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Johann

Chapoutot

Il nazismo e l’antichità
Indice delle illustrazioni

1. Ex septentrione lux: mutamento dei paradigmi e nuova visione della storia.


Dietrich Klagges, Geschichtsunterricht als nationalpolitische Erziehung, Moritz Diesterweg Verlag, Frankfurt-am-
Main 1937, p. 442.
2. Il carro di Pallade Atena nelle strade di Monaco durante la Giornata dell’arte tedesca, 15 ottobre 1933.
«Die Kunst im Dritten Reich», 1937.
3. Riproduzione di stendardi romani (vexillarius, aquilifer, signifer) e stendardo della Nsdap.
University of South Florida e Organisationsbuch der Nsdap, Franz Eher Verlag, Zentralverlag der Nsdap,
München, 6º ed. 1940, tavola 30.
4. Progetto dell’Adolf-Hitler-Platz a Dresda.
«Die Kunst im Deutschen Reich», 1939.
5. Schizzo per un viadotto autostradale di Friedrich Tamms, 1941.
«Das Bauen im neuen Reich», 1941.
6. Le colonne d’Ercole all’ingresso del Reich: progetto di Albert Speer per un accesso autostradale alla
frontiera tedesca, Salzburg (prima dell’Anschluss).
«Die Kunst im Dritten Reich», 1938.
7. Tribuna dello Zeppelinfeld, ispirata all’altare di Pergamo.
«Die Kunst im Dritten Reich», 1938.
8. Albert Speer, il progetto del Grande Stadio a Norimberga.
«Das Bauen im neuen Reich», 1939.
9. Thingstätten e teatro greco: la Dietrich-Eckhart-Bühne a Berlino-Grünewald, dietro lo stadio olimpico.
«Das Bauen im neuen Reich», 1938.
10.Confronto tra un SS e un antico romano.
Blut und Boden- Lichtbildvortrag. Erster Teil: Das Blut, seine Bedeutung, Reinerhaltung und Verbesserung,
Reichsführer-SS, Chef des Rasse-und Siedlungshauptamtes, Berlin s.d., pp. 18 e 25, BABL/NSD 41/87.
11.Gli intarsi dello scrittoio di Hitler: Marte, il dio romano della guerra, con sfondo di spada sguainata e
giavellotto.
«Die Kunst im Deutschen Reich», 1939.
12.L’umanità nordica assediata: «Il guardiano» (Der Wächter) di Arno Breker, un guerriero nudo sincretico
munito di una spada romana e di uno scudo greco.
«Die Kunst im Deutschen Reich», 1940.
Il nazismo e l’Antichità

A Élise Rocchi, nel ricordo fedele


Introduzione

Questo studio è nato da uno stupore: alcune ricerche sui movimenti giovanili e l’idea di
Europa mi avevano condotto a leggere dei discorsi in cui Alfred Rosenberg affermava che i
greci erano un popolo del Nord. Si può documentare che questo curioso oggetto testuale non
faceva che seguire l’opera canonica della dottrina nazionalsocialista: Hitler scrive nel Mein
Kampf che esiste una «unità di razza» tra greci, romani e germani, e che questi tre popoli sono
uniti in una stessa lotta millenaria.
Per dare un senso a queste affermazioni sconcertanti, si può addurre l’argomento che i
contemporanei parodiavano i secoli e la leggenda dei secoli e che, se c’è uno spettro che assilla
l’Europa dei potenti, è proprio quello dell’Antichità. Per lo meno a partire dal Rinascimento, un
edificio di stile romano sorretto da colonne con capitelli corinzi permette di richiamare il
grandioso ricordo della potenza romana, di una sovranità fondata sulle armi e il diritto, e incline
all’universalismo. Sappiamo che il ricorso al precedente romano è banale in un Occidente che è
in grado di esprimere il potere supremo solo attraverso vocaboli latini: imperatore proviene da
Imperator, e Kaiser, cosí come Zar, per altro, da Caesar. Da Carlomagno in poi, tutti i candidati
al dominio universale si sono ornati con i paramenti del defunto Imperium romanum, e gli
imperatori romani germanici, austriaci, francesi, britannici, russi, tedeschi hanno tutti sognato
la restauratio imperii.
Anche la Grecia non è mai stata dimenticata, piú per le parole che non per le armi. Viene
evocata per il supplemento d’anima, la nobiltà del suo profilo, il sublime della filosofia. Ci
vorrebbe proprio una glittoteca per associare alla forza la bellezza della statuaria antica. Una
conferma viene anche dalla Germania filellenica di Federico II di Prussia, della Weimarer
Klassik e di Luigi I di Baviera che celebra inoltre, con la Grecia di Missolungi, il principio
nazionale.
Lo storico sa infine che, al di là del riferimento antico, la strumentalizzazione della storia, il
ricorso all’arringa o al paradigma storico da parte di un potere politico è un fenomeno
frequente, tanto piú quando si tratta di regimi totalitari che aspirano ad ancorare piú
efficacemente nel profondo di una normalità storica l’oggetto politico sconosciuto che
promuovono. Stalin ordina ad Ėjzenštejn un Aleksandr Nevskij per rivendicare la resistenza
russa all’imperialismo germanico, e in seguito un Ivan il Terribile che, calandosi nel pieno del XV
secolo, mostra un Cremlino in lotta contro i boiari.
Tutto questo è ben noto: Mussolini vuole ricostituire un imperium di cui fa esibire le mappe
lungo la Via dei Fori imperiali. L’utilizzazione del riferimento antico da parte del fascismo
italiano è stata oggetto di ampie ricerche, per quanto è immediata e spettacolare. Tuttavia,
questo rapporto con l’antico per lo piú non è altro che messa in scena e semplice parata. La
pregnanza del passato sembra, al contrario, rivestire un’importanza piú profonda per il
nazionalsocialismo. Il fascismo italiano, come attesta la sua politica artistica, è aperto alla
novità, mentre il nazismo coltiva e venera il passato, luogo sacro dell’origine.
Il rapporto del nazionalsocialismo con il mondo antico non ha tuttavia suscitato alcun
interesse tra gli storici: se si ammette facilmente che i nazisti abbiano potuto mobilitare
un’autentica e indubitabile germanità, ci si rifiuta invece di associare nazionalsocialismo e
Antichità greco-romana.
E tuttavia la incontriamo dovunque: nei nudi neogreci di Breker e di Thorak, nell’architettura
neodorica di Troost, negli edifici neoromani di Speer, mentre i manuali scolastici presentano
una visione sorprendente dell’Antichità mediterranea, e le ricerche universitarie svolte durante
il Terzo Reich includono studi di valore imperituro su argomenti quali I capelli biondi tra i
popoli indogermanici del mondo antico, oppure articoli, infarciti di accenti ideologici, su L’ebreo
nell’Antichità greco-romana. Dunque, essa ha suscitato un interesse particolare sotto il Terzo
Reich, e questo fino alle ultime ore dell’aprile 1945 quando il «Völkischer Beobachter» e il
giornale «Das Reich» pubblicano testi sulla seconda guerra punica e il rovescio di fortuna di
Roma contro Annibale-Stalin.
Lo stupore, a questo punto, è totale: quale strana mania ha potuto spingere, nel cuore del XX
secolo, i dignitari del regime nazista a parlare, e a parlare tanto, dei greci e dei romani? a
richiedere opere d’arte neo-antiche e articoli di stampa sulla Roma dei Fabii? a sottoporre l’età
antica, attraverso ricerche universitarie e riforme di programmi scolastici, a un aggiornamento
ideologico coerente con tale impostazione?
Noi conosciamo e consideriamo il nazionalsocialismo come l’espressione piú compiuta del
razzismo in idee e in atti. Ora, parlando di razzismo si parla di esclusivismo: il razzismo è una
contrapposizione amico/nemico fondata su un rigido determinismo biologico che arriva a
giustificare un’inquietante selezione dei vivi e dei morti, dei contemporanei come degli
antenati. La trasmissione dei caratteri biologici della razza esclude ogni possibilità di
avventurarsi lungo una linea extra-ereditaria, esclude ogni digressione genealogica, ed esige, al
contrario, una grande severità patrilineare, una rigorosa linea di discendenza. I rami dell’albero
razziale possono essere molteplici, ma l’unità e la purezza del ceppo debbono essere attestati
storicamente: in linea diretta si succedono dunque i germani, annidati nelle remote contrade
della paleontologia e dell’Urwald, i Portaspada e i Teutoni, Federico II e Bismarck, Hindenburg
e Hitler, sigillo dei profeti e culmine del lignaggio.
Il fatto che, nel razzismo, l’ideologia si confonda in parte con la genealogia chiarisce
totalmente l’affinità che esiste tra nazismo e tempo passato, tra la razza e la caccia all’uomo,
tra la formulazione dell’identità e la ricerca dell’origine: le SS esigono, per concedere i
permessi di matrimonio, certificati di arianità risalenti al 1750, ossia 15 quarti di nobiltà
razziale. Dopo che, nel 1943, due ufficiali SS scoprirono di avere un antenato comune ebreo,
nato nel 1685, Himmler decise che, dopo la guerra, l’acribia dovesse spingersi fino al 1650, vale
a dire piú di venti quarti 1. Questa mania della purezza genealogica colpisce gli individui
misurati, classificati e inquadrati nel presente, sondati nel passato, ma anche la razza stessa: le
SS e i loro battaglioni di archeologi del Deutsches Ahnenerbe frugano in Sassonia, nello
Schleswig, in Lorena, in Polonia, ma anche, benché sia piú strano, a Olimpia. Ora Ahnenerbe
significa eredità degli antenati: ci sarebbero dunque antenati provenienti da Olimpia?
Un razzismo cosí ossessivo quale è il nazismo sembrerebbe escludere a priori ogni
riferimento che non fosse quello a una germanità rigorosamente definita e accuratamente
circoscritta: cosa c’entrano qui i greci, oltre a tutti i romani, le statue e i discorsi evocati sopra?
Che bisogno c’è di ricorrere all’Antichità greco-romana? C’è forse un’insufficienza intrinseca,
un difetto inerente al solo riferimento germanico, al precedente dei germani.
Ora, se si tratta di allestire un discorso di fierezza nazionale e un’emulazione per i
contemporanei, il deposito di riferimenti propri della storia tedesca presenta tutta l’abbondanza
e la ridondanza necessarie. Il nazismo può attingere in misura adeguata modelli e archetipi
nella storia della Prussia, del Sacro Romano Impero e del Drang nach Osten dei cavalieri
teutonici. Ogni fase di questa storia offre una profusione di tipi che esaltano un tratto
caratteristico del soldato politico che il nazismo intende magnificare: l’esercito prussiano è un
modello di disciplina, di organizzazione e di addestramento. Il vecchio Fritz offre a volontà
l’immagine della tenacia incoronata dal destino, il Sacro Romano Impero lusinga l’inclinazione
egemonica dell’imperialismo nazista, l’epopea teutonica illustra lo spirito di conquista che
anima una razza alla ricerca di uno spazio vitale.
Basterebbe un trittico composto da Hermann il Cherusco, Enrico il Leone e Federico II di
Prussia per illustrare ampiamente tutti gli aspetti dell’ethos nazista cosí come viene promosso
dalla propaganda del partito e del regime. Andare a cercare da qualche altra parte sarebbe
indelicato per l’orgoglio nazionale: la cultura tedesca può essere propriamente germanica, sui
generis. L’ascesa dei nazionalsocialisti al potere suscita per altro una legittima speranza tra i
nazionalisti culturali, in particolare gli studiosi della preistoria, che pensano di poter finalmente
fare tabula rasa e cattedra vuota del latino e del greco, a vantaggio delle antichità germaniche.
Perché ricorrere al mondo antico e offrirgli sacrifici riverenti, malgrado il numero e la
fecondità degli exempla propriamente germanici? I nazisti vi troverebbero forse qualcosa di
piú?
Gli exempla germanici illustrano un ethos, quello del soldato politico, una morale del
coraggio, della tenacia e del sacrificio alla comunità: equivalenti transalpini dei personaggi di
Tito Livio e del De Viris Illustribus di Lhomond, i vari Camillo, Regolo e Cincinnato che non
mancano in alcuno dei discorsi memoriali nazionali nati da una sottile alchimia di scienza, di
folklore e ovviamente di interesse politico, dalle nozze tra Grimm e Lavisse.
Ma un ethos non è un ghenos, un’etica non è una genealogia. Il riferimento antico trasposto
in termini razziali offre ai nazisti l’opportunità di affabulare un discorso delle origini, la
biografia di un Urvolk nobilitato dal prestigio di Augusto e di Pericle.
Il riferimento propriamente e puramente germanico è infatti troppo brutale. Gli archetipi di
questa storia soffrono di un vizio incorreggibile: la palese mancanza di prestigio culturale di cui
la logora germanità delle origini è alquanto sprovvista. Sulla scala di civiltà della cultura
umanistica occidentale, la rudezza germanica manca di urbanità storica. Ora, lo scopo ribadito
da Hitler era di ritemprare la fierezza di una nazione umiliata dal Diktat di Versailles. Questa
terapia nazionale non passava solo attraverso il riarmo e una politica architettonica
megalomane, o attraverso le avvisaglie di guerra nella Saar, in Austria o in Moravia: la
geografia dell’Europa doveva certamente avvertire la forza del Führer, ma anche la sua storia. Il
presente e lo spazio non bastavano: anche il passato e il tempo dovevano contribuire a
risollevare una fierezza umiliata nel 1918 e 1919. L’annessione del passato antico, delle sue
opere, dei suoi Stati, rivestiva pertanto un’importanza ideologica cruciale.
Colette Beaune 2 e Claude Nicolet 3 ci hanno iniziati alle genealogie fantasiose delle nazioni
medievali: i monarchi francesi esibivano tra i loro ascendenti l’ebreo Davide e il troiano
Francus, mentre i re inglesi invocavano devotamente la memoria di un Bruto, compagno di
Enea. La nobiltà ha avuto i suoi franchi, il terzo stato e successivamente la Repubblica hanno
avuto i loro galli, in una contesa tra due razze che, in Francia, è sorta nel XVI secolo.
Ma in questo caso non si tratta solo di inventarsi una genealogia. Quando Rosenberg e Hitler
parlano dei greci come di un «popolo nordico», non intendono stabilire una filiazione ma
affermare una paternità, fatto che costituisce una significativa inversione dello schema
tradizionale: e se tutto venisse dalla Germania? Questa captazione del mito ariano, che
apparteneva ad alcuni cenacoli di linguisti e di storici del XIX secolo tedesco, in cui ci si
compiaceva di immaginare che i dori di Sparta venissero dal Nord, è stata sistematizzata e
razzializzata dai nazisti, che volevano accreditare l’idea secondo cui la Germania era
necessariamente grande, in quanto aveva dato nascita a civiltà prestigiose. Pertanto, afferma
Rosenberg, imitare l’Antichità non ha piú nulla «di vergognoso o di incompatibile con la dignità
nazionale», poiché si tratta di una semplice e legittima riappropriazione del patrimonio
indogermanico.
Malgrado la pregnanza e la presenza dei riferimenti all’Antichità greco-romana sotto il Terzo
Reich, la questione del rapporto nazionalsocialista all’antico ha attirato solo in forma molto
circoscritta l’attenzione degli storici, i quali s’interessano soprattutto al mito germanico e al
ruolo che gli viene riservato nell’ideologia nazista.
Alcuni storici hanno studiato in modo piú specifico la sorte della Geschichtswissenschaft sotto
il Terzo Reich, come ad esempio Otto Gerhard Œxle 4 e Peter Schöttler 5, che la definiscono
come una «scienza di legittimazione» dell’ideologia. La presenza dell’Antichità tra i nazisti e la
sorte della storiografia antica sotto il Terzo Reich sembrano preoccupare piú gli storici del
mondo antico che riflettono sull’etica e sui metodi della propria disciplina che non i
contemporaneisti. Gli storici dell’arte sono stati piú coinvolti dalla questione: un’opera di
Alexander Scobie 6 è ad esempio dedicata al rapporto fra architettura nazista e mondo antico.
Non esiste un quadro globale, sintetico, di questi riferimenti al mondo antico sotto il Terzo
Reich, della molteplicità dei loro vettori, e delle funzioni attribuite al loro uso. È appunto un tale
quadro d’insieme quello che vorremmo proporre, per far vedere quale profondo significato tali
riferimenti potevano avere all’interno dell’economia generale del discorso nazista.
I riferimenti all’Antichità sono numerosi e abbondanti nella molteplicità delle fonti a cui
abbiamo fatto ricorso. Abbiamo potuto constatare l’esistenza di un discorso coerente di
annessione-imitazione-analogia, discorso costituito dai numerosi effetti di citazione, eco,
ripetizione, corrispondenza che esistono tra queste diverse fonti. Esse concorrono tutte
all’elaborazione di questo discorso abbondante e pubblicizzato, che è stato oggetto di una
diffusione proporzionale all’importanza che gli era attribuita.
Assistiamo a una riscrittura della storia che annette i greci e i romani alla razza nordica. La
volontà di potenza esasperata propria del totalitarismo nazista vi si esprime pienamente: si
tratta di padroneggiare non solo il presente e l’avvenire, ma anche il passato, per completare il
dominio sul presente e il controllo dell’avvenire.
Hannah Arendt mostra come il totalitarismo miri all’edificazione di un mondo interamente
«fittizio» 7. Questo mondo fittizio è quello del postulato dottrinale totalitario, che pretende di
aver rivelato le leggi del divenire. Nel caso del nazismo, tale postulato è quello della lotta delle
razze, lotta che si manifesta, tra i semiti, non nell’onore del combattimento, ma nella losca
penombra del complotto. Si tratta di un postulato non falsificabile, nel senso che assegna al
termine Karl Popper: che non può essere invalidato, smentito da un discorso di narrazione del
reale che dovrebbe costituirne una difesa e una conferma, offrendo cosí una coerenza
rassicurante alla menzogna totalitaria. Arendt nota che la menzogna viene indubbiamente a
rispondere alla domanda di un pubblico disposto ad ascoltarla, all’appello di un’«ansia di un
mondo fittizio» 8 che sarebbe «desiderio di un mondo assolutamente coerente, comprensibile e
prevedibile» 9: il caos di una storia che non è altro che rumore e furore viene utilmente ordinato
dal principio monovalente del postulato esplicativo. L’immaginario del complotto, in particolare,
presenta l’immenso merito di essere immune rispetto alla contraddizione, o meglio di integrarla
per oltrepassarla, di essere semplice e accessibile, e di proporre un’ermeneutica totale del
reale.
Hannah Arendt sottolinea che la propaganda e l’indottrinamento totalitario si distinguono per
il fatto di non credere «nei fatti» in quanto tali 10, e mostra quanto la menzogna sia solidale
rispetto a una volontà di potenza ipertrofica: la menzogna del discorso totalitario «tradisce […]
il fine ultimo della conquista del mondo, poiché soltanto in un mondo interamente controllato il
dittatore totalitario può realizzare le sue menzogne e far avverare le sue profezie» 11.
La logica totalitaria non si limita tuttavia a investire il reale della sincronia, in quanto tende a
dispiegarsi nella diacronia. Per quanto estese siano le conquiste, la geografia non basta, ma si
deve annettere la storia nella sua totalità, uniformata all’ideologia totalitaria.
Nel caso specifico del nazionalsocialismo, siamo in presenza di una menzogna elevata a
potenza, che immerge le radici dell’affabulazione nella profondità del passato piú remoto. La
costruzione di un mondo fittizio non è limitata al presente, ma tende a frugare e sferzare il
passato, disseppellire i morti, presentare i loro crani e i loro scheletri sullo scenario della
scienza per strappare loro la prova capace di convalidare il discorso che genera il mondo
fittizio. Il palinsesto del passato è, come in 1984 di George Orwell, scrupolosamente raschiato
per essere reso conforme al presente totalitario. Il passato è portato alla luce.
Il nazionalsocialismo propone una favola. Questo racconto immaginario è accreditato del
valore di realtà da uno Stato e dalle sue istituzioni, universitarie e artistiche in particolare. La
menzogna è presentata come verità: alla definizione classica della verità come adeguazione del
discorso alla cosa, si sostituisce la semplice adeguazione, interna e autoreferenziale, del
discorso ai postulati del discorso.
Il termine «menzogna» può disturbare per la sua connotazione morale e assiologica, che
senza dubbio non manca nel discorso di Hannah Arendt. Ciò che noi vediamo, percepiamo e
condanniamo come menzogna, non è tale per l’insieme dei suoi attori: si possono nutrire
sospetti di opportunismo frettoloso e cinico da parte di qualche antichista dell’epoca, ma sulla
sincerità di un Hitler, che parla dell’indogermanità dei romani persino nelle sue conversazioni a
tavola, o di un Fritz Schachermeyr, professore di storia antica a Vienna, ossessionato, ancora
molto tempo dopo il 1945, dallo scontro tra Oriente e Occidente nel mondo antico, non ci sono
dubbi. La favola di un’umanità greco-romana nordica che affronta il nemico semita convalidava
il postulato ideologico, appagava lo spirito in cerca di coerenza e poggiava in modo piú o meno
stabile su eredità storiografiche del XIX secolo tedesco, tutti elementi che, come afferma
Bourdieu, rendevano la credenza credibile.
La questione dell’utilizzazione del riferimento antico ci pone nel cuore della costruzione del
soggetto nazista da parte del regime: riscrivere la storia della razza, integrarvi, come difesa e
illustrazione delle sue qualità, la Grecia e Roma partecipa pienamente del progetto di
costruzione di un uomo nuovo. Ora, in che modo rinnovare l’uomo? Come liberarlo dal
Kulturbolschewismus, farne un soldato politico finalmente fiero del proprio paese, della propria
razza, devoto al Führer e pronto ad andare in battaglia?
La sua produzione fisica sarà integralmente affidata all’eugenismo, addirittura alla zootecnia
di Stato allestita dal nuovo regime, che promuove una nuova etica ed estetica del corpo, basate
per altro su un modello greco rivendicato come glorioso precedente. Lo sport, le attività del
tempo libero dell’organizzazione KdF, la promozione del corpo sano consentono l’elaborazione
fisica dell’uomo nuovo.
Al di là di tale conformazione fisica, l’uomo nuovo dovrà anche essere oggetto di una
plasmazione psicologica, affidata alla propaganda dello Stato. Questa è molteplice, varia nei
suoi vettori e nei suoi obiettivi: ricorre all’arte, ai manifesti, al discorso radiofonico, alla grande
adunata pubblica, allo slogan breve, martellante e onnipresente, ma anche alla scuola,
all’università, ai diversi organi del Partito e all’insegnamento che queste istituzioni dispensano.
L’obiettivo ultimo di tale propaganda è dotare l’uomo nuovo di una personalità, di un’identità
nuova, di fabbricare il soggetto nazista, fanaticamente votato a «Führer, Volk und Reich», come
proclamano i necrologi dei soldati caduti combattendo. L’identità richiama la questione
dell’origine: «Da dove provengo?» «Da quale razza?» «Qual è la storia del gruppo da cui sono
nato?» Gli ideologi del regime racconteranno dunque la storia della razza, le grandi gesta
dell’uomo nordico, che dota l’uomo nuovo di un nuovo passato. Il nazionalsocialismo ha dunque
suscitato quella vasta impresa di riscrittura che è l’invenzione di un passato capace di
rispondere alle esigenze di alcuni postulati ideologici di cui si è, preliminarmente, posto e
imposto il primato.
Ad essere in causa non è unicamente il passato, e la legittima fierezza che se ne può ricavare,
ma anche l’avvenire. La nuova identità cosí costruita dal discorso sul mondo antico è al
contempo origine e orientamento.
In uno dei suoi interventi pubblici, Heinrich Himmler ha cercato di collegare le tre dimensioni
del tempo: «Un popolo può vivere felicemente nel presente e nell’avvenire solo se è cosciente
del suo passato e della grandezza dei suoi antenati». Le tre dimensioni del presente, del passato
e dell’avvenire sono mescolate in questa sentenza che ci apparirà meno banale se pensiamo che
era posta in esergo a tutte le pubblicazioni dell’Ahnenerbe. Ecco dunque il senso assegnato
all’attività di tutti gli storici, archeologi, linguisti che sono stati utilizzati dall’Ordine nero per
esplorare il passato della razza e votati a preservare la sua eredità: una difesa e un’illustrazione
della «grandezza degli avi», a cui una coscienza salda e sicura deve consentire, nel presente, di
dispiegarsi in modo rinnovato.
Il mito eroico della razza ha dunque non solo una funzione costitutiva dell’identità, ma anche
una vocazione mobilitatrice: l’appello al passato è un richiamo che obbliga, la provenienza è al
contempo direzione. L’origine obbliga e insieme consola. Il gesto della razza fa del tempo un
continuum: il vettore temporale non è né discreto né divisibile. In una totale continuità logica e
ontologica, il passato genera il presente, il presente dà vita all’avvenire, secondo un’infrangibile
e duttile necessità, che è quella del determinismo razziale: buon sangue non può mentire. Quel
che è stato rimane, almeno allo stato latente di potenzialità. L’eccellenza inverata è chiamata a
manifestarsi nuovamente, anche se il tempo è turbato da incidenti, da eclissi della razza: le
guerre napoleoniche, la fine della Prima guerra mondiale e la Repubblica di Weimar
costituiscono alcuni dei periodi in cui la sua fiamma è stata spenta a causa della congiuntura,
della dissoluzione del suo sangue, della malignità del complotto.
La storia della razza insegna tuttavia a non disperare: essa è consolatrice e mobilitatrice. Il
potenziale d’eccellenza, per una necessità ontologica, troverà sempre il modo di attualizzarsi.
Si può ora comprendere meglio tutta l’importanza ideologica di una riscrittura della storia del
mondo antico, presentata come il primo grande periodo della storia indogermanica-nordica. Si
può capire come questa riscrittura non si sia limitata all’ambito neutro e riservato di qualche
opera erudita, ma sia stata oggetto di un’ampia pubblicità, assicurata da una molteplicità di
vettori. I nudi di Thorak e di Breker, l’architettura rappresentativa del nazismo, ma anche
l’insegnamento e la formazione ideologica, il cinema, la stampa, alcune delle grandi
manifestazioni del regime costituiscono altrettanti mezzi che consentono la diffusione di questa
nuova visione della storia e del passato della razza e dunque della sua identità, tutti modi di
trasmissione dell’informazione la cui coerenza e la cui uniformità producono l’Umwelt saturo di
segni univoci e unilaterali che caratterizza lo spazio totalitario. Il discorso, nel senso ampio del
termine, è qui indissociabile dalla pratica: il rapporto con il mondo antico non è solamente
espresso da parole, ma da una miriade di altre mediazioni, da pratiche che sono altrettante
messe in scena, che adottano la voce e lo spazio di questo riferimento antico, pratiche che non
hanno nulla di decorativo o di cosmetico, ma che sono intensamente significanti: porre Atena
alla testa di una sfilata dell’arte tedesca, costruire templi dorici a Monaco, progettare di
edificare un pantheon gigantesco a Berlino, disegnare stendardi romani per il partito e le SS
non ha nulla di strano ma esprime la ripresa razzista dell’identità greca e romana annessa alla
razza nordica.
Ci si ritrova cosí di fronte a una molteplicità di riferimenti all’Antichità che si integrano in un
sistema, che formano un universo simbolico da cui si deve far emergere il significato. Fedele
alla lettura hegeliana della storia come successione e mutamento degli universi simbolici, Ernst
Cassirer, nel suo Saggio sull’uomo, definisce lo storico come un linguista e la pratica della storia
come la lettura di un idioma passato, come restituzione del codice simbolico di un’epoca di cui
si può comprendere il discorso solo possedendone la chiave: non è possibile comprendere gli
strani discorsi di Rosenberg e di Hitler senza metterli a confronto con i testi degli storici
dell’epoca, i saggi dei razziologi, le sculture di Thorak, gli abbozzi di Speer. Tale intuizione ha
forgiato la vocazione e l’identità sintetica di questo libro, fortemente ispirato dalle ricerche
storiche che si sono proposte come ripresa e restituzione di un universo mentale, come il
Rabelais di Lucien Febvre, il Pensiero greco di Jean-Pierre Vernant o gli studi del filosofo e
storico Lucien Jerphagnon. Non potremmo inoltre indicare esattamente tutto ciò che dobbiamo
a Erwin Panofsky, Denis Crouzet, George Mosse e Fritz Stern.
Naturalmente, la creazione di questo universo simbolico fatto di parole, di nudi, di colonne e
di film non fu spontanea. Essa è stata in parte ereditata dal XIX secolo tedesco, ma anche
fortemente incoraggiata dalla volontà di un partito, e in seguito di uno Stato, di produrre un
discorso sulla storia con l’intento di agire di rimando sul reale.
Per rendere conto della ricchezza di questo sistema simbolico, ci siamo rivolti a una grande
varietà di fonti, che corrisponde in questo caso alla varietà dei vettori del discorso ma anche dei
temi affrontati in questo studio. La questione del rapporto con il mondo antico coinvolge gli
ideologi, gli storici, i filosofi, i teorici della razza e della colonizzazione, i registi, gli scultori, gli
architetti, gli ebanisti, gli sportivi…
Abbiamo fatto ricorso in primo luogo ai testi canonici dell’ideologia nazionalsocialista,
discorsi e scritti teorici, diari, memorie e conversazioni a tavola di Hitler, di Rosenberg, di
Goebbels, Göring e Himmler soprattutto, che fondano, stabiliscono e illustrano il dogma.
Anche la scienza dell’epoca fu arruolata, attraverso una grande quantità di articoli scientifici
provenienti da ambiti diversi come la razziologia, l’antropologia, la storia, estratti da fascicoli,
da opere collettive e da un certo numero di riviste consultate estensivamente per il periodo
1933-45. Il ricchissimo corpo iconografico tratto in particolare dalla rivista artistica ufficiale del
Terzo Reich, «Die Kunst im Dritten Reich», con la sua moltitudine di sculture, monumenti,
bozzetti, intarsi, mosaici, medaglie, timbri, carri da sfilata e manifesti, rivela l’ampia
mediatizzazione artistica del rapporto con l’Antichità.
Non ci si è dimenticati neppure della stampa, con la consultazione al Filmarchiv di Berlino di
Wochenschauen dedicate a particolari avvenimenti relativi al nostro argomento. La stampa
scritta, il «Völkischer Beobachter», «Das Reich» e «Das Schwarze Korps», settimanale delle SS,
ci ha fornito ampi contributi rispetto a eventi che interessavano il nostro tema, perfino con
riferimenti al mondo antico, come nel caso dei Giochi di Berlino e della battaglia finale del
marzo-aprile 1945. Non è mancato il cinema, con Olympia, di Leni Riefenstahl, ma anche con
un’operetta in costume, Amphitryon, di Reinhold Schünzel, cosí come l’opera lirica, con
un’opera di Richard Wagner, Rienzi, che pare avesse esercitato una forte impressione sul
giovane Hitler, e contribuito a plasmare in gran parte il suo rapporto con la storia. Al di là
dell’ambito artistico, svariati testi legislativi e regolamenti miranti a stabilire il contenuto dei
programmi scolastici di latino, di greco e di storia, ma anche le memorie che riferivano i
dibattiti preliminari che hanno accompagnato tali questioni, ci hanno a loro volta introdotto alla
diffusione del discorso sul mondo antico, proprio come i manuali scolastici e storici della
Germania, tutte opere di volgarizzazione e di insegnamento che ne sono derivate.
Gli archivi del ministero dell’Educazione del Reich, del ministero della Propaganda e della
Cancelleria ci hanno fornito chiarimenti su aspetti specifici del rapporto con l’antico: che nome
assegnare allo stadio olimpico di Berlino? greco o tedesco (1936)? quale grafia utilizzare per i
documenti del partito e dello Stato? gotico o latino (1941)?
Gli archivi di Berlin-Lichterfelde custodiscono a loro volta un’ingente quantità di fascicoli di
formazione ideologica delle varie organizzazioni del partito. Gli opuscoli delle SS, delle SA, della
Hitlerjugend, che miravano a istruire i soldati politici della nuova Germania secondo il
catechismo ideologico, riservano un posto e un ruolo significativi alla narrazione, riveduta e
corretta, della storia antica.
Come trattare questa profusione di fonti? Il problema si pone a ogni contemporaneista, ben
presto superato dall’ampiezza della materia di cui si occupa e del suo materiale. Noi abbiamo
semplicemente letto, ascoltato, osservato queste fonti per scoprire poco alla volta quali fossero
gli effetti di eco, di corrispondenza e di riflesso rivelati dal fatto di mettere a confronto e di far
parlare tra loro testi, mosaici, film, statue: quali sono i concetti e i temi ricorrenti? quali
costanti e quali ossessioni intervengono a strutturare la riscrittura della storia antica? Questi
interrogativi ci hanno permesso di far emergere l’architettura generale di un discorso di
fabulazione storica posto a servizio dell’ideologia.
Esistono tuttavia evoluzioni cronologiche nel modo in cui certi temi vengono trattati:
l’immagine di Roma, ad esempio, dipese in gran parte dal rapporto tra il Reich e l’Italia e dalla
sua trasformazione nel tempo, tra un articolo del 1935 pieno di disprezzo per il latino e l’opera
collettiva Rom und Karthago del 1942 che sigilla l’asse Roma-Berlino ricordando che Roma era
un impero indogermanico in lotta contro la semita e fenicia Cartagine, prefigurazione
dell’Inghilterra contemporanea. La diacronia si può leggere anche all’interno del discorso
hitleriano che, quando tratta di storia romana, mostra un’evoluzione rilevante da una funzione
precettistica, nel Mein Kampf, a una funzione di avvertimento, di predizione, di anticipazione
del disastro finale, nei Tischgespräche del 1942. A Landsberg si tratta di prendere ispirazione
da Roma per costruire, mentre, nel contesto radicalmente mutato del 1942, Roma sarà esempio
della resistenza a oltranza contro il nemico razziale, e infine, nel 1945, della morte clamorosa.
Il discorso sull’Antichità greco-romana possiede tuttavia una notevole coerenza. Dai canoni
dell’ideologia nazista, a partire dal Mein Kampf, agli edifici di Norimberga, passando attraverso
i manuali scolastici e gli articoli degli universitari specialisti della questione, esiste un discorso
omogeneo sul mondo antico, che fa di quest’epoca il primo e, con una parte del Medioevo
ottoniano e anseatico, l’unico grande periodo della storia indogermanica nordica, con le sue
glorie, i suoi tormenti, i suoi errori e la sua morte. L’Antichità greco-romana è oggetto di una
rilettura e di una riscrittura da parte di diversi media che, in fine, fanno sistema offrendo al
lettore, alunno, studente, spettatore e suddito del nuovo Impero, un discorso saldamente
impiantato su questo periodo.
Questa storia, in gran parte favolosa, ha reso l’Antichità greco-romana una superficie di
proiezione o di transfert di tutti i fantasmi, le ossessioni e le angosce propri del
nazionalsocialismo. Il fantasma omofilo del corpo perfetto ha cosí trovato modo di esprimersi
nella plastica impeccabile e armoniosa del corpo efebico greco. Il fantasma di una padronanza
totalitaria della società elevata a corpo di soldati politici si è alimentato del mito spartano, il
sogno egemonico di un dominio imperiale mondiale ha trovato il suo archetipo a Roma.
L’ossessione della lotta delle razze ha trovato sostegno e conferma nelle guerre persiane e nelle
guerre puniche, l’ossessione del complotto ha trovato conferma nell’irruzione del cristianesimo
orientale e semitico a Roma. Quanto alle angosce, la prima e fondamentale, quella della
finitudine, si è appoggiata alle colonne spezzate e alle rovine dei templi greci e romani, si è
allarmata per la scomparsa delle grandi civiltà antiche promesse all’eternità e improvvisamente
svanite.
Qui intendiamo esporre l’economia di questo discorso, di quest’altra storia del mondo antico,
studiando le tre funzioni che ha assolto per un partito, e successivamente uno Stato, che si
preoccupava di plasmare un uomo nuovo, di costruire un nuovo Impero, di edificare una nuova
società: una funzione di esaltazione, di modello, e di monito profetico.
PARTE PRIMA
L’annessione dell’Antichità

Oltre i tre o quattromila anni prima della nostra nascita siamo completamente liberi […]. Per
questo motivo giunsi a scrivere un giorno: All’inizio era la Favola! Questo significa che ogni
origine, ogni aurora delle cose è della stessa sostanza delle canzoni e dei racconti che
circondano le culle […]. Ogni antichità, ogni principio delle cose è solo un’invenzione favolosa
che obbedisce a leggi semplici 1.

PAUL VALÉRY

All’inizio era la favola: quella che, in Paul Valéry, era una constatazione lucida, tra disincanto
e divertimento, con l’intento di fondare una sana diffidenza nei confronti di ogni discorso delle
origini, è stata una massima nazista. Il nazismo ha insegnato ai tedeschi che ogni civiltà
conosciuta, a eccezione forse delle lontane culture precolombiane, è stata opera della razza
nordica, procedendo cosí a un’annessione simbolica in ogni direzione al solo Nord, a scopo di
difesa e di prestigio della razza, annessione che ne prefigura e ne annuncia altre, piú sostanziali
e territoriali: se la razza indogermanica ha creato tutte le grandi civiltà, i suoi discendenti piú
diretti e meno alterati, i tedeschi contemporanei, sono ovunque a casa propria. Hitler, l’artista
misconosciuto amante della bella e grande cultura, è stato un predatore di musei: i nazisti,
predatori di storia, si sono rivelati brutali conquistatori di terre di cui reclamavano che fossero
da sempre, e per essenza, irredente.
Capitolo primo
Il discorso delle origini: ex septentrione lux

Affinché il seguito sia bello, è necessario un bel principio (dal momento che l’importante è
sempre continuare bene – questa si chiama storia – conviene che tutto sia bene iniziato). Tale,
si suggerirà, è la regola, implicita ma onnipotente, alla quale si sottomette volentieri qualsiasi
collettività preoccupata di edificare – attraverso il racconto a se stessa, agli altri, alla posterità
– la propria storia 1.

NICOLE LORAUX

La storia insegna anche a sorridere delle solennità dell’origine […]. L’origine è sempre prima
della caduta, prima del corpo, del mondo e del tempo; è dallato degli dèi, e a raccontarla si
canta sempre una teogonia. Ma l’inizio storico è basso. Non nel senso di modesto, o di discreto
come il passo della colomba, ma derisorio, ironico, atto a distruggere tutte le infatuazioni 2.
MICHEL FOUCAULT

La questione dell’identità è spesso affidata a quella dell’origine: il legame tra queste due
nozioni è tale che l’esaltazione della prima passa per un abbellimento della seconda.
I nazisti hanno formulato un discorso delle origini, hanno dotato il popolo tedesco di
un’ascendenza prestigiosa atta a esaltare l’identità di un popolo severamente umiliato dalla
disfatta del 1918 raramente riconosciuta come tale e dalla pace di Versailles che fu vissuta
come un Diktat.
Questo discorso delle origini è stato formulato e diffuso attraverso vari vettori, in particolare
dalla produzione scientifica: la storia e l’antropologia, spesso considerate come scienze
ausiliarie, e poste al servizio della nuova scienza regina, la razziologia, producono cosí sotto il
Terzo Reich il discorso che si richiedeva loro. In questo, non si fanno alcuna violenza, nella
misura in cui i nazisti riprendono una vulgata piú o meno accettata dalla comunità scientifica a
partire dal XIX secolo, quella dell’origine nordica di ogni civiltà.

Identità tedesca e autoctonia.

In Che cos’è una nazione? Ernest Renan, fine conoscitore del vicino tedesco e della sua
storiografia, scrive: «Un passato eroico, grandi uomini, gloria, ecco il capitale sociale su cui
poggia un’idea nazionale» 3. Nel XIX secolo, la Germania si percepí come la späte, perfino la
verspätete Nation 4, la nazione tardiva o tarda arrivata tra le grandi nazioni europee. Il
contrasto con la Francia, in particolare, appare evidente ai tedeschi del 1800: la Francia è una
nazione unificata dall’azione dei re, in seguito dal nuovo Stato centralizzato, dal diritto e dalla
lingua resi uniformi di cui la rivoluzione si è dotata a partire dal 1789. Potente e unificata, la
Francia è la nazione vittoriosa su un Sacro Romano Impero germanico di nazione tedesca, i cui
ultimi due termini cercano ancora invano, nel disorientamento prodotto dalla disfatta del 1806,
la propria definizione.
Come definire l’identità nazionale tedesca? Essa non è di natura politica: i tedeschi,
contrariamente alla Francia, sono spezzettati in una moltitudine di piccoli Stati, regni,
principati, margraviati, città libere, vescovati e baronie, in tutto oltre trecento Stati, il cui
desiderio di potenza e di autonomia è stato lusingato dalle paci di Westfalia, nel 1648, che
hanno esteso generosamente il principio di superiorità territoriale (Landeshoheit) ben al di là
del livello del regno, pur mantenendo la finzione, di lí a poco indifendibile, dell’Impero.
L’identità tedesca è forse culturale? Sí e no: certamente, gli umanisti tedeschi hanno
celebrato fin dal Rinascimento un’identità linguistica forte, di cui Lutero erige il primo
monumento nel 1522, traducendo la Bibbia di san Girolamo. Ma la lingua tedesca non è dotata
di un’autorità regolatrice e normativa simile all’Accademia francese. Essa resta frantumata in
numerosi dialetti che conservano ancora oggi una vitalità sorprendente per l’osservatore
francese, assuefatto all’uniformità linguistica della scuola di Condorcet e di Ferry. Inoltre i
tedeschi sono divisi, dalla Riforma in poi, tra un Nord a maggioranza protestante, e un Sud
renano e alpino per lo piú cattolico. La suddivisione segue una linea che viene denominata in
modo pittoresco Weisswurstäquator, dato che Sud e Nord non condividono neppure le stesse
pratiche gastronomiche 5.
Di fronte alla sterilità di questi criteri (politico, linguistico, religioso), il XIX secolo tedesco si
orienta verso una definizione antropologica: non si dovrebbe forse cercare la misteriosa identità
tedesca nella continuità di una razza presente sul suolo germanico dall’alba dei tempi? 6.
Si tratta di una razza attestata da almeno duemila anni. Gli studiosi tedeschi dispongono dal
Rinascimento di un testo di Tacito 7 che descrive le popolazioni con le quali i romani si sono
scontrati a nord del Danubio e a est del Reno. Il De origine et situ Germanorum, redatto nel 98
dallo storico ufficiale dei Flavi, conferisce tutta la patina di un’antichità prestigiosa a
popolazioni che erano prive di memorie scritte. I sudditi del regno di Francia, e
successivamente i francesi, hanno potuto molto presto avvalersi del racconto di Cesare, che
conserva e alimenta devotamente la memoria dei galli. I tedeschi ormai hanno la loro Germania:
la penna di uno scrittore romano ha il valore, per le nazioni in divenire, di un certificato di
Antichità, dell’attestazione di un’esistenza remota, dunque venerabile, e di una permanenza
attraverso la storia, fino al tempo presente 8.
La Germania è popolata da germani. Da dove vengono? Tacito propone una genealogia
affrettata delle popolazioni germaniche. Evidentemente a corto di immaginazione, non sapendo
a chi collegarli, formula, nel secondo paragrafo del suo testo, un’idea ereditata dai greci, e
destinata a un chiaro e duraturo successo, immergendo le radici dell’albero genealogico nelle
profondità di una terra madre:

Quanto ai Germani, crederei che siano autoctoni e in minima parte mescolati con altri popoli
per immigrazioni e ospitalità 9.

Queste due parole, Germanos indigenas, contribuiscono a fondare il mito dell’autoctonia


germanica: in latino, l’aggettivo indigena-ae, è derivato da unde, pronome relativo o
interrogativo che designa l’origine, e che ha per correlativo inde. L’indigena è dunque «colui
che viene da là», dal posto considerato. Questa parola latina, utilizzata da Tacito, corrisponde
con grande precisione all’idea espressa dalla duplice radice greca del termine autoctono: i
germani sono nati da sé (auto), senza aggiunta, apporto o aggregazione di popolazioni esogene,
dalla propria terra (-ctono), come gli ateniesi, i quali fondavano la consapevolezza della propria
superiorità tra i popoli ellenici sulla convinzione di essere autoctoni e non allogeni immigrati,
come ad esempio i lacedemoni, provenienti dall’immigrazione dorica 10. A questa autoctonia,
generazione spontanea di un popolo nato dal suo stesso suolo, vera partenogenesi di una terra
fertile, intrisa di sangue, si associa il secondo topos di un’identità tedesca fantasmatica, quella
della purezza. Nate senza mescolanza, le popolazioni germaniche non hanno mai conosciuto la
commistione con altri popoli:

Io mi associo all’opinione di quanti ritengono che i popoli della Germania, non macchiati da
alcun matrimonio con altre genti, siano rimasti una stirpe distinta, pura e simile solo a se
stessa 11.

Tacito conferisce dunque ai germani una genealogia antica, e pertanto lusinghiera, oltre che
un’identità fisica e morale migliorativa. La monografia etnografica di Tacito alimenta lo
stereotipo antropomorfico che ha definito, trovando molti eredi, il germano, e successivamente,
per diritto di legittima successione, il tedesco. Questo corpo viene dotato di notevoli qualità
morali. Nel complesso, l’etnotipo germanico è presentato in modo positivo, sia fisicamente che
moralmente. È cosí aperta la strada a una ricezione favorevole e duratura di Tacito nel quadro
di un processo di definizione identitaria.

Migrazioni ariane e vicissitudini di un mito.

Nei secoli successivi alla sua riscoperta, tra il 1450 e il 1500, La Germania di Tacito e le idee
che essa propone saranno associate a varie speculazioni sulla purezza, la centralità e
l’universalità della sostanza tedesca.
Il mito dell’autoctonia sarà tuttavia fatto vacillare e messo in discussione da un nuovo
discorso delle origini, che s’impone agli studiosi occidentali del secolo dei Lumi: la tesi
dell’origine indiana delle popolazioni dell’Europa occidentale.
I miti d’origine di cui si dotano le popolazioni europee che si stanno formando convergono
tutti verso una fonte comune: la radice adamitica, attestata dalle Scritture, verità rivelata e
incontestabile. Tutti questi discorsi operano una sintesi tra rivelazione biblica, Antichità e
mitologia classica, all’interno di un grande affresco unificante e ab Adam della storia umana.
L’origine adamitica dell’umanità ha rappresentato un problema nel XVIII secolo, in quanto il
mito delle origini è al contempo ebraico e scritturale. Entra dunque in netto conflitto con
l’anticristianesimo e l’anticlericalismo di molti spiriti illuminati del tempo. Uno spirito libero
non può accettare di vedere nella Scrittura la fonte insuperabile di ogni verità. Preferisce
piuttosto basarsi sulla scienza (storica, linguistica, geografica, eccetera) per elaborare ipotesi
sull’origine di segno alternativo.
Il carattere ebraico del mito adamitico si scontra inoltre con la giudeofobia del tempo.
Eredità cristiana, saldamente ancorata nella mentalità occidentale, l’antigiudaismo è un
sentimento ambivalente di diffidenza, talvolta di disprezzo, persino di odio, unanimemente
condiviso, anche dall’abbé Grégoire che pure difese la causa dell’emancipazione ebraica. Il mito
adamitico stabilisce una parentela con gli ebrei, parentela e origine semitica a cui molti
pensatori non possono rassegnarsi.
Il XVIII secolo si dedica pertanto all’elaborazione di discorsi alternativi. Si cerca la culla
dell’umanità non piú in seno ad Adamo e nella Palestina dei profeti, ma in India, e l’ipotesi
indiana viene difesa in particolare da un grande anticlericale e costitutivamente giudeofobo
come Voltaire. Tale ipotesi farà nascere il mito ariano, di cui Léon Poliakov ci ha fornito la
storia 12.
In quell’epoca, l’India è conosciuta sempre piú approfonditamente grazie ai viaggi di
esplorazione e di conquista condotti dai britannici. I racconti di viaggio riferiscono le meraviglie
della cultura indiana. Un clima di anglofilia generale contribuisce alla diffusione di queste idee
in tutta la Repubblica delle Lettere europea. Sempre in quel periodo, alcuni geografi formulano
l’ipotesi di un’anteriorità dell’India rispetto a tutte le altre terre emerse: dato che la presenza di
conchiglie sulla quasi totalità della superficie del globo corrobora il mito del diluvio, si reputa
che l’umanità abbia potuto sopravvivere solo sulle vette piú alte della terra, che si trovano
appunto in India.
L’origine indiana soddisfa anche i cristiani dalla fede piú fervida. Dopo tutto, il giardino
dell’Eden è situato da qualche parte a est, e le meraviglie delle Indie ricordano molto da vicino
quelle del paradiso terrestre che, a partire dal Medioevo, si pretende di localizzare e di
cartografare. Per altro, il monte Ararat sul quale trovano rifugio Noè e la sua arca potrebbe
benissimo essere l’Himalaya.
L’ipotesi indiana è apparentemente confermata dalle acquisizioni della nascente linguistica
comparata. Nel 1788, un giudice britannico di stanza nel Bengala, William Jones, per ingannare
la noia, pronuncia alcune conferenze in cui stabilisce l’esistenza di una parentela tra il
sanscrito, la piú vecchia lingua indiana, e le lingue europee antiche e moderne, latino, greco,
tedesco, inglese, francese. Sottolinea omologie di struttura grammaticale e affinità lessicali. La
conclusione è d’obbligo: il sanscrito è la lingua originaria, la matrice degli idiomi
contemporanei, che ne sono tutti derivati. Un’altra induzione che se ne trae è che tale lingua
abbia potuto diffondersi attraverso l’Europa solo grazie al fatto che gli Indiani, popolo
originario, sono arrivati a conquistare e popolare questa stessa Europa. L’umanità occidentale
moderna discende dunque direttamente dagli invasori indiani, che il XIX secolo chiamerà
indoeuropei, tribú bianche e superiori, creatrici di cultura, che un bel giorno scesero per i
pendii delle cime da cui provenivano per percorrere e sottomettere il vasto mondo, e cosí creare
ogni civiltà.
L’indologia nasce e s’impone dunque come scienza degli antenati. Nel 1808, lo scrittore,
storico e filosofo tedesco Friedrich Schlegel pubblica il suo saggio Sulla lingua e la sapienza
degli Indiani 13, diventando cosí il primo indologo. È sempre Schlegel che, nel 1819, in un altro
dei suoi scritti, introduce in tedesco il termine Arier per designare queste popolazioni di
conquistatori migratori che avrebbero dato nascita alle lingue, popolazioni e culture europee
moderne. Schlegel mutua questo termine dal sanscrito arya, che significa nobile, vocabolo nel
quale Schlegel crede di scoprire, per paronimia, l’origine del termine tedesco Ehre, che
significa onore.
I tedeschi, piú dei francesi e dei britannici, s’impadronirono dunque volentieri di questo mito
originario e si attribuirono una genealogia ariana. Al punto che, oltre all’espressione ariano, si è
creato il termine di Indo-germane(-n) 14, con l’aggettivo corrispondente indogermanisch, per
designare non solo i gloriosi antenati, ma anche le popolazioni contemporanee che ne
discendono, e di qui si postula che esse abbiano conservato, su terre germaniche ancora
immacolate, un po’ della loro purezza immemoriale: la filiazione linguistica diretta lascia
congetturare una filiazione razziale altrettanto chiara ed evidente. In Germania, dunque,
l’indomania si trasforma in germanomania: gli indiani hanno fecondato la terra tedesca dandovi
nascita al popolo germanico, o indogermanico, o ancora ariano.
Tutte le menti illuminate del tempo concordano con questo nuovo mito delle origini. Hegel gli
conferisce la consacrazione accademica e lo eleva a livello metafisico delineando, nelle sue
Lezioni sulla filosofia della storia, il cammino dello spirito del mondo, il Weltgeist che, nato in
Oriente, procede da est a ovest per trovare la sua piena realizzazione in Occidente, nella libertà
germanica. Ripete questa tesi Jacob Grimm, nella prefazione alla sua Geschichte der deutschen
Sprache (1848).
Dobbiamo dire che la Germania dell’inizio del XIX secolo tende con particolare forza alla
ricerca di un’identità in quanto si trova di fronte all’occupazione napoleonica. Il mito ariano
conferisce alla Germania una singolarità e un’identità irriducibili a ogni altra nazione, in quanto
i tedeschi arrivano rapidamente alla conclusione che la loro patria sia la terra d’elezione degli
invasori ariani.
O meglio, i tedeschi, che hanno dapprima trovato in India la loro Urheimat ariana,
trasferiranno progressivamente questa culla dell’umanità verso ovest per localizzarla infine sul
territorio dell’attuale Germania e della Scandinavia.
La tesi dell’origine nordica di ogni civiltà diviene la vulgata originaria dei movimenti
nazionalisti e razzisti che si sviluppano in Germania e in Austria nella seconda metà del XIX
secolo: l’unica razza creatrice è la razza indogermanica o nordica, ogni cultura proviene dal
Nord guerriero e creatore che ha dato nascita alle grandi civiltà del mondo.
La letteratura di propaganda di questi movimenti razzisti 15, che il giovane Hitler leggeva
ampiamente nelle ore d’ozio del periodo viennese 16, è stata l’elemento mediatore tra il mito
ariano del XIX secolo e il movimento nazista. La lettura delle pagine degli ariosofi Guido von List
e Jörg von Liebenfels 17 ha ispirato direttamente la stesura del grande discorso ideologico e
programmatico tenuto da Hitler il 13 agosto 1920, a Monaco, dal promettente titolo «Perché
siamo antisemiti?» Hitler risale qui all’origine dei due principî razziali, ariano ed ebraico, e fa
della tesi dell’origine nordica la vulgata «razziogenetica» della Nsdap 18:

Negli impressionanti deserti ghiacciati del Nord, viveva una razza di giganti che avevano
conquistato forza e salute grazie a una selezione razziale […]. Ora, queste razze che noi
chiamiamo ariane diedero vita a tutte le grandi civiltà che sono venute dopo […]. Sappiamo che
sono stati immigrati ariani ad aver donato all’Egitto la sua alta civiltà, la stessa cosa è accaduta
per la Persia e la Grecia. Questi immigrati erano ariani biondi con gli occhi azzurri, e sappiamo
che, al di fuori di questi paesi, sulla terra non è stata fondata alcuna altra civiltà 19.

Alle fonti dell’indogermanità: il nordicismo di Hans Günther.

La tesi dell’origine nordica dell’umanità indoeuropea è difesa nel campo accademico e tra il
grande pubblico dal razziologo ufficiale della Nsdap, Hans Friedrich Karl Günther (1891-1968),
erudito puntiglioso e volgarizzatore prolisso del vangelo razziale nordico.
Originario di Friburgo in Brisgovia, dove studia biologia e antropologia fino al dottorato,
Hans Günther è un fervente nazionalista, che ha combattuto nelle trincee della Prima guerra
mondiale prima di essere annoverato tra i «proscritti» 20, desperados e pronti a tutto sino alla
fine, che vengono ingaggiati negli scontri dei corpi franchi fino al 1921.
Libero docente in Svezia e in Norvegia durante gli anni Venti, Günther diventa celebre in
Germania per un’abbondante attività editoriale, che fa di lui il papa della Rassenkunde, la
scienza delle razze o razziologia, di cui le sue opere diventano il medium popolare: la sua
Razziologia del popolo tedesco vende 270 000 copie dalla prima edizione del 1922, all’ultima
del 1943. Questo successo, insieme ad altri, fa sí che, all’interno del partito, gli venga attribuito
l’eloquente e «simpatico» nome di Rassengünther, «Günther-la-razza».
Vicino ai nazisti, senza essere membro del partito prima del 1932, Günther pubblica le sue
opere presso l’editore monacense Julius Friedrich Lehmann (1864-1935), che nel 1890 aveva
fondato il J. F. Lehmanns Verlag 21, diventato ben presto l’intermediario di tutti i discorsi
pangermanisti e razzisti. Lehmann è stato un nazista della prima ora. Ha aderito alla Nsdap nel
1920, dopo esser transitato attraverso i corpi franchi, e pubblica, oltre a Günther, Eugen
Fischer, Paul Schultze-Naumburg, Richard Walther Darré, Ferdinand Ludwig Clauss, e molti
altri punti di riferimento della letteratura razzista del tempo.
Günther promuove una vulgata razzista, nutrita di Gobineau, di Vacher de Lapouge, di
Chamberlain e degli specialisti tedeschi della preistoria: le razze pure sono certamente
scomparse (Gobineau), ma una politica razzista di Stato, un criterio selettivo attivo e volontario
ispirato a Vacher possono consentire di rafforzare l’elemento nordico in Germania e di
avvicinare cosí il popolo tedesco all’idealtipo delle origini.
Günther non è mai riuscito a ottenere un corso istituzionale e statutario nell’università
tedesca prima del 1930. È l’anno in cui la Turingia è governata dalla prima maggioranza
nazionalsocialista in un Land tedesco. Il ministro dell’Interno nazista della Turingia, Wilhelm
Frick, lo chiama all’Università di Jena, dove viene creata per lui la cattedra di razziologia.
Günther pronuncia la sua lezione inaugurale il 15 novembre 1930, alla presenza dei vertici del
partito: oltre a Göring, Sauckel, Darré e Frick, Hitler è venuto di persona ad ascoltare il
maestro.
L’ascesa dei nazisti al potere conferma il suo credito politico e consolida il suo magistero
scientifico: nominato professore dell’Università di Berlino nel 1935, e successivamente di
Friburgo nel 1939, egli ispira la stesura delle leggi di Norimberga con la sua attività all’interno
del Comitato di esperti per la politica demografica e razziale (Sachverständigenbeirat für
Bevölkerungs- und Rassenpolitik) del ministero dell’Interno del Reich, dove è nominato nel
1933. Günther viene ricoperto di onori: nel 1935 riceve lo Staatspreis der Nsdap für
Wissenschaft, prima che Hitler gli attribuisca il premio Goethe per l’arte e la scienza oltre al
Goldenes Parteiabzeichen della Nsdap nel 1941, onorificenza rara, che contrassegnava
esclusivamente i servigi piú alti resi alla causa nazista.
Günther è divenuto il campione dell’origine nordica delle grandi civiltà, una tesi che ha
sostenuto all’interno di opere generali sulla razziologia della Germania e dell’Europa, ma anche
in due monografie dedicate all’Antichità greco-romana e alla storia razziale dell’India.
Il fatto che ogni cultura provenga dal Nord è un’evidenza incontestabile, come tutto ciò che
ha a che fare con la razza nordica e con la sua eccellenza. Günther confuta dunque
risolutamente i sostenitori della tesi indiana, vale a dire asiatica, contro i quali polemizza
puntigliosamente, moltiplicando le contro-argomentazioni: chiunque sostenga la tesi della
provenienza asiatica dovrebbe addurre le prove di un’immigrazione di élite indogermaniche
verso il IV e III millennio prima della nostra era, ma «la ricerca preistorica non ha rilevato
alcuna migrazione di tal genere» 22.
La scienza preistorica ha abbandonato la tesi, fondamentalmente veterotestamentaria, della
provenienza asiatica: «Non c’è dunque da stupirsi del fatto che la ricerca preistorica […] abbia
abbandonato la vecchia ipotesi dell’immigrazione asiatica degli indogermani, un’ipotesi tratta in
fondo dall’Antico Testamento» 23. Basta menzionare l’Antico Testamento, giudaico e cristiano,
per squalificare la tesi della provenienza asiatica, oltraggio contro la razza nordica e macchia
sul blasone delle sue origini: come accettare che un’umanità superiore provenga dall’Est 24, che
i germani vengano dall’Asia? Nella stessa opera Günther se la prende con i suoi contraddittori,
indicandoli per nome, introducendo cosí il lettore alla complessità dei dibattiti e riconoscendo in
tal modo che la sua ipotesi non è né evidente né univoca.
In un’opera estremamente divulgativa, la Piccola razziologia del popolo tedesco 25, Günther
assume un tono piú assertorio, proponendo una sintesi semplificatrice e risparmiando al lettore
la ricostruzione dettagliata dei dibattiti, il peso sottile degli argomenti e la complessità delle
ipotesi. L’opera vuole essere in questo caso immediatamente pedagogica, e il tono risolutamente
affermativo: «Bisogna cercare la patria originaria della razza nordica nelle regioni dell’Europa
paleolitica che non erano ricoperte dai ghiacci» 26.
Günther martella la tesi della provenienza nordica, una tesi che non è data per scontata nel
mondo universitario e scientifico, come nota il suo collega e complice Carl Schuchhardt, in un
articolo dedicato alla Indogermanizzazione della Grecia: anche se «la tesi di una patria degli
indogermani nell’Asia centrale, che la linguistica comparativa ha proposto, cent’anni fa, in uno
slancio di audacia giovanile non svolge piú oggi alcun ruolo scientifico», l’inerzia delle
rappresentazioni e la pesantezza delle eredità intellettuali la mantengono artificialmente in vita,
cosí che «anche tra le persone colte ci si trova di fronte a sorpresa quando si afferma che i
nostri antenati germanici e tutti i loro parenti, i celti, gli italici, i greci […] non hanno nulla a
che vedere con l’Asia e provengono dall’Europa del Nord e del Centro, da dove si sono diffusi
verso il sud e l’est, e fino in India» 27.
Alla fine Günther riesce a imporre questa tesi grazie al carattere piú o meno categorico e
reiterativo delle sue sovrabbondanti pubblicazioni. Per sostenere il suo discorso, deve
bersagliare il cuore dell’ipotesi asiatica per distruggerlo. Dedica dunque un’intera monografia
alla questione dell’origine nordica degli indogermani d’Asia. In un’opera del 1934, La razza
nordica degli indogermani d’Asia. Contributo alla questione dell’origine e della provenienza
razziale degli indogermani 28, viene passata in rassegna la genealogia degli iraniani, degli
indiani, dei persiani e degli afghani: se questi popoli dell’Est, in ciò che hanno di migliore e di
piú elitario, e, innanzitutto, nell’Antichità, provengono dal Nord, la vecchia chimera dell’ex
oriente lux è liquidata. Günther toglie alla sua tesi ogni carattere ipotetico o condizionale, e la
impone dopo il 1933 come un’evidenza grazie ai mezzi di censura e di accentramento
intellettuale del partito-Stato.
Tale tesi è convalidata dai tre lanzichenecchi della razziologia medica: Eugen Fischer, Erwin
Baur e Fritz Lenz 29, autori di una summa di consultazione sul razzismo scientifico e
l’eugenismo. Il «Baur-Fischer-Lenz», come era designato all’epoca, fa della Persia, dell’India,
dei greci e dei romani altrettanti esempi del destino nordico 30. Nel volume che dedica
all’eugenismo, Lenz moltiplica i riferimenti alla storia greca e alla storia romana 31, considerati
tutti come esperienze indogermaniche che è utile conoscere per trarne insegnamenti
contemporanei.
Oltre agli ambiti della biologia e dell’eugenismo, la tesi nordica attecchisce in quelli
dell’antropologia e dell’archeologia, attraverso numerose pubblicazioni: la rivista della
Ahnenerbe delle SS moltiplica i contributi che mirano a esemplificarla per radicarla
efficacemente nei circoli accademici. Il suo direttore, Walther Wüst, compone una sintesi su La
Germania e l’India 32, mentre l’archeologo Franz Altheim, estremamente prolifico, dedica una
serie di articoli a Germani e iraniani 33, oltre che, piú specificamente, alla runa dell’alce 34,
presente in tutta la zona indogermanica, proprio come la figura del cervo 35, oggetto di un
importante bestiario nelle stesse regioni: la diffusione di questi simboli e delle forme artistiche
che vi sono legate 36 è una testimonianza abbastanza esplicita della solidarietà degli spazi
coinvolti, dunque della loro comune appartenenza razziale. Da una identica sostanza razziale
derivano uno stesso spirito e una stessa cultura: si procede, secondo una logica rigorosamente
deterministica, dal corporale allo spirituale, dal biologico al culturale.
L’identità del sangue, l’identità di un patrimonio razziale comune è dunque al contempo
identità di un patrimonio culturale e simbolico comune. Poiché un identico sangue genera
simboli identici, gli indogermani parlano lingue imparentate tra loro, provenienti dalla stessa
lingua originaria nordica, e parlano anche una stessa lingua simbolica, come attestano questi
temi, oltre al motivo della croce uncinata. I simboli comuni sono altrettante prove, cosí come gli
usi del fuoco 37. I riti germanici del solstizio ricordano gli usi del fuoco sacro, devotamente
conservato e trasportato dai greci, gelosamente custodito dalle vestali romane. In fondo, il
razziologo pensa, lavora e agisce come un antropologo che abbia dimenticato la nozione di
cultura a favore della sola natura.

La vulgata nordicista della Nsdap.

Cornelia Essner mostra, nell’opera che ha scritto con Édouard Conte, come il nordicismo di
Günther negli anni 1933-34 si sia imposto nel partito e nel paese 38. Aderendo all’idea nordica,
Günther si schierava con le truppe piú radicali dell’area völkisch. Le sue idee, uscite dalla
letteratura razzista e nazionalista della seconda metà del XIX secolo, alimentano a loro volta il
discorso dei razzisti piú convinti del partito, che si muovono nell’ambito delle SS: Himmler,
Richard Darré, Alfred Rosenberg diventano i celebratori dell’idea nordica, che viene a conferire
un fondamento storico e razziale legittimo a ogni futura politica di conquista e di annessione,
nella misura in cui l’idea di razza nordica conquistatrice è, per definizione, solidale all’idea di
un Grossraum indogermanico passato e futuro. È significativo che l’opposizione all’idea nordica
venga dai ranghi delle SA, l’ala sinistra del partito, quel nazismo rosso-nero che accetta di
malgrado la dottrina elitaria ed esclusiva di un’aristocrazia nordica minacciata dalle altre
componenti razziali del popolo tedesco contemporaneo, di cui Günther, Darré e le SS
denunciano la «denordificazione» (Entnordung) dall’effetto deleterio. L’eliminazione dei piú
importanti capi SA nella notte dei lunghi coltelli del 30 giugno 1934, la squalificazione politica
di questa truppa popolare e popolosa della manovalanza nazista, aumenta il peso delle SS e del
loro mentore razziale Günther.
L’origine nordica di ogni civiltà indoeuropea non appartiene piú all’ordine dell’ipotesi, ma
diventa un dogma di Stato, un dogma che Günther formula con lirismo in una delle sue opere
piú celebri. Nella sua Razziologia del popolo tedesco, Günther, riprendendo lo storico medievale
dei goti, Jordanes, ricorda che «gli scrittori dell’Antichità hanno chiamato il Nord dell’Europa la
matrice dei popoli (vagina nationum)» 39.
La formazione ideologica interna delle SS riprende docilmente il dogma güntheriano alla
lettera. Alle truppe dell’Ordnungspolizei si insegna dunque che «la patria della razza nordica si
trova nell’Europa dell’Ovest, del Nordovest e nell’Europa centrale dell’epoca glaciale. Il nucleo
geografico della razza nordica ingloba i territori dell’attuale Turingia, del Mare del Nord e del
Mar Baltico, dello Jutland e della Scandinavia» 40. Nel suo numero iniziale, il settimanale SS
«Das Schwarze Korps» propone invece come culla originaria il Polo Nord 41.
La vulgata nordica, sostenuta dai razziologi e dagli antropologi, viene inoltre ripresa senza
discussioni dagli storici dell’Antichità classica, felicissimi di legittimare il loro campo di studi
grazie a questo aggiornamento razziale. Le scienze dell’Antichità diventano cosí una branca
degli studi nordici 42.
Il discorso politico ufficiale della Nsdap promuove la tesi delle origini nordiche. Abbiamo
visto che ben presto, già dal 1920, Hitler ne aveva fatto la vulgata del partito 43. Nel decennio
seguente, tale discorso viene continuamente reiterato da colui che è considerato l’ideologo per
eccellenza del partito, Alfred Rosenberg, «incaricato dal Führer della missione del controllo e
dell’educazione ideologica della Nsdap» a partire dal 1934.
Questa nuova versione del mito ariano consente di fatto l’annessione dell’Antichità greco-
romana e delle altre prestigiose civiltà del mondo antico alla storia della razza germanico-
nordica. Nella prima versione del mito, la Grecia e Roma restavano periferiche, come
decentrate rispetto al cuore della storia della razza: greci, romani e germani erano solamente
imparentati. Benché membri di una stessa famiglia, non esitavano, come mostra la loro storia,
in particolare la guerra del Peloponneso e la caduta di Roma 44, a combattersi e ad annientarsi
reciprocamente.
Facendo della Germania attuale la Urheimat di una razza germanico-nordica, il mito ariano
dei nazisti risolve queste contraddizioni storiche collegando i diversi rami in una relazione che
non è piú di semplice parentela ma, questa volta, di filiazione. Il tronco dell’albero genealogico
razziale è germanico-nordico, e le sue diverse ramificazioni sono greche, romane, indiane,
persiane.
Mentre il ceppo della razza originaria è rimasto fissato nel suolo della Germania, i diversi
rami si sono estesi lontano dal territorio natale. Sono emigrati fuori dalla Germania, verso le
contrade piú clementi del Sud, in Grecia, in India e a Roma in particolare, dove hanno dato
nascita a prestigiose culture e a potenti civiltà. La paternità della cultura greca e dell’Impero
romano risale dunque alla razza germanico-nordica: il Partenone e l’Acropoli, l’Apollo del
Belvedere e il Pantheon di Agrippa sono espressioni, oggettivazioni dell’identico genio razziale
nordico.

L’ariano, «Prometeo dell’umanità».

Che ogni civiltà venga dal Nord è ripetuto ossessivamente da Hitler. Nel Mein Kampf, il
Führer propone una tipologia culturale dei popoli, in cui definisce l’ariano come il solo creatore
di cultura, un Kulturbegründer che in seguito contrappone a lungo all’ebreo, parassita
distruttore delle civiltà ariane:

Se si dividesse l’umanità in tre categorie, i creatori di cultura, coloro che la trasmettono e i


distruttori di cultura, allora solamente l’ariano potrebbe essere considerato come
rappresentante della prima. È da lui che provengono le fondamenta e le mura di tutte le
costruzioni umane, e solo la forma esteriore e i colori sono determinati dalle caratteristiche di
ciascun popolo. L’ariano offre le basi e i progetti di ogni progresso umano 45.

Nel passo citato sopra, Hitler assimila l’ariano alla figura mitologica di Prometeo. L’ariano è il
«Prometeo dell’umanità e dalla sua fronte luminosa è scaturita, in ogni tempo, la scintilla divina
del genio» 46. Hitler si serve dunque di un’allegoria greca per tradurre questo suo pensiero:
portatore di fuoco e di luce, Prometeo ha recato agli uomini ogni luce, cosí come i greci, uomini
nordici, hanno posto le fondamenta della cultura europea occidentale.
Il tema di Prometeo è, di fatto, un motivo ricorrente della scultura nazista. A partire dal 1937,
nel cortile d’onore della Nuova Cancelleria del Reich edificata da Speer, i visitatori sono accolti
da due guerrieri nudi scolpiti da Breker, che fiancheggiano da una parte e dall’altra l’entrata
principale del palazzo. Il primo nudo, armato di spada, rappresenta la Wehrmacht, il secondo,
che porta una fiaccola, rappresenta il partito. Il riferimento a Prometeo in questo caso non è
esplicito nel nome dato alla statua (Die Partei), ma l’effetto di citazione mitologica e di eco del
discorso citato sopra dal Mein Kampf è assicurato dalla presenza della fiaccola. Sappiamo per
altro che Breker ha rielaborato il tema di Prometeo per una statua di dimensioni gigantesche
realizzata nel 1938. Il partito, procurando fuoco e luce, guida il popolo tedesco fuori dalla notte
della sua eclissi storica, verso una lucidità, una dignità e una potenza ritrovate, obbedendo in
tal modo all’ingiunzione «Germania, svegliati!» 47 incisa come parola d’ordine su tutti gli
stendardi del partito.
Nel 1938, un timbro emesso dalla Reichspost per commemorare il quinto anniversario della
presa del potere rappresenta, in un doppio effetto di citazione prometeica e olimpica, il busto di
un atleta tedoforo, sullo sfondo della Porta di Brandeburgo, Arco di Trionfo che celebra la forza
e la vittoria. Queste rappresentazioni non sono riservate agli edifici pubblici del regime, in
quanto l’iconografia pubblica investe anche gli spazi privati: il tema del risveglio e l’opposizione
tra la notte e la luce vengono cosí tematizzati dal Prometeo di Josef Wackerle (1939), destinato
a ornare un edificio residenziale di Jena: l’uomo con la fiaccola qui illumina e guida una donna
inginocchiata davanti a lui.
La presenza di Prometeo nel discorso politico e artistico nazista è forse dovuta alla
mediazione di Goethe. Nel suo poema Prometheus (1776), monumento della Weimarer Klassik e
conosciuto da tutti gli scolari tedeschi, Goethe canta il coraggio di colui che si rivolta contro
l’ordine degli dèi per diventare padrone del proprio destino. Anche le scuole del partito sono
poste sotto il segno di Prometeo, della luce e del volontarismo di un uomo che, da solo,
costruisce la propria storia. Le élite della Nsdap formate nelle Ordensburgen sono a loro volta
chiamate a incarnare questo Prometeo di pietra, metafora del partito e del suo ruolo nel destino
del popolo tedesco. La Sonnwendplatz dell’Ordensburg Vogelsang 48, luogo di celebrazione dei
solstizi, è dunque ornata da un Prometeo, opera dello scultore Willi Meiler. Il muro decorato da
questo bassorilievo ha incisa una dedica agli allievi della scuola: «Voi siete i portatori di fiaccola
che illuminano la nazione».

Confucio biondo con gli occhi azzurri ovvero: nulla di grande è stato compiuto senza ariani.

Parodiando Hegel 49, potremmo cosí definire uno dei principî cardinali che ispirano la
riscrittura della storia a opera dei nazisti. Il ragionamento è circolare: il principio «nulla di
grande si è compiuto senza ariani» è un postulato che il racconto storico pretende di
convalidare con l’illustrarlo. Se la preistoria germanica lascia talvolta in dubbio l’ammiratore
delle grandi civiltà appassionato delle antichità mediterranee e orientali della Museumsinsel di
Berlino, il sentimento identitario nazionale si rinforza nella convinzione che, come vuole la
vulgata ariana o indogermanica, tutte le grandi civiltà della storia universale siano creazioni
espresse dal genio nordico. Se il Nord tedesco è rimasto per millenni culturalmente arretrato, la
colpa, secondo Hitler, è da attribuire sicuramente all’asprezza del clima, meno favorevole al
fiorire della creatività nordica, o a ogni altro fattore storico che un’argomentazione forzata
riterrà opportuno mobilitare.
Il discorso delle origini nordiche di ogni civiltà consente dunque di annettere alla razza
indogermanica il prestigio, la gloria e la grandezza accumulati da millenni di civiltà
mediterranee e orientali. La nostra indagine si concentra sui greci e i romani, poiché restano
coloro a cui il discorso ideologico, l’arte e la storiografia del tempo prestano la maggior
attenzione, ma potrebbe essere divertente, perché ancora piú capace di sorprendere, vedere
quale sorte è riservata all’Antichità egizia o, benché piú di rado, a quella cinese 50.
Ovunque s’incontri una civiltà prestigiosa, ecco che élite di origine nordica sono arrivate,
hanno vissuto, hanno vinto, creando mondi ricchi e raffinati, opere d’arte, eserciti, Stati,
piramidi e grandi muraglie. È vero che queste élite conquistatrici e creatrici sono state, in
seguito, sommerse o razzialmente alienate da altre popolazioni qualitativamente inferiori ma
numericamente superiori, il che spiega il fatto che gli egiziani odierni siano di pelle olivastra o
che i cinesi soccombano al cattivo gusto di avere un aspetto giallo-bruno e gli occhi a mandorla.
Resta che non è possibile comprendere la ricchezza culturale e la grandezza storica di queste
civiltà se non si fa intervenire un principio generatore nordico. Per Hitler, non c’è dubbio che gli
egizi siano stati ariani, prima che una inopportuna mescolanza razziale con elementi asiatici e
semitici alterasse la loro pelle bianca. In una delle sue conversazioni a tavola, il Führer va in
estasi davanti alla bellezza del corpo egizio, paragonabile a quello dei greci:

Guardiamo i greci, che erano anche germani: vediamo in essi una bellezza che supera di
molto ciò che possiamo mostrare oggi […]. Se mi spingo ancora piú lontano nel passato, vedo
che gli egizi, nell’epoca precedente, erano uomini ugualmente maestosi 51.

Gli egizi sono dunque stati, originariamente, alti biondi dolicocefali dagli occhi azzurri, come
del resto i cinesi. In un piccolo opuscolo di razziologia comparata, Richard Darré riconduce a
una medesima filiazione indogermanica gli spartani di Licurgo e i cinesi di Confucio, di cui
descrive il fenotipo in questi termini:

I cinesi delle classi superiori – i membri dell’élite, dunque, come Confucio – […] non erano
molto lontani dal tipo d’uomo di razza nordica […]. Tutto tende a provare che almeno la classe
dominante cinese fosse bionda con gli occhi azzurri, dunque di ascendenza ariana-
indogermanica 52:

Se l’argomento fisico formulato può lasciare perplesso il lettore, Darré aggiunge prove di
ordine culturale 53: i cinesi hanno un diritto patriarcale, come ogni popolo ariano che si rispetti,
e fanno ampio uso della musica nell’educazione dei loro figli, proprio come gli spartani 54. Quod
erat demonstrandum.

Hegel riorientato, ovvero la grande migrazione dal Nord al Sud.

Contro l’antico adagio ex oriente lux, i nazisti difendono dunque un’altra concezione della
storia della civiltà: ex septentrione lux. È dal nord, dal settentrione, e non dall’est, dall’oriente,
che proviene ogni luce.
Sostenitore della prima versione del mito ariano, quella dell’origine indiana, e sensibile alla
tesi antica e medievale della translatio studii et imperii dall’est verso l’ovest, Hegel aveva
definito la migrazione del Weltgeist come un movimento dall’oriente verso l’occidente, a
immagine del movimento quotidiano del sole. Lo spirito del mondo che, come il sole, inonda gli
uomini di luce, procede da levante a ponente. Evocando «il gran giorno dello spirito» 55, Hegel
scrive in uno slancio interessato di ispirazione teleologica: «la storia del mondo va da oriente a
occidente: l’Europa è infatti assolutamente la fine della storia del mondo, cosí come l’Asia ne è
il principio» 56, essendo il terminus ad quem ontologicamente e assiologicamente superiore al
terminus a quo.
Alla riscrittura del mito ariano corrisponde, nei nazisti, la formulazione di un’altra filosofia
della storia, con senso rovesciato rispetto a quello di Hegel. A rendere giustizia al Nord è
Rosenberg, che si contrappone sistematicamente all’epopea hegeliana dello spirito, come in
questo passo de Il mito del XX secolo: «Il senso della storia, che s’irradia dal Nord, ha marciato
sul mondo intero, trasmesso da una razza di uomini biondi dagli occhi azzurri che, nel corso di
numerose ondate migratorie, hanno scolpito il volto del mondo, anche là dove in seguito essa
sarebbe scomparsa» 57, come in Persia, in Egitto, in Iran e in India, addirittura fino alla Cina.
L’attacco polemico di Rosenberg contro il mito ariano e contro Hegel è ancora piú esplicito in
questo discorso pronunciato a Lubecca nel 1935:

La vecchia dottrina secondo la quale la luce viene dall’est, cosí come l’affermazione che i
popoli europei sono emigrati dall’Asia, vale a dire che la patria fisica e spirituale dell’Europa si
trova in Asia, è oggi completamente smentita. Il senso della storia non ha seguito una strada
che procedeva da est a ovest, come lasciava credere una visione della storia confessionale e
superficiale. La creazione decisiva dei millenni che ci riguardano emana instancabilmente da
forze razziali del nord, che fecondano il sud e il sudest 58.

Ex septentrione lux: l’ariano, l’uomo nordico si è irradiato in tutto il mondo per crearvi ogni
cultura. Tutte le grandi civiltà della storia sono opera sua, e in particolare quelle, grandiose e
immemoriali, della Grecia e di Roma:

Le migrazioni dei popoli nordici, che un tempo diedero la nascita alle civiltà dell’India,
dell’Iran, della Grecia e di Roma, sono oggi chiaramente attestate, e noi constatiamo
dappertutto che il sorgere delle civiltà e degli Stati non dipende da eventi fortuiti o da
rivelazioni magiche, ma dalle manifestazioni di un’umanità particolare nel processo del suo
svolgimento e nella lotta che essa conduce contro altre razze e principî razziali 59.

È da questa città di Lubecca, da queste terre della Germania del Nord che «le ondate sempre
rinnovate degli indogermani sono partite per creare le civiltà del mondo antico» 60.
La matrice di ogni civiltà non è piú l’India, ma la Germania. L’India, da culla dell’umanità
ariana quale era, si trova declassata al rango di semplice terra di accoglienza di flussi migratori
dal Nord, di ricettacolo territoriale, allo stesso titolo dell’Italia o la Grecia, gioielli del Sud ormai
incastonati dalla matrice di un Nord che li ha generati.
In un altro discorso, tenuto qualche mese dopo, Rosenberg ripete la doxa storica del regime
davanti a un parterre di studiosi della preistoria specialisti delle regioni germaniche:

L’Asia era considerata un tempo come culla dell’umanità, come origine di tutte le grandi
civiltà. Ormai, nuove ricerche provano che la parentela constatata nel XIX secolo tra gli
indogermani non era dovuta a un’influenza spirituale del Sudest sul Nord, ma che, al contrario,
i popoli nordici emigrati dall’Europa centrale e dall’Europa del Nord, molto prima delle
invasioni barbariche, erano dilagati in ondate numerose fin nell’Asia centrale, in Iran e in
India 61.

Due carte presentate in allegato ratificano questa mutazione del discorso delle origini della
razza e presentano, con una chiarezza tutta didattica, il rovesciamento delle concezioni della
Storia, l’oscillazione da un paradigma storico a un altro. Tratto da un’opera del 1937 destinata
alla formazione pedagogica dei professori di storia della scuola secondaria 62, il documento si
contrappone a una rappresentazione della «vecchia concezione della storia», quella dell’origine
indiana e della filosofia hegeliana della storia, propria della tesi indoeuropea del XIX secolo. La
prima carta rappresenta le migrazioni indoeuropee a partire da un quadruplice nucleo: l’India,
il triangolo d’oro della Mesopotamia, la Palestina, l’Egitto. La seconda carta presenta
orgogliosamente la «nuova concezione della Storia, risultato della ricerca sui dati della
preistoria». Munita di un tale certificato di verità oggettiva, essa mostra l’unico nucleo nordico
della razza indogermanica, oltre alle sue aree di diffusione e ai suoi flussi d’espansione in tutte
le direzioni.

Un mito di troppo: l’Atlantide e l’ipotesi atlante.

In questa costruzione di un discorso delle origini, ecco che si riaffaccia un vecchio serpente
di mare dell’immaginario occidentale: l’Atlantide.
La storia di questa isola fertile e potente, patria di una razza conquistatrice e civilizzatrice, è
stata immaginata da Platone in due dei suoi dialoghi, il Timeo e il Crizia. Da allora, l’esistenza e
la localizzazione di quest’isola hanno ispirato ampie speculazioni, nella misura in cui l’assenza
di certezza apriva un vasto spazio all’immaginario mitologico 63.
All’interno di alcuni circoli razzisti tedeschi con la mania dell’arianesimo, Atlantide è stata a
volte identificata con l’Ultima Thule del geografo Pitea di Massalia, come nell’ambito della
Thule-Gesellschaft 64.
Seguendo questa corrente, nel 1922 l’arianista Karl Georg Zschaetzsch pubblica il suo
Atlantide, patria originaria degli ariani 65, dove sostiene la tesi di un’originaria migrazione
indogermanica a partire dal nucleo di un continente atlantico scomparso.
Queste speculazioni sono rilanciate da Alfred Rosenberg che, nel suo Il mito del XX secolo,
accoglie l’ipotesi atlante, di cui non può impedirsi di parlare, mosso dal frenetico impulso
compilatorio che lo caratterizza, e dal suo gusto per l’elucubrazione mitologica o occultista.
L’ipotesi di un nucleo originario situato sull’isola degli Atlanti è tuttavia solo accennata. Se
«ormai sembra non essere del tutto escluso» 66 che tale isola sia esistita e che abbia generato
una razza di «marinai e di guerrieri» 67, l’essenziale resta, dietro questa ipotesi, la tesi
dell’origine nordica di ogni cultura: «Anche se questa ipotesi atlante dovesse rivelarsi poco
solida, si deve tuttavia accettare un nucleo culturale nordico nel corso della preistoria» 68.
Questa rettifica del mito non impedisce a Rosenberg, nelle pagine che seguono, di descrivere le
migrazioni degli atlantidei, senza poi farne piú parola nel resto dell’opera o nei suoi discorsi
pubblici.
L’Atlantide costituisce infatti un’ipotesi genealogica debole, di cui va detto che non riscuote
successo: a parte il libro di Zschaetzsch e i pochi paragrafi di Rosenberg, la bibliografia
sull’argomento in Germania è scarsa. Fra il 1933 e il 1945, sull’argomento troviamo una sola
opera, quella di un archeologo, Albert Hermann, che nel 1934 pubblica I nostri antenati e
l’Atlantide: l’egemonia marittima nordica dalla Scandinavia all’Africa del Nord 69. Questo
professore universitario di Berlino intrattiene una corrispondenza con Heinrich Himmler.
Appassionato di esoterismo e di mitologia, poco incline per altro a distinguere tra scienza e
leggenda, il Reichsführer SS, per altro lettore ammirato di Jules Verne, accorda una benevola
attenzione alle speculazioni sull’Atlantide 70. Per lui il mito platonico, ripreso da qualche razzista
ispirato, è da prendere alla lettera: la patria originaria della razza nordica potrebbe appunto
essere un’isola del Settentrione 71, enigmatica contrada che questo amante dei misteri e delle
certezze chiederà agli studiosi dell’Ahnenerbe di localizzare 72. I luoghi considerati oscillano fra
un territorio inghiottito sotto la Manica e l’isola di Helgoland, sede che ottiene il favore di
Himmler 73.
Nessuna di queste speculazioni sull’Atlantide traspare nella letteratura nordicista studiata
sopra: appaiono infatti troppo poco serie a tutti coloro che fanno professione di genealogia
scientifica e che concordano per lo piú su una patria nordica originaria situata a metà tra la
Scandinavia e il Nord della Germania. L’ipotesi atlante è debole, in quanto troppo gravata di
mito e di mistero, troppo minata dalle incertezze per poter sostenere efficacemente le pretese
della giovane scienza nordica. L’Atlantide suscita solo qualche corrispondenza interna, ad
esempio tra Himmler e l’Ahnenerbe delle SS, ma nessuna pubblicazione, ricerca, o spedizione.
Le immersioni sottomarine auspicate da Himmler nei pressi dell’isola di Helgoland non saranno
mai effettuate a causa della disfatta del Reich 74. Il giornale delle SS, «Das Schwarze Korps»,
s’interessa poco di Atlantide, ipotesi liquidata da un’importante opera del professor Wilhelm
Sieglin a cui il settimanale dedica una lunga recensione 75 e di cui riparleremo 76.
Rimasta esclusivamente speculativa e infeconda, l’ipotesi atlante non ha mai trovato una
traduzione nel discorso pedagogico del Terzo Reich: non è menzionata né nell’insegnamento
scolastico, né nei fascicoli di formazione ideologica interni alle SS, ad esempio, nessun vettore
di diffusione del discorso della storia della razza vi fa cenno. Il che attesta abbastanza
chiaramente il suo carattere marginale e la scarsa serietà che le era attribuita.

Gli ariani nostri antenati: il discorso delle origini a scuola.

Il mito delle origini nordiche è invece trasmesso dagli storici e dai pedagogisti, fino a
diventare la versione ufficiale della storia delle origini sotto il Terzo Reich, come testimonia una
serie di tre testi regolamentari del 1933, 1935 e 1938.
L’iniziativa è di Wilhelm Frick, ministro dell’Interno del Reich il quale, il 9 maggio 1933, tiene
un discorso sull’insegnamento della storia a scuola 77. A tale discorso s’ispirano le «Direttive per
i manuali d’insegnamento della storia» 78 che egli rivolge ai Länder e che sono pubblicate il 20
luglio 1933 nel bollettino ufficiale dell’istruzione pubblica prussiana. Questo testo espone
dapprima i principî generali che devono ormai guidare la redazione dei futuri manuali e la
concezione del corso di storia. In particolare, è necessario controllare che «l’importanza della
razza sia giustamente considerata» 79, e restituire alla preistoria la preminenza che le spetta,
poiché essa «pone il punto di partenza del processo storico del nostro continente nella patria
mitteleuropea originaria del nostro popolo» 80, e dunque è la «scienza nazionale per eccellenza
(Kossinna) 81, capace come nessun’altra di contrastare la tradizionale svalutazione del livello di
sviluppo culturale dei nostri antenati germanici» 82.
La prosecuzione del testo è dedicata alla nuova lettura dei diversi periodi della storia.
Nonostante il manifesto che precede, la preistoria occupa solo la settima parte del libro, mentre
un intero terzo è dedicato all’Antichità. L’insegnamento della storia antica deve iniziare «con
un’esposizione della preistoria mitteleuropea», che ha il compito di mostrare che «la storia
dell’Europa è l’opera dei popoli di razza nordica», il cui «alto livello culturale», se non è
necessariamente visibile nei «lasciti di utensili di bronzo e di pietra» di questi popoli primitivi, è
leggibile nelle «lingua originaria nordica (indogermanica) cosí sviluppata, da aver respinto le
lingue di tutte le altre razze d’Europa, tranne qualche residuo».
Manuale e corso devono in seguito «imboccare la strada dell’Asia Minore e dell’Africa del
Nord con le primissime migrazioni nordiche, che hanno già avuto luogo nel V millennio prima
della nostra era», come attestano «crani nordici nelle piú antiche tombe d’Egitto e la
popolazione bionda, che si può facilmente accertare, sulle coste del Nord Africa». Frick cita qui
Georges Vacher de Lapouge (L’aryen, son rôle social, 1885), cosí come aveva citato Gustaf
Kossinna.
Si svolge poi la litania dei popoli antichi, di provata origine nordica: i «Sumeri», la cui
provenienza razziale, non ancora totalmente «chiarita», lascia tuttavia intravedere «una classe
di conquistatori nordici» come unico elemento in grado di spiegare le somiglianze tra il
sumerico e le lingue indogermaniche, gli «indiani, medi e persiani, oltre gli ittiti», di cui
«l’allievo deve vivere il destino come quello dei popoli che hanno una parentela di sangue» col
popolo tedesco, e che hanno «creato culture superiori in India e in Persia», prima di «sparire
sotto la massa piú ingente del sangue straniero».
Ma sono soprattutto i greci e i romani a fare la parte del leone nel nuovo insegnamento. La
loro origine razziale deve essere al di là di ogni dubbio nella mente dell’insegnante e
dell’allievo, poiché tanto la «storia dei greci» quanto la «storia dei popoli nordici d’Italia»
devono «procedere dallo spazio mitteleuropeo».
L’insegnante dovrà «sottolineare di nuovo che [i greci] sono nostri fratelli della razza piú
prossima, il che spiega il nostro intimo rapporto con l’arte greca», implicito riferimento e
devoto omaggio ai vari Winckelmann, Hölderlin, Burckhardt e Nietzsche. La Grecia è stata
colonizzata dai «greci nordici, che hanno formato, in quanto conquistatori, la classe dominante
del paese».
I romani, anch’essi provenienti dalle contrade nordiche, devono essere presentati in modo
tale che «la parentela razziale sia colta» 83 dagli allievi. Non c’è da stupirsi troppo allora che il
professore sia ormai tenuto a utilizzare manuali e corsi di storia antica, a partire dai lavori di
Hans Günther, espressamente citato, e la cui monografia dedicata ai greci e ai romani è
raccomandata alla lettura degli insegnanti.
Un anno e mezzo piú tardi, il 15 gennaio 1935, un decreto del ministro dell’Educazione del
Reich, Bernhard Rust, conferma le direttive prussiane e precisa il compito dell’insegnante:

Si deve presentare la storia universale come la storia di popoli razzialmente determinati. Al


posto della dottrina Ex oriente lux appare la convinzione che tutte le culture, almeno quelle
occidentali, siano opera di popoli nordici, che si sono imposti contro altre razze in Asia Minore,
in Grecia, a Roma, e negli altri paesi europei 84.

Questi due testi del 1933 e del 1935 sono suggellati dai nuovi programmi per l’insegnamento
secondario del 1938, che precisano che «l’oggetto dell’insegnamento della storia» è il «popolo
tedesco», in particolare la sua «lotta per l’esistenza» 85. Poiché al centro di tale insegnamento si
trova «l’idea di razza» 86, si tratterà di una storia della razza indogermanica: «La certezza di un
grande destino nazionale che ingloba il passato e l’avvenire» 87 poggia sulla convinzione di una
«costanza del patrimonio genetico» 88 che lega «direttamente il passato al presente attraverso
l’eredità del sangue» 89.
Questa nuova concezione della storia del mondo antico non è lasciata ai pii desideri e alle
disposizioni regolamentari indicate da direttive ministeriali, o all’elaborazione di nuovi
programmi. Essa si ripercuote effettivamente nei manuali di storia redatti a partire dal 1933, e
diventa oggetto di stage di formazione permanente rivolti a istitutori e professori della scuola
secondaria. Come lo stage organizzato a Vienna dal 14 al 21 settembre dal ministero
dell’Educazione del Reich, al quale hanno partecipato cinquantadue insegnanti della primaria e
della secondaria. Dopo due sessioni preliminari dedicate ai concetti di razza e di spazio in
storia, le sessioni seguenti sono consacrate a ciascuno dei periodi della «storia tedesca» 90: dopo
la «preistoria tedesca», gli insegnanti sono iniziati a «l’Oriente e l’Antichità nella nuova
concezione della storia», prima di arrivare a Medioevo, modernità ed epoca contemporanea.
Oriente antico e Antichità greco-romana sono dunque annessi alla storia germanico-nordica, e
dunque, in ultima analisi, tedesca, di cui sono una parte costitutiva: tale messaggio non resta
confinato al solo insegnamento scolastico.
Abbiamo ripreso vari esempi di una cartografia delle origini della razza nordica, tratti da
quattro esemplari di Storia tedesca pubblicati fra il 1937 e il 1940, opere divulgative destinate
al grande pubblico, da sei manuali scolastici utilizzati nelle classi secondarie del Terzo Reich, da
uno degli opuscoli di formazione ideologica rivolti alle truppe dell’Ordnungspolizei, formazione
garantita dagli ufficiali dell’Hauptamt SS, che edita i libri, e dal giornale «Die deutsche Polizei»,
organo di informazione e di collegamento delle truppe di polizia delle SS. La famiglia ariana vi è
rappresentata come fiorita dalla sua culla nordica: il Nord, denso nucleo di flussi potenti, vi
appare come la matrice di grandi civiltà. Le frecce che rappresentano i flussi migratori
menzionano per lo piú il nome del popolo e della grande civiltà che la semenza e la migrazione
nordiche avrebbero generato: dal Nord vengono i greci, i romani, i celti, i persiani e gli indiani.
Se le frecce restano mute, spetta al titolo o alla legenda della carta il compito di esplicitare,
come in questo fascicolo SS: «Il sangue nordico ha creato le culture della Grecia e dell’Impero
universale romano» 91. Non si potrebbe essere piú didascalici. I testi dei manuali, delle storie,
degli opuscoli e degli articoli qui citati, spesso non sono altro che scialbe spiegazioni di carte,
quasi solo parafrasi: il dogma dell’origine nordica delle grandi civiltà dell’Antichità è ripetuto
sistematicamente, in modo identico, cosí come queste carte, che obbediscono tutte,
vistosamente, allo stesso padrone.
Al di là della sola scuola, dunque, il discorso delle origini può contare su una promozione e
una diffusione notevoli: tutto è pedagogia, e i vettori della diffusione del messaggio sono
molteplici. Carte di questo genere si rivelano infatti ben presto essere un esercizio di stile e un
passaggio obbligato di ogni discorso che esponga la storia della razza: manuali scolastici,
certamente, ma anche opere generali di storia tedesca, e allo stesso modo ogni supporto di un
discorso che radica il presente e l’avvenire nel passato del Blut. La diversità dei vettori di
diffusione di questo discorso attesta la sua ambizione nella molteplicità dei pubblici a cui si
rivolge: la riscrittura nordicista delle grandi gesta razziali indogermaniche non si è affatto
limitata a un pubblico di specialisti, votata al solo quodlibet delle scuole o riservata all’istitutore
e al precettore. Essa mira e deve raggiungere la totalità del popolo tedesco, case e buoni padri
di famiglia, scolari e studenti, polizia e SS, braccio armato e secolare del regime, la cui azione
di sorveglianza e di lotta deve essere motivata da una convinzione emersa dal fondo dei tempi.

L’invenzione di un patrimonio indogermanico.

Vediamo dunque che la tesi nordica con il discorso delle origini che ne scaturisce costituisce
un’annessione simbolica delle grandi civiltà del mondo antico, al punto che «la storia d’Europa»
è, in fondo, «la storia della razza nordica» 92. Questa, come afferma la rivista nazista «Wille und
Macht», può dunque proclamare la paternità delle grandi realizzazioni attribuite a civiltà
prestigiose come quella greca e quella romana. «Le culture superiori create dagli indogermani
in India, in Persia, in Grecia e a Roma sono una prova adeguata della creatività dello spirito
nordico. La decadenza dell’élite nordica le ha fatte scomparire. Ma, ancor oggi, noi avvertiamo
la nostra parentela essenziale con quelle culture, che condividono la stessa origine» 93.
La Germania può dunque avvalersi di un patrimonio ricco ed eclettico, che opera la sintesi di
tutte le piú grandi tradizioni culturali indogermaniche, una mescolanza di eccellenza e di
sublime, un grandioso patchwork fatto di elementi sparsi, dispersi attraverso i secoli, ma la cui
unità profonda risiede nell’identità omogenea del sangue che li ha prodotti. Un esempio efficace
dell’invenzione di un patrimonio indogermanico dall’eclettismo sintetico, in grado di annettere
le disiecta membra, è il volumetto pubblicato, con autori vari, da Walther Wüst nel 1940, e
dedicato alla concezione della morte nelle diverse forme sapienziali indogermaniche, piccolo
vademecum, in forma di Consolationes, del soldato che parte per il fronte nell’ottica di un
possibile sacrificio estremo. Intitolato Morte e immortalità. Quel che ci insegna la saggezza
indogermanica 94, questo opuscolo di 80 pagine raccoglie undici testi dell’Antichità greco-latina,
undici dell’Edda, sette della tradizione indiana, e cinquantotto testi provenienti dalla letteratura
e dalla filosofia tedesca, da Meister Eckhart ad Alfred Rosenberg. Ecco dunque, in uno spirito di
pacifico sincretismo, un compendio di cultura indogermanica, in cui Nietzsche, Omero,
Empedocle, Tirteo, Cicerone, Marco Aurelio, Seneca e l’Edda affiancano allegramente testi
sacri del brahmanesimo, nella sicurezza dell’unità di una razza comune che unisce il poeta
lacedemone Tirteo, autore dei canti che ritmavano il passo degli spartani in combattimento, e
un giovane soldato tedesco caduto sul campo di battaglia la cui ultima lettera, piena di un alto
senso del sacrificio e dell’onore, è riprodotta accanto a quella del poeta dorico. Se ci si attiene
all’ampia bibliografia 95 dedicata ai saccheggi delle collezioni d’arte europee da parte dei
nazisti, non sembra per altro che ci sia stata una politica di sequestro sistematico delle opere
d’arte antiche. La preda principale del Kunst- und Kulturraub nazista, affidato a diverse istanze
e comandi ad hoc 96, sembra essere stata la pittura del periodo che va dal XVI al XIX secolo,
oppure reperti dell’archeologia preistorica e medievale, che attiravano l’interesse
dell’Ahnenerbe delle SS.
Questa annessione simbolica, culturale, è attuata anche per giustificare le annessioni
ulteriori, di carattere piú sostanziale, territoriali e militari questa volta, che essa prefigura,
poiché, se tutte le grandi civiltà sono rami del tronco nordico, la razza indogermanica è
dovunque a casa propria, dovunque legittimata a riprendere possesso di ciò che ha creato e di
ciò che dunque le appartiene di diritto 97. Un manuale della secondaria, quello di Johannes
Mahnkopf, edito nel 1942, al culmine della potenza militare e dell’estensione territoriale del
Reich nazista, presenta il titolo evocativo Dalla preistoria al Reich grande-tedesco: le radici del
grande Reich affondano in questa preistoria remota, che le carte citate sopra e
l’argomentazione di Günther hanno tratto dalla bruma dei tempi 98.
Che gli ariani siano dovunque a casa propria è attestato in modo abbastanza evidente dalla
grande diffusione della croce uncinata che, da simbolo politico, diviene prova scientifica e
orifiamma di riconquista dei territori sui quali un’umanità nordica ha un tempo apposto il suo
sigillo.
Proveniente in origine dal Nord, la croce uncinata, scrive Rosenberg, è migrata insieme agli
indogermani: «Molto prima del 3000 avanti Cristo, le ondate di popolazione nordica hanno
portato questi segni in Grecia, a Roma, a Troia, in India» 99. Simbolo della rinascita tedesca, la
croce uncinata evoca ormai «l’onore del popolo, lo spazio vitale, l’indipendenza nazionale, la
giustizia sociale, e la fertilità rigeneratrice di vita» 100, pur restando «legata al ricordo dei tempi
in cui, segno di salvezza, guidava i conquistatori nordici verso l’Italia, verso la Grecia» 101.
Una piccola opera pubblicata nel 1934 propone una monografia storica della svastica 102.
Posto che «la croce uncinata è, originariamente, propria della famiglia indogermanica che si è
diffusa a partire dal Nord dell’Europa» e che, di conseguenza, «nella loro qualità di discendenti
dei germani, i tedeschi ne posseggono un indiscusso diritto d’uso», l’autore dedica ampi
sviluppi alla presenza della croce uncinata nell’arte greca 103, richiamandosi in particolare al
grande storico dell’arte Alexander Conze 104, e segnalando l’abbondanza di vasi con la croce
uncinata all’epoca degli scavi delle tombe del Dipylon ad Atene 105, prima di citare Schliemann,
che ha portato alla luce un numero rilevante di croci uncinate a Troia e a Micene 106. Le croci
uncinate piú antiche tuttavia, scrive l’autore, sono state scoperte in Scandinavia, e l’anteriorità
delle testimonianze germaniche sulle testimonianze micenee e greche si spiega con la
provenienza nordica dei popoli dell’Antichità. Si deve dunque respingere decisamente la tesi
indiana 107.
Un fascicolo di propaganda della Nsdap tratto da una serie creata appositamente per gli
ufficiali politici (Nsfo) 108 della Wehrmacht riprende Rosenberg e le conclusioni di questa opera.
Dopo aver ampiamente sviluppato la storia e la simbologia della croce uncinata, il fascicolo
propone una genealogia di questo simbolo:

Le piú antiche scoperte archeologiche della regione della Saale provano che gli indogermani
che vivevano in Germania centrale durante il paleolitico conoscevano la croce uncinata […]. Da
lí, essa si è diffusa nell’area della civiltà danubiana, prima di irradiarsi in ogni direzione,
soprattutto nelle regioni mediterranee. È migrata in Grecia e ha accompagnato la spedizione
degli ariani in India, dove la troviamo verso il 2000 avanti Cristo 109.

La croce uncinata è dunque il segno solare della conquista indogermanica, la testimonianza


della coesione dei territori soggiogati, e nulla ormai può impedire che essa diventi lo stendardo
della loro riconquista.
Nel settembre 1935, con le leggi di Norimberga, la croce uncinata su fondo bianco circondato
di rosso diventa il nuovo simbolo dello Stato tedesco. Un anno dopo, nell’ambito delle Olimpiadi
di Berlino, l’esposizione Sport der Hellenen 110, insieme al catalogo che le è dedicato, presenta
riproduzioni di coppe e vasi greci in cui è possibile vedere atleti che si allenano con dischi
ornati dalla croce uncinata: l’indogermanità ellenica, e la profonda solidarietà razziale e
spirituale esistente tra i greci e i tedeschi, diventa cosí oggetto di un’ampia pubblicità 111.

La dea Europa.

Questa riscrittura della storia antica approda dunque alla resurrezione non piú solo
dell’Antichità vagamente onirica e oleografica della Weimarer Klassik, ma di una dea greca,
metafora territoriale dagli accenti politici piú marcati: dopo l’aggressione contro l’Urss del 22
giugno 1941, la propaganda nazista esalta la nozione di Europa, Impero continentale nordico
unito e mobilitato nella sua lotta contro l’Asia bolscevica e semitica, che affonda le radici della
sua unità e identità in una comune origine indogermanica.
Un opuscolo SS sostiene che, a causa di questa provenienza nordica, «la storia dei tedeschi è
la storia dell’Occidente e, reciprocamente, la storia dell’Europa è del popolo che ne costituisce
il cuore […]. La storia tedesca è, sin dall’inizio, non quella di una nazione singola, ma quella del
continente» 112. Questa stretta equivalenza è originata da un’identità di razza, in quanto la
nozione di Europa si trova mobilitata da un progetto d’avvenire, l’edificazione di un ordine
nuovo e la conquista delle terre dell’Est, sullo sfondo della storia e sul sottosuolo della biologia.
Ecco dunque, tratta da uno stesso testo, una cartografia, abbozzata a grandi linee, dell’Europa
e del suo ambiente, ricollocata nel contesto piú generale e inclusivo della storia della razza
nordica:

La nascita dell’Europa, un concetto geografico che fissa al contempo lo scopo e le frontiere


della nostra idea imperiale, risale indietro nel tempo, fino alla nascita dell’indogermanità. Il
destino del continente, patria originaria della razza nordica, è strettamente connesso allo
sviluppo dei popoli indogermanici che ne sono usciti. Solo gli indiani e gli iraniani emigrano, si
perdono nelle vaste contrade dello spazio asiatico e perdono la loro specificità. I greci e i
romani si spostano, mentre i celti e i germani restano piú a lungo nella loro regione
d’origine 113.

Un altro fascicolo SS, pubblicato lo stesso anno e destinato alla formazione ideologica delle
truppe, riprende implicitamente la stessa argomentazione. Il libretto, che presenta un chiaro
compendio, illustrato e preciso, del razzismo nazista, dedica i primi capitoli a esporre la storia
della razza: la sua origine, il ribaltamento della visione del mondo e della storia indotto dal
nazismo. Il suo ex septentrione lux è significativamente formulato in questo modo: «Non si deve
dire, come pretendeva un tempo la scienza: “Dall’est è venuta la luce”, ma “Dal nord viene la
forza”» 114. Questa forza creatrice, edificatrice di civiltà, è il Blut che, attraverso regolari ondate
migratorie, riesce a creare e rigenerare una cultura nordica minacciata, e di cui le SS
contemporanee sono la degna e pura perpetuazione. Questa idea è sviluppata da un articolo del
giornale «Die deutsche Polizei», che ripete con insistenza, carte alla mano, la vulgata
«razziogenetica» e storica del nazismo, proponendo una cronologia delle tre grandi ondate
migratorie dal Nord: esse si sono verificate nel 5000 e nel 500 avanti Cristo, e nel 300 dopo
Cristo, e «da allora, sangue germanico circola in tutte le nazioni europee» 115, a partire dal
cuore tedesco. La Germania, infatti, «non è solo il centro del mondo europeo, ma è da sempre la
fonte del suo sangue e della sua forza» 116.
L’unità d’Europa, dunque, «poggia su una parentela di sangue e di razza piú o meno forte» 117.
Ed è proprio «la razza nordica [che] da millenni conferisce la sua forma all’Europa e al
mondo» 118. La presenza del sangue nordico dovunque sul continente è allora «la prima pietra
angolare dell’Europa».
Un terzo fascicolo di formazione dottrinale precisa questa idea. Dedicato alla presentazione
didattica della riorganizzazione dell’Europa attraverso la lotta nazista, il libretto radica questo
progetto nella storia immemoriale delle migrazioni e delle conquiste indogermaniche, le cui
ondate sono state descritte in precedenza. Questo fascicolo del 1942, intitolato La Germania
riorganizza l’Europa!, interpella le possibili definizioni del continente per prendere atto del
fallimento dei geografi: «Le controversie dei geografi non c’interessano» 119, poiché i loro criteri
orografici, tettonici o fluviali sono impotenti rispetto al compito di distinguere il Wesen,
l’essenza, dell’Europa, che bisogna piuttosto cercare nell’ambito della razza: «Quando parliamo
di Europa da un punto di vista politico, non designiamo un continente geograficamente
delimitato, ma lo spazio vitale di una famiglia di popoli che hanno radici biologiche di certo non
identiche, ma imparentate 120.
La prima potenza unificatrice d’Europa, da un punto di vista militare e giuridico, è stato
l’Impero romano nordico. I romani, di cui il fascicolo ricorda che costituivano originariamente
un «popolo di contadini indogermanici», in quanto «buoni giuristi» e «bravi soldati», due qualità
eminenti che hanno loro permesso di creare un impero modello, forte, pacifico, accentrato, una
costruzione basata sul diritto che era l’espressione della volontà indogermanica di organizzare
il cosmo e di attribuirgli un ordine stabile: «Cosí come l’India ariana ha dato al mondo la sua
mistica piú profonda, la Persia ariana la mitologia piú bella, la Grecia antica l’arte piú nobile,
allo stesso modo Roma ha dato al mondo il sistema giuridico piú sapiente» 121. Prima
Ordnungsmacht dello spazio europeo, Roma ha in seguito trasmesso la fiaccola a un altro
imperium, a un nuovo Reich, la Germania.
In seguito, infatti, la potenza organizzatrice dell’Europa è sempre stata il Reich tedesco: nel
Medioevo il Reich ha combattuto la Chiesa e il suo messaggio universalista 122 attraverso una
«politica imperiale contro il papato» 123, che ha costituito la spina dorsale della sua esistenza
medievale, mentre il messaggio universalista cristiano era una trasformazione imbastardita del
diritto romano, contaminato da un colpevole egalitarismo introdotto da «negroidi» 124 come
Caracalla. L’opuscolo può dunque a buon diritto concludere che «noi vediamo ideologicamente
la nostra lotta per la riorganizzazione dell’Europa come un sigillo apposto a duemila anni di
storia universale e come l’inizio di una nuova era» 125. Niente di nuovo sotto il sole: l’Europa,
dall’origine dei tempi, si estende fino al limite a cui lo spirito conquistatore, il valore militare e
il coraggio degli indogermani l’hanno spinta, vale a dire sino al lontano Estremo Oriente: «Da
un mero punto di vista spaziale, l’Europa dipende dalle gigantesche terre asiatiche. Un tempo,
gli uomini di razza europea sono penetrati profondamente a est. L’India e l’Iran sono stati il
termine delle spedizioni migratorie che erano partite dall’Europa» 126.
La penetrazione a est, la conquista dei vasti territori slavi è dunque già un problema antico:
l’orizzonte dell’Europa, sin dall’Antichità, è costituito dalle vaste terre dell’Oriente slavo e
asiatico 127.

Genealogia e racconto delle origini: l’uomo proviene dal sogno.

La storia è dunque strettamente fissata alla mitologia 128, e la scienza storica le presta
manforte, come vedremo: le numerose carte citate sopra, come le note in calce, gli indici e le
bibliografie degli articoli e delle opere erudite o dei testi divulgativi, i titoli imponenti dei loro
autori, affabulano un discorso ipotetico, addirittura fantasmatico, dell’intero apparato della
scientificità accademica. La ragione accademica abdica qui a ogni etica della verità e diventa la
docile serva di un’ideologia che le impone un discorso mitico convertito, grazie all’apparato
critico, secondo una retorica convenzionale e un formato elementare, in verità scientifica:
Historia ancilla ideologiae. La ragione accademica, anziché mirare alla dimensione universale
ed eterna del vero, scende a compromessi con la contingenza minuta del particolare,
partecipando in tal modo al grande movimento di strumentalizzazione della ragione che, a
partire dagli anni Trenta, viene denunciato dai teorici della Scuola di Francoforte 129 e, in
Francia, da Paul Nizan 130.
La storia si pone a servizio del mito, di un discorso favoloso. Il nazismo, gravato da una
mitopoiesi, affabula, crea una favola che racconta il passato di un gruppo, la razza, secondo le
esigenze dei suoi postulati ideologici. Postulati cosí elementari, e con la pretesa di essere
apodittici, che la storia è stata riscritta, per cosí dire, alla rovescia: il presente di un’ideologia è
andato a ridefinire il passato di una nazione (epoca medievale), poi a plasmare il passato di una
razza (epoca preistorica e antica) al fine di illustrare alcuni semplici principî e di rispondere ai
propri bisogni politici immediati. Gli schemi che strutturano la visione del mondo nazista sono
stati dunque proiettati senza cerimonie su millenni di storia, riletti, reinventati e riscritti per
puntellare di riflesso questi stessi schemi. La storia doveva dunque servire a convalidare a
posteriori gli stessi postulati ideologici che, precisamente, ne guidavano la riscrittura. Questa
convalida empirica ab historia totalmente fittizia viene a chiudere un cerchio epistemologico
vizioso in cui la menzogna genera il falso e in cui, reciprocamente, la favola alimenta la
menzogna. In fondo, il messaggio della storia riscritta dai nazisti è il seguente: ciò che noi
diciamo è vero, poiché le cose stanno cosí, e, d’altra parte, la storia mostra che è sempre stato
cosí. Si omette tuttavia di precisare che la «storia» si è vista assegnare preliminarmente come
sola missione quella di svolgere questa funzione convalidante. Senza piú considerazione o
rispetto per la storia (Geschichte), la disciplina storica (Geschichtswissenschaft, Historie) non
mostra piú nessuna cura del passato, e si trova interamente a servizio del presente. Riscritto,
mutilato, nella migliore delle ipotesi, o affabulato, inventato, il passato non è piú considerato di
per sé: gli storici non avvertono piú la preoccupazione, quasi tenera, della realtà scomparsa e il
rispetto scrupoloso dei morti.
Questa critica della ragione strumentale applicata alla storia non mira piú a sfondare
valorosamente porte già ampiamente aperte, o a pronunciare una requisitoria su una causa già
decisa. Se resta sconvolgente il fatto che l’apparato della scienza si sia prestato a un tale
discorso, è molto piú interessante cercare i motivi che hanno spinto storici e professori ad
abbracciare la vulgata del partito. L’ipotesi nordica ha già fortemente attecchito in Germania
dall’inizio del XIX secolo. La sua radicalizzazione a opera del discorso nazista è stata sposata
senza troppi rinnegamenti o reticenze dall’università in quanto rispondeva a un bisogno
psicologico di consolidamento e di rassicurazione dell’identità nazionale tedesca, già fragile, e
molto compromessa dopo il 1918. Per altro, in un contesto di arianizzazione della funzione
pubblica tedesca, dunque dell’università, innescata nell’aprile 1933, le professioni scientifiche
hanno visto fiorire attitudini opportunamente carrieriste, o per lo meno gregarie, del massimo
livello. Carrierismo e opportunismo sono attestati presso storici che, dopo il 1945, non hanno
provato nessun disagio e nessuno scrupolo a proseguire carriere e lavori, talvolta fino agli anni
Settanta, senza evocare mai piú il postulato razzista o ripetere quel che dicevano apertamente
sotto il Terzo Reich, come Joseph Vogt 131 o Helmut Berve 132. La convinzione fanatica è presente
solo nei casi piú rari. Sarebbe utile stilare una tipologia delle carriere ulteriori degli scienziati
coinvolti nel discorso sull’Antichità, ma non è questo il nostro intento.
Una tale storiografia e un tale insegnamento della storia costituiscono una manifestazione di
ciò che Julien Benda ha designato, in un saggio eponimo del 1927, con il nome di «tradimento
dei chierici»: anziché promuovere l’universale razionale, i chierici si pongono al servizio del
particolarismo piú ristretto, dell’interesse limitato della classe o della razza. Ora, la servitú
volontaria dell’intellettuale moderno è, agli occhi di Benda, che ha un atteggiamento lievemente
germanofobo, un fenomeno soprattutto tedesco: «Bisogna riconoscere che in questa adesione
del chierico moderno al fanatismo patriottico sono stati i chierici tedeschi a cominciare […]. Il
chierico nazionalista è essenzialmente un’invenzione tedesca» 133, un’invenzione, piú
precisamente, del XIX secolo tedesco.
Dobbiamo essere ben consapevoli, infatti, che i nazisti attingono alla storiografia tedesca del
XIX secolo e ai suoi miti: non sono stati loro a inventare la parentela elleno-germanica e il mito
ariano. Hanno piuttosto ripetuto e imposto come tesi, allo scopo di difendere e illustrare la
razza, un’ipotesi che esisteva già, quella dell’origine nordica di ogni cultura ariana.
Lo sviamento della scienza storica, dell’archeologia e dell’antropologia sotto il Terzo Reich,
s’iscrive coerentemente all’interno del compito svolto da queste discipline nel processo di
costruzione delle identità nazionali nel XIX secolo. Come ricorda Anne-Marie Thiesse, per
costruire «il nuovo mondo delle nazioni» in quest’epoca «non era sufficiente inventariarne
l’eredità, si doveva piuttosto inventarlo» 134. A questo lavoro di invenzione, nel triplice senso di
scoperta, di interpretazione della scoperta, ma anche di pura e semplice affabulazione, si sono
appunto prestate le discipline di cui abbiamo parlato, parallelamente al folklore (Volkskunde) e
alla letteratura.
Il medievalista Patrick Geary osserva come sia soprattutto in Germania che una storiografia
particolarmente zelante e carica di postulati identitari si è posta al servizio della costruzione
nazionale, puntellando il mito dell’autoctonia, difendendo la primitività della lingua tedesca,
ponendo, in modo assolutamente fantasioso, una continuità linguistica, culturale, etnica sul
territorio tedesco. Poiché «la vita delle nazioni europee comincia con la designazione degli
antenati» e «ogni atto di nascita stabilisce una filiazione» 135, la storiografia tedesca ha
compiuto un fervido sacrificio al culto di uno degli idoli denunciati da Marc Bloch, quello delle
origini, una «ossessione embriogenetica» 136 che Marc Bloch giudica essenzialmente tedesca:
«Quale espressione, da noi, riuscirà mai a rendere la pregnanza del famoso prefisso germanico
Ur: Urmensch, Urdichtung?» 137.
Si è dunque costituita in Germania una «pseudo-scienza» che ha consegnato alla nazione
tedesca, e successivamente alle altre nazioni europee, i loro «strumenti di autocreazione
nazionale» 138 a partire da «la storiografia “scientifica” e la filologia indoeuropea» 139. Il discorso
di Geary, rivolto soprattutto agli storiografi nazionalisti del XIX secolo, prende di mira

una concezione statica della storia […]. Ma ciò rappresenta proprio l’antitesi della storia. La
storia dei popoli europei nella Tarda Antichità e nell’Alto Medioevo, infatti, non è la storia di un
momento originario, bensí quella di un processo ininterrotto […]. È la storia di un cambiamento
incessante, di discontinuità radicali e di zig-zag politici e culturali, mascherati dietro una
ripetuta riappropriazione di vecchie parole per definire realtà nuove 140.

Le storiografie nazionali e i nazionalismi europei hanno dunque condiviso, in Germania come


in Francia, un fissismo e un nazionalismo che consistono nello stabilire un’identità nazionale in
un’essenza immutabile e immune da qualunque mutamento nel tempo. Questo discorso, in
ultima analisi, nega ogni divenire storico. È particolarmente netto nel caso del nazismo, che
prova una profonda antipatia verso la nozione stessa di storia, intesa come cambiamento, oltre
che un’angoscia duplice. Il discorso «nazionalitario» del XIX secolo, e successivamente il
razzismo nazista, non possono accettare il dubbio rispetto all’origine e l’incertezza rispetto
all’avvenire, luogo intorno a cui si concentrano i timori a proposito dell’ipotetica perennità della
sostanza razziale.

Conclusione.

Abbiamo visto, dunque, come il Partito nazionalsocialista si sia dotato, fin dal 1920, di un
discorso sulle origini della razza nordica. In un discorso fondatore del 13 agosto 1920, Hitler
affermava la derivazione nordica di ogni civiltà, innalzando l’ariano al ruolo di piroforo e di
fotoforo, portatore di un fuoco e di una luce emersi dal gelido Nord d’Europa. La piú alta
Antichità mostra cosí l’umanità ariana già all’opera: migrante, creatrice di cultura, edificatrice
di Stati, di società e di opere d’arte, a partire dal suo focolare settentrionale.
L’idea di un focolare unico e comune a tutte le grandi culture di razza bianca era accreditata
dalla fine del XVIII secolo, insieme alla formulazione dell’ipotesi ariana, o indoeuropea. Un
nazionalismo tedesco in cerca di legittimazione e di certezze ne ha spostato il centro di gravità
dall’India verso il Nord dell’Europa. Questa nordicizzazione dell’ipotesi indoeuropea è stata
brutalmente elevata a dogma dai nazisti, i quali vedevano nella tesi orientale di una
provenienza indiana un ostacolo e un insulto: essa privava il Nord del suo prestigio matriciale,
ed esaltava eccessivamente un Est vilipeso dal razzismo nazista. Era ideologicamente vitale che
l’ex oriente lux della tradizione cedesse totalmente il passo all’ex septentrione lux del XIX secolo
tedesco.
Un tale discorso risponde a due funzioni. In primo luogo mira a lusingare un’identità
nazionale attraverso l’esaltazione delle sue origini razziali: nato in gran parte dalla disfatta e
dall’umiliazione del 1918, il nazionalsocialismo ha, insieme ad altre vocazioni, quella – su cui
Hitler vigila attentamente – di riarmare il Selbstbewusstsein tedesco, una coscienza di sé e una
fiducia in sé violentemente compromesse dal crollo dell’Impero, dal Diktat del 28 giugno 1919 e
dai disordini politici, civili e finanziari dei primi anni della Repubblica di Weimar.
Questo discorso riveste una tale importanza da essere oggetto di ampia diffusione, attraverso
una molteplicità di vettori: i discorsi e i proclami dei gerarchi nazisti, in primo luogo Hitler e
Rosenberg, le opere dei teorici della razza, come Günther, ma anche l’arte, la ricerca,
l’insegnamento, i fascicoli di propaganda ideologica delle forze di polizia e delle forze armate.
Nel Mein Kampf Hitler affermava che l’ariano era il Prometeo dell’umanità: la pregnanza del
tema prometeico nella scultura nazista risponde con la pietra al testo.
Evocato nello spazio pubblico dalla rappresentazione scultorea, questo discorso delle origini
è inoltre insegnato esplicitamente: le direttive del 1933 sui manuali di storia, poi i nuovi
programmi d’insegnamento del 1938, definiscono espressamente il tenore del corso di storia
della razza, vera e propria difesa e celebrazione del genio nordico. Professori e ricercatori
all’interno dell’università e degli organi di ricerca della nuova Germania non hanno alcuna
difficoltà a esaltare il mito dell’origine nordica mediante studi eruditi sulla svastica preistorica o
la runa dell’alce in Svezia e nell’Italia del Nord.
La seconda funzione di questo discorso delle origini è quella di alimentare un immaginario
annessionista ed espansionista. Se uomini venuti dal Nord sono stati creatori di tutte le
prestigiose civiltà della storia, se il Nord è realmente la «matrice delle nazioni» celebrata da
Jordanes, la razza nordica è dovunque a casa propria. È dunque resa possibile un’annessione
simbolica dei piú prestigiosi patrimoni della storia, prefigurazione e preludio di piú sostanziali
annessioni materiali e territoriali. Il discorso nordicista permette cosí l’annessione alla razza
ariana del ricco patrimonio storico e artistico delle civiltà mediterranee, bruscamente coperte
da cieli iperborei.
Capitolo secondo
Un Mediterraneo nordico: la Grecia, Roma e il Nord, fra cugini germanici

«Alla metà di settembre arrivò Herr Pompetzki, il nuovo professore di storia. Veniva da una
località tra Danzica e Königsberg […]». «Ebbene, ora vi spiegherò ciò che questo retaggio ha
significato negli ultimi tremila anni. Verso il 1800 avanti Cristo un gruppo di tribú ariane, i dori,
fece la sua comparsa in Grecia. Fino a quell’epoca la Grecia, paese povero e montuoso, abitato
da popolazioni di razza inferiore, era rimasta immersa nel sonno dell’impotenza. Patria di
barbari, senza passato e senza futuro. Ma poco dopo l’arrivo degli ariani il quadro mutò
completamente finché, come tutti sappiamo, la Grecia fiorí, fino a trasformarsi nella civiltà piú
fulgida della storia dell’umanità».
«Proseguí su questo tono per un’ora intera […]. Ma alcuni, soprattutto i meno brillanti,
sostennero che le sue idee non erano del tutto prive di valore. Come spiegare altrimenti la
misteriosa ascesa della Grecia, verificatasi poco dopo l’arrivo dei dori?» 1.

FRED UHLMAN

La deduzione piú importante da questo nuovo discorso delle origini, da questo


rimaneggiamento del mito ariano, è l’attrazione dei greci e dei romani nell’orbita della razza e
della civiltà nordica. La nordicità dei greci e dei romani è affermata dai razziologi e dagli
storici, oltre che da molti altri vettori di un discorso che non è solamente testuale. Sorprende di
piú il fatto che a promuoverlo siano anche le autorità politiche del regime, dalle quali non ci
aspetteremmo che s’interessino cosí da vicino a una questione apparentemente tanto oziosa.
Essa riveste tuttavia un’importanza singolare, in quanto consente una difesa e un’esaltazione
della razza nordica, che si annette in tal modo un patrimonio storico e culturale prestigioso,
preludio ad altre annessioni: se tutto viene dal Nord, i rappresentanti della razza nordica sono
dovunque a casa propria, tanto a sud quanto a est.

L’ambra e il sole: razziologia dei greci e dei romani.

Nel 1929, Hans Günther pubblica da Lehmann una Storia razziale del popolo greco e del
popolo romano. Che il razziologo ufficiale della Nsdap senta il bisogno di dedicare un’intera
opera alla questione delle origini nordiche dei greci e dei romani è già di per sé un elemento
notevole. Questa monografia è inoltre uno dei due studi di casi che egli consacra,
parallelamente alle sue opere generali, alla genealogia di popoli specifici. Nel 1937, la
monografia già citata dedicata alle popolazioni indoeuropee dell’Asia mira a infliggere il colpo
di grazia alla tesi dell’origine indiana. Nel 1929, questa Storia razziale greco-romana risponde a
un altro obiettivo: si tratta di esaltare la razza nordica conferendole l’aura di una civiltà greca,
poi greco-romana, prestigiosa, le cui realizzazioni le vengono annesse.
L’opera è composta da tre parti: la prima è dedicata alla storia razziale dei greci, la seconda a
quella dei romani, mentre alcuni allegati presentano numerose riproduzioni di busti e ritratti
antichi corredati da un commento razziologico.
Nella sua prefazione, Günther si preoccupa di prevenire ogni lettura erudita e critica del suo
testo: «L’autore è ben lontano dall’essere un esperto conoscitore della storia e della letteratura
dei greci e dei romani» 2. La precauzione è importante! Essa introduce uno scarto singolare
rispetto al carattere per lo meno assertorio, piú spesso assolutamente categorico, delle frasi
enunciate in seguito.
Per iniziare il suo discorso sui greci, Günther propone un argomento d’autorità citando gli
storici tedeschi specialisti dell’Antichità greca che hanno formulato per primi la tesi dell’origine
nordica degli elleni. Appaiono cosí i nomi di Hermann Müller, che nel 1844 ha pubblicato una
celebre summa dal titolo L’ellenità nordica e il significato preistorico dell’Europa del
Nordovest 3, e di Karl Julius Beloch, autore nel 1912 di una Storia greca 4 destinata a diventare
autorevole.
Günther può dunque legittimamente rivendicare la sua iscrizione in una ormai lunga
tradizione. La storiografia tedesca del mondo antico si è infatti ben presto allineata, nel XIX
secolo, alla tesi dell’origine nordica dei popoli greci e della loro civiltà 5: nel 1824 lo storico
dell’Antichità greca Karl Otfried Müller pubblica I dori, un’opera di riferimento sui dori 6, popolo
che ha colonizzato il Peloponneso a partire dal Nord da cui era originario, per dare nascita alla
prestigiosa città lacedemone. Fondandosi sul postulato nordico, tutta una letteratura con
ambizioni storiografiche o antropologiche riprende e divulga questa tesi 7, in Germania, ma
anche in Francia, in particolare con Gobineau, e in seguito con Vacher de Lapouge 8.
Dopo l’esposizione dell’argomento d’autore e d’autorità, si procede a fornire la prova con il
dispiegamento di un apparato scientifico pluridisciplinare ed esauriente. Günther comincia col
mobilitare la mitografia e la mitografia comparata: il ciclo di Ercole è strettamente imparentato
con le leggende scozzesi similari, segno che esiste un «patrimonio spirituale indogermanico
dagli elleni dell’Europa centrale all’Europa del Nordovest» 9.
Citando Diodoro Siculo ed Erodoto, Günther evoca il leggendario popolo degli iperborei, dal
quale i due autori fanno derivare i dori e il dio Crono, oltre a Latona e ai suoi due figli Artemide
e Apollo. Ora, scrive Günther, «iperborei» significa «coloro che vivono al di là del vento del
nord» o, «secondo le recenti acquisizioni della lessicologia storica», «coloro che vivono al di là
delle montagne» 10, al di là dei Carpazi che, visti dalla Grecia, marcano la frontiera tra il bacino
mediterraneo e il Nord germanico.
Günther chiama in causa anche la linguistica, la scienza delle lingue (Sprachwissenschaft),
utilizzandone gli argomenti a favore della propria tesi. Cita dunque il suo collega razziologo
Otto Reche (1879-1966) 11, professore all’Università di Lipsia, autore di un articolo sui greci
redatto per un Dizionario della preistoria:

Un piccolo termine greco costituisce una prova inconfutabile: il nome del contorno della
pupilla, l’iride, che significa arcobaleno. Un popolo che avesse gli occhi marroni o neri non
avrebbe mai potuto avere la stramba idea di paragonare il colore dei suoi occhi a un
arcobaleno, poiché, come è evidente, l’arcobaleno non è marrone. Tale denominazione assume
dunque senso solamente rispetto a occhi chiari – azzurri, grigi, verdi, o blu con un contorno
dorato – colori, dunque, che si trovano solo nella razza nordica o in una parte dei suoi
bastardi 12.

Gli argomenti linguistici formulati a volte seguono itinerari piú complessi. Richard Walther
Darré sostiene cosí che la parola che designa la steppa in sanscrito sia la stessa con cui i greci
indicano il campo. Ora, il campo è uno spazio che è stato disboscato per far posto all’attività
agricola. Gli abitanti dell’India non sono dunque in grado di concepire la steppa, una terra
senza alberi, se non come uno spazio che sia stato oggetto di una deforestazione preliminare.
Gli indiani sono allora emersi da una contrada originaria con ampie foreste, vale a dire, secondo
una conclusione inevitabile, il Nord tedesco o il Sud della Svezia 13.
Passando dalla linguistica all’onomastica, Günther rileva la frequenza dei vocaboli chrysos
(oro), pyros (fuoco) e xanthos, che «designa il colore del grano maturo» 14, per comporre nomi
propri: «Il frequentissimo pyros, a sua volta utilizzato all’interno di nomi propri (pyrotrix,
eccetera) mostra chiaramente, essendo derivato da pyr (il fuoco), che i loro capelli erano dorati,
biondi o rossi» 15. La dimostrazione linguistica è proseguita con maggiore ambizione
dall’ellenista Hans-Konrad Krause che, nel 1939, pubblica un articolo di onomastica comparata
tra il greco e il tedesco 16. Nella peggiore delle ipotesi, se le lingue greca e tedesca non sono
immediatamente imparentate nella loro sostanza, nella carne della loro semantica, se la
seconda non è derivata in linea retta dalla prima, esse mostrano tuttavia omologie di struttura e
di costruzione che tradiscono un’indubbia parentela spirituale: in queste due lingue è appunto
all’opera lo stesso spirito nordico, che costruisce i nomi propri secondo la stessa ispirazione e le
stesse leggi. Tra Gottlieb e Theophilos, ad esempio, non c’è a prima vista niente in comune. Uno
studio piú dettagliato, tuttavia, pone in evidenza l’omologia strutturale e la comune ispirazione
semantica di questi due nomi propri: Gott = theos e Lieben = philein. In ciascuna delle due
lingue c’è dunque un amato dagli dèi, lo stesso nome proprio esiste in greco e in tedesco. Nulla
di particolarmente stupefacente, benché l’articolo si guardi bene dal dirlo, se si pensa che il
tedesco Gottlieb è apparso nel XVII secolo semplicemente per tradurre il greco Theofilo, già
latinizzato nel nome proprio Amadeus.
La dimostrazione prosegue attraverso numerosi esempi, tra cui quelli dei nomi Diether e
Demostrato:
Diether < diot (=Volk) + Heer e Demostratos < demos (popolo) + stratos (esercito). Cosa c’è
di strano rispetto a due popoli di contadini-soldati?
L’autore osserva inoltre che esistono strutture simmetriche rovesciate in greco come in
tedesco: Nikokles e Kleonike, Gangolf e Wolfgang rispondono allo stesso schema di costruzione
a chiasmo nelle due lingue. Questi semplici esempi, proposti a titolo di esercizio agli insegnanti
di greco, hanno per Krause un importante valore pedagogico. Essi consentono di mostrare ai
ragazzi delle scuole che «sulla base della loro comunità di sangue ariano, l’intuizione germanica
e quella greca testimoniano una parentela, o meglio una comunità che, senza questo, sarebbe
difficilmente spiegabile» 17. Queste omologie strutturali sono, di fatto, innegabili. Ma, mentre
qui vengono presentate come prova inconfutabile dell’origine nordica, potrebbero allo stesso
modo essere utilizzate altrettanto efficacemente nel senso di un’origine orientale: è quel che
fanno i linguisti indoeuropei.
La razziologia ricorre anche a un nuovo regime di prove culturali: lo sviluppo recente, negli
anni Venti, di una psicologia razziale attorno a Ludwig Ferdinand Clauss fornisce altri
argomenti. Operando un’induzione dallo spirito al sangue, un legame consequenziale diretto e
immediato dalla razza all’anima, Clauss costruisce una tipologia psicorazziale che riunisce nello
stesso tipo i diversi rami della razza nordica 18. I differenti popoli indogermanici sono assegnati
alla stessa identità psicologica, quella del Leistungsmensch, l’uomo attivo e libero, in
contrapposizione al Darbietungsmensch orientale o semitico, uomo della sottomissione.
Ispirandosi a Clauss, lo storico del mondo antico Hans Bogner chiosa su L’anima greca
nell’Antichità 19 per provarne l’indogermanità. Realizzando un circolo ermeneutico del tutto
scontato, Bogner spiega che, per comprendere l’anima greca, si debba «partire inizialmente
dall’anima tedesca» 20. Di rimando, lo studio dell’anima greca permette un’esplorazione
dell’anima tedesca nella sua forma originaria, indogermanica, dunque allo stato puro:

La nostra parentela di razza […] lascia sperare, malgrado tutte le differenze, un accesso alla
nostra identità originaria, fatta di caratteri che in noi sono mascherati da molteplici alienazioni
e che non sarebbero in alcun modo accessibili senza l’aiuto della parola greca che, chiara e
distinta, risuona già in un’epoca in cui i nostri diretti antenati ci hanno affidato solamente
testimonianze frammentarie e mute 21.

Uno dei tratti dell’anima greca è rivelato efficacemente dal comportamento di Ulisse
nell’Iliade (libro XI, vv. 400-10): quando si ritrova solo di fronte al nemico, Ulisse non tergiversa
poiché «non può che prendere atto del fatto che la sua decisione è già presa, e che non gli è
possibile sottrarvisi» 22. La sua risposta, l’attacco, gli è dettata da «la nascita, il sangue,
l’essenza» 23.
L’anima greca assomiglia dunque in modo impressionante allo spirito tedesco di cui qui, in
filigrana e attraverso il gioco del parallelismo, ci viene offerto un ritratto: coraggio, ma anche
volontà di potenza e senso della comunità. Bogner non esita a dipingere i greci omerici come
degli Herrenmenschen 24 alla conquista del mondo mediterraneo. Immergersi nell’anima greca è
dunque tutt’altro che un passatempo da erudito. Il suo studio è ricco di lezioni per un presente
che si rafforza immergendosi nel volontarismo indogermanico:

E se dobbiamo dar ragione al principio fondamentale di ogni politica greca, vale a dire che il
tutto è superiore alla parte, che la comunità precede l’individuo in essenza e dignità, questa
lezione dell’Antichità non deve essere ignorata in un’ora decisiva della storia mondiale in cui
una vera comunità è nuovamente sul punto di avvenire 25.

I capelli biondi nel mondo antico: vicissitudini di dolicocefali nel Mediterraneo.

Se la psicologia ha le sue virtú, la regina delle prove resta l’antropologia razziale. Günther,
come abbiamo visto, tende a fare di ogni erba un fascio, ma cerca le maggiori conferme
soprattutto nella paleontologia o nell’antropologia storica: il corpo greco è qui richiamato come
epifania dell’etnotipo nordico. Per cominciare, Günther deplora la scarsità del materiale umano
osservabile, poiché i greci avevano la malaugurata mania di bruciare spesso i loro morti. In
assenza di crani, resta la possibilità di studiare gli elmi dei guerrieri greci, di cui l’Altes
Museum, a Berlino, custodisce un’importante collezione. Questi elmi rivelano «forme cefaliche
allungate e sottili» 26. I greci presentavano dunque la dolicocefalia 27 caratteristica della razza
nordica: il francese Vacher de Lapouge 28, seguito e citato da Günther 29, era stato il primo a
contrapporre l’uomo dolicocefalo del Nord alla volgare brachicefalia 30 delle altre razze
europee, asiatiche o semitiche.
In assenza di testimonianze antropologiche dirette, Günther si rivolge inizialmente alle fonti
letterarie dell’Antichità. Nelle sue argomentazioni è mobilitato il canone letterario greco, in
particolare l’opus maius omerico: «Gli dèi e gli eroi dell’Iliade sono biondi, come quelli
dell’Odissea» 31. Eroi e dèi di Omero presentano tutte le proprietà fisiologiche, pigmentarie e
antropometriche della razza nordica. Solamente una bellezza nordica, quella della bella Elena,
poteva rendere folli i greci al punto di farli precipitare in una guerra decennale, nota Günther
che, entusiasta, le dedica un piccolo blasone:

La bellezza di Elena è ampiamente descritta: i suoi capelli biondi e fini come la seta, i suoi
occhi quasi diafani, le gote rosa e le labbra rosse, su pelle di un candore abbagliante, le sue
mani bianche e sottili – tutti elementi che caratterizzano la razza nordica 32.

Non solo il colore della pelle e quello dei capelli dei greci indicano il Nord, ma anche la loro
corporatura: «Gli eroi della preistoria greca […] avevano un’alta statura» 33, nota Günther, che
cita una quantità di altri testi oltre al corpus e al canone omerico: Erodoto, Pindaro, Luciano,
Aristotele e molti altri sono evocati a sostegno dell’argomentazione.
Günther non disponeva ancora di un utile strumento di lavoro, apparso alcuni anni dopo,
sempre da Lehmann, opera di un collega, Wilhelm Sieglin, antropologo e professore
all’Università di Berlino. Nel 1935, l’anno della sua morte, Sieglin pubblica un’opera intitolata I
capelli biondi dei popoli indogermanici dell’Antichità. Un censimento delle testimonianze
antiche come contributo alla questione indogermanica 34. Dopo un discorso introduttivo di una
sessantina di pagine sulla questione dell’origine nordica degli indogermani, Sieglin dedica 92
pagine a un «Indice degli dèi e degli eroi dell’Antichità di cui è precisato il colore dei capelli, e
dei personaggi il cui colore di capelli ci è stato tramandato». Vi censisce tutti i personaggi reali,
favolosi o fittizi, designati come biondi o bruni nella letteratura antica. Il riferimento indica con
precisione il nome, la qualità del personaggio e la fonte utilizzata dall’autore, lavoro
considerevole e sfibrante quando si pensa che l’opera annovera quasi 700 voci di questo
genere.
Queste prosopografie capillari sono rigorosamente suddivise secondo categorie critiche. Tutti
i popoli del mondo antico sono passati in rassegna: 1) elleni: 2) itali (sic); 3) galli; 4) germani e
svedesi, ma anche ebrei ed egizi. I popoli greco e romano, che hanno riferimenti
particolarmente ampi, sono dotati di sottocategorie: Sieglin le suddivide in: «Divinità bionde»,
«Eroi biondi», «Personaggi storici biondi», «Personaggi fittizi biondi», utilizzando le stesse
categorie per quei poveri diavoli dei bruni.
La conclusione s’impone in modo clamoroso, ma senza troppa sorpresa: greci, romani,
germani, svedesi sono descritti come in prevalenza biondi. Gli ebrei, invece, sono bruni: altra
razza, altro colore. Per la sua acribia e il suo estremo zelo di erudizione, l’opera di Sieglin può
essere considerata il risultato piú sorprendente della razziologia dell’epoca nel suo carattere
ossessivo e puntiglioso.
Il libro è oggetto di una lunga recensione elogiativa nell’edizione del 15 maggio 1935 di «Das
Schwarze Korps», il settimanale delle SS. Se ne raccomanda inoltre la lettura a un pubblico ben
piú vasto rispetto alla ristretta cerchia degli universitari. Il titolo dell’articolo sottolinea
immediatamente l’interesse di un’opera che mostra, basandosi su prove antropologiche, che
«La razza nordica ha conquistato il mondo» 35, e attesta l’esistenza di una «lotta del biondo
contro il nero» 36. Il giornale SS si entusiasma all’idea che «quel popolo di signori che era il
popolo greco fosse in prevalenza biondo» e che a Roma «la razza dei signori, dei patrizi, si
differenziasse dai plebei grazie ai suoi capelli biondi». La pratica dei matrimoni misti fra le due
caste ebbe il sopravvento su una biondezza purtroppo recessiva, che cedette il passo «ai capelli
bruni», cosí che i romani della decadenza dovevano decolorare la loro capigliatura con lo
zafferano per ritrovare la purezza originaria dei loro antenati, o indossare parrucche fabbricate
a partire dai capelli dei loro schiavi germanici. Troviamo un’eco di queste considerazioni
«scapigliate» nelle conversazioni a tavola di Hitler, che includono commenti sulle tinte dei
capelli dei romani 37.
Oltre all’opera di Sieglin, si può constatare che un’intensa attività di valutazione razziologica
del materiale archeologico è stata realizzata dai piú importanti esponenti dell’antropologia
razziale, venuti in aiuto agli storici e ai razziologi del mondo antico. È il caso ad esempio di
Eugen Fischer, che collabora con Günther alla stesura di un’opera comune dal titolo Profili
tedeschi di razza nordica, pubblicata nel 1933 38, che presenta un’antologia di immagini di
profili nordici impeccabili. Lo stesso Fischer, che si picca di storia antica e piú tardi collaborerà
a opere che trattano della questione ebraica nell’età antica 39, nel 1933 collabora all’opera
comune di archeologi tedeschi, apportando il suo sguardo di antropologo per l’esame di resti
umani ritrovati a Micene 40, e che egli sottopone a una minuziosa esegesi razziologica.
Dopo essersi avvalso dell’autorità della linguistica, dell’antropologia storica, della mitografia
e della letteratura, Günther si rivolge, come obbliga l’eredità winckelmanniana, alla storia
dell’arte. Nell’arco di tutto il suo discorso, l’autore correda il suo testo di busti, statue e ritratti
dell’Antichità, per sottoporli a una diagnosi razziale. Le illustrazioni prodotte nel corso del testo
sono accompagnate da una legenda lapidaria, un verdetto razziale pronunciato senza esitazione
o compiacimento: le fotografie rappresentate, per altro, sono spesso prese di fronte e di profilo,
o di tre quarti, alla maniera dei ritratti realizzati a partire da Bertillon per stabilire l’identità
giudiziaria. Dell’illustrazione 18 a pagina 34 si dice ad esempio: «Donna greca anonima
(poetessa). Nordica», mentre della statua di Sofocle, che supera a sua volta con successo
l’esame razziale: «Sofocle. Nordico» 41. Gli abbondanti allegati (Anhang) che chiudono l’opera
presentano ritratti associati a commenti piú dettagliati, vere e proprie spiegazioni del testo
facciale. Tutte le informazioni razziologiche che Günther pretende di indurre dalla semplice
osservazione di una scultura lasciano il lettore sconcertato davanti a tanta immaginazione. In
uno dei suoi grandi slanci d’ispirazione fisiognomica, Günther commenta cosí il busto di uno dei
personaggi rappresentati:

Rappresentazione dell’uomo nordico lucido e potente. Costante tensione verso lo strapiombo


che sovrasta il mondo e gli uomini, un’esperienza dolorosa tradita dallo sguardo, una certa
serena rassegnazione, un certo disincanto davanti all’insufficienza degli uomini che lo
circondano – una tensione mai smentita e una pena sempre presente, trasposte in una serenità
che può apparire come gentilezza nella relazione con l’altro; la potenza e la profondità del suo
spirito nordico sono tipicamente avvolte da una netta consapevolezza della propria
superiorità 42.

Le facoltà di analisi e di induzione di cui Günther dà prova sconfinano qui nella necromanzia:
i morti e le statue diventano chiacchieroni inesauribili. Tuttavia, ciò che ai nostri occhi non è
altro che delirio ermeneutico, per Günther è un’applicazione coerente del postulato razzista: il
fenotipo è l’espressione di un principio intimo e intrinseco, il sangue, le cui qualità conformano
il corpo, ma anche la psiche. Dal sangue promanano la materialità fisica, lo spirito, le
realizzazioni culturali e artistiche di una civiltà. L’induzione dal corpo allo spirito e dallo spirito
al corpo è dunque pienamente legittima, poiché i due elementi procedono dal sangue. Queste
tre entità definiscono in modo solidale un’identità unica e vincolante, quella della razza.
Se gli uomini greci e la virilità nordica restano l’oggetto principale del discorso, non si
trascurano nemmeno le donne. Günther osserva, rallegrandosene, che le donne rappresentate
dall’arte greca possiedono tratti viriloidi 43. Il bel sesso dell’epopea ha qualcosa di
vigorosamente maschile. La predominanza dell’animus sull’anima è, se vi si presta fede, un
tratto tipico della donna germanica, il che prova ancora una volta l’origine nordica dei greci.
Per esemplificare il suo discorso, Günther propone il caso della moglie di Ulisse, Penelope, e
della dea guerriera Atena:

Penelope è una figura nordica del VII secolo avanti Cristo […]. I personaggi del tipo di
Penelope, come troviamo anche nelle epopee persiane e germaniche, fanno pensare, nella
poesia epica germanica, a figure come le Valchirie […] Atena, «la dea bionda dagli occhi blu» di
Pindaro, è armata per la guerra come una Valchiria 44.

Ecco dunque l’Olimpo annesso senza colpo ferire al Walhalla per mezzo di un Anschluss
mitologico perfettamente riuscito: le due mitologie sono espressione di una stessa sostanza
razziale. La stessa cosa vale per le Amazzoni, paragonate, come le precedenti, alla Crimilde del
Nibelungenlied 45. Il determinismo biologico, la consequenzialità dal sangue allo spirito, è
dunque chiamato in causa per fondare una modalità di strutturalismo mitografico ante litteram.
Per altro, Günther ricorre di rado alla comparazione e all’assimilazione architettoniche, un
difetto a cui porrà rimedio il suo collega Carl Schuchhardt in un articolo del 1933 dedicato a
L’indogermanizzazione della Grecia 46: la presenza di cerchi di megaliti, di dolmen e di volte di
pietra secca in Irlanda, Inghilterra, Bretagna e Grecia è una prova dell’origine nordica dei
greci. Come dice Schuchhardt, questi edifici greci hanno i loro «fratelli e cugini, o, piú
esattamente, i loro padri e zii in Spagna, nel Nord della Francia, in Irlanda» 47. Con tono molto
pedagogico, Schuchhardt propone al lettore una cronologia chiara, simile a quella degli
opuscoli SS, delle migrazioni indogermaniche in Grecia che hanno sovrapposto un sangue
indogermanico a una popolazione autoctona preesistente: «La prima, l’achea (perché ha
condotto in Grecia gli achei di Omero)», si è verificata «verso il 1800 prima della nostra era» 48.
La seconda, «la migrazione dorica» 49, si è svolta «verso il 1200 prima della nostra era» 50.
Günther, come tutti gli autori che si occupano della storia razziale della Grecia, non omette
mai di precisare che in Grecia c’è coesistenza di principî razziali fra gli indigeni, per lo piú
pelasgi, e i conquistatori di razza nordica 51. L’arte greca propone pertanto rappresentazioni del
tipo razziale iperboreo, ma anche del controtipo orientale. La distinzione e la gerarchia delle
razze si materializzano in una dualità delle arti che distingue l’arte nobile, la scultura di marmo,
dall’arte vile della terracotta. L’arte maggiore, o superiore, die hohe Kunst, «guarda verso il
nord e rappresenta i tratti fisici e spirituali dell’uomo nordico» 52, mentre l’arte minore
(Kleinkunst) e l’artigianato (Kunstgewerbe) sono ispirati ed esercitati dai tipi razziali dei
germani dell’Ovest e orientali, da «estranei alla razza e da schiavi […] di ascendenza orientale o
asiatica» 53: questo materiale razziale differente produce un’arte differente, nella misura in cui,
ancora una volta, la differenza di apparenza fisica nasconde un’alterità spirituale o mentale.

Apollo e Dioniso: lo scontro fra due razze.

A questa dualità delle arti corrisponde anche una dualità degli dèi. In un piccolo libro
pubblicato presso l’editore Lehmann, e che vuole essere un pamphlet polemico contro
Nietzsche 54, biasimato per aver esaltato il principio dionisiaco, Karl Kynast, filosofo e storico
dell’arte, oppone punto per punto Apollo e Dioniso. Dioniso, dio orientale e ctonio, dio del
corpo, dei sensi e della trance, è l’antitesti di Apollo, dio nordico e celeste, dio dell’intelligenza
e della padronanza. Il culto dionisiaco, che è fondato sulla perdita di coscienza prodotta da
un’eccitazione dei sensi, procede dunque da un principio razziale allogeno, irriducibile alla
nordicità greca, mentre Nietzsche, a torto, faceva dell’unione di Apollo e Dioniso la condizione
necessaria e sufficiente dell’emergere di una cultura ellenica 55.
Dioniso è un dio oscuro e opaco, il dio della notte dei baccanali, in cui si dispiega la trance,
mentre Apollo è il dio solare, phoibos, «vale a dire il puro, il chiaro, il luminoso» 56: «Dioniso è
un dio notturno, il dio della dismisura esuberante e selvaggia, mentre Apollo è il dio della luce,
dell’ordine, della misura armonica» 57.
Il culto baccanale si fonda sullo scatenamento dei sensi, sull’agitazione di un corpo in preda
al disordine degli affetti e all’eccitazione estatica. È dunque «nato da un sangue e da uno spirito
non nordici» 58, propri di un’umanità totalmente dominata dalle proprie passioni, in balia del
determinismo naturale delle sue pulsioni, prima di tutto libidinose: sono questi i caratteri delle
razze inferiori del Mezzogiorno e dell’Oriente, piú vicine all’animalità, e definite propriamente
dall’eccesso degli istinti, mentre l’uomo nordico è tutto misura e dominio. In ultima analisi, il
culto dionisiaco è un culto femmineo, passivo, il culto dell’abbandono ai sensi, al thymos. I
baccanali sono per altro infestati da «donne e da schiavi! Tutto il contrario dell’uomo ellenico,
che appartiene al popolo di signori nordici» 59. Le razze del Sud e dell’Est consacrano inoltre il
matriarcato, la matrice e la terra madre (Mutterland), mentre i popoli del Nord sono patriarcali
e parlano di patria (Vaterland) 60, come ricorda anche Darré 61. Apollo, dio nordico, è, al
contrario, un affare di uomini e di logos, di dominio attivo, e non di abbandono servile o
femmineo alla passione.
L’opposizione tra apollineo e dionisiaco si fonda dunque proprio su un’antitesi di razze e
nasconde il contrasto tra «cultura e barbarie» 62, umanità e animalità: se Dioniso è il dio del
grido, il grido della trance, dell’orgasmo e dell’orgiastico, Apollo è il dio del canto, espressione
armonica vivente della misura matematica 63.
La tesi di Kynast, che consiste nell’operare un’assiologia degli dèi e delle razze, è citata da
Schemann 64 e da Günther. Ripresa e citata 65 da Rosenberg ne Il mito del XX secolo, essa è
inoltre riassunta da un quaderno di formazione ideologica del partito 66, che le conferisce in tal
modo un’ampia pubblicità.
Rosenberg fa della duplice polarità Apollo-Dioniso una conseguenza della schizofrenia
razziale e spirituale dei greci, combattuti tra le loro origini nordiche e i fermenti allogeni che,
dopo il loro insediamento in una terra straniera del Sud, si sono insinuati nel loro sangue:
«L’uomo greco era già scisso, divenuto quasi estraneo a se stesso, fluttuava tra valori propri
della sua razza e una disposizione spirituale straniera» 67. Da una parte si trovano gli dèi di luce
e di chiarezza, principî del bene, del bello e del buono, le «figure luminose (Lichtgestalten) di
Apollo e di Pallade Atena» 68, dall’altra, diametralmente opposto al Lichtgott Apollo «dai capelli
biondi» 69, Dioniso, dio della notte 70, che «entra da straniero, in senso razziale e spirituale, nella
vita greca», a tal punto da incarnare, con la sua estraneità psichica e fisica, «la degenerazione
nordica» 71.
Mentre Apollo e Atena, divinità solari, reggono l’armonia, il dominio e la misura che
governano la psiche e la città greca, Dioniso introduce la barbarie entro la cinta della città:
Rosenberg raffigura con tratti kitsch la brutalità dionisiaca, descrivendo con enfasi il ruggito
orgiastico e orgasmico del baccanale, «al rilucere febbrile delle fiaccole, in un fracasso
metallico, accompagnato da tamburelli e da flauti» 72, prima che le baccanti, abbandonate alla
tirannia dei loro sensi, lacerino a morsi la carne sacrificale. Questa brutalità dello scatenamento
pulsionale è agli antipodi rispetto alla sovranità greca, virilmente affrancata dalla tirannia dei
sensi:

Queste pratiche erano totalmente e assolutamente opposte a tutto ciò che è greco,
rappresentavano quella religione della possessione che regnava ovunque nel Mediterraneo
orientale, portata e diffusa dalle razze e dalle aggregazioni razziali africano-asiatiche 73.

La colluvies romana: bacino nordico e falde allogene.

La seconda parte dell’opera di Hans Günther, dedicata alla storia razziale del popolo romano,
segue lo stesso modello degli sviluppi riservati alla Grecia. I romani sono «anch’essi di origine
razziale nordica» 74. Citando i linguisti, Günther ne adduce come prova il fatto che «i
fondamenti della lingua italica e della lingua germanica sono affini» 75. Gli italici del Nord, a suo
parere, provenivano «dalla regione del Danubio medio e superiore» 76, cosa che per altro non ne
fa dei puri nordici. Infatti, se è evidente che tutto ciò che di grande è stato fatto a Roma è
dovuto al carattere nordico predominante degli antichi patrizi romani, non «bisogna
rappresentarseli come puramente nordici». È probabile infatti che «sulla loro strada attraverso
le Alpi dell’Est, essi abbiano assunto alcuni tratti orientali minori» 77. Günther mostra dunque
esitazioni e riserve a proposito della natura e dei caratteri razziali degli antichi romani, seguito
in questo dai suoi lettori ed epigoni del mondo della razziologia tedesca dell’epoca.
Ludwig Schemann 78, dottore in storia romana e professore di antropologia razziale
all’Università di Friburgo, traduttore e biografo di Gobineau, rivolge cosí uno sguardo severo al
meticciato della Roma delle origini, colpevole di non essere pura come la Sparta dorica.
Definisce la Roma delle origini come una «colluvies, una mescolanza e un disordine, la
confluenza di masse umane, e non esattamente di prima scelta» 79, citando Quinto Cicerone,
avvocato e fratello del celebre autore delle versioni latine: «Roma, civitas ex nationum conventu
constituta» 80. Una città variegata sin dall’origine, una «creazione completamente artificiale» 81,
dunque, che è definita, in relazione e in contrasto con la purezza nordica dei greci, dalla sua
«screziatura», una caratterizzazione che i razziologi italiani confutano con vigore a partire dal
1938 82. Questa eterogeneità non impedisce all’elemento nordico di manifestarsi. È il solo
garante e la sola cauzione della grandezza di Roma, e successivamente dell’Impero:

La grandezza storica dei romani è inestricabilmente connessa con la loro matrice nordica
[…]. Le figure piú rilevanti e piú decisive della storia romana rivelano questa origine con piena
evidenza. I fondatori di Roma evocano, malgrado tutta la bruma di leggende che li circonda, i
popoli del Nord piú originari 83.

Seguono, all’interno di una rassegna degli antenati biondi e dagli occhi blu, «Catone, un
rosso con gli occhi azzurri (Plutarco)», Silla, che «aveva i capelli color dell’oro e gli occhi
azzurri», e Cesare, «un uomo del Nord con tratti solo parzialmente misti», mentre, per il resto,
«gli imperatori davvero creatori sono stati di sangue nordico» 84.
La tesi di Günther sull’origine e il carattere nordico dei greci e dei romani viene ripresa e
ripetuta da numerose opere, che diffondono la vulgata razziologica applicandola docilmente.
Otto Reche ad esempio, pubblica nel 1936, da Lehmann, un’opera dal titolo Razza e patria degli
indogermani 85, che riprende e riformula senza originalità le tesi di Günther, cosí come due
capitoli di un’opera collettiva del 1937 intitolata La storia dell’Europa: un destino razziale, che
riprende senza discuterlo e senza alcuna distanza il discorso güntheriano 86. Si possono trovare
a volte alcuni dibattiti microscopici fra questi testi, con lievissime sfumature in particolare sulla
questione della provenienza geografica precisa degli elleni. A differenza di Günther, che
propone come nucleo originario il Nord della Germania e il Sud della Scandinavia, lo storico
dell’età antica Fritz Taeger sostiene invece l’ipotesi danubiana 87. Resta tuttavia infrangibile,
anche per lui, il consenso sulla reciproca partecipazione a una comune indogermanità.

Atene, Roma, Berlino: la translatio studiorum et imperii secondo la Nsdap.

L’affermazione del carattere nordico dei greci e dei romani è ripresa con tenacia e
convinzione dalle autorità del partito. La questione, a priori confidenziale e astrusa, viene
trasmessa a livello politico con un’insistenza sorprendente: come mai il discorso delle piú alte
autorità del Partito nazista, e in seguito dello Stato, mostra un tale interesse per questioni a
prima vista solo erudite? Ci si stupisce della pubblicità che viene loro riservata, ci si stupisce di
sentire Rosenberg, o Hitler in persona, perorare e dissertare, in pubblico come in privato, sulla
natura nordica dei greci e dei romani.
Che i greci antichi e i tedeschi contemporanei partecipino della stessa sostanza razziale è
provato secondo Rosenberg dall’istinto che ci fa riconoscere come germanico tutto ciò che è
greco e respingere tutto ciò che porta il marchio della Siria e di Babilonia:

La consapevolezza delle origini europee e la distinzione tra il vecchio e il nuovo senso della
storia ci hanno permesso di discriminare, di operare una selezione e di respingere con certezza
e per sempre come straniero quel che ci viene dalla Siria e da Babilonia. Nello stesso tempo, la
venerazione per l’Antichità greca nella storia tedesca ci mostra che l’istinto non si è mai
assopito, malgrado altre dottrine. Questo istinto ci fa riconoscere come spiritualmente e
fisicamente imparentato tutto ciò che è legato al nome di Partenone 88.

Non si dimentica neppure Roma: «Chi dice antico romano dice nordico» 89, ricorda
Rosenberg. La razza germanico-nordica non si è accontentata di creare queste civiltà, ma le ha
di volta in volta rigenerate. La Grecia è stata, a intervalli regolari, rinvigorita da apporti di
sangue nordico rinnovato emersi da nuove ondate di immigrazione ariana, che hanno costituito
altrettanti rinforzi nella lotta che la opponeva all’Asia Minore, e di cui alcuni tentano una
cronologia:

Le forze nordiche, assottigliate dalla lotta, venivano rinforzate da nuove ondate


d’immigrazione. I dori, e in seguito i macedoni vegliavano su questo sangue biondo e creatore.

La Grecia segna, agli occhi di Rosenberg, l’apogeo dell’eccellenza razziale e culturale del
Nord:

Il sogno dell’umanità nordica si è realizzato nella forma piú bella nella Grecia antica. L’uomo
nordico, mediante diverse ondate successive, sorge dalla valle del Danubio, e riveste in una
nuova creazione la popolazione originaria, gli immigrati ariani e non ariani. Si può constatare
che la civiltà micenea degli achei è già prevalentemente nordica.
Anche Roma è stata rigenerata da flussi di un sangue venuto dalla Germania. Rosenberg
descrive i germani invasori come un fattore, un fermento di resurrezione della Roma ariana
delle origini. Essi sono un sangue nuovo che viene a rafforzare l’elemento nordico che era stato
indebolito a Roma da una colpevole tolleranza nei confronti dello straniero:

Quando, molto piú tardi, i germani decisero di offrire i loro servigi a questi imperatori deboli,
degenerati, circondati da bastardi impuri, nella loro anima regnava lo stesso spirito d’onore e di
fedeltà che vigeva presso gli antichi romani.

L’immigrazione di questa ondata germanica, che avrebbe sommerso l’Impero romano,


costituisce per Rosenberg una sorta di rifondazione di Roma. Nel 753, la sua fondazione era
stata dovuta a germani provenienti dal Nord. I soldati germanici che cominciavano a popolare
l’Impero e a costituire la legione di ausiliari sono ormai il fondamento dell’Impero e del potere:

Una campagna dopo l’altra, la tattica romana si mostra impotente di fronte a questa forza
originaria che è all’opera. A Roma fanno la loro apparizione «schiavi» biondi e giganteschi, la
bellezza germanica diventa alla moda in questo popolo decadente e senza ideali. La presenza di
germani liberi è ormai comune, e la loro fedeltà di soldati diventa sempre piú il sostegno
migliore per Cesare […]. All’epoca di Costantino, l’esercito romano è quasi tutto germanico.

Questa presenza germanica riconcilia la città con le proprie origini nordiche, dopo una lunga
decadenza razziale:

Isolati dai romani, a causa delle leggi sul matrimonio e della loro fede ariana, i goti poi, piú
tardi, i longobardi hanno avuto lo stesso ruolo creatore che aveva svolto in passato la prima
ondata nordica fondatrice della vecchia Roma repubblicana 90.

La storiografia tedesca ha sempre respinto l’identificazione di quelle che i francesi chiamano


le «invasioni barbariche» con… invasioni di barbari, che avrebbero appunto fatto crollare
l’Impero romano. È significativo il fatto che gli storici tedeschi non parlino, come i loro colleghi
francesi, di «grandi invasioni» ma di «migrazioni dei popoli», di Völkerwanderungen. Il termine
invasione denota un atteggiamento ostile: barbari irsuti e vestiti di pelli di animali razziano
Roma, violano le sue matrone, rapinano i suoi templi e lasciano alla posterità una moltitudine di
soggetti adatti a pittori kitsch. La storiografia tedesca insiste invece sul carattere progressivo e
continuo che ha costituito il lento movimento delle migrazioni germaniche: i popoli del Nord si
sono aggregati all’Impero per mezzo di foedera, e poco alla volta sono arrivati a insediarvisi. I
nazisti conducono all’estremo questa riabilitazione dei germani: lungi dall’essere i distruttori
dell’Impero, essi sono stati il fermento della sua rigenerazione biologica. In seguito l’Impero si è
naturalmente spostato da Roma verso il nord, con Carlomagno, poi con Ottone. Questa
rigenerazione razziale dell’Impero non è stata tuttavia sufficiente: Roma è stata travolta, come
la Grecia, dagli assalti di razze ostili, come vedremo piú avanti 91.
La riformulazione nazista del mito ariano stabilisce dunque un’identità di sostanza tra i popoli
greco, romano e germanico. Si tratta di tre rami di una razza originaria comune, la razza
nordica. Dato che il ramo germanico è rimasto sulle terre dei progenitori per custodire il suolo
della patria, esiste un rapporto di quasi-filiazione tra germanità, grecità e romanità: la
germanità nordica ha generato la grecità e la romanità che, a loro volta, hanno fecondato la
germanità, secondo un’idea che rientra ormai fra le evidenze. In una delle sue conversazioni a
tavola, Hitler dichiara: «Quando ci chiedono chi sono i nostri antenati, dobbiamo rispondere: i
greci» 92.

Il sole, la brocca e il Partenone: la teoria del clima contro l’arretratezza germanica.

Come spiegare, allora, lo scarto sorprendente dei livelli di civiltà di Atene e di Roma rispetto
ai germani primitivi delle foreste?
Hitler fornisce una risposta alla questione, sviluppandola ampiamente. Nel Mein Kampf
contesta innanzitutto il fatto che i germani fossero del tutto arretrati, cosa che lui stesso non
era lontano dal pensare, ma che non poteva, per evidenti ragioni politiche, scrivere con la
stessa brutalità con cui si permetteva di dirlo, come vedremo, nelle sue conversazioni private.
Nel Mein Kampf, esclama virtuosamente:

È una incredibile stoltezza rappresentare come incivili, come barbari, i germani dei tempi
anteriori al cristianesimo. Non furono mai tali. Ma l’asprezza del loro clima nordico li costrinse
a condizioni di vita che ostacolavano lo sviluppo delle loro forze creatrici. Se fossero giunti
nelle miti terre del sud e nel materiale dei popoli inferiori avessero trovato le prime risorse
tecniche, la capacità di cultura in essi latente avrebbe prodotto una splendida fioritura, come
avvenne per esempio ai greci 93.

Hitler chiama dunque in causa la teoria dei climi cara all’etnografia classica, da Aristotele a
Montesquieu. Già Aristotele spiegava che i greci, i quali abitano la zona temperata del mondo,
hanno una natura armoniosa ed equilibrata, tanto lontana dagli estremi quanto lo sono i loro
cieli. Successivamente, Posidonio di Apamea 94 ha stabilito una tipologia dei popoli a seconda
della zona climatica. Per questi due autori, come per il loro lettore Montesquieu, rispetto a
popolazioni comparabili tra loro, le condizioni climatiche determinano il livello di sviluppo di
una civiltà. Per altro, la metafora botanica sottesa detta in questo caso l’inevitabile evidenza
intuitiva del discorso: una pianta cresce meglio sotto il sole della Toscana che non tra le brume
del Nord.
In una conversazione privata del 1942, Hitler riprende questa idea per svilupparla:

Oggi appare chiaro perché i nostri antenati non marciarono verso l’est, ma verso il sud: tutto
il territorio a est dell’Elba non differiva affatto, in quei tempi, da quella che per noi è la Russia
di oggi. Non per niente i romani inorridivano al pensiero di dover valicare le Alpi, e non senza
motivo i germani cercavano di spingersi al sud 95.

L’Est dell’Europa viene dunque descritto sotto una luce poco lusinghiera. Nell’età antica era
un paese respingente, e ciò spiega il fatto che i germani, contrariamente ai nazisti, non abbiano
considerato il fatto che la conquista del loro Lebensraum ve li conduceva naturalmente: il
tropismo era australe, non orientale.
Non è raro che Hitler si soffermi sulla sorte della stessa Germania, come in questa
conversazione privata del gennaio 1942: «Il nostro era un paese da cani» 96, o meglio da maiali,
visto che il tedesco ricorre piú alla metafora porcina che non a quella canina 97. Secondo Hitler,
i romani sarebbero stati contenti di una spedizione in Prussia orientale quanto un soldato della
Wehrmacht lo sarebbe stato di un trasferimento sul fronte dell’Est:

Per i romani un trasferimento in Germania era qualcosa di simile a una condanna, cosí come
per noi l’idea di un trasferimento a Posen ispirò per molto tempo la piú grande avversione. Si
pensi: piogge interminabili e uno sconfinato acquitrino! […] Le nostre terre erano fredde,
umide e nebbiose 98.

Nell’età antica, la Germania offriva dunque un’immagine che era l’esatto contrappunto delle
regioni mediterranee, quelle contrade calde e luminose in cui lo spirito nordico ha potuto fiorire
con fecondità, potenza e grazia.
Hitler ha letto La Germania di Tacito, che a volte cita nei suoi discorsi e nelle conversazioni
private 99. Si compiace nel riprenderne i pregiudizi geografici e climatici. Tacito, che non ha mai
visto la Germania antica e che la conosce solo attraverso la mediazione di legionari e di
mercanti, descrive questa regione come un paese aspro e inospitale, senza bellezza né dolcezza
per chi l’abita o la visita. L’uomo mediterraneo evoca con repulsione questa «Germania, una
terra selvaggia, dal clima aspro, deprimente al soggiorno e alla vista» 100. Nel passo seguente,
Tacito inasprisce la sua requisitoria meteorologica ed estetica:

Il paesaggio, anche se di aspetto piuttosto vario, è comunque in genere irto di boschi o


infestato di paludi. Il clima è piú umido nella parte rivolta verso le Gallie, piú ventoso in quella
che guarda verso il Norico e la Pannonia 101.

Hitler concorda con questa repulsione del romano nei confronti della Germania primitiva.
L’antica Germania era, ai suoi occhi, simile in tutto e per tutto all’immagine desolante che la
Russia contemporanea, sfigurata dalla tirannia sovietica, offre alle truppe tedesche:

Quando i nostri soldati dicono che l’est è orribile, ebbene, per i romani dell’Antichità doveva
essere atroce tutta l’Europa del Nord, ma la Germania ha perduto questo aspetto desolante!
L’Ucraina si abbellirà alla stessa maniera, dal momento in cui cominceremo a portarvi il nostro
lavoro 102.

Questi discorsi dell’autunno 1941 e dell’inverno 1942 sono l’eco dei rapporti provenienti dal
fronte dell’Est ed esprimono la speranza di una colonizzazione a breve termine, coronata da
successo: è interessante constatare che, nel momento in cui le truppe tedesche si battono in
terra sovietica, Hitler assimila totalmente questa guerra all’impresa di conquista e di dominio
romana.
La colonizzazione a est può migliorare questi paesaggi poiché, se il determinismo della razza
è immodificabile, quello del clima può subire qualche adattamento, a condizione che una
volontà creatrice si metta all’opera. Ogni aiuto del destino è tuttavia benvenuto, ad esempio
sotto la forma di una modificazione atmosferica. La Germania si è infine sviluppata – prosegue
dottamente Hitler – perché le influenze temperate del Sud sono state in grado, col favore dei
disboscamenti medievali, di valicare le Alpi. Senza la dolcezza di questo fantasioso effetto di
föhn, la Germania sarebbe senza dubbio rimasta quel paese aspro, rude e freddo che suscitava
repulsione nei romani:

Noi viviamo oggi grazie al fatto che l’Italia non ha piú alberi. Senza questo, i venti del sud e
la loro dolcezza non arriverebbero fino a noi. Duemila anni fa, invece, l’Italia era ancora un
paese di foreste, e provate a immaginare cosa sembrava il nostro paese senza i disboscamenti, i
villaggi, le strade, le città! 103.

È ormai possibile spiegarsi meglio il take off culturale dei germani: essi sono riusciti a
recuperare il loro ritardo sui greci e i romani grazie all’effetto benefico di venti che in
precedenza erano bloccati dalle fitte foreste delle Alpi italiane.
Altri rappresentanti dell’umanità nordica hanno avuto già prima occasioni piú favorevoli.
Avendo avuto la felice idea di migrare verso il sud, sono riusciti a creare civiltà fiorenti ed
espansive. Proprio come una pianta, l’indogermano ha bisogno del sole per attuare la sua
fotosintesi culturale:

I germani dovevano spingersi verso un clima piú caldo per poter sviluppare le proprie
capacità. Solo in Grecia e in Italia lo spirito germanico poteva trovare un ambiente
favorevole! 104.

Un clima sfavorevole ha ritardato lo sviluppo del genio germanico al Nord:

Sono dovuti passare molti secoli prima che una esistenza degna di esseri umani fosse
possibile anche nel clima del Nord 105.

Le considerazioni atmosferiche di Hitler mirano a rendere ragione di un ritardo culturale


stridente per i tedeschi contemporanei. Altri, come Paul Schultze-Naumburg, hanno provato a
proporre spiegazioni meno fumose dello scarto esistente tra i popoli dell’Antichità e i loro cugini
germani. Per lo storico dell’arte, la questione non è: perché esisteva un tale fossato culturale tra
popoli razzialmente imparentati?, ma: perché abbiamo cosí poche testimonianze dell’eccellenza
culturale germanica, vale a dire perché si sono conservate meno opere d’arte dei germani che
non dei greci? A suo parere, «la ragione è […] puramente materiale» 106: i greci lavoravano il
marmo, i germani il legno, deperibile, o il ferro, soggetto alla ruggine 107.

Il gusto dell’antico contro la germanomania: Hitler di fronte alle SS.

Ci si potrebbe stupire della severità di Hitler nei confronti della Germania e della sua storia:
da una parte prova fascinazione per l’Antichità, romana in particolare, e dall’altra solo
disprezzo, tranne alcune concessioni, per la preistoria germanica, cosí povera di realizzazioni
culturali, cosí sterile sul piano artistico. Dunque, in modo sorprendente, il Führer è infastidito
dall’ossessione germanomaniaca di Himmler e delle SS: la storia propriamente germanica
diventa interessante, ai suoi occhi, solo a partire dalla costruzione delle cattedrali, del Sacro
Romano Impero, e in seguito dello Stato prussiano. La preistoria germanica, che Himmler ama
in modo cosí fervido, per lui non ha alcun valore. Peggio ancora, il suo studio si rivela umiliante
per la fierezza tedesca.
Himmler scaglia reggimenti di archeologi delle SS all’assalto delle foreste della Germania. La
loro missione è scavare per portare alla luce tutte le testimonianze della civiltà germanica e
contribuire alla diffusione della giovanissima scienza preistorica, che il suo fondatore, Gustaf
Kossinna, definiva «scienza eminentemente nazionale» 108. Le SS si dotano di una rivista di
qualità, «Germanien», in cui gli scavi preistorici sono oggetto di fieri e regolari resoconti 109.
Queste ricerche sono viste molto di cattivo occhio da quell’amante dell’Antichità che è Hitler.
I risultati presentati da quegli scavi amareggiano il Führer, che vi vede un’umiliazione piú che
un’esaltazione della germanità. La germanomania di Himmler e delle SS suscita sarcasmi poco
benevoli da parte sua:

Si trova un cranio, ed ecco che tutti vanno in estasi: trovata la somiglianza con i nostri
antenati. E se l’uomo di Neanderthal fosse semplicemente una scimmia? […] Quando ci
chiedono chi sono i nostri antenati, dobbiamo sempre rispondere: i greci 110,

e non brandire trionfalmente le ossa di qualche pitecantropo sassone.


Esumare dei crani in Germania per conoscere la conformazione degli antenati della razza è
inutile e dannoso, visto che a darcene testimonianza è già la pietra della statuaria greca: «I
greci erano al contempo germani» 111, ricorda tranquillamente Hitler, che assimila direttamente
grecità e germanità senza passare in questo caso attraverso la mediazione del concetto di
nordicità, rivelando cosí il suo sorprendente, ma costante, dilettantismo in materia di questioni
razziali 112, oltre che il suo gusto spiccato per l’amalgama e per la scorciatoia.
Tutto quello che gli archeologi di Himmler riescono a portare alla luce lascia perfettamente
indifferente il Führer, che si dedica, da provetto studioso, a un esercizio di critica storica:

Tutti i ritrovamenti archeologici segnalati da una parte o dall’altra della Germania mi


lasciano scettico: questi presunti segni di civiltà, questi cimeli attribuiti ad artigiani germanici,
in realtà sono dovuti ad altri popoli. I germani ricevettero questi oggetti dando in cambio
l’ambra del Mare del Nord 113.

Peggio ancora, i risultati di queste ricerche sono, ai suoi occhi, assolutamente deludenti, e
testimoniano piú un’irrimediabile arretratezza che non una qualche cultura degna di questo
nome:

I germani […] non erano piú evoluti di quanto siano, oggi, i maori, popolo di negri
neozelandesi 114,

apprezzamento tutto sommato gentile da parte sua.


In ogni caso, e facendo la tara, in quel che precede, rispetto all’esagerazione polemica e al
fastidio suscitato dalla germanomania delle SS, i germani, secondo lui, non reggono il paragone
con l’Antichità greca e romana a cui va tutto il suo favore:

Durante il pranzo, il capo osservò che ci si stupiva sempre degli scavi realizzati sotto i luoghi
abitati dai nostri antenati. Il suo compiacimento era molto modesto 115.

Segue la trascrizione, sotto forma di parlato indiretto libero, dei discorsi del Führer:

Al tempo in cui i nostri antenati fabbricavano trogoli di pietra e brocche d’argilla, tutti quegli
oggetti di cui i nostri studiosi della preistoria si compiacciono, i greci costruivano l’Acropoli 116.

Per Hitler, non c’è dunque alcun dubbio che proprio la Grecia e Roma, fondate da popoli
nordici, siano state creatrici di cultura in Europa:

Gli effettivi creatori di cultura, non solo negli ultimi secoli prima della nostra era, ma anche
nel primo millennio antecedente la nascita di Cristo, sono stati i popoli mediterranei. Questo ci
sembra a volte inverosimile, perché giudichiamo i popoli del Mediterraneo secondo lo stato in
cui li troviamo oggi. È un errore di prospettiva 117.

Il paragone tra i greci e i germani, il parallelismo già evocato tra le brocche d’argilla e il
marmo dell’Acropoli, è sconvolgente:

In un tempo in cui gli altri popoli costruivano già strade di pietra, il nostro paese non
presentava nessun segno di civiltà. Quelli che rimasero fermi nell’Holstein, dopo duemila anni
erano ancora a uno stato spregevole, mentre i loro fratelli emigrati in Grecia salirono verso la
civiltà 118.

Questa civiltà riuscirà ad alimentare, di rimando, una germanità rimasta prigioniera delle
brume del Nord. Grazie al contatto con Roma, lo spirito germanico si nutrirà del genio
sbocciato al sole del Sud. L’umanità nordica è dunque valorizzata da Hitler solo nelle sue
varianti greca e romana, e la germanità primitiva trova grazia ai suoi occhi solo nella misura in
cui è riuscita a imparare da Roma. La figura germanica ed eroica di Arminio, per esempio, non
è esaltata tanto come incarnazione di una pura germanità, quanto come quella di un discepolo
particolarmente dotato di Roma e della civiltà latina. Il capo germano, vincitore, nel 9 avanti
Cristo, sul generale Varo al Teutoburger Wald, non è celebrato da Hitler come un massacratore
di legioni, ma come un germano che ha saputo essere l’emulo e l’allievo di Roma, apprenderne
l’intelligenza tattica e culturale, e operare cosí una sintesi latino-germanica:

Se i romani non avessero ingaggiato i germani nel loro esercito, il contadino germano non
sarebbe mai diventato il soldato addestrato che in seguito li avrebbe annientati. Lo vediamo
molto chiaramente nell’esempio di Arminio, comandante della Terza legione romana, che da
giovane ha acquisito dagli stessi romani le competenze e l’esperienza militare che gli
permetteranno di batterli. Anche i suoi compagni di lotta sono stati germani che, in vari
momenti, hanno prestato servizio nelle legioni romane 119.

Non è dunque in quanto tale che Arminio-Hermann è una figura rilevante per la storia
tedesca. Hitler non lo presenta come il germano feroce insorto per l’eternità, a Detmold, contro
l’invasore romano, incarnazione di una germanità libera e coraggiosa che fa fronte a ogni
intrusione. Arminio è piuttosto, cosí come i suoi compagni d’arme, un tramite culturale, un
intermediario tra Roma e la Germania, mediazione paragonabile a quella che i romani
rappresentarono per la Francia.
Non è dunque sorprendente che la celebrazione a tutto tondo della germanità da parte di
Himmler e delle SS infastidisca Hitler. È con humour feroce che Hitler si fa beffe della
germanomania delle SS, che disapprova e ridicolizza tanto in privato quanto in pubblico,
fustigando il loro gusto di un folklore passatista e retrogrado che esalta dei primitivi
oligofrenici. In uno dei suoi discorsi, li demolisce con ironia crudele e confessa di non provare
alcun desiderio di tornare a rivestire «una pelle d’orso per riprendere la strada delle migrazioni
germaniche» 120:

Siamo dei nazionalsocialisti e non abbiamo nulla in comune con l’idea völkisch […] né con il
kitsch völkisch piccolo borghese, o con le barbe folte e i capelli lunghi. Tutti noi ci siamo
tagliati i capelli cortissimi 121.

L’esuberanza irsuta è barbarie, la nuca ben rasata dei romani e delle SS è civiltà.
Hitler si fa dunque eco, in privato come in pubblico, dei pregiudizi piú umilianti sui germani
delle origini, pregiudizi che la giovane scienza preistorica germanica cerca di combattere,
aiutata in questo dalla stampa delle SS: i cliché sull’aspetto degli indumenti e della chioma dei
germani, ripresi da Hitler, sono per altro oggetto di un articolo specifico della stampa SS, che si
erge contro

una rappresentazione tendenziosa dei nostri antenati rivestiti di pelli animali, con elmi con le
corna e lunghe barbe fluenti. La scienza tedesca contraddice tutto questo da molto tempo 122.

Sono innumerevoli gli articoli che «Das Schwarze Korps» dedica a demolire tutti i cliché che
gravano sulla presunta arretratezza germanica 123. Alcuni articoli trovano abilmente una
scappatoia attraverso la critica dei testi antichi che hanno veicolato i cliché del barbaro
rivestito di pelli animali e di elmo con le corna, come la serie di quattro articoli intitolati
Propaganda astiosa nell’Antichità e pubblicata nel 1935: si citano e si mobilitano fonti antiche
per inficiare lo stereotipo spregiativo e riabilitare i germani vittime di una campagna
denigratoria pressoché sistematica da parte degli autori greci e romani. Pertanto, se Strabone
accenna a sacrifici umani tra i germani, né Cesare né Plutarco ne parlano. Procedendo con la
discussione filologica, l’articolo contesta una traduzione consolidata della Germania di Tacito.
Nel capitolo XXXIX , l’autore romano avrebbe parlato di sacrifici umani. Tradurre caedere con
sacrificare «dipende per lo meno da una leggerezza priva di coerenza»: questo verbo può
significare «battere, sferzare, gettare». Se Tacito avesse voluto parlare di sacrificio umano,
avrebbe fatto ricorso a uno degli innumerevoli verbi di cui il latino dispone, come necare,
interficere, occidere, interimere 124.
Un altro articolo dello stesso settimanale SS ritiene utile relativizzare la prospettiva romana
sui germani, precisando che

i romani, che sono all’origine del discorso cristiano sulla barbarie germanica, sono stati sempre
in contatto solamente con le avanguardie migranti e combattenti. Non c’è allora da stupirsi che
i germani siano loro apparsi come combattenti valorosi, ma come costruttori molto scadenti. È
stato necessario aspettare la scienza storica contemporanea, che è andata a esumare le tracce
dei nostri padri là dove gli agricoltori sedentari hanno creato una cultura elevata, per spazzar
via tutti i pregiudizi e vedere infine i germani per quello che sono stati: coloro che hanno
portato luce nell’Occidente! 125.

«Perché voler sempre ricordare al mondo intero che non abbiamo un passato?»: un
complesso d’inferiorità culturale rispetto alla Roma di Mussolini.

Essendo fuor di dubbio la schiacciante superiorità culturale della civiltà greco-latina, Hitler
scredita le mire reazionarie delle SS che, attorno al loro capo, aspirano a resuscitare tradizioni,
costumi e culti germanici. Non solo questi culti e queste tradizioni erano culturalmente
equivalenti agli amuleti dei maori, ma inoltre questa mitologia è scomparsa naturalmente
perché doveva morire:

Mi sembrerebbe del tutto ridicolo far celebrare nuovamente il culto di Wotan. La nostra
vecchia mitologia era superata, non sopravviveva nemmeno piú quando è arrivato il
cristianesimo. Ciò che è maturo per la morte sparisce sempre! […] Non ci si può augurare di
instupidire l’intera umanità 126.
Hitler lancia strali contro gli ideologi che stravedono solo per la resurrezione dell’antica
germanità, come in questo discorso, citato da Hermann Rauschning:

No, quei professori e quegli ignorantelli che architettano i miti nordici non valgono nulla per
noi; anzi, mi disturbano nella mia azione. Voi mi domanderete perché li tollero? Perché
contribuiscono alla decomposizione, perché provocano del disordine e ogni disordine è
creatore. Per quanto vana sia la loro agitazione, lasciamoli fare, perché ci aiutano a loro
modo 127.

Accade lo stesso con l’ossessione germanica delle SS e di tutti gli appassionati per l’elmo con
le corna. In una conversazione privata riferita da Albert Speer nelle sue Memorie, Hitler se la
prende in particolare e direttamente con Himmler, la cui germanomania non è lontana da
eccessi. Secondo Hitler, le ricerche archeologiche e gli studi affrontati dalle SS provano solo
una cosa, cioè che i tedeschi non possono avere un passato degno di questo nome se fanno
riferimento alla sola germanità. La rivendicazione e l’annessione dell’eredità greco-romana è
indispensabile per iscrivere la Germania in una lunga e prestigiosa genealogia:

Cos’è questo voler dimostrare a tutto il mondo che non abbiamo un passato? Non basta che si
sappia che i romani costruivano dei grandi edifici quando i nostri antenati si accontentavano di
capanne di fango: Himmler vuol farle proprio vedere, queste capanne di fango, e cade in
ammirazione davanti a ogni coccio d’argilla e a ogni ascia di pietra che gli capita tra i piedi. In
tal modo, non facciamo che proclamare a tutto il mondo che, quando la Grecia e Roma avevano
ormai raggiunto un livello culturale altissimo, noi eravamo bravi soltanto a lanciare asce di
pietra o a starcene accovacciati intorno a fuochi all’aperto. Avremmo tutti i migliori motivi di
lasciar dormire nel silenzio questo nostro passato. Ecco invece che Himmler lo strombazza ai
quattro venti! I romani di oggi devono farsi delle belle risate di scherno davanti a simili
ritrovamenti! 128.

La messa in luce di un tale passato di barbarie e di arretratezza porta piú a umiliare la


Germania che non a esaltarla. Gli obiettivi e le ricerche delle SS sono dunque perfettamente e
stupidamente controproducenti. Ogni coccio d’argilla scoperto è uno schiaffo in piú affibbiato
alla Germania dall’alto del Partenone o del Colosseo.
Ammiratore incondizionato dell’Antichità romana, Hitler era particolarmente sensibile a ogni
comparazione con l’Italia, tanto piú che provava un certo complesso d’inferiorità nei confronti
di Mussolini, suo maestro di fascismo, che aveva avuto successo nella marcia su Roma del 1922,
mentre Hitler aveva fallito il putsch del 1923 e aveva dovuto aspettare altri dieci anni prima di
accedere al potere. Il ritratto del Duce ornava l’ufficio del Führer a Monaco: la prima visita
dell’allievo nazista al maestro fascista a Venezia nel giugno 1934, nel contesto delle tensioni
attorno all’Austria e al Brennero, era stata una catastrofe per l’immagine di Hitler.
Mussolini, prima di mettersi a rimorchio del Terzo Reich a partire dal 1936, si compiaceva di
atteggiarsi a mentore e ricordava spesso il debito del nazismo e della Germania nei confronti
del fascismo e di Roma. Come emerge da questo discorso pronunciato a Bari il 6 settembre
1934, dove fustiga il razzismo nazista e la razza dei signori con un tono sferzante e spietato:

Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con un sovrano disprezzo talune dottrine
d’oltralpe di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria
vita, in un tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto 129.

Lo stesso disprezzo colpisce le realizzazioni architettoniche del Terzo Reich, a cui Mussolini
guarda con sdegno 130, uno sdegno che Hitler, piú tardi, contraccambierà pienamente, quando
definirà l’Eur romano una «vuota copia senza vita» della sua propria architettura
monumentale 131.
Un discorso sulle origini della razza nordica non può dunque accontentarsi del solo
riferimento alla germanità, a rischio di venir meno alla sua vocazione di esaltazione dell’identità
germanica o tedesca. La visione nazista della storia può certamente fare appello a un Medioevo
prestigioso e a una modernità resa gloriosa da Federico II, ma l’Antichità germanica pecca per
mancanza di cultura e di espansione. È dunque vitale esaltare l’identità nordica aggregandole il
prestigio delle culture antiche, greca e romana.
In Hitler notiamo tutta la pregnanza, rispetto all’Italia del Duce, di quel «complesso
d’inferiorità storica» 132 che è proprio dei tedeschi, che provano vergogna per il loro remoto
passato quando lo confrontano con l’Antichità greco-romana. Il suo complesso è palese: è
ripreso e rimuginato, sempre richiamato cosí che sia presente alla mente a titolo di richiamo,
ma anche di sfida. Hitler lo formula non per masochismo razzista, ma perché susciti
un’emulazione: il Führer vuole superare questo complesso nello spazio, attraverso
un’architettura neoclassica dal gigantismo imperiale e l’edificazione di un impero in grado di
rivaleggiare con il precedente romano, e nel tempo, dotando la razza indogermanica di
un’ascendenza prestigiosa, quei conquistatori venuti dal Nord e creatori di ogni cultura, capaci
di fondare e di affermare l’orgoglio della discendenza.
In un fascicolo di formazione ideologica delle SS, vediamo come l’annessione dell’Antichità
greca e romana alla storia della razza indogermanica corrisponda a una volontà di riabilitare
quest’ultima attribuendole tutte le virtú dei costruttori di colossei. Il testo ricorda che i germani
sono stati ingiustamente presentati come degli imbecilli, mentre

oggi sappiamo che tutti i progressi culturali decisivi sono usciti dal nostro spazio nordico
originario. Inoltre, gli antenati dei greci e dei romani, che un tempo hanno costruito potenti
imperi e grandi culture nel bacino mediterraneo, sono venuti dalla nostra patria nordica. Alla
frase «Dal Sud viene la luce», noi opponiamo quella: il Nord è la culla dell’umanità ariana, che
ha plasmato il volto di questo pianeta 133.

L’anticofobia superata: la creazione del dipartimento di Antichità classica all’interno


dell’Ahnenerbe delle SS.

L’Antichità classica assume, per i celebratori della germanità eterna, uno statuto
problematico. Il suo prestigio minaccia di eclissare la stessa Antichità germanica. Inoltre, i suoi
legami con l’umanesimo e la Bildung emersa dai Lumi ne fanno un’eredità ideologicamente
sospetta: l’Antichità può essere fraintesa come matrice di un umanesimo universalista
disprezzato dai nazisti 134. Rosenberg, che è piú germanomane che non antichizzante, ma che si
piega al gusto del Führer per l’antico, lo sottolinea in uno dei suoi discorsi, in cui fustiga
l’educazione astratta del XVIII e del XIX secolo, che pretendeva di trasformare l’uomo a scapito
di tutti i determinismi biologici e che postulava l’universalità dell’umanità. Questa educazione
umanista e aufklärisch, tendenzialmente antichizzante, si fondava sul sogno fumoso di un
umanesimo astratto, universale, che consacrava la nozione di un’umanità unica e
monogenica 135.
Per i germanomani, che si reclutano in particolare fra i ranghi delle SS, l’Antichità greco-
latina muove una concorrenza sleale all’Antichità germanica. Himmler rimprovera all’Antichità
classica l’essere stata favorita ed esaltata per secoli a scapito dell’eredità degli antichi germani.
In un primo tempo si vieta di vedere manifestazioni di razza nordica al di là delle frontiere del
Reich. Himmler è il grande sacerdote di una mistica del suolo e del sangue, della terra e dei
morti: è germanico ciò che nasce e cresce sulla terra di Germania, fecondata dal sangue degli
antenati. Il Blut germanico e il Boden nordico sono legati in una unità organica. Himmler
incoraggia le ricerche filologiche sulla scrittura runica, e crea dal nulla celebrazioni mistiche
ispirate a costumi germanici, abbandonandosi a ogni sorta di considerazioni esaltate sul sangue
e la razza 136.
Quanto dunque la concezione hitleriana della storia è integratrice, altrettanto quella di
Himmler è ermeticamente chiusa, arroccata sulla sola eredità germanica. Mentre Hitler annette
l’Antichità greco-latina al patrimonio culturale e razziale della germanità, Himmler è invece
trincerato nel ristretto perimetro della terra e dei morti germanici. Fanatico sostenitore di un
mito ariano esclusivamente nordico, Himmler si persuade che la culla della razza si trovi
nell’Ultima Thule evocata dal geografo greco Pitea di Massalia 137, una sorta di Atlantide del
Nord, oggi scomparsa 138. Himmler svaluta dunque tutto ciò che viene dal Sud come
razzialmente impuro e ideologicamente sospetto. Ai suoi occhi, il Mediterraneo è un magma
razziale 139. Inoltre è la culla del cristianesimo giudaico, che egli detesta. Le SS, che sembrano
preoccupate di ricreare un culto e una mistica germanici, vogliono sradicare il cristianesimo
palestinese e romano: «Quel che è cristiano non è germanico, e quel che è germanico non è
cristiano» 140. L’Ordine nero deve dunque prepararsi a uno scontro finale col cristianesimo, che
si deve abbattere:

Viviamo in un’epoca di scontro finale con il cristianesimo. Una delle missioni delle SS è
quella di dare al popolo tedesco, nei prossimi cinquant’anni, basi ideologiche proprie e
anticristiane per guidare la propria vita 141.

Il settimanale SS «Das Schwarze Korps» raccoglie una grande quantità di articoli che
espongono Roma, nella pluralità delle sue connotazioni storica, imperiale, pontificia, alla gogna
della storia. Per studiare e promuovere l’eredità della razza germanica, il 1º giugno 1935
Himmler fonda la Deutsches Ahnenerbe e. V. (eredità degli antenati). Il suo auspicio era quello
di sviluppare le ricerche storiche e filologiche dedicate alla germanità, scagliate in una guerra
corsara che permettesse loro di raggiungere le acquisizioni scientifiche e di soppiantare le
posizioni istituzionali delle scienze del mondo antico. L’Ahnenerbe fu infatti concepita
inizialmente come una macchina da guerra degli archeologi e degli studiosi della preistoria
germanisti contro i loro colleghi romanisti, classicisti e antichisti, cosí come la Sonderstab Vor-
und Frühgeschichte di Rosenberg, creata nell’agosto 1940 e diretta dallo specialista della
preistoria Hans Reinerth.
La missione dell’Ahnenerbe è, espressamente, costituire una scienza della germanità
(Germanenkunde) che conferisca a quest’ultima il prestigio e la patina di un’Antichità se
possibile ancor piú remota di quella di Roma. Si tratta, per gli eruditi delle SS, di esaltare e di
convalidare scientificamente quella proclamazione del Reichsführer che era stata pronunciata
in occasione della Julfest del 1935, festa del solstizio d’inverno solennemente celebrata dalle
SS 142:

La Germania è piú eterna e piú antica, sí, piú eterna e piú antica della stessa Roma 143.

Poiché i progetti di Himmler si scontrano con l’ironia, persino con la riprovazione pubblica,
del Führer, il capo delle SS deve fare delle concessioni all’anticomania di Hitler. Nell’autunno
1937, Himmler compie un viaggio ufficiale in Italia, dove le osservazioni che fa direttamente lo
allineano alla tesi del Führer. Conquistato dalla lettura di rune sul lapis niger del Foro romano,
che fa fotografare e di cui fa prendere il calco, interessato dal ricorrere della svastica come
motivo decorativo nel mosaico romano, Himmler decide di assecondare i pallini di Hitler
creando all’interno dell’Ahnenerbe un nuovo dipartimento, con la missione di studiare
l’Antichità greco-latina e di integrarla al patrimonio storico e identitario della germanità 144. Lo
storico del mito germanico Klaus von See sottolinea come l’alleanza politica e militare tra la
Germania e l’Italia abbia facilitato l’acculturazione antica delle SS permettendo di superare la
tradizionale antitesi che opponeva i germani di Hermann ai romani di Varo. Se l’immagine del
germano è stata strutturata in base all’opposizione al romano dopo la riscoperta di Tacito nel XV
secolo, essa si è in seguito ricostituita, a partire dal XIX secolo 145, sulla base di un’opposizione al
semita 146: all’antitesi germano/romano si è sostituita l’opposizione indogermano (ariano) /
semita. Questa mutazione di paradigma, concretizzata infine da una solidarietà d’armi tra
Berlino e Roma, ha inoltre suscitato i viaggi ufficiali nel corso dei quali i gerarchi nazisti hanno
scoperto il prestigioso patrimonio antico italiano, e consentito i lavori di missioni archeologiche
tedesche in Italia.
Fino ad allora, l’Antichità greco-romana aveva rivestito per l’Ahnenerbe delle SS solo un
interesse mediato o tangenziale. Il progetto di ricerca generale dell’istituto, datato aprile 1937
e intitolato «Piano di esplorazione dell’eredità germanica» 147 si limitava a richiedere ai
classicisti di recensire e commentare testi antichi che facessero menzione dei germani. Nel giro
di pochi mesi, l’interesse del Reichsführer si è risvegliato e l’Ahnenerbe deve dotarsi di una
competenza antichista degna di questo nome, per esplorare meglio lo spirito e le opere della
razza indogermanica. In una lettera di tre pagine datata 10 dicembre 1937 e indirizzata a
Walther Wüst, direttore dell’Ahnenerbe, Himmler riferisce la sua emozione alla visita delle
antichità romane 148, di cui sottrae ai loro depositari italiani, se non la proprietà, almeno il
godimento intellettuale:

I musei in Italia custodiscono beni innumerevoli, che c’interessano dal punto di vista
dell’arianità. Gli italiani, invece, non hanno alcun interesse per queste cose 149.

La scarsa considerazione per gli italiani, come per tutto ciò che appartiene, piú o meno
strettamente, al Mediterraneo, è una costante in Himmler, che lascerà esplodere con violenza il
suo dispetto e il suo disprezzo in seguito alla svolta del luglio 1943, attribuendo il
rovesciamento dell’alleanza italiana a una mancanza di coraggio, dovuta, in ultima istanza, a un
«problema di sangue e di razza», mentre solo Mussolini, liberato da un commando SS, «reca e
incarna la grande tradizione romana» 150.
Questo nuovo interesse scientifico e ideologico giustifica la creazione di una sezione di
ricerca a pieno titolo all’interno dell’Ahnenerbe delle SS:

Vedo qui la possibilità di approfondire la questione. Vi incarico di creare all’interno


dell’Ahnenerbe un dipartimento che avrà il compito di studiare l’Italia e la Grecia sotto i loro
aspetti indogermanici e ariani […]. Si tratta di un compito molto importante: esso presuppone il
trattamento e lo studio di tutte le scoperte archeologiche passate e a venire 151.

Precisa poi le missioni del futuro dipartimento. Questa nuova sezione fornirà

la prova esatta che i romani, cosí come, naturalmente, i sanniti, gli umbri, i volsci, i latini,
eccetera, ma anche senza dubbio una parte dei popoli preromani, come gli etruschi e i siculi,
provengono dal Nord, che sono emersi da una migrazione di popoli ariani e indogermanici
arrivati dalle nostre contrade del Mare del Nord. Bisognerebbe provarlo anche per quel che
riguarda i greci, in tutte le loro componenti 152.

Questo mandato prevede dunque un lavoro sistematico mirante a raccogliere tutte le prove
che consentano di integrare la cultura greca e romana nell’orbita della razza indogermanica. A
tal fine, è necessario organizzare ricerche archeologiche e filologiche ad hoc, che esalteranno il
genio indogermanico:

Lo scopo dell’operazione è fornire appunto la prova che l’umanità nordica e ariana, uscita
dalla matrice della Germania e del Mare del Nord, è stata presente quasi in tutto il mondo e
che, per lo meno oggi, l’umanità ariana e germanica vi ha stabilito un imperio spirituale
universale 153.

Si tratta dunque, come precisa Himmler in un’altra lettera indirizzata al ministro


dell’Educazione Bernhard Rust, di «mettere in evidenza il contributo indogermanico nella
civilizzazione dei romani e dei greci» 154. Apposite ricerche archeologiche, condotte
dall’Ahnenerbe delle SS, dovranno finalmente consentire di dotare la cultura indogermanica di
quel patrimonio materiale che le è stato sottratto dal vandalismo zelota dei cristiani. Se le terre
germaniche non conservano quasi nessuna testimonianza della grande cultura nordica che ha
lasciato tante tracce al Sud, la colpa ricade su un fanatismo iconoclasta: sarà necessario «a
partire dagli oggetti provenienti dal passato ariano, che sono stati ben conservati in Italia e in
Grecia, relativamente risparmiati dal cristianesimo, mentre da noi sono stati distrutti, poter
completare e spiegare [questi stessi oggetti]» 155. I patrimoni romano e greco sono altrettante
espressioni della cultura ariana. Perché siano rivendicati con legittimità e fierezza dai tedeschi
contemporanei, il legame tra germanità, romanità ed ellenità deve essere esplorato e
dimostrato con evidenza, rigore ed esaustività dall’Ahnenerbe.
I lavori effettivamente svolti dall’Ahnenerbe si rivelano meno ambiziosi rispetto al
programma tracciato da Himmler, e si limitano essenzialmente alla filologia. Walther Wüst
nomina un latinista, Rudolf Till, direttore (Leiter) di un Istituto di formazione e di ricerca di
filologia classica e di scienze dell’Antichità, ben presto affiancato da un ellenista, Franz
Dirlmeier. Notiamo, con lo storico Volker Losemann, la modestia dei mezzi attribuiti all’Istituto
di filologia classica dell’Ahnenerbe, la cui opera piú importante si riassume nell’edizione critica
del Codex Aesinas, prima fonte, riscoperta nel Rinascimento, della Germania e dell’Agricola di
Tacito, e che costituirà il solo e unico volume della serie «Studi di filologia classica e di scienze
dell’Antichità» dell’Ahnenerbe.
Le ricerche archeologiche sono affidate a un collaboratore e corrispondente dell’Ahnenerbe,
Franz Altheim, i cui lavori rispondono pienamente al compito programmatico del Reichsführer.
Altheim stesso, dal 1937 al 1942, con la benedizione del governo italiano e su incarico delle SS,
conduce una campagna di scavi nella Val Camonica, valle alpina situata a sud del lago di Garda,
nel Nord Italia 156. Vi scopre numerose pitture rupestri, alcune delle quali sono ornate da
scritture runiche, che egli paragona a quelle scoperte nel Bohuslän e in Östergötland, a sud
della Svezia. Da queste ricerche e da queste comparazioni, ricava due opere, Sull’origine delle
rune (1939) 157, e L’Italia e la migrazione dorica (1940) 158, che espongono conclusioni scontate:
la popolazione originaria e civilizzatrice dell’Italia proviene da una migrazione indogermanica
arrivata dal Nord della Germania o dal Sud della Svezia, risultati che egli riassume in un
articolo pubblicato nel 1941 nella rivista «Die Antike», L’eredità indogermanica a Roma 159. Gli
argomenti che vi propone emergono da una metodologia sorprendente: il ricorrere della figura
parietale di un uomo armato di una lancia in Svezia e nel Nord Italia 160, cosí come le parentele
semantiche che si possono evidenziare tra il latino sibi e l’antico alto-tedesco selb 161, sono una
prova sufficiente del fatto che in Val Camonica, e dunque in Italia, si è prodotta «un’ondata
migratoria indogermanica proveniente dall’Europa del Nordovest» 162. Il postulato nordicista
resta l’asse attorno a cui ruotano ogni ricerca archeologica e ogni discorso sull’origine, mentre
tali scoperte potrebbero benissimo alimentare la tesi di una parentela indoeuropea a partire da
tutt’altra provenienza geografica, come il nucleo dell’Asia centrale di cui parla Dumézil o la
regione del Mar Nero che sembra riscuotere oggi consenso tra gli indoeuropeisti 163.
Nella rivista «Germanien», Franz Altheim pubblica uno studio erudito sulla runa dell’alce,
presente in Svezia e in Italia del Nord, per sostenere la stessa tesi nordicista: «Le
rappresentazioni del Sud della Svezia e del Nord Italia sono cosí simili che ogni casualità è
esclusa. Esse hanno intrapreso la stessa via del Sud di tutti gli altri elementi dell’arte parietale
(Felsbildkunst)» 164.
Questi studi astrusi sono resi accessibili a un pubblico di classicisti informati dalla rivista
«Neue Jahrbücher», che dedica un articolo in due parti a L’indogermanizzazione dell’Italia 165,
riprendendo le conclusioni dei primi lavori di Franz Altheim. Oltre a queste pubblicazioni, la
rivista «Germanien» che, come abbiamo visto 166, dedica molti studi a provare la comune
appartenenza indogermanica delle grandi civiltà del mondo antico, in particolare in Oriente e in
Asia, pubblica un articolo sull’indogermanità dei greci, La porta dei leoni di Micene, un simbolo
culturale nordico 167.
Altri scavi di archeologia classica nell’ambito delle SS si svolgono a Olimpia poiché, per
arricchire il dossier di Berlino rispetto a un Cio che avrebbe potuto essere tentato, sotto la
pressione dell’opinione pubblica internazionale, di revocarle i giochi, Hitler si era affrettato a
impegnarsi a riprendere la campagna degli scavi tedeschi sul sito di Olimpia 168.
Oltre al dipartimento di Antichità classiche, un’altra sezione dell’Ahnenerbe esplora testi e
dati archeologici nello stesso spirito e con le stesse finalità: si tratta dell’Unità di ricerca delle
scienze filologiche e culturali indogermaniche-ariane. La sua pubblicazione piú importante è
uno studio sull’affinità tra le credenze delle popolazioni italiche e di quelle germaniche. Lo
storico Werner Müller, che dedica uno studio erudito alla simbologia del cerchio e della croce 169
tra questi due popoli, nota l’onnipresenza di tali simboli che, fusi e mescolati tra loro, portano al
disegno della croce uncinata, croce e cerchio al contempo, rappresentazione non solo degli assi
del mondo e delle quattro direzioni cardinali, ma anche del cerchio solare e del ciclo cosmico
universale. La croce, il cerchio e la loro composizione uncinata sono cosí l’espressione di un
cosmo strutturato e di un culto solare, caratteri fondamentali dell’immaginario indogermanico
ed espressione di una comunità spirituale e razziale che lega le popolazioni italiche, venute dal
Nord, e i loro cugini germani, rimasti nella culla originaria del Settentrione.
L’Ahnenerbe non è il solo organo delle SS coinvolto in questo interesse per l’Antichità.
Himmler è cosí convinto dell’eccellenza razziale dei greci da dare libero corso alle sue
inclinazioni di apprendista stregone antropologico e razziale richiedendo al progetto
Lebensborn, nel 1942, di accettare di selezionare bambini tedeschi che presentino un naso
greco a fini di sperimentazione 170. Si tratta infatti di osservare questi bambini nel corso della
loro crescita e successivamente di radunarli in un battaglione speciale delle Waffen-SS allo
scopo «di valutare attraverso ulteriori inchieste le loro prestazioni, le loro capacità e la loro
resistenza» 171. Himmler, novello Filippo o novello Epaminonda, auspica dunque di ricostituire
una forma di falange macedone e di Battaglione d’oro tebano a fini di sperimentazione razziale
in vivo: il naso greco, il corpo greco sono dunque garanzie di eccellenza fisica e di valore
militare? Questioni in cui si mescolano allegramente filellenismo razziale, occultismo e
ambizione zootecnica.

La Germania alla scuola della nuova storia: opuscoli SS e manuali scolastici.

La tesi dell’indogermanità nordica dei greci e dei romani e la sua diffusione non sono
circoscritte a queste pubblicazioni scientifiche di diffusione limitata, addirittura confidenziale.
Esiste una panoplia di altri vettori che si rivolge a un insieme di lettori piú vasto.
Gli opuscoli di formazione ideologica delle SS, ad esempio, lo insegnano con grande costanza.
La tesi dell’origine nordica delle civiltà greca e romana è sostenuta e illustrata efficacemente
sul piano pedagogico dalla successione di schemi che delineano l’evoluzione dalla casa
germanica al tempio greco. Il commento precisa:

Il tempio greco si è sviluppato, attraverso ingrandimenti e perfezionamenti, a partire dalla


casa germanica con vestibolo d’ingresso […]. Vediamo qui una fiera testimonianza
dell’architettura classica. Il tempio greco è dunque una prova supplementare che le grandi
civiltà non vengono dall’oriente, ma dal nord 172.

Un’altra pubblicazione SS 173 presenta fra le sue illustrazioni il ritratto a tre quarti di una
giovane recluta, paragonata al profilo di un «uomo di Stato romano». La posa del giovane SS
ostenta una virilità ispirata di fronte alla maschia gravitas del romano:

Questo SS, figlio di un contadino tedesco, è portatore dello stesso sangue nordico degli
uomini che abbiamo visto 174. Accanto a lui mostriamo un uomo di Stato romano, che ci ricorda
che anche l’Impero romano, come l’impero dei persiani, la civiltà greca […] sono stati edificati
dalla forza creatrice dello stesso sangue nordico 175.

Anche la letteratura affidata agli opuscoli del partito parla di gloriosi antenati che la
Germania contemporanea può rivendicare nell’Antichità. Un quaderno intitolato Materiali per la
formazione ideologica, edito da parte dell’addetto alla missione ideologica della Nsdap,
presenta un profilo di donna greca e la riproduzione frontale di un busto di Augusto per
mostrare attraverso l’immagine, come indica la legenda dei documenti, «La razza nordica tra i
greci e i romani» 176. L’insegnamento scolastico non è da meno. Abbiamo visto come le direttive
del 1933 e del 1935, e successivamente i programmi del 1938, imponessero un aggiornamento
del racconto delle origini della civiltà europea. È del tutto coerente, pertanto, che i greci e i
romani si trovino a essere arianizzati dai manuali scolastici.
Un’opera di didattica storica, redatta da Dietrich Klagges e intitolata L’insegnamento della
storia come educazione nazionale-politica (1937) 177, si propone come un manuale destinato a
guidare gli insegnanti nei principî della nuova concezione della storia promossa dal partito-
Stato e dalle indicazioni pedagogiche del ministero. Dopo alcuni capitoli epistemologici
generali, l’opera presenta un riassunto della storia della razza indogermanica in nove capitoli,
dalle origini alla parusia nazista, passando attraverso le vicissitudini medievali e moderne. I
primi due capitoli, intitolati Sulle tracce dei nostri padri 178 e Gli uomini del Nord dominano al
Sud 179, intendono essere un vademecum per l’insegnante esortato a promuovere una nuova
visione delle gesta razziali indogermaniche, che riconcilia preistoria germanica e Antichità
classica.
Le direttive di Frick e di Rust sulla riforma dell’insegnamento della storia non suscitano
immediatamente la pubblicazione di nuovi manuali. Poiché le case editrici si mostrano
soprattutto preoccupate di esaurire i loro stock, gli insegnanti e gli alunni continuano a
utilizzare manuali risalenti alla Repubblica di Weimar 180, corretti da fascicoli complementari,
editi in un primo tempo come supplemento dei manuali esistenti. Come ad esempio l’opuscolo di
Karl Schmelze, professore di storia in una Realschule di Monaco, intitolato La storia razziale e
la preistoria al servizio dell’educazione nazionale 181, pubblicato come «quaderno
complementare» 182 di una quarantina di pagine per coprire tutto il periodo preistorico e antico.
Dopo una presentazione dei primi tempi della razza nordica, Schmelze dedica alla «Diffusione
della razza nordica (Indogermanisation)» 183 alcune pagine, nelle quali fa riferimento alle prime
migrazioni indogermaniche, attribuite al «sovrappopolamento» 184 delle terre originarie del
Nord 185. Con impostazione molto didattica, Schmelze distingue «quattro rotte migratorie»,
verso l’Iran e l’India, verso la Grecia, verso l’Italia e verso l’Ovest (Francia, Gran Bretagna,
Spagna) 186, secondo un ricalco testuale delle carte di cui abbiamo parlato sopra. Grazie alla
«forza creatrice della razza nordica» 187, tali migrazioni hanno generato le grandi civiltà
dell’Antichità, in Grecia e a Roma «che deve la sua grandezza alla razza nordica» 188:

Senza gli invasori nordici e senza questi flussi di sangue nordico che hanno periodicamente
rigenerato l’Italia, non ci sarebbe mai stata la civiltà romana 189.

I manuali si sforzano di provare fino a che punto i greci e i romani siano indogermani: le loro
creazioni culturali, ma anche il loro aspetto fisico e i loro valori morali rivelano un’affinità tale
da farli convergere verso un originario nucleo nordico comune.
Schmelze elenca cosí tutti i «tratti appartenenti ai popoli migratori di lingua indogermanica».
Il primato del gruppo rispetto all’individuo, il senso dell’onore, il culto dell’eroe e del coraggio
portano tutti a successi memorabili celebrati da «i canti eroici indiani, persiani e greci»:
«Magnanimità, nobiltà d’animo, amore per la verità e fierezza li distinguono» 190 in mezzo ai
popoli, cosí come un’attenzione gelosa rivolta alla «purezza della razza» con l’interdizione di
ogni esogamia e l’eliminazione dei bambini impuri o deformi. L’etica olistica ed eroica dei popoli
indogermanici, in particolare greco e romano, rende auspicabile l’insegnamento della cultura
classica ai giovani tedeschi: l’ellenista Otto Regenbogen fa dell’aretè greca e della virtus
romana degli ideali regolatori dell’educazione politica nella nuova Germania 191.
In un secondo tempo, soprattutto a partire dai nuovi programmi del 1938, vengono pubblicati
nuovi manuali, come quello di Walther Gehl, destinato a essere usato dalla sesta classe 192.
Questo manuale dedica un capitolo preliminare di 30 pagine alle origini della razza
indogermanica (La preistoria nordica), e in seguito quasi un centinaio alla storia della Grecia e
della Roma nordiche. La semplice lettura di alcuni estratti del suo sommario rivela una volontà
di radicare nelle giovani menti l’annessione simbolica delle civiltà greca e romana. I titoli dei
capitoli sono infatti contrassegnati dalla presenza quasi sistematica dell’aggettivo «nordico»,
una reiterazione ossessiva che ha l’aspetto di un bombardamento semantico. Il capitolo
dedicato a L’area di civiltà elleno-nordica a est del Mediterraneo si suddivide cosí, per la Grecia
arcaica, nei seguenti sviluppi:
– La civiltà egea degli achei nordici.
– La protezione della razza nello Stato guerriero e sociale degli spartani dorici.
– L’attitudine nordica dell’uomo greco.
– Il sentimento di unità razziale e religiosa dei greci.
– La conquista spirituale del mondo da parte di un pensiero e di una ricerca liberi.
La «Grecia classica» è a sua volta tutto quel che c’è di piú nordico, come indicano i seguenti
capitoli:
– La lotta difensiva contro la razza asiatica e i sui capi nordici durante le guerre persiane.
– L’arte greca sotto Pericle: l’opera della creatività nordica.
– Il popolo attico sotto guida nordica nell’Atene democratica.

Quanto all’Impero romano, definito come «creazione nordica», i capitoli che gli sono dedicati
sono una testimonianza dell’applicazione delle direttive ministeriali:
– La vittoria delle tribú nordiche sugli etruschi dell’Asia Minore in Italia.
– Lo Stato nordico dei romani.
– Lotta di razze ed equilibrio razziale.
– L’unificazione dell’Italia grazie alla politica di potenza romana.

Il dogma dell’origine e della natura indogermanica dei greci e dei romani non è appannaggio
dei soli manuali di storia. Si afferma anche nei manuali delle lingue antiche, i cui testi e le cui
lezioni costituiscono efficaci vettori pedagogici di diffusione grazie alla loro semplicità
assertoria. Come accade per il manuale di latino pubblicato nel 1942, le cui prime parole sono
un breve e incisivo richiamo alla migrazione originaria dei greci e alla loro parentela con i
germani e con i romani:

Non semper in Graecia idem incolae habitaverunt. Antiquissimis temporibus Graeci, qui
Germanis et Romanis consanguinei erant, in patriam novam migraverunt 193.

Opuscoli di formazione ideologica e manuali dell’insegnamento secondario divulgano dunque


la tesi indogermanica, che viene insegnata anche all’università.

Indogermanità e università.

Per quel che si può giudicare sulla sola base dei titoli dei corsi, i programmi di filosofia e di
storia delle università tedesche non sono stati eccessivamente condizionati dal cambiamento di
regime del 1933. Certo le università sono state profondamente investite e trasformate dalla
arianizzazione del personale, fin dalla legge del 7 aprile 1933. L’introduzione dello sport, del
Wehrsport, come materia obbligatoria è per altro testimonianza dello spirito del tempo. Resta il
fatto che i corsi proposti in storia e in filosofia non colpiscono particolarmente per la loro presa
di posizione ideologica, e che la promozione della tesi indogermanica sembra avvenire piú
esplicitamente attraverso la mediazione della linguistica. L’insegnamento della storia, anche in
questo caso secondo i titoli delle Vorlesungsverzeichnisse, sembra restare abbastanza classico,
anche se forse l’effettivo contenuto dei corsi risultava piú soggetto al peso dell’ideologia.
Abbiamo trovato dei condizionamenti solamente a Jena e ad Heidelberg. Ad Heidelberg, nel
semestre estivo del 1933, viene proposto un corso di storia antica intitolato «Popoli, lingue e
razze del mondo antico come fondamento della loro evoluzione contemporanea» 194. Questa ora
di lezione settimanale è tenuta da Friedrich Bilabel (1888-1948), papirologo ed epigrafista,
specialista di filologia e di storia greca. A Jena, dove insegna Hans Günther, gli studenti del
seminario di storia possono assistere a corsi magistrali su «Oriente e Occidente» 195 oltre a
quelli su «Ariani e Semiti» 196 nell’Antichità. Viene anche proposto loro un ciclo di lezioni
intitolato «Storia dei popoli nordici-indogermanici dell’Antichità» 197, che integra all’interno di
una stessa unità la storia germanica, la storia greca e la storia romana.
I dipartimenti di filosofia propongono corsi i cui titoli sono in relazione di continuità con
l’insegnamento anteriore al 1933. Le Università di Vienna e di Praga programmano tuttavia dei
corsi di «Introduzione all’ideologia del nazionalsocialismo» 198 o su «La pedagogia
nazionalsocialista» 199 nell’ambito della propedeutica filosofica, ma, anche in questo caso, si
tratta di esempi circoscritti. Leggendo i titoli dei moduli dedicati alla filosofia greca, a Platone o
allo stoicismo romano, nulla di esorbitante colpisce la nostra attenzione.
Se la storia e la filosofia restano pudiche, notiamo invece che i seminari di linguistica
mescolano allegramente latino, greco e antico alto-tedesco sotto l’appellativo generico di
«lingue indogermaniche». L’Università di Würzburg propone ad esempio, nel semestre estivo
del 1942, una «Introduzione alla grammatica storica del latino» 200 accostata immediatamente a
un corso di «Grammatica storica del tedesco». «Esercitazioni sulle iscrizioni runiche
germaniche» e un «Sanscrito per debuttanti» 201 completano l’offerta della Indogermanische
Sprachwissenschaft.
Altre università si spingono oltre e fanno esplicitamente della linguistica un’iniziazione alla
razziologia, come a Kiel. Questa università propone dunque, nel semestre estivo del 1935, una
«Introduzione alla preistoria dei popoli indogermanici» 202 e una «Storia della lingua latina»,
oltre a un corso sui «Dialetti italici antichi». Vengono inoltre offerte «Esercitazioni di linguistica
indogermanica», cosí come un corso su «la patronimica greca, latina e germanica», e in seguito
un seminario su «Le relazioni tra razza e lingua» 203. L’intrico fra le tre grandi lingue
indogermaniche, oltre che fra la linguistica e la razziologia, è totale, confermato dai programmi
di molte altre università che consacrano in tal modo, agli occhi del loro pubblico e della
comunità scientifica, l’identità comune tra i greci, i romani e i germani.
La pubblicità fatta alla tesi dell’origine nordica dei due grandi popoli dell’Antichità supera
tuttavia il mero contesto dell’istituzione scolastica o universitaria. Oltre a questi destinatari
ristretti, in termini di classe d’età, o selezionati, in termini sociali, essa si rivolge piú
ampiamente al popolo tedesco attraverso le organizzazioni del partito, ma anche tramite altri
media, apparentemente piú neutri, e di diffusione molto piú vasta. Questa tesi fa dunque il suo
ingresso nelle sale e nelle biblioteche delle famiglie tedesche grazie a dizionari enciclopedici.
Come ad esempio il Brockhaus che, nella sua edizione del 1937, ci insegna, alla voce
«Griechenland», che «i greci indogermanici di razza nordica sono migrati dal Nord verso il Sud
della penisola balcanica verso il 2000 avanti Cristo» 204 e che lí hanno «incontrato una
popolazione originaria proveniente dall’Asia Minore, di appartenenza razziale occidentale-
asiatica» 205. Questa pubblicità imbocca anche strade piú spettacolari.
Atene sull’Isar ovvero le Panatenee di Monaco. Le giornate dell’arte tedesca.

La germanità dei greci è messa in scena in modo grandioso durante i Giochi olimpici del
1936, argomento su cui torneremo 206, ma anche nel 1933, dall’organizzazione a Monaco delle
Giornate dell’arte tedesca (Tage der deutschen Kunst). Queste giornate hanno luogo per la
prima volta nell’ottobre 1933, quando viene posta la prima pietra della Casa dell’arte tedesca
(Haus der deutschen Kunst), massiccio tempio dorico dedicato al genio della razza,
successivamente durante l’inaugurazione del suo museo nel luglio 1937, infine di nuovo
nell’ottobre 1938 e nell’ottobre 1939.
La metropoli bavarese, che riceve il titolo onorifico di Capitale del movimento (Hauptstadt
der Bewegung) per aver accolto Hitler nel 1913, e in seguito gli inizi del Partito nazista, e per
essere stata il teatro del putsch del 1923, riveste un’importanza particolare agli occhi di
Hitler 207: dopo avervi fatto costruire la sede del partito da Paul Ludwig Troost, la Braunes
Haus, successivamente alla presa del potere ordina a questo architetto un insieme
architettonico neoclassico rigorosamente dorico, che deve consolidare la vocazione di capitale
culturale di Monaco. La Monaco di Luigi I di Baviera era stata concepita come un inno al
filellenismo tedesco: il re vi ha edificato una Königsplatz circondata da monumenti neoclassici,
cosí come ha costruito il Walhalla nei pressi di Ratisbona, un tempio ai genii della Germania che
voleva essere la replica esatta, nella valle del Danubio, del Partenone ateniese 208. Luigi I ha
dunque fatto di Monaco un’Atene sull’Isar, cosí come Berlino, all’epoca di Federico Guglielmo
III, è diventata pienamente quell’Atene del Nord che Voltaire celebrava già sotto il regno di
Federico II di Prussia. Il classicismo nazista s’innesta dunque, a Monaco, su una ricca e antica
tradizione filellenica: la Königsplatz viene affiancata, a opera di Troost, da due templi a cielo
aperto dove sono deposti i sarcofagi di bronzo dei martiri del 1923. Le colonne doriche e il
marmo di questo Ehrentempel conferiscono alla sepoltura degli eroi del putsch quel carattere di
grandezza e di atemporalità estetica che assecondava appunto il gusto del Führer. Il pezzo forte
è la costruzione da parte di Troost della Casa dell’arte tedesca, il cui imponente colonnato le
vale il soprannome, che diventa immediatamente popolare tra i monacensi, di «stazione di
Atene». L’architettura dorica le conferisce pienamente il carattere di quel «tempio» 209 dedicato
all’arte che Hitler voleva.
Nell’ottobre 1933, la posa della prima pietra dell’edificio da parte di Hitler è l’occasione di
solenni festeggiamenti. Hitler intende conferire all’apertura del cantiere un carattere
fortemente simbolico: la costruzione della Casa dell’arte tedesca deve segnare l’inizio della
rinascita di un’arte autenticamente tedesca, liberata da influenze e da interferenze semitiche.
La scelta di Monaco non è affatto casuale. È qui, nella città che era stata la sede per eccellenza
della bohème e dell’avanguardia prima della Grande Guerra, prima di essere soppiantata da
Berlino negli anni Venti, luogo di nascita del gruppo Die Brücke, che la «purificazione del
tempio dell’arte» deve cominciare: insudiciata dall’arte degenerata, negroide o semitica che sia,
l’arte tedesca può ormai contare sul sostegno e la protezione dello Stato.
In occasione dei festeggiamenti, l’Antichità scende nelle strade. Il legame tra ellenismo e
germanità non resta un riferimento erudito o discreto, ma diventa oggetto di una messa in
scena che gli consente di essere concretamente e pedagogicamente visualizzato dal popolo,
spettatore di un’inedita parata. Iscrivendosi nella tradizione tedesca dello historischer
Festzug 210, la sfilata dell’arte tedesca 211 del 15 ottobre 1933 è intitolata I secoli d’oro della
cultura tedesca. La sua organizzazione, come i motivi rappresentati, sono affidati allo scultore
Josef Wackerle che, su richiesta di Hitler, decide di porla sotto il segno dell’Antichità. Lungo
l’intero percorso della parata, dalla Ludwigstrasse fino alla sede del futuro museo, sfilano carri
con rappresentazioni allegoriche dei diversi generi e delle diverse epoche dell’arte tedesca, al
seguito dell’aquila di ispirazione romana disegnata da Hitler, l’Hoheitsadler del partito e, ben
presto, dello Stato, simbolo dello spirito e dell’ideale tedesco. Il secondo carro rappresenta
l’architettura, sotto forma di un capitello ionico, mentre il terzo carro vuole essere un’allegoria
della pittura, sotto la forma di «dipinti murali antichi» 212, del pittore e scultore Richard Klein.
Segue un’allegoria della scultura, sotto forma di una riproduzione del busto di Ercole
conservato ai Musei Vaticani.
Seguono i periodi dell’arte tedesca, il primo dei quali, l’arte greca, è rappresentato dal carro
di Pallade Atena. Atena è particolarmente presente, non solo attraverso questo carro, ma anche
sotto forma di un medaglione sospeso tra i due piloni che aprono la Ludwigstrasse 213. Per altro,
il simbolo ufficiale delle Giornate dell’arte tedesca, che diventerà quello della rivista ufficiale
«Die Kunst im Dritten Reich», è un profilo di Atena con la fiaccola, sullo sfondo di colonne.
Quattro anni piú tardi si svolge la seconda parata, per l’inaugurazione della Casa dell’arte
tedesca. La manifestazione assume allora dimensioni imponenti: il 18 luglio 1937, la parata è
lunga 3 chilometri, e mobilita 500 cavalieri, 2500 uomini a piedi, oltre a 2000 donne: tutti i
partecipanti indossano costumi storici corrispondenti alle epoche considerate. Essa si svolge
sotto il segno, paragonabile a quello del 1933, di Duemila anni di cultura tedesca, titolo che
sarà mantenuto anche dall’edizione del 1938 214. Anche in quel caso, l’arte greca, impersonata
da Atena, è ben presente come periodo integrante dell’arte tedesca.
L’organizzazione e la plastica del corteo stabiliscono dunque un’equivalenza tra l’arte e
l’Antichità: la figura monumentale di Atena, il bozzetto della Casa dell’arte tedesca, nel 1933, il
medaglione, il contesto architettonico monacense, tra il neoclassicismo di Luigi I e il neodorico
di Troost, conferiscono a queste celebrazioni dell’arte tedesca il carattere di solennità ieratica e
compassata che Hitler, nella piú pura ispirazione piccolo-borghese di una cultura vagamente
kitsch, associa spontaneamente all’arte.
Il kitsch antichizzante del regime si manifesta pienamente nel corso degli historische
Festzüge di Monaco, come nel corso delle cerimonie solenni propagandistiche del regime in cui
si esibisce un’orgia di stendardi e di aquile romane che devono, per riprendere categorie ormai
familiari, suscitare la Faszination e materializzare la Gewalt 215. Questo kitsch artificioso è
oggetto di critiche da parte di Heidegger, che fustiga ogni rapporto inautentico con
l’Antichità 216, ma anche da parte di una parodia in forma di commedia musicale di Reinhold
Schünzel 217.
Questa commedia musicale che è, a quanto sappiamo, l’unico film mitologico girato in
Germania fra il 1933 e il 1945, è stato interpretato alla sua uscita, nel 1935, come una satira
rivolta alle grandi messe in scena del regime, le Giornate dell’arte tedesca o raduni di
Norimberga. Il tema di Anfitrione già elaborato da Plauto, poi da Molière e Jean Giraudoux 218,
ma anche da Kleist, del quale Schünzel adatta la pièce del 1807, mette in scena uno dei tanti
sotterfugi a cui Zeus ricorre per conquistare e soggiogare le mortali: invaghito della tebana
Alcmena, Zeus assume i tratti di suo marito, il re Anfitrione, per renderla madre di Ercole. Le
commedie spesso salvano Alcmena dall’adulterio rappresentando il fallimento di Zeus, come fa
anche Schünzel, che gira cosí una satira degli dèi, messi a nudo nei loro aspetti ridicoli: il film,
che sfocia allegramente nel burlesco, mostra uno Zeus ozioso e lascivo, che decide le sorti delle
battaglie in modo avventato, totalmente sottomesso a quella carampana tirannica di Hera, e
affiancato da un Hermes timido e malaticcio. Il semplice carattere burlesco di questo progetto
comico, il semplice fatto di detronizzare gli dèi e di farli vedere sotto una luce umana, troppo
umana, fa parte di una critica dissacrante del potere. In un regime totalitario, questo è già
notevole anche se, per altro, il film sembra rientrare nel genere della commedia tedesca
leggera, che è incoraggiato da Goebbels per la sua buffoneria a buon mercato e la sua
insondabile leziosaggine che, nel contesto dell’epoca, svolgeva un’evidente funzione di
evasione 219. La commedia di Schünzel è costellata di piccoli riferimenti al potere del Terzo
Reich: Schünzel, Halbjude secondo le leggi di Norimberga, doveva andare di Sondererlaubnis in
Sondererlaubnis per poter girare. Questi permessi gli erano accordati grazie al suo successo di
attore 220 e di sceneggiatore, prima che optasse finalmente per l’emigrazione transatlantica nel
1937.

Annessione simbolica, annessione territoriale: il Blitzkrieg del 1941 o la quarta ondata


indogermanica in Grecia.

Il discorso razziologico e storiografico, l’insegnamento della storia e la formazione ideologica


delle truppe imprimono nelle menti una cronologia semplificata delle migrazioni nord-sud: dopo
le prime due migrazioni preistoriche, interviene la terza migrazione tardoantica, quella delle
grandi invasioni.
In queste condizioni, il Blitzkrieg tedesco in Grecia viene presentato e interpretato come una
quarta discesa nordica verso una terra greca da difendere e rigenerare dopo una lunga
decadenza razziale. L’annessione simbolica delle civiltà del mondo antico alla storia della razza
indogermanica viene dunque a legittimare e a giustificare l’annessione territoriale: la conquista
della Grecia nel 1941 è sostenuta da un discorso che fa riferimento al passato della razza
indogermanica in Grecia.
Dal 22 al 25 aprile 1941, la Wehrmacht e le Waffen-SS forzano il passo delle Termopili,
mettendo in fuga i britannici e si aprono cosí la strada dell’Attica e di Atene 221. L’evento è
celebrato dal «Völkischer Beobachter» che, nelle sue edizioni quotidiane di fine aprile 1941,
dedica ampia risonanza ai successi del Blitzkrieg in Grecia. Il 28 aprile 1941, il quotidiano del
partito, in un lungo articolo in seconda pagina, celebra «la corsa della vittoria verso Atene.
L’assalto tedesco contro le Termopili», e si conclude con queste parole:

Il cerchio della storia universale è chiuso, oggi, alle Termopili. 2500 anni fa, il popolo greco
ha resistito con Leonida a un nemico numericamente superiore. In seguito si è arreso agli
inglesi. Oggi, con i nostri colpi potenti, noi scacciamo gli inglesi fuori dall’Europa e fuori dalla
Grecia 222.

Il cerchio è chiuso: i soldati tedeschi sono i degni continuatori dell’opera dell’eroe germanico-
nordico Leonida. I trecento eroi spartani avevano ritardato l’avanzata dei persiani, le divisioni
tedesche respingono i loro tardi successori inglesi. È dunque con piena legittimità storica e
razziale che i soldati del Reich prendono possesso di queste terre indogermaniche irredente che
greci indegni e razzialmente degenerati hanno vigliaccamente abbandonato ai loro nemici.
Ancora una volta, dunque, un’ondata eroica e un flusso di sangue nordico vengono a civilizzare
o a salvare la terra di Grecia minacciata dall’asianesimo, un tempo di popolazioni inferiori, oggi
di discendenti del meticciato ellenistico e in seguito turco.
I Giochi olimpici del 1936, su cui torneremo 223, erano stati un’occasione per celebrare non
solo la parentela fra Grecia antica e Germania contemporanea, ma anche la bellezza e la dignità
del popolo greco: il film di Leni Riefenstahl, scarsamente ligia all’ortodossia razziale, mostra
molte immagini di giovani greci abbronzati e ben torniti, dalla costituzione tutt’altro che
diafana, mentre le cerimonie ufficiali rendono ripetutamente omaggio al primo vincitore della
maratona olimpica del 1896, il pastore greco Spiridon Louis.
Nel 1941, hanno il sopravvento una perplessità disincantata, e successivamente la chiara
consapevolezza della superiorità nordica. Il popolo greco contemporaneo è un popolo
contaminato e degenerato da lunghi secoli di promiscuità e di mescolanza con il vicino asiatico
e turco: ogni rapporto sessuale tra un soldato tedesco e una greca è formalmente vietato 224.
Questo disprezzo, a poco a poco, arriverà ad alimentare e legittimare la pratica del terrore
quasi genocidiario che colpisce la popolazione civile greca a partire dal 1942, e che è stata
studiata da Mark Mazower.
Il popolo greco è dunque, in Grecia, molto meno a casa sua di quanto lo siano le truppe
tedesche, degne e pure discendenti della razza indogermanica venuta dal Nord che, per prima,
ha donato alla terra greca la sua vera civiltà. Se il comunicato ufficiale del comando supremo
della Wehrmacht (Okw) precisa e sottolinea con insistenza e con fierezza che «il drappo con la
croce uncinata è stato issato sull’Acropoli» 225, è perché questa presa di possesso, in fondo, non
è altro che un ritorno alla normalità razziale e storica.
Si tratta in questo caso di uno schema di pensiero che è proprio di Hitler, e che gli è
trasmesso dalla tradizione pangermanista tedesca: ovunque si trovi sangue germanico, i
territori appartengono di diritto e di fatto a un grande Reich tedesco, e ogni politica di
conquista e di annessione si trova a essere giustificata da un diritto storico-razziale. Già prima
della guerra, Hitler dichiara a piú riprese di voler integrare al Reich le popolazioni scandinave,
olandesi e britanniche, poiché sono germaniche, proprio come la Grecia, almeno in origine.
Meravigliandosi della capacità di resistenza dell’esercito greco, che ha scacciato gli italiani
dalla penisola e che ritarda l’avanzata tedesca, Hitler confida a Goebbels che «forse in loro c’è
ancora qualcosa della vecchia natura ellenica» 226. È tuttavia solamente un’ipotesi, poiché da
molto tempo, per lo meno dal periodo ellenistico 227, il sangue nordico si è diluito e disperso in
una mescolanza mortifera. Il territorio greco non appartiene dunque al Reich per il sangue
vivente, che fluisce e scorre, ma per il sangue coagulato, lasciato in eredità. Il popolo greco
contemporaneo, meticcio e mescolato, è solo il semplice usufruttuario di un territorio e di
capolavori di cui il popolo nordico, vero creatore, resta per diritto biologico il legittimo
proprietario.
Un anno dopo la vittoria dell’aprile 1941, in due articoli commemorativi, gli opuscoli di
formazione e di collegamento degli ufficiali SS, gli «SS-Leithefte», richiamano le alte imprese
belliche della Wehrmacht e delle Waffen-SS paragonandole espressamente all’eroismo nordico
degli spartani 228. I due brevi articoli offrono l’occasione di ricordare i combattimenti, ma anche
di ricollocare la conquista della Grecia e la resistenza di Leonida nel contesto piú generale della
gigantomachia razziale tra un Occidente nordico e un Oriente asiatico. I trecento valorosi di
Leonida sono cosí «diventati i primi testimoni di sangue nella lotta contro la potenza mondiale
venuta dall’est» 229. Il sacrificio degli spartani «ha spezzato l’ondata» 230 asiatica, cosí come, in
seguito, il duca Heinrich di Liegnitz si era gettato davanti alle orde mongole nel 1241 o, piú di
recente, Adolf Hitler, il 9 novembre 1923, si era opposto alla decadenza nazionale e al
comunismo, o ancora Albert Schlageter aveva offerto il petto ai fucili criminali delle truppe
francesi della Ruhr 231. Tutti questi atteggiamenti di eroismo sacrificale furono caratterizzati da
un disprezzo per tutto ciò che è destinato a perire, dunque per la stessa vita, che costituisce «il
cuore dell’atteggiamento germanico-nordico» 232; l’eroismo realmente nordico di Leonida e dei
suoi fu dettato da un coraggio che ha sacrificato il corruttibile a vantaggio dell’essenziale, la
difesa della patria, della civiltà greca e della razza.
Mentre gli occupanti tedeschi sono cosí pronti a fondare la legittimità della loro conquista
greca su precedenti storici gloriosi, i greci invece, con un singolare effetto di chiasmo,
accolgono e percepiscono le divisioni del Reich come le orde di barbari germanici che, al
crepuscolo dell’età antica, piombarono sulla Grecia e saccheggiarono Roma: un riferimento
antico di carattere migliorativo è dunque brandito e contrapposto a una reminiscenza antica
peggiorativa. Mentre aspetta, come tutti i greci, l’arrivo imminente delle prime unità
motorizzate della Wehrmacht, Georges Theotokas annota nel suo diario, alla fine del mese di
aprile 1941, questi versi di Kavafis:

Che aspettiamo, raccolti sull’Agorà? Dicono che oggi arrivano i barbari […]. A che scopo fare
ora buone leggi? Presto le faranno i barbari 233.
Da parte tedesca, dunque, il modo in cui la stampa presenta gli eventi vittoriosi della
primavera 1941 lascia emergere una profonda delusione alla vista di quel che è la Grecia e di
quello che i greci sono diventati: ai conquistatori tedeschi cullati nelle illusioni classiche, la
Grecia appare come un paese fondamentalmente arretrato, sporco e polveroso, e i greci, ben
lungi dall’assomigliare alle statue di Winckelmann, sono una massa di levantini dai capelli
crespi. Un lungo articolo del giornale «Der Angriff», datato 19 aprile 1941, attesta la delusione
dei soldati tedeschi che si aspettavano di ritrovare la Grecia dei loro manuali di storia e del
filellenismo tedesco. Al posto di questo fantasma, essi scoprono un paese povero, in cui domina
e infierisce il «commerciante greco» 234, tipo levantino prossimo al Krämer ebreo.
Il Brockhaus del 1937 precisava tuttavia che l’afflusso di sangue slavo e albanese in quella
che era stata la Grecia nordica aveva portato a un dannoso meticciato e che

i greci moderni mostravano, dal punto di vista della razza, caratteri essenzialmente del
germanico dell’Ovest, dinarici e asiatici, mentre la razza nordica, alla quale appartenevano gli
antichi greci, arretrava 235.

La delusione è dunque di ordine economico ed estetico, ma anche razziale. I greci nordici del
secolo di Pericle sono passati attraverso perdite e guadagni nel corso di una lunga storia di
meticciato e di degenerazione razziale 236. La rivista «Volk und Rasse», pubblicata da Lehmann,
e alla quale contribuiscono i piú grandi nomi della razziologia, come Günther, Baur e Fischer,
dedica due articoli a una perizia razziale piú articolata dei greci contemporanei, che ha lo scopo
di mostrare che, malgrado le vicissitudini della storia, la popolazione greca può essere
parzialmente aggregata a un blocco nordico che ha germi e fermenti ancora vitali al suo
interno. L’articolo del 1939, intitolato «Profili razziali greci» 237, oppone i greci della Laconia,
terra d’elezione dei migranti nordici dorici, agli abitanti dell’Attica ateniese, piú mescolati: se,
sul territorio dell’antica Sparta indogermanica, ricreata da Ottone I di Grecia, «sono frequenti i
capelli biondi, gli occhi azzurri e una statura elevata» 238, gli ateniesi non sono altro che un
«popolo mescolato» 239. In un caffè della Laconia, dove incontra questi due tipi razziali, l’autore
dell’articolo crede di leggere l’opposizione di due Grecie: «Qui si svela il contrasto: da una parte
la Grecia antica, dall’altra la Grecia moderna!» 240, l’una che preserva una nordicità che la
seconda ha svenduto all’asta. Per l’autore, non c’è dubbio che «questi uomini biondi dagli occhi
azzurri» di una Laconia fiera e selvaggia sono in linea retta i «discendenti degli antichi
greci» 241, miracolosamente preservati dalle mescolanze.
È questa popolazione a dominanza nordica a creare la possibilità di un raccordo razziale tra
la Grecia e l’Europa nazista. Un secondo articolo, redatto nel 1941, mira a mostrare che
l’intervento tedesco in Grecia non ha, da un punto di vista razziale, nulla di riconducibile a una
digressione o a una deviazione: le armate tedesche in terra mediterranea sono a casa propria, è
possibile procedere all’Anschluss del Sud a un blocco nordico. Certamente, come sottolinea il
titolo del contributo, la Grecia resta una «terra di contrasti» 242. L’evidenza fenomenologica è
quella del meticciato e dell’estraneità di una popolazione fortemente orientalizzata. Tuttavia,
«nulla sarebbe piú falso del sostenere che la popolazione greca nel suo insieme è divenuta
levantina. È strano che si applichino al popolo greco criteri di valutazione razziale piú severi di
quelli utilizzati per altri popoli» 243, come se il loro glorioso passato nordico e gli ideali ormai
superati del filellenismo tedesco creassero un’attesa che il popolo greco contemporaneo
deluderebbe nella misura in cui non corrisponde esattamente all’immagine dell’uomo greco
classico. Ora, secondo la constatazione dell’autore, i greci sono spesso antisemiti 244 e
germanofili, e tali disposizioni di spirito indicano un’appartenenza razziale comune all’Europa
del Nord: «Un’inconscia reminiscenza dell’origine nordica risalente all’Antichità piú remota
sembra sonnecchiare in seno al popolo greco» 245. Dato che quest’origine è attestata, e ancora
visibile, nei tipi razziali sondati dall’articolo del 1939, è dunque possibile una riapertura del
corpo greco al sangue nordico rigeneratore: dopo la dominazione turca, francese e inglese, la
Grecia, grazie all’invasione tedesca, si trova «finalmente raccordata al sistema di circolazione
sanguigna europeo» 246. Ancora una volta, dunque, la Grecia è resuscitata da un’ondata di
migrazione nordica, un apporto di sangue puro e fresco: alle tre ondate preistoriche e antiche si
aggiunge una quarta, quella del Reich trionfante.

Conclusione.

Durante le Giornate dell’arte tedesca organizzate attorno alla Casa dell’arte tedesca, a
Monaco, nel 1933, e successivamente nel 1937, 1938 e 1939, la sfilata dei periodi dell’arte
tedesca è aperta da una rappresentazione di Atena. È dunque reso manifesto al pubblico che i
greci sono dei germani e che la loro arte appartiene alla razza nordica. Era vitale. Dove cercare,
infatti, espressioni e conferme dell’eccellenza della razza nordica? Se ne trovano certamente
nel Medioevo, con le cattedrali, e in seguito, durante l’epoca moderna, con Bach, e infine con i
filosofi tedeschi dell’età contemporanea. Le epoche precedenti, tuttavia, non offrono nulla che
abbia valore: frammenti di cocci e di vasellame di villaggi lacustri, che Himmler, da
appassionato inventore del passato germanico, fa esumare a squadre di archeologi SS. Hitler è
infastidito da questi scavi: a cosa servono, se non a mostrare «che non abbiamo un passato»,
che queste produzioni mediocri non fanno che illustrare l’arretratezza dei germani di
Germania?
Hitler per altro formula il suo punto di vista e prende a pretesto la differenza di clima tra la
Germania e il Mediterraneo: ammessa senza alcun dubbio la comune origine nordica degli
occupanti dell’una e dell’altro, la differenza di sviluppo tra queste due zone è dovuta al diverso
grado di esposizione al sole e alla differenza fra le temperature. Nel rapporto che Hitler
instaura con l’Antichità, troviamo dunque un complesso d’inferiorità culturale spesso presente a
nord delle Alpi rispetto al prestigio del passato mediterraneo. Non basta tuttavia addurre
spiegazioni per l’arretratezza germanica. Hitler propone dunque una genealogia nordica dei
greci e dei romani, sostenuta da una tradizione universitaria che, a partire dal XIX secolo, è
pronta a difenderla. I razziologi, gli antropologi e gli storici si trovano cosí concordi con le
autorità del partito e dello Stato nel celebrare i capelli biondi di Augusto o gli occhi azzurri di
Pericle. Anche in questo caso, il messaggio non è limitato alla sfera degli studi eruditi: è messo
in scena dalle feste di Monaco e insegnato nelle scuole, nelle caserme, e nel partito. Inoltre, il
discorso sulla razziologia dei greci e dei romani ha lo scopo di fondare una fierezza germanica
sull’annessione di un patrimonio mediterraneo che in questo modo si può smettere di opporre
frontalmente al Nord, per aggregarvelo. Il sangue germanico-nordico non ha avuto come sola
produzione un ammasso di vasellame o di capanne di legno, ma si è espresso, sotto cieli piú
clementi e su terre piú fertili, nell’edificazione del Partenone e di culture prestigiose.
Il discorso che il partito e lo Stato nazista propongono a proposito dell’Antichità greca e
romana possiede dunque ancora una volta una virtú consolatoria e pacificatrice, rasserenante
per una fierezza nazionale fatta vacillare dalla disfatta del 1918: i greci e i romani si trovano
cosí ad essere sollecitati e convocati al pantheon della cultura germanica, al Walhalla eretto dai
discorsi fondatori dell’ideologia, oltre che dall’insegnamento e dalla pubblicità che gli viene
fatta, sotto tutte le sue forme, artistiche o evenemenziali.
Questa annessione, per quanto importante sia, non si limita all’ambito simbolico. Nell’aprile
1941, il discorso sull’indogermanità dei greci serve a giustificare e a legittimare l’invasione
della Grecia da parte delle truppe del Reich, richiamate nel Mediterraneo dagli insuccessi
dell’alleato italiano. Alleato degli inglesi, razzialmente degenerato, il popolo greco non è
certamente piú degno di godere di un paese, di un patrimonio e di una cultura di cui ha avuto
l’usufrutto da duemila anni, ma che la sua decadenza razziale e politica ora gli revocano. Le
truppe tedesche non fanno che restituire una terra e la sua cultura ai legittimi proprietari
indogermanici.
Detto questo, la promozione dell’Antichità mediterranea non ha potuto evitare di suscitare
dibattiti e polemiche, come abbiamo visto nel caso delle SS. L’ascesa al potere dei nazisti aveva
suscitato legittime speranze tra i germanomani infatuati di preistoria sassone e di alfabeto
runico, i quali, per promuovere le loro idee, suscitano un dibattito sulla questione
dell’insegnamento della cultura classica.
Capitolo terzo
Mens sana: mondo antico, cultura classica e gioventú tedesca

L’inizio è ancora. Non è alle nostre spalle, come ciò che da lungo tempo sia stato; esso si
stanzia davanti a noi.
MARTIN HEIDEGGER

«E poi tutta la solita fila: l’oplita greco, variopinto e minaccioso, simile a un gallo, quasi
piumato, e quindi, nella tromba delle scale, sul muro di qua, ch’era verniciato di giallo, tutta la
bella compagnia, l’uno dopo l’altro, dal Grande Elettore fino a Hitler».
«Evidentemente ci sono delle istruzioni che lo prescrivono. Regolamento interno per i ginnasi
- licei classici della Prussia: la Medea tra la IV A e la IV B, lo Spinario in questo punto, Cesare,
Marc’Aurelio e Cicerone nel corridoio e Nietzsche al primo piano, dove s’impara già filosofia
[…]. Eccola ancora là, quella frase che avevamo dovuto scrivere, quel giorno, al tempo della
mia vita disperata di scolaro, ch’era appena trascorsa da tre mesi: Viandante, se giungi a Spa…
[…] Per sette volte stava scritto: nella mia grafia, in antiqua, in gotico, in corsivo, in caratteri
romani, italici e in tondo; per sette volte in modo chiaro e inesorabile: Viandante, se giungi a
Spa…» 1.
HEINRICH BÖLL

Il movimento che arriva al potere nel 1933 è portatore di una nuova concezione
dell’educazione, tanto che si può parlare di una rivoluzione del paradigma educativo. Un forte
anti-intellettualismo nazista, che rifiuta il sapere per il sapere, svaluta la contemplazione a
favore dell’azione. Questo discorso va in direzione contraria rispetto a tutta una tradizione
occidentale che, a partire da Platone e da Aristotele, valorizza il bios theoretikos come il solo
modo di vivere veramente umano, secondo un ideale che viene poi perpetuato dalla tradizione
posteriore, latina, medievale e cristiana della vita contemplativa. I nazisti operano per altro un
netto rifiuto di una concezione educativa che assuma come postulato e come fine l’individuo.
L’individualismo moderno, consacrato dal 1789 e dai diritti dell’uomo, è svalutato a vantaggio
della concezione olistica di un uomo concepito non come atomo autosufficiente, un’entità
autonoma e autarchica, ma come il membro inseparabile di un gruppo da cui non può astrarsi,
isolarsi né emanciparsi senza deperire o degenerare.
Questa duplice mutazione di paradigma è accolta con grande opportunismo politico e,
talvolta, con una reale convinzione, da parte di professionisti del sapere antico, docenti di
lettere classiche o di storia, che promuovono l’Antichità come prodromo e come archetipo dei
valori del giovane tedesco rigenerato, tanto piú che è in gioco proprio la salvaguardia del posto
della cultura classica e della storia antica nel nuovo Reich.

Historia magistra vitae: Hitler e la Storia.

Nel Mein Kampf, Hitler confessa che la storia, a scuola, lo appassionava, grazie a un
professore che sapeva raccontare in modo eccellente il passato a giovani discepoli attenti:
«Questo maestro ha fatto della storia la mia materia prediletta» 2.
I passi che Hitler le dedica sono abbastanza numerosi e importanti da poterli mettere in
rilievo e da poterne inferire tutta l’importanza che il Führer accordava a questa disciplina. Nel
suo opus magnum, Hitler tratta a lungo della storia in due luoghi: nei capitoli dedicati alla sua
autobiografia, dove evoca in particolare l’importanza che ebbero per lui le lezioni di storia
impartite dal suo professore della Realschule di Linz, che egli frequenta dal 1900 al 1905, il
dottor Pötsch, poi negli sviluppi programmatici dedicati alla riforma scolastica affrontata dallo
Stato nazionalsocialista, dopo l’ascesa al potere della Nsdap. Eberhard Jäckel nota che «le idee
politiche di Hitler erano fortemente determinate dalla storia» 3. Speer osserva che Hitler
«vedeva se stesso e il proprio ruolo in termini esclusivamente storici» 4.
La storia, nel doppio senso di Geschichte (i fatti e le gesta che costituiscono il divenire
umano), e di Historie (la narrazione di questo divenire, la storiografia), viene concepita da
Hitler come insegnamento e come oggetto d’insegnamento. La storia è lezione, una lezione cosí
importante e fondamentale da essere, per Hitler, una sorta di sesto senso, quello della messa in
prospettiva temporale, tanto indispensabile quanto gli altri cinque:
Un uomo che non abbia il senso della storia è come un uomo a cui manchi il senso dell’udito
e della vista. È vero che si può vivere in questo modo, ma a che scopo? 5.

La storia, narrandoci i fatti e le gesta umane del passato, è come una bussola per il presente.
Questa concezione pragmatica e utilitaristica della storia considerata come lezione è ereditata
direttamente dall’Antichità.
La storia è definita da Cicerone come maestra di vita, precettrice degli uomini e degli Stati:
historia magistra vitae 6. La storia infatti è ricca di insegnamenti sia dal punto di vista etico che
da quello politico: queste lezioni devono guidarci sulla strada della vita buona, e permettere ai
principi di governare con successo i loro Stati. Tutti gli storici del mondo antico hanno
affermato l’utilitas del loro lavoro 7 e della loro opera all’interno di prefazioni che suonano come
altrettante arringhe pro domo. Tucidide, che insieme a Erodoto è uno dei due modelli per gli
storici successivi, dichiara dunque nella sua prefazione alla Guerra del Peloponneso di aver
costituito un «tesoro per sempre».
Alcuni secoli piú tardi, Polibio scrive le sue Storie proponendosi come fine quello di
illuminare le ragioni del successo romano, dell’affermazione di una piccola città del Lazio che
ha assoggettato il mondo e fondato un impero:

Attraverso la lettura di questa mia opera, sarà possibile capire con maggior chiarezza per
quali tappe siano arrivati alla conquista di tale assoluta supremazia e, nel contempo, apparirà
evidente quanti vantaggi e di quali dimensioni la storia esposta secondo il metodo pragmatico è
capace per sua natura di offrire agli studiosi 8.

Per Polibio, come per tutti gli storici dell’Antichità, la lettura della storia non ha dunque nulla
di gratuito o di disinteressato. La storia dispensa lezioni, e lo storico concepisce la propria
opera come un corso di storia pragmatica 9, vale a dire orientata verso l’azione. In particolare,
Polibio aspira a comporre un manuale di egemonia imperiale. È proprio ciò che importa a Hitler.
A partire dal Rinascimento, che riscopre gli storici antichi e le loro concezioni della storia,
quest’idea viene trasmessa all’Europa colta e al suo insegnamento. Nel mondo germanico, i
Gymnasien, significativamente designati in questo modo sulla base del Gymnasium latino, a sua
volta traduzione del termine greco che indica la palestra, ma anche tutte le scuole, fino alla
Realschule di Linz 10, hanno perpetuato la tradizione di un insegnamento della storia promosso
al rango di propedeutica e di didattica politica. Nelle prime pagine del Mein Kampf, Hitler
deplora il fatto che, troppo spesso, la storia si sia limitata all’apprendimento sterile e ripetitivo
di fatti e di date: «Pochi maestri capiscono che il suo scopo non consiste nel mandare a
memoria e recitare pappagallescamente date e fatti» 11. L’insegnamento della storia, lungi dal
ridursi a questa arida recitazione, deve essere, in senso proprio, l’evocazione degli uomini del
passato, il richiamo quasi magico alla vita delle forze che hanno plasmato il divenire umano,
un’immersione nel cuore della volontà dei protagonisti, nei quali si deve cercare stimolo e
ispirazione:

Studiare la storia significa cercare le forze che conducono agli effetti che noi abbiamo
davanti ai nostri occhi come fatti storici contemporanei. L’arte del leggere, come dell’imparare,
è anche qui ricordare l’essenziale e dimenticare il contingente 12.

In molte altre considerazioni sull’insegnamento e la cultura, Hitler fustiga la «zavorra» con


cui la scuola affligge gli alunni. In storia, la zavorra da gettare a mare è costituita da tutto
l’ammasso di date e di fatti ricordare i quali è perfettamente inutile:

non si tratta di vedere se il ragazzo sa con precisione quando è avvenuta questa o quella
battaglia, quando è nato quel generale, o quando un certo monarca, quasi sempre
insignificante, ha cinto la corona dei suoi antenati. No, non si tratta affatto di questo 13.

La critica del Gymnasium e del suo insegnamento che troviamo qui formulata s’iscrive nel
quadro piú generale di un forte anti-intellettualismo che va ben al di là della sola cerchia
nazista. Lo storico Fritz Stern 14 ha mostrato efficacemente come i critici della modernità
culturale nella Germania dell’Impero e di Weimar condividessero una ferma denuncia del
sistema d’insegnamento secondario e superiore. Per gli autori studiati da Stern 15, esclusi dal
mondo universitario e che subiscono una condizione di marginalità istituzionale, il lavoro
metodico che il Gymnasium richiede soffoca l’immaginazione e spegne la fiamma del genio
personale, mentre consacra, al contrario, i mediocri diligenti e laboriosi a scapito degli autentici
aristocratici dello spirito: «Una buona parte dell’irrazionalismo e dell’odio per ogni sistema che
ha caratterizzato la gioventú tedesca è sorta in opposizione a queste scuole» 16.
Ultimi avatar di una certa Germania ostile, sin dalla fine del XVIII secolo, ai Lumi e alla
ragione, questi uomini, che Stern chiama «luddisti della cultura» 17, sublimavano il proprio
feroce anti-intellettualismo con un vitalismo eroico, un’esaltazione romantica dell’istinto che
disprezza la ragione e svaluta la routine educativa.
Spesso aforistici, poco preoccupati di rispettare le regole del procedimento logico e della sua
architettonica, i loro scritti, composti in uno

stile lirico e appassionato […] condannano e profetizzano, anziché esprimere o argomentare, e


[…] mostrano di disprezzare il discorso degli intellettuali, di denigrare la ragione e di esaltare
l’intuizione. La loro prosa, oscura e priva di humour, a tratti s’infiamma, dando luogo a
epigrammi mistici – ma apodittici 18,

senza preoccuparsi minimamente di giustificare le affermazioni. È sorprendente constatare fino


a che punto questa descrizione possa essere applicata, tanto nella forma quanto nella sostanza,
anche agli scritti e ai discorsi dei gerarchi nazisti, a cominciare da Hitler.
Hitler celebra il suo ex professore di Linz, il dottor Leopold Pötsch, come un mago, capace di
evocare, nel senso etimologico della parola, la realtà passata, di farla risorgere e rinascere per
l’edificazione e l’ispirazione dei suoi giovani discepoli. Questo incontro, ci confida, «è stato
indubbiamente determinante per tutta la mia vita futura» 19. Il dottor Pötsch

sapeva, mediante un’eloquenza appassionata, non soltanto attirare la nostra attenzione, ma


proprio rapirci. Ricordo ancora oggi, con dolce commozione, quell’uomo grigio che nel fuoco
della sua esposizione ci faceva talvolta dimenticare il tempo presente, ci trasportava
mirabilmente nel passato, e dalla nebbia dei secoli innalzava il nudo fatto storico tramutandolo
in realtà vitale. E noi stavamo ad ascoltarlo, talvolta infiammati di ardente entusiasmo, talvolta
commossi fino alle lacrime 20.

Secondo l’esempio di Pötsch, l’insegnante deve dunque saper rendere viva la storia, a
condizione di conferirle, grazie alla sua eloquenza, un certo pathos che renderà il passato
immediatamente vicino e familiare agli allievi. Ma attribuire al passato l’intensità patetica
dell’evento vissuto non è di per sé un fine. È solo un mezzo in vista di un altro fine, che è quello
di far provare agli allievi simpatia per la storia e, in modo piú profondo, di renderli sensibili alle
lezioni della storia che si insegna loro:

Ma la fortuna volle che questo maestro sapesse anche illuminare il passato mediante il
presente, e nello stesso tempo dal passato traesse le conseguenze per il presente. Piú di
chiunque altro, egli aveva la comprensione di tutti i problemi di attualità, che allora ci
agitavano 21.

Queste considerazioni diventano consegne ufficiali nel testo dei programmi del 1938 per
l’insegnamento secondario: «la Storia, nel suo svolgimento, non deve apparire ai nostri giovani
come una cronaca, che allinei tutti gli eventi senza differenziarli, ma come un dramma» 22, e
questo implica che l’insegnamento «non debba rinunciare a giudizi di valore» 23, ma debba
rompere al contrario con l’obiettività da eunuchi che è propria di un positivismo disincarnato:
drammatizzazione e assiologia sono elevati a principî cardinali.
I «problemi attuali» evocati da Hitler sono innanzitutto le questioni di attualità politica. La
storia, per la profondità di sguardo che offre all’ascoltatore o al lettore, per la familiarità con le
decisioni politiche e militari che consente, è appunto una propedeutica all’azione politica. Nel
Mein Kampf, Hitler sottolinea che la storia alimenta l’azione dell’uomo politico che egli è
diventato, e che essa deve istruire e non debba essere appresa in modo noioso:

Questo modo di pensare storicamente, che la scuola aveva creato in me, non mi ha piú
abbandonato. La storia del mondo fu sempre per me l’inesauribile sorgente per capire il tempo
presente, cioè la politica. Io non voglio imparare la storia, ma voglio che m’istruisca 24.

La storia, liberata dalla sua zavorra di fatti e di date, ridotta a un disegno minimalista,
diventa al limite una semplice raccolta di massime pratiche immediatamente mobilitate
dall’uomo politico, vale a dire da colui che, nel presente, fa la storia. La politica, infatti, è la
«storia che diviene» 25, werdende Geschichte, la storia al presente. La politica è la storia che si
realizza, la storia nel processo del suo verificarsi: esiste dunque tra il passato e il presente una
solidarietà sostanziale che rende legittimo trarne delle lezioni. La politica, che è storia al
presente, deve dunque essere guidata dalla storia del passato, che ha interesse e utilità solo per
le lezioni che dispensa al tempo presente:

Non si studia la storia per dimenticare le sue lezioni quando si tratta di applicarle, o per
arrivare a credere che le cose siano ora differenti, che le verità eterne non potrebbero piú
essere mobilitate; al contrario, dalla storia s’impara a utilizzarla per il presente. Chi non agisce
in questo modo, non deve immaginare di poter essere un capo politico 26.
Hitler non vuole una storia che sia contemplazione estetica o nostalgia del passato. Il fine
dell’insegnamento storico è meno il passato che non l’avvenire, meno la conoscenza del passato
in sé che non l’azione nel presente politico e la costruzione dell’avvenire. Lungi dunque
dall’arte per l’arte:

non s’impara la storia solo per sapere quello che è successo, ma anche per trovare in essa una
maestra dell’avvenire e della conservazione del proprio popolo 27.

Ancor piú stringata di una raccolta di massime o di lezioni di pragmatica politica, la storia
deve ridursi a un abbozzo, alla messa in evidenza di una logica semplice e generale del divenire
dei popoli e degli Stati. Hitler lo ripete in tono martellante: il dovere dell’insegnante è mostrare
«die grosse Entwicklungslinie der Nation» 28, la linea direttrice, la tendenza di massima o il
trend principale seguito dal divenire della nazione, uno schema essenziale liberato da tutti i
dettagli ingombranti che appesantiscono la comprensione, confondono l’intelligenza e fanno
perdere di vista l’essenziale. L’insegnamento della storia nello Stato völkisch dovrà dunque
essere a immagine della sua politica sociale e razziale: selezione, eliminazione, epurazione.
L’insegnamento della storia si compiace ancora troppo del dettaglio inutile:

Poche date, cifre di nascita e nomi restano, di solito, nella memoria, mentre manca una linea
di indirizzo grande e chiara. Tutto l’essenziale, quello che in realtà importa, in genere non
viene insegnato; resta abbandonato alle predisposizioni piú o meno geniali dei singoli il
ricavare dal diluvio di date e dalla serie degli avvenimenti le ragioni profonde di questi 29.

Il carattere dannoso di tale insegnamento si ripercuote direttamente sulla vita politica del
paese e sulla qualità della sua classe dirigente, politicamente incompetente perché ignorante
dal punto di vista storico, oppure troppo erudita e affetta da una miopia del dettaglio che le
impedisce ogni possibilità di uno sguardo retrospettivo generale, ogni pertinenza nell’adozione
di prospettive illuminanti. Hitler denuncia una vera perversione dell’insegnamento della storia,
una perversione che porta a confondere il mezzo e il fine. Il fine, secondo la citazione che
abbiamo già riportato, è «la preservazione del proprio popolo»: «Questo è lo scopo, e
l’insegnamento della storia è solo un mezzo per raggiungerlo. Ma oggi anche qui il mezzo è
diventato il fine, e il fine è stato perso di vista». La storia deve limitarsi a procurare un grado
minimo di conoscenza «necessaria a prendere una posizione propria negli affari politici del suo
paese», e solo i futuri insegnanti di storia possono concedersi il lusso di approfondire questa
materia, occupandosi «anche dei minimi particolari» 30.
L’epurazione dell’insegnamento della storia auspicata da Hitler s’iscrive in un piú vasto
programma di riforma scolastica. La «zavorra» da cui è bene liberarsi non graverà piú né sui
cervelli, né sull’utilizzazione del tempo. Hitler vuole intervenire bruscamente nel vivo delle ore
d’insegnamento, per liberare molte fasce orarie che saranno dedicate all’educazione fisica,
priorità educativa del futuro Stato nazionalsocialista: «In uno Stato nazionale, la scuola deve
lasciare libero un tempo di gran lunga maggiore per l’educazione fisica» 31. La riforma
dell’insegnamento storico parteciperà di questo volontarismo riformatore.

Salvare la letteratura, salvare la storia: una necessaria riforma dell’insegnamento della


cultura classica.

Queste nuove concezioni pedagogiche non minacciano forse la posizione e l’insegnamento


della storia antica e delle lettere classiche? Se l’insegnamento storico è interamente rivolto a
una comprensione del presente, la «zavorra» vilipesa da Hitler, che deve essere sgombrata per
far posto a un insegnamento efficace e allo sport, sembra già designata.
Conosciamo tuttavia il gusto di Hitler per la storia antica, reso esplicito nei passi del Mein
Kampf che gli antichisti e i classicisti citano devotamente, un benvenuto Magister dixit per
preservare le posizioni acquisite.
Da parte della storia, l’allineamento è totale. I pedagoghi e i professionisti dell’insegnamento
della storia elevano a massime le raccomandazioni del Führer. Il cambiamento politico, si legge
nel 1933 in una rivista di storia, esige «una completa revisione dei programmi» 32, «una
ridefinizione radicale», una «riforma rivoluzionaria della scuola»: «Bisogna una volta per tutte
regolare i conti con l’ideologia liberale e con la sua oggettività anemica e ipocrita» 33, oltre che
rompere con quello storicismo d’antiquariato che «coltiva il passato per il passato» 34. Si tratta
di una ripresa quasi letterale di ciò che Hitler scrive nel Mein Kampf 35.
Nel nuovo insegnamento della storia, e in particolare della storia antica, si dovrà anche
prendere congedo da quei «sogni utopici di fraternizzazione» e da «quell’internazionalismo
beato» che troppo spesso hanno contaminato le menti con il loro liberalismo irenico. Essi
«devono sparire» 36, puramente e semplicemente.
Davanti alla minaccia germanista, le lettere classiche, da parte loro, alzano la testa e i
classicisti si cimentano in una parola d’ordine votata a una sicura posterità: si tratta di salvare
le lettere, di salvare il latino e il greco minacciati da una riforma dei programmi che si annuncia
imminente ma che, in definitiva, interverrà solo nel 1938. Per fare questo, bisogna mostrare
tutti i benefici che un’educazione nazista può ricavare da un tale insegnamento. Nel 1933,
insegnanti di storia antica e di latino guidati dallo storico Fritz Schachermeyr 37 e dal latinista
Franz Oppermann 38, pubblicano un numero speciale della rivista «Neue Wege zur Antike»
dedicato a L’educazione umanistica nello Stato nazionalsocialista 39. Questa lunga arringa pro
domo mira a prevenire ogni attacco anticlassico dimostrando, in otto contributi che ricoprono
tutto il campo delle critiche possibili, fino a che punto i nazisti migliori si formino nei vecchi
vasi del latino, del greco e della storia antica. Si parla del Liceo oggi 40, della Svolta
dell’umanesimo 41, delle Vie verso un umanesimo per il Terzo Reich 42, persino della Cultura
classica come arma tedesca 43.
Questa iniziativa si unisce a quella dell’Associazione dei filologi tedeschi (Deutscher
Philologenverband) che, il 30 settembre 1933, pubblica un manifesto che suggella
l’allineamento dei classicisti i quali prendono atto delle nuove concezioni educative dello Stato e
della necessità di riorientare la scuola verso la formazione di un uomo nuovo, ispirato al
modello antico: «Lo scopo di tutta l’educazione tedesca è l’uomo tedesco come membro della
comunità del popolo» 44 e non un uomo presunto universale, individuo astratto dal suo gruppo
d’origine e di riferimento. Viene appunto respinta «l’educazione dell’individuo», e l’Antichità
contribuisce a questo nella misura in cui ricorda che «l’uomo è l’essere politico per eccellenza e
lo Stato precede l’uomo» 45.

Manifesti per un nuovo umanesimo: olismo e politischer Mensch.

Il nuovo umanesimo promosso dai professionisti del mondo antico è dunque un umanesimo
olistico e politico, un umanesimo incentrato non sull’uomo, ma sul gruppo al quale appartiene.
Come afferma senza esitazioni il professore di lettere classiche Fritz Bucherer, in un articolo
dedicato alla cultura classica nella nuova Germania, «le materie, i professori, le scuole esistono
per gli allievi, ma gli allievi, maschi e femmine, esistono per lo Stato» 46.
Non è piú il tempo dell’educazione dell’individuo per l’individuo, ma della formazione
dell’uomo per lo Stato, in altre parole dell’educazione di quello che i teorici degli anni Trenta
chiamano un politischer Mensch, educazione – alla quale Werner Jaeger dedica un intero
articolo – che non può fare a meno della catalisi operata dall’Antichità.
Werner Jaeger, che cerca di adattare il suo Dritter Humanismus allo spirito del tempo, ma che
vi rinuncerà emigrando negli Stati Uniti nel 1936, difende un nuovo umanesimo in un articolo
del 1933 che, per la sua fraseologia e per il suo luogo di pubblicazione – la rivista «Volk im
Werden» dell’intellettuale nazista Ernst Krieck – costituisce un atto di alleanza, o per lo meno
una professione delle migliori intenzioni nei confronti dei padroni del momento.
L’articolo di Jaeger è un articolo militante, che difende esplicitamente la cultura classica e i
Gymnasien in un contesto di cambiamento politico favorevole ai germanisti e agli studiosi della
preistoria. Egli ammette una «ambiguità del concetto stesso» 47 di umanesimo, soggetto a due
definizioni, per precisare immediatamente che prende le distanze dalla prima: la «critica» che si
può rivolgere «dal punto di vista del nazionalsocialismo» all’umanesimo riguarda solo una delle
due accezioni del termine, un umanesimo ereditato dai Lumi e superato dal contesto politico e
dall’ideologia del tempo:

L’umanesimo che è oggetto di attacchi e che può sembrare incompatibile con i postulati
storici e intellettuali del nazionalsozialismo è un’ideologia del tutto particolare, benché non
necessariamente ben definita, le cui radici vanno cercate nel sistema di civiltà dell’Europa
occidentale del XVIII secolo, vale a dire nei Lumi 48.

In questo umanesimo, umanesimo apolitico nella misura in cui misconosce la realtà


essenziale della polis,

non esisteva un legame con la vita della comunità, oppure esisteva solo un legame molto
debole. La ragione profonda non stava certamente nella componente antica di questa
educazione umanista, ma – anticipandolo – nel carattere totalmente apolitico della cultura
tedesca del classicismo weimariano 49.

Questo secondo umanesimo, weimariano, è a sua volta deprecabile tanto quanto il primo
umanesimo, quello del Rinascimento, che Jaeger assimila in uno stesso ripudio. Anche lo storico
delle religioni Wilhelm Brachmann afferma che «è necessario distinguere tra umanesimo e
umanesimo» 50 e spara a zero su Erasmo, spirito universalista e liberale, un cosmopolita la cui
massima era il motto del senza patria: «Ubi bene, ibi patria» 51, motto di un umanesimo
universalista che si oppone a un umanesimo esclusivista, i cui campioni sarebbero da un lato
Erasmo e, dall’altro, Platone e Ulrich von Hutten 52.
Il terzo umanesimo, sostiene Jaeger, deve dunque essere nettamente distinto dall’umanesimo
aufklärisch, quello dei Lumi. L’obiettivo di quest’ultimo era «l’educazione estetica e formale del
solo individuo» 53. Richiamandosi all’Antichità, questo umanesimo ne tradiva lo spirito con «il
suo carattere totalmente apolitico», che dimenticava il fatto che l’uomo è «un essere politico
[…], un essere sociale inserito in uno Stato» 54. Il secondo umanesimo, quello del classicismo
weimariano, è dunque congedato senza cerimonie, condannato dal suo individualismo viscerale
e dal suo liberalismo costitutivo:

Il classicismo tedesco, che è e deve rimanere il fondamento della nostra cultura nazionale, è
(come abbiamo detto sopra) il prodotto di una cultura ancora totalmente apolitica, cosí che si
può presentare lo spirito di Weimar, che rappresenta l’apice della nostra cultura, come
l’opposto dello spirito di Potsdam che è stato cosí determinante per il divenire del nostro
Stato 55.

Potsdam è qui un’allegoria della Prussia e della costruzione volontarista di una potenza
politica tedesca, ma anche un riferimento alla giornata di Potsdam del 21 marzo 1933 56.
Contro tutte le critiche rivolte all’umanesimo e alla cultura classica, si tratta di mostrare che
«il soggetto politico», der politische Mensch, si costruisce grazie al lavoro dell’eredità antica, e
che il «ponte» che conduce all’Antichità si chiama appunto «umanesimo».
Jaeger contesta ogni concezione che miri a svalutare gli umanisti come superati o estranei
alla cultura tedesca, in nome di una ideologia della novità o della razza. Infatti: «Gli elementi
storici della costituzione spirituale di una razza cambiano poco nel corso dei secoli, poco come
le sue proprietà fondamentali in quanto razza» 57. Dunque, è chiaramente in nome di una
solidarietà biologica, di un’identità di sostanza razziale che la cultura classica antica,
emanazione spirituale di uno stesso sangue, viene salvata dal grande sconvolgimento
intellettuale indotto dalla rivoluzione nazionale tedesca e dal suo razzismo di Stato:
l’umanesimo, in una prospettiva razzista, non è altro che la via d’accesso privilegiata al
patrimonio spirituale della razza indogermanica. O meglio, la presa di potere da parte di Hitler
è dettata da ideali provenienti dal fondo delle età antiche:

L’effetto cosí vivo degli ideali politici e spirituali antichi sul movimento che plasma la storia
del nostro tempo non lascia dunque dubbi sul fatto che, tra le forze fondamentali che lo
animano […] si trova la potenza architettonica dell’Antichità, che è sopravvissuta ai secoli, e
che si rinnova continuamente 58.

Werner Jaeger assicura che i professori di storia e di lettere classiche sono guariti
dall’astrazione storicista o formalista in cui potevano trovarsi nel XIX secolo: l’evento della
Grande Guerra, e in seguito il carattere caotico della vita politica sotto Weimar hanno avuto
come conseguenza una politicizzazione dello studio della cultura classica poiché «lo Stato è
diventato, per tutti coloro che vivevano veramente il proprio tempo, la problematica per
eccellenza» 59.
È dunque chiaro ormai che l’insegnamento delle lettere classiche non deve piú essere
impartito solo nello spirito di un «puro formalismo grammaticale che fa esercitare la mente, ma
la lascia vuota» 60. L’insegnamento del latino e del greco deve oramai essere soprattutto
portatore di valori:

La storia impone oggi al popolo tedesco un compito particolare, quello della formazione del
soggetto politico […]. Nel momento in cui si forma un nuovo tipo di soggetto politico, ecco che
avvertiremo naturalmente un bisogno di Antichità 61.

In Inghilterra, le università associano, come in Grecia, lo sport e la retorica del debating club
per formare le élite del regno 62: i classics, la cultura classica, vi formano un pubblico ben piú
ampio di quello dei soli futuri filologi 63.
Ora, lo spirito della paideia greca è stato trasmesso e preservato in Germania nei Gymnasien
che è necessario difendere da ogni assalto o da ogni tentativo di smantellamento:

I nostri licei sono il perno della ricostruzione di un’educazione di umanesimo politico. Come
nutrire meglio lo spirito dei nostri giovani, come educarli meglio a essere membri consapevoli
della comunità politica se non presentando loro i monumenti grandiosi dello spirito politico
dell’Antichità? 64.

Jaeger propone una lista di autori greci e latini da leggere precisando i loro meriti: si avrà
cura di studiare Omero, Solone, Esiodo, Platone, Demostene, Orazio, Virgilio, Cicerone, Tito
Livio, Tacito, ma anche Tirteo. Troppo ingiustamente misconosciuto, l’aedo spartano, il poeta
marziale i cui versi sono scanditi dal ritmo del piffero e del tamburo della fanteria in marcia, ha
il merito di cantare l’«ideale spartiate del cittadino» 65 in armi, soldato politico votato anima e
corpo alla patria, mentre Esiodo nobilita il lavoro e Platone canta lo Stato e l’uomo nuovo.
All’inizio della Repubblica di Weimar, nello choc della guerra e della disfatta, Werner Jaeger
già scriveva:

Speriamo che dai nostri giovani nascano dei capi [nei nostri licei umanistici], che non
vengano educati a essere eruditi o topi da biblioteca, tecnici o specialisti, letterati o esteti, ma a
essere saldi nella loro costanza, nella loro percezione e nel loro cammino, che è la grande forza
della civiltà ellenica 66.

La nazificazione delle lettere classiche, della filosofia antica e della storia antica si è dunque
potuta svolgere su un terreno favorevole, preparata da aspirazioni alla rivoluzione nazionale e
alla mobilitazione militare dei giovani per lo meno a partire dalla nascita della Repubblica di
Weimar, figlia di un armistizio intempestivo e di una pace vergognosa.
La formazione di un’umanità politica è dunque coerente, indissociabile, rispetto a un
umanesimo politico, vale a dire un umanesimo rinnovato dalla problematica e dalla finalità
politica, sostenuto da tutti i difensori della cultura classica. Wilhelm Brachmann insiste sul fatto
che questo umanesimo è un’ideologia di lotta, un’ideologia di vigilanza, che salvaguarda il
patrimonio della razza indogermanica. Gli umanisti politici rompono con ogni carattere etereo e
incarnano, radicano la loro scienza: «Là dove l’umanesimo attuale parla di letteratura,
l’umanesimo politico parla di sangue o di razza» 67, riassume Brachmann.
L’umanesimo astratto e universalista della tradizione rinascimentale, che procedeva in
direzione contraria rispetto alla concezione esclusivista e gerarchica dei greci, l’umanesimo
cosmopolita, prodotto di intelligenze senza patria, dovrà congiungere ad patres le ceneri
maledette di Erasmo:

Il discorso dell’«umanesimo» dovrà cedere il posto a un discorso della storia spirituale


dell’indogermanità. Esprimerà cosí piú chiaramente rispetto a ogni altro discorso la specificità
dell’umanesimo politico tedesco. È un umanesimo che fa la guardia per proteggere l’eredità
spirituale, determinata dal sangue, dell’indogermanità in generale, e dunque anche, e
soprattutto, per preservare l’eredità dell’Antichità classica 68.

Il nazionalsocialismo è un umanesimo.

L’umanesimo politico della Germania contemporanea è dunque quello che consente l’avvento
del soggetto politico, di quel politischer Mensch che il filosofo Alfred Bäumler, specialista di
Nietzsche, assume la missione di definire in una serie di conferenze e di articoli.
Anche Bäumler rifiuta l’umanesimo classico, che contrappone al nazionalsocialismo:
«L’umanesimo da noi non è piú una potenza dominante: l’unica potenza spirituale in Germania è
il nazionalsocialismo» 69.
I due termini tuttavia non sono irriducibili, in quanto il nazismo non è inconciliabile con
quell’umanesimo latino che è l’avatar di una Roma imbastardita, la cui eredità è stata raccolta
dai francesi e la cui condanna si confonde con quella della lingua latina: l’umanesimo è a casa
propria «in Italia e in Francia» 70, non in Germania. La Francia è umanista, perché il suo sangue
le prescrive di esserlo:

Per il francese, l’umanesimo non è solamente una parte della sua storia, ma una parte della
sua anima […]. La tradizione latina è propria del suo sangue. Difendere l’umanesimo equivale
dunque, per il francese, a difendere se stesso 71.

L’abisso che si spalanca tra «la concezione umanista e la concezione razzista della storia» 72
richiede, se non ci si vuole precludere l’accesso all’eredità antica, di riferirsi preferibilmente
all’età greca, espressione di un sangue piú puramente nordico, di ridefinire un umanesimo
vigoroso che, contrariamente ai romani decadenti e ai francesi, e conformemente all’intuizione
greca, «non pensa in termini di individui, ma in termini di razze e di popoli. Ecco la vera
umanità» 73. Un vero umanesimo presuppone e implica una concezione adeguata della vera
umanità, che il nazismo si propone appunto di ridefinire in armonia con un pensiero greco
concepito come gerarchico, razzista, eugenetico. Il movimento ad fontes graecas, il grande
sospiro che l’anima tedesca, da Winckelmann in poi, esala sulle rovine dell’Acropoli, è «una
ricerca del modello greco, indipendentemente dalla tradizione romana» 74, il rifiuto di accogliere
un’eredità greca «di seconda mano» 75 attraverso la mediazione deformante della rilettura
romana.
Tutte queste speculazioni sull’umanesimo possono sorprendere da parte di una sensibilità
politica che raramente troviamo associata a questo termine. Ora, nei testi del filosofo Bäumler e
di molti classicisti è all’opera una reale volontà di definire, senza cadere in un ossimoro, un
umanesimo nazista. Si tratta non solo di salvare l’essenziale ma anche, e piú profondamente, di
iscrivere le massime dell’ideologia nazista entro un ordine normativo esteriore, ereditato,
prestigioso, da cui ricaverebbero la loro legittimità per derivazione. Affermare, ad esempio, che
le massime del partito sono in fondo quelle di Sparta 76 significa mostrare che esse traggono se
non il loro senso almeno la loro dignità e la loro nobiltà da questa iscrizione nella storia antica e
nella posterità millenaria di un vecchio fondo indogermanico, il cui spirito si è manifestato e
realizzato splendidamente in Grecia e a Roma. C’è un’evidente preoccupazione, da parte
nazista, di non apparire come dei dilettanti ideologici e pratici, di nobilitare le proprie massime
grazie a una lunga e provata tradizione, di ingentilire la rudezza delle proprie parole d’ordine
con la patina dei secoli, dotando le proprie idee di un’ascendenza remota e prestigiosa.
Di fronte alle polemiche, in particolare religiose, di chi si offende per la politica antisemita o
per il trattamento dei malati mentali, di coloro che protestano contro il loro disprezzo per la
vita, che è dono di Dio, i nazisti mobilitano una tradizione a sua volta antica, persino piú antica
della tradizione giudaico-cristiana, e pretendono di inferire le loro norme da un ordine
prescrittivo anteriore e piú proprio della razza, che è quello dei popoli indogermanici del mondo
antico: la «piccola morale» 77 del decalogo giudaico-cristiano, dunque giudaico e bolscevico al
contempo, è un principio contagioso che promana da una razza allogena e distruttrice. La virile
decisione indogermanica, il trattamento degli allogeni e dei malati, la selezione eugenetica,
l’eliminazione dei deboli e dell’alterità sono criteri greci e romani, prima di essere nazisti, tanto
che Seneca viene chiamato in causa come sostenitore della eliminazione col gas dei malati
mentali 78. Questa strategia, nonostante la spregiudicata radicalità a cui si atteggia, nasce da
una chiara consapevolezza del fatto che le idee proposte e gli atti che ne derivano si scontrano
con un’etica radicata in una tradizione antica e perdurante. Atti apparentemente anormali e
anomali sono dunque riferiti a una normatività che dà senso e legittimità a ciò che altrimenti
sarebbe eccessivo, inaccettabile.
Troviamo un’identica preoccupazione nella volontà attestata da Himmler di tranquillizzare la
coscienza dei suoi uomini iscrivendo i loro atti nel quadro derivante da una morale superiore
che, anche solo sul piano formale 79, non è la morale giudaico-cristiana, morale dei deboli e
suicida per l’élite, ma una morale di razza, che restringe l’applicazione dell’imperativo
categorico ai soli membri della razza. La costruzione di un umanesimo nazista come di un
imperativo categorico dell’assassinio razziale 80 procede secondo lo stesso schema logico: in
entrambi i casi, assistiamo a una rigorosa delimitazione del gruppo a cui sono destinate
massime che per altro, prima della loro rilettura, erano universali. La radicale critica nazista
dell’umanesimo liberale e cosmopolita, la svalutazione di questa falsa idea di umanità porta a
una restrizione dell’uso del termine: c’è sí un umanesimo nazista, ma un umanesimo che si
applica solamente all’interno della sola e vera umanità, preliminarmente ridefinita. Il termine è
stato svilito e svenduto a un prezzo molto misero, ora si tratta di usarlo in modo rigoroso:
l’umanità è la comunità degli uomini, vale a dire, in ultima analisi, la comunità degli uomini di
razza indogermanica, mentre quel che resta di una presunta umanità universale viene respinto
in una sotto-umanità piú adatta alla sua condizione. Gli elementi estranei alla razza nordica
sono infatti sotto-uomini, e i sotto-uomini non sono uomini: nessuno può dunque legittimamente
rivendicare, secondo una logica inevitabile, che vengano loro applicate massime umanistiche.
Il politischer Mensch è dunque la riscoperta, da parte di un umanesimo rinnovato, dell’uomo
greco che ricava il proprio senso solo dall’iscrizione nella polis. Dobbiamo tuttavia osservare in
primo luogo che l’espressione è una traduzione letterale del greco zoon politikon, definizione
dell’uomo proposta da Aristotele nella sua Politica (I,1). Alfred Bäumler precisa che la sua
concezione del politischer Mensch è certamente ispirata ad Aristotele, ma che è piú ampia:
l’espressione «non significa solo quel che afferma la vecchia definizione di Aristotele, secondo
la quale l’uomo è un essere politico, vale a dire sociale» 81. Bäumler costruisce e struttura la sua
nozione attraverso una serie di opposizioni tra politico e teorico, attivo e contemplativo, attivo e
passivo. Per Bäumler, politico significa «attivo, che lavora, produttivo, orientato verso
qualcosa» 82, e non «osservatore, comprensivo, contemplativo» 83. L’essere politico è quello che è
impegnato nella vita del gruppo che gli conferisce esistenza e senso, e che egli a sua volta
alimenta, sviluppa e protegge. È attivo nella difesa di questo gruppo, la cui vita, come la sua, è
una lotta – l’ombra recata dalla Prima guerra mondiale è onnipresente in Bäumler. Il politischer
Mensch ha dunque come compimento ed entelechia il politischer Soldat che Bäumler celebra
nella sua lezione inaugurale all’Università di Berlino, il 10 maggio 1933, nel corso della quale
egli cita come equivalenti le figure «dell’uomo combattente, dell’essere politico, del soldato, del
contadino, dell’operaio» 84, tutti tipi opposti all’«erudito» 85. Sono le truppe serrate di quei
politische Soldaten che, in uniforme da SA, all’uscita dalla lezione inaugurale pronunciata
davanti a un anfiteatro bruno, muovono all’assalto delle biblioteche dell’Università di Berlino
per prelevarne le opere destinate all’autodafé che si svolgerà proprio quella sera.
In generale, Bäumler svaluta ogni astrazione, rifiuta la teoria e si spinge fino a negare ogni
esistenza all’intellettuale individualista e disincarnato: «L’uomo teorico è […] una finzione»,
poiché «l’uomo è fondamentalmente un essere politico» 86. Questo essere politico d’ispirazione
greca, dunque nordica, deve essere formato alla maniera greca per poter essere pienamente
utilizzabile al servizio della comunità. È la missione che è affidata alla cultura classica. In un
discorso preparatorio alle sue istruzioni generali per l’insegnamento della storia, Wilhelm Frick,
ministro dell’Interno prussiano, dichiara nel 1933 che se la missione della scuola tedesca è
«formare il membro della comunità politica» 87 (politischer Mensch), lo studio della cultura
classica vi si inserisce pienamente. In uno spirito simile, i nuovi programmi del 1938 utilizzano
direttamente e significativamente l’espressione greca di zoon politikon, nell’educazione e nella
realizzazione del quale le letterature antiche trovano il loro senso: il latino e il greco devono
«contribuire a formare e a educare il giovane tedesco per farne, grazie alla ginnastica e al
sapere, uno zoon politikon» 88. L’esaltazione dell’eroismo antico, l’educazione all’abnegazione, al
sacrificio, al pensiero olistico del generale e del gruppo, la rinuncia a sé sono altrettanti valori
adatti all’avvento di una gioventú tedesca ritemprata in un salutare bagno di indogermanità.

Dall’uomo scisso all’uomo totale: il paradigma della paideia greca.

La tematica del politischer Mensch approda dunque a un’esaltazione dell’educazione greca


all’uomo totale, un uomo completo e armoniosamente sviluppato nella totalità delle sue facoltà,
che si oppone alla figura «umanista» dell’erudito smunto con gli occhi arrossati.
I pedagogisti e i classicisti del Terzo Reich, fedeli in questo a Nietzsche, esprimono cosí la
loro esecrazione per l’uomo scisso, incompleto, amputato, e concordano nella celebrazione
dell’uomo totale, il voller Mensch greco, definito dal pieno accesso all’essere delle sue
disposizioni fisiche e intellettuali. L’uomo completo greco è dunque l’uomo compiuto, vale a dire
perfetto, nel quale le potenzialità proprie della sua essenza sono state tutte portate ad attuarsi:
un corpo che non è stato privato del suo spirito, uno spirito che non è stato amputato del suo
corpo, modello che è promosso e celebrato da un’intensa attività editoriale in particolare
durante i Giochi olimpici del 1936 89. La nuova educazione tedesca deve seguire la via greca,
come proclama Alfred Rosenberg in un discorso programmatico tenuto il 15 marzo 1934, dove
subissa dei suoi sarcasmi il sogno fumoso «di una educazione del genere umano» 90 alla Schiller,
disegno in apparenza nobile e generoso ma, in realtà, «estremamente antibiologico, in
contrasto con tutte le leggi della razza» 91, poiché ispirato da un umanesimo universalista
sdolcinato e pervertito. Contro l’esaltazione dell’universale umano razionale, «l’educazione
tedesca non sarà formale ed estetizzante, non mirerà a una formazione astratta della ragione,
ma alla formazione del carattere» 92 grazie al ritorno alla natura e all’educazione del corpo,
eccessivamente trascurato da un arido razionalismo cerebrale. I greci offrono un modello da
imitare, tanto piú che una parentela di razza li unisce alla nuova Germania:

È solo in questo modo che il corpo e l’anima possono unirsi in un’azione comune. È solo
allora che può avvenire quell’unione organica che fu un tempo realizzata, in piena libertà, da
popoli nordici insediatisi in Grecia. Il segreto della civiltà greca giace nel fatto che alcune tribú
nordiche un tempo hanno conquistato un altro paese e che, mosse da un ideale estetico, sono
riuscite a formare e a educare il loro corpo e la loro anima in una bella unità. Per questo la
Grecia non può essere il semplice esempio di un qualunque popolo straniero […] la Grecia
antica ci ha invece mostrato in che modo un popolo nordico poteva formarsi liberamente,
mentre, per millecinquecento anni, la storia tedesca è stata oppressa da dogmi universalisti e
dagli imperialismi politico-militari che ne erano portatori. Per questo, la rinascita dell’Antichità
che vediamo all’opera nelle anime contemporanee della nuova Germania è in fondo la rinascita
dell’uomo germanico libero, e il solo vero compito del movimento nazionalsocialista è quello di
rafforzare i valori del carattere […] per forgiarsi un destino comune che sia conforme alle leggi
della natura e della vita, e alle esigenze eterne dell’anima razziale tedesca 93.

Sulla scia di Rosenberg, troviamo in primo luogo Ernst Krieck, responsabile della pedagogia
del Terzo Reich, professore all’Università di Berlino, che allestisce una celebrazione
dell’educazione greca come educazione dell’uomo totale. Ernst Krieck dedica un’intera
monografia a dimostrare che la paideia ellenica è una sinergia del gymnisch e del musisch, che
riassorbe e supera, che va oltre la sterile opposizione, orientale, giudaica e cristiana nella sua
essenza, tra l’anima e il corpo. Krieck saluta la rivoluzione politica del 1933, che permette
definitivamente al «popolo tedesco di prendere le distanze dalla civiltà del puro
razionalismo» 94, un movimento intaccato alla fine del XIX secolo dalla Lebensreform. I greci,
padri del logos, riuscivano per altro a non amputare l’uomo dal suo thymos e dalla sua
epithymia, per riprendere i termini platonici della topologia tripartita dell’anima. Secondo
Krieck, l’importanza conferita alla musica nell’educazione greca rivela l’attenzione rivolta
all’uomo totale: la musica vi riveste una funzione importante, poiché consente lo sviluppo della
componente istintuale e irrazionale imprimendo alla materia corporea, stimolata dal suono, una
forma spirituale, secondo la modalità del ritmo. La paideia, grazie al ruolo che accorda alla
musica, prende in considerazione la doppia natura, spirituale e corporea, dell’uomo, una dualità
che nasconde la doppia polarità del dionisiaco (trance) e dell’apollineo (armonia) di un essere
che è al contempo di passione e di ragione. Possiamo notare che Krieck riprende la tesi
nietzscheana della felice fusione tra il bacchico e l’apollineo contro Kynast, che vi vedeva
un’irriducibile opposizione razziale.
La paideia greca, che inizialmente fu tutta improntata a dualismo illuminato e armonia, si è in
seguito fuorviata nel monismo riduttivo di un razionalismo arido e rigido con Aristotele e con
l’ellenismo, periodo di perversione del sangue e dello spirito greco per l’opposizione orientale
tra lo spirito e il corpo, l’aldiqua e l’aldilà, un Oriente ascetico e mutilatore che incide nel vivo
del corpo greco nordico. La scomparsa dell’ideale musico-ginnico greco ha fossilizzato la
cultura antica nella contemplazione razionalista strettamente museale di un corpo privato della
vita: col grande inaridimento inaugurato dall’ellenismo, «l’ellenicità vivente si è pietrificata per
divenire maschera mortuaria» 95. L’ellenismo, età «dell’individualismo e della ragione
sovrana» 96, ha segnato la morte «dello spirito ateniese divenuto un cosmopolitismo senza
patria» 97.
La definizione di un umanesimo nazista implica dunque preliminarmente una selezione delle
culture classiche implicate. Non si tratta di convalidare beatamente tutta la tradizione antica,
ma di operare al suo interno una separazione tra il buon grano indogermanico della Grecia
arcaica e classica e il loglio di un ellenismo piuttosto orientalizzato e semitizzato 98. Questo è
respinto come il sintomo crepuscolare della decadenza razziale dallo storico Fritz
Schachermeyr: «Fin qui, abbiamo accettato tutto ciò che veniva dal mondo antico come una
sorta di rivelazione sublime […]. È cosí che l’umanista, che da un lato era il conservatore dello
spirito nordico piú nobile, è diventato il mediatore di tutto il patrimonio spirituale antinordico»,
che ha «dissolto i popoli nordici dell’Antichità» 99 e che resta ancora allo stato di «veleno
distruttore» 100 nel mondo contemporaneo.
Il principio e la fine di ogni umanesimo, nella scelta delle opere e delle epoche considerate,
come negli obiettivi dell’educazione attraverso la cultura classica, è dunque proprio, come per
gli uomini, la selezione razziale: lo storico della Grecia Hans Bogner ricorda con fermezza che

il nostro punto di partenza si trova tra i greci e i romani, per quanto e fino a quando non sono
stati alienati dalla mescolanza razziale. La nostra originaria parentela razziale con loro è una
comunità di vita e rende possibile la comprensione dell’Antichità greco-romana […] mentre una
vera comprensione resta per noi impossibile rispetto ai popoli stranieri dell’Antichità, che sono
per noi, in gran misura, popoli esotici 101.

Secondo Bogner, l’umanesimo tradizionale fraintende se stesso quando, ingenuamente, crede


che «i greci, sulla base di una paideia consapevole, volessero produrre l’uomo come idea»,
dunque realizzare l’idea di un uomo concepito universalmente e astrattamente, slegato da ogni
legame di sangue e da ogni determinazione di razza. Per i greci, la cultura non interviene a
emancipare dalla natura, non ha il compito di affrancare dalla determinazione del sangue, ma di
prenderne atto e di rafforzarla. La cultura greca è una cultura di razza, rivolta a greci, per
educare e perfezionare l’umanità superiore nordica in loro: «In Grecia, si volevano educare puri
elleni, e non uomini in generale». Gli altri popoli sono per i greci, e dunque per i tedeschi,
«allogeni al massimo grado» che, contrariamente a quel che il messaggio falsamente umanista
di idealisti degenerati lascia intendere, «non potevano né volevano essere assimilati» 102.
L’attacco di Bogner contro questo umanesimo pervertito è violento, in quanto è inserito in un
articolo che denuncia l’Assimilationsjude del mondo antico, l’ebreo diasporico che indossa
l’abito greco per confondersi nel mondo ellenistico, prima di passeggiare con la toga e di
parlare latino nell’Impero romano 103. Una simile concezione della paideia, aperta e accogliente,
universalista, permette, mediante l’apprendimento universale della lingua, dei miti e degli usi
che erano esclusivamente propri del popolo greco nordico, l’assimilazione, e dunque
l’affrancamento dalla determinazione naturale, a opera di una volontà culturale. La cultura
interviene pertanto, attraverso il belletto superficiale dell’apparenza dell’abito, quella
cosmetica, e della lingua, a mascherare, velare, dissimulare la natura, nascondere l’ebreo che
cosí diventa invisibile. Solo un ellenismo tardo e decadente ha potuto promuovere l’idea di
un’educazione che si rivolga all’universalità degli uomini, all’universale nell’uomo: l’alta cultura
greca, fondamentalmente elitaria e selettiva, è stata svenduta all’asta dal levantino degenerato,
che ha imposto l’idea secondo cui «non è l’origine, ma la cultura (la paideia) a fare il greco» 104,
e che ha abbassato una cultura greca nordica esclusiva alla miscela razziale diluita di una
«civiltà universale» (Weltkultur), espressione apatride, sradicata, dello «spirito universale
dell’ellenismo» 105.
L’attacco contro questa paideia è sferrato in modo altrettanto rude dallo storico Georg Kuhn,
che tratta anch’egli della diaspora e dell’assimilazione ebraica, definendo questa captazione
della cultura greca come «falsificazione» 106: «Ci si compiaceva di ornare il proprio discorso di
citazioni classiche. Ci si esercitava all’arte della retorica greca» 107 per addobbarsi con
espressioni e con figure stilistiche che cercassero di velare la realtà ostinata di un’irriducibile
alterità.
Aretè, aristoi, Führer: formare soldati e capi.

L’educazione completa dei greci era strettamente legata alla natura e alla vocazione
essenzialmente militari del Männerbund che costituisce la polis. La paideia del corpo e dello
spirito, che rende pienamente giustizia alla dualità dell’uomo e lo sviluppa in una sintesi
armoniosa del poeta e dell’atleta, del filosofo e del ginnasta, è, in ultima analisi, l’educazione
del cittadino-soldato, del soldato politico della città. Il fine del corpo addestrato alla guerra è il
corpo guerriero dell’oplita o del cavaliere, in quanto la pratica dello sport non è riferita a un
obiettivo individuale, ma è pensata come servizio reso alla comunità e allo Stato. Come dichiara
Ernst Krieck:

L’uomo greco di educazione greca ci appare come modello e come luce che illumina la nostra
stessa strada, un uomo educato dalla scienza delle muse e da quella delle armi nel contesto
della polis greca antica 108.

È per dare allo Stato i migliori cittadini-soldati che Platone, il quale, «in un tempo di
decadenza chiama, per un’ultima volta, l’idea di Stato alla lotta finale» 109, promuove
l’educazione attraverso la musica. Poiché la vita è presa «tra i due poli della pulsionalità
irrazionale e della forma razionale» 110, bisogna prendere in considerazione l’una e l’altra
nell’educazione e nell’edificazione dello Stato, imponendo alle pulsioni dionisiache la forma
armoniosa della ragione apollinea, anziché frenarle e costringerle attraverso una rimozione
ascetica di tipo orientale e cristiano, negatrice del corpo.
L’uomo completo della paideia greca è dunque soldato politico, soldato della propria città e
della propria razza, combattente dell’eterno Occidente contro l’eterna Asia: «Questa razza ci
appare per sempre nella sua eterna virtú e nella sua intramontabile bellezza, è questa razza ad
aver preservato vittoriosamente l’Europa dall’asiatismo» 111, sottolinea Krieck.
I soldati dell’indogermanità sono guidati da capi la cui educazione e la cui formazione, nella
Germania contemporanea, richiedono di passare attraverso l’Antichità greca. Nel 1932, lo
storico della Grecia Hans Bogner dedica all’educazione dei capi un saggio dal titolo
programmatico, La formazione dell’élite politica: si tratta di esaminare, secondo l’esempio
greco, le condizioni che consentano l’emergere di una élite politica per la Germania, le
condizioni «biologiche e storiche» 112 della produzione di una casta di Führer. Per formare l’élite
politica, l’élite della polis, è necessario rivolgersi all’Antichità 113, scavalcando una modernità
deleteria poiché ostile all’élitarismo, un «salto verso noi stessi» 114, poiché «tra l’essere tedesco
e l’essere greco, esiste una originaria parentela segreta» 115. Bogner ha parole molto dure, ma
tutto sommato molto banali nel suo discorso nazional-conservatore, contro la democrazia
contemporanea, che non può «formare, proporre, addirittura sopportare, nessun capo» 116. La
democrazia liberale, instaurata in Germania dalla Costituzione di Weimar, è antitetica rispetto
all’avvento di una politische Führung degna di questo nome: «Il sistema della sovranità del
popolo e il principio rappresentativo, la filosofia dell’identità» 117, in breve l’egalitarismo e il
liberalismo democratico, uccidono ogni idea di élite.
Ora, la vera eguaglianza è possibile solo in un gruppo costituito da un élitarismo geloso e
accuratamente preservato da ogni influenza o penetrazione esteriore, come a Sparta.
L’educazione spartiate, mescolanza di addestramento sportivo e militare, e di Musik, arte della
musa in senso ampio, è celebrata da Bogner 118, cosí come il regime oligarchico spartano deve
essere preferito a una democrazia ateniese che, in assenza di ogni chiusura ermetica del
gruppo, è sprofondata nei tormenti di un egalitarismo ombroso e inetto 119.
Aspirando a sua volta a rompere con l’astrazione disincarnata dell’umanesimo tradizionale,
Martin Heidegger afferma che il sapere greco non ha nulla di astratto. Tutto, in Grecia, è
orientato verso il fine ultimo della pratica, dell’azione, in particolare dell’azione politica, la piú
importante per i pensatori greci. Nel suo discorso di rettorato, Martin Heidegger fa della
theoria greca non «la pura trattazione contemplante» 120 che troppo spesso vi si vuole vedere,
ma la modalità suprema della energheia, vale a dire dell’«essere all’opera» dell’uomo 121: per i
greci «la teoria stessa deve essere intesa come la suprema attuazione di una prassi
genuina» 122, poiché, tra loro, il sapere non è un semplice «bene culturale» 123, ma «il punto
mediano che intona intimamente l’intero Dasein del popolo e dello Stato» 124. Il rettore
Heidegger, che pone il suo mandato e la rinascita dell’università tedesca sotto il segno della
Grecia e del pensiero greco, impone agli studenti ore obbligatorie di Wehrsport e organizza un
campo di riflessione, una sorta di campeggio filosofico, a Todtnauberg, dove i dintorni della
Hütte del maestro si coprono di camicie brune e di stendardi con la croce uncinata 125.
Il modello greco, e piú specificamente spartiate, non è presente solo nei discorsi del rettore
Heidegger o del ministro Rust, ma ritorna sotto la penna del generale SS August Heissmeyer,
ispettore generale dei Napola, le scuole politiche che erano state concepite come il vivaio della
futura élite nazista. Secondo questo generale, le scuole dei quadri dovevano seguire l’esempio
greco, modello della Gemeinschaftserziehung 126, un’educazione collettiva, armoniosa ed
equilibrata, che educava dei quadri alla grandezza culturale, politica e militare dello Stato 127.
Pronunciare arringhe per la storia antica.

La parola d’ordine che ingiunge di salvare le lettere classiche a partire dal 1933 si applica
anche alla storia antica, minacciata nella sua situazione intellettuale e nelle sue posizioni
istituzionali dall’ondata montante dei germanisti e degli specialisti della preistoria, ansiosi di
scalzare e di detronizzare i colleghi antichisti dal loro piedistallo di cattedre e di prebende.
Le querelle tra germanomani e classicisti, tra specialisti della preistoria e antichisti trovano
infatti un’eco nella nuova concezione dell’insegnamento della storia. Le direttive del ministro
dell’Interno del Reich del giugno 1933 precisano che l’insegnamento della storia non deve piú
iniziare, come accadeva in precedenza, con le civiltà mediterranee del mondo antico. È
necessario ridare tutto il suo posto e la sua importanza alla preistoria germanica 128. È urgente,
se si vogliono preservare le posizioni acquisite dall’Antichità: s’impone un aggiornamento [in
italiano nel testo].
Nel 1933, lo storico del mondo antico Fritz Schachermeyr pubblica, sotto forma di articolo,
un’arringa pro domo dal titolo eloquente: La missione della storia antica nel quadro della storia
universale nordica 129. In quella che egli definisce «una querelle pro o contro l’Antichità» 130, si
tratta di difendere e di giustificare la ricerca in storia antica e l’insegnamento della cultura
classica ricordando che greco e romano sono sinonimi, se non decisamente di germanico, per lo
meno, e senza dubbio, di nordico. Una comprensione completa e corretta della storia della razza
nordica e del suo patrimonio culturale non può ignorare i greci e i romani, a rischio di cedere a
una miopia germanica, a una visione germanomane dalla vista corta che getterebbe nell’ombra
un patrimonio fondamentale della razza ariana.
L’autore ammette tuttavia che le scienze dell’Antichità si sono rese colpevoli di un difetto
d’entusiasmo nel grande aggiornamento razzista che, a partire dal 1933, ha caratterizzato altre
discipline. La constatazione è severa 131, ma si deve considerare che Sachermeyr paragona la
storia antica alla razziologia e alla preistoria, all’avanguardia tra le scienze umane. Gli storici
del mondo antico, prigionieri della routine e dell’inerzia di una disciplina venerabile, confidando
nella dignità di una materia carica d’anni e di opere, non hanno saputo integrare i nuovi quadri
della riflessione e mettersi correttamente al servizio della rivoluzione nazionalsocialista, «che
esige assolutamente una mutazione delle scienze umane» 132.
La relativa inerzia della storia antica è tanto piú deprecabile in quanto la storiografia del
mondo antico «cela, come nessun’altra disciplina, un materiale fondamentale per sostenere
storicamente il nazionalsocialismo» 133: la razziologia e ogni discorso nordicista, infatti,
vaticinerebbero a vuoto senza i materiali che fornisce loro lo storico dell’Antichità e che per
loro costituiscono altrettante conferme empiriche 134. Fino a ora, gli antichisti sono rimasti
prigionieri di un’ispirazione, originariamente filologica, che limitava gli studi classici alla
ristretta orbita del mondo greco-romano, non cogliendo in tal modo la dimensione nordica
globale nella quale tali studi avrebbero dovuto inserirsi 135. Il futuro e la salvezza della loro
disciplina risiedono dunque nella conversione della storia antica a una prospettiva nordica piú
ampia. Schachermeyr proclama

finito il tempo in cui la storia antica poteva ridursi alla contemplazione della materia antica e
non aveva bisogno di preoccuparsi della sua integrazione a quadri storici piú generali. Si tratta
ormai […] di fare la storia di due popoli dell’Antichità classica dai destini nordici e di
considerarli dal punto di vista della comunità dei popoli nordici alla quale appartengono 136.

Per questo, le scienze dell’Antichità dovranno imitare la razziologia e la preistoria che molto
presto hanno «servito il nazionalsocialismo con un’adeguata attrezzatura intellettuale» 137, vale
a dire il concetto di razza, di cui Schachermeyr giustifica la pertinenza. Questo concetto non è il
frutto dell’immaginazione dei razziologi, ma una realtà indubitabile, come afferma l’autore in
una incisiva petizione di principio: «La razza non è stata inventata dai razziologi o dai
nazionalsocialisti, essa è un fatto storico verificato» 138.
Cosí riveduta e corretta, rinnovata dalla concezione razzista, la storia antica potrà assumere
il posto che le compete nell’edificazione di una scienza nazionalsocialista e nella costruzione
della nuova Germania. Meglio ancora, essa aiuterà a valutare adeguatamente sul piano storico
e culturale la razza nordica. Privilegiare, in nome di una concezione ristretta della germanità, la
storia medievale e la storia moderna a scapito della storia antica sarebbe un errore:

Se, in futuro, la nostra attività storiografica restasse limitata alla preistoria, al Medioevo e
all’epoca moderna, gireremmo in tondo entro il solo cerchio germanico. È solamente grazie al
confronto con i popoli nordici dell’Antichità, con gli ittiti, i persiani, i greci e i romani, che
possiamo vedere come la razza nordica sia un sistema inglobante 139.

Questo «sistema inglobante» non può essere amputato della parte senza dubbio piú
prestigiosa del suo patrimonio. La storia antica obbedisce a un dovere di memoria: in nessun
caso, infatti,
«l’eredità nordica dell’Antichità» deve «soccombere all’oblio. Non potremmo ignorare che
l’eredità culturale nordica ci impone doveri sacri, che ha il diritto di vivere e che può essere
preservata solo grazie a noi, i nordici» 140.

Hans Bogner perora allo stesso modo a favore di una scienza schierata: «Le scienze
dell’Antichità» sono rimaste troppo a lungo timorose, di una neutralità prudente che sconfina
nella negligenza colpevole. La Realenzyklopädie, in particolare nel suo articolo Antisemitismus,
è dunque definita un «capolavoro della propaganda ebraica» 141, in quanto omette di precisare
«le radici», «la giustificazione effettiva dell’antisemitismo» 142 antico.
In questa lotta palmo a palmo per conservare le proprie posizioni, gli antichisti e i classicisti
possono contare su un appoggio privilegiato e influente, quello di Hans Günther. Il grande
sacerdote della razza nordica, papa del razzismo scientifico e ideologo ombroso del piú stretto
nordicismo, quello delle SS, non ha nulla del germanomane angusto. Pur avendo fatto della
razza nordica e dell’unicità del nucleo germanico il suo patrimonio intellettuale, il professore
resta attento e aperto alla cultura classica propria dell’erudizione universitaria tedesca del suo
tempo, che è anche la sua stessa: greci e romani, come i persiani, gli indiani e gli iraniani, a
ciascuno dei quali dedica un’opera, sono tutti esempi dell’eminenza della razza nordica.

L’attico e il runico: la sintesi delle discipline umanistiche indogermaniche.

In questa lotta aperta che oppone i sostenitori del tutto germanico ai celebratori della cultura
classica dell’Antichità, Hans Günther prende apertamente posizione a favore dei secondi
annettendo l’Antichità alla totalità nordica:

I valori culturali dei popoli [indogermanici] si trovano nello spirito indogermanico, vale a
dire, per noi tedeschi come per tutti i germani, nella cultura persiana, ellenica, romana e nella
cultura primitiva dei germani 143.

Dato che i popoli dell’Antichità greco-romana partecipano della stessa sostanza razziale dei
tedeschi contemporanei, è ozioso e inutile pretendere di scartare la cultura classica latina e
greca a favore di una scienza della pura germanità: le scienze del mondo antico sono anch’esse
razzialmente legittime. La conoscenza che queste scienze forniscono è una conoscenza del
passato della razza, una razza unica che riunisce popoli che un provincialismo scientifico
ristretto vuole indebitamente contrapporre:

L’unità della nostra cultura è costituita dai valori spirituali dell’indogermanità. Questa
convinzione dovrà porre termine alla querelle che oppone coloro per i quali la nostra cultura ha
piú bisogno della Grecia e dei romani, dell’Antichità, e coloro che difendono la «Antichità
germanica». Per la nostra cultura […], lo spirito puramente indogermanico è prezioso, ovunque
si sia manifestato e ovunque si manifesti ancora. In ciascuno dei grandi popoli indogermanici si
sono espresse, in modo esemplare e notevole, virtú specifiche dell’anima razziale nordica 144.

Günther precisa e radicalizza la sua posizione intervenendo direttamente nel dibattito sui
nuovi programmi dell’insegnamento secondario e sul posto che devono riservare al latino, al
greco e alla storia antica. In una piccola opera collettiva che perora il mantenimento delle
lingue morte, Günther firma un contributo che vuole essere una messa in guardia contro ogni
germanomania troppo riduttiva. L’accesso al patrimonio indogermanico, in ciò che ha di piú
esaltante e coinvolgente, deve avvenire attraverso la mediazione degli studi umanistici:

Noi, i tedeschi, non possiamo attingere una piena intelligenza dei valori che elevano la nostra
vita e la nostra cultura attraverso la sola germanità: possiamo arrivarci solamente grazie alla
contemplazione riverente della totalità indogermanica, prima di tutto, e, parallelamente alla
germanità, allo studio della Persia, del popolo greco e del popolo romano. L’ellenicità antica e la
romanità antica […] offrono ai giovani un’immagine entusiasmante della grandezza dell’essere
indogermanico-nordico che lo studio della sola germanità non permette di acquisire […]. Tutto
il nostro amore per la germanità non può distoglierci dalla grandezza dei greci e dei romani 145.

La solidarietà di razza tra i popoli nordici dell’Antichità e i tedeschi contemporanei cancella


dunque ogni opposizione irriducibile e frontale tra Antichità e germanità, come sottolinea anche
Wilhelm Brachmann, in un articolo dei «Nationalsozialistische Monatshefte» dedicato piú
specificamente all’eredità greca. Per lo storico delle religioni, «l’alternativa ellenicità / popolo
tedesco scompare» 146 grazie all’idea razziale difesa dal nazionalsocialismo, che opera la sintesi
delle essenze in una sostanza comune:

Il nazionalsocialismo ha potuto mostrare, grazie all’idea razziale, l’immediata prossimità che


esisteva tra il mondo germanico-tedesco e il mondo greco, due mondi nordici 147.

Dato che «la cultura è l’espressione del sangue» 148, e che «il loro sangue è il nostro
sangue» 149, le culture del mondo antico sono infatti espressioni di una stessa nordicità: le
lingue antiche permettono di conoscere «l’antico ceppo dell’albero dell’essenza nordica» 150,
sono «testimoni eloquenti dell’essenza nordica, del sangue nordico coagulato in lingue» 151. Cosí
come, si ripete ossessivamente, esiste «comunità di un sangue identico», e l’incontro del
«mondo germanico-tedesco con il mondo antico» permette di «rafforzare l’idea e il pensiero
razziale nordico». La deviazione attraverso un’apparente alterità, la mediazione di un’Antichità
in precedenza rievocata come estranea alla razza e alla cultura nordiche permette dunque di
accedere tanto piú efficacemente, con piú sicurezza e in modo piú profondo, all’essenza
dell’indogermanità:

Le forze creatrici dell’Antichità, quelle forze che tendono verso la forma e la realizzazione,
innalzano sul suolo e sul sangue la cattedrale dello spirito e dell’anima […], dello spirito nordico
e dell’anima nordica come espressione del corpo nordico 152.

Gli studi umanistici sono dunque importanti nel corso di formazione del giovane
indogermanico, non tanto perché l’umanesimo abbia valore in quanto tale, ma perché è appunto
la via d’accesso a un’identità razziale: ciò che importa non è «dunque l’idea umanistica in sé e
per sé, ma l’essenza nordica» 153. L’autore enfatizza la posta in gioco, a prima vista irrilevante,
del ruolo delle lingue antiche nella revisione dei programmi dell’insegnamento secondario,
facendo della cura per l’eredità antica una modalità della lotta per la difesa dell’essenza
indogermanica, minacciata dall’eterna sovversione ebraica, incarnata ormai dal bolscevismo. Il
discorso, inizialmente difensivo, diventa dunque decisamente offensivo, in quanto ogni
abbandono dell’eredità latina e greca sarebbe una battaglia perduta nella lotta per la razza:

Dobbiamo renderci conto chiaramente che la Germania, conscia della sua sostanza
indogermanica, costituisce, in un’epoca in cui i popoli indogermanici si trovano ancora sotto
l’influenza di un pensiero liberale e imperialista, l’unico baluardo consapevole e determinato
dell’indogermanità. La Germania è all’avanguardia di questa lotta per la razza indogermanica.
Le spetta il compito di sviluppare tutte le forze emerse dal sangue e dall’anima nordica per
garantire l’avvenire dell’indogermanità di fronte a un asiatismo distruttore che ha assunto la
forma del bolscevismo, di fronte alla sovversione razziale venuta da Oriente sotto la forma
dell’ebraismo, di fronte allo sradicamento spirituale operato dal liberalismo del sistema
democratico occidentale […]. Le forze che vediamo all’opera nell’ellenicità e nella romanità
sono particolarmente importanti da questo punto di vista. Rispondere dell’Antichità non è
dunque diverso dal servire nel migliore dei modi l’eredità razziale del mondo indogermanico 154.

È dunque una «responsabilità storica» 155 il fatto di «preservare la forza nordica […]
dell’ellenicità e della romanità antiche» 156.
Le riserve nei confronti del mondo antico sono legate soprattutto a interessi materiali:
l’affermazione di una scienza preistorica tedesca, la creazione di cattedre, di musei, di istituti e
l’assegnazione di crediti sono pratiche prive di qualunque valore intellettuale.
Intellettualmente, Roma e la Grecia si lasciano facilmente integrare al peana intonato alla gloria
della razza germanico-nordica.
Tutti, in fondo, sono infatti d’accordo sull’interesse dell’Antichità mediterranea: i classicisti
per la loro propria idiosincrasia e i germanomani che se ne appropriano e ne fanno una difesa e
un esempio luminoso delle intrinseche qualità della razza nordica. Bisogna evitare a ogni costo
il discorso o la tentazione che portino a fare dei germani i pallidi epigoni dei greci e dei romani,
secondo un’anticomania accondiscendente che umilierebbe i tedeschi e ridurrebbe il loro
patrimonio storico-culturale a una vergognosa arretratezza. Vale piuttosto il contrario: tutto
procede dal genio originale nordico e, pertanto, una volta ristabilita la causalità razziale, i greci
e i romani possono apparire come belle incarnazioni di questo genio razziale e delle sue virtú.
L’interesse dei greci e dei romani è pertanto quello di illustrare le qualità della razza, e di
svilupparle, in quanto l’exemplum antico è perfettamente adatto a contribuire a formare i
giovani tedeschi.
Contro le offensive dei germanomani e degli specialisti della preistoria, i classicisti si
difendono vantando i meriti della storia antica e delle lingue morte per l’edificazione etica e
politica dei giovani allievi tedeschi. Se la missione della scuola tedesca è, come proclama
Wilhelm Frick in un discorso preparatorio alle sue direttive ufficiali per l’insegnamento della
storia, quella di «formare il membro della comunità politica» 157 (politischer Mensch), la storia
antica e le lingue antiche vi assumono pienamente il loro posto.
L’educazione dei giovani tedeschi agli antichi valori indogermanici che hanno permesso a
Roma di edificare un impero non potrà che essere benefica per la nuova Germania. Un articolo
pubblicato su una rivista antichista e dedicato alle «Virtú degli antichi romani» afferma dunque:
Anche noi tedeschi ci battiamo oggi per una rigenerazione dei valori che devono rifondare la
vita del nostro popolo, anche noi rafforziamo la nostra fede nei piú alti valori dell’umanità
germanico-tedesca, quei valori di onore, di fedeltà, di coraggio che devono dominare la nostra
percezione, il nostro pensiero e la nostra azione in tutti gli ambiti della vita 158.

Il Reich millenario esisterà solo se verrà edificato dall’esempio e dai valori del suo glorioso
precursore, l’Impero romano: «Solo allora lo Stato tedesco, il Reich tedesco, potrà sopravvivere
ai millenni» 159.

L’avversione latina e la querelle del latino.

In Francia, dopo la disfatta del 1870, la querelle del latino è un’espressione generica che
designa tutti i dibattiti sorti attorno al ruolo delle lettere classiche (latino e greco)
nell’insegnamento secondario, nell’immediato dopoguerra come nel corso della riforma dei
programmi del baccalaureato nel 1902 160. Anche in Germania, nel 1890 e nel 1900, si svolgono
due conferenze sulla scuola, indette da Guglielmo II, in cui l’imperatore, ponendosi a capo dello
schieramento dei moderni contro gli antichi, faceva appello a un rafforzamento del tedesco
contro gli studi umanistici greco-latini allo scopo di sostenere la «base nazionale» e di «formare
giovani tedeschi, e non giovani greci o romani» 161. La riforma dei programmi del 1901 riduceva
le ore di greco e di latino, suscitando il rammarico del maestro di Werner Jaeger, Ulrich von
Wilamowitz-Moellendorff.
Se il dibattito francese e il dibattito tedesco del 1890 confusero in una comune messa in
questione latino e greco, il dibattito che si sviluppa in Germania a partire dal 1933 riserverà al
latino un trattamento specifico, anche se latino e greco sono, in fine, associati nella riforma ed
egualmente coinvolti dalla riduzione del quadro orario 162.
Walter Eberhardt, professore all’Università di Münster 163, apre le ostilità contro il latino in
un articolo requisitorio pubblicato nel 1935 ne «La scienza nazionalsocialista», organo
scientifico del partito nazista 164. Il classicista difende la necessità di studiare per ridare vita
attraverso la pratica ai valori dell’Antichità, ma di un’Antichità greca e non romana. Se
l’Antichità romana ha avuto i favori del Rinascimento umanista francese e italiano del XVI
secolo, l’Antichità greca è stata riscoperta nel XVIII secolo dai tedeschi, e non «per caso»:

Essi hanno portato alla luce un momento in cui, in pieno contrasto con il classicismo francese
(vale a dire, in ultima analisi, romano e latino), avevano bisogno di un alleato 165.

I tedeschi si sono dunque costruiti il proprio riferimento antico opponendosi a un’eredità


romana e latina rivendicata e utilizzata dai francesi, vecchia nazione gallo-romana e degna
erede dell’imperialismo di Roma. L’autore usa significativamente il termine Kulturkampf per
designare la lotta tedesca contro il classicismo francese, resa celebre nel XVIII secolo da Lessing
e dallo Sturm und Drang, che si sono rifiutati espressamente di adottare e di imitare le norme
del teatro classico alla francese: esiste dunque solidarietà transtorica, identità organica, tra le
lotte tedesche contro le tre Rome, la Roma imperialista dell’Antichità (Arminio), la Roma della
Chiesa (Lutero e Bismarck), la Roma francese, quella dell’imperialismo culturale e militare
francese.
Secondo l’autore, l’ostilità di Roma e dei suoi epigoni verso la germanità è un fenomeno
attestato a partire dall’aggressione delle legioni, dalle «spedizioni di Druso e di Tiberio, alle
spedizioni punitive di Germanico» 166. In un incisivo compendio storico, Eberhardt assimila le
legioni romane di Varo alle orde latine dei prodi francesi del 1914, tutti animati dallo stesso
disprezzo della germanità, rifiutata come barbara, messa alla gogna come una civiltà
presuntuosa:

Passando al presente, possiamo constatare come questa stessa ideologia della civiltà,
sostenuta e ampliata dagli argomenti della Rivoluzione francese, sia stata la bandiera sotto la
quale, millenovecento anni dopo, è stata condotta la guerra mondiale contro di noi, i barbari
transrenani 167.

I francesi sono i degni continuatori di questo imperialismo antigermanico. Hanno ereditato da


Roma lo stesso disprezzo della presunta brutalità teutonica e la stessa aspirazione all’egemonia
universale: i francesi pretendono di essere «i legittimi eredi della civiltà latina (Parigi come
capitale del nuovo mondo, come Roma lo era dell’antico)», pretesa che «è sottesa all’intera vita
intellettuale francese» e «costituisce al contempo la giustificazione spirituale delle ambizioni
egemoniche francesi», che la Germania subí pesantemente sotto i regni di Luigi XIV e di
Napoleone I, oltre che durante le guerre rivoluzionarie. Il progetto della pax romana ha dunque
generato quello della pax franco-gallica, l’imperialismo dei romani e successivamente quello dei
francesi, che ipocritamente si fregiano ogni volta degli orpelli della pace 168.
Da questa antipatia culturale e politica mai smentita nel corso della storia, Eberhardt induce
un’alterità, un’incompatibilità razziale tra romanità e germanità: «Roma come fenomeno
globale è estranea alla nostra razza» 169, e quella che viene chiamata troppo sbrigativamente e
con un abuso linguistico «Antichità» non è un tutto solidale e indifferenziato 170. Si deve
appunto distinguere Roma dalla Grecia: «la nostra reticenza verso Roma […] proviene dal
profondo del nostro essere» 171, in quanto «ellenicità e romanità sono due mondi ben
distinti» 172.
Questa svalutazione razziale è formulata anche da Alfred Bäumler, che rinnega Roma in nome
della purezza del sangue nordico: «In Grecia», per lo meno, «troviamo un sangue nordico puro,
che non è mescolato con sangue etrusco o con altro sangue orientale come a Roma» 173. La
grande nostalgia culturale della Germania per la Grecia è dunque dettata dalle leggi della
biologia e dell’affinità razziale.
Se l’affermazione di una parentela spirituale o razziale tra ellenicità e germanità è corrente
da Winckelmann ad Heidegger, in questo caso sorprende la violenza della carica antiromana: si
mescolano alla rinfusa in uno stesso ripudio Roma, il latino, il francese, i Lumi e la Chiesa, a cui
si aggiunge l’Italia fascista. Infatti, non è solo «dall’altra parte del Reno», ma anche «dall’altra
parte delle Alpi» 174 che provengono le voci di un disprezzo antigermanico. La posizione dei
francesi è ormai «disputata loro dall’Italia fascista» 175, interessante precisazione che lascia ben
trasparire il contesto di questo articolo, scritto e pubblicato nel 1935, nel momento in cui le
tensioni con l’Italia sono ancora vive. Prima che la vicenda etiopica venga a saldare le due
dittature fascista e nazista creando l’Asse, l’Italia tratta con superiorità e rudezza il suo vicino
d’oltralpe, biasimato per le sue mire sull’Austria, e si compiace della sua presenza a Stresa
insieme al gotha diplomatico internazionale. Nel luglio 1934, Mussolini dà prova della sua forza
e della sua determinazione ammassando truppe sul Brennero per intimorire Hitler e dissuaderlo
da ogni tentativo di sovvertimento o di conquista dell’Austria 176, e il Duce, in un discorso
sferzante 177, si concede il lusso di schernire, dall’alto dei suoi duemila anni di cultura latina, le
pretese tedesche alla superiorità razziale. Dopo l’incidente del Brennero, il 1935 è l’anno del
fronte di Stresa tra l’Italia, la Gran Bretagna e la Francia.
Roma, la Roma degli Imperatori, dei Papi, del Duce e della Francia gallo-romana, è dunque
l’eterno nucleo irriducibilmente latino di un’ostilità profonda e perenne alla germanità. Questo
amalgama è sintomatico dello stato delle relazioni germano-italiane nei primi sei mesi del 1935,
mentre nel giugno dello stesso anno si verificherà la svolta dell’alleanza con l’Italia.

La virtú degli antichi romani e la Nuova Germania: gli insegnamenti del latino.

La pacificazione delle relazioni con l’Italia fascista e la costituzione dell’Asse Roma-Berlino


nel novembre 1936 renderanno piú facile il compito dei difensori del latino, in particolare di
Hans Oppermann, professore di letteratura latina all’Università di Friburgo in Brisgovia, e
infaticabile militante dell’insegnamento delle lettere classiche nella scuola e all’università 178.
Autore di molti articoli che vantano «il valore educativo dell’insegnamento del latino» 179,
Oppermann risponde immediatamente a Eberhardt con una recensione in cui la mossa piú
efficace è costituita dall’argomento di autorità. Vengono dunque mobilitate le autorità
congiunte di Rosenberg, editore dell’opuscolo di Eberhardt, e del Führer:

Rosenberg ci mostra in Roma un popolo nordico la cui disciplina di Stato è esemplare […] e
secondo quel che ha detto il Führer, la storia romana è la migliore precettrice di ogni
politica 180.

Le autorità si mobilitano a loro volta a livello ministeriale. L’insegnamento del latino è difeso
da Bernhard Rust, ministro dell’Educazione del Reich, in un intervento del gennaio 1935 su «I
fondamenti dell’educazione nazionalsocialista» 181, destinato principalmente alla parte relativa
allo sport. Il ministro paragona dunque il latino all’esercizio sportivo, una ginnastica della
mente, riprendendo il classico argomento promozionale dei latinisti:

Lo sport è un mezzo prodigioso di formazione del carattere negli istituti di insegnamento


nazionalsocialisti. Con la sintassi latina, abbiamo un prodigioso strumento di formazione
dell’intelletto. Grazie a essa, possiamo rendere la mente agile e forte come se la esercitassimo a
una sbarra da ginnastica. Non dobbiamo sacrificare questa sbarra, ma piuttosto correggere il
carattere unilaterale della formazione intellettuale [attraverso una riabilitazione
dell’educazione fisica] 182.

Malgrado l’esistenza di una querelle del latino che smuove l’ambiente degli specialisti, le
lettere classiche e il loro insegnamento sembrano essere sacralizzati, protetti dal ministro
dell’Educazione, lui stesso ex professore di latino al liceo 183, e da una lobby di professori di
storia e di lingue antiche che brandiscono come ultima ratio qualche citazione tratta dal Mein
Kampf, e che moltiplicano i memoranda rivolti al ministero dell’Educazione del Reich, i cui
archivi ne custodiscono una serie abbondante 184.
Le lettere classiche sono preservate nella loro esistenza, ma, se il loro insegnamento
continua, è tuttavia amputato del suo monte-ore e modificato tanto nel principio quanto nel
contenuto. Nel 1938 185, interviene su iniziativa del ministro Rust una riforma dei programmi. Il
decreto del 29 gennaio 1938, che verte sulla «Riorganizzazione dell’educazione secondaria»,
riduce infatti il numero di ore d’insegnamento del latino e del greco, mentre il tempo cosí
guadagnato è destinato, secondo i principî esposti nel Mein Kampf, alla pratica dell’educazione
fisica e sportiva. Questa riforma, riducendo il quadro orario, reca con sé una ridefinizione
dell’insegnamento delle lettere classiche: i corsi di latino e di greco sono ripensati per
determinare che cosa, nel tempo a disposizione, debba essere necessariamente insegnato. Il
centro di gravità dei pedagogisti si sposta cosí dall’insegnamento della grammatica a quello
della civiltà, dalla filologia a una storia fortemente intrisa di morale olistica.
Hans Oppermann, in un articolo del 1938 che commenta la riforma Rust, riconosce che i
nuovi orari non autorizzano piú la stessa erudizione filologica che si aveva prima, ma considera
in compenso che essi sono una sfida per il professore, esortato a iniziare i suoi discepoli alla
quintessenza delle civiltà antiche. Hans Oppermann difende con vigore la riforma Rust davanti
al suo pubblico di insegnanti. Condanna coloro che deplorano la perdita di ore, e la relativizza,
poiché questa riduzione riguarda allo stesso modo tutte le altre materie a vantaggio dello sport:

Lamentarsi della perdita di un anno e della riduzione delle ore in molte materie fa
dimenticare l’essenziale […], il fatto che l’educazione fisica è, in tutte le scuole, la materia
ormai piú rilevante 186.

Una tale riforma è dunque coerente con la nuova concezione dell’uomo (Menschenbild) del
nazionalsocialismo, che «non separa piú in modo duale il corpo dalla mente, ma che [considera]
l’uomo come un’unità» 187, conforme dunque, in ultima analisi, allo spirito della stessa Antichità,
insegnata in modo differente e ormai pienamente vissuta.
Non è l’apprendimento sistematico delle coniugazioni e delle declinazioni a consentire di
cogliere o di trasmettere lo spirito dell’Antichità. È significativo il fatto che un’autorevole rivista
destinata ai professori di lettere classiche, i «Neue Jahrbücher für Antike», annali di filologia
classica, dopo trecento anni di esistenza venga rifondata e ribattezzata nel 1938 per diventare i
«Neue Jahrbücher für Antike und deutsche Bildung» 188. Il tema della «educazione tedesca»
viene significativamente e programmaticamente aggiunto nel titolo all’Antichità, come se
questa assumesse senso solamente se riferita a quella. Ripresa e rifondata dallo storico della
Grecia Helmut Berve, la rivista vuole essere fedele allo spirito della riforma di Rust. L’avviso ai
lettori redatto da Berve lo afferma senza giri di parole: il tempo dell’arte per l’arte filologica e
grammaticale è finito, le ore delle lettere classiche dovranno essere dedicate all’insegnamento
dei valori e delle opere che hanno fondato le civiltà antiche 189. Un esame degli articoli
pubblicati nella rivista per gli anni che vanno dal 1938 al 1943 mostra tutta l’importanza della
storia rispetto alle questioni di lingua e di pedagogia. Dei 122 articoli recensiti, 70 trattano di
questioni politiche e razziali, solamente 18 di filologia.
L’arretramento della grammatica e dello studio della lingua in quanto tale sembra dunque
oggetto di un consenso plebiscitario. Quello che due insegnanti di lettere classiche, Ludwig
Mader e Walter Breywisch, in un’arringa sul ruolo delle lingue classiche nella nuova Germania,
chiamano spregiativamente il Grammatizismus 190, ha fatto il suo tempo: la massima
tradizionale dell’insegnamento del latino, Grammatica facit miracula 191, non è piú di moda,
mentre Werner Jaeger, come tanti altri, vuole seppellire il «puro formalismo grammaticale» 192.
Gli insegnanti di lettere classiche, preoccupati di salvare quel che si può facendo professione
di fede nazista, fanno a gara di buona volontà e mettono allegramente alla gogna, con una
spontaneità commovente, l’antica pedagogia delle lingue morte: gli insegnanti sono tutti
d’accordo di liberarsi della zavorra grammaticale per salvare la nave. Il ministero che, dal 1933,
li consulta e riceve i loro memoranda, il 21 luglio 1937 emana delle «Direttive per le lingue
antiche»:

Lo scopo [dell’insegnamento della lingua latina] non è parlare il latino […]. La lingua deve
essere considerata come un’espressione del carattere e della volontà dei capi romani; gli
eruditi possono certamente servirsi del latino come di un mezzo di comunicazione, la scuola
tedesca non ha nulla a che fare con tutto questo 193.

Per aiutare gli insegnanti a salvare le lettere classiche realizzando un aggiornamento


pedagogico e ideologico, la lega dei professori nazionalsocialisti, il Nslb 194, pubblica a partire
dal 1937, nel momento in cui la riforma dei programmi, che interviene nel 1938, è nella fase
finale della sua gestazione, una rivista significativamente intitolata «Verso il liceo nazional-
politico. Contributi all’orientamento nazionalsocialista dell’insegnamento delle lingue
antiche» 195, che ha al contempo il carattere di foglio sindacale, con seguito di chiacchiere e
pettegolezzi vari, di bollettino d’informazione e di rivista scientifico-pedagogica, che illumina i
suoi lettori sul metodo da adottare per insegnare la terza declinazione latina o sulla lettura
appropriata di Cicerone e di Orazio dal punto di vista del postulato razziale e della rivoluzione
nazionale tedesca.

Orazio, poeta di lotta.

Se la rilettura molto politica dell’opera di Platone, l’orientamento molto netto dell’esegesi


platonica è un esempio prevedibile – secondo un aggiornamento degli studi umanistici sul quale
torneremo piú avanti –, sorprende di piú la nuova lettura proposta delle opere di Orazio:
l’autore etereo e delicato delle elegie galanti cede ormai il posto in Germania al maschio poeta
della comunità del popolo, al cantore del potere augusteo, a colui che fa risorgere culti e
tradizioni antiche.
Sei articoli, tra cui due di Hans Oppermann e quattro dei «Neue Jahrbücher», sostengono che
ci sia stata un’evoluzione, una mutazione dal poeta elegiaco al cantore della Volksgemeinschaft
e celebratore del Führertum augusteo 196. Oppermann glossa cosí su Orazio, poeta della
comunità e su Orazio, la poesia e lo Stato 197. L’errore che sta alla base di molti «giudizi
erronei» 198 formulati sull’opera del poeta latino consiste nell’aver confinato il «creatore di canti
sublimi, il grande artista» a un estetismo contemplativo, sotteso da un messaggio individualista
ed edonista. Uno sfondo di citazioni logorate dall’uso ha dettato una lettura «liberale e
individualista» della sua opera, di cui si sono trattenuti solo l’odi profanum vulgus, il carpe diem
e altri procul negotiis, che delineano il profilo di una «arte bizantina e cortese» 199 mondana in
senso borghese. Il giovane Orazio è certamente il poeta dell’indagine esistenziale, che tuttavia,
nella misura in cui questa è originata da un’angoscia della finitudine individuale, viene superata
solamente dalla conversione alla comunità, al Männerbund 200 della civitas olistica, una città
rifondata, rinnovata dall’opera decisiva di Augusto, a cui Oppermann dedica per altro una
monografia nel bimillenario della nascita 201. Lungi dall’estetismo e dall’arte per l’arte, Orazio
diventa il cantore della città, del gruppo, del popolo e del suo Führer, Augusto, al quale Orazio
dedica la sua vita e il suo talento dopo Azio. Secondo Oppermann, Orazio ha colto il significato
storico e razziale della battaglia del 31 avanti Cristo, comprendendola come

la battaglia decisiva e finale di una lunga lotta tra Oriente e Occidente, come la liberazione
della nazione romana che esce dall’accerchiamento minaccioso imposto dall’Oriente, incarnato
da Antonio, Cleopatra e le loro orde di schiavi barbari, insudiciati da vizi contro natura 202.

La dedizione alla patria e all’imperatore fa di Orazio il poeta politico per eccellenza. L’autore
del Carmen saeculare è uscito dall’aporia di un individualismo pavido e ha sublimato, superato
la sua angoscia della finitudine confondendo il suo essere con quello della Volksgemeinschaft.
La morte non è piú da temere, in quanto l’eroe civico sopravvive tramite e all’interno del
gruppo, di cui contribuisce ad assicurare la perennità: «Dulce et decorum est pro patria mori»,
poiché «questa morte per la comunità trascende ogni finitudine» 203. Nei «Neue Jahrbücher»,
l’autore di un articolo dedicato alle Questioni ideologiche nell’opera di Orazio interpreta anche
l’orgoglioso «non omnis moriar» del poeta come un auspicio di «morire per la patria» 204. I
«Neue Jahrbücher» giungono alla conclusione di un’evoluzione dall’edonista «nel senso
cirenaico-epicureo» 205, con tratti propri della scuola «cinica» e di quella «stoica»,
all’abnegazione e al «sacrificio patriottico» 206 di un poeta che diviene la voce del suo signore e
della sua razza, il vates romanus 207 della religione civica.
L’articolo si chiude sottolineando «l’importanza dell’eredità poetica di Orazio per il tempo
presente» 208:

«Vediamo come la nostra comunità e il nostro Stato si trovino in un processo di ricostruzione,


a partire dalle radici della loro forza e della loro sostanza razziale. Orazio ci permette di vedere
il rinnovamento dell’ordine romano dall’interno […] come un simile fenomeno». È possibile
vedere nella «esigenza oraziana di una potenza etica rigorosa, della rinascita morale del popolo
e di una educazione dei giovani che sia severa e stringente» fenomeni «particolarmente vicini
al nostro nuovo ideale»: «La poesia di Orazio […] ha dunque per noi, e particolarmente per i
nostri giovani, che devono esservi iniziati dall’insegnamento della scuola, un valore di esempio.
Vivendo nuovamente la resurrezione dello Stato romano nei suoi postulati e nei suoi successi,
essi comprenderanno meglio gli imperativi del nostro tempo» 209.

L’importanza di Orazio come poeta della città e della rivoluzione augustea è sottolineata dai
programmi del 1938: le classi di latino dovranno studiare la «poesia politica» 210 dell’elegiaco
romano.
Memorie per una riforma.

Questo aggiornamento delle opere e delle interpretazioni che, a parte il postulato razzista a
cui si adatta, lusinga il tropismo nazional-conservatore proprio della corporazione, sembra
ottenere un consenso plebiscitario da parte dei professori di lettere classiche, o almeno di una
frangia attiva che, dal 1933, si affanna per salvare le discipline umanistiche – nei confronti delle
quali si teme l’ostilità del nuovo potere – dimostrando tutta la loro utilità per la nuova
Germania.
Gli archivi del ministero dell’Educazione del Reich custodiscono cosí un interessante fondo
composto di memoranda rivolti a Berlino da insegnanti che, a titolo individuale o a nome del
loro istituto, tentano di prevenire ogni smantellamento dell’insegnamento delle lettere classiche
a opera della prossima riforma dei programmi, mostrando tutti i benefici che l’educazione
nazional-politica del giovane tedesco di domani può trarre dall’esercizio regolare del tema
latino o della versione greca.
Questi memoranda, stilati da insegnanti dalle radicate convinzioni nazional-conservatrici o,
almeno, avvezzi a un’intelligenza retorica che permette loro di reinvestire felicemente la
fraseologia dei padroni del momento, sostengono che l’insegnamento del latino e del greco,
lingue nordiche, è un’educazione alla virtú politica attraverso la forza degli exempla,
l’emulazione eroica, e l’ispirazione olistica del testo antico. Queste memorie si presentano
dunque tutte sotto l’aspetto di un’agiografia nazionalsocialista delle lettere classiche ma anche
come «prammatica sanzione», sotto forma di Stundenplan e di programma preciso delle opere e
dei temi da studiare 211: le potenziali vittime della riforma dei programmi si fanno consigliare
dal principe e suggeriscono spontaneamente, oltre alla dimostrazione della propria
indispensabile utilità, una riforma preconfezionata.
I testi cominciano tutti con l’insistere sulla «parentela di specie e di razza» 212, quella
Rasseverbundenheit che lega i greci, i romani e i germani, e che rende dunque familiari,
leggibili e vicini ai giovani tedeschi testi scritti sulle rive del Mediterraneo 2500 anni prima:

Le opere dell’Antichità sono espressioni razziali autentiche di uno stesso spirito […];
creazioni culturali fondate sull’identità originaria delle disposizioni razziali 213.

Se la razza fonda la legittimità degli studi classici, essa dovrà pertanto venire elevata a
criterio di selezione del corpus letterario, storico e filosofico da proporre alla lettura in classe:
«A scuola oggi c’è posto solo per un’ellenicità e una romanità puramente razziali, in cui circola
ancora visibilmente un sangue nordico» 214. Un’altra memoria avverte che «la letteratura uscita
da un’epoca di degenerazione dovrà apparire solo attraverso rari esempi, e con un ruolo
marginale» 215. Si dovrà dunque distinguere accuratamente tra ciò che deriva dalla pura
nordicità e ciò che è espressione di un elemento razziale decadente:

Devono dunque sparire innanzitutto gli scrittori che si limitano a scrivere in greco o in latino
ma che sono estranei alla razza greca o romana, in quanto sono a loro volta allogeni o sangue-
misto (Mischblut) 216.

Un sangue puro è l’unico garante di un’educazione conforme allo spirito originario, senza
mescolanze, della razza. I bastardi non possono produrre che una letteratura nefasta,
moralmente decadente poiché biologicamente degenerata. Al limite, questi spauracchi
serviranno da esempi per illustrare la decadenza della razza:

Si devono inoltre scartare i greci e i romani che siano intellettualmente malati e che
costituiscano prove viventi della degenerazione razziale della loro comunità di sangue. Al
limite, li si potrebbe usare come controtipi dissuasivi 217.

Il criterio di purezza razziale limita dunque rigorosamente il periodo da scegliere per la


lettura degli allievi. Per il latino, «la letteratura che c’interessa appartiene a un’epoca che si
estenda dal 100 circa avanti Cristo al 100 circa dopo Cristo» 218. Saranno utilizzati soprattutto
autori di puro sangue nordico, cioè, ad esempio, un «poeta radicato nella sua razza come
Virgilio» 219. Un’altra memoria del Meclemburgo, riprendendo la metafora, spiega tutta
l’importanza di questo radicamento:

Il poeta radicato nella propria razza incarna le disposizioni piú nobili, le migliori dal punto di
vista razziale e le piú inclini alla realizzazione, tra quelle presenti nel suo popolo. Le presenta
nella loro forma piú pura e dona cosí alla volontà piú intima dei suoi compagni dei modelli 220.

Il radicamento in una comune nordicità è dunque interamente alla base dell’interesse per il
greco e il latino, catalizzatori di una coscienza razziale tra i giovani che accedono alla propria
indogermanità attraverso la mediazione dei testi antichi:
sapere che la civiltà greco-romana è stata determinata dalla razza nordica conferisce
all’insegnamento delle lingue antiche una nuova definizione e può aiutare a risvegliare, e in
seguito a rafforzare, la consapevolezza che i giovani hanno della propria razza 221.

Se, effettivamente, «la razza tedesca si trova al centro della scuola tedesca», se la missione
della scuola è penetrare «nel profondo dell’essenza del nostro popolo», le «forze creatrici
dell’Antichità» aiutano a portarla a compimento, poiché «queste forze creatrici non sono altro,
in ultima analisi, che le forze della razza, cioè della razza nordica, da cui questi due antichi
popoli sono emersi un tempo, e che costituisce il cuore del nostro popolo» 222.
Il risveglio di una coscienza razziale comporta l’inserimento del giovane tedesco in una
comunità di sangue da cui può ricavare una legittima fierezza. Il radicamento nel gruppo della
razza significa anche inserimento nella città. Poiché greci e romani sono stati esseri
profondamente politici, leggere i loro testi e impregnarsi della loro cultura civica permette di
formare il politischer Mensch:

I greci e i romani ci sono oggi piú vicini che mai. L’uomo dell’Antichità, infatti, compreso il
greco, è in piena coscienza un essere combattente-politico; anche la nuova Germania forma ed
esige il soggetto politico (il ministro dell’Interno del Reich, il dottor Frick, ha dichiarato
durante la conferenza dei ministri dell’Educazione il 9 maggio 1933: «La scuola tedesca deve
educare il soggetto politico») 223.

Ora, per educare il soggetto politico non c’è modo migliore che iniziare i giovani al pensiero
civico degli antichi:

Come meglio nutrire lo spirito dei nostri giovani, come meglio fare di questi giovani dei
membri consapevoli della comunità del popolo, se non offrendo loro i monumenti unici dello
spirito politico dell’Antichità? Poiché i greci e i romani dell’epoca classica erano esseri
comunitari, elaborare le loro opere consentirà di integrare l’individuo nella comunità, nella
comunità dello Stato e del popolo, cosa che oggi è piú che mai importante.

Da questo punto di vista, dunque, passare attraverso l’Antichità è una mediazione che
permette al giovane tedesco di accedere meglio alla coscienza della sua appartenenza a una
città, a un popolo, a un tutto:

L’obiettivo dell’intera educazione tedesca è l’uomo tedesco come membro della comunità del
popolo. La cultura dell’Antichità è per l’allievo del liceo umanistico un trampolino verso una
coscienza viva, vissuta, del proprio inserimento all’interno di un popolo 224.

I programmi del 1938 e l’insegnamento delle lettere classiche.

L’esposizione delle ragioni nel testo dei programmi mostra i principî e gli obiettivi del nuovo
insegnamento delle lingue antiche. Questo insegnamento deve consentire di raggiungere quel
che c’è di «nordico-ellenico» 225 e di «nordico-romano» 226 nelle civiltà dell’Antichità
mediterranea:

In tal modo formeremo […] non giovani greci o giovani romani, ma purificheremo e
rinforzeremo il carattere nordico dei giovani tedeschi ampliando il loro orizzonte attraverso la
creazione di due popoli nordici che hanno foggiato il volto dell’Europa.

Il sentimento tradizionale in Germania di una parentela con la cultura greca è stato


confermato dalla «conoscenza che ormai abbiamo di un’origine nordica comune» 227. In
particolare, il programma di latino impone letture di opere o di estratti di opere classiche, ma in
cui dominano gli storici e i testimoni politici e i moralisti del proprio tempo: è presente il De
bello gallico di Cesare 228, come i Libri di Tito Livio 229, le Vitae di Svetonio, oltre che Catone. Le
direttive specificano anche che tipo di commento dovrà darne il professore. La Guerra di
Giugurta e la Congiura di Catilina mostrano come «le forze di decomposizione dell’Impero e i
pericoli corsi dal popolo sono evidenti, proprio come l’appello al salvatore e le forze razziali che
ancora resistevano nell’antica epoca romana» 230. Quanto a Cicerone, viene raccomandato meno
per le sue facezie filosofiche o le sue prediche virtuose che non per il De re publica (Der Staat),
definito come «indispensabile» per «l’orientamento nazional-politico della letteratura latina» 231,
poiché mostra «la fine della libera res publica e la transizione verso il principato», vigorosa
ripresa nelle mani di Augusto di un regime in decomposizione. La settima classe, deve appunto
soffermarsi sull’opera di Augusto, a cui sarà dedicato un semestre, attraverso le opere di
Virgilio, in particolare il famoso libro VI dell’Eneide, che lusinga senza ritegno il padrone
dell’Impero, e Orazio, di cui conosciamo già la «poesia politica».
Il programma fa una concessione ai germanomani permettendo che «la lettura latina sia
compiuta e coronata dalla descrizione della germanità in Cesare e Tacito» 232 nel corso della
ottava classe.
Nella classe di greco, si considera particolarmente adatta «per l’educazione nazional-
politica» 233 dei giovani allievi l’Anabasi di Senofonte. La lettura delle Elleniche insisterà
particolarmente sulla figura eroica di Alcibiade, la disfatta di Atene e il successo del mondo e
del modello spartiate nella Grecia della fine del V secolo avanti Cristo. Erodoto è mobilitato per
illustrare «la lotta dei greci per la libertà» 234, e l’episodio «di Creso e Solone» 235 è preso ad
esempio dell’opposizione razziale, culturale ed etica tra Oriente e Occidente. Oltre all’epopea,
con Omero e i tragici ateniesi, il programma impone la lettura della Repubblica di Platone, cosí
come della Lettera VII 236.

Dal filellenismo tedesco alla parentela razziale germanico-greca.

La parentela germanico-ellenica è riaffermata con fierezza durante il periodo nazista,


attraverso svariati vettori, e in particolare durante i Giochi olimpici del 1936 a Berlino 237.
L’idea di una particolare prossimità culturale, persino spirituale o razziale, tra la Germania e
la Grecia, risale tuttavia a un’epoca piú antica. L’ipotesi ariana, adottata come un mito
fondatore dell’identità tedesca nel XIX secolo, stabiliva un rapporto di parentela, poi di
filiazione, tra il ceppo indogermanico e le grandi civiltà dell’Antichità, che si riteneva fossero
derivate da questa origine nordica comune. Ma, fra tutti i popoli indogermanici del mondo
antico, quello greco è il piú vicino alla nazione tedesca contemporanea. Nel grande gioco
europeo dei riferimenti antichi e delle filiazioni nazionali, Roma è già accaparrata dall’Italia e,
peggio ancora, dalla Francia imperialista e universalista di Luigi XIV, della rivoluzione, e in
seguito dell’Impero. Dalla devastazione del Palatinato (1689) durante la guerra della Lega
d’Asburgo (1688-1697) alla Confederazione del Reno di Napoleone I (1806-13), tutte le manovre
francesi contro il suolo germanico perseguono il progetto imperialista delle legioni romane,
infranto una prima volta da Arminio nella foresta di Teutoburgo (nel 9 dopo Cristo). Per la
Germania dei Befreiungskriege dell’inizio del XIX secolo, Roma è l’impero di Napoleone, il cui
neoclassicismo artistico e politico subentra all’austera virtú della Sparta rivoluzionaria.
L’imperialismo romano, identificato con i progetti militari francesi, non è solo di tipo militare,
ma è anche culturale. Prima delle conquiste della rivoluzione e dell’Impero, tutta una
generazione di artisti tedeschi si è levata contro l’imperialismo del classicismo francese, da
Lessing ai giovani preromantici dello Sturm und Drang.
Risalendo nel tempo, troviamo una fonte dell’antipatia tedesca per Roma nello scisma
protestante di Lutero che, nel XVI secolo, lotta contro una Roma avida e simoniaca, quella della
vendita delle Indulgenze, che egli dipinge in modo virulento al pari di una Babilonia satanica 238:
come ai tempi della Bibbia, il popolo di Dio deve scuotere il giogo imposto dal Papa, moderno
Nabucodonosor, Anticristo romano. La denuncia dell’imperialismo latino, che si alimenta alle
fonti del ricordo antico, ha anche un aspetto politico, manifestato dalla lotta per le Investiture
tra il papa e l’imperatore, quella lotta tra il Sacerdozio e l’Impero di cui Bismarck riattiva
abilmente la memoria all’epoca del Kulturkampf (1871-78), quando dichiara che non andrà a
Canossa.
Il riferimento romano è dunque storicamente gravato da elementi negativi. Appannaggio
della Francia gallo-romana, imperialista e classica, Roma non evoca nulla di buono in Germania.
La Francia, vista dalla Germania, è romana, come testimonia la lingua tedesca, che designa con
il nome di Romanistik gli studi di lingua e di letteratura francese: la lingua, la cultura francese
sono romane.
I tedeschi hanno dunque fatto la scelta della parentela greca. L’adozione della Grecia e
l’esaltazione della parentela ellenico-germanica deve contrastare il prestigio e l’universalità
proclamata dal progetto politico e culturale francese. I tedeschi del XIX secolo si basano
sull’opera di Johann Joachim Winckelmann (1717-68), in particolare la sua Storia dell’arte
nell’Antichità (1764), che costituisce la loro via d’accesso all’Antichità greca. In Winckelmann,
l’interesse per l’arte greca risponde a una logica di «regresso costante verso l’arcaico» 239, è
una «aspirazione al primordiale»: «L’interesse per la Grecia obbedisce in Winckelmann a una
ricerca ossessiva dell’origine» 240. Questa aspirazione è anche quella del suo pubblico, e verrà
trasposta dal piano epistemologico a quello culturale e politico da lettori tedeschi alla ricerca di
un’identità, dunque di origine e di archetipi. In arte come in ogni altro ambito d’espressione
dello spirito umano, Winckelmann investe la Grecia di una «dignità matriciale» 241 che fa di
tutto ciò che è greco al contempo una fonte (Quelle) e un modello (Urbild): la cronologia si
confonde allora con l’assiologia, e l’anteriorità greca comporta consacrazione e superiorità
normativa. Dopo i greci, s’incontrano solo degli incapaci o degli epigoni la cui scarsa abilità
viene giudicata secondo il metro della perfezione del genio greco.
L’esaltazione della primordialità greca da parte di Winckelmann è un’iniziativa rara in un XVIII
secolo che ha piuttosto gli occhi puntati su Roma, di cui si scoprono testimonianze eccezionali a
Pompei e a Ercolano (1709). L’Europa colta dei Lumi apparentemente non si cura della Grecia in
quanto tale, che non può contare su una precisa individuazione accademica e scientifica: essa è
inglobata sotto il vocabolo generale di «Antichità», termine ampio che raggruppa al contempo
la Cina e Roma nel Dizionario di Trévoux del 1752. La Grecia appare diluita entro un piú vasto
spazio antico, e solo l’opera di Winckelmann e la forza della sua dimostrazione le conferiscono
dignità e specificità.
La gens delle lettere tedesche rivendica dunque la riscoperta della Grecia, e ne trae
conclusioni esclusiviste. Solamente un tedesco poteva esumare la Grecia ignorata e
misconosciuta o, secondo la formulazione di Wilhelm von Humboldt in una lettera a Goethe:
«Noi tedeschi non comprendiamo chiaramente fino a che punto ci siamo distinti nell’essere cosí
vicini e cosí affini a Omero e a Sofocle» 242.
Le élite colte della Germania goethiana provano un’infatuazione smodata per l’ellenismo.
L’umanesimo della Deutsche Klassik trova il suo simbolo nella perfezione plastica della
rappresentazione dell’uomo da parte dell’arte greca. L’arte greca è un richiamo alla perfezione
umana, al risveglio di quel Prometeo umano autonomo e creatore di se stesso, «sui ipsius
plastes et fictor» 243, che Goethe celebra in un famoso inno 244.
I rappresentanti della Weimarer Klassik, Goethe e Schiller, Novalis e Hölderlin, i fratelli
Schlegel, sono tutti accomunati dal culto della Grecia, e difendono l’idea di un’affinità elettiva o
di una sympatheia tra lo spirito greco e lo spirito tedesco 245: «Noch waltet der Athener Seele,
die göttliche, still bei den Menschen», scrive Hölderlin che, quando compone «Menschen»,
pensa intensamente ai tedeschi. Le élite colte della Germania esaltano la perfezione greca e
l’affinità ellenico-germanica per costruire un’identità tedesca che entra in contrasto con le
umiliazioni del Cesare francese. In tal modo, «la fede nell’ellenicità in fondo non è che una
metafora […] della fede nella germanità» 246.
La perfezione greca indica un cammino, una via da seguire per costruire l’identità tedesca.
Una frase dei Pensieri sull’imitazione delle opere greche di Winckelmann assume cosí nella
Germania in guerra contro la Francia una risonanza del tutto particolare: «L’unica via per noi
per divenire grandi, anzi, se possibile, inimitabili, è l’imitazione degli antichi» 247. Secondo lo
storico della letteratura Walther Rehm, che nel 1936 pubblica a Dresda il suo studio su Il secolo
di Goethe e la Grecia, «il ricordo della Grecia non è altro, per l’epoca di Goethe, che
un’introduzione a una possibile umanità germanica. Si parla dei greci, in realtà si pensa ai
tedeschi» 248.
Con la perfezione greca, la Germania ha trovato la pietra angolare della propria identità, di
fronte a una Francia romana. Walther Rehm racconta che, in occasione del loro incontro di
Erfurt, nel 1808, Napoleone I ha chiesto a Goethe di scrivere una tragedia su Cesare, con
intenti impliciti di propaganda personale: Goethe, il greco, respinge ovviamente l’ordine di
Napoleone il romano 249.
L’affermazione di una parentela ellenico-germanica e l’esaltazione del genio greco
proseguono in Germania per tutto il XIX secolo. Eliza Butler, universitaria britannica specialista
di letteratura tedesca contemporanea, compresa quella del Terzo Reich, nel 1935 ha dedicato
un’ampia opera a ciò che chiama La tirannide greca in Germania 250: «La Germania è l’esempio
compiuto della tirannide spirituale trionfante [della Grecia]» 251. A suo parere, l’essenza dello
spirito tedesco sta in un incorreggibile idealismo, «una passione disperata per l’assoluto» 252.
Questa ricerca dell’assoluto trovava pace nella mitologia cristiana, fino a che Lutero non
distrusse «l’elemento mitologico del cristianesimo» 253 promuovendo una fede intellettuale
basata sulla lettura e l’interpretazione personale delle Scritture. L’aspirazione al mito è stata
investita nella riscoperta dell’eredità nordica e nella riscoperta della Grecia: i tedeschi hanno
fatto dei greci «uno standard di perfezione assoluta, solenne, pietrificata e irreale […] e la
preghiera “Dateci una mitologia” fu pronunciata da non poche voci alla vista di quegli esseri
misteriosamente impressionanti» 254.
Se una tale riduzione essenzialista della cultura tedesca a un idealismo a essa fatalmente
consustanziale può lasciare scettici, l’ipotesi di un richiamo mitologico della Germania
contemporanea è seducente: l’aspirazione identitaria si fonda sulla ricerca di una poetica e di
una plastica di autorappresentazione che i tedeschi attingono al fondo nordico o greco. Rehm
conferma che l’archetipo greco è un assoluto e dunque, a questo titolo, un’idea remota e
destinata a restarlo, e cita Hölderlin: «Gehöret habe ich | von Elis und Olympia», dove il
contatto diretto col viaggio è accuratamente evitato, poiché «realtà e ideale devono restare
distinti, cosí come deve restare serena la leggenda, il sogno della Grecia» 255. Di fatto, né
Goethe né, prima di lui, Winckelmann, e nessuno dei filelleni della letteratura tedesca
dell’epoca compie il viaggio in Grecia 256, che «minaccia di scuotere un mito personale» 257,
provocando lo «choc dell’autopsia» 258. La Grecia diventa il dio nascosto di una nuova fede per
l’uomo tedesco dell’epoca goethiana e di quelle seguenti 259.
La fascinazione per la Grecia non si smentisce in seguito, ed Eliza Butler spinge il suo studio
fino a Stefan George e al suo circolo 260 che, imitando le scuole letterarie del Rinascimento
italiano, tenta di rivivere l’Antichità non solo componendo egloghe ma anche per mezzo di una
pratica rituale e in costume, come lo stesso George che, abbigliato da Cesare, divinizza un
giovane morto prematuramente, resuscitando Adriano che destina al Pantheon un nuovo
Antinoo.
La fascinazione per la Grecia in Germania è attestata non solo in letteratura, ma anche in
architettura, in storia e in filosofia, come testimonia un’abbondante bibliografia sul filellenismo
tedesco 261. L’architettura tedesca adotta, dopo la rivelazione winckelmanniana, uno stile
neoclassico d’ispirazione apertamente greca. Klenze, Gilly, Schinckel rivestono Monaco e
Berlino di edifici neogreci.
Gli storici tedeschi del XIX secolo fondano la storiografia antica di carattere scientifico, fedeli
in questo a una tradizione di eccellenza filologica che risale all’umanesimo tedesco, e
moltiplicano le analogie fra Grecia antica e Germania contemporanea. È cosí per Wilhelm von
Humboldt, nella sua Storia del declino e della caduta degli Stati liberi della Grecia (1808), o di
Johann Gustav Droysen che, nella sua biografia di Alessandro Magno (1833), stabilisce un
evidente parallelismo tra Prussia e Macedonia, Grecia e Germania, Europa e Asia. L’unificazione
della Germania e la conquista dell’Europa potrebbero avvenire sotto la bacchetta di un nuovo
Alessandro prussiano. Anche i filosofi, con Jacob Burckhardt e Friedrich Nietzsche, rendono
sacrifici al culto della Grecia.
La tematizzazione letteraria, architettonica, filosofica e ideologica della filiazione greca è
stata incoraggiata dalla congiuntura politica del XIX secolo balcanico. La guerra d’indipendenza
dei greci contro l’Impero ottomano (1822-30) ha goduto di un’importante popolarità nell’Europa
romantica, suscitando ovunque un filellenismo politico che, in Germania, è venuto a rinforzare il
filellenismo artistico: mentre Byron muore a Missolungi (1824), Delacroix dipinge Il massacro di
Chio e Hugo scrive le sue Orientali, i principi tedeschi raccomandano uno dei loro alle grandi
potenze (Francia, Gran Bretagna, Russia). Si tratta del giovane principe Ottone di Wittelsbach
che, nel 1831, diventa re di Grecia con il nome cosí emblematicamente germanico di Ottone I.
La prima dinastia regnante sulla Grecia liberata dal giogo turco è dunque bavarese, prima di
essere rimpiazzata da una dinastia danese, ma comunque con una regina prussiana, sorella di
Guglielmo II 262. I tedeschi beneficiano dunque di un accesso privilegiato alla Grecia, dove
esercitano diritti sul regno. Si spiega meglio, in tal modo, la forte presenza della comunità
scientifica tedesca in Grecia, in particolare tra gli archeologi 263: come ricordano con insistenza
le autorità e la stampa del Reich nel 1936, ad aver portato alla luce le rovine di Olimpia sono
archeologi tedeschi.
Nel 1939, lo storico del mondo antico Hans Bogner dedica una piccola opera della serie
«Pubblicazioni dell’Istituto del Reich per la storia della nuova Germania» al Concetto di anima
nella Grecia arcaica. L’opuscolo già citato sostiene che la conoscenza dell’anima greca offre la
possibilità di esplorare l’anima tedesca al primo apparire della sua origine:

Questa parentela razziale […] ci fa sperare che, al di là di tutte le differenze, potremo


apprendere tratti essenziali della nostra anima originaria, che sedimentazioni ulteriori ci hanno
reso estranei, e che non ci sarebbero affatto accessibili senza l’aiuto del verbo greco 264.

All’identità di sostanza razziale rivendicata dallo stesso Hitler e sviluppata dagli storici, si
aggiunge dunque logicamente un’identità spirituale, una prossimità delle anime, delle culture e
dello spirito greco e tedesco. Negli anni Trenta, è evidente che la seconda procede dalla prima,
e che il filellenismo tedesco è un fenomeno di ordine e di origine razziale. La simpatia degli
intellettuali tedeschi per la Grecia antica, l’affinità elettiva spirituale scaturiscono da una
comunità di razza: per Ludwig Schemann, «Lessing, Herder, Goethe, Schiller, Hölderlin e infine
Richard Wagner» hanno tutti «trovato e riconosciuto nell’ariano ellenico ciò che era loro
originariamente imparentato» 265.

Martin Heidegger e il ritorno al pensiero greco dell’essere.

Tra i grandi filo-elleni tedeschi rientra Martin Heidegger. L’impegno politico di Martin
Heidegger a fianco della Nsdap, di cui diventa membro nel maggio 1933, poco prima di
assumere il rettorato di Friburgo, avviene sotto il segno di una riscoperta del pensiero greco.
Per Heidegger, la rivalutazione dei presocratici non ha a che fare solamente con le
oscillazioni del mondo erudito: sin dal discorso di investitura, Heidegger pone il suo rettorato
sotto la luce ellenica, in quanto il ritorno alla filosofia greca è gravido del destino della
Germania e dell’Occidente. Sappiamo che Martin Heidegger propone una rilettura della storia
del pensiero occidentale come de-cadenza, un Fallen al di fuori del pensiero dell’essere che è
anche un Verfallen: il pensiero dell’essere ha ceduto il posto al calcolo degli enti.
Ora, l’adeguata distinzione tra l’ontologico (l’essere) e l’ontico (l’ente) riveste in Heidegger
un’importanza istoriale, vale a dire non solo storica (geschichtlich), ma anche destinale
(geschicklich), gravida del destino (Geschick o Schicksal) dell’Occidente. La questione
dell’essere non è una semplice interrogazione sul linguaggio, ma nasconde una posta in gioco
sul destino dell’Occidente, che può o perseverare nell’oblio dell’essere e nelle sue conseguenze,
vale a dire, in fine, la devastazione della terra a opera del calcolo macchinale e consumatore
degli enti, o ritrovare il carattere originario dell’interrogazione ontologica greca. Nel 1935,
Heidegger distingue l’Europa, dove il pensiero è ancora possibile, dall’Urss e dagli Stati Uniti
d’America:

Questa Europa, in preda a un inguaribile accecamento, sempre sul punto di pugnalarsi da se


stessa, si trova oggi nella morsa della Russia da un lato e dell’America dall’altro. Russia e
America rappresentano entrambe, da un punto di vista metafisico, la stessa cosa: la medesima
desolante frenesia della tecnica scatenata e dell’organizzazione senza radici dell’uomo
massificato 266.

Ritroviamo qui il complesso di accerchiamento proprio dei tedeschi, il cui territorio, nel cuore
dell’Europa, è un crocevia aperto a tutti i venti minacciosi e in preda a tutte le ostilità 267, come
ha mostrato clamorosamente la guerra dei Trent’anni.
Il destino del pensiero europeo è dunque legato a quello, politico, dell’Occidente che, se
arriva a riabilitare l’indagine ontologica, riuscirà a salvare la terra dalla distruzione a cui è
altrimenti destinata.
Nel contesto di esasperazione tecnicista che segna i tempi moderni, Heidegger propone al
popolo tedesco la seguente alternativa: sprofondare nella frenesia della tecnica contemporanea
e partecipare a «la decadenza spirituale della terra» 268, oppure operare un ritorno al pensiero
originario dell’essere, un ritorno al domandare originario della filosofia, alla chiarezza aurorale
dello sguardo e del pensiero greci.
Nel primo caso, muoversi all’unisono con l’America e con la Russia bolscevica contribuirà a
«l’abbuiarsi del mondo, la fuga degli dèi, la distruzione della terra, la riduzione dell’uomo a
massa, il sospetto gravido d’odio contro tutto ciò che è creativo e libero» 269. Nel secondo, il
popolo tedesco dovrà operare «un altro cominciamento» 270. Ciò non equivale a una semplice
ripetizione del passato, ma al contrario:

Un cominciamento si ripete non con il semplice riportarvisi come ad alcunché di trascorso, di


ormai risaputo e semplicemente da imitare, bensí in modo che il cominciamento venga
ricominciato in maniera ancor piú originaria, e con tutto ciò che di sconcertante, di oscuro, di
insicuro, un vero cominciamento reca con sé 271.

Heidegger concepisce l’ascesa dei nazisti al potere come una possibilità istoriale di rottura
con la modernità tecnica, di ritorno alla primordialità del pensiero greco: si tratterà di ritrovare
l’essenza greca dell’essere tedesco per rompere con lo sviamento calcolante, scientifico e
tecnico, del pensiero. Assumere il rettorato dell’Università di Friburgo, dove è professore,
significa dunque contribuire a questo ritorno al pensiero greco dell’essere: la missione storica
del popolo tedesco è, attraverso l’università che ne forma i quadri, quella di permettere al
pensiero occidentale di ripensare ciò che ha pensato la sua origine: è necessario «che ci
poniamo sotto la potenza del cominciamento del nostro esserci storico-spirituale» 272,
quell’aurora dell’umanità europea che è stata la nascita del pensiero greco.
Questo cominciamento, fondatore, non ha nulla di obsoleto o di superato. Resta nella
permanenza del suo essere, perdura, disponibile per noi se prendiamo la decisione di riviverlo,
come afferma Heidegger nel suo discorso di rettorato del 27 maggio 1933: «L’inizio è ancora.
Non è alle nostre spalle, come ciò che da lungo tempo sia stato; esso si stanzia davanti a
noi» 273.
Il discorso di rettorato vuole essere la propedeutica illuminante di una pratica politica, ha un
intento programmatico. In particolare, Martin Heidegger afferma che la missione istoriale del
popolo tedesco sarà condotta a buon fine solo se i tedeschi s’impegnano in un triplice servizio
verso il popolo e lo Stato: il servizio del lavoro, Arbeitsdienst, e il servizio della difesa,
Wehrdienst, tratti dalla retorica del Partito nazista, a cui si aggiunge il servizio del sapere,
Wissensdienst. La trinità cosí definita ricorda le tre funzioni all’opera nella Repubblica di
Platone 274, dove ciascun cittadino deve essere assegnato al compito civico e politico che piú gli
si addice. Questa trifunzionalità rende la città ternaria omologa alla tripartizione dell’anima
umana. L’ispirazione platonica è qui palese, tanto piú che Heidegger, ben inserito nell’atmosfera
del suo tempo 275, conclude il proprio discorso con una citazione da Platone.
Nel 1933, il discorso di rettorato esprime dunque la possibilità storica di ripensare e di
rivivere, in occasione della rivoluzione nazionale ancora aperta, ancora indefinita, inaugurata
dal nazismo, il cominciamento greco del pensiero, e di riannodare i legami con una tradizione
filosofica sommersa da venticinque secoli di oblio dell’essere. Rivivere il cominciamento greco
comporta il fatto di ritrovarlo autenticamente, mediante una conversione filosofica, politica e
civica, che il rettore Heidegger vuole produrre introducendo all’università il Führerprinzip,
l’obbligo del Wehrsport, e l’organizzazione, da 4 al 10 ottobre 1933, a Todtnauberg, di un
«campo della scienza», un «misto tra campo scout e accademia platonica» 276, in cui gli studenti
dividevano il loro tempo tra sport e meditazione filosofica come in tutte le scuole filosofiche
greche il cui modello è stato plasmato dall’Accademia di Platone.
Heidegger si rende conto ben presto di essersi sbagliato: sappiamo che si è dimesso dal suo
incarico di rettore meno di un anno dopo la sua entrata in funzione, nel febbraio 1934, e che ha
preso le sue distanze da un regime che criticherà, nei suoi seminari, con vigore e coerenza di
pensiero, in particolare in un seminario del 1937 intitolato «La minaccia che grava sulla
scienza». Certamente, rispetto a ciò che sono stati i crimini nazisti, può sembrare derisorio che
Heidegger ne critichi un solo aspetto, la tecnicizzazione e lo sviamento nell’oblio dell’essere, del
nazismo, ma era proprio questo per lui l’essenziale.
Lungi dal contribuire a una rinascita del pensiero dell’essere, il potere nazionalsocialista,
secondo Heidegger, ha decisamente coinvolto la Germania nel calcolo tecnico dell’ente, poiché,
a imitazione della Russia bolscevica e degli Stati Uniti del New Deal, la Germania nazista si è
dotata di una pianificazione industriale 277.
La Germania sembra aver rinunciato al «superamento della metafisica» 278 che costituiva
l’ambizione del rettorato, di cui Heidegger riassume con stizza il bilancio:

Uno scacco completo, il tentativo di porre l’università tedesca in condizione di dar corso a
tale compito; avrebbe potuto essere possibile, negli ultimi anni, in forza di uno slancio decisivo;
per i prossimi decenni, tutto ristagna 279.

Con il dominio incondizionato della tecnica e della scienza moderna, aggravato dallo sforzo di
riarmo della Germania nazista, il pensiero, l’impegno della meditazione è svalutato. Il sapere è
legittimo solo nella misura in cui è immediatamente utile alla comunità del popolo e allo Stato.
Il partito richiede solo specialisti immediatamente utilizzabili, non pensatori: è «la spinta, da
ogni lato, verso le scuole specializzate […] si ha bisogno […] di “specialisti”!» 280.
Il sapere specializzato consacrato dal regime è un sapere tecnico, pratico, immediatamente
disponibile e utilizzabile, che dunque esclude ogni meditazione e quella libertà disinteressata
che è propria del pensiero: il nazionalsocialismo si perde nel calcolo dell’ente, e l’orizzonte di
questo calcolo è la guerra.
Tutte le scienze, e non solo la fisica e le matematiche, sono giudicate secondo il metro della
loro utilità. Heidegger si scaglia cosí contro l’irregimentazione delle scienze, che sono ormai
valutate solo in base al criterio della loro utilità e della loro utilizzazione all’interno di una vasta
impresa di mobilitazione delle menti. Archeologi, filologi, storici, biologi, geografi sono
impegnati in una iniziativa di convalida a posteriori del dogma ideologico, mentre le scienze
matematiche e fisico-chimiche hanno l’incarico di elaborare armi, surrogati, carburanti.
Heidegger abbozza un quadro cupo e senza alcuna indulgenza dello stato dell’università:

L’università […] resta priva di un fulcro […], e quindi non ha misura né scopo. […] Di qui, ora,
la sua avidità ad assumere nuove occupazioni: investigazioni geopolitiche, ambiente naturale,
eccetera; autonomia nell’approvvigionamento delle materie prime, armamento; e poi tutto ciò
che è al servizio della visione del mondo: razze, preistoria, scienza militare. E cosí c’è di nuovo
qualcosa da fare […]. L’università, attraverso tale nuova realtà, è stritolata […]. Cosí
l’istituzione universitaria offre uno dei piú tristi spettacoli – dall’interno e dall’esterno […]
l’oblio dell’essere e la devastazione della verità 281.

Il coronamento di questa impresa di consacrazione della scienza e della tecnica è


l’operazione che consiste nel sostituire l’ideologia alla filosofia. Heidegger denuncia
aspramente le vuote «ciance» sulla Weltanschauung e deplora che la «tendenza verso
l’esteriorità», in direzione del «non pensare, non voler pensare, non voler interrogare», aumenti
sempre piú 282. In tutte le università tedesche, professori di filosofia vengono rimpiazzati da
ideologi ufficiali del partito, incaricati di portare in cattedra le «scempiaggini generali della
visione del mondo»:

La riduzione del numero delle cattedre, la soppressione dei posti riservati a esperti di
filosofia 283 – tutto ciò non è certo un danno […]. Ma la cosa veramente ridicola è che, in questo
modo, s’intende colpire la «filosofia». Infatti la filosofia non si lascia abrogare, cosí come non si
lascia istituire per legge. Giacché non appartiene a quel genere di cose che possano essere
«organizzate», la filosofia non può neppure ridursi a qualcosa che si lasci dis-organizzare, o di
cui si possa organizzare la scomparsa 284.

La vocazione istoriale del popolo tedesco viene cosí a essere tradita. La Germania rinuncia a
svolgere la propria missione salvifica e si condanna da sé rifiutando di portare a compimento la
propria essenza:

I tedeschi vicini alla soppressione della filosofia – in vista del raggiungimento del vero modo
di essere un popolo! – dal punto di vista della storia del mondo, è un suicidio 285.
Il nazismo si rivela di fatto piú modernista e tecnicista dell’americanismo o del bolscevismo. Il
nazismo del piano quadriennale e della marcia verso la guerra mira a produrre un’umanità
tecnica, la sola in grado di sopravvivere e di dominare nell’ambito della modernità, un’umanità
a immagine di questa modernità tecnica:

Il calcolo meccanico totale di tutto l’agire e di tutto il programmare richiede, nella sua forma
incondizionata, una nuova umanità che vada oltre l’uomo finora esistito 286.

Con il Blitzkrieg e la sua orgia di tecnicità meccanica, si è lontani dalla reazione alla
modernità tecnica e dal pensiero del cominciamento greco. Heidegger comprende che la verità
istoriale del nazismo non è il ritorno al cominciamento, ma che il Reich è piuttosto l’entelechia
del pensiero tecnico moderno, il compimento del tecnicismo moderno 287. Il rapporto che i
nazisti intrattengono con la Grecia è pertanto inautentico, puramente superficiale e decorativo.

Il riferimento greco: spettacolo e inautenticità.

Nei Concetti fondamentali, un corso pronunciato e pubblicato nel 1941, Heidegger esprime il
suo disprezzo verso un rapporto inautentico con il mondo antico, che è quello dell’imitazione
sterile. Sotto il nazismo, il riferimento e la riverenza nei confronti della grecità sembrano essere
un passaggio obbligato di numerose manifestazioni, ma senza che s’intraveda la forza di tale
inizialità:

Tutto il mondo parla dell’incomparabile significato «culturale» dell’antica grecità. Tra coloro
che sostengono questa opinione non vi è una sola persona che abbia una minima idea del fatto
che nella grecità vi sia un inizio e di come esso sia 288.

Heidegger deplora che l’Antichità sia eretta ad argomento politico da parte di una
storiografia servile che si sforza di «ri-dipingere l’antico e il passato a partire dal presente con
la vernice dell’attualità» 289. Il sovraccarico commemorativo, l’esagerazione decorativa non sono
altro che alibi molto comodi per evitare un’autentica ripresa del passato greco: «L’amore per
l’Antichità diventa in questo caso un pretesto per cercare di evitare ogni meditazione» 290. La
commemorazione spettacolare non è rammemorazione autentica. Il desiderio di rivivere l’antico
passato deve procedere da una decisione istoriale che riguarda il presente del pensiero e
l’avvenire della civiltà:

Il criterio per vedere se la rammemorazione dell’inizio sia autentica non può essere definito a
partire da un interesse per la ripresa dell’Antichità classica, ma esclusivamente a partire dalla
risoluzione per un sapere essenziale che riguarda l’avvenire 291.

Dobbiamo forse vedere qui una critica al regime nazista, che adotta uno scenario antico,
recitando la propria parte non in abiti romani, come diceva Marx della Rivoluzione francese, ma
nella panoplia dell’oplita? Senza dubbio. Heidegger si irrita per la fastidiosa mania che consiste
nell’assimilare greci e tedeschi per stabilire a tutti i costi una filiazione tra i due popoli:

Non si rende alcun servizio alla conoscenza e alla valutazione dell’unicità istoriale del
nazionalsocialismo interpretando oggi il fenomeno greco in modo tale da far credere che i greci
sarebbero già stati tutti dei nazionalsocialisti 292.

L’assimilazione tra i greci e i nazisti genera confusione e impedisce di vedere la posta in gioco
che l’unicità storica del nazionalsocialismo racchiude: anziché ripetere uno scenario, si
dovrebbe trattare di pensare.
Vediamo dunque, attraverso questi testi del 1937-42, tutta la presa di distanza di Heidegger
da un nazismo che egli svaluta come cartesianesimo compiuto e come rapporto inautentico con
l’origine. Limitare l’attenzione ai soli testi del periodo 1933-35 293 porta a fraintendere il
rapporto di Heidegger col nazismo: certamente è stato in parte opportunista, ma la sua
coerenza – e su questo si può deplorarlo – non si è mai smentita. Nel 1949, in una conferenza,
definirà il crimine piú grave del nazismo, l’Olocausto, come una manifestazione esasperata,
un’acme della modernità tecnica. Dopo la guerra, il nazismo appariva definitivamente ad
Heidegger come il compimento del calcolo tecnico. La frase che costituisce l’unico riferimento
pubblico di Heidegger alla Shoah è un semplice inciso – di insopportabile disinvoltura – rispetto
a sei milioni di morti:

La fabbricazione dei cadaveri nelle camere a gas è nella sua essenza la stessa cosa di una
agricoltura come industria alimentare motorizzata, la stessa cosa dei blocchi e della riduzione
dei paesi alla fame, la stessa cosa della fabbricazione delle bombe all’idrogeno 294.
Lo sterminio industriale di ebrei e zingari in nome della razza appare dunque pensabile al
filosofo sotto una sola dimensione: come fenomeno sintomatico del dominio planetario della
tecnica, come alterazione di un logos divenuto ratio, di un pensiero diventato calcolo
obiettivante, incapace ormai di concepire qualunque cosa se non come oggetto disponibile per il
lavoro dell’uomo. L’ultimo termine di questo processo, prima della distruzione della terra, è la
riduzione a oggetto del materiale umano nelle fabbriche della morte.
Heidegger aveva visto sinceramente nel nazismo l’opportunità storica di operare una
reazione decisiva rispetto alla modernità matematico-tecnica. Lo stesso movimento nazista,
ambiguo nei suoi rapporti con la modernità, gli sembrava avere in sé questa volontà di reazione.
Quando Heidegger, nella sua Introduzione alla metafisica del 1935, celebra «l’intima verità e la
grandezza di questo movimento», pensa al movimento d’ispirazione nazionalsocialista che da
due anni sta trasformando la Germania, ma anche al partito come tale, nella misura in cui il
termine Bewegung era arrivato a designare sistematicamente la Nsdap. La frase citata sopra
che fa riferimento al nazionalsocialismo non è mai stata eliminata nelle edizioni del dopoguerra.
Heidegger mostrava in tal modo che assumeva pienamente il suo impegno passato a fianco dei
nazisti, da cui aveva sperato una trasformazione spirituale della Germania 295. Il nazismo era
l’occasione storica per operare una conversione del pensiero attraverso una reazione
antimoderna, ma i protagonisti della Bewegung non si erano mostrati all’altezza di questo
compito istoriale.
L’unico rimorso di Heidegger sarà di essersi ingannato a proposito del valore istoriale dei
nazisti, che non erano cosí grandi come richiedeva la «grandezza del movimento». Heidegger
parlerà piú tardi, e in privato, di grösste Dummheit, una grandissima sciocchezza 296.
Heidegger, che nel 1934 presenterà le sue dimissioni dalla carica di rettore, divenne sempre
piú consapevole della incapacità dei nazisti di operare quel ritorno al cominciamento greco che
egli auspicava. I suoi testi testimoniano l’allontanamento del filosofo da uno Stato e da uomini
che non sono stati, per stupidità e per miseria intellettuale, all’altezza della loro missione
istoriale. La grösste Dummheit di Heidegger è l’essersi fidato di uomini grossolani, non l’aver
creduto alla vocazione del nazismo. Il filosofo lo ripeterà nell’intervista concessa nel 1966 al
settimanale «Der Spiegel»:

vedo che il compito del pensiero consiste proprio nell’aiutare, entro i propri limiti, l’uomo a
entrare innanzitutto in un rapporto equilibrato con l’essenza della tecnica. Il nazionalsocialismo
si era mosso in questa direzione; quella gente era però troppo sprovveduta dal punto di vista
del pensiero per guadagnare un rapporto veramente esplicito con ciò che oggi accade e che è
in cammino da tre secoli.

Conclusione.

L’ascesa al potere dei nazionalsocialisti ha suscitato attese e speranze tra i germanomani di


ogni specie: studiosi della preistoria della germanità e celebratori del Futhark speravano che la
consacrazione di un’ideologia cosí etnocentrica ed esclusivista come il razzismo nazista avrebbe
avuto come conseguenza ripercussioni sui programmi d’insegnamento della scuola e
dell’università. Alla purificazione della sostanza razziale, operata dalla selezione,
all’arretramento dell’allogeno e alla preservazione del patrimonio esistente, doveva
corrispondere, sul piano culturale, una riqualificazione delle materie indispensabili alla
formazione del nuovo uomo tedesco: ciò che era estraneo alla sua essenza razziale doveva
essere eliminato. Il greco, il latino e le scienze dell’Antichità, di natura mediterranea, non
avevano piú, secondo i germanomani, il loro posto entro il nuovo corso. L’avvento del
nazionalsocialismo avrebbe permesso infine l’intronizzazione delle scienze della germanità, che
avrebbero posto fine alla «tirannide della Grecia sulla Germania» e delle antichità classiche
sull’università tedesca: posti e prebende di ogni genere si spalancavano davanti ai successori di
Kossinna.
Storici del mondo antico e classicisti hanno reagito con energia e in modo pertinente. Tutti
deplorano gli errori del passato: c’è stato un eccesso di grammatica, di astrazione, di
umanesimo di maniera, di intellettualismo… l’insegnamento delle lettere classiche è stato
gravato dall’eredità universalista dei Lumi e dalla Weimarer Klassik: dall’Antichità si tratteneva
solo l’arduo esercizio intellettuale che permetteva di elevarsi all’universalità di una ragione
comune a tutti gli uomini.
Contro questa pericolosa visione dell’Antichità, che attribuiva alla sua sola responsabilità la
sua radiazione da ogni insegnamento nazionalsocialista, professori di storia antica e di lettere
classiche difendono la comunità di razza tra germani, greci e romani. I popoli dell’Antichità,
provenienti dal Nord, erano consapevoli dell’eccellenza della propria razza. Se furono umanisti,
ciò avvenne a costo di una rigorosa ridefinizione dell’umanità greca e romana, in rapporto e in
opposizione a una sotto-umanità barbara, persiana, sciita, fenicia o ebraica che fosse. Il
razzismo nazionalsocialista ritrova dunque l’ispirazione di un umanesimo antico ben inteso.
Lettere classiche e storia antica permettono inoltre la riconciliazione tra il corpo e lo spirito:
mentre un umanesimo decadente e tardo, mescolato al cristianesimo, scindeva l’uomo, il
nazionalsocialismo, riabilitando la cultura del corpo e dell’esercizio fisico, ritrova l’idea antica
di un’unione armoniosa, fondatrice di un’umanità riconciliata con se stessa. Questi uomini,
foggiati sul modello antico, saranno buoni cittadini e capi capaci: i difensori dell’Antichità
ricordano che senza il cittadino non c’è l’uomo, e che le virtú di abnegazione, di devozione, di
sacrificio del polites rispondono all’eccellenza dei capi antichi, prodotti di uno spirito elitario
privo di compiacimento. Inoltre, la nuova Germania ha tutto da guadagnare da un’educazione
all’antica dei suoi sudditi e delle sue nuove élite: i Napola, secondo il loro ispettore generale SS,
imitano il modello di educazione greca. I difensori dell’Antichità possono contare su un alleato
privilegiato: Hitler in persona. Citare i passi del Mein Kampf dedicati a Roma e alla Grecia è
una tappa obbligata di ogni arringa di pedagogo classicista: se, come scrive Hitler, il liceo
tedesco è una vergognosa caricatura del suo modello greco, non potrà essere corretto dalla
soppressione del greco e del latino.
In una Germania tradizionalmente filellenica, è soprattutto l’insegnamento del latino che
risulta minacciato: il latino evoca la Roma dei Cesari e dei Pontefici, poi la Francia classica,
rivoluzionaria e imperiale. Inoltre, da un punto di vista razziologico, l’identità dei romani è
dubbia. Essa non può vantare l’originarietà immacolata della razza ellenica, in quanto i romani
hanno conosciuto molto presto la mescolanza. Per ovviare a questi argomenti pericolosi, i
difensori del latino mobilitano l’intero arsenale dello stereotipo romano: mos maiorum, fides
romana e virtú dei Quiriti, nulla è risparmiato al lettore degli articoli e delle memorie della
lobby dei classicisti, che non omettono di ricordare tutti i benefici della versione latina per la
formazione di un’intelligenza chiara e ben strutturata. L’argomento intellettuale, tuttavia, adotta
un profilo discreto: l’essenziale sta nel valore etico dell’insegnamento del latino e della storia
romana, ricca di archetipi di virtú, gli exempla che edificheranno il nuovo uomo tedesco, legato
ai romani delle origini da una comunità di sostanza razziale. Nelle memorie preliminari alla
riforma dei programmi dell’insegnamento secondario, i classicisti arrivano persino a fare di
Orazio un ibrido tra Déroulède e Tirteo: il compiacimento metafisico dell’individualista elegiaco
e galante è superato da una celebrazione della comunità politica romana, che, con la sua
esistenza e la sua perennità, libera dall’angoscia della finitudine. Iscrivendosi risolutamente in
quella lotta per la vita razziale che è l’azione politica, l’individuo accede all’immortalità della
razza e della sua espressione civica.
Quest’azione di condizionamento esemplare e convinto reca i suoi frutti: la riduzione del
greco e del latino è minima nei programmi scolastici del 1938, che consacrano gli autori
«nazional-politici» raccomandati dagli articoli e dalle memorie studiati.
La parentela tra Antichità e nuova Germania non è celebrata soltanto entro l’ambito del liceo:
molti eventi pubblici e di festa, come le Giornate dell’arte tedesca di Monaco o i Giochi olimpici
del 1936, lasciano il campo libero per l’esibizione di un kitsch antichizzante, manifestazione –
nello spazio pubblico – di un discorso dell’origine e dell’emulazione.
Heidegger, rettore per un breve periodo dell’Università di Friburgo, s’inquieta per uno
spettacolo che gli sembra superficiale. L’imitazione dell’Antichità non può essere che un teatro
simile a quello che Marx scherniva quando vedeva la rivoluzione del 1848 cercare di avvicinarsi
alla Montagna e il 1789 mettersi in toga. È importante, secondo Heidegger, che la nuova
Germania riscopra il pensiero greco dell’essere, abbandonato a partire da Platone a causa di
una metafisica dualista che ha aperto la strada alla scissione cartesiana tra res cogitans e res
extensa, tra soggetto e oggetto. Il soggetto, dotato di una ragione calcolatrice, si sottomette
l’oggetto privato di essere e ridotto alla sua sola utilità. La Germania nazionalsocialista, quella
del piano quadriennale e del riarmo, non era tuttavia disposta a rinunciare al pervertimento
tecnico della civiltà occidentale: pertanto, secondo Heidegger, ogni scenario antico o
celebrazione convenzionale dell’uomo greco non potevano che cadere nell’inautenticità. La sua
delusione spiega come Heidegger si sia allontanato da un’ideologia e da una pratica che, ben
lontane dal far rivivere il pensiero greco dell’essere, si limitavano, secondo lui, a scimmiottare
l’Antichità in una imitazione superficiale.
PARTE SECONDA
L’imitazione dell’Antichità

Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte
da loro stessi, bensí nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé,
determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa
come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare
se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi
rivoluzionaria. Essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne
prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare,
sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova
scena della storia […]. Camille Desmoulins, Danton, Robespierre, Saint-Just, Napoleone, tanto
gli eroi quanto i partiti e la massa della vecchia Rivoluzione francese adempirono, in costume
romano e con frasi romane, il compito dei tempi loro, quello di liberare dalle catene e di
instaurare la moderna società borghese.
KARL MARX, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte.

Il sogno piú bello tra quelli sognati sarebbe quello dell’umanità nordica in Ellade 1.
ALFRED ROSENBERG

Non c’è […] alcun miracolo, nel fatto che ogni epoca politica eroica nella sua arte getti da
subito un ponte verso un passato non meno eroico. Greci e romani diventano tutt’a un tratto
cosí vicini ai germani poiché tutte le loro radici vanno cercate in una razza fondamentale e di
conseguenza anche le realizzazioni immortali dell’antico popolo possono svolgere sempre di
nuovo la propria forza di attrazione a partire dalla loro parentela razziale 2.
ADOLF HITLER
Capitolo primo
Il Corpus sanum dell’uomo nuovo. Dalla pietra alla carne: estetica ed eugenetica del corpo
ariano

Mi presento all’Ufficio per la documentazione sull’appartenenza alla razza ariana […] per
esibire un certificato, relativo a mia nonna, che mi era costato mesi di ricerche. L’impiegato,
che ha l’aspetto di una statua di marmo e siede dietro un muro, allunga un braccio oltre questo
muro, afferra il certificato, lo straccia a pezzetti, poi brucia tutto in una stufa incassata nel
muro: – E adesso, sei sempre di pura razza ariana? 1.

Sogno di un berlinese

Che i Greci fossero di origine nordica, è provato abbastanza chiaramente dalle loro sculture.
Le figure di dèi che essi hanno fissato nella pietra esprimono nel loro corpo, nella forma del
loro cranio, nell’espressione del loro volto e nei loro lineamenti l’ascendenza nordica. Li si
distingue a malapena dai rappresentanti contemporanei della razza nordica. Lo stesso vale per
i Romani 2.
(Estratto da un opuscolo di formazione ideologica del Partito).

Anche dalla pietra delle statue antiche si legge la nordicità dei modelli e degli artisti: la
scultura greca e la scultura romana costituiscono un museo della norma razziale, della bellezza
nordica e, a questo titolo, sono segnalate alla particolare attenzione dei membri del partito
mediante il fascicolo da cui abbiamo riportato un estratto. Anche l’arte del Terzo Reich doveva
mostrare la via della perfezione estetica della razza nordica: i nudi di Breker e di Thorak
dovevano fissare nella pietra e consegnare all’ammirazione del popolo i busti, i profili e le cosce
dei tipi perfetti della razza. Questi archetipi scultorei, grazie alla mediazione della statua
esposta, dell’immagine cinematografica, della mostra, erano cosí presenti nello spazio pubblico
da essere pregnanti nei sogni di un berlinese, che vede nell’ufficiale di Stato incaricato di
attestare, o meno, la sua arianità, la sua purezza razziale, una «statua di marmo».
Nel rapporto della Germania col canone greco, tutto, di fatto, comincia con una storia di
statue, con Winckelmann. I nazionalsocialisti aggiungeranno a questa inclinazione estetica per
l’arte antica una volontà zootecnicista ed eugenista di passare dalla pietra, il museo, alla carne,
alla produzione effettiva di una razza la cui bellezza sarebbe prova di superiorità.

La fascinazione tedesca per il corpo greco.

Il fantasma nazista di una perfezione corporale, di una forma corporea perfetta, s’iscrive
nella storia per lo meno bisecolare della riscoperta dell’arte antica. Questa riscoperta, iniziata
nel Rinascimento, è stata proseguita nel XVIII secolo da Johann Joachim Winckelmann (1717-
1768). Archeologo e bibliotecario, Winckelmann è invitato a Roma nel 1759 dal cardinale
Albani, che gli assegna l’incarico della sua collezione di reperti antichi. Su richiesta del prelato,
ne redige il catalogo e pubblica, nel 1764, una Storia dell’arte nell’Antichità. L’opera, che esalta,
attraverso le sue copie romane, la statuaria greca, riscuote un successo immediato e immenso
in tutta Europa. Con il testo e le riproduzioni di Winckelmann, è proposto all’Europa colta un
intero canone di virilità salda e serena, al contempo fisica ed etica: gli atleti greci di
Winckelmann sono forti e armoniosi, sereni e padroni di se stessi, anche nello sforzo, come
Laocoonte, che sembra distendersi al risveglio mentre è alle prese con un animale tutt’altro che
ameno.
L’opera di Winckelmann, e gli scavi di Pompei e di Ercolano, introducono il classicismo
architettonico e plastico antico in un’epoca rococò, e insinuano nel XVIII secolo una certa
anticomania, che doveva pesare fortemente sui destini dell’arte in Occidente. Sappiamo che la
Rivoluzione francese avviene in abiti romani, e che l’Europa, nel XIX secolo, si riveste di edifici
che, con la loro monumentalità e le loro proporzioni, riportano in auge il gusto dell’antico:
Roma e Pompei generano lo stile Impero, la lettura di Winckelmann ispira i rivoluzionari
francesi e il loro pittore Jacques-Louis David.
Questa rinascita dell’antico ha dettato la definizione di un canone corporale. George Mosse fa
risalire al XVIII secolo appunto l’avvento di una nuova «immagine dell’uomo» 3, di un nuovo
canone estetico ed etico della virilità, un ideale maschile proprio della modernità, fecondato
dall’arte e dalla virtú antica.
Il XVIII , e in seguito il XIX secolo fanno pensare agli atleti di Winckelmann, e tentare di
riprodurli. Il canone estetico e la riflessione morale entrano in sinergia con la medicina e
l’igiene, che si sviluppano in quest’epoca, e che ambiscono a curare, correggere e scolpire il
corpo.
In Germania, si sviluppa la ginnastica, con le opere e le associazioni di Guts Muth e di Ludwig
Jahn, che nel 1816 pubblica la sua Deutsche Turnkunst. I frontespizi di tutti i Gymnasien della
Germania esibiscono fieramente il motto Mens sana in corpore sano 4, cui si attribuisce la
capacità di riassumere la vecchia saggezza antica che è necessario mettere in atto. Al di là del
corpo, è in gioco l’individuo nella sua totalità. La modernità occidentale comincia a credere
all’adagio latino: Vultus animi spaeculum, il volto è lo specchio dell’anima. Questa massima
assimila il valore interiore all’aspetto esteriore, stabilisce tra i due una perfetta corrispondenza,
confonde l’apparenza fisica e l’essenza morale. La conformazione di un corpo deve permettere
di svelare e di leggere un’anima. Questo postulato sta alla base della Fisiognomica, pubblicata
nel 1781 dal medico svizzero tedesco Johann Kaspar Lavater 5: c’è unità, omologia, tra l’esterno
e l’interno, e la fisiognomica è la nuova scienza basata sulla «capacità di riconoscere il
carattere nascosto di un essere umano nella sua apparenza esteriore» 6.
Nasce cosí una semiologia dell’apparenza fisica, che si propone di leggere i corpi e i volti
come un libro aperto per inferirne un giudizio di ordine generale sulla totalità dell’individuo,
attuando una rigida riduzione dello psicologico al fisico e basandosi su una confusione
rivendicata e assunta delle categorie estetiche ed etiche.
Si costituisce in tal modo un tipo maschile che unisce la perfezione estetica del corpo alla
bellezza dello spirito, la seduzione fisica all’eccellenza morale: la semplice osservazione visiva
permette di concludere dall’una all’altra. Mosse mostra che la modernità occidentale è
profondamente intrisa di questa idea che culmina con Il ritratto di Dorian Gray, in cui Oscar
Wilde descrive gli effetti di una vita dissoluta su un volto. L’eroe eponimo del racconto non
invecchia, ma il suo ritratto reca tutte le stimmate dei suoi vizi morali.
L’ideale di virilità ereditato dall’età antica, incarnazione di una perfezione al contempo
estetica ed etica, è pregnante nei movimenti giovanili tedeschi che precedono la Prima guerra
mondiale, e si ritrova, dopo il 1918, nei monumenti ai caduti della guerra, dove s’incontrano a
volte rappresentazioni del corpo antico, sotto la forma di efebi greci sacrificati alla lotta o di
gladiatori 7.
I nazisti ereditano queste concezioni e questa permanenza dell’ideale estetico trasmesso
dalla pietra dell’arte antica. L’arte greca è una componente ineludibile di ogni formazione
scolastica e universitaria in Germania, e la conoscenza della Grecia fa parte degli elementi
fondamentali della cultura di ogni cittadino che si rispetti.
Non c’è dunque da sorprendersi se, al momento di definire un canone razziale ed estetico, i
nazisti si rivolgono alla statuaria greca, retaggio permanente riattualizzato da Winckelmann.
Mosse osserva che esiste un’innegabile filiazione tra gli scritti di Winckelmann e i discorsi
nazisti sull’uomo nuovo:

L’amore per la bellezza del corpo avrebbe sempre informato a sé la virilità moderna,
caratterizzando lo stereotipo mascolino. La continuità è quasi sconcertante: piú di un secolo e
mezzo dopo, per esempio, Adolf Hitler individua quella che egli definisce l’immortalità
dell’ideale greco della bellezza nella combinazione di un corpo eccezionalmente bello con uno
spirito radioso e un’anima nobile; e insiste poi sulla priorità della bellezza fisica, dichiarando
che un corpo disfatto non può essere abbellito nemmeno dal piú radioso degli spiriti 8,

in quanto la bellezza dello spirito non poteva riscattare la bruttezza del corpo, nella misura in
cui esiste una stretta coesione tra i due aspetti, persino una necessaria derivazione dell’uno
dall’altro.
La statuaria greca, tuttavia, non funziona come una semplice analogia o come una metafora
della perfezione. Piú che questo, essa è la rappresentazione di un sangue e di una carne nordici,
di una sostanza razziale identica a quella dei tedeschi, carne della loro carne e sangue del loro
sangue. In un opuscolo di formazione della Nsdap, leggiamo:

Che i greci fossero di origine nordica è abbastanza evidente dalle loro sculture. Le figure di
dèi che hanno fissato nella pietra esprimono nel loro corpo, nella forma del cranio,
nell’espressione del volto e nei loro tratti questa ascendenza nordica. Li si distingue a
malapena dai rappresentanti contemporanei della razza nordica. La stessa cosa vale per i
romani 9.

La statuaria greca è dunque, per lo storico dell’arte Paul Schultze-Naumburg e per Hitler in
particolare, una specie di museo che preserva e conserva, nella durezza di una pietra che ha
saputo attraversare i secoli, un’immagine della razza nordica. Il razziologo Ludwig Schemann
esprime invece stupore: «Essa [la statuaria greca] è riuscita a fissare per gli occhi l’ideale
nordico e a trasmetterlo da un secolo all’altro» 10. Rappresenta dunque un potenziale razziale
pietrificato, immobile, che bisogna portare a una piena attualità, conferendogli la carne e il
movimento della vita.

I Giochi di Berlino: Olimpiadi naziste, Olimpia tedesca.

I Giochi olimpici del 1936 offrono l’occasione che si sognava per sottolineare e celebrare la
parentela ellenico-germanica, e per attuarne una messa in scena estetica: lo spettacolo del
corpo atletico tedesco può qui essere messo in relazione con le immagini greche, benché la
grande celebrazione del 1936 non si limiti a questo.
I legami tra gli sport della Grecia e della Germania sono già messi in evidenza da tutta una
letteratura che, nel XIX secolo, accostava elleni e germani per il carattere agonale delle loro due
civiltà 11.
La centralità del Wettkampf, l’agon sportivo e guerriero, nelle culture greca e tedesca
sarebbe dunque una prova sufficiente della comunità di spirito che lega questi due popoli, e che
può essere basata solamente su una comunità di sostanza razziale.
Ernst Curtius (1814-1896) dedica pertanto, nel 1856, una monografia, intitolata Der
Wettkampf, a questa tesi. Vi sostiene che gli indogermani sono caratterizzati da una tensione
verso l’azione, la conquista, la difesa, la lotta, la creazione, mentre i semiti e gli orientali sono
paralizzati dalle passioni estenuanti che li dominano. Curtius conclude dunque, a proposito del
sito di Olimpia di cui sta per dirigere gli scavi, con una frase che, attorno al 1936, diventa uno
Standardzitat nazista: «Was dort in dunkler Tiefe liegt ist Leben von unserem Leben», Quel che
giace laggiú in una notte profonda è il sangue del nostro sangue. Nietzsche, nel suo Homers
Wettkampf (1872), e in seguito Jacob Burckhardt, nella sua Griechische Kulturgeschichte (1898-
1902), riprendono la medesima argomentazione: i greci, come i germani, sono «uomini
colonizzatori e agonistici», all’opposto degli orientali, pusillanimi e rammolliti, spossati da
passioni che sono incapaci di governare. Allo stesso modo, molti sostenitori e teorici della
giovane Turnbewegung tedesca si richiamano al prestigioso precedente greco per esaltare
l’opera di Guts Muths e di Jahn, di cui sottolineano l’essenza greca, dunque indogermanica,
dunque tedesca 12. Una tale prossimità culturale, come dall’altra parte una tale comunione nella
idiosincrasia agonale, indicano un’identità di sostanza razziale.
I giochi richiamano appunto tale identità, e la mettono in scena, attraverso immagini, voci,
costumi e spazi. Una pubblicazione ufficiale del Comitato di propaganda dei Giochi olimpici del
1936, intitolata Olimpia 1936. Un compito nazionale, precisa che uno dei compiti imposti
dall’organizzazione dei giochi, oltre alla preparazione dell’infrastruttura materiale e tecnica e
alla buona accoglienza dei partecipanti e degli spettatori, è lo sfruttamento propagandistico
dell’evento nel senso di una rammemorazione della storia della razza:

Si deve inoltre cercare di mettere in luce l’intima parentela della nostra cultura sportiva con
la cultura ginnica degli antichi greci (staffetta del tedoforo Olimpia-Berlino, mostra
sull’Antichità) 13.

I Giochi olimpici sono inizialmente un’occasione per ricordare che la Grecia antica è una
riserva di caccia della Germania. Si ripete a sazietà che la riscoperta della cultura greca è opera
tedesca. Il 2 agosto 1936, per rendere conto dell’apertura dei giochi da parte del Führer, il
«Völkischer Beobachter» pubblica su un’intera pagina una selezione di testi greci e tedeschi,
giustapponendo l’Homers Wettkampf di Nietzsche a estratti da Omero, Luciano ed Erodoto 14. In
generale, il giornale cita tutto ciò che evoca il legame culturale privilegiato tra la Germania e la
Grecia. A tal fine, è spesso evocato Hölderlin, come nell’articolo del «Völkischer Beobachter»
che cita il Gesang der Deutschen per mostrare la Sehnsucht dello spirito tedesco, nostalgico di
Delo e di Olimpia, un poema commentato in questi termini dall’autore dell’articolo:

La consapevolezza indubitabile che l’idea olimpica dei greci è a noi […] profondamente affine
si è imposta al grande poeta a partire da un’eredità razziale nordica emersa dal fondo delle
epoche 15.

Contro ogni evidenza, e malgrado alcuni omaggi di mera cortesia all’opera di Pierre de
Coubertin 16, che ha la sventura di essere francese, si tratta anche di sostenere che gli stessi
Giochi olimpici sono una nuova creazione tedesca. La medesima edizione del «Völkischer
Beobachter» pubblica un lungo articolo intitolato I precursori della rinascita dei giochi:
Winckelmann, Curtius e Dörpfeld, pionieri dell’idea olimpica che, in modo molto convenzionale,
celebra Winckelmann come «il vero scopritore dell’ellenicità, colui che, per primo, sottolineò il
fondamento razziale dell’arte e della cultura», eleva agli onori del pantheon Curtius, «profeta
dell’idea olimpica», e Dörpfeld, «scopritore di Olimpia», per mostrare che Olimpia e le sue
riprese sono un cantiere e un progetto essenzialmente tedeschi 17. Tutta la stampa dei mesi di
luglio e agosto 1936 cospira all’eclissi di Coubertin: l’«Olympia-Zeitung», dopo un breve saluto
al barone, preferisce soffermarsi su Curtius, il solo che abbia permesso la riscoperta di Olimpia
e la rinascita della sua idea. Il giornale cita la frase dell’archeologo tedesco che, come
Humboldt e Goethe, afferma che solo i tedeschi sono in grado di cogliere pienamente l’essenza
dell’ellenicità: i tedeschi «si trovano nella posizione migliore fra tutti per comprendere il senso
dell’Olimpia moderna» 18, come prevede l’identità di sostanza razziale. È cosí anche per il
settimanale SS «Das Schwarze Korps», che relativizza notevolmente l’opera del francese per
celebrare Curtius 19.
Alfred Rosenberg, in un proclama in diverse lingue rivolto come benvenuto ai popoli del
mondo e pubblicato sul «Völkischer Beobachter» del 17 luglio 1936, aveva dato il ritmo:

Da sempre, uomini tedeschi hanno […] rivolto il loro sguardo verso la cultura originaria
dell’antica Grecia […]. Alcuni grandi protagonisti della scienza tedesca, come Schliemann e
Dörpfeld, hanno consacrato una vita lunga e laboriosa a portare alla luce i tesori della Grecia,
che essi sentivano come particolarmente vicini. Tutto quel che hanno fatto a Olimpia e a Troia
può essere propriamente considerato come il bene comune per tutti i popoli civili. Il loro lavoro
ha avvicinato in particolare la Grecia spirituale alla Germania spirituale 20.

Anche Carl Diem, vecchio personaggio del Cio e amico di Pierre de Coubertin, minimizza il
ruolo del francese per esaltare gli storici e gli archeologi tedeschi. Ripercorrendo la storia degli
scavi del sito di Olimpia, ricorda brevemente una prima campagna francese (1829), per
precisare immediatamente che «al Reich tedesco creato nuovamente è stato riservato il compito
di realizzare la sublime opera culturale degli scavi di Olimpia, che resteranno un titolo di gloria
dello spirito tedesco» 21, prima di passare all’omaggio obbligato a Winckelmann e Curtius.
Dopo l’annessione dell’Antichità greco-romana alla storia della razza indogermanica, ecco
dunque un bell’esempio di sottrazione fraudolenta: Pierre de Coubertin sparisce dietro i grandi
artefici della resurrezione dell’idea greca in Germania, avendo avuto come unico merito quello
di essere stato il tramite, il puro e semplice strumento di un’idea essenzialmente tedesca. La
prova di questa indefettibile affinità ellenico-germanica risiede nella grande impresa degli scavi
di Olimpia, iniziativa ripresa poi da archeologi tedeschi. Queste ricerche e questi scavi sul sito
stesso della nascita dei giochi sono oggetto di un’adeguata celebrazione nella forma di un libro
di fotografia artistica intitolato Olympia, frutto dell’opportuna collaborazione tra un archeologo
e un fotografo entrambi celebri, che fu pubblicato nel 1936 22. Gli scavi tedeschi, ripresi nel
1934 su iniziativa del Führer nel quadro della preparazione dei Giochi del 1936, sono anch’essi
oggetto di resoconti regolari sulla rivista dell’Istituto archeologico tedesco di Atene, ma anche
di una piú ampia pubblicità sulla stampa SS. Gli scavi condotti a Olimpia sono infatti affidati a
un giovane archeologo, Hans Schleif, che dal momento del suo ingresso nell’Ordine nero, nel
1935, può beneficiare di un notevole miglioramento della sua carriera e dei suoi emolumenti,
fino ad allora molto stentati 23. I lavori di Hans Schleif sono divulgati dal settimanale «Das
Schwarze Korps», che nel 1936 pubblica trionfalmente il plastico del sito di Olimpia realizzato
dall’SS-Unterscharführer:

Nel luogo in cui, 3500 anni fa, in onore del re Pelope, conquistatore nordico, sulla penisola
del Peloponneso che porta il suo nome, si svolsero giochi solenni, corse e gare attorno al tumulo
funerario, è stato consacrato il santuario di Olimpia. Nel quadro dell’esposizione Sport der
Hellenen organizzata dai musei di Berlino, l’SS-Unterscharführer Dott. Ing. Hans Schleif,
autore a sua volta di scavi a Olimpia accanto a Wilhelm Dörpfeld, ha realizzato questo plastico,
il piú preciso possibile, del santuario 24.

Due anni dopo, nel 1938, due pagine di reportage e di bilancio di «Schwarze Korps» sono
dedicate al tema Olimpia: gli scavi del Führer, scavi diretti da Hans Schleif 25.
Questa promozione della parentela ellenico-germanica è diffusa dalla parola ufficiale,
ampiamente trasmessa dalla stampa. Abbiamo visto che la copertura degli eventi sportivi, dei
luoghi e delle cerimonie sul «Völkischer Beobachter» è abbondante. Anche il Comitato
organizzativo dei Giochi di Berlino fa pubblicare un giornale dei giochi, l’«Olympia-Zeitung» 26,
quotidiano speciale che esce dal 21 luglio al 17 agosto 1936 e che propone, oltre a una cronaca
molto seguita degli eventi sportivi, ricchi reportage sull’arte e la cultura greche, resoconti
dettagliati e illustrati del percorso della fiamma olimpica e delle varie manifestazioni collegate
allo svolgimento dei giochi.
L’«Olympia-Zeitung», in un articolo intitolato Ieri, 600 anni fa / 2000 anni fa, invita pertanto i
suoi lettori a recarsi a due mostre sulla storia dello sport in Occidente. L’articolo promuove la
mostra Esercizi fisici tedeschi medievali attraverso il testo e l’immagine 27 e la mostra Sport der
Hellenen, inaugurata a Berlino il 29 luglio 1936. Queste due manifestazioni, collegando la
pratica medievale tedesca alla cultura greca, aggiungono alla dimostrazione della parentela
ellenico-germanica un abbondante materiale di immagini e di realia. Gli organizzatori di questa
mostra, mossi da un assillante scrupolo pedagogico, illustrano materialmente il legame, ripetuto
con tono martellante, tra la Grecia antica e la Germania nazionalsocialista, mostrando al
pubblico riproduzioni di coppe e di vasi greci su cui vediamo discoboli con dischi ornati dalla
croce uncinata. Ecco dunque la prova, attraverso l’immagine, l’oggetto e il simbolo, dell’identità
indogermanica dei greci che, come attesta il loro uso della svastica, possono essere eretti a
precursori naturali del movimento nazista, secondo quanto avevano già dimostrato Theobald
Bieder in una monografia del 1933 dedicata a questo simbolo 28 e Alfred Rosenberg nel suo Il
mito del XX secolo. Queste riproduzioni compaiono in gran parte nel catalogo dell’esposizione,
come nelle illustrazioni di un’opera collettiva, dal titolo Sport und Staat, pubblicata nel 1935 in
preparazione dei giochi.
Vediamo cosí che la parentela ellenico-germanica viene esaltata e celebrata attraverso diversi
vettori: le esposizioni già menzionate, oltre al manifesto ufficiale dei Giochi estivi del 1936, che
rappresenta un atleta greco con la fronte incoronata d’alloro, con lo sfondo della Porta di
Brandeburgo, ma anche l’architettura dorica dello stadio olimpico disegnata da Werner Marsch
per Berlino.
Il nome da attribuire a questo stadio ha per altro dato luogo a una disputa, cosí come il
principio stesso dei Giochi olimpici era stato oggetto di dibattito tra i nazisti 29. La querelle del
battesimo è un esempio fra tanti altri del ruolo cruciale che la questione degli studi umanistici e
del loro posto rivestiva per l’onore e per l’identità nazionale tedesca. I dibattiti che divampano
dopo il 1933 sul ruolo degli studi umanistici e sulla presenza che i germanisti, nella storia come
nelle lettere, contestano ormai con forza ai classicisti ricordano per molti aspetti, nei conflitti di
potere che celano, ma anche nelle poste in gioco della definizione identitaria e culturale che
suscitano, la querelle degli antichi e dei moderni nella Francia del XVII secolo. Il primo episodio
era stato quello della querelle delle iscrizioni: come si dovevano intitolare e quale legenda si
doveva assegnare ai quadri della Galleria degli Specchi di Versailles? In latino o in francese? Gli
antichi raccomandavano al re e al suo palazzo la dignitas ieratica, la nobiltà composta del
latino, i moderni si schieravano per una consacrazione epigrafica della lingua francese.
Anche il Terzo Reich ebbe, nel 1936, la sua querelle delle iscrizioni: come doveva essere
battezzato lo stadio olimpico di Berlino, costruito per i Giochi del 1936? Con un nome greco o
tedesco? Wilhelm Frick, ministro dell’Interno del Reich e, come tale, membro del Comitato
organizzativo dei Giochi, redige una dichiarazione «relativa all’introduzione di un nome tedesco
per lo stadio e il forum degli sport»:

La nuova installazione è edificata come un’arena per i combattenti d’élite di tutti i popoli.
Inoltre, lo stadio e il forum degli sport saranno luoghi in cui i ragazzi e le ragazze tedesche
saranno educati a diventare uomini e donne energici. Ritengo come piú degno di questo grande
compito patriottico dare a queste sedi di lotta e di esercizio nomi tedeschi anziché nomi greci o
latini 30.

Frick propone pertanto di battezzare lo stadio Deutsche Kampfbahn, arena tedesca di lotta.
Trovandosi davanti all’opposizione di Goebbels, piú favorevole a un nome all’antica, Frick si
rivolge allora alla Cancelleria del Reich per chiedere l’arbitrato del Führer. In una lettera datata
22 gennaio 1936 indirizzata a Lammers, segretario di Stato e capo della Cancelleria, Frick
espone il suo contrasto con il ministro della Propaganda che ha proposto il nome grecizzante di
Olympia-Stadion, ricordando che il primo stadio costruito a Grunewald per i Giochi, mai
realizzati, del 1916 aveva avuto fino a quel momento il nome di Deutsche Kampfbahn. Frick
richiede una decisione urgente, in quanto il battesimo dello stadio s’impone prima di cominciare
a stampare documenti e biglietti d’ingresso, e l’intervallo prima dell’apertura dei giochi è di soli
sei mesi 31.
La risposta non si fa attendere. La decisione del Führer è comunicata a Frick due giorni dopo,
con una lettera del 24 gennaio 1936: «Il Führer desidera che il Grande Stadio riceva il nome di
Olympia-Stadion» 32, optando cosí per quanto di piú greco esista. L’Hitler amante dell’antico
interviene dunque a risolvere a favore degli antichi contro i moderni la querelle del battesimo. I
«moderni» germanizzanti non abbassano per altro la guardia: il settimanale SS «Das Schwarze
Korps» utilizza l’espressione «arena di combattimento dell’ambito sportivo del Reich
(Kampfbahn des Reichssportfeldes)» 33, perifrasi contorta e marziale che permette di designare
lo stadio olimpico mediante una circonlocuzione che maschera il greco.

Giochi in abiti greco-romani: la grande messa in scena della parentela ellenico-germanica.

Hitler vuole infatti che i giochi si svolgano in abiti greco-romani. Lo stile architettonico
prescelto è di un rigoroso neoclassicismo, e lo stadio è affiancato da una Freilichtbühne alla
greca, un anfiteatro descritto dal «Völkischer Beobachter» come un «antico teatro» 34 e
destinato ad accogliere coregie all’aperto, ultima e prestigiosa realizzazione del programma
nazionale dei Thingstätten 35. Il 9 e il 16 agosto 1936, nel quadro della Dietrich-Eckhardt-Bühne,
viene messo in scena l’Herakles di Händel, opera di tema greco scritta da un compositore
tedesco, su un eroe celebre per le sue prodezze fisiche, ma anche per il legame che incarna fra
il Settentrione indogermanico e il Mediterraneo nordico: Ercole che è, secondo l’«Olympia-
Zeitung», l’«eroe fisicamente piú impressionante dell’Antichità», che già Tacito legava alla
Germania 36, e non solo un eroe nordico, ma anche colui che «ha introdotto i giochi riportando
la corona d’alloro dalle rive del Danubio, cosí che, già a quell’epoca, i paesi nordici erano legati
alla festa olimpica» 37. La giornalista descrive l’atmosfera «fantastica» della rappresentazione in
questi termini:

Veniamo trasportati nell’Antichità greca. I nostri sguardi passano oltre i musicisti e la musica
sembra provenire da nessun luogo. A occupare la scena non sono attori, ma Eracle in persona e
noi condividiamo, con empatia, il suo destino 38.

Nello stesso momento, il 3 agosto 1936, e sempre in onore dei giochi greci, lo Staatliches
Schauspielhaus di Berlino mette in scena l’Orestea di Eschilo, elogiata dal critico del
«Völkischer Beobachter» per la «superba dea nordica» 39 Atena 40.
Cosí come la corsa a staffetta, la messa in scena dell’Herakles di Händel fa parte delle
cerimonie che, durante i giochi, rappresentano con i costumi e le scenografie la prossimità della
Germania contemporanea all’antica Grecia. Tra queste cerimonie, dobbiamo ricordare il fatto
che Hermann Göring riceva i rappresentanti delle diverse delegazioni nazionali ai piedi dell’Ara
di Pergamo, nell’Altes Museum di Berlino, iniziativa riportata dal «Völkischer Beobachter», con
tanto di servizio fotografico 41. Vi possiamo vedere i gradini dell’ara occupati da ragazze
rivestite di drappi all’antica, oltre che da ragazzi atteggiati ad arcieri, con quel gusto spiccato
per il kitsch in costume che ha caratterizzato anche altre cerimonie, come l’accensione e la
partenza della fiamma tra le rovine di Olimpia. L’«Olympia-Zeitung» ha dedicato la sua
copertina e un intero reportage fotografico alla sfilata di tredici ragazze vestite all’antica che
accompagnavano il tedoforo sotto il sole greco 42.
Al momento dell’accoglienza delle delegazioni, all’Ara di Pergamo, Bernhard Rust celebra, nel
suo discorso, il carattere sacro dell’Olimpiade berlinese, rito funerario e memoriale cosí come lo
erano i giochi greci: «I moderni Giochi olimpici hanno ritrovato le loro radici piú profonde», in
quanto costituiscono un culto reso ai morti della Grande Guerra, la cui «vita è passata in un
mondo nuovo, quello del mito, che comincia a penetrare e a fecondare il nostro pensiero, cosí
come i greci, all’apice della loro civiltà, sono vissuti dello spirito del mito» 43.
Oltre a queste grandiose cerimonie ufficiali di accoglienza e oltre le mostre d’arte correlate ai
giochi, molte altre manifestazioni piú circoscritte hanno il compito di ricordare che il Terzo
Reich resuscita, in occasione dei giochi, la Grecia antica, come accade con l’esposizione
temporanea di due gruppi di nudi all’antica dello scultore Encke, sulla Pariser Platz, davanti alla
Porta di Brandeburgo, a cui il «Völkischer Beobachter» fa pubblicità 44.
L’ultimo grande vettore di promozione di questa parentela ellenico-germanica è il cinema. Il
film olimpico di Leni Riefenstahl esalta, nel suo prologo, il corpo glorioso dell’atleta tedesco,
resurrezione del corpo antico. Una volta acquisito il principio dell’organizzazione dei Giochi
olimpici, il ministero per l’Educazione del popolo e della Propaganda assegna l’incarico di due
film, uno per i Giochi invernali a Garmisch-Partenkirchen, che sarà intitolato Giovinezza del
mondo, e l’altro per i Giochi estivi a Berlino. Il primo è affidato a Hans Heidemann,
Reichsfilmdramaturg e vicepresidente della Reichsfilmkammer, il secondo a un’altra eminenza
del cinema tedesco dell’epoca, appunto Leni Riefenstahl, molto apprezzata da Hitler per i suoi
Bergfilme degli anni Venti e per il suo capolavoro, Das blaue Licht, grazie ai quali aveva
ottenuto il compito di realizzare tre Reichsparteitagsfilme dal 1933 al 1935 45. Dotato di mezzi
considerevoli, girato su 400 chilometri di pellicola, Olympia, composto da due parti, viene
proiettato in occasione del compleanno del Führer il 20 aprile 1938, ottenendo il piú alto
riconoscimento cinematografico del Terzo Reich, il Nationaler Filmpreis.
Le prime scene di Olympia sono eloquenti. Tra le rovine di Olimpia, la cinepresa filma statue
di atleti greci che, a poco a poco, si animano e si slanciano sulla strada verso Berlino, in una
corsa a staffetta che porterà la fiamma olimpica fino alla capitale del Reich. Il prologo di Leni
Riefenstahl vuole essere un’allegoria del rapporto che i nazisti pretendono di avere con la storia
greca: come il nazismo, la cinepresa restituisce vita alla pietra che ha fissato per i secoli
quell’immagine della bellezza nordica compiuta che è il Discobolo di Mirone: «Nel Prologo […]
l’ideale della forma classica si distacca [dal suo piedistallo] con la sua realizzazione vivente da
parte dell’atleta odierno» 46, commenta la regista.
La posa del discobolo fissato in una concentrazione intensa e pietrificata si prolunga nel
movimento del lanciatore di peso dell’atleta vivente: la pietra greca si anima e diventa carne
tedesca in una dissolvenza incrociata che celebra la continuità nordica. Per questa famosa
scena, Leni Riefenstahl si era rivolta al celebre decatleta tedesco Erwin Huber, dal corpo
glabro, abbronzato e tornito, che non mostra alcun segno di fatica o di sudore, e dunque non
lascia trasparire alcun segno di natura umana sublunare. Scultoreo, e reso simile a una statua,
il corpo di Huber è filmato con una inquadratura dal basso, come in precedenza il discobolo:
cosí come l’opera di Mirone era il modello dell’atleta contemporaneo, allo stesso modo l’atleta è
il modello di riferimento proposto alla contemplazione e all’imitazione dello spettatore.
Il prologo del film della Riefenstahl mette dunque in scena e in immagini il dialogo
transecolare dei corpi di pietra greca e di carne tedesca, ma introduce anche al colloquio degli
edifici. Le immagini girate tra le rovine antiche introducono infatti a quelle dello stadio olimpico
di Berlino, grandioso edificio neoclassico che accoglie la fiamma olimpica dopo la sua traversata
dell’Europa dal Sud al Nord: il gigantesco edificio neodorico della capitale tedesca fa eco alle
rovine di Olimpia, che l’architettura nazista accoglie come legittima e degna eredità. Per legare
i due poli dell’olimpismo, il santuario greco e Berlino, il ministero della Propaganda immagina
di organizzare la corsa a staffetta della fiamma olimpica.

La corsa a staffetta della fiamma olimpica, metafora del legame tra ellenicità e germanità.

Nell’Antichità, per tutta la durata dei Giochi panellenici, un fuoco sacro era acceso sull’altare
di Estia nel pritaneo di Olimpia. La prima fiamma olimpica dei Giochi contemporanei è stata
accesa, secondo la volontà di Pierre de Coubertin, nello stadio di Amsterdam per i Giochi
olimpici del 1928. È stata poi ripresa durante i Giochi di Los Angeles nel 1932, ma l’idea di una
corsa a staffetta della fiamma olimpica si deve agli organizzatori tedeschi dei Giochi di Berlino,
in particolare a Carl Diem, che nel 1937 pubblica un breve testo 47 in cui spiega di aver voluto
fare della corsa a staffetta una metafora del legame (Verknüpfung) tra antichità e modernità,
tra ellenicità e germanità. L’idea seduce Goebbels, convinto che essa consenta di simboleggiare
concretamente il legame fisico diretto che unisce la Grecia antica al nuovo Reich. Nonostante le
circostanze della sua nascita e della portata simbolica che rivestiva, la corsa a staffetta della
fiamma olimpica sarà conservata dal Cio anche dopo la guerra, ed è celebrata, ancora oggi,
come una festa a cui si dà grande risonanza.
La proposta di Diem fu accolta dal Cio durante la sessione ateniese del 18 maggio 1934 48.
Uno dei suoi membri, Jean Ketseas, amico di Diem, ha suggerito in quella sede di accendere il
fuoco alla maniera antica, secondo il rito descritto da Plutarco nella sua Vita di Numa Pompilio.
Ecco dunque che nel 1936 la fiamma viene accesa a Olimpia «come nell’Antichità», secondo le
parole entusiaste di un corrispondente tedesco dell’«Olympia-Zeitung»:

Nell’antico stadio, nell’area consacrata, viene acceso il fuoco olimpico […]. Imitando
l’Antichità, i greci accendono la loro fiamma olimpica nello stesso modo in cui gli antichi greci,
secondo la descrizione di Plutarco, facevano sorgere il loro fuoco sacro 49

per irradiazione dei raggi solari attraverso uno specchio concavo prodotto dal laboratorio ottico
tedesco Zeiss, mentre la fiaccola è disegnata secondo modelli antichi. Walter Lemcke, scultore
che realizza anche la campana dello stadio di Berlino, s’ispira a modelli, trovati da Diem e
Lewald, di colonne a forma di fiaccola al museo di Eleusi, e di un bassorilievo attico del palazzo
Colonna, a Roma. Questa abbondante documentazione sulle fiaccole è raccolta da Alfred Schiff,
direttore amministrativo della Scuola superiore di educazione fisica (Hochschule für
Leibesübungen), in occasione della mostra Sport der Hellenen. La realizzazione della torcia in
acciaio V2A-Nirostal è a cura delle officine Krupp.
Il Fackelstaffellauf è preparato nei minimi dettagli dall’Organisationskomitee. Il direttore
della Sportabteilung, Werner Klingeberg, procede personalmente a un sopralluogo
sull’itinerario, compiendo il percorso al volante di una Daimler-Benz messa generosamente a
disposizione dalla compagnia automobilistica, a titolo di mecenatismo.
L’accensione della fiamma a Olimpia, il 20 luglio 1936, e il suo percorso, sono accompagnati
da numerosi giornalisti oltre che dall’équipe della Riefenstahl, che decide di girare nuovamente
la scena dell’accensione per eliminare accuratamente ogni elemento anacronistico, grossolano
o ridicolo che potrebbe venire ad alterare il carattere ieraticamente antico della scena. La
copertura da parte della stampa è massiccia: il «Völkischer Beobachter» del 22, 23 e 24 luglio
1936 dedica ogni giorno un’intera pagina ad articoli e fotografie dell’accensione, alla partenza e
ai primi chilometri della fiamma 50, seguendo poi il percorso della staffetta con articoli giorno
per giorno.
Per dodici giorni, su 3075 chilometri, 3400 corridori si scambiano la fiamma olimpica, fino al
suo arrivo a Berlino il 1º agosto 1936, per l’apertura ufficiale dei giochi, dopo che è passata
attraverso la Bulgaria, l’Austria, la Cecoslovacchia ed entrata sul territorio tedesco del futuro
Altreich, il 31 luglio, tramite un villaggio frontaliero dal nome – non inventato a proposito – di
Hellendorf, un toponimo fatto apposta per illustrare la stretta parentela fra greci e tedeschi.
La corsa della fiamma olimpica che, accesa tra le rovine della città dei giochi, arriva a
illuminare la coppa dello stadio di Berlino, materializza in modo visibile e concreto la
proclamata parentela tra i greci dell’Antichità e i tedeschi contemporanei, affermando mediante
il cerimoniale una continuità dagli uni agli altri simile, nell’ispirazione, al corteo dell’arte
tedesca a Monaco, che fa sfilare i carri delle diverse epoche dell’arte tedesca cominciando con
la statua di Pallade Atena.
Il legame fisico creato da questa corsa tra due città, Olimpia e Berlino, esprime
metaforicamente il legame indissolubile del sangue, che trascende la distanza spaziale e
temporale. La corsa a staffetta fa dei tedeschi contemporanei i degni e puri eredi di un sangue e
di uno spirito razziale cosí ben incarnato un tempo dai greci dell’Antichità, spingendo il legame
di parentela verso una quasi-filiazione: la Germania originaria ha generato la Grecia, ma i greci
antichi sono un po’ i padri della Germania odierna, che si sforza di imitarli per ritrovare
l’armonia di uno spirito limpido e di un corpo perfetto cosí fedele allo spirito indogermanico. La
corsa della fiamma è quella del genio razziale sull’asse lineare e progressivo del tempo, il
processo del Geist e del Blut razziali sull’asse cronologico che collega greci e tedeschi.
Il simbolismo del fuoco ricorda inoltre la figura di Prometeo, metafora dell’ariano nel Mein
Kampf, oltre al rituale antico del fuoco sacro. Nell’Antichità, ogni creazione di colonie implica la
necessità di trasportare una fiamma dal focolare civico alla nuova città. Il fuoco delle vestali è
stato introdotto nel Lazio da Enea che, significativamente, aveva lasciato Troia solo portando
sulle spalle suo padre e avendo in mano la fiaccola della città. Con la loro messa in scena della
corsa a staffetta, i nazisti ripetono il rito sacro della translatio igni, simbolo materiale e
concreto della translatio imperii et studiorum operata dalla Grecia alla sua degna erede
indogermanica, la Germania.

Paideia greca e educazione tedesca: der volle Mensch.

L’organizzazione dei Giochi olimpici ha dunque una duplice funzione di propaganda: vetrina
del regime per i visitatori e gli atleti di tutto il mondo, i giochi devono funzionare come messa in
scena memoriale del legame esistente tra la Grecia antica e la Germania contemporanea.
I giochi sono tanto piú un «compito nazionale» in quanto devono ancorare nello spirito e nel
corpo del popolo tedesco una risoluzione volontaria e una piú ferma inclinazione verso la
pratica regolare dello sport. Gli organizzatori dei giochi si prefissano lo scopo di creare un
movimento di pratica sportiva sul lungo termine, e non solo una breve esaltazione limitata al
tempo circoscritto di una sola estate. Come proclama il libro ufficiale degli organizzatori: «È
[per noi] un dovere non meno importante quello di radicare una pratica duratura e perenne
dell’esercizio fisico tra tutto il popolo tedesco» 51. Lo spiega anche una dichiarazione congiunta
di Goebbels, Frick e del Reichssportführer Von Tschammer und Osten: «Noi tedeschi ci siamo
accontentati a lungo di prevalere nell’ambito dello spirito» per diventare «la nazione dei poeti e
dei pensatori». Le contingenze del mondo reale, tuttavia, sono tali per cui «l’educazione del
corpo deve trovare il suo posto accanto alla formazione dello spirito» 52: la patria dei Dichter
und Denker, atleti dello spirito, è anche quella degli atleti del corpo.
I giochi sono l’occasione per esaltare e promuovere un tipo umano che abbia raggiunto la
perfezione, quello dell’uomo completo, che ha superato l’uomo scisso, diviso, amputato,
dell’educazione tradizionale, eccessivamente intellettuale, e che ha disprezzato troppo il corpo.
Il tema della completezza, del compimento dell’uomo greco ricorre ossessivamente nella
letteratura e nella stampa dell’epoca. I giochi, «obbligo nazionale» sono anche «un obbligo per
te», camerata del popolo, l’obbligo di praticare regolarmente un esercizio fisico che correggerà
e perfezionerà il tuo corpo:

Il giovane greco nato dalla classe degli uomini liberi che si recava a Olimpia era idealmente
sportivo, cantore, danzatore, guerriero e contadino, il tutto in un solo uomo. Noi avvertiamo
doppiamente il bisogno di un tale modello da quando il nazionalsocialismo ha risvegliato in noi
il desiderio di far rivivere la totalità della vita e di liberarci da […] l’intellettualizzazione
generale 53.

I greci hanno infatti incarnato il desiderio, profondamente nordico, di «trovare l’unità


perfetta tra il corpo e l’anima» 54, per fare in modo che «il corpo sia un tempio per uno spirito
volitivo e nobile» 55, un’idea che «è stata a lungo sopita nel flusso del nostro sangue» 56 prima di
essere risvegliata dal nazionalsocialismo e attualizzata dalla pratica dello sport.
Da convinto anticristiano, Rosenberg nel suo proclama del 17 luglio 1936 fustiga le «vecchie
teorie che si sono sforzate, nei secoli passati, di strappare l’anima e lo spirito dal corpo»: Seele,
Geist e Körper, una sana «trinità» che è necessario «predicare» 57 nuovamente contro la santa
Trinità astratta e mortifera dei nemici del corpo. Nella stessa edizione del «Völkischer
Beobachter», un articolo commenta a lungo il passo del Mein Kampf in cui Hitler celebra
l’«ideale di bellezza greco» 58:

A partire dalla trinità armonica fra il corpo, l’anima e lo spirito, il greco ha creato l’ideale
desiderabile dell’uomo completo. La cultura e la cura del corpo, la nobiltà dell’anima avevano
in Grecia gli stessi diritti, ed è dalla sintesi di questi tre fattori educativi che procede la figura
ideale del kalos kai agathos 59.
L’educazione greca, come la nuova educazione tedesca, mira dunque semplicemente a far sí
che si formi una gioventú «fisicamente forte, intellettualmente vivace e moralmente sana» 60.
L’uomo completo, il voller Mensch, in rottura e in opposizione nei confronti dell’uomo
fisicamente amputato del monachesimo orientale-ellenistico e del Medioevo cristiano, è dunque
unanimemente celebrato dai baroni intellettuali e dai gerarchi politici del Reich. Nel pieno della
campagna di stampa olimpica, il «Völkischer Beobachter» ritorna su questo tema citando
Bernhard Rust, ministro dell’Educazione del Reich che, in occasione dell’apertura del
Congresso internazionale dello sport giovanile, celebra l’«uomo armonioso», l’«uomo concepito
come totalità» 61, di cui la scultura greca ci offre un’immagine cosí sublime. Tale insistenza
richiama la celebrazione dell’uomo totale greco e dell’educazione greca come sintesi riuscita
tra il musisch e il gymnisch da parte dei due principali teorici della nuova pedagogia sotto il
Terzo Reich, Ernst Krieck e Alfred Bäumler 62.
Questa celebrazione di una paideia greca che forma l’uomo nella totalità della pienezza
spirituale e fisica viene orchestrata anche dal settimanale delle SS, «Das Schwarze Korps», in
un articolo del 1935 dedicato ai Giochi olimpici greci:

«I greci dell’Antichità educavano in modo esemplare il corpo alla bellezza e al movimento,


ma non dimenticavano di approfondire la formazione del loro spirito. Mens sana in corpore
sano, una frase del poeta Giovenale, è il motto di ogni educazione nell’Antichità» 63, una
«duplice educazione» che era affidata allo Stato attraverso i «ginnasi pubblici» 64.

L’orizzonte ultimo della pratica dello sport, oltre la salute dell’individuo, la bellezza della
razza e il vigore della comunità del popolo, resta l’agon supremo e vitale, non piú sportivo, ma
guerriero, in quanto il primo è solo una propedeutica al secondo. Già in Grecia, la pratica
indogermanica dello sport mirava ad agguerrire il corpo per prepararlo all’affrontamento
guerriero. L’esercizio fisico regolare, secondo Solone, citato da una pubblicazione ufficiale del
Comitato organizzativo dei Giochi del 1936, permette di assicurare «la libertà dell’individuo,
l’autonomia e il benessere della patria» 65.

Il corpo glorioso della razza e la sua antitesi.

La celebrazione del corpo greco non si limita al solo tempo dei giochi. L’arte ufficiale del
regime concepisce se stessa come imitazione della tanto celebrata statuaria greca. Le sculture
di Arno Breker e di Josef Thorak rappresentano maschi atleti e virili guerrieri, nudi e vigorosi,
secondo i canoni dell’arte greca, incrociati tuttavia all’aggressività tutta bellicosa che il regime
intende promuovere.
L’arte ufficiale nazista mira a rendere visibile il canone fisico elevato a norma, a campione
della nuova razza da produrre. Si definisce inoltre per contrasto e in opposizione a un altro tipo
di manifestazione fisica, quella del non-ariano. Nel corso dell’esposizione Le Juif éternel,
organizzata a Parigi nel 1941, una statua di Breker, che rappresenta un atleta nudo, troneggia
al centro di calchi e fotografie di corpi ebrei, come criterio di misura, come riferimento estetico
e antropometrico, che mira a rendere stridente il contrasto tra la bruttezza ebraica esibita e la
bellezza ariana 66.
Il tipo corporale ariano, infatti, non può concepirsi senza un controtipo che ne esalti e ne
accentui la bellezza. Mancando ogni conoscenza del Dna e dunque ogni possibilità di una seria
indagine genetica 67, il XIX secolo e l’inizio del XX definiscono una razza attraverso criteri
puramente fenomenici. La razza è fondamentalmente un sangue, scevro di ogni mescolanza, un
colore, e un corpo, un corpo che è il testimone immediato e necessario della purezza o della
mescolanza razziale. La miscela razziale, il crimine razziale, si legge sulla fenomenalità del
corpo. Il corpo la esprime e la dà a vedere: un Mischling porta necessariamente sul suo corpo le
stimmate dell’infamia razziale (Rassenschande) e della degenerazione (Entartung o Ausartung).
Il controtipo dell’ariano è l’alterità che è immediatamente presente agli occhi dei nazisti. Si
tratta dell’ebreo. Il nero è piú lontano. Contamina e corrode la Francia coloniale, in via di
negrificazione 68, e gli Stati Uniti, ma risparmia la Germania: Hitler gli dedica solo rapide
allusioni, anche se i nazisti sono assillati dalla questione dei Rheinlandbastarde, figli illegittimi
di fucilieri francesi neri stanziati nella regione del Reno durante l’occupazione della Ruhr. Il
problema dell’ebreo, del controtipo ebraico, è dato dal fatto che la sua alterità non è
necessariamente visibile, che il suo corpo non sempre reca il marchio della sua differenza.
L’ebreo tedesco è spesso ben integrato socialmente, e non si distingue piú nemmeno per
l’aspetto degli abiti: è invisibile, inafferrabile. Il nazismo si sforzerà dunque di renderlo visibile,
per offrire all’ariano il controtipo fisico che definirà per contrasto la sua eccellenza e la sua
bellezza.
I nazisti definiscono quindi criteri antropometrici, ritenuti tali da differenziare l’ebreo dagli
ariani. L’antropometria nazista riprende cosí il logoro stereotipo, ereditato dall’antigiudaismo
cristiano, del naso ebraico adunco, all’opposto del naso greco diritto 69. La definizione di questi
criteri si basa su una già consolidata tradizione di antropometria 70, nata nel XIX secolo. Essa è
affidata a medici SS dell’Ufficio della razza e della colonizzazione (RuSHA) creato nel dicembre
1931 71.
Il razziologo Ludwig Schemann si meraviglia e si rallegra di incontrare il fenotipo nordico in
una qualsiasi storia dell’arte greca:

Si possono […] sfogliare centinaia e centinaia di riproduzioni greche senza incontrare


nient’altro che questa bellezza la cui opposizione al tipo semitico è diventata, a ragione,
proverbiale 72.

I nazisti illustrano il contrasto fra tipo e controtipo anche servendosi della riproduzione di
immagini di ebrei scelte espressamente per la loro bruttezza. Queste immagini mettono in
scena ebrei volutamente selezionati per le palesi differenze che possono mostrare. I film della
propaganda razzista dei nazisti, in particolare Der ewige Jude, realizzato nel 1940 da Fritz
Hippler, non mettono cosí in scena ebrei tedeschi ma ebrei del ghetto di Varsavia, abbigliati del
loro costume tradizionale, e provati dalle condizioni della loro penosa sopravvivenza. Le
angherie, la carestia, la malattia deformano e segnano i corpi, rendendoli adatti a suscitare la
repulsione del pubblico. I corpi famelici, spossati, i volti sporchi e mal rasati, dalle gote scavate,
devono produrre un’immagine visibile e viva della degenerazione corporale che gli ebrei, cosí si
crede, incarnano, e della minaccia che ogni mescolanza con la loro sotto-umanità rappresenta.
Il film Der ewige Jude assimila esplicitamente l’ebreo a un animale: si apre con la scena
ripugnante di un pullulare di ratti, che rinvia in tal modo all’idea che l’ebreo ha un’animalità
disgustosa, che lo esclude dall’umanità, e fa appello a una politica risoluta e salvifica di
derattizzazione. Ancor piú perverso e minaccioso del ratto, l’ebreo è spesso assimilato a un
verme, a un insetto o a un batterio. Nel film, la bruttezza ebraica è opposta alla perfetta e
armoniosa plastica delle statue greche, che appaiono in una sequenza in cui il commentatore
enumera i tesori culturali minacciati dalla barbarie semita.
Contro la decadenza e la perversione, contro l’avvelenamento del sangue e dello spirito, è
necessario ritrovare i canoni incontestabili di un’arte che sia pura espressione del genio
nordico. I nazisti, iconoclasti e autori dei roghi dei libri, scatenano la loro violenza contro una
cultura che reputano viziata e contagiosa, in nome di una cultura superiore, quella del genio
nordico, il cui canone è costituito dal trittico dell’arte greca, dell’arte medievale germanica e
dell’arte del Rinascimento italiano. Questa sequenza dell’eterno ebreo presenta «la concezione
della bellezza secondo l’uomo nordico», che fa sfilare opere greche, del Medioevo germanico e
rinascimentali sull’aria della Toccata di Bach prima che appaiano opere di arte degenerata su
un’aria dalla risonanza orientale molto marcata.
Questo confronto del tipo e del controtipo era già stato messo in scena nel corso di due
esposizioni famose, e concomitanti, a Monaco, nel 1937. Il 18 luglio 1937 è inaugurato il museo
dell’Arte tedesca, la Casa dell’arte tedesca, di cui Hitler aveva posato la prima pietra nel 1933.
Questo museo deve raccogliere tutte le creazioni del genio germanico contemporaneo, in una
Grosse Deutsche Kunstausstellung dove le opere sono inesorabilmente selezionate da una
giuria che Hitler in persona si compiace di presiedere. L’esposizione, sotto l’egida delle sculture
di Thorak e di Breker, consacra la bellezza del corpo ariano. L’indomani si apre, nella stessa
città, la mostra itinerante Entartete Kunst (L’arte degenerata). Significativamente, l’accento
cade sul corpo: il catalogo dell’esposizione presenta, su 57 riproduzioni, 52 immagini di corpi,
di corpi deformi e malati, deturpati dall’ansia, rosi dall’angoscia. La copertina, in particolare,
rappresenta una scultura di Freundlich, intitolata Der neue Mensch (L’uomo nuovo). La testa,
sfregiata dal vaiolo e orrenda, ha labbra prominenti e un naso camuso, occhi sporgenti e
obliqui, bozze frontali, tutti segni che rinviano alla negritudine e a una malattia mentale del tipo
del mongolismo. Il messaggio è esplicito: l’uomo nuovo dell’arte degenerata e della regressione
razziale è distante mille miglia dall’atleta solare e radioso esaltato dal nazismo. L’arte
degenerata, qualificata come bolscevismo culturale (Kunstbolschevismus), è interpretata come
il sintomo di un’alterazione mentale, dovuta a sua volta alla mescolanza razziale. Il catalogo si
compiace nel giustapporre opere d’arte e disegni di malati mentali 73, invitando espressamente
il lettore a distinguere l’opera d’arte dallo scarabocchio. Due opere di Oskar Kokoschka sono
cosí messe accanto a uno schizzo realizzato da un malato mentale: «Quale di questi tre disegni
è l’opera da dilettante dell’ospite di un manicomio? Eh no: è la prima, in alto a destra!» 74.
Ritroviamo qui la corrispondenza tra apparenza fisica, essenza morale e produzione dello
spirito. Per i nazisti, opere brutte e ripugnanti non possono dunque che essere prodotte da corpi
e da spiriti malati i quali, come le loro opere, presentano un rischio di contaminazione. Al
contrario, la produzione e l’esposizione di opere belle, la riproduzione di corpi belli
contribuiscono a generare una razza perfetta grazie a un fenomeno di ispirazione, addirittura di
duplicazione, che conferisce all’immagine un’efficacia performativa che ha a che fare con la
magia.
Per i nazisti, si tratta di ricostruire una razza ideale che era esistita nel passato, persino, al
limite, di costruire questa idealità razziale tentando di superare la perfezione estetica ed etica
di cui la pietra greca ha conservato l’immagine.

La resurrezione del canone antico.

Nel discorso pronunciato a Monaco, nel luglio 1937, per l’inaugurazione del museo dell’Arte
tedesca, Hitler si congratula per i progressi razziali del suo popolo, visibili nel corpo stesso dei
tedeschi i quali, secondo lui, tendono a raggiungere il canone antico:

La nostra epoca prepara l’avvento di un nuovo tipo di uomo. Notevoli sforzi sono realizzati in
innumerevoli ambiti per consentire al nostro popolo di rialzarsi, per rendere i nostri uomini, i
nostri bambini, i nostri giovani, le nostre ragazze e le nostre donne piú sani, piú forti e piú belli
[…]. Mai come oggi l’umanità è stata piú somigliante, spiritualmente e fisicamente piú vicina
all’Antichità 75.

Il mondo intero ha potuto contemplare questi corpi l’anno precedente, nel 1936, in occasione
dei Giochi olimpici di Berlino. Concepiti come il grande teatro della bellezza nordica, i giochi
sono stati la vetrina internazionale del regime, una parata della razza, la parusia di un corpo
glorioso e di un nuovo tipo d’uomo: hanno consentito l’esibizione di corpi puri e perfetti, creati
da un’esemplare politica eugenista e di selezione, quella dello Stato völkisch.
L’eugenismo di Stato mira alla palingenesi del canone razziale. Il riferimento all’Antichità è
fondamentale, in quanto la statuaria greca conserva l’immagine della norma. Hitler lo ripete un
anno dopo, a Monaco, nel 1938, nel discorso che pronuncia mentre riceve il Discobolo
Lancellotti 76, acquistato dai musei di Monaco per la somma di cinque milioni di Reichsmark,
secondo la volontà del Führer e con il benevolo assenso di Mussolini, in quanto ne era
proprietario lo Stato italiano. Nel suo discorso, il Führer esorta il suo popolo a diventare simile
a quello che egli considera il canone estetico della razza nordica, il modello da imitare:

Possiate trovare in esso un’unità di misura per i compiti e le realizzazioni del nostro tempo.
Possiate tendere tutti verso il bello e il sublime, perché il nostro popolo e la nostra arte
sostengono anche lo sguardo critico dei millenni 77.

Rispetto alla posterità, si tratta dunque di incarnare essi stessi il canone fisico nordico, in
quanto i tedeschi del Terzo Reich devono entrare nell’eternità al pari dei greci che hanno
lasciato loro in eredità l’immagine della perfezione. La copertura mediatica dell’evento,
accoglimento della statua e discorso di Hitler, insiste sul carattere fisicamente canonico del
Discobolo: i notiziari cinematografici del 20 luglio 1938 78 dedicano pertanto una lunga
sequenza alla bellezza plastica dell’opera, prima di soffermarsi sulla pratica contemporanea
dello sport con un reportage sui Reichswettkämpfe delle SA.
L’eugenismo nazista non si limita a escludere e ad annettere. Vuole anche educare i corpi alla
performance e alla bellezza. L’ideale greco della bellezza fisica è, ancora una volta,
determinante. In un discorso già citato, Hitler invita i suoi ascoltatori non solo a imitare la
bellezza del Discobolo di Mirone, ma anche a superarla. Nel 1937, Hitler constatava con
soddisfazione la prossimità dei tedeschi contemporanei all’ideale greco. Nel 1938, non si
accontenta piú di questo:

Fate in modo, tutti voi che visitate questa Casa, di recarvi alla Gliptoteca e di vedere fino a
che punto l’uomo, un tempo, era bello, quanto fosse bello il suo corpo. Non possiamo parlare di
progresso se non riusciremo a eguagliare questa bellezza. Ma non è tutto: dobbiamo, se
possibile, superarla 79.

L’impegno è ambizioso, ma Hitler è convinto che la politica risoluta di promozione dello sport
e dell’igiene razziale da parte del nazismo permetterà di portarlo a compimento da qui a un
secolo. Dopo aver fantasticato sulla fotografia di una «bella nuotatrice», affida ad Albert Speer
queste considerazioni:

Che splendidi corpi si vedono ai nostri giorni! Soltanto ora, nel nostro secolo, la gioventú
torna ad avvicinarsi, attraverso lo sport, agli ideali ellenistici. Quanto si trascurò il corpo nei
secoli andati! Da questo punto di vista, la nostra epoca culturale si differenzia da tutte le altre,
dall’Antichità in poi 80.

In che modo eguagliare, addirittura superare l’ideale di bellezza greco? Si dovrà scolpire la
materia vivente per ottenere un corpo che sia di «ispirazione greca», in quanto il «tipo greco
classico» è «il modello della mente sana in un corpo sano» 81. Dobbiamo essere noi stessi artisti,
conformare la carne del corpo, come gli artisti greci hanno un tempo dato forma a blocchi di
marmo.
Nello Stato razzista nazista, ogni individuo è investito della responsabilità di attribuire al
proprio corpo, attraverso lo sforzo, la piú bella e la piú vigorosa delle forme possibili. Questa
responsabilità trascende il solo benessere o la semplice bellezza individuale. Al di là
dell’individuo, il corpo, in virtú di un principio olistico, appartiene al popolo e alla razza o, come
afferma uno slogan nazista, al Führer. L’attività di perfezionamento individuale del corpo ha una
ripercussione sulla razza nel suo insieme 82.
Questa opera di perfezionamento fisico è realizzata sotto la direzione e il controllo dello
scultore capo, il Führer. La metafora del Führer-scultore, del Führer-artista, è corrente sotto il
Terzo Reich, come mostra un celebre disegno apparso su «Kladderadatsch» 83 nel 1933, che
rappresenta Hitler mentre plasma la carne dell’umanità per trasformare un’opera d’arte
degenerata in un guerriero alla Breker. Determinati e animati dal desiderio di cambiare il corso
della storia, i nazisti si compiacciono di assumere la posa del demiurgo e del creatore. Come
dice Joseph Goebbels:

La massa non è altro per noi che un materiale informe. È solo grazie alla mano dell’artista
che dalla massa nasce un popolo e dal popolo una nazione 84.

Goebbels lo ripete ancora piú esplicitamente in una lettera aperta a Wilhelm Furtwängler:

ci sentiamo artisti ai quali è stato affidato il compito, gravido di responsabilità, di forgiare dalla
rozza materia della massa la struttura solida e ben costruita del popolo 85.

Il Führer e lo Stato scolpiranno dunque la materia razziale del popolo tedesco con un occhio
fisso sul canone antico: dovranno scalpellare, tagliare, cesellare e levigare a partire dall’antico.
La bellezza antica rappresenta la norma della perfezione razziale, il campione tanto della
nobiltà quanto della bellezza del corpo nordico. Un opuscolo di formazione ideologica insegna
alle SS a valutare la nordicità del corpo contemporaneo paragonandolo alle rappresentazioni
del corpo greco o romano. Una doppia illustrazione già ricordata 86 rappresenta un giovane SS
fotografato di tre quarti direttamente a fianco di un profilo romano, a partire dalla convinzione
che il nordico contemporaneo corrisponda in modo evidente all’indogermanico romano 87.
Nello stesso libretto si offriva anche un’opposizione fra il tipo nordico e il controtipo semita
attraverso la giustapposizione di due ritratti del casellario giudiziario presentati come quelli di
due ebrei appositamente sporchi, arruffati e mal rasati, accusati di Rassenschande, di crimine
sessuale contro la razza, un’infrazione delle leggi di Norimberga, che vietavano loro ogni
relazione con donne ariane, e di una statua antica, con corpo e volto efebici e apollinei 88. La
giustapposizione tra i due ceffi patibolari e la serena armonia dell’efebo greco in
«atteggiamento di preghiera nordica» 89, e il semplice fatto di immaginare una qualunque
attività sessuale dei primi due in grado di contaminare il terzo, mira a provocare il disgusto del
lettore.

Dall’agon greco allo sport tedesco.

Il primo mezzo per la conformazione dei corpi è lo sport, la pratica fisica e agonale che è
stata trasmessa dalla Grecia, le sue palestre e i suoi Giochi olimpici. I Giochi olimpici, per altro,
hanno mostrato al mondo intero l’eccellenza del corpo tedesco rigenerato:

Competizioni sportive, gare, giochi irrobustiscono milioni di giovani corpi e ce li mostrano


sempre piú sotto una luce che non si conosceva piú da forse mille anni. Un nuovo tipo umano,
raggiante di bellezza, sta per crescere […]. Questo tipo d’uomo [lo abbiamo visto] apparire agli
occhi del mondo intero per la prima volta lo scorso anno, durante i Giochi olimpici 90.

Nel Mein Kampf Hitler dichiara senza esitare che il sistema educativo dello Stato razzista
deve essere un’impresa di produzione di corpi atletici, belli e resistenti. Hitler fustiga un
insegnamento tradizionale troppo orientato verso l’apprendimento intellettuale, un
insegnamento che produce cervelli senza corpo. La scuola tedesca ha dimenticato il modello
greco, anche se, nel nome di Gymnasium, ne rivendica la prestigiosa ascendenza. I greci
sviluppavano armoniosamente il corpo e lo spirito. I Gymnasien producono sapienti deformi,
eruditi fisicamente deboli:

Quello che oggi viene chiamato Gymnasium è una deformazione vergognosa del suo modello
greco. Nella nostra educazione abbiamo dimenticato che, in fondo, una mente sana non può che
albergare in un corpo sano 91.

Il sistema educativo tedesco ha dunque dimenticato i principî fondamentali dell’educazione: il


corpo deve essere sviluppato almeno quanto lo spirito. Uno spirito ipertrofico in un corpo
malato è solamente sintomo di degenerazione:

lo spirito sano e forte si trova solo nel corpo sano e forte. Il fatto che talora i geni furono di
corpo poco sano o magari infermo, non dice nulla in contrario: si tratta solo di eccezioni che,
come sempre, confermano la regola 92.

La priorità dell’educazione scolastica in uno Stato razzista spetterà dunque all’educazione


fisica, mirante «a educare corpi sani. Solo dopo, in un secondo tempo, viene lo sviluppo delle
capacità spirituali» 93. Hitler raccomanda la pratica quotidiana di due ore di sport come
minimo 94. Il sapere di tipo intellettuale è svalutato: è destituito e respinto come ingombrante,
nient’altro che un’inutile zavorra che paralizza l’istinto e anestetizza lo spirito di decisione,
sprofondando l’individuo nella passività di una contemplazione abulica e nell’apatia della fatica
intellettuale.
L’esaltazione dello sport è il ritornello del peana cantato alla gloria di un corpo che i nazisti
rivendicano di riscoprire dopo due millenni di alienazione giudaico-cristiana. L’attenzione rivolta
al corpo, e la dignità conferita al corpo nudo costituiscono altrettanti argomenti che vengono a
sostenere la tesi di una parentela nordica tra greci e tedeschi: la loro comune prossimità alla
natura, la loro assenza di distanza rispetto al corpo, la loro pratica del naturismo.
La Lebensreform della fine del XIX secolo aveva esaltato la libertà del corpo, il
riavvicinamento alla natura, l’igiene e la pratica dell’esercizio fisico per rompere con una civiltà
urbana e industriale giudicata spiritualmente malsana e fisicamente diffamante 95. A partire
dagli anni Venti, un ufficiale della Reichswehr, Hans Surén, interpretando nel modo piú puro lo
spirito della riforma della vita e il lirismo bucolico alla Wandervögel, è diventato il cantore
ispirato e lirico della pratica dello sport nudo, combinazione di una Fkk 96 tradizionale e
dell’educazione fisica e ginnica ispirata alla pratica militare. Autore di successo, vende 175 000
copie della sua opera principale, L’uomo e il sole. Lo spirito ariano-olimpico 97, pubblicata una
prima volta nel 1924 e riedita con prefazione all’epoca dei Giochi del 1936. Vi sviluppa la tesi
secondo cui l’uomo nordico è un essere solare, che vive in immediata prossimità e in totale
armonia con la natura. In una nudità che – una volta cadute tutte le artificiose barriere della
morale giudaico-cristiana e dell’abbigliamento, di una cultura ostile al corpo – gli consente di
raggiungere la magna mater alma di ogni vita. Surén definisce la razza nordica non solo
ricorrendo a un fenotipo fisico, ma anche – seguendo in questo Ludwig Clauss, inventore della
psicologia razziale – attraverso una psiche collettiva, uno spirito, che egli qualifica nel caso
specifico come ariano-olimpica. Questo spirito è fatto di «sole, natura e nudità» 98, una sintesi di
sport, di naturismo, di esposizione permanente all’aria e alla luce che già caratterizzava gli
antichi greci, «nostri antenati» 99. L’esempio dei greci è sviluppato nel corso dell’intera opera
per dimostrare la prossimità tra la razza nordica, la natura e il sole:

Amici, ricordate il tempo glorioso degli antichi germani e dei greci! Una pelle bruna era la
prima caratteristica che si richiedeva a un uomo, una pelle bianca era invece considerata
femminile 100.

Per restituire l’ardore della battaglia ai suoi uomini che stanno per cedere all’assalto dei
persiani, Leonida – come ricorda Surén – mostra loro i corpi nudi dei prigionieri persiani, «la cui
pelle bianca suscitò un effetto tale sui greci da farli ridere di quegli uomini effemminati, cosí
che ripartirono all’assalto pieni di coraggio contro il nemico superiore di numero, fino a
provocarne la disfatta quasi completa» 101. Gli antichi dunque, a differenza delle donne delicate
del XVIII secolo, non tenevano a preservare il candore immacolato della loro pelle nordica. Da
uomini completi, la esponevano all’aria e alla luce del lavoro e delle guerre, e disprezzavano le
carni adipose e bianche come alabastro dei persiani. Poiché «gli antichi amavano il sole piú di
tutto», e «le virtú terapeutiche del sole erano ben conosciute dai popoli del mondo antico (egizi,
greci e romani)» 102, i greci vivevano la maggior parte del tempo nel modo piú semplice e
naturale, senza avvertirne il minimo disagio: gli antichi greci e gli antichi germani «non sono
mai stati pudibondi. Il corpo nudo era naturale per loro, sacro e bello, una vera gioia» 103. I
giovani in particolare erano avvezzi «a una nudità in comune» 104, senza reticenze né falso
pudore. Surén cita a lungo Plutarco là dove descrive la coesistenza di ragazzi e ragazze di
Sparta che assistevano nudi alle cerimonie poliadi e cosí partecipavano alle prove sportive, allo
scopo di valutarsi ed emularsi reciprocamente. Si trattava inoltre di scegliere il compagno
adatto per procreare corpi belli in grado di costituire una razza sana e pura 105.
La condanna della nudità è sopraggiunta con l’irruzione in Grecia di una dottrina ostile al
corpo e alle cose terrestri, rivolta alla chimera di un ipotetico oltre-mondo e alla distruzione di
questo. Il cristianesimo asiatico e semitico ha distolto l’uomo nordico dal proprio corpo e dalla
comunione con gli elementi 106.
Questa condanna del cristianesimo e del suo disprezzo del corpo e del mondo è ricorrente tra
i nazisti, che in parte la prendono in prestito da Nietzsche. Per disarmare i barbari del Nord, i
semiti non hanno trovato niente di piú efficace del dogma del peccato originale e della
colpevolizzazione di tutto ciò che riguardava il corpo, quel corpo vigoroso e bello che fondava
l’identità e la fierezza della bestia bionda germanica. Come scrive Richard Darré, che richiama
ed esalta l’esempio della nudità spartana:

La razza nordica è sempre stata estranea a ogni negazione del corpo. Solo quando è sorta a
est l’ombra immensa di un’ascesi ostile alla bellezza, essa ha provocato, nell’Antichità,
un’eclissi della cultura 107.

Il corpo è allora diventato la detestabile matrice del peccato, peccaminosa materia carnale
che è ora necessario mortificare attraverso l’ascesi e la macerazione.
Il settimanale delle SS, «Das Schwarze Korps», esprime queste lamentele con due articoli
dedicati alla questione della nudità nell’arte e alla pratica del nudismo 108:

Ci fu un tempo in cui l’opposizione tra il corpo e l’anima costituiva la pietra angolare del
pensiero. La dogmatica cristiana del Medioevo, nella sua lotta contro una élite nordica cosí
attiva e felice di vivere, ha utilizzato l’idea orientale del peccato originale […]. Alla fine, la
concezione nordica ha avuto la meglio sull’universo medievale e cupo della colpa e del peccato.
Sappiamo, come avevano già compreso i greci e i romani, da bravi uomini nordici, che un’anima
sana non può che albergare in un corpo sano 109.

Contro un’epoca medievale e cristiana che erige a dovere l’odio di sé, i greci e i romani
consentono dunque di ritrovare le radici nordiche di una piena salute corporea e mentale.
Grazie al ricorso all’Antichità, è possibile riannodare la catena dei tempi, interrotta dal
cristianesimo, elemento non germanico, essenzialmente semitico. Si tratta di ritrovare quella
gioia semplice e immediata del corpo che era propria dei greci, e che è stata negata, rimossa,
condannata da un’ascesi malata oriental-semitica:

Il popolo nordico dei greci, a suo tempo aveva indicato le sole regole valide per una
rappresentazione del corpo della nostra razza. A partire dal momento in cui, nel Rinascimento,
il sentimento nordico della vita si è imposto contro l’oscurantismo monastico, le figure della
plastica classica sono apparse al mondo intero come le espressioni piú perfette della nostra
concezione del bello 110.

Surén descrive con emozione il modo in cui i greci, nel corso della settima Olimpiade,
inaugurarono la pratica dello sport olimpico nudo. Il passo, vera ipotiposi dal lirismo esaltato e
dall’omofilia 111 piú che latente, merita di essere citato:

I greci arrivano da ogni parte. Le toghe ampie e morbide scendono con grazia dalle spalle,
coprendo solo in parte i corpi. Le braccia nude, dorate dal sole, sono ben formate, anche tra i
sapienti che convergono verso lo stadio conversando in tono serio. Questi giovani dal corpo
superbo, per lo piú nudo, e abbronzato, trasmettono un’immagine felice. Gli occhi dei ragazzi
brillano di fierezza e della consapevolezza della loro forza in divenire 112.

La tradizione riporta che durante questi giochi il corridore Orsippo di Megara nel bel mezzo
della corsa si libera del suo perizoma, inaugurando la pratica della nudità sportiva. Le scene di
questo tipo abbondano nell’opera. Tutto questo permette a Surén di ricordare che «in Grecia si
sapeva quanto la cultura del corpo fosse legata alla vita, alla morte, alla prosperità di un
popolo» 113:

La nudità e la ginnastica sono da secoli all’origine della forza e della salute del popolo greco.
È da nudi che, ogni giorno, gli elleni si esercitavano nel ginnasio o in palestra 114.

È dunque necessario, per la salvezza della Germania e della razza nordica, di cui i tedeschi
contemporanei sono i soli e ultimi autentici rappresentanti, ritrovare lo «spirito vitale della
Grecia» che «è fondamentalmente uno spirito germanico. Entrambi derivano dalla stessa fonte
ariana» 115. Surén si permette di essere piú realista del re e di contestare la denominazione di
Giochi olimpici per i Giochi di Berlino dell’estate 1936. Se, infatti, «il vero spirito olimpico è uno
spirito ariano» 116, constatazione che è alla base del titolo dell’opera, allora «lo spirito olimpico
internazionale è una contraddizione in sé, poiché lo spirito olimpico non può essere che
ariano» 117, e solo la «razza nordica» 118 incarna questo spirito. Di conseguenza «sarebbe stato
meglio qualificare questi giochi internazionali non come Giochi olimpici, ma come giochi
sportivi mondiali, poiché è proprio di questo che si tratta. I Giochi olimpici dovrebbero essere
riservati ai popoli che hanno prevalentemente sangue nordico» 119: l’ospitalità olimpica lascia il
posto all’ostilità, l’internazionalismo di Coubertin all’esclusivismo della razza.
È arrivato il momento di ritrovare lo spirito ariano-olimpico, dato che, con l’ascesa al potere
dei nazisti, si è creata una congiuntura politica favorevole. La rinascita della Germania
presuppone una rinascita del corpo della razza nordica che è depositato nella memoria di pietra
della statuaria antica. Surén fa del modello greco, emerso dalle profondità del corpo e dello
spirito della razza, l’ideale regolatore del popolo tedesco a venire:

«La nostra epoca, oggi, è matura per una rinascita della germanità e dell’ellenicità grazie a
una pratica dell’esercizio fisico», in quanto la Germania prova una «profonda nostalgia per la
nobilitazione germanico-ellenica di tutto il nostro essere corporeo» 120.

Dallo sport alla guerra.

A questo punto si scivola dallo sport alla guerra, dall’estetico allo strategico, dal bello al
bellicoso. Lo sport ha certamente la vocazione di creare la salute e la bellezza. È dunque al
servizio dell’individuo e della razza. Ma serve anche il popolo e lo Stato, poiché l’orizzonte
ultimo dell’esercizio fisico è appunto la guerra. Il punto di riferimento utile è anche a questo
proposito, secondo Surén, il modello greco dell’educazione fisica di Stato:

A partire dall’ascesa al potere del nazionalsocialismo, viviamo in un’epoca d’azione. L’azione


esige da ogni nazionalsocialista che plasmi il proprio corpo secondo i precetti dello spirito
ariano-olimpico. Il grande legislatore Solone ha innalzato l’educazione ginnica al rango di
educazione di Stato. La ginnastica è diventata un dovere del cittadino, e oggi deve diventare un
dovere del popolo. Su di essa si fonda la prestazione non solo dell’atleta, ma anche del
soldato 121.

Solamente una tale educazione fisica di Stato permetterà al corpo della razza di rafforzarsi e
di protendersi verso la guerra: «Siate degli eroi, come lo erano i vostri antenati» 122, esorta lo
sportivo-ufficiale Surén, che vuole assistere all’avvento di figure atletiche, estetiche ed eroiche
«a imitazione dei nostri antenati di Grecia e di Germania» 123.
Göring presenta in questi termini un’opera dedicata ai Giochi olimpici del 1936:

L’avvento dell’uomo nazionalsocialista si ha solamente quando l’educazione dello spirito è


associata al rafforzamento del corpo, che deve essere simile all’acciaio […]. Che questa opera
possa fare appello alla gioventú tedesca e mostrarle che una disciplina ferrea, un’ambizione
disinteressata e lo spirito di gruppo sono i garanti di quella vittoria colma di onori che noi ci
aspettiamo da essa 124.

Lo sport è innalzato a imperativo individuale e politico. Produce corpi sani che saranno utili
alla comunità, nel lavoro della pace e nelle attività della guerra. Bisogna dunque irrobustire i
corpi, conferire loro la durezza, la resistenza e la plasticità dell’acciaio, quello delle macchine,
delle macchine da guerra: «Il ragazzo, dopo l’attività quotidiana, deve indurire il suo corpo,
renderlo simile all’acciaio» 125, scrive Hitler. La metafora dell’acciaio è onnipresente quando si
tratta di evocare gli esercizi del corpo. Lo sport che Hitler raccomanda piú di tutti, oltre la
ginnastica, è la boxe, che addestra alla resistenza, alla rapidità e all’aggressività, uno sport di
lotta che deve essere una propedeutica all’affrontamento della guerra 126. Il corpo prodotto,
fabbricato dalla zootecnica razzista del nazismo e dalla pratica dello sport è dunque, in ultima
analisi, il corpo del guerriero, un corpo tornito, duro, e freddo, scolpito non per le delizie della
contemplazione estetica, ma per l’ineluttabile orizzonte della lotta.
Il modello del corpo ariano è il corpo aggressivo del guerriero minaccioso e imponente, di cui
Breker è specialista, e i cui migliori esempi sono i due nudi che rappresentano l’uno il partito
(Die Partei), che impugna una fiaccola, l’altro l’esercito (Die Wehrmacht), riconoscibile dalla
spada, che dal 1937 accolgono i visitatori della Cancelleria del Reich, a Berlino. Oltre a queste
due realizzazioni, Breker aveva tracciato lo schizzo di modelli di bassorilievi destinati a ornare
gli edifici pubblici del futuro asse monumentale nord-sud che doveva costituire la spina dorsale
della nuova capitale del Reich, Germania. Breker immaginò una serie di nudi guerrieri, dalla
muscolatura in rilievo e ben sagomata, e il cui principio riprendeva una tematica antica. Questi
nudi dovevano essere rappresentati di profilo e fissati come archetipi dello spirito cameratesco,
delle rappresaglie, della partenza per la guerra, della vigilanza. La loro funzione è dunque
quella di altrettante allegorie delle virtú virili e militari dei cittadini della nuova Germania, virtú
marmoree ed eterne, emerse dal piú remoto passato della razza e rinvigorite dal
nazionalsocialismo. I progetti di Breker sono dominati dalla figura dell’oplita: i suoi nudi sono
per lo piú muniti del peplo greco, la cui rappresentazione dà luogo a effetti efficaci di
drappeggio, oltre che dell’hoplon, lo scudo rotondo del fante greco, e di un gladius, che, per la
sua forma e per il fodero, evoca maggiormente Roma. Il sincretismo greco-romano è evidente in
uno dei progetti di bassorilievo monumentale di Breker, Der Wächter, oltre che nell’abbozzo di
un fregio monumentale per la Soldatenhalle di Berlino, Auszug zum Kampf, imitazione evidente
del fregio del Partenone, ornato però da aquilae piú caratteristiche delle legioni romane. Questa
apparente confusione può sorprendere, ma la presenza concomitante di elementi greci e romani
non si deve né a inavvertenza né a ignoranza dell’artista. Dobbiamo piuttosto pensarla come
intenzionale e significativa: mescolare in tal modo il greco e il romano permette la
rappresentazione sintetica di un’umanità germanico-nordica vista sotto la luce sincretica
dell’unità della sua razza, astorica e ageografica; opliti e legionari, greci e romani si fondono e
si confondono per mostrare l’archetipo eterno del guerriero nordico che la nuova Germania
resuscita. Di per sé la figura dell’oplita, come allegoria astorica e nordica della guerra, è
presente in altri artisti del tempo, come Willi Meiler o Hubert Netzer.

Erotica del nudo antico nazista.

Con la Gewalt, va di pari passo la Faszination. Questi corpi aggressivi sono al contempo corpi
desiderabili. L’inflazione delle sculture di nudi sotto il Terzo Reich non ha mancato di sollevare
discussioni. Come conciliare l’onnipresenza pubblica e museografica del nudo, tanto maschile
quanto femminile, con il pudore quasi vittoriano della società tedesca dell’epoca e del nazismo
stesso, terribilmente pudibondo a immagine del suo Führer, il quale dichiarava che l’unica
pornografia autorizzata nel Reich era l’antisemitismo? 127. Sottolineiamo in primo luogo che il
nudo nazista è oggetto di un lavoro di distanziamento sessuale. Se, di fatto, il sesso appare, il
corpo è privo di ogni elemento erotico realistico. La pelle è glabra, liscia e fredda, senza colore
né pelosità manifesta, in particolare pubica: la scultura fa intenzionalmente l’effetto di una
statua, ma solo di una statua, senza alcuno degli effetti di realtà che potrebbero richiamare un
corpo vivente. I corpi sono nudi, ma di una nudità ideale: il marmo bianco, come diceva David
d’Angers, funge da «abito di immortalità», rivestendo i nudi di un vero «costume di nudità»,
secondo la felice espressione di Birgit Bressa 128, che parla anche di una «trasmutazione
mortifera, una metamorfosi della carne in pietra» 129, solo pegno paradossale dell’immortalità.
Infatti, se l’arte si attribuisce il fine di rappresentare l’archetipo eterno della razza, il nudo,
atemporale in quanto privo di riferimenti, non attribuito a un’epoca da alcun elemento
storicamente definito, s’impone. L’antico, identificato da un drappeggio, una toga, un gladio,
dalla patina levigata e acromatica dei secoli, può anche significare atemporalità in quanto la
sua lunga posterità ha di per sé il valore di certificato di eternità.
Ciò non toglie che il nudo nazista possa essere impudico. Silke Wenk, che ha lavorato sul
nudo femminile, osserva che, contrariamente alle convenzioni tradizionali, che nascondono il
sesso della donna con un gesto di pudore, l’arte nazista espone la femminilità senza
nasconderne nulla: «Il loro corpo è presentato interamente, aperto, con un pube visibile e,
soprattutto, con il petto sempre sottolineato, addirittura eretto» 130. Nella scultura del nudo
nazista, esistono dunque elementi portatori di una carica erotica reale.
Queste rappresentazioni non sono esposte solo per mettere in evidenza un canone fisico e per
esercitare l’occhio della perizia razziale ricorrendo alla produzione di un campione dalle misure
ideali. Il corpo ariano è oggetto di una messa in scena, di una promozione. Deve essere esibito,
esposto, e desiderato. Il corpo ariano deve essere guardato e provocare un’emozione di ordine
erotico che deve condurre all’imitazione: il desiderio deve essere desiderio di somiglianza. È
quanto avviene col gruppo del Giudizio di Paride, scolpito da Thorak, ed esposto alla Casa
dell’arte tedesca di Monaco, nel 1941. Il corpo delle tre dee greche, dunque indogermaniche, è
costituito a oggetto erotico dallo sguardo del giudice Paride, la cui postura di osservatore e di
valutatore viene a coincidere con la posizione del visitatore della mostra, esortato a osservare,
giudicare, e desiderare a sua volta il corpo femminile cosí esposto al suo sguardo. Questo
erotismo apertamente promosso e rivendicato, pienamente assunto, del nudo nazista, partecipa
della Faszination che il nazismo eleva a modo di seduzione e di governo politico – tema che è
oggetto della ricerca storica di Peter Reichel 131.
La bellezza del corpo ariano cosí esposto suscita l’emozione e l’emulazione. Come nota Hans
Surén, nella sua opera piú venduta, la Ginnastica dei tedeschi:

La contemplazione di un corpo ben fatto esercita una profonda influenza pedagogica, non
solo in ambito fisico, ma anche in ambito morale. La nudità di un corpo nobile è un grande
incitamento all’imitazione, come ben sapevano gli antichi greci 132.

La bellezza del corpo nudo scolpito, come del corpo vivente, suscita l’emulazione sportiva per
un miglioramento della razza in ciascuno degli spettatori di questa perfezione. L’obiettivo della
pratica dello sport è dunque meno la prestazione fisica che non la bellezza plastica. La
performance tutto sommato è secondaria, è necessario in primo luogo che il corpo dell’atleta sia
bello:

A volte ho provato repulsione per un atleta che aveva appena vinto una corsa, in quanto
l’uomo era interiormente ed esteriormente disarmonico e brutto […]. Non è questa la cultura
nordica del corpo. Chi dunque vorrebbe conservare questo atleta per i posteri immortalandolo
nel marmo? 133.

L’atleta deve dunque essere bello come una statua, dando ai suoi contemporanei l’immagine
della perfezione estetica e trasmettendo ai posteri una testimonianza di bellezza. Ciò che
importa, nell’atleta vivente, è quindi la posizione di una norma, di un campione: il suo «corpo
abbronzato, come se fosse una statua di bronzo, attrae l’occhio in un’ammirazione pura e incita
a fare di tutto per accedere a una simile bellezza» 134.

Un’arte sana per corpi sani: l’arte come matrice o come contaminazione.

Il corpo di pietra, scolpito ed esposto, contribuisce cosí all’opera di costruzione del corpo di
carne: l’opera d’arte, campione e punto di riferimento, è anche modello e sfida. La carne deve
imitare la pietra, emersa dal fondo delle epoche, della scultura greca, o delle opere di Thorak e
Breker, ispirate all’arte antica. Hitler invita pertanto, come abbiamo visto, a tentare di
eguagliare la bellezza del discobolo greco.
Per altro, l’arte ha già una funzione attiva, performativa, matriciale, nella conformazione
ideale dei corpi e della razza. L’arte è concepita dai nazisti come una matrice di generazione
della razza mediante autocontemplazione. L’immagine contemplata s’imprime
nell’immaginazione, dando in seguito forma e bellezza alla carne generata dal contemplatore:
con la mediazione della vista e della memoria, l’immagine del corpo genera cosí il corpo, la
forma viene a correggere la materia, l’idea a strutturare il reale. In Occidente, questa teoria
della generazione attraverso l’immagine è antica. Éric Michaud 135 la fa risalire alla Bibbia e
all’Antichità greca. In seguito ha avuto una fortuna duratura: nella sua Città del Sole, Tommaso
Campanella sostiene che lo Stato debba presentare alle donne immagini di bei corpi, affinché
generino bambini belli. Anche Baudelaire scrive:

L’idea che l’uomo si forma del bello impronta tutto il suo modo di vestire, rende floscio o
rigido l’abito, arrotonda o squadra il gesto, e alla lunga penetra sottilmente persino nei tratti
del suo volto. E l’uomo finisce per somigliare a ciò che vorrebbe essere 136.

Esiste dunque una relazione dialettica tra l’arte e il corpo: l’arte è, nella tradizione
dell’idealismo hegeliano, l’espressione dello spirito, poi, precisa Schultze-Naumburg, dello
spirito della razza, ma, a sua volta, l’arte modella il corpo, gli dà forma, come afferma Hitler a
Norimberga nel 1935:

L’arte, nella misura in cui è l’emanazione piú diretta e piú fedele del Volksgeist, costituisce la
forza che modella inconsciamente nel modo piú attivo la forza del popolo 137.

In L’arte e la razza (1928), Paul Schultze-Naumburg prende le mosse dal senso comune: come
accordare la diversità dei giudizi estetici e ammettere che le divergenze tra i critici d’arte non
alterano la credibilità dell’impresa critica?
Se si vuole rendere ragione di questa diversità senza dubitare della legittimità della critica, si
deve far intervenire il concetto di razza. Il giudizio artistico, proprio come la creazione in arte, è
legato alla razza. I critici, come gli artisti, sono racchiusi all’interno del cerchio stretto e
necessitante della loro fisiologia, nella determinazione biologica che pesa su di loro:
«[All’artista] è impossibile emanciparsi dalle condizioni del proprio corpo» 138.
Come nota Schultze-Naumburg in un’altra opera, la dipendenza «dell’artista rispetto alla
propria corporeità» è particolarmente visibile nel fatto «che tutte le rappresentazioni fisiche
che un artista crea presentano una somiglianza reale con il suo corpo. È come se il pittore o lo
scultore realizzasse sempre inevitabilmente degli autoritratti» 139. Ora, cos’è il corpo se non
l’espressione fisica individuale della razza?
Il principio determinante della creazione artistica è dunque la razza. L’essere fisico
dell’artista nella sua totalità si traspone, sublimato ma immutato, nell’opera d’arte. Piú che un
autoritratto o la duplicazione simbolica di una corporeità, la creazione culturale è sotto tutti gli
aspetti simile alla procreazione naturale, ed è soggetta alle stesse leggi della trasmissione
ereditaria delle qualità:

La creazione di un’opera d’arte è un processo di gestazione spirituale totalmente


paragonabile alla procreazione di un bambino. Le leggi dell’eredità ci hanno insegnato che i
bambini hanno necessariamente le disposizioni ereditarie che si trovano già nei loro ascendenti
[…]. Pertanto, nel bambino morale – l’opera d’arte – sono ereditate solamente le disposizioni
ereditarie presenti nel suo creatore 140.

L’essenza della razza si realizza, si materializza dunque nell’opera d’arte. Piú precisamente,
l’ideale di bellezza proprio della razza viene a trovare la sua espressione nell’opera d’arte,
poiché una razza è un sangue con le sue qualità, ma è anche «una rappresentazione che noi
chiamiamo concetto regolatore della razza, una rappresentazione dell’armonia compiuta tra il
corpo e lo spirito» che, a ogni membro della razza, «mostra la direzione e lo scopo» 141 della sua
esistenza fisica e morale. Secondo l’autore, c’è dunque una ripercussione meccanica dal sangue
e dal suo ideale di bellezza alla creazione: se il sangue è puro e buono, l’ideale estetico e la
creazione artistica che lo esprime saranno sublimi. Se, al contrario, il sangue dell’artista è misto
o corrotto, l’ideale estetico sarà malato e la rappresentazione conseguente malsana.
Su questa base Schultze-Naumburg fonda la dicotomia tra arte nordica classica e arte
degenerata, di cui è il primo e principale teorico.
L’arte nordica è la pura espressione della razza indogermanica e del suo ideale di umanità
compiuta. Secondo l’autore, essa ha conosciuto due epoche fondamentali: quella dei greci, che
«avevano bei corpi» 142, e quella del Rinascimento italiano. I pittori italiani del Rinascimento
erano a loro volta, senza ombra di dubbio, uomini nordici, poiché le grandi migrazioni barbare
tardoantiche hanno lasciato nella penisola una vena di sangue indogermanico che ha trovato la
possibilità di esprimersi dopo la lunga notte medievale: il Rinascimento ha pertanto un’essenza
«lombarda» 143, dunque germanica.
Quanto ai greci, non si ribadirà mai abbastanza la loro natura nordica, benché questa
affermazione – come l’autore riconosce – per alcuni sia ancora fonte di stupore 144:

Lo straordinario popolo dei greci [che] ha creato tutto ciò che oggi ci appare come
umanamente inaccessibile […] è un popolo nordico 145.

Perfetta incarnazione della razza nordica, i greci hanno fissato la bellezza dei loro corpi nel
marmo delle loro statue, e la rappresentazione del corpo greco è «rimasta il canone della
bellezza fisica all’interno del mondo occidentale» 146.
Nel X capitolo della sua opera intitolata La bellezza nordica. Il suo desiderio e la sua
rappresentazione nella vita e nell’arte, Paul Schultze-Naumburg presenta 38 riproduzioni di
opere d’arte: 25 sono busti e statue greche, 7 risalgono al Medioevo e 6 sono opere del
Rinascimento 147. I due terzi delle opere fondamentali dell’arte nordica sono dunque greci. Ben
lontana dalla perfezione classica, l’arte contemporanea – quella della Repubblica di Weimar –
«preferisce e accentua la rappresentazione della degenerazione» 148. L’umanità rappresentata
dall’arte degenerata non è piú il corpo compiuto dell’atleta, ma

l’idiota, la puttana e il petto cadente. Bisogna chiamare le cose col loro nome. Davanti a noi si
apre il vero inferno dei sotto-uomini. Si respira, quando si lascia questa atmosfera per l’aria
pura di altre culture, come quella dell’Antichità e del Rinascimento, dove una nobile umanità
cerca di esprimere nella propria arte il suo desiderio nostalgico [di bellezza] 149.

Per comprendere questa arte degenerata, si deve osservare l’umanità degenerata che l’ha
prodotta «negli ospedali psichiatrici, negli istituti per handicappati fisici, nei lebbrosari, in tutti
gli angoli in cui si rintanano i piú degenerati» 150.
Per dar forza ai suoi precetti, Schultze-Naumburg mette a confronto, in L’arte e la razza,
riproduzioni di opere d’arte contemporanee e fotografie di malati mentali o di handicappati
fisici, concludendo che «bisogna far sí che poveri disgraziati come questi non debbano piú
soffrire eliminandoli e prevenendo ogni nascita di tal genere» 151. Il giustiziere e purificatore
dell’arte si fa dunque al contempo eugenista, in quanto censura e dirigismo artistico sono parte
integrante di una politica di igiene e di purificazione della razza. Nella prefazione alla terza
edizione de L’arte e la razza (1938), Schultze-Naumburg si congratula anche del fatto che,
grazie all’avvento del nazismo, «la distruzione degli inferiori non è piú una ideologia remota, ma
è ancorata alla legislazione, e dunque ormai realtà». La razza iconoclasta dei nazisti contro
l’arte degenerata, qualificata come Kunstbolschevismus, si spiega in base alla credenza secondo
cui non solo un’arte brutta è il prodotto di un’umanità biologicamente degradata, ma anche che,
a sua volta, questa arte genera un’umanità mostruosa 152.
Per combattere questa contaminazione dei corpi con la rappresentazione di corpi orribili e
deformi, occorreva non solo distruggere le immagini infette e maligne, ma anche diffondere nel
modo piú ampio possibile le raffigurazioni di corpi sani. Le opere di Breker erano quindi
destinate alla riproduzione seriale: «Breker adattava efficacemente la sua produzione artistica
alle esigenze della riproduzione» 153, creando una vera impresa di produzione in serie e di
diffusione massiva dell’immagine sana. Nell’estate 1942, vengono cosí fondati gli «Ateliers di
scultura Arno Breker SA», installati a Wriezen, nell’Oderland, che vanno a completare l’atelier
originale di Berlino a Dahlem, e che nel 1943 contano ben 46 collaboratori. Le sculture di
Breker sono riprodotte in serie, sotto forma di statuette, ma anche di fotografie. La fotografia,
che permette la moltiplicazione all’infinito dell’opera d’arte scolpita, diviene a poco a poco la
ragion d’essere dell’opera. Birgit Bressa nota che «fino al termine della guerra, le opere erano
per lo piú realizzate al solo scopo della loro riproduzione mediale e per la loro messa in scena
estetico-fotografica» 154. Molte sculture sono pertanto realizzate in formato ridotto, allo stato di
modelli incompiuti: le tecniche di inquadramento fotografico consentono di dare l’illusione della
monumentalità e del compimento. Lo scopo di questa riproduzione tecnica e fotografica
dell’opera d’arte è di colpire il piú ampio pubblico possibile, non solo quello che frequenta e
visita la Casa dell’arte tedesca o che si reca ai Parteitage di Norimberga. Questa diffusione
massiva del canone emulatore deve permettere un miglioramento rapido dei corpi e della razza.
Ritroviamo qui l’intuizione folgorante di Walter Benjamin, che nel suo testo L’opera d’arte
nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), studia il fenomeno della «estetizzazione della
vita politica» 155 propria del fascismo: «Alla riproduzione in massa è particolarmente favorevole
la riproduzione di masse» 156. Benjamin pensava soprattutto ai «grandi cortei», alle «adunate
oceaniche», alle «manifestazioni di massa di genere sportivo» e in cui la massa, attraverso la
mediazione degli «apparecchi di ripresa», «vede in volto se stessa» 157. La medesima
constatazione può essere fatta, tuttavia, per l’arte, e in particolare per la scultura, che
obbedisce allo scopo di una riproduzione delle masse nel senso letterale di duplicazione o di
generazione di masse di corpi sani per mezzo dell’immagine massivamente diffusa di corpi sani.
Il nazismo alimenta dunque l’utopia di una riproduzione di corpi perfetti, conformi all’ideale
ellenico-nordico. È volontà di ridare vita a un ideale, di far risorgere un canone estetico
conservato nella memoria della pietra. Il corpo greco ha attraversato i millenni nel suo scrigno
pietrificato, e rappresenta un potenziale che il regime nazista vuole condurre a una piena
attualità, dispiegandolo nel reale e nella carne.

Conclusione.

Su modelli antichi, formiamo uomini nuovi. L’uomo nuovo del Terzo Reich è innanzitutto un
corpo, e l’avvento di questo corpo può verificarsi solo grazie al ritorno alle origini in
un’Antichità promossa al rango di archetipo e di canone della bellezza razziale. I greci e i
romani erano popolazioni indogermaniche, il loro corpo passato è la realizzazione del tipo
nordico che è necessario preservare o reiterare nel presente della razza. Il corpo greco e
romano è conservato dalla statuaria antica, che Hitler propone quale canone e criterio di
emulazione al pubblico tedesco, nel discorso che pronuncia quando riceve il Discobolo a
Monaco nel 1938: questo archetipo sublime e compiuto del corpo ariano, grazie alla capacità di
fecondare l’immagine e di esortare alla perfezione, deve generare la bellezza dei suoi congeneri
contemporanei.
Tale generazione avviene attraverso la contemplazione: la rappresentazione è performativa, il
bello genera il bello mentre il brutto, uscito da un corpo malato, è un’infezione che diffonde la
patologia della bruttezza in chi lo guarda: i corpi torniti e armoniosi dell’arte ufficiale sono
esibiti su larga scala dalla pubblicità museale e tecnica, mentre i corpi malati dell’arte
degenerata sono destinati alla gogna del velamento e della distruzione.
Per tendere verso la bellezza del canone greco, non basta tuttavia andare al museo: bisogna
anche attenersi alla pratica dello sport, dovere sanitario verso se stessi e verso la razza poiché,
in piena coerenza con la concezione olistica e totalitaria, il corpo appartiene meno all’individuo
che al gruppo, concepito secondo il modo metaforico e biologico del grande organismo sociale,
le cui membra sono legate da una comunità di sangue e di destino. Lo sport è oggetto di
un’intensa promozione sotto il Terzo Reich: riabilitata da Hitler in nome dell’ideale greco tradito
dai Gymnasien umanistici razionalisti e cerebrali, la pratica dello sport è oramai una priorità
dell’insegnamento scolastico e universitario. Si tratta di risuscitare l’ideale greco dell’uomo
completo, dell’uomo totale, riconciliato nella sintesi armoniosa tra il suo corpo e il suo spirito.
Corpo e spirito sono rimasti troppo a lungo separati e scissi da un cristianesimo orientale e
ascetico che aveva infranto malignamente la bella unità nordica. L’esercizio sportivo, un
rapporto pacificato dell’uomo col suo corpo e del corpo con la natura, la pratica del nudismo
sono eredità indogermaniche illustrate dalla cultura greca, e tragicamente interrotte da un
cristianesimo medievale che concepisce ormai la carne solo in termini di peccato e di germe
peccaminoso che non merita alcuna cura ed è degna solo di castigo.
Lo sport non mira solo a produrre corpi belli e desiderabili, capaci di suscitare emulazione.
La riabilitazione di una cultura greca, dunque nordica, del corpo deve permettere l’avvento di
corpi agguerriti, disposti all’impegno guerriero. Lo sport, infatti, non è solo dovere reso al corpo
e alla razza, è anche servizio della comunità e manifestazione di una tensione bellicosa propria
di quelle civiltà agonali che sono le culture nordiche: l’agon greco e il Wettkampf tedesco si
fanno eco al di là dei secoli e celebrano la loro comune essenza e reciproca origine in quella
grande manifestazione che è costituita dai Giochi olimpici di Berlino del 1936. Attribuiti nel
1931 dal Cio alla Germania di Weimar, sono mantenuti grazie alla volontà e all’attivismo di
Hitler che intende farne, oltre che una vetrina adeguata della nuova Germania, la grande parata
dei corpi tedeschi, e insieme una grande celebrazione festosa del legame privilegiato tra
ellenicità e germanità. I Giochi tedeschi si svolgono dunque in abiti antichi, nello scenario
dorico di uno stadio olimpico affiancato da un teatro greco, e nel kitsch cerimoniale dei pepla
esibiti a Olimpia e sull’Ara di Pergamo. L’operazione pedagogica culmina in una messa in scena
del legame di sangue e di razza tra la Grecia antica e la Germania contemporanea: la corsa a
staffetta della fiaccola tra Olimpia e Berlino. Questa corsa, ampiamente divulgata dalla stampa
tedesca, è anche immortalata da Leni Riefenstahl, che dedica la scena d’apertura del suo film
olimpico a un prologo tra le rovine, facendo apparire, qua e là, la bellezza di Alessandro, di
Atena e delle cariatidi, prima di presentare un discobolo greco animato all’improvviso dal
sangue e dalla carne di un atleta tedesco contemporaneo: il popolo della nuova Germania, tra
cui si contano i rappresentanti piú numerosi e piú affidabili della razza indogermanica, si
ricongiunge solennemente, in occasione dei Giochi del 1936, con l’etica greca e agonale dello
sport e del corpo. La vera rinascita occidentale non è dunque l’astratto umanesimo dei letterati,
ma la riscoperta di una cultura autenticamente nordica, emigrata un tempo nel Mediterraneo e
che, nella scia della fiamma, riconquista la sua matrice settentrionale.
Capitolo secondo
Stato razzista e società olistica: Platone filosofo-re ovvero il Terzo Reich come seconda Sparta

Il XVIII secolo […] ci ha fornito un nuovo esempio dell’influenza della storia e dell’abuso delle
sue comparazioni. Capite che intendo parlare della mania di citazioni e di imitazioni greche e
romane che, in questi ultimi tempi, ci hanno quasi fatto venire le vertigini. Nomi, soprannomi,
abiti, usi, leggi, tutto ha voluto essere spartano o romano 1 […] Si sono dimenticati che a Sparta
un’aristocrazia di trentamila nobili teneva sotto un giogo spaventoso seicentomila servi, che ad
Atene per ogni uomo libero c’erano quattro uomini schiavi 2.

VOLNEY

Platone e la «tirannia della ragione» – sí, Lei vede giusto […]. Come mai nel 1933 l’editrice
Gruyter di Berlino ha potuto pubblicare un libro intitolato Platone e Hitler? 3.

KARL JASPERS ad HANNAH ARENDT

Secondo il filosofo ed epistemologo viennese Karl Popper, il programma politico di Platone «si
può senz’altro qualificare come totalitario» 4. È legittimo stupirsi del discutibile anacronismo
che consiste nell’applicare questa categoria politica contemporanea a un’opera vecchia di 2500
anni. Popper, ebreo e austriaco, ha dedicato a difendere questa idea un libro che ha cominciato
a scrivere «il giorno in cui [gli] giunse la notizia dell’invasione dell’Austria» 5, nel 1938, e che ha
pubblicato una prima volta nel 1945. Questo libro, che non piace a filosofi e platonici, viene per
lo piú presentato in abstracto, di rado riferito al contesto intellettuale nel quale è stato scritto.
Se, sotto molti aspetti, ha le caratteristiche del pamphlet, è perché riprende la lettura che il
nazismo, e in seguito una gran parte del mondo universitario tedesco, propone di Platone,
presentato effettivamente, negli anni Trenta e Quaranta, come un pensatore della dittatura e
dello Stato razzista.

Il pensatore-capo: Platone eroe nordico e araldo della nordicità.

Nel 1937, lo studioso di ellenismo Hans Bogner si rallegra del fatto che «nessun classico
greco è letto oggi, persino da profani, tanto quanto Platone» 6: nessun classico greco, né alcun
filosofo. Spesso si fa di Nietzsche il filosofo del nazionalsocialismo. A posteriori, si vede
chiaramente che un Nietzsche smembrato e mal compreso è stato un elemento della genesi, se
non del nazismo, per lo meno del mondo simbolico, dell’atmosfera del tempo o dello Zeitgeist di
cui partecipava. Nietzsche ha lasciato in eredità concetti che sono diventati riflessi semantici o
slogan, come quello di Übermensch, interpretato in un senso fisico e razziale mentre Nietzsche
vi vedeva un tipo di psichismo e di ethos. Nietzsche, inoltre, era stato pienamente partecipe di
quella Lebensphilosophie e di quella promozione di una metafisica del vitalismo che aveva
segnato i movimenti giovanili e i reggimenti della Prima guerra mondiale, da cui molti nazisti
sono usciti 7. Ma, in un articolo dedicato a «Nietzsche e il nazionalsocialismo», Alfred Bäumler,
che si presenta come uno specialista del pensatore di Sils-Maria, e che ha dedicato un’intera
opera a tentare di nazificarlo 8, lo riconosce a sua volta: se è stato possibile mettere in luce
numerose affinità tra la visione del mondo nazionalsocialista e la filosofia di Nietzsche, in
particolare una concezione guerriera ed elitaria della vita, «il nazionalsocialismo, nelle sue
origini, non ha preso in prestito quasi nulla direttamente da Nietzsche. Negli anni successivi
alla guerra, nessuno pensava a collegare il nuovo movimento a Nietzsche» 9. Certamente sotto il
Terzo Reich, come nota Ernst Nolte, ci fu un’intensa attività editoriale attorno alla figura o al
pensiero di Nietzsche, di cui molti commentatori tentarono di fare «il filosofo della nuova
Germania» 10. Ma se Hitler, nel 1935, rende un vistoso omaggio ufficiale al filosofo assistendo, a
Weimar, alle esequie di sua sorella Elisabeth Förster, nei suoi discorsi e nelle conversazioni
private non lo cita quasi mai 11, e Rosenberg meno ancora. Tutti gli preferiscono Chamberlain,
genero e fedele erede di Wagner, da cui Nietzsche – colpa difficilmente perdonabile – aveva
preso con veemenza le distanze, suggellando la rottura con un pamphlet insopportabile per un
compositore chiamato a essere l’idolo del Führer e il vessillo del piú roboante spirito teutsch.
Il filosofo ufficiale del Terzo Reich, quello che deve esserne al contempo la cauzione
intellettuale e l’anticipazione politica, sembra dunque essere meno Nietzsche che non Platone,
un greco e non un tedesco, cosa che non costituisce affatto un problema, nella misura in cui i
platonici sottolineano la nordicità del loro eroe. Essi ricordano anche che gli studi platonici sono
nati in Germania, o, come dice uno di loro, Kurt Hildebrandt, che «la fiamma autentica di
un’umanità platonica rinasce al Nord, sotto il sole arido dell’Altmark» 12, grazie ai buoni uffici
inizialmente di Winckelmann, e poi di tutte le eminenze intellettuali che il filellenismo tedesco
annovera.
Il Platone dei decenni Trenta e Quaranta è tuttavia rivisto e riletto sotto una luce
estremamente politica. Già sotto la Repubblica di Weimar 13, e ancor piú massicciamente a
partire dal 1933, il centro di gravità del corpus platonico si sposta: l’accento non verte piú sui
testi epistemologici o gnoseologici del filosofo ateniese, ma sui suoi testi politici. Il Platone
metafisico e teorico delle Idee è stato quello di un umanesimo disincarnato e di una Aufklärung
dal razionalismo ipertrofico. Ora cede il passo al Platone politico, pensatore della città ideale e
della rigenerazione della comunità.
In un opuscolo destinato agli insegnanti di greco, il grecista Hans Bogner lo afferma in modo
netto: il cuore dell’opera di Platone è il trittico costituito da «Politeia, Politikos, Nomos» 14, vale
a dire da la Repubblica, il Politico e le Leggi, a cui il razziologo Hans Günther aggiunge le
Lettere 15. Il Platone che ormai importa è il Platone «pensatore dello Stato» 16, e non il
«rappresentante della teoria delle Idee» 17; per Günther, Platone non è semplicemente un
sapiente, ma «appartiene alla stirpe dei Solone e dei Clistene. Lo sfondo della sua opera […] è
dato dalla storia di Atene, dai suoi grandi legislatori e uomini di Stato» e non dai «fysikoi ionici»
o dal «primo libro della Metafisica di Aristotele» 18. La sua nobile figura si trova dunque piú a
suo agio nel pantheon dei legislatori e degli uomini di Stato che non in quello dei semplici
pensatori. Come riassume con forza Werner Jaeger in un articolo composto nel 1933 per la
rivista nazista «Volk im Werden», in cui attacca con vigore il XVIII secolo e il suo umanesimo
individualista, «il Platone della nostra generazione è un creatore di Stati, un legislatore. Non è
piú il sistematico neokantiano e l’onorevole filosofo scolarca che i nostri predecessori avevano
visto in lui» 19. Kant non è dunque affatto in odore di santità per Jaeger all’interno dei seminari
di filosofia delle università tedesche. Ben lungi dall’essere l’archetipo del genio tedesco, egli è il
pericoloso avatar di Lumi cosmopoliti e disincarnati. Il preteso idealismo platonico è, al
contrario, un realismo crudo e lucido, di cui «solo un lettore superficiale può dire che si tratti di
un inaccessibile e celeste ideale kantiano» 20.
I nazisti e i loro accoliti del mondo della pedagogia e dell’università respingono decisamente,
come abbiamo visto, la figura smunta e gracile del teorico anemico e impallidito all’ombra della
sua torre d’avorio e alla luce flebile delle biblioteche 21. Platone appare loro come la perfetta
antitesi di questo tipo disprezzato. Egli è al contrario la piena realizzazione de «l’uomo
completo» 22, al contempo grande pensatore, sportivo eccellente e guerriero compiuto. Non c’è
da stupirsi se si pensa, come ricorda Hans Günther, che Platone era un uomo nordico, uscito
«dalla piú elevata nobiltà dell’Attica […] dove fino a un’epoca tarda il sangue nordico
dell’ellenicità originaria si è conservato meglio» 23. Günther, che gli dedica una monografia,
sottolinea a sua volta che Platone non è solamente il «semplice logico o teorico della
conoscenza» che i «professori di filosofia» 24, incorreggibili artefici di astrazione razionale, ne
hanno fatto.
Questa nuova esegesi dell’opera platonica non è circoscritta all’ambito ristretto delle
discussioni accademiche. Platone è anche oggetto di insegnamento per le classi del ciclo
secondario, attraverso il corso di storia e il corso di greco. Platonici e grecisti sostengono che si
debba far conoscere Platone ai liceali del Terzo Reich, poiché si tratta niente di meno che
dell’«educatore dell’uomo tedesco» 25 secondo Adolf Rusch, professore di lettere classiche del
liceo Mommsen di Berlino-Grunewald. In un articolo intitolato Platone educatore dell’uomo
tedesco, Rusch ricorda che la nuova scuola deve dimenticare l’individuo per considerare solo il
gruppo, la comunità del popolo. Ora, Platone è l’uomo della lotta contro «la sofistica» 26,
espressione di un «individualismo estremo». Contro «la massima secondo la quale l’uomo
sarebbe la misura di tutte le cose», egli torna a collocarlo «entro il tutto dell’ordine del mondo»,
e in particolare dell’ordine della polis. Platone è dunque, «per l’educazione del giovane uomo
nello Stato che è il nostro oggi e per lo Stato che è il nostro», «il mezzo piú sicuro» 27 per far
sorgere una generazione nuova, devota al corpo del popolo e allo Stato.
Leggendo i manuali scolastici, si nota che il Platone dei corsi di storia è presentato come un
personaggio importante della resistenza nordica alla decadenza razziale, intellettuale e morale
della città ateniese e del mondo greco in generale, destinato purtroppo, malgrado le esortazioni
del filosofo, a un’uscita ingloriosa dalla scena storica. Anche il corso di greco presenta Platone
come l’ultimo sussulto dell’ellenicità nordica. Un resoconto redatto da un insegnante di lettere
classiche sostiene che

bisogna insegnare Platone agli alunni, soprattutto perché con lui lo spirito nordico si leva in
una lotta contro la decadenza piú deleteria, contro tutta un’epoca di distruzione. Anche se egli
non poté impedire la degenerazione del popolo ateniese, la sua lotta risuona ancora oggi fra
tutti gli uomini appartenenti alla sua razza 28.
A tutti coloro che ritenessero di vedere in Platone solo uno spirito etereo scevro da gravità
nel cielo diafano delle Idee, questo memorandum, rivolto da un insegnante al ministero,
contrappone la tesi secondo cui

lo spirito attivo nordico ha trovato la sua espressione piú sublime nella filosofia di Platone.
L’aspirazione alla conoscenza in lui si trova a essere posta al servizio della formazione degli
uomini e degli Stati. Se nell’orientale la contemplazione è fine a se stessa, in Platone essa non è
mai dissociata dall’azione 29.

Il determinismo razziale è evidente nell’atteggiamento di Platone messo in rapporto con i


pensatori posteriori, provenienti da Oriente: la vita activa, il bios politikos, è eminentemente
platonico, poiché lo spirito nordico è impegnato, attivo, edificatore. Il Leistungsmensch della
tipologia psicorazziale di Ludwig Clauss 30 si oppone ancora una volta al Darbietungsmensch
orientale, sottomesso, sfuggente e infido. In Platone, l’attività intellettuale non può essere fine a
se stessa, in quanto è sempre riferita a un fine altro, che è l’edificazione di una città ideale.
Insegnare Platone significa dunque «praticare un’educazione razziale» 31. Si dovrà dunque
aver cura, in ogni buona pedagogia razzista, di opporre a Platone «la sofistica e la retorica
come espressione di un’influenza estranea alla razza» 32 e come «segno di decadenza» 33.
I programmi del 1938 tengono conto di raccomandazioni di questo tipo. Platone è annoverato
tra i quattro autori inseriti nel programma delle differenti sezioni di greco 34, con Omero,
Tucidide e Senofonte, stranamente presente e preferito ad altri classici dell’insegnamento del
greco, come Isocrate e Demostene, esponenti di un IV secolo ateniese decadente, proprio come
Aristotele o gli stoici, tanto l’uno quanto gli altri, e per le stesse ragioni, esclusi dal programma
dell’insegnamento del greco. Il peso di Platone nei programmi è rafforzato se si considera tutto
quello che di platonico si trova in Senofonte che fu suo rivale ma che fu, come lui, un
filospartiate decisamente ostile alla democrazia ateniese.
Insegnanti ed eruditi si sono spesso sbagliati in merito a Platone, che non si limita a essere
stato un geniale teorico della conoscenza. Non hanno ben compreso il ruolo che egli conferisce
ai filosofi nella nuova città che aspira a edificare per rimediare alla decadenza ateniese. I
filosofi devono regnare, diceva certamente Platone, ma la parola «filosofo» non designava per
lui quello che s’intende oggi. Günther osserva che il termine filosofo, che «oggi per noi non è
altro che una parola composta da quattro sillabe morte che non parlano piú se non
all’erudito» 35, per i greci aveva tutt’altro significato. Secondo Günther, il filosofo è colui che
desidera, pensa e vive la verità, egli è dunque il voller Mensch che trova la sua incarnazione piú
completa in Platone, e che non va confuso con il Philosophie professor mediocre epigono che
Günther attacca a piú riprese 36. Kurt Hildebrandt, storico delle idee e filosofo specialista di
Platone 37, avverte anch’egli che non bisogna confondere il filosofo con «l’erudito da cattedra» 38
o il «ricercatore astratto» 39: il vero filosofo è Socrate, soldato sui teatri della guerra del
Peloponneso e che, ritornato alla vita civile, «si batte con l’arma della dialettica dell’ironia» 40.
Hildebrandt però è il solo a fare di Socrate una figura positiva 41.
Piú specificamente, il filosofo è dunque un guerriero e, di fatto, la semantica militare
struttura una gran parte del discorso su Platone: «Il filosofo di Platone è il contrario dell’erudito
astratto: è l’uomo che si è affermato nella guerra come nella condotta degli affari dello
Stato» 42, nota Hildebrandt.
Vediamo dunque che la concezione agonale del mondo propria dei greci impregna tutta
l’opera di quell’elleno per eccellenza che è Platone, a ulteriore prova del suo carattere nordico:
«Platone si schiera con il pensiero di Eraclito: polemos è il padre di tutte le cose, e questo
implica che «l’educazione dei guerrieri è posta al centro della politeia» 43, nella misura in cui
«essere veramente uomo significa per lui essere un guerriero» 44. Coloro che vengono chiamati i
filosofi-re sono per altro originariamente e soprattutto dei guerrieri, che sono stati «tratti dalla
casta dei guerrieri a 50 anni d’età», dopo essersi particolarmente distinti nel servizio delle armi
e dello spirito 45. La figura del guerriero e la realtà della lotta sono dunque oggetto di una
investitura intellettuale e di una valorizzazione culturale: nella stessa epoca, il filosofo Ernst
Krieck esorta gli studenti a essere soldati politici, mentre Martin Heidegger definisce, accanto
al servizio delle armi e a quello del lavoro, il servizio del sapere.

Razzismo e inegalitarismo: Platone precursore del Führer.

Figlia della guerra del Peloponneso e della crisi che essa provoca, partecipe di una cultura
greca agonale profondamente guerriera, l’opera di Platone non si limita ai confini ristretti di un
«piccolo Stato ellenico privo di un impero esterno» 46. Secondo Hildebrandt, Platone mira alla
costituzione di ciò che egli chiama un Grossgriechenland 47, una Grande Grecia che evoca
stranamente la Grande Germania, il Grossdeutschland pangermanista e in seguito nazista.
Hildebrandt evoca implicitamente lo spettro della Kleinstaaterei greca e della discordia civile
fratricida, di una guerra permanente fra città greche, che, come Platone intuiva chiaramente,
avrebbe determinato la loro scomparsa. Questa scissione politica delle città greche frantumate
in entità rivali era spesso assimilata all’estremo frazionamento degli Stati tedeschi prima
dell’unificazione del 1871. Platone è dunque un Kämpfer, che si batte per la rigenerazione e la
sopravvivenza del suo popolo, uscito esangue e indebolito dalla guerra del Peloponneso, ed
esposto alla minaccia del sovvertimento razziale a causa della mescolanza con le razze
asiatiche. L’opera di Platone è cosí drammatizzata, presentata come una levata di orifiamma in
un contesto di profonda crisi storica. Platone si erge come soccorso in un quadro segnato
dall’urgenza storica, come ricorda Günther, che fa di lui l’ultima vedetta nordica di un mondo
che, contaminato e pervertito, è sul punto di crollare.
S’impone dunque il parallelo con Adolf Hitler, che Joachim Bannes, altro specialista di
Platone, proclama con la massima serietà possibile nel titolo di un opuscolo che dedica al
maestro dell’accademia e all’opera del Führer, La lotta di Hitler e la Repubblica di Platone. Uno
studio sul fondamento ideologico del movimento di liberazione nazionalsocialista 48. Qui Bannes
paragona il Mein Kampf alla Politeia di Platone, e si dedica a uno studio comparato e parallelo
della biografia del Führer e di quella del filosofo. Tutto questo gli consente di arrivare alla
conclusione dell’esistenza di affinità profonde tra questi due pensatori e artefici dello Stato.
Hans Bogner si accontenta, da parte sua, di suggerire l’amalgama tra il Führer della Germania
contemporanea e il Führer della filosofia ateniese osservando che l’insegnamento del maestro e
le efficaci soluzioni che egli predicava per il suo tempo erano formulate secondo «un tono
dittatoriale» 49, cosa che non si accorda affatto con la realtà di un Platone dialogico e aperto alla
discussione, al carattere spesso aporetico dei dialoghi, per il quale l’essenziale risiede spesso
nella domanda, nel movimento dello spirito che si sottrae alla certezza per cercare di
raggiungere il vero. Per tutti i platonici che abbiamo letto, non c’è alcun dubbio che Platone sia
il teorico del Führergedanke 50, dell’idea di un Führer selezionato e razzialmente irreprensibile.
Come Hitler, Platone è un guerriero nordico che si batte per salvare il suo popolo da una
minaccia di sparizione. È questa la lettura di Platone proposta dal grecista Hans Holtorf,
nell’introduzione a un’antologia di testi de La Repubblica che ha composto a uso dei licei:

In un’epoca di profondo sconvolgimento di tutti i valori morali, il grande Platone si erge e


affronta un’eroica lotta contro la degenerazione del suo popolo, contro lo spirito disastroso di
distruzione assoluta […]. Questa grande figura di saggio fa appello alla grandezza dell’anima
nordica […]. La lotta condotta oggi da Adolf Hitler ha lo stesso sublime obiettivo. Le parole del
Führer mostrano in quale direzione l’opera di Platone debba condurci e debba entrare nelle
anime della gioventú tedesca 51.

Per Hans Heyse, storico della filosofia, che dedica il suo discorso d’investitura rettorale a
«L’idea di scienza e l’università tedesca», Platone è il modello che ogni combattente per l’idea
nazionalsocialista deve seguire. Il professore, che non teme l’anacronismo, ritiene che il
discorso di Platone non sia l’elaborazione di quello pseudo-idealismo sdolcinato che «il
classicismo e un umanesimo superato ne hanno fissato», ma «il tentativo di un totale
rinnovamento dell’essere nazional-ellenico» 52.
Il rinnovamento di una città ateniese in via di sparizione esige una politica rigorosamente
razzista di cui si pensa che Platone, ben prima del XIX secolo, sia stato l’eroe. Si procede dunque
a una rilettura dei testi di Platone attraverso il prisma del postulato razzista. Hans Günther,
nella monografia che dedica al razzismo platonico, fa cosí del maestro dell’accademia un
precursore di «Gobineau, Mendel e Galton» 53, uomini nessuno dei quali «ha mai misconosciuto
la legge bronzea dell’ineguaglianza» 54 tra gli esseri, che l’idealismo pervertito e deleterio del
1789 è venuto a combattere 55. Platone prende atto del dato indubitabile dell’ineguaglianza tra
gli uomini: La Repubblica insegna che esistono tre tipi di uomini, chiamati secondo le loro doti e
le loro caratteristiche a essere dei produttori, dei guerrieri o dei re. Per esporre il suo discorso
e designare questi tre tipi, Platone ricorre alla parabola delle anime d’oro, d’argento e di
bronzo, nella quale Günther vuole vedere una metafora delle differenze di razza. Se i filosofi
devono regnare, è evidente che «solo gli uomini dal sangue puro possono filosofare» 56: «la
predisposizione alla filosofia non è dunque una questione di apprendimento o di applicazione,
ma piuttosto “una questione di razza”» 57, non un’attività permessa al libero d’arbitrio e al
lavoro di ciascuno, ma una vocazione biologicamente determinata. Günther congeda dunque
l’universalità della ragione, proprio come Hildebrandt, che ne deduce che «lo Stato dipende
dalla razza pura, dalla giusta selezione» 58 dei filosofi-re e dalla destinazione adeguata di
ciascuno alla funzione che la natura gli ha assegnato. Il grecista e storico Hans Bogner
s’interroga a sua volta in modo simile:

Chi ha il diritto di filosofare? […]. Certamente non dei bastardi, ma unicamente uomini dal
sangue puro (Rep. 535c e sgg.) […] uomini retti nel corpo e nello spirito (536b) 59.

Ne risulta dunque chiaramente che «l’attitudine alla filosofia per Platone era una questione
di razza» 60.
Se questa lettura eugenetica di Platone non è del tutto delirante, fa tuttavia violenza al testo
de La Repubblica che, se parla di «allevamento» e di selezione, non imprigiona tuttavia gli
individui nel rigido determinismo di una nascita destinata a condizionare tutta la loro esistenza.
Il razzismo nazista rinchiude ad vitam il soggetto nella cerchia ristretta della sua razza mentre,
in Platone, ogni individuo che, grazie alle sue qualità, ne sia giudicato degno, può essere eletto
a entrare nella casta dei guerrieri e dei filosofi-re 61.
Il razzismo di Platone sfocia tuttavia logicamente, per i nostri autori, nell’eugenismo, di cui il
fondatore dell’accademia è promosso a teorico fondatore 62. Il biologo e antropologo Fritz Lenz
non esita a rivendicare per le sue opere il suo prestigioso patronato, in quanto Platone «era sia
eugenista che filosofo» 63. Richard Darré, che dedica a sua volta un’opera a Platone, fa la stessa
cosa, collegando sottilmente idealismo e selezione. In che modo, infatti, si potrebbe aspirare a
essere teorico delle Idee, se non si eleva l’Idea, che è al contempo Forma e Norma, molto al di
sopra di una realtà svalutata? Chi dice idea, dice dunque gerarchia, e selezione:

Colui che ha conferito al termine idea un senso filosofico è Platone, che con la sua dottrina è
diventato il primo fondatore dell’idealismo […] [e] che ha attribuito al regno dell’Idea un valore
assoluto, dominante su tutto – e sempre Platone, nella sua qualità di idealista, fu condotto a
concepire l’idea di selezione 64.

Hans Günther fa invece appello alla situazione di urgenza e di pericolo storico in cui Platone
si colloca:

Bisogna ricordare che, al tempo di Platone, l’antica nobiltà, quella degli Eupatridi […], stava
morendo e che questa nobiltà di ascendenza razziale nordica, dalle origini dell’Attica, si era
incrociata molte volte con ceppi estranei 65.

Il tempo di Platone «fu un’epoca di decadenza» 66 segnata dalla «denordificazione e […] la


degenerazione razziale» provocate da una guerra del Peloponneso assurda e fratricida, che ha
causato un’emorragia del migliore sangue nordico, la decimazione dei grandi biondi dolicocefali
della Grecia originaria:

All’epoca di Platone, i biondi dovevano essere diventati una minoranza molto debole […] in
quanto la razza dominante all’epoca, la razza nordica, nel corso di questa guerra si era ridotta a
rasentare la scomparsa totale 67.

Dato che i capi naturali della comunità ateniese, gli uomini nordici, erano stati decimati dalla
guerra, la capitale dell’Attica si abbandonò a una democrazia, regime populista e volgare, che
esalta l’individuo e perde di vista il fine naturale dello Stato, la comunità del popolo. Platone si
attribuisce dunque la missione di ridare una casta dirigente alla città, di «educare dei
Führer» 68 per la polis ateniese, cosa che presuppone l’avere a disposizione del materiale umano
adeguato. Non si fanno dei capi a partire da una materia umana qualsiasi, «bisogna prima di
tutto trovare la materia da cui si formano dei dirigenti» 69. Per ridare ad Atene una casta
superiore di uomini nordici ritornati alla purezza e alla bellezza originale dei contadini
indogermanici dell’Attica 70, si devono incoraggiare i matrimoni tra eguali razziali, allo scopo di
consentire la procreazione di bambini razzialmente puri 71 e imporre «l’eliminazione di tutti i
bambini deformi o malati, lo sterminio di tutto ciò che è incapace di vivere» 72.
Ben lungi dall’essere un idealista ingenuo e innocente, Platone viene dunque esaltato come
un rappresentante del realismo meno indulgente, quello piú virile. In un opuscolo intitolato Lo
Stato e la razza (1928), il platonico Kurt Hildebrandt rovescia la prospettiva abitualmente
adottata rispetto a Platone: «Platone non era un utopista, ma sviluppava un sapere reale della
realtà e della necessità» 73 naturali. Le misure di segregazione, selezione ed eugenismo
proposte ne La Repubblica sono citate come esempio di politica razzista compiuta 74, idee che
hanno «imposto dolorosi sacrifici all’idealismo» 75 irresponsabile dell’umanesimo moderno e
contemporaneo.
Quando dà alla sua città ideale tali leggi, Platone non è crudele, è semplicemente uno spirito
coerente che aderisce senza esitare alle leggi e ai disegni della natura: «Le sue leggi hanno
qualcosa della legge naturale» 76 che esse rispettano proibendo ogni minaccia contro-selettiva al
buon svolgimento di una vita naturale che la vita sociale non deve intervenire a condizionare
con nessun artificio. Le massime del nazionalsocialismo, afferma Hitler nel Mein Kampf,
condividono il carattere imperioso e decisivo delle leggi della natura.
Biasimando gli ostacoli alla selezione introdotti dal nascente Stato assistenziale, Hildebrandt
rende omaggio a Platone, che ha «compreso perfettamente che ogni ostacolo a ciò che oggi si
designa come una selezione naturale» può certamente giovare all’individuo che in questo modo
viene curato, risparmiato, ma «nuoce al popolo considerato nel suo insieme». Il benessere, la
felicità o la sopravvivenza dell’individuo importano poco al creatore di Stato, al legislatore e al
Führer nordico: Platone «guarda sempre alla totalità [del popolo], distogliendosi dunque dal
caso individuale» 77, in quanto «la clemenza [contro un individuo degenerato] sarebbe apparsa a
Platone come una crudeltà contro il popolo considerato come tutto» 78, dura legge dei numeri
che, per il platonico, come per gli eugenisti, oppone lo zero individuale all’infinito della massa.
Una tale politica appare difficilmente concepibile all’umanista infarcito di misericordia che, da
miope, ferma il suo sguardo sull’individuo e dimentica di considerare ciò che gli dà senso,
esistenza e vita, il suo gruppo, che un soggetto deforme o fallito, se autorizzato a vivere e a
procreare, può contaminare: l’autore ripete qui tutti gli argomenti dei sostenitori
dell’eugenismo e dello sradicamento del rischio biologico mediante una politica di
neutralizzazione (sterilizzazione) o di distruzione (eliminazione fisica). Per placare le paure o
per prevenire le obiezioni degli umanisti contemporanei, ecco che Hans Günther, magnanimo,
precisa di non pretendere la spietata durezza delle prescrizioni di Platone. Le sue soluzioni sono
quelle, civilizzate, dell’eugenismo contemporaneo: egli si accontenta di richiedere la
«sterilizzazione» 79 degli individui falliti, al posto della pena di morte che a suo dire Platone
esige.
Da nemico irriducibile dell’ideologia umanista, compassionevole e debole, propria dei Lumi,
Hans Günther ricorda che i nemici di Platone erano i sofisti, «uomini di razza asiatica, come ci
insegna la scienza razziale» 80. Un manuale della scuola secondaria afferma a sua volta che se i
greci sono stati sensibili al discorso individualista dei sofisti, è perché il loro sangue era già
guastato, in virtú del rigido determinismo che deduce lo spirito dalla razza:

La sofistica è completamente estranea al pensiero nordico, e si rivela essere una derivazione


della razza dell’Asia Minore, che ha la tendenza a contrapporre i concetti e a mettere in
questione le idee acquisite dalla tradizione, per distruggerle. L’influenza di questa filosofia ha
potuto aumentare solo perché i greci erano diventati infedeli alla propria origine. Se fossero
rimasti un popolo di razza pura, l’accento posto sull’eccezionalità dell’individuo e dei suoi diritti
sarebbe stato loro incomprensibile 81.

Una parte di questo paragrafo tratto da un manuale è un calco letterale di un passo di Hans
Günther, copiato parola per parola senza essere citato 82. Fedele alla sua sintomatologia razziale
di ogni opera culturale, Günther considera la sofistica «totalmente imbevuta di spirito non
ellenico» 83.
I tempi non hanno cambiato nulla, poiché i principî razziali in atto e gli scontri di oggi sono
gli stessi dell’Antichità: i nuovi nemici della razza nordica sono il 1789 e quello che Günther
chiama, significativamente, il «sofista Rousseau» 84, degno rampollo di una Francia meticcia e
completamente prona a un’ideologia egalitaria di cui il progetto di «scuola unica» 85 del radicale
Herriot, antitesi assoluta dell’educazione basata sulla selezione ed elitaria di Platone, è un
sintomo deplorevole e rivelatore.
Contro l’egalitarismo cieco della modernità rivoluzionaria che proclama un inetto e
imprudente «la même chose pour tous» 86, si dovrebbe ritornare a un virile, nordico e platonico
«a ciascuno ciò che gli è dovuto» 87, uno Jedem das seine che risuona come una sinistra
anticipazione della massima forgiata sulla porta d’accesso del campo di Buchenwald.
L’eguaglianza democratica è ripudiata a vantaggio dell’equità, che stabilisce il diritto in
proporzione al soggetto.
Platone è dunque, come dice Hildebrandt, un «maestro per la nostra epoca» 88: la «biologia
moderna avrebbe stentato a proporre leggi piú adatte alla selezione dei migliori di quanto lo
siano le leggi di Platone» 89. Chiunque voglia edificare uno Stato organico, uno Stato-corpo
basato al contempo sulla «unità attraverso il sangue» 90 e su una rigorosa gerarchizzazione
razziale e funzionale della comunità del popolo deve seguire i precetti di Platone. La lettura del
grande filosofo nordico, avverte Hans Bogner, non deve procedere da una semplice e inutile
«ellenomania estetica» 91, ma esprimere la ferma volontà di attuare «una rinascita della nostra
esistenza» 92 nazionale, rinascita fondata su «l’eredità varia e ricca di un passato di mille
anni» 93. Bogner si rallegra del fatto che la Grecia sia all’ordine del giorno della Germania
contemporanea:

La presenza e la predominanza dell’ellenico nella nuova Germania s’impone a ogni


osservatore; basti pensare ai nostri nuovi edifici, ai giochi e all’idea olimpica, allo sport, alla
riscoperta unità fra il corpo e l’anima, allo Stato concepito ormai come istituzione di educazione
e di selezione degli uomini, alle nostre arti plastiche. In occasione di manifestazioni pubbliche,
viene spesso sottolineata l’essenziale parentela e affinità elettiva esistente tra germanità ed
ellenicità 94.

Teatro corale e anfiteatri greci: la rappresentazione di una Volksgemeinschaft olistica.

Il grecista Bogner ha buone ragioni per rallegrarsi: la comunità olistica della nuova Germania
si erge imitando l’architettura, ma anche la liturgia teatrale greca, fonte di una parte delle
«manifestazioni pubbliche» che evoca. Attraverso l’architettura e la drammaturgia, il teatro
all’antica e il coro alla maniera attica vengono a istituire la comunità nazionale. Tra le istanze
culturali del Partito nazionalsocialista assistiamo alla creazione, il 23 gennaio 1933, di un
Reichsbund der deutschen Freilicht-und Volksschauspiele e. V., incaricato della missione di
porre le condizioni materiali di rappresentazioni teatrali con vocazione politica. Il Bund, legato
al contempo al partito e al ministero della Cultura del popolo e della Propaganda, elabora un
progetto di costruzione di 400 teatri all’aperto, denominati Thingstätten, una sessantina dei
quali sarà effettivamente edificata. Queste realizzazioni imponenti, che s’iscrivono
perfettamente nella politica economica del rilancio controciclico attraverso le grandi opere,
sono assegnate al Reichsarbeitsdienst di Robert Ley.
I termini Thing, Thingplatz o Thingstätte sono ricavati dalle traduzioni di Tacito, che descrive
l’assemblea legislativa e giudiziaria propria dei germani 95, assemblea che avrebbe alimentato,
fino a Boulainvilliers e Montesquieu, il fantasma della democrazia germanica e della libertà
delle foreste 96.
A questi edifici, destinati ad accogliere le manifestazioni politiche, festive e culturali della
Volksgemeinschaft, si attribuisce il compito di riannodare i legami «con la preistoria
germanica», con «le piú profonde radici razziali» 97 del popolo tedesco. Il Thingplatz di
Heiligenberg 98, al di sopra della valle del Neckar ad Heidelberg, è pertanto inaugurato di
persona da Goebbels il 22 giugno 1935 su una collina dove si conservano le tracce di una
presunta sede di culti germanici. Tutti i Thingstätten 99, tuttavia, presentano un’architettura che
è un calco fedele dei teatri greci dell’Antichità. Dal teatro dell’Attica o dell’Asia Minore viene
ripresa la forma a emiciclo dei gradini. Ad Heidelberg, come in Grecia, questa parte (il koilon),
riservata agli spettatori, è scavata a livello del suolo e segue un’inclinazione naturale. I raggi
convergono verso un’orchestra in cui si raduna il coro e che, come a Epidauro, è circolare.
L’acustica è assicurata da un muro di fondo che combina gli elementi architettonici della skené
greca e del thymele, l’altare di Dioniso.
I Thingstätten sono infatti concepiti per accogliere le rappresentazioni di un teatro corale
all’aperto, alla greca, nuovo genere drammaturgico promosso dalla politica culturale del
regime. Questi Chorische Dichtungen, i cui autori sono vezzeggiati dal regime, che offre loro
prebende, direzione di teatri e uniformi SS, prendono in prestito i loro temi dalla storia
medievale tedesca o dal tempo presente: la tragica sorte di Albert Leo Schlageter 100 e la presa
di potere del 1933 101 sono dunque argomenti apprezzati per contribuire all’edificazione politica
delle masse attraverso il teatro. La forma di questi spettacoli, che recitano la litania delle
domande di un protagonista e delle risposte del coro, è imitata dal teatro attico di Tespi, che
crea la tragedia nel momento in cui aggiunge al coro tragico della liturgia dionisiaca un attore
principale. La forma greca è dunque benvenuta per costituire la scena come allegoria della
relazione tra il Führer (protagonista) e il Volk (coro).
Il programma di costruzione dei Thingstätten, troppo costoso, fu abbandonato a partire dal
1936. Ci si rese conto, inoltre, che la Germania non offriva cieli clementi come quelli del
Mediterraneo per rappresentazioni all’aperto. Infine, l’ingombrante scenografia e il pesante
didatticismo dei Chorische Dichtungen, stancanti per il pubblico, cedettero il posto a
manifestazioni, sfilate, raduni con fiaccole organizzati dal partito. L’espressione pubblica del
legame con l’Antichità attraverso la manifestazione festiva fu lasciata alle Giornate dell’arte
tedesca di Monaco e alle varie manifestazioni dei Giochi olimpici di Berlino nel 1936.

Aristotele in Purgatorio.

Il contrasto fra l’interesse di cui gode Platone sotto il Terzo Reich e lo stato di abbandono in
cui viene lasciato Aristotele è clamoroso, ma significativo. Il volume degli studi platonici eccede
di gran lunga quello delle opere e degli articoli dedicati ad Aristotele che, quantitativamente,
sprofonda in un netto disinteresse e, qualitativamente, è tanto svalutato quanto invece Platone
si trova a essere esaltato.
Di primo acchito, si potrebbe credere che Aristotele sia ideologicamente ben accetto per la
frequenza dell’espressione politischer Mensch negli scritti degli intellettuali e degli ideologi
nazisti.
La formula politischer Mensch, che si deve ad Alfred Bäumler, è infatti un calco letterale del
greco zoon politikon aristotelico, presentato nel I libro della Politica, che Bäumler, filelleno e
grecista, conosce bene. Ma abbiamo visto tuttavia che egli riformula la concezione aristotelica
per fare dell’essere socievole per essenza e per destinazione caro ad Aristotele un soldato
politico del nuovo Reich 102.
Comunque, egli opera un ritorno, anche se un ritorno discreto e anonimo, ad Aristotele
quando, in un altro articolo, definisce l’essere politico come «un essere in comunità» 103 e
ricorda che «politica è una parola greca» 104. Il fatto che Bäumler, nutrito di lettere e di filosofia
greche, citi direttamente il nome di Aristotele una sola volta, mentre da lui prende in prestito il
suo concetto politico fondamentale, è rivelatore della pessima considerazione in cui lo Stagirita
è tenuto dagli intellettuali nazisti. Il riferimento aristotelico è filosoficamente vergognoso, in
quanto infausto storicamente e razzialmente infamante.
Aristotele viene poi liquidato in poche parole da Rosenberg ne Il mito del XX secolo: semplice
«volgarizzatore schematico» 105, è stigmatizzato per non essere altro che un logico
pesantemente cerebrale, nella linea del Socrate orientale, agli antipodi della pienezza nordica
di un Platone atleta del pensiero e del corpo.
La svalutazione di Aristotele viene confermata da Ernst Krieck che gli imputa la decadenza
dell’educazione greca tradizionale. Aristotele avrebbe consentito l’emergere di un razionalismo
arido e disincarnato, troppo letterale e astratto, che ha perduto ogni senso dell’armonia tra
corpo e spirito. Lo Stagirita è presentato come «il grande maestro del sistema di
educazione» 106 ellenistico, quello di un umanesimo traviato, poiché concepito come un sapere
morto e museale, unilateralmente razionalista, che ha perso di vista l’unità organica dell’essere
umano. Contemporaneo dell’ellenismo e della cancellazione della città ateniese, Aristotele è
poco apprezzato poiché la sua opera cade in un’epoca di decadenza razziale e intellettuale, di
duplice denordificazione, spirituale e fisica, della Grecia. Aristotele non presenta alcun
interesse, suggerisce Krieck, al di là del suo ruolo di depositario di un sapere greco che ha
minuziosamente recensito da enciclopedista scrupoloso. Aristotele si rivela in questo, come per
molti altri aspetti, un semplice «conservatore» 107, all’opposto del vero creatore nordico
incarnato da Platone e, in ogni caso, un puro «razionalista» 108 estraneo alla pienezza della vita.
Le sole notazioni positive, benché brevi, che si possono leggere sul conto di Aristotele sono
rare. Le incontriamo in Ludwig Schemann, che giudica «incomprensibile» 109 l’abbandono di
Aristotele, teorico della schiavitú e della gerarchia razziale 110, e poi in un manuale di scuola
secondaria: Aristotele, maestro del conquistatore nordico Alessandro, vi appare come la nobile
figura di un saggio che mette in guardia contro «gli sconvolgimenti del sangue», contro «il
meticciato dei greci con popoli estranei alla razza» 111 nordica, elementi apprezzabili da mettere
sul suo conto, ma che solo marginalmente vengono menzionati e ricordati.

Lo stoicismo o l’anti-Platone.

Molto piú nocivi di Aristotele sono gli stoici. La dottrina degli stoici, la cui scuola si forma nel
IV secolo, segna una rottura rispetto alla concezione tradizionale del mondo e dell’uomo
sostenuta dagli antichi. La cosmologia greca era quella di un mondo chiuso, gerarchizzato e
finalizzato, in cui ogni essere o oggetto tendeva verso il proprio luogo naturale. Da questa
cosmologia procedeva una concezione gerarchica e non egalitaria della città degli uomini in cui,
come nel cosmo, ciascuno occupava un posto che gli era assegnato dall’ordine oggettivo e
inegalitario della natura, in quanto i due ordini, naturale (cosmos) e civico (polis) si
corrispondevano per omologia di struttura 112.
Contro questa visione inegalitaria e plurale, gli stoici hanno difeso una concezione unitaria,
monista, di un’umanità definita dall’eguale presenza della ragione in ognuno dei suoi
rappresentanti 113.
Per i nazisti, la Stoa, apparizione tarda delle scuole filosofiche greche, è l’espressione
filosofica del crepuscolo della razza: segna il passaggio dal nordico-ellenico nel suo splendore a
un ellenismo associato al tramonto, antitesi di quella ellenicità pura ed eroica che bene o male
si era mantenuta fino a Platone e incarnata un’ultima volta dall’Accademico.
La scuola stoica, prodotto dell’immigrazione asiatico-semitica che sommerge Atene, esangue,
alla fine del V secolo, e della mescolanza razziale che essa induce, promuove una dottrina
egalitaria che distrugge ogni senso della gerarchia razziale, come osserva il razziologo seguace
di Gobineau Ludwig Schemann:

Da tempo abbiamo sentito e detto quanto il sangue abbia svolto un ruolo essenziale nella
fondazione, e successivamente nello sviluppo, della scuola stoica. Essa è sorta da circoli quasi
esclusivamente semitici 114.

Lo storico viennese del mondo antico Fritz Schachermeyr lo conferma e lo denuncia con
veemenza:

L’ellenismo ci mostra il popolo greco in piena dissoluzione nel cosmopolitismo, dunque in


piena denordificazione. Il prodotto piú notevole dell’ellenismo, la Stoa, va appunto nella stessa
direzione. Essa è stata elaborata da semiti e da bastardi, per diventare uno pseudo-ideale utile
per fornire argomenti agli apatridi e ai nemici razziali delle epoche successive 115.

Schachermeyr spinge lo scrupolo razziologico fino a recensire con meticolosa precisione le


origini geografiche, e dunque le identità razziali, dei capi della scuola stoica:

Tra gli scolarchi che si sono succeduti fino a Panezio, uno solo veniva da una città dal sangue
prevalentemente greco […]. Gli altri provenivano dalla Cilicia, da Cipro e da Babilonia. Zenone,
il fondatore, era originario della città semitica di Cizio, sull’isola di Cipro 116.

In un altro dei suoi testi, Schachermeyr attribuisce genericamente ai filosofi ellenistici una
«ascendenza levantina» 117. Max Pohlenz, grande specialista del Portico e autore di opere di
riferimento sullo stoicismo fino agli anni Settanta, parla, proprio a proposito di Zenone, di un
«fenicio purosangue» 118, di un Vollblutphöniker:

Nella dottrina stoica incontriamo molti tratti che ci ricordano che i suoi fondatori non erano
greci 119.

Non ellenici, unhellenisch 120, dunque non nordici, sono le idee e il sangue che le ha prodotte.
Nessuno spirito nordico avrebbe potuto immaginare che tutti gli uomini possano essere
considerati come eguali e che vengano chiamati a essere membri dell’universi generis humani
societas dello stoico romano Cicerone, di quella cosmopolis senza punti di riferimento, priva di
ogni gerarchia fondata sull’assiologia del sangue. Schachermeyr riprende qui un tema caro ai
teorici della razza e del razzismo che, sulla scia di Gobineau, attribuiscono ogni idea egalitaria,
individualista e democratica, a un sangue corrotto dalla mescolanza, livellato rispetto a ogni
qualità rilevante, un sangue che, pertanto, ha perduto ogni nozione della sua eccellenza e della
gerarchia razziale: un sangue puro da ogni mescolanza e consapevole del proprio valore non
può che produrre, per rigoroso determinismo biologico e semplice consequenzialità fisiologica,
idee elitarie, e non idee egalitarie 121. La Stoa appare dunque ai razziologi e agli storici nazisti
come l’anti-Platone per eccellenza. Ludwig Schemann, discepolo friburghese di Gobineau,
denuncia nella Stoa, veleno semita, «l’idea cosmopolita ed egalitaria» 122 che costituisce il cuore
della sua dottrina.
Sintomo della degenerazione razziale greca, la dottrina stoica è stata in seguito un potente
volano della decadenza romana: dopo Cinocefale (197) e la conquista della Grecia da parte dei
romani, lo stoicismo viene infatti a far parte delle ricche spoglie e del bottino dei vincitori. Libri,
prigionieri di guerra e graeculi ammassati sui carri delle legioni portano a Roma quella che
diventa a poco a poco la filosofia di riferimento delle élite repubblicane, e in seguito imperiali.
Esse vi trovano un rigorismo compatibile con il mos maiorum e un’ideologia universalista che
ben si addice all’imperialismo romano e al suo progetto di egemonia universale. L’umanità
unitaria degli stoici ha come sede uno spazio comune, chiamato, dalla dominazione imperiale
romana e dall’unificazione dell’oikoumene che reca con sé, a diventare una cosmopolis, quella
civitas maxima unificata che riunisce la totalità dell’umanità sotto un potere e una giurisdizione
identici 123.
È su ispirazione della dottrina stoica che l’imperatore Caracalla, beninteso guidato anche da
interessi fiscali, nel 212 accorda a tutti i residenti dell’Impero la cittadinanza romana 124, la
Constitutio antoniniana a cui Rosenberg attribuisce il ruolo di causa del «caos razziale
romano».
Hans Günther ricorda a sua volta che «lo stoicismo è stato considerato come una delle forze
razzialmente distruttive della storia romana» 125: la Repubblica nordica delle origini, quella dei
vecchi romani, rigidamente gerarchica e inegalitaria, è stata rovinata dall’«individualismo» e
dalla «cittadinanza cosmopolita» predicati dallo stoicismo.
La colpa principale della Stoa è quella di «considerare solo l’individuo isolato, da un lato e,
dall’altro, la comunità dei migliori provenienti da tutti i popoli e da tutte le razze, e dunque non
come membro di una discendenza, di un clan, di un popolo o di una razza; la Stoa, con la sua
dottrina, eliminava tutte le barriere del sangue» 126.
Come la sofistica qualche secolo prima, lo stoicismo è una deflagrazione intellettuale che
preannuncia la rivoluzione del 1789. Fritz Schachermeyr afferma dunque, deplorandolo, che «la
conseguenza di questa eguaglianza fondamentale degli uomini è stata la concezione di una
dignità dell’uomo, dei diritti dell’uomo, l’esigenza di tolleranza» 127. In breve, per colpa dello
stoicismo, «umanità fa ormai rima con livellamento» 128, e l’individualismo piú deleterio si trova
associato all’universalismo piú dissolvente.
Questa congiunzione diabolica ha portato con sé la disgregazione del grande corpo della
razza attraverso l’infiltrazione e la mescolanza di principî allogeni che hanno fatto apparire una
nuova visione dell’uomo e del suo rapporto con il gruppo. Un tempo, quando il corpo nordico dei
cittadini greci era ancora omogeneo e solidale nella sua originaria purezza, la reciproca e
spontanea co-appartenenza dei suoi membri andava da sé: l’omogeneità del sangue si
esprimeva intellettualmente attraverso una concezione organicista e olistica del corpo politico,
mentre l’individuo assumeva senso e rivestiva dignità solo in quanto membro del corpo razziale.
La mescolanza dei diversi tipi di sangue ha turbato la concezione unitaria del corpo razziale.
Slegata da ogni appartenenza a un sangue e a un suolo, la figura del cosmopolita che ha il suo
avvento con l’assunzione dell’ellenismo, non può piú definirsi in altro modo se non quello
dell’individuo atomico, come monade isolata da ogni legame a un gruppo che, in ogni caso,
semplicemente non esiste piú: la natura bastarda dell’ellenismo dissolve la polis per far sorgere
l’individuo 129. Si spiega in tal modo, secondo l’autore di un manuale destinato agli insegnanti di
storia, l’opposizione antitetica tra la concezione platonica dello Stato, che è severamente
olistica, e la sensibilità individualista dei filosofi ellenistici:

Al posto dell’interesse generale, dell’iscrizione in una comunità costituita dal sangue, si è


imposto il dominio sfrenato dell’individuo, del cosmopolita che non riconosce altro legame se
non quello della sua ragione. Il greco non ha piú patria, il suo paese è il mondo 130.

Questo avvento dell’individuo «distaccato dallo Stato e dal suo popolo eretto a centro del
mondo» 131, il frazionamento del popolo greco «in un’infinità di atomi, ciascuno dei quali esiste
solo per se stesso» è l’effetto di filosofi razzialmente degenerati, come «il fondatore della Stoa,
Zenone, un semita ellenizzato» 132.
Oltre al principio razziale, elevato a fattore esplicativo, anche gli argomenti del dibattito
contro i Lumi e l’individualismo giusnaturalista moderno vengono utilizzati contro l’ellenismo,
caricatura, biologicamente degenerata e intellettualmente decadente, dell’ellenità nordica delle
origini. Il XIX secolo romantico tedesco e i suoi epigoni francesi, come Barrès, oppongono la
coerenza naturale, olistica, di una Gemeinschaft – quella della terra, dei morti e del sangue –
alla fragilità culturale della Gesellschaft, artefatto costruito dalla volontà contrattuale di
individui liberi di aderire a un patto sociale rispetto al quale si suppone siano preesistenti: alla
Gemeinschaft olistica del sangue, del determinismo e della natura, si oppone la Gesellschaft
individualistica della scelta, della volontà e della cultura.
Un manuale di liceo ci spiega che la massima aspirazione di Platone era quella della
resurrezione di un principio olistico razziale, di una società concepita come corpo
biologicamente solidale, vale a dire come Gemeinschaft:

Il vero Stato non è, per Platone, composto da individui […]. È piuttosto un organismo,
un’entità solidale. Il cittadino non è che un membro o una parte del tutto e riceve la sua
direzione e la sua definizione solamente dalla totalità 133.

Un altro manuale gli dedica due pagine dello stesso tenore e lo presenta come Don Chisciotte
dell’Attica, eroe della sublime e «vana lotta contro la decadenza razziale» 134.
Stigmatizzato come una filosofia dell’individualismo e del ripiegamento, una dottrina della
felicità privata e dell’atarassia lontana dall’impegno nel mondo, lo stoicismo è un pensiero della
dissoluzione della città, della disgregazione del gruppo politico e razziale. Gli stoici sono
distruttori dello Stato poiché la loro dottrina procede da un sangue distruttore di cultura,
vandalo e anarchico: secondo la tipologia ternaria delle razze proposta da Hitler nel Mein
Kampf, questi orientali e semiti appartengono alla specie dei Kulturzerstörer, in opposizione ai
Kulturbegründer ariani 135.
Nonostante questo, precisano Günther e Schemann, lo stoicismo è riuscito a sedurre vecchi
romani ancora essenzialmente nordici, come Seneca e Marco Aurelio, poiché questi uomini non
avvertivano piú alcun legame con un popolo romano razzialmente misto, e potevano dunque
desiderare e concepire di ritirarsi nell’isolamento di una felicità privata, dove avrebbero avuto
tutto il tempo di meditare sul fatum e di coltivare l’atarassia 136: la presa di distanza era in
questo caso una scelta dettata dalla mediocrità razziale del popolo romano.

Il filosofo dalla triste figura: Socrate il Sileno, meteco e decadente.

Il verme asiatico degli stoici era presente nel frutto filosofico greco a partire da Socrate.
Colui che Platone, senza dubbio a causa di una lieve deficienza razziale personale, senza dubbio
un’oncia di sangue dinarico 137, ha scelto come maestro, il seduttore e il corruttore della
gioventú ateniese, viene presentato sotto molti aspetti come un’antitesi a Platone, sia per la
razza che per l’ethos.
Il ripudio di Socrate da parte degli studi platonici sotto il Terzo Reich non conosce eccezioni.
Solo Hans Bogner raccomanda la lettura, nella classe di greco, de L’Apologia di Socrate, che
valorizza la figura di un maestro di cui Platone è «il discepolo piú fedele» 138, addirittura
l’«evangelista» 139. Bogner ci presenta la figura positiva, tanto quanto minoritaria, di un Socrate
che sfodera l’arma della dialettica contro sofisti stranieri corruttori della città, e in contro-
tendenza rispetto alla decadenza di Atene.
Ma è il solo. Nella sua opera dedicata al razzismo platonico, Günther 140 riesce nell’impresa di
non menzionare neppure una volta, neanche per sbaglio, il nome di Socrate in oltre 100 pagine.
In altre opere, non si limita a una svalutazione per difetto, ma celebra con virulenza, come tanti
altri, il processo contro il sotto-uomo Socrate.
Innazitutto, e contrariamente a Platone, Socrate è brutto, di una bruttezza terribilmente
stridente rispetto al canone nordico: «Senofonte descrive Socrate come piccolo, tarchiato, col
collo tozzo, e il ventre pingue e cadente», ricorda Günther 141. La bruttezza del corpo
corrisponde, coerentemente alla semiologia fisiognomica, a quella dello spirito. Günther
propone un’originale interpretazione del dialogo socratico e della maieutica, che diventano una
«familiarità volgare e antinordica»: «La mancanza di discrezione e di signorilità […] tradita dal
suo comportamento, visto che tempesta di domande degli sconosciuti per la strada e
s’immischia nelle conversazioni degli altri» 142 è estranea al pudore e alla misura nordici.
Davanti a un tale insieme di sintomi schiaccianti, il verdetto s’impone, implacabile: «Socrate è,
evidentemente, di razza orientale» 143, un elemento inferiore, meticcio, allogeno rispetto alla
razza greca, che appare e che tende a imporsi in un periodo di decadenza ateniese, in cui
l’elemento razziale nordico sta arretrando 144. Altri, come lo storico dell’arte Paul Schultze-
Naumburg, vedono in lui «un perfetto rappresentante del tipo alpino» 145.
La nocività di Socrate non si limita alle sue intrusioni intempestive nelle conversazioni
private dei suoi contemporanei. Per Rosenberg, Socrate è l’annunciatore degli stoici, in quanto
fonda l’individualismo filosofico greco. Insegnando che la virtú può essere oggetto di un
apprendimento, Socrate ha scalzato il fondamento elitario dell’inegalitarismo greco 146: Socrate
propone una nuova concezione dell’umanità, «una nuova classificazione degli uomini, non piú
secondo la razza o il popolo, ma come individui. Socrate è stato cosí, dopo il crollo della
democrazia ateniese, il socialdemocratico internazionalista dell’epoca» 147.
Questo individualismo deleterio ha avuto come mostruosa discendenza l’umanesimo
individualista occidentale dei secoli successivi, che, «come Socrate, cercava l’uomo, non il
greco, il germano, l’ebreo o il cinese», e che Hans Günther denuncia nello spirito di un Joseph
de Maistre.
Tale concezione unitaria della comunità umana, che distrugge la visione rigorosamente
gerarchica e inegalitaria tradizionalmente propria dei greci, è proseguita da Antistene 148, vero
discepolo di Socrate. Platone viene dunque assolto, da parte di Alfred Rosenberg, da ogni
accusa di socratismo:

È il suo allievo Antistene (figlio di una schiava dell’Asia Minore) ad aver tratto le
conseguenze [dell’insegnamento di Platone] e ad aver predicato l’abbattimento di ogni barriera
tra le razze e i popoli, come se si trattasse di un progresso 149.

Come gli stoici, e molto prima di loro, Socrate, vissuto nell’epoca dell’esaurimento
demografico di un’Atene dissanguata dalle guerre, è stato al contempo sintomo e fattore della
decadenza dello spirito greco e della degenerazione razziale degli elleni: «L’illustrazione piú
efficace del caos, del crollo fatale per la razza e l’anima dei greci è stato proprio Socrate» 150.
Platone non ha né promosso né diffuso l’insegnamento di Socrate. Ha infatti presentato ai
suoi allievi e lettori un Socrate platonico, mettendo «le parole della propria anima in bocca a
Socrate» 151, personaggio dei dialoghi divenuto cosí un semplice portavoce del messaggio di
Platone. Contrariamente a quel che si può credere, Platone non è dunque stato un discepolo
dell’uomo del demone. Quel nobile esemplare nordico non è stato lo zimbello di un
Untermensch di origini orientali, ma, al contrario, il difensore disperato della propria razza, un
«uomo» celebrato da Rosenberg per aver «in ultima analisi, voluto salvare la razza del suo
popolo con una costituzione brutale, dittatoriale perfino nei dettagli: in questo non c’è nulla di
socratico; si è piuttosto trattato dell’ultima grande espressione di un’ellenità dallo spirito
superiore» 152.
Vediamo che le figure di Socrate e degli stoici sono fuse in una comune denuncia e ripudio:
con la loro colpevole promozione dell’individualismo, Socrate e la Stoa hanno scalzato le
fondamenta e minato l’edificio inegalitario, gerarchico e olistico della comunità greca
tradizionale. A partire dal momento in cui Socrate, e in seguito gli stoici, proclamano che
l’individuo è fonte di ogni valore, le nozioni di popolo e di razza perdono necessariamente il
loro.
È dunque necessario, secondo Fritz Schachermeyr, che il dotto umanista, il classicista e lo
studioso del mondo antico stiano in guardia, se, come l’autore auspica fortemente, intendono
conservare tutto il loro ruolo e il loro posto all’interno del nuovo Stato nazionalsocialista. Questi
specialisti del mondo antico devono trasmettere un materiale razzialmente valido e
spiritualmente adeguato:

Finora abbiamo accettato tutto ciò che veniva dall’Antichità come una sorta di rivelazione
sublime […]. È cosí che l’umanista, che da un lato era il conservatore del piú nobile spirito
nordico, è diventato il mediatore di tutto il patrimonio spirituale antinordico 153.

Solo un umanesimo cieco, una beata adorazione dell’antico incapace di separare il buon
grano nordico dal loglio asiatico-semitico, è riuscito a conservare alla cultura il «veleno
distruttore» 154 che ha «dissolto i popoli nordici dell’Antichità» 155 e che resta ancora attivo nel
mondo contemporaneo. Non tutta l’Antichità merita di essere ripresa, e un umanesimo che si
rispetti presuppone un’attenta selezione nell’eredità umanistica.
Il progetto platonico di rinnovamento dello Stato ateniese e della civiltà attica si appoggia al
modello di Sparta, di cui Platone era un fervente ammiratore: l’infatuazione per questo
«filospartano dorizzante» 156 è, sotto il Terzo Reich, indissociabile dall’interesse rinnovato per la
storia lacedemone e per il modello di organizzazione offerto dalla città della Laconia.
Come Platone, Sparta conosce un ritorno di favore tra i grecisti e i pedagogisti a partire dal
1933. Helmut Berve, specialista di storia greca e autore di una monografia su Sparta pubblicata
per la prima volta nel 1920, sottolinea nella prefazione alla sua edizione del 1937 tutta
l’attenzione che viene ormai rivolta a Sparta:

Poche realtà del mondo antico incontrano oggi un interesse cosí vivo e cosí generale come lo
Stato spartano. Educazione dei giovani, spirito comunitario, modo di vita militare,
addestramento e messa alla prova dell’eroismo dell’individuo, i doveri, dunque, e le virtú che
noi abbiamo riscoperto, ci appaiono delineati in una chiarezza totale e realizzati con un’assenza
di compromesso che ci impegnano a immergerci in questa comunità unica 157.

Il mito spartano, dal mondo antico al Terzo Reich.

I lacedemoni hanno coltivato la discrezione, persino il segreto. Il laconismo è diventato


proverbiale sin dall’Antichità: non contenti di parlare poco, hanno anche scritto poco e costruito
poco, non lasciando alla posterità nulla che attestasse la loro potenza politica e militare nel
mondo greco del V e del IV secolo avanti Cristo. Persino l’ateniese Tucidide si stupisce della
distanza tra la parsimonia della testimonianza simbolica e la potenza effettiva 158: Atene erige il
Partenone e crea la tragedia, Sparta, invece, non costruisce nulla, e si accontenta di far
esercitare le sue truppe al ritmo del piffero e della poesia marziale, una rozza canna, di Tirteo,
mentre domina l’oikoumene ellenico.
Il silenzio spartano ha ben presto creato un richiamo per il mito. In assenza del discorso dei
lacedemoni su se stessi, la loro rappresentazione è stata costruita dagli alleati e dai nemici loro
contemporanei. Ammiratori e detrattori hanno forgiato il mito di Sparta, leggenda nera o
dorata, eccessiva nell’ammirazione come nell’esecrazione, e ampiamente fantasmatica, in
mancanza di fonti trasmesse dagli stessi interessati. Il miraggio spartano, tra idealizzazione e
caricatura, è dovuto all’interesse suscitato dalla taciturna e potente città tra gli storici, filosofi,
geografi e dossografi dell’Antichità, che hanno fatto di Sparta un archetipo usato al contempo
come termine di paragone e come argomento polemico nei dibattiti politici, ad esempio
nell’Atene del IV secolo. A questo titolo, il miraggio spartano è diventato un oggetto di studio
per gli storici, che si sono interessati alla nascita del mito 159 e alla sua posterità, tanto era
diventato performativo, un protagonista della storia a tutti gli effetti.
Elizabeth Rawson, che è diventata la storica della Tradizione spartana nel pensiero
europeo 160, menziona il nazionalsocialismo sin dalla prima pagina della sua opera,
considerandolo come un vertice della fascinazione per Sparta in Europa 161. L’interesse tedesco
per Sparta non risale al 1933, benché non sia stato immediatamente evidente. Nel capitolo che
gli dedica 162, Rawson mostra che Winckelmann ha inaugurato una tradizione filo-ateniese che
considerava Sparta e la Laconia come il cugino povero e miserabile di un’Attica culturalmente
brillante. Nella sua scia, i grandi nomi del filellenismo tedesco dell’inizio del XIX secolo hanno
esaltato la cultura e la libertà ateniesi: la democrazia attica è celebrata da Hegel come una
tappa progressiva della marcia del Weltgeist verso la libertà, mentre Sparta costituisce, da
questo punto di vista, un punto morto della grande epopea dello spirito del mondo. Per la
Weimarer Klassik e l’idealismo tedesco, Sparta è dunque piuttosto un arretramento, uno Stato
tirannico e militarista che Humboldt, da individualista liberale, critica per la sua onnipresenza
nell’educazione dei giovani strappati alle loro famiglie e spogliati delle loro personalità da un
intenso addestramento comunitario.
La seconda metà del XIX secolo e l’edificazione del Reich a opera di Bismarck suscitano
qualche timido paragone tra la Prussia del cancelliere e Sparta, potenza continentale che,
grazie alla forza delle armi e alla costituzione della Lega del Peloponneso, riesce nel IV secolo,
dopo aver sconfitto Atene, a unificare il mondo greco. Purtroppo Sparta fu vinta da Filippo, e
solo i macedoni poterono riunire le città greche in una lega completamente sottomessa a loro. A
partire dal XVIII secolo, diventano correnti i paragoni tra Federico II e Filippo di Macedonia, ed
è in questa tradizione che s’iscrive Johann Gustav Droysen quando, nel 1877, pubblica una
biografia di Alessandro in cui aleggia l’ombra immensa di Bismarck. Sparta resta dunque poco
amata nell’ambito del filo-ellenismo tedesco: Burckhardt e Nietzsche alimentano la damnatio
memoriae facendo di Sparta uno Stato arretrato restio a ogni cultura raffinata e ostile alla
libertà.
Sparta dovrà la sua salvezza simbolica solamente al razzismo arianista. Il mito indogermanico
aveva già prodotto un apprezzamento positivo di Sparta da parte dello storico Karl Otfried
Müller che, nel 1824, dedica una lunga monografia al popolo dorico 163, da cui emerge che gli
spartani, che egli definisce come Preussen der Antike, sono, per la loro purezza razziale e il loro
valore militare, un modello di nordicità. La tesi di Müller viene ripresa dal padre
dell’antropologia razzista tedesca dell’inizio del XX secolo, Ludwig Woltmann che, nel suo
Antropologia politica (1903) 164, fa di Sparta l’archetipo dello Stato indogermanico,
caratterizzato da un eugenismo e un militarismo esemplari, proteso verso un espansionismo
conquistatore.
L’interesse di Sparta per i nazisti è duplice: Sparta costituisce per loro l’archetipo dello Stato
nordico elitario, razzista ed eugenista, pretotalitario nella sua concezione e la sua pratica
educativa, ma al contempo il miglior esempio delle virtú di obbedienza e di abnegazione
militari. Questo aspetto del mito spartano verrà ripreso, come vedremo piú avanti, all’epoca di
Stalingrado 165.
Lo storico Karl Christ, specialista della storiografia del mondo antico, nota che «non c’è
nessun altro tema di storia antica che sia stato maltrattato sul piano politico e ideologico tanto
quanto Sparta nella Germania nazista» 166. Di conseguenza, il tema è «diventato tabú» 167 nella
Germania del dopoguerra, e si è dovuto attendere il 1983 perché la storiografia tedesca avesse
di nuovo la possibilità di soffermarsi sulla Laconia, e perché fosse pubblicato il primo studio
scientifico serio sull’argomento dopo il 1933.

Lo «spartanismo», tra totalitarismo e rifondazione dell’Occidente.

In un articolo dedicato all’interesse della storia antica per l’edificazione del nuovo regime, lo
storico della Grecia Helmut Berve difende il valore di Sparta, di cui per altro è specialista, e
dell’esempio spartano. Egli avverte che i cultori eterei delle belle lettere e della grande cultura
misconosceranno la grandezza e l’interesse di Sparta, se vedranno in essa solo un deserto di
versi e di cetre. Ma proprio gli stessi che non vedono altro che una città «povera e rozza» non
devono dimenticare che l’eredità piú ricca di questa città risiede nella «creazione di un modo di
vita comunitaria perfetto» 168, al punto che «il piú grande pensatore dei greci» 169, vale a dire
Platone, «vedeva in essa, piú che in ogni altro luogo, un modello di vita dignitosa» 170, se non
felice. Opponendo l’individualismo ionico al comunitarismo dorico, egli fa di Sparta una
precettrice in materia di edificazione della comunità civica e razziale.
Di fatto, il Terzo Reich viene percepito dall’esterno come una seconda Sparta. Già nel XVIII
secolo, Voltaire riteneva che la Prussia fosse Sparta il mattino, e Atene il pomeriggio: a
Potsdam, città-caserma e luogo di edificazione di Sanssouci, la mattinata era occupata dalle
esercitazioni della truppa, mentre il resto del giorno era dedicato alle muse e alla filosofia.
Piú del suo militarismo, è il suo carattere apparentemente totalitario a fare di Sparta la
prefigurazione del Terzo Reich. Victor Ehrenberg, storico socialdemocratico che dal 1933 andò
in esilio, nel 1934 pronuncia da Praga una conferenza radiodiffusa, in cui ricorda che Sparta fu
il primo Stato a introdursi in tutti gli aspetti della vita dell’individuo, come, piú tardi, la
dittatura nazista:

Per questa ragione, i rappresentanti moderni del totalitarismo hanno rivendicato Sparta
come il modello o come l’ideale delle loro stesse manovre 171.

Addestrati alla vita in comune e all’abnegazione per la salvezza della comunità e dello Stato,
gli spartani sono per Ehrenberg, che riprende in questo un concetto nazista, «il tipo piú
coerente del soldato politico» 172. Dopo aver stigmatizzato la coercizione soffocante e il
militarismo esasperato propri di Lacedemone, Ehrenberg conclude avvertendo:

Sparta non ci ha trasmesso un modello che dovremmo imitare: piuttosto, ci segnala i pericoli
che dovremmo evitare 173.

Un osservatore piú lontano, e che ha meno sofferto a causa dei nazisti, il germanista francese
Henri Lichtenberger, dedica un intero capitolo della riedizione della sua Nuova Germania
(1937) a quello che chiama lo «spartanismo» nazista. Il professore della Sorbona interpreta il
rigore spartano come il compimento vigoroso e coerente di una fiacca Kulturkritik del
materialismo egoista e individualista di una civiltà occidentale di cui sappiamo da tempo che è
mortale. Contro l’«economismo», vale a dire la «mentalità orientata innanzitutto verso
l’acquisizione di ricchezze e del confort, tramite la diffusione dei tipi del cittadino separato dalla
terra e dalla natura, del borghese ossessionato dalla preoccupazione per il domani, imbevuto
dei suoi pregiudizi di casta, fissato in un egoismo miope, dell’intellettuale che disprezza il
lavoro manuale ed è pieno di illusioni sul potere della ragione, dell’esteta preda di un sogno
sterile di bellezza e di cultura» 174, Hitler e i nazisti – nota Lichtenberger – aspirano a rifondare
la comunità tedesca nel senso di una forte restaurazione dei costumi civici e dell’abnegazione.
Hitler ha voluto «rompere violentemente rispetto a erramenti che rischiavano di portare a una
crisi della cultura occidentale, e ha raccomandato l’organizzazione di una nuova società fondata
su una stretta solidarietà nazionale, sulle rudi virtú del contadino, dell’artigiano e del soldato,
sulla pratica della disciplina severa e del sacrificio volontario consentito dall’individuo alla
comunità, in una parola sulle qualità civiche, robuste e maschie che hanno fatto, nell’Antichità
greca, la gloria di Sparta» 175.
Il rinnovamento della civiltà occidentale a cui i nazisti aspirano è dunque un «addestramento
spartano delle nuove generazioni» 176. Il termine addestramento (Züchtung), dalla poco
piacevole rudezza animale, è per altro rivendicato e pienamente assunto da un compagno di
strada del nazionalsocialismo, da cui si allontanerà nel 1936, il poeta espressionista Gottfried
Benn. Benn vede in Sparta la grande forza organizzatrice della Grecia, il principio apollineo che
dà forma e ordine alla passione creatrice di questo popolo. In un capitolo intitolato Il mondo
dorico della sua opera Arte e potere (1934), Benn sostiene che «fra ebbrezza e arte deve porsi
Sparta, Apollo, la grande forza capace di selezione e formazione» 177. Benn si entusiasma per la
città-Stato greca, «venuta dal Nord» 178, che faceva dell’olismo e dell’imperialismo i suoi due
pilastri: «Esisteva una sola morale interna: lo Stato, e una sola morale esterna: la vittoria» 179,
consentita da un «razzismo radicale, un razzismo di Stato» 180. Questa morale era interamente
rivolta alla produzione e all’addestramento di «corpi belli» 181: «Il loro sogno è l’addestramento
e la giovinezza eterna, l’imitazione degli dèi, grazie a una volontà ferrea, un forte razzismo
aristocratico, la preoccupazione per la razza al di là di se stessi» 182. Dobbiamo ricordare, a
questo proposito, che Benn è un medico: nel nazionalsocialismo, vede in questo momento
l’opportunità storica di una rigenerazione fisica della Germania, accompagnata da una rinascita
culturale del paese. Sembra coniugare lo sguardo clinico di un Céline con la speranza
ontologica di un Heidegger quando, raccomandando la riscoperta della cultura dorica, spera
che, seguendo il suo esempio, la nuova Germania possa ritemprare i suoi uomini in un bagno
vivificante di virilità e di volontarismo, che rompa con gli erramenti e i deliqui di una
contemporaneità femminea, nevrotica e decadente.

L’educazione spartana: l’agoghé dell’uomo nuovo.

Il particolare valore educativo dell’esempio spartano è rivelato dal progetto affidato a Otto
Wilhelm von Vacano. Questo archeologo, che dedica la sua tesi a Olimpia e successivamente la
sua abilitazione a Sparta 183, viene incaricato di comporre un manuale di storia lacedemone a
uso delle Adolf-Hitler-Schulen. Pubblicato, nella sua prima edizione, nel 1940, il manuale di
Vacano è composto da una raccolta di testi tratti da fonti antiche e da un racconto breve,
abbastanza vago, della storia della città dorica. Il tono di Vacano è moderato, persino neutro
rispetto a tutta la letteratura storiografica che si può leggere altrove all’epoca e in molti altri
manuali. Vacano riprende docilmente la vulgata del tempo sulle origini di Sparta, la cui
creazione è attribuita a «una migrazione di contadini venuti dal Nord» 184, cacciati dal loro
luogo d’origine a causa di una «eccedenza demografica» 185. Tracciando un parallelo con la
colonizzazione medievale germanica a est, egli precisa che «dobbiamo rappresentarci queste
migrazioni in modo simile alle spedizioni colonizzatrici dei contadini del Medioevo verso
l’est» 186. Ricorda inoltre il sacro orrore spartano verso ogni forma di democrazia, regime
individualista ed egalitario distruttore del kosmos gerarchico e olistico dei loro padri 187, fonte
della loro inconciliabile opposizione ad Atene. Vacano fa anche concessione alla retorica del
tempo designando per sineddoche il popolo (Volk) mediante la parola sangue (Blut) e
attribuendo la rovina finale di Sparta a un’emorragia (Ausbluten) 188 del buon sangue nordico
versato a fiotti troppo generosi sui campi di battaglia della Grecia e dell’Asia: «Le forze di
questo sangue [nordico] sono state consumate nell’impegno» 189 militare.
Tuttavia, solamente il titolo contiene una professione esplicita, facendo della storia di Sparta
La lotta per la vita di un’élite nordica, titolo il cui programma è realizzato, piú che dal testo
dello stesso Vacano, dalla prefazione da cui è preceduto, redatta da Kurt Petter, Kommandeur
delle Adolf-Hitler-Schulen, che sottolinea con vigore il carattere edificante dell’esempio
spartano per le nuove generazioni della razza nordica:

Camerati!
Leggendo questo libro, mi sono nuovamente reso conto di quanto possiamo apprendere da
Sparta per la nostra opera di nazionalsocialisti. Molte delle conclusioni e dei principî che
guidarono gli spartani nella costruzione del loro Stato e nell’educazione della loro élite valgono
anche per noi. Tuttavia, non dobbiamo ripetere gli errori che portarono alla loro rovina.
Vogliamo aiutare il Führer a costruire un grande Reich: Sparta deve servirci come esempio e
come avvertimento! 190.

La visione che i manuali dell’insegnamento secondario propongono di Sparta è esplicita tanto


quanto la prefazione di Petter.
Il manuale di Walther Gehl dedica cosí tre pagine a La protezione della razza nello Stato
socialista e guerriero degli spartani dorici 191. L’autore comincia col ricordare l’origine degli
spartani, provenienti da una «nuova ondata di contadini-guerrieri (Bauernkrieger) nordici» 192
che assoggettano e riducono in schiavitú una popolazione preesistente, autoctoni con i quali «i
nordici achei» usciti da una prima ondata migratoria, piú antica, «si erano mescolati» 193. I
lacedemoni hanno dovuto edificare uno Stato capace di preservare la forza e la purezza del
ristretto strato di conquistatori nordici, molto inferiori per numero alle popolazioni indigene che
occupavano il territorio della Laconia: «Nello Stato spartano, la gerarchia sociale era nello
stesso tempo una gerarchia razziale», in quanto le funzioni e le cariche erano distribuite
secondo il grado di purezza razziale. Il principio razzista è investito di una forza coercitiva quasi
totalitaria: «L’intera vita degli spartani era dominata dall’idea di uno Stato razzista», nota
l’autore, il quale precisa che l’educazione fisica era obbligatoria, il celibato interdetto e i
matrimoni sterili annullati. Questo eugenismo ombroso non era tuttavia fine a se stesso, in
quanto «era piuttosto l’attitudine alla guerra a costituire lo scopo dell’educazione comunitaria
di Stato», un’educazione rude e scabra in cui «la sola arte coltivata era la musica […]
necessaria per la marcia e per la lotta». Eugenismo e militarismo convergono in un’impresa di
difesa di un’élite nordica fiera della propria razza e preoccupata di preservare il proprio
dominio naturale su un’abbondante popolazione di servi. Stato pretotalitario, Sparta assoggetta
la sua popolazione a una vita da caserma, per il bene della comunità:

Dai sette anni di età, i ragazzi venivano sottoposti a una vita di campo permanente e
addestrati all’esercizio fisico, alla lotta armata, alla resistenza, all’obbedienza e al dominio di
sé.

Si ricorre decisamente a tutti i topoi per tracciare il quadro edificante di una Sparta in cui la
rinuncia a sé e il sacrificio alla comunità sono eretti a pietra angolare di una città-caserma.
Anche il linguaggio ne è influenzato in quanto, come la musica vi batte il ritmo della marcia per
la fanteria, cosí «le risposte, nel paese di Laconia, dovevano essere brevi, concise e pertinenti –
vale a dire laconiche» 194, appunto.
Quando Hitler, nel capitolo del Mein Kampf dedicato all’educazione, scrive che «è necessario
che ogni bambino anteponga al suo interesse particolare l’interesse generale, che sacrifichi le
sue preferenze personali all’avvenire della razza e al bene dello Stato. Ciò che si esige da lui
sono le virtú del soldato, carattere, obbedienza, oblio di sé», Sparta non viene nominata, ma è
proprio l’agoghé lacedemone a essere descritta, sotto la penna di un uomo che, come sappiamo,
ha fatto letture di storia antica, conosce e apprezza Sparta, modello di comunità nordica.
L’agoghé spartana è celebrata da Helmut Berve, che vi vede l’unica strada per educare una
razza di signori chiamata a esercitare un controllo totale su di sé prima di dominare vasti spazi
e numerose popolazioni:

«La costrizione esercitata sulle pulsioni e la loro integrazione in una comunità che attribuisce
loro una sola direzione ha creato a Sparta, come per altro farebbe dovunque, un modello di
uomo-signore» 195, al contempo «abituato a obbedire e chiamato a comandare» 196.

Anche Bernhard Rust, ministro dell’Educazione del Reich, nel 1933 accondiscende con gioia
al mito spartano:

Non lascerò nessuno nel dubbio: noi dobbiamo educare una gioventú spartana, e coloro che
non sono pronti a entrare in questa comunità spartana dovranno rinunciare per sempre a
diventare cittadini del nostro Stato 197.

Il ministro si felicita dunque del fatto che la gioventú tedesca abbia «una relazione nuova e
vitale con la realtà della polis greca [a partire] dal momento in cui si è liberata dall’alienazione
di una cultura che non era la sua [e da quando] il suo sguardo si è aperto a cogliere i profondi
punti in comune che la uniscono […] all’eroica gioventú di Sparta» 198, dal punto di vista etico,
ma soprattutto razziale.
Nel suo discorso inaugurale per la mostra L’educazione fisica medievale in parole e immagini,
Rust ricorda che «non è che la Grecia sia presente tra noi a partire dall’umanesimo, ma, al
contrario, è il mondo di Sparta a essere in tutto e per tutto tedesco» 199.

Olismo, socialismo, eugenismo.

Come Sparta un tempo, la Germania nazista offre l’esempio di una comunità egalitaria, unita
in un progetto comune, senza distinzioni di classe, una Volksgemeinschaft resa vitale dal
patriottismo, il civismo e il razzismo. Nella propaganda economica e sociale del regime, il
termine spartano assume una connotazione migliorativa. Un libro in onore dei lavoratori del
Daf, i quali, giorno dopo giorno, costruiscono le autostrade del Reich, descrive con commozione
e fierezza la «piccola mansarda spartana» 200 del capo-cantiere, Führer dei suoi operai, ma
umile tra gli umili. La descrizione, in termini idilliaci, ispirata a un irenismo sociale conciliante,
della vita in comune del Bauarbeiterlager, esalta lo spirito cameratesco, il socialismo attraverso
il lavoro, e la gioia di una comunità nazionale da cui lo spettro deprecato della lotta di classe si
è allontanato.
Il ricordo della comunità degli homoioi, degli eguali spartani, è invocato e riattivato da
Goebbels nel discorso che pronuncia il 18 febbraio 1943, due settimane dopo la capitolazione
tedesca di Stalingrado. Il nazismo rosso-bruno del Gauleiter Goebbels, che all’inizio degli anni
Trenta ha conteso Berlino al Kpd grazie a un messaggio operaista ed egalitario proprio dell’ala
sinistra della Nsdap da cui proveniva, trova un nuovo impiego in una proclamazione della
guerra totale che fa un unico fascio di ogni erba demagogica: le passeggiate equestri al galoppo
nei boschi di Berlino, i guanti color crema hanno fatto il loro tempo. La guerra totale esige lo
sforzo solidale della comunità degli eguali, camerati di razza, uniti nella resistenza al pericolo:

Il popolo tedesco vuole condurre una vita spartana, e che tutti vivano da spartani, i potenti
come i deboli, i ricchi come i poveri 201.

Che Sparta sia una comunità nordica viene ripetuto a volontà in un discorso storiografico o
propagandistico che non manca mai di ricordare la comunità di sostanza razziale tra gli
spartani e i tedeschi. Per Helmut Berve, «la storia di Sparta possiede un valore eterno per tutti i
popoli appartenenti alla stessa famiglia dei greci, la famiglia alla quale noi sappiamo di
appartenere piú che mai» 202.
Berve giustifica l’eliminazione alla nascita dei bambini deformi o non vitali da parte della
città. Gli spartani hanno semplicemente fatto di un «processo di selezione che opera in
natura» 203 un costume sociale. Fedeli alla legge naturale, hanno vigilato affinché l’ordine della
cultura e della storia, quello della città, non venga a contrastare l’opera della natura con alcun
dispositivo contro-selettivo.
Anche Fritz Lenz, nella sua summa sull’eugenismo, cita come modello gli spartani:

È noto a tutti che, presso gli antichi spartani, l’eliminazione dei bambini deboli era corrente.
Secondo Plutarco, il legislatore Licurgo facendo questo aveva intenzioni selettive ben
precise 204.

Tale costume spartano s’iscrive in un contesto razzial-culturale piú vasto, quello di una
consuetudine propria della razza indogermanica:

Nell’Antichità classica, si è fatto ampio uso dell’eliminazione dei bambini, e tale pratica era
libera. Questo costume sembra essere stato un carattere della razza indogermanica 205,

in Grecia, come a Roma, dove si ritiene che «persino il mite Seneca» 206 abbia difeso
strenuamente la causa di un’eutanasia dei bambini deboli o deformi: «Noi anneghiamo il debole
e il deforme. Non si tratta di fanatismo, ma è la ragione a separare il vitale dal non vitale» 207.
La legge della natura è dura, ma è la legge: ogni azione contro-selettiva, ogni Gegenauslese 208
mediante misure di sostegno e di accompagnamento degli elementi razziali malati, tenuti in vita
artificiosamente da una società compassionevole, è «piú grave» 209 di queste usanze considerate
barbare.
Hans Günther loda poi Platone, «protettore della vita» secondo il titolo della sua monografia,
per aver preso coscienza delle «leggi dell’ereditarietà e della selezione» 210 e aver «formulato
questa verità in apparenza paradossale: esiste piú filosofia a Sparta che non ad Atene» 211, in
quanto il livello di filosofia di una città è misurato dalla facoltà di agire nel rispetto delle leggi
della biologia. La filosofia è il buon senso, e questo impone di non trasgredire la natura e di
farsene invece scrupolosi servitori.
L’eredità immortale di Sparta consiste, per Ludwig Schemann, nella frase di Leonida tratta
non dal celebre esordio delle Termopili, ma dall’addio alla sua sposa, «quel testamento cosí
laconico», ispirato a un’abnegazione elevata, che egli rende «alla sua donna: moglie di un uomo
nobile e generatrice di uomini nobili, frase che formula un canone dell’eugenismo aristocratico
ed eroico» 212 di Sparta.
Anche Hitler si appropria del tema. Nel suo Zweites Buch, rimasto inedito (1928), Hitler fa di
Sparta il modello del Terzo Reich a venire. Sparta, «primo Stato razzista» della storia, è
l’archetipo dello Stato nordico. Una élite indogermanica razzialmente superiore, ma
numericamente debole, è riuscita a stabilire un dominio indiscusso su una moltitudine di iloti e
di perieci grazie a un’attiva politica di eugenismo razzista selettivo, che eliminava senza pietà
gli elementi deboli o deformi:

Gli spartani furono capaci, un tempo, di adottare la saggia misura davanti alla quale arretra
la nostra macchina borghese-patriottica contemporanea, dal sentimentalismo smarrito. Il
dominio di 6000 spartani su 350 000 iloti non era pensabile se non sulla base del valore razziale
superiore degli spartani. Ma questo è stato il risultato di una preservazione pianificata della
razza, cosí che dobbiamo vedere nello Stato spartano il primo Stato razzista. L’eliminazione di
bambini malati, deboli, malformati, e dunque il loro sterminio, era molto piú dignitosa e, in
realtà, mille volte piú umana della patetica stupidità odierna, che consiste nel conservare a ogni
costo i soggetti piú malati mentre si privano della vita centinaia di migliaia di bambini sani a
causa di una politica ostile alla natalità o di mezzi abortivi, cosa che porta ad allevare una
posterità di degenerati pieni di malattie 213.

Hitler si riferisce qui alla selezione dei bambini vitali operata alla nascita dalla città, che
decideva di conservarli o che ordinava la loro esposizione in uno strapiombo del Taigeto. La
sorte dei bambini giudicati deformi o non vitali era dettata dagli imperativi militari della città,
che reclamava cittadini vigorosi e adatti a servirla. Le riflessioni storiche che Hitler dedica a
Sparta enunciano in termini sorprendentemente premonitori l’esecuzione del programma T4,
con il quale l’eugenismo nazista, da profilattico e sterilizzatore quale si era limitato a essere,
diventa estirpatore e omicida: negli anni Venti, il riferimento a Sparta, città nordica per
eccellenza, crea dunque le possibilità mentali di un immaginario omicida e di una politica
eugenista di distruzione degli esseri inferiori.
Questo spietato selezionismo fa cosí di Sparta, agli occhi di Hitler, un modello compiuto di
Stato eugenista, lo «Stato piú chiaramente razzista della storia» 214, a cui il Terzo Reich può
richiamarsi. Se lo Zweites Buch non fu mai pubblicato, l’esempio di Sparta è invocato dal
Führer, senza alcuna remora, nei suoi discorsi pubblici:

La storia mondiale ci propone l’esempio di uno Stato che operava una selezione della propria
progenie. Tale Stato è Sparta […]. Gli spartani hanno puramente e semplicemente distrutto
tutto ciò che viveva senza essere perfettamente sano. Dobbiamo riconoscere che si tratta di una
pratica crudele. Ma, grazie a questa selezione, si risparmiavano alle generazioni seguenti molte
malattie, e gli spartani che avevano superato la selezione godevano di un’esistenza molto piú
favorevole 215.

Questa promozione pubblica dell’eugenismo spartano ricorre ancora una volta agli argomenti
tradizionali della biologia eliminazionista di Stato: il sacrificio di una minoranza tarata assicura
la salute dei piú, operazione attraverso la quale non si fa altro che diventare zelanti
collaboratori e aiutanti obbedienti della natura.
La storia della razza nordica insegna dunque fondamentalmente, mediante l’esempio
spartano, come creare un’élite aristocratica forte e capace, in fine, di sottomettere popolazioni
molto piú numerose. Solo a costo di un attivo eugenismo selezionista, solo con la distruzione di
elementi deboli e tarati, il nucleo razziale sussistente potrà in seguito consacrare le proprie
forze al dominio di altri popoli, senza essere oberato da un ingombrante carico di malati.
Le SS, persuase dalla loro ideologia fortemente elitista e selettiva di essere l’élite razziale,
l’aristocrazia nordica del popolo tedesco, si sono appropriate del riferimento a Sparta. È
soprattutto all’interno del popolo tedesco che i nuovi spartani, gli homoioi neri, delle SS
costituiscono una élite chiamata a dominare una massa razzialmente piú indefinita, con incroci
di dinarici e di alpini, come confida un ufficiale capo a Eugen Kogon nel 1937:

Ciò che noi, i creatori della posterità del Führer, vogliamo, è uno Stato moderno che segua il
modello della città-Stato greca. Le grandi realizzazioni culturali dell’Antichità si devono alle
democrazie governate da aristocratici e sostenute da una larga base economica composta da
iloti. Una percentuale compresa tra il 5 e il 10 per cento della popolazione, cioè la sua élite piú
nobile, deve regnare, il resto deve lavorare e obbedire. Solo in questo modo potremo realizzare
le grandi cose che dobbiamo esigere da noi stessi e dal popolo tedesco» 216.

Il selezionismo attivo e l’eugenismo senza indulgenza esercitato contro il proprio popolo sono
dunque riferiti al fine ultimo che consiste nella conquista e nel dominio, da parte di un’élite
razziale minoritaria, di vasti spazi e di popoli molto superiori di numero.
In privato, Hitler si meraviglia del modo in cui un’aristocrazia razziale nordica cosí ridotta,
cosí esigua, abbia saputo e potuto imporre il suo dominio sul mondo greco, colonizzare una
parte del Mediterraneo. Che «seimila famiglie spartane» abbiano potuto dominare
«trecentoquarantamila iloti, e per giunta l’Asia Minore e la Sicilia» per «qualche secolo» prova
abbastanza bene «la superiorità del sangue spartano» 217. Gli argomenti dell’ufficiale SS citato
da Kogon e quelli di Hitler mostrano quanto Sparta offrisse ai nazisti un modello di dominio che
sembrava loro applicabile a un’Europa e a territori dell’Est sottoposti al loro giogo 218.
L’esempio spartano è ripreso inoltre da Richard Walther Darré. Con il suo discorso, mirante a
dimostrare che gli indogermani, dei quali si ricordano solo le migrazioni e le prodezze in
guerra, sono innanzitutto contadini sedentari, Darré rovescia la prospettiva tradizionale sulla
storia di Sparta, ingiustamente entrata nella storia per le sue sole virtú militari, che invece, a
suo parere, sono state secondarie rispetto alla sua vera natura contadina. Il pensatore agrario
relativizza il carattere guerriero di Sparta, di cui riporta l’esempio come difesa e illustrazione
della sua utopia Blut und Boden. Il fatto che Sparta costituisca un mahnendes Beispiel, un
avvertimento, a causa della sua rovina, si deve meno al troppo amore per la guerra degli
spartani, o al troppo sangue versato, che non al processo per cui, a poco a poco, hanno
rinunciato alla loro essenza contadina.
Per Darré, Sparta non è solamente lo «Stato guerriero per eccellenza» 219, che i
contemporanei e la posterità hanno creduto bene di vedere in essa. Sparta è stata uno Stato
militare suo malgrado, che ha dovuto armarsi, esercitarsi e costringersi a una disciplina ferrea
per proteggere un’élite nordica razzialmente superiore ma numericamente inferiore,
accerchiata da elementi razziali di debole valore qualitativo, ma in massa sovrabbondante, i
famosi iloti e perieci. L’essenza di Sparta non è dunque militare, è innanzitutto contadina: gli
spartani sono un popolo indogermanico, dunque un popolo di agricoltori. Come tutta la Grecia,
la Laconia è stata colonizzata da una «grande migrazione contadina nordica» 220 in cerca di
terre da coltivare. Accerchiata da popoli razzialmente allogeni e dunque ostili, Sparta ha
trovato la sua salvezza solamente in uno «Stato militare dalla disciplina incredibilmente
severa» 221, che non era né fine a se stessa, né l’espressione di uno spirito nordico militarista
per essenza, ma la semplice «organizzazione di difesa di uno Stato contadino aperto, vale a dire
un’organizzazione di difesa militare, simile a quella sviluppata dalla Prussia nella storia
tedesca» 222 recente.
La sua prospettiva conduce Darré a proporre una lettura della rovina dei lacedemoni che
contesta l’interpretazione tradizionale. L’autore dedica cosí 15 pagine a mostrare che lo Stato
spartano non è stato rovinato dall’emorragia di sangue nordico provocata dalle sue guerre a
ripetizione: una tale interpretazione si basa su «un errore di calcolo fondamentale» 223, una
forma di ottusità che ignora che un uomo caduto in guerra può essere rimpiazzato da un
ricambio generazionale sufficiente e assicurato dalla notevole fertilità della razza
indogermanica. Contrariamente a quel che si crede in modo un po’ affrettato, Sparta «non è
stata de-nordificata dalla guerra, ma da questioni economiche legate alla proprietà del suolo».
L’oligantropia spartana ha un peso limitato, a suo parere, rispetto alla divisione dei lotti (kleroi)
tra eredi, che hanno parcellizzato una terra divenuta di fatto meno redditizia e dunque a poco a
poco abbandonata agli iloti e ai perieci.
Darré raggiunge cosí un duplice obiettivo: la guerra non è nefasta in sé, sarebbe «insensato»
sostenerlo in quanto nessuna guerra ha mai avuto ragione di un popolo nordico. «La questione
centrale del destino della razza nordica» 224 è invece quella del rapporto con la terra e del
radicamento contadino dei popoli indogermanici: «Non sono state le guerre a denordificare
Sparta» 225, ma piuttosto l’allontanamento da quel «sano fondamento contadino» 226 che
originariamente le apparteneva.

Conclusione.

Come assegnare patenti di nobiltà a un regime che risente del suo anti-intellettualismo
dichiarato? I due capitoli precedenti mostrano come l’esaltazione del corpo e dell’uomo totale
provenissero da una tradizione greca, che il nazionalsocialismo si limitava a risuscitare.
Nell’esposizione che qui concludiamo, abbiamo mostrato in che modo, da Rosenberg, Darré e
Günther agli storici del mondo antico, passando per gli specialisti di filosofia greca, tutta la
storia del pensiero ellenico venga riletta attraverso il prisma razzista: da una parte ci sono i
pensatori nordici, esclusivisti, gerarchici, razzisti, eugenisti, e dall’altra i pensatori del
meticciato e della mescolanza, con le loro idee di commistione e di eguaglianza degli individui
sorte dalla eterogeneità del loro sangue e dal livellamento delle qualità e dell’eminenza che
sventuratamente scaturisce dall’infezione del sangue superiore da parte degli umori inferiori.
Peggio ancora, nel pensiero greco si sono introdotti, come un bacillo o un microbo, elementi
razzialmente allogeni che hanno promosso l’eguaglianza degli uomini fondata sul loro comune
possesso della ragione, contro l’evidenza clamorosa dell’ineguaglianza. Tale opposizione è
visibile già nel confronto tra Socrate e Platone: l’orientale Socrate, di cui si ricordano
continuamente la bruttezza e la deformità, teorizza l’eguaglianza, mentre il nordico Platone,
fedele in questo all’eccellenza della propria razza, mira a proteggerne l’eminenza con una
politica fondatrice di una città inegalitaria. Altri elementi intellettuali e razziali allogeni
s’introducono nella città del pensiero greco, con la coorte di orientali e di semiti rappresentati
dagli stoici, portatori della pericolosa promozione di una città universale, di uno sconfinato
colloquio di ragioni eguali per dignità e diritto, di una cosmopolis dell’indifferenziazione e della
mescolanza.
Sotto il Terzo Reich non si vuole piú avere a che fare con tutto questo: la natura ha i suoi
incoercibili rigori, e l’ineguaglianza è un fatto provato. Il fondamento del razzismo nazista è,
oltre la distinzione, la gerarchizzazione rigorosa delle razze che non possono per nessun motivo
essere soggette alla mescolanza e al meticciato. Platone, con la sua teoria delle tre razze e con
la sua tripartizione della città in filosofi-re, soldati e produttori, può dunque essere rivendicato
come precursore greco-nordico del razzismo nazionalsocialista e della sua concezione della
società. A questo si dedicano gli specialisti di filosofia greca, preoccupati, ancora una volta, di
provare la fondatezza dei loro studi e delle loro opere in una nuova Germania in cui l’anti-
intellettualismo esibito sembrava a priori scarsamente interessato agli sviluppi degli studi
platonici.
Platone è stato dunque oggetto di una ricezione e di una pubblicità favorevoli negli anni del
Terzo Reich. Ad Atene, era noto per il suo atteggiamento filospartano: suo zio Crizia, uno dei
Trenta Tiranni, era stato un collaboratore dei lacedemoni. Il legame tra Platone e Sparta tra il
1933 e il 1945 diventa effettivo: la città della Laconia gode del favore dei capi e dei teorici,
Hitler, Darré, Günther, oltre che degli storici della Grecia sempre attenti a elevare il loro
periodo a fonte di meditazione e di modelli. Stato militare, razzista ed eugenista, Sparta, con la
sua selettiva politica biologica, è salutata da Hitler come primo vero Stato razzista nordico,
precursore in questo del Terzo Reich. La violenza del procedimento di selezione e di
eliminazione dei bambini giudicati inadatti favorisce un immaginario di sradicamento eugenista
che, da teoria, diventerà realtà tra il 1933 e il 1939. La cura scrupolosa riservata alla
costruzione di una élite razziale la cui debolezza numerica verrebbe compensata dall’eccellenza
biologica – come mostra efficacemente l’opposizione esistente tra gli homoioi e le popolazioni
circostanti di iloti e di perieci – offre un modello di gerarchizzazione e di dominio razziale di cui
Darré e le SS si impadroniscono per modellare le relazioni tra le razze all’interno della
Germania, e in seguito, alla fine, nei territori conquistati di un grande Reich ampliato.
Sparta, città militare, nordica e razzista, è dunque convocata come modello della nuova
Germania, allo stesso titolo dell’Imperium romano.
Capitolo terzo
Dall’Imperium al Reich: le lezioni dell’egemonia romana e della colonizzazione antica

Aut Caesar, aut nullus. Imperatore del mondo!

ADENOID HYNKEL (Charlie Chaplin, Il grande dittatore, 1940).

Se la città dei lacedemoni fosse devastata e si salvassero solo i templi e le fondamenta degli
edifici, penso che dopo molto tempo assai difficilmente i posteri potrebbero credere che la sua
potenza fosse stata corrispondente alla fama […] siccome la città non è centralizzata e non ha
templi o edifici sontuosi, ma è abitata in diversi villaggi secondo l’antico modo dei greci,
potrebbe apparire non cosí importante. Se invece la stessa sorte toccasse ad Atene, ci si
immaginerebbe una potenza doppia del reale in seguito a quello che di lei appare
esteriormente.

TUCIDIDE , Storia della guerra del Peloponneso, I, 10.

E tu ormai non sei altro, materia della vita!


che un granito assediato da un labile terrore.
BAUDELAIRE , Spleen LXXVI.

In una celebre scena del Grande dittatore (1940), Charlie Chaplin ha pensato bene di
esprimere in latino la megalomania nazionalsocialista: il dibattito sui fini ultimi della politica
espansionista nazista è troncato da questo film, accolto positivamente negli Stati Uniti dopo
Pearl Harbor, che fa di Hitler un despota affamato di egemonia mondiale, degno successore dei
Cesari e di tutti i loro imitatori successivi.
Nel rapporto di Hitler col mondo antico, si nota una tensione tra l’imitazione e la sfida, una
volontà di superare il modello che implica di procedere sui suoi passi, di conformarsi ai suoi atti
e alle sue decisioni. Roma indica il senso della storia, vale a dire al contempo il suo fine e la
direzione da seguire per pervenire a questo fine. La storia romana è dunque, come sostiene
Hitler nel Mein Kampf, «die beste Lehrmeisterin» 1, la miglior maestra, la miglior scuola per chi
si prepara a diventare un conquistatore. L’arte della guerra e del dominio s’impara nei manuali
di storia romana, vera scuola dei principi e dei soldati a partire dal Medioevo.
Fonte di un’infinità di lezioni e di insegnamenti precisi, la storia romana insegna a costruire
imperi, ma anche i segni materiali dell’Impero. L’aspirazione nazionalsocialista al dominio
imperiale deve manifestarsi in una imitazione e in un superamento degli edifici antichi, nel
granito di Norimberga, un tempo materia vivente della Volksgemeinschaft riunita in congresso,
e ormai ridotto a campi desolati in cui non regna piú che un labile terrore delle passate
Valpurghe.

Roma, modello di sovranità e di aristocrazia germanica.

L’Impero romano è, per Hitler, al contempo il precursore e il maestro del grande Reich
nazista: lo prefigura e lo istruisce. Lo studio della storia romana è d’obbligo, tanto piú che i
romani hanno avuto lo stesso progetto di egemonia universale dei nazisti, e lo hanno realizzato,
con un’impresa di conquista coronata da un dominio di diversi secoli. Da loro c’è dunque molto
da imparare, fin nei dettagli apparentemente piú banali. Gli scritti, discorsi e conversazioni
private di Hitler tracciano un vasto ed eterogeneo inventario dei vari e numerosi insegnamenti
della storia romana.
Roma, creatrice del diritto occidentale, soprattutto del diritto pubblico, è innanzitutto la
creatrice del principio di sovranità. È Roma, secondo Hitler, ad aver creato la moderna idea di
Stato:

L’Italia è la patria dell’idea dello Stato, e l’Impero romano fu l’unica costruzione politica
veramente grande 2.

Roma, città di soldati e di giuristi, ha trasmesso all’Occidente soprattutto l’idea di Stato come
istanza creatrice di norme e produttrice di costrizioni, istanza dotata di sovranità e di potenza.
Ora, per il Führer, l’esistenza di uno Stato, e di uno Stato potente, è una condizione necessaria
all’emergere di una cultura, come mostra, a suo parere, la storia dell’Antichità:

come dimostra la storia antica, un grande sviluppo civile si può ottenere solo riunendo un
popolo in una rigida organizzazione statale. Lo sviluppo civile presuppone infatti la
collaborazione, e la collaborazione a sua volta presuppone un’organizzazione politica 3.

Qui, Hitler non fa che ripetere ciò che ha già abbondantemente scritto nel Mein Kampf: solo
lo Stato, come forma politica di organizzazione del sociale, consente l’emergere e il formarsi di
una cultura. Il lavoro di produzione culturale non può pensarsi se non nel contesto di una
struttura che assegna a ciascuno il suo compito e coordina, o addirittura sollecita e dirige gli
sforzi di ciascuno. La creazione di uno Stato, come ogni creazione culturale, non può che essere
opera di uno spirito ariano, il solo che riesca a trascendere il proprio egoismo per impegnarsi
nell’edificazione di una comunità solidale. Lo Stato e la cultura sono dunque i segni manifesti
del generoso idealismo ariano, che si oppone diametralmente all’egoismo e al sordido
materialismo degli ebrei 4, un individualismo avido, estraneo a ogni abnegazione e a ogni senso
della comunità politica.
La sovranità esige che lo Stato sia perfettamente libero e autonomo rispetto all’esterno, cioè
pienamente sovrano. Roma impartisce una lezione alla Repubblica di Weimar, Stato la cui
sovranità è stata amputata dal trattato di Versailles, in particolare dagli articoli 231 e 232, che,
in base all’argomento della responsabilità unilaterale della Germania nell’aver scatenato il
conflitto mondiale, privano il paese di un esercito degno di questo nome, e gli impongono delle
riparazioni. Nel concerto delle nazioni, la Germania non è dunque gleichberechtigt, ma è
ostacolata da ceppi che negano la sua piena e integra sovranità. Ora, la storia antica, sia
romana che greca, ci mostra che la libertà di uno Stato, e dunque – nei termini del diritto
pubblico internazionale – la sua sovranità, è la condizione necessaria della sua fioritura
culturale, come afferma Hitler nel Mein Kampf:

L’importanza culturale di una nazione è quasi sempre connessa con la sua libertà e
indipendenza politica; questa è la premessa della nascita, o meglio, della sussistenza dell’altra.
Quindi, nessun sacrificio compiuto per assicurare la libertà politica è troppo grave. Ciò che
l’intensivo sviluppo delle forze militari di uno Stato sottrae alla cultura generale, può essere piú
tardi recuperato con gli interessi […]. Dalle miserie della guerra persiana uscí la fioritura
dell’epoca di Pericle; e quando ebbe superato le preoccupazioni delle guerre puniche, lo Stato
romano cominciò a mettersi al servizio di una civiltà superiore 5.

Una volta liberate dalla minaccia di una dominazione persiana o cartaginese, Atene e Roma
poterono dedicarsi pienamente alla produzione di una cultura che l’assoggettamento, la
sottomissione a una potenza straniera avevano impedito. Contrariamente al senso comune, che
oppone militarizzazione e cultura ritenendo che l’una, per le risorse, la cura e l’energia che
mobilita escluda l’altra, Hitler stabilisce un legame causa-effetto tra guerra, libertà, potenza
politica da una parte, e vigore della creazione culturale dall’altra. I vertici culturali della storia
occidentale, l’Atene di Pericle e la Roma classica, sono cosí succeduti cronologicamente e
logicamente a periodi di guerra totale che hanno consentito l’affermazione di una sovranità
totale.
Lo Stato romano aggiunge a questo modello di sovranità un modo di devoluzione e di
organizzazione del potere che, per l’interesse che presenta, può essere eletto a criterio da
imitare. Anche prima del principato augusteo che ha visto, sotto un’altra forma, la resurrezione
a Roma di una forma di monarchia dimenticata sul suo territorio da cinque secoli, la res publica
romana è stata, secondo Hitler, qualcosa di assolutamente diverso da una repubblica nel senso
contemporaneo del termine. In un discorso su Stresemann pronunciato il 2 maggio 1928 a
Monaco, Hitler conferisce al Führerprinzip del suo partito e del suo futuro Stato la patina, i
paramenti e la nobiltà di un’origine romana:

La democrazia romana ha con la democrazia tedesca all’incirca lo stesso rapporto che il


nazionalsocialismo ha con il vostro democraticismo. La democrazia romana è stata in verità una
oligarchia elitaria del genere piú estremo 6.

Abbiamo tradotto con oligarchia, che è la definizione consensuale – da parte di storici e


politologi – del regime della res publica romana 7, l’espressione Führeraristokratie impiegata da
Hitler, che designa un’aristocrazia piramidale sormontata al vertice da un Führer. Questo
schema di organizzazione del potere è, in teoria, quello della Nsdap già dal 1919, come lo sarà
dello Stato nazionalsocialista a partire dal 1933.
Hitler ha infatti imposto il Führerprinzip allo Stato centrale, ai Länder, presieduti, a partire
dalla loro Gleichschaltung, dai Gauleiter delle circoscrizioni (Gaue) della Nsdap, oltre che ai
comuni. In una delle sue conversazioni private, Hitler affronta la questione dell’amministrazione
comunale riferendosi all’esempio delle coloniae e municipia romani: «Da questo punto di vista,
possiamo imparare molto dai romani» 8, che affidavano la fondazione e l’amministrazione delle
loro città a un solo individuo, cosí che «tutto il potere era posto nelle mani di una sola
persona» 9. La res publica romana offre dunque l’esempio compiuto della «democrazia
germanica» tanto vantata da Hitler, forma naturale, organicista e spontanea di devoluzione e di
esercizio del potere da parte dei capi naturali della comunità, designati ed eletti da un
misterioso, provvidenziale ma necessario avvenimento 10.

La Wehrmacht sulla scia delle legioni.

Modello di Stato, creatore del diritto e del principio di sovranità, l’Impero romano fu al
contempo conquistatore. Dalla sua potenza e dai suoi successi militari, il condottiero
contemporaneo, anche solo come Gröfaz 11, ha molto da imparare. Roma fu uno Stato militare e
può insegnare la guerra a chi è disposto ad ascoltare attentamente le sue lezioni. Secondo
Rosenberg, Roma, maestra di guerra, ci indica «in che modo una comunità umana che è
minacciata deve organizzarsi e difendersi» 12. Sono molti gli apprendimenti che se ne ricavano
rispetto ai dettagli dell’organizzazione di un conflitto. La storia romana insegna cosí come
nutrire i soldati di un esercito, cosa che, nel contesto del logoramento sul fronte orientale nel
1942, comincia a diventare una preoccupazione dei gerarchi del regime. Durante un pranzo alla
Cancelleria del Reich, il 25 aprile 1942,

Goebbels propone il quesito se un chilo di patate abbia lo stesso valore nutritivo di un chilo di
carne. Hitler risponde affermativamente e osserva che, come risulta da testimonianze storiche,
il regime alimentare degli antichi soldati romani si componeva principalmente di frutta e di
cereali. I soldati romani sdegnavano la carne, tant’è vero che gli storici pongono in particolare
rilievo i casi in cui, in seguito a difficoltà logistiche, le truppe erano costrette a cibarsene. Non
è assolutamente verosimile che l’uso della carne contribuisca alla sanità e alla robustezza dei
denti, perché i soldati romani, come appare dai ritratti del tempo, possedevano formidabili
dentature 13.

Le razioni dei soldati della Wehrmacht possono dunque non contenere carne, senza che
questo alteri il loro ardore nella battaglia, né la salute delle loro gengive. Nella storia romana,
Hitler trova dunque conferma ai suoi pregiudizi di vegetariano intransigente, avvezzo a coprire
di violenti rimproveri il primo Leichenfresser, divoratore di cadaveri, che, alla sua tavola,
avesse avuto la sventura di optare per un’ordinazione di carne.
Sul piano tattico, la storia antica insegna che il generale vincitore è sempre colui che dispone
dell’armamento piú perfezionato. Sin dall’Antichità, osserva finemente Hitler, gli strateghi e i
generali hanno rivolto un’attenzione tutta particolare alla tecnica, come egli si affretta a
spiegare ai suoi commensali:

È incredibile, osserva Hitler nel corso della converszione, fino a che punto gli antichi
sapessero adattare la tecnica alle necessità della guerra. Le vittorie di Annibale sarebbero state
impossibili senza i suoi elefanti, e cosí pure quelle di Alessandro Magno senza i suoi carri da
battaglia, la sua cavalleria, eccetera. In guerra il soldato migliore, ossia il soldato che vince piú
facilmente, è sempre quello che possiede e sa usare i mezzi tecnici migliori: non solo mezzi di
offesa, ma anche mezzi di trasporto e di rifornimento 14.

In un’altra conversazione, un mese dopo, Hitler ritorna su tali questioni e riflette


sull’importanza del carro d’assalto paragonandolo, mutatis mutandis, all’elefante del
cartaginese Annibale:

A pranzo, Hitler si occupa prevalentemente di questioni militari. Tra l’altro egli osserva che,
come ai tempi di Annibale gli elefanti rappresentavano l’arma piú offensiva, cosí oggi i carri
armati costituiscono il mezzo piú completo e piú importante per l’offensiva terrestre 15.

Un modello di Panzer, lo Sd.Kfz. 184, un pachiderma d’acciaio di 65 tonnellate, ha per altro il


nome di Elefant 16.
Da Cesare, il comandante Hitler non ricava che un aspetto: la prudenza politica, la phronesis
tanto vantata nell’Antichità. Un generale, come un uomo di potere, deve stare in ascolto e
all’unisono rispetto alle sue truppe, rispettare i loro timori, non scontrarsi frontalmente con i
loro sentimenti, anche quelli irrazionali:

Soprattutto in tempo di guerra, il popolo è superstizioso. Lo sono stati anche gli antichi
romani, compreso Giulio Cesare. Forse la superstizione di un uomo come Cesare non era affatto
superstizione, ma consapevolezza del fatto che il popolo è invece superstizioso. Io non farò mai
sferrare un attacco il giorno tredici di un mese. Non che sia superstizioso, ma perché so che lo
sono altri 17.

Un generale deve dunque tener conto della ingenuità dei suoi uomini ed essere animato da
un machiavellismo ben interpretato che aderisce ai sentimenti del popolo senza condividerli.
Dell’arte della guerra romana, Hitler ha forse mantenuto, in modo anche piú fondamentale, il
principio per cui, quando si deve impiegare la forza, bisogna farlo totalmente, allo scopo di
distruggere nel modo piú efficace le capacità materiali di risposta dell’avversario, e infrangere
ogni velleità psicologica di risposta con un messaggio di terrore. L’irriducibile volontà romana di
distruggere Cartagine, la conquista della città fenicia e di Gerusalemme, rase fino alle
fondamenta e, si dice, consacrate con l’esecrazione agli dèi inferi, arate e cosparse di sale, ha
indubbiamente influenzato la concezione hitleriana dell’impiego totale della forza guerriera: la
guerra a est, ma anche la violenza delle unità SS in Europa centrale e, alla fine della guerra, sul
fronte occidentale, ricordano lo spietato Delenda delle legioni di Scipione l’Africano.
La volontà di potenza tedesca e la coerenza con cui i nazisti hanno messo in atto la loro
politica di guerra e di annessione evocano Roma per un attento testimone del tempo, la filosofa
Simone Weil, che, quando pensa a Hitler, non può fare a meno di richiamare l’Impero romano:
«Ciò che duemila anni fa somigliava alla Germania hitleriana non sono i germani, ma Roma» 18.
Simone Weil iscrive dunque il Terzo Reich nella continuità di un Impero romano violento e
predatore, quello che Tacito denuncia nel famoso discorso di Calgaco: «Passano sotto il falso
nome di impero il rubare, trucidare, rapinare: e quando hanno fatto il deserto lo chiamano
pace» 19. Per Simone Weil, che nel 1938 dedica diversi articoli alla questione, «L’analogia tra il
sistema hitleriano e l’antica Roma è sorprendente al punto da far credere che dopo duemila
anni solo Hitler abbia saputo copiare correttamente i romani» 20. Esiste infatti una strana
somiglianza di fini, la conquista allo scopo della costituzione di un impero, ma anche dei mezzi,
la «brutalità senza limiti» 21 che l’autore rimprovera a dei romani assolti troppo frettolosamente
a causa degli apporti civilizzatori delle loro manovre militari 22, aspetti positivi di una
colonizzazione celebrata da una storia di vincitori:

In ogni caso tutto ciò che ci indigna e anche tutto ciò che ci sbalordisce nei suoi procedimenti
lo accomuna a Roma. Non differiscono né l’oggetto della politica, cioè imporre ai popoli la pace
mediante la servitú e sottometterli con la costrizione a una forma di organizzazione e di civiltà
che si pretende superiore, né i metodi della politica.

Esprimendo un parere risoluto sulla parte relativa ai riferimenti al mondo antico e a quello
germanico nel nazionalsocialismo, Simone Weil conclude:

Ciò che Hitler ha aggiunto di specificamente germanico alle tradizioni romane è solo
letteratura e mitologia inventata di sana pianta 23.

Dopo la conquista, resa possibile da razioni vegetariane e da qualche piccola concessione


all’umore delle truppe, arriva il tempo dell’egemonia. L’Impero conquistato deve essere reso
sicuro e tenuto saldamente in pugno dal conquistatore che aspira a stabilirvi un dominio
duraturo. La storia romana, secondo Hitler, insegna anche a questo proposito come fare:

il popolo tedesco, se vuole continuare a essere un popolo di soldati, deve guardarsi dal
lasciare una sola arma nelle mani dei popoli vinti. Il segreto della forza dell’antica Roma è
proprio questo: che in tutto l’Impero romano il cittadino di Roma era il solo che portasse
armi 24.

Il territorio del Reich sarà dunque, a immagine dell’Impero romano, sotto la giurisdizione di
un’élite combattente, quella dell’esercito tedesco. Il resto dell’umanità, gli uomini piegati sotto
il giogo della dominazione nazista, non avrà il diritto di portare armi. Hitler ripete la sua
convinzione e questo precetto nel corso di un’altra conversazione:

Una vera egemonia mondiale può essere fondata soltanto sulla forza del proprio sangue. I
romani ricorsero ai liberti solo quando si accorsero che il loro sangue si andava esaurendo. Le
prime legioni di liberti si formarono soltanto dopo la terza guerra punica 25.

Qui, il riferimento romano è completato da un altro riferimento, questa volta greco. La


concezione di uno Stato razzista e militare evoca Sparta, o almeno l’immagine che Hitler
propone della città lacedemone nel 1928 nel suo progetto di un’opera sui principî della politica
estera dei nazisti, pubblicata nel 1961 con il titolo di Zweites Buch 26. Dopo un passo, già citato,
dedicato a Sparta, Hitler evoca Roma per esprimere la sua convinzione che un impero non
possa che essere fondato su un nucleo razziale omogeneo e potente. A suo parere, si tratta di
una delle lezioni principali della conquista romana. L’Impero romano ha potuto edificarsi
solamente sulla base di una unione di popoli razzialmente affini, i popoli del Lazio, sottoposti al
giogo della forza romana. Questa unione razziale è stata la premessa indispensabile della
conquista dell’Italia e del Mediterraneo: popoli in precedenza divisi e impotenti hanno potuto,
sotto la sferza di Roma, raggiungere una massa critica sufficiente per acquistare una forza
d’urto tale da consentire loro di conquistare il mondo. Hitler vede in questa unione latina
forgiata dal gladio e dalla volontà di Roma un’analogia con la necessaria unione degli Stämme
tedeschi a opera della Prussia, preludio di ogni guerra esterna:

È un’esperienza vecchia come il mondo: unioni etniche durature non possono attuarsi se non
tra popoli affini e dello stesso valore e quando, inoltre, la loro aggregazione si produce sotto la
forma del lento processo di una lotta egemonica. È accaduto cosí che Roma, un tempo, abbia
assoggettato uno dopo l’altro gli Stati del Lazio, fino a che la sua forza ha raggiunto un livello
sufficiente per farla diventare il centro di cristallizzazione di un impero mondiale. La storia
dell’emergere dell’Impero britannico è identica, come quella della Prussia, che ha posto fine
alla divisione degli Stati tedeschi 27.

È imperativo, in seguito, preservare questo nucleo razziale omogeneo e potente. E lo Stato


dovrà vigilare affinché venga incoraggiata la fecondità del popolo mediante un’adeguata
politica sulla natalità 28.

Reichsautobahnen e strade romane: l’edificazione di un impero.

Dopo la conquista arriva anche il tempo dell’edificazione, della costruzione di infrastrutture


che rendano l’Impero politicamente, militarmente e commercialmente vitale: una rete
ambiziosa di vie di comunicazione. Non può esistere l’Impero, infatti, senza le strade che
integrino i territori e rendano omogeneo lo spazio. Hitler associa spontaneamente la nozione di
impero a quella di strada: quello costruisce queste, queste strutturano quello. Un impero viene
infatti distinto da tutte le altre forme di dominio per la sua facoltà di trasformare e di
strutturare lo spazio, e di organizzarlo in vista di una lunga durata:

L’Impero universale dei romani era, come l’Impero peruviano e altre potenze mondiali, un
impero fondato sulle strade 29.

La virtú civilizzatrice di un impero si riconosce dalla costruzione di tali infrastrutture, come


osserva Hitler in una conversazione del 27 giugno 1942:

Al termine della conversazione serale Hitler afferma che l’inizio di una civiltà si manifesta
attraverso la costruzione di strade. Come i romani al tempo di Cesare e nei primi tempi dell’era
volgare aprirono una rete di strade e di passaggi tra le paludi e le foreste delle pianure
germaniche, cosí anche oggi in Russia bisogna procedere prima di tutto alla costruzione di
strade 30,

vasto spazio la cui conquista, nel momento in cui le armate tedesche riprendono l’iniziativa
nell’estate 1942, sembra nuovamente possibile.
Le strade si trovano dunque a essere elevate alla dignità di monumento culturale. Nel 1937,
Fritz Todt, ispettore generale delle autostrade del Reich, celebrava in termini simili la
costruzione delle autostrade in un’opera pubblicata dal suo ispettorato e intitolata Autostrade di
Germania. Le strade di Adolf Hitler 31. La prefazione di Fritz Todt ci illustra il significato
culturale della costruzione delle strade:

Le strade sono beni culturali. Ogni strada che utilizziamo ha la sua storia secolare e il suo
significato. Una strada è un’opera d’arte. Essa promana dalla forza creatrice dell’ingegnere 32.

Una strada non è un bene strettamente utilitaristico. Non è l’oggetto banale e comune che si
crede. Essa non è né piú né meno che l’oggettivazione, nel senso hegeliano, di un’idea, di uno
spirito, in questo caso di un’idea imperiale:

In ogni epoca, la strada è sempre stata l’espressione della storia del proprio tempo, e la
traccia che ha lasciato testimonia ancora questo passato […]. Nel suo modo di costruzione, nel
suo disegno, non si riflette soltanto la tecnica dei diversi secoli, ma ancor di piú lo spirito e la
volontà dei suoi creatori 33.

Come per testimoniare la dignità culturale delle strade, Todt evoca la storia antica. Le strade
sono attestate sin dall’Antichità, e anche Erodoto le reputa degne di essere menzionate nella
sua opera, sottoscrivendo la loro consacrazione storica e culturale nell’Antichità:

Già Erodoto ci parla della prima strada lastricata. Riporta che questa strada è stata costruita
tremila anni prima della nostra era in occasione della costruzione della Piramide di Cheope.
Erodoto pone su uno stesso piano la realizzazione di questa strada e la costruzione della
piramide 34.

Oggettivazione di uno spirito creatore di arte, la strada è al contempo materializzazione


dell’idea imperiale:

La strada deve essere l’espressione dell’essenza tedesca. È in questo senso che lavoriamo
all’impresa gigantesca delle strade di Adolf Hitler. Il nostro programma di costruzione è
un’espressione incisiva della volontà di vita tedesca e dell’unità del Reich tedesco 35.

Le autostrade del Reich, unificando il territorio, collegando le sue diverse parti, esprimono la
sua unità politica: «Le linee di queste nuove strade sottolineano con decisione l’unità
nuovamente conquistata del Reich» 36. Questo significato politico è visibile già nel modello della
strada romana:

L’impegno generoso nella costruzione di strade è sempre stato segno di uno sforzo
particolare. Strade gigantesche sono state costruite, per assicurare la conquista di imperi
immensi 37.

Grazie al suo ruolo logistico, la strada, che permette la circolazione delle truppe, il
movimento degli eserciti, è infatti uno strumento di conquista. In modo significativo, Fritz Todt
indica per altro che le autostrade del Reich sono orientate verso est:

Esse conducono fino all’India e all’Estremo Oriente. Per tutto il corso della storia, l’uomo
nordico ha sempre imboccato la strada che porta verso l’India. Alessandro Magno l’ha
percorsa, e noi troviamo su questo cammino innumerevoli documenti culturali della razza
nordica che ne sono testimonianza 38.

Le vie che conducono verso l’est sono «le stesse strade che hanno orientato la conquista
politica e culturale dell’est tedesco» 39, riferimento al Drang nach Osten del Medioevo
germanico. Le strade del Reich s’ispirano a un altro modello imperiale, quello di Napoleone,
grande ammiratore dell’Impero romano e della sua rete di comunicazione: sull’esempio di
quelle di Roma, «le strade di Napoleone I, con la loro direzione e il loro tracciato spietato,
esprimono la brutale volontà di potere del grande conquistatore, e testimoniano inoltre la
grandezza delle sue idee» 40. Espressione di una volontà di potenza politica, vettori di un
progetto di conquista militare, le strade del Führer, come quelle dei romani e di Napoleone,
saranno diritte e rettilinee come fusti di cannone, ultima ratio regum. Il disegno a linea retta
procede da un imperativo strategico di risparmio di tempo, come Hitler confida ai suoi
convitati:

Tutte le strade militari sono state costruite da tiranni: i romani, i prussiani, i francesi. Esse
sono tutte diritte, mentre procedere sulle altre vie ci fa perdere il triplo del tempo 41.

Le strade militari, costruite per la conquista, non sono solo rettilinee. Sono anche provviste di
tutto ciò che serve per il rifornimento e gli scambi. Hitler cita come esempio le strade romane
costellate di stazioni di posta, le mutationes, che consentivano il riposo del viaggiatore e il
cambio dei cavalli, e scandite, a intervalli regolari, da accampamenti militari. Il Führer si
meraviglia del modello offerto dalla via romana:

È incredibile vedere con quale rapidità le legioni romane potevano divorare distanze infinite
su queste strade. Sembra che disponessero già del tiro dei cavalli. Le strade varcavano le
colline e le montagne, procedendo sempre diritto, le poste per il cambio erano collocate in
modo tale che le truppe, al termine di un giorno di marcia, potessero accamparsi 42.

Ma, al di là della conquista, le strade sono le arterie della civiltà. Fritz Todt precisa che «le
strade sono anche al servizio di una civiltà benefica e pacifica» 43. È sulle strade, infatti, che
«scorre il traffico, che batte il polso della vita» 44.
I romani hanno creato il modello della costruzione di strade, tanto dal punto di vista tecnico,
quanto dal punto di vista politico:

I padroni incontrastati della costruzione di strade nell’Antichità sono stati i romani. Il loro
immenso Impero è impensabile senza la rete estesa delle sue vie strategiche e commerciali. La
rete stradale romana ha raggiunto una lunghezza di 85 000 chilometri e si stendeva dalla
Scozia a Gerusalemme, dai Pirenei fino al Danubio. Sulle antiche strade romane esistevano già
stazioni postali di prim’ordine, che si sono rivelate di grande importanza sia per la politica che
per il commercio. La tecnica di costruzione delle strade romane era molto avanzata. Ancora
oggi ne ammiriamo i tracciati 45.

Opera d’arte, oggettivazione dell’idea, le autostrade del Reich scaturiscono tuttavia da una
monumentalità specifica. Le strade sono, secondo Todt, celebrate da Erodoto al pari delle
piramidi, ma i contemporanei del Terzo Reich non lesinano ulteriori comparazioni, per esaltare
l’opera di Hitler, come si può leggere sulla rivista ufficiale «Die Strasse», nel 1938: «Le
autostrade del Reich devono diventare, al pari della muraglia cinese, dell’Acropoli degli
ateniesi, delle piramidi d’Egitto, un viaggio nel paesaggio della storia» 46. Nel 1941, il poeta
austriaco Josef Weinheber compone una Ode alle strade di Adolf Hitler, in cui magnifica le
autostrade, «Simili a cosí poche opere dell’uomo | Forse, all’eternità delle piramidi | Ai
monumenti della Roma antica» 47.
Non è facile, tuttavia, per un’autostrada innalzarsi a itinerario nel paesaggio della storia. La
monumentalità della strada è bi- e non tri-dimensionale: la strada s’iscrive nel piano, non si
erge nello spazio. Per rendere tangibile il gigantismo del lavoro compiuto, la propaganda del
regime accumula le cifre o dei fotomontaggi che giustappongono un enorme quantità di
calcinacci, che dovrebbero rappresentare i materiali di sterro della costruzione, e di montagne
naturali. La strada risente del suo carattere non spettacolare. Estesa su due dimensioni, è priva
della terza, quella verticale, propria dei monumenti, come osserva ironicamente Ernst Bloch dal
suo esilio londinese, nel 1937: «Un’architettura singolare, lunga migliaia di chilometri ma, come
monumento, è un po’ piatto» 48.
Questa opera di arte piatta e quasi invisibile si doterà dunque di opere d’arte, in particolare
di ponti e viadotti, il cui stile riproduce intenzionalmente la monumentalità imperiale romana.
La costruzione dei viadotti è direttamente ispirata a Roma. Il Terzo Reich risuscita gli archi e
la pietra imperiale, quando in realtà le tecniche di costruzione e i materiali moderni, il cemento
armato e l’acciaio, rendevano inutile la resurrezione di quei dinosauri architettonici more
romano.
Ma la costruzione di strade e di ponti segna l’affermazione di una imperialità. Hitler e Fritz
Todt, come abbiamo visto, collegano le nozioni di impero e di strada. I ponti alla romana
funzioneranno dunque come il segno di questa associazione, ben illustrata dal vocabolo presto
consacrato e fissato di Reichsautobahn: il neologismo Autobahn è, fin dalla sua apparizione,
inseparabile dal termine Reich, e l’autostrada concepisce se stessa solo come autostrada del
Reich, autostrada imperiale. L’esame di progetti e di realizzazioni di architettura stradale e
autostradale ci consente di vedere concretamente come si passi da un discorso a una pratica,
da un’idea imperiale a una realizzazione. La rivista «Die Kunst im deutschen Reich», rivista
d’arte ufficiale del Terzo Reich, offre molte fotografie, schizzi e spaccati di ponti autostradali.
Friedrich Tamms 49, architetto incaricato dei ponti autostradali presso l’Organizzazione Todt,
abbozza un progetto che, benché mai realizzato, è l’esempio piú evidente di un’imitazione
romana totalmente rivendicata. Tamms riprende dal tipo dell’acquedotto la sovrapposizione
degli archi, qui presenti su tre livelli, interrotti da un grande arco centrale, cosa che rende il
principio dispendioso e puramente decorativo. L’intento sembra in questo caso quello di
costruire come un romano per il gusto di farlo, e non per soddisfare una qualche funzionalità
tecnica.
Non è da meno il suo collega e amico Albert Speer, che nel 1937 elabora un progetto di
ingresso di autostrada per Salisburgo. Un gigantesco altare, che ricorda l’ara pacis augustea, è
affiancato da due colonne monumentali che evocano le Colonne d’Ercole, oppure le due gambe
del mitico Colosso di Rodi, una delle meraviglie del mondo, colonne sormontate dall’aquila
nazista. Le due colonne segnano il passaggio di frontiera tra un’Austria non ancora annessa
dall’Anschluss e l’Altreich.

Imperialismo e architettura imperiale: l’architettura di Stato come monumento culturale e


attributo della potenza.

La diffusione del modello architettonico romano sotto il Terzo Reich non si è limitata a
qualche schizzo e alla realizzazione di ponti e monumenti autostradali. Conosciamo, grazie a
conversazioni private e alla testimonianza di Albert Speer, il gusto di Hitler per l’arte in
generale e per l’architettura in particolare. Lui che, nel 1925, aveva cominciato a tracciare
degli schizzi per un futuro arco di trionfo e molti altri monumenti in un album oggi conservato
al Kunstgeschichtliches Seminar dell’Università di Gottinga 50, aveva confidato al suo primo
architetto quanto la sua vera vocazione artistica fosse stata ostacolata:

Speer, lei è il mio architetto. E lei sa che è sempre stato il mio sogno quello di diventare a
mia volta architetto […]. Me l’hanno impedito la Grande Guerra e la criminale Rivoluzione di
novembre, altrimenti oggi forse sarei, come invece è lei, il primo architetto di Germania. Tutta
colpa degli ebrei! […] Sono stati gli ebrei a spingermi alla politica! 51.

L’importanza assegnata all’arte, e soprattutto all’architettura, arte rappresentativa per


eccellenza, arte di iscrizione del potere nello spazio, procede dunque da un’indubbia
inclinazione personale, ma anche da una concezione della politica in termini di persuasione,
appello alla passione attraverso l’espediente del sentimento estetico 52. Hitler ritiene che uno
Stato che si rispetti debba dotarsi degli attributi architettonici corrispondenti alla sua potenza.
La sovranità deve parlare nella pietra e per mezzo di essa, e uno Stato forte deve segnare lo
spazio con la sua impronta, non lasciando proliferare gli edifici privati.
In un lungo passo del Mein Kampf, come in molti dei suoi discorsi, Hitler si mostra turbato
dalla sproporzione contemporanea tra edifici privati ed edifici pubblici, questi ultimi ridotti
dallo spirito mercantile ormai trionfante e dalla rinuncia dello Stato alla parte che gli spetta.
Hitler deplora che «ciò che i tempi moderni hanno creduto di aggiungere al contenuto culturale
delle nostre metropoli è davvero insufficiente» 53. Alcune delle grandi città «non posseggono
monumenti che dominano il quadro cittadino o che comunque possano essere considerati come
il simbolo del tempo. Ciò invece accadeva nelle città antiche, dove ognuna andava orgogliosa di
un suo speciale monumento» 54. Rispetto al deficit culturale dell’epoca contemporanea, e in
contrasto con questo, l’Antichità appare come un paradigma di decisionismo politico e di
fertilità architettonica.
I monumenti pubblici delle città antiche erano il prodotto del volontarismo urbanistico e
architettonico dello Stato, erano l’espressione coerente della comunità, e non degli interessi
privati:

L’elemento caratteristico della città antica non era l’edificio privato, ma un monumento
collettivo, che non era stato costruito per bisogni occasionali, ma per l’eternità, dato che in
esso non si rispecchiava la ricchezza del proprietario privato, ma la grandezza e l’importanza
della collettività 55.

La forza dello Stato era tale da ridurre al rispetto e al silenzio ogni manifestazione di
individualismo intempestivo e ostentatorio con una sorta di implicito compromesso suntuario
che attribuiva la preminenza agli edifici pubblici:

Ciò che noi oggi possiamo ammirare nelle rovine del mondo antico, cioè quei pochi colossi
che ancora rimangono in piedi, non sono palazzi d’affari, ma templi o edifici pubblici;
costruzioni di cui era proprietaria la collettività. Perfino nel fasto della Roma imperiale il primo
posto non era preso dalle ville e dai palazzi dei singoli cittadini, ma dalle terme, dagli stadi, dai
circhi, dagli acquedotti e dalle basiliche dello Stato, cioè di tutto il popolo 56.

La stessa cosa avveniva durante il Medioevo germanico: «Ciò che nell’Antichità trovava la sua
espressione nell’Acropoli o nel Pantheon, si raffigurava ora secondo le forme del nuovo stile
gotico», i cui edifici «si alzavano come giganti sopra il mediocre caos delle costruzioni di
mattoni o di legno delle città medievali», secondo «una concezione che in ultima analisi ripeteva
quella antica» 57. Allo Stato dell’epoca contemporanea mancano i segni della sua cultura e della
sua potenza: dato che «le somme stanziate per gli edifici statali sono ridicolmente
insufficienti» 58, lo spazio è conquistato, corrotto e occupato da costruzioni private, segni di una
decadenza culturale contrassegnata dall’individualismo trionfante e dal culto del denaro. È
significativo il fatto che Hitler ricorra alle categorie antitetiche privato/pubblico,
mercantile/statuale per svalutare la Cancelleria del Reich, dove si insedia il 30 gennaio 1933.
Speer, che verrà incaricato di costruire il nuovo palazzo del cancelliere, riferisce che Hitler
sosteneva che la Cancelleria del Reich «era buona per gli uffici di una fabbrica di sapone», per
nulla adatta come «centrale di un Reich diventato potente». Pertanto, affidandogli l’incarico di
un nuovo edificio, disse di aver «bisogno di un fondale architettonico d’imperiale
grandiosità» 59, scegliendo l’aggettivo «imperiale» che in bocca a Hitler non era né fortuito né
neutro.
Una volta arrivato al potere, il Führer non avrebbe dunque esitato a riservare ingenti somme
di denaro alla edificazione di monumenti giganteschi, liquidando ogni esitazione dei grandi
tesorieri del Reich con la considerazione delle dimensioni e della perennità degli edifici
costruiti. Il costo del Grande Stadio di Norimberga, valutato da Speer 250 milioni di
Reichsmark, era, secondo Hitler, «meno di due navi da battaglia del tipo Bismarck. E una
corazzata può essere distrutta in un attimo, e se non è distrutta diventa un rottame in dieci
anni. Ma questa costruzione resterà in piedi per secoli!» 60.
Le preoccupazioni contabili sono dunque spazzate via da un desiderio di eternità, un duro
desiderio di durata proprio della mentalità romana, un ethos antico di cui Hitler si era intriso
con le sue letture storiche e la sua valorizzazione della dimensione eroica. Hitler è preoccupato
per il modo in cui la posterità guarderà al suo tempo, se la situazione resterà immutata 61.
La preminenza assegnata a un’architettura di rappresentanza che sia difesa e celebrazione
dello Stato, «rafforzamento della sua autorità» 62 e della sua maestà, è un tratto antico, cosa che
i classicisti non mancano di rilevare, come fa Joseph Vogt, professore di storia romana
all’Università di Lipsia, che si rallegra per il fatto che il rapporto del nazismo con il mondo
antico non sia piú quello spento di eruditi disincarnati, ma un autentico rapporto di ripresa e di
rinascita, come attesta a suo parere l’architettura del nuovo regime. Vogt si congratula che
«l’architettura compresa come un’autorappresentazione monumentale della comunità» 63 sia
stata risuscitata. Come nell’Antichità, l’architettura ridiventa l’«espressione di una concezione
della comunità orientata dallo Stato». Il Terzo Reich procede nella direzione del Primo Reich,
l’Impero romano, i cui edifici sono «realizzazioni imparentate» 64 con quelle della nuova
Germania:

Il complesso olimpico assomiglia ad esempio piú a un foro romano che non a un santuario
greco: il palazzo reale di Monaco, con i templi in onore degli eroi del Movimento richiama il
tempio degli eroi di una capitale greca o romana 65.

L’architettura come espressione dell’esistenza della comunità olistica è, in tal modo,


manifestazione della potenza dello Stato. Antica nella sua ispirazione, essa è dunque piú
specificamente romana. Joseph Vogt cita il suo collega Gerhart Rodenwaldt, storico dell’arte e
dell’architettura che, alcuni anni dopo, dedica il suo contributo nella grande opera collettiva La
nuova immagine dell’Antichità a L’architettura di Stato a Roma. Rodenwaldt vi paragona Hitler
ad Augusto il quale, secondo la Vita Augusti di Svetonio e le Res gestae divi Augusti, aveva
ricevuto una città di mattoni e lasciato una capitale di marmo: «Come tutti i grandi uomini di
Stato, egli ha considerato l’architettura […] il mezzo di espressione del potere» 66. Si è
preoccupato di rendere tangibile la maiestas imperii 67 attraverso la «autorità degli edifici
pubblici» 68, dando cosí origine a una «architettura pro maiestate imperii» 69. Hitler, secondo
Rodenwaldt, si rivela il degno continuatore dell’opera augustea per il fatto che

gli edifici del tempo presente evocano nella loro composizione, nella loro pianificazione e nei
loro volumi l’architettura di Stato romana. Nei grandi progetti che devono ridisegnare la
capitale del Reich pro maiestate imperii, ritroviamo l’incrocio tra i due assi, la rilevanza
dell’orientamento, la coordinazione tra le strade, le piazze e gli spazi interni monumentali […].
Assomigliamo dunque ai romani nella misura in cui ci confrontiamo nuovamente con i principî e
i fondamenti dell’architettura monumentale europea che i greci hanno posto con i templi che
dedicavano ai loro dèi 70.

Il tratto dominante di questa architettura di Stato è il suo classicismo esibito, anche se lo stile
adottato resta poco definito, incerto tra la romanità imperiale cara all’austriaco Hitler e il
severo modello dorico a cui Troost e Speer si richiamano.
Paul Ludwig Troost è stato il primo architetto di Hitler. Scomparso prematuramente nel 1934,
ha tuttavia avuto il tempo di donare al Führer le sue prime gioie di costruttore, realizzando i
progetti monacensi del capo della Bewegung. Troost edifica dunque per il partito la Braunes
Haus di Monaco e in seguito, dopo la presa del potere, una Ehrenhalle in memoria delle vittime
naziste del putsch del 1923. Trova infine il tempo, prima di morire, di disegnare la Casa
dell’arte tedesca cara ai progetti artistici di Hitler. Speer qualifica lo stile del suo predecessore
come «tradizionalismo spartano» 71. Il rapporto di Hitler con Troost era tale che, all’improvvisa
morte del maestro, Hitler parlò della possibilità di prendere lui il suo posto, idea che, dopo tutto
– nota Speer con ironia –, non era «piú peregrina di quella che ebbe poi, quando volle attribuirsi
il comando supremo dell’esercito» 72.
Speer professa un’ammirazione rispettosa per Troost. Confessando di aver nutrito
l’ambizione di essere «il legittimo erede dei classicisti berlinesi» 73, addirittura di essere «un
secondo Schinkel» 74, prova per l’architettura greca e classica un amore che non si smentirà
mai, come testimoniano le incisioni che ornano, dopo la guerra, la sua cella di Spandau. I suoi
vent’anni di carcere saranno rallegrati solo da «riproduzioni di una testa in bronzo di Policleto,
di un progetto di Schinkel per un palazzo reale sull’Acropoli di Atene, di un capitello ionico, di
un fregio antico classico. E cosí, la mattina, quando mi sveglio, la prima cosa che vedo è
l’Eretteo» 75. Speer definisce il proprio stile come «neoclassico», vedendo in esso «una
derivazione dallo stile dorico» 76, e dedica dei viaggi allo studio di edifici dorici: «L’amore per il
mondo dorico fece sí che il mio primo viaggio all’estero, nel maggio 1935, non avesse per meta
l’Italia», paese che costituiva, dopo tutto, la meta obbligata di ogni intellettuale tedesco da
Winckelmann in poi, ma «la Grecia» 77. Speer racconta che «ricercammo soprattutto, mia
moglie e io, le testimonianze del mondo dorico», obiettivo che verrà perseguito anche in un
secondo viaggio svolto nel marzo 1939, in Sicilia e in Italia del Sud, sulle terre delle colonie
della Magna Grecia, dove Speer ammira in particolare «le rovine dei suoi templi dorici di
Segesta, Siracusa, Selinunte e Agrigento», un «prezioso completamento di quanto avevamo
visto e sentito nel nostro precedente viaggio in Grecia» 78.
Hitler assegna dunque al suo primo architetto l’incarico di progettare monumenti classici. Il
suo gusto per l’Antichità lo portava a questo, cosí come le sue aspirazioni a una lunga posterità
memoriale: «Hitler apprezzava il classicismo perché era “fuori dal tempo”» 79. La posterità degli
edifici antichi, in particolare quelli tramandati dall’Impero romano, li rende quasi metafore
dell’eternità. Un uomo cosí ossessionato dal tempo e dalla preoccupazione della durata 80
com’era Hitler non poteva che esserne profondamente commosso e sedotto. Lo stile classico è
uno stile greco e, piú precisamente, dorico, poiché Hitler, nota Speer, «credeva di aver trovato
nel popolo dorico alcuni agganci con il mondo germanico» 81, e poiché «la cultura greca
rappresentava, per Hitler, la massima perfezione in tutti i campi» 82.
Speer tempera il suo apprezzamento dell’estetica hitleriana precisando che il gusto del
Führer restava gravato da quello che aveva visto nella Vienna imperiale della sua giovinezza, «il
mondo tra il 1880 e il 1910», caratterizzato da un «ampolloso neobarocco» 83, quello del Ring
viennese e del palazzo Garnier parigino, che Hitler amava tanto, e al quale tende a tornare
nuovamente a partire dal 1937. Secondo il suo architetto preferito, il Führer si allontana allora
dallo stile dorico per abbracciare uno stile neo-Impero molto pesante, che evoca ormai meno la
rigorosa severità dei templi dorici che non «le sfarzose architetture dei despoti orientali» 84.
Speer vede in questo, a posteriori, una regressione verso «un’arte decadente» 85 che,
pensandoci bene, annunciava la caduta di un Reich gonfiato tanto quanto i suoi edifici, come lo
stile Impero francese, subentrato alla gravità spartana della rivoluzione, aveva accompagnato
l’ascesa e le sconfitte di Napoleone 86. Per qualche pagina, Speer sviluppa una filosofia critica
dell’arte che rende la sua evoluzione coerente con un contesto politico di cui essa è
l’espressione e il sintomo. L’ex architetto dell’Impero nazista diffida ormai dello stile imperiale e
di ciò che presagisce: dopo gli eccessi del tardo rococò, la Rivoluzione francese aveva fatto
ritorno a uno stile sobrio e rigoroso, leggibile nei progetti «dei Boullée, dei Ledoux, dei
Lequeu» 87, le architetture utopiste a cui Speer si richiama. Il direttorio ha arricchito l’antica
severità degli anni 1789-1794 con maggiori ornamenti, prima che l’Impero arrivi a eccedere
nella ricchezza e negli elementi decorativi. Il periodo 1789-1815 offre dunque la possibilità di
seguire «nel breve ciclo di un ventennio circa, un processo per il quale sarebbero occorsi, in
condizioni normali, dei secoli. Processo che andava dalle costruzioni doriche della prima età
classica alle strutture complesse e involute delle facciate barocche del tardo ellenismo» 88,
un’evoluzione ulteriormente ridotta dal nazismo a quattro anni di severità e otto anni di
esagerazione imperiale, tanto nell’ornamentazione quanto nelle proporzioni assegnate agli
edifici, cosa che, all’epoca, Speer «ancora non intuiva» 89. Speer constata infatti, con il ritorno
alle aspirazioni di potenza tedesca e l’affermarsi di ambizioni imperialiste sempre piú evidenti,
una tendenza alla sovrabbondanza ornamentale, ma, soprattutto, a un gigantismo che egli
assimila al dispotismo orientale, prima di constatare che anche i greci, a loro volta, «non
era[no] immuni da eccessi di megalomania» 90.

Hybris, la megalomania fatta pietra.

Speer definisce l’architettura imperiale di Hitler gebaute Megalomanie 91 e racconta che suo
padre, stupefatto davanti alla dismisura degli edifici progettati, gli avrebbe detto: «Siete
diventati completamente pazzi!» 92. È la reazione spontanea dell’osservatore esterno. I progetti
di Speer per la riconfigurazione di Berlino sono di un gigantismo davvero demenziale. La cupola
della Grosse Halle doveva raggiungere i 250 metri di altezza, cioè l’altezza dell’attuale torre
dell’Alexanderplatz a Berlino, alla base del palo dell’antenna. L’aquila che doveva sormontarla si
sarebbe elevata fino a 290 metri, ossia un po’ meno della tour Eiffel: «Del classicismo, – nota
Speer, – amava, a rigor di termini, null’altro che la possibilità del monumentale. Era infatuato
del gigantesco» 93.
Lo storico Jochen Thies, in un’opera dal titolo L’architetto dell’egemonia mondiale 94, legge in
questa dismisura architettonica l’affermarsi di un’ambizione imperiale su scala mondiale,
un’ambizione talmente inaudita che le proporzioni degli edifici progettati risultano inedite: la
loro dimensione è calibrata sulla dismisura delle ambizioni strategiche del Führer. Thies ritiene
che una logica interna colleghi questa architettura grandiosa ai progetti militari di costruzione
di bombardieri a lungo raggio d’azione in grado di colpire gli Stati Uniti. Edifici imperiali e
fortezze volanti sono l’espressione di una stessa tensione verso l’egemonia mondiale 95: non c’è
alcun dubbio, dunque, che l’espansionismo di Hitler non potesse accontentarsi semplicemente
della conquista di uno spazio vitale a est.
La sua guerra è condotta su scala planetaria contro una cospirazione ebraica di ampiezza
mondiale. Hitler, come nota Thies, è obnubilato dall’esempio dell’Impero britannico, modello
contemporaneo riuscito di egemonia su scala mondiale, e della Roma antica, che resta, in
architettura come in politica, modello e sfida per il Führer 96, il campione storico assoluto in
base al quale ogni grandezza si deve misurare.
Un impero che si rispetti deve ricondurre a sé le costruzioni politiche presenti ma anche
passate. Allo stesso modo, l’architettura di rappresentanza di questo Impero deve superare
tutto ciò che potrebbe essergli contrapposto. Hitler formula i suoi giudizi estetici all’interno di
categorie piú quantitative che non qualitative: Wucht, Gewalt, Monumentalität, Riesenhaftigkeit
sono le coordinate del suo sistema di riferimento personale e gli attributi attraverso i quali egli
esprime la sua ammirazione per gli edifici che spesso vengono valutati in base alla loro
dimensione, in quanto il loro gigantismo nella scala di valori del Führer equivale a
consacrazione.
L’indubbio gusto di Hitler per il monumentale non è l’espressione di una patologia personale,
di una elefantiasi estetica, ma è al contrario caratterizzato da un esplicito e preciso significato
politico. Il gigantismo dei monumenti del Terzo Reich deve restituire ai tedeschi la
consapevolezza perduta della loro dignità e della loro eminenza, un sentimento violato e rubato
dall’umiliante Diktat di Versailles e dagli interminabili anni di crisi della Systemzeit di Weimar.
Secondo il Führer, infatti, «solo attraverso opere di questo tipo si restituisce a un popolo la sua
fiducia in se stesso» 97. Durante la solenne inaugurazione della nuova Cancelleria del Reich, il 9
gennaio 1939, dichiara:

Il mio scopo è sempre stato quello di restituire al popolo tedesco la sua stima di sé in tutti gli
ambiti. Alcuni forse si chiedono perché il Führer proclami che questa è la cosa piú grande,
perché le nostre strade sono le piú grandi, perché vuole che siano le piú grandi […]. Perché
mirare sempre al piú grande? Miei camerati tedeschi, io faccio questo per ridare al popolo
tedesco la sua fiducia in se stesso 98.

Hitler moltiplica gli interventi in cui dichiara senza esitazioni la sua volontà di superare tutti i
piú grandi monumenti che esistono nel mondo intero. L’inno del vecchio Reich, che resta,
insieme all’Horst-Wessel-Lied, quello della nuova Germania, proclamava un «Deutschland über
alles in der Welt», che Hitler prende alla lettera per dargli un significato architettonico molto
concreto, espressione anticipata e prefigurazione di una realizzazione politica che sarebbe
seguita molto presto.
Il riferimento contemporaneo, sincronico, di Hitler è l’America: tutto, nella nuova Germania,
deve superare le realizzazioni americane. Hitler vuole cosí costruire ad Amburgo «il ponte piú
grande del mondo», al posto di un tunnel, piú comodo dal punto di vista tecnico, ma qui non si
tratta tanto di utilità tecnica quanto di

dare ai tedeschi coscienza di questo […]: cos’è l’America con i suoi ponti? Noi possiamo fare
esattamente la stessa cosa. Ecco perché faccio costruire dei grattacieli che hanno la stessa
potenza dei piú grandi grattacieli degli Stati Uniti. Ecco perché faccio costruire a Berlino una
capitale potente. Ecco perché faccio costruire a Norimberga o a Monaco impianti giganteschi, e
immense autostrade in tutto il Reich tedesco, non per ragioni di circolazione, ma perché sono
convinto che sia necessario dare al popolo tedesco la fiducia in se stesso che, già molto grande
in passato, è stata spezzata 99.

Il Führer-architetto orchestra la pesante sinfonia dei superlativi: Berlino deve essere dotata,
col suo asse nord-sud, del viale piú lungo e piú largo del mondo, del piú grande aeroporto del
mondo, della emittente piú potente del mondo 100, Norimberga dovrà accogliere lo stadio piú
grande del mondo 101: «Perché sempre il grandissimo? Perché voglio restituire a ogni tedesco la
coscienza di sé» 102. Tuttavia, se l’America, i suoi ponti sospesi e i suoi grattacieli sono
certamente il riferimento contemporaneo, lo sguardo di Hitler è rivolto soprattutto a Roma, «la
nostra sola rivale nel mondo» 103, l’unica potenza storica con la quale Hitler, sub specie
aeternitatis, accetta di misurarsi: «la megalomania di Hitler riguardava il tempo come lo
spazio» 104, nota Speer.

Roma, modello e sfida.

Dobbiamo ora chiarire fino a che punto Roma sia innalzata da Hitler a modello e a sfida della
sua opera politica di edificazione di un impero. A tutti i conquistatori della posterità, l’Impero
romano, con la sua rete di strade, di città costruite come altrettante Roma in piccolo, con il suo
Stato, il suo diritto e il suo esercito che dominavano un territorio grande quanto il mondo
conosciuto fino ad allora, l’Impero al quale erano riusciti a resistere solamente i lontani parti
orientali, è apparso come il modello per eccellenza dell’egemonia universale. Esso univa le armi
della forza militare alle parole della lingua e della civiltà romana diffuse da legioni e proconsoli
dall’Africa alla Britannia. Non è affatto sorprendente, dunque, che Carlomagno, Ottone, e in
seguito Napoleone, abbiano voluto mettere in scena il loro potere sotto insegne antiche e
recitare di nuovo la storia in abiti da romani. Roma è per Hitler, come per tutti questi
conquistatori, segno e modello del potere egemonico, del dominio universale. In una lingua
simbolica in cui i significanti sono ridotti a tratti salienti minimali, il nome di Roma funziona
come il simbolo del potere, cosí come Atene significa filosofia e la Prussia è sinonimo di
disciplina e di organizzazione. Per altro, Hitler stesso si dedica espressamente a un’analisi di
tipo linguistico, facendo osservare la posterità del nome di Cesare: «È folle quel che un nome
può diventare! Per duemila anni, Cesare è stato un concetto che designava il comandante
supremo» 105. Come la parola «Roma» è diventata il significante di una realtà imperiale, il nome
di Cesare è quello del comando militare supremo e del potere. L’eccezionale esemplarità del
modello romano si legge dunque anche solo dalla lingua, e Cesare, come Roma, divenuti
immortali grazie ad alte imprese inaudite, sopravvivono nella memoria comune come segni di
realtà gloriose che essi soli possono designare adeguatamente, tanto grande è il loro ruolo di
archetipi, di modelli e di simboli compiuti. I nomi stessi sono diventati monumenti 106.
Roma è al contempo simbolo e archetipo di una conquista militare e dell’instaurazione di un
potere mondiale, ma un potere che trasforma in profondità, imponendo la sua cultura e la sua
lingua, in breve, un potere che modella e che plasma lo spazio e i suoi popoli. Si tratta di un
modello superlativo, che non è mai stato eguagliato, nemmeno, e non ancora, dal Reich grande-
tedesco:

Ancor oggi, l’Impero universale di Roma non ha eguali. Con quale infaticabile energia ha
dominato tutti i popoli circostanti: e non c’è altro Impero che abbia diffuso nello stesso modo
una cultura cosí uniforme 107.

Hitler, con tono ammirato e insoddisfatto, considera dunque, in questo colloquio privato del
novembre 1941 – mentre la Wehrmacht sta perlustrando i quartieri di Mosca – che Roma non ha
ancora un suo pari, nicht seinesgleichen. L’ambizione di Hitler è creare un impero sul modello
romano: l’Imperium romanum, das römische Weltreich, deve avere ben presto il suo degno
compagno nel Reich, che è sul punto di sottomettere l’intero continente europeo, e di
espandere, di diffondere la propria razza e la propria cultura. Nel 1941, la guerra contro l’Urss
è esplicitamente definita come una guerra razziale di sterminio degli slavi e degli ebrei, che
devono sparire per lasciare il posto a coloni tedeschi. L’uniformazione, l’omogeneizzazione
razziale dello spazio imperiale deve essere il corrispettivo della diffusione, da parte di Roma,
del latino, della sua cultura e del suo diritto.
Se Roma è cosí presente nella mente e nei discorsi di Hitler, questo accade senza dubbio
anche perché la storia romana iscrive nell’ordine del possibile il progetto a priori irrealizzabile,
davvero megalomane, di un impero universale. Riferire un progetto politico, per quanto folle
possa sembrare, a eventi e periodi del passato effettivamente verificatisi, equivale a iscrivere
questa idea nel concreto del possibile, di un passato reale, dunque di un potenziale sempre
attualizzabile. Richiamandosi a Roma, Hitler trova dei precursori e dei precettori per quello
che, altrimenti, non sarebbe altro che follia vuota e vana. Mediante il riferimento all’Antichità
romana, la follia imperialista di Hitler trova quel minimo di ancoraggio nel reale che rende il
mito, anche se solo in piccola parte, credibile e vitale. Agli occhi di Hitler, Roma prefigura, di
fatto, il Reich.
Per Nietzsche, l’iscrizione nel reale è una delle funzioni della storia, uno dei modi attraverso
cui essa serve la vita. Nella seconda delle sue Considerazioni inattuali (1874), Nietzsche nota
infatti che «la storia occorre innanzitutto all’attivo e al potente, a colui che combatte una
grande battaglia, che ha bisogno di modelli, maestri e consolatori, e che non può trovarli fra i
suoi compagni e nel presente» 108. La storia avrà allora la funzione di fargli scoprire grandezze
passate che potranno ispirarlo, incoraggiarlo nel suo compito, mostrandogli che una tale
grandezza, benché eccedente rispetto al presente, resta possibile, dato che si è avverata, di
fatto, in epoche chi ci hanno preceduto. Nietzsche chiama questo tipo di storia «monumentale».
La storia diviene pellegrinaggio verso le fonti della grandezza storica, grazie alla scoperta dei
monumenti del tempo trascorso, delle alte imprese e delle grandi opere del passato che
annunciano quelle del presente, o per lo meno testimoniano la loro possibilità. L’uomo d’azione,
il grande uomo del presente trae da questa contemplazione dei monumenti che la storia gli
propone coraggio, determinazione e consolazione di fronte all’incomprensione dei suoi
contemporanei:

Egli ne deduce che la grandezza, la quale un giorno esistette, fu comunque una volta
possibile, e perciò anche sarà possibile un’altra volta; egli percorre piú coraggiosamente la sua
strada, poiché ora il dubbio che lo assale nelle ore di debolezza, di voler fare l’impossibile, è
spazzato via 109.

Piú grande del Colosseo.

Il monumento di Roma è un esempio, un modello da imitare, una sfida da raccogliere, il solo


che sia degno del Reich per la sua estensione territoriale, per la sua potenza militare e per la
sua posterità memoriale. Le imagines degli antenati, conservate sull’altare della famiglia,
svolgono sempre questa doppia funzione di consiglio e di ingiunzione, di esemplarità e di
sfida 110. Durante una conversazione del 21 ottobre 1941 al quartier generale, Hitler confida ai
membri della sua cerchia piú intima il senso che conferisce alla riconfigurazione urbana di
Berlino: «Solo cosí saremo in grado di fare ombra all’unico concorrente che valga per noi, cioè
Roma» 111. Il Führer pronuncia questi discorsi in un contesto di euforia geostrategica e militare,
nel momento in cui il Blitzkrieg a est sembra un successo e in cui il Reich grande-germanico
sembrava a portata di realizzazione.
Se infatti Hitler vuole superare tutto con i suoi edifici, Speer precisa che si trattava
soprattutto di surclassare i maestri dell’Antichità: Hitler era entusiasta quando, come suo
architetto preferito, «potevo dimostrargli che avremmo “battuto”, se non altro in grandezza, le
maggiori opere architettoniche della storia» 112: il paragone nello spazio è meno importante di
quello nel tempo, gli Stati Uniti lo sono meno rispetto a Roma. Speer costella dunque le sue
memorie di una valanga di misure e di dismisura, precisando che la tribuna dello Zeppelinfeld
di Norimberga, «infatti, misurava 390 metri in lunghezza (quasi il doppio delle Terme di
Caracalla a Roma) e 24 in altezza» 113. Per evitare un eccesso di spese, essa doveva essere
eretta non in granito, ma in travertino, materiale meno nobile, ma che era lo stesso utilizzato
nel Colosseo di Roma. La tribuna doveva essere sormontata da una statua allegorica di 60 metri
di altezza, fatto che richiede immediatamente le seguenti precisazioni, in cui sono chiamati in
causa il riferimento americano e quello romano, geografico e storico:

Nerone aveva fatto erigere in Campidoglio una statua colossale di 36 metri 114; la Statua della
Libertà, a New York, è alta 46 metri; la nostra statua doveva superare quest’ultima di 14
metri 115.

Sempre a Norimberga, il Grande Stadio voluto da Hitler doveva avere una capienza di «400
000 spettatori. La piú grande opera del genere che l’Antichità possa vantare è il Circo Massimo
di Roma, capace di 150 - 200 000 persone, mentre gli stadi moderni non superavano, in quegli
anni, i 100 000 posti» 116, come lo stadio olimpico di Berlino, opera del suo collega Werner
March. Tali misure sono in proporzione all’espansione geografica e demografica della
Germania, ampliata in grande Reich, la cui popolazione, secondo il Mein Kampf, doveva
raggiungere, in cinquant’anni, 250 milioni di individui. L’inflazione dimensionale non riguarda
solamente Norimberga, ma anche la capitale del Reich. A Berlino, il progetto imperiale rende
indispensabile rimpiazzare la Cancelleria del 1939 con un nuovo Führerpalais sulla Adolf-Hitler-
Platz. Questo «avrebbe avuto dimensioni centocinquanta volte maggiori, tali da superare
addirittura il leggendario complesso della Domus Aurea neroniana, la cui superficie
oltrepassava il milione di metri quadrati»: con i suoi due milioni di metri quadrati, il palazzo di
Hitler reggeva il paragone 117.
Anche i morti meritano l’omaggio dell’iperbole architettonica. I Totenburgen, «gigantesche
necropoli» la cui realizzazione è affidata all’architetto Wilhelm Kreis, dovevano avere l’aspetto
dei «tumuli del mondo antico» 118 ma, ancora una volta, portati all’ipertrofia, con altezze di 100
metri e oltre.
Questo diluvio di cifre e questo valzer di comparazioni rende tangibile, nel testo di Speer,
l’esaltazione dei padroni del Reich, convinti dell’eccezionalità della loro costruzione storica: gli
edifici di Roma imperiale, Terme di Diocleziano, Circo Massimo, Domus Aurea, sono il campione
di riferimento principale del gigantismo nazista. Roma, riferimento e modello della vocazione
imperiale, offre il precedente urbano per una capitale del Reich chiamata a imitarla e a
superarla.

Germania, Nova Roma: un manifesto di pietra.

Il fatto di nominare una città, anche solo per rifondarla, è un atto di affermazione di potenza
mediante l’inaugurazione di una nuova era. Era questa l’ambizione di Nerone che, come ci
racconta Svetonio, voleva ridisegnare l’antica capitale dell’Imperium e ribattezzarla, affinché
diventasse il suo eponimo, Neropolis.
Volendo dotare la sua capitale di nuovi edifici, espressioni di potere (ministeri, Soldatenhalle
per l’Okw), ma anche luoghi per gli svaghi sociali, come le terme, che dovevano essere edificate
lungo l’asse nord-sud, Hitler si iscriveva in una duplice tradizione romana: quella del princeps
costruttore, che portava ogni nuovo imperatore ambizioso a corredare Roma di un nuovo foro, e
quella dell’evergete, benefattore che, come principe o come privato, faceva dono alla città di
attrezzature necessarie alla vita sociale 119.
Hitler nutriva il progetto di dare a Berlino un volto nuovo. La seconda nascita della capitale
del Reich si sarebbe accompagnata a un nuovo battesimo della città, atto semantico
performativo che avrebbe segnato una rinascita, un tempo nuovo. Il nome scelto fu Germania,
un vocabolo che, paradossalmente, non ha nulla di germanico 120. Germania è un termine
strettamente latino, reso popolare da Tacito, alla cui monografia viene associato a partire dal
Rinascimento. I suoi derivati in tedesco, Germanen, germanisch, hanno equivalenti nordici,
derivati dalla radice propriamente sassone teutsch, latinizzata in tuidisc, tedesco, tudesco. Il
carattere latino di Germania è inoltre accentuato dalla desinenza finale in -a, caratteristica
latina del genere femminile. È significativo che le SS non seguano Tacito per battezzare la loro
rivista di antropologia e di archeologia nordica. Al tacitiano Germania, preferiscono un
Germanien dove la finale in -en è piú specificamente nordica.
Nuova Roma attraverso il suo nome, Germania era concepita da Hitler come la capitale di un
impero mondiale. La nuova capitale del Reich, come, piú in generale, tutti i nuovi edifici del
regime, sono pensati per essere manifesti dell’imperialità, per iscrivere il potere nazista nello
spazio, ma anche nel tempo lungo di una posterità millenaria. L’obiettivo è quello di sostenere,
mediante un’architettura imponente, il potere dei Führer a venire, dei suoi successori,
lasciando un testamento di pietra che lo fissi per l’eternità 121.
Il nuovo Impero mondiale a cui Hitler aspirava, per reggere il paragone ed essere degno del
suo modello passato, doveva parlare la lingua dell’imperialità, vale a dire quella della
monumentalità romana. Di fatto, la nuova capitale doveva produrre tutti i segni della romanità
imperiale, possedendo a sua volta tutti gli elementi architettonici che definivano Roma e
facevano della Città, grazie alla diffusione/proiezione di questi elementi nelle città delle
Provinciae, la capitale dell’Impero.
Germania doveva dunque avere il suo Arco di Trionfo, elemento centrale dell’architettura
militare e urbana romana che riproduce ed eterna nella pietra la porta dell’accampamento.
L’Arco di Trionfo di Germania, disegnato da Speer in base a schizzi di Hitler, doveva essere
piú alto, piú largo e piú profondo di quello di Napoleone I, altro rianimatore dell’Impero, a
Parigi: l’arco hitleriano doveva misurare 117 metri di altezza, cioè piú del doppio di quella degli
Champs-Élysées (50 metri), 170 metri di larghezza e 119 di profondità. Abbozzato da Hitler in
persona nel suo Skizzenbuch del 1925, l’arco era «il cuore del suo progetto» ed è «il miglior
esempio esistente delle idee architettoniche fissate da Hitler in quell’album degli anni
Venti» 122. Il monumento doveva sorgere all’estremità della doppia fila di cannoni inaugurata
dalla stazione sud e all’inizio del viale monumentale che doveva terminare nella Grosse Halle.
Quest’ultima doveva essere il monumento identificatorio della nuova capitale. Concepito per
essere, nell’avvenire, il teatro dei grandi discorsi del Führer del popolo tedesco, questo
immenso quadrilatero aperto da una colonnata e incoronato da una cupola gigantesca, doveva
poter accogliere un pubblico di 180 000 spettatori. Perfetta escrescenza della dismisura
architettonica nazista, la Grosse Halle, con 315 metri di lato, doveva occupare un’area di quasi
100 000 metri quadrati, e presentare un diametro di cupola di 250 metri. Al di là di queste
dimensioni inaudite, la Halle, con le sue colonne e la sua cupola, era di evidente ispirazione
romana: «In un certo senso ci eravamo ispirati al Pantheon di Roma» 123, nota Speer. Il Pantheon
romano era ben noto a Hitler, in gioventú storico dell’arte autodidatta, che aveva potuto
realizzare uno dei sogni della sua vita andando ad ammirare le antichità di Roma durante la sua
visita di Stato a Mussolini nel maggio 1938. Arrivato il 3 maggio a Ostia, Hitler è trattenuto da
obblighi di protocollo fino al 6. Il 7 maggio, una pioggia provvidenziale gli risparmia la lunga
parata militare programmata dagli italiani, e gli permette di attraversare in lungo e in largo
l’antica Roma come desidera. Dopo essere tornato, a titolo privato, alla Mostra augustea della
romanità, già visitata il giorno prima, egli visita, tra il palazzo dei Conservatori e le Terme di
Diocleziano, il Pantheon cosiddetto di Agrippa, nel quale chiede di entrare da solo. Vi resta a
lungo, in raccoglimento, ad ammirare la cupola che i progetti di Speer riprodurranno
moltiplicandone le misure per 20 124. La scala di accesso all’edificio doveva essere fiancheggiata
da «due statue di 15 metri d’altezza, il cui significato allegorico era stato fissato da Hitler fin da
quando avevamo abbozzato i primi schizzi del progetto: l’una avrebbe raffigurato Atlante
nell’atto di sostenere la volta celeste, l’altra Tellure nell’atto di reggere il globo terrestre» 125. È
dunque in una lingua mitologica greco-romana che Hitler voleva dare espressione allegorica al
suo potere: colui che parlava in questi termini era il padrone della terra e dei cieli, di cui
portava tutto il peso, e di cui era il pilastro.
Oltre questi edifici di architettura militare e politica, che riproducevano o trasponevano gli
elementi classici di un’architettura imperiale romana, Germania doveva essere anche dotata di
terme, manifestazione per eccellenza dell’evergetismo antico, e testimonianza di tutta
l’attenzione che i nazisti riservano alla cura del corpo 126. Speer nota che si era perfino arrivati
a progettare «una piscina in stile romano, grande come le terme dell’epoca imperiale» 127.
Hitler conosceva le Terme di Diocleziano per averne osservato le rovine durante la sua
esplorazione archeologica privata del 7 maggio 1938 a Roma. Le sue dovevano essere situate
all’inizio dell’asse nord-sud, a est della stazione sud, davanti al ministero delle Poste.
Gli edifici di Germania dovevano essere distribuiti lungo un asse nord-sud di cui Berlino non è
mai stata dotata. L’asse tradizionale di Berlino, l’asse reale prussiano, scandito dal castello
reale, la statua di Federico II, la Porta di Brandeburgo e la Colonna della Vittoria è un asse est-
ovest: è quello di Unter der Linden, prolungato, oltre la Porta, da un lungo viale che porta verso
Charlottenburg, passando per la Vittoria. Questo asse è ancora quello che, fatti i conti con la
partizione da guerra fredda, struttura lo spazio della città attuale. Hitler voleva a ogni costo
creare un asse nord-sud sovrapponendo un viale monumentale a un numero imponente di linee
ferroviarie di orientamento sud-ovest, nord-est, che servivano la Potsdamer Bahnhof e
l’Anhalter Bahnhof e che erano destinate a scomparire per essere raggruppate e orientate a
costituire reti verso la futura stazione sud. Oltre alla scomparsa di questo impianto ferroviario,
il nuovo asse progettato richiedeva la distruzione di centinaia di ettari di abitazioni e di strade
urbane. Non si può assolutamente comprendere questo volontarismo urbanistico e i costi che
avrebbe comportato se non vedendovi la volontà del Führer di dare alla sua città un cardo, un
asse nord-sud, asse principale di ogni città romana. L’urbanismo romano, di origine militare, era
un calco del piano ortogonale del campo legionario: quattro porte, due assi, accampamenti
rettilinei con incrocio ad angolo retto e piazza per l’appello all’intersezione dei due assi, il cardo
e il decumano, secondo asse, di orientamento est-ovest. Mentre nella stessa Roma, città troppo
antica e costituita da un sinecismo arcaico, la struttura ippodamea è poco leggibile, molto
spesso la si può ritrovare in ogni nuova colonia o fondazione.
La capitale che Hitler ereditava era troppo poco romana per i suoi gusti: con una doppia
assialità, incrociata quasi ad angolo retto a livello dell’attuale monumento sovietico del
Tiergarten, la capitale del Reich, con il suo nuovo cardo e il suo decumano tradizionale, si
preparava a essere pienamente imperiale.
La struttura generale e molti edifici specifici sono d’ispirazione apertamente romana. La
decorazione urbana deve anch’essa evocare Roma, per un effetto di citazione architettonica:
sull’asse est-ovest, piú precisamente sul viale Unter den Linden, vengono cosí eretti pilastri
disegnati dall’architetto e Reichsbühnenbildner Benno von Arent in occasione della visita di
Mussolini nel settembre 1937. Si tratta di sottili colonne dai capitelli dorici, sormontate
dall’aquila simbolo di sovranità (Hoheitsadler). Inizialmente provvisori, questi pilastri risultano
del tutto corrispondenti al gusto di Hitler, che decide di renderli perenni. Pertanto, una volta
ripartito il Duce, le colonne vengono fissate nella pietra, in modo permanente. Nel Grande
dittatore (1940), Charlie Chaplin si fa beffe di questa messa in scena all’antica dello spazio
berlinese. Una scena del film rappresenta il tragitto del dittatore Adenoid Hynkel dal luogo del
suo discorso al suo palazzo. Il viale che imbocca nella sua pesante berlina decapottabile nera è
costellato di opere d’arte antiche o antichizzanti, come una Venere di Milo improvvisamente
dotata di un braccio abbastanza lungo per fare il saluto nazista e un pensatore di Rodin dalla
testa mollemente adagiata su una delle due braccia, mentre l’altra esegue lo stesso Hitlergruss.

L’effetto di citazione romana e mitologica nell’apparato cerimoniale e nella decorazione.

Sappiamo che Hitler ha dedicato una cura attenta e molto particolare nel disegnare le
uniformi insigni e i simboli del partito, seguendo un modello fascista italiano di cui apprezzava
l’aspetto neoromano. Hitler, che confessa e professa una antica e sincera ammirazione nei
confronti di Mussolini, e che confida ai suoi interlocutori che «la camicia bruna non sarebbe mai
nata se non vi fosse stata la camicia nera» 128, ha preso in prestito dal fascismo italiano tutto ciò
che ricordava la venerabile maestà dell’antica Roma, come le insignia del partito che
abbracciano il corpo in uniforme del nazionalsocialista. L’aquila degli stendardi del partito, che
incombe minacciosa in procinto di prendere il volo, artigli contratti e ali dispiegate, è ispirata
da Roma, proprio come gli stendardi, i famosi Standarten che affollano con le loro stoffe, le loro
aquile e le loro croci le adunate del partito. Li ha disegnati Hitler in persona, a imitazione di
quelli delle legioni, annotando, nel suo taccuino di schizzi, Cesare via Mussolini 129. Hitler si è
accuratamente documentato sull’argomento, il che rende la sua imitazione degli stendardi
romani molto convincente. Si può dunque osservare che essi raggruppano sincreticamente i
diversi elementi della simbolica militare romana 130: il vexillum, la stoffa quadrata rossa usata
come drappo della legione, e che qui è contrassegnata da una croce uncinata su fondo bianco e
il motto «Deutschland Erwache!», l’aquila e, infine il signum, l’asta che, a Roma, alterna falci e
dischi. Gli Standarten nazisti presentano al loro posto una croce uncinata cinta da una corona
civica di foglie di quercia, e un cartiglio che indica la provenienza geografica dell’unità
rappresentata (città o distretto), corona e cartiglio entrambi derivati dalla simbolica militare
romana. Le corone civiche rivestono un significato e un’importanza tutta particolare. Si trattava
di segni distintivi attribuiti a coloro che avessero salvato la vita di un concittadino durante una
battaglia. Augusto si era visto assegnare una tale corona per aver salvato lo Stato dalla guerra
civile e dal caos. Senza dubbio Hitler, vero pater patriae che aveva salvato la Germania dal caos
di Weimar e dal sovvertimento comunista, pensava che il partito avrebbe meritato una simile
corona. Le croci uncinate, onnipresenti tanto quanto le aquile, quando vengono esposte non
sono collocate su drappi (cerchio bianco su fondo rosso), ma come motivo architettonico,
circondate dalla famosa corona di foglie di quercia intrecciate.
Anche altri elementi dell’apparato cerimoniale nazista sono derivati da Roma. Il potere
supremo del Reich si manifesta in costumi di romani, nell’architettura, ma anche nella
decorazione interna 131. Il programma iconografico della Nuova Cancelleria del Reich,
presentato nel gennaio 1939 da uno Speer che impressiona Hitler con la sua efficienza, cosa
che tre anni dopo gli varrà una promozione ministeriale, è infarcito di citazioni antiche, tanto
per la scelta dei supporti (marmo, mosaico) quanto per i temi rappresentati. Una Marmorsaal in
cui prevale il color porpora presenta cosí numerosi mosaici, arte romana per eccellenza, che
esibiscono aquile, corone d’alloro, rami d’olivo, fiaccole e tirsi. L’impiego del mosaico non fu
limitato solo alla Cancelleria, palazzo del Führer. Le navi dell’organizzazione Kraft durch
Freude (KdF-Schiffe), palazzi naviganti del popolo lavoratore e meritevole, erano dotate di
piscine con una decorazione ispirata ai soggetti e ai temi antichi. Le terme della Wilhelm-
Gustloff 132 del KdF-Schiff (1938) erano ornate ad esempio da pannelli di mosaico che
rappresentavano un Nettuno sovrano delle onde e delle acque. Nella Cancelleria, altri supporti,
come le tappezzerie murali e i quadri di grande formato, si ricollegano maggiormente alla
tradizione del principe assoluto dei secoli XVII e XVIII , ma i loro soggetti sono ancora tratti
dall’Antichità: 21 tappezzerie del XVII secolo rappresentano cosí, in tre serie, la vita di
Alessandro Magno (8), la storia del console romano Decio Mure (5) e le gesta di Didone ed
Enea. La simbolica alessandrina, come allegoria dell’imperialismo, è trasparente. La figura di
Decio Mure, console romano che fece voto agli dèi e cercò la morte in battaglia per far trionfare
Roma sui latini (III secolo avanti Cristo), simboleggia il sacrificio del capo devoto alla propria
città fino alla morte 133, e quella di Enea evoca un capo che, come il Führer 134, non si lascia
distogliere dalla sua missione dall’amore per una donna o da un qualche altro sentimento: Enea
abbandona Didone per andare a fondare la sua colonia del Lazio, da cui sarebbe nata Roma.
Anche l’ufficio del Führer parla una lingua allegorica ispirata all’Antichità. Il tavolo da lavoro
di Hitler era ornato da tre pannelli di intarsi che si affacciano direttamente di fronte al
visitatore, collocato su un piano inferiore su una sedia intenzionalmente abbassata 135. Hitler
desiderava che al visitatore della Nuova Cancelleria sembrasse di trovarsi davanti al padrone
del mondo: davanti al suo studio, ogni invitato, giornalista, ministro o plenipotenziario
straniero, capiva di parlare a un re della guerra. Gli intarsi dello studio rappresentano infatti
Marte, posto al centro su un giavellotto e una spada sguainata incrociati, affiancato, alla sua
destra, dalla Medusa e, alla sua sinistra, da Minerva. La Gorgone, con le zanne da belva e i
capelli di serpente, aveva uno sguardo fisso che pietrificava il suo avversario. Vinta da Perseo,
venne fissata sulla sua egida da Atena, poi imitata dagli opliti greci che raffiguravano la testa di
Medusa sul loro scudo, rituale al contempo apotropaico e propiziatorio, in quanto l’immagine di
Medusa doveva siderare di terrore l’avversario e pietrificarlo immediatamente. Minerva
(Atena), dea vergine e guerriera, partecipa a sua volta allo stesso messaggio: la spada del Reich
è sguainata, la violenza bruta (Marte), atroce (Medusa) e supremamente intelligente (Minerva)
della macchina da guerra tedesca chiede solo di essere scatenata.

Gigantismo e ieratismo antichi, da Norimberga a Parigi: l’immagine della nuova Germania.

La capitale del Reich non era la sola città a essere oggetto di tutta la sollecitudine
architettonica del Führer. La città di Monaco, promossa Capitale del movimento, e la
Reichsstadt Norimberga dovevano essere a loro volta ridisegnate secondo un modello antico e
monumentale. A Norimberga, la tribuna dello Zeppelinfeld, dove si svolgevano le grandi
adunate di massa dei congressi del partito, «si ispirava indubbiamente al grande altare di
Pergamo» 136, pezzo forte, imponente e prestigioso, del Pergamonmuseum di Berlino.
Anche il Reichsparteitagsgelände di Norimberga doveva essere dotato di una vasta area di
manovra per le dimostrazioni della Wehrmacht, a cui è dedicata per tradizione un’intera
giornata del congresso. Significativamente, quest’area prende il nome di «Campo di Marte», in
riferimento al Campus Martius romano, luogo di raduno dei cittadini in arme, in cui le classi
delle legioni si presentavano all’appello e costituivano i comizi elettorali, all’esterno del
pomoerium in cui era vietato entrare armati. Speer precisa tuttavia che la simbolica del nome è
duplice, in quanto «era destinato a ricordare non soltanto il dio della guerra, ma anche il mese
in cui Hitler aveva introdotto il servizio militare obbligatorio» 137, il mese di marzo del 1935,
quando una legge aveva riorganizzato la Wehrmacht e ripristinato la coscrizione 138, violando il
trattato di Versailles.
Il grande complesso di Norimberga doveva culminare nella costruzione del Grande Stadio, di
cui Hitler assegna l’incarico a Speer. Lo stadio doveva essere in grado di accogliere 400 000
spettatori, allo scopo di essere il degno teatro dei discorsi del congresso e dei futuri Giochi
olimpici che, una volta vinta la guerra, avrebbero dovuto svolgersi per sempre in Germania. Il
Grande Stadio è ispirato al Colosseo romano, di cui riproduce le gallerie sovrapposte, ma anche
allo stadio di Atene, lo stadio di Erode Agrippa, restaurato per i Giochi del 1896. Speer ricorda
che, durante un viaggio in Grecia effettuato nel maggio 1935, era stato profondamente colpito
dalla «ricostruzione dello stadio di Atene. Due anni dopo, quando toccò anche a me di
progettare uno stadio, fu da quello ateniese che ricavai la pianta a ferro di cavallo» 139.
Anche diversi osservatori contemporanei esperti cedettero all’effetto di questa architettura
neo-antica, vedendo nel Terzo Reich quello che Hitler voleva mostrarne: una resurrezione di ciò
che l’Antichità aveva avuto di piú potente, dominatore, impressionante. Robert Brasillach,
autore di una celebre antologia della poesia greca, descrive in questo modo le sue impressioni
del Congresso di Norimberga:

Allo Zeppelinfeld, all’esterno della città, è stato costruito uno stadio immenso, nello stile
architettonico quasi miceneo che caratterizza il Terzo Reich. Sui gradini, può contenere 100
000 persone sedute, nell’arena, 200 o 300 000 140.

L’effetto travolgente e imponente è tale che Brasillach ricorre qui al ricordo della Grecia
arcaica, preclassica, all’architettura ciclopica propria dei re di Micene. Drieu La Rochelle vede
invece in Norimberga un’immagine dell’Atene di Pericle, anche lui Führer-architetto del suo
tempo: «È quanto ho visto di piú bello dopo l’Acropoli» 141, dichiara dopo aver assistito alle
coregie del Congresso di Norimberga, nel 1935.
I contemporanei prendono dunque atto di questo manifesto di potenza, con atteggiamenti di
ammirazione, o di denigrazione, come nel caso dell’ambasciatore di Francia a Berlino, André
François-Poncet, che si lascia sfuggire, con tono sprezzante, che i nazisti «hanno costruito uno
stadio gigante per 100 000 spettatori. Dall’esterno, l’edificio era deludente. Non aveva
l’imponente maestà del Colosseo di Roma» 142.
Oltre alle città emblematiche del Reich e del partito, altre città, le capitali dei vari Gaue del
Reich, erano chiamate a essere altrettante proiezioni e imitazioni della Reichshauptstadt
Germania nelle province: «modelli e archetipi» ispirati a Berlino erano diventati lo schema da
riprodurre 143, nota Albert Speer, una riproduzione che evoca il fenomeno romano della
proiezione dell’Urbe nelle diverse città dell’Impero, tutte dotate del loro forum, delle loro
terme, basiliche, templi e mercati. Speer osserva con ironia l’improvvisa passione dei Gauleiter,
questi Führer in scala minore, per l’architettura, e la loro fervente imitazione dei piani
berlinesi 144:

Una conseguenza della pianificazione di Berlino fu il pullulare di progetti analoghi in altre


città. Ogni Gauleiter volle, da quel momento, eternarsi nella sua città 145.

Allo stesso modo, nei territori conquistati e nei nuovi Gaue dell’Est, Hitler pensa a una
ripresa del modello berlinese e di alcuni monumenti tipicamente tedeschi che materializzano
l’acculturazione indogermanica del paesaggio conquistato di recente, a imitazione delle
coloniae dell’Impero romano, ma anche della colonizzazione greca 146.
All’estero, l’immagine del Reich è impostata alla maniera dorica, non solo dai
Repräsentationsbauten di Berlino e Norimberga, ma anche dalla costruzione del padiglione
della Germania all’esposizione universale di Parigi del 1937. Il padiglione precedente, quello
dell’esposizione di Barcellona del 1929, era stato ideato da Mies van der Rohe come un inno al
funzionalismo, un monumento di Neue Sachlichkeit nel piú puro stile del Bauhaus. Destinata
alla gogna dell’arte degenerata, l’architettura modernista non può piú costituire in modo serio
la vetrina internazionale della Germania. Un dorismo freddo e rigoroso presiede alla sua nuova
architettura, elaborata in comune da Speer e da Hitler. Lo ieratismo imperterrito di questa alta
struttura con colonna culminante in un capitello di ordine dorico e sormontata dall’aquila
nazista oppone un muro di impassibilità alle curve mosse e impetuose dell’Operaio e della
kolchoziana che sembrano slanciarsi verso il domani cantando 147. Il fatto che il padiglione
sovietico fosse stato collocato sul Trocadéro esattamente di fronte a quello della Germania
costituisce una «deliberata malignità dei dirigenti francesi dell’esposizione», nota Speer, il
quale precisa di essere venuto a conoscenza dell’altezza, tenuta segreta, dell’edificio russo, per
poter issare l’aquila tedesca al di sopra, e permetterle di rivolgere verso il basso il suo sguardo
sul proletariato in marcia verso la felicità umana.
Non c’è alcun dubbio che lo stile architettonico neo-antico sia significativo, che sia un
manifesto di pietra e che faccia parlare alle città naziste la lingua dell’imperialità. Bisogna
tuttavia riconoscere anche il tributo all’epoca in questo ricorso a forme architettoniche ispirate
a una venerabile e ieratica tradizione occidentale: dalle costruzioni staliniane fino agli edifici
federali di Washington degli anni Venti e Trenta, passando per il Trocadéro parigino del 1937, il
neoclassico regna dovunque, e non sembra essere appannaggio né dei totalitarismi, né, a
fortiori, del nazismo.
Albert Speer, per altro, relativizza di buon grado l’originalità della sua opera e dei suoi
progetti negando che il classicismo nazista fosse specifico o inedito:

Fui vivamente sorpreso nel constatare che nelle costruzioni rappresentative anche la Francia
tendeva al neoclassicismo. Piú tardi sentimmo dire spesso che questo stile era caratteristico
dell’architettura ufficiale dei regimi totalitari, ma proprio non è cosí. Fu lo stile dell’epoca, e lo
troviamo a Washington, Londra e Parigi esattamente come a Roma, a Mosca e nella Berlino dei
nostri piani 148.

Ciò che, da parte di Speer, costituisce manifestamente un’arringa o una discolpa, è confutato
da Miguel Abensour, il quale respinge l’idea secondo cui l’architettura sarebbe indifferente o
politicamente neutra. La tesi secondo cui «l’elemento architettonico gode di autonomia rispetto
al politico» non può essere accettata dato che «l’istituzione di [un tempo e di ] uno spazio»
specifici attraverso la creazione architettonica va di pari passo con «la logica che regola la
costituzione totalitaria del sociale» 149. L’elemento propriamente specifico dell’architettura
nazista è la monumentalità travolgente che mira a costituire il popolo, erschlagen 150, radunato,
ipnotizzato, come nota Speer, in una massa assoggettata. Il gigantismo che caratterizza i
progetti e le realizzazioni naziste mira, attraverso il contrasto e la sproporzione, a eludere
l’individuo e a schiacciare le masse umane in modo tale che si coagulino, che diventino
compatte, cosí che ogni interstizio, ogni spazio di presa di distanza, di differenziazione tra me e
l’altro scompaia nel gran tutto totalitario di una solidarietà organica compiuta. Lo spazio
politico dell’agon democratico, spazio paradossale «che allo stesso tempo lega e separa» 151
viene cosí a essere distrutto 152. L’architettura nazista, creando le condizioni di una costituzione
fusionale della massa, è il luogo della fusione del popolo ridotto allo stato di massa compatta
assoggettata. Essa è la scenografia di granito, la messa in scena pietrificata di un nuovo tipo di
rapporto tra l’individuo e lo Stato, secondo la modalità della massa, che si tratti della massa
compatta della pietra, o della massa umana che, raccolta in colonne, prolunga con la sua
architettura i pilastri e gli assi dell’edificio.
Un tale argomento potrebbe essere applicato anche all’architettura staliniana e a quanto essa
riprende dal neoclassicismo. Nel caso dell’Urss, tuttavia, le dimensioni progettate sono inferiori
e l’architettura neoclassica non è affatto un vettore di diffusione del discorso genetico della
razza. L’architettura di Speer usa la monumentalità per costituire la massa soggetta al potere
totalitario e si ispira alla grammatica classica per significare la parentela di razza che esiste tra
dorici, romani e tedeschi contemporanei. In Urss, invece, il ricorso al classicismo non ha nulla
di esclusivo e si adatta alla coesistenza di altri stili 153: l’Unione Sovietica ha preso atto della
molteplicità dei suoi popoli e del suo carattere multietnico. A quanto sappiamo, l’arte ufficiale
sovietica non si è mai posta alla ricerca di uno stile primario, originale, matriciale che potesse
fungere da canone, mentre, nel caso del Terzo Reich, si ritiene che il neodorico e il neoromano
esprimano l’essenza artistica fondamentale di una sostanza razziale immutata da millenni.
L’adozione di questo stile neoclassico manifesta il legame con l’Antichità remota della razza e
proclama la volontà di ritrovarne e di preservarne l’originaria purezza.

Figura del capo e Führerpersönlichkeit nel mondo antico.

L’architettura nazista è tutta allegoria del Führerprinzip e del suo rapporto alla
Volksgemeinschaft. Chi dice impero o regime autoritario a vocazione imperialista dice princeps,
o Führer. Una serie di articoli e di opere pubblicate sotto il Terzo Reich tematizzano la figura di
un capo nordico ispirato dai modelli del mondo antico.
L’insuperabile Fritz Schachermeyr dedica un intero articolo a La figura del capo nordico nel
mondo antico. Dopo un lungo passo sul valore e l’utilità degli studi umanistici per ogni
educazione di razza nazionalsocialista, l’autore definisce il capo nordico come «quella
individualità eccezionale» 154 che riesce, grazie alla forza della sua volontà, a trasformare il
proprio ambiente nel senso di un’idea, un idealista ispirato, dunque, che riesce a fare della sua
idea una realtà, definizione che può fare a meno di ricordare le numerose tirate di Hitler sul
materialismo volgare dei marxisti e degli ebrei in opposizione al nobile idealismo dei nazisti.
Il capo nordico dell’Antichità è un artista che, come se lavorasse la materia, oggettiva, reifica
le proprie intuizioni e ispirazioni e che, con la forza della sua volontà e l’irradiarsi del suo
carisma, unifica un corpo sociale che, senza di lui, diventerebbe «un agglomerato di individui
autarchici […], una massa atomizzata» 155. Tutte queste considerazioni aderiscono strettamente
alla mistica del capo eletto. La figura soteriologica e redentrice del Führer, salvezza della
Germania e garante della sua unità, è delineata da Hitler nel Mein Kampf. In filigrana, ma una
filigrana grossolanamente districata, tanto i fili sono apparenti, qui è dunque disegnato un
ritratto del Führer, sviluppato da un accostamento esplicito tra Pericle ed Hitler.
Pericle, infatti, appare in un tempo di crisi della democrazia ateniese, una crisi «esattamente
simile a quella che anche noi abbiamo conosciuto prima dell’entrata in scena di Adolf Hitler» 156.
Ma la volontà di riformare lo Stato ateniese manifestata da Pericle inciampa sul «sostrato
mediterraneo estraneo alla razza» nordica di Pericle e delle élite indogermaniche di Atene. Il
parallelo tra capi greci e capi tedeschi è proseguito da Schachermeyr, che paragona Aristide,
Cimone, Clistene, Temistocle, Pericle, Pisistrato 157 a Federico il Grande, Bismarck, e Adolf
Hitler 158. Questi capi tedeschi devono essere compresi «nel loro carattere germanico» e «nella
loro identità nordica», identità condivisa con capi greci che, a loro volta, non devono essere
studiati per amore della sola Grecia, ma per educare ed edificare una generazione di nuovi capi
nazionalsocialisti.
L’alta figura di Pericle, che tanto interessava Hitler, è oggetto di un discorso di Helmut Berve,
in una lezione inaugurale di inizio del rettorato di questo professore di Lipsia. Il titolo che
designava ogni rettore a partire dal 1933 è quello di «Rektor und Führer der Universität»: ecco
dunque un Führer contemporaneo, storico dell’Antichità, che si richiama a un Führer antico.
Berve inizia col ricordare che il nome di Pericle è diventato l’eponimo del V secolo greco, che
rappresenta «un vertice unico dell’umanità indogermanica» 159.
La politica democratica di Pericle non è stata sinonimo di mero clientelismo demagogico: si
trattava per lui di far partecipare ogni ateniese alla vita della città, in breve di fare di questa
una comunità reale e consapevole di esserlo. Secondo Berve, Pericle voleva «attivare
politicamente tutte le componenti del popolo ateniese e fonderle in una reale comunità di vita
politica» 160, un’interpretazione olistica che rende comprensibile e accettabile la sensibilità
democratica di questo grande capo nordico.
La politica delle grandi opere condotta da Pericle, con l’edificazione dell’Acropoli, aveva
innanzitutto il fine di dare lavoro e sussistenza a tutti, scopo che combacia stranamente con
l’Arbeit und Brot dei nazisti e la loro politica di rilancio controciclico attraverso una linea di
interventismo economico dello Stato. Per raccogliere i mezzi di questa politica, è stato
necessario trovare un finanziamento: poiché era escluso di opprimere gli ateniesi con una
eccessiva fiscalità, è stato necessario decidere l’adozione di una politica imperialistica.
L’imperialismo ateniese è dunque pienamente giustificato come fondamento di un progetto
politico olistico: la costituzione di una Volksgemeinschaft solidale, secondo il grande disegno
pericleo 161. Berve osserva che «lo spirito di coerenza con cui venne elaborato e ben presto
applicato un programma di guerra non lascia alcun dubbio sul fatto che fosse in atto una
volontà imperiosa e mirata» 162, cosí che Pericle viene chiamato «Führer impavido», un capo
senza macchia e senza paura. La guerra, come sottolinea per altro Hitler nel Mein Kampf, è
dunque positiva. La potenza e la sovranità di uno Stato, conquistate con aspra lotta attraverso
la guerra, consentono di edificare e di trasmettere alla posterità i segni culturali di questa
potenza:

Sono state la forza brutale di Atene e la volontà senza concessioni del suo Führer a
permettere di erigere le meraviglie del Partenone e dei Propilei sull’Acropoli, che
rappresentano ancora oggi, benché allo stato di rovine, le testimonianze piú sublimi della forza
creatrice dell’uomo.

Non è difficile trovare un equivalente contemporaneo di questo uomo coraggioso, portatore


di un progetto politico di unione nazionale sotteso da un necessario imperialismo,
indispensabile per finanziare un’ambiziosa e generosa politica di grandi opere, un uomo che si
batte e che affascina, incorruttibile e temerario, fedele ai suoi compagni e ai suoi ideali.
L’analogia è tanto piú esplicita in quanto Berve ci presenta Pericle come Führer-artista,
grande architetto della nuova Atene: «Il coinvolgimento di Pericle nella costruzione
dell’Acropoli» è stato totale. Lo stratega coltivava «una relazione di fiducia con Fidia, al quale
aveva affidato la supervisione dell’insieme» dei lavori che dovevano disegnare una nuova Atene
a misura del suo Impero, una talassocrazia conquistatrice, sicura di se stessa e dominatrice. Il
parallelo tra la relazione Pericle-Fidia e il duo Hitler-Speer è impressionante, cosí come
l’assimilazione del progetto della nuova Atene a quello di Germania. Pericle, come tutti i grandi
capi nordici, è stato messo alla prova dalla guerra: la guerra del Peloponneso è stata la sua «ora
di verità» 163, come piú tardi la guerra dei Sette anni per Federico II. Quest’uomo, «la cui vita è
stata una battaglia fino all’ultimo respiro», ha affascinato i suoi contemporanei, amici o nemici
politici, grazie al suo carisma 164. L’edificante ritratto del capo nordico si chiude con l’inevitabile
tirata sugli insegnamenti indogermanici della storia antica per il nostro tempo 165.
Alcune eccezionali figure dell’Antichità greco-romana vengono dunque innalzate a paradigmi
del Führer nordico dalla storiografia, dall’insegnamento e dalla propaganda sotto il Terzo Reich.
Si tratta soprattutto di Pericle, ma anche di Augusto, mentre il giudizio resta con riserve o
sospeso, talvolta addirittura negativo, rispetto ad Alessandro e a Cesare che soffrono entrambi
di imperialità ostinata 166: il problema dei grandi Imperi mondiali del mondo antico è l’essere
stati artefici di mescolanza delle popolazioni e di diffusione della diaspora ebraica. Cesare, che
ha dotato il giudaismo di privilegi, è per altro troppo affine agli ebrei 167, cosa che indispettisce
nei suoi confronti Rosenberg, il quale lo nomina una sola volta nell’indice de Il mito del XX
secolo.
Le biografie di Pericle, proprio come quelle di Augusto, oltre al contesto dei secoli V e I avanti
Cristo, fungono da allegorie della situazione politica della Germania di Weimar. Nel caso di
Augusto, in particolare, bisogna ricordare che, per gli storici dell’Antichità, il parallelo con
Hitler è troppo attraente per non essere effettivamente tentatore: una situazione di guerra
civile e di disfacimento dello Stato, rappresentazione di una guerra esterna Oriente/Occidente,
ha fine con l’apparizione di un salvatore inviato dalla provvidenza che redime Roma mettendola
di nuovo in contatto con le sue tradizioni piú profonde 168.

Mondo antico e culto del grande uomo: storia, provvidenzialismo e postulato individualista.
Hitler, come sappiamo, ama la storia, senza dubbio in virtú del narcisismo proprio dell’uomo
politico che si compiace di identificarsi con le grandi figure del passato. La storiografia del suo
tempo si basa su un postulato individualista. Essa consiste generalmente in una galleria di
ritratti, in una successione di biografie che tendono facilmente all’agiografia del grande uomo,
re, ministro o capo militare. Sono gli uomini che fanno la storia: questa frase, citata a sazietà, è
tratta da Treitschke 169, ma privata del suo significato originario. Treitschke intendeva dire che
il mondo umano non è soggetto alla necessità delle leggi naturali e che l’uomo, essere di
ragione, è libero, non che i grandi uomini fanno la storia. Tuttavia, è questa l’idea difesa dai
nazisti, nel quadro della loro concezione elitista e provvidenzialista della storia:

Noi siamo stati eletti dal destino per fare la storia, nel senso piú sublime del termine. Quello
che è rifiutato a milioni di uomini, a noi è stato concesso dalla provvidenza. I posteri piú lontani
nel tempo si ricorderanno ancora di noi 170.

Tale postulato individualista ed eroico è scarsamente suscettibile alla contestazione o alla


critica, in quanto esalta quel volontarismo e quell’energia individuali che Hitler vuole incarnare
e che pretende da ogni tedesco. Per altro, il postulato individualista della storia tradizionale
permette di magnificare la figura del grande uomo contemporaneo, quello della storia presente:
il Führer. I nazisti sviluppano, di conseguenza, un culto della personalità del Führer che va di
pari passo con il culto degli eroi politici del partito, Albert Leo Schlageter, giovane nazista
fucilato dai francesi durante l’occupazione della Ruhr, i morti del fallito putsch del 9 novembre
1923, celebrati ogni anno a Monaco, dove un Ehrentempel accoglie, dal 1933, il loro sarcofago
di bronzo, poi Horst Wessel, o ancora Wilhelm Gustloff, tutte figure che popolano
opportunamente l’indispensabile galleria dei martiri della causa.
Al vertice di questa gerarchia degli eroi si trova il Führer, il grande uomo della Germania di
oggi. Hitler fa la storia, le conferisce forma e consistenza, cosí come i grandi uomini del passato
hanno modellato il proprio tempo, secondo quanto annota Goebbels nel suo diario:

I grandi uomini fanno le grandi epoche, ma le grandi epoche non fanno i grandi uomini. Cosa
significa grande epoca? Ci sono tempi calmi e tempi agitati. Di questi fa parte il nostro tempo.
Ma un’epoca diventa grande solo grazie all’uomo, come nel caso di Alessandro, Cesare,
Barbarossa, Napoleone, Federico, Bismarck… 171.

L’ultimo termine dell’elenco, il sigillo dei profeti, è evidentemente Hitler, come su quei
manifesti del 1933 che rappresentano Federico il Grande, Bismarck, Hindenburg e Hitler, ossia
il re, il principe-cancelliere, il maresciallo e il caporale 172, incarnazioni della Germania eterna e
figure supreme del pantheon nazionale.
In un discorso del 1926, Hitler giustifica il culto della personalità del capo che viene spesso
rimproverato ai nazisti. È legittimo celebrare il grande uomo nella persona del capo, perché è
appunto il grande uomo, inviato dalla provvidenza, a fare la storia:

Ci rimproverano di celebrare un culto della personalità. Non è vero. In tutte le grandi epoche
della storia, una sola grande personalità emerge all’interno di un movimento, e la storia non
ricorda movimenti, ma individui. Oggi, si parla ancora di Cesare, di Costantino, ma non di
movimento romano. Allo stesso modo, tra duemila anni, si parlerà solo dei capi del movimento
nazionalsocialista 173.

Hitler tende a vedersi come il termine di una serie di grandi uomini non soltanto nazionali,
ma anche universali. Speer annota che il Führer, in occasione del suo cinquantaquattresimo
compleanno, il 20 aprile 1943, «si perdette in lunghe elucubrazioni sul ruolo del singolo nella
storia. A suo avviso, gli eventi storici erano sempre stati frutto della volontà di un singolo,
Pericle, Alessandro Magno, Cesare, Augusto, e ancora il principe Eugenio, Federico il Grande,
Napoleone […] la sua visione era esclusivamente romantica, tutta imperniata sul concetto
dell’eroe» 174.
Contro il materialismo dialettico del marxismo che fa del presunto grande uomo una realtà
sorta dalla necessità della legge storica, la schiuma di superficie sollevata dalla possente onda
di fondo dei rapporti di classe, il nazismo celebra il volontarismo e il genio dell’eroe, la forza
della personalità emergente, prometeica, iscrivendosi in tal modo nella tradizione ereditata
dall’Antichità di una concezione della storia che celebra i grandi uomini, gli uomini illustri,
come modelli, bona exempla 175 da riverire e imitare. La storia è innanzitutto stesura e
giustapposizione delle loro biografie, come in Plutarco, che scrive i Bioi o Vitae, le vite parallele
degli uomini illustri greci e romani.
Grandi uomini ed eroi devono dunque essere riveriti secondo il loro giusto valore e la loro
dignità, poiché sono modelli di virtú e d’azione, e perché si rivolgono tutti all’eroe degli eroi, il
Führer. Nel Mein Kampf, Hitler raccomanda al professore di storia di accordare un’attenzione
tutta particolare ai grandi uomini tedeschi, che hanno dato lustro al valore del proprio paese, e
dunque sono adatti a esaltare un sentimento di fierezza nazionale:

L’ammirazione di ogni grande gesto deve rifondersi in fierezza del fatto che chi l’ha compiuto
appartiene al nostro popolo. Ma dagli innumerevoli grandi nomi della storia tedesca si debbono
estrarre i sommi per imprimerli talmente nello spirito della gioventú da farli diventare i pilastri
di un incrollabile sentimento nazionale 176.

La storia deve essere presentata come il pantheon delle glorie e della fierezza nazionali, dei
grandi uomini che hanno segnato il loro tempo, come ambiscono a fare i nazisti. Hitler fissa
pertanto la linea programmatica dell’insegnamento della storia, in un discorso al Reichstag del
23 marzo 1933:

L’eroismo annuncia con passione che sarà d’ora in poi il creatore e il Führer dei destini
politici […]. Il sacro rispetto dei grandi uomini deve essere di nuovo affidato come eredità alla
gioventú tedesca 177.

La consegna viene ripetuta pedissequamente da una circolare di Wilhelm Frick, ministro


dell’Interno di Prussia e del Reich, che il 20 luglio 1933 espone delle «direttive per i manuali di
insegnamento della storia». La circolare inizia con un’esposizione dei principî generali, tra cui il
potenziamento del corso dedicato alla preistoria, il principio della razza, cosí come «l’idea di
eroe […] abbinata all’idea del Führer propria del nostro tempo», due nozioni che «sono capaci
di risvegliare grazie alla forza che le contraddistingue, la potenza che mobilita i cuori,
l’entusiasmo senza il quale la storia diventa facilmente, per la maggior parte degli alunni, un
noioso cumulo di conoscenze» 178.
La concezione individualista ed eroica della storia proviene dall’insegnamento della materia
cosí come è stato a lungo praticato nelle scuole. Generazioni di allievi sono state nutrite al culto
del grande uomo. Lo storico finlandese Vappu Tallgren ha dedicato la sua tesi al mito eroico in
Hitler 179. Mentre fa appello al mito, contemporaneamente il nazismo fa infatti appello anche
all’eroe, alle figure idealtipiche prive di ambivalenza, adatte a incarnare una virtú e a esaltare
chi viene a conoscenza delle loro gesta. Tallgren procede a una genealogia del mito eroico in
Hitler esplorandone l’origine nell’insegnamento della storia che lo scolaro Adolf Hitler, come
tutti i tedeschi della sua generazione, ha ricevuto. I manuali utilizzati dagli insegnanti sono
eloquenti, come quello usato dal maestro al quale Hitler, nel Mein Kampf, rende un omaggio
insistente, il dottor Pötsch 180:

«Per la carriera di Hitler è stato determinante che la concezione della storia presente nei
manuali di quelle generazioni di giovani tedeschi […] sia stata una concezione eroica» 181 e che
quei manuali siano stati redatti «secondo il principo: sono gli uomini che fanno la storia» 182.

Il manuale di storia antica utilizzato da Pötsch riserva dunque un ruolo di primo piano a
Pericle, al contempo rianimatore della potenza ateniese e costruttore dei monumenti piú
splendidi, un uomo dall’eccezionalità quasi sovrumana, figura divina al pari di Zeus che,
secondo il manuale, sprigionava nientemeno che «tuoni e fulmini» 183 quando parlava 184.
Se aggiungiamo che, a detta dello stesso Hitler, Pötsch presentava la storia mondiale come
l’epopea eroica della razza indogermanica, comprendiamo quale sia stato il ruolo determinante
delle concezioni eroiche contenute in questi manuali e nell’insegnamento scolastici: Hitler ne
trae il suo culto dell’eroe, come tutti gli alunni della sua generazione sottoposti
all’insegnamento di una storia dipendente da un postulato individualista e da un netto
presupposto eroicizzante. Tallgren sottolinea che Hitler, nel Mein Kampf, compone la sua
autobiografia seguendo, senza dubbio inconsciamente, le tappe dell’iniziazione dell’eroe: la
giovinezza presenta i segni della sua elezione, la guerra segna la sua prima prova,
annunciatrice della decadenza, seguita dal ritorno e dalla rivelazione di una missione, tutto
sotto la straordinaria protezione di una misteriosa e benevola provvidenza.

Il gusto per l’antico di un autodidatta austriaco.

Come tanti alunni della sua generazione, Hitler trasse dall’insegnamento della storia ricevuto
a scuola una visione eroica e al contempo un gusto spiccato per l’Antichità. Troviamo una
reminiscenza diretta dell’insegnamento ricevuto nell’ammirazione che Hitler nutriva per
Pericle, figura esaltata dalle lezioni e dal manuale del dottor Pötsch e che era, secondo Ernst
Hanfstaengl, il suo eroe di gioventú, di cui si sarebbe addirittura considerato come la
reincarnazione 185. In seguito, stando al suo biografo, Joachim Fest, Hitler il costruttore «si
considerava seguace di Pericle, e volentieri tracciava i relativi parallelismi; nelle autostrade,
stando ad Albert Speer, egli vedeva, in un certo senso, il suo Partenone» 186.
Il suo interesse per un’Antichità eroica fu rafforzato dalle numerose letture che il giovane
viennese disoccupato degli anni che vanno dal 1907 al 1913 187 divorava nei momenti di ozio.
Josef Greiner, che è stato il compagno di Hitler nel pensionato per giovani di Vienna (1910-
13), gli rimprovera lo scarso interesse manifestato per l’apprendimento di un mestiere che gli
avrebbe consentito di vivere meglio:

Anziché occuparsi di questo, riportava dalla biblioteca del prestito chili interi di libri da
leggere. S’immergeva in traduzioni dalla letteratura greca e latina, come Sofocle, Omero e
Aristofane, o ancora Orazio e Ovidio 188.

Ancor piú della letteratura, è la storia antica ad appassionare il giovane Hitler: «Si dedicava
preferibilmente alla storia dell’antica Roma» 189, interpretandola come insieme delle gesta di un
ramo della razza nordica profondamente ostile all’ebraismo 190. Tutte le testimonianze
dell’epoca, come quella del suo primo compagno e coinquilino viennese, August Kubizek 191,
confermano il gusto spiccato per la lettura di un giovane uomo che sembrava avere un legame
con la realtà molto debole e che faceva di ogni conversazione con gli altri un lungo monologo
esaltato e pontificante sulle sue letture del giorno. La brama di lettura dell’autodidatta
appassionato e oratore d’osteria non si smentisce in seguito. Hanfstaengl scrive che negli anni
Venti, a Monaco, il giovane Führer della Nsdap restava un Bücherfresser 192 la cui biblioteca,
nel 1923, comprendeva, oltre a libri di storia tedesca e a biografie di Wagner, una raccolta di
leggende antiche, Le piú belle leggende dell’Antichità classica, di Gustav Schwab 193, che resta
ancora oggi un classico. Notiamo fino a che punto l’universo mentale di Hitler sia strutturato da
riferimenti tratti dal mondo antico, che agiscono come coordinate culturali spontanee: Cesare,
Pirro, Catone gli sono familiari, ma anche Erostrato ed Efialte che, sotto la sua penna,
diventano nomi comuni. Hitler tratta ad esempio i ministri di Weimar, colpevoli di aver
negoziato e ratificato il Piano Young, come «Efialti» 194, e un commissario di polizia come
«Erostrato» 195 distruttore della Germania, in quanto troppo severo verso le SA.
Il tempo non fa che accentuare il gusto di Hitler per questa storia la cui lettura lo rende
affine ai grandi uomini con cui il suo ego cosí premuroso verso se stesso s’identifica, i grandi
uomini la cui opera e le cui alte imprese prefigurano, annunciano, anticipano le sue, e che sono
come una promessa di eternità. La sua predilezione per la storia antica, la storia dell’Antichità
occidentale, si rivolge a Roma piú che alla Grecia. Lo storico Alexander Demandt osserva come
questa preferenza derivi per Hitler da una idiosincrasia personale, e non da una tendenza
culturale propria della Germania. La cultura tedesca, a partire dal XVIII secolo, esalta molto piú
l’ellenità che non la romanità, lasciata alla Francia che giustamente pretende di essere piú
romana della Germania. Nella scelta di un modello romano, l’ammirazione per Mussolini e,
malgrado tutto, l’educazione cattolica di Hitler hanno senza dubbio giocato un ruolo
determinante 196, oltre alla sua nazionalità austriaca. Si deve ricordare che Hitler ha lasciato
l’Austria per Monaco solo a 23 anni, dopo aver vissuto a Linz e a Vienna. Ha dunque avuto tutto
il tempo di impregnarsi del genius loci austriaco che, come ricorda Jacques Le Rider, è cattolico
e romano: il regime di Metternich, e in seguito quello di Francesco Giuseppe, non può che
provare diffidenza rispetto a un riferimento greco che il classicismo weimariano ama alla follia,
ma che presenta il pericolo di esaltare il principio democratico (Atene) e nazionale (il
filellenismo antiturco) 197, duplice minaccia per un impero multinazionale e neo-assolutista.
La fascinazione di Hitler per Roma si è spinta fino a respingere la scrittura gotica,
rimpiazzata da caratteri tipografici romani 198. Un decreto del ministro dell’Economia del Reich
in data 29 gennaio 1941 vieta d’ora in poi la Fraktur e ordina l’impiego della serie di caratteri
latini Antiqua per tutti i documenti del partito e dello Stato. Gli archivi della Cancelleria del
Reich custodiscono lettere di germanomani esasperati che esprimono il loro disappunto in
termini trattenuti a malapena 199: privati cittadini, ma anche il venerabile Deutscher
Sprachverein, protestano vivamente presso gli uffici della Cancelleria. Lammers, prima di dare
loro una risposta, si rivolge a Martin Bormann, che gli precisa in una lettera il pensiero del
Führer: «la presunta scrittura tedesca» 200 deve «essere considerata, secondo lo spirito del
Führer, come una scrittura non tedesca (undeutsch), una scrittura ebraica» 201. Solo caratteri
latini possono dunque manifestare, nelle intenzioni del Führer, un pensiero indogermanico
espresso nella sua purezza, un pensiero chiaro e retto non contaminato da un vettore nato nella
cupa luce di un losco ghetto. Indubbiamente, è dalla cura dei minimi dettagli che si riconoscono
i grandi Führer 202.
Il gusto dell’antico non si smentirà mai. In data 8 aprile 1941, nel momento in cui la
Wehrmacht deve soccorrere l’esercito di Mussolini, in difficoltà in Grecia e nei Balcani,
Goebbels annota pertanto che il Führer si è rifiutato di bombardare Atene, per preservarne i
tesori architettonici e archeologici:

Il Pireo è stato minato. Il Führer vieta di bombardare Atene. È giusto e nobile da parte sua.
Roma e Atene per lui sono come La Mecca. Gli dispiace molto dover combattere i greci 203.

Goebbels continua commentando: «Il Führer è un uomo interamente rivolto verso


l’Antichità» 204. Tale Antichità è, come per molti anticomani tedeschi, presi da amor cortese per
un ritratto senza mai osare il confronto con la bella, un’Antichità fantasmatica, tanto piú bella in
sogno in quanto non è mai stata messa alla prova da una qualche realtà. Speer annota:

Naturalmente, aveva il pallino dell’Antichità classica. Almeno una volta in vita sua, diceva in
quel tempo, voleva vedere l’Acropoli 205.

Pio desiderio, che sarà esaudito per Roma e Parigi, ma mai, tuttavia, per la Grecia.
Di fatto, gli eroi del pantheon personale di Hitler erano prevalentemente e preferibilmente
eroi antichi. Speer osserva che Hitler «i suoi eroi li prendeva tutti da due epoche storiche:
l’Antichità classica e il XVIII e XIX secolo. L’unica eccezione era costituita da Carlomagno 206,
nell’Impero del quale vedeva a volte l’antesignano dei suoi piani di dominio europeo» 207,
mentre nella renovatio imperii carolingia vedeva una resurrezione dell’Impero romano. Nessuna
delle altre grandi figure medievali, rinascimentali o classiche viene mai evocata da Hitler. I
grandi Hohenstaufen o i grandi re di Francia, come Luigi XIV, «semplicemente per lui non
esistevano» 208.
Come mai Hitler professa una passione cosí spiccata per l’Antichità e in particolare – cosa
che nel caso tedesco, anche se in misura minore nel caso austriaco, risulta piú sorprendente –
per l’Antichità romana? Dal Mein Kampf e dalle conversazioni a tavola è possibile inferire
diverse serie di ragioni.
Innanzitutto, la storia antica si presenta, come abbiamo visto, sotto la forma di una galleria di
busti severamente stilizzati, di rappresentazioni eroiche e paradigmatiche che, dei personaggi
considerati, hanno conservato solo i tratti salienti e giudicati degni di essere proposti come
modello alla posterità. La storia antica è precettrice, ma è una maestra di scuola dalla vista
troppo corta, che solo di rado si preoccupa di sfumature, celebrando il nobile e civico rigore di
Bruto il Vecchio, che fa sgozzare i suoi figli accusati di complotto contro lo Stato, la virtú e
l’abnegazione di Cincinnato, la tenacia di Catone, le imprese strategiche e tattiche di Cesare. I
profili marmorei della storia antica hanno dunque una sola sfaccettatura, una semplificazione
accentuata dalla pratica pedagogica della storia o dalla versione latina e greca, che mira
soprattutto all’immediata evidenza del messaggio e all’edificazione degli allievi.
Trasfigurati dalla stilizzazione eroica, i personaggi della storia antica diventano archetipi,
svuotati di tutta la complessità e tutte le contraddizioni del personaggio vivente. Una tale
stilizzazione, la produzione di tali archetipi, era molto adatta a Hitler, che aderiva facilmente a
idee nette, e nel Mein Kampf si vantava di saper semplificare tutto, facendo di questa facoltà di
semplificazione l’arte politica per eccellenza 209.
Inoltre, le virtú celebrate dalla storiografia del mondo antico e dalla storia antica sono quelle
che Hitler si augura di veder acquisire dal popolo tedesco: abnegazione, sacrificio alla
comunità, senso del dovere, qualità fisiche e militari, rispetto della parola data e senso di
cameratismo 210, tutte cose che costituiscono passaggi obbligati della laus e dell’epitaphios
logos studiati da Nicole Loraux 211, dell’elogio di un eroe nella storiografia antica o nell’orazione
funebre. Queste maschie virtú, che caratterizzano particolarmente i valorosi lacedemoni o i
romani delle origini, devono essere riattualizzate, nell’epoca odierna, dai tedeschi.
Anche le predilezioni artistiche e architettoniche di Hitler, ex apprendista di pittura ad
acquarello e architetto per vocazione, sembrano portarlo verso l’Antichità. La formazione al
disegno avviene all’epoca seguendo il canone antico. Quanto all’architettura, Hitler, sin da
giovane, ammira sopra ogni altra cosa tutti i monumenti che Roma ha trasmesso ai posteri,
come il Colosseo o il Pantheon. Greiner riferisce che Hitler amava soprattutto «gli edifici
dell’antica Roma» 212 e che, «se avesse avuto del denaro, sarebbe partito immediatamente per
Roma» 213. Il giovane uomo s’indignava per altro fino alla collera per le distruzioni causate dalla
furia iconoclasta dei primi cristiani contro gli idoli e le testimonianze del paganesimo 214. Speer,
nelle sue Memorie, conferma in qualità di esperto 215 questo gusto mai smentito per
l’architettura antica, precisando che i discorsi di cui Hitler subissava i suoi ospiti erano
composti da «monologhi interminabili» su alcuni temi ossessivi come «la Chiesa cattolica, diete,
templi greci e cani da pastore» 216. Il giovane uomo squattrinato di Vienna potrà realizzare il suo
sogno di viaggio romano solo una ventina d’anni piú tardi, nel corso di una visita di Stato, nel
maggio 1938:

Io ho visto Roma e Parigi, e debbo dire che Parigi, prescindendo forse dall’Arco di Trionfo,
non ha nulla che si possa paragonare per grandiosità al Colosseo o a Castel Sant’Angelo o
anche al Vaticano […]. Se provo a confrontare il Pantheon di Roma con la sua imitazione
parigina, com’è mal costruita quest’ultima! E poi le sculture! Tutto ciò che ho visto a Parigi mi
ha lasciato quasi indifferente. Roma invece mi ha veramente conquistato 217.

È significativo che Hitler menzioni di Parigi solamente l’Arco di Trionfo, costruito alla romana
da un imperatore francese che si considerava successore di Carlomagno, e dunque di Cesare.
Ciò che commuove Hitler nell’architettura romana è, oltre il suo carattere colossale,
espressione di un potere esorbitante, la sua resistenza al tempo, la sua iscrizione nella durata,
tema su cui torneremo. Come Roma, infatti, Hitler è ossessionato dalla preoccupazione di
durare, di consegnare testimonianze e monumenti alla posterità 218: l’architettura di Roma, per
il carattere atemporale che sembra sfidare, vale a dire trascendere o negare, il tempo, gli
appare come il modello perfetto da imitare.
Il gusto spiccato di Hitler per il kitsch antichizzante è tipico inoltre di una piccola borghesia
tedesca o austriaca in ascesa che vuole darsi l’apparenza della grande cultura. Ora, i nazisti –
compreso Ribbentrop, che si dava delle arie e che aveva l’abitudine di frequentare il gran
mondo – sono fondamentalmente dei parvenu intimiditi dalle usanze del mondo, e che vogliono
a tutti i costi adottarne le convenzioni, primo fra tutti l’Handküsser Hitler, con la sua civiltà
viennese un po’ eccessiva e impacciata 219. Hitler, ad esempio, si fece confezionare da Gerdy
Troost, la moglie di Paul Ludwig Troost, suo primo architetto, morto nel 1934, un servizio di
piatti in argento con fregio del Partenone e varie decorazioni greche sui cucchiai, le forchette e
i coltelli. Condividendo con ciascuno dei suoi invitati la devota memoria della Grecia antica,
Hitler voleva esprimere la sua affinità con il mondo antico, la sua vicinanza a un periodo storico
che definiva «luce dell’umanità» 220. Nel salone della sua dimora dell’Obersalzberg vengono
collocati due bassorilievi levigati realizzati dallo scultore Josef Wackerle su ordine di Hitler,
nello stesso stile dei cucchiai: vi sono rappresentati, in atteggiamenti convenzionali e dotati di
tutti i loro attributi, Pan con il suo capro e il suo flauto e Artemide, la Diana cacciatrice, con a
fianco una cerva e una faretra 221. La natura selvaggia e la caccia, due allegorie prevedibili per
una casa di campagna.
Infine, si può pensare che questo gusto per l’Antichità, che lo porta a ricorrere ad Annibale
per leggere gli sviluppi della campagna di Russia 222, sia la manifestazione di una spiccata
tendenza di Hitler a fare astrazione dalla realtà per rifugiarsi nelle fantasie, per trincerarsi, in
ultima analisi, nello spazio del mito 223. Viversi e leggersi secondo la forma dell’allegoria è un
modo di sublimare una realtà inevitabilmente triviale e deludente proprio in ciò che essa ha di
reale. Sappiamo che Hitler era un grande appassionato di film, che si faceva proiettare in forma
privata nella Cancelleria, ma anche di Karl May. Il Führer cita a volte il suo autore preferito
davanti ad ascoltatori generalmente sbalorditi, che devono darsi pizzicotti e sfregarsi gli occhi
quando, nel bel mezzo di una riunione di stato maggiore, vedono sorgere all’improvviso le tigri
e gli indiani del prolisso autore di romanzi esotici, o alcuni monologhi sulle guerre puniche. La
presenza e la pregnanza del modello antico non sono tuttavia attestate nel solo Hitler, come
mostra il tema della colonizzazione.

L’edificazione di un impero attraverso la colonizzazione: Landshungrige Bauern nordici e


ricerca del Lebensraum nel mondo antico.

La razza indogermanica è moralmente riservata, pudica e discreta, e al contempo, da un


punto di vista pratico, abbastanza estroversa: si proietta fuori di sé grazie alla creazione
artistica che oggettiva il suo spirito, tende verso l’espansione del suo Lebensraum. La sua
essenza si confonde con la volontà di potenza che la anima e che, nel registro geografico e
spaziale, riveste la modalità della conquista coloniale. Già i greci erano convinti colonizzatori,
come ci ricorda lo storico e grecista Hans Bogner:

Gli uomini appartenenti alla razza dei signori che incontriamo in Omero erano conquistatori
liberi all’interno di terre da colonizzare 224.

Richard Walther Darré (1895-1953) 225 è, nell’ambito della Nsdap, il sostenitore di un’utopia
colonizzatrice agraria, da lui concepita come un modello di società alternativo alla modernità
industriale e urbana mirante a restaurare l’armonia prestabilita che lega il sangue e il suolo
della razza. Agronomo di formazione, con le sue molte pubblicazioni è la figura intellettuale
principale dell’ideologia antimodernista cosiddetta Blut und Boden, e insieme un protagonista
importante della politica razzista del Reich grazie alle sue funzioni di capo del RuSHA delle
SS 226 (1931-38), e successivamente di ministro dell’Agricoltura del Reich (1933-42). Nel 1929,
Darré pubblica la summa fondatrice del suo razzismo agrario, dal titolo georgico Il mondo
contadino come fonte di vita della razza nordica 227. Quest’opera prolissa e sovrabbondante,
dallo stile pesante e dall’erudizione massiccia, vuole essere una biografia storica della razza
nordica e insieme un trattato prospettico delle misure da adottare per preservare la sua
esistenza futura. La tesi difesa dall’opera è che gli indogermani non sono, come si è creduto per
troppo tempo, una semplice razza di grandi guerrieri, meno ancora di nomadi conquistatori, ma
costituiscono essenzialmente una razza sedentaria e contadina, radicata nella gleba del suo
focolare originario, e in seguito nella terra delle province conquistate dalle migrazioni e dalle
guerre. Il numero e il successo di queste guerre hanno falsato la prospettiva rispetto a una
razza nordica nella quale troppo spesso si è visto un semplice «popolo di eroi guerrieri» 228.
Dato che le figure dell’eroe e del contadino erano difficilmente conciliabili nell’immaginario
collettivo, ci si è limitati a fissare solo le imprese conquistatrici della razza nordica, a scapito
della sua opera pacifica e creatrice di sedentarizzazione e di valorizzazione delle terre
conquistate. Se, secondo la definizione di Hitler, la razza nordica è la sola creatrice di
cultura 229, non ci si può accontentare di una concezione guerriera e nomadica dei popoli ariani:
guerrieri nomadi non creano nulla di duraturo. Gli indogermani sono certamente conquistatori.
Sono emersi da un nucleo originario situato nel Nord dell’Europa occidentale, «un nucleo di
irradiazione che riteniamo si trovi a sud della Svezia» 230, oppure, «ipotesi altrettanto plausibile,
nel Nord della Germania» 231, e sono venuti a conquistare le contrade mediterranee dove hanno
fondato le civiltà greca e romana.
Gli indogermani si sono stabiliti in maniera duratura su una terra in cui si sono radicati.
L’immagine tradizionale del cavaliere mercenario bellicoso e malandrino, volto unicamente alla
guerra e alla spedizione conquistarice, è dunque falsa: il nomadismo predatore e parassitario
dell’orda guerriera sempre in movimento è proprio della razza semitica e delle razze asiatiche.
Il nomade semita o asiatico arriva, prende, distrugge e si getta come un virus su un’altra preda
dopo l’esaurimento del primo territorio razziato:

«Lo spirito semitico non ha mai avuto, in nessun momento della storia del mondo, il minimo
interesse per il lavoro contadino. Molto semplicemente, un nomade non è affatto capace di
svolgerlo» 232, dato che si crogiola in «un’esistenza parassitaria» 233.

Darré auspica dunque di riconciliare le due facce del Giano nordico, conquistatore e al
contempo contadino. La spada e l’aratro sono strettamente legati nell’ethos nordico, nella
misura in cui «contadino» fa rima con «libertà»: visto che un contadino asservito non è piú un
contadino ma un «domestico» o un «fattore» 234 al soldo di altri, è importante sapersi difendere.
L’intento di Darré è mostrare che la migrazione e la conquista non sono, per la razza nordica, un
fine in sé, come tra i nomadi semiti, ma un mezzo a servizio di un progetto di società sedentaria
e agraria. Se gli indogermani hanno lanciato armi e carri sulle vie della conquista, non è per
gusto della battaglia o sotto l’effetto di una spontanea pulsione bellicosa. Le spedizioni di
conquista indogermanica delle origini sono state «spedizioni di contadini» 235 in cerca di terre.
Gli indogermani delle origini erano «contadini affamati di terre» 236, esposti alla penuria di un
suolo insufficiente per nutrire un popolo dinamico e fertile, in piena espansione demografica.
Come prova, Darré dedica considerazioni erudite al rituale romano di origine sabina del Ver
sacrum 237. Tra i Sabini, questo rituale consiste nell’offrire in voto al dio Marte, in un contesto di
grave minaccia, gli animali, i vegetali e i bambini nati durante la primavera successiva. I
bambini cosí consacrati, sacer, proprietà assoluta del dio, sono inviati piú tardi a colonizzare
una terra e a fondare un’altra città. Darré fa del Ver sacrum un rito di migrazione primaverile
durante il quale i romani delle origini, quelli della Roma arcaica nordica, inviano la loro
popolazione eccedente a fondare colonie. Questa migrazione primaverile è per Darré a un
tempo eredità e reiterazione commemorativa della migrazione originaria che condusse le prime
popolazioni nordiche «sulle rive del Tevere» 238, secondo una conclusione che egli ricava da un
complicato ragionamento sul calendario: «Se si considera il periodo che doveva apparire come
il piú favorevole alla migrazione agli occhi di un popolo di contadini dell’Europa del Nord, in
particolare in Svezia, si osserva che la stagione dell’inverno, che si estende da settembre a
marzo, è esclusa». È inoltre escluso il periodo che va da giugno (tempo della semina) ad agosto
(tempo della raccolta), necessariamente sedentario per un popolo contadino che vive dei
prodotti della sua agricoltura: «Disponibili per la migrazione restano dunque solo i mesi che
vanno da marzo a maggio. Si ottiene cosí, all’incirca, il periodo migratorio del Ver sacrum 239
romano». Queste pagine dedicate al Ver sacrum confermano ancora una volta il carattere
nordico dei romani facendo risalire alle origini piú remote della razza indogermanica il rito di
migrazione colonizzatrice di primavera, che trasferisce un’eccedenza demografica verso una
nuova terra da conquistare e da colonizzare:

«Ecco approssimativamente l’immagine che possiamo farcene: uno spazio colonizzato si


riempie a poco a poco e, di tanto in tanto, una parte delle famiglie è mandata via» 240 quando
«la situazione si fa critica» 241.

Dato che ogni forma di malthusianesimo è visceralmente estranea allo spirito lebensbejahend
e alla fertilità della razza nordica, l’unica soluzione all’incremento della popolazione era, e
resta, l’emigrazione colonizzatrice 242.
Dal fondo della storia, Darré fa dunque sorgere l’eterno problema del Lebensraum, fattore
esplicativo cardinale di una geopolitica nordica a un tempo retrospettiva (la ricerca di terre da
parte di una popolazione nordica sovrabbondante spiega la totalità della storia indogermanica)
e programmatica: se «l’esistenza di un popolo senza spazio sufficiente è il problema originario
di tutta la storia da quando esiste una popolazione contadina indogermanica nell’Europa del
Nord» 243 e se, per altro, questa penuria di terre «continua fino ai giorni nostri» 244, si può
prevedere che i tedeschi contemporanei, degni e puri eredi degli indogermani delle origini,
prima o poi riprenderanno la strada della conquista guerriera e della colonizzazione. Attraverso
la storia della razza, Darré arriva dunque a sostenere le pretese naziste all’espansione dello
spazio vitale tedesco, espressione di un profondo fastidio per l’esser stati estromessi dalla
colonizzazione e per l’esser stati amputati, col trattato di Versailles, di una parte importante del
territorio dell’antico Reich. La rivendicazione di uno spazio vitale sufficiente per permettere la
sopravvivenza del popolo tedesco è uno dei leitmotiv strutturanti del discorso nazista sin dalla
creazione della Nsdap: essa implica al contempo la revisione del trattato di Versailles e
l’acquisizione, pacifica o meno, negoziata o estorta, di territori supplementari per la Germania.
L’eterna fertilità demografica della razza nordica rende perenne, lungo il corso della storia, il
problema della penuria di terre. Esponendo le ragioni per cui gli indogermani delle origini
hanno conquistato la Grecia e l’Italia, e quelle per le quali i romani si dedicavano al Ver sacrum,
Darré giustifica col ricorso alla storia e abbozza in modo prospettico la politica di
colonizzazione militare e agraria che predicherà quando, nominato capo del RuSHA delle SS,
parteciperà, per un certo periodo, alla elaborazione e ai piani di conquista e di colonizzazione
dell’Est russo.
L’inchiesta condotta da Darré sull’essenza della razza nordica, la biografia storica che ne
propone, si fonda esclusivamente su un’esposizione lunga e noiosa degli esempi greco e
romano, popoli nordici per eccellenza. Per provare il carattere profondamente sedentario della
razza nordica, Darré presenta un lungo studio topografico e simbolico della casa greca e
romana. Imperniata sul focolare centrale, la casa antica rivela una «sorprendente parentela»
con la «casa germanica» 245 medievale e moderna. L’importanza attribuita al fuoco come centro
di gravità topografica e simbolica della dimora è l’espressione di una concezione del mondo
insieme gerarchica e radicata, che si fonda sul culto dei morti sepolti nella terra e sul dominio
di un pater familias consacrato da un diritto rigorosamente patrimoniale: «Queste brevi
considerazioni sulla casa romana e greca sono sicuramente bastate a provare» la prossimità con
la «casa germanica» e a mostrare che «malgrado l’intervallo di almeno millecinquecento anni, il
cuore essenziale della famiglia indogermanica e germanica è rimasto immutato» 246. Darré
moltiplica inoltre tutte le considerazioni di antropologia storica che servono a sostenere la tesi
dell’indogermanità dei greci e dei romani, rinviando in nota anche all’opera del suo collega
nordicista Hans Günther per un’informazione piú ampia 247.
I conquistatori nordici della Grecia e dell’Italia aspiravano a una colonizzazione sedentaria e
agricola durevole dei territori conquistati militarmente. I guerrieri-contadini venuti dal Nord si
sono insediati in aperta campagna, su terreni vasti e adatti all’agricoltura, anziché trincerarsi
all’interno delle fortezze urbane da cui avrebbero sferrato raid alimentari, attuando razzie o
prelevando una quota sul prodotto di una terra destinata al solo sfruttamento di popolazioni
autoctone asservite:

Mentre le popolazioni che si trovavano là [prima della conquista] restavano nelle loro città, i
dori e gli elei si stabilirono all’interno di villaggi aperti, nei komi e nei demi 248.

Infatti, se gli indogermani «si fossero preoccupati solo della conquista, non avrebbero dovuto
fare altro che annientare i principi che vi trovavano e stabilirsi a loro volta nelle fortezze
conquistate» 249. Al contrario, e come avvenne, piú tardi, con i germani delle invasioni
barbariche che «lasciarono da parte le città romane per stabilirsi all’interno di fattorie e di
villaggi», i conquistatori nordici della Grecia «non hanno prestato alcuna attenzione alle città
che vi trovavano e si sono insediati in campagna» 250 per sfruttare la terra e riuscire a realizzare
una colonizzazione agricola duratura.
Contro tutti i pregiudizi sul presunto nomadismo guerriero degli indogermani, «la conquista
della Grecia si rivela essere, quando la si studi piú attentamente, un affare puramente
agrario» 251.

Ver sacrum, ilotizzazione e Wehrbauerntum: il riferimento antico nell’immaginario di


colonizzazione all’est.

Richard Darré non ha partecipato come diretto protagonista alla conquista e alla
colonizzazione dei territori dell’Est. Nel 1936 egli appare isolato, all’interno dell’apparato di
Stato nazista, per il suo atteggiamento antimodernista e il suo agrarismo intransigente, mentre
il piano quadriennale lancia la Germania nella corsa agli armamenti. Dopo che Himmler, nel
1938, lo ha fatto decadere dalle sue funzioni a capo del RuSHA, nel 1942 è licenziato dal
ministero dell’Agricoltura. Malgrado questo fallimento personale, la sua influenza intellettuale
attecchisce e il suo mito agrario, che si appoggia alla storia antica, contribuisce a dar forma
all’immaginario di colonizzazione dei nazisti all’est: nel discorso della colonizzazione all’est si
nota infatti una presenza di temi, tesi e concetti usciti dalla riflessione di Darré sulla
colonizzazione indogermanica nel mondo antico.
La colonizzazione dei territori dell’Est è concepita in termini principalmente agrari. Quello
che l’Ostkolonisation deve permettere è una «rifondazione sociobiologica» 252 della razza
nordica, attraverso l’edificazione di una società agraria liberata dai flagelli della modernità
industriale e urbana. La rappresentazione dell’Est conquistato, pacificato e colonizzato è in
gran parte debitrice della concezione agraria sostenuta da Darré. I piani delle SS, resi pubblici
nel corso di un’esposizione organizzata a Berlino alla fine del 1941, presentano una società
contadina regolata che ha ritrovato l’armonia. Christian Ingrao nota come i piani di
ridefinizione delle circoscrizioni e di costruzione dei villaggi non facciano alcun cenno alla
presenza di una qualche istituzione repressiva, polizia o organi di giustizia, nella misura in cui
«la comunità è immaginata come priva di ogni conflitto» 253. L’utopia agraria qui funziona in
pieno, anche se liberata da ogni passatismo retrogrado grazie a un esplicito riferimento alla
modernità scientifica e tecnica, che deve dotare le nuove campagne colonizzate di macchine e
di automobili 254.
L’edificazione di questa utopia implica che i nazisti si muovano nella scia dei loro antichi
predecessori, anche se il riferimento all’Antichità non è esclusivo. L’immaginario colonizzatore
dei nazisti all’est è stato infatti formato e costruito da diverse reminiscenze e riferimenti storici
sovrapposti. Il primo, il piú evidente e al contempo piú pregnante, è medievale: è quello del
Drang nach Osten 255 dei cavalieri teutonici, conquistatori della Prussia pagana (1230), e il cui
slancio verso i vasti spazi russi era stato spezzato sulle rive del lago Peipus dal principe
Aleksandr Nevskij (1242), che il regista Ėjzenštejn aveva opportunamente celebrato in un film
eponimo del 1938 256. Sappiamo che il Reichsführer SS amava vedersi come erede o
reincarnazione del re Enrico I (re di Germania dal 919 al 936), al quale l’Ordine nero è tenuto a
rendere un culto ufficiale intriso del pathos medievalizzante di cui il suo capo era infatuato. Le
SS spesso confondono in una stessa reverenza la figura di Enrico I con quella del duca di
Sassonia Enrico il Leone (1129-95) che, oltre ad avere lo stesso nome proprio di Himmler, è
ammirato come responsabile di una politica di colonizzazione intensiva a est, mentre suo
cugino, l’imperatore Federico Barbarossa, cedeva alle sirene dell’Italia. Anche il culto enriciano
del Reichsheini 257 è oggetto dell’ironia, che cela disapprovazione, di Hitler, le cui predilezioni
storiche sono molto diverse da quelle del suo capo della polizia.
La ben nota sensibilità di Himmler per il Medioevo germanico, rilanciata dalla formazione
ideologica delle sue truppe e dei suoi quadri, porta le SS a rappresentarsi la guerra a est come
la prosecuzione o la ripetizione di un’epopea medievale interrotta precocemente. Se il
riferimento medievale è prevalente, l’immaginario di guerra e di colonizzazione delle SS all’est
è plasmato dalla memoria della colonizzazione guerriera agraria dei tempi antichi, quella del
Ver sacrum romano e della città spartana, riferimento antico trasmesso alle SS da Darré e
Günther. Secondo senza essere secondario, tale riferimento è presente. Dori e teutoni si
confondono per altro in un’identica volontà di potenza territoriale. Abbozzando un parallelo tra
le migrazioni dei contadini-soldati nordici delle origini e la colonizzazione germanica medievale
all’est, Vacano, autore di un celebre manuale di storia lacedemone, precisa che «dobbiamo
rappresentarci queste migrazioni come simili alle spedizioni colonizzatrici contadine del
Medioevo verso l’est» 258: la medesima razza esprime in questi due movimenti un’identica
tensione verso l’espansione dello spazio vitale, regolarmente troppo ridotto per una razza fertile
e in costante crescita demografica.

Contadini-soldati e schiavi: il modello della colonizzazione spartana.

Nonostante la caduta in disgrazia di Darré sul piano istituzionale, si può notare una
persistenza del modello antico nel vocabolario utilizzato dai protagonisti della colonizzazione SS
e nel discorso di promozione interna: Wehrbauern, Ver sacrum, Kolonien, Sklaven, Versklavung,
Heloten. Il riferimento all’Antichità affiora dunque in modo latente nella nozione e nell’ideale
del contadino-soldato (Wehrbauerntum). I cavalieri teutonici sono stati monaci-soldati,
aristocratici che pregavano e combattevano, e non contadini soldati intenti a maneggiare il
vomere dell’aratro per lavorare la terra.
Il Ver sacrum non è stato per altro congedato con Darré. In un discorso del 1942, Himmler
definisce la colonizzazione dei territori dell’Est neuer Frühling 259, sia per la terra stessa che per
la razza indogermanica, mentre opuscoli SS riprendono il tema della primavera sacra caro a
Darré 260.
La riduzione in schiavitú delle popolazioni assoggettate all’est è inoltre un’idea centrale e
ricorrente. La sproporzione numerica tra i conquistatori e i vinti rende lo sfruttamento di
territori cosí vasti impossibile senza un uso massiccio di manodopera ausiliaria. Al termine
Zwangsarbeiter, piú proprio del lessico tecnico nazista, viene preferito quello di Sklaven, che
evoca il mondo antico e che, impiegato senza esitazioni e senza scrupoli dai dirigenti del Terzo
Reich, esprime tutta la brutalità con cui essi guardavano al loro Impero in divenire. Himmler
dichiara pertanto:

Se non riempiamo i nostri campi con degli schiavi – dico le cose in modo molto chiaro – con
schiavi che costringiamo al lavoro e che, senza considerare le perdite, costruiscano le nostre
città, i nostri villaggi e le nostre fattorie 261,

la colonizzazione all’est si rivelerà difficile, poiché la razza conquistatrice – si tratta di


un’ossessione – vi è minoritaria.
I termini schiavo (Sklave) e riduzione in schiavitú (Versklavung) cedono a loro volta ad altre
due nozioni ancora piú esplicitamente greche, e piú precisamente spartane, quelle di iloti
(Heloten) e di ilotizzazione (Helotisierung), in particolare nelle parole di Reinhardt Heydrich.
Questi, in un discorso del 2 ottobre 1941 dedicato alle modalità dell’occupazione dei vasti
territori conquistati all’est, dichiara che la popolazione slava deve essere utilizzata

come una materia prima grezza, come operai che debbano lavorare ai grandi progetti della
nostra civiltà, come degli iloti, se devo dirlo in maniera assolutamente drastica 262.

Nell’autunno 1941, il Blitzkrieg in Russia riesce, e il successo dell’operazione Barbarossa


pone con particolare urgenza la questione della colonizzazione e dello sfruttamento duraturo
dell’Est: la Wehrmacht ha conquistato immensi territori in cui potrà insediarsi, per generazioni,
solamente un esiguo «strato tedesco superficiale» 263, debole élite razziale, che avrà sotto la sua
giurisdizione vaste terre e una popolazione numerosa.
L’immaginario dell’ilota è ben radicato tra le SS che, fedeli al proprio elitismo razziale, non ne
limitano l’esempio ai soli slavi, secondo quanto testimonia la conversazione, già citata, di Eugen
Kogon con un alto ufficiale SS a Vienna nel 1937. Come un tempo nelle «città-Stato elleniche»,
un’aristocrazia razziale regnerà su «una larga base economica di iloti» non nordici, i cui
elementi razziali inferiori verranno reclutati sia all’esterno che all’interno della Germania. La
gerarchia razziale determina infatti un’organizzazione sociale e politica piramidale, il cui
vertice è occupato da un’élite nordica ristretta, che fa ricadere i suoi ordini su una prima base
ilotica tedesca, composta da elementi dinarici, alpini, germanico-occidentali del popolo tedesco.
Una seconda base, piú ampia, è costituita dalla massa dei sotto-uomini, in particolare slavi,
destinata esclusivamente alla schiavitú; essere al servizio di una cultura superiore è un onore
per questa sub-umanità animalesca e bruta 264. Di conseguenza, il Piano generale Est prevede,
dal giugno 1941, l’asservimento di 14 milioni di persone all’est, schiavi addetti all’edificazione
del Reich nei territori conquistati 265. Queste idee coincidono con quelle di Hitler, per il quale
non c’è alcun dubbio che la conquista dei territori dell’Est debba dar luogo non a una
colonizzazione di sfruttamento, ma a una colonizzazione di popolamento: «al contrario degli
inglesi, noi non ci limiteremo a sfruttare, ma ci stanzieremo. Noi non siamo un popolo di
mercanti, bensí un popolo di agricoltori» 266, simili dunque ai dori conquistatori del
Peloponneso.
Tuttò avverrà imitando loro, rinnovando il modello spartano di una colonizzazione, da parte di
un’élite nordica, di vasti territori occupati da una popolazione numericamente superiore. Come
sappiamo, Hitler si mostra affascinato dal miracolo spartano della dominazione duratura di una
ristretta aristocrazia razziale su una massa di inferiori, dall’Impero di «6000 spartani» su «350
000 iloti» 267.
La colonizzazione nazista all’est, nuovo Bauerntreck di contadini-soldati verso l’est, procede
dunque sulla scia dei teutonici, oltre che dei greci. Il modello della colonizzazione greca,
pregnante rispetto al principio stesso della colonizzazione all’est, è inoltre presente nelle
modalità pratiche della sua realiz