio. Poi parla.

«Tra sette giorni avrai il via libera» mormora


impacciata.

«Sette giorni?» chiedo sorpreso.

«Sì» conferma.

“Un bellissimo regalo di compleanno, dottoressa”. Ma


la sua espressione mi preoccupa.
«Ana, cosa c’è che non va?» dico severamente.

Lei deglutisce a fatica, come se dovesse confessarmi


chissà quale peccato.

«Non c’è nulla di cui preoccuparsi. Per favore,


Christian, lascia perdere e basta» ribatte esasperata.

“Oh, no, Miss Steele. Non giocarti la carta dell’essere


scontrosa con me. Non oggi”. Mi piazzo di fronte a lei,
ostruendole il passaggio. Le afferro il mento, alzandole la
testa. La fisso negli occhi, indagando a fondo nel suo
essere.

«Dimmelo» le ordino.

«Non c’è niente da dire. Vorrei vestirmi» mi dice,


girando la testa di lato e stringendosi addosso
l’accappatoio.

Mi passo una mano nei capelli, esasperato. La guardo


di nuovo, con la fronte aggrottata, sospirando.

«Facciamo la doccia» le dico alla fine.

«Certo» borbotta lei, con aria assente.

Faccio una smorfia d’impazienza.

«Vieni» le dico incavolato, afferrandola per una mano


e trascinandola in bagno.

Apro l’acqua e mi svesto in fretta. Poi mi giro verso di


lei.
«Non so cosa ti abbia turbata, o se tu sia di malumore
solo per la mancanza di sonno» le dico, slacciandole
l’accappatoio morbido. «Ma voglio che tu me lo dica. La
mia immaginazione sta già galoppando, e non mi piace»
brontolo, con la fronte aggrottata.

Ana alza gli occhi al cielo, beccandosi una ulteriore


occhiataccia da parte mia.

«La dottoressa Greene mi ha rimproverata di non aver


preso la pillola. Ha detto che avrei potuto essere incinta»
sbotta.

Il mio stomaco si aggroviglia e il panico monta nel mio


petto, opprimendomi i polmoni.

«Cosa?» chiedo con un filo di voce. Sono consapevole


di essere pallido e visibilmente scioccato. La fisso, senza
riuscire ad evitare di pensare alle catastrofiche
conseguenze di una situazione del genere.

«Ma non lo sono. Mi ha fatto fare il test. È stato uno


shock, tutto qui. Non posso credere di essere stata così
stupida» aggiunge lei in fretta, per calmarmi.

Mi rilasso visibilmente, sentendo la tensione


abbandonarmi di colpo.

«Sei sicura di non esserlo?» le chiedo piano.

«Sì» mormora lei.

Faccio un profondo sospiro, guardandola. Non vorrei


interpretasse male la mia reazione. Ma io... voglio un
figlio da lei. Solo... solo non ora. Non per qualche anno.
Tra un po’. Tra un bel po’. Se mai... ecco se mai sarò
pronto.

«Bene. Sì, capisco che notizie simili possano essere


molto sconvolgenti» le dico, comprensivo.

«Ero più preoccupata della tua reazione» sbotta.

Aggrotto le sopracciglia, fissandola senza riuscire a


decifrare il suo tono.

«La mia reazione? Bè, naturalmente sono sollevato...


Sarebbe stato il massimo della trascuratezza e della
maleducazione da parte mia se ti avessi messo incinta» le
dico calmo, con un sorriso.

«Allora forse dovremmo astenerci» ribatte


acidamente.

“Ma che diavolo le prende, ora?”. La fisso sbalordito.

«Sei proprio di cattivo umore stamattina» constato.

«È stato uno shock, tutto qui» mi ripete, sempre con la


solita aria infastidita.

Afferro il bavero dell’accappatoio, attirandola a me e


stringendola in un abbraccio forte. Il mio petto nudo è
contro la sua guancia. La sua impertinenza, il suo
sfidarmi di continuo... mi esaspera. É tutto così nuovo.
Non so come risolvere le situazioni con lei.

«Ana, non sono abituato a questo» le mormoro contro


i capelli. Sospiro. «La mia naturale inclinazione sarebbe
quella di picchiarti, ma dubito seriamente che tu lo
vorresti» le confesso, quasi con vergogna.

«No, non voglio» mi dice subito, stringendosi forte a


me.

Restiamo così a lungo, stretti l’uno all’altra.

“Un bambino. Un piccolo bambino, fragile ed indifeso.


Cosa mai potrei dare ad una creatura del genere? Io non
sono Ana. Io sono perfido, malvagio. Potrei solo
corrompere tanta innocenza. Non riuscirei neppure a
stringerlo al petto. Un bambino non è una cosa che si
controlla. Non sono in grado”.

Sospirando, mi scosto da lei, togliendole l’accappatoio.


Entriamo entrambi nell’immensa doccia, spostandoci
insieme sotto l’acqua calda. Restiamo in silenzio. Afferro
lo shampoo e inizio a lavarmi i capelli. Poi le passo il
flacone e anche lei fa la stessa cosa. Chiude gli occhi,
massaggiandosi la testa e lasciandosi sfiorare il corpo
dall’acqua. Ne approfitto per insaponarmi le mani e
prendere a massaggiarle le spalle, le braccia e tutto il
corpo. Le mie mie dita la esplorano piano, facendola
voltare. Ci fissiamo mentre mi intrufolo tra le sue gambe,
scivolo sul suo sedere. Il mio cazzo preme contro la sua
gamba. Ma questo momento intimo e delicato è solo per
lei. E voglio darle... di più. Ora.

«Ecco» le dico, consegnandole il bagnoschiuma.


«Voglio che mi lavi via quel che rimane del rossetto»

Ana mi fissa in preda alla confusione e allo stupore. So


che non mi tradirebbe mai, ma glielo dico lo stesso.

«Non ti allontanare tanto dalla riga, per favore»


mormoro.

«Okay» replico in un sussurro.

Fa un enorme sospiro, preparandosi all’arduo compito


che le ho affidato. E poi parte. Inizia a toccarmi con le
dita, insaponandomi per bene. Parte dalle spalle. Il suo
tocco è leggero, piacevole e doloroso al tempo stesso.
Piano, inizia a lavare via la riga di rossetto. Mi irrigidisco,
chiudendo gli occhi. Il fiato mi manca, per il panico. Ma
continuo a stare fermo, per lei. Sento le sue dita tremare,
mentre scende sul mio petto. La mia mascella si tende,
cerco di assorbire tutte le sensazioni. Non è come mi
aspettavo. É meglio. Ma è la paura a farmi male. L’orribile
ricordo di cosa mi ha fatto l’ultimo paio di mani che si è
poggiato sul mio corpo. Si ferma per un attimo,
insaponandosi di nuovo le mani. La osservo e vedo le
lacrime spingere per uscire dai suoi occhi.

«Sei pronto?» mormora piano, la voce tesa.

«Sì» le sussurro incerto.

“Voglio essere pronto”. Ma quando poggia le mani ai


lati del mio torace, non riesco a fare a meno di irrigidirmi.
Il mio respiro è più affannoso, incerto. Quando sento la
sua ennesima esitazione, apro gli occhi di nuovo. La
osservo sgretolarsi di fronte a me, mentre le lacrime
sgorgano a fiotti dai suoi bellissimi occhi.

«No, per favore, non piangere» le mormoro


angosciato, stringendola a me. «Per favore, non piangere
per me» riesco a dirle, tenendola ferma contro il mio
corpo.
Ma lei scoppia in singhiozzi convulsi, usando l’incavo
del mio collo per nascondere il volto. “Cristo!”. La scosto
da me, prendendole la testa tra le mani. La sollevo e la
bacio dolcemente, tentando di placare il suo pianto.

«Non piangere, Ana, per favore» le sussurro contro le


labbra, sentendomi in colpa. «È stato tanto tempo fa.
Desidero ardentemente che mi tocchi, ma non riesco a
tollerarlo. È troppo. Per favore, per favore, non piangere»
le confesso a fior di labbra, sperando che lei capisca, che
mi legga dentro l’anima. In quello che rimane della mia
anima.

«Anch’io ti voglio toccare. Più di quanto tu possa


capire. Vederti così... così ferito e spaventato, Christian...
mi fa davvero male. Ti amo così tanto» mi dice,
singhiozzando piano.

Le accarezzo dolcemente le labbra gonfie con il pollice.

«Lo so. Lo so» le sussurro delicatamente, mentre le sue


lacrime mi uccidono. “Le sto facendo del male. Ancora. Io
non la merito”. Ma, ancora una volta, lei mi sorprende.

«Sei una persona facile da amare. Non lo vedi?»


chiede, guardandomi negli occhi, con forza.

«No, piccola, non lo vedo» le dico, come ipnotizzato


dal suo sguardo carico di sentimenti.

«Eppure lo sei. E io ti amo e così pure la tua famiglia.


Ed Elena e Leila, anche se hanno uno strano modo di
dimostrarlo. Ma ti amano. Tu ne sei degno» continua,
mentre finalmente le lacrime accennano a fermarsi.
«Basta» sussurro, addolorato.

Le metto l’indice sulla bocca, scuotendo la testa.

«Non posso starti a sentire. Io non sono niente,


Anastasia. Sono il guscio di un uomo. Io non ho un
cuore» le dico, sentendomi vuoto per davvero. “Cosa mai
posso offrire, io, ad una donna splendida e buona come
te? Solo depravazione. E dolore”.

«Sì che ce l’hai. E io lo voglio, lo voglio tutto. Tu sei


una bella persona, Christian, davvero una bella persona.
Non dubitarne mai. Guarda ciò che hai fatto... tutti i
risultati che hai raggiunto» mi dice, tornando a
singhiozzare. Sembra quasi voglia imprimermelo a forza
in testa. «Guarda quello che hai fatto per me, quello a cui
hai voltato le spalle per me» sussurra piano,
avvicinandosi alle mie labbra. Non smette di guardarmi
negli occhi e io la fisso, come ipnotizzato. «Lo so. So che
cosa provi per me»

Arretro di qualche millimetro, spalancando gli occhi


per l’ansia. Nessuno dei due parla. Ci fissiamo soltanto.
“Io... Ana, io... ”. Ma ancora una volta è lei a squarciare il
silenzio della mia anima. E farla sua.

«Tu mi ami» mormora.

La fisso a bocca aperta. E quello che vedo mi stravolge.


É qui, davanti a me, nuda, vulnerabile. Mi fissa, fissa un
uomo che fino ad oggi non le ha dato altro che dolore e
dispiacere. Un uomo che io stesso fatico a definire tale.
Eppure ha il coraggio di osare, di affermare che io provo
qualcosa per lei. Ha il coraggio di rischiare di vedersi
respingere. Di vedersi rifiutare. Se è possibile da ora sono
ancora più suo. E il suo coraggio infonde forza al mio.
Faccio un profondo respiro. Ora capisco come si è sentita
lei con me, la nostra prima volta. Ora so cosa vuol dire
regalare ad un’altra persona una cosa così intima, così
profonda, per la prima volta. Regalarla ad una persona
che non potrà essere mai sostituita da nessun altro. E
sono finalmente pronto a farlo.

«Sì» le sussurro, rinsaldando la presa sul suo viso


tormentato. «Ti amo» mormoro. Mi sento all’improvviso
leggero, libero dalle mie fottute paure. “Ma non so se ti
sto rendendo felice, Ana, o condannando per la vita”.
Capitolo 12
Il viso di Anastasia si illumina come un’alba estiva. É
splendida. E la consapevolezza che sono io a renderla tale
mi inorgoglisce. Non riesco a smettere di fissarla. Di
amarla. Le sue mani tremanti salgono sul mio viso,
mentre si sporge, alzandosi sulle punte, per baciarmi
delicatamente. Il suo contatto, unito alla consapevolezza
di aver oltrepassato un limite che credevo invalicabile, mi
squarciano l’anima. Gemo, sulle sue labbra morbide,
mentre la stringo forte a me come se da quell’abbraccio
dipendesse tutta la mia vita. E, in un certo senso, è così.
Ho bisogno di lei. Ho bisogno di sapere che è tutto a
posto, che confessarle il mio amore non la farà scappare
da me. Che nonostante quello che sono, dopo averle detto
che la amo lei mi voglia ancora. Non è passato troppo
tempo da quando io stesso ho provato panico e dolore ad
una confessione del genere. Mi rendo conto solo ora di
quanto ti faccia sentire bene lasciar cadere tutti i paletti,
tutti i muri dietro al quale ci si è nascosti. E regalarsi un
sentimento vero, sincero. Continuo a baciarla, piano, ma
a fondo. Maledettamente a fondo. Il mio corpo ha bisogno
di lei, di una rassicurazione. Ha bisogno di sapere che
siamo ancora noi due, dopotutto. Ancora Christian e
Anastasia.

«Oh, Ana» le sussurro, staccandomi piano. La mia


voce vibra di desiderio. «Ti voglio, ma non qui»

Le accarezzo gentilmente i capelli bagnati, lasciando


scorrere le mie dita sul suo viso, a tracciare la linea del
suo mento. L’acqua scorre ancora su di noi, mentre il
silenzio ci avvolge.
«Sì» mormora, senza smettere di sorridere con i suoi
meravigliosi occhi azzurri.

Chiudo il rubinetto della doccia, prendendola per


mano e lasciandola uscire. Prendo l’accappatoio lì di
fianco e la copro. Poi afferro uno degli asciugamani e me
lo avvolgo attorno ai fianchi, prima di prenderne uno più
piccolo e cominciare ad asciugarle attentamente i capelli
bagnati. Quando ho finito le lancio un sorrisetto
soddisfatto, poggiandole l’asciugamano sulla testa, in
modo che assorba l’acqua. ‘Sottometterti a Elena ha dato i
suoi frutti, Grey’. Ignoro il mio cervello e la faccio girare,
in modo da fissare entrambi il nostro riflesso nello
specchio di fronte, al di sopra del lavabo. É una
sensazione non nuova, e mi ricorda il viaggio in Georgia.
Il pensiero di quello che accadde poi, appoggiati a quel
lavabo, mi fa desiderare di ripetere l’esperienza. Ad
interrompere quel pensiero è l’espressione di Ana. D’un
tratto alza gli occhi su di me, trattenendo il fiato. Ci
fissiamo intensamente, prima che lei si decida a parlare.

«Posso contraccambiare il favore?» mi chiede d’un


fiato.

Mi coglie alla sprovvista, ma non per questo la mia


risposta è poco ponderata. Annuisco, sbarrando gli occhi,
sorpreso. Si sporge ad afferrare un’altro asciugamano e,
alzandosi sulle punte, inizia ad asciugarmi i capelli.
Sorrido, tra me e me, chinando il capo e facilitandole il
lavoro. Il mio sorriso si allarga ancora di più. Sono felice.
É un gesto piccolo, quasi banale. Ma mi fa sentire...
amato. Voluto.

«È passato molto tempo da quando qualcuno ha fatto


questo per me. Molto, molto tempo» le mormoro,
soprappensiero. Poi mi riscuoto. No. In effetti non è mai
accaduto che qualcuno mi amasse tanto da prendersi cura
di me. Neppure io mi sono preso cura di me stesso. «Anzi,
in realtà penso che nessuno mi abbia mai asciugato
i capelli» aggiungo. Però, a volte, ricordo di averlo
sognato. Di aver sognato che la mia mamma mi
stringesse, mi amasse. Aggrotto la fronte al pensiero.
Ricordo di aver sognato di contare qualcosa. Per
qualcuno. E forse Anastasia è quel qualcuno che tanto
aspettavo.

«Di certo Grace l’ha fatto. Ti avrà asciugato i capelli


quando eri bambino» mi dice, con un sorriso affettuoso.

Scuoto la testa, ancora tra le sue mani. “Non gliel’ho


permesso”.

«No. Ha rispettato i miei confini fin dal primo giorno,


anche se è stato penoso per lei. Ero un bambino
autosufficiente» le dico, calmo. Grace non mi ha mai fatto
del male. Ha preferito privarsi di tutti quei gesti affettuosi
che solo una madre può compiere nei confronti di un
figlio. Quei gesti che riservava ad Elliot e Mia. Mentre io
non riuscivo a sopportare neppure l’idea di ricevere una
carezza, un abbraccio. Non credevo neppure di meritarli.

Ana mi guarda. Per un attimo i suoi bellissimi occhi


sono velati di tristezza. Poi sorride.

«Bè, ne sono onorata» mi sussurra dolcemente,


scherzando.

«Sì, lo sei, Miss Steele. O forse sono io a


essere onorato» le dico, facendole l’occhiolino.
«Lo so, Mr Grey» ribatte con un sorrisetto.

Finisce di asciugarmi i capelli, mentre tento di


guardarla di sottecchi. Rialzo la testa e la osservo
prendere un altro asciugamano. Si sposta leggiadra dietro
di me e i nostri sguardi si incollano di nuovo. Ci fissiamo
dallo specchio. Aggrotto la fronte, senza capire quale sarà
la sua prossima mossa.

«Posso provare una cosa?» mi chiede con cautela.

Esito, guardandola. Poi decido di fidarmi. Piano, con


estrema delicatezza, lascia scorrere il tessuto morbido sul
mio braccio, tamponando le goccioline d’acqua che mi si
stanno raffreddando addosso. Alza lo sguardo su di me
quando irrigidisco i muscoli. Mi fissa, controllando la mia
espressione dallo specchio. Sbatto le palpebre, mentre
fisso affascinato quel riflesso di una giovane donna che
venera e si prende cura del suo uomo. Le sensazioni che
provo in questo momento mi invadono, mi annientano.
Sono innamorato di lei, pieno di un calore strano, mai
provato prima d’ora. Eppure così confortante. Il suo tocco
non è dolore. Non è violento, non porta sangue e lacrime
e solitudine. Il suo tocco è luce. Mi avvolge e mi culla. Le
sue labbra si sporgono a baciarmi piano il bicipite destro.
Le mie, di riflesso, si schiudono, mentre l’eccitazione si
riverbera in tutto il mio corpo. Un brivido mi attraversa,
scuotendomi. Ana passa ad asciugare l’altro braccio, per
poi lasciare tutta una delicata scia di baci su di esso.
Sorrido malizioso quando i nostri occhi si incontrano di
nuovo. “Oh, Ana. Mi stai facendo morire”. Mi guarda per
un attimo, poi la spugna morbida passa sulla mia schiena,
tenendosi al di sotto della linea del rossetto. Sta bene
attenta, la mia Ana, a non farmi del male. Posso solo
immaginare quanta sofferenza gli provochi tutto questo.
Stringo forte gli occhi, rivedendola davanti a me, mentre
trova il coraggio di dirmi quello che non riuscivo ad
ammettere a voce alta. Io la amo. E il suo coraggio dà
un’altra spinta al mio.

«Tutta la schiena» le sussurro con un filo di voce.


«Con l’asciugamano» aggiungo.

Poi respiro forte e stringo gli occhi, preparandomi al


dolore. La spugna sfrega contro di me, ma, stranamente,
il dolore non è così forte. Dentro di me la paura non mi ha
abbandonato del tutto, ma la fiducia sta repentinamente
prendendo il suo posto. Mi fido di Anastasia. Lei non mi
picchierà selvaggiamente. Lei non mi abbandonerà, non
mi lascerà vivere nell’indifferenza. Lei mi sta conducendo
per mano in un posto in cui mi sento bene. Ad un tratto si
ferma, e io mi rilasso completamente. Ana mi deposita un
veloce bacio sulla spalla. La guardo e i nostri occhi sono
di nuovo incollati, come se stessero facendo l’amore a
dispetto dei nostri corpi. Le sorrido, divertito, mentre mi
circonda con le braccia, asciugandomi l’addome. L’effetto
del suo tocco così vicino al mio punto sensibile è
immediato.

«Tieni questo» mi sussurra contro la pelle,


passandomi l’asciugamano umido.

Corrucciando la fronte, la fisso senza capire.

«Ricordi in Georgia? Mi hai fatta toccare usando le tue


mani» mi spiega paziente.

Le sue parole, però, questa volta non sono così


confortanti. Il dolore è più acuto davanti. Fa male. Fa
molto male. Non lo so se è perché la cicatrice più
profonda è quella del mio cuore. Ma fa male. Resto in
silenzio, senza sapere cosa dire. Lei mi tocca la mano e
d’istinto so cosa fare. Gliela affido senza pensare,
titubante, ma fiducioso in fondo. É lei a guidarla. Sul mio
petto, lentamente, impacciata, con un ritmo tutto nostro.
Sono consapevole di essere rigido come un pezzo di legno.
Ma non è così dentro, invece. Dentro sono un tumulto di
emozioni, di sensazioni. Sento un fuoco dentro, un calore
divamparmi nelle vene al ritmo del suo tocco che, pur da
sopra il mio, mi fa fremere. Immobile, la seguo nel suo
lento percorso sul mio petto, sul mio corpo torturato fino
quando non ha perso tutta la sua linfa vitale. Ma lei, lei
con il suo sorriso dolce, i suoi occhioni da bambina, lei
con la sua mano tremante, lei che forse ha più paura di
me in questo momento, mi sta facendo tornare in vita. Il
suo tocco, anche in questo modo, è sconvolgente. Fremo,
di desiderio, di rabbia per non essermi lasciato andare
prima, di furia per aver perso una vita intera a fare altro
piuttosto che cercarla. Anche se non la conoscevo. Con
cinque dita intrecciate alle mie mi sta dimostrando
quanto può essere semplice affidarsi ad un’altra persona.
Mi sta mostrando quello che lei fa con me giorno dopo
giorno. Mi sta insegnando a fidarmi di lei. Mi mostra
come amarla e come lasciarmi amare. E io non desidero
altro che darle di più. Sempre di più.

«Penso che tu sia asciutto adesso» mi sussurra dopo


un tempo indefinito, lasciando cadere la mano calda dalla
mia.

Alzo gli occhi nello specchio per guardarla, ma fatico a


riconoscere la mia immagine di fronte. Ho le guance
accaldate, il respiro corto, trattenuto per l’eccitazione e la
paura.

«Ho bisogno di te, Anastasia» le sussurro, incapace di


smettere di fissare lo specchio.

«Anch’io ho bisogno di te» mi sussurra, inspirando a


fondo.

Le sue parole sono un balsamo per le ferite appena


aperte.

«Lascia che ti ami» le dico con la voce rotta dal


desiderio.

«Sì» risponde, la voglia è palese nel suo sussurro.

D’istinto la stringo tra le braccia, baciandola con


ardore. Ho davvero bisogno di lei. La bevo, mi immergo
dentro di lei. La bacio avido, a fondo, aprendo la bocca
come se volessi inghiottirla, come se non mi bastasse mai.
Le mie dita scorrono sulla sua schiena, delicate, in
contrasto con la vorace fame che mi spinge ad
impossessarmi della sua bocca. La tocco, inebriato dal
suo odore così buono, dal suo incantesimo che mi ha
stregato da quel giorno di maggio, nel mio ufficio. Non
smetto di baciarla, mentre la porto in camera da letto.
Delicatamente le sfilo l’accappatoio e faccio lo stesso con
l’asciugamano che mi copre. La lascio distendersi sul
letto, ancora sfatto. Afferro un preservativo, aprendo la
bustina e srotolando lentamente il profilattico sul mio
sesso in attesa. Con estrema delicatezza, mi distendo
accanto a lei, guardandola, mentre si gira a fissarmi. Una
ciocca di capelli castana le ricopre il viso e allungo le dita
per rimetterla a posto dietro il suo orecchio. Le dita
accarezzano la sua pelle, facendola fremere. Poi seguono
il delicato profilo del suo collo, della sua spalla, fino ad
aprirsi dietro la sua schiena morbida e sensuale. Mi
sporgo e la bacio, spingendola piano con la schiena sul
materasso. E in un attimo sono dentro di lei. Non tutto.
Solo la punta del mio sesso è immersa nel suo. La
sensazione è sublime. Lei, eccitata, si stringe contro di
me, spingendo i fianchi verso i miei.

«Shh, piccola. Lasciami fare» le mormoro contro le


labbra, baciandola a fondo.

Con la lingua le accarezzo dolcemente la sua, poi seguo


il profilo del suo labbro inferiore. Le mordicchio il mento,
sentendola gemere. E, a quel punto, mi immergo
lentamente dentro di lei. Ansimo nella sua bocca,
assorbendo i suoi fremiti, il suo respiro affrettato. Mi
muovo lento, dentro di lei, mentre ripeto il gesto, più su,
con la mia lingua nella sua bocca. Le braccia di Ana
salgono a circondarmi il collo, poi le sue dita si
intrecciano ai miei capelli. I miei movimenti sono dolci,
come non lo sono mai stati. Mi muovo venerando quel
corpo che ho imparato a conoscere alla perfezione. Ogni
angolo della sua pelle è impresso a fondo nella mia testa.
Ma in questo momento non mi serve toccarla ovunque. In
questo momento sento che la connessione tra di noi è così
profonda che non esiste nessun altra cosa al di fuori di
noi due, di questo letto, di quello che stiamo
condividendo. Il mio ritmo aumenta, non veloce, ma
deciso, costante. Sento i suoi gemiti aumentare di
intensità, mentre nascondo il viso nell’incavo del suo
collo, baciandola e mordicchiandole la clavicola. Poi
risalgo, senza fermare il mio movimento, sfiorandole il
collo con la punta del naso. Poi al naso sostituisco le
labbra, roventi e desiderose di averla ancora. Mi fiondo
sulla sua bocca, imprimendo a fondo gli ultimi colpi
dentro di lei, mentre la sento stringersi attorno a me. Non
è solo il suo sesso a serrarsi, ma anche le sue gambe e le
sue braccia. Mi tiene stretto, avvinto.

«Christian...» geme nel mio orecchio, in un sussurro


pieno di spasmi, mentre viene, urlando sommessamente.

Quel suono spezzato è la mia disfatta. Io le appartengo.


Sono suo. Sono solo suo. Affondo la bocca nella sua,
baciandola a fondo, mentre mi lascio andare in uno
spasmo che mi sconquassa l’anima. Prima di crollare
rotolo di fianco, trascinandola con me. Sussulta quando
esco da lei con un gemito. Mi avvicino, depositandole un
bacio delicato sulla fronte. “Grazie. Grazie, Ana. Grazie di
esserci, di esistere. Grazie di avermi trovato”. Le sorrido,
poi mi giro, sfilando il preservativo e buttandolo a terra.
Lei afferra il suo cuscino, stendendosi sulla pancia,
mentre io torno sul fianco e le accarezzo dolcemente la
schiena, beandomi di quel tocco che mi dà la sicurezza
che lei esiste. Ed è davvero mia. Ci sorridiamo a vicenda,
appagati, esausti. Innamorati.

«E così riesci anche a essere delicato» mormora


sommessamente.

«Mmh... a quanto pare, Miss Steele» le dico con un


sorrisetto.

«Non lo eri particolarmente la prima volta che...


l’abbiamo fatto» mi dice, arrossendo.

«No?» sogghigno divertito dal suo imbarazzo.


«Quando ho rubato la tua virtù?» le domando con un
sorrisetto ironico.
«Io non credo che tu l’abbia rubata» borbotta, alzando
un sopracciglio. «Credo di averti offerto la mia virtù
piuttosto liberamente. Ti desideravo anch’io e, se ben
ricordo, mi sono piuttosto divertita» mi dice, afferrandosi
le labbra con i denti e mordicchiandole.

Il ricordo di quanto quella notte mi abbia segnato nel


profondo mi distrae per qualche attimo. Dentro di me si
fa strada la consapevolezza che quella notte abbia segnato
per sempre la mia esistenza. E ne sono felice.

«Anch’io, adesso che ci penso, Miss Steele. Il nostro


scopo è il piacere» le mormoro, guardandola con
adorazione. «E questo significa che sei mia,
completamente» aggiungo serio, sentendo una
sensazione di possessività invadermi il petto. “Mia. Mia e
di nessun altro. Dio, quanto è importante tutto questo. Io
non potrò mai ricambiare abbastanza. Non sono stato
solo suo. Ma di sicuro voglio esserlo per il resto dei miei
giorni”.

«Sì, sono tua» sussurra, guardandomi negli occhi. E


sento che non mi sta mentendo, che lei non se ne andrà
dalla mia vita. «Vorrei chiederti una cosa» aggiunge
titubante.

«Chiedi pure» le dico, preparandomi ad una sessione


dell’Inquisizione di Anastasia.

«Il tuo padre biologico... sai chi fosse?» chiede in un


sussurro.

Aggrotto la fronte. So cosa vuole sapere. Se a farmi del


male è stato un lurido bastardo qualunque. Oppure il
lurido bastardo che mi ha messo al mondo. Ma, almeno
in questo, devo ringraziare il cielo di avermi dato un solo
genitore indifferente e crudele. L’altro... l’altro
probabilmente neppure ha ami saputo della mia
esistenza. Scuoto la testa.

«Non ne ho idea. Non era il bruto che le faceva da


magnaccia, il che è già buono» le confesso.

«Come lo sai?» chiede, facendosi più vicina, mentre


stringe il cuscino più forte.

«Per qualcosa che mio padre... qualcosa che Carrick mi


ha detto» mi correggo. Per quanto lo vorrei, so bene che
Carrick non è mio padre.

Ana mi fissa, nel frattempo, in attesa.

«Sei così avida di informazioni, Anastasia» le dico in


un sospiro. «Il magnaccia ha scoperto il cadavere della
puttana e ha telefonato alla polizia. Gli ci sono voluti
quattro giorni per fare quella scoperta, comunque. È
uscito sbattendo la porta, quando se n’è andato...
lasciandomi con lei... con il suo corpo». Le riverso
addosso la mia confessione, mentre i ricordi mi
ottundono il cervello, mi asfissiano quasi. Ma ho bisogno
che lei inizia a conoscermi. Anche attraverso il mio sporco
passato. «Poi la polizia lo ha interrogato. Lui ha
dichiarato che non aveva nulla a che fare con me,
e Carrick mi ha detto che non mi assomigliava
per niente» mormoro, cercando di non pensare a lui.

Ma Anastasia affonda un colpo da maestra.

«Ricordi il suo aspetto?»


Il viso di quel porco mi si materializza davanti agli
occhi. Il suo ghigno, il suo sporco sorriso lascivo e
crudele. Il puzzo del suo alito, del suo corpo. La violenza
racchiusa nei suoi calci, nei suoi pugni. L’eccitazione
sadica che provava nel farmi urlare mentre la mia pelle
bruciava e si marchiava. Stringo gli occhi, irrigidendomi.
Quando li riapro, evito di guardarla.

«Anastasia, questa non è una parte della mia vita su


cui ritorno molto spesso. Sì, ricordo il suo aspetto. Non
me lo dimenticherò mai». Faccio una pausa, cercando di
domare la mia rabbia. «Possiamo parlare di
qualcos’altro?» le chiedo, al limite della mia pazienza.

«Mi dispiace. Non volevo turbarti» si affretta a


rispondere, mortificata.

Scuoto la testa, tentando di rassicurarla.

«È una storia vecchia. Non ho voglia di ripensarci» la


liquido frettolosamente.

«Allora, qual è la sorpresa di cui mi parlavi?» mi dice,


poggiandosi sui gomiti e guardandomi, cambiando
spudoratamente argomento.

Il pensiero della Grace era passato in secondo piano.


Mi fa tornare il sorriso.

«Ti va di uscire per una boccata d’aria?


Voglio mostrarti qualcosa» le chiedo.

«Certo» acconsente gioiosa.

Le sorrido, felice. Scherzosamente la colpisco sul


sedere nudo.

«Vestiti. I jeans andranno benissimo. Spero che Taylor


te ne abbia messi un paio in borsa»

Con un salto atletico balzo giù dal materasso,


infilandomi i boxer. Sento il suo sguardo addosso e mi
giro, lasciandola godersi al vista del mio uccello che ha già
ripreso vigore. “Mi sfogherò più tardi, Ana. Ora ti porto a
raccogliere un altro pezzo della mia vita”. Lei non accenna
a scollarmi lo sguardo di dosso.

«Su» la sprono, in tono autoritario.

Mi guarda, con un enorme sorriso sul suo bellissimo


volto.

«Stavo solo ammirando il panorama» mi dice


maliziosa.

Alzo gli occhi al cielo, con una risatina. Inizia a vestirsi


e nella stanza cala il silenzio. Ma attorno a noi aleggia una
strana aura, carica di elettricità, di erotismo, di desiderio.
Un paio di volte le passo accanto, accarezzandole il viso e
baciandola dolcemente sulla guancia.

«Asciugati i capelli con il phon» le ordino dopo esserci


vestiti.

«Prepotente come sempre» borbotta. E manca poco


non mi faccia anche la linguaccia.

Mi sorride e non resisto all’impulso di chinarmi su di


lei e poggiarle un bacio sulla testa.
«Questo non cambierà mai, piccola. Non voglio che ti
ammali» la avverto.

Alza gli occhi al cielo, e io le faccio una smorfia,


divertito dalla sua impertinenza.

«Mi prudono le mani, sai, Miss Steele?» le dico,


alzando un sopracciglio.

«Sono felice di sentirlo, Mr Grey. Cominciavo a


pensare che avessi perso smalto» ribatte, girandosi e
aggiustandosi la camicetta azzurra.

La sua affermazione mi lascia stordito. Il cazzo pulsa,


in fiamme. E io vorrei solo sbatterla di nuovo su quel
materasso e farla mia.

«Posso facilmente dimostrarti che non è così, se lo


desideri» le dico, fingendo una calma che in realtà non
provo.

Mi chino a prendere il mio maglioncino bianco, che


metto sulle spalle. Ana mi fissa di nuovo, ammaliata. É un
po’ lo stesso effetto che fa a me. Sempre. Le sorrido e le
afferro la mano, trascinandola fuori dalla camera. E quel
contatto mi tranquillizza all’istante. Sì, siamo ancora solo
noi. Solo Christian e Anastasia. Non è cambiato nulla.
Anche se ci amiamo. Forse ci siamo sempre amati.

«Dove stiamo andando esattamente?» mi chiede


mentre aspettiamo l’addetto al parcheggio, nella hall
dell’albergo.

La guardo, sfiorandomi il profilo del naso con l’indice e


poi tamburellandoci sopra, cercando di mascherare il mio
divertimento e la mia felicità. Anastasia mi sorride di
rimando. La guardo dall’alto, poi mi chino, baciandola
dolcemente.

«Hai idea di quanto tu mi faccia sentire felice?»


mormoro, e so da solo che il luccichio nei miei occhi
riflette il suo in questo momento.

«Sì... ce l’ho, e ben precisa. Perché tu fai lo stesso con


me» sussurra contro le mie labbra.

Le rubo un ultimo bacio veloce, mentre il rombo della


mia R8 ci interrompe.

«Grande macchina, signore» mi dice allegramente il


valletto, restituendomi le chiavi.

Infilo la mano in tasca, tirando fuori 50 dollari e


mettendola in mano al ragazzo quando prendo le chiavi.
Ana mi lancia un’occhiata sarcastica, alla quale rispondo
con un sorrisetto. Mettendomi al volante, mi viene in
mente che lei è ancora senza auto. ‘É senz’auto solo da
poche ore, Grey’. Sì, ma non mi importa. Voglio
rimpiazzare il disastro che ha combinato Leila. Eva
Cassidy ci avvolge con la sua voce, mentre rifletto su dove
portarla ad acquistare una nuova automobile. “Pensa
Christian, pensa”. Sento che è una cosa che devo
assolutamente fare. Poi mi viene in mente che nei paraggi
c’è una concessionaria Saab. Perfetto. Non mi azzarderei
a comprarle un’altra Audi rossa per nulla al mondo.

«Devo fare una deviazione. Non ci vorrà molto» le


dico, mentre mi arrovello il cervello pensando a come
dirle che le sto comprando un’auto.
La prima volta è stato relativamente facile. L’ho
praticamente costretta ad accettare, blandendola con un
paio di sorrisi e la promessa di una notte di sesso
allettante. Ora le cose sono molto diverse. E poi, quale
modello è il più adatto a lei. Mmmmm... credo di averlo
individuato.

«Certo» mormora lei, senza capire.

Intravedo il cancello della concessionaria, accendo la


freccia e svolto. Fermo l’auto e la guardo, scrutando al sua
espressione.

«Dobbiamo comprare una macchina nuova per te» le


dico.

Ana mi guarda alzando le sopracciglia e spalancando la


bocca. Si gira intorno, dando un’occhiata all’insegna.

«Non un’Audi?» chiede, quasi scioccata.

Per la seconda volta da quando la conosco, arrossisco,


imbarazzato dal mio stupido comportamento.

«Pensavo che avresti apprezzato qualcosa di diverso»


mormoro, a disagio, abbassando lo sguardo. Quando lo
rialzo, quasi immediatamente, lei mi lancia un sorrisetto
ironico.

«Una SAAB?» chiede, incredula.

«Sì. Una 9-3. Vieni» le dico, aprendo lo sportello.

«Perché sempre macchine straniere?» mi chiede, senza


muoversi.
«I tedeschi e gli svedesi fanno le auto più sicure del
mondo, Anastasia» le spiego.

«Pensavo che mi avessi già ordinato un’altra Audi A3»


chiede, divertita.

“Ti prendi gioco di me, Miss Steele, non è vero?”. Le


lancio uno sguardo divertito.

«Posso annullare l’ordine. Vieni»

Mentre scendo dall’auto e mi sposto al suo lato per


aprirle lo sportello, ripenso alle sue parole. In realtà no.
Non ho ordinato nessuna Audi. Ero troppo impegnato a
proteggerti, Anastasia. Le apro la portiera.

«Ti devo un regalo di laurea» le dico affettuosamente,


tendendole la mano e aiutandola a scendere.

«Christian, non c’è nessun obbligo» mi dice,


rimettendosi in piedi.

«Sì che c’è. Per favore. Vieni» le dico serio.

C’è eccome l’obbligo, Ana. Devo proteggerti, tenerti al


sicuro. La sua espressione è confusa, mi sembra anche di
vederla rabbrividire. Ma mi prende la mano e mi segue
dentro.

Turniasky, il venditore, ci tratta con riverenza. Credo


che potrebbe addirittura srotolare un tappeto rosso sul
quale far camminare me e la mia signora per tutta la
concessionaria.

«Una SAAB, signore? Usata?»


Lo guardo con un’espressione feroce.

«Nuova» ribatto, stringendo forte le labbra.

«Ha in mente un modello, signore?» mi chiede,


viscidamente.

«Una 9-3 2.0T Sport Sedan» dico senza batter ciglio.

«Scelta eccellente, signore»

«Di che colore, Anastasia?» chiedo a lei, piegando la


testa di lato.

«Ehm... nera?» risponde stringendosi nelle spalle.


«Davvero, non c’è bisogno che tu lo faccia»

Ignoro volutamente la seconda parte della sua frase,


concentrandomi sulla prima, accigliato.

«Il nero non si vede bene di notte» le spiego pratico.

Ana stringe forte la mascella, trattenendosi dall’alzare


gli occhi al cielo, esasperata.

«Tu hai una macchina nera» borbotta, mentre la fisso,


rimproverandola con lo sguardo. «Giallo canarino,
allora» mi dice, alzando le spalle rassegnata.

Faccio una smorfia, contrariato.

«Di che colore vuoi che la scelga?» chiede, sconfitta.

«Argento o bianca» le rispondo, soddisfatto.


«Argento, allora. Sai, prenderò l’Audi» aggiunge per
provocarmi, incrociando le braccia.

“Non ti sto trattando da Sottomessa, Ana. Sto solo


pensando alla tua sicurezza”.

Turniasky impallidisce visibilmente, non capendo,


ovviamente, il sarcasmo di Ana.

«Forse le piacerebbe la decappottabile, signora?»


chiede rivolgendosi direttamente a lei, capendo che,
nonostante tutto, la decisione è sua.

L’espressione di Anastasia si fa strana, come se l’idea


l’allettasse. E non poco.

Aggrotto la fronte.

«Decappottabile?» le chiedo, con un sopracciglio


alzato.

Arrossisce di colpo, poi abbassa gli occhi, fissandosi le


dita. Trattengo un sorriso, mentre mi giro verso
Turniasky.

«Quali sono le statistiche sulla sicurezza della


decappottabile?» chiedo.

Il venditore si dilunga nello spiegarmi tutte le


caratteristiche del modello, mentre lo ascolto
attentamente. Quando mi giro a guardarla la trovo lì a
fissarmi, con un assurdo sorriso sul viso, che fa sorridere
anche me.

«Qualsiasi cosa tu abbia preso, ne vorrei un po’


anch’io, Miss Steele» mormoro divertito mentre il
venditore si sposta al computer.

«Sono ubriaca di te, Mr Grey» mi sussurra, gioiosa.

«Davvero? Bè, di certo hai l’aria ebbra» la prendo in


giro con un sorrisetto, baciandola velocemente sulle
labbra. «E grazie per aver accettato la macchina. È stato
più facile dell’ultima volta» le dico, tirando una sorta di
sospiro di sollievo.

«Bè, non è un’Audi A3» mi risponde, dondolandosi sui


piedi come una bambina che è stata appena viziata dal
papà.

Sul mio viso si allarga un sorriso malizioso.

«Quella non è la macchina per te» le dico,


rimettendole a posto una ciocca di capelli castani dietro
l’orecchio.

«Mi piaceva» ammette, piegando la testa di lato.

«Signore, la 9-3? Ne ho una nel nostro concessionario


di Beverly Hills. Posso farla arrivare in un paio di giorni»
ci interrompe Troy con un sorriso viscido.

«Il top della gamma?» ribatto glaciale.

«Sì, signore»

«Eccellente»

Tiro fuori la carta di credito e gliela porgo, mentre ci


avviamo nell’ufficio di Troy per concludere l’acquisto.
Apro la portiera di Ana e aspetto che si accomodi. Poi
salgo al mio posto, sistemandomi.

«Grazie» mi sussurra mentre infilo le chiavi e metto in


moto.

Mi giro e le sorrido.

«Di nulla, Anastasia, davvero»

Lo stereo si riaccende, riportando tra noi una musica


dolce e confortante.

«Chi è la cantante?» mi chiede curiosa.

«Eva Cassidy»

«Ha una bellissima voce»

«È vero, ce l’aveva» commento.

«Oh»

«È morta giovane»

«Oh»

Sorrido tra me e me. Sembra quasi si senta in colpa


anche per questo.

«Hai fame? Non avevi finito la tua colazione» le dico,


guardandola severamente.

«Sì» ammette, con un piccolo e delizioso broncio.

«Prima il pranzo, allora» le dico, tornando a guardare


la strada mentre premo sull’acceleratore.

Tra di noi cala il silenzio. Carico di promesse,


aspettative, desiderio. Il mio forse, più forte del suo. Ma
aleggia anche una certa aura di paura. Leila forse non ci
starà seguendo, ma la sua ombra sì. Ed entrambi siamo
capaci di percepirla, anche quando non vorremmo sentire
altro che noi. Finalmente arriviamo. Svolto a sinistra e
seguo la strada costiera, fino a fermarmi nel parcheggio di
fronte al porticciolo turistico.

«Mangeremo qui. Ti apro la portiera» le dico,


inchiodandola al sedile.

Scendo a faccio il giro. Una volta che ha messo i piedi a


terra, la lascio appoggiarsi al mio braccio mentre ci
incamminiamo sul lungomare. La osservo, mentre il
venticello le scompiglia i capelli.

«Quante navi» mormora, meravigliata, osservando le


centinaia di imbarcazioni nel Puget Sound. Si stringe
addosso la giacca, infreddolita.

«Freddo?» le chiedo, anche se, senza aspettare


risposta, la attiro contro di me, stringendola forte.

«No, stavo solo ammirando la vista» mi dice con un


sorriso dolce.

Ha ragione, la vista è incantevole. Ma ora lei deve


mangiare.

«Potrei stare a fissarla tutto il giorno. Vieni, da questa


parte» mormoro, guidandola all’interno del bar.
La conduco verso il bancone, dove scorgo Dante, il
barman. Ana si guarda intorno ammirata.

«Mr Grey!» mi saluta Dante, con calore. «Che cosa la


porta qui oggi?» chiede gioviale.

«Dante, buongiorno» gli dico sorridendo. Poi faccio le


presentazioni. «Quest’adorabile signora è Anastasia
Steele»

«Benvenuta» le dice lui con fare amichevole. «Che cosa


vuole bere, Anastasia?»

Lei si gira verso di me, che la guardo, aspettando la sua


ordinazione. Sembra quasi sorpresa. ‘Forse è perché di
solito non le lasci molta scelta, Grey’.

«Mi chiami Ana, per favore. Prendo qualsiasi cosa beva


Christian» risponde alla fine, con un sorriso timido.

Mi viene da ridere perché so che sta delegando a me la


scelta di quello che crede vino. Ma non ho nessuna
intenzione di bere vino oggi.

«Io prenderò una birra. Questo è l’unico bar di Seattle


dove puoi ordinare una Adnams Explorer» le dico con un
sorriso.

«Una birra?» chiede, alzando le sopracciglia.

«Sì» ridacchio. «Due Explorer, per favore, Dante»

Il barman annuisce prepara le due birre sul bancone di


fronte a noi.
«Fanno una zuppa di pesce deliziosa qui» le dico,
osservandola, in attesa della sua conferma. ‘Potrebbe
anche rifiutare, in realtà. É una risposta quella che
dovresti volere, Grey. Non una conferma’. Ok, sì.
Dannazione, però! Un passo per volta.

«Zuppa di pesce e birra, sembra fantastico» risponde


lei.

Sembra quasi soddisfatta. E lo sono anch’io.

«Due zuppe?» chiede Dante, porgendoci le birre.

«Sì, grazie» confermo l’ordine.

Durante il pranzo mi lascio andare. Dopo la


confessione, dopo la profondità dei sentimenti che ho
scoperto di provare per lei, non c’è nulla che io possa
nascondere a questa donna. Assolutamente nulla. ‘Bè,
forse una cosa c’è ancora, Grey’. Già. Forse una c’è. Ma so
che devo dirle anche quello. Devo solo pensare ad un
modo. Devo trovare il momento adatto. Magari... magari
un po’ per volta. ‘Se ne andrebbe, Grey. Scapperebbe via
sulla luna e non vorrebbe vederti mai più, amico. Tieniti
l’unica cosa buona che ti potrà mai capitare nella vita. E
chiuditi quella cazzo di bocca’. Per un attimo la fisso,
senza ascoltare quello che mi sta dicendo. Non voglio
perderla. Non voglio che vada via. Voglio solo tenerla con
me per sempre. Ogni santissimo giorno di questa
fottutissima vita.

«... e così sono tornata a Montesano, da Ray»

Mi riscuoto a quelle parole.


«Sei adorabile, Ana» le mormoro senza riuscire a
smettere di toglierle gli occhi di dosso.

Mi fissa per un attimo, arrossendo. Le sorrido e


riprendo a conversare con lei, cercando di scoprire il più
possibile. Quando finalmente ci alziamo, dopo aver
pagato il conto, mi sento sempre più convinto della
decisione che mi sta frullando in testa. Ho bisogno di
vedere Flynn e parlarne anche con lui. Ma, onestamente,
neppure un esercito potrebbe farmi cambiare idea. Devo
solo trovare il modo. Solo...

«Questo posto è fantastico. Grazie per il pranzo» mi


dice mentre le prendo la mano, accompagnandola fuori.

«Ci torneremo» le dico. «Voglio mostrarti qualcosa»


aggiungo, improvvisamente in ansia.

Ci tengo che oggi tutto sia per noi due. Voglio che si
rilassi. E che sia felice. É il mio obiettivo di vita rendere
felice questa donna meravigliosa.

«Lo so... e non vedo l’ora, qualsiasi cosa sia» mi dice,


credo trattenendosi a stento dal saltellare.

Passeggiamo tra la gente, come una coppia normale. In


questo momento non esistono stanze rosse delle torture,
frustini e manette, o ex sottomesse pazze. Esiste il nostro
amore. Solo quello. Ana ammira le navi, che si fanno più
grandi mentre andiamo avanti. La guido lungo la
banchina, fino a quando non arriviamo di fronte alla
Grace.

«Ho pensato che potevamo uscire per mare nel


pomeriggio. Questa è la mia barca» le dico ansioso per la
sua reazione.

Ana rimane a bocca spalancata, ad ammirare il mio


enorme catamarano. ‘Dovresti smetterla di mostrarle cose
enormi per la prima volta, Grey’. Sorrido tra me e me,
guardando con orgoglio gli scafi bianchi e affusolati della
Grace, il ponte, la cabina spaziosa e l’albero maestro che
domina dall’alto.

«Wow...» mormora stupita.

«L’ha voluta la mia società» le dico con orgoglio. «È


stata interamente progettata dai migliori architetti navali
del mondo e costruita qui a Seattle, nel mio stabilimento.
Ha un’unità elettrica ibrida, derive a baionetta
asimmetriche, una randa a picco...»

«Okay... mi sono persa, Christian» mi interrompe,


guardandomi con gli occhi enormi.

Le faccio un gran sorriso.

«È una barca bellissima» aggiungo.

«Sembra imponente, Mr Grey»

«Lo è, Miss Steele»

«Come si chiama?»

Invece di rispondere la tiro di lato, facendola sporgere


appena per leggere il nome scritto sulla fiancata. GRACE.

«Si chiama come tua madre?» mi dice aggrottando la


fronte, stupita.
«Sì». Piego la testa di lato, guardandola con aria
interrogativa. «Perché, lo trovi strano?» le chiedo.

Si stringe nelle spalle, tornando a fissare la scritta sulla


barca, come se non lo credesse possibile.

«Adoro mia madre, Anastasia. Perché non avrei dovuto


chiamare la barca come lei?» le chiedo, continuando a
non capire il suo stupore.

Lei arrossisce violentemente.

«No, non è questo... è solo che...» si blocca, senza


sapere come continuare.

«Anastasia, Grace Trevelyan mi ha salvato la vita. Le


devo tutto» le dico, guardandola dritto negli occhi,
lasciando trasparire tutta l’adorazione che provo nei
confronti di mia madre. Mi ha dato tutto. Mi ha dato una
vita, una casa. Mi ha dato da mangiare.

Sospiro, cambiando argomento. Non voglio perdermi


nella tristezza dei ricordi. Voglio perdermi dentro di lei.

«Vuoi salire a bordo?» le chiedo, eccitato sia per la sua


vicinanza che per il fatto che è la prima donna che porto a
bordo della Grace. La prima e l’unica. Oltre Grace e Mia,
ovvio.

«Sì, certo» mi dice con un sorriso bellissimo.

Le prendo la mano e la conduco lungo la stretta


passerella e poi a bordo, sul ponte, dove la tettoia rigida ci
ripara dal sole. Si gira intorno, ammirando il tavolo e la
panca rivestita d’azzurro. Poi la vedo sussultare. Mi giro
anch’io nella direzione in cui sta guardando, verso
l’interno della cabina, e scorgo Mac, alto e biondo, nella
sua polo chiara a maniche corte.

«Mac»

Sorrido all’uomo che si prende cura della mia barca.

«Mr Grey! Bentornato!» mi accoglie calorosamente,


stringendomi la mano.

«Anastasia, questo è Liam McConnell. Liam, la mia


fidanzata, Anastasia Steele»

Ana sorride timida, stringendogli la mano che lui le


tende.

«Piacere» dice.

«Mi chiami pure Mac» aggiunge lui amichevole.


«Benvenuta a bordo, Miss Steele»

«Ana, per favore» mormora lei, arrossendo.

«Come si sta comportando, Mac?» intervengo,


togliendola dall’imbarazzo, rivolgendomi a Mac.

«È pronta a ballare il rock and roll, signore» risponde


lui, entusiasta.

«Mettiamoci in moto, allora» annuncio, piagando il


collo a destra e sinistra e preparandomi per uno dei mie
hobby preferiti.

«La porterà fuori?» si informa lui.


«Sì» dico con un sorrisetto. Poi mi rivolgo ad Ana. «Un
rapido giro turistico, Anastasia?». Anche se,
onestamente, l’unico giro turistico che ho in mente è sul
letto che ci attende di là.

«Sì, certo» annuisce entusiasta.

Mi addentro nella cabina e Ana mi segue, ammirando


il divano in pelle, color crema, sovrastato da
un’imponente finestra ad arco che offre una vista
panoramica del porto, e la cucina in legno chiaro sulla
sinistra.

«Questo è il salone. La cucina di bordo, di fianco» le


spiego, indicandogliela.

Poi la prendo per mano, guidandola verso la cabina


principale. Moderna, raffinata, con il pavimento di legno
chiaro.

«Le camere da letto sono su entrambi i lati» le spiego,


indicandole due porte.

Apro quella più piccola ed entriamo nella mia cabina.


Anastasia ammira l’enorme letto matrimoniale in legno
chiaro e lino azzurro. Ricorda la mia camera all’Escala e
sono sicura che lei lo abbia notato.

«Questa è la cabina del capitano» le dico, fissandola


con desiderio. «Sei la prima donna a entrare qui, a parte
quelle della mia famiglia» aggiungo, sorridendole
malizioso. «Loro non contano»

Arrossisce, abbassando lo sguardo. Sorrido, attirandola


in un abbraccio. Le mie dita scivolano tra i suoi capelli,
tirandole la testa delicatamente all’indietro. La guardo e
poi mi chino su di lei, baciandola a fondo e a lungo. La
stringo, mentre lascio spazio alla passione, e i nostri corpi
aderiscono perfettamente. Il suo calore è così confortante
e rassicurante. Infonde speranza in ogni angolo della mia
vita. Salire su questa barca non sarà più la stessa cosa
dopo oggi. Avrò un ricordo di lei anche qui dentro, come
in ogni anfratto della mia esistenza. Sento il suo cuore
battere forte, quando ci stacchiamo, entrambi con il fiato
corto.

«Potremmo battezzare questo letto» le sussurro contro


le labbra.

Sento il suo corpo scosso da un fremito di desiderio. I


miei occhi scorrono sulla pelle arrossata del suo collo e
nella scollatura della sua camicetta.

«Ma non adesso. Vieni, dobbiamo liberarci di Mac» le


dico, divertito. La prendo per mano e la conduco nel
salone, indicandole un’altra porta. «Lì dentro c’è l’ufficio,
e qui di fronte altre due cabine» le spiego.

«Perciò quante persone possono dormire a bordo?» mi


chiede sospirando, mentre cerca di riprendersi.

«Ci sono sette posti letto. Finora ho ospitato solo la


mia famiglia. Mi piace navigare da solo. Ma non da
quando ci sei tu. Ho bisogno di tenerti d’occhio» le dico,
percorrendo il suo corpo meraviglioso da capo a piedi con
lo sguardo.

Mi giro e frugo nella cassapanca di fronte a me, tirando


fuori un giubbotto salvagente. Non voglio che cada in
acqua e si faccia del male. ‘Ma ti senti, Grey?’. Stizzito,
zittisco il mio cervello, infilandole il giubbotto.

«Ecco» le dico, stringendo forte le cinghie.

Sorrido, alzando un sopracciglio, mentre il mio uccello,


giá provato dal bacio di poco fa, si tende al di sotto della
stoffa dei pantaloni. Lascio scorrere le dita sulle cinghie
prima di allontanarle.

«Ti piace legarmi, vero?» mi dice, quando alzo lo


sguardo di nuovo su di lei.

«In tutti i modi» le dico con voce roca, fissandola.

«Sei un pervertito» mi dice, sorridendomi maliziosa.

«Lo so» ribatto, mentre il mio sorriso si allarga.

«Il mio pervertito» sussurra, e la sua voce bassa e


vogliosa mi accarezza tutto il corpo.

Sono sempre più eccitato.

«Sì, tuo» confermo piano, attirandola a me e


baciandola a fondo. «Sempre» aggiungo in un sussurro
quando mi stacco da lei e la lascio andare.

«Vieni» le dico, prima di perdere completamente il


controllo e farla mia immediatamente.

Le prendo la mano, conducendola sugli scalini che


portano nell’abitacolo dove c’è il posto di comando, con il
timone. Mac è a prua, che armeggia con alcune corde.

«È qui che hai imparato tutti i giochetti con le corde?»


mi chiede ad un tratto, sbattendo le palpebre
innocentemente.

«Il nodo parlato mi è stato utile» le dico, ammirato


dalla sua audacia. «Miss Steele, mi sembri curiosa. Mi
piaci quando sei curiosa, piccola. Sarei più che felice di
mostrarti cosa posso fare con una corda» le dico,
lasciandomi andare al mio desiderio. Ma me ne pento
subito quando noto la sua espressione allarmata. Mi
mordo l’interno della guancia, maledicendomi. ‘Non
vuole, Grey. Non fare il coglione. Tieni la tua perversione
in tasca per cortesia’.

«Beccato!» mi dice all’improvviso, scoppiando a


ridere.

Il sollievo mi invade istantaneamente, mentre sorrido e


la guardo con gli occhi stretti a fessura. “Piccola
impudente. Sexy. Ma impudente”.

«Me la vedrò con te più tardi, ora devo guidare la


barca» annuncio con finta arroganza, accomodandomi
davanti ai comandi. Premo il bottone di accensione e i
motori si accendono. Mac corre a slegare la fune che ci
tiene ancorati al porto, mentre io contatto la guardia
costiera via radio. Ana guarda i movimenti di Mac, e per
un attimo sono geloso. Poi si gira, stringendosi nelle
spalle e sorridendomi maliziosa. “Chissà cosa pensa
quella tua bellissima testolina, Miss Steele”. Dal piano
inferiore Mac dà il via libera per la partenza. Lentamente
usciamo dall’ormeggio e puntiamo verso l’ingresso del
porto. Sorrido quando Anastasia saluta la piccola folla di
curiosi che si è radunata sulla banchina dietro di noi,
salutandoci mentre partiamo. Ma il mio corpo già la
reclama. Mi volto verso di lei, attirandola tra le mie
gambe. Le indico rapidamente i vari quadranti ed arnesi.

«Afferra il timone» le ordino e, con mia sorpresa, lei


non protesta, ma obbedisce prontamente.

«Sì, capitano!» ridacchia felice, e quel suono mi


inorgoglisce ancora di più.

“La mia donna e la mia barca. Niente può superare


questo momento”. Metto le mani sulle sue, guidando i
suoi movimenti e insieme facciamo uscire la Grace dal
porto. Pochi minuti dopo navighiamo lungo il Puget
Sound. Il vento ci accarezza deciso il viso e io mi sento
felice ed eccitato come un bambino. Anche lei sorride,
girandosi a guardarmi per un attimo, per poi puntare di
nuovo lo sguardo all’orizzonte.

«È tempo di navigare» le dico, entusiasta. «Ecco.


Prendi tu la barca. Mantienila su questa rottamare » le
dico con gli occhi che luccicano per la gioia.

Ana si gira a guardarmi con terrore. “Sì, Anastasia.


Voglio che tu piloti la mia barca. Voglio dimostrarti che
anch’io sono capace di darti fiducia”. Le sorrido, felice.

«Piccola, è davvero facile. Reggi il timone e tieni gli


occhi sull’orizzonte, sopra la prua. Sarai bravissima. Lo
sei sempre. Quando le vele si alzano, sentirai la
resistenza. Limitati a tenere la barca stabile. Quando ti
faccio così...» le dico, mimandole il gesto di tagliarmi la
gola «escludi i motori. Questo bottone» aggiungo,
indicandole un grosso pulsante nero sulla destra.
«Capito?» le dico, guardandola con un sorriso
rassicurante.
«Sì» annuisce, in preda al panico.

Le do un bacio veloce sulle labbra, poi mi alzo dal mio


sedile ed esco sulla parte anteriore della barca. Raggiungo
Mac e insieme iniziamo a srotolare le vele, disfare le funi
e rendere operativi argani e pulegge. Sento lo sguardo di
Ana correre lungo la mia schiena, mentre io e Mac ci
diamo da fare. Ma la lascio condurre la barca in santa
pace, senza farle pressione. Issiamo la randa e il
catamarano sbanda, sfrecciando in avanti. Sorrido
mentre penso al panico che deve aver provato Ana, da
sola nella cabina di pilotaggio. Quando anche la vela
anteriore è a posto mi giro nella sua direzione.

«Tieni la barca stabile, piccola, ed escludi i motori!» le


urlo, facendole il segnale che abbiamo convenuto
insieme.

La vedo annuire con entusiasmo e pochi attimi dopo il


rombo dei motori cessa. La Grace veleggia tranquilla, ora,
sfiorando delicata l’acqua.

«Mac, arriviamo fino a Bainbridge. Poi, preferirei stare


da solo con Anastasia per un po’. Ti chiamo quando
dobbiamo rientrare»

Mac annuisce con un sorriso e io mi affretto a salire da


Anastasia, piazzandomi di nuovo dietro il suo corpo. Le
mie mani scorrono di nuovo sulle sue.

«Che cosa ne pensi?» le grido, al di sopra del rumore


del vento e del mare.

«Christian! È fantastico!» urla entusiasta, girando il


viso verso di me.
Mi illumino, mentre un sorriso di pura gioia mi si
spiaccica sul viso.

«Aspetta che lo spinnaker sia issato» le dico, indicando


con il mento Mac che spiega la vela rosso scuro.

«Colore interessante» mi grida, dopo averla squadrata


con curiosità.

“Molto arguta, Miss Steele”. Le faccio un sorriso da


predatore e le strizzo l’occhio con complicità. Mentre la
Grace sfreccia a tutta velocità, noto che il suo sguardo
passa in rassegna le vele.

«Vele asimmetriche. Per la velocità» le spiego con un


piccolo sorriso.

«È incredibile» mormora, con gli occhi sgranati e


attenti ad ogni dettaglio.

“Dio se mi piace averla qui”. La lascio ammirare il


panorama, mentre io mi godo la vista privilegiata di Miss
Anastasia Steele con il viso arrossato dal vento e dall’aria
fresca e gli occhi azzurri che rispecchiano la calma e la
profondità del mare. “Ti amo, Anastasia. Ti amo come
non credevo potesse mai essere possibile”.

«A quanto stiamo andando?» mi chiede quando torna


a fissarmi.

«Quindici nodi»

«Non ho idea di cosa significhi» dice con un sorriso.

«Circa trenta chilometri orari» le spiego, scostandole si


capelli dal viso e baciandole la tempia.

«Tutto qui? Mi sembrava più veloce»

Stringo la sua mano sul timone.

«Sei adorabile, Anastasia. È bello vedere un po’ di


colore sulle tue guance... e non perché arrossisci. Sei
proprio come nelle foto che ti ha fatto José» le dico,
all’orecchio.

Lei si gira subito e le sue morbide labbra incontrano le


mie. La sua lingua cerca la mia con insistenza e quella
particolare dolcezza che solo lei sa infondere in un bacio.

«Tu sì che sai come far divertire una ragazza, Mr Grey»


mi mormora contro la bocca, quando si stacca da me.

«Il nostro scopo è il piacere, Miss Steele» le sussurro.

Le raccolgo i capelli con le mani, alzandoglieli, e la


bacio piano sulla nuca. Un brivido la percorre da capo a
piedi.

«Mi piace vederti felice» le mormoro contro la pelle,


stringendola più forte al mio corpo.

Ana poggia la testa contro il mio torace e ci rilassiamo,


entrambi in silenzio. Ogni tanto ridacchiamo, ci
accarezziamo, ci baciamo. É tutto così normale. E
straordinario allo stesso tempo. Le nostre carezze si fanno
sempre più intime, sempre più provocanti, come i nostri
sorrisi. Ci baciamo con passione, quasi voracità a volte.
Quando un’ora più tardi ci ancoriamo in una piccola
insenatura poco oltre l’isola di Bainbridge e Mac scende a
terra con il gommone, afferro la mano di Anastasia e la
trascino nella mia cabina. Sono eccitato e non desidero
altro che perdermi nel suo fantastico corpo. Velocemente
le sfilo il giubbotto di salvataggio, gettandolo da una
parte. La fisso con bramosia, mentre sento già l’uccello
fare male dalla voglia. Il suo respiro eccitato mi fa quasi
perdere la ragione. Mi lecco le labbra, mentre la mia
mano destra sale a sfiorarle il viso, il mento e la gola, fino
al primo bottone della sua camicetta azzurra

«Voglio vederti» sospiro con desiderio, slacciandole il


bottone.

Ana respira a fatica, sospira, quasi geme, mentre la


bacio delicatamente sulle labbra rosee. Faccio un passo
indietro, guardandola.

«Spogliati per me» sussurro, guardandola


ardentemente.

Obbedisce senza esitare, sorprendendomi, come


sempre.

Non stacca gli occhi dai miei mentre, lentamente,


slaccia tutti i bottoni della camicetta azzurra, godendo di
ogni mio sguardo. Le accarezzo la pelle con gli occhi,
pensando a come farla godere più e più volte. Il mio
desiderio si fonde con il suo. Non riesco a staccarle gli
occhi di dosso e il mio uccello, Cristo se fa male! É
favolosa. Erotica, sexy, sensuale, dolce, maliziosa. É mia,
soprattutto. Abbassa le braccia, lasciando scorrere la
camicetta sulla sua pelle, facendola cadere a terra. Le sue
dita si spostano sul bottone dei jeans.

«Fermati» le ordino, trattenendomi a stento dal


strapparle i pantaloni di dosso. «Siediti»

Ana si accomoda sul bordo del letto. Mi avvicino e mi


inginocchio davanti a lei, sfilandole lentamente le scarpe
da ginnastica e le calze. Le prendo il piede sinistro,
accarezzandolo e baciandole l’alluce, prima di
mordicchiarlo scherzosamente.

«Ah!» geme, mentre sono sicuro di vederla contrarre il


suo sesso.

Immagino com’è bagnata lì sotto. Non vedo l’ora di


affondare dentro quel lago di piacere. Mi rialzo, facendola
sollevare dal letto insieme a me.

«Continua» le dico, allontanandomi di un passo e


guardandola di nuovo in attesa.

Inspira, abbassando la cerniera dei jeans. Lentamente


infila i pollici nella cintura, poi, con un sopracciglio alzato
e lo sguardo fisso nel mio, ancheggia lenta, fino a farsi
scivolare i jeans lungo le gambe. “Cristo santo!”. Sento
che sto per esplodere. La visione di Ana in reggiseno e
perizoma di pizzo bianco mi sta uccidendo. É una morte
lenta, e molto dolorosa. Soprattutto per il mio inguine.
Un sorriso mi affiora sulle labbra, mentre guardo
incantato i suoi movimenti. Rimane in piedi,
guardandomi. Poi, lentamente, in modo quasi straziante,
raggiunge il gancio del reggiseno dietro la schiena e lo
slaccia, lasciandolo scivolare sulla sua pelle candida. Con
la stessa lentezza sfila il perizoma, chinandosi fino alle
caviglie, uscendone con grazia. I miei occhi sono incollati
alla sua pelle nuda e risalgono insieme a lei. Siamo l’uno
di fronte all’altra. In silenzio. Mi sfilo il maglioncino dalla
testa e poi faccio lo stesso con la t-shirt. Poi sfilo
velocemente scarpe e calzini, senza smettere di fissarla.
Le mie mani scendono sul bottone del jeans, ma il
desiderio nei suoi occhi aumenta. Si passa la lingua sul
labbro inferiore, facendo un passo avanti.

«Lascia fare a me» sussurra, guardandomi con aria


provocante.

Le mie labbra si contraggono in un moto di stupore,


poi sorrido, passandomi la lingua sui denti. Allargo le
braccia e la guardo.

«Accomodati» le dico con voce roca.

Si avvicina, infilando le dita nella cintura dei jeans e


tirandomi, in modo da avvicinarmi. Sussulto
leggermente, preso alla sprovvista, mentre un desiderio
nuovo e pressante mi strazia lo stomaco. Slaccia il
bottone dei miei pantaloni, ma prima di abbassare la zip
mi accarezza lentamente l’uccello al di sopra del tessuto.
Stringo gli occhi e contraggo i muscoli delle cosce,
spingendomi verso la sua mano piccola e delicata. Voglio
di più. Voglio molto, molto di più.

«Stai diventando così sfrontata, Ana, così coraggiosa»


le sussurro, spalancando di nuovo gli occhi e afferrandole
il viso con entrambe le mani.

Mi impossesso delle sue labbra, forte e deciso. Le sue


mani si poggiano sulla mia vita, stringendomi forte.

«Lo sei anche tu» mormora a bassa voce, contro le mie


labbra.
I suoi pollici mi torturano piano, disegnando cerchi
lenti sulla mia pelle. Sorrido, lasciandomi andare al suo
tocco. Poi la fisso a fondo.

«Arriviamo al punto» le propongo con un sorrisetto.

Ana sposta le mani sul davanti dei miei jeans, tirando


giù la cerniera. Mi infila le dita nei boxer, accarezzandomi
i peli pubici e poi... “Oh, cazzo. Cazzo, cazzo, cazzo!”. Mi
stringe forte l’uccello, accarezzandomi fino a farmi
fremere. Gemo, poggiando la fronte contro la sua. La mia
bocca percorre la sua guancia e guaisce sulle sue labbra.
La bacio di nuovo, possessivo, mentre lei mi esplora
piano. La cingo con il braccio destro, poggiandole la
mano aperta sulla schiena nuda. L’altra mano risale nei
suoi capelli e la trattiene contro le mie labbra, in modo
che io possa cibarmi di lei.

«Oh, ti voglio così tanto, piccola» sospiro,


allontanandomi di un passo e sfilandomi velocemente i
jeans. E i boxer. Sfilo un preservativo dalla tasca e lo getto
sul letto.

La sento inspirare forte, mentre i suoi occhi si


soffermano sul mio torace nudo.

«Che cosa c’è, Ana?» mormoro, accarezzandole il viso.

“Lo so cosa c’è. Lo so. Ma devi accettarle, Ana. Io non


so se potrò mai farlo. Ma tu devi imparare a conviverci
come ho fatto io. Sopportale per me. Sopportale con me,
ti prego”. Come per rispondere alla mia richiesta
inespressa, lei alza lo sguardo e mi fissa decisa.

«Niente. Fa’ l’amore con me, adesso» mi dice


dolcemente.

La tiro verso di me, baciandola e lasciando scorrere le


dita nei suoi capelli. La tengo stretta, mentre le nostre
lingue si amano al nostro posto. Poi mi stacco da lei,
portandola verso il letto e lasciandola distendere. Mi
sdraio accanto a lei, lasciando scorrere il naso sul profilo
delicato del suo mento, mentre le sue dita mi accarezzano
i capelli.

«Hai idea di quanto sia squisito il tuo profumo? È


irresistibile» le dico mentre le sfioro la gola delicata,
sempre con il naso, per poi passare ai seni, dove la bacio
dolcemente. «Sei così bella» mormoro mentre lei
sussulta. Prendo in bocca un capezzolo e lo succhio piano,
a fondo.

Ana geme, inarcandosi sul letto.

«Fatti sentire, piccola»

La mia mano scorre sulla sua pelle, fino alla sua vita,
mentre il suo corpo si inarca sotto le mie carezze. Le
succhio voracemente i seni morbidi e sodi, mentre le mie
dita scorrono ovunque, esplorandola a fondo. Quando
arrivo al ginocchio, le tiro su la gamba all’improvviso,
piegandola sopra i miei fianchi. Spingo la mia erezione
tra le sue gambe, strusciandomi addosso a lei mentre
sussulta. Sorrido contro il suo seno, rotolando sulla
schiena e portandola sopra di me. Allungo la mano e
trovo il preservativo, passandoglielo. Ana scivola sulle
mie gambe, afferrando il mio uccello che pulsa
violentemente. Si china lentamente su di me, baciandone
la punta. Poi apre la bocca e lo succhia delicatamente e
lentamente, stringendolo forte. La sua lingua turbina in
circolo. Torna a succhiare forte. Sono senza fiato, senza
parole, sto per venire. Ma non ho la forza di staccarla da
me. Cristo santo, è splendido! Gemo forte, inarcando i
fianchi e spingendomi tutto nella sua bocca. “Cristo
santissimo! Sono tuo. Sono completamente tuo. Fammi
quello che vuoi, Anastasia!”. Ma lei succhia un’ultima
volta, fortissimo. Poi si stacca, guardandomi e leccandosi
le labbra. Sono senza fiato e non posso fare altro che
guardarla. Velocemente apre la bustina del profilattico e
lo srotola su di me. Allungo una mano verso di lei, che
afferra prontamente, e poi l’aiuto a posizionarsi su di me.
Lentamente, senza smettere di guardarmi, affonda su di
me, accogliendomi tutto dentro di lei. Gemo ancora,
profondamente, e così fa lei. Con le mani le afferro i
fianchi, iniziando a spingermi dentro di lei. I suoi seni
meravigliosi sobbalzano per il nostro movimento. Chiude
gli occhi e geme sonoramente, accendendo ancora di più
il mio desiderio.

«Oh, piccola» le sussurro piano.

Faccio leva sulla schiena a mi tiro su, in modo da


tenerla di fronte. Anastasia sussulta, spalancando gli
occhi e afferrandomi i bicipiti.

«Oh, Ana, cosa mi fai provare» mormoro, baciandola a


fondo.

Lei si preme ancora di più su di me. Poi spalanca gli


occhi, inchiodandomi al suo sguardo.

«Ti amo» mormora dolcemente contro le mie labbra.

Gemo, per il desiderio, per il senso di colpa, per mille


cose. “Non merito il tuo amore, Ana. Ma non posso essere
così stupido da lasciarti andare. Perché ti amo anch’io”.

Stringo forte gli occhi, facendola rotolare sotto di me,


deciso a provarglielo. Ana mi stringe le gambe attorno ai
fianchi. La fisso, adorante. É diventata così sicura di sé. É
bastato dirle che la amo, dirle quello che provo, per farla
abbandonare completamente a me. Un lato di lei sarà per
sempre indomabile, lo so. E lo adoro. Ma per il resto è
mia. Solo mia. Mi accarezza dolcemente il viso, e torno a
muovermi dentro di lei ad un ritmo deciso e controllato.
Appoggio un braccio al di sopra della sua testa,
carezzandole i capelli con la mano, mentre con l’altra le
lascio dolci carezze sul viso. Poi la bacio, affondando la
lingua nella sua bocca mentre mi unisco al suo sesso con
il mio. Gode e geme, persa nell’estasi. Anche lei mi
accarezza, pur restando nei limiti che le ho mostrato. Mi
tocca le braccia, la parte bassa della schiena, spingendosi
fin sul sedere. É meraviglioso. Nessuna mi ha mai
toccato. Con nessun’altra ho condiviso così tanto. “Sono
tuo, Ana. Per sempre. Anch’io ti sto dando qualcosa di me
per la prima volta. Solo a te”. Sento il suo respiro
accelerare, farsi sempre più affannato. Mi eccita ancora di
più se possibile. Inizio a spingere forte dentro di lei,
sempre di più, sempre con spinte più decise. Le bacio le
labbra con forza e prepotenza. Poi il mento, la mascella, e
infine le mordicchio l’orecchio. Il mio respiro ora corre
veloce come il suo. La sento tremare e so che è solo
questione di attimi.

«Va tutto bene, piccola... lasciati andare per me... per


favore... Ana» le mormoro piano contro le labbra.

E in quell’istante lei esplode, meravigliosa. Non posso


perdermi questo momento.

«Christian» grida, in preda ad un violento orgasmo.

E, mentre gemo a fatica, esplodo insieme a lei.


Capitolo 13
«Mac sarà presto di ritorno» le mormoro piano, contro
la pelle ancora sensibile e arrossata.

«Mmh...» si lamenta lei, aprendo gli occhi e sbattendo


le palpebre per riabituarsi alla luce che proviene da fuori.

Ci fissiamo per lunghi attimi e la sua espressione felice


e appagata riflette perfettamente la mia. É come mi sento.
Felice. E appagato.

«Mi piacerebbe davvero molto restare qui sdraiato con


te per tutto il pomeriggio, ma Mac avrà bisogno di una
mano con il gommone» le dico, protendendomi verso di
lei e baciandole dolcemente le labbra morbide e gonfie
per il mio assalto di poco fa. La guardo ancora, come se
non riuscissi a fare a meno di quello che mi ispira il suo
corpo delicato. «Ana, in questo momento sei bellissima,
tutta in disordine e sexy. Mi fai desiderare di prenderti
ancora» le sussurro, sorridendole malizioso. Gli effetti di
quella visione, infatti, iniziano già a farsi sentire. Mi
stiracchio e poi mi tirò su dal letto, girandomi verso di lei,
gloriosamente nudo. Ana non fa nulla per nascondere il
fatto che mi stia praticamente mangiando con gli occhi. Il
mio uccello ha un piccolo fremito e sento l’erezione
tornare.

«Non sei tanto male, capitano» mi dice, scoccandomi


un bacio e facendomi l’occhiolino.

Sorrido sfacciatamente, mentre mi rivesto con calma,


dandole modo di apprezzare quello che vuole vedere.
Sospiro soddisfatto, mentre armeggio con i miei abiti.
Questo è stato di sicuro uno dei momenti più belli della
mia vita. Tutto quello che avevo prima... per quanto
eccitante, non era niente. Poi mi vengono in mente alcune
sue frasi ed allusioni. Ha continuato a lanciarmi
frecciatine maliziose per tutto il giorno. La guardo per
qualche attimo, distesa tra le lenzuola del mio letto, che
da oggi è diventato il nostro letto. So che le piace il sesso
estremo. Non vuole che le faccia del male. Ma
onestamente non voglio nemmeno io. Eppure sento che
con lei potrei spingermi un po’ oltre i confini della
vaniglia. Il problema è che non so quanto oltre. E il
pensiero di scoprirlo, dopo averla vista fuggire via da me,
non mi entusiasma particolarmente. Eppure... eppure il
desiderio di dominarla e vederla contorcersi di piacere
sotto di me è vivo e pulsante come non mai. Forse dovrei
sentirmi meschino per questo. Mi siedo accanto a lei, sul
letto, chinandomi per infilare le calze e le scarpe.

«Capitano, eh?» le dico sorridendole. «Bè, ma io sono


il signore del vascello» la prendo in giro.

Anastasia sposta la testa di lato, tutta arruffata e con


un espressione compiaciuta post sesso.

«Sei il signore del mio cuore, Mr Grey» sussurra,


fissandomi negli occhi.

“Sei mia, Anastasia Rose Steele. Solo mia”. Scuoto la


testa, incredulo per la sua affermazione. “Non dire così,
Anastasia. Non lo merito. Sei tu la signora del mio
universo”. Mi chino su di lei, baciandola piano e a fondo.
La mia mano si infila tra i suoi capelli, tirando il suo viso
più vicino al mio, mentre le posseggo la bocca. Poi, dopo
qualche attimo, mi stacco da lei.
«Sarò sul ponte. C’è una doccia nel bagno, se vuoi. Hai
bisogno di qualcosa? Un drink?» le chiedo
premurosamente, carezzandole le labbra gonfie.

Lei non risponde. Ma mi ripaga con un bellissimo


sorriso estatico.

“Cristo, se ti amo, Ana Steele”.

«Cosa c’è?» le chiedo alla fine, realizzando che non ha


proferito verbo.

«Tu» dice semplicemente.

«In che senso?» chiedo, aggrottando le sopracciglia.

«Chi sei e cos’hai fatto a Christian?» mi dice


socchiudendo piano gli occhi, scrutando i miei.

Sento una fitta dritta al cuore. Sorrido mestamente,


perché so che quel Christian è ancora qui. É ancora
dentro questo corpo.

«Non è molto lontano, piccola» le dico dolcemente,


passando le dita lungo il suo braccio, ma senza riuscire a
guardarla negli occhi. Scuoto la testa, piano. “Il Christian
che hai lasciato la scorsa settimana, Ana, è qui. É sempre
qui. E, a volte, fatico a trattenerlo dentro. Vorrei solo
trovare un modo per farlo venire incontro a quello che
vuoi tu. Ma fino a quando non lo trovo, è meglio che stia
chiuso qui dentro”. «Lo vedrai fin troppo presto» le dico
con un sorrisetto, mentre accarezzo con lo sguardo il suo
corpo ancora nudo. «Specialmente se non ti alzi». Calo la
mano sul suo sedere nudo, dandole un piccolo
sculaccione. La sua schiena si inarca, mentre ride e
guaisce.

«Mi hai fatto spaventare» dice con una specie di


sollievo nella voce e nello sguardo.

«Davvero?» dico, aggrottando la fronte e riflettendo


sulle sue parole. “Mi confondi, Ana. Mi confondi così
tanto”. «Devi darmi qualche segnale, Anastasia. Come
può fare altrimenti un uomo?» le mormoro, chinandomi
su di lei e baciandola di nuovo. E di nuovo a fondo. La
sensazione, mista al piacere di averle assestato quel
piccolo colpo, che, ad essere davvero onesti, mi ha
eccitato davvero, mi lascia con un groviglio di emozioni
nello stomaco. Se non sapessi che Mac sta vagando senza
meta da un bel po’, starei di nuovo affondando dentro di
lei. «A più tardi, piccola» le mormoro contro le labbra,
prima di alzarmi e rivolgerle un sorriso aperto e sincero.

Tornando sul ponte avviso Mac e resto in attesa,


osservando l’acqua calma e limpida. Il vento mi accarezza
i capelli. Malinconico mi fisso le scarpe. Vorrei essere più
bravo, con Anastasia. Vorrei capire cosa vuole, quando lo
vuole e come lo vuole soprattutto. Mi confonde, mi eccita,
mi stravolge completamente, lasciandomi sottosopra.
Non so che fare il più delle volte. Ho una fottutissima
paura di perderla. Se lei mi lasciasse... Cristo, nemmeno
voglio pensarci! Non ce la farei, non supererei di nuovo
quella sensazione di vuoto assoluto, quel buio che mi
inghiottisce, mi divora per intero. Eppure... lei è attratta
da quel buio. Magari non dal nero più profondo. Ma forse
da un tenue grigio si. Sarei davvero curioso di sapere fin
dove riesce a spingersi la sua curiosità e la sua voglia di
osare. Ma temo la sua reazione se per caso dovessi
metterla davanti a qualcosa che risultasse troppo.
Vengo riscosso dai miei pensieri da Mac che fa ritorno
a bordo. Lo aiuto con il gommone e quando risale sul
ponte, il mio BlackBerry suona.

«Grey»

«Mr Grey, l’appartamento è stato controllato da cima a


fondo. Tutto tranquillo, nessuna traccia di Miss Williams.
Abbiamo cambiato i sistemi d’allarme e potenziato la
sicurezza»

L’efficienza di Taylor mi fa sospirare di sollievo. Nel


frattempo Ana mi ha raggiunto e Mac si è dileguato al
piano superiore. Mi avvicino a lei, baciandole i capelli.

«Grande notizia»

«Lei e Miss Steele potete tornare quando desiderate,


signore»

«Bene. Sì»

«Abbiamo scoperto come ha fatto Miss Williams ad


entrare, signore. Ha usato la scala antincendio per
entrare ed uscire»

«Davvero? La scala antincendio?»

«Sì, signore. Così ha fatto in modo che non la


trovassimo quando abbiamo perlustrato l’interno, per poi
nascondersi all’interno quando abbiamo controllato le
zone esterne all’appartamento»

L’astuzia di Leila mi stupisce. Non la ricordavo così


scaltra. Istintivamente accarezzo in modo possessivo la
schiena di Ana.

«Capisco» dico distrattamente.

«Stiamo continuando le ricerche di Miss Williams, per


il momento. Ho recuperato le vostre cose in albergo.
Questa sera torna all’Escala, signore?» mi chiede Taylor,
riscuotendomi dal mio rimuginare interiore.

«Sì, stasera» confermo, chiudendo la chiamata.

Mac accende i motori e Ana sobbalza per lo spavento.

«È tempo di tornare» le dico, prendendo il giubbotto


salvagente che ho portato con me dalla camera e
allacciandoglielo per bene. Ancora una volta mi ritrovo ad
accarezzare quelle cinghie e a combattere con la parte
oscura di me. La bacio, a fondo, prendendomi tutto quello
che posso di quella morbida bocca che sa darmi un
piacere immenso. La prendo per mano, conducendola a
bordo della nave e insegnandole qualche trucco del
mestiere. Sorrido quando le spiego come fare i nodi. Le
insegno a maneggiare la corda. Vederglielo fare, vedere la
sua mano che accarezza la fibra naturale della corda è una
visione celestiale. Riuscirò a combattere contro tutto
questo? Contro la voglia che ho di sottometterla? Eppure
non voglio che lei sia la mia Sottomessa. Voglio solo che
sia mia. Voglio solo usare quello che conosco per darle
piacere. Voglio tenerla ferma, stretta, legata. Voglio
punirla, ma più di tutto voglio che lei mi porti a punirla.
Voglio che mi sfidi, che mi spinga a dominarla. E che poi
goda fino a svenire di piacere tra le mie braccia. Sono
sempre più confuso.

«Potrei legarti, uno di questi giorni» borbotta


acidamente, mentre io le faccio un sorrisetto sfrontato.

Faccio una smorfia divertito.

«Prima dovrai prendermi, Miss Steele» le dico, sicuro


di me.

La vedo aggrottare la fronte, per chissà quale pensiero,


e incupirsi immediatamente. Poi mi fissa. Ed è come se
mi penetrasse a fondo, dentro l’anima. Se mai fossi certo
di avere ancora un’anima. A volte sono quasi certo di
averla lasciata sul tappeto marcio di una casa altrettanto
marcia, a quattro anni, accanto al corpo freddo e cinereo
di mia madre.

Le prendo la mano e gliela bacio.

«Vieni, facciamo un altro giro della barca» le


mormoro, trascinandola via con me.

Passiamo un po’ di tempo in giro sulla Grace, mentre le


spiego le tecniche di costruzione, il design innovativo e la
qualità dei materiali utilizzati per costruirla. Mi piace
parlarne. La Grace è stata costruita dalla mia azienda,
naturale che ne sia orgoglioso. Ma è forse quello che
rappresenta che mi rende tanto orgoglioso. É un omaggio
a mia madre. Alla donna che mi ha salvato da una vita di
distruzione. La donna che mi ha preso con sé, accettando
i miei limiti. É strano come prima di lei io non ricordi più
nulla. Sì, la puttana e il suo magnaccia non mi
abbandonano mai, ma è come se i miei ricordi, quelli che
non rivivo nei miei sogni, quelli reali, iniziassero con
Grace. É il mio angelo. La mia salvatrice. É stata il mio
mondo per molto tempo. E ora il mio mondo è Ana.
La porto con me, sedendomi nella cabina di comando,
a guardare il mare. Lei resta in piedi, tra le mie gambe,
con le mani sul timone. Il silenzio è rotto solo da me che
le spiego, ogni tanto, come deve muoverlo. Ad un tratto la
sento rabbrividire, mentre scuote piano la testa,
sospirando con il respiro corto. Sorrido. Sono certo che
sta ripensando a quello che è successo nella nostra
cabina. A quanto e come ci siamo amati. Anch’io in realtà
ci stavo pensando. La stringo, guardando le piccole onde
davanti a noi, accarezzate dal sole del tramonto.

«Navigare è una poesia vecchia come il mondo» le


sussurro all’orecchio, baciandole piano la pelle delicata
del collo.

«Sembra una citazione» mormora, piegando la testa e


dandomi pieno accesso al suo collo.

Sorrido contro la sua pelle.

«Lo è. Antoine de Saint- Exupéry» le dico.

«Oh... adoro Il piccolo principe»

«Anch’io»

É ormai quasi sera quando ci addentriamo nel porto,


sulle acque rischiarate dalle luci. Eseguo facilmente la
manovra di rientro e riporto la Grace al suo posto. Mac
salta giù ad assicurarla alla bitta.

«Eccoci di ritorno» le dico, guardandola.

«Grazie» mormora piano. «È stato un pomeriggio


perfetto»
Le sorrido, scostandole i capelli dal viso.

«Lo penso anch’io. Forse potrei iscriverti a un corso di


vela, per uscire da soli» le propongo.

«Mi piacerebbe. Così potremmo battezzare il letto altre


volte»

Mi chino su di lei e le sfioro la pelle dietro l’orecchio


con le labbra.

«Mmh... non vedo l’ora, Anastasia» le sussurro, piano.

La sento rabbrividire e espirare velocemente un paio di


volte. É eccitata. Le faccio lo stesso effetto che lei fa a me.

«Vieni, l’appartamento è a posto. Possiamo tornare» le


dico con un sorriso.

«E le cose che abbiamo in albergo?» mi chiede,


spalancando gli occhi.

«È già andato a prenderle Taylor» la rassicuro.

Mi guardo e so che si sta chiedendo quando.

«Stamattina, dopo aver perlustrato la Grace con la sua


squadra» le dico, rispondendo alla sua domanda
inespressa.

«Quel poveretto non dorme mai?» mi chiede, alzando


un sopracciglio.

«Ma certo che dorme» ribatto, facendo altrettanto, con


aria interrogativa. «Sta solo facendo il suo lavoro,
Anastasia, e lo fa molto bene. Jason è una vera scoperta»
dico con un sorriso soddisfatto.

«Jason?» chiede senza capire.

«Jason Taylor» le spiego, capendo il fraintendimento


sul suo nome di battesimo.

Ana ci pensa per qualche istante, poi mi guarda,


mentre un sorriso affettuoso le si dipinge sul viso.

«Gli sei affezionata» dico, scrutando la sua reazione.


Mi sento mangiare vivo dalla gelosia.

«Suppongo di sì» mi dice pacatamente.

Il mio viso si rabbuia, la gelosia mi rode.

«Non sono attratta da lui, se è per questo che ti stai


accigliando. Smettila» mi dice con sufficienza.

Mi imbroncio, sentendomi geloso. E ridicolo.

«Penso che Taylor si prenda cura di te molto bene. Per


questo mi piace. Mi sembra affidabile e leale. Esercita il
fascino di uno zio su di me» mi spiega paziente, come se
stesse parlando ad un bambino.

«Di uno zio?» le chiedo con sarcasmo. “Zio Taylor.


Fintanto che non hai desideri perversi sullo zietto,
Anastasia, mi va bene”.

«Sì» mi dice, alzando le sopracciglia.

«Okay, di uno zio» le dico, ancora poco convinto.


Ana scoppia a ridere di gusto.

«Oh, Christian, cresci, per l’amor del cielo»

La sua frase mi colpisce. Mi ricorda tanto quello che mi


dice Flynn. “É normale, Christian, che a volte hai
comportamenti irrazionali. Hai totalmente evitato la fase
della tua adolescenza. Non l’hai vissuta. E dunque non
l’hai affrontata e superata”.

Aggrotto la fronte. “Questa donna mi legge davvero


dentro”.

«Sto cercando di farlo» le dico, alla fine.

«Questo è vero» replica con dolcezza, alzando gli occhi


al cielo, divertita.

Immediatamente mi eccito.

«Che ricordi mi evochi quando alzi gli occhi al cielo,


Anastasia» le dico sorridendo.

Lei, per tutta risposta, mi lancia uno sguardo


malizioso.

«Bè, se ti comporti bene, forse potremmo far rivivere


qualcuno di quei ricordi»

Le sue parole mi accarezzano direttamente l’uccello,


facendolo fremere e combattere la forza di gravità. Ho
un’erezione da paura sotto i pantaloni. Le sorrido con
sarcasmo.

«Comportarmi bene?» le dico, alzando un sopracciglio.


«Dimmi, Miss Steele, che cosa ti fa pensare che voglia
farli rivivere?» le chiedo, eccitato.

«Probabilmente è il modo in cui i tuoi occhi si


illuminano come se fosse Natale, quando lo dici» mi dice,
senza abbandonare quel tono di malizia.

Mi provoca. Lo vuole anche lei. ‘E se invece ti


sbagliassi, Grey?’. La guardo di nuovo. La scruto. No. Non
mi sbaglio. Lo vuole.

«Mi conosci già così bene» osservo, rapito dalla sua


sicurezza.

«Vorrei conoscerti meglio» mi dice, guardandomi con


sincerità.

Le faccio un sorriso affettuoso.

«E io vorrei conoscere meglio te, Anastasia»

Dopo aver salutato Mac, scendiamo sul molo.

«Da dove viene Mac?» mi chiede Ana, quando ci


allontaniamo sul molo.

«Irlanda... Irlanda del Nord» mi correggo,


continuando a camminare, tenendola per mano.

«È un tuo amico?» continua ad indagare.

«Mac? Lavora per me. Ha aiutato a costruire la Grace»


rispondo.

«Hai molti amici?» mormora ad un tratto.


Aggrotto la fronte, guardandola, soppesando la sua
domanda. Amici? Io? Non ne ho mai sentito il bisogno.
Sono abituato a stare da solo.

«Non molti. Facendo ciò che faccio... non coltivo le


amicizie. C’è solo...» mi fermo prima di lasciarmi sfuggire
il nome di Elena.

Mi acciglio. Non voglio rovinare questo momento con


lei.

«Hai appetito?» le chiedo, cambiando argomento.

Annuisce, con un breve sorriso.

«Mangeremo dove abbiamo lasciato la macchina.


Vieni» le dico, prendendole la mano.

Arriviamo insieme al Bee, un piccolo ristorante


italiano. Ci vengo sempre quando esco con la mia barca.
Ci accomodiamo in un séparé, studiando attentamente il
menu mentre sorseggiamo il delizioso Frascati che ho
ordinato per entrambi. Abbasso il cartoncino plastificato
che ho in mano e la osservo, mentre lascia scorrere il dito
sul suo menu per scegliere. Ha le guance leggermente
arrossate dal vento, i capelli un po’ scompigliati. É
perfetta con le sue piccole imperfezioni. É la donna della
mia vita. La donna che amo. La donna che voglio accanto
ogni giorno. Per sempre.

Quando alza gli occhi e mi guarda, resta sorpresa.


Probabilmente perché ho uno sguardo letteralmente
adorante.

«Cosa c’è?» mi chiede, spalancando gli occhi grandi.


«Sei molto carina, Anastasia. L’aria aperta ti dona» le
dico, senza smettere di guardarla.

Arrossisce, colorando di più le sue guance.

«Il vento mi frastorna, a dirti la verità. Ma ho passato


un bellissimo pomeriggio. Un pomeriggio perfetto.
Grazie» mi dice sorridendo timidamente.

Il mio sorriso di risposta è aperto e sincero. Mi piace


sapere che l’ho resa felice. Anche se non compensa il male
che le ho fatto, almeno spero che possa farglielo
dimenticare. Con il tempo.

«È stato un piacere» sussurro.

«Posso chiederti una cosa?» mi chiede,


mordicchiandosi un po’ il labbro.

Il che mi fa capire che sta per indagare a fondo nella


mia vita. Ma sono preparato. Posso e devo affrontarlo.

«Qualsiasi cosa, Anastasia. Lo sai» le dico, piegando al


testa di lato.

«Non mi pare che tu abbia tanti amici. Perché?»

Scrollo le spalle, con noncuranza, ma la mia


espressione si fa più guardinga. Ok. Sincerità.

«Te l’ho detto, non ne ho il tempo. Ho dei soci d’affari,


anche se è un rapporto molto diverso dall’amicizia,
suppongo. Ho la mia famiglia, tutto qui. A parte Elena»

Mi irrigidisco, aspettandomi una sfuriata. Ma lei


continua, come se niente fosse.

«Nessun amico maschio della tua età con cui puoi


uscire a scaricarti?» chiede.

«Sai come mi piace scaricarmi, Anastasia» le dico con


un mezzo sorriso. «E poi lavoro, consolido la mia
attività». La guardo senza capire. É quello che faccio, che
sono. Non ho bisogno di nient’altro. A parte lei. «È tutto
quello che faccio. A parte navigare e volare ogni tanto»

«Nemmeno al college?» incalza.

«No»

«Solo Elena, allora?» chiede, abbassando le spalle,


quasi sconfitta.

Annuisco, con aria diffidente. Non so dove vuole


arrivare con tutte queste domande, ma mi sento a disagio.
Con lei mi sembra sempre di confessare i miei peccati.

«Dev’essere una vita solitaria» mormora.

Piego le labbra, sorridendo appena. Ma evito di


commentare. Solitaria è un eufemismo bello e buono. Ora
che l’ho conosciuta e l’ho avuta posso dire di aver iniziato
a vivere. Prima respiravo, occupavo un posto su questo
pianeta. Ma di certo non stavo vivendo.

«Che cosa vuoi mangiare?» le chiedo, cambiando


argomento.

«Prenderò il risotto» mi dice piano.


«Ottima scelta» le dico sorridendo.

Chiamo il cameriere e ordino risotto per due. Quando


quest’ultimo si allontana, la vedo nuovamente nervosa. Si
agita sulla sedia, fissandosi le dita. Alzo gli occhi al cielo,
sospirando.

«Anastasia, cosa c’è che non va? Dimmelo» la esorto.

Alza gli occhi nei miei e leggo la preoccupazione


stampata sul suo viso dolce. Inizio a preoccuparmi. Tutte
queste domande, questo voler scavare nella mia vita. Non
mi sta lasciando di nuovo, vero? No, non può essere.
Eppure vedo il dubbio che le anima gli occhi.

«Dimmelo» la incalzo con più enfasi. Sono davvero


preoccupato. La vedo prendere aria nei polmoni, per poi
espellerla lentamente.

«Temo solo che questo non sia abbastanza per te. Sai,
per scaricarti». Parla lentamente, come se fosse una
confessione che ci allontanerà.

La guardo sotto shock. Fremo di rabbia. “É colpa mia.


Solo colpa mia. L’ho distrutta, fisicamente ed
emotivamente. Ma lei è il mio tutto oramai. Non può e
non deve sminuirsi in quel modo”.

«Ti ho dato motivo di pensare che non sia


abbastanza?» le chiedo severamente.

«No» farfuglia, imbarazzata.

«Allora perché lo pensi?» chiedo diretto.


«So come sei fatto. Quali sono... mmh... i tuoi bisogni»
balbetta, sempre più intimorita.

Stringo gli occhi, sfregandomi la fronte con due dita.


“Ha bisogno di sicurezze. L’ho venerata, l’ho protetta dal
mondo. Le ho detto che la amo. Cosa... ”

«Che cosa devo fare?» le chiedo esasperato dalla mia


lotta interna con me stesso.

«No, mi hai fraintesa... Tu sei fantastico, e so che sono


solo pochi giorni che ci frequentiamo, ma spero che la
mia presenza non ti stia forzando a essere qualcuno che
non sei» si affretta a spiegarmi.

Apro gli occhi, guardandola fisso.

«Sono ancora me stesso, Anastasia, in tutte le mie


cinquanta sfumature. Sì, devo lottare contro la mia
tendenza ad avere il controllo su tutto... ma è la mia
natura, il modo in cui ho affrontato la vita. Sì, mi aspetto
che ti comporti in un certo modo, e quando non lo fai è
stimolante e originale allo stesso tempo. Facciamo ancora
quello che mi piace fare. Hai lasciato che ti sculacciassi
dopo la tua bizzarra idea di fare un’offerta per l’asta, ieri»
mi fermo per un attimo, prendendomi una pausa dal
fiume di parole che le ho riversato addosso, sorridendo al
ricordo di lei e di ieri sera. «Mi è piaciuto punirti. Non
credo che lo stimolo mi passerà mai...» le confesso con un
po’ di timore. «Ma ci sto provando, e non è così dura
come pensavo» “Ecco, Ana. Ho finito la mia confessione.
Ti prego, non lasciarmi”.

Lei si sposta sulla sedia, arrossendo con forza.


«Non m’importa» sussurra, deliziandomi con un
sorriso timido.

Sorrido anch’io, anche se poco.

«Lo so. Nemmeno a me. Ma lascia che ti dica una cosa,


Anastasia, tutto questo è nuovo per me e questi pochi
giorni sono stati i migliori della mia vita. Non voglio
cambiare niente» le confesso sincero.

Sul viso le si dipinge lo stupore, prima, e poi la gioia.

«Sono stati i migliori anche della mia, senza eccezioni»


mormora piano.

Il mio sorriso si allarga e lei ricambia, felice come me.

«E così, non mi vuoi portare nella tua stanza dei


giochi?»

La sua domanda irrompe nella mia mente. Il ricordo


dell’ultima volta in cui in cui ci sono stato con lei mi fa
male, mi fa quasi mancare il respiro.

«No, non voglio» mormoro, abbassando lo sguardo.

«Perché no?» sussurra, quasi delusa.

Alzo lo sguardo su di lei, scrutandola. Sono così


confuso dalle sue reazioni.

«L’ultima volta che ci siamo stati tu mi hai lasciato» le


rispondo pacatamente. «Rifuggo da ogni cosa che
potrebbe farti pensare di lasciarmi di nuovo. Ero
devastato, quando l’hai fatto. Te l’ho detto. Non voglio
sentirmi così mai più. Ti ho spiegato quello che sento per
te». La scruto con ardore, sincerità. “Dimmi che mi
capisci, Ana. Che mi prendi con te nonostante tutto quello
che sono. Che mi ami. Che non mi lascerai. Mai più”.

«Ma non mi sembra giusto. Non può essere molto


rilassante per te doverti costantemente preoccupare di
come mi sento. Hai fatto tutti questi cambiamenti per me,
e io... io vorrei poter contraccambiare in qualche modo.
Non lo so... forse... cercando... facendo qualche gioco...»
balbetta piano, arrossendo fino alla radice dei capelli.

“Cristo, Ana. Tu sei già tutto ciò di cui ho bisogno”.

«Ana, contraccambi già più di quanto pensi. Per


favore, per favore, non sentirti così» la imploro. Farei di
tutto per non farle più del male. La fisso con gli occhi
spalancati, cercando di rassicurarla e al contempo di
rassicurare me stesso. «Piccola, è stato solo un weekend»
continuo, prendendole una mano nella mia. «Diamoci del
tempo. Ho pensato molto a noi la settimana scorsa, dopo
che te ne sei andata. Abbiamo bisogno di tempo. Hai
bisogno di fidarti di me, e io di te. Forse, un giorno,
potremo assecondarci, ma adesso a me piaci così come
sei. Mi piace vederti felice, rilassata e spensierata, e sono
contento di sapere che in qualche modo sono io a farti
sentire così. Non ho mai...». Fermo le mie confessioni a
ruota libera. “Non ho mai fatto felice nessuno. Ho solo
causato dolore, traendo piacere da quelle lacrime”. Mi
passo una mano nei capelli, imprecando mentalmente
contro il coglione che sono stato. «Dobbiamo imparare a
camminare prima di poter correre» le dico e mi viene da
ridere pensando che questa frase me l’ha ripetuta Flynn
almeno un migliaio di volte.
«Cosa c’è di tanto divertente?» mi chiede senza capire.

«Flynn. Lo dice sempre. Non ho mai pensato che


l’avrei citato» dico, ridacchiando e scuotendo la testa.

«Un flynnismo, dunque» sorride anche lei.

Rido di cuore.

«Esatto» annuisco, di nuovo sollevato.

Il cameriere ci interrompe, portando gli antipasti. E


cambiamo argomento. Ma dentro di me sono felice.
Abbiamo superato un altro scoglio. Uno dei tanti. So che
alla fine di questa serie di ostacoli si trova quello
insormontabile. Ma per il momento uno è andato.
Abbiamo fatto un passo avanti nella direzione giusta. E lo
abbiamo fatto insieme. Di nuovo.

Dopo una gustosa cena, facciamo ritorno all’Escala.


Anastasia è silenziosa, con la testa poggiata sul braccio,
contro il finestrino della mia auto. Pensa, chissà a cosa.
Forse a me. Almeno lo spero. E spero che i suoi pensieri
siano positivi. Negli ultimi tre giorni ho imparato ad
osservarla, ad osservare ogni dettaglio. Non farò in modo
che mi lasci di nuovo. Non lo permetterò. Ma... se dovesse
accadere, allora dovrò essere in grado di ricordare ogni
dettaglio di lei. Se non potrò averla per sempre, mi
crogiolerò almeno nel suo ricordo. Mi concentro sulla
strada, lasciandola ai suoi pensieri. Io ho bisogno per un
attimo di mettere insieme i miei. Ho bisogno di vedere
Flynn, di sentire cos’ha da dire rispetto a tutto questo. La
mia paura, la confessione dell’amore che provo per lei, la
mia voglia di stravolgere la mia vita. E il desiderio che
persiste di legare il suo corpo minuto e scoparla fino a
farla svenire. A volte mi sento un mostro. Ovviamente è
quello che sono, ma ho imparato a nasconderlo. Come
polvere sotto un tappeto. Eppure ci sono momenti in cui
quel tappeto si alza e la mia personalità viene fuori. É
anche lei che la tira fuori comunque. Voglio proteggerla,
farla stare bene. Ma un’occhiata a quella bocca carnosa e
quegli occhi docili e selvaggi al tempo stesso, una sferzata
della sua lingua biforcuta. E sono in ginocchio, in preda al
desiderio perverso di piegarla alla mia lussuria perversa.
Perché è così giusto e così sbagliato al tempo stesso? Mi
sento così confuso. E poi ora c’è anche Leila e il fatto che
non mi senta sicuro neppure a casa mia. Non temo per
me, ma per lei. Ma non so dove altro andare. Dove altro
portarla. Mi struggo tra la voglia di proteggerla e il
bisogno di non farla sentire oppressa e indurla a
scappare. Non so come comportarmi. E questo, oltre che
confuso, mi rende nervoso.

Quando ci avviciniamo al garage dell’Escala lancio


un’occhiata in giro, sui marciapiedi e intorno all’edificio.
Non la vedo, ma ho paura che lei sia in agguato e voglia
fare del male ad Anastasia. Stringo le labbra, fremente di
rabbia. Sawyer ci aspetta nel parcheggio. L’Audi
malridotta è stata portata via, in modo che Ana non
debba più vederla. Parcheggio accanto all’Audi Quattro e
scendiamo entrambi.

«Salve, Sawyer» lo saluta lei.

«Miss Steele» Sawyer fa un cenno educato con il capo.


«Mr Grey»

«Nessun segno?» gli chiedo con rabbia.


«No, signore»

Annuisco, afferrando la mano di Anastasia. Mi sento


così impotente per non essere in grado di assicurarle la
protezione di cui necessita. Entriamo in ascensore e mi
lascio distrarre dai miei pensieri. Ho bisogno di tenere
sotto controllo la situazione. Altrimenti va a finire che
impazzisco. E devo essere certo che Ana non si avventuri
da sola da nessuna parte. Leila potrebbe essere ovunque,
come ci ha dimostrato ieri sera.

Mi volto verso di lei, scrutandola per pochi secondi.

«Non ti è permesso uscire di qui da sola. Mi hai


capito?» sbotto severo, aspettandomi una replica con i
controcazzi.

Ma lei mi sorprende. Aggrotta leggermente la fronte,


ma la sua risposta è docile.

«Okay»

E poi, chissà perché, sorride. Sorride? Non me lo sto


sognando? É davvero un sorriso, quello? Io voglio tenerla
sotto chiave e lei sorride? Questa donna mi sta fottendo il
cervello. Mio malgrado il suo sorriso mi contagia.

«Cosa c’è di tanto divertente?» borbotto, cercando di


mascherare l’ilarità.

«Tu» mi risponde semplicemente, fissando i miei occhi


grigi.

«Io, Miss Steele? Perché sono divertente?» le dico,


mettendo il broncio come un ragazzino.
Ana mi guarda e vedo che il suo respiro si ferma per un
attimo, mentre i suoi occhi si spostano e indugiano sulle
mie labbra.

«Non fare il broncio» mi dice, con voce roca e bassa.

«Perché?» le chiedo divertito.

«Perché mi fa lo stesso effetto che fa su di te quando


faccio così» dice, afferrandosi il labbro inferiore con i
denti e stringendolo in quel modo carnale e passionale
che mi fa venire voglia di cose indicibili.

Alzo un sopracciglio, mentre sento l’eccitazione


montare dentro di me. La fisso, compiaciuto e sorpreso al
tempo stesso.

«Davvero?» le dico di nuovo, con voce roca.

Mi avvicino al suo corpo, chinandomi su di lei e


depositandole un bacio veloce e dolce sulle labbra. Ma
quel contatto me la fa desiderare di più. Un brivido mi
percorre da capo a piedi e il mio uccello si tende, come se
volesse rompere i pantaloni. Poggio di nuovo le labbra
sulle sue, ma stavolta anche lei mi assale. Le sue mani mi
afferrano i capelli e la sua lingua danza a fondo con la
mia. Le afferro il viso, avvicinandola di più. Ci baciamo,
divoriamo, inghiottiamo a vicenda, mentre i nostri corpi
si scontrano. Il mio torace sfiora le sue morbide curve,
mentre il sangue pulsa veloce nelle nostre vene. Sento la
corsa impazzita del suo cuore, che va di pari passo al mio.
Percepisco il suo desiderio, forte e prepotente. E anch’io
la voglio. Anch’io voglio farla mia e mia soltanto. La
afferro prepotentemente, mentre dentro mi si risvegliano
sentimenti che tentavo di tenere sopiti. Durante tutto il
giorno mi ha provocato, stuzzicato con la sua malizia. E
ora i miei istinti stanno prendendo prepotentemente il
sopravvento. La voglio, la desidero. Voglio brutalmente
farla mia, piegarla la mio desiderio e sentirla gemere il
mio nome mentre mi implora di farla venire ancora e
ancora. Le afferro i fianchi, spingendola contro la parete.
Le mie mani le afferrano il viso, senza permettere di
staccare le nostre labbra. Anche lei incrementa la presa
sui miei capelli. Le piace. Le piace quando sono meno
delicato. Quando la prendo e basta. Ho sempre più
bisogno di lei. Il suo tocco, il suo calore, placano le mie
ansie. Fintanto che sono dentro di lei, sono certo che
nessuno le farà del male. ‘Nessuno tranne te, Grey’.

Le porte dell’ascensore si aprono, mettendo a tacere


sul nascere i miei pensieri. Stacco il mio volto dal suo,
fissando i suoi occhi grandi e bramosi. Il mio corpo è
ancora attaccato a lei. Il mio cazzo è enorme e dolorante e
struscia lussurioso contro il suo ventre.

«Wow...» le mormoro con il fiato corto.

«Wow...» ripete lei, respirando a fondo.

Non riesco a smettere di fissarla.

«Che cosa mi stai facendo, Ana» mormoro, tracciando


con il pollice il contorno delicato del suo labbro inferiore,
gonfio per il mio assalto.

Un movimento di Taylor, che ci attende fuori


dall’ascensore, la distrae. Poi torna a guardarmi,
sollevandosi sulle punte e baciandomi dolcemente
l’angolo della bocca.
«Potrei farti la stessa domanda» mi sussurra.

Mi stacco da lei e le prendo la mano, mentre i miei


occhi non desiderano null’altro che vederla nuda e
ansimante sotto di me.

«Vieni» le ordino piano.

Taylor si raddrizza vedendoci finalmente uscire


dall’ascensore.

«Buonasera, Taylor» lo saluto in modo cordiale.

«Mr Grey, Miss Steele» annuisce lui.

«Ero Mrs Taylor ieri» esclama Ana con un sorriso.

Taylor arrossisce, mentre dentro di me la gelosia e la


rabbia si fondono e mi animano il petto.

«Suona bene, Miss Steele» commenta Taylor con un


sorriso.

Lo fulmino con lo sguardo, ma Ana continua a flirtare


con lui.

«L’ho pensato anch’io»

Le stringo la mano più forte. Mrs Taylor, Anastasia?


Mrs Taylor? Vuoi quel fottuto Taylor? Vuoi che sia lui a
farti urlare di piacere, a baciarti e farti impazzire?
Fumante di rabbia le do uno strattone alla mano.

«Se avete finito, mi piacerebbe essere aggiornato»


Torno a lanciare un’occhiata torva a Jason, che si
raddrizza e abbassa lo sguardo.

«Mi dispiace» sento Ana che sussurra mentre lo


sorpassiamo ed entriamo nell’appartamento.

«Sarò da te tra poco. Voglio solo scambiare una parola


con Miss Steele» grido a Taylor da sopra una spalla.

Senza fermarmi, la conduco in camera da letto,


chiudendo la porta una volta che l’ha oltrepassata.

«Non flirtare con il personale, Anastasia» la


rimprovero severamente.

Ana mi guarda sconvolta. Apre la bocca, poi però la


richiude. Poi la riapre, continuando a fissarmi. Le mani
sui fianchi.

«Non stavo flirtando. Ero solo amichevole... C’è


differenza» borbotta stizzita.

«Non essere amichevole con il personale e non flirtare


con nessuno di loro. Non mi piace» le dico con rabbia.

«Mi dispiace» borbotta, fissandosi le mani e alzando


poi gli occhi a guardare il soffitto.

Sembra una bambina, mi fa tenerezza, nonostante la


rabbia che provo. Mi avvicino e le prendo il viso tra le
mani, in modo da poterla guardare negli occhi.

«Lo sai quanto sono geloso» le sussurro contro le


labbra.
«Non hai alcun motivo di essere geloso, Christian. Il
mio corpo e la mia anima sono tuoi»

La guardo, sbattendo le palpebre. “No, Ana. Non


possono esserlo se io continuo a mentirti, a non dirti la
verità. Non puoi appartenere ad un mostro come me”. Mi
chino su di lei, come per reprimere i miei stessi pensieri.
Non voglio pensare a tutto questo. Lei è qui, ora. La bacio
delicatamente, ma velocemente sulle labbra.

«Non ci metterò molto. Fa’ come se fossi a casa tua» le


dico, con un leggero broncio.

La lascio lì, stordita, confusa, barcollante. Mi dirigo a


passi veloci nel salone.

«Taylor! Nel mio ufficio, immediatamente!»

Entro, lasciando la porta aperta. É Taylor a chiuderla


quando mi segue.

«Aggiornami sulla situazione» dico senza preamboli,


girandomi di spalle e guardando fuori dalla vetrata.

Non ci sono novità rispetto a quello che mi ha già detto


per telefono.

«Miss Williams dev’essere entrata dalla scala


antincendio. Abbiamo cambiato codici e serrature.
L’appartamento è pulito. Lei non c’è».

Annuisco pensieroso. Ci accordiamo sulla sorveglianza,


gli assicuro che parlerò dettagliatamente con Anastasia, e
ci congediamo. Ma quando sento la maniglia girarsi, mi
volto.
«Mantieni le distanze con Miss Steele, Taylor. Non
farmelo ripetere» dico freddamente, senza lasciar
trapelare emozione alcuna nel tono di voce.

Taylor non si gira neppure, e so che è perché ribolle di


rabbia. Si comporta così quando sa di avere ragione e che
io mi comporto come un bambino viziato.

«Certo, Mr Grey» sibila, uscendo e chiudendo la porta


dietro di lui.

Quando torno in camera, la trovo in piedi a guardare i


suoi abiti appesi nella cabina armadio. Quando si volta,
noto il suo sguardo smarrito.

«Oh, ce l’hanno fatta a spostare tutto» mormoro,


distrattamente.

É nuova anche per me la sensazione di condividere il


mio spazio personale. Ma la realtà è che ora come ora Ana
fa parte del mio spazio personale. Non posso immaginare
di vivere senza di lei. O che qualcuno le faccia del male.
Mi acciglio, mentre osservo la nuova disposizione della
nostra roba.

«Cosa c’è che non va?» mi chiede, preoccupata.

Scuoto piano la testa, scrollandomi di dosso quelle


preoccupazioni.

«Taylor pensa che Leila sia entrata dalla scala


antincendio. Deve aver avuto la chiave. Adesso tutte le
serrature sono state cambiate. La squadra di Taylor ha
controllato a fondo ogni stanza dell’appartamento. Lei
non è qui»
Mi fermo, esausto, passandomi una mano tra i capelli.

«Vorrei tanto sapere dov’è. Sta eludendo tutti i nostri


tentativi di trovarla, quando invece ha bisogno d’aiuto».
Corrugo la fronte, mentre rimugino su dove potrebbe
essere andata.

Ana mi sorprende, avvicinandosi e stringendomi in un


abbraccio. Il suo calore e il suo profumo mi avvolgono e
mi confortano. La stringo a me, baciandole i capelli.

«Cosa farai quando la troverai?» mi chiede, contro il


mio petto.

«Il dottor Flynn può occuparsene» le dico. John mi ha


dato la sua disponibilità ad occuparsi di Leila durante il
nostro ultimo incontro, quando gli ho raccontato tutto.
Devo vederlo, in ogni caso.

«E suo marito?» mormora Ana.

«Se n’è lavato le mani di lei» ribatto sdegnato. «La sua


famiglia vive nel Connecticut. Penso che qui sia sola»
mormoro contro la sua testa.

«Che tristezza» sussurra triste.

“Sei sempre la solita, Ana. Non riesci a non dispiacerti


per una persona. Anche se quella persona vuole farti del
male. Ma io non sono così magnanimo”. Inspiro forte,
rilassandomi contro di lei. Abbiamo bisogno di distrarci.
Entrambi.

«Ti va bene che abbia fatto portare qui le tue cose?


Voglio dividere la stanza con te» le dico piano.
Lei alza la testa dal mio petto, guardandomi negli
occhi.

«Sì»

«Voglio che dormi con me. Non ho incubi quando


dormi con me» le sussurro in un impeto di angoscia e
liberazione. Non potrei sopportare di ripassare l’inferno
che ho vissuto per cinque giorni. “Tu sei tutto per me,
Anastasia”.

«Hai incubi?» mi chiede, sgranando gli occhi.

«Sì» confesso con un filo di voce.

Mi aspetto di vederla scappare da un momento


all’altro, ma lei mi stringe con più forza. Restiamo in
silenzio, a confortarci l’uno con il calore dell’altra. É lei a
parlare di nuovo.

«Stavo preparando gli abiti per andare al lavoro


domani mattina» mormora piano.

«Lavoro!» esclamo incredulo, lasciandola andare e


lanciandole un’occhiata di fuoco.

«Sì, lavoro» replica lei, in preda alla confusione,


guardandomi come se mi fosse spuntato un corno enorme
sulla testa.

Il mio sguardo riflette il suo. Quella fottuta pazzoide è


lì fuori e cerca di ammazzarci entrambi e tu ti preoccupi
del fottuto lavoro, Ana??

«Ma Leila... è là fuori» mi fermo, cercando di trovare il


modo adatto per dirle quello che voglio dirle. «Non voglio
che tu vada a lavorare» sbotto alla fine, non riuscendo a
non farla passare per quello che è: una imposizione bella
e buona.

Ana sgrana gli occhi, alzando le sopracciglia.

«Questo è ridicolo, Christian. Devo andare al lavoro»


mi dice scioccata.

«No che non devi» ribatto cocciuto.

«Ho un nuovo impiego, che mi piace. Certo che devo


andarci» mi dice decisa.

«No, non devi» replico agitato, muovendo le mani in


aria prima di poggiarle sui miei fianchi.

«Credi che me ne starò qui a girarmi i pollici mentre tu


giochi a fare il signore dell’universo?»

Il suo tono di voce è quasi stridulo. La fisso con gli


occhi socchiusi.

«Francamente... sì» sbotto.

La vedo scuotere la testa, mettersi le mani tra i capelli


e credo stia quasi per lanciare un urlo di disperazione. Poi
fa un lungo sospiro.

«Christian, devo andare al lavoro» dice calma.

«No, non devi» ribatto scontroso.

«Sì. Io. Devo» mi dice lentamente, come se fossi un


bambino piccolo che non riesce a comprendere il perché
mangiare troppo gelato faccia male ai denti. Stringo la
mascella e i pugni. “Oh, Ana. Quando fai così meriteresti
proprio una bella sculacciata, Cristo santo!”

«Non è sicuro» sibilo.

«Christian... ho bisogno di lavorare per vivere, andrà


tutto bene»

«No, non hai bisogno di lavorare per vivere... E come


sai che andrà tutto bene?». Oramai il mio tono di voce è
salito di qualche ottava. Sto velocemente perdendo il
controllo. Perché è così. Quando si tratta di lei, perdo le
staffe facilmente. Non c’è nulla da fare.

«Per l’amor del cielo, Christian, Leila era in piedi in


fondo al tuo letto e non mi ha fatto niente, e sì, ho
bisogno di lavorare. Non voglio che mi mantenga tu. Devo
restituire il prestito studentesco» urla anche lei,
mettendosi i pugni sui fianchi.

Faccio una smorfia di disappunto.

«Non voglio che tu vada al lavoro». So che è una


battaglia persa. Ha indossato l’elmetto di guerra.
Soccomberò io.

«Non devi dirmelo tu, Christian. Non è una decisione


che spetta a te» mi dice con veemenza.

Mi passo una mano nei capelli, fissando quella furia


travestita da brunetta sexy che ha bisogno di essere
protetta dal mondo. Continuiamo a urlarci contro in
silenzio. So come andrà a finire. Sarò io a cedere. Distolgo
lo sguardo e mi passo di nuovo la mano nei capelli.

«Sawyer verrà con te» sibilo a denti stretti.

«Christian, non è necessario. Non essere irrazionale»


esclama lei esasperata.

«Irrazionale?» le ringhio contro. «O lui viene con te, o


sarò davvero molto irrazionale e ti terrò qui» urlo.

«In che modo, esattamente?» mi chiede sbalordita.

«Oh, troverei un modo, Anastasia. Non mettermi alla


prova» le dico con un’occhiata velenosa.

«Okay!» urla, alzando le mani in alto.

La fisso con la rabbia che mi sta infiammando le vene.

«Okay, Sawyer può venire con me, se ti fa sentire


meglio» sbotta ala fine, alzando gli occhi al cielo.

Quel gesto mi fa arrabbiare ancora di più. D’istinto


faccio un passo verso di lei, con l’intenzione di metterla
spalle al muro e scoparla di santa ragione dopo una bella
sculacciata. Ma lei fa un passo indietro. Quando mi rendo
conto della situazione mi blocco, passandomi entrambe le
mani nei capelli, e trattenendomi fisicamente dal
continuare ad avanzare. “Devo uscire da qui, da questa
stanza. Altrimenti mando al diavolo il fottutissimo buon
senso”. Riprendo fiato e torno a fissarla.

«Posso farti fare un tour della casa?» le dico,


proseguendo con il piano originale.
Quello di distrarla da tutto lo schifo e dalla storia di
Leila, e di mostrarle la casa, in modo che abbia una
concezione dello spazio più precisa.

«Okay» risponde, in evidente confusione per il mio


cambio di argomento.

Le porgo la mano, aspettando che la prenda e


stringendogliela dolcemente.

«Non volevo spaventarti» le dico, per scusarmi.

«Non mi hai spaventata. Stavo solo per andarmene»


ribatte sarcastica.

A quelle parole una fitta lancinante mi trafigge il petto.

«Andartene?» sussurro, sgranando gli occhi.

«Sto scherzando!» dice esasperata e divertita al tempo


stesso.

Deglutisco e sospiro di sollievo, conducendola fuori


dalla cabina armadio. Pazientemente le faccio fare un
piccolo tour guidato dell’appartamento, mostrandole le
varie stanze da letto per gli ospiti al piano superiore, l’ala
riservata a Jason e Gail, la stanza dove c’è il televisore e il
divano.

«E così hai un’Xbox?» sogghigna, ricordando la prima


volta che è stata qui, quando le ho proposto di vedere la
mia stanza dei giochi.

«Sì, ma sono una frana. Elliot mi batte sempre. È stato


divertente quando hai pensato che volessi portarti a
giocare con l’Xbox» le dico con un sorriso.

Ci stiamo rilassando di nuovo. Fortunatamente.

«Sono contenta che mi trovi divertente, Mr Grey» mi


risponde altezzosa, sorridendo piano.

«Lo sei, Miss Steele... quando non sei esasperante,


ovviamente» ribatto, con un sorrisetto.

«Di solito sono esasperante quando tu sei


irragionevole»

«Io? Irragionevole?» le dico, alzando divertito le


sopracciglia.

«Sì, Mr Grey. Irragionevole potrebbe essere il tuo


secondo nome» ribatte e dal tono mi aspetto quasi mi
faccia la linguaccia.

«Non ho un secondo nome» ribatto imitando la sua


alterigia.

«Irragionevole calzerebbe a pennello» mi dice con


l’aria da saputella.

«Credo che sia una questione di punti di vista, Miss


Steele»

«Sarei interessata a sentire l’opinione professionale del


dottor Flynn»

Le lancio un sorrisetto malizioso.

«Pensavo che Trevelyan fosse il tuo secondo nome»


afferma pensierosa.

«No. Cognome» preciso.

«Ma non lo usi»

«È troppo lungo. Vieni» le ordino, mettendo fine al


nostro siparietto.

Ana mi segue docile, mentre torniamo nel salone e


percorriamo il corridoio. Oltrepassiamo la lavanderia, la
cantina, l’ufficio di Taylor. Con piacere noto che Taylor,
pur continuando a mantenere la sua innata cortesia, evita
lo sguardo di Anastasia. Alla fine giungiamo in biblioteca.
Mano nella mano.

«Qui ci sei stata» le dico, aprendo la porta e


mostrandole la stanza.

Lo sguardo di Ana brilla, mentre si posa sul tavolo da


biliardo.

«Possiamo giocare?» chiede, passandomi davanti


ancheggiando e poggiandosi al tavolo, proprio di fronte a
me, fissandomi negli occhi.

Sorrido, sorpreso ed eccitato dalla sua audacia.

«Okay. Hai mai giocato prima?» le chiedo sospettoso.

«Qualche volta...» mi dice, distogliendo lo sguardo.

So che sta mentendo. Piego la testa di lato,


scrutandola.
«Sei una pessima bugiarda, Anastasia. O non hai mai
giocato in vita tua, oppure...»

Ana si passa la lingua sulle labbra.

«Temi un po’ di competizione?» chiede alzando un


sopracciglio.

«Dovrei avere paura di una ragazzina come te?» la


prendo in giro, entrando nella stanza e avvicinandomi a
lei.

«Scommettiamo, Mr Grey» dice con spavalderia.

«Sei così sicura di te, Miss Steele?» le sorrido,


incredulo e divertito. E curioso ovviamente. «Che cosa
vuoi scommettere?» le chiedo, fissandola.

«Se vinco, voglio che mi porti ancora una volta nella


tua stanza dei giochi»

Le sue parole mi colgono di sorpresa. Lo stomaco mi va


sottosopra per l’agitazione. Per farmi una proposta del
genere dev’essere sicura di poter vincere. E se è sicura a
tal punto e mi sta chiedendo questo... è perché lo vuole.
Non mi ero sbagliato. Ana vuole essere dominata da me.
Vuole essere legata e portata al limite dalla mia bocca, le
mie mani e il mi cazzo. Sono eccitato, il pensiero di
tornare ad avere quel potere su di lei mi inebria. Ma non
posso farle del male, neppure se è lei a chiedermelo.
Però... però potrei provare a dare ad entrambi quello che
vogliamo. E per farlo devo vincere io.

«E se vinco io?» chiedo, dopo essermi ripreso dallo


shock iniziale.
«Allora potrai scegliere tu» mi dice arrogante.

Stringo le labbra, reprimendo un sorrisetto. Il pensiero


di riaverla alla mia mercé mi manda quasi in estasi.

«Okay, andata» le dico con un sorriso alla fine. «Vuoi


giocare a pool, biliardo inglese o carambola?»

«A pool, per favore. Gli altri non li conosco»

Mi avvicino all’armadietto sotto la libreria, tirando


fuori una grossa valigia di pelle dalla quale estraggo la
custodia di velluto che contiene le palle da biliardo.
Velocemente le ripongo sul tavolo verde. Ana osserva
rapita i miei movimenti. Poi le passo la sua stecca e
qualche pezzo di gesso.

«Vuoi spaccare?» le concedo galantemente, sicuro di


me.

“So cosa voglio. E cosa vuoi tu, Ana. Vincerò io”.

«Okay» accetta.

Passa il gesso sulla punta della stecca, poi socchiude le


labbra soffiando via quello in eccesso. Nel farlo mi guarda
da sotto le ciglia, passandosi la lingua sulle labbra.
“Cristo, se mi sto eccitando”.

Si allinea con la palla bianca e con un colpo veloce,


quasi inaspettato, colpisce il centro del triangolo di palle,
talmente forte che una di quelle rigate finisce in buca.
Stringo i denti. “La ragazzina sa benissimo quello che fa.
Ma non posso permettermi di perdere. Il prezzo è troppo
alto”.
«Scelgo quelle rigate» mi dice con un sorriso angelico.

Le lancio un sorrisetto di sbieco.

«Prego» le dico cavallerescamente.

Ana prosegue velocemente, mettendo in buca altre tre


palle. Ha un’espressione soddisfatta, mentre il panico
dentro di me cresce. Cerco di rimanere impassibile. La
osservo rapito, mentre si allunga sul tavolo, distendendo
la schiena, le gambe, concentrandosi. Mentre si lecca le
labbra o le mordicchia piano. Finalmente sbaglia,
cedendomi il turno. Si gira a guardarmi quando si accorge
che sono rimasto immobile.

«Lo sai, Anastasia, potrei stare qui a guardarti mentre


ti pieghi e ti distendi sul biliardo per tutto il giorno» le
dico con evidente desiderio.

Lei arrossisce, imbarazzata. Le sorrido con malizia.


Amo metterla a disagio in questo modo. La manda in
confusione. E Dio solo sa se ho bisogno che sia confusa.
Mi sta stracciando e ancora non abbiamo iniziato.

Mi tolgo con calma il maglioncino e lo getto sullo


schienale della sedia lì accanto. Le sorrido, avvicinandomi
al tavolo. Sono cosciente del fatto che il mio corpo le
provoca lo stesso effetto che il suo ha su di me. Mi piego
sul tavolo e la lascio guardare. Con la coda dell’occhio la
vedo a bocca aperta, la mano destra stringe con forza la
stecca.

Velocemente mando quattro palle in buca, poi sbaglio,


imbucando la bianca. Impreco a denti stretti mentre Ana
mi fa un sorrisetto.
«Un errore banale, Mr Grey» mi prende in giro.

Sorrido, fissandola malizioso.

«Ah, Miss Steele, non sono che un povero mortale.


Tocca a te, credo» le dico, indicando il tavolo da gioco.

«Non starai cercando di perdere?» mi chiede alzando


un sopracciglio.

«Oh, no. Per quello che ho in mente come premio


voglio vincere, Anastasia» le dico, stringendo le spalle.
«Ma, del resto, voglio sempre vincere»

Mi lancia uno sguardo a occhi socchiusi. Fa lentamente


il giro del tavolo, piegandosi abbastanza da lasciarmi
sbirciare il pizzo bianco della sua biancheria. Il mio
uccello si tende, scalpita per essere liberato. Passo in
rassegna gli oggetti nella mia scrivania, accanto alla
porta. Sì, quello che voglio c’è. Ana si mette in posa. Una
posa erotica, sexy, che mi fa venire voglia di sentirla
gemere per ore.

«So cosa stai facendo» le sussurro, con gli occhi cupi.

Lei mi guarda, piegando la testa di lato,


maliziosamente. Con la mano accarezza la stecca,
riportando lo sguardo sul tavolo.

«Oh, sto solo decidendo dove tirare» dice


distrattamente.

Poi sferra il colpo, mettendo la palla in posizione più


favorevole. Si rialza e siamo proprio l’uno di fronte
all’altra. Prepara il suo colpo successivo, piegandosi di
nuovo sul tavolo, Dandomi accesso non solo al suo seno,
ma anche alla curva del suo sedere. La sua schiena è
inarcata, come tante volte ho potuto ammirarla mentre
ero dentro di lei. Il fiato mi si blocca per qualche istante,
prima che riesca a riprenderlo. Sono eccitato da morire,
ma la mia reazione ha effetto anche su di lei, che sbaglia il
colpo. Mi sposto velocemente, arrivando dietro di lei. Il
panorama del suo meraviglioso culo è mozzafiato. Le
poggio una mano sulla natica destra, palpandola e
accarezzandola. La sento inspirare bruscamente.

«Me lo stai facendo ondeggiare davanti per tentarmi,


Miss Steele?» le sussurro all’orecchio.

Poi alzo la mano e la colpisco forte. Ana sussulta,


assorbendo il colpo.

«Sì» mormora con un filo di voce, eccitata e vogliosa.

«Stai attenta a quello che desideri, piccola» le dico,


allontanandomi e raggiungendo l’altro lato del tavolo,
preparandomi al tiro mentre le si massaggia il sedere.

Una palla dentro, una la manco. Ana mi lancia un


sorrisetto.

«Stanza Rossa, stiamo arrivando» mi prende in giro.

Alzo un sopracciglio, facendole cenno con la mano


affinché prosegua. Due palle dentro. Ma quando arriva a
quella arancione, intervengo. É maledettamente brava.
Ma non voglio rischiare di perdere. Non voglio tornare lì
dentro. Devo distrarla.

«Nomina la tua buca» le dico a voce bassa ma decisa.


«Buca d’angolo a sinistra» risponde in un sussurro.

Tenta di concentrarsi, ma la mia voce ha avuto l’effetto


sperato. Manca la palla arancione. Impreca tra sé e sé,
mentre io faccio un ghigno soddisfatto. Metto in buca le
ultime due palle piene. Mi stendo e mi allungo sul tavolo.
Lo faccio apposta. Alimento la sua eccitazione. La sto
mandando coscientemente fuori di testa. Quando mi
rialzo per passare il gesso sulla stecca, la fisso negli occhi.
É giunto il momento di sferrarle il colpo di grazia.

«Se vinco io...» inizio, lasciandola in sospeso. Quasi si


protende fisicamente verso di me per cavarmi di bocca le
parole. Sposto lo sguardo sulla stecca, soffiando il gesso.
Poi torno a guardarla dritto negli occhi azzurri. «Ti
prenderò a sculacciate e poi ti scoperò su questo tavolo da
biliardo» le dico con la voce carica di lussuria.

La vedo trasalire di desiderio, stringere forte la stecca e


deglutire. Alzo un sopracciglio, soddisfatto.

«Buca d’angolo a destra» mormoro, nominando la mia


buca e puntando la palla nera. Poi mi piego sul tavolo,
sentendo il suo sguardo bruciarmi la pelle. E tiro.
Capitolo 14
Con facilità colpisco la palla bianca, e mando in buca
l’ultima nera che ho sul tavolo. Ana trattiene il respiro. Mi
rialzo lentamente, sorridendole perfido. I miei occhi le
accarezzano il corpo, famelici come non lo erano da
tempo. Oggi mi ha portato al limite, mi ha stuzzicato,
lanciato segnali. Ora non riesco più a stare buono e
tenermelo nei pantaloni. Voglio scoparla. Voglio scoparla
selvaggiamente e sentirla urlare di piacere. Poso la mia
stecca sul bordo del biliardo e mi avvicino a lei, sotto il
suo sguardo avido quasi quanto il mio.

«Non sarai una che non sa perdere, vero?» mormoro


piano, cercando di trattenere un ghigno di soddisfazione.

«Dipende da quanto forte mi sculaccerai» sussurra,


piano, appoggiandosi con tutte le sue forze alla stecca che
ora le fa da sostegno.

Gliela tolgo di mano, poggiandola sul biliardo. Infilo


l’indice nello scollo della sua camicetta e la attiro al mio
corpo.

«Bene, contiamo le tue infrazioni, Miss Steele» le


annuncio, con un sopracciglio inarcato, contando sulle
dita. «Uno: mi hai fatto sentire geloso di un membro del
mio personale. Due: hai discusso con me riguardo al tuo
lavoro. Tre: hai deliberatamente fatto ondeggiare il tuo
delizioso sedere davanti al mio naso negli ultimi
venti minuti».Mi piego su di lei, strofinando il mio naso
delicatamente contro il suo. «Voglio che tu ti tolga i jeans
e questa camicetta così seducente. Ora» le mormoro sulle
labbra, baciandola leggermente.
Poi mi allontano, dirigendomi dritto verso la porta.
Faccio scattare la serratura e il rumore riecheggia nel
silenzio della stanza. Quando mi volto il mio sguardo è
fuoco allo stato puro. So che quello che succederà
cambierà di nuovo il nostro rapporto. É quasi come la
prima volta che è stata qui. Devo mostrarle quello che
posso fare e lei deve farmi capire fin dove posso
spingermi. Ana non si è mossa di un millimetro. Per un
attimo sono tentato di correre da lei e abbracciarla, ma
non posso. Devo sapere. Devo continuare e sapere fin
dove posso spingermi. La sculacciata di ieri sera ha
riacceso certi desideri. Posso farne a meno se lei non
vuole. Ma se volesse? Sarebbe l’inferno e il paradiso in un
tutt’uno.

«I vestiti, Anastasia. Mi pare che tu li abbia ancora


addosso. Togliteli. O lo farò io per te» le ordino piano.

«Fallo tu» mi dice con una voce carica di desiderio.

Sorrido di traverso per quella sua impertinenza.

«Oh, Miss Steele. È uno sporco lavoro, ma penso di


poter raccogliere la sfida» le dico a bassa voce, senza
abbandonare la mia aria arrogante.

«Sei abituato a raccogliere sfide ben peggiori, Mr


Grey» mi dice, alzando un sopracciglio.

Le sorrido, avvicinandomi alla piccola scrivania


ricavata nella libreria.

«Che cosa intendi dire, Miss Steele?» le chiedo,


chinandomi a prendere quello che mi serve.
Fletto il righello di 20 centimetri, tenendolo per le due
estremità e testandone la resistenza e la flessibilità. Non
abbandono mai il suo sguardo, valutando la sua reazione.
Sgrana gli occhi, impaurita, e sono tentato di gettarlo via.
Ma poi la vedo stringere le gambe l’una contro l’altra. E il
pensiero del paradiso bagnato che mi aspetta tra le sue
cosce mi spinge ad andare avanti. Infilo il righello nella
tasca posteriore dei miei jeans e mi avvicino a lei,
fissandola come se volessi scoparla con lo sguardo. Il suo
respiro è già corto. Mi inginocchio in silenzio e le slaccio
rapidamente le scarpe da tennis, sfilandogliele insieme
con le calze. Ana poggia le mani al bordo del biliardo
dietro di lei, per tenersi in equilibrio. Sento il suo sguardo
addosso. Le mie mani risalgono lungo le gambe fasciate
dai jeans e le afferrano decise i fianchi. Infilo le dita nella
cintura dei pantaloni, slacciando il bottone e abbassando
la zip. All’improvviso alzo gli occhi sul suo viso, arrossato
e con gli occhi già lucidi per l’attesa. Le sorrido malizioso
e lei rimane senza fiato. Il suo seno si alza e si abbassa
freneticamente. Le abbasso i jeans e lei ne esce con
grazia, rimanendo davanti a me in perizoma di pizzo
bianco. Le afferro le gambe da dietro, affondando le dita
nella morbida carne liscia e profumata. Non resisto
all’impulso di annusare il suo profumo e avvicino la punta
del naso facendola scorrere sulla pelle delle sue cosce,
sino al punto di congiunzione. Un tremito la percuote da
capo a piedi. Il desiderio di costringerla a prendermi si fa
più intenso. ‘Il vecchio Christian non si allontana mai,
vero Grey?’. La sensazione, quei pensieri, mi
sconvolgono. Ma la sua reazione a me è chiara. É eccitata.
Per me.

«Voglio essere piuttosto violento con te, Ana. Devi


dirmi di fermarmi, se è troppo» ansimo contro il pizzo
delle sue mutandine, baciandola nel punto in cui è più
sensibile.

Anastasia geme piano, mentre le ginocchia danno


segni di cedimento.

«Safeword?» mormora con la voce rotta dal desiderio.

“No. Non sei la mia Sottomessa, Ana. Sei la donna che


amo e che mi sta sconvolgendo la vita”.

«No, nessuna safeword, dimmi solo di fermarmi, e io


mi fermerò. Capito?» le mormoro contro il sesso,
baciandola di nuovo e strofinando il mio viso
spudoratamente su di lei, come se volessi impregnarmi
del suo odore. Di lei. Mi alzo in piedi e la fisso. Ana
continua a restare in silenzio, le palpebre pesanti per il
desiderio.

«Rispondimi» le ordino dolcemente.

«Sì, sì, ho capito» mi dice scrutandomi.

«Hai continuato a fare allusioni e a mandarmi segnali


ambigui per tutto il giorno, Anastasia» le dico, per
spiegarle il mio comportamento. Non voglio vederla
fuggire di nuovo. Voglio che si fidi. E mi permetta di farla
godere. Fino allo stremo. «Hai detto di temere che io
avessi perso smalto. Non sono sicuro di capire cosa
intendessi, e non so quanto seria fossi, ma lo scopriremo.
Non voglio ancora tornare nella stanza dei giochi, perciò
adesso proveremo in questo modo, ma se non ti piace,
devi promettermi di dirmelo»

L’ansia mi sta quasi divorando il petto. Ho paura che


lei non mi creda. Che pensi che io sia tornato quello di un
tempo. Quello di appena una settimana fa. “Credimi, Ana.
Credimi per favore”.

«Te lo dirò. Niente safeword» mi rassicura con un


piccolo sorriso.

«Siamo innamorati, Anastasia. Gli innamorati non


usano safeword» le dico. Poi ci rifletto. In realtà non so
cosa facciano gli innamorati. Per me è la prima volta. «O
no?» le chiedo titubando per un secondo.

«Credo di no» mormora lei, guardandomi. «Lo giuro»


aggiunge, per darmi un’ulteriore rassicurazione.

La scruto a fondo, cercando di decifrare la sua


espressione e capire se mi sta mentendo. É nervosa, ma
anche eccitata. Molto eccitata. Sorridendole mi rilasso,
mentre le mie dita lavorano in fretta sui bottoni della sua
camicetta azzurra. Invece di togliergliela la apro soltanto,
ammirando il suo seno contenuto nel pizzo bianco del
reggiseno. “Ora voglio divertirmi con te, Miss Steele”. Mi
allontano per prendere la sua stecca, poggiata sul tavolo
verde e vedo i suoi occhi farsi grandi per lo spavento.
Ridacchio tra me e me.

«Giochi bene, Miss Steele. Devo dire che sono


sorpreso. Perché non hai messo in buca la nera?» le
chiedo arrogante.

Ana mi lancia un’occhiataccia e mette un tenero


broncio. Le passo la stecca e lei si gira veloce,
posizionando la palla bianca. Prima che possa piegarsi sul
tavolo sono dietro di lei. Si abbassa e la mia mano si
poggia sulla sua coscia destra. Il mio uccello si tende
oltremisura. I jeans fanno male in quel punto. Le mie dita
prendono a scorrere lentamente su e giù, poi risalgono
fino al suo culo praticamente nudo e lo accarezzano
leggermente.

«Sbaglierò, se continui a fare così» sussurra con un filo


di voce, eccitata come non mai.

«Non m’importa se la colpisci o la manchi, piccola.


Voglio solo vederti così... Mezza svestita, mentre ti
allunghi sul mio tavolo da biliardo. Hai idea di quanto sei
sexy in questo momento?» le sussurro all’orecchio,
alimentando il desiderio di entrambi.

La sento prendere un bel respiro, mentre il mio corpo


si addossa al suo, seminudo. Ana fa di tutto per ignorare
la sensazione delle mie dita sulla sua pelle, ma io non
smetto di accarezzarle le natiche.

«Buca d’angolo di sinistra» mormora. Non appena la


stecca tocca la palla le assesto una sonora sculacciata
sulle natiche.

Lancia un urlo, ma non per il dolore. La palla bianca


colpisce quella nera, che rimbalza sulla sponda. Non
smetto di accarezzarla. “Ancora due tiri, Ana. Devo
punirti per le tue tre infrazioni”.

«Credo che tu debba ritentare» le sussurro


all’orecchio, accarezzandole deliberatamente il libo con la
lingua, mentre lei sussulta. «Dovresti concentrarti,
Anastasia»

Il suo respiro è un affanno eccitato. Lentamente mi


ritraggo dal suo corpo, raggiungendo l’altra estremità del
tavolo e rimettendo la palla in posizione. Poi le rimando
quella bianca, facendola rotolare sul tavolo. La afferra in
tutta fretta, riposizionandola.

«Ahi, ahi» la ammonisco, sorridendole malizioso.


«Aspetta» le intimo.

Torno velocemente dietro di lei e la mia mano scende


nuovamente sulla sua coscia. Questa volta è quella
sinistra. E poi di nuovo quel meraviglioso culo che si
ritrova. Le mie dita stringono la sua carne, mentre
l’uccello mi sta scoppiando.

«Prendi la mira» le ansimo nell’orecchio, mentre il mio


corpo copre il suo.

Ana geme, lasciando cadere per un attimo la testa sulla


stecca. Poi la rialza e tenta di concentrarsi. Si sposta
leggermente sulla destra, ma io non la mollo. Si piega,
mentre osservo la curva perfetta della sua schiena. “Ti
prenderò così, Ana. Ti entrerò dentro e non sarò per
niente delicato. Provo un desiderio selvaggio nei tuoi
confronti. Devo averti”.

Ad un tratto prende la mira e tira. La mia mano


affonda di nuovo sulla sua natica, forte. La vibrazione del
colpo si riverbera nel mio braccio e in tutto il corpo. Ho il
fiato corto come lei. Il mio cazzo pulsa violentemente.

«Oh, no!» la sento sibilare mentre constata di non


essere riuscita a mettere in buca la palla neppure questa
volta.

«Ancora una volta, piccola. E se la manchi anche


adesso, te lo farò prendere» le sussurro eccitato
all’orecchio.

Torno in fretta a riposizionare la palla e in men che


non si dica sono nuovamente dietro di lei. Il mio cazzo le
sfiora la gamba, mentre la mia attenzione è calamitata dal
suo sedere. Ho voglia di guardarlo mentre la penetro a
fondo. Ho voglia di penetrarla anche lì, ma devo
prepararla prima. Un giorno o l’altro magari... Lei si
risistema in posizione e io ne approfitto per distrarla.

«Ce la puoi fare» la incito dolcemente.

Inaspettatamente inarca la schiena, spingendo il suo


sedere sulla mia mano. Le do un colpetto.

«Non vedi l’ora, eh, Miss Steele?» mormoro in un


sussurro spezzato.

Lei emette un profondo sospiro. “Non voglio ostacoli


tra di noi”.

«Bene, liberiamoci di questo» le dico, sfilandole


lentamente il perizoma giù per le cosce. Risalendo le
bacio entrambe le natiche, deliziosamente arrossate dai
miei colpi. Lascio scorrere entrambi i palmi sul suo culo,
palpandola e stringendola.

«Tira, piccola» le dico, al limite del desiderio.

Si inarca, perfetta come sempre, punta e lo so che ci sta


provando davvero. Ma quando colpisce la palla con la
stecca lo sappiamo entrambi che sbaglierà. Resta in attesa
della mia sculacciata, ma ho altro in mente ora. Mi chino
su di lei, schiacciandola contro il tavolo e lasciando che la
stecca rotoli sul panno verde. Il mio uccello struscia
contro il suo sedere. “Cristo!”.

«L’hai mancata» le dico con dolcezza. «Appoggia i


palmi delle mani sul tavolo» le ordino.

Esegue subito.

«Bene. Ora ti sculaccerò, così la prossima volta forse


non lo farai» le mormoro contro l’orecchio destro,
rialzandomi di poco e spostandomi alla sua sinistra.

Strofino deliberatamente il mio cazzo fasciato dai jeans


sul suo fianco. La sento gemere di nuovo,
voluttuosamente. Il cuore batte forte. E il mio con il suo.
Ma devo andare in fondo a questa cosa. Lo desidero così
tanto. La desidero così tanto. Con la mano destra le
accarezzo piano il sedere esposto al mio sguardo
libidinoso. Con la sinistra, invece, le afferro i capelli,
tenendola ferma. Le poggio il gomito sulla schiena
tenendola giù.

«Apri le gambe» mormoro.

Questa volta esita e io estraggo il righello dalla tasca


dei jeans e le assesto il primo colpo. Forte. Il sangue mi
ronza nelle orecchie mentre guardo il segno del righello
sulla sua pelle. Il mio uccello mi implora di liberarlo.
Anastasia sussulta, scioccata. Ma continua a tenere
serrate quelle gambe. Senza pensarci troppo la colpisco di
nuovo con il mio righello.

«Le gambe» ordino perentorio. Questa volta obbedisce


subito, ansimando.

La colpisco ancora, mentre il desiderio mi invade tutti i


sensi. La donna che amo, che adoro, che venero è proprio
qui ora, di fronte a me, riversa su un tavolo da biliardo,
piegata ed esposta per me. I miei occhi sono fissi sul
punto di giuntura tra le sue gambe. L’odore del suo sesso
è vivo nell’aria e mi eccita, mi fa uscire di senno, mentre
continuo ad arrossarle le natiche che vibrano forte ad
ogni mio colpo. Come se non bastasse la straordinaria
visione di cui posso godere, i suoi gemiti riempiono il
silenzio rotto solo dai colpi ben assestati sulla sua pelle. Il
mio respiro si fa più intenso, più rapido. Sto per venirmi
nei pantaloni solo per questo spettacolo. La pelle di
Anastasia si è fatta rossa, con i segni del righello ben
visibili. Il solo pensiero di quanto la troverò bagnata
quando sarò dentro di lei mi sta facendo capitolare. La
percuoto di nuovo, più forte. Lancia un gemito assordante
e io ringhio, cercando di trattenermi dall’esplodere. E poi
la colpisco ancora più forte, al limite dell’esasperazione.
Anastasia sussulta.

«Fermati» dice in un mormorio.

Lascio andare il righello di colpo, come se scottasse. E


allento la presa su di lei.

«Ne hai abbastanza?» le sussurro con la voce roca,


pensando già a quello che voglio farle dopo.

«Sì»

Non c’è terrore nella sua voce, o nervosismo. C’è solo


consapevolezza. Mi ha fermato quando non ce l’ha fatta
più e io le ho obbedito all’istante. Si fida di me. E io di lei.

«Ora voglio scoparti» le dico, tentando di calmare il


mio affanno.
«Sì» sussurra con desiderio.

Mi abbasso la cerniera dei jeans, mentre lei si sdraia


sul tavolo, posizionando le braccia davanti a lei.
Sappiamo entrambi che sarò rude. E lo desideriamo
entrambi. Quando facciamo sesso è l’unico momento in
cui ho il pieno controllo di Anastasia. E piace ad
entrambi. Mi tolgo in fretta jeans e boxer e mi avvicino a
lei. Di colpo le infilo dentro due dita, senza preavviso.
Come prevedevo. É fradicia. Le dita scivolano con facilità
fino alla base, riempiendola tutta. Ana mugola di piacere,
inarcando la schiena candida e spingendosi contro di me.
Tiro fuori le dita e, anche se non può vedermi mentre lo
faccio, le infilo in bocca e gusto il sapore della mia dolce
Anastasia. Mi chino ed estraggo un preservativo dalla
tasca dei jeans. É davvero una fortuna che io ne abbia
sempre una scorta dietro. Sette giorni ancora e non ne
avrò mai più bisogno. Per tutta la vita. Strappo la bustina
e in fretta srotolo il preservativo sul mio cazzo in fiamme.
Mi posiziono dietro di lei, allargandole le natiche e le
cosce per penetrarla meglio. Quella visione è sublime.
Piacere puro. Lentamente la penetro, un centimetro per
volta. É stretta, bagnata. Favolosa. Una volta che sono
tutto dentro di lei, le afferro i fianchi. Le mie dita si
imprimono con forza nelle sue carni morbide. Gemo, in
estasi, mentre la penetro ed osservo i segni sul suo culo.
Mi ritraggo e rientro subito, con forza. Anastasia lancia
un urlo strozzato. Mi fermo, ansimando.

«Ancora?» le chiedo preoccupato.

«Sì... sto bene. Lasciati andare... portami con te»


mormora eccitata e senza un briciolo di fiato.
Le sue parole mi mandano fuori di testa. Scivolo fuori
dal suo corpo e poi rientro con violenza brutale,
spingendomi a fondo dentro il suo sesso scivoloso. E
inizio a scoparla con foga repressa, con ardore, con amore
anche. Mi porto e la porto sull’orlo del precipizio a furia
di spinte. La sua schiena è inarcata, il sedere arrossato e il
suo corpo si sposta sul tavolo di panno verde ad ogni
possente spinta del mio. Anastasia si serra attorno al mio
cazzo in fiamme. “Cristo santissimo!”. Urla, ansima, geme
forte, godendo fino allo stremo. Le mie spinte si fanno più
vigorose, più profonde. E finalmente, con un urlo
spezzato dal godimento, Anastasia gode tremando, in un
orgasmo prosciugante. Mi lascio andare anch’io,
riversandomi dentro di lei e premendo più forte le dita sui
suoi fianchi.

«Cazzo, Ana!» urlo, cadendo sfinito su di lei.

I nostri respiri affannati si fondono mentre le forze mi


abbandonano e scivolo sul pavimento trascinandomela
addosso. La stringo forte, cullandola tra le mie braccia.

«Grazie, piccola» riesco a dirle tra un respiro e l’altro,


baciandola dolcemente su tutto il viso.

Girando la testa posso vedere la sua guancia arrossata


nel punto dove strofinava contro il panno verde del
tavolo. La stringo di più.

«Hai la guancia arrossata a causa del panno del


tavolo» le mormoro, dispiaciuto, mentre la massaggio
affettuosamente. «Com’è stato?» le chiedo, attento ad
ogni sua minima reazione.

Ho bisogno di saperlo. Un bisogno disperato.


«Bello da far tremare le ginocchia» mormora con un
sorriso e io mi rilasso all’istante. «Mi piaci violento,
Christian, e mi piaci anche dolce. Mi piace che tutto
questo succeda con te» mi sussurra contro le labbra.

Chiudo gli occhi, sollevato, e la stringo a me con


maggiore forza.

«Non sbagli mai, Ana. Sei bellissima, brillante,


stimolante, divertente, sexy, e io ringrazio ogni giorno la
divina provvidenza che sia stata tu a venire a
intervistarmi e non Katherine Kavanagh» le dico,
depositandole un bacio dolce sui capelli che profumano di
mare.

Lei sorride, dolce, e poi sbadiglia contro il mio petto.

«Ti ho sfinita» le dico con un sorriso. «Vieni. Facciamo


il bagno e poi andiamo a letto» annuncio solenne.

Ci rialziamo entrambi, rivestendoci e tenendoci per


mano mentre entriamo nella nostra camera da letto e nel
nostro bagno. Mentre lei si spoglia io ne approfitto per
riempire la vasca con acqua e bagnoschiuma al
gelsomino. Poi mi spoglio anch’io e insieme ci
immergiamo al caldo. Siamo l’uno di fronte all’altra. Ci
limitiamo a fissarci, sorridendoci come due idioti. Ma mi
piace essere idiota con Anastasia. Anche l’idiozia ha il suo
fascino con lei. Colmo per un attimo la distanza tra noi e
le bacio le labbra morbide. Poi lascio le mie dita vagare
sulle sue braccia e sott’acqua, sulle sue gambe, fino a
raggiungere i piedi. Mi rimetto al mio posto e ne afferro
uno, massaggiandoglielo. Ana chiude gli occhi e geme,
lasciando ricadere la testa all’indietro. Sono bravo con i
massaggi. Merito di Elena, certo. Ma sono contento di
aver imparato tante cose da lei e che oggi possa, con tutte
quelle cose, vedere quell’espressione di puro godimento
sul volto della mia ragazza. Prendo l’altro piede e torno a
massaggiarla.

«Posso chiederti una cosa?» mi dice piano, rompendo


il silenzio all’improvviso.

«Certo. Qualsiasi cosa, Ana, lo sai» le dico, fissandola


dolcemente.

Fa un profondo respiro, mettendosi a sedere nella


vasca. Storce un po’ il naso, per il dolore.

«Domani, quando andrò al lavoro, puoi dire a Sawyer


di lasciarmi davanti all’ingresso dell’ufficio e di venirmi a
prendere alla fine della giornata? Per favore, Christian.
Per favore» mi supplica.

Blocco il mio massaggio, aggrottando la fronte.

«Pensavo che fossimo d’accordo» borbotto.

Non voglio litigare dopo tutto ciò che abbiamo


condiviso poco fa.

«Per favore» mi supplica.

«E il pranzo?» le chiedo scettico.

«Mi preparerò qualcosa da portarmi dietro, così non


dovrò uscire. Per favore»

Tiro su il suo piede e lo bacio delicatamente. Non ho


intenzione di cedere. Ma non c’è bisogno che lei lo sappia.
Sawyer sarà lì a controllarla. Con discrezione, senza farsi
notare. Ma non la lascio in balìa di Leila un’altra volta.

«Trovo davvero difficile dirti di no» mormoro.

So che le sto mentendo e la cosa mi mette a disagio. Ma


non ho intenzione di discutere con lei sulla sua sicurezza.
E comunque non uscirà di lì. Non vedrà Sawyer.

«Non uscirai?» mi assicuro.

«No» mi dice, scuotendo la testa per sottolineare la sua


decisione.

«Okay» le dico

Mi fa un sorriso luminoso, che mi fa sentire un po’ una


merda. Ma dentro di me so che sto agendo per il meglio.
Se le accadesse qualcosa non me lo saprei perdonare.

«Grazie» dice, mettendosi in ginocchio e schizzando


acqua ovunque.

Si avvicina e mi bacia sulle labbra.

«Prego, Miss Steele. Come sta il tuo sedere?» le chiedo,


cambiando discorso.

«Indolenzito, ma non troppo male. L’acqua lenisce il


dolore»

«Sono contento che tu mi abbia detto di fermarmi» le


dico, osservandola negli occhi.
«Anche il mio sedere è contento» ribatte con un
sorrisetto.

Il mio sorriso si allarga. Mi sporgo e la bacio.

«Vieni, andiamo a letto».

Quando rientro in camera da letto, Ana ha già


indossato una delle mie t-shirt e si sta stiracchiando
assonnata tra le lenzuola.

«Miss Acton non ha procurato anche una camicia da


notte?» le chiedo alzando un sopracciglio, guardando il
suo corpo mezzo nudo che ho ancora voglia di possedere.

«Non lo so. Mi piace indossare le tue t-shirt» farfuglia,


con gli occhi quasi chiusi.

Sorrido, chinandomi su di lei e baciandole la fronte,


carezzandole delicatamente i capelli. Ho del lavoro
arretrato da sbrigare, ma non mi va di lasciarla da sola in
camera. L’ultima volta Leila l’ha scovata.

«Devo lavorare. Ma non voglio lasciarti sola. Posso


usare il tuo computer per connettermi con l’ufficio? Ti
disturbo se lavoro qui?» le chiedo.

«Non è il mio computer...» riesce a dire, prima di


abbandonarsi al dolce oblio del sonno.

Sorrido e torno velocemente nel salone a prendere il


suo MacBook. Mi sistemo sul letto, di fianco alla mia bella
addormentata e inizio a lavorare. Ogni tanto le lancio
un’occhiata, le sposto qualche ciocca di capelli. Spesso mi
ritrovo a sorridere mentre la guardo. É da poco passata
mezzanotte quando finalmente mi decido a spegnere il pc
e mettermi a dormire. Dopo cinque giorni d’inferno e
tutta l’attività fisica che abbiamo dovuto recuperare, è
normale che io sia stanco quasi quanto lei. Scosto la
trapunta e mi infilo a letto, attirandola nelle mie braccia e
cadendo quasi all’istante in un sonno profondo.

Apro gli occhi di scatto mentre un corpo caldo si


muove contro il mio. La radiosveglia urla le notizie sul
traffico, mentre sbatto le palpebre abituandomi alla luce
soffusa dei primi raggi del sole. Un paio di occhi azzurri
mi guardano ancora velati di sonno. E il suo sorriso mi fa
drizzare immediatamente il cazzo.

«Buongiorno» mi mormora, avvicinandomi per


accarezzarmi e darmi un bacio con le labbra morbide,
impastate ancora di sonno.

«Buongiorno, piccola. Di solito apro gli occhi prima


che la sveglia si spenga» mormoro pensieroso.

‘Di solito, Grey, i tuoi occhi tentano di non chiudersi.


Tentano di non rivivere tutto l’orrore. Di non ricadere
nella paura che stringe lo stomaco e lo attanaglia fino a
far male. Di solito i tuoi lunedì sono schifosi. Sempre.
Anche dopo averla conosciuta lo erano. E lo erano anche i
martedì, i mercoledì, i giovedì e i venerdì. Ma ora è con te
per sempre. Non solo nei weekend’.

«L’hai messa presto» sussurra Anastasia,


stiracchiandosi tra le lenzuola e accucciandosi di nuovo
contro di me.

«Eh, sì, Miss Steele» le dico con un sorrisetto.


«Devo alzarmi» le dico.
Poi le deposito un piccolo bacio sulle labbra e uno
veloce sulla punta del naso, scostandomi a malincuore dal
suo corpo caldo e invitante e scendendo dal letto. Ana si
solleva di poco, lanciando un’occhiata al mio corpo prima
di ributtarsi teatralmente sui cuscini. Sorrido tra me e me
mentre mi dirigo in bagno, lasciandola sonnecchiare
ancora un po’. É troppo presto per lei. Forse lo è anche
per me se penso al bocconcino che dorme tra le mie
lenzuola. Ma devo darci dentro con il lavoro e devo
organizzare la squadra di sicurezza. E devo anche parlare
con Sawyer.

Mi faccio la barba, mi lavo e torno di là per infilarmi


nella cabina armadio e riuscirne dopo qualche minuto
vestito di tutto punto. Oltrepassando il letto per dirigermi
in salotto. Sorrido nell’osservare la mia ragazza
beatamente addormentata come un piccolo angelo. Mi
dirigo spedito nel mio ufficio, mandando un sms a Taylor,
che poco dopo mi raggiunge insieme con Sawyer. Resto in
piedi, dando le spalle alla finestra. E loro due fanno
altrettanto, di fronte a me. La nostra conversazione sarà
breve.

«Jason, istruisci la squadra di sicurezza per l’intera


giornata. Prima che io esca di casa avrai una lista con i
miei spostamenti. Luke, tu ti occuperai della sicurezza di
Miss Steele. Dovrai accompagnarla al lavoro e assicurarti
che non metta piede fuori dal suo ufficio. Accompagnala,
ma non deve accorgersi della tua presenza mentre è al
lavoro. Miss Steele non sa di essere sorvegliata»

Con la coda dell’occhio noto che Taylor stringe la


mascella e so che non approva il mio comportamento. La
sua filosofia è “una persona consapevole è più facile da
gestire”. Ma è ovvio che non conosce a fondo la ribelle
Miss Steele.

«Per il momento è tutto, ci riaggiorniamo più tardi»


dico, congedando entrambi con un cenno del capo.

Mi chiedo distrattamente dove sia Leila Williams,


mentre mando un messaggio ad Andrea chiedendole di
prenotarmi un appuntamento con Flynn. Ho un’idea che
mi gira in testa. Ma devo parlarne con lui. Per il bene di
Ana, devo parlarne prima con lui. Il pensiero di Anastasia
mi attira come una calamita alla nostra camera da letto.
Mi aspetto di trovarla in bagno, sotto la doccia. E invece
sono sorpreso nel vedere la sua chioma castana arruffata
ancora avvolta tra le lenzuola. Ridacchio tra me e me.
Quando scoprirà di aver dormito fino a tardi, andrà nel
panico.

Mi chino su di lei, sfiorandole la guancia con il naso.

«Forza, dormigliona, alzati» le sussurro divertito,


mordicchiandole l’orecchio.

Ana si stiracchia, sorridendo ancora prima di aprire gli


occhi. Inala il mio profumo e quando spalanca le palpebre
sono contento di vedere il suo sorriso che si allarga
mentre mangia con gli occhi il mio corpo contenuto nel
completo nero. Mugola, in apprezzamento.

«Cosa?» la prendo in giro.

«Vorrei che tornassi a letto» mormora, girandosi verso


di me e facendo le fusa.

Il desiderio mi attraversa come una scarica elettrica.


Mi lecco le labbra, mentre i miei occhi vagano sui lembi di
pelle lasciati scoperti dal lenzuolo e dalla t-shirt.

«Sei insaziabile, Miss Steele. Per quanto l’idea mi


alletti, ho un appuntamento alle otto e mezzo, perciò tra
poco devo uscire» le annuncio con un sorrisetto.

Ana lancia uno sguardo alla sveglia e poi spalanca gli


occhi, balzando giù dal letto allarmata e infilandosi in
bagno. Rido di gusto, mentre mi alzo e resistendo alla
tentazione di unirmi a lei, esco dalla camera e raggiungo
Gail in cucina.

«Buongiorno, Mr Grey» mi saluta lei educatamente.

«Buongiorno Gail. Oggi Miss Steele ha intenzione di


portarsi il pranzo da casa. Potrebbe prepararle lei
qualcosa? Qualsiasi cosa Anastasia voglia. Per colazione,
invece, preferisce pancake e bacon. E tè, Twinings
English Breakfast»

Lei annuisce con un gran sorriso e si mette a preparare


la colazione, mentre io prendo il giornale dal tavolo e mi
siedo al bancone. Venti minuti più tardi, Ana fa il suo
ingresso in cucina. É meravigliosa nella sua gonna
attillata grigia e la camicetta sulle stesse tonalità. I capelli
raccolti e un paio di scarpe nere col tacco che me lo fanno
tirare ancora di più. “Dio, Miss Steele. Dovrò scoparti solo
con quelle addosso. É una promessa”. Poggio sul bancone
la tazza con il caffè che stavo lentamente sorseggiando.
Mi si avvicina e io non perdo tempo, attirandola a me.

«Sei bellissima» le mormoro contro l’orecchio, mentre


la bacio proprio sotto al collo.
Sento, più che vedere, la sua pelle arrossarsi e sorrido
soddisfatto.

«Buongiorno, Miss Steele» ci interrompe Gail,


mettendoci davanti la colazione di Anastasia.

«Oh, grazie. Buongiorno» mormora lei in imbarazzo.

«Mr Grey mi ha detto che gradisce portare qualcosa


con sé per il pranzo. Che cosa preferisce mangiare?»

Anastasia mi lancia un’occhiataccia, mentre io cerco di


non scoppiare a ridere. Poi si rivolge di nuovo a Gail,
educata e gentile.

«Un sandwich... un’insalata. Non importa» le dice con


un sorriso timido.

«Improvviso subito qualcosa, signorina»

«Per favore, mi chiami Ana» dice amichevole.

«Ana» ribatte Gail, sorridendole con calore, mentre si


occupa del tè.

Anastasia si gira verso di me, soddisfatta, con un


sopracciglio ironicamente alzato. Per me è arrivato il
momento di andare a lavoro però.

«Devo andare, piccola. Taylor tornerà a prenderti e ti


lascerà all’ufficio con Sawyer» le annuncio.

«Solo alla porta» mi ricorda lei, piegando la testa di


lato.
«Sì. Solo alla porta» le dico, alzando gli occhi al cielo.
«Stai attenta, però» le annuncio, mentre il tarlo delle
bugie mi rode nel profondo.

Mi alzo alla vista di Taylor, afferrandole con


possessività il mento e baciandola profondamente. “É
meglio che capiate entrambi che lei è mia. Solo mia”.

«A più tardi, piccola» le sussurro contro le labbra.

«Buona giornata in ufficio, caro» mi dice


sarcasticamente, mentre affonda la forchetta nei
pancakes e Gail le passa la sua tazza di tè.

Il mio telefono vibra e Andrea mi conferma


l’appuntamento con Flynn. Taylor mi accompagna in
fretta in ufficio e io sbrigo le ultime pratiche prima della
riunione del lunedì mattina con Ros e i nostri
collaboratori. Prima di entrare in sala riunioni scrivo una
mail ad Anastasia. Ovviamente mi trattengo. So che la sua
casella di posta è monitorata. E ne approfitto anche per
mandare un sms a Barney per sapere se ha trovato
qualcosa di interessante.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 13 giugno 2011 8.24
Oggetto: Capo
Buongiorno, Miss Steele,
volevo solo dirti grazie per il meraviglioso fine settimana nonostante
il dramma.
Spero che non te ne andrai mai.
E volevo anche ricordarti che le notizie riguardo alla SIP devono
rimanere segrete per quattro settimane.
Cancella questa mail non appena l’avrai letta
Tuo
Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc. & capo del
capo del tuo capo

Sento il cuore che fino ad un mese fa non sapevo


neppure di avere che palpita all’idea di stare con lei per
tutta la vita. Sorrido. Cosa stavo facendo esattamente un
mese fa a quest’ora? Cercavo un modo per evitare
un’intervista con una ficcanaso arrivista e prepotente. E il
giorno dopo avevo dovuto ammettere che quell’intervista
era stata la cosa migliore che mi fosse capitata in tutta la
mia vita.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 13 giugno 2011 9.03
Oggetto: Prepotente

Caro Mr Grey,

mi stai chiedendo di venire a vivere da te?


E, certo, ricordo che le prove delle tue memorabili doti di stalker non
devono essere divulgate per altre quattro settimane.
Devo fare l’assegno per Affrontiamolo Insieme e mandarlo a tuo
padre?
Per favore, non cancellare questa mail.
Per favore, rispondi.
TVB XXX

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

Sono nel bel mezzo della riunione quando il mio


BlackBerry vibra. Non perdo tempo e le mando una mail
di risposta, sorridendo come un coglione mentre Ros mi
guarda con un sopracciglio inarcato.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 13 giugno 2011 9.07
Oggetto: Prepotente? Io?

Sì. Per favore.

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Ci mette un po’ troppo per rispondere, e onestamente


inizio a non riuscire a stare fermo sulla mia poltrona.
Faccio un profondo respiro, tornando, per quel che posso,
a concentrarmi sulla mia squadra.

13 minuti dopo sto uscendo dalla sala riunioni. Ed ecco


la vibrazione del mio telefono. Trattengo il fiato, mentre
apro la mail. ‘Da quando sei diventato un ragazzino,
Grey?’
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 13 giugno 2011 9.20
Oggetto: Flynnismo

Christian,

cos’è successo al “dobbiamo imparare a camminare prima di poter


correre”? Possiamo parlarne stasera, per favore?
Mi è stato chiesto di andare a un convegno a New York giovedì.
Significa stare fuori a dormire per una notte, mercoledì.
Volevo solo che tu lo sapessi.
AX

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

«CHE COSA?» urlo quasi senza rendermene conto,


mentre Olivia e Andrea sobbalzano, guardandomi
terrorizzate. Entro nel mio ufficio e sbatto la porta,
mentre digito furiosamente la mia risposta.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 13 giugno 2011 9. 21
Oggetto: COSA?

Sì. Parliamone stasera.


Andrai da sola?

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

So che la risposta è no. Lo so. Lo sento. E non deve


neppure pensare che io la lasci andare via con quel
depravato. Avvio la chiamata.

«Welch! Grey. Trovami qualsiasi cosa sia possibile


trovare su quel figlio di puttana di Jack Hyde della SIP.
Immediatamente» sbraito, mentre dall’altro lato del
telefono Mr Efficienza si mette al lavoro. Bene. Lo pago
per questo.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 13 giugno 2011 9. 30
Oggetto: Non urlare in lettere maiuscole il lunedì mattina!

Possiamo parlare anche di questo stasera?


AX

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

Non perdo tempo a trovare un modo carino per non


farla incazzare.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 13 giugno 2011 9. 35
Oggetto: Non mi hai ancora sentito urlare
Dimmelo.
Se ci vai con quel depravato con cui lavori, allora la risposta è no,
dovrai passare sul mio cadavere.
Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Le mie dita tremano, mentre sprofondano nei miei


capelli, scompigliandoli.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 13 giugno 2011 9. 46
Oggetto: No, TU non mi hai ancora sentita urlare
Sì. Devo andarci con Jack.
Voglio andarci. È un’opportunità interessante per me.
E non sono mai stata a New York.
Non fare una tempesta in un bicchiere d’acqua.
Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

“Cristo santo! Cristo, Cristo, Cristo santissimo!”.


Questa donna mi manda al manicomio. Respiro
profondamente, ma la mia rabbia e la mia frustrazione
restano inalterate.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 13 giugno 2011 9. 50
Oggetto: No, TU non mi hai ancora sentito urlare
Anastasia,
non è per il fottuto bicchiere d’acqua che sono preoccupato. La
risposta è NO.
Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Da: Anastasia Steele


A: Christian Grey
Data: 13 giugno 2011 9. 55
Oggetto: Cinquanta sfumature

Christian,

cerca di stare calmo.


Io NON andrò a letto con Jack, non lo farei per tutto l’oro del mondo.
Io ti AMO. Ed è questo che succede quando le persone si amano.
Hanno FIDUCIA l’una nell’altra.
Non penso che tu FARAI L’AMORE, SCULACCERAI, SCOPERAI
o FRUSTERAI nessun altro. Ho FIDUCIA in te.
Per favore, usami la stessa GENTIlEZZA.
Ana

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

Le parole sullo schermo del mio computer mi


colpiscono come un sonoro schiaffo. Stringo forte gli
occhi. “Quale cazzo di parola della fottuta frase ‘le tue
mail sono monitorate’ tu non hai afferrato, Miss Steele?”.
Non sono più un uomo. Sono pura furia quando chiamo
Barney affinché ripulisca il sistema della SIP, ma mi sento
rispondere che gli ci vuole un po’ per effettuare la pulizia
del sistema e che devo far cancellare la mail dalla mia
sconsiderata fidanzata. Vado un bel po’ avanti e indietro,
prima di decidermi a chiamarla. Ho bisogno di calmarmi.
Ma fallisco miseramente.

«Ufficio di Jack Hyde, sono Ana Steele» risponde


professionalmente.
«Vuoi per cortesia cancellare l’ultima mail che mi hai
mandato e cercare di essere un po’ più discreta per quel
che riguarda il linguaggio che usi dalla mail dell’ufficio?
Te l’ho detto, il sistema è monitorato. Farò in modo di
limitare i danni da qui» le ringhio contro, riattaccando
prima che possa mettersi a discutere. Sospiro, lancio un
mezzo urlo di frustrazione e sbatto il pugno sulla
scrivania. L’aliante che mi ha regalato sobbalza e
guardandolo mi ricordo del perché sono innamorato di
lei. Il mio respiro si placa e al posto della furia resta solo
l’esasperazione. Il mio cellulare suona. Lo sapevo. Tregua
finita.

«Cosa c’è?» grido esasperato.

«Andrò a New York, che ti piaccia o no» sibila


velenosamente.

«Non cont...» ma sento il click del telefono.

“Oh, no. No, Miss Steele. Non mi hai chiuso il telefono


in faccia”. É in momenti come questi che vorrei
mettermela sulle ginocchio e torturarla a suon di
sculacciate per ore, giorni, cazzo! Stringo forte il telefono
e poi compongo il numero. “Nessuno mi ferma,
Anastasia. Neppure tu”.

«Roach, Grey. Ho bisogno del prospetto delle spese


anche di questo mese. Voglio poterle approvare
personalmente, altrimenti l’accordo è saltato»

Lo so, non ha colpa per la testardaggine della donna


che mi sono scelto al mio fianco. Ma non mi lascerò
sottrarre il controllo così facilmente da una ragazzina in
gonna e camicetta attillate. ‘E scarpe sexy, Grey’. Scarpe
fottutamente sexy! Ma quel pensiero non mi aiuta per
niente. So solo che se fosse qui la scoperei fino a farle
perdere i sensi contro quella parete di fronte a me.
Contemporaneamente mi arriva una mail da Welch. É su
Hyde. Dettagli su dettagli. E quando termino di leggerla
non sono meno furioso di prima. Nulla di reale, concreto.
Ma dalle informazioni che abbiamo si capisce che è un
lurido porco. É l’unica spiegazione al fatto che le sue
assistenti restano tre mesi e poi fuggono.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 13 giugno 2011 10. 43
Oggetto: Che cosa hai fatto?

Per favore, dimmi che non interferirai con il mio lavoro. Voglio
davvero andare a quel convegno. Non avrei dovuto chiedertelo. Ho
cancellato la mail offensiva.

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

Leggo la risposta di Ana e poi la mail di Barney, giunta


subito dopo, che mi avvisa che è tutto a posto.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 13 giugno 2011 10. 43
Oggetto: Che cosa hai fatto?

Sto solo proteggendo ciò che è mio.


La mail che mi hai mandato avventatamente ora è stata cancellata dal
server della SIP, così come le mie mail a te.
Si dà il caso che io mi fidi di te in modo assoluto.
È di lui che non mi fido.

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.
Mi appoggio allo schienale, serrando gli occhi e
tentando di farmi passare l’incazzatura.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 13 giugno 2011 10. 46
Oggetto: Cresci

Christian,

non ho bisogno di essere protetta dal mio capo. Potrebbe anche farmi
delle proposte, ma io gli direi di no. Non puoi interferire. È sbagliato
e prepotente sotto ogni punto di vista.

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

Il suggerimento a crescere mi innervosisce ancora di


più. Piccato digito in fretta la mia categorica risposta.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 13 giugno 2011 10. 50
Oggetto: La risposta è NO

Ana,

ho visto quanto sei “efficace” nell’opporti alle attenzioni indesiderate.


Ricordo che è stato così che ho avuto il piacere di passare la mia
prima notte con te. Perlomeno il fotografo prova dei sentimenti per
te. Il depravato, invece, no. È un cascamorto seriale, e cercherà di
sedurti. Chiedigli che cos’è successo alla precedente assistente e a
quella prima di lei. Non voglio litigare su questo. Se vuoi andare a
New York, ti ci porterò io. Possiamo andarci questo fine settimana.
Ho un appartamento là.

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.
I minuti passano in silenzio, mentre guardo fuori dalla
finestra. Non ci provo neppure a concentrarmi sul lavoro.
Non servirebbe a nulla. L’orologio mi dice che manca
mezz’ora al mio appuntamento con Flynn. Forse potrei
anticipare.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 13 giugno 2011 11. 15
Oggetto: FW appuntamento a pranzo o peso irritante

Christian,

mentre eri impegnato a interferire con la mia carriera e a salvarti il


culo per le mie mail imprudenti, ho ricevuto il seguente messaggio da
Mrs Lincoln. Davvero, io non ho voglia di incontrarla. E anche se
l’avessi, non mi è permesso lasciare questo edificio. Come abbia
ottenuto il mio indirizzo di posta elettronica, non lo so. Che cosa
mi suggerisci di fare? Ecco qui sotto il suo messaggio:

Cara Anastasia,

mi piacerebbe davvero molto pranzare con te. Credo che siamo


partite con il piede
sbagliato, e vorrei raddrizzare le cose. Sei libera qualche volta in
settimana? Elena Lincoln

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

“Cristo Elena!”. Il pensiero della discussione che


abbiamo avuto e la rabbia che prova Ana nei confronti di
Elena, mi fa addolcire nei suoi confronti. Roach mi ha
appena inviato una mail con le spese, tra cui quelle del
viaggio per New York. Ovviamente approvo quelle per
Hyde e boccio quelle per la sua assistente. E argino il
problema. Ma Elena? Sospiro. Non so più cosa fare.
Da: Christian Grey
A: Anastasia Steele
Data: 13 giugno 2011 11. 23
Oggetto: Peso irritante

Non essere arrabbiata con me. Ho a cuore i tuoi migliori interessi. Se


ti succedesse qualcosa, non potrei mai perdonarmelo.
Penso io a Mrs Lincoln.

Christian Grey
Amministratore delegato, Grey Enterprises Holdings Inc.

Mi rendo conto di averle parlato con il cuore in mano.


Sospiro. Raccolgo il telefono ed esco dall’ufficio, per
recarmi da Flynn.
Da: Anastasia Steele
A: Christian Grey
Data: 13 giugno 2011 10. 32
Oggetto: Più tardi

Possiamo discuterne stasera, per favore? Sto cercando di lavorare e le


tue continue interferenze mi distraggono.

Anastasia Steele
Assistente di Jack Hyde, Direttore editoriale, SIP

Stringo il BlackBerry, mentre entro nell’auto dove


Taylor mi sta già aspettando. Pochi minuti dopo sono
seduto a cospetto del mio psicologo di fiducia. Non perdo
tempo. Per la prima volta ho bisogno di sfogarmi. Stare
con quella donna è frustrante.

Flynn sorride alla fine del mio monologo, e io quasi mi


aspetto di trovare un solco nel pavimento sul quale sono
andato avanti e indietro.

«Dunque, le hai detto che sei innamorato di lei?» mi


chiede John.

«Sì» ammetto, e sono sorpreso dal constatare che non


mi costa nessuna fatica.

«Sono felice per te, Christian. É un passo importante


questo». Poi si appoggia con la schiena alla poltrona e mi
fissa, con le dita giunte sotto il mento. «E hai intenzione
di chiederle di sposarti» mi chiede assorto nei suoi
pensieri.

«Si» rispondo con altrettanta facilità. I miei sentimenti


per Ana e quello che voglio fare con lei non sono più fonte
di dubbio per me. Mi accorgo da solo del cambiamento.

«Christian, Anastasia non scapperà da te. Ti ama. Ma


non puoi legarla a te per trattenerla nella tua vita.
Ricordi? Devi imparare a camminare...»

«…prima di poter correre. Lo so, John. Lo so, credimi.


Ma so anche che ora, domani, fra dieci anni... io vorrò
stare con lei. E voglio essere certo che anche lei lo voglia
quanto lo voglio io». Lo guardo, implorandolo di capirmi.

Lui annuisce, ma so che sta per mettermi in guardia.

«Voglio che tu sia pronto al fatto che lei potrebbe


rifiutare, potrebbe sentirsi soffocata»

Le sue parole mi lasciano basito. Scuoto la testa, senza


emettere suoni, mentre il pensiero mi scivola addosso
riempendomi di orrore.

«Sono certo che Ana ti ami, Christian. Ma è una


ragazza responsabile. Vorrà delle risposte. Non è stupida
e sono certo che ha capito che le tieni nascosto una parte
della tua vita. Tieni presente che dovrai affrontarla prima
o poi. E dovrai farlo prima di compiere il grande passo»

Si ferma, poi sorride. Lo guardo con uno sguardo


interrogativo, poi mi accascio contro la poltrona sulla
quale sono seduto.

«É la mia ancora di salvezza» sussurro, con gli occhi


fissi nel vuoto. «Grazie a lei sono tornato a vivere. Ho
superato il dolore, le mie paure. Ho superato tutto»

Flynn mi scruta a fondo.

«Christian... è la tua vita. Non puoi cancellarla. Puoi


superarla e basta. L’amore di Anastasia ti aiuta, certo. Ma
devi contare su te stesso, non dimenticarlo mai»

Annuisco, consapevole. So che non dovrei essere


dipendente da un’altra persona. Ma parliamo di Ana, non
mi lascerebbe. Non glielo permetterei.

«John... pensi che io possa farle del male? Pensi che il


mio sadismo possa tornare in superficie anche di fronte a
lei?»

Flynn scuote la testa, sospirando.

«Christian, abbiamo affrontato questo punto più volte.


Tu non sei un sadico. Le pratiche sessuali che ti piacciono
possono essere condivise con un partner consenziente.
Per il resto, credo tu stia applicando a pieno regime
quello che ti ho sempre suggerito. Hai centrato il tuo
obiettivo e ti stai impegnando per raggiungerlo»
Stringo forte le labbra e so che non avrò risposte più
precise di queste. Ed è giusto. So che non è Flynn che può
dirmi se la mia storia con Ana avrà un lieto fine. Quella è
solo Anastasia.

Quando esco dallo studio di Flynn dico a Taylor che ho


intenzione di tornare a piedi. Ho bisogno di aria. É
contrariato, ma può farci poco. Sono io che decido. Ho le
mani in tasca e sono di nuovo davanti a quella vetrina di
Cartier. La scatolina rossa che ho in tasca quando esco
dopo 15 minuti questa volta contiene la cosa giusta.

Sono appena tornato in ufficio quando il mio telefono


squilla. É Taylor. Il mio pensiero corre ad Anastasia.

«Grey»

«Mr Grey, Miss Steele è appena uscita dall’ufficio per


comprare il pranzo» mi annuncia con voce grave.

Sappiamo entrambi che Gail le ha preparato il pranzo


da casa. Ci deve essere dell’altro.

«Falla seguire da Sawyer, non deve assolutamente


perderla di vista» dico a denti stretti. “Cosa cazzo mi
nascondi, Ana?”. Mi siedo alla scrivania, controllando
l’orologio, mentre firmo dei documenti sulla mia
scrivania. Quando ricevo un sms da Taylor che mi
informa che è tornata in ufficio, è lì che la chiamo.

«Ufficio di Jack Hyde...»

«Mi avevi assicurato che non saresti uscita» la


interrompo, con tono gelido e duro.
Sento il suo respiro fermarsi e poi riprendere dopo
pochi secondi, più accelerato.

«Jack mi ha mandato a prendergli il pranzo. Non


potevo dire di no. Mi stai facendo pedinare?»

Le sue ultime parole sono di accusa e mi sento


maledettamente in colpa e frustrato.

«Questo è il motivo per cui non volevo che tornassi a


lavorare!» esclamo, fuori di me dalla rabbia.

«Christian, per favore. Sei così... così soffocante»


sussurra con rabbia e sconforto.

«Soffocante?» sussurro, sconvolto, sorpreso.

Inevitabilmente mi torna in mente la conversazione


appena avuta con Flynn.

«Sì. Devi smetterla. Te ne parlerò stasera.


Sfortunatamente, devo fermarmi fino a tardi per lavorare,
visto che non potrò andare a New York» mi rimprovera,
arrabbiata.

«Anastasia, non voglio soffocarti» le dico in un


sussurro, stringendo la scatolina rossa che ho nella tasca
interna della giacca.

«Bè, lo fai. Adesso d