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zione (‘zoosemiotico’, appunto), ribadisce l’esistenza di uno esclusiva-


mente umano (‘antroposemiotico’)3. Sul versante più specifico degli stu-
di di etologia e zoologia si è assistito allo sviluppo di una serie di esperi-
menti sui sistemi comunicativi degli animali, nonché sulle possibili ana-
logie e differenze con il linguaggio umano. Pionieristici in questo senso
erano stati i lavori di von Frisch (cominciati intorno al 1949) sulle Tanz-
sprachen delle api, ovvero sulla possibilità che hanno le api di indicare, at-
traverso diversi tipi di danze, informazioni sulla presenza, l’ampiezza e la
posizione di una fonte di cibo. Una funzione essenziale hanno avuto, in
una fase successiva, gli innumerevoli studi compiuti sui primati, come
quelli (cominciati nel 1966) dei coniugi Gardner, che tentarono di inse-
gnare una versione semplificata del linguaggio dei gesti americano (ASL)
a una femmina di scimpanzé di circa un anno, la celeberrima Washoe; o
quella dei coniugi Premack (dal 1967 al 1971) con un’altra femmina di
scimpanzé, Sarah, a cui tentarono di insegnare un linguaggio artificiale,
fatto di parole (plastic words) che si attaccavano ad una lavagna magneti-
ca. In anni più recenti (1980), esperimenti condotti da Savage-Rum-
baugh su un bonobo, Kanzi, hanno rivelato inattese attitudini di questi
primati a imparare a capire il linguaggio verbale, rispondendo appro-
priatamente a ordini e domande ma anche formulando richieste, molto
spesso, in maniera spontanea4.
Col passare degli anni, l’attenzione per il versante comunicati-
vo/espressivo del linguaggio è stato integrato da quello più propriamen-
te cognitivo, suscitando l’interesse di studiosi di filosofia della mente e
di psicologia animale5, ristrutturando così, almeno in parte, anche que-
gli studi focalizzati sul comportamento linguistico-semiotico6. Il volu-

R. A. HINDE [a c. di], Non-Verbal Communication, Cambridge, Cambridge University


Press, 1972), pp. 100, 136.
3
T. A. SEBEOK (a c. di), Zoosemiotica. Studi sulla comunicazione animale, Milano,
Bompiani, 1973 (ed. orig. T. Sebeok [a c. di], Animal Communication, Bloomington, In-
diana University Press, 1968).
4
Per una rassegna su questi e altri esperimenti si veda F. CIMATTI, Mente e linguag-
gio negli animali. Introduzione alla zoosemiotica cognitiva, Roma, Carocci, 1998.
5
Si veda ad esempio F. CIMATTI, La mente silenziosa. Come pensano gli animali non
umani, Roma, Editori Riuniti, 2002 e G. VALLORTIGARA, Altre menti. Lo studio della co-
gnizione animale, Bologna, Il Mulino, 2000, con un’ulteriore bibliografia di riferimento.
6
Per l’aspetto cognitivo, che non costituisce l’oggetto specifico della nostra anali-
si, rimandiamo ai seguenti lavori: M. HAUSER, The Evolution of Communication, Cam-
bridge, MIT Press, 1996; P. LIEBERMAN, Toward an Evolutionary Biology of Language,
IL LINGUAGGIO DEGLI ANIMALI NEL PENSIERO ANTICO 19

me del 1990 di Cheney e Seyfarth, How Monkeys See the World, illustra
assai bene, sin dal titolo, l’esistenza e la produttività di un programma
di ricerca di taglio interdisciplinare che intreccia competenze non solo
semiotiche o zoologiche, ma anche psicologiche, etologiche, bio-antro-
pologiche.
Quanto detto finora riguarda il punto di vista empirico della que-
stione, ovvero l’analisi delle reali capacità linguistiche degli animali. In
questa sede, invece, ci interessa mostrare il background storico di tali ri-
cerche contemporanee, di cui non sempre, anzi piuttosto di rado, gli
odierni studiosi sul campo hanno adeguata nozione; eppure spesso il vo-
cabolario teorico impiegato presenta, in teorie distanti fra loro anche più
secoli, somiglianze tali da far pensare al rinnovarsi di querelles che sem-
bravano frutto di visioni filosofico-metafisiche ormai tramontate. Fissa-
re, sia pure schematicamente, i punti di riferimento della secolare rifles-
sione su linguaggio e conoscenza negli animali non umani non dovreb-
be, pertanto, apparire mera archeologia semiotica7. La nostra fiducia è

Cambridge-London, Harvard University Press, 2006; M. BEKOFF – D. JAMIESON (a c. di),


Reading in Animal Cognition, Cambridge, MIT Press, 1996; M.D. HAUSER – N. CHOMSKY
– W.T. FITCH, The Faculty of Language: What Is It, Who Has It, and How Did It Evolve?,
in «Science», 2002, CCXCLIII, pp. 1569-1579.
7
Il rinnovato interesse storico per la questione delle anime bestiali si deve a diver-
si lavori di storia della filosofia, tra cui H. KIRKINEN, Les origines de la conception moderne
de l’homme-machine. Le problème de l’âme en France à la fin du regne de Louis XIV (1670-
1715), Helsinki, Acad. Scientiarum Fennica, 1960; L. COHEN-ROSENFIELD, From Beast-
Machine to Man-Machine. Animal Soul in French Letters from Descartes to La Mettrie, with
a Preface by P. Hazard. New and Enlarged Edition, New York, Octagon Book Inc.,
19682; M.T. MARCIALIS (a c. di), Filosofia e psicologia animale da Rorario a Leroy, Caglia-
ri, STEF, 1982 per la questione tra Cinque e Seicento. Uno sguardo alla questione nel-
l’antichità si trova invece in U. DIERAUER, Tier und Mensch im Denken der Antike, Am-
sterdam, Grüner B.V, 1997; G. DITADI (a c. di), I filosofi e gli animali, Este (Padova), Iso-
nomia, 1994; M. VEGETTI, Il coltello e lo stilo, Milano, Il Saggiatore, 1979; T. GONTIER, L’-
homme et l’animal. La philosophie antique, Paris, Press Universitaires de France, 1999; F.
NIEWÖHNER – J.L. SEBAN (a c. di), Die Seele der Tiere, Wiesbaden, Harassowitz, 2001. Di
recente la questione del linguaggio animale nella modernità è stata analizzata da GENSINI
(Linguaggio e anime ‘bestiali’ fra Cinque e Seicento. Aspetti di un dibattito, in «Studi Filo-
sofici», 2002-2003, XXV-XXVI, pp. 43-68 e “Bruti o comunicatori? Modelli della men-
te e del linguaggio animale fra Cinque e Settecento”, in E. Canone (a c. di), Per una sto-
ria del concetto di mente, 2 voll., Firenze, Olschki, 2008, vol. II, pp. 193-221) ed è stata
ampliata a un quadro storico più complessivo, dall’antichità in poi, nei saggi raccolti in
G. MANETTI – A. PRATO (a c. di), Animali angeli e macchine. Come comunicano e come pen-
sano, Pisa, Edizioni ETS, 2007; di quest’ultimo volume si veda in particolare il saggio in-
troduttivo del primo curatore.
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che un punto di vista storico-teorico inteso a ricostruire le tappe principa-


li di un dibattito che trova le sue radici nella tradizione filosofica antica,
possa aiutare a inquadrare meglio anche le domande che vengono poste
oggi su temi analoghi.

1. Al di là di Cartesio

Quando ci si accosta al versante storico-filosofico della questione sul


linguaggio e l’anima delle bestie, è abitudine comune rintracciarne in Car-
tesio il punto iniziale8; nella quinta parte del suo Discorso sul Metodo
(1637), il filosofo prefigurava una differenza fondamentalmente qualita-
tiva tra il mondo umano e animale:

Car c’est une chose bien remarquable qu’il n’y a point d’hommes si
hébétés et si stupides, sans en excepter même les insensés, qu’ils ne
soient capables d’arranger ensemble diverses paroles, et d’en compo-
ser un discours par lequel ils fassent entendre leurs pensées; et qu’au
contraire il n’y a point d’autre animal, tant parfait et tant heureuse-
ment né qu’il puisse être, qui fasse le semblable. Ce qui n’arrive pas
de ce qu’ils ont faute d’organes: car on voit que les pies et les perro-
quets peuvent proférer des paroles ainsi que nous, et toutefois ne
peuvent parler ainsi que nous, c’est-à-dire en témoignant qu’ils pen-
sent ce qu’ils disent; au lieu que les hommes qui étant nés sourds et
muets sont privés des organes qui servent aux autres pour parler,- au-
tant ou plus que les bêtes, ont coutume d’inventer d’eux-mêmes
quelques signes, par lesquels ils se font entendre à ceux qui étant or-
dinairement avec eux ont loisir d’apprendre leur langue. Et ceci ne
témoigne pas seulement que les bêtes ont moins de raison que les
hommes, mais qu’elles n’en ont point du tout9.

Gli animali sono privi di linguaggio in quanto privi, prima di ogni


cosa, della ragione; il caso di gazze e pappagalli, che rappresenta un tópos
classico della letteratura ‘animalista’, ne è un chiaro esempio: pur essen-

8
La presenza di uno scenario anteriore a Cartesio è stata invece sottolineata da
GENSINI (Linguaggio e anime ‘bestiali’ fra Cinque e Seicento, cit.; Linguaggio e natura uma-
na: Vico, Herder e la sfida di Cartesio, in «Paradigmi», 2004, XXII, pp. 147-162).
9
Discours de la méthode, introduction et notes par ET. GILSON, Paris, Vrin, 1970,
p. 122.
IL LINGUAGGIO DEGLI ANIMALI NEL PENSIERO ANTICO 21

do dotati di un apparato fonatorio adatto alla produzione di un linguag-


gio, le loro emissioni sonore non sono in realtà accompagnate da alcuna
attività cognitiva, ma sono frutto di un’attività innata e determinata dal-
la natura, proprio come innate e naturali sono le operazioni di cui gli ani-
mali sono capaci:

que ce qu’ils font mieux que nous ne prouve pas qu’ils ont de l’esprit,
car à ce compte ils en auraient plus qu’aucun de nous et feraient
mieux en toute autre chose; mais plutôt qu’ils n’en ont point, et que
c’est la nature qui agit en eux selon la disposition de leurs organes :
ainsi qu’on voit qu’un horloge, qui n’est composé que de roues et de
ressorts, peut compter les heures et mesurer le temps plus justement
que nous avec toute notre prudence10.

Il ‘nefasto filosema cartesiano’11 trova qui la sua piena esplicitazio-


ne: gli animali, simili a delle macchine, operano secondo leggi innate, se-
guendo quella particolare disposizione degli organi che la natura ha sta-
bilito in loro e senza partecipare, per questo, ad alcun tipo di attività ra-
zionale. A seguito di queste affermazioni, di cui si trovano ancora tracce
nel dibattito odierno12, non sono mancate reazioni nel corso dei secoli
successivi che, nel tentativo di scardinare il modello della bête-machine,
hanno contribuito a mantenere vivo l’interesse per l’intera questione ani-
male.
L’obiettivo del nostro intervento è tuttavia quello di mostrare come
le radici di tale questione vadano rintracciate ben più indietro delle af-
fermazioni cartesiane, e in particolare, in diversi autori dell’antichità clas-
sica che costituiscono un vero e proprio ‘archivio animalista’, da cui gli
autori successivi, e dunque lo stesso Cartesio, non hanno mai smesso di
attingere.

10
Ivi, pp. 123-124.
11
G. CELLI in C. TUGNOLI, Antropologia, storia, etica e pedagogia della comunicazio-
ne animale, Milano, Angeli, 2003, p. 11.
12
Il linguista americano N. CHOMSKY (“Linguistica cartesiana”, in Saggi linguistici,
III vol., Torino, Boringhieri), riprendendo le tesi cartesiane, individua nella ‘creatività’ il
tratto specie-specifico del linguaggio umano, contrapponendolo al sistema comunicativo
animale, puramente ‘funzionale e dipendente da stimoli’ (p. 51).
IL LINGUAGGIO DEGLI ANIMALI NEL PENSIERO ANTICO 23

tas¤aw tinÒw). In effetti la voce è un suono che significa qualco-


sa (shmantikÚw går dÆ tiw cÒfow ¢st‹n ≤ fvnÆ), e non sempli-
cemente, come la tosse, il suono dell’aria inspirata16.

La produzione della voce deve dunque accompagnarsi a un’attività


di tipo cognitivo, identificabile nel possesso di una certa phantasía, ov-
vero di una ‘rappresentazione mentale’17; anche gli animali diversi dal-
l’uomo che emettono una voce partecipano dunque a dei processi di ti-
po rappresentazionale, attraverso il quale, secondo il passo ora riportato,
la voce assume un vero e proprio valore semantico.
Arriviamo all’ultimo e più interessante livello del continuum comu-
nicativo, quello della diãlektow che va intesa come un ‘tipo specifico di
voce’ (eÂdow Fvn∞w)18, ovvero ‘voce articolata’; oltre ai requisiti già richie-
sti per la produzione di fvnÆ, essa necessita in più di alcuni organi, costi-
tuenti quelli che oggi chiameremmo ‘tratto sopralaringeo’: lingua, labbra e
denti. C’è tuttavia una gerarchia riguardante il loro possesso; al primo po-
sto c’è la lingua, come si evince da questo passo dedicato agli uccelli:

Il genere degli uccelli è in grado di emettere un voce (éf¤hsi


fvnÆn) e si avvicinano di più al possesso di voce articolata (ka‹ mã-
lista ¶xei diãlekton) quelli che hanno la lingua larga, e fra essi
quanti hanno la lingua sottile19.

È grazie ad una lingua, dotata di una particolare conformazione, che


gli uccelli compiono un salto qualitativo rispetto agli altri animali, mani-
festando ‘voce articolata’20; a ben vedere però, essi non possiedono, ma si
avvicinano ‘di più’ (mãlista) al possesso di una diálektos. Mancando de-
gli altri due elementi indispensabili per l’articolazione della voce, al posto
dei quali hanno un duro becco osseo21, gli uccelli partecipano solo par-

16
De anima 420b29-34.
17
Sull’interpretazione della phantasía in Aristotele si vedano i lavori di J.L. LABAR-
RIÈRE, Imagination humaine et imagination animale chez Aristote, in «Phronesis», 1984,
XXIX/1, pp. 17-49 e M.C. NUSSBAUM, Aristotle’s De motu animalium. Text with transla-
tion, commentary, and interpretative essays, Princeton, Princeton University Press, 1978.
18
eÂdow Fvn∞w, Problemata XI, 898b31.
19
Historia animalium 536a21-23.
20
Alcuni di loro sono anche in grado di articolare le unità costitutive della diá-
lektos, i grámmata (Historia animalium 504b1-3).
21
De partibus animalium 659b23-27.
24 MARIA FUSCO

zialmente, secondo ‘il più e il meno’, a tale possesso, che è invece ‘speci-
fico dell’uomo’22.
Pur seguendo come in questo e in altri casi23 la linea di un certo
‘continuismo’, per Aristotele c’è un importante elemento di discontinui-
tà tra uomo e animale:

La natura non fa nulla invano, e l’uomo è l’unico animale che abbia


il lógos. La voce è segno del piacere e del dolore e perciò l’hanno an-
che gli altri animali, in quanto la loro natura giunge fino ad avere e
a significare agli altri la sensazione del piacere e del dolore. Invece il
lógos serve a indicare l’utile e il dannoso, e perciò anche il giusto e
l’ingiusto. E questo è proprio dell’uomo rispetto agli altri animali: es-
ser l’unico ad avere nozione del bene e del male, del giusto e dell’in-
giusto e così via24.

Se gli animali sono in grado di comunicare delle informazioni lega-


te alla pura sopravvivenza, di piacere o di dolore, l’uomo può esprimere
invece anche nozioni di tipo etico e morale grazie a quel possesso di cui
egli solo è dotato tra gli animali: il lógos, intreccio di pensiero e linguag-
gio, vero tratto specie-specifico dell’animale umano.

22
I lavori di P. LASPIA, “Il linguaggio degli uccelli. Aristotele e lo specifico fonetico
del linguaggio umano”, in S. VECCHIO (a c. di), Linguistica impura. Dieci saggi di filosofia
del linguaggio tra storia e teoria, Palermo, Novecento, 1996, pp. 59-71 e F. LO PIPARO, Ari-
stotele e il linguaggio. Cosa fa di una lingua una lingua, Bari, Laterza, 2003 hanno sotto-
lineato l’importanza dell’elemento fonico, prima ancora di quello di tipo semantico-sim-
bolico, nella differenza tra linguaggio umano e animale (come invece W. BELARDI, Il lin-
guaggio nella filosofia di Aristotele, Roma, K Libreria Editrice, 1975; W. AX, “cofow,
fvnØ und diãlektow als Grundbegriffe aristotelischer Sprachreflexion, in «Glotta», 1978,
LVI, pp. 245-271; L. MELAZZO, “La fonazione nell’interpretazione aristotelica”, in C. VAL-
LINI (a c. di), Le parole per le parole. I logonimi nelle lingue e nel metalinguaggio, Roma, Il
Calamo, 2000, pp. 71-114.
23
A proposito delle capacità psicologiche degli animali: «alcuni animali differisco-
no rispetto all’uomo per una differenza secondo il più e il meno (t“ mçllon ka‹ ∏tton
diaf°rei), come pure l’uomo rispetto a molti animali» (Historia animalium 588a25-27).
24
Politica 1253a7-19. A differenza delle diverse traduzioni del passo, preferiamo
lasciare il termine greco lógos.
26 MARIA FUSCO

quanto porti a dei risultati mirabili, non costituisce una vera attività
mentale, sempre alla base dell’emissione umana dei suoni:

La voce di un animale (z–ou fvnØ) è aria percossa sotto la spinta di


un semplice impulso (ÍpÚ ırmØw peplhgm°now), la voce dell’uomo
invece è articolata ed emessa in base a un atto di pensiero (¶naryrow
ka‹ épÚ diano¤aw §kpempom°nh), dice ancora Diogene30.

È questa dunque la differenza sostanziale tra uomo e animali: gli


animali, pur avendo una voce, che nel caso degli uccelli arriva a una sor-
ta di lógos prophorikós attraverso una rudimentale articolazione di suoni,
mancano tuttavia dell’attività mentale che sta dietro di essa e che invece
è prerogativa unica della voce degli uomini; se allora il linguaggio deriva
dal pensiero31, gli animali, in quanto privi di un’attività razionale, man-
cheranno anche di un linguaggio in senso proprio: le loro emissioni vo-
cali sono mere esteriorizzazioni di un istinto.
Anche Seneca, uno dei più importanti rappresentanti del pensiero
della Stoa a Roma32, riporta una concezione simile:

Ut vox est quidem sed non explanabilis et perturbata et verborum inne-


ficax, ut lingua sed devincta nec in motus varios soluta, ita ipsum prin-
cipale parum subtile, parum exactum33.

La voce degli animali è ‘indistinguibile, confusa e incapace di espri-


mere parole’ e questo è dovuto in primo luogo alla loro lingua, alla sciol-
tezza limitata degli organi fonatori, inadatti all’articolazione della voce.
L’inadeguatezza della loro voce viene inoltre collegata con l’inadeguatez-

30
SVF III, 17.
31
Per gli stoici pensiero e linguaggio hanno la stessa fonte (ovvero la parte ‘diret-
tiva’ dell’anima ), anche se a ben vedere è il pensiero a essere fonte del linguaggio: «Non
vi è altra fonte del discorso (lÒgou) rispetto a quella che è la fonte del pensiero (dia-
no¤aw), e nemmeno altra fonte della voce (fvn∞w), da quella che è la fonte del discorso,
(lÒgou) né in assoluto si può dire che altra sia la fonte della voce, altra la parte direttiva
dell’anima (tÚ kurieËon t∞w cux∞w m°row). Definendo quindi il pensiero (diãnoian)
in accordo con questi principi dicono che esso è la fonte del discorso (phgØn e‰nai
lÒgou)» (SVF II, 894).
32
M. POHLENZ, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, Firenze, La Nuova Ita-
lia, 1967, vol. II, pp. 56 sgg. (ed. orig. Die Stoa. Geschichte einer geistigen Bewegung, Göt-
tingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1959).
33
De Ira, I, 3.7.
IL LINGUAGGIO DEGLI ANIMALI NEL PENSIERO ANTICO 27

za delle loro capacità cognitive; gli animali sono sì dotati di un’anima e


di una sua parte direttiva, ‘principale’ (quella che gli stoici definivano
≤gemonikÚn34), ma essa non è pienamente sviluppata, come invece acca-
de nell’uomo, e si ferma a un livello rudimentale, così come rudimenta-
le è tutta la loro attività cognitiva35.
In conclusione, il lógos prophorikós che gli stoici attribuiscono agli
animali deve essere inteso più come una forma di ‘espressività’ vocale che
come linguaggio vero e proprio; esso è completamente mancante di quel
supporto cognitivo, il lógos endiáthetos, che fa invece da supporto al lógos
‘esteriore’ e ‘proferito’ dell’uomo.

4. La doppia prospettiva di Filone Alessandrino

Una posizione particolare all’interno del nostro corpus di riferimen-


to è occupata dal De animalibus di Filone Alessandrino; quest’opera, da-
tabile intorno al 50 d.C. e di cui l’originale greco è andato perduto, ci è
giunta solo in una traduzione armena del VI-VII secolo d.C. di cui Au-
cher nel 1822 ha fornito una traduzione in latino36.
L’originalità del De animalibus consiste nella presenza di entrambe
le posizioni, da noi identificabili come continuista e discontinuista. La pri-
ma posizione è sostenuta dal nipote di Filone, Alessandro, (parr. 10-72)
il quale si richiama sostanzialmente alle tesi degli avversari degli stoici, gli
accademici, e in particolare a Carneade di Cirene (II a.C.):

Verbi 37 enim duplex est species. Una intus in consilio sita (quae dicitur
Ratio) quae habet sicut fons, aut sedes in se animae principatum direc-
tivum. Altera pronuntiativa similis fluvio, per os et linguam naturali
instrumento, ad aures percurrens. Utriusque videre est in eis (animali-

34
SVF II, 830-832; 836; 879.
35
Anche la loro capacità rappresentazionale mostra gli stessi caratteri; Seneca su-
bito dopo scrive: «Capit ergo visus speciesque rerum quibus ad impetus evocetur, sed tur-
bidas et confusas».
36
La nostra edizione di riferimento è De animalibus: Philonis Alexandrini De ani-
malibus. The Armenian Text with an Introduction, Translation, and Commentary by A.
TERIAN, Ann Arbor, Scholar Press, 1981.
37
TERIAN (ivi) traduce reason, anche se qui il termine latino verbum corrisponde al
greco lógos e potrebbe essere tradotto in italiano con ‘discorso’.
28 MARIA FUSCO

bus) sin minus perfectionem, attamen haud contemnenda principia et


semina 38.

Viene qui richiamata chiaramente la distinzione stoica tra lógos pro-


phorikós e lógos endiáthetos, ancora una volta parte ‘esteriore-proferita’ e
‘interiore’ di quel lógos, qui evidentemente reso dal latino verbum. È in-
teressante sottolineare che secondo Alessandro, a differenza di quanto
sostenuto dagli stoici, entrambi i tipi di lógos sono presenti negli anima-
li anche se in maniera gradualmente (e potremmo aggiungere quantitati-
vamente) diversa dall’essere umano.
Per quanto riguarda il lógos di specie pronuntiativa, e dunque ‘pro-
ferito’, Filone ripropone, pur variandone un po’ le specie, l’esempio ca-
nonico degli uccelli:

Merulae enim, et turtures (imo, turdi,) lusciniaequae non solum canere


solent, verum etiam voce articulata canunt; ita ut et dici et scribi posse
videantur vocabula cantuum39.

Determinate specie di uccelli sono dotate di una voce articolata,


tanto che i loro canti sembrano costituiti di parole (vocabula) le quali
possono essere sia pronunciate che scritte40 alla stregua – potremmo ag-
giungere – di quelle di qualsiasi essere umano.
Anche il lógos endiáthetos, qui definito ratio, è presente, seppure se-
condo una diversa ‘ampiezza’, negli animali, e non solo nell’uomo come
volevano gli stoici:

Consilium insit omnibus spirantibus. Firmum autem argumentum acci-


piet quisquam, praetermissis aliis momentis, quae pro diversa ingenii
amplitudine, quisque potest excogitare, araneam ipsam.[…] ingeniosa
sapientia artificiosissime operatur […]. Apis ingenio haud profecto con-
cedit, plusquam homines visa mente exercere41.

38
De animalibus par. 12.
39
De animalibus par. 15.
40
La nozione di articolazione è spesso legata alla possibilità di essere scritta (A. TA-
BARRONI, On Articulation and Animal Language in Ancient Linguistic Theory, in «Versus»,
1988, L/LI, pp. 103-121).
41
De animalibus parr. 17-20.
IL LINGUAGGIO DEGLI ANIMALI NEL PENSIERO ANTICO 29

Con esempi, anch’essi molto comuni e diffusi nei testi che si occu-
pano della questione animale42, Filone dimostra che le attività degli ani-
mali sono frutto di capacità cognitive a cui partecipano, anche se in ma-
niera diversa rispetto all’essere umano (pro diversa ingenii amplitudine).
‘Discontinuista’ è invece la posizione di Filone che nel resto dell’o-
pera (parr. 77-100), opponendosi alle tesi del nipote e sostenendo quel-
le di ispirazione stoica, nega agli animali entrambi i tipi di lógos. Il suo
intervento comincia da dove finisce l’argomento di Alessandro, e cioè dal
possesso del lógos endiáthehtos da parte anche degli animali non umani;
essi, pur compiendo opere mirabili, sono guidati in realtà soltanto dall’i-
stinto e dall’impulso senza bisogno di ipotizzare alcuna forma di intelli-
genza43:

Cuncta enim peragunt non provida procuratione ac consilio, sed secun-


dum irrevocabilem operationem eliciunt ex propria constructione pro-
prietates naturales44.

Gli animali, per usare termini moderni, avrebbero dunque una pre-
disposizione innata, sarebbero ‘geneticamente’ programmati a compiere
determinate attività.
Discorso simile vale per il lógos prophorikós, dal momento che an-
che la voce degli animali deriva esclusivamente dall’impulso; nel caso,
pur sorprendente, delle voci di alcuni uccelli, esse riflettono semplice-
mente una capacità mimetica:

Hactenus satis locuti de ratione existente in intellectu, locutionem45 nunc


examinemus. Siquidem merulae, et corvi, et psittaci, et consimiles, etsi
varie vocem proferant, articulatum tamen numquam et nullo modo vo-
cabulum pronuntiare queunt […] ita et praedictorum animantium vo-
ces sunt significatione carentes et deformes, veritatem formae sermonis
non vocabuli modo exprimentes, sed per cantilenam46.

42
A tal proposito si veda S.O. DICKERMAN, Some Stock Illustration of Animal Intel-
ligence in Greek Philosophy, in «Transactions and Proceedings of the American Philologi-
cal Association», 1911, XLII, pp. 123-130.
43
Cfr. SVF II, 988.
44
De animalibus par. 80.
45
Il termine locutio rappresenta la traduzione latina più diffusa del termine greco
diálektos ‘voce articolata’.
46
De animalibus par.98.
30 MARIA FUSCO

A ben vedere, nonostante le voci emesse da questi uccelli siano ar-


ticolate in modo molto vario, esse sono prive di un qualsiasi significato
(significatione carentes) nonché di una vera forma ‘fonetica’ (deformes), in
quanto derivate pur sempre da un’attività di tipo meccanico (per cantile-
nam). Tali voci possono essere paragonate in realtà ai suoni degli stru-
menti musicali; come questi, anche le voci degli animali non sono chia-
re né dotate di un significato ben distinto, ma condannate a rimanere av-
volte nell’oscurità47. La voce articolata è dunque un possesso specie spe-
cifico dell’essere umano:

Riguardo alla voce articolata, che soltanto l’uomo possiede tra tutte
le creature viventi, (t∞w §nãryrou fvn∞w ∂n mÒnow §k pãntvn
z–vn ¶laxen ênyrvpow) ci sono dei particolari di cui siamo a co-
noscenza. Ad esempio il fatto che essa è prodotta dal pensiero (épÚ
diano¤aw énap°mpetai), che si articola nella bocca (§n t“ stÒma-
ti éryroËtai), che il colpo della lingua conferisce articolazione e
linguaggio alla tensione della voce (≤ gl«ssa plÆttousa tª t∞w
fvn∞w, tãsei tÚ ¶naryron §nsfrag¤zetai ka‹ lÒgon), ma non
produce solo una semplice voce inutile e un suono informe, dal mo-
mento che essa detiene il compito di araldo e interprete nei confron-
ti della mente ispiratrice (kÆrukow μ •rmhn°vw ¶xei tãjin prÚw tÚn
Ípobãllonta noËn)48.

La specificità della voce articolata dell’uomo non riguarda solo fat-


tori di tipo fisiologico, ma anche e soprattutto quelli di tipo cognitivo;
essa infatti deriva dal pensiero, di cui si fa araldo e interprete. La voce ar-
ticolata dunque come manifestazione del pensiero e il pensiero come
fonte da cui essa scaturisce: per Filone gli animali sono privi sia dell’una
che dell’altro.

5. Plutarco e l’intelligenza degli animali

Una testimonianza decisamente a favore del mondo animale è quel-


la che troviamo nei trattati ‘animalisti’ o, come vengono definiti, di ‘psi-
cologia animale’ di Plutarco; si tratta in particolare del De esu carnium,

47
De animalibus par. 99.
48
De somniis I, 29; traduzione nostra.
IL LINGUAGGIO DEGLI ANIMALI NEL PENSIERO ANTICO 31

De sollertia animalium e del Bruta animalia ratione uti, conosciuto anche


come Gryllus, contenuti tutti nell’opera monumentale dei Moralia 49. In
questi scritti Plutarco, trattando della questione degli animali da un pun-
to di vista etico-morale, si schiera in particolare contro le tesi antropo-
centriche, e di stampo stoico, secondo cui l’animale sarebbe stato creato
in funzione dell’uomo arrivando, invece, a una difesa dei loro valori e del
loro vivere secondo natura.
A supporto di tale difesa, vengono spesso riportati esempi che fan-
no riferimento alle capacità linguistiche, ma soprattutto a quelle razionali
di cui gli animali sono dotati; a proposito delle prime Plutarco assegna
agli animali, in particolare agli uccelli – a noi ormai ben noti – la voce
articolata:

Quanto a storni, corvi e pappagalli che imparano a parlare


(dial°gesyai) e che mettono a disposizione dei loro istruttori un’e-
missione vocale così plasmabile e imitativa da addestrare e modulare
mi sembra che essi intervengano in difesa e a sostegno degli altri ani-
mali riguardo alla loro capacità di apprendere, insegnandoci in un
certo senso che dispongono sia di un modo di esprimersi razionale sia
di una voce articolata (proforikoË lÒgou ka‹ fvn∞w §nãryrou)50.

Questi uccelli sono dotati di un’espressività linguistica che implica


non solo un grado di articolazione (fvn∞w §nãryrou) ma anche il pos-
sesso di determinate capacità cognitive, come quella di apprendere; è
proprio questa capacità a costituire una prova dell’aspetto razionale del
loro modo di esprimersi e dunque del possesso di un vero e proprio lógos
prophorikós.
La causa degli animali viene sostenuta in una forma molto origina-
le nel trattato Bruta animalia ratione uti; esso si presenta come un dialo-
go, fortemente influenzato dalla satira menippea51, tra Odisseo e uno dei
suoi compagni, tramutato in maiale dalla maga Circe e chiamato ap-
punto Gryllus. Attraverso il suo nuovo ‘punto di vista’, Grillo si rende
conto dell’infondatezza dei giudizi che circolavano sull’irrazionalità degli
animali52, arrivando ad attribuire loro ragione e intelletto:

49
Vol. XII.
50
De sollertia animalium 973a.
51
U. DIERAUER, Tier und Mensch im Denken der Antike, Amsterdam, Grüner B.V,
1977, pp. 187 sgg.
52
Bruta animalia, 992c.
32 MARIA FUSCO

Proprio da queste bestie, mio caro Odisseo, è soprattutto doveroso


inferire che la natura degli animali non è priva di ragione e di intel-
ligenza (tØn t«n yhr¤vn fÊsin, …w lÒgou ka‹ sun°sevw oÈk
¶stin êmoirow). Come infatti non esiste un albero più o meno ina-
nimato di un altro […] così un animale non sembrerebbe più pigro
o più tardo di un altro dal punto di vista intellettuale se, tutti, chi più
e chi meno, non partecipassero in una certa misura della ragione e
dell’intelligenza (efi mØ pãnta lÒgou ka‹ sun°sevw, êlla d¢
mçllon ka‹ ∏tton êllvn pvw mete›xen)[…] Non ritengo comun-
que che ci sia altrettanta distanza fra un animale e un altro come
quella che intercorre fra un uomo e un altro uomo per intelligenza,
razionalità e memoria (frone›n ka‹ log¤zesyai ka‹ mnhmo-
neÊein)53.

La possibilità di partecipare ora più ora meno all’intelligenza e alla


ragione presuppone, nelle bestie così come negli uomini, il possesso di
base di tali capacità. Plutarco, ispirandosi al filosofo peripatetico Strato-
ne54, sostiene infatti la teoria secondo cui essere dotati di sensazione si-
gnifica essere dotati conseguentemente di ragione e intelligenza55; gli ani-
mali, dunque, in quanto esseri senzienti, non possono non essere dotati
anche di una ragione e di un intelletto corrispondenti:

tutti gli animali partecipano in un modo o nell’altro dell’intelletto e


della ragione (diano¤aw ka‹ logismoË)56.

6. Sesto Empirico e Porfirio contro l’antropocentrismo

Sulla via di un continuismo ante litteram possono essere collocate le


ulteriori testimonianze di Sesto Empirico e di Porfirio, i quali interven-
gono nel dibattito con una serie di argomentazioni così simili da far pen-
sare a una possibile fonte comune57. Ancora una volta, essi si confronta-

53
Bruta animalia 992d-e.
54
De sollertia animalium 961a.
55
De sollertia animalium 960d-e.
56
Bruta animalia 960b.
57
U. DIERAUER, Tier und Mensch im Denken der Antike, cit.; G. TAPPE, De Philonis
libro qui inscribitur ÉAl°xandrow μ per‹ toË lÒgou ¶xein tå êloga z“a. Quaestione se-
lectae, Diss. Göttingen 1912; M. WELLMANN, Alexander von Myndos, in «Hermes», 1892,
IL LINGUAGGIO DEGLI ANIMALI NEL PENSIERO ANTICO 33

no con la teoria stoica dei due lógoi; secondo Sesto, come già sostenuto da
Alessandro nel De animalibus e da Plutarco, gli animali sarebbero dotati
sia dell’uno che dell’altro.
Nei paragrafi 65-72 dei suoi Schizzi pirroniani, Sesto si dedica alla
dimostrazione del possesso di un lÒgow §ndiãyetow negli animali; pren-
dendo in particolare l’esempio del cane58, dimostra come esso ne sia pie-
namente dotato, essendo in grado di compiere tutte quelle operazioni in
cui gli stoici facevano consistere il ‘discorso interiore’59. A questa prova
diretta, ne affianca altrove una di tipo indiretto:

Se essi posseggono una ragione profferita (ı proforikÚw lÒgow) è


necessario che in loro sia presente anche una ragione riposta (ka‹ tÚn
§ndiãyeton), giacché ove si prescinda da questa anche quella proffe-
rita risulta inconsistente (d¤xa går toÊtou énupÒstatÒw §stin ı
proforikÒw)60.

Partendo dal legame indissolubile che esiste tra lógos endiáthetos e


lógos prophorikós, Sesto ritorce contro gli stoici le loro stesse posizioni teo-
riche: se, come essi affermavano, gli animali sono dotati di lógos propho-
rikós 61, e questo non ha ragion d’essere senza il lógos endiáthetos, ne con-
segue necessariamente che gli animali sono dotati anche di quest’ultimo.
Che gli animali siano dotati di lógos prophorikós non è infatti, per Sesto,
da mettere in dubbio:

Anche se non comprendiamo le voci degli animali, così detti, irra-


gionevoli (efi ka‹ mØ sun¤emen tåw fvnåw t«n élÒgvn
kaloum°nvn z≈vn), non sarebbe del tutto assurdo pensare che essi
discorrano tra loro senza che noi li comprendiamo (oÈk ¶stin
épeikÚw dial°gesyai m¢n taËta ≤mçw d¢ mØ suni°nai). Anche
quando udiamo la voce dei barbari, non la comprendiamo, anzi ci fa

XXVI, pp. 481-566 e Pamphilos, in «Hermes», 1916, LI, pp. 1-64; quest’ultimo individua
in una serie di epitomi di età alessandrina la probabile fonte comune.
58
Rientra in questa sezione il cosiddetto aneddoto del ‘cane di Crisippo’, sulla ca-
pacità di questo animale di formulare un sillogismo, in particolare, del quinto tipo (cfr.
Philo De animal. 45; Plut. De soll. anim. 969b-c; Ael. De nat. animal. VI, 59). Sulla sto-
ria di questo tópos si veda L. FLORIDI, Scepticism, Animal Rationality and the Fortune of
Chrysippus’ Dog, in «Archiv für Geschichte der Philosophie», 1997, LXXIX, pp. 27-57.
59
Hyp. Pyrrh. I, 65.
60
II, 287.
61
Sesto Adv. log. II, 275.
34 MARIA FUSCO

l’impressione di essere un suono uniforme (monoeid∞62 taÊthn


e‰nai dokoËmen)63.

Quella che qui Sesto sembra voler contestare è una prospettiva di


tipo antropocentrico; dal punto di vista dell’uomo la voce degli animali,
così come quella dei barbari (cioè, etimologicamente, di coloro che par-
lano in modo incomprensibile), sembra un suono uniforme e privo di si-
gnificato, mentre è del tutto plausibile che dal punto di vista degli animali
e dei barbari esso sia un vero e proprio linguaggio. Un’ulteriore dimo-
strazione è data dalla varietà delle voci che gli animali sono in grado di
emettere nelle diverse circostanze:

Per tornare ai cani, noi li udiamo emettere una data voce quando vo-
gliono allontanare qualcuno, un’altra quando urlano, un’altra quando
sono battuti, un’altra differente quando scodinzolano di gioia. In-
somma, se uno fissasse la sua attenzione a questo fatto, riscontrerebbe
una grande differenza di voci (pollØn parallagØn t∞w fvn∞w) e in
questo e negli altri animali secondo le differenti circostanze, talché ne
concluderebbe, verisimilmente, che gli animali, così detti, irragione-
voli, partecipano anche del discorso esternato (toË proforikoË
met°xein lÒgou tå kaloÊmena êloga z«a)64.

Attraverso l’argomento della varietà, già sostenuto secoli prima da


Lucrezio65, Sesto prova che gli animali partecipano di fatto al lógos ester-
nato e proferito; esso però non può essere concepito se non in connes-
sione con quello interiore e silenzioso, di cui gli animali sono ulterior-
mente forniti.
Tale duplice possesso negli animali è sostenuto con forza anche da
Porfirio, filosofo neoplatonico del III sec. d. C. che prende posizione a lo-
ro favore nel suo De abstinentia; gli animali sono infatti dotati di un ló-
gos prophorikós caratterizzato, a sua volta, da una certa portata cognitiva:

62
La parola monoeid∞ si riferisce alla sola e indistinta (mÒnow) ‘identità qualitati-
va’ della voce (cfr. Laspia 1997: 63).
63
Hyp. pyrrh. I, 74.
64
Hyp. pyrrh. I, 75.
65
De rerum natura V, 1028-1086. L’argomento verrà ripreso da Porfirio: «E certo
la varietà e la diversità della loro voce dimostra il suo significato (tÚ shmantikÒn)» (De
abstinentia III, 4.4).
IL LINGUAGGIO DEGLI ANIMALI NEL PENSIERO ANTICO 35

Poiché dunque il discorso è di due specie, l’uno consistente nella pro-


nunzia (˘ m¢n §n tª proforò), l’altro nella facoltà (˘ d¢ §n tª
diay°sei), cominciamo dapprima da quello profferito (toË profo-
rikoË) e determinato secondo la voce (toË katå tØn fvnØn te-
tagm°nou). E se il discorso profferito è un suono che significa me-
diante la lingua quel che si prova all’interno e nell’anima (proforikÒw
§sti lÒgow fvnØ diå gl≈tthw shmantikØ t«n ¶ndon ka‹ katå cu-
xØn pay«n) […] perché gli animali che parlano ne sono privi (t¤ toÊ-
tou êpesti t«n z–vn ˜sa fy°ggetai)? E perché un animale, ancor
prima di dire ciò che sta per dire, non pensa ciò che in qualche modo
prova (prÒteron ka‹ pr‹n efipe›n ˘ m°llei, dienoÆyh)?66.

Sottoponendo il concetto stoico di lógos prophorikós a una certa


‘curvatura’67, Porfirio lo attribuisce pienamente agli animali; anche per
loro, come per gli uomini, la voce assume il valore di segno istituziona-
lizzato per esprimere dei precisi stati d’animo; la differenza è data, come
già in Sesto, dal punto di vista adottato:

E se noi non li intendiamo, che significa questo? Ché neppure i Gre-


ci intendono la lingua degli Indiani né quelli che sono stati nutriti
nell’Attica quella degli Sciiti, o dei Traci o dei Siriani; ma allo stesso
modo di un grido di gru, il suono (∏xow) degli uni giunge agli altri.
Eppure per gli altri la loro lingua è articolata in lettere e in suoni
(§ggrãmatow, ¶naryrow), come anche per noi la nostra: invece non
articolata in suoni e in lettere (ênaryrow d¢ ka‹ égrãmmatow) è per
noi, ad esempio, la lingua dei Siri e quella dei Persiani, come per tut-
ti la lingua degli animali68.

Contrariamente a quanto si potrebbe sostenere secondo una pro-


spettiva antropocentrica, ovvero ‘grecocentrica’, il linguaggio degli ani-
mali come quello dei barbari risulta ‘articolato’ e ‘trascrivibile in lettere’
(¶naryrow ed §ggrãmatow). Esso è inoltre segno della natura degli ani-
mali diversi dall’uomo:

66
De abstinentia III, 3.1-2.
67
Secondo G. MANETTI (MANETTI – PRATO [a c. di], Animali angeli e macchine, cit.,
p. 31) nel concetto originario di ascendenza stoica non vi sarebbe alcun riferimento al ca-
rattere semantico di questo tipo di lógos.
68
De abstinentia III, 4.4.
36 MARIA FUSCO

Quando gli animali emettono grida fra di loro chiare e facilmente ri-
conoscibili (prÚw êllhla fy°gghtai fanerã te ka‹ eÎshma), an-
che se non sono a tutti noi intelligibili […] chi è così impudente da
non ammettere che sono forniti di ragione (logikã), perché egli non
comprende ciò che dicono? 69.

Anche gli animali, e non più solo l’uomo, sono esseri logikã, for-
niti cioè del lógos in entrambi i suoi aspetti. Oltre al lógos esternato, gli
animali sono infatti dotati anche di quello ‘interiore’ e ‘non proferito’,
ovvero lógos endiáthetos:

Ora, si deve dimostrare anche il discorso all’interno di essi e interio-


re (ka‹ tÚn •ntÚw aÈt«n ka‹ §ndiãyeton).. Sembra che la differen-
za, come dice anche Aristotele in qualche luogo, non differisca per
l’essenza ma che si osservi nel più e nel meno (oÈk oÈs‹& diallãt-
tousa, éll’ §n t“ mçllon ka‹ ∏tton yevroum°nh)70.

L’esistenza di tale lógos presso gli animali è innegabile; la differenza


secondo il filosofo, che si richiama apertamente alle tesi aristoteliche
dell’ Historia Animalium71, non è da stabilire secondo l’essenza (oÈs¤&)
ma, come nella migliore tradizione continuista, secondo il grado, ovvero
secondo ‘il più e il meno’ (•n t“ mçllon ka‹ ∏tton). Il lógos interiore
degli animali è poco sviluppato e rudimentale rispetto a quello dell’uo-
mo, unico animale in cui esso arriva a pieno compimento.

7. Gli echi nell’epoca cristiana e oltre

La questione del linguaggio animale, con le sue implicazioni legate


al rapporto mente e linguaggio ovvero al confronto tra l’animale umano
e non-umano, rappresenta un tema con cui si confronterà anche la tra-
dizione filosofica successiva a quella finora analizzata.
In epoca cristiana, ad esempio, si trovano riflessioni interessanti in
Origene (II-III d.C.), che nel Contra Celsum, schierandosi contro la po-

69
De abstinentia III, 4.4.
70
De abstinentia III, 7.1.
71
Cfr. nota 23.
IL LINGUAGGIO DEGLI ANIMALI NEL PENSIERO ANTICO 37

sizione ‘continuista’ dell’epicureo Celso, sostiene invece la specificità e


l’unicità del linguaggio umano. Richiamandosi alle riflessioni degli stoi-
ci, per Origene la voce umana ha una portata semantico-cognitiva, in
grado di esprimere le diverse esperienze a cui l’uomo prende parte e a cui
gli animali non potrebbero mai partecipare, a meno di non voler arriva-
re a delle affermazioni del tutto ridicole72.
Una posizione meno perentoria di quella di Origene è quella as-
sunta nel III secolo da Lattanzio; per quest’ultimo il tratto specifico del-
l’essere umano è la sapienza, con la quale egli riesce ad accostarsi a Dio e
dunque alla religione; per le altre caratteristiche, tra cui quella del lin-
guaggio, negli animali vi è invece qualcosa di simile a ciò che si riscontra
nell’uomo. Anche se la parola (sermo), in senso proprio, è possesso esclu-
sivo dell’uomo, gli animali sono dotati di un loro linguaggio, che segue
un proprio codice ed è dotato di una propria peculiare semanticità73.
Numerose sono le testimonianze e le voci di questa storia della que-
stione del linguaggio animale che ancora andrebbero esaminate e che, in
fase conclusiva, possiamo solo ricordare brevemente. Echi di tale questio-
ne si ritrovano ad esempio in Dante che, nel De vulgari eloquentia, non si
sottrae al confronto tra linguaggio umano e animale, utilizzando dei ter-
mini precisi (sonus, vox, locutio), meglio comprensibili all’interno del qua-
dro teorico finora delineato74.
Passando attraverso alcuni importanti esponenti di epoca medioe-
vale75, la querelle intorno al linguaggio e all’anima delle bestie si riaccen-
derà con forza soprattutto nell’ambito del pensiero filosofico cinque-sei-
centesco. Nonostante non fossero mancate alcune anticipazioni, in Lo-
renzo Valla e Vives, e soprattutto nel Quod animalia bruta di Rorario (ri-
masto però inedito fino al 1648), ma soprattutto negli esponenti del li-
bertinismo seicentesco, tale tema si fa sentire con forza; sulle orme degli
Essais (1580) di Montaigne, sono soprattutto Pierre Gassendi, o studiosi
meno noti come il medico Cureau de la Chambre (1594-1669) e il mi-

72
Contra Celsum IV, 81-84.
73
De ira dei VII, 7.
74
S. GENSINI, “Dietro una parola di Dante. Appunti su De vulgari eloquentia, I, 1-
5”, in L. SANNIA NOWÉ et al. (a c. di), Sentir e meditar. Omaggio a Elena Sala di Felice, Ro-
ma, Aracne, 2005, pp. 25-34.
75
G. MANETTI (in MANETTI – A. PRATO [a c. di], Animali angeli e macchine, cit., pp.
32-42).
38 MARIA FUSCO

sterioso autore del Theophrastus redivivus (~1659)76, quelli in cui si assi-


ste alla ripresa e alla rielaborazione dei temi e delle argomentazioni pro-
posti dagli autori antichi. La testimonianza cartesiana da cui siamo par-
titi, dunque, lungi dall’essere il punto iniziale di tale tradizione, non può
nemmeno essere considerato il suo punto d’approdo, vista la vivacità del-
le reazioni seguite alla riflessione del filosofo77.
Come un filo rosso che tiene insieme queste numerose testimo-
nianze, la questione del linguaggio animale, passando attraverso epoche
diverse e inserendosi in differenti contesti teorici, rappresenta un capito-
lo centrale della riflessione filosofica, sulla cui storia è importante dun-
que far luce.

76
S. GENSINI, Linguaggio e anime 'bestiali' fra Cinque e Seicento, cit., e Bruti o co-
municatori?, cit.
77
A. PRATO (in MANETTI-PRATO [a c. di], Animali angeli e macchine, cit., pp. 57-84).
IL LINGUAGGIO DEGLI ANIMALI NEL PENSIERO ANTICO 39

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