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Trama

Roma, 1938. Alessandro Borghesi, ingegnere minerario neolaureato e


pieno di entusiasmo, viene assunto in una missione archeologica
destinata a scavare nell'oasi di Siwah, nel deserto del Sahara, alla
ricerca della tomba perduta di Alessandro Magno. Ma ben presto il
giovane Borghesi viene a sapere che secondo un antico papiro a Siwah
è nascosto un tesoro ben più prezioso, di valore inestimabile: la fonte di
un potere misterioso, un segreto celato da quattro ideogrammi - una
lingua arcana e sconosciuta - che nessuno studioso al mondo è ancora
riuscito a decifrare.
Arrivato al Cairo, Alessandro si rende conto che intorno alla missione
archeologica ruotano enormi interessi economici e politici: il tedesco
Hans Brunner, morto in circostanze sospette, aveva infatti individuato
proprio dove sorge l'oasi di Siwah un giacimento di greggio, ora
conteso tra gli italiani - che occupano la Libia - e gli inglesi che
controllano l'Egitto. Nel seguire le tracce di questa scoperta, Alessandro
incontra l'affascinante Elisabeth Rosenheim, egittologa allieva del
defunto professor Brunner, e decide di inoltrarsi con lei tra i tanti,
troppi misteri della missione.
Giunto nel cuore del Sahara, scoprirà che nemmeno il recupero del
giacimento di greggio è il suo unico scopo. Nel viaggio si nascondono
un'altra verità e nuovi, inquietanti interrogativi: perché l'Ovra ha
intercettato una telefonata tra il cardinale di Chicago e la Segreteria di
Stato di Pio XI? E quale filo sottile lega i servizi segreti di Hitler
all'Ambasciata italiana presso Il Cairo?
Silenziosi e indecifrabili, intanto, i quattro enigmatici ideogrammi di
Siwah continuano a custodire misteri millenari, capaci forse di mutare il
corso della Storia...
Attingendo a documenti originali custoditi nella Segreteria di Stato
del Vaticano e dando vita a personaggi di profonda umanità, Barbara
Frale costruisce un romanzo originalissimo, che con il passo incalzante
del thriller ci conduce dai misteri mai svelati della storia antica fino alle
zone d'ombra di quella più recente, quelle con le quali tutti i conti sono
ancora aperti.

Barbara Frale, storica, riveste l'incarico di Officiale dell'Archivio


Segreto Vaticano. Ha pubblicato diversi saggi e articoli sui temi di
storia del cristianesimo, tra cui Templari (Il Mulino 2007), La Sindone
di Gesù Nazareno (Il Mulino 2009), La Sindone e il ritratto di Cristo
(Libreria Editrice Vaticana 2010), Il principe e il pescatore. Pio XII, il
nazismo e la tomba di San Pietro (Mondadori 2011). Questo è il suo
primo romanzo.
La trama e i personaggi di questo romanzo sono frutto di invenzione.
Luoghi, circostanze e figure reali sono evocati in base a un criterio di
verosimiglianza. Ogni altra analogia o coincidenza con fatti veramente
accaduti è da considerarsi fortuita e non intenzionale.
© 2012 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
In ricordo di Valentino
e Maria Teresa Carini
PREMESSA

Tu, Divinità Unica, regnavi di già in Cielo


in un'epoca in cui la terra e le sue montagne
non esistevano ancora...
Tu, il Veloce! Tu, il Signore! Tu, l'Unico!
Tu, il Creatore di tutto ciò che esiste!
All'alba dei tempi.
Libro dei Morti degli antichi Egiziani, capitolo XV.

Le pagine che il lettore vedrà non formano un manuale di storia né


tantomeno di egittologia, bensì un romanzo storico: ovvero, un racconto
liberamente basato su eventi e documenti reali che conosciamo sulla
civiltà dell'antico Egitto, e certi avvenimenti realmente accaduti tra la
fine del 1938 e gli inizi del 1939; la loro puntuale ricostruzione è
esposta nel saggio Il principe e il pescatore. Pio XII, il nazismo e la
tomba di san Pietro in Vaticano (Mondadori 2011). Nella Nota storica
in fondo al volume si trova un elenco di documenti che riguardano
alcuni dei fatti narrati.
Anche diversi personaggi presenti in questo romanzo sono reali, e
quanto illustro di loro, benché filtrato attraverso la libera inventiva,
spero ricalchi i loro caratteri e le loro personalità. Sergio Donadoni
(Palermo, 1914) è una delle maggiori glorie dell'archeologia italiana:
questo romanzo, che lo ritrae in un'avventurosa e immaginaria scoperta
occorsa durante la sua giovinezza, vuole essere un doveroso omaggio.
Il tributo di stima verso altri personaggi che non potevano trovare
spazio in questo racconto v'è ugualmente; il lettore accorto se ne
accorgerà senza dubbio.
E a tutti, comunque, buon divertimento.
DI OASI PERDUTE E UNA VENERE NERA

Il viaggio si fa sempre più entusiasmante. Il popolo partecipa anima e corpo. È


evidente che Mussolini ha l'intera nazione dalla sua. Soprattutto la gente delle
campagne. [...]
L'antica Roma ha una storia imponente che noi non abbiamo, o perlomeno che
non si manifesta con altrettanta evidenza. Dobbiamo compensare con
realizzazioni eccezionali nel campo dell'architettura monumentale. Gli italiani
sono capaci di grandi slanci. Solo il futuro potrà dimostrare se sanno anche tenere
testa alle situazioni di emergenza. Mussolini non lascerà che venga minata
l'amicizia con la Germania. È coraggioso quanto intelligente. Davvero un grande
statista.
JOSEPH GOEBBELS, Diario 1938, 4 maggio 1938.

Roma, Trinità dei Monti, 25 settembre 1938.


A mezzogiorno l'aria profumava ancora della fragranza di fiori estivi,
e il sole caldo arrossava le guance delle turiste straniere. Le guardavo
salire e scendere la scalinata di piazza di Spagna, seguendo ipnotizzato
il ticchettio delle loro scarpette eleganti, e spiavo, per quanto la decenza
me lo permettesse, le loro gambe velate dalle calze sotto le gonne
morbide, svolazzanti nella dolce brezza romana.
Intanto sognavo Parigi. Mi aspettava, era il mio premio.
Avevo appena discusso la sudata tesi di laurea in Ingegneria
mineraria. E mio padre era piuttosto fiero di me. Era un agente della
polizia fascista, ma non un fanatico del Partito: ci si era trovato, più che
altro. Quando gli chiedevo cosa ne pensasse del governo, assumeva
un'espressione indecifrabile. Poi mi rispondeva: «Sempre meglio della
guerra. O della rivoluzione comunista».
In effetti, me la passavo piuttosto bene. C'erano tante cose che non
capivo, però, e altre che non potevo dimenticare. Come la violenza
gratuita che si era abbattuta qualche mese addietro sulla Tana della
Lupa, il baretto proprio sotto casa nostra, così chiamato per via delle
passioni sportive che animavano il proprietario. Un giorno, di punto in
bianco, l'avevano chiuso.
Attività sovversive, era stato detto. Davvero faticavo a comprendere
chi fossero questi pericolosi insurrezionisti, fra i clienti abituali del
baretto... ci andavamo io e altri cinque o sei studenti squattrinati come
me, per rifocillarci con le ottime bombe alla crema della casa durante i
nostri sfibranti pomeriggi sui libri. Ma se non parlavamo di pallone,
allora l'argomento erano le donne. Poi c'era sempre la signora Didò, una
vedova d'origine belga di cui nessuno conosceva il cognome con
esattezza. Si guadagnava da vivere dando lezioni di musica, le piaceva
il bianco di Frascati e spesso ci cantava qualche brano tratto dalla
Carmen di Bizet. A un tavolino in fondo al locale stazionavano intere
giornate il colonnello Nicolini e il maestro Galli. Erano tutti e due
prossimi agli ottanta, e giocavano da vent'anni un interminabile torneo
di briscola: raccontavano della loro giovinezza, ogni tanto litigavano
pure, dandosi reciprocamente del baro. Alla sera, chiusa bottega,
arrivava anche il sor Pietro, l'orologiaio. Veniva per cenare, alla Tana
della Lupa. Non si era mai sposato, e lì poteva trovare un buon piatto di
minestra calda, un po' di verdura e della frutta. Credo fosse proprio per
lui che la vedova Didò si esibiva nelle sue lunghe, struggenti romanze.
Eppure un giorno, su questa piccola umanità inerme che viveva di
abitudini quotidiane, si era rovesciato il finimondo.
Ero seduto fuori con i miei compagni di studi, per la solita pausa
delle sei, quando, all'improvviso, una camionetta aveva frenato
bruscamente davanti a noi. Dieci camicie nere ci avevano fatto
sloggiare praticamente a calci. Poi avevano trascinato fuori per i capelli
il proprietario, il sor Tonino, un uomo tranquillo che stava quasi sempre
zitto. E quindi avevano tirato giù tutte le bottiglie di liquore dagli
scaffali, finite in mezzo alla strada in un fracasso indescrivibile di vetri
infranti. La piazzetta aveva puzzato di rum e di gin per due giorni interi.
Attività sovversive, era stato detto. La famiglia che gestiva il locale era
finita sul lastrico proprio come le bottiglie di liquore, e tutto il quartiere
aveva fatto una colletta per aiutarla a riprendersi. Mio padre aveva
lasciato che la questione sbollisse, in Questura, e le acque si calmassero
un poco. Poi si era fatto avanti con i suoi superiori. Attività sovversive,
proprio sotto casa di un agente della polizia... che assurdità! I veri
bolscevichi sono furbi, sanno nascondersi bene, dove nessuno li può
scovare. Un mese dopo, per fortuna, la Tana della Lupa aveva riaperto i
battenti.
Era la realtà, diceva mio padre senza aggiungere troppi commenti. E
m'invitava a farmi gli affari miei: dovevo pensare a studiare e basta. La
gente tranquilla lavorava e stava bene. I vecchi prendevano la pensione,
e in questo modo tiravano avanti. In effetti, non potevo proprio
lamentarmi.
Abitavamo in un appartamento non lontano dal Colosseo, nel cuore
di Roma. Era un po' stretto per noi quattro: io, la mamma, papà e mia
sorella Lidia, più piccola di me. Però si trovava in una bella palazzina
antica, molto ben frequentata e dove, tra gli altri, abitava la nostra
padrona di casa, la vecchia contessa Mariani. La nobildonna occupava
il piano attico, e la sua meravigliosa casa aveva una grande terrazza che
dava direttamente sul Colosseo e sulla nuovissima via dell'Impero, per
allestire la quale il Duce aveva addirittura fatto spianare la piccola
collina della Velia. Mia madre cuciva gli abiti alla Mariani, le teneva
compagnia; in compenso, la contessa dimenticava di aggiornare il
nostro affitto al prezzo corrente, che non era certo a buon mercato in
quella zona; ma soprattutto, ci invitava alle feste meravigliose che
soleva dare in casa sua, nelle quali si poteva incontrare tutta l'alta
società romana. Dirigenti del Partito, senatori, nobili, intellettuali... e
proprio durante una di queste feste, la mia sorellina Lidia, nello
splendore dei suoi diciotto anni fasciati di velluto rosso, aveva preso
all'amo un pesce di tutto rispetto. Si chiamava Lucio Morandi ed era un
giovane, rampante archeologo del Museo nazionale romano. Elegante,
signorile, notevole parlantina, un'ottima posizione sociale e alcune
proprietà in Maremma: un partito eccellente, insomma.
Mio padre si era letteralmente svenato per dotare Lidia di un corredo
all'altezza di quel fidanzato, un sacrificio non da poco per lui, che già
manteneva me agli studi universitari. La mamma si era data da fare,
lavorando senza sosta come sarta, e una mano ce l'avevano data anche
la zia Adele, che era zitella, e lo zio Armando, un carmelitano ben
introdotto nella Curia romana e parroco della chiesa di Santa Maria in
Traspontina, proprio davanti a piazza San Pietro.
Lidia e Lucio si erano sposati lì, officiante lo zio frate. E zia Adele
come regalo di nozze aveva fatto arrivare da Parigi un taglio di prezioso
pizzo chantilly, che Lidia aveva voluto confezionare in un abito
aderente, lungo solo fino a metà polpaccio, secondo l'ultima moda,
impreziosito da una gran quantità di perline e lustrini. Lucio aveva
preso in affitto un appartamento non lontano da casa nostra: spazioso, e
soprattutto provvisto di una terrazza enorme, che dava sulla via
dell'Impero come quella della contessa Mariani.
Diceva che era un investimento. Lui infatti aveva grandi smanie di
carriera politica, e dirigere un giorno il Museo nazionale romano dove
lavorava non era il suo sogno più ambizioso. Naturalmente aveva la
tessera del Partito, e non aveva mancato di pronunciarsi con molta
enfasi in favore degli scienziati razzisti quando avevano pubblicato il
loro manifesto, uscito a luglio sul “Giornale d'Italia”. Lucio sapeva
benissimo che per far carriera nel Fascio l'intelligenza e le doti morali
potevano servire fino a un certo punto. I suoi ricevimenti, nella cornice
adeguata e con la gente giusta, avrebbero fatto il resto.
Oh, i ricevimenti della buona società! Cosa non erano, le terrazze di
Roma!
D'inverno ci si scatenava con il “ballo volpino” - così il regime
faceva chiamare il foxtrot - fino al sorgere del sole nei salotti eleganti, e
mio cognato aveva abbellito quello di casa sua con un pavimento in
pregiatissimo marmo rosso di Verona. I gerarchi venivano con le loro
mogli rilucenti di gioielli e impellicciate come zarine russe: alle giovani
amanti riservavano invece festini privati, in certi alberghi di lusso della
capitale.
D'estate si preferiva cenare a lume di candela sotto le stelle,
ascoltando concertini di musica jazz dal repertorio di Louis Armstrong,
che però bisognava chiamare Luigi Braccioforte, e sorseggiando coppe
di champagne ghiacciato, purché si avesse sempre cura di scrivere
“sciampagna” nei menu. Alla fine si ballava, respirando il profumo dei
gelsomini nell'incanto tiepido delle notti romane.
Quel mondo mi piaceva, mi piaceva da matti.
Ventotto anni, una bella laurea in tasca, un futuro brillante: ero un
buon partito anch'io. E se aggiungiamo che ero alto, slanciato, di
colorito bruno e carattere allegro, potete capire che avevo tutta
l'intenzione di approfittarne. Ma non certo per sposarmi. Purtroppo,
Lucio aveva cominciato a cercare per me una moglie “come si deve”, e
i nostri punti di vista non erano proprio coincidenti. Una moglie “come
si deve”, nella sua visione della vita, serviva più che altro a intrecciare
legami politici che potessero prima o poi favorire la sua ascesa. Credo
che ambisse a diventare un giorno ministro della Cultura.
Lucio era un uomo molto ambizioso, e io, per quanto non avessi
niente contro di lui, non capivo perché mai si fosse sposato con mia
sorella. In realtà Lidia era carina, intelligente, con quella giusta dose di
apparente sottomissione femminile che serviva per entrare in sintonia
con un carattere prepotente come quello di mio cognato. Ma da uno
come lui mi sarei aspettato ben altre mire. Il suo sogno, e non ne faceva
mistero, era potersi sedere un giorno in Parlamento: per questo si era
dato molto da fare all'interno del Partito. L'avrei visto meglio al fianco
di una moglie magari bruttina, ma erede perlomeno di un alto gerarca.
Invece aveva voluto la mia piccola, graziosa Lidia, figlia di un
funzionario della polizia di rango abbastanza modesto.
Quanto a me, volevo solo divertirmi. La laurea non era stata uno
scherzo. Aveva richiesto anni di rinunce e sacrifici durissimi; e per la
tesi un inverno massacrante cui erano seguite una primavera e un'estate
persino peggiori.
Non ero nemmeno andato a vedere la parata trionfale allestita ai
primi di maggio, quando addirittura il Führer era venuto nella Città
Eterna per rendere omaggio al suo alleato italiano.
Che festa, che tripudio di eccitazione! Roma si era riempita di
svastiche e di bandiere rosse, di scritte che inneggiavano a Hitler e alla
gloria di Mussolini. Che cosa doveva essere stata, quella sfilata
sontuosa lungo il grande viale che attraversa gli antichi Fori dei Cesari,
con le memorie tuttora vive dei fasti della Roma imperiale, e la mole
magnifica del Colosseo davanti agli occhi, bianco e immortale!
Lucio era in prima fila nel gruppo delle autorità, gonfio come un
pavone in amore, e procedeva soltanto un passo indietro rispetto al
professor Ranuccio Bianchi Bandinelli, il più famoso archeologo
italiano cui era toccato il sommo onore di fare da cicerone a Hitler e
Goebbels.
Tutti quelli che conoscevo c'erano andati, tranne me, che avevo
l'ultimo esame proprio tre giorni dopo: non potevo certo rischiare una
bocciatura, perché in tal caso sarebbe saltata anche la discussione della
tesi. No, mi correggo: eravamo in due a mancare all'evento. Anche papa
Pio XI aveva dato forfait, a quanto sembra indignato, perché ovunque a
Roma era fiorita una croce che non era quella di Cristo; così, aveva
fatto i bagagli, e per non essere costretto a incontrare il Führer si era
ritirato a Castel Gandolfo.
Personalmente, di Hitler m'importava poco; e quella nuova via che
solcava il cuore di Roma riportando sotto la luce del sole il complesso
dei Fori imperiali, caput mundi, centro economico e politico del mondo
antico, io la conoscevo benissimo: Lucio infatti mi aveva assoldato
diverse volte perché vi conducessi ospiti stranieri del Museo nazionale
romano, ospiti che da qualche anno a questa parte venivano soprattutto
dalla Germania. E io fortunatamente conoscevo il tedesco, oltre ad
avere una certa infarinatura d'inglese, entrambe lingue di punta nel
settore minerario. Ma col tedesco me la cavavo meglio, grazie alla
lungimirante premura che lo zio frate aveva dedicato alla mia
istruzione.
All'inizio lo zio Armando mi aveva affidato alla signorina Eva
Kirschbaum, la graziosa nipote di un gesuita tedesco che viveva a
Roma da tanti anni. Però, la signorina Eva aveva la deliziosa abitudine
di camminare per la stanza mentre faceva lezione; e, poiché era alta,
slanciata, squisitamente formosa, io gustavo con sommo diletto quelle
sue magnifiche sfilate, rese ancora più sensuali dalle gonne che le
fasciavano i fianchi. E il mio tedesco, a dire il vero, non progrediva
molto. Sensibile e onesta, per mia sfortuna fin troppo, la Kirschbaum
aveva ben presto comunicato allo zio che riteneva le sue lezioni di
tedesco poco proficue per un allievo come me, con la tendenza a
distrarsi spesso. Allora lo zio Armando, capita l'antifona, aveva deciso
di cambiare sistema; così mi aveva trovato come nuova insegnante la
temibile Schwester Gudrun, una suora svizzera dell'ordine della Santa
Croce. Schwester Gudrun era alta oltre un metro e ottanta e di scarpe
portava un numero più di me; aveva un porro enorme e peloso sulla
parte destra del naso e, soprattutto, usava la verga correttiva come si fa
con i bambini delle scuole elementari. Per dirla in breve, era
decisamente al di là di ogni tentazione. Ma a sua lode e gloria occorre
dire che il mio tedesco fece ben presto notevoli progressi, specialmente
perché sognavo il giorno in cui non avrei più avuto bisogno di farmi
ridurre le mani a strisce da quell'armadio a due ante.
Comunque sia, Lucio approfittava di queste mie competenze
linguistiche, e per ogni visita mi allungava generose mance: beninteso,
c'era un tacito patto fra noi, che cioè mi comportassi in modo
impeccabile ignorando del tutto le belle studentesse.
Insomma, quella appena lasciata alle mie spalle era stata una stagione
di lacrime e di sangue; alla fine, però, ce l'avevo fatta.
E quel giorno, seduto al tavolino dell'antico Café Étoile, poi
ribattezzato Caffè Stella per decreto del governo, mi sentivo
tremendamente bene. Alzatomi alle dieci passate e dopo aver
bighellonato tutta la mattina senza concludere niente, mi sembrava di
essere un pascià e mi lasciavo cullare dalla fantasia che le signorine
sulla gradinata di piazza di Spagna fossero tutte mie fidanzate, o magari
odalische di un harem immaginario.
Fino a quando arrivò mio padre, con un tale sorriso stampato in
faccia che non riusciva a nasconderlo neppure sotto quei suoi grossi
baffi brizzolati. Ci eravamo dati appuntamento per pranzo al Café
Étoile per festeggiare la mia laurea, noi due soli poiché c'era una
piccola clausola che non ci sembrava opportuno condividere con la
mamma: quale premio per il mio successo, in capo a due settimane
sarei partito con gli amici per la Francia. Prima ci aspettava il
pellegrinaggio a Lourdes con lo zio Armando e la parrocchia di Santa
Maria in Traspontina. Poi la strada del ritorno divergeva puntando a
nord. Verso Parigi...
Erano mesi che aspettavo. Mi tornava spesso in mente il profumo dei
capelli di Chantal, una studentessa francese con cui avevo amoreggiato
durante la primavera appena trascorsa. Unico barlume di luce in una
stagione tutta volta allo studio. Era venuta a Roma con un'anziana zia,
che per mia fortuna la sorvegliava piuttosto svogliatamente. Le nostre
passeggiate romantiche sul lungotevere mi avevano portato a scoprire
dettagli, diciamo, piuttosto intimi, ma mi ero dovuto fermare alla
consapevolezza che la fascinosa francesina indossava biancheria di
seta. La mia speranza era che insistendo, e avendo il tempo dalla mia
parte, saremmo finalmente andati oltre. Da qui l'idea di accettare
l'invito dello zio frate e mettermi in viaggio verso la Madonna di
Lourdes quale “premio” per le mie sudate conquiste universitarie, con
l'intento di salutare il prima possibile tutti quei devoti bacchettoni e
dirigermi a nord, verso la Ville Lumière. E l'assegno che mio padre
veniva a sborsarmi in realtà doveva servire per uno scopo speciale.
Pochi giorni prima un suo collega era tornato da Parigi, dove era
andato per svago con due suoi amici scapoli, di quelli che pagano la
tassa allo Stato perché a una certa età ancora non hanno dato figli alla
Patria. Era stato al teatro delle Folies Bergère, dove si esibiva la
ballerina Joséphine Baker. Di questa splendida donna mulatta si diceva
fosse più perfetta di una statua, e nelle sue esibizioni cantava
presentandosi al pubblico tutta nuda, con indosso soltanto un
gonnellino di banane.
Assistere a uno dei suoi spettacoli era il sogno di tutta la gioventù
italiana di buona famiglia; e, naturalmente, sarebbe tanto piaciuto anche
a me. Il collega di mio padre aveva esagerato con i dettagli piccanti, al
chiaro scopo di farci rabbia, finendo con l'aggiungere che la Venere
Nera, com'era soprannominata, si depilava completamente. E che
insomma era roba da far venire un infarto. Da parte nostra, si era voluto
minimizzare. Mio padre aveva commentato che lui preferiva le bianche;
Lucio aveva aggiunto che al tempo dell'antica Roma l'uso di depilarsi
del tutto era comune perfino tra le schiave. Io non avevo detto niente.
Ci volevo andare e basta.
Quando l'amico di mio padre si era congedato, eravamo rimasti lì
come tre ragazzini a cui sia stato fatto scorgere il Paese dei Balocchi
attraverso un cancello chiuso, invalicabile.
Il primo a parlare fui proprio io. «Appena mi laureo ci devo andare, a
Parigi.»
Mio padre si era girato a guardarmi. Si era passato una mano su un
baffo per lisciarlo, poi aveva lisciato quell'altro.
«Se c'è pure la lode, ti pago la poltrona alle Follibergé!» aveva
affermato in tono piuttosto solenne.
La lode c'era stata, con tanto di bacio accademico e un pranzo di
festeggiamento offerto a tutta la famiglia dallo zio Armando, che non
stava più nella pelle per la soddisfazione. Quindi, era arrivato il
momento di riscuotere il premio. Unico rammarico: Antonio Levi non
era della nostra brigata. Fra tutti i miei compagni di università, Antonio
era senza dubbio quello che preferivo. Spigliato, gran seduttore con le
donne, sempre allegro... avevamo tirato avanti per tutto il corso alla
grande, io e lui, scambiandoci i libri e studiando insieme al pomeriggio,
perché in questo modo le cose ci riuscivano meglio. Poi, d'improvviso,
a luglio, era uscito quel dannato manifesto per la difesa della razza e a
settembre il regio decreto che sanciva l'espulsione degli ebrei dalle
scuole, dalle professioni, dalle università. Quindi Antonio Levi, in
procinto di laurearsi con me, era stato costretto a lasciare gli studi
quando era ormai in dirittura d'arrivo.
Non mi ero mai accorto che Antonio fosse ebreo. O meglio, ero stato
a casa sua quando la famiglia festeggiava certe ricorrenze religiose, ma
non mi aveva mai dato l'idea di possedere qualcosa che lo rendesse
visceralmente diverso da me.
Mi strofinai gli occhi con le dita per ricacciare quel ricordo nell'oblio;
e tuttavia mi dispiaceva. Il mio amico era emigrato in America da
alcuni parenti ricchi. Mi consolai pensando che era un genio: laggiù
avrebbe fatto sicuramente fortuna.
Mio padre tossicchiò per distrarmi dai miei pensieri, e mi riportò alla
realtà di quel giorno e di quell'ora. Ma non stava sorridendo più.
«Dobbiamo cambiare programma, Alessandro. Ci sono novità.»
«Quali novità?» gli chiesi con una certa ansia; il tono della sua voce
non mi piaceva.
«Si tratta di quella missione italiana in Egitto organizzata dal Museo
nazionale romano. Quella a cui partecipa anche Lucio...»
Oddio, di nuovo quella storia! Durante il pranzo di laurea, Lucio mi
aveva rintronato con il racconto della missione archeologica. Sembrava
che gli italiani si facessero valere tra gli esperti dell'antico Egitto, e che
il Duce si fosse accordato con il compianto re Fuad per uno scambio
culturale destinato a fondare in Italia una sorta di Accademia egiziana
di belle arti. In compenso, il sovrano d'Egitto gli prometteva un bel
palazzo nel centro del Cairo come sede del nuovo Istituto italiano di
scavi archeologici. Io non credevo che a Mussolini stessero così tanto a
cuore quelle vecchie mummie rinsecchite; mi dava invece l'idea
d'essere piuttosto interessato alle ragazze giovani e bene in carne. Lucio
mi aveva spiegato che non si trattava soltanto di tirar fuori mummie
dalle millenarie sabbie del deserto: c'erano in ballo delicati equilibri
politici, diceva lui. E forse proprio per questo aveva fatto carte false per
partecipare alla spedizione.
«Il punto di partenza è il Cairo, dove incontreremo persone
qualificate che lavorano nel Museo greco-romano di Alessandria
d'Egitto. Questo per il supporto tecnico, s'intende. Il nostro vero
obiettivo è l'oasi di Siwah, nel cuore del deserto occidentale. Si trova a
diverse centinaia di chilometri dalla valle del Nilo, al confine con la
Libia. Un posto incredibile, davvero. Sembra che fosse abitata da una
civiltà antichissima, precedente a quella egizia, oltre diecimila anni
prima di Cristo. Rimane un luogo misterioso, una città perduta nel
deserto, dove miracolosamente affiorano ben trecento sorgenti naturali.
C'è anche un grande lago salato, e un palmeto che si perde a vista
d'occhio...»
Non doveva essere male come posto, avevo pensato distrattamente.
«Nell'anno 331 avanti Cristo, Alessandro Magno s'inoltrò nel deserto
egiziano senza dare nessuna spiegazione. Arrivato proprio nell'oasi di
Siwah, accadde qualcosa che avrebbe rivoluzionato il suo futuro e
cambiato l'assetto della civiltà occidentale.»
«Perché, che cosa accadde?» non potei fare a meno di chiedere.
«Nessuno lo sa. Secondo la leggenda, o se preferisci secondo la
versione ufficiale raccontata dai biografi, pare che fosse entrato nel
Tempio del dio Amon, dove l'oracolo gli rivelò che era stato generato
dal dio Zeus. Il sovrano degli dei aveva concepito con sua madre, la
regina Olimpiade, questo figlio così eccezionale. Che quindi era per
metà umano e per metà divino.»
«E tu ci credi?» domandai divertito.
Lucio alzò le spalle.
«Le storie degli antichi non si giudicano!» mi rispose piccato. «Per
noi sono sempre preziose, perfino quando non ci credevano nemmeno
loro. Certamente Alessandro Magno era un giovane generale di
straordinario talento e fu il creatore del primo impero della civiltà
occidentale. Il primo imperatore della razza ariana» concluse
soddisfatto.
Quella storia delle razze non mi convinceva un granché. Quando ero
andato in gita a Siracusa, avevo notato che i pescatori locali, bruni,
piccoli, ricciuti, somigliavano a certi abitanti del Marocco che avevo
visto su alcune fotografie di viaggio. E ricordavo che a scuola, quando
frequentavo il liceo ginnasio Ennio Quirino Visconti, mi avevano
spiegato che Alessandro il Grande aveva sposato la bellissima Roxane,
figlia del re della Bactriana, che si trovava in Asia. Anche a me
piacevano le donne asiatiche, con buona pace degli scienziati razzisti e
degli altri cultori del primato ariano. Quando sentivo parlare di razze mi
venivano in mente i pellirosse nei loro abiti caratteristici, gli eschimesi,
i guerrieri pigmei, i cacciatori maori dell'Australia... e anche la
splendida Zhao Lin, figlia di un importatore di giada che viveva nel
palazzo accanto al nostro ed era scappato dalla Cina perché laggiù
tirava una bruttissima aria. La ragazza era davvero un bel fiore esotico,
e mi incantavo a guardarla quando usciva, stretta nei suoi abitini scuri,
con quella chioma di capelli serici che portava lunghi fin quasi alla vita,
raccolti sopra l'orecchio da un fermaglio d'avorio. No, per conto mio la
bellezza non era questione di razza. Piuttosto, di fascino, di seduzione.
«Che avrebbe di tanto notevole, questo posto?» chiesi dunque a
Lucio.
Mio cognato mi fissò con uno sguardo penetrante.
«Alessandro il Grande morì all'improvviso, in modo stupido, quasi
incredibile per un uomo come lui. Le sue biografie raccontano che il
corpo fu portato ad Alessandria d'Egitto, la nuova capitale che lui stesso
aveva fondato e che prese il suo nome. Gli fu allestita una tomba
superba con ricchezze e tesori quali forse persino tu puoi
immaginare...» disse con un'irritante aria di sufficienza. «Però la tomba
ad Alessandria non c'è, non si trova nemmeno il più piccolo indizio. E
sì che doveva essere qualcosa di monumentale!»
«Un vero peccato...» commentai ostentando, per ripicca alla sua
battuta, un disinteresse sfacciato.
«Tuttavia, esiste forse un'altra possibilità. Secondo una fonte non
ufficiale, il corpo di Alessandro Magno sarebbe stato trasportato di
nascosto proprio nell'oasi di Siwah. Per suo stesso ordine, a quanto
sembra, comunicato in punto di morte. Voleva essere sepolto lì dove
tutto era cominciato. Dal giorno in cui ebbe quella strana esperienza nel
Tempio del dio Amon, Alessandro era diventato diverso. Aveva
sconfitto Dario, il grande re dei Persiani, perché le sue energie si erano
moltiplicate, aveva cominciato a pensare davvero in grande... come un
essere divino. E questo spiega anche l'interesse dei tedeschi per
quell'oasi.»
«I tedeschi?» chiesi perplesso.
«Certo. Un paio d'anni fa l'università di Monaco ha organizzato una
missione proprio nell'oasi misteriosa di Siwah. Si dice che cercassero il
segreto di Alessandro Magno, ovviamente. Erano convinti che potesse
trovarsi dentro la sua stessa tomba...»
«Quale segreto?»
Mio cognato fece un sorrisetto.
«Difficile dirlo. Hitler e i suoi uomini hanno la mente piena di
fantasie stravaganti. Intendiamoci, alcune teorie hanno il loro fascino.
L'idea che tutti i popoli d'Europa derivino da un solo, antichissimo
gruppo umano che abitava il continente indoeuropeo in tempi remoti è
estremamente interessante. Ho ascoltato però alcune conferenze che
hanno organizzato, e mi pare che si servano degli studiosi per elaborare
idee tutte loro, poco scientifiche e molto inclini all'esaltazione.»
«Che vuoi dire?»
«Voglio dire che quanto cercano è la radice del potere. Il potere in
qualunque sua forma. O, per essere più precisi, cercano l'uomo capace
di incarnare ed esprimere in sé qualcosa che potremmo facilmente
definire “superiorità”.»
«Un superuomo, insomma. Ho sentito di quell'idea orrenda di
sterilizzare gli infelici, i sordomuti e altre persone malate» aggiunsi con
disgusto.
«Precisamente! Ciò che Hitler sta cercando è l'esatto opposto. Un
uomo divino, senza imperfezioni, un prototipo umano che non esiste,
ma di cui l'antichità ci avrebbe lasciato testimonianza, a suo dire.»
«Come Alessandro il Grande, per esempio.»
«I tedeschi sono convinti che, prima di quell'esperienza nell'oasi di
Siwah, egli fosse semplicemente un militare di gran talento. Le stesse
circostanze del suo viaggio sono molto strane. Perché andò in quel
deserto? Non per consultare un oracolo: in Grecia ce n'erano di famosi
e venerati. La civiltà egizia possedeva però un aspetto diverso che forse
al generale interessava. Tutti i grandi uomini sono infatti molto
ambiziosi, pensano all'immagine da lasciare ai posteri...»
Si fermò un istante facendo una smorfia compiaciuta, come se
volesse includere anche se stesso in quella lista di eroi supremi. Quindi
riprese la sua dotta spiegazione.
«Alessandro Magno era greco per mentalità, e nella sua cultura
d'origine la dimensione umana e quella divina erano viste come l'olio e
l'acqua, che possono mischiarsi, ma non fondersi tra loro. Sapeva
invece che in Egitto esisteva una civiltà millenaria la quale riteneva
d'aver aggiogato forze misteriose. Ciò che più lo attraeva era l'idea
dell'immortalità, l'idea che l'uomo morendo potesse trasformarsi in
Osiride. E, come Osiride, rinascere a nuova vita per mezzo di rituali
arcani.»
Non so perché, ma un brivido sottile cominciava a diffondersi sotto la
mia pelle. «Rituali arcani?»
«Avrai certo sentito parlare del Libro dei Morti» soggiunse mio
cognato.
«Non suona bene!» gli risposi facendo gli scongiuri.
Lucio sorrise presuntuoso. Mi spiegò che gran parte della cultura
egizia si incentrava su rituali capaci di assicurare all'uomo la vita
eterna. «Il Libro dei Morti è la più celebre e antica raccolta di
invocazioni che si credeva potessero riportare in vita l'anima dei
defunti.»
«Mi sembra orribile» commentai stringendomi nelle spalle.
«Infatti lo è, almeno in parte. I culti dell'antico Egitto sono riti
magici, spesso oscuri. Vi sono coinvolte le divinità degli inferi. Come
Anubi, il dio dalla testa di sciacallo. Il temibile dio dei morti. Ma anche
il culto della dea Iside aveva i suoi lati tenebrosi. I sacerdoti a lei
consacrati restavano per vent'anni chiusi nei sotterranei del suo tempio.
Un luogo inaccessibile per chiunque. Lì venivano iniziati ai suoi misteri
e apprendevano ogni sorta di arti magiche.»
«Peggio che in seminario!» esclamai per sdrammatizzare. Quei
discorsi mi mettevano i brividi.
Anche la storia di Alessandro il Grande, continuò a spiegare Lucio
imperterrito, presentava diversi punti tuttora oscuri. Per alcuni, ad
attrarlo nell'oasi di Siwah era stato un presagio. Secondo lo storico
Tolomeo, il grande conquistatore era stato guidato da alcuni misteriosi
serpenti che gli strisciavano accanto, sibilando; e quei suoni privi di
qualunque senso erano per Alessandro il Grande precise parole. Gli
indovini interpretarono il prodigio come un messaggio divino, perché i
serpenti, figli della terra, ne conoscono tutti i segreti. Alessandro
accettò la sfida. Arrivato al Tempio di Siwah, riuscì a decifrare il segno
divinatorio nascosto nel sibilare dei rettili, a lui solo comprensibile e
chiaro. Un messaggio inviato dalle forze onnipotenti che regolano il
cosmo, rivelato nella lingua segreta degli dei. E una volta afferratone il
senso, si impadronì di poteri soprannaturali.
«Questo, almeno, è ciò che pensano a Berlino. Per noi, però, la cosa
più interessante è un'altra...» concluse in tono saccente.
«E sarebbe?»
Lucio si accarezzò i capelli lucidati con la brillantina.
«Che il Duce ha saputo di questa loro spedizione fallita.»
«Dunque non l'hanno trovata, la tomba?» lo incalzai, curioso.
Lucio scosse la testa.
«In realtà quel che è successo laggiù pare sia coperto dal segreto
militare.»
«Addirittura! Per quattro mummie!»
«Le mummie non c'entrano. Sono accadute cose strane in quel luogo,
a quanto sembra. Metà dei partecipanti a quella spedizione non è più
tornata. Il professor Hans Brunner, l'archeologo che guidava la
missione, era uno dei massimi esperti in fatto di antico Egitto. Sembra
che avesse scoperto qualcosa di completamente sconosciuto, e fosse
sulle tracce di un ritrovamento sensazionale. Tuttavia, è morto nel corso
di quegli scavi...»
Da certi suoi amici, Lucio aveva saputo anche un altro dettaglio. Del
fatto si era discusso durante una seduta del Gran Consiglio del
Fascismo. Il ministro Ciano era riuscito a mettersi d'accordo con
l'università di Monaco per proseguire quelle ricerche dando vita a una
missione italo-tedesca. La cosa mi sembrava davvero esagerata. Si era
mosso il ministro degli Esteri in persona, per mandare in porto uno
scavo archeologico: evidentemente, doveva trattarsi di una faccenda
molto importante. Si diceva comunemente che Hitler avesse raccolto
intorno a sé un circolo di gente selezionatissima: imprenditori,
scienziati, artisti, sportivi, ognuno in qualche modo capace di
rappresentare l'eccellenza umana nel suo campo. Una specie di Olimpo
terreno, un club inarrivabile nel quale erano ammessi soltanto i più
grandi. Questo archeologo partito per l'Egitto sulle tracce di Alessandro
Magno doveva essere uno di loro, membro di quella rosa d'eletti che
raccoglieva solo la crema dell'umanità. Avevo letto il libro scritto anni
addietro da uno di loro, Alfred Rosenberg, che si diceva la mente più
brillante dell'intera cerchia del Führer. Il mito del XX secolo, si
intitolava. Era uscito nel 1930, e io, come gran parte degli studenti che
frequentavano la Sapienza, lo avevo letto quattro anni dopo, quando la
Chiesa lo aveva messo all'Indice perché propugnava idee false e
denigranti nei confronti della figura di Cristo e della fede cristiana.
Anche lo zio Armando, come tutti i parroci di Roma, tuonava
minaccioso con i suoi parrocchiani promettendo i fulmini della
sacrosanta vendetta divina per chi si fosse lasciato irretire dalle
farneticazioni di quell'opera blasfema. Non è che m'importasse
qualcosa del trattato, e onestamente non avrei saputo dire quale fosse il
suo valore in merito a gran parte dei contenuti; ma non era questo
l'aspetto interessante, piuttosto il fatto che tutti morissero dalla voglia di
sapere quali verità inconfessabili - verità scandalose e disoneste -
questo tizio tedesco aveva il coraggio di rivelare. Quindici giorni dopo
l'uscita dell'articolo di denuncia sulle colonne dell'“Osservatore
Romano”, alla facoltà di Lettere già circolava una buona traduzione che
si poteva leggere a un prezzo non esoso. A me, del tutto profano in fatto
di antropologia, il libro era sembrato più che altro lo sfogo di un
fanatico, per giunta ricco di quelle affermazioni paradossali proferite
con gran sicumera che a Roma si dicono propriamente “fregnacce”.
Come ad esempio la pretesa per cui Gesù di Nazareth non fosse affatto
ebreo, bensì il campione stesso della razza ariana, da ammirare e tenere
quale modello proprio perché si era scagliato con eroica veemenza
contro i giudei, le loro perverse usanze e i sacerdoti del tempio. Anche
in quel momento, mentre Lucio mi descriveva senza avarizia di dettagli
le altissime imprese che Hitler si proponeva di compiere, non potevo
fare a meno di sorridere ripensando alla storia del Cristo antisemita...
ma non lo avevano circonciso, secondo il racconto di san Luca? O lo
zio Armando deteneva un qualche Vangelo anomalo e truccato del quale
si serviva per dir messa a Santa Maria in Traspontina, oppure questo
Rosenberg decisamente alzava il gomito un po' troppo.
Adesso dunque pure il governo italiano si metteva a correre dietro a
simili fantasie... diamine, non morivo certo d'amore per il Duce, ma
almeno credevo che avesse un tantino di sale in zucca più di quelli!
Anche il conte Ciano mi aveva sempre dato l'idea di un uomo
intelligente e moderato. Galeazzo Ciano era peraltro l'unico alto
funzionario del Partito di cui lo zio Armando parlasse con un certo
rispetto. Diceva che persino Pio XI lo stimava.
Ultimamente, era risaputo, i rapporti tra il Duce e la Santa Sede si
erano fatti più tesi che mai. Il papa aveva una pessima considerazione
di Mussolini, e sperava che un qualche evento arrivasse prima o poi a
rovesciare il governo. Il Duce, dal canto suo, parlando della malattia di
Pio XI pare che avesse detto: “Speriamo crepi presto!”.
Comunque quanto riferiva mio cognato mi sembrava preoccupante.
«L'Africa è terreno di guerra. Non sarà mica un incarico rischioso?»
gli chiesi.
Lucio si mise a ridere.
«Senza rischio non c'è gusto, caro mio! Ma stai tranquillo, noi
viaggeremo corazzati. E la missione è posta sotto il patrocinio
dell'Ambasciata italiana in Egitto.»
«Il Duce fa le cose per bene!» esclamai con un pizzico di ironia.
Lucio però non raccolse.
«Certamente, l'Onorevole Mussolini sarà molto grato allo studioso
capace di ritrovare la tomba di Alessandro Magno» disse illuminandosi.
«Che smacco, per l'alleato tedesco!»
«Appare altrettanto evidente» proseguii sullo stesso tono «che
l'Onorevole vorrà conferire a questo archeologo così valente un premio
a dir poco eccezionale...»
Lucio non mi rispose. Piegò la mano e si guardò le unghie
perfettamente curate. Intanto sfoggiava uno dei suoi sorrisi più irritanti.
Ripensare a quel discorso sulla misteriosa oasi nel deserto mi riportò
alla mente la Venere Nera. Perché mio padre tornava a parlarmi della
spedizione in quella splendida mattina di fine settembre, quando stavo
per riscuotere il sudato premio di laurea?
«Lo so, Lucio mi ha intontito durante l'intero pranzo con questa storia
dell'oasi nel deserto. Io non ci andrei nemmeno morto!»
Mio padre tirò su forte con il naso.
«Ecco, la novità è proprio questa. Ci vai anche tu.»
Spalancai gli occhi e la sigaretta che avevo appena acceso mi cadde
sul tavolino.
«Che cosa? Io sono in partenza per Parigi!»
«Guarda che è una cosa molto seria, Alessandro. Dicono che Hitler
voglia prendersi la Cecoslovacchia perché in quella nazione c'è una
zona abitata da tedeschi. E se il governo di Praga non gliela cede con le
buone, lui è pronto a entrare con i carri armati. Potrebbe scoppiare la
guerra. Il Duce e altri capi di Stato cercano di evitarla... ma quanto
durerà la tregua?»
«Noi siamo alleati di Hitler» ribattei.
Mio padre corrugò la fronte.
«Per ora Mussolini lo tiene buono. Ma c'è da preoccuparsi.
Quell'uomo non segue una logica prevedibile. C'è nelle sue idee un
insano desiderio di morte. E io ho paura.»
Misi le mani in tasca chiudendomi in un silenzio ostile.
«Molti dirigenti della polizia fascista stanno mandando i figli a
studiare in Svizzera, Alessandro. Persino quelli che hanno già due
lauree!» cercava di convincermi mio padre.
Per tutta risposta, mi voltai dall'altra parte, fingendomi interessato ai
piccioni che beccavano le briciole gettate dai turisti.
«Ti voglio lontano da qui. C'è sempre la questione del grammofono,
non ce lo scordiamo!» Il suo tono si era fatto implorante. Aveva gli
occhi lucidi e le mani gli tremavano.
«No, per favore! Ancora con questa storia» sbuffai. La vicenda del
grammofono risaliva al 1932, quando erano stati istituiti i raduni
domenicali. I capi locali ricevevano richieste e lagnanze della gente. In
genere il podestà si dava da fare e risolveva il problema, altre volte
l'adunanza significava sorbirsi una lunga tirata retorica da parte di
qualche pallone gonfiato, che la gente stava a sentire perché obbligata e
perché in fondo non aveva niente di meglio da fare. In una di quelle
occasioni, alcuni miei compagni di università avevano organizzato un
“colpo” in un paesino dell'entroterra di Viterbo. Al culmine del raduno
il fiero oratore, accuratamente munito di fez in testa, era salito sul palco
dove spiccava un ritratto gigantesco del Duce, nella sua virile calvizie e
con lo sguardo corrucciato. A quel punto, dalla terrazza di un palazzo
vicino, in un silenzio degno di una liturgia pontificale, si era levata una
canzoncina che diceva così:
Zucca pelata c'ha sette capelli,
tutta la notte gli cantano i grilli
e gli fanno la serenata:
Zucca pelata! Zucca pelata!
Ovviamente era successo il finimondo. A seguito di indagini accurate
i “disfattisti” erano stati portati in Questura. C'ero finito di mezzo
anch'io, perché avevo prestato il grammofono che in realtà era della zia
Adele. Mio padre mi aveva tirato fuori dai guai dicendo che il
grammofono doveva servire per invitare delle ragazze a una festa da
ballo, così almeno era stata motivata la richiesta del prestito. In ogni
caso, secondo lui ero stato schedato.
«Qualche giorno fa mi è capitata sulla scrivania questa circolare del
ministero per la missione archeologica italiana in Egitto» continuò lui.
«E vogliono anche un geologo. L'ho presa al volo e mi sono dato da
fare per infilarci il tuo nome.»
Mi rigirai con un gesto repentino, tanta era la sorpresa.
«Un geologo? E che ci fanno, con un geologo? Comunque, io sono
un ingegnere e non c'entro niente!»
Mio padre fece spallucce.
«Geologo, ingegnere minerario... fa lo stesso. Non lo so a cosa gli
servi, in realtà. Penso che il posto dove intendono scavare abbia
qualche problema, magari rischia di franare, o qualcosa del genere. In
ogni caso, non me ne importa un accidenti. Per conto mio puoi anche
stare in albergo al Cairo e giocare a carte tutto il tempo. Io ti voglio
fuori dall'Italia fintanto che dura la crisi! Oppure preferisci andare in
trincea? Io ci sono stato, lo sai. E proprio non te lo consiglio.»
Mio padre aveva fatto la Grande Guerra. Un giorno un suo compagno
era saltato su una mina, e una delle gambe si era staccata dal corpo e gli
era arrivata in faccia, rompendogli il naso. Aveva visto i corpi morti
degli amici quasi sepolti dalla terra che pioveva all'improvviso dal cielo
all'interno della trincea, centinaia di giovani che cadevano lungo le
marce spossanti, poveri resti abbandonati nella campagna, in parte
divorati dagli animali selvatici, in parte già decomposti sotto la luce
impietosa del giorno. Gente con la faccia sfigurata, senza nome, che
pure un giorno aveva avuto una casa, una famiglia. Gente per cui ormai
potevi solo recitare una preghiera in silenzio, passando oltre. I suoi
racconti avevano popolato di pena e terrore la nostra infanzia.
Ripensarci mi raffreddò la vena polemica.
«Devo riscuotere il mio premio!» dissi a voce più bassa. «Voglio
vedere la Venere Nera. Me l'avevate promessa...» quasi piagnucolai.
Stavolta mio padre esplose in una risata.
«Se c'è una cosa che non manca in Africa, sono proprio le Veneri
Nere!» disse.
Rideva a crepapelle, credo più per il sollievo di vedermi finalmente
vinto che per la battuta che aveva appena pronunciato.
«Sentite, babbo: facciamo così. Boicottiamo il pellegrinaggio a
Lourdes con lo zio Armando. Io vado subito a Parigi e ci rimango solo
una settimana. Il tempo di vedere lo spettacolo e di salutare...» Mi tornò
in mente che mio padre non sapeva niente della mia tresca estiva con la
seducente Chantal. «E di salutare gli amici. Dopo una settimana torno,
e quindi parto subito per il Cairo!»
Lui mi guardò di sbieco. Stava meditando. Poi riprese il cappello e se
lo sistemò per bene in testa.
«Ci si può riflettere... però adesso sbrighiamoci. Rischiamo di fare
tardi all'udienza del papa con i parrocchiani di Santa Maria in
Traspontina!»
Quelle parole mi presero alla sprovvista, come un acquazzone. Avevo
completamente dimenticato l'udienza dal papa! Erano settimane che lo
zio sperava di presentarmi a Sua Santità come il nipote appena laureato,
e mi aveva infilato nel mucchio scelto dei notabili che Pio XI avrebbe
ricevuto quel pomeriggio. Io invece ne avrei fatto tanto volentieri a
meno. Raccolsi anch'io il cappello, ma me lo misi in testa di traverso.
«La mia vita sta prendendo un verso che mi sfugge di mano!» sbuffai
molto contrariato.
L'OBELISCO SACRO DI SEKHT-AM

E il faraone aggiunse, sempre rivolgendosi a Giuseppe: «Guarda, ti do autorità


su tutto il paese d'Egitto».
Il faraone si sfilò dal dito il proprio anello e lo infilò sul dito di Giuseppe; lo
fece rivestire con abiti di lino regale e gli mise al collo un monile d'oro. Poi lo
fece salire sul suo secondo carro e gridarono davanti a lui: «Salve!». Così lo
stabilì a capo di tutto il territorio egiziano.
Genesi, 41, 41-43.

La Sala delle udienze di Sua Santità era semplicemente magnifica.


Ma non riuscii a godermi nessuno degli affreschi né i preziosi dettagli
che la ornavano, perché la mia attenzione era tutta rapita dalla figura di
Pio XI. Mi trovavo per la prima volta nella vita al cospetto del papa: ero
emozionato. Ma anche colpito dalla sua fragilità. Appariva sofferente,
quasi sprofondato nell'enorme poltrona di velluto bianco con i piedi e i
braccioli rivestiti di foglia d'oro. Curvo, sfinito. Come se lo
schiacciasse il peso di qualcosa che gli fosse ormai divenuto
insopportabile. Accanto a lui, il Segretario di Stato. I due formavano un
singolare contrasto. Basso e grassoccio il papa, tutto vestito di bianco, e
con un sorriso franco e bonario nonostante la malattia. Alto,
magrissimo e vestito di nero il secondo, talmente esile che la fascia
rossa stretta intorno alla vita pareva uno di quei nastri che chiudono i
sacchetti delle bomboniere. Aveva lineamenti eleganti e un paio di
occhialini con la montatura dorata che gli davano un'aria da professore
di liceo. Fu proprio lui che dovette intrattenerci, perché il pontefice a un
certo punto ebbe un malore e dovette tornare nei suoi appartamenti per
riposare.
Il Segretario allargò le braccia in segno di scusa. «Mi dispiace, cari
figlioli!» E subito dopo una decina di selezionatissimi parrocchiani di
Santa Maria in Traspontina si sentirono proporre una visita privata e del
tutto speciale nelle gallerie dei Musei vaticani. Allora mio cognato
Lucio, che era con noi, si fece coraggio e chiese al Segretario se fosse
possibile vedere i reperti venuti alla luce di recente, durante i lavori
eseguiti nei pressi di piazza San Pietro per allestire la via che si sarebbe
dovuta intitolare alla Conciliazione, quella stabilita nel 1929 fra l'Italia
e il Vaticano.
Il Segretario acconsentì volentieri e diede ordine a un valletto di
scortare la comitiva alla volta del magazzino archeologico. Stavo per
seguire il gruppo, quando un suo cenno mi fermò. Per la verità, mi
guardai intorno, certo che non poteva essersi rivolto a me. Ma poiché
mosse di nuovo la testa, come a confermare le sue intenzioni, piuttosto
sorpreso mi avvicinai. Ritto in piedi, di fianco alla poltrona vuota di Pio
XI, mi incuteva una terribile soggezione.
«Voi siete un ingegnere, giovanotto. Non è vero?» esordì.
Sorrisi, annaspando in cerca d'aria.
«Sì, Eminenza. Fresco di laurea» riuscii a mormorare.
A quel punto il cardinale scese i tre gradini che ci separavano e venne
al mio stesso livello. Un gesto inconsueto, che interpretai come il
tentativo di accorciare le distanze fra noi. Mi sentivo intimorito dalla
sua vicinanza. Ma aveva un sorriso garbato, quasi timido: e pian piano
quel disagio scomparve.
«Avrei per l'appunto alcune questioni che mi piacerebbe sottoporre a
un ingegnere» disse il cardinale con tono amichevole. «A quest'ora
faccio sempre una passeggiata nei Giardini vaticani. Vorreste
accompagnarmi?»
Quella richiesta mi lasciò di stucco. Mi voltai a guardare lo zio, che
aveva sentito tutto e per la fierezza pareva cresciuto addirittura di un
palmo.
«Certo, Eminenza. Con piacere.»
Il cardinale mi fece segno di seguirlo e ci incamminammo per una
serie di gallerie destinate a condurci fuori dal Palazzo apostolico. Mio
zio mi si affiancò, e insieme procedevamo rispettosamente a qualche
metro di distanza dal Segretario di Stato, il quale chiacchierava fitto
fitto con un monsignore che poi mi dissero chiamarsi Domenico
Tardini.
Il nostro giro cominciò passando dall'interno, lungo un labirinto di
scalinate, corridoi e sale che ci condussero in un locale attiguo ai Musei
vaticani.
Guardavo ogni cosa con il naso per aria, come gli scolari alla gita di
fine d'anno. Soffitti illuminati da affreschi meravigliosi, colori rutilanti
profilati di dettagli in foglia d'oro. Una galleria di statue antiche, il
marmo levigato come candida pelle che pareva quasi viva, capace di
evidenziare la curva di ogni singolo muscolo, persino il disegno delle
vene. Le Stanze di Raffaello, gli Appartamenti dei Borgia con i loro
impronunciabili segreti, sublimi Madonne dal volto soave che si diceva
fossero in realtà ritratti di bellissime, povere ragazze di strada...
Tutto era fuori dal comune. Tutto era da restare strabiliati. Persino gli
armadi, i semplici armadi del Settecento accostati alle pareti che un
tempo erano serviti per contenere i tanti libri dei papi, avevano uno
stupendo decoro di sensualissime rose antiche, e innumerevoli altri fiori
sbocciati nei Giardini vaticani all'alba di due secoli prima.
Un inserviente in divisa mi distrasse arrivando all'improvviso verso
di noi: si era letteralmente precipitato quando aveva visto il cardinale
fargli un cenno a distanza con la mano. Sua Eminenza gli sussurrò
qualcosa all'orecchio, e quello si inchinò leggermente sparendo subito
dopo dietro una porticina laterale. Il cardinale ci intrattenne con una
gradevole conversazione formale per circa dieci minuti, fino a quando
da quella stessa entrata dietro la quale l'inserviente era sparito, sbucò un
uomo vestito con eleganza impeccabile in abiti borghesi, che aveva in
mano una scatola di legno intarsiata, grande più o meno quanto un
libro. Immaginai che fosse il direttore dei Musei vaticani; con un
leggero inchino porse la preziosa scatola al cardinale, il quale se la mise
sottobraccio mentre ci faceva segno di seguirlo verso la galleria.
Quindi, scendendo una grandiosa, sontuosa scala di marmo bianco,
uscimmo nei Giardini.
L'aria era fresca e spirava una leggera brezza, di quelle che rendono
dolci i pomeriggi di fine estate a Roma.
Il Segretario di Stato mi fece cenno di avvicinarmi a lui.
«Innanzitutto, giovanotto, lei mi scuserà se manco di usare il voi
fascista, adesso che ci troviamo a tu per tu. Qui nella Curia romana, ci
piace pensare che l'unica persona plurale sia Sua Santità. Il motivo per
cui ho voluto disturbarla, ingegnere, è molto preciso. Sono state
ritrovate numerose tombe romane nella zona di piazza San Pietro»
cominciò il porporato. «Pare che sotto la chiesa di Santa Maria in
Traspontina, la chiesa di suo zio, esistesse in epoca romana un
monumento antichissimo di forma piramidale, chiamato Meta Romuli.
Insomma, c'è una necropoli di età imperiale proprio sotto i nostri piedi.
Tutta la zona della basilica vaticana dovrebbe essere costellata di
antiche tombe risalenti al tempo dei Cesari, senza contare il fatto...» e
qui si fermò puntandomi addosso uno sguardo penetrante attraverso i
suoi occhialetti dorati «senza contare che secondo la tradizione lo
stesso Principe degli Apostoli è sepolto là sotto. Mi capisce,
giovanotto?»
«Certo, Eminenza. Lei vuole cercare quella tomba.»
Il cardinale fece un largo sorriso compiaciuto.
«Vedo che lei, ragazzo mio, è molto perspicace, proprio come mi
avevano detto. E si potrebbe fare, a suo giudizio?»
Espirai lentamente, mentre riflettevo.
«Sì... credo di sì. Certo non sarebbe uno scherzo, con la basilica
sempre piena di fedeli. Non penso si possa chiudere un luogo di culto
come questo.»
«È fuori discussione!» asserì in tono irrevocabile.
«Allora bisognerebbe capire qual è la zona esatta dove scavare.
Circoscrivere la ricerca. Poi si potrebbe pensare a un sistema di buoni
ponteggi. Insomma, sarebbe lungo, laborioso, sicuramente complicato.
Però fattibile, secondo il mio parere» conclusi cercando di darmi un
tono da esperto.
Il cardinale emise un lungo sospiro. E subito dopo mi sottopose a una
raffica di domande tecniche sulla fattibilità di quell'impresa che gli
doveva stare piuttosto a cuore. Quando i suoi dubbi principali furono
risolti, mi guardò soddisfatto.
«Lei non sa quale gioia mi dà, caro ragazzo! Non vedo l'ora di
iniziare i sondaggi. Facciamo in questo modo: so che lei è in partenza
per il Cairo e ci resterà un po' di tempo per via di una missione
archeologica. Ottimo, per il nostro progetto: così lei potrà farsi anche
un po' d'esperienza in fatto di cose antiche. Quando rientra in Italia, si
faccia vivo: cominceremo a vedere come scavare.»
Scossi la testa.
«No, Eminenza, ci dev'essere un equivoco. Io non vado in Egitto. In
realtà fra un paio di settimane parto per la Francia.»
Il cardinale pareva meravigliato.
«Non parte per il Cairo? Eppure suo zio mi aveva detto... poverino, si
è dato così tanto da fare per lei...»
In quel momento, compresi che il mio nome nella missione
archeologica c'era finito grazie ai preti.
«Sì, Eminenza, lo immagino. Ma il fatto è che avevo un precedente
impegno.»
«Un impegno in Francia... magari a Parigi?» domandò con aria
maliziosa.
Non riuscii a rispondere, ma il mio rossore improvviso fu molto
eloquente.
«Certo, capisco. Parigi è una città piena di seduzioni e di... tentazioni
che possono allettare enormemente un giovanotto della sua età. Mi si
dice che in quel famoso teatro chiamato Les Folies Bergère si danno
spettacoli nei quali è rievocata la scandalosa danza di Salomè con i
sette veli... e pare addirittura che alla fine nessun velo rimanga più al
proprio posto!»
Continuai ad arrossire fino alla punta dei capelli. Mi venne addirittura
da pensare che si potesse vedere nelle mie pupille la figura nuda della
Venere Nera, che danzava lasciva coperta soltanto dal succinto
gonnellino di banane.
«Però non deve disprezzare il Cairo, ragazzo mio. È una città
affascinante, a quanto mi raccontano. Molto più di quel che si potrebbe
immaginare. Gli italiani vi si sono insediati sin dal secolo scorso, e
sono benvoluti, avendo realizzato laggiù lavori importanti. Le donne
indigene sono bellissime, a quanto pare. Ma non le consiglio di
importunarle, mi dia retta. I padri e i mariti hanno l'abitudine di
difendere la loro virtù con mezzi piuttosto... definitivi!» E a questo
punto mi parve di intravedere sul volto serio del cardinale il tentativo di
soffocare una risatina.
«Comunque, ci sono pur sempre le signorine italiane, e quelle
inglesi!» riprese il prelato. «A loro potrà fare una corte elegante e
discreta senza correre troppi rischi. Per quanto, mio caro ragazzo, alla
sua età sarebbe ora che trovasse una moglie e mettesse la testa a posto!»
Gli rivolsi uno sguardo pieno di imbarazzo.
«Mi scusi» disse. «Come ogni prete, non mi sento a posto con la
coscienza se non ho distribuito la mia razione quotidiana di prediche. In
ogni caso, fa molto male a disprezzare quest'occasione che le viene
offerta.»
Il Segretario si fermò, fece un lungo respiro, e allargò le braccia.
«Ah, i segreti di Siwah... quale irresistibile magia si cela dentro le
notti d'Oriente!»
Poi si accorse che lo fissavo con occhi di puro stupore.
«Non stia lì a guardarmi in quel modo, giovanotto. Naturalmente, non
parlo per esperienza diretta. Però so il fatto mio. Non sono mica nato
con questa tonaca cucita addosso, che cosa crede? Quando ero ancora
un ragazzo, intorno ai tredici anni, volevo fare l'archeologo. Sognavo di
partire e viaggiare in tutto il mondo alla scoperta delle civiltà antiche.
L'Egitto e i suoi misteri insondabili mi attiravano particolarmente. E poi
mi ero anche innamorato, lo sa?»
Mi scappò da sorridere.
«A tredici anni, Eminenza?»
«Certo! Sono sempre stato un tipo con le idee chiare. Ma la fanciulla
dei miei sogni non mi ricambiò. E non posso davvero darle torto: non
ero quel che si dice un fusto. Poi è arrivata la vocazione, la carriera
nella Curia romana... mi ha risucchiato, rapito. E si è portata via tutto il
resto.»
«Ha dei rimpianti, Eminenza?» osai domandargli d'impulso. Ma
subito mi morsi le labbra. Il cardinale invece non se la prese affatto.
Sembrava quasi che gli piacesse confidarsi sul suo passato con un
estraneo. Certo, un uomo di potere come il Segretario di Stato non
doveva avere molti amici con i quali abbandonarsi a chiacchiere sulla
sua infanzia e i primi amori.
«Rimpianti? No, non direi!» mi rispose deciso. «La vita è anche
destino. E l'uomo trova la felicità quando impara ad accettarlo. Non
credo che esista uno stato di felicità oggettiva, uguale per tutti. Esistono
condizioni di infelicità oggettiva, come la malattia, la fame, i dolori
dell'animo. Ma se Dio ce li risparmia, possiamo trovarci in una
condizione di pace interiore per la quale dirci molto felici.»
Non nascosi il mio scetticismo. «Io non credo nel destino,
Eminenza.»
«Nemmeno, io, ovviamente. Ho parlato di destino perché è una
parola dell'uso comune. Certo, è chiaro che si tratta del volere di Dio.
La Provvidenza.»
Il mio interlocutore però si accorse che avevo dei dubbi anche su
questa.
«Lei è ateo, giovanotto? Suvvia, me lo dica senza paura: non siamo
mica ai tempi della Santa Inquisizione!»
«No, Eminenza, per carità!» mi affrettai a precisare. «È solo che tante
cose della fede sono incompatibili con il nostro tempo, con il modo di
vivere al quale ormai il progresso ci ha abituati. Ecco, la stessa idea del
miracolo... io sono per una religione che si sposi con la realtà
dell'uomo, che è razionale. Prendiamo ad esempio un santo come
Francesco d'Assisi: è un grande riformatore, che rende sensibile il
pensiero spietato del suo tempo verso i poveri, i malati. Insomma,
cambia il mondo con il suo inaudito coraggio. Non è questo il più
grande dei miracoli? Abbiamo bisogno di credere agli uccelli che
parlano, ai mari che si aprono o all'acqua che si tramuta in vino?»
Il cardinale si girò verso di me e mi rivolse un sorriso radioso,
compiaciuto.
«Il fatto, giovanotto, è un altro. Se un uomo da solo riesce a cambiare
la coscienza di un'epoca intera, allora davvero tutto è possibile. Persino
che l'acqua diventi vino.»
Sorrisi anch'io.
«Un bel pensiero, Eminenza» commentai con ammirazione verso la
sua sottigliezza di spirito. «Ma l'uomo non può mai abdicare alla
propria razionalità. A questo riguardo, c'è un'acquaforte del pittore
Francisco Goya che raffigura un incubo: si intitola Il sonno della
ragione genera mostri.»
«Sono d'accordo» sentenziò lui.
«Un atteggiamento irrazionale è impensabile anche nelle cose
religiose, al giorno d'oggi» continuai. «Oggi noi azioniamo un
interruttore, e improvvisamente troviamo le forze della natura che
obbediscono al nostro comando, imbrigliate nel potere dell'energia
elettrica. L'interruttore è un po' il simbolo del controllo finalmente
acquisito dall'uomo. E la vita umana è progredita in maniera
incredibile, non crede? Quello che voglio dire, Eminenza, è che non
possiamo servirci della luce elettrica, ascoltare la radio, utilizzare gli
ultimi ritrovati della medicina, e nello stesso tempo continuare a
credere ai miracoli, agli spiriti, al destino!»
Il cardinale si fermò. Aveva un'espressione pensosa e allo stesso
tempo divertita. «Un interruttore, dice? L'idea è singolare, giovanotto.
Merita una riflessione.»
Riprese a camminare, ma dopo pochi passi mi costrinse di nuovo a
fermarmi:
«E se la corrente manca?»
Risi fra me e me. Era evidente che non aveva senso affrontare
discorsi del genere con quell'uomo. Il Segretario di Stato era una
persona coltissima, ma restava pur sempre un prete! Esisteva un abisso
fra le nostre visioni del mondo. Io ero uno scienziato: procedevo per
deduzione dopo aver accuratamente misurato, verificato, classificato.
Lui, invece, era un teologo: quindi aveva trascorso gran parte della sua
esistenza a pensare con il naso per aria.
«Comunque, se pure si tratta di favole, la mitologia degli antichi è un
tema affascinante» dissi.
«Lo Spirito soffia dove vuole, giovanotto. E lo Spirito nel corso del
tempo può anche assumere le forme che gli sembrano più opportune, a
prescindere dalla nostra umana comprensione. Certo, per noi cristiani si
tratta di forme immature, diciamo incomplete, rispetto a quella che poi
assumerà nel Verbo incarnato. Però non si può negare che esse, per
quanto simili a frutti acerbi, posseggano una forza irresistibile! Come si
fa a restare indifferenti dinanzi al mistero emanato, per fare un esempio,
da un testo qual è il Libro dei Morti?»
Aggrottai la fronte e, senza rendermene conto, misi una mano in tasca
e feci le corna. Dedito alle scienze esatte, non ero certo un tipo
superstizioso; ma il fatto che per la seconda volta in pochi giorni
qualcuno nominasse quel titolo tanto sinistro mi fece davvero un brutto
effetto.
Intanto il porporato proseguiva nelle sue ispirate meditazioni. Temetti
seriamente che si lasciasse prendere la mano e m'imbastisse lì per lì una
lezione di teologia in piena regola. Decisi quindi che era meglio
cambiare argomento e ritornare alla questione principale.
«In ogni caso, Eminenza, anche se non andrò in Egitto subito, spero
di capitarci, prima o poi.»
Il cardinale fece un altro lungo sospiro, questa volta di delusione.
«La capisco. D'altronde non tutti amano l'avventura.»
Alzai le spalle.
«Non saprei proprio dire quale avventura possa riservare una
spedizione archeologica accanto a mio cognato Lucio!» esclamai
ridendo. «Lui e gli altri parrucconi del Museo nazionale romano sono
gente di una noia mortale!»
Il cardinale si voltò e mi puntò in faccia i suoi occhialetti dorati.
«Ma io mi riferivo a tutt'altra faccenda...» disse a voce più bassa, con
aria misteriosa. «C'è qualcosa di ben diverso, legato a questa
spedizione.»
Attese che le sue parole, e soprattutto il tono sibillino con cui le
aveva pronunciate, producessero il giusto effetto. Poi continuò:
«La metterei volentieri a parte, giovanotto. Ma si tratta di una
questione coperta dal massimo segreto. Qualcosa che di conseguenza
deve restare del tutto riservata.»
A quel punto drizzai le orecchie. Immaginai che il fantomatico
segreto al quale faceva riferimento avesse a che vedere con la preziosa
scatola di legno che per qualche strano motivo aveva richiesto ai Musei
vaticani, e continuava a tenere sottobraccio durante la nostra
passeggiata.
«Di che si tratta?»
Il cardinale non rispose subito, ma continuò a camminare dritto come
un fuso, le braccia sul petto a stringere gelosamente quella misteriosa
scatola, l'enorme veste talare nera troppo larga che sventolava da ogni
parte. Era senza dubbio un personaggio curioso ed enigmatico.
Mi scrutò con una strana luce nello sguardo, allo stesso tempo di
furbizia e prudenza.
«Giovanotto» disse, «la sua visita in Vaticano non è affatto casuale.
La teniamo d'occhio da tempo, e tramite suo zio, che ha tanto a cuore il
suo futuro, sappiamo molte cose di lei. Abbiamo deciso che potrebbe
essere il nostro uomo. Sono disposto a rivelarle alcune questioni
riservate. Tuttavia... mi assicura il suo assoluto riserbo?»
In quel momento la mia curiosità era tale che probabilmente gli avrei
promesso anche di farmi frate, se me lo avesse chiesto.
«Ha presente i lavori di scavo che realizzammo circa due anni fa
presso l'obelisco di piazza San Pietro?»
Feci cenno di sì.
«Di quell'obelisco sapevamo solo che viene dall'Egitto, e risale a
un'epoca molto antica...» proseguì. «Ma, decisamente, non è tutto.»
Il grande monolite, spiegò, venne portato a Roma nel corso del I
secolo per farne omaggio all'imperatore Augusto. Pare che dopo la
conquista romana dell'Egitto, avvenuta con la battaglia di Azio nel 31
avanti Cristo, fosse nominato primo governatore della nuova provincia
un militare chiamato Cornelio Gallo. Quest'uomo innalzò quel
magnifico obelisco di prezioso granito rosa nel foro di Alessandria, che
era stato dedicato a Giulio Cesare. L'Egitto era allora la più ricca fra
tutte le province di Roma, un granaio immenso che serviva per sfamare
la capitale e anche una parte importante dell'impero. Così, il
governatore Gallo si fece allettare dalle ricchezze e commise alcuni
gravi abusi di potere. Oppure, proseguì, le cose andarono diversamente.
Gallo cadde in disgrazia comunque, e l'obelisco fu rimosso dal Foro di
Alessandria perché Ottaviano Augusto lo voleva a Roma. Quindi venne
organizzato un trasporto del tutto eccezionale affinché il colosso di
pietra arrivasse nella capitale intatto. Fu persino necessario costruire
una nave di proporzioni mostruose per l'epoca. Una volta sbarcato il
suo carico inestimabile, la nave venne affondata, e su di essa furono
costruite le banchine del porto di Ostia.
«Perché tutto questo? Una fatica titanica per un oggetto in fin dei
conti comune» chiesi perplesso.
«Domanda intelligente, la sua. In Egitto difatti questi obelischi non
erano una rarità. Il nostro è decisamente grande, ma apparentemente
non sembra diverso dagli altri.»
«Perché lei dice “apparentemente”, Eminenza?»
Il cardinale corrugò la fronte. «Sta di fatto» rispose «che gli
imperatori romani lo vollero tenere per sé. Nerone lo usò per decorare il
suo circo ad Vaticanum, quello in cui subì il martirio san Pietro,
crocifisso a testa in giù. Secondo una leggenda popolare, dentro l'urna
di metallo che sta sulla sommità dell'obelisco sarebbero conservate le
ceneri di Caio Giulio Cesare. Ecco, in quella piccola urna non c'è
proprio niente, a dire il vero. Ma in compenso...» A questo punto il
cardinale si voltò, e verificò che mio zio e monsignor Tardini stessero
ancora chiacchierando fra loro a debita distanza.
«... In compenso, dicevo, sull'obelisco ci sono tracce di un'antica
iscrizione. Un'iscrizione che doveva essere fatta a lettere di bronzo o
forse addirittura d'oro, infisse nella pietra. Che però fu staccata,
probabilmente per cancellarne il ricordo.»
«E da chi?»
«Forse proprio da Ottaviano Augusto. Si crede che l'iscrizione fosse
stata opera del governatore d'Egitto caduto in disgrazia. Augusto volle
eliminare per sempre la memoria che l'obelisco fosse stato suo.»
«Sì, ho qualche reminiscenza scolastica in proposito. Gli antichi la
definivano damnatio memoriae, la condanna della memoria. O qualcosa
del genere.»
Il cardinale annuì sorridendo.
«Evidentemente, in quella scritta c'era qualcosa che Augusto non
voleva far sapere.»
«Siete riusciti a ricostruirla?» chiesi incuriosito.
«Non del tutto. Si può ricostruire solo una parte, perché vediamo i
fori lasciati dalle punte che servivano ad ancorare le lettere di metallo
nella pietra.»
Tuttavia, aggiunse, c'era un altro fatto interessante. Qualche anno
addietro era avvenuto un ritrovamento casuale in uno stabile di
Alessandria d'Egitto appartenente al Vicariato apostolico. Monsignor
Igino Nuti, il vicario, aveva subito comunicato la notizia alla Santa
Sede, e quindi erano stati inviati laggiù due esperti dei Musei vaticani.
Risultò che sotto l'edificio moderno esistevano rovine di epoca romana,
rovine di un palazzo importante non lontano da quello che era stato
anticamente il Foro Giulio. La cosa in se stessa appariva banale, perché
la città di Alessandria d'Egitto, all'epoca romana e anche prima, era una
vera metropoli. Ma in una nicchia di questo antico palazzo venne alla
luce un'urna di marmo sulla quale si leggeva chiaramente inciso il
nome di Cornelio Gallo.
«Le sue ceneri?» L'eccitazione per quella vicenda cominciava a farmi
sentire un certo formicolio sulla punta delle dita.
«No. Non sarebbe stato possibile. I romani proibivano in modo
assoluto di seppellire i morti dentro il circuito delle mura urbane. L'urna
in realtà conteneva ben altro.»
La curiosità adesso mi divorava.
Il prelato si accorse che ero sulle spine, e quando giudicò che fosse
arrivato il momento giusto, mi riservò il colpo di scena.
«Ecco, c'era questo!»
E mise davanti ai miei occhi quella scatola di legno intarsiato che
fino ad allora aveva tenuto in mano. La aprì. Dentro era rivestita di raso
blu, e conteneva un rotolo di carta rugosa infilata in un anello d'oro. Il
cardinale mi chiese di tenere la scatola, quindi sfilò l'anello e me lo
mise in mano. Lo guardai: il diametro del cerchio era piccolo. Poteva
stare al dito di un uomo minuto o, meglio ancora, di una donna.
Lo rigirai fra le dita: era bellissimo. Chiusa nel castone c'era una
pietra quadrata di lapislazzulo, di quel blu oltremare che ricorda le
profondità dell'oceano oppure il cielo sul far della notte. La pietra era
solcata dalle venature d'oro che rendono tanto preziosa questa gemma:
e, proprio al centro della gemma, creavano un disegno simile a un
cuore.
«Che forma curiosa! Non avevo mai visto niente del genere!»
Nel toccarla mi accorsi però che la pietra non era proprio liscia:
leggere incisioni la solcavano, una delle quali somigliava a un serpente.
Passai la punta del dito su quelle linee così fini.
«Sono geroglifici» mi spiegò il cardinale. «Pare ci sia scritto “Istir”.»
«E che vuol dire?»
«Istir è il nome con cui gli egiziani veneravano la dea Astarte. La dea
dell'amore carnale, della passione dei sensi. In tutto il Medio Oriente
antico c'erano templi dedicati al suo culto dove si praticava la
prostituzione sacra. Si sceglievano le sacerdotesse fra le donne più belle
di ogni tribù.» Il prelato mi rivolse uno sguardo indagatore. «Lei ha
l'aria di non essere proprio ignorante al riguardo, ragazzo mio.»
Non risposi niente e ridiventai rosso come un peperone. Non potevo
dirmi un fanatico del settore, però le mie visite a certi localini molto in
voga nella capitale le avevo ben fatte. Cercai di darmi un contegno.
«Ah, ho capito. L'Afrodite dei greci e la Venere dei romani.»
Il cardinale fece una smorfia simile a un sorriso.
«No, è un concetto diverso, più sottile e anche più complesso, se
vogliamo. Astarte è la Grande Madre dell'antichità. Rappresenta la
potenza generatrice dell'elemento femminile in grado di soggiogare
quello maschile, che in ogni caso ha bisogno di essa per riprodursi. E
anche la vita vegetale e animale che si perpetua.»
Continuò la sua dotta spiegazione raccontandomi che intorno all'anno
1360 avanti Cristo il re di Ninive aveva inviato fino a Tebe un
simulacro di questa dea al vecchio faraone Amenofi III che, diventato
sterile, desiderava avere altri discendenti. In Egitto il culto prese subito
un carattere più intimo, più domestico. Istir veniva rappresentata come
la dea che allatta. Gli egiziani avevano un senso altissimo della vita in
tutte le sue forme e, per esempio, se trovavano un neonato
abbandonato, si sentivano in obbligo di allevarlo, considerandolo un
dono degli dei.
«Ricorda la storia di Mosè, affidato al fiume dentro una cesta e poi
allevato dalla figlia del faraone? Ecco, quel che fece la donna
corrispondeva ai costumi del tempo, all'anima di quella civiltà. Il culto
di Istir è permeato dall'idea dell'amore spirituale, quello che noi
definiamo platonico; ma anche dell'amore carnale: sensi e passione.
Dunque, un neonato rappresenta l'incontro tra queste due forme
d'amore, la vita che si perpetua. Non è bello, come concetto?»
Credo di essere rimasto a guardarlo a bocca aperta.
«Be', la Curia l'avrà anche risucchiato, come dice lei: però ha avuto
modo di coltivare la passione per l'archeologia con ogni agio. O forse
mi sbaglio?»
Stavolta il cardinale non si trattenne e rise di gusto. Poi, avvicinando
la sua testa alla mia e abbassando la voce mi disse che sì, effettivamente
era vero. Credo che mi avrebbe dato anche una gomitata d'intesa, se
non avesse avuto timore di scomporsi.
«Ho da parte tutti i ritagli di giornale che raccontavano la scoperta
della tomba del faraone Tutankhamon, nell'ormai lontano 1922»
continuò molto compiaciuto. «E pure qualche souvenir che mi è stato
donato in via, diciamo... riservata. Però la cosa più interessante del
nostro obelisco non è l'anello della dea Istir. C'è un'altra questione che
ci preme.»
Il cardinale fece una lunga pausa, teatrale, continuando a guardare
dritto davanti a sé. Poi si voltò e mi fissò. Avevo l'impressione che mi
stesse esaminando con cura.
«Come ha visto, nell'anello era avvolto un foglietto di papiro...» e
con grande delicatezza srotolò quel pezzetto di carta antichissima. Me
lo mostrò. Sul fondo scuro e ruvido, annerito dai millenni, si vedevano
ancora alcuni geroglifici dai colori vivaci.
«Per me è come se fosse arabo!» commentai scuotendo la testa.
«Magari, lo fosse!» esclamò il prelato. «Saremmo già a buon punto.
Vede qui sotto, queste due righe in greco?»
Si trattava di una nota autografa scritta di suo pugno proprio dallo
sfortunato governatore Cornelio Gallo. Era una specie di ricevuta, per
attestare che il papiro gli apparteneva, e parlava anche di un obelisco
sacro. Secondo il cardinale e gli esperti dei Musei vaticani, era proprio
quell'obelisco misterioso, stranamente liscio e privo di segni, che era
finito nel centro di piazza San Pietro. Un monumento consacrato agli
dei, senza dubbio, un monolite che aveva qualcosa di speciale, tanto da
essere dedicato alla memoria di un uomo come Caio Giulio Cesare.
Quelle righe le avevano decifrate subito: in epoca romana il greco era la
lingua che si parlava in tutto il Mediterraneo, e nei fondi della
Biblioteca vaticana o di altri istituti di ricerca esistevano numerosi
papiri greco-romani con cui poter fare confronti. Il problema in realtà
stava nei geroglifici. Per la precisione, un certo gruppo di essi.
«Ecco, guardi qua.» Mi indicò alcuni segni impressi sul foglio di
papiro.
«Risalgono a molti secoli prima che venisse scritta la nota in greco. Il
testo parrebbe indicare un luogo, un posto in cui si trova qualcosa di
molto importante. Dice “Sekht-am”, che significa la “Terra delle
palme”: è il nome con cui nell'antico Egitto veniva chiamata l'oasi di
Siwah. Ma non tutta la sequenza dei segni risulta chiara: a un certo
preciso punto compaiono alcuni ideogrammi decisamente fuori dal
comune, forse addirittura sconosciuti. Per quanto finora siamo riusciti a
decifrare, l'ultima parola sembra la chiave di tutto lo scritto» disse
indicandola.
«E lei sa cosa significa?» domandai curioso.
«Si tratta di un nome. Un nome maschile molto diffuso, a quanto
sembra. Sembrerebbe essere “Petefra”.
Il prelato forse pensava che quella rivelazione mi avrebbe aperto un
mondo; quando si avvide che non era affatto così, sorrise indulgente.
«Il testo che finora ho potuto ricostruire parla di due luoghi molto
vicini, ma non proprio identici, che dovrebbero trovarsi nel deserto
occidentale. Dice: “Oltre la Terra delle palme, nella Valle del sangue di
Amon, il luogo della potenza giace sotto l'obelisco innalzato per...”.» E
qui si fermò. «Poi vengono questi quattro ideogrammi ignoti. Quindi
prosegue così: “alla sorgente dell'olio di Petefra”. Questo nome è la
chiave di tutto il testo.»
Corrugai la fronte, perplesso.
«Mi scusi, ma non sono un esperto...» mi giustificai.
Il cardinale alzò impercettibilmente le spalle.
«Petefra è il personaggio che nella Bibbia viene chiamato Potifar, o
anche Potifera. Non è ignoto a noi cristiani. Ricorda le storie del popolo
d'Israele?»
Con un certo sforzo qualcosa lo ricordavo, per quanto i tempi del
catechismo fossero ormai lontani. Fortunatamente, il mio interlocutore
mi venne in aiuto. Giuseppe, figlio di Giacobbe, cominciò a raccontare,
al quale Dio aveva concesso il dono di interpretare i sogni, venne
venduto come schiavo dai fratelli invidiosi. Portato in Egitto e gettato
in carcere, predisse il futuro a un personaggio importante che era stato
accusato ingiustamente. Una volta uscito di prigione, il dignitario si
ricordò di quel giovane capace di scrutare il futuro, e pensò che gli
avesse portato fortuna: dunque lo fece liberare, lo chiamò presso di sé e
lo ricompensò generosamente. Poi Giuseppe, grazie alla sua misteriosa
facoltà, percorse una luminosa carriera, fino a entrare alla corte del
faraone. Consigliandolo con grande accortezza, riuscì a salvare l'Egitto
dalla carestia. Allora il faraone lo premiò e gli diede in moglie Aseneth,
figlia del più potente fra i suoi sacerdoti. Quest'uomo era ministro di
Rah, il dio del sole, e presiedeva al suo culto nell'antichissima città di
On, poi detta in greco Eliopolis, la “città del Sole”.
«Tale potentissimo personaggio era appunto il nostro Petefra, o
Potifar, se preferisce» mi disse il porporato mentre lo sguardo gli
brillava, «e questo che lei tiene in mano, giovanotto, è il papiro del
Gran sacerdote.»
«Qual era di preciso il suo ruolo?» chiesi sempre più affascinato da
quella storia.
«Si crede che svolgesse una funzione ben oltre il suo rango religioso,
e pare che amministrasse anche le finanze del regno» mi rispose.
«Quindi il papiro potrebbe indicare dov'è la tomba di questo
Potifar?»
Davanti ai miei occhi l'immaginazione faceva sfilare forzieri pieni
d'oro e mummie cariche di gioielli, statue giganti, delicati oggetti in
avorio e immense ricchezze.
Il cardinale sorrise raggiante.
«Penso di sì! Certo, bisogna capire cosa si volesse dire esattamente
con “luogo della potenza”. E poi quei quattro segni ignoti potrebbero
indicare il nome di un faraone o di un personaggio importante. Si parla
infatti di un obelisco innalzato per qualcuno. L'oasi era sede di un
oracolo molto temuto del dio Amon, e magari gli era stato dedicato uno
di quei monoliti giganteschi. L'obelisco indicava anche il luogo dove si
trovava questa “potenza”, o “facoltà”. Vicino alla sorgente da cui
sgorgava una sostanza sconosciuta, e portentosa, che il papiro chiama
“olio di Potifar”.»
Il Segretario di Stato aveva pronunciato quell'ultima frase con
un'espressione ammiccante.
«Di che olio si tratta?»
Si tirò su gli occhialetti con il dito indice.
«Non ho idea di cosa fosse davvero, ma non ci sono dubbi che si
trattasse di un elisir prezioso. Gli ebrei infatti prosperarono, grazie a
Giuseppe e al suo potente suocero Potifar; ma quattrocento anni più
tardi accadde qualcosa. Erano diventati troppi, stando al racconto
narrato nel libro dell'Esodo. Quindi il faraone, che in quel tempo era
probabilmente Merneptah, della diciannovesima dinastia, decise di
cacciarli.»
Il porporato mi fece notare un dettaglio molto strano racchiuso nel
testo biblico: nonostante l'Egitto fosse stato vessato dalle sette piaghe,
tremende calamità naturali, gli ebrei ottennero grazia agli occhi degli
egiziani ed emigrarono carichi d'oro. Anzi, sottolineava il cardinale con
enfasi, l'Esodo riferisce addirittura che spogliarono gli egiziani delle
loro ricchezze. Eppure, andarono via senza pani lievitati perché non
c'era stato tempo, si era reso necessario fuggire in tutta fretta. E dunque,
un popolo che deve affrontare un viaggio nel deserto si sovraccarica
d'oro lasciando però a casa i viveri? Il porporato insisteva su questo
punto, che gli sembrava davvero paradossale, e in effetti non si poteva
dargli torto: nel deserto l'oro non vale niente. Qualcosa decisamente
non tornava, secondo lui. A meno che il problema posto dagli ebrei non
stesse nel loro gran numero: quando la Bibbia dice che crebbero e il
faraone cominciò a temerli, probabilmente intendeva alludere alla
crescita del loro potere. Potere economico, o di altro tipo. Magari
possedevano un'arma, un'informazione strategica... o un elemento di
supremazia che li rendeva pericolosi.
«Molto affascinante» commentai piuttosto colpito.
Il cardinale sorrise mostrandomi tutti i suoi bianchissimi denti.
«Gli ebrei custodivano qualcosa che Potifar, Gran sacerdote del
faraone, aveva trasmesso a suo genero Giuseppe. Questo oggetto,
qualunque cosa fosse, in un certo senso era stato rubato ai segreti della
corte, e permise al popolo eletto di negoziare con il faraone l'uscita
dall'Egitto.»
«Bisognerebbe capire cosa potesse essere questo segreto» dissi come
parlando a me stesso.
«Nel papiro del Gran sacerdote è chiamato “olio di Potifar”. Ma nel
mondo antico l'olio è veicolo di santità, di carisma. Pensi all'olio con
cui si ungeva il capo dei re di Israele, per esempio. È un segno di
elezione, di supremazia. La sua vera natura rimane un enigma. Forse gli
ebrei vennero a conoscenza di un importante segreto di Stato. Qualcosa
che solo il potente Potifar poteva conoscere, e che lasciò come eredità
ai suoi nipoti, i figli di Aseneth e dell'ebreo Giuseppe.»
«Un segreto di Stato... è questo il segreto che mi chiedeva di
custodire, poco fa?» gli chiesi buttandola sullo scherzo.
«Sì e no. Alla Chiesa l'intera faccenda interessa per un motivo in
particolare. La risposta è lì, in quell'anello.»
Riportai lo sguardo sul gioiello che tenevo ancora nella mano.
«Come le dicevo, ingegnere, il culto della dea Istir approdò in Egitto
durante la diciottesima dinastia. Come dono del re di Ninive per ridare
fertilità al vecchio faraone Amenofi III. Ora, la diciottesima dinastia è
molto vicina al tempo in cui vissero Giuseppe, Potifar e anche Mosè, di
cui la Bibbia ci assicura che furono persone effettivamente esistite. Mi
segue?»
Mi vergognai ad ammetterlo, ma non avevo afferrato un granché di
tutto quel ragionamento.
«La dea Astarte, o Istir in antico egizio, era venerata dai sumeri e dai
babilonesi. In tutte le loro città, a Uruk, Ur, Ninive, c'era un tempio
dedicato a lei. E proprio da Ur veniva un certo patriarca che un giorno,
dietro una certa promessa, lasciò tutto per cercare la terra che gli aveva
annunciato un roveto ardente...»
«Sta parlando di Abramo!» esclamai, felice di sentire qualcosa che
conoscevo anch'io.
«Esattamente! Quando Dio comanda ad Abramo di partire con tutta
la sua tribù, gli ebrei smettono di essere sumeri e cominciano la loro
vita come un nuovo popolo. Ma l'antico culto di Istir resta radicato
nella loro cultura, e il ricordo della dea si perpetua nel nome femminile
Ester. Ha presente quel passo della Bibbia nel quale si racconta la storia
dell'orfanella Ester, che diventò addirittura regina e salvò gli ebrei dallo
sterminio mentre erano sotto il potere del re di Babilonia?»
«Vagamente» risposi incerto. «Ma gli ebrei seguono il più rigido
monoteismo. Come potevano adorare la dea Istir?» obiettai.
Il cardinale mi puntò l'indice contro, come a volermi redarguire.
«Ma caro ragazzo, quello che lei chiama monoteismo non fu dato da
Dio proprio a Mosè? Non è forse questa la Legge delle Dodici Tavole?
Qui siamo ancora generazioni prima, quando gli ebrei, o meglio questi
ex sumeri in cerca della loro identità, adorano già il Grande Essere
chiamato Yahwè: “Io sono colui che è”. Ma non hanno ancora le idee
molto chiare al riguardo. Passare da una moltitudine di divinità a un
solo Essere divino è un processo culturale molto complesso, che
richiede tempi lunghi. Ci sono riti e tradizioni che devono essere
abbandonati. Oppure lentamente assimilati e riconvertiti in un culto
nuovo.»
Rimasi quasi senza parole.
«Tutto questo sembra incredibile!»
«No, la storia degli uomini è sempre ricca di sorprese...» mi assicurò
corrugando le sopracciglia. «Il fatto che quell'anello dedicato alla dea
Istir fosse collegato al nome di Potifar è impressionante. Esiste
sicuramente un rapporto fra l'oasi di Siwah e Potifar, come questo
papiro dimostra: e il sacerdote Potifar è una chiave di volta per capire la
storia degli ebrei in Egitto. Scavando laggiù esistono buone possibilità
che troviate traccia del culto della dea Istir. E con un po' di fortuna,
forse, troverete anche l'olio di Potifar, qualunque cosa esso sia!»
Sorrisi imbarazzato mentre cercavo di assumere la mia espressione
più compita e rispettosa per ribadire che non sarei affatto partito. Ma il
cardinale mi prevenne.
«Lei dovrà soltanto consegnare qualcosa da parte mia, giovanotto, e
in seguito, se la spedizione avrà successo, mi farà avere notizie dei
risultati tramite una persona di nostra fiducia, fuori dai canali
diplomatici consueti. Questi spostamenti degli ebrei mi interessano
molto, lei certo comprenderà!»
Sua Eminenza aveva insomma il sospetto che i primi ebrei fossero
giunti in Egitto insieme al culto di Istir. E forse era proprio l'oasi di
Siwah la sede del loro stanziamento iniziale, il luogo dove, in un tempo
imprecisato, avevano abbandonato il culto pagano per venerare il Dio
unico: a tale scopo, mi pare, la nostra spedizione gli interessava tanto.
Era anche convinto che quell'antico papiro scurito dai millenni
racchiudesse la chiave di tutto quel complicato mistero.
«Ma dovrebbe decifrare i quattro segni sconosciuti!» obiettai un
pochino sconfortato.
«Esatto, e per questo mi serve l'aiuto di una persona esperta, capace
di padroneggiare anche le iscrizioni più complesse.»
Mi sfuggì un lieve sospiro.
«E come posso servirla in tutto questo, Eminenza? Non m'intendo
affatto di geroglifici!» protestai timidamente.
«Dovrebbe farmi l'immenso favore di portare una foto del papiro e
una mia lettera a una persona che lavora al Museo del Cairo. Credo sia
la massima autorità nel settore, e le sue ricerche storiche sul faraone
Ramses II sono geniali. Voglio sapere cosa indicano i segni mancanti.
Mi comprenda bene, giovanotto...» e a questo punto si fermò, per
gettarmi addosso un'occhiata penetrante «questa storia mi preme in
sommo grado. Interessa me, Sua Santità il papa, e per motivi che non
posso spiegarle ha un valore enorme anche per la società cristiana in
generale. Purtroppo non mi è lecito darle altre informazioni.»
Lo guardai perplesso. Non capivo che cosa c'entrassero la Chiesa e il
povero Pio XI: a un passo dalla tomba, l'augusto vecchio faceva una
pena che stringeva il cuore, e non poteva certo avere la forza di
interessarsi all'archeologia.
«C'è anche un altro fatto, giovanotto: lei dovrà consegnare
personalmente la mia lettera a quella persona. Se ci riesce, sarebbe
meglio che lei trovasse il modo di dargliela mentre siete a tu per tu, da
soli.»
«Ma perché vuole affidare proprio a me la lettera? Non sarebbe
meglio coinvolgere un archeologo?» provai ancora.
Il cardinale sollevò le spalle.
«Si vede che lei non frequenta abbastanza gli studiosi, figliolo»
rispose scuotendo la testa in segno di disapprovazione. «Se dessi la
lettera a un archeologo, non resisterebbe alla tentazione di violarne il
segreto per scoprire cosa c'è scritto, e magari di pubblicare un'eventuale
scoperta facendola passare per sua. Lei, invece, i geroglifici non li
conosce. O mi sbaglio?»
Sorrisi alzando le mani in segno di resa: effettivamente, la mia
ignoranza in materia era assoluta.
«Come le ho già detto, giovanotto, ho buoni motivi per fidarmi di lei.
Ho studiato al liceo ginnasio Ennio Quirino Visconti con suo zio, e
apprezzo molto la sua famiglia. Non vogliamo estranei che ficchino il
naso in una questione tanto delicata, e lei ha tutte le credenziali
necessarie per svolgere questo compito in modo egregio: è un ragazzo
intelligente, ma anche sconosciuto negli ambienti dell'archeologia,
quindi insospettabile, mi creda! Suo zio mi ha detto tra l'altro che lei ha
un piccolo conto in sospeso con il regime, perciò è bene che lasci
l'Italia: decisamente, non posso dargli torto. A proposito, si ricordi di
questo: mentre siete in viaggio, non dica una sola parola a suo
cognato!»
«Eminenza, ma io non sto partendo per l'Egitto» gli feci notare con
garbo.
Il cardinale riprese a camminare, poi si fermò con l'espressione
sbalordita.
«Ma ragazzo mio, non sente il richiamo del mistero?»
Gli occhi gli brillavano per l'emozione. Mi afferrò il braccio e me lo
strinse con una forza insospettabile.
«Non so cosa darei per avere trent'anni di meno e buttarmi a capofitto
in quest'avventura! Come la invidio, lei che può farlo.»
Subito si ricompose nella solita espressione formale e riprese a
passeggiare.
«Lei mi piace, giovanotto. E ho bisogno del suo aiuto. In questo
nostro colloquio l'ho studiata più a fondo di quanto lei immagina. Vuole
fare una scommessa con me?»
Lo guardai e non risposi. Come si faceva a scommettere con il
Segretario di Stato del Vaticano?
«Scommette che non sarà più lo stesso, dopo aver sperimentato il
fascino delle notti d'Oriente?»
Mi scappò una risata che non riuscii a nascondere.
«Perché ride così?» mi chiese sorridendo anche lui. «Ho capito
benissimo che le piacciono le tentazioni. E io vorrei indurla in una
tentazione che penso le riuscirà irresistibile. Vedrà, caro giovanotto:
non se ne pentirà. Come prete, se me lo permette, vorrei anche darle un
consiglio: non sia sempre così razionale. La sua vita sarà molto più
felice, se imparerà ad affrontare, e qualche volta anche a subire, il
potere del mistero!»
Mi scrutò negli occhi con un'aria da vecchio saggio.
«Intanto, vorrei ricompensarla del favore donandole questo.»
Mi aprì la mano e ci mise dentro l'anello egizio.
«Ma Eminenza... lei vuole scherzare!» esclamai sconcertato.
Non avevo idea di quanto potesse valere quel gioiello, ma con tutta
probabilità per poterlo comprare ci sarebbe voluto tanto denaro quanto
non ne avevo mai visto in vita mia. Quindi glielo resi immediatamente.
Il cardinale me lo rimise in mano e strinse con decisione il mio palmo
sull'anello.
«Lo prenda e non faccia storie. Ne abbiamo tanti, ai Musei vaticani.
E poi, se lei rifiuta, mi toccherà trovare un'altra persona fidata per far
recapitare la lettera al mio referente fuori dai normali canali
diplomatici, che sono tutti controllati dalle spie fasciste. Questa persona
in cambio vorrebbe senz'altro qualche grosso favore, e chissà cosa mai
potrebbe chiedermi! Lei invece, che ha l'aria sveglia, terrà quel gioiello
per sé. E quando troverà la donna giusta, potrà dare alla sua fidanzata
un anello diciamo pure... faraonico!»
La battuta evidentemente lo divertì molto, e non poté trattenere una
risatina composta. Io rimanevo lì con quel piccolo tesoro chiuso nel
palmo della mano. Poi la aprii e glielo resi.
«Non posso accettare, Eminenza. Davvero.»
Il cardinale alzò le spalle come a dire che si arrendeva: lui aveva
tentato comunque.
Ritornammo nel Palazzo apostolico, facendo però un'altra strada,
sicché non ci trovammo nella Sala delle udienze ma in una stanza più
piccola e discreta, molto luminosa, che affacciava direttamente su
piazza San Pietro. Immaginai dovesse essere lo studiolo privato del
Segretario di Stato. La scrivania era piccola, forse la metà di quella che
avevo visto troneggiare nelle foto delle udienze ufficiali. Era affollata
di carte e di libri con le pagine inframmezzate da fogli sciolti e
segnalibri in un operoso disordine. C'erano anche un calamaio di
maiolica bianca, una lente, un tagliacarte, e accanto un moderno
apparecchio telefonico. La parete subito dietro era rivestita da un
paramento di velluto in seta rosso cardinale, sontuoso e solenne, che
imitava i complessi disegni floreali del damasco. Il porporato sedette
alla scrivania. Mentre apriva un cassetto, si rivolse a monsignor Tardini
e a mio zio, che ci avevano accompagnato durante tutta la passeggiata
tenendosi in disparte e conversando fra loro:
«Per favore, andate a prendere qualcuno di quei bei rosari che diamo
agli amici.»
Quando il monsignore e mio zio furono usciti, il cardinale tirò fuori
dal cassetto una scatola, abbastanza grande da contenere un bracciale,
foderata di velluto bianco e chiusa da una piccola cerniera d'argento. La
aprì. Dentro c'era un rosario di madreperla rosa. Il cardinale prese dalla
sua tasca l'anello della dea Istir e lo accomodò fra le perle del rosario
cercando, mi parve, di nasconderlo. Poi aprì un altro cassetto e tirò
fuori una busta da lettera, una foto e un foglio bianco. Vi scrisse sopra
qualcosa; poi lo piegò, e insieme alla foto lo inserì dentro la busta. Vi
scrisse sull'esterno un indirizzo. Quindi sistemò tutto nella scatola del
rosario e la richiuse.
Intanto erano rientrati monsignor Tardini e mio zio, con le mani piene
di scatole per rosari, identiche a quella che il cardinale aveva appena
richiuso.
«Le prenda tutte, caro padre Armando!» disse il Segretario. «E voglia
per favore presentarle come omaggio di Sua Santità ai nostri cari
parrocchiani di Santa Maria in Traspontina.»
Lo zio le ricevette con un inchino e mi fece segno che era giunta l'ora
di congedarci. Ringraziammo Sua Eminenza con molto calore e ci
accingemmo a varcare la porta dello studio. Ma appena un attimo prima
che io uscissi, il cardinale mi richiamò.
«Prego, ingegner Borghesi» disse porgendomi con un lieve sorriso
quella scatola chiusa che aveva ancora sulla scrivania. «Sta
dimenticando il suo rosario!»
Non mi restò altra scelta. Lo presi. Che cosa potevo fare?
Con un inchino finalmente me ne andai. Mentre scendevamo le scale
del Palazzo apostolico, lo zio mi chiese quanto tempo intendevo
rimanere a Parigi: e io, ancora confuso e soprappensiero, gli risposi che
avevo bisogno di comprarmi qualche camicia di lino in più, perché mi
avevano detto che al Cairo si scoppiava di caldo. Lo sentii giubilare e
recitare novene, acclamando al miracolo della Madonna del Carmelo.
Intanto stavo realizzando che quell'uomo machiavellico mi aveva
trascinato con sé nei Giardini vaticani al solo scopo di parlarmi dello
stramaledetto Potifar e del suo olio. La storia degli scavi sotto San
Pietro era solo una scusa, e serviva unicamente a mettermi in mano
quella busta sigillata. Comunque, mi aveva incastrato.
A casa, quando fui solo nella mia stanza, aprii la scatola e tirai fuori
la lettera. Con una grafia minuscola ed elegantissima c'era scritto:
E. Rosenheim
Museo del Cairo
s. p. m.
Doveva trattarsi del famoso esperto con cui il cardinale era in
corrispondenza. Quello che secondo i suoi calcoli avrebbe dovuto
sciogliere l'enigma e decifrare i quattro segni sconosciuti fra i
geroglifici del papiro.
Professor E. Rosenheim. Chi era quell'uomo?
LA VALLE DEL SANGUE DI AMON

Sembra che il Papa abbia fatto ieri un nuovo discorso sgradevole sul
nazionalismo esagerato e sul razzismo. Il Duce, che ha convocato per questa sera
il Padre Tacchi Venturi, si propone di dare un ultimatum: “Contrariamente a
quanto si crede” ha detto, “io sono un uomo paziente. Bisogna però che questa
pazienza non mi venga fatta perdere, altrimenti reagisco facendo il deserto. Se il
Papa continua a parlare, io gratto la crosta agli italiani e in men che non si dica li
faccio tornare anticlericali. Al Vaticano, sono uomini insensibili e mummificati.
La fede religiosa è in ribasso: nessuno crede a un Dio che si occupa delle nostre
miserie. Io disprezzerei un Dio che si occupasse delle vicende personali
dell'agente di polizia fermo all'angolo del Corso”.
GALEAZZO CIANO, Diario, 29 agosto 1938.

Partimmo alla fine di ottobre. Per quanto davvero non fossi entusiasta
di quel viaggio, le oscure previsioni di mio padre si erano avverate.
Hitler aveva aggredito la Cecoslovacchia, uno Stato sovrano,
annettendosi la parte più ricca di risorse naturali, con il pretesto che la
popolazione era prevalentemente di lingua tedesca. Gli altri Stati lo
avevano lasciato fare impunemente. Noi avevamo seguito le notizie con
il fiato sospeso. La guerra per il momento era scongiurata; ma chi
poteva dire per quanto tempo ancora? Tutto sommato, meglio fare i
bagagli e andare in quell'oasi remota d'Egitto in caccia di polverose
mummie.
La prima tappa del nostro viaggio fu Genova. L'archeologia in realtà
c'entrava poco, anzi per niente: dovevamo incontrare l'avvocato Ennio
Crispolti, un funzionario dell'Azienda generale italiana petroli. Crispolti
aveva vissuto al Cairo per tre anni, e conosceva sia l'ambasciatore
italiano in Egitto, Sua Eccellenza Serafino Mazzolini, sia tutti i
connazionali e le autorità che contavano. Trattandosi di una colonia del
governo britannico, l'Egitto presentava per noi qualche difficoltà: gli
inglesi non avevano preso benissimo le recenti conquiste di Mussolini
in Etiopia. E l'avvocato, ben introdotto in quel Paese, aveva il compito
di agevolarci nelle complesse questioni burocratiche.
Come avrei presto imparato, allestire una missione archeologica non
era cosa da poco. Bisognava innanzitutto ottenere il visto: una carovana
di gente che si sposta in pieno deserto, facendo tappa da un'oasi
all'altra, ha bisogno di regolari permessi. Le autorità egiziane
pretendevano congrue garanzie che non avremmo depredato il sito, e
soprattutto qualcosa in cambio: gli italiani scavavano e sostenevano
tutte le spese, mentre l'Egitto ci avrebbe ricavato una certa pubblicità e
qualche inestimabile gingillo da esporre al Museo del Cairo. Il quale,
essendo già pieno, avrebbe potuto sopportare la scomparsa di altri
reperti, magari di minor valore, qualora avessero preso la strada di
qualche villa appartenente a un ricco collezionista americano, trovando
dunque una nuova sede più moderna, ma non meno faraonica dei luoghi
d'origine. Tutto ha un prezzo, al mondo d'oggi; pertanto bisognava
capire quale fosse, e pagarlo.
Poi occorreva selezionare personale qualificato per gli scavi: dunque
serviva un tramite per reclutare i migliori fra gli scavatori locali.
Insomma, ci fu detto che Ennio Crispolti era la chiave di volta del
nostro viaggio. A me sembrava di averlo visto in chiesa dallo zio, con la
signora e i figli. Quella faccia gentile e un po' paffuta, i capelli
foltissimi e neri tenuti accuratamente corti... ne ero certo. L'avvocato mi
confermò che era andato spesso a Santa Maria in Traspontina, una
chiesa che frequentava in quanto devoto alla Madonna del Carmelo, e
aggiunse che era stato varie volte in Vaticano, per ragioni diverse, nelle
settimane appena trascorse. Ecco, dunque avevo visto giusto. Un tipo
simpatico, quel Crispolti. Mi dava l'idea di essere un uomo piuttosto
scaltro, ma allo stesso tempo una persona onesta.
Il viaggio fino a Genova era stato però un vero supplizio. Ore e ore in
treno da solo con Lucio, confortato soltanto dal fatto di viaggiare in
prima classe. Mi sciorinò con enfasi uno ad uno gli obiettivi delle sue
ricerche, forse della sua vita intera. Non mi era mai stato troppo
simpatico, a dire il vero, perché aveva l'abitudine di trattarmi come una
specie di fratello minore. Un ragazzino, insomma. E avevo solo cinque
anni meno di lui, che però si sentiva un grand'uomo di mondo.
A Genova la situazione migliorò. Ci imbarcammo su una nave da
crociera enorme, elegantissima, la Turandot. Tutto era di un gusto
squisito. Purtroppo, mi accorsi che dividevo una cabina con mio
cognato; le camere da letto erano separate, ma si aprivano su un
salottino comune e andava condivisa anche la stanza da bagno. Non ne
potevo più di sentirlo blaterare dei suoi progetti.
I miei invece erano sfumati. Chissà, magari mio padre aveva ragione.
Forse l'Italia sarebbe stata trascinata in un inferno di ferro e di fuoco,
forse era meglio cambiare aria. E quella in Egitto poteva anche essere
un'esperienza importante per il mio lavoro. Con questi pensieri in testa
uscii sul ponte: il Mediterraneo aveva un colore splendido sotto il sole
del primo pomeriggio, e le colline verdissime della costa ligure
formavano la quinta di un teatro naturale dietro l'orizzonte del porto.
Dopo aver disfatto i bagagli - giusto quanto serviva per qualche
giorno di viaggio -, decisi di scendere nel salotto del ponte principale
con sottobraccio il mio libro preferito, i Racconti di Edgar Allan Poe. Il
salotto aveva il pavimento a grandi lastre di marmo nero, con vistose
venature rosa. Le pareti erano ricoperte da una boiserie di legno chiaro,
solcata da sottili colonnine dello stesso marmo che decorava il
pavimento. Comodi divani capitonné di pelle color avorio accoglievano
gli ospiti. Mi sedetti e ordinai un cocktail, ricordandomi però di
chiamarlo “coda di gallo”, come raccomandava il Duce.
Guardai con soddisfazione mio cognato, sprofondato in una poltrona
all'altro capo della sala, e beatamente impegnato a rintronare alcuni
passeggeri con chissà quali chiacchiere. Valutai che avrei potuto
restarmene in pace almeno fino all'ora di cena; ma con un po' di
fortuna, potevo sperare che i suoi ammirati ascoltatori lo intrattenessero
anche il giorno seguente.
Quando rialzai gli occhi dal mio libro, una mezz'ora più tardi, notai
accanto a mio cognato un uomo molto distinto che pareva ipnotizzato
dall'eloquio di Lucio. Dal suo gesticolare entusiasta, giurai che il mio
borioso parente stesse già descrivendo minutamente quanto sperava di
trovare nella nostra oasi sperduta.
Il nuovo arrivato era un signore sulla quarantina, avrei detto, alto,
robusto e di corporatura atletica, canuto, però di aspetto molto
giovanile. Portava un paio di grossi baffi lisci, ben tagliati, e un
monocolo di metallo dorato all'occhio destro. Mi correggo: il monocolo
sembrava proprio d'oro massiccio, a giudicare dalla sua lucentezza.
Dall'aspetto pensai che fosse straniero. Magari un ricco americano. O
forse un inglese, data l'eleganza impeccabile del vestire.
Indossava un completo in lino color tortora e un panciotto di seta
dello stesso colore, a sottilissime righine azzurre. Al collo aveva uno di
quegli eleganti foulard chiamati “ascot” dello stesso identico tono di
azzurro violetto, simile a quello delle pervinche. Un gusto squisito,
dissi tra me. Abbandonai con noncuranza mio cognato alla folla
incantata dei suoi uditori, e mi immersi di nuovo nella lettura. Ma non
passò molto tempo che una voce dal forte accento britannico mi colse
alla sprovvista, facendomi trasalire:
«Signore, mi scusi. Posso disturbarla?»
Alzai lo sguardo sorpreso. Era proprio il distinto passeggero che poco
prima si era avvicinato a Lucio. Adesso, a quanto pare, la sua attenzione
era rivolta su di me. Gli sorrisi, e secondo le regole di buona
educazione gli feci segno di accomodarsi sul divano.
«Lord Manfred Hamilton, per servirla» si presentò porgendomi
cortesemente la mano. Gliela strinsi con altrettanta cortesia.
«Ingegner Alessandro Borghesi, molto piacere.»
Aveva l'aria di un tipo simpatico, così gli offrii da bere: ordinò un
whisky ben invecchiato. Notai che parlando con me non usava il “voi”
imposto dal regime; del resto, trattandosi di un inglese, non vi era
tenuto per forza.
Lord Hamilton estrasse dalla tasca una tabacchiera di argento
massiccio, e dopo avermi offerto un sigaro, che rifiutai senza rimpianti,
se ne accese uno con gesti così lenti che mi parvero un rituale.
«Ho avuto il piacere di sapere che lei viaggia con un familiare che è
un insigne archeologo» mi disse sorridendo.
Aggrottai la fronte. Lucio doveva essersi presentato come una specie
di premio Nobel!
Il lord forse intuì i miei pensieri.
«Eh, cosa vuole? Quando si sta tanto tempo su una nave, non si può
far altro che una buona conversazione. E poi, un uomo giovane ha pure
il diritto di mettersi un po' in mostra dove c'è un manipolo così folto di
graziose signorine!» e mi indicò un gruppo di ragazze eleganti che
conversavano all'altro lato del salone.
Formavano un insieme colorato come un mazzo di fiori d'aprile, nei
toni diversi dei loro abiti da pomeriggio, un po' scollati sulle spalle ma
senza esagerare, di lana leggera che cadeva morbida sul corpo,
lasciando intuire le forme. Avevano tutte i capelli pettinati all'indietro
ma sciolti, come si addiceva al pomeriggio: era ovvio che volessero
riservare alla sera, quando si sarebbe tenuta una mondanissima festa da
ballo, le acconciature raccolte che avrebbero permesso di sfoggiare i
gioielli, i fermagli d'oro ornati di gemme, la linea sinuosa del collo e le
scollature più generose.
Una in particolare mi colpì: era bruna, di carnagione olivastra, e
portava i capelli pettinati in onde leggere, divisi sulla destra da una
linea elegante. Un viso ovale, regolare, delicato; bocca piccola e molto
carnosa, deliziosa a dire il vero. Occhi scuri e intensi, che parevano di
velluto. Indossava un abito leggero di un rosa molto pallido, e una corta
collana di piccole perle che tendevano allo stesso colore. Lord
Hamilton seppe dirmi prontamente che si chiamava Renata ed era
l'unica figlia di un ricco proprietario terriero. Pensai che mi sarebbe
piaciuto invitarla a ballare quella sera, e poi... chissà. Ma il lord mi
riportò su ragionamenti meno frivoli.
«Dunque suo cognato è un illustre archeologo del Museo nazionale
romano» riprese il mio interlocutore.
«Ahimè!» esclamai con un sospiro.
«Perché quella faccia così annoiata, ragazzo mio? Lei non ha la
passione delle antichità?»
«No. Preferisco altri svaghi» risposi allungando un'ultima occhiata
alla signorina Renata. «E lei, invece?»
Lord Hamilton spalancò le braccia con enfasi.
«Ah, io le adoro! E mi ci sarei rovinato, anche, se non fosse che
questi gingilli antichi finiscono per acquistare sempre più valore con il
passare del tempo. Sono giustappunto di ritorno da un viaggio in
America, dove ho avuto un vero colpo di fortuna.»
«Ha vinto una grossa somma a Las Vegas?» gli chiesi scherzando.
Lord Hamilton sorrise bonario.
«Meglio, molto meglio. Sono appena riuscito a trovare una risposta
chiara a una certa questione storica che mi preme in modo speciale.
Riguarda le antichità dell'Egitto e le discipline archeologiche. Ed è
proprio per questo che mi sono permesso di attaccare bottone con suo
cognato. Tuttavia, sono involontariamente venuto a conoscenza del
fatto che lei, invece, è un ingegnere minerario. E allora mi son detto:
Manfred, oggi è davvero il tuo giorno fortunato!»
Alzai le spalle con noncuranza. Buffo quel tipo, divertente e
strampalato come tutti i nobili un po' eccentrici.
«Mio cognato a dire il vero è un esperto di antichità greco-romane.
L'Egitto dei faraoni non rappresenta la sua specialità» replicai con aria
di sufficienza.
Lord Hamilton aggrottò la fronte.
«Eppure sta andando al Cairo per partecipare a una missione
archeologica che riguarda l'antico Egitto!» esclamò piuttosto sorpreso.
Non potevo certo dire a quell'uomo che tutto era dovuto alle manovre
incrociate di mio zio e di mio padre, i quali avevano tormentato qualche
pezzo grosso del Vaticano per infilarci nel primo posto utile a toglierci
dall'Italia durante un momento difficile. Perciò imbastii una spiegazione
che in parte era anche vera.
«Si prevede che il sito archeologico dove siamo diretti possa
custodire anche rovine di età romana. Il Museo nazionale romano mette
le mani avanti inviando uno specialista di antichità classiche. E un
povero tapino capace di dirgli se per caso il posto dove vogliono
scavare rischia una frana... io, appunto!»
Lord Hamilton fece una smorfia di delusione. Poi sospirò rassegnato.
«Mi pare di capire che suo cognato non sarebbe in grado di decifrare
dei geroglifici... alla fine, temo che mi toccherà tornare... nella tana del
lupo!»
«Quale lupo?» domandai perplesso.
Il lord si accese con la stessa lentezza di poco prima un altro di quei
suoi grossi sigari pregiati.
«Alcuni anni fa venne alla luce un papiro molto interessante tra le
rovine di un palazzo ad Alessandria d'Egitto. Il papiro finì nei Musei
vaticani, e io me ne sono procurato una copia che ho esaminato con
grande attenzione. Mi sono accorto però che questo papiro in un certo
senso è diverso da tutti gli altri. Vi compaiono infatti quattro geroglifici
stranissimi, i quali sfidano tutte le nostre conoscenze sulla lingua degli
antichi egizi.»
Buffo, pensai fra me, ancora quel misterioso papiro del Vaticano
legato all'obelisco di piazza San Pietro e alla vicenda dello sfortunato
Cornelio Gallo, i suoi imperscrutabili quattro ideogrammi... tuttavia
quella coincidenza non era forse così strana: avviene un ritrovamento
fuori del comune, e il mondo delle accademie lo viene a sapere subito;
gli studiosi del settore impazziscono per venire a capo della faccenda,
magari fanno a gara tra loro a chi lo decifra per primo. Una questione
d'orgoglio, di prestigio intellettuale, certo. Ma c'era anche dell'altro?
Drizzai le orecchie e finsi di mostrarmi benevolmente impressionato,
anche un pochino sorpreso, mentre Lord Hamilton mi illustrava il
problema in dettaglio. Da come parlava, mi sembrò che possedesse una
cultura fuori del comune.
Sapevo già gran parte di quanto mi disse, ma feci molta attenzione a
non darlo a vedere in nessun modo. Il mio interesse non era falso: il
lord infatti sembrava avere informazioni che il cardinale non mi aveva
riferito. Quanto alla parte scritta in caratteri geroglifici, pare che il
papiro non contenesse i soliti annali di faraoni oppure formule di
preghiere come succede in genere. Lì c'era qualcosa di diverso.
Sembrava un testamento, piuttosto. E nemmeno questo curioso signore
inglese, mi avvidi, conosceva il senso dei quattro geroglifici ignoti che
avevano dato del filo da torcere al cardinale e ai suoi esperti dei Musei
vaticani. A un certo punto, mi venne in mente una possibilità che non
mi vergognai di buttar lì, con noncuranza.
«Quattro geroglifici ignoti... ma l'oasi di Siwah ospitava un grandioso
Tempio del dio Amon. E il nome Amon, è composto appunto da quattro
lettere!»
Il lord si trattenne a stento dal ridermi in faccia, gesto non
contemplato dal suo ammirevole aplomb. Così si limitò soltanto a farmi
notare che in italiano, e con buona approssimazione, il nome del dio
Amon risultava composto da quattro segni, ma nella scrittura
geroglifica le cose sono un po' diverse. E comunque, il riferimento a
una possibile menzione di Amon-Rah era la prima cosa a cui tutti gli
studiosi avevano pensato, purtroppo senza risultati.
«Una sorte curiosa quella di Cornelio Gallo, non crede? Prima
assurto all'apogeo del potere, messo a capo della più ricca provincia
dell'impero. Poi caduto in disgrazia, all'improvviso, senza alcun
motivo... la scoperta di quel papiro fece scalpore, qualche anno fa.
Comparve anche un articolo sulle colonne dell'“Osservatore Romano”.
Lei ne ha sentito parlare?» continuò, e a questo punto mi lanciò uno
sguardo indagatore, come per scrutare la mia reazione.
Cercai ancora di non mostrarmi sorpreso: però il discorso
m'interessava. Forse potevo ammettere di conoscere quell'antico
documento senza rivelare il mio colloquio con Sua Eminenza.
«Con un archeologo in famiglia, caro il mio lord, come potrei non
averne mai sentito parlare? Ho avuto anche occasione di vedere quel
papiro, in effetti; non che io ne capisca nulla, del resto!» risposi senza
fornire altri dettagli.
Lord Hamilton fece un cenno della testa con evidente ammirazione.
«E ha visto anche l'anello?» mi chiese inaspettatamente.
A quel punto mi trovai in forte imbarazzo. Che cosa dovevo
rispondere? Il cardinale mi aveva raccomandato di non fare parola a
nessuno del nostro colloquio. Ma perché quell'inglese dall'aria così
astuta mi aveva chiesto dell'anello?
«No, nessun anello» mentii spudoratamente, mentre ripensavo al
gioiello che avevo portato con me, ben chiuso in una tasca della mia
valigia munita di lucchetto.
Lo sguardo di Lord Hamilton fu attraversato da un veloce lampo di
delusione.
«Come le dicevo, ingegnere, mi sono interessato a quel testo. Ma
prima che me ne occupassi io, il papiro aveva catturato l'attenzione di
un noto egittologo tedesco, il professor Hans Brunner dell'università di
Monaco. Per qualche speciale motivo, Brunner investì molte energie
nel tentativo di decifrarlo, e pare fosse riuscito a comprendere anche il
significato dei quattro geroglifici, che per il resto del mondo resta
tuttora ignoto. O almeno, questo si dice. Ovviamente, Brunner non
rivelò a nessuno la sua scoperta. Gli archeologi sono estremamente
gelosi delle loro ricerche, è noto. Poi, Brunner decise di partire per
l'Egitto e organizzò una spedizione nell'oasi di Siwah, al confine fra
l'Egitto e la Libia. Un posto unico al mondo, bisogna dirlo, un palmeto
immenso e centinaia di sorgenti naturali nel cuore del Sahara... quasi
uno scherzo della natura, insomma. Purtroppo la missione di Brunner
finì molto male, con un brutto incidente e un nulla di fatto.»
Mentre lo straniero mi parlava, aggrottai la fronte, pensieroso. Hans
Brunner... ancora quel nome.
«Che cosa è successo?» chiesi.
Lord Hamilton sbuffò leggermente.
«Ci fu una violenta esplosione, a quanto dissero i superstiti.»
«La maledizione del faraone!» esclamai con tono scherzoso. Ma Lord
Hamilton rimase piuttosto serio.
«No, nient'affatto. Brunner probabilmente cercava una tomba, ma
non riuscì ad arrivarci. Dal punto di vista archeologico, la missione fu
un disastro completo.»
«Da tutti i punti di vista, mi sembra!» commentai. Una missione
archeologica che finisce con un'esplosione non mi pareva un'impresa
che potesse avere lati positivi.
«A ogni modo, pare che adesso le cose si stiano muovendo di nuovo.
Tant'è vero che voi andate a scavare laggiù» insistette il lord.
Curioso, pensavo dentro di me. Quell'oasi di Siwah doveva essere un
posto davvero molto singolare: tutti vi cercavano qualcosa di
importante, di fondamentale. Stando a Lucio, il Führer voleva trovare la
tomba di Alessandro Magno, il superuomo che secondo gli ideologi
nazisti aveva fondato la razza ariana: forse sperava di scoprire quel
segreto che il grande conquistatore aveva strappato al linguaggio degli
dei, quello in virtù del quale era diventato superiore a tutti gli altri
uomini. Il Segretario di Stato del Vaticano invece voleva l'olio di
Potifar, una qualche sostanza portentosa grazie alla quale gli ebrei si
erano potuti sottrarre alla schiavitù in Egitto; era evidente che a lui
interessava per scopi di propaganda religiosa, dal momento che avrebbe
confermato la veridicità del racconto biblico. E adesso era il turno di
quest'altro simpaticone inglese, così stravagante... che cosa cercava,
nell'oasi di Siwah? E perché anche lui, dopo il cardinale, decideva di
sbottonarsi proprio con me? Dovevo avere la faccia del bravo figliolo
innocuo e un po' sprovveduto. O forse anche questo gentiluomo non
aveva scelta. Voleva ficcare il naso nella nostra missione, ma la
missione era blindata. Sulle prime aveva accostato Lucio, ci aveva
chiacchierato per una mezz'ora. Non gli era piaciuto, evidentemente - e
non potevo certo dargli torto - e adesso ecco che abbordava me. Però
m'interessava sentire cosa poteva dirmi.
«Le confesso, milord, che le sue parole mi preoccupano. Non vorrei
che l'incidente si ripetesse mentre noi saremo laggiù!» gli dissi
simulando una certa ansia.
Lo vidi scuotere la testa.
«No, non credo proprio. Sembra che ci fosse stata un'incursione dei
predoni locali. Questa volta la missione è sotto il patrocinio delle
autorità italiane: proprio vicino a Siwah c'è l'oasi di Giarabub, poco
oltre il confine libico. Lì c'è di stanza un fortino di militari italiani che
vi proteggeranno dalle scorrerie dei ribelli.»
Poggiai entrambi i gomiti sul tavolinetto del nostro salotto. I ribelli
sul piede di guerra decisamente non ci volevano. Nessuno mi aveva
parlato di problemi con i guerriglieri del deserto.
Lord Hamilton assunse un'aria piuttosto guardinga. Si abbassò verso
di me.
«I guai sono cominciati quando la missione è arrivata in un punto
preciso del suo percorso. Un punto che sul nostro papiro è chiamato il
“Pozzo dell'olio di Potifar”, nella cosiddetta “Valle del sangue di
Amon”» disse quasi sussurrando.
Mi passai entrambe le mani sulla faccia. Cominciavo a essere
esausto.
«Pozzo? Ma sul papiro non c'è forse scritto “sorgente”?» gli chiesi in
modo un po' sbadato. Ma subito mi pentii: poco prima avevo detto che
non m'intendevo di nulla...
Lord Hamilton sembrò non accorgersi della mia reazione. Anche lui
pareva leggermente a disagio, come se si fosse lasciato sfuggire un
qualche dettaglio di troppo.
«Pozzo, sorgente: fa lo stesso! Ma c'è molto di più» replicò
sbrigativo; e poi si fermò.
Forse si aspettava che gli chiedessi di andare avanti, e così ostentai
assoluta indifferenza. Quando comprese che non avrei insistito oltre
sull'argomento, Lord Hamilton riprese a parlare.
«Potifar, secondo la Bibbia, era un uomo molto potente. Lei lo
ricorderà senz'altro: ne parla il libro dell'Esodo. Probabilmente
custodiva un importante segreto, qualcosa che gli assicurò un posto di
primo piano nell'Egitto del faraone Amosis I. E ovviamente passò
questo segreto ai suoi discendenti: il papiro di cui parliamo sembra
infatti un testamento che lascia ai posteri una grande eredità.»
«... Posteri che però erano ebrei» precisai.
«Certo, non esisteva razzismo, a quei tempi. I figli di Aseneth per il
potente sacerdote Potifar erano sangue del suo sangue, quindi degni di
ereditare tutto quanto era stato suo. Del resto, si dice che la regina di
Saba, celebrata per la sua incredibile bellezza, fosse di pelle scura.»
In un lampo, la mia mente si aprì sull'immagine di Joséphine Baker
che avevo visto in fotografia. La meravigliosa Venere Nera che avrei
tanto voluto ammirare seduto su una poltrona delle Folies Bergère.
«Sono assolutamente d'accordo!» commentai un tantino trasognato.
Ma il discorso di Lord Hamilton mi fece anche tornare alla memoria
le parole del cardinale con cui avevo conversato nei Giardini vaticani.
Potifar, il primo sacerdote del grande faraone Amosis. Potifar, che
morendo lascia il segreto del suo potere ai nipoti, figli di un capotribù
ebreo chiamato Giuseppe, figlio di Giacobbe. E i nipoti, cresciuti, lo
tramandano ai loro figli, e poi così via fino ai discendenti, secoli dopo. I
quali altri non erano se non i capi della comunità ebraica in Egitto al
tempo di Mosè. Lo stesso Mosè, che secondo la Bibbia era stato
allevato dalla figlia di un faraone, chissà quali altri segreti di Stato
poteva aver conosciuto...
«Cos'era secondo lei questo fantomatico olio di Potifar, milord?»
L'altro si morse le labbra pensieroso. Rimase qualche istante a
riflettere, e io ebbi l'impressione che si stesse domandando se poteva
fidarsi di me.
«Ho la mia teoria, naturalmente. Ma a quanto sembra, non riscuote
grande credito in ambiente accademico» affermò con un'aria piuttosto
delusa.
«Che intende dire?»
Lord Hamilton scosse la testa e si sistemò il monocolo.
«Appena l'anno scorso è stato pubblicato un trattato molto
interessante di una specialista che riguarda la presenza degli ebrei
nell'Egitto dei faraoni. Parla anche del ministro Potifar e di come la
comunità ebraica di Tebe crebbe d'importanza grazie al legame
dinastico con la famiglia del potentissimo sacerdote e di suo genero
Giuseppe, divenuto visir del faraone. Ho scritto a questa studiosa...»
«Una donna?!» lo interruppi assai meravigliato. Non sapevo davvero
che vi fossero egittologhe di sesso femminile. Ma il lord stava
storcendo la bocca in una smorfia disgustata.
«Donna... diciamo una megera, piuttosto!» rispose con ben poca
galanteria. «Ma bisogna ammettere che è brava, nel suo campo. Ha una
lunga esperienza di lavoro sui testi dell'antico Egitto, questo glielo devo
riconoscere. È bisbetica, però. Una zitella inacidita e scortese, ecco!
Come le dicevo, ho scritto a questa studiosa e le ho esposto la mia
teoria su quel papiro del Gran sacerdote Potifar. Lo sa che cosa mi ha
risposto? Una lettera apparentemente gentile, che però derubricava tutte
le mie congetture al rango di pura fantasia. Roba da non credere!»
Scossi la testa quasi ridendo di me stesso. Accidenti, questo Potifar ce
l'aveva davvero con me, se il suo fantasma emergeva dai millenni per
ricomparirmi continuamente davanti... e mi aveva persino mandato a
monte la vacanza a Parigi! Chissà, qualche bizzarro cultore di materie
esoteriche avrebbe potuto ipotizzare che io fossi la sua reincarnazione,
magari... poi scacciai quel pensiero sciocco dalla mia testa.
«Mi dispiace...» dissi ritornando alle delusioni intellettuali del lord.
«Ha provato a consultare altri specialisti?»
«No, a dire il vero! Il fatto è che costei resta pur sempre la migliore.
È l'unico esperto che abbia saputo discutere con argomenti scientifici il
rapporto esistente fra quanto narra la Bibbia e le fonti egiziane.
Chiedere ad altri non servirebbe molto, per i miei scopi.»
«Quindi il suo viaggio al Cairo...»
«Intendo affrontarla di persona, quella strega!» mi interruppe con
foga. «Si sente forte solo perché probabilmente Brunner le ha confidato
quanto teneva nascosto a tutti, persino ai suoi finanziatori
dell'università di Monaco. Vediamo se quando le sarò davanti oserà
trattarmi con lo stesso tono di sufficienza!»
Dovetti soffocare una risata. Tutto quell'astio era davvero esilarante.
«E quali argomenti troverà, per farsi ascoltare?» chiesi.
Lord Hamilton fece un cenno eloquente con la testa; poi chiamò il
cameriere, ordinò un gin on the rocks: ed estratto un fermacarte d'oro
dalla tasca della giacca, gli allungò come mancia una banconota di tutto
rispetto. Mentre gli passava il denaro, enfatizzò quel gesto, per farmi
capire.
«Ho i miei assi nella manica, caro ragazzo. Voglio chiedere di
associarmi alla spedizione diretta a Siwah, ovviamente partecipando
alle spese. Mi infilerò comodamente nel progetto e così potrò
ripercorrere in un certo senso le sfortunate ricerche di Brunner.»
La sua egregia nemica, cioè l'egittologa in questione, aveva lavorato
con lui all'università di Monaco ed era il più stretto dei suoi
collaboratori. Se esisteva qualcuno cui Brunner poteva aver confidato il
senso dei quattro geroglifici sconosciuti, era proprio lei. Il Museo del
Cairo le aveva riconsegnato tutti i manoscritti e i diari del professore
scomparso. Lo scopo della sua vita, secondo Lord Hamilton, adesso era
trovare quanto il suo maestro stava per raggiungere, e certo la donna
voleva tenere fuori tutti gli altri da ciò che il professore cercava: era
gelosa, ovviamente, voleva serbare per sé sola ogni eventuale scoperta
scientifica.
«Come tutti gli studiosi, del resto!» aggiunse con un'espressione di
vago disprezzo. «... Però le spedizioni costano, come lei può ben
immaginare. Un ricco filantropo inglese, disinteressato ma non troppo,
con molto denaro a disposizione, può essere un alleato assai prezioso in
questi casi. In fondo, non chiederei molto: solo una parte dei tesori
eventualmente ritrovati.»
«Mi sembra un accordo onesto» ammisi sorridendo.
Lord Hamilton ebbe un lampo di malizia nello sguardo.
«Per questo l'ho voluta disturbare, giovanotto: lei farà parte del
gruppo, e una volta giunto al Cairo conoscerà senza dubbio
l'ambasciatore italiano. Ecco, dovrebbe essere tanto gentile da mettere
una buona parola con lui sul mio conto, affinché possa entrare come
partner nella missione.»
A questo punto risi di gusto tra me e me. Ah, se lì con noi ci fosse
stato mio padre, che mi aveva infilato nella spedizione con il ruolo di
inutile zavorra, chissà cos'avrebbe pensato!
«Lord Hamilton, sarò ben lieto di dire tutto il meglio sul suo conto.
Lei mi è davvero molto simpatico. Tuttavia, temo che anche sotto i
lontani cieli d'Africa il dio quattrino sia ben accolto senza bisogno di
altre speciali referenze!»
L'inglese mi lanciò un'occhiata ammiccante. E poi mi si fece più
vicino con l'aria di chi vuol confessare qualcosa con grande
discrezione.
«Ma se trovo quel che cerco davvero, gli lascerò anche tutte quelle
graziose anticaglie! E in questo lei mi sarà molto prezioso, caro
ingegnere...»
Quella faccia rossa d'emozione, con gli occhietti scintillanti come un
ragazzino la vigilia di Natale, mi sembrò particolarmente buffa.
«Dunque, le antichità egizie non sono il suo unico interesse, Lord
Hamilton... e cos'altro va cercando, nella misteriosa oasi di Siwah?»
Qualcosa nei suoi modi mi aveva acceso una strana curiosità. Lui se
ne rese conto, e questo lo divertì.
«Grazie ad alcune circostanze fortunose, sono riuscito a ottenere un
oggetto che proviene dai reperti di Hans Brunner.»
Mise una mano in tasca e ne tirò fuori una fotografia. Me la mostrò e
mi spiegò che si trattava di una piccola scultura d'oro massiccio emersa
dalle sabbie del deserto insieme ad altri reperti rinvenuti in quella
missione. Ma non era mai giunta al Museo del Cairo perché, nel
viaggio, era stata rubata.
«Mi è costata una vera fortuna, giovanotto, glielo assicuro. Tuttavia,
ne è valsa la pena. A prima vista non è che un oggetto molto comune,
nella ritrattistica dell'antico Egitto: un gruppo di famiglia, con gli sposi
seduti l'uno accanto all'altra su alti scranni, mentre ai loro piedi sono
poste le figure dei figli. Se non fosse che questa scultura ha qualcosa di
molto speciale.»
Mi lasciò qualche istante in attesa per alimentare ancora di più in me
la curiosità.
«Vede» riprese, «nel cartiglio inciso alla base della statuetta il nome
del capofamiglia è “Zafnat-Paneach”. Zafnat-Paneach, ha capito?»
ripeté mentre scandiva solennemente quel nome. Quando si accorse che
la cosa non mi diceva nulla, aggiunse:
«Conosciamo questo personaggio. Sposò un'egiziana di famiglia
nobilissima ed ebbe da lei due figli, Manasse ed Efraim. Afferra,
adesso?»
Feci una smorfia poco convinta che provocò un moto di impazienza
in Lord Hamilton.
«A questo punto, giovanotto, suo zio frate le tirerebbe le orecchie!»
proruppe con enfasi.
Lo guardai allibito.
«Scusi, lei che ne sa che ho uno zio frate?»
Lord Hamilton diventò rosso in faccia e si guardò intorno come se
cercasse aiuto. Pareva davvero un ragazzino colto con le mani nella
marmellata.
«Un'indiscrezione di suo cognato alle signorine» si giustificò in tono
evasivo. «Ma torniamo al punto: Zafnat-Paneach è un nome che si
legge sempre nel libro dell'Esodo. Il nome che venne dato a Giuseppe
figlio di Giacobbe quando fu in Egitto, dove fece fortuna e sposò
Aseneth, figlia del sommo sacerdote di On.»
«Quindi, quella statuetta dimostra che il racconto della Bibbia è
vero!» esclamai.
«Certo. Da interpretare, ovviamente, perché fu scritto in un'ottica
molto di parte, quella del popolo d'Israele. Però, nella sostanza, si tratta
di un racconto storico. Ma la cosa più interessante è un'altra. Il libro
dell'Esodo narra che gli ebrei si allontanarono dall'Egitto carichi d'oro.
Eppure il Paese era stato flagellato dalla carestia e da altre sciagure.
Dove lo presero quell'oro?»
Guardai il lord senza azzardare nessuna risposta. Naturalmente,
pensavo ancora al mio colloquio con il cardinale nei Giardini vaticani.
Quel frammento di papiro finito nelle mani del governatore romano
Cornelio Gallo era in grado di suscitare grandi curiosità, nella gente.
Curiosità meramente scientifiche? Difficile che fosse solo quello, mi
pareva che il reperto avesse provocato un interesse decisamente
esagerato. Chissà, magari ciascuno degli studiosi coinvolti nella ricerca
sospettava che quel vecchio foglietto avesse un valore non solo
culturale, e nessuno intendeva rivelarlo agli altri. Un segreto. Il luogo
esatto di un qualche tesoro, forse. E il discorso di questo simpatico lord
inglese puntava esattamente in quella direzione.
«Sono convinto che l'ebreo Giuseppe, in qualità di Gran visir del
faraone» continuò Hamilton, «arricchì l'Egitto ma pure la sua famiglia.
Quando gli ebrei lasciarono il Paese, portarono via la mummia del loro
antenato Giuseppe. E forse, chissà, magari anche qualche sostanzioso
lascito...»
Ecco, sì: adesso i conti cominciavano a tornare. Il lord fece di nuovo
una lunga pausa per tenermi sulle spine. Lo immaginai incallito
giocatore di poker, abituato a bleffare con gran destrezza da una vita
intera: perciò finsi di non essere poi così interessato alla vicenda.
«Quindi, milord, secondo lei l'oro che gli ebrei si portarono via
dall'Egitto sarebbe l'eredità del loro antenato Giuseppe. Interessante,
per un dibattito accademico!» buttai lì assumendo un'espressione
studiatamente annoiata. Lui però non la bevve neanche per un secondo.
Mi sorrise con aria furba, mentre si accarezzava compiaciuto il mento
ben rasato.
«Precisamente, giovanotto. Giuseppe era certo che gli ebrei sarebbero
tornati nella terra di Canaan, la Terra promessa. E mise via per i posteri
ciò che la fortuna gli concesse di accumulare. Nascose il tesoro in un
posto sicuro, dove nessuno avrebbe potuto rubarlo. Sono convinto che
Hans Brunner andò a scavare nell'oasi di Siwah perché stava cercando
la tomba del Gran sacerdote Potifar. Per qualche motivo importante,
questo altissimo dignitario non volle farsi seppellire nella Valle dei Re a
Tebe, insieme agli altri nobili e ai faraoni. E suo genero Giuseppe, che
gli egiziani chiamavano Zafnat-Paneach, nascose il tesoro accumulato
come eredità per i figli d'Israele proprio lì, a Siwah, presso la tomba del
suocero. Poi anche lui morì e fu deposto laggiù, nel sepolcro di
famiglia. Al tempo di Mosè, gli ebrei condussero via con loro la
mummia di Giuseppe così come gli avevano promesso, e dunque si
presero anche il tesoro che il patriarca aveva messo da parte per la sua
discendenza.»
Bene, riflettevo per conto mio, allora era questo il vero segreto del
papiro. Altro che interesse accademico per i quattro ideogrammi
sconosciuti...! Poi all'improvviso un ricordo mi tornò alla mente. Il
cardinale mi aveva chiesto di tenerlo informato nel caso la nostra
spedizione a Siwah avesse ottenuto successo. Dunque, il Vaticano non
cercava soltanto di confermare la verità della Bibbia... immaginai che
fosse partita un'eccitante rincorsa ai segreti millenari di quell'oasi, sulle
tracce dell'oro di cui forse parlava il papiro. Oro, dunque... ma quanto?
Ricordavo gli articoli sensazionali usciti sui quotidiani nell'ormai
lontano 1922, quando una missione angloamericana aveva ritrovato la
tomba di Tutankhamon. Avevo soltanto dodici anni, allora, ma persino a
scuola ci era stato assegnato un tema su quella scoperta. Chili e chili
d'oro, dicevano. La sola cassa funeraria che conteneva la mummia del
faraone, interamente aurea, pesava oltre un quintale. Probabilmente il
ritrovamento di quel papiro enigmatico aveva scatenato nel mondo
scientifico una curiosità morbosa, un'eccitazione fuori dal comune,
nella speranza di un'altra scoperta sensazionale. Agenti dei musei più
prestigiosi, luminari delle maggiori università di tutto il mondo,
facoltosi collezionisti come quel Lord Hamilton, speculatori d'ogni
sorta... tutti sulle tracce delle informazioni racchiuse in quel piccolo
pezzo di papiro. Uno solo aveva decifrato il codice dei quattro segni
impossibili: Hans Brunner, il più bravo, il più sfortunato. Sulle ceneri
della sua fallita missione a Siwah si era scatenata una caccia al tesoro
dalla quale nemmeno la Santa Sede voleva restar fuori, desiderosa di
accrescere le sue già inestimabili collezioni di antichi reperti. Ma con
discrezione, per carità... dietro le quinte, forse, per mantenere un riserbo
doveroso. Mica il papa poteva gettarsi nella mischia come un
avventuriero qualunque!
Le due figure tanto diverse di Pio XI e del suo Segretario di Stato mi
comparvero davanti agli occhi. Chissà se era poi vero, in fondo, che gli
egittologi dei Musei vaticani non avevano compreso nulla di quei
quattro segni nei quali si celava la chiave di tutto... sorrisi delle mie
stesse congetture. Non c'entravo nulla con l'intera vicenda, e
l'archeologia m'interessava fino a un certo punto. Ma non potevo negare
che la questione si stava facendo elettrizzante.
«Quindi anche l'esistenza storica di Mosè è data per certa?» soggiunsi
con evidente eccitazione.
Lord Hamilton si strofinò il mento.
«Ci sono varie ipotesi. La più accreditata lo identifica con
Amenmesse, che salì sul trono d'Egitto per un breve periodo dopo il
regno di Merneptah, nell'anno 1214 circa avanti Cristo, e poi sparì nel
nulla. Pare che sua madre, o meglio la sua madre adottiva, si chiamasse
Takhae e fosse la figlia di Ramses II, forse il faraone più famoso e
potente di tutta la storia egiziana.»
L'uomo mi osservò per vedere quale effetto avessero sortito su di me
le sue parole. A quel punto non potei nascondere un'espressione
piuttosto affascinata.
«Il posto scelto dal Gran sacerdote Potifar per la sua tomba è
decisamente inconsueto» continuò il lord. «Un'oasi lontanissima dalla
Valle dei Re, un luogo sperduto nel cuore del Sahara... questo senz'altro
vuol dire qualcosa. Il nostro enigmatico papiro rivela l'esistenza di una
sostanza sconosciuta, che i nativi dell'oasi chiamavano “sangue di
Amon”. E proprio nell'oasi c'è il santuario del dio Amon, che in realtà
pare fosse una divinità locale antichissima. Ma cos'era esattamente
questo “sangue”? L'oasi di Siwah ospita una vegetazione
lussureggiante, un vero paradosso, in pieno Sahara. Nell'oasi ci sono
numerose sorgenti termali. Acque sorgive, calde, piene di virtù
benefiche... e fanghi anche, fanghi ricchi di sali minerali altrettanto
curativi. Mi segue, giovanotto?»
Feci una smorfia inequivocabile. Che delusione... fino a pochi istanti
prima la mia mente si era figurata tesori inestimabili d'oro lucente,
avorio, smalti, pietre rarissime... cosa mai c'entrava, adesso, questa
squallida fanghiglia?!
«Confesso onestamente di no, milord» ammisi un po' seccato. «Le
dirò che non comprendo proprio cosa c'entrino i tesori del faraone con i
fanghi dell'oasi!»
«E se questo sangue di Amon fosse qualcosa di simile a una melma
con proprietà particolari, che affiorava nelle vicinanze del famoso
santuario? La sostanza per qualche motivo fu giudicata preziosissima.
Serviva per le mummie? Possedeva qualche potere straordinario? Non
ne abbiamo idea! Credo però che il sacerdote Potifar se ne sia
assicurato il segreto, magari per farne un unguento: l'olio di Potifar. Se
l'unguento aveva speciali proprietà curative, senza dubbio era in grado
di donare un grande potere a chi lo possedeva. E Potifar era ricco,
l'uomo più ricco del Paese dopo il faraone.»
«Molto interessante. Ma possibile che non resti oggi più traccia di
questa sorgente, di questo fango speciale?»
Lord Hamilton alzò le spalle.
«Per ora non se ne sa nulla, ma chissà! Magari il segreto sta nel modo
di estrarlo e renderlo fruibile. Del resto, l'oasi di Siwah è tutta un
mistero, un vero enigma. Intorno c'è il Sahara, l'ambiente più ostile alla
vita che l'uomo possa immaginare, eppure lì sgorgano dalle profondità
della terra centinaia di sorgenti d'acqua purissima. Un palmeto enorme,
una grande landa piena di palme che si perde a vista d'occhio. Dicono
che ce ne siano addirittura un milione!»
Una landa piena di palme... dov'è che avevo sentito qualcosa del
genere? Ma certo! Era ancora il geroglifico che il Segretario di Stato
credeva di aver decifrato. Quello sul papiro finito in mano a Cornelio
Gallo, il primo governatore romano dell'Egitto. Com'è che lo aveva
pronunciato? Sekht-am, la “terra delle palme”. E diceva che l'obelisco
egiziano posto nel centro di piazza San Pietro veniva proprio da lì.
Mi sentii improvvisamente la testa pesante, le idee confuse. In fondo,
quella ricerca non mi riguardava. Perché farmi coinvolgere tanto?
«Mi scusi, Lord Hamilton. Non la seguo più. Come ingegnere
minerario non saprei dirle quale valore abbia la sua teoria.»
L'inglese non se l'ebbe a male.
«Oh, mio caro, lo so bene. E non le chiedo di avallarla in nessun
modo. Solo, esulto al pensiero che lei prenda parte alla spedizione. Se
mai il mio benedetto olio di Potifar... o “sangue di Amon”, come lo
chiamavano gli antichi, dovesse saltar fuori... lei mi sarà prezioso.
Immagino che si fornirà di una valida attrezzatura per le analisi
chimiche, giovanotto. Questo è precisamente ciò che intendo chiederle:
a parte il suo incarico nella missione archeologica, lei dovrebbe
svolgere qualche rapida analisi chimica per conto mio, in forma
diciamo pure... privata. La pagherò lautamente, beninteso!»
Scossi la testa con un sorriso incredulo.
«Non mi dica che lei vuole riprodurre il segreto del sacerdote Potifar,
Lord Hamilton!» esclamai. Cominciavo a capire dove il gentleman
volesse andare a parare.
«Perché no, ammesso che sia davvero portentoso? Prima vediamo se
si trova e di cosa effettivamente si tratta. Poi si deciderà. Ottenere la
concessione dal governo egiziano per lo sfruttamento non sarebbe un
problema. Ha idea di quale affare ne verrebbe fuori? Già vedo le
signore fare la fila davanti alle profumerie per acquistare il mio
prezioso cosmetico: l'Olio di Cleopatra!»
A quel punto scoppiai a ridere di gusto.
«E che c'entra adesso Cleopatra?!»
«Niente, giovanotto. Sono le regole del commercio. Il prodotto va
messo dentro una bella bottiglietta di cristallo solcata di strisce azzurre
che possa far pensare al copricapo dei faraoni. Oppure, a forma di
piramide. Chiamarlo “Olio di Potifar” non sarebbe molto suggestivo,
no...? Invece “Cleopatra” evoca un mondo di esotismo e seduzione... la
leggendaria bellezza della regina d'Egitto che conquistò Giulio Cesare!
Glielo assicuro, ragazzo mio: le signore faranno follie per assicurarsi un
po' di quella bellezza!»
«Non è molto onesto» commentai divertito.
«Oh, al contrario. Sono onestissimo!» ribatté deciso. «Lei, ingegnere,
ignora che Cleopatra faceva davvero cure termali nell'oasi di Siwah. Le
sue acque hanno poteri benefici sulla pelle, su questo non c'è dubbio. E
pare che ci sia ancora una piscina, laggiù, dove la regina faceva il
bagno durante i suoi soggiorni.»
«Ma non mi dica!» esclamai con una punta di ironia.
Quel gentiluomo inglese aveva davvero una cultura notevole, anche
se la sua passione per l'archeologia in fin dei conti non era così
disinteressata come gli piaceva far credere. Improvvisamente mi tornò
alla mente la faccia del cardinale alla ricerca del suo misterioso olio di
Potifar, con gli occhi che gli brillavano dall'emozione dietro gli
occhialetti dorati. “Olio” era soltanto un termine approssimativo, aveva
detto. Dietro il quale si celava in realtà un importantissimo segreto di
Stato. Un fango dagli effetti terapeutici eccezionali poteva conferire
grandi poteri a chi ne detenesse il monopolio? Forse sì, visto che al
tempo dei faraoni non esistevano medicine come quelle prodotte dalla
chimica moderna... ma l'ipotesi di un tesoro nascosto di oro e reperti
inestimabili mi era sembrata molto più affascinante.
«Dunque, milord, ricapitoliamo: lei ha avuto un'idea originale. E le
consiglio di non prendersela troppo per le critiche di quella vecchia
zitella acida, come si chiama...?»
Lord Hamilton mi lanciò uno sguardo complice.
«Professoressa Rosenheim. Elisabeth Rosenheim» rispose
compitamente, anche se mi parve di cogliere nei suoi occhi
un'espressione sfuggente, come un lampo di malizia o un guizzo di
divertimento.
Stavo già per alzarmi dalla poltrona quando quel nome appena
pronunciato arrivò dalle orecchie al cervello procurandomi una scossa.
«Rosenheim, ha detto?»
Ricordavo alla perfezione il destinatario della lettera che mi aveva
consegnato il cardinale: “E. Rosenheim”. Ne ero sicuro.
Lord Hamilton mi scrutò a lungo.
«La conosce?»
«No...» risposi prontamente. «Però me ne ha parlato una persona
proprio alcuni giorni fa. Un altro appassionato di Egitto, come lei. Anzi,
se nei suoi piani è compreso un passaggio per Roma, credo che questa
persona sarebbe felice di ascoltare la sua ricostruzione!»
Lord Hamilton allargò le braccia.
«Ma che meraviglia! Non mi sembra vero di poter condividere le mie
ricerche con altri studiosi. Di chi si tratta? Un egittologo della
Sapienza?»
Lo guardai dritto negli occhi.
«Nient'affatto» risposi lentamente. «È il Segretario di Stato del
Vaticano. Ha una vera passione per l'Antico Egitto, e ne sa forse persino
più di lei.»
Lord Hamilton fece uno strano sorriso, piuttosto compiaciuto.
«Interessante. Ma a essere onesto speravo di meglio. Ho visto quel
cardinale un paio di volte in ricevimenti ufficiali. Bella presenza, un
gran cervello, non ci sono dubbi. Così formale, però. Riservato, sempre
sulle sue...»
Ritornai con la mente alla mia passeggiata nei Giardini vaticani.
«Non credo di poter condividere il suo giudizio» intervenni con
garbo.
«Che intende dire?»
«Sono rimasto quasi un'ora a chiacchierare con quel prelato. A me è
sembrato un tipo piuttosto divertente» replicai.
Lord Hamilton appariva incredulo.
«Divertente? E di cosa avete mai parlato?»
Alzai le spalle e assunsi un tono evasivo.
«Di tante cose, a dire il vero. Compreso di signorine molto svestite e
case di tolleranza.»
Stavolta Lord Hamilton rimase a bocca aperta, e il monocolo gli
scivolò sul panciotto.
In quel momento ci chiamarono per la cena, e ci congedammo. La
serata fu stupenda. Tutta la prima parte la passai ballando con la
signorina Renata, anche se purtroppo venni a sapere che si recava in
Egitto per raggiungere il suo fidanzato. Mi fu però di conforto il
conoscere più tardi la signora Edda Vincenzi, una splendida
trentacinquenne, vedova di un ricco allevatore di cavalli di razza.
Vestiva ancora di nero dopo tre anni di lutto, ma in compenso non si
mostrò inconsolabile. Verso le due del mattino, quando la musica finì,
mi trasferii nella sua cabina con l'intento dichiarato di alleviare quanto
più possibile la sua triste solitudine. All'alba uscii sul ponte con la
camicia stropicciata e la cravatta di traverso.
Il sole saliva dall'abisso infinito e scuro del mare, il mare della costa
africana. Sorrisi a me stesso. Se fosse stato lì in quel momento, un certo
prelato che sapevo io mi avrebbe guardato storto, e severissimo, dietro
la montatura dorata dei suoi occhialetti; ma tutto sommato non potevo
dargli torto: le notti d'Oriente erano piene di fascino, e anche belle
sorprese.
ESTER E IL RE DI BABILONIA

Forse vi domanderete come avvenga che una nazione di persone intelligenti si


rannicchi per paura e in schiavitù di fronte a uno straniero, a un imbianchino
austriaco e per giunta inetto, e a un paio di manutengoli, come Goebbels e Göring,
che condizionano ogni passo della vita di un popolo.
Discorso pubblico del cardinale arcivescovo di Chicago, George Mundelein, 18
maggio 1937.

Arrivammo al Cairo, finalmente: e mi apparve una città


impressionante. A tratti moderna, altrove cadente e poverissima, si
rivelava una metropoli di contrasti violenti. Le grandi vie del centro
erano affollate di locali eleganti, arredati all'inglese o all'italiana. Sotto
portici freschi, profumati di gelsomini rampicanti, poteva accadere di
gustare un ottimo caffè napoletano, ascoltando al grammofono le ultime
canzonette in voga, o lo swing di Duke Ellington. Ma allontanandosi
solo di poco dalle arterie principali, si aprivano angoli del tutto
imprevisti: casette basse e cubiche, dai muri intonacati di bianco.
Cortili gelosamente chiusi da alti muri che li sottraevano allo sguardo
dei passanti, oltre i quali si potevano intuire verande ombreggiate da
rigogliosi alberi da frutto.
All'inizio la confusione del suk mi stordì. Per essere sincero, i miei
primissimi giorni li dovetti passare rinchiuso in camera afflitto da un
attacco di dissenteria. Poi, un po' alla volta, il mio corpo si abituò al
cibo, alle spezie e al caldo torrido; e mentre aspettavamo, fermi per le
lungaggini della burocrazia, cominciai ad apprezzare quel nuovo
mondo rutilante ed esotico che si apriva davanti ai miei occhi.
Le strade erano animate da un viavai frenetico e da una folla
perennemente intenta in qualche traffico o commercio: nugoli di
ragazzini petulanti ti arrivavano addosso proponendo ogni sorta di
mercanzia, ninnoli, cestini di paglia, oppure solo per chiedere qualche
spicciolo. I venditori di tappeti non erano meno insistenti. Eppoi
quell'odore di spezie ovunque, così penetrante... e i colori accesi,
l'azzurro smaltato del cielo, l'arancio del sole rovente, la terra rossiccia
e sabbiosa che faceva presagire da lontano le dune del deserto. Solo le
donne, velate di nero, restavano ombre silenti e misteriose che
strisciavano lungo i muri.
Mentre aspettavamo che fosse tutto pronto per la partenza, mi
divertivo a esplorare gli angoli sconosciuti della città, senza tuttavia
allontanarmi troppo dai quartieri frequentati dagli occidentali.
Purtroppo, ero stato costretto molto presto a chiedermi dove fossero
finite le sofisticate signorine inglesi e italiane alle quali, secondo il
cardinale, avrei potuto fare la corte senza tanti rischi.
Il portiere del nostro albergo era stato drastico: guai a importunare le
egiziane, se si volevano conservare gli attributi al proprio posto. E guai
anche a guardarle troppo. Anche se guardarle era già davvero
un'impresa! Passavano, enormi involti di stoffa che sventolava su
qualcosa di solido e ben nascosto che doveva certo essere un corpo, ma
somigliava più alla crisalide di una farfalla ancora chiusa nel suo spesso
manto di seta. Alcune erano molto belle, lo intuivo. Vedevo i loro volti
coperti da teli di broccato lucente, e gli occhi grandi, scurissimi, come
di furtivi felini neri, che ti sfioravano appena, quasi graffiandoti con la
loro intensità, e poi proseguivano oltre. Camminavano sempre in
gruppo, sfuggenti, e il loro incedere elegante era spesso circondato o
seguito da servi armati fino ai denti. Sembravano regine. Mi divertivo a
sbirciarle con discrezione, maledicendo la severità dei costumi locali.
Non eravamo stati ancora presentati a Sua Eccellenza l'ambasciatore,
il quale ci avrebbe aperto le porte dei ricevimenti e dei salotti
internazionali della città. E lì, finalmente, avrei potuto guardare in
faccia qualche bella ragazza, senza rischiare la testa - o peggio,
qualcos'altro - se mi fosse caduto l'occhio sulle sue gambe velate di
seta.
Un pomeriggio rientrai più tardi del solito in albergo, il lussuoso e
italianissimo Aida, situato sulla riva del Nilo. La sera si faceva fresca e
riposante. Mi affacciai alla veranda che dava sul fiume. All'orizzonte la
sfera rossa del sole si gettava nell'acqua incendiandola di bagliori d'oro.
L'intero cielo era rosso fuoco, solcato da stormi di uccelli esotici dalle
forme sinuose e dal becco lunghissimo. Vidi scivolare sull'acqua una
barca di pescatori: sembrava fatta di canne, o ricavata forse da tante
stuoie leggere. Non era poi così diversa da quelle dipinte nelle antiche
tombe dei faraoni che mi era capitato di osservare riprodotte sulle
cartoline dei negozi di souvenir.
Laggiù, oltre l'altra riva, alti palmeti dalla chioma spettinata, e dune,
dune dorate che già annunciavano da lontano il deserto. Passò una
carovana di cammelli: venti, forse trenta di quegli enormi animali
ondeggiavano sulla pista di sabbia, facendo dondolare il loro carico di
merci. Una decina di uomini armati scortavano una portantina rossa con
i piccoli finestrini ombreggiati da tende di seta grezza. Mi parve, o
forse lo immaginai soltanto, di vedere un leggero movimento scostare
appena la stoffa e comparire una mano. Una mano di donna, delicata,
esile, con un anello a ciascun dito.
Chi era quella misteriosa principessa del deserto che avanzava lungo
le piste carovaniere, e quale travolgente bellezza nascondeva dietro i
drappi pesanti, tanto da doverla custodire con una simile scorta? Dove
stava andando in sposa, a quale fortunato sultano portava in dote se
stessa, la sua grazia sensuale, insieme a quel carico di oro e pietre
preziose, legni rari, costose spezie, che affannava i cammelli della sua
ricca carovana?
Come avrei voluto vederla per un istante, scostare la gelosa custodia
dei suoi drappi e, vincendo con un incantesimo la ferocia dei suoi
giannizzeri, poterla accostare un solo attimo, rubando un caldo bacio
alla sua bocca profumata di cannella!
Ahimè, potevo solo sognare...
L'albergo era decisamente confortevole, e trascorrevo diverse ore
nell'invitante cortile interno ombreggiato da enormi piante di banano.
L'atmosfera tropicale del luogo aveva il potere di rilassarmi. Gli ospiti
sedevano ai tavoli sorseggiando infusi di menta fredda o un'altra
bevanda, dolce e aspra insieme, molto dissetante, che mi dissero
chiamarsi karkadè.
Stavo seduto da solo, osservando pigramente la composita umanità
che mi circondava, traffichini e uomini d'affari, avventurieri e ricchi
commercianti locali, quando Lucio ruppe l'incanto raggiungendomi.
Durante il viaggio in nave era accaduto qualcosa che aveva guastato i
nostri rapporti. Da allora, non sopportavo l'idea di rimanere con mio
cognato, e anche solo pensarci mi metteva profondamente a disagio.
Il ricordo di quell'incidente, in realtà, mi faceva ancora fremere di
rabbia. Eravamo appena usciti dal salotto del ponte principale, dopo
aver salutato l'avvocato Crispolti, allegro e di buona compagnia come
sempre. Scambiando le ultime chiacchiere, avevo tirato fuori dalla tasca
interna della mia giacca un taccuino e una penna per appuntarmi il
nome dell'ambasciatore italiano al Cairo, che dovevo aver cura di
imparare a memoria per evitare figuracce. Inavvertitamente, mi cadde
dalla tasca una lettera. Inorridii quando mi resi conto che si trattava
della missiva affidatami dal Segretario di Stato del Vaticano. Crispolti
gentilmente la raccolse e me la rese. Ma, ahimè, Lucio si era
insospettito.
Tornati nella nostra cabina, mio cognato chiuse la porta e mi guardò
con un'aria inquisitiva. Ovviamente, me l'aspettavo.
«Per chi è quella lettera che ti è caduta?» mi domandò in tono assai
brusco. «Non sei nemmeno arrivato al Cairo e ti sei già trovato una
fidanzata in Egitto?»
Il cardinale mi aveva chiesto in modo esplicito di non far parola con
Lucio della nostra conversazione. Balbettai che non si trattava di niente
che lo riguardasse.
Lucio si innervosì ancora di più.
«Dammela subito. Chi te l'ha consegnata? L'indirizzo non lo hai certo
scritto tu: fai certe lettere sgraziate come i bambini della prima
elementare...»
Ero tremendamente urtato, ma anche in grave imbarazzo. Tuttavia,
pensai che il modo migliore di mentire, come sostenevano i miei
compagni di scuola, è dire sempre una mezza bugia.
«Non lo so come si chiama. Non sono certo andato a domandargli il
nome! La lettera me l'ha consegnata uno di quei monsignori che
abbiamo incontrato quando siamo stati in udienza da Pio XI. Sai com'è
fatto lo zio Armando, ha cominciato a dire che ha un nipote ingegnere,
che era in procinto di partire per l'Egitto... e questo prete se n'è uscito
chiedendomi se potevo fargli un piacere. Quindi mi ha passato la
lettera, che è diretta a una certa studiosa del Museo. Una vecchia
cariatide acida, se ho ben capito.» Lucio mi scrutò con sospetto.
«Adesso però dammi quella lettera!»
Lo fissai a bocca aperta.
«Ma che te ne fai?»
Lucio mi guardò con aria minacciosa.
«Dammi la lettera, avanti!» ripeté.
Compresi che rifiutargliela avrebbe significato litigare con lui in
modo violento. E certo non ne valeva la pena, pensai, perché
immaginavo il motivo di quell'insistente richiesta. Lucio era un
intrigante. Il fatto di essere stato escluso da un'ambasciata da parte del
Vaticano lo imbestialiva. In fondo, me l'aveva predetto il cardinal
Pacelli: gli studiosi non fanno altro che accapigliarsi fra loro per
invidia. Si rubano perfino le scoperte l'uno con l'altro. Rabbia, gelosia
professionale...
«Eccotela, guarda. È solo una banalissima lettera!» gli dissi offeso,
mostrandogli la busta ben chiusa.
Lucio me la tolse dalle mani e la scrutò con attenzione. La mise in
controluce, la rigirò, lesse l'indirizzo.
«Che ti avevo detto? Vedi, è diretta al Museo del Cairo. Credo sia la
richiesta di un parere su certe antichità custodite nei Musei vaticani. Mi
pare di aver capito così.»
Dopo qualche momento di esitazione, Lucio se la mise in tasca e uscì
dalla cabina. Passarono quindici, forse venti interminabili minuti prima
che rientrasse, seguito da un cameriere che portava su un vassoio due
tazze e l'occorrente per il tè. Appena fummo di nuovo soli, accostò il
bricco con l'acqua bollente alla lettera e attese che il vapore lambisse la
carta della busta.
«Ma che fai? Sei pazzo?»
Lucio intendeva aprire la missiva senza che si vedesse, leggerla e poi
richiuderla. Un moto di sdegno mi fece fremere. Stando alla destrezza
con cui compiva l'operazione, compresi che doveva averla svolta tante
volte. Chissà quante lettere aveva già violato...
Da quel momento, credo che cominciai a odiarlo.
Docilmente, la colla della busta cedette, e a un gesto sapiente delle
dita si aprì rivelando il foglio, piegato con cura, e, dentro, la foto di
quel papiro. Lucio lo estrasse e lo aprì con delicatezza. Confesso che a
quel punto morivo anch'io dalla curiosità di sapere cosa ci fosse scritto.
Mio cognato se ne accorse, e senza parlare mi allungò il foglio. Vi
gettai avidamente lo sguardo cercando di non dare a vedere la mia
curiosità. La lettera era scritta in tedesco, e seguita sul fondo da alcune
file di geroglifici disegnati a matita; con mia somma meraviglia, la
comunicazione conteneva soltanto poche righe. Il mittente - sapevo
bene chi fosse, e per fortuna non avevo tradito la sua identità - esordiva
con la formula classica “Herr Professor Rosenheim”.
Poi subito sotto scriveva:
Vorrei esprimere tutta la mia stima per la Vostra disponibilità a
riprendere quelle ricerche di cui abbiamo discusso nei mesi trascorsi:
benché si tratti di una decisione che richiede un certo coraggio, non c'è
dubbio, ho seri motivi di ritenere che per Voi, a questo punto, sia quasi
una scelta obbligata. Sappiate che avrete tutto l'appoggio di cui sono
personalmente capace, unitamente a quello di Sua Santità che pregherà
per Voi e per la piena riuscita del progetto. Credo di aver trovato una
persona competente e fidata cui consegnare questa lettera. Se lo
riterrete opportuno, potrete anche metterlo al corrente circa l'obiettivo
della Vostra missione. Su questo però lascio completamente a Voi la
piena e libera scelta. Unisco alla lettera anche una riproduzione di quei
geroglifici che abbiamo ritrovato e che riguardano l'obelisco sacro di
Sekht-am. Sono sicuro che li troverete utili e, in ogni caso, molto
interessanti.
Con la maggior stima possibile,
Vostro Mons. Helfer
Ma che diamine significava quella firma? Eppure ne ero sicuro: il
cardinale aveva scritto la lettera davanti a me, quel pomeriggio, dentro
il suo studio. Diceva di volere il giudizio della studiosa sui quattro
segni indecifrabili... ma di tutto questo non si parlava affatto; e il
Segretario di Stato, invece che usare il suo nome, si firmava con quello
strano pseudonimo: “Mons. Helfer”.
Rigirai un paio di volte il foglio fra le mani. Mi venne il sospetto che
il Segretario di Stato potesse aver usato un nome in codice, un segnale
che senz'altro il destinatario della lettera conosceva: Sua Eminenza
infatti mi aveva accennato di essere in rapporto epistolare con la
Rosenheim. Di fatto, l'unica questione saliente contenuta in quelle
poche righe era che il latore della presente, cioè io, rappresentava una
persona fidata la quale, volendo, poteva anche essere messa a parte
delle nuove ricerche. La cosa mi lusingò, per quanto del professor -
anzi, della professoressa - Rosenheim e delle sue ricerche non
m'importasse un fico secco. Mi venne in mente che Helfer in tedesco
significa “aiutante”. Certo, il Segretario di Stato è il maggior aiutante
del papa, il suo braccio destro. Magari aveva preferito ricorrere a quello
pseudonimo perché temeva che la lettera potesse essere intercettata e
letta. Ottima mossa, giudicai dentro di me.
Lucio mi tolse il foglio dalle mani e cominciò a ricopiarlo su un
taccuino.
«Che ti dicevo? Una banale lettera» dissi in tono piuttosto urtato.
Mio cognato sollevò le spalle con aria noncurante. Poi prese un
barattolino di colla e la richiuse per bene. Me la riconsegnò. Notai con
sollievo che aveva fatto un lavoro eccellente: la busta era integra, non
conservava alcun segno della recente manomissione. Però, da quel
momento mio cognato mi apparve come un individuo losco, detestabile.
Qualcuno da cui avrei fatto molto meglio a guardarmi le spalle. E
speravo con tutto il cuore che le occasioni di starmene per conto mio si
sarebbero moltiplicate. Dopotutto, Lucio avrebbe avuto da fare con gli
scavi. Io non lo sapevo nemmeno che cosa ero venuto a fare di preciso
in Egitto. Con un po' di fortuna, avrei seguito la spedizione dalle
retrovie, facendomi comodamente i fatti miei, pronto a intervenire
semmai ci fosse stato da valutare un rischio di frana o altre questioni
del genere.
«La lettera è del tutto irrilevante, in effetti» commentò mio cognato
con aria di sufficienza. «Comunque, hai fatto molto male a prenderla»
aggiunse con un odioso tono di superiorità. «Devi stare attento ai preti,
specie agli alti papaveri del Vaticano: stanno sicuramente combinando
qualcosa. Hitler è convinto che Pio XI voglia far cadere Mussolini, e il
Duce comincia a pensare che sia vero. Guarda qui cos'ha intercettato
l'Ovra appena due settimane fa. Questa è la trascrizione di una
telefonata fatta dallo studio privato del papa. Il Segretario di Stato ha
chiamato il cardinale di Chicago, George Mundelein. Divertiti!»
concluse con aria di scherno. E tirò fuori dalla tasca della giacca un
foglio stropicciato.
«L'Ovra dici... tu fai la spia per la polizia segreta dei fascisti? Lucio,
non ci posso credere!» esclamai sgomento.
«Non faccio la spia all'Ovra. Conosco una persona che mi chiede
qualche favore, di tanto in tanto» mi rispose.
Continuavo a non credere alle mie orecchie.
«Come puoi non essere una spia e avere un documento tanto
scottante!» replicai sdegnato.
Fece spallucce. «Non è un documento importante, intanto, è la
semplice trascrizione di una telefonata bislacca intercettata all'interno
del Vaticano. Sapessi quello che dicono, caro il mio bamboccio...! In
realtà, Sua Eccellenza Arturo Bocchini, il capo dell'Ovra, me l'ha
passata perché nel dialogo si nomina l'oasi di Siwah, e io vado proprio
laggiù. Mi ha detto di tenere gli occhi aperti, e di fargli sapere se noto
qualcosa di strano. L'oasi si trova al confine fra l'Egitto e la Libia, e
come sai è in corso una guerra sottile fra l'Italia e gli inglesi, anche se
non si vede. Devo solo tenere d'occhio la situazione, ecco tutto.»
«Avete messo una cimice nel telefono del papa!» sbottai.
«I preti sono insidiosi, caro mio. Tramano contro il governo, su
questo non ci piove. Leggi, così magari ti svegli pure!» fu tutto ciò che
mi rispose mettendomi in mano il foglio.
Il testo della comunicazione in effetti suonava molto sibillino.
CARD. PACELLI Il Re di Babilonia acconsente, ma ora si tratta di
convincere la bella Ester.
MUNDELEIN Quanto al dono di nozze, i nostri benefattori di
Chicago hanno predisposto tutto. Chi deve celebrare la cerimonia?
CARD. PACELLI Ho idea che occorrerà scomodare il Campione di
Golf in persona. La cosa richiede una certa cultura, fantasia, ardire... e
soprattutto, una non comune faccia tosta. Sarebbe necessario che mi
contattasse in qualche modo, per definire i dettagli.
MUNDELEIN Come si svolgerà il viaggio di nozze?
CARD. PACELLI L'imbarco è a Marsiglia, per il Cairo. Poi una
breve permanenza nell'oasi di Siwah, al confine con la Libia. Quindi
passaggio a Tobruk, e da lì ancora un imbarco per la visita al Santo
Sepolcro.
MUNDELEIN Quanto durerà la visita al Santo Sepolcro?
CARD. PACELLI Non dipende da noi. Possiamo solo assisterli nel
viaggio di nozze.
MUNDELEIN È un'idea molto originale per una luna di miele.
Immagino che tante altre coppie vorranno copiarla.
CARD. PACELLI Naturalmente. La cosa presenta gravi rischi, lo
sappiamo. Noi però non abbiamo facoltà né di incoraggiarli, né di farli
desistere. Possiamo solo aiutarli nel tragitto.
MUNDELEIN Quanto si stima che sia numerosa la famiglia?
CARD. PACELLI Come i granelli di sabbia sulla riva del mare. Ma
la sabbia passerà poco alla volta. Ha presente una clessidra?
MUNDELEIN Sì, ho capito benissimo. Gli sposi hanno già scelto il
nome per il loro primogenito?
CARD. PACELLI Lo chiameranno Potifar.
Continuavo a guardare il dattiloscritto anche se l'avevo letto parola
per parola già due volte. Evidentemente, non si trattava di una normale
telefonata. Di più: tanto il Segretario di Stato quanto il cardinale
Mundelein sapevano perfettamente di essere spiati, altrimenti non
avrebbero usato quel linguaggio in codice. Perché avevano scelto di
parlare al telefono, se erano sicuri che qualcuno li stesse ascoltando? A
questa domanda non riuscivo a trovare una risposta; mi venne in mente,
però, che nei casi urgenti il telefono resta l'unica risorsa. Doveva essere
andata proprio così: pressati dall'emergenza, si erano adattati e avevano
usato quel frasario così astruso.
Come un lampo che squarcia l'azzurro del cielo subito prima di un
temporale improvviso, mi resi conto di una scomoda verità: se la
polizia segreta del regime aveva potuto mettere una cimice addirittura
nel telefono personale del papa, in uno Stato estero, allora anche il
Vaticano pullulava di uscieri, impiegati, persino ecclesiastici che, per
un motivo o l'altro, facevano la spia per i fascisti. Del resto, perché mi
meravigliavo? Se il Segretario di Stato si era ridotto al punto di affidare
quella sua lettera riservata per la professoressa Rosenheim proprio a
me, un perfetto sconosciuto, evidentemente un motivo doveva averlo.
Un impulso di sdegno mi provocò un fremito, e ancora una volta mi
pentii amaramente di essermi lasciato intercettare quella lettera da
Lucio. Per cercare di rimediare almeno in parte al mio sbaglio, pensai
di confondere le acque bleffando.
«Ma qui non ci si capisce un accidenti!» obiettai sventolando la sua
trascrizione. «E poi, non c'entra niente con la mia lettera, che riguarda
solo un'antichità dei Musei vaticani. Del resto, ti pare che il Vaticano
avrebbe messo una comunicazione importante nelle mani di uno come
me?»
Avevo sottolineato quelle parole assumendo quell'aria da giovinastro
svagato e perdigiorno che Lucio detestava. La cosa funzionò, a quanto
pare. Mio cognato mi lanciò il suo consueto sguardo presuntuoso. «Sì,
non hai torto. Comunque, è bene stare all'erta.»
Mi sentii un po' sollevato, ma il contenuto sibillino di quella
telefonata intercettata nello studio del papa mi inquietava.
«Che cosa si sono detti quei due al telefono, di preciso?» gli chiesi
corrucciato.
«Non lo sanno. L'Ovra ha decrittato diversi codici usati dal Vaticano,
ma questo non è fra quelli noti. In ogni caso, Sua Eccellenza il dottor
Bocchini pensa che il cardinale Mundelein stia trafficando con gli Stati
Uniti per rovesciare il Duce con i mezzi forniti da alcuni miliardari di
Chicago. Pio XI e il Segretario di Stato gli stanno mettendo a
disposizione ciò di cui ha bisogno operando dall'Italia. Hai fatto un
grave errore a prendere quella lettera, caro Alessandro. Sei stato
stupido, troppo fiducioso. E prega che non lo venga a sapere nessuno.»
Io non ci capivo più nulla.
«Ma chi sono quelle persone? Il Re di Babilonia, il Campione di
Golf...»
«L'Ovra ritiene che il Re di Babilonia sia Hitler. Quanto agli altri,
buio completo» mi rispose con un gesto vago.
Un nome in particolare restava scolpito nella mia mente.
«E quel Potifar?»
Lucio si strinse nelle spalle.
«Un personaggio citato nella Bibbia, che senza dubbio è un altro
nome in codice. Forse non indica nemmeno una persona fisica.»
Una sottile sensazione di disagio si stava impadronendo di me. L'idea
di essere stato coinvolto, a mia insaputa, in un complotto internazionale
per far cadere Mussolini mi irritava tremendamente. Non mi ero mai
voluto accostare alla politica. Non faceva per me. Ma non c'erano dubbi
che il Segretario di Stato si fosse servito della mia persona per inviare
al Cairo un messaggio scottante, che assolutamente non doveva finire
nelle mani sbagliate.
«Che faccio, adesso?» chiesi a mio cognato.
Il suo comportamento mi disgustava; ma certo nella mia situazione
avevo bisogno di un consiglio. Anche soltanto per dimostrargli la mia
buona fede, e così scongiurare il rischio che Lucio finisse magari per
denunciarmi all'Ovra.
«La lettera contiene solo una richiesta di consulenza scientifica,
perché quei somari dei Musei vaticani non sanno fare il loro mestiere»
mi rispose arricciando il naso. «Magari ci tornerà persino utile: invierò
il testo a Sua Eccellenza Bocchini. Mi ha chiesto di tenere gli occhi ben
aperti, semmai notassi movimenti strani, e io gli manderò notizie di
questa tua lettera uscita dal Vaticano: servirà a dimostrare che non sto
con le mani in mano!»
In silenzio, ringraziai il Cielo che la tracotanza inducesse mio
cognato a considerarsi un genio irrimediabilmente confinato in un
mondo popolato soltanto da inetti.
Lucio guardò il suo taccuino con il testo della mia lettera ricopiato, e
sorrise soddisfatto.
Ripensare a quell'episodio accaduto sulla nave mi faceva fremere di
rabbia. E non mi accorsi che intanto Lucio mi aveva raggiunto.
«Prima di cena dobbiamo incontrare una persona» mi disse col suo
solito tono di superiorità, scuotendomi dal ricordo di quell'odiosa
circostanza.
Lo guardai di malumore.
«Andiamo dall'ambasciatore italiano?»
Lucio scosse la testa.
«No. L'ambasciatore lo vedremo domani, probabilmente. Ma da un
certo punto di vista, quest'uomo forse è anche più importante.»
L'intera vicenda degli scavi non mi toccava affatto. Quanto al resto, i
colloqui con il cardinale nei Giardini vaticani e anche con Lord
Hamilton, durante il viaggio in nave, avevano suscitato in me certe
curiosità che mi sarebbe piaciuto soddisfare.
«Più importante dell'ambasciatore? Ma non dobbiamo procurarci i
permessi per scavare?»
«Sì, ma prima ancora ci serve qualche dritta su ciò che andremo a
cercare laggiù.»
«Chi dobbiamo vedere?» lo incalzai.
«Si chiama Sergio Donadoni. È un egittologo che sta svolgendo scavi
nell'oasi del Fayyum. Un sito interessante, a dire il vero. Purtroppo, non
è l'uomo più appropriato per i nostri scopi: ma pare che l'ambasciatore
abbia indicato il suo nome come referente per l'Egitto di epoca
ellenistica... perciò non possiamo ignorarlo. Almeno un colloquio
formale ci tocca per forza, anche solo per dire che l'abbiamo fatto.
L'ideale sarebbe stato parlare con il professor Evaristo Breccia, che fu
per anni il direttore del Museo greco-romano di Alessandria.»
«Come mai ci rinunciamo?»
Lucio alzò le spalle.
«Il professor Breccia è malato, e mi è stato riferito che non è proprio
il caso di disturbarlo, nemmeno per telefono. Un peccato, davvero.»
«A cosa ci servono, queste persone?»
Lucio sorrise con aria di sufficienza.
«Ci servono, caro mio. Ci servono eccome. Il professor Breccia
conosceva molto bene Hans Brunner. So che ebbe modo di parlare con
lui prima che morisse in quella sfortunata spedizione. Brunner forse gli
ha confidato qualcosa di importante. Qualche sospetto, qualche
supposizione, capisci? Forse seguendo le sue intuizioni potremmo
anche riuscire laddove lui ha fallito, con un po' di fortuna!»
«Con un po' di fortuna...» ripetei, non troppo convinto.
«Comunque, Evaristo Breccia è irreperibile. Quindi possiamo solo
sentire il suo umile surrogato.»
La definizione mi fece sorridere.
«Non è affatto divertente, Alessandro! Breccia sarebbe stato molto
prezioso, per noi. Eppure dobbiamo accontentarci del suo assistente,
Donadoni.»
«Non lo stimi, come studioso?»
Lucio sollevò lo sguardo, dubbioso.
«Non saprei... è giovane, un principiante, probabilmente. Mi hanno
detto che si trova all'hotel Capucci, non lontano da qui. Pare che sia
venuto al Cairo per alcune settimane. Quindi ci conviene
approfittarne.»
Presi a sorseggiare la mia bibita con aria ostentatamente annoiata.
«Non penso che ti sarò utile, Lucio. Se non ti spiace, resto volentieri
qui.»
Lucio mi tirò per una manica della giacca di lino, piuttosto seccato.
«Certo, che mi dispiace!» e mi trascinò fuori dall'albergo. La sua
prepotenza mi urtò non poco; ma col senno di poi, non posso negare
che quell'incontro fu quanto di meglio potesse capitarmi, a quel punto
della mia vita.
L'atrio dell'hotel Capucci era bello quanto il nostro, ma era arredato
con gusto italiano: alte colonne di travertino e pavimento di maioliche
azzurre, salottini di vimini e soffici cuscini variopinti. Sembrava di
stare a Capri o sulla costiera amalfitana. Il concierge chiamò al telefono
la stanza di Donadoni, e noi ci sedemmo al bar aspettando
pazientemente che scendesse a raggiungerci questo “umile surrogato”
del professor Breccia. La definizione di Lucio mi faceva ancora ridere.
Quando però lo vidi, non risi più. Donadoni non era un ragazzino fresco
di laurea come avevo immaginato. Giovane doveva esserlo senz'altro,
però aveva nel contegno qualcosa di autorevole. Volto gradevole e
naturalmente cordiale, con foltissimi capelli neri pettinati con cura e un
po' più lunghi sulla parte alta della testa, lo studioso parlava un italiano
squisito, nel quale si avvertiva quasi impercettibile l'eco di un vago
accento siciliano.
Purtroppo, mio cognato assunse un tono di sufficienza che avrebbe
indispettito chiunque. Si presentava sempre come il capo di una
prestigiosissima missione archeologica organizzata dal Museo
nazionale romano, e dava a intendere che a Roma, in altissimo loco, la
questione affidatagli veniva giudicata di enorme interesse. Un pezzo
grosso, insomma. Un pezzo da novanta costretto a mendicare qualche
misera notiziola al “surrogato” del grande studioso, sfortunatamente
messo fuori uso dalla malattia.
«Siamo davvero spiacenti di dover disturbare voi, dottor Donadoni»
esordì. «Che oltretutto non siete nemmeno la persona più adatta ai
nostri scopi. Del resto, mi dicono che il professor Breccia è
irreperibile... non abbiamo scelta, dunque!»
Sergio Donadoni mantenne un'espressione apparentemente cordiale,
ma i suoi occhi furono percorsi da un lampo di gelo.
«Sono a sua disposizione, professor Morandi. Mi dica pure!» E io
notai che gli dava del “lei” e del “professore”, anche se mio cognato
non insegnava in nessun posto. Evidentemente, aveva intuito che Lucio
era un tipo particolarmente spocchioso: dunque gli si rivolgeva con
quell'insigne titolo per prendersi gioco della sua vanagloria.
«Non so quanto voi, in fin dei conti, potete aver esperienza in fatto di
cose egizie, dottore. Insomma, siete talmente giovane...»
Donadoni sorrise, e rispose che, nonostante fosse già l'assistente del
professor Breccia, a dire il vero non si era ancora laureato, in effetti.
Però desiderava aiutarlo in ogni modo, perché era davvero un grande
onore per lui rendersi utile. Capivo perfettamente il suo gioco. Stava
recitando, con un'ironia direi sublime, la parte che gli toccava subire
per compiacere la richiesta di Sua Eccellenza l'ambasciatore italiano.
Proseguirono dunque la loro conversazione, Lucio sempre più
arrogante, l'altro sempre più vago. Di tanto in tanto gettavo uno sguardo
verso Donadoni cercando di mandargli eloquenti segnali di
comprensione. Un paio di volte mi sorrise composto, e intanto,
gentilmente e senza darlo a vedere, con incredibile savoir-faire, eluse
una per una tutte le domande che mio cognato gli poneva.
«Mi dispiace, dottor Morandi. Lei deve capire il carattere di un uomo
come il professor Breccia. È piuttosto geloso dei suoi studi, e non
condivide le sue informazioni con nessuno. Certo, ricordo che
conosceva personalmente il professor Hans Brunner. Ricordo pure che
si videro, qualche giorno prima che la spedizione partisse. Ma davvero
non ho idea di cosa si siano detti. Non faccio mai troppe domande al
professore: ciò che vuole farmi sapere, me lo comunica di sua
iniziativa. Mi dispiace: non saprei dirle altro!»
Mio cognato lo ringraziò e gli strinse la mano deluso. Io invece non
capivo come Lucio potesse aspettarsi collaborazione da una persona
che aveva trattato con tanta arroganza.
Rientrammo al nostro hotel in silenzio. Mi sentivo umiliato per il
modo in cui Lucio si era comportato con lo studioso. Il quale, giovane,
certo, passava tuttavia come il più preparato esperto di scavi presente in
città. Oltretutto, indisponendo in quel modo il professor Donadoni, mio
cognato non aveva ottenuto nessuna informazione.
«Ci vediamo fra mezz'ora a cena» mi disse Lucio salendo in camera.
Mentre ci salutavamo, e la rabbia e la vergogna mi bruciavano
dentro, all'improvviso ebbi un'idea.
Non appena rimasi solo, girai dunque i tacchi e presi di nuovo la
strada verso l'albergo Capucci.
Non avevo molto tempo. Arrivato nell'atrio, scrissi subito un biglietto
chiedendo che venisse recapitato a Donadoni. Il concierge mi suggerì di
attenderlo nel fumoir. Un inserviente mi guidò lungo un corridoio
foderato di elegante boiserie di ebano, poi in un grande salone affollato
di persone che giocavano a biliardo, avvolte in una densa nube di fumo.
Decisi di sedermi a un tavolino, e ordinai una bibita fresca. Donadoni
arrivò poco dopo: aveva stampata in faccia un'espressione di sorpresa.
«Buona sera, professore» lo salutai con riguardo.
Lo invitai a sedere lì con me, ordinò un caffè, e quindi, raccolto tutto
il coraggio di cui ero capace, cominciai a scusarmi per il modo
indecoroso con cui mio cognato si era comportato poco prima.
Donadoni si mostrò cordiale, ma ancora distante.
«Prima di tutto, vorrei scusarmi se non userò il “voi” fascista» esordì
in tono piuttosto formale. «È già qualche tempo che è obbligatorio, ma
non mi ci ritrovo. Visto che siamo all'estero, approfittiamone. Vuole?»
Feci cenno di sì con la testa, sorridendo. Quel “voi” imposto dal
governo pareva un fardello pesantissimo di cui tutti non vedevano l'ora
di liberarsi, appena se ne presentava l'occasione. Poco prima,
evidentemente, Donadoni si era ostinato a dare del lei a Lucio come
atto di sfida, di aperta provocazione.
«Professore, sono certo che lei è laureato da tempo. E con tanto di
lode accademica, scommetto» gli dissi in tono ironico.
«Non ho potuto resistere alla tentazione di prendere in giro suo
cognato» ammise con un mezzo sorriso.
Scambiammo convenevoli per un buon quarto d'ora, durante il quale
ebbi la netta sensazione che lo studioso non fosse proprio quel che si
dice un fanatico del Fascio. Allora, per stabilire una certa complicità,
trovai il modo di far cadere il discorso sui miei trascorsi giovanili e gli
raccontai il fattaccio del grammofono per il quale i miei amici erano
stati denunciati e dal quale mio padre mi aveva tirato fuori muovendo
tutte le sue conoscenze. Donadoni ridacchiò, poi mi disse di un suo
conoscente, tale Leonardo Carini di Terni, nell'Umbria, che aveva
dovuto bere parecchi litri di olio di ricino ma aveva preso l'abitudine di
raccogliere quanto escreto grazie all'odiosa sostanza dentro una
damigiana, con l'intenzione di rendere tutto con i dovuti interessi ai
gerarchi che lo avevano purgato, non appena la vita gliene avesse
offerto l'occasione. Finimmo a ridere come due matti, e questo
momento di ilarità distese definitivamente la tensione.
«Lei ci sarebbe davvero prezioso nella spedizione, professore»
ammisi.
Il professor Donadoni sorrise lievemente.
«Ho ricevuto una telefonata dall'ambasciatore in persona, in effetti,
che mi pregava di dare alla missione tutta l'assistenza possibile. Un
uomo simpatico, Sua Eccellenza Serafino Mazzolini. Fascistone
convinto della prima ora, e non ho dubbi che lo rimarrà fino alla morte.
Ma è anche un diplomatico abile e moderato, e noi italiani ci troviamo
molto bene qui in Egitto proprio grazie a lui. Se avesse qualche rogna,
ingegnere, gliene parli pure a quattr'occhi: vedrà che non si tirerà
indietro. Mi aveva anche chiesto di mettervi a parte di certe questioni
importanti. Lei capisce, muoversi qui in terra d'Egitto non è uno
scherzo... ci sono innumerevoli cose che uno straniero vede ma non
capisce fino in fondo, perché non ha facoltà di chiedere spiegazioni.
Bisogna farsi le ossa anche con l'ambiente, acquisire esperienza. E
stando accanto al professor Breccia, ne ho viste davvero tante!»
«Sarebbe a dire?» gli chiesi incuriosito.
«Vede, ingegnere, le dico tutto questo solo perché Sua Eccellenza mi
ha raccomandato di agevolarvi in ogni modo» riprese Donadoni
puntandomi addosso uno sguardo indagatore. «Mazzolini ci tiene molto
a questa spedizione nell'oasi di Siwah, soprattutto vuole evitare che
succedano altri brutti imprevisti. L'altra volta sono accaduti dei fatti
strani, fatti per i quali è stata addotta una scusa banale e del tutto priva
di logica. Quanto fu detto sull'incidente capitato a Hans Brunner non mi
ha mai convinto. Anche quell'esplosione, che venne attribuita a un
attacco di predoni berberi... non so se riesce a seguirmi. Forse lei non
ha mai visto una tribù di berberi. Le assicuro che quei pastori nomadi
un ordigno bellico non ce l'hanno esattamente in cantina. Certo,
possono averlo rubato a uno dei presidi italiani stanziati in Libia: a
poche decine di chilometri, nell'oasi di Giarabub, è situato infatti il
nostro fortino. Però, in tal caso il furto doveva essere denunciato...
insomma, il fatto si sarebbe saputo. L'ho detto a Sua Eccellenza
l'ambasciatore e lo ripeto anche a lei: c'è qualcosa che non va. Qui in
Egitto gli scavi archeologici si fanno sin dai tempi di Napoleone: i
pastori berberi e i locali in generale non danno alcun tipo di problema.
Anzi, semmai si rendono utili per lavorare allo sterro.»
«Lei ha qualche sospetto preciso?» gli chiesi con un accenno d'ansia
nella voce.
Donadoni scosse la testa. Stavolta negava di sapere ed era sincero, lo
intuivo.
«Non ne ho idea. Nemmeno il professor Breccia ne sa niente. Inoltre,
deve tenere conto che il nome di Hans Brunner era molto stimato nella
cerchia degli intellettuali di Hitler. Magari dal quartier generale di
Berlino gli hanno chiesto qualcosa che non rientrava nelle normali
mansioni di un archeologo. O forse Brunner non si rivelò all'altezza di
quanto il Führer sperava.»
«Che intende dire?»
«Niente di sicuro, ovviamente. Sono solo miei sospetti. Sta di fatto,
però, che l'università di Monaco aveva finanziato quella spedizione con
uno scopo ben preciso, cioè cercare la tomba di Alessandro Magno.
Brunner invece si stava concentrando su qualcosa di diverso, che con il
grande conquistatore macedone non c'entra niente. Questo glielo posso
assicurare, ingegnere, perché è l'unica confidenza che il tedesco fece al
professor Breccia: i reperti che stava cercando sono molto più antichi
dell'epoca di Alessandro Magno. Riguardano la diciottesima dinastia,
più o meno 1500 anni prima di Cristo. E non hanno nulla a che vedere
con le origini della razza ariana o il suo primato.»
Le parole di Donadoni mi lasciarono un senso di profondo sgomento.
«Quindi, lei pensa che il professore possa essere stato addirittura...
punito!» esclamai con un filo di voce.
Donadoni non mi rispose, ma l'espressione sul suo viso confermava
che non se ne sarebbe meravigliato.
«Non mi piace, la cosa.»
«E a chi piace? Tutta l'Europa trema. I migliori archeologi, come
Alessandro Della Seta, hanno dovuto lasciare il loro incarico solo
perché ebrei. Ma sarà sempre peggio, temo. Il Duce ha tenuto duro fino
all'ultimo, ma adesso le leggi sulla difesa della razza stanno entrando in
vigore anche in Italia. Noi qui in Egitto stiamo un po' meglio, ma non
ho idea di quanto possa durare. Come vede, il concetto di razza è
qualcosa di molto più morbido, da queste parti. Etiopi, nubiani, greci,
romani, arabi... e anche italiani, ultimamente. L'Egitto è una terra dove i
popoli si sono mischiati fra loro senza troppi problemi.»
«E quel Brunner? Era razzista anche lui?»
Donadoni scosse la testa.
«Difficile dirlo. L'ho incontrato solo un paio di volte. Ci siamo
consultati su questioni di storia antica, però non ho mai avuto occasione
di trattare con lui temi così scottanti, di amara attualità.»
«E di quella missione, che cosa sa?»
Il professore mi guardò intensamente. Poi abbassò la fronte.
«Nonostante quell'incidente gravissimo, la spedizione non fu un
fallimento completo. Brunner in effetti trovò qualcosa di molto
importante. Importante ed estremamente scomodo. Qualcosa per cui i
militari requisirono immediatamente tutti i reperti.»
Mi passai una mano fra i capelli, pensieroso.
«Sembra infatti che Hitler nutra un'insana passione per le antichità»
replicai come parlando a me stesso. «Dicono pure che quando invase
l'Austria, per prima cosa chiese di portare via la reliquia della Santa
Lancia che si trovava a Vienna. Quella che secondo la tradizione fu
usata da un soldato romano per trafiggere il costato di Cristo sulla
croce!» precisai.
«Quelli che hanno requisito tutte le scoperte di Brunner però non
erano soldati nazisti. Erano militari italiani» soggiunse Donadoni in
tono secco.
Lo fissai stupito.
«Italiani? E perché avrebbero dovuto farlo?»
«Pare che quei reperti fossero stati trovati al confine tra la Libia e
l'Egitto. La Libia è una colonia italiana, perciò quanto rinvenuto nel suo
sottosuolo è di competenza delle autorità italiane. Se invece ci si sposta
anche solo di un metro in territorio egiziano, lei comprende che tutto
ricade sotto il controllo del protettorato inglese. Nel dubbio, pare che i
soldati abbiano fatto tabula rasa» mi spiegò lui.
«Trovo difficile immaginare l'Onorevole Mussolini che ordina di
sequestrare mummie e scarabei di pietra, con tutte le belle arti che
possediamo in casa nostra!» obiettai poco convinto.
Il professore mi fece uno strano sorriso.
«Non c'erano né mummie né scarabei, fra quei reperti. Ne ho potuti
esaminare alcuni poiché l'ambasciatore Mazzolini è riuscito a farseli
consegnare dai soldati italiani e poi ha chiesto al professor Breccia di
valutarli.»
«Di che si tratta?»
Donadoni appoggiò i gomiti sul tavolo e mi parlò a voce più bassa.
«Ho visto alcune statuette di una pietra molto strana. Da lontano
sembrava marmo venato, ha presente quelle varietà chiare solcate da
sottili linee nere? Quando però ne ho presa una in mano, mi sono
accorto che c'era qualcosa di diverso.»
«Che cosa?»
Donadoni scosse il capo.
«Non ho potuto guardarle a lungo, il professor Breccia mi ha chiesto
di fargliele recapitare a casa. Ma quando ho finito di imballarle mi sono
accorto che avevo le mani sporche. Quelle statuette mi avevano
macchiato le dita di una sostanza nerastra. Mi sembrava asfalto, a dire il
vero. Credo che i soldati stiano combinando qualcosa, laggiù. Lei
ingegnere lo capisce, certo, che gli antichi egizi non usavano asfaltare
le loro strade...»
A quel punto un'idea cominciò a balenarmi in testa.
«Professore, ha detto che la pietra aveva delle piccole venature
scure?»
«Sì. E certe macchie tonde, anche quelle piuttosto piccole. Un
disegno curioso, però. Non l'avevo mai visto.»
Il mio sospetto stava prendendo consistenza. Santo Cielo, se per caso
avevo ragione...!
«Nei papiri antichi che lei ha studiato, ha mai trovato un'espressione
che possa suonare come “olio di Potifar”?» gli chiesi.
Donadoni socchiuse gli occhi, perplesso.
«No. Mai sentito niente di simile. Potifar è quel personaggio di cui
racconta la Bibbia, mi pare. Però il nome scritto nella Bibbia non è
corretto. Deriva da una pronuncia un po' alterata: si dovrebbe dire
invece Petefra. Ma non mi pare che avesse qualcosa a che fare con
nessun olio.»
«Le posso fare un'altra domanda?»
Donadoni sorrise in segno di assenso.
«Tutte quelle che vuole, ingegnere. Mi piace la gente che sa coltivare
una certa passione. Lei magari sarebbe stato un buon archeologo, sa?
Perché ha la vera curiosità del ricercatore.»
Lo ringraziai ridendo di me stesso. Del resto, l'anima inquieta del
potente Potifar non mi stava forse trasformando in una specie di
scavatore? Accidenti, quel Gran sacerdote, che razza di furbastro! Poi
abbandonai le mie supposizioni, che in nessun caso avrei osato
palesare, e venni al dunque. «Professore, conosce un luogo che è
chiamato la Valle del sangue di Amon?»
Stavolta Donadoni sgranò gli occhi e la sua espressione si fece molto
seria.
«È esattamente il luogo in cui si diresse il professor Hans Brunner.
Aveva trovato questo nome su un documento risalente alla diciottesima
dinastia, un papiro che attualmente è custodito nei Musei vaticani. È un
sito inospitale al confine fra l'Egitto e la Libia, non lontano dall'oasi di
Siwah, caratterizzato da numerosi anfratti e grotte naturali. Ovviamente
è un nome egiziano, forse addirittura di epoca predinastica, non lo deve
cercare sugli atlanti moderni. Quelle pietre stranissime di cui sono fatte
le statuette che macchiano le mani vengono proprio da lì.»
Tracannai tutto d'un fiato la bibita che era rimasta nel bicchiere.
«Qualcuno pensa che Brunner fosse sulle tracce della tomba di
Potifar. O Petefra, come dice lei. E che quel posto nasconda un tesoro
di enorme valore» buttai lì ammiccante.
«Strano. Quei reperti che ho visto non mi parevano così preziosi»
commentò lui storcendo un po' il naso.
A quel punto stavo per confessare il mio sospetto, invece mi fermai.
Quel Donadoni mi ispirava una simpatia immediata, però in fondo non
lo conoscevo.
«Comunque, se anche non ci fosse un gran tesoro, la scoperta
avrebbe un valore storico eccezionale» continuò il professore. «Di fatto,
la tomba del sacerdote Potifar dimostrerebbe con esattezza quando è
iniziato lo stanziamento degli ebrei in Egitto.»
Mi spiegò quindi che occorreva prima di tutto ottenere i diari di
scavo del povero Brunner. Lo studioso tedesco aveva trovato il luogo in
cui cercare su un'antica mappa locale scritta in demotico, un antico
dialetto egiziano più recente rispetto ai geroglifici, ma non per questo
più accessibile. E per mantenere il possesso esclusivo delle
informazioni, Brunner, che capiva benissimo l'antica lingua demotica,
aveva usato solo quella. Dovevamo scordarci di latitudini e longitudini,
insomma.
Lo guardai perplesso.
«I diari di scavo? Non ne abbiamo bisogno, in realtà. Se sono
intervenuti i soldati del presidio italiano, avranno certo la posizione
esatta dell'incidente.»
Donadoni si urtò.
«Caro amico, lei vuole rischiare di provocare danni in un sito che
potrebbe custodire un tesoro inimmaginabile? Meglio non coinvolgere
nessun altro e agire con estrema cautela. Guardi che il tedesco non era
un pazzo, ne stia certo. Aveva allestito quella spedizione perché si era
messo sulle tracce di un obiettivo molto preciso. Del resto, Brunner non
se n'è andato via portandosi tutti i segreti nella tomba. Che i suoi diari
di scavo siano stati requisiti e sottratti agli altri studiosi è un grave
danno per l'archeologia. E anche un sopruso!»
Donadoni si fermò e tacque qualche istante. Voleva vedere quale
fosse l'effetto di quella sua veemente arringa su di me. Mi accorsi che ci
teneva davvero tanto, perciò gli assicurai che mi sarei occupato di
ottenere quei diari. Del resto mi era simpatico, e se ci fosse stata in
ballo una qualche scoperta sostanziosa, sarebbe senz'altro stato lui e
non Lucio che avrei favorito: più competente, meno spocchioso.
Inoltre, se il mio sospetto era fondato, bisognava fare di tutto per
scongiurare il rischio di un'altra esplosione.
«Vede, ingegnere, gli scritti originali di Brunner si sono conservati,
almeno in parte. In base ad essi credo sia possibile ritrovare ciò che il
professore stava cercando. E ritrovare anche il luogo esatto in cui fece i
suoi saggi di scavo. Persino le congetture, le mere ipotesi, le intuizioni
di uno studioso del suo calibro sono informazioni preziose!»
Forse i miei occhi si illuminarono, a quel punto. Ammiravo la
passione sincera che quel giovane archeologo profondeva nel suo
lavoro.
«Bene, professore, mi prenderò a cuore queste scartoffie. Dove le
trovo?» gli chiesi.
Donadoni scosse la testa, come a rimproverarmi per la sicurezza con
cui avevo proferito quelle parole.
«Piano, ingegnere. Brunner era tremendamente geloso dei suoi studi,
gliel'ho detto; inoltre, per qualche motivo speciale, volle tenere questa
spedizione coperta dal più rigido segreto. Credo che vi siano coinvolti
anche Hitler e il Partito nazionalsocialista. Tutta questa riservatezza è
decisamente esagerata, per uno scavo archeologico.»
Sbattei il mio bicchiere sul tavolo con uno scatto spazientito.
Accidenti, quest'altra complicazione non ci voleva...
«E come li recuperiamo, da Berlino?»
Donadoni stirò le labbra in qualcosa che somigliava a un sorriso.
«I diari di Brunner non sono affatto a Berlino» rispose. «Si trovano
proprio qui al Cairo, nelle mani del suo “delfino”, per così dire. E cioè
la persona più qualificata nel gruppo dei suoi allievi.»
Dovette vedere sulla mia faccia dipingersi un'espressione di sollievo.
«Oh, non si rallegri tanto, caro ingegnere. Se fossero stati sulla
scrivania di Hitler in persona, forse lei avrebbe avuto qualche speranza
in più di poterli consultare!»
«Questo specialista è così scostante?»
Donadoni assunse un'espressione curiosa, divertita e severa allo
stesso tempo.
«Purtroppo sì! Ed è soprattutto una persona particolare sotto vari
aspetti. Oh, non mi fraintenda: come studioso di egittologia è forse il
migliore in circolazione. Perlomeno per quanto riguarda la storia più
antica, specialmente l'epoca del faraone Sethi I e del suo successore
Ramses II.»
«Dove lo troviamo, questo tizio?» gli chiesi un po' impaziente.
«Questa... tizia, vorrà dire» mi corresse lo studioso con aria ironica.
«Lavora presso il Museo del Cairo. Ma non la riceverà, se prima non si
farà raccomandare dall'ambasciatore italiano. L'ideale sarebbe se
l'ambasciatore provvedesse ad accompagnarla al Museo e presentarla
personalmente.»
Feci una smorfia piena di disappunto.
«Ho capito, dev'essere quella zitella tedesca di cui mi hanno parlato!»
Donadoni rise di gusto, e talmente forte che quasi spruzzò fuori il suo
caffè. Poi si scusò, si pulì la bocca con il tovagliolo, mentre io a mia
volta gli chiesi scusa per aver usato un linguaggio così poco garbato nei
confronti di una signora. Lui fece un gesto con la mano destra, come a
dire che non faceva nulla.
«Lei immaginerà, ingegnere, che quei diari le sono stati chiesti da
parecchia gente. E la Rosenheim è costretta tutti i giorni a tenere a bada
pressioni, diciamo... di tanti generi. Ha imparato a difendersi,
insomma.» Donadoni concluse questa frase con un sorrisetto divertito.
Non gli risposi, ero troppo assorto nei miei pensieri.
La professoressa Rosenheim, allieva prediletta di Brunner, custode
dei suoi scritti più privati... proprio la persona cui dovevo consegnare la
lettera del Segretario di Stato del Vaticano... e non era la stessa
specialista con cui voleva avere un colloquio quell'eccentrico
collezionista inglese che avevo conosciuto sulla nave diretta verso il
Cairo, Lord Manfred Hamilton?
Che cosa dovevo aspettarmi, a quel punto? Anche la vecchia zitella
intendeva gettarsi sulle tracce del tesoro di Potifar, magari da sola, per
non dover spartire i proventi con nessuno? Non certo una cattiva idea,
se davvero era l'unica a conoscere il senso dei quattro segni misteriosi...
Guardai Donadoni con aria perplessa. Lui pure mi fissava, e credo
che mi studiasse anche, per capire meglio chi fossi.
«Qualcuno pensa che Hans Brunner appartenesse al Partito
nazionalsocialista, e fosse uno fra gli studiosi più apprezzati da Hitler.
Anche la Rosenheim?» gli domandai.
«Questo non lo so. Ma sono sicuro che viene dalla Germania, perché
ha studiato con Brunner all'università di Monaco. Nel dubbio, meglio
essere cauti. Quanto al resto dei dettagli...» e mi diede una lieve pacca
sulla spalla «sono convinto che lei sarà molto contento di scoprirli
personalmente. Auguri, ingegner Borghesi!»
I SEGRETI DELL'HAMMAM

Giuseppe si gettò sul volto di suo padre, piangendo e baciandolo. Poi ordinò ai
medici che erano a suo servizio di imbalsamare suo padre. I medici
imbalsamarono Israele: impiegarono quaranta giorni, perché tanti sono i giorni
richiesti per l'imbalsamazione. Gli Egiziani fecero un lutto di settanta giorni.
Genesi, 50, 1-3.

Quella notte non avevo dormito bene. Una gran confusione di sogni
mi aveva affollato la mente. Mi ero rigirato per ore nel letto, madido di
sudore. Il caldo aveva fatto il resto. A colazione ricevetti però la bella
notizia che Lucio non c'era. Doveva rimanere fuori l'intera mattina,
occupato in certe sue ricerche nella biblioteca della città. Mi stiracchiai
come un gatto felice. Avrei trascorso tutto il tempo a bighellonare.
Mentre mangiavo una fetta di crostata e mi gustavo il buon caffè
dell'albergo, il cameriere mi portò una lettera.
Era nientemeno che dell'ambasciatore italiano al Cairo, che mi
invitava per un colloquio alle dieci in punto, cioè mezz'ora dopo.
L'appuntamento era fissato presso la casa del signor Farouk: c'era
scritto proprio così. Le uniche indicazioni dicevano di arrivare in fondo
alla strada del mio albergo. La lettera era scritta e firmata con una bella
calligrafia sulla carta intestata di Sua Eccellenza Serafino Mazzolini.
Finii il mio caffè un po' contrariato. Accidenti, un invito
dell'ambasciatore proprio oggi che Lucio non c'era! Chissà, forse
dovevo mandare un fattorino alla Biblioteca reale per avvisarlo? Intanto
mi toccava avviarmi: far aspettare Sua Eccellenza non era opportuno.
Quella mattina faceva un caldo soffocante: il sole già dalle prime ore
del mattino picchiava come alle due del pomeriggio di ferragosto in
Italia. E dire che eravamo a novembre! Pensai con nostalgia a Roma, al
clima dolce della mia città, alle giornate che adesso si stavano facendo
sempre più corte, e rimpiansi persino la pioggia insistente dell'autunno.
Man mano che mi allontanavo dall'albergo la strada si faceva sempre
più polverosa e assolata. Il concierge mi aveva informato che la casa
del signor Farouk era l'ultima della via: l'avrei riconosciuta grazie alle
due palme nane che stavano ai lati dell'ingresso. La localizzai
facilmente; spinsi un pesante cancello e mi ritrovai in un patio
ombreggiato da piante alte e rigogliose: sembrava che la gente del
luogo amasse tenere segrete le proprie dimore, quasi avesse pudore di
mostrare la propria intimità domestica. Nessuno dei servitori che mi
vennero prontamente incontro parlava italiano, ma appena chiesi del
signor Farouk mi guidarono in casa, verso un salottino piuttosto buio.
Passando dalla luce accecante della strada a quell'interno in penombra,
impiegai qualche istante ad abituare gli occhi. Ma in che genere di
abitazione mi aveva invitato, l'ambasciatore?
La stanza nella quale mi trovavo era circolare, con le pareti
tappezzate di damasco rosso e, intorno a me, ampi divani con una
quantità di sofficissimi cuscini di seta, sempre di colore rosso, bordati
da frange di fili argentei. Se non fosse stato per le snelle colonne di
marmo che sostenevano il soffitto, mi sarebbe sembrato di entrare nella
tenda di un sultano. Invece quel luogo doveva essere un bordello, per
quanto di gran lusso. Che magnifica idea aveva avuto l'ambasciatore!
Ci saremmo sicuramente intesi benissimo; per quanto la mattina non
fosse il momento migliore per quel tipo di svaghi.
Il fascino dell'Oriente mi conquistava ogni momento di più. In fondo,
il cardinale mi aveva avvertito! Non credo proprio che lui pensasse a
questo genere di locali mentre decantava le molte attrattive della
missione in Egitto... ma insomma, visto che ormai c'ero capitato, tanto
meglio! Eccomi, dunque: ero pronto a lottare contro le molteplici
seduzioni del peccato, e più che mai determinato a perdere con molto
onore la mia battaglia.
Quando mi sedetti su uno dei divani mi parve di sprofondare nelle
sabbie mobili tanto erano morbidi, ed ebbi il presentimento che mi
sarebbe dispiaciuto parecchio dovermi rialzare. La mia mente
accarezzava l'idea di una scura odalisca esotica che speravo sarebbe
giunta a irretirmi, la pelle vellutata lucida d'essenze profumate, vestita
solo di qualche velo trasparente, destinato presto a cadere.
Sobbalzai leggermente udendo un lieve rumore alle mie spalle: era
entrato un ragazzo molto giovane portando su un vassoio d'argento dei
dolci che a un primo sguardo sembravano torroncini. Emanavano un
delizioso profumo di mandorle, zucchero e pistacchio.
Il giovane servitore disse qualcosa che non compresi, e mi fece segno
di assaggiarli. Ne presi uno, e mi si appiccicò alla punta delle dita per
via dello zucchero che doveva essersi sciolto. Ne misi in bocca un
pezzetto... però! Il sapore era fantastico. Dolcissimo, forse persino un
po' troppo, ma delizioso. Mi ricordava la pasta reale che avevo
assaggiato anni addietro durante un mio viaggio a Siracusa. E in effetti
le due culture non dovevano poi essere tanto lontane.
Tornai a addentare il mio dolce con meno sospetto: al centro scoprii
un ripieno di bucce d'arancia candite che trovai sublime. Il ragazzo era
rimasto davanti a me in attesa di un giudizio: gli feci un sorriso di
apprezzamento che lo riempì di gioia. Quindi uscì, e dopo pochi minuti
tornò con un grande narghilè di lucido ottone. Mi fece un segno d'invito
a fumare, e al mio rifiuto, accompagnato comunque dal più largo dei
sorrisi, s'inchinò e andò via.
Rimasi alcuni istanti a godermi il piacevolissimo senso di
smarrimento che mi provocava quell'ambiente tanto inconsueto. Mi
parve di sentire profumo di mirra, mescolato all'aroma dello zucchero
con una nota leggera di gelsomino. Appoggiai la testa sul cuscino. La
mia mente galleggiava beata sognando le Mille e una Notte, così chiusi
gli occhi, ma solo per un momento.
Quando li riaprii, accanto al mio divano si era materializzato un
uomo alto e muscoloso, un vero colosso. Si doveva essere avvicinato
con il passo felpato di un gatto perché non aveva prodotto alcun
rumore: indossava un paio di pantaloni larghi e stretti alle caviglie, in
vita portava una fascia alta di colore azzurro e nient'altro. Il torace era
nudo e completamente rasato. L'uomo non disse niente, s'inchinò e mi
fece segno di seguirlo. Con grande riluttanza mi tirai su da quei morbidi
cuscini e lo seguii attraverso un percorso labirintico fino a un locale
che, per quanto degno d'un re, era senza dubbio una stanza da bagno.
Le pareti erano ricoperte da marmo candido fino a circa due metri dal
pavimento, e quindi ornate da una preziosa greca di mosaici, i cui
tasselli mi parvero di lapislazzulo, intercalato da frammenti di lamina
d'oro. Sul soffitto si apriva un oblò che inondava il locale di una luce
caldissima e avvolgente, e che cadeva su un alto tavolo, anch'esso di
marmo, sorretto da colonnine ritorte, sul quale era stato poggiato un
materassino di seta azzurra.
Quando il colosso mi fece segno di sdraiarmi sul tavolo, lo fissai
attonito. Non capivo una sola sillaba di quanto diceva. Allora mi si fece
vicino, e cominciò a toccarmi gli abiti facendomi capire che dovevo
spogliarmi. Lo scansai con una certa risolutezza. Ma che razza di
bordello era quello?
Forse avevo persino alzato la voce, perché il colosso si fece da parte
con aria piuttosto avvilita, e intanto nella stanzetta si precipitò
immediatamente un omino piccolo e scuro, dalla faccia gentile, con due
lunghissimi baffi sottili e neri. Era vestito elegantemente con un caftano
di seta a righe e un pregiato fez sulla testa.
«Prego, signore. Tutto buono!» mi ripeteva in un italiano stentato.
«Prego, io Farouk!»
E mi faceva gli stessi gesti del colosso, che dovevo cioè spogliarmi e
sdraiarmi.
«Muhammad molto bravo» continuava ammiccando con gli occhi.
Ce ne volle per far capire a Farouk che nudo e sdraiato, prono su quel
tavolo davanti a Muhammad, non mi ci mettevo neanche morto. Alla
fine l'omino si arrese e fece segno all'altro di andarsene. Quello si
inchinò e sparì dietro una porta, dalla quale dopo nemmeno un paio di
minuti entrò una donna completamente coperta di stoffe nere. La stazza
a dire il vero era più o meno la stessa di Muhammad, e immaginai
potesse essere sua sorella, ma almeno era una femmina... ne ero certo,
perché nonostante fosse avvolta da metri di stoffa, che sarebbero bastati
per le vele di un brigantino pirata, due enormi mammelle riuscivano
comunque a formare delle curve sotto il tessuto. La donna si inchinò, e
tirò fuori dai recessi profondi della sua veste una boccetta che appena
aperta diffuse nella stanza il profumo di un'essenza freschissima. Si
versò un po' di quel liquido sulle mani e cominciò a sfregarle tra loro.
Farouk mi sorrise: «Prego, signore. Anche Fatima molto buono!».
Finalmente avevo capito: stavano tentando in tutti i modi di farmi un
massaggio. E, a occhio e croce, quello doveva essere un hammam, un
locale dove si fanno bagni di vapore. Ne avevo sentito parlare, ma non
c'ero mai entrato in vita mia. Un posto niente male, pensai fra me, e
dunque acconsentii a spogliarmi, vincendo l'imbarazzo quando il
donnone mi fece segno che dovevo levarmi proprio tutto. In compenso,
mi allungò un asciugamano con cui avrei almeno potuto coprire le
vergogne.
Mi distesi sul materassino con circospezione. Era esattamente come
l'avevo immaginato: morbidissimo. E per un'ora galleggiai beatamente
in un limbo privo di pensieri.
Poi l'incanto finì. Con una lieve pacca sulla schiena, la donna
colossale mi fece capire che dovevo scendere. Mi alzai piano. Non è
che mi girasse la testa, ma mi sentivo un po' confuso. Un torpore
dovuto tanto alla beatitudine quanto a un'incomparabile leggerezza mi
ottundeva i pensieri. Ed era una sensazione magnifica. Tenendomi
l'asciugamano intorno alla vita, la seguii oltre una delle porte della
stanza e fui investito da una nuvola di vapore. Questo nuovo ambiente
era quasi buio, rivestito di maioliche lucide, bianco latte, decorate da
finissimi arabeschi azzurri e neri. Vi faceva un caldo terribile e avevo
già iniziato a sudare copiosamente. Guardandomi intorno scoprii che su
tre lati del locale si aprivano altrettanti archi, oltre i quali erano state
ricavate delle salette vuote, il cui unico arredo era costituito da un lungo
sedile di marmo appoggiato al muro.
Facendomi largo in quella fitta nebbia per poco non inciampai in un
uomo piuttosto grosso e quasi calvo, comodamente sdraiato su uno di
quei sedili alla stregua di un imperatore romano. Avrei pensato a
un'allucinazione se quello non mi avesse fatto cenno di accomodarmi.
«Benvenuto in Egitto, ingegner Borghesi» mi salutò cordialmente
senza cambiare posizione.
Era l'ambasciatore, evidentemente.
«Buon giorno, Eccellenza» lo salutai ossequioso.
«Bel posto per un colloquio, non è vero?» aggiunse mettendosi
seduto.
«Piuttosto inconsueto. Sono desolato, ma mio cognato non era in
albergo, stamattina.»
L'ambasciatore si asciugò la fronte madida di sudore.
«Davvero trovate inconsueto l'hammam, giovanotto? Sì, un pochino,
forse. Inconsueto per chi viene da Roma. Ma quando avrete preso un
po' di confidenza con l'Oriente, vi renderete conto che per scambiare
due parole lontano da orecchie indiscrete non c'è posto migliore di
questo! Quanto al resto, lasciate stare: ho atteso che vostro cognato
uscisse dall'albergo per mandarvi il mio biglietto. In realtà è proprio
con voi che desideravo parlare...»
«Per quale motivo volete parlare con me, Eccellenza? Non sono un
archeologo» gli risposi sedendomi su quel marmo bagnato e bollente.
L'ambasciatore sorrise.
«Lo so. Voi siete un ingegnere minerario, me lo hanno riferito.
Dunque l'uomo che fa al caso nostro. Vedete, quella che si sta
allestendo non è una spedizione archeologica. Perlomeno, diciamo che
non è di quelle comuni.»
«Ma davvero!» esclamai con un mezzo sorriso.
L'ambasciatore non raccolse la mia ironia, ma prese un vasetto di
essenze e se le spalmò sul largo petto sudato.
«Circa due anni fa si è verificato un caso piuttosto increscioso
durante la missione archeologica guidata da un certo Hans Brunner.
L'avrete sentito nominare, immagino.»
Risposi con un sì piuttosto evasivo. In realtà da settimane non sentivo
parlare d'altro.
«Hans Brunner era tedesco, e pare che fosse anche ben introdotto
nella cerchia del Führer a Berlino.»
Allora drizzai le orecchie. Capire bene quali fossero le propensioni
politiche di quell'archeologo geniale e sfortunato m'interessava molto.
«Mi hanno detto che il professor Brunner cercava la tomba di
Alessandro Magno su incarico dell'università di Monaco.»
L'ambasciatore annuì.
«Così infatti pare. Prima aveva scavato per un paio di settimane
nell'oasi di Siwah, poi si era spostato più a ovest, verso il confine con la
Libia, inoltrandosi per alcune decine di chilometri nel deserto. Ed è
proprio qui che la spedizione è finita drammaticamente.»
«Che cosa è successo, di preciso?»
«C'è stata un'esplosione molto violenta. Il che è strano, caro
giovanotto. Gli archeologi non portano con sé materiali infiammabili.
Qualche candelotto di dinamite per far saltare piccole strutture rocciose,
se serve: tutto qui. Gli indigeni hanno solo lampade ad acetilene. Lì
invece è successo il finimondo. Alcuni sopravvissuti parlano di una
fiammata enorme, come se si fosse aperta una breccia direttamente
sull'inferno.»
«Ma non mi dica...» sussurrai impressionato. Il sospetto che mi si era
infilato nella testa dopo il colloquio con Sergio Donadoni cominciava a
trovare conferme.
«Proprio così, caro ingegnere...» proseguì Sua Eccellenza
lanciandomi un'occhiata di traverso. «Una fuga di metano. L'abbiamo
pensato subito. Solo il metano che affiora in superficie può dar luogo a
un putiferio di quel genere. Basta un niente: una candela, un
accendisigari... e infatti c'è stato il finimondo.»
Finalmente tante cose mi erano chiare, in quella vicenda complicata.
«Avevamo infiltrato degli informatori nella missione di Hans
Brunner, era necessario, e anche ovvio, perché quella gente si
avvicinava al territorio italiano. Abbiamo saputo tutto immediatamente.
Così, abbiamo assoldato una tribù di pastori berberi perché simulassero
un'incursione. Molto scenografico: si sono gettati sull'accampamento a
briglia sciolta, sparando in aria con i fucili. Sembrava di stare nel
Lontano Ovest! E quindi hanno rubato qualche cosetta, tanto per
rendere credibile la messinscena della scorreria.»
Mi tornò in mente la foto della scultura che mi aveva mostrato Lord
Hamilton sul piroscafo. Tre chili di oro massiccio: altro che “cosetta”!
«Poi sono arrivati i nostri soldati e li hanno coraggiosamente respinti.
Per finta, beninteso» continuò l'ambasciatore.
«... Avendo cura di sequestrare tutto il materiale trovato» lo
interruppi.
«Evidente! Ma la cosa più interessante, comunque, è un'altra.»
«Dove si trova il metano, in genere, c'è anche il petrolio» lo prevenni.
L'ambasciatore sorrise compiaciuto.
«Infatti, abbiamo seri motivi di sospettare che sotto quelle sabbie si
nasconda un giacimento di greggio piuttosto grosso.»
Tornai con la mente a quando tutta quella storia era iniziata. Mio
padre mi notifica che devo partire per l'Egitto: si prepara una missione
archeologica italiana e il ministero chiede la presenza di un geologo.
Già quella notizia avrebbe dovuto mettermi una pulce nell'orecchio:
perché mai doveva servire un geologo per scavare le tombe dei faraoni?
Poi la spedizione finalmente parte, però dobbiamo imbarcarci a
Genova, poiché lì bisogna prendere contatti con l'avvocato Crispolti: il
quale non s'intende per niente di antichità o di belle arti, ma è un
dirigente dell'Azienda generale italiana petroli, guarda caso. È lui che
dovrà farci strada in Egitto per allestire la spedizione, aiutarci con la
burocrazia. Anche questo non è proprio normale: il capo di una
spedizione archeologica dovrebbe essere un archeologo esperto, non un
dirigente dell'Agip.
Poi, sulla nave ho occasione di parlare con quello stravagante
collezionista inglese, Lord Hamilton. Lui ha in mano alcuni reperti
della sfortunata missione di Brunner, che devono essere sfuggiti alla
requisizione. I reperti parlano di una sostanza molto preziosa che viene
fuori proprio lì, nell'oasi di Siwah. Com'è che la chiamavano, i nativi?
Ah, sì, il “sangue di Amon”. Che il sacerdote Potifar scopre, e secondo
le teorie dell'inglese trova il modo di sfruttare per farne un prezioso
unguento con il quale si arricchisce... altro che sangue degli dei! Ci
sarebbero state tante persone disposte a compiere addirittura stragi per
mettere le mani su un bel po' di quel “sangue”! E se Hamilton fosse
stato una spia inviata da Londra per ficcare opportunamente il naso in
questa delicata operazione al confine fra la Libia italiana e l'Egitto
britannico?
E il cardinale Pacelli, con gli occhi che gli brillavano dietro la
montatura degli occhialini dorati... che c'entrava lui con quella vicenda?
Possibile che il Vaticano sperasse di mettere le mani su quel pozzo di
petrolio? No, davvero improbabile... la testa mi girava, ma parecchie
cose adesso cominciavano a trovare una spiegazione logica. Il papiro
parlava dell'olio di Potifar... certo, il petrolio ha una consistenza
chiaramente oleosa. Mi ricordai della pece greca, una terribile miscela
incendiaria che permetteva di bruciare le navi anche in mare aperto.
Non era composta anche di petrolio? Sapevo che i popoli antichi
conoscevano il greggio, che i greci chiamavano naphta. Ma usavano
raccogliere quello che usciva, piuttosto scarso, dai giacimenti
superficiali che si trovavano soprattutto nell'area oggi denominata
Arabia Saudita. Se il sommo sacerdote Potifar aveva trovato una fonte
in Egitto per rifornirsi di quella sostanza, senza doverla comprare da
altri popoli, certo aveva passato ai suoi discendenti ebrei un grande
potere. Barattare con il faraone la possibilità di lasciare l'Egitto in
cambio di quel segreto: rivelare la rotta esatta per i pozzi di Potifar,
dove era possibile attingere il preziosissimo oro nero. Aveva del fiuto il
cardinale, a parlare di un vero “segreto di Stato”. E doveva trattarsi
senz'altro di un segreto militare.
Militari... ah, sì. Il professor Donadoni mi aveva raccontato che erano
arrivati i militari italiani e avevano sequestrato tutto, le statuette e così
pure le pietre che macchiavano le mani. Evidentemente, Donadoni non
aveva mai visto delle rocce petrolifere. Rocce simili a tante spugne,
intrise del prezioso fluido che emana un odore penetrante. Ma perché i
militari italiani avevano organizzato quel raid?
La voce dell'ambasciatore mi distolse dalle mie congetture.
«Il guaio maggiore, giovanotto, sono gli inglesi.»
«Questo, se il giacimento dovesse trovarsi nel sottosuolo egiziano. Se
è in Libia, cosa possono volere gli inglesi?» obiettai.
L'ambasciatore mi rivolse un'occhiata indulgente: doveva senza
dubbio considerarmi un ingenuo.
«In teoria, noi italiani potremmo metterci a scavare anche domani.
Ma non è così semplice. Il punto dell'esplosione ricade in territorio
libico, quindi controllato da noi: ma come si sviluppa esattamente il
giacimento sottoterra? Verso la Libia, principalmente, oppure verso
l'Egitto? Non c'è stato modo di effettuare verifiche accurate, del resto.
Nessuno ha più messo piede laggiù dopo la spedizione del professor
Brunner.»
«E non deve essere facile farlo...» commentai.
«Qualche noia certo va messa in conto. La situazione è molto tesa, da
queste parti.»
Sua Eccellenza mi rivelò che il re dell'Egitto odiava gli inglesi e,
quando si era recato in visita diplomatica a Roma, aveva fatto al
ministro Ciano un discorso interessante. Se l'Egitto si fosse proclamato
indipendente dal controllo britannico, la Gran Bretagna ovviamente
avrebbe aperto il fuoco: in tal caso, l'Egitto avrebbe chiesto volentieri
l'aiuto delle forze dell'Asse, e poi sarebbe passato sotto un protettorato
italiano. Gli era stato risposto che la questione interessava, ma il Duce
non voleva certo muoversi per primo. E Ugo Cavallero, il generale di
Corpo d'Armata, riteneva che in capo a due anni si poteva anche avere
un Egitto italiano: a quel punto il problema sarebbe stato risolto. Per il
momento, diceva Mazzolini, il nostro compito era indagare su questo
pozzo senza far scoppiare una guerra.
«Ma i tedeschi?» obiettai perplesso. «Possibile che si lascino sfilare
un pozzo di petrolio da noi italiani senza muovere un dito? In fin dei
conti, poveretto, è stato proprio quel Brunner che lo ha trovato!»
Mazzolini fece spallucce.
«Forse Hitler ha mangiato la foglia sulla faccenda del petrolio. Però
non è un problema: certo, il Führer preferisce che se lo pappi il fido
alleato italiano, piuttosto che il suo nemico Churchill. Questa cosa si
vedrà; e se il greggio è tanto, si potrebbe anche stipulare un accordo per
spartirlo. Ma prima lo dobbiamo trovare, ovvio!»
«Come pensate di fare?»
«Per ora si tratta di andare laggiù con una buona scusa ed effettuare
indagini in modo discreto. Bisogna capire qualcosa di più del
giacimento. L'idea della spedizione archeologica ci è sembrata buona:
anche in quel caso si scava. Brunner infatti stava scavando, e quindi la
cosa può passare come una semplice prosecuzione dei suoi studi. Pare
effettivamente che il professore promise a Hitler di ritrovare la tomba di
Alessandro Magno: per noi tale copertura va benone. Quindi,
ufficialmente, lo scopo della missione è quello: così abbiamo chiesto un
archeologo al Museo nazionale romano.»
«Ecco spiegata la presenza di mio cognato» soggiunsi con una punta
di rivincita. Mi divertiva l'idea che Lucio, nella sua vanagloria, in realtà
fosse solo una semplice zavorra necessaria alla missione come
paravento, ma del tutto inutile sul piano operativo. Ah, cosa avrei dato
per poterglielo riferire!
«Scusate, Eccellenza, se mi permetto una domanda. Voi avete
raccomandato di fare riferimento per le questioni archeologiche al
professor Sergio Donadoni, il quale segue scavi qui in Egitto da tempo.
Insomma, è un esperto. Perché non avete affidato a lui la missione?»
Sua Eccellenza sospirò.
«Era mia intenzione, infatti. Ma la proposta è stata bocciata. A Roma
hanno giudicato Donadoni un uomo di sentimenti fascisti troppo
tiepidi.»
«Capisco! Ma è giusto dirvi subito una cosa: io sono un ingegnere
minerario, e so come si lavora a un pozzo di petrolio. L'ho imparato dai
libri, però: non ho mai messo piede in un'installazione petrolifera!»
Sua Eccellenza sorrise, astuto.
«Di questo non dovete preoccuparvi, giovanotto. Avrete con voi
personale altamente qualificato. Piuttosto, vi raccomando estrema
circospezione. Se per caso venisse fuori che il giacimento si trova in
gran parte nel sottosuolo egiziano, allora noi ci mettiamo una bella
pietra sopra. Mi capite? In tal caso, non è mai esistito. Finché l'Egitto
resterà in mani inglesi, non è il caso di regalare un altro pozzo ai loro
petrolieri!»
«Certo, ma potremo fare solo un'indagine di massima. La posizione e
l'ampiezza del giacimento sarebbero comunque una nostra ipotesi. Non
ci saranno certezze, finché non potremo cominciare a scavare sul
serio.»
Mazzolini alzò le spalle.
«Adesso serve più che altro esaminare quelle rocce petrolifere e
capire se il greggio c'è, e dove e come è localizzato, più o meno. Poi
studieremo un sistema per estrarlo, se ne vale la pena.»
«Quindi l'intera faccenda dell'archeologia...»
«Una magnifica copertura!» mi interruppe l'ambasciatore. «È l'Agip a
pagare tutte le spese. Mors tua, vita mea, dicevano i romani» concluse
con un lieve sorriso.
«Che volete dire?»
«Pare che l'università di Monaco dove insegnava Brunner avesse
deciso di portare avanti le sue ricerche, però il governo tedesco non ha
concesso i fondi necessari, dato il completo fallimento della prima
sortita» mi spiegò Mazzolini.
Appena saputa la notizia, il conte Ciano si era mosso
immediatamente, riuscendo a far entrare l'Italia in compartecipazione
allo scavo. Le autorità italiane avevano saldato alcuni conti con le
assicurazioni che Brunner aveva lasciato in sospeso. E inoltre una parte
dei reperti più importanti sarebbe stata ceduta al Museo di Berlino. A
queste condizioni, quelli avevano acconsentito: dunque era diventata
una missione italo-tedesca. I funzionari dell'Agip presenti in Egitto
avevano organizzato la spedizione nella massima riservatezza, visto che
l'Egitto si trovava sotto il protettorato britannico. Formalmente la
missione risultava diretta dall'università di Monaco e dal Museo
nazionale romano, che aveva spedito in Egitto mio cognato.
«Ci serviva anche un geologo per la questione del petrolio, e voi,
giovanotto, siete stato raccomandato dal Vaticano».
«Perché vi fidate di me?» gli chiesi a bruciapelo. «E per quale
ragione non inviate nel deserto un esperto dell'Agip?»
Serafino Mazzolini mi assestò una generosa pacca sulla spalla.
«Ma bravo il mio ragazzotto uscito fresco fresco dall'università!»
esclamò con aria divertita. «Noi facciamo spostare un esperto dell'Agip
in un territorio costellato da giacimenti di idrocarburi, e poi
pretendiamo che le spie inglesi credano alla favola della nostra caccia
alle vecchie mummie? Figliolo, i dipendenti dell'Agip non muovono
nemmeno un passo senza che un esercito di osservatori discreti, zelanti,
insospettabili, si appunti ogni minimo dettaglio. Crispolti non crea
problemi in quanto è solo un avvocato, senza nessuna competenza
mineraria. Ma i suoi colleghi geologi vi assicuro che sono ben custoditi.
Voi invece... un bel giovanotto laureato da poco, senza ancora un
impiego, per giunta cognato del dottor Morandi inviato dal Museo
nazionale romano... mi seguite, adesso? Voi siete il perfetto “signor
nessuno”, e certo non darete nell'occhio!»
Dal tono scherzoso con cui lo aveva detto, compresi che nelle sue
parole non c'era alcuna volontà di offendermi. Anzi, l'ambasciatore
pareva proprio avermi preso in simpatia.
«Quindi, sono state spianate tante difficoltà proprio dai funzionari
dell'Azienda generale italiana petroli. La stessa, ragazzo mio, che a cose
fatte potrebbe procurarvi un ottimo posto di lavoro» continuò lui.
Mi tornarono in mente la faccia cordiale dell'avvocato Crispolti, il
suo bel cappotto di lana pregiata, l'orologio d'oro al polso, la lussuosa
automobile con l'autista che lo aveva accompagnato al porto di
Genova... accidenti se la prospettiva mi allettava!
«Intendiamoci bene, caro ingegnere» riprese Sua Eccellenza. «Ogni
ritrovamento archeologico è ben accetto, per carità: il Duce ci tiene a
scovare la tomba di Alessandro Magno. Però, non è questo ciò che
esattamente cerchiamo.»
«Credo che il professor Brunner avesse rinvenuto un'altra tomba,
molto più antica di quella di Alessandro Magno» suggerii senza fornire
troppi dettagli.
L'ambasciatore fece spallucce. Era evidente che per lui andava bene
tutto, e persino che non si scoprisse niente, purché, beninteso, ricevesse
buone notizie circa il petrolio.
«Abbiamo bisogno dei diari di Brunner, tuttavia.»
L'ambasciatore mi guardò stupito.
Gli spiegai quanto Donadoni mi aveva raccomandato: Brunner era
sulle tracce di una scoperta importante, non potevamo rischiare di
distruggere un sito archeologico di rilievo. Per essere sicuri di non fare
danni, ci servivano comunque i diari di scavo di Brunner. Il professore
doveva aver preso molti appunti, mentre procedeva con le sue ricerche.
Gli feci anche notare che Brunner aveva confidato qualcosa al professor
Evaristo Breccia su quanto sperava di ritrovare. Il mondo degli studiosi
ci teneva d'occhio, in un certo senso. Dovevamo evitare di
compromettere il sito archeologico.
«E dove sono, questi appunti?» chiese l'ambasciatore. Le belle arti
non erano certo il suo primo interesse: ma la questione si prospettava
delicata, e voleva evitare problemi di qualunque tipo.
«Alcuni sono andati distrutti durante l'esplosione» gli spiegai. «Ma
qualcosa dovrebbe essersi salvato. Credo si trovino al Museo del Cairo.
Così almeno mi ha detto Donadoni.»
L'ambasciatore si rischiarò in volto.
«Ah, meno male. Allora, non resta che procurarsi quei diari.»
Scossi la testa.
«Piano, Eccellenza. Non è così semplice. Pare che i quaderni di
Brunner siano nelle mani di quella sua allieva fidata, la Rosenheim, che
però li custodisce con incredibile gelosia, da quanto ho capito.
Donadoni suggerisce di farci accreditare da voi. Ma sarebbe ancora
meglio se veniste direttamente con noi al Museo. Per far capire che la
cosa è sostenuta ufficialmente dalle autorità italiane.»
L'ambasciatore sorrise.
«Al Museo del Cairo, dalla Rosenheim? Accidenti, giovanotto: non
me lo faccio ripetere due volte!»
Sembrava ringalluzzito, anche se mi riusciva difficile comprendere i
motivi di quell'entusiasmo improvviso per il Museo. Notai che non
portava la fede al dito. Forse era scapolo, e l'attempata valchiria tedesca
lo aveva avvinto col suo fascino intellettuale... o magari poteva aiutarlo
a bruciare le tappe per far carriera nel Partito? Sì, quest'ultima ipotesi
mi convinceva di più.
Mi tese la mano e me la strinse con enfasi.
«Bene, ragazzo! Allora ci vediamo all'Ambasciata stasera alle cinque,
quando farà meno caldo. E da lì raggiungeremo il Museo.»
Ma prima di lasciarmi da solo nella saletta invasa di vapore, si voltò.
«E se vostro cognato per caso avesse da fare, non state lì a
disturbarlo. Ce la caveremo benissimo da soli!»
PROFESSOR E. ROSENHEIM.

Infatti tutto ciò che si fa per portare soccorso a coloro che soffrono, qualunque
sia la loro confessione religiosa e a qualsiasi nazione appartengano, non può non
essere approvato e incoraggiato dal Santo Padre.
Lettera del Segretario di Stato cardinal Eugenio Pacelli al Nunzio apostolico in
Irlanda Paschal Robinson, 26 ottobre 1938.

A mezzogiorno Lucio mi fece pervenire in albergo un biglietto per


avvertirmi che non sarebbe rientrato fino a sera. Aveva trovato
materiale interessante nella Biblioteca reale del Cairo, perciò voleva
approfittarne. Sorrisi ripiegando il foglio. Accidenti, quella ricerca della
tomba di Alessandro il Grande doveva essere diventata un chiodo fisso,
per lui. E intendeva fare di tutto per ritrovarla. Forse già si vedeva in
Parlamento, accolto al suo ingresso da un lungo applauso...
La vita mi sembrò paradossale. Hitler incarica questo famoso
egittologo tedesco di rintracciare il campione della superiorità ariana, il
grande conquistatore che fondò il primo impero della civiltà
occidentale, e Brunner invece si mette sulle tracce della tomba di
Potifar, colui che diede agli ebrei la facoltà di lasciare la schiavitù
d'Egitto. Certo, a Berlino dovevano ignorare del tutto il vero obiettivo
delle ricerche di Brunner: Hitler non avrebbe mai finanziato studi sulla
storia degli ebrei, che riteneva esseri inferiori e indegni di qualunque
considerazione. Bisognava assolutamente tacere su Potifar e i suoi
legami con l'oasi di Siwah; il Segretario di Stato del Vaticano mi aveva
raccomandato il silenzio assoluto, da me purtroppo già infranto per
essermi fatto sfuggire di mano quella maledetta lettera.
Naturalmente ero felicissimo che Lucio non venisse con me al Museo
del Cairo; e se non avevo capito male, lo era anche Sua Eccellenza
l'ambasciatore. Infatti, appena lo raggiunsi e seppe che ero da solo, gli
vidi stampata in faccia un'espressione piuttosto sollevata. Notai che
l'ambasciatore era vestito in modo elegante, i pochi capelli rimastigli
lucidati con la brillantina, e si era profumato con un'ottima acqua di
colonia, come se dovesse recarsi a un appuntamento galante.
Il viaggio sull'automobile dell'Ambasciata fu magnifico. Non ero mai
stato su una vettura tanto lussuosa.
Poco prima di scendere, Sua Eccellenza mi fece vedere un biglietto
che teneva in tasca.
«Quasi dimenticavo! Leggete questo.»
«Che cos'è?» chiesi curioso mentre lo aprivo.
«Un telegramma intercettato dai nostri servizi informativi. Si nomina
proprio l'oasi di Siwah, dove voi andrete a scavare. Capite, giovanotto,
che in quanto rappresentanti del governo italiano, abbiamo il preciso
dovere di tenere tutto sotto controllo. Ve lo mostro a questo scopo,
perché stiate sempre con gli occhi bene aperti. Ci sarà un certo
movimento da quelle parti, a quanto pare: ma non sappiamo con
esattezza di cosa si tratti.»
«A chi era diretto, Eccellenza?»
Mazzolini aggrottò la fronte.
«A un curioso aristocratico inglese con il pallino delle antichità, so
che voi lo avete conosciuto durante il viaggio da Genova. Mi pare si
chiami Lord Harrison, o qualcosa del genere...»
«Lord Hamilton?!» esclamai spalancando gli occhi.
L'ambasciatore ridacchiò.
«Sì, può essere...» aggiunse facendo spallucce. «E anche per questo
vi mostro il messaggio. Quel nobile mi ha scritto chiedendo di poter
partecipare alla missione. Pagherà parte delle spese, e certo questo ci
farebbe comodo. Però vorremmo stare tranquilli sul suo conto.»
Gli risposi con un sorriso un po' beffardo.
«Eccellenza, da quanto ho capito quello stravagante riccone crede
che l'oasi di Siwah nasconda una qualche sorgente termale dai poteri
benefici. Dice che ha trovato un papiro antico in cui risulta che questa
fonte nascosta possedesse proprietà curative per la pelle... insomma,
vorrebbe scoprire se è vero e magari ottenere la concessione per
sfruttare questo fango miracoloso a scopo commerciale.»
Mazzolini mi sembrò rassicurato. E quindi mi passò il foglietto dove
aveva ricopiato il testo del telegramma.
Convincere Ester spaventata stop. Eventualmente comprare sua
presenza stop. Collegarsi cercatori oro Siwah stop. Dirigere merce oasi
Bahariya stop. Ricongiungersi caravanserraglio stop.
Helfer
Quella firma, “Helfer”, mi colpì come una sassata in piena fronte.
Deglutii lentamente, dovevo dissimulare a ogni costo la mia sorpresa.
Helfer era il nome con cui si firmava il Segretario di Stato nella
lettera diretta alla professoressa Rosenheim. E poi quella telefonata
fatta dall'ufficio del papa, quella che l'Ovra aveva intercettato e quindi
passato a Lucio: anche lì si nominava questa Ester. E così pure il Re di
Babilonia, che secondo i servizi segreti italiani era Hitler. Non ne avevo
il minimo dubbio.
«Chi è questa donna?» chiesi all'ambasciatore.
Lui sbuffò, scuotendo la testa.
«Non lo sappiamo. Magari è una spia, oppure non si tratta nemmeno
di una donna in carne e ossa. Vedete questo riferimento all'oasi di
Bahariya e ai cercatori d'oro? Potrebbe trattarsi di qualche trafficante
che importa merci di contrabbando dai Paesi dell'Africa centrale. Oro,
diamanti dal Sudafrica, avorio. Il nostro Lord Hamilton magari è
collegato a questi traffici, e vuole partecipare alla missione proprio per
questo.»
«Un traffico illegale di merci preziose, dunque...» mormorai piuttosto
perplesso. «Ma che cosa c'entra, con la nostra missione?»
«Niente, giovanotto, rilassatevi!» replicò lui dandomi una forte pacca
sulla spalla. «A noi non importa un accidenti di quanto fanno gli
inglesi, figuriamoci... ma non vogliamo rogne. Se vi accorgete di cose
strane, trovate una scusa e chiedete di mettervi in contatto via radio con
l'Ambasciata.»
Un brivido mi attraversò la schiena. Diamine, quanti movimenti
clandestini serpeggiavano nell'ombra di quella spedizione!
Ma il testo di quel telegramma era la cosa peggiore. La presenza del
nome Helfer non mi lasciava tranquillo. Però non potevo rivelare a Sua
Eccellenza il contenuto della lettera riservata per la Rosenheim, quella
che avevo visto e invece non avrei dovuto vedere.
Il telegramma firmato Helfer doveva provenire dal Vaticano, senza
dubbio: ed era diretto a Lord Manfred Hamilton. Lord Hamilton e il
Segretario di Stato Pacelli erano in rapporto fra loro, dunque. Ma cosa
li univa, a parte la passione per l'archeologia?
Il Vaticano aveva bisogno di raccogliere informazioni, e si serviva di
gente fidata fuori dai canali ufficiali. Forse Hamilton era solo un
conoscente di Pacelli, qualcuno a cui era stato dato incarico di portare
un messaggio chiuso nella sua valigia privata, che certo le spie del
regime non potevano aprire. In fondo, era andata proprio così nel mio
caso, con quella lettera affidatami per la Rosenheim. Ma se due più due
faceva davvero quattro...
Eugenio Pacelli e Lord Hamilton erano in contatto fra loro: Pacelli
manda una lettera alla Rosenheim in cui le mostra il disegno di quattro
ideogrammi sconosciuti, e anche il lord contatta la studiosa per motivi
scientifici, a quanto dice. Un triangolo sinistro di contatti
apparentemente solo di studio... ma cos'altro c'era dietro il mistero di
quei quattro geroglifici?
Molto complicato, davvero. E la testa mi scoppiava. Intanto mi era
chiaro un fatto: il Segretario di Stato e Lord Hamilton mi avevano
mentito. No: per essere precisi, mi avevano raccontato una loro storia,
la quale rivelava probabilmente solo una faccia della verità.
Scendemmo dalla vettura e l'ambasciatore mi fece segno di entrare. Il
Museo aveva una struttura architettonica moderna, molto bella, che si
sarebbe integrata perfettamente nell'urbanistica di Roma o Milano, e
ricordava la sede di un ministero.
«Sarà il caso che vada a salutare per primo il direttore» mi disse
l'ambasciatore con aria cospirativa. «Ci aprirà qualche porta in più.
Intanto voi cominciate a informarvi. So che il Museo possiede una
biblioteca molto fornita.»
Sua Eccellenza mi lasciò da solo nell'atrio. Mi sentivo spaesato e con
la mente piena di pensieri confusi.
All'interno l'edificio era anche più bello. Mi colpì immediatamente
uno strano profumo che non avevo mai sentito prima. Era un misto di
spezie, umidità, polvere e muffa.
«Questo è l'odore dei papiri antichi» fece alle mie spalle un
impiegato che mi aveva notato annusare l'aria.
«Scommetto che siete italiano, è vero?»
Gli sorrisi e gli tesi la mano.
«Molto piacere: Alessandro Borghesi.»
«Mario Cerruti» si presentò garbatamente. «Posso esservi utile?»
«Grazie, un aiuto mi sarebbe prezioso. Sto cercando la Biblioteca del
Museo.»
«Credo che sia chiusa per l'inventario, in questi giorni. Ma vi faranno
dare un'occhiata lo stesso, visto che siete italiano. Sapete, siamo
piuttosto benvoluti qui in Egitto. I libri si trovano quasi tutti al primo
piano. Prendete le scale, in fondo al corridoio.»
Mi avviai verso la scalinata e cominciai a salire i gradini: continuavo
a scervellarmi su quell'intrigo di telegrammi intercettati e di messaggi
cifrati, così, distrattamente, salii due piani anziché uno solo. Lì per lì
non me ne resi conto, e infatti, arrivato sul pianerottolo, mi persi.
L'impiegato aveva detto in fondo al corridoio... ma non vedevo nessun
corridoio. Solo un vasto atrio luminoso, sul quale si aprivano quattro
grandi porte. Quale scegliere? Decisi di entrare nella prima. Cigolò
lievemente alla mia spinta. La stanza era ampia, con le pareti foderate
di libri fino al soffitto. Da una larga vetrata sul fondo entrava la luce già
rosata della sera. Feci qualche passo in direzione di una musica che
proveniva da un angolo della stanza. Intuivo che dietro uno scaffale
messo di traverso, a mo' di séparé, doveva esserci uno studiolo. Percepii
il suono di una voce femminile, in sottofondo. Avvicinandomi, distinsi
che recitava parole in diverse lingue, brevi frasi scandite lentamente
come una nenia monotona: immaginai si trattasse di titoli di libri. Mi
affacciai al limitare dello scaffale. Dietro un'imponente scrivania, una
donna con i capelli completamente bianchi, dal piglio severo, stava
scrivendo qualcosa.
Benché tenesse il viso basso, notai che aveva un'espressione arcigna.
Eccola, la vecchia valchiria che aveva maltrattato l'orgoglio intellettuale
del povero Lord Hamilton... accidenti, era anche più brutta di quanto
l'avessi immaginata!
Non sarebbe stato uno scherzo farsi concedere il permesso di
consultare quei diari. Aveva tutta l'aria dell'accademico scontroso e
iracondo che vive delle sue ricerche, per le quali sarebbe disposto a
vendere anche il cadavere della propria madre.
Mi guardai intorno, d'istinto, cercando qualcuno d'animo buono che
mi potesse dare aiuto. E per la miseria, lo trovai.
Quasi nascosta, in bilico su una scaletta appoggiata a uno scaffale,
vidi la figura di una ragazza alle prese con una pila di libri. Rimasi
totalmente inebetito a fissarla.
La giovane non mi sembrò altissima, però slanciata. Stava di spalle, e
in una posa che le metteva in evidenza la vita sottile e un fondoschiena
rotondo che pareva scolpito da un artista divino. Aveva gambe lunghe e
affusolate, che potei ammirare molto più del lecito perché la gonna di
lino grigio era stata sollevata da un lato con una spilla, per salire più
agevolmente sulla scaletta. Gambe da sogno, fasciate in impalpabili
calze di seta nera con la riga. E tacchi alti, scarpette eleganti di vernice
nera lucida. Sopra indossava una camicetta di organza color avorio,
leggera come le ali di una farfalla. Aveva i capelli soffici, ondulati, di
un biondo caldo pieno di riflessi d'oro. Non avevo mai visto una
bibliotecaria così bella. Improvvisamente, la ragazza si voltò,
percependo una nuova presenza nella stanza. La contemplai con aria
rapita: il suo viso fu per me una sorta di rivelazione. Assomigliava a
una Madonna di Raffaello. O a quel ritratto di giovane dama nel
castello reale di Monaco di Baviera, all'interno della galleria delle belle
donne fatte immortalare dal folle re Ludovico II nel castello di
Nymphenburg. Si chiamava Caroline von Holnstein, la donna più bella
che avessi mai visto in un dipinto. Anche la sua storia era
tremendamente romantica: sposata a soli sedici anni con un nobile
molto più vecchio di lei, durante un banchetto di gala incontra il
giovane e affascinante Wilhelm von Künsberg, e se ne innamora
follemente. Lui la ricambia: e come dargli torto? Caroline fugge nel
castello del suo amante. Il marito, pazzo d'amore, non si rassegna alla
separazione perché spera in cuor suo che la bellissima donna prima o
poi voglia tornare da lui. In seguito alla morte dei loro rispettivi
coniugi, Caroline e Wilhelm si sposano e rimangono insieme fino alla
morte. Mi era sembrata una storia meravigliosa, e non potevo
dimenticare un viso come quello: delicato, quasi infantile, e nello stesso
tempo di incantevole sensualità.
Ecco, la sconosciuta assomigliava alla bellissima Caroline. Aveva
lineamenti regolari e pelle candida, le gote leggermente arrossate. Gli
occhi di un verde intenso e scuro, che ricordava gli abeti di montagna.
E la bocca piccola, delicata, morbida e carnosa come un cuore che
palpita. Ma la giovane bibliotecaria del Cairo aveva un dettaglio che il
ritratto a mezzobusto di Caroline von Holnstein non mi aveva permesso
di apprezzare: non credevo che un viso così soave potesse esistere, in
una sola persona, associato a un paio di gambe e a un fondoschiena
come quelli.
Intanto la ragazza era scesa dalla scaletta e mi era venuta incontro
reggendo una pila di libri con aria piuttosto seccata.
«Desiderate?» mi chiese in un tedesco tremendamente musicale.
Mi sentivo paralizzato. Acciuffai al volo la frase migliore che mi
riuscisse di ricordare: e, in quel momento, benedissi la terribile suora
svizzera che aveva fatto di me un buon allievo a furia di bacchettate.
«Sto... sto cercando la Biblioteca del Museo» risposi esitante, ma
sfoderando il mio sorriso migliore.
La bibliotecaria mi lanciò un'occhiata un po' meno ostile.
«Siete italiano, vero?» domandò con un accenno, anche lei, di
sorriso.
Probabilmente si vedeva lontano un chilometro che ero italiano. Le
ricambiai il sorriso e feci segno di sì.
«Avete sbagliato piano, signore» replicò con garbo. «Questi sono i
locali della Fondazione Hans Brunner. La Biblioteca del Museo si trova
al piano di sotto. Comunque, credo sia chiusa per inventario.»
Poi si voltò tornando alla sua incombenza e troncando di netto la
nostra conversazione. Guardai l'arcigna studiosa seduta alla scrivania,
la quale non mi aveva degnato del benché minimo sguardo. Era chiaro
che dovessi cercare ancora l'aiuto di quella dea bionda.
«Scusate signorina, come si può fare per consultare dei testi?»
La ragazza si voltò di nuovo. Notai che aveva al collo una sottile
catenina d'oro con una piccola croce di diamanti, e un'altra collanina
dalla quale pendevano un paio di eleganti occhialini. Se li portò sul
naso per osservarmi meglio. Era deliziosa: gli occhiali le davano un'aria
di professorale sensualità.
«Mi spiace, ma come vi ho detto la Biblioteca del Museo oggi è
chiusa. Potrete però trovare molte cose utili anche nella Biblioteca reale
della città.»
«No, purtroppo. Quel che cerco è qui. E a dire il vero, non sono
nemmeno sicuro che ci sia!» esclamai sconsolato.
La bibliotecaria si mostrò sensibile alle ansie di un ricercatore, quasi
provasse un po' di pena per me, e mi sorrise di nuovo.
«Questo però possiamo verificarlo subito. La biblioteca è chiusa, ma
gli inventari sono consultabili. Il titolo del libro che cercate, prego?»
Scossi la testa.
«No, non si tratta di un libro. In realtà sto svolgendo una ricerca
molto particolare.»
La ragazza sembrò improvvisamente interessarsi a me.
«Che tipo di ricerca?» mi chiese con gentilezza.
«Ecco, mi servirebbe consultare i diari di scavo del professor Hans
Brunner. Uno studioso italiano mi assicura che dovrebbero essere
conservati proprio qui al Museo. E se questi sono i locali della
fondazione intitolata a lui...»
Quando pronunciai quel nome, la splendida bibliotecaria si irrigidì. E
la studiosa seduta alla scrivania sollevò immediatamente gli occhi dal
foglio, fulminandomi. Poi, senza alzarsi, si diresse verso di me. Solo
allora mi avvidi che era costretta su una sedia a rotelle.
«Perché vuole i diari del professor Brunner?» mi chiese in tono
secco. Il suo accento tedesco era duro, molto diverso da quello della
ragazza. Sembrava piuttosto del Nord.
Benché Donadoni mi avesse messo sull'avviso, non ero preparato a
una simile ostilità. Sentii irresistibile la tentazione di andarmene: i diari
di Brunner non erano certo affar mio, potevano sbrigarsela
tranquillamente sia Lucio che Sua Eccellenza l'ambasciatore. Però la
bellissima, dolce bibliotecaria aveva ormai catturato la mia fantasia, e
mi sentivo attratto da una forza magnetica. Decisi di restare. Ma cosa
avrei dovuto rispondere a quel punto?
«Ah, finalmente vi abbiamo pescato! Ma dove vi eravate cacciato,
amico mio?» La voce allegra di Sua Eccellenza Mazzolini che mi
raggiungeva alle spalle mi venne in soccorso come un miracolo
insperato.
L'ambasciatore guardò le due signore con un sorriso seducente, si
tolse il cappello e si profuse in un inchino esagerato verso la donna
sulla sedia a rotelle.
«Signora carissima» la salutò con un perfetto baciamano, parlando in
italiano, mentre la vecchia arcigna piegava la testa in un gesto di
composta degnazione. Poi si voltò: e, come se il Paradiso stesso si fosse
aperto per inondarlo di luce, aprì le braccia verso la bella bibliotecaria.
«Oh, la nostra splendida Sissel! Che visione, in questo luogo di tristi
mummie!»
La ragazza sorrise e gli tese la mano, che quello baciò con un
sussiego esagerato.
«Avete ricevuto il mio contributo natalizio per la vostra fondazione?»
le chiese come se si informasse su un mazzo di rose o su un collier di
diamanti.
«Grazie, Eccellenza. In anticipo come sempre» rispose lei in italiano,
un italiano imperfetto che però sulla sua bocca risuonava come una
musica di Mozart.
«E avete già conosciuto il nostro ingegner Borghesi, arrivato fresco
fresco dall'Italia?» le chiese rivolgendosi verso di me.
La ragazza fece un cenno vago.
«Stavo appunto spiegando a questa splendida bibliotecaria...» Ma
dovetti fermarmi, perché l'ambasciatore era diventato tutto rosso e si
era messo a tossire come se fosse sul punto di strozzarsi. Mi prese per
un braccio e mi trascinò lontano da lì.
«Scusatemi, signore. Credo mi sia andata di traverso la caramella!»
Quando ormai eravamo di fuori, Sua Eccellenza tirò un sospiro di
sollievo.
«Amico mio, voi siete uno sfacciato con i fiocchi!» mi rimproverò.
Lo guardai esterrefatto.
«Sfacciato, io?! E perché mai?»
L'ambasciatore aggrottò la fronte, severo.
«Perché mai? Avete appena dato della “splendida bibliotecaria” alla
professoressa Rosenheim. Poco ci mancava che le faceste una serenata
romantica, magari cantando Chitarra romana! Ma non sapete che è il
più noto egittologo del Cairo? Non si fa, amico mio. Decisamente non
si fa!»
Il cappello mi cadde dalle mani. La Rosenheim... quella bibliotecaria!
«Ma... non capisco. È così...» balbettai, appena mi ripresi.
«No, non è poi tanto giovane» mi interruppe l'ambasciatore. «Deve
avere almeno ventisei anni.»
«Io... non so cosa dire. Mi avevano detto che la Rosenheim era una
zitella acida...» replicai quasi instupidito.
L'ambasciatore mi guardò con disapprovazione.
«Ma santo Cielo, che andate dicendo? Zitella, sì, in un certo senso,
perché non è ancora sposata. Ma dico, ragazzo, l'avete vista bene? Roba
da infarto, in fede mia!»
«Voi però l'avete chiamata con uno strano nome...» tentai di
scusarmi.
Mazzolini sbuffò.
«Si chiama Elisabeth» rispose con un sospiro. «Io, però, e qualche
altro privilegiato la chiamiamo Sissel. Vi hanno dato informazioni
assurde, caro giovanotto. Siete sicuro che non fosse uno scherzo?»
Ripensai bene a tutto l'equivoco. L'indirizzo sulla busta che mi aveva
consegnato il cardinale portava scritta solo l'iniziale, appunto una E. Poi
era stato Lord Hamilton a parlarmi di una zitella acida e scontrosa.
Dunque, Lord Hamilton mi aveva giocato un brutto tiro. L'aveva fatto
apposta? O forse semplicemente non conosceva quella donna di
persona? Comunque, ormai era fatta. Una figuraccia senza precedenti.
E se la studiosa aveva quel carattere permaloso che dicevano? Come
rimediare, adesso?
L'ambasciatore scosse la testa.
«Ormai è tardi, il Museo sta per chiudere. Ci conviene tornare alla
nostra automobile. Vi riporto in albergo. Ho parlato con il direttore del
Museo, che mi ha assicurato la massima disponibilità da parte sua.
Tuttavia, se i libri che vi servono non fanno parte dei fondi del Museo,
temo che dovrete ritornare dalla nostra Sissel. Se sono affidati in
custodia all'assistente di Hans Brunner, allora lei è proprio la persona
giusta.»
«Chi è l'altra donna? Quella vecchia arcigna sulla sedia a rotelle.»
«La vedova di Brunner. Dopo l'incidente capitato al marito venne qui,
e requisì tutti i suoi libri. Poi arrivò anche Sissel, dall'università di
Monaco. In quanto assistente del defunto Brunner, si offrì di continuare
i suoi studi. Sulle prime si credeva che non legasse con la vedova. Poi
dev'essere successo qualcosa. Le due donne hanno preso confidenza.
Forse la signora Olga si rende conto che un aiuto le è prezioso, nelle
sue condizioni. Comunque, adesso pare che vadano d'accordo. Il che
personalmente mi inquieta.»
Fissai l'ambasciatore. Aveva un'espressione preoccupata.
«Perché, Eccellenza?»
L'ambasciatore mi guardò esitante.
«Ho un debole per la bella Sissel, amico mio» mi confidò abbassando
la voce. «... E chi non ce l'avrebbe, dico bene? Capitemi, si tratta di un
amore platonico. Ci tengo che non si metta nei guai, ecco tutto.»
Quelle parole mi fecero sobbalzare.
«Nei guai?» chiesi.
«Non ne sono sicuro, però... quel Brunner era un nazista, lo dicono
tutti. E anche sua moglie ha decisamente l'aria di essere una fanatica
esaltata. C'è qualcosa nel suo sguardo che non mi piace. E non vorrei
che la nostra Sissel si sia esposta ad accordi rischiosi, pur di avere i libri
che servono alle sue ricerche!»
L'ambasciatore mi lesse negli occhi la sua stessa premura.
«Eh, caro giovanotto... spero che le notti d'Oriente vi portino buone
sorprese. D'altronde, immagino che voi possiate far molto.»
«Che cosa, di preciso?» gli chiesi accigliato. «Vorrei essere utile, in
un modo o nell'altro.»
L'ambasciatore sorrise e mi scrutò con un sospiro.
«Siete fortunato, caro ragazzo. Avessi io i vostri anni! A ogni modo,
la prima cosa da fare è ritornare qui domattina, sperando che
l'inventario sia finito. Cercate di parlare con la bella Sissel e di farvi
dare il permesso di consultare quei diari. Forse sarà necessario che la
vecchia conceda il suo benestare; se è così, ci penseremo. O magari
sono tra le scartoffie che la studiosa ha già potuto esaminare. E mi
raccomando...» disse salendo in automobile per tornare all'albergo «non
dimenticate di portarle dei fiori. Possibilmente orchidee, se ne trovate.
La giovane Sissel le adora!»
IL SORRISO DELLA DEA CARNALE

Era il tutore di una ragazza, figlia del fratello di suo padre, il cui nome era
Ester. A motivo della morte dei suoi genitori egli stesso l'aveva cresciuta fino a
diventare donna: ora era una donna incantevole!
Libro di Ester, 2, 7.

L'indomani mattina mi alzai prestissimo. Avevo chiesto la sveglia alle


sei e mezzo, ma dalla faccia insonnolita del cameriere venuto a bussare
alla mia porta intuii che per il personale dell'albergo quello doveva
essere un orario molto inconsueto. Mi sentivo diverso, era come se
l'Oriente mi avesse già cambiato. Contemplai dalla mia terrazza il sole
che sorgeva dalle acque del Nilo: non mi sembrava più così strano,
adesso, se i popoli vissuti lungo quelle rive avevano creduto che
quell'enorme disco di fuoco celasse qualcosa di divino.
Mi lavai e mi rasai con estrema cura. Poi indossai il mio abito
migliore. Feci colazione in fretta, ansioso di uscire dall'albergo. Non
volevo per nessun motivo che Lucio incontrandomi mi chiedesse di
venire al Museo con me. Quel momento era tutto mio. Era solo per me.
Nel prendere dalla valigia la lettera per la professoressa Rosenheim,
istintivamente mi ero messo in tasca anche l'anello con il lapislazzulo,
dono del cardinale. Li chiusi entrambi in una tasca interna della giacca,
e con una magnifica composizione di orchidee esotiche, le più belle che
era stato possibile trovare al Cairo, mi incamminai verso il Museo.
Ritrovai subito la stanza affollata di libri dove ero stato la sera prima;
sentii un delizioso ticchettare di tacchi femminili e mi avvicinai.
Anche questa volta la bella studiosa era indaffarata a sistemare dei
libri sui ripiani, ma per fortuna era sola. Poggiò alcuni volumi sulla
scrivania, prese un foglio e si allontanò di nuovo. Appena mi diede di
nuovo le spalle, mi accostai in punta di piedi alla scrivania, e lasciai lì
sopra le orchidee. Poi mi nascosi dietro a uno scaffale e aspettai.
Qualche minuto più tardi Sissel tornò e restò a bocca aperta vedendo
i fiori. Dopo averli contemplati e carezzati come se fossero un tenero
gattino, cominciò a cercare un biglietto che le rivelasse l'identità del
misterioso ammiratore. Non lo trovò. E a quel punto, timidamente, mi
feci vedere.
«Mi perdoni, dottoressa» il titolo di “professore” mi pareva troppo
duro, «sono stato molto sgarbato, ieri sera! Volevo chiederle scusa con
questi fiori.»
La studiosa mi guardò confusa. Forse il mio tedesco mi aveva tradito,
avevo detto qualcosa che non andava...
Lei si passò una mano su una guancia: notai, con piacere, che era
arrossita.
«Grazie, ma non doveva» mi rispose in italiano, formalmente. «Le
spiace se parliamo la sua lingua? Almeno avrò occasione di fare un po'
di pratica.»
Le sorrisi, assai grato per la proposta che mi metteva molto più a mio
agio. Poi tornai alle spiegazioni.
«È che mi è talmente difficile immaginare un accademico con le
sue...» Stavo per dire “gambe”, ma per fortuna mi frenai e dalla bocca
mi uscì: «Con i suoi occhi!».
Contrariamente alle mie aspettative, la giovane donna non si
ammorbidì affatto al mio complimento; anzi, parve assumere
un'espressione distante.
«Immagino» mi rispose un po' freddamente.
Era il caso di allontanare la discussione da qualunque cosa
somigliasse a un complimento, pensai. Evidentemente, Sissel non
gradiva essere corteggiata. Quindi mi schiarii la gola.
«So che è lei a custodire i diari di scavo di Hans Brunner. Dovrei
consultarli» dissi con un tono molto più serio.
La donna si avvicinò e mi puntò addosso quei suoi occhi verdissimi,
inquieti e vagamente tristi.
«Lei è un egittologo?» mi chiese con una leggera aria di sfida.
«Perché me lo chiede?»
Mi rispose pronunciando una parola in una lingua a me sconosciuta.
Si fermò a osservare la mia reazione, e siccome restai impassibile, si
mise a ridere.
«No, decisamente, non è un egittologo.»
Era proprio deliziosa, e io avrei voluto possedere due lauree in quelle
arcane materie per intrattenermi a dialogare all'infinito con lei.
«E come fa a saperlo?» le chiesi sorridendo anch'io.
«Oh, l'ho appena insultata in modo piuttosto pesante. E lei non ha
battuto ciglio!»
Mi vergognai un po', ma almeno ero riuscito a divertirla. Le donne
hanno sempre un debole per chi sa farle ridere.
«Touché!» esclamai allora inchinandomi. «Non sono un archeologo.
Mi occupo di minerali e altre cose più prosaiche, dottoressa. In realtà
prenderò parte a una spedizione archeologica come professionista di
supporto. Quei diari ci aiuterebbero a raggiungere il nostro obiettivo, e
sarebbero importanti per evitare di provocare danni al sito.»
La studiosa mi fissò perplessa.
«Il direttore del Museo mi ha accennato qualcosa» disse
distrattamente. Poi allungò un braccio e mi indicò un armadio di ferro
sul fondo della stanza. Aprì un cassetto della scrivania, e ne tirò fuori
un grosso mazzo di chiavi.
«Prego, signor...»
«Ingegner Alessandro Borghesi» intervenni con un lieve inchino.
«Deve scusare se non mi sono presentato prima. Sono imperdonabile.»
«Prego, ingegner Borghesi. I diari del professor Brunner sono
custoditi in questa stanza. Potrà consultarli liberamente.»
E voltandomi le spalle, si diresse verso l'armadio. La vidi armeggiare
con tre serrature diverse. Accidenti, pensai, i diari di Brunner dovevano
essere una merce piuttosto ambita... ma non riuscivo a concentrarmi
sugli aspetti culturali del nostro incontro: la guardavo, e mi sentivo
rapito.
Era incantevole. Indossava un abito di seta color rosa antico, stretto
sul busto, che valorizzava un seno alto e generoso, ma non eccessivo.
La vita sottile, fasciata da un gilet con piccoli bottoni, cedeva il posto
alla linea curva dei fianchi, simile a una preziosa, sinuosa anfora di
alabastro. Aveva i capelli sciolti, come la sera precedente, però
trattenuti su uno dei due lati da un fermaglio d'argento. E mi fissava con
quegli occhi dal colore così raro.
Nella notte appena trascorsa mi era tornato alla mente il grande lago
dell'oasi di Siwah. Quel lago nato da sorgenti sotterranee, chiuse nel
segreto del deserto... ecco, doveva avere lo stesso colore di quegli
occhi. Ne ero certo.
Sissel veniva verso di me portando una grande scatola di cartone nero
con all'interno numerosi quaderni. Altre, debitamente catalogate, erano
rimaste nell'armadio. Continuava a fissarmi, e mi sembrò che mi
guardasse con un'espressione vagamente ironica, divertita. E che mi
studiasse, anche, mentre, sedendomi alla scrivania, sbottonavo le
maniche della camicia di lino e le arrotolavo con cura sui polsi. Cercai
di concentrarmi sugli appunti di Brunner, ma non era tanto facile. Lei
mi scrutava con attenzione. Distante, le braccia ostinatamente conserte
sul petto, aveva sul volto un mezzo sorriso garbato, almeno in
apparenza: pareva quasi volermi sfidare, e non avevo dubbi che non
avrebbe mosso un dito per aiutarmi nella ricerca. Il mio orgoglio, del
resto, mi impediva di chiedere qualunque cosa. Mi sarei arrangiato da
solo. E che ci voleva mai, in fin dei conti? Il tedesco lo conoscevo...
Presi un quaderno a caso e cominciai a sfogliarlo.
Una scrittura fitta e minuscola circondava una grande quantità di
disegni, probabilmente antichi geroglifici. Riuscii a tradurre alcune
parole in tedesco che dicevano “e significa come” oppure “vedere
anche”, ed erano affiancate da disegni e ideogrammi. Dopo molto
sfogliare trovai finalmente una pagina che non conteneva nessun
geroglifico, ma solo una serie di righe piene di espressioni come
“Papiro di Hawara 2”, o “Grenfell I C”.
Mi fermai un attimo, confuso. Ma che diamine significava?
Chiusi il quaderno e ne presi un altro. Stessa cosa. I quaderni erano
concepiti tutti allo stesso modo. Mi sfuggì un sospiro di delusione.
Sissel non poté trattenersi dal ridere, e si mise una mano sulla bocca
per non risultare troppo scortese. Mi aveva atteso al varco per tutto quel
tempo, era chiaro.
«Per questo le ho chiesto se lei è un egittologo. Cosa si aspettava di
trovare: una guida turistica? Lei pretende di rovistare fra gli appunti di
uno specialista e capire con facilità qualcosa...»
Aveva detto quella parola, “rovistare”, con un tono di velato
rimprovero, quasi come se il mio gesto mancasse di rispetto al suo
defunto maestro. Ci restai davvero male, perché non c'era nulla di
irriverente nelle mie intenzioni. E comunque, purtroppo, aveva ragione.
Bisognava essere davvero uno specialista, e nemmeno alle prime armi,
per potersi districare tra quei segni e le considerazioni criptiche del
professor Brunner. Il tedesco, in pratica, scriveva anche lui in caratteri
geroglifici come gli antichi egizi, oppure in un'arcana mescolanza di
lingue antiche e moderne.
Continuai ancora per un po' a cercare in quella montagna di fogli
incomprensibili, sperando di trovare qualcosa che somigliasse a una
mappa o anche a un'indicazione di percorso. Mi resi conto però che ci
sarebbero voluti dei giorni soltanto per sfogliare tutti i quaderni
contenuti nelle scatole, senza mai fermarsi a leggere. Ero
demoralizzato.
Sissel continuava a fissarmi con l'alterigia di un antico idolo messo a
protezione di un santuario che avesse visto un empio profanatore
costretto alla fuga. Doveva essere molto gelosa di quelle carte.
«Grazie, a ogni modo» le dissi mestamente chiedendo l'ultima delle
scatole che mi aveva messo a disposizione.
«Chi è lei, di preciso?» mi chiese con tono neutro ma senza levarmi
gli occhi di dosso.
Alzai lo sguardo intimidito.
«Gliel'ho detto... sono un ingegnere, un ingegnere minerario»
balbettai.
«Che cosa vuole da me?» domandò venendomi più vicino. Sorrideva,
ma i suoi occhi avevano una luce piuttosto dura.
Rimasi qualche istante in silenzio. Non capivo perché volesse mettere
quella distanza ostile fra noi. E certo non mi faceva piacere.
«Mi scusi, dottoressa. Capisco che ieri devo averla offesa, ma
davvero non so come...»
«Perché mi ha regalato queste orchidee?» mi interruppe.
«Volevo farmi perdonare, gliel'ho detto. Se giudica eccessivo il mio
omaggio, chiedo scusa di nuovo. Ma non ho mai pensato che si potesse
offendere una donna regalandole dei fiori!» esclamai avvilito,
allargando le braccia.
Lei mi indicò una delle lussureggianti orchidee che aveva sistemato
in un vaso. Con la punta del dito sfiorava i lembi dei petali sfrangiati,
larghi, opulenti, profumatissimi.
«Lei mi ha portato una Cattleya» disse senza riuscire a nascondere
una certa soddisfazione. «E di una varietà meravigliosa, che non avevo
mai visto. Ma forse non ha idea di cosa significhi questo regalo»
aggiunse con una sfumatura appena più severa. E mi fissò per verificare
la sua impressione.
«Lo immaginavo» concluse in tono asciutto. Poi aprì un cassetto
della sua scrivania e ne tirò fuori un piccolo libro dalla copertina di seta
rossa.
«Lei, ingegnere, forse ignora che in Europa durante la Belle Époque
scoppiò una grande passione per tale genere di fiori. Ne vennero
importate tante specie, furono creati ibridi speciali... vede questo?» e
indicò il centro di quel fiore meraviglioso. L'orchidea aveva cinque
larghi petali di un rosa tenue, disposti a corolla intorno a un bocciolo
interno, più piccolo e di una sfumatura diversa, sensuale, come quella
delle labbra di una donna.
«Mi capisce?» chiese con uno sguardo irresistibilmente malizioso.
Confessai di non aver compreso, ma quel suo sguardo mi aveva
suscitato un brivido. In quel momento avrei potuto scalare una
montagna a mani nude.
Lei sollevò le sopracciglia in modo eloquente, la sua espressione
pareva suggerire che mi considerava proprio un caso disperato.
«Nei salotti eleganti, all'inizio del secolo, si associava questo fiore
così lussureggiante al corpo femminile. Alle sue parti più segrete,
intendo. Non starò a farle una lezione di anatomia, ingegnere. Mi deve
credere sulla parola» e rise piano, mettendosi di nuovo una mano
davanti alla bocca, con quel gesto terribilmente femminile che mi
piaceva tanto. «Gli uomini donavano orchidee come questa alle amanti
per alludere ai loro incontri. Incontri appassionati, naturalmente»
continuò divertendosi un mondo davanti alla mia faccia costernata.
Poi aprì il libro dalla copertina di seta rossa e cominciò a sfogliarlo.
Arrivata a un certo punto, prese a leggere:
Chi conosce, all'infuori di me, la dolcezza, lo smarrimento, l'estasi
fremente, carnale, ideale, sovrumana di quelle tenerezze; e quei baci
sulla carne rosea, sulla carne rossa, sulla carne bianca miracolosamente
diversa, delicata, rara, fine, untuosa dei mirabili fiori? Ho delle serre
dove nessuno penetra, all'infuori di me e di chi ne ha cura. Vi entro
come si scivola in un luogo di piacere segreto.
Si fermò un istante, per considerare l'effetto che avevano prodotto su
di me quelle parole licenziose, poi riprese:
Come sono grasse, profonde, rosee, d'un rosa che inumidisce le
labbra di desiderio! Come le amo!... io resto accanto a lei, ardente,
febbricitante e tormentato, sapendo che la sua morte è prossima, e
guardandola sfiorire, mentre la possiedo, l'aspiro, la bevo, colgo la sua
breve vita in un'inesprimibile carezza.
Ero rimasto quasi senza fiato. E credo sia del tutto opportuno tacere
sui miei pensieri in quel momento.
«Che cos'è, un libro vietato dalla censura?» le chiesi quando mi fui
un poco ripreso dall'emozione.
«Nient'affatto!» rispose compiaciuta. «È un passo dello scrittore
francese Guy de Maupassant. L'odalisca di cui parla è appunto una di
queste orchidee. Fiori molto speciali, comprende? Un altro poeta le
paragona a tante profumate dee carnali.»
Mi sentivo attratto da lei in una maniera mai provata prima, che solo
due giorni addietro non avrei nemmeno potuto immaginare.
«Mi perdoni. Non avevo idea» dissi mortificato.
«Ne faccia tesoro per il futuro» mi rispose con gentilezza. «Vede,
ingegner Borghesi, io sono fidanzata. E lei mi regala fiori preziosi e
rarissimi che nel linguaggio simbolico alludono alla richiesta di una
notte d'amore!»
Non so se mi colpì di più quel suo modo di parlare tanto esplicito, o
la luce maliziosa che vedevo balenare nei suoi occhi verdi, oppure
l'informazione che mi aveva gettato addosso come un sasso: “Sono
fidanzata”. Come avevo potuto non pensarci? Forse perché mi era
sempre stata descritta come una zitella acida... ma una donna del genere
non poteva rimanere sola a lungo. E lui chi era? Il pensiero che un altro
le si facesse accosto, che la sfiorasse, che respirasse il suo profumo...
che osasse con lei davvero quanto quel poeta francese aveva
immaginato di fare sui mirabili fiori mi fece male come un pugno nello
stomaco.
Inghiottii, e mi accorsi che quanto provavo era una profonda,
dolorosa rabbia.
«Il suo fidanzato le regala questi fiori?» le chiesi cercando di
mantenere calma la voce.
A quel punto sussultò. Come se le mie parole avessero suscitato in lei
un fremito di sdegno. Qualcosa davvero fuori luogo per una giovane
donna che sta pensando al suo innamorato. Avrei giurato che si trattasse
di un sentimento diverso da quanto ci si poteva aspettare. Rabbia,
magari, o anche paura. O forse tutte e due insieme.
Sissel si ricompose in fretta, e finse un'espressione stupita, perfino un
po' scandalizzata.
«Oh no! Lui non si permetterebbe mai!» rispose formale.
Ne fui rassicurato. La nostra conversazione era stata paradossale,
tuttavia. Avevo avuto la sensazione di essere sotto attacco. Mi sentivo
una preda, come se lei mi stesse seducendo con crudele maestria,
portandomi esattamente e inesorabilmente dove voleva, senza lasciarmi
nessuna via di scampo. E invece... mi stava respingendo.
Ma qualcosa mi disse di sondare ancora il tema del suo
fidanzamento.
«E a quando le nozze, dottoressa Sissel?»
Stavolta trasalì addirittura, e il libro di Maupassant quasi le cadde
dalle mani. Lo riafferrò saldamente e, senza dire nulla, lo sistemò con
cura su uno scaffale. Notai che le sue dita tremavano un po'. Sentire che
mi rivolgevo a lei con quel nomignolo confidenziale le aveva fatto un
certo effetto.
«A primavera, probabilmente» rispose cercando di mantenere la voce
ferma, e indirizzandomi il più dolce dei sorrisi.
La notizia questa volta mi avvilì. E tuttavia mi turbava il fatto che
sembrasse così poco entusiasta del suo matrimonio. Per quanto fosse
abile nel cercare di nasconderlo, non avevo mai visto una giovane
fidanzata tanto triste.
«E lei, invece? È sposato?» Me lo chiese in tono falsamente frivolo,
però notai che mi guardava la mano sinistra, perché non vedeva la fede.
«No, ma lo vorrei» risposi con voce piena di rammarico. Lo feci
senza pensarci: e quando me ne accorsi, restai interdetto per quanto mi
era appena uscito di bocca.
Vidi che si mordicchiava nervosamente le labbra, poi si voltò di
nuovo, e riprese a mettere a posto i libri su uno scaffale. Quel gesto e
l'ostinazione con cui mi dava le spalle mi dicevano che dovevo
rimanere distante, al mio posto.
«Bene. Allora mi scusi una volta ancora» le dissi abbassando lo
sguardo.
E senza aggiungere altro, mi diressi verso la porta. Appena un istante
prima di uscire dalla stanza, mi voltai di nuovo per guardarla. Anche lei
si era girata, e mi sembrò di leggere nei suoi occhi l'espressione del
naufrago che vede allontanarsi per sempre la sua scialuppa di
salvataggio. Ebbi la sensazione che fosse sul punto di richiamarmi. Ma
non lo fece. Quindi infilai la porta e me ne andai.
Ero arrabbiatissimo. Con me stesso, per essermi lasciato irretire fino
a quel punto da una sconosciuta. Con l'ambasciatore, che mi aveva
consigliato di regalarle quei fiori. Però non potevo fare a meno di
ripensare alle sue parole, al trasporto sensuale che avevo provato
mentre leggeva quella pagina...
Arrivai in albergo in un attimo. Chiesi una bibita gelata nella
speranza di calmarmi i nervi. Ma non servì. Perché l'ambasciatore mi
aveva fatto quello scherzo? Aveva detto di covare una passione segreta
per la bella Sissel. Voleva forse mettermi fuori gioco, eliminare un
rivale pericoloso? Giovane, brillante, un bel ragazzo... non ero un
avversario da poco per lui, senza dubbio. A volte avevo avuto
l'impressione che la bionda studiosa mi guardasse proprio come le
donne guardano gli uomini quando ne sono attratte. Ma forse era solo
per scrutarmi, come se fossi uno di quei suoi reperti vecchi di millenni.
Che cosa pensava di fare, l'ambasciatore? Alla fine non ne potei più.
Raggiunsi l'atrio dell'albergo e chiesi al portiere di chiamarmi al
telefono Sua Eccellenza.
«Buon giorno, ingegnere!» La voce squillante di Mazzolini mi arrivò
leggermente alterata attraverso la linea telefonica.
«Non siete stato gentile con me, Eccellenza. Sul serio» osai dirgli
come prima cosa.
«Che vi è capitato? Mi sembrate furibondo!»
«Certo, rientro adesso dal Museo del Cairo... ecco, la dottoressa
Rosenheim non ha gradito affatto le orchidee. Perché mi avete
consigliato di regalarle proprio quei fiori?» e calcai il tono della voce su
“quei fiori”.
L'ambasciatore scoppiò a ridere.
«Uh, non se la sarà mica presa, per caso?» esclamò sempre più
divertito.
«Credo che si sia addirittura offesa, Eccellenza. E io ero andato da lei
per scusarmi!» risposi seccatissimo.
L'ambasciatore continuava a ridere.
«Perdonatemi, giovanotto. In realtà lei adora quei fiori. Che però
hanno un significato diciamo... un tantino forte. Qui in Oriente il
linguaggio dei fiori è strettamente legato a quello dei sensi, ragazzo
mio.»
«E allora perché mi avete detto di portarle proprio delle orchidee?»
ribattei sempre più offeso.
«Non lo so. Un'idea che mi è venuta lì per lì. Volevo fare un dispetto
a quel salame del suo fidanzato, credo.»
«Chi è?» gli chiesi a bruciapelo.
«Un magnate di Düsseldorf che vive qui al Cairo da qualche mese. Si
chiama Friedlander. Un uomo facoltoso, potente. Ma non va bene per
lei. È talmente compassato, così gelido! Forse Sissel lo apprezza perché
non è tanto diverso da quelle vecchie mummie imbalsamate che lei cura
nel Museo. La piccola merita qualcosa di più. Un brivido, un fremito di
passione... ve l'ho detto, caro giovanotto, io faccio il tifo per voi.»
«Invece mi avete messo in una condizione terribilmente
imbarazzante» gli risposi pieno di rancore.
L'ambasciatore ridacchiò.
«Non vi credo, però mi spiace se vi siete trovato in una situazione
incresciosa. Comunque, vi offro subito la via per rimediare. Sabato sera
darò un ricevimento qui all'Ambasciata. Ci sarà tutta la città che conta:
uomini d'affari, politici, intellettuali... e la nostra Sissel. Venite anche
voi. Mi farebbe davvero piacere.»
«Non penso che sarà possibile» risposi cercando di mostrarmi ancora
molto seccato.
L'ambasciatore non se la prese.
«Fate pure come credete, giovanotto. Però, c'è una cosa su cui dovete
riflettere. Immaginate la nostra Sissel in abito da sera, le spalle nude,
vestita di seta... volete davvero perdervi un tale spettacolo? Pensateci,
amico mio. Io comunque vi aspetto.»
E così dicendo mise giù il telefono.
Rimasi lì per diversi minuti, come instupidito da un'inquietudine alla
quale non sapevo dare un nome. Non c'erano sensate ragioni perché i
miei nervi fossero così all'erta, davvero... tuttavia, l'espressione di paura
e dolore che avevo visto negli occhi verdi di quella ragazza mi
tormentava. Era stupido in fondo che me la prendessi tanto. Lei non mi
riguardava in alcun modo, e tantomeno i suoi guai, nel caso ne avesse.
Eppure mi aveva fissato chiedendo aiuto, poco prima che io uscissi. Più
ci ripensavo, più mi sembrava di esserne certo. Ma cosa mai poteva
temere, nella sua posizione invidiabile...? Aveva un ottimo lavoro. Era
stimata da tutto il mondo accademico, tanto che addirittura i Musei
vaticani ricercavano il suo parere esperto. E per giunta era fidanzata
con un uomo ricchissimo!
Friedlander, aveva detto l'ambasciatore. O qualcosa di simile. E se il
problema fosse stato proprio lui?
Scacciai quei pensieri dalla mia testa dandomi più volte dello stupido
da solo. Non sapevo niente, in realtà: stavo costruendo castelli in aria
basandomi soltanto su una pura impressione. Ma Sissel Rosenheim, non
potevo negarlo, mi era parsa tutt'altro che una persona felice.
Il suo viso velato di paura mi faceva pensare a quella volta in cui da
piccolo, in montagna, avevo trovato su un prato un leprotto. Doveva
essere rimasto solo dopo che qualche bestia aveva divorato gli altri
membri della cucciolata. Stava acquattato vicino a un sasso e mi
guardava con gli occhi pieni di terrore, o tristezza, se è possibile che gli
animali diventino tristi. Era talmente spaventato che non cercava
nemmeno di scappare, e si lasciò prendere docilmente. Tremava come
una foglia. Me lo misi sotto la giacca e lo portai a casa. Lo tenni con me
per quasi un mese. Poi un giorno, improvvisamente, mi accorsi che lo
sguardo della lepre era cambiato. Era cresciuta, e i suoi occhi non erano
più tristi. Quindi si voltò a guardarmi quasi come se volesse dirmi
grazie, per un'ultima volta. E scappò via.
Quel ricordo mi diede una stretta al cuore. La lepre l'avevo salvata da
un destino di morte. E poi, venuto il suo tempo, era giusto che
ritornasse libera.
Ma quest'altra creatura spaventata, minacciata da un pericolo ignoto,
no, davvero: se la sorte mi avesse concesso di metterla al riparo, questa
non l'avrei mai lasciata andare via.
DUE FRATELLI

Giuseppe fece quindi risiedere suo padre e i suoi fratelli e diede loro una
proprietà in terra d'Egitto, nella parte migliore del Paese, nella regione di Ramses,
come aveva comandato il faraone.
Genesi, 47, 11.

Durante tutto il pranzo non riuscii a mangiare niente. Ero nervoso,


distratto. Lucio mi parlava ma io non lo sentivo. Gli rispondevo sempre
di sì, oppure con vaghi cenni del capo. Non potevo smettere di pensare
all'incontro di quella mattina. Mi ritornavano in mente il profumo delle
orchidee, le parole di quel brano così intenso... poi, durante il tè, un
vero e proprio rito da quelle parti, all'improvviso mio cognato disse
qualcosa che mi riportò alla realtà.
«Finalmente pare che sia tutto a posto. I permessi ci sono, e questo è
l'importante. Oggi si dovrà mettere insieme il convoglio degli scavatori
e le vettovaglie. Poi, in capo a qualche giorno, partiremo.»
Quelle parole mi bruciarono come il tocco di una medusa,
“partiremo”... quindi me ne sarei andato. Me ne sarei andato così, senza
rivederla. Mi scottavano ancora la conversazione di quella mattina e la
distanza che lei aveva voluto frapporre tra noi. Eppure morivo dalla
voglia di rivederla. Ma come fare? Quali parole trovare?
Infilai per caso la mano in tasca. Accidenti, avevo ancora la lettera
del cardinale! Non l'avevo consegnata a Sissel, me ne ero proprio
dimenticato... diavolo, che razza di cretino!
La nostra conversazione, le orchidee, lei che mi aveva stregato con la
sua bellezza, con quelle sottili allusioni all'amore carnale... prima mi
aveva fatto ribollire il sangue. Poi mi aveva gelato accennando al suo
imminente matrimonio. Asino d'un cascamorto, ero andato lì per darle
la lettera e invece... ma questa, riflettei meglio, era davvero una cosa
meravigliosa, in fondo.
Mi pulii la bocca con il tovagliolo, e senza nemmeno aver finito il
mio dolce liquidai Lucio su due piedi.
«Scusami, devo scappare. Ci vediamo per la cena!»
Mio cognato rimase con il cucchiaio a mezz'aria e mi guardò
sbalordito.
«Ma dove vai, a quest'ora?»
Senza nemmeno rispondergli, avevo già infilato la porta e puntavo in
direzione del Museo, avvolto nella calura del primo pomeriggio.
Trovai Sissel nella stessa stanza, e per la prima volta mi accorsi che
su una targa in ottone fuori dalla porta c'era scritto in lettere eleganti
“Professor Hans Brunner”. Quello dunque doveva essere stato il suo
studio personale.
Arrivai che lei, come la mattina, era indaffarata con i suoi libri, e non
si accorse di me. La lasciai fare, perché adoravo stare a guardarla
mentre si muoveva sicura nel suo ambiente.
Quando mi vide, trasalì quasi impercettibilmente.
«Le chiedo scusa, dottoressa Rosenheim, stamattina ho dimenticato
di darle questa...» e le allungai la busta intestata a lei, consegnatami dal
cardinal Pacelli.
La donna mi guardò piuttosto perplessa. A lungo, quei pochi attimi di
troppo capaci di mettermi a disagio.
«È una lettera per lei» aggiunsi.
Era così vicina che potevo sentire il profumo dei suoi capelli.
Indossava lo stesso abito rosa che le avevo visto quella mattina.
Guardai la vita stretta nella fascia di seta: così da vicino, sembrava
ancora più sottile. Sentii violento l'impulso di afferrarla e di stringerla
tra le braccia.
«Conosce bene questo... monsignor Helfer?» mi chiese con
espressione preoccupata dopo aver letto la missiva del Vaticano.
Dal suo tono immaginai che sapesse benissimo chi era l'autore della
lettera. Che cosa dovevo fare, a quel punto? Rivelarle che sapevo tutto?
Oppure mantenere il gioco? Optai per una via di mezzo.
«Ho avuto con lui una conversazione parecchio interessante» risposi
vago.
«Il monsignore sembra riporre molta fiducia in lei» commentò
fissandomi. «Addirittura vorrebbe che la informassi di alcune questioni
piuttosto riservate.»
Inspirai forte. Mi accorsi con gioia che Sissel mi guardava con
maggior considerazione, o comunque minor diffidenza rispetto a
qualche ora prima. Decisi di giocare il tutto per tutto.
«Sua Eminenza mi è sembrato decisamente ben disposto, a dire il
vero, e voleva a tutti i costi che partecipassi alla spedizione. Mi ha
anche consegnato un gioiello estremamente prezioso» aggiunsi.
Mi parve piuttosto sollevata che avessi definito il nostro uomo “Sua
Eminenza”. Adesso perlomeno ci si poteva intendere senza troppi
misteri.
«Un gioiello?» chiese, incuriosita. E quale donna non lo sarebbe
stata?
Tirai fuori dalla tasca della giacca quell'incredibile anello antico. Al
vederlo lei spalancò gli occhi, che mi apparirono ancora più splendenti.
Lo prese dalle mie mani quasi con avidità e se lo rigirò fra le dita.
Carezzò la pietra lungo le sue scanalature, e sussurrò con un filo di
voce il suono dei geroglifici che vi erano incisi. Seguii emozionato il
movimento delle sue labbra.
«È meraviglioso!» esclamò con entusiasmo mentre se lo metteva al
dito. Strano, pensai: le stava perfettamente. Ammiravo la sua figura in
controluce davanti alla finestra, avvolta nel bagliore accecante del sole.
Non so cosa avrei dato per avere il coraggio di baciarla. Come avrebbe
reagito, se l'avessi fatto? Mi ritrassi, spaventato dalle mie fantasie.
La donna fece un lunghissimo sospiro, poi si sfilò l'anello dal dito e
me lo rese. Il tatto delle sue dita sottili sul palmo della mia mano mi
procurò un brivido di piacere.
«Deve essere molto grato al Segretario» commentò amabile. «Non
immagina il valore di quell'anello!»
Il più gran valore del mondo, pensai dentro di me. Ora che avevo
visto quali emozioni poteva suscitare in lei.
«Naturalmente glielo renderò, quando tornerò in Italia...» risposi
turbato. «È chiaro che non posso tenere per me un oggetto del genere.»
Scoppiò a ridere come una bambina.
«Ma lei è matto! Non ci pensi nemmeno! Che tipo curioso che è lei,
e...» Ebbi la sensazione che stesse per aggiungere “interessante”. Però
non lo fece.
«L'ha visto, quel papiro?» mi chiese invece.
«Quale papiro?» domandai soprappensiero. La mia mente era lontana
anni luce dai papiri, in quel momento.
«Il foglio originale da cui Sua Eminenza ha tratto la foto che mi
manda. Lo ha visto?»
Ripensai a quel rotolo scurito dal tempo che avevo osservato fra le
mani del cardinale.
«Sì, me lo ha mostrato.»
Notai che una luce le brillò nello sguardo.
«Allora mi può aiutare. Ecco, guardi qui» e mi si fece ancora più
vicina, mettendomi sotto gli occhi la lettera del cardinale su cui erano
stati tracciati a matita numerosi disegni.
«Vede questo punto? C'è come un ricciolo. Ma io credo che abbiano
sbagliato a ricopiare! La foto purtroppo è piccola, non si distingue. Se
lei però ha visto l'originale...»
Non avevo idea di cosa fosse quel ricciolo né potevo ricordarmi cosa
avessi visto esattamente quel giorno sul papiro. Ma sapevo bene come
mi sentivo in quel momento, così accosto a lei. Potevo percepire il
profumo della sua pelle, dolce, incredibilmente sensuale, che mi faceva
girare la testa.
«Non mi ricordo...» risposi piuttosto confuso. «Come lei ha
constatato, non sono un egittologo!»
Sissel avvicinò la lettera alla luce della finestra. Sembrava non essersi
accorta del turbamento che la nostra vicinanza mi provocava, e pareva
anche che tutto questo non avesse alcun effetto su di lei. Rendermene
conto mi addolorò, mi fece male. Avrei fatto molto meglio a scappare,
prima che fosse troppo tardi. Mi dispiace ammetterlo, ma ebbi paura.
Ed ero confuso da quelle emozioni che non riuscivo a dominare. In quel
momento odiai il cardinale che mi aveva imbarcato in quell'avventura.
Lo odiavo, perché mi aveva messo a confronto con sentimenti che non
ero in grado di controllare. I quali, lo sapevo, mi avrebbero lasciato
dentro un segno indelebile.
«Sono ideogrammi molto strani» stava dicendo lei. «Alcuni riesco a
decifrarli. Altri mi sembrano invece inconsueti. L'ultima sequenza
indica un nome che suona come “Petefra”. Era portato da uomini
potenti nell'Egitto antico.»
Quelle parole mi provocarono una specie di risolino amaro.
«L'olio di Potifar!» esclamai quasi sprezzante. In nome di Dio, quel
Gran sacerdote davvero mi tormentava, e non ne potevo più di sentirlo
nominare! Con mia grande sorpresa, le parole appena pronunciate
impressionarono Sissel, che mi tornò vicina. Ricominciai a sentire
dentro quel misto di speranza, dolore ed euforia, confusi fra loro.
«Ma scusi, lei da dove deduce la parola “olio”?» mi chiese
mettendomi la lettera sotto gli occhi.
La guardai. Era davvero la donna più bella del mondo. E vederla così,
del tutto ignara del subbuglio che mi stava procurando, mi faceva
sentire ancora più emozionato. Avevo avuto abbastanza esperienze
sentimentali per capire che ormai non potevo uscire incolume da
quell'incontro. Ogni minuto trascorso lì, da solo con lei, era un passo di
una danza fatale. Eppure non potevo andarmene. Davvero, non potevo.
«Ecco, guardi verso la fine» le dissi gentilmente, cercando con fatica
di ricordare quanto mi aveva detto il Segretario di Stato.
Lei rimise gli occhi sul foglio.
«No, non tradurrei questo segno proprio con il termine “olio”.
Piuttosto, allude a un unguento, a un balsamo, forse. Il senso mi sembra
diverso.»
Mi guardò di sottecchi.
«Ma scusi, lei come fa a capire questi segni?»
Sorrisi amaro. Che cosa avrei dato per poter davvero suscitare una
simile ammirazione in lei! Purtroppo, quella conoscenza non era farina
del mio sacco.
«È stato il cardinale a suggerire questa lettura. Lui crede di aver
interpretato anche i segni precedenti. Pensa che formino il nome di due
luoghi, la “Valle del sangue di Amon” e la “sorgente dell'olio di
Potifar”.»
Le mie parole eccitarono ancora di più la sua curiosità. Sissel scrutò i
disegni con attenzione.
«Accidenti, che bravo! Chissà se si è fatto aiutare da qualcuno. Un
uomo singolare, il nostro porporato. Credo che potrebbe aver ragione. E
mi è venuto in mente dove ho già visto i geroglifici che non è riuscito a
decifrare.»
Purtroppo si allontanò di nuovo da me, e quel distacco mi causò un
lieve dolore.
Raggiunse le scatole con i quaderni di Brunner, e rovistò in una di
esse finché non trovò ciò che stava cercando. Sembrava una comune
agendina di pelle nera. «Guardi!» Aveva le guance accese di emozione.
«È la trascrizione di un catasto. La fece il professor Brunner in base a
un affresco trovato nella città di Eliopolis, che in epoca più antica si
chiamava On. La città del dio Sole, Rah!»
Per quanto vederla appassionata mi avesse fatto perdere
completamente il senso del discorso, quelle parole mi riportarono il
frammento di un ricordo: On, ovvero l'antico nome di Eliopolis... dove
l'avevo sentito? Certo, era stato ancora il cardinale a parlarmene.
«On... non è forse la città del potente sacerdote Potifar?» chiesi
ansioso di compiacerla. «Quello che poi darà in sposa sua figlia a
Giuseppe?»
Sissel mi lanciò un'occhiata piena di un interesse che non avrei
nemmeno osato sperare. Era sorprendente l'espressione dei suoi occhi.
Rimasi così a fissarla senza sapere che fare, e ancora una volta ebbi la
tentazione irresistibile di baciarla.
«Molto bravo, ingegner Borghesi. Giuseppe è un personaggio
importante nella storia dell'Egitto. E lo sono anche i suoi discendenti
ebrei. Vede questo catasto?» chiese mostrandomi la sequenza dei
geroglifici che Brunner aveva riprodotto con ordine. «È chiamato il
Libro di Pensnoon. Pensnoon è un nome di persona che significa “due
fratelli”. Indica due gemelli, oppure due fratelli molto legati fra loro.»
«Non la seguo» confessai con gli occhi persi dentro i suoi.
Lei mi sorrise. E io capii che c'era un territorio, quello della
conoscenza, all'interno del quale lei accettava che ci fosse tra noi una
maggiore intimità.
«Ecco, prendiamo la Bibbia. Vi troviamo narrata la storia di Mosè,
che lei ricorderà senz'altro. Il libro dell'Esodo racconta che a questo
bimbo abbandonato dentro una cesta sul fiume Nilo venne dato il nome
di Mosè, in greco Moses, che significa “salvato dalle acque”. In realtà,
Mose in egiziano significa “figlio”. Mi spiego meglio. Gli egiziani
avevano una cultura profondamente legata alla vita. La storia della
figlia del faraone che trova questo neonato e lo salva è molto realistica.
Venne chiamato “figlio” perché era considerato un dono del Nilo, il
dono di un dio. Perciò fu allevato come un figlio a tutti gli effetti. Noi
sappiamo che gli ebrei furono impiegati nelle grandi opere edilizie
volute dal faraone Ramses II, verso l'anno 1240 circa avanti Cristo.
Mentre l'esodo avviene sotto il suo successore, Merneptah. Si pensa che
il personaggio biblico di Mosè vada identificato con Amenmesse, un
funzionario al quale per un certo periodo venne affidato il governo
dell'intero Egitto. La donna che lo trovò e lo adottò pare fosse Takhae,
figlia del potentissimo Ramses II. Quindi questo giovane ebreo e il
faraone erede al trono crebbero come due fratelli. Mi segue?»
L'avrei seguita in capo al mondo. Ma dalla mia espressione persa,
Sissel dovette intuire che ero altrove, e mi guardò con una bonaria aria
di rimprovero.
«Il mio maestro credeva che il Libro di Pensnoon fosse proprio
questo, un catasto dei possessi e dei territori che il faraone aveva
affidato a suo fratello Mose. Che poi sarebbe il nostro Mosè.»
«Quindi la schiavitù degli ebrei, la fuga dall'Egitto...»
«Il professor Brunner era convinto che la Bibbia andasse interpretata
e che alcuni passi fossero stati fraintesi.»
«Quali passi?» le chiesi.
«Per esempio quello che racconta il motivo della fuga dall'Egitto,
perché gli ebrei decisero di andarsene.»
La osservai mentre la passione per la ricerca le accendeva le guance.
Era bellissima. Ma come facevano, lassù in Germania, i suoi allievi a
non morire d'amore mentre assistevano alle sue lezioni?
«La risposta a ogni domanda si trova in questo catasto, il Libro dei
due fratelli. Secondo il professore, gli ebrei al tempo di Ramses II
godevano di una posizione invidiabile, in Egitto. E avevano conquistato
la supremazia su una parte importante della popolazione. Forse, erano
diventati troppo forti e troppo ascoltati.»
«Che intende dire?»
Sissel alzò le spalle, e continuò la sua spiegazione.
Brunner pensava che la religione di Yahwè, il Dio unico degli ebrei,
si fosse diffusa ampiamente nell'Egitto del tempo. Il popolo aveva già
conosciuto una riforma monoteista simile tempo prima, all'epoca del
faraone Akhenaton. Alla nascita gli era stato imposto il nome di
Amenophis IV; in seguito, giunto nella maturità, era stato toccato da
una sorta di illuminazione. Da allora aveva cambiato il suo nome in
Akhenaton, per onorare il dio unico Aton.
«Lei ha sicuramente sentito parlare di sua moglie, la regina Nefertiti,
la donna più bella che si dice sia mai vissuta in Egitto.»
Sorrisi.
«Sì, lo confesso. Ma ai giorni nostri ve ne sono di molto più belle,
senza dubbio» buttai lì con vaga galanteria. «E che ne è stato di questa
riforma del culto? L'Egitto antico, a quanto ne so, è rimasto popolato
dalle più diverse divinità.»
Sissel sospirò.
«Quel che è successo a tante riforme condotte con le migliori
intenzioni ma senza considerare il contraccolpo su interessi e potentati
del tempo. Ovviamente il faraone aveva seguito il suo cuore, la sua
fede, senza preoccuparsi del resto. Non era così semplice, però.»
Mi spiegò che i sacerdoti dei culti abbandonati si ritrovarono di colpo
privi del proprio potere, e anche delle donazioni dei fedeli che li
arricchivano. Dunque, formarono un'alleanza, e architettarono una
congiura per assassinare il faraone. Il famoso Tutankhamon che regnò
dopo di lui, benché fosse molto giovane, comprese che la casta dei
sacerdoti era troppo influente, persino per il faraone, il figlio del dio
Sole. Sapeva di non poterli battere. Così abolì la riforma di Akhenaton,
e l'Egitto ritornò ai suoi antichi dei.
«Quindi, secondo il professor Brunner, gli ebrei che adoravano un
solo Dio avrebbero innescato una nuova riforma del culto, simile a
quella di Akhenaton?»
Sissel annuì.
«Lui ne era convinto, credeva che al tempo di Merneptah fosse sul
punto di nascere una riforma religiosa che avrebbe portato gran parte
del popolo egiziano a venerare Yahwè, “Io sono Colui che è”. E i
sacerdoti dei templi rimasti quasi deserti allora si allearono di nuovo.
Stavolta però la congiura fu più insidiosa. Invece di uccidere il faraone,
convinsero gli ebrei a lasciare l'Egitto di loro spontanea volontà.»
La fissai incredulo.
«Di loro spontanea volontà?» Eppure, secondo la Bibbia, c'era stata
una guerra tra Mosè e il faraone, poi le sette piaghe d'Egitto...
Mi raccontò che Brunner aveva trovato documenti singolari, atti i
quali attestavano ingenti pagamenti eseguiti dai sacerdoti a favore dei
capi della comunità ebraica. I templi nel mondo antico accumulavano
tesori e potevano anche prestare denaro, un po' come le moderne
banche. I sacerdoti arrivarono a prosciugare i loro forzieri pur di
spingere gli ebrei fuori dall'Egitto. Gli ebrei, dal canto loro, si sentivano
stranieri, in quel Paese. Non era la loro terra, non era la terra promessa
per cercare la quale Abramo aveva abbandonato la città di Ur
lasciandosi guidare da una voce. Quindi, accettarono il tesoro che
veniva loro offerto e si misero in viaggio. Sapevano che le difficoltà
non sarebbero state poche: in Egitto ci si erano rifugiati alcuni secoli
prima per sfuggire alla carestia, ma anche all'ostilità dei popoli vicini.
«Se solo capissimo il valore esatto di quella data...» mormorò Sissel
tra sé. E mi mostrò il quaderno di pelle nera sul quale Brunner aveva
scritto i suoi ultimi appunti prima di morire. Vedevo la sequenza dei
quattro segni misteriosi, i geroglifici indecifrabili che avevano messo a
dura prova tanto gli egittologi dei Musei vaticani quanto chiunque vi
avesse posto gli occhi sopra. E anche lei, mi sembrò, brancolava nel
buio.
«Il mio maestro era convinto che questi segni fossero simboli
numerici» mi disse puntando il dito sugli ideogrammi. «Aveva infatti
tracciato accanto ad essi questa data: ecco, guardi qui. Ha scritto
10565.»
«Diecimilacinquecentosessantacinque... ma avanti Cristo?! Non
pensavo che la civiltà egiziana fosse così antica!» esclamai.
Lei scosse la testa, con un sorrisetto ironicamente sconfortato.
«Infatti non lo è. I primi segni della civiltà dei faraoni risalgono circa
all'anno 3000 avanti Cristo, per quanto ne sappiamo. Da qui comincia il
cosiddetto periodo dinastico. Prima di quella data, il buio completo.
Un'iscrizione di epoca remota ci suggerisce che esisteva un sovrano
chiamato Re Scorpione, del quale non sappiamo assolutamente nulla.
Ma è difficile situarlo diecimila anni prima di Cristo. Qualcuno,
tuttavia, sostiene che l'insediamento umano nell'oasi di Siwah sia di
gran lunga più antico della civiltà fiorita lungo il Delta del Nilo. Forse,
il mio buon professore inseguiva quest'idea.»
«Ma lei era l'allieva più fidata di Brunner, la rendeva partecipe di
tutte le sue ricerche... perché non le ha rivelato il senso di quei segni?»
la incalzai.
Lei scosse la testa, si lasciò andare a un sorriso triste pieno di
rimpianto e, immaginai, di affetto.
«Ogni volta che lo interrogavo, il professore si irrigidiva. Mi diceva
che quel papiro conteneva quattro enigmi, e che tali dovevano
rimanere. L'inizio e la fine, ripeteva, e tutto in una sola cosa.»
«Il povero Brunner non brillava per chiarezza, purtroppo. Comunque,
tutta questa storia mi sembra dannatamente interessante» commentai.
«Lo è davvero, glielo assicuro.»
«Quindi questo olio di Potifar...» mi fermai, ricordando che lei
disapprovava quella traduzione. «Mi scusi, questa sostanza che
rappresenta il segreto degli ebrei...»
«Non è detto che fosse una sostanza preziosa, o perlomeno non in
senso concreto, necessariamente. La sostanza misteriosa di cui parla
quel papiro potrebbe anche alludere alla loro fede in Dio, come Brunner
pensava» mi interruppe Sissel. «Qualcosa che dava loro il coraggio per
andare avanti in condizioni di vita impossibili. Un cemento psicologico
e sociale fortissimo, capace di tenere insieme un intero popolo. Un
elemento di coesione molto temibile, per gli altri.»
Tornai con la mente al mio colloquio con il cardinale nei Giardini
vaticani. E poi all'incontro sulla nave con Lord Hamilton. Ciascuno dei
due aveva una propria idea sulla partenza degli ebrei dall'Egitto. Ma
quella del professor Brunner mi sembrava la più suggestiva. Ecco
perché il noto egittologo tedesco aveva preteso di stendere una coltre di
riservatezza sulla sua spedizione. Cosa sarebbe successo se Hitler
avesse saputo che stava finanziando una ricerca sul dominio degli odiati
ebrei nel regno dei faraoni?
Guardai la giovane studiosa. C'era una nota di tristezza nei suoi
occhi.
«Lei era molto legata al professor Brunner, vero?»
Vidi che era commossa, e faticava a trattenere le lacrime.
«Gli dovevo tutto. Lei non può immaginare quanto ha fatto per me!»
«Allora deve proprio unirsi a noi» le dissi con trasporto.
Nel suo sguardo notai un'esitazione. Mi avvicinai e le presi la mano.
«Venga con noi a Siwah, dottoressa. Non riusciremo mai a trovare il
punto esatto in cui scavò Brunner, se lei non decifra i suoi quaderni! Gli
altri non caverebbero un ragno dal buco.»
Rimase a fissarmi con i suoi grandi occhi verdi, e lasciò che la sua
mano appena tiepida restasse chiusa dentro la mia, bollente. Poi
dolcemente si staccò e mi volse le spalle.
«Qualcuno mi ha già chiesto una cosa del genere, ma no, non credo
sia il caso.»
Le tornai vicino.
«È il suo fidanzato che la frena?»
Sissel si voltò, e vidi che sul suo volto adesso passava un'ombra
scura.
«No, non è per lui» rispose affranta.
Rimase alcuni istanti a guardare fuori dalla finestra la palla rosso
fuoco del sole che ormai tramontava.
«No, non posso proprio. E sarebbe difficile spiegarle il perché. Ci
sono così tante cose che lei non sa!»
Allora le presi un braccio e lo tirai dolcemente verso di me. Poi aprii
le sue dita, e le misi dentro il palmo l'anello della dea Istir. Quindi le
richiusi la mano, e poggiai la mia sopra la sua.
«Lo tenga lei, per me» sussurrai.
«Ma non posso...»
Con un dito le feci segno di tacere.
«Non dica niente. Lo tenga e basta. Se lo portassi con me rischierei di
perderlo. Sarà più al sicuro con lei. Al mio ritorno, me lo renderà.»
Un inserviente arrivò nella stanza e ruppe quell'attimo d'incanto.
«Prego, per favore! Il museo chiude.»
SCELTE

Allora Ester rinviò a Mardocheo colui che era giunto da lei dicendo: «Va' e
convoca tutti i giudei che vivono a Susa e digiunate solidali con me; restate senza
mangiare e senza bere per tre giorni e tre notti, anch'io e le mie ancelle
digiuneremo. Quindi andrò dal re, anche se è contro la legge, e se dovrò morire,
morirò!».
Libro di Ester, 4, 15-16.

Sabato pomeriggio. Più le ore passavano, più mi rendevo conto che


dovevo andare al ricevimento dell'ambasciatore. Sperando beninteso
che lei ci fosse sul serio. Che cosa le avrei detto? Che cosa dovevo
fare?
Intanto mi accorsi che ero in ritardo. Era stata una giornata faticosa,
trascorsa con la testa in subbuglio, pensando a cose ben lontane da
quelle che in realtà mi stavano appassionando.
Crispolti mi aveva convocato per definire i dettagli tecnici della
spedizione: dovevamo aspettare l'arrivo del personale specializzato
proveniente dall'Europa per effettuare i sondaggi, ed eventualmente, se
avessimo trovato il giacimento, anche per realizzare la prima
estrazione. L'avvocato era molto ottimista e mi parlava quasi dando per
scontato che il greggio lì sotto ci fosse davvero. Facevo del mio meglio
per seguirlo, ma ero troppo distratto. Avevo dentro una tristezza
invincibile. Non potevo rassegnarmi all'idea che presto sarei partito.
Che cosa sarebbe successo, dopo? L'avrei ritrovata, tornando al Cairo?
E se Sissel avesse sposato quel Friedlander, nel frattempo?
Con quella confusione nella testa indossai l'abito migliore che avevo
portato, uno smoking nero fumo, confezionato magistralmente con
stoffa arrivata da Londra. Era opera di Giosuè Sermoneta, titolare di
una sartoria eccellente nel centro di Roma. I Sermoneta mi avevano
vestito per la prima comunione, poi in occasione del diploma di
maturità. Mia madre gli aveva chiesto, sei mesi prima, quest'abito per
festeggiare la mia laurea, e coltivava in cuor suo l'idea che il sarto mi
avrebbe ben presto preso le misure per il vestito di nozze.
Dai Sermoneta ci si andava di rado per farsi cucire un abito, perché si
facevano pagare cari, molto più spesso per le riparazioni di giacche e
cappotti: erano dei veri maghi nel trasformare vecchi capi in vestiti
nuovi e persino alla moda. Mi piaceva anche il retrobottega, dove la
figlia diciottenne, Enrichetta, mi faceva gli occhi dolci e mi carezzava
lentamente la linea delle spalle mentre prendeva le misure per la
camicia. Intanto il fratello piccolo, Mariuccio, faceva i compiti e il
vecchio Geremia sonnecchiava su un dondolo. Era lui il capostipite dei
Sermoneta e aveva fondato la sartoria oltre cinquant'anni prima. Adesso
ne aveva quasi ottanta, ed era decisamente ricco. Però, ogni santa
mattina si vestiva di tutto punto e andava al negozio: poi si installava in
quel retrobottega, tirava fuori le scatole dei bottoni e li sceglieva con
cura uno per uno. Bottoni di ogni foggia e di qualunque materiale: osso,
corno, plastica, legno, avorio, metallo, persino corallo prezioso, per le
signore più esigenti.
Quindi, quando non riposava, il vecchio Geremia si faceva dare gli
abiti dal figlio e cominciava a cucire i bottoni. Giosuè faceva i vestiti,
ma quali e quanti bottoni ci andavano messi, quello lo stabiliva il sor
Geremia. Eh no, non c'era modo di intendersi, con lui! Solo il cliente,
se voleva, poteva contestarlo. Ma accadeva di rado: il vecchio, dall'alto
della sua esperienza, aveva buon gusto e difficilmente sbagliava.
Una volta mi ero permesso di far notare al sor Giosuè che forse non
era opportuno far continuare a lavorare un uomo di quell'età. Lui mi
aveva guardato storto. «E ragionateci voi, allora! Glielo dico in
continuazione, che deve restare a casa! Ma lui ci vuole venire a tutti i
costi, ad attaccare i bottoni. Dice che lavorerà fino all'ultimo giorno. E
siccome il negozio è suo, fa come gli pare!» mi aveva risposto
esasperato.
Quello smoking che mi calzava a pennello era stato l'ultimo
capolavoro dei Sermoneta. Peccato, davvero, che avessero dovuto
chiudere quel bel negozio a causa delle leggi razziali: essendo ebrei,
avevano lasciato l'Italia in fretta e furia per rifugiarsi da certi parenti
che vivevano all'estero, non so di preciso dove. Ma che c'era di male,
pensai, se gli ebrei tenevano una sartoria? Non era mica come avere una
banca, o una società internazionale...
Mi allacciai i gemelli d'oro ai polsini con una punta di soddisfazione.
In teoria, non c'era ragione perché non dovessi far colpo su quella
ragazza tedesca. Certo, il mio portafogli non poteva competere con
quello del magnate Friedlander. Lei però non mi sembrava il tipo di
donna che si lascia attrarre dal denaro. Aveva spesso un'aria così
svagata, mi pareva talmente presa dai suoi studi... passai un po' d'acqua
di colonia fra i capelli. Curioso: sembravo leggermente abbronzato da
quando ero arrivato al Cairo; e quel colorito mi donava moltissimo.
Lasciai l'albergo insieme a Lucio, che era stato impossibile evitare.
Non appena aveva saputo del mio invito al ricevimento in Ambasciata,
mi aveva dato il tormento per potermi accompagnare. Lucio non
avrebbe mai perso un'occasione mondana per stringere qualche mano
giusta e pavoneggiarsi tra notabili e signore della buona società.
La notte era calda e stellata, incredibilmente tiepida per essere a
novembre; ma spesso dimenticavo di trovarmi in Africa. La residenza
dell'ambasciatore era sontuosa, in puro stile egiziano però con quel
tocco di eleganza europea che gli italiani avevano impresso
all'architettura urbana negli ultimi decenni. Era un palazzo bianco con
un portone in legno di cedro dalla forma ogivale, così amata dall'arte
araba. Camerieri in livrea nera e guanti candidi ci accolsero nell'atrio.
Due ampie rampe di scale in marmo portavano al piano nobile,
illuminato a giorno da enormi lampadari in cristallo di Murano.
Quando arrivammo nel salone sfavillante di luci, dove un'orchestra
da ballo eseguiva brani in voga, ci si aprì dinanzi un locale immenso e
sfarzosamente arredato; un prezioso camino di marmo rosso in stile
vagamente rococò, certamente giunto dall'Italia e mai acceso, decorava
la parete in fondo. Dovemmo farci largo per entrare, senza dubbio c'era
tutta l'alta società del Cairo: autorità egiziane, augusti signori dai baffi
lisci e nerissimi, nei loro eleganti abiti di seta colorata; finanzieri e
industriali italiani, inglesi e tedeschi, rappresentanti della borghesia
imprenditoriale presente in città; e le loro signore, tutte vestite
all'ultima moda e ricoperte di gioielli. Alcune erano molto belle,
impossibile non notarlo, ma non m'importava: non ero venuto per loro.
Guardavo uno per uno gli ospiti, ansioso. Sua Eccellenza
l'ambasciatore mi venne incontro con un sorriso.
«Sono molto contento che abbiate deciso di venire, ingegnere» mi
salutò con tono malizioso, e porse la mano a mio cognato, senza
degnarlo di particolari attenzioni. Quindi, passammo nella sala attigua
dove erano stati apparecchiati i rinfreschi per la cena. Su un lungo
tavolo rivestito da tovaglie di pizzo candido facevano mostra di sé
giganteschi vassoi di tartine, coppette di riso e insalate fredde, insieme
a ogni altro ben di Dio. E nel centro troneggiava un'alzata d'argento a
tre livelli, simile a una maestosa torta nuziale, sulla quale erano state
adagiate enormi aragoste. Accanto, c'era poi una grande coppa ripiena
di caviale su uno strato di ghiaccio, decorato con foglie di menta e
riccioli di burro. Intorno a noi, decine di camerieri offrivano ottimo
champagne francese tenendo in bilico sui vassoi preziose coppe di
cristallo di Boemia. Per quanto Sua Eccellenza fosse un convinto
sostenitore del regime, evidentemente aveva deciso di transigere su
alcuni diktat dell'autarchia fascista, in quei lontani lidi dell'Africa.
Mi guardai intorno ansioso. Non vedevo l'ora che Lucio incontrasse
qualcuno con cui parlare, per potermi finalmente mettere alla ricerca di
Sissel, impresa non facile in quella folla. Ma a un certo punto udii
pronunciare un nome che mi inchiodò lì dov'ero.
«Eccolo, è Klaus Friedlander... dicono sia uno degli uomini più ricchi
della Germania» sentii che mormoravano alcuni ospiti alle mie spalle.
«E in ottimi rapporti con Berlino, per giunta.»
«Pare abbia studiato insieme a Hermann Göring. Sono amici dai
tempi dell'università...»
Una signora di mezza età, con una pappagorgia che mi fece pensare a
un tacchino, sembrava più informata degli altri: «Condividono anche
alcune passioni... Göring è un collezionista d'arte e pare che Friedlander
gli procuri spesso delle buone dritte per mettere le mani su delle rarità.
Si dice che questo Freidlander sia fissato con l'archeologia. Sapete, era
in stretti rapporti con quel professore che morì nella sfortunata missione
tedesca due anni fa, in quell'oasi vicino alla Libia. Brunner, mi pare si
chiamasse...».
Mi avvicinai il più possibile a quei pettegoli così ben informati.
«Friedlander sposerà quella deliziosa ragazza a primavera» aggiunse
un'ospite. Ma fu interrotta da un signore molto distinto: «Eccola,
arrivano. È sempre una visione!». Seguii il suo sguardo trasognato con
le gambe che mi tremavano e il cuore in subbuglio.
Circondato da una piccola folla di adulatori, comparve un bell'uomo
di circa quarant'anni, alto, fisico asciutto, con i capelli appena brizzolati
e occhi di un gelido celeste pallido, quasi trasparenti. Dava il braccio a
una ragazza...
Sissel era fasciata da un abito lungo di voile azzurro, stretto fino alle
ginocchia e ampio in fondo, che la faceva somigliare a una sirena.
Aveva una spalla completamente nuda e sull'altra, morbidamente
annodato, portava un tralcio di fiori di seta di una sfumatura appena più
chiara dell'abito, al collo solamente un filo di perle. I suoi capelli erano
sciolti, come sempre, sistemati in morbide onde che le lambivano le
spalle e con un pettine di madreperla che le adornava una tempia. Era la
prima volta che potevo ammirare il decolléte, perfetto, della studiosa.
Era bellissima, e provai un brivido immaginando di toccare la
consistenza della sua pelle, che doveva essere simile a quella di una
pesca.
Fremetti, però, vedendola al braccio di Friedlander. Sorrideva, ed era
bella da togliere il fiato. Tuttavia, almeno per un attimo, mi parve di
intravedere nei suoi occhi un'ombra di tristezza. Poi si allontanò con lui
e la persi di vista.
Quando la ritrovai, una decina di minuti dopo, il magnate tedesco
stava salutando l'ambasciatore, che si inchinava con deferenza. Baciò la
mano a Sissel e mi sembrò che con un gesto galante la invitasse a
ballare. L'idea che non sarebbe stato il tedesco a stringerla tra le braccia
mi fece esultare di gioia. Sissel seguì l'ambasciatore al centro del
salone; sulle note lente, dolci e un po' malinconiche di un valzer, si
confusero fra le altre coppie. Per una buona mezz'ora danzò, contesa da
una schiera di uomini azzimati che le ronzavano intorno come mosche.
Li invidiavo: eppure, detestandomi per la mia timidezza, non osavo
invitarla. Rimasi in un angolo a guardarla, roso dalla gelosia, fino a
quando la vidi dirigersi verso il tavolo dei rinfreschi e prendere una
coppa di champagne. Non mi aveva ancora notato.
Tornò da Friedlander e gli disse qualcosa all'orecchio; ma il tedesco,
come se non l'avesse neanche sentita, proseguì la sua conversazione
con alcuni ospiti. Sissel allora si allontanò verso la terrazza.
Santo Cielo, quella era la mia occasione...
Avevo mollato mio cognato da un pezzo, con la scusa che nel salone
non si respirava, ed essendo l'ambasciatore impegnatissimo a fare gli
onori di casa in quel momento nessuno pareva badare a me. La seguii a
debita distanza, nella notte stellata, sulla terrazza abbellita da grandi
vasi di zagare. Scesi lo scalone che portava a un giardino esotico,
popolato di alti banani, palme, bouganvillee rosse e oleandri in fiore.
Nel mezzo, una vasca di ninfee tropicali rifletteva il bagliore delle
stelle: ammirai quei fiori enormi, dai petali violacei, che si aprivano
soltanto quando scendeva la notte emanando un profumo inebriante.
Sissel aveva attraversato la terrazza con fare guardingo, come se
temesse d'essere seguita. Mi nascosi confuso tra gli ospiti, feci finta di
chinarmi per allacciarmi una scarpa, e la vidi scomparire oltre una
statua, nell'oscurità.
Attesi qualche minuto e mi avvicinai, restando riparato da un albero.
Si era fermata davanti a un grazioso padiglione di ferro battuto, la volta
era ricoperta da tralci di delicate rose rampicanti, bianche, che la luce
della luna rendeva quasi fosforescenti.
Da quella distanza, Sissel mi appariva come un'ombra, e tutta la
situazione aveva qualcosa d'irreale. Sussultai quando mi accorsi che dal
buio era emersa la figura di un uomo. Stavo per tradirmi, temendo che
quello sconosciuto potesse importunare la mia bellissima amica,
quando lui le baciò la mano, e li vidi sedersi uno accanto all'altra su un
divano di vimini. Mi tranquillizzai immaginando che si conoscessero
piuttosto bene, e cercai di avvicinarmi ancora un paio di metri.
Da dove mi trovavo potevo sentire tutto, ma riuscivo a vedere solo il
profilo di Sissel, e non distinguevo l'identità dell'uomo che le stava
vicino.
«È tutto pronto, signorina» disse lui parlandole in tedesco. Mi sembrò
di cogliere nel suo accento una strana inflessione.
Sissel emise un lungo sospiro.
«Non lo so. Sono confusa» rispose con un filo di voce. «Immagino
lei sia quello che chiamano “il Campione di Golf”...»
L'uomo confermò. Il Campione di Golf... dove avevo già sentito quel
nome? Ma certo: il colloquio fra il Segretario di Stato e il cardinale di
Chicago, la telefonata intercettata dai servizi segreti italiani, trascritta e
poi passata a Lucio... eccolo, l'uomo-chiave di quella sibillina
comunicazione in codice era proprio lo sconosciuto celato dai recessi
dell'ombra, a pochi metri da me. La lettera parlava anche di una donna,
una certa Ester. Dunque, si trattava di Sissel?
Dovetti appoggiarmi al tronco di un albero, per l'emozione. Sissel
portava un nome cifrato... era un agente segreto. O qualcosa del genere.
Le persone normali non hanno nomi in codice. Quella verità mi fece
male. Un colpo tremendo.
«Ho paura!» continuò lei, angosciata.
L'uomo le si avvicinò. «Lo capisco, ma chi è che non rischia di questi
tempi? Sono convinto che lei non abbia scelta. Ci pensi... il Re di
Babilonia acconsente. Ci ha assegnato diverse carrozze.»
Mi parve di vedere Sissel puntare su di lui uno sguardo terrorizzato.
«E se non ce la facciamo... se il piano fallisce?» chiese con voce
tremolante.
«Non dobbiamo fallire e basta» rispose deciso lo sconosciuto. «Il
viaggio di nozze deve finire presso il Santo Sepolcro. Loro vogliono
così. Ci affideremo alla Provvidenza!»
Di nuovo, il senso della conversazione corrispondeva a quanto si
erano detti il Segretario di Stato del Vaticano e l'arcivescovo di Chicago
nella telefonata intercettata. C'era un accordo che in codice veniva
indicato come “matrimonio”. Certi amici di Chicago avrebbero offerto
un ricco regalo di nozze, evidentemente dei soldi. Ma a quale scopo?
Ora Sissel si era messa le mani sul viso.
«Vorrei aiutarvi, davvero. Lo dica a monsignor Helfer, che lo
ringrazio tanto. Ma ho troppa paura. Klaus mi proteggerà. Lo sposerò.
Non permetterà che mi accada niente di male!»
«Ne è proprio sicura?» obiettò lui, perentorio. «Rifletta bene,
signorina. Lo conosciamo, il nostro Friedlander. Che cosa succederebbe
se venisse a sapere?»
Sissel si agitò sul divano, nervosamente.
«Inoltre, lei ha il dovere di pensare a quelle persone. Se si rifiuta, che
ne sarà di loro?» continuava l'altro.
Lei trasalì.
«Ma io non ho colpa!»
«È vero, Ester. Ma sta di fatto che lei potrebbe fare molto, volendo.»
«Quanti sono?» chiese lei sul punto di piangere.
«Circa duecento persone.»
«Così tanti...» sussurrò lei. «E il denaro?»
«È tutto a posto. Sono ventimila marchi. Ci sono stati dei problemi,
ma alla fine è arrivato.»
«Problemi? Quali problemi?» chiese lei in preda all'ansia.
«Guai con la polizia. Ma è una cosa superata» rispose l'uomo con
voce calma.
Lei rimase a lungo in silenzio.
«Ognuno di noi deve fare delle scelte, mia cara. Anche lei. Tutto
sommato è rimasta in una gabbia dorata, finora. Una comoda e sicura
prigione. Ma sapeva che non poteva durare per sempre. Sta riponendo
troppa fiducia nel suo fidanzato. È un convinto sostenitore di Hitler:
crede che il suo affetto reggerebbe all'urto di quanto potrebbe
scoprire?»
A quelle parole, lei rimase muta e immobile.
«Nessuno le chiede di fare l'eroina che si sacrifica per gli altri. Lo
stesso gravissimo rischio minaccia anche lei, mia cara. Sa che il nostro
comune amico le è affezionato, e si preoccupa per lei. Suo padre gli ha
salvato la vita, lui non lo dimentica. Ragioni alla svelta, tuttavia. E la
prego di dirmi cosa devo riferire ai miei superiori» insistette accorato il
suo interlocutore. Sissel lo guardò negli occhi.
«Dica che accetto!» Il suo tono questa volta era risoluto, freddo. Poi,
senza salutare l'uomo, si alzò e andò via di corsa.
Rimasi per qualche istante immobile nel buio. Avevo sentito tutto
distintamente, ma non avevo capito molto. Sissel era sotto ricatto.
Come già sapevo, Olga Brunner, vedova del professor Brunner, era
legata alla cerchia di Berlino e Klaus Friedlander, il fidanzato di Sissel,
era amico di Hermann Göring. Lei si aspettava che l'avrebbe protetta:
ma da cosa?
Ripensai alla conversazione avuta con Lucio a proposito della lettera
intercettata dalla polizia fascista. Secondo il capo dell'Ovra, Arturo
Bocchini, le alte sfere del Vaticano tramavano con gli Stati Uniti per
rovesciare Mussolini. Il cardinale di Chicago, George Mundelein,
faceva da intermediario. E il cardinal Pacelli? E Lord Manfred
Hamilton? Tutti costoro avevano qualcosa a che fare con lei, in un
modo o nell'altro. Anche loro erano coinvolti nell'intrigo?
Sissel era in contatto con il Segretario di Stato, che le scriveva
firmandosi “mons. Helfer”; lo stesso “mons. Helfer” mandava un
telegramma cifrato anche a Lord Hamilton. Forse, la cospirazione per
far cadere il Duce riguardava anche le forze britanniche, di cui l'inglese
doveva essere un emissario. Restava da comprendere il ruolo di Sissel
in quella cospirazione.
Essendo fidanzata con un tedesco amico di Hermann Göring, magari
era venuta a conoscenza di un segreto importante. Di un'informazione
utile da usare contro Mussolini. Magari il Vaticano e gli Stati Uniti
volevano quell'informazione, e quindi cercavano di spingere Sissel a
collaborare con loro. In cambio, a quanto sembrava, le offrivano
protezione.
Olga Brunner la detestava, ne ero convinto. I loro rapporti erano
improntati a una gelida sopportazione reciproca, me n'ero accorto
vedendole lavorare fianco a fianco quel pomeriggio nel Museo. Suo
marito però, il professor Brunner, aveva protetto la giovane studiosa:
Sissel diceva che gli doveva tutto. E poi quell'uomo sconosciuto, il
Campione di Golf, che cosa voleva da lei? Era evidente che chiedeva la
sua collaborazione per qualcosa di molto importante. E lei aveva paura.
La ricattavano, forse? Se anche non fosse stato così, era chiaro che
Sissel stava subendo forti pressioni da quelle persone. L'uomo che
l'aveva raggiunta in giardino era l'emissario di qualcuno che voleva
obbligarla a partire. Altrimenti, duecento persone si sarebbero trovate in
serie difficoltà, le aveva detto lo sconosciuto, e lo stesso terribile rischio
pendeva anche su di lei. Questo pensiero mi confortò: solo le vittime
hanno paura. Non i carnefici. E Sissel sembrava essere una vittima. O
meglio, lei sembrava sul punto di lasciare una qualche sicurezza per
affrontare un grave rischio. Ma quale? Che cosa avrei dato, per saperlo!
Arrivato sulla terrazza mi persi tra la folla degli ospiti. Intanto era
stata portata una torta monumentale, e gli invitati si accalcavano intorno
battendo le mani. Dio, quant'erano frivoli e stupidi, tutti quanti!
Io avevo gli occhi incollati su di lei. Nonostante i bei sorrisi che
distribuiva in giro, era chiaro che doveva essere sconvolta. Klaus
Friedlander le si accostò e la prese da una parte. Iniziarono a discutere,
vidi l'uomo che le afferrava un polso con forza. Lei si divincolò, e
allora lui le strinse saldamente un braccio e la spinse in un angolo più
appartato del salone, accanto alle scale. Li seguii discretamente,
riparandomi dietro un'alta pianta di ficus.
«Lasciami! Mi fai male!» sibilava Sissel.
Friedlander aveva la solita espressione di gelida indifferenza che gli
avevo visto in faccia tutta la sera.
«Togliti dalla testa di andare in quell'oasi. Mi hai capito?» La voce
però suonava minacciosa.
«Devo andarci per forza. Il direttore del Museo me l'ha chiesto
espressamente come un favore personale, e se voglio sperare di avere
ancora una carriera...»
Klaus Friedlander la interruppe sbottando in una risata fragorosa,
spaventosamente teatrale.
«Ma quale carriera! Credi davvero che dopo il matrimonio seguirai i
tuoi polverosi studi? Mia cara, sarai Frau Friedlander, impegnata in ben
altri obblighi sociali e, aggiungerei, in frequentazioni di tutt'altro
livello...» Sissel non ascoltò più. Lo piantò lì in asso, e corse verso la
folla degli ospiti. Raggiunse il tavolo dei rinfreschi, e chiese un'altra
coppa di champagne. Con mia grande sorpresa, la vuotò tutta d'un fiato,
e allungò di nuovo il calice per farselo riempire. La vidi civettare con
l'ambasciatore in modo esageratamente gaio, conversare con alcune
signore gesticolando come non le avevo mai visto fare, e capii che era
impegnata in uno sforzo sovrumano per nascondere l'angoscia che
doveva attanagliarla in quel momento.
Quando poco dopo si allontanò, la seguii. Si diresse verso un
corridoio laterale, sbirciò all'interno di vari salottini che si aprivano
sulla lunga galleria, e infine entrò nell'ultima stanza. La raggiunsi in
quello che scoprii essere uno studio: eravamo piuttosto distanti dal
salone e la musica giungeva come un'eco lontana. Sentendo i miei passi
si girò spaventata. Immaginai che temesse un'altra scenata da parte del
fidanzato. Quando mi vide, il suo viso si aprì in un'espressione di
sollievo.
«Mi accompagni a sedere, per favore» disse avvinghiandosi al mio
braccio. «Devo aver bevuto un po' troppo, e non mi sento benissimo.»
La feci subito accomodare su un divano per evitare che mi svenisse
tra le braccia.
«Mi gira la testa!» si lamentò flebilmente.
«Resti seduta ancora un po'. Vedrà che si sentirà meglio» le dissi con
apprensione.
Si prese il viso tra le mani e scoppiò improvvisamente a piangere.
Singhiozzava forte, un pianto nervoso ed esasperato. D'istinto
l'abbracciai. Le accarezzai il viso e lo asciugai dalle lacrime. Era scossa
da un leggero tremore. Poi pian piano si calmò. Alzò gli occhi su di me
e sorrise.
Allora l'afferrai e la baciai. Senza pensare. Le sue labbra erano
morbide, leggermente bagnate di pianto.
Mi sembrò che quel bacio durasse in eterno.
Ma qualche attimo dopo delle voci non lontano da noi ci fecero
sobbalzare.
Sissel si alzò in piedi di scatto.
«Devo andare!» disse asciugandosi gli occhi.
Un secondo, ed era scomparsa.
UN GRADEVOLE IMPREVISTO

Le mie misure non verranno ostacolate da nessun intervento burocratico. Io mi


trovo qui a dover esercitare la mia giustizia, io qui devo solo distruggere e togliere
di mezzo, e basta!
Discorso di Hitler a Francoforte sul Meno durante una riunione del NSDAP, 3
marzo 1933.

Quando tornai nel salone stringevo nella mano un piccolo tesoro.


Apparteneva a Sissel. Mentre le accarezzavo i capelli, si era staccato un
fiore di madreperla dal grazioso pettine che portava sulla tempia. Mi
era parso un presagio di felicità, e in ogni caso avrei avuto un'ottima
scusa per rivederla il giorno dopo. Volevo sapere a tutti i costi cosa
intendeva dire quello sconosciuto quando aveva suggerito che il suo
fidanzato poteva venire a sapere certe cose di lei. E da quale pericolo la
proteggeva quel Friedlander? Era un pezzo grosso del Partito
nazionalsocialista. Questo, unito al suo denaro, dava certamente delle
garanzie. E se lei si fosse lasciata vincere dalla paura, e l'avesse
sposato? Era andata via dalla festa, con lui. Un brivido mi percorse la
schiena. Dovevo assolutamente rivederla e giocarmi l'ultima carta. Le
avrei parlato apertamente. Avrei cercato di capire di cosa aveva paura e
le avrei offerto il mio aiuto. Di qualunque cosa si trattasse, sarei stato
dalla sua parte. Eppure, mi rendevo conto che non era sensato ragionare
così. Non la conoscevo, non potevo sapere quali fossero i segreti del
suo passato. Magari la Gestapo la cercava perché aveva commesso dei
reati. E se fosse stata una spia? Una donna priva di scrupoli?
Ma il mio cuore non stava a sentire. Avrei rischiato, e basta. Con
questa decisione mi diressi verso mio cognato Lucio, che avevo
intravisto tra gli altri ospiti. Chiacchierava amabilmente con
l'ambasciatore e l'avvocato Crispolti, e pensai che non doveva aver
troppo sofferto la mia mancanza; ma prima di averlo raggiunto, sentii
pronunciare il mio nome da una voce con un inconfondibile accento
inglese: apparteneva a Lord Manfred Hamilton, che non avevo più
rivisto da quando eravamo arrivati al Cairo.
Lo salutai cordialmente. Quella faccia allegra, rubizza, con i folti
baffi a spazzola che pendevano dal naso, mi era estremamente
simpatica. Mi tornò alla memoria la sua curiosa teoria sui segreti del
gran sacerdote Potifar. Era divertente ripensarci, adesso che grazie a
Sissel avevo conosciuto quale fosse la vera convinzione del professor
Brunner. Gliene avrei parlato con un certo gusto, non appena se ne
fosse presentata l'occasione.
«Lord Hamilton, che piacere rivederla!» Lui si sistemò il monocolo e
mi strinse amichevolmente la mano. Mi trattenne qualche minuto a
parlare in disparte dagli altri.
«Spero che avremo occasione di prendere insieme un tè al ritorno
dalla spedizione. Ho delle buone notizie circa quella sua teoria
scientifica... ricorda la nostra chiacchierata sulla nave?»
Lord Hamilton corrugò la fronte. Sembrava quasi cadere dalle
nuvole.
«Ma l'olio di Potifar, milord!»
Qualcosa fece sobbalzare il nobile inglese, colto sul vivo, benché
cercasse di dissimulare il suo imbarazzo.
«Come dice, ingegnere?» Ebbi proprio la curiosa impressione che
scambiasse un'occhiata d'intesa con Crispolti, benché da lontano.
«E la sua speculazione commerciale? Non la interessa più il fango
prodigioso degli antichi?» gli chiesi un tantino deluso.
Lord Hamilton improvvisamente si rasserenò, e ogni espressione di
ansia si dileguò dal suo volto.
«Ah, certo! Caro il mio giovanotto! Ma non mi dica: ha per caso
trovato notizie interessanti?» Di colpo pareva aver recuperato il
buonumore e tutto il suo britannico sangue freddo.
Alzai le spalle. «Qualcosa. Ma ne parleremo con calma alla prima
occasione» lo salutai con garbo mentre si allontanava, immaginando la
sua curiosità insoddisfatta, e raggiunsi il gruppo dell'ambasciatore.
Rimasi con loro per una mezz'ora almeno, a sentirli parlare di
questioni africane e di politiche coloniali: Mazzolini aveva un'idea
pessima di mio cognato come archeologo, ma sul resto sembravano
intendersi egregiamente.
Guardai l'orologio d'oro che avevo al polso, regalo di laurea della zia
Adele: oramai erano le tre passate, e mi annoiavo a morte.
«È molto tardi» dissi a mio cognato. «Sarà meglio tornare in
albergo.»
Lucio sembrava desolato. «Purtroppo, la partenza è stata rimandata»
mi informò.
Non so cosa mi trattenne dal mettermi a urlare per la gioia.
«Ci sono stati dei cambiamenti importanti» spiegò Crispolti, e
allungò uno sguardo verso Lord Hamilton, laggiù a una certa distanza,
con un lieve inchino. «Abbiamo appena saputo di avere due nuovi
compagni di viaggio. Il primo è quel gentiluomo britannico che fa il
nostro stesso tragitto. Il tipo eccentrico che abbiamo conosciuto sulla
nave, quel signore laggiù...» Crispolti indicò Lord Hamilton con un
cenno della testa. «Sua Eccellenza trova conveniente accogliere la
richiesta di questo signore, che desidera partecipare alla missione.
Come si dice, l'unione fa la forza...»
«E il tragitto sarà senza dubbio molto più gradevole!» esclamò
l'ambasciatore con aria ammiccante.
Lucio mi diede una gomitata. «Sembra che sarà della partita anche
quella splendida ragazza che abbiamo visto qui stasera... come si
chiama, Eccellenza?»
L'ambasciatore mi guardò con un'espressione complice. «Elisabeth
Rosenheim. La studiosa del Museo che continua le ricerche di Hans
Brunner. E questo è il vostro secondo acquisto, in effetti.»
Finsi di essere stupito dalla notizia ma non particolarmente coinvolto,
eppure la mia espressione doveva essere più che eloquente.
«Eh, i giovani!» esclamò l'ambasciatore. «Il nostro ingegnere è
arrivato qui da appena qualche settimana ed è già innamorato cotto!
Andiamo, signori. Io non ho più l'età per queste cose, purtroppo. Mi
consolerò con un bicchiere di brandy e una bella partita a biliardo nel
fumoir!»
Sua Eccellenza si ritirò con un inchino e mio cognato, manco a dirlo,
subito lo seguì con l'aria di un consumato adulatore. Io rimasi lì
impalato. Sissel Rosenheim si univa alla spedizione... ma perché? Che
cosa c'entrava con quel progetto finanziato segretamente dall'Azienda
generale italiana petroli, cui il Museo nazionale romano aveva fornito
solo una credibile copertura? Ragionavo con lo sguardo fisso davanti a
me, e non mi ero accorto che l'avvocato Crispolti era rimasto lì accanto.
Mi fissava, e sono sicuro che intuisse le mie perplessità.
«Una bella sorpresa, non è vero?» mi chiese sorridendo.
Lo guardai pieno di dubbi. Senza rispondergli.
«So che Sua Eccellenza le ha rivelato il nostro... il lato, diciamo,
riservato di questa spedizione archeologica» mi disse in tono
confidenziale. «Naturalmente, l'Azienda generale italiana petroli ci
impone di mantenere il più stretto segreto sulla questione.»
«Ma cosa c'entra quella donna?» lo interruppi cambiando argomento
in modo brusco.
Crispolti sorrise.
«La dottoressa Rosenheim è solo un gradevole imprevisto» rispose
alzando le spalle. Sembrava non attribuire a quella notizia un valore
particolare.
«La vera novità è l'intervento di quel nobile inglese, quel ricco
collezionista» continuò. «Si è introdotto nel nostro progetto con una
certa prepotenza. Ma bisogna dire che ha buoni argomenti, dalla sua
parte» e rise di gusto sfregando tra loro l'indice e il pollice della mano
destra, a significarmi le fortune del lord.
«Quindi verrà anche lui. E a quale titolo, se è lecito saperlo?»
Crispolti allargò le braccia.
«A essere proprio sincero, caro giovanotto, non l'ho capito bene.
Dev'essere un fanatico collezionista di antichità, roba del genere. Di
quegli eccentrici ricconi i quali non hanno alcun problema nella vita, e
qualcosa a cui pensare devono pure trovarla. In ogni caso, non me ne
importa un fico secco! L'Azienda generale italiana petroli è ben felice
di sgravarsi di una parte consistente delle spese. Quel bizzarro
gentiluomo desidera effettuare saggi di scavo per conto proprio, quindi
si è offerto di pagare lui tutte le spese per il trasporto delle
manovalanze, e così anche le attrezzature. Sono diversi autocarri
piuttosto carichi, e la benzina costa. Per noi è davvero una manna dal
cielo. Se ha tanti soldi e vuole spenderli così, che c'è di male? Io spero
anche che lo trovi, il suo fango miracoloso. Mi piace, quel lord. Sarà un
compagno di viaggio divertente!»
Lo guardai ancora molto perplesso.
«Hamilton è un inglese, però» obiettai scuro in volto. «E noi
dovremmo fare le nostre indagini tenendole nascoste agli inglesi. Non
sarà un rischio, con lui in giro?»
Crispolti fece una curiosa smorfia di noncuranza.
«No, credo che il lord non sia affatto interessato alle faccende
politiche, e che anzi voglia frugare nelle sabbie dell'oasi in modo
piuttosto discreto.»
Sospirai e mi passai una mano fra i capelli.
«Non è strano, in effetti...» mormorai come parlando a me stesso.
«Quel tizio così originale cerca un'antica sorgente di fanghi curativi per
poi poterli commercializzare. Non ci guadagna nulla nel far conoscere
la cosa agli inglesi; magari quella sorgente la trova sul serio, e qualcuno
con appoggi migliori dei suoi potrebbe addirittura sfilargli la
concessione.»
Crispolti annuì.
«E la dottoressa Rosenheim?» gli chiesi ancora, incalzante.
Crispolti mi squadrò e non poté fare a meno di sorridere.
«L'argomento le interessa molto, a quanto pare. E come potrebbe
essere altrimenti? Però mi dicono che è ben custodita da quel mastino
del suo fidanzato, il magnate di Düsseldorf. Non le sarà facile
sfilargliela, anche se lei è un giovanotto affascinante.»

«Perché viene con noi?»


Dal tono con cui lo chiesi, l'avvocato capì che non era più il caso di
scherzare.
«È stato proprio Lord Hamilton a insistere» mi spiegò Crispolti in
tono più serio. «Ritiene che la presenza di quella studiosa sia
indispensabile. Dice che custodisce i diari del defunto professor
Brunner, e conosce a menadito le sue ricerche. Secondo il lord, sarebbe
impossibile ritrovare cosa esattamente cercava il povero Brunner senza
aver decifrato le indicazioni dei diari. E senza queste informazioni
rischieremmo di danneggiare un sito archeologico di grande
importanza.»
Mi tornarono alla mente le parole di Donadoni: lui la pensava allo
stesso modo.
«Potrebbe anche aver ragione» ammisi distrattamente.
Rimasi alcuni istanti in silenzio. Riflettevo. C'erano tante cose che
non mi sembravano chiare, tanti fatti che non tornavano. Ma in quel
momento, su due piedi, non avrei saputo dire esattamente quali.
«La dottoressa però ha dei legami» aggiunsi in tono grave.
Vidi che Crispolti faceva spallucce.
«Sì, purtroppo!» mi rispose. «Quel suo fidanzato nazista, Friedlander,
è un uomo difficile da trattare. Ma non sono nemmeno sicuro che la
ragazza abbia scelta, in fondo.»
«Che significa?»
«Ordinaria amministrazione, ragazzo mio. Il buon Lord Hamilton ha
fatto una generosa donazione al Museo del Cairo, a quanto dice, però
l'ha fatta proprio perché il direttore permettesse alla ragazza di venire
con noi. Do ut des, tanto per capirci... i ricchi sanno essere molto
convincenti, giovanotto. E se sono anche nobili, allora diventa
impossibile resistere. Dunque, il direttore ha chiesto caldamente alla
Rosenheim di prendere parte alla spedizione. Pare che lei sulle prime
non fosse entusiasta di partecipare. Poi è successo qualcosa. Forse al
Museo le hanno fatto capire che, se vuole continuare a lavorare per
loro, deve pur accettare qualche sacrificio!»
Feci un lungo sospiro. Ero preoccupato, e Crispolti lo capì benissimo.
«Certo, la presenza della Rosenheim qualche complicazione ce la
procura...» aggiunse l'avvocato. «Girare per il deserto con una donna di
quel genere è un rischio. Al confine con la Libia ci sono tribù di berberi
che non vanno tanto per il sottile. Bisognerà convincere la nostra
bellezza a rimanere piuttosto in disparte, se non addirittura nascosta.
L'ideale, per noi, sarebbe se non si facesse vedere fin quando non
saremo arrivati alla nostra meta.»
«Potrebbero rapirla?» chiesi con la voce increspata da un filo d'ansia.
Crispolti scoppiò a ridere.
«Ci verrebbero a piedi da Zanzibar, se sapessero che portiamo a
spasso una donna così! Quella ragazza è una mina vagante, per noi.
Dovremo essere molto prudenti. E non sono preoccupato soltanto per
gli indigeni o le tribù dei berberi. Anche i tecnici mi danno tanti
pensieri. Ma di questo ne riparleremo a suo tempo, e anche lei
comprenderà» concluse con fare sibillino.
«I tecnici? Quali tecnici?» chiesi.
Crispolti fece un vago cenno con la mano.
«Sono i nostri collaboratori europei, esperti del settore minerario. Ci
serviranno.»
«Sono dipendenti dell'Agip?»
Crispolti mi guardò dritto negli occhi. «No. Sono tutti tedeschi.»
Lo fissai stupito.
«Tedeschi?» domandai sgranando gli occhi.
«Sì, a quanto sembra! I nostri dirigenti hanno fatto una selezione.
Non so bene chi abbia diretto la cosa, ma pare che i migliori tecnici nel
settore estrattivo vengano dalla Germania.»
«Dunque a Berlino sanno tutto. Sanno della nostra missione, e che
cerchiamo il petrolio!» Ero turbato e non lo nascosi.
Crispolti fece una smorfia di perfetta noncuranza.
«Questo a dire il vero non lo so» replicò con un sorrisetto. «E
comunque, quelli non sono certo tedeschi di Berlino. Lei non ci badi,
ragazzo mio. Le faranno comodo per le indagini, mi creda.»
«Quanti sono?» gli chiesi.
«Una ventina, più o meno.»
Crispolti si accorse che ero rimasto a bocca aperta.
«Che c'è, giovanotto? Le sembrano tanti?»
«Certo...» risposi in un tono piuttosto seccato. «Un'esagerazione!»
L'avvocato mi guardò con un'espressione divertita.
«Di che si lamenta, giovanotto? Tutta fatica risparmiata per lei!
Vogliamo essere sicuri che il greggio ci sia davvero, e sapere di preciso
quanto ce n'è, prima di fare qualunque passo. Sa come si dice: quattro
occhi sono meglio di due.»
«E qui ne abbiamo addirittura quaranta, di occhi!»
Crispolti scoppiò a ridere.
«Lei si concentri sull'analisi del sito. Al resto pensiamo noi. Non
appena avremo le prove, dovremo inviarle a Tripoli. Laggiù le autorità
italiane e gli uomini dell'Agip sono pronti per le pratiche burocratiche:
l'intenzione è di agire molto in fretta. I nostri tecnici sono equipaggiati
per rimanere qui all'incirca sei mesi. Appena ottenuti i permessi,
montiamo le apparecchiature per il carotaggio e poi apriamo il pozzo.
Venti tecnici non sono troppi, se vogliamo fare le cose per bene.»
Alzai le spalle. A detta dell'ambasciatore, io dovevo solo capire se il
greggio c'era o no. Crispolti invece parlava già di alloggiare i tecnici e
mettere in piedi l'attività estrattiva: quindi, a rigor di logica la mia
presenza non era nemmeno indispensabile. C'erano tante incongruenze,
in quella bizzarra vicenda. L'avvocato non mi stava dicendo la verità, lo
sentivo. O almeno, c'erano sicuramente altre cose importanti che i suoi
modi cortesi, evasivi, reticenti cercavano di tenermi nascoste. Ma in
fondo non me ne importava niente. Venti tecnici, o trenta, o duecento...
per me faceva lo stesso. Però non c'erano dubbi che tutto
quell'affollamento di gente avrebbe creato difficoltà.
«Forse era meglio viaggiare leggeri, poche persone e lo stretto
indispensabile. E dopo, una volta trovato il petrolio, si potevano
benissimo far arrivare tutti i tecnici e le attrezzature necessarie» obiettai
convinto.
L'avvocato mi guardò evidentemente ammirato per il piglio che
avevo assunto.
«Sì, sarebbe stato più logico, ma i nostri superiori hanno deciso
così.»
E con un inchino mi salutò, lasciandomi solo.
Mi diressi verso il fumoir in cerca di mio cognato. Volevo
andarmene. Ormai, l'unica cosa importante era che Sissel sarebbe
partita con noi. Per quanto fossi felice di quell'imprevisto, provavo una
sottile sensazione di disagio. Sapevo che lei era stata costretta. E si
trovava sotto ricatto, in evidente difficoltà. Ma almeno standole vicino
avrei potuto cercare di capire tante cose. E magari, sarei riuscito anche
a proteggerla.
PARAFFINA E CELLULOIDE

La prima cosa che vedemmo fu, sulla destra, un paio di sandali di giunco e
papiro, in perfette condizioni; sotto, ben visibile, un poggiatesta dorato e, ancora
più sotto, un confuso ammasso di stoffa, cuoio e oro, che lì per lì non capivamo
che cosa fosse. Sulla sinistra, avvolto in un fagotto, c'era un magnifico abito
regale e, nell'angolo superiore, dei grani di resina scura rozzamente modellati. Il
vestito ci pose il primo problema, che poi si sarebbe continuamente ripresentato,
cioè come maneggiare un tessuto che si sbriciolava al minimo tocco ed era
ricoperto da una complicata e pesante decorazione. In questo particolare caso,
l'abito era interamente ricamato con una rete di grani di ceramica, con riquadri
alternati riempiti di lustrini d'oro.
HOWARD CARTER, Tutankhamen.

Poco prima di lasciare la festa intravidi tra la folla degli ospiti il


professor Sergio Donadoni. Non sapevo che si trovasse ancora al Cairo,
credevo fosse rientrato ad Alessandria d'Egitto. Evidentemente, qualche
ragione lo aveva trattenuto in città e Sua Eccellenza doveva averlo
invitato alla festa. Si vedeva che Mazzolini stimava molto quel giovane
archeologo di Palermo, sebbene Donadoni fosse un uomo di idee
politiche ben diverse dalle sue. Quando ci eravamo visti nel fumoir del
suo albergo e gli avevo raccontato del mio incidente col grammofono,
avevo notato uno scintillio di approvazione nei suoi occhi. Chissà,
magari Donadoni si era specializzato sulle antichità romane d'Egitto
proprio per non dover restare in Italia...
Gli feci da lontano un saluto cordiale. Ma Donadoni si accomiatò dai
suoi interlocutori e mi raggiunse subito.
«Buona sera, ingegnere. Anche lei da queste parti?»
Cercai di togliermi dalla faccia l'espressione turbata che ancora
avevo.
«Splendida festa. L'ambasciatore italiano è tenuto in gran
considerazione dal sovrano, a quanto sembra. Ma lei, professore, che ci
fa ancora qui al Cairo?»
Donadoni alzò le spalle.
«Mi sono dovuto trattenere per fare rifornimento: avevamo bisogno
di paraffina, celluloide. Cose di questo genere.»
Sgranai gli occhi e mi venne da ridere.
«Celluloide? Ma che fate, girate anche un film?»
Stavolta fu Donadoni a sgranare gli occhi: e mi rivolse un'occhiata
prima profondamente sorpresa, poi indagatrice.
«Scusi, ma lei non deve partecipare a quella missione archeologica
nell'oasi di Siwah?» mi chiese aspro.
«Ma certo!» gli confermai con enfasi.
«Pertanto non sa cosa si faccia con la celluloide?»
«Non ne ho la minima idea» ammisi con candore.
Dovevo proprio avere la faccia contrita del ragazzino chiamato
all'interrogazione a scuola, che ammette di non aver fatto i compiti,
perché Donadoni ora mi rivolse un'altra occhiata di traverso, ma con
una luce più indulgente nello sguardo.
«Lei non ha mai partecipato a uno scavo in vita sua, vero?» mi
chiese.
«Esatto» confessai fissandolo con franchezza negli occhi.
«Perché è venuto qui, di preciso?»
«Non ci sono venuto per mia scelta. Mi ci hanno mandato.»
«Ho capito. È una forma elegante di punizione, una specie di confino
mascherato» soggiunse Donadoni annuendo leggermente con la testa.
«Più o meno!» risposi evasivo. «Mio padre si è raccomandato alle
sue conoscenze in Vaticano, ha deciso di allontanarmi dall'Italia, vista
la gran brutta aria che tira in questo momento. Serviva un geologo per
la spedizione archeologica diretta a Siwah. Così ha preso la palla al
balzo.»
«Chi dirige la missione?»
«Non lo so. Facciamo riferimento a Crispolti, un avvocato dell'Agip,
per i permessi e le questioni pratiche. Poi i reperti a quanto sembra li
esaminerà mio cognato.»
Il professore sollevò le sopracciglia in un'espressione assai eloquente,
quando nominai Lucio.
«Un avvocato dell'Agip, ha detto. E che c'entra?»
«Conosce Sua Eccellenza l'ambasciatore italiano, sa come ci si
muove qui in Egitto con i permessi e tutto il resto. E se devo essere
sincero, tante domande non le ho nemmeno fatte. Mi hanno detto che
dovevo partire, volente o nolente. Quindi ho raccolto le mie cose e sono
partito, ecco tutto!»
Donadoni restava in silenzio, diffidente.
«Che lei sappia, nella missione ci sarà un chimico? Oppure è lei
l'unico ad avere qualche cognizione in questo settore?»
«No, non mi pare che ci sia un chimico fra noi. Ma per quanto
riguarda l'analisi delle rocce, io sono perfettamente in grado...»
«Accidenti!» Donadoni strinse il pugno e lanciò qualche
imprecazione poco consona al suo fare abituale. «Le solite cose
all'italiana! Mandano la gente allo sbaraglio senza pensare alle
conseguenze! Poi ci si lamenta se siamo sempre un passo indietro
rispetto ai tedeschi e agli inglesi!»
Non riuscivo a capire perché si fosse infuriato e attesi che gli
sbollisse la rabbia.
«Mi scusi, non ce l'ho affatto con lei» disse. «Ho capito benissimo la
sua situazione, per carità! E mi pare inoltre di comprendere che lei, in
fondo, non ha avuto scelta. Però non si monta una spedizione di scavo
senza un esperto che sappia dove mettere le mani quando serve! E la
cosa può essere rischiosa anche per lei, lo sa, ingegnere?» aggiunse
preoccupato. Anch'io in effetti cominciavo a essere un tantino in
allarme.
«Rischioso? Che intende?» gli chiesi.
Donadoni prese un bel respiro, come uno che debba tenere un intero
corso condensato in una lezione di tre minuti e non sappia proprio da
dove iniziare.
«Ecco, i reperti archeologici non si trovano sottoterra così come lei li
vede nei musei. Giacciono in depositi che possono essere stati sigillati
tremila anni fa, e poi mai più toccati da mano umana. Oppure sono stati
violati, smembrati, e manomessi numerose volte. Lo stato in cui i
reperti si trovano può essere molto variabile. Spesso, anche solo
sfiorarli significa ridurli in polvere. Quindi la ricerca ha messo a punto
certi espedienti che ci permettono di consolidarli ancor prima di
maneggiarli e spostarli. In questo modo non si danneggiano e possono
essere trasferiti in un museo dove poi si procede con il restauro. Mi ha
capito, adesso? Se lei non metterà in atto le procedure giuste, gli oggetti
subiranno grossi danni e magari finiranno distrutti. Lo so che lei non ha
nessuna colpa: come ingegnere, danno per scontato che sappia di
chimica e quindi anche di queste tecniche di recupero. Lo danno per
scontato perché sono dei faciloni, gente senza criterio. Ma se poi ci
saranno proteste, è facile che scarichino la colpa su di lei!»
A quelle parole mi prese il panico.
«Ma io... a questo punto che faccio?» esclamai costernato.
Donadoni strinse la bocca in una smorfia sconsolata.
«Senta, Borghesi, lei è in una situazione difficile. Possiamo fare un
tentativo, però. Domani devo andare al Museo del Cairo. Se vuole, la
passo a prendere e mi accompagna. Facciamo una visita, le mostro
alcune cose importanti. Un corso accelerato di Egittologia in un paio
d'ore, insomma. Non è il massimo, certo: ma sempre meglio di niente!»
Gli strinsi la mano e lo ringraziai con tutto il calore che potevo. Ci
demmo appuntamento per l'indomani mattina, alle otto, davanti al mio
albergo.
Fu una levataccia assurda, essendo andato a coricarmi solo un paio
d'ore prima della sveglia, e comunque non avevo chiuso occhio. Le
parole di Donadoni mi avevano gettato in uno stato di incredibile ansia.
E mi davo anche dello stupido: non solo la mia inesperienza poteva
procurare danni ai delicati reperti archeologici, ammesso che li
trovassimo, ma cosa avrebbe detto Elisabeth Rosenheim, brillante
egittologa, quando fosse stata costretta a constatare che ero in grado
soltanto di combinare disastri? L'idea che mi giudicasse un incapace mi
tormentava. Così mi sciacquai la faccia almeno dieci volte nella
speranza di svegliarmi, e ingurgitai tre caffè, intenzionato ad assorbire
la lezione di Donadoni come una spugna.
Il professore arrivò con una jeep Fiat 621L che il Museo greco-
romano di Alessandria gli aveva messo a disposizione.
«Accidenti, professore!» esclamai con un fischio d'approvazione.
«Il Duce ci tiene a far bella figura all'estero. Gli permette di lucidare
l'orgoglio nazionale italiano e salvare la faccia in ambito internazionale.
Il che a noi va persino bene, perché in concreto finanzia gli scavi» mi
rispose con un lieve inchino della testa.
Mi misi il cappello e montai su.
Donadoni era di buon umore e si vedeva.
«Scusi sa, se ieri sera sono stato un po' brusco. Ci ho riflettuto e mi
sono venute in mente alcune idee. Faremo un giro un po' inconsueto, le
mostrerò dei reperti come quelli che potrebbe trovare scavando a
Siwah. Poi la porterò in un posto speciale, che non visita mai nessuno.»
Lo disse con un'aria di mistero. Non so perché, ma un brivido mi
percorse la schiena.
«E se rimanessimo all'interno delle rotte frequentate?» chiesi in tono
scherzoso.
«Lei non sarà mica superstizioso, vero? Non crederà a quelle favole
come la maledizione del faraone?»
L'aveva detto con un'espressione talmente canzonatoria che mi
sentivo un tantino ridicolo.
«No, ovviamente. Però lei non può negare che la sorte di certi
archeologi è stata quantomeno... sfortunata» risposi un po' piccato.
«Senza dubbio» ribatté lui, ironico. «Basti pensare a quanti di loro
restano senza lavoro per mancanza di fondi! Winckelmann, il padre
dell'archeologia moderna, diceva che questa scienza è una bella ragazza
senza dote. Non aveva per niente torto!»
Sorrisi, apprezzando il delizioso paragone.
«Tanti sudano sangue per una vita intera senza trovare mai niente di
importante, che valga tutta quella fatica...» continuò lui con una certa
enfasi. «Sono convinto infatti che una buona scoperta sia scritta nelle
stelle, se così vogliamo dire. È un fatto di intuito, bravura, metodo. Ma
per raggiungere certi obiettivi serve qualcos'altro: c'è di mezzo il
destino, un volere superiore che dirotta il cercatore sulla strada giusta. E
spesso non è nemmeno più bravo degli altri. È semplicemente un
predestinato.»

«Una bella ragazza senza dote... almeno però sarà divertente!»


commentai ridendo.
Donadoni si accese di una luce particolare.
«Divertente? No, non è la parola giusta. L'archeologia è esaltante. Dà
la possibilità di entrare nella vita di uomini passati. In un certo senso,
noi li facciamo rivivere. Alcuni anni fa è uscito in America un film che
racconta di un archeologo il quale ritrova la mummia del potentissimo
Imothep, gran sacerdote del faraone: un uomo dannato che fu messo a
morte per aver commesso un sacrilegio, ma padroneggiava la magia e
predispose tutto per essere riportato in vita. In effetti il Libro dei Morti,
la più antica raccolta di formule funerarie degli egizi, fa esplicito
riferimento alla resurrezione dei trapassati. Nel film, è la millenaria
magia egizia che riporta in vita la mummia, e questa si aggira nel buio
per tormentare i vivi, in cerca dell'amante adorata da cui Imothep si è
separato nella notte dei tempi. Molto romantico. E anche molto
suggestivo, nonostante certe ingenuità.»
Sentendo nominare di nuovo il titolo di quell'orribile testo, senza
nemmeno rifletterci troppo avevo cercato di toccare ferro. E poi,
inevitabilmente, mi era venuto spontaneo ridere di me stesso.
Donadoni mi guardò piuttosto sorpreso.
«Perché ride?»
Dal riso passai subito al sorriso.
«Ma no, niente. È che trovo un po' strano il suo modo di vedere le
cose, professore. Glielo confesso solo perché ho una stima sconfinata
nelle sue doti di studioso.»
«E che cosa in particolare la diverte?»
Feci spallucce con la stessa espressione benevola di prima.
«Ma tutto, professore! Lei dice che l'archeologia è una scienza, e
questo già mi suona strano: però accettiamolo, nel senso che può essere
praticata con metodo strettamente scientifico...»
«Infatti» disse lui, deciso.
«Però lei aggiunge che l'archeologo coronato dal successo non è il
più bravo, colui che applica rigidamente il metodo. Perlomeno, il
metodo scientifico e la preparazione da soli non servono quasi a niente.
Occorrono la fortuna, il sesto senso, la predestinazione... tutte cose che
non esistono, per dirla in breve. Concetti con cui la scienza non ha
niente a che fare!»
Donadoni strinse gli occhi. Era chiaro che non capisse cosa volessi
dire.
«Mi spiego meglio, professore. Lei è passato a prendermi con questo
gioiello di fuoristrada, l'ultimo ritrovato della meccanica moderna che
va avanti grazie a un motore a scoppio. E stamattina quando si è
svegliato ha sicuramente premuto un interruttore, al che si è
immediatamente accesa una luce. Questa è la scienza, la tecnologia.
L'uomo contemporaneo ormai la padroneggia, ci si trova a suo agio
come un pesce nel mare. Tante altre scoperte saranno possibili in
futuro, ma ciò presuppone un approccio mentale cui non si può
rinunciare: la razionalità. Insomma, voglio dire che non si può vivere
nel ventesimo secolo, non si può accendere un interruttore della
corrente elettrica e continuare a credere al soprannaturale come hanno
fatto i nostri predecessori, che vivevano più o meno nelle tenebre del
medioevo. E come fanno ancora oggi i preti, per intenderci. Ecco, ho
usato l'immagine dell'interruttore per riassumere il concetto.
Predestinazione, fortuna, sesto senso... non sono idee adatte a uno
studioso del suo talento. Tutto qui.»
Donadoni continuava a fissarmi e mi ascoltava attentamente.
«Un ragionamento notevole» commentò pensieroso. «Non ci avevo
mai riflettuto. Ma lei forse non mi ha capito. Non ho detto che
l'archeologia sia una scienza esatta, come la matematica. L'archeologia
è una scienza umana, e questo ha un significato preciso. I numeri, come
pure gli uomini, si comportano seguendo delle regole, diciamo degli
schemi d'azione. Ma i numeri sono ordinati, corretti, e tremendamente
monotoni. Gli uomini, invece, il più delle volte sono disordinati,
scorretti, e anche imprevedibili. Ricchi di fantasia, insomma. Una
scienza umana deve tenere conto di questo. E comunque, ingegnere, lei
ci deve capire: noi archeologi forse davvero continuiamo a vivere nelle
brume del medioevo. Il nostro mestiere in qualche modo ci spinge a
identificarci con le storie degli uomini antichi che riportiamo alla luce.»
Eravamo arrivati davanti al Museo.
«A proposito di bellezza che sfida i millenni» disse Donadoni con un
sorriso, forse ripensando alla trama del suo film. «Che ne dice di
trovare qualche buona scusa per passare a salutare la bella tedesca?
Visto che siamo qui...»
Quelle parole mi irrigidirono. Con una velocità incredibile la mia
mente fece una radiografia dell'uomo che mi stava accanto: Sergio
Donadoni, gentiluomo di Palermo, coltissimo, fascino latino
indiscutibile, eloquio elegante... quanti anni avrà avuto? Venticinque, al
massimo ventisei. Ed era già un nome nel suo ambiente. L'idea che
capitasse davanti a Sissel proprio non mi lasciava sereno: l'affinità
professionale che esisteva fra loro due poteva risultare decisamente
pericolosa.
E forse Donadoni era anche un genio perché mi lesse nel pensiero e,
dopo avermi dato una gomitata nelle costole, mi rassicurò.
«Stia tranquillo! Non sono mica matto, con quel nazista del suo
fidanzato! C'è da temere di ritrovarsi con la Gestapo addosso, se uno le
si avvicina.»
Ripensai a quel bacio che le avevo rubato la sera prima. Un gesto
avventato, senza dubbio. Ma non potevo dirmi pentito.
«La Rosenheim farà parte della spedizione» dissi cercando di
cambiare argomento.
Mi accorsi che Donadoni si era rabbuiato. Era forse risentito, magari
si sentiva ingiustamente scavalcato da Sissel?
«Un po' strano» commentò in tono seccato.
«Perché?»
«La Rosenheim è arrivata qui appena qualche mese fa. Per carità, la
sua preparazione non si discute. Anzi, se non fosse quel gran pezzo di
tedesca, potremmo definirla un mostro: infatti ha un intuito fuori
misura, quando si tratta di decifrare le iscrizioni. Per lavorare come
storico nel Museo è insuperabile. Però non ha nessuna esperienza di
scavo: e questo sul campo fa una gran differenza. Mi sorprende molto
che l'abbiano inserita nella missione senza affiancarle uno scavatore
veterano. E ancor di più, mi sorprende che lei abbia accettato di
partire.»
«Credo che sia stata costretta» ammisi quasi sottovoce.
Donadoni si fermò sulle scale e mi guardò spalancando gli occhi per
la sorpresa.
«Anche lei? Accidenti, Borghesi, quanta gente cooptata con la forza
in questa missione! Questa storia non mi convince, glielo garantisco. È
sicuro che sia tutto in regola? Non ho mai visto una spedizione
archeologica messa in piedi in modo tanto sconclusionato!»
Per un attimo fui sul punto di rivelargli che la missione archeologica
era solo una copertura, in realtà la spedizione era sotto la direzione
dell'Agip, che non andava certo in giro nel deserto in cerca di mummie.
Ma mi trattenni, perché eravamo in un luogo pubblico.
Intanto mi resi conto che il professore mi aveva guidato in uno spazio
completamente diverso da quelli che avevo visto fino ad allora.
Eravamo arrivati nelle sale dei reperti. E io rimasi a bocca aperta.
IL POTERE DI UN INTERRUTTORE

Anzitutto deve essere ben chiaro che uno scavatore non se ne sta mai in attesa
che gli vengano portate ceste colme di oggetti rinvenuti; la prima e più importante
regola vigente negli scavi è che l'archeologo è tenuto a rimuovere ogni pezzo con
le proprie mani. [...] Uno scavatore deve quindi vedere sempre ogni oggetto nella
sua posizione, annotare accuratamente ogni cosa prima di rimuoverlo e, se
necessario, eseguire sul posto un trattamento conservativo.
HOWARD CARTER, Tutankhamen.

Le prime sale le attraversai seguendo Donadoni come un automa,


tanto era lo stupore. Ma dovetti fermarmi dinanzi a una teca dove era
stato esposto un insieme incredibilmente bello di strani attrezzi di
bronzo lucidissimo, che, venni a sapere, erano ferri chirurgici. Seguiva
poi un numero incalcolabile di sarcofagi, che ebbi solo il tempo di
guardare velocemente perché Donadoni mi faceva ogni volta cenno di
non fermarmi.
«Lei sa qualcosa dell'Egitto antico?» mi chiese.
«Qualcosa. Quello che ho studiato a scuola» ammisi onestamente.
«Fa niente! Cerchi però di percepire almeno la bellezza, la solennità
di questa civiltà così arcaica. Cerchi, se ci riesce, di respirare il suo
mistero.»
«Respirare... che?» domandai stupito.
«È un modo di dire. Deve entrare in simbiosi con la loro visione del
mondo, insomma.»
La sala era occupata interamente da enormi vetrine collocate lungo il
suo perimetro, in cui erano disposti con cura numerosi oggetti: vestiti,
armi, gioielli, sandali con una curiosa punta ricurva. In una delle vetrine
troneggiava uno splendido cocchio di legno dipinto e in parte ancora
rivestito da sottili lamine d'oro. Mi colpì in particolare un enorme
ventaglio di vaporose piume di struzzo: il manico era d'avorio
finemente inciso, la parte centrale sembrava di un bel bronzo dorato, e
portava inclusioni di smalti colorati, rossi, azzurri e neri. Poi
tutt'intorno si innalzavano soffici nuvole di piume bianche e marroni,
che creavano un meraviglioso contrasto cromatico.
«Ma sono vere?»
«In parte. Ovviamente questi materiali si corrompono.
Imputridiscono, come ad esempio la pelle conciata. Vede quel cocchio
da parata al centro della stanza? Tutti i finimenti erano di cuoio, e
quando la tomba fu ritrovata erano ormai ridotti a una poltiglia. Ma le
lamine d'oro che li rivestivano erano perfette e conservavano la loro
forma. Ecco, questo è esattamente ciò che interessa a lei. Mi segua!»
E a passo spedito mi guidò nella stanza attigua, dove era stato
posizionato un grande sarcofago di pietra, aperto, con il coperchio
poggiato a terra per lasciar vedere il contenuto: una mummia con la
testa piccolissima, fasciata di garze ormai scurite dagli aromi
dell'imbalsamazione e dal passare dei secoli.
«Questa è una regina» mi spiegò Donadoni. «Guardi, si vedono
ancora gli occhi semiaperti, e soprattutto i capelli.»
Era vero, e quella visione mi diede un brivido. Contemplavo quel
cadavere che riposava immoto da quasi quattromila anni, le braccia
incrociate sul petto, la pelle degli zigomi aderente alle ossa, gli occhi
socchiusi dove si distingueva ancora il chiarore delle pupille. E le
unghie, i capelli, il profilo delle labbra appena dischiuse come se ancora
trattenessero il respiro. Come se la morte fosse rimasta sospesa in
qualche arcano limbo non lontano dalla vita.
«Mi sono sempre chiesto come mai un popolo tanto evoluto abbia
potuto credere che mummificare i cadaveri significasse garantire loro la
vita eterna» commentai scettico.
«Che cosa ci trova di strano?»
La domanda di Donadoni mi costrinse a riflettere sui miei stessi
pensieri.
«È una cosa assurda, professore. Lo ammetta. Mi hanno spiegato che
il rito di mummificazione durava due mesi, perché i tessuti del corpo
dovevano asciugarsi in un bagno di sali speciali. Ma prima ancora il
corpo veniva aperto per togliere gli organi più deperibili come la lingua,
il cervello, le viscere.»
«Accuratamente riposti nei vasi canopi» precisò Donadoni. «Ognuno
affidato alla protezione di una precisa divinità, pronti per la rinascita.»
«Ecco, professore, è proprio questo il punto. Il procedimento usato
dagli egiziani per conservare un corpo segue una logica precisa,
diciamo pure che è un discreto esempio di cultura chimica e biologica.
Regole pratiche, empiriche. E le dirò di più: la procedura in fondo non è
molto diversa da quella che si usa ancora oggi per essiccare le carni
destinate a essere mangiate: non mettiamo forse il prosciutto sotto sale,
dopo averlo privato della vena centrale e di altre parti che si
danneggiano con facilità? Per questo mi meraviglio: come potevano
credere che un corpo completamente privo degli organi potesse
risorgere?»
Donadoni mi guardò con un'espressione desolata.
«Le favole degli antichi non vanno mai derise. Quella dell'Egitto è
una religione misterica, ovviamente. Questo significa che al centro del
credo sta una verità impossibile, innaturale. Che però diventa possibile
per il fedele. Gli egiziani credevano fermamente nell'immortalità
dell'anima, ma la mummificazione non era in se stessa una garanzia
perfetta: infatti per godere della vita eterna il defunto doveva sottostare
a un rito chiamato “pesatura delle anime”. La dea Maat, che incarna la
giustizia universale, accoglieva l'anima del morto e la poneva su una
bilancia a confronto con il peso di una piuma. Mi capisce? Per entrare
nel mondo dei vivi in eterno, l'uomo doveva essere puro, senza gravi
colpe che potessero appesantire la sua coscienza. Lo trovo un pensiero
molto bello, vicinissimo alla nostra sensibilità religiosa. È possibile che
la mummificazione fosse solo un rituale regale per conservare
dignitosamente le spoglie mortali, che poi fu adottato anche dai nobili e
dai ricchi. Infatti, era molto costoso e non tutti potevano permetterselo.
Però, è innegabile che si attribuisse alla conservazione del corpo un
legame importante con la sopravvivenza del suo proprietario: infatti, il
corpo di Akhenaton, il faraone eretico che voltò le spalle agli dei, non
fu mummificato ma venne fatto a pezzi e gettato in pasto ai cani.»
Feci una smorfia divertita. «C'erano anche faraoni eretici?»
«Uno solo, per quanto ci risulti. E nessuno poi volle più riprovarci.»
La parola che Donadoni aveva usato, “eretico”, mi fece sorridere.
Nella mia mente evocava sinistre immagini di biechi inquisitori,
aguzzini, oscuri antri di terrore, ritrattazioni dopo feroci torture... e tutti
i personaggi erano abbigliati secondo l'uso dell'Egitto antico. Ma le
parole del professore mi riscossero dal mio fantasticare.
Eravamo arrivati in un luogo cui evidentemente teneva molto. Lo
compresi dal modo in cui si fermò sulla soglia della stanza: immobile,
diritto, quasi in religioso silenzio. Quando gettai un'occhiata dentro,
anche per me diventò difficile parlare. Ci trovavamo nella sala più bella
del Museo, quella dov'era conservato il tesoro trovato nella tomba di
Tuthankamon. Persino io conoscevo la storia del faraone bambino, il
giovane sovrano morto a soli diciannove anni, per mano di un
assassino, si diceva. Forse era l'unica cosa che sapevo dell'antico Egitto.
Mi avvicinai alla vetrina centrale, catturato da qualcosa che brillava.
Una maschera d'oro mostrava le fattezze dell'antico sovrano
giovanissimo, e il suo viso tornito nel metallo più puro riluceva
svelando occhi grandi e gentili, guance quasi infantili, prive di barba, e
un sorriso appena accennato che ispirava un senso di maestosa serenità.
Nella maschera il giovane faraone, Signore dell'Alto e Basso Egitto,
indossava il tradizionale copricapo sormontato dalla corona con il falco,
simbolo del dio Horus, e l'ureo, il temibile dio cobra eretto e pronto a
colpire i nemici del regno. Non sapevo se in me era più forte lo stupore
per la vista di tutto quell'oro, o la commozione dinanzi all'immagine di
quel ragazzo venerato come un dio, ucciso nel fiore degli anni, proprio
quando si apprestava a entrare nella vita.
«La quantità d'oro ritrovata nella tomba di questo faraone è
impressionante» commentò Donadoni. «Oro dappertutto: nel sarcofago
oltre a questa maschera c'era anche una cassa che riproduceva le
fattezze del corpo di Tutankhamon. Centodieci chili d'oro massiccio
decorato con smalti e gioielli inestimabili. E poi ancora sui mobili, sugli
ornamenti, sui paramenti del cocchio reale. È pazzesco: per quanto
avesse la gratitudine dei potenti sacerdoti tebani, Tutankhamon fu uno
dei faraoni meno importanti nella storia d'Egitto, e regnò solo pochi
anni. Che cosa c'era allora in tombe di faraoni potenti come Sethi I, e
soprattutto il famoso Ramses II?»
Lo guardai in silenzio come chi attende risposta da un oracolo.
«Non ne abbiamo la più pallida idea!»
Mi raccontò che la tomba di Tutankhamon era stata trovata quasi
intatta, in pratica i ladri avevano rubato solo qualche monile di piccole
dimensioni e una statua d'oro massiccio che era collocata dentro un
sacrario minore. Paradossalmente, la sua sepoltura era stata risparmiata
dal saccheggio perché il successore agì in modo scorretto e disonesto. Il
primo ministro Ay, dovendo approntare in fretta una tomba reale per il
giovane faraone morto all'improvviso, decise di mettere il corpo di
Tutankhamon nella tomba che aveva fatto scavare per se stesso, la
quale era già pronta, ma risultava ovviamente modesta, collocata in un
luogo meno illustre, com'è naturale per un semplice funzionario di
corte. Poi quell'uomo salì al trono, e allora usurpò l'ipogeo più grande e
sontuoso, che in origine doveva contenere i resti di Tutankhamon. I
ladri avevano quindi trascurato la tomba di Tutankhamon: per la sua
posizione sembrava appartenere a un personaggio modesto. Invece
saccheggiarono l'altra, dove si trovava la mummia di Ay, molto più
vistosa e pertanto creduta una sepoltura reale.
«Una giusta vendetta del destino!» conclusi con soddisfazione; poi
mi diedi dello stupido da solo, fra me e me, per quanto avevo appena
detto. La faccenda del destino era davvero un'assurdità.
«Perché i sacerdoti di Tebe erano così grati a questo giovane
sovrano?»
Donadoni si infilò le mani in tasca. «Questo ragazzo era figlio del
faraone Akhenaton, l'eretico cui accennavo poco fa, ma decise di non
condividere le sue scelte. Conosce la storia di Akhenaton?»
Confessai che la ignoravo. Avevo sentito fare quel nome da Sissel, in
realtà, ma durante il nostro colloquio ero troppo preso da lei per badare
ad altro. Chiesi a Donadoni di raccontarmi meglio del faraone eretico.
Mi sarebbe tanto piaciuto seguire qualcuna delle sue lezioni
all'università; ed ero davvero onorato che mi tenesse quella sorta di
corso accelerato sulla storia dell'antico Egitto. Dovevo fare tesoro di
ogni dettaglio.
Iniziato al culto di Amon-Rah come i suoi antenati, Amenophis IV
venerò a lungo quella divinità di Tebe che veniva identificata con il sole
e contava una potentissima cerchia di sacerdoti. Il faraone, però, fu
toccato da un profondo cambiamento interiore, una conversione: abolì
il politeismo e istituì una riforma religiosa secondo la quale esisteva un
solo dio, Aton. E per dare un segno esteriore di questo mutamento, egli
si cambiò il nome. Proprio come Amon, questo dio unico era anch'esso
identificato con il sole e veniva onorato in modo speciale dai sacerdoti
della città di On. Ma era diverso rispetto all'altra forma: Aton in un
certo senso appariva più spirituale, più filosofico, era il principio vitale
del sole e della luce. Infatti, cominciò a essere rappresentato non più in
forma umana, bensì come un sole che con i suoi raggi abbraccia e
vivifica il faraone.
Proprio in questo periodo della sua storia, detto “di Amarna”, dalla
capitale che il faraone scelse come sua residenza, la religione egizia
prese un carattere più intimo, più personale, e gli uomini cercarono un
rapporto diretto fra loro e la divinità.
Quindi Donadoni si spostò davanti a un'altra vetrina in cui riluceva
un piccolo trono di fattura pregiata, anch'esso d'oro massiccio e ornato
di splendidi smalti di colori vivissimi. Puntò il dito verso lo schienale
su cui era rappresentata una tenera scena di intimità familiare: il faraone
e la sua giovanissima sposa, quasi una bambina, erano ritratti in casa
loro, mentre dall'alto dei cieli un sole benefico scendeva con i suoi
raggi d'oro a proteggerli. I raggi del sole terminavano ognuno con
piccole mani in miniatura, e ciascuna mano stringeva un bastone e una
croce munita di ansa.
«Queste immagini sono molto istruttive» continuò il professore. «Per
il popolo, abituato da secoli a vedere gli dei ritratti in forma umana,
questo sole appariva un'immagine troppo astratta. Quindi, un artista
geniale pensò di mettere alla fine dei raggi solari una piccola mano che
stringeva due simboli fondamentali per gli egizi: l'ankh, o croce della
vita, e lo scettro del potere.»
L'immagine del sole come dio astratto, dotato però di tante minuscole
mani, mi fece sorridere.
«Questa mescolanza di un pensiero intellettuale evoluto e di una
ingenuità praticamente infantile mi lascia davvero di stucco» confessai.
«Al contrario, io la trovo affascinante» ribatté lui. «Rappresenta con
esattezza l'animo umano. L'uomo è un animale razionale sempre alle
prese con la sua sfera emotiva. Non trova?»
Allargai le braccia in un gesto di rassegnazione, e Donadoni sorrise
sconsolato. Poi continuò la sua lezione:
«A differenza di tanti altri faraoni, nel caso di Tutankhamon ci si
accorse che la sua mummia purtroppo era davvero in condizioni
pessime. Questo perché durante il rito funebre era stato versato
copiosamente nel sarcofago un unguento di santificazione.»
Sembra che inondare il defunto di questa mistura, lasciando asciutti
soltanto la testa e i piedi, fosse un segno di grande rispetto. Si trattava
di una sostanza resinosa, nera, dalla composizione tuttora ignota, che
con i secoli diventa dura come un sasso. Produce l'effetto di
carbonizzare la carne. Laddove i ladri erano penetrati nella tomba,
avevano subito tolto la mummia dal sarcofago liberandola dalla
fasciatura per rubare i preziosi amuleti d'oro e pietre rare che si usava
infilare tra le bende. Il corpo in tal modo veniva separato dall'unguento,
quindi si conservava meglio.
«Ammesso che durante il nostro viaggio a Siwah trovassimo la
tomba intatta di un faraone» dissi a Donadoni con una certa ironia, «la
prima cosa da fare, dunque, è liberare la mummia dal suo involucro.»
«Esatto, ma non è facile quanto sembra. Se sul corpo sono stati
gettati questi unguenti, essi sono diventati solidi, e quindi hanno
incollato la mummia al fondo del sarcofago. E se ci sono più casse
funerarie, magari si sono incollate l'una all'altra. In tal caso, bisogna
trovare la maniera di sciogliere questa mistura resinosa: è l'unico modo
che permette di non danneggiare i diversi oggetti.»
«Scioglierla? E come, a bagnomaria? Quel sarcofago sarà lungo
quasi due metri. Come facciamo noialtri, nel bel mezzo del deserto?»
Donadoni si mise una mano sugli occhi.
«Lasci stare!» mi rispose scuotendo la testa. «Pensi a portare tutto qui
al Cairo, così come lo trova, poi vedremo. Se già riesce a impedire che
altri si intromettano causando danni irreparabili, la riterrò un eroe.»
«Farò del mio meglio. Se è vero che non hanno ingaggiato nessun
esperto di restauri, allora devono darmi retta.»
Sentii che Donadoni sospirava sconsolato mentre mi guidava verso la
sala attigua.
«Vede questa regina?» mi chiese indicando la mummia al centro della
stanza. «Tutto ciò che possiamo osservare qui dentro, cioè quanto i
profanatori ci hanno lasciato perché voluminoso e di poco valore,
faceva parte del corredo della sua tomba.»
«Poco valore?» domandai molto sorpreso.
Su ciascun lato della stanza, in vetrine a muro alte fin quasi al
soffitto, c'era in mostra ogni ben di Dio: una collezione intera di
braccialetti d'oro e pietre dure, di cui mi colpì in special modo un
monile a forma di serpente, che terminava con la magnifica testa del
cobra eretto. Donadoni mi spiegò che raffigurava la dea serpente Buto e
che si indossava nella parte alta del braccio. Doveva essere un
ornamento stupendo.
Poi veniva un armadio in legno d'ebano con incisioni d'avorio: i
disegni raffiguravano anatre e fagiani che si abbeverano a una sorgente
ombreggiata da rigogliosi papiri. L'armadio era stato lasciato aperto,
per metà: dentro erano riposti numerosi vasetti, piattini, piccole anfore
e altri recipienti di alabastro. In una ciotola si vedevano della polvere
nera e un piccolo pennello: Donadoni mi spiegò che si trattava della
toletta regale, ovvero l'elegante bistro che le donne e gli uomini egizi
stemperavano e mettevano intorno agli occhi. Non era soltanto vanità, a
quanto pare: quella sostanza possedeva effetti disinfettanti e aiutava a
combattere le possibili infezioni provocate dalla polvere e dal sudore.
Lì accanto, pezzetti di malachite verde e sali di rame azzurri, poi
preziosissima turchese da usare sulle palpebre per creare quello
splendido ombretto che compare in tanti affreschi. Infine, dentro
un'anforetta panciuta, qualcosa che sembrava polvere d'oro.
«Le donne giovani dell'alta nobiltà usavano coprire la parte alta del
corpo con stoffe di bisso finissimo, praticamente trasparente. Sotto
lasciavano i seni nudi, per mostrare la loro esuberante bellezza, e
lucidavano la pelle con unguenti per poi cospargerla di polvere d'oro.»
«Uno spettacolo interessante» commentai malizioso.
Donadoni mi indicò un oggetto magnifico che brillava in un'altra
vetrina, interamente occupata da stoffe preziose. Si trattava di abiti.
Alcuni somigliavano alle moderne camicie da notte, fini, eleganti, di un
delicato colore avorio che pareva intessuto appena il giorno prima.
Portavano ricamato un segno che il professore mi spiegò essere
l'iniziale del nome della proprietaria. Dovevano risultare estremamente
freschi, una volta indossati. E tra quei tessuti, c'era pure una collezione
di asciugamani, anch'essi finemente ricamati.
«Gli egizi erano grandi maestri nell'arte di lavorare il lino. Ha
presente quella tecnica molto di moda che il gentil sesso oggi chiama
plissé?»
«Sì. Tantissime piegoline fatte l'una di seguito all'altra.»
«Il lino ha la caratteristica di conservare per sempre il segno di una
piega se trattato in un certo modo. Gli egiziani amavano molto questa
lavorazione e lei la può ritrovare in molteplici statue... ma guardi qui!»
e mi segnalò un abito davvero stupendo: sul collo e sulle spalle era
interamente composto da migliaia di perline d'oro, di madreperla, di
lapislazzulo blu scuro e di una pietra dura rosso intenso, che mi sembrò
corallo della qualità più pregiata. Formavano il disegno di una greca
molto complessa, di grande effetto decorativo grazie al contrasto dei
colori. Proprio all'attaccatura del seno, iniziava quella meravigliosa
tecnica plissé di cui avevamo appena discusso. L'abito era lungo, e in
fondo portava un'alta fascia di perline ricamate, come quelle della parte
superiore.
«Oggetti come questo sono fra i più belli e appariscenti, ma pongono
seri problemi. Lei può trovare facilmente l'abito ancora riposto nel suo
cofano con la stoffa ridotta a brandelli e il disegno delle perline
praticamente intatto. Il lino è andato in polvere e il filo del ricamo pure:
ma se nessuno ha più toccato quella veste dopo le mani che la riposero
lì dentro tremila anni fa, le perline sono rimaste al loro posto. In questo
caso si hanno due opzioni. Si può prendere la stoffa e cercare di
restaurarla, anche se la veste è in pezzi. Così facendo però le perline si
disperdono e il disegno originale che formavano va completamente
perduto. Lei quindi si ritrova per le mani alcuni brandelli di lino antico
che non hanno un gran valore né archeologico né espositivo. Oppure,
può fare una scelta del tutto diversa: con una colata di paraffina, o cera
sciolta, si ingloba tutta la veste, e quando la cera si raffredda essa sigilla
le perline esattamente nel posto in cui il ricamatore le aveva
posizionate. A quel punto, il disegno originale è salvo e documentato.
Quindi, si prende un altro abito di lino artigianale e vi si cuciono sopra
le perline una dopo l'altra, rispettando la foggia antica. L'effetto come
vede è superbo.»
«Ecco a che serve la paraffina!» esclamai.
«Se ne porti dietro un quintale, amico mio!» mi consigliò il
professore. «Tutto ciò che lei sigilla nella paraffina è al riparo dalla
manomissione. Una buona soluzione di celluloide, invece, va spruzzata
sulle ghirlande di fiori secchi, sugli oggetti di giunco intrecciato o
anche sulle stoffe che sono ancora in condizioni discrete. Questo li
solidifica un po' e quindi possono essere manipolati con minor rischio.
A dire il vero, non è certo il modo migliore di procedere: ma
considerando la sua posizione...»

Questa volta presi il coraggio a due mani. Nella sala in quel momento
non c'era nessuno, a parte noi.
«Senta, professore, la storia della spedizione archeologica è solo una
copertura. In realtà, il viaggio è organizzato dall'Agip, che ha
subodorato l'esistenza di un giacimento petrolifero proprio dove stava
scavando Brunner. Ricorda la statuetta che le ha macchiato la mano?
Quella è una roccia petrolifera» confessai tutto d'un fiato.
Il professore si toccò meccanicamente le dita come se volesse pulirle
di nuovo. Poi si diede uno schiaffo sulla fronte.
«Ma che scemo! Come ho fatto a non pensarci? Credevo fossero
semplicemente sporche!»
«Come poteva venirle il sospetto, professore? Lei non è un esperto di
geologia. Per fortuna, la cosa è rimasta riservata. Probabilmente,
quell'esplosione misteriosa fu provocata da una fuga di metano, che
giace compresso nella parte superficiale di molti giacimenti. E se
qualcuno va a scavare proprio lì...»
«Succede un disastro!» mi fece eco Donadoni. «Adesso mi sono
chiare tante cose!» e prese a camminare su e giù, meditando in silenzio.
«Certo, capisco anche l'idea della copertura archeologica. Se per caso
venisse fuori che il punto scoperto da Brunner è in territorio egiziano,
l'Azienda generale italiana petroli avrebbe in tal modo affrontato tutte
le spese solo per consegnare un altro giacimento di greggio nelle mani
degli inglesi.»
«Infatti. A quel punto ricopriamo tutto e ci portiamo a casa qualche
statuetta in pompa magna» commentai alzando le spalle.
Donadoni mi guardò ancora molto dubbioso.
«Non la faccia tanto facile, Borghesi. Guardi che potrebbe mettersi
male, per lei. La situazione corre sul filo del rasoio. Non si aspetti di
trovare dogane o cose del genere, nel Sahara. Sa come si dice, da queste
parti? Nel deserto siamo tutti fratelli, e i confini non servono. Il che è
vero, perché nel deserto ci sono solo dune di sabbia: le quali, fra l'altro,
hanno pure il vizio di spostarsi con facilità. Adesso però la faccenda del
petrolio cambia tutto, è evidente. Dove corre di preciso il confine fra
l'Egitto e la Libia? Può essere questione di metri, ma il guaio rimane.
Lo stesso naturalmente vale per una tomba nel sottosuolo, sebbene il
problema sia infinitamente minore. Sempre che troviate qualcosa,
beninteso. Suo cognato, mi scusi la franchezza, è un fanfarone
matricolato. Tutta la responsabilità finirà per gravare sulla Rosenheim,
e come archeologo davvero non vorrei essere nei suoi panni. Per quanto
anche lei...» e troncò qui la frase.
«Anche lei... cosa?» lo invitai a proseguire.
Donadoni mi lanciò uno sguardo indagatore. Poi scosse la testa.
«Non lo so, non sono sicuro. Mi pare così strano che la Rosenheim
abbia accettato di partecipare a questa pazzesca impresa! Lei dice che è
stata costretta: ma da chi? E a quale scopo? Con quel suo fidanzato
amico di Hermann Göring, i conti non mi tornano.»
«Chi potrebbe averla spinta ad accettare?» gli chiesi mettendomi in
allarme.
Il professore si accorse che il discorso mi preoccupava; e pareva che
esitasse a parlare.
«Le ripeto, non lo so. Parlo solo per istinto, l'istinto di un
archeologo.»
«L'istinto di uno che trova le cose sottoterra come i cani da tartufo!»
commentai in un tono piuttosto eloquente. Il paragone lo fece sorridere.
«Tenga gli occhi aperti, Borghesi» mi suggerì con un certo calore.
«Quella ragazza per lei è peggio di una droga, si vede lontano un
chilometro. E come uomo la capisco benissimo, per carità: però
potrebbe essere merce che scotta. Friedlander è senza dubbio un
nazista, e anche la vedova Brunner pare sia ben introdotta negli
ambienti di Berlino. Può essere stato il governo del Reich a fare
pressioni sulla Rosenheim perché venisse con voi a Siwah: magari i
loro servizi segreti hanno intercettato qualche comunicazione e
vogliono capire se il petrolio laggiù c'è davvero.»
«No. I tedeschi sapevano già qualcosa di questa ricerca condotta
dall'Agip. Ma la Rosenheim non c'entra nulla, con loro. È stato un ricco
lord inglese a insistere con il direttore del Museo del Cairo perché lei
venisse a Siwah. Un tipo curioso, eccentrico... era alla festa
dell'ambasciatore anche lui. L'ha conosciuto?»
Donadoni aggrottò la fronte.
«Me l'hanno presentato, infatti. Uomo curioso, davvero.»
«Lo penso anch'io. Ma è molto divertente» obiettai.
Donadoni si oscurò in volto.
«Perché è interessato alla spedizione?»
«Pare che abbia tanti soldi da spendere e una certa passione per le
anticaglie.»
Donadoni si strofinò il mento.
«Ammesso però che sia realmente chi sostiene di essere. Non mi
convince, per dirla tutta.»
«Perché ha dei sospetti su di lui?» lo incalzai.
Il professore storse il naso.
«Ci ho parlato per alcuni minuti, durante il ricevimento
all'Ambasciata. A parte il fatto che cercava di evitarmi e di chiudere la
conversazione il prima possibile, mi sono accorto di alcune cose
piuttosto strane.»
«Ad esempio?»
«Ecco, quell'uomo ostenta una cultura notevole in fatto di antico
Egitto. E si vanta di essere in grado di decifrare i geroglifici. Così,
durante la nostra conversazione ho usato un gergo, diciamo, da
specialisti, convinto che potesse capirmi. E nel mio discorso ho fatto
cenno alla piramide di Khufwey.»
«La piramide di chi?» gli domandai d'impulso.
Donadoni fece un gesto d'impazienza.
«Ecco, lo vede?! Lei si meraviglia, e ne ha tutto il diritto. Questo
perché è un ingegnere, e probabilmente in tutta la sua vita non ha mai
sentito pronunciare il suono autentico del nome di Cheope!»
«Infatti, credevo si chiamasse proprio Cheope...»
«Tanti nomi dei faraoni ci sono testimoniati da autori antichi che
scrivevano in greco, come Erodoto, Giuseppe Flavio, Giulio Africano.
Nei loro scritti il suono originale del nome viene grecizzato, insomma
adattato alla pronuncia e alla grammatica della lingua greca. Però, la
pronuncia autentica dell'antico egiziano era ben diversa. Così, per
esempio, il nome della dea Iside suonava Ese. Quando si scrive un libro
si può anche optare per la forma grecizzata, che ormai fa parte dell'uso
comune; ma se si vogliono decifrare i geroglifici, bisogna per forza
conoscere il suono autentico delle parole. I geroglifici non sono solo
ideogrammi, cioè disegni che esprimono un concetto come mano, re,
leone e così via. Hanno anche un valore di consonanti. Suoni, dunque.
E gruppi di suoni. Mi segue?»
Rimasi malissimo. Parlando con Lord Hamilton mi era sembrato che
avesse una conoscenza spaventosa dell'antico Egitto, ma certo io non
ero uno specialista.
«Non lo so» risposi piuttosto confuso. «Credo però che Lord
Hamilton sia un egittologo autodidatta. La sua formazione potrebbe
avere delle lacune, visto che l'archeologia lo attrae per le possibilità di
guadagno, se ho ben capito.»
Donadoni mi guardò sempre più perplesso.
«Guadagno? In uno scavo archeologico?»
A quel punto sorrisi.
«L'eccentrico gentiluomo è fissato con quel papiro del Vaticano in cui
si parla di una sostanza preziosa, definita “olio di Potifar”, conosciuta
anche come “sangue di Amon”. Il papiro descrive un pozzo naturale
situato nell'oasi di Siwah, e credo si tratti di quello che interessa l'Agip
per il petrolio. Ma Lord Hamilton del greggio non sa nulla, ovviamente:
spera di trovare un fango termale dai poteri prodigiosi che vorrebbe
commercializzare come cosmetico.»
Donadoni fece una smorfia piuttosto eloquente.
«Non so. La faccenda non mi convince, tutto qui. Non sono
nemmeno sicuro che quel Lord Hamilton sia davvero inglese.»
«Che vuol dire?» cominciavo a preoccuparmi sul serio.
«Tenga gli occhi bene aperti, Borghesi. Glielo ripeto. Una normale
spedizione archeologica deve comprendere alcune figure professionali
imprescindibili. Prima fra tutte, un archeologo esperto di scavi. Che
invece non c'è. Si chiede alla Rosenheim, che non ha mai scavato in
Egitto. Perché proprio lei? In secondo luogo, serve un fotografo
professionista, perché le foto sono fondamentali. Uno scavo distrugge
necessariamente gli strati superficiali: se non vengono fotografati a
dovere sono perduti per sempre. Chi farà le foto, in questo caso?»
«Io, credo. La circolare del ministero chiedeva un geologo capace di
fare fotografie» risposi in imbarazzo.
«E come crede di allestire una camera oscura nel deserto, sotto la
luce accecante del sole?» mi chiese ora visibilmente alterato, senza
aspettarsi alcuna risposta. «Serve poi un disegnatore che riproduca i
reperti e tracci le mappe. Infine, sarebbe buona norma avere al seguito
anche un medico esperto di anatomia, per manipolare la mummia.
Sappiamo che la missione archeologica è solo una copertura, d'accordo.
Ma perché non hanno pensato a una copertura vagamente credibile?»
Abbassai lo sguardo, incapace di controbattere.
«Una mezza idea me la sono fatta, Borghesi. Probabilmente chi ha
organizzato questa spedizione, qualunque sia lo scopo, voleva
coinvolgere il minor numero di persone possibile. Così, non si è fatto
ricorso a professionisti: sarebbero risultate persone troppo conosciute,
troppo in vista. Al contrario, sono stati scelti personaggi fidati, o tali
che comunque non potessero nuocere. Lei probabilmente c'è finito
dentro per caso.»
«Purtroppo non è così» confessai con un sospiro. Ormai dovevo
fidarmi. Sentivo che quell'uomo aveva un intuito infallibile.
«Senta professore, visto che ormai lei sa tutto... è stato il Segretario
di Stato del Vaticano a inserirmi in questo viaggio. Io non volevo
nemmeno partire. Ma ha trovato il modo di affidarmi una lettera per la
Rosenheim.»
Donadoni si passò una mano fra i capelli.
«Mio Dio, che pasticcio spaventoso!» Poi si accorse che la sua
reazione mi aveva gettato nel panico, e allora cercò di sdrammatizzare.
«Senta, Borghesi, è chiaro che si trova invischiato in un affare molto
più grande di lei. Cerchi di eseguire quanto le hanno chiesto e basta.
Non si immischi, non faccia troppe domande. Se il Segretario di Stato
le ha chiesto un favore, magari la tirerà anche fuori dai guai,
all'occorrenza. Io le consiglio di portare avanti la sua parte facendo
finta di niente. E c'è un altro consiglio che vorrei darle, se mi
permette... sia molto prudente con la Rosenheim, se ci riesce. Scusi se
sono così franco, ma lei deve almeno ipotizzare che quella donna possa
essere una spia della Gestapo. Magari suo malgrado, perché qualcuno la
ricatta. E se per caso vi capitasse di trovare davvero la tomba che
cercava Brunner, lasci tutto così com'è. Non ripulisca nemmeno i
reperti dalla polvere, ma pensi solo a imballarli con cura perché non
vengano danneggiati durante il viaggio. E poi li porti qui. Usi delle
scuse banali, dica che per pulirli servono prodotti reperibili solo al
Cairo. Insomma, si arrangi come può.»
Poi scosse la testa, pensieroso. «L'Agip... e il Vaticano...» mormorò
come parlando a se stesso. «Ma che c'entrano, l'una con l'altro?»
«Credo che il conte Galeazzo Ciano sia il nodo di tutta la questione»
dissi perplesso, «è lui il contatto tra il Vaticano e l'Agip. E si è mosso
con quelli di Berlino perché gli italiani entrassero nella missione.»
«Il conte Ciano sembra una persona di coscienza. Ma lei tenga gli
occhi ben aperti comunque» proseguì lui. «Prudenza anche con gli
indigeni, mi raccomando! Gli scavatori egiziani non sono facili da
trattare. Brava gente, però hanno una cultura propria, molto diversa dal
nostro modo di ragionare. Cerchi di avere meno contatti possibile con
loro, perché non li conosce abbastanza. Lasci fare alla sua guida
egiziana. Con gli indigeni si limiti a sorridere, pagare, promettere premi
a chi farà questa o quella cosa che vi torna utile. E si porti una borsa
enorme piena di spiccioli: le mance sono una risorsa incredibile, da
queste parti.»
«Me ne sono accorto» ammisi. E mi venne in mente che un uomo
come Donadoni sarebbe stato di vitale importanza, se avessimo potuto
portarlo a Siwah. Certo, all'inizio era stato scartato perché di
“sentimenti fascisti troppo tiepidi”. Adesso, però, era tutto diverso: al
nostro convoglio si era aggiunto addirittura un inglese!
«Professore, ipotizziamo che io potessi decidere chi coinvolgere nella
spedizione... lei ci verrebbe?»
Donadoni mi guardò con gli occhi sgranati.
«No, grazie! Devo svolgere delle ricerche che mi terranno occupato
almeno per i prossimi due mesi. Non posso mandare tutto all'aria»
rispose gentilmente. Ma era chiaro che non ci teneva affatto a lasciarsi
invischiare in quella faccenda.
Sospirai, deluso dalla sua risposta. Mi sentivo impotente: da quando
era iniziata quella storia non avevo mai deciso nulla personalmente.
Non avevo avuto scelta quando mio padre mi aveva comunicato il
cambiamento di programma; stessa cosa era accaduta con il cardinale,
che infatti mi aveva incastrato. Non avevo avuto scelta nemmeno con
l'ambasciatore, perché a quel punto non potevo più tirarmi indietro.
Quanto a Sissel, avrei forse potuto scegliere di non innamorarmene?
La voce di Donadoni mi riscosse dai miei pensieri.
«Perché quell'espressione avvilita, ingegnere? Suvvia, si faccia
coraggio: la spedizione non è nemmeno cominciata!» aggiunse con una
punta di bonaria ironia.
«Ragionavo sul fatto che in questa storia mi ci hanno tirato per i
capelli, contro la mia volontà. In fondo, pensandoci bene, non ho mai
avuto sul serio la possibilità di oppormi.»
Donadoni mi diede un'amichevole pacca sulla schiena.
«Bene, amico mio. Lo vede che il destino esiste? Mi segua adesso.
Finora ci siamo divertiti ad ammirare i reperti esposti, cioè ripuliti con
cura e messi in bella mostra. Ma, come le ho detto, le cose non si
rinvengono affatto in questo stato. E lei ha bisogno soprattutto di
vedere come si presenta una tomba al momento della sua scoperta. La
Valle dei Re a Tebe è piuttosto lontana, dunque ci accontenteremo di
una buona simulazione.»
E così dicendo mi trascinò al piano di sopra. Arrivati davanti a una
stanza, Donadoni mi introdusse nello studio del direttore e mi presentò
a lui. Era questi un uomo di circa sessant'anni, piccolo di statura,
robusto, ma non grasso. Aveva occhi nerissimi e perspicaci, e folti
capelli tutti bianchi che facevano un netto contrasto con il colore
abbronzato della sua carnagione. Credo si chiamasse qualcosa come
Zaki Abbas, ma non ne ero proprio certo, perché Donadoni lo
pronunciò in modo corretto, e per me era davvero arabo. Si mostrò
molto lieto che io mi curassi di capire quanto più possibile dell'antico
Egitto allo scopo lodevole di non danneggiare nessun reperto, visto che
dovevo partecipare a una missione di scavo: e colse l'occasione per
farmi - lui pure - una piccola lezione di storia antica, muovendosi
agilmente fra i tanti reperti inestimabili che teneva nel suo studio. Ogni
tanto gettava uno sguardo verso Donadoni per verificare dalla sua
espressione se il professore fosse d'accordo con le sue teorie, e forse
prendeva nota di quando non lo aveva visto soddisfatto. Un tipo curioso
e molto simpatico, pensai dentro di me. Un vero pozzo di scienza, nel
suo campo. Sembrava comportarsi con le antichità del suo Paese come
se in un certo qual modo gli appartenessero, fossero cosa sua, non tanto
un bene materiale da amministrare, quanto un patrimonio millenario di
spirito e conoscenze che era pronto a difendere con le unghie e coi
denti. Nella mia mente, mentre li ascoltavo discutere, provai a
immaginare lo studioso egiziano abbigliato di tutto punto con le vesti
sacre degli antichi faraoni, lo scettro del potere in una mano e la mistica
croce ansata nell'altra, che so, al modo del grande Ramses II. E dovetti
convenire con me stesso che ci stava benissimo.
Dopo una mezz'ora di quella conversazione, che a essere del tutto
onesto mi spiacque veder finire, il direttore del Museo mollò a
Donadoni un grosso mazzo di chiavi.
La familiarità con cui lo vedevo muoversi tra il personale del Museo
mi diceva quanto quel giovane fosse già noto e stimato, nel suo campo.
E immaginai che conoscesse i reperti di quella collezione a menadito.
«Venga, facciamo una visita ai magazzini» mi disse indicandomi un
corridoio davanti a noi.
Lo seguii attraverso un labirinto di stanze e gallerie, poi
cominciammo a scendere diversi piani.
«La sto portando in una piccola sala sotterranea, che si trova alle
fondamenta del palazzo» mi spiegava intanto Donadoni. «Quando
venne realizzato il Museo del Cairo era già qui da millenni, risalente, a
quanto pare, al tempo dei faraoni. Tre anni fa vi sistemarono i reperti
trovati in una tomba, non ancora restaurati: si tratta di oggetti di scarsa
importanza, così sono in attesa che arrivi il loro turno. Ma è proprio
questo l'aspetto interessante, per noi: non sono stati mai toccati, perché
i fondi della missione erano terminati. Nella tomba i reperti erano stati
sistemati secondo un criterio logico, cioè posizionando quelli più
pesanti sotto e gli altri, più leggeri, sopra. Ed è così che li vedremo
adesso, tanto che questa camera sotterranea ricorda una tomba...»
Ormai dovevamo essere ad almeno quindici metri sotto il livello della
strada, e la consapevolezza di trovarmi a quelle profondità mi suscitava
una certa inquietudine. Il locale era piuttosto buio, con una temperatura
più bassa di quella delle altre sale del Museo. Il professore cercò a
tastoni qualcosa sul muro fino a quando una maniglia cigolò in modo
sinistro. Quindi Donadoni sparì nell'oscurità.
«Venga qui» mi chiamò dopo aver sollevato la levetta di un
interruttore. Lo seguii nell'altra stanza, rischiarata adesso da una luce
flebile. Proveniva da una lampadina che pendeva nuda dal soffitto. Il
chiarore era talmente fioco da farmi venire in mente i lumini dei
cimiteri, o il barlume sinistro di un fuoco fatuo. Mi guardai intorno:
lungo le pareti del locale erano accatastati diverse casse di legno
dipinto, bauli che contenevano tessuti e stuoie, alcuni recipienti ovali
destinati a custodire i cibi offerti al defunto, e infine un bel cocchio, ma
più modesto di quelli che avevo visto ai piani alti. Al centro, chiusa nel
suo sarcofago millenario, riposava la mummia.
«Ecco, l'aspetto di un corredo funebre intatto è più o meno questo»
mi spiegò Donadoni. «Ma in genere la mummia giace in un locale
diverso da quello dove è conservato il corredo, cioè nella stanza
funeraria.»
C'era qualcosa in quel posto che mi dava i brividi.
«Credo di aver capito il concetto, professore. Spenga la luce e
torniamo di sopra» suggerii con una certa premura.
Donadoni si mise a ridere.
«Questa proprio non me l'aspettavo! Lei è un razionalista...
superstizioso. E comunque, può stare tranquillo: la mummia non ce l'ha
con noi, perché non siamo stati noi a profanare la sua dimora!»
«Non scherzi, professore» gli risposi un po' risentito. «Deve
ammettere che queste tombe egizie hanno qualcosa di sinistro...»
«Forse perché gli antichi egizi immaginavano la vita oltre la morte
come un mondo oscuro, popolato di demoni, di mostri assassini. E
Anubi, il dio sciacallo, è anch'esso una figura inquietante. Lo sciacallo
infatti è un animale che divora i defunti.»
Credo che a quel punto avesse preso gusto a terrorizzarmi. Lo vidi
che raccoglieva dai reperti un rotolo di papiro.
«Ecco, guardi qui. È una formula dal capitolo diciassettesimo del
Libro dei Morti. Contiene le preghiere da recitare per consentire al
defunto di entrare nel mondo dell'oltretomba; e soprattutto uscirne,
sfuggendo ai mostri orribili che lo aspettano per straziarlo. Dice così:
O Rah-Tum, Principe degli dei!
Tu che eternamente dimori nelle immensità dello spazio,
liberami da questo demone
i cui tratti assomigliano a quelli di un cane,
pur essendo le sue sopracciglia simili a quelle di un essere
[umano...
Egli custodisce i canali del Lago di Fuoco;
divora i cadaveri dei trapassati;
squarta i loro cuori e lancia delle lordure...
pur rimanendo invisibile...
O tu, che potentemente regni sulle Due Terre,
Signore dei Rossi Demoni!
Io so che tu domini sui luoghi delle esecuzioni
e che gli intestini dei morti sono il tuo cibo preferito...
Scostati da me!
«Morte, morte dappertutto!» esclamai esasperato.
«Ma anche vita, amico mio» mi corresse lui. «Per gli egiziani la
morte non era altro che una porta misteriosa aperta sull'eternità. E
quelle mummie...»
«Non mi dica che si mettono in piedi e vagano nel Museo di notte!»
sbottai nervoso.
Lui non si risentì, ma mi corresse.
«Non è questo che gli antichi intendevano. Il Libro dei Morti dice
così: “Noi viviamo e vivremo per sempre. In molte forme noi
ritorneremo”.»
Un altro capitolo recitava:
Io sono l'Oggi,
io sono l'Ieri,
io sono il Domani.
Attraverso le mie numerose nascite,
io sussisto giovane e vigoroso.»
Quelle parole mi suscitarono un fremito.
«Che vuol dire?» chiesi spazientito.
«E chi lo sa? Forse si allude a un ritorno dello spirito, non della vile
carne ormai priva di respiro e ridotta a un'immobile mummia. Il Libro
dei Morti raccoglieva formule magiche, preghiere occulte agli dei degli
inferi per evocare gli spiriti. Forse queste formule servivano a riportare
le anime nella nostra dimensione. Le anime che tornavano dal mondo
dei morti e prendevano vita in un corpo diverso. Ecco, un'altra cosa
interessante...» Donadoni si diresse verso una ghirlanda di fiori secchi.
Ne estrasse un piccolo cartiglio accartocciato e lo srotolò con lentezza
esasperante, quasi temesse gli si potesse sbriciolare tra le dita. E anche
questa volta me lo tradusse:
Qui hanno inizio i Capitoli
che narrano l'uscita dell'Anima
verso la piena Luce del Giorno,
la sua resurrezione nello Spirito,
il suo ingresso ed i suoi viaggi
nelle regioni dell'Al di là.
Se il defunto ha appreso questo capitolo durante la sua vita sulla
terra, e se ha fatto scrivere questo testo sulle pareti della sua bara, potrà
uscire dalla sua dimora e penetrarvi a piacimento, senza che sia
possibile opporgli la minima resistenza.
Un brivido mi percorse la schiena.
«La smetta, per favore!» gli dissi spazientito.
Donadoni stava ancora ridendo quando improvvisamente mancò la
luce.
Mi ritrovai tremante nel buio, con quell'odore penetrante che
finalmente avevo capito cosa fosse: proveniva dalla mummia, dagli
arcani aromi funerari usati per preservare il corpo dalla
decomposizione. Mi aggrappai al professore, e non l'avrei lasciato per
nessuna ragione al mondo se lui non si fosse liberato della mia stretta
piuttosto bruscamente. Sentii il rumore di uno sfregamento, e
finalmente comparve la fiammella di un cerino.
Quel barlume di luce mi ridonò il controllo di me stesso. Donadoni
estrasse dalla tasca una piccola candela e la accese: quando vide
l'espressione della mia faccia, scoppiò a ridere di gusto.
«Noi archeologi li chiamiamo “cerini da catacomba”. Si ricordi di
portarseli sempre dietro, mi raccomando!» disse mordendosi le labbra
per non continuare a ridermi in faccia.
Poi spense l'interruttore, anche se la luce non funzionava più, e
richiuse la porta. Mentre tornavamo sopra sentii che ancora rideva
piano dietro le mie spalle.
«Lei sopravvaluta troppo i suoi interruttori, ingegnere!»
IL PROTOCOLLO DI EVIAN

La persecuzione ebraica riempie d'allegrezza la maggioranza ariana. Il numero


di coloro che troveranno posto nell'amministrazione pubblica e in molte private in
seguito all'espulsione degli ebrei è rilevantissimo, e questo spiega la popolarità
della lotta antisemita. A Berlino oltre il cinquanta per cento dei procuratori erano
israeliti. Di essi un terzo sono stati eliminati; gli altri rimangono perché erano in
carica nel '14 e hanno fatto la guerra.
Lettera di Ettore Majorana alla madre,
Lipsia, 15 maggio 1933.

I giorni che precedettero la nostra partenza li trascorsi in febbrile


attività. Accidenti, quando avevo lasciato l'Italia nessuno mi aveva
avvisato che bisognava cercare un pozzo di petrolio! Mi ero portato una
strumentazione minima per i rilievi geologici. L'ambasciatore e
Crispolti, comunque, sostenevano che avrei potuto contare sul supporto
di tecnici esperti, gente molto qualificata. Donadoni mi aveva impartito
ancora un paio di lezioni sull'antico Egitto, e anche prestato tre libri; ma
soprattutto contavo di seguire il suo saggio consiglio: scattare tante
fotografie, non toccare niente, sigillare a dovere la tomba e riportare al
Cairo solo la notizia del ritrovamento, semmai un ritrovamento ci fosse
stato.
Avevo studiato un paio di buone scuse per recarmi al Museo, nella
speranza di vedere Sissel: ma invano, perché aveva preso un congedo
per organizzare la partenza. Ci rimasi male, naturalmente, anche se mi
dava sollievo pensare che sarebbe venuta con noi. Saperla presente
nella spedizione mi metteva addosso un fremito, ma non avrei saputo
dire se si trattasse di gioia o piuttosto di ansia.
E poi, finalmente, arrivò il gran giorno: ci trovammo tutti alle porte
della città che non era ancora sorto il sole. Sissel, dopo quasi una
settimana senza vederla, fu per me una vera e propria apparizione.
Indossava un tailleur aderente in fresco di lana color antracite, la giacca
corta le fasciava la vita accarezzando la curva dei fianchi, stretti in una
gonna che terminava sotto il ginocchio, rivelando due elegantissimi
stivaletti neri. Ma erano i suoi occhi che cercavo: speravo di leggervi
non dico l'amore, ma almeno un lampo di fugace simpatia, un vago
turbamento per avermi accanto in quel viaggio. Invece, mi riservò un
rapido gesto del capo in segno di saluto e distolse immediatamente lo
sguardo, distante. La sua freddezza mi sconcertò, sentivo le gambe di
burro e il cuore ghiacciato da quella inaspettata indifferenza. Eppure
quel bacio rubato dopo le sue lacrime al ricevimento
dell'ambasciatore... le sue labbra cedevoli e la breve, intensa passione
con la quale lo aveva ricambiato mi avevano illuso che qualcosa tra noi,
sia pure una minima attrazione, fosse nato. E invece me la ritrovavo
davanti che si comportava quasi fossi un perfetto sconosciuto.
Ancora frastornato, fui riportato alla realtà da una voce che
conoscevo, secca e appuntita come una freccia: da dietro la figura della
giovane studiosa aveva fatto capolino la signora Olga Brunner, che mi
stava salutando. Decisamente, non mi aspettavo di incontrarla. Le
risposi nel modo più cortese che mi riuscì. Però mi sembrava davvero
assurdo: una donna nelle sue condizioni, costretta sulla sedia a rotelle,
che ci faceva in una spedizione nel deserto? Perché era venuta anche
lei? L'unica risposta possibile era che i diari del suo defunto marito
comunque le appartenevano. Immaginai che non avesse voluto affidarli
a nessun altro.
Avevamo a disposizione due autocarri, in ciascuno dei quali
sarebbero potute stare comodamente venti persone: io viaggiavo con
Lucio, Crispolti, Lord Hamilton, Sissel e la vedova Brunner, mentre
nell'altro mi dissero che avevano stipato le attrezzature. Quanto ai
tecnici e agli scavatori, Crispolti mi aveva accennato che li avremmo
trovati in loco, ma su quel punto mi era parso stranamente parco di
informazioni, quasi sfuggente.
Nonostante l'autocarro fosse abbastanza comodo, il viaggio si rivelò
molto faticoso. L'oasi di Siwah si trovava a oltre seicento chilometri dal
Cairo, seicento chilometri sempre sotto il sole rovente e nella polvere
del deserto, procedendo su strade sterrate che ci facevano sobbalzare
continuamente. Per rendere sopportabile la fatica, mi aveva avvertito
Crispolti, avremmo fatto una sosta a metà giornata nell'oasi di
Bahariya, lungo la nostra rotta. Quel nome mi fece ronzare qualcosa
nella testa, ma non riuscii a ricordarmi cosa. Ero troppo stanco per
pensare; e quando, dopo un'intera mattina di viaggio, arrivammo
finalmente in vista del palmeto, non esclusi che si potesse trattare del
classico miraggio, un'immagine confortante che però si sarebbe dissolta
non appena mi fossi sfregato gli occhi.
Invece gli abitanti del villaggio si rivelarono creature in carne e ossa
che ci aspettavano per offrirci un pranzo e bevande rinfrescanti. Un
riposo breve, ci ammonì Crispolti mentre scendevamo dal camion:
Bahariya si trovava poco oltre la metà del nostro tragitto, e rimaneva
ancora molta strada da fare.
Si diressero tutti verso la casupola di mattoni in cui era stato
approntato il rinfresco; io, invece, più che fame, sentivo un gran
bisogno di sgranchirmi le gambe. Aiutai quindi a far scivolare la
carrozzella della vedova Brunner sulle tavole di legno approntate per
facilitarle la discesa; e, dopo aver lanciato un ultimo sguardo languido a
Sissel che continuava a ignorarmi, mi allontanai a fare due passi,
scoraggiato. Volevo restare da solo. Fu in quel momento che sentii
l'inconfondibile rumore di diversi motori che si avvicinavano. Ai nostri
due autocarri parcheggiati all'ombra del palmeto se ne stavano unendo
altri quattro. Arrivavano uno dietro l'altro, un vero e proprio convoglio,
al quale erano accodate anche tre jeep. Non potevo crederci! Non
dovevamo dare nell'occhio, mi era stato spiegato, gli inglesi non
avrebbero dovuto sospettare che si andava a scavare in cerca del
petrolio. E adesso? Come si poteva giustificare quella processione di
mezzi?
Vidi scendere dagli autocarri alcuni uomini il cui aspetto era
indiscutibilmente nordico, “ariano” avrebbe detto con fierezza qualcun
altro: alti, capelli biondi, la pelle chiara, arrossata dal sole, si stiravano
indolenziti la schiena. Dal vociare compresi che parlavano in tedesco.
Gli autocarri, come pure le jeep, erano di fabbricazione tedesca.
Dunque, un vero contingente si stava spostando verso il deserto
occidentale. Mi avvicinai incuriosito, con l'intenzione di sfruttare la
conoscenza di quella lingua ostica imparata a suon di bacchettate da
Schwester Gudrun.
«Complimenti, guidare tutte quelle ore sotto il sole!» buttai lì per
attaccare bottone.
L'autista, un ragazzone alto e robusto con gli occhi di un azzurro
pallidissimo, mi rispose che quel viaggio non era stato poi granché
faticoso: piuttosto, il tragitto da Berlino a Marsiglia, dove si erano
imbarcati, tutto d'una tirata, li aveva massacrati.
Marsiglia... ecco quando avevo sentito nominare Bahariya! La
telefonata avvenuta nell'ufficio del papa con il cardinale di Chicago,
quella che l'Ovra aveva intercettato e passato a mio cognato Lucio... si
parlava proprio di un imbarco a Marsiglia e di merci che dovevano
arrivare all'oasi di Bahariya.
Guardai uno a uno gli autocarri: morivo dalla voglia di sbirciare
all'interno per scoprire cosa trasportassero, tuttavia mi tenni a debita
distanza. Non volevo insospettire i conducenti, i quali indossavano abiti
civili, ma sembravano avere modi piuttosto marziali. Si muovevano con
strana coordinazione, tutti seguendo i dettami di uno di loro, il quale
parlava con tono autoritario quasi stesse impartendo degli ordini.
Comunque, pensai, non mi avrebbero mai permesso di vedere cosa ci
fosse dentro. Merci, forse, che arrivavano da Berlino ed erano sbarcate
in Egitto salpando da Marsiglia, per poi unirsi a noi nel viaggio verso il
deserto occidentale. L'origine del trasporto era il Terzo Reich, la
destinazione il territorio libico, una colonia italiana. Si trattava di armi
tedesche da consegnare in via clandestina? E dirette a chi? A noi
italiani, oppure a qualcun altro?
Ma quella misteriosa spedizione archeologica nell'oasi di Siwah, a
quante coperture serviva?
Meglio seguire quanto Donadoni mi aveva suggerito: non fare
domande e recitare la parte che mi era stata assegnata, dell'utile, se non
addirittura inutile, idiota. Così raggiunsi gli altri a pranzo cercando di
esibire la mia faccia più distesa nonostante il brulicare di pensieri, unito
al turbamento per come Sissel mi teneva a distanza.
Tutti mi avevano mentito, persino Sua Eccellenza l'ambasciatore. Per
quanto non mi fossi mai impicciato di politica, pur essendo
completamente digiuno in fatto di diplomazia, c'era una cosa che
persino uno come me aveva ben chiara: una falsa spedizione
archeologica italo-tedesca, organizzata in realtà dall'Agip per interessi
esclusivamente petroliferi, non viaggia di certo su autocarri tedeschi,
guidati da persone che hanno tutta l'aria di essere militari.
Fortunatamente, il pranzo fu molto breve: Crispolti sembrava uno di
quei nocchieri spietati che battevano il tempo sulle galere dell'antica
Roma, e non vedeva l'ora che ci rimettessimo in marcia. Aveva una
gran premura di arrivare a Siwah prima che facesse notte. Salito sul
nostro convoglio, mi accorsi che l'avvocato era rimasto in fondo, e di
tanto in tanto buttava lo sguardo fuori, come se volesse sorvegliare il
movimento degli altri mezzi.
Il caldo era soffocante. Dentro il veicolo c'era un'ombra prossima al
buio, e per ogni lieve spiraglio di sole vedevo danzare milioni di
minuscoli granelli di polvere. Sissel si era tolta la giacca, e adesso
aveva addosso solo una deliziosa camicetta di cotone leggero. Avrei
tanto voluto mettermi accanto a lei, ma sentivo di dover agire
diversamente: non potevo dire che mi avesse incoraggiato alla
confidenza. Sembrava intimidita, frastornata, e a disagio. Si era forse
pentita di essersi abbandonata stretta a me? Il piacere di quel bacio era
finzione, allora. Un'illusione dovuta al fatto che aveva bevuto un po'
troppo... amareggiato, pensai che fosse proprio quella la verità. Quindi
mi alzai e raggiunsi Crispolti nel fondo dell'autocarro.
«Che succede, avvocato?» gli chiesi con un tono piuttosto fermo.
Crispolti non si era accorto che gli ero arrivato accanto, e dunque
sobbalzò nel vedermi.
«Niente, siamo un po' in ritardo rispetto alla tabella di marcia» mi
rispose evasivo.
«Per la verità, mi riferivo a quei camion. Cosa c'è lì dentro?»
L'avvocato mi guardò negli occhi e capì che non era più il caso di
mentire.
«Stiamo trasportando armi?» domandai perentorio. «Devo saperlo,
dal momento che ormai ci sono dentro fino al collo!»
«No, niente armi» sospirò, e appariva leggermente sollevato.
«Allora, perché lei è così preoccupato? Perché controlla di continuo
gli altri mezzi?»
Crispolti ancora non rispondeva.
«Ho diritto a una spiegazione» lo incalzai. «Ho parlato con quegli
uomini. Quattro autocarri guidati da tedeschi. Mi dice che diavolo
succede?»
Lui fece un cenno con il capo a Sissel, e la ragazza strinse il braccio
di Lord Hamilton, per richiamare la sua attenzione. L'inglese e la
signora Brunner erano vittime della logorrea di mio cognato, che già da
un po' di tempo li stordiva raccontando di non so quali interessanti
ricerche storiche che aveva appena svolto in Italia. Lord Hamilton con
molto savoir-faire si sottrasse al supplizio per raggiungerci, sedendosi
accanto a me.
«Il nostro ingegnere ha parlato con la Hitlerjugend!» esordì Crispolti
con una sfumatura vagamente ironica nella voce.
Il nobiluomo mi mise paternamente una mano sulla spalla.
«Benvenuto fra noialtri congiurati!» mi sussurrò all'orecchio con uno
sfavillio divertito negli occhi.
Mi ritrassi, d'impulso. Volevo vederci chiaro, una volta per tutte.
«Che c'è in quei camion?» ripetei ancora una volta.
«Chi c'è in quei camion, piuttosto. Questa è la domanda giusta da
fare!» precisò Hamilton.
«I tecnici tedeschi?» domandai incredulo. «Dovevamo simulare una
spedizione archeologica, con più discrezione possibile, e viaggiamo con
una tale quantità di uomini che ci vogliono quattro autocarri per...» Solo
a quel punto mi resi conto che il lord non sapeva niente della copertura
dell'Agip e del petrolio: nella foga mi ero lasciato sfuggire un segreto
che definire imbarazzante era poco. Sarei voluto sprofondare.
Però l'inglese non appariva affatto sorpreso. Al contrario, si scambiò
con l'avvocato Crispolti uno sguardo intenso, di complicità. Dunque i
due erano in combutta fra loro, in qualche modo...
«Uomini, donne, vecchi, una quarantina di bambini almeno. E anche
un certo numero di signore incinte.»
Davanti ai miei occhi strabiliati, Lord Hamilton aprì le braccia e mi
sorrise sempre più divertito.
«Lei s'intende anche di ostetricia, giovanotto? Forse avremo bisogno
di una levatrice, fra pochi giorni.»
«I tecnici petroliferi si sono portati le loro famiglie al completo»
intervenne Crispolti, che forse si sentiva in dovere di dare una svolta
più seria a quella discussione assurda. «Perché non faranno ritorno in
patria, a breve» aggiunse quindi con un tono di voce allusivo, però
eloquente.
Non smettevo di fissare attonito i miei interlocutori, passando
dall'uno all'altro. Forse avevano deciso di farmi uno scherzo.
L'avvocato continuò con voce grave, avvicinandosi ancora di più al
mio orecchio: «In quei camion ci sono circa venti famiglie di ebrei,
ragazzo. Stanno arrivando clandestinamente dai territori del Terzo
Reich. Noi li sistemeremo in una nuova patria».
«Ma cosa mi state raccontando? Ebrei aiutati a espatriare dai
tedeschi?» Se quella era una burla, stavo per perdere la pazienza.
Crispolti e Lord Hamilton si guardarono con aria d'intesa.
«Lei non segue molto la politica internazionale, giovanotto» mi
canzonò l'inglese. Poi mi diede una pacca sulla spalla. Si alzò, ritornò a
sedere al suo posto.
Io non mi mossi: aspettavo da Crispolti una spiegazione doverosa,
che però tardava a venire.
«Le leggi razziali in Germania hanno reso la vita impossibile agli
ebrei, anche a quelli convertiti» cominciò l'avvocato. «La situazione è
di gran lunga peggiore che da noi in Italia. Molti professionisti ebrei
hanno già deciso di espatriare, ma non è facile.»
«E perché?» gli domandai brusco. «È risaputo che Hitler non vuole
ebrei in Germania. Inoltre, non vedo cosa ci sia di clandestino in questa
faccenda. Se sono addirittura autocarri tedeschi a portarli fuori dal
Terzo Reich!»
Crispolti emise un sospiro rassegnato. Sembrava sorridere della mia
ingenuità.
«Ha mai sentito parlare di Evian, giovanotto?»
No, quel nome mi suonava del tutto nuovo.
«Nel luglio scorso, prima che Hitler smembrasse la Cecoslovacchia,
si è tenuta un'assemblea delle nazioni a Evian, un piccolo paese della
Francia famoso per le sue acque termali. C'erano rappresentanti di oltre
trenta Paesi occidentali, sotto la direzione di Roosevelt. Lo scopo della
conferenza era discutere della questione ebraica. Ormai è chiaro che
Hitler espellerà tutti gli ebrei dai territori controllati dal Reich, su
questo non ci sono dubbi. Quindi si trattava di trovare un accordo sulla
possibilità di spartirli tra i vari Stati e organizzare dei flussi di
migrazione regolari. Un protocollo d'azione insomma, successivo al
censimento degli ebrei residenti. Il protocollo di Evian.»
«Non ho mai sentito parlare di questa conferenza» ammisi.
Crispolti fece una risata amara.
«Non mi sorprende! La conferenza è stata un completo fallimento.
Tutti erano andati a Evian con le migliori intenzioni, naturalmente. Ma
quando si sono ritrovati lì, le cose hanno cominciato a prendere una
brutta piega.»
«Una brutta piega? In che senso?»
«Si sono accorti che ogni nazione contava troppo sulla buona volontà
delle altre. Intanto gli ebrei nelle zone occupate da Hitler sono molti più
di quanto si pensasse. Milioni, addirittura. Emigrando dai loro Paesi
spostano capitali, professionalità, una cultura particolare. Sono colti,
lavoratori, molto solidali fra loro. La maggioranza è composta da gente
che ha studiato, possiede una professione e la pratica molto bene.
Quindi, sono in molti ad averne paura. Per essere più precisi, gli uomini
d'affari dei vari Paesi “ospitanti” temono fortemente la concorrenza
degli ebrei. C'è tanta disoccupazione, ragazzo, persino nei Paesi ricchi.
Nessuno vuole che arrivino altri medici, professori, avvocati, esperti di
finanza... con i quali dover poi competere.»
Continuavo a non capire. «Che c'entrano le leggi razziali con la
nostra missione a Siwah?»
Crispolti parve non aver neppure sentito la mia domanda.
«Gli Stati presenti a Evian hanno alzato i limiti dell'immigrazione.
Nel concreto, hanno chiuso le frontiere. Gli ebrei sono di Hitler? Se li
tenesse lui, insomma. Mussolini forse immaginava che sarebbe finita
così, e ha preferito non andarci: di fatto, l'Italia ha declinato l'invito.
Purtroppo, tante cose lasciano presagire che la situazione per quella
gente andrà di male in peggio. Diverse società tedesche si sono trovate
in difficoltà quando Hitler ha varato le leggi razziali. Molti imprenditori
contavano sui loro dipendenti ebrei per le relazioni con l'estero, e ne
traevano gran profitto; tuttavia, secondo le nuove norme avrebbero
dovuto licenziarli da un giorno all'altro. I più furbi hanno risolto il
problema trasferendo i dipendenti giudei nelle filiali estere delle loro
aziende: fuori dal Reich sono utili e non arrecano alcun fastidio. Anche
i tecnici petroliferi che portiamo con noi, del resto, sono i migliori nel
loro campo. E sono tutti ebrei.»
«Quindi...» Un barlume di idea cominciava a farsi strada nella mia
mente.
«L'idea non è nostra» proseguì Crispolti. «In realtà è stato papa Pio
XI che ha progettato tutto. Quel vecchio montanaro viene da una
famiglia modesta, gente che ha imparato a ingegnarsi in cento modi per
tirare avanti. È astuto, e per giunta conosce molto bene la storia. Pare
che riponesse grandi speranze nella conferenza di Evian: quando gli
hanno riferito l'esito, è andato su tutte le furie. Perciò ha deciso di fare a
modo suo e agire con le sole risorse della Chiesa. Che comunque non
sono poche. Ha attivato il cardinale di Chicago, George Mundelein.
Ricorda? Quello che diventò famoso perché affermò pubblicamente che
Hitler è un ex imbianchino pazzo e ignorante. Mundelein è un uomo
pieno di iniziativa, e si è messo in contatto con alcuni magnati ebrei
d'America, i quali finanziano l'operazione. Ma spostare gente da uno
Stato all'altro non è semplice, se i Paesi confinanti si oppongono
all'apertura delle proprie frontiere. Così, il papa e la segreteria di Stato
hanno messo in movimento le Conferenze di San Vincenzo de' Paoli.
Le conosce?»
Scossi la testa. «Non benissimo, ma ne ho sentito parlare.»
«Sono associazioni di donne cattoliche che fanno beneficenza verso
le famiglie in difficoltà. Il loro compito è mettersi in contatto con gli
ebrei, e prospettare loro la possibilità di lasciare il Paese in modo
clandestino. Non tutti accettano, però. Molti sottovalutano la gravità
della situazione. Altri invece hanno paura, non si fidano. Comunque,
chi vuole raduna le sue cose e si mette in viaggio con una scusa o
l'altra. Una buona scusa» sottolineò lui.
«Come questa spedizione... per così dire... archeologica!» dissi
beffardo.
Crispolti ridacchiò.
«Oh, questo è stato un capolavoro di diplomazia internazionale»
sussurrò stringendomi il braccio. «Noi dell'Agip abbiamo saputo grazie
ai nostri informatori che Hans Brunner, cercando una tomba antica,
aveva forse trovato il petrolio. Abbiamo bloccato l'informazione prima
che trapelasse, e il conte Ciano ha fatto in modo di ottenere dai tedeschi
la concessione per scavare in quel sito. Però, si poneva il problema dei
tecnici: dove poter trovare dei professionisti specializzati? In Italia non
abbiamo ancora tecnici di esperienza sufficiente, in questo campo. E
non possiamo mica chiederli agli inglesi, non le pare? Ed ecco il colpo
di genio: Pio XI si era rivolto in gran segreto al conte Ciano, gli aveva
chiesto di fare qualcosa per aiutare questi poveri disgraziati, magari
sistemandoli nelle colonie italiane. Ciano ha guardato le loro carte, si è
accorto che alcuni di loro avevano esperienza nel campo minerario, così
ha fatto da tramite fra l'Agip e il Vaticano. È stato siglato un accordo
riservato, insomma, un patto non scritto. Il Segretario di Stato ha detto
che poteva fornirci almeno venti tecnici altamente specializzati, i
migliori d'Europa. Ma c'era una condizione essenziale...»
«Le loro famiglie...» provai a indovinare.
«Vedo che comincia a seguirmi» disse soddisfatto Crispolti. «Il
cardinal Pacelli è stato per anni nunzio in Germania e conosce tanta
gente, lassù. Ci ha spiegato però che l'Agip doveva accettare di
prendere tutte quelle persone, non solo i tecnici. Mogli, figli, neonati,
vecchi... occorreva loro una copertura ragionevole e credibile. Lasciare
la Germania per andare in Libia a lavorare nel settore minerario era
un'ottima sistemazione. Formalmente, si tratta di operai del settore
minerario diretti a Tobruk per un lavoro temporaneo. I quali, in realtà,
non torneranno più in Germania.»
«Ma come farete con le leggi razziali? Non sono vigenti anche in
Libia?»
Crispolti sorrise.
«Il Segretario di Stato ha procurato loro un falso certificato di
battesimo. Formalmente, sono cattolici italiani, ecco.»
«Falso? Vuole dire che non sono realmente convertiti?»
L'avvocato storse il naso in una smorfia buffa, divertente.
«Difficile che siano cristiani. Perlomeno, non tutti. Non ho chiesto
loro di recitare il Padrenostro, per carità, ma penso che molti fra loro
siano più ebrei di Aronne. Si portano dietro un rabbino...»
«Un rabbino?!» domandai con gli occhi sgranati.
«Sì, forse li vedremo celebrare non ho capito bene quale delle loro
feste che cade fra non molto. So solo che devono costruire una specie di
capanna, e mi hanno chiesto legno di cedro. Ma dove diamine glielo
trovo io, il legno di cedro?»
Sbuffai forte, poi rimasi per qualche istante in silenzio, confuso. Ma
in fondo, che fossero veri ebrei rimasti ebrei che cosa m'importava?
Non era un fatto che potesse riguardarmi in alcun modo. C'erano altre
questioni che volevo chiarire.
«Mi scusi, avvocato, ma come ha fatto a transitare dall'Egitto, sotto il
protettorato inglese, un convoglio di quattro camion pieni di ebrei
tedeschi che immagino non conoscano una parola di italiano?»
«Ottima domanda, Borghesi, la quale ha una risposta molto semplice.
L'Agip ha diretto l'intera faccenda dall'Italia. Tutti, compresi gli autisti,
hanno documenti falsi, i quali attestano che si tratta di italiani del
Tirolo, quindi di lingua tedesca. In questo modo, hanno trovato
praticamente la strada spianata: visti gli ottimi rapporti che intercorrono
fra il re egiziano e Mussolini, gli italiani sono decisamente benvoluti,
da queste parti.»
Crispolti sembrava sollevato, persino allegro, dopo questa lunga
confessione.
«E Mazzolini? Anche lui fa parte della cospirazione?»
«Ma quale cospirazione, giovanotto... non esageriamo!» mi rispose
l'avvocato sulla difensiva. «Sua Eccellenza è un diplomatico navigato,
ha ottimi rapporti tanto con la Santa Sede quanto con il conte Ciano:
naturalmente da Roma lo hanno informato dell'espatrio, sa di questa
gente che deve lasciare la propria patria e dei loro documenti fasulli. In
buona sostanza, gliene importa poco. La parte della missione che più gli
interessa è il petrolio, non certo i giudei. In ogni caso, sembra che
Mussolini avesse comunque idea di far migrare nelle colonie d'Africa
gli ebrei che adesso vivono in Italia.»
«Molto ingegnoso» commentai ancora piuttosto risentito per le bugie
che mi erano state rifilate sin dall'inizio di quella vicenda. Né aiutava il
mio amor proprio la consapevolezza di essere del tutto inutile alla
spedizione: con ben venti tecnici a disposizione, tra i migliori del
settore estrattivo, di me non sapevano davvero cosa farsene. La triste
verità era che mio padre mi aveva imbucato nella missione per tenermi
il più a lungo possibile fuori dall'Italia. Aveva paura, voleva farmi
cambiare aria a ogni costo; e, conoscendolo, non aveva fatto tante
domande.
«Una progettazione magistrale, bisogna darne atto al Vaticano»
ribatté Crispolti.
«Sono i preti che pagano le spese per quella gente?» domandai
ancora.
«La Santa Sede ha procurato vestiti, cibarie, medicine e altri generi
necessari. Il piano è più ampio, e il Vaticano fa da tramite, ci mette la
sua consumata abilità diplomatica. Il denaro viene soprattutto da alcuni
benefattori ebrei che desiderano aiutare i correligionari in pericolo.
Invece gli autocarri li ha mandati Göring.»
Per poco non mi venne un colpo. «Göring?»
«Non si meravigli tanto, giovanotto» disse Crispolti sorridendomi.
«Hitler è molto deluso per come si è risolta la conferenza di Evian.
Sperava di liberarsi degli ebrei con le buone e soprattutto gratis,
sistemandoli negli altri Stati. Adesso, pare che il ministero degli Interni
stia allestendo un ufficio apposito per favorire l'espatrio degli ebrei.
Non conosco tutti i dettagli, certo... ma credo che a Berlino sappiano
benissimo di questi piani per l'emigrazione a piccole dosi, sotto
l'organizzazione dalle associazioni cattoliche. E li tollerano, anche.
Comunque, li liberano di un problema.»
«Ma se i tedeschi sanno tutto, perché avete dato a questi ebrei dei
falsi certificati di battesimo? Che ragione c'è di farli passare per
cattolici?» domandai stordito.
«Ma per forza, giovanotto! Quei documenti sono indispensabili,
perché nemmeno gli altri Paesi vogliono ebrei. Veri ebrei, intendo» mi
rispose, adesso un po' a corto di pazienza.
«Quindi la nostra spedizione in Egitto...»
«È solo uno dei piani messi in atto. Ed è fondamentale che riesca.
Alcuni sono già andati in porto. Per ogni missione che raggiunge il suo
scopo, le varie parti prendono coraggio e si fanno più solidi i legami, le
reti di collaborazione. Gli ebrei che vivono nel Terzo Reich sono tutti
meticolosamente censiti. Non possono sparire nel nulla, certo... se però
arrivano in un altro Paese, si sistemano laggiù, si trovano una casa e un
lavoro stabile, allora la polizia segreta li cancella dalle sue liste nere.
Vengono lasciati in pace, insomma, perché, dal punto di vista del
Führer, diventano il problema di qualcun altro. È l'unico modo per
questa gente di mettersi in salvo e cominciare una nuova vita.»
«Quanti ce ne sono su quei camion?»
«A noi sono state affidate circa duecento persone. Esclusi i nascituri,
ovviamente.»
«Soltanto? Poco fa mi ha detto che nel Terzo Reich si contano
addirittura milioni di ebrei... duecento persone non sono niente,
praticamente una manciata di sabbia sulla riva del mare!»
Crispolti annuì.
«Esatto. Ma noi questa sabbia la facciamo passare un po' alla volta.
Gli ebrei si trovano costretti in un imbuto, proprio come succede alla
polvere nella gola di una clessidra. Da una parte c'è Hitler che li vuole
cacciare, dall'altra parte le nazioni che non hanno intenzione di farli
entrare. Se la sabbia si ammassa tutta insieme, non passerà mai. Ma
scivolando via un granello alla volta, la clessidra prima o poi resterà
vuota!»
Mi tornò in mente la telefonata del Segretario di Stato al cardinale di
Chicago. Parlavano fra loro, in codice, di matrimoni e viaggi di nozze.
Il cardinale Mundelein aveva chiesto quanti fossero. Il Segretario di
Stato aveva risposto: “Come i granelli di sabbia sulla riva del mare”.
Aveva anche aggiunto che la sabbia sarebbe passata un po' alla volta,
proprio come in una clessidra. Le stesse parole utilizzate da Crispolti...
«Si tratta insomma di applicare il protocollo di Evian, giovanotto.
Però in forma segreta, perché altrimenti non verrebbe consentito»
l'avvocato proseguì distogliendomi per un attimo dai miei pensieri. Ma
un nome in particolare mi ronzava nelle orecchie. «Chi è Lord
Hamilton?» gli chiesi a bruciapelo.
Crispolti lanciò un'occhiata verso l'inglese che continuava a
chiacchierare con la vedova Brunner: aveva sempre quel suo tono
mondano, come se si trovasse in un comodo salotto, davanti a una tazza
fumante di tè, e non su uno spartano e sobbalzante autocarro in marcia
lungo le piste del deserto.
«Non lo so con esattezza. Magari è davvero un lord inglese con la
passione per le antichità...» disse con un mezzo sorriso carico d'ironia.
«È lui che tiene i rapporti con il Reich?» lo interruppi.
«No. Lui tiene informato il Vaticano e il cardinale Mundelein.»
Ripensai ancora al testo di quella telefonata sibillina intercorsa fra il
cardinale americano e il Segretario di Stato.
«È quello che chiamano il Campione di Golf?» incalzai io.
Crispolti fece cenno di sì. Allora tornai con la mente al colloquio che
Sissel aveva avuto con quell'uomo la sera del ricevimento
all'Ambasciata. Dunque, Sissel stava parlando con Lord Hamilton!
«Il nostro contatto con Berlino è la vedova Brunner, e abbiamo forti
sospetti che sia in rapporto con la Gestapo. Non sappiamo quasi nulla di
lei, in realtà: il professore e sua moglie vivevano separati da anni.»
Adesso finalmente capivo: ecco perché una donna costretta sulla
sedia a rotelle partecipava a quella spedizione nel deserto! Ammesso
beninteso che la donna fosse effettivamente incapace di camminare.
Ammesso che fosse sul serio la vedova del povero Hans Brunner. Al
punto in cui ero arrivato, dubitavo ormai di tutto e di tutti.
«Qual è il suo ruolo, di preciso?» gli chiesi.
L'avvocato strinse le labbra in una piega preoccupata.
«Controllarci, nel concreto. Verificare se siamo affidabili e se
riusciamo a portare fino in fondo la nostra operazione. Se la cosa va in
porto oppure no, insomma. E, mi raccomando, non si lasci scappare con
suo cognato che i tecnici sono ebrei!»
Mi sentivo la testa sempre più pesante: avevo tenuto per ultima la
domanda più importante.
«Che c'entra la Rosenheim, in tutto questo?»
Crispolti mi sembrò sinceramente sorpreso. Ebbi l'impressione che
trovasse strano sentirmi chiamare Sissel con tanta formalità. Lasciò
passare qualche attimo prima di rispondere. Era turbato.
«Circa vent'anni fa, quando era nunzio a Monaco di Baviera, il
Segretario di Stato ebbe un incidente: alcuni rivoltosi gli puntarono una
pistola alla testa. Non successe niente di grave, in realtà. Ma il giorno
dopo lo dovettero ricoverare: soffriva già di ulcera, e lo choc per
quell'attentato gli provocò una fortissima crisi. Lo prese in cura il
professor Rosenheim, il padre di Sissel. Poi lo seguì anche negli anni a
venire, come suo medico personale. Rosenheim era ebreo, e quando
entrarono in vigore le leggi razziali perse il lavoro. Il nunzio però lo
protesse, e in seguito fece lo stesso con la figlia Elisabeth, che voleva
intraprendere studi universitari. La ragazza venne affidata al professor
Hans Brunner, uno studioso molto stimato, conosciuto personalmente
da papa Pio XI dai tempi in cui andava a fare ricerche nella Biblioteca
vaticana e Sua Santità ne era ancora il prefetto. I tedeschi non sono tutti
nazisti. Brunner aveva molti amici ebrei, ed era contrario alle leggi
razziali. Non aveva figli, ma solo una sorella più anziana che viveva
con lui. Quindi accettò di prendersi in casa la figlia di Rosenheim e fece
in modo che non avesse problemi: la madre di Sissel è una tedesca
ariana, così è riuscito a proteggerla.»
«Ma io le ho visto al collo una catenina con la croce!» protestai.
«Infatti lei è cristiana, a differenza dei fratelli. Però va fiera delle sue
radici giudaiche. E anche quel nome con cui vuol essere chiamata...»
«Sissel? Non è il diminutivo di Elisabeth?»
L'avvocato emise un lungo sospiro.
«Lo credono tutti, per fortuna. In realtà è una parola yiddish, la lingua
tradizionale degli ebrei tedeschi. Significa “dolce”.»
Sorrisi incantato.
«Non lo sapevo. Le sta benissimo, però. È delizioso!»
«Sarà anche delizioso, ma non è molto prudente!» commentò lui in
tono severo.
«A maggior ragione, visto il pericolo, non capisco che bisogno ci
fosse di coinvolgerla in questo viaggio a Siwah!» esclamai.
«È stato il Segretario di Stato a chiederlo. Vuole siano coinvolte
soltanto persone che lui conosce personalmente, non si fida di nessuno.
Credo però che l'abbia fatto soprattutto per metterla al sicuro. Lei
scappa con gli altri, insomma.»
Intuii il problema.
«Dal fidanzato nazista...»
«Esatto. Quanto tempo passerà prima che scopra la verità su di lei? Si
tratta di un fanatico, e Sissel con lui non è al sicuro.»
C'era una questione di cui a quel punto avrei voluto domandargli. Ma
ancora esitavo.
«No, non credo che lo ami alla follia, se è questo che vuole sapere»
mi prevenne l'avvocato, intuendo i miei pensieri. «Immagino abbia
cercato in lui un rifugio sicuro dopo la morte di Brunner.»
Mentre parlava mi guardava negli occhi, valutando le mie reazioni.
«Ha dato lei a Sissel quell'anello egiziano, vero? Quello con la pietra
azzurra, che le ho visto al dito in diverse occasioni.»
Lo fissai sbalordito.
«Come ha fatto a indovinare?» Crispolti sorrise con quell'aria astuta
che ormai avevo imparato a conoscere.
«Oh, me lo ricordo bene, quell'anello! Due anni fa troneggiava in
bella mostra in una vetrina dei Musei vaticani, insieme a un papiro
pieno di geroglifici e a una piccola cassetta di marmo. Mia moglie non
voleva più venir via, per quanto se n'era innamorata. Così l'ho
disegnato: volevo farne fare una copia da un orafo e darglielo come
regalo per il nostro anniversario di nozze. Ma accidenti, avevo
sottovalutato la questione! Nessun gioielliere di Roma è riuscito a
trovare un lapislazzulo che avesse quella strana inclusione d'oro a
forma di cuore.»
Sorrisi soddisfatto.
«Da esperto di minerali, le assicuro che con ogni probabilità è unico
al mondo.»
«Come il vero amore» commentò malizioso Crispolti.
Mi limitai a sorridere mestamente.
«Su questo punto credo che noi tutti le dobbiamo delle scuse,
giovanotto» mi disse poi, poggiandomi una mano sulla spalla. «Non
avevamo messo in conto questa possibilità. Lei d'altronde passava per
un giovinastro gaudente, di quelli che vogliono solo divertirsi... un
farfallone, insomma! Chi andava a pensare che sarebbe rimasto scottato
in questo modo?»
Lo guardai sinceramente afflitto.
«Quindi... secondo lei non ho speranze?»
Crispolti scosse la testa.
«Tutt'altro, se la situazione fosse diversa. Ma non ha futuro con lei, in
Italia. Non sappiamo cosa sia successo dopo che Sissel ha lasciato il
Cairo. Il suo fidanzato si è opposto fino alla fine, e lei si è dovuta
nascondere nell'Ambasciata italiana per sfuggirgli. Quello è un uomo
pericoloso, caro Borghesi, che si lascia facilmente prendere dall'ira.
Non le darà scampo, glielo assicuro. Con la Gestapo alle costole, Sissel
deve sparire dalla circolazione. Deve lasciare tutto, cambiare identità.»
«E che succederà, adesso?» gli domandai.
L'avvocato si passò le mani sulla faccia stanca e segnata dalle rughe.
«Il cardinale Mundelein le ha offerto una casa a Chicago e una
cattedra di Storia nel miglior college femminile della città. È una buona
soluzione. Comunque, non ha scelta.»
Scelta... che parola impegnativa nel destino dell'uomo! E poi,
all'istante, decisi che ero uno stupido. Destino... per la prima volta mi
sorprendevo a pensare che esistesse davvero. Appoggiai la testa alla tela
dell'autocarro. Chiusi gli occhi. Percepivo il rollio lento del mezzo in
movimento, e mi pareva dolce e gradevole come le onde del mare. Mi
tornavano in mente Donadoni e quel suo cerino di catacomba, come
l'aveva chiamato lui laggiù, nei sotterranei del Museo. Che cosa mi
aveva detto? “Lei sopravvaluta troppo i suoi interruttori, ingegnere”.
Forse aveva ragione. Magari era sempre stato confortante per me
pensare che tutto nella vita fosse solo un banale effetto di qualcosa che
avevo fatto. Qualcosa di cui in fondo potevo addossarmi anche la colpa.
Invece non era così. Quella gente stipata negli autocarri non aveva
colpe particolari. E nemmeno Sissel, che il destino mi sottraeva dopo
avermela fatta incontrare.
Il destino, ancora...
Lentamente, senza accorgermene, mi addormentai.
HEIL HITLER!

Parecchi ebrei convertiti italiani e tedeschi sono costretti da note leggi


abbandonare patria e per vivere chiedono poter esercitare estero loro professione e
segnatamente insegnamento e medicina. Anche Eminentissimo Cardinale Mercati
disposto suggerire illustri professori vari rami scienze per insegnamento
universitario. Prego Vostra Eccellenza comunicarmi con tutte opportune
informazioni se costì vi siano Università, Istituti Cattolici, Ospedali o altri enti
disposti assumere dette persone e a quali condizioni.
Dispaccio cifrato del Segretario di Stato
cardinal Eugenio Pacelli, 30 novembre 1938.

Avevo dormito soltanto un'ora, o forse anche meno. Ma il mio


cervello non aveva riposato affatto. Mi svegliai più disteso, però, anzi
con la sensazione consolante di chi senta d'avere in mano un rimedio
infallibile per i propri guai. Qualcosa in quel lungo discorso di Crispolti
aveva acceso in me il coraggio della disperazione. Se Sissel mi
ricambiava, allora non tutto era perduto. Ripensai a quella sera
all'Ambasciata, e a quel bacio rubatole. Per molti giorni non aveva mai
tolto il mio anello dal dito... forse potevo ancora sperare. In fondo,
eravamo diretti in Libia per cercare un giacimento di petrolio. Saremmo
rimasti lì, dove la Gestapo non poteva toccarci. Mi sembrava che
all'improvviso tutto fosse divenuto semplice, che la nebbia di quel
brutto guaio si stesse dileguando sotto i raggi del mattino nascente.
Il sole infatti veniva in nostro aiuto. Quando scesi dall'autocarro era
quasi il tramonto, e compresi perché quel popolo dell'oasi avesse
guardato al sole come a un dio benevolo e potente capace di dar vita a
tutte le cose.
Una palla incandescente restava sospesa nell'azzurro di un cielo già
scuro, ma cristallino, di un colore netto e pulito come non ne avevo mai
visti: il cielo sopra il deserto non era lo stesso che nel resto del mondo.
L'oasi somigliava all'enorme cratere di un vulcano spento, nel quale,
per una beffa delle leggi che regolano l'universo, avesse trovato luogo
un vasto lago circondato da palme da dattero. In quel posto incantato
sorgeva un gruppo di casette di fango e mattoni, incrostate da una
patina d'intonaco bianco. Erano quadrate come piccoli cubi e avevano
finestre minuscole quasi tutte senza persiane né infissi. Somigliavano
alle casupole dei presepi, e l'impressione era resa persino più reale da
piccoli recinti che ospitavano buoi, capre, somarelli. Tutt'intorno stava
il Sahara, con i suoi colori brucianti. Una prigione, o forse qualcosa di
diverso: un oceano impenetrabile, una dimensione differente che
isolava Siwah dal resto del mondo.
Crispolti ci invitò a prendere le nostre cose e a dirigerci verso un
omino scuro con un lungo pastrano a righe che ci salutava da lontano.
Era il capo del villaggio e avrebbe provveduto alle nostre esigenze
durante tutta la permanenza. La guida egiziana traduceva fedelmente
accompagnando le parole con una serie di cerimoniosi inchini.
Potevamo chiedere qualunque cosa ci occorresse per stare comodi.
“Comodità” non era la parola giusta, però; almeno, non con lo stesso
significato che avrebbe avuto a Roma oppure a Londra. Eravamo
immersi in una realtà di contrasti assoluti, senza sfumature: l'azzurro
violento del cielo contro il giallo rovente delle dune di sabbia; il freddo
pungente della notte dopo il caldo asfissiante del giorno. Eppure, mi
sentivo stranamente rilassato. Mi sembrò che i pensieri diventassero
quasi privi di peso, e che le mie tante preoccupazioni per la vicenda in
cui ero stato coinvolto si dileguassero come nuvole passeggere.
Mi avevano indicato la Collina dei Morti, poco distante da noi, dove
si trovavano ancora resti di tombe egizie di oltre tremila anni fa.
Che ne era stato, di quegli uomini? Nobili, ricchissimi mercanti
carovanieri, lo stesso onnipotente Potifar che aveva soggiogato il
faraone con il suo segreto: tutti ora giacevano come la sabbia millenaria
del deserto, che è sempre uguale a se stessa eppure non sta mai ferma.
Come la sabbia sulla riva del mare, e i suoi miliardi di granelli
irrequieti che migrano perennemente cercando di trovare un posto.
Quante storie possedeva il deserto! E mi sembrava che all'improvviso,
senza che l'avessi chiesto, volesse lasciarmele intuire tutte, anche se ero
uno sconosciuto.
La voce del muezzin si levò alta e melodica per richiamare i fedeli
alla preghiera. Mi colpì per le sue note profonde, che penetravano nel
cuore. E quel brulicare di donne velate, ragazzini che correvano
ovunque, uomini affaccendati a tirare carretti e muli stracarichi si fermò
a quel richiamo. Al Cairo avevo assistito alla preghiera della sera; ma
qui tutto era diverso. Il sacro aveva una consistenza concreta, e la
durezza essenziale della vita nel deserto lo rendeva quasi tangibile.
Ebbi la sensazione che in quel luogo il divino si potesse perfino toccare,
oltre che vedere.
Per quanto fossi sfinito, sentii irresistibile il desiderio di allontanarmi
dal gruppo che si stava lentamente sistemando. Feci qualche passo
lontano dall'ultima palma, che ondeggiava nel vento tiepido della sera
già calata. Davanti a me, le dune sconfinate e il nulla a perdita d'occhio.
Il nulla... non l'avevo mai immaginato così. Mi chinai e raccolsi una
manciata di sabbia. Era impalpabile fra le mie dita, dentro il palmo
della mano. Era diversa da tutte le altre sabbie che avevo calpestato
nella mia vita. Aprii la mano. Il vento abbracciò quei miliardi di
granelli e li portò lontano, verso altri lidi, altre dune. E in quel mio
gesto avvertii l'incanto ineffabile d'un sortilegio, di un'antica malia.
La voce di Crispolti mi riportò alla realtà. Tornai dagli altri e insieme
scaricammo i nostri bagagli, aiutati dagli uomini del villaggio. Ci
condussero in una sorta di albergo, almeno così lo chiamavano: un
agglomerato di quelle case minuscole e cubiche, immerso in un
bellissimo e ombroso palmeto. In mezzo c'era un laghetto d'acqua
dolce, dentro il quale cominciavano ormai a specchiarsi le prime stelle
della sera. Mi chinai e toccai la superficie dell'acqua. Era calda.
Il capo del villaggio ci consigliò di fare un bagno per levarci di dosso
la stanchezza del viaggio. Poi, dopo aver rivolto uno sguardo molto
preoccupato a Sissel, fece chiedere alla nostra guida egiziana chi fosse
il proprietario delle donne. Crispolti conosceva gli usi locali, e gli fece
rispondere che si trattava di due vedove, padrone di se stesse. Il capo
aggiunse che potevano bagnarsi anche loro, purché coperte da un
caftano lungo. Sarebbero potute andare in quella che chiamavano la
“piscina delle donne”, un altro piccolo lago d'acqua sorgiva che era
stato completamente recintato con pali e fitte stuoie per renderlo
inaccessibile a sguardi indiscreti. Per rassicurarci ci fece sapere che
fuori dal recinto restava sempre un uomo di guardia, armato di fucile.
Entrammo nell'edificio principale, in una stanza arredata con un
tavolo e due panche, che doveva servire come refettorio.
Da una delle feritoie della casa seguivo le manovre di allestimento
dell'accampamento dei tecnici con tutta la tribù delle loro famiglie. Nel
villaggio non c'erano case per tutti, ma il convoglio era giunto
attrezzato di quelle enormi tende che i beduini usano nel deserto, più
grandi di un comodo appartamento, e separate in ambienti diversi. I
nostri compagni di viaggio rimasero quindi impegnati tutta la sera a
montare quelle poderose strutture. Rosso scuro, fra il ruggine e il color
porpora, le tende formavano un meraviglioso contrasto cromatico con
l'oro vivo della sabbia e il verde fresco del palmeto. Più tardi, quando
vidi quel lavoro ultimato, mi sembrò che fosse miracolosamente sorta
dal nulla una leggendaria capitale nel deserto. La città dei Re Magi.
Intanto, le donne avevano arrangiato un focolare con grosse pietre
ben scelte, e si erano messe a preparare un pasto. Altre invece erano
affaccendate presso una sorgente a lavare vestiti, soprattutto i pannolini
dei bambini piccoli, che in verità non mi sembravano pochi come mi
era stato detto.
Per la prima volta mi trovavo davanti a quegli ebrei tedeschi di cui
tanto avevo sentito parlare durante i ricevimenti offerti da mio cognato
o anche origliando per caso discorsi di altra gente nei bar e nei
ristoranti. Erano avidi, si diceva, avevano arraffato le migliori posizioni
nella società, formavano monopoli che soffocavano gli altri con una
concorrenza spietata. Per non parlare degli strozzini, che prestavano
denaro a chi era in difficoltà, e poi riducevano sul lastrico intere
famiglie. C'erano poi storie che si bisbigliavano piano, quasi con
terrore. Qualcuno giurava che in certe regioni, specie nella Germania
dell'Est, gli ebrei si riunissero in losche congreghe per compiere
cerimonie orribili: impastavano la farina del loro pane azzimo con il
sangue di bambini cristiani sgozzati proprio a questo scopo, in un rito
diabolico. Dinanzi a questi racconti, le signore rabbrividivano di orrore;
e gli uomini si facevano il segno della croce, oppure sputavano a terra
con disprezzo.
Io non avevo idea se questo fosse vero oppure no e, a essere proprio
onesto, non è che me ne importasse un granché. Di gente pazza che
commetteva crimini atroci purtroppo al mondo ce n'era. Ce n'era
sempre stata. E mi ero immaginato questi rabbini diabolici armeggiare
nei loro calderoni come le streghe del medioevo, intenti a preparare
pozioni orrende, con diavoli neri e il fumo dell'inferno che saliva in
larghe spire nauseabonde.
Ma queste persone, che in quel momento vedevo coi miei occhi, mi
parevano esseri umani uguali a noi, forse solo più indifesi di altri. E a
giudicare dal profumo che si sprigionava dal loro pentolone, mi
sembrava che stessero cucinando una minestra di fagioli. Erano quattro
le donne addette alla cucina, tre abbastanza giovani e una più anziana,
che avrà avuto forse settant'anni. Le vedevo armeggiare con uno
scatolone sul quale era stampato in azzurro “Premiato Pastificio
Garofalo - Gragnano (Napoli)”, dono senz'altro dell'avvocato Crispolti.
Tuttavia, da come gesticolavano e parlavano concitate fra loro, era
chiaro che del contenuto non sapevano bene cosa dovessero farne.
Mi avvicinai: una consulenza culinaria mi parve indispensabile, per
quanto la tremenda Schwester Gudrun non mi avesse rifornito di
termini che riguardassero la gastronomia. Aprii lo scatolone e ne tirai
fuori i pacchi di pasta: magnifici maccheroni rigati del tipo lungo e
stretto, di buona qualità. Cercai di spiegar loro che la pasta andava
buttata nell'acqua della minestra e lasciata cuocere per dieci minuti, più
o meno.
La donna anziana prese un maccherone in mano, circospetta, come se
si trattasse di materiale esplosivo; dopo averlo rigirato tra le dita lo
assaggiò con altrettanta cautela. Era duro, ovviamente; ma in ogni caso,
dalla smorfia di apprezzamento che fece, dovette trovarlo
commestibile. Borbottò qualcosa a una delle ragazze, che subito
tradusse in tedesco. Le aiutai quindi a dosare i maccheroni consigliando
quanto sale e quanta acqua aggiungere alla minestra. L'odore a dire il
vero era eccellente; c'era dentro una spezia strana, però, che non avevo
mai sentito. Intanto, mentre la pentola sobbolliva, le ragazze mi
spiegarono che venivano da un paesino vicino a Praga, e che quelle
cose appena aggiunte alla minestra dietro mio suggerimento loro non le
avevano mangiate mai.
Dentro di me, riflettevo in silenzio: dunque erano ebrei
cecoslovacchi, divenuti profughi dopo lo smembramento di quella
nazione...
Quando mi resi conto che i maccheroni erano arrivati al giusto punto
di cottura, cioè perfettamente al dente, raccomandai di togliere il
pentolone dal fuoco. Però la donna anziana fece segno alle altre di
fermarsi, poi immerse il cucchiaio nella minestra e tirò su un
maccherone. Lo assaggiò: quindi sentenziò che non era ora. Una delle
ragazze mi spiegò che secondo sua nonna la pasta era troppo dura:
c'erano diversi bambini e anche vecchi sprovvisti di denti, che non
sarebbero riusciti a masticarla.
Sospirai, e le lasciai fare continuando a chiacchierare: le più giovani,
che avevano studiato, il tedesco lo parlavano piuttosto bene. E così
scoprii che nessuno dei loro mariti era un ingegnere minerario e
neppure un tecnico del settore. Piuttosto avvocati, commercialisti,
insegnanti. In compenso, tutte e tre avevano un fratello di qualche anno
più giovane appena diplomato in una scuola che doveva corrispondere,
in Italia, al nostro istituto industriale. Ma bene, pensai, bello scherzo ci
avevano giocato i preti del Vaticano! Quella scombinata carovana aveva
accolto qualunque famiglia di ebrei fosse disposta a lasciare il Paese.
Ma i venti tecnici esperti promessi dal Segretario di Stato dovevano pur
esserci, lì in mezzo!
La vecchia mi fece segno di controllare la cottura, e la sua faccia
esprimeva una certa soddisfazione. Da parte mia, inorridii: la mole
esorbitante della pasta ormai sfatta aveva sommerso i fagioli, che quasi
non si vedevano più, e quei meravigliosi maccheroni di Gragnano erano
diventati talmente grossi da ricordare i tubi del metanodotto che
avremmo dovuto allestire per l'Agip. Capii invece che la matriarca era
molto contenta del risultato ottenuto, in termini quantitativi, s'intende:
la minestra aveva infatti raddoppiato il suo volume. Meglio così,
pensai. Per fortuna, il nostro pasto era altrove! Salutai le quattro donne
lasciandole al loro pappone, e me ne tornai verso il centro del villaggio,
dove si trovavano Crispolti e gli altri.
La cena, tutto sommato, fu allegra e distesa. Ognuno di noi aveva un
peso nel cuore, però, oltre alla stanchezza. Tutti eccetto Lucio, che
continuava a dissertare in modo spensierato di cosa potevano fruttarci
gli scavi in quell'oasi. Mi resi conto che nessuno dei presenti in realtà lo
ascoltava, e di volta in volta gli rispondevano in tono distratto ed
evasivo.
Io avevo fatto in modo di sedermi accanto a Sissel. A questo punto
era chiaro che voleva evitarmi, anche se cercava di non darlo a vedere.
E con dolore mi ero accorto che non portava più al dito l'anello della
dea Istir. Volevo parlarle a tutti i costi. Adesso conoscevo la verità. Mi
sarei dichiarato apertamente, e le avrei offerto il mio aiuto per
qualunque cosa di cui avesse avuto bisogno. Insieme avremmo trovato
una soluzione. Si sforzava di apparire gaia, ma l'avevo osservata
abbastanza bene da scorgere nei suoi occhi l'ombra di una profonda
tristezza. Per un attimo, durante la cena, poggiò la mano destra sulla
panca dove eravamo seduti. Istintivamente, senza farmi notare dagli
altri, gliela strinsi con forza. La sua mano era fredda e tremava
leggermente. Mi sembrò che volesse abbandonarla nella mia, confortata
da quella stretta rassicurante; ma dopo qualche attimo la ritrasse, quasi
spaventata.
Allora mi sentii incredibilmente solo: era stata mia soltanto
nell'illusione. Come quella notte magica al ricevimento
dell'Ambasciata, quando le avevo rubato un bacio che non avrei più
dimenticato. Quel momento aveva stretto un legame molto profondo,
tra noi, anche se in fondo, pensai, si era trattato solo di un breve bacio
rubato. Solamente con l'esperienza, anni dopo, avrei capito che i vincoli
del cuore non sono legati al tempo o alla vicinanza. Hanno invece radici
intime, viscerali, indissolubili. Hanno qualcosa a che fare con il destino.
E persino chi come me non credeva che esistesse un destino, avrebbe
prima o poi dovuto sperimentarne la potenza.
Che cosa mi aveva detto quella volta, il cardinale? Che sarei vissuto
molto più felice, un giorno, quando avessi imparato a subire il potere
del mistero. Donadoni più o meno la pensava allo stesso modo, esaltava
il valore delle emozioni nello svolgersi della vita umana. E davvero le
emozioni mi avevano travolto, in quelle ultime settimane. Le notti
d'Oriente, quelle notti magiche che sembravano custodire tutte un
segreto, celato nel tenero velo dell'aria tiepida, mi erano entrate dentro,
cambiando completamente le coordinate e i punti di riferimento che
avevo costruito per me stesso fino a quel giorno.
«Già domani cominceremo i saggi» mi sussurrò Crispolti
all'orecchio. Lucio, che sembrava distratto e invece aveva seguito la
frase, mosse un'obiezione.
«Sarà meglio prima esplorare l'oasi e vedere i suoi monumenti
principali.»
Attaccò dunque una delle sue interminabili dissertazioni. L'avvocato
aveva dovuto dirgli del petrolio, purtroppo, poiché non sapeva come
spiegare altrimenti i quattro autocarri pieni di gente che a un certo
punto si erano uniti a noi. Ma gli erano stati forniti meno dettagli
possibile, perché Crispolti non si fidava affatto di lui. Del resto, Lucio
pareva indifferente a quella scoperta: la possibilità di ritrovare la tomba
di Alessandro il Grande lo abbacinava, solleticava la sua ambizione fino
a fargli perdere il senso della realtà. Quindi stava tenendo una
conferenza in piena regola, come se tutta quella gente seduta a tavola
fosse venuta nel Sahara per seguire lui e le sue intuizioni grandiose. A
suo dire bisognava cominciare esplorando la Collina dei Morti,
l'enigmatico gruppo di tombe antichissime scavate dentro la roccia, le
quali formavano un'altura al centro dell'oasi, misteriosa, arcana,
incomparabilmente diversa rispetto al nugolo di casupole sottostanti. E
proseguì disquisendo del valore incredibile di quel sito...
L'avvocato e Lord Hamilton si scambiarono fra loro sguardi
eloquenti. Compresi che giudicavano una priorità togliersi Lucio di
torno: non lo volevano nel luogo in cui dovevamo scavare, che si
trovava nel deserto, a circa cinquanta chilometri da Siwah. E
convennero in silenzio, a furia di cenni ammiccanti, che era meglio
lasciare mio cognato nell'oasi, a esplorare la sua arcana Collina dei
Morti.
«Mi sembra opportuno dividerci i compiti, in modo da non pestarci i
piedi l'uno con l'altro. Voi, dottor Morandi, cominciate pure le ricerche
qui a Siwah» lo incoraggiò l'avvocato. «Le rovine greco-romane, del
resto, devono essere tutte qui: perciò è inutile farvi venire nel deserto.
Noi dell'Agip ci dirigiamo verso il punto indicato dai nostri superiori, e
i tecnici ovviamente vengono con noi. Voialtre signore, avete la scelta»
concluse rivolto a Sissel e alla vedova Brunner.
D'impulso m'intromisi e prevenni qualunque risposta.
«La dottoressa Rosenheim ci serve nel deserto. I diari del professor
Brunner sono praticamente indecifrabili, e senza quelli non riusciremo
a ritrovare il sito.»
Lucio ebbe un moto d'impazienza.
«Sta bene, resterò qui a Siwah, per il momento» disse. «Ma se nel
corso degli scavi saltassero fuori evidenze archeologiche importanti, è
opportuno che anch'io sia presente!»
Crispolti sfoderò il suo sorriso più gentile insieme a un tono risoluto.
«Per adesso non è il caso, dottore. L'Agip ha la responsabilità di
ognuna delle persone presenti in quel luogo: la minaccia di esplosioni
sussiste sempre, quindi i miei superiori hanno ordinato di far avvicinare
solo il personale strettamente necessario. Del resto, l'intera giornata di
domani ci servirà per piazzare cariche di dinamite ed effettuare rilievi.
Non avremo tempo per gli scavi. Se dovessimo trovare cose interessanti
per voi, vi avviseremo subito.»
Lucio non osò insistere.
«D'accordo! Dopotutto, per esaminare la Collina dei Morti mi
occorreranno almeno un paio di giorni.»
«Un'idea eccellente» concluse l'avvocato.
Lucio aveva capito che non era desiderato nel luogo delle ricerche
minerarie: ne prendeva atto senza far tante domande, ma io lo
conoscevo bene e non mi sentivo affatto tranquillo. Che cosa sarebbe
successo, se avesse scoperto che stavamo dando rifugio a un convoglio
di ebrei in fuga? Non lo avrebbe comunicato immediatamente all'Ovra?
Per quanto avevo capito di quell'intricata vicenda, il piano era stato
messo in piedi dal conte Ciano, il quale lo aveva fatto in coscienza sua,
e per accontentare una preghiera di Pio XI, non certo su mandato del
Duce. Galeazzo Ciano faceva da tramite fra la Santa Sede e l'Agip, ma
la polizia segreta del regime ne era rimasta fuori. Evidentemente
nessuno, in tutta quella vicenda, aveva potuto immaginare che Lucio
fosse collegato all'Ovra.
Crispolti sembrò intuire i miei pensieri e mi lanciò uno sguardo
preoccupato.
Finita la cena, fatta di pane arabo, formaggio e datteri, ci
sistemammo nelle nostre stanze. Alle donne fu assegnata la camera più
interna, che aveva le grate di ferro alla finestra. La porta dava su un
corridoio largo dove era stato sistemato un letto: chi avesse dormito lì,
avrebbe dovuto avere sempre accanto un fucile e provvedere anche alla
loro guardia. Mi offrii subito come volontario. Da quel momento, il
capovillaggio e anche la nostra guida egiziana mi attribuirono il ruolo
di tutore delle donne: quindi, senza chiedere ulteriori spiegazioni, si
rivolsero sempre a me per ogni cosa le riguardasse. Grande cosa,
l'intuito degli orientali.
Quando tutti se ne furono andati e le lampade vennero spente, mi
sdraiai su quel letto che somigliava piuttosto a una brandina. Era troppo
corto per me, e duro, e stretto. Però non mi ci trovavo male. Forse
perché sapevo che lei dormiva a pochi metri da lì, oltre la piccola porta
di legno; e se mi concentravo intensamente, potevo intuirne il respiro.
La immaginai addormentata, sdraiata su un fianco, i capelli biondi
scomposti sul cuscino, il seno dolcemente agitato dal movimento
regolare del respiro, la luna che accarezzava la sua pelle, candida come
una bianca conchiglia, nel buio della notte.
Mi accorsi però che la notte non era affatto buia. Un chiarore soffuso
proveniva dalla piccola finestra, una luce strana che dava un tono
azzurrino all'atmosfera dell'oasi. Nel riquadro della finestrella mi
apparve una luna enorme, sfacciata, attorniata da una quantità di stelle
come non avevo mai visto.
Ripensai a quanto Dio nella Bibbia aveva promesso ad Abramo, la
sua ricompensa per aver lasciato tutto seguendo la Sua voce: una
discendenza numerosa quanto i granelli di sabbia sulla riva del mare, o
come le stelle nell'azzurro del cielo.
E io, che cosa avrei avuto in cambio scegliendo di lasciare tutto? Per
quanto la mia mente avesse imparato a perdere la sua incrollabile
fiducia nella ragione, mi era chiaro che non potevo portare Sissel in
Italia con me. Con le leggi razziali appena entrate in vigore, non
avrebbe potuto insegnare da nessuna parte. Il nostro sarebbe stato un
matrimonio misto, i figli avrebbero sofferto per la vita intera uno stato
di minorazione giuridica gravissima. Sarebbero sempre stati reietti,
esclusi, dei veri e propri paria. E se non la portavo a Roma con me,
dove saremmo andati? Potevo davvero voltare le spalle alla mia
famiglia, dopo tutti i sacrifici che avevano fatto, rinunciare all'ottimo
lavoro che la laurea mi garantiva?
Mentre ragionavo su questo, udii il cigolio di una porta che si apriva
piano. Feci finta di dormire. Era Sissel che usciva dalla sua stanza.
Richiuse la porta e oltrepassò a piedi scalzi il giaciglio dove mi trovavo
per non far rumore e non svegliarmi. Ma io non dormivo, non potevo
dormire. Pensavo a lei. La vidi di spalle che si allontanava lungo il
corridoio. Era deliziosa. Indossava una camicia da notte di cotone
leggero, che nel chiarore tenue mi apparve di un colore pallido, vicino
al rosa. Aveva le spalle nude avvolte in uno scialle di lana leggera per
ripararsi dalla frescura della notte. Ma dove stava andando a quell'ora,
da sola?
Attesi un paio di minuti e mi alzai, seguendola a distanza. Con me
avevo preso il fucile: non che sapessi sparare, tuttavia portarmelo dietro
mi dava sicurezza.
La luna fuori era ancora più grande di quanto mi fosse apparsa dalla
mia finestra. La luna, volto potente di Iside che stringe fra le sue mani
gli arcani della magia. Che scruta i segreti profondi dentro il cuore degli
uomini e degli dei. Che tiranneggia la notte, dea indiscussa nel cielo
dell'oasi. Tutt'intorno il palmeto fingeva di dormire. Un vento leggero
faceva ondeggiare le foglie. Si sentivano miagolii di gatti in amore, e il
gorgogliare leggero dell'acqua che veniva su spontanea e tiepida dalle
sorgenti. L'aria era fresca, però non fredda.
Io avevo fissa dentro gli occhi una scena vista poco prima, quando
avevamo cominciato a smontare i nostri bagagli. Sissel si era seduta
con i bambini di quelle famiglie ebree su un sasso sotto una palma, per
tenerli occupati in modo che non fossero d'ostacolo ai genitori nelle
loro faccende. Mi ero avvicinato senza farmi vedere. Canticchiava
qualcosa di poco chiaro, una cantilena che somigliava a una ninna
nanna allegra, oppure forse a una filastrocca. Parlava di un nano
curioso, con il pancione e la barba lunga, di quelli che animano le saghe
nordiche, impegnato a distillare un liquore con le bacche raccolte nel
bosco. I ragazzini ridevano, battevano le mani a tempo tutti insieme.
Cantava in tedesco, con un'inflessione dolce che doveva essere tipica
delle sue montagne. A un certo punto un bambino più piccolo degli
altri, che avrà avuto al massimo due anni, stanco per via del viaggio, si
era trascinato fino a lei trovando il modo di salirle in braccio e,
infilatosi due dita in bocca, le si era accoccolato addosso. Poi, cullato
dal dolce suono della filastrocca e dal leggero dondolarsi di Sissel,
aveva finito per addormentarsi con la testa poggiata nell'incavo del suo
braccio.
Ero rimasto inebetito a guardarlo. Avevo ventotto anni, avrebbe
potuto anche essere mio figlio. Biondo, i riccioletti spettinati e
impolverati, dormiva del sonno tranquillo dei piccoli, con le guance
arrossate dal sole inconsueto per lui e dal calore dell'aria, i calzoncini
corti sulle gambette paffute e nude, i calzini scivolati giù sulle scarpe
con i lacci sciolti. Sembrava uno di quei bambinelli scomposti che
fanno così tenere e reali le Madonne del Rinascimento italiano.
Mi riscossi da quel pensiero. Un umiliante senso d'impotenza pareva
schiacciarmi; del resto, non potevo fare proprio nulla per quella gente,
se non provare una pena tremenda. Sentimento nobile, certo, che
tuttavia non serviva a niente. Tornai con gli occhi a cercare la figura di
Sissel nell'aria azzurra della notte, davanti a me.
Si era incamminata nel paesaggio quieto dell'oasi, senza però
allontanarsi troppo dalla casa. Si avvicinò al laghetto sotto le palme, e
si sedette su un grande masso di pietra. Mi sembrò che tremasse, e non
ero sicuro che fosse per il freddo.
«Che cosa fa qui in giro da sola?»
La mia voce la fece sussultare. Ma quando si voltò, mi parve di
riconoscere sul suo viso un sorriso di sollievo.
«Non riuscivo a dormire.»
Avvicinandomi ancora, vidi che piangeva. E io conoscevo il motivo:
me lo aveva raccontato Crispolti, tra le tante confidenze che mi aveva
fatto durante il nostro lungo viaggio.
Il fratello di Sissel si trovava in prigione in Germania, nelle mani
della Gestapo. Si chiamava Adam ed era un pianista di grande talento,
ma anche un giovane generoso e appassionato, che si era unito a un
gruppo di dissidenti, più che altro universitari, pieni di alti ideali e
senza grandi mezzi, i quali si limitavano a ciclostilare volantini
inneggianti alla disobbedienza verso il regime distribuiti poi come e
quando potevano in alcuni luoghi affollati di Berlino. Ma l'attività
sovversiva era durata poco: quasi due anni prima, l'intero gruppo era
stato scoperto e i suoi membri arrestati. Ne erano seguiti tre mesi di
carcere duro, durante i quali Sissel aveva saputo che Adam era stato
torturato orrendamente. Le ultime scarne notizie che era riuscita a
ottenere lo davano per vivo, ma già cinque dei suoi compagni erano
morti in seguito alle sofferenze patite in prigione.
Mi sedetti accanto a lei. E senza che me l'avesse chiesto, la strinsi a
me. Non fece resistenza, com'era già accaduto alla festa in Ambasciata,
e si lasciò abbracciare per poi sciogliersi in un pianto dirotto,
liberatorio. Chissà da quanto tempo quella povera ragazza, sola al
mondo, braccata dalle leggi razziali, tormentata per la sorte dell'unico
fratello nelle mani della Gestapo, non si abbandonava a un momento di
sfogo. E d'altra parte, di chi avrebbe potuto fidarsi? A chi avrebbe
potuto aprire il suo cuore? Aveva imparato a custodire pene e timori
dietro la maschera dell'algida studiosa, di una giovane donna
inflessibile e distante. Ma ormai sapevo tutto, mi rendevo conto di
quanto recitasse bene quella parte cui la vita l'aveva costretta. E le
pesava da morire, ne ero certo. Intuivo la sua disperazione. Avrei pianto
anch'io, se il mio orgoglio maschile e il fucile che tenevo poggiato alla
gamba non me l'avessero impedito. Non era possibile perdere il
controllo, adesso.
Sentii che Sissel profumava di gelsomino, o forse era l'oasi a emanare
quella fragranza; come quell'altra notte al Cairo, le asciugai il viso
rigato di lacrime. Mi guardò. I suoi occhi contro il chiarore della luna
mi sembrarono più limpidi della sorgente che ci stava davanti.
Attendeva qualcosa, e io cercavo disperatamente di capire cosa.
«Ho tanta paura» sussurrò con la voce che le tremava.
«Andrà tutto bene» la rassicurai, anche se proprio non sapevo come
sarebbe finita.
Lei mi scrutò con un filo di speranza che le illuminò il viso.
«Mio fratello è in mano della Gestapo. L'hanno torturato, e io...»
La abbracciai forte interrompendo le sue parole.
«Lo so, cara. So tutto. Stai tranquilla, troveremo un modo per farlo
uscire dalla Germania. Lo metteremo in salvo, lui e questi poveri
disgraziati trascinati quaggiù nel deserto» le dissi stringendola ancora
più forte a me. Mi raccontò della sua vita. Di quando il padre aveva
perso il lavoro, di come si era messa al riparo in casa di Hans Brunner
riuscendo a tenere nascosto a tutti il fatto che fosse ebrea, anche se solo
per metà. Suo fratello, invece, non aveva accettato nessun
compromesso. Percepivo che la tensione del suo corpo e il tremore che
la scuoteva si andavano leggermente attenuando. Fece un respiro
profondo, poi si staccò appena dalla mia spalla e mi fissò con un sorriso
inaspettato.
«Qui nell'oasi non troverò mai un liquore con cui sembrarti confusa,
così domattina mi ricorderò tutto...»
La guardai senza capire, con aria stupida. Poi, improvvisamente,
realizzai.
«E quindi... quella sera all'Ambasciata... non è vero che eri un po'
ubriaca.»
Scoppiò a ridere forte, come una bambina.
«Tu hai creduto che qualche coppa di champagne potesse mettere
fuori gioco una ragazza tedesca?!» La cosa, evidentemente, la divertiva
da matti.
Ringraziai Dio che fosse buio e Sissel non potesse vedermi arrossire
fino alle orecchie. Rideva di me, della mia ingenuità. Io mi vergognavo
della mia paura. Paura di rivelare apertamente i miei sentimenti, di
ritrovarmi compromesso, legato, coinvolto. No, non era quello. Avevo
capito da un pezzo che non sarei più potuto tornare indietro. Che cosa
temevo, allora? Di perdere la testa, di divenire succube della mia parte
irrazionale?
Lei smise di ridere e mi guardò sorpresa. C'era una vena di profondo
dolore dentro i suoi occhi. Mi ribellai a quel dolore, ma non sapevo
davvero cosa fare. Io volevo essere felice, lo volevo con tutte le mie
forze. Ma soprattutto, volevo che lo fosse lei. Quindi d'impulso la
strinsi ancora più forte a me, e la baciai con passione.
Non so quanto fosse durato quel bacio. Dopo tanti anni, se chiudo gli
occhi, mi sembra che duri tuttora.
Un rumore secco alle nostre spalle ci fece trasalire. Sissel si staccò da
me e balzò in piedi. Anch'io mi alzai di scatto e imbracciai il fucile.
Dietro un cespuglio, davanti a noi, c'era Lucio. Stava fermo, in faccia
un'espressione incredula. Doveva aver sentito tutta la nostra
conversazione. Doveva averci visto mentre ci baciavamo. Era senza
parole, posava lo sguardo ora su di me, ora su di lei, con un disprezzo
che non si dava nemmeno la pena di nascondere, quasi ci avesse colti in
fragrante nel pieno di un delitto orribile. Rimasi lì a fissarlo con il
fucile puntato, e non lo abbassai.
«Accidenti, però, queste femmine giudee! E la chiamano razza
inferiore!» fu la frase, ripugnante, con cui mio cognato ruppe il
silenzio.
A quel punto la rabbia mi annebbiò la vista. Una successione
violentissima di pensieri mi affollò la testa. Ecco, adesso Lucio sapeva
tutto. Avrebbe denunciato Sissel all'Ovra. Era perduta. E quando
Friedlander l'avrebbe saputo, per lei sarebbe stata la fine.
Non so bene cosa mi prese, a quel punto. Ricordo d'aver letto che gli
animali più innocui, quando si tratta di salvare la loro prole, sfoderano
un istinto aggressivo capace di mettere in difficoltà anche le bestie di
gran lunga più grandi e feroci. E per quanto mi fosse difficile
immaginare Sissel come la mia prole, l'istinto s'impadronì dei miei
gesti. Mi buttai addosso a Lucio e lo colpii con il calcio del fucile. Una,
due, tre volte. Preso alla sprovvista da quella mia reazione, mio cognato
cadde a terra senza aver ancora opposto resistenza. Solo quando fui su
di lui, Lucio iniziò a reagire, scalciando con tutte le sue forze per
liberarsi dalla mia presa. Lottammo per pochi minuti, ero molto più
forte di lui e, certamente, più di lui disposto a qualsiasi cosa. Poi vidi
una pietra a pochi centimetri dalla mia mano. Non ci pensai su: la presi
e gliela scagliai forte in testa.
Quando mi rialzai, mi sembrò che la terra vacillasse sotto i miei
piedi. Le mani mi tremavano. Però mi sentivo bene, non ero neppure
dispiaciuto. Una volta, in campagna dai nonni, mi era capitato di
ammazzare una vipera che avevo scovato acquattata sotto un sasso.
Non uccido mai gli animali, mi rattrista, ma quella volta non avevo
esitato neanche un istante: si trattava di eliminare un essere pericoloso,
un'insidia mortale.
Mi voltai e guardai Sissel. Era impietrita, quasi incapace di respirare.
«Grazie» mi sussurrò con un filo di voce.
Un rumore leggero attirò allora la nostra attenzione. Era Lucio che,
con ancora gli occhi chiusi, tentava di alzarsi.
Guardai Sissel e lei guardò me. Evidentemente non l'avevo colpito
così forte. Mi accorsi che il suo viso si rischiarava, quasi come se fosse
sollevata di vederlo ancora vivo. E lo stesso sollievo provavo io. Non
volevo ucciderlo. Solo renderlo inoffensivo.
Lucio si tirò in piedi barcollando.
«Che succede...?» Si mise una mano sulla testa dolorante e se la
ritrovò insanguinata. Prima che urlasse, lo raggiunsi stringendogli forte
un braccio.
«Calmati» gli intimai freddamente. «Sei caduto e hai battuto la testa.
Ma non è grave.»
Lanciai uno sguardo rapido a Sissel, e lei annuì impercettibilmente.
Lucio fissava la sua mano insanguinata con un'espressione
tremendamente confusa.
In quel momento sentimmo il rumore di molti passi che si
avvicinavano. Erano gli autisti tedeschi, evidentemente messi in
allarme dai rumori. Arrivarono di corsa, armati, muovendosi in modo
coordinato come se fossero allenati a formare una squadra. In quel
momento, benché fossero in borghese, ebbi la certezza che
appartenessero a un qualche corpo militare.
«Che cosa succede?» ci chiesero in tedesco, con lo sguardo scuro e i
fucili puntati.
Sissel si fece avanti, e la sua presenza fu sufficiente a rendere la
situazione un po' meno tesa.
«Il dottor Morandi è inciampato nel buio e si è fatto male alla testa.
Avete una scorta di medicine?»
Il capo di quegli uomini diede ordine che Lucio venisse
accompagnato verso il loro accampamento per essere medicato, e
subito due suoi compagni lo presero sottobraccio. Ma prima di
allontanarsi, il tedesco mi scrutò con diffidenza, posando appena gli
occhi sul fucile che tenevo in mano. Poi guardò Sissel. E con un certo
lampo di orgoglio, alzò il braccio verso di lei e la salutò.
«Heil Hitler!»
«Heil Hitler!» rispose lei con identica foga.
Un lungo brivido mi attraversò la schiena. Nessuno sapeva che Sissel
era ebrea. Nessuno lo doveva sapere.
Quando Crispolti fu informato di quanto era accaduto a Lucio, non
gli sembrò vero di aver sottomano una scusa eccellente per toglierselo
di torno. Senza nemmeno aspettare che arrivasse l'indomani, chiese ai
soldati di raccogliere la sua roba e di portarlo alla vicina oasi di
Giarabub, al fortino italiano. Lì si trovavano un ufficiale medico e
anche un'infermeria, e Lucio poteva ricevere cure adeguate. Crispolti lo
accompagnò, e fece capire al colonnello Tornanti, il comandante
italiano a Giarabub, che mio cognato era una persona sgradita all'Agip:
i suoi dirigenti gli sarebbero stati molto grati se l'avesse trattenuto lì il
più a lungo possibile, in modo che non intralciasse la missione.
Lucio era in stato confusionale, il che mi metteva addosso una
relativa tranquillità. Difficile dire quanto sarebbe durata, quella tregua.
Intanto, però, il rischio imminente era stato sventato.
Domani, si sarebbe visto.
LA PIETRA DEL SILENZIO

Giuseppe morì all'età di centodieci anni. Fu imbalsamato e deposto in un


sarcofago, in Egitto.
Genesi, 50, 26.

La giornata che ci attendeva l'indomani fu forse la più faticosa della


mia vita.
I tecnici esperti del settore minerario per fortuna esistevano davvero,
in quel convoglio di ebrei in fuga. Dieci persone in tutto - già un
discreto numero -, e gli altri dieci che il Segretario di Stato aveva
comunque intrufolato nella spedizione potevano dirsi, con un po' di
buona volontà, più che altro assistenti, ma nel concreto erano ragazzi
appena usciti dalle scuole professionali. Alcuni erano tedeschi, altri
venivano dall'Austria, qualcuno dal territorio dei Sudeti, un tempo
cecoslovacco, che Hitler aveva annesso con la forza. Una variegata
accozzaglia di genti diverse, per le quali la religione di Yahwè era
l'unico elemento comune. Si alzarono molto prima che sorgesse il sole e
alle sette di mattina erano già tutti pronti per mettersi al lavoro. Il loro
direttore si chiamava Martin Stiegler; non era tedesco, lui, anzi era
forse l'unico italiano del convoglio. Italiano per modo di dire... veniva
da un paesino oltre Bolzano. Biondo, i corti capelli a spazzola quasi
rasati dietro le orecchie e sulla nuca, la pelle chiarissima, in realtà
sembrava il più teutonico di tutti. Era simpatico e sorrideva sempre, per
quanto conservasse nel fondo del suo sguardo un'ombra di dolore.
Parlava un italiano stentato, ma tuttavia comprensibile. Questo ci
facilitò enormemente la comunicazione. Il luogo in cui fare i sondaggi
si trovava a circa cinquanta chilometri dall'oasi in direzione nordovest.
Cinquanta chilometri di una strada fatta non di terra, ma di una sabbia
compattata dal passare di secoli, forse millenni, durante i quali
innumerevoli viaggiatori a dorso di cammello l'avevano battuta
seguendo le rotte carovaniere.
Pretesi che Sissel venisse con noi. Non mi fidavo di lasciarla a
Siwah: da una parte i diari di Brunner, dei quali solo lei capiva
qualcosa, potevano esserci molto utili per ritrovare il punto in cui il
professore aveva iniziato lo scavo; dall'altra, temevo i soldati in
borghese e quella tremenda donna che si spacciava per la vedova
Brunner ben più dei beduini che potevano rapirla.
In circa un'ora e mezza di viaggio arrivammo sul luogo che ancora
non faceva troppo caldo.
Era una vasta landa deserta con banchi di roccia calcarea larghi e
bassi che ogni tanto si levavano sopra la sabbia. I tecnici scesero, e per
prima cosa cercarono tutt'intorno se vi fossero tracce in grado di
rivelare una recente esplosione: per montare il nostro piccolo
accampamento avevamo bisogno di trovare un punto sicuro, lontano da
quello in cui il povero Brunner era saltato in aria.
A circa un chilometro di distanza da dove avevamo fermato i nostri
mezzi, furono individuati brandelli di tela e legno riarso, accanto a una
voragine dall'aspetto innaturale. Non c'erano dubbi: era quello il luogo
dell'esplosione, e quei rimasugli a suo tempo dovevano essere sfuggiti
durante il repulisti operato dai soldati italiani. Tutto il paesaggio
circostante portava chiare tracce di attività umane: le pareti del banco di
roccia erano state scalpellate, si scorgevano fori circolari i quali senza
dubbio erano serviti per alloggiare pali di legno atti a sostenere
casupole rudimentali usate dagli operai che lavoravano all'estrazione.
Gli incavi erano antichi, infatti apparivano erosi dagli agenti naturali
lungo il corso di quasi quattromila anni. Le rocce portavano ancora
segni di bitume, quanto resta del petrolio emerso in superficie dopo che,
col passare del tempo, gli idrocarburi più preziosi si disperdono. Era
probabilmente il bitume che gli antichi egiziani utilizzavano, il
fantomatico “sangue” del dio Amon-Rah, che pareva sgorgare dalle
viscere della terra, e di cui l'astuto Potifar si era aggiudicato il
monopolio.
Non lontano, si vedevano ancora le tracce di uno scavo recente. Mi
ero sempre chiesto, in effetti, come avesse fatto il povero Brunner a
saltare in aria se aveva scavato su un giacimento che veniva sfruttato
già nel mondo antico: in teoria il metano che si accumula nello strato
superficiale avrebbe dovuto essere fuoriuscito del tutto già da millenni.
Adesso comprendevo. Gli antichi egizi avevano sfruttato un piccolo
giacimento già emerso in superficie, del tutto privo di metano e fatto
essenzialmente da un affioramento di bitume naturale. Denso, nero,
vischioso, altamente infiammabile, prezioso per scopi curativi,
indispensabile nel calafataggio delle navi, arma tremenda durante le
guerre, il liquame affiorava spontaneamente dalle viscere della terra
formando al tempo dell'antico Egitto un piccolo lago naturale. Non era
tanto strano che i nativi, impressionati dalla potenza di questa sostanza
misteriosa, scura, temibile, avessero immaginato che fosse il sangue di
Amon-Rah, il più potente fra tutti i loro dei.
Il professor Brunner aveva scavato nelle vicinanze supponendo che la
tomba di Potifar dovesse trovarsi non lontano da quella che era stata la
sorgente della sua ricchezza. Gli operai non si erano limitati a
rimuovere la sabbia, avevano anche scavato un locale sotterraneo che
forse doveva servire per riparare le attrezzature più delicate dal sole
implacabile del deserto, e anche per allestire la camera oscura
necessaria alle fotografie. La pietra portata via a poco a poco doveva
essere di una varietà molto tenera, e formava la roccia di copertura, lo
strato impermeabile che faceva da tappo alla riserva di metano
sottostante, contenuta nel giacimento principale di cui gli antichi egizi
non avevano mai nemmeno immaginato l'esistenza. Lo scavo doveva
aver provocato una faglia sotterranea minuscola, capace tuttavia di
fornire una via di fuga al metano compresso lì sotto, a molti metri di
profondità. All'improvviso, il gas ad altissima pressione e temperatura
era risalito verso l'alto. Un cerino, una banale sigaretta, o il fuoco per
riscaldarsi di notte dal freddo che cala sul deserto... l'inferno stesso
doveva essersi scatenato sotto gli occhi sgomenti di coloro che,
trovandosi a distanza, avevano potuto assistere all'evento senza restare
uccisi.
L'esplosione era stata violentissima e le poche tracce rimaste non mi
consentivano di formulare congetture più precise. Ma bastò perché
sentissi spontaneo il bisogno di farmi il segno della croce, ripensando
desolato alle persone che avevano perso la vita.
Tornammo indietro, e stabilimmo di accamparci accanto alle jeep; fu
lì che montammo la nostra tenda, molto simile a quelle allestite
nell'oasi di Siwah.
Dopo mezz'ora di lavoro la tenda era in piedi: occupava uno spazio di
circa venti metri quadri ed era suddivisa in tre vani interni, più una
veranda grande almeno altri sei metri.
Vidi Crispolti e l'ingegner Stiegler che preparavano le cariche
esplosive per cominciare i sondaggi. Era arrivato il momento di
affrontare i quaderni di Brunner. Sissel si mise all'opera: aiutata da
alcuni tecnici, scaricò le tre scatole con i diari. Bella da togliere il fiato,
benché in tenuta da lavoro, portava un paio di pantaloni di saia marrone
scuro, morbidi, che finivano dentro stivali alti di cuoio, e una camicia di
cotone pesante, di taglio maschile. I capelli erano raccolti in una lunga
treccia. Cercai di intercettare il suo sguardo, ma inutilmente. Questa
volta, però, il suo disinteresse non mi ferì. Era tesa, concentrata, sul
viso un'espressione ansiosa.
Le scatole furono sistemate per terra, su un tappeto logoro che
fungeva da pavimento: Sissel iniziò ad aprirle con gesti solenni, quasi
come se per lei quegli scritti fossero un oggetto sacro. Poi tirò fuori i
diari uno a uno, li mise in fila sul tappeto, seguendo un ordine che solo
lei conosceva. Quando le passò fra le mani un piccolo quaderno
foderato di pelle nera, cominciò a sfogliarlo con una certa fretta finché
non trovò la pagina giusta.
«Ecco» disse semplicemente. «Bisogna individuare certe rocce
particolari. Secondo quanto ha lasciato scritto il professore, dovrebbero
affiorare in superficie e distinguersi chiaramente. Sembra che abbiano
la forma di un kugelhupf.»
Io e Crispolti ci guardammo perplessi.
«Cerchiamo una specie di cratere, un cerchio di roccia rialzata con un
buco al centro» spiegò Stiegler sorridendo. «Il kugelhupf è un dolce
simile a quello che in Italia si chiama... ciambellone.»
Ridemmo, e ci fece bene. Averlo sul serio, un ciambellone fragrante
con cui far colazione nel deserto!
I tecnici si misero a saggiare il terreno, e io con loro. Dopo meno di
un'ora identificammo con certezza le rocce petrolifere, a circa tre
chilometri in linea d'aria rispetto alla nostra tenda. Doveva essere un
giacimento superficiale. Stiegler toccò le rocce e lasciò che il liquame
verdastro gli macchiasse le dita. Vidi la sua faccia illuminarsi.
«Non ne sono sicuro. Dovrei fare delle analisi» commentò, «ma
credo sia olio leggero. Del genere più pregiato.»
Crispolti commentò che era ora, finalmente, di ricevere una buona
notizia. Gli ingegneri cominciarono a disegnare il piano e la mappa con
cui avrebbero piazzato le cariche esplosive nell'area circostante. Io
tacevo e stavo a vedere. “Lei è qui soprattutto per imparare” aveva
detto Crispolti; e del resto avevo la testa troppo occupata da Sissel per
concentrarmi sul lavoro. Lei era rimasta sotto la tenda a studiare, e
almeno per il momento potevo stare tranquillo.
L'ingegner Stiegler guidava gli altri tecnici con modi sicuri. Aveva
studiato negli Stati Uniti, a quanto seppi, e utilizzava un incredibile
macchinario chiamato “gruppo sismico”, di fabbricazione americana,
che riusciva a individuare la presenza di cavità nel sottosuolo e di
formazioni geologiche particolari.
Nelle ore che seguirono non sentimmo altro che quel detonare
assordante di dinamite, seguito dai rilievi con il sonar che venivano
effettuati a distanza di sicurezza. Non ci volle molto perché i miei nervi
fossero già stremati da tutti quei rumori, ogni volta seguiti da una gran
pioggia di detriti che ricadevano a terra sollevando una fitta nube di
polvere. Alle tre del pomeriggio Crispolti ci comunicò che era il
momento di staccare e ritornare al campo base. Stiegler aveva la faccia
congestionata e persino un po' scottata dal sole, sebbene si fosse
coperto la testa con un enorme fazzoletto arrotolato come quello che
portavano i beduini. Almeno, però, appariva soddisfatto.
«Il giacimento c'è, ed è bello grosso. Niente a che vedere con quelli
della zona araba, certo» potei comunicare a Crispolti. «Però,
decisamente interessante!»
«E la qualità?»
«Buona. Forse anche ottima.»
Sentii l'avvocato tirare un grosso sospiro di sollievo.
Dopo esserci rifocillati, l'ingegner Stiegler ci mostrò alcuni disegni,
che aprì sul tavolo da campo e mi chiese di tradurre per Crispolti: il suo
italiano non gli permetteva una fluida spiegazione tecnica.
«C'è un fatto importante, che potrebbe rivelarsi molto utile.» Indicò
con il dito una sorta di collinetta che si ergeva nel centro del disegno.
«Il giacimento risulta diviso in due parti da una struttura centrale di sale
consolidato, che in gergo tecnico si chiama “duomo salino”. È lì che
potrebbe nascondersi il metano.»
«Dove si trova questo duomo di sale?» chiese Crispolti eccitato.
«Sta proprio sotto il confine fra l'Egitto e la Libia, secondo i nostri
calcoli.»
L'avvocato si strofinò il mento con evidente soddisfazione.
«Quindi, questo duomo salino divide il giacimento in due metà, se
non ho capito male...»
«Esattamente. L'una sta nel sottosuolo egiziano, e quella
probabilmente se la papperanno gli squali della compagnia inglese. Ma
l'altra...»
Crispolti sorrise.
«Bisognerà mettersi subito in contatto con Sua Eccellenza Mazzolini
e dirgli la novità. È opportuno che comunichi la cosa a Italo Balbo, in
modo che dalla Libia si attivino subito per i permessi di sfruttamento.
Prima tiriamo fuori il petrolio, meglio è!»

Rientrammo dunque nell'oasi, e il viaggio ci parve quasi breve, tanto


eravamo sollevati dalla notizia che il greggio là sotto c'era davvero.
Quella sera la cena fu attraversata da una particolare euforia.
Eravamo tutti sfiniti, per il caldo e la gran fatica del giorno; tuttavia,
dato che lo scopo della nostra missione era soprattutto appurare
l'esistenza di un giacimento, potevamo considerarla almeno in parte già
riuscita. Solo Sissel restava fredda e indifferente, e io non stentavo a
capire il perché. Quella partenza le era stata imposta con la forza, e del
resto non aveva molte alternative. Si comportava come se la cosa non la
toccasse affatto, come un bravo esecutore che svolge con cura
professionale un lavoro sgradito ma necessario.
«Dobbiamo essere cauti, però» ripeteva l'ingegner Stiegler faticando
a mascherare un sorriso di soddisfazione.
«È giusto, prima di comunicare qualunque cosa dobbiamo essere più
che sicuri!» gli faceva eco Crispolti.
Intanto vedevo Sissel parlare a voce bassa con la vedova Brunner, e
quel colloquio mi provocò una certa inquietudine. Senza dubbio la
stava informando riguardo al petrolio. Questo era positivo, da un certo
punto di vista, e credo che la mia bellissima dea triste lo facesse proprio
allo scopo di mettere al riparo i nostri compagni di viaggio ebrei: se il
greggio c'era davvero, gli italiani lo avrebbero estratto. Presto sarebbero
arrivati i documenti da Tripoli. Dunque la Gestapo poteva considerare
quei duecento ebrei come soggetti indesiderati ormai usciti dal Terzo
Reich.
Olga Brunner ascoltava e annuiva con la testa, in silenzio. Vederla mi
metteva i brividi; ma l'espressione compiaciuta che le leggevo in faccia
mentre il racconto di Sissel procedeva era comunque di grande
conforto.
Quando la cena fu finita e tutti andammo a dormire, piano piano i
rumori intorno a me si spensero, rimasero soltanto i mille suoni
sommessi dell'oasi. Quello che più mi colpiva fra tutti era il gorgogliare
dell'acqua sorgiva, la quale doveva sgorgare da una fonte molto
prossima alla casa. Chiusi gli occhi, stanchissimo. Credevo che quel
dolce rumore naturale potesse conciliarmi il sonno, ma non riuscivo a
rilassare la mente. C'era una ridda di pensieri che si ammassavano alle
soglie della coscienza torturandomi di dubbi, e non facendomi trovare
pace. Per almeno un paio d'ore sperai che Sissel lasciasse di nuovo in
silenzio la sua stanza, come la notte precedente, camminando in punta
di piedi per non fare rumore. Sperai di poterla avere ancora tutta per
me, fra le braccia, da soli nell'incanto notturno di Siwah. Purtroppo la
mia attesa fu vana. Mi consolai pensando a questo: la sera prima era
uscita in preda alla disperazione, e solo per poter piangere in pace,
lontano da tutti. L'avevo consolata, le avevo promesso il mio aiuto. Mi
ero persino spinto a dirle che insieme avremmo trovato un modo per far
uscire dalla Germania quel suo povero fratello tenuto in prigione dalla
Gestapo... mio Dio, che sconsiderato! Ma come mi era saltato in mente
di fare una promessa su cose che trascendevano completamente le mie
possibilità! E tuttavia, anche adesso, mi sembrava che qualcosa nel mio
profondo, un lumicino piccolo piccolo, stesse prendendo ardore. La
speranza, forse, che secondo la sapienza popolare è sempre l'ultima a
morire. In effetti la rete di solidarietà che Pio XI aveva messo in piedi
stava funzionando. Intanto duecento ebrei a rischio avevano lasciato i
territori del Terzo Reich, e avrebbero trovato una nuova patria in Libia.
C'erano poi le Conferenze di San Vincenzo, e quegli altri benefattori
protestanti che avevano le mani libere di agire in Germania... com'è che
Crispolti li aveva chiamati? Quackers, mi pare. Dovevano essere quei
gruppi che in Italia sono comunemente detti Quaccheri: gente onesta,
che lavora e segue il Vangelo. Anche il fratello di Sissel sarebbe potuto
passare per la stessa via. Non era facile, visto che lo avevano arrestato
per attività sovversive. Però si poteva tentare. Certo, perché no? Avevo
fatto bene, tutto sommato, a darle conforto con la mia promessa. Forse
per questo stanotte non era uscita: si sentiva un po' meglio, e in parte
era merito mio. Dovevo esserle apparso come un salvatore, un eroe, un
ardimentoso. Senza dubbio confidava in me. E questo pensiero, capace
di blandirmi il cuore e lusingare il mio amor proprio, mi donò infine la
serenità per scivolare nel sonno.
L'indomani, decidemmo di partire prestissimo per cercare di sfruttare
le ore in cui faceva meno caldo. Arrivati lì dove il giorno prima
avevamo lasciato la nostra tenda, mi allontanai con Stiegler e gli altri
per andare sul luogo in cui venivano fissate le cariche; Sissel restò da
sola sotto l'ombra del piccolo accampamento, malinconica, curva sui
diari del povero Brunner. Due dei tecnici giovani rimasero con lei, per
sicurezza. Prima di andare via li guardai entrambi in silenzio e, come si
suol dire, a brutto muso. Due ragazzotti che potevano avere al massimo
diciott'anni, dall'aria spaesata, persino un po' intimidita, per tutti quei
cambiamenti che all'improvviso si erano abbattuti sulle loro famiglie.
Mi capirono al volo, però. La ragazza era mia, non si dovevano
azzardare neanche a dire mezza parola fuori posto.
«Stia tranquillo, ingegnere» balbettò quello un po' meno imbranato,
cercando di darsi un'aria da uomo fatto, «se dovesse capitare qualunque
cosa, la verremo subito a chiamare.»
Mi sembrò molto sincero, e per niente intenzionato a cercare guai.
In ogni caso, risolsi di stare lontano da Sissel il meno possibile. Alla
fine della mattinata, sarà stato circa mezzogiorno, avevo già coperto
svariati chilometri facendo la spola fra la zona dei rilievi e la tenda,
dove mi ero recato almeno tre volte con la scusa di andare a prelevare
materiali necessari. Decisi dunque di rimanere lì, tanto i tecnici se la
cavavano benissimo senza di me. Un pensiero mi assillava, ero troppo
preoccupato per concentrarmi sul petrolio.
Trovai Sissel all'ombra, sotto la veranda. Era seduta a un tavolino di
legno pieghevole, leggero e traballante, che poggiava un po' incerto sul
terreno irregolare; leggeva i quaderni di Brunner e si appuntava alcune
riflessioni. Era tesa, nervosa, e anche molto triste. Tutta la faccenda del
petrolio non la interessava minimamente, e anzi l'euforia dei tecnici che
andavano e venivano presso la tenda prelevando e riportando attrezzi
pareva quasi irritarla.
Lei certo pensava a Brunner. A quell'uomo buono che se l'era presa in
casa per proteggerla, che l'aveva difesa e cresciuta come un padre. E a
quell'uomo sfortunato, coraggioso, nobile, cui doveva tutto, andava
adesso il luccichio di una lacrima che mi pareva di vedere nei suoi
occhi.
Presi uno sgabello e mi sedetti accanto a lei. Avrei tanto voluto
stringerle la mano, ma c'era troppa gente intorno. Allora, poggiai i
gomiti sul tavolo cercando di avvicinarmi per quanto mi parve lecito.
«Il greggio c'è sul serio, a quanto sembra» le dissi con dolcezza.
Mi rivolse un sorriso mesto.
«È una buona notizia, in ogni caso» insistevo cercando di distoglierla
dai suoi pensieri. «Almeno quei tecnici e le loro famiglie... insomma...
avranno da lavorare.»
Sissel si strinse nelle spalle. Dentro i suoi occhi vidi passare un vago
sollievo.
«Hanno documenti falsi. Se sarà necessario, ne avranno altri» mi
rispose sommessamente. «In questo modo, saranno cancellati dalle liste
nere della Gestapo.»
Un brivido gelido mi ferì la schiena nonostante il caldo soffocante del
deserto.
Lei tornò ai suoi scritti.
Non le dissi più nulla, non mi pareva il caso. Solo, accostandomi
come per prendere un quaderno, avvicinai la mano al suo viso e le feci
una lieve carezza. Lei me ne fu grata; sollevò gli occhi, mi guardò con
tenerezza.
Poi si alzò, entrò nella tenda, e portò fuori due pacchi di gallette
secche e un po' di carne in scatola che dovevano costituire il nostro
pranzo. Osservai le une e l'altra con occhi smarriti. Tutto sommato,
quasi rimpiangevo il pappone di pasta e fagioli che avevano cotto le
donne ebree la prima sera al nostro arrivo nell'oasi...
Mangiammo in silenzio, perché lei era avvilita e io non volevo
importunarla. All'improvviso, uno dei tecnici corse verso di noi e ci
fece cenno di seguirlo. Veniva da una zona vicina, circa mezzo
chilometro a nord rispetto a dove avevamo montato la tenda.

«Venite a vedere, in fretta» ci gridò trafelato. «Pare abbiano trovato


qualcosa. Anche lei, dottoressa. Noi non ci capiamo nulla!» disse
rivolto a Sissel, aggrottando la fronte.
Il luogo indicato stava nei pressi di una formazione rocciosa che
emergeva come uno sperone dalla linea piatta del paesaggio circostante.
Si vedevano un mucchio di pietre scomposte, resti di massi staccati da
tempo immemore dal banco di pietra, ormai completamente erosi.
«È lì.»
In mezzo a un cumulo di detriti, un operaio diede un piccolo colpo di
piccone a un oggetto appuntito che emergeva dal mucchio. Vidi Sissel
fissarlo ipnotizzata, e poi inginocchiarsi per studiarlo da vicino.
«Sembra lo spigolo di uno scalino» commentai piuttosto perplesso.
Ci avvicinammo anche noi.
Sissel aveva cominciato a scostare i sassi con le mani per liberare dai
detriti quello spigolo. Riuscì a pulire entrambi i lati, ma del manufatto
non si vedeva la fine.
«Non è uno scalino. Guardate» ci invitò lei, e con le dita toccò il
profilo dello spigolo; non era ad angolo retto, come il normale gradino
di una scala: la pietra, tagliata con grande maestria, seguiva una linea
ad arco.
Intanto erano sopraggiunti anche Crispolti e l'ingegner Stiegler, che
avevano smesso di effettuare i rilievi. Tornati indietro e arrivati alla
nostra tenda, l'avevano trovata deserta e si erano insospettiti.
L'ingegner Stiegler si avvicinò piegandosi in due, poi poggiò le mani
sulle ginocchia, per sporgersi a guardare meglio. Crispolti invece si
cavò dal taschino della camicia un paio di occhiali e li inforcò.
«Non è uno scalino, troppo alto...» commentò meditabondo. «Sembra
piuttosto la base di una colonna.»
«Aiutatemi, per favore!» disse Sissel cominciando convulsamente a
tirare via le pietre. Crispolti e io ci mettemmo all'opera; e gli altri dietro
di noi.
Sissel, frenetica, continuava a scavare spezzandosi le unghie e
ferendosi le mani con i sassi più appuntiti. Comprendevo la sua ansia:
per lei, quella scoperta era fondamentale. Ciò che avremmo trovato lì
sotto, qualunque cosa fosse, testimoniava che Hans Brunner non era un
pazzo. Dimostrava che il suo padre adottivo, il suo salvatore, non era
morto invano nel deserto inseguendo una stupida follia.
Nel giro di mezz'ora eravamo riusciti a liberare un'area di circa venti
metri quadri. E quel che avevamo visto inizialmente non era un
elemento isolato, ma una delle quattro punte di una struttura
perfettamente quadrata, scavata nel calcare del terreno. Una struttura
architettonicamente definita, su questo non c'era alcun dubbio.
«Ma, insomma, che cos'è?» chiese Stiegler impaziente.
Sissel scosse la testa.
«Ancora non lo so» rispose come parlando a se stessa. «L'unico dato
certo è che non si tratta di una scala. Qui c'è un solo gradino.»
La struttura infatti sembrava essere una piattaforma: una base di oltre
quattro metri per lato, perfettamente intagliata nella pietra, nel cuore del
deserto.
«Questo non ha senso!» commentai deluso.
Sissel si era alzata e aveva fatto qualche passo avanti e indietro,
meditabonda, in cerca di una risposta.
«È la base per un obelisco!» aveva infine esclamato illuminandosi.
«Un obelisco nel deserto?» le chiesi scettico.
«L'obelisco sacro di Sekht-am» mi rispose con gli occhi che
brillavano. «Quello che oggi si trova davanti alla basilica vaticana.»
Crispolti ci guardò come se fossimo due pazzi.
«Un obelisco del Vaticano? Ma qui, nel mezzo del Sahara?»
Sissel scoppiò a ridere allegramente.
«No, in Vaticano c'è finito per caso!» gli spiegò. «Quell'obelisco
apparteneva a Cornelio Gallo, il primo governatore romano dell'Egitto
dopo che Augusto sconfisse Marco Antonio e Cleopatra e ridusse il
regno a una provincia dell'impero. Gallo fece innalzare quel
monumento magnifico nel Foro Giulio di Alessandria d'Egitto, in onore
di Augusto. Poi, però, successe qualcosa di grave. Cornelio Gallo fu
accusato di malversazione, e infine condannato all'esilio. Si pensava
che il governatore avesse fatto scolpire l'obelisco da una delle cave
egiziane. Invece, doveva essere molto più antico. Forse lo trovò proprio
qui.»
Poi mi gettò addosso uno sguardo intensamente complice.
«Un certo cardinale del Vaticano, il quale si intende di archeologia, è
sempre stato convinto che l'obelisco venisse da Siwah. L'antica Sekht-
am del Medio Regno, la Terra delle palme...» mi sussurrò divertita.
Io la fissavo ammaliato, come un uomo che ha appena perduto la
ragione davanti a un miraggio.
«Ma perché erigere un obelisco in questo posto isolato, fuori dal
mondo?» domandò Crispolti.
«Sinceramente, non lo so» rispose Sissel. E detto questo, senza dare
altre spiegazioni, si diresse verso la nostra tenda.
«Ma dove va?» mi chiese l'avvocato, esterrefatto.
«Non ne ho la minima idea!» confessai allargando le braccia.
Dopo dieci minuti vedemmo Sissel che tornava. Aveva in mano uno
stuoino leggero, di quelli che si era portata per sedersi sulla sabbia o
poggiarvi i libri. L'aveva piegato in due e, messasi in ginocchio su
quella piattaforma di pietra, cominciò a passarlo su e giù, utilizzandolo
come una scopa.
«Aiutatemi, per favore» ci disse.
Di nuovo ci mettemmo tutti all'opera come pretendeva lei, per
liberare la piattaforma di pietra da tutta la sabbia che ancora era rimasta
sopra. A un certo punto, Sissel gridò di fermarci. Guardammo sotto le
sue mani. La pietra nuda della base, ormai in certi punti completamente
pulita, rivelava una linea sottile, profonda. Sembrava una fenditura.
«Sotto l'obelisco c'era qualcosa» esclamò eccitata. «Una camera,
probabilmente.»
Io rimasi fulminato da un'idea improvvisa. La tomba del sommo
sacerdote Potifar! La tomba che stava cercando lo sfortunato, geniale
professor Brunner...
Guardai Sissel con una domanda negli occhi. Una domanda che non
ero sicuro fosse prudente palesare agli altri. Sissel capì.
«L'obelisco era un simbolo del dio Sole. Si pensa che raffigurasse un
raggio solare pietrificato. E la casta dei sacerdoti di Amon-Rah, i
sacerdoti dell'antica città di On, era potentissima...» aggiunse in tono
sibillino.
Fu l'ingegner Stiegler che per primo intuì i nostri pensieri.
«Una scoperta interessante, davvero. Peccato che non sia possibile
continuare.»
Vidi Sissel trasalire, poi guardarlo quasi disperata.
Stiegler scosse la testa con un'espressione comprensiva, desolato ma
fermo.
«Sono spiacente, dottoressa, scavare qui potrebbe essere pericoloso.
Fin quando non saremo sicuri della forma del giacimento, non
possiamo rischiare. Non deve dimenticare la fine del povero professor
Brunner!»
«Scordatevi di scavare» aggiunse Crispolti perentorio. «L'archeologia
qui è solo una copertura, tenetelo a mente. Abbiamo individuato questo
strano reperto, qualunque cosa sia: è già abbastanza, ci penserà qualcun
altro a capire di che si tratta!»
Poi ci mise fretta perché raccogliessimo tutti i bagagli e ritornassimo
verso Siwah.
L'aria si era fatta fresca, e il cielo più scuro. La notte sarebbe scesa
molto presto sulle dune, col suo manto azzurro profondo di stelle e
l'enorme luna, abbagliante, sfacciata, signora indiscussa del deserto.
IL RESTO SACRO D'ISRAELE

Attesa penosissima situazione cattolici non ariani costretti abbandonare


Germania al più presto senza avere per altro un paese che li accolga.
Telegramma del Segretario di Stato cardinal Luigi Maglione a monsignor
Aloisi Masella, Nunzio apostolico in Brasile, 5 aprile 1939

Quella non sarebbe stata una notte di riposo. Il buio del deserto, che
avrebbe dovuto avvolgere l'oasi e il villaggio assonnato, ci apparve già
da lontano stranamente acceso da troppe fiaccole e lumi al petrolio.
Al nostro rientro trovammo l'oasi in stato di agitazione. Sembrava
che fosse appena passato un uragano, e che la gente stesse ancora
piangendo i suoi devastanti effetti. Gli ebrei erano usciti dalle tende, e
adesso, agitata e vociante, la loro grande tribù sembrava perfino più
numerosa. Nell'accampamento regnava il caos. Le donne gridavano,
alcune si strappavano i capelli, altre erano rannicchiate a terra, come
sfinite dalle troppe lacrime. I tedeschi che avevano guidato il convoglio
stavano in posizione di guardia, con i fucili pronti.
Individuai Lord Hamilton che si muoveva in quel finimondo andando
avanti e indietro, frastornato, senza sapere bene cosa fare.
«Ma che diavolo sta succedendo?» gli urlai per farmi sentire nella
confusione.
Aveva perso gran parte del suo britannico self-control, e si asciugava
la fronte madida di sudore. E i baffi... gli stavano di traverso; solo allora
ebbi il fortissimo sospetto che, come i baffi, molto della sua persona
fosse fasullo: nome, provenienza, interessi... ma scacciai subito quelle
congetture: adesso avevo altro cui pensare.
«Sono scomparsi dieci bambini ebrei» mi rispose con un filo di voce.
Avvertii la presenza di Sissel dietro di noi.
«Dieci bambini...?» chiesi sgomento. «Ma come? Quando è
accaduto?»
Lord Hamilton scosse la testa e mi fece segno di mantenere la calma.
«Non c'entrano i tedeschi.»
Sissel si mise le mani sul viso. «E chi, allora?»
Hamilton, o chi diavolo fosse quell'uomo, cercava di respirare
nonostante l'affanno del momento.
«A prima vista pare siano stati i predoni del deserto. Così ci hanno
detto i loro genitori. I bambini stavano giocando insieme ad altri
ragazzini del posto. Non c'erano uomini armati a fare la guardia,
sembrava non ce ne fosse bisogno. All'improvviso sono sbucati fuori
dalle palme alcuni uomini, con i fucili a tracolla, li hanno agguantati e li
hanno portati via.»
«I berberi? Vorranno chiedere un riscatto?» chiesi ansioso.
Lord Hamilton scosse la testa.
«I tedeschi dicono di no. Quando le donne hanno gridato, sono subito
accorsi. Hanno sparato, ma non hanno fatto in tempo a fermarli. Dicono
però che i berberi non hanno quel tipo di fucile. Sono armi inglesi, di
ultimo modello. Il capo del villaggio sostiene che hanno ragione: lui
conosce quella tribù, e non hanno mai avuto problemi con loro.
Secondo lui, sono stati gli inglesi a fare l'incursione.»
Sissel sussultò accanto a me.
«Gli inglesi? Ma non ci sono inglesi, qui vicino...»
«Ahimè» piagnucolò Lord Hamilton. «Ci sono eccome, a quanto
pare. I tedeschi dicono che un presidio britannico si è appostato nel
deserto, prima dell'oasi di Farafra.»
Sissel mi guardò affranta.
«Ma che vogliono da noi, gli inglesi?»
Voltandomi incontrai gli occhi di Crispolti. Anche lui aveva una cera
orribile, spossato dalla fatica e provato da questa nuova sciagura.
Intanto, vedemmo arrivare due uomini che sostenevano un vecchio
decrepito. Doveva avere almeno novant'anni, era magrissimo e
camminava curvo. Portava un vestito scuro, e sulla testa uno zucchetto
di cotone a righe bianche e nere.
L'ingegner Stiegler ci raggiunse. «Il rabbino Josef Linden» lo
presentò.
Il vecchio tremava, allungò le braccia e cercò di afferrare le mie
mani. Io gliele tesi, e quando quelli che lo sorreggevano lo lasciarono
andare, mi resi conto che se avessi allentato la presa sarebbe caduto a
terra.
«Per favore...» ci disse in tedesco. «Per carità di Dio, aiutateci!»
Gli feci cenno di sì con la testa, ma non sapevo proprio che cosa fare.
Il vecchio strinse le mie mani nelle sue ancora più intensamente.
«Siamo quel che resterà dopo l'estrema prova! Siamo il resto sacro
d'Israele!» esclamò cominciando a piangere.
Sissel l'abbracciò per dargli conforto. «State calmo, rabbino.
Troveremo un rimedio» lo consolò.
Il povero vecchio singhiozzava talmente forte che pensavo i suoi
polmoni non avrebbero retto quella fatica. L'ingegner Stiegler mi
guardò con gli occhi pieni di paura.
«Che cosa dobbiamo fare?»
Che ne sapevo io, di tutto quell'intrigo pazzesco? Io che uscivo fresco
fresco dall'università, e a quell'ora me ne sarei dovuto stare seduto su
una poltrona alle Folies Bergère, contemplando la Venere Nera mentre
cantava tutta nuda Yes! We Have no Bananas!
Guardai di nuovo Crispolti in cerca di aiuto.
«È per il greggio, vero?»
L'avvocato fece cenno di sì con la testa.
«Sono stati diabolicamente svelti.»
Mi misi a sedere su un sasso, la testa abbandonata fra le mani.
Intorno continuava quel frastuono di urla, gesti nervosi, pianti e
agitazione che avevamo trovato al nostro arrivo. Il buio assoluto fuori
dall'oasi aveva inghiottito quei bambini e sembrava assorbire ogni
nostro rumore, grido, speranza. A chi potevamo appellarci, a chi
avremmo chiesto aiuto sperduti nel cuore della notte, in pieno deserto?
Dopo qualche minuto di riflessione, mi venne un'idea. Per la quale
non me la sarei mai cavata da solo, conoscendo l'inglese a malapena.
«Lord Hamilton, lei lo sa guidare un autocarro?» gli chiesi a
bruciapelo.
Il lord fece una faccia dapprima spaventata, e poi stralunata. Infine, si
mise a ridere.
«Ne ho fatte talmente tante, in vita mia, ma questa mi mancava. Però
ho manovrato una gru, una volta» concluse lisciandosi i baffi fasulli.
«Bene. Vada da uno di quegli autisti tedeschi, o soldati che siano, e si
faccia spiegare come si guida. Andiamo a trovare gli inglesi.»
«Ottimo» esclamò il lord recuperando il suo inossidabile buonumore.
Persino in quella tragedia, in una situazione la cui gravità non
riuscivamo nemmeno a valutare bene, sembrava che quell'avventura in
fondo lo divertisse.
«Vengo con voi» si offrì Crispolti. Ma appena si alzò per fare qualche
passo, le gambe non gli ressero e dovette appoggiarsi.
«No, è meglio se voi tre rimanete qui» consigliai con decisione,
rivolto anche a Sissel e all'ingegnere.
Lord Hamilton chiese che gli fosse consegnato un autocarro, ma
l'autista tedesco non acconsentì, e disse che preferiva accompagnarci
per guidarlo lui stesso.
«Meglio così» commentai. «Un autista fresco e riposato ci farà
decisamente comodo.»
Il viaggio nel deserto durò a lungo, parecchio di più che se avessimo
viaggiato di giorno. Il buio era agghiacciante. Ovunque, immobile,
muto, il cielo là sopra, nero come il fondo di un abisso e solcato da
milioni di stelle, mi ricordava come doveva essere l'universo all'alba dei
tempi, quando l'uomo e persino la terra non erano ancora stati creati.
Almeno però l'aria era fresca; decisi di provare a dormire. Non avevo
idea di cosa avrei fatto. Quando avessimo incontrato gli inglesi, allora
avrei deciso.
Uno scossone più brusco degli altri mi risvegliò. Il nostro autista si
era fermato davanti a un posto di guardia. Mi affacciai dall'autocarro:
un gruppo di sentinelle inglesi in tuta mimetica ci si parava davanti, i
fucili e una mitraglia da terra puntati contro di noi.
Lord Hamilton si sporse e sfoderò il suo accento migliore.
«Buona sera, ufficiale. Veniamo dall'oasi di Siwah. Abbiamo
necessità di parlare con il vostro superiore. Chi comanda il presidio?»
Il soldato diede uno sguardo rapido all'autocarro, poi squadrò il
nostro autista e storse il naso con malcelato disgusto. «II colonnello
Spencer» ci disse, facendoci cenno di passare senza però dare l'ordine
di abbassare il tiro della mitraglia.
Un militare inglese su una jeep ci precedeva, guidandoci per alcuni
chilometri fino all'accampamento. Spento il motore, ci chiese di
seguirlo verso la tenda del suo superiore, l'unica illuminata da una
lampada. Tutto intorno regnavano il silenzio e il buio più assoluti.
Il colonnello Spencer ci venne incontro con la sua mole alta e
solenne. Era un omone con i capelli rossi e piccoli occhi neri dallo
sguardo stanco, assonnato. Doveva avere una cinquantina d'anni, forse.
Non mi pareva che avesse una faccia ostile, nonostante tutto.
Balbettai qualcosa che dovette suonare quasi incomprensibile,
almeno a giudicare dall'espressione confusa, non senza una punta di
disprezzo, con cui l'ufficiale accolse le mie parole. Mi resi conto che il
mio inglese era tremendamente inadatto a intavolare un negoziato. Che
ci fosse Lord Hamilton con me era una vera fortuna. Gli feci segno di
cominciare: ma quello, la faccia visibilmente urtata, rimaneva zitto.
Dannato d'un inglese, ma perché era venuto, allora?! Alla fine, decisi di
fare un tentativo.
«Buona sera, colonnello. Ci spiace di averla disturbata a quest'ora»
gli dissi in francese, sperando che conoscesse quella lingua.
Il colonnello accennò un vago gesto d'assenso, come a dire: “Fa'
nulla. Dovere”.
Non mi aveva risposto, a dire il vero, però almeno sembrava aver
capito. Perciò continuai.
«Alcuni guerrieri berberi oggi hanno fatto irruzione nell'oasi di
Siwah, dove siamo accampati. Hanno catturato dieci bambini, e il capo
del villaggio ci ha detto che forse li hanno affidati a voi.»
Ero decisamente soddisfatto di me stesso, per come avevo saputo
presentargli la questione in modo diplomatico e allusivo, ma allo stesso
tempo efficace.
Il colonnello fece un lungo sospiro stanco. Poi mi rivolse uno
sguardo che sapeva di vaga commiserazione.
«Non è il caso di recitare la commedia a quest'ora di notte,
giovanotto. Perciò vi dico subito di sì. I bambini ebrei ce li abbiamo
noi» rispose in un francese molto legnoso, ma comprensibile.
Rimasi senza fiato. Ma avevo capito bene? Dunque l'inglese sapeva
che portavamo con noi ebrei in fuga dalla Germania...
«Per quale motivo li avete catturati?» trovai il sangue freddo per
chiedergli.
Il colonnello si lasciò sfuggire una lieve risata ironica.
«Ve l'ho detto, ragazzo mio. Non è il caso di recitare la commedia a
quest'ora. Sono quasi le due di notte. Lo conoscete benissimo, il
motivo» rispose con disarmante semplicità.
Mi sentii spiazzato. Adesso il militare si trincerava dietro il giochetto
delle reticenze, delle vaghe allusioni. Ma prima di intavolare quella
trattativa, qualunque cosa volesse, dovevo essere sicuro che i bambini
stessero bene.
«Vorrei vederli» dissi con il tono più gentile possibile.
Il colonnello fece un gesto da dietro le spalle all'ufficiale che gli stava
accanto. A un suo cenno, il soldato ci scortò nel buio impenetrabile fino
a una grande tenda vicina, sempre tenendoci puntato contro il fucile.
Quella situazione mi gelava il sangue.
Quando entrammo, vedemmo i bambini sdraiati su alcuni materassi
che i soldati avevano collocato in terra tutti insieme, a formare come un
unico grande letto. Erano rannicchiati l'uno contro l'altro, e lì accanto
c'erano diverse coperte militari di lana ruvida. Le loro piccole facce
erano bianche di paura. Un soldato li sorvegliava, anch'egli armato di
fucile. Quella visione mi lasciò sgomento. Che cosa potevano volere i
soldati da quei bambini? Erano piccoli, il più grande poteva avere al
massimo dieci anni. Dovevano essere terrorizzati.
Guardai il militare in faccia. Era un ragazzone con l'espressione
tranquilla, e in un certo senso rassicurò anche me. Quelli erano soldati
inglesi, niente a che vedere con gli esaltati criminali della Gestapo. Però
non mi facevo illusioni: si trattava pur sempre di un soldato. Se gli
avessero ordinato di sparare sui bambini, lui probabilmente avrebbe
sparato. Un brivido mi percorse la schiena.
Mi avvicinai a loro. Erano raccolti intorno a una bimbetta con un
abitino celeste, di stoffa buona. Portava le trecce, e dal suo sguardo
capii che aveva un po' meno paura degli altri.
Le sorrisi, mentre le facevo cenno di avvicinarsi. La ragazzina esitò
un istante, poi guardò il soldato ritto immobile dietro di me. Esitò
ancora, infine mi venne accanto.
«Sei un soldato pure tu?» mi chiese con la voce che tremava
leggermente.
Mi resi conto che parlava tedesco, ma il tedesco non era la sua lingua.
Sembrava piuttosto slava, polacca, o magari della Cecoslovacchia.
Sorrisi alla piccola con più calore.
«No, non sono un soldato. Mica ce l'ho l'uniforme, no?» le risposi
indicando il mio vestito.
La ragazzina sembrò in parte rassicurata dal chiarimento.
Mi venne ancora un po' più vicino.
«Lo zio Janos sono venuti a prenderlo i soldati a casa e l'hanno
portato via» mi disse quasi sottovoce, come si confida un segreto a un
amico. «La mamma dice che l'hanno messo in prigione. Anche noi ci
metteranno in prigione?»
Mi scappò da ridere, nonostante tutto.
«Ma no, sciocchina» risposi ancora ridendo. «I bambini non li
mettono in prigione. Li mettono in castigo, ma solo se sono stati cattivi.
Voi siete stati cattivi?»
La bambina mise d'istinto le mani dietro la schiena, come a
nasconderle. Poi abbassò lo sguardo a terra, e cominciò a dondolarsi su
se stessa.
«Io però l'avevo detto, che non bisognava tirare sassi» confessò
sottovoce, quasi con vergogna.
«Ecco, appunto. I sassi non si tirano» soggiunsi anch'io piano, col
tono di chi fa un rimprovero affettuoso.
La piccola cominciò a imbronciarsi e vidi che serrava le labbra
tremolanti. Di lì a poco sarebbe scoppiata a piangere, ne ero certo. Però
non voleva. Si vergognava di piangere, probabilmente. Cercava di
trattenersi.
«Io voglio andare dalla mamma» mi confidò a voce ancora più bassa.
La presi per la mano e la tirai su in braccio. Sentivo che tremava,
forse anche per il freddo.
«Infatti ritornerete presto tutti dai vostri genitori» la rassicurai
stringendola forte. E quando finalmente scoppiò a piangere, mi venne
un groppo alla gola come non ne avevo mai provati.
Eccomi qui ad abbracciare un'altra bella bionda che piangeva,
indifesa, spaventata, senza nessuno che potesse proteggerla. Accidenti
se le notti d'Oriente erano piene di sorprese! E quella era una notte
cruciale, durante la quale mi ritrovavo mio malgrado a decidere del
destino di tante vite umane. Anche se questo mi pesava addosso come
un macigno, la sopravvivenza di quei bambini dipendeva da me. Da
come mi sarei comportato, dall'abilità con cui avrei saputo fare le mie
mosse.
Attesi che la piccola si calmasse. Piangeva in silenzio, avvertivo i
sussulti della sua piccola schiena scossa dal pianto.
«Eh, non bisogna mica fare così» le dissi piano.
Se l'avessero vista piangere, anche gli altri sarebbero crollati.
Mi ricordai improvvisamente che avevo in tasca qualcosa di molto
importante. Con un po' di fatica, reggendo il peso della bimba sull'altro
braccio, infilai la mano nella tasca della giacca e tirai fuori il mio
piccolo tesoro.
La bambina smise di singhiozzare, incuriosita dal mio gesto. Mi
guardò con gli occhi lucidi. «Che cos'è?»
Aveva già capito che si trattava di una barretta di cioccolato.
«Un premio per i buoni» le risposi serissimo.
La piccola cessò di fissare la cioccolata e mi puntò addosso lo
sguardo.
«Allora tu sei un maestro di scuola» esclamò con enfasi.
«Proprio così.» Poi la poggiai a terra, perché mi pareva un po'
rasserenata.
«Ci sarà tanta cioccolata per tutti, domani» promisi solennemente.
«Però dovete stare buoni e non fare confusione, perché i soldati sono
molto impegnati.» E mi voltai a guardare il militare. Vidi che cercava
con fatica di trattenere un sorriso.
«Allora, perché non cantate una canzone? Così vi addormenterete
prima!»
Un coro di faccette mi fissò con aria piuttosto perplessa.
«Ma sì... per esempio, quella del nano panciuto che fa il sidro...»
buttai lì, ripensando a quella buffa filastrocca tedesca con cui Sissel li
aveva divertiti subito dopo il nostro arrivo all'oasi.
Le faccette mi fissarono di nuovo con la stessa espressione sbalordita,
poi si guardarono l'una con l'altra. Finché dal fondo emerse una vocina
lieve lieve, di un bambino che avrà avuto al massimo quattro anni.
«Ma non è un nano panciuto! È un nano barbuto» mi corresse
scandalizzato.
A quel punto si levò un coro di risate argentine.
«Va bene. Un nano come vi pare! E adesso, dormite!» dissi
confortato, con il tono più convincente che mi riusciva.
Sbirciai ancora una volta il soldato messo di guardia a quei piccoli.
Era rosso in volto, per lo sforzo di impedirsi di ridere. A buon conto,
poteva avere anche lui dei figli di quell'età che scorrazzavano liberi
nelle praterie del Devonshire o della Cornovaglia. Questi bambini
parlavano in tedesco, ma non dovevano sembrargli poi tanto diversi dai
suoi.
Salutai la piccola con una carezza sui capelli e diedi a tutti loro la
buonanotte.
Fuori dalla tenda, il cielo stellato mi sembrò meno fondo e meno
buio.
Quegli inglesi non volevano perseguitare gli ebrei. E non avevano
preso i bambini perché si trattava di ebrei. Tuttavia, bisognava ancora
capire che cosa pretendessero.
Mentre il militare ci riconduceva nella tenda del colonnello Spencer,
mi ricordai di quel colloquio avuto con Sua Eccellenza l'ambasciatore
italiano: mi aveva predetto che gli inglesi non sarebbero stati contenti
se avessimo trovato il greggio al confine con l'Egitto. Avevano dunque
rapito i bambini per usarli come merce di scambio, per costringerci ad
andarcene da lì?
Il colonnello mi ricevette con una faccia ancora più assonnata di
prima. Forse mentre parlavo con i piccoli aveva schiacciato un
sonnellino. E Hamilton, seduto accanto a lui, nel suo impenetrabile
mutismo, doveva aver fatto altrettanto.
Presi un lungo respiro, preparandomi allo scontro.
«Colonnello, il giacimento di petrolio è diviso a metà da un duomo
salino. È una struttura che in sostanza fa da spartiacque. Lo divide in
due insomma. Il duomo passa proprio sotto il confine fra l'Egitto e la
Libia, e questa è una fortuna» esordii, parlando in francese. «Così il
giacimento risulta naturalmente composto di due metà: una nel
sottosuolo egiziano, l'altra in quello libico. Non c'è conflitto: ognuno si
tiene la propria parte e la estrae.»
Il colonnello rivolse un'occhiata a Lord Hamilton, che si era voltato a
fissare il pavimento dall'altro lato e aveva in faccia un'espressione
vagamente colpevole; poi si rivolse a me.
«Lei non sa niente del piano “collina di primavera”, vero?»
Cadevo letteralmente dalle nuvole. Spencer se ne accorse e ridacchiò,
sarcastico.
«Lo immaginavo. Se vuole spiegazioni, forse farà meglio a chiederle
al suo amico... il nostro bravo Campione di Golf sa davvero tante
cose...» disse con molta ironia guardando verso Lord Hamilton.
Spencer aveva chiamato Lord Hamilton il Campione di Golf, il
soprannome con cui veniva indicato nei messaggi cifrati... dunque,
sembrava conoscerlo bene.
Il colonnello forse ebbe pietà della mia espressione stupida, o forse
cercò di ridurre la discussione al minimo necessario per tornarsene a
dormire.
«Il problema non è il greggio, giovanotto. Quello che è vostro non
possiamo togliervelo. E comunque, non sarebbe affar mio.»
«Ma di cosa si tratta, allora?» esclamai spazientito.
«Si tratta di quegli ebrei che portate a spasso, ragazzo» rispose il
colonnello con un tono piuttosto ostile.
Continuavo a non capire.
«Con tutto il rispetto, colonnello... a voi che cosa importa? Sono
ebrei tedeschi, ingaggiati dall'Agip in una spedizione italiana! Con i
permessi in regola» dissi tutto d'un fiato.
Il colonnello annuiva pazientemente. «Oh, non ce ne importa un fico
secco dei vostri ebrei. Se non fosse per il fatto che vanno a Tel Aviv.»
Lo fissai sgomento. «Siete stato informato male, signore» obiettai. «I
nostri tecnici sono venuti in Libia per verificare se c'è il greggio, ed
eventualmente per estrarlo.»
Il colonnello Spencer continuava ad annuire in silenzio.
«Temo che i vostri compagni di viaggio si siano dimenticati di
fornirvi alcuni dettagli, giovanotto» rispose. Poi fissò ancora una volta
Lord Hamilton, che però taceva con ostinazione e guardava altrove. A
quel punto persi definitivamente la pazienza.
«Diamine, Lord Hamilton! Che sta succedendo?» sbottai, ma lui
rimase trincerato nel suo silenzio.
Il colonnello tirò un lungo sospiro affaticato. La discussione andava
troppo per le lunghe, per i suoi gusti. Sembrò esitare qualche istante per
scegliere le parole.
«I vostri tecnici, come li chiama lei, non hanno nessuna intenzione di
restare in Libia. Quando avranno avviato l'attività estrattiva, partiranno
per Tobruk e da lì si imbarcheranno per la Palestina. È il piano
chiamato “collina di primavera”. Tel Aviv in ebraico significa appunto
“collina di primavera”.»
Capivo che Spencer mi stava dicendo la verità, ma la cosa non faceva
che accrescere la mia confusione. Mi diedi un tono.
«Capisco. Ma cosa può importare a voi inglesi di quelle persone?
Sono venti tecnici minerari con le loro famiglie.»
Il colonnello assunse un'espressione paterna.
«Non devono arrivare a Gerusalemme, figliolo.»
Ora tutte le caselle di quel puzzle impazzito stavano andando al loro
posto: Gerusalemme. La telefonata intercorsa fra il Segretario di Stato
del Vaticano e quel cardinale di Chicago che aveva organizzato il
viaggio clandestino degli ebrei, George Mundelein: che cosa dicevano,
del viaggio di nozze? Destinazione: il Santo Sepolcro. Dunque la meta
di quelle famiglie ebree non era la Libia, come Crispolti e
l'ambasciatore credevano. Esse volevano restare in Libia il più breve
tempo possibile, lo stretto necessario perché il viaggio non destasse
eccessivi sospetti. Poi, avrebbero lasciato la terra d'Africa diretti in
Palestina. La loro Terra promessa. Come i figli di Mosè, i discendenti di
Giuseppe, i nipoti di Potifar... improvvisamente realizzai. L'olio di
Potifar, quell'essenza misteriosa che tutti bramavano e cercavano
disperatamente, non era altro che la libertà. Libertà di vivere, di
lavorare, di sposarsi e avere figli che potessero frequentare la scuola, e
ai quali non fosse interdetta qualunque professione. Il diritto di essere
cittadini come gli altri. Il diritto di non morire. Quei tecnici con cui
avevo lavorato gomito a gomito per tutto il giorno erano esuli in
viaggio verso la libertà.
Il colonnello represse a stento uno sbadiglio.
«Mi ascolti» riprese con tono paterno, poggiando entrambe le mani
sul tavolo davanti a me. «Quella gente non deve imbarcarsi a Tobruk
diretta in Palestina. La nave che li aspetta, la Lady Silverbell, non è
affatto sicura...»
E poi, visto che lo fissavo con un'espressione confusa, continuò:
«Rapire quei bambini è stata una mia idea. Comprenderanno, mi sono
detto. Invece, devo constatare che lei non ha capito affatto».
«Mi istruisca lei, allora!» gli dissi nervoso. «Quale problema possono
dare duecento persone, in gran parte vecchi, donne, bambini?»
Il colonnello Spencer sospirò.
«A me personalmente, nessuno. Ma l'emigrazione degli ebrei in
Palestina dura da anni. Sono diventati tanti, troppi. Il fenomeno ha
portato a Gerusalemme gli elementi migliori, con risorse intellettuali e
capitali ingenti. Hanno costruito industrie, messo in piedi una comunità
forte che ha formato anche monopoli commerciali. Se continua così, il
mandato di controllo che la Società delle Nazioni ha affidato alla Gran
Bretagna finirà per saltare.»
«E i petrolieri inglesi non vogliono» aggiunse Lord Hamilton. Era la
prima volta che apriva bocca, e il tono suonava caustico. Aveva
un'espressione amara e ironica allo stesso tempo.
Il colonnello Spencer aggrottò la fronte.
«La Gran Bretagna non è certo l'unico Paese a non volere uno Stato
sovrano ebraico in Palestina, se è questo che intende. Il console tedesco
a Gerusalemme Hans Döhle non fa altro che protestare contro questa
campagna di arrivi in massa. Prima o poi la situazione esploderà,
perché si vanno a compromettere equilibri delicatissimi. Equilibri molto
più grandi di noi, che né io né lei conosciamo fino in fondo!»
«Duecento anime non turbano nessun equilibrio, colonnello!»
protestai risoluto.
Spencer mi rivolse un sorrisetto stanco.
«I vostri ebrei da soli non contano nulla, giovanotto. Ma che succede
se l'operazione va in porto? C'è tanta gente in Germania e nel resto
d'Europa che vorrebbe emigrare in Palestina come loro. Ma ha paura.
Se il vostro piano avrà successo, la cosa si verrà a sapere. Altri si
armeranno di coraggio e partiranno. E poi ancora altri dopo di loro.
Avremo milioni di ebrei che si riverseranno in Palestina da tutte le parti.
Londra assolutamente non può consentirlo. Nemmeno Hitler vuole uno
Stato sovrano degli ebrei a Gerusalemme, del resto. Che trovino una
patria in Palestina, una colonia dove poterli relegare per liberare
l'Europa, questo gli va bene. Una patria, però. Non uno Stato sovrano.
E che restino comunque sotto il mandato britannico.»
«Uno Stato ebraico sovrano non accetterebbe di svendere le sue
risorse naturali agli inglesi, come fanno oggi gli arabi» continuò Lord
Hamilton con la stessa ironia caustica di prima.
A quel punto ero stremato. Mi rendevo conto che stavo lottando
contro forze e interessi la cui potenza mi era difficile anche soltanto
immaginare. I tedeschi, la guerra nelle colonie d'Africa, la Palestina, le
compagnie petrolifere inglesi... ma non volevo pensarci troppo. A me
interessava solo sistemare quelle duecento vite umane che un maledetto
destino aveva rimesso nelle mie mani. Chiusi gli occhi per qualche
istante.
«Lei dice che è stata una sua iniziativa rapire quei bambini. Un
avvertimento gentile, diciamo. E noi gliene siamo grati. Adesso ci
spieghi: cosa dovremmo fare?»
Il colonnello accennò un lieve sorriso. Era lieto che avessi assunto un
atteggiamento più ragionevole.
«Intanto, quella gente non deve salire a bordo della Lady Silverbell:
gliel'ho detto. I suoi tecnici hanno un contratto per lavorare in Libia, e
questo va bene. Che rimangano lì. Parlate con le autorità locali: il
governatore Balbo è una persona a modo, vedrete che capirà.»
Ricordavo una dichiarazione pubblica che il governatore della Libia
aveva fatto nello scorso luglio, quando in Italia era stato pubblicato il
manifesto della razza. Balbo era contrario, si diceva che non avrebbe
accettato di introdurre le leggi sulla discriminazione degli ebrei nel
territorio del suo mandato. Cominciavo a capire quale fosse il piano di
Spencer, adesso. Gli ebrei dovevano rinunciare a raggiungere
Gerusalemme, come minimo fin quando le cose non si fossero fatte
meno pericolose. Dovevano restare in Libia, con un incarico di lavoro,
una casa, una nuova cittadinanza, insomma. E l'aiuto di Italo Balbo
poteva essere determinante. Perlomeno, si poteva tentare.
«Mi dia qualche giorno di tempo. Devo tornare al Cairo e informare
l'ambasciatore italiano» gli dissi.
«Vi basta una settimana?» mi chiese. Io feci cenno di sì, e lui mi
ricambiò con un'espressione soddisfatta. «D'accordo, giovanotto. Potete
dire alle madri di quei bambini che stanno bene. Noi abbiamo spiegato
loro che hanno vinto una vacanza in un vero campo militare inglese. Si
divertiranno a giocare con i fucili scarichi, non gli mancherà nulla.»
«Sta bene» risposi un po' più sollevato. Spencer mi tese la mano
come a voler siglare un accordo informale e segreto tra noi; gliela
strinsi con calore, quasi con riconoscenza. Il colloquio era finito. Mi
alzai in piedi e feci segno a Lord Hamilton di seguirmi. Bisognava
ritornare a Siwah e rassicurare quelle famiglie, innanzitutto.
Appena prima di uscire dalla tenda, mi assalì però un dubbio
improvviso.
«Colonnello, che cosa dobbiamo aspettarci dai petrolieri inglesi, se
facciamo partire il pozzo?»
L'uomo si era acceso la pipa e aveva cominciato a fumarla con gran
compiacimento, come se fosse il lauto premio di un guerriero che
avesse appena portato a buon fine una gravosa conquista. Si distolse a
malincuore da quel suo stato di beatitudine e mi ascoltò con
un'espressione corrucciata. Non mi rispose subito. Pensava. Tirò ancora
qualche boccata di fumo, mentre camminava lentamente avvicinandosi
a noi, all'uscita della tenda.
«I petrolieri inglesi?» chiese con aria distratta. «Perché me lo chiede?
Avete forse trovato il greggio, in Libia?»
Lo guardai esterrefatto. Poi, un largo, grato sorriso mi illuminò la
faccia. Avevo afferrato cosa mi volesse dire Spencer, e gli ressi il gioco.
«No, colonnello. La Libia è un grande “scatolone di sabbia”. Lo
sanno tutti.» Lo guardai riconoscente, con un cenno di complicità.
Spencer sorrise lasciando andare due spire di fumo che fluttuarono
leggere lontano dalla pipa.
«Infatti. Lo dico sempre anch'io» mi rispose con aria compiacente.
«Mi saluti la verde Irlanda, old boy!» aggiunse lanciando uno sguardo
in tralice a Lord Hamilton.
L'Irlanda... dunque Donadoni aveva visto giusto: Lord Hamilton, o
chi diavolo fosse davvero, non era affatto inglese. Adesso mi spiegavo
la freddezza, il tono di aperta ostilità con cui lui e il colonnello Spencer
si erano tenuti a distanza durante il nostro colloquio. E il mutismo
ostinato del mio amico nei confronti dell'ufficiale inglese... ma ricacciai
tutti quei pensieri lontano da me. Al punto in cui ero arrivato, conoscere
la vera identità di quel simpatico impostore era davvero l'ultimo dei
miei problemi.
Sull'autocarro, Lord Hamilton si allentò il nodo dell'ascot. I suoi baffi
avevano preso una piega che seguiva il sorriso disteso. Estrasse dalla
tasca della giacca una fiaschetta d'argento e buttò giù un bel sorso di
whisky.
«Mi mette sempre un certo ottimismo, qualche cicchetto» disse
offrendomi da bere. Esitai. Ma certo avevo freddo, con addosso solo la
giacca di lino con cui ero scappato via. Ormai l'aria della notte si era
fatta pungente. Presi la fiaschetta e buttai giù anch'io un sorso. Una
colata di lava bollente mi bruciò le viscere.
«Urca, che botta!»
Lord Hamilton scoppiò a ridere di gusto. Poi si abbassò e fece
comparire una bottiglia di whisky invecchiato che evidentemente
doveva aver nascosto lì sotto, semmai gli fosse servita una dose
supplementare d'ottimismo.
In compagnia della bottiglia, il freddo se ne andò presto e anche la
stanchezza cominciò a volare via leggera, come se quasi non ci fosse
più.
Lord Hamilton divenne più simpatico che mai, e i fumi dell'alcol
finirono per suscitare in lui pensieri piuttosto ispirati.
«Hitler abbaia come un cane arrabbiato per questa storia della razza»
disse cominciando a strascinare un po' le “s”. «Ma io non l'ho mica
capita, la storia della razza!»
«Che c'è da capire, in tutto questo?»
Lord Hamilton si tolse il monocolo e lo pulì dalla polvere
strofinandolo sulla manica della giacca: un gesto ben poco aristocratico.
«Quelli delle SS dicono che l'ebraismo è un marchio di fabbrica,
mica una religione. Perché la tara dell'inferiorità secondo loro non sta
nel culto, bensì nel sangue: sicché, se uno si fa battezzare e diventa
cristiano, non cambia niente. Per loro rimane ebreo, nel sangue. E non
si sono accorti dell'errore teologico che fanno» mi spiegò mentre
rimetteva a posto quel gingillo con la lente, che forse nemmeno gli
serviva sul serio.
Lo guardai stralunato. Non è che lo seguissi molto, in verità.
«Errore... teologico?»
Lui si schiarì la voce, e credo cercasse di schiarire anche il cervello
dal whisky, per fornirmi una spiegazione che cominciò con tono
dottorale.
«Mi segua» esclamò puntando in alto l'indice. «Ecco, il cuore della
questione sta qui. Il sangue degli ebrei non sarebbe davvero umano,
secondo loro, ma subumano. Però, mi chiedo: gli ebrei sono tutti ebrei,
non è vero?»
E poi mi guardò con aria convinta, mentre gli ricambiavo un'occhiata
piuttosto perplessa.
«Allora, se gli ebrei sono tutti uguali, anche il sangue è sempre lo
stesso.»
«... esatto» conclusi conciliante.
«Bene, caro il mio giovanotto! Perché allora, se il sangue ebreo è
sangue ebreo, bisogna ammettere che sarà pure lo stesso di Maria di
Nazareth e di suo figlio Gesù. Erano ebrei pure loro, no?»
Lo fissai un po' stordito. Che ne avrebbe detto, lo zio frate, di
quell'idea?
Sarà che avevo già bevuto abbastanza per i miei limiti, però mi
pareva che il ragionamento del lord non facesse una piega.
«E sia, mettiamola così. Il sangue è sempre quello: Maria, Gesù
Cristo, e pure san Giuseppe Artigiano!» gli concessi.
Lord Hamilton rilassò la schiena sul sedile.
«Ecco, questo è il punto. Se il Verbo è Dio, e si è incarnato in loro,
allora il sangue degli ebrei non è impuro: semmai, potrebbe essere
divino.»
Corrugai la fronte anche se la sua aria, serissima nonostante la
sbornia incipiente, mi divertiva.
«Insomma, Lord Hamilton, secondo lei quei profughi che ci portiamo
a spasso hanno nelle vene il sangue di Dio?»
Lord Hamilton alzò le spalle e fece un gesto vago, solenne.
«Eh, perché no? Dopotutto, non siamo venuti in questa terra d'Egitto
per trovare il sangue degli dei?»
A questo punto ci fu un istante di silenzio. Poi ci guardammo negli
occhi, e scoppiammo a ridere come due pazzi. Non la finivamo più.
Quando arrivammo a Siwah, avevamo la gola secca e dolorante
perché a un certo punto ci eravamo messi a cantare Faccetta nera a
squarciagola. Poi l'autocarro aveva frenato bruscamente: fine del
viaggio. E scendendo, eravamo caduti a terra tutti e due, incapaci di
reggerci in piedi. Eravamo completamente ubriachi. Ma anche tanto
felici.
“CON BRUCIANTE PREOCCUPAZIONE”

Sua Santità approva l'idea che quando verrà a Roma l'Eminentissimo Card.
Mundelein si parli con lui in merito ad una eventuale iniziativa per aiutare gli
ebrei cattolici d'Italia, che verranno a trovarsi in condizioni più difficili di quelli
rimasti nella religione ebraica. Degli ebrei S[ua] S[antità] dice: “Hanno fatto da
facchini. Lo ha scritto S. Agostino: Studentibus nobis libros portant. Noi siamo
spiritualmente semiti”.
Udienza privata di Pio XI del 16 ottobre 1938.

Al nostro arrivo nell'oasi ormai albeggiava. Andare a dormire non si


poteva più, e allora decidemmo di sciacquarci la faccia per riprenderci
dalla sbornia. Lord Hamilton e io avevamo ancora alcune cose da
chiarire.
«Non le pare che io abbia diritto a una spiegazione?» lo affrontai
senza nessun preambolo.
Il lord sospirò. «Certo. Anzi grazie, per quello che sta facendo» mi
rispose conciliante.
«Che succede, dunque?»
«Bisognerà tacere con tutti di questa sera» disse. «Soprattutto, stiamo
attenti che non trapeli nulla coi tedeschi.»
«E come facciamo, se ci ha portato uno di loro da Spencer?» gli
domandai, innervosito. «Ma perché, poi, mi spieghi. Non è stato Hitler
a darci i quattro camion e a spedire gli ebrei fuori dai piedi?»
Lord Hamilton si passò una mano tra i folti capelli ricciuti.
«A Berlino vogliono liberarsi degli ebrei, è vero, in un modo o
nell'altro. Perciò il Reich finanzia alcune spedizioni di emigrazione
ordinata, e chiude un occhio sugli espatri clandestini. Ma la vedova
Brunner è venuta qui per controllare: i tedeschi vogliono essere sicuri
che quei poveracci non tornino più indietro.»
«E allora?»
Lord Hamilton si irritò.
«Ma davvero lei non ci arriva?»
«No» ammisi con franchezza. Tutto quell'enorme intrigo mi aveva
completamente sfinito, non ci capivo più nulla.
Hamilton fece un sospiro spazientito. «Hitler sa che questi nostri
piani permettono di spostare gli ebrei tedeschi in altri Paesi. Se vanno a
buon fine, tanto di guadagnato. Ma se per qualche motivo il piano non
riuscisse, se ci fosse il rischio che quegli ebrei facciano dietro front per
ritornare in Germania... noi non sappiamo di preciso quali ordini hanno
ricevuto da Berlino i tedeschi che li accompagnano. Li ha visti, no? Ha
visto come si muovono, come maneggiano le armi... le sembrano forse
normali autisti di camion? Se riusciamo a sistemare quelle duecento
persone in Libia o in qualunque altro posto vada bene per il Führer, non
avremo problemi.»
«Altrimenti?» gli chiesi allarmato. Le sue parole avevano preso
un'intonazione che non mi piaceva.
Lord Hamilton non mi rispose. E il suo silenzio fu la risposta
peggiore.
«Di chi è l'idea di mandarli in Palestina?» chiesi ancora.
«L'idea viene da loro, dai profughi ebrei. Ce l'hanno sempre avuta,
questa aspirazione.»
«Sì, lo so. Dai tempi di Potifar...» commentai.
Lord Hamilton mi guardò con complicità ed entrambi scoppiammo a
ridere. Fu un toccasana, perché avevamo i nervi molto tesi.
«Conoscevo una famiglia ebrea di Roma. Avevano una sartoria, si
chiamavano Sermoneta. Gente a posto, che lavorava» dissi dopo
qualche istante. «Perché ce l'hanno tutti con gli ebrei, Lord Hamilton?»
Lui scosse la testa.
«Non lo so. La storia dell'ebreo che fa il pane azzimo con il sangue
umano è buona per il medioevo. Ogni tanto qualche cacciatore di
scandali la ritira fuori e pretende di farla passare per buona. Ma è gente
disonesta, priva di scrupoli, asservita a precise ideologie e lautamente
prezzolata. La verità è ben diversa, e temo che tutto questo odio nasca
più che altro da una squallida questione di denaro. Gli ebrei sono
intelligenti, intraprendenti, e molto solidali fra loro. Rappresentano per
gli altri uomini d'affari una dura concorrenza.»
Notai che ne parlava con innegabile ammirazione; perciò mi venne
spontaneo domandargli se era ebreo anche lui.
Il lord mi sorrise misterioso. «Spiritualmente, siamo tutti semiti»
rispose.
Non avevo capito bene cosa intendesse dire, quindi ritornai al punto.
«Che cosa facciamo, adesso?» gli chiesi.
«Prima di tutto, dobbiamo rassicurare le famiglie di quei bambini.
Usiamo la scusa del petrolio: diciamo che la parte del giacimento
situata in Libia è molto prossima a quella egiziana, e gli inglesi
vogliono essere sicuri perché temono che si vada a succhiare con la
cannuccia nel bicchiere del vicino. Dovrebbe reggere, come pretesto.»
«E poi?» lo incalzai.
Lord Hamilton mi lanciò uno sguardo quasi implorante.
«Poi domani qualcuno dovrà andare al Cairo, e parlare con le autorità
italiane.»
«E dovrò farlo io, immagino. Crispolti sta male. Ha una certa età, e
tutti questi strapazzi, uniti alle tante emozioni, potrebbero fargli venire
un infarto.»
«Lo credo anch'io» soggiunse. «Ma è meglio che Crispolti venga con
lei.»
«E cosa dirò all'ambasciatore?»
Lord Hamilton fece un sorrisetto furbo.
«Darà tutta la colpa ai preti. Gli spiegherà che il progetto dell'Agip
era ben diverso, che si trattava solo di far arrivare tecnici esperti nel
settore petrolifero per effettuare qualche ricerca. Poi il piano è
cambiato.»
Lo guardai attonito.
«Davvero crede che gli inglesi affonderanno quella nave piena di
donne e bambini, se si azzardano ad andare in Palestina?»
Lord Hamilton sollevò le spalle.
«Non lo so. Magari quello sbruffone del colonnello Spencer stava
bleffando, magari era solo una minaccia a vuoto. Ma lei se la sente
davvero di rischiare? E se poi quella nave avesse un incidente?
Succede, qualche volta. L'importante è che scompaia dalla circolazione,
ecco tutto.»
«Ma quale altra alternativa possiamo dare a questa gente?» sbottai
senza potermi trattenere. La responsabilità di quelle vite umane sopra le
mie spalle era un macigno.
«Lei può cercare di parlare con il governatore della Libia, come
suggerisce il colonnello Spencer. Gli racconti come sono andate le cose
sin dall'inizio. Balbo capirà, specie dopo la recente strage...»
«La strage?» gli chiesi strabuzzando gli occhi.
Lord Hamilton aggrottò la fronte, preoccupato.
«A inizio novembre è successo un disastro, in Germania. Sembra che
a Parigi un ragazzo ebreo abbia sparato a un funzionario
dell'Ambasciata tedesca poiché non volevano rinnovargli il passaporto
per tornare in patria. Come reazione, durante la notte sono state
distrutte sessanta sinagoghe in tutto il Paese, i soldati e i fanatici sono
entrati nelle case dove la gente dormiva, hanno trascinato gli ebrei in
strada. Tanti li hanno ammazzati a colpi di bastone, e altri li hanno feriti
gravemente o condannati a morte. So che si parla di trentamila persone
aggredite. In tutta la nazione le vetrine dei negozi ebrei sono state
distrutte e le merci saccheggiate. L'hanno chiamata la “Notte dei
cristalli”.»
Lo fissai sgomento. «Un eccidio...» sussurrai.
«Non è stato un movimento spontaneo, anche se voleva sembrarlo.
Tutto era stato organizzato con cura. La rappresaglia serviva soprattutto
a spaventare gli ebrei tedeschi, in modo che se ne vadano dal Paese con
le loro gambe, finché lo possono fare.»
Espirai lentamente, esasperato.
«E dove vanno? In Palestina no di certo!»
«Nemmeno negli altri Paesi, se è per questo» rispose lui, le labbra
piegate in un sorriso amaro. «Forse ha saputo che cosa è successo a
Evian, in Francia, nel mese di luglio. La conferenza di fatto ha stabilito
che gli ebrei non possono emigrare. O meglio, è sì auspicabile che
lascino la Germania: ma quanto a chi debba trovare loro un posto,
questo è tutto un altro discorso.»
Lo fissai perplesso. Su questo punto Crispolti mi aveva già tolto ogni
dubbio, purtroppo.
«Ma lei, di preciso, che cosa rappresenta?»
Lui mi sorrise.
«Io do una mano al papa» fu la sua unica risposta.
«Che c'entra il papa, in tutta questa storia?»
«Lei ha mai sentito quel passo del Vangelo in cui Cristo si
raccomanda: “Non sappia la tua mano destra ciò che fa la sinistra”?»
Naturalmente, lo conoscevo.
«Molto bene. Pio XI sta facendo esattamente questo.»
«Scusi, sa. Ma dopo la sbornia di questa notte, sono ancora un po'
lento di comprendonio...» gli obiettai.
«Prego, si figuri!» mi rispose con quel suo tono ironico. Poi mi lanciò
uno sguardo ammiccante forse in riferimento all'ottimo whisky che
avevamo giubilato fino all'ultima goccia nell'autocarro.
«Gli ebrei sono in questa situazione: Hitler vuole cacciarli, e gli altri
non vogliono farli entrare. Questo ovviamente per quanto riguarda la
diplomazia ufficiale.»
«Perché, c'è anche una diplomazia non ufficiale?»
Lord Hamilton ridacchiò, ma evitò di rispondermi.
«Dunque, dicevamo: in via ufficiale il problema è che gli Stati non
vogliono ebrei imprenditori, avvocati, ingegneri, chirurghi, banchieri e
così via. Però i contadini, i sarti, i falegnami, gli operai e le donne di
servizio sono ben accetti ovunque. Specie se arrivano pochi alla volta.»
«Vogliono bassa manovalanza, insomma.»
«Esattamente» disse con un cenno d'approvazione. «La manodopera
a basso costo fa comodo a tutti. Quindi non stanno a guardare se sono
ebrei o no. Anche l'Agip infatti ha ragionato così, e questo ci ha
permesso di mettere in piedi la spedizione.»
Cominciavo a seguire il filo del suo discorso.
«Ho capito, milord. Ma qui non si tratta di trovare una balia o un
maggiordomo di fiducia. Qui bisogna spostare migliaia, milioni di
persone!»
Lord Hamilton si strinse nelle spalle.
«Di balie, maggiordomi e contadini ne servono tanti, in tutto il
mondo...»
Io rimasi in silenzio. Non sapevo cosa dire, tanto l'idea mi sembrava
assurda.
«Non capisco una cosa, soprattutto» ripresi.
«Quale?»
«Come ha fatto il papa a mettersi in testa un'idea simile? È
pazzesco!»
Tutto era infatti cominciato dal fallimento di quella conferenza tenuta
a Evian, perché Pio XI non aveva mandato giù il modo vigliacco con
cui i capi di Stato se n'erano soltanto lavati le mani.
«Che cosa crede di fare, adesso? Pretenderebbe di risolvere lui, da
solo, ciò che non riescono a fare gli altri governi tutti insieme?»
incalzai.
«Non è proprio solo» ammise Lord Hamilton. «Gli diamo una mano
in parecchi.»
«Ma è sempre una cosa da pazzi!» sbottai.
Lui si mise a ridere.
«Il papa è fatto così. È un alpinista molto ardito e, arrivato ormai a
ottantuno anni, non c'è montagna che gli sembri impossibile da scalare.
Spesso si imbarca in imprese assurde senza calcolare i problemi, le
difficoltà. E allora chiama quel povero diavolo del Segretario di Stato a
maneggiare le patate bollenti. Il papa progetta, pensa in grande. E
quello gli aggiusta tutto, organizza, definisce i dettagli... c'è da
diventare matti! Per fortuna il cardinale è un uomo pieno d'inventiva.
Alla fine trova sempre un modo.»
«Bene, allora telefoni a questo genio con la berretta rossa e gli dica
che rimedi una soluzione anche a noi, se può» commentai.
Contro le mie previsioni, il lord annuì.
«Ovviamente. Gli telefono subito, appena arriviamo al Cairo.»
Mi asciugai la fronte con la manica della camicia: era madida di
sudore.
«Viene pure lei?» gli chiesi sfinito.
«Per forza. Ma non si preoccupi: non darò alcun fastidio» rispose con
quella sua aria placida e imperturbabile, che però in un frangente come
quello mi dava sui nervi.
Gettai uno sguardo sconsolato agli autocarri parcheggiati laggiù,
sotto le palme d'alto fusto. L'idea di rimontare lì sopra per essere
sballottato almeno otto ore sulle piste sterrate del deserto mi deprimeva.
Da giorni non avevo fatto altro!
Poi, all'improvviso, mi venne una curiosità.
«Ma come avete fatto con i passaporti?»
«Quali passaporti?» chiese Hamilton.
«Quelli per gli ebrei. Crispolti mi ha detto che figurano come
cittadini italiani, ebrei convertiti provenienti dal Tirolo. Tutto falso,
dall'inizio alla fine... dove li avete presi?»
Lord Hamilton si lisciò con posa affettata i baffi finti.
«Sembra che nella Tipografia vaticana ci sia uno sgabuzzino dove
non va mai nessuno. C'è una vecchia macchina da stampa, in disuso,
che però funziona ancora bene» rispose.
«La...Tipografia vaticana?» chiesi allibito.
«Proprio così. Ci è già servita un paio d'anni fa, quando accadde
quella brutta vicenda della Mit brennender Sorge.»
«Che cos'è? Un libro posto all'indice?» domandai ironico. Ero
davvero curioso di vedere il fondo di tutta quella storia pazzesca e
scombinata. Come al solito, il lord non si scompose.
«No, Pio XI si era messo in testa di scrivere un'enciclica diretta al
popolo tedesco, per invitarlo a reagire contro le violenze di Hitler. Per
evitare che fosse intercettata e boicottata, l'abbiamo stampata di
nascosto in questo sgabuzzino della Tipografia. Poi si è provveduto a
distribuirla in segreto a tutti i parroci della Germania» mi rispose senza
raccogliere la mia battuta.
«Un lavoro capillare» commentai con ammirazione. «E ha avuto
successo?»
«Macché! Un fallimento completo. La gente in Germania si divide
fra chi ha troppa paura per reagire e chi condivide le scelte del governo.
Ovviamente, il popolo sa solo quello che gli si fa sapere. La situazione
però non ha fatto che peggiorare. L'enciclica venne letta da tutti i
pulpiti nel marzo del 1937 e, subito dopo, le azioni vandaliche contro le
chiese si sono moltiplicate. La gente non ha battuto ciglio, e non è che
le leggi razziali siano state ridotte!»
«Capisco.»
«La via clandestina non ci pone simili problemi» commentò il lord.
«Tutti sanno tutto, questo è chiaro. Ma, formalmente, non succede
nulla.»
«Comincio a pensare che forse non avete torto» ammisi con un filo di
voce.
Intanto mi accorsi che il villaggio si era svegliato e, com'era da
aspettarsi, un gruppo nutrito di gente veniva verso di noi per avere
notizie.
C'erano Sissel e la vedova Brunner, l'ingegner Stiegler e il
capovillaggio, tutti con un'aria tremendamente preoccupata. Lord
Hamilton mi lanciò un'occhiata e si aprì in un sorriso tanto smagliante
quanto falso, invitandomi a imitarlo.
«Tutto bene!» esclamai quando mi assalirono con le loro domande.
«Tutto bene. I bambini giocano in un tendone e mangiano cioccolata.
Come si prevedeva, è solo un tentativo di darci fastidio: gli inglesi
vogliono metterci i bastoni fra le ruote per l'estrazione del petrolio.»
L'ingegner Stiegler protestò.
«Ma non possono! Gran parte del greggio si trova nel sottosuolo della
Libia!»
«Infatti. Ci provano, più che altro. Ma noi andremo al Cairo e ci
faremo sentire dall'ambasciatore italiano. Sua Eccellenza dovrà
negoziare con le autorità britanniche in modo che si possa cominciare
subito. Stiegler, mi dica, piuttosto: se le attrezzature arrivano presto da
Tripoli, quando pensa che potremo vedere il primo zampillo di
greggio?»
L'ingegnere mi guardò rasserenato.
«Da quando arrivano, al massimo un paio di settimane. Tre, se
battiamo la fiacca.»
Gli diedi una pacca sulla spalla.
«Battere la fiacca? Non se ne parla! Prima lo tiriamo fuori, quel
greggio, prima lo togliamo agli inglesi. E adesso vi chiedo scusa. Devo
preparare il bagaglio, perché fra un'ora partiamo per il Cairo.»
A quel punto la piccola folla dei presenti si disperse: tutti esausti per
la notte trascorsa in bianco, nella più cupa angoscia, ora sembravano un
po' sollevati dalle ultime notizie. Ma prima che potessi ritirarmi, uno
degli autisti tedeschi mi si avvicinò. Riconobbi in lui quello che dava
ordini, quello che insomma doveva essere il capo. Provai una
sensazione orribile, come se un serpente a sonagli mi strisciasse
accanto, sfiorandomi il corpo con una viscida carezza, forse mortale,
senza che potessi in alcun modo allontanarmi.
«Siamo proprio sicuri che questa gente resti qui, ingegnere?»
Cercai di sfoderare la mia espressione più tranquilla.
«Certo. E dove li troviamo, altri tecnici che ci allestiscono un pozzo
quasi gratis?»
Quello mi studiò per qualche istante.
«E quei bambini ebrei nelle mani degli inglesi?»
Cercai di esibire un gesto di stanchezza e di profonda indifferenza
verso la sorte di quei ragazzini.
«Cosa vuole che me ne importi? Gli inglesi li hanno presi, che se li
tengano. Ne abbiamo tanti, di ebrei!» recitai. E con quelle parole lo
piantai lì. Me ne andai con le gambe che ancora mi tremavano per
l'azzardo, ma molto fiero di me.
Piano piano, il sole si alzava trionfante e tirannico nel cielo infinito
del deserto.
Partimmo da Siwah che erano ormai le nove del mattino. Anche se la
notte era stata massacrante, e la fatica delle emozioni si era accumulata
a quella del viaggio, riuscii ad assopirmi cullato dal rollio
dell'autocarro, come un neonato fra le braccia della sua balia, e mi
svegliai dopo appena tre ore di sonno stranamente disteso. Più che
riposato, mi sentivo in allerta. Come forse accadeva ai guerrieri del
mondo antico all'alba della battaglia campale.
Anche Lord Hamilton appariva piuttosto rilassato e come sempre di
buon umore. Ebbi di nuovo la curiosa sensazione che in fondo in fondo
si divertisse pure, a essere uno dei protagonisti di quella intricatissima
vicenda. Persino Crispolti mi sembrò in condizioni decisamente
migliori rispetto alla sera prima. L'unico piuttosto seccato era il nostro
autista tedesco, a cui non era piaciuta la novità di doversi rimettere in
viaggio dopo aver trascorso tutta la notte precedente a guidare, sebbene
questa volta gli fosse stato assegnato un compagno per dargli il cambio
quando ne avesse sentito il bisogno.
Durante il viaggio, a parte quel provvidenziale sonnellino, non feci
altro che pensare. Mettemmo subito Crispolti al corrente di quanto ci
aveva detto il colonnello Spencer: gli ebrei non dovevano andare a
Tobruk per imbarcarsi sulla Lady Silverbell, altrimenti la nave sarebbe
colata a picco prima di approdare in Palestina.
Crispolti era costernato: «Cosa facciamo, adesso?».
«Stiamo andando al Cairo proprio per questo» gli risposi.
«L'essenziale è non perdere la calma. Quella gente non può partire, non
deve avvicinarsi a Gerusalemme. Dobbiamo trovare come sistemarli
qui in Africa.»
Crispolti scosse desolato la testa.
«I loro contratti con l'Agip scadono fra sei mesi. Nemmeno il Duce
vuole una folta comunità di ebrei nei confini libici! Hanno il permesso
di rimanere qui solo per il tempo necessario ad allestire il pozzo.»
Lo guardai avvilito. Questa davvero non ci voleva, accidenti...
«Ma quale “folta comunità di ebrei”, mi faccia il piacere!» obiettai
risoluto. «L'ambasciatore italiano deve assolutamente parlare con Italo
Balbo. Si tratta di sole duecento anime, alla fine. Un posto per loro
devono pur trovarlo!»
Crispolti sospirò e si asciugò il sudore dalla fronte.
«Speriamo...» replicò a voce bassa.
L'ultimo tratto del viaggio lo trascorremmo in silenzio. E, stanco
com'ero, mi riaddormentai. Ricordo che feci un sogno sconclusionato,
come spesso accade quando si è in preda all'agitazione.
Camminavo nella notte, una notte profonda, lungo una strada
fiancheggiata da alberi altissimi. Più esattamente, io rimanevo
immobile, mentre la strada e gli alberi mi passavano accanto. E tante
persone venivano incontro a me dalla parte opposta. Erano tutti
tremendamente indaffarati, come se stessero cercando qualcosa di vitale
importanza. Una figura alta e magra, allampanata, con un ampio abito
talare, mi si accostò: lo riconobbi, era il Segretario di Stato del Vaticano
che camminava anche lui trafelato, a piccoli passi rapidissimi. Quando
si accorse di me, mi chiese a bruciapelo: “Figliolo, l'hai trovato l'olio di
Potifar?”.
Però non attese che gli rispondessi, in fretta e furia mi diede un cenno
di benedizione con la mano destra e se ne andò via. Poi vidi Lucio, che
addirittura correva. Lo fermai.
“Lucio, ma dove stai andando?”
Lui mi scansò deciso con il braccio. “Lasciami stare, sono in ritardo!
Mi danno una poltrona da ministro.”
Quindi fu la volta dell'ingegner Stiegler, che sorreggeva il
vecchissimo rabbino Linden.
A loro non chiesi niente, ma fu il rabbino che si fermò per un attimo
davanti a me.
“Andiamo a prendere il resto sacro d'Israele!” mi comunicò con la
voce tremolante.
Infine, stanchissimo, mi fermai, anche se in realtà non mi ero mosso
di un solo passo. Proprio lì dove le fronde degli alberi arrivavano a
sfiorarmi le spalle, vidi nel chiarore della luna una figura di donna
vestita solo di un lungo velo trasparente. Stava seduta su qualcosa che
somigliava a un alto scranno di pietra; sulla testa portava uno di quei
sontuosi copricapi dei faraoni d'Egitto, interamente d'oro e con una
serie di figure in rilievo. Nel sogno pensai che somigliava alla dea Istir.
Invece mi sbagliavo: era Sissel, che aveva un neonato al seno e lo
allattava. Quando mi avvicinai non mi disse niente. Solo, staccò il
neonato dal petto e me lo mise in braccio.
DUE ANNI DI RESPIRO

Il Duce è molto montato contro gli ebrei. Mi fa cenno ai provvedimenti che


intende far adottare dal prossimo Gran Consiglio e che costituiranno, nel loro
complesso, la Carta della Razza. In realtà è già redatta di pugno del Duce. Il Gran
Consiglio non farà che sanzionarla con la sua deliberazione. Quanto alla colonia
di concentramento degli ebrei, il Duce non parla più della Migiurtinia, bensì
dell'Oltre Giuba, che presenterebbe condizioni di vita e di lavoro migliori. Il Duce
aggiunge: “Sto abituando gli italiani a convincersi che si può fare a meno di
un'altra cosa: il Vaticano”.
Ieri sera, al Gran Consiglio, discussione vivace per la proposta Balbo di
concedere piena cittadinanza agli arabi. Era facile ravvisarvi una netta
contrapposizione alla politica razzista. I più integrali, quali Farinacci, Starace,
Alfieri, non hanno esitato a prendere posizione contro. Io ho fatto del pari. Il
progetto è stato rinviato e verrà presentato sotto veste ben diversa. È interessante
rilevare come il Gran Consiglio sia anti-Balbo. È bastato che il provvedimento
avesse assunto un carattere balbiano, perché si determinasse un massiccio
schieramento contro.
GALEAZZO CIANO, Diario, 4 settembre e 26 ottobre 1938.

Quando finalmente giungemmo al Cairo ero madido di sudore,


intorpidito, e la mia schiena gridava vendetta. Fu un sollievo scendere
dal camion e rimettere le mie povere gambe in movimento nelle strade
come sempre brulicanti di vita. Tuttavia, quella sera, il dolce profilo del
Nilo al tramonto mi sembrò straordinariamente quieto e riposante.
Dopo aver lasciato Crispolti al suo albergo, chiesi a Lord Hamilton
dove pensasse di alloggiare. In realtà, non avevo mai saputo dove fosse
sistemato al Cairo.
Lui mi lanciò uno sguardo malizioso e, con un sorriso evasivo, mi
rispose: «Dalla Provvidenza». Decisi di non fargli altre domande.
Chiunque egli fosse davvero, ormai avevo capito che recitava la sua
brava commedia per il nobile fine di aiutare della gente in pericolo.
Rischiava grosso, ma lo trovava divertente. Doveva essere un
avventuriero di un genere del tutto particolare, una specie di Robin
Hood dei giorni nostri, o forse, chissà, un geniale emulo del conte di
Montecristo.
Mi salutò davanti all'hotel e quindi si dileguò.
Trovai libera la stessa stanza del precedente soggiorno, e per le
successive due ore rimasi a mollo nella vasca in uno stato di beatitudine
assoluta, incapace di muovere un muscolo. Quando cominciai a essere
scosso dai brividi del freddo, gran parte della stanchezza se n'era andata
via. Mi sentivo quasi bene. Quindi trovai le forze per uscire, asciugarmi
e filare dritto a letto.
La mattina dopo mi svegliò un cameriere bussando insistentemente
alla porta: doveva consegnarmi un biglietto. Era di Lord Hamilton. Mi
comunicava che Sua Eccellenza Mazzolini era stato avvisato
dall'avvocato Crispolti la sera prima, quindi ci attendeva con una certa
premura per le dieci. Aggiungeva che lui era già di sotto, nell'atrio
dell'albergo, e mi stava aspettando. Immaginai che fosse venuto per
dirmi cose che intendeva tacere a Crispolti.
Lo trovai seduto nel salotto dell'atrio, elegantissimo e impeccabile
come un vero lord inglese.
«Lo beve un caffè con me?» gli chiesi, ma non ottenni risposta.
Guardandolo meglio, mi accorsi che aveva una faccia tremenda.
Eravamo sistemati in una zona un po' appartata, quindi cominciò a
riferirmi quanto doveva.
«Ho parlato con Sua Eminenza il Segretario di Stato» attaccò con la
voce velata dall'ansia. «Dice che cercherà una soluzione. Però in
Vaticano le cose si stanno mettendo malissimo.»
«Il papa è morto?» gli chiesi preoccupato.
«No, ma sta molto male. Il peggio però è che ha deciso di denunciare
apertamente Mussolini.»
Lo fissai allibito.
«Proprio così. Ho parlato anche con monsignor Tardini. Dice che Pio
XI è furibondo con il Duce. Non ne può più, quindi sta preparando un
discorso in tutta segretezza. Lo vuole pronunciare davanti ai vescovi
che verranno a Roma il prossimo 11 febbraio: parole chiare e forti di
condanna contro il regime. Quel giorno ci sarà una cerimonia molto
solenne: ricorre infatti il decennale dalla firma dei Patti Lateranensi;
inoltre, sono anche vent'anni che Sua Santità è vescovo.»
«Non è molto prudente» commentai rabbuiandomi.
Lord Hamilton si passò una mano tra i capelli.
«Prudente?» sbottò con aria esasperata. «È una specie di suicidio,
piuttosto, con tutte le manovre sottobanco che noi abbiamo in corso... si
immagini, vuole persino affermare apertis verbis che le spie fasciste gli
hanno collocato una cimice nel telefono dello studio!»
Mi morsi un labbro, ripensando alla telefonata intercettata dall'Ovra.
«Se lo farà, in Italia succederà un disastro. Gli italiani non sanno fare
a meno del papa, e tutto sommato non vogliono nemmeno liberarsi del
Duce. Con Mussolini, poi, è guerra aperta da anni. Sa che cosa ha detto
il dittatore a Ciano, appena lo scorso agosto? “Se il papa continua a
parlare, io gratto la crosta agli italiani e in men che non si dica li faccio
tornare anticlericali!”»
«Grattare la crosta? Ma che significa?»
Lord Hamilton alzò le spalle.
«Il Duce è sempre stato contro i preti. E crede che gli italiani in fondo
la pensino come lui: la religione e la Chiesa sono come una “crosta
leggera”, che si può grattar via facilmente. Ma si sbaglia. Il
cristianesimo cattolico è insito nel carattere stesso del popolo italiano,
anche a prescindere dai preti. Come nel mio Paese, del resto!»
Lo guardai perplesso. Il colonnello Spencer gli aveva chiesto
beffardamente di salutare per lui la verde Irlanda... decisi di stuzzicarlo
su quel punto.
«Nel suo Paese? Ma l'Inghilterra non è cattolica» replicai dunque con
aperta ironia.
Lui fece un cenno vago con la mano, come a voler troncare quel
discorso di netto. Sapeva che avevo capito, ma non aveva intenzione di
approfondire la questione.
«Sì, ma la Chiesa anglicana in fondo non è così diversa» rispose
evasivo. «E comunque, speriamo proprio che il papa rinunci a
quest'uscita così imprudente. La verità è che gli italiani ci si trovano
bene, nel fascismo. Altrimenti, sarebbe saltato da un pezzo. Io non sono
italiano, ma ho proprio questa impressione: in Mussolini la gente ci si
identifica. Purtroppo monsignor Tardini mi dice che il papa è molto
determinato. Sta male, spesso di notte non riesce a dormire: quindi si
alza, e poi scrive, scrive come un matto per ore. A ottantuno anni, con
la sua malattia, lavora tutta la notte perché desidera assolutamente finire
questo discorso!»
«E il cardinal Pacelli? Che fa il Segretario di Stato?» gli chiesi.
Lord Hamilton sospirò.
«Tardini dice che non sa niente. Il papa ha voluto tenerlo all'oscuro,
di proposito. Se il Segretario di Stato lo sapesse, innanzitutto gli
verrebbe una sincope. Poi comincerebbe il suo inesorabile lavoro di
persuasione: prospetterebbe al papa gli inevitabili contraccolpi della sua
iniziativa, e continuerebbe con ogni argomento possibile fino a
convincerlo. Fa sempre così, e Pio XI a suo tempo l'ha nominato
Segretario di Stato proprio per questo. Il papa è un autocrate, non dà
retta a nessuno. Tranne Pacelli. Perché gli modera gli eccessi di
passione, in un certo senso lo fa ragionare. Stavolta invece il papa non
vuole proprio ragionare, e per questo ha tenuto il Segretario
completamente fuori dalla faccenda. Vuole denunciare Mussolini e
basta, costi quel che costi.»
«Che cosa succederà?»
«Non lo so. Monsignor Tardini mi dice che si affidano alla
Provvidenza.»
«E della nostra situazione, che dice il Segretario di Stato?» domandai
innervosito.
Lord Hamilton sbuffò.
«Ha avuto una buona idea. In effetti me l'ha spiegata, e non mi
sembra male.»
«E sarebbe, se posso saperlo?»
Il lord appoggiò i gomiti sul tavolo e mi si fece più accosto con la
chiara intenzione di abbassare il tono della voce.
«Ha deciso di scrivere una lettera a sessanta vescovi e arcivescovi di
tutto il mondo. Una lettera in latino, nello stile solenne della Curia.»
«Mi spieghi meglio, milord, perché davvero non ho capito. Hitler
trascina per la strada trentamila ebrei per farli ammazzare a bastonate, e
in Vaticano come tutta risposta scrivono una lettera in latino?! Ma a che
diavolo serve?»
Lord Hamilton corrugò la fronte.
«Avrà un testo molto particolare, formulato in modo che i delegati
apostolici capiscano subito l'antifona. Poi ci sono i messaggi cifrati e le
comunicazioni fatte arrivare tramite canali discreti. Detto in confidenza,
credo che Pio XI partirebbe subito con i carri armati per andare a
Berlino e sparare al Führer, se potesse farlo. Ma a parte il fatto che i
carri armati non ce li ha, Hitler rappresenta solo metà del problema»
commentò con aria triste.
«Metà? Ma che dice!»
«Ragazzo mio, far uscire gli ebrei dalla Germania è abbastanza
semplice, rispetto al guaio di sistemarli dignitosamente da qualche altra
parte. Le nazioni d'Europa sono altrettanto risolute a non farli entrare
quanto lo è Hitler nel buttarli fuori! Per questo una lettera in latino è
una buona idea: il latino è difficile, si presta a doppi sensi e accorte
sfumature di significato. Per dire cose e fare allusioni che non capisce
nessuno. O meglio, che siano chiare solo a chi deve capirle.»
«Continuo a non seguirla, milord» commentai in tono rassegnato.
«Occorre giocare fuori dalle regole, quindi bisogna essere molto
prudenti. La lettera spiegherà che la situazione degli ebrei convertiti è
diventata impossibile, perché secondo Hitler non sono diversi dagli
ebrei rimasti ebrei, nonostante abbiano ricevuto il battesimo. Quindi, la
Santa Sede chiederà a ciascun vescovo di farsi dare dal governo del
proprio Paese un certo numero di visti d'ingresso. Conta di averne in
tutto duecentomila.»
«Duecentomila?» Ero impressionato dal numero.
«Esatto. Poi, nella lettera, il Segretario spiegherà che ciascun vescovo
dovrà prendersi in carico la sorte di questi ebrei convertiti, chiamati in
Germania “cattolici non ariani”. Ogni delegato apostolico dovrà fare in
modo che i “cattolici non ariani” affidati alle sue cure possano avere un
loro luogo di culto.»
Intanto bevevo il mio caffè, quella volta più buono di quanto
ricordassi.
«Un loro luogo di culto?» gli chiesi. «E che ci fanno? Se sono
diventati cattolici, potranno usare le chiese già esistenti nei vari Paesi
ospiti.»
Lord Hamilton mi fece un largo sorriso complice.
«Il punto è proprio questo. Ricevendo una lettera che afferma una tale
assurdità, i vescovi si insospettiranno. Qui c'è gente che deve emigrare
lasciando in patria tutto, occorre trovare loro una casa, mezzi di
sussistenza... e ci si mette a spendere soldi per costruire chiese in più?
Non ha senso, ovvio! Infatti i delegati devono insospettirsi. Capiranno
che c'è qualcosa che non quadra. Anche i più lenti di comprendonio
invieranno senz'altro un emissario di fiducia a Roma per acquisire
maggiori informazioni.»
«Quali informazioni?» domandai sempre più confuso.
Il lord a questo punto sospirò, guardandomi spazientito.
«Che sono quasi tutti ebrei, giovanotto! Ebrei rimasti ebrei, non
cattolici convertiti. I numeri, del resto, non mentono. Alla Santa Sede è
arrivata una relazione da parte di alcuni vescovi tedeschi i quali
chiedono al papa di ottenere duecentomila visti d'ingresso nei vari paesi
del mondo, per duecentomila persone qualificate come “cattolici non
ariani” disposti a lasciare il Terzo Reich. In un altro documento
riservato, gli stessi vescovi fanno una stima, e dicono che gli ebrei
convertiti al cristianesimo sono nei territori controllati dai tedeschi fra i
cinquanta e i sessantamila. Allora, dico io: perché chiedere addirittura
duecentomila visti, se questi convertiti al massimo sono solo
sessantamila? Il papa non è un matematico, ma insomma due conti li sa
fare. La cosa è lampante, amico mio. Oltre due terzi di questi profughi
sono cristiani per modo di dire. Per questo i delegati apostolici
dovranno provvedere a trovare loro un luogo di culto apposito e fare in
modo che abbiano i loro testi sacri!»
«Quindi... avranno anche loro un falso certificato di battesimo...»
«Capirai!» sbottò lui ridendo della mia ingenua uscita.
Guardavo la mia tazzina vuota. Mi ricordai che in Oriente c'erano
donne capaci di leggere il futuro proprio nei fondi di caffè.
«A cosa pensa?» mi chiese Hamilton notando che mi ero distratto.
«Niente. Ripensavo a quel giorno in cui ho incontrato il Segretario di
Stato. Quando mi ha incastrato perché venissi qui. Mi chiedevo come
diamine avrà fatto.»
«A far cosa?»
Esitai qualche istante. Ma sentivo che confidarmi sarebbe stato un
sollievo.
«Ha fatto di tutto per mettermi in mano una lettera destinata a Sissel,
e poi quell'anello incredibile, quell'amuleto egiziano.»
Lord Hamilton assunse un'espressione perplessa.
«Coinvolgere lei è stata un'idea del cardinale, ingegnere. Ci ha
riflettuto a lungo, ha fatto prendere molte informazioni. Poi l'ha vista di
persona, le ha parlato. Insomma, si è convinto. Non che avesse tanta
scelta, del resto... però, noialtri ci siamo davvero meravigliati, quando
l'abbiamo saputo. Contavamo che si servisse di un religioso, piuttosto;
ma evidentemente, lei deve avergli fatto una buona impressione.»
«Il punto è come mai ha voluto affidare un incarico tanto delicato
proprio a me, che sono un laico, e privo di qualunque nozione
diplomatica, non certo un esperto politico...»
Lord Hamilton mi scrutò attentamente.
«Perché ci sono di mezzo gli ebrei, giovanotto. E il Vaticano è
gremito di gente che cova idee antisemite. Molti nemmeno lo sanno, di
preciso, perché sono antisemiti: va di moda, per così dire. Sono fascisti,
più che altro: e adesso il Duce ha affermato che bisogna odiare gli
ebrei. Altri invece si lasciano sedurre da quella storia dei Protocolli di
Sion. Ne ha sentito parlare?»
«Se ne sente parlare spesso, da un po' di tempo a questa parte. Ma è
vero che esiste una cospirazione di magnati ebrei stretti in un patto
segreto per dominare il mondo?»
Lord Hamilton fece un gesto vago.
«Se pure dovesse esistere, non sono certo io che posso saperlo. A me
risulta che esistono senz'altro milioni di ebrei panettieri, sarti, madri di
famiglia, che non hanno intenzione di dominare proprio niente e
vorrebbero solo campare decentemente. Quello di Hitler non è un piano
politico per liberare la Germania da un monopolio o da una potente
lobby economica. Le sue idee hanno una radice diversa, profondamente
irrazionale. E hanno a che fare con l'odio. Un odio diabolico.»
Ero sempre più preoccupato. Forse Hamilton intuì i miei pensieri.
«Credo che il cardinale abbia coinvolto proprio lei anche per un altro
motivo. Forse cercava qualcuno disposto a proteggere la Rosenheim.
Lei gli è capitato davanti... e il gioco è stato fatto. Lui crede molto nei
suggerimenti della Provvidenza, nei segni della volontà divina.»
«Ma come poteva sapere che ci saremmo innamorati?» sbottai.
«Non lo sapeva, ovviamente» ridacchiò il lord. «O meglio, sapeva
che Sissel sarebbe impazzita per quell'anello antico. E immaginava che
lei sarebbe impazzito per Sissel. Insomma, lei dà l'idea di un
dongiovanni... due più due fa quattro, giovanotto. E quando si mette la
paglia vicino al fuoco, non è strano se poi scoppia un incendio!»
A quel punto sorrisi, completamente disarmato. I morbidi capelli di
Sissel forse erano ancora più biondi del colore dorato che prende la
paglia sotto il sole; e quello che provavo per lei si avvicinava molto a
un incendio.
Il tempo tuttavia incalzava. Il mio interlocutore guardò l'orologio e
mi fece segno che dovevamo andare. L'ambasciatore Serafino
Mazzolini ci aspettava. Hamilton mi attese nell'ingresso del palazzo,
mentre un maggiordomo dai modi affettati e untuosi mi guidava verso
lo studio di Sua Eccellenza. Che era già in attesa, insieme a Crispolti.
Quest'ultimo aveva una bruttissima cera, peggio di come lo avevo visto
la sera prima; mentre nel posacenere che Mazzolini teneva sulla sua
scrivania c'erano le cicche di almeno dieci sigarette, tante doveva
averne fumate durante il suo colloquio con l'avvocato.
«Che disastro, signori! Che disastro!» esclamò aprendo le braccia in
un gesto disperato.
Evidentemente, Crispolti gli aveva già fatto il riassunto dell'accaduto.
A me restava il compito di informarlo su quanto ci aveva detto il
colonnello inglese.
«I nostri ospiti ebrei non devono salire sulla Lady Silverbell,
Eccellenza» conclusi in tono drammatico.
L'ambasciatore si asciugò la fronte.
«E dove li mettiamo, noi? Adesso pare che da Roma ci impongano di
irrigidire le leggi sulla purezza della razza anche qui in Egitto. Me lo
dite voi, come faccio? Io devo esaltare la superiorità della razza ariana
contro gli inferiori semiti, e nello stesso tempo mantenere buone le
relazioni con gli egiziani, che però sono semiti anche loro!»
«Non sarebbe possibile sistemare questi ebrei nelle colonie?» gli
proposi con delicatezza.
Mazzolini sospirò.
«Il Duce cambia opinione tutti i giorni a proposito della politica da
tenersi con gli ebrei. Prima ha proclamato che in Italia non ci sarebbero
stati provvedimenti razziali: gli ebrei sono italiani e tanto basta, diceva.
In Italia non c'è una “questione ebraica”. Poi, ovviamente, Hitler lo ha
messo sotto pressione; perciò a luglio abbiamo avuto il manifesto degli
scienziati razzisti e poi le leggi razziali. Ma il peggio deve ancora
venire. Avete sentito che è successo, lo scorso 10 novembre in
Germania? Un'ecatombe, a quanto pare. E le conseguenze si faranno
sentire anche in Italia, c'è da giurarlo.»
«Ma le colonie...» insistevo. «Questa gente può essere utile, nelle
colonie italiane. Sapesse che tecnologia posseggono, e come la sanno
usare...»
Mazzolini allora mi guardò con interesse.
«Dite davvero?» Sembrava che le mie parole gli avessero suggerito
una buona idea.
«Certo. Ho visto come lavorano per capire se c'è il greggio sottoterra.
Hanno un congegno che sfrutta le onde: rilevatore sismico lo chiamano.
Bisogna che l'Agip lo compri senz'altro!»
L'ambasciatore emise questa volta un lungo, lunghissimo sospiro.
«Non so. Da Roma ci hanno concesso di fare loro un visto per sei
mesi. Devono allestire l'estrazione, e poi via. Anche per gli ebrei italiani
la situazione non è facile. Prima Mussolini aveva deciso di favorire
l'emigrazione nella Migiurtinia, che è una bella zona della Somalia
italiana. Ci sono le saline, si può lavorare. Adesso però ha cambiato
idea: li vuole spedire nell'Oltre Giuba, un posto arido e stepposo dove
nemmeno le capre si trovano bene. E pretende che la gente si muova
lasciando Roma o Firenze per andare a finire laggiù...»
Poi si asciugò il sudore con un fazzoletto spiegazzato.
«Fatemici pensare. Ho chiamato al telefono Italo Balbo, poco fa. È
l'unica persona che in questo frangente ci può venire incontro. Non mi
fido di passare le informazioni al Gran Consiglio. I nostri guai d'Africa
ce li sbrighiamo da soli, è meglio.»
«Che cosa vi ha detto, il governatore?» gli domandai, sulle spine.
«Balbo è perplesso quanto me. Ma mi ha chiesto anche del pozzo, e
ovviamente non sapevo che dirgli. Adesso proviamo a chiamarlo di
nuovo. Ci parlate voi direttamente, ingegnere. Gli cantate le lodi di
questi ebrei tedeschi. Gli fate capire che possono fare la differenza, e
che senza di loro le cose non andranno a buon fine.»
Suonò il campanello e il maggiordomo arrivò all'istante.
«Mettetemi subito in contatto con Balbo a Tripoli» gli ordinò.
Il maggiordomo si piegò in un inchino solenne, quasi d'altri tempi.
Aspettammo pazientemente un quarto d'ora, un tempo che sembrò non
passare mai. Ma alla fine il telefono squillò.
«Italo, sono ancora io» esordì Mazzolini. «C'è qui un giovanotto con
le informazioni che ti interessano. Te lo passo. Si chiama Alessandro
Borghesi. È un ingegnere in servizio per l'Agip.»
Mi passò la cornetta che presi con mani tremanti. Avevo soltanto
sentito parlare di Italo Balbo, specialmente per la sua leggendaria
trasvolata sull'oceano Atlantico con cui aveva raggiunto il Canada e il
continente americano. Un uomo ardito, dicevano; risoluto, eroico.
«Pronto?» Una voce decisa ma gradevole dall'altra parte della
cornetta.
«Buon giorno, Eccellenza» esordii emozionato.
«Che mi sapete dire, di quel giacimento?»
«Pregevole, Eccellenza. Davvero pregevole. Certo non è grande
come quelli dell'Arabia, ma secondo i nostri tecnici ebrei vale la pena
di fare un buon investimento. Sembrerebbe contenere olio leggero, oltre
che metano. Sarebbe a dire, della migliore qualità.»
«Come si mettono le cose, con i giudei?»
Sospirai. Eravamo arrivati al punto.
«Questo è un vero problema, Eccellenza. I tecnici con le loro
famiglie vorrebbero raggiungere la Palestina. Gli inglesi però ci hanno
fatto capire che la cosa non deve accadere. Potrebbe succedere un
incidente gravissimo.»
Sentii che il governatore della Libia, dall'altra parte del telefono,
sbuffava forte.
«Li avete visti all'opera, questi ebrei?» mi chiese poi.
«Certo, Eccellenza. E sono fenomenali, se è per questo.»
Balbo rimase per qualche istante in silenzio. Poi aggiunse:
«Insomma, ingegnere, voi vi prendete la responsabilità di assicurarmi
che senza questi tecnici il nostro pozzo non verrà fuori?».
Compresi immediatamente dove Balbo mi voleva portare.
«È fuor di dubbio, Eccellenza. Questi tecnici sono essenziali. A
cominciare dall'attrezzatura con cui lavorano.» Non stavo dicendo altro
che la verità, ma cercai comunque di enfatizzare i fatti quanto più mi
riusciva. «Una strumentazione assolutamente all'avanguardia, che
l'Agip dovrebbe acquisire. Ma anche noi, comunque, dovremmo ancora
imparare a servircene, perché oggi da soli non sapremmo come usarla.»
«Interessante» commentò l'altro. «Ci permetteranno di fare
concorrenza agli inglesi?»
«Una concorrenza spietata!» esclamai. Era esattamente quanto il
governatore di Libia aveva bisogno di sentirsi dire. Balbo rimase ancora
in silenzio per qualche istante. Quindi passò alla carica.
«Benissimo, Borghesi. Per prima cosa, chiamerò il presidio italiano
di stanza a Giarabub. Sua Eccellenza Mazzolini mi dice che il pozzo è
più vicino a quell'oasi, piuttosto che a Siwah.»
«Esattamente, Eccellenza.»
«Magnifico! Intanto i nostri ragazzi arrivano con i carri armati e si
mettono a guardia del giacimento. Così, tanto per far capire agli inglesi
che quel petrolio è nostro. Appena possibile faccio venire laggiù il
professor Ardito Desio, dell'Istituto geologico di Milano. Cercate di
entusiasmarlo, perché bisogna agire in via ufficiale. Questo ci darà
modo di chiedere il rinnovo dei loro contratti. Il che significa che anche
le famiglie potranno rimanere lì. Diciamo che per attivare il pozzo e
insegnare il mestiere ad altri tecnici italiani ci vorranno due anni
almeno. Ho ragione, no?»
«Certo, Eccellenza. Loro però vorrebbero andare subito a
Gerusalemme» azzardai.
Sentii che Balbo ridacchiava fra sé e sé.
«L'altra volta hanno vagato nel deserto per quarant'anni, dietro a
Mosè. Che diamine!» esclamò con una certa bonaria ironia. «E adesso
fanno storie per un paio di stagioni?»
«Ma che succederà, fra due anni?» gli chiesi preoccupato.
«Giovanotto, in politica può cambiare tutto nel giro di una sola notte.
Intanto li togliamo dai guai. Abbiamo due anni di tempo per vedere
come evolve la situazione. Ci faremo venire una buona idea. Ah,
un'ultima cosa...» aggiunse con tono deciso. «Questi duecento li
sistemo, in un modo o nell'altro. Ma non mi mandate quaggiù altri ebrei
in cerca, diciamo, di lavoro, perché non saprei come fare. Il Duce
pretende che le leggi sulla purezza della razza siano applicate anche
nelle colonie. Immagino che voi leggiate i giornali, ingegnere: saprete
dunque che i miei rapporti con lui non sono proprio un idillio,
recentemente.»
E rimise giù la cornetta senza salutare. Un uomo eccezionale,
davvero. Era la prima volta che un alto funzionario del Partito mi
ispirava un tale senso di rispetto.
LO SGUARDO DELLA SFINGE

Pranzo da Perth. Dopo, un breve colloquio tra il Duce, Chamberlain e me. Si


parla del problema ebraico: cosa interessante, Chamberlain non sapeva il numero
degli ebrei in Inghilterra. Credeva fossero 60.000. Il Duce ha detto che superano i
200.000. Chamberlain si preoccupa molto della questione perché ha ammesso che
una ulteriore immigrazione ebraica in Inghilterra vi farebbe scoppiare
l'antisemitismo che già serpeggia in molti settori del Paese.
GALEAZZO CIANO, Diario, 13 gennaio 1939.

Quando uscimmo dallo studio dell'ambasciatore, io e Crispolti ci


sentivamo leggeri leggeri, ma anche profondamente provati. L'avvocato
si diresse subito al suo albergo perché aveva bisogno di riposarsi; io
ragguagliai Lord Hamilton - o chiunque lui fosse davvero - sulla
conversazione appena terminata.
«Bene!» esclamò il lord. «Forse possiamo cominciare a tirare un
sospiro di sollievo.»
Mentre diceva così, una voce ben conosciuta mi arrivò da dietro le
spalle facendomi sobbalzare.
«Ingegnere! Come mai da queste parti?»
Mi voltai. Era il professor Donadoni, entrato in quell'istante nell'atrio
dell'Ambasciata. Era vestito in modo piuttosto formale ed elegante, in
grisaglia grigia, un abbigliamento che si adattava perfettamente a ogni
momento della giornata. Mi lanciò uno sguardo perplesso.
«Buon giorno, professore» gli risposi sorridendo.
«Ma non dovrebbe essere nel deserto, lei?» mi chiese.
Gli ricambiai lo sguardo, sicuro che in qualche modo avrebbe
subodorato qualcosa.
«Abbiamo avuto un inconveniente» fu tutto ciò che gli risposi. Però,
a dire il vero, morivo dalla voglia di parlare con lui a quattr'occhi per
raccontargli l'intera vicenda.
«Sono qui che aspetto i signori Ubaldini» spiegò prevenendo la mia
domanda. «Il figlio di un pezzo grosso dell'industria che è venuto in
Egitto con la moglie. Quindi mi tocca accompagnarli ad ammirare le
piramidi in una visita guidata.»
Poi abbassò la voce con discrezione. «Richiesta personale di Sua
Eccellenza.»
Mi balenò in mente un'idea.
«Andate a vedere le piramidi? Ma sa che non mi è capitato mai di
andarci, da che sono qui? Si può essere stati in Egitto e non aver visto
le piramidi? Impossibile, non crede?»
Donadoni sorrise.
«Sarei ben lieto se venisse anche lei, ovviamente.»
A quel punto Lord Hamilton ci salutò e ci demmo appuntamento per
le cinque del pomeriggio, quando l'autocarro con il nostro autista
tedesco sarebbe passato a prenderci davanti alla porta dell'albergo Aida
per tornare a Siwah.
Rimasti soli, Donadoni mi chiese a bruciapelo se avessimo trovato il
petrolio.
Sorrisi facendo un segno di assenso. «Il problema tuttavia non è
questo.»
«Che succede?» mi incalzò.
«È una storia lunghissima, professore. E quei due sposini appena
entrati dalla porta forse sono proprio gli ospiti che lei aspetta!»
Un uomo e una donna piuttosto giovani venivano verso di noi. Erano
vestiti con un gusto impeccabile, forse un po' troppo in ghingheri per
una scarrozzata nel deserto di Gizah.
Mentre si avvicinavano, aggiunsi quasi soprappensiero: «L'abbiamo
trovata, poi, la tomba».
Donadoni scattò come un'anguilla.
«Davvero? Non ci posso credere. Mi deve raccontare tutto!»
Ma i coniugi Ubaldini ci avevano ormai raggiunto.
Il viaggio sulla jeep fu molto rilassante. Per quanto il nostro mezzo
barcollasse non poco sulla strada sterrata verso Gizah, e la signora
Ubaldini temesse in diversi momenti di doversi fermare per poter dare
di stomaco, io mi sentivo bene. Se ripensavo a quanto mi ero lasciato
alle spalle appena il giorno prima, mi sembrava di essere un bambino su
una giostra alla fiera del paese.
Le piramidi ci apparvero da lontano, mute, solenni, cattedrali
smisurate di un rito ancestrale di cui nessuno ormai ricordava più il
nome. Donadoni guidava e intanto cominciava la sua esauriente
lezione.
«Questi enormi edifici sono composti da singoli blocchi di granito
che pesano anche due tonnellate ciascuno» spiegava il professore con la
sua straordinaria capacità oratoria. «E ancora oggi non si comprende
con quali mezzi gli antichi egiziani potessero sollevarli. Nel British
Museum di Londra, si conserva uno scritto molto antico chiamato
“Papiro di Rhind”, in cui sono tracciati i complicatissimi calcoli
matematici che servivano per il progetto di una piramide; ma certo,
siamo ben lontani dal capirne la tecnica...»
Il vero fascino delle piramidi, secondo Donadoni, risiedeva nella loro
estrema antichità. In passato si riteneva che fossero state erette come
monumenti funerari. Tuttavia, non ci sono tracce di un corredo e
nemmeno di altri elementi comuni nelle sepolture dell'antico Egitto.
Secondo una teoria collaterale, invece, i faraoni si erano solo
appropriati di questi giganti di pietra che qualcun altro millenni prima
aveva costruito. In origine, a quanto pare, erano completamente
rivestite di pietre calcaree levigate, lucidissime, che brillavano al sole.
E la sommità era coperta dal pyramidion, un'altra piccola piramide tutta
d'oro massiccio che di giorno risplendeva nel cielo. Su queste lastre
venivano incisi fittissimi segni, di cui purtroppo non si conosce il
significato dal momento che esse caddero a terra per un violento
terremoto che colpì l'Egitto in epoca medievale. Un altro mistero erano
gli stretti condotti che si snodavano all'interno delle mura, troppo
piccoli per far passare una persona. Non si capiva a cosa di preciso
servissero: pare però che fossero allineati con la posizione di certe
stelle.
«Gli antichi egiziani erano infatti molto ferrati nelle conoscenze
astronomiche» sottolineò Donadoni.
La signora Ubaldini sembrava estasiata da quelle dotte spiegazioni. Il
professore, cortese come sempre, si prodigava per rendere loro la gita
più interessante possibile, ma io notavo che fremeva, e che li avrebbe
molto volentieri mandati al diavolo entrambi per restare solo con me e
sapere finalmente tutto di quella tomba nel deserto.
«La piramide in sé rappresenta un simbolo del sole, come pure
l'obelisco, un altro monumento tipico dell'antica cultura egiziana, che
aveva anch'esso la sommità sfaccettata a forma di piramide. Come la
punta della piramide, la sommità dell'obelisco era rivestita da lastre
d'oro massiccio, sulle quali il sole doveva riflettersi per tutto l'arco del
suo viaggio quotidiano» continuava il professore.
In effetti quelle enormi piramidi prive di iscrizioni, oltre che di un
qualunque scopo apparente al loro esistere, eppure così
prepotentemente in piedi da oltre quattromila anni incutevano un senso
di sottile timore. Chi aveva voluto che s'innalzassero dalla sabbia del
deserto? Con quale misteriosa tecnologia erano state realizzate; ma,
soprattutto, perché?
La sfinge fu anch'essa una rivelazione, per me. Ne avevo sentito
parlare tante volte e altrettante l'avevo vista fotografata su una rivista
oppure fra le pagine di qualche enciclopedia. Ma trovarmela davanti,
che pareva mi guardasse fisso con il suo indagatore occhio di pietra, era
tutta un'altra cosa.
«La sfinge è una figura mitologica molto diffusa nel mondo greco, da
cui deriva il suo nome, sphinx. Sembra però che i greci abbiano
mutuato quest'immagine proprio dall'antico Egitto, che quando fiorì la
civiltà di Atene e di Sparta, nel quinto secolo avanti Cristo, aveva ormai
alle spalle un passato millenario di gloria e si trovava in una fase di
declino. Sembra che la parola greca sphinx derivi dall'egiziano shesep
'ankh, che significa “immagine vivente”. Ovviamente, la sfinge è
l'immagine vivente di una qualche divinità. Si pensa ad Amon-Rah, il
dio più venerato dell'Egitto antico. Ma l'uso di conferire alla sfinge il
volto del faraone nasce dal desiderio di ritrarre il re divinizzato con il
corpo di un leone, per simboleggiare che la sua forza in guerra è pari a
quella del possente felino. Questa sfinge di Gizah porta il ritratto del
faraone Chefren, risalente alla quarta dinastia. La sua altezza arriva a
venti metri. In testa gli vediamo il nemes, il tipico copricapo
egiziano...»
La signora Ubaldini finalmente sentì il bisogno di rinfrescarsi,
all'ombra, in un chiosco che vendeva bibite. Per quanto fosse ormai
dicembre, la temperatura superava i quaranta gradi. Donadoni aveva
una smania incredibile di rimanere a tu per tu con me, più ancora di un
fidanzato in fervida attesa di poter baciare la sua bella.
Non appena gli Ubaldini si furono messi a sedere nel chiosco, mi
diede subito una pacca sul petto.
«Deve raccontarmi tutto.» Nello sguardo gli si era accesa una luce di
curiosità incontenibile.
Mi sarebbe piaciuto tenerlo ancora un po' sulle spine, a dire il vero.
Ma non ne ebbi il coraggio. Così cominciai:
«Mentre si facevano i sondaggi con le cariche esplosive, sono state
smosse alcune pietre che evidentemente erano state sistemate in quel
punto per coprire qualcosa. E il qualcosa era una enorme base di pietra,
scavata in un banco di calcare.»
Donadoni si era acceso una sigaretta e fumava nervosamente.
«Una base? Com'è fatta?» mi incalzava, ansioso di sapere.
«È quadrata, di oltre quattro metri per lato. In superficie si vede una
specie di gradino, un gradino solo, con il profilo intagliato ad arco.
Somiglia a quelle basi decorative su cui si poggiano le colonne.»
Mi guardò perplesso.
«Che sarà? La base di un obelisco, forse?»
Gli sorrisi. Ma che intuito micidiale, quell'uomo...
«Lo pensa anche Sissel... la Rosenheim» mi corressi subito. «La
Rosenheim è convinta che lì sorgesse in origine l'obelisco poi trasferito
dal governatore Cornelio Gallo nel Foro Giulio di Alessandria d'Egitto.
Quello che più tardi fu portato a Roma, ed è finito davanti alla basilica
di San Pietro.»
Donadoni succhiava letteralmente la sua sigaretta.
«Diamine!» esclamò sorridente. «Lo scrittore latino Plinio il Vecchio
lo diceva che quell'obelisco viene da Eliopolis. Eliopolis è il nome
greco dell'antica On, esattamente la città in cui Potifar era sommo
sacerdote. Diamine, c'è da non crederlo!» continuava a ripetere.
Poi rimase qualche attimo in silenzio meditabondo, prima di
continuare.
«Sì, può essere. Ho visto un'urna di marmo nei Musei vaticani, un
paio di anni fa. Pare che sia stata trovata proprio ad Alessandria, e
dentro c'erano alcuni fogli di papiro piuttosto interessanti.»
«Non c'erano solo quei papiri. C'era anche un anello» precisai.
Donadoni mi guardò con un lieve guizzo d'ammirazione negli occhi.
«È vero, c'era anche un anello. L'ho trovato impressionante, quel
lapislazzulo quadrato con inclusioni d'oro curiose, a forma di cuore.
Non ne avevo mai visti così. Ma la cosa più interessante è che porta
tracce di un culto esotico...»
«C'è sopra il nome di Istir» lo prevenni di nuovo, fiero di poter
finalmente sfoggiare un po' di conoscenze.
Il professore infatti mi guardò meravigliato.
«Accidenti, Borghesi!» esclamò. Gli sorrisi gongolante.
«Ho parlato con un... esperto dei Musei» gli spiegai evasivo.
«Quindi?» mi incalzò lui.
«Le cose sono andate così, se ho ben capito» raccontai. «Anni fa ad
Alessandria d'Egitto viene scoperto per caso che sotto il pavimento di
un edificio vi sono rovine antiche. Il palazzo è proprietà del Vicariato
apostolico, così il vescovo avvisa il Vaticano. Due esperti dei Musei
vaticani si recano ad Alessandria e constatano che le rovine sono di
epoca romana. Di più: si scopre che si tratta di un palazzo importante
vicino al Foro Giulio, la residenza del primo governatore romano
Cornelio Gallo.»
«È da lì che proviene quell'urna?» chiese il professore.
«Precisamente. Dentro l'urna vengono trovati dei fogli di un papiro
antichissimo e quell'anello con sopra il nome della dea Istir. Quindi, i
reperti sono messi in bella mostra in una vetrina dei Musei. Qui li vede
il professor Hans Brunner, che frequenta spesso il Vaticano perché sta
svolgendo ricerche di egittologia sui testi della Biblioteca apostolica.
Pare anche che conoscesse personalmente papa Pio XI dai tempi in cui
era ancora prefetto della Biblioteca. Brunner si appassiona in modo
particolare a quei reperti: forse perché vi trova scritto il nome di Potifar,
il potentissimo sacerdote di Amon-Rah di cui si legge anche nel libro
dell'Esodo. Chiede l'autorizzazione per studiare quei geroglifici e riesce
a decifrarli tutti. Tutti, eccetto una sequenza di quattro segni che
rimangono ignoti: perlomeno, questo è ciò che il professore comunica
agli esperti del Vaticano. Secondo la Rosenheim, Brunner aveva
decifrato anche quei quattro geroglifici misteriosi; ma per qualche
motivo non volle rivelare il loro significato a nessuno. Nemmeno a lei,
che pure aveva accesso a tutte le ricerche del professore. Quindi
Brunner decide che la faccenda merita indagini più approfondite: il
papiro menziona l'oasi di Siwah nel deserto occidentale, dove lo
studioso è convinto si trovi la tomba di Potifar. O, forse, è il luogo dove
è custodito il segreto che il Gran sacerdote lasciò in eredità ai suoi
discendenti: quel papiro infatti è un testamento. Brunner pensa che sia
proprio grazie a quel segreto se più tardi i discendenti di Potifar, nati da
sua figlia Aseneth e dall'ebreo Giuseppe, riusciranno a negoziare con il
faraone la loro partenza dall'Egitto. Ma l'università di Monaco non
smania dalla voglia di investire risorse per scavare le antichità dei
faraoni, e il professore sa che non otterrà i fondi per costose ricerche
collegate alla storia degli ebrei. Brunner si ricorda allora che una certa
leggenda pone proprio a Siwah la tomba di Alessandro Magno, il mitico
fondatore della civiltà occidentale, cercata invano da tanti. E propone
all'università una spedizione destinata a ritrovare le spoglie mortali del
grande conquistatore che fondò la supremazia della razza ariana in
Europa; per convincere i suoi finanziatori in Germania, fa notare come
una scoperta del genere potrebbe certamente essere preziosa ai fini
della propaganda. L'università gli concede subito i fondi richiesti, e
Brunner parte. Il professore scava per un po' di tempo, trova qualcosa.
Alcune statuette di una pietra che inspiegabilmente rilascia tracce di
una sostanza vischiosa, quelle che hanno sporcato le mani anche a lei,
quando le ha toccate. Era bitume, ciò che resta quando gli idrocarburi si
sono dispersi. Ma pure una scultura in oro massiccio del peso di tre
chili, che lei non ha visto perché è stata rubata.»

«Accidenti!» se ne uscì Donadoni. «Che cosa raffigurava?»


Tirai un lungo respiro. Fare lezione a uno studioso come lui mi
esaltava.
«Si tratta di un'immagine della famiglia di Giuseppe, credo: un uomo
con la moglie, e due bambini in piedi, accanto alle loro ginocchia. E poi
un cartiglio portava il nome di Zafnat-Paneach, come si trova scritto
nella Bibbia, ovvero il nome che venne dato dagli egiziani a Giuseppe.»
«“Colui che sa le cose”...» sussurrò Donadoni. «Incredibile!»
Il professore mise le mani in tasca e cominciò a meditare in silenzio.
Poi rialzò lo sguardo su di me.
«C'è una cosa che non capisco, però. Mi risulta che la missione fallì,
e Brunner nel concreto non trovò la tomba. Da dove vengono quegli
oggetti?»
Scossi la testa. «Questo non lo so nemmeno io. La base dell'obelisco
mostra una fessura, e dopo averla liberata da tutta la sabbia abbiamo
verificato che si tratta di una botola. La pietra si può aprire con una
leva. Penso che la tomba sia proprio là sotto.»
La faccia di Donadoni si illuminò.
«L'accesso a una tomba nascosto sotto un obelisco... geniale! Una
cosa mai vista! L'obelisco è un gigante di pietra dal peso mostruoso.
Una volta posizionato sulla sua base, è di fatto impossibile violare la
tomba. A meno che, ovviamente, non si rimuova l'obelisco stesso. Ma
ci vorrebbero almeno mille persone, per spostarlo. E carri, cavalli,
buoi... è impossibile, insomma.»
«Un esperto del Vaticano in effetti mi ha detto che, quando
quell'obelisco venne sistemato nel centro di piazza San Pietro, ci
vollero oltre novecento operai. Questo Potifar doveva essere un
padreterno, nella sua epoca!»
Vidi che Donadoni scuoteva la testa.
«No, se la tomba è del sommo sacerdote Potifar, allora deve averla
costruita suo genero Giuseppe. Del resto, il libro dell'Esodo dice che
Zafnat-Paneach aveva un potere equivalente a quello del faraone, se
non ricordo male. In pratica, governava al posto suo. Ma continuo a non
capire da dove vengano quei reperti.»
«So soltanto che fra il personale della spedizione c'erano informatori
italiani. Hanno avvisato le autorità italiane del Cairo e anche i dirigenti
dell'Agip. Un'esplosione del genere nel bel mezzo del deserto fa subito
pensare a una fuga di gas, questo è chiaro; e dove c'è gas, naturale,
spesso c'è anche il petrolio. A quel punto, Mazzolini ha mobilitato i
militari italiani di stanza nella vicina oasi di Giarabub. Sono intervenuti
e hanno soccorso i feriti; si sono portati dietro pure un gruppo di
guerrieri berberi che hanno recitato la messinscena di un'incursione.
Hanno rubato la scultura di Zafnat-Paneach, perché d'oro massiccio, ma
se ne sono infischiati delle statuette sacre ricavate dalle rocce
petrolifere.»
«Quelle le hanno requisite i militari» aggiunse il professore con aria
riflessiva. «Avete aperto la tomba, o qualunque cosa ci sia lì sotto?»
«Non me la sono sentita. E poi, non abbiamo avuto il tempo di farlo.
Quella sera stessa, quando siamo rientrati a Siwah, abbiamo trovato il
finimondo, e...»
Donadoni mi interruppe impaziente.
«Siete riusciti a ritrovare il punto in cui avvenne l'esplosione?»
«Sembra di sì. Abbiamo individuato alcuni brandelli della tenda sotto
la quale Brunner studiava. Tutta la zona è piena di tracce che risalgono
all'antichità. Per esempio, non lontano dalla tomba c'è anche una specie
di buca scavata nel terreno, poi chiusa da un muretto di mattoni.
Qualcuno, però, l'ha già aperta prima di noi.»
«Una buca?» mi chiese sgranando gli occhi.
«Più o meno. Una cavità piuttosto piccola, profonda all'incirca due
metri. Senza dubbio dev'essere stata scavata dall'uomo: le pareti recano
chiari solchi dei colpi di piccone.»
Sulla faccia del professore si aprì un largo sorriso.
«Forse adesso ci sono, Borghesi. Il povero Brunner non ritrovò la
tomba, ma piuttosto il ripostiglio costruito dopo la sua violazione.»
«Il ripostiglio?» Non capivo a cosa si riferisse.
«Naturale, ne sono stati trovati diversi, nella Valle dei Re. I faraoni
accumulavano nei loro corredi funebri ogni sorta di ricchezze, tesori
che facevano gola a chiunque. Chiedevano agli architetti di escogitare
mille espedienti per rendere le tombe inviolabili, ma spesso i ladri
erano più furbi. Le tombe venivano violate poco dopo che il faraone era
stato sepolto, e noi conserviamo ancora papiri di oltre tremila anni fa
che contengono il processo tenuto contro questi ladri. Quando i
profanatori venivano scoperti e severamente puniti, i tesori sottratti alla
tomba e ritrovati dovevano essere rimessi a posto. Si trattava di oggetti
sacri dedicati alle divinità del mondo ultraterreno; quindi anche
maledetti. Per gli egiziani, però, entrare nuovamente nella tomba
rappresentava un rischio. In fondo, era anche quella una forma di
profanazione. Allora si preferiva costruire dei ripostigli scavati nella
pietra: depositi in cui si riponevano questi oggetti.»
Annuii deciso con la testa.
«Certo! Tutto torna perfettamente!» esclamai. «Giuseppe - o, meglio,
Zafnat-Paneach - diventa governatore dell'Alto e Basso Egitto e fa
costruire per il suocero questa tomba nel deserto. Si trova abbastanza
vicina al punto in cui c'è il giacimento di bitume, e si può prelevare con
facilità...»
«... il “sangue di Amon-Rah”» concluse lui. «Una sostanza molto
preziosa anche nel mondo antico, che l'astuto Gran sacerdote fa
chiamare “olio di Potifar”. Ma c'è una cosa che ancora non mi torna.»
«E sarebbe?»
Donadoni fece una smorfia perplessa.
«È troppo. Trasportare un obelisco nel deserto per chiudere l'ingresso
di una tomba mi sembra davvero esagerato. Persino per un uomo
potente come poteva essere Zafnat-Paneach. Nessun faraone osò mai
pensare una cosa del genere. E poi, non è un uso egiziano, questo. È
strano. È come se ci fosse un... abuso di simboli sacri egizi per scopi
diversi dal solito.»
«Si spieghi meglio, professore.» Morivo dalla curiosità.
Donadoni si passò una mano fra i capelli e guardò seccato verso il
chiosco, che gli Ubaldini stavano oramai abbandonando. Avevano finito
la loro pausa e presto ci avrebbero raggiunti, interrompendo quindi la
nostra conversazione.
«L'obelisco è un simbolo del sole ed è legato al culto di Amon-Rah.
Potifar era sommo sacerdote di On, città sacra del dio Amon-Rah. Fin
qui ci siamo, c'è una logica. Per rendere introvabile la tomba, viene
deciso di posizionarci sopra un obelisco monumentale. Un'idea
eccezionale. L'obelisco sigilla la tomba per sempre; o meglio, finché il
primo governatore romano dell'Egitto Cornelio Gallo non decide che
quell'oggetto è stupendo e lo vuole nel Foro di Alessandria d'Egitto.
Quindi lo fa rimuovere e lo porta via. La profanazione della tomba
dev'essere avvenuta allora, con tutta probabilità. Rimosso il monumento
dalla sua base, subito si nota la fessura: dunque gli operai capiscono che
sotto ci dev'essere una stanza. Gallo è un uomo romano, e degli antichi
dei egizi se ne infischia. Però, quando scopre il tentativo di
profanazione decide di punirlo comunque, e fa scavare un ripostiglio
affinché le cose rubate rimangano nel deserto. I romani erano molto
superstiziosi. Inoltre, per ragioni politiche, cercavano di non urtare mai
la sensibilità religiosa dei popoli conquistati: e nell'Egitto di epoca
romana il culto degli antichi dei era ancora molto praticato.»
«Poi Cornelio Gallo, colpito dalla maledizione, cade in disgrazia e
viene condannato all'esilio» aggiunsi io, sorridendo.
Donadoni mi ricambiò lo sguardo con una certa ironia.
«Il ragionamento non fa una piega, in effetti» commentò. «A parte il
fatto...»
Gli Ubaldini ci avevano raggiunto.
«A parte il fatto che è davvero un po' troppo, per proteggere una
tomba» concluse frettolosamente Donadoni.
«Quale tomba, professore?» domandò la signora.
SULLE PISTE DEL DESERTO, DI NUOVO

Riferisco al Santo Padre che le Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli di Irlanda


hanno fatto la proposta di lavorare per assistere gli ebrei convertiti al cattolicismo
e costretti a fuggire dall'Austria. Forse l'iniziativa si potrà estendere anche agli
ebrei convertiti profughi dall'Italia. S[ua] S[antità] approva, ma si riserva di
tornare sopra all'argomento
Udienza privata di Pio XI del 16 ottobre 1938.

Dopo aver lasciato i coniugi Ubaldini al palazzo dell'Ambasciata,


Donadoni ripartì a razzo. Sembrava avere fretta, molta fretta. Notai che
aveva optato per un percorso diverso rispetto al viaggio di andata, e
infatti si fermò davanti all'albergo Capucci, dove alloggiava.
«Mi aspetti qui. Ci metto solo un momento» disse.
Io mi sistemai un po' più comodo sul sedile e abbassai la falda del
mio cappello di paglia sugli occhi.
Dopo meno di mezz'ora, Donadoni ritornò vestito con un paio di
vecchi pantaloni e una camicia di lino bianco. Portava anch'egli un
grosso cappello di paglia per riparare dal sole il viso, e aveva con sé tre
borse di stoffa verde militare simili a quelle che si danno in dotazione
nell'esercito.
«Ma che ci fa, con tutta quella roba?» gli chiesi ridacchiando.
Non mi rispose, e mi fece invece a sua volta una domanda.
«Quanto ci impiega a ritirare le sue cose? Il viaggio è lungo e non
vorrei fare tardi.»
«Quale viaggio?»
Donadoni si accese una sigaretta.
«Andiamo a Siwah» mi rispose tranquillo, come se fosse la cosa più
ovvia del mondo.
Lo fissai con un'espressione incredula.
«A Siwah? Ma lei mi aveva detto che non poteva abbandonare le sue
ricerche in biblioteca...»
«Al diavolo le ricerche in biblioteca!» tagliò corto. «L'archeologia si
fa sul campo. Si sbrighi, però, se vuole venire con me.»
Era chiaro che la notizia della tomba ritrovata lo aveva mandato
completamente nel pallone. E non voleva perdersi un'avventura come
quella. Mi era altrettanto chiaro che non serviva discutere, visto il
temperamento di Donadoni. Inoltre, pensai che viaggiando con lui avrei
avuto l'occasione di raccontargli dei nostri tecnici ebrei, e di come era
stata risolta quella incresciosa situazione. Purtroppo c'era anche uno
svantaggio: a differenza che sul camion, viaggiando su quell'autovettura
non mi sarei potuto sdraiare e la trasferta sarebbe stata massacrante.
«Ci fermeremo a dormire a Bahariya, che è di strada?» gli chiesi
speranzoso.
Il professore buttò la cenere della sigaretta con un vago gesto di
assenso.
«Se proprio ne ha bisogno...»
Allora entrai nell'albergo, e per prima cosa lasciai un biglietto per
Crispolti e per Lord Hamilton, spiegando loro che sarei partito per
Siwah, con arrivo il giorno successivo, insieme al professor Donadoni,
il quale desiderava vedere i nostri ritrovamenti.
Raccolsi le mie cose più in fretta possibile e mi precipitai di nuovo
fuori, dove il giovane studioso mi concesse appena il tempo di buttare
tutto a bordo, per poi sgommare via sulla strada come un matto.
«Se è stanco, può dormire» mi disse gentilmente.
«Adesso non ho sonno. Magari più tardi, se non le dà fastidio.» Poi
mi tornò in mente che desideravo avere da lui un consiglio sulla
questione dei nostri tecnici.
«Mi farebbe comodo il suo parere su come devo regolarmi con una
certa faccenda. Vede, professore, con noi, a Siwah, c'è un convoglio di
ebrei.»
Donadoni sussultò sul sedile. «Ebrei? Ma... come?» mi chiese molto
stupito. Credo che il tono drammatico della mia voce lo avesse colpito.
Presi un lungo respiro, e quindi gli raccontai tutto.
«Ho capito» soggiunse lui, «una specie di piccolo esodo clandestino,
insomma.»
«Credo sia un accordo riservato stretto fra l'Agip e il Vaticano
tenendo il governo all'oscuro di parecchi dettagli» aggiunsi.
Lui mi fece segno con la mano di proseguire.
«La storia comincia dal punto in cui finisce la vicenda di Brunner»
iniziai a spiegare. «Il professore purtroppo muore nell'esplosione, e i
militari requisiscono tutto. Il ministro Ciano, su richiesta dell'Agip,
chiede all'università di Monaco di rilevare la concessione per scavare a
Siwah, e quelli gliela danno senza troppi problemi, visto che la
missione di Brunner si è rivelata un fallimento. Naturalmente per l'Agip
l'archeologia è solo una copertura; quindi decidono di mantenere quale
scopo ufficiale della missione la ricerca della tomba di Alessandro
Magno.»
«... E chiedono al Museo nazionale romano di far venire in Egitto
quel carciofo di suo cognato» intervenne lui, sarcastico.
«Precisamente. Ma chiedono pure un geologo per fare dei rilievi,
ovvero il sottoscritto. Il loro scopo in realtà è solo verificare se sul
posto ci siano altre rocce petrolifere. Si tratta di sondare e basta,
insomma. L'Agip è anche preoccupata che tutto si svolga nella massima
segretezza: intanto, non si sa se il giacimento si trovi nel sottosuolo
libico o in quello egiziano. E non vuole regalare un altro pozzo ai
petrolieri inglesi. In secondo luogo, una concessione per scavare le
tombe antiche non è certo equivalente a un permesso per trivellare il
terreno in cerca di petrolio... la concessione petrolifera è una questione
molto più delicata, come lei capirà. Senza contare il fatto che Brunner
stava scavando in modo abusivo.»
Donadoni mi fissò sbalordito.
«In modo abusivo? Un tedesco?»
«Proprio così. Sulle prime Brunner aveva cominciato a scavare a
Siwah, che è in territorio egiziano, e per l'oasi possedeva una regolare
concessione. Poi però le sue ricerche lo convinsero che Siwah non era il
posto giusto, ma bisognava spostarsi circa cinquanta chilometri più a
nordovest.»
«Finendo dunque in territorio libico» aggiunse lui.
«Nel deserto non ci sono dogane. E d'altronde, Brunner avrebbe
dovuto tornare indietro e chiedere al governo della Libia una nuova
concessione per gli scavi. Troppo complicato. Senza dubbio l'avrebbe
fatto in seguito, se avesse trovato qualcosa d'importante.
Sfortunatamente, il povero professore non ne ebbe modo perché morì
nell'incidente causato dalla fuga di metano.»
«Scusi, ma è troppo complicato» mi interruppe Donadoni. «Che
c'entrano i tecnici ebrei?»
A quel punto presi ancora fiato, come se dovessi cominciare una
lunga conferenza.
«Quando sono arrivato al Cairo, non sapevo nulla di questi tecnici.
Anche l'ultima volta che ho parlato con lei ne ero all'oscuro. Nel
frattempo è successo qualcosa di molto grave in Germania, sicuramente
per via delle violenze scatenate contro gli ebrei, a novembre.»
Quando ebbi finito il mio racconto, Donadoni mi scrutò a lungo,
pensieroso, prima di parlare.
«Una tragedia... Hitler li vuole buttare fuori e nessuno è disposto ad
accoglierli!»
«Proprio così, purtroppo. Le associazioni religiose si sono attivate, e
hanno cominciato a segnalare le richieste di personale da parte di Paesi
non a rischio, cioè lontani dalla Germania. Crispolti è un funzionario
dell'Agip e fa parte di una di queste associazioni cattoliche, chiamata
Conferenze di San Vincenzo de' Paoli. I nostri compagni di viaggio
sono quasi tutti di religione ebraica, e si portano dietro anche la
famiglia. Li fanno passare per cattolici non ariani, cioè ebrei convertiti:
però non è vero, hanno addirittura un vecchio rabbino, per poter
celebrare i loro riti. A quelli dell'Agip la verità non interessa un
granché. L'idea di poter sfruttare questa manodopera altamente
specializzata li attrae, e non fanno tante storie perché i tecnici hanno
chiesto un salario molto basso, purché si provveda al vitto per le loro
famiglie. Duecento persone in tutto, senza contare i nascituri.»
«I nascituri?» esclamò Donadoni.
«Sì, una decina almeno. E speriamo che non nascano a Siwah.
Qualcuno all'interno dell'Agip ha deciso di stipulare a questi tecnici un
contratto di soli sei mesi, giusto il tempo per allestire un pozzo di
petrolio, se il greggio c'è, e poi: raus! Inoltre, i dirigenti fascisti devono
anche aver parlato con il governo di Berlino. Nel concreto, la
Wehrmacht o qualche altro corpo militare ha fornito quattro autocarri
per trasportare questa gente quaggiù. La loro intenzione era quella di
tener fede al contratto con l'Agip e lavorare al pozzo di petrolio, quindi
imbarcarsi a Tobruk e arrivare in Palestina.»
«Perché dice “era”? Hanno cambiato idea?»
«No, purtroppo. Sono stati gli inglesi che ci hanno consigliato di
evitare il viaggio.»
Sulla faccia di Donadoni, incredulo, passarono tutti i colori
dell'arcobaleno.
«L'altro ieri sera, quando siamo rientrati a Siwah, abbiamo scoperto
che dieci bambini ebrei erano stati rapiti. Abbiamo raggiunto il campo-
base britannico nel deserto occidentale, prima dell'oasi di Farafra, e un
colonnello inglese ci ha spiegato che Londra non vuole altri ebrei in
Palestina. A loro avviso ciò potrebbe incoraggiare un esodo in massa, e
portare con il tempo alla formazione di uno Stato sovrano in Israele.
Quei duecento profughi rischiano di saltare in aria sulla loro nave, se si
avvicinano a Gerusalemme.»
Donadoni rimase qualche istante in silenzio.
«E adesso, che fine faranno quei poveretti?»
«Questo è il motivo del mio viaggio al Cairo. Ho visto Sua
Eccellenza l'ambasciatore e abbiamo esposto la questione al
governatore della Libia, Italo Balbo. Balbo è contrario alla
discriminazione degli ebrei, quindi ci ha promesso che disporrà di
prolungare di due anni il permesso di residenza per quella gente. Poi si
vedrà!»
«Non capisco però che cosa c'entri in tutto questo la Germania» disse
Donadoni.
«Da Berlino sono ben contenti se qualcuno aiuta questi ebrei a
lasciare il Paese. Ma vogliono essere sicuri che non tornino più in
patria.»
«Ho capito. Ed è agghiacciante.»
«Per quanto riguarda la vedova di Hans Brunner, si tratta
probabilmente di un agente dei servizi segreti con il compito di tenere
d'occhio la faccenda. Ammesso che quella donna sulla sedia a rotelle
sia davvero la vedova Brunner» aggiunsi.
«E che mi dice di quel Lord Hamilton? Più ci penso, più mi convinco
che non sia nemmeno inglese! Sa che cosa mi ha risposto quella sera al
ricevimento dell'ambasciatore? Gli ho chiesto: “Di quale zona della
Gran Bretagna è originario, milord?”. E lui ride e mi fa: “La più bella!”.
Un po' evasivo, non crede?»
Scossi la testa, e quasi mi venne da ridere.
«Lavora per il Vaticano, se ho ben inteso. E comunque, dovrebbe
essere irlandese.»
«Lo dicevo, io!» esclamò Donadoni con soddisfazione, battendo il
pugno sul volante.
Mi resi conto che c'era un'ultima domanda nella mente del
professore, però ancora esitava a formularla.
«No, la Rosenheim non c'entra» lo prevenni indovinando il suo
pensiero. «Sembra che sia qui per volontà del Vaticano, perché suo
padre era un medico e conosceva il Segretario di Stato. L'idea è proprio
quella di farla uscire dalla Germania e dall'Europa sfruttando questa
spedizione. C'è il pretesto, credibile, che è stata allieva di Brunner,
quindi le hanno consigliato di venire subito qui al Cairo e aspettare che
la cosa prendesse forma. Pensano che quel suo fidanzato nazista prima
o poi scoprirà che è ebrea per parte di padre.»
Donadoni si zittì per alcuni istanti.
«Non lo sapevo. Questo in effetti spiega tante cose. Mi dispiace
davvero molto per lei, Borghesi.»
Mi sentii ferito, e un po' offeso, da quella frase.
«Perché si dispiace? Pensa che avere nelle vene sangue ebreo sia una
colpa?» obiettai.
Donadoni mi guardò mortificato.
«Ma no! Che va dicendo? Mi riferivo a lei. Se la Rosenheim è di
sangue misto, allora vi aspettano enormi ostacoli. I vostri figli non
potranno nemmeno studiare in Italia!»
Aveva ragione, purtroppo. Restammo a lungo senza dire altro, un
silenzio imbarazzato e triste.
Quando ormai non mancava più molto all'oasi di Bahariya, mi colse
una improvvisa stanchezza, forse per via del caldo, che il vento nella
vettura attenuava solo leggermente.
«Se vuole si può sdraiare dietro» mi suggerì il professore.
«Davvero non le spiace? Non è che poi viene sonno anche a lei?»
Donadoni fece una risatina.
«Non c'è pericolo, stia tranquillo!»
Quindi approfittai dell'offerta e passai dietro, cercando di
accoccolarmi come meglio potevo nello spazio lasciato libero dai nostri
bagagli. Misi la testa su una valigia di soli vestiti, morbida abbastanza
per il mio collo indolenzito. Un po' sballottato e parecchio accaldato,
mi addormentai quasi subito.
«Come va, ingegnere? Ha riposato beato come un bambino!»
Non avrei saputo dire quanto avessi dormito; però mi svegliai
piuttosto in forma, sudato da poter strizzare la camicia, ma comunque
rinfrancato. Era ormai buio: strano, pensai, per essere ancora
pomeriggio.
Donadoni scese e cominciò a buttar giù i nostri bagagli. Io lo seguii
con gesti lenti, rilassati: ma dopo qualche istante che mi guardavo
intorno, non fui più così sicuro di essere del tutto sveglio.
Mi sembrava che il villaggio dell'oasi di Bahariya, dove avevamo
deciso di trascorrere la notte, fosse identico alla nostra sistemazione a
Siwah, con le palme messe in fila esattamente in quel modo, e le casette
bianche...
C'erano un sacco di ragazzini, in giro, che formavano uno sciame
scalmanato in corsa e giocavano ad acchiapparsi fra loro: alcuni
egiziani, vestiti con lunghi pastrani a righe colorate, scalzi, scuri di
carnagione, i capelli neri corti e ricciuti; altri biondi, i calzoncini corti,
le scarpe coi lacci sciolti per il troppo correre.
Poi improvvisamente compresi. Vidi uscire dalla casa principale una
donna bionda di una bellezza incredibile, che non poteva essere altri
che Sissel. Mi guardai intorno, incredulo, e quindi fissai Donadoni che
continuava a scaricare i bagagli imperterrito. Mi urtò anche, quella sua
aria così spavalda, come se niente fosse.
«Ma scusi...» balbettai. «Qui siamo già a Siwah...»
Lui alzò le spalle senza smettere di sistemare le sue cose.
«E allora? Lei doveva andare a Siwah, no?»
Ero talmente sbigottito che non trovai niente da ribattere. Quell'uomo
era davvero incredibile: aveva guidato per tante ore di fila una jeep,
lanciata sulle piste sterrate del deserto, e non sembrava accusare il
benché minimo segno di stanchezza. Decisi che era meglio entrare in
casa dove gli altri, a quell'ora, stavano sicuramente cenando. Furono
molto sorpresi di vedermi, arrivato così in anticipo e da solo; o meglio,
con Sergio Donadoni e non, invece, con Lord Hamilton e l'avvocato
Crispolti. Spiegai brevemente che avevo accettato il passaggio dal
professore mentre gli altri sarebbero arrivati sull'autocarro la mattina
seguente.
Prima di mettermi seduto a tavola, trovai il modo di prendere da una
parte l'ingegner Stiegler e riferirgli le novità. Mi parve molto sollevato.
La Libia non era male, secondo lui. Certo, tutti loro avevano sperato di
arrivare il prima possibile a Gerusalemme; ma la notizia di avere la
casa e il lavoro garantiti per almeno due anni, benché in Libia, gli
sembrava pur sempre un buon risultato.
Concordammo fra noi di dire agli altri questo: le autorità avevano
stabilito di sfruttare al meglio il greggio, perciò era stato previsto un
tempo di permanenza di almeno un paio d'anni. Quindi le famiglie dei
tecnici si sarebbero trasferite a Tripoli, dal momento che non era certo
possibile far rimanere per due anni nel deserto gli anziani e i bambini. Il
trasferimento di tante persone avrebbe anche rassicurato i tedeschi, i
quali sarebbero stati contenti che prendessero la residenza in Libia. E
anche questa era fatta, pensai.
La cena fu incredibilmente allegra e distesa. Ma io, nervoso, non
facevo altro che guardare Sissel pensando in silenzio che sarei morto se
non avessi trovato il modo di baciarla subito. Purtroppo, non mi pareva
che l'occasione si presentasse. A poco a poco la compagnia si ritirò, e
anch'io in effetti cominciavo a sentire il bisogno di distendermi. Però
non riuscivo a trovare le mie sigarette. Pensai che dovevano essermi
scivolate fuori dalla tasca mentre stavo accoccolato nel retro della jeep.
Uscii dunque dalla casa. La notte era ormai avanzata, con quella luna
candida ed enorme, che nel cielo nero nero del deserto sembrava ancora
più maestosa. Mi diressi verso la vettura e mi resi conto con meraviglia
che c'era già Donadoni intento a caricare alcune cose. Era sgattaiolato
via dalla cena un po' in anticipo, e adesso armeggiava qualcosa. Vedevo
corde, due lampade ad acetilene, una borsa piena di attrezzi che
onestamente nemmeno avevo mai visto. E infine, appoggiato sul fondo
della jeep, c'era uno di quegli arnesi a leva che nel gergo degli
scassinatori si chiama “piede di porco”.
«E con quello che ci fa?» gli chiesi sbigottito.
Donadoni fece spallucce.
«Magari mi può servire per ammazzare qualche serpente nel
deserto!» mi rispose. E chiunque avrebbe capito che mi prendeva in
giro.
«Ma dove sta andando, a quest'ora?»
Lui non rispose, continuò invece ad armeggiare con i suoi utensili
rivolgendomi un vago sorrisetto. Poi improvvisamente realizzai.
«Ah, no! Questa poi no! Non vorrà mica entrare in quella tomba?»
esclamai fuori di me.
Forse l'energia con cui avevo protestato lo scosse, almeno un
pochino. Infatti si fermò un istante e mi disse, sempre in tono molto
ironico: «Mi sa che lei è un genio, Borghesi!».
Da quando gli avevo comunicato la nostra scoperta, da quando aveva
saputo che nel deserto occidentale giaceva una tomba millenaria in cui
nessuno aveva messo piede da tempo immemore, Donadoni non aveva
più avuto pace. E probabilmente non era riuscito a pensare ad altro per
tutto il tempo, assillato dalla smania di raggiungerla e aprirla.
«Ma è notte avanzata! Come farà a ritrovare il luogo?»
Donadoni alzò gli occhi in alto, verso la volta stellata che ci
sovrastava.
«Certo che è notte! Una notte magnifica, la più bella della mia vita!»
esclamò ridacchiando. Poi mi guardò con gli occhi di un esaltato, e mi
diede una bella pacca sulla spalla.
«Perché non si rilassa? Guardi lassù: un cielo così non lo vedrà mai,
in Europa. Ah, le notti d'Oriente!» disse allargando le braccia e
inspirando quell'aria come a volerla bere tutta, finché poteva, inebriato.
Io invece avevo i nervi al limite. E tutti continuavano a parlarmi
incantati delle notti d'Oriente, come se fossimo nella favola magica di
Sherazade e del sultano di Bagdad! Invece eravamo finiti in un brutto
guaio, del quale per fortuna cominciava a vedersi la fine. Ma non mi
pareva proprio che il professore sentisse ragioni. Infatti mi liquidò
sbrigativamente.
«Stia calmo, non mi perderò nel deserto. La Rosenheim mi ha
spiegato dove si trova la tomba con una precisione oserei dire
teutonica.»
Quelle parole mi colpirono. Non mi ero accorto che si fosse messo a
parlare con Sissel, durante la cena.
«Senta, Donadoni. Ragioniamo» cercai ancora di fermarlo.
«Vado a dare solo un'occhiata» mi rassicurò.
«Un'occhiata? Munito del piede di porco?»
Stavolta non mi rispose nemmeno.
«Per carità, lasci perdere! Andiamo tutti insieme domani, è più
sicuro.» Ma le mie parole non sembravano scalfire le sue intenzioni.
«Senta, Donadoni» ripresi, «mi sembra d'aver a che fare con un
bambino viziato. Ma non si rende conto che è pericoloso? C'è il
metano, là sotto. Non conosciamo a fondo la struttura del giacimento,
né se ci sono altre zone d'accumulo nei pressi della tomba. Lei rischia
di far saltare tutto in aria, e finire come il povero Brunner!» gli urlai
avendo ormai perso le staffe.
Lui si fermò, mi venne vicino, mi puntò il dito indice in mezzo al
petto.
«Com'è che direbbe il suo Duce, in un frangente come questo? Ah, sì:
“Me ne frego!”.»
E quindi girò i tacchi, salì sulla jeep e partì a razzo sulla pista
polverosa, inoltrandosi nel deserto. Rimasi per un bel pezzo lì
immobile, allibito, a guardarlo, anche quando era ormai scomparso
all'orizzonte.
Donadoni era matto da legare, su questo non c'erano dubbi. Ma io
avrei dato qualunque cosa per possedere metà del suo coraggio.
Ormai non mi restava altro da fare che tornare dentro. La mia
brandina sistemata a mo' di letto nel corridoio antistante la stanza dove
dormiva Sissel mi sembrava un nido di spine, e non riuscivo a prendere
sonno. Mi arrovellavo in una quantità di possibili congetture, tutte
formulate con il buon proposito di tranquillizzarmi, e tuttavia non mi
sentivo affatto meno in ansia. Una camera sotterranea scavata
quattromila anni fa, non certo un contenitore a tenuta stagna... una
cavità nel terreno, comunicante con l'esterno tramite le fessure della
botola... se il gas là sotto esisteva, in effetti doveva essersi già liberato
da un pezzo. Ma potevo esserne certo? Il gas si comprime senza troppa
difficoltà... e se quel genio pazzoide di Donadoni si fosse messo a
scavare, a dare colpi di piccone sulla roccia, avrebbe potuto anche
provocare un'incrinatura nei sedimenti rocciosi... la mia mente
farneticava e a un tratto fui colto dall'immagine di un vaso fragile e
incrinato nell'interno, che urtato da un colpo benché minimo
all'improvviso si fende irrimediabilmente, la spaccatura inesorabile che
corre rapidissima giù giù, dalla bocca sino al piede...
Dovevo essermi assopito in un faticoso dormiveglia popolato da
incubi, e fui contento di ritrovarmi di nuovo sveglio. Sospirai
rassegnato: non c'era nulla che potessi fare. Mentre cercavo invano di
riprendere sonno, sentii qualcuno che tamburellava sulle imposte della
finestrella. Chi poteva essere, a quell'ora della notte?
Nel chiarore del plenilunio riconobbi la faccia di Sergio Donadoni
che mi sorrideva facendomi segno di uscire. Grazie al Cielo... ormai
avevo imparato che discutere con lui era soltanto fatica sprecata, perciò
mi infilai i pantaloni e mi buttai addosso un maglione di lana.
Il professore mi aspettava con la schiena appoggiata al muro, sulla
faccia un'espressione di soddisfazione suprema. Mi ricordava un
geografo del passato, di quelli che s'imbarcavano per anni veleggiando
sui sette mari, oppure un esploratore audace che avesse appena scoperto
un continente sconosciuto.
«È proprio la tomba del sommo sacerdote Potifar!» affermò con lo
sguardo febbricitante di gioia.
«Sono contento per lei. Vedo che non ci sono stati incidenti, per
fortuna. Adesso vada a dormire, diavolaccio d'uomo!»
Donadoni sorrise.
«Dormire? Ma che dormire! Vada a chiamare la Rosenheim,
piuttosto!»
Lo fissai stralunato.
«Chiamare la Rosenheim? Ma è impazzito?» Mi resi conto però che
la mia era una domanda stupida. Donadoni era sicuramente matto, per
quanto di quella follia incontenibile, allegra e creativa che contrassegna
senza dubbio la tempra del genio.
«Guardi che l'ho svegliata solo per questo» precisò risentito. «Ho
aspettato a inoltrarmi nella tomba perché voglio portare la Rosenheim
laggiù, ma non mi sembra il caso di andarci con lei da solo. Su, la vada
a svegliare, si sbrighi...»
Non potevo fare a meno di apprezzare la delicatezza del professore,
ma l'idea di recarmi là sotto nel cuore della notte continuava a
sembrarmi assurda.
«Lei è davvero un bell'egoista» mi disse con enfasi quando si accorse
che ero contrariato, «non riesce a immaginare quale emozione possa
rappresentare per un'egittologa entrare in una tomba pressoché
inviolata, prima che l'aria nuova la invada e cambi per sempre
l'atmosfera delle cose?»
«L'atmosfera delle cose?»
«Certo! Persino i colori degli affreschi cambiano, dopo un po' che
una tomba è stata riaperta.»
Quello che Donadoni diceva non aveva niente a che fare con le
valutazioni razionali e scientifiche secondo le quali ero abituato a
vivere io. O forse aveva ragione lui: ormai avevo capito che il
professore faceva sempre riferimento a un mondo romantico fatto di
verità che non potevano essere dimostrate, e nemmeno completamente
descritte, ma solo percepite. Quindi mi limitai a una timida obiezione.
«Non possiamo almeno andarci domani, quando è giorno?»
Donadoni sbuffò, impaziente.
«Visto che non capisce, adesso la sveglio io, e vado da solo con lei»
ribatté risoluto.
L'idea che lui scendesse da solo in quella tomba con una donna come
Sissel mi tolse dalla testa ogni altro dubbio. Mi diressi rassegnato sotto
la finestrella della stanza che divideva con quella strega di Olga
Brunner, e cominciai a chiamarla piano.
Dall'interno mi arrivò il suono meccanico di uno scatto, e un brivido
mi attraversò la schiena. Immaginai che Olga Brunner dormisse con
una rivoltella sotto il cuscino e che, svegliata all'improvviso, l'avesse
appena caricata.
«Dottoressa Rosenheim...» dissi sollevato quando vidi il bel viso di
Sissel apparire da quella feritoia. Le davo del lei, nel caso Olga Brunner
ci stesse ascoltando. «Venga fuori. C'è una cosa di cui le vorrei
parlare.»
Sissel ci raggiunse dopo pochi minuti. Portava ancora i pantaloni, per
fortuna, e una camicia di lino leggero sulla quale aveva buttato il suo
scialle di lana. Si sorprese nel vedere Sergio Donadoni, e mi resi conto
che i suoi occhi erano stati attraversati da un balenio di delusione:
doveva aver sperato che la cercassi io, e nessun altro.
Decisi di non recitare la commedia davanti al professore, che tanto
ormai sapeva tutto sia della missione segreta, sia dei miei sentimenti.
Quindi mi rivolsi a lei dandole tranquillamente del tu.
«Sissel, il professore ha aperto la tomba.»
L'espressione triste e delusa del suo bel viso svanì immediatamente
lasciando il posto a qualcosa di diverso. Il suo sguardo brillò di una
luce accesa, forse addirittura esaltata, simile a quella che avevo visto in
Donadoni poco prima. Ne provai un intenso sollievo; e tuttavia, da quel
momento, sentii che la mia persona aveva come perso qualunque
importanza ai suoi occhi.
«È di Potifar?» gli chiese emozionata.
«Certo. E non è stata svuotata dai ladri» le rispose lui, eccitato.
«Hanno solo provato a frugare portando via qualcosa di piccole
dimensioni, che si potesse trasportare.»
«La scultura d'oro con la famiglia di Zafnat-Paneach poi ritrovata da
Brunner» dissi io. Ma nessuno badò a me. Sissel lanciò uno sguardo
deciso al fuoristrada che Donadoni aveva parcheggiato davanti alla
casa.
«Che aspettiamo?» gli chiese risoluta.
Quindi non ci fu più dubbio che a quel punto dovessimo partire tutti.
ZAFNAT-PANEACH

E Mosè portò le ossa di Giuseppe con sé, il quale aveva fatto giurare
solennemente agli israeliti: «Certamente Dio vi visiterà, e allora porterete con voi
le mie ossa via di qui».
Esodo, 13, 19-20.

Durante il tragitto Donadoni e Sissel parlarono senza sosta fra loro di


argomenti risalenti al Medio Regno. Avrei anche gustato la loro
conversazione se mi avessero degnato di uno sguardo, e se non fossi
stato così geloso. Si erano completamente disinteressati a me: se per
caso fossi caduto dalla jeep, non se ne sarebbero nemmeno accorti, e
comunque ero sicuro che non si sarebbero fermati a raccogliermi.
Perlomeno parlavano in italiano, così potevo seguire più facilmente
quanto dicevano, le orecchie tese a cogliere qualunque sfumatura mi
apparisse sospetta. Donadoni non era certo il classico cascamorto che si
mette a fare il galante con la bella studiosa... ma certo si trattava di un
uomo giovane e piacente, e Sissel era una donna da far resuscitare i
morti. Nel dubbio, tenevo bene in mente il detto francese: à la guerre
comme à la guerre... insomma, non mi fidavo affatto.
Arrivammo sul posto che era ancora notte fonda, una notte nerissima
illuminata da quella luna prepotente che ormai avevo imparato a
conoscere, così come il freddo pungente del deserto a quell'ora.
In meno di un'ora, durante la sua prima ricognizione, Donadoni aveva
abilmente rimosso la grande lastra di pietra che chiudeva l'imbocco
della tomba, sulla quale per millecinquecento anni aveva troneggiato
l'obelisco sacro di Sekht-am. Adesso la pietra era lì, spostata solo
quanto basta per far entrare una persona. Mi chiesi come poteva aver
fatto, tutto da solo, per quanto aiutato dal piede di porco.
Affacciandoci con le lampade, scoprimmo lì dentro una gradinata di
ripidissimi scalini che si perdevano nell'oscurità.
«Sarà meglio andar giù all'indietro, come se scendessimo una scala di
legno» suggerì Donadoni, dando per scontato che il primo sarebbe stato
lui. Lo seguivo io, e per ultima Sissel, in modo che potessi sorreggerla
qualora avesse perso l'equilibrio.
Ci ritrovammo in uno stretto andito. La nostra guida sollevò la
lampada, illuminando un muro di mattoni intonacati dove era stata
praticata una breccia larga a sufficienza da fare entrare una persona
accovacciata.
«È il pertugio aperto dai profanatori al tempo di Cornelio Gallo» ci
spiegò. Poi alzò la luce più in alto, inquadrando un piccolo bassorilievo
che sembrava fatto di stucco.
«E guardate qui!»
Sissel quasi si lanciò su quel primo ritrovamento e ne seguì le linee
con le dita, emozionata.
«Ma non è possibile!» esclamò incredula.
«Qualcuno vorrebbe degnarsi di spiegarmi cosa succede?» domandai
stizzito.
Sissel si voltò verso di me e mi rivolse un sorriso radioso.
«È il sigillo della necropoli reale di Tebe. Guarda, c'è il dio Anubi,
signore dei morti, che domina nove prigionieri. Sarebbe del tutto
normale trovarlo sul sigillo delle tombe, solo che...»
«Solo che qui non siamo a Tebe» la interruppe Donadoni. «Forse è
una prerogativa.»
«Una... prerogativa?» gli feci eco.
Donadoni rivolse un gesto cavalleresco alla sua collega, come a dirle:
“Prego, mademoiselle!”. E Sissel lo ricambiò con un lampo di
gratitudine negli occhi, che a dire il vero non mi piacque per niente.
«Una prerogativa è un diritto, un privilegio che spettava a certi
dignitari e al quale non volevano rinunciare» mi spiegò. «Il sommo
sacerdote di On evidentemente aveva diritto a essere sepolto a Tebe,
nella necropoli reale, dove riposavano i faraoni e tutti i grandi del
regno. La sua tomba deve averla fatta scavare il genero Giuseppe, e per
qualche motivo particolare non lo seppellì a Tebe, ma qui, nel deserto
occidentale. Però volle porre ugualmente sulla porta il sigillo della
necropoli reale, per mostrare che Potifar conservava in ogni caso il suo
diritto.»
«Grazie» mugugnai, ancora un po' risentito.
Donadoni ci fece segno di abbassarci e di seguirlo; poi si infilò
dentro la breccia aperta nel primo secolo avanti Cristo dai ladri.
«Procediamo. Non mi sembra ci siano pericoli.»
Io avevo qualche riserva, ma lui era già passato oltre, e avrei fatto di
tutto pur di evitare che Sissel mi giudicasse un codardo.
La tomba ci restituiva nella profondità del terreno l'eco dei nostri
passi, delle brevi parole, di ogni singolo suono. Il che mi incuteva un
certo timore. Ma il tragitto fu breve: arrivammo in una stanza dal
soffitto alto almeno tre metri, interamente affrescata, con colori che la
lampada rivelava, nonostante il tempo, nel loro splendore. Figure
enormi di dee e antichi sovrani si susseguivano di profilo, nella loro
ieratica, eterna processione verso il mondo dell'aldilà. Riconoscevo,
guidato da Sissel, la dea Maat che pesava le anime sulla sua infallibile
bilancia, e poi la mummia del vecchio Potifar portata per mano da
Osiride lungo il suo viaggio ultraterreno. E ancora, scene di culto nel
Tempio di On, immagini di vita familiare, splendide ancelle curve a
lavare nel fiume, in un boschetto di flessuosi papiri. I colori mi
sorpresero più di tutto, colori forse ancora più vividi di quando erano
stati dipinti: rosso, ocra, verde scintillante, e un azzurro così lucente che
quasi feriva gli occhi.
Sul pavimento della stanza c'erano casse di legno finemente dipinte,
che si rivelarono contenere vestiti; e poi mobili intarsiati di ebano e
avorio, tavolini da gioco, la riproduzione fedele di una barca
cerimoniale, di quelle che usava il sommo sacerdote Potifar per solcare
le acque sacre del Nilo... a un primo sguardo valutai che ci sarebbe
voluta almeno una settimana solo per inventariare tutte quelle
meraviglie, e due per fotografarle.
«Dobbiamo assolutamente trovare il modo di allestire una camera
oscura» suggerì il professore, e ci indicò una porticina sul fondo della
stanza.
Sissel lo guardò con un entusiasmo tale che mi ribollì il sangue nelle
vene.
La porta, più stretta nella parte superiore, e alta poco più di un metro
e mezzo, immetteva in un nuovo corridoio, anche questo piuttosto
angusto, scavato nella roccia, che ci condusse in un'altra stanza, un po'
più piccola della prima. Era anch'essa completamente decorata: il
soffitto, blu oltremare come un lapislazzulo, brillava di infinite, minute
stelle. Un fulgore accecante, irreale.
Donadoni issò la lampada verso il soffitto e in quel momento ogni
dubbio si dissolse.
Nel centro di ciascuna stella si trovava un piccolo triangolo d'oro
massiccio. «Ecco spiegata l'incredibile luminosità della volta»
commentò soddisfatto.
E la sensazione di trovarsi preda di un incantesimo, in un luogo
fatato, era accresciuta dalle pareti, che sino a un metro di altezza erano
di uno splendido colore azzurro, effetto della polvere di turchese, che
nell'immaginario figurativo dell'artista doveva riprodurre il fluire sacro
del Nilo. Elegantissimi papiri e fiori di loto si levavano da terra
ripiegando le loro chiome sull'acqua, mentre una processione di uomini
e donne di divina bellezza suonavano l'arpa, offrivano cibi dentro cesti
intrecciati, o si dedicavano a varie attività quotidiane.
«Di cosa si tratta?» chiesi, più che altro per rompere il silenzio.
«È una scena dell'oltretomba. Non del tutto normale, però» mi
rispose Sissel, che sembrava perplessa.
«Lo penso anch'io» aggiunse Donadoni. «Queste scene gioiose sulle
rive del Nilo rappresentano l'aldilà, una felice terra dove gli uomini
godono la vita ultraterrena. Tuttavia, non vi compaiono le divinità
tradizionali dell'antico Egitto. Mi chiedo che fine abbiano fatto...»
Sissel si fece passare la lampada, che portò in alto, inquadrando un
bagliore improvviso e molto intenso.
«Ecco il motivo» disse trionfante.
Al centro della parete, poco sotto il soffitto, splendeva un disco d'oro
lucente, di almeno un metro di diametro: era il centro di un grande sole,
i cui raggi scendevano sulle altre figure, come ad abbracciare le
immagini di tutte quelle persone. Ogni raggio terminava con una
piccola mano, la quale stringeva uno scettro e la croce ansata, il mistico
ankh, simbolo della vita.
«Ma è uguale al sole che si trova sul trono di Tuthankamon» esclamai
entusiasta.
Sissel mi guardò finalmente con un'espressione ammirata e di
complicità.
«E questo è incredibile, in effetti. Potifar era sommo sacerdote del
dio Amon-Rah: ma quel simbolo, per quanto sappiamo, è più tardo»
commentò Donadoni. «Fu inventato dal faraone eretico Akhenaton per
rappresentare il suo dio unico Aton, quando introdusse la riforma
religiosa e impose il monoteismo al popolo d'Egitto.»
Sissel continuava a guardarsi intorno e scuotere la testa.
«Qui tutti gli oggetti sembrano più antichi dell'epoca di Akhenaton» e
si diresse verso la parete opposta, sulla quale aveva notato un disegno
ovale con una serie di geroglifici disposti ordinatamente. Ci puntò il
dito sopra. In quell'ovale, che mi spiegarono essere un cartiglio, si
vedeva una piccola coppa, a forma di semicerchio, sormontata da una
palla composta di due sfere concentriche, poi seguita da una piccola
testa di leone isolata dal corpo come se fosse la sommità di uno scettro.
Infine, venivano due sagome uguali a due mezzi cerchi, messi l'uno
sopra l'altro.
«Nebphetira» sillabò lentamente Sissel. E poi, sempre scorrendo con
il dito, lesse: «Signore delle Due Terre».
Si voltò pensosa verso di noi. «È proprio il faraone Amosis I, senza
dubbio. È stato sempre sostenuto che la vicenda di Giuseppe l'ebreo si
era svolta sotto Amosis I» concluse soddisfatta. Poi indicò un altro
cartiglio.
«Ecco, qui c'è anche il nome di Amenhotep, successore di Amosis.»
«Dunque, Potifar fu sommo sacerdote sotto il regno di Amosis e in
quello seguente» suggerì Donadoni.
Sissel rimase a riflettere in silenzio per alcuni minuti.
«In alcune iscrizioni, Amenhotep porta il titolo di “Sovrintendente
delle oasi”. Sappiamo che condusse una lunga campagna militare, e in
seguito ad essa le oasi del deserto libico che si erano ribellate furono
reintrodotte nel territorio del regno.»
Donadoni si sfregò il mento.
«Ecco quindi come ci è finito il Gran sacerdote Potifar nell'oasi di
Siwah. Forse aveva seguito il faraone durante la campagna militare.»
«E fu qui che scoprì il petrolio» aggiunsi io.
Donadoni fece un'espressione al contempo perplessa ed entusiasta.
«Bisogna considerare un fatto: Abramo veniva dall'antica città di Ur,
che si trova alla confluenza dei due fiumi Tigri ed Eufrate, presso il
golfo Persico. I popoli della Mesopotamia erano in grado di identificare
i luoghi dove il greggio affiora in superficie, e sappiamo che ci
immergevano rami secchi con cui confezionavano torce. I discendenti
di Abramo, gli ebrei capitati in Egitto...»
«Riconoscevano senza dubbio la presenza di rocce petrolifere!» lo
interruppi, contagiato dal suo stesso entusiasmo.
«Ma resta comunque molto strano» insisteva Donadoni. «Qui siamo
ancora quasi duecento anni prima di Akhenaton e della riforma
monoteista. In un contesto del genere, questo simbolo del sole come dio
unico non c'entra niente.»
Alzai le spalle. Non capivo perché si accanissero tanto su un
problema che a me, tutto sommato, pareva irrisorio.
«Forse non l'ha inventato Akhenaton, quel simbolo del sole. Forse era
più antico» dissi così, tanto per dire, buttando lì la ragione più ovvia e
banale che mi veniva in mente.
Notai che entrambi mi fissavano come se avessi appena fatto una
rivelazione. E quindi tornarono a guardarsi fra loro.
«Evidentemente, bisognerà accettare questo dato...» disse Sissel.
«Anche se sconvolge il nostro sistema di conoscenze sulla religione
dell'antico Egitto. Del resto, i nomi di Amosis I e Amenhotep qui si
leggono chiaramente...»
«C'è un'altra cosa ancora più strana» aggiunse Donadoni.
E condusse la lampada che teneva Sissel verso il fondo della stanza
rimasto nell'oscurità. Allora ci apparve un piccolo vano di legno
intarsiato, ornato da eleganti colonne il cui capitello imitava la forma
sinuosa del fiore di loto in boccio. Somigliava a una piccola casa, ma
fatta interamente di materiali preziosi. Al centro, si vedeva una porta
rivestita di bronzo con il chiavistello chiuso, e dal bagliore che si
sprigionò quando vi indirizzammo la luce, capimmo che doveva essere
fatto d'oro. Vidi che Sissel sussultava per l'emozione, e confesso che in
quel momento invidiai la sua passione.
«Lì dentro c'è la mummia!» esclamò eccitata come una bambina.
Donadoni inquadrò un altro piccolo sacello posto di fianco al sacrario
di legno intarsiato: questo secondo oggetto somigliava più a una grande
cassa, anch'essa di legno nero, sopra la quale troneggiava una figura di
ebano raffigurante il dio sciacallo Anubi seduto, custode nei millenni
del sonno del Gran sacerdote.
«Che cosa indossa?» chiesi indicando una specie di paramento che ne
copriva la figura.
«È un drappo di lino finissimo» spiegò Donadoni. «Un drappo
funebre.»
Esitai un breve istante, però mi fu impossibile resistere: allungai la
mano per toccarlo, con la stessa delicatezza che avrei usato per sfiorare
l'ala di una farfalla. La stoffa era intatta, e sotto le mie dita la sentii
consistente nella sua leggerezza, come se fosse stata poggiata lì soltanto
il giorno prima.
Nel sacello sormontato dal dio Anubi si trovavano i vasi canopi,
rigorosamente sagomati nella forma delle divinità tutelari che
presiedevano al rito della mummificazione. I vasi contenenti le viscere
dei defunti. Poco distanti, giacevano sul pavimento dei piccoli remi, la
cui posizione aveva un significato simbolico e rituale.
«È questa la cosa più strana» insisteva Donadoni. «Gli usi
cerimoniali della sepoltura ci sono tutti, così come li conosciamo. Ma
qualcosa decisamente non quadra» e si avviò verso la porta del sacrario.
Quando la aprì, ci trovammo in una stanzetta più piccola con le pareti
interne completamente dipinte. E nel centro, solo e maestoso, si trovava
un grande sarcofago di pietra bianca, decorato con l'immagine del
defunto. Ai suoi piedi era stata poggiata una corona di foglie e di fiori
che conservavano ancora un colore vagamente celestino.
«Sono ninfee azzurre del Nilo» disse Sissel a voce bassa. «Un
simbolo d'immortalità.»
A quel punto mi sentii preda di un'emozione profonda: non ero un
archeologo, ma uno straniero, arrivato in quel luogo da un tempo assai
lontano, e avevo in sorte la possibilità di penetrare nella vita di un'altra
persona, solcare quell'aria sigillata millenni prima, intatta, la stessa che
un tempo avevano respirato i sudditi devoti e i parenti in lacrime.
Donadoni portò la lampada all'altezza di quel volto millenario.
Potifar doveva essere piuttosto vecchio, quando morì. L'artista aveva
ritratto fedelmente le rughe della fronte; eppure la sua immagine aveva
qualcosa di ineffabile. Chiuso nel suo sonno immortale di antica pietra,
l'augusto vecchio riposava sereno, come se lo scorrere di quasi
quattromila anni non fosse un fatto che lo potesse riguardare. E c'era
un'espressione di beatitudine ritratta sul suo volto addormentato.
Restammo a lungo immobili e muti, incapaci di parlare. Io recitai nella
mente la preghiera dell'eterno riposo, mi venne naturale.
«Non tocchiamo il sarcofago» ci intimò Donadoni. Capivo che stava
facendo un'indicibile violenza su se stesso, però era deciso a sacrificare
la propria curiosità.
«Non tocchiamo niente» ripeté. «So che vi chiedo un sacrificio
enorme, ma lasciandoci prendere dalla foga rischieremmo di causare
danni incalcolabili, di distruggere per sempre prove storiche uniche al
mondo.»
A me l'idea di aprire il sarcofago non era nemmeno passata per la
testa. Sissel annuì, ma era assorta in qualcos'altro. Si guardò intorno, si
avvicinò a una parete: faceva scorrere il dito su alcuni geroglifici incisi
nella pietra. Qualcosa non la convinceva, però, e allora ci ripassò sopra
la mano una seconda volta. Ma nemmeno adesso era contenta.
Sembrava quasi che fossero le sue dita, toccando, a leggere quei segni,
più che gli occhi e la mente.
«Non capisco» mormorò, molto perplessa.
Donadoni strinse le labbra in una smorfia dubbiosa. «Infatti»
commentò laconico.
«Che succede?» chiesi, irritato per essere stato ancora una volta
escluso da quel loro dialogo criptico.
Sissel mi guardò confusa.
«Sono preghiere tratte dal Libro dei Morti, del quale vi è traccia già
nell'Antico Regno. Le formule augurano al defunto che viva in eterno e
che la sua anima, compiuto il viaggio, possa diventare tutt'uno con il
dio Rah. Però manca qualcosa...»
Fu Donadoni che proseguì la frase, come se lei non avesse il coraggio
di andare avanti.
«Mancano le invocazioni alle divinità che devono guidare il cammino
nell'oltretomba. C'è unicamente questo passo, tratto dal capitolo
quindicesimo. Ma è soltanto uno stralcio, il capitolo in realtà è molto
più lungo. In se stesso sarebbe un inno di gloria per Amon-Rah, però...
manca quasi tutto.»
E cominciò a recitare:
Tu, Divinità Unica, regnavi di già in Cielo
in un'epoca in cui la terra e le sue montagne
non esistevano ancora...
Tu, il Veloce! Tu, il Signore! Tu, l'Unico!
Tu, il Creatore di tutto ciò che esiste!
All'alba dei tempi.
Calò un lungo silenzio fra noi, durante il quale i due studiosi
riflettevano cupi e io rimanevo lì come uno stupido, senza capire nulla.
«Che cosa c'è di strano in tutto questo?» chiesi allora con impazienza.
«È come se il sommo sacerdote potesse fare a meno di quelle
divinità, e la sua anima fosse capace di raggiungere il sommo dio Rah
per forza propria, viaggiando da sola.»
A me non sembrava che la cosa fosse poi così tanto strana. Ma Sissel
mise di nuovo la mano su un punto preciso del sarcofago.
«E qui c'è questa scritta curiosa...»
«L'ho vista anch'io» la interruppe Donadoni. «Dice: “Risorga Petefra,
sacerdote di On, che servì il faraone e suo figlio il Signore di gloria
onorando il nome di...”» e quindi si fermò, restando improvvisamente
in silenzio.
«Quale nome?» chiesi io.
Fu Sissel a rispondermi.
«Non lo sappiamo. Subito dopo vengono quattro segni che non riesco
a decifrare. Non sembrano nemmeno geroglifici, a dire il vero.»
«Già, sono strani» commentò Donadoni. «Io non li ho mai visti.»
Sentir nominare quella sequenza di quattro segni indecifrabili mi fece
scattare qualcosa nella testa.
«Saranno i quattro geroglifici che Brunner aveva decifrato...» dissi un
po' esitante. «Se il papiro studiato dal professore si riferisce a Siwah,
forse parla della stessa cosa.»
Sissel e Donadoni, insieme, puntarono gli occhi su di me, con
l'espressione di chi guarda un perfetto idiota che ha appena avuto
un'idea geniale.
«Potrebbe anche avere una sua logica, in effetti» disse lui per primo.
«Qui appaiono diversi, a dire il vero, però potrebbero davvero essere
gli stessi... del resto va messo in conto che scolpire segni sulla pietra
non è come dipingere con l'inchiostro sul papiro» gli fece eco lei.
Quindi si curvarono all'unisono su quella sequenza di segni arcani.
«Secondo il professor Brunner, la scritta di quel papiro diceva
qualcosa di questo genere: “Il luogo della potenza giace sotto l'obelisco
innalzato per...”, e poi quei segni, di cui non mi ha mai voluto rivelare
nulla.»
Donadoni fece scorrere le dita su quelle oscure parole di pietra.
«Sono tanto semplici. Troppo, per dirla tutta. Non sembrano
nemmeno ideogrammi, come gli altri geroglifici. Somigliano più ad
antichissimi segni alfabetici.»
Sissel spalancò le braccia.
«Infatti! Se non fossimo in una tomba egiziana della diciottesima
dinastia, penserei piuttosto a una scrittura fenicia arcaica, addirittura
primordiale...»
«Quando fu inventato l'alfabeto fenicio?» chiesi.
«Non si sa di preciso. Per convenzione si pone a circa mille anni
prima di Cristo, ma in realtà non è vero. Sappiamo che deriva da un
altro alfabeto molto più antico che circolava in Medio Oriente secoli
prima, chiamato proto-cananaico.»
«Cananaico? Ma ha qualcosa a che vedere con la terra di Canaan?» li
incalzai.
«Sì, la terra di Canaan indicava proprio il Medio Oriente, la zona dei
fenici...»
All'improvviso le parole gli mancarono. Rimase muto, immobile, gli
occhi fissi nel vuoto. Sissel invece si accasciò su quella scritta come se
le gambe le avessero ceduto.
«Ma che vi prende?» chiesi allarmato, senza ottenere risposta.
Adesso i due fissavano quei segni sulla pietra con un'avidità per me
incomprensibile. E il mio senso di inadeguatezza si mescolava alla
gelosia che mi ribolliva dentro, vedendoli così complici, vicinissimi,
tanto da sembrare quasi sul punto di baciarsi.
«Ragioniamo con calma» mormorò il professore. «Non ci facciamo
prendere dall'agitazione...» Ma vedevo che la mano gli tremava.
«Brunner aveva dato a questi segni il valore di una sequenza
numerica» disse lei. Non l'avevo mai vista tanto inquieta. «Aveva
scritto il numero 10565.»
Donadoni si fece paonazzo.
«Ma certo!» esclamò. «Però non è una data... è piuttosto una banale
sequenza. Dieci, cinque, sei, e ancora cinque...»
Sissel si passò una mano sulla fronte. Non mi sarei stupito di scoprire
che in quel momento avesse la febbre alta.
Donadoni scoppiò a ridere, come per sfogare la tensione e l'emozione
fortissima di quel momento.
«È evidente, come abbiamo fatto a non pensarci prima...?» continuò,
quando si fu un po' calmato, espirando lentamente. «Dieci, cinque, sei,
e ancora cinque... ma che stupidi, tutti quanti!»
A quel punto mi accostai e guardai anch'io quei segni così misteriosi.
In effetti sembravano disegni molto più semplici e lineari rispetto alla
complessa bellezza dei geroglifici circostanti, come piccole figure
accuratamente disegnate e poi scolpite nella pietra. Il primo di quei
simboli arcani sembrava una “effe” latina, ma scritta al contrario, come
vista attraverso uno specchio, e con tre piccole aste orizzontali invece
di due. Poi veniva una “ipsilon” - questa si riconosceva facilmente.
Quindi ancora quella “effe” tracciata al contrario con tre linee, e infine
un segno che sembrava sempre una strana “effe”, però si presentava
leggermente obliquo e aveva sulla destra una zampetta rialzata verso
l'alto.
Ci fu un attimo di silenzio in cui pensai che Sissel e Donadoni non
respirassero più. E mi sembrava quasi di poter sentire i loro cuori che
battevano all'impazzata.
«La prima lettera sembra quasi una “iod”» disse il professore con la
voce rotta dall'emozione.
«Quella che pare una “effe” con tre barre?» chiesi io.
Sissel mi sorrise bonariamente. «No, da questa parte» disse
appoggiando il dito su quel segno. «Le scritture orientali si leggono al
contrario, da destra verso sinistra.»
Poi rimasero ancora qualche istante in assoluto silenzio.
«La seconda sembra proprio una “he”» continuò lui.
Sissel fece un respiro lungo, e un altro ancora, come se volesse
imporsi di mantenere la calma.
«Poi, una specie di “waw”» aggiunse.
«Quindi un'altra “he”» concluse Donadoni.
E si guardarono negli occhi, increduli, con un'espressione che
diventava sempre più luminosa e felice, finché scoppiarono a ridere.
«Mi fate capire qualcosa?!» protestai.
Donadoni continuò a ridere finché i suoi nervi tesissimi non si furono
del tutto acquietati. «È semplice...» disse alla fine. «Spaventosamente
semplice.»
«Ma io non ho capito lo stesso» feci notare stizzito.
Sissel mi mise una mano sul braccio. Era gelida e tremava. Ma nei
suoi occhi leggevo un entusiasmo incredibile.
«Se è davvero scritta in lettere fenice come sembra, questa sequenza
si legge: “I-he-wau-he”. Hai capito, adesso?»
Aggrottai la fronte.
«È il nome di Yahwè! “Io sono Colui che è.” Il famoso tetragramma
sacro degli ebrei, quello che Mosè disse di aver sentito pronunciare
dalla voce nel roveto ardente.»
Ammetto che quelle parole mi lasciarono di stucco.
«In fondo era addirittura banale» commentò Donadoni quasi
rimproverandosi da solo. «Ogni lettera dell'alfabeto ebraico equivale a
un numero. Per questo Brunner aveva tracciato una sequenza di numeri,
lasciando un valido indizio della sua scoperta, pur senza rivelarla.»
«Ma tutto ciò è assurdo» obiettai sbigottito. «E se davvero era facile
come dite, perché nessuno a parte Brunner l'ha capito?»
Donadoni e Sissel si guardarono un po' confusi. Forse si stavano
ponendo la stessa domanda.
«Io sono stata depistata dal professor Brunner, che ha sempre parlato
di ideogrammi, poi mi ha mostrato quel numero...» ammise
candidamente. «E probabilmente, a mia volta, devo aver depistato gli
studiosi dei Musei vaticani. Nelle mie lettere, nelle mie conferenze, ho
sempre parlato in buona fede di geroglifici non conosciuti.»
Poi si voltò verso Donadoni, il quale, forse sentendosi ferito nel suo
orgoglio di studioso, si affrettò a replicare: «Ah, quanto a me, non mi
sono mai potuto applicare a un esame di quel papiro!».
La sua espressione mi fece sorridere. «Quel Brunner, che razza
d'imbroglione...» scherzai.
«Amico, non dimentichi che quell'uomo lavorava nel cuore dello
Stato nazista» mi disse rabbuiandosi. «Immagini cosa sarebbe accaduto
se qualcuno avesse capito che stava studiando le origini del popolo
d'Israele!»
«Quindi...» balbettai mortificato.
«Quindi l'ebreo Giuseppe non portò in Egitto solo la sua saggezza»
continuò lui.
«Certo, non possiamo esserne sicuri» aggiunse cautamente Sissel.
«Bisognerà cercare ancora, trovare altre prove.»
«Ma il nome di Yahwè su quel sarcofago è scritto» ribatté il
professore.
Rimanemmo tutti in silenzio per qualche istante.
«Ecco perché questa stanza funebre è priva di tutte le divinità del
pantheon egiziano» soggiunse Sissel. «È il motivo per cui mancano
anche i numi protettori dell'oltretomba, che si trovano invocati nelle
formule del Libro dei Morti.»
«Potifar evidentemente aveva aderito al culto di suo genero
Giuseppe» le rispose Donadoni. «E questo spiega anche il contenuto di
quell'urna appartenuta a Cornelio Gallo. Il governatore romano fece
rimettere a posto le cose sacre rubate dai ladri che avevano cominciato
a profanare la tomba, però non poté resistere alla bellezza dell'anello
trovato lì dentro, quello della dea Istir.»
Sissel si guardò il dito sul quale per un po' di tempo aveva portato
l'inestimabile gioiello.
«In effetti, non si può resistere» ammise con gli occhi lucidi.
«Il culto della dea Istir era molto sentito nella città di Ur, da cui
provenivano i primi ebrei arrivati in Palestina con Abramo. In fondo,
fra l'epoca di Abramo e quella di Zafnat-Paneach passano solo trecento
anni, all'incirca. Forse al tempo di Giuseppe la dea si venerava ancora,
sebbene gli ebrei si fossero già incamminati sulla strada del
monoteismo. In fondo, è solo con Mosè che la religione di Yahwè come
Dio unico per loro diventa assoluta» ragionò il professore.
«Non è poi così strano se in Egitto il culto della dea Istir trovò un
gran seguito. Si poteva associare facilmente a Iside, la divinità
femminile più amata, e...» Sissel si interruppe. Alzò lo sguardo e
intravide qualcosa che catturò la sua attenzione. Poi sollevò il braccio e
indicò un'altra piccola porta sul fondo della stanza.
«Un ripostiglio?» chiese a Donadoni.
Il professore per tutta risposta si precipitò alla porticina. Si curvò,
poiché era piuttosto bassa, e con la maggiore cautela possibile cominciò
ad aprire il chiavistello. Il legno prese a scheggiarsi e alcuni pezzi
caddero a terra. Donadoni moltiplicò le sue attenzioni e dopo alcuni
minuti riuscì ad aprire la porta senza che finisse interamente in
frantumi. Un secondo dopo si era infilato in un altro locale adiacente.
Feci capolino con la testa. «Che c'è dentro?»
«È assolutamente vuota.» Indirizzò la lampada verso il soffitto: il
vano aveva le pareti molto più basse della camera funeraria, ed era
lungo e stretto. Un locale capiente, privo di qualunque decorazione e
con i muri appena sbozzati nella nuda pietra, tanto che i segni del
piccone erano ancora visibili.
«Sembrerebbe un magazzino» notò Sissel.
Donadoni taceva e meditava.
«Ma che senso ha collocare un magazzino quaggiù?» gli chiesi
curioso. «Un magazzino nel deserto, che cosa dovrebbe contenere?»
Donadoni fece una smorfia dubbiosa e percorse la stanza fino alla
parete opposta. Qui alzò ancora la lampada e illuminò una discontinuità
nel muro. Si trattava di un passaggio, ma era completamente ostruito da
pietre.
«Dobbiamo liberarlo?» chiesi d'impulso.
Donadoni scosse la testa e tornò verso di noi.
«Forse non serve. Ho idea che quello sia il punto di accesso al
ripostiglio.»
«Ripostiglio?» domandò Sissel.
«Il ripostiglio in cui Zafnat-Paneach nascose tutte le ricchezze che
aveva accumulato. L'oro che aveva messo da parte per i suoi
discendenti, i figli d'Israele che un giorno sarebbero ritornati nella terra
di Canaan.»
L'espressione di Sissel, dapprima incredula, si trasformò lentamente
in un sorriso.
«Quel passaggio porta di sicuro all'esterno. Così, quando gli ebrei
vennero qui per impadronirsi dell'eredità di Giuseppe, non ebbero
bisogno di profanare la tomba in cui riposava la mummia di Potifar.
Certamente Zafnat-Paneach aveva tramandato ai suoi discendenti
precise istruzioni su come raggiungere il deposito passando
dall'esterno, senza spostare l'obelisco.»
«Molto astuto, riporre tutto qui nel deserto occidentale» esclamò
Sissel.
«Ecco perché Giuseppe ebbe l'idea di posizionare su questa tomba
quell'obelisco monumentale» fece il professore. «Mi aveva sempre
lasciato perplesso che quel gigante di pietra fosse completamente privo
di geroglifici o di qualsivoglia iscrizione, come se esso non fosse
dedicato né a un dio, né a un sovrano. E poi, portare fin qui quel
macigno alto venticinque metri è davvero troppo per nascondere
l'ingresso di una tomba. Ma evidentemente c'era in gioco ben altro.»
Deglutì, quasi commosso. «Si trattava di proteggere la libertà di un
popolo.»
«L'olio di Potifar...» mormorai.
Restammo tutti e tre in silenzio, ad assaporare quella scoperta, con il
cuore gonfio di emozione.
«E adesso, che facciamo?» chiese Sissel.
Donadoni si passò una mano fra i capelli.
«Prima di tutto, richiudiamo bene la tomba e andiamo a dormire. Poi
domani torniamo, e cominciamo a fotografare ogni cosa.»
In quel momento mi resi conto che ero davvero stanchissimo. E mi
accorsi che anche Sissel era stremata, per quanto felice. Donadoni
invece, sembrava soltanto un po' impolverato. Quasi sovrumano, pensai
sorridendo.
Quando uscimmo di nuovo all'aria aperta, ci accolse una lieta
sorpresa.
Il sole laggiù, all'orizzonte del deserto, cominciava a sorgere.
COSÌ STA SCRITTO NEL “LIBRO DEI MORTI”

È stato portato a nostra conoscenza un invito diramato allo scopo di venire in


aiuto di tanti insigni cultori della scienza, i quali in seguito alle note leggi, che
colpiscono quelli che non sono di stirpe ariana, sono costretti a lasciare i paesi
dove vivevano e a troncare quegli studi, che erano l'ideale della loro vita e
tornavano a beneficio della società. Mirando con occhio umano e cristiano ogni
opera di carità e di assistenza a vantaggio di quanti sono immeritatamente
sofferenti ed afflitti, abbiamo ritenuto opportuno che il documento suddetto fosse
inviato anche a Te. Crediamo altresì che a Nostro Signore Gesù Cristo non
dispiacerà questa cura e buon ufficio per coloro che appartengono a quello che fu
già il Suo popolo e per cui Egli pianse e sulla Croce stessa invocò misericordia e
perdono. Siamo certi che accoglierai questa segnalazione con la conosciuta Tua
generosità e con quello spirito di profonda carità che tanto Ti distingue e che ha
senza dubbio presente coloro per i quali fu pure sparso il sangue preziosissimo del
Redentore.
Lettera di Pio XI ai delegati apostolici, 3 gennaio 1939.

Ci vollero sedici giorni per fotografare la tomba e catalogare tutti i


reperti con ordine, prima di poterli rimuovere. E i tecnici ebrei, che
erano fermi in attesa dei visti da Tripoli, alla notizia di quel
ritrovamento così straordinariamente significativo per la storia del loro
popolo, si entusiasmarono quanto e più di noi. L'eccitazione poi salì
alle stelle quando finalmente fu possibile aprire il sarcofago in cui
riposava la mummia: si scoprì che conteneva addirittura tre casse,
riposte l'una dentro l'altra, come le scatole cinesi. L'ultima aveva il
coperchio d'oro massiccio, che raffigurava in modo iperrealistico le
fattezze del sommo sacerdote: era davvero un vecchio di bell'aspetto, il
quale doveva essersi addormentato serenamente dopo una vita lunga e
prospera.
Tuttavia, l'entusiasmo per la scoperta del sarcofago d'oro fu quasi
nullo rispetto a quello provato il giorno in cui, per gli sforzi combinati
di Sissel e Donadoni, riuscimmo ad aprire un piccolo rotolo di papiro
che avevamo trovato sotto la testa della mummia, incollato alle bende
per via degli unguenti funerari. Si scoprì contenere un passo del libro
della Genesi, ma scritto in egiziano antico in caratteri geroglifici, nel
quale Dio diceva ad Abramo:
Benedirò coloro che ti benediranno,
e maledirò chi ti maledirà,
in te acquisteranno benedizione
tutte le tribù della terra!
Per gli esuli in fuga dalle persecuzioni naziste, quella fu una
rivelazione impressionante, che li toccò ben oltre quanto potessimo
immaginare. La sera, quando la notizia si diffuse nel nostro campo,
assistetti a qualcosa che non avrei dimenticato mai più: tutti insieme,
donne e uomini, vecchi e bambini, intonarono un canto melodioso, in
una lingua che, per quanto mi fosse sconosciuta, riusciva a
comunicarmi ogni struggente sfumatura della nostalgia e, insieme, un
profondo sentimento di gratitudine. Vedemmo di nuovo il vecchio
rabbino Linden emergere dalla sua gente e avanzare sorretto da due
uomini più giovani. Anche stavolta piangeva, ma ora di commozione.
Tirò fuori dalla sua giacca nera un oggetto lucente, un ciondolo d'oro
rossastro che aveva la forma della stella di Davide. Nel centro, brillava
una pietra scura, forse uno zaffiro purissimo: il suo colore ricordava le
acque profonde dell'oceano, o forse quelle del Mar Rosso, che un
giorno Mosè aveva diviso col il volere di Dio, per guidare il popolo
eletto lontano dalla schiavitù del faraone. Bello, d'una bellezza arcana e
misteriosa, quell'amuleto doveva provenire da un passato millenario. Il
rabbino lo consegnò a Lord Hamilton e lo pregò di darlo a chi sapeva
lui, una volta tornato in Vaticano.
«Gli dica questo, signore» mormorò il vecchio con la voce tremolante
e commossa. «Sarà come un segno nella tua mano. Gli dica questo, per
favore. Lui certamente capirà...»
Donadoni, già il giorno dopo la nostra scoperta, aveva ordinato al
fabbro del villaggio di costruire una grata di ferro che chiudesse in
maniera sicura l'ingresso alla tomba: con i tesori che si trovavano là
sotto non era certo il caso di essere imprudenti. E così assoldammo sei
abitanti di Siwah che a turno facessero la guardia durante la notte.
Il professore era al settimo cielo, esagitato per la gioia, e mentre tutti
quei tesori venivano riportati alla luce sembrava voler sorvegliare ogni
singolo gesto delle persone che erano al campo, terrorizzato all'idea che
potessimo danneggiare i reperti. Aveva cento occhi, si muoveva con la
rapidità di un folletto, e maltrattò in modo solenne un ragazzo sorpreso
seduto a fumare ad alcuni metri di distanza da una cassa piena di papiri.
Pareva quasi che tutti quei reperti fossero roba sua...
Il colonnello Spencer fu di parola: non appena giunsero i visti da
Tripoli, mi recai al fortino inglese presso Farafra. E stavolta venne
anche Sissel, che fremeva per sapere come stessero i piccoli.
Il colonnello esaminò i documenti, fece un mezzo sorriso, e ci disse
che era tutto in ordine. I ragazzini non erano stati poi tanto male, in
quell'imprevista vacanza coatta: a giudicare da come salutarono alcuni
dei soldati, tutto sommato erano persino un po' dispiaciuti di doversene
andare via. Alcuni maschietti stringevano in pugno un tesoro ai loro
occhi inestimabile che dovevano aver guadagnato durante la
permanenza: cartucce già esplose e qualche involucro di piccoli obici
opportunamente svuotati.
E alla fine tornò anche Lucio, dopo tre settimane di convalescenza
trascorse nel fortino italiano di Giarabub.
L'idea del suo imminente arrivo mi aveva tenuto nervoso e
preoccupato, nei giorni precedenti: non sapevo bene cosa aspettarmi.
Lo avevo percosso e ferito senza troppi riguardi. Crispolti, da parte sua,
era riuscito ad allontanarlo escludendolo completamente dalla missione,
sia pure con la scusa che necessitava di cure mediche. Invece Lucio ci
sorprese tutti. Riapparve al campo che sembrava un reduce: triste,
fiaccato nello spirito, in un certo senso persino rassegnato. Nei
confronti di Sissel, e io tremavo ogni volta che la guardava, era garbato
se non indifferente. Si lasciò addirittura condurre da Donadoni in una
visita guidata alla tomba, ascoltando con manifesto interesse, e
incredibilmente in silenzio, le erudite spiegazioni del professore. Con
mia grande meraviglia, l'egittologo mi confessò che forse al Cairo
aveva mal giudicato mio cognato.
Un giorno lo sorpresi a curiosare fra le tende dei nostri tecnici ebrei.
Girovagava con le mani nelle tasche dei pantaloni, con un'aria da cane
bastonato davvero insolita per lui, quasi quasi pareva sperare in un
invito, anche solo per scambiare due parole. Cosa poteva essergli
accaduto? Crispolti aveva raccomandato al comandante militare di
Giarabub di tenerci Lucio fuori dai piedi: magari gli aveva raccontato
qualcosa in modo che gli venisse impedito con le buone o con le cattive
di allontanarsi dal fortino. Mi venne persino il triste sospetto che i
militari, non propriamente delicate educande, avessero somministrato a
Lucio qualcuna di quelle razioni di manganello che i gerarchi e i suoi
amici dell'Ovra facevano distribuire con tanta generosità. Lo confesso:
mi sentii un verme. Perché potessimo agire in tutta libertà senza che ci
mettesse i bastoni fra le ruote, ci eravamo andati con la mano pesante...
Le famiglie dei tecnici ebrei, con i visti in regola, si preparavano
intanto a lasciare l'oasi dirette a Tobruk, prima tappa del loro viaggio.
Una volta giunti lassù, i tedeschi li avrebbero consegnati a un piccolo
contingente italiano inviato da Balbo per scortarli fino a Tripoli. Per me
fu una buona notizia, senza dubbio. Ma vi furono anche aspetti dolorosi
che non avevo messo in conto.
L'ultimo giorno nell'oasi di Siwah, vidi Stiegler che armeggiava con
alcuni fogli. Sembrava affranto. Mi avvicinai a lui con l'intenzione di
tirargli su il morale.
«Ingegnere, c'è qualcosa che posso fare per lei?»
Stiegler si strofinò gli occhi con le dita, come a volersi schiarire lo
sguardo velato di pianto. Mi sorrise.
«Che cosa sta facendo? Se posso permettermi...» gli chiesi ancora.
Emise un lungo sospiro.
«Avevo una fidanzata, a Innsbruck... è molto bella, si chiama Gretel.
Però non potrò mai sposarla, perché è ariana.»
Mi mostrò un foglio che aveva tutta l'aria di un rapporto di polizia.
«Verranno spediti a casa dei finti verbali di morte. Uno arriverà anche
a Gretel. Sarà un gran dolore per lei, lo so bene... ma almeno si
consolerà, prima o poi. Potrà sposarsi, farsi una nuova vita...»
Guardai il plico che teneva fra le mani.
«Sta scrivendo un registro dei deceduti, dunque...»
Stiegler mi allungò un pacco di documenti anch'essi falsi, che erano
arrivati da Tobruk insieme a tutto il resto.
«È un altro Libro dei Morti, amico mio. Come quello che avete
ritrovato dentro la tomba...» Un singhiozzo gli soffocò le parole in gola.
Gli poggiai una mano sulla spalla, e gliela strinsi forte. «Nemmeno
quegli antichi egiziani sono morti davvero, ingegnere» dissi commosso.
«A quanto pare, il Libro dei Morti serviva a guidarli verso una nuova
esistenza!»
Ma proprio mentre dicevo quelle parole, un pensiero fulminante mi
attraversò la mente.
«Aspetti, Stiegler, stia fermo, non faccia niente!»
Corsi verso Donadoni. C'era una cosa che mi ero ricordato, qualcosa
che aveva detto proprio lui. E che mi aveva suggerito una buona idea.
Quando ritornai dal tecnico, avevo la lingua di fuori per il gran
correre e stringevo in mano un pezzetto di carta. Glielo esibii con la
faccia trionfante.
«Mi è venuto in mente questo, Stiegler... è un tipo sveglio, la sua
fidanzata?»
Lui mi guardò frastornato.
«Certo, e anche istruita. Gretel è una giornalista» rispose con
orgoglio.
Sputai il rospo. Prima ancora del referto che le annunciava la morte
del fidanzato, la ragazza doveva ricevere qualcos'altro, magari una
cartolina, dove avrebbe letto un nomignolo, una frase, un saluto, un
tenero segno di riconoscimento fra due innamorati. Tutti gli innamorati
hanno dei segnali segreti. La cartolina doveva arrivarle da parte di un
personaggio del tutto inventato, con tanto di saluti in stile formale, e
con poi sotto riportate queste esatte parole:
Attraverso le mie numerose nascite,
io sussisto giovane e vigoroso.
Ex. II, 25.
Stiegler mi scrutò ancora più allibito.
«E che significa?» mi domandò.
«La sua fidanzata sa di certo che lei è ebreo, amico mio, e sa che è
partito verso l'Africa per un incarico di lavoro. Vedendosi recapitare
una cartolina che viene da Tripoli o da Tobruk, capirà immediatamente
che è da parte sua. La sigla che le ho scritto corrisponde a un passo
preciso della Bibbia, nel libro dell'Esodo. Il passo dice: “Dio guardò la
condizione dei figli di Israele, e se ne prese pensiero”. Mi segue?
Leggendo la citazione dal libro dell'Esodo, la sua fidanzata capirà che
lei sta scappando da una situazione di grave pericolo. Se è davvero
innamorata, le verrà un sospetto e la farà cercare. Non mi sorprenderei
troppo se lei se la vedesse comparire davanti con la valigia in mano, fra
qualche mese, a Tripoli!»
L'uomo era restato a bocca aperta, ma a poco a poco gli vidi
illuminarsi il volto del colore ardito della speranza.
«Borghesi, io non capisco se lei è un genio oppure un pazzo a piede
libero!» esclamò scuotendo la testa.
Scoppiai a ridere: in fondo non faceva una gran differenza.
«E l'altra frase che mi ha scritto su questo foglio... che cosa vuol
dire?» domandò esaminando il mio breve appunto.
«Quello è un monito per gli uomini, una frase di buon augurio che
parla della sopravvivenza dell'anima, tratta dai Libro dei Morti» gli
risposi. «“Attraverso le mie numerose nascite, io sussisto giovane e
vigoroso”. Serve a rassicurarla, insomma. A farle capire che lei sta
bene, che è in buono stato. Anche da un punto di vista fisico...»
aggiunsi strizzando l'occhio.
Stiegler trattenne l'impulso di ridere, si alzò di scatto, e mi abbracciò
con tutta la forza che aveva.
Quella sera, sistemata oramai ogni cosa, la carovana degli ebrei si
accingeva a partire. Sissel mi si avvicinò, mi sorrise con uno sguardo
triste. Aveva appoggiato i suoi bagagli accanto a uno degli autocarri, e
tutto lasciava pensare che sarebbe partita anche lei. Non avevo il
coraggio di fermarla. Non ne avevo il diritto. Che cosa potevo offrirle,
in Italia, dove le leggi razziali si facevano ogni giorno più dure?
«Andrò con loro fino a Tobruk, poi mi imbarcherò su un piroscafo
per gli Stati Uniti» sussurrò volgendo lo sguardo lontano.
Già vedevo i suoi splendidi occhi verdi lucidi di pianto, anche se
cercava di farsi forza, di sorridere.
«Il cardinale Mundelein mi ha trovato una cattedra in un college di
Chicago. Pare che insegnerò le buone maniere alle signorine
americane» continuò sforzandosi di apparire allegra. Ma intanto due
grosse lacrime le solcavano le guance.
Non riuscivo a fare nulla, mi sembrava che un dio crudele mi avesse
trasformato in una statua di gelida pietra.
Avrei voluto stringerla a me, dirle che il suo incontro mi aveva
cambiato la vita. Ma un groppo nella gola impediva alla mia voce di
affiorare. Cosa sarebbe stato di quella indimenticabile, bellissima
avventura che avevamo vissuto insieme?
Sissel si asciugò le lacrime con la manica della camicia, poi si guardò
la mano sinistra. Si tolse l'anello con la pietra della dea Istir, che quel
giorno aveva indossato di nuovo, prese la mia mano, e ce lo mise
dentro, poi la richiuse stretta nelle sue e la baciò. Quindi si voltò, e
senza dirmi più niente corse via verso l'autocarro dove la comitiva
aveva quasi finito di caricare i bagagli.
Rimasi lì immobile a guardarla. Mi sembrava di vivere un incubo,
uno di quei sogni angoscianti e orrendi in cui gridi forte chiamando
aiuto, ma nessuno ti può sentire.
Mi accorsi però che Donadoni mi aveva raggiunto.
«Quindi...» si limitò a dire.
Lo guardai affranto. Avrei tanto voluto che qualcuno mi svegliasse, in
quel momento. Ma sapevo che quella era la realtà.
«Che cosa dovrei fare? Mio padre non mi perdonerebbe mai, se gli
volto le spalle. Se me ne vado via così da tutto, dopo i sacrifici che lui e
mia madre hanno fatto per me...»
Donadoni mi poggiò una mano sulla spalla. Una mano amica, calda,
consolante. Poi lo vidi armeggiare nella tasca dei suoi pantaloni. Dal
portafogli estrasse un foglietto di carta ingiallita, ripiegato con cura in
quattro. Lo aprì e me lo mise sotto gli occhi. Era scritto a mano con una
grafia minuta, ottocentesca, molto elegante.
«Vede questo? È la pagina di un romanzo che mio padre Eugenio
pubblicò l'anno in cui nacqui. Si intitola Il sudario, è del 1914. Mio
padre era un grande letterato, ma io non sopportavo che si rinchiudesse
per tante ore da solo nel suo studio a scrivere. Era così geloso dei suoi
fogli! Allora una notte mi intrufolai nello studio e gli rubai una pagina
da quel mucchio di carte. Volevo fargli un dispetto. Come si arrabbiò,
quando scoprì che gli mancava un foglio! Non ha mai saputo che
l'avevo preso io...»
Donadoni si fermò un istante, malinconico.
«Mio padre è morto quando avevo solo dieci anni» continuò lui. «Lei
è fortunato ad avere ancora un padre cui poter dare un dispiacere...»
Lo guardai di nuovo, più addolorato di prima.
«E comunque, se mio padre fosse qui con noi adesso, e mi vedesse
che lascio andare via una fimmina accusì, sa che cosa farebbe? Mi
darebbe innanzitutto uno schiaffone. E poi, come minimo direbbe:
“Scimunito, ma che minchia fai?!”.»
Quindi tirò fuori dall'altra tasca dei pantaloni la scatola dei cerini da
catacomba. Quelli che portava sempre dietro, che si erano rivelati
provvidenziali nei sotterranei del Museo egizio, quando la luce elettrica
era venuta improvvisamente a mancare.
Me la infilò nel taschino della camicia, dandoci una bella pacca
sopra.
«Questi li tenga sempre con sé. E lasci stare gli interruttori, per una
volta!» concluse con un sorriso. Poi mi voltò le spalle e se ne tornò
indietro.
La notte sopraggiungeva. Un'altra notte nel deserto. E io restavo
immobile, incapace di prendere una decisione.
Tante volte ho ripensato a quel momento, nel corso degli anni che
intanto mi passavano addosso l'uno dopo l'altro, chiedendomi se avevo
fatto bene e, soprattutto, che cosa sarebbe successo se non avessi fatto
quel che poi scelsi di fare. Ammesso che l'uomo abbia sempre la facoltà
di decidere del proprio destino.
Rinunciare è sempre difficile. Agire riesce meglio. Almeno, non c'è il
dolore del rimpianto. In quel momento pensai che Sissel avrei potuto
sempre reincontrarla, un giorno, quando il mio lavoro in Italia si fosse
consolidato e avessi trovato il modo di raggiungerla, una volta libero e
ormai affrancato dall'impegno morale che avevo nei confronti di mio
padre. Certo, era un ragionamento cauto, intelligente, assennato. Eppure
mi sentii un perfetto imbecille.
Se mi fossi trovato vicino al mare, e avessi visto un uomo disperato
tra i flutti che stava per annegare, non mi sarei forse buttato
immediatamente in acqua per cercare in ogni modo di salvarlo? Certo
che l'avrei fatto, senza esitare nemmeno un istante. E se quell'uomo che
era in procinto di affogare fossi stato proprio io, non avevo forse lo
stesso identico dovere di buttarmi in acqua, e fare di tutto per
scongiurare la tragedia?
Il mare lì non c'era, e sola si stendeva davanti ai miei occhi una
smisurata moltitudine di dune di sabbia che la luce del tramonto
indorava e riempiva di ombre azzurre.
Il mare non c'era. Ma io mi tuffai lo stesso.
LA CHIAVE CHE SOLO IO POSSEGGO

Ancora una volta il flagello dei tedeschi a Roma, l'uomo più “ricercato” della
Città Eterna aveva vinto. O'Flaherty, il sacerdote geniale, cortese, schietto, era la
Primula Rossa del Vaticano, vestita di scarlatto e di nero: un uomo stranamente
paradossale, che per anni aveva odiato gli inglesi e che tuttavia, durante la
Seconda guerra mondiale, doveva salvare più alleati di qualsiasi altro.
Manovratore, dall'interno del Collegio Teutonico, di una stupefacente rete di
salvataggio, e con una sua “linea” segreta che arrivava sino al quartier generale
delle SS, egli girava per la città, di giorno e di notte, sfidando apertamente i
tedeschi; e la sua sola presenza era una sorta di provocazione continua quando,
ritto e solitario sulla scalinata di San Pietro, attendeva la gente nei guai che
ricorreva a lui, e che egli sottraeva alla prigionia, alla tortura, forse anche alla
morte.
J.P. GALLAGHER, La primula rossa del Vaticano.

Nel 1946 rientrai a Roma.


La guerra era ormai finita, la gente che conoscevo e l'Italia stessa
erano molto cambiate. E io, non ero forse diventato anch'io una persona
diversa?
Mio padre era al settimo cielo per la gioia di rivedermi. La notizia
che ero scappato via dall'Italia così all'improvviso l'aveva fatto restare
malissimo, e a quanto mi dissero per due settimane intere non aveva più
aperto bocca nemmeno per chiedere le sigarette. Poi, più tardi, quando
scoppiò la guerra e anche sull'Italia si scatenò l'ira di Dio, fu contento di
sapermi al riparo, dall'altra parte dell'oceano. Scoprii che Lucio aveva
perduto le sue profonde convinzioni. Era sempre stato un fascista: ma
quando il Duce trascinò il Paese nella tragedia della guerra, non glielo
perdonò. Lasciò il lavoro presso il Museo nazionale romano, tagliò i
ponti con tutti i contatti politici e si ritirò in Maremma, dove mise in
piedi un'azienda agricola sulle sue terre.
Crispolti era ancora al suo posto, e mi trovò subito un buon lavoro
nell'Azienda generale italiana petroli. Nel settembre di quello stesso
anno, il dottor Enrico Mattei, organizzò per i dipendenti dell'Agip
un'udienza privata con il Santo Padre: quando ne venni a conoscenza,
insistetti per andarci.
Mi ricordo l'emozione che provai passando per piazza San Pietro,
davanti a quell'obelisco di pietra rosa che mi fissava, arcano gigante
silenzioso, ago di una bussola invisibile e onnipotente che un giorno,
all'improvviso, aveva orientato il corso della mia vita. Tutto infatti era
cominciato da lì.
Quando eravamo quasi arrivati alla scala sorvegliata dalle guardie
svizzere che ci avrebbe introdotti nel Palazzo apostolico, con mia
somma meraviglia vidi Lord Hamilton che passeggiava nella piazza
davanti alla basilica. Non aveva più i baffi, ed era vestito con l'abito
nero e scarlatto dei monsignori. Leggeva il breviario. Quando mi passò
davanti, mi strizzò leggermente l'occhio.
«Lei conosce monsignor O'Flaherty?» mi chiese sorpreso il dottor
Mattei.
«Chi, prego?»
«Monsignor Hugh O'Flaherty, ingegnere. Quel prete irlandese che
l'ha salutata proprio adesso! Un tipo curioso, davvero... pensi che
durante la guerra, quando i nazisti tenevano Roma sotto occupazione,
lui si camuffava con i travestimenti più arditi per sfilare i poveracci
dalle grinfie delle SS. Pare che il colonnello Kappler lo odiasse, e gli
avesse giurato morte sicura... fortunatamente, non lo presero mai. I suoi
travestimenti hanno fatto leggenda, a Roma, e la gente lo chiama
amichevolmente la “Primula Rossa del Vaticano”» concluse con
ammirazione.
Mi voltai a guardare la figura alta e atletica del monsignore che si
allontanava con passo allegro dietro di me. Mi morsi il labbro, tanto mi
veniva da ridere.
«Purtroppo, non lo conosco. Mi avrà confuso con un altro» risposi.
La Sala delle udienze era solenne e stupenda come la rammentavo. Il
Segretario di Stato, invece, appariva molto invecchiato, in quegli ultimi
otto anni. Lo ritrovai smagrito, canuto, e anche un po' curvo. Me lo
ricordavo stretto nell'abito nero con la fascia rossa alla vita, mentre
adesso era tutto vestito di bianco. Quando mi vide nel gruppo dei
dipendenti dell'Agip, parve lanciarmi un impercettibile cenno di saluto
con gli occhi, dietro quella montatura dorata. Ma quando infine gli
strinsi la mano sentii che la tratteneva con calore. Si sporse un po' in
avanti dalla grande sedia bordata d'oro, con una certa fatica, a dire il
vero, e mi fece segno di avvicinarmi di più.
«Allora, giovanotto. L'ha poi trovato, l'olio di Potifar?»
Rimasi attonito per qualche secondo di troppo, impalato come uno
spaventapasseri in un campo di grano ormai completamente mietuto.
Quando mi ripresi, gli sorrisi.
«No, Santità. Ma in compenso ho trovato una moglie» risposi
indicando una persona dietro di me.
Il papa alzò la testa e seguì con lo sguardo il mio dito indice. Vide
Sissel stretta dentro un abitino di pizzo nero, tagliato sotto la vita, con il
pancione ormai al settimo mese di gravidanza. Era splendida, i capelli
raccolti sulla nuca sotto un cappellino ornato di veletta che le
ombreggiava metà del viso. Per mano teneva le nostre due gemelle di
cinque anni, vestite d'organza rosa e con le trecce più bionde della
madre. Per ultima cosa, mi parve che lo sguardo del papa si attardasse
sulla mano sinistra di mia moglie, dove insieme alla fede brillava
l'inconfondibile anello della dea Istir.
Poi ritornò con gli occhi su di me, e mi sorrise con aria soddisfatta.
Quindi mi affibbiò un buffetto sulla guancia - quasi uno schiaffo, a dirla
tutta.
«Bravo, ragazzo. Adesso sono davvero affari tuoi!»
A udienza conclusa mi si avvicinò monsignor Hugh O'Flaherty, in
arte Lord Manfred Hamilton - solo uno dei numerosi nomi fasulli che
pare usasse nelle sue molte performance. Agiva sempre a fin di bene, ci
tenne a sottolineare, per salvare dai nazisti prigionieri di guerra, ebrei e
altri perseguitati: verissimo, pensai dentro di me, tanto più che sfidare il
rischio con quelle geniali mascherate lo divertiva da matti. Ormai
abitava nel Palazzo del Sant'Uffizio ed era diventato un pezzo grosso.
Ce la spassammo ricordando i nostri trascorsi africani, e O'Flaherty mi
ragguagliò sulla sorte dei rifugiati che in un certo senso avevamo
condotto verso la loro Terra promessa: per quanto ne sapeva, stavano
tutti bene, a parte quelli che erano morti per cause naturali. La fidanzata
di Stiegler lo aveva raggiunto un anno dopo il suo arrivo a Tripoli,
arrabbiatissima, perché lui non le aveva detto niente di tutta quella
manovra; comunque, avevano fatto pace. Il pozzo di petrolio si era
rivelato una delusione, invece: il greggio c'era, e pure di quello
migliore, ma era poco. In compenso, si poteva contare su una gran
quantità di metano. Certo, le vicende della guerra lo avevano sfilato
dalle mani degli italiani. Adesso, mi spiegava, proprio l'ingegner Enrico
Mattei sperava di poterlo recuperare attraverso la strada diplomatica.
Venni anche a sapere che la passione del monsignore per il golf era
autentica, almeno quella: pare che avesse davvero la stoffa del
campione.
La vita sa essere curiosa, talvolta.
Ho ancora con me la scatola di cerini da catacomba che Donadoni mi
consegnò quel giorno nel deserto di Siwah, mentre guardavo affranto i
nostri compagni di viaggio ebrei che caricavano le loro cose sugli
autocarri in partenza per Tobruk.
L'ho fatta mettere in salotto dentro una bella teca di vetro, munita di
serratura chiusa a chiave, una chiave che solo io posseggo. La vetrina
sarebbe più adatta a un gioiello o una qualche reliquia preziosa, e la
gente si meraviglia tanto quando passa per il mio salotto e la vede. Io
mi rifiuto di fornire qualunque spiegazione, perché trovo davvero
spassoso stare a guardare le loro espressioni perplesse.
C'è una sola persona al mondo che non mi fa mai nessuna domanda
su quella scatola di cerini, quando capita a casa mia. Ma tutte le volte
che ci passa davanti, si ferma un istante. Non può fare a meno di
guardarli, e si mette a ridere di gusto. Poi, con un marcato accento
siciliano, tutte le volte mi chiede: «Bedda Madre! Ma ancora là
stanno?».
NOTA STORICA

Il 16 ottobre 1938 papa Pio XI, in un'udienza privata, discute il testo


di un telegramma che riferiva l'esito di un grande convegno
internazionale tenutosi nel mese di luglio nella cittadina francese di
Evian, presso la quale i capi di oltre trenta nazioni si erano riuniti per
discutere un problema che rappresentava una vera emergenza: la
questione ebraica.
L'ascesa al potere di Hitler nell'aprile del 1933 e la fine della
Repubblica di Weimar avevano condotto all'emanazione di durissime
leggi razziali, le quali escludevano gli ebrei dalle professioni, dalle
scuole, dalle attività di carattere industriale e imprenditoriale, facendo
gravi pressioni per favorire l'emigrazione dai territori del Terzo Reich a
chi non potesse vantare l'appartenenza alla razza ariana. A cominciare
dal settembre 1938, dopo la pubblicazione del cosiddetto “Manifesto
della Razza” (15 luglio), le leggi razziali entrarono in vigore anche in
Italia, benché in precedenza Mussolini avesse dichiarato pubblicamente
che gli ebrei in Italia rappresentavano solo una minoranza, e che la
nazione non poteva avvertire l'esistenza di una “questione ebraica”.
Nel luglio dello stesso anno i capi riuniti a Evian compresero che gli
ebrei residenti nei territori dello Stato tedesco non erano pochi come si
riteneva, bensì diversi milioni di persone: nella sola città di Berlino la
popolazione di religione giudaica ammontava a circa 190.000 individui.
Andati a Evian con il proposito di discutere una soluzione utile per
favorire l'uscita di questi ebrei dall'area tedesca, in sostanza per cercare
come suddividerli fra i vari Stati, i governi fecero esattamente l'opposto
di quanto in origine si erano prefissi, e cioè alzarono i limiti
dell'immigrazione chiudendo di fatto le loro frontiere.
La reazione di Pio XI fu molto violenta, e ne resta traccia nel diario
tenuto da monsignor Domenico Tardini, che nel mese di ottobre lo
serviva come assistente sostituendo il cardinal Eugenio Pacelli,
Segretario di Stato di Pio XI, il quale era allora in ferie in Svizzera.
Papa Ratti concepì l'idea di un piano per favorire l'uscita degli ebrei dai
territori del Terzo Reich in forma riservata, per non incontrare
l'opposizione degli altri Stati, e in ciò si servì della collaborazione dei
vescovi tedeschi e delle Conferenze di San Vincenzo de' Paoli,
associazioni cattoliche formate soprattutto da donne che svolgevano
opere di carità verso i bisognosi. Ma le leggi anticattoliche varate da
Hitler avevano sciolto tutte le associazioni religiose, e le Conferenze di
San Vincenzo poterono operare in via clandestina appoggiandosi ai
Quaccheri, membri di una comunità religiosa che seguiva la
confessione protestante e perciò non era rimasta frenata dalle misure
che avevano colpito i cattolici.
Rientrato il cardinal Pacelli dalle ferie, si mise in moto una rete di
assistenza clandestina che coinvolse anche il cardinale di Chicago
George Mundelein, fiero antinazista, il quale riuscì a trovare i fondi
necessari grazie ad alcuni benefattori ebrei degli Stati Uniti, e diversi
presuli d'Irlanda particolarmente sensibili al problema della
persecuzione antisemita.
Fra la metà di ottobre 1938 e il febbraio 1939 la Segreteria di Stato
lavorò a un'intensa attività diplomatica, spesso servendosi di lettere
cifrate, per diramare a tutti i delegati apostolici dei cinque continenti un
ordine preciso: i vescovi tedeschi avevano calcolato che vi erano nel
Paese circa duecentomila ebrei disposti a espatriare per cercare rifugio
altrove; i rappresentanti papali avrebbero dovuto fare leva sul senso di
umanità dei governanti dei vari Paesi, chiedendo di accogliere parte di
questi profughi per donare loro la possibilità di avere una casa e un
lavoro.
Le resistenze incontrate in questo piano furono enormi, in quanto
tutte le nazioni, persino quelle dell'Oceania e le missioni dell'Africa,
risposero negativamente: c'era dovunque un alto tasso di
disoccupazione, ma soprattutto un sentimento antisemita diffuso in
modo capillare nella gente comune, che guardava agli ebrei con molto
sospetto. La rete di assistenza che Pio XI aveva messo in piedi con
l'aiuto del cardinal Pacelli dovette allora operare sottobanco, in quanto
gli ebrei convertiti ricevevano un'accoglienza migliore rispetto a quelli
rimasti nella religione giudaica. Fra l'8 dicembre 1938 e il 9 gennaio
1939 Eugenio Pacelli lavorò al testo di una circolare cifrata, scritta in
latino e dal contenuto molto allusivo, che fu diramata a tutti i
rappresentanti della Chiesa cattolica: il pontefice ordinava loro di
impegnarsi presso i vari governi perché si potessero accogliere questi
gruppi di profughi, detti laconicamente “non ariani” (ex non ariano
genere), per i quali predisporre campi di residenza dove essi potessero
istituire propri luoghi di culto e tenere libri sacri speciali. Curiose
incongruenze presenti nei documenti custoditi presso l'Archivio della
Segreteria di Stato del Vaticano mostrano come si trattasse in realtà in
gran parte di ebrei rimasti ebrei, i quali emigravano muniti di un falso
certificato di battesimo: nella lettera dei vescovi tedeschi diretta al
Segretario di Stato si chiedono espressamente per gli ebrei passati al
cristianesimo duecentomila visti, e tuttavia secondo la stima dello
storico Raul Hilberg, massimo esperto della persecuzione antiebraica,
nel 1938 gli ebrei davvero divenuti cristiani erano complessivamente in
Germania e Austria solo cinquanta-sessantamila.
Del resto la produzione di documenti falsi per favorire i profughi era
un fatto comune, in quegli anni. Lo Stato nazista probabilmente
conosceva queste manovre clandestine, e ciò favoriva i suoi interessi:
nel gennaio del 1939 fu aperto uno speciale Ufficio nel ministero degli
Interni (Ufficio centrale per l'emigrazione ebraica) diretto da Hermann
Göring, con lo scopo di promuovere in ogni modo l'uscita degli ebrei
dai territori del Reich.
Sempre Raul Hilberg calcola che soltanto cinquecentomila dei vari
milioni di ebrei residenti nello Stato tedesco lasciarono il Paese prima
che si giungesse all'apertura dei campi di sterminio; molti si rifiutarono,
nonostante la durezza della persecuzione, perché erano spaventati dal
dover lasciare tutto, e anche perché temevano di non potersi rifare una
vita in qualche altro Paese estero. Fra le tante figure eroiche di uomini e
donne che aiutarono i perseguitati durante gli anni della Seconda guerra
mondiale, ha fatto scalpore quella di monsignor Hugh O'Flaherty, un
prete irlandese appassionato di golf che lavorò presso la Curia romana.
Diplomatico in servizio per la Santa Sede in vari Paesi, durante gli anni
della guerra monsignor O'Flaherty aveva ingaggiato una specie di
battaglia personale contro il colonnello Herbert Kappler, che teneva
sotto controllo la città di Roma e dava la caccia agli ebrei come pure ai
disertori o ai prigionieri fuggiti dai campi di detenzione. I fuggitivi
cercavano di arrivare a piazza San Pietro, dove, superato lo
sbarramento di soldati tedeschi che presidiavano la zona durante
l'occupazione nazista, potevano cercare asilo dentro la Città del
Vaticano. O'Flaherty li aspettava sul sagrato, avvisato dalla sua rete di
informatori, e con una scusa o l'altra trovava il modo di condurli in
chiesa: da lì, attraverso l'Arco delle Campane, si entrava in territorio
neutrale dove i tedeschi non potevano mettere piede senza violare il
Concordato stretto fra la Germania e la Santa Sede.
Spesso monsignor O'Flaherty usciva dalle mura del Vaticano, e per
non farsi riconoscere dai tedeschi usava arrangiare ingegnosi
travestimenti grazie ai quali portava in salvo le vittime. Tali gesta,
documentate fra gli altri dallo storico Hubert Jedin che in quegli anni
era rifugiato dentro le mura vaticane e conosceva personalmente il
coraggioso monsignore, valsero a Hugh O'Flaherty il soprannome di
Primula Rossa del Vaticano.

Fine