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Appunti sul metodo degli elementi finiti

Book · January 2010

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3 authors:

Luigi Ascione Luciano Feo


Università degli Studi di Salerno Università degli Studi di Salerno
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Fernando Fraternali
Università degli Studi di Salerno
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LUIGI ASCIONE LUCIANO FEO FERNANDO FRATERNALI

Appunti sul Metodo degli Elementi Finiti

12

6
6
10 11
4
5
4 9
7 8 5
x

1 1 2 2 3 3

Appunti delle lezioni tenute nell’ambito dei Corsi di Laurea in Ingegneria


Civile ed Ambientale e del Corso di Dottorato di Ricerca in Ingegneria
delle Strutture e del Recupero Edilizio ed Urbano, presso l’Università
degli Studi di Salerno.
Il metodo degli elementi finiti 3

INDICE

PREFAZIONE pag. 7

PARTE I - Aspetti generali del metodo degli elementi finiti pag. 9


1.1 Introduzione
1.2 Il modello cinematico
1.3 Cambiamento di riferimento
1.4 Assemblaggio
1.5 Equazioni di equilibrio del modello discreto
1.6 Imposizioni delle condizioni al contorno
1.7 Condizioni di convergenza

PARTE II - Applicazione del metodo alle teorie strutturali pag. 23


2.1 Introduzione
2.2 Il corpo tridimensionale
2.2.1 Elemento tetraedrico
2.2.2 Stati piani di tensione
2.2.2.1 Elemento triangolare a tre nodi
2.2.2.2 Elemento triangolare a sei nodi
2.2.3 Stati piani di deformazione
2.2.4 Solidi assialsimmetrici
2.3 La trave
2.3.1 Problema estensionale
2.3.2 Problema di flessione e taglio
2.3.3 Problema di flessione (teoria di Eulero-Bernoulli)
2.4 La piastra
2.4.1 Problema di flessione e taglio (modello di Mindlin)
2.4.2 Problema di flessione (modello di Kirchhoff)
2.5 Teoria elastica su suolo elastico
2.5.1 Teoria (P.L.V.)
2.5.2 Metodo degli elementi finiti

PARTE III - Elementi finiti isoparametrici pag. 65


3.1 Introduzione
3.2 Nozioni basilari
4 Indice

3.3 Funzioni di forma


3.3.1 Elemento “master” monodimensionale
3.3.2 Elemento “master” bidimensionale di forma quadrata
3.3.3 Elemento “master” tridimensionale cubico
3.4 Integrazione numerica

PARTE IV - Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti pag. 79


4.1 Analisi agli elementi finiti di un telaio piano
4.1.1 Discretizzazione
4.1.2 Campi degli spostamenti e delle deformazioni
4.1.3 (e)
Matrice Γ
4.1.4 Matrici N ( ) e B( )
e e

4.1.5 (e)
Matrice K
4.1.6 (e)
Matrice di passaggio T
4.1.7 Procedura di assemblaggio
4.1.8 Vettore degli spostamenti nodali V
4.1.9 (e) (e)
Matrici T L
4.1.10 Matrice di rigidezza globale K
4.1.11 (e)
Vettori dei carichi nodali dei singoli elementi q
4.1.12 Assemblaggio dei vettori dei carichi degli elementi
4.1.13 Ripartizione del sistema risolvente
4.1.14 Calcolo delle deformazioni e delle tensioni
4.2 Analisi agli elementi finiti di un problema piano nelle tensioni
4.2.1 Discretizzazione
4.2.2 Campi degli spostamento e delle deformazioni
4.2.3 (e)
Matrice Γ
4.2.4 Matrici N ( ) e B( )
e e

4.2.5 (e)
Matrice K
4.2.6 Formula generale per il calcolo dell’area di un triangolo
4.2.7 Assemblaggio
4.2.8 (e)
Matrici Γ
4.2.9 (e)
Matrici di connettività L
4.2.10 Matrice di rigidezza globale K
4.2.11 Vettori dei carichi nodali dei singoli elementi
Il metodo degli elementi finiti 5

4.2.12 Vettore dei carichi nodali globale


4.2.13 Ripartizione del sistema risolvente
4.2.14 Valori numerici
4.2.15 Valori degli spostamenti
4.2.16 Valori delle forze nodali
4.2.17 Calcolo delle tensioni
4.3 Condensazione statica
4.3.1 Condensazione della trave di Timoshenko a tre nodi
4.3.2 Condensazione dell’elemento triangolare a sei nodi
4.3.3 Applicazione della condensazione alle sottostrutture

APPENDICE ALLA PARTE IV – Un algoritmo operativo per pag. 131


l’analisi agli elementi finiti di un telaio piano

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI pag. 165


Il metodo degli elementi finiti 7

PREFAZIONE

Gli argomenti trattati in questo testo rappresentano, in larga misura, il contenuto di moduli di
insegnamento tenuti dagli autori in anni recenti, nell’ambito dei Corsi di Laurea in Ingegneria
Civile ed Ambientale e del Corso di Dottorato di Ricerca in Ingegneria delle Strutture e del
Recupero Edilizio ed Urbano, dell’Università degli Studi di Salerno.
Il materiale raccolto può risultare di interesse sia per studenti e ricercatori, sia per
professionisti che debbano cimentarsi con problemi avanzati connessi con l’utilizzo del metodo
agli elementi finiti nell’ambito della meccanica dei solidi e delle strutture.
Ringraziamo con riconoscenza l’ingegnere Anna D’Aponte per il grande contributo fornito
nella preparazione del testo.

Salerno, 01/11/2009

Luigi Ascione, Luciano Feo, Fernando Fraternali


Il metodo degli elementi finiti 9

Parte I

ASPETTI GENERALI DEL METODO DEGLI


ELEMENTI FINITI

1.1 Introduzione

Pur permettendo una formulazione matematicamente coerente e meccanicamente


ben fondata del problema di equilibrio (o dinamico), l’approccio della meccanica
del continuo alla meccanica dei solidi e delle strutture produce in generale
equazioni difficili o impossibili da risolvere dal punto di vista analitico. Anche
nell’ambito di validità dell’ipotesi di piccoli spostamenti, soluzioni analitiche di
problemi concreti sono disponibili solo per un ristretto numero di casi particolari,
per lo più relativi al comportamento linearmente elastico del materiale. Tali
soluzioni sono indubbiamente importanti, ma certamente non esaustive dei
problemi di interesse tecnico in campo ingegneristico.
Di grande utilità è a tal riguardo il metodo di approssimazione agli elementi
finiti e in particolare il suo approccio agli spostamenti, che gode, nella pratica
applicativa, di una posizione di privilegio quasi assoluto, al punto che questa
versione del procedimento viene a volte inconsciamente identificata con il metodo
degli elementi finiti nella sua interezza.
Tale approccio si configura come una tecnica di approssimazione di problemi
di valore iniziale e/o al contorno fondata su tre elementi basilari: la
discretizzazione della regione corrispondente alla configurazione di riferimento (o
attuale) del corpo in un insieme discreto (“mesh”) di sottoregioni o elementi di
dimensione finita (“mesh di elementi finiti”); l’impiego di una formulazione
variazionale del problema di equilibrio o del moto e l’adozione di funzioni
approssimanti (o “funzioni di forma”) del campo di spostamenti del tipo a
supporto compatto, che risultino cioè diverse da zero solo in corrispondenza di un
numero ristretto di elementi. Queste ultime si possono identificare con le funzioni
interpolanti dei vettori spostamento dei vertici degli elementi finiti in cui e’ stato
discretizzato il corpo, detti usualmente “nodi”.
La formulazione variazionale (o “debole”) del problema al continuo consente
di allargare opportunamente l’insieme delle soluzioni ammissibili, rispetto alla
10 Parte I: Aspetti generali del metodo degli elementi finiti

formulazione differenziale (o “forte”), mentre l’impiego di funzioni a supporto


compatto rende agevole la descrizione di effetti puntuali legati, ad esempio, alla
concentrazione delle tensioni oppure a fenomeni di rottura o danneggiamento
locali. Questo tipo di approssimazione del campo di spostamenti conduce inoltre a
sistemi algebrici risolventi di tipo “sparso”, che possono essere agevolmente
gestiti da elaboratori elettronici, utilizzando eventualmente, nel caso di sistemi a
grandi dimensioni, la programmazione parallela. Nella stragrande maggioranza
dei casi, le funzioni approssimanti sono di tipo polinomiale e ciascuna di essa è
associata ad un nodo della mesh di elementi finiti.
In virtù di queste ragioni e di altre motivazioni di carattere teorico ed
applicativo, il metodo degli elementi finiti si è andato rapidamente diffondendo in
anni recenti in molteplici campi applicativi e di ricerca, a partire da settori più
squisitamente tecnico-ingegneristici, per arrivare ai campi di interesse di tutte le
scienze applicate, siano esse matematiche, fisiche, o naturali. Il metodo è nato nei
settori dell’ingegneria civile e dell’ingegneria aeronautica, già intorno al 1940, e
si è rapidamente diffuso in questi settori a partire dagli anni ‘50 e ‘60, per poi
espandersi a molte altre aree di applicazioni tecniche, studio e ricerca, fino ad
affermarsi ai giorni nostri come uno dei metodi più potenti per la risoluzione
numerica di problemi iniziali e/o al contorno di natura generale, unitamente al
metodo delle differenze finite ed al metodo degli elementi di contorno. Sono
disponibili attualmente diverse generalizzazioni della formulazione originaria del
metodo, quali, ad esempio, formulazioni h- e p- ad adattive, che prendono in
esame l’ottimizzazione “al passo” delle funzioni approssimanti (ed in particolare,
nel caso delle funzioni polinominali, del loro ordine p) e della “taglia” h degli
elementi; formulazioni che includono discontinuità di spostamento all’interno
degli elementi (XFEM); metodi che prescindono dalla definizione di una mesh di
elementi sulla regione di riferimento del corpo, utilizzando solo “nuvole” di punti
approssimanti (“meshfree methods”) e metodi che riducono la dimensione e/o il
grado di continuità del problema originario (metodi del tipo “Discontinuous
Galerkin” e metodo dei volumi finiti).
Le presenti note prendono in esame gli aspetti basilari della formulazione agli
spostamenti del metodo degli elementi finiti, limitatamente a problemi di
equilibrio di solidi e strutture a comportamento elastico lineare ed in regime di
deformazioni infinitesime. Hanno pertanto il carattere di note introduttive al
metodo, che il lettore potrà utilmente accompagnare alla lettura di testi più
approfonditi, soprattutto per quanto riguarda le nuove “frontiere” applicative e le
estensioni sopra citate. Un piccolo campione dell’ampissima letteratura
Il metodo degli elementi finiti 11

disponibile sugli aspetti matematici ed applicativi del metodo degli elementi finiti
è offerta al lettore nella sezione della bibliografia.
L’approccio agli spostamenti del metodo degli elementi finiti generalizza in
maniera spontanea e diretta l’idea della modellazione cinematica alla base delle
classiche teorie strutturali (teorie delle travi, piastre, gusci, ecc.), pervenendo ad
una formulazione estremamente versatile, traducibile in algoritmi gestibili in
modo molto efficiente da strumenti di calcolo automatico.
La presentazione di tale approccio è articolata in più parti: una prima parte è
dedicata agli aspetti generali; la seconda presenta alcuni tra gli elementi finiti più
frequentemente impiegati nell’ambito delle teorie strutturali; mentre una terza
parte esamina alcuni aspetti più avanzati del metodo stesso, legati all’uso dei
cosiddetti elementi isoparametrici. Una quarta parte presenta infine diverse
applicazioni a specifici problemi strutturali. In appendice è presentato un
algoritmo operativo per la risoluzione con il metodo agli elementi finiti di un
telaio piano, che illustra alcune tra le più diffuse tecniche numeriche per
l’implementazione pratica su elaboratore elettronico delle diverse fasi del metodo.

1.2 Il modello cinematico

Allo scopo di pervenire ad una formulazione generale dell’approccio agli


spostamenti del metodo degli elementi finiti, si faccia riferimento ad un generico
corpo continuo tridimensionale C . Si mostrerà successivamente come la
formulazione generale possa essere specializzata per affrontare lo studio di
specifici problemi strutturali.
Conviene partire dalle equazioni di equilibrio, scritte nella forma variazionale
del principio dei lavori virtuali. Utilizzando la simbologia usuale, tale principio
può essere espresso attraverso l’equazione:

∫ T ⋅ δε dv = ∫ ρb ⋅ δu dv + ∫ p ⋅ δu ds
C C ∂C
, (1.1)

la quale deve essere soddisfatta per ogni spostamento virtuale δu .


In analogia a quanto avviene nelle teorie strutturali, è altresì utile introdurre i
seguenti vettori numerici:

σ = [T11 , T22 , T33 , T12 , T23 , T31 ] (1.2a)


T
,
12 Parte I: Aspetti generali del metodo degli elementi finiti

ε = [ε 11 , ε 22 , ε 33 , γ 12 , γ 23 , γ 31 ] (1.2b)
T
,

detti rispettivamente vettore delle tensioni e vettore delle deformazioni, sicché


la (1.1) può essere scritta nella forma:

∫ σ ⋅ δε dv = ∫ ρb ⋅ δu dv + ∫ p ⋅ δu ds
C C ∂C
. (1.3)

Nel seguito si riterrà costantemente verificata l’ipotesi di piccolezza delle


deformazioni a base della teoria lineare.
Con il metodo degli elementi finiti si approssima il corpo C come un insieme
di sottocorpi C e , di forma geometrica semplice (detti elementi finiti), i quali sono
interconnessi nei punti nodali della loro frontiera (Fig. 1.1).

X3 (Z) W
C
w,z
7
I3 8
X2 (Y) 6
O v,y
I2 5 3
I1 V 4=Ω
2
X1 (X) 1
U
u,x
Ce

Fig. 1.1

Si assume che il campo di spostamenti u possa essere espresso all’interno del


generico elemento finito in forma polinomiale. Si supporrà cioè che le componenti
u ( e ) , v ( e ) e w ( e ) di tale campo, rispetto al sistema di riferimento locale associato
all’elemento stesso, siano esprimibili nella forma:

u ( e ) ( x , y , z ) = a1 + a 2 x + a 3 y + a 4 z + a5 x 2 + a 6 xy + a 7 xz +..... , (1.4a)
Il metodo degli elementi finiti 13

v ( e ) ( x , y , z ) = b1 + b2 x + b3 y + b4 z +..... , (1.4b)

w ( e ) ( x , y , z ) = c1 + c2 x + c3 y + c4 z +..... . (1.4c)

Il modello di spostamento risulterà tanto più ricco quanto più elevato è il grado
dei polinomi approssimanti. In forma compatta le (1.4) si esprimono nella forma:

u ( e ) ( x) = N ( e ) ( x) a ( e ) , (1.5)

[ ]
T
dove u ( e ) = u ( e ) ( x , y , z ), v ( e ) ( x , y , z), w ( e ) ( x , y , z) è la restrizione del campo di
spostamento all’elemento C e , la matrice N ( e ) (x) raccoglie i monomi
approssimanti ed il vettore a ( e ) i coefficienti moltiplicativi, detti anche
coordinate generalizzate.
Il ben noto legame differenziale tra deformazioni e spostamenti nell’ambito
della teoria lineare, permette di risalire dalle (1.5) alla espressione delle
deformazioni nell’elemento C e . Simbolicamente si scrive:

ε ( e ) ( x) = B ( e ) ( x) a ( e ) . (1.6)

Il metodo richiede che i coefficienti ai, bi, ci dei polinomi approssimanti siano
sostituiti dagli spostamenti nodali v ( e ) dell’elemento C e , vale a dire dai valori che
gli spostamenti locali assumono in corrispondenza degli r nodi dell’elemento.
Indicando con xj il vettore posizione del nodo j nel riferimento locale, dalle (1.5)
si ottiene:

v j ( e ) = u ( e ) (x j ) = N ( e ) (x j ) a ( e ) (j = 1,2,....,r) . (1.7)

Si introducono a questo punto le quantità:

[ (e) (e)
v ( e ) = v 1 , v 2 ,..... v r ]
(e) T
, (1.8a)

[ ]
T
Γ ( e ) = N ( e ) (x 1 ), N ( e ) (x 2 ),..... N ( e ) (x r ) , (1.8b)
14 Parte I: Aspetti generali del metodo degli elementi finiti

che sono rispettivamente un vettore colonna ed una matrice, espressi dalle (1.8) in
una forma a blocchi. Il vettore (1.8a) è detto vettore degli spostamenti nodali
dell’elemento C e . Conseguentemente, in forma compatta, le (1.7) possono
esprimersi come:

v ( e) = Γ ( e) a ( e) . (1.9)

Se la (1.9) è invertibile, è possibile esprimere i coefficienti a ( e ) in funzione


degli spostamenti nodali v ( e ) , scrivendo formalmente:

a ( e ) = Γ ( e ) -1 v ( e ) . (1.10)

Introducendo la (1.10) nelle (1.5) e (1.6), si ottiene:

u ( e ) (x) = N ( e ) (x) Γ ( e ) -1 v ( e ) = N ( e ) (x) v ( e ) , (1.11a)

ε ( e ) (x) = B ( e ) (x) Γ ( e ) -1 v ( e ) = B ( e ) (x) v ( e ) . (1.11b)

Le componenti della matrice N ( e ) (x) sono dette le funzioni di forma


dell’elemento finito.
Perché esse possano essere definite attraverso il procedimento su indicato,
occorre poter invertire la (1.9). Un’ovvia condizione necessaria a tal fine è che il
numero dei termini dei polinomi uguagli quello degli spostamenti nodali
dell’elemento.
La matrice Γ ( e ) è in tal caso quadrata e, con l’esclusione di casi eccezionali
legati ad un cattivo posizionamento dei nodi, risulta non singolare.

1.3 Cambiamento di riferimento

Motivi di convenienza suggeriscono spesso di formulare il modello di


spostamento riferendosi ad un sistema di riferimento locale. In vista della
successiva operazione di assemblaggio, è opportuno trasformare le componenti
( e)
v L di spostamento nodale nel riferimento locale (Ω,x,y,z) nelle componenti v ( e )
rispetto al riferimento globale (O,X,Y,Z), comune a tutti gli elementi, fissato per
studiare la configurazione di equilibrio del corpo C.
Il metodo degli elementi finiti 15

Nel paragrafo precedente, pur riferendosi a componenti di spostamento nodale


rispetto al riferimento locale, si è omessa per semplicità l’indicazione del pedice
“L”, che diviene ora essenziale per distinguere i due sistemi di riferimento, locale
e globale.
Le ben note leggi di trasformazione delle componenti di un vettore permettono
di definire, attraverso semplici considerazioni geometriche, una matrice T ( e ) tale
che risulta:

vL
( e)
= T (e) v ( e) . (1.12)

Introducendo la (1.12) nelle (1.8), i modelli di spostamento e di deformazione


divengono:

u ( e ) ( x) = N ( e ) ( x) v L
( e)
= N ( e ) ( x) T ( e ) v ( e ) , (1.13a)

ε ( e ) ( x) = B ( e ) ( x) v L
( e)
= B ( e ) (x) T ( e ) v ( e ) . (1.13b)

Si osservi che spostamenti e deformazioni sull’elemento sono sempre riferiti al


sistema di riferimento locale: la trasformazione operata riguarda solo le
componenti di spostamento nodale, da cui dipendono attraverso le (1.13).

1.4 Assemblaggio

Questa operazione ricostruisce la continuità della struttura imponendo quella degli


spostamenti nodali. Si consideri il caso di una discretizzazione in N elementi finiti
e sia R il numero dei nodi, una volta che questi siano stati interconnessi.
La configurazione del modello discretizzato è governata dagli spostamenti V di
tali nodi, riferiti al sistema globale:

V = [U 1 ,V1 , W1 ,U 2 ,V2 ,W2 ,.....,U R ,V R ,WR ] (1.14)


T
.

In sede di assemblaggio, le componenti di spostamento dei singoli elementi


vengono identificate con le corrispondenti della struttura assemblata.
16 Parte I: Aspetti generali del metodo degli elementi finiti

Per ogni elemento sarà possibile definire una matrice di connettività L( e ) , la


quale consente di operare tale identificazione:

v ( e ) = L( e ) V . (1.15)

Introducendo la (1.15) nelle (1.13), si ottengono le espressioni degli


spostamenti e deformazioni locali:

u ( e ) (x) = N ( e ) (x)T ( e ) L( e ) V , (1.16a)

ε ( e ) (x) = B ( e ) (x) T ( e ) L( e ) V . (1.16b)

1.5 Equazioni di equilibrio del modello discreto

In virtù della decomposizione del corpo in elementi finiti, utilizzando le notazioni


introdotte nei precedenti paragrafi, il P.L.V. può essere riscritto nella forma
seguente:

N N N
∑ ∫ σ ( e ) ⋅ δε ( e ) dv = ∑ ∫ ρb ⋅ δu ( e ) dv + ∑ ∫ p ⋅ δu ( e ) ds , (1.17)
e =1 Ce e =1 C e e =1 ∂Ce

ovvero anche:

N
∑ ∫ σ ( e ) ⋅ B ( e ) T ( e ) L( e) δVdv =
e =1 Ce

N N
= ∑ ∫ ρb ⋅ N ( e ) T ( e ) L( e ) δVdv + ∑ ∫ p ⋅ N ( e ) T ( e ) L( e ) δVds (1.18)
e =1 Ce e =1 ∂Ce

da cui discende:

N ⎛ ⎞
∑ ⎜ ∫ L( e ) T ( e ) B ( e ) σ ( e ) dv⎟ ⋅ δV =
T T T

e =1 Ce ⎝ ⎠
Il metodo degli elementi finiti 17

N ⎛ ⎞
= ∑ ⎜ ∫ ρL( e ) T ( e ) N ( e ) b dv + ∫ L( e ) T ( e ) N ( e ) p ds⎟ ⋅ δV ,
T T T T T T
(1.19)
e =1 ⎝ C e ∂C e ⎠

essendo δV un qualunque vettore di spostamenti nodali ammissibili del modello


discreto agli elementi finiti (spostamento virtuale del modello discreto):

δV = [δU 1 , δV1 , δW1 , δU 2 , δV2 , δW2 ,....., δU R , δV R , δWR ] (1.20)


T
.

Si introduce a questo punto l’ipotesi che il materiale costituente il corpo sia


elastico lineare. Conseguentemente il legame costitutivo tra tensioni σ ( e ) e
deformazioni ε ( e ) , supponendo altresì che siano presenti tensioni e deformazioni
iniziali, può esprimersi nella forma seguente:

( )
σ ( e ) = C ε ( e ) − ε ( e ,0) + σ ( e ,0) , (1.21)

dove C è una matrice quadrata 6 × 6.


La forma generalizzata (1.21) del legame costitutivo ben si presta per
affrontare situazioni frequenti nella pratica tecnica, quando siano presenti sulla
struttura oltre ai carichi attivi b e p anche distorsioni ε ( e ,0) (ad esempio distorsioni
termiche) e stati di coazione iniziale σ ( e ,0) (legati ad esempio a processi di
formazione o a particolari tecnologie utilizzate, come la precompressione).
Sostituendo la (1.21) nel primo membro della (1.19) si ottiene:

⎛ ⎞
[ ]
∑ ⎜ ∫ L( e ) T ( e ) B ( e ) C ( ε ( e ) − ε ( e ,0) ) + σ ( e ,0) dv⎟ ⋅ δV =
N T T T


e =1 C e ⎠

N ⎛ ⎞
= ∑ ⎜ ∫ L( e ) T ( e ) B ( e ) C B ( e ) T ( e ) L( e ) dv⎟ V ⋅ δV +
T T T

e =1 ⎝ C e ⎠

N ⎛ ⎞
e =1 ⎝ C e
T T
[ ]
− ∑ ⎜ ∫ L( e ) T ( e ) B ( e ) Cε ( e ,0) − σ ( e ,0) dv⎟ ⋅ δV ,
T


(1.22)

per cui il P.L.V. si riscrive come:


18 Parte I: Aspetti generali del metodo degli elementi finiti

N ⎛ ⎞
∑ ⎜ ∫ L( e ) T ( e ) B ( e ) C B ( e ) T ( e ) L( e ) dv⎟ V ⋅ δV =
T T T


e =1 C e ⎠

N ⎛
= ∑ ⎜ ∫ ρL( e ) T ( e ) N ( e ) b dv + ∫ L( e ) T ( e ) N ( e ) p ds +
T T T T T T

e =1 ⎝ C e ∂C e


[ ]
N
+ ∑ ∫ L( e ) T ( e ) B ( e ) Cε ( e ,0) − σ ( e ,0) dv⎟ ⋅ δV .
T T T
(1.23)
e =1 C e ⎠

Si pone:

∫B
(e) T
CB ( e ) dv = K ( e ) , (1.24a)
Ce

∫B Cε ( e ,0) dv = q ( e ,ε ) ,
(e) T
(1.24b)
Ce

∫B σ ( e ,0) dv = q ( e ,σ ) ,
(e) T
(1.24c)
Ce

∫ ρN ∫N
( e) T (e) T
bdv + pds = q ( e ) , (1.24d)
Ce ∂Ce

N
∑ L( e ) T ( e ) K ( e ) T ( e ) L( e) = K ,
T T
(1.25a)
e =1

N
∑ L( e ) T ( e ) q ( e ,ε ) = q ( ε ) ,
T T
(1.25b)
e =1

N
∑ L( e ) T ( e ) q ( e ,σ ) = q ( σ ) ,
T T
(1.25c)
e =1

N
∑ L( e ) T ( e ) q ( e ) = q .
T T
(1.25d)
e =1
Il metodo degli elementi finiti 19

Le quantità (1.24) sono quantità locali, legate cioè al singolo elemento finito
C e (e=1,2,…..N): K ( e ) è la matrice di rigidezza dell’elemento, q ( e ) è il vettore
dei carichi dell’elemento, q( e ,ε ) e q( e ,σ ) quelli derivanti rispettivamente da
deformazioni e tensioni iniziali.
Le quantità (1.25) sono quantità globali: K è la matrice di rigidezza (del
modello agli elementi finiti), q, q( ε ) e q( σ ) i vettori dei carichi, così come distinti
al livello del singolo elemento.
La matrice K è definita positiva sempre che non esistano spostamenti rigidi
ammissibili del modello discreto agli elementi finiti.
Attesa l’arbitrarietà del vettore δV (vettore numerico costituito da 3R
componenti), dalla (1.23) discende la relazione:

KV=Q , (1.26a)

dove si è posto:

Q = q + q(ε) − q(σ) . (1.26b)

Le (1.26a) rappresenta l’equazione (vettoriale) di equilibrio del modello


discreto.
Non è superfluo soffermarsi su quest’ultima equazione osservando che
l’applicazione del metodo degli elementi finiti ha consentito di trasformare le
originarie equazioni differenziali alle derivate parziali, del problema elastostatico
relativo al corpo continuo, nelle equazioni algebriche (1.26a), relative
all’equilibrio del modello discreto. Le (1.26a) prendono in particolare il nome di
equazioni di equilibrio nodale.

1.6 Imposizione delle condizioni al contorno

In generale è lecito supporre che i vincoli imposti al corpo, tutti del tipo bilaterale,
possano presentare dei cedimenti anelastici.
L’assemblaggio viene operato così come è stato descritto nel § 1.5, ignorando i
vincoli: il vettore degli spostamenti nodali è allora decomponibile in due parti, il
sottovettore V1 che raccoglie le M componenti libere e il sottovettore V2 che
contiene quelle di valore assegnato (non necessariamente nullo). Al primo di
questi corrisponde il sottovettore Q 1 di Q costituito dai carichi nodali attivi; al
20 Parte I: Aspetti generali del metodo degli elementi finiti

secondo corrisponde invece la somma del sottovettore complementare Q 2 di Q


più il vettore delle reazioni vincolari R, necessarie per l’equilibrio del corpo
liberato dai vincoli
E’ sempre possibile riordinare la matrice K in modo da attribuire ad essa la
seguente forma a blocchi:

⎡ K 11 K 12 ⎤ ⎡ V1 ⎤ ⎡ Q 1 ⎤ (1.27)
⎢K T = ,
⎣ 12 K 22 ⎥⎦ ⎢⎣ V2 ⎥⎦ ⎢⎣Q 2 + R ⎥⎦

da cui discende:

K 11 V1 = Q 1 − K 12 V2 , (1.28a)

T
R = K 12 V1 + K 22 V2 − Q 2 . (1.28b)

La (1.28a) consente il calcolo degli spostamenti nodali liberi V1, che vi


compaiono come uniche incognite.
Una volta calcolato V1, le reazioni vincolari R possono essere calcolate
attraverso le (1.28b).

1.7 Condizioni di convergenza

La validità di un elemento finito è legata al fatto che all’infittirsi della


discretizzazione la soluzione del modello discreto converge a quella del modello
continuo.
Una prima condizione che a tale scopo si richiede è che l’approssimazione
proposta per il campo di spostamenti sia in grado di rappresentare tutti gli
spostamenti rigidi dell’elemento isolato e tutti gli stati di deformazione costante.
In altri termini il modello cinematico adottato a livello di elementi deve essere
in grado di riprodurre i comportamenti essenziali ben noti dall’analisi della
deformazione locale: l’intorno generico del continuo deformato subisce in
generale una traslazione, una rotazione ed una deformazione pura. La richiesta si
giustifica perciò osservando che all’infittirsi della discretizzazione l’elemento
finito tende ad assumere il ruolo di “intorno”.
Il metodo degli elementi finiti 21

Un elemento finito che rispetti tale condizione si dice completo.


Una volta che la completezza sia rispettata, la convergenza è assicurata se
l’assemblaggio garantisce la continuità degli spostamenti all’interfaccia tra
elemento ed elemento, ovvero, come anche si dice, se l’elemento finito è
compatibile.
Un elemento finito che sia completo e compatibile si dice anche conforme.
La convergenza di un modello agli elementi finiti di questo tipo è monotona.
Un altro requisito che è bene rispettare è quello di isotropia geometrica, che
consiste nel richiedere che le componenti di spostamento dell’elemento siano
approssimate con gli stessi polinomi e che questi siano invarianti nei confronti di
uno scambio delle variabili indipendenti (x, y e z).
Delle condizioni sopra richiamate, quella di compatibilità è, in particolare,
sufficiente per la convergenza del metodo degli elementi finiti.
Un elemento non conforme può non convergere come può convergere, anche
se in maniera non monotona. Un semplice metodo per assicurarsi numericamente
della validità di un elemento finito è il cosiddetto “patch-test”. Esso viene
effettuato su di un assemblaggio (“patch”) di elementi che presenta almeno un
nodo completamente interno, assoggettato a condizioni che implicano
deformazioni costanti. L’elemento supera la prova se la soluzione discreta
fornisce i valori esatti delle deformazioni.
Si ribadisce che il test ha esclusivamente un fondamento numerico e si rileva
altresì che l’esperienza computazionale fino ad oggi maturata permette di
raccomandarne la validità con limitatissimi margini di incertezza.
Il metodo degli elementi finiti 23

Parte II

APPLICAZIONE DEL METODO ALLE


TEORIE STRUTTURALI

2.1 Introduzione

Questa seconda parte è dedicata alla presentazione dei tipi di elementi finiti più
utilizzati nelle correnti applicazioni ingegneristiche.
Si passano in rassegna innanzitutto gli elementi finiti più accreditati per lo
studio del continuo tridimensionale ed in particolare di quelle situazioni
specifiche che riguardano i solidi ripetitivi (stato piano di deformazione), le lastre
sottili caricate nel loro piano (stati piani di tensione), i solidi dotati di simmetria
assiale.
Successivamente viene esplorato il caso delle travi ed in particolare
l’approccio agli elementi finiti viene sviluppato sia per il problema estensionale
che per il problema flessionale. In quest’ultimo caso sono esaminate entrambe le
formulazioni legate rispettivamente all’uso del modello di Timoshenko e di
Eulero-Bernoulli.
Infine si passa a sviluppare un’analoga trattazione per le piastre, esaminando
sia il caso di Mindlin (piastre deformabili a taglio) che quello di Kirchhoff
(piastre indeformabili a taglio).
Per i vari casi sono proposti gli elementi finiti ritenuti più validi sul piano
operativo e per ciascuno di essi si forniscono gli sviluppi materiali salienti, utili
per poter effettivamente implementare un programma per il calcolo agli elementi
finiti dei diversi problemi strutturali analizzati.
24 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

2.2 Il corpo tridimensionale

2.2.1 Elemento tetraedrico

Si consideri l’elemento finito di Fig. 2.1 utilizzato nei problemi di elasticità


tridimensionale.

W,Z
1

4
2

V,Y

U,X

Fig. 2.1

Il modello di spostamento consiste per tutte e tre le componenti in un


polinomio completo di primo grado:

u ( e ) ( x , y , z ) = a1 + a 2 x + a 3 y + a 4 z , (2.1a)

v ( e ) ( x , y , z ) = a5 + a 6 x + a 7 y + a8 z , (2.1b)

w ( e ) ( x , y , z) = a 9 + a10 x + a11 y + a12 z . (2.1c)

Con i simboli precedentemente introdotti risulta:


Il metodo degli elementi finiti 25

⎡1 x y z 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
N ( x) = ⎢⎢ 0
(e)
0 0 0 1 x y z 0 0 0 0 ⎥⎥ , (2.2)
⎢⎣ 0 0 0 0 0 0 0 0 1 x y z ⎥⎦

a ( e ) = [a1 , a 2 ,....., a12 ] (2.3)


T
,
T
⎡ ∂u ( e ) ∂v ( e ) ∂w ( e ) ∂u ( e ) ∂v ( e ) ∂v ( e ) ∂w ( e ) ∂w ( e ) ∂u ( e ) ⎤
ε ( e)
=⎢ , , , + , + , + =
⎣ ∂x ∂y ∂z ∂y ∂x ∂z ∂y ∂x ∂z ⎥⎦

= [a 2 , a 7 , a12 , a 3 + a 6 , a8 + a11 , a4 + a10 ] =


T

= B (e) a ( e) , (2.4)

dove:

⎡0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1⎥
B (e) =⎢ ⎥ . (2.5)
⎢0 0 1 0 0 1 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 1 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 1 0 0 0 0 0 1 0 0⎦

Il modello cinematico (2.1) comporta pertanto uno stato di deformazione


costante nell’elemento.
D’altra parte, com’è facile verificare, il vettore delle rotazioni rigide locali
risulta uguale a:

T
⎡ 1 ⎛ ∂u ( e ) ∂v ( e ) ⎞ 1 ⎛ ∂v ( e ) ∂w ( e ) ⎞ 1 ⎛ ∂w ( e ) ∂u ( e ) ⎞ ⎤
ω (e)
= ⎢0,0,0, ⎜ − ⎟, ⎜ − ⎟, ⎜ − ⎟⎥ =
⎣ 2 ⎝ ∂y ∂x ⎠ 2 ⎝ ∂z ∂y ⎠ 2 ⎝ ∂x ∂z ⎠ ⎦

T
⎡ 1 1 1 ⎤
= ⎢0,0,0, (a 3 − a 6 ), (a8 − a11 ), (a10 − a 4 )⎥ , (2.6)
⎣ 2 2 2 ⎦
26 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

e quindi il modello cinematico è in grado di rappresentare gli spostamenti rigidi


del corpo (traslazioni: a1, a5, a9 e rotazioni: eq. 2.6) e gli stati di deformazione
costante: l’elemento finito esaminato è quindi completo.
E’ inoltre evidente che l’operazione di assemblaggio assicura la continuità
degli spostamenti all’interfaccia tra elemento e elemento: l’elemento finito
tetraedrico è quindi anche compatibile. Essendo completo e compatibile
l’elemento finito tetraedrico è, come anche si dice, conforme.
Infine, il requisito di isotropia geometrica è banalmente soddisfatto.
Con riferimento alla Fig. 2.2, indicando con xi, yi e zi le coordinate del nodo i
nel riferimento locale e riorganizzando il vettore degli spostamenti nodali locali
così come suggerito dalla stessa Fig. 2.2, risulta:

v (e) = Γ ( e) a (e) , (2.7a)

−1
a ( e) = Γ (e) v ( e) , (2.7b)

in cui:

⎡G 0 0⎤
⎢ ⎥ (2.8)
Γ ( e)
= ⎢0 G 0 ⎥ (forma a blocchi),
⎢0 G ⎥⎦
⎣ 0

y 3
3 11

4 5 8 6
1 2 x
4

z 12
1 2
9 10

Fig. 2.2
Il metodo degli elementi finiti 27

⎡1 0 0 0⎤
⎢ ⎥
1 x2 0 0⎥
G = ⎢⎢ , (2.9)
1 x3 y3 0⎥
⎢ ⎥
⎢⎣1 x4 y4 z 4 ⎥⎦

⎡ G −1 0 0 ⎤
( e ) −1
⎢ ⎥
Γ =⎢ 0 G −1 0 ⎥ , (2.10)
⎢ 0 0 G −1 ⎥⎦

⎡ x2 y3 0 0 0 ⎤
⎢ − y3 y3 0 0 ⎥
1 ⎢ ⎥ (2.11)
G −1 = ⎢ x 32 − x3 x2 0 ⎥ ,
x2 y3 ⎢ ⎥
1 1 1 1
⎢ ( y 3 x 42 + y 4 x 23 ) ( x3 y4 − x4 y3 ) − x2 y4 x2 y3 ⎥
⎣ z4 z4 z4 z4 ⎦

avendo posto per semplicità:

xij = xi − x j . (2.12)

Si segnala infine che nel caso tridimensionale la matrice C assume l’aspetto


seguente:

⎡ ν ν ⎤
⎢ 1 1− ν 1− ν
0 0 0 ⎥
⎢ ν ν ⎥
⎢ 1 0 0 0 ⎥
⎢1 − ν 1− ν ⎥
⎢ ν ν
1 0 0 0 ⎥
E(1 − ν) ⎢1 − ν 1− ν ⎥ . (2.13)
C= ⎢ 1 − 2ν ⎥
(1 + ν)(1 − 2 ν) ⎢ 0 0 0 0 0 ⎥
⎢ 2(1 − ν) ⎥
⎢ 0 1 − 2ν
0 0 0 0 ⎥
⎢ 2(1 − ν) ⎥
⎢ 1 − 2ν ⎥
⎢ 0 0 0 0 0 ⎥
⎢⎣ 2(1 − ν) ⎥⎦
28 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

2.2.2 Stati piani di tensione

2.2.2.1 Elemento triangolare a tre nodi

Nei problemi piani molto diffuso è l’elemento triangolare a tre nodi rappresentato
in Fig. 2.3, dove è anche richiamata la definizione di vettore delle tensioni e di
vettore delle deformazioni nell’ambito della elasticità piana.
Il modello cinematico prevede per le componenti u ( e ) e v ( e ) le seguenti
espressioni:

u ( e ) ( x , y ) = a1 + a 2 x + a 3 y , (2.14a)

v ( e ) ( x , y ) = a 4 + a5 x + a 6 y . (2.14b)

[ ]
T
6 σ = Txx , Tyy , Txy
ε = [ε ]
T
3 3 xx , ε yy , γ xy

4 5
x
1
1
2 2

Fig. 2.3

Con i simboli precedentemente introdotti risulta:

⎡1 x y 0 0 0⎤
N ( e ) ( x) = ⎢ ,
⎣0 0 0 1 x y ⎥⎦ (2.15)
Il metodo degli elementi finiti 29

a ( e ) = [a1 , a 2 ,....., a 6 ] (2.16)


T
,

T
⎡ ∂u ( e ) ∂v ( e ) ∂u ( e ) ∂v ( e ) ⎤
ε ( e)
=⎢ , , + =
⎣ ∂x ∂y ∂y ∂x ⎥⎦

= [a 2 , a 6 , a 3 + a 5 ] = B ( e ) a ( e ) , (2.17)
T

dove:

⎡0 1 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
B (e) = ⎢0 0 0 0 0 1⎥ . (2.18)
⎢0 0 1 0 1 0⎥⎦

Ricalcando ragionamenti analoghi a quelli già svolti per l’elemento tetraedrico


non è difficile concludere che l’elemento triangolare a tre nodi è completo e
compatibile (cioè conforme) ed inoltre geometricamente isotropo.
Con i simboli di Fig. 2.3 risulta inoltre:

v (e) = Γ ( e) a (e) , (2.19a)

−1
a ( e) = Γ (e) v ( e) , (2.19b)

in cui:

⎡1 0 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢1 x2 0 0 0 0⎥
⎢1 x3 y3 0 0 0⎥
Γ ( e) =⎢ ⎥ ,
⎢0 0 0 1 0 0⎥ (2.20)
⎢ ⎥
⎢0 0 0 1 x2 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 1 x3 y3 ⎦
30 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

⎡ x2 y3 0 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢ − y3 y3 0 0 0 0⎥
⎢ 0⎥
−1 1 ⎢ x3 − x2 − x3 x2 0 0
⎥ .
Γ ( e) = (2.21)
x2 y3 ⎢ 0 0 0 x2 y3 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢ 0 0 0 − y3 y3 0⎥
⎢ ⎥
⎣ 0 0 0 x3 − x2 − x3 x2 ⎦

Si segnala infine che nel caso degli stati piani di tensione la matrice C assume
l’aspetto:

⎡1 ν 0 ⎤
⎢ ⎥
E ⎢
C= ν 1 0 ⎥ . (2.22)
1 − ν2 ⎢ 1− ν⎥
⎢0 0 ⎥
⎣ 2 ⎦

2.2.2.2 Elemento triangolare a sei nodi


Un elemento finito più accurato da impiegarsi nei problemi piani è l’elemento
triangolare a sei nodi rappresentato in Fig. 2.4
Il modello cinematico prevede per le componenti u ( e ) e v ( e ) le seguenti
equazioni paraboliche:

u ( e ) ( x , y ) = a1 + a 2 x + a 3 y + a 4 x 2 + a5 xy + a 6 y 2 , (2.23a)

v ( e ) ( x , y ) = a 7 + a8 x + a 9 y + a10 x 2 + a11 xy + a12 y 2 . (2.23b)


Il metodo degli elementi finiti 31

12

6
6
10 11
4
5
4 9
7 8
5
x

1 1 2 2 3 3

Fig. 2.4

Con i simboli precedentemente introdotti risulta:

⎡1 x y x2 xy y2 0 0 0 0 0 0⎤
N (e) (x) = ⎢ ⎥ , (2.24)
⎣0 0 0 0 0 0 1 x y x2 xy y2 ⎦

a ( e ) = [a1 , a 2 ,....., a12 ] (2.25)


T
,

T
⎡ ∂u ( e ) ∂v ( e ) ∂u ( e ) ∂v ( e ) ⎤
ε ( e)
=⎢ , , + =
⎣ ∂x ∂y ∂y ∂x ⎥⎦

= [a 2 + 2a 4 x + a5 y , a 9 + a11 x + 2a12 y , a 3 + a5 x + 2a 6 y + a8 + 2a10 x + a11 y ] =


T

= B ( e ) ( x) a ( e ) , (2.26)
32 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

⎡0 1 0 2x y 0 0 0 0 0 0 0⎤
B (x) = ⎢⎢0
(e)
0 0 0 0 0 0 0 1 0 x 2 y ⎥⎥ .
(2.27)
⎢⎣0 0 1 0 x 2y 0 1 0 2x y 0 ⎥⎦

L’elemento considerato è conforme (cioè completo e compatibile) ed


isotropo geometricamente.
Risulta inoltre:

⎡G 0⎤
Γ ( e) = ⎢ ⎥ (forma a blocchi), (2.28)
⎣0 G⎦

in cui:

⎡1 0 0 0 0 0 ⎤
⎢ 2 ⎥
⎢1 x2 0 x2 0 0 ⎥
⎢1 x3 0 x3
2
0 0 ⎥
G=⎢ ⎥ .
(2.29)
⎢1 x4 y4 x4
2
x4 y4 y4 ⎥
2

⎢ 2 2

⎢1 x5 y5 x5 x5 y5 y5 ⎥
⎢ 2 2⎥
⎣1 x6 y6 x6 x6 y6 y6 ⎦

L’inversa della matrice G, che interviene nel calcolo dell’inversa della matrice
Γ , ha in questo caso una forma alquanto complessa e quindi per brevità non
( e)

viene riportata.
Si osserva infine che la matrice C è la stessa già richiamata nel precedente
paragrafo.

2.2.3 Stati piani di deformazione

Nel caso degli stati piani di deformazione si possono utilizzare i due tipi di
elementi triangolari precedentemente esaminati.
Varierà soltanto la matrice C, che assume l’aspetto:
Il metodo degli elementi finiti 33

⎡ ν ⎤
⎢ 1 1− ν
0 ⎥
E(1 − ν) ⎢ ν ⎥
C= =⎢ 1 0 ⎥ . (2.30)
(1 + ν)(1 − 2 ν) ⎢1 − ν ⎥
⎢ 1 − 2ν ⎥
⎢ 0 0
2(1 − ν) ⎥⎦

2.2.4 Solidi assialsimmetrici

Nello studio dei solidi elastici tridimensionali con simmetria assiale un elemento
finito largamente impiegato è l’anello con sezione trasversale triangolare indicato
in Fig. 2.5, dove compaiono altresì le definizioni del vettore delle deformazioni e
delle tensioni.

z,w 6

3 3
z σ = [ Trr , Tzz , Tθθ , Trz ]
T

4
r 5
ε = [ ε rr , ε zz , ε θθ , γ rz ]
T
θ 1
r 1 2
2
r,ur

Fig. 2.5

Il modello cinematico consiste in un polinomio completo di primo grado per le


due componenti di spostamento lungo r e lungo z:

ur
( e)
( r , z ) = a1 + a 2 r + a 3 z , (2.31a)

w ( e ) (r , z) = a 4 + a5 r + a 6 z . (2.31b)

Con i simboli precedentemente introdotti risulta:


34 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

⎡1 r z 0 0 0⎤
N ( e) = ⎢ ⎥ , (2.32)
⎣0 0 0 1 r z⎦

a ( e ) = [a1 , a 2 ,....., a 6 ] (2.33)


T
,

T
⎡ ∂ur ( e ) ∂w ( e ) ur ( e ) ∂ur ( e ) ∂w ( e ) ⎤
ε ( e)
=⎢ , , , + ⎥ =
⎣ ∂r ∂z r ∂z ∂r ⎦

T
⎡ 1 z ⎤
= ⎢a 2 , a 6 , a 1 + a 2 + a 3 , a 3 + a 5 ⎥ = B ( e ) a ( e ) , (2.34)
⎣ r r ⎦

⎡0 1 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 1⎥
(2.35)
B (e) = ⎢1 .
0⎥
z
1 0 0
⎢r r ⎥
⎢⎣ 0 0 1 0 1 0⎥⎦

L’elemento considerato è completo, compatibile ed isotropo


geometricamente.
Con i simboli di Fig. 2.5, risulta inoltre:

⎡G 0⎤
Γ ( e) = ⎢ ⎥ (forma a blocchi), (2.36)
⎣0 G⎦

in cui:

⎡1 r1 z1 ⎤
⎢ ⎥
G = ⎢1 r2 z2 ⎥ . (2.37)
⎢1 z 3 ⎥⎦
⎣ r3
Il metodo degli elementi finiti 35

L’inversa di Γ ( e ) è:

( e ) −1
⎡ G −1 0 ⎤
Γ =⎢ ⎥ , (2.38)
⎢⎣ 0 G −1 ⎥⎦

con:

⎡r2 z3 − r3 z2 z1r3 − z3 r1 r1 z2 − r2 z1 ⎤
−1 1⎢ ⎥
G = ⎢ z2 − z3 z3 − z1 z1 − z2 ⎥ , (2.39)
λ
⎢ r −r r1 − r3 r2 − r1 ⎥⎦
⎣ 1 2

λ = (r2 z 3 − r3 z 2 ) + ( z1r3 − z 3 r1 ) + (r1 z2 − r2 z1 ) =

= r2 ( z 3 − z1 ) + r1 ( z 2 − z 3 ) + r3 ( z1 − z2 ) . (2.40)

Infine, la matrice C assume la forma:

⎡ ν ν ⎤
⎢ 1 1− ν 1− ν
0 ⎥
⎢ ν ν ⎥
⎢ 1 0 ⎥
E(1 − ν)
C= = ⎢1 − ν 1− ν ⎥. (2.41)
(1 + ν)(1 − 2 ν) ⎢ ν ν
1 0 ⎥
⎢1 − ν 1− ν ⎥
⎢ 1 − 2ν ⎥
⎢ 0 0 0 ⎥
⎣ 2(1 − ν) ⎦

Non appare superfluo rilevare che, ai fini del calcolo della matrice di rigidezza
locale, risulta:

K ( e ) = ∫ B ( e ) CB ( e ) dC e = 2π ∫∫ B ( e ) CB ( e ) r dr dz ,
T T
(2.42)
Ce Te
36 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

essendo Te il triangolo di vertici 1, 2 e 3 nel piano r,z.

2.3 La trave

Ci si limita a trattare il caso piano in quanto l’estensione dei risultati ottenuti al


caso spaziale non comporta particolari difficoltà concettuali.
Com’è ben noto in questo ambito il problema elastostatico può essere
decomposto, sia per il modello di Timoshenko che per il modello di Eulero-
Bernoulli, in un problema estensionale ed in uno flessionale. Le equazioni di
campo del problema estensionale sono le stesse per entrambi i modelli, mentre
quelle relative al problema flessionale differiscono.

2.3.1 Problema estensionale

L’elemento finito più semplice che può essere proposto per discretizzare questo
tipo di problema è indicato in Fig. 2.6, dove figurano altresì le definizioni del
vettore degli spostamenti generalizzati, delle corrispondenti deformazioni, delle
tensioni (le une e le altre nel senso generalizzato) e della matrice di elasticità.

u = [ w]
1 2
ε = ⎡⎢ε =
dw ⎤
z, w
1 2
⎣ dz ⎦⎥
le σ = [N]
C = [ EA]

Fig. 2.6

Con N si è denotato lo sforzo normale e con EA la classica rigidezza


estensionale (E modulo di Young, A area della sezione retta della trave).
Il modello cinematico consiste in un polinomio completo di primo grado in z:

w ( e ) ( z ) = a1 + a2 z , (2.43)
Il metodo degli elementi finiti 37

che è evidentemente il polinomio di grado più basso per assumere un campo di


deformazione ⎛⎜ ε =
dw ⎞
⎟ costante.
⎝ dz ⎠
Con i simboli usuali risulta:

N ( e ) ( z ) = [1, z ] , (2.44)

a ( e ) = [ a1 , a2 ] (2.45)
T
,

⎡ dw ( e ) ⎤
ε (e) = ⎢ ⎥ = [ a2 ] = B a ,
(e) (e)
(2.46)
⎣ dz ⎦

B (e) = [ 0 , 1 ] . (2.47)

Si rileva che mentre il coefficiente del termine lineare, a2 , modella un campo


di deformazione costante, a1 , modella una traslazione dell’elemento.
Non è difficile concludere, pertanto, che l’elemento finito presentato è
conforme (il requisito di isotropia geometrica è nel caso monodimensionale
banalmente soddisfatta).
Sempre con riferimento alla Fig. 2.6, indicando con zi la coordinata del nodo i
(z1 = 0, z2 = le lunghezza dell’elemento), è facile pervenire alla relazione tra i
vettori v ( e ) e a ( e ) :

⎡ v1 ( e ) ⎤ ⎡ w ( e ) ( z1 ) ⎤ ⎡ a1 ⎤ ⎡1 0 ⎤ ⎡ a1 ⎤
v (e) = ⎢ (e) ⎥ = ⎢ (e) ⎥=⎢ ⎥= ⎢ ⎥⎢ ⎥ = Γ a
(e) (e)
, (2.48)
⎣v 2 ⎦ ⎢⎣w ( z 2 )⎥⎦ ⎣a1 + a2 le ⎦ ⎣1 le ⎦ ⎣ a 2 ⎦

⎡1 0⎤
Γ (e) = ⎢ ⎥ . (2.49)
⎣1 le ⎦

L’inversione della (2.49) porge:

⎡ 1 0⎤
( e ) −1
Γ = ⎢− 1 1⎥ . (2.50)
⎢ l le ⎥⎦
⎣ e
38 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

Ne consegue (eq. 1.8):

⎡ 1 0 ⎤ ⎡ ( e) ⎤
z ⎤ ⎡ v1 ⎤
1 ⎥ ⎢ v1 ⎥ = ⎡1 − z
(e)
w ( z ) = [1
(e)
z ]⎢− 1 (e) ⎢ ⎥ ⎢ ( e) ⎥ = N ( z)v ,
( e) (e)
(2.51a)
⎢ l le ⎥⎦ ⎣v 2 ⎦ ⎣ le l e ⎦ ⎣v 2 ⎦
⎣ e

⎡ z z⎤
N ( e ) ( z ) = ⎢1 − ⎥ ; (2.51b)
⎣ le le ⎦

analogamente

⎡ 1 0 ⎤⎡ v (e) ⎤
1 ⎤ ⎡ v1 ⎤
(e)

ε ( z) = [0
(e)
1]⎢− 1 1 ⎥ ⎢ 1 ⎥ = ⎡⎢− 1 ⎥⎢ (e) ⎥ = B v ,
(e) (e)
(2.52a)
⎢ l le ⎥⎦ ⎣v 2 ⎦ ⎣ le
(e)
le ⎦ ⎣v 2 ⎦
⎣ e

⎡ 1 1⎤
B ( e ) = ⎢− ⎥ . (2.52b)
⎣ le le ⎦

Le funzioni di forma N1 ( e ) ( z ) e N 2 ( e ) ( z ) , cioè le componenti del vettore riga


N ( e ) , sono diagrammate in Fig. 2.7:

1 2 1 2 z
z
1 1
(e) ( e)
N1 N2

Fig. 2.7

Funzioni di forma del tipo delle N1 ( e ) ( z ) e N 2 ( e ) ( z ) sono anche dette funzioni


di interpolazione di Lagrange di ordine 1.
Si fornisce infine l’espressione della matrice di rigidezza dell’elemento ( K ( e ) ) :
Il metodo degli elementi finiti 39
T
⎡ 1 le
1⎤ ⎡ 1 1⎤
⎥ [ EA]⎢−
( e) T
K (e)
= ∫B C B dv = ∫ ⎢−
( e)
⎥dz =
Ce 0 ⎣ le le ⎦ ⎣ le le ⎦

⎡ 1 1⎤
⎢ l2 −
le ⎥ EA ⎡ 1 −1⎤
le 2
= ∫ [ EA]⎢ e ⎥dz = ⎢ ⎥ . (2.53)
0 ⎢− 1 1 ⎥ l e ⎣ −1 1⎦
⎢⎣ le 2 le ⎥⎦
2

2.3.2 Problema di flessione e taglio

L’elemento finito che si propone è raffigurato in Fig. 2.8.


Con ϕ si è denotata la rotazione della generica sezione retta (positiva se
antioraria), con T e M rispettivamente il taglio ed il momento flettente, con χ il
fattore di taglio, con G il modulo di elasticità tangenziale e con I il momento di
inerzia della sezione retta.

u = [ v, ϕ ]
T

3 4 dϕ ⎤
ε = ⎡⎢ γ =
dv
+ ϕ, θ =
dz ⎥⎦
1 2 z
⎣ dz
1 2 σ = [T , M ]
le ⎡ GA 0 ⎤⎥
C=⎢ χ
⎢ 0 EI ⎥⎦

Fig. 2.8

Il modello cinematico consiste in un polinomio di primo grado completo per


entrambe le componenti di spostamento generalizzato:

v ( e ) ( z ) = a1 + a2 z , (2.54a)

ϕ ( e ) ( z ) = a3 + a 4 z . (2.54b)
40 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

Anche in tal caso si è proposto il modello cinematico più semplice in grado


però di assicurare un campo di deformazioni (γ e θ) costante.
Con i simboli usuali risulta:

⎡1 z 0 0⎤
N ( e) ( z) = ⎢ ,
⎣0 0 1 z ⎥⎦ (2.55)

a ( e ) = [ a1 , a2 , a3 , a 4 ] (2.56)
T
,

⎡ dv ( e ) dϕ ( e ) ⎤
ε ( e) = ⎢ + ϕ (e) , ⎥ = [ a 2 + a 3 + a 4 z , a 4 ] = B ( e ) ( z )a ( e ) , (2.57)
⎣ dz dz ⎦

⎡0 1 1 z⎤
B (e) ( z) = ⎢ . (2.58)
⎣0 0 0 1⎥⎦

Si rileva che la curvatura flessionale costante è solo apparentemente garantita


dal modello cinematico proposto, in quanto essa è restituita dallo stesso
coefficiente a4 da cui dipende la variazione lineare dello scorrimento γ. Nelle travi
snelle tale scorrimento è molto piccolo (γ → 0) e ciò impedisce all’elemento di
deformarsi anche flessionalmente. Il fenomeno è detto “ ocking” (bloccaggio) e
può produrre seri errori. Un rimedio sarà proposto più avanti quando si parlerà
dell’integrazione numerica.
L’elemento finito è pertanto compatibile, ma non completo (per γ → 0).
Sempre con riferimento alla Fig. 2.8, indicando con zi la coordinata del nodo i
(z1 = 0, z2 = le lunghezza dell’elemento), è facile pervenire alla relazione tra i
vettori v ( e ) e a ( e ) :

⎡ v1 ( e ) ⎤ ⎡ a1 ⎤ ⎡1 0 0 0 ⎤ ⎡ a1 ⎤
⎢ (e) ⎥ ⎢ ⎥ ⎢ ⎥⎢ ⎥
⎢v 2 ⎥ ⎢ a1 + a2 le ⎥ ⎢1 le 0 0 ⎥ ⎢a2 ⎥
v (e) = ⎢ (e) ⎥ = ⎢ = = Γ (e) a (e) , (2.59a)
v3 a3 ⎥ ⎢0 0 1 0 a3⎥ ⎢ ⎥
⎢ ⎥ ⎢ ⎥ ⎢ ⎥⎢ ⎥
⎢⎣v 4 ( e ) ⎥⎦ ⎢⎣a3 + a 4 le ⎥⎦ ⎢⎣0 0 1 le ⎥⎦ ⎢⎣a 4 ⎥⎦
Il metodo degli elementi finiti 41

⎡G 0⎤
Γ (e) = ⎢ ⎥ (forma a blocchi) , (2.59b)
⎣0 G⎦

⎡1 0⎤
G=⎢ ⎥ . (2.59c)
⎣1 le ⎦

L’inversione della (2.60a) conduce alle seguenti relazioni:

( e ) −1
⎡G −1 0 ⎤
Γ =⎢ ⎥ , (2.60a)
⎣ 0 G −1 ⎦

⎡ 1 0⎤
G −1 = ⎢ − 1 1⎥ , (2.60b)
⎢ l le ⎥⎦
⎣ e

−1
a ( e) = Γ (e) v ( e) . (2.60c)

Ne discende:

⎡ 1 0 0 0 ⎤
⎡1 z 0 0⎤ ⎢− 1 le 1 le 0 0 ⎥
N ( e ) ( z ) = N ( e ) ( z )Γ ( e ) ⎢ ⎥=
−1
=⎢
⎣0 0 1 z ⎥⎦ ⎢ 0 0 1 0 ⎥
⎢ ⎥
⎣ 0 0 − 1 le 1 le ⎦

⎡1 − z le z le 0 ⎤ 0
=⎢ ⎥ , (2.61)
⎣ 0 0 1 − z le z le ⎦
⎡ 1 0 0 0 ⎤
⎢ 0 ⎥
⎡0 1 1 z ⎤ ⎢ − 1 l e 1 le 0
B ( e ) ( z ) = B ( e ) ( z )Γ ( e ) ⎥=
−1
=⎢ ⎥
⎣0 0 0 1⎦ ⎢ 0 0 1 0 ⎥
⎢ ⎥
⎣ 0 0 − 1 le 1 le ⎦
42 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

⎡ − 1 le 1 le 1 − z le z le ⎤
=⎢ ⎥ . (2.62)
⎣ 0 0 − 1 le 1 le ⎦

Le funzioni di forma N ij ( e ) ( z ) non nulle sono diagrammate in Fig. 2.9.

1 2 1 2 z
z
1 1
( e) (e) (e) ( e)
N 11 = N 23 N 21 = N 24

Fig. 2.9

Si fornisce infine l’espressione della matrice di rigidezza K ( e ) dell’elemento


finito proposto. Sulla scorta dei risultati generali riportati nella Parte I (eq. 1.24a)
risulta:
T
K ( e ) = ∫ B ( e ) C B ( e ) dv =
Ce

⎡− 1 le
le
1 le 1 − z le z le ⎤
T
⎡ GA 0 ⎤⎥⎡−1 le 1 le 1 − z le z le ⎤
= ∫⎢ ⎥ ⎢ χ ⎢ ⎥dz =
0⎣
0 0 − 1 le 1 le ⎦ ⎢ 0 EI ⎥⎦⎣ 0 0 − 1 le 1 le ⎦

⎡ GA GA GA ⎛ z⎞ GA z ⎤
⎡− 1 le
le
1 le 1 − z le z le ⎤
T
⎢− ⎜1 − ⎟ ⎥
=∫⎢ ⎥ ⎢ χle χle χ ⎝ le ⎠ χ le ⎥dz =
0 ⎣
0 0 − 1 le 1 le ⎦ ⎢ EI EI ⎥
⎢ 0 0 −
⎣ le le ⎥⎦
Il metodo degli elementi finiti 43

⎡ GA GA GA ⎛ z⎞ GA z ⎤
⎢ − − ⎜1 − ⎟ − ⎥
⎢ χle
2
χle
2
χle ⎝ le ⎠ χ le 2 ⎥
⎢ GA GA GA ⎛ z⎞ GA z ⎥
le ⎢
− 2 ⎜1 − ⎟ ⎥
χle χle
2
χle ⎝ le ⎠ χ le 2
=∫⎢ ⎥ dz =
⎢ GA ⎛ z⎞ GA ⎛ z⎞ GA ⎛ z⎞
2
EI GA z ⎛ z ⎞ EI ⎥
0
⎢− ⎜1 − ⎟ ⎜1 − ⎟ ⎜1 − ⎟ + 2 ⎜1 − ⎟ − 2 ⎥
⎢ χle ⎝ le ⎠ χle ⎝ le ⎠ χ ⎝ le ⎠ le χ l e ⎝ le ⎠ le ⎥
⎢ GA z GA z GA z ⎛ z ⎞ EI GA z 2 EI ⎥
⎢ − ⎜1 − ⎟ − 2 + 2 ⎥
⎢⎣ χ le 2 χ le 2 χ le ⎝ le ⎠ le χ le 2
le ⎥⎦

⎡ GA GA 1 GA 1 GA ⎤
⎢ χl − − −
χle 2 χ 2 χ ⎥
⎢ e

⎢− GA GA 1 GA 1 GA ⎥
⎢ χle χle 2 χ 2 χ ⎥
=⎢ =
1 GA 1 GA 1 GAle EI 1 GAle EI ⎥
⎢− + − ⎥
⎢ 2 χ 2 χ 3 χ le 6 χ le ⎥
⎢ 1 GA 1 GA 1 GAle EI 1 GAle EI ⎥
⎢− 2 χ 2 χle 6 χ

3 χ
+ ⎥
⎣ le le ⎦

⎡ le l ⎤
⎢ 1 −1 − − e⎥
2 2
⎢ le le ⎥ ⎡0 0 0 0⎤
⎢ −1 ⎥ ⎢ 0⎥
1
GA ⎢ 2 2 ⎥ EI ⎢0 0 0
⎥ . (2.63)
= 2 2 +
χle ⎢− le le le le ⎥ le ⎢0 0 1 −1⎥
⎢ ⎥ ⎢ ⎥
⎢ 2 2 3
2
6 ⎥
2 ⎣0 0 −1 1⎦
⎢− le le le le ⎥
⎢⎣ 2 2 6 3 ⎥⎦
44 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

2.3.3 Problema di flessione (teoria di Eulero-Bernoulli)

L’elemento finito di elezione è quello rappresentato in Fig. 2.10.

u = [v]
T
2 4
1 3 z ⎡ d 2v ⎤
ε = ⎢θ = - 2 ⎥
1 2 ⎣ dz ⎦
y v
le
σ = [M]
C = [ EI ]

Fig. 2.10

cui corrisponde il seguente modello cinematico:

v ( e ) ( z ) = a1 + a2 z + a3 z 2 + a 4 z 3 , (2.64)

consistente in un polinomio completo di terzo grado in z.


In forma matriciale la (2.64) può esprimersi come:

v (e) (z) = N (e) (z) a (e) , (2.65)

essendo:

[
N ( e) ( z) = 1 z z2 z3 ] , (2.66a)

a ( e ) = [ a1 , a 2 , a 3 , a 4 ] (2.66b)
T
.

Risulta inoltre:

⎡a1 ⎤
⎢ ⎥
⎡ d 2 v ( e) ⎤ a2
ε ( e) = ⎢− 2 ⎥ [
= −2a3 − 6a4 z] = [0 0 −2 −6z] ⎢⎢ ⎥⎥ = B ( e) (z) a ( e) , (2.67a)
⎣ dz ⎦ a
⎢ 3⎥
⎢⎣a4 ⎥⎦
Il metodo degli elementi finiti 45

B (e ) ( z) = [0 0 −2 −6 z ] . (2.67b)

Ciò premesso, si osserva che nell’ambito della teoria di Eulero-Bernoulli la


rotazione ϕ della generica sezione retta non è una variabile indipendente ma è
dv
legata all’inflessione v attraverso la relazione ϕ = − . Tale relazione consente
dz
di introdurre nei due nodi 1 e 2 accanto alle componenti naturali di spostamento
dv ( e )
nodale v ( e ) ( z1 ) e v ( e ) ( z 2 ) (zi coordinata di i), le derivate − ( z1 ) e
dz
dv ( e )
− ( z 2 ) . In tal modo il numero di componenti nodali diventa uguale a quello
dz
delle coordinate generalizzate a1, a2, a3 e a4.
Operando così è facile riconoscere che l’elemento finito proposto è conforme.
Circa la completezza si rileva che l’elemento garantisce le deformazioni
flessionali costanti, accanto alle quali introduce anche un termine lineare. Gli
spostamenti rigidi sono modellati dai coefficienti a1 e a2, che invece non
intervengono nella deformazione.
Non appare superfluo rilevare che per il problema flessionale della trave di
Eulero-Bernoulli, sulla base della natura del legame tra deformazione θ e
spostamento generalizzato v, sarebbe in linea di principio ipotizzabile un
elemento finito di ordine 2, come quello rappresentato in Fig. 2.11 esprimendo la
v ( e ) ( z ) attraverso le inflessioni in corrispondenza dei due nodi estremi e di quello
centrale.

1 3 2

1 3 2

Fig. 2.11

In tal modo si riuscirebbe a garantire lo stato di deformazione costante


(derivata seconda di un polinomio di secondo grado).
46 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

Operando in questo modo non si riuscirebbe però a imporre in sede di


assemblaggio la continuità delle rotazioni. Lo schema discreto si riconduce ad un
sistema (labile!) di elementi incernierati agli estremi, che infittiscono, anziché
eliminare, le discontinuità avvicinando la situazione limite.
Come si deduce dalla Fig. 2.10 risulta:

⎡ v1 ( e ) = v ( e ) ( z1 ) ⎤
⎢ dv ( e ) ⎥ ⎡ a1 ⎤
⎢ v2 ( e ) = − ( z1 ) ⎥ ⎢ −a 2 ⎥
v (e) = ⎢ dz ⎥ = ⎢ ⎥=
⎢ v 3 ( e ) = v ( e ) ( z 2 ) ⎥ ⎢ a1 + a 2 l e + a 3 l e 2 + a 4 l e 3 ⎥
⎢ dv ( e ) ⎥ ⎢ 2 ⎥
⎢v 4 ( e ) = − ( z2 ) ⎥ ⎣ − a 2 − 2a 3 le − 3a 4 le ⎦
⎣ dz ⎦

⎡1 0 0 0 ⎤ ⎡ a1 ⎤
⎢ ⎥⎢ ⎥
0 −1 0 0 ⎥ ⎢a2 ⎥
=⎢ = Γ (e) a (e) , (2.68a)
⎢1 le le 2 le 3 ⎥⎢
a ⎥
⎢ ⎥⎢ 3 ⎥
⎢⎣0 −1 −2 l e −3le ⎥⎦ ⎢⎣a 4 ⎥⎦
2

⎡1 0 0 0 ⎤
⎢0 −1 0 0 ⎥
Γ ( e) =⎢ ⎥ .
(2.68b)
⎢1 le le
2
le ⎥
3

⎢ ⎥
⎣0 −1 −2 l e −3le 2 ⎦

L’inversione della (2.68b) conduce a:

⎡ 1 0 0 0 ⎤
⎢ ⎥
0 −1 0 0 ⎥
=⎢
−1
Γ (e) , (2.69)
⎢− 3 l 2 2 le 3 le 2 1 le ⎥
⎢ e

⎢⎣ 2 le 3 − 1 le 2 − 2 le 3 − 1 le 2 ⎥⎦

per cui risulta:


Il metodo degli elementi finiti 47

⎡ ⎛ z⎞
2
⎛ z⎞
3
⎛ z⎞
2

N (e)
( z ) = N ( z )Γ
(e) ( e ) −1
= ⎢1 − 3⎜ ⎟ + 2⎜ ⎟ , − z⎜ 1 − ⎟ ,
⎢⎣ ⎝ le ⎠ ⎝ le ⎠ ⎝ le ⎠

⎛ z⎞
2
⎛ z⎞
3
⎛⎛ z ⎞ 2 z ⎞ ⎤
3⎜ ⎟ − 2⎜ ⎟ , − z⎜⎜ ⎜ ⎟ − ⎟⎟ ⎥ , (2.70)
⎝ le ⎠ ⎝ le ⎠ ⎝ ⎝ le ⎠ le ⎠ ⎥

⎡ 6 12 z 4 6z
B ( e ) ( z ) = B ( e ) ( z )Γ ( e )
−1
=⎢ 2 − 3 , − + 2 ,
⎣ le le le le

6 12 z 2 6z ⎤ ⎤
− 2
+ 3
, − + 2 ⎥⎥ . (2.71)
le le le le ⎦ ⎥⎦

1 2

1 1 1 2
(e)
N2
( e)
N1

1 2 1 2
1
1
(e)
( e) N4
N3

Fig. 2.12

Le funzioni di forma sono diagrammate in Fig. 2.12 e corrispondono, da un


punto di vista matematico, a funzioni interpolanti di Hermite di 3° grado.
48 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

Si fornisce infine l’espressione della matrice di rigidezza K ( e ) dell’elemento:


T
K ( e ) = ∫ B ( e ) C B ( e ) dv =
Ce

⎡ 6 12z ⎤
⎢ l2 − l3 ⎥
⎢ e e ⎥
4
⎢− + z ⎥6
le ⎢
l le 2 ⎥ ⎡ 6 12z 4 6z 6 12z 2 6z ⎤
= EI ∫ ⎢ e ⎥ ⎢ − 3 , − + 2 , − 2 + 3 , − + 2 ⎥ dz =
6 12z l 2
le le le le ⎦
0 ⎢−
2
+ 3 ⎥⎣ e le le le
⎢ le le ⎥
⎢ 2 6z ⎥
⎢− + 2 ⎥
⎣ le le ⎦

⎡ 12 −6le −12 −6le ⎤


⎢ ⎥
EI ⎢−6le 4le 2 6le 2le ⎥
= 3⎢ . (2.72)
le −12 6le 12 6le ⎥
⎢ ⎥
⎢⎣−6le 2le 2 6le 4le 2 ⎥⎦

2.4 La piastra

In questo paragrafo si intende presentare alcuni modelli agli elementi finiti


utilizzati nell’analisi delle piastre elastiche. Saranno presi in esame sia il modello
di Mindlin che il modello di Kirchhoff, anche se limitatamente al problema
statico.
Com’è ben noto tale problema può essere decomposto in un problema
estensionale ed in un problema di flessione e taglio. Nel primo caso entrambi i
problemi conducono alle stesse equazioni, che peraltro coincidono con quelle del
problema piano nelle tensioni salvo a sostituire alle tensioni medie σ ij le tensioni
medie generalizzate N ij = h σ ij (h = spessore della piastra). Si potranno perciò
utilizzare in tal caso gli elementi finiti già presentati per il caso piano nel § 2.2.
Relativamente al problema di flessione e taglio occorrerà distinguere tra i due
modelli.
Il metodo degli elementi finiti 49

2.4.1 Problema di flessione e taglio (modello di Mindlin)


L’elemento finito che si propone è presentato in Fig. 2.13, dove sono anche
richiamate le definizioni dei vettori degli spostamenti, deformazioni e tensioni
generalizzate, nonchè quella della matrice elastica C:
Il modello cinematico per le componenti di spostamento generalizzato
sull’elemento è il seguente:
w ( e ) ( x, y) = a1 + a2 x + a3 y + a 4 xy , (2.73a)

v1 = w(0) = a1 , (2.73b)

ϕ y ( e ) ( x, y) = a9 + a10 x + a11 y + a12 xy , (2.73c)

z
y

4 3
1 4
he 1 9 4
12
2 5 3 y
1 2 x 8
2 10 3
le 11
x
6 7

[ ]
T
u = v, ϕ x , ϕ y
⎡ ∂ϕ ∂ϕy ∂ϕy ∂ϕx ∂w
T
∂w ⎤
[ ]
T
ε = θ x , θ y , θ xy , γ x , γ y = ⎢− x , , − , + ϕ y , − ϕx ⎥
⎣ ∂y ∂x ∂y ∂x ∂x ∂y ⎦
T
σ = ⎡⎣ M x , M y , M xy ,Tx , Ty ⎤⎦
⎡1 ν 0 0 0 ⎤
⎢ ⎥
⎢ν 1 0 0 0 ⎥
⎢0 1− ν
0 0 0 ⎥
⎢ 2 ⎥
C = D⎢ ⎥
Gh
⎢0 0 0 0 ⎥
⎢ χD ⎥
⎢0 0 0 0
Gh ⎥
⎢⎣ χD ⎥⎦

Fig. 2.13
50 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

ovvero in forma compatta:

⎡ a1 ⎤
⎢ ⎥
⎢ a2 ⎥
⎢a ⎥
⎢ 3⎥
⎢ a4 ⎥
⎢ ⎥
⎢ a5 ⎥
⎡ w ( e ) ( x , y ) ⎤ ⎡1 x y xy 0 0 0 0 0 0 0 0 ⎤⎢ ⎥
⎢ ⎥ ⎢ ⎥ a6
u ( e ) ( x ) = ⎢ϕ x ( e ) ( x , y ) ⎥ = ⎢ 0 0 0 0 1 x y xy 0 0 0 0 ⎥⎢ ⎥ =
⎢ a7 ⎥
⎢ϕ ( e ) ( x , y ) ⎥ ⎢0 0 0 0 0 0 0 0 1 xy ⎥⎦ ⎢ ⎥
⎣ y ⎦ ⎣ x y
⎢ a8 ⎥
⎢ ⎥
⎢ a9 ⎥
⎢a ⎥
⎢ 10 ⎥
⎢ a11 ⎥
⎢ ⎥
⎢⎣a12 ⎥⎦

= N (e) (x) a (e) . (2.74)

Ne consegue:

T
⎡ ∂ϕ x ( e ) ∂ϕ y ( e ) ∂ϕ y ( e ) ∂ϕ x ( e ) ∂w ( e ) ( e ) ∂w
(e) ⎤
ε ( x) = ⎢ −
( e)
, , − , + ϕy , − ϕ x ( e) ⎥ =
⎢⎣ ∂y ∂x ∂y ∂x ∂x ∂y ⎥⎦

[
= − a 7 − a8 x , a10 + a12 y , a11 + a12 x − a 6 - a 8 y ,

a2 + a 4 y + a9 + a10 x + a11 y + a12 xy , a3 + a 4 x − a5 - a6 x - a7 y - a8 xy] =

= B (e) (x) a (e) , (2.75)

dove:
Il metodo degli elementi finiti 51

⎡0 0 0 0 0 0 −1 − x 0 0 0 0⎤
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 y ⎥⎥

B ( e ) ( x ) = ⎢0 0 0 0 0 −1 0 −y 0 0 1 x⎥ . (2.76)
⎢ ⎥
⎢0 1 0 y 0 0 0 0 1 x y xy ⎥
⎢⎣0 0 1 x − 1 − x − y − xy 0 0 0 0 ⎥⎦

Si rileva che il modello cinematico proposto è banalmente isotropo e


compatibile; per quanto riguarda la completezza valgono considerazioni analoghe
a quelle presentate per il problema monodimensionale di Timoshenko al § 2.3.2 e
relative al fenomeno di “ ocking”.
Con i simboli già introdotti risulta inoltre (Fig. 2.13):

[
v ( e ) = w ( e ) ( x1 , y1 ),w ( e ) ( x 2 , y2 ), w ( e ) ( x 3 , y3 ), w ( e ) ( x 4 , y 4 ),

ϕ x ( e ) ( x1 , y1 ), ϕ x ( e ) ( x 2 , y2 ), ϕ x ( e ) ( x 3 , y3 ), ϕ x ( e ) ( x 4 , y 4 ),

(2.77)
ϕ y ( x1 , y1 ), ϕ y ( x 2 , y2 ), ϕ y ( x 3 , y3 ), ϕ y ( x 4 , y 4 ) = Γ a
(e) (e) (e) (e)
] (e) (e)
,

essendo (xi,yi) le coordinate del nodo i ed inoltre:

⎡G 0 0⎤
⎢ ⎥
Γ (e)
= ⎢0 G 0 ⎥ (forma a blocchi) , (2.78)
⎢0 G ⎥⎦
⎣ 0

con

⎡1 0 0 0 ⎤
⎢ ⎥
1 le 0 0 ⎥
G = ⎢⎢ . (2.79)
1 le he le he ⎥
⎢ ⎥
⎢⎣1 0 he 0 ⎥⎦
52 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

L’inversione della (2.77) porta a:


−1
a (e) = Γ (e) v (e) , (2.80)

−1
dove la matrice Γ ( e ) può essere facilmente calcolata come:

⎡G −1 0 0 ⎤
( e ) −1 ⎢ ⎥
Γ =⎢ 0 G −1 0 ⎥ , (2.81a)
⎢ 0 0 G −1 ⎥⎦

essendo:

⎡le he 0 0 0⎤
⎢ ⎥
1 ⎢ − he he 0 0⎥
(2.81b)
G −1 = .
le he ⎢ − le 0 0 le ⎥
⎢ ⎥
⎢⎣ 1 −1 1 −1⎥⎦

−1
Una volta calcolata la matrice Γ ( e ) possono essere valutate le matrici:

−1
N ( e) = N ( e) Γ ( e) =

⎡ x y xy x xy xy y xy ⎤
⎢1 − − + − − 0 0 0 0 0 0 0 0 ⎥
l h l h l l h l h
⎢ e e e e e e e e e e e eh l h ⎥
⎢ x y xy x xy xy y xy ⎥
=⎢ 0 0 0 0 1− − + − − 0 0 0 0 ⎥
le he le he le le he le he he le he
⎢ ⎥
⎢ 0 0 0 0 0 0 0 0
x y xy x xy xy y xy ⎥
1− − + − −
⎢ le he le he le le he le he he le he ⎥⎦

(2.82)
−1
B (e) = B (e) Γ (e) =
Il metodo degli elementi finiti 53

⎡ 1 x x x 1 x ⎤
⎢ 0 0 0 0 − − − + 0 0 0 0 ⎥
he lehe lehe lehe he lehe
⎢ ⎥
⎢ 1 y 1 y y y ⎥
0 0 0 0 0 0 0 0 − + − −
⎢ le lehe le lehe lehe lehe ⎥
⎢ 1 y 1 y y y 1 x x x 1 x ⎥
=⎢ 0 0 0 0 − − + − − + − − ⎥
⎢ le lehe le lehe lehe lehe he lehe lehe lehe he lehe ⎥
⎢ 1 y 1 y y y x y xy x xy xy y xy ⎥
⎢− l + l h l − l h l h −
lehe
0 0 0 0 1− − + − −
le he lehe le lehe lehe he lehe ⎥
⎢ e e e e e e e e

⎢− 1 + x −
x x 1 x

x y xy
−1+ + −
x xy
− + −
xy y xy
− + 0 0 0 0 ⎥
⎢⎣ he lehe lehe lehe he lehe le he lehe le lehe lehe he lehe ⎥⎦

(2.83)
Infine la matrice di rigidezza locale K ( e ) vale:
le he

K ( e ) = ∫ ∫ B ( e ) CB ( e ) dxdy =
T

0 0

Gh ( e )
= K 1 + DK ( e ) 1 ,
χ (2.84a)

dove:
K (e) 1 =

⎡1 α 1 α 1 α 1 α le le le le he he he he ⎤
⎢ 3α + 3 − +
3α 6
− −
6α 6

6α 3 6 12 12 6

6

6

12

12 ⎥
⎢ 1 α 1 α 1 α le le le le he he he he ⎥
⎢ + − − − ⎥
⎢ 3α 3 6α 3 6α 6 12 6 6 12 6 6 12 12 ⎥
⎢ 1 α 1 α l l l l he he he he ⎥
⎢ + − + − e − e − e − e
3α 3 3α 6 12 6 6 12 12 12 6 6 ⎥
⎢ 1 α l le le l h h h h ⎥
⎢ + − e − − − e − e − e − e − e⎥
⎢ 3α 3 6 12 12 6 12 12 6 6⎥
⎢ β β β β
0 0 0 0 ⎥
⎢ 9 18 36 18 ⎥
⎢ β β β ⎥
⎢ 0 0 0 0 ⎥
=⎢ 9 18 36 ⎥
⎢ β β
0 0 0 0 ⎥
⎢ 9 18 ⎥
⎢ β ⎥
⎢ 0 0 0 0 ⎥
⎢ 9
⎢ β β β β ⎥⎥
⎢ 9 18 36 18 ⎥
⎢ β β β ⎥
⎢ Sim.
9 18 36 ⎥
⎢ β β ⎥
⎢ ⎥
⎢ 9 18 ⎥
⎢ β ⎥
⎢⎣ 9 ⎥⎦
(2.84b)
54 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

K ( e) 2 =

⎡0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 ⎤
⎢ 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 ⎥
⎢ ⎥
⎢ 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 ⎥
⎢ ⎥
⎢ 0 0 0 0 0 0 0 0 0 ⎥
⎢ 1 −ν α 1 −ν α 1 −ν α 1 −ν α 1 +ν 1 − 3ν 1 +ν 1 − 3ν ⎥
⎢ + − + − − − − − ⎥
6α 3 6α 6 12α 6 12α 3 8 8 8 8
⎢ 1 −ν α 1 −ν α 1 −ν α 1 − 3ν 1 +ν 1 − 3ν 1 +ν ⎥
⎢ + − − − − − ⎥
⎢ 6α 3 12α 3 12α 6 8 8 8 8 ⎥
⎢ 1 −ν α 1 −ν α 1 +ν 1 − 3ν 1 +ν 1 − 3ν ⎥
+ − + − −
=⎢ 6α 3 6α 6 8 8 8 8 ⎥
⎢ 1 −ν α 1 − 3ν 1 +ν 1 − 3ν 1 +ν ⎥
⎢ + − − ⎥
⎢ 6α 3 8 8 8 8 ⎥
⎢ (1 −ν )α 1 (1 −ν )α 1 (1 −ν )α 1 (1 −ν )α 1 ⎥
+ − − − − +
⎢ 6 3α 12 3α 12 6α 6 6α ⎥
⎢ (1 −ν )α 1 (1 −ν )α 1 (1 −ν )α 1 ⎥
⎢ Sim. + − + − − ⎥
⎢ 6 3α 6 6α 12 6α
⎢ (1 −ν )α 1 (1 −ν )α 1 ⎥⎥
+ −
⎢ 6 3α 12 3α ⎥
⎢ (1 −ν )α 1 ⎥
⎢⎣ +
6 3α ⎥⎦

(2.84c)
le
essendo α = e β = le he .
he
Il metodo degli elementi finiti 55

2.4.2 Problema di flessione (modello di Kirchhoff)


Un elemento finito largamente utilizzato è quello rappresentato in Fig. 2.14.

z
y

4 3
1 10
he 1 3 4
2 12
4 7 y
1 2 x
3 11
2 6
le 9
x
5 8

u = [ w]
T
ε

T
⎡ ∂ 2w ∂ 2w ∂ 2w ⎤
[
= θ x ,θ y ,θ xy ]
T
= ⎢− 2 , − 2 , − 2 ⎥
⎣ ∂y ∂x ∂x∂y ⎦

[ ]
T
σ = M x , M y , M xy
⎡1 ν 0 ⎤
⎢ ⎥
C = D⎢ν 1 0 ⎥
⎢ 1− ν⎥
⎢0 0 ⎥
⎣ 2 ⎦

Fig. 2.14

Il modello cinematico proposto per l’inflessione w è il seguente:

w ( e ) ( x, y) = a1 + a2 x + a3 y + a 4 x 2 + a5 xy + a6 y 2 + a7 x 3 +

+ a8 x 2 y + a9 xy 2 + a10 y 3 + a11 x 3 y + a12 xy 3 , (2.85)

ovvero in forma compatta:


56 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

⎡ a1 ⎤
⎢ ⎥
⎢ a2 ⎥
⎢a ⎥
⎢ 3⎥
⎢ a4 ⎥
⎢ ⎥
⎢ a5 ⎥
⎢ ⎥
a6
[
u( e ) ( x ) = 1 x y x2 xy y2 x3 x2 y xy 2 y3 x3y ]
xy 3 ⎢ ⎥ =
⎢ a7 ⎥
⎢ ⎥
⎢ a8 ⎥
⎢ ⎥
⎢ a9 ⎥
⎢a ⎥
⎢ 10 ⎥
⎢ a11 ⎥
⎢ ⎥
⎢⎣a12 ⎥⎦

= N (e) (x) a (e) . (2.86)

Dalla (2.85) discende banalmente che:


T
⎡ ∂2 w ∂2 w ∂2 w ⎤
ε ( e)
( x ) = ⎢ − 2 , − 2 ,− 2 =
⎣ ∂y ∂x ∂x∂y ⎥⎦

⎡ a1 ⎤
⎢ ⎥
⎢ a2 ⎥
⎢a ⎥
⎢ 3⎥
⎢ a4 ⎥
⎢ ⎥
⎢ a5 ⎥
⎡0 0 0 0 0 2 0 0 2x 6y 0 6 xy ⎤ ⎢ ⎥
⎢ ⎥ a6
= − ⎢0 0 0 2 0 0 6x 2y 0 0 6 xy 0 ⎥⎢ ⎥ =
⎢ a7 ⎥
⎢0 0 0 0 2 0 0 4x 4y 0 6x2 6 y 2 ⎥⎦ ⎢ ⎥

⎢ a8 ⎥
⎢ ⎥
⎢ a9 ⎥
⎢a ⎥
⎢ 10 ⎥
⎢ a11 ⎥
⎢ ⎥
⎢⎣ a12 ⎥⎦
= B (e) (x) a (e) . (2.87)
Il metodo degli elementi finiti 57

Il vettore degli spostamenti nodali è così definito:

⎡ (e) ∂w ( e ) ( x1 , y1 ) ∂w ( e ) ( x1 , y1 )
v (e)
= ⎢w ( x1 , y1 ), ,− ,............,
⎣ ∂y ∂x
T
∂w ( e ) ( x 4 , y 4 ) ∂w ( e ) ( x 4 , y 4 ) ⎤
(e)
w ( x 4 , y 4 ), ,− ⎥ , (2.88)
∂y ∂x ⎦
essendo al solito (xi,yi) le coordinate locali del nodo i.
−1
A partire dalle (2.88) è possibile definire la matrice Γ ( e ) e quindi Γ ( e ) , N ( e ) ,
B(e) e K (e) .
Si osserva che tale modello cinematico è completo e geometricamente
isotropo ma non compatibile. La sua convergenza è comunque garantita.
L’espressione polinomiale a secondo membro della (2.85) garantisce infatti la
continuità dell’inflessione w lungo i lati degli elementi finiti. Ciò consegue dal
fatto che lungo ognuno di questi lati o la coordinata x o la coordinata y sono
costanti. Ne discende che la (2.85) si riduce a un’espressione cubica in x lungo i
lati sui quali y è costante e viceversa a un’espressione cubica in y sui lati dove è
costante la x. Tale polinomio cubico è univocamente determinato specificando i
valori di quattro costanti:

w ( e ) = α 1 + α 2ξ + α 3ξ 2 + α 4ξ 3 , (2.89)

dove ξ rappresenta x o y a seconda del lato considerato. Nel caso in esame ciò è
possibile in quanto lungo ogni lato in sede di assemblaggio si impongono quattro
∂w ( e ) ∂w ( e )
condizioni, legate alla coincidenza delle w ( e ) e − .
∂y ∂x
Lo stesso non succede per le rotazioni:

∂w ( e )
ϕx = (e)
= a3 + a5 x + 2 a6 y + a8 x 2 + 2 a9 xy + 3a10 y 2 + a11 x 3 + 3a12 xy 2 =
∂y
= ( a3 + 2 a6 y + 3a10 y 2 ) + ( a5 + 2 a9 y + 3a12 y 2 ) x + a8 x 2 + a11 x 3 , (2.90a)

∂w ( e )
ϕ y (e) = − = − a2 − 2 a 4 x − a5 y − 3a7 x 2 − 2 a8 xy − a9 y 2 − 3a11 x 2 y − a12 y 3 =
∂y
= −( a2 + 2 a 4 x + 3a7 x 2 ) − ( a5 + 2 a8 y + 3a12 x 2 ) y − a9 y 2 − a12 y 3 , (2.90b)
58 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

per le quali, una volta assegnata x o y (lato dell’elemento) non si hanno a


disposizione quattro condizioni ma solo due. Insorgono quindi delle discontinuità
sulle rotazioni che tuttavia tendono ad annullarsi al crescere del numero degli
elementi (Fig. 2.15).

elemento (e’)
discontinuità angolare

elemento (e)

Fig. 2.15

2.5 Trave elastica su suolo elastico


2.5.1 Teoria (P. L. V.)
Si consideri una trave elastica soggetta ad un carico che dipende linearmente
dall’inflessione della stessa (Fig. 2.16).

kt ⋅ v

Fig. 2.16
Il metodo degli elementi finiti 59

Le equazioni di equilibrio nel caso in esame si possono esprimere nella


seguente forma variazionale (P.L.V.):

dδv ⎞
l l l

∫ ( N δε + M δθ) dz = ∫ ( p δw + q δv) dz + ∫ c ⎜⎝ −
0 0 0
⎟ dz +
dz ⎠

⎛ dδv ⎞
R R l

+ ∑ ( Pi δwi + Qi δvi ) + ∑ Ci ⎜ − ⎟ + ( − k t v) δv dz ,
⎝ dz ⎠ i ∫0
(2.91)
i =1 i =1

avendo indicato con R il numero dei nodi complessivi in cui sono applicati forze
e/o coppie concentrate. La (2.91) può essere riscritta nella seguente forma
compatta:

⎛ dδu ⎞
l l l l

∫0 σ ⋅ δε dz + ∫0 K T u ⋅ δu dz = ∫0 p ⋅ δu dz + ∫0 c ⋅ ⎜⎝ − dz ⎟⎠ dz +

⎛ dδu ⎞
R R
+ ∑ Pi ⋅ δu i + ∑ C i ⋅ ⎜ − ⎟ , (2.92)
i =1 i =1
⎝ dz ⎠ i

⎡N⎤ ⎡ε ⎤
dove si è indicato con σ ( = ⎢ ⎥ ) e ε ( = ⎢ ⎥ ) rispettivamente i vettori delle
⎣M ⎦ ⎣θ⎦
⎡w ⎤
tensioni e delle deformazioni generalizzate, con u ( = ⎢ ⎥ ) il vettore degli
⎣v⎦
⎡ p⎤
spostamenti generalizzati, con p ( = ⎢ ⎥ ) il vettore dei carichi distribuiti per unità
⎣q ⎦
⎡ 0⎤
di lunghezza, con c ( = ⎢ ⎥ ) il vettore delle coppie distribuite per unità di
⎣c ⎦
⎡ wi ⎤
lunghezza, con u i ( = ⎢ ⎥ ) il vettore degli spostamenti generalizzati nel punto
⎣ vi ⎦
⎡ Pi ⎤ ⎡0⎤
“i”, con Pi ( = ⎢ ⎥ ) e con Ci ( = ⎢ ⎥ ) i vettori delle forze nodali e delle coppie
⎣Qi ⎦ ⎣Ci ⎦
nodali applicati in corrispondenza del punto “i” e infine con K T la seguente
matrice:
60 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

⎡0 0⎤
KT = ⎢ ⎥ . (2.93)
⎢⎣0 kt ⎥⎦

2.5.2 Metodo degli elementi finiti


Si consideri un elemento generico della trave di Winkler (Fig. 2.17) e all’interno
di esso si consideri un campo di spostamenti del tipo:

1 4
3 6
2 5
z

v
le

Fig. 2.17

⎧ w ( e ) ( z ) = a1 + a 2 z
u (e)
= ⎨ (e) . (2.94)
⎩v ( z ) = a 3 + a 4 z + a5 z + a 6 z
2 3

La (2.95) può essere riscritta nella seguente forma compatta:

u (e) = N ( e) ( z) a (e) , (2.95)

essendo a ( e ) come al solito il vettore che ha per componenti i coefficienti ai e


N ( e ) ( z ) la seguente matrice:

⎡1 z z 2 0 0 0⎤
N ( e ) ( z) = ⎢ ⎥ . (2.96)
⎣0 0 0 1 z z2 ⎦

Per le deformazioni, invece, risulta:


Il metodo degli elementi finiti 61

⎡ dv ( e ) ⎤
⎢ dz + ϕ ⎥ ⎡a 2 + 2a 3 z + a 4 + a5 z + a 6 z 2 ⎤
ε(e) =⎢ ⎥=⎢ ⎥ = B ( z )a ,
(e) (e)
d ϕ (e)
+ 2 (2.97)
⎢ ⎥ ⎣ a 5 a 6 z ⎦
⎢⎣ dz ⎥⎦

dove B ( e ) ( z ) è la seguente matrice:

⎡0 1 2 z 1 z z 2 ⎤
B (e)
( z) = ⎢ ⎥ . (2.98)
⎣0 0 0 0 1 2 z ⎦

Per quanto riguarda la matrice Γ ( e ) risulta:

⎡1 0 0 0 0 0⎤
⎢1 l le2
0 0 0⎥
⎢ e
2

⎢ le le ⎥
⎢1 2 4
0 0 0⎥
Γ(e) =⎢ (2.99)
0 0 0 1 0 0⎥ ,
⎢ 2

⎢0 0 0 1 le le ⎥
⎢ l le ⎥
2

⎢0 0 0 1 e ⎥
⎣ 2 4⎦

e quindi:

Ν (e) ( z) = Ν (e) ( z)Γ (e) =


−1

⎡ z z ⎤
⎢1− l 0 0
le
0 0 ⎥
=⎢
e
⎥,
⎢ ⎛ z⎞
2
⎛ z⎞
3 2
⎛ z ⎞ ⎛ 2z ⎞ ⎛ z⎞
2
⎥ (2.100a)
1− 3⎜ ⎟ + 2⎜ ⎟ −zc ⎜ ⎟ ⎜3− ⎟ ⎜ ⎟ ( le − z)⎥
2
⎢ 0 0
⎣ ⎝ le ⎠ ⎝ le ⎠ ⎝ le ⎠ ⎝ le ⎠ ⎝ le ⎠ ⎦

Β ( e ) ( z ) = B ( e ) ( z )Γ ( e )
−1
=
62 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

⎡ 1 1 ⎤
⎢− l 0 0
le
0 0 ⎥
=⎢ e ⎥ . (2.100b)
⎢ 0 6 12 z 6z 4 12 z 6 6z 2 ⎥
− 3 − 0 − 2 −
⎢⎣ le
2
le le
2
le le
3
le le
2
le ⎥⎦

In definitiva è possibile scrivere:

u ( e) = Ν (e) v (e) , (2.101a)

ε (e) = B(e) v (e) . (2.101b)

Ricordando inoltre che risulta:

σ (e) = C(e) ε (e) , (2.102)

dove:

⎡EA 0 ⎤
C= ⎢ ⎥ , (2.103)
⎣ 0 EI ⎦

la relazione (2.92) si trasforma nel seguente modo:


l l

∫ CB v ⋅ B δv dz + ∫ K T N v ⋅ N δv dz =
(e) (e) (e) (e) (e) (e) (e) (e)

0 0

⎛ dN ( e ) ( e ) ⎞
l l

= ∫ p ⋅ N ( e ) δv ( e ) dz + ∫ c ⋅ ⎜ − δv ⎟ dz +
0 0
⎝ dz ⎠

R R
⎛ dN ( e ) ⎞
+ ∑ Pi ⋅ N (e)
( zi )δv (e)
+ ∑ Ci ⋅ ⎜ −

( z i )δv ( e ) ⎟ ,
⎠ (2.104)
i =1 i =1 dz

ovvero ricordando le proprietà di cui gode il prodotto scalare:


Il metodo degli elementi finiti 63

∫ (B )
l
(e) T
C B ( e ) + N ( e ) K T N ( e ) dz v ( e ) ⋅ δv ( e ) =
T

l l T
dN ( e )
= ∫ N ( e ) p dz ⋅ δv ( e ) + ∫ − c dz ⋅ δv ( e ) +
T

0 0
dz
T
R R
dN ( e )
+ ∑ N ( e ) ( z i ) Pi ⋅ δv ( e ) + ∑ − ( zi ) C i ⋅ δv ( e ) . (2.105)
T

i =1 i =1 dz

Attesa l’arbitrarietà di δv ( e ) e fatte le seguenti posizioni:

∫ (B )
l

= (e) T
C B ( e ) + N ( e ) K T N ( e ) dz ,
(e) T
K (2.106a)
0

⎛ (e) T
l
dN ( e ) ⎞
T R R
dN ( e )
T

q (e)
= ∫ ⎜N p − c⎟ dz + ∑ N ( z i ) Pi + ∑ −
(e) T
( zi ) C i , (2.106b)
0⎝ ⎠
dz i =1 i =1 dz

la relazione (2.105) diventa:

K (e) v (e) = q (e) . (2.107)

Si fornisce per completezza l’espressione di K ( e ) , che differisce da quella della


l

∫N
(e) T
trave di Eulero-Bernoulli per l’aggiunta del termine K T N ( e ) dz :
0

⎡ EA 0 0 −
EA
0 0 ⎤⎥
⎢ l l
⎢ 12 EI 6 EI 12 EI 6 EI ⎥
⎢ 0 − 0 − − 2 ⎥
⎢ l3 l2 l3 l ⎥
⎢ 0 6 EI 4 EI 6 EI 2 EI ⎥
− 2 0
K (e)
= ⎢ EA l l l2 l ⎥+
⎢ EA ⎥
⎢− l 0 0
l
0 0 ⎥
⎢ 12 EI 6 EI 12 EI 6 EI ⎥
⎢ 0 − 0 ⎥
⎢ l3 l l3 l2 ⎥
⎢ 0 6 EI 2 EI 6 EI 4 EI ⎥
− 2 0
⎢⎣ l l l2 l ⎥⎦
64 Parte II: Applicazione del metodo alle teorie strutturali

⎡0 0 0 0 0 0 ⎤
⎢ 13 11 9 13 ⎥
⎢0 kt l − kt l 2 0 kt l kt l 2 ⎥
⎢ 35 210 70 420 ⎥
⎢0 11 1 13 1 3⎥
− kt l 2 kt l 0 − kt l 2 − kt l
⎢ 210 105 420 140 ⎥
+⎢ ⎥ . (2.108)
0 0 0 0 0 0
⎢ ⎥
⎢0 9 13 13 11 2 ⎥
kt l − kt l 2 0 kt l kt l
⎢ 70 420 35 210 ⎥
⎢ 13 1 11 1 ⎥
⎢0 kt l 2 − kt l 3 0 kt l 2 3
kt l ⎥
⎣ 420 140 210 105 ⎦
Il metodo degli elementi finiti 65

Parte III

ELEMENTI FINITI ISOPARAMETRICI

3.1 Introduzione

Dalla presentazione del metodo degli elementi finiti, svolta nei precedenti
paragrafi, si rilevano due aspetti delicati del procedimento.
Il primo è legato al passaggio dalle coordinate generalizzate ai (coefficienti del
polinomio o dei polinomi approssimanti) alle componenti di spostamento nodale.
Esso richiede la preventiva determinazione della matrice Γ ( e ) e la sua successiva
inversione, in modo da poter calcolare le matrici N ( e ) e B ( e ) , a partire dalle
matrici N ( e ) e B ( e ) , cioè come è stato illustrato in dettaglio nelle due Parti
precedenti.
Tali operazioni sono per lo meno tediose ed in particolare il calcolo
dell’inversa della matrice Γ ( e ) , in presenza di numerosi coefficienti ai, può
risultare difficoltosa.
Si comprende che un indubbio vantaggio potrebbe essere ottenuto se le
approssimazioni del campo di spostamento fossero espresse direttamente in
funzione delle componenti di spostamento nodale.
Un altro aspetto delicato è connesso alla discretizzazione di regioni con
frontiera curva.
Si pensi ad esempio al caso di un problema piano definito su una regione del
contorno curvilineo. Adottando elementi finiti triangolari, si comprende come la
modellazione di tale contorno richieda un infittimento della “mesh” allo scopo di
poterlo approssimare mediante una poligonale, i cui vertici sono nodi di elementi
finiti periferici e i cui lati sono i lati di tali elementi.
Entrambi gli aspetti, sopra delineati, possono essere superati brillantemente
con l’introduzione degli elementi finiti isoparametrici, ai quali competono
inoltre ulteriori vantaggi rispetto alla formulazione classica del metodo, così come
descritta fin qui, tanto da renderli un prezioso e potente mezzo di indagine nei
problemi strutturali.
66 Parte III: Elementi finiti isoparametrici

3.2 Nozioni basilari

L’idea di base è quella di introdurre una trasformazione invertibile tra un generico


elemento finito C e , dal contorno eventualmente non rettilineo (o non piano nel
caso tridimensionale) ed un elemento “master” C (o elemento genitore) di forma
semplice, così come è illustrato in Fig. 3.1.

η
η=1
ξ=1
Ce
dξ dη
ξ
C C3
C2
C1
x
x=x(ξ,η)
y=y(ξ,η) x=x(ξ,1)
η y=y(ξ,1)
ξ = ξ (x , y ) dx dy=J dξ dη
η=η(x,y)

x=x(1,η)
Ce y=y(1,η)

Fig. 3.1

Riferendosi per fissare le idee ad un caso piano, la corrispondenza è istituita


attraverso una legge del tipo:

x = x ( ξ, η) , (3.1a)

y = y ( ξ, η) , (3.1b)
Il metodo degli elementi finiti 67

dove x e y sono le coordinate del generico punto di C e , eventualmente nel sistema


di riferimento globale, e ξ e η sono coordinate normalizzate (o coordinate
naturali), cioè tali che ξ, η ∈[ −1,+1] .
L’elemento “master” è in tal caso un quadrato di lato 2.
In particolare si assume:

r
x = ∑ xi N i ( ξ, η) , (3.2a)
i =1

r
y = ∑ yi N i ( ξ, η) , (3.2b)
i =1

dove (xi, yi) sono le coordinate dell’i-esimo nodo dell’elemento finito e


N i ( ξ, η) sono le funzioni di forma adottate per approssimare le componenti di
spostamento u ( e ) ( x , y ) e v ( e ) ( x , y ) :

r
u ( e ) ( x , y ) = ∑ ui N i ( ξ, η) , (3.3a)
i =1

r
v ( e ) ( x , y ) = ∑ vi N i ( ξ, η) , (3.3b)
i =1

essendo ui e vi rispettivamente uguali a u ( e ) ( xi , yi ) e v ( e ) ( xi , yi ) .


La possibilità di esprimere direttamente le u ( e ) ( x , y ) e v ( e ) ( x , y ) attraverso le
funzioni di forma dipende dal fatto che l’elemento “master”, dove le funzioni di
forma sono definite, ha dimensioni prefissate.
Le funzioni di forma godono della proprietà:

N i ( e ) ( ξ j , η j ) = δ ij , (3.4)

dove ξ j e η j sono le coordinate normali del nodo j-esimo e δ ij è il simbolo di


Kronecker.
68 Parte III: Elementi finiti isoparametrici

In matematica una funzione Ni che goda delle proprietà (3.4) è detta una
funzione di interpolazione su C relativa agli r nodi presi in esame. Ai fini della
completezza, com’è facile verificare, è altresì richiesta la condizione:

∑ N (ξ, η) = 1
i =1
i , ∀ ξ, η ∈ [ −1, + 1] . (3.5)

In forma matriciale le (3.2) possono anche esprimersi come:

⎡ x1 ⎤
⎢ ⎥
⎢ x2 ⎥
⎢ ⎥
⎢ ⎥
⎡ x ( ξ, η) ⎤ ⎡ N 1 N2 Nr 0 0 0 ⎤⎢ xr ⎥
⎢ ⎥=⎢ ⎥⎢ ⎥ . (3.6)
⎣ y ( ξ, η) ⎦ ⎣ 0 0 0 N1 N2 N r ⎦ ⎢ y1 ⎥
⎢ ⎥
⎢ y2 ⎥
⎢ ⎥
⎢ ⎥
⎢⎣ y r ⎥⎦

Il vettore delle deformazioni εˆ sarà quindi esprimibile come:

⎡ ∂u ⎤ ⎡ r
∂N i ⎤
⎢ ⎥ ⎢ ∑ u i
∂x

⎡ ε x ⎤ ⎢ ∂x ⎥ ⎢ i =1 ⎥
⎢ ⎥ ⎢ ∂v ⎥ ⎢ r
∂N i ⎥
⎢ ε y ⎥ = ⎢ ∂y ⎥ = ⎢ ∑ vi
∂y ⎥ = B ( e ) ( x) v ( e ) , (3.7)
⎢γ xy ⎥ ⎢ ⎢ i =1

⎣ ⎦ ∂u ∂v ⎥ ⎢ r ⎛ ∂N i ∂N i ⎞⎥
⎢ + ⎥ ∑ ⎜ u i + vi ∂x ⎟⎟⎥
⎣⎢ ∂y ∂x ⎦⎥ ⎢⎣ i =1 ⎜⎝ ∂y ⎠⎦

dove v ( e ) è il vettore degli spostamenti nodali dell’elemento, che si può pensare


organizzato nel modo seguente:

v ( e ) = [u1 , v1 , u2 , v 2 , , ur , v r ] (3.8)
T
.
Il metodo degli elementi finiti 69

La matrice B ( e ) ha dimensioni 3 × 2r, mentre il vettore v ( e ) ha dimensione 2r.


Evidentemente risulta:

⎡ ∂N 1 ∂N 2 ∂N r ⎤
⎢ 0 0 0 ⎥
⎢ ∂x ∂x ∂x ⎥
∂N 1 ∂N 2 ∂N r ⎥
B ( e) =⎢ 0 0 0 . (3.9)
⎢ ∂y ∂y ∂y ⎥
⎢ ∂N ∂N 1 ∂N 2 ∂N 2 ∂N r ∂N r ⎥
⎢ 1 ⎥
⎢⎣ ∂y ∂x ∂y ∂x ∂y ∂x ⎥⎦

La matrice B ( e ) interviene, com’è noto, sulla definizione della matrice di


rigidezza dell’elemento K ( e ) .
Per determinarle effettivamente, così come risulta dalla (3.9), occorrono le
derivate delle funzioni di forma rispetto alle coordinate (globali) x e y. Ciò
rappresenta un problema dal momento che le Ni sono definite in funzione delle
coordinate normali ξ e η .
A tal proposito, sfruttando le regole di derivazione delle funzioni composte, si
osserva che risulta:

∂N i ∂N i ∂x ∂N i ∂y
= + , (3.10a)
∂ξ ∂x ∂ξ ∂y ∂ξ

∂N i ∂N i ∂x ∂N i ∂y
= + , (3.10b)
∂η ∂x ∂η ∂y ∂η

ovvero in forma compatta:

⎡ ∂N i ⎤ ⎡ ∂x ∂y ⎤ ⎡ ∂N i ⎤ ⎡ ∂N i ⎤
⎢ ∂ξ ⎥ ⎢ ∂ξ ⎥
∂ξ ∂x ⎢ ⎥ ⎢ ∂x ⎥
⎢ ⎥=⎢ ⎥ ⎢ ∂N ⎥ = F T ⎢ ∂N ⎥ , (3.11)
⎢ ∂N i ⎥ ⎢ ∂x ∂y ⎥ ⎢ i ⎥ ⎢ i⎥
⎢⎣ ∂η ⎥⎦ ⎢⎣ ∂η ∂η ⎥⎦ ⎣⎢ ∂y ⎦⎥ ⎢⎣ ∂y ⎥⎦

dove:
70 Parte III: Elementi finiti isoparametrici

⎡ ∂x ∂x ⎤
⎢ ∂ξ ∂η ⎥
F=⎢ ⎥ , (3.12)
⎢ ∂y ∂y ⎥
⎢⎣ ∂ξ ∂η ⎥⎦

è la matrice Jacobiana associata alla trasformazione (3.1).


∂N i ∂N i
Le derivate e si possono quindi calcolare, se F è invertibile,
∂x ∂y
attraverso la relazione:

⎡ ∂N i ⎤ ⎡ ∂N i ⎤
⎢ ∂x ⎥ −1 ⎢ ∂ξ ⎥
⎢ ∂N ⎥ = F
T
( ) ⎢ ⎥ . (3.13)
⎢ i
⎥ ⎢ ∂N i ⎥
⎢⎣ ∂y ⎥⎦ ⎢⎣ ∂η ⎥⎦

Si osserva a tal proposito che, in virtù delle (3.2) risulta:

⎡ ∂x ∂y ⎤ ⎡ r ∂N i r
∂N i ⎤
⎢ ∂ξ ∂ξ ⎥ ⎢∑ x i ∂ξ
∑y i
∂ξ ⎥
FT = ⎢ ⎥= ⎢ i =r 1 i =1
⎥=
⎢ ∂x ∂y ⎥ ∂N i ∂N i ⎥
r
⎢ x
⎢⎣∑ ∑ yi
⎢⎣ ∂η ∂η ⎥⎦ ∂η ∂η ⎥⎦
i
i =1 i =1

∂N r ⎤ ⎡ 1
x y1 ⎤
⎡ ∂N 1 ∂N 2
⎢ ⎥
⎢ ∂ξ ∂ξ ∂ξ ⎥ ⎢ x 2 y2 ⎥
=⎢ ⎥ ⎥ .
⎢ ∂N 1 ∂N 2 ∂N r ⎥ ⎢ (3.14)
⎢ ⎥
⎢⎣ ∂η ∂η ∂η ⎥⎦ ⎢ x
⎣ r y r ⎥⎦

Una volta calcolata la matrice B ( e ) (x) si può valutare la matrice di rigidezza


dell’elemento K ( e ) :

+1 +1

K ( e ) = ∫ B ( e ) CB ( e ) dv = h ∫ ∫ B ( e ) CB ( e ) Jdξdη ,
T T
(3.15)
Ce −1 −1
Il metodo degli elementi finiti 71

dove h è lo spessore del solido in stato piano e J è il determinante della matrice F


(o della F T ):

∂x ∂y ∂x ∂y
J= − . (3.16)
∂ξ ∂η ∂η ∂ξ

L’integrale in (3.15) può essere calcolato per via numerica utilizzando una
delle diverse formule di quadratura note in letteratura ,come ad esempio quella di
Gauss, di cui si parlerà più avanti.
Una volta terminata l’analisi al livello locale, si passa alla fase di
assemblaggio, che nel caso in esame è anche facilitata dal fatto che le componenti
di spostamento nodale sono generalmente già espresse nel riferimento globale.

3.3 Funzioni di forma

In questo paragrafo si forniscono le espressioni di possibili funzioni di forma


utilizzabili nel caso di un elemento “master” monodimensionale (segmento di
lunghezza 2), bidimensionale (quadrato di lato 2 × 2) e tridimensionale (cubo di
lato 2 × 2 × 2). Per una stessa geometria dell’elemento “master” saranno
considerati diversi tipi di approssimazione con un numero crescente di nodi
dell’elemento.

3.3.1 Elemento “master” monodimensionale


Con riferimento alla Fig. 3.2 e ai simboli in essa riportati, si esplicitano le
espressioni delle funzioni di forma per 2, 3 e 4 nodi.

1 3 4 2

due nodi: ξ = −1 ξ = +1
tre nodi: ξ = −1 ξ=0 ξ = +1
quattro nodi: ξ = −1 1 1 ξ = +1
ξ=− ξ=+
3 3

Fig. 3.2
72 Parte III: Elementi finiti isoparametrici

Esse sono le seguenti:

incluso solo se è incluso solo se sono inclusi i


incluso il nodo 3 nodi 3 e 4

1 1 1
N1 =
2
(1 − ξ) −
2
(1 − ξ2 ) +
16
(
−9 ξ 3 + ξ 2 + 9 ξ − 1 )
1 1 1
N2 =
2
(1 + ξ) −
2
(1 − ξ2 ) +
16
(
+9ξ 3 + ξ 2 − 9ξ − 1 )

(
N3 = 1 − ξ2 ) 1
(
+27ξ 3 + 7ξ 2 − 27ξ − 9 )
16

1
N4 =
16
(
−27ξ 3 − 9ξ 2 + 27ξ + 9 )

Si rileva che le funzioni Ni soddisfano le condizioni (3.4) e (3.5).

3.3.2 Elemento “master” bidimensionale di forma quadrata

Si faccia riferimento alla Fig. 3.3 e ai simboli in essa riportati. Le funzioni di


forma sono le seguenti:

inclusi solo se il nodo i è definito


i=5 i=6 i=7 i=8

1 1 1
N1 = (1 + ξ)(1 + η) −
2
N5 −
2
N8
4
1 1 1
N 2 = (1 − ξ)(1 + η) −
2
N5 −
2
N6
4
Il metodo degli elementi finiti 73

inclusi solo se il nodo i è definito


1 1 1 1
N3 = (1 − ξ)(1 − η) −
2
N6 −
2
N7 −
2
N8
4
1 1 1
N 4 = (1 + ξ)(1 − η) −
2
N7 −
2
N8
4
1
( )
N 5 = 1 − ξ 2 (1 + η)
2

1
N6 =
2
( )
1 − η 2 (1 − ξ)

1
N7 =
2
( )
1 − ξ 2 (1 − η)

1
N8 =
2
( )
1 − η2 (1 + ξ)

Si rileva che le funzioni Ni soddisfano le condizioni (3.4) e (3.5).

ξ=+1
η=+1
η
3
y 7
4
6 ξ

8
η=0
2
5
1 ξ=0

η=-1 ξ=-1
x

Fig. 3.3
74 Parte III: Elementi finiti isoparametrici

3.3.3 Elemento “master” tridimensionale cubico


Si faccia riferimento alla Fig. 3.4 e ai simboli in essa riportati.

ζ
5 16
8
17 20
12
13
4
1 15
6 9
z
7
18 14 11 η
19
y 2
10 3
ξ
x

Fig. 3.4

Le funzioni di forma sono le seguenti:


1
N 1 = g1 − ( g9 + g12 + g17 ) ;
2

1
N 2 = g2 − ( g9 + g10 + g18 ) ;
2

1
N 3 = g3 − ( g10 + g11 + g19 ) ;
2

1
N 4 = g4 − ( g11 + g12 + g20 ) ;
2

1
N 5 = g5 − ( g13 + g16 + g17 ) ;
2
Il metodo degli elementi finiti 75

1
N 6 = g6 − ( g13 + g14 + g18 ) ;
2

1
N 7 = g7 − ( g14 + g15 + g19 ) ;
2

1
N 8 = g8 − ( g15 + g16 + g 20 ) ;
2

N j = gj ∀ j ∈ {9,…20} ;

dove g j = 0 se il nodo j non è incluso; altrimenti:

( ) ( ) (
g j = G ξ, ξ j G η, η j G ζ, ζ j ; )

( )
G r , rj =
1
2
( )
1 + r j r per r j = ±1 ; r = ξ, η, ζ ;
1
( ) ( )
G r , r j = 1 − r 2 per r j = 0 ; r = ξ, η, ζ .
2

Si rileva che le funzioni Ni soddisfano le condizioni (3.4) e (3.5).

3.4 Integrazione numerica

Gli elementi finiti isoparametrici, a parte i vantaggi già messi in luce nei
precedenti paragrafi, ben si prestano anche a consentire il calcolo per via
numerica degli integrali richiesti per la determinazione della matrice di rigidezza
dell’elemento, come pure del vettore dei carichi.
La formula di quadratura che generalmente viene adoperata è quella di Gauss,
in grado di fornire un’approssimazione dell’integrale definito, esteso all’intervallo
[-1,+1], di una funzione numerica di una variabile reale.
Come si ricorderà, gli elementi finiti isoparametrici riconducono l’analisi del
singolo elemento C e al cosiddetto elemento “master”, utilizzando una
trasformazione di variabili che chiama in causa le cosiddette coordinate naturali,
definite appunto in tale intervallo.
76 Parte III: Elementi finiti isoparametrici

Più precisamente, se f(ξ) è una funzione numerica di una variabile reale ξ ∈ [-


1,+1], l’integrale definito di tale funzione esteso all’intervallo [-1,+1] può essere
approssimato nel modo seguente:

+1

( )
Ng

∫ f ( ξ)dξ = ∑ w g f ξ g , (3.17)
−1 g =1

dove gli N g punti ξ g sono detti punti di Gauss e w g sono i relativi pesi. Il
numero naturale N g è detto grado di integrazione della formula di Gauss.
Evidentemente l’approssimazione conseguita con la (3.17) è legata al grado di
integrazione. A tal proposito si rileva che la (3.17) integra esattamente un
polinomio di grado 2 N g - 1.
Nella Tab. 1 sono riportati i punti di Gauss e i valori dei relativi pesi per
diversi gradi di integrazione N g .
Agevole è a questo punto l’estensione al caso di funzioni di più variabili reali.
Ad esem0pio nel caso bidimensionale si ha:

+1 +1 Ng Ng '

∫ ∫ f (ξ, η)dξdη = ∑ ∑ w
g =1 g ' =1
g (
wg ' f ξ g , η g ' ) . (3.18)
−1 −1

Generalmente si assume N g = N g ' . In tale caso la (4.2) integra esattamente un


polinomio in ξ e η di grado 2 N g - 1 rispetto a ciascuna variabile.
Si rileva che l’utilizzo di un grado di integrazione eccessivo può generare
problemi numerici sulla soluzione. Per la scelta del numero più opportuno di punti
di Gauss nel caso bidimensionale si raccomanda pertanto l’utilizzo della seguente
Tab. 3.1.
Il metodo degli elementi finiti 77

Ng ξg wg

1 .0 2.0

2 ± .57735 02692 1.0

3 ± .77459 66692 .55555 55556


.0 .88888 88889

4 ± .86113 63116 .34785 48451


± .33998 10436 .65214 51549

5 ± .90617 98459 .23692 68851


± .53846 93101 .47862 86705
.0 .56888 88889

Tab. 3.1 - Punti di Gauss e relativi pesi.

La scelta del grado di integrazione può essere di ausilio per fronteggiare i


problemi di “locking” esaminati in precedenza. Essi possono infatti essere aggirati
utilizzando un numero di punti di Gauss inferiore a quello richiesto per una
integrazione esatta dei termini da taglio nella matrice di rigidezza dell’elemento.
Tale tecnica è nota come integrazione ridotta dei suddetti termini. I punti di
Gauss sono utili anche per il calcolo delle deformazioni e quindi delle tensioni.
Una volta calcolata la soluzione in termini di spostamenti nodali, non è
conveniente dal punto di vista numerico calcolare le suddette deformazioni e/o
tensioni negli stessi punti nodali. L’esperienza numerica insegna infatti che la
migliore approssimazione si ottiene andando a valutare tali quantità proprio in
corrispondenza dei punti di Gauss, utilizzati per valutare gli elementi della
matrice di rigidezza locale.
78 Parte III: Elementi finiti isoparametrici

Elemento Ord. di int. Max ord. di int.


consigliato

2×2 2×2

rettangolo a 4 nodi

2×2 3×3

elemento a 4 nodi distorto

2×2 3×3

rettangolo a 8 nodi

3×3 4×4

elemento a 8 nodi distorto

Tab. 3.2 - Raccomandazioni per la scelta della formula di Gauss.


Il metodo degli elementi finiti 79

Parte IV

ALCUNE APPLICAZIONI DEL METODO DEGLI


ELEMENTI FINITI

Si presentano di seguito, in successione ed in forma schematica, alcuni esempi di


applicazioni del metodo degli elementi finiti a problemi strutturali di frequente
impiego in campo tecnico.

4.1 Analisi agli elementi finiti di un telaio piano

Si consideri il telaio piano di Fig. 4.1 costituito da travi descritte mediante il


modello di trave di Eulero-Bernoulli.

2p*
q

F
q

M1 M2

ϕa * vb *
Km
*
wb

z,w
Fig. 4.1
y,v
80 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

4.1.1 Discretizzazione

Si suddivida il telaio in esame in otto elementi finiti (N=8) individuando,


complessivamente, otto nodi (R=8), come mostrato in Fig. 4.2.

1 (1) 2

(4) (5)

(2) 4 (3) 5
3

(6) (7) (8)

6 7 8

Fig. 4.2

4.1.2 Campi degli spostamenti e delle deformazioni

Si consideri un elemento generico (Fig. 4.3) del telaio e, all’interno di esso, un


campo di spostamenti dei punti della linea d’asse del tipo seguente (§§ 2.3.1 e
2.3.3):

⎧ w ( e ) ( z ) = a1 + a 2 z
u (e) = ⎨ ( e) . (4.1)
⎩v ( z ) = a 3 + a 4 z + a 5 z 2
+ a 6 z 3
Il metodo degli elementi finiti 81

1 4
3 6
2 5
z

v
le

Fig. 4.3

Sulla base del modello di trave di Eulero-Bernoulli, il campo delle rotazioni


delle sezioni rette è definito dall’equazione:

dv ( e )
ϕ ( e) = − = − a 4 − 2a5 z − 3a 6 z 2 . (4.2)
dz

La relazione (4.1) può essere riscritta nella seguente forma compatta:

u ( e) = N ( e) ( z) a ( e) , (4.3)

in cui a ( e ) è il vettore che ha per componenti i coefficienti ai e N ( e ) ( z ) è la


matrice:

⎡1 z 0 0 0 0⎤
⎢0 0 1 z z 2 .
⎣ z 3 ⎥⎦ (4.4)

Per quanto riguarda le deformazioni generalizzate da estensione


(ε = dw (e) / dz ) e da flessione (ϑ (e) = dϕ (e) / dz ) , risulta:
(e)

⎡ dw( e ) ⎤
⎢ ⎥ ⎡ a2 ⎤
⎥ = B ( z)a ,
dz
εˆ ( e ) = ⎢ 2 (e) ⎥ = ⎢ (e) (e)
(4.5)
⎢ d v ⎥ ⎣ −2a5 − 6a6 z ⎦
⎢− ⎥
⎣ dz 2 ⎦

dove B ( e ) ( z ) è la matrice:
82 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

⎡0 1 0 0 0 0 ⎤
⎢0 0 0 0 − 2 − 6 z ⎥ . (4.6)
⎣ ⎦

4.1.3 Matrice Γ ( e )

Indicando con v ( e ) il vettore degli spostamenti nodali dell’elemento in esame, si


procede al calcolo delle sue componenti (Fig. 4.3) ottenendo:

v1 = w(0) = a1 , (4.7a)

v 2 = v(0) = a 3 , (4.7b)

v 3 = ϕ( 0) = − a 4 , (4.7c)

v 4 = w(le ) = a1 + a 2 le , (4.7d)

v 5 = v ( l e ) = a 3 + a 4 le + a 5 l e + a 6 l e , (4.7e)
2 3

v 6 = ϕ( le ) = − a 4 − 2a5 le − 3a 6 le . (4.7f)
2

Dalle (4.7) è possibile ricavare l’espressione della matrice che pone in


relazione il vettore v ( e ) con quello delle coordinate generalizzate
a ( e ) = [a1 ,..., a 6 ] , come segue:

⎡1 0 0 0 0 0 ⎤
⎢1 le le
2
0 0 0 ⎥⎥
⎢ 2
⎢ le le ⎥
Γ ( e) ⎢1 2 4
0 0 0 ⎥
.
(4.8)
=⎢
0 0 0 1 0 0 ⎥
⎢ 2

⎢0 0 0 1 le le ⎥
⎢ le le ⎥
2
⎢0 0 0 1 ⎥
⎣ 2 4 ⎦
Il metodo degli elementi finiti 83

4.1.4 Matrici N ( e ) e B ( e )

Invertendo la relazione (1.8), si ottiene:

⎡ 1 0 0 0 0 0 ⎤
⎢− 1 0 0
1
0 0 ⎥⎥
⎢ l le
⎢ 0e 1 0 0 0 0 ⎥

⎢ ,
( e ) −1
Γ =⎢ 0 0 −1 0 0 0 ⎥
⎢ 3 2 3 1 ⎥
⎢ 0 − 2 0 (4.9)
⎢ le le le
2
le ⎥⎥
⎢ 0 2 1 2 1
− 2 0 − − 2⎥
⎢ 3 3
le ⎥⎦
⎣ le le le

e, quindi:

Ν (e) ( z) = Ν (e) ( z)Γ (e) =


−1

⎡ z z ⎤
⎢1− l 0 0
le
0 0 ⎥
=⎢ ⎥ , (4.10)
e
2 3 2 2
⎢ ⎛ z⎞ ⎛ z⎞ ⎛ z ⎞ ⎛ 2z ⎞ ⎛ z⎞ ⎥
1− 3⎜ ⎟ + 2⎜ ⎟ −zc ⎜ ⎟ ⎜3− ⎟ ⎜ ⎟ ( le − z)⎥
2
⎢ 0 0
⎣ ⎝ le ⎠ ⎝ le ⎠ ⎝ le ⎠ ⎝ le ⎠ ⎝ le ⎠ ⎦

Β ( e ) ( z ) = B ( e ) ( z )Γ ( e )
−1
=

⎡ 1 1 ⎤
⎢− l 0 0
le
0 0 ⎥
=⎢ e ⎥ . (4.11)
⎢ 0 6 12 z 6z 4 12 z 6 6z 2 ⎥
− 3 − 0 − 2 −
⎢⎣ le
2
le le
2
le le
3
le le
2
le ⎥⎦
84 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

4.1.5 Matrice K ( e )

Nel caso della trave di Eulero-Bernoulli la matrice di elasticità dell’elemento


assume la forma:

⎡ EA 0⎤
C=⎢ ,
⎣0 EI ⎥⎦ (4.12)

mentre quella di rigidezza assume l’espressione riportata di seguito:


le
T
K ( e ) = ∫ B ( e ) C B ( e ) dz =
0

⎡ 7 8 le le 2le ⎤
⎢ 3 1 − − −
3 2 6 3 ⎥
⎢ ⎥ ⎡0 0 0 0 0 0 ⎤
⎢ 1 7 8 le le 2le ⎥ ⎢0 0
⎢ 3 − − 0 0 0 0 ⎥⎥
3 3 6 2 3 ⎥ ⎢
⎢ ⎥ ⎢0 0 0 0 0 0 ⎥
⎢ −8 8 16 2le 2l
− − e 0 ⎥ ⎢
7 1 8

GA ⎢ 3 3 3 3 3 ⎥ EI ⎢0 0 0 − ⎥
= ⎢ ⎥+ .
χ le ⎢ le le 2le 2le 2 le 2 le 2 ⎥ le ⎢⎢ 3 3 3⎥

⎢ 2
− −
15 ⎥ ⎢0 0 1 7 8 ⎥⎥

6 3 15 30

0 − (4.13)
2l l2 2le 2 le 2 ⎥ ⎢ 3 3 3⎥
⎢ le le ⎢
⎢ 6
− e − e 8 8 16 ⎥
2 3 30 15 15 ⎥ ⎢0 0 0 − − ⎥
⎢ ⎥ ⎣ 3 3 3 ⎦
⎢ − 2le 2le le 2 le 2 8le 2 ⎥
0
⎢⎣ 3 3 15 15 15 ⎥⎦

4.1.6 Matrice di passaggio T ( e )

Con le notazioni di Fig. 4.4, in cui P(e) indica la matrice di passaggio dal sistema
di riferimento golobale (Z,Y) al sistema di riferimento locale (z,y)), è facile
verificare che:
Il metodo degli elementi finiti 85

⎡ cos α sen α 0 0 0 0⎤
⎢− sen α cos α 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢ 0 0 1 0 0 0⎥
T ( e) =⎢ ⎥ . (4.14)
⎢ 0 0 0 cos α sen α 0⎥
⎢ 0 0 0 − sen α cos α 0⎥
⎢ ⎥
⎣ 0 0 0 0 0 1⎦

Z
z

⎡ cos α senα ⎤
P (e) = ⎢
⎣− senα cos α ⎥⎦

α Y

Fig. 4.4

4.1.7 Procedura di assemblaggio

Particolarizzando al caso in esame i risultati riportati nel § 1.5, è possibile


ottenere agevolmente:

N
K = ∑ L( e ) T ( e ) K ( e ) T ( e ) L( e ) ,
T T
(4.15a)
e 01

N
Q = ∑ L( e ) T ( e ) q( e ) + Q * .
T T
(4.15b)
e 01
86 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

4.1.8 Vettore degli spostamenti nodali V


Si rappresentano in Fig. 4.5 le componenti Vi del vettore degli spostamenti nodali
V definito come segue:
V = [V1 ,V2 , V3 …V24 ] T
. (4.16)

3 6
1 4
z,w
2
5 y,v

12 15
9 7 10 13
8 11 14

18 21 24
16 19 22

17 20 23

Fig. 4.5

4.1.9 Matrici T ( e ) L( e )
La relazione che intercorre tra il vettore degli spostamenti nodali del singolo
elemento nel sistema di riferimento locale ed il vettore globale V è del tipo (§
1.3):

v L ( e ) = T ( e ) L( e ) V , (4.17)

ed è facile verificare che risulta (Fig. 4.5):


Il metodo degli elementi finiti 87

⎡1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
T(1)L(1) = ⎢ ⎥,
⎢0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎦
(4.18a)

⎡0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥⎥

⎢0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ ,
T(2)L(2) = ⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎦⎥
(4.18b)

⎡0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ ,
T L =⎢
( 3) ( 3)

⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎦
(4.18c)

⎡0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢−1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
T(4)L(4) = ⎢ ⎥,
⎢0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 0 0 −1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎦
(4.18d)
88 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

⎡0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢0 0 0 −1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥⎥

⎢0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ ,
T(5)L(5) = ⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 −1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎦⎥
(4.18e)

⎡0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢0 0 0 0 0 0 −1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ ,
T L =⎢
(6) (6)

⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 −1 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0⎦
(4.18f)

⎡0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 −1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ ,
T(7)L(7) = ⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 −1 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0⎦
(4.18g)

⎡0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 −1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
T(8)L(8) = ⎢ ⎥.
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 −1 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1⎦
(4.18h)
Il metodo degli elementi finiti 89

4.1.10 Matrice di rigidezza globale K

Tenuto conto delle (4.18), dalla (4.15c) è possibile ottenere l’espressione della
matrice di rigidezza globale della struttura di Fig. 4.5.
E’ agevole verificare che tale matrice è simmetrica del tipo a banda, con
larghezza della semibanda pari a 12.

4.1.11 Vettori dei carichi nodali dei singoli elementi q ( e )

Si ipotizzi che siano applicate, oltre a forze ed a coppie distribuite p, q e c, anche


forze e coppie concentrate Hi , Fi e Ci in un numero finito di nodi. Questi ultimi
siano individuati dalle coordinate locali zi sui rispettivi elementi di appartenenza.
I vettori dei carichi nodali dei singoli elementi, q ( e ) , assumeranno le
espressioni di seguito riportate:

( e) T
⎡ p⎤ dz − e d N
le l
(e)
= ∫N (e) T ⎡0⎤ dz +
q ⎢⎣ q ⎥⎦ ∫ dz ⎢⎣c⎥⎦
0 0

T
⎡ H ⎤ R d N (e) ⎡ 0 ⎤
( zi )⎢ Fi ⎥ − ∑ ( zi )⎢ M ⎥
R
+∑ N (e) T
. (4.19)
i =1 ⎣ i ⎦ i =1 dz ⎣ i ⎦

Esplicitando la (4.19) per l’elemento (1), si ottiene:

T
le
(1) T ⎡0⎤ dz = ⎡ ql ql 2 ql ql 2 ⎤
q (1)
= ∫N ⎢0 2 − 0 ⎥ . (4.20)
0
⎢⎣q ⎥⎦ ⎣ 12 2 12 ⎦

Analogamente, poiché l’elemento (3) ha la stessa geometria e le stesse


condizioni di carico dell’elemento (1), risulta:

T
⎡ ql ql 2 ql ql 2 ⎤
q ( 3)
= ⎢0 − 0 ⎥ . (4.21)
⎣ 2 12 2 12 ⎦

Invece, per gli elementi (4), (6) e (2), si ha:


90 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

⎡ 0 ⎤ T
z ⎞ ⎥ dz = ⎡0 − 17 ph 2 ph2 13 7 ⎤
le
q ( 4)
= ∫N ( 4) T
⎢ ⎛ 0 − ph − ph2 ⎥ ,
⎢ p⎜⎝ −2 + h⎟⎠ ⎥ ⎢⎣ 20 15 20 60 ⎦
0
⎣ ⎦
(4.22a)

le ⎡ 0 ⎤ T

q ( 6)
= ∫N ( 6) T
⎢ ⎛ z ⎞⎥ dz = ⎡0 − 7 ph 0 0 − 3 ph − 1 ph 2 ⎤ ,
⎢ p⎜ − 1 + h ⎟⎥ ⎢ 20 20 30 ⎥
⎣ ⎦
0
⎣ ⎝ ⎠⎦
(4.22b)

T
(2) T ⎛ l ⎞ ⎡ 0 ⎤ d N (2) ⎛ l ⎞⎡ 0 ⎤
q ( 2)
=N ⎜ z = ⎟ ⎢F ⎥ − ⎜ z = ⎟ ⎢M ⎥ =
⎝ 2⎠ ⎣ ⎦ dz ⎝ 2⎠ ⎣ 1 ⎦

T
⎡ F 3M1 Fl M1 F 3M1 Fl M1 ⎤
= ⎢0 + − − 0 − − .
⎣ 2 2l 8 4 2 2l 8 4 ⎥⎦
(4.22c)

Infine, per gli elementi (5), (7) e (8) si ottiene, banalmente:

q( 5) = q( 7) = q(8) = 0 . (4.23)

4.1.12 Assemblaggio dei vettori dei carichi degli elementi

Posto:

Q * = [0,0,0,0,0,0,0,0,0,0,0,0,0, M 2 , H A , R A , M A , H B , RB ,0, H C ,0,0] , (4.24)


T

risulta:

N
Q = ∑ L( e ) T ( e ) q ( e ) + Q * =
T T

e 01

⎡17 ql 2 ql 2 ql ql 2 F 3M Fl M ph2 F 3M1 ql


= ⎢ ph, , ph2 − ,0, , , ph, + 1 ,− − 1 − ,0, − + ,
⎣ 20 2 15 12 2 12 2 l 8 4 15 2 2l 2
Il metodo degli elementi finiti 91
T
Fl M 1 ql 2 ql ql 2 3 ph 2 ⎤
− − ,0, , M 2 + ,HA + ph, R A , M A − , H B , RB ,0, H C ,0,0⎥ .
8 4 12 2 12 20 30 ⎦
(4.25)

4.1.13 Ripartizione del sistema risolvente

Utilizzando l’approccio decritto nel § 1.6 è possibile riordinare gli elementi del
vettore V in due sottovettori V1 e V2 tali che risulti:

V = [V1 , V2 ] , (4.26)
T

in cui:

V1 = [V1 ,V2 ,V3 ,V4 ,V5 ,V6 ,V7 ,V8 ,V9 ,V10 , V11 ,V12 ,V13 ,V14 ,V15 ,V21 ,V23 ,V24 ] ,
T
(4.27a)

[ ]
V2 = [V16 ,V17 ,V18 ,V19 ,V20 ,V22 ] = 0,0, ϕ *A , wB* , v B* ,0 .
T T
(4.27b)

Si osserva che V1 e V2 sono vettori costituiti, rispettivamente, da 18 e 6


elementi.
Operando un analogo riordino del vettore Q e della matrice K, si ottiene:

Q = {Q1 , Q 2 + R} , (4.28a)

K = ⎡⎢ 11
K K 12 ⎤
,
⎣ 21
K K 22 ⎥⎦ (4.28b)

dove:

⎡17 ql 2 ql 2 ql ql 2 F 3M Fl M ph 2
Q1 = ⎢ ph, , ph 2 − ,0, , , ph, + 1 ,− − 1 − ,0,
⎣ 20 2 15 12 2 12 2 l 8 4 15
T
F 3M1 ql Fl M1 ql 2 ql ql 2 ⎤
− + , − − ,0, , M 2 + ,0,0,0⎥ , (4.29a)
2 2l 2 8 4 12 2 12 ⎦
92 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

T
⎡3 ph 2 ⎤
Q 2 = ⎢ ph,0, M A − ,0,0,0⎥ , (4.29b)
⎣ 20 30 ⎦

R = [H A , R A , M A , H B , RB , H C ] , (4.29c)
T

12EIp/h3 0 -6EIp/h2 0 0 0
0 EAp/h 0 0 0 0
K 22 = -6EIp/h2 0 4EIp/h 0 0 0 (4.29d)
0 0 0 0 0
3
12EIp/h

0 0 0 0 EAp/h 0
0 0 0 0 0 12EIp/h3

0 0 0 0 0 0
0 0 0 0 0 0
0 0 0 0 0 0
0 0 0 0 0 0
0 0 0 0 0 0
0 0 0 0 0 0
K12 = K 21 T = -12EIp/h3 0 6EIp/h2 0 0 0 (4.29e)
0 - EAp/h 0 0 0 0
-6EIp/h2 0 2EIp/h 0 0 0
0 0 0 -12EIp/h3 0 0
0 0 0 0 - EAp/h 0
0 0 0 -6EIp/h2 0 0
0 0 0 0 0 -12EIp/h3

0 0 0 0 0 0
0 0 0 0 0 -6EIp/h2

0 0 0 -6EIp/h2 0 0
0 0 0 0 0 0
0 0 0 0 0 -6EIp/h2

Infine, per quanto attiene alla K11 , essa viene di seguito presentata in forma
semibandata per agevolarne la scrittura (secondo la convenzione esemplificata
nella (4.29d’) con riferimento ad una matrice simmetrica 10 x 10 che presenta
molti zeri al di fuori della diagonale principale).
Il metodo degli elementi finiti 93

K 11 =

EAt/l +12EIp/h3 0 6EIp/h2 -EAt/l 0 0 -12EIp/h3 0 6EIp/h2


3
EAp/h +12EIt/l -6EIt/l2 0 -12EIt/l3 -6EIt/l2 0 - EAp/h 0 0
4EIp/h +4EIt/l 0 6EIt/l 2
2EIt/l -6EIp/h2 0 2EIp/h 0 0
EAt/l +12EIp/h3 0 6EIp/h2 0 0 0 -12EIp/h3 0 6EIp/h2
3
EAp/h +12EIt/l 6EIt/l2 0 0 0 0 - EAp/h 0 0
4EIp/h +4EIt/l 0 0 0 -6EIp/h 2
0 2EIp/h 0 0
EAt/l +24EIp/h3 0 0 -EAt/l 0 0 0 0 0
2EAp/h+12EIt/l3 -6EIt/l2 0 -12EIt/l3 -6EIt/l2 0 0 0 0
8EIp/h +4EIt/l 0 6EIt/l 2
2EIt/l 0 0 0 0 0
2EAt/l+24EIp/h3 0 0 -EAt/l 0 0 6EIp/h 2
0 0
2EAp/h+12EIt/l3 0 0 -12EIt/l 3
-6EIt/l 2
0 0 0
8EIp/h +8EIt/l 0 6EIt/l 2
2EIt/l 2EIp/h 0 0
EAt/l +12EIp/h3 0 6EIp/h2 0 0 6EIp/h2
EAp/h +12EIt/l3 6EIt/l2 0 - EAp/h 0
4EIp/h +4EIt/l 0 0 2EIp/h
4EIp/h 0 0
EAp/h +Km 0
4EIp/h
(4.29d)

⎡x x x x 0 0 0 0 0 0⎤ ⎡x x x 0⎤ x
⎢x x x x 0 0 0 0 0 0⎥⎥ ⎢x x x 0⎥⎥0
⎢ ⎢
⎢x x x x 0 0 0 0 0 0⎥ ⎢x x 0 0⎥ 0
⎢ ⎥ ⎢ ⎥
⎢x x x x 0 0 0 0 0 0⎥ ⎢x 0 0 0⎥ 0
⎢0 0 0 0 x 0 0 0 0 0⎥ ⎢x 0 0 0⎥ 0
⎢ ⎥ → ⎢ ⎥. (4.29d’)
⎢0 0 0 0 0 x 0 0 0 0⎥ ⎢x 0 0 0⎥ 0
⎢0 0 0 0 0 0 x 0 0 0⎥ ⎢x 0 0 0 ⎥
⎢ ⎥ ⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 x 0 0⎥ ⎢x 0 0 ⎥
⎢ ⎥ ⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0x 0⎥ ⎢x 0 ⎥
⎣⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 x ⎥⎦ ⎣⎢x ⎦⎥
94 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

Con le suddette posizioni, il sistema delle equazioni di equilibrio nodali


dell’intero modello agli elementi finiti assume l’espressione che segue:

⎡K 11 K 12 ⎤ ⎡ V1 ⎤ ⎡ Q1 ⎤
= ,
⎢⎣K 21 (4.30)
K 22 ⎥⎦ ⎢⎣ V2 ⎥⎦ ⎢⎣Q 2 + R ⎥⎦

dalla quale si deduce:


K 11 V1 + K 12 V2 = Q1 , (4.31a)

K 21 V1 + K 22 V2 = Q 2 + R . (4.31b)

Invertendo la relazione (4.31a), si ottiene:

V1 = K 11 −1 ( Q1 − K 12 V2 ) . (4.32)

Una volta risolta la (4.32) è possibile sostituire il risultato nella (4.31b),


ottenendo la seguente espressione del vettore delle reazioni vincolari:

R = K 21 V1 + K 22 V2 − Q 2 . (4.33)

4.1.14 Calcolo delle deformazioni e delle tensioni

Il “post-processing” del vettore degli spostamenti nodali V = [V1 , V2 ] conduce


T

alle seguenti espressioni dei vettori delle deformazioni generalizzate ε ( e ) e delle


tensioni generalizzate σ ( e ) dei singoli elementi:

ε ( e ) = B ( e ) T ( e ) L( e ) V , (4.34)

σ ( e ) = C ε ( e ) = C B ( e ) T ( e ) L( e ) V . (4.35)

Si lascia al lettore il compito di esplicitare le (4.34)-(4.35) sulla base dei


risultati presentati nei precedenti paragrafi.
Il metodo degli elementi finiti 95

4.2. Analisi agli elementi finiti di un problema piano nelle tensioni

Si consideri una lastra rettangolare incastrata in corrispondenza di un lato e libera


di subire spostamenti nel piano lungo gli altri tre lati. Sia essa soggetta ad un
carico lineare lungo un lato libero e a delle forze concentrate lungo un altro lato
libero, come indicato in Fig. 4.6.

P1 P2 P3
2p
7 8 9

(6) (8)

(5) (7)
4 5 6

Y
(2) (4)

X
(1) (3)
1 2 3

Fig. 4.6

4.2.1 Discretizzazione

Si suddivida la lastra in esame in otto elementi del tipo triangolare semplice,


individuando, complessivamente, nove nodi di cui tre giacenti sul lato incastrato.
In Fig. 4.7 è riportato il dettaglio di un singolo elemento della mesh impiegata
ed inoltre è indicata la numerazione progressiva dei gradi di libertà dei nodi 1, 2 e
3 nel riferimento locale (x,y).
96 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

y
6
3 1 ≡ ( 0, 0 )
3
2 ≡ ( hx , 0 )

hy 3 ≡ ( 0 , hy )
4 (e) 5

1 2 x

1 2
hx

Fig. 4.7

4.2.2 Campi degli spostamenti e delle deformazioni

All’interno del singolo elemento triangolare si considera la seguente


approssimazione del campo di spostamenti:

⎧u ( e ) ( x , y ) = a1 + a 2 x + a 3 y
u ( e) = ⎨ (e) . (4.36)
⎩v ( x , y ) = a 4 + a 5 x + a 6 y

La (4.36) può essere riscritta nella seguente forma compatta:

u ( e ) = N ( e ) ( x) a ( e ) , (4.37)

essendo a (e ) , come di consueto, il vettore che ha per componenti i coefficienti ai


e N ( e ) ( x) la matrice:

⎡1 x y 0 0 0 ⎤
⎢0 0 0 1 x y ⎥ . (4.38)
⎣ ⎦

Per quanto riguarda, invece, il vettore delle deformazioni generalizzate, risulta:


Il metodo degli elementi finiti 97

ε (e) = B (e) a (e) , (4.39)

dove B ( e) è la seguente matrice 3 x 6:

⎡0 1 0 0 0 0 ⎤
⎢0 0 0 0 0 1 ⎥ .
⎢ ⎥ (4.40)
⎢⎣0 0 1 0 1 0⎥⎦

4.2.3 Matrice Γ ( e )
Con le notazioni di Fig. 4.7, per le componenti del vettore degli spostamenti
nodali dell’elemento v ( e ) si ottengono le espressioni di seguito riportate:
v1 = a 1 , (4.41a)

v 2 = a1 + a 2 h x , (4.41b)

v 3 = a1 + a 3 h y , (4.41c)

v4 = a4 , (4.41d)

v5 = a 4 + a 5 hx , (4.41e)

v6 = a4 + a6 hy . (4.41f)

Dalle relazioni (4.41) è possibile determinare la matrice Γ ( e ) che lega il vettore


v ( e ) a quello delle coordinate generalizzate a ( e ) :

⎡1 0 0 0 0 0⎤
⎢1 hx 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢1 0 hy 0 0 0⎥
Γ ( e) =⎢ ⎥ .
⎢0 0 0 1 0 0⎥ (4.42)
⎢0 0 0 1 hx 0⎥
⎢ ⎥
⎢⎣0 0 0 1 0 h y ⎥⎦
98 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

4.2.4 Matrici N ( e ) e B ( e )

Invertendo la relazione (4.42), risulta:

⎡ 1 0 0 0 0 0⎤
⎢ 1 1 ⎥
⎢− h hx
0 0 0 0⎥
⎢ x ⎥
⎢− 1 0
1
0 0 0⎥
( e ) −1
⎢ h hy ⎥
Γ =⎢ y , (4.43)
0 0 0 1 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢ 0 1 1
0 0 − 0⎥
⎢ hx hx ⎥
⎢ 1 1⎥
⎢ 0 0 0 − 0 ⎥
⎢⎣ hy h y ⎥⎦

e quindi si ottiene:

⎡ x y x y ⎤
⎢1 − h − h hx hy
0 0 0⎥
Ν (e) (x) = Ν (e) Γ (e)
−1
=⎢ x y
⎥, (4.44)
⎢ 0 0 0 1−
x y

x y⎥
⎢ hx hy hx hy ⎥⎦

⎡ 1 1 ⎤
⎢− 0 0 0 0⎥
⎢ hx hx ⎥
−1 ⎢ 1 1⎥ (4.45)
Β ( e) = B ( e) Γ ( e) =⎢ 0 0 0 − 0 .
⎢ hy h y ⎥⎥
⎢− 1 0
1

1 1
0 ⎥⎥
⎢ h hy hx hx
⎣ y ⎦
Il metodo degli elementi finiti 99

4.2.5 Matrice K ( e )

Ricordando che negli stati piani di tensione (§ 2.2.2) risulta:

⎡1 ν 0 ⎤
⎢ ⎥
E ⎢
C= 0 1 ν ⎥ , (4.46)
1 − ν2 ⎢ 1 − ν2 ⎥
⎢0 0 ⎥
⎣ 2 ⎦

per la matrice di rigidezza del singolo elemento K ( e ) è agevole ottenere:

T T T hx h y
K ( e ) = ∫ B ( e ) C B ( e ) dσ = B ( e ) C B ( e ) ∫ dσ = B ( e ) C B ( e ) . (4.47)
Ωe Ωe 2

Nel ricavare la relazione (4.47) si è tenuto conto del fatto che, nel caso in
esame, le componenti della matrice B ( e ) sono tutte quantità costanti, indipendenti
dall’ascissa locale z.
In definitiva, sviluppando i prodotti matriciali a secondo membro della (4.47),
si ottiene:

⎡1 − ν α α 1− ν 1+ ν 1− ν ν ⎤
⎢ 4α + 2 −
2

4α 4

4

2 ⎥
⎢ α α ν ν ⎥
⎢ − 0 − 0 ⎥
⎢ 2 2 2 2 ⎥
⎢ − 1 − ν 1− ν 1− ν 1− ν
0 − 0 ⎥
E ⎢ 4α 4α 4 4 ⎥ ,
K (e) = 2 ⎢
1− ν ⎢ 1 + ν

ν

1− ν (1 − ν)α + 1 −
(1 − ν)α − ⎥
1 ⎥
⎢ 4 2 4 2 α 4 2α ⎥
⎢ 1− ν 1− ν (1 − ν)α (1 − ν)α ⎥
⎢ − 4 0
4

4 4
0 ⎥
⎢ ν ν 1 1 ⎥
⎢ − 0 − 0 ⎥
⎣ 2 2 2α 2α ⎦
(4.48)

avendo posto α = h y / hx .
100 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

4.2.6 Formula generale per il calcolo dell’area di un triangolo

Nel caso più generale di un triangolo non rettangolo (Fig. 4.8), alla quantità
h x h y / 2 , che compare a secondo membro della (4.47), dovrà essere sostituita
l’area dell’elemento calcolata mediante la formula che segue:

y
3
1 ≡ ( x1 , y1)
2 ≡ ( x2 , y2 )
3 ≡ ( x3 , y3 )
2

1 x

Fig. 4.8

1
Area = ( x1 − x2 )( y 3 − y2 ) − ( x 3 − x2 )( y1 − y2 ) . (4.49)
2

4.2.7 Assemblaggio

Nel seguito si identificherà il vettore globale degli spostamenti nodali con quello
che raccoglie le componenti di spostamento numerate da 1 a 18, come riportato in
Fig. 4.9.

V = [V1 ,V2 ,V3…V18 ] . (4.50)


Il metodo degli elementi finiti 101

16 17 18
7 8 9

13 14 15
4 5 6

10 11 12

1 2 3

Fig. 4.9

4.2.8 Matrici T ( e )

In Fig. 4.10 si è indicato con t il tensore associato al passaggio dal sistema di


riferimento globale (X,Y) al sistema di riferimento locale (x,y).

Y
y

x
⎡ cos α sen α ⎤
t=⎢ ⎥
⎣− sen α cos α ⎦
α

X
Fig. 4.10
102 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

La generica matrice T(e ) , introdotta nel § 1.3, risulta fornita dall’espressione:

⎡ cos α 0 0 sen α 0 0 ⎤
⎢ ⎥
⎢ 0 cos α 0 0 sen α 0 ⎥
⎢ 0 0 cos α 0 0 sen α ⎥
T (e) =⎢ ⎥ . (4.51)
⎢− sen α 0 0 cos α 0 0 ⎥
⎢ ⎥
⎢ 0 − sen α 0 0 cos α 0 ⎥
⎢ ⎥
⎣ 0 0 − sen α 0 0 cos α ⎦

In particolare, tenuto conto che per gli elementi (1), (3), (5) e (7) risulta α = 0°
e che per gli elementi (2), (4), (6) e (8) risulta, invece, α = 180° , dalla (4.51) si
deduce:

⎡1 0 0 0 0 0⎤
⎢0 1 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 1 0 0 0⎥
T (1) = T ( 3) = T (5) = T ( 7 ) =⎢ ⎥ , (4.52a)
⎢0 0 0 1 0 0⎥
⎢0 0 0 0 1 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 1⎦

⎡ −1 0 0 0 0 0⎤
⎢0 −1 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 −1 0 0 0⎥ (4.52b)
T ( 2 ) = T ( 4 ) = T ( 6) = T ( 8 ) =⎢ ⎥ .
⎢0 0 0 −1 0 0⎥
⎢0 0 0 0 −1 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 −1⎦
Il metodo degli elementi finiti 103

4.2.9 Matrici di connettività L( e )

E’ agevole verificare che le matrici di connettività L( e ) dei vari elementi (§ 1.4)


risultano fornite dalle espressioni che seguono:

⎡1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
L(1) =⎢ ⎥,
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0⎦
(4.53a)

⎡0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ ,
L( 2 ) =⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0⎦
(4.53b)

⎡0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ ,
L( 3) =⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0⎦
(4.53c)
104 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

⎡0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ ,
L( 4 ) =⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0⎦
(4.53d)

⎡0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ ,
L( 5) =⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0⎦
(4.53e)
⎡0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ ,
L( 6) =⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0⎦
(4.53f)
⎡0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ ,
L( 7 ) =⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0⎦
(4.53g)
Il metodo degli elementi finiti 105

⎡0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎤
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥
⎢0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0⎥ .
L( 8) =⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0⎥
⎢ ⎥
⎣0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0⎦
(4.53h)

4.2.10 Matrice di rigidezza globale K

La relazione seguente (§ 1.5):

8
K = ∑ L( e ) T ( e ) K ( e ) T ( e ) L( e ) ,
T T
(4.54)
e =1

consente di pervenire alla matrice di rigidezza globale agli elementi finiti in


esame.
Non è difficile riconoscere che tale matrice è simmetrica del tipo a banda, con
dimensione della semibanda pari a 12.
Si lascia al lettore il compito di verificare che il diverso ordinamento delle
componenti di spostamento globali indicato in Fig. 4.11 conduce ad una migliore
ottimizzazione della larghezza della semibanda. Infatti, in questo secondo caso, si
può dimostrare che tale larghezza è pari a 8.
106 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

14 16 18
13 15 17

8 10 12
7 9 11

2 4 6

1 3 5

Fig. 4.11

4.2.11 Vettori dei carichi nodali dei singoli elementi

I vettori dei carichi nodali dei singoli elementi sono forniti dalla relazione:
T
q ( e ) = ∫ N ( e ) p ds . (4.55)
∂Ω e

In particolare, poichè sul contorno degli elementi (2), (5), (6) e (7) non
agiscono forze esterne distribuite, è agevole verificare che risulta:

q ( 2) = q ( 5) = q ( 6) = q ( 7) = 0 . (4.56)

Per quanto riguarda, invece, l’elemento (4) si ha (Fig. 4.12):


Il metodo degli elementi finiti 107

p
x

(4)

Fig. 4.12

hy
⎧ ph y ph y ⎫
( x = 0) p' dy = ⎨
T
q (4)
= ∫ N (4) ,0, , 0 , 0 , 0 ⎬, (4.57)
0 ⎩ 3 6 ⎭

in cui:
T
⎧⎪ ⎛ y ⎞ ⎫⎪
p ' = ⎨ p ⎜1 − ⎟ , 0 ⎬ . (4.58)
⎪⎩ ⎜⎝ hy ⎟⎠ ⎪⎭

Analogamente, per l’elemento (8) risulta (Fig. 4.13):

2p
x

(8)

p
y

Fig. 4.13
108 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

hy
⎧ 5 ph y 2 ph y ⎫
( x = 0) p' dy = ⎨
T
q (8) = ∫ N ( 8) ,0, ,0,0,0⎬ . (4.59)
0 ⎩ 6 3 ⎭

essendo:
T
⎧⎪ ⎛ y⎞ ⎫⎪
p' = ⎨ p⎜ 2 − ⎟ , 0⎬ . (4.60)
⎪⎩ ⎝ hy ⎠ ⎪⎭

Infine, per gli elementi (1) e (3) si ha (Fig. 4.14):

(1) = (3)
x

p’x

p’y

Fig. 4.14

hx (4.61)
= ∫ N (1) ( y = 0) p ' dx = {q1(1) }
T
q ( 1)
, q 2 (1) , 0 , q 4 (1) , q 5 (1) , 0 ,
0

hx

q ( 3) = ∫ N ( 3) ( y = 0) p ' dx = {q1(3) }
T
, q 2 (3) , 0 , q 4 (3) , q 5 (3) , 0 , (4.62)
0

in cui:
Il metodo degli elementi finiti 109

{ } (4.63)
T
p ' = p' x , p' y ,

essendo p ' x e p' y opportune funzioni scalari.

4.2.12 Vettore dei carichi nodali globale

Il vettore dei carichi nodali globali è determinato dalla relazione (§ 1.5):

8
Q = ∑ L( e ) T ( e ) q ( e ) + Q * ,
T T
(4.64)
e =1

nella quale si è indicato con Q * =il vettore dei carichi esterni concentrati applicati
direttamente sui nodi. Nel caso in esame risulta:

Q * = {0,0,0,0,0,0,0,0,0,0,0,0,0,0,0,− P1 ,− P2 ,− P3 } . (4.65)

Tenuto conto delle (4.52)-(4.53), (4.56)-(4.57), (4.59), (4.61)-(4.62) e (4.65), la


relazione (4.64) si particolarizza come segue:

⎧ 5 ⎫
Q = ⎨Q1 , Q2 , Q3 ,0,0,− ph y ,0,0,− ph y , Q10 , Q11 , Q12 ,0,0,0,− P1 ,− P2 ,− P3 ⎬ , (4.66)
⎩ 6 ⎭

dove Q1 , Q2 , Q3 , Q10 , Q11 e Q12 sono quantità incognite da determinare.

4.2.13 Ripartizione del sistema risolvente

Le posizioni assunte in precedenza consentono, in definitiva, di pervenire ad un


sistema di 18 equazioni in 18 incognite del tipo:

KV = Q. (4.67)

Riordinando gli elementi del vettore V è possibile ottenere un nuovo vettore V


divisibile in due sottovettori come segue:
110 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

V = {V1 , 0} , (4.68)

in cui V1 è un vettore che ha 12 componenti incognite e 0 è un vettore che ha 6


componenti nulle.
Analogamente, è possibile riordinare il vettore Q nella seguente forma a
blocchi:

Q = {Q 1 , Q 2 + R } , (4.69)

dove Q 1 e Q 2 sono vettori che raccolgono i carichi nodali attivi, rispettivamente,


di 12 e 6 componenti, mentre R è un vettore di 6 componenti corrispondenti alle
reazioni vincolari incognite.
Adottando le suddette posizioni, il sistema (4.67) si può riscrivere come segue:

⎡K 11 K 12 ⎤ ⎧V1 ⎫ ⎧ Q1 ⎫
⎢K ⎨ ⎬=⎨ ⎬,
⎣ 21 K 22 ⎥⎦ ⎩ 0 ⎭ ⎩Q 2 + R ⎭ (4.70)

e da esso si deducono i seguenti sistemi:

K 11 V1 = Q1 , (4.71a)

K 21 V1 = Q 2 + R , (4.71b)

che sono formati, rispettivamente, da 12 equazioni in 12 incognite e 6 equazioni


in 6 incognite.
Invertendo la relazione (4.71a), si ottiene:

V1 = K 11
−1
Q1 . (4.72)

Noto V1 , si può essere sostituire tale vettore nella (4.71b) e risolvere tale
equazione rispetto al vettore delle reazioni vincolari R.
Di seguito si riportano le espressioni delle matrici K 11 e K 21 :

E
K 11 = ×
1- ν 2
(1-ν)/2α -α 0 -(1-ν)/4α 0 0 (1+ν)/4 -(1+ν)/4 0 -ν/2 0 0

-α (1-ν)/ α -α 0 -(1-ν)/2α 0 -(1+ν)/4 (1+ν)/2 -(1+ν)/4 (1+ν)/4 -(1+ν)/4 0
+2α
0 -α (1-ν)/2α 0 0 -(1-ν)/4α 0 -(1+ν)/4 (1+ν)/4 0 (1+ν)/4 -(1-ν)/4

-(1-ν)/4α 0 0 (1-ν)/4α -α/2 0 -(1-ν)/4 (1+ν)/4 0 0 -ν/2 0
Il metodo degli elementi finiti

+α/2
0 -(1-ν)/2α 0 -α/2 (1-ν)/2α -α/2 0 -(1+ν)/4 (1+ν)/4 -(1-ν)/4 (1+ν)/4 -ν/2

0 0 -(1-ν)/4α 0 -α/2 (1-ν)/4α 0 0 -ν/2 0 -(1-ν)/4 (1+ν)/4
+α/2
(1+ν)/4 -(1+ν)/4 0 -(1-ν)/4 0 0 (1-ν)α/2 -(1-ν)α/2 0 -1/2α 0 0
+1/α
-(1+ν)/4 (1+ν)/2 -(1+ν)/4 (1+ν)/4 -(1+ν)/4 0 -(1-ν)α/2 (1-ν) α -(1-ν)α/2 0 -1/α 0
+2/α
0 -(1+ν)/4 (1+ν)/4 0 (1+ν)/4 -ν/2 0 -(1-ν)α/2 (1-ν) α/2 0 0 -1/2α
+1/α
-ν/2 (1+ν)/4 0 0 -(1-ν)/4 0 -1/2α 0 0 (1-ν) α/4 -(1-ν)α/4 0
+1/2α
0 -(1+ν)/4 (1+ν)/4 -ν/2 (1+ν)/4 -(1-ν)/4 0 -1/α 0 -(1-ν)α/4 (1-ν) α/2 -(1-ν)α/4
+1/α
0 0 -(1-ν)/4 0 -ν/2 (1+ν)/4 0 0 -1/2α 0 -(1-ν)α/4 (1-ν) α/4
+1/2α

(4.73)
111
112 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

E
K 21 = ×
1- ν 2

-(1-ν)/4α 0 0 0 0 0 -ν/2 0 0 0 0 0
0 -(1-ν)/2α 0 0 0 0 (1+ν)/4 -(1+ν)/4 0 0 0 0
0 0 -(1-ν)/4α 0 0 0 0 (1+ν)/4 -(1-ν)/4 0 0 0
-(1-ν)/4 0 0 0 0 0 -1/2α 0 0 0 0 0
(1+ν)/4 -(1+ν)/4 0 0 0 0 0 -1/α 0 0 0 0
0 (1+ν)/4 -ν/2 0 0 0 0 0 -1/2α 0 0 0

(4.74)

4.2.14 Valori numerici

Con riferimento alla Fig. 2.1, si prescrivano ora i seguenti valori numerici:

E = 3⋅109 daN/m2;
ν = 0.2;
hy = 1.5 m;
hx = 1 m;
s = spessore della lastra = 0.2 m;
P1 = P3 = 2000 kg / 0.20 m = 10000 daN/m;
P2 = 4000 kg / 0.20 m = 20000 daN/m;
p = 300 (kg / m) / 0.20 m = 1500 daN / m2 .

4.2.15 Valori degli spostamenti

Risolvendo il sottosistema (4.71a) sulla base dei dati numerici assegnati, si


ottengono gli spostamenti nodali riportati in Tab. 4.1.
Il metodo degli elementi finiti 113

Spostamenti orizzontali Spostamenti verticali


[m] [m]
V1 = 0 V10 = 0
V2 = 0 V11 = 0
V3 = 0 V12 = 0
V4 = - 4.71 × 10-6 V13 = - 11.47 × 10-6
V5 = - 3.67 × 10-6 V14 = - 9.69 × 10-6
V6 = - 2.97 × 10-6 V15 = - 8.06 × 10-6
V7 = - 8.77 × 10-6 V16 = - 21.81 × 10-6
V8 = - 7.70 × 10-6 V17 = - 19.59 × 10-6
V9 = - 7.12 × 10-6 V18 = - 17.36 × 10-6

Tab. 4.1

In Fig. 4.15 è riportata la corrispondente configurazione deformata della lastra


in esame.

conf. iniz.

deformata

Fig. 4.15
114 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

4.2.16 Valori delle forze nodali

La risoluzione del sottosistema (4.71b) conduce ai valori delle reazioni vincolari


nodali riportati in Tab. 4.2 (Fig. 4.16).

Nodo Reazione vincolare


[daN/m]
1 5546
2 1391
3 - 2437
4 14889
5 19221
6 5890

Tab. 4.2

10000 20000 10000

1875

2250

375
5546 1391 2437

14889 19221 5890

Fig. 4.16
Il metodo degli elementi finiti 115

E’ agevole verificare che i suddetti valori soddisfano le equazioni di equilibrio


globale, sia alla traslazione che alla rotazione, del modello adottato.

4.2.17 Calcolo delle tensioni

Determinato il vettore V è possibile risalire al valore delle tensioni e delle


deformazioni presenti in ogni elemento, utilizzando le seguenti relazioni:

ε ( e ) = B ( e ) T ( e ) L( e ) V , (4.75)

σ ( e ) = C ε ( e ) = C B ( e ) T ( e ) L( e ) V . (4.76)

I valori forniti dalla (4.76) sulla base dei dati numerici introdotti nel §
4.2.14, sono riportati in Tab. 4.3.

Elemento 1 2 3 4 5 6 7 8

σ xx - 0.48 - 0.08 - 0.40 - 0.12 - 0.11 - 0.08 - 0.19 - 0.21


(daN / cm )2

σ yy - 2.39 - 1.95 - 2.02 - 1.63 - 2.10 - 2.00 - 2.02 - 1.90


(daN / cm )2

τ xy (daN / cm2 ) - 0.39 - 0.08 - 0.31 - 0.04 - 0.12 - 0.06 - 0.13 - 0.07

Tab. 4.3

4.3. Condensazione statica

Nei paragrafi precedenti e nel § 1.6 si è visto che un possibile approccio


all’imposizione delle condizioni al contorno di un modello agli elementi finiti
conduce ad eliminare opportuni gradi di libertà (quelli dei nodi vincolati) dal
sistema di equazioni risolvente, riconducendosi ad un sistema ridotto di equazioni
algebriche.
116 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

Più in generale, si può utilizzare un analogo approccio per suddividere il


problema del calcolo del vettore globale degli spostamenti nodali V in due o più
fasi adottando. Nell’ambito di ciascuna di tali fasi si adotteranno opportune
formule di “condensazione statica” della matrice di rigidezza e del vettore delle
forze nodali del modello di partenza.
Tale procedura risolutiva, articolata per passi successivi, trova utili
applicazioni nell’ambito dei seguenti problemi di meccanica computazionale:
- soluzione di sistemi di equazioni di grandi dimensioni;
- eliminazione di gradi di libertà interni di particolari tipologie di elementi finiti;
- suddivisione di strutture complesse in più “sottostrutture” di dimensioni
contenute.
Allo scopo di illustrare i principi alla base della tecnica di condensazione
statica, si prenda in esame il tipico sistema risolvente dell’approccio agli
spostamenti del metodo degli elementi finiti, che si suppone essere formato da n
equazioni algebriche lineari:

KV = Q. (4.77)

Si riscriva ora il vettore delle incognite V nella seguente forma a blocchi:

V = [ V1 , V2 ] , (4.78)
T

in cui V1 è il sottovettore che raggruppa i gradi di libertà da condensare, mentre


V2 è il sottovettore che raggruppa i gradi di libertà che si vuole conservare come
incognite primarie. Queste ultime si suppongono in numero totale pari a m.
Ripartendo in maniera analoga anche il vettore dei termini noti Q e la matrice
dei coefficienti K , si ottiene:

Q = [Q 1 , Q 2 ] , (4.79a)
T

⎡K 11 K 12 ⎤
K=⎢ , (4.79b)
⎣K 21 K 22 ⎥⎦
Il metodo degli elementi finiti 117

dove Q 1 e Q 2 sono due sottovettori rispettivamente di (n-m) e m componenti,


mentre K 11 , K 22 , K 12 e K 21 sono quattro sottomatrici rispettivamente di ordine
(n-m) × (n-m), m × m, (n-m) × m e m × (n-m).
Tenuto conto delle (4.78)-(4.79), la (4.77) si può riscrivere come segue:

⎡K 11 K 12 ⎤ ⎡ V1 ⎤ ⎡ Q 1 ⎤
⎢K = , (4.80)
⎣ 21 K 22 ⎥⎦ ⎢⎣ V2 ⎥⎦ ⎢⎣Q 2 ⎥⎦

riconducendosi ai due sottosistemi di equazioni:

K 11 V1 + K 12 V2 = Q 1 , (4.81a)

K 21 V1 + K 22 V2 = Q 2 . (4.81b)

Dalla relazione (4.81a), si ottiene, in particolare:

V1 = K 11 −1 ( Q 1 − K 12 V2 ) . (4.82)

Sostituendo la (4.82) nella (4.81b), si ottiene ancora:

(K 22
−1
) −1
− K 21K 11 K 12 V2 = Q 2 − K 21K 11 Q 1 . (4.83)

Quest’ultima relazione può essere riscritta nella forma seguente:

K * V * = Q* , (4.84)

avendo posto:

V * = V2 , (4.85a)

K * = K 22 − K 21K 11 −1K 12 , (4.85b)

Q* = Q 2 − K 21K 11 Q 1 .
−1 (4.85c)
118 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

In definitiva, dal sistema di partenza (4.77) si è dedotto, per condensazione, il


sottosistema (4.84) nell’incognita primaria V = V 2 , di ordine sensibilmente
inferiore (fase 1). Alla (4.84) andrà affiancata la (4.82) per il calcolo del
sottovettore V1, in funzione del risultato precedentemente ottenuto per V*=V2
(fase 2).
Nei paragrafi che seguono sono presentati alcuni esempi di applicazione della
tecnica di “condensazione statica”. In particolare, i primi due esempi fanno uso
della condensazione per eliminare i gradi di libertà interni di alcuni particolari
elementi finiti di uso corrente, mentre il terzo esamina un problema di
suddivisione di una struttura di partenza in opportune sottostrutture.

4.3.1 Condensazione della trave di Timoshenko a tre nodi

Si prenda in esame l’elemento finito della trave di Timoshenko a tre nodi mostrato
in Fig. 4.16.

4 6 5
1 3 4
z
1 3 2
v
le/2 le/2

⎡ GA ⎤ dϕ ⎤
T
0⎥ ⎡ dv
C=⎢ χ
ε = ⎢γ = + ϕ, θ = ;
⎢ ⎥
; ⎣ dz dz ⎥⎦
⎣ 0 EI ⎦

u = [ v, ϕ] ; σ = [T , M ] .
T T

Fig. 4.16

Facendo riferimento alle notazioni riportate nella suddetta figura ed agli


sviluppi teorici presentati nel § 2.3.2, è possibile porre:
Il metodo degli elementi finiti 119

v ( e ) ( z ) = a1 + a 2 z + a 3 z 2 , (4.86a)

ϕ ( e ) ( z ) = a3 + a 4 z + + a 6 z 2 , (4.86b)

[
u ( e ) = v (e ) , ϕ (e ) ]T
= N (e) (z ) a (e) , (4.87)

⎡ dv ( e ) ⎤
⎢ dz + ϕ ⎥ ⎡a 2 + 2a 3 z + a 4 + a5 z + a 6 z 2 ⎤
ε(e) =⎢ ⎥=⎢ ⎥ = B ( z )a
(e) (e)
d ϕ (e)
a 5 + 2a 6 z (4.88)
⎢ ⎥ ⎣ ⎦
⎢⎣ dz ⎥⎦

dove risulta a ( e ) = [a1 ,..., a6 ] ed inoltre, si è posto:


T

⎡1 z z 2 0 0 0⎤
N (e)
( z) = ⎢ ⎥; (4.89)
⎣0 0 0 1 z z2 ⎦

⎡0 1 2 z 1 z z 2 ⎤
B ( e ) ( z) = ⎢ ⎥. (4.90)
⎣ 0 0 0 0 1 2 z ⎦

Introducendo la seguente matrice di compatibilità:

⎡1 0 0 0 0 0⎤
⎢1 l le 2
0 0 0⎥
⎢ e
2

⎢ le le ⎥
⎢1 2 4
0 0 0⎥
Γ(e) =⎢ (4.91)
0 0 0 1 0 0⎥
⎢ 2

⎢0 0 0 1 le le ⎥
⎢ l le ⎥
2

⎢0 0 0 1 e ⎥
⎣ 2 4⎦

e la matrice Β ( e ) definita come segue:


120 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

Β ( e ) ( z ) = B ( e ) ( z )Γ ( e )
−1
=

⎡ 4 z − 3le 4 z − le 4(le − 2 z) le 2 − 3le z + 2 z 2 z( 2 z − l e ) 4 z( l e − z ) ⎤


⎢ ⎥
l2 le 2 le 2 le 2 le 2 le 2
=⎢ e ⎥,
⎢ 4 z − 3le 4 z − le 4(le − 2 z) ⎥
⎢ 0 0 0 ⎥
⎣ le 2 le 2 le 2 ⎦
(4.92)

è possibile ottenere, in definitiva, l’espressione che segue della matrice di


rigidezza dell’elemento K ( e ) :
le
T
K (e)
= ∫ B ( e ) C B ( e ) dz =
0

⎡ 7 8 le le 2le ⎤
⎢ 3 1 − − −
3 2 6 3 ⎥
⎢ 1 7 8 le le 2le ⎥
⎢ − − ⎥
⎢ 3 3 3 6 2 3 ⎥
⎢ −8 −
8 16 2le
− e
2l
0 ⎥
GA ⎢ 3 3 3 3 3 ⎥
= ⎢ 2le 2le
2 2 2 ⎥+
χle ⎢ − le −
le

le le

⎢ 2 6 3 15 30 15 ⎥
⎢ le le 2l l
2
2le
2
le ⎥
2

⎢ 6 − e − e
⎢ 2 3 30 15 15 ⎥⎥
2 2 2
⎢− 2le 2le
0
le le 8le ⎥
⎣⎢ 3 3 15 15 15 ⎦⎥
Il metodo degli elementi finiti 121

⎡0 0 0 0 0 ⎤
0
⎢0 0 0 0 0 0 ⎥
⎢ ⎥
⎢0 0 0 0 0 0 ⎥
EI ⎢0 0 0
7 1 8⎥
− ⎥ . (4.93)
+ ⎢ 3 3 3
le ⎢
1 7 8⎥
⎢0 0 0 − ⎥
⎢ 3 3 3⎥
⎢0 8 8 16 ⎥
0 0 − −
⎢⎣ 3 3 3 ⎥⎦

Si vogliono ora condensare i gradi di libertà dei nodi interni, riducendo quelli
primari alle sole componenti di spostamento dei due nodi esterni (Fig. 4.17).

4 6 5 4 5
1 3 2 1 2

Fig. 4.17

A tale fine, si introducano i seguenti sottovettori di v ( e ) e di q ( e ) :

= [v 3 , v 6 ] , (4.94a)
(e) T
v1

= [ v1 , v 2 , v 4 , v 5 ] , (4.94b)
(e) T
v2

= [q 3 ,q 6 ] , (4.95a)
(e) T
q1

= [ q1 , q 2 , q 4 , q 5 ] , (4.95b)
(e) T
q2

e le seguenti sottomatrici di K ( e ) :
122 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

⎡16GA ⎤
⎢ 3χl 0⎥
(e)
K 11 =⎢ e
⎥, (4.96a)
⎢ 0 8GAle 16EI ⎥
+
⎢⎣ 15χ 3le ⎥⎦

⎡ 7GA GA GA GA ⎤
⎢ 3χl − ⎥
χle 2χ 6χ
⎢ e

⎢ GA 7 GA GA GA ⎥

⎢ 3χle 3χle 6χ 2χ ⎥
K 22 ( e ) =⎢ , (4.96b)
GA GA 2 GAle 7EI GAle EI ⎥
⎢− − + − + ⎥
⎢ 2χ 6χ 15χ 3le 30χ 3le ⎥
⎢ GA GA GAle EI 2 GA 7EI ⎥
⎢ 6χ − + +
⎣ 2χ 30χ 3le 15χle 3le ⎥⎦

⎡ 8GA 2 GA ⎤
⎢ − 3χl −
3χ ⎥
⎢ e

⎢− 8GA 2 GA ⎥
⎢ 3χle 3χ ⎥
K 21 ( e ) =⎢ , (4.96c)
2 GA GAle 8EI ⎥
⎢ − ⎥
⎢ 3χ 15χ 3le ⎥
⎢ 2 GA GAle 8EI ⎥
⎢− 3χ 15χ

3le ⎥⎦

K 12 ( e ) = K 12 ( e ) .
T
(4.96d)

Particolarizzando le (4.85) del paragrafo precedente al caso in esame, si


ottiene, in definitiva:

= [ v1 , v 2 , v 4 , v 5 ] , (4.97a)
* (e) T
v (e) = v 2

* (e) (e) ( e ) −1 ( e) (4.97b)


q( e ) = q2 − K 21 K 11 q1 ,

* −1
K ( e ) = K 22 ( e ) − K 21 ( e ) K 11 ( e ) K 12 ( e ) . (4.97c)
Il metodo degli elementi finiti 123

E’ possibile verificare che risulta:

⎡ 60β - 5α -60β + 5α -60β − 5α -60β − 5α ⎤


⎢ 6λl 6λle 12λ 12λ ⎥
⎢ e

⎢ -60β + 5α 60β - 5α 60β + 5α 60β + 5α ⎥
= ⎢ 6λle 6λle 12λ 12λ ⎥,
*
K(e) (4.98a)
⎢ -60β − 5α 60β + 5α γ + 84β + α − γ + 36β + α ⎥
⎢ le le ⎥
⎢ 12λ 12λ 24λ 24λ ⎥
⎢ -60β − 5α 60β + 5α − γ + 36β + α
le
γ + 84β + α ⎥
le
⎢⎣ 12λ 12λ 24λ 24λ ⎥⎦

* ⎡ q 5η q 5η
q ( e ) = ⎢q 1 + 3 + q6 , q2 + 3 − q6 ,
⎣ 2 4λ 2 4λ

q 3 le 4λ − 5ηle ql 4λ − 5ηle ⎤
q4 − + q 6 , q5 + 3 e + q 6 ⎥ , (4.98b)
8 8λ 8 8λ ⎦

avendo posto:

2 2
⎛ GA ⎞ 2 GA ⎛ EI ⎞ GA 2 GA
α=⎜ ⎟ le , β = EI , γ = 240⎜ ⎟ , λ = 10 EI + le e η = le .
⎝ χ ⎠ χ ⎝ le ⎠ χ χ

In sintesi, a partire dalla matrice di rigidezza di ordine 6 × 6 dell’elemento


completo (4.93), si è dedotta la sottomatrice di rigidezza di ordine 4 × 4 relativa
all’elemento condensato (4.98).
Tale riduzione dei gradi di libertà principali comporta, ovviamente, notevoli
vantaggi dal punto di vista computazionale.
Il sottovettore V*=v(e)2 si potrà determinare risolvendo il sistema (4.84), (fase
1). Successivamente, si potrà calcolare il sottovettore V1=v(e)1, elemento per
elemento, utilizzando la (4.82) del paragrafo precedente (fase 2: “post-
computing”).
124 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

4.3.2 Condensazione dell’elemento triangolare a sei nodi

Si consideri un elemento triangolare piano a sei nodi, da utilizzarsi per l’analisi di


problemi piani nelle tensioni e nelle deformazioni (§ 2.2.2.2).
E’ immediato verificare che tale elemento è dotato di una matrice di rigidezza
(e)
[ ]
K = K ij del tipo 12 x 12 e di vettori degli spostamenti nodali v ( e ) = [vi ] e
T

delle forze nodali q ( e ) = [qi ] di 12 componenti ciascuno.


T

Allo scopo di condensare i gradi di libertà dei nodi interni “su” quelli esterni,
facendo riferimento alle notazioni introdotte nella Fig. 2.4 del § 2.2.2.2, si
introducono i seguenti sottovettori e le seguenti sottomatrici:

= [v 2 , v 4 ,v5 , v8 ,v10 , v11 ] , (4.99a)


(e) T
v1

= [v1 , v 3 ,v 6 , v 7 , v 9 , v12 ] , (4.99b)


(e) T
v2

= [q 2 , q 4 , q5 , q8 , q10 , q11 ] , (4.99c)


(e) T
q1

= [q1 , q 3 , q 6 , q 7 , q 9 ,q12 ] , (4.99d)


(e) T
q2

T
⎡ K2 ,2 K 2 ,4 K 2 ,5 K2 ,8 K2 ,10 K 2 ,11 ⎤
⎢K K 4 ,4 K 4 ,5 K4 ,8 K4 ,10 K 4 ,11 ⎥
⎢ 4 ,2 ⎥
⎢ K5,2 K5,4 K5,5 K5,8 K5,10 K5,11 ⎥
K 11( e ) =⎢ ⎥ ,
⎢ K8 ,2 K8 ,4 K8 ,5 K8 ,8 K8 ,10 K8 ,11 ⎥ (4.99e)
⎢ K10 ,2 K10 ,4 K10 ,5 K10 ,8 K10 ,10 K10 ,11 ⎥
⎢ ⎥
⎢⎣ K11,2 K11,4 K11,5 K11,8 K11,10 K11,11 ⎥⎦
Il metodo degli elementi finiti 125

T
⎡ K 2 ,1 K 2 ,3 K 2 ,6 K 2 ,7 K 2 ,9 K 2 ,12 ⎤
⎢K K 4 ,3 K 4 ,6 K 4 ,7 K 4 ,9 K 4 ,12 ⎥
⎢ 4 ,1 ⎥
T ⎢ K5,1 K5,3 K5,6 K5,7 K5,9 K5,12 ⎥
K 12 ( e ) = K 21( e ) =⎢ ⎥ ,
⎢ K8 ,1 K8 ,3 K8 ,6 K8 ,7 K8 ,9 K8 ,12 ⎥ (4.99f)
⎢ K10 ,1 K10 ,3 K10 ,6 K10 ,7 K10 ,9 K10 ,12 ⎥
⎢ ⎥
⎢⎣ K11,1 K11,3 K11,6 K11,7 K11,9 K11,12 ⎥⎦

T
⎡ K1,1 K1,3 K1,6 K1,7 K1,9 K1,12 ⎤
⎢K K 3,3 K 3,6 K 3,7 K 3,9 K 3,12 ⎥
⎢ 3,1 ⎥
⎢ K 6 ,1 K 6 ,3 K 6 ,6 K 6 ,7 K 6 ,9 K6 ,12 ⎥
K 22 ( e ) =⎢ ⎥ .
⎢ K7 ,1 K7 ,3 K7 ,6 K 7 ,7 K 7 ,9 K7 ,12 ⎥ (4.99g)
⎢ K9 ,1 K9 ,3 K9 ,6 K 9 ,7 K 9 ,9 K9 ,12 ⎥
⎢ ⎥
⎢⎣ K12 ,1 K12 ,3 K12 ,6 K12 ,7 K12 ,9 K12 ,12 ⎥⎦

Posto, quindi, come di consueto:

* −1
K ( e ) = K 22 ( e ) − K 21 ( e ) K 11 ( e ) K 12 ( e ) , (4.50a)

* −1
q( e ) = q2 ( e ) − K 21 ( e ) K 11 ( e ) q1 ( e ) , (4.50b)

v(e) = v2
* (e)
, (4.50c)

ci si riconduce al sistema risolvente ridotto:


* *
K ( e ) v ( e ) = q( e ) ,
*
(4.51)

formato da sole sei equazioni algebriche (Fig. 4.18).


126 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

6 3
1

4 5
4

1 2
1 2 3

Fig. 4.18

Come si è già visto nell’esempio precedente, il vettore V*=v(e)2 potrà essere


determinato dal sistema principale (4.84), mentre il vettore V2=V(e)2 potrà essere
calcolato, elemento per elemento, sulla base della (4.82).

4.3.3 Applicazione della condensazione alle sottostrutture

Si consideri il telaio piano di Fig. 4.19, costituito da una sottostruttura in


elevazione collegata mediante incastri interni ad una trave di fondazione alla
“Winkler”.
Risulta naturale suddividere tale struttura nelle due sottostrutture E (di
elevazione) ed F (di fondazione), indicate in Fig. 4.19.

Sottostruttura E

Sottostruttura F

Fig. 4.19

Il problema di equilibrio della sottostruttura E è retto da un sistema risolvente


del tipo:
Il metodo degli elementi finiti 127

K ( E ) V ( E ) = Q( E ) , (4.52)

che è formato da 27 equazioni algebriche, essendo 9 il numero totale dei nodi


della sottostruttura E e 3 il numero dei gradi di libertà di ciascun nodo.
E’ possibile condensare i gradi di libertà dei nodi interni di tale sottostruttura
“sui” tre nodi alla base (Fig. 4.20), riconducendosi al sistema ridotto:
* *
K ( E ) V ( E ) = Q( E ) ,
*
(4.53)

*
in cui V ( E ) è il vettore che raccoglie le componenti di spostamento rappresentate
in Fig. 4.20.

3 6 9
1 4 7
2 5 8

Fig. 4.20

Successivamente è possibile assemblare la sottostruttura E “condensata” agli


elementi della trave alla Winkler in fondazione (Fig. 4.21a), introducendo il
seguente vettore V:
128 Parte IV: Alcune applicazioni del metodo degli elementi finiti

(5) = (E)

3 6 9 15
1 12
4 7 10 13
(1) (2) (3) (4) 2 5 8 11 14
(a)
(b)
Fig. 4.21

V = [ v1 , v 2 , v3 , v 4 , v5 , v6 , v 7 , v8 , v 9 , v10 , v11 , v12 , v13 , v14 , v15 ] . (4.54)


T

Tale procedura di assemblaggio si fonda sulla scrittura della seguente relazione


(§ 1.5):
T
⎛ 4 ( e )T ( e ) ( e ) ( E ) * ( 5) ⎞ ⎛ 4 ( e )T ( e ) (E)* ⎞
⎜∑ L K L + L K L ⎟ V = ⎜∑ L q + L Q ⎟
(5 )T (5 )T
, (4.55)
⎝ e =1 ⎠ ⎝ e =1 ⎠

in cui K ( e ) (con e = 1,2,3,4) è la matrice di rigidezza del generico elemento di


trave alla Winkler (§ 2.5), mentre L(1) ,..., L( 5) sono le matrici di connettività
definite dalle relazioni che seguono:

⎡I 0 0 0 0⎤
L(1 ) = ⎢ ⎥ , (4.56a)
⎣0 I 0 0 0⎦

⎡0 I 0 0 0⎤
L(2 ) = ⎢ ⎥ , (4.56b)
⎣0 0 I 0 0⎦

⎡0 0 I 0 0⎤
L(3 ) = ⎢ ⎥ , (4.56c)
⎣0 0 0 I 0⎦
Il metodo degli elementi finiti 129

⎡0 0 0 I 0⎤
L(4 ) = ⎢ ⎥ , (4.56d)
⎣0 0 0 0 I⎦

⎡0 I 0 0 0⎤
⎢ ⎥
L(5 ) = ⎢0 0 I 0 0⎥ . (4.56e)
⎢0 0 ⎥⎦
⎣ 0 0 I

Nelle (4.56) I ed O indicano, rispettivamente, la matrice identica di dimensione


3 x 3 e quella nulla di pari dimensione.
Si lascia al lettore la cura di sviluppare i prodotti matriciali a primo ed a
secondo membro della (4.55).
Il metodo degli elementi finiti 131

Appendice alla Parte IV

UN ALGORITMO OPERATIVO PER L’ANALISI


AGLI ELEMENTI FINITI DI UN TELAIO PIANO

Si presenta in questa Appendice un algoritmo numerico implementabile su


elaboratore elettronico per la risoluzione agli elementi finiti di una struttura a
telaio piano di tipo arbitrario.
L’algoritmo fornito passa in rassegna le diverse fasi del metodo illustrate nella
Parte I di queste note, particolarizzando gli sviluppi algebrici e gli aspetti
operativi del metodo ad un esempio di riferimento.
Una struttura piana a telaio viene modellata agli elementi finiti, introducendo
opportuni parametri scalari e matrici, che consentono di individuare le variabili
del problema, la tipologia delle connessioni presenti tra i vari elementi, gli schemi
di carico e di vincolo applicati ed i materiali che compongono i diversi elementi.
A differenza di quanto presentato nell’esempio 1 della Parte IV, l’esempio
trattato in questa Appendice prende in esame gli aspetti più squisitamente
operativi e numerici del metodo agli elementi finiti, presentando approcci
alternativi alle fasi di assemblaggio, imposizione delle condizioni al contorno e
risoluzione delle equazioni di equilibrio globali del modello, rispetto a quelli
formulati nella Parte I, ed algoritmi con schemi a blocchi per la risoluzione
numerica di tali fasi su elaboratore elettronico.
Le varie fasi di modellazione e risoluzione agli elementi finiti di un telaio
piano vengono illustrate in forma sintetica ed algoritmica, fornendo un “layout” di
un codice di calcolo agevolmente implementabile su calcolatore.
132 Appendice alla Parte IV

A.1 Modellazione di una struttura a telaio agli elementi finiti

Ci si riferisca, a solo titolo di esempio, al telaio piano illustrato in Fig. A.1.

2 5 8
3 6 9

1 1 (1) 2 4 (2) 3 7

(5) (6) (7)

11 15 17
12 14 18

4 10 (3) 5 13 (4) 6 16

(8) (9) (10)

20 23 26
21 24 27

19 22 25
X
7 8 9

0 Y

Fig. A.1 – Schema di riferimento.

A.1.1 Dati generali

NDOF = numero di gradi di libertà per nodo (3 nel caso piano: w,v,ϕ =-v).
NNM = numero di nodi della mesh (es. 9).
NEM = numero di elementi della mesh (es. 10).
NPE = numero di nodi per elemento ( 2 per elementi trave a due nodi).
NLOAD = numero di condizioni di carico da esaminare (es. 2).

A.1.2 Dati relativi ai nodi

- Per I = 1, 2, …, NNM, fornire:


Y(I), Z(I) = coordinate “globali” del nodo I-esimo.
Il metodo degli elementi finiti 133

A.1.3 Dati relativi agli spostamenti imposti

NPV = numero di componenti di spostamento di cui è prescritto il valore.

- Per I = 1, 2, …, NPV, fornire:


IPV(I), VPV(I) = indice globale della componente di spostamento di cui è
prescritto il valore, valore di tale componente di spostamento.

Esempio di riferimento
Per la struttura di riferimento illustrata in Fig. A.1 è agevole verificare che NPV
risulta pari a 9 e che le liste IPV e VPV assumono l’aspetto delineato di seguito.

NPV = 9
19,0. (IPV(1), VPV(1))
20,0. (IPV(2), VPV(2))
21,0. (IPV(3), VPV(3))
. .
. .
. .
27,0. (IPV(9), VPV(9))

A.1.4 Dati relativi ai vincoli cedevoli elasticamente

NSPRING = numero di gradi di libertà cui sono associati vincoli elastici.

- Per I = 1, 2, …, NSPRING, fornire:


ISPRING(I), VSPRING(I) = grado di libertà cui è associata la molla I-esima e
rigidezza (traslazionale o rotazionale) di tale molla.

A.1.5 Dati relativi agli elementi

NMAT = numero di tipi di materiale di cui sono formati gli elementi della
mesh.
134 Appendice alla Parte IV

- Per I = 1, 2, …, NMAT, fornire:


E(I), A(I), VI(I) = modulo di Young, area e momento d’inerzia associati al
materiale I-esimo.
NSL = numero di schemi di carico da imporre sugli elementi.

- Per I = 1, 2, …, NSL, fornire:


P(I), Q(I), C(I) = carico uniformemente distribuito assiale, carico uniformemente
distribuito trasversale e coppie uniformemente distribuite corrispondenti allo
schema di carico I-esimo.
NSD = numero di schemi di distorsione da imporre sugli elementi.

- Per I = 1, 2, …, NSD, fornire:


EPSSTAR(I), THETASTAR(I) = distorsione estensionale uniformemente
distribuita e distorsione flessionale uniformemente distribuita corrispondenti allo
schema di distorsioni I-esimo.

- Per I = 1, 2, …, NEM, fornire:


NOD(I,1), …, NOD(I,J), …, NOD(I,NPE) = numeri “globali” dei nodi
dell’elemento I-esimo.
MAT(I) = numeri del materiale componente l’elemento I-esimo.
ISL(I,1), ISL(I,2), …, ISL(I,NLOAD) = numeri degli schemi di carico imposti
all’elemento I-esimo in corrispondenza delle varie condizioni di carico.
ISD(I,1), ISD(I,2), …, ISD(I,NLOAD) = numeri degli schemi di distorsioni
imposti all’elemento I-esimo in corrispondenza delle varie condizioni di carico.

Esempio di riferimento
Per la struttura di riferimento, risulta:
NSL = 2
P(1) = 0., Q(1) = q1, C(1) = 0. (carico trasversale sui traversi inferiori)
P(2) = 0., Q(2) = q2, C(2) = 0. (carico trasversale sui traversi superiori)
NSD = 0.

NOD(1,1)=1, NOD(1,2)=2, MAT(1)=1, ISL(1,1)=2, ISL(1,2)=0, ISD(1,1)=0, ISD(1,2)=0


…………………………………………………………………………………
…………………………………………………………………………………
NOD(4,1)=5, NOD(4,2)=6, MAT(4)=1, ISL(4,1)=1, ISL(4,2)=0, ISD(4,1)=0, ISD(4,2)=0
…………………………………………………………………………………
…………………………………………………………………………………
Il metodo degli elementi finiti 135

NOD(10,1)=6, NOD(10,2)=9, MAT(10)=2, ISL(10,1)=0, ISL(10,2)=0, ISD(10,1)=0, ISD(10,2)=0

A.1.6 Dati relativi alle forze nodali

- Per I = 1, 2, …, NLOAD, fornire:


NFORCE(I) = numero di nodi sui quali sono imposte forze in corrispondenza
della condizione di carico I-esimo.

- Per J = 1, 2, …, NFORCE(1), fornire:


NF(I,J), FY(I,J), FZ(I,J), CX(I,J) = numero del J-esimo nodo caricato in
corrispondenza della I-esima condizione di carico, forza imposta nella direzione
Y, forza imposta nella direzione Z, momento imposto a tale nodo.

Esempio di riferimento
Per la struttura di riferimento, risulta:
NFORCE(1) = 0
NFORCE(2) = 2
NF(2,1) = 4, FY(2,1) = F1, FZ(2,1) = 0., CX(2,1) = 0.
NF(2,2) = 1, FY(2,2) = F2, FZ(2,2) = 0., CX(2,2) = 0.

A.1.7 Dimensione della semibanda

NHBW = dimensione della semibanda non banale (elementi diversi da zero)


della matrice di rigidezza globale della struttura in esame.

Per la struttura di riferimento illustrata in Fig. A.1 non è difficile verificare che
risulta, in particolare:

NHBW = 27-16+1 = 12.

- Calcolo automatico della semibanda


Il calcolo della semibanda NHBW può essere effettuato per via automatica
utilizzando, ad esempio, l’algoritmo descritto dallo schema a blocchi (o
diagramma di flusso) che segue.
136 Appendice alla Parte IV

NHBW=0

I=1,2,…,NEM

J=1,2,…,NPE

K=1,2,…,NPE

NB=ABS(NOD(I,J)-NOD(I,K))*NDOF

NO SI
NB>NHBW

NHBW=NB
Il metodo degli elementi finiti 137

A.2 Costruzione del sistema di equazioni risolvente (equazioni di equilibrio dei


nodi)

A.2.1 Calcolo delle matrici di rigidezza dei singoli elementi in sistemi di


riferimento locali

Si assume che il generico “elemento trave” NE (NE=1,2,…,NEM) sia un


elemento a due nodi deformabile a flessione ed a sforzo normale (elemento di
trave a due nodi di Eulero-Bernoulli, vedi §§ 2.3.1 e 2.3.3).
L’elemento, di seguito denotato con il simbolo CNE, è riferito ad un sistema
levogiro {0' , x, y, z} con 0' coincidente con uno dei due nodi, z coincidente con il
luogo dei baricentri delle sezioni rette, y coincidente con un asse principale di
inerzia contenuto nel piano del telaio e x ortogonale a tale piano. Esso è dotato di
6 gradi di libertà: {w1 , v1 , ϕ1 , w2 , v2 , ϕ2 } , che rappresentano, rispettivamente, lo
spostamento assiale, lo spostamento trasversale (secondo l’asse y) e la rotazione
(intorno all’asse x) di ciascun estremo (ϕ = −dv / dz = −v ' ) .
Oltre al riferimento locale suddetto, si introduce anche un sistema di
riferimento globale {0, X , Y , Z } tale che gli assi Y e Z giacciono nel piano della
struttura, come mostrato in Fig. A.2.

v2 ϕ 2 = −v2' z

w2

v1 ϕ1 = −v1' CNE
w1

Z y lNE

O Y

Fig. A.2
138 Appendice alla Parte IV

Si pone:

l NE = ⎡(Y ( NOD ( NE , 2)) − Y ( NOD ( NE ,1)) ) + ( Z ( NOD ( NE , 2)) − Z ( NOD ( NE ,1)) ) ⎤ ;


2 2
⎣ ⎦
E NE = E ( MAT ( NE ) ) ;
ANE = A ( MAT ( NE ) ) ;

VI NE = VI ( MAT ( NE ) ) .

La matrice di rigidezza dell’elemento si ottiene “combinando” opportunamente


le matrici presentate nei §§ 2.3.1 (eq. 2.53) e 2.3.3 (eq. 2.72).
E’ agevole verificare che l’assemblaggio delle due matrici suddette conduce
alla seguente matrice 6x6:

⎡ ⎛ EA ⎞ ⎛ EA ⎞ ⎤
⎢ ⎜ l ⎟ 0 0 -⎜ ⎟ 0 0 ⎥
⎢ ⎝ ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎥
⎢ ⎛ 12 EVI ⎞ ⎛ 6 EVI ⎞ ⎛ 12 EVI ⎞ ⎛ 6 EVI ⎞ ⎥
⎢ 0 ⎜ 3 ⎟ -⎜ 2 ⎟ 0 -⎜ 3 ⎟ -⎜ 2 ⎟ ⎥
⎢ ⎝ l ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎥
⎢ ⎛ 6 EVI ⎞ ⎛ 4 EVI ⎞ ⎛ 6 EVI ⎞ ⎛ 2 EVI ⎞ ⎥
⎢ 0 -⎜ 2 ⎟ ⎜ ⎟ 0 ⎜ 2 ⎟ ⎜ ⎟ ⎥
⎝ ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎝ ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎥ .
= ⎢⎢
( NE )
l l
K ⎥
⎛ EA ⎞ ⎛ EA ⎞
⎢− ⎜ ⎟ 0 0 ⎜ ⎟ 0 0 ⎥
⎢ ⎝ l ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎥
⎢ ⎥
⎢0 ⎛ 12 EVI ⎞ ⎛ 6 EVI ⎞ ⎛ 12 EVI ⎞ ⎛ 6 EVI ⎞ ⎥
-⎜ 3 ⎟ ⎜ 2 ⎟ 0 ⎜ 3 ⎟ ⎜ 2 ⎟
⎢ ⎝ l ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎥
⎢ ⎥
⎢ 0 ⎛ 6 EVI ⎞ ⎛ 2 EVI ⎞ ⎛ 6 EVI ⎞ ⎛ 4 EVI ⎞ ⎥
-⎜ 2 ⎟ ⎜ ⎟ 0 ⎜ 2 ⎟ ⎜ ⎟
⎢⎣ ⎝ l ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎝ l ⎠ NE ⎥⎦

A.2.2 Trasformazione delle matrici di rigidezza per effetto del passaggio dal
riferimento locale dell’elemento al riferimento globale

Si prende in esame la trasformazione dal sistema di riferimento locale


{0' , x, y, z} al sistema di riferimento globale {0, X , Y , Z } (Fig. A.2).
Per quanto riguarda la trasformazione delle componenti di spostamento nodale
dell’elemento NE, si ottiene agevolmente:
Il metodo degli elementi finiti 139

⎤ ⎡V1 ⎤
( NE )
⎡ w1 ⎤ ⎡ sinα NE cos NE 0 0 0 0
⎢v ⎥ ⎢ ⎢ ( NE ) ⎥
⎢1 ⎥ ⎢ cos NE -sinα NE 0 0 0 0 ⎥⎥ ⎢W1 ⎥
⎢ϕ1 ⎥ ⎢ 0 0 1 0 0 0 ⎥ ⎢ϕ1( NE ) ⎥
⎢ ⎥=⎢ ⎥⎢ ⎥
⎢ w2 ⎥ ⎢ 0 0 0 0 sinα NE cos NE ⎥ ⎢V2( NE ) ⎥
⎢v ⎥ ⎢ ⎢ ⎥
0 0 0 0 cos NE -sinα NE ⎥ ⎢W2( NE ) ⎥
⎢ 2⎥ ⎢ ⎥
⎣⎢ϕ 2 ⎦⎥ ⎣⎢ 0 0 0 0 0 1 ⎦⎥ ⎢⎣ϕ 2( NE ) ⎥⎦

vettore v L( NE ) matrice di trasformazione T ( NE ) vettore v ( NE )

essendo:

Z ( NOD( NE , 2)) − Z ( NOD( NE ,1))


cos α NE = ,
lNE

Y ( NOD( NE , 2)) − Y ( NOD( NE ,1))


senα NE = .
lNE

Facendo uso della matrice T (NE), si ottiene agevolmente:

K ( NE , X ) = T ( NE ) K ( NE )T ( NE ) ,
T

in cui:

K ( NE , X ) è la matrice di rigidezza dell’elemento NE nel sistema di riferimento


globale; mentre K ( NE ) è la matrice di rigidezza dell’elemento NE nel sistema di
riferimento locale ( K ( NE ) = K ( NE , X ) ).

A.2.3 Assemblaggio delle matrici di rigidezza K ( NE , X )

Si propongono due diversi approcci al problema in esame.


140 Appendice alla Parte IV

2.3.1 Assemblaggio mediante la matrice di connessione L( NE )

Seguendo l’approccio presentato nel § 1.4, per NE = 1, 2, …, NEM, si costruisce


una matrice di connessione booleana L( NE ) tale che:

v ( NE ) = L( NE )V

in cui v ( NE ) è il vettore degli spostamenti nodali dell’elemento NE; V è il vettore


globale degli spostamenti nodali; L( NE ) è una matrice rettangolare del tipo 6 x
NEQ con NEQ = 3 x NNM.
Per quanto riguarda gli elementi (1) e (5) della struttura di Fig. A.1, non è difficile
verificare che risulta.

Esempio di riferimento

V1 W1 f1 V2 W2 f2 Vq Wq fq
V1(1) ⎡1 0 0 0 0 0 .................... 0 0 0⎤
W1(1) ⎢0 1 0 0 0 0 .................... 0 0 0 ⎥⎥

ϕ1(1) ⎢0 0 1 0 0 0 .................... 0 0 0⎥
L =
(1)
⎢ ⎥,
V2(1) ⎢0 0 0 1 0 0 .................... 0 0 0⎥
W2(1) ⎢0 0 0 0 1 0 .................... 0 0 0⎥
⎢ ⎥
ϕ (1)
2 ⎣0 0 0 0 0 1 .................... 0 0 0⎦

V1 W1 f1 V4 W4 f4 Vq Wq fq
aV (5 ) ⎡ 1 0 0 ........ 0 0 0 ........ 0 0 0⎤
1

(5 )
0 1 0 ........ 0 0 0 ........ 0 0 0 ⎥⎥
W1 ⎢
ϕ1(5 ) ⎢ 0 0 1 ........ 0 0 0 ........ 0 0 0⎥
L(5) = ⎢ ⎥.
V 2(5 ) ⎢ 0 0 0 ........ 1 0 0 ........ 0 0 0⎥
W 2(5 ) ⎢ 0 0 0 ........ 0 1 0 ........ 0 0 0⎥
⎢ ⎥
ϕ 2(5 ) ⎣ 0 0 0 ........ 0 0 1 ........ 0 0 0⎦

La matrice di rigidezza globale si ottiene effettuando un ciclo su tutti gli


elementi della mesh ed utilizzandola seguente formula iterativa:
Il metodo degli elementi finiti 141

K = K + L( NE ) K ( NE , X ) L( NE ) ,
T

nella quale, a secondo membro, compare la matrice K ottenuta assemblando le


matrici di rigidezza locali di tutti gli elementi che precedono l’elemento corrente
(NE).

A.2.3.2 Assemblaggio mediante la matrice di connessione NOD

L’assemblaggio delle matricidi rigidezza locali può essere effettuata in via


alternativa utilizzando uno dei due algoritmi che seguono, che non richiedono la
costruzione delle matrici booleane L( NE ) ed utilizzando invece la matrice di
connessione NOD introdotta nel § A.1.5.
Un primo algoritmo suppone che la matrice di rigidezza globale K sia
memorizzata in forma piena. Un secondo algoritmo suppone, invece, che di tale
matrice siano memorizzati solo gli elementi della semibanda significativa di
dimensione NHBW (memorizzazione del tipo a “banda” o in “forma bandata”).
142 Appendice alla Parte IV

ASSEMBLAGGIO IN “FORMA BANDATA” DI K ( NE , X )

NI=1,…,NPE

I=1,…,NDOF

NRL=(NI-1)*NDOF+I
NRG= (NOD(NE,NI)-1)*NDOF+I

NJ=1,…,NPE

J=1,…,NDOF

NCL=(NJ-1)*NDOF+J
NCG=(NOD(NE,NJ)-1)*NDOF+J

K(NRG,NCB)=K(NRG,NCB)+K(NE,X)(NRL,NCL)
Il metodo degli elementi finiti 143

ASSEMBLAGGIO IN “FORMA BANDATA” DI K ( NE , X )

NI=1,…,NPE

I=1,…,NDOF

NRL=(NI-1)*NDOF+I
NRG= (NOD(NE,NI)-1)*NDOF+I

NJ=1,…,NPE

J=1,…,NDOF

NCL=(NJ-1)*NDOF+J
NCG=(NOD(NE,NJ)-1)*NDOF+J
NCB=NCG-NRG+1

NO
1≤NCB≤NHBW

SI
K(NRG,NCB)=K(NRG,NCB)+K(NE,X)(NRL,NCL)
144 Appendice alla Parte IV

A.2.3.3 Inserimento nella matrice K delle rigidezze dei vincoli cedevoli


elasticamente

Si distinguono i due casi precedentemente considerati con riferimento alla


memorizzazione della matrice di rigidezza globale K.

- Matrice K memorizzata in “forma piena”

I=1,2,…,NSPRING

K(ISPRING(I),ISPRING(I))=K(ISPRING(I),ISPRING(I))+VSPRING(I)

- Matrice K memorizzata in “forma bandata”

I=1,2,…,NSPRING

K(ISPRING(I),1)=K(ISPRING(I),1)+VSPRING(I)
Il metodo degli elementi finiti 145

A.2.4 Calcolo dei vettori di carico dei singoli elementi nei sistemi di riferimento
locali

Con riferimento al generico elemento NE (NE = 1, 2, …, NEM) ed alla


condizione di carico NL (NL = 1, 2, …, NLOAD), si indicano con PNE,NL, QNE,NL,
CNE,NL, EPSSTARNE,NL e THETASTARNE,NL , rispettivamente, il carico assiale
distribuito, il carico trasversale distribuito, le coppie distribuite, la distorsione
estensionale e la distorsione flessionale, che sollecitano l’elemento.
Per semplicità, si assume che tali azioni siano uniformemente distribuite. Si
assume, inoltre, che non siano presenti campi di sforzi normali iniziale e di
momenti flettenti iniziali nella struttura.

QNE,NL z
PNE,NL

CNE,NL
O’
Z
y

O Y

Fig. A.3

Con riferimento all’organizzazione dei dati illustrata nel § A.1.5 di questa


appendice, risulta:

PNE,NL = P(ISL(NE,NL));
QNE,NL = Q(ISL(NE,NL));
CNE,NL = C(ISL(NE,NL));
EPSSTARNE,NL = EPSSTARNE,NL (ISL(NE,NL));
THETASTARNE,NL = THETASTARNE,NL(ISL(NE,NL)).

Si ricorda che ISL(NE,NL) indica lo schema di carico agente sull’elemento NE


nella condizione di carico NL e che ISD(NE,NL) indica lo schema di distorsioni
(o deformazioni iniziali) agente su NE nella condizione NL.
146 Appendice alla Parte IV

Si conviene di denotare con Q ( NE , NL ) il vettore complessivo dei carichi agente


su NE nella condizione di carico NL. Esso rappresenta la somma dei vettori di
carico dovuti ai carichi meccanici ( q ( NE , NL ) ) ed alle deformazioni iniziali
(q ( NE , E , NL )
).
Combinando i risultati ottenuti nei §§ 3.1 e 3.3 della Parte II, si deduce che
( NE , NL )
Q coincide con il seguente vettore a 6 componenti:

⎡ ⎛ PNE , NL lNE ⎞ ⎤
⎢ ⎜ − ENE ANE EPSSTARNE , NL ⎟ ⎥
⎢ ⎝ 2 ⎠ ⎥
⎢ ⎛ QNE , NL lNE ⎞ ⎥
⎢ ⎜ + + C NE , NL ⎟

⎢ ⎝ 2 ⎠ ⎥
⎢ ⎥
⎢⎛ − QNE , NL lNE − E VI THETASTAR ⎞⎥
2

⎢⎜⎜ 12
NE NE NE , NL ⎟
⎟⎥
⎝ ⎠⎥ .
Q ( NE , NL ) =⎢
⎢ ⎛ PNE , NL lNE ⎞ ⎥
⎢ ⎜ + ENE ANE EPSSTARNE , NL ⎟ ⎥
⎢ ⎝ 2 ⎠ ⎥
⎢ ⎛ QNE , NL lNE ⎞ ⎥
⎢ ⎜ − C NE , NL ⎟

⎢ ⎝ 2 ⎠ ⎥
⎢ ⎥
⎢⎛ QNE , NL lNE ⎞ ⎥
2

⎢⎜⎜ + ENEVI NETHETASTARNE , NL ⎟⎟ ⎥


⎣ ⎝ 12 ⎠ ⎦

A.2.5 Trasformazione dei vettori di carico per effetto del passaggio dal
riferimento locale dell’elemento al riferimento globale

Il vettore di carico dell’elemento NE nel riferimento globale risulta fornito dalla


formula di trasposizione che segue:

Q ( NE , NL , X ) = T ( NE )T Q ( NE , NL ) ,

essendo Q ( NE , NL , X ) il vettore di carico dell’elemento NE nel riferimento globale.


Il metodo degli elementi finiti 147

A.2.6 Assemblaggio dei vettori di carico Q ( NE , NL , X )

A.2.6.1 Assemblaggio mediante la matrice di connessione L( NE )


Per NE = 1, 2, …, NEM e per NL = 1, 2, …, NLOAD, si aggiorna il vettore di
carico globale Q ( NL ) mediante la formula iterativa:

Q ( NL ) = Q ( NL ) + L( NE )T Q ( NE , NL , X ) .

nella quale a secondo membro compare il vettore Q ( NL ) che raccoglie i contributi


di tutti gli elementi precedenti a quello contenente NE.
A.2.6.2 Assemblaggio mediante la matrice di connessione NOD
Una procedura di assemblaggio automatica che evita la costruzione delle matrici
booleane L( NE ) e che fa uso invece delle matrici di connessione NOD introdotte §
A.1.5, è fornita dall’algoritmo con schema a blocchi che segue.

NI=1,…,NPE

I=1,…,NDOF

NRL=(NI-1)*NDOF+I
NRG=(NOD(NE,I)-1)*NDOF+I

Q(NL)(NRG)=Q(NL)(NRG)+Q(NE,NL,X)(NRL)
148 Appendice alla Parte IV

A.2.6.3 Inserimento nei vettori Q ( NL ) delle forze direttamente applicate nei nodi

Questa operazione può essere effettuata utilizzando il semplice algoritmo che è


formulato di seguito.

NL=1,2,…,NLOAD

J=1,2,…,NFORCE(NL)

Q(NL)((NF(NL,J)-1)*3+1)= Q(NL)((NF(NL,J)-1)*3+1)+FY(NL,J)

Q(NL)((NF(NL,J)-1)*3+2)= Q(NL)((NF(NL,J)-1)*3+2)+FZ(NL,J)

Q(NL)((NF(NL,J)-1)*3+3)= Q(NL)((NF(NL,J)-1)*3+3)+CX(NL,J)

A.2.7 Imposizione delle condizioni al contorno

Equazione di equilibrio del modello discreto privato dei vincoli:

KV ( NL ) = Q ( NL ) (NL=1,2,...,NLOAD) .

Si propongono due diversi approcci al problema della imposizione delle


condizioni al contorno.
Il metodo degli elementi finiti 149

A.2.7.1 Ripartizione del sistema di equazioni di equilibrio

Si suppone che la matrice K sia memorizzata in “forma piena” e si effettua la


seguente ripartizione del sistema risolvente (vedi § 1.6).

⎡ K11 K12 ⎤ ⎡V1 ⎤ ⎡q ⎤


( NL ) ( NL )

⎢K K ⎥ ⎢ ⎥ = ⎢ ( NL ) ⎥ ,
⎣ 21 22 ⎦ ⎢
⎣V2 ⎦⎥ ⎣⎢ r ⎦⎥

dove:

V1( NL ) = sottovettore degli spostamenti incogniti;


V2 = sottovettore degli spostamenti imposti;
q ( NL ) = sottovettore delle forze nodali attive;
r ( NL ) = sottovettore delle reazioni vincolari.

La soluzione corrispondente alla condizione di carico NL:

V1( NL ) = K11−1 ( q ( NL ) − K12V2 ) ; spostamenti nodali

r ( NL ) = K 21 V1( NL ) + K 22 V2 . reazioni vincolari


150 Appendice alla Parte IV

Esempio di riferimento

K11 K12 V1( NL ) q ( NL )

⎡ ⎡ K 11 K 12 .............. K 1,18 ⎤ ⎡ K 1,19 ............. K 1,27 ⎤ ⎤ ⎡V1( NL ) ⎤ ⎡Q1( NL ) ⎤


⎢⎢ ⎥⎢ ⎥ ⎥ ⎢ ( NL ) ⎥ ⎢ ( NL ) ⎥
⎢ ⎢ K 21 K 22 .............. K 2,18 ⎥ ⎢ K 2,19 .............. K 2,27 ⎥ ⎥ ⎢V2 ⎥ ⎢Q2 ⎥
⎢ ⎢........................................ ⎥ ⎢............................... ⎥ ⎥ ⎢....... ⎥ ⎢........ ⎥
⎢⎢ ⎥⎢ ⎥⎥⎢ ⎥ ⎢ ⎥
⎢ ⎢........................................ ⎥ ⎢................................ ⎥ ⎥ ⎢....... ⎥ ⎢.........⎥
⎢⎢K ⎥⎢ ⎥ ⎥ ⎢ ( NL ) ⎥ ⎢ ( NL ) ⎥
⎢ ⎣ 18,1 K 18, 2 ........... K 18,18 ⎦ ⎣ K 18,19 ........... K 18,27 ⎦ ⎥ ⎢V81 ⎥ = ⎢Q18 ⎥
⎢ K ⎥ ⎢0 ⎥ ⎢r ( NL ) ⎥
⎢ ⎡ 19,1 K 19, 2 ............ K 19,18 ⎤ ⎡ K 19,19 .............. K 9,27 ⎤ ⎥ ⎢ ⎥ ⎢1 ⎥
⎢ ⎥ ⎢
⎢ ........................................ ................................ ⎥ ⎢ ⎥ ⎥ ⎢ ⎥
⎢⎢ ⎥⎢ ⎥⎥⎢ ⎥ ⎢ ⎥
⎢ ⎢........................................ ⎥ ⎢................................⎥ ⎥ ⎢ ⎥ ⎢ ⎥
⎢⎢K ......... K
⎥⎢
.......... .. K
⎥ ⎥ ⎢0 ⎥ ⎢ ( NL ) ⎥
⎣ ⎣⎢ 27 ,1 K 27 , 2 27,18 ⎦⎥ ⎣⎢ 27 ,19
K 27,27 ⎦⎥⎦⎣ ⎦ ⎣qr ⎦

K 21 = K12T K 22 V2 r ( NL )

A.2.7.2 Modifica della matrice di rigidezza e del vettore di carico

Si presenta in questo paragrafo un approccio operativo alternativo, che consiste


nel modificare opportunamente la matrice di rigidezza globale K ed i vettori di
carico globali q(NL), senza effettuare partizioni di tali array.
Per fissare le idee si supponga che il solo valore di V19 in soluzione sia
assegnato pari a V19* (come nell’esempio di riferimento, dove in particolare risulta
V19* = 0). Si può imporre tale vincolo modificando la matrice K ed il vettore
Q ( NL ) (NL=1,2,...,NLOAD) come di seguito indicato.
Il metodo degli elementi finiti 151

⎤ ⎡V1( NL ) ⎤ ⎡Q1 − K 1,19V19 ⎤


( NL ) *
⎡ K 11 K 12 .............. K 1,18 0 K 1, 20 ........... .. K 1,27
⎢ ⎥ ⎢ ( NL ) ⎥ ⎢ ⎥
⎢ K 21 K 22 .............. K 2,18 0 K 2, 20 .......... ... K 2,27 ⎥⎢ 2 ⎥
V ⎢ Q ( NL )
2 − K 2 ,19 19 ⎥
V *

⎢................................................................................ ⎢
⎥ ⎢....... ⎥ ........................ ⎥
⎢ ⎥⎢ ⎥ ⎢ ⎥
⎢................................................................................ ⎥ ⎢....... ⎥ ⎢ .................... .... ⎥
⎢K ⎢ ⎥ ⎢
⎥ V ( NL ) = Q ( NL ) − K V * ⎥
⎢ 18,1 K 18, 2 ........... K 19,18 0 K 18, 20 ........... K 2,27 ⎥ ⎢ 18 ⎥ ⎢ 18 18,19 19 ⎥

⎢0 ⎥ ⎢V19( NL ) ⎥ ⎢ ⎥
0 0 1 0 0 ⎢ V19* ⎥
⎢ ⎥ ⎢ ( NL ) ⎥
⎢ K 20,1 K 20, 2 .......... K 20,18 0 K 20, 20 ........... K 20,27 ⎢
⎥ V20 ⎥ ⎢ Q20 − K 201,19V19
( NL ) *⎥

⎢............................................................................... ⎥⎢ ⎥ ⎢ ⎥
⎢ ⎥⎢ ⎢
⎥ ......................... ⎥
⎢⎣ K 27 ,1 K 27 , 2 ........... K 27,18 0 K 27 , 20 ........... K 27,27 ⎥⎦ ⎢⎣V27( NL ) ⎥⎦ ⎢Q ( NL ) − K V * ⎥
⎢⎣ 27 27 ,19 19 ⎥⎦

In soluzione si otterrà banalmente:

V19 ( NL ) = V19* (NL=1,2,...,NLOAD) .

Ripetendo l’operazione sopra descritta con riferimento a tutte le componenti di


spostamento imposte, si impone il rispetto di tutte le condizioni al contorno
assegnate.
In forma automatica, supponendo la matrice K memorizzata in forma bandata,
si potrà effettuare il “condizionamento” della matrice K e dei vettori q(NL)
utilizzando l’algoritmo di cui al seguito.
152 Appendice alla Parte IV

NEQ=NNM*NDOF

IV=1,2,…,NPV

I1=IPV(IV)-NHBW+1
I2=IPV(IV)-1
I=I1,…,I2

SI
I<1
NO

J=IPV(IV)-I+1
Q(NL)(I)= Q(NL)(I)-K(I,J)*VPV(IV)
K(I,J)=0

Q(NL)(IPV(IV))=VPV(IV)
K(IPV(IV,1)=1

I1=IPV(IV)+1
I2=IPV(IV)+NHBW-1

(segue)
Il metodo degli elementi finiti 153

I=I1,…,I2

SI
I>NEQ

NO
J=I-IPV(IV)+1
Q(NL)(I)= Q(NL)(I)-K(IPV(IV),J)*VPV(IV)
K(IPV(IV),J)=0

A.3 Soluzione del sistema di equazione di equilibrio

A.3.1 Inversione della matrice di rigidezza

Per ogni condizione di carico esaminata (NL=1,2,…,NLOAD), si calcolano gli


spostamenti nodali incogniti e le reazioni vincolari mediante le reazioni:

V1( NL ) = K11−1 ( q ( NL ) − K12V2 ) ;

r ( NL ) = K 21 +K 22 V2 .

A.3.2 Metodo di eliminazione di Gauss-Jordan

Il metodo in esame consiste nel ridurre il sistema di equazioni di equilibrio ad un


sistema di equazioni equivalente, che contiene nella i-esima equazione la sola
incognita Vi .
154 Appendice alla Parte IV

Si consideri, ad esempio, il caso in cui il sistema di equazione di equilibrio sia


formato da n equazioni:

K11V1 + K12V2 + K13V3 + ... + K1nVn = Q1


K 21V1 + K 22V2 + K 23V3 + ... + K 2 nVn = Q2
K 31V1 + K 32V2 + K 33V3 + ... + K 3nVn = Q3 (A.1)
.........................................................
.........................................................
K n1V1 + K n 2V2 + K n 3V3 + ... + K nnVn = Qn

Il metodo di Gauss-Jordan si articola in due fasi: fase di sostituzione in avanti e


fase di sostituzione all’indietro.

Fase di sostituzione in avanti (“Forward Substitution”)

Si sottragga dalle equazioni successive alla prima del sistema (A.1) la prima
equazione (equazione “pivot”) moltiplicata, rispettivamente, per
K 21 / K11 , K 31 / K11 ,..., K n ,1 / K11 . Si ottiene il seguente sistema modificato:

K11V1 + K12V2 + K13V3 + ... + K1nVn = Q1


0 + K 22' V2 + K 23' V3 + ... + K 2' nVn = Q2'
0 + K 32' V2 + K 33' V3 + ... + K 3' nVn = Q3' (A.2)
...................................................
...................................................
0 + K n' 2V2 + K n' 3V3 + ... + K nn' Vn = Qn'

dove:
Il metodo degli elementi finiti 155

K i1
Qi' = Qi − Q1 ⋅
K11
(i=2,3,...,n; j=1,2,...,n) .
K i1
K ij' = K ij − K1i ⋅
K11

Evidentemente, nelle equazioni del sistema (A.2) successive alla prima non
compare l’incognita V1.
Si assuma ora come equazione “pivot” la seconda e si sottragga dalle
equazione 3, 4, .., n tale equazione moltiplicata per
' ' ' ' ' '
K 32 / K 22 , K 42 / K 22 ,..., K n 2 / K 22 . Queste operazioni consentono di eliminare
l’incognita V2 dalle equazioni 3, 4, …, n.
Successivamente si assumeranno come equazioni “pivot” la terza, la quarta,
fino ad arrivare all’equazione (n-1)-esima.
Al termine della fase di sostituzione (o eliminazione) in avanti, il sistema di
equazioni in esame assumerà la seguente espressione:

K11V1 + K12V2 + K13V3 + ... + K1nVn = Q1


0 + K 22' V2 + K 23' V3 + ... + K 2' nVn = Q2'
0 + 0 + K 33'' V3 + ... + K 3'' nVn = Q3'' (A.3)
...................................................
...................................................
0 + 0 + 0 + ... + K nn( n −1)Vn = Qn( n −1)

dalla quale si evince che la matrice di rigidezza è stata ridotta ad una matrice di
tipo triangolare alta.

Fase di sostituzione all’indietro (“Backward Substitution”)


Si divide innanzitutto la n-esima equazione del sistema (A.2) per Knn, di modo che
il termine noto Qn coincida con il valore in soluzione di Vn. Si portano, inoltre, a
secondo membro delle equazioni n-1, n-2, …, 1 i termini contenuti Vn,
aggiornando opportunamente i termini contenenti Vn, aggiornando
opportunamente i termini noti dalle suddette equazioni:
156 Appendice alla Parte IV

Qi = Qi − K in Qn (1=1,2,...,n-1) .

Si procede quindi in maniera analoga assumendo in successione, come


equazione “pivot”, l’equazione (n-1)-esima, l’equazione (n-2)-esima, fino ad
arrivare alla prima equazione.
Al termine della fase di sostituzione all’indietro, il vettore dei termini noti
conterrà i valori in soluzione delle incognite V1, V2, …, Vn.

Schema a blocchi dell’algoritmo di Gauss-Jordan


- Matrice di rigidezza memorizzata in forma “piena”.

SOSTITUZIONE IN AVANTI
NPIVOT=1,2,…,(NEQ-1)

NROW=(NPIVOT+1),…,NEQ

FACTOR=K(NROW,NPIVOT)/K(NPIVOT,NPIVOT)

NCOL=1,2,…,NEQ

K(NROW,NCOL)=K(NROW,NCOL)-K(NPIVOT,NCOL)*FACTOR

Q(NROW)=Q(NROW)-Q(NPIVOT)*FACTOR

(segue)
Il metodo degli elementi finiti 157

SOSTITUZIONE ALL’INDIETRO

NPIVOT=NEQ,NEQ-1,…,1

Q(NPIVOT)= Q(NPIVOT)/K(NPIVOT, NPIVOT,)

SI
NPIVOT=1

NO NROW=(NPIVOT-1),(NPIVOT-2),…,1

Q(NROW)=Q(NROW)-Q(NPIVOT)*K(NROW,NPIVOT)
158 Appendice alla Parte IV

- Matrice di rigidezza memorizzata in forma “bandata”.

SOSTITUZIONE IN AVANTI
NPIVOT=1,2,…,(NEQ-1)

NSUB=NPIVOT+NHBW-1

SI
NSUB>NEQ
NO
NSUB=NEQ NROW=(NPIVOT+1),(NPIVOT+2),…,NSUB

FACTOR=K(NROW,NROW-NPIVOT+1)/K(NPIVOT,1)

NCOL=NROW,NROW+1,…,NSUB

NCOLB=NCOL-NROW+1
NCOLPB=NCOL-NPIVOT+1
K(NROW,NCOLB)=K(NROW,NCOLB)-K(NROW,NCOLB)-K(NPIVOT,NCOLPB)*FACTOR

Q(NROW)=Q(NROW)-Q(NPIVOT)*FACTOR

(segue)
Il metodo degli elementi finiti 159

SOSTITUZIONE ALL’INDIETRO

NPIVOT=NEQ,NEQ-1,…,1

Q(NPIVOT)=Q(NPIVOT)/K(NPIVOT,1)

SI
NPIVOT=1

NO
NSUB=NPIVOT-NHBW+1

SI NSUB<1

NSUB=1 NO

NROW=(NPIVOT-1),(NPIVOT-2),…,NSUB

NCOLB=NPIVOT-NROW+1
Q(NROW)=Q(NROW)-Q(NPIVOT)*K(NROW,NCOLB)

A.4 Elaborazione della soluzione (“Post-Computing”)


- Calcolo dei campi di deformazione e di tensione degli elementi
In ogni elemento della mesh (NE=1,2,…,NEM) ed in corrispondenza di ciascuna
condizione di carico esaminata risulta:
160 Appendice alla Parte IV

⎡ ( NE , NL ) dw( NE , NL ) ⎤
⎢ε = ⎥
ε ( NE , NL )
( z) = ⎢ dz ⎥ = B ( NE , NL ) ( z ) v L( NE , NL ) ,
⎢ ( NE , NL ) d 2 v ( NE , NL ) ⎥
⎢ϑ =− ⎥
⎣ dz 2 ⎦

⎡ N ( NE , NL ) ⎤
σ ( NE , NL ) ( z ) = ⎢ ( NE , NL ) ⎥
= C ( NE ) ε ( NE , NL ) = C ( NE ) B ( NE , NL ) ( z ) v L( NE , NL ) ,
⎣⎢ M ⎦⎥

dove 0 ≤ z ≤ lNE e v L( NE , NL ) è il vettore degli spostamenti nodali dell’elemento NE


(in corrispondenza della condizione di carico NL) relativo al sistema di
riferimento locale {O’,x,y,z}.

2 z,w
⎡ w1( NE , NL ) ⎤
⎢ ( NE , NL ) ⎥
⎢ v1 ⎥
CNE ⎢φ ( NE , NL ) ⎥
= ⎢ ( NE , NL ) ⎥
1
v L( NE , NL )
f ⎢w ⎥
⎢ (2NE , NL ) ⎥
O’≡1 ⎢ v2 ⎥
⎢ ( NE , NL ) ⎥
⎢⎣φ2 ⎥⎦
Z,W y,v

O Y,V

Fig. A.4.

Evidentemente risulta:

v L( NE , NL ) = T ( NE ) v ( NE , NL ) ,

dove:
Il metodo degli elementi finiti 161

⎡V1( NE , NL ) ⎤
⎢ ( NE , NL ) ⎥
⎢W1 ⎥
⎢φ ( NE , NL ) ⎥
= ⎢ ( NE , NL ) ⎥ ,
1
v ( NE , NL )
⎢V ⎥
⎢ 2 ( NE , NL ) ⎥
⎢W2 ⎥
⎢ ( NE , NL ) ⎥
⎢⎣φ2 ⎥⎦

essendo v ( NE , NL ) il vettore degli spostamenti nodali dell’elemento NE (nella


condizione di carico NL) relativo al sistema di riferimento globale {O,X,Y,Z}.

- Calcolo di v L( NE , NL ) a partire dalla soluzione V


Se si dispone della matrice di connessione booleana L( NE ) si calcola v L( NE , NL ) dalla
ovvia relazione:

v L( NE , NL ) = T ( NE ) (L ( NE )
V ( NL ) ) .

Se invece si dispone della matrice di connessione NOD, per il calcolo di v L( NE , NL )


si può far uso dell’algoritmo riportato di seguito.
162 Appendice alla Parte IV

CALCOLO DI v ( NE )

NI=1,…,NPE

NI=1,…,NPE

NRL=(NI-1)*NDOF+I
NRG=(NOD(NE,NI)-1)*NDOF+I
VNE(NRL)=V(NRG)

CALCOLO DI v L( NE )

I=1,…,NPE*NDOF

VLNE(I)=0.
J=1,…,NPE*NDOF

VLNE(I)=VLNE(I)+TNE(I,J)*VNE(J)
Il metodo degli elementi finiti 163

Calcolo delle forze nodali negli elementi

In ogni elemento della matrice (NEL=,2,…,NEM) ed in corrispondenza di


ciascuna condizione di carico esaminata (NL=1,2,…,NLOAD) si possono
calcolare le forze e le coppie agenti in corrispondenza dei nodi dell’elemento.

Fz(2)
2 z, Fz
QNE,NL M (2)

PNE,NL

M
O’≡1 CNE,NL Fy(2)
M (1)

y, Fy
Fz(1)
Fy(1)

Fig. A.5. Fig. A.6.

Risulta:
( NE , NL )
⎡ Fy(1) ⎤
⎢ (1) ⎥
⎢ Fz ⎥
⎢ (1) ⎥
M
F ( NE , NL ) = ⎢ (2) ⎥ = K ( NE ) vL(NE,NL) - Q (NE,NL) .
⎢F ⎥
⎢ y ⎥
⎢ F (2) ⎥
⎢ z (2) ⎥
⎢⎣ M ⎥⎦

Una volta calcolate le forze nodali F ( NE , NL ) , si può determinare il campo delle


T
sollecitazioni σ ( NE , NL ) = ⎡⎣ N ( NE , NL ) , M ( NE , NL ) ⎤⎦ (campo dello sforzo normale e del
momento flettente nell’elemento NE in corrispondenza della condizione di carico
NL) seguendo un approccio alternativo a quello descritto in precedenza.
164 Appendice alla Parte IV

Si potrà infatti risolvere in forma analitica lo schema di trave libera,


corrispondente all’elemento NE caricato dalle forze F ( NE , NL ) agli estremi e dalle
azioni distribuite PNE,NL, QNE,NL e CNE,NL.
In particolare, nel caso di azioni uniformemente distribuite, si ottiene:

N NE , NL = − ( Fz(1) ) − PNE , NL z ;
NE , NL

z2
M NE , NL = − ( M (1) ) − CNE , NL z − QNE , NL .
NE , NL 2

Imponendo l’equilibrio dell’elemento in direzione y, si calcola la distribuzione


dello sforzo di taglio TNE,NL:

( )
TNE , NL = − Fy(1) NE , NL
− Q NE , NL z .

A differenza del primo, questo secondo approccio conduce alla distribuzioni


esatte delle caratteristiche della sollecitazione. Esso può essere agevolmente
generalizzato al caso di azioni distribuite con legge lineare, quadratica, ecc.
Il metodo degli elementi finiti 165

Riferimenti bibliografici

Si elencano di seguito, in ordine alfabetico per autore, alcuni testi ed articoli


dedicati agli aspetti teorici ed applicativi del metodo degli elementi finiti, che il
lettore potrà utilmente consultare per un approfondimento degli argomenti trattati
in queste note.

[1] Allaire, P. E. Basics of the Finite Element Method. Edizioni W. C.


Brown, Dubuque, Iowa, 1985, 691 pp. ISBN 0-697-00119-9.
[2] Arnold, D. N., Brezzi, F., Cockburn, B. e Marini, L.D. Unified Analysis
of Discontinuous Galerkin Methods for Elliptic Problems, SIAM
Journal of Numerical Analysis, Volume 39, Issue 5, 2002, pp. 1749-
1779. ISSN 1095-7170.
[3] Arroyo, M. e Ortiz, M. Local Maximum-Entropy Approximation
Schemes: A Seamless Bridge between Finite Elements and Meshfree
Methods, International Journal for Numerical Methods in Engineering.
Volume 65, Issue 13, 2006, pp. 2167–2202. doi:10.1002/nme.1534.
[4] Babuska, I. e Guo, B.Q. The h, p and h-p Version of the Finite
Element Method: Basis Theory and Applications. Advances in
Engineering Software, Volume 15, Issue 3-4, 1992, pp. 159-174.
ISSN:0965-9978.
[5] Babuska, I. e Strouboulis, T. The Finite Element Method and Its
Reliability. Oxford University Press, Oxford, 2001, 736 pp. ISBN 0-19-
850276-1
[6] Bathe, K. J. Finite Element Procedures. Prentice-Hall, Englewood
Cliffs, 1995, 1037 pp. ISBN 0-13-301458-4
[7] Bathe, K. J. e Wilson, E. L. Numerical Methods in Finite Element
Analysis. Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1976, 524 pp. ISBN 0-13-
627190-1.
[8] Belytschko, T. e Black, T. Elastic Crack Growth in Finite Elements
With Minimal Remeshing. International Journal for Numerical
Methods in Engineering, Volume 45, Issue 5, 1999, pp. 601-620.
[9] Belytschko, T., Liu, W. K. e Moran, B. Nonlinear Finite Elements for
Continua and Structures. J. Wiley & Sons, New York, 2000, 600 pp.
166 Riferimenti bibliografici

ISBN 0-471-98773-5.
[10] Belytschko, T. e Chen J. S., Meshfree and Particle Methods. J. Wiley
& Sons Ltd. , 2007, 384 pp. ISBN 0-470-84800-6.
[11] Brebbia, C. A. e Connor J. J. Fondamenti del Metodo degli Elementi
Finiti. Clup, Milano, 1978, 245 pp. ISBN 88-7005-382-2.
[12] Brebbia, C. A. (editore). Finite Element Systems- A Handbook.
Springer Verlag, New York, 1981, 1983, 1985, 767 pp. ISBN 3-540-
15116-8, 0-905451-31-7.
[13] Brebbia, C. A. e Aliabadi, M. H. (editori). Adaptive Finite and
Boundary Element Methods. CMP, Southampton, 1993, 380 pp. ISBN
1853121851.
[14] Brezzi, F. e Fortin, M. Mixed e Hybrid Finite Element Methods.
Springer Verlag, Berlin/Heidelberg, 1991, 350 pp. ISBN 3-540-97582-
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[15] Carey, G. F. e Oden, J. T. Finite Elements- A Second Course, Vol. II.
Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1983, 301 pp. ISBN 0-13-317057-8.
[16] Carey, G. F. e Oden, J. T. Finite Elements- Computational Aspects,
Vol. III. Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1984, 350 pp. ISBN 0-13-
317057-8.
[17] Carey, G. F. e Oden, J. T. Finite Elements- Mathematical Aspects, Vol.
IV. Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1983, 195 pp. ISBN 0-13-317081-
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[18] Ciarlet, P. G. The Finite Element Method for Elliptic Problems.
North-Holland, Amsterdam, 1978, 1979, 530 pp. Classics in Applied
Mathematics, Vol 40, SIAM, Philadelphia, 2002 ISBN 0-444-85028-7.
[19] Corradi Dell’Acqua, L. Meccanica delle Strutture – Vol. 2: Le Teorie
Strutturale ed il Metodo degli Elementi Finiti, McGraw-Hill, Milano,
1993, 458 pp. ISBN 88-386-0666-8.
[20] Hughes, T. J. R. Finite Element Method - Linear Static and Dynamic
Finite Element Analysis. Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1987, 803
pp., 2000, 682 pp. ISBN 0-13-317025-X-025.
[21] Ochoa, O. O. e Reddy, J. N. Finite Element Analysis of Composite
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Laminates. Kluwer Academic Publ., Dordrecht, 1992, 432 pp. ISBN 0-


7923-1950-8.
[22] Oden, J. T. Finite Elements of Nonlinear Continua. McGraw-Hill
Publ., New York, 1972, 409 pp. ISBN 07-047604-7
[23] Oden, J. T. e Reddy, J. N. An Introduction to the Mathematical Theory
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[24] Onate, E., Periaux, J. e Samuelson, A. (editori). The Finite Element
Method in the 1990's. Springer Verlag, Berlin/Heidelberg, 1991, 638
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[25] Reddy, J. N. An Introduction to the Finite Element Method. McGraw-
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051346-5
[26] Reddy, J. N. Energy and Variational Methods in Applied Mechanics.
J. Wiley & Sons, New York, 1984, 545 pp., 2002. ISBN 0-471-89673-X
[27] Strang, G. e Fix, G. J. An Analysis of the Finite Element Method.
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[28] Zienkiewicz, O. C. The Finite Element Method in Engineering
Science. McGraw-Hill, London, 1971, 1977, 520 pp. ISBN 07-094138-
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