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Chi, cosa.

Rifugiati Transnazionalismo e
frontiere
Osvaldo Costantini, Aurora Massa, Jvan Yazdan

L’articolo 1 della Convenzione di Ginevra, basato sull’articolo 14 della Dichiarazione dei


diritti umani, definisce rifugiato chi, per motivi validi, ha il giustificato timore a ritenersi
perseguitato per la sua razza, religione, gruppo politico o sociale d’appartenenza. Tali
dichiarazioni furono fatte principalmente a seguito degli eventi della II GM, ma
successivamente questa definizione fu inglobata progressivamente nel lambito generale
della migrazione, tale che si sviluppasse inoltre lo stereotipo di rifugiato come presenza in
eccesso e di problema economico e sociale per la nazione che lo ospita. L’Unione
Europea ha incominciato a stipulre norme e procedure per gestire i vari flussi migratori
attraverso alcune normative come il Trattato di Amsterdam del ’97 e dai Regolamenti di
Dublino I e II. Lo scopo del primo è concedere al rifugiato di far esaminare la richiesta allo
Stato firmatario della Convenzione di Ginevra in cui è approdato. Nel secondo, diviso in
due parti, si definisce quale Stato deve seguire tale procedura e come applicarla e regola
l’ammissione o la riammissione del rifugiato nello Stato che è responsabile di tale
procedura da altri non competenti. Nel 2015 inoltre è entrato in vigore il cosi detto hot spot
ovvero una procedura di identificazione e registrazione dei migranti richiedenti asilo. L’idea
di richiedente asilo è mutata nel tempo fino ad essere concepito come vita umana da
salvaguardare comunque limitandone gli accessi tra chi può e non può godere di
protezione attraverso principi di compassione e di salvaguardia dell’integrità fisica. La
globalizzazione porta in se una contraddizione: se da un lato vi è ad oggi più facilità di
spostamento ,attraverso mezzi di comunicazione pi rapidi, di beni e immagini, dall’altro le
possibilità di movimento attraverso le frontiere per le persone sono davvero poche,
creando così fattori di disuguaglianza evidenti. Queste incongruenze relative al concetto di
Stato nazione e alle certezze riposte in forma di legittimazione hanno cambiato anche il
significato di alcuni termini quali: transnazionalismo e diaspora. Il secondo si riferisce a
una popolazione geograficamente dispersa ma che mantiene forme di unità e solidarietà.
Quindi è impossibile determinare una distinzione netta tra luoghi di origine e di approdo
nella vita delle comunità diaspori che in quanto mantengono relazioni sociali, familiari,
economiche e religiose anche in luoghi distanti e dislocati.

CAP 1.

Si mettono in luce le responsabilità occultate delle politiche europee di restrizione


dell’ingresso di popoli in Europa e la vera natura dei naufragi. L’aquis di Shengen ha
creato un sistema arbitrario distinguendo i richiedenti asilo, dai migranti economici/illegali
attraverso un chiusura della mobilità transnazionale spesso con logiche di inclusione o
escludenti e differenziali, facendo emergere contraddizioni tra le responsabilità sul
controllo delle frontiere e delle morti nel Mediterraneo, argomento al centro dei dibattiti
Europei. L’accordo di Shengen ha suscitato però polemiche sulla delega del controllo delle
frontiere esclusivamente ai Pesi più esterni come Italia e Grecia, e sull’isolamento dei
paesi interni dell’Unione Europea attraverso barriere e recinzioni per non permettere il
passaggio di migranti/richiedenti asilo di lasciare il paese dove sono arrivati. Il regime di
controllo del Mediterraneo prende forma proprio durante l’accordo di Schenger negli anni
novanta, in concomitanza della grande ondata migratoria proveniente dall’Albania che
costrinse anche a batti bilaterali tra quest’ultima e ‘Italia sul controllo delle imbarcazioni per
via mare con il pattugliamento e il dispiegamento dell’esercito, con trattamenti coercitivi e
espulsioni coatte. Durante questo periodo che avviene uno dei primi e incisivi naufragi nel
mediterraneo, a scapito di Kter albanese urtato (o speronato secondo alte fonti) da
un’imbarcazione della marina italiana. Il massiccio flusso migratorio mise già in crisi gli
accordi presi con il trattato di Schenger (entrato in vigore nel 99 a Amsterda) che
prevedeva la libera circolazione di merci e persone negli stati membri è l’obbligo di
assicurare un controllo efficace da parte degli stati di frontiera più esterni. Sancendo
inoltre che gli immigrati che fuggono dal proprio paese posso richiedere asilo solo nel
primo stato dove sono approdati, e non possono spostarsi in altri perché la libera
circolazione non si applica su cittadini di Paesi terzi. L’Italia era in quel periodo un paese
senza ancora una politica definita atta a controllare certe situazioni, infatti per 5 giorni
dopo l’arrivo di migliaia di immigrati/richiedenti asilo albanesi ancora non si avevano
indicazioni certe su come controllare la cosa, ma fu data alle associazioni locali e agli enti
comunali la possibilità di attuare un’accoglienza spontanea. Solo successivamente fu
schierato l’esercito e dati alcuni permessi di soggiorno temporanei, per poi espellerli
improvvisamente per problemi di ordine pubblico. Venne emanata la Legge Puglia che
permetteva l’uso di forze armate per il pattugliamento delle coste, patti bilaterali con i paesi
migratori, istituivano luoghi precisi per il trattenimento coercitivo dei migranti dove
venivano identificati e valutati se da espellere o aventi diritto a un permesso temporaneo.
L’entrata in vigore dell’accordo di Schenger e il naufragio del Kater hanno sancito le
differenze nette di diritto alla cittadinanza tra Pesi membri dell’Unione Europea e l’esterno
dei suoi confini. Dopo la Legge Puglia in Italia si stabilisce la Legge Turco- Napolitano
conforme alle direttivi degli accordi di Schenger.

CAP2.

L’apparato burocratico di gestione delle domande d’asilo in Europa ha subito diversi


cambiamenti, con un restringimento delle possibilità di accesso a questo diritto, con la
precarietà di un sistema non del tutto definito. La richiesta d’asilo sempre più consistente
nei paesi dell’Unione Europea ha fatto emergere delle incongruenze nella gestione della
richiesta d’asilo con un sistema sempre più arbitrario ma non sempre ben chiaro di
differenziazione tra rifugiato e migrante economico o irregolare. Nel 2011 si è assistito alla
cosi detta primavera Araba che ha causato rivolte antigovernative, in particolare in Libia.
Molti dei migranti che sbarcarono sulle coste Italiana hanno rivelato che il loro viaggio fu
una costrizione da parte delle forze armate di Gheddafi per mettere pressione sui governi
occidentali, in più si scopri che la maggior parte di loro risiedevano in Libia per motivi
lavorativi, così da mettere in crisi il sistema perché erano allo stesso tempo,una volta
sbarcati in Italia, sia migranti economici per quello che erano stai in Libia, sia rifugiati
politici. L’esempio di due donne rifugiate, delinea il percorso di ricostruzione necessario
alle istituzioni per l’ identificazione dello status dell’individuo, evidenziandone la
contraddizione di tali procedure. Il richiedente asilo deve fornire informazioni biografiche
che motivino il diritto a ricevere asilo. Così si attua un processo di ricostruzione biografica
dell’esperienza personale dell’individuo molto spesso difficile per le conseguenze
personali che comporta la reviviscenza di tali eventi e soprattutto l’incomprensibilità e
incomunicabilità di tali eventi per via della lingua, delle amnesie e delle rimozioni. I racconti
dei richiedenti vengono spesso accompagnate da certificati medico-psichiatrici che
attestano traumi del passato. Il riconoscimento di rifugiato sembra dovuto a un
immaginario standardizzato di vittima e non più soggetto storico-politico. La vita di questi
individui dipende da un racconto giudicato attendibile, ciò però crea delle problematiche
rispetto a una gerarchia di valutazione della domanda d’asilo. Amira aveva vissuto in Libia
ed era scappata per via della guerra aiutati da militar libici per sbarcare a Lampedusa
come migrante irregolare. Amira davanti alla commissione per la sua audizione racconta di
essere scappata dall’Algeria da un uomo che la segregava, picchiava e tradiva
ripetutamente. Che la sua stessa famiglia l’aveva costretta a sposare e che la minacciò di
ucciderla se non fosse tornata da lui. Ciò la spinse a fuggire in Libia. I referti medici che
attestano i suoi maltrattamenti e una violenza sessuale subita prima di imbarcarsi, i
rapporti a disposizione delle Nazioni Unite che confermano la difficile situazione delle
donne in Algeria supportava la paura di sentirsi perseguitata da parte di Amira e per
questo fu ritenuta rifugiata. I segni sul corpo della donna, le cure psichiatriche a cui
dovrebbe attenersi ma soprattutto la paura di una persecuzione di genere a cui andrebbe
in contro tornando in Algeria hanno convintola commissione a concederle il diritto d’asilo e
uno status regolare. Le istituzioni ritenevano Amira come sufficientemente vittima tale da
poter rimanere, la vittimizzazione non può essere considerata come fondamento sul quale
avere il diritto di rimanere o meno. Nadia invece era migrata dalla Tunisia in Libia per
scappare da un marito violento che la picchiava e che abusava di lei. Il quale le procurò
una ferità molto visibile sul volto che in Tunisia le aveva impedito d trovare lavoro. Ella
scappò dalla Libia per cercare un lavoro e migliori condizioni economiche, gli fu concesso
solo un visto di un anno poiché le motivazioni che la portavano in Italia riguardavano la
sua sfera privata e non rientravano quindi nelle norme della Convenzione di Ginevra.
Inoltre la mancanza di rapporti relativi alla violenza di genere in Tunisia è una prova
sufficiente a credere all’affidabilità del sistema tunisino. Inoltre la volontà di migrare in Libia
per motivi economici pongono il caso di Nadia nella sfera della migrazione economica e
quindi irregolare, vittima ma non sufficientemente vittima. In un momento di recessione
economica ogni riferimento al desiderio economico di trovare stabilità lavorativa diventa un
tabù nelle performance istituzionali.

CAP3.

Un’indagine etnografica sui giovani dell’Eritrea che fuggono dal proprio paese molto
spesso verso l’Etiopia o nel Sudan. I pericoli che il viaggio da un paese all’altro comporta
appaiono ai loro occhi meno eccezionali e quasi routinizzati rispetto a come noi li
concepiamo. Cosa li spinge a compiere ancora certe traversate e come riescono a
metabolizzare tali vicissitudine che devono affrontare. Solo nel ’93 dopo trent’anni di
guerra un referendum ha ufficializzato la liberazione dell’Eritrea dall’Etiopia ma l’assenza
di una Costituzione e di un governo stabile ha annichilito ogni euforia. È iniziata una
soppressione della libertà d’espressione con la messa al bando di partiti, media
indipendenti e una rete di controlli che reprimesse ogni voci contrastante e cospiratrice
contro lo Stato. I giovani dovevano attenersi a una campagna denominata ykaelo-warsay:
compiuta una certa età lo Stato decide il settore e il luogo da assegnare ai giovani,
quando e dove spostarli per una paga irrisoria. È il governo che ha il pieno controllo sulle
vite presenti e future dei giovani. Una politica di sacrifici che i giovani devono vivere come
li hanno vissuti le generazioni prima di loro per la liberazione dell’Eritrea, ykaelo gli
onnipotenti e warsay cioè gli eredi. Questo perenne stato di adolescente in cui tutto viene
predefinito, la mancanza di un salario sufficiente per un’indipendenza economica sono i
motivi che spingono i giovani eritrei a emigrare. Inoltre le reti diasporiche, internet e media,
hanno volto l’idea di progresso da un movimento temporale ad uno spaziale, convincendo
sempre di più da qualche altra parte le condizioni siano migliori. Lo scambio di opinioni e
di informazioni su come superare la frontiera insegnano alle persone a migrare e a
desiderare di migrare. La trasmissione di idee,valori e pratiche suscita la propensione alla
mobilitazione. Nelle retoriche giovanili chi fugge anche illegalmente diventando cittadino in
diaspora diventa buon esempio, modellando anche la partenza come volontà di servire
l’Eritrea seppur da lontano, alternativamente nazionale. Gli Eritrei in Etiopia vengono
considerati come rifugiati in prima facie ovvero un sistema differente da quelli in uso come
in Italia, che riconosce lo status di rifugiato non per individuo ma nel complesso, inoltre è
concesso ad alcuni di loro che rispondo a certi requisiti di poter risiedere fuori dai campi e
studiare nelle università del paese. Tuttavia il numero alto di rifugiati ha fatto si che si
creasse questa doppia considerazione degli Eritrei da parte degli Etiopi come
rifugiati,nemici e fratelli ,stranieri allo stesso tempo. Gli Eritrei si considerano come rifugiati
di transizione dove per la maggior parte dei casi è l’Europa la meta finale. Comunque la
paura dell’immobilità spinge a compiere certi viaggi in quanto mobilità geografica e
personale risultano strettamente connesse. Con le retoriche del self-made man il viaggio
diviene una vera e propria impresa, un’esperienza di individualizzazione in cui si compie il
passaggio dall’età adulta. Sono proprio i rischi, le poche possibilità di riuscita e
sopravvivenza che alimentano questa visione di percorso personale per l’emancipazione,
tanto da considerarlo come un vero e proprio rito di passaggio. Concettualizzazione di
sacrificio come necessario per il proprio miglioramento. Se da una parte il diritto d’asilo è
concesso per salvaguardare l’integrità fisica individuale, dall’altra metterla a rischio è per
alcuni l’unico modo per raggiungere e conquistare un’esistenza sociale e politica.

CAP4.

Un elemento importate da analizzare dei regimi di mobilità globali sono le aspettative sulle
quali si costituisce il desiderio di altrove dei migranti. E per questo nel termine migrante
forzato Eritreo l’accento viene posto su un motivo diverso dall’urgenza a scappare da
condizioni particolarmente sfavorevoli, ma mossi dal desiderio di ritrovare in posti lontani
luoghi migliori, anche attraverso l’idea che viene fatta dalla testimonianza di parenti in
diaspora a cui i migranti si affidano e con i quali si organizzano, le tempistiche di partenza
spesso sono legate proprio alla disponibilità economica e lavorativa di dove sono. La
volontà di partire alcune volte non è dettata quindi dalla volontà di sfuggire da una militare
ma anche sull’idea di una vita migliore basato sul modello definito ‘soggettività globale’.
L’aspetto dell’immaginario e del desiderio di altrove alle volte prescinde condizioni
dittatoriali in cui si vive ma sono presenti nel concetto di vita migliore, una visione costruita
dalle informazioni che ricevono da parenti, amici e mezzi di comunicazione. Per gli Eritrei
molto spesso l’Italia è terra di transito per altri luoghi, tant’è che molti di essi sono costretti
a rimanervici, anche se non è lo stato in cui vogliono fermarsi, per via della pratica di
registrazione delle impronte digitali che li obbliga a rimanere qui. La mancanza di lavoro, di
attività e le aspettative tradite hanno fatto si che in alcune zone sorgessero delle comunità
in cui si cercava di ricreare la familiarità delle loro tradizioni con negozi, ristoranti e chiese,
e sono proprio queste i punti di aggregazione più importanti perché, nell’impossibilità di
andarsene e allo stesso tempo la mancanza di un lavoro la chiesa è ciò che salva dalla
possibile insorgere di una condizione che i fedeli eritrei definivano di pazzia. Da qui
l’interpretazione che loro hanno da sempre di una migrazione dallo scopo mondano, alla
ricerca di fortuna, che ora assume un altro significato, spirituale per poter dare un senso
all’opposizione tra desiderio e il realizzabile e le frustrazioni da esse derivanti. Tali
costruzioni assumono più interpretazione come quella di interpretare un viaggio per
volontà divina. Nei discorsi durante le predicazioni si fa spesso riferimento a una volontà
divina che sta dietro le partenze, i percorsi e le scelte. Vengono fatte delle ricostruzioni di
senso a posteriori che inserisce eventi contraddittori alle aspettative su un orizzonte
religioso. Tutte le azioni della chiesa pentacostale era rivolta ai loro fedeli per proteggere
la loro integrità. Si eseguivano preghiere individuali per accrescere il potere spirituale e
affrontare le difficoltà della vita e rimuovere le delusioni delle aspettative mancate del
passato. Alcuni fedeli svolgevano questa preghiera a digiuno così che da indebolire il
copro e non permettere all’anima di essere attirata dalle sue volontà. Inoltre venivano
svolti dei rituali in cui ognuno pregava intensamente e individualmente per scacciare con
movimenti energici deliranti uno spirito che corrompesse il loro cammino spirituale. In
questo modo la vicenda della lotta tra Gesù e Satana diventa un mezzo perché l’anima
non venga predominata dalla volontà del corpo che impedisce un perfezionamento
spirituale e il suo percorso. I discorsi pentacostali risolvono le frustrazione e le
contraddizioni di un regime globale che tende a favorire vantaggi a pochi. Diventa così
tecnica di protezione psicologia dall’insorgere ossessivo della delusione derivante dallo
scarto tra aspettative e realizzabile.

CAP.5

Dopo l’indipendenza del 1993 l’Eritrea ha instaurato un processo di mitizzazione da parte


del governo in cui i martiri sono stati al centro di un processo di memorializzazione ufficiale
che ha reso la sofferenza della e per la nazione temi dominanti nella narrativa nazionale.
Nella spfera pubblica degli Eritrei le sofferenze private sono avvolte in un alone di silenzio.
Nel celebrare il sacrificio per la nazione , le potenti narrative dello stato si configurano
come una violenza ulteriore che rende indicibili le perdite personali. Le disgregazioni
sociali e le sofferenze provocate dalla migrazione forzata e della guerra, dalla violenza di
stato e dalla diaspora ha reso alcuni siti web specialmente negli Stati Uniti, punti d’incontro
e di confronto molto popolari. Tra i più importanti Asmarino, Dehai e Awate. La storia della
nazione raccontata all’interno e all’esterno della comunità come gravida di trionfi e sacrifici
eroici ha lasciato spazi limitati d’espressione per le perdite personali che hanno subito le
persone ordinarie. Nel 1961 è scoppiata la guerra per l’indipendenza Eritrea, la resistenza
guidata dall’EPLF sconfiggendo definitivamente l’Etiopia nel 1991 prendendo il potere
come unico partito chiamato PFDJ, un suo dirigente Afewerki divenne l’allora presidente.
L’EPLF ha attuato una politica di propaganda di stato per la quale si venisse a eroicizzare
vittime sacrificali in modo da legittimare il sacrificio collettivo rendendo così indicibili
esperienze di sofferenza personale producendo una forma di censura e auto-censura
strategica tanto da far rimanere taciute certe vicende. Nella Carta della Nazione il sacrificio
deve essere fatto dai cittadini Eritrei i quali devono essere disposti a tutto per la propria
patria. Pone infatti l’accento sulla storia collettiva si sacrifica l’esperienza personale del
singolo impossibilitato ad esprimere la sofferenza individuale e i costi di tali sacrifici. La
dispersione in contesti differenti e la condivisione del passato contribuiscono a rendere la
comunicazione su internet con gli altri Eritrei molto significativa, una comunicazione che la
maggior parte delle volte ormai avviene in tigrino, i legami che si instaurano si fondano
sull’alienazione dei contesti sociali di arrivo e della condivisione di sofferenze legate alla
guerra. Nei racconti si fa sempre uso del noi per spiegare un dolore comune e parlare
delle sofferenze del martire è come parlare delle proprie in quanto, avendo condiviso le
stesse condizioni e le stesse lotte questi hanno molto in comune. Ciò mostra la differenza
di significato per il concetto di martire ha per lo stato e per il popolo. I lettori e gli utenti
devono partecipare a questa condivisione di sofferenza inserito in una storia collettiva. I
siti web in questo caso appaiono come punto d’incontro e di confronto tale da poter
contribuire alla guarigione dei disturbi post-traumatici. Costruendo relazioni di cittadinanza
,ricostruendo comunità, soppesando costi di guerra e interpretando il significato delle
proprie sofferenze. I siti di diaspora sono luoghi di saperi alternativi per lo sviluppo
collettivo di prospettive critiche sulla storia e sulla realtà eritrea. Dare un significato colletti
e un senso personale a eventi storici importanti permette agli individui di dare valore a ciò
che hanno effettivamente vissuto.

CAP.6
Si tratta del gruppo diasporico dei Mescheti Musulmani residenti in Georgia che nel 44
furono esiliati per volere degli Affari Interni (NKVD) dell’URSS su ordine di Stalin li rimosse
dalla Repubblica Socialista accusati di aver appoggiato la Germania Nazista solo perché
abitanti in zone confinanti della Turchia, alleato non dichiarato della Germania. L’ NKVD
deportò i popoli con un’azione militare che non faceva distinzioni di nessun genere. Nel 44
circa 100.000 Musulmani provenienti da una regione sud occidentale della Russia
Sovietica Georgiana detta Meschezia, vennero esiliati in Asia Centrale, per via della loro
lingua e della loro tradizione simile a quella Turca furono considerati alleati del nemico.
Molti morirono durante il tragitto per varie ragioni, dalle malattie al freddo. Vissero in
costante sorveglianza nei luoghi in cui vennero deportati, non erano autorizzati a recarsi
fuori dai loro villaggi. Nel 1956 fu consentito loro di tonare nei propri luoghi d’origine ma
con l’avvento della Guerra Fredda gli venne negato nuovamente a causa dell’importanza
strategica che assumeva quel luogo durante il conflitto e quindi spediti in Azerbaigian. La
vera svolta si ebbe solo nel 2007 quando la Georgia entrò nel consiglio d’Europa e fu
approvata la Legge sul Rimpatrio ma che non ebbe esito positivo viste le manovre
burocratiche troppo lente e complicate che non permettevano a tutti di poter ottenere lo
status.

CAP.7

Negli anni Ottanta con la dissoluzione dell’Unione Sovietica molti dei Greci che abitavano
questa zona tornano in Grecia, considerata centro della diaspora, in più si postulava un
legame storico tra queste comunità disperse. Questo rimpatrio fu descritto come un
desiderio comune di tutti questi gruppi di tornare a casa, anche se questo movimento
migratorio non appariva così scontato per i Greci che emigravano dall’Unione Sovietica. I
Greci nel 19 secolo di spostarono in villaggi nell’Abkazia a causa della pressione fiscale,
ma nel 1921 l’Abcasia divenne una Repubblica Sovietica Socialista, status revocato poi da
Stalin nel 1931 che la trasformò in Repubblica Sovietica Socialista Autonoma. Il processo
di stalinizzazione della società portò diverse comunità greche in Asia Centrale. A seguito
della grande destalinizzazione negli anni Sessanta i Greci cominciarono a tornare in
Abcasia, luogo però rivendicato dalla Georgia che causò un conflitto nel 92. Ciò spinse il
governo greco a inviare navi con l’ordine di trasferire i Greci in Grecia. Fotini decise di non
lasciare la propria città. Stenokhoria l’aggettivo che indica l’emozione provata dalla
donna, formato dalla parola stenos (stretto) e khonos che significa o: stato sovrano in cui
risiede una popolazione o luogo del corpo dove si trova un organo. Nel caso di Fotini era
un luogo piccolo che rievocava dei ricordi, cioè la sua casa, dove si era ritirata
provocandole la stenakhoria. Questa era provocata dall’assenza della sua gente e della
sua lingua, costringendola a un’immobilità fisica, in quanto si era allontanata consenziente
allontanata dalla vita esterna che era priva di familiarità per ritirarsi in una mobilità
immaginaria verso le memorie del passato attraverso oggetti che rievocassero ricordi. Un
caso diverso è quello di Igor nato in Uzbekistan da genitori Greci rifugiatesi in Asia
Centrale. Igor visse un’infanzia felice per via del welfare del luogo e dal supporto reciproco
nelle comunità greche. I genitori però decisi a tornare in Grecia lo costrinsero a
raggiungerlo e così da parte sua contro di loro inizio un processo di mobilità e migrazione
interna in quanto non si sentiva veramente a casa, e perciò mantenne il suo nome Igor
invece di quello originario greco. I Greci dell’unione sovietica subirono dei processi di
dispersione etnica causata dai rimpatri e dalla diaspora. Cominciava ad utilizzare de
tramiti per ricollegarsi a quella che per lui era la sua vera casa, mantenendo vive tradizioni
russe attraverso la lingua, canti e abiti tipici, accrescendo la sua immaginazione su cosa
sarebbe potuto essere se fosse rimasto in Unione Sovietica, la sua non era una nostalgia
di luoghi abbandonati più che altro di situazioni ed esperienze mai vissute. Il rimpatrio
forzato aveva portato Igor a non pensare che quella fosse davvero la sua casa, il suo non
appartenere a nessun luogo non era dovuto esclusivamente a concetti come qui e li, ma al
desiderio di appartenenza. Il non averla aveva stimolato la sua immaginazione ad averne
una alternativa che non aveva mai avuto. Eleni invece nasce in Georgia e studia a Mosca,
a seguito della crisi economica e la guerra in Grecia la sua famiglia si sposta in Grecia ma
lei in un primo momento decide con il marito di rimanere in Russia pensando che la crisi
non l’avrebbe colpita, non fu così, e con la sua famiglia decide di raggiungere i genitori in
Grecia, ma riparte da sola per proseguire gli studi in Russia. Il desiderio però di tornare in
Georgia la spinse a ritornare nella casa dove era nata per immaginare di rivivere la propria
vita. La su continua mobilità e il suo continuo attaccarsi-separarsi verso o da casa aveva
fatto si che in lei non si generasse un unico sentimento di appartenenza come nei casi
precedenti, in quanto trovava più difficoltà a scegliere un’unica casa-patria. Ogni
migrazione aveva incrementato i suoi capitali culturali, simbolici ed economici provocando
attaccamenti multipli, meno localizzati e più disconnessi. Le emozioni nei tre case sono
espresse attraverso oggetti tangibili e non del passato. Immaginare casa può significare
sia mobilità: quindi diaspora, esilio, rimpatrio etc. ma anche immobilità, rimanere in un
appartamento che diventa più accogliente del resto del mondo. Le molteplici ubicazioni
Eleni sono collegate alla svolta della mobilità come stile dominante del presente. Lo
sradicamento di Igor alle divisione della Guerra Fredda e ai pregiudizi idiologici.