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Jeffrey Archer

L'Undicesimo Comandamento
The eleventh commandment © 2002

A Neil e Monique

Ringraziamenti
DESIDERO ringraziare le seguenti persone che mi hanno aiutato
nella stesura di questo libro:

William Webster, ex direttore della CIA e dell'FBI; Richard


Thornburgh, ex procuratore generale degli Stati Uniti; Samuel
Berger, consulente per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti;
Patrick Sullivan, Servizi Segreti degli Stati Uniti, sede di
Washington; agente speciale J. Patrick Durkin dei Servizi Segreti
diplomatici degli Stati Uniti; Melanne Verveer, capo dello staff di
Hillary Rodham Clinton; John Kent Cooke Jr., proprietario dei
Redskins di Washington; Robert Petersen, responsabile della
tribuna stampa del Senato degli Stati Uniti; Jerry Gallegos,
responsabile della tribuna stampa della Camera; King Davis, capo
della polizia di Sierra Madre, California; Mikhail Piotrovskij,
direttore del museo Ermitage e del Palazzo d'Inverno di San
Pietroburgo; Galina Andreeva, sovrintendente del dipartimento di
pittura del diciottesimo e diciannovesimo secolo alla Galleria
Tretyakov di Mosca; Aleksandr Novoselov, vice-ambasciatore
della Confederazione russa a Washington DC; Andrei Titov; tre
membri della mafia di San Pietroburgo che non hanno voluto
essere citati.
E inoltre: Malcolm Van de Riet e Timothy Rohrbaug, Nicole
Radner, Robert Van Hoek, Phil Hochberg, David Gries, Judy
Lowe e Philip Verveer, Nancy Henrietta, Lewis K. Loss, Darceli
Green, Joan Komlos, Natasha Maximova, John Wood e Chris
Ellis.

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Un ringraziamento speciale a Janet Brown, membro della
Commission on Presidential Debates, e a Michael Brewer del
Brewer Consulting Group.

PARTE PRIMA

Gioco di squadra
1
L'ALLARME scattò appena aprì la porta.
Era quel genere d'errore che ci si può aspettare da un dilettante, non
certo da Connor Fitzgerald, considerato dai suoi colleghi il professionista
per eccellenza.
Fitzgerald aveva previsto che sarebbero passati parecchi minuti prima
che la policia reagisse a un furto con scasso nel quartiere di San Victorina.
Mancavano ancora un paio d'ore prima del calcio d'inizio dell'annuale
partita contro il Brasile, ma la metà dei televisori della Colombia era
certamente già accesa. Se Fitzgerald fosse entrato nel banco dei pegni
dopo l'inizio dell'incontro, con ogni probabilità nessuno si sarebbe mosso
fino al fischio finale dell'arbitro. Per i criminali locali erano novanta minuti
di libertà sulla parola. I suoi piani comunque avrebbero portato i poliziotti
a inseguire ombre per giorni. E sarebbero passate settimane, o forse mesi,
prima che qualcuno comprendesse la reale importanza del furto di quel
sabato pomeriggio.
L'allarme stava ancora suonando quando Fitzgerald chiuse la porta sul
retro e attraversò rapidamente il piccolo magazzino diretto al locale
anteriore. Non prestò alcuna attenzione alle file di orologi sui loro piccoli
supporti, agli smeraldi nei loro sacchetti di cellofan e agli oggetti d'oro di
ogni forma e grandezza esposti dietro una grata a maglie fini. Tutti gli
oggetti erano accuratamente contrassegnati con un nome e una data, nel
caso che i proprietari tornassero entro sei mesi a richiederli. Ben pochi lo
facevano.
Fitzgerald spostò la tenda a perline che divideva il magazzino dal
negozio e si fermò dietro il bancone. Posò gli occhi su una malconcia
valigia in cuoio su uno scaffale nel centro della vetrina: incise sul

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coperchio a sbiadite lettere dorate vi erano le iniziali D.V.R. Rimase
perfettamente immobile, finché non fu certo che nessuno stava guardando
dentro.
Quando, alcune ore prima, aveva venduto quel capolavoro artigianale al
negoziante, gli aveva detto che, non avendo alcuna intenzione di tornare a
Bogotà, avrebbe potuto metterlo subito in vendita. Non si stupì quindi di
trovarlo già esposto in vetrina. Di uguali non se ne sarebbero più rivisti in
tutta la Colombia.
Stava per scavalcare il bancone quando un giovane passò davanti al
negozio. Fitzgerald si bloccò, ma l'attenzione dell'uomo era tutta presa
dalla radiolina che teneva premuta contro l'orecchio. Per lui Fitzgerald
avrebbe potuto essere un manichino. Appena l'uomo scomparve alla vista,
scavalcò il bancone e si avvicinò alla vetrina. Lanciò un'occhiata su e giù
nella strada per controllare se qualcuno stesse osservando il negozio: non
c'era nessuno. Con un solo movimento tolse la valigia dal ripiano e si
allontanò velocemente. Saltò oltre il bancone e si girò per dare un'ultima
occhiata fuori della vetrina e assicurarsi così che nessun occhio indiscreto
avesse assistito al furto.
Spostò poi la tendina e si diresse a lunghi passi verso la porta chiusa.
Controllò l'ora. L'allarme aveva squillato per novantotto secondi. Uscì in
strada e tese l'orecchio. Avesse udito il fischio della sirena della polizia,
avrebbe svoltato a sinistra e sarebbe scomparso nel labirinto di strade che
si snodavano dietro il banco dei pegni. A parte l'allarme, regnava il
silenzio. Con fare indifferente si diresse a destra, verso la Carrera Septima.
Raggiunto il marciapiede, Connor Fitzgerald guardò a destra e a sinistra,
s'insinuò nel traffico leggero e, senza voltarsi indietro, attraversò la strada.
Scomparve in un ristorante affollato, dove un gruppo di rumorosi fan era
seduto attorno a un grosso televisore.
Nessuno lo degnò di un'occhiata, erano tutti troppo presi a guardare
infiniti replay dei tre gol che la Colombia aveva segnato l'anno precedente.
Si sedette a un tavolino d'angolo, da dove, se non poteva vedere
chiaramente lo schermo del televisore, aveva però una perfetta visione
dell'altro lato della strada. Una malconcia insegna con le parole J. ESCOBAR,
MONTE DE PIEDAD, ESTABLECIDO 1946 sbatteva nella brezza pomeridiana sopra
il banco dei pegni.
Passarono parecchi minuti prima che una macchina della polizia
frenasse con un grande stridio davanti al negozio. Appena vide i due

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poliziotti entrare nell'edificio, si alzò e uscì con fare noncurante dalla porta
sul retro in un'altra stradina immersa nel silenzio di quel sabato
pomeriggio. Chiamò il primo taxi e, con marcato accento sudafricano,
disse: «El Belvedere in Plaza de Bolivar, por favor». L'autista annuì
seccamente, come per fargli capire che non aveva alcun desiderio di
lasciarsi coinvolgere in una lunga conversazione, e alzò il volume della
radio appena Fitzgerald crollò sul sedile posteriore del malconcio taxi
giallo.
Controllò di nuovo l'orologio. L'una e diciassette. Era in ritardo di un
paio di minuti. Il discorso era di certo già iniziato, ma dal momento che,
come al solito, sarebbe durato ben più di quaranta minuti, avrebbe avuto
tempo a sufficienza per portare a termine il vero motivo per cui si trovava
a Bogotà. Si spostò di alcuni centimetri a destra, per essere certo che il
tassista lo vedesse chiaramente nello specchietto retrovisore.
Appena la polizia avesse iniziato le indagini, sarebbe stato vitale per
Fitzgerald che chiunque l'avesse visto quel giorno desse di lui la stessa
descrizione approssimativa: bianco, sui cinquant'anni, sul metro e ottanta,
cento e passa chili, non rasato, capelli scuri e ribelli, vestito come uno
straniero e con un accento straniero ma non americano. Sperò che almeno
uno identificasse il tono nasale sudafricano. Era sempre stato bravo a
imitare gli accenti. Al liceo si era spesso messo nei guai per aver
scimmiottato gli insegnanti.
La radio del taxi continuò a sparare a raffica le previsioni degli esperti
sul probabile esito dell'avvenimento sportivo. Fitzgerald si staccò
mentalmente da una lingua che non aveva quasi alcun interesse a imparare,
anche se ultimamente aveva aggiunto falta, fuera e gol al suo limitato
vocabolario.
Quando, diciassette minuti dopo, la piccola Fiat si fermò davanti
all'albergo El Belvedere, allungò al tassista una banconota da diecimila
pesos e scese dall'auto prima che l'uomo potesse ringraziarlo per la lauta
mancia. Non che i tassisti di Bogotà siano famosi per il loro generoso uso
dell'espressione muchas gracias.
Fitzgerald salì di corsa i gradini dell'hotel, passando accanto al portiere
in livrea e infilandosi nella porta girevole. Nel foyer si diresse verso gli
ascensori. Pochi istanti d'attesa, e uno dei quattro tornò al pianoterra.
Appena le porte si aprirono, sgusciò dentro, premette il pulsante dell'ottavo
piano e subito dopo quello della chiusura delle porte, impedendo a

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chiunque altro di unirsi a lui. Una volta arrivato, percorse il corridoio
rivestito da una soffice moquette fino alla stanza 807, infilò la tessera nella
fessura e attese che si accendesse la luce verde prima di girare la maniglia.
Appena si aprì, appese sul pomello esterno il cartello FAVOR DE NO MOLESTAR,
quindi chiuse la porta a chiave.
Controllò ancora una volta l'orologio: mancavano ventiquattro minuti
alle due. Oramai, pensò, i poliziotti se ne saranno andati dal banco dei
pegni dopo avere stabilito che si era trattato di un falso allarme. Avrebbero
chiamato il signor Escobar nella sua casa in campagna per informarlo che
tutto pareva in ordine, e gli avrebbero consigliato di fare loro sapere se
mancava qualcosa al suo ritorno in città il lunedì seguente. Molto prima di
allora, comunque, Fitzgerald avrebbe rimesso la malconcia valigia in cuoio
in vetrina. Lunedì mattina il signor Escobar avrebbe riferito che gli unici
articoli mancanti erano i numerosi pacchettini di smeraldi non tagliati che
la polizia aveva trafugato andandosene. Quanto tempo sarebbe passato
prima che scoprisse l'unica altra cosa mancante? Un giorno? Una
settimana? Un mese? Fitzgerald aveva già deciso che avrebbe dovuto
lasciare qualche indizio per accelerare la scoperta.
Si tolse la giacca, l'appese alla sedia più vicina, quindi afferrò il
telecomando sul comodino accanto al letto. Il volto di Ricardo Guzman
riempì lo schermo.
Guzman avrebbe compiuto cinquant'anni il prossimo aprile, ma con il
suo metro e ottanta, i folti capelli neri e il fisico asciutto, avrebbe potuto
tranquillamente dire alla folla adorante di non averne ancora quaranta e
tutti gli avrebbero creduto. Dopotutto, pochi colombiani si aspettavano che
i loro politici dicessero la verità su qualsiasi cosa, in particolare sulla loro
età.
Ricardo Guzman, il candidato favorito alle imminenti elezioni
presidenziali, era il boss del cartello di Cali che controllava l'ottanta per
cento del commercio di cocaina di New York e guadagnava oltre un
miliardo di dollari l'anno. Informazione questa che Fitzgerald non aveva di
certo appreso da uno dei tre quotidiani nazionali colombiani, forse perché
chi controllava la fornitura della maggior parte della carta stampata del
paese era lo stesso Guzman.
«La prima azione che farò da presidente sarà nazionalizzare ogni società
che abbia gli americani come maggiori azionisti.»
Dalla piccola folla che attorniava i gradini dell'edificio del Congresso in

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Plaza de Bolivar si levò un urlo di approvazione. I consiglieri di Ricardo
Guzman gli avevano più volte ripetuto che sarebbe stato tempo sprecato
tenere quel discorso il giorno dell'incontro di calcio, ma lui li aveva
ignorati, intuendo che milioni di telespettatori avrebbero scorso i vari
canali alla ricerca della partita e che si sarebbero così imbattuti nel suo
viso, anche se solo per un attimo. Le stesse persone si sarebbero poi stupite
nel vederlo entrare nello stadio gremito soltanto un'ora dopo. Il calcio
annoiava Guzman, ma sapeva che la sua apparizione, solo pochi istanti
prima dell'ingresso in campo della nazionale, avrebbe distolto l'attenzione
della folla dal rivale Antonio Herrera. Lui avrebbe guardato la partita dal
palco dei vip, Guzman invece si sarebbe trovato nel bel mezzo della folla
dietro una delle porte. L'immagine che desiderava rappresentare era quella
di un uomo del popolo.
Fitzgerald valutò che mancavano ancora sei minuti alla fine del discorso.
Aveva già sentito le parole di Guzman almeno una dozzina di volte: in sale
affollate, in bar mezzo vuoti, agli angoli di strade, addirittura in una
stazione dei pullman con il candidato che arringava i cittadini dal retro di
una corriera. Prese la valigia in cuoio dal letto e se la appoggiò sulle
ginocchia.
«... Antonio Herrera non è un candidato Liberal», sibilò Guzman, «ma il
candidato americano. Non è altro che un fantoccio, ogni sua parola è stata
scelta dall'uomo che siede nell'Ufficio Ovale.» La folla applaudì
nuovamente.
Ancora cinque minuti, calcolò Fitzgerald. Aprì la valigia e fissò il fucile
Remington 700 che solo per poche ore non aveva avuto sotto gli occhi.
«Come osano gli americani pensare che saremo sempre d'accordo su
qualsiasi cosa?» sbraitò Guzman. «E solo a causa del potere
dell'onnipotente dollaro! Al diavolo l'onnipotente dollaro!» La folla
applaudì ancora più rumorosamente quando il candidato estrasse dal
portafogli un dollaro e strappò a pezzettini George Washington sotto gli
occhi di tutti.
«Una cosa posso assicurarvi», continuò Guzman, buttando i pezzettini di
carta verde sulla folla come fossero coriandoli.
«Dio non è un americano...» citò a memoria Fitzgerald.
«Dio non è un americano!» gridò Guzman.
Fitzgerald tolse delicatamente dalla valigetta il fusto McMillan in fibra
di vetro.

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«Nel giro di due settimane i cittadini della Colombia avranno
l'opportunità di fare sentire le loro opinioni in tutto il mondo», urlò
Guzman.
«Quattro minuti», mormorò Fitzgerald, lanciando un'occhiata allo
schermo e imitando il sorriso del candidato. Estrasse dal suo scomparto la
canna Hart in acciaio cromato e l'avvitò al fusto. Vi si adattò come un
guanto.
«Ogni qualvolta nel mondo verranno tenuti dei summit, la Colombia
siederà al tavolo della conferenza, non ne avrà più solo notizia dai giornali
il giorno dopo. Nel giro di un anno farò in modo che gli americani ci
trattino come loro pari, non più come un paese del Terzo Mondo.»
Mentre la folla rumoreggiava, Fitzgerald prese il mirino a raggi
infrarossi Leupold 10 Power e lo collocò sulla canna.
«Entro cento giorni vedrete nel vostro paese cambiamenti che Herrera
non avrebbe ritenuto possibili in cento anni. Perché quando sarò il vostro
presidente...»
Lentamente Fitzgerald appoggiò il calcio del Remington 700 sulla
spalla. Lo sentì come un vecchio amico, e non poteva essere altrimenti:
ogni parte era stata costruita a mano seguendo le sue precise indicazioni.
Puntò il mirino a cannocchiale sull'immagine che appariva sullo
schermo televisivo e allineò la riga di minuscoli puntini fino a centrarla
due centimetri sopra il cuore del candidato.
«... abbatterò l'inflazione...»
Tre minuti.
«... diminuirò la disoccupazione...»
Fitzgerald espirò.
«... ed eliminerò la povertà.»
Fitzgerald contò: tre... due... uno, quindi premette delicatamente il
grilletto. A stento riuscì a sentire il clic sopra il rumore della folla.
Abbassò quindi il fucile, si alzò dal divano e pose a terra la valigetta vuota.
Sarebbero passati novanta secondi prima che Guzman arrivasse alla sua
consueta condanna del presidente Lawrence.
Estrasse dall'alloggiamento nel coperchio della valigetta uno dei
proiettili a punta cava e lo inserì, quindi richiuse con un movimento rapido
e deciso.
«Questa sarà l'ultima opportunità per i cittadini della Colombia per
capovolgere i disastrosi fallimenti del passato», gridò Guzman con voce

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sempre più stentorea. «Di una cosa quindi dobbiamo essere certi...»
«Un minuto», sussurrò Fitzgerald. Avrebbe potuto ripetere gli ultimi
sessanta secondi del discorso di Guzman parola per parola. Si allontanò dal
televisore e si diresse lentamente verso la portafinestra. «... e cioè di non
sprecare questa occasione d'oro...» Fitzgerald scostò la tenda che
nascondeva la vista del mondo esterno e puntò gli occhi dall'altra parte di
Plaza de Bolivar dove il candidato alla presidenza, in piedi sull'ultimo
gradino dell'edificio del Congresso, fissava la folla. Stava per vibrare il suo
colpo di grazia.
Fitzgerald attese pazientemente. Mai rimanere allo scoperto più di
quanto fosse necessario.
«Viva la Colombia!» gridò Guzman. «Viva la Colombia!» ripeté la folla
delirante, anche se molti non erano che tirapiedi pagati e sistemati
strategicamente tra la gente.
«Amo il mio paese», dichiarò il candidato. Ancora trenta secondi.
Fitzgerald aprì la portafinestra, offrendosi così al massimo volume della
folla che ripeteva ogni parola di Guzman.
Il candidato abbassò la voce quasi fino a un sussurro: «Una cosa voglio
sia chiara, l'amore per il mio paese è l'unico motivo per cui desidero
ricoprire la carica di presidente».
Per la seconda volta Fitzgerald appoggiò lentamente il calcio del
Remington sulla spalla. Gli occhi di tutti erano fissi sul candidato mentre
urlava: «Dios guarde a la Colombia!» Guzman tenne le braccia levate in
segno d'esultanza come sempre faceva alla fine di ogni discorso. E, come
sempre, per alcuni istanti, rimase immobile.
Fitzgerald prese la mira un paio di centimetri sopra il cuore ed espirò,
mentre stringeva le dita della mano destra attorno al calcio. «Tre... due...
uno», mormorò prima di premere il grilletto.
Guzman stava ancora sorridendo quando la pallottola gli trapassò il
petto. Un secondo dopo crollò a terra come una marionetta senza fili,
mentre in ogni direzione volavano frammenti di osso, muscolo e tessuto. Il
sangue schizzò su quelli che gli erano più vicini. L'ultima cosa che vide del
candidato furono le braccia tese, come se l'uomo si stesse arrendendo a un
ignoto nemico.
Abbassò il fucile, aprì il calcio e chiuse rapidamente la portafinestra.
Aveva portato a termine il suo incarico.
Il suo unico problema era ora quello di non infrangere l'Undicesimo

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Comandamento.

2
«DEVO inviare un messaggio di condoglianze alla moglie e alla
famiglia?» chiese Tom Lawrence.
«No, signor presidente», rispose il segretario di Stato. «Ritengo debba
farlo un vicesegretario per gli Affari interamericani. È certo che Antonio
Herrera sarà il nuovo presidente della Colombia, per cui sarà con lui che
dovrà trattare d'ora in poi.»
«Mi rappresenterà lei al funerale? O dovrei inviare il vicepresidente?»
«Nessuno di noi due, se accetta il mio consiglio», rispose il segretario di
Stato. «Il nostro ambasciatore a Bogotà la rappresenterà in modo più che
soddisfacente. Dato che il funerale avrà luogo questo fine settimana,
nessuno si aspetta che noi si sia disponibili con un preavviso tanto breve.»
Il presidente annuì. Si era abituato al realistico approccio a qualsiasi
cosa, inclusa la morte, di Larry Harrington. A volte comunque si chiedeva
quale linea avrebbe adottato Larry se fosse stato assassinato lui stesso.
«Se ha un momento, signor presidente, ritengo di doverla informare più
dettagliatamente sulla nostra attuale politica in Colombia. La stampa
potrebbe porle delle domande sul possibile coinvolgimento della...»
Il presidente stava per interromperlo quando si sentì bussare alla porta e
Andy Lloyd entrò nella stanza.
Devono essere le undici, pensò Lawrence. Non aveva più avuto bisogno
di un orologio da quando aveva assunto Lloyd come capo dello staff.
«Più tardi, Larry», disse il presidente. «Sto per tenere una conferenza
stampa sul progetto di legge per la riduzione degli arsenali nucleari,
biologici, chimici e convenzionali e non penso che molti giornalisti
saranno interessati alla morte di un candidato alla presidenza di un paese
che, ammettiamolo, la maggior parte degli americani non saprebbe
neppure situare su una carta geografica.»
Harrington rimase in silenzio. Non riteneva fosse responsabilità sua fare
notare al presidente che la maggior parte degli americani ancora non
sapeva individuare su una carta geografica il Vietnam. Ben sapeva, inoltre,
che appena Andy Lloyd entrava nella stanza, solo la dichiarazione di una
guerra mondiale gli avrebbe dato la precedenza. Con un secco cenno del

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capo a Lloyd uscì dall'Ufficio Ovale.
«Perché mai ho nominato quell'uomo?» chiese Lawrence, gli occhi
puntati sulla porta chiusa.
«Larry era riuscito a farle avere l'appoggio del Texas, signor presidente,
in un momento in cui i nostri sondaggi interni dicevano che la maggior
parte degli stati del Sud la consideravano un nordista incapace pronto a
nominare un omosessuale presidente dei capi di Gabinetto.»
«E lo farei», ribatté Lawrence, «se pensassi fosse la persona giusta per
quel posto.»
Uno dei motivi per cui Tom Lawrence aveva offerto al suo vecchio
compagno d'università il posto di capo dello staff alla Casa Bianca era che,
dopo trent'anni, non avevano alcun segreto. Andy diceva le cose come
stavano, senza traccia di astuzia o malizia. Per questa irresistibile qualità
era assolutamente impossibile che potesse anche solo sperare di venire
eletto a una qualsiasi carica, per cui non sarebbe mai diventato un rivale.
Il presidente aprì il fascicolo blu contrassegnato URGENTE che Lloyd gli
aveva lasciato quel mattino. Immaginò che il capo dello staff fosse rimasto
alzato buona parte della notte per prepararlo. Iniziò a esaminare le
domande che Andy riteneva gli sarebbero state rivolte alla conferenza
stampa di mezzogiorno.
Quanti soldi dei contribuenti prevede di risparmiare con questo
provvedimento?
«Immagino che, come al solito, sarà Barbara Evans a porre la prima
domanda», disse Lawrence, alzando lo sguardo. «Abbiamo qualche idea di
quanto risparmieremo?»
«Nossignore», rispose Lloyd. «Ma dal momento che proprio la Evans
non ha fatto che insistere per una proposta di legge sulla riduzione
dell'arsenale dal giorno in cui ha sconfitto Gore nel New Hampshire,
difficilmente può lamentarsi ora che è pronto a presentarla.»
«Giusto. Questo comunque non le impedirà necessariamente di porre
una domanda inutile.»
Mentre il presidente esaminava la domanda successiva, Andy annuì con
il capo.
Quanti americani perderanno il lavoro in conseguenza di questa legge?
Lawrence alzò gli occhi. «C'è qualcuno in particolare che vuoi che io
eviti?»
«Tutti gli altri bastardi», rispose Lloyd con un sorriso. «E per concludere

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in bellezza, si rivolga a Phil Ansanch.»
«Perché Ansanch?»
«Ha appoggiato la proposta in ogni sua fase, inoltre è tra i suoi ospiti a
cena questa sera.»
Il presidente sorrise e annuì mentre continuava a scorrere con il dito
l'elenco delle domande previste. Si fermò alla numero sette.
Non è questo un altro esempio di come l'America stia cambiando?
«Il modo in cui alcuni membri del Congresso hanno reagito a questa
proposta di legge mi fa pensare che stiamo ancora vivendo nel selvaggio
West.»
«Sono d'accordo, signore. Ma come ben sa, il quaranta per cento degli
americani considera ancora i russi la nostra più grave minaccia e quasi il
trenta per cento si aspetta che noi si dichiari guerra alla Russia nell'arco
della loro vita.»
Lawrence imprecò e si passò una mano tra i folti capelli precocemente
grigi prima di tornare all'elenco di domande, fermandosi nuovamente sulla
diciannovesima.
«Per quanto tempo ancora mi porranno domande sul fatto di avere
bruciato la cartolina di precetto?»
«Direi, fino a che sarà il comandante in capo», replicò Andy.
Il presidente borbottò qualcosa tra i denti quindi passò alla domanda
successiva. «Di certo non c'è alcuna possibilità che Victor Zerimski diventi
il prossimo presidente della Russia, non è vero?»
«Probabilmente, no», rispose Andy. «Ha raggiunto comunque il terzo
posto nell'ultimo sondaggio d'opinione e, sebbene sia ancora lontano dal
primo ministro Chernopov e dal generale Borodin, la sua presa di
posizione contro il crimine organizzato inizia a intaccare il loro vantaggio.
Forse perché la maggior parte dei russi crede che Chernopov sia finanziato
dalla mafia russa.»
«E che mi dici del generale?»
«Ha perso terreno, dal momento che buona parte dell'esercito russo non
viene pagato da mesi. La stampa ha riferito che i soldati vendono le loro
uniformi ai turisti per strada.»
«Grazie a Dio mancano ancora un paio d'anni alle elezioni. Se si avesse
l'impressione che quel comunista di Zerimski avesse la benché minima
possibilità di diventare il prossimo presidente della Russia, una proposta di
legge per la riduzione degli armamenti non supererebbe la prima fase in

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entrambe le Camere.»
Lloyd annuì mentre Lawrence voltava pagina e continuava a fare
scorrere il dito lungo l'elenco di domande. Si fermò alla ventinovesima.
«Quanti membri del Congresso hanno fabbriche d'armi e basi militari
nelle loro circoscrizioni?» chiese, fissando Lloyd.
«Settantadue senatori e duecentoundici membri della Camera», rispose
Lloyd senza dovere consultare la sua cartelletta chiusa. «Dovrà convincere
almeno il sessanta per cento di loro ad appoggiarti per avere una sicura
maggioranza in entrambe le Camere. E questo presupponendo di poter
contare sul voto del senatore Bedell.»
«Frank Bedell chiedeva un'esauriente proposta di legge per la riduzione
degli arsenali quando io ancora frequentavo il liceo nel Wisconsin», ribatté
il presidente. «Non può fare altro che appoggiarci.»
«Sarà ancora a favore della proposta di legge, ma ha l'impressione che
lei non sia andato abbastanza avanti. Ha appena richiesto che riduca le
spese per la difesa di oltre il cinquanta per cento.»
«E come si aspetta che lo faccia?» «Ritirandosi dalla NATO e lasciando
che gli europei si assumano la responsabilità della loro difesa.»
«Una cosa per nulla realistica», replicò Lawrence. «Gli stessi americani
per l'Azione Democratica prenderebbero posizione contro questa
proposta.»
«Lei lo sa, io lo so, e penso che anche il buon senatore lo sappia. Ciò
non lo trattiene, tuttavia, dall'apparire su ogni stazione televisiva da Boston
a Los Angeles, sostenendo che una riduzione del cinquanta per cento delle
spese per la difesa risolverebbe dalla sera alla mattina i problemi della
sanità pubblica e delle pensioni.»
«Vorrei che Bedell dedicasse tanto tempo a preoccuparsi della difesa del
nostro popolo quanto ne dedica a preoccuparsi della sua salute. Come
dovrò rispondergli?»
«Lo copra di lodi per il suo infaticabile e brillante impegno in difesa
degli anziani, ma faccia poi rilevare che, finché lei sarà il comandante in
capo, gli Stati Uniti non abbasseranno mai le loro difese. La cosa più
importante per lei sarà sempre quella di garantire che l'America rimanga la
nazione più potente della terra, eccetera. In questo modo dovremmo
conservare il voto di Bedell e forse fare vacillare anche uno o due
guerrafondai.»
Il presidente lanciò un'occhiata all'orologio prima di passare alla terza

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pagina. Emise un profondo sospiro quando arrivò alla trentunesima
domanda.
Come può sperare di far emanare questa legge, quando i democratici
non hanno la maggioranza in nessuna delle due Camere?
«Okay, Andy. Qual è la risposta a questa domanda?»
«Spieghi come molti americani stiano facendo chiaramente capire ai
loro rappresentanti da una parte all'altra del paese che questa legge è attesa
da troppo tempo e che non è altro che buonsenso.»
«Ho usato questa battuta l'ultima volta, Andy. Per la legge contro la
droga, ricordi?»
«Me ne ricordo, signor presidente. E il popolo americano l'ha appoggiata
lungo tutto il percorso.»
Lawrence emise un altro profondo sospiro prima di dire: «Oh, governare
un paese che non ha elezioni ogni due anni e che non è perseguitato da una
stampa convinta di poter fare un lavoro migliore del governo
democraticamente eletto!»
«Gli stessi russi devono accettare la realtà della stampa.»
«Chi avrebbe mai pensato che saremmo vissuti tanto da vedere una cosa
simile?» esclamò Lawrence mentre esaminava l'ultima domanda. «Penso
che Chernopov vincerà facilmente se ha promesso agli elettori russi che
intende essere il primo presidente che spenderà più per la sanità che per la
difesa.»
«Forse ha ragione», disse Lloyd. «Ma può essere certo che se Zerimski
verrà eletto, inizierà a ricostruire l'arsenale nucleare molto prima di erigere
nuovi ospedali.»
«Nessun dubbio al riguardo», replicò il presidente. «Ma dal momento
che non vi è alcuna probabilità che quel maniaco venga eletto...»
Andy Lloyd rimase in silenzio.

3
FITZGERALD sapeva che i prossimi venti minuti avrebbero deciso il suo
destino.
Aveva attraversato rapidamente la stanza e aveva gettato un'occhiata al
televisore. La folla stava fuggendo dalla piazza in ogni direzione.
L'esultanza rumorosa si era trasformata in panico cieco. Due dei

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consiglieri di Ricardo Guzman erano chini su ciò che rimaneva del suo
corpo.
Fitzgerald aveva recuperato il bossolo usato e l'aveva rimesso al suo
posto nella valigetta in cuoio. Il proprietario del banco dei pegni si sarebbe
accorto che una delle cartucce era stata usata?
Dall'altra parte della piazza l'inconfondibile ululato di una sirena della
polizia aveva superato il rumore della folla urlante. Questa volta la
reazione era stata molto più veloce.
Fitzgerald aveva sfilato il mirino e lo aveva sistemato nello scomparto
sagomato. Poi aveva svitato la canna, l'aveva infilata nel suo
alloggiamento e infine aveva rimesso a posto il calcio.
Aveva dato un'ultima occhiata al televisore e aveva osservato la policia
riversarsi nella piazza. Aveva afferrato la valigetta, si era messo in tasca
una scatola di fiammiferi, quindi aveva attraversato la stanza e aveva
aperto la porta.
Aveva sbirciato a destra e a sinistra, quindi si era diretto rapidamente
verso l'ascensore di servizio. Aveva aperto la finestra che portava alla scala
antincendio poco prima di recarsi al banco dei pegni, ma sapeva che se
avesse dovuto ricorrere al piano di emergenza, un drappello di poliziotti in
uniforme l'avrebbe con ogni probabilità atteso ai piedi della traballante
scala metallica. Nessun elicottero alla Rambo, le eliche mulinanti, gli
avrebbe offerto una fuga verso la gloria mentre i proiettili gli sfioravano le
orecchie, colpendo ogni cosa tranne lui. Questo era il mondo reale.
Appena la pesante porta dell'ascensore si era aperta lentamente,
Fitzgerald si era trovato faccia a faccia con un giovane cameriere in giacca
rossa che portava un vassoio stracolmo per il pranzo. Aveva
evidentemente estratto la pagliuzza più corta e non aveva avuto il
pomeriggio libero per guardare la partita.
Il ragazzo non era riuscito a nascondere la sorpresa nel vedere un ospite
davanti alla porta dell'ascensore di servizio. «No, señor, perdane, no puede
entrar», aveva cercato di spiegare, mentre Fitzgerald lo aveva sfiorato
infilandosi nella porta. L'ospite aveva schiacciato il pulsante
contrassegnato PLANTA BAJA e le porte si erano chiuse molto prima che il
giovanotto avesse potuto dirgli che quel particolare ascensore sarebbe
finito in cucina.
Raggiunto il pianoterra, Fitzgerald aveva circolato agilmente tra le
immacolate tavole in acciaio coperte da file e file di hors d'oeuvres che

Jeffrey Archer 14 2002 - L'Undicesimo Comandamento


attendevano di essere ordinati, bottiglie di champagne che sarebbero state
stappate solo se la nazionale avesse vinto. Aveva raggiunto il lato opposto
della cucina, aveva superato le porte scorrevoli ed era scomparso alla vista
molto prima che un qualsiasi addetto vestito di bianco avesse pensato di
reclamare. Aveva percorso rapidamente un corridoio malamente illuminato
- aveva rimosso la maggior parte delle lampadine la notte precedente - fino
al pesante uscio che portava nel garage sotterraneo dell'albergo.
Estratta dalla tasca della giacca una grossa chiave, aveva chiuso la porta
alle sue spalle e raggiunto una piccola e nera Volkswagen parcheggiata
nell'angolo più buio del garage. Con una chiave più piccola aveva aperto la
portiera dell'auto, si era seduto al volante. Il motore che si era acceso
immediatamente anche se non era stato usato negli ultimi tre giorni. Lo
aveva mandato su di giri per alcuni secondi poi aveva innestato la prima.
Con calma si era destreggiato tra le file di auto parcheggiate, aveva
risalito la ripida rampa che portava in strada e si era arrestato in cima. La
polizia stava perquisendo un'automobile parcheggiata e non aveva lanciato
nemmeno un'occhiata nella sua direzione. Fitzgerald aveva svoltato a
sinistra e si era diretto lentamente verso Plaza de Bolivar.
In quel momento si era udito un suono lamentoso alle sue spalle. Nello
specchietto retrovisore aveva scorto due battistrada della polizia avanzare
velocemente verso di lui, le sirene spiegate. Fitzgerald aveva accostato
mentre i due battistrada e l'ambulanza che portava il corpo senza vita di
Guzman lo avevano superato a gran velocità.
Aveva svoltato a sinistra in una strada secondaria e aveva iniziato un
lungo e tortuoso percorso verso il banco dei pegni, ritornando spesso sui
suoi passi. Ventiquattro minuti dopo si era infilato in un vicolo e aveva
parcheggiato dietro un camion. Con la valigetta in mano si era allontanato
dall'auto senza chiuderla a chiave: aveva intenzione di rimettersi al volante
in meno di due minuti.
Con una rapida occhiata si era accertato che la strada fosse deserta.
Ancora una volta, appena era entrato nell'edificio, l'allarme era scattato.
Questa volta comunque non aveva temuto il veloce arrivo di un'auto di
pattuglia, quasi tutta la polizia sarebbe stata occupata sia allo stadio, dove
di lì a mezz'ora sarebbe iniziata la partita, sia arrestando chiunque si fosse
ancora trovato entro il raggio di un paio di chilometri da Plaza de Bolivar.
Per la seconda volta, quel giorno, aveva attraversato rapidamente
l'ufficio posteriore spostato le tende a perline e si era fermato dietro il

Jeffrey Archer 15 2002 - L'Undicesimo Comandamento


bancone. Aveva controllato che non vi fossero passanti prima di rimettere
la valigetta al suo posto nella vetrina.
Quando Escobar fosse tornato al negozio lunedì mattina, quanto ci
avrebbe messo a scoprire che uno dei sei proiettili magnum era stato
sparato e che al suo posto vi era solo il bossolo? E anche allora, si sarebbe
preso la briga di informare la polizia?
Fitzgerald si era rimesso al volante in meno di novanta secondi e aveva
iniziato a seguire i cartelli per l'aeroporto El Dorada. Nessuno aveva
mostrato il benché minimo interesse per lui. Dopotutto, la partita stava per
iniziare. In ogni caso, quale possibile relazione avrebbe potuto esserci tra
un allarme scattato in un banco dei pegni nel quartiere di San Victorina e
l'assassinio di un candidato alla presidenza in Plaza de Bolivar?
Raggiunta l'autostrada, si era infilato con calma nella corsia centrale.
Numerose auto della polizia gli erano passate accanto a gran velocità,
dirette verso la città. Anche se l'avessero fermato per controllargli i
documenti, avrebbero trovato tutto in ordine. La valigia sul sedile
posteriore non avrebbe svelato nulla di inconsueto per un uomo d'affari
che stava visitando la Colombia per vendere attrezzature minerarie.
Fitzgerald aveva raggiunto l'uscita per l'aeroporto e, dopo cinquecento
metri, aveva svoltato improvvisamente a destra e si era infilato nel
parcheggio dell'albergo San Sebastian. Dal cassettino del cruscotto aveva
preso un passaporto pieno zeppo di timbri. Con la scatola di fiammiferi
presa a El Belvedere diede fuoco a Dirk van Rensberg. Quando stava per
bruciarsi le dita, aveva spalancato la portiera, gettato a terra ciò che restava
del passaporto e con i piedi aveva spento le fiamme, accertandosi che il
simbolo del Sudafrica fosse ancora riconoscibile. Lasciando la chiave
nell'accensione si era diretto verso l'ingresso dell'albergo e aveva gettato
ciò che rimaneva del passaporto di Dirk van Rensberg e una grossa e
pesante chiave in un cestino per i rifiuti ai piedi della scala.
Era passato per la porta girevole e si era accodato a un gruppo di uomini
d'affari giapponesi mentre venivano accompagnati verso un ascensore
aperto. Era stato l'unico a uscire al terzo piano. Davanti alla porta 347
aveva estratto un'altra tessera plastificata che apriva un'altra stanza
prenotata sotto un altro nome. Aveva gettato la valigia sul letto e aveva
controllato l'orologio. Un'ora e diciassette minuti al decollo.
Si era sfilato la giacca e l'aveva buttata sull'unica sedia, quindi aveva
preso il necessaire ed era scomparso in bagno. In attesa che la vasca si

Jeffrey Archer 16 2002 - L'Undicesimo Comandamento


riempisse d'acqua calda, si era tagliato le unghie e si era strofinato a fondo
le mani, come un chirurgo che si prepara per un'operazione.
Aveva impiegato venti minuti per rimuovere ogni traccia della barba di
una settimana e una bella dose di shampoo prima di avere ridato ai capelli
la naturale ondulazione e il colore sabbia.
Si era asciugato alla meglio con l'unico telo fornito dall'albergo, quindi
era tornato in camera da letto. Aveva aperto il terzo cassetto del comò e
aveva tastato in cerca del pacchetto fissato con del nastro adesivo al
cassetto superiore. Pur non avendo occupato quella stanza per parecchi
giorni, era certo che nessuno avesse trovato il suo nascondiglio.
Aveva controllato rapidamente il contenuto. Un altro passaporto sotto un
altro nome. Cinquecento dollari in banconote usate e un biglietto di prima
classe per Città del Capo. Gli assassini in fuga non viaggiano in prima
classe. Cinque minuti più tardi era uscito dalla stanza 347, i suoi vecchi
abiti erano sparpagliati sul pavimento e il cartello FAVOR DE NO MOLESTAR era
appeso alla maniglia esterna della porta.
Fitzgerald aveva preso l'ascensore per il pianoterra, certo che nessuno
avrebbe rivolto una seconda occhiata a un cinquantunenne in camicia blu,
cravatta a righe, giacca sportiva e pantaloni in flanella grigia. Aveva
attraversato con calma la hall senza avvicinarsi al banco della reception.
Quando era arrivato otto giorni prima, aveva subito pagato in contanti, non
aveva mai aperto il minibar né aveva mai richiesto il servizio in camera,
non aveva fatto alcuna telefonata all'esterno né guardato film sulla pay-tv.
Sul suo conto non ci sarebbe stata alcuna spesa extra.
Poco dopo la navetta aveva accostato all'entrata. Al decollo mancavano
ancora quarantatré minuti. Non era preoccupato di perdere il volo 63 per
Lima. Quel giorno di certo nulla sarebbe stato in orario.
Quando il bus lo aveva lasciato all'aeroporto, si era diretto lentamente al
check-in dove non si era sorpreso di sentire che il volo per Lima avrebbe
avuto un ritardo di più di un'ora. Numerosi poliziotti nella sala partenze
sovraffollata e caotica osservavano con sospetto ogni passeggero e,
sebbene lui fosse stato fermato e interrogato parecchie volte e la sua
valigia perquisita due volte, alla fine aveva avuto il permesso di
accomodarsi all'uscita 47.
Aveva rallentato l'andatura quando aveva visto una coppia con zaino
sulle spalle venire trascinata fuori dal personale di sicurezza dell'aeroporto.
Si era chiesto quanti innocenti maschi bianchi dalla barba lunga sarebbero

Jeffrey Archer 17 2002 - L'Undicesimo Comandamento


stati interrogati e avrebbero trascorso la notte in cella a causa di ciò che lui
aveva fatto quel pomeriggio.
Quando si era unito alla coda davanti allo sportello controllo passaporti
aveva ripetuto tra sé e sé il suo nuovo nome. Era la terza volta quel giorno.
Il funzionario in uniforme blu nel piccolo cubicolo aveva aperto il
passaporto neozelandese e aveva esaminato attentamente la fotografia che
innegabilmente assomigliava all'uomo ben vestito che aveva di fronte.
Glielo aveva restituito e aveva permesso ad Alistair Douglas, un ingegnere
civile di Christchurch, di raggiungere la sala partenze. Il volo era stato
finalmente annunciato. Un'assistente di bordo aveva accompagnato il
signor Douglas al suo posto in prima classe.
«Una coppa di champagne, signore?»
Fitzgerald aveva scosso la testa. «No, grazie. Mi basta un bicchiere di
acqua non gasata», aveva risposto, mettendo alla prova il suo accento
neozelandese.
Aveva allacciato la cintura di sicurezza, si era appoggiato allo schienale
e aveva finto di leggere la rivista della compagnia aerea mentre il velivolo
rollava lungo la dissestata pista. A causa della lunga fila di aerei che
attendevano di decollare davanti a loro, Fitzgerald aveva avuto tutto il
tempo di scegliere i piatti che avrebbe mangiato e il film che avrebbe visto
molto prima che il 727 avesse iniziato ad accelerare per il decollo. Quando
le ruote avevano lasciato il suolo, aveva finalmente potuto rilassarsi per la
prima volta quel giorno.
Appena l'aereo aveva raggiunto l'altitudine di crociera, aveva chiuso gli
occhi e aveva cominciato a pensare a ciò che avrebbe dovuto fare una
volta atterrato a Città del Capo.
«È il vostro comandante che vi parla», aveva salutato una voce
profonda. «Devo comunicarvi una notizia che affliggerà alcuni di voi.»
Fitzgerald si era raddrizzato di colpo. L'unica evenienza che non aveva
previsto era un ritorno fuori programma a Bogotà.
«Mi spiace informarvi che oggi in Colombia si è verificata una tragedia
nazionale.»
Fitzgerald aveva stretto leggermente i braccioli del sedile e si era
concentrato su una respirazione regolare.
Il capitano aveva esitato un attimo. «Amici miei», aveva dichiarato in
tono grave, «la Colombia ha subito oggi una terribile perdita.» E dopo una
breve pausa: «La nostra nazionale è stata sconfitta dal Brasile, due a uno».

Jeffrey Archer 18 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Un percepibile lamento si era diffuso nella cabina.
L'assistente di volo era riapparsa al suo fianco. «Posso prepararle un
drink, signor Douglas?»
«Grazie», aveva risposto Fitzgerald. «Adesso penso proprio di gradire
quella coppa di champagne.»

4
APPENA Tom Lawrence entrò nella sala affollata, i giornalisti si alzarono
in piedi.
«Il presidente degli Stati Uniti», annunciò l'addetto stampa
presidenziale.
Lawrence salì sul podio e sistemò la cartelletta blu di Andy Lloyd sul
leggio. Con l'oramai ben noto gesto della mano invitò i giornalisti ad
accomodarsi.
«Con grande gioia vi annuncio», iniziò il presidente con tono rilassato,
«che sto per presentare al Congresso una proposta di legge che avevo
promesso al popolo americano durante la campagna elettorale.»
Solo alcuni dei corrispondenti anziani alla Casa Bianca seduti di fronte a
lui presero appunti, dato che la maggior parte sapeva che, se ci fosse stata
qualche storia che valeva la pena pubblicare, sarebbe nata dallo scambio di
domande e risposte più che da un qualsiasi comunicato stampa.
Ciò comunque non impedì al presidente di ricordare loro che
l'approvazione di una proposta di legge per la riduzione dell'arsenale gli
avrebbe permesso di distribuire più entrate statali per l'assistenza sanitaria
a lungo termine, così che gli americani anziani avrebbero potuto aspettarsi
un migliore standard di vita durante gli anni della pensione.
«Questa è una legge che sarà accolta favorevolmente da ogni cittadino
giusto e altruista e sono orgoglioso di essere il presidente che condurrà
questa proposta attraverso il Congresso.» Lawrence alzò lo sguardo e
sorrise fiducioso, soddisfatto che almeno la sua dichiarazione d'apertura
fosse andata bene.
Grida di: «Signor presidente!» arrivarono da ogni direzione mentre
Lawrence apriva il fascicolo blu e gettava uno sguardo alle probabili
trentun domande. Alzò gli occhi e sorrise a un volto familiare in prima fila.
«Barbara», disse, indicando la giornalista dell'UPI che aveva il diritto,

Jeffrey Archer 19 2002 - L'Undicesimo Comandamento


quale decana della stampa, di porre la prima domanda.
Barbara Evans si alzò lentamente in piedi. «Grazie, signor presidente.»
S'interruppe un attimo prima di chiedere: «Può confermare che la CIA non
è coinvolta nell'assassinio del candidato presidenziale colombiano, Ricardo
Guzman, avvenuto a Bogotà sabato?»
Un brusio d'interesse si propagò per la stanza. Lawrence, fissando le
superflue trentun domande e risposte, avrebbe voluto aver accettato
l'offerta di Larry Harrington di informarlo più dettagliatamente sulla
questione.
«Sono felice che lei abbia posto questa domanda, Barbara», replicò
senza perdere un colpo. «Voglio infatti che sappiate che, sotto la mia
presidenza, una simile idea non può neppure presentarsi. Questa
amministrazione non interferirà mai e in nessuna circostanza
nell'andamento democratico di uno stato sovrano. Di fatto, questa mattina
ho incaricato il segretario di Stato di telefonare alla vedova del signor
Guzman per farle le mie condoglianze.»
Per sua fortuna, la Evans aveva menzionato il nome del morto,
altrimenti non l'avrebbe ricordato. «Le interesserà inoltre sapere, Barbara,
che ho già chiesto al vicepresidente di rappresentarmi al funerale, che ho
sentito dire si terrà questo fine settimana a Bogotà.»
Pete Dowd, l'agente dei Servizi Segreti, responsabile della sicurezza
presidenziale, uscì immediatamente dalla sala per avvisare il
vicepresidente prima che lo raggiungesse la stampa.
Barbara Evans aveva un'espressione poco convinta, ma prima di poter
porre una seconda domanda, il presidente aveva già rivolto la sua
attenzione a un uomo nell'ultima fila che, sperava, non avrebbe avuto
alcun interesse nell'elezione presidenziale colombiana. Appena sentita la
sua domanda, tuttavia, Lawrence desiderò l'avesse avuto. «Quale
possibilità ha la sua proposta sulla riduzione degli armamenti di diventare
legge di fronte alla reale possibilità che Victor Zerimski diventi il
prossimo presidente russo?»
Per i seguenti quaranta minuti Lawrence rispose a numerose domande
sulla proposta di legge sul controllo delle armi nucleari, biologiche,
chimiche e convenzionali, domande inframmezzate, tuttavia, da richieste
di informazioni sul ruolo della CIA in Sud America e su come avrebbe
trattato Victor Zerimski, qualora fosse diventato presidente della Russia.
Quando a tutti parve più che evidente che Lawrence non ne sapeva molto

Jeffrey Archer 20 2002 - L'Undicesimo Comandamento


più di loro su entrambi gli argomenti, gli scribacchini, fiutando sangue,
iniziarono a tormentarlo con domande su quei due temi, escludendo tutti
gli altri, compresa la proposta di legge sulla riduzione degli armamenti.
Quando finalmente Lawrence colse una domanda di Phil Ansanch che
veniva a fagiolo sul tema della proposta di legge, diede una risposta lunga
e digressiva, quindi, senza alcun avviso, concluse la conferenza stampa
sorridendo ai giornalisti ululanti e dicendo: «Grazie, signore e signori. È
stato un piacere, come sempre». Senza un'altra parola, voltò loro le spalle,
uscì rapidamente dalla stanza e si avviò verso l'Ufficio Ovale.
Appena Andy Lloyd lo raggiunse, il presidente borbottò tra i denti: «Ho
bisogno di parlare immediatamente con Larry Harrington. Appena lo avrai
rintracciato, chiama Langley. Voglio il direttore della CIA nel mio ufficio
entro un'ora».
«Mi chiedo, signor presidente, se non sarebbe più saggio...» iniziò il
capo dello staff.
«Nel giro di un'ora, Andy», ribatté il presidente senza neppure
guardarlo. «Se scopro che la CIA è in qualche modo coinvolta
nell'assassinio in Colombia, appenderò la Dexter alla finestra.»
«Dirò al segretario di Stato di raggiungerla immediatamente, signor
presidente», disse Lloyd. Scomparve in un ufficio secondario, sollevò la
cornetta del telefono più vicino e compose il numero di Larry Harrington
al dipartimento di Stato. Neppure al telefono il texano riuscì a nascondere
il piacere nel sentirsi riconosciuto nel giusto tanto velocemente.
Dopo avere riattaccato, Lloyd tornò nel suo ufficio, chiuse la porta e si
sedette in silenzio per alcuni minuti. Solo dopo avere pensato esattamente
a ciò che doveva dire, compose il numero cui solo una persona avrebbe
risposto.
«Il direttore», fu tutto ciò che Helen Dexter disse.

Connor Fitzgerald porse il passaporto al funzionario doganale


australiano. Sarebbe stato il colmo dell'ironia se il documento fosse stato
rifiutato, perché per la prima volta in tre settimane stava usando il suo vero
nome. Il funzionario batté i dati sulla tastiera, controllò lo schermo del
computer, quindi schiacciò alcuni altri tasti.
Non essendo apparso nulla di sfavorevole, stampigliò il visto turistico e
disse: «Buon soggiorno in Australia, signor Fitzgerald».
Connor lo ringraziò, attraversò la zona bagagli, si sedette di fronte al

Jeffrey Archer 21 2002 - L'Undicesimo Comandamento


nastro trasportatore fermo e attese l'arrivo della sua valigia. Non si
concedeva mai di passare per primo la dogana, neppure quando non aveva
alcunché da dichiarare.
Quando era atterrato a Città del Capo il giorno precedente, si era
incontrato all'aeroporto con il suo vecchio amico e collega Carl Koeter.
Carl aveva occupato le prime due ore interrogandolo a fondo prima di
sedersi a tavola e di parlare del proprio divorzio e di cosa stessero facendo
Maggie e Tara. Era stata la seconda bottiglia di Rustenberg Cabernet
Sauvignon del 1982 che aveva quasi fatto perdere a Connor il volo per
Sydney. Al duty-free shop aveva scelto di corsa dei regali per moglie e
figlia chiaramente marcati MADE IN SUDAFRICA. Neppure il suo passaporto
indicava che era arrivato a Città del Capo via Bogotà, Lima e Buenos
Aires.
Mentre attendeva che il nastro bagagli iniziasse a muoversi, ripensò alla
vita che aveva condotto negli ultimi ventotto anni.

Connor Fitzgerald era cresciuto in una famiglia consacrata alla causa


della legge e dell'ordine.
Il nonno paterno, Oscar, cui era stato dato il nome di un poeta irlandese,
era emigrato in America da Kilkenny all'alba del ventesimo secolo. Poche
ore dopo essere sbarcato a Ellis Island si era immediatamente diretto a
Chicago per arruolarsi, come un suo cugino, nella polizia.
Durante il proibizionismo Oscar Fitzgerald era stato tra i pochi poliziotti
che si erano rifiutati di accettare bustarelle dalla mafia. Come risultato non
aveva superato mai il grado di sergente. Oscar tuttavia aveva generato
cinque figli timorati di Dio e aveva smesso solo quando il prete gli aveva
detto che lui e Mary non avrebbero avuto la gioia di una figlia per volontà
di Dio. Sua moglie aveva accolto con piacere le parole sagge di padre
O'Reilly, era già abbastanza difficile allevare cinque gagliardi giovanotti
con lo stipendio di sergente. Ma, attenzione, se Oscar le avesse mai dato
un centesimo in più di ciò le spettava del suo stipendio settimanale, Mary
avrebbe voluto sapere in modo dettagliato da dove arrivava.
Alla fine delle scuole superiori, tre dei ragazzi di Oscar erano entrati nel
corpo di polizia di Chicago, dove si erano guadagnati rapidamente la
promozione meritata dal padre. Un altro aveva preso gli ordini religiosi,
cosa che aveva rallegrato Mary, mentre il più giovane, il padre di Connor,
aveva studiato criminologia alla De Paul con una borsa di studio. Dopo la

Jeffrey Archer 22 2002 - L'Undicesimo Comandamento


laurea era entrato nell'FBI. Nel 1949 aveva sposato Katherine O'Keefe,
una ragazza che viveva a due porte di distanza in South Lowe Street.
Avevano avuto un solo figlio che battezzarono Connor.
Connor era nato al Chicago General Hospital l'8 febbraio del 1951 e,
ancora prima di essere abbastanza grande per frequentare la locale scuola
cattolica, si era capito che sarebbe diventato un ottimo giocatore di
football. Il padre di Connor si era sentito al settimo cielo quando il figlio
era diventato capitano della squadra della Mount Carmel High School, la
madre invece aveva continuato a farlo studiare fino a notte fonda, per
essere certa che avesse fatto tutti i compiti. «Non puoi giocare a football
per il resto della vita», continuava a ricordargli.
La combinazione di un padre che si alzava in piedi ogni qualvolta una
donna entrava nella stanza dove si trovava e una madre che rasentava la
santità aveva fatto sì che Connor, malgrado la sua prestanza fisica, fosse
timido con l'altro sesso. Parecchie ragazze al liceo gli avevano fatto capire
quello che provavano per lui, ma lui non perse la verginità fino all'ultimo
anno quando aveva incontrato Nancy. Poco dopo avere guidato Mount
Carmel a un'ennesima vittoria un pomeriggio d'autunno, Nancy l'aveva
portato dietro le scalinate e l'aveva sedotto. Se si fosse tolta tutti i vestiti,
lui avrebbe visto per la prima volta una donna nuda.
Un mese dopo, Nancy gli aveva chiesto se voleva provare con due
ragazze nello stesso tempo.
«Non ho mai neppure avuto due ragazze, figurarsi nello stesso
momento», le aveva risposto. Nancy non era sembrata impressionata ed
era passata ad altri.
Quando Connor aveva vinto una borsa di studio per l'università di Notre
Dame, non aveva accettato nessuna delle numerose offerte che gli erano
arrivate come, invece, avevano fatto tutti gli altri membri della squadra di
football. I suoi compagni si gloriavano di incidere i nomi delle ragazze che
avevano ceduto al loro fascino all'interno dell'anta dei loro armadietti.
Brett Coleman, kicker della squadra, aveva inciso diciassette nomi alla fine
del primo semestre. Per regola, aveva informato Connor, contava solo la
penetrazione: «Le ante dell'armadietto non sono abbastanza grandi per
comprendere anche il sesso orale». Alla fine del primo anno, NANCY era
ancora l'unico nome inciso da Connor. Una sera dopo l'allenamento aveva
controllato gli altri armadietti e scoperto che NANCY compariva in quasi
tutti, a volte insieme a quello di un'altra ragazza. Il resto della squadra gli

Jeffrey Archer 23 2002 - L'Undicesimo Comandamento


avrebbe fatto patire le pene dell'inferno per quella misera figura se non
fosse stato la miglior matricola quarterback che Notre Dame vedeva da un
decennio.
Tutto era cambiato durante i primi giorni del secondo anno all'università.
Quando era arrivato alla riunione settimanale del circolo di ballo
irlandese, lei si stava infilando le scarpe. Non aveva potuto vedere il suo
viso, cosa che non ebbe una grande importanza, dato che non riusciva a
togliere gli occhi da quelle lunghe e snelle gambe. Da eroe del football si
era abituato a venire fissato dalle ragazze, ma ora l'unica ragazza su cui
avrebbe voluto fare impressione non sembrava neppur conscia della sua
esistenza. Per peggiorare le cose, quando lei era entrata sulla pista da ballo,
faceva coppia con Declan O'Casey, un ragazzo che non aveva rivali nella
danza. Entrambi mantenevano la schiena rigidamente diritta e i loro piedi
si muovevano con una leggerezza che lui non avrebbe mai potuto neppure
sperare di uguagliare.
Quando il brano era terminato, Connor non aveva ancora scoperto il suo
nome. E, peggio ancora, lei e Declan se ne andarono prima che lui trovasse
qualche modo per farsi presentare. Dalla disperazione, aveva deciso di
seguirli fino agli alloggi per studentesse, camminando cinquanta metri
dietro loro e mantenendosi sempre negli angoli bui, proprio come gli aveva
insegnato suo padre. Gli era sfuggita una smorfia nel vederli tenersi per
mano e chiacchierare allegramente. Giunti alla Le Mans Hall, lei aveva
baciato Declan sulla guancia ed era scomparsa oltre la porta. Perché, si era
chiesto, non si era concentrato di più sul ballo e meno sul football?
Dopo che Declan si era allontanato verso la casa dello studente, Connor
aveva iniziato a passeggiare con indifferenza su e giù per il marciapiede
sotto le finestre del dormitorio, chiedendosi se c'era qualcosa che avrebbe
potuto fare. Alla fine l'aveva intravista in vestaglia mentre tirava le tende,
quindi aveva ciondolato ancora un po' lì in giro prima di tornare riluttante
nella sua stanza. Si era seduto in fondo al letto e aveva iniziato a scrivere
una lettera alla madre, raccontandole che aveva visto la ragazza che
avrebbe sposato, anche se in realtà non le aveva ancora parlato e di cui, a
ben pensarci, non conosceva neppure il nome. Mentre leccava la busta,
cercò di convincersi che Declan O'Casey non era altro che il compagno di
ballo.
Durante la settimana aveva cercato di scoprire il più possibile su di lei,
ma aveva messo insieme molto poco, a parte il fatto che si chiamava

Jeffrey Archer 24 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Maggie Burke, che aveva vinto una borsa di studio per la St. Mary e che
frequentava il primo anno di storia dell'arte. Aveva maledetto il fatto di
non avere mai messo piede in una galleria in vita sua; a dire il vero, i
momenti in cui più si avvicinava alla pittura era quando suo padre gli
chiedeva di ritoccare lo steccato. Era venuto a sapere inoltre che Declan
usciva con Maggie dall'ultimo anno di liceo e che non solo era il miglior
ballerino del club, ma che era anche considerato il matematico più brillante
dell'università. Altri istituti gli stavano offrendo borse di studio postlaurea
ancora prima di conoscere i risultati dei suoi esami finali. Connor non
poteva fare altro che sperare che a Declan venisse offerto un posto
irresistibile il più lontano possibile da South Bend.
Era stato il primo a fare la sua comparsa al circolo di ballo il giovedì
seguente, e, quando Maggie era uscita dallo spogliatoio nella sua camicetta
color crema e la minigonna nera, l'unica domanda che si era posto fu se
fissare i suoi occhi verdi o le sue lunghe gambe. Ancora una volta lei
aveva ballato tutta la sera con Declan, mentre Connor rimaneva seduto in
silenzio su una panca, cercando di fingere di non essere nemmeno conscio
della sua presenza. Dopo l'ultimo brano i due se l'erano filata e ancora una
volta lui li aveva seguiti fino a Le Mans Hall, ma questa volta aveva notato
che lei non stringeva la mano di Declan.
Dopo una lunga chiacchierata e un altro bacio sulla guancia, Declan era
scomparso in direzione della casa dello studente. Connor si era accasciato
su una panca di fronte alla sua finestra, gli occhi fissi sul balcone
dell'edificio. Aveva deciso di aspettare finché non l'avesse vista tirare le
tende, ma quando lei era apparsa alla finestra, si era appisolato.
Quello che ricordava poi era essersi svegliato da un sonno profondo in
cui aveva sognato che Maggie era davanti a lui con indosso pigiama e
vestaglia.
Si era svegliato di colpo, l'aveva fissata incredulo, era balzato in piedi e
le aveva teso la mano.
«Ciao, sono Connor Fitzgerald.»
«Lo so», aveva risposto lei stringendogli la mano. «Io sono Maggie
Burke.»
«Lo so.»
«C'è posto su quella panca?» aveva chiesto lei.
Da quel momento Connor non aveva più guardato un'altra donna.
Il sabato seguente Maggie era andata a una partita di football per la

Jeffrey Archer 25 2002 - L'Undicesimo Comandamento


prima volta in vita sua e l'aveva guardato mettere a segno una serie di
notevoli tiri davanti a quello che per lui era uno stadio gremito di una sola
persona.
Il giovedì seguente lei e Connor avevano ballato insieme tutta la sera,
mentre Declan se ne stava seduto sconsolato in un angolo. Ed era parso
ancora più avvilito quando i due se ne erano andati via insieme, mano nella
mano. Raggiunta Le Mans Hall, Connor l'aveva baciata per la prima volta,
poi era caduto su un ginocchio e le aveva chiesto di sposarlo. Maggie
aveva riso, era arrossita violentemente ed era corsa in casa. Tornando al
suo pensionato, anche Connor aveva riso, ma solo nell'individuare Declan
nascosto dietro un albero.
Da quel momento in poi Connor e Maggie avevano passato ogni
momento del loro poco tempo libero insieme. Lei aveva appreso cosa
fossero i touchdown, le aree di meta e i passaggi laterali, lui chi erano
Bernini e Luini. Ogni giovedì sera per i successivi tre anni lui si era
lasciato cadere su un ginocchio e le aveva chiesto di sposarlo. Ogni
qualvolta i suoi compagni di squadra gli domandavano perché non avesse
inciso il nome di Maggie dentro l'armadietto, lui rispondeva
semplicemente: «Perché la sposerò».
Alla fine dell'ultimo anno di studi di Connor, Maggie aveva accettato di
diventare sua moglie, ma non prima di avere portato a termine i suoi
esami.
«Ci sono volute più di cento proposte di matrimonio per convincerti»,
aveva detto Connor trionfante.
«Oh, non essere stupido, Connor Fitzgerald. Sapevo che avrei trascorso
il resto della mia vita con te dal momento che mi sono seduta su quella
panchina.»
Si erano sposati due settimane dopo la laurea summa cum laude di
Maggie. Tara era nata dieci mesi dopo.

5
«Si aspetta che io creda che la CIA non sapeva che si stava prendendo in
considerazione un tentativo di omicidio?»
«Esatto, signore», rispose con calma il direttore della CIA. «Quando
abbiamo saputo dell'assassinio, cioè pochi secondi dopo, ho contattato il

Jeffrey Archer 26 2002 - L'Undicesimo Comandamento


consulente per la Sicurezza Nazionale che, ho sentito dire, lo ha riferito
direttamente a lei a Camp David.»
Il presidente si mise a camminare su e giù per l'Ufficio Ovale, cosa che
non solo gli dava più tempo per pensare, ma di solito metteva a disagio i
suoi ospiti. La maggior parte delle persone che entrava nell'Ufficio Ovale
era già agitata. La sua segretaria gli aveva detto una volta che quattro su
cinque visitatori andavano in bagno solo pochi attimi prima di doversi
incontrare con il presidente. Dubitava comunque che la donna che sedeva
di fronte a lui sapesse dove si trovava il bagno più vicino. Se una bomba
fosse esplosa nel Rose Garden, con ogni probabilità Helen Dexter avrebbe
soltanto alzato un sopracciglio ben curato. Fino a quel momento la sua
carriera era durata più a lungo di quella di tre presidenti, i quali, si
vociferava, avevano tutti e tre, a un certo punto, chiesto le sue dimissioni.
«E quando il signor Lloyd mi ha telefonato per dirmi che lei esigeva
maggiori dettagli», continuò la Dexter, «ho dato ordine al mio vice, Nick
Gutenburg, di contattare i nostri ragazzi a Bogotà e di informarsi più a
fondo su ciò che è esattamente successo sabato pomeriggio. Gutenburg ha
portato a termine la sua relazione ieri.» Picchiettò il dossier che aveva in
grembo.
Lawrence smise di camminare e si fermò sotto un ritratto di Abramo
Lincoln appeso sopra il caminetto. Fissò la nuca di Helen Dexter. Lei
continuò a guardare diritto davanti a sé.
Il direttore indossava un tailleur elegante e dall'ottimo taglio con una
semplice camicetta color crema. Raramente portava gioielli, neppure in
avvenimenti di gala. La sua nomina a vicedirettore, a opera del presidente
Ford quando lei aveva solo trentadue anni, doveva unicamente placare la
lobby femminista in prossimità delle elezioni del 1976. In realtà accadde
che fu Ford il tappabuchi. Dopo una serie di direttori a breve termine che o
davano le dimissioni o andavano in pensione, la signora Dexter finì per
avere quell'ambito posto. Nell'atmosfera corrotta di Washington
circolavano molte dicerie sulle sue idee di estrema destra e sui metodi usati
per ottenere la promozione, ma nessun membro del Senato osava mettere
in dubbio la sua nomina. Si era diplomata summa cum laude alla Bryn
Mawr, cui era seguita una laurea in giurisprudenza presso la Pennsylvania
Law School e subito dopo un posto in uno degli studi legali più importanti
di New York. Dopo una serie di liti con il consiglio d'amministrazione sul
tempo che impiegavano le donne a diventare socie e che portarono a una

Jeffrey Archer 27 2002 - L'Undicesimo Comandamento


causa che venne risolta fuori del tribunale, aveva accettato l'offerta di
entrare nella CIA.
Aveva iniziato la sua carriera nell'agenzia nell'ufficio del direttore delle
operazioni, diventandone alla fine la sua vice. Al tempo della nomina si
era fatta più nemici che amici, ma con il passare degli anni sembravano
scomparire, o perché licenziati o perché richiedevano il prepensionamento.
Quando venne nominata direttore aveva appena compiuto quarant'anni. Il
Washington Post la descrisse come una persona vincente, ma ciò non
impedì agli allibratori di fare scommesse su quanti giorni sarebbe
sopravvissuta. Ben presto cambiarono i giorni in settimane e poi in mesi.
Ora accettavano scommesse sulla durata della sua carriera a capo della
CIA rispetto a quella di J. Edgar Hoover a capo dell'FBI.
Nel giro di pochi giorni dalla nomina, Tom Lawrence aveva scoperto fin
dove sarebbe arrivata la Dexter per ostacolarlo, avesse cercato di invadere
il suo mondo. Quando richiedeva relazioni su argomenti importanti,
passavano spesso settimane prima che approdassero alla sua scrivania, ed
erano di solito lunghe, digressive, noiose e già obsolete. Quando la
chiamava nell'Ufficio Ovale per farsi spiegare domande cui non aveva dato
risposta, riusciva a fare apparire un sordomuto praticamente comunicativo.
Se insisteva, lei cercava di guadagnare tempo, presupponendo ovviamente
che sarebbe ancora stata al suo posto molto dopo che gli elettori avevano
cacciato lui dal suo.
Ma fu solo quando lui propose un suo candidato a un posto libero alla
Corte suprema che vide Helen Dexter in tutta la sua forza letale. Nel giro
di alcuni giorni aveva ricoperto la sua scrivania di fascicoli che
specificavano in lungo e in largo perché il candidato proposto era
inaccettabile.
Lawrence aveva continuato a sostenere il candidato, uno dei suoi più
vecchi amici, che fu trovato impiccato nel garage di casa il giorno prima di
entrare in carica. In seguito aveva scoperto che quella relazione
confidenziale era stata inviata a ogni membro del Comitato di selezione
del Senato, ma non riuscì mai a dimostrare chi era stato il colpevole.
Andy Lloyd l'aveva avvertito in parecchie occasioni che, se avesse
cercato di rimuovere la Dexter dal suo posto, avrebbe fatto meglio a
presentare una prova di ferro, tipo sostenere in tribunale che Madre Teresa
aveva avuto un conto segreto in Svizzera foraggiato dalla mafia.
Lawrence aveva accettato il giudizio del capo dello staff, ma ora aveva

Jeffrey Archer 28 2002 - L'Undicesimo Comandamento


l'impressione che, se fosse riuscito a dimostrare che la CIA era coinvolta
nell'assassinio di Ricardo Guzman senza neppure prendersi la briga di
informarlo, avrebbe potuto costringere la Dexter a sgombrare in pochi
giorni.
Tornò alla sua sedia e toccò il pulsante sotto il bordo della scrivania che
avrebbe permesso ad Andy di ascoltare la conversazione. Lawrence si rese
conto che la donna sapeva esattamente cosa stava facendo e sospettò che
l'onnipresente borsa a tracolla non contenesse gingilli femminili, ma un
registratore. Ciononostante aveva ancora bisogno della sua versione degli
eventi per la documentazione.
«Dato che pare tanto bene informata», dichiarò il presidente mentre si
sedeva, «forse può riferirmi più dettagliatamente ciò che è realmente
accaduto a Bogotà.»
Helen Dexter ignorò il tono sarcastico e prese una delle cartellette che
teneva sulle ginocchia. Sulla copertina bianca con il simbolo della CIA vi
erano le parole STRETTAMENTE CONFIDENZIALE. Lawrence si chiese quanti
fascicoli con la scritta STRETTAMENTE CONFIDENZIALE avesse nascosto dall'altra
parte del fiume.
Lei aprì il dossier e lesse: «Numerose fonti hanno confermato che
l'omicidio è stato eseguito da un terrorista solitario».
«Mi nomini una di queste fonti», chiese in tono brusco il presidente.
«Il nostro attaché culturale a Bogotà», rispose il direttore.
Lawrence alzò un sopracciglio. Metà degli addetti culturali delle
ambasciate americane in tutto il mondo erano stati piazzati in quei posti
dalla CIA affinché riferissero direttamente a Helen Dexter a Langley senza
essersi prima consultati con l'ambasciatore locale, per non parlare del
dipartimento di Stato. La maggior parte di loro pensava che Lo
schiaccianoci fosse il nome di un piatto.
Il presidente sospirò. «E chi pensa sia stato il mandante dell'omicidio?»
La Dexter sfogliò alcune pagine del dossier, ne estrasse una fotografia e
la spinse dall'altra parte della scrivania. Il presidente osservò la foto di un
uomo di mezza età dall'aspetto benestante e ben vestito.
«Chi è?»
«Carlos Velez. Dirige il secondo cartello colombiano. Guzman,
naturalmente, controllava il primo.»
«E questo Velez è stato incriminato?»
«Sfortunatamente è stato ucciso solo poche ore dopo che la polizia

Jeffrey Archer 29 2002 - L'Undicesimo Comandamento


aveva ottenuto un mandato.»
«Molto conveniente.»
Il direttore non arrossì. Cosa impossibile nel suo caso, pensò Lawrence.
Per arrossire bisognava avere sangue.
«Questo solitario assassino aveva un nome? Oppure è morto anche lui
solo pochi istanti dopo che è stato emesso un ordine...»
«No, signore, lui è ancora vivo», replicò il direttore con fermezza. «Si
chiama Dirk van Rensberg.»
«Che si sa di lui?»
«È sudafricano. Fino a poco tempo fa viveva a Durban.»
«Fino a poco tempo fa?»
«Sì. Si è dato alla clandestinità subito dopo l'omicidio.»
«Una cosa facilissima a farsi, se già non si è mai stati alla luce del sole»,
disse il presidente. Attese che il direttore reagisse, ma lei rimase
impassibile. Alla fine chiese: «Le autorità colombiane sono d'accordo con
questo resoconto di ciò che è successo, o l'attaché culturale è la nostra
unica fonte di informazione?»
«No, signor presidente. Abbiamo raccolto la maggior parte delle nostre
informazioni dal capo della polizia di Bogotà. In verità, ha già arrestato
uno dei complici di van Rensberg, un cameriere dell'albergo El Belvedere,
l'edificio da cui è stato sparato il colpo. È stato arrestato nel corridoio solo
pochi istanti dopo che aveva aiutato l'assassino a fuggire con l'ascensore di
servizio.»
«E che sappiamo dei movimenti di van Rensberg dopo l'omicidio?»
«Pare abbia preso un volo per Lima sotto il nome di Alistair Douglas e
abbia poi continuato alla volta di Buenos Aires usando lo stesso
passaporto. Da quel momento abbiamo perso ogni traccia.»
«E dubito che mai la ritroverete.»
«Oh, non sarei tanto pessimista, signor presidente», ribatté la Dexter
ignorando il tono di Lawrence. «I sicari tendono a essere dei solitari che
spesso scompaiono per parecchi mesi dopo un lavoro di questa
importanza, ma ricompaiono appena le acque si sono calmate.»
«Bene», disse il presidente, «le assicuro che in questo caso intendo
mantenere le acque agitate. La prossima volta che ci incontreremo, potrei
avere un mio rapporto da sottoporre alla sua attenzione.»
«Sono ansiosa di leggerlo», replicò la Dexter, con un tono di voce che
ricordava il bullo della scuola.

Jeffrey Archer 30 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Il presidente schiacciò un pulsante sotto la scrivania. Un attimo dopo si
sentì bussare alla porta e Andy Lloyd entrò nello studio.
«Signor presidente, tra pochi minuti ha un incontro con il senatore
Bedell», dichiarò, ignorando la presenza della Dexter.
«Allora me ne vado, signor presidente», si congedò lei alzandosi. Mise il
dossier sulla scrivania, raccolse la borsa e uscì dalla stanza senza dire
un'altra parola.
Il presidente non parlò finché il direttore della CIA non ebbe chiuso la
porta alle sue spalle. Si voltò poi verso il capo dello staff. «Non credo a
una sola parola», borbottò mentre lasciava cadere il dossier nel vassoio
della corrispondenza in uscita. Lloyd si annotò mentalmente di recuperarlo
appena il suo capo lasciava la stanza. «Speriamo almeno di averla
spaventata e che lei non prenda neppure più in considerazione l'idea di
portare avanti un'altra azione simile mentre io sono alla Casa Bianca.»
«Ricordando il modo in cui l'ha trattata quando era senatore, signor
presidente, su questo non scommetterei molto.»
«Dal momento che non posso di certo assumere un assassino per
toglierla di mezzo, cosa mi suggerisci di fare?»
«Secondo me ci ha lasciato due possibilità. Può licenziarla e affrontare
l'inevitabile inchiesta del Senato o accettare la sconfitta, accogliere la sua
versione di ciò che è accaduto a Bogotà e sperare di avere la meglio su di
lei la prossima volta.»
«Potrebbe esserci una terza alternativa», ribatté con calma il presidente.
Lloyd ascoltò attentamente, senza mai tentare di interrompere il capo.
Comprese rapidamente che il presidente aveva riflettuto a lungo su come
rimuovere Helen Dexter dal suo incarico di direttore della CIA.

Connor raccolse i suoi pensieri mentre alzava lo sguardo sul monitor che
indicava l'arrivo dei bagagli. Il nastro trasportatore iniziava a sputare le
valigie del suo volo e alcuni passeggeri si stavano già avvicinando per
raccogliere le prime sacche.
Ancora lo rattristava il fatto di non essere stato presente alla nascita di
sua figlia. Benché dubitasse della politica degli Stati Uniti in Vietnam,
aveva condiviso il patriottismo della sua famiglia. Era partito volontario
per il servizio militare e aveva portato a termine la scuola ufficiali mentre
attendeva che Maggie si laureasse. Alla fine avevano avuto solo il tempo
di sposarsi e di passare quattro giorni in luna di miele, prima che il

Jeffrey Archer 31 2002 - L'Undicesimo Comandamento


sottotenente Fitzgerald partisse per il Vietnam nel luglio del 1972.
Quei due anni in Vietnam erano ora solo un lontano ricordo. Essere stato
promosso tenente, catturato dai vietcong, fuggito salvando la vita a un
altro uomo, tutto ciò pareva tanto lontano che riusciva quasi a convincersi
che nulla di tutto ciò fosse mai accaduto.
Cinque mesi dopo essere tornato a casa, il presidente gli aveva accordato
il più alto riconoscimento militare della nazione, la Medaglia d'Onore, ma,
dopo diciotto mesi di prigionia in Vietnam, era soltanto felice di essere
vivo e riunito alla donna che amava. Nel momento poi in cui aveva visto
Tara, si era innamorato per la seconda volta.
Una settimana dopo essere tornato negli Stati Uniti, Connor aveva
iniziato a cercare un impiego. Aveva già avuto un colloquio per un posto
alla sede di Chicago della CIA, quando il capitano Jackson, il comandante
della sua compagnia, si era presentato senza preavviso e l'aveva invitato a
fare parte di una unità speciale che stava per essere istituita a Washington.
A Connor era stato subito detto che, se avesse accettato di unirsi alla
squadra speciale di Jackson, ci sarebbero stati dei lati del suo lavoro che
non avrebbe mai potuto discutere con alcuno, compresa sua moglie.
Quando aveva sentito ciò che ci si aspettava da lui, aveva detto a Jackson
che avrebbe avuto bisogno di un po' di tempo per riflettere prima di
prendere una decisione. Ne aveva poi discusso con padre Graham, il
parroco, il quale gli aveva dato un solo consiglio: «Non fare mai nulla che
consideri disonorevole, neppure in nome del tuo paese».
Quando a Maggie era stato offerto un incarico all'ufficio ammissioni
all'università di Georgetown, Connor aveva compreso quanto determinato
fosse Jackson a reclutarlo. Il giorno seguente aveva scritto al suo vecchio
comandante di compagnia per dirgli che sarebbe stato felice di entrare a far
parte della Maryland Insurance.
Fu allora che cominciò l'inganno.
Alcune settimane dopo Connor, Maggie e Tara si erano trasferiti a
Georgetown. Avevano trovato una casetta in Avon Place, pagando
l'acconto con i soldi dell'esercito che Maggie aveva versato sul conto di
Connor, rifiutandosi di credere che fosse morto.
L'unica mestizia in quei primi giorni a Washington era stato l'aborto
spontaneo di Maggie. Sebbene il ginecologo l'avesse consigliata di
accettare il fatto che avrebbe avuto un solo figlio, Maggie aveva accolto il
suo consiglio solo dopo il terzo aborto.

Jeffrey Archer 32 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Sebbene ora fossero sposati da trent'anni, Maggie era ancora capace di
eccitare Connor semplicemente sorridendogli e passandogli la mano lungo
la schiena. Sapeva che quando fosse uscito dalla dogana e l'avesse vista in
attesa nell'atrio, per lui sarebbe stato come la prima volta. Sorrise al
pensiero che lei era di certo arrivata all'aeroporto con un'ora di anticipo.
Appena si trovò davanti la valigia, l'afferrò e si diresse verso l'uscita,
seguendo il percorso di chi non aveva nulla da dichiarare. Anche se gli
avessero ispezionato la valigia, i funzionari doganali non si sarebbero certo
interessati a un antilope in legno «Made in Sudafrica».
Uscito nell'area arrivi, individuò immediatamente moglie e figlia tra la
folla. Affrettò il passo e sorrise alla donna che adorava. Come mai gli
aveva dato una seconda occhiata, per non parlare di avere addirittura
accettato di diventare sua moglie? Con un sorriso ancora più ampio la
strinse tra le braccia.
«Come stai, amore mio?» chiese.
«Riprendo a vivere solo quando so che sei tornato illeso da un incarico»,
gli sussurrò lei. Lui cercò di ignorare il termine «illeso» mentre la lasciava
andare e si girava verso l'altra donna della sua vita. Una versione
leggermente più alta dell'originale, con gli stessi lunghi capelli rossi e
sfavillanti occhi verdi, ma con un'indole più tranquilla, l'unica figlia di
Connor gli diede un grosso bacio sulla guancia che lo fece sentire dieci
anni più giovane.
Al battesimo di Tara, padre Graham aveva chiesto all'Onnipotente di
concedere alla piccola l'aspetto di Maggie e il cervello di... Maggie.
Divenuta adolescente, i suoi voti a scuola e le teste che si giravano dei
giovanotti avevano dimostrato che padre Graham non era solo un prete ma
anche un profeta. Connor aveva ben presto rinunciato a respingere la
fiumana di ammiratori che avevano bussato alla porta della loro casetta a
Georgetown, e a rispondere al telefono: si trattava quasi sempre di un
ennesimo giovane che sperava che sua figlia accettasse un appuntamento.
«Come va il Sudafrica?» chiese Maggie prendendolo sottobraccio.
«La situazione è sempre più precaria dalla morte di Mandela», rispose.
Aveva ricevuto dettagliate informazioni da Carl Koeter durante il loro
lungo pranzo a Città del Capo, integrate dai giornali locali di una settimana
che aveva letto durante il volo a Sydney. «Mbeki sta facendo del suo
meglio, ma temo di dover consigliare alla società di tagliare gli
investimenti in quella parte del mondo, almeno fino a che non saremo certi

Jeffrey Archer 33 2002 - L'Undicesimo Comandamento


che la guerra civile è sotto controllo.»
«Le cose vanno a pezzi; il centro non può tenere; l'anarchia è libera in
tutto il mondo», recitò Maggie.
«Non credo che Yeats abbia mai visitato il Sudafrica», commentò
Connor.
Quante volte aveva desiderato dire a Maggie tutta la verità e spiegarle
perché era vissuto nella menzogna per così tanti anni. Ma non era così
facile. Lei sarà anche stata sua moglie, ma loro erano i suoi padroni e lui
aveva sempre accettato il codice del silenzio totale. Nel corso degli anni
aveva cercato di convincersi che era nell'interesse di Maggie non
conoscere tutta la verità. Ma quando lei usava senza pensarci parole come
«incarico» o «illeso», capiva che sapeva molto più di quanto non
ammettesse. Parlava nel sonno? Ben presto, tuttavia, non sarebbe più stato
necessario continuare a imbrogliarla. Maggie ancora non lo sapeva, ma
Bogotà era stata la sua ultima missione. Durante le vacanze avrebbe
accennato a una attesa promozione che l'avrebbe portato a viaggiare molto
meno.
«E l'accordo?» chiese Maggie. «Hai potuto sistemare le cose?»
«L'accordo? Oh, certo, tutto è andato secondo i piani», rispose Connor.
Era quanto di più vicino alla verità potesse dirle.
Connor cominciò a pensare a come trascorrere le prossime due settimane
crogiolandosi al sole. Passando davanti a un'edicola, un trafiletto del
Sydney Morning Herald attrasse la sua attenzione: «Il vicepresidente
americano presente al funerale in Colombia».
Maggie lasciò il braccio del marito mentre uscivano nella calda aria
estiva e si diresse verso il parcheggio.
«Dov'eri quando è scoppiata la bomba a Città del Capo?» volle sapere
Tara.
Koeter non aveva menzionato nulla a proposito di una bomba a Città del
Capo. Sarebbe mai riuscito a rilassarsi?

6
ORDINÒ all'autista di portarlo alla National Gallery.
Come l'automobile si staccò dalla zona d'accesso dello staff della Casa
Bianca, dalla guardiola un agente con l'uniforme dei Servizi Segreti aprì il

Jeffrey Archer 34 2002 - L'Undicesimo Comandamento


cancello in ferro rinforzato e alzò una mano in segno di riconoscimento.
L'autista svoltò in State Place, passò tra il South Grounds e l'Ellipse e
proseguì oltre il dipartimento del Commercio.
Quattro minuti dopo l'auto si fermò davanti all'entrata est della galleria.
Il passeggero attraversò rapidamente il marciapiede a ciottoli e salì la
scalinata in pietra. Raggiunta la cima, diede un'occhiata oltre la spalla per
ammirare l'enorme scultura di Henry Moore che si ergeva dall'altra parte
della piazza e controllò che nessuno lo seguisse. Non poteva esserne certo,
ma, alla fin fine, lui non era un professionista.
Entrò nell'edificio e prese a sinistra la grande scala in marmo che
portava alle gallerie del secondo piano dove aveva trascorso tante ore
durante la sua gioventù. Le ampie sale erano gremite di scolaresche, cosa
non insolita in una mattinata feriale. Mentre entrava nella galleria 71, fece
scorrere lo sguardo sui quadri di Homer, Bellows e Hopper e cominciò a
sentirsi a casa, una sensazione che non aveva mai provato alla Casa
Bianca. Raggiunse la galleria 66 per ammirare ancora una volta il
Memorial to Shaw and the 54th Massachusetts Regiment di August Saint-
Gaudens. La prima volta che aveva visto l'imponente fregio vi si era
fermato davanti per più di un'ora, come ipnotizzato. Oggi avrebbe potuto
dedicarvi solo pochi attimi.
Dal momento che non era riuscito a evitare di fermarsi, ci mise un altro
quarto d'ora per raggiungere la rotonda al centro dell'edificio. Passato
rapidamente davanti alla statua di Mercurio, scese le scale, attraversò la
libreria, fece di corsa un'altra rampa di scale e la sala sotterranea prima di
arrivare nell'ala orientale. Passò sotto il grande mobile di Calder che
pendeva dal soffitto, spinse la porta girevole e uscì dall'edificio. A quel
punto era certo che nessuno l'avesse seguito. Saltò sul primo taxi libero e,
lanciata un'occhiata fuori dal finestrino, vide la sua automobile e l'autista
dall'altra parte della piazza.
«Da A. V. in New York Avenue.»
Il taxi girò a sinistra in Pennsylvania Avenue, quindi si diresse a nord
lungo la Sesta Strada. Cercò di raccogliere i suoi pensieri in un qualche
ordine coerente, grato che il conducente non avesse alcuna intenzione di
proporgli le sue opinioni sull'amministrazione o sul presidente.
Svoltato a sinistra in New York Avenue, il tassista iniziò a rallentare. Gli
diede una banconota da dieci dollari ancora prima che si fermasse, quindi
scese dall'auto e chiuse la portiera senza attendere il resto.

Jeffrey Archer 35 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Passò sotto una tenda rossa, bianca e verde che non dava adito a dubbi
sulle origini del proprietario e aprì la porta. Ci mise alcuni istanti per
abituarsi alla luce, o meglio alla mancanza di luce, poi si sentì sollevato
nel notare che il locale era vuoto a parte una figura solitaria seduta a un
piccolo tavolo dall'altra parte della stanza, un bicchiere mezzo vuoto di
succo di pomodoro in mano. L'abito dall'ottimo taglio non lasciava capire
che l'uomo era disoccupato. Sebbene avesse ancora una figura da sportivo,
la calvizie lo faceva apparire più vecchio dell'età scritta sul suo dossier. I
loro occhi s'incrociarono e l'uomo annuì. Lui si avvicinò e gli si sedette di
fronte.
«Mi chiamo Andy...» iniziò.
«Il mistero, signor Lloyd, non è il suo nome, ma il motivo per il quale il
capo dello staff del presidente vuole vedermi», disse Chris Jackson.

«E qual è il suo settore di competenza?» chiese Stuart McKenzie.


Maggie guardò suo marito, ben sapendo che non avrebbe accolto con
piacere una simile intrusione nella sua vita professionale.
Connor si rese conto che Tara non aveva potuto avvertire il suo ultimo
spasimante di non discutere il lavoro del padre.
Fino a quel momento il pranzo era stato estremamente piacevole. Il
pesce doveva essere stato pescato solo poche ore prima che loro si
accomodassero al tavolo d'angolo nella piccola locanda sulla spiaggia a
Cronulla. La frutta non aveva mai visto conservanti e gli sarebbe piaciuto
che la birra bevuta venisse esportata a Washington. Connor bevve un sorso
di caffè prima di appoggiarsi allo schienale della sedia e guardare i surfisti
a soli cento metri di distanza, uno sport che avrebbe voluto scoprire
vent'anni prima. Stuart si era sorpreso nel vedere quanto fosse in forma il
padre di Tara. Connor lo ingannò dicendo che faceva ancora ginnastica
due o tre volte alla settimana. Avesse detto due o tre volte al giorno si
sarebbe avvicinato di più alla verità.
Anche se nessuno era all'altezza di sua figlia, Connor dovette ammettere
che in questi ultimi giorni aveva trovato gradevole la compagnia del
giovane avvocato.
«Lavoro nel campo delle assicurazioni», rispose, ben sapendo che sua
figlia aveva detto almeno questo a Stuart.
«Sì, Tara mi ha detto che lei è un senior executive, ma senza entrare nei
dettagli.»

Jeffrey Archer 36 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Connor sorrise. «Solo perché sono specializzato in rapimenti e riscatti, e
ho lo stesso atteggiamento di riservatezza per il cliente che tu dai per
scontato nella tua professione.» Si chiese se questo avrebbe impedito al
giovane australiano di procedere con quell'argomento. Niente da fare.
«Mi sembra molto più interessante della maggior parte dei casi banali
che tratto», disse Stuart, cercando di cavargli fuori qualcosa d'altro.
«Il novanta per cento di ciò che faccio è monotono lavoro di routine»,
ribatté Connor. «Immagino, anzi, di avere molto più lavoro d'ufficio da
fare di te.»
«Io però non vengo mandato in Sudafrica.»
Tara lanciò un'occhiata ansiosa al padre, sapeva che l'aver riferito
quell'informazione a una persona relativamente sconosciuta non gli
avrebbe fatto piacere. Connor comunque non mostrò alcun segno di essere
seccato.
«Già, devo ammettere che il mio lavoro offre alcune compensazioni.»
«Infrangerebbe la riservatezza dei clienti descrivendomi un tipico caso?»
Maggie stava per intervenire con una battuta che aveva spesso usato nel
passato, ma Connor diede spontaneamente delle informazioni. «La società
per cui lavoro rappresenta molte aziende con grossi interessi all'estero.»
«Perché questi clienti non usano società del paese implicato? Di certo
comprenderebbero meglio l'ambiente locale.»
«Con», interruppe Maggie, «penso che ti stia scottando. Forse
dovremmo tornare in albergo, se non vuoi finire per assomigliare a
un'aragosta.»
L'interruzione poco convincente della moglie divertì Connor,
specialmente perché un'ora prima lei l'aveva costretto a mettersi un
cappello.
«Non è sempre così facile», rispose al giovane avvocato.
«Prendi una società come la Coca-Cola, per esempio, che, per inciso, noi
non rappresentiamo. Hanno uffici in tutto il mondo, con decine di migliaia
di dipendenti. In ogni paese hanno senior executive, quasi tutti con
famiglia.»
Maggie non riusciva a credere che Connor avesse lasciato proseguire la
conversazione fino a quel punto. Stavano per avvicinarsi alla domanda che
di colpo bloccava sempre ogni ulteriore richiesta d'informazioni.
«Eppure a Sydney abbiamo persone qualificate per fare un simile
lavoro», disse Stuart, chinandosi in avanti per versare a Connor dell'altro

Jeffrey Archer 37 2002 - L'Undicesimo Comandamento


caffè. «Dopotutto, rapimenti e riscatti non sono sconosciuti neppure in
Australia.»
«Grazie», disse Connor. Bevve un altro sorso mentre prendeva in
considerazione quest'ultima osservazione. Lo sguardo indagatore di Stuart
non vacillò. Come un bravo consulente legale per l'accusa, attendeva con
pazienza nella speranza che il testimone offrisse a un certo punto
spontaneamente una risposta incauta.
«La verità è che io vengo fatto intervenire solo quando ci sono delle
complicazioni.»
«Complicazioni?»
«Diciamo, per esempio, che una società ha una forte presenza in un
paese dove il crimine è diffuso e rapimenti e riscatti piuttosto comuni. Il
presidente di quella compagnia, o più probabilmente sua moglie, priva di
protezione quotidiana, viene rapita.»
«È allora che interviene lei?»
«No, non necessariamente. Dopotutto, la polizia potrebbe avere una
buona esperienza nel trattare simili problemi, e non vi sono molte ditte che
accolgono con piacere interferenze esterne, in particolare modo dagli Stati
Uniti. Spesso non faccio altro che volare nella capitale dove inizio la mia
inchiesta personale. Se sono già stato in quel paese e ho già instaurato un
rapporto con la polizia, rendo nota la mia presenza, ma anche allora
aspetto che chiedano il mio aiuto.»
«E se non lo fanno?» chiese Tara. Sorprese Stuart il fatto che, a quanto
pareva, lei non avesse mai posto prima questa domanda a suo padre.
«Allora devo muovermi da solo», rispose Connor, «il che rende
l'operazione molto più incerta.»
«Ma se la polizia non fa alcun progresso, perché non dovrebbe volere il
suo aiuto? Dovrebbe sapere che lei è un esperto», disse Stuart.
«Perché la polizia potrebbe essere coinvolta in qualche modo.»
«Non sono certa di capire», disse Tara.
«La polizia potrebbe ricevere una parte del riscatto», spiegò Stuart, «per
cui non gradirebbe una intromissione esterna. In ogni caso potrebbe
pensare che la compagnia straniera coinvolta può permettersi di pagarlo
senza problemi.»
Connor annuì. Era facile capire perché Stuart si era aggiudicato un posto
presso uno degli studi penalisti più prestigiosi di Sydney.
«Che fa, allora, quando ritiene che la polizia potrebbe prendersene una

Jeffrey Archer 38 2002 - L'Undicesimo Comandamento


parte?» domandò Stuart.
Tara desiderò avere avvertito Stuart di non spingersi troppo oltre, anche
se stava rapidamente intuendo che gli australiani non avevano alcuna idea
di dove fosse il «troppo oltre».
«In questo caso, bisogna prendere in considerazione l'idea di aprire dei
negoziati privati, perché, se il cliente viene ucciso, puoi essere certo che
l'inchiesta che ne seguirà non sarà propriamente accurata e difficilmente i
rapitori verranno acciuffati.»
«E una volta che ha acconsentito a negoziare, qual è la sua mossa?»
«Ecco. Facciamo finta che il rapitore pretenda un milione di dollari, i
rapitori chiedono sempre cifre tonde, di solito in dollari americani. Come
ogni negoziatore professionista, la mia principale responsabilità è quella di
raggiungere l'accordo migliore. L'elemento più importante di questo
accordo è accertarsi che non venga fatto del male al dipendente della
compagnia. Io comunque non permetterei mai che le cose raggiungessero
la fase del negoziato, se avessi l'impressione che il mio cliente possa
venire rilasciato senza riscatto. Più si sborsa, più facilmente il criminale
ripeterà l'azione alcuni mesi dopo, sequestrando a volte la stessa persona.»
«Quanto spesso raggiunge la fase del negoziato?»
«Il cinquanta per cento delle volte. È a questo punto che si scopre se si
sta trattando con dei professionisti. Più a lungo si trascinano i negoziati,
con maggiore probabilità i dilettanti si lasciano prendere dalla paura di
venire catturati. E dopo alcuni giorni arrivano al punto di trovare simpatica
la persona che hanno rapito, cosa che rende quasi impossibile per loro
mettere in atto il piano originale. Durante l'assedio dell'ambasciata
peruviana, per esempio, finirono per fare un torneo di scacchi che fu vinto
dai terroristi.»
Tutti e tre risero, cosa che aiutò Maggie a rilassarsi un po'.
«Sono i professionisti o i dilettanti che mandano orecchie con la posta?»
chiese Stuart con un sorriso ironico.
«Sono lieto di poter dire di non avere rappresentato la compagnia che ha
negoziato per conto del nipote del signor Getty. Ma anche quando tratto
con un professionista, alcune delle carte migliori sono sempre nelle mie
mani.» Connor non si era accorto che moglie e figlia avevano lasciato
raffreddare il loro caffè.
«La prego, continui», dichiarò Stuart.
«Ecco, la maggior parte dei rapimenti sono eventi straordinari, e sebbene

Jeffrey Archer 39 2002 - L'Undicesimo Comandamento


vengano quasi sempre effettuati da un criminale professionista, questi
potrebbe avere poca o nessuna esperienza su come condurre le trattative in
una situazione simile. I criminali professionisti sono quasi sempre troppo
sicuri di sé. Pensano di poter trattare qualsiasi cosa. Non sono molto
diversi da un avvocato che ritiene di poter aprire un ristorante solo perché
consuma tre pasti al giorno.»
Stuart sorrise. «Di che cosa si accontentano allora, appena si rendono
conto che non riceveranno mai il magico milione?»
«Posso parlare solo sulla base della mia esperienza», rispose Connor.
«Di solito finisco per consegnare circa un quarto della somma richiesta, in
banconote usate e rintracciabili. In alcune occasioni ho ceduto metà della
somma. Ma in mia difesa, avvocato, in quella particolare occasione lo
stesso primo ministro dell'isola riceveva la sua quota.»
«Quanti di loro la fanno franca?»
«Dei casi trattati da me nel corso degli ultimi diciassette anni, solo tre,
approssimativamente quindi un otto per cento.»
«Non male. E quanti clienti ha perso?»
Con questa domanda entravano in un territorio su cui nemmeno Maggie
aveva mai osato avventurarsi prima, per cui cominciò a dimenarsi a
disagio sulla sedia.
«Se perdi un cliente, la compagnia ti appoggia pienamente», rispose
Connor. Indugiò un attimo. «Ma non permette a nessuno di fallire due
volte.»
Maggie si alzò, si girò verso Connor e disse: «Vado a fare una nuotata.
Qualcuno vuole unirsi a me?»
«No, ma io vorrei fare un'altra prova di surf», dichiarò Tara, ansiosa di
appoggiare la madre nel suo tentativo di porre fine all'interrogatorio.
«Quante volte sei caduta questa mattina?» domandò Connor,
confermando così che anche lui pensava che l'interrogatorio si fosse spinto
troppo avanti.
«Una decina di volte o più», rispose Tara. «Questa è stata la peggiore»,
soggiunse, indicando con orgoglio un grosso livido sulla coscia.
«Perché non l'hai fermata, Stuart?» chiese Maggie sedendosi di nuovo
per dare un'occhiata da vicino al livido.
«Perché mi dava l'opportunità di salvarla e di fare la figura dell'eroe.»
«Stai attento, Stuart, per la fine della settimana avrà imparato tanto bene
a fare il surf che sarà lei a salvarti», esclamò Connor ridendo.

Jeffrey Archer 40 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Lo so bene», ribatté Stuart. «Appena capiterà, ho intenzione di farle
conoscere il bungee jumping.»
Maggie impallidì visibilmente e lanciò un'occhiata a Connor.
«Non si preoccupi, signora Fitzgerald», soggiunse Stuart. «Sarete tutti
tornati in America molto prima che succeda.»
Tara afferrò per il braccio Stuart. «Andiamo, Superman. È tempo di
trovare un'altra onda da cui salvarmi.»
Stuart balzò in piedi. Girandosi verso Connor, disse: «Se mai scoprirà
che sua figlia è stata rapita, non chiederò alcun riscatto e non sarò disposto
a trattare, né in dollari americani né in qualsiasi altra moneta».
Tara avvampò. «Su, vieni», disse e insieme corsero giù per la spiaggia
verso le onde.
«E per la prima volta penso che non cercherò di negoziare», disse
Connor a Maggie, stirandosi e sorridendo.
«È carino», confermò Maggie, prendendogli la mano. «Peccato non sia
irlandese.»
«Poteva andare peggio», replicò Connor, alzandosi dalla sedia. «Poteva
essere inglese.»
Maggie sorrise avviandosi verso i frangenti. «Sai, questa notte è tornata
a casa alle cinque.»
«Non dirmi che rimani ancora sveglia tutta la notte ogni volta che tua
figlia esce con un ragazzo», esclamò Connor con un sorriso.
«Abbassa la voce, Connor Fitzgerald, e ricorda che lei è la nostra unica
figlia.»
«Non è più una bambina, Maggie», ribatté lui. «È adulta e in meno di un
anno sarà la dottoressa Fitzgerald.»
«E tu naturalmente non ti preoccupi per lei.»
«Lo so, lo so», disse Connor abbracciandola. «Ma se ha una storia con
Stuart, il che non è affar mio, avrebbe potuto andarle molto peggio.»
«Io non sono andata a letto con te fino al giorno del matrimonio, e anche
quando mi hanno detto che eri disperso in Vietnam non ho mai guardato
un altro uomo. E non certo per mancanza di proposte.»
«Lo so, amore mio», disse Connor. «Ma a quel punto ti eri già resa
conto che io ero insostituibile.»
Connor lasciò andare la moglie e corse verso le onde, accertandosi di
essere sempre un passo davanti a lei. Quando finalmente lei lo raggiunse,
era senza fiato.

Jeffrey Archer 41 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Declan O'Casey aveva chiesto la mia mano molto prima...»
«Lo so, mia cara», replicò lui, fissando i suoi occhi verdi e togliendole
dalla fronte una ciocca di capelli. «Non passa giorno che io non sia grato
che tu mi abbia atteso. Era l'unica cosa che mi ha tenuto in vita dopo essere
stato catturato in Vietnam. Questo e il pensiero di vedere Tara.»
Le parole di Connor ricordarono a Maggie la tristezza provata quando
aveva abortito e saputo che non avrebbe potuto avere altri figli. Era
cresciuta in una grande famiglia e avrebbe voluto avere anche lei una
nidiata di bambini. Non poteva accettare la semplice filosofia di sua
madre: è la volontà di Dio.
Mentre Connor era in Vietnam, aveva trascorso molte ore felici con
Tara. Appena era tornato, la giovane donna aveva trasferito
immediatamente il suo affetto, e anche se era rimasta vicina a sua figlia,
Maggie sapeva che non avrebbe mai avuto con Tara lo stesso rapporto che
lei aveva con il padre.
Quando Connor aveva accettato il posto di manager alla Maryland
Insurance, la sua decisione aveva sconcertato Maggie. Aveva sempre
pensato che, come suo padre, anche Connor avrebbe voluto far parte della
polizia. Questo prima che lui le spiegasse per chi avrebbe realmente
lavorato. Non era mai entrato nei particolari, ma le aveva detto chi pagava
il suo stipendio e l'importanza di essere un agente di copertura non
ufficiale, o NOC. Lei aveva lealmente conservato il suo segreto nel corso
degli anni, anche se il non poter parlare della professione del marito con
gli amici e i colleghi era stata una cosa un po' strana. Un inconveniente di
poca importanza, comunque, se paragonato a ciò che tante altre mogli
dovevano sopportare da mariti anche troppo felici di parlare all'infinito del
loro lavoro. Erano le loro attività extra che tenevano segrete.
Quello che realmente sperava era che un giorno sua figlia trovasse
qualcuno disposto ad aspettare su una panchina nel parco tutta la notte solo
per vederla tirare una tenda.

7
JACKSON si accese una sigaretta e ascoltò attentamente tutto ciò che
l'uomo della Casa Bianca aveva da dirgli, senza mai interromperlo.
Quando Lloyd finì di dire ciò che si era preparato, bevve un sorso di

Jeffrey Archer 42 2002 - L'Undicesimo Comandamento


acqua minerale e attese di sentire quale sarebbe stata la prima domanda
dell'ex vicedirettore della CIA.
Jackson spense la sigaretta. «Posso chiederle perché ha pensato che io
fossi la persona giusta per questo incarico?»
Lloyd non rimase sorpreso. Aveva già deciso che se Jackson gli avesse
posto quella particolare domanda gli avrebbe semplicemente detto la
verità. «Sappiamo che ha rassegnato le dimissioni dalla CIA a causa di
una... diversità di opinione», disse, sottolineando le parole, «con Helen
Dexter malgrado il suo stato di servizio fosse esemplare e fosse
considerato, fino a quel momento, il suo ovvio successore. Da quando ha
dato le dimissioni per motivi che, a giudicare dalle apparenze, paiono
piuttosto strani, so che non è riuscito a trovare un lavoro degno delle sue
qualifiche. Sospettiamo che la Dexter ci abbia messo lo zampino.»
«Basta una telefonata», dichiarò Jackson, «ufficiosa naturalmente, e
all'improvviso scopri di essere stato tolto da ogni rosa di nomi. Non mi è
mai piaciuto parlare male dei vivi, ma nel caso di Helen Dexter faccio
volentieri una eccezione.» Si accese un'altra sigaretta. «Vede, la Dexter
pensa che Tom Lawrence abbia il secondo lavoro più importante
d'America», continuò. «Lei è il vero difensore della fede, l'ultimo bastione
della nazione, e per lei i politici eletti non sono niente altro che una
temporanea noia che, prima o poi, verrà cacciata via dagli elettori.»
«Proprio quello che è stato detto al presidente in più di una occasione»,
disse Lloyd con una certa emozione.
«I presidenti vanno e vengono, signor Lloyd. Scommetto che, essendo
anche il suo capo, come tutti noi, un essere umano, la Dexter ha di certo un
dossier su di lui pieno di motivi sul perché Lawrence non sia qualificato
per una seconda carica presidenziale. E, per inciso, ne avrà uno altrettanto
grosso su di lei.»
«Vuol dire che è ora di iniziare a mettere insieme il nostro dossier,
signor Jackson. Non mi viene in mente nessuno più qualificato di lei per
portare a termine questo compito.»
«Da dove vuole che inizi?»
«Facendo indagini su chi era dietro l'assassinio di Ricardo Guzman a
Bogotà il mese scorso», rispose Lloyd. «Abbiamo motivo di credere che la
CIA vi sia coinvolta, direttamente o indirettamente.»
«Senza che il presidente lo sapesse?» domandò Jackson incredulo.
Lloyd annuì, estrasse un fascicolo dalla sua cartella e lo passò a Jackson

Jeffrey Archer 43 2002 - L'Undicesimo Comandamento


che lo aprì.
«Faccia con comodo», disse Lloyd, «perché dovrà imparare tutto a
memoria.»
Jackson iniziò a leggere e a fare delle osservazioni ancor prima di essere
arrivato in fondo alla prima pagina.
«Se supponiamo si sia trattato di un terrorista solitario, sarà impossibile
ottenere informazioni attendibili. Quel tipo di individuo non lascia un
recapito.» Jackson s'interruppe. «Ma se dobbiamo fare i conti con la CIA,
allora la Dexter ha dieci giorni di vantaggio su di noi. Con ogni probabilità
ha già trasformato ogni via che potrebbe portarci all'assassino in un vicolo
cieco, a meno che...»
«A meno che...?» gli fece eco Lloyd.
«Non sono l'unica persona che quella donna ha ostacolato nel corso
degli anni. È possibile che ci sia qualcun altro di base a Bogotà che...»
Indugiò un attimo. «Quanto tempo ho?»
«Il nuovo presidente della Colombia verrà in visita ufficiale a
Washington tra tre settimane. Ci sarebbe d'aiuto avere qualcosa per
allora.»
«È proprio come ai vecchi tempi», disse Jackson spegnendo la sigaretta.
«Solo che questa volta vi è il piacere in più di avere la Dexter
ufficialmente dall'altra parte.» Si accese un'altra sigaretta. «Per chi
lavorerò?»
«Ufficialmente lavora freelance, ma ufficiosamente lavora per me.
Riceverà lo stesso stipendio di quando ha lasciato la Ditta, che le verrà
versato in banca mensilmente, anche se per ovvie ragioni il suo nome non
apparirà su alcun registro. La contatterò ogni qualvolta...»
«No, signor Lloyd», esclamò Jackson. «Sarò io a contattarla ogni
qualvolta avrò qualcosa di valido da riferire. I contatti bilaterali
raddoppiano la probabilità che qualcuno ci scopra. Tutto ciò di cui ho
bisogno è un numero telefonico che non si possa rintracciare.»
Lloyd annotò sette numeri su un tovagliolino. «Questo arriva
direttamente alla mia scrivania, saltando anche la mia segretaria. Dopo
mezzanotte viene automaticamente trasferito a un telefono accanto al mio
letto. Può chiamarmi di giorno o di notte. Non si preoccupi della differenza
d'ora quando è all'estero, non m'importa essere svegliato.»
«Buono a sapersi», disse Jackson. «Perché non credo che Helen Dexter
dorma mai.»

Jeffrey Archer 44 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Lloyd sorrise. «Abbiamo discusso tutto?»
«Non proprio», rispose Jackson. «Quando se ne va, giri a destra e poi
prenda la prossima a destra. Non si guardi indietro e non fermi un taxi fino
a che non ha superato almeno quattro isolati. D'ora in poi dovrà pensare
come la Dexter, e ricordi, lei lo fa da trent'anni. C'è una sola persona che
conosco che è più brava di lei.»
«Spero sia lei», disse Lloyd.
«No, mi dispiace.»
«Non mi dica che quella persona lavora già per la Dexter.»
Jackson annuì. «Anche se è il mio migliore amico, se la Dexter gli
ordinasse di uccidermi, nessuna agenzia di questa città emetterebbe una
polizza sulla mia vita. Se si aspetta che io li batta entrambi, meglio sperare
che non mi sia arrugginito in questi ultimi otto mesi.»
I due uomini si alzarono. «Arrivederci, signor Lloyd», disse Jackson
stringendogli la mano. «Mi spiace che questo sia il nostro primo e ultimo
incontro.»
«Ma io credevo che ci fossimo accordati...» disse Lloyd guardando
preoccupato la sua nuova recluta.
«Di lavorare insieme, non di incontrarci. Vede, la Dexter non riterrebbe
due incontri una coincidenza.»
Lloyd annuì. «Aspetto di avere sue notizie.»
«E, signor Lloyd», soggiunse Jackson, «non torni alla National Gallery
se non per vedere i quadri.»
Lloyd aggrottò le sopracciglia. «Perché no?»
«Perché la guardia mezzo addormentata nella galleria 71 è stata messa lì
il giorno della sua nomina. È tutto nel suo dossier. Lei visita la Galleria
una volta alla settimana. Hopper è ancora il suo artista preferito?»
A Lloyd si seccò la bocca. «Allora la Dexter sa già del nostro incontro?»
«No», rispose Jackson. «Questa volta ha avuto fortuna. È il giorno di
riposo della guardia.»

***
Sebbene Connor avesse visto spesso sua figlia piangere quando era
ragazzina, per un taglio nella gamba, una ferita nell'amor proprio o
semplicemente quando le cose non andavano come voleva lei, questa volta

Jeffrey Archer 45 2002 - L'Undicesimo Comandamento


era diverso. Mentre lei era abbarbicata a Stuart, lui fingeva di essere
intento a guardare l'espositore dell'edicola e rifletteva su una delle vacanze
più piacevoli che riuscisse a ricordare. Aveva messo su un paio chili ed era
quasi riuscito a dominare la tavola del surf. Nelle ultime due settimane
aveva provato per Stuart prima simpatia, poi rispetto. E Maggie aveva
addirittura smesso di fargli notare ogni mattina che Tara non era tornata
nella sua camera da letto la notte precedente, cosa che lui intese come
riluttante forma d'approvazione.
Connor prese il Sydney Morning Herald, sfogliò le pagine osservando
solo i titoli, finché non arrivò alla pagina degli Esteri. Lanciò un'occhiata a
Maggie che stava pagando per alcuni souvenir che non avrebbero mai
esposto o regalato e che sarebbero senz'altro finiti alla pesca natalizia di
padre Graham.
Connor chinò di nuovo la testa. Il titolo che copriva tre colonne diceva:
«Valanga di voti per Herrera in Colombia». Lesse quindi della vittoria del
nuovo presidente sul sostituto dell'ultimo momento di Ricardo Guzman per
il Partito Nazionale. Herrera, continuava l'articolo, aveva intenzione di
recarsi in America nel prossimo futuro per discutere con il presidente
Lawrence i problemi che stava attualmente affrontando la Colombia. Tra i
temi principali...
«Pensi che questo andrà bene per Joan?»
Connor guardò sua moglie che teneva sollevata una stampa di Ken Done
del porto di Sydney.
«Un po' moderno per lei, non pensi?»
«Allora dovremmo trovarle qualcosa al duty-free una volta sull'aereo.»
«Ultima chiamata per il volo 816 della United Airlines», disse una voce
che riecheggiò nell'aeroporto. «Tutti coloro che non si sono ancora
imbarcati sono pregati di raggiungere immediatamente l'uscita 27.»
Connor e Maggie si avviarono verso il grande segnale delle partenze,
cercando di rimanere alcuni passi davanti alla figlia e a Stuart allacciati
come se dovessero fare una corsa a tre gambe. Una volta superato il
controllo passaporti, Connor si trattenne, mentre Maggie si dirigeva verso
l'area partenze per dire all'addetto che gli ultimi due passeggeri stavano
arrivando.
Appena Tara comparve da dietro l'angolo pochi istanti dopo, Connor le
pose dolcemente un braccio attorno alle spalle. «So che non ti sarà di
grande consolazione, ma tua madre e io pensiamo che lui sia...» Connor

Jeffrey Archer 46 2002 - L'Undicesimo Comandamento


esitò.
«Lo so», disse Tara tra i singhiozzi. «Appena torno a Stanford ho
intenzione di chiedere se mi permettono di portare a termine la tesi
all'Università di Sydney.» Connor individuò sua moglie intenta a parlare
con un'assistente di terra al cancello d'uscita.
«Ha tanta paura di volare?» sussurrò la donna a Maggie nel vedere la
ragazza singhiozzare.
«No. Ha dovuto lasciare qualcuno che non ha avuto il permesso di
portare oltre la dogana.»

Maggie dormì per quasi tutte le quattordici ore di volo da Sydney a Los
Angeles, cosa che aveva sempre stupito Tara la quale, per quante pillole
prendesse, non riusciva a fare altro che appisolarsi di tanto in tanto. Tenne
stretta la mano del padre. Lui le sorrise senza parlare.
Tara ricambiò il suo sorriso. Da quando ricordava, lui era sempre stato il
centro del suo mondo. Non aveva mai temuto di non incontrare un uomo
capace di prendere il suo posto; più che altro temeva che lui non sarebbe
riuscito ad accettarlo. Ora che era successo, era sollevata nello scoprire
quanto suo padre l'appoggiasse. Il problema era sua madre.
La ragazza sapeva che, se sua madre avesse potuto fare sì che le cose
andassero a modo suo, lei sarebbe stata ancora vergine e, con ogni
probabilità, ancora in casa. Era stato solo in terza liceo, quando una sua
compagna le aveva dato una copia sciupata dall'uso di La gioia del sesso,
che aveva smesso di credere che si potesse rimanere incinta solo baciando
un ragazzo. Ogni sera, raggomitolata sotto le lenzuola con una pila
tascabile, Tara aveva sfogliato le pagine.
La verginità comunque l'aveva persa solo dopo essersi diplomata al liceo
Stone Ridge, e, se tutte le sue compagne avevano detto la verità, lei era
stata l'ultima a farlo. Tara era andata con i suoi genitori a visitare la città
natale del bisnonno e, pochi minuti dopo essere atterrata a Dublino, si era
innamorata dell'Irlanda e dei suoi abitanti. A cena in albergo quella prima
sera aveva detto al padre che non riusciva a capire perché così tanti
irlandesi non fossero felici di rimanere in patria, ma dovevano emigrare.
Il giovane cameriere che li stava servendo aveva abbassato lo sguardo su
di lei e recitato:

«Mai è stata l'Irlanda soddisfatta.

Jeffrey Archer 47 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Così dici? Sei impazzito.
L'Irlanda era soddisfatta quando
Tutti potevano usare spada e penna».

«Walter Savage Landor», aveva detto Maggie. «Conosci anche il verso


seguente?» Il cameriere s'era inchinato.

«E quando Tara si erse tanto alta...»

Tara era arrossita e Connor era scoppiato in una risata. Il cameriere li


aveva guardati perplesso.
«È il mio nome», aveva spiegato la giovane.
Lui s'era inchinato nuovamente dopo avere portato via i piatti. Mentre
suo padre pagava il conto e sua madre prendeva il cappotto, il cameriere
aveva chiesto a Tara se le sarebbe piaciuto raggiungerlo per un drink al
Gallagher finito il suo turno. Lei aveva acconsentito con gioia.
Aveva trascorso le seguenti due ore guardando un vecchio film alla
televisione in camera sua, prima di sgattaiolare a pianoterra subito dopo
mezzanotte. Il pub che Liam aveva proposto era a poche centinaia di metri
dall'albergo e quando Tara era entrata lui la stava aspettando al bancone
del bar. Liam non aveva sprecato tempo a introdurla ai piaceri della
Guinness. Tara non si era sorpresa nello scoprire che il giovane aveva
accettato quel lavoro di cameriere durante le vacanze prima di portare a
termine i suoi studi di letteratura irlandese al Trinity College. Liam invece
si era meravigliato nel sentirla citare Yeats, Joyce, Wilde e Synge.
Quando l'aveva riaccompagnata alla sua stanza un paio d'ore dopo,
l'aveva baciata dolcemente sulle labbra e le aveva chiesto: «Quanto ti
fermerai a Dublino?»
«Altri due giorni.»
«E allora non sprechiamone nemmeno un attimo.»
Dopo tre notti durante le quali non aveva quasi mai dormito, Tara era
partita per Kilkenny, il paese natale di Oscar, sentendosi legittimata ad
aggiungere una o più postille a La gioia del sesso.
Quando il ragazzo aveva portato le loro valigie alla macchina, Connor
gli aveva dato una lauta mancia mormorandogli: «Grazie». Tara era
avvampata.
Durante il primo anno d'università a Stanford, Tara aveva avuto una

Jeffrey Archer 48 2002 - L'Undicesimo Comandamento


storia con uno studente di medicina, e, solo quando lui le aveva chiesto di
sposarlo, aveva compreso di non volere passare tutta la vita con lui. Non
ebbe invece bisogno di un anno per giungere a una conclusione del tutto
diversa con Stuart.
Si erano conosciuti sbattendo uno contro l'altro. Era stata colpa sua, non
era stata attenta quando aveva incrociato la grande onda lungo la quale lui
stava scendendo. Entrambi erano volati in aria. Quando lui l'aveva tirata
fuori dall'acqua, Tara si era aspettata una ramanzina.
Lui invece le aveva detto sorridendo: «In futuro cerca di tenerti lontana
dalla corsia veloce». Lei gli aveva giocato lo stesso tiro nel pomeriggio,
ma di proposito e lui l'aveva capito.
Aveva riso e detto: «Mi hai lasciato solo due opzioni, o inizio a darti
lezioni di surf o andiamo a prenderci un caffè. Non vorrei che il nostro
prossimo incontro fosse all'ospedale. Cosa preferisci?»
«Iniziamo con il caffè.»
Tara avrebbe voluto andare a letto con Stuart quella stessa sera e, ora
che stava per partire, dieci giorni dopo, si pentiva di averlo fatto aspettare
tre giorni. Per la fine della settimana...
«È il vostro capitano che vi parla. Stiamo per atterrare a Los Angeles.»
Maggie si svegliò di colpo, si strofinò gli occhi e sorrise alla figlia. «Mi
sono addormentata?» chiese.
«Solo quando l'aereo è decollato.»
Dopo avere radunato i bagagli, Tara salutò i genitori e si diresse verso il
suo volo di collegamento per San Francisco. Mentre spariva tra la folla di
passeggeri in arrivo e partenza, Connor mormorò a Maggie: «Non sarei
sorpreso se si girasse e prendesse il prossimo aereo per Sydney». Maggie
annuì.
Si avviarono verso il terminal dei voli nazionali e salirono a bordo del
Red-eye, il volo notturno da costa a costa. Questa volta Maggie si
addormentò ancor prima della fine del video che descriveva l'esercitazione
di sicurezza. Mentre volavano attraverso gli Stati Uniti, Connor cercò di
scacciare Tara e Stuart dai suoi pensieri e di concentrarsi su ciò che
doveva fare una volta tornato a Washington. Tra tre mesi sarebbe stato
tolto dal servizio attivo e ancora non sapeva in quale sezione l'avrebbero
trasferito. Aveva paura che gli offrissero un lavoro dalle nove alle cinque
nella sede centrale che sapeva sarebbe consistito nel tenere conferenze ai
giovani NOC sulla sua esperienza nel campo. Aveva già detto a Joan che

Jeffrey Archer 49 2002 - L'Undicesimo Comandamento


avrebbe dato le dimissioni se non avessero avuto qualcosa di più
interessate da proporgli. Non era tagliato per fare l'insegnante.
Nel corso dell'ultimo anno vi erano stati accenni a uno o due posti in
prima linea per i quali l'avevano preso in considerazione, ma questo prima
che il suo capo si dimettesse senza alcuna spiegazione. Malgrado ventotto
anni di servizio e numerose raccomandazioni, Connor era consapevole
che, ora che Chris Jackson non era più con la Ditta, il suo futuro non era
forse più tanto sicuro come aveva immaginato.

8
«SEI certo che ci si possa fidare di Jackson?»
«No, signor presidente, ma di una cosa sono certo: Jackson detesta,
ripeto, detesta Helen Dexter quanto lei.»
«Bene, questo vale come una raccomandazione personale», disse il
presidente. «Che altro ti ha spinto a scegliere lui? Se odiare la Dexter era il
principale requisito per il lavoro, deve esserci stato un gran numero di
candidati.»
«Possiede anche le altre qualità che cercavo. C'è il suo stato di servizio
di ufficiale in Vietnam e di capo del controspionaggio, per non menzionare
la sua reputazione come vicedirettore della CIA.»
«Perché allora ha dato improvvisamente le dimissioni quando aveva
ancora una carriera tanto promettente davanti a sé?»
«Penso che la Dexter abbia avuto l'impressione che fosse un po' troppo
promettente, e lui cominciava a essere un serio concorrente per il suo
posto.»
«Se riuscirà a dimostrare che è stata lei a dare l'ordine di assassinare
Ricardo Guzman, potrebbe continuare a esserlo. Sembra tu abbia scelto
l'uomo migliore per questo compito, Andy.»
«Jackson mi ha detto che ce ne è uno ancora migliore.»
«Reclutiamo anche quello, allora», esclamò il presidente.
«Ho avuto la stessa idea, ma a quanto pare lavora già per la Dexter.»
«Bene, almeno non saprà che Jackson lavora per noi. Che altro ti ha
detto?»
Lloyd aprì la sua cartelletta e iniziò a riferire al presidente la
conversazione avuta con l'ex vicedirettore della CIA.

Jeffrey Archer 50 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Alla fine del rapporto, l'unico commento di Lawrence fu: «Mi stai
dicendo che tutto quello che dovrò fare sarà starmene a girare i pollici
mentre aspettiamo che Jackson salti fuori con qualcosa?»
«Queste sono state le sue condizioni, signor presidente, per accettare
l'incarico. Io comunque ho l'impressione che il signor Jackson non sia tipo
da starsene a girare i pollici.»
«Sarà meglio per lui, perché ogni giorno della Dexter a Langley è un
giorno di troppo per me. Speriamo che Jackson ci fornisca corda
sufficiente per impiccarla pubblicamente. E, già che ci siamo, l'esecuzione
capitale facciamola nel Rose Garden.»
Il capo dello staff rise. «Questo potrebbe avere il doppio vantaggio di
indurre qualche altro repubblicano a mettere ai voti con noi la proposta di
legge per le strade sicure e la riduzione del crimine.»
Il presidente sorrise. «Chi è il prossimo?» chiese.
Lloyd guardò l'orologio. «Il senatore Bedell aspetta già da un po' in
anticamera.»
«Che vuole ora?»
«Sperava di poterle presentare l'ultima serie di emendamenti alla
proposta di legge per la riduzione degli armamenti.»
Il presidente si accigliò. «Hai notato quanti punti ha guadagnato
Zerimski nell'ultimo sondaggio d'opinione?»

***
Maggie iniziò a comporre il prefisso 650 un attimo dopo avere girato la
chiave nella serratura della loro casetta a Georgetown. Connor cominciò a
disfare i bagagli ascoltando una parte della conversazione tra moglie e
figlia.
«Ti ho telefonato solo per farti sapere che siamo arrivati sani e salvi»,
iniziò Maggie.
Connor sorrise a quello stratagemma tanto poco convincente. Tara era
troppo astuta per caderci, ma lui sapeva che vi si sarebbe adeguata.
«Grazie per avere chiamato, mamma. È bello sentirti.»
«Tutto a posto da te?»
«Sì, tutto bene», rispose Tara prima di passare i successivi minuti
cercando di assicurare sua madre che non stava per fare nulla di

Jeffrey Archer 51 2002 - L'Undicesimo Comandamento


impetuoso. Persuasa infine di avere convinto la madre, chiese: «Papà è lì
vicino?»
«È proprio qui», rispose Maggie allungando la cornetta a Connor oltre il
letto.
«Puoi farmi un favore, papà?»
«Certo.»
«Di' a mamma che non sto per fare nulla di sciocco. Stuart ha già
telefonato due volte da quando sono tornata e, dal momento che ha
intenzione - un attimo di esitazione - di venire negli Stati Uniti per Natale,
sono certa di poter resistere fino ad allora. Per inciso, papà, ho pensato sia
meglio avvertirti che so già cosa vorrei per Natale.»
«E cosa sarebbe, mia cara?»
«Che tu pagassi le mie telefonate all'estero per i prossimi otto mesi. Ho
l'impressione che questo regalo finirà per essere più costoso della
macchina di seconda mano che mi avevi promesso per la laurea.»
Connor rise.
«Farai meglio perciò a ottenere quella promozione di cui parlavi in
Australia. Ciao, papà.»
«Ciao, amore.»
Connor appese il telefono e rivolse a Maggie un sorriso rassicurante.
Stava per dirle per la decima volta di smetterla di preoccuparsi, quando il
telefono squillò. Sollevò la cornetta, pensando si trattasse ancora di Tara.
Non era lei.
«Mi spiace chiamarla appena tornato a casa», disse Joan, «ma ho sentito
or ora il capo e penso si tratti di un'emergenza. Tra quanto può arrivare?»
Connor diede un'occhiata all'orologio. «Sarò da lei tra venti minuti»,
rispose riattaccando.
«Chi era?» domandò Maggie mentre continuava a disfare i bagagli.
«Joan. Ha bisogno di me per firmare un paio di contratti in sospeso. Non
dovrei metterci molto.»
«Maledizione», esclamò Maggie. «Mi sono dimenticata di prendere il
suo regalo sull'aereo.»
«Le troverò qualcosa sulla strada per l'ufficio.»
Connor uscì dalla stanza e corse giù per le scale e fuori dalla porta prima
che Maggie potesse chiedergli qualcos'altro. Salì sulla vecchia Toyota, ma
ci mise un po' prima di riuscire ad avviare il motore. Alla fine immise «la
vecchia carretta», come la chiamava Tara, nella Ventinovesima Strada.

Jeffrey Archer 52 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Quindici minuti più tardi girava a sinistra in M Street prima di svoltare di
nuovo a sinistra e infilarsi giù per una rampa che portava in un parcheggio
sotterraneo non segnalato.
Appena Connor entrò nell'edificio, la guardia di sicurezza si toccò la
visiera del berretto e disse: «Bentornato, signor Fitzgerald. Non pensavo di
rivederla fino a lunedì».
«Lo stesso vale per me», ribatté Connor, ricambiando il saluto scherzoso
e dirigendosi verso la fila di ascensori. Ne prese uno fino al settimo piano.
Uscito in corridoio, venne salutato con un sorriso dalla receptionist che
sedeva al bancone sotto l'insegna MARYLAND INSURANCE COMPANY. Il cartello
al piano terra indicava che l'illustre compagnia era installata al settimo,
ottavo, nono e decimo piano.
«Felice di rivederla, signor Fitzgerald», disse la receptionist. «C'è una
persona nel suo ufficio.»
Connor sorrise e annuì prima di proseguire lungo il corridoio. Girato
l'angolo vide Joan davanti alla porta del suo ufficio. Dall'espressione sul
suo volto, sospettò che lo stesse aspettando da un po'. Ricordò poi le parole
di Maggie un attimo prima che uscisse di casa, anche se Joan non dava
l'impressione che un regalo fosse al centro dei suoi pensieri.
«Il capo è arrivato pochi minuti fa», disse Joan, tenendogli aperta la
porta.
Connor entrò e vide, seduta dall'altra parte della sua scrivania, una
persona che, a quanto ne sapeva, non aveva mai preso una vacanza.
«Mi spiace averla fatta attendere, direttore», disse. «Sono appena...»
«Abbiamo un problema», fu tutto ciò che Helen Dexter disse, spingendo
un dossier dall'altra parte della scrivania.

«Dammi un solo indizio decente da cui partire», disse Jackson.


«Vorrei poterlo fare, Chris», replicò il capo della polizia di Bogotà. «Ma
uno o due dei tuoi ex colleghi mi hanno fatto capire che tu sei ora persona
non grata.»
«Non ho mai pensato che tu fossi qualcuno che bada a simili quisquilie»,
ribatté Jackson mentre versava dell'altro whisky al capo della polizia.
«Chris, devi capire che quando eri un rappresentante del tuo governo,
tutto veniva fatto alla luce del sole.»
«Comprese le tue tangenti, se ricordo bene.»
«Ma naturalmente», esclamò il poliziotto con indifferenza. «Tu dovresti

Jeffrey Archer 53 2002 - L'Undicesimo Comandamento


essere il primo a sapere che si deve far fronte alle spese.» Bevve un sorso
dal suo bicchiere di cristallo. «E come ben sai, Chris, l'inflazione in
Colombia è ancora estremamente alta. Il mio salario non copre nemmeno
le mie spese quotidiane.»
«Da questa piccola omelia», disse Jackson, «devo dedurre che l'imposta
è sempre la stessa, anche se si è persona non grata?»
Il capo della polizia tracannò l'ultimo sorso di whisky, si pulì i baffi e
disse: «Chris, i presidenti vanno e vengono in entrambi i nostri paesi, ma
non i vecchi amici».
Jackson gli rivolse un debole sorriso prima di estrarre dalla tasca interna
della giacca una busta e di passargliela sotto il tavolo. Il capo della polizia
diede un'occhiata al contenuto, sbottonò una tasca della sua casacca e vi
fece scomparire dentro la busta.
«Vedo che il tuo nuovo padrone non ti ha concesso, purtroppo, la stessa
larghezza per quello che riguarda le... spese.»
«Un unico indizio decente, è tutto quello che chiedo», ripeté Jackson.
Il capo della polizia alzò il bicchiere vuoto e attese che il barista glielo
riempisse fino all'orlo. Dopo una lunga sorsata disse: «Ho sempre pensato,
Chris, che, se si è alla ricerca di un buon affare, la cosa migliore sia partire
da un banco dei pegni». Sorrise, vuotò il bicchiere e si alzò. «E, pensando
al dilemma che hai davanti al momento, amico mio, io inizierei nel
quartiere di San Victorina, e non mi preoccuperei di fare molto più che
guardare le vetrine.»

Appena Connor finì di leggere attentamente il memorandum riservato, lo


ridiede al direttore.
La sua prima domanda lo colse di sorpresa. «Tra quanto si ritirerà dal
servizio attivo?»
«Il primo gennaio dell'anno prossimo, ma naturalmente spero di restare
nella Ditta.»
«Non sarà forse tanto facile trovare il posto giusto per le sue particolari
qualità al momento», disse la Dexter con fare pratico. «Ho comunque un
posto libero per il quale mi sento di raccomandarla.» Fece una pausa.
«Come direttore della nostra sede a Cleveland.»
«Cleveland?»
«Sì.»
«Dopo ventotto anni di servizio nella Ditta», dichiarò Connor, «speravo

Jeffrey Archer 54 2002 - L'Undicesimo Comandamento


potesse trovarmi qualcosa qui a Washington. Di certo sa che mia moglie è
responsabile dell'ufficio ammissioni alla Georgetown. Sarebbe quasi
impossibile per lei trovare un posto equivalente nell'Ohio.»
Seguì un lungo silenzio.
«Vorrei poterle essere utile», disse la Dexter con lo stesso tono piatto,
«ma al momento non c'è nulla di adatto a lei a Langley. Se ritenesse di
poter assumere l'incarico a Cleveland, in un paio d'anni potrebbe essere
possibile riportarla qui.»
Connor fissò la donna per la quale aveva lavorato negli ultimi ventisei
anni, dolorosamente consapevole che stava usando su di lui la stessa lama
letale che aveva usato con così tanti suoi colleghi nel passato. Perché mai,
dal momento che aveva sempre eseguito i suoi ordini alla lettera? Lanciò
un'occhiata al dossier. Era stato forse il presidente a esigere che qualcuno
venisse sacrificato dopo le precise domande che gli erano state poste sulle
attività della CIA in Colombia? Dopo tanti anni di servizio, sarebbe stata
Cleveland la ricompensa?
«Vi è un'alternativa?» chiese.
Il direttore non esitò. «Può sempre scegliere il prepensionamento.»
Sembrava stesse proponendo la sostituzione di un portinaio sessantenne al
suo palazzo.
Connor rimase in silenzio, incapace di credere a ciò che aveva sentito.
Aveva dato tutta la sua vita alla Ditta, e come tanti altri agenti l'aveva
messa molte volte in pericolo.
Helen Dexter si alzò. «Mi farà sapere qualcosa quando avrà preso una
decisione.» Uscì dalla stanza senza profferire un'altra parola.
Connor rimase seduto alla sua scrivania per un po', cercando di assorbire
tutti i sottintesi delle parole del direttore. Ricordò che Chris Jackson gli
aveva parlato di una conversazione quasi identica avuta con lei otto mesi
prima. Nel suo caso, il posto che gli era stato offerto era a Milwaukee. «A
me non potrà mai capitare», ricordò di avere detto a Chris al tempo.
«Dopotutto io sono uno che fa gioco di squadra e a nessuno potrebbe mai
venire in mente che io desideri il suo posto.» Ma aveva commesso un
peccato ancora più grave: eseguendo gli ordini della Dexter, era diventato
inconsapevolmente causa della sua possibile rovina. Allontanata la persona
che poteva metterla nei guai, forse avrebbe potuto salvarsi ancora una
volta. Quanti altri buoni agenti erano stati sacrificati nel corso degli anni,
si chiese Connor, sull'altare del suo ego?

Jeffrey Archer 55 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Entrando nella stanza, Joan interruppe le sue riflessioni. Non ebbe
bisogno di sentirselo dire per capire che l'incontro era andato male.
«C'è qualcosa che posso fare?» chiese.
«No, proprio niente, grazie, Joan.» Dopo un breve silenzio, aggiunse:
«Sai che tra poco devo lasciare il servizio attivo».
«Il primo di gennaio», disse lei. «Ma con il tuo curriculum la Ditta di
proporrà di certo una grossa scrivania, ore di lavoro più decenti e forse una
segretaria dalle lunghe gambe.»
«A quanto pare nulla di tutto ciò», ribatté Connor. «L'unico impiego che
il direttore ha in mente per me è quello di capo della sede di Cleveland, e
non ha di certo menzionato alcuna segretaria dalle lunghe gambe.»
«Cleveland?» ripeté Joan incredula.
Connor annuì.
«Quella strega.»
Connor fissò la sua segretaria, senza riuscire a nascondere
un'espressione sorpresa. In diciannove anni non l'aveva mai sentita usare
un linguaggio tanto forte nei confronti di chiunque, per non parlare del
direttore.
Joan lo guardò negli occhi e disse: «Che dirai a Maggie?»
«Non lo so. Ma dal momento che l'ho imbrogliata per ventotto anni,
sono certo che riuscirò a inventare qualcosa.»

***
Quando Chris Jackson aprì la porta, un campanello squillò per avvertire
il proprietario del banco dei pegni che qualcuno era entrato nel negozio.
A Bogotà vi sono più di cento banchi dei pegni, la maggior parte dei
quali nel quartiere di San Victorina. Jackson non aveva fatto tanto lavoro
di gambe da quando era stato un giovane agente. Aveva cominciato a
chiedersi se il suo vecchio amico, il capo della polizia, non l'avesse
mandato a caccia d'ombre. Aveva comunque continuato a camminare,
perché sapeva che quel particolare poliziotto voleva essere sicuro che ci
sarebbe sempre stata un'altra busta piena zeppa di banconote nel futuro.
Escobar alzò gli occhi da dietro il giornale. Il vecchio pensava di poter
sempre dire, ancora prima che un cliente si avvicinasse al bancone, se era
un compratore o un venditore. L'espressione nei loro occhi, il taglio dei

Jeffrey Archer 56 2002 - L'Undicesimo Comandamento


loro abiti, addirittura il modo in cui si avvicinavano a lui. Gli bastò
un'occhiata a quel particolare signore per capire che aveva fatto bene a non
avere chiuso in anticipo.
«Buona sera, signore», disse Escobar alzandosi dal suo sgabello.
Aggiungeva sempre «signore» quando pensava si trattasse di un
compratore. «In che modo posso servirla?»
«Il fucile in vetrina...»
«Ah, sì. Vedo che ha un gusto preciso. È proprio un articolo da
collezionista.» Escobar sollevò l'asse del bancone e si diresse verso la
vetrina. Prese la valigetta, la sistemò sul bancone e permise al cliente di
dare un'occhiata da vicino al suo contenuto.
A Jackson bastò un'occhiata al fucile fatto a mano per conoscerne la
provenienza. Non si meravigliò nello scoprire che uno dei proiettili era
stato usato.
«Quanto chiede?»
«Diecimila dollari», rispose Escobar, avendo identificato l'accento
americano. «Non posso darglielo per meno. Ho già avuto tante richieste.»
Dopo essersi trascinato in giro per quella città calda e umida per tre
giorni, Jackson non aveva alcuna voglia di contrattare. Non aveva
comunque quella somma con sé e non poteva semplicemente compilare un
assegno o presentare una carta di credito.
«Posso lasciarle un acconto», chiese, «e ritirarlo domani mattina?»
«Certo, signore», rispose Escobar. «Anche se per questo particolare
articolo esigo un acconto del dieci per cento.»
Jackson annuì, prese il portafogli dalla tasca interna e ne estrasse alcune
banconote usate che allungò dall'altra parte del bancone.
Il negoziante contò lentamente le dieci banconote da cento dollari,
quindi le infilò nel registratore di cassa e compilò una ricevuta.
Jackson osservò la valigetta aperta, sorrise, prese la cartuccia usata e se
la mise in tasca.
Il vecchio parve sorpreso, non tanto dell'azione di Jackson, quanto
perché avrebbe potuto giurare che tutti i proiettili erano al loro posto
quando aveva acquistato il fucile.

«Farei le valigie e ti raggiungerei domani», disse, «se non fosse per i


miei genitori.»
«Sono certo che capirebbero», rispose Stuart.

Jeffrey Archer 57 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Forse», replicò Tara. «Ma ciò non m'impedirebbe di sentirmi colpevole
per i sacrifici fatti da mio padre negli anni affinché io potessi laurearmi.
Per non parlare di mia madre. Le verrebbe un attacco di cuore.»
«Eppure avevi detto che ti saresti informata per sapere se la tua tutor di
facoltà ti avrebbe permesso di finire il dottorato a Sydney.»
«Il problema non è lei», disse Tara. «È il preside.»
«Il preside?»
«Sì. Quando la mia tutor ha parlato con lui ieri, lui le ha detto che la
cosa è impossibile.» Seguì un lungo silenzio prima che Tara chiedesse:
«Sei ancora lì Stuart?»
«Certo», rispose lui con un sospiro che avrebbe fatto onore a un amante
shakespeariano.
«Sono solo otto mesi», gli ricordò Tara. «Potrei addirittura dirti quanti
giorni. E, non dimenticare, sarai qui a Natale.»
«Non vedo l'ora», ammise Stuart. «Spero solo che i tuoi genitori non
sentano la mia presenza come un'imposizione, Dopotutto non ti avranno
vista da un bel po' di mesi.»
«Non essere sciocco. Sono stati felici di sentire che saresti stato con noi.
Mamma ti adora, come ben sai, e sei il primo uomo di cui mio padre ha
parlato bene.»
«È un uomo notevole.»
«Cosa intendi dire?»
«Penso tu sappia perfettamente cosa intendo.»
«Meglio che appenda o papà avrà bisogno di un aumento di salario solo
per coprire le mie spese telefoniche. A proposito, la prossima volta tocca a
te.»
Stuart finse di non avere notato quanto repentinamente Tara avesse
cambiato tema.
«Mi fa sempre uno strano effetto», soggiunse Tara, «sapere che tu sei
ancora al lavoro mentre io sto quasi per addormentarmi.»
«Ebbene, conosco un metodo per cambiare le cose», replicò lui.

Quando aprì la porta l'allarme partì. Un orologio da muro nell'ufficio


batté le due mentre lui scostava la tenda a perline ed entrava nel negozio.
Lanciò un'occhiata nella vetrina. Il fucile non era più al suo posto.
Gli occorsero parecchi minuti per trovarlo, nascosto sotto il bancone.
Controllò ogni pezzo e notò che mancava una cartuccia, quindi si mise

Jeffrey Archer 58 2002 - L'Undicesimo Comandamento


la valigetta sotto il braccio e uscì velocemente come era entrato. Non che
temesse di venire catturato: il capo della polizia l'aveva assicurato che
l'effrazione non sarebbe stata denunciata per almeno trenta minuti. Diede
un'occhiata all'orologio da muro prima di chiudere la porta alle sue spalle.
Erano le due e dodici.
Non si poteva biasimare il capo della polizia se il suo vecchio amico non
aveva abbastanza soldi con sé per acquistare il fucile. In ogni caso, gli
piaceva così tanto essere pagato due volte per lo stesso genere
d'informazione, specialmente in dollari.

Lei gli versò una seconda tazza di caffè.


«Maggie, sto pensando di dare le dimissioni dalla società e cercarmi un
lavoro che non mi costringa a viaggiare più così tanto.» Alzò lo sguardo e
attese di vedere la reazione di sua moglie.
Maggie bevve un sorso di caffè prima di rispondere. «Come mai
adesso?» chiese semplicemente.
«La presidentessa mi ha detto che hanno intenzione di togliermi dalla
sezione rapimenti e riscatti e di sostituirmi con un uomo più giovane. È la
loro linea di condotta con gente della mia età.»
«Ma devono esserci molti altri lavori nella società per qualcuno con la
tua esperienza.»
«La presidentessa mi ha fatto una proposta», disse Connor. «Mi ha
offerto l'opportunità di dirigere la nostra sede di Cleveland.»
«Cleveland?» chiese Maggie incredula. Dopo un attimo di silenzio
soggiunse: «Come mai è tanto ansiosa di mandarti via?»
«No, la situazione non è tanto brutta. Dopotutto, se rifiuto questa
proposta, ho tutti i requisiti per un trattamento pensionistico completo»,
disse Connor senza neppure tentare di rispondere alla sua domanda. «In
ogni caso, Joan mi ha detto che vi sono molte compagnie d'assicurazioni a
Washington che sarebbero felici di assumere qualcuno della mia
esperienza.»
«Ma non quella per cui stai lavorando ora», replicò Maggie guardandolo
direttamente negli occhi. Connor incrociò il suo sguardo, ma non riuscì a
trovare una risposta convincente. Seguì un silenzio ancora più lungo.
«Non pensi sia giunto il momento di dirmi tutta la verità?» disse
Maggie. «Oppure ti aspetti che io continui a credere a ogni tua parola,
come una moglie ubbidiente?»

Jeffrey Archer 59 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Connor abbassò la testa e non rispose.
«Non hai mai nascosto il fatto che 'Maryland Insurance' non è altro che
una copertura per la CIA. E io non ho mai insistito per avere ulteriori
informazioni. Ultimamente però i tuoi viaggi, anche se ben mascherati,
hanno lasciato un po' di fango sulle scarpe.»
«Non capisco», disse Connor debolmente.
«Quando ho ritirato il tuo abito dalla tintoria, mi hanno detto di avere
trovato questo in una tasca.» Maggie posò una monetina sul tavolo della
cucina. «Mi hanno detto che non ha alcun valore fuori della Colombia.»
Connor fissò la moneta da dieci pesos con la quale avrebbe potuto fare
una telefonata locale.
«Molte mogli salterebbero subito a una conclusione, Connor
Fitzgerald», continuò Maggie. «Ma, non dimenticare, io ti conosco da più
di trent'anni e so benissimo che non saresti capace di questo tipo di
inganno.»
«Maggie, ti prometto...»
«Lo so, Connor. Che dovesse esserci un buon motivo per non essere mai
stato completamente sincero con me in tutti questi anni l'ho sempre
accettato.» Si allungò sopra il tavolo, gli prese la mano e disse: «Ma se ora
stanno per scaricarti senza alcun apparente motivo, non ti sembra che io
abbia il diritto di sapere esattamente da te cosa hai combinato in questi
ventotto anni?»

Jackson chiese al tassista di accostare davanti al banco dei pegni e di


aspettarlo. Ci avrebbe messo solo pochi minuti, disse, poi voleva essere
portato all'aeroporto.
Appena entrò nel negozio, Escobar corse fuori dal suo ufficio. Pareva
agitato. Quando vide chi era il cliente, chinò il capo e senza una parola
premette una chiave nel registratore di cassa e aprì il cassetto. Ne estrasse
lentamente dieci banconote da cento dollari e le allungò oltre il bancone.
«Mi devo scusare, signore», disse, alzando gli occhi sull'alto americano,
«ma questa notte mi è stato rubato il fucile.»
Jackson non fece commenti.
«La cosa strana», soggiunse Escobar, «è che il ladro non ha preso
neppure un po' di soldi.»
Jackson continuò a rimanere in silenzio. Quando il cliente uscì dal
negozio, Escobar non poté evitare di pensare che non era parso per nulla

Jeffrey Archer 60 2002 - L'Undicesimo Comandamento


sorpreso.
Mentre il taxi si dirigeva verso l'aeroporto, Jackson infilò una mano in
tasca e tirò fuori la cartuccia vuota. Non avrebbe forse potuto dimostrare
chi aveva premuto il grilletto, ma ora sapeva con assoluta certezza chi
aveva dato l'ordine di uccidere Ricardo Guzman.

9
L'ELICOTTERO atterrò dolcemente sull'erba accanto al laghetto tra i
monumenti di Washington e Lincoln. Mentre le eliche rallentavano
lentamente, venne calata la scaletta. La portiera del Nighthawk si aprì di
colpo e comparve il presidente Herrera che sfoggiava una uniforme da
cerimonia che lo faceva assomigliare a un caratterista di poca importanza
in un film di seconda categoria. Si mise sull'attenti e rispose al saluto dei
marines in attesa, quindi percorse la breve distanza fino alla limousine, una
Cadillac corazzata. Mentre la sfilata di automobili risaliva la
Diciassettesima Strada, da ogni asta sventolavano le bandiere colombiane,
americane e del distretto federale.
Tom Lawrence, Larry Harrington e Andy Lloyd lo attendevano nel
portico meridionale della Casa Bianca. Quanto più è ben tagliato l'abito,
più variopinta la fusciacca, più numerose le medaglie, meno importante è
il paese, pensò Lawrence facendo un passo avanti per salutare l'ospite.
«Antonio, caro, vecchio amico», esclamò, mentre Herrera lo
abbracciava, anche se i due si erano incontrati solo un'altra volta prima.
Scioltosi dall'abbraccio, Lawrence si voltò per presentarlo a Harringotn e
Lloyd. I flash delle macchine fotografiche lampeggiarono e i
videoregistratori ronzarono mentre il gruppo presidenziale entrava nella
Casa Bianca. Furono scattate altre fotografie mentre i due presidenti si
sorridevano e si stringevano la mano nel lungo corridoio sotto un ritratto a
misura d'uomo di George Washington.
Dopo gli indispensabili tre minuti dedicati alle foto, il presidente fece
entrare il suo ospite nell'Ufficio Ovale. Mentre veniva servito caffè
colombiano e venivano scattate altre fotografie, non parlarono di alcunché
d'importante. Lasciati finalmente soli il segretario di Stato indirizzò la
conversazione verso gli attuali rapporti tra i due paesi. Grato per le
informazioni ricevute da Larry quello stesso mattino, il presidente

Jeffrey Archer 61 2002 - L'Undicesimo Comandamento


americano poté parlare con autorevolezza degli accordi di estradizione, del
raccolto di caffè di quell'anno, del problema della droga, addirittura della
nuova metropolitana che una compagnia americana stava costruendo a
Bogotà come parte di un pacchetto aiuti all'estero.
Mentre il segretario di Stato ampliava la discussione per esaminare la
restituzione dei grossi prestiti in dollari e la differenza tra l'export e
l'import tra i due paesi, Lawrence si ritrovò a riflettere sui problemi che
avrebbe dovuto affrontare più tardi quel giorno.
Il comitato stava bloccando la proposta di legge per la riduzione degli
armamenti e Andy l'aveva già avvertito che i voti non si stavano proprio
ammucchiando. Con ogni probabilità avrebbe dovuto incontrare
individualmente parecchi membri del Congresso se voleva avere qualche
possibilità di farla passare. Era consapevole che queste visite rituali alla
Casa Bianca non erano di solito altro che un massaggio dell'ego, così che i
rappresentanti sarebbero potuti tornare nei loro distretti e informare i
votanti, se democratici, su quanto stretto fosse il loro rapporto con il
presidente o, se repubblicani, su quanto il presidente dipendesse dal loro
appoggio per fare approvare qualsiasi legge. Con le elezioni di metà
periodo a meno di un anno, Lawrence si rese conto che nelle settimane
seguenti avrebbe dovuto tenere parecchi incontri fuori programma se
voleva ottenere qualche risultato.
Venne riportato di colpo al presente quando Herrera disse: «... e per
questo devo ringraziarla in modo particolare, signor presidente». Un
grande sorriso si aprì sul volto del capo della Colombia, mentre i tre più
potenti uomini d'America lo fissavano increduli.
«Le dispiace ripetere, Antonio?» chiese il presidente, non del tutto certo
di avere capito correttamente il visitatore.
«Dato che siamo nella privacy dell'Ufficio Ovale, Tom, volevo
semplicemente dirle che ho apprezzato il ruolo personale che ha avuto
nella mia elezione.»

«Per quanto tempo ha lavorato alla Maryland Insurance, signor


Fitzgerald?» chiese il presidente del consiglio di amministrazione. Era la
sua prima domanda dopo un colloquio di più di un'ora.
«Ventotto anni a maggio, signor Thompson», rispose Connor,
guardando direttamente l'uomo che sedeva al centro del grande tavolo,
proprio di fronte a lui.

Jeffrey Archer 62 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Il suo curriculum è impressionante», disse la donna seduta alla destra
del presidente. «E le sue referenze impeccabili. Sono costretta a chiederle
perché vuole lasciare il suo precedente lavoro. E, cosa forse più
importante, perché la Maryland Insurance è disposta a lasciarla andare
via.»
Connor aveva discusso su come rispondere a questa domanda con
Maggie a cena la sera precedente. «Di' loro la verità», gli aveva detto. «E
non cercare di fare il furbo, non ci sei mai riuscito.» Non s'era aspettato
altro consiglio.
«La mia unica possibilità di promozione avrebbe richiesto un
trasferimento a Cleveland», rispose, «e io non me la sono sentita di
chiedere a mia moglie di rinunciare al suo lavoro all'università di
Georgetown. Sarebbe stato difficile per lei trovare un incarico equivalente
nell'Ohio.»
Il terzo membro del comitato esaminatore annuì. Maggie l'aveva
informato che un membro della commissione aveva un figlio laureando
alla Georgetown.
«Non ritengo doverla trattenere oltre», lo congedò il presidente. «Vorrei
solo ringraziarla, signor Fitzgerald, per essere venuto qui questo
pomeriggio.»
«Piacere mio», rispose pacatamente Connor, alzandosi per andarsene.
Sorpreso, vide il presidente alzarsi e avvicinarsi a lui. «Posso invitare lei
e sua moglie a cenare con noi una sera della settimana prossima?»
domandò mentre accompagnava Connor alla porta.
«Ne saremo felici, signore», rispose Connor.
«Ben», disse il presidente del consiglio. «Nessuno alla Washington
Provident mi chiama signore e di certo non i miei top manager.» Sorrise e
strinse calorosamente la mano di Connor. «Dirò alla mia segretaria di
chiamarla domani in ufficio per fissare una data. Sono ansioso di
conoscere sua moglie... Maggie, non è vero?»
«Sissignore», replicò Connor. «E io sono impaziente di fare la
conoscenza della signora Thompson, Ben.»

Il capo dello staff della Casa Bianca sollevò il telefono rosso, ma non
riconobbe immediatamente la voce.
«Ho delle informazioni che potrebbe trovare utili. Mi spiace averci
messo tanto.»

Jeffrey Archer 63 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Lloyd afferrò un bloc-notes e fece saltare via il cappuccio di un
pennarello. Non dovette premere alcun pulsante, ogni conversazione che
avveniva su quel particolare telefono veniva automaticamente registrata.
«Sono appena tornato dopo dieci giorni a Bogotà e qualcuno laggiù si
era accertato che tutte le porte non solo mi venissero chiuse in faccia, ma
chiuse a chiave e sprangate.»
«Allora la Dexter deve avere scoperto che cosa stava combinando»,
disse Lloyd.
«E solo pochi minuti dopo che ho parlato con il capo della polizia, posso
scommetterci.»
«Ciò vuole forse dire che la Dexter sa anche per chi lei sta lavorando?»
«No. Su quel fronte mi sono protetto, ecco perché ci ho messo tanto a
rifarmi vivo con lei. E le prometto che dopo avere sviato in una inutile
caccia uno dei suoi giovani agenti, non riuscirà mai a immaginare chi sia la
persona a cui faccio rapporto. Il nostro attaché culturale a Bogotà sta ora
inseguendo ogni noto re della droga, ogni funzionario della sezione
Narcotici e metà della polizia. Il suo rapporto riempirà così tante pagine
che avranno bisogno di un mese solo per leggerlo, per non parlare poi di
capire cosa diavolo stessi facendo laggiù.»
«Ha trovato nulla che possiamo affibbiare alla Dexter?»
«Niente che non sarebbe capace di spiegare con le solite balle. Ma è
evidente che la CIA è dietro l'assassinio di Ricardo Guzman.»
«Questo già lo sappiamo», replicò Lloyd. «Il problema del presidente è
che, sebbene le credenziali del nostro informatore siano impeccabili, non
potrebbe mai deporre in tribunale, perché è colui che ha personalmente
tratto vantaggio dall'omicidio. Ha nulla o nessuno che potrebbe deporre in
tribunale?»
«Solo il capo della polizia di Bogotà e le sue credenziali di certo non
sono impeccabili. Se dovesse deporre, non si potrebbe mai sapere con
assoluta certezza quale parte appoggerebbe.»
«Come può allora essere tanto certo che la CIA sia coinvolta?»
«Ho visto l'arma che sono sicuro è stata usata per uccidere Guzman. Mi
sono pure impadronito della cartuccia vuota del proiettile che l'ha colpito.
Sono inoltre piuttosto certo di conoscere l'uomo che ha costruito quel
fucile. È il migliore nel suo campo, e lavora per un ristretto numero di
NOC.»
«NOC?»

Jeffrey Archer 64 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Non-official cover officers, agenti segreti non ufficiali, non
appartenenti ad alcuna agenzia governativa. In questo modo la CIA può
negare di essere al corrente delle loro attività nel caso qualcosa andasse
storto.»
«Allora l'assassino è un ufficiale in servizio attivo della CIA»,
commentò Lloyd.
«Così pare. A meno che non venga fuori che si tratta di quello che la
Dexter ha mandato in pensione alcuni giorni fa.»
«Ecco una persona che dovremmo avere sul nostro libro paga.»
Seguì un lungo silenzio prima che Jackson dicesse: «Questo sarà il
modo in cui agite alla Casa Bianca, signor Lloyd, ma quest'uomo non
tradirebbe un ex datore di lavoro, per quanto grossa la bustarella offerta.
Non servirebbe neppure minacciarlo: non vi direbbe l'ora neppure con la
pistola puntata alla testa».
«Come può esserne tanto sicuro?»
«Ha prestato servizio sotto di me in Vietnam, e neppure i vietcong sono
riusciti a strappargli qualcosa. Se vuole saperlo, è solo merito suo se sono
ancora vivo. In ogni caso, la Dexter l'avrà già convinto di avere ricevuto
quell'ordine direttamente dalla Casa Bianca.»
«Potremmo dirgli che ha mentito», ribatté Lloyd.
«Ciò non farebbe altro che mettere in pericolo la sua vita. No, devo
riuscire a dimostrare il coinvolgimento della Dexter, senza che lui scopra
ciò che stiamo combinando. E non sarà facile.»
«Come intende farlo?»
«Andando al ricevimento che dà per festeggiare le dimissioni.»
«Scherza?»
«No, perché lì ci sarà una persona che lo ama più di quanto ami il suo
paese. E potrebbe essere disposta a parlare. Mi farò vivo.»
Il telefono divenne muto.

Quando Nick Gutenburg, il vicedirettore della CIA, entrò nel soggiorno


di casa Fitzgerald, la prima persona che vide fu il suo predecessore Chris
Jackson, intento a conversare con Joan Bennett. Le stava dicendo per chi
aveva lavorato a Bogotà? Gutenburg avrebbe voluto sentire ciò di cui
stavano parlando, ma prima doveva salutare i suoi ospiti.
«Starò con la società ancora per nove mesi», stava raccontando Joan.
«Poi potrò chiedere la pensione completa. Dopo di che spero di riprendere

Jeffrey Archer 65 2002 - L'Undicesimo Comandamento


a lavorare per Connor nel suo nuovo ufficio.»
«Ne ho appena sentito parlare», dichiarò Jackson. «Mi sembra ideale.
Da ciò che mi ha detto Maggie, non dovrà più viaggiare tanto.»
«È vero, ma la sua nomina non è ancora ufficiale», disse Joan. «E lei sa
come la pensa Connor sulle cose 'fuori discussione'. Ma dal momento che
il presidente del consiglio d'amministrazione della Washington Provident
ha invitato lui e Maggie a cena domani sera, penso si possa presumere che
si è aggiudicato il posto. A meno che il signor Thompson non voglia
semplicemente giocare a bridge.»
«Sei stato gentile a venire, Nick», disse Connor calorosamente,
porgendo al vicedirettore un bicchiere di Perrier. Non occorreva che
nessuno gli ricordasse che Gutenburg non toccava alcol.
«Non me la sarei persa per nulla al mondo, Connor», replicò Gutenburg.
Voltandosi verso sua moglie, Connor disse: «Maggie, ti presento Nick
Gutenburg, un mio collega. Lui lavora nel...»
«Settore verifica perdite», s'intromise Gutenburg. «Suo marito mancherà
a tutti noi della Maryland Insurance, signora Fitzgerald.»
«Sono certa che vi incontrerete di nuovo», disse Maggie, «ora che
Connor ha accettato un lavoro nello stesso ramo.»
«La cosa non è ancora confermata», disse Connor. «Ma appena lo sarà,
sarai il primo a venirne a conoscenza, Nick.»
Gutenburg rivolse un'occhiata a Chris Jackson e, quando lo vide
allontanarsi da Joan Bennett, la raggiunse immediatamente.
«Mi ha fatto piacere sentire che rimarrà con noi, Joan», iniziò col dire.
«Pensavo ci avrebbe lasciati per andare con Connor nel suo nuovo lavoro.»
«No, rimarrò con la Ditta», rispose Joan, incerta su quanto sapesse il
vicedirettore.
«Ho solo pensato che, dal momento che Connor continua nello stesso
ramo...»
Stai cercando di estorcermi informazioni, pensò Joan. «Non lo so»,
ribatté con fermezza.
«Con chi sta parlando Chris Jackson?» chiese Gutenburg.
Joan guardò dall'altra parte della stanza. Avrebbe voluto potergli
rispondere che non ne aveva idea, ma sapeva che non l'avrebbe fatta
franca. «Sono padre Graham, il parroco dei Fitzgerald a Chicago, e Tara,
la figlia di Connor.»
«Cosa fa lei?»

Jeffrey Archer 66 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Si sta laureando a Stanford.»
Gutenburg si rese conto che stava perdendo il proprio tempo cercando di
ottenere un'informazione qualsiasi dalla segretaria di Connor. Dopotutto,
aveva lavorato per lui per quasi vent'anni, non c'erano dubbi su a chi
andasse la sua lealtà, sebbene non vi fosse nulla nel suo dossier che
potesse insinuare un rapporto diverso da quello professionale. Ed
esaminando la signorina Bennett, pensò che forse era l'ultima vergine
quarantacinquenne rimasta a Washington. Quando la figlia di Connor si
avvicinò al tavolo per riempirsi il bicchiere, Gutenburg piantò Joan senza
dire un'altra parola.
«Sono Nick Gutenburg», le disse, porgendole la mano. «Un collega di
suo padre.»
«Io sono Tara. Lavora nell'ufficio in centro città?»
«No, lavoro in periferia», rispose Gutenburg. «Sta ancora studiando in
California?»
«Esatto», esclamò Tara, un po' sorpresa. «E che mi dice di lei? In quale
campo della società lavora?»
«Verifica perdite. Piuttosto noioso se paragonato a quello che fa suo
padre, ma qualcuno deve restare a casa e badare alle scartoffie», rispose
con una risatina. «Per inciso, mi ha fatto molto piacere sentire parlare della
nuova nomina di suo padre.»
«Già, mamma è contenta che una ditta tanto prestigiosa l'abbia preso al
volo. Anche se la cosa non è ancora ufficiale.»
«Lavorerà fuori Washington?» chiese Gutenburg sorseggiando la sua
Perrier.
«Sì, la società è a pochi isolati dal suo vecchio ufficio...» Tara
s'interruppe quando sentì un forte rumore. Si girò e vide Chris Jackson
battere rumorosamente sulla tavola per richiamare l'attenzione degli ospiti.
«Mi scusi», mormorò. «È ora che riprenda i miei doveri ufficiali per la
serata.» Si allontanò rapidamente e Gutenburg si voltò per ascoltare le
parole del suo predecessore a Langley.
«Signore e signori...» iniziò Chris. Attese fino a che tutti furono in
silenzio prima di continuare. «È mio privilegio proporre un brindisi a due
dei miei più vecchi amici, Connor e Maggie. Nel corso degli anni Connor
ha costantemente dimostrato di essere l'unico uomo capace di mettermi nei
guai.»
Gli ospiti risero. Uno gridò: «Più che vero», e un altro aggiunse:

Jeffrey Archer 67 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Conosco il problema».
«Ma una volta che siete nei guai, non conosco nessuno migliore di lui
per tirarvene fuori.» Queste parole furono accolte da un forte applauso.
«Ci siamo incontrati per la prima volta...»
Gutenburg sentì ronzare il suo cercapersone, lo staccò dalla cintura e
lesse: «Chiama appena puoi». Lo spense e uscì in anticamera. Prese il
primo telefono che vide come se fosse in casa sua e compose un numero
che non era in nessun elenco. Non aveva ancora fatto il primo squillo che
già una voce diceva: «Il direttore».

10
«LE dirò esattamente da chi ho ricevuto le mie informazioni», disse Tom
Lawrence. «Lo stesso presidente della Colombia. Mi ha ringraziato
personalmente per 'il ruolo che io ho avuto nella sua elezione'.»
«Non è certo una prova», ribatté Helen Dexter, senza mostrare alcun
segno di emozione.
«Sta mettendo in dubbio la mia parola?» Il presidente neppure tentò di
celare la sua ira.
«Certo che no, signor presidente», dichiarò la Dexter con calma. «Ma se
lei sta accusando la Ditta di eseguire operazioni segrete senza che lei lo
sappia, spero non si basi solo sulla parola di un politicante sudamericano.»
Il presidente si chinò in avanti. «Le consiglio di ascoltare attentamente la
registrazione di una conversazione che ha avuto luogo in questo ufficio
poco tempo fa», disse. «Perché ciò che sta per sentire mi ha colpito per il
suo accento di verità, qualcosa cui non credo lei abbia avuto molto a che
fare ultimamente.»
Il direttore rimase impassibile, anche se Nick Gutenburg, seduto alla sua
destra, si agitò a disagio sulla sedia. Il presidente fece un cenno ad Andy
Lloyd che allungò la mano e premette un tasto su un registratore sistemato
su un angolo della scrivania del presidente.
«Le dispiacerebbe entrare nei particolari'?»
«No di certo, anche se sono sicuro di non poterle dire nulla che lei già
non sappia. Il mio unico vero antagonista, Ricardo Guzman, è stato
convenientemente eliminato dalla competizione solo due settimane prima
dell'elezione.»

Jeffrey Archer 68 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Di certo non sta insinuando...» Era la voce di Lawrence.
«Ecco, se non sono stati i suoi, di certo non sono stati i miei»,
s'intromise Herrera prima che il presidente finisse la sua frase.
Seguì un silenzio tanto lungo che Gutenburg si chiese se la
conversazione non fosse terminata, ma, dal momento che Lawrence e
Lloyd non si muovevano, ritenne ci fosse dell'altro.
«Ha qualche prova che colleghi l'omicidio alla CIA?» chiedeva alla fine
Lawrence.
«Tramite il proiettile che lo ha ucciso è stato rintracciato un fucile che
era stato venduto a un banco dei pegni prima che l'assassino fuggisse dal
paese. L'arma è stata poi portata via dal negozio da uno dei suoi agenti
operativi e spedita in America via valigia diplomatica.»
«Come può esserne certo?»
«Il mio capo della polizia è evidentemente molto più comunicativo con
me di quanto non lo sia la CIA con lei.»
Andy Lloyd spense il registratore. Helen Dexter alzò lo sguardo e si
ritrovò gli occhi del presidente gelidamente fissi nei suoi.
«Allora?» chiese Lawrence. «Qual è la sua semplice spiegazione questa
volta?»
«Da quella conversazione non si ricava alcuna prova del coinvolgimento
della CIA nell'assassinio di Guzman», rispose pacatamente. «Tutto quello
che rivela è che Herrera sta cercando di proteggere la persona che ha
messo in atto i suoi ordini.»
«Immagino lei si stia riferendo all"assassino solitario' che da quel
momento è opportunamente scomparso da qualche parte in Sudafrica»,
ribatté il presidente con tono evidentemente sarcastico.
«Appena riappare, signor presidente, lo ritroveremo e allora potrò
fornirle la prova che ha richiesto.»
«Un innocente ucciso da una pallottola nella schiena in una stradina di
Johannesburg non sarà una prova sufficiente per me», dichiarò Lawrence.
«Neppure per me», ribatté la Dexter. «Quando presenterò l'uomo
responsabile dell'omicidio, non ci saranno dubbi sulla persona per cui
lavorava.»
«Se non riuscirà a farlo», disse il presidente, «non mi sorprenderebbe se
questo nastro finisse nelle mani di un certo reporter del Washington Post
che non è di sicuro noto per il suo amore per la CIA. Sarà lui a decidere se
Herrera sta proteggendo se stesso o dicendo la verità. In ogni caso lei

Jeffrey Archer 69 2002 - L'Undicesimo Comandamento


dovrà rispondere a molte imbarazzanti domande.»
«Dovesse accadere questo, anche lei, signor presidente, potrebbe
ritrovarsi a dovere rispondere a una o due domande scomode», replicò la
Dexter senza batter ciglio.
Lawrence si alzò con rabbia dalla sedia e le lanciò uno sguardo truce.
«Guardi che io esigo ancora una prova positiva dell'esistenza del suo
sudafricano disperso. E se non riesce a presentarmela entro ventotto giorni,
pretenderò di avere le dimissioni di entrambi sulla mia scrivania. Uscite
ora dal mio ufficio.»
Il direttore e il suo vice si alzarono per uscire senza dire un'altra parola.
Nessuno dei due parlò fino a che non si ritrovarono nell'automobile della
Dexter. Appena l'auto uscì dal cancello della Casa Bianca, lei premette un
pulsante sul bracciolo che fece alzare un vetro affumicato, affinché
all'autista, un agente operativo d'alto livello, non fosse possibile ascoltare
la conversazione alle sue spalle.
«Hai scoperto con quale società Fitzgerald ha avuto il colloquio?»
«Sì», rispose Gutenburg.
«Allora dovrai telefonare al loro presidente del consiglio
d'amministrazione.»

«Mi chiamo Nick Gutenburg, sono il vicedirettore della CIA. Forse


desidera richiamarmi. Il numero del centralino della Ditta è 703 482 1100.
Quando darà il suo nome al centralinista, verrà collegato direttamente al
mio ufficio.» Appese immediatamente.
Nel corso degli anni Gutenburg aveva scoperto che in questo modo non
solo veniva invariabilmente richiamato, di solito nel giro di pochi secondi,
ma anche che con questo piccolo sotterfugio si ritrovava quasi sempre con
il coltello dalla parte del manico.
Rimase seduto alla sua scrivania in attesa. Passarono due minuti, ma non
se ne preoccupò. Sapeva che la persona in questione avrebbe verificato il
numero telefonico. Una volta avuta la conferma che si trattava proprio del
centralino della CIA, Gutenburg si sarebbe trovato in una posizione ancora
più forte.
Quando infine il telefono squillò tre minuti dopo, Gutenburg lo lasciò
squillare a lungo prima di rispondere. «Buon giorno, signor Thompson»,
disse, senza aspettare di sentire chi chiamava. «La ringrazio di avere
richiamato con tanta sollecitudine.»

Jeffrey Archer 70 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Piacere mio, signor Gutenburg», rispose il presidente della Washington
Provident.
«Temo che ciò di cui ho bisogno di discutere con lei sia una faccenda un
po' delicata, signor Thompson. Non farei questa telefonata se non pensassi
che è nel suo interesse.»
«Grazie», disse Thompson. «Come posso esserle d'aiuto?»
«Recentemente ha intervistato alcuni candidati per il posto di direttore
della sezione rapimenti e riscatti. Un posto che richiede il più alto livello
d'integrità morale.»
«Naturalmente», ammise Thompson. «Penso comunque di avere trovato
la persona ideale per quella carica.»
«Non ho idea di chi abbia scelto per il lavoro, ma devo farle sapere che
stiamo attualmente facendo indagini su uno dei candidati e, dovesse il caso
finire in tribunale, ciò ricadrebbe sulla sua società. Ciononostante, signor
Thompson, se lei è certo di avere trovato la persona giusta, la CIA non
desidera affatto ostacolarla.»
«Ora aspetti un attimo, signor Gutenburg. Se è a conoscenza di qualcosa
che io dovrei sapere, sarò più che felice di ascoltarla.»
Gutenburg indugiò un attimo prima di dire: «Posso chiederle, con la
massima riservatezza, il nome del candidato al quale pensate di offrire quel
posto?»
«Certo, anche perché non ho alcun dubbio sulla sua reputazione,
background o correttezza. Stiamo per firmare un contratto con il signor
Connor Fitzgerald.» Seguì un lungo silenzio prima che Thompson
chiedesse: «È ancora lì, signor Gutenburg?»
«Sì, signor Thompson. Mi chiedo se può trovare il tempo di venire da
me a Langley. Ritengo di doverla informare più dettagliatamente
sull'indagine per frode che stiamo portando avanti. Potrebbe inoltre avere
bisogno di esaminare alcuni documenti riservati di cui siamo entrati in
possesso.»
Questa volta toccò a Thompson rimanere in silenzio. «Mi spiace sentirle
dire queste cose. Non ritengo che una mia visita sia necessaria», disse il
presidente con calma. «Sembrava una persona tanto perbene.»
«Anche a me è dispiaciuto dover fare questa telefonata, signor
Thompson. Ma si sarebbe adirato di più con me se non l'avessi fatta, e tutta
questa brutta storia fosse finita sulla prima pagina del Washington Post.»
«Concordo in pieno con lei», dichiarò Thompson.

Jeffrey Archer 71 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Vorrei aggiungere», disse il vicedirettore, «anche se la cosa non è
pertinente al caso che stiamo indagando, che sono assicurato con la
Washington Provident dal giorno in cui ho iniziato a lavorare per la CIA.»
«Mi fa piacere, signor Gutenburg. Desidero solo dirle quanto apprezzi
l'accuratezza con cui eseguite il vostro lavoro.»
«Spero solo d'esserle stato d'aiuto, signor Thompson. Arrivederci.»
Gutenburg riappese il ricevitore e subito dopo schiacciò il tasto «1» sul
telefono più vicino.
«Sì», disse una voce.
«Non credo che la Washington Provident offrirà più quel lavoro a
Fitzgerald.»
«Bene. Perché non lasciamo riposare le acque per tre giorni, poi tu potrai
parlargli del suo nuovo incarico.»
«Perché aspettare tre giorni?»
«A quanto pare non hai mai letto il saggio di Freud sulla massima
vulnerabilità.»

Ci dispiace informarla che...


Connor stava leggendo la lettera per la terza volta quando squillò il
telefono sulla sua scrivania. La notizia l'aveva stordito. Che cosa era
andato storto? La cena a casa Thompson era stata più che piacevole.
Quando lui e Maggie se ne erano andati poco prima di mezzanotte, Ben
aveva proposto un giro di golf al Burning Tree per il fine settimana
seguente ed Elizabeth Thompson aveva chiesto a Maggie di passare da lei
per un caffè mentre gli uomini andavano a caccia di una pallina. Il giorno
seguente il suo avvocato aveva telefonato per dirgli che il contratto
inviatogli dalla Washington Provident per la sua approvazione aveva
bisogno soltanto di un paio di minime modifiche.
Connor sollevò il ricevitore.
«Sì, Joan?»
«C'è in linea il vicedirettore.»
«Passamelo», rispose stancamente.
«Connor?» chiese una voce di cui non si era mai fidato. «È saltato fuori
qualcosa di importante e il direttore mi ha chiesto di informarla subito.»
«Certo», disse Connor, senza avere realmente compreso le parole di
Gutenburg.
«Alle tre, al solito posto?»

Jeffrey Archer 72 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Certo», ripeté Connor. Con la cornetta ancora in mano lesse la lettera
per la quarta volta e decise di non parlarne a Maggie fino a che non avesse
avuto in vista un'altra proposta di lavoro.

Connor, arrivato per primo in Lafayette Square, si sedette su una


panchina di fronte alla Casa Bianca. Pochi minuti dopo Nick Gutenburg si
accomodò all'altra estremità della panchina. Connor badò a non lanciargli
neppure un'occhiata di sfuggita.
«Il presidente in persona ha preteso che tu assuma questo incarico»,
mormorò Gutenburg continuando a fissare la Casa Bianca. «Voleva il
nostro uomo migliore.»
«Ma io sto per lasciare la Ditta tra dieci giorni», ribatté Connor.
«Già, il direttore glielo ha detto. Ma il presidente ha insistito perché noi
si faccia tutto il possibile per convincerti a rimanere fino al termine di
questo incarico.»
Silenzio.
«Connor, il risultato delle elezioni in Russia potrebbe influenzare il
futuro del mondo libero. Se quel pazzo di un Zerimski venisse eletto, vi
sarebbe un ritorno immediato alla guerra fredda. Il presidente dovrebbe
dimenticare la sua proposta di legge per il controllo delle armi e il
Congresso esigerebbe un aumento del budget per la difesa che potrebbe
portarci alla bancarotta.»
«Ma Zerimski è ancora molto indietro negli ultimi sondaggi», disse
Connor. «Non si prevede una facile vittoria di Chernopov?»
«Forse le cose stanno così, ora», replicò Gutenburg. «Ma mancano
ancora tre settimane e il presidente - sottolineò la parola continuando a
fissare la Casa Bianca - ha l'impressione che con un elettorato tanto
incostante possa accadere qualsiasi cosa. Sarebbe molto più tranquillo se
sapesse che tu sei là, nel caso fosse necessaria la tua particolare perizia.»
Connor non rispose.
«Se ti stai preoccupando per il tuo nuovo lavoro», continuò Gutenburg,
«scambierò con piacere due parole con il presidente della società in cui stai
per entrare spiegandogli che questo è un incarico a breve termine.»
«Non sarà necessario», ribatté Connor. «Ho bisogno comunque di un po'
di tempo per pensarci.»
«Naturalmente», esclamò Gutenburg. «Quando avrai deciso, chiama per
favore il direttore e falle conoscere la tua decisione.» Si alzò e si allontanò

Jeffrey Archer 73 2002 - L'Undicesimo Comandamento


verso Farragut Square.
Tre minuti dopo, Connor si avviò tranquillamente nella direzione
opposta.

Andy Lloyd alzò il telefono rosso. Questa volta riconobbe


immediatamente la voce.
«Sono quasi sicuro di conoscere il nome di chi ha eseguito l'incarico a
Bogotà», disse Jackson.
«Lavorava per la CIA?» chiese Lloyd.
«Sì.»
«Ha sufficienti prove per convincere la commissione d'inchiesta del
Congresso sui Servizi Segreti?»
«No, non ne ho. Quasi tutte le prove in mio possesso verrebbero respinte
come indiziarie. Ma, mettendole tutte insieme, ci sono troppe coincidenze
per il mio gusto.»
«Per esempio?»
«L'agente che sospetto abbia premuto il grilletto è stato licenziato poco
dopo che il presidente ha parlato con la Dexter nell'Ufficio Ovale e ha
preteso di sapere chi era il responsabile dell'assassinio di Guzman.»
«Non verrebbe ammessa neppure come prova.»
«Forse no. Ma lo stesso agente stava per assumere un nuovo incarico
alla Washington Provident come direttore della sezione rapimenti e riscatti
quando all'improvviso, senza alcuna spiegazione, l'offerta di lavoro è stata
ritirata.»
«Una seconda coincidenza.»
«Ve ne è una terza. Tre giorni dopo, Gutenburg si è incontrato con
l'agente in questione su una panchina in Lafayette Square.»
«Perché dovrebbero volerlo indietro?»
«Per eseguire un compito straordinario.»
«Ha qualche idea sulla natura di tale incarico?»
«No. Ma non si meravigli se lo porterà molto lontano da Washington.»
«Ha modo di scoprire dove?»
«Al momento, no. Neppure sua moglie lo sa.»
«D'accordo, analizziamo la faccenda dal loro punto di vista», disse
Lloyd. «Cosa pensa stia facendo in questo momento la Dexter per pararsi
il culo?»
«Prima di poterle dare una risposta, dovrei conoscere il risultato del suo

Jeffrey Archer 74 2002 - L'Undicesimo Comandamento


ultimo incontro con il presidente», rispose Jackson.
«Ha dato a lei e a Gutenburg ventotto giorni per dimostrare che la Ditta
non è coinvolta nell'assassinio di Guzman, e per fornirgli una prova di
ferro su chi lo ha ucciso. Non ha lasciato loro alcun dubbio sul fatto che, se
non ci fossero riusciti, avrebbe richiesto le loro dimissioni e passato tutte
le prove in suo possesso al Washington Post.»
Dopo un lungo silenzio Jackson disse: «Ciò significa che l'agente in
questione ha meno di un mese da vivere».
«La Dexter non eliminerebbe mai uno dei suoi!» esclamò Lloyd
incredulo.
«Non dimentichi che lui è un NOC. La sezione della CIA per cui lavora
neppure esiste ufficialmente, signor Lloyd.»
«Questo tipo è un suo buon amico, non è vero?»
«Sì», rispose Jackson con calma.
«Allora, si assicuri che rimanga vivo.»

«Buon giorno, direttore. Sono Connor Fitzgerald.»


«Buon giorno Connor, mi fa piacere sentirla», disse la Dexter con un
tono più caloroso di quello adottato nel loro precedente incontro.
«Il vicedirettore mi ha chiesto di telefonarle appena avessi preso una
decisione sulla faccenda discussa tra noi due lunedì.»
«Sì», disse la Dexter, riprendendo il suo solito stile secco.
«Sono disposto ad assumermi l'incarico.»
«Mi fa piacere sentirglielo dire.»
«A una condizione.»
«E quale sarebbe?»
«Pretendo una prova che l'operazione è stata autorizzata dal presidente.»
Solo dopo un lungo silenzio la Dexter disse: «Informerò il presidente
della sua richiesta».

«Allora, come funziona?» chiese il direttore. Non ricordava quando


aveva visitato per l'ultima volta i laboratori OTS a Langley.
«In realtà è molto semplice», rispose il professor Ziegler, il direttore dei
servizi tecnici della CIA. Si voltò verso una fila di computer e premette
alcuni tasti. Il volto di Tom Lawrence apparve sul monitor.
Dopo avere ascoltato per un po' le parole del presidente assieme a Nick
Gutenburg, la Dexter chiese: «Che c'è di notevole in ciò? Tutti noi

Jeffrey Archer 75 2002 - L'Undicesimo Comandamento


abbiamo sentito Lawrence fare un discorso».
«Forse, ma non l'ha mai sentito fare questo particolare discorso.»
«Cosa intende dire?» domandò Gutenburg.
Sul viso del professore si aprì un sorriso di soddisfazione quasi infantile.
«Ho memorizzato nel mio computer - nome in codice 'Tommy' - più di
mille discorsi, interviste televisive e radiofoniche e conversazioni
telefoniche fatti dal presidente negli ultimi due anni. Ogni parola o frase
usate in quel periodo è immagazzinata in questa banca dati. Ciò significa
che posso fargli pronunciare un discorso su qualsiasi tema a mio
piacimento. Posso addirittura decidere qual è il suo punto di vista su
qualsiasi argomento.»
La Dexter cominciò a esaminare le possibilità. «Se a Tommy venisse
posta una domanda, riuscirebbe a dare una risposta convincente?» chiese.
«Non di sua spontanea volontà», ammise Ziegler. «Ma se lei avesse
qualche idea delle domande, lui potrebbe rispondere a tono, tanto da
ingannare la stessa madre di Lawrence.»
«E così tutto quello che dobbiamo fare», s'intromise Gutenburg, «è
prevedere ciò che l'altro con ogni probabilità chiederà.»
«Il che potrebbe rivelarsi più facile di quanto creda», disse Ziegler.
«Dopotutto, se lei ricevesse una telefonata dal presidente, difficilmente gli
chiederebbe pareri sulla forza del dollaro o su ciò che ha mangiato a
colazione. Nella maggior parte dei casi saprebbe per quale motivo l'ha
chiamata. Non ho idea del perché potreste avere bisogno di Tommy, ma se
dovessi preparare battute d'esordio e di chiusura, come pure, diciamo, le
cinquanta domande o affermazioni cui dovrebbe con maggior probabilità
rispondere, posso garantirle che sarebbe capace di portare avanti una
conversazione assolutamente plausibile.»
«Sono sicuro che possiamo farlo», disse Gutenburg.
Il direttore annuì, quindi chiese a Ziegler: «Perché mai abbiamo
sviluppato questo programma?»
«È stato preparato nel caso il presidente fosse morto mentre l'America
era in guerra, e avessimo avuto bisogno di fare credere al nemico che era
ancora vivo. Ma Tommy ha molte altre applicazioni, direttore. Per
esempio...»
«Ne sono certa», lo interruppe la Dexter.
Ziegler parve deluso, consapevole che la durata dell'attenzione del
direttore stava finendo.

Jeffrey Archer 76 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Quanto pensa di metterci a preparare un programma specifico?» chiese
Gutenburg.
«Quanto ci metterà lei a programmare ciò che il presidente dovrà dire?»
replicò Ziegler, aprendosi di nuovo nel suo sorriso infantile.

Tenne il dito sul cicalino finché Connor non si decise a sollevare il


ricevitore.
«Qual è il problema, Joan. Io non sto diventando sordo.»
«C'è Ruth Preston, la segretaria personale del presidente, in linea.»
«Parlo con Connor Fitzgerald?» chiese una voce femminile.
«Sì, sono io», rispose Connor, il palmo della mano che teneva stretto il
ricevitore tutto sudato, cosa che non gli succedeva neppure quando era in
attesa di premere il grilletto.
«C'è il presidente in linea, le vuole parlare.»
Udì un clic. «Buon giorno», disse una voce nota.
«Buon giorno, signor presidente.»
«Immagino sappia perché l'ho chiamata.»
«Sissignore, lo so.»
Il professor Ziegler premette il cursore su «frase d'esordio». Il direttore e
il suo vice trattennero il fiato.
«Ho pensato di doverla chiamare e farle sapere quanto consideri
importante questo compito.» Pausa. «Non ho alcun dubbio che lei sia la
persona giusta per eseguirlo.» Pausa. «Spero quindi che acconsentirà ad
assumersene la responsabilità.»
Ziegler premette il tasto ATTESA.
«Apprezzo la sua fiducia, signor presidente», disse Connor, «e la
ringrazio d'avere trovato il tempo di telefonarmi personalmente...»
«Numero 11», disse Ziegler che conosceva tutte le risposte a memoria.
«Era il minimo che potessi fare date le circostanze.» Pausa.
«Grazie, signor presidente. Sebbene il signor Gutenburg mi avesse
garantito il suo coinvolgimento e il direttore stesso mi avesse chiamato
quel pomeriggio per confermare, come sa, non me l'ero sentita di accettare
l'incarico a meno che l'ordine non venisse direttamente da lei.»
«Numero 7.»
«Comprendo la sua apprensione.» Pausa.
«Numero 19.»
«Quando tutto sarà finito, forse lei e sua moglie verranno a trovarmi alla

Jeffrey Archer 77 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Casa Bianca, cioè, se il direttore lo consente.» Pausa.
«Numero 3», disse bruscamente Ziegler. Seguì una forte risata.
Connor allontanò leggermente il ricevitore dall'orecchio. «Ne saremo
onorati, signore», disse una volta svanita la risata.
«Frase di chiusura», disse Ziegler.
«Bene. Sarò felice di incontrarla al suo ritorno.» Pausa. «Penso spesso
che è triste che l'America non apprezzi sempre i suoi eroi non celebrati.»
Pausa. «Mi ha fatto piacere parlare con lei. Arrivederci.»
«Arrivederci, signor presidente.»
Connor stava ancora tenendo in mano il ricevitore quando Joan entrò
nella stanza. «E così è crollato un altro mito», disse. Lui la guardò,
aggrottando un sopracciglio con espressione indagatrice.
«Quello che il nostro presidente chiama sempre tutti per nome.»

11
GUTENBURG gli porse una grossa busta marrone contenente quattro
passaporti, tre biglietti aerei e un rotolo di banconote di vari paesi.
«Non devo firmare alcuna ricevuta?» chiese Connor.
«No. Dal momento che è stato fatto tutto con una certa fretta, le
scartoffie le sistemeremo al tuo ritorno. Una volta arrivato a Mosca, devi
andare al quartier generale della campagna elettorale di Zerimski e
mostrare le tue credenziali di giornalista freelance sudafricano. Ti daranno
una cartella stampa con tutti i particolari del suo programma per la corsa
alle elezioni.»
«Ho un contatto a Mosca?»
«Sì. Ashley Mitchell.» Gutenburg esitò. «È il suo primo incarico
importante e gli abbiamo fatto sapere solo le cose basilari. Gli è stato
ordinato inoltre di mettersi in contatto con te solo se ti diamo il via, nel
qual caso dovrà fornirti l'arma.»
«Marca e modello?»
«Il solito fucile Remington 700 fatto su misura», rispose Gutenburg.
«Ma se Chernopov rimane in testa nei sondaggi, non prevedo che saranno
necessari i tuoi servizi, nel qual caso dovrai tornare a Washington il giorno
dopo le elezioni. Temo che questa missione si risolverà in un niente di
fatto.»

Jeffrey Archer 78 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Speriamo», disse Connor andandosene senza stringere la mano al
vicedirettore.

«Hanno fatto tanto per persuadermi che non ho potuto dire di no», disse
Connor mettendo un'altra camicia blu in valigia.
«Avresti dovuto rifiutarti», replicò Maggie. «Dover iniziare un nuovo
lavoro il primo del mese sarebbe stata una giustificazione più che
convincente.» S'interruppe un attimo. «Qual è stata la reazione di Ben
Thompson?»
«È stato molto comprensivo», rispose Connor. «Il ritardo di una trentina
di giorni non gli creerà alcun problema, dicembre è sempre un mese
tranquillo.» Si sedette pesantemente sul coperchio della valigia. Maggie
chiuse le serrature ed entrambi caddero sul letto ridendo. Lui l'abbracciò e
la tenne stretta a sé un po' troppo a lungo.
«Va tutto bene, Connor?»
«Tutto a posto, dolcezza», rispose liberandola dalle sue braccia.
Sollevò la valigia e la portò giù. «Mi spiace non essere qui per la festa
del Ringraziamento. Non dimenticare di dire a Tara che aspetto con
impazienza di rivederla a Natale», soggiunse mentre Maggie lo seguiva
fuori dalla porta. Si fermò accanto a un'automobile che lei non aveva mai
visto prima.
«Anche Stuart», gli rammentò lei.
«Certo, naturalmente», disse Connor sistemando la valigia nel
portabagagli. «Sarà bello rivedere anche lui.» Ancora una volta abbracciò
sua moglie, stando attento questa volta di non tenerla stretta a sé troppo a
lungo.
«Mio Dio, cosa regaleremo a Tara per Natale?» chiese improvvisamente
lei. «Non ci ho neppure ancora pensato.»
«Se tu avessi visto l'ultima bolletta telefonica, non ci penseresti», rispose
Connor mettendosi al volante.
«Non ricordo questa macchina», disse Maggie.
«È della società», le spiegò lui girando la chiavetta dell'avviamento.
«Tra parentesi, puoi fare sapere a padre Graham che dovrà cercarsi un
quarto per il bridge di sabato? Arrivederci, amore.»
Senza dire un'altra parola innestò la prima e uscì dal vialetto d'accesso.
Odiava salutare Maggie e cercava sempre di accorciare il più possibile il
momento dell'addio. Nello specchietto retrovisore la vide in fondo al

Jeffrey Archer 79 2002 - L'Undicesimo Comandamento


vialetto salutarlo con la mano mentre svoltava l'angolo, entrava in
Cambridge Place e si dirigeva verso l'aeroporto.
Arrivato in fondo alla strada d'accesso al Dulles, non ebbe bisogno di
cercare la freccia che indicava il garage per soste lunghe. Scese la rampa e
prese un biglietto dalla macchinetta, quindi parcheggiò in un angolo
lontano. Si diresse poi all'aeroporto e prese l'ascensore che portava al
check-in della United Airlines.
«Grazie, signor Perry», disse l'assistente di terra che controllava il suo
biglietto. «Il volo 918 è quasi pronto per l'imbarco. Si accomodi all'uscita
C7.»
Nella sala d'attesa si sedette in un angolo distante, e quando i passeggeri
vennero invitati a imbarcarsi, scelse il suo solito posto alla finestra verso la
coda dell'aereo. Venti minuti dopo ascoltò il capitano spiegare che, pur
partendo in ritardo, sarebbero giunti a destinazione in orario.
Nel terminal, un giovane compose un numero sul suo cellulare.
«Sì», rispose una voce.
«Sono l'agente Sullivan, chiamo dalla rimessa. L'uccello è in volo.»
«Bene. Faccia nuovamente rapporto appena avrà eseguito il resto del suo
compito.»
Il giovane spense il cellulare e scese con l'ascensore a pianoterra.
Raggiunse un'automobile nel garage per soste prolungate, la aprì, uscì,
pagò il biglietto e si diresse a est.
Mezz'ora dopo aveva riportato le chiavi all'addetto parco macchine e
firmato il registro che rivelava come l'automobile fosse uscita e rientrata a
suo nome.

«Sei assolutamente certo che non rimarranno tracce della sua esistenza?»
chiese il direttore.
«Nessuna traccia da nessuna parte», rispose Gutenburg. «Non
dimenticare che, come NOC, non è mai stato nei registri della Ditta.»
«Ma che mi dici di sua moglie?»
«Perché dovrebbe sospettare qualcosa? La sua busta paga mensile è stata
versata sul loro conto comune. Non ci penserà neppure. Per quello che la
riguarda lui ha dato le dimissioni dal suo attuale lavoro ed entrerà a fare
parte della Washington Provident il primo di gennaio.»
«C'è pur sempre la sua ex segretaria.»
«L'ho fatta trasferire a Langley per tenerla sott'occhio.»

Jeffrey Archer 80 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«In quale reparto?»
«Medio Oriente.»
«Perché proprio lì?»
«Perché così dovrà essere in ufficio durante le loro ore lavorative, dalle
diciotto alle tre di notte. E per i prossimi otto mesi la farò lavorare tanto
che sarà troppo stanca per pensare ad altro che a ciò che farà una volta in
pensione.»
«Bene. Dov'è Fitzgerald in questo momento?»
Gutenburg controllò l'orologio. «A metà strada sopra l'Atlantico.
Atterrerà a Londra, tra circa quattro ore.»
«E l'auto?»
«È già stata riportata al nostro parco macchine. Le stanno cambiando
colore e riceverà un nuovo set di targhe.»
«E riguardo al suo ufficio in M Street?»
«Verrà svuotato questa notte e lunedì quel piano verrà messo nelle mani
di agenti immobiliari.»
«Sembra tu abbia pensato a tutto tranne che a ciò che succederà quando
tornerà a Washington», disse il direttore. «Non tornerà a Washington»,
replicò Gutenburg.

Connor si unì alla lunga coda in attesa di passare il controllo passaporti.


Quando toccò a lui, un funzionario in uniforme esaminò il suo passaporto
e disse: «Le auguro due piacevoli settimane in Gran Bretagna, signor
Perry».
Nel quadratino che chiedeva: «Quanto si fermerà nel Regno Unito?» il
signor Perry aveva scritto: «Quattordici giorni». Ma sarebbe stato il signor
Lilystrand a tornare all'aeroporto il mattino seguente.
Due uomini lo osservarono lasciare il terminal 3 e salire su un pullman
per la stazione Victoria. Quarantacinque minuti più tardi gli stessi due
uomini lo videro attendere in fila un taxi. Separatamente seguirono
l'automobile nera fino al Kensington Park Hotel dove uno dei due aveva
già lasciato un pacchetto per lui al banco della reception.
«Messaggi per me?» chiese Connor mentre firmava il modulo di
registrazione.
«Sì, signor Lilystrand», rispose il portiere porgendo a Connor una
enorme busta marrone. «Un signore ha lasciato questo per lei questa
mattina. La sua stanza è la numero 211. Il facchino le porterà su la

Jeffrey Archer 81 2002 - L'Undicesimo Comandamento


valigia.»
«Posso fare da solo, grazie.»
Appena Connor entrò nella sua camera, aprì la busta che conteneva un
biglietto per Ginevra a nome Theodore Lilystrand e cento franchi svizzeri.
Si sfilò la giacca e si distese sul letto, ma non riuscì ad addormentarsi.
Accese la televisione e passò, inutilmente, da un programma all'altro.
Non gli era mai piaciuto il periodo dell'attesa. Era l'unico momento in
cui veniva afferrato dai dubbi. Continuò a ripetersi che questa era la sua
ultima missione. Iniziò a pensare al Natale con Maggie e Tara e, sì, anche
con Stuart. Gli spiaceva non poter mai portare con sé fotografie dei suoi
cari che poteva solo visualizzare nella mente. Quello che odiava di più era
il non poter sollevare il ricevitore di un telefono e parlare con l'una o l'altra
tutte le volte che ne aveva voglia.
Connor non si alzò dal letto finché non calò il buio. Uscì poi dalla sua
prigione di una notte in cerca di cibo. Acquistò l'Evening Standard in una
vicina edicola, quindi entrò in un ristorantino italiano mezzo vuoto in High
street, nel quartiere di Kensington.
Ordinò cannelloni accompagnati da un piatto d'insalata. Strano come
scegliesse sempre i piatti preferiti da Maggie quando era all'estero.
Qualsiasi cosa purché gliela facesse ricordare.
«La cosa che devi fare subito prima di iniziare il tuo nuovo lavoro è
trovare un sarto decente», gli aveva detto Tara quando si erano sentiti
l'ultima volta. «E voglio accompagnarti per sceglierti le camicie e le
cravatte.»
«Il tuo nuovo lavoro.» Ancora una volta pensò a quella lettera. Ci spiace
informarla che... Per quante volte riesaminasse la faccenda, non riusciva a
capire per quale motivo Thompson avesse cambiato idea. Non aveva
senso.
Iniziò a leggere la prima pagina del giornale: nove candidati si
disputavano il posto di sindaco di Londra. Strano, pensò Connor; non
l'avevano già un sindaco, che ne era di Dick Whittington? Osservò le
fotografie dei contendenti e i loro nomi, ma non gli dissero niente. Uno di
loro avrebbe guidato la capitale dell'Inghilterra tra un paio di settimane. Si
chiese dove sarebbe stato lui allora.
Pagò alla cassa in contanti e lasciò al cameriere una mancia che non gli
avrebbe dato motivo di ricordarsi di lui. Tornato in camera sua, accese il
televisore e guardò per alcuni minuti una commedia che non lo fece ridere.

Jeffrey Archer 82 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Ci provò con un paio d'altri film, poi dormì in modo discontinuo. Lo
confortò, tuttavia, il pensiero di essere più fortunato dei due uomini
appostati fuori sul marciapiede che non avrebbero dormito affatto. Li
aveva individuati pochi minuti dopo essere atterrato a Londra.
Controllò l'orologio. Un paio di minuti dopo mezzanotte, un paio di
minuti dopo le diciannove a Washington. Si chiese cosa stesse facendo
Maggie quella sera.

«Come sta Stuart?» chiese Maggie.


«È ancora là», rispose Tara. «Arriva a Los Angeles tra quindici giorni.
Non vedo l'ora.»
«Verrete direttamente qui?»
«No, mamma», disse Tara cercando di non suonare esasperata. «Come ti
ho già detto innumerevoli volte, noleggeremo un'automobile e seguiremo
la West Coast. Stuart non è mai stato in America e vuole vedere LA e San
Francisco. Ricordi?»
«Guiderai con prudenza, non è vero?»
«Mamma, guido da nove anni senza avere mai preso una multa, il che è
più di quanto si possa dire di te o papà. Allora, vuoi smetterla di
preoccuparti e dirmi cosa hai intenzione di fare questa sera?»
«Andrò a sentire Placido Domingo nella Bohème. Ho deciso di aspettare
che tuo padre fosse fuori città prima di andarci, so che si addormenterebbe
prima della fine del primo atto.»
«Ci vai da sola?»
«Sì.»
«Stai attenta, mamma, e bada a non sederti nelle prime sei file.»
«Perché», chiese Maggie con tono innocente.
«Perché qualche uomo ricco e carino potrebbe sgusciare fuori da uno dei
palchi e violentarti.»
Maggie rise. «Capita la lezione.»
«Perché non chiedi a Joan di accompagnarti? Poi potreste parlare
insieme di papà.»
«L'ho chiamata all'ufficio, ma sembra che il numero sia guasto. Proverò
questa sera a casa sua.»
«Ciao, mamma, ci sentiamo domani», si congedò Tara. Sapeva che sua
madre l'avrebbe chiamata ogni giorno durante l'assenza di suo padre.
Ogni volta che Connor era all'estero o andava a giocare a bridge con

Jeffrey Archer 83 2002 - L'Undicesimo Comandamento


padre Graham, Maggie si metteva alla pari con alcune delle sue attività
universitarie. Qualsiasi cosa, dal comitato ecologico al gruppo di poesia e
al corso di danza irlandese in cui insegnava. La vista dei giovani studenti
che ballavano, la schiena diritta e i piedi che battevano, le portarono alla
mente ricordi di Declan O'Casey, ora un esimio professore con cattedra
all'università di Chicago. Non si era mai sposato e continuava a inviarle un
bigliettino per Natale e uno anonimo per la festa di San Valentino. La
vecchia macchina da scrivere con la «e» storta rivelava sempre la sua
identità.
Sollevò il ricevitore e compose il numero di casa di Joan, ma nessuno
rispose. Si preparò un'insalata che mangiò da sola in cucina. Dopo avere
messo il piatto nella lavapiatti, telefonò di nuovo a Joan, inutilmente. Si
avviò allora da sola verso il Kennedy Center. Era sempre possibile trovare
ancora un biglietto, per quanto famoso fosse il tenore.
Durante l'intervallo si aggregò alla folla diretta al foyer. Maggie pensò di
avere visto di sfuggita Elizabeth Thompson. Si ricordò l'invito a un caffè a
casa sua che però non si era mai realizzato. La cosa l'aveva meravigliata,
perché la proposta le era parsa molto sincera.
Quando Ben Thompson si girò e i loro sguardi s'incrociarono, Maggie
sorrise e si avvicinò alla coppia.
«Mi fa piacere rivederti, Ben», disse.
«Anche a noi, signora Fitzgerald», replicò lui, ma senza quel tono
caloroso che lei ricordava dalla cena di una quindicina di giorni prima. E
perché non l'aveva chiamata Maggie?
Imperterrita, soggiunse: «Domingo è sublime, non pensi?»
«Sì, e siamo stati anche fortunati ad attirare qui da Saint Louis Leonard
Slatkin.» Maggie si sorprese che lui non le offrisse un drink e quando, alla
fine, ordinò un succo d'arancia, rimase ancora più perplessa nel vedere che
non faceva nemmeno il tentativo di pagarglielo.
«Connor è impaziente di venire a lavorare alla Washington Provident»,
disse, bevendo un sorso di succo. Elizabeth parve sorpresa, ma non fece
alcun commento.
«Lui ti è particolarmente grato, Ben, per avergli permesso di rimandare
di un mese il suo arrivo, dandogli quindi il tempo di portare a termine quel
contratto con la sua vecchia ditta.»
Elizabeth stava per dire qualcosa quando suonò il campanello dei tre
minuti.

Jeffrey Archer 84 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«È meglio che si torni ai nostri posti», disse Ben Thompson, anche se
sua moglie non aveva ancora terminato il suo drink. «Piacere di averla
rivista, signora Fitzgerald», ripeté afferrando il braccio della moglie e
avviandosi verso la sala. «Spero che gusterà anche il secondo atto.»
Maggie non gustò affatto il secondo atto. Non riusciva a concentrarsi
dato che la conversazione avuta nel foyer continuava a ripassarle per la
mente. Ma per quante volte la riesaminasse, non riusciva a conciliare
l'atteggiamento di Thompson con quello tenuto a casa sua solo due
settimane prima. Se avesse saputo come mettersi in contatto con Connor,
avrebbe infranto la regola di una vita e gli avrebbe telefonato. Fece allora
la cosa migliore che le restava: appena arrivata a casa telefonò di nuovo a
Joan Bennett.
Il telefono squillò e squillò.

Il mattino seguente Connor si alzò presto. Pagò la stanza in contanti,


chiamò un taxi che stava passando e si ritrovò sulla via per Heathrow
prima che il portiere si fosse reso conto che se ne era andato. Alle sette e
quaranta s'imbarcò sul volo 839 della Swissair per Ginevra. Dopo meno di
due ore, appena le ruote dell'aereo toccarono suolo, mise le lancette
dell'orologio sulle dieci e mezzo.
Durante la sosta approfittò dell'offerta della Swissair di fare una doccia.
Entrò in quella «struttura unica», come la descriveva la loro rivista, come
Theodore Lilystrand, un banchiere d'affari di Stoccolma, e ne uscì quaranta
minuti dopo come Piet de Villiers, giornalista del Johannesburg Mercury.
Sebbene avesse ancora un'ora di tempo da ammazzare, Connor non
girellò per i vari duty-free shop, ma prese un croissant e una tazza di caffè
in uno dei ristoranti più cari del mondo.
Raggiunse quindi l'uscita 23. Non c'era una gran coda per il volo
dell'Aeroflot diretto a San Pietroburgo. Quando i passeggeri vennero
chiamati pochi minuti dopo, si fece strada verso la coda dell'aereo.
Cominciò a riflettere su ciò che avrebbe dovuto fare il mattino seguente,
appena il treno fosse arrivato alla stazione Raveltaij di Mosca. Ripassò le
ultime informazioni avute dal vicedirettore, chiedendosi come mai
Gutenburg avesse ripetuto le parole: «Non farti beccare. Ma se capitasse,
nega assolutamente di avere qualcosa a che fare con la CIA. Non
preoccuparti, la Ditta si prenderà sempre cura di te».
Solo alle reclute alle prime armi veniva ricordato l'Undicesimo

Jeffrey Archer 85 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Comandamento.

«Il volo per San Pietroburgo è appena partito, e il nostro pacco è a


bordo.»
«Bene», disse Gutenburg. «Nient'altro da riferire?»
«Non penso», rispose il giovane agente della CIA. Esitò. «A parte
che...»
«A parte cosa? Forza, sputa il rospo.»
«È solo che mi pare di avere riconosciuto un'altra persona che si è
imbarcata su quel volo.»
«Chi era?» chiese bruscamente Gutenburg.
«Non ricordo il suo nome, e non sono certo fosse lui. Non osavo
staccare gli occhi da Fitzgerald per più di pochi secondi.»
«Se ricordassi chi era, chiamami immediatamente.» «Sissignore.» Il
giovane spense il telefono e si avviò verso l'uscita 9. Nel giro di poche ore
sarebbe stato di nuovo dietro la sua scrivania a Berna, riprendendo il suo
ruolo di attaché culturale all'ambasciata americana.

«Buon giorno. Sono Helen Dexter.»


«Buon giorno, direttore», rispose il capo dello staff della Casa Bianca
con tono rigido.
«Ho pensato che il presidente avrebbe voluto sapere immediatamente
che l'uomo che ci aveva chiesto di rintracciare in Sudafrica si è di nuovo
messo in moto.»
«Non sono certo di seguirla», disse Lloyd.
«Il capo del nostro ufficio a Johannesburg ci ha appena informati che il
killer di Guzman si è imbarcato su un volo della South African Airways
per Londra due giorni fa. Aveva con sé un passaporto col nome di Martin
Perry. È rimasto a Londra una sola notte. Il mattino seguente ha preso un
volo della Swissair per Ginevra, usando un passaporto svedese col nome
Theodore Lilystrand.»
Questa volta Lloyd non la interruppe. Dopotutto avrebbe potuto fare
ascoltare al presidente la registrazione se avesse voluto sentire le sue
parole esatte.
«A Ginevra si è imbarcato su un volo dell'Aeroflot per San Pietroburgo.
Questa volta aveva con sé un passaporto sudafricano con il nome di Piet de
Villiers. Da San Pietroburgo ha preso il treno notturno per Mosca.»

Jeffrey Archer 86 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Mosca? Come mai Mosca?» chiese Lloyd.
«Se ricordo bene», rispose la Dexter, «tra poco in Russia ci saranno
delle elezioni.»

***
Quando l'aereo atterrò a San Pietroburgo, l'orologio di Connor segnava
le cinque e cinquanta. Sbadigliò, si stirò e attese che l'aereo rullasse fino a
fermarsi prima di spostare le lancette sull'ora locale. Fuori del finestrino
vide che l'aeroporto era semibuio, perché metà delle lampadine
mancavano. Stava cadendo nevischio che non attecchiva. I cento
passeggeri esausti dovettero attendere altri venti minuti l'arrivo di una
navetta che li trasportasse al terminal. Alcune cose proprio non
cambiavano, sia che ne fosse responsabile il KGB o il crimine organizzato.
Connor uscì per ultimo dall'aereo e per ultimo dal bus.
Un uomo che aveva viaggiato in prima classe sullo stesso volo si affrettò
a raggiungere la testa della fila per essere il primo a superare il controllo
passaporti e la dogana. Fu felice di constatare che Connor seguiva la
routine da manuale. Una volta sceso dal bus, l'uomo non si voltò mai
indietro. Sapeva che gli occhi di Connor sarebbero sempre stati in
movimento.
Quando Connor uscì dall'aeroporto mezz'ora dopo, fermò il primo taxi
disponibile e si fece portare alla stazione Protskij.
Il viaggiatore di prima classe lo seguì nella biglietteria che assomigliava
più a un teatro dell'opera che a una stazione ferroviaria. Osservò da vicino
quale treno avrebbe preso. C'era comunque un altro uomo nascosto in un
angolo buio che conosceva addirittura il numero della cabina letto che
avrebbe occupato.
L'attaché culturale americano a San Pietroburgo aveva rinunciato a un
invito al balletto Kirov quella sera per poter informare Gutenburg che
Fitzgerald era salito sul treno per Mosca. Non sarebbe stato necessario
accompagnarlo, dal momento che Ashley Mitchell, il suo collega nella
capitale, si sarebbe trovato al binario 4 il mattino seguente per confermare
che Fitzgerald aveva raggiunto la sua destinazione. Avevano fatto capire
all'attaché che questa era una operazione di Mitchell.
«Un biglietto di prima classe nel vagone letto per Mosca», disse Connor
in inglese all'addetto alla biglietteria.

Jeffrey Archer 87 2002 - L'Undicesimo Comandamento


L'uomo fece scivolare un biglietto dall'altra parte del bancone in legno e
rimase deluso quando il cliente gli allungò una banconota da diecimila
rubli. Aveva sperato che questo passeggero gli avrebbe dato l'opportunità
di alterare leggermente a suo favore il tasso di cambio per la seconda volta
quella sera.
Connor controllò il biglietto prima di farsi strada verso l'espresso per
Mosca. Percorse il gremito marciapiede, superando numerosi carrelli verdi
che sembravano antecedenti alla rivoluzione del 1917, si fermò davanti
alla carrozza K e mostrò il biglietto a una donna che se ne stava accanto
alla porta aperta. Lei forò il biglietto e si spostò per permettergli di salire.
Connor percorse lentamente il corridoio alla ricerca della cabina 8, quindi
entrò, accese la luce e vi si chiuse dentro a chiave, non perché temesse di
venire derubato da banditi, come si leggeva spesso sui giornali americani,
ma perché aveva bisogno di cambiare ancora una volta la sua identità.
Aveva visto il novellino sotto il tabellone degli arrivi all'aeroporto di
Ginevra e si era chiesto dove li stessero reclutando in quei giorni. Non si
era neppure curato di individuare l'agente a San Pietroburgo: sapeva che
anche lì ci sarebbe stato qualcuno per controllare il suo arrivo, e qualcun
altro sarebbe stato in sua attesa alla stazione di Mosca. Gutenburg gli
aveva parlato dettagliatamente dell'agente Ashley Mitchell, descrivendolo
come piuttosto inesperto e ignaro del fatto che Fitzgerald fosse un NOC.
Il treno partì da San Pietroburgo esattamente un minuto prima della
mezzanotte e il dolce e ritmico rumore delle ruote del vagone fece assopire
Connor che si svegliò di colpo e controllò l'orologio: le quattro e
trentasette. La dormita più lunga che era riuscito a fare nelle ultime tre
notti.
Poi ricordò il sogno. Era seduto su una panchina in Lafayette Square, di
fronte alla Casa Bianca, e parlava con qualcuno che non aveva lanciato un
solo sguardo nella sua direzione. Parola per parola era stato ripetuto
l'incontro avuto con il vicedirettore la settimana precedente, ma lui non
riusciva a ricordare che cosa di quella conversazione continuasse a
infastidirlo. Si era svegliato proprio quando Gutenburg era arrivato alla
frase che avrebbe voluto sentire di nuovo.
Non si era neppure avvicinato alla soluzione del problema quando il
treno entrò nella stazione Ravelty alle otto e trentatré.

«Dove si trova?» chiese Andy Lloyd.

Jeffrey Archer 88 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«In una cabina telefonica a Mosca», rispose Jackson. «Via Londra,
Ginevra, San Pietroburgo. Appena sceso dal treno ha cercato di seminarci.
È riuscito a liberarsi del nostro uomo a Mosca in meno di dieci minuti. Se
non fossi stato io a insegnargli la tecnica del ritornare sui propri passi, si
sarebbe liberato anche di me.»
«Dove è finito?» domandò Lloyd.
«Si è registrato in un alberghetto nella zona nord della città.»
«È ancora là?»
«No, se ne è andato circa un'ora dopo, ma era tanto ben camuffato che
stavo per non riconoscerlo. Non fosse stato per l'andatura, l'avrei perso.»
«Dove è andato?»
«Dopo un altro percorso tortuoso è finito al quartiere generale di Victor
Zerimski.»
«Perché Zerimski?»
«Ancora non lo so, ma è uscito dall'edificio portando con sé la cartella
stampa di Zerimski. Poi ha acquistato in un'edicola una cartina della città e
ha pranzato in un ristorante nei paraggi. Nel pomeriggio ha noleggiato una
piccola automobile ed è tornato in albergo. Da quel momento non è più
uscito.»
«Oh, mio Dio», esclamò Lloyd improvvisamente. «Toccherà a Zerimski
questa volta.»
Dall'altra parte della linea vi fu un lungo silenzio prima che Jackson
dicesse: «No, signor Lloyd, non è possibile».
«Perché no?»
«Non avrebbe mai accettato di eseguire un incarico tanto delicato a
meno che l'ordine non fosse venuto direttamente dalla Casa Bianca. Lo
conosco da troppo tempo per non essere sicuro di ciò.»
«Cerchi di non dimenticare che il suo amico ha eseguito un incarico
simile in Colombia. Senza alcun dubbio la Dexter è riuscita a convincerlo
che anche questa operazione è stata autorizzata dal presidente.»
«Potrebbe esserci un canovaccio alternativo», disse Jackson con calma.
«E cioè?»
«Che non hanno intenzione di uccidere Zerimski, ma Connor.»
Lloyd annotò il nome sul suo bloc-notes giallo.

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PARTE SECONDA
Il solista
12
«AMERICANO?»
«Sì», rispose Jackson senza guardare giù, alla fonte di quel pigolio.
«Hai bisogno di qualcosa?»
«No, grazie», disse, tenendo gli occhi sulla porta d'entrata dell'albergo.
«Devi avere bisogno di qualcosa. Gli americani hanno sempre bisogno
di qualcosa.»
«Non ho bisogno di niente. Su, vattene», disse Jackson con fermezza.
«Caviale? Bambole russe? Un'uniforme da generale? Un cappello di
pelliccia? Una donna?»
Jackson abbassò per la prima volta lo sguardo sul ragazzo che era
avvolto dalla testa ai piedi in una giacca di pecora tre volte la sua taglia. In
testa portava un berretto in pelo di coniglio che avrebbe fatto comodo
anche a lui. Il sorriso del ragazzo metteva in mostra due denti mancanti.
«Una donna? Alle cinque del mattino?»
«Buon momento per donna. O forse preferisci uomo?»
«Quanto chiedi per i tuoi servizi?»
«Che tipo di servizio?» chiese il ragazzo con tono sospettoso.
«Come fattorino.»
«Fattorino?»
«Come aiutante, allora.»
«Aiutante?»
«Assistente.»
«Ah, intendi socio, come nei film americani.»
«Okay, furbetto, ora che siamo d'accordo su come vuoi chiamare il
lavoro, quanto chiedi?»
«Al giorno? Alla settimana? Al mese?»
«All'ora.»
«Quanto offri?»
«Un piccolo imprenditore niente male, eh?»
«Impariamo dagli americani», rispose il ragazzo con un sorriso che
andava da orecchio a orecchio.
«Un dollaro», rispose Jackson.

Jeffrey Archer 90 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Il ragazzo scoppiò a ridere. «Io sarò un furbetto, ma tu sei un comico.
Dieci dollari.»
«Questa è pura e semplice estorsione.»
Il ragazzo lo guardò per la prima volta con espressione perplessa.
«Te ne darò due.»
«Sei.»
«Quattro.»
«Cinque.»
«D'accordo», esclamò Jackson.
Il ragazzo alzò in aria il palmo della mano destra, qualcosa che aveva
visto fare nei film americani. Jackson vi batté contro il suo. L'affare era
concluso. Il ragazzo controllò immediatamente l'ora sul suo Rolex.
«Come ti chiami?» domandò Jackson.
«Sergeij», rispose il ragazzo. «E tu?»
«Jackson. Quanti anni hai, Sergeij?»
«Quanti anni vuoi che abbia?»
«Smettila con queste scemenze e dimmi quanti anni hai.»
«Quattordici.»
«Dieci.»
«Undici.»
«D'accordo», esclamò Jackson. «Vada per gli undici.»
«E tu, quanti anni hai?» domandò il ragazzo.
«Cinquantaquattro.»
«Vada per i cinquantaquattro», disse Sergeij.
Jackson rise per la prima volta da giorni. «Come mai parli tanto bene
l'inglese?» gli chiese, tenendo sempre sott'occhio la porta dell'albergo.
«Mia madre ha vissuto per anni con un americano. Lui è tornato negli
Stati Uniti l'anno scorso, ma non ci ha portati con sé.»
Questa volta Jackson ritenne che avesse detto la verità.
«Allora, che lavoro è, socio?» chiese Sergeij.
«Dobbiamo sorvegliare una persona che vive in quell'albergo.»
«Amico o nemico?»
«Amico.»
«Mafia?»
«No, lui lavora per i buoni.»
«Non trattarmi come un bambino», esclamò Sergeij con voce tagliente.
«Va bene, Sergeij, è un amico», disse Jackson proprio mentre Connor

Jeffrey Archer 91 2002 - L'Undicesimo Comandamento


usciva dalla porta. «Non muoverti», soggiunse, appoggiandogli con
fermezza una mano sulla spalla.
«È lui?» chiese Sergeij.
«Sì.»
«Ha un viso gentile. Forse farei meglio a lavorare per lui.»

La giornata di Victor Zerimski non era iniziata bene, ed erano passate


solo da poco le otto. Presiedeva un incontro del Consiglio centrale del
Partito Comunista, indetto dal capo dello staff, Dmitri Titov per informarli
sulla situazione.
«Un gruppo internazionale di osservatori è giunto a Mosca per seguire lo
svolgimento delle elezioni», stava dicendo loro Titov. «Cercano in
particolare modo indizi di brogli elettorali, ma il loro presidente ha già
ammesso che con un elettorato tanto vasto e sparso, sarà impossibile
scoprire tutte le irregolarità.» Titov terminò la sua relazione dicendo che il
compagno Zerimski aveva raggiunto il secondo posto nei sondaggi, e che
la mafia stava riversando ancora più soldi nella campagna di Chernopov.
Zerimski si tirò i folti baffi guardando a uno a uno gli uomini seduti
attorno al tavolo. «Quando sarò presidente», disse, alzandosi dalla sua
sedia a capotavola, «getterò quei bastardi della mafia uno dopo l'altro in
carcere dove non avranno da contare altro che le pietre.» I membri del
Consiglio centrale avevano sentito spesso il loro capo sferzare la mafia, ma
non l'aveva mai nominata in pubblico.
Quell'uomo basso e muscoloso batté il pugno sul tavolo. «La Russia
deve tornare ai vecchi valori per i quali il resto del mondo ci rispettava.» I
ventuno uomini di fronte a lui annuirono, anche se avevano sentito spesso
quelle parole negli ultimi mesi.
«Per dieci anni non abbiamo fatto altro che importare le cose peggiori
che l'America aveva da offrire.»
Continuarono ad annuire, tenendo gli occhi fissi su di lui.
Zerimski si passò una mano tra i folti capelli neri, sospirò e si risedette
di colpo. Al capo dello staff chiese: «Cosa devo fare questa mattina?»
«Una visita al museo Puskin», rispose Titov. «La aspettano alle dieci.»
«Cancellala. Un totale spreco di tempo a solo otto giorni dalle elezioni.»
Picchiò di nuovo il pugno sulla tavola. «Dovrei girare per le strade, dove la
gente possa vedermi.»
«Ma il direttore del museo ha chiesto al governo una sovvenzione per

Jeffrey Archer 92 2002 - L'Undicesimo Comandamento


restaurare opere di importanti artisti russi», spiegò Titov.
«Uno spreco di soldi del popolo», ribatté Zerimski.
«E Chernopov è stato criticato per avere tagliato le sovvenzioni all'arte»,
continuò il capo dello staff.
«D'accordo. Concederò loro quindici minuti.»
«Ventimila russi visitano il museo Puskin ogni settimana», aggiunse
Titov, sbirciando gli appunti dattiloscritti davanti a sé.
«Facciamo trenta minuti.»
«E la settimana scorsa Chernopov l'ha accusato in televisione di non
essere altro che un energumeno ignorante.»
«Cosa ha detto?» sbraitò Zerimski. «Studiavo legge all'università di
Mosca quando Chernopov faceva ancora il contadino.»
«Questo è vero, presidente», disse Titov, «ma i nostri sondaggi interni
dicono che non è questa la percezione pubblica e che il messaggio di
Chernopov sta facendo presa.»
«Sondaggi interni? Un'altra cosa di cui dobbiamo ringraziare gli
americani.»
«Hanno fatto eleggere Tom Lawrence.»
«Una volta eletto io, non avrò bisogno di sondaggi per rimanere in
carica.»

L'amore per l'arte di Connor era iniziato quando Maggie l'aveva


trascinato per le gallerie ai tempi dell'università. Dapprima vi era andato
solo per poter stare di più in sua compagnia, ma nel giro di poche
settimane si era convertito all'arte. Appena trasferiti a Washington si erano
iscritti agli Amici del Corcoran e all'Associazione del Phillips. Mentre
Zerimski veniva condotto in giro per il Puskin dal direttore del museo,
Connor doveva stare attento a non lasciarsi distrarre dalle numerose opere
d'arte e a concentrarsi sul leader comunista.
Quando Connor era stato mandato per la prima volta in Russia negli anni
Ottanta, un qualsiasi politico di alto livello si faceva vedere dal popolo
solo dall'alto del Presidio durante la parata del Primo maggio. Ma ora che
le masse potevano fare la loro scelta sulla scheda elettorale, era
improvvisamente diventato essenziale per coloro che speravano di venire
eletti girare tra la gente, ascoltare addirittura le loro opinioni.
La galleria d'arte era ora gremita come il Cooke Stadium durante una
partita di football dei Redskins e, ogni qualvolta compariva Zerimski, la

Jeffrey Archer 93 2002 - L'Undicesimo Comandamento


folla si divideva come se lui fosse Mosè sulla via del Mar Rosso. Il
candidato circolava lentamente tra i moscoviti, ignorando i quadri e le
sculture a favore delle loro mani tese.
Zerimski era più piccolo di quanto non apparisse nelle fotografie e si era
circondato di un entourage di aiutanti ancora più bassi per non dare risalto
alla sua statura. Connor rammentò l'osservazione del presidente Truman
sulla statura: «Quando si tratta di centimetri, ragazzo mio, dovresti
prendere in considerazione solo la fronte», aveva detto una volta a uno
studente del Missouri. «Meglio avere un centimetro in più tra la punta del
naso e l'attaccatura dei capelli che tra la caviglia e la rotula del ginocchio.»
Connor notò che la vanità di Zerimski non aveva influenzato il suo gusto
in fatto di abbigliamento. Il suo abito era tagliato male e la camicia aveva
colletto e polsi logori. Si chiese se il direttore del Puskin avesse fatto cosa
saggia a indossare un abito su misura che chiaramente non era stato fatto a
Mosca.
Sebbene Connor sapesse che Victor Zerimski era un uomo istruito e
accorto, capì subito che nel corso degli anni non doveva avere frequentato
molto spesso gallerie d'arte. Mentre si muoveva tra la folla, di tanto in
tanto indicava con un dito una delle tele e diceva a gran voce il nome
dell'artista. Riuscì a sbagliare parecchie volte, ma la folla continuò ad
annuire. Ignorò uno splendido Rubens, mostrando più interesse per una
madre abbracciata al suo bambino che per il genio che aveva dipinto la
stessa scena nel quadro alle spalle della donna. Quando prese in braccio il
piccolo e posò per una fotografia con la madre, Titov gli suggerì di
spostarsi di un passo a destra. In quel modo nella foto sarebbe entrata
anche la Vergine Maria. Quale direttore di giornale avrebbe potuto evitare
di pubblicarla in prima pagina?
Una volta superata una mezza dozzina di sale, e certo oramai che tutti i
visitatori del Puskin sapevano della sua presenza, Zerimski, sempre più
annoiato, rivolse la sua attenzione ai giornalisti che lo seguivano da vicino.
Sul pianerottolo del primo piano tenne una conferenza stampa
improvvisata.
«Forza, chiedetemi tutto ciò che volete», disse, guardando in cagnesco il
gruppo.
«Qual è la sua reazione all'ultimo sondaggio d'opinione, signor
Zerimski?» chiese il corrispondente da Mosca del The Times.
«Sta andando nella direzione giusta.»

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«A quanto pare lei è ora al secondo posto, l'unico vero rivale di
Chernopov», chiese ad alta voce un altro giornalista.
«Il giorno delle elezioni lui sarà il mio unico rivale», ribatté Zerimski. Il
suo entourage rise ossequioso.
«Pensa che la Russia dovrebbe tornare a essere uno stato comunista,
signor Zerimski?» fu l'inevitabile domanda posta con accento americano.
Il cauto uomo politico era troppo attento per cadere nella trappola. «Se
intende con questo un ritorno a una più alta occupazione, a un'inflazione
più bassa e a un miglior standard di vita, la mia risposta non può essere che
affermativa.» Non sembrava molto diverso da un candidato repubblicano
durante una qualsiasi elezione primaria americana.
«Ma questo è esattamente ciò che Chernopov sostiene sia l'attuale
politica del governo.»
«L'attuale politica del governo», replicò Zerimski, «è assicurarsi che il
primo ministro mantenga il suo conto in una banca svizzera traboccante di
dollari. Quei soldi appartengono al popolo russo, ecco perché lui non può
essere il nostro prossimo presidente. Mi è stato detto che, sulla prossima
lista dei dieci uomini più ricchi del mondo pubblicata dalla rivista Fortune,
Chernopov sarà al settimo posto. Eleggetelo presidente e nel giro di cinque
anni spodesterà Bill Gates dal primo posto. No, amico mio», soggiunse, «il
popolo russo voterà clamorosamente per un ritorno ai giorni in cui noi
eravamo la nazione più rispettata della terra.»
«E la più temuta», insinuò un altro giornalista.
«Preferirei questo al permanere dell'attuale situazione, all'essere cioè
ignorati dal resto del mondo», ribatté Zerimski. Ora i giornalisti stavano
annotando ogni sua parola.
«Come mai al suo amico interessa tanto Victor Zerimski?» mormorò
Sergeij dall'altra parte della sala.
«Fai troppe domande», osservò Jackson.
«Zerimski è uomo cattivo.»
«Perché?» domandò Jackson, gli occhi fissi su Connor.
«Se verrà eletto, metterà persone come me in prigione e torneremo tutti
ai 'vecchi bei tempi', mentre lui se ne starà al Cremlino a mangiare caviale
e bere vodka.»
Zerimski si avviò verso l'uscita, con il direttore e il suo seguito che
cercavano di tenere il passo. Il candidato si fermò sull'ultimo gradino per
farsi fotografare davanti all'enorme Cristo deposto dalla croce di Goya. Il

Jeffrey Archer 95 2002 - L'Undicesimo Comandamento


dipinto emozionò a tal punto Connor che, distratto, venne quasi gettato a
terra dalla calca.
«Ti piace Goya, Jackson?» sussurrò Sergeij.
«Non ne ho visti molti», ammise l'americano. «Ma sì», soggiunse, «è
magnifico.»
«Ne hanno molti di più nei sotterranei. Potrei sempre organizzare un...»
disse Sergeij strofinando il pollice contro le altre dita.
Jackson avrebbe schiaffeggiato il ragazzo, se non avesse temuto di
attrarre così l'attenzione su di loro.
«Il tuo uomo si sta muovendo», annunciò Sergeij improvvisamente.
Jackson alzò gli occhi di scatto e vide Connor sparire dietro un'uscita
laterale della galleria con Ashley Mitchell alle calcagna.

Connor si sedette in un ristorante greco sulla Prechinstenka e rifletté su


ciò che aveva visto quel mattino. Sebbene Zerimski fosse sempre
circondato da un gruppo di energumeni che guardavano attentamente in
ogni direzione, non era tanto ben protetto quanto la maggior parte dei
leader occidentali. Parecchi dei suoi scagnozzi saranno anche stati
coraggiosi, ma solo tre di loro parevano avere un'esperienza precedente
nella protezione di uno statista mondiale. E non potevano essere sempre in
servizio.
Mangiò una moussaka piuttosto cattiva, mentre ripassava il resto
dell'itinerario di Zerimski fino al giorno dell'elezione. Il candidato si
sarebbe presentato in pubblico in altre ventisette occasioni nei prossimi
otto giorni. Quando il cameriere gli mise davanti una tazza di caffè nero,
Connor aveva spuntato gli unici tre posti che valeva la pena di prendere in
considerazione qualora avesse dovuto veramente eliminare il nome di
Zerimski dalla scheda elettorale.
Controllò l'orologio. Quella sera il candidato avrebbe rivolto la parola a
una riunione di partito a Mosca. Il mattino seguente sarebbe andato in
treno a Jaroslavl dove avrebbe inaugurato una fabbrica prima di tornare
nella capitale per assistere a una esibizione del balletto del Bolsciòi, da
dove avrebbe preso poi il treno di mezzanotte per San Pietroburgo. Anche
lui aveva prenotato per il balletto e sul treno.
Mentre sorseggiava il caffè, pensò a come Ashley Mitchell si fosse
nascosto dietro ogni colonna del Puskin ogni volta che Connor aveva
guardato nella sua direzione, e cercò di non ridere. Aveva deciso che

Jeffrey Archer 96 2002 - L'Undicesimo Comandamento


avrebbe permesso a Mitchell di seguirlo durante il giorno, avrebbe potuto
rivelarsi utile, ma non gli avrebbe lasciato scoprire dove passava la notte.
Lanciò un'occhiata fuori dalla finestra e vide l'attaché culturale seduto su
una panchina intento a leggere una copia della Pravda. Sorrise. Un
professionista avrebbe sorvegliato la sua preda senza farsi scoprire.

Jackson estrasse una banconota da cento rubli dalla tasca interna della
giacca e la diede al ragazzo.
«Procuraci qualcosa da mangiare, ma non avvicinarti a quel ristorante»,
disse indicando con un cenno del capo il locale dall'altra parte della strada.
«Non sono mai entrato in un ristorante. Cosa vuoi da mangiare?»
«Quello che prendi tu.»
«Capisci le cose alla svelta, Jackson», dichiarò Sergeij mentre correva
via.
Jackson controllò la strada. L'uomo che leggeva la Pravda seduto sulla
panchina non indossava il cappotto. Evidentemente aveva pensato di
dovere effettuare la sorveglianza solo in luoghi caldi e comodi, ma, dato
che aveva perso Fitzgerald il giorno prima, non poteva certo rischiare di
allontanarsi. Le orecchie viola e il volto rosso dal freddo, non aveva
nemmeno qualcuno che gli portasse qualcosa da mangiare. Jackson pensò
che il giorno seguente non l'avrebbero rivisto.
Sergeij tornò pochi minuti dopo con due sacchetti di carta in mano. Ne
porse uno a Jackson. «Un Big Mac con patatine fritte e ketchup.»
«Come mai ho la sensazione che se Zerimski, diventasse presidente,
chiuderebbe tutti i McDonald's?» chiese Jackson dando un morso al suo
hamburger.
«E ho pensato che avresti avuto bisogno anche di questo», disse Sergeij
con tono pratico, porgendogli un berretto militare in pelo di coniglio.
«Sono bastati i cento rubli?» chiese Jackson.
«No, il cappello l'ho rubato», rispose Sergeij con lo stesso tono piatto.
«Ero convinto che tu ne avessi più bisogno di lui.»
«Vuoi farci arrestare?»
«Poco probabile», ribatté Sergeij. «Ci sono più di due milioni di soldati
in Russia. Metà di loro non è stata pagata da mesi e la maggior parte
venderebbe anche la sorella per cento rubli.»
Jackson provò il cappello, gli stava alla perfezione. Nessuno dei due
parlò mentre divoravano il loro pasto, gli occhi puntati sul ristorante.

Jeffrey Archer 97 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Vedi quell'uomo seduto sulla panchina che legge la Pravda, Jackson?»
«Sì», rispose tra un morso e l'altro.
«Questa mattina era alla galleria d'arte.»
«Anche tu capisci alla svelta», commentò Jackson.
«Non dimenticare che ho una madre russa», replicò Sergeij. «Per inciso,
da che parte sta l'uomo sulla panchina?»
«So chi lo paga», rispose Jackson, «ma non so da quale parte stia.»

13
CONNOR fu tra gli ultimi ad arrivare nella sala Lenin. Si sedette in fondo,
nella zona riservata alla stampa, e cercò di non farsi notare. Non poté fare
a meno di ricordare l'ultima volta che aveva assistito a un convegno
politico in Russia. Anche in quella occasione era andato ad ascoltare il
candidato comunista, ma allora sulla scheda elettorale c'era un solo nome.
Ecco perché l'affluenza dei votanti era stata solo del diciassette per cento.
Connor osservò il salone. Sebbene mancassero ancora quindici minuti
all'arrivo del candidato, ogni sedia era già occupata e i corridoi erano quasi
pieni. Alcuni funzionari stavano girando attorno al palco assicurandosi che
tutto fosse come voleva il candidato. Un vecchio stava sistemando una
pomposa sedia verso il fondo del palco.
L'adunata dei fedeli del partito non sarebbe potuta essere più diversa da
un convegno politico americano. I delegati, se era questo quello che erano,
indossavano abiti grigi, parevano denutriti e attendevano in silenzio
l'arrivo di Zerimski.
Connor chinò la testa e iniziò a scribacchiare qualcosa sul suo bloc-
notes; non aveva alcun desiderio di lasciarsi coinvolgere in una
conversazione con la giornalista alla sua sinistra che aveva già detto
all'inviato seduto dall'altra parte che lei rappresentava l'Instanbul News,
l'unico giornale in lingua inglese in Turchia, e che il suo direttore pensava
che sarebbe stato un disastro se Zerimski fosse stato eletto presidente.
Aveva proseguito dicendo che aveva comunicato che il candidato
comunista avrebbe potuto farcela. Avesse chiesto a Connor la sua
opinione, lui avrebbe dovuto dichiararsi d'accordo con lei. Le probabilità
che gli venisse chiesto di adempiere il suo incarico crescevano di ora in
ora.

Jeffrey Archer 98 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Poco dopo la giornalista turca si mise a disegnare un ritratto di Zerimski.
Il suo giornale non poteva evidentemente permettersi il lusso di un
fotografo e con ogni probabilità contava sul telegrafo e su qualsiasi altra
cosa fosse venuta in mente alla donna. Dovette ammettere che il disegno
era molto somigliante.
Connor controllò ancora una volta la sala. Sarebbe stato possibile
uccidere qualcuno in una sala gremita come quella? No di certo, se si
sperava di fuggire. Un'altra opzione era avvicinare Zerimski mentre era in
macchina, anche se di certo sarebbe stato molto ben protetto. Nessun
professionista avrebbe preso in considerazione una bomba, cosa che spesso
finiva per uccidere persone innocenti senza riuscire a eliminare il
bersaglio. Se voleva avere una possibilità di fuga, avrebbe dovuto fare
affidamento su un fucile con pallottole ad alta deflagrazione in uno spazio
aperto. Nick Gutenburg gli aveva assicurato che all'ambasciata degli Stati
Uniti ci sarebbe stato un Remington 700 fatto su misura molto prima del
suo arrivo a Mosca, un altro cattivo uso della valigia diplomatica. Se
Lawrence avesse dato l'ordine, avrebbero lasciato a lui la decisione del
momento e del luogo.
Dopo avere esaminato a fondo l'itinerario di Zerimski, Connor aveva
deciso che la sua prima scelta sarebbe caduta su Severodvinsk, dove il
leader comunista aveva in programma di parlare in un cantiere navale due
giorni prima delle elezioni. Aveva già cominciato a studiare le varie gru in
funzione nei dock russi e la possibilità di nascondervisi dentro per un
lungo periodo.
Connor si guardò in giro appena vide le teste girarsi all'indietro. Degli
uomini malvestiti con rigonfiamenti sotto le braccia stavano riempiendo la
parte posteriore della sala e scrutavano attentamente l'area prima che
entrasse il loro capo.
Connor si rese conto che i loro metodi erano primitivi e inefficienti, ma,
come tutte le forze di sicurezza, speravano che la loro presenza e il mero
peso del numero avrebbero indotto chiunque a pensarci due volte prima di
fare qualsiasi cosa. Controllò le facce, tutti e tre i professionisti erano di
nuovo in servizio.
All'improvviso un forte applauso esplose dal fondo della sala, seguito da
ovazioni. Mentre Zerimski entrava, i membri del partito si alzarono tutti
insieme per acclamare il loro leader. I giornalisti furono costretti ad alzarsi
in piedi per poterlo vedere. Zerimski avanzò lentamente verso il palco,

Jeffrey Archer 99 2002 - L'Undicesimo Comandamento


trattenendosi di continuo a stringere mani tese. Come raggiunse il palco, il
rumore si fece quasi assordante.
Il presidente anziano che aveva atteso pazientemente sotto il palco, aiutò
Zerimski a salire i gradini e lo condusse alla grande sedia. Appena
Zerimski si fu accomodato, il vecchio si avvicinò al microfono. Il pubblico
si risedette e attese in silenzio.
Non riuscì a presentare in modo piacevole «il prossimo presidente della
Russia» e più a lungo parlava, più la gente si agitava. Anche l'entourage di
Zerimski, dietro di lui, iniziò a innervosirsi e a mostrarsi annoiato. Con
una fiorita espressione finale il vecchio descrisse il candidato che stava per
parlare come «il naturale successore del compagno Vladimir Ilyich
Lenin». Si spostò per fare posto al leader che non sembrava affatto certo
che Lenin fosse il paragone più felice che si potesse scegliere.
Appena Zerimski si alzò e si avvicinò lentamente al microfono, la folla
si rianimò. Lui alzò in alto le braccia e il pubblico lo applaudì ancora più
rumorosamente.
Gli occhi di Connor non si staccarono mai da Zerimski. Osservò ogni
suo movimento, posa e atteggiamento. Come tutti gli uomini attivi,
raramente rimaneva immobile per un solo istante.
Appena ebbe l'impressione che l'acclamazione fosse durata abbastanza,
Zerimski fece cenno al pubblico di rimettersi a sedere. Connor notò che il
tutto era durato poco più di tre minuti.
Zerimski non cominciò a parlare, finché tutti non ebbero ripreso il loro
posto ed era calato il silenzio.
«Compagni», iniziò con voce ferma, «è un grande onore per me essere
qui di fronte a voi come vostro candidato. Di giorno in giorno, mi rendo
sempre più conto che il popolo russo pretende un nuovo inizio. Sebbene
alcuni nostri concittadini desiderino tornare al vecchio regime totalitario,
la maggioranza vuole vedere una distribuzione più equa della ricchezza
creata dalla capacità e dal duro lavoro del popolo.»
Il pubblico ricominciò ad applaudire.
«Non dimentichiamoci mai», proseguì Zerimski, «che la Russia può
tornare a essere la nazione più rispettata della terra. Se altri paesi hanno dei
dubbi a questo proposito, sotto la mia presidenza li avranno a loro rischio e
pericolo.»
I giornalisti scribacchiarono furiosamente e il pubblico applaudì ancora
più rumorosamente. Passarono quasi venti secondi prima che Zerimski

Jeffrey Archer 100 2002 - L'Undicesimo Comandamento


potesse riprendere a parlare.
«Osservate le strade di Mosca, compagni. Sì, vedete Mercedes, BMW e
Jaguar, ma chi è alla loro guida? Solo pochi privilegiati. E sono proprio
quei pochi che sperano che Chernopov venga eletto per poter continuare a
godere di uno stile di vita che nessuno in questa sala potrebbe anche solo
sperare di emulare. È arrivato il momento, amici miei, che questa
ricchezza, la vostra ricchezza, venga divisa tra i molti, non tra i pochi.
Aspetto con ansia il giorno in cui la Russia non avrà più un numero
maggiore di limousine che di auto familiari, più yacht che barche da pesca
e più conti segreti in banche svizzere che ospedali.»
Ancora una volta il pubblico accolse le sue parole con un applauso
prolungato.
Appena il clamore si spense, Zerimski abbassò la voce, ma ogni sua
parola continuò ad arrivare fino in fondo alla sala. «Quando sarò il vostro
presidente, non aprirò conti bancari in Svizzera, ma fabbriche in ogni
angolo della Russia. Non trascorrerò il mio tempo rilassandomi in una
lussuosa dacia, ma lavorando notte e giorno nel mio ufficio. Dedicherò
tutto me stesso al vostro servizio e sarò più che soddisfatto del salario di
presidente, non avrò bisogno delle bustarelle di uomini d'affari disonesti
interessati soltanto a saccheggiare il patrimonio della nazione.»
Questa volta l'applauso fu tanto appassionato che trascorse più di un
minuto prima che Zerimski potesse riprendere a parlare.
«In fondo alla sala», disse, indicando l'assembramento di giornalisti, «vi
sono i rappresentanti della stampa mondiale.» S'interruppe, arricciò le
labbra e soggiunse: «Lasciatemi dire quanto siano benvenuti».
A questa osservazione non seguì alcun applauso.
«Ciononostante, vorrei ricordare loro che, quando sarò presidente,
dovranno vivere stabilmente a Mosca, e non venire soltanto nei giorni di
un'elezione. Perché la Russia non si accontenterà di comunicati stampa
ogni volta che il gruppo dei sette s'incontra, ma sarà ancora una volta un
importante compartecipe degli affari mondiali. Se vincesse Chernopov,
agli americani interesserebbero di più le opinioni del Messico di quelle
della Russia. In futuro, il presidente Lawrence dovrà ascoltare ciò che
riferite voi, e non semplicemente dire con voce melliflua alla stampa
mondiale quanto gli piace Boris.»
La sala scoppiò in una risata.
«Potrà anche chiamare tutti gli altri per nome, ma chiamerà me 'Signor

Jeffrey Archer 101 2002 - L'Undicesimo Comandamento


presidente'.»
Connor sapeva che i media americani avrebbero riportato quel
commento da una costa all'altra degli Stati Uniti e che ogni parola del
discorso sarebbe stata attentamente analizzata nell'Ufficio Ovale.
«Mancano solo otto giorni, amici miei, al voto del popolo», disse
Zerimski. «Impieghiamo ogni secondo di questo tempo per assicurarci una
travolgente vittoria il giorno delle elezioni. Una vittoria che invierà al
mondo intero il messaggio che la Russia è tornata a essere una potenza con
cui la scena politica mondiale dovrà fare i conti.» La sua voce si alzava a
ogni parola. «Ma non fatelo per me. Non fatelo neppure per il Partito
Comunista. Fatelo per la prossima generazione di russi, i quali potranno
allora interpretare bene la loro parte di cittadini della più grande nazione
sulla terra. Allora esprimerete il vostro voto, sapendo che il popolo è di
nuovo il potere che sostiene la nazione.» S'interruppe e guardò il pubblico.
«Chiedo una sola cosa, e cioè il privilegio di guidare quelle persone.»
Abbassando la voce fin quasi a un sussurro, terminò con le parole: «Mi
propongo come vostro servitore».
Zerimski fece un passo indietro e tese in alto le braccia. Il pubblico si
alzò all'unisono. La perorazione finale era durata quarantasette secondi e
lui non era mai rimasto fermo un istante. Si era spostato prima a destra, poi
a sinistra, alzando ogni volta il corrispondente braccio, ma mai per più di
alcuni secondi alla volta. Alla fine si chinò e, dopo essere rimasto
immobile per dodici secondi, si raddrizzò di botto e si unì all'applauso.
Rimase al centro del palco per altri undici minuti, ripetendo di continuo
gli stessi movimenti. Appena ebbe l'impressione di avere spremuto ogni
possibile oncia di applauso dal suo pubblico, scese dal palco seguito dal
suo entourage. Mentre percorreva il corridoio centrale, il rumore crebbe
più forte che mai, e si protesero ancora più braccia. Zerimski ne strinse
quante più poté mentre procedeva lentamente verso il fondo della sala.
Gli occhi di Connor non lo abbandonarono un solo istante. Aveva
rilevato parecchie mosse caratteristiche della testa e delle mani, piccoli tic
spesso ripetuti. Aveva già capito che certi gesti accompagnavano sempre
certe frasi e sapeva che presto avrebbe potuto prevederli.
«Il tuo amico se ne è appena andato», disse Sergeij. «Lo seguo?»
«Non sarà necessario», rispose Jackson. «Sappiamo dove passerà la
notte. Quel povero bastardo, invece, a pochi passi da lui verrà fatto correre
in giro per un'altra ora almeno.»

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«Che facciamo adesso?»
«Cerchiamo di dormire un po'. Ho idea che domani sarà una lunga
giornata.»
«Non mi hai ancora pagato per oggi», gli fece notare Sergeij tendendo la
mano. «Nove ore a sei dollari l'ora fanno cinquantasei dollari.»
«Guarda che sono otto ore a cinque dollari l'ora», ribatté Jackson. «Ma è
stato un buon tentativo», soggiunse porgendogli quaranta dollari.
«E domani?» chiese il suo giovane socio dopo avere contato e infilato in
tasca i soldi.
«Trovati fuori dall'albergo alle cinque e non arrivare in ritardo. Credo
che seguiremo Zerimski a Jaroslavl e poi torneremo a Mosca prima di
partire per San Pietroburgo.»
«Sei fortunato, Jackson. Io sono nato a San Pietroburgo e non c'è nulla
che non conosca di quella città. Ricorda comunque che faccio pagare il
doppio fuori Mosca.»
«Sai, Sergeij, se continui a praticare prezzi tanto alti, non ci metterai
molto a escluderti dal mercato.»

14
MAGGIE USCÌ dal parcheggio dell'università un minuto dopo l'una. Svoltò
a sinistra in Prospect Street, frenando al segnale di stop prima di accelerare
di nuovo. Si concedeva sempre solo un'ora per il pranzo e, se non fosse
riuscita a trovare un posteggio vicino al ristorante, avrebbero passato meno
tempo insieme. E oggi aveva bisogno di ogni minuto di quell'ora.
Non che il suo staff all'ufficio ammissioni si sarebbe lamentato se si
fosse presa un pomeriggio di libertà. Dopo avere lavorato per ventotto anni
all'università, gli ultimi sei come responsabile dell'ufficio ammissioni, se
avesse preteso il pagamento degli straordinari, l'università di Georgetown
avrebbe dovuto ricorrere a una colletta.
Oggi gli dei erano dalla sua parte. Una donna stava uscendo da un
posteggio a pochi metri dal ristorante dove avevano combinato di
incontrarsi. Maggie infilò nel parchimetro quattro monete da venticinque
cents per coprire un'ora.
Entrò nel Café Milano e disse al maitre il suo nome. «Certo, signora
Fitzgerald», disse l'uomo conducendola a un tavolo alla finestra dove

Jeffrey Archer 103 2002 - L'Undicesimo Comandamento


l'aspettava una persona nota per la sua puntualità.
Maggie baciò sulla guancia la donna che era stata la segretaria di Connor
negli ultimi diciannove anni e si sedette di fronte a lei. Con ogni
probabilità Joan amava Connor come aveva amato ogni altro uomo e
quell'amore era stato ricambiato ogni tanto con un pizzicotto sulla guancia
e un regalo per Natale che finiva sempre per acquistare Maggie. Sebbene
non avesse ancora cinquant'anni, il suo pratico abito di tweed, le scarpe
basse e i capelli castani raccolti indicavano che già da tempo aveva smesso
di cercare di attrarre l'altro sesso.
«Ho già deciso», disse Joan.
«Anch'io so cosa prenderò», dichiarò Maggie.
«Come sta Tara?» chiese Joan chiudendo il menu.
«Tiene duro, per usare le sue parole. Spero solo finisca la tesi. Anche se
Connor non le direbbe mai nulla, sarebbe deluso se non lo facesse.»
«Parla con simpatia di Stuart», disse Joan mentre un cameriere si
fermava acanto a lei.
«Sì», ammise Maggie tristemente. «A quanto pare dovrò abituarmi
all'idea che la mia unica figlia vada a vivere a più di ventimila chilometri
di distanza.» Guardò il cameriere. «Cannelloni e un piatto d'insalata,
grazie.»
«Per me capelli d'angelo.»
«Qualcosa da bere, signore?»
«No, grazie», rispose Maggie. «Solo un bicchiere d'acqua.» Joan
confermò la scelta con un cenno.
«Sì, Connor e Stuart sono andati subito d'accordo», riprese Maggie
appena il cameriere si fu allontanato. «Stuart sarà con noi a Natale, così
potrai conoscerlo.»
«Non vedo l'ora», esclamò Joan.
Maggie ebbe l'impressione che volesse aggiungere qualcosa, ma dopo
tanti anni aveva imparato che non serviva a nulla incalzarla. Se si fosse
trattato di qualcosa di importante, Joan gliela avrebbe fatta sapere appena
se la fosse sentita.
«Ho cercato di telefonarti parecchie volte negli ultimi giorni. Speravo tu
potessi accompagnarmi all'opera o venire a cena da me una sera, ma a
quanto pare non riesco mai a trovarti.»
«Ora che Connor ha lasciato la società, hanno chiuso l'ufficio in M
Street e mi hanno trasferita alla sede generale», disse Joan.

Jeffrey Archer 104 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Maggie ammirò il modo in cui Joan aveva scelto accuratamente le
parole. Nessuna allusione a dove lavorava, nessun accenno alle persone
per cui lavorava, nessun indizio su quali erano le sue responsabilità ora che
non lavorava più con Connor.
«Non è un segreto per nessuno che spera che tu vada a lavorare con lui
alla Washington Provident», disse Maggie.
«Mi piacerebbe. Ma non ha senso fare programmi finché non sappiamo
cosa succederà.»
«Cosa intendi con 'succederà'?» chiese Maggie. «Connor ha già
accettato la proposta di Ben Thompson. Deve tornare prima di Natale per
poter iniziare il suo nuovo lavoro ai primi di gennaio.»
Le sue parole furono seguite da un lungo silenzio. «E così non ha
ottenuto il lavoro alla Washington Provident», commentò Maggie con
calma.
Il cameriere si avvicinò con le portate. «Del parmigiano, signora?»
chiese appoggiando i piatti sulla tavola.
«Volentieri», rispose Joan, gli occhi fissi sulla sua pasta.
«Ecco perché Ben Thompson mi ha trattata con freddezza all'opera
giovedì scorso. Non mi ha neppure offerto qualcosa da bere.»
«Mi spiace», si rammaricò Joan, «pensavo lo sapessi.»
«Non preoccuparti. Connor mi avrebbe informata appena avesse avuto
un altro colloquio, poi mi avrebbe detto che si trattava di un impiego
migliore di quello che gli era stato offerto dalla Washington Provident.»
«Come lo conosci bene», disse Joan.
«A volte mi chiedo se lo conosco davvero», replicò Maggie. «Proprio
adesso non ho idea di dove sia né di cosa stia facendo.»
«Non ne so molto più di te», ammise Joan. «Per la prima volta in
diciannove anni non mi ha informata prima di andarsene.»
«È diverso questa volta, non è vero Joan?» domandò Maggie
guardandola diritta negli occhi.
«Cosa ti spinge a pensarla così?»
«Mi ha detto che sarebbe andato all'estero, ma è partito senza
passaporto. Penso sia ancora in America. Ma perché...»
«Il fatto che non abbia preso il passaporto non vuole dire che non sia
all'estero», disse Joan.
«Forse no», convenne Maggie. «Ma questa è la prima volta che lo ha
nascosto in un posto dove sapeva l'avrei trovato.»

Jeffrey Archer 105 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Pochi minuti dopo ricomparve il cameriere e recuperò i piatti.
«Desiderate un dessert?»
«Per me niente, grazie», disse Joan. «Solo un caffè.»
«Lo stesso per me», disse Maggie. «Nero, senza zucchero.» Controllò
l'ora: aveva ancora sedici minuti. Si morsicò il labbro. «Joan, non ti ho mai
chiesto di violare una confidenza, ma c'è qualcosa che devo sapere.»
Joan guardò fuori della finestra e lanciò un'occhiata al bel giovane che
da quaranta minuti se ne stava appoggiato al muro in fondo alla strada.
Pensò di averlo già visto.
Quando Maggie uscì dal ristorante alle due meno sette minuti, non notò
lo stesso giovane prendere un cellulare e comporre un numero non
registrato sull'elenco telefonico.
«Sì?» chiese Nick Gutenburg.
«La signora Fitzgerald ha appena finito di pranzare con Joan Bennett al
Café Milano in Prospect Street. Sono state insieme per quarantasette
minuti. Ho registrato ogni loro parola.»
«Bene. Porta immediatamente il nastro nel mio ufficio.»
Mentre Maggie faceva di corsa le scale che portavano al suo ufficio,
l'orologio nel cortile dell'università segnava le due meno un minuto.
A Mosca mancava un minuto alle ventidue. Connor si stava godendo il
finale di Giselle, eseguito dal corpo di ballo del Bolsciòi. A differenza
della maggior parte del pubblico, tuttavia, lui non aveva tenuto il binocolo
da teatro fisso sui virtuosismi della prima ballerina. Di tanto in tanto aveva
guardato in basso e controllato che Zerimski fosse ancora nel suo palco.
Connor sapeva quanto sarebbe piaciuto a Maggie «La Danza delle Wilis»,
gli spiriti di trentasei giovanette nei loro abiti da sposa, che piroettavano al
chiaro di luna. Cercò di non lasciarsi ipnotizzare da pliés e arabesques e di
concentrarsi su ciò che stava accadendo nel palco di Zerimski. Maggie
andava spesso a vedere il balletto quando lui era fuori città, e l'avrebbe
divertita sapere che il leader russo comunista aveva ottenuto in una sola
sera ciò che a lei non era riuscito in trent'anni.
Connor esaminò gli uomini nel palco. A destra di Zerimski c'era Dmitri
Titov, il capo dello staff. Alla sua sinistra sedeva l'uomo anziano che aveva
fatto la presentazione la sera prima. Dietro di lui, nel buio, tre guardie.
Connor suppose ce ne fosse almeno un'altra dozzina nel corridoio dietro il
palco.
L'enorme teatro, con le sue splendide balconate sovrapposte e la platea

Jeffrey Archer 106 2002 - L'Undicesimo Comandamento


con le sedie dorate coperte di velluto rosso, era esaurito settimane in
anticipo. La teoria di Maggie si era rivelata valida anche a Mosca: si
ottiene sempre un biglietto singolo, anche all'ultimo minuto.
Poco prima che arrivasse il direttore d'orchestra, una parte del pubblico
aveva cominciato ad applaudire. Connor, alzati gli occhi dal programma,
aveva visto un paio di persone indicare un palco di seconda fila. Zerimski
aveva scelto il momento migliore per fare la sua entrata. Era rimasto in
piedi nel palco, facendo cenni con la mano e sorridendo. Poco meno della
metà del pubblico si era alzata e lo aveva applaudito rumorosamente,
mentre il resto rimaneva seduto, con alcuni che applaudivano
cortesemente, altri che continuavano la loro conversazione come se lui non
fosse lì. Cosa che confermava l'accuratezza dei sondaggi d'opinione, e cioè
che Chernopov era ora in vantaggio di solo pochi punti sul rivale.
Quando si era alzato il sipario, Connor si era reso immediatamente conto
che Zerimski mostrava lo stesso interesse per il balletto che aveva
mostrato per l'arte. Era stata un'altra lunga giornata per il candidato e
Connor non si era stupito nel vederlo di tanto in tanto trattenere a stento
uno sbadiglio. Il treno era partito presto per Jaroslavl e lui aveva subito
dato inizio al suo programma con una visita a una fabbrica di vestiti nei
sobborghi della città. Un'ora dopo aveva mandato giù un sandwich prima
di fare una capatina in un mercato ortofrutticolo, poi in una scuola, una
stazione di polizia e un ospedale, per finire con una passeggiata fuori
programma per la piazza della città.
Il dogma proclamato da Zerimski a chiunque avesse voglia di sentirlo
non era cambiato di molto dal giorno precedente, a parte il fatto che
«Mosca» era stata rimpiazzata con «Jaroslavl». Gli energumeni che lo
attorniavano sembravano ancora più dilettanti di quelli che aveva avuto a
Mosca, ma, evidentemente, i locali non amavano vedere dei moscoviti a
casa loro. Connor decise che un attentato alla vita di Zerimski avrebbe
avuto maggiori possibilità di successo lontano dalla capitale, in una città
abbastanza grande da potervi fare perdere le proprie tracce, ma
sufficientemente orgogliosa da non permettere ai tre professionisti di
Mosca di dettare legge.
La visita di Zerimski al cantiere navale di Severodvinsk tra pochi giorni
pareva essere ancora la scelta migliore.
Zerimski non si era riposato neppure sul treno che lo riportava a Mosca.
Aveva invitato i giornalisti stranieri nella sua carrozza per un'altra

Jeffrey Archer 107 2002 - L'Undicesimo Comandamento


conferenza stampa, ma prima che avessero potuto porre una sola domanda,
aveva chiesto: «Avete visto l'ultimo sondaggio che mi mette in grande
vantaggio sul generale Borodin e ad appena pochi punti da Chernopov?»
«Ma lei ci ha sempre detto di ignorare i sondaggi», aveva osato
coraggiosamente uno dei corrispondenti. Zerimski si era accigliato.
Connor era rimasto in fondo al gruppo e aveva continuato a studiare
l'aspirante alla presidenza. Sapeva che avrebbe dovuto prevedere ogni
espressione di Zerimski, ogni suo movimento e vezzo, come pure riuscire
a ripetere il suo discorso parola per parola.
Quando il treno era entrato nella stazione Protskij, aveva avuto
l'impressione che qualcun altro lo sorvegliasse, oltre a Mitchell. Dopo
ventotto anni raramente sbagliava in queste cose. Incominciava inoltre a
chiedersi se Mitchell non fosse un po' troppo ovvio e se non lo stesse
seguendo anche un altro professionista. Ci fosse stato, cosa volevano?
Quel mattino aveva avuto l'impressione che qualcuno o qualcosa che aveva
già notato avesse velocemente attraversato la sua strada. Respingeva la
paranoia, ma, come tutti i professionisti, non credeva nelle coincidenze.
Dalla stazione era tornato in albergo, certo che nessuno l'avesse seguito.
Ma, se sapevano dove soggiornava, non ne avevano bisogno. Aveva
cercato di respingere quei pensieri mentre faceva la valigia. Quella sera si
sarebbe liberato di chiunque lo stesse pedinando, a meno che non
conoscessero già la sua destinazione. Dopotutto, se sapevano perché era in
Russia, non dovevano fare altro che seguire l'itinerario di Zerimski. Se ne
era andato dopo avere pagato in contanti il conto dell'albergo.
Aveva cambiato cinque taxi prima di dire all'ultimo di farlo scendere
davanti al teatro. Aveva consegnato la valigia a una vecchia seduta dietro
un bancone nel seminterrato e aveva noleggiato un binocolo da teatro. Il
deposito della valigia garantiva la restituzione del binocolo.
Quando finalmente calò il sipario alla fine dello spettacolo, Zerimski si
alzò e salutò di nuovo il pubblico. La risposta non fu entusiasta come
prima, ma Connor pensò che Zerimski avesse ricavato l'impressione che la
sua visita al Bolsciòi fosse stata utile. Mentre scendeva lentamente la
scalinata del teatro, Zerimski dichiarò ad alta voce quanto avesse goduto la
stupenda esibizione di Ekaterina Maximova. Una fila di automobili
aspettava lui e il suo seguito ed egli salì dietro nella terza. La colonna di
macchine e la scorta della polizia lo portarono rapidamente a un altro treno
che lo aspettava in un'altra stazione. Connor notò che il numero delle

Jeffrey Archer 108 2002 - L'Undicesimo Comandamento


motociclette della staffetta era passato da due a quattro.
A quanto pareva, altre persone cominciavano a pensare che lui avrebbe
potuto essere il prossimo presidente.

Connor arrivò in stazione pochi minuti dopo Zerimski. Mostrò a una


guardia di sicurezza il suo lasciapassare prima di acquistare un biglietto
per il treno delle ventitré e cinquantanove per San Pietroburgo.
Una volta entrato nello scompartimento letto, chiuse a chiave la porta,
accese la luce sopra la cuccetta e si mise a studiare l'itinerario della visita
di Zerimski a San Pietroburgo. In una carrozza all'altra estremità del treno
anche il candidato stava ripassando l'itinerario con il capo dello staff.
«Un'altra giornata piena», borbottò. E questo prima di sapere che Titov
aveva aggiunto una visita all'Hermitage.
«Perché dovrei prendermi la briga di andare all'Hermitage quando sarò a
San Pietroburgo per solo poche ore?»
«Perché è andato al Puskin e sarebbe un insulto verso i cittadini di San
Pietroburgo non andare a visitare il museo più famoso della Russia.»
«Per fortuna ce ne andremo prima che si alzi il sipario al Kirov.»
Zerimski sapeva che l'incontro più importante della giornata sarebbe
stato quello con il generale Borodin e l'alto coman150
do militare nella caserma Kelskow. Fosse riuscito a convincere il
generale a ritirarsi dalla competizione presidenziale e ad appoggiarlo,
allora i militari, ed erano quasi due milioni e mezzo, avrebbero seguito la
sua decisione e lui avrebbe vinto. Aveva progettato di offrirgli il posto di
segretario alla Difesa, prima di scoprire che Chernopov gli aveva proposto
la stessa carica. Sapeva che Chernopov si era incontrato con il generale il
lunedì precedente, e che era andato via a mani vuote. Un buon segno:
Zerimski aveva intenzione di offrire a Borodin qualcosa di irresistibile.
Anche secondo Connor l'incontro del mattino seguente con il capo
dell'esercito avrebbe potuto decidere il destino di Zerimski. Pochi minuti
dopo le due spense la luce e si addormentò di colpo.
Mitchell aveva spento la luce appena il treno era uscito dalla stazione,
ma non dormiva.
Sergeij non era riuscito a nascondere la sua eccitazione al pensiero di
viaggiare sull'espresso Protskij. Come un cucciolo soddisfatto aveva
seguito il suo socio nello scompartimento e, quando Jackson aveva aperto
la porta, aveva esclamato: «È più grande del mio appartamento!» Si era

Jeffrey Archer 109 2002 - L'Undicesimo Comandamento


infilato sotto le lenzuola senza svestirsi e a Jackson, che stava appendendo
gli abiti sulla più sottile gruccia in fil di ferro mai vista, aveva spiegato:
«Così non devo lavarmi né cambiarmi».
Mentre l'americano si preparava ad andare a letto, Sergeij sfregò la
finestra appannata con il gomito, sbirciò fuori e non aprì bocca, finché il
treno non uscì lentamente dalla stazione.
«Quanti chilometri fino a San Pietroburgo, Jackson?»
«Seicentotrenta.»
«E quanto ci metteremo ad arrivare?»
«Otto ore e mezzo. Cerca di dormire, sarà un'altra lunga giornata.»
Sergeij spense la sua luce, ma Jackson rimase sveglio. Era certo ora di
sapere perché il suo amico era stato mandato in Russia. Era evidente che
Helen Dexter non voleva avere Connor tra i piedi, ma Jackson ancora non
sapeva fino a che punto sarebbe arrivata pur di salvare la pelle.
Aveva tentato di chiamare col cellulare Andy Lloyd quel pomeriggio,
ma non era riuscito a mettersi in comunicazione con lui. Non aveva voluto
telefonargli dall'albergo, per cui aveva deciso di riprovare dopo il discorso
che Zerimski avrebbe tenuto il giorno seguente in Piazza della Libertà.
Appena Lloyd avesse saputo cosa stava succedendo, di certo avrebbe
ricevuto l'autorizzazione a bloccare l'operazione prima che fosse troppo
tardi. Chiuse gli occhi.
«Sei sposato, Jackson?»
«No, divorziato», rispose.
«Ora ci sono più divorzi in Russia che negli Stati Uniti. Lo sapevi?»
«No. Ma in questi ultimi due giorni ho capito che questa è proprio il
genere di informazione che tieni in quella tua testolina.»
«E figli? Ne hai?»
«No», rispose Jackson. «Ho perso...»
«Perché non mi adotti? Poi torno in America con te.»
«Credo che neppure Ted Turner potrebbe permettersi di adottarti. Dormi
ora, Sergeij.»
Seguì un altro lungo silenzio.
«Un'ultima domanda, Jackson?»
«Dimmi come posso fermarti.»
«Perché quest'uomo è tanto importante per te?»
Jackson attese alcuni istanti prima di rispondere. «Ventinove anni fa mi
ha salvato la vita in Vietnam, per cui credo di poter dire che devo a lui

Jeffrey Archer 110 2002 - L'Undicesimo Comandamento


questi anni. Capisci?»
Sergeij avrebbe risposto se non si fosse addormentato.

15
VLADIMIR Bolchenkov, il capo della polizia di San Pietroburgo, aveva
abbastanza pensieri per la testa senza doversi anche preoccupare di quattro
misteriose telefonate. Chernopov aveva visitato la città il lunedì precedente
e aveva fatto bloccare il traffico, perché aveva preteso una parata di
automobili grande quanto quella del presidente defunto.
Borodin si rifiutava di fare uscire i suoi uomini dalla caserma, finché
non fossero stati pagati e ora che sembrava fosse fuori dalla gara per la
presidenza, ricominciavano a farsi sentire voci su un colpo di stato
militare. «Non è difficile immaginare quale città Borodin vorrà soggiogare
per prima», aveva detto al sindaco. Aveva creato un intero reparto per
affrontare la minaccia del terrorismo durante la campagna elettorale. Se
uno qualsiasi dei candidati fosse stato assassinato, non sarebbe successo
nel suo territorio. Solo in quella settimana il dipartimento aveva ricevuto
ventisette minacce contro la vita di Zerimski. Il capo della polizia le aveva
scartate come il solito assortimento proveniente da pazzi e stravaganti,
finché un giovane tenente non era entrato di corsa nel suo ufficio quella
mattina, pallido in volto, e aveva iniziato a parlare anche troppo
velocemente.
Il capo aveva ascoltato la registrazione fatta dal tenente pochi momenti
prima. La prima telefonata era arrivata alle nove e ventiquattro,
cinquantuno minuti dopo l'arrivo di Zerimski in città.
«Questo pomeriggio vi sarà un attentato alla vita di Zerimski», aveva
detto una voce con un accento che Bolchenkov non sapeva situare
esattamente. Dell'Europa centrale, forse, di certo non russo.
«Durante il discorso di Zerimski al raduno in Piazza della Libertà, un
terrorista solitario ingaggiato dalla mafia attenterà alla sua vita.
Richiamerò tra pochi minuti con informazioni più dettagliate, ma parlerò
solo con Bolchenkov.» La linea era caduta. La brevità della telefonata
aveva impedito di rintracciarla. Bolchenkov comprese immediatamente
che si trattava di un professionista.
Undici minuti dopo era arrivata la seconda telefonata. Il tenente lo aveva

Jeffrey Archer 111 2002 - L'Undicesimo Comandamento


trattenuto il più a lungo possibile, sostenendo che stavano cercando il
capo, ma tutto ciò che lo sconosciuto aveva detto era stato: «Richiamerò
tra pochi minuti. Accertatevi soltanto che Bolchenkov sia vicino al
telefono. State sprecando il vostro tempo, non il mio».
Era stato allora che il tenente aveva fatto irruzione nell'ufficio del capo.
Bolchenkov stava spiegando a uno degli assistenti di Zerimski perché alla
colonna d'auto non poteva assegnare una staffetta con lo stesso numero di
motociclette di Chernopov. Spenta immediatamente la sigaretta, raggiunse
la sua squadra nell'unità antiterrorismo. Passarono altri nove minuti prima
che squillasse il telefono.
«Bolchenkov?»
«Sì, sono io.»
«L'uomo che cercate si spaccia per un giornalista straniero,
corrispondente di un giornale sudafricano che non esiste. È arrivato a San
Pietroburgo con l'espresso da Mosca questa mattina. Lavora da solo. La
richiamerò tra tre minuti.»
Tre minuti dopo l'intera sezione si era riunita per ascoltarlo.
«Sono certo che ora l'intera divisione dell'antiterrorismo di San
Pietroburgo pende dalle mie labbra», esordì lo sconosciuto. «Permettetemi
di darvi una mano. L'assassino è alto un metro e ottantaquattro, ha occhi
azzurri e folti capelli biondo-rossicci. Probabilmente si è camuffato. Non
so cosa indosserà, ma alla fin fine dovete pur guadagnarvi la paga.» La
linea cadde.
L'intera unità riascoltò più volte il nastro registrato. All'improvviso il
capo spense un'altra sigaretta e disse: «Fatemi risentire il terzo nastro». Il
giovane tenente premette un tasto, chiedendosi cosa mai il capo avesse
captato. Tutti ascoltarono con attenzione.
«Stop», gridò Bolchenkov dopo solo pochi secondi di ascolto. «Proprio
quello che pensavo. Torna indietro e inizia a contare.»
A contare cosa? avrebbe voluto chiedere il tenente mentre premeva di
nuovo il tasto. Questa volta udì il debole suono di un orologio da parete in
sottofondo.
Fece tornare indietro il nastro, quindi lo riascoltarono. «Due squilli»,
disse il tenente. «Se indicano le due del pomeriggio, il nostro misterioso
informatore ha chiamato dall'Estremo Oriente.»
Il capo sorrise. «Non credo. È più probabile che la telefonata sia stata
fatta alle due del mattino, dalla costa orientale dell'America.»

Jeffrey Archer 112 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Maggie sollevò il ricevitore e compose un numero con prefisso 650.
Squillò solo un paio di volte prima che qualcuno rispondesse.
«Tara Fitzgerald», esclamò una voce vivace. Nessun «Pronto, buona
sera», o la conferma che chi chiamava aveva composto il numero giusto,
solo l'annuncio deciso del proprio nome, così che nessuno avrebbe perso
tempo. Proprio come suo padre, pensò Maggie.
«Sono io, cara.»
«Ciao, mamma. Ti si è rotta di nuovo l'auto o è qualcosa di grave?»
«Niente, ho solo nostalgia di tuo padre», rispose ridendo. «Speravo tu
avessi tempo per una chiacchierata.»
«Ecco, almeno a te manca un solo uomo», replicò Tara, cercando di
alleggerire l'atmosfera. «A me ne mancano addirittura due.»
«Forse, ma tu almeno sai dove è Stuart e puoi chiamarlo quando vuoi. Il
guaio è che io non ho idea di dove sia tuo padre.»
«Nulla di nuovo, mi pare. Conosciamo bene le regole per quando papà è
via. Le donne di casa devono starsene buone ad aspettare il ritorno del loro
padrone. Tipicamente irlandese...»
«Sì, lo so. Ma questo viaggio mi inquieta più degli altri», disse Maggie.
«Non agitarti, mamma, sono certa che non c'è motivo. Dopotutto è via
solo da una settimana. Pensa a quante volte nel passato è tornato quando
meno te lo aspettavi. Ho sempre pensato fosse un suo ignobile complotto
per assicurarsi che tu non avessi un amante.»
Maggie rise senza convinzione.
«C'è qualcosa d'altro che ti preoccupa, non è vero, mamma?» chiese con
calma Tara. «Vuoi parlarmene?»
«Ho trovato una busta indirizzata a me nascosta in uno dei suoi
cassetti.»
«Il vecchio romantico», esclamò Tara. «Cosa aveva da dire?»
«Non ne ho idea. Non l'ho aperta.»
«Perché no, per l'amor di Dio?»
«Perché sopra ha scritto a chiare lettere 'Da non aprirsi prima del 17
dicembre'.»
«Mamma, sarà di certo un bigliettino di Natale», disse Tara con tono
leggero.
«Ne dubito», ribatté Maggie. «Non conosco molti mariti che scrivono
biglietti di Natale alle loro mogli e di certo non infilati in una busta

Jeffrey Archer 113 2002 - L'Undicesimo Comandamento


marrone nascosta in un cassetto.»
«Se la cosa ti agita tanto, mamma, sono certa che papà vorrebbe che tu
l'aprissi solo per scoprire che ti sei preoccupata per niente.»
«Non prima del 17», disse Maggie con calma. «Se Connor arrivasse
prima di quella data e scoprisse che l'ho aperta, allora...»
«Quando l'hai trovata?»
«Questa mattina, tra i suoi indumenti sportivi, in un cassetto che
raramente apro.»
«L'avrei aperta all'istante, se fosse stata indirizzata a me», ammise Tara.
«Lo so, lo so», disse Maggie. «Continuo comunque a pensare che sia
meglio lasciarla chiusa ancora per qualche giorno. La rimetterò nel
cassetto nel caso dovesse tornare improvvisamente. Così non saprà mai
neppure che l'ho avuta tra le mani.»
«Forse dovrei tornare a Washington.»
«Perché?» chiese Maggie.
«Per aiutarti ad aprirla.»
«Smettila di fare la sciocca, Tara.»
«Non più sciocca di te che te ne stai lì seduta tutta sola a roderti sul suo
probabile contenuto.»
«Forse hai ragione.»
«Se sei tanto incerta, mamma, perché non telefoni a Joan per chiederle
cosa ti consiglia?»
«L'ho già fatto.»
«E cosa ti ha detto?»
«Di aprirla.»

***
Bolchenkov sedette alla sua scrivania nella sala operativa e fissò i venti
uomini scelti. Strofinò un fiammifero e si accese la settima sigaretta della
mattinata.
«Quante persone prevediamo in piazza questo pomeriggio?» chiese.
«È solo un'ipotesi, capo», rispose l'ufficiale di più alto livello presente,
«ma potrebbero essere più di centomila.»
Un mormorio si diffuse nella stanza.
«Silenzio», gridò il capo aspramente. «Come mai così tanti, capitano?
Chernopov è riuscito a radunarne solo settantamila.»

Jeffrey Archer 114 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Zerimski è un personaggio molto più carismatico e ora che i sondaggi
stanno andando nella sua direzione, prevedo che lui si rivelerà
un'attrazione molto più grande.»
«Quanti agenti puoi darmi?»
«Ogni uomo disponibile sarà in quella piazza, capo, e ho annullato tutte
le licenze. Ho già trasmesso la descrizione dell'uomo, con la speranza di
riuscire ad acciuffarlo ancora prima che raggiunga la piazza. Non molti di
loro, purtroppo, hanno un'esperienza di una cosa tanto grossa.»
«Se ci saranno realmente centomila persone nella piazza», disse
Bolchenkov, «sarà una prima esperienza anche per me. Tutti i tuoi agenti
hanno ricevuto la descrizione?»
«Sì, ma lui potrebbe essere camuffato. In ogni caso ci sono un sacco di
stranieri alti e biondi con occhi azzurri là fuori. E non dimentichi, non è
stato detto loro perché vogliamo interrogare quell'uomo. Non abbiamo
bisogno anche di una esplosione di panico.»
«D'accordo. Ma non voglio farlo desistere adesso, spaventandolo, solo
per dargli una seconda occasione in seguito. Qualcuno ha raccolto ulteriori
informazioni?»
«Sì, capo», rispose un uomo più giovane appoggiato alla parete. «Ci
sono tre giornalisti sudafricani che seguono ufficialmente l'elezione. Dalla
descrizione fornitaci dall'informatore, sono quasi certo si tratti di quello
che si fa chiamare Piet de Villiers.»
«Trovato nulla su di lui sul computer?»
«No», rispose il giovane agente. «Ma la polizia di Johannesburg è stata
estremamente cooperativa. Nei loro dossier hanno tre uomini con quel
nome, con crimini che vanno dal furtarello alla bigamia, ma nessuno
corrisponde alla descrizione e in ogni caso due di loro sono al momento in
carcere. Non hanno idea di dove si trovi il terzo. Hanno anche parlato di un
collegamento colombiano.»
«Quale collegamento colombiano?»
«Alcune settimane fa la CIA ha fatto circolare un memorandum
confidenziale con dettagli sull'assassinio di un candidato presidenziale a
Bogotà. Sembra che abbiano seguito le tracce dell'omicida fino in
Sudafrica, per poi perderle. Ho telefonato al mio contatto alla CIA, ma
tutto quello che ha potuto dirmi è stato che sanno che l'uomo si è rimesso
in moto e che l'ultima volta è stato visto imbarcarsi su un aereo per
Ginevra.»

Jeffrey Archer 115 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«È tutto ciò di cui ho bisogno», dichiarò il capo. «Presumo non ci sia
stata traccia di de Villiers all'Hermitage questa mattina durante la visita di
Zerimski?»
«No, capo», disse un'altra voce, «almeno non tra i ventitré giornalisti
presenti. Solo due di loro si adattavano vagamente alla descrizione. Uno
era Clifford Symonds, un anchorman della CNN, e l'altro lo conosco da
anni. Gioco a scacchi con lui.» Tutti risero, allentando così la tensione.
«Tetti ed edifici?» chiese il capo.
«Ho distaccato dodici uomini a coprire i tetti attorno alla piazza», disse
il capo dell'unità di armi leggere. «La maggior parte degli edifici sono
uffici pubblici, per cui apposterò agenti in borghese a ogni entrata e uscita.
Se qualcuno corrispondente alla descrizione cercasse di entrare nella
piazza o in uno degli edifici che danno sulla stessa, verrebbe arrestato
all'istante.»
«State attenti a non arrestare un dignitario straniero e a metterci in guai
ancora più grossi. Domande?»
«Sì, capo. Ha preso in considerazione l'idea di cancellare il raduno?»
domandò una voce dal fondo della stanza.
«Sì, e ho deciso di non farlo. Se dovessi cancellare un raduno ogni volta
che ricevo minacce a un personaggio pubblico, le nostre linee telefoniche
verrebbero bloccate da ogni stupido radicale con nulla di meglio da fare
che creare caos. In ogni caso, potrebbe ancora trattarsi di un falso allarme.
E anche se de Villiers stesse vagando per la città, il vedervi potrebbe fargli
cambiare idea. Altre domande?»
Nessuno fiatò.
«Se uno di voi sente o nota qualsiasi cosa, e intendo qualsiasi cosa,
voglio saperla immediatamente. Il cielo aiuti l'uomo che dovesse poi
dirmi: 'Non ne ho parlato, capo, perché non pensavo fosse importante in
quel momento'.»

Connor tenne la televisione accesa mentre si radeva. Hillary Bowker


stava aggiornando i telespettatori su ciò che stava accadendo negli Stati
Uniti. La proposta di legge per la riduzione dell'arsenale bellico era passata
alla Camera per appena tre voti. Ciononostante Tom Lawrence asseriva
che il risultato era un trionfo del buonsenso. Gli esperti, al contrario,
stavano già sostenendo che la proposta di legge avrebbe dovuto affrontare
un iter molto più duro al Senato.

Jeffrey Archer 116 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Niente affatto», aveva detto il presidente durante la conferenza stampa
del mattino. Connor sorrise. «La Camera ha semplicemente messo in atto
il desiderio della gente e io sono certo che il Senato farà esattamente la
stessa cosa.»
Il presidente venne sostituito da una bella ragazza dai capelli rossi che a
Connor ricordò Maggie. Con il mio lavoro avrei dovuto sposare una
conduttrice del telegiornale, le aveva detto una volta.
«E ora, per saperne di più sulle prossime elezioni russe, passiamo la
linea a Clifford Symonds, il nostro corrispondente a San Pietroburgo.»
Connor smise di radersi e fissò lo schermo.
«I sondaggi d'opinione dicono che i due principali candidati, il primo
ministro Chernopov e il leader del Partito Comunista Victor Zerimski,
sono ora alla pari. Il candidato comunista parlerà a un raduno in Piazza
della Libertà questo pomeriggio; la polizia prevede che potrebbero
assistervi centomila persone. Questa mattina il signor Zerimski incontrerà
privatamente il generale Borodin che si presume annuncerà tra breve il suo
ritiro dalla corsa a seguito dello scarso risultato negli ultimi sondaggi.
Incerto rimane il nome di quale dei due corridori in testa appoggerà e
proprio da questa decisione potrebbe dipendere l'esito dell'elezione.
Clifford Symonds, CNN International, San Pietroburgo.»
Sullo schermo riapparve il volto di Hillary Bowker. «E ora passiamo al
tempo», annunciò con un ampio sorriso.
Connor spense il televisore, non gli interessava sapere quanti gradi ci
fossero in Florida. Si passò dell'altra schiuma da barba sul viso e continuò
a radersi. Aveva già deciso che non avrebbe assistito alla conferenza
stampa del mattino di Zerimski, dato che non sarebbe stata altro che un
panegirico dell'addetto stampa su ciò che il suo capo aveva compiuto
addirittura prima di fare colazione. Non sarebbe neppure andato
all'Hermitage, dove avrebbe solo sprecato il suo tempo a evitare Mitchell.
Si sarebbe invece concentrato sulla principale comparsa pubblica di quel
giorno. Aveva già trovato un conveniente ristorante sul lato ovest della
piazza. Non era famoso per la sua cucina, ma aveva il vantaggio di essere
al secondo piano e di dominare Piazza della Libertà. Cosa ancora più
importante, aveva una porta sul retro, per cui non avrebbe avuto bisogno di
entrare in anticipo nella piazza.
Una volta lasciato l'albergo, telefonò al ristorante dalla più vicina cabina
telefonica pubblica e prenotò per mezzogiorno un tavolo d'angolo alla

Jeffrey Archer 117 2002 - L'Undicesimo Comandamento


finestra. Andò poi alla ricerca di un'automobile da noleggiare, cosa che si
rivelò ancora più difficile che a Mosca. Quaranta minuti dopo si diresse
verso il centro della città e lasciò la macchina in un garage sotterraneo a
poche centinaia di metri da Piazza della Libertà. Aveva deciso di tornare in
auto a Mosca dopo il discorso. In questo modo avrebbe scoperto subito se
qualcuno lo seguiva. Entrò poi nell'albergo più vicino e diede al portiere
una banconota da venti dollari, spiegandogli che aveva bisogno di una
stanza per circa un'ora per farsi una doccia veloce e cambiarsi d'abito.
Quando scese nell'atrio pochi minuti prima delle dodici, il portiere non
lo riconobbe. Connor gli lasciò una sacca dicendogli che sarebbe passato a
riprenderla attorno alle sedici. Quando il portiere sistemò la sacca sotto il
bancone, notò per la prima volta la ventiquattrore. Dato che entrambe
avevano un'etichetta con lo stesso nome, le mise insieme.
Connor percorse lentamente la strada fino a Piazza della Libertà. Passò
accanto a due poliziotti che stavano interrogando uno straniero alto e dai
capelli biondo-rossicci e che non gli rivolsero una seconda occhiata
quando entrò nell'edificio e prese l'ascensore per raggiungere il ristorante
al secondo piano. Diede al capo cameriere il suo nome e venne
immediatamente accompagnato a un tavolo d'angolo. Si sedette in modo
da essere nascosto alla vista degli altri avventori, ma sistemato in modo da
avere comunque una vista generale della piazza.
Stava pensando a Tom Lawrence e chiedendosi quanto ci avrebbe messo
a prendere una decisione, quando un cameriere apparve al suo fianco e gli
porse il menu. Connor lanciò un'occhiata fuori dalla finestra e rimase
sorpreso nel vedere che la piazza si stava già riempiendo, anche se
mancavano ancora due ore al discorso di Zerimski. Tra la folla individuò
numerosi poliziotti in borghese. Uno o due dei più giovani erano
aggrappati ad alcune statue e controllavano attentamente la piazza. Ma
cosa stavano cercando? Il capo della polizia era esageratamente prudente o
temeva qualche dimostrazione durante il discorso di Zerimski?
Il capo cameriere gli si avvicinò di nuovo e gli chiese: «Posso prendere
la sua ordinazione, signore? La polizia ci ha ordinato di chiudere il
ristorante prima delle due».
«Allora prenderò solo una veloce bistecca», rispose Connor.

16

Jeffrey Archer 118 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«DOVE pensi sia ora?» domandò Sergeij.
«Sarà da qualche parte là fuori, ma, conoscendolo, sarà quasi
impossibile trovarlo in questa ressa», rispose Jackson. «Sarà come cercare
un ago in un pagliaio.»
«Chi ha mai perso un ago in un pagliaio?»
«Smettila con le tue osservazioni saccenti e fa' ciò per cui sei pagato»,
ribatté Jackson. «Ti do un premio di dieci dollari se riesci a individuarlo.
Ricorda, con tutta probabilità è ben camuffato.»
Di colpo Sergeij s'interessò alla folla che si accalcava nella piazza.
«Vedi quell'uomo sul gradino più alto, là, nell'angolo a nord, quello che
parla con un poliziotto?»
«Sì», rispose Jackson.
«È Vladimir Bolchenkov, capo della polizia. Un uomo giusto, benché
sia la seconda persona più potente di San Pietroburgo.»
«Chi è il primo?» chiese Jackson. «Il sindaco?»
«No, suo fratello Josif. Capo della mafia locale.»
«E questo non crea un conflitto d'interesse?»
«No. A San Pietroburgo vieni arrestato solo se non fai parte della
mafia.»
«Chi ti dà tutte queste notizie?» «Mia madre. È andata a letto con tutti e
due.» Jackson rise mentre continuavano a fissare il capo della polizia
parlare con l'agente in divisa. Gli sarebbe piaciuto sentire la loro
conversazione. Se avesse avuto luogo a Washington la CIA avrebbe potuto
registrare e riascoltare ogni loro parola.

«Vede quei giovani aggrappati alle statue?» chiese il poliziotto anziano a


Bolchenkov.
«Sì, perché?» disse il capo.
«Se si chiedesse perché non li ho arrestati, fanno tutti parte della mia
squadra e da lassù hanno la vista migliore. Guardi dietro di lei, capo: il
venditore di hot dog, i due uomini sul carretto dei fiori e i quattro strilloni,
anche loro sono miei uomini. E ho dodici autobus carichi di agenti in
divisa a un isolato di distanza che possiamo fare entrare in azione in un
battibaleno. Altri cento agenti in borghese entreranno e usciranno dalla
piazza durante la prossima ora. Ogni uscita è sorvegliata e chiunque tenga
d'occhio la piazza avrà uno dei miei uomini a pochi metri da lui.»

Jeffrey Archer 119 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Se è bravo come penso», disse il capo, «avrà scovato un posto al quale
non avete pensato.»

Connor ordinò una tazza di caffè e continuò a guardare l'attività che si


svolgeva nella piazza. Sebbene mancassero ancora trenta minuti all'arrivo
del candidato, la piazza era già gremita di gente, dal simpatizzante di
Zerimski al semplice curioso. Lo divertì vedere quanto il venditore di hot
dog si sforzasse di mascherare il fatto di essere un poliziotto. Il poveretto
era stato appena rimproverato per l'ennesima volta, probabilmente aveva
dimenticato il ketchup. Connor rivolse la sua attenzione al lato opposto
della piazza. Il piccolo stand per la stampa era l'unica zona ancora vuota.
Si chiese perché circolassero così tanti poliziotti in borghese, molti più di
quanti fossero necessari per impedire che qualche passante finisse in
un'area riservata. Qualcosa non andava per il verso giusto. Venne distratto
dal caffè bollente che gli era stato messo davanti. Controllò l'orologio.
Zerimski avrebbe dovuto avere ormai concluso il suo incontro con il
generale Borodin. L'esito sarebbe stato la prima notizia data da ogni tele e
radio-giornale quella sera. Connor si chiese se sarebbe riuscito a
indovinare dall'atteggiamento di Zerimski quale accordo era stato
concluso.
Chiese il conto e, nell'attesa, si concentrò per l'ultima volta sulla piazza
sotto di lui. Nessun professionista avrebbe ritenuto Piazza della Libertà
una zona adatta a colpire il bersaglio. A parte tutti i problemi che aveva già
individuato, l'accuratezza del capo della polizia era evidente agli occhi di
tutti. Malgrado ciò, Connor aveva l'impressione che proprio l'enormità
della folla gli avrebbe dato la migliore opportunità per esaminare Zerimski
da vicino, ecco perché aveva deciso di non stare con la stampa in
quell'occasione.
Pagò il conto in contanti, quindi ritirò cappello e cappotto, dando alla
ragazza del deposito una banconota da cinque rubli. Aveva letto da
qualche parte che gli anziani davano sempre mance piccole.
Si unì a un gruppo di impiegati che uscivano dagli uffici del primo
piano, ai quali era stato evidentemente data una pausa per partecipare al
raduno. Due agenti in borghese a pochi passi dal portone scrutarono il
gruppo di impiegati che, a causa dell'aria gelida, mostravano ben poco dei
loro visi. Connor venne trascinato dal gruppo fuori sul marciapiede. Piazza
della Libertà era già stipata quando Connor cercò di aprirsi a fatica la

Jeffrey Archer 120 2002 - L'Undicesimo Comandamento


strada verso il podio. Dovevano esserci ben più di settantamila persone.
Sapeva che il capo della polizia avrebbe pregato per un temporale, ma era
una tipica giornata invernale di San Pietroburgo, fredda, rigida e serena.
Guardò verso l'area della stampa, recintata con corde, attorno alla quale vi
era ancora una grande attività. Sorrise quando individuò Mitchell al suo
solito posto, a circa tre metri da dove lui avrebbe dovuto sedere. Non oggi,
amico mio. Questa volta, almeno, Mitchell indossava un caldo cappotto e
un copricapo adatto.

«Ottima giornata per i borsaioli», dichiarò Sergeij scrutando la folla.


«Si arrischierebbero anche con così tanti poliziotti presenti?» chiese
Jackson.
«Si trova sempre un poliziotto quando non ne hai bisogno», disse
Sergeij. «Ho già visto alcuni criminali scappare con dei portafogli, ma la
polizia non pare interessarsi a loro.»
«Forse ha già abbastanza problemi con una folla di quasi centomila
persone e Zerimski che deve arrivare a minuti.»
Sergeij fissò gli occhi sul capo della polizia. «Dov'è?» stava
domandando Bolchenkov a un sergente con walkie-talkie.
«L'incontro con Borodin è terminato diciotto minuti fa e ora sta
percorrendo via Preytij. Dovrebbe arrivare tra sette minuti.»
«Allora i nostri problemi inizieranno tra sette minuti», disse il capo
controllando l'orologio.
«Non crede sia possibile che il nostro uomo cerchi di sparare a Zerimski
mentre è in macchina?»
«Assolutamente no», rispose il capo. «Abbiamo a che fare con un
professionista. Non prenderebbe neppure in considerazione un bersaglio
mobile, in particolare uno in una macchina blindata. In ogni caso non
potrebbe sapere con esattezza in quale macchina si trovi Zerimski. No, il
nostro uomo è là, da qualche parte nella folla, me lo sento nelle ossa. Non
dimentichi che l'ultima volta che ha fatto una cosa simile, il suo era un
bersaglio immobile all'aperto. In questo modo è quasi impossibile colpire
la persona sbagliata; e con una simile folla, la fuga è decisamente più
facile.»
Connor si stava ancora facendo strada lentamente verso il podio. Si
guardò in giro tra la gente e identificò numerosi agenti in borghese.
Zerimski non avrebbe avuto nulla a che ridire, aumentavano

Jeffrey Archer 121 2002 - L'Undicesimo Comandamento


semplicemente il numero degli spettatori. Tutto quello che gli interessava
era avere un'affluenza di pubblico più alta di quella avuta da Chernopov.
Controllò poi i tetti. Una dozzina o più di tiratori scelti stava scrutando
la folla con cannocchiali. Non avrebbero potuto essere più palesi se
avessero indossato tute gialle. Attorno al perimetro della piazza vi erano
anche come minimo duecento poliziotti in divisa. A quanto pareva, il capo
credeva nella validità della deterrenza.
Dalle finestre degli edifici che davano sulla piazza gli impiegati
cercavano di accaparrarsi i punti migliori per vedere ciò che accadeva
sotto di loro. Connor lanciò un'altra occhiata all'area recintata della stampa
che iniziava a riempirsi. I poliziotti controllavano le credenziali di ognuno
con grande cura, nulla di strano, a parte il fatto che ad alcuni giornalisti
veniva chiesto di togliersi il copricapo. Connor osservò la scena per alcuni
istanti. Tutti quelli cui veniva fatta quella richiesta avevano due cose in
comune: erano maschi ed erano alti. Ciò lo indusse a fermarsi di colpo.
Intravide poi Mitchell a pochi passi da lui nella folla. Si accigliò. Come
aveva fatto il giovane agente a riconoscerlo?
Di colpo, senza alcun preavviso, dietro di lui si levò un gran clamore,
come se un divo del rock fosse arrivato sul palco. Si voltò e vide la
colonna di automobili di Zerimski avanzare lentamente lungo tre lati della
piazza per fermarsi infine all'angolo nordoccidentale. La gente applaudì
entusiasticamente, anche se non poteva vedere il candidato, dato che i
finestrini della sua auto erano oscurati. Le portiere delle limousine Zil si
aprirono, ma fu impossibile capire se Zerimski era tra quelli che erano
scesi, circondato com'era da tantissime guardie del corpo grandi e grosse.
Quando, pochi attimi dopo, il candidato salì i gradini, la folla iniziò ad
applaudire sempre più forte, per raggiungere il colmo appena lui si
avvicinò al bordo del palco, dove si fermò e salutò con la mano prima in
una direzione, poi nell'altra. Connor avrebbe potuto dire quanti passi
avrebbe fatto prima di girarsi e salutare di nuovo.
La gente saltellava su e giù per vederlo meglio, ma Connor ignorò la
baraonda attorno a lui. Tenne gli occhi fissi sui poliziotti, la maggior parte
dei quali non fissava il palco. Stavano cercando qualcosa, o qualcuno, in
particolare. Gli balenò in testa un'idea, ma la respinse subito. No, non era
possibile. Si stava forse lasciando andare alla paranoia? Un agente anziano
gli aveva detto una volta che ne sarebbe stato colpito nel modo peggiore
all'ultimo incarico.

Jeffrey Archer 122 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Di fronte a qualsiasi dubbio la regola comunque era sempre la stessa:
allontanarsi subito dalla zona pericolosa. Scrutò la piazza, valutando
rapidamente quale uscita prendere. La folla si calmò in attesa del discorso
di Zerimski. Connor decise di avviarsi verso l'estremità nord della piazza
appena fosse esploso un prolungato applauso. In questo modo sarebbe
stato più difficile che qualcuno lo notasse sgattaiolare tra la folla. Si
guardò in giro, quasi un'azione riflessa, per vedere dove fosse Mitchell.
Era ancora a pochi metri da lui, alla sua destra, forse addirittura un po' più
vicino di quando l'aveva individuato la prima volta.
Zerimski si avvicinò al microfono con la mano tesa per indicare alla
folla che stava per iniziare il suo discorso.
«Ho visto l'ago», disse Sergeij.
«Dove?» chiese Jackson.
«Là, a circa venti passi dal palco. Ha un diverso colore di capelli e
cammina come un vecchio. Mi devi dieci dollari.»
«Come hai fatto a individuarlo da questa distanza?» chiese Jackson.
«È l'unico che cerca di uscire dalla piazza.»
Jackson allungò al ragazzo una banconota da dieci dollari mentre
Zerimski si fermava davanti al microfono. Il vecchio che l'aveva
presentato a Mosca era seduto da solo in fondo . Zerimski non permetteva
che quel genere d'errore venisse ripetuto.
«Compagni», iniziò con voce risonante, «è un grande onore per me
essere qui di fronte a voi come vostro candidato. Di giorno in giorno mi
rendo sempre più conto che...»
Mentre Connor scrutava la folla, rivide Mitchell che aveva fatto un altro
passo verso di lui.
«... sebbene pochi dei nostri cittadini desiderino tornare ai giorni del
totalitarismo, la stragrande maggioranza...»
Cambiava solo qualche parola, pensò Connor, mentre si accorgeva che
Mitchell aveva fatto un altro passo verso di lui.
«...vuole vedere una distribuzione più equa della ricchezza creata dalle
capacità e dal duro lavoro del popolo.» Appena la folla iniziò ad
applaudire, Connor si spostò rapidamente verso destra. Quando l'applauso
morì, Connor si bloccò.
«Perché l'uomo della panchina segue il tuo amico?» chiese Sergeij.
«Perché è un dilettante», rispose Jackson.
«O un professionista che sa esattamente quello che sta facendo», ribatté

Jeffrey Archer 123 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Sergeij.
«Mio Dio, non dirmi che sto perdendo le mie capacità.»
«Manca solo che lo baci», commentò Sergeij.
«Osservate le strade di San Pietroburgo, compagni», continuò Zerimski.
«Sì, vedrete Mercedes, BMW e Jaguar, ma chi le guida? Solo pochi
privilegiati...»
Appena scoppiò di nuovo l'applauso, Connor fece un altro paio di passi
verso l'estremità nord della piazza.
«Aspetto con ansia il giorno in cui questo non sarà più l'unico paese
della terra nel quale il numero delle limousine supera quello delle
automobili familiari...»
Connor lanciò uno sguardo alle sue spalle solo per scoprire che Mitchell
gli si era avvicinato ancora di più. A che gioco stava giocando?
«... e dove ci sono più conti bancari svizzeri che ospedali.»
Avrebbe dovuto seminarlo durante l'ultima esplosione di applausi. Si
concentrò sulle parole di Zerimski per prevedere esattamente quando
avrebbe fatto la sua mossa.
«Credo d'averlo individuato», disse un poliziotto in borghese che stava
scrutando la folla con un binocolo.
«Dove, dove?» chiese Bolchenkov, strappandogli il cannocchiale.
«A ore dodici, cinquanta metri circa più indietro, immobile. È di fronte a
una donna con una sciarpa rossa. Non assomiglia alla fotografia, ma ogni
qualvolta scoppiano applausi, lui si muove troppo rapidamente per un
vecchio.»
Bolchenkov mise a fuoco il binocolo. «Trovato», esclamò. Pochi
secondi dopo soggiunse: «Sì, potrebbe essere proprio lui. Comunica ai due
a ore una di muoversi e di arrestarlo, e alla coppia venti metri davanti a lui
di coprirli. Togliamoci il pensiero il più alla svelta possibile». Per calmare
l'agente che pareva nervoso, aggiunse: «Se ci siamo sbagliati, mi prendo io
tutta la responsabilità».
«Non dimentichiamoci mai», continuava Zerimski, «che la Russia potrà
tornare a essere la più grande nazione della terra...»
Mitchell era oramai a un passo da Connor, che accuratamente lo
ignorava. Nel giro di pochi secondi una prolungata ovazione avrebbe
accolto le parole di Zerimski su ciò che aveva intenzione di fare diventato
presidente. Nessun conto bancario rifornito dalle bustarelle di uomini
d'affari disonesti: queste parole ricevevano sempre l'applauso più sonoro.

Jeffrey Archer 124 2002 - L'Undicesimo Comandamento


A quel punto sarebbe già stato lontano e poi avrebbe fatto sì che Mitchell
venisse trasferito in un ufficio in qualche luogo infestato dalle zanzare.
«... dedicherò tutto me stesso al vostro servizio e sarò più che soddisfatto
dello stipendio da presidente e non accetterò bustarelle da uomini d'affari
disonesti il cui unico interesse è depredare le risorse della nazione.»
La folla esplose in grida d'approvazione. Connor si girò di colpo e
cominciò a spostarsi a destra. Aveva fatto solo tre passi quando il primo
poliziotto gli afferrò il braccio sinistro. Un secondo dopo, un altro lo
raggiunse da destra. Venne gettato a terra, ma non tentò neppure di
opporsi. Prima regola: se non hai nulla da nascondere, non opporti
all'arresto. Gli torsero le braccia dietro la schiena e fecero scattare le
manette ai polsi. La folla cominciò a formare un cerchio attorno ai tre
uomini a terra: lo spettacolo pareva interessare la gente molto più delle
parole di Zerimski. Mitchell si tenne un po' discosto in attesa
dell'inevitabile: «Chi è?»
«Un sicario della mafia», sussurrò nelle orecchie di quelli più vicini a
lui. Tornò verso l'area della stampa, borbottando di tanto in tanto le parole
«sicario della mafia».
«Voglio convincervi, cari cittadini, che, se verrò eletto presidente, di una
cosa potrete essere certi...»
«Lei è in arresto», dichiarò un terzo uomo che Connor non poteva
vedere perché gli tenevano il naso saldamente schiacciato a terra.
«Portatelo via», ordinò la stessa voce perentoria, e Connor venne spinto
violentemente verso il lato nord della piazza.
Zerimski aveva localizzato la scena confusa nella folla, ma, come un
vecchio professionista, la ignorò. «Se Chernopov venisse eletto, agli
americani interesserebbe più il parere del Messico che quello della
Russia», continuò senza esitare.
Jackson non staccò mai gli occhi da Connor, mentre la folla si divideva
rapidamente aprendo uno spazio per fare passare la polizia.
«Amici miei, tra solo sei giorni il popolo deciderà...»
Mitchell si allontanò dalla confusione e si diresse verso la zona riservata
alla stampa.
«Non fatelo per me. Non fatelo neppure per il Partito Comunista. Fatelo
per la prossima generazione di russi...»
L'auto della polizia, circondata da quattro motociclette, uscì lentamente
dalla piazza.

Jeffrey Archer 125 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«... che allora potranno interpretare bene la loro parte di cittadini della
più grande nazione sulla terra. Una sola cosa vi chiedo, il privilegio di
poter guidare quelle persone.» Questa volta rimase in silenzio, finché fu
certo di avere l'attenzione di tutta la piazza, prima di terminare con le
parole: «Compagni, io mi propongo come vostro servitore».
Fece un passo indietro e, all'improvviso, il rumore delle sirene della
polizia fu annullato dal boato di centomila voci.
Jackson lanciò un'occhiata allo spazio recintato della stampa. Si accorse
che i giornalisti erano molto più interessati all'auto della polizia che stava
scomparendo che alle parole troppo spesso ripetute di Zerimski.
«Un sicario della mafia», stava riferendo la giornalista turca a un
collega, una «realtà» che aveva raccolto da qualcuno nella folla che in
seguito avrebbe citato come «una fonte autorevole».
Mitchell alzò gli occhi su una fila di cameramen che seguivano il
percorso della macchina della polizia mentre scompariva alla vista, la luce
blu che lampeggiava. Puntò gli occhi sulla persona con cui doveva parlare.
Attese pazientemente che Clifford Symonds guardasse dalla sua parte,
quindi agitò le braccia per fargli capire che aveva bisogno di parlare con
lui urgentemente. Il reporter della CNN raggiunse subito l'attaché culturale
americano tra la folla acclamante.
Zerimski rimase al centro del palco, assorbendo l'adulazione della gente.
Non aveva alcuna intenzione di allontanarsi mentre tutti stavano ancora
gridando la loro approvazione.
Symonds ascoltò attentamente ciò che aveva da dirgli Mitchell. Sarebbe
andato in onda tra dodici minuti. Sul suo volto il sorriso si allargava di
secondo in secondo.
«Ne sei assolutamente certo?» chiese appena Mitchell smise di parlare.
«Ti ho mai deluso nel passato?» chiese Mitchell fingendo di essere
offeso.
«No», ammise Symonds con tono di scusa. «Mai.»
«Dovrai tenere questa informazione ben lontana dall'ambasciata.»
«Naturalmente. Ma chi dovrò citare come mia fonte?»
«Un corpo di polizia ricco di risorse e diligente. Questa sarà l'ultima
cosa che il capo della polizia negherà.»
Symonds rise. «Meglio che torni dal mio direttore se voglio utilizzare
questa informazione nel telegiornale del mattino.»
«D'accordo», disse Mitchell. «Ma ricorda, assicurati che non si possa

Jeffrey Archer 126 2002 - L'Undicesimo Comandamento


farla risalire a me.»
«Ti ho mai deluso nel passato?» replicò Symonds, prima di girarsi e
tornare di corsa nello spazio recintato della stampa.
Mitchell si allontanò furtivamente nella direzione opposta. C'era ancora
un orecchio ricettivo in cui era necessario piantare la sua storia, e lo
doveva fare prima che Zerimski scendesse dal palco.
Una fila di guardie del corpo impediva ai sostenitori troppo entusiastici
di avvicinarsi al candidato. Mitchell vide l'addetto stampa poco lontano,
bearsi degli applausi che stava ricevendo il suo capo.
In perfetto russo disse a una delle guardie con chi doveva parlare.
L'energumeno si voltò e lanciò un grido all'addetto stampa. Se Zerimski
verrà eletto, pensò Mitchell, non ci sarà un'amministrazione molto delicata.
L'addetto stampa indicò con un cenno di fare passare l'americano che entrò
nella zona recintata da corde e raggiunse un altro dei suoi compagni di
scacchi. Lo informò rapidamente, dicendogli che de Villiers si era
mascherato da vecchio e dandogli il nome dell'albergo da cui era stato
visto allontanarsi prima di entrare nel ristorante.
Entro la fine di quella giornata, Fitzgerald e Jackson si sarebbero resi
conto di avere entrambi avuto a che fare con un professionista.

17
NELL'UFFICIO Ovale il presidente e il capo dello staff ascoltavano da soli il
notiziario del mattino. Nessuno dei due parlò quando Clifford Symonds
presentò il suo servizio.
«Questo pomeriggio, in Piazza della Libertà, durante un discorso tenuto
dal leader comunista Victor Zerimski, è stato arrestato un terrorista
internazionale. L'uomo, di cui ancora non si conoscono le generalità, è
rinchiuso nel famigerato carcere Crocefisso nel centro di San Pietroburgo.
La polizia non esclude la possibilità che si tratti dello stesso uomo
recentemente collegato all'omicidio di Ricardo Guzman, un candidato
presidenziale colombiano. Si ritiene che l'uomo arrestato abbia seguito
Zerimski per parecchi giorni nella sua campagna elettorale in giro per il
paese. Solo la settimana scorsa la rivista Time l'aveva descritto come il
sicario più costoso nel mondo occidentale. Si ritiene che la mafia gli abbia
offerto un milione di dollari per eliminare Zerimski dalla corsa alla

Jeffrey Archer 127 2002 - L'Undicesimo Comandamento


presidenza. Quando la polizia ha cercato di arrestarlo, sono occorsi ben
quattro agenti per bloccarlo.»
Seguirono alcune immagini di un uomo che veniva arrestato nella folla e
portato via, ma l'inquadratura migliore mostrava solo una nuca coperta da
un cappello di pelliccia. Sullo schermo riapparve il volto di Symonds.
«Il candidato comunista ha continuato il suo discorso, anche se l'arresto
è avvenuto a pochi metri dal palco. In seguito Zerimski ha lodato la polizia
di San Pietroburgo per la diligenza e la professionalità dimostrate e ha
dichiarato che, per quanti attentati alla sua vita venissero fatti, niente e
nulla l'avrebbero scoraggiato dal lottare contro il crimine organizzato.
Attualmente i sondaggi danno Zerimski alla pari con il primo ministro
Chernopov, ma molti osservatori hanno l'impressione che l'incidente di
oggi aumenterà la sua popolarità nel rush finale alle elezioni.»
«Poche ore prima del suo discorso in piazza, Zerimski si era incontrato
con il generale Borodin nel suo quartier generale a nord della città.
Nessuno conosce l'esito del colloquio, ma i portavoce del generale non
negano che ben presto Borodin annuncerà se intende o no continuare la
campagna per la presidenza, e, cosa forse più importante, a quale dei due
candidati rimasti garantirà il suo appoggio, se dovesse ritirarsi. L'elezione
è di nuovo apertissima. Clifford Symonds, CNN International, da Piazza
della Libertà, San Pietroburgo.»
«Lunedì il Senato riprenderà il dibattito sulla proposta di legge per la
riduzione dell'arsenale bellico nucleare, biologico, chimico e
convenzionale...»
Il presidente premette un tasto del telecomando e spense il televisore.
«E tu sostieni che l'uomo che hanno arrestato non ha alcun legame con
la mafia russa, ma è un agente della CIA?»
«Sì. Sto aspettando che Jackson si faccia vivo e confermi che si tratta
dello stesso uomo che ha ucciso Guzman.»
«Che devo dire alla stampa se mi rivolgono domande a questo
proposito?»
«Dovrai bluffare, perché non abbiamo certo bisogno che si sappia che
l'uomo arrestato è uno dei nostri.»
«Questa notizia eliminerebbe però la Dexter e quel pezzo di merda del
suo vice una volta per tutte.»
«Non se lei sostenesse di non avere saputo nulla al riguardo, perché
allora metà della popolazione la liquiderebbe come un gonzo della CIA. Se

Jeffrey Archer 128 2002 - L'Undicesimo Comandamento


invece ammettesse di averlo saputo, l'altra metà vorrà metterla in stato
d'accusa. E così, per ora, le consiglio di limitarsi a dire che sta aspettando
con interesse i risultati delle elezioni russe.»
«Puoi scommetterci», esclamò Lawrence. «L'ultima cosa di cui ho
bisogno è che quel maledetto Zerimski diventi presidente. Da un giorno
all'altro ci ritroveremmo al tempo delle Guerre Stellari.»
«Prevedo sia proprio per questo che il Senato sta tirando per le lunghe
l'approvazione della sua proposta di legge sulla riduzione dell'arsenale.
Non vorranno prendere una decisione fino a che non conoscono l'esito
dell'elezione.»
Lawrence annuì. «Se è uno dei nostri quello che tengono rinchiuso in
quella dannata prigione, dobbiamo fare qualcosa e alla svelta. Perché, se
Zerimski diventasse presidente, allora solo Dio potrà aiutarlo. Io no di
certo.»

Connor non parlò. Era stretto tra due agenti sul sedile posteriore
dell'automobile. Sapeva che quei due giovani non avevano né il grado né
l'autorità per interrogarlo, cosa che sarebbe arrivata più tardi e da parte di
qualcuno con molti più galloni sul bavero.
Mentre superavano i grandi cancelli in legno della prigione Crocefisso
ed entravano in un cortile a ciottoli, la prima cosa che Connor vide fu il
gruppo d'accoglienza. Tre poderosi uomini che indossavano la divisa dei
prigionieri strapparono quasi la portiera dai cardini e lo tirarono fuori
dall'auto. I due giovani poliziotti seduti ai suoi lati sembravano atterriti.
I tre energumeni trascinarono il nuovo prigioniero attraverso il cortile e
imboccarono un lungo e cupo corridoio, dove iniziarono a prenderlo a
calci e pugni. Connor avrebbe protestato, ma il loro vocabolario sembrava
consistere solo in grugniti. Arrivati in fondo al corridoio, uno di loro aprì
una pesante porta in acciaio, gli altri due lo scaraventarono in una
minuscola cella. Non tentò nemmeno di lottare quando gli sfilarono prima
le scarpe, poi l'orologio, la fede e il portafogli, dal quale non avrebbero
appreso nulla. Se ne andarono sbattendosi la porta alle spalle.
Connor si alzò lentamente in piedi e stirò cautamente braccia e gambe
per capire se aveva qualche osso rotto. Non gli parve notare alcun danno
permanente, anche se cominciavano già a comparire dei lividi. Osservò la
stanza, che non era molto più grande dello scompartimento letto in cui
aveva viaggiato da Mosca. La parete in mattoni verdi pareva non avere

Jeffrey Archer 129 2002 - L'Undicesimo Comandamento


visto una mano di pittura dagli albori del secolo.
Connor aveva trascorso diciotto mesi in uno spazio molto più ridotto in
Vietnam. A quel tempo i suoi ordini erano stati chiari: se interrogato dal
nemico, rivela solo nome, grado e numero di matricola. Quelle regole non
valevano per coloro che vivevano secondo l'Undicesimo Comandamento:

Non dovrai essere catturato. Se verrai catturato, nega in modo


assoluto di avere qualcosa a che fare con la CIA. Non
preoccuparti, la Ditta si prenderà sempre cura di te.

Connor si rese conto che in questo caso poteva dimenticare i «soliti


canali diplomatici», malgrado tutte le rassicurazioni di Gutenburg.
Sdraiato sulla branda nella minuscola cella, tutto quadrò.
Non aveva dovuto apporre alcuna firma né per i contanti né per
l'automobile. E ora ricordò la frase che aveva cercato di riportare alla
memoria dai recessi della mente. La ripassò parola per parola.
«Se ti stai preoccupando per il tuo nuovo lavoro, scambierò con piacere
due parole con il presidente della società in cui stai per entrare
spiegandogli che questo è un incarico a breve termine.»
Come faceva Gutenburg a sapere che aveva avuto un colloquio per un
nuovo lavoro e che stava trattando direttamente con il presidente del
consiglio d'amministrazione? Lo sapeva, perché aveva già parlato con Ben
Thompson. Ecco perché avevano ritirato la loro proposta. Mi spiace
informarla che...
Per quello che riguardava Mitchell, avrebbe dovuto indovinare cosa c'era
dietro quell'angelico aspetto da ragazzo del coro. Quello che ancora lo
sconcertava era la telefonata del presidente. Perché Lawrence non si era
mai rivolto a lui chiamandolo per nome? Le frasi inoltre erano state un po'
staccate, la risata un po' troppo sonora.
Neppure ora riusciva a credere che Helen Dexter fosse arrivata a tanto
pur di salvarsi la pelle. Fissò il soffitto. Se il presidente non aveva mai
fatto quella telefonata, allora non aveva alcuna possibilità di uscire dal
Crocefisso. La Dexter era riuscita a eliminare l'unica persona che avrebbe
potuto smascherarla, e Lawrence non poteva farci niente.
La cieca accettazione del codice operativo della CIA l'aveva reso una
volontaria pedina del suo piano di sopravvivenza. Nessun ambasciatore
avrebbe elevato proteste diplomatiche in suo favore. Non ci sarebbe stato

Jeffrey Archer 130 2002 - L'Undicesimo Comandamento


alcun pacco viveri. Avrebbe dovuto pensare a se stesso, proprio come in
Vietnam. E uno dei giovani agenti che l'avevano arrestato gli aveva già
detto che nessuno era mai scappato dal Crocefisso in ottantaquattro anni.
All'improvviso la porta della cella si spalancò ed entrò un uomo che
indossava un'uniforme blu guarnita di galloni dorati. Si prese tempo per
accendersi una sigaretta, la quindicesima quel giorno.

***
Jackson rimase nella piazza fino a che l'auto della polizia non scomparve
alla vista. Era furioso con se stesso. Alla fine si girò e partì in quarta,
lasciandosi la folla plaudente alle spalle, e camminando tanto rapidamente
che Sergeij dovette correre per stargli al passo. Il ragazzo russo aveva
capito che quello non era il momento giusto per porre domande. La parola
«mafia» era sulle labbra di tutti quelli che incontravano per strada. Sergeij
si sentì sollevato quando Jackson si fermò e chiamò un taxi che passava.
Jackson non poté fare a meno di ammirare il modo in cui Mitchell, senza
alcun dubbio diretto dalla Dexter e da Gutenburg, aveva eseguito l'intera
operazione. Una classica trappola della CIA con una differenza: questa
volta avrebbero spietatamente lasciato languire in una prigione straniera
uno dei loro.
Cercò di non pensare a ciò che avrebbero fatto passare a Connor, ma si
concentrò su quello che avrebbe detto ad Andy Lloyd. Se solo fosse
riuscito a mettersi in comunicazione con lui la sera precedente, avrebbe
forse ricevuto il permesso di tirare fuori Connor. Dato che il suo cellulare
ancora non funzionava, avrebbe dovuto correre il rischio di usare il
telefono della sua stanza d'albergo. Dopo ventinove anni aveva avuto
l'opportunità di pareggiare i conti, ma non ne era stato all'altezza.
Il taxi si fermò davanti all'albergo di Jackson, che pagò e corse dentro.
Senza attendere l'ascensore, fece le scale a quattro a quattro fino al suo
piano, quindi percorse a gran velocità il corridoio fino alla stanza 132.
Sergeij lo raggiunse quando stava già girando la chiave e aprendo la porta.
Il giovane russo si sedette per terra in un angolo e ascoltò Jackson
parlare al telefono con qualcuno chiamato Lloyd. Quando riattaccò, l'uomo
era pallido e schiumante di rabbia.
Sergeij parlò per la prima volta da quando si erano allontanati dalla

Jeffrey Archer 131 2002 - L'Undicesimo Comandamento


piazza: «Forse sarebbe ora che chiamassi uno dei clienti di mia madre».

«Congratulazioni», esclamò la Dexter appena Gutenburg entrò nel suo


ufficio. Il vicedirettore sorrise mentre si accomodava di fronte al suo capo
e metteva sulla scrivania un pieghevole.
«Ho appena visto il sommario delle notizie su ABC e CBS», disse lei.
«Entrambi hanno trasmesso la versione di Symonds su ciò che è accaduto
in Piazza della Libertà. Hai già idea dell'importanza che la stampa darà
domani alla storia?»
«Stanno già perdendo interesse. Non è stato sparato alcun colpo, anzi,
non è stato tirato neppure un pugno e il sospetto era disarmato. Nessuno
poi ha nemmeno insinuato che l'arrestato potesse essere un americano.
Domani a quest'ora la storia sarà sulle prime pagine dei giornali solo in
Russia.»
«In che modo risponderemo alle eventuali domande della stampa?»
«Diremo che si tratta di un problema interno dei russi e che a San
Pietroburgo i sicari costano meno di un buon orologio da polso. Dirò loro
che non devono fare altro che leggere l'articolo del Time sul padrino russo
del mese scorso per rendersi conto dei problemi che devono affrontare. Se
insistessero, li indirizzerò verso la Colombia. Continuassero a insistere, ci
infilerò il Sudafrica. Un sacco di temi con cui riempire colonne e colonne
per soddisfare i loro direttori.»
«Qualche rete ha mostrato immagini di Fitzgerald dopo il suo arresto?»
«Solo della nuca e anche allora era circondato da poliziotti. Altrimenti,
puoi star certa, le avrebbero trasmesse di continuo.»
«C'è qualche probabilità che possa comparire in pubblico e fare una
dichiarazione compromettente per noi che la stampa potrebbe sfruttare?»
«Di fatto nessuna. Se mai lo processeranno, la stampa straniera sarà
certamente esclusa. E se sarà eletto Zerimski, Fitzgerald non metterà mai
più piede fuori dal Crocefisso.»
«Hai preparato una relazione per Lawrence?» chiese la Dexter. «Perché
sono certa che cercherà di dimostrare che due più due fa sei.»
Gutenburg si chinò in avanti e picchiettò il fascicolo che aveva posto
sulla scrivania della Dexter.
Lei lo aprì e iniziò a leggerlo senza mostrare alcun segno di emozione
mentre girava le pagine. Arrivata alla fine, chiuse il fascicolo e si concesse
il guizzo di un sorriso prima di spingerlo dall'altra parte del tavolo.

Jeffrey Archer 132 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Assicurati che sia firmato a nome tuo e inviato immediatamente alla
Casa Bianca», disse, «perché, qualsiasi dubbio possa avere al momento il
presidente, venisse eletto Zerimski, non avrà più voglia di tirare in ballo
questo tema.»
Gutenburg annuì.
Helen Dexter fissò il suo vice. «È un peccato avere dovuto sacrificare
Fitzgerald», disse, «ma se ciò giovasse a fare eleggere Zerimski, sarà
servito a un doppio scopo. La proposta di legge sulla riduzione
dell'arsenale di Lawrence verrà respinta dal Congresso e la Casa Bianca
s'intrometterà molto meno nella CIA.»

Connor fece oscillare le gambe giù dalla cuccetta, poggiò i piedi nudi sul
pavimento in pietra e fissò il visitatore. Il capo della polizia tirò una lunga
boccata e buttò fuori il fumo. «Brutta abitudine», disse in un inglese
perfetto. «Mia moglie non fa che chiedermi di smettere.»
Connor non si scompose.
«Mi chiamo Vladimir Bolchenkov, sono il capo della polizia di questa
città e ho pensato di fare quattro chiacchiere con lei prima di mettere a
verbale qualsiasi cosa.»
«Mi chiamo Piet de Villiers, sono cittadino sudafricano, lavoro per il
Johannesburg Journal e voglio vedere il mio ambasciatore.»
«Ecco qui il mio primo problema», dichiarò Bolchenkov, la sigaretta che
gli pendeva dalla bocca. «Vede, non credo che lei si chiami Piet de
Villiers, sono quasi certo che lei non è sudafricano e so per certo che non
lavora per il Johannesburg Journal, perché un simile giornale non esiste.
E, per non fare perdere troppo tempo né a lei né a me, una fonte più che
autorevole mi ha rivelato che lei non è stato ingaggiato dalla mafia. Ora,
ammetto di non sapere ancora chi lei sia e neppure da quale paese
provenga. Ma, chiunque l'abbia mandata, per usare una moderna
espressione colloquiale, l'ha gettata nella merda. E, se permette, da grande
altezza.»
Connor non batté ciglio.
«Posso comunque assicurarla che non riusciranno a fare la stessa cosa a
me, per cui, se pensa di non potermi aiutare nelle indagini, non c'è nulla
che io possa fare, a parte lasciarla qui a marcire, mentre io mi beo della
gloria che al momento s'ammucchia indegnamente su di me.»
Connor continuò a non reagire.

Jeffrey Archer 133 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Vedo che non riesco a comunicare con lei», disse il capo. «Ho
comunque il dovere di farle notare che questa non è la Colombia e che io
non sposterò la mia fedeltà a seconda della persona con cui ho parlato più
recentemente o che mi ha offerto il più grosso rotolo di dollari.»
S'interruppe e tirò un'altra boccata dalla sigaretta prima di continuare. «Ho
il sospetto che questa sia una delle tante caratteristiche che abbiamo in
comune.»
Si girò, si diresse verso la porta della cella, poi si fermò. «Le do il tempo
di rifletterci su. Ma se io fossi nei suoi panni, non aspetterei troppo a
lungo.»
Bussò alla porta. «Lasci che le dica, chiunque lei sia», soggiunse mentre
la porta veniva aperta, «che, finché sarò io il capo della polizia di San
Pietroburgo non ci saranno strumenti per schiacciare pollici, ruote o altre
più sofisticate forme di tortura. Non credo nella tortura, non è nel mio stile.
Non posso, tuttavia, prometterle che tutto andrà altrettanto
amichevolmente qualora Victor Zerimski venisse eletto presidente.»
Il capo chiuse violentemente la porta e Connor udì una chiave girare
nella serratura.

18
TRE BMW bianche si fermarono davanti all'albergo. Da ciascuna auto
uscì l'uomo seduto accanto al guidatore e tutti e tre controllarono la strada
a destra e sinistra. Al loro via libera, la portiera posteriore dell'auto di
mezzo venne aperta per fare scendere Alekseij Romanov. L'alto giovane in
un lungo cappotto in cachemire, entrò rapidamente nell'albergo senza
guardarsi in giro. Gli altri tre lo seguirono, formando un semicerchio a
protezione intorno a lui.
Dalla descrizione che gli era stata fatta al telefono, Romanov riconobbe
subito l'americano che, in piedi in mezzo alla hall, dava l'impressione di
aspettare qualcuno.
«Il signor Jackson?» chiese Romanov con accento gutturale.
«Sì», rispose Jackson. Gli avrebbe stretto la mano, se Romanov non si
fosse semplicemente girato dirigendosi verso la porta d'ingresso.
Le tre macchine avevano il motore acceso e le portiere spalancate
quando Jackson uscì in strada. Venne condotto all'auto di mezzo e fatto

Jeffrey Archer 134 2002 - L'Undicesimo Comandamento


sedere tra l'uomo che non gli aveva stretto la mano e un altro altrettanto
silenzioso ma più corpulento.
Le auto s'infilarono nella corsia centrale e, come per magia, tutti gli altri
veicoli si spostarono al loro passaggio. Solo i semafori parevano non
sapere chi fossero.
Mentre la piccola colonna attraversava la città, Jackson si arrabbiò
nuovamente con se stesso. Nulla di tutto ciò sarebbe stato necessario, se
fosse riuscito a mettersi in comunicazione con Lloyd ventiquattr'ore prima.
Ma questo non era che il senno di poi, pensò, una dote che solo i politici
possedevano dalla nascita.

«Devi incontrarti con Nicolaij Romanov», aveva detto Sergeij


componendo il numero della madre. Appena qualcuno aveva risposto, lui
si era comportato come Jackson non l'aveva mai visto fare prima. Era stato
rispettoso, aveva ascoltato attentamente senza interrompere una sola volta
l'interlocutore. Venti minuti dopo aveva riattaccato.
«Penso che farà questa telefonata», aveva concluso. «Il problema è che
non si può diventare membri della Mafia Legalizzata prima dei quattordici
anni. È stato così anche per Alekseij, l'unico figlio dello zar.»
Sergeij aveva proseguito spiegando di avere chiesto che a Jackson fosse
accordato il privilegio di incontrare lo zar, il capo della Mafia Legalizzata.
L'associazione a delinquere era stata creata quando la Russia era governata
da un vero zar ed era sopravvissuta per diventare l'organizzazione
criminale più temuta e rispettata del mondo.
«Mia madre è una delle poche donne con cui lo zar parla. Gli chiederà di
concederti un'udienza.»
Il telefono aveva squillato e Sergeij aveva immediatamente sollevato la
cornetta. Mentre ascoltava ciò che sua madre aveva da dirgli, era diventato
sempre più pallido e tremante. Aveva esitato per un attimo, ma alla fine
aveva acconsentito a quello che lei gli stava proponendo. Gli tremava
ancora la mano quando aveva riattaccato.
«Ha accettato di incontrarsi con me?» aveva chiesto Jackson.
«Sì», aveva risposto Sergeij con calma. «Due uomini verranno a
prenderti domani mattina: Alekseij Romanov, il figlio dello zar, che gli
succederà alla morte, e Stefan Ivanitskij, cugino di Alekseij, comandante
in terza.»
«Qual è il problema, allora?»

Jeffrey Archer 135 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Dato che non ti conoscono, hanno posto una condizione.»
«E cioè?»
«Se lo zar riterrà che gli hai fatto perdere tempo, i due uomini
torneranno qui e mi romperanno una gamba, per ricordarmi di non
infastidirli un'altra volta.»
«Allora sarà meglio che tu non ti faccia trovare qui al mio ritorno.»
«Se non sarò qui, romperanno una gamba a mia madre. E poi, quando mi
beccheranno, mi fracasseranno tutte e due le gambe. È il codice orale della
mafia.»
Jackson si era chiesto se non avrebbe dovuto annullare l'incontro. Non
voleva essere responsabile di lesioni che avrebbero costretto Sergeij a
camminare con le stampelle, ma il ragazzo gli aveva detto che era troppo
tardi. Aveva già accettato le loro condizioni.

Una sola occhiata a Stefan Ivanitskij, il nipote dello zar, bastò per
convincere Jackson che l'uomo ci avrebbe messo un solo istante per
rompere una gamba e che poi se ne sarebbe dimenticato altrettanto
velocemente.
Appena le BMW superarono i confini della città, la piccola colonna
accelerò fino a superare i novanta chilometri all'ora. Lungo l'erta e tortuosa
strada tra le colline incontrarono pochissime automobili. Passarono
accanto a contadini che se ne stavano a capo chino ai bordi della strada, sui
loro volti nulla indicava che fossero interessati al passato o al futuro.
Jackson cominciò a capire come mai le parole di Zerimski potessero
riaccendere in loro qualche guizzo di speranza.
L'automobile in testa svoltò all'improvviso a sinistra e si fermò davanti a
un enorme cancello in ferro battuto sovrastato da un cimiero con un nero
falco dalle ali spiegate. Si avvicinarono loro due uomini che
imbracciavano dei Kalashnikov e il primo autista abbassò il finestrino
oscurato per permettere loro di sbirciare dentro. Ciò richiamò alla mente di
Jackson i cancelli del quartier generale della CIA, con la differenza che a
Langley le guardie dovevano accontentarsi di armi da fianco infilate nella
fondina.
Dopo avere ispezionato le tre automobili, una delle guardie annuì e le ali
del falco si separarono. Le tre auto, a un'andatura più solenne,
proseguirono lungo il viale coperto di ghiaia che attraversava serpeggiando
un bosco fitto. Passarono altri cinque minuti prima che Jackson

Jeffrey Archer 136 2002 - L'Undicesimo Comandamento


intravedesse la casa, anche se non era proprio una casa. Un secolo prima
era stata il palazzo del primogenito di un imperatore. Ora era abitata da un
distante discendente che credeva nella sua posizione ereditaria.
«Non rivolgere per primo la parola allo zar», l'aveva avvertito Sergeij.
«E trattalo sempre come avresti fatto con i suoi antenati imperiali.»
Jackson aveva preferito non rivelare a Sergeij di non avere alcuna idea su
come trattare un membro della famiglia imperiale russa.
Le automobili si arrestarono davanti alla porta d'ingresso. Un uomo alto
ed elegante, in frac, camicia bianca e papillon rimase in attesa in cima alla
gradinata. S'inchinò a Jackson che cercò di dare l'impressione di essere
abituato a un simile trattamento. Dopotutto, una volta aveva incontrato
Richard Nixon.
«Benvenuto al Palazzo d'Inverno, signor Jackson», salutò il
maggiordomo. «Il signor Romanov l'attende nella Galleria Blu.»
Alekseij Romanov e Stefan Ivanitskij accompagnarono Jackson oltre la
porta aperta. Il giovane Romanov e Jackson seguirono il maggiordomo
lungo un corridoio in marmo, mentre Ivanitskij rimaneva accanto alla
porta d'entrata. A Jackson sarebbe piaciuto soffermarsi ad ammirare i
quadri e le statue che sarebbero stati motivo di vanto per qualsiasi museo
del mondo, ma il passo sostenuto del maggiordomo non glielo permise.
L'uomo si fermò davanti a due porte bianche che si elevavano fin quasi al
soffitto, bussò, aprì una delle due porte, quindi si fece di lato per
permettere a Jackson d'entrare.
«Il signor Jackson», annunciò, prima di uscire e di chiudersi
silenziosamente la porta alle spalle.
Jackson entrò in un ampio salotto lussuosamente arredato. Il pavimento
era coperto da un unico tappeto per il quale un turco avrebbe barattato la
sua stessa vita. Da una bergère Luigi XIV in velluto a rose rosse si alzò un
anziano dai capelli argentati che indossava un gessato blu. Il pallore della
sua pelle rivelava che l'uomo era da tempo ammalato. Si avvicinò,
leggermente ricurvo, all'ospite per stringergli la mano.
«Gentile da parte sua fare tanta strada per incontrarmi, signor Jackson»,
disse. «Mi deve scusare, ma il mio inglese è un po' arrugginito. Sono stato
costretto ad andarmene da Oxford nel 1939, subito dopo lo scoppio della
guerra, anche se ero solo al secondo anno. Vede, i britannici non si sono
mai veramente fidati dei russi, anche se in seguito saremmo diventati
alleati.» Sorrise affabilmente. «Sono certo che adottano lo stesso

Jeffrey Archer 137 2002 - L'Undicesimo Comandamento


atteggiamento quando hanno a che fare con gli americani.»
Jackson non sapeva esattamente come reagire.
«Si sieda, signor Jackson», lo invitò il vecchio indicandogli con la mano
la poltrona gemella.
«Grazie», disse Jackson. Erano le prime parole che pronunciava da
quando era uscito dall'albergo.
«Ebbene, signor Jackson», esclamò Romanov, sedendosi, «se le pongo
una domanda, non manchi di rispondervi accuratamente. Se avesse
qualche dubbio, si prenda il tempo che vuole prima di rispondermi.
Dovesse decidere di mentirmi, come devo dire? ecco, scoprirà che non
verrà posto termine solo a questo incontro.»
Jackson sarebbe uscito all'istante, ma sapeva che il vecchio era
probabilmente l'unica persona sulla terra capace di fare uscire vivo e
vegeto Connor dal Crocefisso. Con un brusco cenno del capo indicò che
aveva capito.
«Bene», disse Romanov. «Ora però vorrei saperne un po' di più su di lei,
signor Jackson. Una sola occhiata mi ha fatto capire che lei lavora per le
forze dell'ordine, e, dato che si trova nel mio paese», sottolineò la parola
mio, «presumo si tratti della CIA e non dell'FBI. Ho ragione?»
«Ho lavorato alla CIA per ventotto anni, fino a poco tempo fa quando
sono stato sostituito.» Jackson scelse con cura le parole.
«È contro natura avere una donna come capo», commentò Romanov,
senza alcuna traccia di sorriso. «L'organizzazione che dirigo io non si
concederebbe mai una simile sciocchezza.»
Il vecchio si protese verso una tavola alla sua sinistra e afferrò un
bicchiere colmo di un liquido incolore che Jackson fino a quel momento
non aveva notato. Bevve un sorso, quindi rimise il bicchiere sul tavolo
prima di porre la successiva domanda.
«Al momento sta lavorando per un'altra forza dell'ordine?»
«No», rispose Jackson deciso.
«E così ora lavora come libero professionista?»
Jackson non rispose.
«Capisco», disse Romanov. «Il suo silenzio mi spinge a dedurre che lei
non è la sola persona che non ha fiducia in Helen Dexter.»
Jackson continuò a rimanere in silenzio. Stava comunque imparando alla
svelta che mentirgli non sarebbe stato conveniente.
«Perché ha voluto vedermi, signor Jackson?»

Jeffrey Archer 138 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Jackson sospettò che il vecchio conoscesse esattamente il motivo, ma si
adeguò alla farsa. «Sono venuto nell'interesse di un mio amico che, a causa
della mia stupidità, è stato arrestato e si trova ora rinchiuso nel carcere
Crocefisso.»
«Un istituto che non è certo noto per il suo operato umanitario,
specialmente quando si tratta di prendere in considerazione appelli o di
concedere la libertà condizionale.»
Jackson assentì con un cenno del capo.
«So che non è stato il suo amico a informare la stampa che la mia
organizzazione gli aveva offerto un milione di dollari per eliminare
Zerimski dalla corsa alla presidenza. Fosse stato lui, l'avrebbero già trovato
impiccato nella sua cella. No, io penso che la persona che ha diffuso quella
informazione sbagliata», proseguì Romanov, «sia uno dei lacchè di Helen
Dexter. Se solo fosse venuto da me un po' prima, signor Jackson, avrei
potuto metterla in guardia su Mitchell.» Bevve un altro sorso e soggiunse:
«Uno dei pochi tra i suoi connazionali che recluterei nella mia
organizzazione. Vedo che la misura della mia conoscenza la sorprende».
Jackson credeva di non avere mosso muscolo.
«Signor Jackson, non la sorprenderà di certo apprendere che ho piazzato
alcuni dei miei ai gradini superiori della CIA e dell'FBI?» Il sorrisino
riapparve sul suo volto. «E se pensassi che potesse essere utile, avrei
qualcuno anche alla Casa Bianca. Ma, dal momento che il presidente
Lawrence risponde a qualsiasi domanda gli venga posta alla conferenza
stampa settimanale, non è affatto necessario. Il che ci porta alla mia
prossima domanda. Il suo amico lavora per la CIA?»
Jackson non rispose.
«Ah, capisco. Proprio come pensavo. Allora Helen Dexter non gli verrà
in soccorso questa volta, il suo amico può esserne certo.»
Jackson continuò a rimanere in silenzio.
«Bene», disse il vecchio. «E così ora so esattamente cosa si aspetta da
me.» S'interruppe. «Non riesco invece a capire cosa lei abbia da offrirmi in
cambio.»
«Non ho idea di quale sia il prezzo corrente», disse Jackson.
Il vecchio scoppiò a ridere. «Non crederà per un solo istante, signor
Jackson, che io l'abbia trascinata fin qui per discutere di soldi, o no? Si
guardi attorno e capirà che, per quanto alta sia la cifra che può propormi,
non sarebbe mai abbastanza. Le congetture del Time sul mio potere e la

Jeffrey Archer 139 2002 - L'Undicesimo Comandamento


mia ricchezza non erano molto esatte. L'anno scorso sola la mia
organizzazione ha avuto un fatturato di 187 miliardi di dollari, più
dell'economia del Belgio o della Svezia. Abbiamo succursali pienamente
funzionanti in 142 paesi. Ne viene aperta una nuova ogni mese, per
parafrasare lo slogan di McDonald's. No, signor Jackson, non mi
rimangono tanti giorni su questa terra da sprecarne anche uno solo per
discutere di soldi con un uomo poverissimo.»
«E allora perché ha accettato di incontrarmi?» chiese Jackson.
«Niente domande, signor Jackson», replicò Romanov tagliente. «Lei può
solo rispondere. Mi sorprende che non sia stato correttamente informato.»
Il vecchio bevve un altro sorso del liquido incolore prima di spiegare
dettagliatamente ciò che pretendeva per aiutare Connor a fuggire. Jackson
sapeva di non avere l'autorità per accettare le condizioni di Romanov a
nome di Connor, ma, essendogli stato detto di non porre domande, rimase
in silenzio.
«Avrà forse bisogno di un po' di tempo, signor Jackson, per riflettere
sulla mia proposta», continuò il vecchio. «Ma se il suo amico dovesse
accettare le mie condizioni e poi non adempisse la sua parte del contratto,
è giusto che venga a conoscenza delle conseguenze delle sue azioni...»
S'interruppe per riprendere fiato. «Spero, signor Jackson, che il suo amico
non sia il genere di persona che, firmato un contratto, si affida poi a un
furbo avvocato per trovare una scappatoia che gli eviti di onorarlo. Vede,
in questo tribunale io sono sia giudice sia giuria, e chiamerei mio figlio
Alekseij come avvocato dell'accusa. Gli ho già ordinato di accompagnarvi
entrambi negli Stati Uniti e lui non tornerà fino a che il patto non sarà stato
onorato. Spero di essere stato chiaro, signor Jackson.»

L'ufficio di Zerimski non avrebbe potuto contrastare di più con il


palazzo di campagna dello zar. Il leader comunista occupava il terzo piano
di un edificio in rovina nella periferia nord di Mosca, anche se chi veniva
invitato nella sua dacia sul Volga si rendeva subito conto che Zerimski era
avvezzo al lusso.
L'ultimo voto era stato dato alle dieci in punto la sera prima. Ora tutto
quello che Zerimski poteva fare era starsene seduto ad aspettare che, dal
Baltico al Pacifico, i funzionari contassero le schede elettorali. Sapeva
anche troppo bene che in alcuni distretti la gente avrebbe votato più volte.
In altri le urne non avrebbero mai raggiunto il municipio. Era certo

Jeffrey Archer 140 2002 - L'Undicesimo Comandamento


comunque che, una volta messosi d'accordo con Borodin e ritiratosi il
generale dalla corsa, le maggiori probabilità di venire eletto le aveva lui.
Era comunque sufficientemente realista da sapere che, con la mafia che
appoggiava Chernopov, avrebbe dovuto raccogliere molto più della metà
dei voti per avere la minima possibilità di essere dichiarato vincitore. Per
quel motivo aveva deciso di trovarsi un alleato nel regno dello zar.
Non si sarebbe conosciuto il risultato dell'elezione prima di un paio di
giorni, dato che nella maggior parte del paese i voti venivano scrutinati
ancora a mano. Non aveva bisogno che gli ricordassero ciò che aveva detto
Stalin e cioè che non importa quante persone votano, ma solo chi le conta.
La cerchia ristretta dei collaboratori di Zerimski surriscaldava i telefoni
cercando di tenersi al corrente di ciò che succedeva da una parte all'altra
della vasta nazione. Ma tutto ciò che i presidenti di sezione erano disposti
a dire era che erano ancora alla pari. Il leader comunista, quel giorno,
picchiò i pugni sul tavolo più volte di quanto avesse fatto in tutta la
settimana precedente e per lunghi periodi si chiuse nel suo ufficio a fare
telefonate private.
«Questa è una buona notizia, Stefan», stava dicendo Zerimski. «Almeno
fino a che puoi controllare il problema di tuo cugino.» Stava ascoltando la
risposta di Ivanitskij quando sentì bussare alla porta. Riattaccò appena vide
entrare il capo dello staff. Non voleva certo che Titov scoprisse con chi
stava parlando.
«La stampa si chiede se parlerai con loro», disse Titov con la speranza
che ciò potesse tenere il suo capo occupato per alcuni minuti. Zerimski
aveva parlato con gli avvoltoi, come lui li chiamava, il mattino precedente,
quando erano accorsi a vederlo infilare nell'urna la sua scheda a Koski, il
quartiere di Mosca in cui era nato. Fosse stato un candidato alla presidenza
degli Stati Uniti, sarebbe successa la stessa cosa.
Zerimski annuì con riluttanza e seguì Titov giù per le scale e fuori in
strada. Aveva dato ordine allo staff di non fare mai entrare nell'edificio un
membro della stampa, non voleva scoprissero quanto inefficiente e scarsa
di personale fosse la sua organizzazione. Un'altra cosa che sarebbe
cambiata appena avesse messo le mani sulle casse dello stato. Neppure al
capo dello staff aveva detto che, in caso di vittoria, questa sarebbe stata
l'ultima elezione aperta al popolo russo finché lui fosse stato in vita. E non
gli sarebbero certo importate le proteste di giornali e riviste stranieri. In
brevissimo tempo non sarebbero più circolati a est della Germania.

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Quando Zerimski uscì dal portone, si trovò di fronte il più grosso
assembramento di giornalisti che avesse visto da quando era iniziata la
campagna elettorale.
«È sicuro di vincere, signor Zerimski?» gridò qualcuno, senza dargli il
tempo di salutare.
«Se il vincitore sarà l'uomo votato dalla maggior parte del popolo, allora
il prossimo presidente della Russia sarò io.»
«Ma il presidente del gruppo internazionale degli osservatori dice che
questa è stata l'elezione più democratica nella storia della Russia. Non
condivide la sua opinione?»
«Lo farò se verrò proclamato vincitore», replicò Zerimski. I giornalisti
risero cortesemente alla sua battuta.
«Se sarà eletto, dopo quanto tempo andrà dal presidente Lawrence a
Washington?»
«Poco dopo la sua visita a Mosca», rispose di botto.
«Diventasse presidente, cosa capiterà all'uomo arrestato in Piazza della
Libertà e accusato di avere tramato la sua morte?»
«Quella decisione toccherà al tribunale. Siate comunque certi che avrà
un equo processo.»
Zerimski si sentì improvvisamente annoiato. Si girò di colpo e
scomparve nell'edificio, ignorando le domande che venivano gridate alle
sue spalle.
«Ha offerto un posto nel suo Gabinetto a Borodin?»
«Come agirà con la Cecenia?»
«Sarà la mafia il suo primo bersaglio?»
Mentre saliva stancamente i consumati gradini fino al terzo piano decise
che, avesse vinto o perso, questo sarebbe stato il suo ultimo incontro con la
stampa. Non invidiava Lawrence che doveva dirigere un paese in cui i
giornalisti si aspettavano di essere trattati come pari. Raggiunto il suo
ufficio, si lasciò cadere nell'unica sedia comoda della stanza e dormì per la
prima volta da giorni.

La chiave girò nella serratura e la porta della cella si spalancò.


Bolchenkov entrò, portando con sé una grande sacca e una malconcia
cartella in cuoio.
«Come vede, sono tornato», disse il capo della polizia di San
Pietroburgo, sedendosi di fronte a Connor. «Il che, come può intuire,

Jeffrey Archer 142 2002 - L'Undicesimo Comandamento


significa che voglio un'altra chiacchierata non ufficiale. Spero, tuttavia,
che questa sarà un po' più produttiva dell'ultima.»
Il capo fissò l'uomo seduto sulla branda. Connor pareva avere perso
alcuni chili negli ultimi cinque giorni.
«Vedo che non si è ancora abituato alla nostra nouvelle cuisine», disse
Bolchenkov accendendosi una sigaretta. «Devo confessare che anche i
ladruncoli di San Pietroburgo ci mettono alcuni giorni prima di apprezzare
a fondo il menu del Crocefisso. Ma, appena si rendono conto che non vi è
una à la carte alternativa, vi si adattano.» Tirò una lunga boccata e soffiò
fuori il fumo dal naso.
«Può darsi», soggiunse, «che lei abbia letto di recente sul giornale che
uno dei detenuti s'è mangiato un altro prigioniero. Ma con la carenza di
cibo e il problema del sovraffollamento che ci sono, abbiamo pensato che
non valeva la pena far tanto rumore per nulla.»
Connor sorrise.
«Ah, vedo che dopotutto è vivo», esclamò il capo. «Orbene, devo dirle
che ci sono stati un paio di interessanti sviluppi dal nostro ultimo incontro,
sviluppi che ho l'impressione desidererà conoscere.»
Depose la sacca e la cartella sul pavimento. «Il portiere del National
Hotel ha riferito che queste due valigie non sono state ritirate.»
Connor aggrottò un sopracciglio.
«Proprio come pensavo», disse il capo. «E, per essere esatti, quando gli
abbiamo mostrato la sua fotografia, ha confermato che, sebbene ricordasse
che un uomo che si adattava alla sua descrizione aveva depositato la sacca,
non ricordava la cartella. Nonostante ciò, penso che lei non abbia bisogno
che gliene descriva il contenuto.»
Il capo fece scattare i lucchetti della ventiquattrore e aprì il coperchio,
mettendo così in vista un Remington 700. Connor continuò a guardare
davanti a sé, fingendo indifferenza.
«Sono sicuro che lei ha già maneggiato questo tipo di fucile, ma sono
ancora più che certo che non ha mai visto questa particolare arma,
malgrado sul coperchio della valigetta ci siano tanto convenientemente
incise le iniziali P.V.D. Anche la recluta più inesperta capirebbe che lei è
stato incastrato.»
Bolchenkov tirò una lunga boccata.
«A quanto pare la CIA pensa che noi siamo la più stupida polizia al
mondo. Hanno veramente creduto per un solo istante che non

Jeffrey Archer 143 2002 - L'Undicesimo Comandamento


conoscessimo il vero incarico di Mitchell? Attaché culturale!» sbuffò.
«Con ogni probabilità crede che l'Hermitage sia un grande magazzino.
Prima che lei dica qualcosa, ho un'altra notizia che potrebbe interessarla.»
Inalò di nuovo, lasciando che la nicotina raggiungesse i polmoni. «Victor
Zerimski ha vinto le elezioni e lunedì verrà nominato presidente.»
Connor sorrise fiaccamente.
«E dato che lei non pensa di certo che lui le offrirà un posto in prima fila
per l'inaugurazione», proseguì il capo della polizia, «forse è ora che ci
racconti la sua versione della storia, signor Fitzgerald.»

19
IL presidente Zerimski entrò spavaldo nella stanza. I suoi collaboratori si
alzarono immediatamente dalle loro sedie attorno al lungo tavolo in
quercia e applaudirono finché non ebbe preso posto sotto un ritratto di
Stalin, riesumato dai sotterranei del Puskin dove languiva dal 1956.
Zerimski indossava un abito blu scuro, una camicia bianca e una cravatta
in seta rossa. Il suo aspetto era molto diverso da quello degli altri uomini
seduti attorno al tavolo, che ancora indossavano gli abiti informi che
avevano portato durante tutta la campagna elettorale. Il messaggio era
chiaro, tutti dovevano andare dal sarto il più presto possibile.
Zerimski lasciò che l'applauso continuasse per un po' prima di invitarli
con un cenno della mano a sedersi, quasi fossero un'altra folla di gente
adorante.
«Anche se non entrerò ufficialmente in carica fino a lunedì prossimo»,
iniziò, «ci sono alcuni ambiti in cui intendo fare immediatamente dei
cambiamenti.» Il presidente guardò quei collaboratori che gli erano stati
vicini durante gli anni magri e che stavano per venire premiati per la loro
lealtà. Molti di loro avevano atteso questo momento per metà della loro
vita.
Volse la sua attenzione su un uomo piccolo e tozzo dallo sguardo
assente. Josif Pleskov era stato promosso da guardia del corpo a membro a
tutti gli effetti del Politburo il giorno dopo avere ucciso tre uomini che
avevano cercato di assassinare il suo capo in visita a Odessa. Pleskov
aveva una sola grande qualità, che Zerimski avrebbe richiesto a ogni
ministro di Gabinetto: purché li capisse, eseguiva ogni ordine.

Jeffrey Archer 144 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Josif, amico mio», disse Zerimski. «Tu sarai il mio ministro degli
Interni.» Numerosi volti attorno al tavolo cercarono di mascherare sorpresa
o delusione; la maggior parte di loro sapeva di essere molto più qualificata
per quell'incarico di un ex scaricatore di porto dell'Ucraina che alcuni non
ritenevano neppure capace di compitare la parola «interni.» L'uomo basso
e tarchiato sorrise al suo capo come un bambino che aveva appena ricevuto
un dono inaspettato.
«La tua prima responsabilità, Josif, sarà di occuparti del crimine
organizzato. Ritengo non ci sia modo migliore per cominciare che quello
di arrestare Nicolaij Romanov, il cosiddetto zar. Perché, mentre sono io
presidente, non ci sarà posto per alcuno zar, imperiale o altro.»
Uno o due dei visi, che fino a un attimo prima erano imbronciati, si
rallegrarono all'improvviso. Pochi di loro sarebbero stati disposti a sfidare
Nicolaij Romanov e nessuno di loro pensava che Pleskov ne fosse
all'altezza.
«Di che cosa devo accusarlo?» chiese Pleskov innocentemente.
«Di qualsiasi cosa ti piaccia, dalla frode all'assassinio», rispose
Zerimski. «Assicurati soltanto che regga.»
L'espressione di Pleskov si fece apprensiva, avrebbe preferito che il capo
gli avesse semplicemente ordinato di uccidere quell'uomo.
Gli occhi di Zerimski fecero il giro della tavola. «Lev», disse, voltandosi
verso un altro uomo che gli era sempre stato ciecamente fedele. «A te darò
la responsabilità dell'altra metà del mio programma sulla legge e l'ordine.»
L'espressione preoccupata di Lev Shulov indicava che l'uomo era incerto
se essere o no grato per quello che stava per ricevere.
«Tu sarai il nuovo ministro di Giustizia.»
Shulov sorrise.
«Lasciatemi dire che i tribunali al momento sono troppo pieni di
ostruzioni. Nomina una dozzina o più di nuovi giudici. Assicurati che
siano tutti membri di lunga data del Partito Comunista. Inizia spiegando
loro che, per quello che riguarda la legge e l'ordine pubblico, ho due sole
linee di condotta: processi più brevi e sentenze più lunghe. E anche che
sono ansioso di dare una punizione esemplare a qualcuno di importante nei
primi giorni della mia presidenza, così da non lasciare alcun dubbio sul
destino di coloro che mi ostacolano.»
«Ha già qualcuno in mente, signor presidente?»
«Sì», rispose Zerimski. «Ricorderete...» Si sentì un leggero bussare alla

Jeffrey Archer 145 2002 - L'Undicesimo Comandamento


porta. Tutti si voltarono per vedere chi osava interrompere la prima seduta
di Gabinetto del nuovo presidente. Dmitri Titov entrò silenziosamente,
contando sul fatto che Zerimski si sarebbe seccato ancora di più se non
fosse stato interrotto. Il presidente tamburellò le dita sul tavolo mentre
Titov attraversava la stanza, si chinava e gli sussurrava qualcosa
nell'orecchio.
Zerimski proruppe immediatamente in una risata. Gli altri avrebbero
voluto unirsi a lui, ma non erano disposti a farlo fino a che non avessero
sentito la battuta. Lui fissò i suoi collaboratori. «C'è il presidente degli
Stati Uniti al telefono. Pare voglia congratularsi con me.» Adesso tutti
poterono unirsi alla risata.
«La mia prossima mossa come vostro capo è decidere se farlo
attendere... per altri tre anni...» Tutti risero ancora più forte, tutti tranne
Titov, «... oppure rispondere.»
Nessuno espresse un parere.
«Vogliamo scoprire cosa vuole?» chiese Zerimski. Tutti annuirono.
Titov prese il telefono vicino a lui e lo passò al capo.
«Signor presidente», disse Zerimski.
«No, signore», fu l'immediata risposta. «Sono Andy Lloyd, il capo dello
staff della Casa Bianca. Posso passarle il presidente Lawrence?»
«No, non può», ribatté Zerimski con voce adirata. «Dica al suo
presidente che la prossima volta che mi telefonerà dovrà farlo
personalmente, perché io non tratto con galoppini.» Sbatté giù il ricevitore
e tutti risero di nuovo.
«Allora, cosa stavo dicendo?»
«Stava per dirci, signor presidente», rispose per tutti Shulov, «chi dovrà
venire punito in modo esemplare per mostrare la nuova regola del
dipartimento di Giustizia.»
«Ah, già», esclamò Zerimski. Le sue labbra si stavano tendendo in un
sorriso quando squillò di nuovo il telefono.
Zerimski guardò il capo dello staff che sollevò la cornetta.
«È possibile», chiese una voce, «parlare con il presidente Zerimski?»
«Chi lo vuole?» domandò Titov.
«Tom Lawrence.»
Titov allungò il ricevitore al suo capo. «Il presidente degli Stati Uniti»,
fu tutto quello che disse. Zerimski annuì e prese la cornetta.
«È lei, Victor?»

Jeffrey Archer 146 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Parla il presidente Zerimski. Con chi sto parlando?»
«Tom Lawrence», disse il presidente, lanciando uno sguardo
interrogativo al segretario di Stato e al capo dello staff che stavano
ascoltando sulla loro linea.
«Buon giorno. Cosa posso fare per lei?»
«Le ho telefonato solo per aggiungere le mie congratulazioni a tutte le
altre che deve avere ricevuto dopo la sua impressionante vittoria.»
Lawrence avrebbe voluto dire «inaspettata», ma il dipartimento di Stato gli
aveva consigliato di usare questo aggettivo. «Una vittoria sul filo del
traguardo. Un problema che tutti in politica vivono di tanto in tanto.»
«Un problema che non sperimenterò un'altra volta», ribatté Zerimski.
Lawrence rise, pensando fosse una battuta. Non avrebbe riso se avesse
visto gli sguardi duri di coloro che sedevano attorno al tavolo del
Gabinetto al Cremlino.
Lloyd sussurrò: «Vada avanti».
«La prima cosa che vorrei sarebbe conoscerla un po' meglio, Victor.»
«Allora dovrebbe cominciare con il capire che solo mia madre mi
chiama per nome.»
Lawrence sbirciò gli appunti sparsi sulla sua scrivania finché non trovò
il nome completo di Zerimski, Victor Leonidovich. Sottolineò
Leonidovich, ma Larry Harrington scrollò il capo.
«Mi scusi», disse Lawrence. «Come vuole che mi rivolga a lei?»
«Nello stesso modo in cui si aspetta che uno sconosciuto si rivolga a
lei.»
Sebbene potessero sentire solo una parte della conversazione, tutti quelli
seduti attorno al tavolo a Mosca assaporavano ogni parola del primo
incontro tra i due capi. Quelli che si trovavano nell'Ufficio Ovale, no.
«Provi una tattica diversa, signor presidente», suggerì il segretario di
Stato, mettendo la mano sulla sua cornetta.
Tom Lawrence fissò le domande preparate da Andy Lloyd e voltò
pagina. «Vorrei che non passasse troppo tempo prima di avere
l'opportunità di incontrarci. A ben pensarci», soggiunse, «è sorprendente
che non ci si sia mai visti prima d'ora.»
«Non è affatto sorprendente», replicò Zerimski. «Quando è venuto a
Mosca l'ultima volta, in giugno, la sua ambasciata non ha invitato né me né
i miei collaboratori alla cena organizzata in suo onore.» Mormorii di
incoraggiamento si diffusero attorno al tavolo.

Jeffrey Archer 147 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Ecco, sono certo che lei sa anche troppo bene che un viaggio all'estero
è tutto nelle mani dei funzionari locali...»
«Mi interesserebbe sapere quale di quei funzionari locali pensa di
sostituire dopo un calcolo errato di tale fatta.» Zerimski fece una pausa.
«Partendo dal suo ambasciatore, forse.»
Seguì un altro lungo silenzio, mentre i tre uomini nell'Ufficio Ovale
controllavano le domande che avevano preparato. Fino a quel momento
non avevano previsto una sola delle risposte di Zerimski.
«Posso dirle con assoluta certezza», aggiunse Zerimski, «che io non
permetterò a nessuno dei miei funzionari locali o altro di contrastare i miei
desideri personali.»
«Uomo fortunato», disse Lawrence, senza più badare alle risposte
preparate.
«Non ho mai preso in considerazione il fattore fortuna», dichiarò
Zerimski. «Specialmente quando si tratta di affrontare i miei avversari.»
Mentre l'espressione sul volto di Larry Harrington si faceva sempre più
disperata, Andy Lloyd scribacchiò una domanda su un bloc-notes e la
spinse sotto il naso del presidente. Lawrence annuì.
«Dovremmo forse combinare presto un incontro per conoscerci un po'
meglio.»
Il trio alla Casa Bianca s'aspettava che la proposta venisse bruscamente
rifiutata.
«Prenderò questa sua proposta in seria considerazione», rispose
Zerimski, con grande sorpresa di tutti, da una parte all'altra della linea.
«Dica al signor Lloyd di mettersi in contatto con il compagno Titov, il
responsabile dell'organizzazione dei miei incontri con i leader stranieri.»
«Lo farò», disse Lawrence, sollevato. «Chiederò ad Andy Lloyd di
telefonare al signor Titov entro un paio di giorni.» Lloyd scribacchiò un
altro appunto e glielo porse. Diceva: «E naturalmente sarò felice di venire
a trovarla a Mosca».
«Arrivederci, signor presidente», disse Zerimski.
«Arrivederci, signor presidente», replicò Lawrence.
Dopo avere riattaccato, Zerimski zittì l'inevitabile scroscio di applausi
volgendosi immediatamente verso il capo dello staff e dicendo. «Lloyd
proporrà che vada io in visita a Washington. Accetta la sua proposta.»
Il capo dello staff lo guardò sorpreso.
«Voglio assolutamente», dichiarò il presidente rivolgendosi ai suoi

Jeffrey Archer 148 2002 - L'Undicesimo Comandamento


collaboratori, «che Lawrence comprenda il più presto possibile con chi ha
a che fare. E, cosa ancora più importante, desidero che il pubblico
americano lo scopra da solo.» Puntò le dita una contro l'altra. «È mia
intenzione assicurarmi che la proposta di legge sulla riduzione degli
armamenti di Lawrence venga respinta dal Senato. Non mi viene in mente
un regalo di Natale più appropriato per... Tom.»
Questa volta li lasciò applaudire brevemente, prima di zittirli con un
cenno della mano.
«Ma ora torniamo ai problemi interni, che sono molto più urgenti.
Vedete, io credo sia importante fare conoscere anche ai nostri cittadini il
carattere del loro nuovo leader. Desidero fornire loro un esempio che non
lascerà loro alcun dubbio su come io intenda affrontare coloro che pensano
di opporsi a me.» Attesero tutti di sentire chi Zerimski aveva scelto per
questo onore.
Rivolse lo sguardo sul nuovo ministro di Giustizia. «Dove si trova quel
sicario della mafia che ha cercato di uccidermi?»
«È rinchiuso al Crocefisso», rispose Shulov. «Dove suppongo vuole che
rimanga per il resto dei suoi giorni.»
«Certo che no», ribatté Zerimski. «L'ergastolo è una punizione troppo
lieve per un criminale di tal fatta. Lui è la persona ideale da processare. Lo
faremo diventare il nostro primo esempio pubblico.»
«Temo che la polizia non sia riuscita a trovare alcuna prova che lui...»
«Inventatela, allora», sbottò Zerimski. «E al suo processo potranno
essere presenti solo leali membri del partito.»
«Capisco, signor presidente», disse il nuovo ministro di Giustizia. Esitò
un attimo. «Cosa aveva in mente?»
«Un processo rapido, presieduto da uno dei nostri nuovi giudici e con
una giuria costituita soltanto da funzionari del partito.»
«E la sentenza, signor presidente?»
«Condanna a morte, naturalmente. Una volta pronunciata la sentenza,
informerai la stampa che io assisterò all'esecuzione.»
«E quando dovrà avvenire?» chiese il ministro di Giustizia, annotando
ogni parola di Zerimski.
Il presidente scorse le pagine della sua agenda alla ricerca di quindici
minuti liberi. «Alle otto di mattina di venerdì prossimo. Passiamo ora a
qualcosa di molto più importante, i miei piani per il futuro delle forze
armate.» Sorrise al generale Borodin che era seduto alla sua destra e che

Jeffrey Archer 149 2002 - L'Undicesimo Comandamento


non aveva ancora aperto bocca.
«Per lei, caro vicepresidente, la ricompensa più grande di tutte...»

20
QUANDO era prigioniero nel campo Nan Dinh, Connor aveva sviluppato
un sistema per contare i giorni di prigionia.
Ogni mattina alle cinque una guardia vietcong gli portava una scodella
di riso che nuotava nell'acqua, l'unico pasto della giornata. Connor toglieva
un solo grano e lo infilava in uno dei sette pali di bambù che componevano
il materasso. Ogni settimana spostava uno dei sette grani sulla trave sopra
il suo letto, poi mangiava gli altri sei. Ogni quattro settimane toglieva dalla
trave uno dei grani e lo infilava tra le assi del pavimento sotto il letto. Il
giorno in cui lui e Chris Jackson fuggirono dall'accampamento, Connor
sapeva che la sua prigionia era durata un anno, cinque mesi e due giorni.
Questa volta invece, sdraiato sulla sua branda in una cella senza finestre
del Crocefisso, non era riuscito a inventare un sistema per segnare da
quanti giorni era lì. Il capo della polizia era venuto due volte e se ne era
andato a mani vuote. Connor cominciava a chiedersi per quanto tempo
ancora il poliziotto avrebbe ascoltato la ripetizione di nome e nazionalità e
la domanda di vedere l'ambasciatore senza spazientirsi. Non dovette
attendere a lungo per scoprirlo. Bolchenkov se ne era andato da solo pochi
attimi, quando nella sua cella irruppero i tre uomini che l'avevano accolto
il pomeriggio del suo arrivo.
Due di loro lo tirarono giù dalla cuccetta e lo gettarono sulla sedia
occupata fino a un attimo prima dal capo della polizia. Gli torsero le
braccia dietro la schiena e lo ammanettarono.
Fu allora che Connor vide il rasoio tagliagola. Mentre due lo tenevano
giù, il terzo gli passò quattordici volte la lama arrugginita sul cranio,
rasando ogni capello e un bel po' di pelle. Non aveva perso tempo con
acqua e sapone. Il sangue continuò a scorrergli lungo il viso e a
impregnargli la camicia molto dopo che se ne erano andati lasciandolo
accasciato sulla sedia.
Connor ripensò alle parole che il capo della polizia gli aveva detto la
prima volta che era andato da lui: «Io non credo nella tortura, non è il mio
stile». Ma questo era accaduto prima che Zerimski diventasse presidente.

Jeffrey Archer 150 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Alla fine si addormentò, per quanto non avrebbe saputo dirlo. A un certo
punto venne tirato su dal pavimento, sbattuto di nuovo sulla sedia e tenuto
fermo una seconda volta.
Il terzo uomo aveva scambiato il rasoio con un lungo e grosso ago e, con
la stessa delicatezza dimostrata come barbiere, gli tatuò il numero «12995»
sul polso sinistro. A quanto pareva, non si fidavano del solo nome quando
si prenotava vitto e alloggio al Crocefisso.
Quando tornarono per la terza volta lo tirarono su con violenza da terra e
lo spinsero fuori dalla cella in un lungo corridoio buio. Era in momenti
come questo che avrebbe voluto essere privo di immaginazione. Cercò di
non pensare a ciò che potevano avere in mente per lui. L'encomio per la
Medaglia d'Onore aveva descritto come il tenente Fitzgerald fosse stato
coraggioso nel guidare i suoi uomini, come avesse salvato un ufficiale e
come fosse fuggito da un campo di prigionia vietnamita. A Nan Dinh
aveva resistito per un anno, cinque mesi e due giorni, ma allora aveva
soltanto ventidue anni e a quell'età ci si sente immortali.
Quando lo spinsero fuori dal corridoio nella luce del mattino, la prima
cosa che Connor vide fu un gruppo di prigionieri che innalzava un
patibolo. Ora aveva cinquantun anni. Nessuno aveva bisogno di dirgli che
non era immortale.

Quando Joan Bennett si presentò a Langley quel lunedì mattina, sapeva


esattamente quanti giorni della sua condanna a otto mesi aveva già
scontato, perché ogni sera, prima di uscire di casa, dava da mangiare al
gatto e spuntava un altro giorno sul calendario appeso alla parete della
cucina.
Lasciò l'auto nel parcheggio ovest e si diresse subito alla biblioteca.
Timbrato il cartellino, scese la scala in ferro che portava al reparto
consultazione. Per le successive nove ore, con una breve pausa per un
pasto a mezzanotte, avrebbe letto da cima a fondo l'ultimo plico di articoli
di giornali arrivati via e-mail dal Medio Oriente. Il suo compito principale
era quello di cercare ogni menzione riguardante gli Stati Uniti e, se grave,
di stamparla e inviarla via e-mail al suo capo al terzo piano, il quale
avrebbe riflettuto sulle conseguenze a un'ora più decente della mattinata.
Era un lavoro noioso che addormentava la mente. Aveva spesso pensato di
dimettersi, ma non voleva dare quella soddisfazione a Gutenburg.
Proprio poco prima della pausa pranzo di mezzanotte Joan scoprì un

Jeffrey Archer 151 2002 - L'Undicesimo Comandamento


titolo sull'Istanbul News. «Killer della mafia portato in giudizio.» Per lei la
mafia era solo italiana, per cui si meravigliò nello scoprire che l'articolo
riguardava un terrorista sudafricano sotto processo per avere attentato alla
vita del nuovo presidente della Russia. Sarebbe passata oltre se non avesse
visto il disegno a tratteggio dell'accusato.
Le martellò il cuore in petto mentre leggeva con attenzione l'intero
articolo di Fatima Kusmann, corrispondente dell'Istanbul News, nel quale
sosteneva di essere stata seduta accanto al killer professionista durante un
raduno a Mosca in cui aveva parlato Zerimski.
Mezzanotte passò, ma Joan era ancora alla sua scrivania.

Mentre Connor, nel cortile della prigione, fissava il patibolo mezzo


eretto, un'auto della polizia si fermò accanto a lui e uno dei tre energumeni
lo spinse sul sedile posteriore. Si meravigliò nel trovarvi il capo della
polizia. Bolchenkov riconobbe a stento l'uomo sparuto e rapato.
Nessuno dei due parlò mentre l'auto attraversava i cancelli e usciva dalla
prigione. L'autista svoltò a destra e proseguì lungo la massicciata della
Neva senza mai superare i cinquanta chilometri all'ora. Passarono tre ponti
prima di girare a sinistra e superarne un quarto che li avrebbe portati nel
centro della città. Mentre attraversavano il fiume, Connor lanciò
un'occhiata al palazzo verde pallido dell'Hermitage. Non avrebbe potuto
contrastare di più con la prigione che aveva appena abbandonato. Alzò gli
occhi all'azzurro cielo senza nuvole, quindi li riabbassò sulla gente che
camminava lungo le strade. Quanto rapidamente gli avevano fatto capire il
valore della libertà. Raggiunto il lato sud del fiume, l'autista svoltò a destra
e dopo alcune centinaia di metri si fermò davanti al Palazzo di Giustizia.
La portiera venne aperta da un poliziotto in servizio. Se Connor avesse
avuto idea di fuggire, gli altri cinquanta poliziotti sul marciapiede gli
avrebbero fatto cambiare idea. Salì la scalinata che portava all'enorme
edificio in pietra tra due ali di poliziotti.
Fu accompagnato a una scrivania, dove un agente gli bloccò il braccio
sinistro sul banco, gli esaminò il polso, quindi scrisse il numero «12995»
sul foglio che conteneva le generalità e l'imputazione dell'accusato. Venne
poi portato lungo un corridoio dal pavimento in marmo verso due massicce
porte in quercia che si spalancarono improvvisamente per farlo entrare in
una gremita aula di tribunale.
Lanciò uno sguardo sul mare di volti e comprese che erano tutti lì per

Jeffrey Archer 152 2002 - L'Undicesimo Comandamento


lui.
Joan batté una stringa di ricerca sul computer: attentato alla vita di
Zerimski. Tutte le agenzie parevano concordare su una cosa: l'uomo che
era stato arrestato in Piazza della Libertà era Piet de Villiers, un sicario
sudafricano ingaggiato dalla mafia russa per assassinare Zerimski. Un
fucile scoperto tra le sue cose era stato riconosciuto identico a quello usato
per assassinare due mesi prima Ricardo Guzman, uno dei candidati alla
presidenza della Colombia.
Joan scannerizzò il ritratto a matita di de Villiers sul giornale turco nel
computer e lo ingrandì a tutto schermo. Fece poi una zumata sugli occhi e
li ingrandì a grandezza naturale. Perse così ogni dubbio sulla vera identità
dell'uomo che stava per essere processato a San Pietroburgo.
Controllò l'ora, erano appena passate le due. Sollevò la cornetta del
telefono e compose un numero che conosceva a memoria. Squillò alcune
volte prima che una voce addormentata rispondesse: «Chi è?»
Joan disse solo: «È importante che ti veda. Sarò da te tra poco più di
un'ora», e riattaccò.
Poco dopo qualcun altro fu svegliato dallo squillo del telefono. Questi
ascoltò attentamente prima di dire: «Non dobbiamo fare altro che
anticipare il nostro programma originale di alcuni giorni».

Connor, dal banco degli imputati, diede un'occhiata all'aula di tribunale.


Posò innanzitutto gli occhi sulla giuria. Dodici uomini buoni e giusti?
Improbabile. Non uno di loro aveva ancora guardato dalla sua parte.
Sospettò che non ci avessero messo molto a insediarli sotto giuramento e
che non fosse stato chiesto di sostituirne alcuno.
Un uomo che indossava una lunga toga nera entrò da una porta laterale e
tutti scattarono in piedi. Lui si sedette su una grande sedia in cuoio al
centro della pedana, sotto un ritratto a grandezza naturale del presidente
Zerimski. Il cancelliere del tribunale si alzò e lesse ad alta voce l'accusa, in
russo. Connor riusciva a stento a seguire la procedura e di certo nessuno
gli chiese come volesse difendersi. Il cancelliere tornò al suo posto e un
alto uomo di mezza età dall'espressione cupa si alzò dal banco posto
direttamente sotto il seggio del giudice e si rivolse alla giuria.
I risvolti della giacca stretti tra le dita, il pubblico accusatore descrisse
per tutto il resto della mattinata gli eventi che avevano portato all'arresto
dell'accusato. Spiegò alla giuria come de Villiers fosse stato visto pedinare

Jeffrey Archer 153 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Zerimski per parecchi giorni prima di venire arrestato in Piazza della
Libertà. E come fosse stato trovato tra le sue cose nella hall di un albergo il
fucile con cui aveva avuto intenzione di assassinare il loro amato
presidente. «La vanità ha avuto la meglio sull'accusato», disse il pubblico
accusatore. «Sulla valigetta che conteneva l'arma vi erano le sue iniziali.»
Il giudice fece visionare alla giuria l'arma e la valigetta.
«E, prova ancora più schiacciante, nascosto nel nécessaire dell'accusato
è stato trovato un foglietto», proseguì il pubblico accusatore, «che
confermava il trasferimento di un milione di dollari americani su un conto
bancario cifrato a Ginevra.» La giuria poté esaminare anche questa prova.
Il pubblico accusatore lodò la polizia di San Pietroburgo per la diligenza e
intraprendenza mostrate impedendo tale atroce azione e per la
professionalità nella cattura del criminale che aveva avuto l'intenzione di
compierla. Dichiarò inoltre che la nazione tutta doveva profonda
gratitudine a Vladimir Bolchenkov, il capo della polizia della città. Le sue
parole furono accolte da cenni di approvazione.
Il pubblico accusatore terminò il suo monologo informando la giuria che
l'accusato si era sempre rifiutato di rispondere alla domanda se era stato
ingaggiato dalla mafia. «Interpretate come volete questo silenzio», disse.
«Secondo me, le prove a suo carico portano a un unico verdetto e a una
sola sentenza.» Sorrise al giudice e tornò al suo posto.
Connor si guardò attorno per vedere chi era stato nominato suo difensore
e si chiese come il suo avvocato avrebbe svolto il compito non avendolo
mai neppure incontrato.
Il giudice fece un cenno verso l'altra estremità del banco e un giovane
che pareva appena laureato si alzò e si rivolse alla corte. Non strinse i
risvolti della sua giacca, non sorrise al giudice, non s'indirizzò alla giuria.
Tutto quello che disse prima di sedersi di nuovo, fu: «Il mio cliente
rinuncia alla difesa».
Il giudice annuì, quindi rivolse la sua attenzione al capo dei giurati, un
uomo dall'espressione seria che sapeva esattamente cosa ci si aspettava da
lui.
«Avendo ascoltato le prove di questo caso, signor capo dei giurati, qual
è il suo verdetto?»
«Colpevole», rispose l'uomo immediatamente, senza bisogno di
suggerimenti o di consultarsi con gli altri membri della giuria.
Il giudice guardò Connor per la prima volta. «Dato che la giuria ha

Jeffrey Archer 154 2002 - L'Undicesimo Comandamento


raggiunto un verdetto unanime, a me non resta che condannarla. E per
legge vi è una sola pena per il suo crimine.» S'interruppe, fissò impassibile
Connor e soggiunse: «La condanno a morte per impiccagione». Il giudice
si rivolse quindi all'avvocato della difesa. «Desidera fare ricorso contro la
sentenza?»
«Nossignore», rispose immediatamente l'avvocato.
«L'esecuzione avrà luogo venerdì mattina alle otto.»
Il fatto che rimandassero l'esecuzione a venerdì fu l'unica cosa che stupì
Connor.

Prima di andarsene, Joan riesaminò numerosi articoli. Le date


combaciavano con i viaggi di Connor all'estero. Prima il viaggio in
Colombia, poi la visita a San Pietroburgo. Le coincidenze, per usare una
delle massime preferite del suo capo, erano decisamente troppe.
Alle tre Joan si sentì esausta e svuotata. Non era certo impaziente di
raccontare a Maggie i risultati del suo lavoro investigativo. Ma se era
realmente Connor l'uomo sotto processo a San Pietroburgo, non c'era
tempo da perdere, perché il giornale turco era già vecchio di un paio di
giorni.
Joan spense il computer, chiuse a chiave la sua scrivania e sperò che il
suo capo non si sarebbe accorto di quante poche e-mail gli avesse
preparato. Salì al primo piano, inserì il suo pass elettrico nel pannello di
controllo e incrociò i dipendenti che arrivavano alla spicciolata per il turno
del primo mattino.
Accese i fanali della sua automobile nuova di zecca, uscì dal parcheggio
e, superato il cancello, svoltò a est verso la George Washington Parkway.
Il temporale della notte precedente aveva lasciato sulla strada chiazze
ghiacciate e squadre di stradini erano al lavoro per liberarla prima dell'ora
di punta del mattino. Di solito le piaceva percorrere le strade a quell'ora
deserte di Washington, tra i monumenti che ricordavano la storia della
nazione. Dai primi banchi della sua scuola a St. Paul aveva ascoltato con
attenzione l'insegnante parlare di Washington, Jefferson, Lincoln e
Roosevelt. Proprio l'ammirazione per quei personaggi storici aveva
alimentato il suo desiderio di lavorare per il servizio pubblico.
Dopo avere studiato economia all'università del Minnesota, aveva
inoltrato domanda di lavoro sia all'FBI sia alla CIA. Entrambe l'avevano
invitata a un colloquio, ma, dopo avere conosciuto Connor Fitzgerald,

Jeffrey Archer 155 2002 - L'Undicesimo Comandamento


aveva cancellato il suo appuntamento con l'FBI. Quello era un uomo che
era tornato da una inutile guerra con una medaglia che non menzionava
mai e che continuava a servire il suo paese senza fanfara o apprezzamento.
Tom Lawrence aveva avuto ragione quando lo aveva descritto come uno
degli eroi non celebrati della nazione. Joan avrebbe consigliato a Maggie
di mettersi immediatamente in contatto con la Casa Bianca, dal momento
che era stato lo stesso Lawrence a chiedere a Connor di assumere
quell'incarico.
Joan stava cercando di dare un ordine logico ai suoi pensieri, quando un
grosso camion spandisabbia verde la superò all'esterno e iniziò a spostarsi
nella sua corsia prima di averla sorpassata. Lampeggiò, ma il camion
neppure accennò a spostarsi. Con un'occhiata nello specchietto retrovisore
si spostò nella corsia di centro, seguita immediatamente dal camion che
con quella manovra la costrinse a virare bruscamente nella corsia di
sinistra.
Joan doveva decidere in un attimo se frenare o accelerare per superare
quell'autista sconsiderato. Controllò di nuovo lo specchietto retrovisore,
ma questa volta si spaventò nel vedere una grossa Mercedes nera arrivare a
gran velocità dietro di lei. Schiacciò il piede sull'acceleratore proprio nel
punto in cui l'autostrada s'inclinava a sinistra nei pressi di Spout Run. La
piccola Passat reagì immediatamente, ma anche il camion spandisabbia
accelerò e lei non aveva sufficiente ripresa per sorpassarlo.
Non le rimase altro che spostarsi ancora di più a sinistra, fin quasi
sull'aiola spartitraffico. Guardando nello specchietto retrovisore si accorse
che anche la Mercedes si era spostata a sinistra portandosi quasi addosso al
suo paraurti posteriore. Sentì il cuore martellarle in petto. Il camion e
l'automobile stavano forse agendo insieme? Tentò di rallentare, ma la
Mercedes le si avvicinò ancora di più. Joan schiacciò di nuovo il piede
sull'acceleratore facendo schizzare in avanti l'auto. Con il sudore che le
correva giù per la fronte e negli occhi si portò al fianco del camion, ma per
quanto premesse il pedale dell'acceleratore, non riuscì a sorpassarlo.
Lanciò un'occhiata nella cabina cercando di attirare l'attenzione
dell'autista, che, fingendo di non vedere la sua mano sventolante, continuò
implacabilmente a spostare il suo mezzo a sinistra, costringendola a
rallentare e a rimettersi dietro di lui. Con un'occhiata all'indietro vide che
la Mercedes si era avvicinata ancora di più al paraurti.
Quando guardò di nuovo in avanti, vide il cassone ribaltabile alzarsi e

Jeffrey Archer 156 2002 - L'Undicesimo Comandamento


versare il suo carico di sabbia sulla strada. Istintivamente Joan frenò, ma la
piccola automobile sbandò, slittò sull'aiola spartitraffico incrostata di
ghiaccio e precipitò lungo l'argine erboso verso il fiume. Colpì l'acqua
come un sasso piatto e, dopo avere galleggiato per pochi secondi,
scomparve alla vista. Tutto quello che rimaneva erano i segni dello
slittamento sull'erba e alcune bolle nell'acqua. Il camion spandisabbia si
riportò nella corsia centrale e continuò il suo viaggio verso Washington.
Un attimo dopo la Mercedes lampeggiò, superò il camion e si allontanò a
gran velocità.
Due automobili che erano dirette all'aeroporto Dulles si fermarono sullo
spartitraffico. Uno dei guidatori scese lungo l'argine per vedere se poteva
essere d'aiuto, ma, arrivato al fiume, non vi era più traccia dell'automobile.
L'altro autista si annotò su un foglietto il numero di targa del camion
spandisabbia e lo consegnò al primo agente che arrivò sulla scena
dell'incidente. Il poliziotto inserì il numero nel computer sul cruscotto e,
pochi secondi dopo, aggrottò le ciglia. «È sicuro di avere annotato il
numero esatto, signore?» chiese. «Nessun veicolo con questo numero di
targa è registrato presso il dipartimento stradale di Washington.»

Quando Connor venne spinto a forza sul sedile posteriore dell'auto, vi


trovò il capo della polizia. Mentre l'autista riprendeva la strada verso il
Crocefisso, Connor non riuscì a fare a meno di porre una domanda a
Bolchenkov.
«Non riesco a capire perché aspettino fino a venerdì per impiccarmi.»
«Un colpo di fortuna», spiegò il capo della polizia. «A quanto pare il
nostro amato presidente vuole assistere all'esecuzione.» Bolchenkov aspirò
profondamente il fumo della sua sigaretta. «E non ha quindici minuti liberi
prima di venerdì mattina.»
Connor fece un sorriso ironico.
«Sono felice che lei abbia finalmente ritrovato la favella, signor
Fitzgerald», soggiunse il capo, «perché penso sia giunta l'ora di farle
sapere che esiste una alternativa.»

21
UNA volta Mark Twain aveva detto di un amico: «Se non fosse arrivato

Jeffrey Archer 157 2002 - L'Undicesimo Comandamento


in perfetto orario, avresti saputo che era deceduto».
Arrivate e passate le quattro, Maggie cominciò a controllare l'orologio
ogni pochi minuti. Alle quattro e mezzo si chiese se non fosse stata tanto
addormentata da avere capito male ciò che Joan le aveva detto al telefono.
Alle cinque decise che era ora di chiamare Joan a casa sua. Nessuna
risposta, solo ripetuti squilli. Provò poi a chiamarla al telefono dell'auto e
questa volta ottenne un messaggio: «Il numero è temporaneamente
irraggiungibile. Vi preghiamo di riprovare più tardi».
Maggie cominciò a camminare attorno al tavolo della cucina, certa che
Joan avesse notizie di Connor. E dovevano essere importanti, altrimenti
perché mai svegliarla alle due del mattino? Si era messo in contatto con
lei? Sapeva dove era? Avrebbe potuto dirle quando sarebbe tornato a casa?
Alle sei Maggie decise che si trattava di un'emergenza. Accese il televisore
per verificare l'ora esatta. Sullo schermo apparve il volto di Charlie
Gibson. «Nella prossima ora parleremo di decorazioni natalizie che anche i
vostri bambini potranno aiutarvi a creare. Ma prima di tutto passiamo il
microfono a Kevin Newman per le notizie del mattino.»
Maggie non riusciva a stare ferma mentre un giornalista preannunziava
che la proposta di legge per la riduzione dell'arsenale nucleare, biologico,
chimico e convenzionale sarebbe stata quasi certamente respinta dal
Senato, ora che Zerimski era stato eletto presidente della Russia.
Stava chiedendosi se infrangere la regola cui aveva aderito per tutta la
vita e chiamare Joan a Langley, quando sotto l'immagine di Kevin
Newman apparve un'anticipazione: «Incidente sulla GW Parkway tra un
camion spandisabbia e una Volkswagen. Si ritiene che il guidatore
dell'auto sia annegato. Dettagli su Eyewitness News alle 6.30». Le parole
scorsero lungo lo schermo e scomparvero.
Maggie cercò di mangiare una scodella di fiocchi di grano mentre
continuava il bollettino di prima mattina. Dallo schermo Andy Lloyd
annunciò che il presidente Zerimski sarebbe venuto in visita ufficiale a
Washington appena prima di Natale. «Il presidente ha accolto con piacere
la notizia», dichiarò un giornalista, «e spera che ciò servirà a convincere i
capi del Senato che il nuovo presidente russo desidera mantenere rapporti
amichevoli con l'America. Ciononostante, il leader della maggioranza al
Senato ha detto che aspetterà le parole che Zerimski rivolgerà...»
Quando Maggie sentì un piccolo tonfo sullo stuoino, andò nell'atrio e
raccolse da terra le sette buste che controllò tornando in cucina. Quattro

Jeffrey Archer 158 2002 - L'Undicesimo Comandamento


erano per Connor; non apriva mai la sua posta mentre lui era via. Una era
una fattura di Pepco, un'altra era stata spedita da Chicago e la lettera «e» di
Maggie era storta, per cui poteva trattarsi soltanto del biglietto d'auguri
natalizi di Declan O'Casey. Riconobbe la scrittura di sua figlia sull'ultima
lettera. Mise da parte le altre e aprì quest'ultima.

Cara mamma,
solo poche parole per confermare che Stuart arriverà a Los
Angeles venerdì. Abbiamo intenzione di andare in macchina a
San Francisco per alcuni giorni prima di prendere il volo per
Washington il quindici. Siamo entrambi impazienti di passare il
Natale con te e papà. Non mi ha telefonato, per cui penso non sia
ancora tornato.

Maggie si accigliò.

Ho ricevuto una lettera da Joan, che non pare essere contenta


del suo nuovo lavoro. Penso che, come tutti noi, abbia nostalgia
di papà. Mi dice che ha intenzione di comperarsi una nuova e
sexy Volkswagen...

Maggie lesse una seconda volta quella frase prima di cominciare a


tremare. «Oh, mio Dio!» esclamò ad alta voce. Controllò l'ora, le sei e
venti. Alla televisione, Lisa McRee stava mostrando una catena di
agrifoglio e bacche. «Fatevi dare una mano dai bambini per creare queste
decorazioni natalizie», dichiarò allegramente. «E ora passiamo all'albero di
Natale.»
Maggie passò sul Quinto Canale, dove un'altra conduttrice di
telegiornale stava congetturando sull'influenza che avrebbe avuto la visita
di Zerimski sulla decisione del Senato riguardo alla proposta di legge sulla
riduzione dell'arsenale.
«Su, forza», disse Maggie.
Finalmente la giornalista disse: «E ora altre notizie dell'incidente sulla
George Washington Parkway. In diretta dal luogo dell'incidente la nostra
corrispondente, Liz Fullerton».
«Grazie, Julie. Mi trovo sull'aiola spartitraffico della George
Washington Parkway, dove verso le tre e un quarto di questa mattina è

Jeffrey Archer 159 2002 - L'Undicesimo Comandamento


accaduto un tragico incidente. Ho intervistato un testimone oculare che ha
riferito al Quinto Canale ciò che aveva visto.»
La telecamera si concentrò su un uomo che chiaramente non aveva
previsto di finire in televisione quel mattino.
«Ero diretto a Washington», disse alla reporter, «quando questo camion
spandisabbia ha lasciato cadere il suo carico sulla strada, costringendo
l'auto che lo seguiva a sbandare e a perdere il controllo. L'automobile è
finita dall'altra parte della strada, giù per l'argine e dentro il Potomac.» La
telecamera ruotò per mostrare un ampio angolo del fiume, concentrandosi
su un gruppo di sub della polizia prima di riportarsi sulla giornalista.
«Nessuno pare sapere esattamente cosa è successo», proseguì la
telecronista. «È addirittura probabile che l'autista del camion, dall'alto
della sua cabina, non si sia neppure accorto dell'incidente e abbia
continuato il suo viaggio.»
«No! No!» gridò Maggie. «Fate che non sia lei!»
«Alle mie spalle potete vedere i sub del corpo di polizia che hanno già
localizzato l'auto, a quanto pare una Volkswagen. Sperano di portarla in
superficie entro un'ora. L'identità del guidatore è ancora ignota.»
«No, no, no», ripeté Maggie. «Ti prego, Dio, fa' che non sia Joan.»
«La polizia chiede che il guidatore di una Mercedes nera che potrebbe
avere assistito all'incidente si faccia avanti per aiutare le indagini.
Speriamo di potervi dare ulteriori notizie prima della fine di questo
telegiornale...»
Maggie afferrò il cappotto e corse fuori casa. Salì in auto e con sollievo
sentì il motore della vecchia Toyota accendersi quasi immediatamente.
S'immise lentamente in Avon Place, prima di accelerare nella
Ventinovesima Strada e svoltare poi a sinistra in M Street dirigendosi
verso la GW Parkway.
Se avesse controllato lo specchietto retrovisore avrebbe visto una
piccola Ford blu gettarsi al suo inseguimento. Il passeggero stava
componendo un numero non registrato sull'elenco telefonico.

***
«Signor Jackson, è gentile da parte sua tornare a trovarmi.»
Jackson sorrise alla studiata cortesia di Nicolaij Romanov, soprattutto

Jeffrey Archer 160 2002 - L'Undicesimo Comandamento


perché sembrava sottintendere che lui aveva avuto una possibilità di scelta.
Il primo incontro era avvenuto su richiesta di Jackson, e ovviamente non
era stato considerato una perdita di tempo, dato che Sergeij continuava a
correre in giro su due gambe. Ogni incontro successivo era stato richiesto
da Romanov per aggiornare Jackson sugli ultimi piani.
Lo zar sprofondò nella sua bergère e Jackson notò il solito bicchiere di
liquido incolore sul tavolo al suo fianco. Ricordò la reazione del vecchio
all'unica volta in cui aveva posto una domanda, per cui attese che parlasse
per primo.
«Sarà felice di sapere, signor Jackson, che, a parte un unico problema
che dobbiamo ancora risolvere, tutto è predisposto per fare fuggire il
signor Fitzgerald di prigione. Adesso occorre soltanto che il signor
Fitzgerald accetti le nostre condizioni. Ritenesse di non poterlo fare, non
potrei fare nulla per impedire la sua impiccagione domani mattina alle
otto.» Romanov parlò senza alcuna emozione. «Lasci che le spieghi a che
punto è il nostro piano. Sono certo che lei, quale ex vicedirettore della
CIA, potrà fare utili osservazioni.»
Il vecchio premette un pulsante nel bracciolo della poltrona e di colpo si
aprirono le porte in fondo al salotto. Alekseij Romanov entrò nella stanza.
«Lei già conosce mio figlio», disse lo zar.
Jackson lanciò un'occhiata all'uomo che l'aveva sempre accompagnato
nei suoi viaggi al Palazzo d'Inverno, ma che raramente aveva parlato e
annuì.
Il giovane spostò uno splendido arazzo del quattordicesimo secolo che
rappresentava la Battaglia delle Fiandre e che nascondeva un grande
televisore. L'argentato schermo piatto stonava in quell'ambiente solenne,
ma non tanto più, pensò Jackson, del suo padrone e dei suoi accoliti.
La prima immagine che apparve sullo schermo fu una ripresa esterna del
Crocefisso.
Alekseij Romanov indicò l'entrata. «Zerimski dovrebbe arrivare alla
prigione alle sette e cinquanta. Si troverà nella terza di sette automobili ed
entrerà per un cancello laterale, qui.» Spostò il dito sullo schermo. Verrà
accolto da Vladimir Bolchenkov che lo accompagnerà nel cortile
principale, dove avrà luogo l'esecuzione. Alle sette e cinquantadue...»
Il giovane Romanov continuò a delucidare a Jackson il piano minuto per
minuto, scendendo nei dettagli quando si trattò di spiegargli come
avrebbero fatto a fare fuggire Connor. Jackson notò che pareva non

Jeffrey Archer 161 2002 - L'Undicesimo Comandamento


preoccuparsi dell'unico problema rimasto, evidentemente era certo che suo
padre avrebbe trovato una soluzione prima del mattino seguente. Quando
finì, Alekseij spense il televisore, rimise al suo posto l'arazzo e s'inchinò
leggermente davanti al padre. Uscì quindi dalla stanza senza dire un'altra
parola.
Quando la porta fu chiusa, il vecchio domandò: «Ha da fare qualche
commento?»
«Uno o due», rispose Jackson. «In primo luogo, mi lasci dire che il
piano mi ha fatto un'ottima impressione e che sono convinto che ha ogni
possibilità di successo. È ovvio che lei ha pensato a quasi tutti gli
imprevisti che possono sorgere, ecco, presupponendo che Connor accetti le
sue condizioni. E su questo, devo ripetermi, non ho alcuna autorità di
parlare a nome suo.»
Romanov annuì.
«C'è comunque ancora un problema da affrontare.»
«E lei ha la soluzione?» chiese il vecchio.
«Sì», rispose Jackson.

***
Bolchenkov ci mise quasi un'ora per spiegare nei minimi particolari il
piano di Romanov a Connor, quindi se ne andò, lasciandogli il tempo di
riflettere sulla sua risposta. Non aveva bisogno che gli ricordassero che
aveva poco tempo a disposizione: Zerimski doveva arrivare al Crocefisso
tra quarantacinque minuti.
Connor si sdraiò sulla sua branda. Le condizioni non avrebbero potuto
essere state esposte più chiaramente. Ma anche se le avesse accettate e se
la sua fuga avesse avuto successo, non era del tutto certo che sarebbe stato
capace di adempiere la sua parte del contratto. Avesse fallito, l'avrebbero
ucciso. Tutto qui, a parte il fatto che Bolchenkov gli aveva fatto capire che
non sarebbe stata la morte rapida e semplice del cappio del boia. Il capo
della polizia aveva anche specificato, nel caso Connor avesse qualche
dubbio, che tutti i contratti fatti con la mafia russa e non rispettati
diventavano automaticamente responsabilità del parente più prossimo del
trasgressore.
Connor riusciva ancora a vedere l'espressione cinica sul volto del capo

Jeffrey Archer 162 2002 - L'Undicesimo Comandamento


della polizia mentre estraeva una fotografia dalla tasca interna della giacca
e gliela porgeva. «Due belle donne», aveva detto Bolchenkov. «Deve
essere orgoglioso di loro. Sarebbe una tragedia dovere accorciare la loro
vita per qualcosa che ignorano.»
Quindici minuti dopo la porta della cella si spalancò di nuovo e
Bolchenkov tornò, una sigaretta non accesa tra le labbra. Questa volta non
si sedette. Connor continuò a fissare il soffitto come se lui non fosse lì.
«Vedo che la nostra piccola proposta continua a crearle un dilemma»,
disse il capo, accendendosi la sigaretta. «Anche se la conosco poco, ciò
non mi sorprende. Ma, forse, dopo avere sentito l'ultima informazione che
ho da darle, cambierà idea.»
Connor continuò a fissare il soffitto.
«Pare che alla sua ex segretaria Joan Bennett sia capitato un tragico
incidente d'auto. Stava andando a trovare sua moglie da Langley.»
Connor si mise seduto e fissò Bolchenkov.
«Se Joan è morta, come è possibile che lei sappia che stava andando da
mia moglie?»
«La CIA non è l'unica a intercettare le telefonate di sua moglie», rispose
il capo. Tirò un'ultima boccata alla sigaretta, la lasciò cadere a terra e la
schiacciò sul pavimento.
«Sospettiamo che la sua segretaria abbia in qualche modo scoperto chi
era stato arrestato in Piazza della Libertà. E, per dire le cose come stanno,
se sua moglie è orgogliosa e testarda come suggerisce il suo profilo, penso
che non ci metterà molto per arrivare alla stessa conclusione. In quel caso,
temo che alla signora Fitzgerald capiterà lo stesso destino della sua defunta
segretaria.»
«Se accettassi le condizioni di Romanov», disse Connor, «vorrei inserire
una mia personale clausola nel contratto.»
Bolchenkov ascoltò interessato.

«Signor Gutenburg?»
«Sì, sono io.»
«Sono Maggie Fitzgerald, la moglie di Connor Fitzgerald che al
momento credo stia svolgendo un incarico per lei all'estero.»
«Questo nome non mi dice niente», dichiarò Gutenburg.
«Eppure lei ha partecipato al ricevimento d'addio a casa nostra a
Georgetown solo un paio di settimane fa.»

Jeffrey Archer 163 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Penso mi abbia scambiato per qualcun altro», replicò Gutenburg con
calma.
«Non l'ho scambiata per nessun altro, signor Gutenburg. A dire il vero,
alle otto e ventisette del due novembre lei ha fatto una telefonata da casa
mia al suo ufficio.»
«Non ho mai fatto una simile telefonata, signora Fitzgerald, e posso
assicurarle che suo marito non ha mai lavorato per me.»
«Allora mi dica, signor Gutenburg, Joan Bennett ha mai lavorato per la
Ditta? O anche lei è stata convenientemente cancellata dalla sua
memoria?»
«Cosa sta insinuando, signora Fitzgerald?»
«Ah, ah, ho catturato finalmente la sua attenzione. Mi permetta di
riparare alla sua momentanea perdita di memoria. Joan Bennett è stata la
segretaria di mio marito per quasi vent'anni e io ho l'impressione che le
riuscirebbe difficile negare di sapere che lei stava venendo a trovarmi da
Langley quando ha incontrato la morte.»
«Mi è spiaciuto leggere del tragico incidente della signorina Bennett, ma
non capisco cosa esso abbia a che fare con me.»
«La stampa sembra non sapere esattamente cosa sia successo sulla
George Washington Parkway ieri mattina, ma potrebbe avvicinarsi alla
soluzione se venisse a sapere che Joan Bennett lavorava per un uomo che è
scomparso dalla faccia della terra mentre adempiva un incarico speciale
per lei. Guardi che un articolo su una persona che ha ricevuto una
Medaglia d'Onore suscita sempre interesse nei lettori, e questo i giornalisti
lo sanno.»
«Signora Fitzgerald, non si può pretendere che io ricordi il nome di
ognuna delle diciassettemila persone che lavorano per la CIA, e di certo
non ricordo di avere mai conosciuto la signorina Bennett, per non parlare
poi di suo marito.»
«A quanto pare dovrò rinfrescare un po' di più la sua memoria, signor
Gutenburg. Il party a cui lei non ha preso parte e durante il quale non ha
fatto quella telefonata è stato per puro caso registrato su video da mia
figlia. Doveva essere una sorpresa per suo padre a Natale. Vi ho appena
dato un'occhiata, signor Gutenburg, e, sebbene lei vi reciti solo una piccola
parte, posso assicurarla che tutti possono vedere il suo tète-à-tète con Joan
Bennett. Anche questa conversazione è stata registrata e sono certa che le
reti televisive riterranno che valga la pena mandare in onda nei notiziari di

Jeffrey Archer 164 2002 - L'Undicesimo Comandamento


prima serata il suo contributo.»
Questa volta Gutenburg non rispose immediatamente. «Forse non
sarebbe una cattiva idea incontrarci, signora Fitzgerald», disse alla fine.
«A che scopo, signor Gutenburg? So già cosa voglio da lei.»
«E cosa sarebbe, signora Fitzgerald?»
«Voglio sapere dove si trova in questo momento mio marito e quando
potrò rivederlo. In cambio di queste due semplici informazioni, le
consegnerò il nastro.»
«Avrò bisogno di un po' di tempo...»
«Naturalmente», lo interruppe Maggie. «Diciamo otto ore? E, signor
Gutenburg, non sprechi il suo tempo a buttare per aria casa mia alla ricerca
del nastro, perché non lo troverà. L'ho nascosto in un luogo cui neppure
una mente tortuosa come la sua potrà pensare.»
«Ma...» iniziò Gutenburg.
«Devo informarla che se lei decidesse di liberarsi di me ammazzandomi,
come ha fatto con Joan Bennett, i miei avvocati hanno ordine di
consegnare immediatamente alle tre principali reti televisive, alla Fox e
alla CNN, copie del nastro. Dovessi invece scomparire, il nastro verrà
consegnato sette giorni dopo. Arrivederci, signor Gutenburg.»
Maggie riattaccò e crollò sul letto, madida di sudore.
Gutenburg schizzò nell'ufficio del capo.
Helen Dexter alzò gli occhi dalla scrivania, senza riuscire a celare la
sorpresa nel vedere il suo vice entrare nel suo ufficio senza bussare.
«Abbiamo un problema», fu tutto ciò che lui disse.

22
IL condannato non mangiò la colazione.
Il personale della cucina cercava sempre di eliminare i vermi dal pane
almeno per l'ultimo pasto di un prigioniero, ma questa volta non c'era
riuscito. Una sola occhiata alla colazione lo spinse a infilare il piatto di
latta sotto la branda.
Pochi minuti dopo un prete ortodosso entrò nella cella. Gli disse che,
sebbene non appartenesse alla sua stessa confessione, sarebbe stato lieto di
dargli l'estrema unzione.
L'ultimo sacramento sarebbe stato l'unico cibo che avrebbe mangiato

Jeffrey Archer 165 2002 - L'Undicesimo Comandamento


quel giorno. Terminata quella piccola cerimonia, s'inginocchiarono
insieme sul freddo pavimento in pietra. Alla fine di una breve preghiera il
prete lo benedisse, quindi lo lasciò nella sua solitudine.
Sdraiato sulla branda, gli occhi fissi sul soffitto, non rimpianse per un
secondo la decisione presa. Una volta spiegati i suoi motivi, Bolchenkov li
aveva accettati senza alcun commento. Solo un brusco cenno del capo
mentre usciva aveva svelato quanto il capo della polizia ammirasse il
coraggio morale nell'uomo.
Il prigioniero si era trovato di fronte alla morte già un'altra volta. La
seconda volta non era poi così angosciosa. In quella prima occasione aveva
pensato a sua moglie e al bambino che non avrebbe mai visto. Ora riusciva
soltanto a pensare ai suoi genitori che erano deceduti a pochi giorni di
distanza uno dall'altro. Con gioia pensò che nessuno di loro due si sarebbe
dovuto portare nella tomba questo ultimo ricordo di lui.
Per loro, il suo ritorno dal Vietnam era stato un trionfo, e avevano
accolto con gioia la sua decisione di continuare a servire il paese. Sarebbe
potuto persino diventare direttore, se un presidente nei guai non avesse
deciso di nominare una donna, nella vana speranza che ciò avrebbe dato
una mano alla sua languente campagna.
Sebbene fosse stato Gutenburg a infilargli il coltello tra le scapole, non
aveva alcun dubbio sul nome di chi gli aveva dato l'arma: una donna che
avrebbe recitato bene la parte di Lady Macbeth. Lui avrebbe portato con sé
nella tomba la certezza che pochi suoi compatrioti sarebbero venuti a
conoscenza del suo sacrificio, cosa che ai suoi occhi lo rendeva ancora più
valido.
Non ci sarebbe stata alcuna cerimonia d'addio. Nessuna bara avvolta
nella bandiera americana. Nessun amico o parente accanto alla fossa per
ascoltare il prete lodare la dedizione e il servizio al pubblico che erano
stati il marchio della sua carriera. Nessun marine avrebbe alzato
orgoglioso il fucile in aria. Nessun saluto con ventuno spari a salve.
Nessuna bandiera ripiegata consegnata a nome del presidente a un parente
stretto.
No. Era destinato a essere semplicemente un altro degli eroi non
celebrati di Tom Lawrence.
A lui non rimaneva altro che essere impiccato in un paese non amato e
non amabile. Una testa rasata, un numero sul polso e una tomba senza
nome.

Jeffrey Archer 166 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Perché mai aveva preso quella decisione che tanto aveva commosso il
solitamente imperturbabile capo della polizia? Non aveva avuto tempo di
spiegargli ciò che era accaduto in Vietnam, ma era stato là che il dado era
stato irrevocabilmente tratto.
Forse avrebbe dovuto affrontare il plotone d'esecuzione quella volta,
tanti anni fa, in un altro paese lontano. Era invece sopravvissuto. Questa
volta non c'era nessuno che potesse salvarlo all'ultimo minuto. Ed era
troppo tardi per cambiare idea.

Quel mattino il presidente russo si svegliò di cattivo umore. La prima


persona con cui se la prese fu lo chef. Sbatté la colazione a terra e gridò:
«Sarebbe questo il genere di ospitalità che devo aspettarmi quando vengo a
Leningrado?»
Si precipitò fuori dalla sua stanza. Nello studio, un agitato funzionario
mise sulla scrivania i documenti che doveva firmare e che avrebbero dato
alla polizia il potere di arrestare i cittadini senza doverli accusare di alcun
crimine, cosa che non cambiò affatto l'umore di Zerimski. Sapeva che non
era altro che uno stratagemma per togliere dalla strada alcuni borsaioli,
spacciatori e piccoli criminali. Era la testa dello zar che voleva gli venisse
portata su un vassoio. Se il ministro degli Interni continuava a deluderlo,
avrebbe dovuto sostituirlo.
Quando arrivò il capo dello staff, Zerimski aveva già distrutto con una
semplice firma la vita di un centinaio di uomini il cui unico crimine era
stato quello di avere appoggiato Chernopov durante la campagna
elettorale. A Mosca già circolava la voce che l'ex primo ministro aveva
intenzione di emigrare. Appena avesse lasciato il paese, Zerimski avrebbe
firmato un migliaio di ordini simili e avrebbe imprigionato tutti coloro che
avevano avuto una carica qualsiasi sotto Chernopov.
Lasciò cadere la penna sulla scrivania. Aveva raggiunto tutto ciò in
meno di una settimana. Il pensiero del caos che avrebbe provocato tra un
mese, tra un anno, gli risollevò l'umore.
«La limousine la sta aspettando, signor presidente», disse un impietrito
funzionario a testa bassa. Sorrise al pensiero di quello che sarebbe stato
senza dubbio il momento migliore della giornata. Aveva atteso con
impazienza quella mattinata al Crocefisso, come altri avrebbero pregustato
una serata al Kirov.
Uscì dallo studio e si avviò lentamente lungo un corridoio in marmo del

Jeffrey Archer 167 2002 - L'Undicesimo Comandamento


palazzo d'uffici appena requisito, preceduto dal suo entourage. Si soffermò
un attimo sul gradino più alto della scalinata per lanciare un'occhiata alla
scintillante parata di auto. Aveva detto ai funzionari del partito che lui
doveva avere sempre una limousine più di ogni precedente presidente.
Salì dietro sulla terza macchina e controllò l'orologio: le sette e
quarantatré. La polizia aveva liberato la strada un'ora prima, affinché la
colonna di auto potesse procedere senza incrociare una sola macchina. Il
blocco del traffico faceva sapere ai cittadini che il presidente era in città,
aveva spiegato al capo dello staff.
La polizia stradale aveva calcolato che quel tragitto, che di solito
richiedeva venti minuti, sarebbe stato completato in meno di sette. Mentre
sfrecciava attraverso incroci senza badare al colore del semaforo e
attraversava il fiume, Zerimski non lanciò neppure un'occhiata
all'Hermitage. Una volta raggiunta l'altra riva della Neva, l'autista della
prima macchina accelerò a cento chilometri l'ora per non fare arrivare in
ritardo il presidente al suo primo impegno ufficiale.

Sdraiato sulla branda, il prigioniero sentì le guardie avvicinarsi a passo


di marcia lungo il corridoio in pietra, il rumore dei loro stivali a ogni passo
più sonoro. Si chiese quanti sarebbero stati. Si fermarono davanti alla sua
cella. Una chiave girò nella serratura e la porta si spalancò. Quando si
hanno soltanto pochi attimi di vita, si bada a ogni particolare.
Bolchenkov li fece entrare. Il prigioniero fu colpito da quanto
rapidamente fosse tornato. Il capo della polizia si accese una sigaretta e
tirò una boccata prima di passarla al prigioniero che scrollò la testa. Il capo
si strinse nelle spalle, schiacciò la sigaretta con il piede e uscì per andare a
salutare il presidente.
Nella cella entrò poi il prete con una grossa Bibbia sottobraccio e
salmodiando alcune parole che non avevano alcun senso per il prigioniero.
Dopo di lui entrarono tre uomini che riconobbe immediatamente. Ma
questa volta non ci furono rasoi né aghi, solo un paio di manette. Lo
fissarono, desiderosi quasi che opponesse resistenza, ma, con loro
disappunto, lui mise le mani dietro la schiena e attese. Lo ammanettarono
con rabbia e lo spinsero fuori dalla cella, nel corridoio, in fondo al quale
lui riuscì soltanto a intravedere un puntino di luce solare.
Il presidente, mentre veniva accolto dal capo della polizia, ripensò,
divertito, al fatto di avere assegnato a Bolchenkov l'Ordine di Lenin lo

Jeffrey Archer 168 2002 - L'Undicesimo Comandamento


stesso giorno in cui aveva firmato l'ordine d'arresto di suo fratello.
Bolchenkov accompagnò Zerimski nel cortile dove avrebbe avuto luogo
l'esecuzione. Mentre attraversavano il cortile principale, un piccolo gruppo
ammucchiato contro un muro iniziò ad applaudire. Il capo della polizia
vide Zerimski accigliarsi, di certo si era aspettato che molte più persone
sarebbero venute ad assistere all'esecuzione dell'uomo che aveva attentato
alla sua vita.
Bolchenkov aveva previsto che la scarsità di spettatori avrebbe creato un
problema, per cui si chinò e nell'orecchio del presidente sussurrò: «Mi è
stato ordinato di concedere il permesso di assistere all'esecuzione solo a
membri del partito». Zerimski annuì. Bolchenkov non soggiunse quanto
gli era stato difficile trascinare entro le mura del Crocefisso anche solo
quelle poche persone. Troppi avevano sentito dire che, una volta entrati, di
lì non si sarebbe più usciti.
Il capo della polizia si fermò accanto a una lussuosa poltrona del
diciottesimo secolo che Caterina la Grande aveva acquistato dai beni del
primo ministro britannico Robert Walpole nel 1779 e che il giorno prima
aveva requisito all'Hermitage. Il presidente sprofondò nella comoda
poltrona posizionata di fronte al patibolo appena eretto.
Dopo solo pochi secondi Zerimski cominciò ad agitarsi impaziente, in
attesa del prigioniero. Lanciò un'occhiata sulla folla e si soffermò su un
ragazzino che stava piangendo, cosa che non gli piacque affatto.
In quel momento il prigioniero emerse dal buio corridoio nella cruda
luce del mattino. La testa rasata coperta di sangue rappreso e la leggera
uniforme grigia della prigione lo rendevano stranamente anonimo.
Sembrava molto calmo per essere qualcuno cui rimanevano solo pochi
istanti di vita.
Il condannato alzò gli occhi al sole del mattino e tremò quando un
ufficiale della guardia avanzò verso di lui, gli afferrò il polso sinistro e
controllò il numero: 12995. L'agente di polizia si voltò verso il presidente
e lesse ad alta voce la sentenza del tribunale.
Mentre il funzionario completava le formalità, il prigioniero si guardò
attorno. Vide il gruppo di persone tremanti, in gran parte attente a non
muovere un muscolo per paura che venisse loro ordinato di unirsi a lui. Si
soffermò sul ragazzo che stava ancora piangendo. Se gli avessero
permesso di fare testamento, avrebbe lasciato ogni sua cosa a quel
ragazzino. Lanciò una breve occhiata alla forca, quindi posò gli occhi sul

Jeffrey Archer 169 2002 - L'Undicesimo Comandamento


presidente. I loro sguardi s'incrociarono. Sebbene terrorizzato, il
prigioniero sostenne lo sguardo di Zerimski. Era deciso a non dargli la
soddisfazione di capire quanto atterrito fosse. Se il presidente avesse
smesso di fissarlo negli occhi e avesse guardato a terra tra i suoi piedi, se
ne sarebbe accorto.
L'agente, completato il suo compito, arrotolò il documento e si allontanò
a passo di marcia. Era quello il segnale per i due energumeni che, fatto un
passo avanti, afferrarono il prigioniero per le braccia e lo condussero alla
forca.
Con calma, passò davanti al presidente e si avviò verso il patibolo.
Raggiunto il primo dei gradini in legno, lanciò un'occhiata alla torre
dell'orologio. Tre minuti alle otto. Poche persone, pensò, sapevano
esattamente quanto avevano ancora da vivere. Desiderò quasi che
l'orologio battesse le otto. Aveva atteso ventotto anni per ripagare il suo
debito. Ora, in questi attimi finali, tutto gli tornò alla mente.
Era stato un caldo, afoso mattino di maggio a Nan Dinh. Qualcuno
doveva essere punito come esempio, e, quale ufficiale di maggiore grado,
era stato scelto lui. Il suo comandante in seconda si era fatto avanti e aveva
chiesto spontaneamente di prendere il suo posto. Da vigliacco qual era, lui
non aveva protestato. L'ufficiale vietcong aveva riso e accettato la
proposta, ma poi aveva deciso che il mattino seguente tutti e due avrebbero
dovuto affrontare il plotone d'esecuzione.
Nel bel mezzo della notte, lo stesso tenente si era avvicinato alla sua
branda e gli aveva detto che dovevano tentare la fuga. Era la loro ultima
occasione. Il servizio di sorveglianza al campo era sempre rilassato, perché
a nord si stendeva per un centinaio di chilometri la giungla invasa dai
vietcong e a sud si estendeva una palude impenetrabile per oltre quaranta
chilometri. Molti uomini avevano tentato la sorte prendendo quella via, ma
la fortuna non li aveva assistiti.
Il tenente aveva detto che preferiva rischiare la morte nella palude che
affrontare la certezza della morte per mano di un plotone d'esecuzione.
Mentre se la svignava furtivo nella notte, il capitano l'aveva seguito, anche
se con una certa riluttanza. Quando il sole era apparso all'orizzonte poche
ore dopo, il campo era ancora in vista. Nell'attraversare la palude
puzzolente e infestata di zanzare, avevano sentito le guardie ridere mentre
a turno sparavano a casaccio nella loro direzione. Si erano tuffati
sott'acqua, ma dopo solo pochi secondi avevano dovuto riemergere e

Jeffrey Archer 170 2002 - L'Undicesimo Comandamento


continuare ad avanzare a fatica. Alla fine, dopo la più lunga giornata della
sua vita, era caduta l'oscurità.
Aveva implorato il tenente di continuare senza di lui, ma l'uomo si era
rifiutato.
Alla fine del secondo giorno, avrebbe voluto trovarsi di fronte al plotone
d'esecuzione piuttosto che morire in quel paese abbandonato da Dio. Ma il
giovane ufficiale continuava ad avanzare. Dopo undici giorni e dodici notti
senza cibo, erano sopravvissuti solo bevendo l'acqua piovana che non
aveva mai smesso di cadere. Il dodicesimo mattino, raggiunta la
terraferma, crollò, delirante per la febbre e la fatica. In seguito era venuto a
sapere che il tenente l'aveva trasportato in spalla per altri quattro giorni
attraverso la giungla fino alla salvezza. Si era poi risvegliato in un
ospedale militare.
«Da quanto sono qui?» aveva chiesto all'infermiera che lo assisteva.
«Da sei giorni», aveva risposto. «È fortunato a essere vivo.»
«E il mio amico?»
«È in piedi già da un paio di giorni. Questa mattina è venuto a trovarla.»
Si era riaddormentato e, una volta risvegliatosi, aveva chiesto
all'infermiera carta e penna. Aveva poi trascorso il resto della giornata
seduto sul letto d'ospedale a scrivere e riscrivere la menzione d'onore, che
aveva poi chiesto di recapitare all'ufficiale comandante.
Sei mesi dopo, sul prato davanti alla Casa Bianca, tra Maggie e suo
padre, aveva ascoltato la menzione d'onore letta ad alta voce. Il tenente
Connor Fitzgerald aveva fatto un passo avanti e il presidente gli aveva
consegnato la Medaglia d'Onore.
Mentre saliva i gradini del patibolo, pensò all'unico uomo che avrebbe
pianto appena scoperta la verità. Li aveva avvertiti di non dirglielo, perché,
l'avesse saputo, avrebbe annullato il contratto, si sarebbe consegnato e
sarebbe tornato nel Crocefisso. «Dovete capire», aveva spiegato loro, «che
state trattando con un uomo d'onore. Assicuratevi quindi che l'orologio
abbia battuto le otto prima che scopra di essere stato ingannato.»
Il primo rintocco lo fece fremere dalla testa ai piedi e la sua mente tornò
al presente.
Al secondo rintocco il ragazzino in lacrime corse ai piedi del patibolo e
cadde in ginocchio.
Al terzo, il capo della polizia trattenne con il braccio un giovane
caporale che stava per trascinare via il bambino.

Jeffrey Archer 171 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Al quarto, il prigioniero sorrise a Sergeij come se fosse suo figlio.
Al quinto i due energumeni lo spinsero avanti, proprio sotto la corda che
penzolava.
Al sesto il boia gli mise il cappio attorno al collo.
Al settimo abbassò gli occhi e fissò il presidente della repubblica russa.
All'ottavo, il boia tirò la leva e la botola si aprì.
Appena il corpo di Christopher Andrew Jackson penzolò sopra di lui,
Zerimski applaudì. Del gruppo, solo alcuni si unirono tiepidamente a lui.
Un minuto dopo i due energumeni portarono il corpo senza vita giù dal
patibolo. Sergeij corse ad aiutarli a deporre l'amico nella bara in legno
grezzo ai piedi della forca.
Il capo della polizia accompagnò il presidente alla limousine e la
colonna di auto uscì a gran velocità dai cancelli della prigione ancora
prima che la bara venisse inchiodata. Quattro prigionieri, con Sergeij
sempre al loro fianco, la sollevarono e si avviarono verso il cimitero, un
pezzo di terra accidentato dietro la prigione. Neppure ai morti era
permesso evadere dalla prigione.
Se Sergeij avesse guardato indietro, avrebbe visto il resto del gruppo
correre fuori dei cancelli della prigione prima che venissero chiusi e
fossero risospinte al loro posto le pesanti spranghe in legno.
I quattro uomini che portavano la bara si fermarono davanti a una fossa
senza nome che altri prigionieri avevano appena finito di scavare. Fecero
cadere la cassa nella buca, quindi, senza una preghiera o un attimo di
pausa, la ricoprirono con le zolle di terra.
Il ragazzo non si mosse, finché i quattro non ebbero portato a termine il
loro incarico. Pochi minuti dopo le guardie riportarono i prigionieri nelle
loro celle. Sergeij cadde in ginocchio, chiedendosi per quanto gli
avrebbero permesso di rimanere accanto alla tomba.
Un attimo dopo una mano si poggiò sulla spalla del ragazzo che alzò lo
sguardo e vide il capo della polizia in piedi accanto a lui. Un uomo giusto,
gli aveva detto una volta Jackson.
«Lo conoscevi bene?» domandò Bolchenkov.
«Sissignore», rispose Sergeij. «Era il mio socio.»
Il capo annuì. «Conoscevo l'uomo per il quale ha dato la sua vita», disse.
«Vorrei solo poter avere un amico come lui.»

Jeffrey Archer 172 2002 - L'Undicesimo Comandamento


23
«LA signora Fitzgerald non è furba quanto crede», disse Gutenburg.
«I dilettanti raramente lo sono», concordò Helen Dexter. «Vuole dire
che hai trovato il video?»
«No, anche se ho idea di dove possa essere», rispose Gutenburg. «Ma
non il luogo preciso.»
«Smettila di fare il furbo», esclamò la Dexter, «e arriva al punto. Non
hai bisogno di dimostrarmi quanto sei intelligente.»
Gutenburg sapeva che questo era il massimo in fatto di complimenti che
avrebbe mai ricevuto dal direttore.
«La signora Fitzgerald non sa che da un mese abbiamo messo sotto
controllo i telefoni di casa sua e del suo ufficio e che degli agenti la stanno
sorvegliando da quando suo marito è partito dal Dulles tre settimane fa.»
«E cosa avete scoperto?»
«Non molto, se si analizzano le informazioni a una a una. Messe
insieme, cominciano a formare un quadro.» Spinse un fascicolo e un nastro
dall'altra parte della scrivania.
Il direttore li ignorò. «Illustrameli», disse, con un tono che iniziava a
suonare irritato.
«Durante il pranzo al Café Milano, la signora Fitzgerald e Joan Bennett
hanno parlato del più e del meno fin quasi alla fine, quando la signora
Fitzgerald si è alzata per tornare al lavoro. È stato allora che ha posto una
domanda alla Bennett.»
«Quale domanda?»
«Forse ti piacerà udirla con le tue orecchie.» Il vicedirettore schiacciò il
pulsante PLAY sul registratore, quindi si appoggiò allo schienale della sua
sedia.
«Lo stesso per me. Nero, senza zucchero.» Si udirono dei passi
allontanarsi. «Joan, non ti ho mai chiesto di violare una confidenza, ma c'è
qualcosa che devo sapere.»
«Spero di poterti aiutare, ma, come ti ho sempre spiegato, se si tratta di
qualcosa che riguarda Connor, probabilmente ne sarò all'oscuro quanto
te.»
«Allora ho bisogno di conoscere il nome di chi non è all'oscuro.»
Seguì un lungo silenzio prima che Joan dicesse: «7? consiglio di
riguardare la lista degli ospiti al ricevimento d'addio di Connor».

Jeffrey Archer 173 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Chris Jackson?»
«No. Sfortunatamente non lavora più per la Ditta.»
Seguì un altro lungo silenzio.
«Quel subdolo ometto che se ne era andato senza salutare? Quello che
aveva detto che lavorava nel settore verifica perdite?»
Gutenburg spense il registratore.
«Perché mai sei andato a quel ricevimento?» chiese bruscamente la
Dexter.
«Perché tu mi avevi ordinato di scoprire se Fitzgerald aveva trovato un
lavoro che l'avrebbe trattenuto qui a Washington. Non dimenticare che è
stata sua figlia a darci l'indizio che ha reso possibile convincere Thompson
che avrebbe fatto meglio a non assumere Fitzgerald. Sono certo che
ricorderai i fatti.»
Il direttore si accigliò. «Cosa è successo dopo che la signora Fitzgerald è
uscita dal Café Milano?»
«Nulla d'importante, finché non è tornata a casa quella sera, quando ha
fatto parecchie telefonate, non fa mai telefonate personali dall'ufficio,
inclusa una al cellulare di Chris Jackson.»
«Come mai, dato che sapeva che aveva lasciato la società?»
«Si conoscono da tanto. Lui e Fitzgerald erano insieme in Vietnam. Era
stato proprio Jackson a segnalare Fitzgerald per la Medaglia d'Onore e a
reclutarlo come NOC.»
«Le ha spiegato chi sei?» chiese la Dexter incredula.
«Non ne ha avuto l'opportunità», rispose Gutenburg. «Avevo fatto
bloccare il suo cellulare appena abbiamo scoperto che era in Russia.»
Sorrise. «Naturalmente possiamo sempre scoprire chi ha cercato di
telefonargli e chi ha cercato di chiamare lui.»
«Vuoi forse dire che hai scoperto a chi fa rapporto?»
«Jackson ha composto un solo numero su quella linea da quando è
atterrato in Russia, e penso abbia corso quel rischio perché era
un'emergenza.»
«Chi ha chiamato?»
«Un numero fuori elenco alla Casa Bianca.»
Senza un attimo di esitazione la Dexter disse: «Il nostro amico Lloyd,
senza dubbio».
«Nessun dubbio», convenne Gutenburg.
«La signora Fitzgerald sa che Jackson riferisce direttamente alla Casa

Jeffrey Archer 174 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Bianca?»
«Non credo», rispose Gutenburg. «Altrimenti avrebbe già cercato di
mettersi in contatto con lui.»
La Dexter annuì. «Allora dobbiamo fare sì che non lo venga mai a
sapere.»
Gutenburg non mostrò alcuna emozione. «Capito. Non potrò, tuttavia,
fare nulla fino a che non avrò messo le mani su quel video.»
«A che punto siete?» chiese la Dexter.
«Non avremmo fatto alcun progresso se non avessimo colto un indizio
da una telefonata intercettata. Quando Joan Bennett aveva chiamato la
signora Fitzgerald da Langley alle due del mattino per dirle che sarebbe
arrivata da lei entro un'ora, uno dei miei ha controllato cosa aveva
richiamato sul computer al reparto di consultazione. Comprendemmo
subito che doveva essere incappata in qualcosa che l'aveva spinta a
sospettare che l'uomo in carcere a San Pietroburgo doveva essere il suo
vecchio boss. Ma, come ben sa, ha mancato il suo appuntamento con la
signora Fitzgerald.»
«Un po' troppo vicina alla verità per stare tranquilli.»
«Sono d'accordo. Ma quando non è arrivata, la signora Fitzgerald è
andata alla GW Parkway e ha aspettato che la polizia tirasse su
l'automobile.»
«Avrà visto un servizio in TV o ne avrà sentito parlare alla radio», disse
la Dexter.
«Sì, è quello che abbiamo pensato, l'incidente era la prima notizia che
davano quel mattino. Appena ha saputo con certezza che c'era proprio la
Bennett nell'auto, ha immediatamente telefonato a sua figlia a Stanford. Se
sembra un po' addormentata, è solo perché a quell'ora erano le cinque del
mattino in California.» Si chinò in avanti e premette il tasto PLAY del
registratore.
«Ciao, Tara, sono mamma.»
«Ciao, mamma. Che ore sono?»
«Mi spiace chiamarti tanto presto, cara, ma ho delle notizie molto
tristi.»
«Papà?»
«No, Joan Bennett, è morta in un incidente automobilistico.»
«Joan è morta? Non ci credo. Dimmi che non è vero.»
«Purtroppo è vero. E ho la terribile sensazione che in qualche modo la

Jeffrey Archer 175 2002 - L'Undicesimo Comandamento


sua morte sia collegata al motivo per cui Connor non è tornato a casa.»
«Dai, mamma, non stai diventando un po' paranoica? Dopotutto, sono
solo tre settimane che papà è via.»
«Forse hai ragione, ma ho comunque deciso di mettere quel video in un
posto più sicuro.»
«Perché?»
«Perché è l'unica prova che ho che tuo padre conosceva un uomo di
nome Nick Gutenburg, che anzi aveva lavorato per lui.»
Il vicedirettore premette il tasto STOP. «La conversazione continua ancora
per un po', ma senza aggiungere nulla di concreto a ciò che sappiamo.
Quando la signora Fitzgerald è uscita di casa poco tempo dopo portando
con sé il video, l'agente in ascolto si è reso conto del significato di ciò che
aveva sentito e l'ha pedinata fino all'università. Non è andata direttamente
all'ufficio ammissioni, come al solito, ma è passata dalla biblioteca, e
precisamente nella sezione computer al primo piano. Ha passato venti
minuti a cercare qualcosa su uno dei computer ed è poi uscita con una
decina di pagine stampate. È scesa poi al primo piano al centro di ricerca
audiovisivo. L'agente non ha osato entrare con lei nell'ascensore, ma,
appena ha visto a che piano andava, ha riacceso il computer su cui aveva
lavorato e ha cercato di richiamare l'ultimo file che aveva aperto.»
«Aveva cancellato tutto, immagino», disse la Dexter.
«Naturalmente.»
«Anche dalla stampante?»
«Non abbiamo trovato traccia di ciò che aveva stampato.»
«Non può avere vissuto ventotto anni con Connor Fitzgerald senza avere
imparato qualcosa su come lavoriamo.»
«L'agente ha poi atteso in macchina che lei uscisse dall'edificio e ha
notato che non aveva più con sé il video, ma era...»
«Deve averlo lasciato nel centro audiovisivo.»
«Proprio quello che ho pensato io», ammise Gutenburg.
«Quanti video ci sono nella biblioteca?»
«Più di venticinquemila.»
«Non abbiamo abbastanza tempo per passarli tutti», disse la Dexter.
«Non l'avremmo avuto, se la signora Fitzgerald non avesse compiuto il
suo primo errore.»
Questa volta Helen Dexter non lo interruppe.
«Quando è uscita dalla biblioteca non aveva con sé il video, solo le

Jeffrey Archer 176 2002 - L'Undicesimo Comandamento


stampate. Il nostro agente l'ha seguita fino all'ufficio ammissioni, dove, per
nostra fortuna, i suoi principi hanno avuto la meglio su di lei.»
La Dexter alzò un sopracciglio.
«Prima di tornare nel suo ufficio, la signora Fitzgerald ha fatto una
capatina al centro riciclaggio. Non per caso è vicepresidente del GULP.»
«GULP?»
«Il Georgetown University Litter Patrol, un gruppo ecologico di
riciclaggio immondizie. Ha buttato le stampate nel deposito carta.»
«Bene. E allora cosa avete scoperto?»
«Un elenco completo dei video attualmente in prestito che difficilmente
verranno resi prima dell'inizio del prossimo semestre.»
«E così ha pensato che difficilmente qualcuno avrebbe trovato
casualmente il video per settimane, lasciandolo in una scatola vuota.»
«Giusto», confermò Gutenburg.
«Quanti video sono fuori in prestito?»
«Quattrocentosettantadue», rispose Gutenburg.
«Immagino li abbiate requisiti tutti.»
«Avevo pensato di farlo, ma se uno studente o un membro del personale
si fosse accorto della presenza della CIA al campus, sarebbe scoppiato
l'inferno.»
«Giusta intuizione», ammise la Dexter. «E così come pensate di trovare
quel video?»
«Ho distaccato una dozzina di agenti scelti, tutti laureati da poco, a
controllare tutti i titoli su quella lista fino a che non si saranno imbattuti in
un video casereccio in una scatola che avrebbe dovuto essere vuota. Il
problema è che, malgrado siano vestiti come studenti, non posso
permettermi di farli stare dentro la biblioteca per più di venti minuti alla
volta e più di due volte al giorno: darebbero immediatamente nell'occhio,
specialmente perché in questo periodo non c'è quasi nessuno in giro. È un
compito che richiederà un sacco di tempo.»
«Quanto ci metteranno a trovarlo, secondo te?»
«Potremmo essere fortunati e scovarlo quasi subito, ma scommetto che
passeranno almeno uno o due giorni, tre al massimo.»
«Non dimenticare che devi riprendere contatto con la signora Fitzgerald
in meno di quarantott'ore.»
«Non l'ho dimenticato. Ma se troviamo il video prima di allora, non sarà
più necessario.»

Jeffrey Archer 177 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«A meno che la signora Fitzgerald non abbia registrato la vostra
conversazione telefonica.»
Gutenburg sorrise. «L'ha fatto, ma è stata cancellata pochi secondi dopo
che ha riagganciato. Avrebbe dovuto vedere con quale gioia il professor
Ziegler ci ha mostrato il funzionamento del suo nuovo giocattolo.»
«Ottimo», esclamò la Dexter. «Telefonami appena avrete messo le mani
su quel nastro, allora niente più potrà impedirci di eliminare l'unica
persona che ancora potrebbe...» Il telefono rosso sulla sua scrivania squillò
e lei sollevò la cornetta senza terminare la frase.
«Il direttore», disse, premendo un pulsante sul suo cronometro. «Quando
è successo...? Ne è assolutamente certo?... E Jackson? Dov'è?» Appena
sentita la risposta, riattaccò immediatamente il ricevitore. Gutenburg vide
che il cronometro era arrivato a quarantatré secondi.
«Spero che troviate quel video entro le prossime quarantotto ore», disse
il direttore, fissando il suo vice.
«Perché?» chiese Gutenburg.
«Perché Mitchell mi ha appena detto che Fitzgerald è stato impiccato
questa mattina alle otto, ora di San Pietroburgo, e che Jackson si è appena
imbarcato su un volo della United Airlines a Francoforte, diretto a
Washington.»

PARTE TERZA
Il sicario prezzolato
24
ALLE sette del mattino, i tre criminali erano entrati nella cella e lo
avevano portato nell'ufficio del capo della polizia. Una volta usciti,
Bolchenkov aveva chiuso a chiave la porta e, senza dire una parola, si era
avvicinato a un armadio. Ne aveva tolto una divisa da poliziotto, l'aveva
consegnata a Connor che l'aveva indossata. Nell'ultima settimana era
molto dimagrito, gli abiti gli penzolavano addosso, per fortuna la divisa
aveva in dotazione un paio di bretelle. Con l'aiuto di un cappello
dall'ampia visiera e di un lungo cappotto blu, assomigliava a uno dei
poliziotti che quella mattina sarebbero stati di ronda per le vie di San

Jeffrey Archer 178 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Pietroburgo. Aveva gettato gli abiti da prigioniero nell'armadio,
chiedendosi come Bolchenkov sarebbe riuscito a liberarsene. Sempre in
silenzio, il capo della polizia l'aveva fatto uscire dall'ufficio e l'aveva
chiuso a chiave in una piccola anticamera.
Dopo un lungo silenzio, Connor aveva udito un uscio che si apriva,
quindi dei passi, seguiti dall'apertura di un'altra porta che avrebbe potuto
essere quella dell'armadio nell'ufficio del capo. Immobile come una statua,
aveva cercato di immaginare cosa stesse succedendo. La prima porta si era
aperta di nuovo e due o tre persone erano entrate rumorosamente
nell'ufficio, per uscirne pochi secondi dopo trascinando fuori qualcosa o
qualcuno e sbattendola poi alle loro spalle.
Pochi attimi dopo Bolchenkov aveva aperto la porta e l'aveva invitato
con un cenno a seguirlo, prima nel suo ufficio, poi di nuovo nel corridoio.
Se il capo avesse svoltato a sinistra, sarebbero tornati alla cella, ma aveva
girato a destra. Connor, che si sentiva le gambe deboli, aveva cercato di
seguirlo il più rapidamente possibile.
La prima cosa che aveva visto uscendo nel cortile era stato il patibolo e
qualcuno che vi posizionava di fronte una splendida sedia dorata ricoperta
di un raffinato tessuto rosso. Non aveva avuto bisogno che qualcuno gli
dicesse chi l'avrebbe usata. Mentre attraversava il cortile, aveva notato un
gruppo di poliziotti che indossavano lunghi cappotti blu come il suo
trascinare dentro alcuni passanti, presumibilmente per farli assistere
all'esecuzione.
Il capo della polizia si era diretto ad andatura sostenuta verso
un'automobile ferma dall'altra parte del cortile. Connor stava per aprire la
portiera del passeggero, ma Bolchenkov aveva scosso il capo e gli aveva
indicato il posto di guida. Connor si era messo al volante.
«Vada fino al cancello e si fermi lì», gli aveva ordinato sedendosi
accanto a lui.
Connor aveva attraversato lentamente il cortile, poi si era fermato
davanti alle due guardie appostate al cancello chiuso. Una aveva salutato,
poi si era chinata per controllare sotto la macchina, l'altra aveva sbirciato
dentro il finestrino oscurato e aveva ispezionato il portabagagli.
Il capo della polizia aveva tirato la manica sul polso sinistro di Connor.
Terminata l'ispezione, le due guardie avevano ripreso il loro posto e
avevano salutato di nuovo Bolchenkov, senza interessarsi minimamente al
guidatore. Avevano poi tolto le grosse spranghe in legno e i cancelli della

Jeffrey Archer 179 2002 - L'Undicesimo Comandamento


prigione Crocefisso si erano aperti.
«Parta», gli aveva sussurrato il capo mentre un ragazzino entrava di
corsa nel recinto carcerario e sembrava sapesse esattamente dove andare.
«Da quale parte?» aveva mormorato Connor.
«Destra.»
Senza incrociare altre macchine, Connor aveva guidato lungo la Neva
verso il centro della città.
«Attraversi il prossimo ponte», lo aveva diretto Bolchenkov, «quindi
prenda la prima a sinistra.»
Quando furono passati lungo la prigione dall'altra parte del fiume,
Connor aveva lanciato un'occhiata alle alte mura. La polizia stava ancora
cercando di persuadere i passanti a entrare per accrescere lo scarso
pubblico che si era radunato per assistere alla sua impiccagione. Come se
la sarebbe cavata Bolchenkov?
Connor aveva guidato per altri duecento metri, finché Bolchenkov non
gli aveva ordinato di fermarsi. Aveva rallentato e arrestato l'auto dietro una
grossa BMW bianca con una portiera posteriore aperta.
«Qui ci dividiamo, signor Fitzgerald», l'aveva congedato Bolchenkov.
«Speriamo di non doverci incontrare più.»
Connor aveva annuito. Mentre scendeva dall'auto, il capo della polizia
aveva soggiunto: «Lei è un privilegiato ad avere un amico simile».
Sarebbe passato molto tempo prima che Connor comprendesse appieno
il significato di quelle parole.

«Il suo volo parte dall'uscita 11, signor Jackson. Imbarco tra venti
minuti.»
«Grazie», disse Connor, prendendo la carta d'imbarco. Si avviò
lentamente verso l'area partenze, con la speranza che il funzionario non
controllasse troppo attentamente il suo passaporto. Sebbene avessero
sostituito la fotografia di Jackson con la sua, Chris aveva tre anni più di
lui, era di un paio di centimetri più basso ed era calvo. Se gli avessero
chiesto di togliersi il cappello, avrebbe dovuto spiegare perché aveva la
testa coperta di macchie alla Gorbaciov. In California avrebbero
semplicemente pensato che facesse parte di qualche setta.
Si ricordò di allungare il passaporto con la mano destra per evitare di
mostrare il numero tatuato sul polso sinistro. In America si sarebbe
comperato un cinturino d'orologio più largo.

Jeffrey Archer 180 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Il funzionario diede solo una rapida occhiata al passaporto prima di
invitarlo a passare. La valigia appena acquistata non conteneva altro che
un cambio di vestiti e un nécessaire, per cui passò attraverso il metal
detector senza problemi. Raggiunta l'uscita 11, si sedette in un angolo
lontano, dando la schiena all'uscita d'imbarco.
Nelle ventiquattro ore da quando era uscito dal Crocefisso, non si era
rilassato un solo istante.
«Prima chiamata per il volo 821 della Finnair per Francoforte.»
Connor non si mosse. Gli avessero detto la verità, non avrebbe mai
permesso a Chris di prendere il suo posto. Cercò di mettere insieme i
frammenti di ciò che era accaduto da quando aveva lasciato Bolchenkov.
Era sceso dall'auto della polizia ed era corso alla BMW in attesa. Il capo
della polizia stava già tornando al Crocefisso, quando Connor era salito sul
sedile posteriore dell'auto e si era trovato accanto un giovane magro e
pallido che indossava un lungo cappotto nero in cachemire. Né il giovane
né i due uomini seduti davanti avevano parlato, anzi, nemmeno avevano
dato segno di avvertire la sua presenza.
La BMW si era immessa sulla strada vuota e si era allontanata
velocemente dalla città. Una volta raggiunta l'autostrada, il guidatore
aveva ignorato i limiti di velocità. Quando l'orologio digitale sul cruscotto
aveva segnato le otto, Connor aveva notato un cartello stradale che
indicava che si trovavano a centocinquanta chilometri dal confine
finlandese.
Mentre le cifre dei cartelli segnaletici dei chilometri calavano a cento,
cinquanta, trenta e dieci, Connor si era chiesto come avrebbero spiegato la
presenza di un poliziotto russo alla frontiera. Alla fine non era occorsa
alcuna spiegazione. Quando La BMW si era trovata a circa trecento metri
dalla terra di nessuno che separava i due paesi, l'autista aveva lampeggiato
quattro volte e la barriera alla frontiera si era alzata immediatamente,
permettendo loro di attraversare il confine con la Finlandia senza
rallentare. Connor non aveva potuto esimersi dall'apprezzare la misura
dell'influenza della mafia russa.
Nessuno aveva aperto bocca dall'inizio del viaggio e, ancora una volta,
erano stati i cartelli stradali a dare a Connor l'unico indizio sulla loro
destinazione. Aveva pensato che sarebbero andati a Helsinki, ma dodici
chilometri prima di raggiungere la periferia della città avevano imboccato
una rampa d'uscita dall'autostrada. L'autista aveva rallentato per

Jeffrey Archer 181 2002 - L'Undicesimo Comandamento


destreggiarsi tra buche e curve cieche che portavano sempre più in aperta
campagna. Connor aveva fissato il desolato paesaggio, coperto di neve.
«Seconda chiamata per il volo 821 della Finnair per Francoforte. Si
pregano i signori passeggeri di salire sull'aereo.»
Connor non si mosse.
Quaranta minuti dopo essere usciti dall'autostrada, l'automobile si era
infilata in un cortile di quella che sembrava una fattoria abbandonata. Una
porta si era aperta ancor prima che l'auto si fosse fermata. Il giovane alto
era saltato giù e aveva condotto Connor nella casa, senza salutare la donna
tremante sull'uscio. Connor l'aveva seguito su per una rampa di scale fino
al primo pianerottolo; il russo, aveva aperto una porta, l'aveva fatto entrare
da solo in una stanza che aveva chiuso immediatamente a chiave.
Connor era subito andato a guardare fuori dall'unica finestra. Nel cortile,
una delle guardie del corpo lo stava fissando. Allontanatosi dalla finestra,
aveva visto su un lettino dall'aspetto scomodo un intero completo di capi
d'abbigliamento e un cappello in pelo di coniglio. Si era tolto i vestiti e li
aveva gettati su una sedia accanto al letto. In un angolo della stanza una
tenda in plastica nascondeva una doccia arrugginita. Servendosi di un
pezzetto di sapone e del gocciolio di acqua tiepida, Connor aveva cercato
di togliersi di dosso il fetore del Crocefisso. Si era asciugato con due
strofinacci. Quando si era guardato allo specchio, si era reso conto che
sarebbe passato del tempo prima che le ferite alla testa guarissero e i
capelli riprendessero la normale lunghezza. Il numero tatuato sul polso
invece gli sarebbe rimasto per tutta la vita.
Aveva indossato gli abiti che erano stati preparati sul letto. I pantaloni
erano un po' corti, la camicia e la giacca quasi perfette, anche se in
prigione aveva perso almeno cinque chili.
Qualcuno aveva bussato leggermente alla porta e aveva girato la chiave
nella serratura. La donna di prima era entrata con un vassoio che aveva
deposto su un tavolino prima di allontanarsi senza dare a Connor il tempo
di ringraziarla. Aveva fissato la scodella di brodo caldo e i tre panini e si
era leccato letteralmente le labbra. Si era gettato sul cibo, ma poche
cucchiaiate di minestra e un panino l'avevano saziato. Sopraffatto
all'improvviso dalla sonnolenza, era crollato sul letto.
«Terza chiamata per il volo 821 della Finnair per Francoforte. Si
pregano i restanti passeggeri di salire sull'aereo.»
Ancora una volta Connor rimase al suo posto.

Jeffrey Archer 182 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Doveva essersi addormentato, perché la cosa successiva che aveva
ricordato era d'essersi svegliato e di avere visto ai piedi del letto il giovane
pallido che lo fissava.
«Partiamo per l'aeroporto tra venti minuti», gli aveva detto, lanciando
sul letto un grosso pacchetto marrone.
Connor si era seduto e aveva aperto la busta che conteneva un biglietto
di prima classe per l'aeroporto internazionale Dulles, mille dollari
americani e un passaporto americano. Aveva aperto il passaporto e, sotto
la sua fotografia, aveva letto il nome Christopher Andrew Jackson. Aveva
allora guardato il giovane russo.
«Cosa significa?»
«Significa che sei ancora vivo», aveva risposto Alekseij Romanov.
«Ultima chiamata per il volo 821 per Francoforte. Si invitano i restanti
passeggeri a imbarcarsi immediatamente.»
Connor si avvicinò con calma all'assistente di terra, gli consegnò la carta
d'imbarco e si avviò verso l'aereo. Lo steward controllò il numero del suo
posto e gli indicò la parte anteriore dell'aereo. Scorto il giovane russo già
seduto, non dovette neppure cercare il suo sedile. Evidentemente suo
compito non era soltanto quello di prendere il pacco, ma anche di spedirlo
e di assicurarsi che il contratto venisse rispettato. Mentre lo scavalcava per
sedersi accanto al finestrino, una hostess gli chiese: «Posso avere il suo
cappello, signor Jackson?»
«No, grazie.»
Si appoggiò allo schienale, ma non si rilassò finché l'aereo non decollò.
Solo allora cominciò a capire che era veramente evaso. Ma per che cosa?
Lanciò un'occhiata alla sua sinistra: da quel momento in poi qualcuno
sarebbe stato con lui notte e giorno fino a che non avesse eseguito la sua
parte del contratto.
Durante il volo verso la Germania, Romanov non aprì mai bocca, se non
per spiluccare il suo pasto. Connor invece ripulì il piatto, quindi trascorse
il tempo a leggere la rivista pubblicitaria della Finnair. Quando l'aereo era
atterrato a Francoforte, sapeva tutto sulle saune, i lanciatori di giavellotto e
su come la Finlandia dipendesse dall'economia russa.
Mentre entravano nella zona transiti, individuò immediatamente l'agente
della CIA. Si allontanò rapidamente dal suo compagno e non tornò che
venti minuti dopo, con evidente sollievo di Romanov.
Connor sapeva che avrebbe potuto liberarsi facilmente della guardia del

Jeffrey Archer 183 2002 - L'Undicesimo Comandamento


corpo una volta arrivati nel suo territorio, ma era anche consapevole che,
se avesse tentato di fuggire, avrebbero messo in atto la minaccia che il
capo della polizia gli aveva descritto tanto vivamente. Tremò al pensiero di
uno di quei criminali che toccavano con un dito Maggie o Tara.
Il 777 della United Airlines decollò per Dulles in orario. Connor finì
quasi tutto il suo pasto, poi, con il pensiero a Maggie, si addormentò, per la
prima volta in vent'anni, su un aereo.
Quando si svegliò gli venne servito uno spuntino che divorò, forse
l'unico passeggero di quell'aereo ad avere tanto coraggio o fame.
Nell'ultima ora prima dell'atterraggio a Washington i suoi pensieri
tornarono su Chris Jackson e sul suo sacrificio. Connor sapeva che non
avrebbe mai potuto ripagarlo, ma era deciso a impedire che il suo non
rimanesse un gesto inutile.
La sua mente si spostò sulla Dexter e su Gutenburg, che di certo ora lo
ritenevano defunto. L'avevano spedito in Russia per salvarsi la pelle e poi
avevano assassinato Joan perché aveva forse rivelato a Maggie alcune
informazioni. Quanto tempo sarebbe passato prima che decidessero che
anche Maggie rappresentava un pericolo troppo grande, per cui doveva
essere eliminata pure lei?
«È il capitano che parla. Ci è stato dato via libera per l'atterraggio
all'aeroporto internazionale Dulles. Il personale di bordo si prepari, per
favore. A nome della United Airlines, vi do il benvenuto negli Stati Uniti.»
Connor aprì il passaporto Christopher Andrew Jackson era tornato in
patria.

25
MAGGIE arrivò al Dulles con un'ora di anticipo, un'abitudine che aveva
sempre fatto arrabbiare Connor. Controllò il tabellone arrivi e notò con
piacere che il volo da San Francisco sarebbe atterrato in orario.
Con una copia del Washington Post, entrò nel caffè più vicino, si sedette
su uno sgabello al bancone e ordinò una tazza di caffè nero e un croissant.
Non fece caso ai due uomini seduti a un tavolo nell'angolo opposto, uno
dei quali fingeva di leggere lo stesso Washington Post. Per quanto si fosse
sforzata, non avrebbe comunque notato il terzo uomo che s'interessava
molto più a lei che al tabellone degli arrivi su cui aveva puntato gli occhi e

Jeffrey Archer 184 2002 - L'Undicesimo Comandamento


che aveva già individuato i due uomini nell'angolo.
Maggie lesse il Post dalla prima all'ultima pagina, controllando di tanto
in tanto l'ora. Quando ordinò il secondo caffè, era immersa nella lettura
dell'inserto sulla Russia pubblicato in previsione della imminente visita del
presidente Zerimski a Washington. A Maggie non piacque l'immagine del
leader comunista che pareva appartenere più al secolo passato che a
questo.
Aveva bevuto la terza tazza di caffè venti minuti prima del programmato
atterraggio dell'aereo, per cui scivolò giù dallo sgabello e si diresse verso
la più vicina fila di telefoni. Due uomini la seguirono fuori dal ristorante,
mentre un terzo sgattaiolò da un'ombra all'altra.
Compose un numero di cellulare. «Buon giorno, Jackie», disse quando
la sua sostituta rispose. «Volevo solo sapere se tutto va bene.»
«Maggie», rispose una voce che cercava di non suonare troppo
esasperata, «sono le sette del mattino e io sono ancora a letto. Hai
telefonato ieri sera, ricordi? L'università è chiusa per le ferie, nessuno
tornerà prima del quattordici di gennaio e, dopo essere stata per tre anni la
tua vice, penso di essere capace di dirigere l'ufficio in tua assenza.»
«Scusami, Jackie. Non volevo svegliarti. Mi sono proprio dimenticata
che è tanto presto, ti prometto che non ti disturberò più.»
«Spero che Connor torni presto e che Tara e Stuart ti tengano occupata
per le prossime settimane», commentò Jackie. «Buon Natale, e non voglio
più sentirti fino alla fine di gennaio», soggiunse decisa.
Maggie riattaccò, rendendosi conto che aveva solo cercato di ingannare
il tempo e che non avrebbe dovuto disturbare Jackie. Si rimproverò e
decise che non l'avrebbe richiamata almeno fino a Capodanno.
Si avviò lentamente verso la zona arrivi e si unì al gruppo sempre più
numeroso che scrutava attraverso le finestre la pista di atterraggio. Tre
uomini per nulla interessati alle insegne degli aerei che atterravano
continuarono a sorvegliare Maggie che attendeva che il tabellone
annunciasse l'avvenuto atterraggio del volo 50 della United Airlines da San
Francisco. Quando infine apparve il messaggio, lei sorrise. Uno dei tre
uomini premette undici numeri sul cellulare e riferì la notizia ai suoi
superiori a Langley.
Maggie sorrise di nuovo quando vide un uomo con un berretto dei 49ers,
la squadra di football di San Francisco, uscire dal tunnel, il primo
passeggero del volo Red-eye. Dopo ben dieci minuti arrivarono finalmente

Jeffrey Archer 185 2002 - L'Undicesimo Comandamento


anche Tara e Stuart. Non aveva mai visto sua figlia tanto raggiante.
Appena Stuart individuò Maggie, le rivolse quel suo ampio sorriso che lei
aveva imparato a conoscere così bene durante la vacanza in Australia.
Maggie li abbracciò uno alla volta. «È meraviglioso rivedervi», esclamò.
Prese una delle sacche di Tara e li condusse alla metropolitana che portava
al terminal principale.
Uno degli uomini che l'avevano sorvegliata la stava già attendendo nel
parcheggio, seduto al posto del passeggero di una bisarca Toyota con un
carico di undici nuove automobili. Gli altri due attraversarono di corsa
l'area.
Maggie, Tara e Stuart uscirono nel freddo mattino e si diressero verso
l'automobile di Maggie. «Non sarebbe ora che ti prendessi qualcosa di più
moderno di questo vecchio rottame, mamma?» chiese Tara fingendo
disgusto. «Ero ancora al liceo quando l'hai acquistata, ed era già di seconda
mano allora.»
«La Toyota è l'automobile più sicura su strada», ribatté Maggie piena di
sussiego, «come conferma regolarmente il Consumer Reports.»
«Nessuna auto di tredici anni è sicura su strada», replicò Tara.
«In ogni caso tuo padre pensa che dobbiamo tenercela almeno fino a che
non comincia il suo nuovo lavoro, quando riceverà un'automobile della
società.»
L'avere nominato Connor fece calare un attimo di strano silenzio.
«Sono ansioso di rivedere suo marito, signora Fitzgerald», ruppe il
silenzio Stuart entrando in macchina.
Maggie non disse: «Anch'io», ma cambiò argomento e gli chiese:
«Allora questo è il tuo primo viaggio in America?»
«Proprio così», rispose Stuart mentre Maggie accendeva il motore. «E
già non sono più certo di volere tornare a Oz.»
«Ne abbiamo già troppi di avvocati strapagati negli Stati Uniti, senza
doverne aggiungere un altro di laggiù», disse Tara mentre attendevano in
fila di pagare per il posteggio.
Maggie le sorrise, da settimane oramai non si sentiva più tanto felice.
«Quando dovrai tornare a casa, Stuart?»
«Se pensi che abbia prolungato anche troppo il suo soggiorno, mamma,
non dobbiamo fare altro che tornare in aeroporto e prendere il prossimo
volo per la California», borbottò Tara.
«No, non volevo dire questo, è solo che...»

Jeffrey Archer 186 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Lo so, a te piace pianificare in anticipo», la prese in giro Tara ridendo.
«Se potesse, mamma farebbe iscrivere gli studenti alla Georgetown appena
concepiti.»
«Perché non ci ho mai pensato?» disse Maggie.
«Non devo tornare in ufficio fino al cinque di gennaio», annunciò Stuart.
«Spero che riuscirà a sopportarmi tanto a lungo.»
«Non avrà altra scelta, te l'assicuro», ribatté Tara, stringendogli la mano.
Maggie porse dieci dollari al cassiere prima di uscire dal parcheggio e
imboccare l'autostrada. Diede un'occhiata nello specchietto retrovisore, ma
non notò l'anonima Ford blu che viaggiava alla sua stessa velocità a circa
cento metri di distanza. L'uomo seduto accanto al guidatore stava riferendo
al suo superiore a Langley che il soggetto era partito alla volta di
Washington alle sette e quarantatré con i due pacchi che aveva ritirato.
«Ti è piaciuto il soggiorno a San Francisco, Stuart?»
«Dall'inizio alla fine. Abbiamo intenzione di passarvi altri due giorni
prima che io torni a casa.»
Quando Maggie guardò di nuovo nello specchietto retrovisore vide
sopraggiungere un'auto della polizia dello stato della Virginia che faceva
lampeggiare i fari.
«Pensate stia seguendo me? Non sto affatto andando troppo veloce»,
esclamò, controllando il tachimetro.
«Mamma, questa macchina è un pezzo d'antiquariato e avrebbero dovuto
sequestrarla già da anni. Potrebbe trattarsi di qualsiasi cosa, dalle luci di
arresto agli pneumatici lisci. Accosta e basta. E quando il poliziotto della
stradale ti rivolgerà la parola, non dimenticare di lanciargli quel tuo sorriso
irlandese.»
Maggie accostò mentre la Ford blu continuava la sua corsa nella corsia
centrale.
«Merda», esclamò il guidatore, superandoli.
Maggie abbassò il finestrino, mentre i due poliziotti scendevano
dall'auto e si avvicinavano a loro lentamente. Il primo agente sorrise e
gentilmente le chiese: «Posso avere la sua patente, signora?»
«Certo, agente», rispose Maggie, ricambiando il sorriso. Si chinò, aprì la
borsetta e cominciò a frugarvi dentro, mentre il secondo poliziotto
indicava a Stuart di abbassare anche il suo finestrino. Stuart pensò che
fosse una strana richiesta, non poteva certo essere colpevole di qualche
infrazione stradale, ma, non essendo nel suo paese, ritenne cosa saggia

Jeffrey Archer 187 2002 - L'Undicesimo Comandamento


obbedire. Abbassò il finestrino proprio mentre Maggie, trovata la patente,
si girava per darla al primo agente. In quell'attimo il secondo poliziotto
estrasse la pistola e sparò tre colpi nell'auto in rapida successione.
I due corsero immediatamente alla loro auto, quindi, mentre uno
s'immetteva nel traffico, l'altro telefonava al passeggero dell'autoarticolato.
«C'è una Toyota in panne che ha bisogno della vostra immediata
assistenza.»
Appena la macchina della polizia si fu allontanata, la bisarca che
trasportava undici Toyota nuove di zecca accostò e si fermò davanti
all'auto ferma. Il passeggero, un berretto Toyota in testa e una tuta blu
indosso, aprì la portiera del guidatore, spostò delicatamente Maggie
sull'altro sedile, tirò la levetta che apriva il cofano, quindi si protese verso
Stuart che giaceva accasciato, tolse portafogli e passaporto dalla tasca
della sua giacca e li sostituì con un altro passaporto e un sottile libretto.
L'autista della bisarca aprì il cofano della Toyota, disattivò il dispositivo
spia e richiuse il cofano. Il suo compagno, seduto ora al volante, avviò il
motore, salì lentamente sul piano inclinato dell'autoarticolato e s'infilò
nell'unico posto libero. Spense il motore, inserì il freno a mano, bloccò le
ruote al cassone e tornò nella cabina. Il tutto aveva richiesto meno di tre
minuti.
La bisarca riprese la strada verso Washington, ma dopo ottocento metri
imboccò l'uscita per i cargo e tornò verso l'aeroporto.
Gli agenti della CIA nella Ford blu erano usciti dall'autostrada alla
rampa successiva, avevano fatto dietrofront e si erano immessi nel traffico
del mattino diretto a Washington. «Avrà commesso una lieve infrazione»,
spiegò il conducente al suo superiore a Langley. «Niente di strano con una
macchina tanto vecchia.»
L'altro agente si accorse con stupore che la Toyota non era più segnalata
sul monitor. «Staranno tornando a Georgetown. La chiameremo appena
avremo ripreso contatto.»
Mentre i due agenti procedevano a gran velocità verso Washington, la
bisarca con le dodici Toyota svoltò a sinistra sotto il cartello CARGO,
abbandonando il controviale del Dulles. Dopo alcune centinaia di metri
girò a destra, attraversò un grande cancello in ferro tenuto aperto da due
uomini che indossavano tute dell'aeroporto, e percorse una vecchia pista di
volo fino a un hangar isolato. Un uomo, all'entrata dell'hangar, li guidò
all'interno, come se l'autoarticolato fosse un velivolo appena atterrato.

Jeffrey Archer 188 2002 - L'Undicesimo Comandamento


L'autista fermò il suo mezzo accanto a un furgone non contrassegnato,
da cui scesero sette uomini in tuta bianca. Uno di loro sciolse le catene che
tenevano la vecchia auto fissata al camion. Un altro si mise al volante,
tolse il freno a mano e fece scendere lentamente la Toyota lungo il piano
inclinato. Subito dopo vennero tirati fuori i corpi inanimati.
Il passeggero della bisarca si mise subito al volante della vecchia
Toyota, innestò la prima, fece una manovra a U e schizzò fuori dall'hangar
come se avesse guidato quella macchina da una vita. Mentre superava il
cancello aperto, i corpi vennero delicatamente sistemati nel furgone, dove
li aspettavano tre bare. Uno degli uomini in tuta disse: «Non chiudete i
coperchi, finché non siete vicini all'aereo».
«D'accordo, dottore.»
«E appena chiusi i portelli della stiva, tirate fuori i corpi e assicurateli
nei loro sedili.»
Mentre un altro annuiva, l'autoarticolato uscì a marcia indietro
dall'hangar, riprese la vecchia pista di volo, superò il cancello, quindi,
raggiunta l'autostrada, svoltò a sinistra e si diresse verso Leesburg, dove
avrebbe consegnato undici nuove Toyota al concessionario del posto. La
retribuzione per quelle sei ore di lavoro non programmato gli avrebbero
permesso di acquistarne una.
Il cancello era già stato chiuso e sprangato, quando il furgone uscì
dall'hangar, diretto verso la zona imbarco merci. L'autista superò file e file
di aerei cargo per fermarsi infine dietro un 747 contrassegnato AIR
TRANSPORT INTERNATIONAL. Il portellone era aperto e due doganieri erano in
attesa ai piedi della rampa. Cominciarono a controllare i documenti
proprio mentre i due agenti della CIA nella loro Ford blu passavano
accanto al numero 1648 di Avon Place. Dopo avere fatto il giro
dell'isolato, gli agenti riferirono a Langley che non vi era segno né
dell'auto né dei tre pacchi.
La vecchia Toyota uscì dalla strada 66 e imboccò l'autostrada diretta a
Washingotn. L'autista schiacciò l'acceleratore e procedette velocemente
verso la città. Attraverso gli auricolari sentì che ai due agenti veniva
ordinato di recarsi all'ufficio della signora Fitzgerald per controllare se la
Toyota era parcheggiata al suo solito posto dietro l'ufficio ammissioni
dell'università.
I doganieri, assicuratisi che i documenti del medico legale fossero a
posto, chiesero che venissero rimossi i coperchi. Ispezionarono i vestiti, la

Jeffrey Archer 189 2002 - L'Undicesimo Comandamento


bocca e altri orifizi dei tre corpi, quindi controfirmarono i documenti. Le
tre bare vennero richiuse e gli uomini in tuta bianca le portarono su per la
rampa e le sistemarono una accanto all'altra nella stiva.
Il piano inclinato del 747 veniva sollevato mentre la vecchia Toyota
superava Christ Church e risaliva a gran velocità la collina per altri tre
isolati prima di fermarsi nel vialetto d'accesso del numero 1648 di Avon
Place.
Il conducente era già entrato nella casa dalla porta sul retro, quando il
medico iniziò a controllare il polso dei suoi tre pazienti. Corse nella
camera da letto matrimoniale, aprì il cassetto e frugò tra le camicie finché
non trovò la busta marrone con la scritta, DA NON APRIRSI PRIMA DEL 17
DICEMBRE. Infilò la busta in una tasca interna della giacca, quindi tirò giù
due valigie e le riempì di vestiti. Prese poi da una tasca della tuta un
pacchettino avvolto nel cellophane, lo infilò in un sacchetto per cosmetici
e lo gettò in una delle valigie. Prima di uscire, accese la luce del bagno, poi
quella delle scale e, infine, con il telecomando, il televisore in cucina, con
il volume al massimo.
Lasciate le valigie accanto alla porta sul retro, tornò alla Toyota, aprì il
cofano e attivò di nuovo il dispositivo spia.
Gli agenti della CIA stavano facendo per la seconda volta il giro del
parcheggio dell'università quando sullo schermo riapparve un punto
luminoso. Il guidatore girò immediatamente l'auto e si diresse verso casa
Fitzgerald.
L'uomo con il berretto Toyota prese le valigie, quindi si allontanò dal
cancello sul retro. Vide subito il taxi parcheggiato di fronte a Tudor Place
e vi si precipitò dentro proprio mentre i due agenti tornavano in Avon
Place. Un giovane decisamente sollevato telefonò a Langley per riferire
che la Toyota era parcheggiata al suo solito posto e che poteva vedere e
sentire un televisore in cucina. No, non poteva spiegare come mai il
dispositivo di rilevamento non avesse funzionato per quasi un'ora.
Il tassista non si era neppure girato quando l'uomo era balzato nel taxi
con due valigie. Ma, alla fin fine, sapeva esattamente dove il signor
Fitzgerald voleva essere portato.

26

Jeffrey Archer 190 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Mi stai dicendo che tutti e tre sono scomparsi dalla faccia della terra?»
gridò il direttore.
«Così pare», rispose Gutenburg. «È stata un'operazione tanto
professionale che, se non sapessi che è morto, direi che ha l'impronta di
Connor Fitzgerald.»
«Dato che sappiamo che ciò è impossibile, chi pensi sia stato?»
«Scommetto su Jackson», rispose il vicedirettore.
«Ebbene, se è di nuovo qui, la signora Fitzgerald saprà che suo marito è
morto, per cui possiamo aspettarci di vedere al più presto il suo video al
telegiornale.»
Gutenburg sorrise con aria compiaciuta. «Impossibile», disse,
allungando al suo capo un pacchetto sigillato. «Uno dei miei agenti lo ha
trovato ieri sera, pochi minuti prima che la biblioteca chiudesse.»
«Un problema risolto», disse il direttore, aprendo il pacchetto. «Ma cosa
impedirà a Jackson di riferire a Lloyd chi è realmente sepolto al
Crocefisso?»
Gutenburg si strinse nelle spalle. «Anche se lo riferisse, che cosa se ne
farebbe Lawrence di questa informazione? Difficilmente telefonerà al suo
amico Zerimski, pochi giorni prima del suo arrivo a Washington, per fargli
sapere che l'uomo che hanno impiccato per avere attentato alla sua vita non
era un terrorista sudafricano ingaggiato dalla mafia, ma un agente della
CIA che eseguiva ordini emanati direttamente dalla Casa Bianca.»
«Forse no», ribatté la Dexter. «Ma finché Jackson e le donne Fitzgerald
sono in giro, noi continuiamo ad avere un problema. Perciò ti consiglio di
mettere sulle loro tracce i nostri dodici migliori agenti, e non m'importa in
quale settore stiano lavorando o a chi siano assegnati. Che li trovino il più
rapidamente possibile. Se Lawrence potrà dimostrare cosa è realmente
accaduto a San Pietroburgo, non avrà bisogno di altre giustificazioni per
chiedere le dimissioni di qualcuno.»
Stranamente Gutenburg rimase in silenzio.
«E dato che c'è la tua firma su ogni documento», soggiunse il direttore,
«non mi resterebbe, ahimè, altra scelta che lasciarti andare.»
La fronte di Gutenburg s'imperlò di sudore.

A Stuart sembrò di uscire da un brutto sogno. Cercò di ricordare cosa era


successo: la madre di Tara era venuta a prenderli all'aeroporto, quindi si
erano diretti a Washington. L'automobile era stata fermata da un agente

Jeffrey Archer 191 2002 - L'Undicesimo Comandamento


stradale che gli aveva chiesto di abbassare il suo finestrino. E poi...?
Si guardò in giro. Si trovava su un altro aeroplano, ma dove stavano
andando? La testa di Tara era appoggiata alla sua spalla, dall'altra parte vi
era sua madre, anche lei mezzo addormentata. Tutti gli altri posti erano
vuoti.
Cominciò a ripassare i fatti, come sempre faceva quando preparava una
causa. Lui e Tara erano atterrati al Dulles. Maggie li stava aspettando al di
là dei cancelli d'uscita...
Le sue riflessioni vennero interrotte dall'arrivo di un uomo di mezza età,
ben vestito, che si chinò su di lui per controllargli il polso.
«Dove stiamo andando?» chiese Stuart, ma il medico non rispose.
Effettuò lo stesso controllo su Tara e sua madre, quindi tornò nella parte
anteriore dell'aereo, scomparendo alla vista.
Stuart si slacciò la cintura di sicurezza, ma non trovò la forza di alzarsi
in piedi. Tara aveva cominciato a stirarsi, mentre Maggie continuava a
dormire. Si controllò le tasche: gli avevano rubato portafogli e passaporto.
Cercò disperatamente di capirci qualcosa. Come mai qualcuno sarebbe
arrivato a tanto per poche centinaia di dollari, alcune carte di credito e un
passaporto australiano? Cosa ancora più strana, pareva che avessero
sostituito il contenuto delle sue tasche con un volumetto di poesie di Yeats.
Non aveva mai letto Yeats prima di incontrare Tara, ma, dopo il ritorno di
lei a Stanford, aveva cominciato a trarre piacere dalla lettura della sua
opera. Aprì il libro sulla prima poesia, Un dialogo sull'io e l'anima. Le
parole: «Sono contento di rivivere tutto di nuovo e un'altra volta ancora»,
erano sottolineate. Sfogliò le pagine e notò che altri versi erano
sottolineati.
Mentre rifletteva sul loro significato, al suo fianco comparve un uomo
alto e robusto che torreggiò minaccioso sopra di lui. Senza una parola gli
strappò il libro di mano per tornarsene poi nella parte anteriore dell'aereo.
Tara gli toccò la mano. Lui si girò di colpo verso di lei e le mormorò:
«Non dire nulla». Lei guardò sua madre che ancora non si era mossa,
apparentemente in pace con il mondo intero.

Connor, dopo avere deposto le due valigie nella stiva e avere controllato
che i tre passeggeri fossero vivi e incolumi, scese dal velivolo e salì sul
sedile posteriore di una BMW che lo aspettava con il motore acceso.
«Noi stiamo mantenendo la nostra parte del contratto», affermò Alekseij

Jeffrey Archer 192 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Romanov seduto accanto a lui. Connor annuì mentre la BMW usciva dal
cancello e iniziava il suo viaggio verso l'aeroporto nazionale Ronald
Reagan.
Dopo l'esperienza a Francoforte, dove l'agente locale della CIA l'aveva
quasi individuato solo perché Romanov e i suoi due compagni avevano
fatto praticamente di tutto per farsi notare, tranne che annunciare
pubblicamente il loro arrivo, Connor si era reso conto che, se voleva che il
suo piano per salvare Maggie e Tara andasse a buon fine, avrebbe dovuto
dirigere lui stesso l'operazione. Romanov aveva accettato solo quando gli
era stata ricordata la clausola controfirmata dal padre. Ora Connor poteva
solo sperare che Stuart fosse intraprendente come aveva dato l'impressione
di essere quando l'aveva sottoposto a interrogatorio quel lontano giorno
sulla spiaggia in Australia. Pregò che Stuart notasse le parole che aveva
sottolineato nel libro che gli aveva infilato in tasca.
La BMW accostò all'entrata partenze del Washington National Airport.
Connor scese dall'auto, con Romanov alle calcagna. Altri due uomini si
unirono a loro e seguirono Connor mentre entrava tranquillo nell'aeroporto
e si dirigeva al banco del check-in. Aveva bisogno che si rilassassero tutti
e tre prima di fare la mossa successiva.
Quando Connor mostrò il suo biglietto, l'addetto dell'American Airlines
disse: «Mi spiace, signor Radford, ma il volo 383 per Dallas decollerà con
alcuni minuti di ritardo, anche se speriamo di recuperare in volo. Imbarco
dall'uscita 32».
Connor si diresse con fare indifferente verso la sala d'aspetto, per poi
fermarsi davanti a una fila di telefoni. Ne scelse uno tra due cabine
occupate. Romanov e le due guardie del corpo si misero a gironzolare a
pochi passi di distanza con espressione seccata. Connor rivolse loro un
sorriso innocente, quindi infilò la scheda telefonica internazionale di Stuart
nella fessura e compose un numero di Città del Capo.
Il telefono squillò a lungo prima che qualcuno rispondesse.
«Pronto?»
«Sono Connor.»
Seguì un prolungato silenzio. «Pensavo che solo Gesù potesse
risorgere», disse infine Carl.
«Ho passato un po' di tempo in purgatorio prima di riuscirci», replicò
Connor.
«Almeno sei vivo, amico mio. Cosa posso fare per te?»

Jeffrey Archer 193 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Prima di tutto, per quello che riguarda la Ditta, non ci sarà alcun
Secondo Avvento.»
«Chiaro», concordò Carl.
Connor stava rispondendo all'ultima domanda di Carl quando udì
l'ultima chiamata per il volo 383 per Dallas. Riattaccò, sorrise a Romanov
e si avviò rapidamente verso l'uscita 32.

Quando Maggie aprì gli occhi, Stuart si chinò verso di lei e l'avvertì di
non dire una sola parola finché non si fosse svegliata del tutto. Pochi
secondi dopo un'assistente di volo chiese loro di abbassare i tavolini
ribaltabili e vi pose sopra dei vassoi colmi di cibo immangiabile, come se
fossero su un normale volo di prima classe.
Mentre contemplava un pesce che avrebbero fatto meglio a lasciare in
acqua, Stuart sussurrò a Maggie e Tara: «Non ho idea del perché ci
troviamo qui né di dove siamo diretti, ma credo che in qualche modo ciò
abbia a che fare con Connor».
Maggie annuì, quindi raccontò loro tutto ciò che aveva scoperto dalla
morte di Joan.
«Non credo comunque che le persone che ci tengono qui siano della
CIA», disse, «perché ho detto a Gutenburg che, se fossi scomparsa per più
di sette giorni, quel video sarebbe stato consegnato ai media.»
«A meno che non l'abbiano trovato», commentò Stuart.
«Impossibile», esclamò Maggie enfaticamente.
«Allora, chi diavolo sono?» chiese Tara.
Nessuno espresse un parere mentre l'assistente di volo portava via i
vassoi.
«Abbiamo qualcosa d'altro da cui partire?» chiese Maggie appena
l'assistente di volo si fu allontanata.
«Solo che qualcuno mi ha messo in tasca un libro di poesie di Yeats»,
rispose Stuart.
Tara si accorse che Maggie era trasalita.
«Cosa c'è?» domandò, guardando ansiosamente la madre cui si stavano
riempiendo gli occhi di lacrime.
«Non capisci cosa vuole dire?»
«No.»
«Tuo padre deve essere ancora vivo. Fammelo vedere. Forse vi ha
lasciato dentro un messaggio.»

Jeffrey Archer 194 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Temo di non averlo più. L'avevo appena aperto quando qualcuno me lo
ha strappato di mano», disse Stuart. «Ho notato comunque che alcune
parole erano sottolineate.»
«Quali?» chiese Maggie incalzante.
«Non sono riuscito a capirci nulla.»
«Non importa. Ne ricordi alcune?»
Stuart chiuse gli occhi e cercò di concentrarsi. «Sono contento», esclamò
all'improvviso.
Maggie sorrise: «Sono contento di rivivere tutto di nuovo e un 'altra
volta ancora».

Il volo 383 atterrò a Dallas in orario, e quando Connor e Romanov


uscirono dall'aeroporto trovarono un'altra BMW bianca ad attenderli. La
mafia aveva forse fatto un ordine all'ingrosso? si chiese Connor. La nuova
coppia di criminali che li avrebbero scortati sembrava essere stata
ingaggiata per un film, anche le fondine a tracolla formavano una
protuberanza sotto la giacca.
Sperò che la succursale di Città del Capo fosse una stazione recente,
sapeva comunque che Carl Koeter, con i suoi vent'anni d'esperienza come
agente operativo anziano della CIA in Sudafrica, non avrebbe avuto
problemi a manipolare l'ultimo venuto.
Il viaggio verso il centro di Dallas richiese più di venti minuti. Connor
rimase in silenzio, conscio che stava forse per trovarsi faccia a faccia con
qualcuno che, come lui, aveva lavorato per la CIA per quasi trent'anni.
Sebbene non si fossero mai incontrati, sapeva che questo era il rischio più
grosso cui si esponeva da quando era tornato in America. Ma se i russi
volevano che lui rispettasse la più ardua clausola del contratto, doveva
poter usare il fucile ideale per portare a termine il suo incarico.
Appena si fermarono davanti all'emporio CACCIA E PESCA di Harding,
Connor entrò nel negozio, seguito da Romanov e dalle sue due nuove
ombre. Si diresse subito al bancone, mentre gli altri tre fingevano di
interessarsi a una serie di pistole automatiche nel lato opposto del locale.
Connor si guardò in giro. La sua ispezione doveva essere rapida,
discreta, ma accurata. Pochi istanti gli bastarono per convincersi che non
vi erano telecamere di sicurezza.
«Buona sera, signore», disse un giovane commesso che indossava una
lunga giacca marrone. «In cosa posso servirla?»

Jeffrey Archer 195 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Sono qui per una partita di caccia e vorrei acquistare un fucile.»
«Ha già un modello particolare in mente?»
«Sì, un fucile Remington 700.»
«Non dovrebbero esserci problemi, signore.»
«Avrà forse bisogno di alcune modifiche», aggiunse Connor.
Il commesso esitò. «Scusi un attimo, signore.» Scomparve dietro una
tenda in una camera buia.
Quando, poco dopo, un uomo anziano, anche lui con una lunga giacca
marrone, sbucò da dietro la tenda, Connor ne fu contrariato: aveva sperato
di comperare l'arma senza dovere incontrare il leggendario Jim Harding.
«Buona sera», salutò l'uomo, osservando attentamente il cliente. «Mi
risulta che lei è interessato a un Remington 700.» Indugiò un attimo. «Con
modifiche.»
«Sì. Lei mi è stato raccomandato da un amico», dichiarò Connor.
«Il suo amico deve essere un professionista», replicò Harding.
Nel sentire il termine «professionista», Connor comprese che l'uomo lo
stava esaminando. Se Harding non fosse stato lo Stradivari degli armaioli,
sarebbe uscito dal negozio senza dire un'altra parola.
«Quali modifiche aveva in mente, signore?» chiese Harding senza mai
staccare gli occhi dal cliente.
Connor descrisse dettagliatamente il fucile che aveva lasciato a Bogotà,
attento a qualsiasi reazione.
Il volto di Harding rimase impassibile. «Forse ho qualcosa che potrebbe
interessarle, signore», disse, quindi si voltò e scomparve dietro la tenda.
Connor pensò nuovamente di andarsene, ma dopo pochi secondi
Harding riapparve portando una ben nota valigetta in cuoio che depose sul
bancone.
«Questo modello è entrato in nostro possesso dopo la recente morte del
suo proprietario», spiegò. Fece saltare i lucchetti, aprì il coperchio e ruotò
la valigetta sì da permettere a Connor di esaminare il fucile. «Ogni sua
parte è fatta a mano e dubito che lei possa trovare un più bel pezzo
d'artigianato da questa parte del Mississippi.» Harding toccò l'arma con
amore. «Il fusto è in fibra di vetro, per la leggerezza e un migliore
equilibrio. La canna viene dalla Germania, sono ancora i crucchi,
purtroppo, quelli che producono le migliori canne. Il cannocchiale è un
Leupold 10 Power con mille puntini, per cui non avrà bisogno di regolarlo
secondo il vento. Con questo fucile potrà uccidere un topo a quattrocento

Jeffrey Archer 196 2002 - L'Undicesimo Comandamento


passi, non parliamo poi di un alce. Se lei è portato per la tecnica, riuscirà
ad aggiustare il tiro a mezzo minuto primo d'angolo a cento metri.» Alzò
gli occhi per vedere se il cliente aveva capito di che cosa stesse parlando,
ma dall'espressione di Connor non se ne fece idea. «Solo il più competente
dei clienti richiederebbe un Remington 700 con simili modifiche.»
Connor non osò prendere in mano nessuno dei cinque pezzi, per timore
che il signor Harding scoprisse quanto competente fosse questo suo
cliente.
«Quanto?» chiese, rendendosi per la prima volta conto di non avere idea
del prezzo di un Remington 700 artigianale.
«Ventunmila dollari. Abbiamo comunque il modello standard, se lei...»
«No», lo interruppe Connor. «Questo andrà benissimo.»
«E come desidera pagare, signore?»
«In contanti.»
«Allora ho bisogno di qualche forma di identificazione», disse Harding.
«Purtroppo ci sono sempre più scartoffie da quando è passata, al posto
della proposta di legge Brady, quella d'identificazione e registrazione
immediate.»
Connor gli porse la patente della Virginia che aveva acquistato per un
centinaio di dollari da un borsaiolo a Washington il giorno prima.
Harding esaminò la patente e annuì. «Ora, signor Radford, deve solo
compilare questi tre moduli.»
Connor scrisse nome, indirizzo e numero di tessera della previdenza
sociale del vicedirettore di un negozio di scarpe di Richmond.
Mentre Harding riportava i dati nel computer, Connor cercò di mostrarsi
annoiato, ma in silenzio pregò che il signor Radford non avesse denunciato
la perdita della patente nelle ultime ventiquattro ore.
All'improvviso Harding alzò gli occhi dal monitor. «È un doppio
cognome?» chiese.
«No», rispose di botto Connor. «Gregory è il mio primo nome. A mia
madre piaceva Gregory Peck.»
Harding sorrise. «Anche alla mia.»
Poco dopo Harding disse: «Tutto a posto, signor Radford».
Connor si voltò e fece un cenno a Romanov, che si avvicinò ed estrasse
da una tasca interna un grosso rotolo di banconote. Passò un po' di tempo a
fare scorrere ostentatamente tra le dita banconote da cento dollari,
contandone duecentodieci prima di allungarle a Harding. Il padrone del

Jeffrey Archer 197 2002 - L'Undicesimo Comandamento


negozio compilò una ricevuta e la diede a Connor che uscì senza dire
un'altra parola. Uno dei due gangster afferrò il fucile e si precipitò fuori
come se avesse appena derubato una banca. Connor salì sul sedile
posteriore della BMW chiedendosi se fosse possibile attrarre ancora più
attenzione su di loro. L'auto si staccò con uno stridio dal cordolo del
marciapiede e s'infilò nel traffico, facendo esplodere una cacofonia di
clacson. Sì, pensò Connor, evidentemente potevano farlo. Rimase senza
parole quando l'autista infranse i limiti di velocità per tutto il tragitto verso
l'aeroporto. Lo stesso Romanov sembrava impaurito. Connor stava
velocemente scoprendo che i nuovi mafiosi negli Stati Uniti erano ancora
dei dilettanti se paragonati ai loro cugini italiani. Non ci avrebbero
comunque messo molto a mettersi alla pari, e allora l'FBI avrebbe avuto
bisogno dell'aiuto divino.
Quindici minuti dopo la BMW si arrestò davanti all'entrata
dell'aeroporto. Connor scese e si avviò verso la porta girevole mentre
Romanov impartiva ordini ai due uomini rimasti in macchina e allungava
loro numerose banconote da cento dollari. Quando raggiunse Connor al
banco del check-in, gli sussurrò confidenzialmente: «Nel giro di
quarantott'ore il fucile sarà a Washington».
«Non ci scommetterei», ribatté Connor mentre si dirigevano verso l'area
partenze.

«Conosce tutto Yeats a memoria?» chiese Stuart, incredulo. «Ehm, quasi


tutto», ammise Maggie. «Ma in fondo leggo alcune sue poesie quasi ogni
sera prima di andare a letto.» «Caro Stuart, hai ancora molto da imparare
sugli irlandesi», disse Tara. «Ma adesso cerca di ricordare qualche altra
parola.»
Stuart si concentrò per un attimo. «Avvallamenti», esclamò trionfante.
«Attraverso avvallamenti e colline?» chiese Maggie.
«Proprio così.»
«Forse siamo diretti in Olanda», disse Tara.
«Smettila di scherzare», la rimproverò Stuart.
«Cerca allora di ricordare qualche altra parola», ribatté Tara.
Dopo un attimo di concentrazione esclamò: «Amico».
«Sempre vorremmo che il nuovo amico incontrasse quello vecchio»,
recitò Maggie.
«E così stiamo per incontrare un nuovo amico in un nuovo paese»,

Jeffrey Archer 198 2002 - L'Undicesimo Comandamento


commentò Tara.
«Ma chi? E dove?» chiese Maggie, mentre l'aereo continuava il suo volo
nella notte.

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SUBITO dopo aver letto il messaggio urgente, Gutenburg compose un
numero di Dallas. Quando Harding rispose, il vicedirettore della CIA non
disse altro che: «Lo descriva».
«Un metro e ottanta, forse qualche centimetro in più. Portava il cappello,
per cui non ho visto il colore dei capelli.»
«Età?»
«Cinquanta, uno più, uno meno.»
«Occhi?»
«Celesti.»
«Abito?»
«Giacca sportiva, pantaloni cachi, camicia celeste, mocassini, niente
cravatta. Elegante, ma casual. Ho pensato fosse uno dei vostri, finché non
mi sono accorto che era insieme a una coppia di gangster locali ben noti,
che fingevano di non essere con lui. C'era anche un giovane alto che non
ha mai aperto bocca, ma è stato lui a pagare il fucile, in contanti.»
«E il primo uomo ha detto chiaramente che voleva quelle particolari
modifiche?»
«Sì. Sono certo che sapesse esattamente cosa voleva.»
«Bene, tenga da parte quei contanti. Potremmo identificare delle
impronte digitali su una delle banconote.»
«Non ne troverà nemmeno una», disse Harding. «Ha pagato il giovane e
uno dei malviventi ha portato fuori dal negozio il fucile.»
«Chiunque fosse, è ovvio che non era disposto a correre il rischio di fare
passare l'arma attraverso il metal detector dell'aeroporto», commentò
Gutenburg. «I due banditi saranno stati dei semplici corrieri. Che nome ha
apposto sui moduli?»
«Gregory Peck Radford.»
«Documento d'identificazione?»
«Una patente della Virginia. Indirizzo e data di nascita concordavano
con il numero della previdenza sociale.»

Jeffrey Archer 199 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Tra meno di un'ora verrà da lei un mio agente che mi invierò via e-mail
ogni particolare che ricorda sui due gangster: avrò inoltre bisogno di un
identikit computerizzato del principale sospetto.»
«Non sarà necessario.»
«Perché no?»
«Perché l'intera transazione è stata registrata su video.» Gutenburg non
poté vedere il sorriso soddisfatto di Harding, mentre soggiungeva:
«Neppure lei avrebbe individuato la telecamera di sicurezza».
Stuart continuò a concentrarsi. «Scoprirò!» esclamò.
«Scoprirò dove è andata», disse Maggie con un sorriso.
«Incontreremo un nuovo amico in un nuovo paese e lui ci troverà»,
riassunse Tara. «Ricordi qualcosa d'altro, Stuart?»
«Tutto crolla...»
«... e tutto viene ricostruito», sussurrò Maggie appena vide avvicinarsi
l'uomo che aveva strappato il libro dalle mani di Stuart.
«Ora ascoltate e ascoltate attentamente», disse l'uomo. «Se volete
sopravvivere, cosa che a me non interessa affatto, dovrete seguire le mie
istruzioni alla lettera. Capito?» Stuart lo fissò negli occhi e comprese che
l'uomo li considerava nient'altro che un incarico. Annuì.
«Bene», continuò l'uomo. «Dopo l'atterraggio, andrete direttamente
all'area bagagli, prenderete le vostre valigie e passerete la dogana senza
cercare di attrarre l'attenzione su di voi. Non dovrete assolutamente usare
le toilette. Nella zona arrivi incontrerete due dei miei uomini che vi
accompagneranno alla casa dove rimarrete per l'immediato futuro. Verrò
da voi più tardi questa sera. Tutto chiaro?»
«Sì», rispose Stuart a nome di tutti e tre.
«Se uno qualunque di voi fosse tanto stupido da cercare di fuggire, o di
chiedere aiuto, la signora Fitzgerald verrà uccisa all'istante. E se, per
qualche motivo, lei fosse irreperibile, sceglierò uno di voi due.» Guardò
Tara e Stuart. «Questi sono i termini che il signor Fitzgerald ha accettato.»
«Non è possibile», cominciò a dire Maggie. «Connor non avrebbe
mai...»
«Penso sia più saggio, signora Fitzgerald, lasciare parlare d'ora in poi a
nome vostro il signor Farnham», la interruppe l'uomo. Maggie avrebbe
voluto correggerlo, ma Tara le diede un calcio nella gamba. «Avrete
bisogno di questi», soggiunse, porgendo a Stuart tre passaporti. Il giovane
li controllò, quindi, mentre l'uomo tornava nella cabina di pilotaggio, ne

Jeffrey Archer 200 2002 - L'Undicesimo Comandamento


diede uno a Maggie e uno a Tara.
Stuart fissò il terzo passaporto, che, come gli altri due, recava sulla
copertina l'aquila americana. Lo aprì e sotto la sua fotografia lesse il nome
DANIEL FARNHAM. Professione: professore di diritto all'università. Indirizzo:
75 Marina Boulevard, San Francisco, California. Lo passò a Tara che lo
guardò perplessa.
«Mi piace trattare con i professionisti», dichiarò Stuart. «E comincio a
rendermi conto che tuo padre è uno dei migliori.»
«Sei certo di non ricordare altre parole?» gli chiese Maggie.
«Temo di no», rispose Stuart. «No, aspetta un momento, anarchia'.»
Maggie sorrise. «Adesso so dove siamo diretti.»

Il viaggio da Dallas a Washington è molto lungo e i due criminali, che


avevano lasciato Connor e Romanov all'aeroporto, avevano da sempre
avuto l'intenzione di interromperlo da qualche parte prima di ripartire
verso la capitale il giorno seguente. Poco dopo le ventuno, e dopo circa
seicento chilometri, si fermarono in un motel alle porte di Memphis.
Quarantacinque minuti dopo averli visti parcheggiare la BMW, due
agenti anziani della CIA informarono Gutenburg. «Si sono registrati al
Memphis Marriott, camere 107 e 108. Hanno ordinato il servizio in camera
alle nove e trentatré e ora stanno guardando Nash Bridges nella camera
107.»
«Dov'è il fucile?» chiese Gutenburg.
«Ammanettato al polso dell'uomo della 108.»
«Allora avrete bisogno di un cameriere e di un passe-partout»,
commentò Gutenburg.
Appena dopo le dieci, nella camera 107 entrò un cameriere che allestì la
tavola per la cena. Stappò una bottiglia di vino rosso, riempì due bicchieri
e dispose il cibo. Disse ai due ospiti che sarebbe tornato dopo circa
quaranta minuti per sparecchiare. Uno di loro gli chiese di tagliargli la
bistecca a pezzetti, dato che poteva usare una sola mano, cosa che il
cameriere fece cortesemente. «Buon appetito», augurò prima di andarsene.
Il cameriere si recò direttamente al parcheggio e fece rapporto all'agente
anziano che lo ringraziò prima di fargli un'ulteriore richiesta. Il cameriere
annuì e l'agente gli allungò una banconota da cinquanta dollari.
«A quanto pare non lo lascia neppure mentre mangia», commentò l'altro
agente, appena il cameriere fu fuori portata di voce.

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Alcuni minuti dopo mezzanotte il cameriere tornò nel parcheggio e riferì
che i due uomini erano andati a letto nelle loro rispettive stanze. Consegnò
agli agenti un passe-partout e ne ricevette in cambio altri cinquanta dollari.
Si allontanò pensando di avere fatto un buon lavoro. Quello che non
sapeva era che l'uomo nella stanza 107 aveva preso le chiavi delle manette,
per assicurarsi che nessuno avrebbe cercato di rubare la valigetta al suo
compagno mentre dormiva.
Quando l'occupante la stanza 107 si svegliò il mattino seguente si sentì
stranamente assonnato. Verificò l'ora e si sorprese che fosse già tanto tardi.
S'infilò i jeans e corse nella stanza comunicante per svegliare il suo socio.
Si bloccò di colpo, cadde in ginocchio e cominciò a vomitare. Sul tappeto,
in una pozza di sangue, vi era una mano mozza.

Quando scesero dall'aereo a Città del Capo, Stuart si accorse della


presenza di due uomini che controllavano ogni loro mossa. Dopo che un
funzionario dell'immigrazione ebbe apposto un visto sui loro passaporti, si
diressero verso l'area recupero bagagli. Maggie si meravigliò nel vedere
arrivare due delle sue vecchie valigie. Stuart, al contrario, cominciava ad
abituarsi al modus operandi di Connor Fitzgerald.
Una volta recuperati i bagagli si diressero alla dogana, seguiti dai due
uomini. Un funzionario chiese a Stuart di mettere la valigia rossa sul
bancone, inducendo così i due uomini a superarli, anche se con riluttanza.
Una volta superate le porte scorrevoli, i due si fermarono a pochi passi
dall'uscita. Ogni volta che le porte si aprivano, li si vedevano sbirciare
dentro. Dopo pochi minuti vennero raggiunti da altri due uomini.
«Le spiace aprire la valigia, signora?» chiese il doganiere.
Maggie fece scattare i lucchetti e sorrise alla vista di tanta confusione.
Una sola persona poteva avere fatto quella valigia. Il funzionario frugò tra
gli indumenti e tirò fuori il nécessaire. Aprì la cerniera lampo ed estrasse
un pacchetto in cellophane che conteneva una polvere bianca.
«Ma questo non è...» cominciò a dire Maggie. Questa volta toccò a
Stuart frenarla.
«Temo che dovremo farle una perquisizione personale, signora», disse il
funzionario. «Forse, date le circostanze, sua figlia vorrà accompagnarla.»
Stuart si chiese come l'uomo avesse saputo che Tara era la figlia di
Maggie, mentre apparentemente non aveva considerato lui suo figlio.
«Seguitemi tutti e tre, per favore», disse il doganiere. «Prendete per

Jeffrey Archer 202 2002 - L'Undicesimo Comandamento


favore la valigia e tutti gli altri bagagli.» Alzò una parte del bancone e li
accompagnò in una stanzetta in cui vi erano soltanto un tavolo e due sedie.
«Uno dei miei colleghi sarà qui a momenti», disse. Chiuse la porta e si udì
girare una chiave.
«Cosa succede?» domandò Maggie. «Quel sacchetto non era...»
«Penso che lo scopriremo presto», disse Stuart.
Si aprì una porta sull'altro lato e un uomo alto e atletico, completamente
calvo anche se non poteva avere più di cinquant'anni, irruppe nella stanza.
Indossava blue jeans e un maglioncino rosso e di certo non dava
l'impressione di essere un doganiere. Si avvicinò a Maggie e le fece il
baciamano.
«Mi chiamo Carl Koeter», disse con un forte accento sudafricano. «È un
grande onore per me, signora Fitzgerald, conoscere finalmente la donna
che ha avuto il coraggio di sposare Connor Fitzgerald. Mi ha telefonato
ieri pomeriggio e mi ha chiesto di dirle che è vivo e vegeto.»
Maggie avrebbe dovuto dire qualcosa, ma il flusso di parole non si
arrestò.
«Naturalmente io ne so molto di più su di lei che lei su di me, ma
sfortunatamente questa volta non avremo tempo per rimediarvi.» Sorrise a
Stuart e Tara e s'inchinò leggermente. «Siate, per favore, tanto gentili da
seguirmi.»
Si girò e iniziò a spingere il carrello con le valigie oltre la porta.
«Sempre vorremmo che il nuovo amico incontrasse quello vecchio»,
mormorò Maggie. Stuart sorrise.
Il sudafricano li condusse giù per una ripida rampa e lungo un corridoio
buio e vuoto. Maggie lo raggiunse e iniziò subito a tempestarlo di
domande sulla conversazione telefonica che aveva avuto con Connor. In
fondo al tunnel presero un'altra rampa e uscirono nella parte opposta
dell'aeroporto. Koeter fece loro passare la dogana dove vennero controllati
in modo del tutto superficiale. Dopo un'altra lunga camminata arrivarono
in una sala partenze vuota, dove Koeter porse all'addetto tre biglietti e
ricevette in cambio tre carte d'imbarco per un volo Qantas per Sydney che
era stato misteriosamente trattenuto per quindici minuti.
«Come possiamo ringraziarla?» chiese Maggie.
Koeter le baciò di nuovo la mano. «Signora», rispose, «in ogni angolo
del mondo troverà delle persone che non potranno mai ripagare del tutto
Connor Fitzgerald.»

Jeffrey Archer 203 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Entrambi erano rimasti seduti a guardare la televisione. Nessuno dei due
parlò finché il filmato di dodici minuti non terminò.
«È possibile?» chiese il direttore con calma.
«Solo se in qualche modo ha scambiato posto con lui nel Crocefisso»,
rispose Gutenburg.
La Dexter rimase in silenzio per un po' prima di dire: «Jackson l'avrebbe
fatto solo se fosse stato disposto a sacrificare la sua stessa vita».
Gutenburg annuì.
«E chi è l'uomo che ha pagato per il fucile?»
«Alekseij Romanov, il figlio dello zar e il numero due della mafia russa.
Uno dei nostri agenti l'aveva già individuato all'aeroporto di Francoforte, e
noi sospettiamo che ora lui e Fitzgerald stiano lavorando insieme.»
«Allora è stata la mafia a tirarlo fuori dal Crocefisso», disse la Dexter.
«Ma se aveva bisogno di un fucile Remington 700, chi è il bersaglio?»
«Il presidente», rispose Gutenburg.
«Potresti avere ragione», replicò la Dexter. «Ma quale?»

28
IL presidente degli Stati Uniti e il segretario di Stato erano tra i
settantadue pubblici ufficiali allineati sulla pista di volo in attesa che
l'Ilyushin 62 dell'aeronautica militare russa atterrasse alla base militare
aerea Andrews alle porte di Washington. Il tappeto rosso era già stato
srotolato, il podio con una dozzina di microfoni già pronto e in quel
momento una grande scala veniva trainata verso il punto esatto della pista
dove l'aereo si sarebbe arrestato.
Appena il portello dell'aereo si aprì, Tom Lawrence si protesse gli occhi
dalla forte luce del mattino. Un'alta e snella hostess apparve alla porta. Un
attimo dopo accanto a lei comparve un uomo basso e tarchiato. Sebbene
Lawrence sapesse che Zerimski era alto solo un metro e sessanta, l'alta
assistente di volo sottolineava la sua bassa statura. Lawrence sospettò che
non sarebbe stato possibile a un uomo alto come Zerimski diventare
presidente degli Stati Uniti.
Mentre Zerimski scendeva lentamente la scaletta, il folto gruppo di
fotografi cominciò a scattare furiosamente. Da dietro il loro cordone, i

Jeffrey Archer 204 2002 - L'Undicesimo Comandamento


cameramen di ogni rete televisiva puntarono gli obiettivi sull'uomo che
avrebbe dominato i telegiornali del mondo intero per i prossimi giorni.
Il capo del protocollo americano fece un passo avanti per presentare i
due leader e Lawrence strinse calorosamente la mano all'ospite.
«Benvenuto negli Stati Uniti, signor presidente.»
«Grazie, Tom», disse Zerimski, facendogli così fare il primo passo falso.
Lawrence si girò per presentargli il segretario di Stato.
«Piacere di conoscerla, Larry», disse Zerimski.
Il presidente russo si mostrò affabile e amichevole in modo disarmante
mentre veniva presentato a tutti i pubblici ufficiali: il segretario alla
Difesa, il segretario del Commercio, il consulente per la difesa nazionale.
Arrivato alla fine della fila, Lawrence lo prese per il gomito e lo condusse
verso il podio. Mentre attraversavano la pista, il presidente americano si
chinò e disse: «Dirò solo alcune parole di benvenuto, signor presidente, cui
gradirà forse rispondere».
«Victor, per piacere», insistette Zerimski.
Lawrence salì sul podio, estrasse un unico foglio di carta da una tasca
interna della giacca e lo appoggiò sul leggio.
«Signor presidente», iniziò a dire, quindi, rivoltosi a Zerimski, sorrise e
continuò: «Victor, benvenuto in America. Questa giornata segna l'apertura
di una nuova era nello speciale rapporto tra i nostri due grandi paesi. La
sua visita negli Stati Uniti preannuncia...»
Connor, seduto di fronte a tre schermi televisivi, seguiva la copertura
della cerimonia delle tre principali reti televisive. Quella sera avrebbe
rivisto più volte il nastro. La sicurezza a terra era molto più numerosa di
quanto avesse previsto. I Servizi Segreti sembravano avere fatto affluire
per ciascun presidente un intero dipartimento per la protezione di alte
personalità. Non c'era invece traccia di Gutenburg né di agenti operativi
della CIA. Connor sospettò che i Servizi Segreti non sapessero che c'era un
potenziale assassino in libertà.
Non era affatto sorpreso che il fucile acquistato a Dallas non avesse mai
raggiunto la sua destinazione. I due gangster della mafia avevano fatto di
tutto per informare la CIA, tranne che fare loro una telefonata a carico del
destinatario. Fosse stato il vicedirettore, avrebbe permesso loro di
consegnare il fucile, nella speranza che lo avrebbero condotto alla persona
che aveva intenzione di usarlo. Gutenburg aveva evidentemente pensato
che la cosa più importante era eliminare l'arma. Forse aveva ragione.

Jeffrey Archer 205 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Connor non poteva rischiare un'altra débàcle come quella patita a Dallas e
loro l'avevano messo nella condizione di dovere escogitare un altro piano.
Dopo l'accaduto al Memphis Marriott, Alekseij Romanov aveva fatto
capire che non era disposto ad accollarsi la colpa se dell'altro fosse andato
storto, e Connor aveva ora il controllo totale sui preparativi dell'assassinio.
Quelli che lo sorvegliavano, pur tenendolo sempre sott'occhio, si tenevano
a una certa distanza, diversamente quel mattino sarebbe andato alla base
aeronautica militare Andrews. Avrebbe potuto scrollarseli di dosso in
qualsiasi momento, ma aveva capito come reagivano ai fallimenti quando
aveva saputo che il boss della mafia di Dallas aveva tagliato anche l'altra
mano del gangster, affinché non potesse più ripetere lo stesso errore.
La conclusione del discorso di benvenuto del presidente fu accolta da
uno scroscio di applausi ben poco efficace in quel vasto spazio aperto. Si
spostò di lato per permettere a Zerimski di rispondere, ma quando il
presidente russo prese il suo posto, non riuscì a vedere al di sopra della fila
di microfoni. Connor intuì subito che, per i successivi quattro giorni, la
stampa non avrebbe smesso di ricordare all'alto presidente americano
questo disastroso inizio dei rapporti con la Russia e che Zerimski avrebbe
pensato che era stato fatto intenzionalmente per metterlo in secondo piano.
Si chiese a quale addetto ai rapporti internazionali alla Casa Bianca
avrebbero tagliato la testa.
Sarebbe stato molto più facile sparare a un uomo alto un metro e ottanta
che a uno alto solo un metro e sessanta, pensò Connor. Osservò gli agenti
del dipartimento Protezione alte personalità assegnati a Zerimski per il
periodo della visita. Ne riconobbe quattro, tutti professionisti in gamba.
Ognuno di loro sarebbe stato capace di abbattere un uomo con un solo
sparo da trecento passi e di disarmare un aggressore con un solo colpo.
Dietro le lenti scure, Connor sapeva che i loro occhi dardeggiavano
incessantemente in ogni direzione.
Sebbene le persone in piedi sulla pista non potessero vedere Zerimski,
udivano chiaramente le sue parole. Connor rimase sorpreso nel vedere che
aveva sostituito l'atteggiamento arrogante e autoritario mostrato a Mosca e
a San Pietroburgo con uno molto più conciliante. Ringraziò «Tom» per il
suo caloroso benvenuto e disse di essere certo che la visita si sarebbe
rivelata vantaggiosa per entrambe le nazioni.
Connor era certo che Lawrence non si sarebbe lasciato ingannare da
quella esteriore manifestazione di calore del presidente russo. Non erano

Jeffrey Archer 206 2002 - L'Undicesimo Comandamento


certo quelli, per il leader russo, il momento e il posto appropriati per
svelare agli americani la sua reale agenda.
Mentre Zerimski continuava a leggere il testo che aveva davanti, Connor
lanciò un'occhiata all'itinerario della visita preparato dalla Casa Bianca e
che il Washington Post aveva tanto convenientemente riportato minuto per
minuto. Anni di esperienza gli avevano insegnato che, per quanto ben
studiati, simili programmi raramente riuscivano a mantenere la tabella di
marcia originale. In qualche momento della visita sarebbe accaduto
qualcosa di inaspettato; e lui doveva essere certo che non sarebbe successo
proprio mentre lui stava prendendo la mira.
Un elicottero avrebbe portato i due presidenti alla Casa Bianca dove
avrebbero iniziato subito una seduta di colloqui privati, che sarebbe
continuata durante il pranzo. Dopo pranzo Zerimski sarebbe stato
accompagnato all'ambasciata russa per riposarsi prima di tornare alla Casa
Bianca per una cena formale in suo onore.
Il mattino seguente sarebbe andato a New York dove avrebbe tenuto un
discorso alle Nazioni Unite e pranzato con il segretario generale, prima di
visitare il Metropolitan Museum nel pomeriggio. Connor era scoppiato a
ridere quando quel mattino aveva letto nel settore cultura e società del
Post che Tom Lawrence sapeva del grande amore per l'arte dimostrato dal
suo ospite durante la recente campagna presidenziale, nel corso della quale
Zerimski aveva trovato il tempo per visitare non solo il Bolscioi, ma anche
i musei Puskin ed Hermitage.
Al suo ritorno a Washington il giovedì sera, il presidente russo avrebbe
avuto appena il tempo di correre all'ambasciata e cambiarsi d'abito prima
di recarsi al Kennedy Center per assistere al Lago dei cigni eseguito dal
Washington Ballett. Con grave mancanza di tatto il Post aveva ricordato ai
lettori che per più del cinquanta per cento il corpo di ballo era composto da
immigrati russi.
Venerdì mattina vi sarebbero stati altri colloqui alla Casa Bianca, seguiti
da un pranzo al dipartimento di Stato. Nel pomeriggio Zerimski avrebbe
tenuto un discorso a una seduta congiunta del Congresso, il momento più
importante della sua visita di quattro giorni. Lawrence sperava che i
legislatori, convintisi che il leader russo era un uomo di pace, avrebbero
appoggiato la sua proposta per la riduzione dell'arsenale. Un editoriale del
New York Times avvertiva che in quell'occasione Zerimski avrebbe potuto
delineare la strategia difensiva russa per il prossimo decennio. Il redattore

Jeffrey Archer 207 2002 - L'Undicesimo Comandamento


diplomatico del giornale aveva contattato l'ufficio stampa all'ambasciata
russa solo per sentirsi dire bruscamente che non avrebbero distribuito in
anticipo copie di quel particolare discorso.
Alla sera Zerimski sarebbe stato ospite d'onore alla cena del Consiglio
degli affari USA-Russia. Copie di quel discorso erano state diffuse senza
alcun problema. Connor aveva letto ogni frase attentamente e sapeva che
nessun giornalista degno di tal nome avrebbe pubblicato una sola parola di
quel testo.
Sabato, Zerimski e Tom Lawrence sarebbero andati al Cooke Stadium
nel Maryland per assistere a una partita di football tra i Washington
Redskins e i Green Bay Packers, la squadra per la quale Lawrence, che era
stato senatore anziano del Wisconsin, tifava da sempre. Alla sera, per
ricambiare l'ospitalità, Zerimski avrebbe offerto una cena all'ambasciata
russa. Il mattino seguente sarebbe tornato a Mosca, ma solo se Connor non
fosse riuscito ad adempiere al contratto.
Connor aveva quindi nove sedi da prendere in considerazione. Ne aveva
eliminate sette ancora prima che l'aereo di Zerimski toccasse terra. Una
delle restanti due, il banchetto di sabato sera, sembrava la più promettente,
specialmente dopo avere saputo da Romanov che la mafia aveva la
concessione di catering per tutti i ricevimenti all'ambasciata russa.
Un leggero applauso riportò l'attenzione di Connor sulla cerimonia di
benvenuto. Molte persone sulla pista non si accorsero che Zerimski aveva
terminato il discorso, finché non lo videro scendere dal podio, per cui
l'accoglienza che ricevette non fu entusiastica come Lawrence aveva
sperato.
I due leader si avviarono verso l'elicottero in attesa. Di norma nessun
presidente russo sarebbe salito su un velivolo militare americano, ma
Zerimski, ricusando ogni obiezione, aveva detto ai suoi consiglieri che
voleva approfittare di ogni opportunità per prendere in contropiede
Lawrence. Salirono sull'elicottero e salutarono la folla. Pochi istanti dopo
Marine One si sollevò, sorvolò la pista per alcuni secondi, quindi si
allontanò. Le donne che non avevano mai assistito a una cerimonia di
benvenuto non sapevano se stringere il cappello o tenere giù la gonna.
In sette minuti Marine One sarebbe atterrato sul prato meridionale della
Casa Bianca, dove erano in attesa Andy Lloyd e tutto lo staff.
Connor spense i tre televisori, riavvolse il nastro e cominciò a riflettere
sulle alternative. Aveva già deciso di non andare a New York. Le Nazioni

Jeffrey Archer 208 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Unite e il Metropolitan Museum non offrivano alcuna possibilità di fuga.
Inoltre sapeva bene che i Servizi Segreti erano addestrati a individuare
chiunque fosse stato presente a più di un avvenimento durante una visita
presidenziale, compresi giornalisti e troupe televisive.
Avrebbe sfruttato il periodo in cui Zerimski era fuori città per
controllare i due siti più promettenti. Dato che la mafia l'aveva già inserito
nella squadra di fornitori che sarebbe andata all'ambasciata russa quel
pomeriggio, avrebbe potuto studiare i particolari del banchetto del sabato
sera. L'ambasciatore aveva spiegato che voleva che quella fosse
un'occorrenza che nessuno dei due presidenti avrebbe mai dimenticato.
Connor controllò l'orologio, s'infilò il cappotto, scese dabbasso e salì
immediatamente sul sedile posteriore della BMW che lo stava aspettando.
«Cooke Stadium», fu tutto quello che disse.
Nessuno fece commenti, mentre l'autista s'immetteva nella corsia
centrale.
Nel vedere un autoarticolato passare dall'altra parte della strada, Connor
pensò a Maggie e sorrise. Aveva parlato con Carl Koeter quel mattino sul
presto e aveva avuto la rassicurazione che tutti e tre i canguri erano sani e
salvi nei loro marsupi.
«A proposito, la mafia crede che siano stati rimandati in America», gli
aveva detto Koeter.
«Come hai fatto a dare loro questa impressione?» aveva chiesto Connor.
«Uno dei loro sorveglianti ha cercato di ricattare un doganiere. Lui ha
preso i soldi e lo ha informato che erano stati presi con della droga e
rispediti al porto d'imbarco.»
«Pensi che ci siano cascati?»
«Oh, sì», aveva risposto Koeter. «Hanno dovuto pagare un sacco di soldi
per quell'informazione.»
Connor rise. «Sarò sempre tuo debitore, Carl. Fammi solo sapere come
posso ripagarti.»
«Non sarà necessario, amico mio», aveva ribattuto Koeter.
«Sarò solo ansioso di incontrare di nuovo tua moglie in circostanze più
piacevoli».
I cani da guardia di Connor non avevano accennato alla scomparsa di
Maggie, per cui non sapeva se erano troppo orgogliosi per ammettere di
averla persa assieme a Stuart e Tara, o se pensavano ancora di riacciuffarli
prima che lui scoprisse la verità. Forse temevano che non avrebbe eseguito

Jeffrey Archer 209 2002 - L'Undicesimo Comandamento


il lavoro se avesse saputo che moglie e figlia non erano più nelle loro
mani. Connor, tuttavia, non dubitava affatto che, non avesse rispettato
l'accordo, Alekseij Romanov avrebbe alla fine rintracciato Maggie e
l'avrebbe uccisa, e, se non Maggie, Tara. Bolchenkov l'aveva avvertito che
Romanov non sarebbe potuto tornare in patria fino a che non fosse stato
portato a termine, in un modo o nell'altro, il contratto.
Mentre l'autista imboccava la tangenziale, Connor pensò a Joan, il cui
unico crimine era stato quello di essere stata la sua segretaria. Strinse i
pugni e sognò che la mafia gli avesse commissionato l'assassinio della
Dexter e del suo complice Gutenburg, un incarico che avrebbe eseguito
con gusto.
Mentre la BMW usciva dalla città, Connor rifletté sui preparativi che
ancora doveva fare: avrebbe fatto fare all'autista parecchi giri attorno allo
stadio per controllare ogni uscita, prima di decidere se entrare.
Marine One atterrò dolcemente sul prato a sud della Casa Bianca. I due
presidenti uscirono dall'elicottero e vennero accolti con un caloroso
applauso dai seicento membri dello staff.
Quando Lawrence presentò Zerimski al capo dello staff, non poté fare a
meno di notare quanto Andy fosse preoccupato. I due leader si lasciarono
fotografare per un tempo insolitamente lungo prima di rinchiudersi
nell'Ufficio Ovale con i loro consiglieri per confermare i temi che
avrebbero discusso nei successivi incontri. Zerimski non contestò il
programma preparato da Andy Lloyd né gli argomenti che avrebbero preso
in esame.
Quando interruppero la seduta per il pranzo, Lawrence pensò che le
discussioni preliminari fossero andate bene. Raccontò di quando il
presidente Kennedy, mentre pranzava nella stessa sala con otto premi
Nobel, aveva osservato che, da quando Jefferson aveva desinato da solo,
mai vi era stata una più bella riunione di intelletti. Larry Harrington rise
solo per rispetto, aveva già sentito il presidente raccontare quell'episodio
almeno una dozzina di volte. Andy Lloyd neppure si sforzò di sorridere.
Dopo pranzo Lawrence accompagnò Zerimski alla limousine, quindi,
appena l'ultima auto della colonna che il leader russo aveva preteso fosse
più lunga di quella di ogni altro presidente russo scomparve alla vista,
ritornò di corsa nell'Ufficio Ovale. Accanto alla scrivania lo aspettava un
cupo Andy Lloyd.
«Pensavo tutto fosse andato bene come ci si aspettava», disse il

Jeffrey Archer 210 2002 - L'Undicesimo Comandamento


presidente.
«Forse», borbottò Lloyd. «Anche se penso che quell'uomo non dica la
verità neppure a se stesso. Troppo cooperativo per i miei gusti. Ho
l'impressione che ci abbia incastrati.»
«È per questo che eri tanto taciturno durante il pranzo?»
«No. Temo che abbiamo un problema molto più grosso tra le mani»,
rispose Lloyd. «Ha visto l'ultimo rapporto della Dexter? L'ho lasciato sulla
sua scrivania ieri pomeriggio.»
«No, non l'ho visto, ho passato quasi tutto il pomeriggio con Larry
Harrington al dipartimento di Stato.»
Aprì il fascicolo e iniziò a leggere. Prima di arrivare in fondo alla prima
pagina aveva già imprecato tre volte e, quando chiuse il fascicolo, era
impallidito. Lanciò un'occhiata al vecchio amico. «Credevo che Jackson
fosse dalla nostra parte.»
«Lo è, signor presidente.»
«Perché allora la Dexter sostiene di poter dimostrare che è lui il
responsabile dell'assassinio in Colombia, e che poi è andato a San
Pietroburgo con l'intenzione di uccidere Zerimski?»
«Perché in questo modo si scagiona da ogni coinvolgimento e mette noi
nelle condizioni di dovere spiegare perché abbiamo ingaggiato Jackson.
Avrà oramai un armadio pieno di dossier che possono dimostrare che è
stato Jackson a uccidere Guzman e fornire qualsiasi informazione su di lui.
Guardi soltanto le fotografie che mostrano Jackson in un bar di Bogotà
allungare dei soldi al capo della polizia. Quello che non dicono è che sono
state scattate due settimane dopo l'assassinio. Non dimentichi mai che la
CIA non ha rivali quando si tratta di pararsi il culo.»
«Non è il loro culo che mi preoccupa», mormorò il presidente. «Che ne
pensi del fatto che, secondo la Dexter, Jackson è tornato in America e sta
lavorando con la mafia russa?»
«Conveniente, non le pare», esclamò Lloyd. «Se qualcosa va storta
durante la visita di Zerimski, ha già qualcuno a cui dare la colpa.»
«Come spieghi allora il fatto che Jackson è stato filmato pochi giorni fa
da una telecamera di sicurezza a Dallas mentre acquista un fucile dalle
caratteristiche tecniche quasi uguali a quelle dell'arma usata per uccidere
Guzman?»
«Semplice. Appena si accetta il fatto che non è stato Jackson, tutto
quadra.»

Jeffrey Archer 211 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Se non è stato Jackson, chi diavolo è stato?»
«Connor Fitzgerald.»
«Ma non mi hai detto che Fitzgerald è stato arrestato a San Pietroburgo e
poi impiccato? Abbiamo addirittura discusso su come tirarlo fuori.»
«È vero, ma dopo l'elezione di Zerimski era diventata una cosa
impossibile. A meno che...»
«A meno che?»
«A meno che Jackson non abbia preso il suo posto.»
«Perché mai avrebbe dovuto farlo?»
«Ricordi che Fitzgerald aveva salvato la vita di Jackson in Vietnam, e
che ha una Medaglia d'Onore per dimostrarlo. Quando Fitzgerald è tornato
dalla guerra, era stato Jackson a reclutarlo come NOC. Per ventotto anni ha
poi lavorato per la CIA e si è guadagnato un'ottima reputazione. Poi, dal
mattino alla sera, è scomparso senza lasciare traccia, neppure sui loro
registri. La sua segretaria, Joan Bennett, muore improvvisamente in un
misterioso incidente d'auto mentre sta andando dalla moglie di Fitzgerald.
Poi svaniscono dalla faccia della terra pure sua moglie e sua figlia. Nel
frattempo, la persona che abbiamo ingaggiato per scoprire cosa sta
succedendo, viene accusata di essere un assassino e di avere fatto il doppio
gioco con il suo migliore amico. Ma per quanto attentamente legga i
numerosi rapporti di Helen Dexter, non troverà un solo accenno a Connor
Fitzgerald.»
«Come fai a essere tanto ben informato, Andy?» chiese Lawrence.
«Perché Jackson mi aveva chiamato da San Pietroburgo subito dopo
l'arresto di Fitzgerald.»
«Hai una registrazione di quella conversazione?»
«Sissignore.»
«Maledizione», imprecò Lawrence. «La Dexter fa apparire J. Edgar
Hoover una girl scout.»
«Se ammettiamo che Jackson è stato impiccato in Russia, dobbiamo
supporre che a Dallas, con l'intenzione di acquistare quel fucile per
eseguire il suo attuale incarico, ci fosse Fitzgerald.»
«Sono io il bersaglio, questa volta?» domandò Lawrence.
«Credo di no. Questa è l'unica verità che ritengo abbia detto la Dexter,
penso ancora che il bersaglio sia Zerimski.»
«Oh, mio Dio», esclamò Lawrence, crollando nella sedia. «Perché mai
un uomo onesto e stimato come Fitzgerald avrebbe accettato una missione

Jeffrey Archer 212 2002 - L'Undicesimo Comandamento


simile? Non ha senso.»
«Lo avrebbe, se quell'uomo ritenesse che l'ordine di assassinare
Zerimski fosse venuto direttamente da te.»

***
Zerimski era in ritardo sulla tabella di marcia quando l'aereo decollò da
New York per riportarlo a Washington, ma di buon umore. Il suo discorso
alle Nazioni Unite era stato accolto bene e il pranzo con il segretario
generale era stato descritto da un comunicato del segretariato come «di
ampia portata e produttivo».
Durante la visita al Metropolitan Museum aveva citato i nomi di tutti gli
artisti russi esposti in una delle gallerie, e poi, messo da parte l'itinerario
ufficiale, aveva fatto una passeggiata nella Quinta Strada dove aveva
stretto la mano a numerose persone alle prese con le compere di Natale.
Quando l'aereo atterrò a Washington, Zerimski si cambiò d'abito nella
limousine per evitare che il Lago dei cigni iniziasse, per colpa sua, oltre i
quindici minuti di prammatica. Al termine dell'esibizione tornò
immediatamente all'ambasciata russa per trascorrervi la seconda notte.

Mentre Zerimski dormiva, Connor vegliava. Raramente riusciva a


dormire per più di pochi minuti alla volta durante la preparazione di
un'azione. Aveva imprecato ad alta voce quando aveva visto al telegiornale
della sera il servizio sulla passeggiata del leader russo nella Quinta Strada
che gli aveva ricordato che doveva essere sempre pronto per l'inaspettato:
da un appartamento nella Quinta Strada Zerimski sarebbe stato un facile
bersaglio e la numerosa e caotica folla gli avrebbe permesso di scomparire
in pochi attimi.
Scacciò New York dalla mente. Per quello che lo riguardava,
rimanevano soltanto due siti da prendere in considerazione.
Nel primo vi era il problema del fucile, non potendo usare quello con cui
si sentiva più a suo agio, anche se con una ressa simile la fuga sarebbe
stata più facile.
Il secondo, se Romanov fosse riuscito a procurargli un Remington 700
modificato per il mattino del banchetto e gli avesse garantito una via di
fuga, sarebbe stato la scelta più ovvia. O non era forse troppo ovvia?

Jeffrey Archer 213 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Cominciò a compilare un elenco dei pro e contro per ciascun sito. Alle
due del mattino, esausto, capì che sarebbe dovuto tornare in quei due
luoghi prima di prendere la decisione finale.
Ma neppure allora avrebbe fatto sapere a Romanov quale delle due sedi
aveva scelto.

29
«PUG» Washer, di cui nessuno conosceva il vero nome, era uno di quei
personaggi che sapevano tutto di una sola cosa. Nel suo caso si trattava dei
Washington Redskins.
Pug aveva lavorato cinquant'anni per i Redskins: era entrato a fare parte
del personale inserviente a quindici anni, quando la squadra ancora
giocava al Griffith Stadium, come ragazzo dell'acqua, per poi diventare
non tanto massaggiatore quanto confidente e amico fidato di generazioni di
giocatori.
Nel 1997, un anno prima di andare in pensione, aveva lavorato a fianco
dell'imprenditore edile durante la costruzione del nuovo Jack Kent Cooke
Stadium. Il suo compito era semplice: fare sì che sostenitori e giocatori dei
Redskins avessero una struttura consona alla più grande squadra del paese.
Alla cerimonia d'apertura, il capo architetto aveva detto a tutti di essere
debitore a Pug per la sua parte nella costruzione del nuovo stadio. Nel
discorso di chiusura, John Kent Cooke, il presidente dei Redskins, aveva
annunciato che Pug aveva ricevuto l'onore di apparire nella Hall of Fame,
un riconoscimento riservato di norma solo ai giocatori migliori. Benché
pensionato, Pug non aveva perso una partita, né in casa né fuori, dei
Redskins.
Dopo due tentativi, finalmente Connor era riuscito a trovare Pug nel suo
appartamentino ad Arlington, in Virginia. Quando gli aveva spiegato che
doveva scrivere un articolo per Sports Illustrateci sull'importanza del
nuovo stadio per i tifosi degli Skins, era stato come aprire un rubinetto.
Quando Connor aveva chiesto: «Può dedicarmi una o due ore per
mostrami il 'Big Jack'?» il monologo di Pug si era finalmente esaurito e il
vecchio era rimasto in silenzio finché Connor non aveva accennato a un
compenso di cento dollari. Aveva già scoperto che per un giro guidato Pug
chiedeva di solito cinquanta dollari.

Jeffrey Archer 214 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Avevano concordato di incontrarsi alle undici il mattino seguente.
Quando Connor arrivò un minuto prima delle undici, Pug lo fece entrare
nello stadio come se lui fosse il padrone della società. Per le tre ore
successive intrattenne il suo ospite con la storia completa dei Redskins e
rispose a tutte le sue domande, dal perché la costruzione dello stadio non
era terminata in tempo per la cerimonia d'apertura a come
l'amministrazione ingaggiasse dei lavoratori a giornata il giorno della
partita. Connor apprese che i Sony JumboTron situati dietro le aree di meta
formavano il più grande impianto per videoschermo del mondo e che la
prima fila di posti era stata elevata di due metri per permettere ai tifosi di
vedere sopra le telecamere i giocatori che correvano su e giù lungo le linee
laterali.
Connor tifava per i Redskins da quasi trent'anni, per cui sapeva che gli
abbonamenti erano tutti venduti già dal 1966 e che vi era una lista d'attesa
di cinquantamila persone. Lo sapeva perché era una di quelle persone. Era
inoltre a conoscenza del fatto che il Washington Post vendeva venticinque
mila copie in più ogni volta che gli Skins vincevano. Non sapeva però che
sotto il campo di gioco serpeggiavano cinquantasei chilometri di tubi
riscaldati a vapore, che il parcheggio poteva contenere ventitremila veicoli
e che la banda avrebbe suonato gli inni nazionali della Russia e degli Stati
Uniti prima del calcio d'inizio del giorno dopo. La maggior parte delle
informazioni offerte da Pug non sarebbe servita a Connor, ma alcune gli
sarebbero state preziose.
Mentre giravano per lo stadio, Connor osservò gli stretti controlli di
sicurezza che lo staff della Casa Bianca effettuava per la partita del giorno
seguente. I magnetometri, che tutti quelli che entravano in campo
avrebbero dovuto attraversare e che avrebbero scoperto se qualcuno stava
portando dentro qualcosa che poteva venire usata come arma, erano già
sistemati. Più si avvicinavano al palco del proprietario, da cui i due
presidenti avrebbero guardato la partita, più rigorosi si facevano i controlli.
Pug si adirò quando venne bloccato da un agente dei Servizi Segreti che
sorvegliava l'entrata ai palchi dei dirigenti. Spiegò che lui faceva parte
della Redskins Hall of Fame e che sarebbe stato tra gli ospiti che
l'indomani avrebbero incontrato i due presidenti, ma l'agente si rifiutò di
farlo entrare senza un lasciapassare. Connor cercò di calmarlo dicendogli
che non era importante.
Mentre si allontanavano, Pug borbottò tra i denti: «Ho l'aspetto di una

Jeffrey Archer 215 2002 - L'Undicesimo Comandamento


persona che vorrebbe assassinare il presidente?»
Quando si separarono alle due in punto, Connor diede alla sua guida
centoventi dollari. In tre ore il vecchio gli aveva detto più di quanto un
agente dei Servizi Segreti avrebbe divulgato in una vita intera. Gli avrebbe
dato volentieri duecento dollari, non avesse temuto di destare i suoi
sospetti.
Connor controllò l'ora, solo per accorgersi che era in ritardo di alcuni
minuti per l'appuntamento con Alekseij Romanov all'ambasciata russa. In
macchina accese la radio su CSPAN, una stazione che ascoltava
raramente.
Un commentatore stava descrivendo l'atmosfera nell'area della Camera
riservata ai deputati, in attesa dell'arrivo del presidente russo. Nessuno
aveva idea di cosa Zerimski avrebbe detto, dato che la stampa non aveva
ricevuto in anticipo copie del discorso, ma era stata anzi avvertita che
qualsiasi anticipazione non sarebbe stata pertinente.
Cinque minuti prima dell'inizio del discorso, Zerimski entrò nell'aula
accompagnato dal suo comitato di scorta. «Tutti i presenti», annunciò il
commentatore, «si sono alzati e stanno applaudendo l'ospite russo. Il
presidente Zerimski sorride e saluta con la mano mentre si fa strada lungo
il corridoio verso il podio, stringendo mani tese.» Il commentatore
descrisse l'applauso come «caloroso più che frenetico».
Raggiunto il podio, Zerimski poggiò con calma i suoi fogli sul leggio,
aprì la busta degli occhiali e li inforcò. I redattori accreditati al Cremlino
compresero immediatamente che avrebbe pronunciato il suo discorso
seguendo parola per parola un testo preparato e che non ci sarebbero stati
quei commenti improvvisati per i quali Zerimski era diventato famoso
durante la campagna elettorale.
I membri del Congresso, la Corte suprema e il corpo diplomatico
ripresero i loro posti, ignari della bomba che stava per essere sganciata.
«Signor presidente della Camera dei deputati, signor vicepresidente e
signor presidente della Corte», cominciò Zerimski. «Desidero innanzitutto
ringraziare voi e i vostri compatrioti per il cortese benvenuto e la generosa
ospitalità che ho ricevuto in questa mia prima visita negli Stati Uniti.
Lasciatemi dire che spero di tornare qui spesso.» A questo punto Titov
aveva scritto «interruzione» al margine del foglio, e a ragione, perché a
quelle parole scoppiò un applauso.
Zerimski parlò poi con tono sentenzioso e adulatorio delle conquiste

Jeffrey Archer 216 2002 - L'Undicesimo Comandamento


storiche americane, ricordando ai suoi ascoltatori che per tre volte nel
secolo scorso le due nazioni avevano combattuto insieme contro un
comune nemico. Continuò descrivendo «l'ottimo rapporto esistente
attualmente tra i nostri due paesi». Tom Lawrence, che stava ascoltando il
discorso con Andy Lloyd nell'Ufficio Ovale, cominciò a rilassarsi e, dopo
pochi istanti, si lasciò scappare un sorriso.
Quel sorriso venne cancellato appena Zerimski pronunciò la successiva
sessantina di parole del suo discorso.
«Sono l'ultima persona sulla terra che desideri che le nostre due grandi
nazioni vengano coinvolte in un'altra inutile guerra.» Zerimski
s'interruppe. «Specialmente se non fossimo dalla stessa parte.» Alzò gli
occhi e sorrise ai presenti, anche se nessuno parve trovare il suo commento
particolarmente divertente. «Per assicurarmi che una simile calamità non
succeda mai più, sarà necessario che la Russia rimanga militarmente
potente quanto gli Stati Uniti e avere così lo stesso peso al tavolo della
conferenza.»
Nell'Ufficio Ovale Lawrence osservò le telecamere scrutare i volti cupi
dei membri di entrambe le Camere, e comprese che Zerimski ci aveva
messo solo quaranta secondi per togliere al suo progetto di legge per la
riduzione degli armamenti ogni possibilità di diventare legge.
Il resto del discorso di Zerimski venne accolto in silenzio. Quando scese
dal podio non trovò più braccia tese e l'applauso fu freddo.

Appena la BMW bianca imboccò Wisconsin Avenue, Connor spense la


radio. Raggiunti i cancelli dell'ambasciata russa, vennero controllati da uno
degli scagnozzi di Romanov.
Connor venne scortato nell'atrio in marmo bianco per la seconda volta in
tre giorni. Comprese immediatamente cosa aveva inteso Romanov quando
aveva detto che la sicurezza interna all'ambasciata era trascurata.
«Dopotutto, chi mai vorrebbe uccidere l'amato presidente russo nella sua
stessa ambasciata?» aveva osservato con un sorriso.
Mentre percorrevano un lungo corridoio, Connor osservò: «Mi pare che
tu abbia libero accesso all'edificio».
«L'avresti anche tu, se avessi versato tanti soldi sul conto svizzero
dell'ambasciatore da dargli la certezza di non dovere mai più tornare in
patria.»
Romanov continuò a trattare l'ambasciata come se fosse casa sua,

Jeffrey Archer 217 2002 - L'Undicesimo Comandamento


aprendo addirittura la porta dello studio dell'ambasciatore ed entrandovi.
Connor fu sorpreso nel vedere un fucile Remington 700 con le modifiche
che aveva richiesto sulla scrivania dell'ambasciatore. Lo prese in mano e lo
esaminò attentamente. Avrebbe chiesto a Romanov come aveva fatto a
metterci su le mani, se soltanto avesse pensato di sentirsi dire la verità.
Afferrò la cassa e aprì la culatta. Nella camera di caricamento vi era
un'unica pallottola rastremata. Alzò un sopracciglio e fissò Romanov.
«Presumo che da quella distanza le basterà una sola pallottola», disse il
russo. Condusse Connor dall'altra parte della stanza e tirò una tenda che
nascondeva l'ascensore personale dell'ambasciatore. Vi entrarono, chiusero
la porta e salirono lentamente alla loggia del secondo piano che dava sulla
sala da ballo.
Connor controllò parecchie volte ogni centimetro della loggia, quindi si
infilò a fatica dietro la grande statua di Lenin. Guardò attraverso il braccio
piegato per verificare la linea di mira sul punto da cui Zerimski avrebbe
tenuto il discorso di commiato e assicurarsi di riuscire a vedere senza
essere visto. Stava pensando quanto tutto fosse troppo facile, quando
Romanov gli toccò il braccio e lo riportò all'ascensore.
«Dovrai venire parecchie ore prima e lavorare con il personale del
catering prima che inizi il banchetto», annunciò Romanov.
«Perché?»
«Non vogliamo che qualcuno s'insospettisca quando scomparirai poco
prima che Zerimski inizi il discorso. Ora dobbiamo andarcene. Il mio caro
presidente dovrebbe arrivare tra poco.»
Connor annuì. Mentre saliva sulla BMW, disse: «Ti farò sapere quale
sede ho scelto».
Romanov parve sorpreso, ma non disse nulla.
La BMW portò Connor fuori dai cancelli dell'ambasciata pochi minuti
prima del previsto ritorno di Zerimski dal Campidoglio. Accese la radio in
tempo per ascoltare le notizie serali: «I senatori e i deputati lottavano tra
loro per accaparrarsi i microfoni e assicurare i propri elettori che, dopo
avere sentito il discorso di Zerimski, non avrebbero votato a favore della
proposta di legge per la riduzione dell'arsenale nucleare, biologico,
chimico e convenzionale».
Nell'Ufficio Ovale Tom Lawrence ascoltava il reporter della CNN
parlare dalla tribuna stampa del Senato: «Dalla Casa Bianca non è giunta
ancora alcuna dichiarazione, e il presidente...»

Jeffrey Archer 218 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Non aspettarti di riceverne una», sbottò Lawrence con rabbia
spegnendo il televisore. Si girò verso il capo dello staff. «Andy, non so se
ce la farò a sedere accanto a quell'uomo per quattro ore domani
pomeriggio, per non parlare poi di rispondere al suo discorso di commiato
alla sera.»
Lloyd non fece alcun commento.

«Sono impaziente di sedere accanto al mio caro amico Tom e osservare


il suo imbarazzo di fronte a milioni di spettatori», disse Zerimski mentre la
limousine superava i cancelli dell'ambasciata russa. Dmitri Titov rimase
impassibile.
«Tiferò per i Redskins. Sarebbe un premio extra se la squadra di
Lawrence perdesse. Un preludio adatto all'umiliazione che gli ho
programmato per la sera. Preparami un discorso tanto adulatorio che
apparirà ancora più tragico a posteriori.» Sorrise di nuovo. «Ho ordinato
che la carne venga servita fredda. Tu stesso rimarrai sorpreso da ciò che ho
in mente come dessert.»

***
A lungo, quella sera, Connor si chiese se correre il rischio di infrangere
la regola di una vita. Telefonò a Romanov poco dopo la mezzanotte.
Il russo parve felicissimo che fossero giunti alla stessa conclusione. «Ti
farò venire a prendere alle tre e mezzo, così sarai all'ambasciata alle
quattro del pomeriggio.»
Connor riagganciò. Se tutto fosse andato secondo i piani, alle quattro il
presidente sarebbe morto.

«Sveglialo.»
«Ma sono le quattro del mattino», borbottò il primo segretario.
«Se ami la vita, sveglialo.»
Il primo segretario infilò una vestaglia, corse fuori dalla stanza e giù per
un corridoio. Bussò alla porta. Nessuno rispose. Bussò di nuovo. Poco
dopo vide una luce sotto la porta.
«Entri», disse una voce addormentata. Il primo segretario girò la
maniglia ed entrò nella camera da letto dell'ambasciatore.

Jeffrey Archer 219 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Mi dispiace disturbarla, sua Eccellenza, ma c'è un certo Stefan
Ivanitskij al telefono da San Pietroburgo. Dice di avere un messaggio
urgente per lei.»
«Va bene.» Petrovskij buttò indietro le coperte, ignorando i borbottii
della moglie, corse giù per le scale e avvisò il portiere di notte di trasferire
la chiamata nel suo studio.
Il telefono squillò a lungo prima che un ansante ambasciatore sollevasse
la cornetta e si presentasse: «Petrovskij».
«Buon giorno, Eccellenza», disse Ivanitskij. «Avevo chiesto di parlare
con il presidente, non con lei.»
«Ma sono le quattro del mattino. È tanto urgente?»
«Signor ambasciatore, non la pago per dirmi che ore sono. Appena
richiamo voglio sentire la voce del presidente, ha capito?»
L'ambasciatore riattaccò e risalì lentamente le scale, cercando di
decidere quale dei due uomini gli facesse più paura. Rimase per alcuni
istanti fuori della porta della suite del presidente, ma alla vista del primo
segretario in cima alle scale si decise. Bussò delicatamente alla porta, ma
nessuno rispose. Bussò un po' più forte, quindi l'aprì esitante.
Nella luce del pianerottolo l'ambasciatore e il primo segretario videro
Zerimski svegliarsi, ma non notarono la sua mano infilarsi sotto il cuscino
dove teneva nascosta una pistola.
«Signor presidente», mormorò Petrovskij appena Zerimski accese la
luce accanto al letto.
«Spero solo sia una cosa importante», borbottò Zerimski, «a meno che
lei non voglia passare il resto dei suoi giorni a sorvegliare i frigoriferi in
Siberia.»
«C'è una telefonata per lei da San Pietroburgo. Un certo Stefan
Ivanitskij. Dice che è urgente.»
«Uscite dalla mia stanza», ordinò Zerimski sollevando il ricevitore.
I due uscirono a marcia indietro nel corridoio e l'ambasciatore chiuse
delicatamente la porta.
«Stefan, come mai chiami a quest'ora? Borodin ha forse organizzato un
colpo di stato in mia assenza?»
«No, signor presidente. È morto lo zar.» Ivanitskij diede questa notizia
senza alcuna emozione.
«Quando? Dove? Come?»
«Un'ora fa, circa, al Palazzo d'Inverno. Il liquido incolore l'ha finalmente

Jeffrey Archer 220 2002 - L'Undicesimo Comandamento


ucciso.» Ivanitskij s'interruppe. «Il maggiordomo è stato sul mio libro paga
per quasi un anno.»
Il presidente rimase in silenzio per alcuni attimi, prima di dichiarare:
«Bene. Le cose non sarebbero potute andare meglio di così per noi».
«Sarei d'accordo con lei, signor presidente, se non fosse che suo figlio è
a Washington. C'è ben poco che io possa fare da qui fino al suo ritorno.»
«Un problema che potrebbe risolversi questa sera», considerò Zerimski.
«Perché? Sono caduti nella nostra trappola?»
«Sì», rispose Zerimski. «Entro questa sera mi sarò liberato di entrambi.»
«Di entrambi?»
«Sì. Da quando sono qui ho appreso una nuova espressione: prendere
due piccioni con una fava. Dopotutto, in quante occasioni si può vedere lo
stesso uomo morire due volte?»
«Vorrei esserci anch'io.»
«Sarà ancora più piacevole di quando ho visto il suo amico penzolare
dalla corda. Tutto considerato, Stefan, questo sarà stato un viaggio riuscito,
specialmente se...»
«Abbiamo pensato a tutto, signor presidente», lo rassicurò Ivanitskij.
«Ieri ho disposto che la rendita dei contratti per il petrolio e l'uranio di
Eltsin e Chernopov venga trasferita sul suo conto a Zurigo. Ecco, a meno
che Alekseij non revochi le mie disposizioni al suo ritorno.»
«Se non tornasse, non potrebbe farlo, o no?» Zerimski riattaccò, spense
la luce e si riaddormentò nel giro di pochi minuti.
Alle cinque di quel mattino Connor giaceva immobile sul letto,
completamente vestito. Stava ripassando la via di fuga, quando alle sei il
telefono squillò per svegliarlo. Si alzò, tirò un angolo della tenda e verificò
se erano ancora là fuori. C'erano: due BMW bianche parcheggiate dall'altra
parte della strada, come lo erano state dalla mezzanotte. I loro occupanti
dovevano avere sonno. Sapeva che avrebbero cambiato turno alle otto, per
cui decise di scendere dieci minuti prima di quell'ora. Per i successivi
trenta minuti fece alcuni esercizi di stretching, poi si spogliò. Si lasciò
pungere per un po' dal freddo getto della doccia, poi si asciugò e infine
indossò una camicia blu, un paio di jeans, un maglione pesante, una
cravatta blu, calzini neri e un paio di Nike nere dalle quali aveva cancellato
il marchio.
Nel cucinino si versò un bicchiere di succo di pompelmo e riempì una
ciotola di fiocchi di grano e latte. Mangiava sempre le stesse cose il giorno

Jeffrey Archer 221 2002 - L'Undicesimo Comandamento


di una operazione. Amava la routine, lo aiutava a credere che tutto sarebbe
andato bene. Mentre faceva colazione, rilesse le sette pagine di appunti che
aveva preso dopo l'incontro con Pug e riesaminò la pianta dello stadio.
Misurò la trave con un righello e valutò che la botola era a circa tredici
metri. Non avrebbe dovuto guardare in basso. Si sentì invadere dalla calma
che prova un atleta ben preparato quando viene chiamato alla linea di
partenza.
Controllò l'ora e tornò in camera da letto. Dovevano trovarsi all'incrocio
tra la Ventunesima strada e il DuPont Circle proprio quando il traffico
cominciava ad aumentare. Attese ancora qualche minuto, quindi infilò
nella tasca posteriore dei jeans trecento dollari e un'audiocassetta da trenta
minuti. Uscì da quell'anonimo appartamento per l'ultima volta, il conto
l'aveva già saldato.

30
ZERIMSKI stava leggendo il Washington Post nella sala da pranzo
dell'ambasciata mentre un maggiordomo gli serviva la colazione. Sorrise
quando lesse il titolo a caratteri cubitali: «Torna la guerra fredda?»
Mentre sorseggiava il caffè, immaginò il probabile titolo di testa sulla
prima pagina del Post del giorno seguente: «Fallito attentato alla vita del
presidente russo. Ex agente della CIA ucciso nell'ambasciata».
Sorrise di nuovo, quindi passò all'editoriale che confermava come il
progetto di legge per la riduzione dell'arsenale bellico di Lawrence fosse
ora considerato da tutti i principali commentatori morto e sepolto. Un'altra
utile espressione imparata in questo viaggio.
Poco dopo le sette scosse il campanellino d'argento e chiese al
maggiordomo di fare entrare l'ambasciatore e il primo segretario. Sapeva
che i due erano già dietro la porta, colmi di ansia per averlo svegliato alle
quattro e incerti sul loro destino.
«Buon giorno, signor presidente», lo salutò Petrovskij entrando nella
sala da pranzo.
Zerimski annuì, ripiegò il giornale e lo pose sul tavolo di fronte a sé. «È
già arrivato Romanov?» chiese.
«Sì, signor presidente», rispose il primo segretario. «È in cucina dalle sei
per controllare il cibo consegnato per la cena di questa sera.»

Jeffrey Archer 222 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Bene. Gli chieda di venire nel suo studio, signor ambasciatore. Io vi
raggiungerò tra poco.»
«Sissignore», rispose Petrovskij uscendo all'indietro dalla sala.
Zerimski decise di fare attendere i tre uomini un altro po', cosa che li
avrebbe innervositi ancora di più.
Ripreso in mano il Washington Post, sorrise nel leggere per la seconda
volta le conclusioni dell'editoriale: «Zerimski è il successore naturale di
Stalin e Breznev, più che di Gorbaciov o Eltsin». Niente a che ridire; in
verità sperava che prima della fine della giornata avrebbe rinforzato
quell'immagine. Si alzò e uscì lentamente dalla stanza. Mentre percorreva
il corridoio verso lo studio dell'ambasciatore, un giovane che veniva dalla
direzione opposta si fermò di colpo, corse alla porta e gliela aprì. Un
orologio a pendolo suonò l'ora proprio mentre entrava nello studio.
Istintivamente controllò il suo orologio. Erano esattamente le sette e tre
quarti.

Alle otto meno dieci Connor si avvicinò a una delle BMW ferme davanti
al condominio, salì accanto al guidatore che si sorprese nel vederlo
arrivare tanto presto, gli avevano detto che Fitzgerald era atteso
all'ambasciata per le quattro del pomeriggio.
«Devo andare in centro città per prendere alcune cose», spiegò Connor.
L'uomo seduto dietro annuì, l'autista innestò la prima e s'immise nel
traffico di Wisconsin Avenue. La seconda macchina li seguì da vicino
mentre svoltavano a sinistra in P Street, che trovarono congestionata a
causa dei lavori edili che infestavano Georgetown.
Con il passare dei giorni, Connor si era reso conto che i suoi gorilla si
facevano sempre più negligenti. Ogni mattina alla stessa ora circa, Connor
scendeva all'angolo tra la Ventunesima e il DuPont Circle per acquistare
una copia del Post; ieri l'uomo seduto dietro non si era neppure
preoccupato di accompagnarlo.
Attraversata la Ventitreesima, Connor vide in lontananza il DuPont
Circle. Le automobili viaggiavano ora paraurti contro paraurti, quasi
ferme, mentre nell'altro senso il traffico scorreva meglio. Avrebbe dovuto
valutare esattamente dove fare la sua mossa.
Sapeva che i semafori in P Street nelle vicinanze del DuPont Circle
cambiavano ogni trenta secondi e che in quello spazio di tempo riuscivano
a passare in media dodici macchine, al massimo sedici.

Jeffrey Archer 223 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Quando il semaforo divenne rosso, contò diciassette auto davanti alla
sua. Non mosse un muscolo. Come arrivò il verde, l'autista innestò la
prima, ma il traffico era tanto pesante che passò un po' di tempo prima che
potesse avanzare. Riuscirono a passare solo otto auto.
Aveva trenta secondi.
Si girò, sorrise alla guardia del corpo seduta dietro e indicò l'edicola.
L'uomo annuì. Connor scese e si avviò lentamente lungo il marciapiede
verso il vecchio che indossava un giubbotto arancione fluorescente. Non si
guardò mai indietro, per cui non poteva sapere se qualcuno sceso dalla
seconda auto lo stesse seguendo. Si concentrò sul traffico che scorreva
nella direzione opposta, cercando di valutare quanto sarebbe stata lunga la
coda di auto appena il semaforo fosse tornato rosso. Raggiunse il venditore
di giornali con i soldi pronti in mano. Presa la copia del Washington Post
si girò e tornò verso la prima BMW mentre il semaforo rosso arrestava di
nuovo il flusso di auto.
Appena scorse la macchina che gli serviva cambiò improvvisamente
direzione e cominciò a correre dentro e fuori il traffico bloccato diretto a
ovest finché non raggiunse un taxi libero, a sei macchine dal semaforo. I
due gorilla nella seconda BMW saltarono giù dall'auto e si misero a
corrergli dietro proprio quando il semaforo al DuPont Circle tornava
verde.
Connor si gettò sul sedile posteriore e gridò al tassista: «Avanti diritto.
Cento dollari se passi prima che torni il rosso».
Il tassista premette la mano sul clacson e non la staccò finché non superò
l'incrocio. Le due BMW bianche fecero una stridente inversione a U, ma il
semaforo era già tornato rosso e furono bloccate da tre macchine ferme.
Fino a quel punto tutto era andato bene.
Il taxi svoltò a sinistra nella Ventitreesima Strada e Connor ordinò al
conducente di accostare. Gli diede i cento dollari promessi e soggiunse:
«Continui fino all'aeroporto Dulles. Se vede alle sue spalle due BMW
bianche, non si faccia superare. Giunto all'aeroporto, si fermi per una
trentina di secondi davanti al cancello delle partenze, quindi torni
lentamente in città».
«D'accordo, amico, tutto quello che vuole», disse il tassista intascando i
cento dollari. Connor scese dall'auto, attraversò di corsa la strada e fermò
un altro taxi che stava andando nella direzione opposta.
Richiuse con veemenza la portiera, proprio mentre le due BMW gli

Jeffrey Archer 224 2002 - L'Undicesimo Comandamento


passavano accanto lanciate all'inseguimento del primo taxi.
«E dove vorrebbe andare in questa bella mattinata?»
«Al Cooke Stadium.»
«Spero che abbia un biglietto, amico, altrimenti dovrò riportarla subito
indietro.»
I tre uomini si alzarono appena Zerimski entrò nella stanza. Lui indicò
loro di sedersi, quasi fossero una folla, quindi si sedette dietro la scrivania
dell'ambasciatore. Si sorprese nel vedere un fucile dove avrebbe dovuto
esserci il brogliaccio, ma lo ignorò e si rivolse ad Alekseij Romanov che
pareva piuttosto soddisfatto di sé.
«Purtroppo ho una triste notizia per lei, Alekseij», esordì il presidente.
Durante il lungo silenzio che seguì a quelle parole, l'espressione di
Romanov passò dalla preoccupazione all'ansia.
«Ho ricevuto una telefonata da suo cugino Stefan. A quanto pare questa
notte suo padre ha avuto un attacco di cuore ed è morto durante il trasporto
all'ospedale.»
Romanov chinò il capo. L'ambasciatore e il primo segretario lanciarono
un'occhiata al presidente per capire come dovevano reagire.
Zerimski si alzò, si avvicinò a Romanov e gli pose una mano sulla
spalla. L'ambasciatore e il primo segretario decisero di assumere
un'espressione afflitta.
«Lo piangerò», disse Zerimski. «Era un grand'uomo.» I due diplomatici
annuirono, mentre Romanov mostrava la sua gratitudine per le cortesi
parole del presidente chinando mestamente il capo.
«Ora lo scettro è passato nelle sue mani, Alekseij; un valido
successore.»
L'ambasciatore e il primo segretario continuarono ad annuire.
«E ben presto», continuò Zerimski, «le sarà data l'opportunità di
dimostrare la sua autorità in un modo che non lascerà in Russia alcun
dubbio su chi sia il nuovo zar.»
Romanov alzò la testa e sorrise, l'attimo di cordoglio già finito.
«Naturalmente», soggiunse Zerimski, «solo se nulla va storto questa
sera.»
«Nulla può andare storto», esclamò Romanov. «Ho parlato con
Fitzgerald a mezzanotte e lui ha accettato il mio piano. Sarà all'ambasciata
questo pomeriggio alle quattro, mentre lei è alla partita di football con
Lawrence.»

Jeffrey Archer 225 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Come mai tanto presto?» chiese Zerimski.
«È necessario che tutti pensino che lui faccia parte della squadra di
catering, sei ore dopo nessuno si meraviglierà quando uscirà dalla cucina.
Resterà lì sotto la mia sorveglianza fino a pochi minuti prima del suo
discorso di commiato.»
«Ottimo. E allora cosa succederà?»
«Lo accompagnerò in questa stanza, dove prenderà il fucile. Con
l'ascensore privato salirà alla loggia che dà sulla sala da ballo.»
Zerimski annuì.
«Lassù si sistemerà dietro la statua di Lenin, dove rimarrà appostato fino
a che lei non sarà arrivato al punto del discorso in cui ringrazia il popolo
americano per l'ospitalità e per la calorosa accoglienza ricevuta e tutti gli
altri convenevoli. A quel punto scoppierà il prolungato applauso che ho
richiesto. Per tutto quel tempo lei dovrà rimanere assolutamente
immobile.»
«Perché?»
«Perché Fitzgerald non premerebbe il grilletto se ritenesse che lei possa
fare un movimento inaspettato.»
«Capisco.»
«Dopo avere sparato, si arrampicherà sul davanzale vicino al cedro nel
giardino sul retro. Ci ha fatto ripetere tutta la sequenza parecchie volte ieri
pomeriggio, ma questa sera scoprirà che c'è una piccola diversità.»
«E cioè?» chiese Zerimski.
«Ai piedi dell'albero ci saranno sei delle mie guardie del corpo», spiegò
Romanov. «L'avranno ammazzato molto prima che i suoi piedi tocchino il
suolo.»
Zerimski rimase per un attimo in silenzio, quindi disse: «Eppure il suo
piano ha un piccolo difetto».
Romanov lo guardò perplesso.
«Come prevedete che sopravviva a un colpo sparato da così breve
distanza da un tiratore scelto della reputazione di Fitzgerald?»
Romanov si alzò e prese il fucile. Ne rimosse un piccolo pezzo di
metallo e lo porse al presidente.
«Cos'è?»
«L'ago percussore.»

Jeffrey Archer 226 2002 - L'Undicesimo Comandamento


31
LE due BMW bianche imboccarono a gran velocità la strada 66,
seguendo un taxi vuoto che percorse tutto il tragitto fino al Dulles oltre il
limite di velocità. Un secondo taxi si dirigeva a una velocità più tranquilla
verso il Cooke Stadium nel Maryland.
Connor rifletté sulla decisione di scegliere lo stadio, con tutti i suoi
pericoli, invece dell'ambasciata. Gli era stato permesso di entrare e uscire
dall'edificio troppo facilmente: nessuno poteva trascurare tanto la
sicurezza, specialmente con il presidente in città.
Quando il taxi lo depositò allo stadio, sapeva esattamente dove andare.
Percorse il largo vialetto coperto di ghiaia dirigendosi all'entrata nord e
alle due lunghe file di persone che ciondolavano lì intorno prima di ogni
partita in casa con la speranza di trovare un lavoro per la giornata. Alcuni
di loro avevano semplicemente bisogno dei soldi, altri, come gli aveva
spiegato Pug, erano dei tifosi talmente sfegatati degli Skins che sarebbero
ricorsi a qualsiasi cosa, compresa la corruzione, pur di entrare nello stadio.
«Corruzione?» aveva chiesto innocentemente Connor.
«Oh, sì. Qualcuno deve pur prestare servizio nei palchi dei dirigenti»,
aveva risposto Pug con una strizzatina d'occhi. «E così finiscono per avere
la migliore vista della partita.»
«Avvincente materiale per il mio articolo!»
La prima fila era formata da coloro che volevano lavorare all'esterno
dello stadio, organizzando il parcheggio dei ventitremila veicoli privati e
autobus o vendendo programmi, cuscini e souvenir ai settantottomila
tifosi. L'altra era quella di coloro che speravano di lavorare all'interno
dello stadio. Connor si unì a quella coda, composta per lo più da giovani,
da disoccupati e da quelli che Pug aveva descritto come prepensionati che
semplicemente amavano uscire di casa. Pug gli aveva addirittura descritto
come vestiva questo gruppo, per distinguerlo dai disoccupati.
Quel giorno, un gruppetto di agenti dei Servizi Segreti teneva d'occhio i
candidati. Connor continuò a leggere il Washington Post mentre la fila
avanzava lentamente. Buona parte della prima pagina era dedicata al
discorso di Zerimski al Congresso. La reazione di tutti i membri era ostile.
Quando lesse l'editoriale, pensò che Zerimski ne sarebbe stato soddisfatto.
Nella cronaca locale trovò una notizia che gli stampò sul viso un sorriso
ironico: era prematuramente deceduto un esimio accademico della sua città

Jeffrey Archer 227 2002 - L'Undicesimo Comandamento


natale.
«Salve», disse una voce.
Connor si voltò e vide un giovane elegantemente vestito che si era
accodato dietro di lui.
«Salve», rispose, prima di riportare l'attenzione sul giornale. Non voleva
lasciarsi coinvolgere in una inutile conversazione con qualcuno che in
seguito avrebbe potuto essere chiamato a testimoniare.
«Mi chiamo Brad», annunciò il giovane, allungando la mano destra.
Connor la strinse, ma non disse nulla.
«Spero mi diano un lavoro su una delle torri delle luci», soggiunse. «E
lei?»
«Perché proprio quelle torri?» chiese Connor, eludendo la sua domanda.
«Perché è lassù che sarà posizionato l'agente speciale dei Servizi Segreti
responsabile della sorveglianza e io voglio scoprire come è realmente il
suo lavoro.»
«Perché?» chiese di nuovo Connor, ripiegando il giornale. Non poteva
proprio dare un taglio a questa conversazione.
«Sto pensando di unirmi a loro dopo la laurea. Ho già seguito il corso di
addestramento, ma voglio vederli lavorare da vicino. Un agente mi ha
detto che l'unico lavoro che nessuno vuole è quello di portare il pasto ai
ragazzi sulle piattaforme delle luci dietro le aree di meta. Troppi gradini.»
Ben centosettantadue, pensò Connor, che aveva scartato fin dall'inizio
l'idea delle torri, non a causa dei gradini, ma perché non offrivano via di
fuga. Brad iniziò a raccontargli la storia della sua vita e, quando Connor
arrivò alla testa della coda, sapeva quale scuola aveva frequentato, che ora
studiava criminologia alla Georgetown, cosa che gli portò alla memoria
Maggie, e perché non aveva ancora deciso se entrare nei Servizi Segreti o
fare l'avvocato.
«Il prossimo!» Connor si girò verso l'uomo seduto dietro un tavolo su
cavalletti.
«Cosa le è rimasto?»
«Non molto», rispose l'uomo scorrendo una lista quasi completamente
spuntata.
«Niente nel servizio pasti?» chiese Connor. Come Brad, anche lui
sapeva esattamente dove voleva essere.
«Lavare piatti o servire i pasti ai dipendenti in giro per lo stadio, è tutto
quello che è rimasto.»

Jeffrey Archer 228 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Benissimo.»
«Nome?»
«Dave Krinkle.»
«Documento d'identificazione?»
Connor gli mostrò una patente. L'uomo riempì un lasciapassare e un
fotografo scattò con una Polaroid un primo piano di Connor, che pochi
secondi dopo venne applicato alla tessera.
«Okay, Dave», disse l'uomo consegnandogli la tessera. «Con questo
lasciapassare potrai andare dappertutto nello stadio, tranne che nella zona
di massima sicurezza, che comprende i palchi dei dirigenti, quelli dei club
e il settore dei VIP. In ogni caso là non avrai bisogno di andare.» Connor
annuì e attaccò il lasciapassare sul maglione. «Presentati nella stanza 47,
direttamente sotto il settore H.» Connor si diresse a sinistra. Sapeva
esattamente dove si trovava la stanza 47.
«Il prossimo.»
Ci mise molto di più a superare i tre controlli di sicurezza, compreso il
metal detector, di quanto non ci avesse messo il giorno precedente, dal
momento che ora venivano fatti funzionare da dipendenti dei Servizi
Segreti e non dalle solite guardie a pagamento. Appena si trovò nello
stadio, percorse lentamente il passaggio interno, superò il museo e passò
sotto uno striscione rosso che diceva VINCEREMO, fino a una scala in cima
alla quale una freccia verso il basso indicava STANZA 47, CATERING. Nella
stanzetta ai piedi della scala trovò una dozzina di uomini che parevano
conoscere bene la routine. Ne riconobbe uno o due che aveva avuto
davanti a sé in fila, tutti gli altri non parevano avere bisogno di soldi.
Si sedette in un angolo, aprì il Post e rilesse una anticipazione della
partita. Tony Kornheiser pensava che solo un miracolo avrebbe permesso
ai Redskins di battere i Packers, la migliore squadra del paese. Di fatto
prevedeva un margine di vittoria di venti punti. Connor sperava in un
risultato completamente diverso.
«Okay», disse una voce, «prestate attenzione.» Connor alzò gli occhi e
vide un uomo enorme che indossava una divisa da chef. Sulla cinquantina,
un grossissimo doppiomento e almeno centoventi chili.
«Sono il gestore del catering», annunciò, «e come potete vedere
rappresento il lato fascinoso dell'attività.» Uno o due degli habitué risero
educatamente.
«Ho due opzioni da proporvi. O lavare i piatti o servire il personale e le

Jeffrey Archer 229 2002 - L'Undicesimo Comandamento


guardie di sicurezza posizionate in giro per lo stadio. Nessun volontario
per i piatti?» La maggior parte dei presenti alzò la mano. Fare il lavapiatti,
aveva spiegato Pug, era un lavoro molto amato non solo perché gli
sguatteri ricevevano la paga completa di dieci dollari l'ora, ma anche
perché per molti di loro gli avanzi dei palchi sarebbero stati il migliore
pasto della settimana.
«Bene», disse, scegliendone cinque e annotando i loro nomi. «Ora, il
servizio. Potete servire il personale anziano o quello di sicurezza.
Personale anziano?» Si alzarono quasi tutte le altre mani e il gestore del
catering annotò altri cinque nomi. «Bene, presentatevi al lavoro.» Un
attimo dopo nella stanza erano rimasti solo Brad e Connor.
«Mi sono rimasti due lavori nella sicurezza. Uno buono, uno schifoso.
Chi di voi due sarà il fortunato?» annunciò, lanciando un'occhiata
speranzosa a Connor che annuì e infilò la mano nella tasca posteriore dei
jeans.
Il gestore gli si avvicinò senza neppure guardare Brad e disse: «Ho
l'impressione che lei preferisca la comodità del JumboTron».
«Indovinato al primo colpo», ammise Connor facendogli scivolare in
mano una banconota da cento dollari.
«Proprio come pensavo», ribatté il gestore con un sorriso.
Connor non aprì bocca mentre l'uomo intascava i soldi, proprio come
aveva previsto Pug. In ogni caso valeva ogni centesimo di ciò che gli
aveva dato.
«Non avrei mai dovuto invitarlo», brontolò Tom Lawrence mentre
s'imbarcava sul Marine One che l'avrebbe portato dalla Casa Bianca allo
stadio dei Redskins.
«E io sento che i nostri problemi non sono ancora finiti», confessò Andy
Lloyd allacciandosi la cintura di sicurezza.
«Perché? Che altro può andare storto?» chiese Lawrence mentre le pale
del rotore iniziavano a roteare.
«Ci sono ancora due eventi pubblici prima che Zerimski torni in Russia
e scommetto che Fitzgerald sarà ad attenderci in uno dei due.»
«La serata non dovrebbe creare problemi», azzardò Lawrence.
«L'ambasciatore Petrovskij ha detto non so quante volte ai Servizi Segreti
che la sua gente è più che capace di proteggere il presidente. In ogni caso,
chi correrebbe un simile rischio con così tanta sicurezza in giro?»
«Le regole comuni non si applicano a Fitzgerald», ribatté Lloyd. «Lui

Jeffrey Archer 230 2002 - L'Undicesimo Comandamento


non lavora in modo normale.»
Il presidente lanciò un'occhiata all'ambasciata russa sotto di sé. «Sembra
già abbastanza difficile entrare in quell'edificio, non parliamo poi di
uscirne.»
«Fitzgerald non avrebbe lo stesso problema questo pomeriggio, in uno
stadio che può contenere ottantamila spettatori», ribatté Lloyd. «Potrebbe
entrare e uscire a suo piacimento.»
«Non dimenticare, Andy, che i guai potranno presentarsi solo nel breve
spazio di tredici minuti. E anche allora, per entrare nello stadio tutti
avranno dovuto attraversare il magnetometro, per cui è impossibile che
qualcuno abbia potuto portare con sé un temperino, per non parlare di un
fucile.»
«Creda che Fitzgerald non lo sappia?» chiese Lloyd mentre l'elicottero
virava a est. «Non è troppo tardi per cancellare questa parte del
programma.»
«No. Se Clinton è potuto stare nel centro dell'Olimpic Stadium ad
Atlanta per la cerimonia d'apertura, io posso fare altrettanto per una partita
di football. Dannazione, Andy, viviamo in una democrazia, e io non
permetterò che si detti legge sulla nostra vita in questo modo. E non
dimenticare che ci sarò anch'io là fuori, esposto al pericolo come
Zerimski.»
«D'accordo. Ma se Zerimski venisse ucciso, nessuno la loderebbe per
essere stato al suo fianco, meno di tutti Helen Dexter. Sarebbe la prima a
fare notare che...»
«Chi pensi vincerà questo pomeriggio, Andy?» chiese il presidente.
Lloyd sorrise al sotterfugio cui ricorreva spesso il suo capo per troncare
una discussione su un argomento spiacevole. «Non saprei, signore»,
rispose. «Ma finché non ho visto quanti del mio staff hanno cercato di
stiparsi nelle automobili questa mattina, non avevo idea di quanti tifosi
degli Skins lavorassero alla Casa Bianca.»
«Alcuni di loro potrebbero essere tifosi dei Packers», ribatté Lawrence,
prima di aprire un dossier e mettersi a studiare i brevi profili degli ospiti
che avrebbe incontrato allo stadio.

«Okay, ora presta attenzione», disse il gestore del catering. Connor


diede l'impressione di essere tutto orecchi.
«La prima cosa che devi fare è procurarti un camice bianco e un berretto

Jeffrey Archer 231 2002 - L'Undicesimo Comandamento


dei Redskins, per fare capire che fai parte del personale. Sali poi al settimo
anello con l'ascensore e aspetta che io metta il cibo nell'ascensore
portavivande. Gli agenti dei Servizi Segreti riceveranno uno spuntino alle
dieci, e un pranzo, Coca-Cola, panini, qualsiasi cosa vogliano, quando
inizia la partita. Premi il pulsante a sinistra», soggiunse, come se parlasse a
un bambino di dieci anni, «e arriverà nel giro di un minuto circa.»
Connor avrebbe potuto dirgli che l'ascensore portavivande ci metteva
esattamente quarantasette secondi per arrivare al settimo anello dal
seminterrato. Ma dato che vi erano altri due piani, il secondo con i posti
per i club e il quinto con i palchi dei dirigenti, che avevano accesso al
portavivande, avrebbe forse dovuto attendere che venissero serviti quei
due piani prima che arrivasse a lui, nel qual caso ci avrebbe messo circa tre
minuti.
«Come arriva la tua ordinazione, porta il vassoio all'agente posizionato
all'interno del JumboTron all'estremità orientale dell'impianto. Troverai
una porta contrassegnata PRIVATO in fondo al corridoio alla tua sinistra.»
Trentasette passi, ricordò Connor. «Ecco la chiave. Devi attraversare
l'ufficio, percorrere un passaggio coperto fino all'entrata posteriore del
JumboTron.» Sessantatré metri, pensò Connor. Ai tempi in cui giocava a
football avrebbe coperto quella distanza in circa sette secondi.
Mentre il gestore continuava a spiegargli cose che già sapeva, Connor
esaminò l'ascensore portavivande. Era di sessantotto centimetri per
settantotto e all'interno si leggeva chiaramente la scritta: PESO MASSIMO
AMMESSO SETTANTACINQUE CHILI. Connor ne pesava centocinque per cui sperò
che il progettista avesse lasciato un certo margine. Vi erano altri due
problemi: non avrebbe potuto provarlo in anticipo e non poteva fare nulla
per evitare che si fermasse al quinto o al secondo anello mentre scendeva.
«Quando avrai raggiunto la porta sul retro del JumboTron», gli spiegò il
gestore, «bussa e l'agente in servizio ti aprirà e ti farà entrare. Dopo avergli
consegnato il vassoio, potrai andare in fondo allo stadio e assistere al
primo quarto. Durante l'intervallo, torna a prendere il vassoio e mettilo
nell'ascensore portavivande. Schiaccia il pulsante verde e tornerà nel
seminterrato. Dopodiché potrai guardarti la partita fino alla fine. Capito
tutto, Dave?»
Connor fu tentato di rispondere: Nossignore. Le dispiacerebbe ripetere
tutto da capo, ma un po' più lentamente?
«Sissignore.»

Jeffrey Archer 232 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Domande?»
«Nossignore.»
«Bene. Se l'agente ti tratta bene gli manderò su una bistecca alla fine
della partita. Quando l'avrà mangiata, vieni da me e riscuoti la tua paga.
Cinquanta dollari», soggiunse, ammiccando.
Pug gli aveva spiegato che i veri tifosi non si preoccupavano di
riscuotere la paga se volevano riottenere quel lavoro. «Ricordi», aveva
detto, «quando il gestore menziona la parola 'paga', risponda con una
strizzatina d'occhi.»
Connor non aveva alcuna intenzione di incassare i cinquanta dollari o di
tornare mai più allo stadio. Ammiccò.

32
«PERCHÉ Lawrence va allo stadio in elicottero, mentre io sono bloccato
qui in macchina?» chiese Zerimski, appena la colonna di nove limousine
uscì dai cancelli dell'ambasciata.
«Deve essere sicuro di arrivare là prima di lei», rispose Titov. «Vuole
essere presentato a tutti gli ospiti e dare così, quando arriva, l'impressione
di conoscerli da una vita.»
«Che modo di guidare un paese», borbottò Zerimski. «Non che questo
pomeriggio sia importante.» Tacque per un attimo, poi soggiunse: «Sai, ho
visto il fucile che Fitzgerald ha intenzione di usare per uccidermi. È lo
stesso modello che la CIA ci ha fatto scoprire a San Pietroburgo per
incriminarlo. Ma con una miglioria». Infilò la mano nella tasca della
giacca. «Che ne pensi di questo?» chiese, mostrandogli qualcosa che
assomigliava a un ago ricurvo.
Titov scrollò la testa. «Non ne ho idea.»
«È l'ago percussore di un Remington 700», spiegò Zerimski. «Possiamo
lasciargli premere il grilletto, prima che le guardie del corpo inizino a
riempirlo di proiettili.» Lo esaminò attentamente, prima di rimetterlo in
tasca. «Lo farò montare e lo terrò sulla mia scrivania al Cremlino»,
dichiarò, quindi chiese: «Il discorso che terrò questa sera è stato rilasciato
alla stampa?»
«Sì, signor presidente. È un insieme di usuali banalità. Può stare certo
che non ne pubblicheranno neppure una parola.»

Jeffrey Archer 233 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«E quale sarà la mia spontanea reazione dopo l'uccisione di Fitzgerald?»
«L'ho qui, signor presidente.»
«Bene. Fammene sentire un pezzetto.»
Titov estrasse un fascicolo da una valigetta e iniziò a leggere da un
manoscritto: «Il giorno della mia elezione, il presidente Lawrence mi ha
telefonato al Cremlino per invitarmi personalmente a visitare il suo paese.
Ho accettato la proposta in buona fede. E cosa accade? La mia mano tesa
non trova un ramo d'olivo ma un fucile puntato contro. E dove? Nella mia
stessa ambasciata. E chi premeva il grilletto? Un agente della CIA. Non
fosse stato per la mia buona sorte...»
«Un ex agente», lo interruppe Zerimski.
«Ho pensato fosse più saggio per lei commettere questo errore, anzi
ripeterlo, così nessuno potrà insinuare che lei sapesse da sempre cosa stava
succedendo. In America amano credere che tutto sia una congiura.»
«Sarò più che felice di alimentare questa loro paranoia», commentò
Zerimski. «Molto dopo la destituzione di Lawrence, prevedo che gli
americani scriveranno numerosi volumi sulla mia responsabilità nel crollo
totale dei rapporti tra i due paesi. L'amministrazione Lawrence finirà per
essere ricordata soltanto in una nota a piè di pagina nella storia della
rinascita dell'impero russo sotto la mia presidenza.» Sorrise radiosamente a
Titov. «E dopo avere raggiunto questo obiettivo, non si parlerà più di
elezioni. Perché io manterrò il potere fino al giorno della mia morte.»

Connor controllò l'ora. Erano le nove e cinquantasei. Premette il


pulsante a lato dell'ascensore portavivande e immediatamente udì il ronzio
di un motore che iniziava la sua lenta salita al settimo anello.
Mancavano ancora trentaquattro minuti all'apertura dello stadio al
pubblico, ma Connor sapeva che la folla di gente ci avrebbe messo un bel
po' di tempo per superare i metal detector e i controlli di sicurezza. Lui
comunque si atteneva a una tabella di marcia molto più rigida di chiunque
altro nello stadio. Quarantasette secondi dopo prese il vassoio e premette il
pulsante verde per fare sapere al personale nel seminterrato che lo aveva
ricevuto.
Percorse velocemente l'atrio al settimo anello, superò uno stand in
concessione e raggiunse la porta contrassegnata PRIVATO. Con il vassoio in
equilibrio su una mano, girò la maniglia ed entrò. Accese le luci e si avviò
lungo il corridoio coperto dietro il JumboTron. Controllò di nuovo

Jeffrey Archer 234 2002 - L'Undicesimo Comandamento


l'orologio, ottantatré secondi. Troppo, ma dato che per la corsa finale non
avrebbe avuto il vassoio, avrebbe completato il percorso dal tetto al
seminterrato in meno di due minuti. Se tutto andava secondo i piani, si
sarebbe trovato fuori dallo stadio e sulla via dell'aeroporto prima che
avessero tempo di sistemare blocchi stradali.
Bussò e, pochi secondi dopo, un uomo alto e robusto, stagliato in un
rettangolo di luce, gli aprì la porta.
«Le ho portato uno spuntino», disse Connor con un caloroso sorriso.
«Fantastico», esclamò il tiratore scelto. «Perché non entra e mi fa
compagnia?» Prese il panino dal vassoio e Connor lo seguì lungo una
stretta passerella in acciaio galvanizzato dietro un ampio schermo formato
da settecentoottantasei televisori. L'agente dei Servizi Segreti si sedette e
diede un morso al panino. Connor cercò di non fargli capire con quanta
attenzione esaminasse il suo fucile.
Il JumboTron si estendeva su tre livelli, sopra e sotto la passerella.
Connor depose il vassoio accanto all'agente seduto a metà della scala che
portava alla rampa inferiore. Pareva più interessato alla lattina di Diet-
Coke che agli occhi di Connor che si spostavano da un punto all'altro.
Tra un morso e una sorsata si presentò. «Sono Arnie Cooper.»
«Dave Krinkle», rispose Connor.
«Allora, quanto ha dovuto pagare per il privilegio di passare un
pomeriggio con me?» domandò con un sorriso Arnie.
Il Marine One atterrò all'eliporto a nordest dello stadio e una limousine
si avvicinò ancora prima che la scaletta di sbarco toccasse terra. Lawrence
e Lloyd apparvero un attimo dopo e il presidente si girò per salutare con un
cenno della mano la folla di sostenitori prima di salire sull'auto. Percorsero
le poche centinaia di metri fino allo stadio in meno di un minuto,
superando senza fermarsi tutti i controlli di sicurezza. John Kent Cooke, il
proprietario dei Redskins, li aspettava all'entrata per salutarli.
«È un grande onore per me», disse, appena Lawrence scese dalla
limousine.
«Felice di conoscerla, John», rispose il presidente, stringendogli la
mano.
Cooke condusse i suoi ospiti a un ascensore privato.
«Crede veramente che gli Skins possano vincere, John?» chiese
Lawrence con un sorriso.
«Questa è proprio l'insidiosa domanda che mi sarei aspettato da un

Jeffrey Archer 235 2002 - L'Undicesimo Comandamento


politicante, signor presidente», rispose Cooke mentre entravano
nell'ascensore. «Tutti sanno che lei è un super-tifoso dei Packers. Sono
comunque costretto a risponderle: 'Sissignore'. Gli Skins vinceranno.»
«Il Washington Post non è d'accordo con lei», ribatté il presidente,
mentre le porte dell'ascensore si aprivano al piano della stampa.
«Sono certo che lei è l'ultima persona che crede a tutto ciò che legge sul
Post, signor presidente.» Risero entrambi mentre Cooke accompagnava
Lawrence al palco, un'ampia e comoda stanza situata sopra la linea delle
cinquanta iarde. «Signor presidente, vorrei presentarla a un paio di persone
che hanno reso i Redskins la migliore squadra di football degli Stati Uniti.
Cominciamo con mia moglie Rita.»
«Piacere di conoscerla, Rita», disse Lawrence stringendole la mano. «E
congratulazioni per il trionfo al National Symphony Ball. Ho saputo che
hanno raccolto una cifra record sotto la sua presidenza.»
La signora Cooke sorrise, raggiante d'orgoglio.
Lawrence riuscì a ricordare un fatto o un aneddoto su ogni persona cui
venne presentato, compreso l'omino che indossava il blazer dei Redskins e
che non avrebbe mai potuto essere un ex giocatore.
«Le presento Pug Washer», disse John Kent Cooke, ponendo una mano
sulla spalla del vecchio. «Lui è...»
«... l'unico uomo che sia riuscito a entrare nel pantheon dei Redskins
senza avere giocato una sola partita», continuò per lui il presidente.
Il viso di Pug s'illuminò di un enorme sorriso.
«Mi è stato anche detto che sulla storia della squadra lei ne sa più di
chiunque altro.»
Pug si ripromise di non votare mai più per i repubblicani.
«E allora, Pug, mi dica quanti punti fece Vince Lombardi nelle partite di
regular season tra Packers e Skins, quando allenava i Packers rispetto a
quando era con gli Skins?»
«Packers 459, Skins 435.»
«Proprio come pensavo, non avrebbe mai dovuto lasciare i Packers»,
affermò Lawrence, dando un colpetto sulla schiena di Pug.
«Sa, signor presidente», s'intromise Cooke, «non mi è mai riuscito di
porre a Pug una domanda sui Redskins alla quale non fosse capace di
rispondere.»
«Qualcuno l'ha mai messa in imbarazzo, Pug?» domandò il presidente,
rivolgendosi a quella enciclopedia vivente.

Jeffrey Archer 236 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Ci provano di continuo, signor presidente», replicò Pug. «Ecco, proprio
ieri un uomo...»
Prima che Pug potesse finire la frase, Andy Lloyd toccò il gomito a
Lawrence. «Mi spiace interromperla, signore, ma ci hanno appena
informati che il presidente Zerimski è a soli cinque minuti dallo stadio.
Con il signor Cooke dovrebbe avviarsi subito verso l'entrata principale, se
vuole arrivare in tempo per accoglierlo.»
«Certo, naturalmente», convenne Lawrence. Si voltò verso Pug e disse:
«Continueremo la nostra conversazione appena torno».

«Si è un po' costretti qui dentro», gridò Connor sopra il rumore di un


grande ventilatore appeso al soffitto.
«Come no», convenne Arnie, finendo la Diet-Coke. «Immagino faccia
parte del lavoro.»
«Prevede dei guai, oggi?»
«No, non proprio. Naturalmente saremo tutti in massima allerta quando i
due presidenti scenderanno in campo, ma sarà solo per otto minuti. Anche
se, fosse dipeso dall'agente speciale Braithwaite, nessuno dei due avrebbe
avuto il permesso di uscire dal palco del proprietario fino all'ora di tornare
a casa.»
Connor annuì e gli pose altre innocue domande, ascoltando attentamente
l'accento di Brooklyn di Arnie e concentrandosi soprattutto sulle
espressioni che usava regolarmente.
Mentre Arnie dava un morso a una fetta di torta al cioccolato, Connor
guardò attraverso una fessura nelle piastre rotanti del tabellone
pubblicitario. Vide che la maggior parte degli agenti dei Servizi Segreti
stava facendo uno spuntino. Si focalizzò sulla torre d'illuminazione dietro
l'area di meta occidentale. Brad era lassù e ascoltava attentamente un
agente che indicava il palco del proprietario. Proprio il genere di giovane
che i Servizi avevano bisogno di reclutare, pensò Connor. Si rivolse di
nuovo ad Arnie. «Tornerò qui all'inizio della partita. Le vanno bene dei
panini, una fetta di torta e un'altra Coca-Cola?»
«Fantastico. Ma non esageri con la torta. Non mi preoccupo quando è
mia moglie a dirmi che ho messo su qualche chilo, ma ultimamente tutti
hanno cominciato ad alludervi anche il mio capo.»
Il suono di una sirena annunciò a tutto il personale nello stadio che erano
le dieci e mezzo e che i cancelli stavano per aprirsi. I tifosi cominciarono

Jeffrey Archer 237 2002 - L'Undicesimo Comandamento


ad affluire nelle tribune, quasi tutti diretti verso i loro abituali posti.
Connor raccolse la lattina vuota di Coca-Cola e il contenitore in plastica e
li pose sul vassoio.
«Tornerò con il pranzo subito dopo il calcio d'inizio», avvisò Arnie.
«D'accordo», rispose l'agente, il cannocchiale puntato sulla folla
sottostante. «Ma non entri finché i due presidenti non sono tornati nel loro
palco. Nessuno può trovarsi nel JumboTron mentre sono fuori sul campo.»
«D'accordo», rispose Connor, lanciando un'ultima occhiata al fucile di
Arnie. Mentre si girava per andarsene udì una voce uscire da una radio
ricetrasmittente.
«Hercules 3.»
Arnie staccò la radio dalla cintura, schiacciò un pulsante e disse:
«Hercules 3, procedi».
Connor indugiò sull'uscio.
«Nulla da riferire, signore. Stavo per dare un'occhiata alle tribune
occidentali.»
«Bene. Faccia rapporto se nota qualcosa di sospetto.»
«Sarà fatto», concluse Arnie riagganciando la ricetrasmittente alla
cintura.
Connor uscì silenziosamente nel passaggio coperto, chiuse la porta e
mise la lattina vuota sul gradino.
Controllò l'orologio, quindi corse giù per il corridoio, aprì la porta e
spense le luci. L'atrio brulicava di tifosi diretti ai loro posti. Giunto
all'ascensore, controllò di nuovo l'orologio. Cinquantaquattro secondi.
Nella corsa finale avrebbe dovuto metterci meno di trentacinque secondi.
Premette il pulsante. Dopo quarantasette secondi arrivò l'ascensore
portavivande. Evidentemente nessuno l'aveva chiamato al secondo o al
quinto anello. Mise il vassoio sul pianale e schiacciò di nuovo il pulsante.
L'ascensore iniziò la sua lenta discesa verso il seminterrato.
Nessuno lanciò a Connor, che indossava il lungo camice bianco e il
berretto dei Redskins, una seconda occhiata mentre passava con fare
indifferente davanti allo stand in concessione diretto verso la porta
contrassegnata PRIVATO. Entrò e si chiuse l'uscio alle spalle. Nel buio e
senza fare alcun rumore tornò sui suoi passi fino a trovarsi a solo pochi
metri dall'entrata del JumboTron. Fissò l'enorme trave in acciaio che
sosteneva il grande schermo.
Strinse per un attimo il corrimano, quindi si lasciò cadere in ginocchio.

Jeffrey Archer 238 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Si sporse, afferrò la trave con entrambe le mani, e si staccò dal passaggio.
Fissò lo schermo che, secondo i disegni dell'architetto, si trovava a circa
tredici metri da lui. Sembravano più che altro a milleseicento metri.
Riuscì a vedere una piccola maniglia, ma non sapeva se la botola
d'emergenza, tanto chiaramente segnata sui progetti dell'ingegnere,
esistesse veramente. Iniziò a strisciare lentamente lungo la trave,
centimetro per centimetro, senza mai lanciare uno sguardo al salto di
cinquantadue metri sotto di lui. Sembravano tremiladuecento metri.
Raggiunta infine l'estremità della trave vi si mise a cavalcioni, tenendo
ben strette le gambe. Le immagini dello schermo passarono dal replay di
un touchdown di una precedente partita degli Skins alla pubblicità di un
negozio di articoli sportivi. Connor trasse un profondo respiro, afferrò
strettamente la maniglia e tirò. La botola si aprì, mostrando l'apertura di
sessantasei centimetri e mezzo per lato. Connor vi si infilò lentamente,
quindi rimise al suo posto lo sportello.
Schiacciato da ogni lato dall'acciaio, desiderò avere aggiunto al vestiario
un paio di spessi guanti. Era come trovarsi dentro un frigorifero.
Ciononostante, di minuto in minuto si sentiva sempre più sicuro che, fosse
dovuto ricorrere al piano di emergenza, nessuno avrebbe scoperto dove era
nascosto.
Rimase sospeso nella cava trave in acciaio a cinquantadue metri dal
suolo per più di un'ora e mezzo, riuscendo a stento a girare il polso per
controllare l'ora. Nulla al ricordo dei dieci giorni trascorsi in Vietnam
chiuso tutto solo in una gabbia di bambù con l'acqua fino al mento.
Un'esperienza che Arnie non aveva di certo vissuto.

33
ZERIMSKI strinse calorosamente la mano a tutte le persone che gli
venivano presentate e rise alle battute di John Kent Cooke. Ricordò i nomi
di tutti gli ospiti e rispose a ogni loro domanda con un sorriso. «Gli
americani la definiscono una fascinosa offensiva», gli aveva spiegato
Titov: qualcosa che avrebbe accresciuto l'orrore che aveva programmato
per la serata.
Sentiva già gli ospiti dire alla stampa: «Non avrebbe potuto essere più
rilassato e a suo agio, specialmente con il presidente a cui si riferiva

Jeffrey Archer 239 2002 - L'Undicesimo Comandamento


sempre chiamandolo 'caro, vecchio amico Tom'». Lawrence, avrebbero
ricordato, non aveva mostrato lo stesso genere di calore, era stato anzi un
po' freddo nei riguardi dell'ospite russo.
Finite le presentazioni, John Kent Cooke picchiò un cucchiaio sul
tavolo. «Mi spiace interrompere un evento tanto piacevole», esordì, «ma il
tempo passa e questa sarà la mia unica opportunità di rivolgere la parola a
due presidenti nello stesso momento.» Scoppiò una breve risata. «Questo è
il programma.» S'infilò gli occhiali e cominciò a leggere un foglio che gli
era stato consegnato dal suo aiuto per gli affari pubblici.
«Alle undici e venti accompagnerò entrambi i presidenti all'entrata sud
dello stadio e alle undici e trentasei li porterò in campo.» Alzò gli occhi e
proseguì con tono leggero: «L'accoglienza sarà assordante». Rita rise un
po' troppo forte.
«Al centro del campo presenterò i presidenti ai due capitani che, a loro
volta, li presenteranno ai vicecapitani e agli allenatori e infine ai direttori
di gara.»
«Alle undici e quaranta tutti si gireranno verso la tribuna occidentale,
dove la banda dei Redskins suonerà l'inno nazionale russo seguito, dopo
una breve pausa, da quello americano.»
«Alle undici e quarantotto in punto l'ospite d'onore, il presidente
Zerimski, getterà in aria un dollaro d'argento. Riporterò poi qui i nostri due
ospiti, dove spero tutti si divertiranno a guardare i Redskins battere i
Packers.»
Ambedue i presidenti risero.
Cooke sorrise ai due leader ora che la prima parte della sua prova era
terminata si sentiva sollevato, e chiese: «Domande?»
«Sì, John, io ne ho una», disse Zerimski. «Non ha spiegato perché devo
gettare in aria la monetina.»
«Affinché il capitano che ha indovinato se usciva testa o croce possa
scegliere quale squadra darà il calcio d'inizio.»
«Che idea divertente», esclamò Zerimski.

Con il passare dei minuti, Connor controllava sempre più spesso


l'orologio. Non voleva rimanere all'interno del JumboTron più a lungo del
necessario, ma aveva anche bisogno di abituarsi a un fucile che non usava
da anni.
Controllò di nuovo l'ora. Le undici e dieci. Doveva aspettare ancora sette

Jeffrey Archer 240 2002 - L'Undicesimo Comandamento


minuti. Per quanto impaziente, non muoverti in anticipo, pensò,
aumenteresti soltanto i rischi.
Le undici e dodici. Pensò a Chris Jackson e al sacrificio che aveva
compiuto per dargli questa unica possibilità.
Le undici e quattordici. Pensò a Joan e alla sua crudele e inutile morte
che Gutenburg aveva ordinato solo perché lei era stata la sua segretaria.
Le undici e quindici. Pensò a Maggie e a Tara. Se fosse riuscito a
farcela, avrebbe dato loro una possibilità di vivere in pace. Altrimenti non
le avrebbe più riviste.
Le undici e diciassette. Connor aprì la botola e uscì lentamente da quello
spazio ristretto. Raccolse tutte le sue forze prima di saltare a cavalcioni
sulla trave. Non guardò in basso mentre ritornava lentamente al passaggio.
Arrivato sul cornicione, si tirò sul passaggio, riprese fiato e fece alcuni
esercizi di stretching.
Le undici e ventisette. Respirò profondamente mentre ripassava le ultime
fasi del suo piano, quindi si diresse rapidamente verso il JumboTron,
fermandosi solo un attimo per raccogliere la lattina vuota di Coca-Cola che
aveva lasciato sul gradino.
Bussò e, senza attendere risposta, la aprì e, sopra il rumore del
ventilatore, gridò: «Sono solo io».
Arnie guardò giù dal cornicione sovrastante, la mano già sul grilletto del
suo Armalite. «Se ne vada!» gridò. «Le avevo detto di non tornare finché i
presidenti erano in campo. È fortunato che non le abbia trapassato il corpo
con una pallottola.»
«Mi spiace», si scusò Connor. «Avevo sentito quanto caldo faceva qui
dentro, per cui le ho portato un'altra Coca-Cola.»
Gli allungò la lattina vuota e Arnie si sporse per prenderla con la mano
libera. Appena le sue dita sfiorarono il bordo della lattina, Connor la lasciò
andare, lo afferrò per il polso e lo tirò giù dal cornicione con tutte le sue
forze.
Arnie lanciò un urlo mentre atterrava di testa sulla passerella in acciaio
galvanizzato e il fucile schizzava dall'altra parte.
Connor si girò e balzò sul suo avversario prima che questi avesse la
possibilità di alzarsi. Gli sferrò un pugno sul mento, quindi prese le
manette che pendevano dalla cintura di Arnie. Intravide un ginocchio
diretto contro di lui, si spostò agilmente a sinistra e riuscì a evitare di
venire colpito in pieno. Mentre Arnie cercava di rimettersi in piedi,

Jeffrey Archer 241 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Connor gli tirò un altro pugno, questa volta in pieno naso. Con il sangue
che gli colava sul viso, Arnie piegò le gambe e crollò a terra. Connor si
gettò su di lui e lo colpì alla spalla destra, provocandogli un acuto dolore.
Questa volta si afflosciò sulla passerella e rimase finalmente immobile.
Connor si tolse con furia il camice bianco, la camicia, la cravatta, i
pantaloni, le calze e il berretto e gettò il tutto in un angolo, quindi sganciò
le manette dalla cintura di Arnie e gli sfilò la divisa. Le scarpe erano di
almeno due misure più piccole e i pantaloni di un paio di centimetri troppo
corti, per cui non gli rimase altro da fare che tirare in su i calzini e tenere ai
piedi le scarpe da ginnastica che, per fortuna, erano nere. Nel caos che
sarebbe seguito alla sua azione, pensò, nessuno si sarebbe ricordato di
avere visto un agente dei Servizi Segreti che non portava scarpe
regolamentari.
Con la cravatta legò le caviglie di Arnie, quindi sollevò l'uomo svenuto,
lo appoggiò alla parete e lo ammanettò a una sbarra in acciaio che
attraversava il JumboTron. Alla fine appallottolò un fazzoletto e glielo
infilò con forza in bocca. A quel poveretto avrebbe fatto male per giorni, e
non gli sarebbe stato di grande consolazione il perdere quei chili in più per
i quali era stato rimproverato da tutti.
«Niente di personale», mormorò. Mise il berretto e gli occhiali scuri di
Arnie accanto all'uscio e raccolse il fucile: un M-16, proprio come aveva
pensato. Non sarebbe stata la sua prima scelta, ma avrebbe fatto quello che
doveva fare. Salì rapidamente le scale fino al pianerottolo del secondo
anello dove era stato seduto Arnie, prese il suo cannocchiale e, attraverso
la fessura tra il pannello pubblicitario e lo schermo, scrutò la folla
sottostante.
Le undici e trentadue. Erano passati tre minuti e trentotto secondi da
quando Connor era entrato nel JumboTron, alcuni secondi in meno di
quanto aveva calcolato di potersi concedere. Riprese a respirare
profondamente e pacatamente.
All'improvviso udì una voce dietro di sé.
«Hercules 3.»
Dapprima non riuscì a capire da dove venisse, poi ricordò la piccola
ricetrasmittente agganciata alla cintura di Arnie. La strappò via e rispose:
«Hercules 3, procedi».
«Pensavamo di averti perso, Arnie», disse l'agente speciale. «Tutto
bene?»

Jeffrey Archer 242 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Sì», rispose Connor. «Dovevo fare pipì e ho pensato fosse meglio non
innaffiare la folla.»
«Positivo», esclamò Braithwaite, scoppiando a ridere. «Continua a
controllare il tuo settore. Tra poco Luce Rossa e Cascata scenderanno in
campo.»
«Lo farò», rispose Connor con un accento che sua madre avrebbe
considerato degno di un castigo. La linea cadde.
Le undici e trentaquattro. Scrutò lo stadio: solo pochi posti rossi e gialli
erano vuoti. Cercò di non lasciarsi distrarre dalle majorettes dei Redskins
che lanciavano in alto le gambe proprio sotto di lui.
Dalle tribune si levò un forte urlo appena le squadre emersero dai tunnel
all'estremità sud dello stadio. Raggiunsero lentamente il centro del campo,
mentre i tifosi cantavano «Evviva i Redskins».
Connor puntò il cannocchiale di Arnie sulle torri d'illuminazione che si
elevavano sopra lo stadio. Quasi tutti gli agenti stavano ora scrutando la
folla, alla ricerca di un qualsiasi accenno di guaio. Nessuno di loro
mostrava alcun interesse per l'unico punto da cui in realtà sarebbe giunto il
problema. Connor fissò lo sguardo sul giovane Brad che controllava, fila
per fila, la tribuna settentrionale. Il ragazzo dava l'impressione di sentirsi
in paradiso.
Connor si girò di scatto e puntò il cannocchiale sulla linea delle
cinquanta iarde. I due capitani erano ora uno di fronte all'altro.
Le undici e trentasei. La folla rumoreggiò di nuovo quando John Kent
Cooke condusse tutto fiero i due presidenti in mezzo al campo, scortati da
una dozzina di agenti grossi quasi quanto i giocatori. Con una sola
occhiata Connor comprese che Zerimski e Lawrence indossavano giubbotti
antiproiettile.
Avrebbe voluto puntare il fucile su Zerimski e prendere la mira in quel
preciso istante, ma non poteva correre il rischio di farsi individuare da uno
dei tiratori scelti sulle torri, tutti con il fucile puntato. Sapeva che erano
stati addestrati a mirare e sparare in meno di tre secondi.
Mentre i due presidenti venivano presentati ai giocatori, Connor rivolse
l'attenzione alla bandiera dei Redskins che sventolava nella brezza sopra
l'estremità occidentale dello stadio. Aprì il fucile e notò che, come aveva
previsto, era carico, senza sicura e non armato. Lo armò, quindi richiuse
con forza la culatta. Il rumore lo colpì come una detonazione e
all'improvviso sentì il cuore battergli in petto a una frequenza doppia.

Jeffrey Archer 243 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Le undici e quarantuno. I due presidenti stavano ora chiacchierando con
i direttori di gara. Attraverso il cannocchiale Connor vide John Kent
Cooke controllare nervosamente l'orologio, chinarsi e mormorare qualcosa
a Lawrence. Il presidente americano annuì, prese per il gomito Zerimski e
lo condusse in un punto tra le due squadre. Sull'erba due piccoli cerchi
bianchi, in uno dei quali vi era disegnato un orso, nell'altro un'aquila,
informavano i due presidenti dove mettersi.
«Signore e signori», annunciò una voce dall'altoparlante. «Vi preghiamo
di alzarvi per l'inno nazionale della repubblica russa.»
Un rumore di sedie accompagnò la folla che si alzava in piedi e,
togliendosi il berretto dei Redskins, si girava verso la banda e il coro
all'estremità occidentale dello stadio. Il capobanda alzò la bacchetta,
indugiò un attimo, quindi l'abbassò con slancio. La folla ascoltò inquieta
una musica che pochi avevano sentito prima.
Connor aveva ascoltato l'intero inno russo parecchie volte, e si era reso
conto che poche bande non russe sapevano a quale tempo suonarlo e
quanti versi includervi. Aveva perciò deciso di attendere l'inno americano
prima di rischiare la sua unica possibilità.
Appena l'inno russo finì, i giocatori cominciarono a fare esercizi di
stretching e a saltellare sul posto per allentare la tensione. Connor attese
che il capo della banda rialzasse la bacchetta prima di prendere la mira di
Zerimski. Lanciò un'occhiata all'asta della bandiera dall'altra parte dello
stadio: lo stendardo dei Redskins pendeva floscio, indice di totale
mancanza di vento.
Il capobanda alzò per la seconda volta la bacchetta. Connor sistemò il
fucile nella fessura tra il pannello pubblicitario e lo schermo, usando il
telaio in legno come appoggio. Puntò il mirino telescopico sulla nuca di
Zerimski, allineando i puntini fino a che essa non riempì completamente il
centro del mirino del fucile.
Appena risonarono le battute d'apertura dell'inno americano, entrambi i
presidenti si irrigidirono. Connor espirò. Tre... due... uno. Premette
delicatamente il grilletto, proprio mentre Tom Lawrence incrociava il
braccio destro e si posava la mano sul cuore. Distratto dall'improvviso
movimento, Zerimski guardò alla sua sinistra e la pallottola gli passò,
innocua, accanto. Settantottomila voci stonate impedirono a chiunque di
sentire il rumore sordo del proiettile che si conficcava nell'erba dietro la
linea delle cinquanta iarde.

Jeffrey Archer 244 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Brad, sdraiato sulla pancia sulla piattaforma della torre d'illuminazione
sopra la suite dei dirigenti, fissava attentamente la folla con il
cannocchiale. I suoi occhi si posarono sul JumboTron. L'ampio schermo
mostrava un presidente Lawrence più grande del naturale che cantava, la
mano sul cuore, l'inno nazionale.
Spostò lentamente il cannocchiale, per riportarlo di colpo sullo schermo.
Pensava di avere visto qualcosa nella fessura tra il pannello pubblicitario e
lo schermo. Controllò una seconda volta... era la canna di un fucile,
puntata verso il centro del campo dalla fessura dove poco prima aveva
visto Arnie scrutare fuori con il suo cannocchiale. Regolò il fuoco e si
ritrovò a fissare un viso che aveva già visto al mattino. Non esitò un
secondo.
«Da quella parte. Fucile.»
Brad aveva pronunciato quelle parole con tale premura e autorità che
Braithwaite e due dei suoi cecchini spostarono immediatamente i loro
cannocchiali sul JumboTron. Nel giro di pochi secondi li avevano messi a
fuoco su Connor che si stava preparando al secondo colpo.
«Calma», mormorò Connor a se stesso. «Non affrettarti. Hai tutto il
tempo.» La testa di Zerimski occupò di nuovo il mirino. Centrò i puntini
ed espirò. Tre... due...
La pallottola di Braithwaite gli penetrò nella spalla sinistra, facendolo
barcollare all'indietro. Una seconda pallottola fischiò attraverso la fessura
dove un attimo prima c'era stata la sua testa.
L'inno nazionale americano terminò.
Ventotto anni di addestramento avevano preparato Connor a questo
momento. Tutto il suo corpo gli gridava di fuggire. Iniziò immediatamente
a seguire il piano A, cercando di ignorare l'atroce dolore alla spalla. Si
diresse a fatica alla porta, spense le luci e uscì nel corridoio. Avrebbe
voluto correre in direzione dell'atrio, ma si accorse di avere bisogno di
ogni più piccola energia solo per muoversi. Raggiunse la porta quaranta
secondi dopo, proprio mentre i due presidenti venivano scortati fuori del
campo di gioco. Udì il fragore della folla acclamare i Redskins che stavano
per tirare il calcio d'inizio.
Aprì la porta, barcollò fino all'ascensore portavivande e schiacciò più
volte il pulsante, finché non sentì il motore avviarsi e iniziare la sua lenta
salita al settimo anello. I suoi occhi dardeggiarono a destra e a sinistra, alla
ricerca del più piccolo segno di pericolo. Il dolore alla spalla si fece

Jeffrey Archer 245 2002 - L'Undicesimo Comandamento


sempre più acuto, ma Connor sapeva di non poterci fare niente. Il primo
posto che gli agenti avrebbero controllato sarebbero stati gli ospedali.
Infilò la testa nel condotto e vide avvicinarsi la parte superiore
dell'ascensore. Mancavano quindici secondi al suo arrivo. All'improvviso
il portavivande si fermò: qualcuno lo stava caricando o scaricando al piano
dei dirigenti.
Istintivamente decise di passare al piano d'emergenza, qualcosa che non
aveva mai fatto nel passato. Sapeva di non poter rimanere nei paraggi,
dove qualcuno l'avrebbe potuto scoprire nel giro di pochi secondi.
Ritornò il più velocemente possibile alla porta che conduceva nel
JumboTron proprio mentre l'ascensore portavivande si rimetteva in moto
con il pasto richiesto da Arnie.
Attraversò la porta contrassegnata PRIVATO senza richiuderla. Con grande
sforzo di volontà superò i sessantatré metri del corridoio, sapeva che nel
giro di pochi attimi gli agenti della squadra mobile della divisione di
protezione dei Servizi Segreti sarebbero sciamati attraverso quella porta.
Ventiquattro secondi dopo raggiunse l'enorme trave che sosteneva lo
schermo. Aggrappandosi alla ringhiera con la mano destra, saltò oltre il
bordo del passaggio sul cornicione proprio mentre la porta si spalancava.
Scivolò sotto il corridoio e udì dei passi correre verso di lui, passargli
sopra la testa e fermarsi davanti al JumboTron. Attraverso una fessura vide
un agente con in pugno una pistola aprire la porta e, senza entrare,
accendere le luci.
Attese fino a che vide accendersi le luci e i due agenti scomparire nel
JumboTron prima di strisciare lungo i tredici metri della trave per la terza
volta quel giorno. Adesso doveva reggersi con un solo braccio, cosa che
rallentava il suo avanzare. E nello stesso tempo accertarsi che il sangue
che gocciolava dalla spalla sinistra cadesse sul terreno e non sulla trave,
visibile a tutti.
Appena il primo agente entrò nel JumboTron, vide subito Arnie
ammanettato alla sbarra in acciaio. Gli si avvicinò lentamente, lanciando
occhiate in ogni direzione e, mentre il suo compagno gli copriva le spalle,
aprì le manette, lo distese delicatamente a terra, quindi gli tolse il
fazzoletto di bocca e gli controllò il polso. Era vivo.
Arnie alzò gli occhi al soffitto, ma non parlò. Il primo agente salì
immediatamente al secondo anello, mentre l'altro lo proteggeva, quindi
avanzò con cautela lungo il cornicione dietro l'enorme schermo. Un boato

Jeffrey Archer 246 2002 - L'Undicesimo Comandamento


assordante si levò tutt'attorno allo stadio appena i Redskins segnarono la
prima meta, ma lui lo ignorò. Raggiunta la parete opposta, si voltò e annuì.
Il secondo agente si arrampicò al piano superiore, dove fece un'analoga
ricognizione.
I due agenti tornarono all'anello inferiore, controllando di nuovo ogni
possibile nascondiglio, quando la radio ricetrasmittente del primo agente
gracchiò.
«Hercules 7.»
«Hercules 7, procedi.»
«Trovato?» chiese Braithwaite.
«Qui non c'è nessuno, a parte Arnie in mutande, ammanettato a una
sbarra. Entrambe le porte erano aperte e gocce di sangue segnavano la
strada fino all'atrio, il che vuole dire che l'hai ferito. Deve essere da
qualche parte là fuori. Indossa l'uniforme di Arnie, per cui non sarà
difficile scoprirlo.»
«Non contarci», ribatté Braithwaite. «Se è chi penso sia, potrebbe
trovarsi proprio sotto il tuo naso.»

34
NELL'UFFICIO Ovale tre uomini ascoltavano un nastro registrato. Due
indossavano abiti da sera, il terzo l'uniforme.
«Come l'ha scoperto?» domandò Lawrence.
«Era tra i vestiti che Fitzgerald aveva lasciato nel JumboTron», rispose
l'agente speciale Braithwaite. «Nella tasca posteriore dei jeans.»
«Quante persone l'hanno sentito?» chiese Lloyd cercando di non
sembrare troppo ansioso.
«Solo noi tre, qui in questa stanza», rispose Braithwaite. «Appena l'ho
sentito, vi ho immediatamente contattati. Non ho neppure informato il mio
capo.»
«Di questo la ringrazio, Bill», disse il presidente. «Ma che mi dice di
quelli che hanno assistito a ciò che è accaduto nello stadio?»
«A parte me, solo altre cinque persone hanno capito cosa è successo e lei
può contare sulla loro discrezione. Quattro di loro fanno parte della mia
squadra da dieci o più anni e, messi insieme, conoscono tanti segreti da
sommergere gli ultimi quattro presidenti, per non parlare della metà del

Jeffrey Archer 247 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Congresso.»
«Qualcuno ha visto Fitzgerald?» s'informò Lloyd.
«Nossignore. I due agenti che hanno immediatamente perlustrato il
JumboTron non hanno trovato alcun segno di lui tranne un mucchietto di
vestiti, un sacco di sangue e uno dei miei uomini ammanettato a una trave.
Dopo avere ascoltato il nastro, ho dato ordine di non stendere alcun
rapporto scritto né di riferire oralmente l'incidente.»
«Che mi dice dell'uomo che era appeso alla sbarra?» chiese il presidente.
«Ha semplicemente perso l'equilibrio ed è scivolato dal cornicione. Gli
ho dato un congedo di un mese per motivi di salute.»
«Lei ha parlato di una quinta persona», gli ricordò Lloyd.
«Sissignore, un giovane aspirante che era sulla torre con noi.»
«Come può essere certo che non parlerà?»
«La sua domanda per entrare nei Servizi Segreti si trova proprio ora
sulla mia scrivania. Credo speri di essere assegnato alla mia divisione una
volta portato a termine l'addestramento.»
Il presidente sorrise. «E la pallottola?»
«Ho buttato per aria il prato per trovarla appena lo stadio si è svuotato»,
affermò Braithwaite, allungando al presidente un bossolo usato e
appiattito.
Lawrence si alzò dalla scrivania, si girò e guardò fuori dal bovindo. Sul
Campidoglio era scesa l'oscurità. Fissò un punto dall'altra parte del prato
mentre rifletteva su ciò che avrebbe detto.
«È importante che lei si renda conto di una cosa, Bill», disse infine. «La
voce su quel nastro assomiglia decisamente alla mia, ma io non ho mai
proposto a nessuno e in nessun momento di considerare Zerimski o
qualunque altra persona bersaglio di un assassinio.»
«Le credo senza ombra di dubbio, signor presidente, altrimenti ora non
sarei qui. Devo comunque essere altrettanto sincero con lei. Se qualcuno
dei Servizi Segreti si fosse reso conto che nel JumboTron c'era Fitzgerald,
l'avrebbe con ogni probabilità aiutato a fuggire.»
«Che genere di uomo può ispirare una simile lealtà?» chiese Lawrence.
«Nel suo ambiente, direi Abramo Lincoln. Nel nostro, Connor
Fitzgerald.»
«Mi sarebbe piaciuto conoscerlo.»
«Sarà difficile, signore. Anche se fosse vivo, sembra scomparso dalla
faccia della terra. Non vorrei che la mia carriera dipendesse dal suo

Jeffrey Archer 248 2002 - L'Undicesimo Comandamento


ritrovamento.»
«Signor presidente», lo interruppe Lloyd, «è già in ritardo di sette minuti
per la cena all'ambasciata russa.»
Lawrence sorrise e strinse la mano a Braithwaite. «Un altro brav'uomo
di cui non posso parlare al popolo americano», esclamò con una smorfia.
«Immagino che questa sera sarà di nuovo in servizio.»
«Sissignore, devo proteggere il presidente Zerimski dall'inizio alla fine
della sua visita.»
«Allora forse la rivedrò più tardi, Bill. Se avrà qualche nuova
informazione su Fitzgerald, me la faccia sapere immediatamente.»
«Certo, signore», disse Braithwaite girandosi per andarsene.
Pochi minuti dopo Lawrence e Lloyd si diressero in silenzio verso il
portico meridionale, dove nove limousine con i motori accesi li stavano
aspettando. Appena il presidente ebbe preso posto sul sedile posteriore
della sesta automobile, si rivolse al capo dello staff e gli chiese: «Dove
pensi sia, Andy?»
«Non ne ho idea, signore. Ma se l'avessi, entrerei nella squadra di
Braithwaite e lo aiuterei a fuggire.»
«Perché non possiamo avere una persona simile a capo della CIA?»
«L'avremmo avuta, se Jackson non fosse morto.»
Lawrence guardò fuori dal finestrino. Qualcosa l'aveva tormentato da
quando era uscito dallo stadio, ma quando la scorta di motociclette
oltrepassò i cancelli dell'ambasciata russa, non era ancora riuscito a farla
riemergere dai recessi della mente.
«Perché sembra tanto adirato?» chiese Lawrence nel vedere Zerimski
camminare su e giù davanti all'ambasciata.
Lloyd gettò un'occhiata all'orologio. «Siamo in ritardo di diciassette
minuti.»
«Non mi pare un granché, dopo tutto ciò che ci è capitato nel
pomeriggio. Francamente, quell'uomo è fortunato a essere vivo.»
«Non penso sia qualcosa che può usare come giustificazione.»
La colonna di auto accostò davanti all'ambasciata russa. Il presidente
Lawrence scese dall'auto e disse: «Ciao, Victor. Scusami per questi pochi
minuti di ritardo».
Zerimski non tentò neppure di celare il suo disappunto. Dopo una fredda
stretta di mano, accompagnò, senza profferire una sola parola, l'ospite
d'onore fino alla Sala Verde gremita di gente. Inventò poi una scusa e

Jeffrey Archer 249 2002 - L'Undicesimo Comandamento


lasciò il presidente degli Stati Uniti con l'ambasciatore egiziano.

Lawrence si guardò in giro, mentre l'ambasciatore cercava di interessarlo


a una mostra di manufatti egizi che aveva aperto di recente allo
Smithsonian.
«Sì, ho cercato di trovare un momento libero nella mia agenda per
visitarla», disse il presidente, in autopilota. «Tutti quelli che l'hanno vista
mi dicono che è splendida.» L'ambasciatore egiziano sorrise raggiante
mentre Lawrence individuava l'uomo che cercava. Dovette intrattenersi
con altri tre ambasciatori, due mogli e il redattore politico della Pravda
prima di poter raggiungere Harry Nourse senza sollevare inopportuni
sospetti.
«Buona sera, signor presidente», lo salutò il procuratore generale. «Sarà
soddisfatto dell'esito della partita di questo pomeriggio.»
«Certo», ammise Lawrence. «Ho sempre detto che i Packers possono
battere i Redskins in qualsiasi momento e luogo.» Abbassò la voce.
«Desidero vederla a mezzanotte. Ho bisogno di un suo consiglio su una
faccenda legale.»
«D'accordo, signore», acconsentì il procuratore generale pacatamente.
«Rita», esclamò il presidente, voltandosi alla sua destra, «è stato
piacevole stare con lei questo pomeriggio.»
La signora Cooke gli sorrise a sua volta mentre, al suono di un gong, un
maggiordomo annunciava che la cena stava per essere servita. Il
chiacchiericcio si quietò e gli ospiti si avviarono verso la sala da ballo.
Lawrence era stato sistemato tra la signora Petrovskij, la moglie
dell'ambasciatore, e Yuri Olgivic, il nuovo capo della delegazione per il
commercio russo. Il presidente scoprì presto che Olgivic non parlava una
parola di inglese, un altro sottile indizio dell'atteggiamento di Zerimski
riguardo l'apertura del commercio tra le due nazioni.
«Deve essere contento del risultato della partita di questo pomeriggio»,
cominciò la moglie dell'ambasciatore russo mentre veniva posta di fronte
al presidente una scodella di borscht.
«Felicissimo», convenne Lawrence. «Ma non penso che la maggior
parte degli spettatori fosse d'accordo con me, Olga.»
La signora Petrovskij rise.
«È riuscita a seguire il gioco?» chiese Lawrence prendendo in mano il
cucchiaio.

Jeffrey Archer 250 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Non molto», ammise la signora. «Ho avuto comunque la fortuna di
sedere accanto a un certo signor Pug Washer che non sembrava seccato di
dovere rispondere a tutte le mie domande.»
Il presidente mise giù il cucchiaio senza assaggiare la zuppa, guardò
Andy Lloyd e si mise il pugno sotto il mento, il segnale che usava sempre
quando aveva urgente bisogno di parlare con il capo dello staff. Lloyd
mormorò alcune parole alla donna alla sua destra, ripiegò il tovagliolo, lo
mise accanto al piatto e si avvicinò al presidente.
«Devo vedere immediatamente Braithwaite», sussurrò Lawrence.
«Credo di sapere dove si nasconde Fitzgerald.»
Cercò poi di concentrarsi su ciò che gli diceva la moglie
dell'ambasciatore, ma non riusciva a togliersi Fitzgerald dalla mente. Stava
dicendo qualcosa a proposito di quanto le sarebbero mancati gli Stati Uniti,
una volta che suo marito fosse andato in pensione.
«E quando succederà?» chiese il presidente, per nulla interessato alla
risposta.
«Tra circa diciotto mesi», rispose la signora Petrovskij, mentre di fronte
al presidente veniva posto un piatto di manzo freddo. Continuò a
conversare intanto che i camerieri gli servivano verdure e patate. Non ebbe
il tempo di prendere in mano forchetta e coltello che Lloyd rientrò nella
sala e gli si avvicinò.
«Braithwaite l'aspetta nella 'diligenza'.»
«Spero non ci siano guai», disse la signora Petrovskij nel vedere
Lawrence ripiegare il tovagliolo.
«Nulla d'importante, Olga», la rassicurò Lawrence. «Non riescono a
trovare il mio discorso. Ma non si preoccupi, so esattamente dov'è.» Si
alzò e Zerimski seguì ogni suo passo mentre usciva dalla sala.
Lawrence salì sul sedile posteriore della sesta auto, mentre Lloyd e
l'autista rimanevano accanto alla limousine circondata da una dozzina di
agenti dei Servizi Segreti che scrutavano in ogni direzione.
«Bill, se Fitzgerald è ancora nello stadio, c'è un uomo che può sapere
dove si nasconde. Trovi Pug Washer e scoverà Fitzgerald.»
Poco dopo scese dall'auto e si rivolse ad Andy: «Rientriamo prima che
scoprano cosa stiamo combinando».
«Che cosa stiamo combinando?» chiese Lloyd mentre lo inseguiva su
per le scale.
«Te lo dirò più tardi.»

Jeffrey Archer 251 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Ma...» borbottò Lloyd, «ha ancora bisogno...»
«Non ora», lo interruppe Lawrence, mentre riprendeva il suo posto
accanto alla moglie dell'ambasciatore e le rivolgeva un sorriso di scuse.
«È riuscito a trovarlo?»
«A trovare cosa?»
«Il suo discorso», rispose la signora Petrovskij, mentre Lloyd poggiava
sulla tavola tra loro un fascicolo.
«Naturalmente», disse Lawrence picchiettando il fascicolo. «A
proposito, Olga, come sta sua figlia, Natasha, non è vero? Studia ancora
Fra Angelico a Firenze?»
Lanciò un'occhiata a Zerimski e riprese in mano forchetta e coltello,
proprio mentre i camerieri gli portavano via il piatto. Rimise sul tavolo le
posate e si accontentò di un panino raffermo con un po' di burro e di
sentire cosa aveva fatto Natasha Petrovskij durante il suo primo anno di
studi a Firenze. Non poté evitare di notare quanto il presidente russo si
facesse sempre più agitato, pareva avere i nervi a fior di pelle, più si
avvicinava il momento di tenere il discorso di commiato. Pensò
immediatamente che Zerimski avrebbe lanciato un'altra notizia bomba
inattesa. L'idea gli fece passare la voglia del soufflé al lampone.
Quando infine Zerimski si alzò per rivolgere la parola agli ospiti,
nemmeno il più ardente dei suoi ammiratori avrebbe potuto descrivere il
suo discorso se non come piatto e banale. Alcuni di coloro che lo
osservavano da vicino, si chiesero come mai sembrasse rivolgersi tanto
spesso all'enorme statua di Lenin sulla balconata sopra la sala da ballo.
Lawrence pensò che dovevano averla sistemata lassù da poco, perché non
ricordava d'averla vista in precedenza.
Si aspettava che da un momento all'altro Zerimski rinforzasse il suo
messaggio al Congresso del giorno prima, ma lui non disse nulla di
polemico. Con gran sollievo, notò che si atteneva al testo che era stato
inviato alla Casa Bianca quel pomeriggio. Diede un'occhiata al discorso
che avrebbe dovuto ripassare con Andy in macchina. Il capo dello staff
aveva annotato alcuni suggerimenti al margine, ma non c'era una sola frase
spiritosa o un paragrafo memorabile dalla prima alla settima pagina. Ma
che poteva farci, Andy aveva avuto un pomeriggio frenetico.
«Lasciatemi concludere con un grazie al popolo americano per la
generosa ospitalità e la calorosa accoglienza ricevute ovunque, in
particolare modo dal vostro presidente, Tom Lawrence.»

Jeffrey Archer 252 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Questa dichiarazione venne accolta da un applauso tanto forte e
prolungato che Lawrence alzò lo sguardo dagli appunti. Zerimski se ne
stava di nuovo immobile, gli occhi fissi sulla statua di Lenin. Attese che
l'applauso si spegnesse prima di sedersi. Non sembrava affatto contento, il
che sorprese Lawrence, poiché riteneva che il discorso di commiato avesse
ricevuto un consenso molto più generoso di quanto meritasse.
Lawrence si alzò per rispondere. Concluse il suo discorso, seguito con
interesse ma con poco entusiasmo, con le parole: «Victor, speriamo che
questa sia stata la prima di altre numerose visite negli Stati Uniti. A nome
di tutti gli ospiti, le auguro per domani un felice viaggio di ritorno». Il
presidente pensò che due bugie in una sola frase fossero troppe, anche per
un politico: avrebbe voluto avere avuto il tempo di leggerla prima di
pronunciarla. L'applauso fu deferente, ma nulla al confronto dell'ovazione
che Zerimski aveva ricevuto per parole altrettanto banali.
Appena venne servito il caffè, Zerimski si alzò e si avviò verso le doppie
porte dall'altra parte della sala. Il suo imperioso buonanotte fece capire a
tutti che voleva che gli ospiti se ne andassero il più rapidamente possibile.
Numerosi orologi nell'ambasciata rintoccarono le ventidue e qualche
minuto. Lawrence si alzò e si diresse verso l'ospite, ma, come Cesare al
Campidoglio, venne fermato da numerosi cittadini che volevano toccare
l'orlo del vestito dell'imperatore. Raggiunta infine la porta, Zerimski, con
un brusco cenno del capo, lo accompagnò in silenzio al pianterreno.
Lawrence ebbe il tempo di osservare la statua di Nzizvestnij del Cristo in
croce, ancora al suo posto sul pianerottolo. Ora che Lenin era tornato, si
meravigliò che Cristo fosse sopravvissuto. Ai piedi della scalinata in pietra
si voltò per salutare con un cenno della mano il suo ospite, ma Zerimski
era già scomparso nell'ambasciata. Avesse accompagnato Lawrence fin
fuori la porta, avrebbe visto il presidente salire sulla limousine assieme
all'agente speciale.
Braithwaite non parlò finché le portiere non vennero chiuse.
«Aveva ragione, signore», dichiarò mentre superavano i cancelli
dell'ambasciata.
La prima persona che Zerimski incontrò su per le scale fu l'ambasciatore
che gli sorrise fiducioso.
«Romanov è ancora qui?» sbraitò Zerimski, incapace di nascondere più
a lungo la sua ira.
«Sì, signor presidente», rispose l'ambasciatore, rincorrendolo. «È

Jeffrey Archer 253 2002 - L'Undicesimo Comandamento


stato...»
«Portatelo subito da me.»
«Dove?»
«In quello che era il suo studio.»
Petrovskij corse via nella direzione opposta.
Zerimski percorse il lungo corridoio in marmo a passo di marcia e non
cambiò andatura neppure quando spalancò violentemente la porta dello
studio. La prima cosa che vide fu il fucile, ancora sulla scrivania. Si lasciò
cadere sulla sedia di solito occupata dall'ambasciatore.
Mentre attendeva, impaziente, che lo raggiungessero, prese in mano il
fucile e lo esaminò da vicino. Aprì la culatta e notò che la pallottola era
ancora al suo posto. Se lo appoggiò alla spalla e ne sentì il perfetto
equilibrio, e per la prima volta comprese perché Fitzgerald aveva
attraversato metà America per trovare il suo gemello.
Fu allora che si accorse che l'ago percussore era stato rimesso al suo
posto.
Appena Zerimski udì i due uomini correre lungo il corridoio, si mise il
fucile sulle ginocchia. I due entrarono quasi di corsa e Zerimski indicò loro
le due sedie davanti alla scrivania.
«Dov'è Fitzgerald?» chiese prima ancora che Romanov si sedesse. «In
questa stessa stanza mi avevi assicurato che sarebbe stato qui dalle quattro
del pomeriggio. 'Nulla può andare storto', ti eri vantato. 'Ha accettato il
mio piano'.»
«Così infatti ci eravamo accordati al telefono poco dopo la mezzanotte,
signor presidente», dichiarò Romanov.
«E allora cosa è successo tra la mezzanotte e le sedici?»
«Mentre i miei uomini lo scortavano in città questa mattina, l'autista s'è
dovuto fermare al semaforo, Fitzgerald è sceso dall'auto, ha attraversato di
corsa la strada ed è saltato su un taxi. L'abbiamo seguito fino all'aeroporto
Dulles, solo per scoprire che Fitzgerald non era nell'auto che si era fermata
davanti al terminal.»
«La verità è che ve lo siete fatto scappare», tagliò corto Zerimski. «Non
è forse questo quello che è realmente successo?»
Romanov chinò il capo e non rispose.
Con voce sussurrante il presidente proseguì: «Per quello che ne so la
mafia ha un codice per quelli che non eseguono un contratto».
Atterrito, Romanov seguì con lo sguardo Zerimski sollevare il fucile e

Jeffrey Archer 254 2002 - L'Undicesimo Comandamento


puntarglielo contro.
«Sì o no?» chiese Zerimski con voce calma.
Romanov annuì. Zerimski sorrise all'uomo che aveva accettato il
giudizio del suo stesso tribunale e, senza fare rumore, premette il grilletto.
La pallottola penetrò nel petto di Romanov due centimetri sotto il cuore.
La forza dell'impatto lo scagliò contro la parete, dove rimase per alcuni
secondi prima di scivolare sul pavimento. Frammenti di ossa e muscolo
volarono in ogni direzione e il sangue inzuppò le pareti, il tappeto, l'abito e
la camicia bianca dell'ambasciatore.
Zerimski si girò lentamente fino a che non si trovò di fronte al suo ex
rappresentante a Washington. «No! No!» gridò Petrovskij, cadendo in
ginocchio. «Mi dimetterò. Mi dimetterò.»
Zerimski premette una seconda volta il grilletto. Nell'udire il clic,
ricordò che in canna vi era una sola pallottola. Si alzò dalla sedia,
un'espressione di disappunto sul viso.
«Dovrà mandare quel vestito in tintoria», commentò, come se
l'ambasciatore si fosse semplicemente rovesciato del rosso d'uovo sulla
manica. Appoggiò il fucile sulla scrivania. «Accetto le sue dimissioni. Ma
prima di liberare l'ufficio, faccia in modo che ciò che rimane del corpo di
Romanov venga rimesso insieme e spedito a San Pietroburgo.» Avviandosi
verso la porta soggiunse: «E che sia una cosa veloce, voglio esserci
quando verrà sepolto assieme al padre».
Petrovskij, ancora in ginocchio, non rispose. Si era sentito male e aveva
troppa paura per aprire la bocca.
Sull'uscio Zerimski si voltò verso il tremante diplomatico. «Date le
circostanze, sarebbe meglio spedire il corpo tramite valigia diplomatica.»

35
QUANDO Zerimski salì la scaletta d'imbarco dello Ilyushin 62, una forte
nevicata aveva creato una specie di bianco tappeto attorno alle ruote
dell'aereo.
Sulla pista, sotto un grande ombrello tenuto da un aiutante e con indosso
un pesante cappotto nero, Tom Lawrence attendeva la sua partenza.
Zerimski scomparve nell'aereo senza neppure voltarsi e salutare con la
mano a beneficio delle telecamere. Con lui, qualsiasi allusione al fatto che

Jeffrey Archer 255 2002 - L'Undicesimo Comandamento


quello fosse il momento della buona volontà per tutti gli uomini era
sprecata.
Il dipartimento di Stato aveva già emesso un comunicato stampa che
parlava a grandi linee del successo dei quattro giorni di visita del
presidente russo, dei passi importanti fatti dai due paesi e della fiducia in
ulteriori cooperazioni nel futuro. «Utile e costruttiva», erano state le parole
scelte da Larry Harrington per la conferenza stampa del mattino, e «un
passo avanti». I giornalisti che avevano appena assistito alla partenza di
Zerimski le avrebbero interpretate come «inutile e distruttiva e, senza
alcun dubbio, un passo indietro».
Appena il portello grigio si chiuse, lo Ilyushin rollò in avanti, come se,
al pari del padrone, fosse impaziente di andarsene.
Lawrence fu il primo a voltare le spalle al velivolo che avanzava
pesantemente verso la pista di decollo. Si diresse velocemente all'elicottero
che lo stava aspettando, dove trovò Andy Lloyd, un telefono premuto
all'orecchio. Appena le pale del rotore cominciarono a girare, Lloyd
concluse la telefonata. Come il Marine One si alzò in volo, si protese verso
il presidente e lo informò sull'esito dell'operazione di emergenza che aveva
avuto luogo quel mattino sul presto al Walter Reed Hospital. Lawrence
annuì mentre il capo dello staff gli spiegava la linea di condotta consigliata
dall'agente Braithwaite. «Telefonerò personalmente alla signora
Fitzgerald», annunciò.
I due uomini trascorsero il resto del breve viaggio preparando l'incontro
che avrebbe avuto luogo nell'Ufficio Ovale. L'elicottero del presidente
atterrò sul prato e nessuno dei due parlò mentre raggiungevano la Casa
Bianca. La segretaria di Lawrence li attendeva ansiosamente alla porta.
«Buon giorno, Ruth», la salutò il presidente per la terza volta quel
giorno. Entrambi erano rimasti alzati per quasi tutta la notte.
A mezzanotte il procuratore generale era arrivato senza farsi annunciare
e aveva detto a Ruth Preston di essere stato convocato dal presidente per
un incontro fuori agenda. Alle due del mattino il presidente, Andy Lloyd e
il procuratore generale si erano recati al Walter Reed Hospital, ma Ruth
non aveva trovato menzione della visita né del nome del paziente. Erano
tornati un'ora dopo e, dopo avere dato disposizione che nessuno li
disturbasse, avevano passato altri novanta minuti nell'Ufficio Ovale.
Quando Ruth era tornata alla Casa Bianca alle otto e dieci quel mattino, il
presidente stava già andando alla base aerea Andrews per accomiatarsi da

Jeffrey Archer 256 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Zerimski.
Sebbene si fosse cambiato d'abito da quando l'aveva visto l'ultima volta,
Ruth si chiese se il capo fosse andato a dormire quella notte.
«Cosa mi aspetta adesso, Ruth?» chiese, pur sapendolo anche troppo
bene.
«L'appuntamento delle dieci la sta aspettando nell'atrio da quaranta
minuti.»
«Davvero? Allora farai bene a mandarmeli su.»
Il presidente entrò nell'Ufficio Ovale, aprì un cassetto della scrivania e
ne tirò fuori due fogli di carta e una audiocassetta che infilò nel
registratore. Andy Lloyd arrivò con due cartellette e prese il suo solito
posto accanto al presidente.
«Hai ottenuto gli affidavit?»
«Sissignore.»
Ruth bussò alla porta, l'aprì e annunciò: «Il direttore e il vicedirettore
della CIA».
«Buon giorno, signor presidente», salutò con vivacità Helen Dexter
entrando nello studio seguita dal suo vice. Anche lei aveva una cartelletta
sotto il braccio.
Lawrence non rispose al saluto.
«Sarà sollevato nel sentire che sono riuscita a risolvere il problema che
temevamo potesse sorgere durante la visita del presidente russo. Abbiamo
motivo di credere che la persona in questione non rappresenti più alcuna
minaccia per il nostro paese.»
«Si tratta forse della stessa persona con cui ho parlato al telefono alcune
settimane fa?» chiese Lawrence, appoggiandosi alla spalliera della sua
sedia.
«Non credo di capirla, signor presidente», rispose esitante la Dexter.
«Mi permetta allora di chiarirle la situazione.» Lawrence si protese in
avanti e schiacciò il tasto PLAY del registratore.
«Ho pensato di doverla chiamare e farle sapere quanto consideri
importante questo compito. Non ho alcun dubbio che lei sia la persona
giusta per eseguirlo. Spero quindi che acconsentirà ad assumersene la
responsabilità..»
«Apprezzo la sua fiducia, signor presidente, e la ringrazio d'avere
trovato il tempo di telefonarmi personalmente...»
Lawrence premette il tasto STOP.

Jeffrey Archer 257 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Senza dubbio avrà una semplice spiegazione sul come e il perché abbia
avuto luogo questa conversazione», sentenziò.
«Non credo di comprenderla a pieno, signor presidente. La Ditta non è a
conoscenza delle sue telefonate private.»
«Questo può essere come non essere vero», ribatté il presidente. «Ma
questo particolare dialogo, come ben sa, non proveniva dal mio ufficio.»
«Sta accusando la Ditta di...»
«Non sto accusando la Ditta. L'accusa è rivolta a lei personalmente.»
«Signor presidente, se questa è la sua idea di scherzo...»
«Le sembra che stia ridendo?» sbottò il presidente, prima di premere di
nuovo il tasto PLAY.
«Era il meno che potessi fare date le circostanze.»
«Grazie, signor presidente. Sebbene il signor Gutenburg mi avesse
garantito il suo coinvolgimento e il direttore stesso mi avesse chiamato
quel pomeriggio per confermare, come sa, non me l'ero sentita di
accettare l'incarico a meno che l'ordine non venisse direttamente da lei.»
Il presidente si chinò in avanti e premette il tasto STOP.
«C'è dell'altro, se le interessa sentirlo.»
«Posso assicurarla», insistette la Dexter, «che l'operazione cui si riferiva
l'agente in questione era soltanto un'esercitazione di routine.»
«Mi chiede forse di credere che la CIA considera l'assassinio del
presidente russo una semplice esercitazione di routine?» chiese Lawrence
incredulo.
«Non è mai stata nostra intenzione uccidere Zerimski», ribatté con tono
tagliente la Dexter.
«Ma solo fare impiccare un uomo innocente per quel falso attentato»,
replicò il presidente. Dopo un lungo silenzio soggiunse: «Ed eliminare in
questo modo qualsiasi prova che era stata lei a ordinare l'assassinio di
Ricardo Guzman in Colombia».
«Signor presidente, le posso assicurare che la CIA non ha avuto nulla a
che fare con...»
«Non è questo ciò che ci ha detto Connor Fitzgerald questa mattina», la
interruppe Lawrence.
La Dexter rimase senza parole.
«Forse le interesserà leggere gli affidavit che lui ha firmato in presenza
del procuratore generale.»
Andy Lloyd aprì il primo dei due fascicoli e diede alla Dexter e a

Jeffrey Archer 258 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Gutenburg copie di un affidavit firmato da Connor Fitzgerald e dal
procuratore generale come testimone. Mentre i due leggevano la
dichiarazione, il presidente non poté evitare di notare il sudore imperlare
leggermente la fronte di Gutenburg.
«Dietro consiglio del procuratore generale, ho autorizzato l'agente
speciale ad arrestarvi sotto accusa di tradimento. Se sarete riconosciuti
colpevoli, sono stato informato che vi sarà un'unica sentenza.»
La Dexter rimase in silenzio, mentre il suo vice tremava visibilmente.
Lawrence si rivolse a lui.
«Naturalmente è possibile, Nick, che lei non sapesse che il direttore non
aveva ricevuto la necessaria autorità decisionale per emettere un simile
ordine.»
«Le cose stanno proprio così, signore», si lasciò scappare Gutenburg.
«In verità il direttore mi ha indotto a credere che l'ordine di uccidere
Guzman fosse venuto direttamente dalla Casa Bianca.»
«Proprio quello che pensavo avrebbe detto, Nick», lo derise il
presidente. «E se lei se la sente di firmare questo documento, il procuratore
generale mi ha spiegato che la condanna a morte verrà mutata in
ergastolo.»
«Qualsiasi cosa sia, non firmarla», gli ingiunse la Dexter.
Gutenburg esitò un attimo, poi estrasse una penna dal taschino e appose
il suo nome tra due crocette a matita sotto le sue dimissioni da
vicedirettore della CIA, effettive dalle nove del mattino di quello stesso
giorno.
La Dexter gli lanciò un'occhiata carica di disprezzo. «Se ti fossi rifiutato
di dimetterti, non avrebbero avuto il coraggio di andare fino in fondo. Gli
uomini sono proprio senza spina dorsale.» Si voltò verso il presidente che
stava sospingendo verso di lei un secondo foglio, abbassò lo sguardo e
lesse la sua lettera di dimissioni da direttore della CIA, effettiva pure
questa dalle nove di quel mattino. Alzò gli occhi su Lawrence e, con tono
spavaldo, disse: «Non firmerò alcunché, signor presidente. Dovrebbe avere
oramai capito che nulla mi spaventa».
«Allora, Helen, se non se la sente di seguire la linea di condotta di
Nick», l'avvertì Lawrence, «quando uscirà da questa stanza, troverà due
agenti dei Servizi Segreti che hanno l'ordine di arrestarla.»
«Lei non m'inganna, Lawrence», ribatté la Dexter alzandosi.
«Signor Gutenburg», s'intromise Lloyd, mentre il direttore si avviava

Jeffrey Archer 259 2002 - L'Undicesimo Comandamento


lasciando il foglio non firmato sulla scrivania, «ritengo che l'ergastolo,
senza speranza di libertà condizionale, sia un prezzo troppo alto da pagare
in questo caso, in particolare se lei è stato veramente ingannato e non
sapeva cosa stava accadendo.»
Gutenburg annuì mentre la Dexter arrivava alla porta.
«Secondo me una sentenza di sei, sette anni al massimo, sarebbe più
giusta nel suo caso. E con un po' d'aiuto dalla Casa Bianca, finirà per
scontarne solo tre o quattro.»
La Dexter si bloccò dov'era.
«Naturalmente ciò vorrebbe dire che lei accetta di...»
«Accetterò di fare qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa», gridò quasi
Gutenburg.
«... testimoniare a favore dell'accusa.»
Gutenburg annuì di nuovo e Lloyd estrasse un affidavit di due pagine
dalla seconda cartelletta che teneva sulle ginocchia. L'ex vicedirettore lo
scorse superficialmente prima di scribacchiare la sua firma in fondo alla
seconda pagina.
Il direttore poggiò la mano sulla maniglia, esitò un attimo, quindi si girò
e tornò lentamente alla scrivania. Diede un'ultima occhiata di disgusto al
suo ex vice prima di prendere una penna e apporre la sua firma tra le due
crocette a matita.
«Sei uno sciocco, Gutenburg», sbottò. «Non avrebbero mai corso il
rischio di fare salire Fitzgerald sul banco dei testimoni. E qualsiasi
avvocato l'avrebbe fatto a pezzi. E senza Fitzgerald non possono
procedere, come di certo ha loro spiegato il procuratore generale.» Si voltò
di nuovo per andarsene.
«Helen ha ragione», ammise Lawrence, allungando i tre documenti a
Lloyd. «Anche se il caso fosse giunto in tribunale, non avremmo mai
potuto usare Fitzgerald come testimone.»
La Dexter si fermò sui suoi passi, l'inchiostro non ancora secco sulle sue
dimissioni.
«Purtroppo», soggiunse il presidente, «devo informarvi che Connor
Fitzgerald è deceduto questa mattina alle sette e quarantatré.»

PARTE QUARTA
Jeffrey Archer 260 2002 - L'Undicesimo Comandamento
I vivi e i morti
36
IL corteo proseguì il suo lento cammino sulla cima della collina. Il
cimitero nazionale di Arlington era gremito per un uomo che non aveva
mai cercato riconoscimento pubblico. Il presidente degli Stati Uniti era
accanto alla tomba, affiancato dal capo dello staff della Casa Bianca e dal
procuratore generale. Di fronte a loro una donna che da quaranta minuti
non aveva alzato la testa. Alla sua destra la figlia, alla sua sinistra il futuro
genero.
I tre erano arrivati da Sydney due giorni dopo avere ricevuto una
telefonata dal presidente. La folla radunata attorno alla fossa diceva a
Maggie Fitzgerald, senza bisogno di parole, quanti amici e ammiratori
avesse avuto Connor.
Il giorno prima, alla Casa Bianca, Tom Lawrence aveva riferito alla
vedova le ultime parole di Connor che erano state d'amore per lei e per la
figlia. Il presidente aveva proseguito dicendo che, sebbene avesse
incontrato suo marito una sola volta, l'avrebbe ricordato per il resto della
sua vita. «Questo da un uomo che incontra centinaia di persone al giorno»,
avrebbe scritto Tara nel suo diario quella sera.
Poco dietro il presidente si trovava il nuovo direttore della CIA e un
gruppo di uomini e di donne, venuti dai quattro angoli della terra, che non
avevano alcuna intenzione di presentarsi al lavoro quel giorno.
Un uomo alto e robusto, completamente calvo, se ne stava un po'
discosto e piangeva in modo incontrollabile. Nessuno dei presenti avrebbe
creduto che i più spietati gangster sudafricani sarebbero stati più che felici
di sapere che Carl Koeter era all'estero, anche se solo per pochi giorni.
Erano presenti in gran numero anche l'FBI e i Servizi Segreti. L'agente
speciale William Braithwaite era alla testa di una dozzina di tiratori scelti,
ognuno dei quali sarebbe stato più che soddisfatto di essere considerato,
arrivato al termine della propria carriera, come il successore di Connor
Fitzgerald.
Su per il pendio della collina si erano radunati parenti da Chicago,
accademici della Georgetown, compagni di bridge, ballerini irlandesi,
poeti e gente di ogni ceto sociale. Tutti a capo chino in ricordo di un uomo
che avevano amato e rispettato.

Jeffrey Archer 261 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Il corteo si fermò a pochi metri dalla tomba. Le otto guardie d'onore
sollevarono la bara dall'affusto di cannone, se la posarono sulle spalle e si
avviarono a passo lento verso la fossa. Sulla bara, avvolta nella bandiera
americana, vi erano le decorazioni di Connor, la Medaglia d'Onore al
centro. Quando i portantini raggiunsero la fossa, deposero delicatamente a
terra la bara e si unirono ai compagni addolorati.
Padre Graham, che era stato il prete della famiglia Fitzgerald per più di
trenta anni, alzò le braccia in aria.
«Amici miei», cominciò. «Ai preti si chiede spesso di cantare le lodi di
parrocchiani defunti che conoscevano appena e che non avevano fatto
nulla di appariscente. Questo non lo si può dire di Connor Fitzgerald.
Come studente, sarà ricordato come uno dei migliori quarterback
dell'università di Notre Dame. Come soldato, nessuna mia parola potrà mai
uguagliare la menzione scritta dal capitano Christopher Jackson, il
comandante del suo plotone: 'Un ufficiale senza paura di fronte al pericolo,
che ha sempre messo le vite dei suoi uomini davanti alla propria'. Come
professionista ha servito per quasi tre decenni il suo paese, non dovete che
guardarvi attorno per comprendere quanto i suoi compagni lo stimassero.
Ma sarà soprattutto come marito di Maggie e padre di Tara che lo
ricorderemo. Il nostro amore va a entrambe.»
Padre Graham abbassò la voce. «Io ho avuto la fortuna di essere
annoverato tra i suoi amici. Aspettavo con impazienza di giocare ancora
con lui a bridge durante le vacanze di Natale, in verità speravo di
riprendermi i dieci dollari che mi aveva vinto poco prima di partire per il
suo ultimo incarico. Dio amatissimo, darei con gioia tutto ciò che possiedo
per poter perdere un'altra partita di bridge con lui.»
«Sportivo, soldato, professionista, amante, padre, amico e, per me, anche
se non avrei mai avuto il coraggio di dirlo in sua presenza, solo perché mi
avrebbe preso in giro, eroe.»
«Sepolto poco distante da te, Connor, vi è un altro eroe americano.»
L'anziano prete alzò la testa. «Se fossi John Fitzgerald Kennedy, sarei
orgoglioso di essere sepolto nello stesso cimitero di Connor Fitzgerald.»
Le otto guardie d'onore fecero un passo avanti e calarono la bara nella
fossa. Padre Graham fece il segno della croce, si chinò, raccolse un pugno
di terra e lo sparse sulla bara.
«Cenere alla cenere, polvere alla polvere», intonò il prete mentre un
trombettiere dei marines suonava il Silenzio. La guardia d'onore ripiegò la

Jeffrey Archer 262 2002 - L'Undicesimo Comandamento


bandiera passandola di mano in mano finché non finì in quelle del cadetto
più giovane, un ragazzo di diciotto anni che, come Connor, era nato a
Chicago. Di norma l'avrebbe dovuta consegnare alla vedova con le parole:
«Signora, in nome del presidente degli Stati Uniti». Non oggi. Oggi si
avviò in un'altra direzione. Sette marines alzarono in aria i loro fucili e
spararono ventuno colpi a salve mentre il giovane cadetto si metteva
sull'attenti davanti al presidente degli Stati Uniti e gli consegnava la
bandiera.
Tom Lawrence la prese, girò attorno alla fossa e si fermò di fronte alla
vedova. Maggie alzò la testa e cercò di sorridere mentre il presidente le
consegnava la bandiera della nazione.
«A nome di un paese riconoscente, le consegno la bandiera della
repubblica. Lei è circondata da amici che conoscevano bene suo marito.
Vorrei avere avuto lo stesso privilegio.» Il presidente chinò il capo e tornò
al suo posto dall'altra parte della fossa. Mentre la banda dei marines
iniziava l'inno nazionale, si mise la mano destra sul cuore.
Nessuno si mosse, finché Maggie non venne riaccompagnata da Stuart e
Tara all'entrata del cimitero dove strinse le mani a tutti coloro che avevano
presenziato alla cerimonia.
Due uomini, arrivati il giorno prima dalla Russia, erano rimasti in cima
alla collina per tutta la durata della cerimonia. Non erano venuti per
piangere un amico e sarebbero tornati a San Pietroburgo la sera stessa,
dove avrebbero riferito che i loro servizi non erano più necessari.

37
L'AIR Force One era circondato da carri armati quando il presidente
degli Stati Uniti è atterrato all'aeroporto di Mosca.
Il presidente Zerimski ci ha fatto apertamente capire di non essere
granché interessato a offrire a Tom Lawrence l'occasione di una foto
ricordo. Sono mancati anche i soliti discorsi di benvenuto pronunciati da
un podio sulla pista.
Un Lawrence cupo in volto, sceso dalla scaletta dell'aereo, è stato
accolto dalla vista del maresciallo Borodin in piedi nella torretta di un
carro armato.
Quando i due presidenti si sono incontrati verso la fine della mattinata

Jeffrey Archer 263 2002 - L'Undicesimo Comandamento


al Cremlino, la prima voce dell'ordine del giorno è stata la richiesta del
presidente Zerimski di ritirare immediatamente le forze NATO che
pattugliano i confini occidentali russi. A seguito del pesante fallimento del
suo progetto di legge sulla riduzione dell'arsenale nucleare, biologico,
chimico e convenzionale al Senato e lo spontaneo ritorno nell'Unione
Sovietica dell'Ucraina, il presidente Lawrence sa di non poter cedere di
un millimetro sul ruolo della NATO in Europa, soprattutto da quando la
neoeletta senatrice Helen Dexter continua a descriverlo come «il tirapiedi
rosso».
Dalle dimissioni della senatrice Dexter da direttore della CIA l'anno
scorso, date per «opporsi più apertamente all'incauta politica estera del
presidente», in Campidoglio si parla già di lei come della prima donna
presidente.
Durante i discorsi preliminari di questa mattina al Cremlino, il
presidente Zerimski non ha nemmeno finto di...
Stuart alzò gli occhi dalla prima pagina del Sydney Morning Herald
appena Maggie entrò in cucina con indosso jeans e un maglione. Da più di
sei mesi vivevano nella stessa casa e lui non l'aveva mai vista con un solo
capello fuori posto.
«Buon giorno, Stuart. Qualcosa d'interessante sul giornale?»
«Zerimski flette i muscoli in ogni occasione», rispose Stuart. «E il tuo
presidente deve fare buon viso a cattivo gioco. Questo almeno è il parere
del corrispondente russo dell'Herald.»
«Zerimski lancerebbe una bomba sulla Casa Bianca se pensasse di farla
franca», commentò Maggie. «Non hai nulla di più allegro da riferirmi al
sabato mattina?»
«Il primo ministro ha annunciato la data delle elezioni del nostro primo
presidente.»
«Siete tanto lenti in questo paese», lo prese in giro Maggie, riempiendo
una ciotola di fiocchi di grano. «Noi ci siamo liberati dei britannici più di
duecento anni fa.»
«Non ci metteremo molto di più», rise Stuart mentre sua moglie entrava
in cucina in vestaglia.
«Buon giorno», disse con voce assonnata. Maggie scivolò giù dallo
sgabello e le diede un bacio sulla guancia.
«Siediti e mangia questi fiocchi di grano mentre ti preparo una omelette.
Non devi proprio...»

Jeffrey Archer 264 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Mamma, sono incinta, non sto morendo di tisi», sbottò Tara. «I fiocchi
di grano mi basteranno.»
«Lo so, è che...»
«... non smetti mai di preoccuparti», continuò per lei Tara, cingendole le
spalle con le braccia. «Ti svelo un segreto. Non esistono prove mediche
che sostengano che gli aborti siano ereditari; solo madri preoccupate. Qual
è la notizia più importante questa mattina?» chiese rivolta a Stuart.
«La mia causa al tribunale penale con tanto di titolo a pagina sette»,
rispose indicando un articoletto di tre colonne in un angolo.
Tara lo lesse attentamente due volte. «Ma non citano nemmeno il tuo
nome.»
«No. Sembrano interessarsi di più al mio cliente», ammise Stuart. «Ma
se riesco a tirarlo fuori dai guai, le cose cambieranno.»
«Spero tu non ci riesca», commentò Maggie rompendo il secondo uovo.
«Quel tuo cliente mi sembra una persona spregevole e spero si becchi
l'ergastolo.»
«Per avere rubato settantatré dollari?» esclamò incredulo Stuart.
«A una vecchietta indifesa.»
«Ma era la prima volta.»
«La prima volta che è stato beccato, vuoi dire», ribatté Maggie.
«Sai, Maggie, saresti stata un ottimo pubblico ministero. Non avresti
dovuto chiedere un anno sabbatico, ma iscriverti a giurisprudenza. Penso
comunque che nessuno infliggerebbe l'ergastolo per settantatré dollari.»
«Potresti rimanere sorpreso, giovanotto», replicò Maggie.
Udirono un tonfo sullo stuoino. «Vado io», si offrì Stuart, alzandosi.
«Stuart ha ragione», disse Tara, mentre sua madre le poneva davanti una
omelette. «Non dovresti sprecare il tuo tempo lavorando gratis in casa. Sei
troppo in gamba.»
«Grazie, cara. Ma mi piace stare con voi due. Spero solo non pensiate
che sto prolungando troppo la mia visita.»
«Certo che no, ma sono passati più di sei mesi da quando...»
«Lo so, ma ho bisogno di ancora un po' di tempo prima di poter
affrontare di nuovo Washington. Starò bene per quando inizierà il semestre
autunnale.»
«Ma se non accetti neppure inviti per assistere a qualcosa che ti
piacerebbe!»
«Per esempio?»

Jeffrey Archer 265 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«La settimana scorsa il signor Moore ti aveva invitata a vedere Fidelio
all'Opera House e tu gli hai detto che eri già impegnata per quella sera.»
«A dire la verità, non ricordo cos'ho fatto.»
«Io sì. Hai passato la serata in camera tua a leggere Ulisse.»
«Tara, Ronnie Moore è un uomo gentile e sono certa che quello che fa in
banca, lo fa bene. Non ha bisogno comunque di passare una serata con me
e sentirsi ripetere quanto mi manchi tuo padre. E io di certo non ho
bisogno di passare una serata con lui e sentirmi dire quanto avesse amato
la sua defunta moglie, di cui non ricordo il nome.»
«Elizabeth», s'intromise Stuart. «Ronnie è veramente molto carino.»
«Non ti ci mettere anche tu», brontolò Maggie presentando a Stuart
un'omelette gigantesca. «È ora che smettiate di preoccuparvi della mia vita
sociale.»
«Avrei dovuto sposare te, Maggie», disse Stuart con un sorriso.
«Saresti stato molto più adatto della maggior parte degli uomini che
avete cercato di affibbiarmi», ammise Maggie dandogli un colpetto sulla
testa.
Stuart rise e cominciò a dividere le lettere appena raccolte. Ne passò un
paio a Tara, tre a Maggie e mise da parte il suo mucchietto, preferendo la
pagina sportiva dell'Herald.
Maggie si versò una seconda tazza di caffè prima di dedicarsi alla posta.
Come sempre, esaminò i francobolli prima di decidere in quale ordine
aprire le lettere. Su due francobolli vi era il volto di George Washington,
sul terzo la variopinta immagine di un kookaburra. Aprì per prima la
lettera australiana, la lesse attentamente, quindi la passò a Tara, il cui viso
s'illuminò sempre più di paragrafo in paragrafo.
«Molto lusinghiera», commentò, allungandola a Stuart.
Stuart la lesse rapidamente, quindi chiese: «Cosa risponderai?»
«Che non sono alla ricerca di lavoro, ma solo dopo avere scoperto chi di
voi due è il responsabile.»
«Innocente», si dichiarò Tara.
«Mea culpa», ammise Stuart che aveva ben presto imparato che non
valeva la pena di imbrogliare Maggie. Alla fine scopriva sempre la verità.
«Avevo visto l'annuncio sull'Herald e avevo pensato che tu fossi la
persona ideale per quel lavoro.»
«Si mormora che il direttore dell'ufficio ammissioni abbia intenzione di
andare in pensione alla fine dell'anno accademico», spiegò Tara. «Stanno

Jeffrey Archer 266 2002 - L'Undicesimo Comandamento


già cercando un sostituto, e chiunque ottenga quell'incarico...»
«Ora ascoltatemi bene entrambi», la interruppe Maggie. «Io mi sono
presa un anno sabbatico e in agosto ho intenzione di tornare a Washington
e di riprendere il mio lavoro alla Georgetown. L'università di Sydney
dovrà trovarsi qualcun altro.» Aprì la seconda lettera.
Né Tara né Stuart fecero ulteriori commenti mentre Maggie estraeva un
assegno di 277mila dollari, firmato dal segretario del Tesoro. La lettera
allegata spiegava che erano «indennità a saldo» per la perdita del marito
caduto mentre svolgeva il suo lavoro per la CIA. Come potevano anche
solo cominciare a capire cosa significasse «indennità a saldo»?
Passò subito alla terza lettera. L'aveva tenuta per ultima, perché aveva
riconosciuto l'occhio dei caratteri e sapeva quindi chi l'aveva inviata.
Tara diede una gomitata a Stuart. «L'annuale lettera d'amore del dottor
O'Casey, se non sbaglio. Non c'è che dire, sono colpita dal fatto che sia
riuscito a rintracciarti.»
«Anch'io», ammise Maggie con un sorriso. «Almeno con lui non devo
fingere.» Aprì la busta.
«Ci vediamo fuori tra un'ora, pronte per partire», disse Stuart
controllando l'orologio. Maggie sorrise guardandolo oltre il bordo degli
occhiali. «Ho prenotato per l'una al bar della spiaggia.»
«Oh, sei così magistrale», esclamò Tara con un sospiro adorante. Stuart
stava per colpirla con il giornale quando Maggie esclamò: «Oh, santo
cielo». La fissarono entrambi stupiti. Era quanto di più vicino a una
bestemmia le avessero mai sentito dire.
«Che c'è, mamma?» domandò Tara. «Continua a chiedere la tua mano o
dopo tanti anni ha finalmente sposato qualcun altro?»
«Né l'una né l'altra cosa. Gli è stato offerto un incarico come direttore
del dipartimento di matematica all'università del Nuovo Galles del Sud e
viene qui per incontrarsi con il vicerettore prima di prendere una
decisione.»
«Non potrebbe andare meglio», dichiarò Tara. «Dopotutto è irlandese,
bello, e ti ha sempre amata. E come ci hai sempre ricordato, papà è riuscito
a batterlo per un pelo. Non potresti chiedere di più.»
Dopo un lungo silenzio Maggie sospirò: «Temo che le cose non stiano
proprio così».
«Cosa intendi?»
«Ecco, a dire il vero, anche se lui era bello e un ottimo ballerino, era

Jeffrey Archer 267 2002 - L'Undicesimo Comandamento


anche un po' noioso.»
«Ma tu mi hai sempre detto...»
«So cosa ti ho detto», la interruppe Maggie. «E non c'è bisogno di
guardarmi in quel modo. Sono certa che di tanto in tanto stuzzichi Stuart
parlandogli di quel giovane cameriere a Dublino che...»
«Mamma! In ogni caso lui ora è un...»
«Un... cosa?» s'intromise Stuart.
«... assistente universitario al Trinity College di Dublino. Per di più è
felicemente sposato con tre bambini, il che è più di quanto si possa dire
delle tue ex fidanzate.»
«È vero», ammise Stuart. Si rivolse poi a Maggie. «Quando dovrebbe
arrivare a Oz il dottor O'Casey?»
Maggie riaprì la lettera e lesse ad alta voce:

«Parto da Chicago il quattordici e arriverò il quindici.»

«Ma è oggi», esclamò Stuart. Maggie annuì prima di continuare.

«Passerò la giornata a Sydney, m'incontrerò con il vicerettore il


giorno seguente, prima di tornare a Chicago.»

Maggie alzò gli occhi. «Sarà sulla via di casa prima che noi si torni dal
weekend.»
«Sarebbe un peccato», borbottò Tara. «Dopo tutti questi anni, mi
sarebbe piaciuto incontrare il fedele dottor Declan O'Casey.»
«E potresti ancora farlo», annunciò Stuart controllando l'orologio. «A
che ora atterra il suo aereo?»
«Alle undici e venti di questa mattina», rispose Maggie. «Non ce la
facciamo. E lui non dice dove alloggerà, per cui è impossibile contattarlo
prima che torni a casa.»
«Non essere tanto disfattista. Se partiamo entro dieci minuti, arriveremo
in tempo all'aeroporto e tu potrai invitarlo a pranzo.»
Tara guardò sua madre che non sembrava molto entusiasta all'idea.
«Anche se arrivassimo in tempo, non è detto che accetterà», osservò
Maggie. «Potrebbe essere stanco e desideroso solo di prepararsi per il
colloquio di domani.»
«Ma almeno ci avresti provato», ribatté Tara.

Jeffrey Archer 268 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Hai ragione, dopo tutti questi anni è il minimo che possa fare.» Sorrise
alla figlia e corse su per le scale.
In camera aprì l'armadio e scelse il suo vestito preferito. Non voleva che
Declan la considerasse una donna di mezza età, anche se questa era una
cosa sciocca, perché lo era, come lo era lui. Si esaminò allo specchio.
Passabile, decise, per una donna di cinquantun anni. Non era ingrassata,
ma negli ultimi sei mesi sulla fronte erano apparse alcune nuove rughe.
Quando Maggie scese, trovò Stuart che passeggiava su e giù nell'atrio.
«Sbrigati, Tara», gridò il giovane per la terza volta.
Dopo un paio di minuti comparve Tara e l'impazienza di Stuart si
volatilizzò appena lei gli sorrise.
Mentre saliva in macchina, Tara confessò: «Sono impaziente di
conoscere Declan. Ha un che di romantico anche il suo nome».
«Proprio quello che provavo allora», ammise Maggie.
«Che c'è di romantico in un nome?» chiese Stuart con un sorriso mentre
usciva dal vialetto d'accesso e imboccava la strada.
«Un sacco se sei nata Margaret Deirdre Burke», spiegò Maggie, facendo
scoppiare a ridere Stuart. «Quando ero ancora a scuola una volta mi sono
scritta una lettera indirizzata a 'Dottore e signora Declan O'Casey'. Non
l'aveva comunque reso più interessante.»
«Non potrebbe essere che, dopo tutti questi anni, il dottor O'Casey si
riveli divertente, irruente e mondano?» buttò lì Tara.
«Ne dubito. Molto più probabile che sia pomposo, rugoso e ancora
vergine.»
«Come facevi a sapere che era vergine?» chiese Stuart.
«Perché lo diceva a tutti. L'idea di Declan di un weekend romantico era
quella di presentare un esercizio di trigonometria a un congresso di
matematica.»
Tara scoppiò a ridere.
«Anche se, per essere imparziali, tuo padre non aveva molta più
esperienza di lui. La nostra prima notte insieme l'abbiamo passata su una
panchina del parco e l'unica cosa che ho perso sono state le mie
pantofole.»
Dal gran ridere Stuart evitò per un pelo il cordolo del marciapiede.
«Ho anche scoperto come Connor aveva perso la sua verginità»,
soggiunse Maggie. «Con una ragazza conosciuta come 'Nancy che non
dice mai di no'.»

Jeffrey Archer 269 2002 - L'Undicesimo Comandamento


«Non può averti raccontato questo», sbottò Stuart incredulo.
«Infatti, non l'avrei mai scoperto se una sera non fosse stato in ritardo a
causa dell'allenamento di football e io non avessi deciso di lasciargli un
biglietto nell'armadietto. Ho visto così il nome di Nancy inciso sull'anta.
Ma non mi sono potuta lamentare. Quando ho controllato gli armadietti dei
suoi compagni di squadra, ho visto che Connor aveva il punteggio più
basso.»
Quando arrivarono all'aeroporto, Maggie aveva esaurito tutte le storie
sulla rivalità tra Declan e Connor e cominciava a temere un poco l'incontro
con il suo vecchio compagno di ballo dopo tanti anni.
Stuart accostò al cordolo del marciapiede, saltò giù dall'auto e le aprì la
portiera. «Affrettati», disse, controllando l'ora.
«Vuoi che venga con te, mamma?» chiese Tara.
«No, grazie», rispose Maggie avviandosi velocemente verso le porte
automatiche prima di avere il tempo di cambiare idea.
Controllò il tabellone degli arrivi. Il volo 815 della United Airlines da
Chicago era atterrato in orario alle undici e venti. Erano ora quasi le undici
e quaranta. Non era mai arrivata tanto in ritardo per accogliere qualcuno
all'aeroporto.
Più si avvicinava all'area arrivi, più rallentava l'andatura, nella speranza
che Declan avesse il tempo di andarsene. Decise di trattenersi per quindici
minuti prima di tornare alla macchina. Si mise a esaminare i passeggeri
che uscivano dai cancelli d'uscita. I giovani, allegri ed entusiasti, con
tavole da surf sotto il braccio; quelli di mezza età, affaccendati e solleciti, i
bambini aggrappati alla loro mano; i vecchi, lenti e pensosi, che arrivavano
per ultimi. Si chiese se avrebbe riconosciuto Declan. Le era già passato
accanto? Dopotutto erano passati più di trent'anni dall'ultima volta che
l'aveva visto e lui non s'aspettava di trovare qualcuno ad accoglierlo.
Controllò di nuovo l'orologio, i quindici minuti erano quasi passati.
Cominciò a pensare al piatto di gnocchi e al bicchiere di Chardonnay che
avrebbe preso a Cronulla, e poi al sonnellino che avrebbe fatto mentre
Stuart e Tara si divertivano con il surf. I suoi occhi si posarono su un uomo
con un braccio solo che stava uscendo dai cancelli.
Maggie sentì le gambe cederle. Fissò l'uomo che non aveva mai smesso
di amare e temette di crollare. Gli occhi le si riempirono di lacrime. Non
pretese spiegazioni. Sarebbero arrivate più tardi, molto più tardi. Gli corse
incontro, dimentica di chiunque altro attorno a lei.

Jeffrey Archer 270 2002 - L'Undicesimo Comandamento


Appena lui la vide, le rivolse quel sorriso che rivelava che sapeva di
essere stato scoperto.
«Oh mio Dio, Connor», gridò Maggie, aprendo le braccia. «Dimmi che è
vero. Mio Dio, dimmi che è vero.»
Connor la tenne stretta con il braccio destro, la manica sinistra
penzolante lungo il fianco. «È vero, mia cara Maggie», ammise con forte
accento irlandese. «Sfortunatamente, anche se il presidente riesce a
sistemare quasi tutto, una volta che ti hanno ucciso, non ti resta altro che
scomparire per un po' e assumere una nuova identità.» La staccò da sé e
fissò la donna che aveva desiderato abbracciare ogni ora degli ultimi sei
mesi. «Ho deciso di prendere il nome di Declan O'Casey, un professore
universitario desideroso di assumere un nuovo incarico in Australia,
perché mi sono ricordato che una volta mi avevi detto che tutto ciò che
desideravi dalla vita era diventare la signora Declan O'Casey. Ero anche
certo che ben pochi australiani mi avrebbero importunato con eccessivi
controlli sulla mia bravura matematica.»
Maggie lo fissò, le guance rigate di lacrime, incerta se piangere o ridere.
«Ma la lettera, le 'e' storte, come hai fatto...»
«Già, immaginavo ti sarebbe piaciuto quel tocco», ammise Connor. «È
stato dopo avere visto la tua foto sul Washington Post, davanti alla tomba
di fronte al presidente, e avere letto i calorosi omaggi al tuo defunto marito
che ho pensato, Declan, ragazzo mio, questa potrebbe essere la tua ultima
occasione per sposare la giovane Margaret Burke dell'East Side.» Sorrise.
«Allora, che ne dici, Maggie? Vuoi sposarmi?»
«Connor Fitzgerald, hai un sacco di spiegazioni da darmi», replicò
Maggie.
«È vero, signora O'Casey. E il resto della vita per farlo.»

FINE

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