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Dottorato di Ricerca

STUDI STORICI, GEOGRAFICI E DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI


Indirizzo: Paesaggio, Ambiente e Territorio tra gestione delle risorse locali e processi di
integrazione

XXV CICLO

Progetto di Ricerca

IL RUOLO DELLA CULTURA NEI PROCESSI DI SVILUPPO ENDOGENO.


ANALISI DEGLI EFFETTI TERRITORIALI E TERRITORIALIZZANTI DELLA
PROMOZIONE DI EVENTI CULTURALI

Tutor
Prof.ssa Liberata Nicoletti

Dottoranda
Dott.ssa Giulia Urso

ANNO ACCADEMICO 2012-2013


INTRODUZIONE…………………………………...………………………………….I

CAPITOLO 1: Verso un’interpretazione “culturale” dei territori: il ruolo dei fattori


immateriali………………………………………………………………………...……..1

1.1 Il vaso di Pandora: la svolta culturale in geografia………………………………….1


1.2 Dallo spazio al luogo: il trionfo del “locale” e della concezione di
territorio………………………………………………...……………………....….20
1.3 Identità territoriale: un tentativo di perimetrazione concettuale……………………37
1.4.Capitale sociale: riflessioni per una interpretazione geografica……………………74
1.5 I processi di territorializzazione: una visione d’insieme del quadro teorico……….97

CAPITOLO 2: Effetti territoriali e territorializzanti della promozione di eventi


culturali: spunti per una teorizzazione………………………………………………...112

2.1 La cultura come leva strategica di uno sviluppo auto-centrato nelle politiche di
promozione territoriale…………………………………………………………..112
2.2 Impatti non economici connessi alla produzione della cultura……………………132
2.3 Eventi culturali: effetti territoriali e territorializzanti di natura intangibile……….148

CAPITOLO 3: L’evento culturale come generatore di valore aggiunto territoriale…187

3.1 L’evento in questione: il Festival “La Notte della Taranta”………………………187


3.2 L’indagine sul campo: metodologia ed obiettivi della ricerca……………………194
3.3 Lo strumento di rilevazione: il questionario………………………………………203
3.4 Profilo del campione e analisi preliminari………………………………………...232
3.5 Discussione del modello statistico: verso una teorizzazione degli effetti territoriali
intangibili della promozione di eventi culturali………………………………….252

CONCLUSIONI……………………………………………………………………...268

Bibliografia…………………………………………………………………………...273

Appendice…………………………………………………………………………….302
Introduzione.

“Nous voulons, tant ce feu nous brûle le


cerveau,
Plonger au fond du gouffre, Enfer ou
Ciel, qu’importe?
Au fond de l’Inconnu pour trouver du
nouveau!
[Noi vogliamo, per quel fuoco che ci
arde nel cervello,
tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo,
non importa.
Giù nell’ignoto per trovarvi del
nuovo!].” (Charles Baudelaire, 1857*)

Se il ruolo della territorializzazione nella vita sociale, nella costruzione


delle relazioni fra attori e nella formazione dell’identità collettiva è stato
ampiamente sottolineato negli scritti dei geografi, poco indagata è l’azione della
promozione della cultura locale, attraverso eventi che in qualche modo la
celebrano, sulle suddette qualità territoriali che intervengono nei processi che
sottendono la stessa. Al pari di una risorsa naturale del luogo, anche la cultura
locale, se fruita dalla stessa collettività di cui è espressione e messa in valore dai
membri della stessa, agendo sulle risorse intangibili del capitale sociale e della
identità territoriale – assolutamente indispensabili a che uno spazio possa dirsi
“territorio” – può diventare elemento di valorizzazione in grado di produrre
effetti performanti sul luogo.
Allo scopo di approfondire tali aspetti, la prospettiva che si assumerà nella
ricerca empirica sarà estremamente originale dal momento che non si
valuteranno gli impatti dell’evento analizzato in un’ottica
longitudinale/diacronica – data la difficoltà, se non impossibilità, di un’indagine
del genere, che risiede, come si intuisce, nella natura immateriale delle risorse
in questione – ma si coglieranno queste ultime nell’atto del loro stesso formarsi,

*
Charles Baudelaire, 1857, Fleurs du mal, CXXVI - Le voyage.

I
leggendole, dunque, quali qualità dell’evento, prima, e, potenzialmente, del
territorio, poi.
Il presente studio nasce da alcune sollecitazioni che provengono tanto
dall’ambito delle “pratiche” che da quello dell’“analisi”. Innanzitutto, quanto al
primo, l’attenzione al di fuori del campo accademico per la cultura come leva
strategica dello sviluppo. Le politiche di governance, alle varie scale, dedicano
una sempre maggiore attenzione alla dimensione culturale dello sviluppo
riconoscendo, e mirando ad attivare, quelle dinamiche di crescita virtuosa
generate dall’economia della cultura: queste sono, difatti, supposte condurre al
rafforzamento del senso identitario e, parimenti, ad un incremento del livello di
coesione all’interno di una comunità a seguito della messa in moto dei processi
di accumulazione del capitale sociale, entrambi componenti fondamentali dei
meccanismi identitari e relazionali che sottendono la produzione di territorio
nonché la valorizzazione delle sue risorse. In secondo luogo, in ambito
scientifico, emerge come a fronte dell’abbondanza della letteratura dedicata a
studi di caso, o a comparazioni, sugli impatti territoriali degli eventi fa riscontro
una certa debolezza nella costruzione di teoria.
Il presente lavoro cerca di offrire un contributo proprio in direzione di una
sintesi teorica volta all’interpretazione delle complesse relazioni tra eventi,
capitale sociale e identità territoriale, concentrandoci sì sugli effetti, ma
mirando al contempo a spiegare quei processi all’opera nel determinare tali
impatti, rispetto alla comprensione dei quali si rileva nel mondo accademico
una forte esigenza di produzione di conoscenza a fronte di una forte lacuna
concettuale. A tal scopo, si farà il tentativo di concentrare questo complesso di
elementi teorici in un quadro di insieme organico e coerente suggerendo un
percorso di verifica empirica, consci del rischio di perdere una parte della
complessità concettuale presente nel bagaglio teorico a fondamento delle
riflessioni svolte. Pur se limitate al minimo, permangono, infatti, quelle
difficoltà di carattere metodologico insite nei processi di valutazione connesse a
tutti quei casi in cui si debba “tradurre” in termini quantitativi dei fenomeni di
tipo qualitativo: lo sforzo di rendere misurabili anche elementi per loro natura
intangibili può, talvolta, condurre a risultati fuorvianti e comunque difficili da
leggere.

II
Nell’analisi empirica qui condotta si indagano capitale sociale e identità
territoriale a livello “micro”, in quanto rilevabili in modo diretto, diversamente
da quanto avverrebbe nella loro più ampia accezione “macro”. La convinzione
che è alla base di tale scelta è che i sentimenti individuali di fiducia e
appartenenza ad un territorio, quando diffusi attraverso la condivisione di un
momento di identificazione collettiva che si richiama alla “memoria” di un
luogo, si configurano come la “cellula madre” delle risorse territoriali che si è
qui indicato come capitale sociale e identità territoriale, che, in virtù di un
investimento affettivo e patrimoniale in quella che è sentita come la propria
“casa”, rivestono, come argomentato in apertura, un ruolo cruciale nei processi
di territorializzazione. In altre parole, tale studio indagherà sul campo il
meccanismo alla base della formazione della “scintilla” che, durante la
partecipazione ad un evento incentrato sulla cultura locale, innesca nei residenti
il processo di identificazione con il territorio e la formazione del bene
relazionale in questione.
Più in particolare, il presente lavoro si struttura come di seguito.
Nel Primo Capitolo “Verso uno sviluppo culturale dei territori: il ruolo dei
fattori non-economici” si opera una sistematizzazione della letteratura relativa
al “Cultural Turn” nell’ambito della disciplina geografica volta a fornire un
quadro di riferimento in cui inserire le tematiche affrontate. Concentrando
l’attenzione sull’evoluzione che ha portato ad una nuova centralità del “locale” e
sulla concezione di territorio in geografia, sono approfonditi due elementi
intangibili costitutivi del “luogo” così come interpretato nell’ambito della stessa,
vale a dire identità territoriale e capitale sociale. Per la prima si è sviluppata una
perimetrazione concettuale a partire dai numerosi riferimenti bibliografici
reperibili sul tema, che è ampiamente affrontato in geografia (tanto in ambito
nazionale che internazionale). Il secondo elemento, in quanto oggetto di un più
recente interesse da parte delle scienze del territorio, ha richiesto un tentativo di
sistematizzazione delle riflessioni svolte intorno all’argomento al fine di
giungere ad una sua interpretazione in chiave geografica. Il capitolo si conclude
con una visione d’insieme che inserisce gli elementi precedentemente discussi
nel più ampio quadro teorico che rende conto dei processi di

III
territorializzazione, con una considerazione su come identità territoriale e
capitale sociale intervengono nelle dinamiche ad essi sottese.
Il Secondo Capitolo, dal titolo “Effetti territoriali e territorializzanti della
promozione di eventi culturali: spunti per una teorizzazione” entra più
propriamente nell’argomento del progetto di ricerca. Esso mette in luce come la
promozione del luogo attraverso l’organizzazione di eventi culturali, soprattutto
se effettuata attraverso iniziative dalla forte matrice tradizionale/locale e
caratterizzate dalla presenza di immagini celebrative di valori territoriali e
ambientali, risulta quanto mai efficace nei processi di auto-riconoscimento da
parte degli abitanti, rivelandosi massimamente utile nell’innescare quei
momenti di identificazione con il luogo, che sono a loro volta in qualche modo
connessi ad una attitudine cooperativa e ad una fiducia generalizzata all’interno
della comunità che lo “vive”, elementi costitutivi di quella risorsa intangibile – il
capitale sociale – che è a fondamento dei meccanismi relazionali che sottendono
i processi di sviluppo locale. Questo significa che una riqualificazione culturale e
turistica dei luoghi per essere efficace deve partire dal recupero delle radici e
delle identità locali, attraverso progetti che siano fondati a loro volta
sull’individuazione di valori condivisi e sulla valorizzazione dei simboli della
comunità. La promozione di eventi culturali non rappresenta, dunque, solo un
valore aggiunto in termini di offerta turistica di un territorio: essi sono
proiezioni esterne e momenti di spettacolarizzazione dell’identità locale e
contribuiscono a costruire e ad alimentare il senso di appartenenza alla
comunità da parte dei suoi membri. Se da un lato costruiscono ed alimentano il
senso di appartenenza ad una comunità, dall’altro rinnovano e rinsaldano
legami sociali in essa esistenti. A conclusione del capitolo, si pongono le basi
teoriche su cui si fondano le ipotesi che sono sottoposte a verifica empirica nelle
pagine seguenti.
Nel Terzo Capitolo si descriverà in dettaglio l’evento oggetto di studio, obiettivi e
metodo della ricerca, l’indagine diretta e i principali risultati della stessa.
Attraverso una serie di domande mirate, inserite nel questionario durante
l’edizione 2012 del Festival de “La Notte della Taranta”, si è inteso rilevare i
fattori che più di altri, seguendo la principale ipotesi avanzata nel lavoro di
ricerca, ampiamente supportata da una vasta letteratura teorica ma non

IV
altrettanto confortata da verifiche sul campo – favoriscono, attraverso la
partecipazione ad un evento dedicato alla cultura del luogo, il rafforzamento del
senso di appartenenza a quest’ultimo e del capitale sociale tra i membri della
comunità che lo promuove. In particolare, i quesiti presi in considerazione sono
volti a capire se il Festival è da ritenersi un generatore di capitale sociale e un
marcatore identitario, nonché se effettivamente genera attaccamento al luogo,
senso di comunità e orgoglio civico.
Il principale risultato atteso della ricerca è il contributo alla comprensione e alla
valutazione degli effetti territoriali e territorializzanti della promozione di
attività culturali e il supporto empirico ai postulati teorici a fondamento delle
ipotesi di ricerca formulate.
Si tratta di un lavoro innovativo perché manca in letteratura una valutazione
degli impatti degli eventi che non sia esclusivamente economica e che prenda,
invece, in considerazione i benefici immateriali da essi apportati sulla comunità
locale e li consideri sistemicamente e contestualmente come impattanti
virtuosamente sui vari piani del territorio che li promuove. Un risultato
originale sarà costituito dall’approfondimento, in sede empirica, della natura e
delle determinanti del capitale sociale e del sentimento verso il luogo generati
da tali manifestazioni. La rilevanza di tali dati campionari risiede nel fatto che
essi non sono rinvenibili nella pur vasta bibliografia sul tema, nonostante i
postulati teorici alla base del nesso che li lega siano oggetto di numerose
riflessioni in ambito accademico, e non solo.
Il supporto di una approfondita e rigorosa analisi statistica costituisce, dunque,
il valore aggiunto preminente del presente lavoro in favore di un accrescimento
della conoscenza dei fenomeni indagati, per i quali si è giunti ad una più
puntuale teorizzazione.
L’analisi proposta ambisce ad essere un riferimento teorico, ma anche pratico,
per chiunque voglia confrontarsi con la valutazione degli impatti intangibili
legati alla realizzazione di eventi heritage-based e, più in generale, per quanti si
occupano di politiche culturali e di rivitalizzazione del contesto locale attraverso
iniziative legate all’unicità del luogo e delle sue tradizioni.

V
CAPITOLO 1

Verso una interpretazione “culturale” dei territori: il


ruolo dei fattori immateriali

SOMMARIO: 1.1 Il vaso di Pandora: la svolta culturale in


geografia - 1.2 Dallo spazio al “luogo”: il trionfo del “locale” e la
centralità del territorio - 1.3 Identità territoriale: un tentativo di
perimetrazione concettuale - 1.4 Capitale sociale: riflessioni per
una interpretazione geografica - 1.5 I processi di
territorializzazione: una visione d’insieme del quadro teorico.

PAROLE CHIAVE: cultural turn; cultura; sviluppo locale;


territorio; identità territoriale; senso di appartenenza;
attaccamento al luogo; capitale sociale; fiducia; azione
collettiva; territorialità; processi di territorializzazione.

1.1 Il vaso di Pandora: la svolta culturale in geografia.

“What the cultural turn in the social


sciences and humanities, including
human geography, has done is to open
up a Pandora’s box, one which, as in
the Greek myth, cannot now be

-1-
slammed shut again.” (Nigel Thrift,
20001)

La sempre più crescente consapevolezza della rilevanza e del ruolo dei


processi culturali nella società e nell’esplicarsi delle sue dinamiche ha condotto,
nelle scienze sociali in generale, come anche nella disciplina geografica più in
particolare, a quella che è stata definita la “svolta culturale”, espressione con cui
si indicano i molteplici aspetti che interessano questo profondo rinnovamento
che ha visto l’emergere di nuovi approcci epistemologici, di nuovi campi di
indagine e di nuove metodologie e categorie interpretative. Al fine di
comprendere appieno il fermento scientifico che ha innescato un
riorientamento teorico di tale portata, appare qui indispensabile indagarne
tanto le sollecitazioni e gli impulsi quanto le cause profonde, seguendo
l’evoluzione e il succedersi delle “scuole” o “correnti” che hanno animato la
disciplina dal secondo dopoguerra ad oggi, uno dei periodi più vivaci quanto ad
alternanza di paradigmi, approfondendo i diversi assetti della riflessione
geografica nel loro dinamismo interno e nel loro modificarsi in rapporto
all’evoluzione dei sistemi del pensiero e della società in senso più ampio. Già da
almeno quattro secoli, oltre all’esigenza della descrizione e della localizzazione
dei fenomeni, si avvertiva sempre più fortemente la necessità di spiegarli ed
interpretarli attraverso l’individuazione delle relazioni esistenti tra oggetti e fatti
geografici presenti su una stessa porzione di territorio e delle cause all’origine
del loro manifestarsi (Corna-Pellegrini, 2002). La fase embrionale della nascita
di un tale orientamento nel mondo occidentale si individua già nella diffusione
del pensiero illuminista nel corso del XVIII secolo, con il suo accento sui
processi razionali del pensiero umano e si consolida, nel secolo successivo,
attraverso l’affermazione di un nuovo paradigma scientifico, quello positivista,
che lega direttamente la realtà a quanto è oggettivamente riconoscibile,
misurabile e sperimentabile (Vidal de la Blache, 1917). Il metodo scientifico
riconosciuto valido, anche dalla geografia dell’epoca, parte dall’osservazione

1 Nigel Thrift, 2000, “Pandora’s box? Cultural geographies of economies”, in G. L. Clark, M. P.


Feldman and M. S. Gertler (eds), The Oxford Handbook of Economic Geography, pp. 689-704,
Oxford: Oxford University Press, p. 699.

-2-
diretta della realtà (e, nello specifico, dei fenomeni territoriali), formula, sulla
base di quest’ultima, delle ipotesi sulle relazioni che li legano tra di loro e alle
risorse con cui interagiscono, e, infine, sottopone queste ultime a verifica. In
sostanza, come sostiene Corna-Pellegrini,

“sembrò così che potesse esistere un solo fine della ricerca


geografica e un solo metodo per condurla, vuoi che si trattasse
di indagare sui fenomeni fisici, vuoi che si volesse procedere
allo studio di fenomeni umani. Ciò doveva consistere nel
descrivere «oggettivamente» la superficie terrestre, ivi
compresi, naturalmente, i suoi aspetti antropici; cogliere le
connessioni tra i diversi fenomeni descritti e ricercare le cause
genetiche dell’insieme delle realtà esaminate, individuando le
leggi che talora le regolano.” (Corna-Pellegrini, 2002: 130)

Nel corso del Novecento e, in particolare, negli anni Cinquanta e Sessanta, a


seguito dell’imponente sviluppo delle scienze statistiche e della crescente
disponibilità di dati quantitativi, non solo sui fenomeni naturali, ma anche su
quelli antropici (sociali ed economici), le questioni proprie del quadro
positivistico appena richiamato vengono riformulate con forza, tanto che nel
panorama dell’evoluzione della disciplina geografica si fa comunemente
riferimento a tale evento con l’espressione “rivoluzione quantitativa” (Neve,
2004), che vede il costituirsi di una nuova branca metodologica di analisi
nell’ambito della disciplina, la cosiddetta “geografia quantitativa” o Spatial
Science (Ullman, 1954; Bunge, 1962; Burton, 1963), che ebbe i suoi primi cultori
nel mondo anglosassone (in particolare Stati Uniti e Regno Unito), per poi
diffondersi in Scandinavia e, alla fine degli anni ‘60, in Italia e in tutto il resto
del mondo. Il nuovo paradigma postula la possibilità di poter interpretare ogni
fatto geografico attraverso una misurazione espressa quantitativamente nonché
di poter analizzare le correlazioni tra questo e i fenomeni ad esso in qualche
modo connessi per mezzo di opportuni algoritmi matematici e delle rigorose
procedure della logica formale, giungendo, per questa via, a generalizzazioni
universali. Tre sono gli assunti fondamentali su cui tale impianto teorico poggia:

“1. Che le procedure metodologiche delle scienze naturali


possono essere adattate direttamente alla geografia umana
[…]; 2. i risultati provvisori o finali dell’indagine geografica

-3-
possono essere formulati nello stesso modo che nelle scienze
naturali […]; 3. la geografia come scienza sociale ha carattere
tecnico che si suppone privo di qualsiasi implicazione
valutativa.” (King, 1979: 196-7)

La annosa “questione” del superamento della metodologia classificatoria nella


descrizione del mondo sembra trovare una sua soluzione nella sempre più
diffusa adozione della modellistica o “modellazione” formale, che, nella sua
pretesa di scientificità, è ritenuta in grado di fornire non solo
un’approssimazione piuttosto fedele del reale, ma anche la possibilità di
predizione degli stessi fenomeni geografici. La supposizione di universalità della
metodica quantitativa viene, però, messa a dura prova dalla successiva
evoluzione sociale, subendo un considerevole ridimensionamento in favore di
una progressiva rivalutazione di una razionalità antitetica a quella che informa
la geografia positivistica, con l’ascesa di modelli “locali” (Neve, 2004), che
“evitano in maniera tipica le definizioni conclusive e la logica lineare
deduttiva” rigettando l’idea che “vi sia un unico solido fondamento su cui è
basata la spiegazione della supposta variabilità del mondo” (Vagaggini, 1982:
210-1). Cominciano ad emergere approcci, sia interni alla scienza geografica sia
esterni ad essa, che, abbandonate gradualmente la costruzione di modelli
universalistici e la ricerca di uno o più fattori fondamentali che rendessero conto
della totalità dei fenomeni studiati, in quanto ritenute inadeguate a
rappresentare la varietà contestuale dei fatti geografici, perseguono
diversamente l’elaborazione di teorizzazioni dall’applicabilità e praticabilità
limitata (Neve, 2004), in grado di produrre una conoscenza localizzata o, in
altre parole, “situata” (secondo la definizione anglosassone; cfr. Barnes,
Gregory, 1997).
Proprio nel momento in cui la geografia sembrava aver raggiunto una sua unità
epistemologica e metodologica, dunque, nel suo edificio apparentemente
robusto e coerente, si fecero strada le prime riflessioni sulla debolezza
dell’impianto teorico così come formulato nel corso della “rivoluzione
quantitativa”, incertezze alimentate dall’irrompere sulla scena internazionale
dei movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta che hanno reso sempre più
manifesto il divario tra l’analisi geografica concepita in quella fase storica e la

-4-
realtà sociale, attraversata da poderosi mutamenti, e che hanno pertanto
comportato l’irruzione dell’elemento “società” all’interno dei paradigmi
scientifici della disciplina. I nuovi fermenti che animano il pensiero geografico si
muovono lungo linee di attenzione soggettive, con il recupero di quei margini di
specificità dell’azione sociale – concepita ora come “contestualizzata” – che i
modelli quantitativi avevano sistematicamente ridotto al minimo, quando non
eliminato del tutto dal quadro analitico, in quanto elementi spuri e che sono
invece riabilitati dal nuovo indirizzo quali dati salienti per una più approfondita
interpretazione dei fenomeni oggetto di studio. La “disgregazione” dell’unitario
impianto della disciplina in nuovi e talvolta piuttosto lontani approcci a seguito
dei cambiamenti intercorsi a seguito della “rivoluzione quantitativa” accrescono
la consapevolezza di quanto ricche fossero le diverse prospettive attraverso le
quali si poteva studiare il mondo. Il riferirsi a tali orientamenti come alle “nuove
geografie”, al plurale, rileva dell’impossibilità di parlare di una sola geografia e
di una sola rappresentazione della realtà, nonché della necessità che sguardi e
prospettive diverse si intreccino e contaminino per render conto della sua
crescente molteplicità e complessità. A contraltare, emergono due movimenti
principali contrapposti al positivismo geografico e, più precisamente,
quantitativo: il radicale – di ispirazione marxista – e l’umanista – fondato su
basi fenomenologiche, neoidealiste ed esistenzialiste, che propugnano la
demistificazione di quello che definiscono “neopositivismo” e dei suoi strumenti
analitici (cfr. Celant, Vallega, 1984).
L’attacco più risoluto e carico di conseguenze è quello che arriva da quella
geografia detta “radicale” diffusasi per lo più in Europa e più in particolare nel
Regno Unito, con David Harvey (1973), in Francia, con Yves Lacoste (1976) e poi
anche in Germania e Italia, che, sull’onda delle “rivoluzioni culturali” allora in
atto, accusa la disciplina “mainstream” di praticare una scienza al servizio del
sistema costituito, semplicemente descritto e/o spiegato, senza assumersi la
responsabilità sociale di modificarlo rendendolo più equo (Dematteis, 1970). Ciò
implica un’operazione di revisione della presunta oggettività della stessa ricerca
scientifica a cui si affianca un grande impegno nel propugnare una visione
alternativa che consenta la trasformazione dell’esistente, in favore di un

-5-
approccio più relativo fondato sull’opposta convinzione che le realtà siano
diversamente interpretate e, quindi, costruite, a seconda di chi le osserva:

“I diversi punti di vista dei fruitori del territorio, fino ad allora


ritenuti ininfluenti, rispetto alla letteratura scientifica del
territorio stesso, diventano invece il punto focale da cui far
ripartire ogni esame del reale.” (Corna-Pellegrini, 2002: 132)

L’altro rilevante fronte di assalto – a sua volta al suo interno non unitario, ma
frammentato in diverse correnti – all’edificio geografico proviene dalla falange
dei geografi “umanisti”, che, pur nella molteplicità dei percorsi teorici, trovano
un comune denominatore nel tentativo di riportare al centro degli interessi della
disciplina i valori e le credenze tipicamente “umane”, leggendo il territorio
anche attraverso le espressioni artistiche e letterarie che lo prendono in qualche
modo ad oggetto (modalità di analisi ritenuta complementare, non sostitutiva,
ad altre informazioni o chiavi interpretative proprie della geografia
positivistica), al fine ultimo di ritrovare un campo comune per la ricerca che
collimi con le esigenze più profonde della società. Con il proliferare di nuovi o
rinnovati indirizzi, tra cui, oltre a quelli sin qui menzionati, quello dei geografici
storici o dei cosiddetti “teorici”, sorge, in seno alla disciplina, un dibattito dal
forte impegno ideologico fra neopositivisti quantitativi e sostenitori di nuovi
sviluppi a prevalente contenuto qualitativo, che introducono la variabile
soggettiva come elemento essenziale di ogni lettura territoriale. Tali approcci
approfondiscono, peraltro, le tematiche relative alla territorialità come dato
culturale – sostenute, fra gli altri, dai contributi critici della emergente scuola
francofona elvetica (Raffestin, 1981) – e, più in generale, lo studio dei processi
universali di “territorializzazione” dello spazio attraverso l’individuazione delle
diverse fasi che lo compongono (Turco, 1988), attraverso la loro interpretazione
secondo la teoria generale dei sistemi (Vallega, 1989) o ancora attraverso la
rivisitazione della filosofia della scienza con la riscoperta dello spazio
epistemologico e metodologico della geografia. Se, quindi, fino ad allora, scopo
principe della ricerca scientifica era l’individuazione di leggi generali che
risultassero applicabili a qualsiasi realtà indagata, nei nuovi indirizzi post-
moderni che nascono in contrapposizione all’approccio che è stato associato con

-6-
la modernità e che ha prevalso per più della metà del XIX secolo (più
precisamente fino agli anni Sessanta) – di cui la modellistica geografica
rappresenta una delle più esplicite espressioni – si segue una metodologia
basata piuttosto sullo studio di singoli casi concreti, con l’apertura alle altre
scienze sociali che in qualche modo incrociano le stesse traiettorie di indagine
(la psicologia sociale, la sociologia, l’antropologia) e la sperimentazione di
metodologie qualitative che sfidano apertamente il modello di umanità vigente
fino a quel momento nelle scienze e, quindi, anche nelle modalità della ricerca
scientifica:

“Solo complessificando il quadro, introducendo altri parametri


e dimensioni, si può passare dal ristretto piano quantitativo
allo spazio qualitativo dov’è giusto e sensato collocare gli esseri
umani.” (Longo, 2001: 205-6)

L’avvicinamento a teorie e prassi proprie di altri campi del sapere fa avvertire in


modo sempre più pressante nella comunità dei geografi la necessità, ormai
ampiamente riconosciuta sebbene ancora scarsamente praticata, di una trans-
disciplinarità esterna verso gli apporti degli specialisti di altri settori nonché, a
seguito della severa autocritica, di una trans-disciplinarità interna alla geografia
stessa, suddivisa in correnti troppo spesso autoreferenziali e non comunicanti
tra loro (Neve, 2004). Questa maggiore disponibilità al confronto inter- e
soprattutto intra-disciplinare ha dischiuso prospettive nuove e di grande
interesse e stimolo a partire dagli ultimi trenta anni del Novecento ed ha
permesso il superamento delle barriere che da sempre separavano nettamente
un indirizzo dall’altro. Il movimento convergente che ha interessato questi
ultimi, innescato e guidato dal riconoscimento, prima, e dall’assunzione, poi,
delle variabili culturali nell’esame delle relazioni esistenti tra uomo, società e
spazio – terreno specifico di studio della disciplina e campo comune alle sue
varie sotto-ripartizioni – trova un suo primo punto di arrivo in quello che è stato
definito il “cultural turn”, massima espressione delle tendenze e dei fermenti qui
richiamati.

“Human geography ceases to appear as a juxtaposition of


separate fields: economic, social, political, cultural, urban,

-7-
rural, etc geographies. The realities it explores are not
objectively given to women and men: economics, politics,
culture, society are categories built by human beings and
culturally defined. There are useful for action, but did not exist
in nature. The division of geography into economic, social,
political, etc geographies reflects the values and biases of the
societies in which scholars of the first half of the 20th century
lived. […] The cultural turn rubs out the more or less
watertight divisions which had been progressively carved up
into the discipline. […] The cultural approach transforms all
the domains explored by the discipline and makes them closer.”
(IGU, Newsletter N° 8, 2003: 66)

Attraversate progressivamente nel trentennio tra gli anni ’50 e ’70 la visione
strutturalista (incentrata sull’esistenza di strutture geografiche, talvolta
straordinariamente stabili, risultato dell’azione di una pluralità di forze che
interagiscono ed evolvono nel tempo), quella sistemica (per la quale il fenomeno
osservato, assunto come realtà costituita da un numero elevato di elementi e di
relazioni tra questi, non può essere scomposto né semplificato, pena la perdita
della sua caratteristica essenziale, ossia la complessità) e quella funzionalista (in
cui la realtà geografica, concepita come spazio organizzato dagli uomini riuniti
in comunità, è interpretata e rappresentata come una serie di “campi di forza”
ognuno dei quali è formato da un “magnete” che “governa” un territorio, che si
configura come l’area di gravitazione), tutte accomunate da un obiettivo unico di
fondo, ossia l’analisi di una realtà oggettivamente data e empiricamente rilevata,
i geografi della cosiddetta svolta culturale, già in nuce negli anni Settanta, ma
arrivata a completa maturazione solo negli anni Novanta, fanno propria
un’ottica più allargata sulla natura e sulla forma, o meglio, le forme delle
relazioni di causazione sottese al manifestarsi di determinati fenomeni. Ciò che
noi sperimentiamo oggi, non dipende esclusivamente da passate o presenti
configurazioni di causalità, ma riflette anche il modo in cui la comunità che
agisce sul territorio che si sta indagando immagina il proprio futuro:

“Within this view, culture is, at the same time, heritage (it is
made from what individuals receive in their daily contact with
each other in the different places where they pass through),
experience (individuals take advantage of what they learn in
their encounters with the different environments in which they

-8-
find themselves and from the different social groups with
which they interact; they adapt values they have received to
the situations encountered) and, finally, a project (individuals
try to imagine what will happen in the world so as to prepare
their place in it, to try to make those ideas which they cherish
triumph so as to make the world a more just and harmonious
place). […] Culture is thus conditioned by the manner in which
people tie the past, the present and the future together in
specific places; those who share the same heritages, the same
experiences and the same plans have all the reasons for feeling
mutual affinity.” (IGU, Newsletter N° 8, 2003: 61)

Questa è precisamente l’accezione di cultura che informa l’interpretazione del


mondo nella prospettiva del “cultural turn”: essa è fatta allo stesso tempo di
pratiche ereditate, know-how e conoscenze acquisite, ma anche di una
progettualità futura circa le traiettorie di sviluppo da seguire:

“It links present time with what came before and will follow: in
this way, it gives a meaning to the life of individuals and
groups. […] The cultural approach relies on another
conception of time: for it, past and present forces are not the
only ones to play a role; the aims individuals and groups
develop for the future contribute to its shaping. A new type of
causal relation is thus considered and appears as an addition
to the already explored ones. The projects and plans
individuals nurture exist obviously only in the present. They
are expressed through the representations people build about
their future, the images they draw and the discourses they
delivered on it.” (IGU, Newsletter N° 8, 2003: 65)

Alla luce di tali nuove considerazioni, appare pertanto sempre più


imprescindibile un’interpretazione anche “culturale” dei fatti geografici, vista
come primo, irrinunciabile passo nello studio di qualsiasi di essi e da parte di
qualsiasi indirizzo, compresi quelli meno abituati a farlo nell’ambito della
disciplina.
La portata delle relativamente recenti tendenze qui discusse è dimostrata
dall’istituzione nel 1996 all’interno della International Geographical Union
(IGU) di un gruppo di studio, successivamente trasformato in commissione

-9-
(IGU Commission on the Cultural Approach in Geography), che si proponeva
proprio di coordinare l’approccio culturale nella disciplina geografica:

“The Executive Committee of the IGU has just given an official


recognition to this trend through the creation of a Study Group
on the Cultural Approach in Geography. The will to explore the
cultural dimension of distributions and processes is obvious in
political and social geography, and is gaining momentum in
economic geography.” (IGU, Newsletter N° 1, 1996: 5)

L’esigenza di un’attività di “regolazione” dei nuovi orientamenti nasce, da un


lato, dalla mancanza di una visione generale dell’insieme delle linee di ricerca
sviluppate nei vari contesti nazionali, e, dall’altro, dalla necessità di fornire
tanto un quadro di coerenza unico in cui collocare queste ultime al fine di
razionalizzarle e renderle tra loro congruenti quanto, al contempo, un indirizzo
programmatico per le ricerche e gli studi a venire. Nel primo editoriale della
suddetta Commissione, si puntualizzano con precisione i temi di cui essa e la
corrente di pensiero che viene a rappresentare sono chiamate ad occuparsi:

“The International Commission on Cultural Geography would


treat the following themes:
1. The construction of space, environment and society by
culture.
2. The foundations of the cultural differentiation of the Earth.
3. The expression of the diversity of cultures in space and
landscapes.
4. The applications of cultural geography to political and
economic life, tourism and physical planning.” (IGU,
Newsletter N° 0, 1996: 2)

Il termine “cultural turn”, chiamato ad indicare i molteplici aspetti del


rinnovamento della geografia e, dunque, l’emergere di nuovi punti di vista
epistemologici e l’affacciarsi, sulla scena mondiale, come appena accennato, di
nuovi campi di indagine, compare per la prima volta nel 1998 in un articolo di
Clive Barnett, intitolato “The Cultural Turn: Fashion or Progress in Human
Geography?”, che, attraverso un’analisi del sistema dei riferimenti bibliografici
e delle citazioni nella geografia umana internazionale, individua chiaramente, a

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partire già dalla fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, un marcato
“spostamento” dall’analisi spaziale a quella di questioni di economia politica che
si inserisce nel più ampio dibattito attorno ai nascenti approcci post-moderni. È
in questo periodo, infatti, che si assiste alla proliferazione di asserzioni
programmatiche e teoretiche circa una “nuova” geografia di impronta culturale2,
di “special issues” di riviste della disciplina dedicate all’argomento3, nonché dei
primi consistenti lavori empirici sul tema4. Nella prima formulazione esplicita di
quel grande cambiamento a cui è stato dato il nome – poi consolidatosi nel
tempo dopo la legittimazione da parte della comunità scientifica quale area di
ricerca teorica ed empirica – di “svolta culturale” ad opera di Barnett si leggono
gli ambiti di interesse della corrente ultima nata nell’ambito del pensiero
geografico:

“a revivification of traditional areas of interest in cultural


geography under the influence of new theoretical ideas; the
«textualisation» of subfields such as political geography; the
revival of interest in the historiography of geography under
the influence of theories of colonial discourse and
postcolonialism; a concern for the «cultural» embeddedness of
economic processes; an interest in examining the mobilization
of culture as an accumulation strategy; a greater concern for
examining relations between identity and consumption; an
ever-greater sophistication in understandings of the
construction of social relations, of gender and race as well as
class; a focus upon cultural constructions of environment and
nature.” (Barnett, 1998)

Più in generale, questa fino ad allora inedita attenzione verso i significati delle
azioni e degli oggetti, verso le pratiche culturali della vita quotidiana e i simboli
ad esse connessi, verso la soggettività degli attori sociali e, similmente,
dell’interpretazione della realtà promuove contestualmente, in linea con la
visione dell’epistemologia moderna, una riconcettualizzazione della cultura, una
nozione che preesiste, e di molto, ai mutamenti intercorsi negli ultimi

2 Cfr. Cosgrove, Jackson, 1987; Duncan, Duncan, 1988; Daniels, 1989; Jackson, 1989.
3 Si veda “Culture’s Geographies” di Environment and Planning D: Society and Space, 6(2), del
1988.
4 Si fa riferimento in particolare ai lavori di Daniels, Consgrove, 1988; Duncan, 1990; Barnes,

Duncan, 1992.

- 11 -
trent’anni, di cui si sta qui rendendo conto. Nella ristrutturazione dei paradigmi
scientifici che segna la transizione da un’epistemologia moderna ad una post-
moderna, i geografi che vi hanno in qualche modo aderito, fanno dell’individuo,
così come “plasmato” dalle sue vicende personali e dalle relazioni sociali che ha
stabilito con gli altri membri della comunità, il fondamento del loro approccio e
l’oggetto di studio principe, al pari della cultura, intimamente connessa a tali
esperienze soggettive nonché alle tre connotazioni basilari degli individui stessi
che diventano i pilastri sui cui poggia il paradigma post-moderno e, dunque, con
esso, la giustificazione teorica della svolta culturale in geografia, per
quest’ultima anche occasione di rilegittimazione. Si tratta, sempre seguendo le
riflessioni della Commissione sul Cultural Approach in Geografia dell’Unione
Geografica Internazionale nel suo tentativo di organizzare, e, in un certo senso,
di istituzionalizzare i vari spunti provenienti dai nuovi orientamenti della
disciplina, delle condizioni di materialità, storicità e geograficità, centrali nelle
interpretazioni sviluppate alla luce del paradigma della nuova era, che vengono
così enucleate5:
i. uomini e donne che la geografia studia non sono costrutti astratti, ma
entità concrete inserite in un preciso contesto materiale. Non c’è
approccio culturale senza conoscenza della dimensione psicologica e
strumentale della vita degli individui. È questa la condizione di
materialità che è capitale in tutte le analisi post-moderne;
ii. gli uomini che si studiano appartengono ad una società e ad un’epoca
particolare; non esistono al di fuori del tempo: non possono essere
compresi se si fa astrazione dagli avvenimenti che hanno vissuto e
dall’atmosfera nella quale sono stati immersi. Questa è la condizione
di storicità ugualmente essenziale in seno all’approccio post-
moderno;
iii. gli individui sono sempre osservati in un contesto al contempo
materiale e sociale. Non si situano in uno spazio astratto, indefinito,
ma si evolvono in un contesto preciso, localizzato, essi appartengono
ad un luogo (di cui il paesaggio è l’espressione visibile). È la

5 In IGU, 1999, Newsletter N° 4, Editorial, The Cultural Approach and the Geography of
Tomorrow.

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condizione di geograficità che costituisce il terzo pilastro della
corrente post-moderna.

Attraverso il cultural turn la geografia, che viene implicitamente richiamata a


risvegliare il suo tradizionale interesse per i luoghi per troppo tempo assopito in
favore della ricerca di un’oggettività unica garante della formulazione di leggi
universali, ricostruisce le fondamenta metodologiche del suo edificio facendo
della contestualizzazione la “lente” attraverso cui osservare i fenomeni, ridando
così al territorio, e alle sue caratteristiche di specificità, il primato che gli spetta
nell’interpretazione di qualsiasi fatto geografico:

“To speak of men/women instead of Man, of human groups


instead of Society, of practices, know-hows and knowledge
instead of Culture, of places instead of Space, implies a
complete transformation of scientific explanation: Man,
Society, Culture, Space have ceased to be considered as notions
easy to define and often considered as unchanging. The entities
we observe vary according to environments, times and places:
we move from a substantial conception of man, society, culture
and space to a transactional and relational one. Man, society,
culture and space cease to be defined through their essence
(“Man is a social being”); they are only grasped through the
exchanges and bundles of relations through which they are
studied, and which define them.” (IGU, Newsletter N° 4, 1999:
19)

La cultura, dunque, cessa di essere un oggetto di studio dai confini ben definiti e
invariato per vaste porzioni di spazio e tempo proprio perché non più
considerata un’entità superorganica che si impone sugli individui dall’esterno,
ma una realtà sperimentata da ciascuno di essi, e pertanto in vario modo
influenzata dal suo vissuto personale e dal contesto in cui risulta inserito, ma
anche, con attenzione alla sua fondamentale dimensione collettiva, dalla
modalità con cui viene ad essere socializzata, attraverso la condivisione delle
conoscenze, delle pratiche, dei valori di cui è portatrice con gli altri membri
delle comunità che con essi si identificano.
L’evoluzione sul piano intellettuale, e disciplinare nello specifico, della
concettualizzazione della cultura va necessariamente inquadrata, in quanto ad
esso intimamente correlata, sullo sfondo del contesto storico sociale in cui si

- 13 -
compie. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio di quelli Settanta molti dei paesi
occidentali vengono investiti da un’ondata di cambiamenti a seguito di vasti
movimenti e manifestazioni di massa che interrompono bruscamente quella
lunga fase di assestamento e di consenso sociale che aveva prodotto una lunga
stasi e irreggimentato i rapporti tra gli schieramenti politici in una guerra
fredda, tutta ideologica, tra due visioni opposte del mondo: quella capitalistica e
quella socialista (cfr. Piccone Stella, 2010). Nuove categorie sociali, fautrici dei
fermenti in atto, si mobilitano e diventano visibili: si tratta delle generazioni più
giovani che non si riconoscono negli schemi delle precedenti, la popolazione
studentesca in continua crescita e le donne, decise ad uscire dalla condizione di
subalternità in cui, con sempre più insofferenza, si ritrovavano a vivere. A
prescindere dalle diverse motivazioni che li guidano, questi gruppi esprimono
con forza nuovi bisogni e nuovi punti di vista, affermando con essi nuovi diritti.
È un passaggio d’epoca segnato dal ribaltamento dello status quo su cui essa si
fonda e che porta, in quella dinamica che lega trasformazione sociale e
rinnovamento critico, all’espansione anche del discorso teorico.
Nell’ambito della nostra disciplina, l’interpretazione del concetto di cultura deve
molto alla geografia culturale anglofona che, per molta parte del XX secolo,
nella sua tradizione teoretica dominante, è stata improntata dagli studi
dell’americano Carl Sauer, a capo della influente Berkeley School (Università
della California), con il suo rifiuto del positivismo e di una concezione
“superorganica” della cultura, la sua forte enfasi sulla tradizione, la ruralità e il
folklore e la sua assimilazione della cultura all’insieme delle usanze di una
comunità. Come i suoi contemporanei, Sauer concepisce la cultura come il
complesso degli strumenti e degli artefatti che permette all’uomo di intervenire
sul mondo esterno, ma si spinge oltre: la cultura è composta anche da complessi
viventi che le società hanno imparato a mobilitare per modificare l’ambiente
naturale, renderlo meno ostile all’uomo e più produttivo. Queste trasformazioni
non sono prive di conseguenze: quando sono prodotte senza cautela,
minacciano l’equilibrio naturale. Per lo studioso, pertanto, la cultura è l’agente
modificatore, l’ambiente naturale il substrato su cui tale azione si esplica ed il
paesaggio culturale, su cui si concentrano specificamente le riflessioni della
scuola californiana, ne è il risultato. L’enfasi di tale filone di ricerca è, dunque,

- 14 -
sulla cultura materiale e sulle sue forme fisiche piuttosto che sulla sua
dimensione sociale e simbolica (Jackson, 1989) e la metodologia empirica
seguita è fortemente influenzata da discipline che hanno ad oggetto tematiche
affini, quali l’antropologia e l’etnografia, dalle quali deriva l’utilizzo diffuso di
indagini sul campo. Il cultural turn e la riconcettualizzazione della cultura che
esso ha portato con sé (Ley, Duncan, 1993; Gregory, 1993) appare in larga
misura proprio un prodotto delle crescenti critiche rivolte, a partire dai tardi
anni ’80 e primi ’90, alle interpretazioni tanto di cultura quanto di paesaggio
elaborate dalla Berkeley School (Valentine, 2001), principalmente ad opera di
una nascente scuola inglese (Birmingham) intitolata ai “cultural studies” che
ruota attorno ad alcune figure chiave tra le quali la più nota è indubbiamente
quella di Stuart Hall (1980), il quale sfida le nozioni universali di cultura, fatta
di valori e credenze normativi rinvenibili nella tradizionale elaborazione
saueriana. L’attenzione di quest’ultima verso l’ambiente e il paesaggio materiale
viene soppiantata da una concezione lungamente più ampia di cultura in quanto
processo di significazione, da un interesse per le politiche culturali nonché da
una adesione alle teorie post-strutturaliste e post-coloniali (Jackson, 1989;
Crang, 1998). Sebbene varie e svariate sono state le definizioni di cultura
proposte dai rappresentanti della “new cultural geography”, il punto di partenza
comune a tutte è la negazione più o meno esplicita del “superorganicismo”
(Duncan, 1980) in favore di una visione non più “reificata” della stessa, che
viene interpretata come socialmente costruita, attivamente prodotta e
riprodotta dagli attori sociali e pervasiva con riferimento a tutte le altre sfere
dell’attività umana.
Due sono le principali accezioni della cultura che si impongo nelle scienze
sociali (in particolare, la sociologia) globalmente intese e che sono rinvenibili,
come in parte già accennato, anche in geografia. Da un lato, la dimensione della
complessità con cui è costruito il concetto stesso di cultura, che combina il
carattere individuale e quello collettivo dell’esperienza e della visione del mondo
(fatti oggettivi e immagini e/o segni attribuiti agli stessi), è spiegata attraverso il
ricorso ad una modalità di considerare la cultura in quanto insieme di elementi
simbolici che consentono l’interpretazione della realtà. La cultura sarebbe, in
tale prospettiva, un sistema di concezioni, di simboli, di significati per mezzo del

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quale uomini e donne comunicano, sviluppano e modificano le loro conoscenze
e i loro atteggiamenti nei confronti della vita. Nelle parole del massimo
esponente di tale posizione, l’antropologo Geertz:

“la cultura fornisce il legame fra quello che gli uomini sono
intrinsecamente capaci di diventare e ciò che in effetti sono
divenuti nella loro specificità. Diventare umani significa
diventare individui e noi lo diventiamo sotto la guida di
modelli culturali, sistemi di significato creati storicamente, nei
cui termini noi diamo forma, ordine e scopo alla nostra vita.”
(Geertz, 1998: 67)

Data l’attenzione che queste rappresentazioni del concetto in questione pongono


alla comunicazione e al linguaggio, suo strumento principe, i sistemi culturali
vengono letti e interpretati come testi e ciò comporta, per l’analisi geografica, un
rapporto dialettico con altri saperi, quali la semiologia, la sociolinguistica, lo
strutturalismo, tra gli altri; similmente, l’interesse per la sfera più prettamente
“culturale” dell’attività umana implica un confronto, ad esempio, con
l’antropologia.
Un’altra visione della cultura che ha avuto implicazioni interessanti per la
geografia è quella che viene dalla sociologia e la intende come un insieme di usi
sociali, di strategie d’azione, di pratiche, in altre parole, un modo d’agire e di
costruire che ha luogo nella quotidianità, un processo mutevole, quindi,
piuttosto che un sistema costituito, un insieme di esperienze ed abitudini
piuttosto che un complesso di significati (cfr. Bourdieu, 1979; Giddens, 1987).
Tra le più influenti riformulazioni della nozione di “cultura” in geografia,
troviamo quella di Duncan (1990: 15-6) che la interpreta come quel set di
sistemi di significazione che, sebbene di natura materiale e pratica, possono
essere visti anche come “testi” che si prestano a molteplici letture. Di grande
rilevanza è anche la posizione di Cosgrove e Jackson (1987: 99) che, ponendo
l’accento sulle rappresentazioni simboliche e ideologiche di cui la cultura si
costituisce, vedono quest’ultima come il mezzo attraverso cui il mondo
materiale viene caricato di significati: “the medium through which people
transform the mundane phenomenon of the material world into a world of
significant symbols to which they give meanings and attach values”.

- 16 -
Analogamente, Raymond Williams (1982: 13), mettendone in evidenza la
funzione di significazione, la qualifica come “the signifying system through
which necessarily (though among other means) a social order is
communicated, reproduced, experienced, and explored”. Per Nelson et al.
(1992: 5, citato in Mitchell, 1995: 105) essa si configura come uno stile di vita e
un insieme di pratiche quotidiane:

“culture is understood both as a way of life – encompassing


ideas, attitudes, languages, practices, institutions and
structures of power – and a whole range of cultural practices:
artistic forms, texts, canons, architecture, mass-produced
commodities and so forth”.

Come sintetizza efficacemente Don Mitchell nel suo critico articolo “There’s No
Such Thing As Culture: Towards a Reconceptualization of the Idea of Culture in
Geography”,

“in all cases «culture» is symbolic, active, constantly subject to


change and riven through with relations of power. And in all
cases culture is, perhaps, not a thing but rather an identifiable
process, an analytic category, a mappable level or sphere.”
(1995: 103)

Sempre nelle parole dello stesso autore, in tale rielaborazione teorica, la cultura,
in quanto socialmente costruita e altamente mediata, appare “causativa” e,
dunque, in grado di spiegare “action, behaviour, resistence or social formations
in a way that «economics» or «politics» cannot” (Id.).
Posta la difficoltà di giungere ad una definizione univoca del concetto, al di là
delle differenti visioni qui menzionate, quel che risulta ormai chiaro agli occhi
dei geografi che, cogliendo gli stimoli provenienti anche da altri campi del
sapere, si occupano di tale tematica è che dagli interessi propri della disciplina
non possa essere in nessun modo esclusa la ricerca sulla cultura immateriale dei
gruppi umani, rompendo così definitivamente con la tradizionale esclusiva
attenzione dedicata dalla Berkeley School ai suoi soli aspetti materiali.
Entrambe le componenti, tangibile e intangibile, sono del resto solitamente

- 17 -
riconducibili a territori precisi e geograficamente identificabili, territori che
contribuiscono a modellare distinguendoli più o meno marcatamente dal loro
intorno e di cui tracciano le traiettorie di sviluppo. Le definizioni del concetto di
cultura espresse e/o adottate e condivise in sede geografica in tempi più recenti,
imbevute delle riflessioni di cui si sta qui rendendo conto, inglobano dunque
dimensioni un tempo ignorate che allargano notevolmente il campo speculativo
nonché quello di applicazione del costrutto in ambito empirico, con implicazioni
di grande portata in termini di capacità esplicativa di numerosi fenomeni che
insistono sul territorio di cui una data cultura è espressione. È il caso della
formulazione rinvenibile in Massey, Jess (2001) elaborata da Stuart Hall:

“Per «cultura» intendiamo i sistemi di significato condivisi che


le persone appartenenti alla stessa comunità, gruppo o
nazione usano per essere in grado di interpretare il mondo e
dargli un senso. Questi significati non sono idee fluttuanti
liberamente. Sono incorporati nel mondo materiale e sociale. Il
termine «cultura» comprende le pratiche sociali che
producono significato, oltre a quelle regolate e organizzate da
quei significati condivisi. Condividere le stesse «mappe di
significato» ci dà il senso di appartenere ad un’unica cultura,
crea un vincolo comune, un senso di comunità o identità con gli
altri. Avere una posizione entro una serie di significati
condivisi ci dà un senso di «chi siamo», «a quale luogo
apparteniamo» – un senso della nostra identità personale. La
cultura è, così, uno dei mezzi principali mediante i quali le
identità vengono costruite, mantenute e trasformate.” (Hall,
2001: 145-6)

Anche al di fuori della disciplina che si occupa tipicamente della spazialità dei
fatti umani, pertanto, la cultura viene ad essere concepita come localizzata in
territori o regioni specifici e il “luogo”, suo oggetto di studio privilegiato, diventa
elemento caratterizzante – e imprescindibile in qualsiasi tipo di analisi che
voglia dirsi compiuta – del sistema culturale al quale è in qualche modo
associato, il che rafforza l’idea di radicamento di un gruppo umano all’interno di
una “casa comune”, sottolineando con ciò l’assoluta importanza di ogni area
culturale per la vita di chi ad essa appartiene (Bellezza, 1999). L’interazione
dinamica e al contempo puntuale e irripetibile, data l’unicità della combinazione
dei fattori costituenti ogni porzione di spazio, tra una cultura e un determinato

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territorio, fino a qualche decennio fa largamente sottovalutata in nome di una
concezione della stessa quale “Superorganico”, livello della massima
organizzazione della specie umana (Kroeber, 1917), diviene la prospettiva più
naturale dalla quale osservare la realtà. È un approccio spiccatamente
geografico quello che si impone nel vivace dibattito scientifico sul tema, che si
estende fino a interpretare anche il legame con il luogo come “culturale”:

“Strettamente correlato all’identificazione di una cultura è il


luogo in cui essa si manifesta, ma è facile constatare che quel
legame tra cultura e territorio, pur avendo molte ragioni di
carattere naturale (morfologico, climatico e paesaggistico in
senso lato), è essenzialmente un legame culturale cioè connesso
al significato che a quell’ambiente viene dato o è stato dato da
lungo tempo da parte degli uomini che lo hanno abitato o che
hanno avuto relazioni con esso.” (Corna Pellegrini, 2002: 145).

Ciò implica, dunque, un’attenzione particolare ai mezzi o alle vie attraverso cui
quei significati culturali sono stati attribuiti all’ambiente che una comunità
trasforma e al “luogo” proprio in quanto abitato da uno specifico gruppo umano
(Shurmer-Smith, Hannam, 1994), luogo che, inglobando la dimensione
antropica, da tali interventi viene a costituirsi. Proprio l’interesse per la natura
“soggettiva” di tale nesso apre a nuovi approcci all’interpretazione dello “spazio”
e, con essa, a nuove tematiche che vanno progressivamente ad occupare
l’orizzonte degli ambiti di studio della geografia. Uno dei risultati più vistosi del
“cultural turn” è dunque la scelta del “territorio” quale “unità di indagine” –
tanto empirica quanto speculativa – elettiva, a scapito dell’allora prevalente
analisi regionale, e la contestuale riflessione sulla sua dimensione fondativa,
socio-culturale, ovvero sui suoi elementi intangibili:

“Regional geographers were fascinated by the existence of


objective divisions on the earth surface: they looked for the
natural, economic, political or cultural factors which were
responsible for them. Today geographers work mainly on
places and territories. The focus on place is correlative with a
change of scale: the regional geography of yesterday was
mainly interested in the description of meso-scale realities.
Geographers stress today micro-scale studies, since they allow
for a deeper analysis of the subjective links between people and
environment. When working on meso-scale divisions,

- 19 -
geographers prefer to speak of territories than regions,
because their main interest is to throw light on the power and
identity relations which develop between people and their
environment.” (IGU, Newsletter N° 7, 2002: 55-6)

Tra i contributi maggiormente interessanti, carichi di implicazioni e riconosciuti


dalla critica post-moderna al nuovo paradigma vi è pertanto l’attenzione rivolta
con crescente “consapevolezza scientifica” alla specificità dei luoghi e alla
dimensione del “locale”, e, dunque, alla (ri)concettualizzazione del territorio
considerato nelle sue molteplici accezioni materiali, sociali e simboliche, che
diviene il nucleo tematico centrale della disciplina, ma anche di molti studi sullo
sviluppo.

1.2 Dallo spazio al luogo: il trionfo del “locale” e la centralità del


territorio.

“Il territorio è un’opera d’arte: forse la


più alta, la più corale che l’umanità
abbia espresso. […] È un’opera corale,
coevolutiva, che cresce nel tempo. Il
territorio è generato da un atto d’amore
(inclusivo degli atteggiamenti estremi
della sottomissione o del dominio),
seguito dalla cura della crescita
dell’altro da sé. Il territorio nasce dalla
fecondazione della natura da parte
della cultura. L’essere vivente che nasce
da questa fecondazione (in quanto
neoecosistema ha un suo ciclo di vita, è
accudito, nutrito, ha una sua maturità,
una sua vecchiaia, una sua morte, una
sua rinascita) ha carattere, personalità,
identità.” (Alberto Magnaghi, 20006)

6 Alberto Magnaghi, 2000, Il progetto locale, Torino, Bollati Boringhieri, p. 9.

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Se si accetta l’idea che “qualsiasi disciplina emerge in una società” e che
le rappresentazioni da essa prodotte sono “in una relazione di mimetismo con
la realtà” (Raffestin et al., 1995: 9-10) non si può non cogliere un nesso se non
causativo quanto meno di reciproca influenza tra l’emergere di nuovi paradigmi
interpretativi, quali quelli di cui si è reso conto, e la nuova concezione di
territorio e del ruolo delle sue componenti intangibili (di matrice
essenzialmente “culturale”), per lungo tempo ignorate, nei processi di sviluppo.
Anche se il territorio dovrebbe avere un posto centrale nel discorso geografico, il
termine pareva fino a tempi piuttosto recenti meno degno di interesse di altri,
quali, a titolo esemplificativo, “spazio”, “regione”, “scala”, “città”, “paesaggio”,
“ambiente” (Painter, 2009), come notava Joan Gottmann già nel 1973: “è
stupefacente quanto poco sia stato pubblicato a proposito del concetto di
territorio” (Gottmann, 1973: IX). L’ampio re-orientamento che ha investito
negli ultimi anni la teoria spaziale ha quindi coinvolto molte delle definizioni
convenzionali della geografia, ripensate alla luce e dei tanti stimoli provenienti
dai nuovi approcci sviluppatisi al suo interno e degli influssi e delle commistioni
con altri ambiti di studio, ad eccezione però del “territorio” che “è rimasto
decisamente tagliato fuori da questo caleidoscopio concettuale” (Painter, 2009:
140). Probabilmente, il sempre più spinto fenomeno della globalizzazione ha
giocato un qualche ruolo nell’offuscare la rilevanza, non solo scientifica, ma
anche politica, del territorio, nella infondata convinzione che questa abbia
aperto un’epoca “post-territoriale”, caratterizzata dall’abbattimento di qualsiasi
distanza e qualsiasi confine stabilito grazie ai dirompenti processi di
integrazione economica, sociale, ma anche culturale che ha innescato e che
avrebbero reso inefficace ogni tipo di ragionamento scalare in un’era di
connettività mondiale. Nell’ottica di alcuni geografi, infatti, la globalizzazione
avrebbe generato meccanismi di de-territorializzazione con riferimento allo
spazio dello Stato-nazione fino a quel momento considerato la scala esclusiva
per la spiegazione della realtà politico-geografica. La maggioranza tra loro
sostiene anche, però, che a tali processi ne siano corrisposti altri di ri-
territorializzazione che hanno condotto ad una accresciuta importanza della
dimensione locale: “il «locale» è il nuovo centro di interesse della riflessione
geografica e come tale elevato a sorta di unità primaria dell’organizzazione

- 21 -
socio-spaziale” (Antonsich, 2009: 115). La nuova centralità del locale, che, di
primo acchito, può apparire in contrasto rispetto alle dinamiche indotte dai
processi di globalizzazione, osservata alla luce di considerazioni diverse, è stata
interpretata come seconda faccia di un’unica medaglia. A sostegno di tale
lettura, Soja (2000), tra gli altri, evidenzia come la globalizzazione non porti al
superamento della dimensione locale e delle differenti forme di organizzazione
territoriale, ma piuttosto ad una ridefinizione dei riferimenti identitari locali e
delle relazioni tra le varie scale di intervento. Nell’ultimo quarto del secolo
scorso, il ruolo del territorio nei processi di sviluppo è mutato in seguito ai
profondi cambiamenti del suo rapporto con il sistema globale delle relazioni
economiche, sociali e politiche indotte dalla mondializzazione di alcuni
fenomeni. In tale quadro interpretativo, “globalizzazione” e “postfordismo”, a
detta di Dematteis e Governa (2005), sono i due concetti chiave con cui una
ormai ricca letteratura ha descritto e letto le trasformazioni generali tuttora in
corso:

“Tutti sono ormai d’accordo nel dire che la crescente


internazionalizzazione dell’economia, l’abbattimento di
barriere che prima limitavano l’estensione geografica dei
circuiti, l’intensificarsi delle interazioni di lunga distanza e
delle interdipendenze tra i luoghi, la pervasività della
competizione e delle ideologie connesse, il mutare del rapporto
tra fattori mobili e immobili dello sviluppo ha dato origine a
un diverso modo di considerare il territorio, con la crescente
attenzione verso il livello locale.” (Dematteis, Governa, 2005:
16)

Come sottolinea inoltre il capofila della scuola territorialista italiana, Alberto


Magnaghi, tale slittamento di prospettiva poggia, oltre che sui fattori già citati,
anche

“sulla crisi dei tradizionali indicatori quantitativi di misura del


benessere e sull’accumularsi di una serie di bisogni qualitativi
(qualità ambientale e abitativa, differenziazione degli stili di
vita e dei consumi, crescita di istanze identitarie e comunitarie)
che richiamano immediatamente un rapporto con il territorio
e con le sue risorse di tipo completamente diverso da quello
messo in atto dalla società industriale: un rapporto di tipo
strumentale, d’uso e di consumo delle risorse e dello spazio

- 22 -
considerato come mero supporto tecnico delle attività
economiche.” (Magnaghi, 2001: 1)

Il locale – “inteso non (solo) come entità geografica, ma come livello


intermedio (tra il sistema globale e il soggetto singolo) dotato di capacità di
auto-organizzazione e di identità” (Bagliani, Dansero, 2009: 279) – è stato,
dunque, oggetto di una rilevante riconsiderazione in diversi ambiti disciplinari,
con una grande articolazione di posizioni culturali, scientifiche e politiche
nonché di diverse, e alle volte contraddittorie, genealogie di riferimenti teorici e
metodologici.
Il tema dello sviluppo locale ha assunto nell’ultimo decennio un peso crescente
anche nel dibattito italiano, sia sul piano scientifico e accademico che su quello
operativo delle politiche e delle pratiche messe in atto per promuoverlo. La
sempre più diffusa consapevolezza del ruolo chiave giocato dalle specificità
locali nelle complesse dinamiche che conducono alla sua più completa
realizzazione ha contribuito a fare del territorio una categoria operativa
dell’azione strategica e, prima ancora, una categoria concettuale imprescindibile
in qualsiasi studio che abbia ad oggetto la problematica dello sviluppo, che viene
ad essere fortemente riconsiderato nel suo significato più profondo, negli
strumenti attuativi nonché negli obiettivi e nei principi che lo guidano. Il
territorio diventa così

“il centro delle preoccupazioni analitiche e operative; è il punto


di riferimento sul quale si costruiscono, e rispetto al quale
valutare, le politiche e le azioni; è sempre più spesso visto e
interpretato come categoria concettuale pertinente per
impostare strategie di azione contestualizzate,
territorializzate, partecipate.” (Governa, 2005: 41).

Il ribaltamento della prospettiva da cui si osserva il fenomeno appare ancor più


inderogabile a seguito di quella che è stata definita “liberazione” dal territorio
(Magnaghi, 2000) che ha rappresentato uno degli esiti del perseguimento di
una forma di sviluppo che si è poi drammaticamente rivelata insostenibile su
tutti i fronti (ambientale, economico, sociale e culturale):

- 23 -
“In un’epoca storica dominata dal fordismo e dalla produzione
di massa le teorie tradizionali dello sviluppo, fondate sulla
crescita economica illimitata, hanno considerato e impiegato il
territorio in termini sempre più riduttivi: il
produttore/consumatore ha preso il posto dell’abitante, il sito
quello del luogo, la regione economica quello della regione
storica e della bioregione. Il territorio da cui ci si è
progressivamente «liberati» grazie anche allo sviluppo
tecnologico, è stato rappresentato e utilizzato come un puro
supporto tecnico di attività e funzioni economiche, che sono
localizzate secondo razionalità sempre più indipendenti da
relazioni con il luogo e le sue qualità ambientali, culturali,
identitarie.” (Magnaghi, 2000: 17)

Alle risorse specifiche dei territori, ossia a tutti quei fattori considerabili come
“immobili” (in quanto “incorporati” in certi luoghi) e, in quanto non trasferibili,
spesso non fungibili data la loro non reperibilità altrove, è assegnata
un’importanza solo secondaria, quando riconosciuta, e in ogni caso limitata a
settori specifici, quali agricoltura e turismo (Barca, 2000). Nelle interpretazioni
più recenti, affermatesi nel corso degli anni Novanta del secolo scorso, si
registra però un progressivo ma deciso cambiamento nell’approccio verso tali
componenti “territoriali” per via dei fermenti, ampiamente richiamati nel primo
paragrafo, che animano la svolta culturale. Come ricorda Governa (2007: 341):

“Le prospettive aperte dall’approccio istituzionalista (Amin,


1999) e dal cosiddetto cultural turn in geografia economica
(Amin e Thrift, 2000; Rodríguez-Pose, 2001) convergono
sull’importanza rivestita dai fattori non-economici (come la
conoscenza, il capitale sociale, la fiducia, la reciprocità) per
spiegare il maggiore o minore dinamismo di alcune regioni e
favorire la messa in atto di politiche rivolte a promuovere
processi di sviluppo in alcuni luoghi piuttosto che in altri
(Hadjimichalis, 2006). Pur nelle differenze fra i diversi autori,
i fattori non-economici sono considerati, nel complesso, come
risorse di contesto (Mohan e Mohan, 2002; Bagnasco, 2006).”
(Governa, 2007: 341-2)

Si afferma con sempre maggiore vigore un “orientamento territoriale” nella


lettura dei processi economici, culturali e sociali, che implica l’equazione

- 24 -
“sviluppo locale” = “sviluppo territoriale”, basata a monte sull’assunzione per
cui lo sviluppo è innanzitutto localizzato (Storper, 1997a) e “specifico” di un
certo luogo, a cui è ancorato: è il concetto di “embeddedness” (Hess, 2004), che
ha avuto larga fortuna nei tempi più recenti e che esprime chiaramente
l’incorporazione o, meglio, il radicamento dei fattori dello sviluppo nel territorio
che lo persegue, di cui tracciano traiettorie e forme. Come mette bene in luce
Pasqui nell’ambito di un dibattito, quello italiano, sempre più vivace sul tema,
“lo sviluppo è sempre «territoriale» nel senso che le pratiche che lo connotano
[…] hanno sempre una relazione con una specifica territorialità, che anzi
contribuiscono a riprodurre” (2005: 31). Dal punto di vista geografico,
l’interesse per queste riflessioni risiede proprio nella centralità della categoria
del territorio che da esse scaturisce e in ciò sta, del resto, l’apporto specifico che
la disciplina può offrire agli studi sull’argomento e che si sostanzia nella
capacità di comprendere il “locally embedded” e di osservare le relazioni
transcalari tra i diversi livelli territoriali da un punto di vista privilegiato (Rydin,
2005), fornendo rappresentazioni multiscalari della territorialità e dei processi
ad essa connessi in grado di far dialogare positivamente tra loro le visioni
parziali tipiche di altri approcci disciplinari (Dematteis, 2001). Mentre
l’interpretazione tradizionale dei fenomeni di sviluppo, anche in sede
geografica, si basava su una massiccia semplificazione della dimensione spaziale
che riduceva il territorio – considerato come uno spazio indifferenziato e
omogeneo al suo interno, analizzabile attraverso modelli universalistici e l’uso
di procedure di tipo puramente statistico-quantitativo (Governa, 2001) – a
categoria generica ed astratta, il progressivo ripensamento delle determinanti
territoriali dei fatti economici conduce, nell’ultimo decennio del secolo scorso,
all’affermazione di una visione critica dello sviluppo. Un composito insieme di
evidenze empiriche e intuizioni teoriche – maturate tanto a livello
internazionale quanto nazionale nell’ambito degli studi sui distretti industriali e
sulla Terza Italia – induce a una riconsiderazione del nesso tra sviluppo e
dimensione territoriale, sempre meno interpretato in maniera schematica e
lineare. Lo sviluppo locale si impone come paradigma di riferimento e nuova
“ortodossia” (Dansero, Governa, 2005), superando di fatto il tradizionale

- 25 -
approccio della ricerca economica, di impronta neoclassica, basato su
un’immagine semplificata sia della dimensione spaziale che di quella temporale:

“Lo spazio è stato per lo più rappresentato come supporto


indifferenziato di funzioni e attività; il tempo è stato a sua
volta per lo più inteso in termini ciclici e comunque reversibili.
Al contrario, negli studi sullo sviluppo economico locale il
territorio, seppur gradualmente, diviene una dimensione
fondamentale nell’interpretazione dei fatti economici.”
(Governa, 2001: 310)

Il palesarsi, con sempre maggiore evidenza, dei limiti e delle contraddizioni


insiti in approcci indifferenziati allo sviluppo scompagina il quadro di certezze
su cui riposava l’interpretazione dello stesso in Italia nei decenni ’50 e ’60,
condensata:

“nell’industrialismo come unica idea di modernità e


nell’ideologia di uno sviluppo inteso come percorso lineare per
la produzione di ricchezza e la diffusione di forze e processi
omologanti, validi in ogni tempo e in ogni luogo, quindi
destoricizzati, cioè astratti dai momenti storici, e
decontestualizzati, in quanto prescindevano dalle diverse
situazioni concrete” (Conti, Sforzi, 1997: 278)

A partire dal decennio successivo, l’incapacità degli schemi teorici di


comprendere i fenomeni in atto (Ivi) – in primo luogo la crisi del modello di
organizzazione della produzione e del lavoro che aveva guidato lo sviluppo
industriale delle economie occidentali e la conseguente ridefinizione della
struttura economica e sociale che segna la “transizione dal fordismo al post-
fordismo” (Romano, Rullani, 1998) – nonché le sempre più accreditate evidenze
empiriche, impongono di prestare maggiore attenzione proprio alle
contingenze, alle differenze e alle specificità locali, da cui fino a quel momento le
scienze sociali avevano fatto completamente astrazione, in quanto considerate
elementi residuali o devianti. Ciò comporta una progressiva complessificazione
del trattamento della dimensione locale nelle interpretazioni dello sviluppo
socio-economico, che, per render conto della sua stretta relazione con le qualità
territoriali, viene ad essere declinato con l’aggettivo “locale”, aprendo a nuovi

- 26 -
percorsi di riflessione teorica e a nuove vie di perseguimento dello stesso in
ambito politico-istituzionale. È lo stesso concetto di sviluppo endogeno che
obbliga a considerare il locale non come una mera categoria spaziale ma come
un contesto territoriale dotato di propria specificità e/o soggettività. O meglio, è
un soggetto portatore di specificità (Giusti, 1994) che tendenzialmente si presta
ad essere associato al concetto geografico di luogo, ossia uno spazio dotato di
carattere distintivo (Norberg-Schulz, 1979). Attraverso questo percorso
interpretativo, lo sviluppo locale viene così ad acquisire un significato del tutto
particolare che assume valenza descrittiva e interpretativa nei confronti della
realtà geografica proprio a partire da alcuni concetti fondanti, come il costante
riferimento al luogo quale soggetto ed oggetto delle scelte strategiche operate in
ambito locale (Pollice, 2005).
La riconsiderazione della centralità della dimensione spaziale nella relazione
sviluppo/territorio può sintetizzarsi in due cambiamenti principali, e
strettamente correlati tra loro, rinvenibili nelle interpretazioni dei due termini
tra i quali questa si instaura: il radicale mutamento nella concettualizzazione
dello spazio e la marcata evoluzione della concezione di sviluppo (Governa,
2001). Quest’ultima riconosce che i processi di sviluppo non sono
rappresentabili attraverso i soli dati quantitativi dal momento che non
rispondono a logiche puramente economiche. La su menzionata revisione della
categoria spaziale (con il passaggio dallo spazio-supporto allo spazio-territorio),
su cui ci soffermeremo più a lungo nel prosieguo, si riflette nella rimodulazione
di una visione di tipo funzionale in favore di una di tipo territoriale (Governa,
2001): Friedmann e Weaver (1979) definiscono sviluppo “funzionale” lo
sviluppo centrato sulla programmazione della distribuzione delle attività
economiche su uno spazio “razionalmente strutturato” e sviluppo “territoriale”
quello basato sul potenziale endogeno, costituito dalle risorse, dalle specificità
nonché dagli attori locali. Più recentemente, tale visione si è articolata in un
indirizzo che, nel riconoscere l’assoluta rilevanza dei fattori di contesto,
raccoglie una grande varietà di approcci e proposte sotto il rimando comune allo
“sviluppo locale”, impostosi come paradigma di riferimento (Dansero, Governa,
2005). Sebbene nella riflessione teorica italiana non si sia ancora giunti ad una
sua definizione univoca e condivisa, e si contino invece numerose

- 27 -
interpretazioni (Dematteis, 2001; Trigilia, 2001; Becattini et al., 2003), in
termini generali si può descrivere lo sviluppo locale come:

“un processo di interazione tra soggetti locali (pubblici, privati


e loro variegate partnership) che condividono in modo
implicito o esplicito alcune visioni di sviluppo per la messa in
valore di risorse e «ricchezze» territoriali di vario tipo
(materiali e non) di cui dispongono. Questi attori, proprio per
la loro prossimità spaziale e la conoscenza del territorio, per il
coinvolgimento e i legami (di fiducia, identitari, ecc.) che
hanno con esso, riescono ad avviare e gestire dinamiche
positive di cambiamento in modo relativamente autonomo e
localmente specifico. In approcci di questo tipo, la società
locale e le risorse territoriali riescono ad essere messe in
movimento in modo più efficace e duraturo di quanto non
avverrebbe con interventi maggiormente etero diretti rispetto
al contesto locale.” (Bagliani, Dansero, 2009: 264)

L’argomentazione di Dematteis e Governa (2005) a tal proposito rende ancor


più espliciti i caratteri della ricorsività e della interconnessione che sono alla
base dei processi che, in un rapporto dinamico, coinvolgono attori, strutture
sociali e territorio, e con essi, la prospettiva “territorialista” nella lettura del
fenomeno dello sviluppo:

“Schematizzando si può dire che si ha sviluppo locale quando


l’ipermobilità dei fattori e delle risorse che circolano nelle reti
globali si combina con la fissità di certe risorse locali. Infatti il
locale, come livello di organizzazione autonoma, interagisce
con il globale nella misura in cui sa attingere valore (in senso
generale, non solo economico) da ciò che è proprio del suo
territorio. Questo di più che si ottiene combinando azione
collettiva autonoma e «risorse immobili» territoriali
costituisce il valore aggiunto territoriale dello sviluppo.”
(Dematteis, Governa, 2005: 26-7)

Si tratta, dunque, di uno sviluppo inteso non più come mera crescita economica,
ma piuttosto come una dinamica che investe l’intero territorio e che muove dalla
messa in valore delle risorse presenti – tanto materiali quanto immateriali – da
parte dei soggetti locali che si auto-organizzano e intraprendono azioni e
progetti condivisi di sviluppo dall’esplicito carattere “contrattuale” (Bobbio,

- 28 -
2000). In altre parole, quello che si postula è un modello alternativo di sviluppo
che insiste sulla valorizzazione delle peculiarità territoriali e delle identità locali
quale atto fondativo di tali approcci (Hettne, 1996; Tarozzi, 1990) e che, nelle
parole di Magnaghi:

“assume i valori locali (culturali, sociali, produttivi,


territoriali, ambientali, artistici), come elemento principale
della forza propulsiva necessaria all’attivazione di modelli di
sviluppo auto sostenibili. […] Lo sviluppo locale così inteso
induce il superamento di norme e vincoli esogeni verso regole
di autogoverno concertate e sorrette da un senso comune
condiviso.” (Magnaghi, 2000: 80)

La questione dello sviluppo locale, inteso, quindi, in prima istanza, come


“riabilitazione” delle peculiarità territoriali (Magnaghi, 2000) è fortemente
interrelata al secondo cambiamento cui si è accennato poc’anzi: la
riconcettualizzazione della categoria dello “spazio”. Trasversalmente alle
molteplici visioni, accezioni, giustificazioni del fenomeno dello sviluppo,
l’attenzione alle variabili contestuali “richiede l’esigenza di comprendere come
localmente funziona la società, quali sono le relazioni che legano la società al
territorio nei processi di valorizzazione locale e sovra locale delle risorse
territoriali e come tali relazioni si possono riprodurre nel tempo” (Bagliani,
Dansero, 2009: 267). In contrasto con le teorie a-spaziali che hanno a lungo
dominato il dibattito, si afferma sempre più solidamente la convinzione che tali
sfide non possono che essere comprese se non a partire da un’unica chiave di
lettura, il territorio, in quanto al tempo stesso matrice ed esito della relazione
uomo-ambiente implicata in ogni meccanismo di sviluppo. Una rinnovata,
approfondita riflessione su tale categoria concettuale ha pertanto permesso di
porre fine a quella “liberazione dal territorio” (Magnaghi, 2000) – trattato
questo come superficie insignificante ricoperta di “funzioni” – che si era operata
con sistematicità nella rincorsa verso modelli di sviluppo indifferenziati,
favorendo la sua reinterpretazione da supporto di processi di crescita esogena a
produttore esso stesso di valore aggiunto territoriale:

“La liberazione progressiva dai vincoli territoriali


(deterritorializzazione) ha portato nel tempo a una crescente

- 29 -
ignoranza delle relazioni tra insediamento umano e ambiente,
relazioni che hanno generato la storia dei luoghi e la loro
identità, unica, riconoscibile, irripetibile. La distruzione della
memoria e della biografia di un territorio ci fa vivere in un sito
indifferente, ridotto a supporto di funzioni di una società
istantanea, che ha interrotto bruscamente ogni relazione con
la storia del luogo. […] Il territorio, piegato a questo dominio,
diviene mero supporto inanimato di funzioni la cui logica
insediativa prescinde dai luoghi e dalla loro individualità e li
riduce all’astrazione geometrica della superficie euclidea;
dimenticando la loro profondità spaziale (le ragioni viventi del
sottosuolo e del cielo) e temporale (l’identità della storia). Il
territorio è oggettivato.” (Magnaghi, 2000: 21-2)

Dall’estremo su cui è posta una concezione di territorio come supporto passivo


delle politiche di sviluppo (territorio banalmente concepito, tabula rasa, piano
neutro su cui proiettare progetti e interventi) si giunge, idealmente al capo
opposto, alla interpretazione di un territorio che è supporto attivo delle stesse,
quindi, sullo stesso continuum, spostandosi lungo una sorta di scala della
“complessità territoriale” (Governa, 2007), si passa dall’astrazione dello spazio
omogeneo e indifferenziato dell’economia neoclassica al “luogo” letto come
entità complessa e multidimensionale. L’affermarsi di una logica bottom-up allo
sviluppo comporta, pertanto, il superamento di una visione del territorio come
piano uniforme su cui:

“applicare esogenamente pacchetti standardizzati di


interventi, di tipo infrastrutturale e/o industriale,
prescindendo dai problemi e dalle opportunità specifiche di
trasformazione, o come insieme di risorse da sfruttare
attraverso interventi che, invece di valorizzarle, portano alla
«distruzione» delle specificità dei luoghi […] La concezione di
territorio che guida le attuali politiche di promozione dello
sviluppo è invece, almeno a parole, differente: essa si riferisce
al territorio come patrimonio comune da valorizzare
(Magnaghi, 2000). Considerare il territorio in questo modo
richiede anche un cambiamento di tipo teorico.” (Governa,
2005: 42-3)

- 30 -
Un cambiamento, che assomiglia più in realtà ad un vero e proprio
ribaltamento, di prospettiva che, a livello teorico prima ancora che sul piano
operativo, reinterpreti il territorio quale operatore attivo delle dinamiche
economiche (Ratti, 1997), non più lo spazio di localizzazione di funzioni e
attività, ma matrice prima della loro localizzazione, e le sue specificità non più
come insieme di risorse passive a disposizione dell’economia, ma quali “centro”
di organizzazione e interazione sociale (Veltz, 1996).
Nonostante la grande centralità di queste tematiche, si riscontra una forte
ambiguità di fondo che connota alcune delle parole chiave attorno alle quali tali
riflessioni si svolgono, prima fra tutte, quella di “territorio”, che, a dispetto della
frequenza di impiego non solo in ambito scientifico, ma anche pratico, non ha
ancora trovato una definizione di riferimento univoca, ma resta piuttosto
caratterizzato da “opacità” e “evanescenza” nella sua stessa nozione essenziale
(Cremaschi, 2002), prima ancora che nelle sue eventuali e molteplici
declinazioni. Come conferma Stuart Elden (2005: 10), infatti, il territorio “è in
genere considerato in modo non problematico. I teorici hanno ampiamente
trascurato di definirlo, considerandolo tanto ovvio da non meritare neppure
un momento di riflessione”. Tuttavia, data la marcata operazione di revisione
nella lettura delle dinamiche dello sviluppo, sul piano della speculazione teorica,
da un lato, e sul piano operativo del governo dei territori, dall’altro, la sua
perimetrazione concettuale non può essere assunta in modo non problematico,
giacché rimanda a questioni ampie e complesse che, in assenza di una lineare
risoluzione, fanno sì che il territorio, non essendo chiarito nel suo significato
complesso e polisemico, rimanga una dimensione nascosta (Governa, Salone,
2004) anche nelle azioni di governance, che, nei loro obiettivi, continuano a
essere del tutto avulse dal riferimento al luogo in cui e su cui agiscono (Healey,
2001). Per cogliere, almeno intuitivamente, la complessità del tema,
prenderemo qui in considerazione alcune delle più note interpretazioni del
concetto di territorio, nell’ambito di quell’approccio, in seno alla disciplina
geografica, che lo vede come un divenire possibile, un “costrutto sociale” che
deriva dall’interazione tra i soggetti e le componenti, tangibili e non, del
territorio, uno “spazio relazionale”, frutto di dinamiche collettive che in ragione
del proprio ancoraggio geografico tendono, sedimentandosi, a costruire in

- 31 -
termini materiali ed immateriali il luogo, differenziandolo dall’intorno
geografico. Il punto di partenza è, indubbiamente, la nota definizione di
Raffestin (1981: 149):

“il territorio è generato a partire dallo spazio, è il risultato di


un’azione condotta da un attore sintagmatico (attore che
realizza un programma) a qualsiasi livello. Appropriandosi
concretamente o astrattamente (per esempio, mediante la
rappresentazione) di uno spazio, l’attore «territorializza» lo
spazio.”

Nel dibattito italiano è andata dunque arricchendosi e consolidandosi una


concezione di territorio che, a partire da questo punto fermo – ossia dallo spazio
che, come sostiene l’autore che è considerato il “capostipite” di questa tradizione
interpretativa, diventa territorio di un attore non appena esso è preso in un
rapporto sociale di comunicazione – declina il concetto in termini patrimoniali e
identitari, ma anche di mutamento e di costruzione sociale o, ancora, ne
specifica il contenuto relazionale. Sulla base di tali assunti, il territorio è così
concepito come uno spazio trasformato dall’azione di una determinata società,
ma al tempo stesso condizione riproduttiva della società stessa (“la terra
diventa territorio quando è tramite di comunicazioni, quando è mezzo e
oggetto di lavoro, di produzioni, di scambi, di cooperazione”, Dematteis, 1985:
74); come “produttore” di memoria (Piveteau, 1995) e, al contempo, “creatore”
di un “codice genetico locale” in cui si intrecciano risorse che si costruiscono nel
passato – la cui valorizzazione permette però di dare senso ai progetti del
presente e del futuro – nonché patrimonio territoriale, sottolineando i valori di
cui è portatore (Magnaghi, 2000); infine, come capitale territoriale, che
riconosce principalmente le risorse di cui è dotato, intese come beni comuni
usufruibili non privatamente, ma solo in maniera condivisa (Dematteis,
Governa, 2005). In altri termini ancora, il territorio è stato interpretato come
quella porzione dello spazio geografico in cui una determinata comunità si
riconosce e a cui si relaziona nel suo agire individuale o collettivo, la cui
specificità – intesa quale differenziazione dall’intorno geografico – discende dal
processo di interazione tra questa comunità e il suo spazio vissuto (Pollice,
2003). Esso si configura, pertanto, come una fonte di creazione di valori che può

- 32 -
essere alimentata solo innescando meccanismi d’identificazione degli attori
locali. Inteso come spazio di appartenenza, il territorio diventa allora un
prodotto affettivo, sociale, simbolico a partire dal quale si costruiscono le
identità locali retrospettive e prospettive (id.). Viene così a configurarsi come
una “costruzione sociale” che si sviluppa attraverso un processo di
territorializzazione dello spazio in cui lo stesso viene a caricarsi di significati
simbolici, funzionali e progettuali e che fonda l’identità locale in funzione
dell’azione collettiva dei soggetti (una concezione di “territorio-progetto”)
(Bourdin, 1994), rappresentando il riferimento ultimo dei processi di
costruzione identitaria. Consci dell’impossibilità di approntare una trattazione
sistematica ed esaustiva di tutte le interpretazioni proposte per il “territorio”,
riportiamo qui, a mo’ di sintesi, le parole di due tra i suoi massimi studiosi, già
peraltro menzionati. Magnaghi (2000: 16), basandosi sulle riflessioni sviluppate
attorno alla tematica da altrettanto autorevoli geografi, fa riferimento ad una
concettualizzazione del territorio che:

“lo assume come prodotto storico dei processi di coevoluzione


di lunga durata fra insediamento umano e ambiente, natura e
cultura e, quindi, come esito della trasformazione
dell’ambiente a opera di successivi e stratificati cicli di
civilizzazione (Turco, 1984; Vallega, 1984; Dematteis, 1985;
Raffestin, 1984). In relazione a questa definizione il territorio è
trattato come un organismo vivente ad alta complessità, un
neoecosistema in continua trasformazione, prodotto
dall’incontro fra eventi culturali e natura, composto da luoghi
(o regioni o ambienti insediativi) dotati di identità, storia,
carattere, struttura di lungo periodo.”

Infine, Dematteis (2007: 28), al fine di agevolare la comprensione della nozione


e, soprattutto, l’orientamento attraverso le sue molteplici letture, propone una
organizzazione di queste ultime riassumendole in uno schema “a strati” in
funzione del livello di complessità che adottano. Seguendo l’autore, dunque, il
territorio, muovendosi lungo un asse a crescente grado di analisi della
rappresentazione, può essere pensato come:

“1) supporto, cioè ambito spaziale delle interazioni tra i


soggetti attori delle previste azioni di sviluppo;

- 33 -
2) contenitore di risorse potenziali «immobili» (materiali e
immateriali), definibili oggettivamente da esperti esterni in
termini di vocazioni;
3) luogo di possibile esercizio e governance della territorialità
attiva, cioè come combinazione dei significati 1 e 2 suddetti, in
cui l’interazione degli attori (locali e non) si lega alle
valorizzazioni delle risorse locali, trasformandole da potenziali
in fruibili ed eventualmente esportabili;
4) attore collettivo locale: rete di soggetti pubblici e privati,
capace di auto-organizzarsi al fine di auto progettare e auto
gestire il proprio sviluppo (quindi anche quella parte «attiva»
del capitale territoriale che sfugge all’ottica esogena del punto
2 e che è in grado di produrre risorse aggiuntive attivando
giochi a somma positiva).”

Data la problematicità, che si traduce molto spesso in opacità, connessa alla


perimetrazione concettuale di quella che può a giusto titolo considerarsi la
categoria geografica per eccellenza, nel passaggio da descrizioni funzionali dello
spazio ad una visione identitaria dei luoghi e una concezione relazionale del
territorio (Magnaghi, 2000; Dematteis, Governa, 2005), può, sul piano
analitico, risultare di grande utilità, ai fini della comprensione
dell’interpretazione che la scienza dei luoghi ha del suo principale oggetto di
analisi, il concetto di milieu, data la sua potente valenza esplicativa. Con questa
espressione si fa riferimento, in prima approssimazione, ad un insieme
localizzato e specifico di condizioni naturali e socio-culturali che, radicandosi in
una porzione di spazio nel corso del tempo, definisce le proprietà specifiche
dello stesso (Governa, 2007). Nelle parole di Dematteis (1994: 15), il milieu è:

“un insieme permanente («dotazione») di caratteri socio-


culturali sedimentatisi in una certa area geografica attraverso
l’evolvere storico di rapporti intersoggettivi, a loro volta in
relazione con le modalità di utilizzo degli ecosistemi naturali
locali.”

Nell’ambito degli studi geografici, il riferimento al concetto di milieu è dunque


utilizzato per indicare quelle caratteristiche profonde dei luoghi, plasmate nella
relazione, storicamente situata, fra spazio e società. All’interno dell’articolata e
composita riflessione sul milieu, sono individuabili due approcci principali. Nel

- 34 -
primo, rivolto sostanzialmente al passato, esso è visto come “insieme localizzato
e specifico di condizioni naturali e socio-culturali che si sono stratificate in un
certo luogo nel corso del tempo” e che rappresentano “il patrimonio comune
della collettività locale, la base territoriale della sua identità” (Governa, 2001:
9). Nel secondo approccio, che combina questioni apparentemente opposte –
quella del patrimonio con quella del progetto, quella dell’identità con quella
dello sviluppo – e che individua gli specifici valori che gli elementi incorporati
nel luogo attraverso un processo storico di sedimentazione assumono nel
presente, il milieu costituisce “contemporaneamente il fondamento territoriale
di una specifica identità collettiva e il substrato locale dei processi dello
sviluppo” (id.). Il milieu si manifesta in questo caso come un insieme di
potenzialità espresse da un determinato territorio, o, come afferma Berque
(1990: 103) “un insieme di prese con le quali siamo in presa”, “prese” che,
tuttavia, per realizzarsi e porsi come risorse per lo sviluppo territoriale devono
essere riconosciute e colte dall’organizzazione dei soggetti locali (Governa,
2001). La lettura del territorio in termini di milieu è funzionale, in una
prospettiva dinamica e progettuale, ad un pieno riconoscimento del valore delle
specificità dei singoli territori in quanto elementi costitutivi di uno spazio
territorializzato e substrato locale dei processi di sviluppo. Il milieu locale ha un
riferimento oggettivo nelle “risorse potenziali immobili”, o “capitale
territoriale”, proprie di quel territorio locale, quell’insieme cioè di risorse
materiali e immateriali che si sono sedimentate localmente come risultato di un
lungo processo coevolutivo tra la società locale e il suo spazio vissuto. Esso non
consiste, però, semplicemente in questo insieme oggettivo di risorse, ma ha un
lato soggettivo che comprende le rappresentazioni e le attribuzioni di valore
operate dai soggetti locali.
Sempre con riferimento alla complessità della nozione del territorio e alle
possibilità di una sua piena comprensione, si rileva l’efficacia interpretativa di
questa nuova metafora, quella di “capitale territoriale”, che rende bene conto
delle sue sovrapposte e interrelate componenti e che ci introduce anche alle
ulteriori tematiche connesse all’argomento che saranno affrontate nel
prosieguo. Si tratta di un concetto al contempo relazionale e funzionale e che si
configura come un “insieme localizzato di beni comuni, che producono vantaggi

- 35 -
collettivi non divisibili e non appropriabili privatamente” (Dematteis, Governa,
2005: 27). I due principali studiosi in questo ambito evidenziano come le
componenti costitutive di tale complesso presentino tre peculiarità congiunte:

“- l’immobilità: sono stabilmente incorporate a certi luoghi, chi


vuole fruirne deve localizzarvisi;
- la specificità: sono difficilmente reperibili altrove con le stesse
qualità, perciò non sono mai del tutto fungibili;
- la patrimonialità: si accumulano e si sedimentano solo nel
medio-lungo periodo, quindi là dove mancano non sono
producibili a piacere in tempi brevi.”

Il capitale territoriale comprende elementi molto diversi tra loro, raggruppabili


in alcune grandi classi così individuate dagli autori:

“- condizioni e risorse dell’ambiente naturale, compresa la


posizione geografica;
- «patrimonio» storico-culturale, sia materiale (monumenti,
paesaggi ecc.), sia immateriale (lingue e dialetti, saperi
tradizionali ecc.);
- capitale fisso accumulato in infrastrutture e impianti,
considerato nel suo insieme e per le esternalità che ne
derivano;
- beni relazionali (Storper, 1997b), incorporati nel capitale
umano locale, come capitale cognitivo locale, capitale sociale,
varietà culturale, capacità istituzionale.” (Id.)

All’interpretazione del territorio come “capitale territoriale”, con il


riconoscimento delle “risorse” di cui è dotato (Dematteis, Governa, 2005) si
affianca quella che lo concepisce come “patrimonio territoriale”, con particolare
attenzione ai “valori” di cui è portatore (Magnaghi, 2001: 82):

“il patrimonio territoriale, che l’approccio territorialista pone


alla base della costruzione della ricchezza durevole, è definito
come il prodotto del processo storico di territorializzazione:
esso si configura come un giacimento di lunga durata che
precisa la propria identità e i propri caratteri nel modo in cui
si integrano le sue componenti.”

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La declinazione del territorio in termini patrimoniali e identitari (attraverso
concetti quali capitale e patrimonio territoriale e milieu) implica
necessariamente lo studio delle relazioni reciproche di lunga durata fra le sue
componenti e dei concetti più o meno esplicitamente richiamati nella maggior
parte delle più accreditate definizioni qui riportate, fra gli altri, quelli di identità
territoriale, capitale sociale, territorialità e territorializzazione.
Ove, infatti, al “territorio” si attribuisca questa lettura, si deve convenire i) che
per giungere ad una sua piena definizione risulta essere imprescindibile la
comprensione del processo di identificazione che si instaura tra una comunità e
lo spazio su cui essa agisce, indagando il prodotto finale dello stesso, l’identità
territoriale (Pollice, 2004); ii) che, perché esistano le relazioni costruttive di cui
si è detto tra società locale e spazio, e perché queste siano in grado di valorizzare
il territorio come qui inteso, occorre “fare società locale” e che, dunque, la
società locale esista (Magnaghi, 2001) e si sostanzi attraverso l’accumulazione di
quella risorsa relazionale che è definita “capitale sociale”; iii) che il punto di
partenza nell’interpretazione del territorio, per quanto sin qui detto, non può
che essere un approccio processuale, che sveli il meccanismo di “costruzione”
delle relazioni in essere, relazioni tanto orizzontali (con gli altri soggetti) che
verticali (con il territorio), in sostanza, la territorialità (Raffestin, 1999) e il
processo storico di cui il territorio è “prodotto” ultimo, la territorializzazione
(Turco, 1988).

1.3 Identità territoriale: un tentativo di perimetrazione concettuale.

“…poiché se l’ambiente impregna


l’uomo, è l’uomo che in seguito lo
incarna, lo polarizza e porta la
testimonianza dello spirito e
dell’essenza di ciò che in lui è
fondamentale e vivo.” (Miguel Torga,
19827)

7 Miguel Torga (poeta), 1982, En franchise intérieure. Pages de journal, 1933-1977, Paris,
Aubier Montaigne, p. 99.

- 37 -
Un territorio, per definizione – come sin qui ampiamente argomentato –
ha sempre, e non può che essere così, una sua “profondità” storica (Magnaghi,
2001: 64):

“il luogo come concetto storico, inscindibile dal processo


temporale (contrapposto al concetto astratto, atemporale di
spazio) ha una sua forza identitaria che interviene attivamente
nella nostra esistenza individuale e collettiva: nei processi
mentali, linguistici, percettivi, sensoriali, anche se sovente nelle
forme latenti di una identité cachée di lungo periodo (Carle,
1989).”

La questione identitaria è riemersa con forza nel corso degli ultimi tempi,
soprattutto nell’ambito delle discipline geografiche. Come osserva Grasso in un
saggio su questo tema comparso sul Bollettino della Società Geografica sul finire
degli anni Novanta, “l’identità territoriale è venuta acquisendo un posto di
rilievo nell’analisi geografica” (Grasso, 1998: 617). Come precedentemente
evidenziato, tale rilevanza può essere ricondotta alla crescente attenzione
dedicata alla dimensione locale, sempre più considerata come:

“entità di base per il raggiungimento di diversi obiettivi: la


diffusione capillare di comportamenti sostenibili, la
progettualità economica su base autoctona e partecipata,
l’implementazione della sussidiarietà e della governance, lo
sviluppo della coesione sociale e della partecipazione ai
processi decisionali, la valorizzazione della diversità culturale,
al pari della biodiversità, in un sistema globale che mentre
tende ad uniformare imprime nuovo slancio e valenza alla
specificità.” (Banini, 2009: 7)

La potenziale valenza esplicativa che il concetto d’identità mostra di possedere


nei confronti di una fenomenologia ampia e diversificata che investe la scala
locale rende quanto mai necessario il tentativo – non si può restare che nel
campo della sperimentazione data la complessità tematica e la transcalarità
territoriale dell’argomento – di un approfondimento della nozione stessa di
identità territoriale, provando a coglierne gli aspetti caratterizzanti e gli ambiti
applicativi, colti nella loro dimensione geografica. Seguendo Pollice (2004: 106),

- 38 -
una prima riflessione può essere sviluppata in merito all’aggettivazione
“territoriale” o, per altri, “geografica”, precisando il significato delle due ben
distinguibili accezioni:

“L’identità geografica, infatti, è innanzitutto un prodotto


cognitivo; risultato di un processo di analisi e di
rappresentazione che ci permette di enucleare un determinato
ambito spaziale dal proprio intorno. In termini comparativi
può dirsi che mentre l’identità territoriale nasce da un
processo autoreferenziale messo in atto da una comunità che si
appropria culturalmente di un predefinito ambito spaziale,
l’identità geografica è una rappresentazione operata
dall’esterno con finalità meramente descrittive e/o
interpretative.”

L’attribuzione “territoriale” appare, se ve ne fosse bisogno, ancor più pregnante


in virtù della considerazione che esplicita le condizioni sotto cui diventa
argomento principe della speculazione in ambito geografico, per la lettura delle
quali la geografia può vantare un indiscusso primato sapienziale:

“L’identità, in quanto prodotto socio-culturale, può essere


oggetto di interesse geografico quando diviene elemento
plasmante degli assetti territoriali, o, più in generale, quando
determina, o è in grado di determinare, modificazioni
strutturali, relazionali e di senso nello spazio geografico.” (Ivi:
105)

In altre parole, la connotazione geografica dell’identità non fa riferimento alla


mera dimensione spaziale del fenomeno identitario, ma va piuttosto collegata
alla rappresentazione di quei legami di appartenenza che creano “territorio”,
come è ben evidente nella definizione di identità che Caldo formula: nelle sue
parole, si tratta di una “relazione identitaria che lega una determinata
comunità al suo spazio vissuto” (Caldo, 1996: 285). Essa fa, dunque,
riferimento tanto alle connotazioni materiali e immateriali attribuite ad uno
specifico territorio, quanto ai rapporti che le comunità instaurano con quel
luogo. Sempre nell’ottica di arrivare a una sua più precisa perimetrazione
concettuale, un’altra distinzione significativa in tema di identità ci viene dalla

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psicologia ambientale, che, seppur partendo da presupposti differenti, conforta
il discorso identitario sviluppato in campo geografico. Si tratta dell’opposizione
tra “identità del luogo” e “identità di luogo”. La prima è definita “sulla base delle
rappresentazioni o immagini più condivise, a livello di gruppi e comunità,
relative al luogo in questione” ed è, pertanto un “prodotto delle azioni sociali e
del modo in cui le persone se ne danno una rappresentazione” (Massey, Jess,
2001: 97); la seconda è, invece, riferibile ad una dimensione più intima ed
individuale dell’abitante un territorio, e, più precisamente, a “quella parte
dell’identità personale che deriva dall’abitare in specifici luoghi” (Bonnes et al.,
2009: 19), che contribuisce alla “categorizzazione del sé e alla formazione
dell’identità sociale degli individui” (Mannarini, 2004: 75). L’identità collettiva,
che attiene al riconoscersi in un gruppo sociale di riferimento, è una dimensione
dell’esistenza umana che è fondamentale per ogni individuo e che non può che
trovare completa esplicazione in ambito sociale: è qui, infatti, che, a partire da
quanto si è appreso nel contesto familiare, si sperimenta il bisogno di
condividere tradizioni (un passato), modalità di organizzazione della società e
valori ad essa connessi (un presente), obiettivi, aspettative e proiezioni (un
futuro). Altra dicotomia attraverso la quale il concetto di identità può essere
approfondito è quella che, in ambito antropologico, mette in luce la
contrapposizione tra una sua accezione di tipo statico e una di tipo dinamico. La
prima fa riferimento ad un’interpretazione ormai superata che rinviava alle
caratteristiche che rendono qualcosa o qualcuno quello che è, diverso da ogni
altro e per sua natura immutabile. È l’“identità idem”, per utilizzare
l’espressione di Laplantin (2004), a cui si contrappone l’“identità ipse”, che
rinvia invece alla consapevolezza del sé, personale o di gruppo, come un
complesso strutturato, ma non composto di presunte qualità esperibili
oggettivamente e, tanto meno, costanti nel tempo o immodificabili. Anche in
tale tradizione disciplinare, il territorio figura tra i fattori strutturanti l’identità
di gruppo o quella che Carlo Tullio-Altan (1995) chiama “memoria etnica”.
L’antropologo italiano ha individuato cinque elementi sulla base dei quali un
gruppo culturale elabora/produce/articola la propria identità etnica:

- 40 -
1) un primo elemento è l’“epos”, ovvero la trasfigurazione della “memoria
storica”: un gruppo umano ricorda il proprio passato e lo guarda attraverso i
suoi aspetti positivi come qualcosa che dà prestigio, dignità e appartenenza;
2) un secondo elemento è l’“ethos”, ossia il modo di convivere attraverso le
norme e le istituzioni di un certo gruppo sociale – istituzioni che anch’esse
vengono assunte come qualcosa che conferisce significato alla vita collettiva,
dandole il senso di appartenere a qualcosa di nobile;
3) un altro elemento è costituito dal “logos”, vale a dire dalla lingua, che
permette di agire nella comunità;
4) un’altra componente significativa è il “genos”, vale a dire l’appartenenza a
una stessa discendenza ancestrale che dà la sensazione di essere collegati –
attraverso una sequenza di generazioni – ad una dimensione atemporale;
5) l’ultima componente, come accennato, è il territorio, il “topos”, che va difeso e
protetto, secondo un istinto che unisce uomini e animali.
Anche in campo sociologico, ritroviamo riflessioni che hanno arricchito il
dibattito geografico sul tema, nel quale hanno poi trovato più completa
maturazione in virtù di una più profonda comprensione del secondo elemento di
tali relazioni, il territorio. Gli studiosi di tale disciplina, indagando i legami di
appartenenza che interessano i membri di una comunità:

“partono dalla considerazione che ogni soggetto dal momento


in cui viene al mondo e inizia il percorso della sua vita socio-
relazionale, «si trova» necessariamente ad appartenere ad una
serie di cerchie che specificano da una parte il suo essere nella
società e lo mettono in condizione di sentirsi parte specifica di
un tutto e dall’altra fanno sì che lo stesso soggetto venga
riconosciuto dagli altri come membro di un insieme
particolare.” (Berti, 1999: 57)

Si possono ricostruire quattro categorie dell’appartenenza significative per


l’individuo. La prima è l’appartenenza etnica che è una dimensione non
negoziabile, assolutamente rigida e caratterizzata dall’ascrizione, e cioè dal
carattere non volontario del legame di sangue acquisito al momento della
nascita; la seconda, l’appartenenza simbolica, che è meno rigida della prima ma
comunque piuttosto vincolante in quanto frutto del processo di socializzazione e

- 41 -
interiorizzazione dell’insieme degli elementi culturali, valoriali, e anche religiosi
che costituiscono, definiscono e differenziano una comunità; le ultime due,
quella reale e quella territoriale, sono quelle che più interessano il discorso
geografico. L’appartenenza territoriale, in particolare, definita da Pareto (1981:
888) come “persistenza delle relazioni di un uomo con i luoghi” è legata a criteri
associativi e volontari. La delimitazione territoriale connessa al rapporto di
residenza stabile costituisce motivo di appartenenza alla società poiché sviluppa
nell’individuo un’immagine di sé come suo membro; in tal senso il territorio non
è semplice spazialità, ma un aspetto pieno di significato della vita sociale per
mezzo del quale gli individui definiscono l’identità loro e degli altri. È qui che il
territorio, colto nella sua accezione geografica di spazio relazionale, modellato
dall’incessante interazione tra una comunità e il suo spazio vissuto, diventa
dimensione per eccellenza dell’identificazione.
La coordinata “spazio” non può che essere la prospettiva privilegiata da cui
osservare e provare a delineare i tratti distintivi di questa specifica identità, e,
per corollario, non può che essere la scienza geografica, che fa del territorio il
suo ambito di studi eletto, ad essere, più di ogni altro sapere, chiamata ad
occuparsi dei processi identitari e ciò per almeno tre ordini di considerazioni,
come ci spiega Silvia Aru (2011: 29):

“1) Qualora il territorio, il topos, sia un aspetto strutturante


della costruzione identitaria indagata. In tale casistica rientra
non solo l’analisi discorsiva dell’importanza assunta dal
riferimento territoriale all’interno delle narrazioni identitarie,
ma anche la funzione rivestita da quegli elementi […] che
possono essere definiti come marche di identità territoriale
(Caldo, Guarrasi, 1994), ovvero luoghi che, investiti di una
forte valenza simbolica da parte di un gruppo, creano il
territorio […].
2) Nello studio delle reti di relazioni (economiche, sociali e
culturali) tessute tra contesti territoriali differenti […] dato che
anche tali reti contribuiscono a formare incessantemente
territori e identità.
3) […] Le griglie concettuali geografiche possono altresì fornire
una preziosa lettura delle dinamiche geo-politiche, geo-
economiche, geo-storiche e geo-sociali entro i cui quadri si
comprende il senso del processo identitario”

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Da un’analisi della vasta letteratura sull’argomento, quel che emerge con più
chiarezza è come si tratti di una nozione che si caratterizza per una forte
indeterminatezza di base che risiede principalmente nel fatto che essa trovi la
sua significazione nella contestualizzazione dei soggetti e degli oggetti,
temporalmente e spazialmente situati, a cui si applica. La sua definizione si
connota, dunque, per una problematica di fondo da individuarsi nella difficoltà
di una generalizzazione concettuale, la cui univocità è resa impossibile dalla
molteplicità delle sue forme, dal livello di elaborazione raggiunto e dalla
trasversalità dei saperi che a vario titolo e in diversa misura interessa. Fornire
un significato “ontologico” del termine identità attraverso categorie e
classificazioni è tutt’altro che agevole, proprio in virtù del fatto che questa,
prodotto sociale tout court, nasce dalla dialettica tra individuo e società
(Plutino, 2011).
Allo scopo di rendere, seppur parzialmente, conto di tale “multiverso” di
interpretazioni, riprendiamo qui di seguito le più eminenti definizioni che ne
sono state date in sede geografica, nel tentativo di ricostruire, a partire da tali
tasselli, un mosaico che, osservato dalla distanza, restituisca una visione
d’insieme in grado di favorire la comprensione di un fenomeno così articolato.
Partendo dall’assunto di Raffestin (2003: 5) per cui non vi è una sola identità,
ma piuttosto “un susseguirsi di identità”, a sottolineare come questa non sia
uno stato, ma un processo che tramite elementi portanti quali lo spazio e il
tempo rende simili e attraverso successive fasi di costruzione e decostruzione
modifica continuamente se stessa, si cercherà di render conto di quella
ricomposizione territoriale che nel suo continuo mutamento dà vita ad un
“caleidoscopio, cioè innumerevoli «momenti» identitari, che
contraddistinguono «quel» territorio in «quel» momento storico” (Brundu,
Manca, 2011: 94). Cominciamo col fornire alcune precisazioni utili
nell’operazione di selezione critica dei contributi teorici sul tema volta a
delineare ciò che va dentro e ciò che invece resta fuori dal “recinto” di una
definizione, seppur provvisoria, di identità territoriale. Innanzitutto, se ve ne
fosse bisogno, si chiarisce qui come, anche in questa sede, si accordi favore
all’esigenza di un superamento di una lettura dell’identità in quanto qualità fissa
e statica sovrapponibile più o meno oggettivamente ad un territorio dato in

- 43 -
favore di un’interpretazione di essa quale esito mai definito o definitivo di un
processo sociale, nel quale:

“la collettività che risiede o opera a vario titolo in un dato


territorio partecipa all’individuazione di significati, specificità
e obiettivi al territorio stesso, dimostrando, così facendo, di
prendersi cura dello spazio in cui si trova a vivere.” (Banini,
2011: 45)

Uno dei primi caratteri che distinguono l’identità e che ne qualificano


l’interazione con i processi di sviluppo è, dunque, la sua connotazione dinamica
di frutto dell’incessante scambio tra una determinata comunità e il suo spazio.
Strettamente connessa alla precedente è una seconda caratterizzazione
dell’identità che si sostanzia precisamente nella sua natura processuale e
interattiva (Crosta, 1998): processuale in quanto risultato di un meccanismo di
interazione in cui l’identità riveste, a seconda della fase, il ruolo di “matrice” o di
“bersaglio” delle dinamiche territoriali; interattiva, proprio per questa sua
intrinseca capacità di entrare in relazione sinergica con altri fenomeni
territoriali (Pollice, 2004). In questo senso, intesa come processo collettivo
continuativo di cui, come osserva Raffestin (2003: 5), “lo spazio, il tempo, il
lavoro e la memoria sono gli elementi portanti”,

“l’identità territoriale si configura […] non solo come pre-


requisito dello sviluppo locale, ma anche come produzione di
una specificità che è al tempo stesso diversità culturale, sociale,
territoriale ovvero patrimonio di validità globale.” (Banini,
2009: 8)

Posta la transcalarità insita nel concetto – dovuta principalmente al coesistere


di pluriappartenenze sempre più mobili e fluide nell’individuo contemporaneo –
in questa sede, come in molti degli studi sul tema, l’attenzione è posta sugli
ambiti di più limitata dimensione, quelli locali, in qualità di territori dell’abitare
individuabili sulla base delle percezioni collettive, in cui è più immediato
ritenere che si realizzino appieno le forme della relazionalità sociale e della
condivisione di valori, significati e obiettivi incentrati sul territorio, di cui

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l’identità territoriale si nutre. È a questa scala, quella locale, infatti, che le
relazioni di prossimità e i sentimenti di attaccamento si esplicitano con più
forza, che il radicamento al territorio esperito quotidianamente orienta più
convintamente l’agire collettivo, che gli atti territorializzanti risultanti da
quest’ultimo – guidati e indirizzati dall’identità stessa espressa dal luogo –
generano gli effetti più direttamente osservabili. È, ancora, a questa scala che,
come rilevano alcuni noti geografi, si forma quella “coscienza di luogo” di cui ci
parla Magnaghi (2000: 233) e che allude al “riconoscimento da parte della
comunità insediata del valore del patrimonio territoriale nella produzione di
ricchezza durevole e di nuovi processi di autodeterminazione”; che, come ci
dice Turco (2003a: 6) “l’agire umano (individuale e collettivo) mira a
realizzare un progetto d’esistenza, nel senso forte e letterale del termine”; che,
utilizzando una fortunata espressione coniata dall’americano Tuan, si crea
“topofilia”, quel legame affettivo che unisce gli abitanti al territorio (“the
affective bond between people and place, or setting”, Tuan, 1990: 4). Sebbene
non sempre esplicitato, il riferimento sottinteso implicato nell’individuazione
della dimensione locale come quella che per eccellenza è connessa all’identità
territoriale potrebbe essere allo “spazio vissuto”, quello concreto che si esperisce
quotidianamente sin dalla nascita. Per “espace vécu” – come spiega Caldo
(1994) riformulando il pensiero del geografo transalpino Frémont (1976) – deve
intendersi quel momento d’integrazione che coniuga al suo interno la
dimensione fisica dello spazio geometrico e quella sociale dello spazio
relazionale. In questo senso, lo spazio non è unicamente “lo scenario dell’azione
umana”, ma, accogliendo in sé i valori della cultura che vi si produce, è
“rappresentazione” dell’azione umana (Caldo, 1994: 17). Gli individui si
comportano pertanto come attori geografici e interagiscono con il substrato
fisico in base alla rappresentazione personale che essi hanno del luogo, vivendo,
quindi, uno spazio che è condizionato dalla loro percezione più che dalla realtà
(Frémont, 2007). Come ci ricorda Italo Talia richiamando Giuseppe Galasso, è,
d’altronde, all’interno dei singoli “habitat” che:

“si può cogliere lo svolgimento concreto della vita sociale, la


formazione e lo sviluppo di mentalità e comportamenti,
l’accumularsi delle esperienze, la conservazione e l’innovazione

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di usi e di costumi, la nascita ed il declino delle tradizioni”
(Talia, 2004: 33)

È implicito, tuttavia val comunque la pena sottolineare, che, per quanto sin qui
argomentato, il riferimento non è ad una visione del “locale” assimilabile ad
un’entità chiusa, ma piuttosto ad un sistema auto-organizzato secondo proprie
regole interne che reagisce ad un ambiente esterno a cui invia e da cui riceve
stimoli che ne modificano continuamente la struttura. In altre parole, un locale
che è “organizzazione autopoietica rispetto alle sue relazioni interne, ma anche
parte integrante di una rete di relazioni di dimensioni potenzialmente globali”
(Banini, 2009: 8). Rifacendosi ai modelli dell’autopoiesi proposti da Maturana e
Varela (1985, 1987), viene evidenziato come gli stimoli esterni possano
determinare delle perturbazioni all’interno del sistema, il quale conserva la
propria identità solo in virtù della sua capacità di riprodurre se stesso (Grasso,
1998). In chiave geografica, però, all’identità territoriale viene attribuito un
ruolo attivo che non consiste meramente nel conservarsi uguale a se stessa, ma
nel gestire i processi innovativi attraverso la capacità, riconosciuta a tale
componente territoriale, di contribuire alla selezione e all’adattamento delle
sollecitazioni provenienti da altri sistemi territoriali. Come si intuisce già da
queste considerazioni, l’analisi disciplinare in tema di identità territoriale
necessita pertanto di una logica sistemica per essere compresa nella sua
complessità di qualità incessantemente riplasmata da movimenti interni e da
rapporti con l’esterno:

“L’ottica sistemica, in particolare, guarda alle relazioni che


intercorrono sia tra i diversi elementi che compongono una
data realtà, ove più forti sono le relazioni interne, sia alle
relazioni che intercorrono tra quella data realtà e le altre;
tutte, comunque, facenti parte di un unico meta-sistema, che in
termini geografici corrisponde al pianeta Terra (Vallega,
1995). In quest’ultima prospettiva, ogni identità territoriale è
intesa sì come specificità locale, ma in continua evoluzione e
connessa a tutte le altre specificità da inevitabili legami,
riconducibili ad un unico holon.” (Banini, 2011: 14-5)

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La funzione plasmante dell’identità su quello che è il sistema “territorio”, così
come qui descritto, introduce un’altra qualità, molto significativa, di tale
componente territoriale, ossia il suo carattere strutturante, dove per tale si deve
concepire “la capacità di produrre senso, di orientare l’agire collettivo e i
processi di territorializzazione” (Pollice, 2004: 109). Come è stato poc’anzi
osservato, nei sistemi autopoietici l’identità si esprime nella capacità di auto-
organizzarsi (Governa, 1997). Questa sua proprietà dovrebbe indurre a
ragionare sul ruolo che l’identità può effettivamente svolgere nell’ambito dei
processi di strutturazione dello spazio e, parallelamente, di quelli connessi allo
sviluppo locale. A questo proposito, prima di procedere con l’enucleazione delle
principali trame che costituiscono la matrice teorica di riferimento per
l’inquadramento del concetto di identità territoriale, è opportuno sviluppare
un’ulteriore riflessione che ci appare pregnante nell’ottica di chiarire la
prospettiva da cui in questa sede si intende osservare la questione: la relazione
d’interdipendenza che lega le due categorie concettuali che si sono delineate in
questo lavoro, territorio e identità, con i loro rapporti di reciproca influenza e
modificazione. Si tratta di:

“una relazione cumulativa in quanto se per un verso l’identità


territoriale genera ed orienta i processi di territorializzazione,
per altro verso sono gli stessi atti di territorializzazione a
rafforzare il processo di identificazione tra la comunità e il suo
spazio vissuto.” (Pollice, 2004: 106)

La reciprocità, e non, ben inteso, la dipendenza, di tale rapporto risulta


probabilmente ancor più palese se, come suggerisce lo stesso autore, in luogo
del concetto di territorio, si voglia utilizzare quello di milieu, precedentemente
definito, dal momento che è proprio nel processo di sedimentazione che lo
origina che è possibile reperire le determinanti ultime dell’identità territoriale.
Ed è proprio Francesca Governa, una delle più affermate studiose sul tema in
ambito italiano, che ci fornisce la chiave di lettura per interpretare la natura di
tale relazione, quando afferma che il milieu “costituisce contemporaneamente il
fondamento locale e territoriale di una specifica identità collettiva, ma anche
l’insieme delle potenzialità endogene dello sviluppo” (1997: 89). Analoga

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considerazione può svolgersi in merito al ruolo che l’identità territoriale assolve
nei processi di territorializzazione, come si avrà modo di argomentare più
approfonditamente anche nelle pagine successive (cfr. par. 1.5). Questa può,
innanzitutto, essere considerata causa delle dinamiche territorializzanti, giacché
si connota non solo come supporto delle fasi che le costituiscono, ma piuttosto
come uno specifico e, quindi unico, insieme di condizioni che fornisce i vincoli e
le possibilità alle azioni successive (Governa, 1997). Al contempo, l’identità è
effetto dei meccanismi di territorializzazione, in quanto tali processi tendono ad
accrescere la “specificità del luogo” e, come risultato del radicamento territoriale
delle reti – “ancoraggio” determinato da fattori culturali – generano un
consolidamento del senso di appartenenza della comunità locale (Pollice, 2005).
È ciò che si coglie anche a partire dalle riflessioni di Angelo Turco, tra i geografi
che più hanno approfondito la tematica, quando afferma che la territorialità
presenta una “doppia configurazione”: bersaglio e matrice delle dinamiche
identitarie (Turco, 2003a). La trattazione delle ulteriori qualità ascrivibili
all’identità territoriale rende ancora più chiara tale argomentazione. Oltre a
quanto su specificato, l’identità è interpretata anche come riflessiva, composita
ed orientata (Cerutti, 1996). È riflessiva perché deriva da un processo di
identificazione che muove dalla comunità locale e si esplica fondamentalmente
in un “riconoscersi” come diversi dall’intorno geografico rispetto al quale si
definiscono i confini del proprio spazio dell’abitare. Risulta essere composita dal
momento che ogni costruzione identitaria, per la stessa natura conflittuale dei
meccanismi che sono alla base della sua formazione, non può che essere
complessa, variegata al suo interno e problematica. Come si vedrà in seguito,
infatti, è l’atto stesso della territorializzazione a risultare da una competizione,
più o meno esplicita, tra istanze e valori profondamente diversi che convivono
nel medesimo spazio sociale (Pollice, 2004). È, infine, orientata perché produce
“senso” e guida il sistema territoriale nel suo inarrestabile processo evolutivo.
Tale funzione di orientamento costituisce una delle proprietà più interessanti
dell’identità territoriale ai fini della comprensione del ruolo che essa riveste nei
processi di sviluppo locale di matrice endogena: una identità territoriale che è in
grado di esplicarsi nella sua pienezza attraverso una forte consapevolezza della
comunità che la esprime predetermina, direttamente o indirettamente, obiettivi

- 48 -
e strategie dello sviluppo, uno sviluppo che sarà dunque autocentrato (Pollice,
2004). Tali considerazioni consolidano una concezione dell’identità come:

“guida dell’azione progettuale, come segnatura profonda


dell’azione creativa, capace di garantire, se non una gerarchia
nell’universo aperto degli spazi progettuali, un orientamento
in quella particolare mobilità che è propria del movimento di
produzione indefinita di alternative.” (Doria, 2002: 126)

A seconda della connotazione che si riconosce al concetto, nel dibattito


internazionale e nazionale sul tema prodottosi in ambito geografico, pur
partendo da una comune base interpretativa che qualifica l’identità territoriale
quale identità collettiva in cui il territorio ha un carattere strutturante, si sono
affermate almeno quattro modalità di definizione, che possono sintetizzarsi
come di seguito:
i. un’identità di natura ontologica, che qualifica l’essere di una cosa, che
non cambia, ma permane nel tempo e che rimanda ai caratteri della
specificità, dell’individuabilità, della “personalità” (dei luoghi, nel caso
specifico di quella territoriale);
ii. un’identità attribuita o imputata da altri ad un individuo, o ad un gruppo,
o ad un luogo a seguito di un processo di identificazione operato
attraverso un criterio classificatorio (si tratta di una visione di richiamo
deterministico giacché l’identità territoriale risponde ad una logica di
individuazione che si basa sulla localizzazione e su caratteri di tipo
ambientale);
iii. un’identità per differenziazione/contrapposizione rispetto ad una
alterità;
iv. un’identità per appartenenza, che è definita dall’intenzionalità collettiva
di distinguersi.
Come risulta piuttosto chiaro, i primi due approcci rimandano ad una
interpretazione dell’identità in quanto “realtà”, mentre, spostandosi su una
sorta di continuum che si allontana dalla categoria dell’“oggettivo” e
dell’“oggettivabile”, gli ultimi due guardano ad essa in quanto
“rappresentazione”.

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Come intuibile dai cenni sin qui dati, non è facile giungere ad una definizione
condivisa della nozione oggetto di discussione.
A fronte di tale vaghezza e difficoltà di inquadramento teorico, sarebbe lecito
chiedersi, come alcuni autori han fatto, se ha effettivamente senso utilizzare, in
ambito sia speculativo sia operativo, la categoria – tanto in quanto categoria di
analisi che in quanto categoria di pratiche – dell’identità territoriale. Giuseppe
Dematteis, uno degli studiosi che si è posto e ha posto alla comunità scientifica
l’interrogativo, sostiene come sia possibile usufruire della valenza esplicativa
che l’identità territoriale pur dimostra di avere nello spiegare alcuni fenomeni
geografici solo a condizione che si riesca a riconsiderare il concetto come
risultante dell’incrocio tra più dimensioni, che costituiscono l’insieme degli
elementi da cui non si può prescindere per farne una valida categoria teorica.
Dematteis e Governa (2003: 265-66), nell’illustrare il senso da attribuire al
concetto molto ampio di identità territoriale, evidenziavano come l’idea di
identità, trasferita in una dimensione territoriale, altro non è che il momento di
incontro di tre diversi “assi” di analisi: “quello della coerenza interna, che
rinvia alla differenza e al confine con l’altro; quello della continuità nel tempo,
che chiama in causa memoria, tradizioni, abitudini, e quello della tensione
teleologica, che si collega all’azione proiettata nel futuro”. Questi tre diversi
strati vengono interpellati alternativamente in funzione del ruolo e dell’aspetto
dell’identità territoriale che si intende mettere in luce: nelle società locali, sono
spesso chiamati in causa i primi due assi (coerenza interna e memoria), così
come nelle politiche di sviluppo, in linea di principio, si tende a privilegiare
maggiormente la tensione teleologica che non gli altri due tipi di approccio, che
restano sullo sfondo. Il risultato di una attenzione solo parziale all’insieme delle
tre dimensioni non può che essere lo svuotamento dell’idea stessa di identità
territoriale e l’inevitabile riflessione attorno a territori retorici. Solo la
simultanea considerazione dei tre assi indicati può produrre un significato
cognitivo e, in una certa misura oggettivo, dell’identità territoriale,
scongiurando così il rischio di interpretazioni riduttive e rischiose oltre che
nostalgico-regressive.
Chiariti i principali problemi definitori che concernono la nozione di identità,
prima di proseguire oltre nel tentativo di perimetrazione concettuale che si sta

- 50 -
qui tentando, resta un altro interrogativo cui è necessario dare risposta al fine di
comprendere come mai, la geografia, più di ogni altra disciplina, non ha
abbandonato un concetto così difficile da afferrare: abbiamo davvero così
bisogno dell’identità territoriale? E se sì, per che cosa?
Dalle argomentazioni riscontrabili nella letteratura internazionale e nazionale
sull’argomento, è possibile dedurre almeno tre risposte principali al quesito
intorno alla necessità dell’esistenza della categoria dell’“identità”. Ne avremmo
bisogno per:
1. fissare il mondo, dare e darci dei limiti, nostalgia di un mondo più
semplice, o rappresentato in quanto tale. Pur essendo un costrutto
teorico altamente problematico, non se ne può prescindere per la varietà
e la densità dei concetti a cui rimanda (Paasi, 2004). Come afferma
sempre il geografo Paasi, l’impasse non è rappresentato (solo) dalla
definizione delle categorie in sé, ma anche dal fatto che alcune di queste
siano politicamente viste come chiuse e fisse benché intellettualmente e
teoricamente si sappia bene che in realtà sono aperte e fluide;
2. criticarla (Remotti, 1996);
3. discutere di politica e di politiche in quanto artificio retorico
indispensabile in tal senso (Amin, 2004), giacché il modo di leggere un
luogo e la sua identità è in qualche modo connesso con gli obiettivi che ne
guidano le politiche di sviluppo dal momento che questi vengono stabiliti
proprio in base a ciò che è considerato rilevante per e dal territorio di
riferimento.
L’ultimo punto, in particolare, offre spunti di riflessione interessanti in seno al
dibattito sull’utilità di uno tra i costrutti concettuali ed operativi di più difficile
lettura e comprensione nella disciplina geografica. In fatto di politiche
pubbliche e, dunque, di selezione di priorità da fissare allo scopo ultimo di
raggiungere il benessere di una collettività, il tema identitario, pur nella sua
“scivolosità”, mostra una forte valenza esplicativa venendo ad intrecciarsi con
quello dell’interpretazione delle politiche di sviluppo locale come azioni
collettive, e più precisamente – chiamando in causa un concetto di cui si
discuterà approfonditamente in seguito (par. 1.5) – come azioni collettive
territorializzate. La lettura di Dente (1990: 15) appare estremamente utile ai fini

- 51 -
del nostro ragionamento. L’autore fa riferimento alle politiche pubbliche come
“insieme delle azioni compiute da un insieme di soggetti (gli attori), che siano
in qualche modo correlate alla soluzione di un problema collettivo”. Alla luce
del fatto che il carattere collettivo delle azioni deriva dal problema che esse
affrontano e mirano a risolvere, è chiaro che:

“il come e il perché un problema diventi collettivo è tutt’altro


che banale, così come tutt’altro che banale è individuare quali
sono gli attori che sono in grado di proporre all’agenda delle
politiche un problema, rendendolo così collettivo.” (Governa,
2007: 349)

Se, quindi, le politiche pubbliche si fondano su (e agiscono per il


raggiungimento di) una ben precisa visione condivisa del territorio, tanto
attuale quanto prospettica, ossia legata alla proiezione futura che la comunità
locale ha di se stessa, non si può non cogliere l’assoluta necessità di una
categoria interpretativa come quella dell’identità territoriale, che è al contempo
categoria di analisi (e come tale un concetto duro) e categoria di pratiche
(concetto fluido), come ci spiegano i due studiosi Brubaker e Cooper (2000: 4-
5):

“«Identity» […] is both a category of practice and a category of


analysis. As a category of practice, it is used by «lay» actors in
some (not all!) everyday settings to make sense of themselves,
of their activities, of what they share with, and how they differ
from, others. It is also used by political entrepreneurs to
persuade people to understand themselves, their interests, and
their predicaments in a certain way, to persuade certain
people that they are (for certain purposes) «identical» with
one another and at the same time different from others, and to
organize and justify collective action along certain lines. In
these ways the term «identity» is implicated both in everyday
life and in «identity politics» in its various forms.”

La problematica che si rileva da quanto emerge dalle riflessioni sin qui svolte è
che il termine identità “tends to mean too much (when understood in a strong
sense)” – quando cioè lo si intende come categoria di analisi – “too little (when

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understood in a weak sense)” – vale a dire quando lo si concepisce come
categoria di pratiche – “or nothing at all (because of its sheer ambiguity)”
(Brubaker, Cooper, 2000: 1). Ciò che frequentemente genera confusione è in
realtà il frequente utilizzo di una “categoria di pratiche” – un modo ritenuto
adeguato di “fare” e di “dire”, impiegato dagli individui immersi nelle loro azioni
quotidiane per dare senso alla loro realtà – come se si trattasse di una “categoria
di analisi” – un modo ritenuto adeguato per rendere quelle pratiche di azione e
di produzione di senso giustificabili (accountable), comprensibili ad un
osservatore esterno (Bourdieu, 1995; Brubaker, Cooper, 2000). Nelle politiche
territoriali l’identità come “categoria di pratiche” viene richiamata secondo un
duplice binario. Quello della “genericità”, in cui è costrutto universale e
indistinto, sinonimo di specificità, unicità, singolarità, autenticità, tradizione,
molto vicino all’idea di identità numerica espressa da Debarbieux (2006: 341):

“L’identité numérique est l’acception la plus ancienne, mais


aussi la plus délaissée aujourd’hui de la notion. Elle plonge très
loin ses racines dans l’histoire de la philosophie et de la
logique. Elle permet de penser qu’une chose reste elle-même
malgré les changements que lui impose le temps qui passe. […]
On peut dire de cette identité numérique qu’elle est de nature
ontologique, qu’elle désigne et qualifie l’être d’une chose. Dans
la longue succession des écrits disciplinaires, on peut
rapprocher cette approche des interrogations que les
géographes ont formulées sur l’individualité, la singularité,
voire la «personnalité» des entités géographiques - lieux, pays
et régions notamment - pour peu qu’ils aient réfléchi aux
conditions et aux modalités de leur persistance dans le temps.
Pour désigner cette première acception de la notion d’identité,
on parlera dans les pages qui suivent d’entité géographique,
postulant que son identité numérique persiste tant que l’entité
demeure.”

E quello della contrapposizione, una contrapposizione binaria che procede per


ragionamento dicotomico facendo riferimento a coppie di categorie quali
tradizionale/non tradizionale, endogeno/esogeno, conservazione/innovazione,
soggettivo/oggettivo, dentro/fuori, noi/loro e che serve a dare un ordine
“semplice” alle cose, ordine che prevede spesso l’attribuzione dei soli caratteri
positivi ad essa e attraverso il quale è prodotto e riprodotto il bisogno stesso di

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identità territoriale. Questo duplice binario si rivela essere “troppo poco” – per
riprendere un’espressione poc’anzi utilizzata – perché nell’assunzione acritica
che l’identità sia sempre positiva vengono trascurati una serie di fattori salienti,
restituendo una lettura che non considera il ruolo dei confini visibili e invisibili
né esplicita i meccanismi di potere, entrambi suoi elementi formativi. Va tenuto
a mente, infatti, che quando si parla di identità territoriale non si fa riferimento
genericamente ad un’identità collettiva, ma si richiama più precisamente
un’identità collettiva che si basa e si costruisce su e in relazione con le specificità
territoriali di un certo luogo. Se l’uso costante e talvolta improprio di tale
concetto nelle politiche territoriali e il talvolta profondo scollamento tra assunti
teorici e modalità operative di attuazione delle stesse, svuotandolo di significato,
rischiano di trasformarsi in un limite per la sua trattazione in ambito
speculativo, la sua utilità in quanto categoria di analisi nello studio di alcuni
fenomeni (quali quelli di territorializzazione e di sviluppo) e nell’ambito di
alcune discipline in particolare (prima fra tutte la geografia) resta indiscussa,
come anche Brubaker e Cooper (2000: 5) sostengono: “the mere use of a term
as a category of practice, to be sure, does not disqualify it as a category of
analysis”. L’interpretazione delle politiche pubbliche quali azioni collettive
(Dente, 1990), precedentemente richiamata, induce a questo proposito a
riflettere sul ruolo che l’identità territoriale svolge nell’orientare l’agire politico,
fissandone le priorità, nonché sulle condizioni che rendono un’azione collettiva
anche territorializzata e non semplicemente localizzata (come può dirsi per la
quasi totalità delle azioni per il mero fatto di insistere su una certa area). Come
spiega chiaramente Governa (2007: 350), infatti:

“azione collettiva territorializzata non è quindi solo un’azione


condivisa per risolvere un problema collettivo, ma è un’azione
in cui questa condivisione riguarda il riconoscimento e la
valorizzazione delle potenzialità territoriali le quali, a loro
volta, sono beni comuni accessibili solo attraverso esperienza e
condivisione. È dunque un’azione che produce territorio, usa
territorio e attiva, sviluppa e conclude relazioni fra attori
tramite il territorio”

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facendo sì che tali relazioni, tanto tra attori che tra attori e territorio, affrontino
un problema collettivo, costruiscano l’identità locale, favoriscano la
mobilitazione degli attori e la valorizzazione di risorse territoriali specifiche. Da
ciò discende che un agire politico che voglia dirsi territorializzato non potrà che
essere il risultato di scelte condivise da parte della comunità locale e delle forze
che operano sul territorio: tale condivisione è più facile a realizzarsi quando si è
in presenza di un forte senso identitario, in altre parole, di un sentire comune
(empatia) che è frutto di una sedimentazione culturale di cui il luogo è diretta
espressione. La situazione più virtuosa nel rapporto tra soggetti (e loro azione
collettiva) e spazio di intervento (territorio) è quella che vede modelli regolativi
che si basano su un approccio bottom-up, che trovano applicazione in politiche
che “attraverso il confronto, anche conflittuale, con le pratiche sociali e le
attese dei soggetti, mirano al coinvolgimento di una molteplicità di attori i
quali condividono una specifica visione di territorio, delle sue risorse e dei suoi
valori” (Ivi, 2007: 357). La riflessione intorno alle interrelazioni che legano
identità e politiche pubbliche è di estrema rilevanza per due ordini di ragioni, le
quali attengono ad una relazione che, meglio di tutte, esplicita la
caratterizzazione della prima di essere contestualmente matrice e bersaglio delle
seconde. Innanzitutto, come già discusso, per la funzione che questa, se in grado
di sostanziarsi in una soggettualità (politica) attiva (Pollice, Urso, 2013), svolge
nell’orientarle, posto che lo “spazio” è da principio elemento integrale nella
costituzione di queste soggettività (Massey, 2009). In secondo luogo, per la
recente enfasi posta, alle diverse scale (da quella europea a quella locale), sulla
valorizzazione dell’identità territoriale, che diventa obiettivo ultimo dell’azione
collettiva, a conferma di una “domanda” di identità che si fa sempre più
pressante, probabilmente anche in reazione all’imponente forza omologante dei
processi di globalizzazione in atto. Infine, prima di procedere oltre
nell’argomentazione, c’è un’ultima considerazione di carattere speculativo che
merita di essere riportata a sostegno dello stretto legame tra identità e politiche.
Come approfondiremo nel seguito (v. ultra), il geografo italiano Angelo Turco
(2003b) teorizza come l’identità si sostanzi attraverso tre “pratiche”: quella
“relazionale” (che alimenta la stessa attraverso i rapporti che ogni individuo
intrattiene con l’ambiente e con gli altri); quella “memoriale” (deputata a

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restituire il passato attraverso eventi, episodi, evocazioni); e quella
“progettuale”, che fa riferimento in primis alla politica e che è:

“incaricata non solo (e forse non tanto) di prefigurare un


programma, quanto (e forse soprattutto) di mettere entro un
ordine provvisorio il grande magma delle aspettative che noi
incessantemente maturiamo, e insomma di dare una forma al
desiderio.” (Ivi: 24)

Una volta definita la valenza esplicativa attribuita al concetto di identità


nell’ambito delle politiche territoriali e dello sviluppo, e prima di individuare le
relazioni di reciprocità che legano questa, territorio e processi di
territorializzazione, è opportuno soffermarsi su quegli aspetti della stessa che
meglio ne qualificano l’interazione con i meccanismi di cui si intende rendere
conto nel presente lavoro e che più sono funzionali ad una loro piena
comprensione. Cominciamo col riportare alcune tra le più condivise
interpretazioni di identità legata alla specificità geografica che meglio mettono
in luce gli elementi chiave della sua natura che più sono rilevanti nell’analisi
della reciproca influenza tra questa e la promozione della cultura, obiettivo
ultimo di questa ricerca. Chiariamo innanzitutto, seguendo Pollice (2004: 112),
cosa senza dubbio non rientra nel perimetro di una concettualizzazione
dell’identità che voglia avere efficacia ermeneutica negli studi di carattere
geografico e territoriale in senso lato:

“l’identità territoriale non può essere identificata negli oggetti


che ne sono espressione, anche se è dalla natura, dalla funzione
e dalla localizzazione degli stessi che queste identità collettive
possono essere analizzate e valutate. Questi oggetti, infatti,
altro non sono se non delle rappresentazioni, sia pure parziali
e contraddittorie, della specificità del contesto locale e del
sistema dei valori che le ha prodotte. L’identità si esprime negli
atti territorializzanti e si disvela attraverso di essi.
Solitamente, inoltre, lo stesso processo di identificazione viene
a fondarsi sull’attribuzione di un valore simbolico a specifiche
emergenze culturali o al paesaggio nel suo complesso.”

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L’identità territoriale può essere letta, dunque, come identificazione sociale e
rappresentazione condivisa di un sé collettivo, ma in alcun modo può essere
fatta coincidere, in una visione che sarebbe fortemente miope e riduttiva, con le
sue manifestazioni esteriori, con i segni lasciati sul territorio: essa è piuttosto
ciò che si cela dietro quei segni e che dà senso agli stessi.
La considerazione per cui l’identità territoriale è una componente fondante dei
luoghi, anzi, è l’essenza stessa del luogo – in quanto è attorno alla propria
matrice identitaria che il luogo si struttura e si differenzia dall’intorno
geografico (Pollice, 2004) – richiama una metafora, molto cara al mondo
classico e che oggi suona come immaginosa, che appare qui utile per precisare
l’accezione del concetto su cui più si intende soffermarsi ai fini del nostro
ragionamento: il genius loci. Nella sua interpretazione attuale (Norberg-Schulz,
1979), esso fa riferimento ad un coacervo unico di caratteri fisici, messaggi
culturali e sensazioni emotive, che fa essere il luogo ciò che è, ovvero lo rende
diverso ed unico rispetto ad ogni altro luogo e che deriva anche, ma non
esclusivamente, da tutto ciò che quel luogo ha storicamente rappresentato per
gli uomini, tutto ciò che di quel luogo gli uomini hanno percepito, tutto ciò che
su quel luogo gli uomini hanno impresso. Qualunque territorio è carico di tutto
ciò di cui la percezione umana lo ha riempito nella storia oltre che delle “cose”
che la storia e gli stessi uomini hanno realizzato e sedimentato su di esso. Il
genius loci viene dunque a configurarsi come la manifestazione percettiva
dell’identità territoriale, espressione di sintesi degli aspetti tangibili ed
intangibili di cui questa si compone.
Un’idea per certi versi complementare che raccoglie l’esigenza di incorporare
esperienze vissute e sentimenti individuali e collettivi nell’analisi del complesso
ed a volte contraddittorio rapporto che lega molte comunità locali ai propri
territori d’origine e che è venuta maturandosi in ambito prevalentemente
geografico è quella di “senso del luogo” (sense of place), espressione utilizzata
per evidenziare come i luoghi siano significativi in quanto punto focale dei
sentimenti personali e in quanto elemento centrale dell’identità dei soggetti che
ne fanno quotidianamente esperienza (Rose, 2001). Pur facendo riferimento ad
una dimensione soggettiva dell’individuo, il senso del luogo, così come definito
nella letteratura prevalente sull’argomento, è molto di più di una esperienza

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personale in quanto emerge ed è continuamente riplasmato dallo scambio
intergenerazionale: “[it] is likely to have developed, and common structure of
feeling is likely to have emerged or been reshaped among different
generational groups” (Pred, 1986: 151). Relph (1976: 20), nel volume “Place
and Placelessness”, studio di assoluto rilievo per le sorti del concetto che qui
affrontiamo, oltre che opera seminale per tutta una serie di ricerche empiriche e
di analisi condotte negli anni successivi, enfatizza l’importanza dell’esperienza
del e sul luogo perché si possa coglierne l’essenza:

“By taking place as a multifaceted phenomenon of experience


and examining the various properties of place, such as
location, landscape, and personal involvement, some
assessment can be made of the degree to which these are
essential to our experience and sense of place.”

La localizzazione in sé e, dunque, il vivere semplicemente in un dato contesto


territoriale è indubbiamente una condizione necessaria ma non sufficiente
perché in un gruppo si generino e si sviluppino place attachement e sense of
place. John Agnew mette bene in luce questo aspetto:

“Nel concetto di luogo si sono intrecciati tre elementi


importanti: il locale, cioè lo scenario in cui sono costituite le
relazioni sociali (che può essere informale o istituzionale); la
localizzazione, cioè l’area geografica comprendente lo scenario
dell’interazione sociale definita dai processi sociali che operano
su una scala più ampia; il senso del luogo, cioè la locale
struttura del sentimento. […] Tutti questi aspetti sono
collegati: se la località è l’aspetto di maggiore centralità da un
punto di vista sociologico, esso deve essere fondato
geograficamente. In altre parole la località è l’elemento geo-
sociologico centrale in un luogo, ma è strutturato dalle
pressioni della localizzazione e dà origine ad uno specifico
senso del luogo, che può, in alcune circostanze, estendersi al di
là della socialità.” (Agnew, 1991: 32)

Il senso del luogo, pertanto, non può che discendere da “a long and deep
experience of a place, and preferably involvement in the place” (Shamai, 1991:
348). Numerosi studiosi sottolineano il ruolo che riti, miti e simboli svolgono

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nel rafforzare l’attaccamento al luogo (Relph, 1976) e nel legare la comunità al
territorio che abita (Tuan, 1977): “Local symbols reflect and enhance sense of
place” (Peterson, Saarinen, 1986: 164). Tale aspetto risulta ancor più chiaro alla
luce della definizione fornita da Datel e Dingemans (1984: 135), che
interpretano il sense of place come “the complex bundle of meanings, symbols,
and qualities that a person or group associates (consciously and
unconsciously) with a particular locality or region”. L’attenzione verso la
natura esperienziale e simbolica e verso le componenti immateriali dell’identità
territoriale, verso cioè, nelle parole di Turco, la “intensità percettiva del
territorio, vale a dire la qualità simbolica che, ostacolando la banalizzazione
dello spazio, mantiene attiva la sfera emozionale” (Turco, 2003b: 25) – che in
tempi meno recenti ha trovato espressione in metafore immaginose come quella
del genius loci o in nozioni alle volte vaghe come quella appena richiamata del
sense of place – sollecitando una più approfondita riflessione sulla sua
dimensione percettiva, ha ulteriormente arricchito il dibattito sull’argomento –
grazie anche all’apporto di altre discipline, quali la psicologia ambientale,
l’antropologia e la sociologia – nonché la nozione stessa di place identity.
I due concetti richiamati mostrano alcune analogie, su cui appare utile
soffermarsi, con quello di “sociotopia” proposto da Turco. Questa viene infatti
definita dall’autore come:

“un ambito di interazione fisica e simbolica nel quale il


soggetto diventa competente: per meglio dire, esercita e
sviluppa la sua attitudine a vivere con altri soggetti del
territorio, ad abitare partecipativamente una terra che sente
come sua. Questa competenza topica […] acquista una vera e
propria forma solo nella dimensione sociale della soggettività.”
(Ivi: 27).

È pertanto nella socialità che il soggetto, nella sua condizione di attore sociale,
esperisce la geografia non più come luogo, ma in quanto sociotopia, che viene ad
essere ulteriormente declinata dall’autore come segue:

“Si tratta, possiamo dire in prima battuta, del territorio nel


quale il soggetto si esprime pubblicamente come appartenente
ad una collettività, e in quanto tale consapevole di partecipare

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all’elaborazione e alla realizzazione di un disegno comune.”
(Ivi: 26).

È così che quelle particolari condizioni sociali della soggettività che sono le
condizioni geografiche si sostanziano nel peso valoriale attribuito dall’individuo
al luogo in cui vive: ciò significa che il soggetto, oltre ad aver rapporti con altri
uomini sul territorio, interagisce altresì

“con il territorio come tale, vale a dire con uno spazio dotato di
valore antropologico, perché significato, o reificato, o
strutturato. Il territorio si compone dunque di artefatti, tanto
materiali quanto simbolici, che sono insieme depositi di sapere
e dispositivi di comunicazione. […] Il territorio della sociotopia
è una disseminazione di emblemi sociali.” (Id.).

Un elemento non ancora emerso dalle considerazioni sin qui svolte risulta di
estrema rilevanza nella riflessione appena riportata: quello comunicativo. E ciò
perché chiama in causa un’interpretazione dell’identità in quanto “impresa
narrativa” (Turco, 2003b) che richiama l’attenzione sulla sua doppia
dimensione individuale (del soggetto in quanto individuo) e collettiva (del
soggetto in quanto attore sociale), interpretazione questa che trova riscontro
anche nella letteratura internazionale:

“One crucial aspect of a local or regional identity – whether


national, provincial or other – is the relation between
individual identity and social identity. Questions like «who am
I» or «who are we» are always problematic, as identities and
boundaries run closely hand in hand. Regional identities can
be interpreted as narratives that explain who we are and
where we come from […] The present, the past, and personal
and social identities are bound up together in a complex
manner, in which identity is rather a dynamic, continually
changing process, than a static condition.” (Häkli, Paasi, 2003:
143)

Il territorio entra nei processi di dispiegamento della soggettività, partecipando


alla costruzione dei racconti di cui si sostanziano le configurazioni identitarie. In

- 60 -
particolare, la relazione individuale con il luogo ha una propria autoconsistenza,
che si risolve nella dimensione interiore del soggetto: “Comunque si costituisca,
e certamente, di nuovo, in forma narrativa e senza astrazione dalle
complessive condizioni sociali del soggetto, il suo rapporto con il luogo
acquista le vesti di una relazione intima e personale” (Turco, 2003b: 25). Il
legame con il territorio, al contempo, si configura come e trae sostentamento
dalla “pratica” dell’attore sociale, che si proietta nello (o introietta lo) spazio
pubblico attraverso processi di interazione simbolica, in cui “si intrecciano,
particolarmente, tattiche di socializzazione dell’intimità e, all’inverso, di
intimizzazione degli spazi della socialità.” (Ibid.). Nella condivisione (del
racconto) della propria identità con la collettività di cui si fa parte e nel
riflettersi costante in (nel racconto di) quella dell’altro risiede la natura
comunicativa della stessa: “L’identità soggettiva si fa collettiva perché il suo
racconto diventa un meta racconto: la mia storia, che si rispecchia in quella
degli altri, viene osservata, viene interpretata.” (Ivi: 29). Tale aspetto non può
che far ragionare anche sulla dimensione relazionale dei meccanismi alla base
della costruzione dell’identità territoriale – indubbiamente favoriti da rapporti
fluidi e fondati sulla fiducia – e, per corollario, sul ruolo che in essi deve pur
avere una risorsa immateriale che è ormai ampiamente riconosciuta essere
elemento chiave tra quelli che costituiscono il territorio o capitale territoriale: il
capitale sociale (Dematteis, Governa, 2005). Ciò in considerazione, come già
sottolineato, proprio della constatazione che:

“il flusso narrativo che definisce il soggetto come protagonista


di una storia, e lo dota perciò stesso di una identità, si alimenta
certo di una pratica relazionale: la mia vita vissuta al
presente, come insieme di rapporti che io ho con il mondo, cioè
con gli altri uomini, con gli artefatti materiali e simbolici, con
la natura.” (Turco, 2003b: 24)

L’identità “narrativa” si concreta in un auto-riconoscimento collettivo della


propria identità soggettiva che non può che avere le fondamenta nei valori
condivisi dalla comunità di appartenenza, valori che “si cristallizzano al suolo e
diventano spazi di autoriconoscimento collettivo” (Ivi: 27) e che, in quanto
sostanza delle pratiche relazionali, memoriali e progettuali, se esteriorizzati, una

- 61 -
volta interiorizzati, attraverso la libera adesione e nella consapevolezza comune,
“sono dunque gli autentici capisaldi dell’identità” (Ivi: 28).
La condivisione di valori identitari – riconosciuti come localmente determinati
– così come la coesione sociale, favorita anche da quest’ultima, trovano
solitamente il proprio fondamento in un forte senso identitario che lega la
comunità locale al suo contesto territoriale. In effetti, essi sono sempre valori
simbolici individuati a partire dalla visione che la comunità ha di se stessa e
della propria specificità: è pertanto la percezione collettiva di una comune
matrice identitaria a generare questi fenomeni più che la matrice stessa (Pollice,
2004). Il concetto di sociotopia, al pari dell’insieme delle considerazioni sin qui
svolte, mostrano con sufficiente chiarezza la natura intimamente territoriale
delle dinamiche evocate. Il luogo, infatti, quale “composizione territoriale che
attraversa l’intero arco narrativo” (Turco, 2003b: 26), interviene nei
meccanismi di costruzione dell’identità del soggetto in quanto individuo, che lo
interiorizza nel suo agire quotidiano, e in quanto attore collettivo, appartenente
ad un gruppo protagonista della stessa storia, “sia come pratica memoriale, sia
come pratica progettuale, sia come pratica relazionale, all’occorrenza
migrando dall’una all’altra” (Ivi). In realtà, quanto più forte è la sollecitazione
alla sperimentazione delle tre pratiche e quanto più alta è la coerenza della
“narrazione” che esse comunicano tanto più l’identità incide sul significante in
quanto agente plasmante della realtà territoriale. L’azione strutturante
dell’identità territoriale è, dunque, tanto più efficace, quanto maggiore è il
livello di condivisione della “narrazione di sé” da parte della comunità locale e
quanto più, quindi, la rappresentazione della realtà è univocamente accettata
(Pollice, 2004). Volendo schematizzare (non pensando con ciò di semplificare il
complesso e denso quadro teorico qui abbozzato), diremo che l’identità, per
sostanziarsi e manifestarsi a livello consapevole all’interno della comunità di cui
è espressione, necessita di memoria, relazioni e progettualità. Le tre pratiche
identitarie appena richiamate risultano di assoluta rilevanza ai fini della
comprensione dei processi che in questo lavoro si intendono descrivere e, ove
possibile, verificare empiricamente, dal momento che tutti e tre gli elementi su
cui questi si fondano rientrano in qualche modo nel quadro interpretativo-
concettuale che si mira a costruire allo scopo ultimo di spiegare, all’interno dei

- 62 -
meccanismi con i quali una comunità elabora il senso di identità, in che misura
le iniziative culturali a forte contenuto memoriale possano contribuire in tale
direzione agendo da catalizzatori: la memoria, poiché il festival che si prende in
esame ha per contenuto proprio un “pezzo” della cultura del passato del
territorio che lo ospita; le relazioni, indagate attraverso la nozione di capitale
sociale su cui ci si concentrerà nel paragrafo successivo; la progettualità, infine,
perché l’evento è espressione di una volontà politica che è volta a rafforzare, ad
un tempo, l’attrattività turistica ma anche l’identità locale dell’area, come nel
caso della maggior parte delle politiche culturali.
Ci soffermeremo in prima battuta sul primo elemento, cruciale ai fini delle
riflessioni che svilupperemo nel corso di questo studio, la memoria (degli altri
due si avrà modo di discutere in modo approfondito nelle pagine successive), già
chiamata in causa (v. infra) quale uno dei tre assi di analisi (la coerenza interna;
la continuità nel tempo che fa riferimento alla memoria; la tensione teleologica)
che Dematteis e Governa (2003) individuano per la concettualizzazione dell’idea
di identità trasferita in una dimensione territoriale. Essa ha dato vita ad un
intero filone di ricerca incentrato sulla tematica dei “luoghi della memoria”, che
i diversi approcci hanno espresso nel corso del tempo con modalità, scale e
sfumature differenti tra di loro (Isnenghi, 1998; Tarpino, 2008; Guarrasi, 2008,
Alaimo, De Spuches, 2007). Una disamina critica della declinazione territoriale
del concetto di identità, in particolare rispetto al valore della dimensione
comunitaria del luogo (Dematteis, Governa, 2003), non può non considerare le
relazioni che un gruppo umano nel tempo sviluppa con il proprio territorio di
riferimento (Dematteis, 2001; Banini, 2003; Botta, 2006), e, più
analiticamente, quei processi di costruzione, narrazione e rappresentazione
della memoria collettiva8, giacché questi rappresentano variabili cruciali nella
comprensione e nella spiegazione dei meccanismi che concorrono alla
definizione della matrice territoriale. Nella lettura del fenomeno data
nell’ambito del filone di studi precedentemente citato, la stretta relazione tra
luoghi e memoria “segna” in modo permanente il territorio, ne riattiva i codici
narrativi e ne trasmette continuamente di nuovi (Maggioli, Morri, 2009),

8 Il concetto di memoria collettiva è stato definito negli anni ‘20 dal sociologo Maurice
Halbwachs (1925: 55) come “une reconstruction du passé en fonction des besoins du
présent.”

- 63 -
riafferma simboli e valori su cui si fonda l’identificazione del gruppo che lo
abita. La memoria, dunque, anch’essa nella sua duplice dimensione individuale
e collettiva:

“rimescola il pubblico e il privato, il singolo e il gruppo, ma lo


scenario della vita quotidiana, cui si attaglia sempre più,
disegna uno spazio inedito che abbatte i confini rigidi tra
individui e collettività […] spazio come allora, memoria come
traccia […] I luoghi della memoria sono i nuovi testimoni, su
cui grava la traccia del passato: e in nome di quell’impronta,
carica di pathos, lo spazio da pura estensione, animata solo
dal fluire del movimento, si trasforma in luogo.” (Tarpino,
2008: 19-20)

Altre definizioni fornite della nozione oggetto del nostro interesse insistono
sulla sua ambivalenza in quanto elemento fondativo tanto dello spazio pubblico
che di quello domestico, in altre parole, quello “spazio vissuto” cui si è fatto
riferimento in precedenza: una memoria che è quindi “atto costituivo degli
individui e dei gruppi sociali” (Maggioli, Morri, 2009: 63) e che, al pari del
racconto orale che di essa è l’esplicitazione, assolve alla duplice funzione di
definire vere e proprie “geografie personali” (Demetrio, 2008) e di acquisire una
determinante capacità evocativa rispetto ai luoghi abitati.
Su questo doppio binario si muovono anche le dinamiche di identificazione con
un territorio, elemento questo che merita di essere approfondito per le sue
implicazioni non solo sul piano teorico ma anche su quello empirico: “al senso
di appartenenza” – manifestazione esplicita e conscia dell’identità territoriale –
“può essere data una duplice quanto semplice lettura che tiene conto del farsi
luogo dell’individuo sociale e viceversa” (Casu, Steingut, 2000 citato in
Maggioli, Morri, 2009: 63). Come si evince con una certa chiarezza anche a
partire dalle argomentazioni di Angelo Turco, ampiamente riportate, vi sono
due dimensioni da tenere in debito conto nell’affrontare la questione
dell’identità connessa al luogo: una che può dirsi di tipo “macro” o collettiva
(social), che attiene alla sua natura di processo collettivo continuativo che
ricomprende, tra gli altri, meccanismi di organizzazione (del sistema)
territoriale; e una che può definirsi di tipo “micro” o individuale (self), che è
ascrivibile alla soggettività di ogni attore sociale e alla sua esperienza intima del

- 64 -
luogo, con cui instaura una serie di legami, avvertiti probabilmente con un
diverso grado di consapevolezza (place awareness) ma dovuti certamente ad un
solo motivo di appartenenza (il territorio ove si risiede o si opera a vario titolo).
Come si intuisce già dalla stessa espressione “identità territoriale”, il concetto

“rinvia immediatamente ad una doppia sollecitazione: quella


proposta dal primo termine (identità) che attiene alla sfera
personale, astratta e sfumata, del sentimento
individuale/privato di un comune – e al tempo stesso intimo –
sentire «di far parte e/0 appartenere a qualcosa» e quella più
concreta e fisicamente incarnata in un preciso spazio
geografico (territorio), entro i cui confini caratteri ben definiti
– attribuiti all’ambiente esterno – delimitano ambiti e
motivazioni di quello stesso sentire. Coniugando insieme i due
termini «identità e territorio», il concetto esprime dunque, e
innanzitutto, un rapporto: quello tra soggetto e oggetto, tra
uomo e ambiente, tra sfera privata e collettiva di un
«sentimento di appartenenza», tra dimensione reale di uno
spazio definito/delimitato e capacità/volontà di «riconoscersi»
in esso” (Grillotti Di Giacomo, 2009: 42).

I geografi finlandesi Häkli e Paasi (2003: 142) chiariscono le due dimensioni


attribuibili alla nozione di identità geografica, distinguendole analiticamente
come segue:

“At the outset, it is useful to make an analytical distinction


between the identity of a region and people’s sense of regional
identity (or regional consciousness) (Paasi, 1986). The former
comprises aspects that distinguish one region from all others,
and will include at least physical conditions, the region’s
history, and its economic, social, and political structures. Other
important considerations are cultural features and dialects.
These and other similar aspects from the distinctive basis upon
which a certain symbolism arises, and the region is presented
in various social and cultural practices and discourses. These
aspects are also implicated in the inhabitants’ sense of regional
identity, or regional consciousness, as this, too, reflects the
history of a region, as well as its distinct characteristics. Yet, a
consciousness of the particularity of one’s homestead or region
is not to be traced back only to individuals’ own experiences
and observations. At least equally important are the
mechanisms through which the foundation is laid for a
collective identity.”

- 65 -
Anche in seno ad altre discipline che si interessano della tematica, seppur con
approcci, strumenti e metodologie differenti da quelli comunemente utilizzati in
ambito geografico, si rileva questa ambivalenza. È il caso, tra le altre, della
psicologia ambientale che, come già accennato, nello studio degli specifici
processi psicologici, definiti psicologico-ambientali (Bonnes, Bonaiuto, Lee,
2003), di interfaccia tra persone e relativi setting/luoghi o ambienti socio-fisici
di vita quotidiana (Bonnes et al., 2009), opera una distinzione che appare qui
estremamente significativa ai fini della nostra argomentazione:

“Overall, there are two ways in which place has been related to
identity. The first is what we will call place identifications. This
refers to a person’s expressed identification with a place […] In
this sense place can be considered to be a social category and
will be subject to the same rules as a social identification
within social identity theory. […] Place identification would
express membership of a group of people who are defined by
location. If this position is taken then place identification is a
type of social identification. We would argue that the social
identity approach can only account for part of the relationship
between self and environment. The second way in which place
has been related to identity is through the term place identity,
a construct promoted by Proshansky et al. (1983, 1987) which
calls for a more radical re-evaluation of the construct of
identity. He proposes that place identity is another aspect of
identity that describes the person’s socialization with the
physical world. […] We would, however, suggest that rather
than there being a separate part of identity concerned with
place, all aspects of identity will, to a greater or lesser extent,
have place-related implications.” (Twigger-Ross, Uzzell, 1996:
205-6)

Come emerge da quanto riportato, sia che prevalga la dimensione “social” sia
che l’accento venga posto su quella che attiene al “place” (approccio seguito in
questo lavoro e nelle scienze del territorio in generale), anche da parte delle
altre discipline che, a vario titolo, studiano l’identità connessa al luogo, vi è un
sempre più diffuso e condiviso riconoscimento della embeddedness di tali
processi nella porzione di territorio che è spazio in cui si svolgono, nonché
elemento fondativo degli stessi.

- 66 -
Nella prospettiva di un’accezione più ampia, possiamo fare riferimento a letture
che intendono l’identità territoriale come connaturata al luogo, in quanto
qualità specifica dello stesso, che è esito di un processo storico di lunga durata
(Magnaghi, 2001), detto di territorializzazione (di cui si discuterà nel paragrafo
1.5), essenziale nella formazione della stessa. Una definizione fornitaci da
Magnaghi (Ivi: 9), ci spiega come:

“Ogni luogo assume, in questa relazione di lunga durata fra


insediamento umano e ambiente, una sua identità specifica
data dalla particolarità degli elementi della relazione. Questa
identità si darà a due livelli: quello che definisce i caratteri
tipologici del luogo (che riguardano le tipologie edilizie,
urbane e territoriali; in particolare […] [i] «tipi territoriali»);
e quello che definisce la personalità e l’individualità del luogo,
ovvero i caratteri peculiari in cui un tipo territoriale si
materializza in uno specifico paesaggio.”

Si tratta di una concettualizzazione della nozione in chiave “patrimoniale”.


Attribuire un valore patrimoniale all’identità significa considerarla come una
risorsa immediatamente in grado di incidere sullo sviluppo locale dal momento
che “sono proprio le qualità specifiche del luogo a fondare, attraverso le
sinergie della società locale, lo stile specifico di sviluppo auto-sostenibile”
(Magnaghi, 2000: 131). In effetti, essa viene frequentemente teorizzata come
quell’insieme di risorse di vario tipo – di cui ogni comunità organizzata
territorialmente è dotata – che costituisce il potenziale endogeno per lo sviluppo
(Grasso, 1998). Come è ormai evidente dall’approccio che questo lavoro
condivide e, all’interno del quale, intende dare il suo modesto contributo, il
richiamo non è soltanto alle risorse tangibili, risultato del processo di
territorializzazione dello spazio e identificabili tanto nei manufatti quanto
nell’organizzazione stessa del territorio, ma anche, e forse soprattutto, alle
risorse intangibili, quali la propensione imprenditoriale, il livello culturale,
l’etica comportamentale, la sensibilità estetica (Pollice, 2005), e ancora, la
fiducia generalizzata, l’attitudine all’azione collettiva, il senso di appartenenza.
Come spiega bene Giaccaria (2008: 44):

- 67 -
“Quando affermiamo che le caratteristiche dei luoghi
rappresentano delle vere e proprie leve per l’innesco di
processi di sviluppo, questo riferimento non deve essere inteso
in termini materiali, come presenza di risorse naturali (per
esempio il carbone nel caso della Rhur) o di grandi imprese
(come nel caso del polo alla Perroux), pena la ricaduta negli
approcci [universalistici di sviluppo]. Le caratteristiche proprie
dei luoghi che influenzano lo sviluppo e differenziano i modi e i
tempi dello sviluppo di luogo in luogo sono anche e
precipuamente di tipo immateriale, ovvero sia relazioni che
legano tra loro i diversi soggetti (imprese ma non solo) che
contribuiscono a innescare e mantenere processi di sviluppo.”

Sono, infatti, questi fattori, pur non strettamente economici, a costituire il


fondamento socio-territoriale dei modelli di sviluppo autocentrato, nei quali la
natura endogena del processo si sostanzia nella valorizzazione economica e
culturale delle risorse locali. In questa lettura, dunque, l’identità “non è un
concetto astratto ma una componente essenziale dei luoghi, anzi, la si potrebbe
definire come l’essenza stessa del luogo, in quanto è attorno alla propria
matrice identitaria che il luogo si struttura e si differenzia dall’intorno
geografico” (Pollice, 2004: 115), dando vita ad una configurazione territoriale
con una propria, marcatamente specifica, organizzazione interna che discende
dalla specificità della relazione che in quella porzione di spazio si instaura tra la
comunità e il luogo, che a sua volta in qualche modo discende dalla ed è al
contempo espressione della identità territoriale: sì, perché, nello slittamento da
una logica dell’appartenenza passiva e data ad un certo spazio verso una logica
progettuale e attiva (Dematteis, Governa, 2003), essa si costruisce nell’azione
collettiva dei soggetti locali. Un’interpretazione di tipo “macro” dell’identità
connessa al luogo, pertanto, non può che implicare che

“l’identità collettiva dei soggetti non si definisca solo sulla base


della loro prossimità spaziale, che non si crei per condivisione
passiva di un certo territorio e delle sue valenze simboliche, ma
derivi dall’agire collettivo dei soggetti, in quanto portatori di
pratiche e di conoscenze, «costruttori» di territorio e di nuove
logiche di riferimento identitario ai luoghi.” (Dematteis,
Governa, 2003: 22).

- 68 -
È nella partecipazione attiva, pertanto, che si esplica la possibilità di ogni
soggetto di forgiare la propria identità attraverso una azione di tipo territoriale
(Governa, 2003), ovvero, una azione territorializzata, spazialmente radicata o
ancorata, in grado di costruire identità territoriale, prima soggettiva e poi
collettiva:

“l’azione collettiva dei soggetti costituisce il mediatore nella


relazione fra gli attori e il territorio: è cioè l’azione collettiva
che realizza il passaggio dall’autonomia del soggetto
individuale all’autonomia collettiva, che fa sì che le relazioni
fra attori e fra attori e territorio costruiscano l’identità
collettiva dei soggetti, che permette la mobilitazione degli stessi
e la valorizzazione delle risorse specifiche dei sistemi locali
territoriali.” (Governa, 2005: 61)

Se è nella condivisione che l’identità territoriale, così intesa, si costruisce, quel


che si condivide non può che essere un sentimento che nasce nell’individualità
del rapporto tra ogni membro di una comunità e il suo spazio vissuto, che
rappresenta la “cellula madre” di quella coscienza di luogo che produce
riconoscimento del valore del patrimonio territoriale e, con esso, senso di
attaccamento, in un continuum che va dal soggetto alla comunità e da questa al
territorio, prodotto della coevoluzione storica tra essi e l’ambiente “a opera di
successivi e stratificati cicli di civilizzazione” (Magnaghi, 2000: 16), in cui si
fondono identità personale e identità collettive del presente, ma anche del
passato, sedimentatesi nel luogo. È quanto è bene argomentato da Breakwell:

“Current personal identity is the product of the interaction of


all past personal identities with all past and present social
identities. But the reverse is also true: current social identities
are the product of the interactions of all past social identities
with all past and current personal identities” (Breakwell, 1986:
18)

Giuseppe Dematteis condensa tutte le considerazioni sin qui svolte in una


metafora piuttosto immaginifica, ma senza dubbio molto efficace, che ingloba la
tensione tra passato e presente insita nel concetto oggetto della nostra

- 69 -
attenzione e distingue chiaramente la forma che l’identità assume a livello
individuale dalla sua natura in termini collettivi:

“qualsiasi definizione di identità, riferita a soggetti individuali


o collettivi, ce la presenta come una specie di Giano bifronte
che guarda sia all’indietro (identità come memoria e
continuità con il passato), sia in avanti (identità come tensione
verso un futuro desiderato). Mentre la prima direzione opera
solo a livello di rappresentazioni mentali, la seconda implica
interazione con gli altri e con il mondo esterno e quindi, nei
sistemi territoriali intesi come attori collettivi,
autoorganizzazione. Quindi l’identità, anche se a livello
individuale si esprime in senso di appartenenza, a livello di
gruppo territoriale consiste semplicemente nei principi
dell’organizzazione locale.” (Dematteis, 2005: 108).

Se sulla definizione dell’identità territoriale in chiave “macro”, ossia sulla


delineazione, teorica, ma soprattutto empirica, del suo carattere comunitario,
non si riscontra in letteratura una posizione concorde e unanime, non solo tra
tradizioni di paesi diversi, ma anche all’interno dello stesso (come è il caso
dell’Italia), più consenso trova la sua interpretazione “micro” – più chiaramente
delineata probabilmente anche grazie ad una maggiore, sebbene non così
immediata, rilevazione e validazione in campo empirico – che le attribuisce un
valore affettivo, vedendola esprimersi essenzialmente nel senso di appartenenza
dell’individuo al proprio territorio di riferimento. Secondo tale visione, essa
sarebbe la risultanza di un investimento affettivo sugli aspetti caratterizzanti del
territorio, investimento che discende da una identificazione con – e comporta
un attaccamento a – lo stesso. Gillian Rose nel tentativo di spiegare questo
processo scrive che:

“One way in which identity is connected to a particular place is


by feeling that you belong to that place. It’s a place in which
you feel comfortable, or at home, because part of how you
define yourself is symbolized by certain qualities of that place.”
(Rose, 1995: 87).

- 70 -
In una delle ricerche più compiute sul “sense of place”, che, nell’inglobare la
totalità dei possibili sentimenti che si provano verso il proprio territorio,
annovera anche il senso di appartenenza, quest’ultimo è definito come “a feeling
of «togetherness» and common destiny” configurando una situazione per cui
“What is happening in the place is important. The symbols of the place are
respected.” (Shamai, 1991: 350). Secondo questo approccio (Shamai, 1991),
spostandoci sulla scala dell’intensità del coinvolgimento emotivo verso lo spazio
in cui si vive, al livello immediatamente successivo, troviamo l’attaccamento al
luogo, così inteso:

“Place attachment involves positively experienced bonds,


sometimes occurring without awareness, that are developed
over time from the behavioural, affective, and cognitive ties
between individuals and/or groups and their socio-physical
environment.” (Brown, Perkins, 1992: 284).

Come già accennato, l’esperienza individuale del luogo e dei legami ad esso
associati media l’identità spaziale (Cohen, 1982), che si rinforza nella pratica
quotidiana del singolo e del gruppo:

“Identity is formed and continually reinforced via individual


practice within culturally defined spaces […] Sense of place, as
a component of identity and psychic interiority, is a lived
embodied felt quality of place that informs practice and is
productive of particular expressions of place.” (Martin, 1997: 1)

In realtà, come fa notare con estrema chiarezza Gillian Rose (2001), il “sense of
place”, cui si è fatto riferimento, pone nuovamente l’attenzione sulla dimensione
collettiva di quei legami di appartenenza che, formandosi nell’interiorità di ogni
soggetto, ma avendo ad oggetto lo stesso elemento (il territorio, che diventa
dunque fattore di unione), nel loro insieme olistico creano territorio, prodotto
sociale totale: “un senso del luogo è più dei sentimenti di una sola persona
riguardo ad un dato luogo; simili sentimenti non sono soltanto individuali, ma
anche sociali” (Ivi: 67). Da queste riflessioni emerge la valenza aggregativa del
senso di appartenenza che, in virtù dell’investimento affettivo che il singolo e la

- 71 -
comunità di cui fa parte fanno sul luogo, è supposto stimolare un
comportamento proattivo: esso, infatti, costituisce “il collante del sistema
economico-territoriale e spinge gli attori locali a prediligere, anche in
presenza di talune diseconomie, a contenere relazioni transazionali e
collaborative all’interno dell’ambito locale” (Pollice, 2004: 118). Il sense of
belonging al territorio agisce, dunque, da fattore aggregante in grado di
superare gli altri possibili riferimenti identitari (culturali, sociali, economici) e
di proporsi come minimo comun denominatore di tutte le possibili identità
individuali e collettive di chi condivide lo stesso spazio. Nell’analisi dei processi
identitari, compito del geografo e prerogativa della disciplina non è solo lo
studio dei meccanismi interiori di costruzione di quella parte dell’identità
personale che discende dal vivere in un certo territorio, ma anzitutto quello di
indagare le condizioni geografiche, ovvero le determinanti territoriali, che
intervengono nelle dinamiche di identificazione con i luoghi, colte sia a livello
individuale che collettivo, e che rendono queste ultime performanti nei
confronti della realtà. Una di queste è senza dubbio costituita dalla dotazione di
capitale sociale9 – in altre parole dalla qualità e intensità delle relazioni,
diffusamente riconosciuti quali elementi costitutivi del territorio – di cui una
comunità può disporre. Quando utilizzato nell’ambito di considerazioni di
carattere geografico, il concetto di identità territoriale ha alcune connotazioni
specifiche, per cui “si riferisce ad esperienze vissute e a tutti i sentimenti
soggettivi associati alla coscienza di ogni giorno, ma insinua anche che simili
esperienze e sentimenti sono insiti in una serie più ampia di rapporti sociali”
(Rose, 2001: 66). Come ampiamente argomentato, questa, in quanto risultato di
una pratica autoriflessiva che investe l’intera collettività, è “condizionata” nel
suo esprimere la propria valenza strutturante – vale a dire di orientamento
dell’agire collettivo e di modificazione del territorio secondo meccanismi
autoreferenziali – sia dal livello di relazionalità che caratterizza il tessuto sociale
sia dall’uso che di essa si fa all’interno dei meccanismi relazionali. L’identità
territoriale svolge infatti un ruolo strategico nelle politiche volte a rafforzare la

9 La natura geografica del capitale sociale, se osservato nella sua relazione con lo sviluppo locale,
discende dal fatto che “a rendere molteplici i possibili percorsi di sviluppo e a legarli ai luoghi
(e alla loro storia) è proprio il ruolo giocato da quell’intensità relazionale che
contraddistingue alcuni luoghi e non altri.” (Giaccaria, 2008: 44).

- 72 -
coesione sociale all’interno dei sistemi locali territoriali, in quanto momento
fondante dei processi autopoietici che sono alla base della loro riproduzione,
capace di indirizzare l’azione del singolo e del gruppo, partecipare alla
produzione di senso del luogo e, non ultimo, rafforzare e sostenere dinamiche
sinergiche all’interno della “tela” dei rapporti sociali. Più gli individui si sentono
parte di una società e traspongono questo sentimento nei propri comportamenti
individuali e collettivi, più si rafforza l’identità territoriale e prende forma una
soggettualità attiva, in grado cioè di tradursi in interventi territorializzanti
(Pollice, 2004), guidati da un desiderio di cura per il proprio luogo generato da
quel senso di appartenenza di cui tanto si è discusso: “la cura del territorio non
può che essere affidata agli abitanti, ma bisogna in primo luogo che esistano
abitanti dei luoghi” (Magnaghi, 2000: 67). Come a dire che la prima condizione
perché questo avvenga è la presenza di quel sentimento di attaccamento al luogo
del proprio vissuto. Questa è, però, condizione necessaria, ma non sufficiente,
come appare estremamente chiaro dalle parole dello stesso autore poc’anzi
citato:

“perché esistano le relazioni costruttive fra società locale e


ambiente in grado di valorizzare il patrimonio territoriale
occorre che la società locale esista: dunque il problema di
fondo è fare società locale, una società locale sufficientemente
complessa e articolata da essere in grado di aver cura del
proprio ambiente e del proprio territorio.” (Ivi: 66)

Il riferimento ad una risorsa intangibile, ma assolutamente indispensabile,


quale il capitale sociale è qui ancora implicito, ma non di meno chiaro. Più
esplicitamente, uno sviluppo locale che sia coerente con l’identità territoriale
che quel “locale” esprime non può che realizzarsi in una forma che:

“consenta il rafforzamento di pratiche di cooperazione e di


partecipazione, e sviluppi nuove forme di comunità che
garantiscano a loro volta nuovi processi di accumulazione di
capitale sociale. La ricostruzione della comunità è l’elemento
essenziale dello sviluppo autosostenibile: la comunità che
«sostiene se stessa» fa sì che l’ambiente naturale possa
sostenerla nella sua azione; l’azione conservativa (anche di
valori ambientali) che non promani dalla fiducia interna e

- 73 -
dalla self-reliance è destinata a creare resistenze e fallimenti.”
(Ivi: 91)

Il capitale sociale, argomento del prossimo paragrafo, non può, pertanto, restare
fuori da un discorso che, affrontato in chiave geografica, mostra, ancor più
lapalissianamente che se avvalendosi del bagaglio teorico di altri saperi, la
stretta correlazione tra processi identitari, relazionali, territorializzanti e di
sviluppo, tutti fortemente ancorati a e, in qualche modo, influenzati da, contesto
e condizioni geografiche che lo contraddistinguono.

1.4 Capitale sociale: riflessioni per una interpretazione geografica.

“Il tuo grano è maturo, oggi, il mio lo


sarà domani. Sarebbe utile per
entrambi se oggi io lavorassi per te e tu
domani dessi una mano a me. Ma io
non provo nessun particolare
sentimento di benevolenza nei tuoi
confronti e so che neppure tu lo provi
per me. Perciò io oggi non lavorerò per
te perché non ho alcuna garanzia che
domani tu mostrerai gratitudine nei
miei confronti. Così ti lascio lavorare da
solo oggi e tu ti comporterai allo stesso
modo domani. Ma il maltempo
sopravviene e così entrambi finiamo
per perdere i nostri raccolti per
mancanza di fiducia reciproca e di una
garanzia.” (David Hume, 174010)

10 David Hume, 1739-40, Trattato sulla natura umana, Libro III. Titolo originale completo: A
Treatise of Human Nature: Being an Attempt to introduce the experimental Method of
Reasoning into Moral Subjects. Libro primo: Of the Understanding (1739); libro secondo: Of
the Passions (1739); libro terzo: Of Morals (1740).

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Sebbene già da tempo vi fosse chi segnalava l’esistenza di un forte deficit
nell’ambito della teoria economica sulla crescita, uno fra tutti, Gunnar Myrdal
che già nel 1957 scriveva:

“Economic theory has disregarded […] non-economic factors


and kept them outside the analysis. As they are among the
main vehicles for the circular causation in the cumulative
processes of economic change, this represents one of the
principal shortcomings of economic theory.” (Myrdal, 1957: 30)

è solo a partire dagli ultimi decenni che la letteratura economica e le scienze


sociali più in generale – geografia compresa – hanno posto un’attenzione
crescente sui fattori immateriali e relazionali per spiegare lo sviluppo. Sempre
Myrdal, nel 1974, in una sua definizione di quest’ultimo, apre la strada a nuovi
percorsi di ricerca, facendo esplicito riferimento al ruolo degli elementi non
economici nel favorirlo:

“By development I mean the movement upward of the entire


social system, and I believe this is the only logically tenable
definition. This social system encloses, besides the so-called
economic factors, all noneconomic factors, including all sorts
of consumption by various groups of people; consumption
provided collectively; educational and health facilities and
levels; the distribution of power in society; and more generally
economic, social, and political stratification; broadly speaking,
institutions and attitudes to which we must add as an
exogenous set of factors induced policy measures applied in
order to change one or several of these endogenous factors.”
(Ivi: 729-30)

L’introduzione dell’aspetto spaziale della crescita e la considerazione, tra le


variabili esplicative dello sviluppo, delle caratteristiche geografiche, socio-
economiche e istituzionali del territorio han fornito un nuovo impulso anche
agli economisti regionali, con una “fertilizzazione” reciproca densa di
implicazioni per i due saperi, quello che si fonda sulla visione di un homo
oeconomicus e quello che fa, invece, riferimento ad un homo geographicus. Se
nella reinterpretazione dello sviluppo economico (che sposta l’attenzione più

- 75 -
che altro sulla scala locale) operatasi alla luce di queste suggestioni, l’enfasi era
posta essenzialmente su una relazionalità di tipo economico11, l’interesse per la
dimensione relazionale del fenomeno in questione è andato progressivamente
ampliandosi e diversificandosi per giungere ad una comprensione
maggiormente “sociale” e “culturale” di tale relazionalità (Giaccaria, 2008),
assumendo come centrali temi quali la fiducia, i valori condivisi, le
consuetudini, il senso civico nei rapporti economici e non che si instaurano in
un dato spazio. In ambito geografico, a metà degli anni Novanta, a seguito delle
sollecitazioni già richiamate nel paragrafo 1.1 e di alcuni importanti
cambiamenti occorsi all’interno della stessa disciplina12, quali “the softening of
sub-disciplinary boundaries within human geography and the more general
call for a «relational thinking» in human geography” così come un “analytical
concern of economic geography with […] the relation between the spatial and
the social” (Yeung, 2005: 37-38), si produce quella svolta culturale e relazionale
di cui si è ampiamente discusso nell’apertura del lavoro:

“Economic geography has progressed in recent years by being


open to conceptual crosscurrents within the social sciences as
well as humanities. The accentuation of a relational approach
to human behavior and change is one such «turn».” (Ettlinger,
2003: 166)

Per comprendere appieno la natura di questa svolta in ambito geografico è


necessario anzitutto sapere come si definisce, in questa sede, il “relational
thinking” che è stato da questa prodotto. Nelle parole di Massey (1999: 12), che
riportiamo di seguito, è chiaro come si tratti di un modo totalmente nuovo di
pensare e di affrontare l’analisi dei fenomeni:

“[relational thinking represents] an attempt to reimagine the


either/or constructions of binary thinking (where the only
relations are negative ones of exclusion) and to recognize the

11 Si veda al riguardo, ad esempio, l’ampia letteratura sulle cosiddette economie esterne


marshalliane, a cui si fa comunemente riferimento per indicare quei vantaggi che derivano
alle imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni, dall’agglomerarsi in prossimità le une
delle altre.
12 Per approfondimenti sul tema, cfr. anche Allen et al. (1997), Lee, Wills (1997), Sack (1997),
Massey et al. (1999).

- 76 -
important elements of interconnection which go into the
construction of any identity.”

Nell’alveo delle considerazioni svolte all’interno nel nuovo approccio, si ascrive,


dunque, anche lo studio del capitale sociale, a testimonianza di un crescente
interesse della riflessione scientifica verso le risorse immateriali a disposizione
di una comunità:

“The role of social capital within local development tends to be


discussed mainly in terms of the social dimension of economic
processes. This emphasis on the social side of such economic
processes is symptomatic of the «cultural» and/or «relational»
turn in economic geography (Barnes, 2001), which is typified
by research examining the relationship between culture,
institutions and economic development.” (Giaccaria, 2009: 67)

Prima di approdare ad una concettualizzazione in chiave geografica del capitale


sociale è utile considerare le diverse interpretazioni che di esso sono state
fornite nel dibattito internazionale in ambito economico e sociologico. Come già
riscontrato per alcuni degli altri concetti che andranno a formare i tasselli del
quadro teorico che si sta qui delineando, anche per quello di capitale sociale non
esiste una definizione univoca e condivisa: è tuttavia possibile individuare un
punto di partenza unanimemente accettato, ossia che si tratta di una risorsa che
è da trovarsi “nelle” relazioni interpersonali (Di Ciaccio, 2004).
Una prima teorizzazione, frutto di un cammino lento e graduale, si deve allo
studioso francese Pierre Bourdieu e risale ai tardi anni ’60, sebbene nel
complesso del suo pensiero, il capitale sociale sia rimasto, per molto tempo, un
aspetto secondario. Nella sua riflessione sui diversi tipi di capitale, Bourdieu
(1986) interpreta il capitale sociale (distinguendolo da quello economico e da
quello culturale) come il complesso delle risorse attuali e potenziali legate al
possesso di una rete stabile di relazioni più o meno istituzionalizzate di
conoscenza e riconoscenza reciproca, relazioni che sono direttamente
mobilitabili da un individuo per perseguire i propri fini e migliorare la propria
posizione sociale (Bourdieu, 1980). Il capitale sociale identifica, pertanto, un
particolare insieme di risorse, ossia quelle presenti nelle relazioni che un

- 77 -
individuo mantiene con la collettività di cui fa parte. In ultima analisi, dunque,
al pari dell’approccio tradizionale dell’economia neoclassica, il capitale sociale
costituisce una risorsa di tipo individuale. Più precisamente, nelle parole dello
stesso autore, esso si definisce come:

“l’ensemble des ressources actuelles ou potentielles qui sont


liées à la possession d’un réseau durable de relations plus ou
moins institutionnalisées d’interconnaissance et d’inter-
reconnaissance; ou, en d’autres termes, à l’appartenance à un
groupe, comme ensemble d’agents qui ne sont pas seulement
dotés de propriétés communes (susceptibles d’être perçues par
l’observateur, par les autres ou par eux-mêmes) mais sont
aussi unis par des liaisons permanentes et utiles.” (Bourdieu,
1980: 2).

Nella sua lettura di risorsa del singolo, frutto delle sue decisioni di investimento
– come è nell’approccio dell’economia neoclassica – la dotazione di tale capitale
da parte dello stesso verrà a discendere dalla misura in cui egli è in grado di
instaurare rapporti e trarre vantaggi da questi ultimi:

“Il volume del capitale sociale posseduto da un agente dipende


generalmente dall’estensione del raggio di relazioni sociali che
questi può effettivamente intrattenere e mobilitare in
conseguenza del possesso di altre forme di capitale.”
(Marsiglia, 2002: 92)

Tuttavia, proprio per la sua natura essenzialmente relazionale, la produzione di


capitale sociale non può che essere vista come un fenomeno (sostanzialmente)
collettivo, giacché, anche in un’ottica che resta pur sempre “micro”, richiede la
mobilitazione di almeno due soggetti e la creazione di rapporti interpersonali.
È tuttavia James Coleman (1990) ad elaborare una teoria, più compiuta e solida,
attorno al concetto di capitale sociale. Più che darne una vera e propria
definizione, egli stabilisce due condizioni essenziali per la sua identificazione
(Coleman, 1990: 302):

“Il capitale sociale è definito dalla sua funzione. Non è


un’entità singola, ma una varietà di diverse entità che hanno
due caratteristiche in comune: consistono tutte di alcuni
aspetti della struttura sociale e agevolano determinate azioni

- 78 -
degli individui che si trovano dentro la struttura. […] Come
altre forme di capitale, il capitale sociale è produttivo,
rendendo possibile il raggiungimento di determinati fini che
non sarebbero stati possibili in sua assenza. Come il capitale
fisico e il capitale umano, il capitale sociale non è
completamente fungibile, ma è fungibile solo rispetto a
determinate attività. Una forma di capitale sociale, preziosa
nel facilitare determinate azioni, può essere inutile o dannosa
per altre”.

Con la prima condizione, lo studioso si concentra “sull’aspetto strutturale del


concetto in esame facendo esplicito riferimento a organizzazioni di tipo
orizzontale pur non definendo specificamente il tipo di struttura relazionale
che identifica il capitale sociale” (Lopolito, Sisto, 2007: 5). La seconda, invece,
individua “una caratteristica che la struttura sociale deve avere per essere
qualificata come capitale: essa deve essere in grado di agevolare le azioni degli
individui al suo interno per perseguire determinati fini” (Id.).
Coleman sostanzialmente estende l’approccio individualista della scelta
razionale alla creazione di capitale sociale. Si assume dunque che, nel
perseguimento di obiettivi individuali come la massimizzazione dei propri
benefici, il soggetto, considerato in tale concezione come un attore razionale,
tenga conto degli altri agenti, delle norme e delle relazioni presenti all’interno
della struttura sociale in cui opera e che lo faccia in una prospettiva di medio-
lungo termine di godimento di profitti, materiali o simbolici, futuri derivati da
quelli che sono interpretati come “investimenti relazionali”.
Ed è, invece, Robert Putnam (Putnam et al., 1993; Putnam, 2000), con i suoi
lavori sul rendimento istituzionale delle regioni italiane e sull’aumento del
disimpegno dei cittadini americani dalla vita pubblica, ad interpretare tale
costrutto teorico come una risorsa collettiva e non (solo) individuale. Putnam e i
suoi colleghi (Putnam et al., 1993: 196) definiscono il capitale sociale come “la
fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo civico,
elementi che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale promuovendo
iniziative prese di comune accordo”. Questi fattori, dunque, secondo l’autore,
una volta messi in opera in una comunità, tenderebbero ad autorinforzarsi a
vicenda producendo quale esito un generale effetto cumulativo. Qui il capitale

- 79 -
sociale sta pertanto ad identificare quei requisiti culturali, quali la struttura
delle relazioni, i valori e le regole e consuetudini che favoriscono un ordine
sociale contraddistinto dalla generale cooperazione per il bene pubblico.
Qualche anno più tardi, Putnam sostiene ancor più esplicitamente che:

“Mentre il capitale fisico si riferisce agli oggetti fisici e quello


umano alle caratteristiche degli individui, il capitale sociale
riguarda le relazioni tra gli individui, le reti sociali e le norme
di reciprocità e di affidabilità che ne derivano. In tal senso il
capitale sociale è strettamente connesso a ciò che qualcuno ha
definito «virtù civica». La differenza è che il capitale sociale
richiama l’attenzione sul fatto che la virtù civica è molto più
forte se incorporata in una fitta rete di relazioni sociali
reciproche. Una società di individui molto virtuosi ma isolati
non necessariamente è una società ricca di capitale sociale”
(Putnam, trad. it. 2004: 14)

Le conclusioni a cui giunge lo studioso sulla base dei suoi numerosi lavori
empirici rilevano che comunità caratterizzate da cospicue risorse di capitale
sociale risultano essere più efficienti ed eque, in quanto dotate di una maggiore
capacità di risoluzione dei problemi di azione collettiva, grazie ai reciproci
impegni, fondati sui rapporti di fiducia che li legano, che i membri sono disposti
a rispettare e mantenere.
Si inserisce nella stessa direttrice anche il fondamentale contributo di Francis
Fukuyama che interpreta il capitale sociale come:

“un insieme di valori o norme non ufficiali, condiviso dai


membri di un gruppo, che consente loro di aiutarsi a vicenda.
Se le persone giungono a ritenere che gli altri si
comporteranno in modo affidabile e onesto, tra loro si
instaurerà fiducia. La fiducia è paragonabile a un lubrificante
che accresce l’efficienza di qualsiasi gruppo e organizzazione.”
(Fukuyama, 1999: 34)

Nella sua concettualizzazione, l’autore fa riferimento anche alla cultura come


norma condivisa che favorisce l’azione collettiva: partendo dalla convinzione
che la stessa modelli in modo decisivo tutti gli aspetti del comportamento
umano, pensiero chiaro fin dall’esplicito sottotitolo della prima parte del suo

- 80 -
volume “Fiducia” (Fukuyama, trad. it. 1996) – “L’imponderabile potere della
cultura nella costruzione della società economica” – la sua visione di capitale
sociale, infatti, verte principalmente su quei meccanismi di regolazione delle
relazioni come norme, valori, ideologie tacitamente sottoscritti, in una parola,
sulla cultura.
Tutte le quattro principali definizioni di capitale sociale sopra riportate
chiamano in causa, in qualche modo, le reti di relazioni e, in maniera implicita o
esplicita, la struttura sociale di una comunità. Inoltre, tutte, più o meno
direttamente, associano il capitale sociale ai meccanismi mentali e cognitivi che
normano la convivenza e l’interazione fra gli individui (Lopolito, Sisto, 2007).
Tuttavia, è interessante notare come, all’interno dell’ampio e composito quadro
teorico fornito dalla letteratura in materia, si rilevi la stessa ambivalenza
concettuale già riscontrata per la nozione di identità territoriale. Come l’elenco
delle definizioni qui richiamate dimostra ampiamente, il capitale sociale mostra
piuttosto palesemente di possedere una doppiezza – sul piano ontologico prima
ancora che su quello teorico – che, utilizzando le stesse parole di Robert D.
Putnam (trad. it. 2004: 16-7), può essere così spiegata:

“il capitale sociale ha un aspetto individuale e uno collettivo,


una faccia privata e una pubblica. In primo luogo i singoli
formano relazioni di cui essi stessi beneficiano. […] Tuttavia, il
capitale sociale può presentare anche esternalità che si
riversano sulla comunità più ampia. Dunque, non tutti i costi e
i benefici dei legami sociali vanno alla persona che ha costruito
la relazione. […] Il capitale sociale può essere allo stesso tempo
un «bene privato» e un «bene pubblico». Alcuni dei vantaggi
derivanti da un investimento in capitale sociale vanno a coloro
che stanno solo a guardare, mentre altri direttamente a chi fa
l’investimento.”

A fronte di tale duplice lettura del fenomeno, sono state sviluppate due diverse
tipologie di approccio al capitale sociale, una di tipo “micro” che considera il
capitale sociale dal punto di vista individuale, quale insieme di risorse che
l’attore è in grado di ottenere dalla sua rete di relazioni sociali (è l’approccio di
Bourdieu e Coleman) ed una di tipo “macro”, che concepisce il capitale sociale
come un bene collettivo, costituito da valori condivisi, coesione sociale e fiducia

- 81 -
(à la Putnam e Fukuyama). Nella prospettiva “individualistica”, pertanto, i
protagonisti sono i singoli individui e le competenze e le capacità relazionali che
essi posseggono. Il capitale sociale è quindi studiato come una variabile
esaminata a partire dall’analisi dei comportamenti dei singoli agenti, i quali
possono utilizzare i legami sociali per conseguire fini individuali altrimenti non
raggiungibili o realizzabili solo a costi superiori. Nell’ottica definita invece
“collettivistica”, il capitale sociale è visto come un fattore individuabile e
operante a livello di comunità: l’analisi di tale variabile, in termini di origine ed
effetti prodotti, deve essere condotta rispetto alla collettività nel suo complesso.
Le teorizzazioni relative al capitale sociale che possono ascriversi all’approccio
“collettivistico”, in misura maggiore che quelle di impronta “individualistica”,
facendo riferimento alla comunità, sono più atte a essere applicate ad una
interpretazione del capitale sociale in quanto risorsa territoriale incorporata
nello spazio vissuto degli individui e della collettività, in altri termini, nel
territorio più globalmente inteso. In realtà, però, bisogna sottolineare che anche
all’interno di tale distinto impianto teorico (“collettivistico” vs.
“individualistico”) vi sono interpretazioni che vedono ancora in modo
strettamente strumentale l’instaurarsi di relazioni tra soggetti giacché il
rapporto con l’altro in tali interpretazioni “non ha un valore in sé per il
soggetto-individuo ed è sempre visto in funzione dell’utilità del soggetto stesso,
anche quando non è stato costruito con questo obiettivo” (Di Ciaccio, 2004:
120). Per distinguere tale prospettiva, che pur conserva tutta la sua validità in
ambito economico, ma che non può che apparire riduttiva per una lettura di
taglio geografico, da quella che vede la maggior parte delle relazioni
interpersonali non come strumentali, ma come costituenti il tessuto normale in
cui è innestato l’agire comune (ben rappresentata dai già menzionati Putnam e
Fukuyama), si parla di un terzo gruppo di teorie, quelle “comunitariste”, che
propongono spunti più interessanti in quanto più vicini agli approcci propri
della disciplina in cui questo lavoro si inserisce. Per riassumere, quindi:

“Le più importanti teorie del capitale sociale finora sviluppate


possono essere classificate in tre grandi gruppi:
1. le teorie che considerano il capitale sociale una risorsa
individuale;

- 82 -
2. quelle che considerano il capitale sociale una caratteristica
della struttura sociale;
3. le teorie dei comunitaristi.
Nel primo caso le relazioni sociali costituiscono mezzi a
disposizione del singolo nel perseguimento dei suoi obiettivi,
risorse che l’individuo può utilizzare – insieme alle altre – per
meglio poter raggiungere i suoi fini, quindi nella logica
strumentale, di massimizzazione del self-interest.
Le teorie del secondo gruppo riconoscono che il capitale sociale
sia una risorsa della struttura sociale nel suo insieme, ma
continuano ad interpretare in modo strumentale il rapporto
tra soggetti economici e non si allontanano quindi molto dal
primo gruppo.
Le teorie comunitariste […] sono su posizioni diametralmente
opposte: il capitale sociale è ancora considerato una risorsa
della comunità, ma è rappresentato dalla comunità stessa, o
meglio da cultura e norme sociali tramandate ed ereditate, a
cui i soggetti si attengono senza una scelta libera.” (Di Ciaccio,
2004: 107)

In realtà, un altro concetto nato in ambito sociologico ad opera dello studioso


Marc Granovetter – considerato parte integrante della letteratura sul capitale
sociale nonostante l’autore non usi esplicitamente questa espressione – e più
tardi in parte ripreso, con le dovute riformulazioni, anche dal pensiero
geografico, suggeriva già nel 1985 la necessità di prestare maggiore attenzione
alla contestualizzazione delle relazioni tra gli individui. Si tratta
dell’“embeddedness”, che confutando tanto una concezione iposocializzata
dell’individuo – che interpreta i rapporti sociali come una forza esterna che
opera direttamente sul comportamento del singolo – quanto una concezione
ipersocializzata – che vede gli attori comportarsi esclusivamente in base alle
regole del gruppo – entrambe tendenti a tipicizzare le relazioni astraendole dal
contesto, fa riferimento al radicamento della persona nei rapporti storici e
geografici del suo agire quotidiano:

“In economic models, this treatment of social relations has the


paradoxical effect of preserving atomized decision making
even when decisions are seen to involve more than one
individual. Because the analyzed set of individuals – usually
dyads, occasionally larger groups – is abstracted out of social
context, it is atomized in its behavior from that of other groups

- 83 -
and from the history of its own relations. Atomization has not
been eliminated, merely transferred to the dyadic or higher
level of analysis. Note the use of an oversocialized conception –
that of actors behaving exclusively in accord with their
prescribed roles – to implement an atomized, undersocialized
view. A fruitful analysis of human action requires us to avoid
the atomization implicit in the theoretical extremes of under-
and oversocialized conceptions. Actors do not behave or decide
as atoms outside a social context, nor do they adhere slavishly
to a script written for them by the particular intersection of
social categories that they happen to occupy. Their attempts at
purposive action are instead embedded in concrete, ongoing
systems of social relations.” (Granovetter, 1985: 486-7)

Attingendo agli apporti dei diversi saperi che hanno affrontato il discorso sul
capitale sociale, e, in particolare, prendendo dall’economia la lettura dello stesso
in quanto bene di una collettività, e dalla sociologia, il concetto di
embeddedness socio-culturale dei fatti economici nel contesto sociale esteso
quest’ultimo al contesto territoriale, di cui il primo è parte integrante, la
geografia viene ad “assolvere l’alto comando suo, che è di coordinare, unificare
ogni altro dato delle conoscenze umane nella conoscenza del mondo” (Bottai,
1939: 1). La geografia economica, in particolare, seguendo le sollecitazioni
provenienti dalla svolta culturale, fa proprio il concetto di “embeddedness” e ne
teorizza la sua dimensione spaziale:

“The shift of theoretical perspectives has led to a controversial


discussion about the «cultural turn» in economic geography
and its implications for the future of the discipline (cf. Amin
and Thrift, 2000; Rodriguez-Pose, 2001; Yeung, 2001). One of
the central notions in this intellectual tradition, introduced into
economic geography in the early 1990s (cf. Dicken and Thrift,
1992; Grabher, 1993) and now widely used, is the concept of
the «embeddedness» of economic action into wider
institutional and social frameworks. Referring back to the
work of Karl Polanyi (1944), and borrowing heavily from the
economic sociologist Mark Granovetter (1973; 1985),
geographers have theorized and used the concept from a
distinct spatial point of view, namely to explain – in addition
to economic theories of transaction costs and agglomeration
economies – the evolution and economic success of regions
built by locally clustered networks of firms. Varyingly named
industrial districts, creative milieux, learning regions or local

- 84 -
knowledge communities, many studies in the new regionalism
tradition pay attention almost exclusively to local and regional
systems of economic and social relations, arguing that the
«local» embeddedness of actors leads to an institutional
thickness that is thought to be one crucial success factor for
regions in a continuously globalizing economy.” (Hess, 2004:
165-6)

La considerazione di nuovi fattori nella spiegazione del successo economico di


alcune regioni piuttosto che di altre si amplia fino a ricomprendere anche il
capitale sociale, che viene ad essere ritenuto elemento costitutivo del territorio.
Il geografo austriaco Franz Huber (2009: 162) sottolinea come la rilevanza
dell’introduzione del concetto nelle scienze sociali sta proprio nel fatto che “the
discourse on social capital has undoubtedly been important in highlighting the
significance of relational social factors for economic development beyond
undersocialised views of atomistic economic actors”. Sempre lo stesso autore
precisa l’interpretazione che la geografia economica attribuisce al capitale
sociale, prediligendo la sua accezione collettiva rispetto ad una sua visione
micro:

“Social capital in economic geography and regional studies is


typically considered as a collective or even public good; in
particular, trust, shared values/norms and civicness are
treated as a property of collectivities such as communities,
regions or nation states. […] the social capital of a collectivity
is the resources embedded in internal and external social
networks which can be potentially accessed or are actually
mobilised for actions of members of the collectivity.” (Ivi: 163-
5)

Il livello di fiducia presente nelle strutture e nelle relazioni sociali viene,


dunque, ad assumere un ruolo cardine anche nelle analisi delle scienze
territoriali in quanto fattore decisivo nel determinare le performance
economiche e amministrative delle diverse aree e precondizione di uno sviluppo
di natura endogena. A tale proposito, in ambito internazionale, autori come
Amin e Thrift (1994), ad esempio, hanno indicato nella costruzione di “spessore
istituzionale” e di “reti di relazioni” tra attori una precisa strategia di sviluppo

- 85 -
locale, elementi che vengono frequentemente richiamati anche nell’ampia
letteratura sui “clusters”:

“A central argument in the literature on regional business


clusters is that spatial proximity alone does not lead to
interorganizational coordination and learning if a supportive
relational and cognitive framework is lacking. Supportive
social structures and processes are commonly referred to as
social capital, understood broadly as those structural,
relational and cognitive features of social interaction that
facilitate coordinated action and collective learning (Coleman,
1988; Portes, 1998). Densely woven social networks are seen
as furnishing the necessary structures, and social conventions
involving trust and identity are considered the mechanisms
driving the networks.” (Staber, 2007: 505)

La rilevanza geografica del tema risiede, secondo gli studiosi della disciplina,
nell’impossibilità di concepire il capitale sociale prescindendo dalla sua
dimensione territoriale:

“From previous studies it is often not clear if the insights


gained on various aspects of social capital are general or
idiosyncratic to the situational context in which a given cluster
is embedded. The point I wish to emphasize in this article is
that context is not merely a general environment that enables
or constrains action but a nested setting of structures and
processes through which individuals perceive, interpret and
motivate their actions, and in turn shape context (Giddens,
1987). The various structural, relational and cognitive
attributes of social capital are inseparable from the setting in
which they evolve and acquire meaning and force. Studies of
social capital that ignore the setting do not capture the many
recursive links that exist between context and action.” (Ivi:
506)

Sulla base di tali considerazioni, accanto agli approcci di tipo micro e macro,
precedentemente richiamati, si diffonde, dunque, in seno alla geografia
economica, un considerevole corpo della letteratura che si concentra sulla
dimensione “regionale” (Iyer, Kitson, Toh, 2005: 1019), a testimonianza di un
interesse crescente per un’analisi in cui la spazialità e la transcalarità

- 86 -
rappresentano chiavi di lettura indispensabili per una comprensione del
fenomeno:

“one can think of social capital as being important for growth


for a number of reasons. First, at a macroeconomic level,
greater social capital may lead to higher economic growth,
better human capital acquisition and more efficient
governance. Second, at a microeconomic level, depending upon
the nature of trust or the characteristics of the network,
network externalities can have either a positive or a negative
impact on any, or indeed all, of these outcomes. The important
point to emphasize is that social capital may have a range of
impacts that may vary across time and location, and […] it
may, therefore, be that analysis at the regional level provides
the most useful insights. [...] the impact of social capital may
have complex impacts at different spatial scales including the
international, national, regional and subregional levels. The
simple point is that the effects of social capital operate and
interact at many different geographical levels: individual,
community, regional and, with the development of information
technology, global.”

Anche nel dibattito italiano, il punto di partenza per le teorizzazioni sui fattori
non economici della crescita (tra i quali verrà poi annoverato il capitale sociale)
è stato rappresentato proprio dalla rilettura dei percorsi di sviluppo locale alla
luce dell’interazione tra condizioni territoriali ed economie distrettuali che ha
portato al superamento di una visione dualistica del Paese. L’area privilegiata
d’analisi è quella della cosiddetta “Terza Italia” (Bagnasco, 1977), caratterizzata
da un network molto denso di piccole e medie imprese, con un elevato livello di
specializzazione produttiva e divisione del lavoro, che danno vita a sistemi
economici locali ad alta integrazione. Lo studio delle determinanti del successo
di tale caso ha messo bene in luce come i fattori territoriali più ampiamente
intesi fino a ricomprendere anche quelli di natura intangibile spieghino la
performance economica, e, più in generale, lo sviluppo di un’area:

“Lo sviluppo delle regioni della Terza Italia si contrappone


nettamente ai dettami della teoria economica standard […] La
crescita quantitativa delle piccole e medie imprese è così
assunta come «spia» di un modello di sviluppo,
fondamentalmente endogeno, le cui origini sono ricercate nel

- 87 -
radicamento delle dinamiche economiche alle caratteristiche
dell’ambiente e della società locale. L’interpretazione dei fatti
economici intuisce quindi la necessità di studiare non solo
l’impresa, ma anche il riferimento spaziale, l’organizzazione
socio-territoriale in cui essa è inserita, riconoscendo la
disomogeneità dello spazio economico, il ruolo delle differenze
locali, delle inerzie e dei retaggi socio-culturali. Il problema
dello sviluppo economico diviene così quello della relazione con
le caratteristiche territoriali locali: l’analisi economica
introduce al suo interno la dimensione storica, geografica e
sociologica.” (Governa, 2001: 312)

Una importante sistematizzazione delle riflessioni sull’argomento è operata da


Becattini (1987; 1989; 1998), che interpreta lo sviluppo economico della “Terza
Italia” utilizzando il concetto di distretto industriale, gettando in questo modo le
basi teoriche verso un progressivo riconoscimento dei rapporti esistenti tra
sviluppo e territorio, ripensato alla luce del ruolo svolto dalla dimensione
geografica nei processi sociali ed economici, ruolo chiaro sin dalla stessa
definizione di distretto industriale fornita dall’economista: “un’entità
socioterritoriale caratterizzata dalla compresenza attiva, in un’area
territoriale circoscritta, naturalisticamente e storicamente determinata, di
una comunità di persone e di una popolazione di imprese.” (Becattini, 1989:
112). I distretti produttivi vengono definiti come “ispessimenti relazionali”
(Becattini, 2000) proprio per evidenziarne il carattere distintivo, che risiede
nello sviluppo di particolari economie esterne, risultato dell’interazione
dinamica tra attori diversi non necessariamente legata alla sola componente
economica. In realtà, il contenimento spaziale delle dinamiche relazionali, tipico
dei distretti, è il risultato dell’ancoraggio territoriale dei singoli attori e delle reti
che questi attivano (Pollice, Urso, 2013). L’enfasi è, quindi, su una porzione di
spazio “naturalisticamente e storicamente determinata”, in altre parole, sul
territorio geograficamente inteso, in cui il coordinamento e lo scambio tra i vari
attori è facilitato da fattori economici ma anche da fattori extra-economici come
la fiducia reciproca, l’appartenenza alla stessa organizzazione d’impresa, ad una
più vasta comunità e, ampliando la prospettiva, al medesimo luogo. La
condivisione di credenze, valori etici e interessi che connota una comunità locale
in quanto tale è qui accentuata dal fatto che lo spazio in cui essa agisce e con cui

- 88 -
interagisce quotidianamente ha in comune un’unica storia produttiva, che nel
tempo contribuisce a caratterizzare fortemente l’area, influendo sul “senso di
appartenenza” dei suoi abitanti. L’omogeneità sociale e culturale di cui la
comunità è espressione non si esprime solo nello sviluppo di una particolare
specializzazione produttiva, ma anche nell’affidabilità delle transazioni
economiche, tutti fattori che favoriscono l’aumento della fiducia reciproca.
Le osservazioni svolte intorno al concetto di distretto e agli elementi intangibili
su cui si fonda – alla base del suo successo in termini economici – vengono
approfondite nella loro dimensione geografica e estese alla lettura del territorio
e dei processi di sviluppo più ampiamente interpretati. L’evoluzione di un luogo
deriva dai “nessi circolari” (Becattini, 2000: 16) che si instaurano tra la storia e
le caratteristiche dell’apparato economico e produttivo, la natura del capitale
sociale e le risorse territoriali (Gastaldi, Milanesi, 2003), elementi che mostrano
un forte carattere di interdipendenza. Avanzando lungo questo percorso di
riflessione, l’approccio geografico alla concettualizzazione del capitale sociale,
poggiando su una visione più ampia che deriva allo stesso proprio dallo studio
del/sul territorio, si fonda sulla convinzione che i soggetti non modellino le loro
relazioni sociali prescindendo dal contesto territoriale in cui vivono: il capitale
sociale è pertanto visto come risorsa localizzata e componente fondamentale di
quello che viene definito “capitale territoriale”. La prospettiva da cui muovono
le considerazioni qui, e più in generale in ambito geografico, sviluppate è
pertanto proprio quella di considerare il capitale sociale come un bene comune
che è condiviso da una comunità e radicato nel contesto che lo genera, ben
descrivibile attraverso le tre caratteristiche proprie degli elementi costitutivi il
“capitale territoriale”, precedentemente richiamate: l’immobilità, la specificità e
la patrimonialità (Dematteis e Governa, 2005). I meccanismi di formazione e di
accumulazione della risorsa in questione vengono in larga misura a dipendere
dal grado di condivisione di principi etici sentiti come fondamento dell’agire
collettivo e del vivere in società, principi che improntano i processi relazionali
su cui una comunità si basa e che saranno tanto più guidati da atteggiamenti
collaborativi e non opportunistici, quanto più alta è la dotazione di fiducia tra i
suoi membri, prima e più evidente manifestazione del capitale sociale, che funge
da “lubrificante” (Fukuyama, 1999) di tali meccanismi. Comunità coese, dotate

- 89 -
di un’organizzazione stabile e orientate alla cooperazione tra individui e
istituzioni, produrranno ambienti più adatti a stimolare atteggiamenti
collaborativi, partecipativi e proattivi. Comunità, invece, disgregate,
caratterizzate da bassi livelli di coordinazione tra gli individui, servizi poco
accessibili e scarsa collaborazione, mancando del collante alla base della loro
coesione interna, saranno meno in grado di mettere in atto azioni collettive – tra
cui, come visto, rientrano, nella prospettiva geografica, le politiche di sviluppo –
che siano partecipate e condivise, in una parola, territorializzate.
L’analisi del territorio, arricchita degli apporti del filone di studi appena
richiamato, mostra come le caratteristiche del contesto sociale oltre che fisico
siano rilevanti per una lettura approfondita dello stesso, e, conseguentemente,
per quella dei processi di territorializzazione e sviluppo che in esso si svolgono.
In tale quadro interpretativo, la valenza esplicativa del capitale sociale in quanto
elemento capace di influire profondamente sui meccanismi alla base della
produzione e riproduzione di azioni territorializzate si fa quanto mai rilevante in
sede geografica, come sottolinea Pasqui (2003: 119):

“Il concetto di capitale sociale presenta ovviamente più di un


motivo di interesse per chiunque si occupi a qualunque titolo di
politiche locali […], e dunque anche per chi studia (e progetta)
azioni pubbliche di governo del territorio. Il capitale sociale ha
certamente una natura «locale», avendo a che fare con i
fenomeni di embeddedness, di relazionalità e di reciprocità che
hanno senso solo se contestualizzati, se ricondotti a una certa
pratica di «costruzione del locale».”

Il valore esplicativo del capitale sociale nei confronti dei processi di sviluppo
locale e la sua assoluta rilevanza nell’ambito delle scienze territoriali poggiano
sul fatto che questo rimanda ad un processo di patrimonializzazione, come è
vero in generale per il concetto di “capitale”, ma nel caso del capitale sociale, la
specificità risiede nella sua accumulazione: è in una determinata comunità
locale che tale risorsa può “immagazzinarsi”, e, più precisamente, in un dato
territorio, nel quale potrà sedimentarsi unicamente sotto specifiche condizioni.
Se il capitale sociale sostiene ed orienta la relazionalità territoriale, favorendo la
cooperazione su base locale e l’azione collettiva, allora esso assolve un ruolo

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senza dubbio fondamentale nei processi di costruzione e di rafforzamento della
soggettualità territoriale. Si può, dunque, ritenere che laddove si registri una
maggiore dotazione di capitale sociale, è possibile che si manifestino forme di
soggettualità territoriale – definita come la capacità di un territorio di
rappresentarsi, agire e farsi riconoscere come un soggetto unico di natura
collettiva, espressione e sintesi di quel complesso tessuto relazionale che ne
costituisce l’essenza (Pollice, Urso, 2013) – in grado di produrre un effetto
performante sul territorio e sulle relative traiettorie di sviluppo. È qui utile
soffermarsi brevemente sulla relazione tra capitale sociale e soggettualità in
quanto questa è in grado di spiegare meglio in che modo l’esperienza territoriale
può sostenere o frenare il manifestarsi di forme di soggettualità territoriale e, di
conseguenza, interagire con i processi di sviluppo locale. Se, infatti, esperienze
di cooperazione possono rafforzare la fiducia reciproca (capitale sociale) e
favorire così il manifestarsi di forme più complesse di interazione sociale, allora
l’assenza di queste esperienze e, ancor di più, la presenza nella memoria
collettiva di insuccessi cooperativi, può ridurre la fiducia nell’azione collettiva,
impedendo di fatto che si manifestino forme di soggettualità territoriale che
possano sostenere o accompagnare processi di sviluppo endogeno ed
autocentrato.
L’immediata conseguenza di tale ragionamento (Pollice, Urso, 2013) è che per
promuovere la soggettualità territoriale occorre in primo luogo investire sulla
dotazione di capitale sociale, favorendone i processi di accumulazione e di uso,
giacché – come è stato sottolineato dalla riflessione scientifica – è proprio l’uso
di questo capitale che ne consente l’accumulazione. Tale processo, sottolineano
gli stessi autori, è dunque un processo collettivo che discende dall’interazione
sociale e che tende a sedimentarsi nel territorio. Ed è per l’appunto il territorio il
luogo di accumulazione del capitale sociale; una conseguenza, quest’ultima, che
tende a spostare l’attenzione dall’elemento sociale a quello territoriale. Alla luce
di tali riflessioni, risulta impensabile poter trascurare il nesso tra capitale
sociale e risorse territoriali, come se i soggetti agissero e instaurassero i loro
rapporti in uno spazio vuoto spogliato di tutti quegli elementi che lo qualificano
come “territorio”. È qui che la geografia può esprimere il suo primato
sapienziale, non limitandosi ad identificare il capitale sociale con le sole

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relazioni sociali, ma associandolo a quel complesso di fattori specifici del luogo
che contribuiscono a definirle e che ne sono alla base e vedendole, quindi,
piuttosto come dipendenti, o quanto meno, influenzate dal livello e dalla natura
della dotazione di capitale sociale “embedded” in seno ad una comunità locale. È
ciò che si riscontra anche nel dibattito internazionale interno alla disciplina, per
quanto questo appaia meno ricco di quello italiano nelle teorizzazioni circa la
dimensione geografica della risorsa intangibile oggetto di studio:

“the concept of social capital should be attentive to the spatial


and scalar aspects of social relationships, which inform
cultural understanding and symbolic systems (Bebbington,
2000). Social capital, as a function of social relations, is
necessarily embedded within space and place. Consequently,
not only is it important to seek generalizations about the
formation of social capital, but the specificity of place must be
recognized. […] Thus the contingent nature of space and place
shape and are in turn (re)produced by social practice,
including the relations in which social capital resides.”
(Perreault, 2003: 331)

In realtà, sarebbe più corretto dire che non si è sviluppata una discussione
aperta sulla questione, ma il carattere geografico del capitale sociale, come
spiegano David et al. (2010), è implicito in numerosi lavori:

“The localness is also implicit in many works. Even before the


term «social capital» was introduced, studies such as that of
Jacobs’ (1961) on large American cities, underlined the
importance of implicit rules in neighborhoods: a knowledge of
those implicit rules allows for the building of trust. She showed
that social ties are especially stronger in older neighborhoods.
This work is one of the earliest in which the geographical
dimension of social capital is stressed: social ties as defined
here cannot be moved from one place to another.” (David,
Janiak, Wasmer, 2010: 192)

In un altro passaggio dello stesso articolo, gli autori mettono inoltre in luce un
ulteriore aspetto, su cui ci soffermeremo in seguito, che rende ancor più
esplicito il forte legame tra capitale sociale e territorio, dal momento che, nella

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loro formulazione, l’attaccamento a quest’ultimo, di cui si è discusso nel
precedente paragrafo, favorirebbe la formazione del primo: “If individuals
perceive themselves as being strongly attached to a village, a township or a
region, they will invest in local social capital, because the returns from these
local ties are high” (Id.). Come è ben spiegato dai geografi anglosassoni Holt,
Bowlby e Lea (2013) in un recentissimo articolo, meccanismi identitari e pratica
relazionale si compenetrano profondamente: il senso di identità, per definizione
spazialmente ancorato, è influenzato dalle relazioni e, incorporato come
“habitus”13, a sua volta guida l’instaurazione di successivi rapporti sociali:

“the ways in which identities are performed are not fixed; they
are contextual, influenced by individuals’ social networks, and
spatially embedded. These variously valued identities can
become inculcated and embodied as «habitus», providing a
context for future socio-spatial encounters.” (Ivi: 2)

Guardando, come fanno alcuni autori, al capitale sociale presente in un


territorio come “un insieme di norme e networks che si basa su nuovi valori
necessari per la cooperazione, come la fiducia reciproca, le capacità
relazionali, l’apprendimento collettivo, il senso di appartenenza, la
responsabilità civica e politica” (Lazzeroni, 2004: 101), risulta chiaro come
siano in ultima istanza i valori sociali e i simboli su cui una collettività costruisce
la propria cultura, localmente definiti e diffusi, a rappresentare il fondamento
essenziale del capitale sociale. I meccanismi di generazione di tale risorsa
poggiano sulla condivisione di elementi “culturali” che improntano il vivere in
società e che saranno tanto più condivisi maggiore è il livello di fiducia
generalizzata di cui una collettività può disporre. La fiducia nell’altro tende,
infatti, a crescere quando con lo stesso si condivide l’appartenenza al medesimo
contesto territoriale, giacché, essendo questo regolato da forme di controllo
sociale che vincolano i comportamenti di chi lo abita e essendo questo
“serbatoio” di valori riconosciuti come validi, tale condizione riduce quel “gap”
informativo che normalmente inibisce l’atto della fiducia.
13 Una delle più affermate definizioni del concetto è quella fornita da Bourdieu (1998: 25) “The
habitus is this kind of practical sense of what is to be done in a given situation e what is
called in sport a «feel» for the game, that is, the art of anticipating the future of the game,
which is inscribed in the present state of play.”

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Nel panorama degli studi italiani, il termine-concetto capitale sociale è stato
introdotto nelle riflessioni teoriche, e via via precisato e utilizzato in termini
operazionali, soprattutto dagli studiosi che prima e più approfonditamente di
altri si sono occupati dei temi connessi allo sviluppo locale, del quale hanno
ridisegnato il quadro analitico di riferimento (Bagnasco, 1977, 2003; Donolo,
2003, 2007; Piselli, 2005 e Trigilia, 1992, 2005), da una parte, e dai geografi
che hanno posto le basi per una formulazione della dimensione territoriale dello
sviluppo, dall’altra, come, tra gli altri, Dematteis (1995) e Magnaghi (2000).
Accogliendo gli stimoli provenienti dalla riflessione geografica sul nesso tra
modalità di sviluppo di un territorio e sue specificità e sfruttando le potenzialità
connesse all’assimilazione in un’unica unità interpretativa ed operativa di
capitale sociale e caratteristiche territoriali che lo contengono, Gastaldi (2003),
propone di estendere il concetto di capitale sociale a quello più ampio di capitale
sociale territoriale (Cst), che ingloba, evidenziandone i reciproci
condizionamenti, le specificità economiche, sociali e culturali di un luogo con le
sue peculiarità fisico-naturali ed è definito, in prima battuta, come “il luogo
delle interrelazioni tra risorse territoriali e risorse socio-culturali, funzionale
alla loro reciproca valorizzazione, alla crescita dell’identità e allo sviluppo
locale.” (Gastaldi, 2003: 17). La valenza esplicativa della nozione introdotta
dall’autore con riferimento alle dinamiche di matrice territoriale risiede nella
considerazione del carattere “longitudinale” della risorsa, letta, in una
prospettiva geografica, come risultato di quei processi di sedimentazione che
fanno il territorio stesso:

“Il concetto di capitale sociale territoriale tenta […] di legare


insieme le specificità sociali, economiche, culturali con le
specificità territoriali. Le singole componenti (sociali,
economiche, culturali) non sono prese in considerazione in
base alle loro individualità, ma come unico insieme in stretta
relazione con il complesso delle risorse fisico-naturali. […] Il
Cst costituisce l’esito di un processo lento e graduale di
sedimentazione di risorse che sono di per sé «immateriali», ma
che si legano in modo indissolubile alla materialità di ciascun
territorio, divenendo una componente non meno importante
delle risorse fisiche nei processi di trasformazione.” (Id.)

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Un elemento importante su cui lo stesso Gastaldi insiste nella sua
argomentazione riguarda la possibilità che questo costituisca una vera e propria
potenzialità per lo sviluppo di quell’area solo a condizione che venga in primis
riconosciuto in quanto risorsa dalla comunità locale e successivamente
adeguatamente sfruttato dagli individui appartenenti a quello specifico
territorio:

“Il capitale sociale territoriale è un insieme di potenzialità


attraverso cui i soggetti locali possono esprimere e valorizzare
l’identità locale al fine di favorirne lo sviluppo. Queste
potenzialità, storicamente consolidate o ridefinite da fatti
nuovi, possono esplicitarsi o rimanere ad uno stato latente. […]
Affinché si possa generare sviluppo locale, occorre innanzitutto
una presa di coscienza delle potenzialità di utilizzo di tali
risorse da parte della comunità interessata; questo processo
passa necessariamente attraverso l’acquisizione di un nuovo
senso di appartenenza, di relazioni fiduciarie, di apporti
conoscitivi. […] Il capitale sociale territoriale, inteso dunque
come insieme di caratteristiche e di potenzialità, per avere un
ruolo nei processi di sviluppo locale, deve essere «scoperto» nei
suoi tratti connotativi e peculiari dai soggetti locali.
L’autocoscienza e il riconoscimento sono aspetti di particolare
rilevanza per il successo delle iniziative di sviluppo locale ”
(Ivi: 16-7.)

Il concetto di capitale sociale può essere perimetrato in chiave geografica


proprio attraverso la sua assimilazione ad altre qualità territoriali e, dunque,
nella sua configurazione di risultante di un processo di sedimentazione storica
di risorse immateriali che costituiscono parte integrante della specificità
territoriale. Le considerazioni sin qui svolte consentono di formulare
un’interpretazione del capitale sociale in quanto risorsa territoriale e dei
meccanismi della sua formazione e accumulazione in quanto processi territoriali
e territorializzanti: come abbiamo visto, la pratica relazionale, “lubrificata” da
un alto livello di fiducia reciproca fondata sulla condivisione di storia, cultura,
valori tra gli individui che abitano e agiscono su una data porzione di spazio e,
dunque, sul “territorio” quale “ponte” per il superamento del rischio percepito
connesso all’atto del fidarsi, tende, nel suo ripetersi, a rafforzare a sua volta
cumulativamente la fiducia reciproca presente all’interno di una comunità. E

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questo perché tale pratica, sedimentandosi attraverso un apprendimento
collettivo, entra nella “memoria” del luogo – agevolando e rendendo più fluide
le stesse relazioni –, nel suo sostrato storico, ossia, in ultima analisi, nel milieu,
così come definito in ambito geografico.
A questo proposito è, pertanto, utile riflettere sulle condizioni geografiche che
consentono di attivare le dinamiche di formazione del capitale sociale
indagando i più ampi processi di territorializzazione in cui in varia misura
interviene in quanto elemento costitutivo del sistema “territorio”, come è chiaro
in una declinazione del capitale sociale territoriale fornitaci da chi ha per primo
proposto la nozione:

“Il capitale sociale territoriale si costituisce anche dall’insieme


delle conoscenze tramandate, delle informazioni; dei saperi
pratici, delle specificità culturali; questi elementi non possono
che nascere e svilupparsi in relazione ai luoghi; sono legati
all’utilizzo del territorio e al sapiente uso delle sue risorse. Nel
corso del tempo l’uso collettivo del territorio ha prodotto Cst in
quanto frutto di condivisione, di equilibrio tra uso delle risorse
e identità locale e di esperienze di fruizione nell’utilizzo degli
spazi. […] Si noti che, perché il capitale sociale territoriale
possa operare con buon esito, esso non deve stravolgere le
relazioni consolidate tra attori e territorio, o meglio deve
partire da queste per indirizzarle verso azioni capaci di creare
un suo incremento (che potremmo definire valore aggiunto
territoriale).” (Ivi: 24-5)

Dunque, come poc’anzi sottolineato, il capitale sociale agirebbe, agevolandole,


nel solco delle relazioni che “fanno” il territorio stesso inteso quale spazio
relazionale, depositandosi e producendo, in un meccanismo cumulativo,
“territorio”, che, attraverso i tre tipi di controllo che una comunità attua sulla
porzione di spazio che abita – il controllo simbolico, pratico e sensivo (Turco,
1988) – è esso stesso produttore di nuovo valore aggiunto territoriale
(Magnaghi, 2001).

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1.5 I processi di territorializzazione: una visione d’insieme del
quadro teorico.

“Un uomo si propone il compito di


disegnare il mondo. Trascorrendo gli
anni, popola uno spazio con immagini
di province, di regni, di montagne, di
baie, di navi, di isole, di pesci, di
dimore, di strumenti, di astri, di cavalli,
di persone. Poco prima di morire
scopre che quel paziente labirinto di
linee traccia l’immagine del suo volto.”
(Jorge Luis Borges, 198514)

Dalle riflessioni sin qui condotte emerge come una condizione primaria
alla base dell’accumulazione di capitale sociale, ma anche, della formazione del
senso identitario, è la condivisione di valori, riconosciuti validi all’interno di una
comunità che interagisce su e con un dato spazio e che rendono possibile il
superamento di decisioni opportunistiche, dettate dalla stretta razionalità
individuale. Quest’ultima non è, infatti, in grado di spiegare l’impegno a
collaborare per realizzare un obiettivo comune senza la garanzia che gli altri
beneficiari facciano lo stesso:

“l’azione collettiva per il perseguimento della felicità pubblica


– cioè l’esistenza di persone che non si comportano da
opportunisti – resta un mistero secondo il principio economico
della razionalità strumentale, ma diventa comprensibile se si
considera la partecipazione stessa come uno scopo e una
gratificazione per l’individuo. Si tratta dunque di non accettare
una concezione «parsimoniosa» dell’azione umana, che
riconduce le motivazioni esclusivamente a una logica
strumentale, e quindi di prendere in considerazione le
caratteristiche della componente irrazionale della condotta
umana, affiancandola con pari dignità a quella razionale. Ciò
significa tener conto dei valori, escludendo riduzionismi sterili

14 Jorge Luis Borges, 1985, Epilogo, in L’artefice, in Tutte le opere, a cura di D. Porzio, Milano,
Mondadori, Vol. I, p. 1267.

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e cercando di individuarne la peculiarità e le conseguenze.”
(Cartocci, 2007: 36)

Come sottolinea l’antropologo Tullio-Altan, l’esperienza simbolica permette di


conferire senso al mondo mediante un registro che, diversamente da quello
dell’esperienza razionale, è fondato sui valori: il simbolico, infatti, si pone fuori
da considerazioni legate alla strumentalità e all’utilità attraverso forme di
partecipazione empatica con coloro che li con-dividono:

“Tale stato d’animo di partecipazione affettiva è una delle


modalità più caratterizzanti dell’esperire simbolico, ed è
all’origine di una miriade di fenomeni, che vengono confinati
nella sfera […] della vita emozionale, che mette in crisi la
freddezza della pura razionalità oggettivante. E tuttavia, senza
questa possibilità e capacità di esperienza simbolica, di
partecipazione, sarebbe irrealizzabile ogni forma di
convivenza tra gli uomini, che sono invece in grado di stabilire
tra loro rapporti non mediati da un puro calcolo di utilitaria
convivenza e reciproco sfruttamento, ma anche di affetto e
solidarietà nell’impresa di vivere in comunità tra di loro.”
(Tullio-Altan, 1992: 85-6)

In ambito geografico, mantenendo ferma la valenza simbolica di tali elementi, si


ritiene che sia l’appartenenza ad uno stesso territorio ad innescare tali
meccanismi di identificazione e condivisione:

“All’interno di un determinato contesto territoriale fenomeni


come la condivisione di valori identitari – riconosciuti, cioè,
come valori localmente determinati – o la coesione sociale,
trovano solitamente il proprio fondamento in un forte senso
identitario della comunità locale; ma è la percezione collettiva
di una comune matrice identitaria a generare questi fenomeni
e non la matrice stessa. In realtà i valori identitari sono
sempre valori simbolici individuati a partire dalla percezione
che la comunità ha di se stessa e della propria specificità.”
(Pollice, 2005: 83-4)

Se, come si è visto, si considera il territorio come fonte di creazione di valori e


questi come “spazi di autoriconoscimento collettivo” (Turco, 2003b: 27) (v.

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infra) e se si prende in considerazione l’interazione sinergica ampiamente
messa in luce tra la condivisione di questi ultimi e i meccanismi di
identificazione e di accumulazione del capitale sociale, appare quanto mai
opportuno soffermarsi sui processi di territorializzazione, che creano “territorio”
così come poc’anzi interpretato. A tal fine, e prima di addentrarci in una più
approfondita descrizione degli stessi, è utile introdurre il concetto di
“territorialità” in quanto valido punto di contatto con le considerazioni fin qui
svolte e di partenza per il percorso di riflessione che sarà oggetto di questo
paragrafo. Claude Raffestin definisce la territorialità come “insieme di relazioni
che nascono in un sistema tridimensionale società-spazio-tempo in vista di
raggiungere la più grande autonomia possibile compatibile con le risorse del
sistema” (Raffestin, 1981: 164), e qualche anno più tardi come:

“insieme delle relazioni che una società, e perciò gli individui


che ne fanno parte, intrattengono con l’esteriorità e l’alterità
per soddisfare i propri bisogni con l’aiuto di mediatori
(médiateurs), nella prospettiva di ottenere la maggiore
autonomia possibile, tenendo conto delle risorse del sistema.”
(Raffestin, 1999, citato in Governa, 2007: 351)

La nozione non fa, pertanto, riferimento esclusivamente alla relazione dei


soggetti con gli “oggetti” del luogo, ma anche alle relazioni tra i soggetti stessi
(legame sociale), e non esclusivamente al rapporto con spazi concreti, ma anche
con spazi astratti e simbolici (legame territoriale) (Governa, 2007). Come spiega
bene Francesca Governa (2005: 56):

“L’approccio alla territorialità di Raffestin è,


fondamentalmente, un approccio processuale: essa non è
quindi il risultato del comportamento umano sul territorio, ma
il processo di «costruzione» di tale comportamento, l’insieme
delle pratiche e delle conoscenze degli uomini in rapporto alla
realtà materiale, la somma delle relazioni mantenute da un
soggetto con il territorio e con gli altri soggetti.”

Nelle parole della stessa geografa, la territorialità (locale) è interpretabile quindi


come “insieme delle relazioni tra componenti sociali (economia, cultura,

- 99 -
istituzioni, tradizioni, …) e ciò che di materiale e immateriale è proprio dei
territori dove si abita, si vive, si produce” (Id.). L’interesse della disciplina per
la molteplicità di relazioni che i soggetti instaurano fra loro e tra loro e i luoghi
nonché per le differenti modalità di azione cui tali relazioni danno origine
deriva, dunque, come è ormai chiaro, dal fatto che “i rapporti intersoggettivi e
le loro regole si modellano anche e principalmente sulla territorialità”
(Dematteis, Governa, 2005: 17). Nel rapporto uomo-territorio, è ampiamente
riconosciuto (Governa, 2005), infatti, il valore delle interazioni tra soggetti, le
quali, come è facilmente intuibile, si realizzano più facilmente in uno spazio
ristretto in quanto favorite dalla prossimità fra gli attori interagenti (rapporti
face to face, condivisione di esperienze e conoscenze contestuali, rapporti di
fiducia e reciprocità). Nella concettualizzazione di Raffestin, tali relazioni
individuano una parte dell’insieme di quelle che costituiscono la territorialità,
ossia quelle con l’“alterità”, a cui si affiancano quelle con l’“esteriorità”, vale a
dire con le specificità dei luoghi, in una parola, con il milieu. Nella costruzione
di tale struttura relazionale (che ingloba tanto i rapporti con l’alterità che quelli
con l’esteriorità) che fa la territorialità, agiscono dei “mediatori”, rappresentati
dalle azioni collettive che permettono il trasferimento da una soggettualità
individuale ad una collettiva. D’altra parte, inoltre, la territorialità stessa
interviene come mediatore nella definizione dei meccanismi di azione collettiva:

“la territorialità agisce come mediatore attivo nella


costruzione, anche conflittuale, dei processi di azione collettiva,
una mediazione simbolica, cognitiva e pratica fra la
materialità dei luoghi e l’agire sociale (Dematteis, 2001). A sua
volta, l’azione collettiva dei soggetti costituisce il mediatore
nella relazione fra gli attori e il territorio: è cioè l’azione
collettiva che realizza il passaggio dall’autonomia del soggetto
individuale all’autonomia collettiva, che fa sì che le relazioni
fra attori e fra attori e territorio costruiscano l’identità
collettiva dei soggetti, che permette la mobilitazione degli stessi
e la valorizzazione delle risorse specifiche dei sistemi locali
territoriali. Nelle forme attive della territorialità, il ruolo di
mediatore svolto dall’azione collettiva indica le modalità di
territorializzazione delle politiche di sviluppo, in cui il
territorio non è unicamente lo scenario in cui si svolge l’azione,
ma è matrice e esito di un’azione in cui i diversi soggetti si
mobilitano localmente e si organizzano in una maniera che

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non sarebbe possibile se agissero separatamente e se le loro
azioni fossero de-territorializzate.” (Governa, 2005: 61)

La riflessione riportata ci introduce direttamente all’argomento centrale di


questa sezione: la territorializzazione e i suoi processi di attuazione. Prima di
descrivere analiticamente i meccanismi che la sottendono, vediamo come questa
è intesa dai massimi studiosi sull’argomento. Angelo Turco la definisce come di
seguito:

“La territorializzazione è dunque un grande processo, in virtù


del quale lo spazio incorpora valore antropologico;
quest’ultimo non si aggiunge alle proprietà fisiche ma le
assorbe, le rimodella e le mette in circolo in forme e funzioni
variamente culturalizzate, irriconoscibili ad un’analisi
puramente naturalistica dell’ambiente geografico. D’altronde,
il processo di territorializzazione non va confuso con
l’accumulo di artefatti sulla superficie terrestre, con una
generica e lineare crescita del valore antropologico di uno
spazio; al contrario, dobbiamo tener presente che esso si
risolve in continue ri-configurazioni della complessità da cui in
definitiva l’homo geographicus ricava occasioni, norme o
almeno indicazioni per il suo agire. […] E del resto,
territorializzare è tutt’altro che un semplice disseminare tracce
umane sulla superficie terrestre: è invece un faticoso, oscuro
lavoro che implica un preliminare conoscere, un progettare, un
trasformare, un tessere relazioni nell’ambiente trasformato,
un continuo sforzo di padroneggiamento dei dati mutevoli che
l’esperienza via via più matura consente di accatastare. Per
quanto puntiglioso, dunque, nessun inventario può dar conto
di una geografia che, viceversa, si disegna e si rende
intellegibile come razionalità di un agire, come reticolo di
legami che tengono insieme i diversi atti situandoli in contesti
sociali e storici definiti.” (Turco, 1988: 76-7)

L’uomo, quindi, insediato in un dato spazio, vive e si evolve, ma soprattutto


imprime ad esso delle continue trasformazioni attraverso le sue azioni. Lo
spazio rappresenta la materialità prima, il dato naturale indipendente dalla
razionalità sociale in quanto si colloca prima dell’azione umana (cfr. Ivi) ed
acquista valore antropologico attraverso l’azione trasformativa che l’uomo nel
tempo esercita su di esso. Quando ciò accade, ovvero quando lo spazio è mezzo

- 101 -
ed oggetto delle interazioni che in esso si realizzano, allora questo si connoterà
come territorio. In altre parole, il territorio nasce quando una comunità
delimita, organizza, progetta, ma soprattutto si identifica con una porzione di
spazio. Per i meccanismi messi in luce, è chiaro come il territorio, quale spazio
antropizzato, non è solo il prodotto dell’azione umana, ma è al tempo stesso
condizione del suo agire e, pertanto, non è concepibile come un semplice
contenitore dell’attività sociale, ma rappresenta in realtà la morfologia stessa del
sociale. Ancor più esplicitamente, si può affermare che esso si configura come il
prodotto, la precondizione ed il mezzo dell’azione sociale poiché tutte le
relazioni, la cui intensità e natura dipende dal livello di dotazione del capitale
sociale, si sviluppano proprio attraverso il territorio, permettendo così la
costruzione di una specifica identità territoriale. Nel momento in cui viene
modificata dall’azione umana, la superficie terrestre cessa di essere un elemento
inerte ed inizia ad assumere forme dipendenti dall’interpretazione che di essa ne
dà il gruppo sociale che la abita. Come già osservato, è in quest’ottica che il
territorio – in quanto spazio socialmente prodotto, e pertanto considerato come
spazio relazionale – è definibile come il sostrato nel/sul quale si realizza l’azione
umana: l’intervento antropico che lo trasforma in territorio avviene per
l’appunto attraverso il processo di territorializzazione, il cui “elemento di base, il
mattone primo potremmo dire, è l’atto territorializzante, il segno che l’uomo
imprime allo spazio marcandolo come sua costruzione” (Turco, 1988: 76).
Come chiarisce Magnaghi (2000: 82):

“il processo di territorializzazione, aggiungendo strati di atti


territorializzanti da parte di diversi modelli di civilizzazione,
ne aumenta nel tempo la complessità e la ricchezza di elementi
sedimentati, stratificati e interagenti nella lunga durata
(massa territoriale, sedimenti materiali e cognitivi, identità dei
luoghi).”

Nelle parole del più importante teorizzatore italiano del fenomeno qui
analizzato, Angelo Turco, gli atti territorializzanti sono così definiti:

“Gli atti territorializzanti, così categorizzati, esprimono tutti e


sempre dei momenti del processo di territorializzazione. Per un
verso, dunque, essi vanno visti come altrettante modalità

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dell’agire territoriale e rappresentano, alternativamente o
congiuntamente, forme di produzione di territorio, d’uso di
territorio, di relazionalità sociale mediata dal territorio. Per
altro verso, e simultaneamente, essi vanno visti come
espedienti che realizzano geograficamente la dialettica
dell’autonomia; ciò vuol dire che partecipano al processo di
complessificazione ambientale e assumono in parallelo il ruolo
di riduttori della complessità.” (Turco, 1988: 76)

L’organizzazione territoriale nasce dall’applicazione di atti territorializzanti ad


uno spazio, attraverso un lavoro di progettazione e trasformazione che rende il
territorio espressione e identificazione della società. Utilizzando
l’interpretazione processuale proposta da Turco, la territorializzazione può
essere immaginata, in una prospettiva strettamente cronologica, come una
sequenza di atti, distinti e consequenziali, che, nell’evoluzione storica dell’uomo,
hanno portato alla costruzione del territorio su cui opera e vive. Pur nella
molteplicità delle sue forme, il segno dell’uomo può essere ordinato
tipologicamente in tre categorie o fasi: la denominazione o controllo simbolico,
la reificazione o controllo pratico, la strutturazione o controllo sensivo, che
descrivono insieme un singolo ciclo di territorializzazione.
L’uomo produce territorio partendo da un primo momento di denominazione
degli elementi che lo costituiscono attraverso cui un dato della natura assume
valore culturale e la spazialità acquisisce valore antropologico. La
denominazione rappresenta il primo atto di presa di possesso (simbolica) di una
porzione di spazio naturale che viene ad essere indicata con un attributo di
senso e di posizione (Magnaghi, 2001). Turco spiega così l’atto con cui una
collettività, attraverso la “semantizzazione” della superficie terrestre, esprime
un controllo simbolico sull’ambiente:

“l’homo geographicus si trova costantemente confrontato ad


una superficie terrestre fenomenologicamente sovraccarica
ma semanticamente povera – o, in certi casi, addirittura vuota
–. Ciò vuol dire che vi è un divario tra realtà e
rappresentazione e in tale divario, precisamente, risiede un
limite dell’agire territoriale. Nella pretesa di superare tale
limite, di annullare il divario […] l’homo geographicus si dota
di una informazione suscettibile di guidarlo in fasi successive
della sua propria azione. […] Designando tratti della superficie

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terrestre, l’attore crea identità, ossia complessifica il mondo
dotandolo di attributi nuovi: i nomi «prima» non esistevano
né, soprattutto, esistevano i fenomeni nella forma in cui essi li
rappresentano. Simultaneamente, egli riduce complessità dal
momento che, producendo informazione, imbriglia in una
comprensione per definizione circoscritta, limitata dalla sue
capacità cognitive, una realtà inattingibile come fatto totale”
(Turco, 1988: 81)

Nella seconda fase, detta di reificazione, l’uomo, agendo sullo spazio prima e sul
territorio dopo, modifica la superficie terrestre fabbricando l’artefatto visibile
della sua presenza: si tratta, dunque, della trasformazione concreta della
materia naturale in insediamento costruito. È evidente che questo processo non
rappresenta solo un’impresa tecnica, ma è soprattutto un momento collettivo in
quanto espressione del meccanismo sociale che l’ha generato:

“v’è una seconda dimensione del controllo, che si applica alla


materialità della superficie terrestre e che riassume la capacità
dell’attore di governare praticamente la forma geografica
dell’universo sociale in cui è immerso. Chiamiamo per
l’appunto reificazione il processo che istituisce e/o conserva il
controllo pratico, il quale contempla un duplice ordine di
manipolazioni: le une, assicurano la trasformazione di una
materialità naturale in una qualche materialità costruita; le
altre si rivolgono non già allo spazio ma al territorio: sicché
ricavano da una materialità costruita una nuova materialità,
anch’essa costruita. […] Se, dunque, la denominazione dà conto
d’un modellamento intellettuale, la reificazione esprime un
modellamento materiale. L’intervento sull’ambiente si fa
concreto, la produzione di territorio si materializza
letteralmente in «cose» le quali, a loro volta, si offrono ad usi
diretti (la strada per camminare…) o entrano in guisa di
mediatrici nei più diversi sistemi di relazioni sociali. […] La
reificazione, dunque, introduce sulla scena geografica
l’artefatto visibile e, con esso, il mutamento fisionomico del
paesaggio.” (Ivi: 93-6)

L’ultima fase è rappresentata dalla strutturazione. Tale atto produce strutture


territoriali che fungono da supporto alla complessità creata in seguito all’azione
dell’individuo sull’ambiente. Con questo terzo segmento di territorializzazione

- 104 -
l’uomo organizza i campi operativi ed i luoghi fisici nei quali potrà operare.
Attraverso gli atti territorializzanti si attribuisce un “senso” allo spazio, il quale
non sarà più soggetto alle sole leggi della natura, ma sarà retto da regole diverse
elaborate in maniera consapevole in un contesto culturalizzato. La
strutturazione, indica, pertanto, il sistema di relazioni e gerarchie che
identificano il funzionamento dell’insediamento (Magnaghi, 2001). Turco ci
descrive così il terzo atto territorializzante:

“esso stesso ambiente ipercomplesso, il territorio è a sua volta


investito dalle strategie del senso. […] postuliamo qui una
forma peculiarmente geografica di costituzione e di
funzionamento dei contesti di senso; chiamiamo tale forma
strutturazione e riconosciamo dunque nelle strutture territoriali
l’espressione ed il supporto del controllo sensivo che si dispiega
geograficamente. […] Il terzo segmento del processo di
territorializzazione si risolve dunque nell’applicazione al
territorio del controllo sensivo, per il quale si ricavano
dall’ambiente ipercomplesso dei campi operativi, dei luoghi
fisici, oggettivabili, di complessità in vario grado ridotta, a
disposizione degli attori. Ognuno di questi luoghi si dota, per
effetto della mediazione sensiva, almeno di una finalità, serve
cioè a qualcosa: è un campo operativo in quanto in esso e per
suo mezzo gli attori realizzano degli obiettivi determinati. Con
altre parole il senso organizza sistematicamente il territorio.”
(Turco, 1988: 111)

Ciò vuol dire che i molteplici obiettivi degli attori sociali trovano negli atti
territorializzanti un momento di unione per cui le varie strategie diventano
complementari e indissociabili l’una dall’altra. L’insieme di questi atti tende a
ridurre la complessità ambientale limitando lo scarto tra le varie potenzialità
offerte attraverso quello che è chiamato “governo delle possibilità” (cfr. Ivi) e,
benché essi possano essere indirizzati al perseguimento di scopi differenti,
mirano in ultima analisi alla produzione e all’uso unitario del territorio. Una
volta descritto un ciclo completo di territorializzazione, sempre seguendo lo
studioso, è qui utile sottolineare l’ambivalenza di quest’ultima, che risiede nella
circolarità del rapporto tra l’uomo e il suo ambiente. Sì, perché, se da un lato
essa “è un esito dell’agire collettivo, e come tale accoglie, deposita, stratifica,
connette lavoro socialmente mediato e quindi più o meno esplicitamente

- 105 -
normato”, è, al tempo stesso “una condizione ri-produttiva, e come tale
possiede le caratteristiche fondamentali della logica sociale in cui è
incorporata” (Ivi: 15). Due decenni dopo, in una nuova opera, l’autore esplicita
ancora meglio questo passaggio concettuale che, a fronte delle riflessioni
condotte, risulta ormai facilmente intellegibile:

“L’agire territoriale passa dunque attraverso queste tre grandi


categorie di atti trasformativi. Si articola in un’attività di
costruzione, di uso e di mediazione del territorio. Quest’ultimo
ci appare dunque come un esito dell’azione sociale, ma anche
come una condizione perché l’azione sociale stessa possa
ulteriormente dispiegarsi. […] ogni società costruisce il proprio
territorio e si serve di esso, circolarmente, per costruire se
stessa.” (Turco, 2010: 53)

Le considerazione svolte nel precedente paragrafo acquisiscono allora grande


rilevanza nel discorso attorno ai processi di territorializzazione proprio perché
“l’artefatto territoriale, sia esso simbolico, materiale oppure organizzativo,
media la relazione sociale: è ciò che la rende possibile, oppure che la fa
svolgere così e così.” (Id., nota a piè pagina n. 2).
L’intersezione di atti e fatti che si dispiegano secondo le tre categorie proposte
dal geografo italiano conduce alla territorializzazione, ma gli stessi
caratterizzano al contempo i processi di deterritorializzazione e
riterritorializzazione: qualsiasi costruzione o decostruzione di territorio si
svolge, quindi, mediante queste tre direttrici di azioni. Magnaghi spiega come
ogni ciclo di territorializzazione avvenga attraverso trasformazioni distruttive e
ricostruttive:

“Ogni ciclo di territorializzazione, riorganizzando e


trasformando il territorio, accumula e deposita una propria
sapienza ambientale, che arricchisce la conoscenza delle regole
genetiche, contribuendo alla conservazione e alla riproduzione
dell’identità territoriale attraverso le trasformazioni
(distruttive e ricostruttive) indotte dalla peculiarità culturale
del proprio progetto di insediamento.” (Magnaghi, 2000: 63)

- 106 -
Lo stesso studioso, partendo dal modello territorializzazione-
deterritorializzazione-riterritorializzazione (TDR) elaborato da Raffestin nel
1984 ripropone una teoria di tale processo storico, che rende conto del percorso
co-evolutivo lungo cui comunità e spazio interagiscono. Nella prima fase, quella
di territorializzazione, come già nella concettualizzazione di Turco, la comunità
costruisce il territorio e decomplessifica la complessità territoriale, intesa come
sovrabbondanza di possibilità. La seconda fase, quella della
deterritorializzazione, è interessata da punti di rottura e di discontinuità, ossia
da crisi strutturali dovute a cause esogene o endogene all’area stessa e per via
delle quali il sistema si trova, metaforicamente, di fronte ad un “bivio”. Di fatto,
si tratta del passaggio da un assetto del territorio ad un altro che comporta una
trasformazione radicale rispetto al passato. La deterritorializzazione si innesca
all’interno di una territorialità – intesa come stato compiuto che corrisponde ad
un insieme codificato di relazioni, il cui equilibrio è tuttavia continuamente
instabile poiché soggetto a variazioni nelle informazioni che possono imporre
nuove strutturazioni – generando una crisi. Secondo il geografo svizzero,
ideatore dell’originale sistema teorico che si sta qui richiamando,

“La deterritorializzazione è, in senso primo, l’abbandono del


territorio, ma può essere anche interpretata come la
soppressione dei limiti, delle frontiere […] La
deterritorializzazione corrisponde a una crisi, vale a dire alla
scomparsa dei limiti. Ogni crisi si traduce in una cancellazione
dei limiti o dei ritmi, dei cicli, delle fratture, degli intervalli.”
(Raffestin, 1984: 78)

La terza fase del processo indica la riterritoralizzazione, ossia lo stato che


interviene a “valere per” il territorio perduto (Id.). Questa coincide con il
momento in cui si avvia e si consolida il superamento delle discontinuità
attraverso l’abbandono di alcune risorse, la valorizzazione di nuove o la
rivalorizzazione di vecchie, attribuendo alle stesse nuovi significati e valori.
Nell’intero ciclo, alcune strutture decadono, altre si producono ex-novo, altre
permangono e si modificano, reinterpretate nel ruolo e riposizionate nella
gerarchia territoriale.

- 107 -
Nello svolgersi della dinamica di territorializzazione, è interessante notare il
ruolo dell’identità territoriale, che, come abbiamo visto, è al contempo causa ed
effetto, origine ed esito dello stesso, che si esprime negli atti territorializzanti e
si disvela attraverso di essi. Seguendo Pollice (2005), tale qualità del luogo
svolge un’azione specifica in ognuna delle fasi che compongono il processo che
alimenta e da cui è a sua volta alimentata, in un movimento circolare:

“Nella prima fase l’identità territoriale assume una valenza


strategica in quanto attribuisce significato e fondamento alla
«denominazione», intesa come risultante di un «controllo
simbolico dello spazio». Sono infatti proprio questi meccanismi
di controllo che consentono all’identità territoriale di
diffondersi e radicarsi in uno specifico ambito geografico.
Diverso è invece il ruolo che l’identità svolge nell’ambito della
fase della reificazione. Quest’ultima, infatti, tende a tradursi in
atti e comportamenti localmente definiti che mirano ad
accrescere quello che Turco definisce il «controllo pratico»
dello spazio. Anche in questo caso la pratica del controllo può
essere esercitata se, e solo se, l’identità è un valore condiviso e
costantemente riprodotto nell’agire collettivo. La reificazione
presuppone la presenza di una forte identità territoriale e, nel
contempo, si propone come meccanismo di rafforzamento del
senso identitario e dei fattori che contribuiscono ad
accrescerlo. Per altri aspetti ancor più significativo è il ruolo
che può attribuirsi all’identità con riferimento alla fase della
strutturazione. Quest’ultima, infatti, presuppone un controllo
sensitivo dello spazio; un’attività che diviene effettivamente
praticabile solo nell’ambito di contesti territoriali in cui
l’identità abbia una valenza strutturante, capace cioè di
orientare l’agire collettivo e di modificare secondo meccanismi
autoreferenziali il territorio.” (Pollice, 2005: 77-8)

Una volta evidenziate le reciproche influenze tra capitale sociale, identità del
luogo e processi di territorializzazione, “incasellando” il tutto in una visione
complessiva e sistemica, è utile approfondire, ai fini delle riflessioni che si
intendono svolgere nell’ambito del presente lavoro di ricerca, un concetto già in
parte richiamato a proposito delle politiche di governo del territorio, quello di
“azione territorializzata”, che non è evidentemente un semplice sinonimo di
azione localizzata. Se, infatti, buona parte delle azioni collettive sono localizzate,
giacché insistono su una determinata area, non altrettante posso dirsi

- 108 -
territorializzate, ossia prodotto dell’agire collettivo. Come spiega Rullani (2005:
144-6), infatti, è necessario:

“partecipare, in prima persona e senza mediatori, ad un


processo di interazione che si svolge in un luogo specifico e si
lega alla natura del contesto locale. […] la via di accesso alla
risorsa «territorio» […] non è né pubblica, né privata, ma
esperienziale: passa per il fare esperienza del luogo, delle sue
relazioni, della sua identità e cultura”.

Esperienza, condivisione (con altri attori) di valori radicati in una data area,
relazionalità sono i canali attraverso cui passa l’attribuzione di valore alla
specificità del territorio, che si configura pertanto come risorsa comune.
Secondo Governa, che riassume bene il discorso attorno all’argomento,

“azione collettiva territorializzata non è quindi solo un’azione


condivisa per risolvere un problema collettivo, ma è un’azione
in cui questa condivisione riguarda il riconoscimento e la
valorizzazione delle potenzialità territoriali le quali, a loro
volta, sono beni comuni accessibili solo attraverso esperienza e
condivisione. È dunque un’azione che produce territorio, usa
territorio e attiva, sviluppa e conclude relazioni fra attori
tramite il territorio (in cui il territorio svolge il ruolo di
mediatore). […] Un’azione collettiva può dirsi territorializzata
perché si costruisce attraverso l’azione collettiva di soggetti
territoriali; perché non deriva unicamente dalla declinazione
locale di regole o norme sovralocali, ma implica la definizione,
specifica e locale, di sistemi autonomi di azione che
conferiscono legittimità all’azione stessa; perché questa azione
ha per oggetto un problema collettivo legato al territorio;
perché la condivisione rende accessibile il bene comune
territorio; perché il territorio costituisce matrice ed esito
dell’azione dei soggetti.” (Governa, 2007: 350-1)

Se il ruolo della territorializzazione nella vita sociale, nella costruzione delle


relazioni fra attori e nella formazione dell’identità collettiva è stato ampiamente
sottolineato negli scritti dei geografi, poco indagata è l’azione della promozione
della cultura locale, attraverso eventi che in qualche modo la celebrano, sulle
suddette qualità territoriali che, come abbiamo visto, intervengono nei processi
che sottendono la stessa. Questo primo capitolo, mettendo in luce le complesse

- 109 -
dinamiche che producono il “territorio”, così come inteso dalla disciplina,
rappresenta una premessa necessaria ai fini di una profonda comprensione di
cosa si debba intendere, in questa sede, per effetti territoriali e territorializzanti,
qui con riferimento ad un evento fortemente legato alla storia e alla tradizione
della comunità che lo ha ideato. Illuminante in tal senso è il seguente passaggio
di uno dei massimi rappresentanti della scuola territorialista italiana, Magnaghi,
in cui, sia pure con riferimento ad una risorsa fisica, si coglie bene cosa possa
essere interpretato, nell’ambito di quest’approccio, come effetto
territorializzante:

“Un esempio può essere quello del trattamento di un sistema


fluviale: se ne prevedo un uso tecnico (prelievo di acque,
smaltimento dei rifiuti) mi limito a mitigare il rischio idraulico
e inquinologico, consentendo la autoriproduzione della
risorsa; se ne prevedo una fruizione (ambientale, territoriale,
paesistica, ludica ecc) compirò atti territorializzanti destinati
ad aumentare il valore della risorsa fiume nel territorio.”
(Magnaghi, 2001: 32)

Al pari di una qualità naturale del luogo, anche la cultura locale, se fruita dalla
stessa collettività di cui è espressione e valorizzata dai membri della stessa,
agendo, come vedremo nel prossimo paragrafo, sulle risorse intangibili del
capitale sociale e della identità territoriale – assolutamente indispensabili a che
uno spazio possa dirsi “territorio” – può diventare elemento di creazione di
valore in grado di produrre effetti performanti sul luogo. Prima di procedere
oltre, chiariamo come per “valorizzazione”, anche in questo caso con Magnaghi
(2000: 89), si tenda qui a riferirsi alla produzione di “nuovi atti
territorializzanti che aumentano il valore del patrimonio territoriale
attraverso la creazione aggiuntiva di risorse”.
La prospettiva che si assumerà in fase di ricerca empirica sarà estremamente
originale dal momento che non si valuteranno gli impatti dell’evento analizzato
in un’ottica longitudinale/diacronica – data la difficoltà, se non impossibilità, di
un’indagine del genere, che risiede, come si intuisce, nella natura immateriale
delle risorse in questione – ma si coglieranno queste ultime nell’atto del loro

- 110 -
stesso formarsi, leggendole, dunque, quali qualità dell’evento, prima, e,
potenzialmente, del territorio, poi.

- 111 -
CAPITOLO 2

Effetti territoriali e territorializzanti della promozione


di eventi culturali: spunti per una teorizzazione

SOMMARIO: 2.1 La cultura come leva strategica di uno


sviluppo auto-centrato nelle politiche di promozione territoriale
- 2.2 Impatti non economici connessi alla promozione della
cultura - 2.3 Eventi culturali: effetti territoriali e
territorializzanti di natura intangibile.

PAROLE CHIAVE: politiche culturali; “culturalizzazione”


dello sviluppo; turismo culturale; eventi culturali; capitale
sociale; identità territoriale; valore sociale, valore simbolico,
valore identitario dei beni culturali; effetti territoriali; effetti
territorializzanti.

2.1 La cultura come leva strategica di uno sviluppo auto-centrato


nelle politiche di promozione territoriale.

“Gli esperti del settore sviluppo,


impegnati nella lotta contro la fame nel
mondo e la povertà, si dimostrano
spesso insofferenti quando si tratta di
affrontare, a parer loro
prematuramente, il problema della
cultura in un mondo in cui molte sono
le privazioni materiali. Come si può
parlare di cultura […] (di solito la

- 112 -
questione è impostata in questi
termini), quando c’è gente che muore
di fame, di malnutrizione o di malattie
facilmente curabili?” (Amartya Sen,
199815)

Le politiche di governance, alle varie scale, dedicano una crescente


attenzione alla dimensione culturale dello sviluppo riconoscendo, e mirando ad
attivare, quelle dinamiche di crescita virtuosa generate dall’economia della
cultura: queste sono da ritenere fondamentali per il rafforzamento del senso
identitario e, parimenti, ad un incremento del livello di coesione all’interno di
una comunità a seguito della messa in moto dei processi di accumulazione del
capitale sociale, entrambi componenti fondamentali dei meccanismi identitari e
relazionali che sottendono la produzione di territorio nonché la valorizzazione
delle sue risorse. Si tratta di un approccio allo sviluppo che guarda al lungo
periodo e ne ricerca gli elementi propulsori nel fattore culturale, individuando
nelle politiche incentrate sulla cultura le leve strategiche per la valorizzazione
dell’unicità e delle peculiarità del luogo (Magnaghi, 2001). Come sottolineano i
geografi Rossi e Vanolo (2010), anche tale fenomeno può essere visto come un
riflesso, nell’ambito di quelle che abbiamo precedentemente definito come
“pratiche”, di quella “svolta culturale” che ha investito, a partire dagli anni ’90, il
mondo accademico:

“si può dire che l’intero universo di aspetti e problematiche


dell’esperienza sociale contemporanea sia giunto a diventare
oggetto dell’analisi «culturale». […] se il Novecento era stato
l’epoca del trionfo della «società» come base fondamentale di
organizzazione della vita collettiva, grazie anche alla
legittimazione ricevuta dal sistema di protezione sociale
garantito dallo stato nazionale a preservazione della sua
stabilità e unitarietà, la fine del secolo scorso e il principio del
nuovo millennio hanno sancito il primato acquisito dalla
«cultura», non solo quale fattore di appartenenza collettiva e
comunanza identitaria, con il passaggio cruciale dalla
centralità della «lotta di classe» a quella delle contese per il
«riconoscimento» delle identità (Fraser, 1995), ma anche come

15 Amartya Sen, 1998, “Culture, Freedom and Independence”, in UNESCO, 1998, World Culture
Report: Culture, Creativity and Markets, Paris: UNESCO Publications, pp. 317-21.

- 113 -
motore della crescita economica delle comunità locali,
nazionali e sovranazionali.” (Rossi, Vanolo, 2010: 53-4)

Un’interpretazione strettamente connessa a quella appena richiamata per


quanto attiene all’ascesa della cultura come settore trainante del rinnovamento
urbano e territoriale più in generale è quella che da anni ormai trova un’ampia
convergenza nel leggerla come una conseguenza del declino della città fordista e
dell’affermarsi di un modello urbano di tipo post-industriale in cui i vuoti
urbani creati dalla dismissione industriale vengono ad essere progressivamente
occupati da attività del terziario e di tipo knowledge-based, che assumono così
la funzione di asset strategici dell’economia della città o del luogo (Pollice,
2010). Come sostenuto da più parti, infatti:

“l’effetto congiunto indotto dalla svolta post-fordista


nell’economia capitalistica e dalla «post-modernizzazione»
delle relazioni sociali e degli spazi urbani ha conferito una
centralità precedentemente inedita alla «cultura» nelle
traiettorie di sviluppo economico e territoriale e nel modo
stesso di leggere la realtà in cui viviamo. In tale contesto, la
rappresentazione e la riproduzione materiale delle città e degli
spazi urbano-regionali come dinamici milieux culturali
(Governa, 1997), ossia come condensazioni di patrimoni e
istituzioni culturali «permanenti» e di iniziative ed eventi
temporalmente contingenti, sono ormai tra gli obiettivi guida
delle politiche e delle più ampie strategie di sviluppo sociale,
economico e territoriale perseguite dai governi locali e
nazionali e sempre più vivamente raccomandate anche dalle
organizzazioni sovranazionali in tutto il mondo
contemporaneo, da quello occidentale ai paesi emergenti del
Sud globale (Oecd, 2005; Unesco, 1998)” (Rossi, Vanolo, 2010:
53).

La fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo hanno dunque sancito il primato
acquisito dalla cultura in quanto leva strategica della crescita economica delle
comunità locali e dei loro territori di riferimento. Questa, nell’era dei “post-”, è
sempre più consapevolmente considerata, nella sua interpretazione di
complesso di conoscenze codificate e saperi taciti e di bagaglio di memoria e
tradizioni, un elemento cruciale nell’esplicarsi delle dinamiche dello sviluppo,

- 114 -
da cui dipende la “rigenerazione” delle entità sociali e spaziali che costituiscono
il fondamento dello stesso (Thrift, 2005). Il tema della rigenerazione è cruciale
nel discorso attorno alle politiche culturali che nascono e vengono incubate
inizialmente in ambito urbano:

“[…] cities have always played a privileged role as centers of


cultural and economic activity. From their earliest origins,
cities have exhibited a conspicuous capacity both to generate
culture in the form of art, ideas, styles and ways of life, and to
induce high levels of economic innovation and growth, though
not always or necessarily simultaneously. At the dawn of the
twenty-first century, a very marked convergence between the
spheres of cultural and economic development seems to be
occurring.” (Scott, 2000: 2).

È sempre più evidente come la diffusione di politiche culture-led a scala urbana


venga ad essere direttamente o indirettamente riconducibile ad un obiettivo di
riposizionamento della città all’interno dello scenario economico internazionale,
riposizionamento che vede la promozione alla cultura quale asset strategico
della valorizzazione. La “culture-led regeneration” è stata definita come:

“the transformation of a place (residential, commercial or


open space) that has displayed the symptoms of environmental
(physical), social and/or economic decline. What has been
described as: breathing new life and vitality into an ailing
community, industry and area [bringing] sustainable, long
term improvements to local quality of life, including economic,
social and environmental needs” (Evans, Shaw, 2004: 4).

Un processo, dunque, in cui la cultura agisce come “a driver, a catalyst or at the


very least a key player in the process of regeneration, or renewal” (Id.). Le
“rigenerazioni” culturali possono suddividersi in due distinte tipologie: quelle di
tipo tradizionale, legate perlopiù ad interventi di infrastrutturazione culturale o
alla realizzazione di grandi eventi comunque slegati dal contesto territoriale; e
quelle invece che si incentrano sul coinvolgimento attivo degli attori locali
secondo una visione della cultura radicata socialmente (cfr. Moulaert,
Delvainquière, 2004).

- 115 -
L’introduzione di interventi nel settore culturale, o più in generale di misure
volte all’arricchimento del capitale culturale, ivi compresa la tutela delle risorse
culturali materiali e immateriali ereditate dal passato, è avvenuta in tempi
relativamente recenti ed è sempre più fortemente promossa da numerose
istituzioni internazionali (Unione Europea, UNESCO, OECD, Banca Mondiale).
In realtà, però, volendo cercare le prime tracce di politiche in favore della
cultura, bisogna risalire sino ai primi decenni del secolo scorso:

“è nel New Deal di Roosevelt – e più precisamente nel


programma «Works Progress Administration», ideato dal
governo federale degli Stati Uniti per far fronte alla grande
depressione degli anni Trenta – che si può forse ravvisare il
precedente più illustre di un intervento pubblico organico e di
ampio respiro tendente a coniugare cultura e soddisfacimento
di bisogni sociali. Il «Progetto Federale Arti» (1935-1939) –
parte integrante del programma summenzionato, e a sua volta
articolato nei quattro progetti «Arti visive», «Scrittori»,
«Musica» e «Teatro» – non fu infatti esclusivamente mirato ad
alleviare il disagio sociale degli artisti, colpiti anch’essi dalla
grave ondata della disoccupazione […], ma si spinse molto al di
là di questo specifico obbiettivo, risolvendosi in un intervento
di rilevanza politico-culturale per quell’epoca senza precedenti
a sostegno del rinnovamento della creatività artistica (con esiti
definiti da alcuni come rivoluzionari) e del rafforzamento
dell’identità e della coesione nazionale. Ebbe inoltre […] risvolti
assai innovativi anche sul piano della inclusione sociale.”
(Bodo, Bodo, 2007: 485-6)

Dopo la stasi indotta dal conflitto mondiale e dalla ricostruzione del dopoguerra,
sarà necessario attendere gli anni Sessanta per vedere nuovamente un
intervento a tutto campo nel settore della cultura tornare al centro delle
politiche pubbliche. L’esempio contagioso della Francia gollista – il primo stato
democratico ad istituire, fin dal 1959, un ministero per la cultura – apre infatti
la corsa alla istituzionalizzazione delle politiche culturali. Nel decennio
successivo, nei Paesi industriali avanzati, l’accresciuta consapevolezza del valore
sociale della cultura determina nei fatti una forte spinta verso l’alto di tutti gli
indicatori di partecipazione ed una assai più diffusa distribuzione delle attività
culturali sul territorio, diretta conseguenza di innovative politiche di
decentramento culturale avviate a livello non solo nazionale, ma anche regionale

- 116 -
e locale. Dopo un decennio vissuto soprattutto all’insegna della “socializzazione
della cultura”, gli anni Ottanta sono stati forieri di un certo riflusso, quando non
di una profonda inversione di tendenza, attribuibile, tra l’altro, alla tardiva
scoperta, anche al livello dei governi, del valore economico del patrimonio
storico-artistico e delle attività culturali, nonché del loro potenziale impatto
sullo sviluppo grazie agli effetti indotti sul turismo e sull’innovazione industriale
(cfr. Ivi). La fine del secolo scorso vede una svolta nelle politiche culturali grazie
anche all’impulso dato ad esse da parte delle organizzazioni intergovernative.
Sebbene l’enfasi posta sul valore economico della cultura ha in gran parte
caratterizzato anche la prima metà degli anni Novanta, è solo a partire dagli
ultimi anni del secolo che si rileva una rinnovata attenzione ai risvolti sociali
delle politiche culturali, che le mutate circostanze inducono tuttavia ad
interpretare in una chiave profondamente diversa rispetto agli anni Settanta:

“Alla ormai acquisita presa di coscienza delle potenzialità


anche di natura economica della cultura, si è venuta infatti
affiancando una nuova consapevolezza del ruolo fondamentale
che le arti possono svolgere non solo a fini di crescita e di
partecipazione civile, ma anche in funzione della
ricomposizione del tessuto sociale e del dialogo interculturale”.
(Ivi: 487)

La cultura viene ad essere sostenuta non solo in quanto “espressione di civiltà”


ma anche e soprattutto quale asse prioritario di sviluppo; una tendenza che si
manifesta tanto a scala locale e nazionale, quanto, prima ancora, a livello
internazionale. Se, infatti, negli anni Novanta il dibattito sulla cultura quale
fattore di emancipazione sociale, di integrazione, di rafforzamento delle
diversità, nonché sulle sue ricadute inclusive ed esclusive, ha subito una forte
accelerazione, lo si deve principalmente all’impulso di organizzazioni
sovranazionali quali l’UNESCO, il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea,
l’OECD e la Banca Mondiale, come testimoniato dagli indirizzi programmatici di
tali istituzioni e come si legge dagli estratti qui di seguito riportati.

“We stand on the threshold of the twenty-first century when a


new and exciting era of human progress can begin. It is a
century when:

- 117 -
˗ development can be built around people rather than
people around development;
˗ development strategies can enrich cultural heritage,
not destroy it;
˗ equality of opportunity can be ensured for present
generations as well as for future generations;
˗ a new global ethics can emerge which respects the
universalist of life claims of every new-born person
everywhere and which establishes a common morality
for both the powerful and the weak. This is not a utopia.
This is a pre-requisite for human survival and human
progress on this planet. But such a framework of our
creative diversity is not going to emerge through
automatic processes. It will require a good deal of
sustained effort.” (UNESCO, 1996, Summary Version:
63)

“When culture is understood as the basis of development the


very notion of cultural policy has to be considerably
broadened. Any policy for development must be profoundly
sensitive to and inspired by culture itself... […] defining and
applying such a policy means finding factors of cohesion that
hold multi-ethnic societies together, by making much better use
of the realities and opportunities of pluralism. […] It implies a
thoroughgoing diversification of the notion of cultural heritage
in social change. […] It requires new research.” (UNESCO,
1996: 232)

“In recent decades, territories that had lost their mainstay


activities under the impact of transformations in energy,
technology and economics have been marshalling their
cultural resources to explore new paths of development and
thereby affirm their determination to survive. For example,
English and American cities that were hollowed out by
recessions have been restoring their heritage buildings and
setting up cultural districts devoted to audiovisual production.
Many rural areas around the Mediterranean have sought to
derive tourism benefits from more careful conservation of their
distinctive popular heritage and their landscapes. And today,
many developing countries are hoping to use cultural tourism
to meet their financial needs.” (OECD, 2005: 15).

- 118 -
Oltre alle succitate pubblicazioni intese a fornire indicazioni di policy nella
direzione di uno sviluppo incentrato sulla cultura, numerosi convegni
confermano il fatto che oggi vi sia un forte interesse da parte delle forze
politiche e istituzionali nel rapporto che lega cultura e sviluppo. Tra i primi e più
importanti vi è senza dubbio quello che si tiene a Stoccolma nell’aprile del
199816, a cui partecipano i rappresentanti di circa 150 nazioni di tutto il mondo e
in cui si stabilisce che la cultura deve tornare ad essere nuovamente centrale
nella politica economica e avere maggiore peso nella formulazione delle più
generali politiche di sviluppo. Un’altra grandissima conferenza di estrema
importanza in tal senso è quella che si tiene a Firenze nell’ottobre dell’anno
successivo (1999) durante la quale la Banca Mondiale, la principale istituzione
finanziaria nell’arena internazionale, trasmette al pianeta la propria scoperta del
fatto che “La cultura conta”, in quanto componente essenziale dello sviluppo
economico, accompagnandola dalla dichiarazione di assegnarle un ruolo molto
più rilevante nel formare e nell’influenzare le decisioni dell’istituto stesso
(Throsby, 2005), come si può leggere nelle parole dell’allora Presidente della
Banca Mondiale, James D. Wolfensoh:

“…I have made culture one of the core area to be addressed in


the Comprehensive Development Framework, at the same level
of importance as say education, water and sanitation,
transport and communications infrastructure, and an effective
justice system. The overwhelming response to this conference
is a clear indication that culture does indeed count. We are
here today because development – particularly alleviating
poverty and enabling a strong civic culture – cannot be
successful without understanding and responding to people’s
values, traditions, social relationships and preserving the
heritage that has meaning for them. In a globalized world,
where there is so much pressure for sameness, there is at once
an overwhelming belief in differentiation and preservation of
culture” (World Bank, 2000: 10-1).

16 Nel 1992, è stata istituita una Commissione mondiale sulle culture e lo sviluppo, che ha
concluso i suoi lavori alla fine del 1995 con la redazione di un rapporto sulle interazioni tra
essi. Nel 1998, poi, si tiene a Stoccolma la Conferenza Intergovernativa sulle politiche
culturali per lo sviluppo (Stoccolma, Svezia, 02/04/1998), con lo scopo principale di tradurre
in pratica le idee contenute nel rapporto elaborato dalla Commissione. La Conferenza adotta,
il 2 aprile 1998, il Piano d’Azione sulle Politiche Culturali per lo Sviluppo (edito da UNESCO),
in cui vengono affermati diversi principi, fra i quali, primo fra tutti, l’interdipendenza tra
sviluppo sostenibile e crescita culturale, e a seguire, l’accesso e la partecipazione alla vita
culturale come diritti fondamentali degli individui e il dialogo fra culture come una delle
principali sfide politiche della contemporaneità.

- 119 -
Tra le istituzioni che più fattivamente esortano i governi alle varie scale ad
attribuire maggiore rilievo alla cultura vi è indubbiamente l’Unione Europea,
che esercita una importante azione di stimolo sui Paesi membri attraverso
attività di forte impatto volte a sostenere il ruolo socialmente inclusivo della
cultura. Val qui la pena di sottolineare come diversi programmi culturali di
ampia portata nel campo della riqualificazione urbana e dello sviluppo delle
comunità hanno potuto avvalersi del sostegno dei Fondi Strutturali Europei17, il
cui obiettivo principale è quello di promuovere lo sviluppo delle regioni
arretrate agendo proprio sulla coesione sociale e sul capitale umano, ma che
inizialmente sono stati scarsamente utilizzati in favore del settore culturale. È
del 2007 la “Comunicazione su un’agenda europea per la cultura in un mondo in
via di globalizzazione”18 della Commissione europea, nella cui dichiarazione di
scopo si legge:

“Cresce la consapevolezza del fatto che l’UE ha un eccezionale


ruolo da svolgere nella promozione della sua ricchezza e
diversità culturali in Europa e nel mondo. Si riconosce anche
che la cultura è un elemento essenziale per conseguire gli
obiettivi strategici dell’UE in materia di prosperità, solidarietà
e sicurezza, e garantire nel contempo una presenza più forte
sulla scena internazionale.” (COM(2007): 3)

17In una delle Comunicazioni della Commissione Europea più esplicite in tal senso (“Cohesion
policy and culture. A contribution to employment. Communication from the Commission to
the Council, the European Parliament, the Economic and Social Committee and the
Committee of the Regions.” – COM(96) 512 final, 20 November 1996), proprio
sull’argomento, si legge nelle conclusioni: “The increasing importance of culture for regional
development has to be seen in the context of the restructuring of the economy as well as a
result of changed ways of life. In this perspective, the cultural sector should be further
exploited to enhance and diversify the local and regional development potential of both the
least favoured regions and those suffering from structural change. As culture is often
treated in a manner isolated from other factors of development or image, it will be
important to address culture as a more integral part of regional and local development
strategies towards new employment. […] Assistance to culture by the Structural Funds not
only enables the preservation and development of cultural assets (i.e. the cultural heritage),
but also productive investment in cultural industries and products. […] The potential role of
the Structural Funds in this context is yet not fully exploited. In view of the programme
approach as well as the importance of development concepts based on endogenous
potential, the Member States and regions concerned play a central role in giving more
effective weight to cultural action under the Structural Funds.” (p. 14 ss.)
18 Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato

Economico e Sociale Europeo e al Comitato Delle Regioni. Comunicazione su un’agenda


europea per la cultura in un mondo in via di globalizzazione – COM(2007) 242 definitivo.

- 120 -
L’Unione Europea contribuisce in molti modi e agendo su più piani alla
promozione delle attività culturali attraverso i suoi programmi e le sue politiche,
che, nel campo della cultura, si sono rivelati molto proficui. L’attuale
programma Cultura (2007-2013), ad esempio, procede anch’esso nella direzione
di agevolare la comprensione reciproca, stimolare la creatività e contribuire
all’arricchimento reciproco delle culture, promuovendo il patrimonio, le arti, la
musica e sostenendo la manifestazione “Capitali Europee della Cultura”. A
proposito di quest’ultimo programma, i già citati autori Rossi e Vanolo a ragione
scrivono:

“Un vero e proprio momento fondativo nella


«culturalizzazione» delle strategie di sviluppo urbano può
essere identificato nel 1985 con l’avvio del programma «Città
europea della cultura», divenuto dal 2000 un’azione ufficiale
dell’Unione Europea con la denominazione di «Capitale
europea della cultura». L’avvio e la successiva
istituzionalizzazione del programma non sono episodi casuali
né isolati, ma sono avvenuti in una fase in cui si è andata
ampliando la coscienza dell’opportunità di allargare le
competenze comunitarie al di là della sfera più
convenzionalmente economica e di regolamentazione dei
mercati, cui era stata fino a quel momento prevalentemente
circoscritta. […] La «politica dell’evento» e quella che è stata
efficacemente denominata «città occasionale» (Indovina,
1993) rappresentano dunque modalità concrete attraverso cui
si materializza il processo di «culturalizzazione» dello sviluppo
urbano […] e al tempo stesso anche di popolarizzazione della
nozione e della esperienza stessa di cultura in un contesto come
quello europeo avvezzo a dare preminenza alla cultura
«alta».” (Rossi, Vanolo, 2010: 64-5)

Tale ultimo aspetto, su cui ci soffermeremo più ampiamente nel seguito, è di


assoluta rilevanza per le finalità che ci si propone in questo lavoro, dal momento
che rappresenta forse il tentativo più intenzionale ed emblematico di
conseguimento del rafforzamento del senso di identità territoriale attraverso la
promozione di eventi culturali. A seguito del processo di unificazione europea si
inizia, infatti, a porre un’enfasi sempre più marcata sulla necessità di creare
programmi istituzionali in grado di alimentare un sentimento di appartenenza

- 121 -
all’Europa: quello appena richiamato rientra proprio in tale quadro e segna un
passo decisivo in tale direzione.
Quanto all’Italia, va rilevato che in assenza di una cornice nazionale favorevole
sotto il profilo istituzionale e programmatico, gli interventi più articolati e
innovativi in campo culturale sono in larga parte intrapresi a livello locale, dove
i programmi e le attività realizzati nel campo della riqualificazione urbana e
della promozione della cultura emergono come ambiti di particolare interesse
(Bodo, Bodo, 2007). Accanto a una visione più “tradizionale” del contributo
della cultura allo sviluppo locale, stanno prendendo forma interventi che fanno
leva su questa per concorrere alla costruzione di identità e memoria di un luogo,
per sostenere i processi di cittadinanza attiva e di empowerment individuale e
della comunità. Sono interventi che assumono una particolare valenza in alcune
aree del Mezzogiorno, spesso caratterizzate da marginalità economica e
culturale, in cui alla ricca articolazione delle esperienze avviate a livello
decentrato in questi nuovi “territori della cultura” si contrappone una
persistente difficoltà delle stesse a riflettersi e a comporsi in un disegno
d’insieme al livello del “sistema paese”. Il rischio rilevato dalle studiose Bodo e
Bodo è alto e attiene al fatto che:

“In assenza di organiche azioni di impulso e di analisi e


mappatura dell’esistente, le molte “buone pratiche” avviate con
successo, lungi dall’essere messe in circolazione e valutate nel
loro effettivo impatto, restano infatti episodi isolati, spesso in
balia della discontinuità delle risorse determinata da continui
rivolgimenti politici.” (Ivi: 496)

Un segnale importante da parte del governo nazionale, che attesta la presa di


coscienza del ruolo della cultura e della creatività che è ad essa intimamente
connessa in quanto pilastri della qualità sociale – intesa come un contesto di
comunità libero, economicamente sviluppato, culturalmente vivace e di alta
qualità della vita – proviene dal lavoro di una Commissione di studio
ministeriale coordinata dal Prof. Walter Santagata, confluito nel “Libro bianco
sulla creatività”19 (MiBAC, 2007). In esso, creatività e cultura sono interpretate

19 Cfr. “Libro Bianco sulla Creatività. Commissione sulla Creatività e Produzione di Cultura in
Italia (D.M. 30 Novembre 2007)”, sotto la Presidenza di Walter Santagata, edito da MiBAC e

- 122 -
come un binomio indissolubile, un meccanismo di successo in grado di
riposizionare il Paese in un passaggio strategico del processo internazionale di
globalizzazione: come vedremo meglio nelle pagine successive, secondo gli
autori dello studio, costituiscono importanti fattori di progresso della qualità
sociale lo sviluppo delle industrie culturali più largamente intese e la
valorizzazione del patrimonio culturale (archivi, biblioteche, musei, monumenti,
musica, arte e spettacolo). Tra le raccomandazioni a conclusione della ricerca, vi
è quella di sostenere la crescita delle industrie culturali e creative italiane per
rafforzare il loro forte impatto sul sistema economico nazionale:

“Il sistema dell’economia globale, con l’impiego delle tecnologie


della comunicazione e dell’informazione e con la crescita di
importanza della componente qualitativa dei prodotti, richiede
in misura crescente creazione di beni ad alto contenuto
simbolico, di immagini culturali e di sofisticato branding. Le
industrie culturali rappresentano il macrosettore economico
che più è capace di sostenere le nuove sfide della
globalizzazione dei mercati.” (Libro bianco sulla creatività,
2007: 350)

Alle sollecitazioni che provengono dall’alto, appena richiamate, si aggiungono le


spinte dal basso che muovono i territori, e in prima istanza le città, a puntare
sulla cultura per differenziarsi e riaffermarsi sullo scenario globale, esigenza
indotta dalle dinamiche capitalistiche. È quanto sottolinea il geografo americano
Allen J. Scott (1997: 335-6): “there are strong potentialities for heightened
forms of cultural differentiation from place to place as the cultural economy of
cities moves into high gear, for if capitalism dissolves away certain sites of
cultural expression, it actively recreates other sites elsewhere”. Ed è posizione
condivisa in ambito accademico, anche nel dibattito italiano:

“la «cultura», in una fase ormai avanzata di evoluzione


dell’economia post-fordista, diventa […] un fattore
intimamente legato alla dinamica dello sviluppo capitalistico,
da cui dipende l’incessante «rigenerazione» delle entità sociali
e spaziali che ne costituiscono la base fondamentale (Thrift,
2005; Virno, 2001).” (Rossi, Vanolo, 2010: 55)

disponibile on-line al seguente link: http://www.beniculturali.it/mibac/export/UfficioStudi/sito-


UfficioStudi/Contenuti/Pubblicazioni/Volumi/Volumi-pubblicati/visualizza_asset.html_1410871104.html.

- 123 -
in un processo in cui città e regioni:

“non solo valorizzano sedimenti e patrimoni culturali


preesistenti e di nuova creazione quali fattori di generazione di
ricchezza (derivante dai flussi di turisti, dalla realizzazione di
grandi opere ecc.), ma [..] sono chiamate esse stesse a
diventare soggetti collettivi aventi una propria distintiva
identità «culturale» per poter essere competitive a una scala
nazionale e internazionale” (Id.)

È negli anni Ottanta, con la crisi del paradigma fordista e i processi di declino
che investono molte città occidentali, che si avverte l’esigenza di promuovere il
rilancio economico delle città e il loro riposizionamento competitivo, esigenza
che si concretizza nella “culturalizzazione” delle strategie di sviluppo.
Quest’ultima muove dall’idea – affermatasi in ambito anglosassone e in termini
simili, come abbiamo visto, anche nel dibattito europeo e italiano in particolare
(Dematteis, Governa, 2005) – secondo cui per promuovere lo sviluppo
competitivo dei territori non sia sufficiente puntare su politiche settoriali di
sostegno a industria, servizi o distretti produttivi, ma sia piuttosto
indispensabile dare slancio ai sistemi urbani e territoriali nel loro insieme in
quanto entità vitali sul piano economico e politico, capaci di darsi una auto-
rappresentazione culturale adeguata alle sfide della contemporaneità e della
globalizzazione (Scott, 1998). Non si tratta solo di adeguare la città e i territori ai
processi di cambiamento che investono le diverse scale geografiche di cui sono
parte (comportamento adattivo), ma di reinterpretare il loro stesso ruolo,
anticipando peraltro l’evoluzione dello scenario di riferimento. Le prime
esperienze di rigenerazione “culturale” avviate in quegli anni sono, infatti,
contestuali al processo di territorializzazione delle politiche di sviluppo che
passano, proprio in questo periodo, come descritto nel Capitolo 1, da un
approccio funzionale ad uno territoriale, attribuendo sempre maggiore
centralità alle risorse immateriali del luogo. Una tendenza, quest’ultima, che
viene tuttavia a consolidarsi solo nei decenni successivi con l’affermarsi delle
politiche di sviluppo knowledge based e culture-centered (Camagni, 1993).
Quello che accade è che ad una visione meramente patrimoniale della cultura

- 124 -
che interpreta la città stessa come “prodotto” culturale, viene a sostituirsi o, per
taluni aspetti, a sovrapporsi

“una visione processuale che vede nella città una «fucina»


culturale in grado di innescare e sostenere processi
autopropulsivi incentrati sulla cultura o legati ad essa da un
rapporto di reciprocità ed interdipendenza. La città
postindustriale ha vissuto infatti un processo di
riconfigurazione della sua base economica che si è andata
progressivamente spostando su un insieme di settori che se
non specificamente culturali, risultano fortemente influenzati
dal fattore culturale. […] La città come fucina culturale è
dunque un luogo in cui convergono e si sovrappongono, come
espressioni diverse – e, tuttavia, interdipendenti e
complementari – della stessa matrice territoriale cultura,
conoscenza e creatività; elementi che hanno il loro minimo
comun denominatore nella specificità del tessuto relazionale
urbano e in altre condizioni di contesto, materiali
(infrastrutture, buona qualità della vita, servizi avanzati) ed
immateriali (reti locali forti, elevato livello di apertura
internazionale, cultura aperta e dinamica)” (Pollice, Urso,
2011: 69-70)

L’efficacia in sé di queste politiche è la risultante di un insieme di fattori che


attengono tanto alle condizioni territoriali quanto all’approccio sistemico
utilizzato e al modello di governance ad esso sotteso. Una città per rimanere
economicamente competitiva e culturalmente attraente deve “definire e
consolidare delle forme auto-propulsive e auto-rigeneranti di vitalità culturale
ed economica” (Comunian, Sacco, 2006: 9). Puntando fortemente sul fattore
“cultura”, le città, prima, e i territori, poi, mirano ad acquisire o, in altri casi, a
consolidare una posizione di rilievo all’interno dei network nazionali e non,
sfruttando in maniera intensiva ed orientata il fattore produttivo più
abbondante, quello che da sempre li qualifica in quanto tali e che, ad oggi,
rappresenta l’elemento cruciale dell’economia della cultura: la densità e la
varietà del sistema di relazioni che li costituiscono.
Le strategie di rigenerazione culturale non possono tuttavia essere disgiunte da
un progetto di più vaste proporzioni che riproponga la complessità sistemica del
territorio, risultando esse efficaci solo se inscritte all’interno di una azione
politica che investa l’intero spettro delle sue dimensioni. Ecco, quindi, che,

- 125 -
anche nei più ampi processi di sviluppo territoriale, si rileva una loro sempre
più marcata “culturalizzazione”, perseguendo una visione che vede nella
formazione di una base vitale di attività culturali e industrie creative uno
stimolo efficace al risveglio economico e sociale dei territori in seguito alla crisi
dei settori tradizionali del tessuto produttivo (Hall, 2000; Landry, 2000). Da
più parti si sottolinea il duplice ruolo dell’“armatura culturale del territorio”
come matrice dell’identità dei luoghi e come linea strategica e prioritaria di
sviluppo locale, il cui valore è affrontato partendo da alcuni punti fissi di una
rinnovata declinazione dello sviluppo sostenibile. Questa è interpretata

“nel suo duplice valore di matrice formativa dell’identità dei


luoghi e delle comunità e di strumento per la costruzione di
uno sviluppo che sia locale nelle risorse, globale nelle relazioni
ed auto-sostenibile nelle modalità.” (Carta, 2002: 25)

In tale approccio, l’intero territorio è visto come sistema culturale, come esito di
processi stratificati nel tempo e come opportunità creativa per nuove
interpretazioni, interventi compatibili e valenze economiche messe dalla storia e
dalla cultura sul tavolo della competizione. La pianificazione del patrimonio
culturale territoriale è intesa non più come un settore o come un semplice
attributo qualitativo dello sviluppo, ma come matrice culturale genetica di tutte
le sue sostenibilità: sostenibilità costituzionale, sostenibilità culturale,
sostenibilità gestionale ed infine sostenibilità economica, considerate come
campi di opportunità per la tutela e valorizzazione del tessuto culturale dei
luoghi. La pianificazione del territorio è sempre più “pianificazione culturale del
territorio”, in grado di esprimere uno sviluppo plurimo, localmente fondato e
globalmente competitivo poiché intessuto sull’armatura del suo heritage, sia in
merito all’evoluzione specifica dei luoghi, sia alla cultura universale
dell’umanità. Le opzioni di crescita messe in atto sono diverse ed articolate, ma
tutte confluiscono nella direzione di attribuire un valore strategico alla qualità
territoriale ed alle identità culturali dei contesti locali, di leggerle come risorse
da conoscere, interpretare, conservare, incrementare e comunicare (cfr. Ivi). Il
riposizionamento “culturale” della città e dei territori, proprio per le
caratteristiche del fattore su cui si incentra, non si esaurisce sul piano

- 126 -
meramente produttivo, ma investe in maniera profonda e pervasiva la sfera
sociale, ed è in essa che si producono i vantaggi competitivi che entità urbane e
territoriali devono consolidare per renderlo efficace. Una caratterizzazione,
quella appena richiamata, che è a sua volta intimamente collegata alla cultura
come fenomeno localmente determinato e sostrato imprescindibile del tessuto
relazionale:

“Place and culture are persistently intertwined with one


another, for place [..] is always a locus of dense human
interrelationships (out of which culture in part grows), and
culture is a phenomenon that tends to have intensely place-
specific characteristics thereby helping to differentiate places
from one another.” (Scott, 1997: 324)

Questo spiega l’importanza del perseguimento dell’obiettivo della coesione


sociale (Sacco, Tavano Blessi, 2007), identificato come una delle priorità
strategiche dei piani di rigenerazione urbana basati sulla cultura. L’esigenza di
stabilire un nesso più stretto fra cultura e coesione sociale – oggi così
frequentemente evocata – non rappresenta in realtà un elemento del tutto
estraneo all’ambito delle politiche pubbliche. La novità dei tempi più recenti è,
semmai, la presa di coscienza sempre più estesa e convinta del fenomeno, che
ha indotto svariati governi, dalla scala europea a quella locale soprattutto, ad
assumere la promozione della coesione fra gli obiettivi principali dell’intervento
pubblico nel settore della cultura (Bodo, Bodo, 2007).
Una coesione che può essere perseguita:

“solo attraverso il coinvolgimento attivo delle comunità locali


nelle loro diverse componenti sociali e, dunque, realizzando un
modello di governance dei processi rigenerativi che assicuri la
rappresentanza degli interessi diffusi, il controllo sociale sugli
investimenti culturali ed una reinterpretazione coerente e
condivisa della matrice identitaria dei luoghi.” (Pollice, 2010:
92)

E, d’altra parte, non potrebbe essere diversamente visto che “la produzione di
cultura è fondamentalmente legata al luogo o, in senso sociale, a una comunità

- 127 -
e alla sua storia” (Santagata, 2005a: 143). Il coinvolgimento della comunità
locale diviene pertanto un momento imprescindibile della pianificazione
strategica e per taluni aspetti ne costituisce uno degli elementi maggiormente
caratterizzanti. Va sottolineato a tal proposito come un tema centrale
nell’interpretazione dei processi di rigenerazione culturale sia quello del nesso
che lega quest’ultima alla pianificazione strategica, intesa quale strumento di
riqualificazione urbana incentrato su un modello di governance allargata e
preordinato al conseguimento di obiettivi di riposizionamento della città,
dettati, a loro volta, dalle modificazioni intervenute nello scenario economico
mondiale. E ciò non perché i due fenomeni siano direttamente correlati, ma
perché condividono la medesima matrice causale, essendo entrambi una
conseguenza del processo di destrutturazione e dematerializzazione
dell’economia urbana che passa dal modello fordista, incentrato sul settore
industriale, al modello postfordista che vede, invece, l’ascesa dei servizi quale
settore trainante dell’economia urbana ed elemento di confronto competitivo tra
le città in una sempre più marcata «culturalizzazione» dello sviluppo urbano.
C’è dunque un elemento di rottura rispetto al passato che richiede l’adozione di
un nuovo approccio pianificatorio di ordine “strategico”; strategico in quanto
incentrato sull’adozione condivisa di un comportamento di lungo periodo –
orizzonte temporale del piano – e preordinato ad una radicale trasformazione
delle componenti strutturali, simboliche e funzionali della città (Martinelli,
2005). Se inclusione (partecipativa) e coesione sociale possono considerarsi
come obiettivi specifici della pianificazione strategica, questi ne costituiscono di
fatto anche il presupposto:

“Nel caso della pianificazione strategica territoriale questo


processo di costruzione e/o rafforzamento del capitale sociale
dovrebbe avvenire attraverso la promozione della
comunicazione, della partecipazione, della fiducia e della
cooperazione, ovvero attraverso la mobilitazione di tutta la
società civile (Paba, 2003) attorno alla costruzione e alla
realizzazione di quella «visione condivisa» del futuro locale che
contraddistingue il Piano strategico (Camagni, 2003b).
L’interazione degli attori favorisce la formazione di conoscenze
condivise (capitale sociale intellettuale) e alleanze (capitale
sociale politico) (Balducci, 2001). Il Piano strategico, inoltre,
proprio attraverso la visione condivisa del futuro collettivo –
che comporta la condivisione di valori – può contribuire a

- 128 -
creare/rafforzare un senso di identità territoriale nella
cittadinanza (Albrechts, 2004).” (Martinelli, 2005: 14)

Si rileva una circolarità in questo tipo di progettualità territoriale che val la pena
di segnalare. Non può infatti negarsi che questa abbia maggiori possibilità di
successo proprio laddove vi sia una consistente dotazione di capitale sociale;
diversamente essa appare difficilmente perseguibile proprio perché vengono a
mancare le condizioni territoriali perché si ottenga un coinvolgimento effettivo
della comunità locale ed una convergenza strategica degli attori (Pollice, Urso,
2011; 2013). E tutto ciò è ancor più vero quando si voglia incentrare il progetto
di rigenerazione urbana proprio su quegli asset, come la cultura, che richiedono
una partecipazione fattiva della collettività locale. Tuttavia, molte delle
esperienze sin qui maturate prescindono, in tutto o in parte, dal coinvolgimento
della stessa e si incentrano su interventi di infrastrutturazione culturale che,
oltre all’eccessiva enfatizzazione degli investimenti materiali rispetto a quelli
immateriali, hanno effetti opposti sul piano della coesione sociale e del
rafforzamento del tessuto relazionale urbano/territoriale. Le politiche di
rigenerazione devono pertanto mirare non alla realizzazione in sé di interventi
di infrastrutturazione culturale, ma all’attivazione di circuiti virtuosi che siano
in grado, in maniera autonoma e tuttavia non autoreferenziale, di produrre e
riprodurre “cultura” nelle sue diverse e poliedriche manifestazioni, tenendo
conto che un vantaggio competitivo di ordine culturale non può, al pari degli
altri, essere acquisito e conservato nel tempo: ciò che si può rigenerare, infatti,
non è la cultura in sé, ma la capacità di produrre cultura. Se, da un lato, emerge
il ruolo strategico che la stessa può assolvere nei processi di rigenerazione
urbana/territoriale, dall’altro appaiono chiari ed incontrovertibili i limiti di un
approccio strategico marcatamente esogeno, che è

“incentrato più sulla spettacolarizzazione della cultura a scopi


propagandistici che sulla creazione di un insieme di condizioni
territoriali che attivino meccanismi di produzione e
riproduzione della conoscenza, che siano in grado di generare
cultura, intesa […] quale processo di «creazione e
trasformazione di simboli». La matrice esogena e il contenuto
troppo spesso emulativo di molti progetti di rigenerazione
culture-led tradiscono il significato stesso di cultura e finiscono

- 129 -
per ottenere risultati opposti sotto il profilo sociale, economico
e culturale, vanificando quell’effetto inclusivo che dal punto di
vista sociale li rende – quantomeno sul piano teorico – così
appetibili” (Pollice, 2011: 81).

Ciò implica, pertanto, che le strategie di rigenerazione culture-led

“non dovrebbero tendere verso la città multi-culturale e multi-


identitaria, che si propone in primo luogo di offrire la più
vasta scelta di opportunità culturali alla classe creativa, ma
verso il recupero del senso del luogo, della storia e
dell’appartenenza alla comunità locale.” (Comunian, Sacco,
2006: 14).

È quanto è ribadito anche da Pollice (2011: 81-2) che sottolinea come:

“La rigenerazione culturale deve essere allora un processo che


muove dal basso, attingendo alla matrice identitaria del luogo
e interpretandone in maniera innovativa la carica propositiva
che in essa risiede. Parallelamente le strategie di supporto non
possono esaurirsi nella sola realizzazione di interventi
infrastrutturali – che pure risultano indispensabili per la loro
forte valenza simbolica e funzionale – ma devono
necessariamente contemplare l’adozione di un insieme
integrato di azioni volte a creare le condizioni locali per uno
sviluppo territoriale legato alla cultura nella sua duplice
manifestazione di filiera economico-produttiva, da un parte, e
determinante territoriale dei processi di accumulazione della
conoscenza e del capitale sociale, dall’altra. La cultura infatti
costituisce un asse strategico e per molti aspetti insostituibile
nei processi di rigenerazione urbana, non in quanto settore
economico o filiera produttiva, ma in quanto presupposto
ineludibile per creare le condizioni territoriali perché si
manifesti e si rafforzi quell’economia della conoscenza che
costituisce l’orizzonte competitivo della città postindustriale.”
(Pollice, 2011: 81).

Si ritiene, infatti, che l’arte e la cultura favoriscano lo sviluppo urbano e a scala


più ampia nonché l’affermazione competitiva delle città e dei luoghi a livello
regionale o globale sia “attraverso il contributo educativo e lo sviluppo del

- 130 -
gusto critico”, sia “come industria del simbolico”, sia, ancora, come “fattore di
localizzazione per tutte le industrie, che devono attirare la miglior forza lavoro
in un luogo caratterizzato da alti livelli di qualità della vita”; ed, infine, come
“brand in grado di far riconoscere una città i suoi punti di forza, la sua
unicità.” (Russo, Di Cesare, 2005: 169). Tuttavia, il valore ultimo di uno
sviluppo guidato dalla cultura non è nella opportunità di produrre reddito e
occupazione in modo da garantire il conseguimento di obiettivi sociali, ma
risiederebbe, viceversa, proprio nella sua capacità di contribuire allo stesso
attraverso la sua intrinseca sostenibilità “sociale” e, ampliando la prospettiva,
“territoriale”. Se numerosissime sono le riflessioni svolte attorno all’impatto
economico e occupazionale della produzione di cultura, meno considerevoli, o
meglio, meno organiche, soprattutto in ambito geografico, sono quelle che
alimentano il dibattito attorno a quelle ricadute di tipo non meramente
economico che pure le opzioni di sviluppo incentrate sulla cultura sembrano
generare. Nei paragrafi successivi si approfondiranno in un primo momento i
processi di sviluppo locale cultural driven e gli effetti intangibili della gestione
del patrimonio culturale in un’ottica generale (par. 2.2) per poi passare alle
peculiarità del “deposito” lasciato dalla promozione di grandi eventi, con
particolare riferimento a quelli celebrativi della cultura e delle tradizioni locali.
Come ormai chiaro alla luce dell’ampia premessa teorica di questo lavoro
(Capitolo 1), l’approccio da cui muovono le considerazioni successive è quello di
considerare il complesso dei beni culturali di un territorio come un

“«patrimonio da investire», inserito in un circuito aperto […]


verso scelte compatibili con la specificità dei luoghi e sostenibili
rispetto alla vulnerabilità delle risorse: il patrimonio culturale
viene immesso nel campo delle opportunità, come elemento che
invoca la creatività e l’offerta di molteplici possibilità di
sviluppo legittimate dalla storia dei luoghi.” (Carta, 2002: 26).

In tale visione, i beni culturali territoriali sono considerati “come i simboli


dell’eredità culturale degli avvenimenti che hanno segnato l’evoluzione della
società […] e come strumenti per la costruzione di uno sviluppo culturalmente
fondato (heritage-based development).” (Ivi: 33).

- 131 -
In tal senso, un’analisi geografica – che consideri la cultura come
indissolubilmente legata al luogo e che interpreti il territorio prima di tutto
come uno spazio relazionale costruitosi nel tempo come prodotto di un processo
di sedimentazione culturale che ha il suo motore nel rapporto identitario che si
instaura tra una comunità e lo spazio di cui essa si appropria (Dematteis, 1995)
– appare quanto mai rilevante. Se si considera il territorio come fonte di
creazione di valori che può essere alimentata solo innescando meccanismi
d’identificazione degli attori locali e, dunque, come spazio di appartenenza che
diventa un prodotto affettivo, sociale, simbolico a partire dal quale si
costruiscono le identità locali retrospettive e prospettive e se la cultura consiste,
come sintetizzato da Vallega (2003: 59), “nella creazione e trasformazione di
simboli e nell’attribuire loro significati, vale a dire spiegazioni, teorie,
narrazioni, valori” si intuisce il ruolo cardine che la cultura può giocare tanto
nei processi di sviluppo che in quelli di territorializzazione.

2.2 Impatti non economici connessi alla promozione della cultura.

“I beni culturali ci dicono da dove


veniamo, ci danno una patria senza la
quale saremmo degli apolidi smarriti, ci
aiutano a riconoscere la nostra identità.
Inoltre contribuiscono a promuovere la
comunicazione ‘orizzontale’ nell’epoca
della comunicazione solo ‘verticale’.”
(Fusco Girard, Nijkamp, 1997: 115)

Passando a considerare il “territorio”, o meglio il binomio cultura-


territorio, non si può non partire da una riflessione di carattere geografico: la
cultura non è concepibile senza il riferimento ad un luogo (e ad un tempo). In
altre parole,

- 132 -
“c’è sempre una relazione tra un posto qualsiasi nel mondo e la
cultura che vi si produce. […] Il sapere, la sensibilità e le
esperienze che ispirano la cultura non sono realtà astratte e
disincarnate, esistono delle condizioni concrete e materiali
nelle quali nascono e si sviluppano [...] la produzione di cultura
va contestualizzata, non può essere considerata una
operazione astratta che nasce nel vuoto.” (Grossi, 2008: 15-6).

La definizione di cultura, poc’anzi richiamata, fornita in ambito geografico da


Vallega (2003) risulta particolarmente efficace proprio perché mette in evidenza
come questa non sia solo nella creazione o nella trasformazione di simboli, ma
anche nel significato che a questi vi si attribuisce (Turco, 2003b), creando così
un legame interpretativo indissolubile tra cultura e territorializzazione e, non di
meno, tra il momento della produzione e quello del consumo. La cultura diviene
la piattaforma di aggregazione e di apprendimento sociale che aiuta una
comunità locale a confrontarsi con idee, problemi, stili di vita diversi da quelli
familiari e a dialogare attivamente e creativamente con essi. Essa assume così la
forma di una vera e propria “infrastruttura cognitiva” che non si limita a
riempire il tempo libero ma stimola ad apprendere e a investire sulle proprie
competenze, guida sempre di più la costruzione del senso della vita quotidiana,
dà forma ai modelli di qualità della vita, plasma visioni di futuro con le quali la
comunità locale si confronta in modo partecipato e consapevole dando vita ad
una “atmosfera” che orienta l’agire collettivo. In ambito scientifico, si fa
comunemente riferimento a due interpretazioni di cultura che costituiscono il
senso duplice in cui il termine viene usato in questo lavoro, sebbene nel caso
applicativo prevalga la seconda delle due accezioni, la quale però mostra di
avere al contempo una profonda influenza sulla prima. Come ben sintetizzato da
Throsby (2005: 24-5), il primo senso in cui si utilizza il concetto di “cultura”

“si inserisce in un ampio contesto antropologico e sociologico e


riguarda una serie di atteggiamenti, credenze, usi e costumi,
valori e consuetudini comuni o condivisi da qualsiasi gruppo.
Il gruppo può essere definito in termini politici, geografici,
religiosi, etnici, e via dicendo […]. Le caratteristiche che
definiscono il gruppo si possono evidenziare in forma di segni,
simboli, testi, linguaggio, manufatti, tradizione scritta e orale e
di altri mezzi. Una delle funzioni cruciali di queste

- 133 -
manifestazioni della cultura del gruppo è quella di stabilirne, o
almeno di contribuire a stabilirne, l’identità distintiva grazie
alla quale i membri di un certo gruppo riusciranno a
differenziarsi dai membri di un altro.”

Tale concettualizzazione riecheggia la prima e più importante definizione


sistematica di cultura, quella dell’antropologo Edward B. Tylor (1920 [1871],
Volume 1: 1) formulata più di un secolo prima: “Culture or civilization, taken in
its wide ethnographic sense, is that complex whole which includes knowledge,
belief, art, morals, law, custom, and any other capabilities and habits acquired
by man as a member of society”. Anche le istituzioni internazionali che più si
sono espresse in questo senso, propongono definizioni inclusive della nozione.
Nella Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale del 2002, l’UNESCO
afferma che:

“culture should be regarded as the set of distinctive spiritual,


material, intellectual and emotional features of society or a
social group, and that it encompasses, in addition to art and
literature, lifestyles, ways of living together, value systems,
traditions and beliefs.” (UNESCO, 2002: 4)20

All’articolo 1 (Article 1 – Cultural diversity: the common heritage of humanity)


dello stesso documento si insiste sul ruolo della cultura nel formare l’identità di
gruppo (id.): “Culture takes diverse forms across time and space. This diversity
is embodied in the uniqueness and plurality of the identities of the groups and
societies making up humankind”. L’OECD, nel già citato documento “Culture
and Local Development” (2005: 27), sottolineandone l’aspetto relazionale,
descrive la cultura come “the set of values, norms or benchmarks that define
the state of social relations, shared goals, cooperative behaviour and
reciprocity among individuals and communities within a given society.”
La seconda accezione, più ristretta, segue un orientamento più funzionale e,
sempre nelle parole di Throsby (2005: 25),

20 Questa definizione è in linea con le conclusioni della World Conference on Cultural Policies
(MONDIACULT, Mexico City, 1982), della World Commission on Culture and Development
(Our Creative Diversity, 1995), e della Intergovernmental Conference on Cultural Policies for
Development (Stoccolma, 1998).

- 134 -
“si riferisce a quelle attività e ai loro prodotti che hanno a che
fare con gli aspetti intellettuali, morali e artistici della vita
umana. «Cultura» in questo senso comprende le attività che
conducono a un processo formativo aperto e all’educazione
della mente piuttosto che all’acquisizione di abilità puramente
professionali e tecniche.”

Secondo l’autore, la connotazione contenuta in tale seconda accezione assegnata


al concetto si ricaverebbe da certe caratteristiche delle attività coinvolte più o
meno definibili oggettivamente. Tra i criteri definitori di un bene o un’attività
culturale che lo studioso annovera – criteri che identificano anche una classe
ben precisa, quella dei “beni culturali” – quello che ci interessa maggiormente ai
fini del nostro ragionamento è quello espresso in questi termini: che questi
“riguardino la creazione e la comunicazione di un significato simbolico” (Id.).
Tale osservazione ci consente di spostare l’attenzione su alcuni elementi che
sono di forte rilevanza per l’analisi che si condurrà nell’ambito del presente
lavoro e che sono oggetto di una crescente attenzione non solo in ambito
accademico, ma anche in quello delle politiche: si tratta della sua dimensione
simbolica e delle sue reciproche interrelazioni con la coesione sociale e il senso
di identità. Come si legge nella già citata “Comunicazione su un’agenda europea
per la cultura in un mondo in via di globalizzazione” (COM(2007): 4), ad
esempio:

“La cultura è alla base di un mondo simbolico di significati,


convinzioni, valori, tradizioni, che si esprimono attraverso la
lingua, l’arte, la religione e i miti. Come tale svolge un ruolo
fondamentale nello sviluppo umano e nella costruzione
complessa delle identità e delle abitudini dei singoli e delle
collettività.”

Anche nel contesto nazionale si riconoscono con sempre più convinzione tali
effetti connessi alla produzione di cultura:

“La cultura rappresenta una componente importante per la


qualità sociale. In primo luogo perché la sua produzione e
consumo quotidiani favoriscono una valorizzazione del tessuto
sociale in termini di coesione della comunità, qualità delle

- 135 -
relazioni umane, sentimento di fiducia, disponibilità alla
cooperazione, senso di identità. Tutto ciò modifica i vincoli e le
opportunità della vita quotidiana rendendo i primi meno
stringenti e le seconde migliori e più numerose.” (Libro bianco
sulla creatività, 2007: 11)

In ambito scientifico, la definizione che più di ogni altra mette in luce tale
aspetto è quella elaborata dall’antropologo statunitense Clifford J. Geertz, per il
quale la cultura è:

“an historically transmitted pattern of meanings embodied in


symbols, a system of inherited conceptions expressed in
symbolic forms by means of which men communicate,
perpetuate, and develop their knowledge about and attitudes
toward life.” (Geertz, 1993: 89)

Come vedremo più approfonditamente nel seguito, ritornando a considerare le


strategie proprie del culture driven o dell’heritage based development alla luce
di questa breve disamina sulla natura e sulle peculiarità della “cultura” e sui suoi
effetti dal punto di vista dell’economia culturale, emerge come molti degli
interventi operati in tale quadro di riferimento sembrano ignorare proprio il
carattere precedentemente richiamato e relativo alla sua dimensione simbolica,
che è in fondo quello più peculiare delle azioni volte alla promozione culturale
nonché quello che, se opportunamente stimolato, avrebbe gli effetti più
pervasivi in termini territoriali. Come sottolineano Comunian e Sacco (2007: 7):

“la progressiva affermazione del binomio sviluppo urbano -


progetti artistico-culturali si è molto spesso basata su una
visione troppo limitata agli aspetti specificamente fisico-
materiali (in particolare alla costruzione di edifici e spazi),
trascurando la cruciale dimensione della sostenibilità sociale e
della costruzione di infrastrutture intangibili di natura
cognitiva, relazionale, simbolico-identitaria”.

Conseguentemente, anche sul piano della valutazione degli impatti della


promozione della cultura, è piuttosto recente l’interesse per quelli che non
rientrano nella sfera strettamente economica, ma si estendono piuttosto ad

- 136 -
abbracciare aspetti più ampi riguardanti il tessuto culturale urbano o
territoriale, i valori comunitari e la struttura relazionale. Prima di passare ad
indagare più approfonditamente questi ultimi elementi in una prospettiva più
spiccatamente geografica, vediamo come, da un punto di vista più prettamente
economico, sono stati rilevati almeno quattro effetti potenzialmente generati
dalla cultura sul contesto di riferimento, nello specifico urbano, ma facilmente
estendibile anche alla scala locale più generalmente intesa:

“La cultura, in entrambi i sensi in cui stiamo usando il termine,


ha un ruolo significativo nel processo di sviluppo urbano. Nella
vita delle città la cultura svolge almeno quattro ruoli che non si
escludono a vicenda. Primo, una specifica struttura culturale
potrebbe costituire da sola un simbolo o un’attrazione culturale
significativi che influenzano l’economia urbana […] Secondo,
cosa che capita più spesso, un «distretto culturale» potrebbe
fungere da nodo per lo sviluppo locale […] Terzo, le industrie
culturali, specialmente nel settore dello spettacolo, potrebbero
costituire una componente vitale dell’economia cittadina, non
solo nei principali centri […] ma anche nelle città più piccole e
nei paesi della regione. Quarto, la cultura potrebbe avere un
ruolo più importante nello sviluppo urbano grazie alla
promozione dell’identità comunitaria, della creatività, della
coesione e della vitalità, attraverso le caratteristiche e le
pratiche culturali che definiscono le città e i suoi abitanti.”
(Throsby, 2005: 177-8)

Anche nell’ambito di tali discipline, dunque, si riconoscono alla cultura effetti di


carattere immateriale che vanno oltre la semplice crescita economica e
implicazioni che presentano una connotazione di natura geografica, come il
riferimento alla nascita di “distretti culturali” nonché al rafforzamento del senso
identitario e della coesione all’interno di una comunità. Il luogo, come inteso
dalla scienza del territorio, riveste un ruolo fondamentale connesso alla
idiosincraticità degli elementi costitutivi i beni culturali. La letteratura
sottolinea come, ad esempio, le determinanti territoriali dei distretti sono
essenzialmente due: 1) la presenza di economie esterne di agglomerazione; 2) “il
riconoscimento della natura idiosincratica della produzione di cultura”
(Santagata, 2005a: 141). Come efficacemente sintetizzato da Santagata (Ivi: 143)
e poc’anzi riportato “la produzione di cultura è fondamentalmente legata al

- 137 -
luogo o, in senso sociale, a una comunità e alla sua storia”. L’interazione tra
cultura e territorio è alla base dei processi di accumulazione di capitale culturale
localizzato (Throsby, 2001) e, conseguentemente, della formazione e del
consolidamento dei vantaggi competitivi del contesto locale (e, ove esista, del
distretto); l’accumulazione può manifestarsi tanto sotto forma di patrimonio
tangibile o materiale (musei, monumenti, architettura) quanto sotto forma di
patrimonio intangibile o immateriale (valori, usi, pratiche), su cui si fondano
quei vantaggi competitivi localizzati propri della produzione culturale locale.
Come sottolinea anche Carta al riguardo, i distretti culturali

“devono essere territorialmente radicati nelle armature


culturali locali, non potendo essere alimentati esogenamente
poiché connessi a risorse profondamente radicate nei luoghi,
alimentati da servizi al pubblico ed attività produttive di
complessa localizzazione, e soprattutto fondati sull’esistenza di
una identità collettiva su cui progettare le prospettive di
sviluppo.” (Carta, 2005: 200)

Come sottolineato da più parti, il capitale intangibile costituisce “ciò che


contraddistingue le produzioni dei distretti culturali” (Cuccia, Segre, 2005:
184) ed è proprio questo elemento che giustifica il nostro interesse per (e la
relativa breve divagazione su) tale configurazione territoriale, oltre alla
possibilità di riconoscere all’area che promuove il Festival che analizzeremo tale
peculiarità21. Nella principale ipotesi di questo lavoro, formulata a partire
dall’ampia, seppur disorganica, letteratura sull’argomento, la promozione della
cultura del luogo attraverso eventi che in qualche modo la celebrano sarebbe
atta a incrementare quelle risorse immateriali, tra le quali rientrano a pieno
titolo quelle su cui concentreremo la nostra attenzione (ossia capitale sociale e
identità territoriale), che risultano presupposto ineludibile e, al tempo stesso,
esito della formazione di un distretto. Il superamento di una valutazione solo in
termini strettamente economici dell’eredità di una manifestazione in favore
della presa in considerazione di impatti di tipo sociale ci avvicina ad una visione

21 La Grecìa Salentina è un’isola linguistica ellenofona situata nella penisola salentina, in


provincia di Lecce, e consistente in nove comuni in cui si parla un antico idioma di origine
ellenica, il grìko (riconosciuto dal Parlamento minoranza etnolinguistica da tutelare e di cui
la L. 482/99 autorizza l’utilizzazione anche nelle scuole locali, quale strumento di
insegnamento).

- 138 -
più ampia, favorita anche dalle organizzazioni sovranazionali. Il Consiglio
d’Europa, una delle istituzioni internazionali più attente alla tematica in
questione, sostiene ad esempio che, oltre alle ricadute di tipo economico, in
termini di effetti sociali diretti (sul singolo e sulla collettività), “the arts and
culture provide «socially valuable» leisure activities, «elevate» people’s
thinking and contribute positively to their psychological and social well-being
and enhance their sensitivity” (Council of Europe, 1997: 238). In termini di
effetti indiretti, ossia sull’ambiente in cui le attività culturali sono promosse,
queste

“enrich the social environment with stimulating or pleasing


public amenities. They are a source of «civilising» impacts and
of social organisation. Artistic activity, by stimulating
creativity, […] enhances innovation. Works of art and cultural
products are a collective «memory» for a community and
serve as a reservoir of creative and intellectual ideas for future
generations. Arts and cultural institutions improve the quality
of life” (Id.)

In realtà, posto il nesso fondativo, già ampiamente evidenziato, che, nella


prospettiva geografica, lega cultura e territorio, gli impatti della produzione di
attività culturali possono in potenza avere una duplice valenza, tangibile (di
natura economica) e intangibile (favorendo coesione e identificazione con il
luogo), soprattutto nel momento in cui le due interpretazioni di cultura su
riportate vengono a convergere, come nel caso studio preso in esame in questa
ricerca. Come spiega Throsby (2005: 27), infatti, “le due definizioni non sono
alternative l’una all’altra ma spesso si sovrappongono come ad esempio nel
caso delle pratiche artistiche che definiscono l’identità di un gruppo”,
attraverso, a titolo esemplificativo, la celebrazione delle sue tradizioni o
momenti di condivisione, anche con terzi, di rituali e pratiche locali. L’attività
culturale (nella seconda delle due accezione qui presentate), quando ha come
obiettivo primario quello della valorizzazione di un qualche elemento della
cultura (nella prima definizione del concetto) di un gruppo e, dunque, di un
territorio, ha evidentemente effetti ancor più profondi sull’area che la promuove
giacché, oltre a generare ricadute di tipo meramente economico, agisce sulla

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(ri)costruzione di quell’infrastruttura immateriale di natura relazionale e
simbolico-identitaria che fa il luogo, il cui presupposto “esistenziale” è l’atto di
riconoscersi in esso da parte di una collettività. È quella “coscienza di luogo” cui
allude Magnaghi e che si richiama al “riconoscimento da parte della comunità
insediata del valore del patrimonio territoriale nella produzione di ricchezza
durevole e di nuovi processi di autodeterminazione” (Magnaghi, 2000: 233). In
tale ottica, le risorse culturali, non oggettivamente individuabili, ma definite in
quanto tali attraverso un atto arbitrario – poiché rappresentano, come visto,
quegli elementi tangibili ed intangibili dello spazio geografico a cui la collettività
attribuisce un valore simbolico – e il loro insieme – che coincide con il
patrimonio culturale – altro non sono che l’oggetto stesso dell’indagine
geografica che, con riferimento alla sua branca culturale, si sostanzia proprio
nello studio delle manifestazioni geografiche della cultura (Vallega, 2003).
Anche l’atto della valorizzazione ha un forte interesse per la disciplina se si
considera che, per come è stato definito da Magnaghi nell’ambito
dell’individuazione dei (tre) possibili atteggiamenti nei confronti del patrimonio
territoriale (che include quello culturale), essa consiste nel “produrre nuovi atti
territorializzanti che aumentano il valore del patrimonio territoriale
attraverso la creazione aggiuntiva di risorse.” (Magnaghi, 2000: 89). Una
definizione così formulata muta sostanzialmente il senso e le prospettive della
valorizzazione delle risorse culturali: valorizzare una risorsa vuol dire
chiaramente accrescerne il valore d’uso, ad esempio in seguito alla sua fruizione,
ma anche, attraverso quest’ultimo, il suo stesso valore culturale (il che
aumenterebbe conseguentemente il suo valore territoriale, visto il nesso
precedentemente individuato tra cultura e territorio), o quanto meno alcuni
degli aspetti che, secondo le teorizzazioni in merito, lo caratterizzano. Nella
sintesi proposta da Throsby (2005), gli elementi costitutivi il valore culturale di
un bene sarebbero almeno sei:
1. il valore estetico – bellezza, armonia, forma e simili proprietà estetiche
sono unanimemente riconosciute come componenti essenziali del valore
culturale;
2. il valore spirituale – riferibile, in senso stretto, ad un contesto religioso
in cui l’opera ha un particolare significato per i membri di una fede, tribù

- 140 -
o gruppo culturale, o, in senso più ampio, alle qualità interiori condivise
da tutti gli esseri umani;
3. il valore sociale, uno tra quelli che, come vedremo in seguito, più ci
interessa in questa sede – “l’opera può comunicare un senso di relazione
con gli altri, contribuire alla comprensione della natura della società in
cui viviamo e dare un senso di identità e di «casa»” (Ivi: 56);
4. il valore storico – esso risiede nella connessione del bene con la storia
che rappresenta, creando un senso di continuità con il passato;
5. il valore simbolico, anche questo di grande rilevanza nel discorso che
stiamo affrontando – un bene culturale esiste in quanto depositario e
portatore di significato: il suo valore simbolico “comprende la natura del
significato e del valore che vuole comunicare” (Ivi: 57);
6. il valore d’autenticità – l’originalità, l’integrità e l’unicità dell’opera
hanno un valore identificabile per sé, che va ad aggiungersi alle altre
componenti del valore culturale su elencate.
Nel valore che è definito dallo studioso come “sociale” si rinvengono, in realtà,
gli elementi, di natura intangibile, che più hanno un impatto a livello
territoriale, dei quali si è discusso nell’apertura del lavoro. Il “senso di relazione
con gli altri” fa riferimento a quello “spirito di communitas” (Salamone, 2000)
che si genera durante l’esperienza della fruizione di un bene sentito parte del
proprio patrimonio culturale e che favorisce la formazione di capitale sociale.
Quel “senso di identità e di «casa»” che l’autore menziona non può che
coincidere con quel sentimento di appartenenza e attaccamento che sta alla base
del processo di identificazione nel luogo di cui si è originari. Anche il valore
simbolico riveste un ruolo essenziale nell’approccio in cui il nostro
ragionamento si inserisce, in quanto anch’esso strettamente connesso con i
meccanismi appena richiamati: le valenze culturali contribuiscono a produrre
territorio, se questo è interpretato, come in questa sede, quale prodotto
affettivo, sociale, simbolico e, in quanto tale, spazio di appartenenza a partire
dal quale si costruisce l’identità locale. In una prospettiva più spiccatamente
geografica, pertanto, al fine di giungere alla concettualizzazione di un valore
“territoriale” delle risorse culturali e della loro promozione che non si limiti a
considerare i benefici generati sul singolo che si avvantaggia, sotto molteplici

- 141 -
aspetti, direttamente della fruizione, ma che includa quegli effetti indiretti che
ricadono sull’intera collettività e che l’azione di valorizzazione è in grado di
determinare sul più ampio sistema territoriale in cui viene ad inserirsi, è
necessario tenere in considerazione anche un’altra dimensione dei beni
culturali, vale a dire il loro valore identitario, soprattutto in considerazione
dell’importanza che questo riveste nei processi di valorizzazione turistica. Se da
un lato, infatti, la tutela di una risorsa culturale si avvantaggia del valore
identitario che la comunità locale le riconosce in quanto si attiva una forma di
controllo sociale sull’uso della stessa, d’altro, è innegabile che una delle
conseguenze della valorizzazione di una risorsa culturale sia il recupero del
valore identitario della risorsa e, sia pure indirettamente, il rafforzamento nella
comunità locale del senso di appartenenza (Persi, Dai Prà, 2001). Quando si
parla delle ricadute identitarie della valorizzazione e dei suoi effetti sullo
sviluppo locale si fa riferimento al circuito virtuoso che questa è in grado di
attivare: accrescendo il senso di appartenenza e, tramite esso, l’identità
territoriale, essa favorisce la coesione sociale. La presenza di tali fattori
immateriali innesca l’investimento affettivo, prima, e patrimoniale, poi, da parte
della comunità locale, che è presupposto imprescindibile di uno sviluppo che sia
endogeno ed auto-centrato. Quanto appena descritto è una conseguenza di
almeno due distinti processi: da un lato, la valorizzazione crea una coscienza
collettiva del valore storico-culturale della risorsa che ne è oggetto,
enfatizzandone il ruolo identitario (Pollice, 2005); dall’altro, invece, l’interesse
che la risorsa suscita nei flussi turistici gratifica la comunità locale che la
riscopre come componente tangibile della propria specificità culturale e,
dunque, come riferimento del proprio sentimento identitario. Accrescere il
valore identitario di un determinato patrimonio culturale può favorirne la tutela
e promuoverne una fruizione ed un uso sostenibili, in virtù dell’“identificazione
sociale” che è in grado di produrre, con ciò influenzando la stabilità e la
resilienza del luogo. Valorizzare significa, allora, innanzitutto, ricostruire
l’identità sociale delle comunità locali, anche attraverso la partecipazione diretta
delle stesse – beneficiarie ultime degli interventi che vanno a realizzarsi in tale
direzione – al processo, processo che deve partire dalla salvaguardia dei valori
identitari inglobati nella risorsa. Il riferimento è, dunque, a quelle

- 142 -
manifestazioni della cultura locale come “segni della complessità e
dell’irriducibile diversità del luogo e, al contempo, come fattori di
stabilizzazione di un sistema locale che contribuiscono a mantenere vitale”
(Doria, 2003: 49). I due studiosi Fusco Girard e Nijkamp spiegano bene il ruolo
delle risorse culturali nell’ecosistema urbano, ragionamento generalizzabile a
qualsiasi tipo di configurazione territoriale a piccola scala (1997: 115-6):

“i beni artistici/monumentali hanno avuto la capacità di


riunire, di «mettere insieme», di unificare, di essere elementi di
stabilità sociale. I beni culturali sono gli elementi nei quali oggi
ed in futuro una comunità può riconoscersi. Sono fonte di
identità locale, di integrazione, coesione, di coscienza
comunitaria, di valori comuni condivisi, di specificità nei
confronti di una cultura omologante […] Tra gli elementi che
garantiscono […] continuità nel tempo vanno sicuramente
annoverati i beni culturali, che esprimono il patrimonio
genetico di una comunità, la sua memoria e la sua specifica
identità. […] il capitale culturale/storico/monumentale di una
città è un elemento che pur se in modo indiretto contribuisce
alla stabilità ed alla resilienza dell’ecosistema urbano, ed in
quanto tale possiede anche esso un valore intrinseco (“I”) nella
misura in cui contribuisce a produrre capitale sociale, cioè il
«collante» che aiuta a «tenere insieme» i vari soggetti di una
comunità, riflettendo una storia comune, una accumulazione
collettiva di conoscenze, creatività, valori. Questa capacità di
organizzazione sistemica possiede anche un riflesso economico,
perché contribuisce alle condizioni «non economiche» dello
sviluppo economico.”

In sostanza, come chiarisce Doria (2003: 49) in riferimento al percorso teorico


tracciato dagli autori qui citati, “il valore del bene culturale è, quindi,
esplicitamente ricondotto alla funzione identitaria/comunitaria del bene stesso
e quest’ultima è, a sua volta, messa in relazione con il capitale sociale.” Appare
essenziale a questo punto soffermarsi più approfonditamente sul tema della
valorizzazione turistica del patrimonio culturale, cercando di cogliere le
relazioni sinergiche che possono instaurarsi tra sviluppo turistico e
valorizzazione delle risorse territoriali. Numerose e importanti implicazioni
positive per l’incremento del livello di capitale sociale di un territorio e del senso
di appartenenza sono state ampiamente messe in luce con riferimento agli

- 143 -
impatti generati più precisamente da quella forma di turismo che si basa per
l’appunto sulla valorizzazione dell’heritage, il cosiddetto turismo culturale.
Prima di proseguire oltre, è opportuno definire cosa si debba intendere
esattamente per turismo culturale, operazione non semplice dal momento che
esso eredita le incertezze concettuali e le difficoltà di definizione di entrambi i
termini di cui è composto. Il concetto di cultura, riconducile a quello di
“heritage”, affermatosi in ambito anglosassone, può essere letto in una duplice
accezione: con riferimento alla dimensione storica dell’identità di un gruppo, il
patrimonio culturale ha la valenza di bene materiale (Thimothy, Boyd, 2003;
Mossetto, Vecco, 2001) e si traduce in palazzi, musei, siti archeologici: “this
diachronic view of culture focuses on the way in which a social group
represents itself and others through its material productions over time – its
technological achievements, its monuments, its works of art” (Kramsch, 1998:
7). “Heritage” va, però, anche esteso per inglobare, nella sua imprescindibile
dimensione materiale, anche quella immateriale, originata in un territorio dalla
storia e dall’identità di una comunità locale (Boyd, 2002; UNESCO, 2003) che
racchiude quel complesso di tradizioni, credenze, valori, stili di vita, modi di
pensare e d’agire, cerimonie e rituali condivisi dal gruppo che con essi si
identifica. Nella definizione della Convenzione per la salvaguardia del
patrimonio culturale intangibile (Convention for the Safeguarding of the
Intangible Cultural Heritage, UNESCO, 2003, Article 2: 2), si legge:

“The «intangible cultural heritage» means the practices,


representations, expressions, knowledge, skills – as well as the
instruments, objects, artifacts and cultural spaces associated
therewith – that communities, groups and, in some cases,
individuals recognize as part of their cultural heritage. This
intangible cultural heritage, transmitted from generation to
generation, is constantly recreated by communities and
groups in response to their environment, their interaction with
nature and their history, and provides them with a sense of
identity and continuity”

In tempi relativamente recenti, a seguito di tale allargamento di prospettiva, la


nozione di patrimonio è stata ampliata fino a comprendervi anche quelle
“manifestazioni” della cultura, quali, tra le altre, l’artigianato, l’enogastronomia,

- 144 -
i festival e gli eventi culturali, le celebrazioni religiose e quelle folkloristiche
(Richards, 2001; Thimothy, Boyd, 2003). Se da un lato risulta chiara la
necessità di inglobare entrambe le accezioni precedentemente esposte nel
definire il concetto di patrimonio/eredità culturale, dall’altro va comunque
sottolineata la rilevanza, fino ad ora non adeguatamente riconosciuta, delle
risorse immateriali proprie di un territorio nel poter essere o diventare
potenziali attrattori turistici. Le svariate definizioni di “turismo culturale”
dimostrano di collocarsi lungo tale direttrice. Quella proposta
dall’Organizzazione Mondiale del Turismo (OMT/WTO, 1985) fa riferimento
allo spostamento di persone indotto da motivazioni prevalentemente culturali,
che includono la partecipazione ad una pluralità di eventi ed attività come
festival, spettacoli, mostre: “Cultural tourism includes trips, which are
connected to studies and research, art, culture, festivals, nature, folklore and
pilgrimage, with the aim of rising the level of knowledge and experience.”
(citato in Chirieleison, 2009: 30). Molto vicina appare, da un confronto, la
definizione del fenomeno fornitaci dalla European Association for Tourism and
Leisure Education (ATLAS), adottata, tra gli altri, da Richards (2001): “all
movements of persons to specific cultural attractions, such as heritage sites,
artistic and cultural manifestations, arts and drama outside their normal
place of residence” (citato in Chirieleison, 2009: 33). Sebbene siano ancora
numerosissime le definizioni a riguardo presenti in letteratura e fornite dalle
istituzioni internazionali, per concludere presentiamo una interpretazione data
in ambito geografico e che vede il turismo culturale come:

“costituito da quel movimento turistico di persone richiamate


dalle risorse umane, ossia da quelle opere durature
dell’ingegno umano, materiali e immateriali, che per la loro
unicità o rarità sintetizzano efficacemente i tratti caratteristici
di una società, di un popolo, di un’istituzione, di una
comunità.” (Castiello, 2004: 45)

Al pari della concettualizzazione di heritage e del turismo ad esso collegato,


anche nell’ambito degli studi sulle ricadute di quest’ultimo, si sono spesso
sottovalutati gli effetti di tipo intangibile. Se, infatti, lo sviluppo turistico era
stato studiato, fino ad un passato piuttosto recente, esclusivamente in termini

- 145 -
prettamente economici, partendo dall’analisi della dotazione delle risorse di un
territorio e delle tradizionali forme di capitale (fisico, umano e finanziario), si è
poi andata progressivamente maturando in ambito scientifico la consapevolezza
di quanto un tale approccio ignori, in realtà, il peso delle risorse intangibili e,
più in particolare, di quelle “networked resources” che sembrano, invece, avere
un ruolo chiave, operando in un doppio senso (Macbeth, Carson, Northcotea,
2004). Posto che, da un lato, lo sviluppo turistico dipende, tra l’altro, dal livello
di capitale culturale e sociale di un territorio, dall’altro, se ben condotta, la
promozione turistica dovrebbe evolvere in modo tale da favorire la produzione
di cultura, il rafforzamento dell’identità, della coesione sociale, della
partecipazione civica in una comunità (Santagata, 2005b) e, per questa via, la
formazione di capitale sociale. Declinando ancora meglio il nesso che lega
capitale culturale e capitale sociale, diremo che sono precisamente la natura
interattiva delle attività culturali e quella relazionale dei beni da esse prodotti a
favorire tale processo ed è questo, a sua volta, a facilitare la creazione delle
condizioni territoriali per un ulteriore sviluppo delle stesse. L’analisi di tale
relazione (ipoteticamente virtuosa) si fa sempre più rilevante in corrispondenza
della crescente attenzione che le politiche di governance, alle varie scale,
dedicano alla dimensione culturale dello sviluppo riconoscendo, e mirando ad
attivare, quelle dinamiche di crescita generate dall’economia della cultura che
dovrebbero presumibilmente condurre ad un incremento del livello di capitale
sociale; questo elemento risulta infatti funzionale alla reciproca valorizzazione
delle risorse territoriali e socio-culturali, nonché ad una messa in moto dei
meccanismi relazionali che sottendono i processi di sviluppo locale.
Lo studioso Fusco Girard, nel sistematizzare l’ampio spettro di implicazioni che
il turismo culturale può avere sulle varie forme di capitale di cui un territorio è
costituito (Fig. 1), si concentra anche su quella che è oggetto di studio in questa
sede. Nelle sue parole: “Cultural heritage […], really managed as common
good, is able to stimulate the production of new relational values (social
capital) not already given and then to promote indirectly economic activities”
(Fusco Girard, 2008: 20). Nella sua interpretazione, favorendo la formazione
della risorsa relazionale basata sulla fiducia reciproca, il turismo culturale
agirebbe indirettamente anche sul “sense of identity, of belonging, of

- 146 -
community” (vedi Fig. 1), che a sua volta, rafforzato dal fenomeno turistico,
retroagirebbe positivamente sullo stesso. In realtà, tale lettura potrebbe essere
affiancata da una che invece vede, viceversa, il maggiore attaccamento al luogo
– dovuto all’orgoglio civico che è, in una visione fortemente consolidata in
letteratura, conseguenza diretta di tale specifica forma di turismo – come
principale fattore della produzione di capitale sociale. Obiettivo del presente
lavoro è precisamente quello di indagare l’effettiva esistenza e, se dimostrata, la
natura e il verso di tale nesso su basi empiriche, di cui si rileva una forte lacuna
nel dibattito scientifico sviluppato attorno all’argomento, supponendo,
attraverso l’integrazione delle due complementari ipotesi, una relazione di
reciprocità tra i due elementi.

Figura 2.1 – Impatti del turismo culturale sulle differenti forme di capitale (Fusco
Girard, 2008: 19)

Nell’ambito del turismo culturale, gli eventi rappresentano un terreno


privilegiato per la verifica di tali intuizioni. Se, infatti, tra i maggiori benefici
dello stesso si rileva una ritrovata fierezza per la propria storia e le proprie

- 147 -
tradizioni, gli eventi assumono un ruolo ancor più di rilievo nell’attivazione di
tali circuiti virtuosi, proprio perché essi, in quanto occasione di celebrazione
pubblica, incoraggiano il coinvolgimento della comunità locale nella fruizione e
valorizzazione del proprio heritage, generando orgoglio civico e senso di
appartenenza al luogo.

2.3 Eventi culturali: effetti territoriali e territorializzanti di natura


intangibile.

“many cities […] have made cultural


events or sites into a lever for affirming
their identity. Such projects often carry
symbolic value. As with cities of the
Middle Ages that made the height of
their bell towers or steeples the symbol
of their independence, today’s cities
will use the presence of a museum or
the revival of cultural activities as the
emblems of their determination to
redevelop.” (OECD, 2005: 129)

Solo nel corso degli ultimi decenni, ed in particolare a partire dagli anni
Novanta, è maturata una progressiva consapevolezza circa il ruolo assunto da
manifestazioni ed eventi culturali nei processi di valorizzazione turistica di una
destinazione, consapevolezza testimoniata dal crescente interesse dimostrato
dalla più recente letteratura economica, sociale e anche geografica in merito ai
considerevoli effetti generati, a livello territoriale, dall’organizzazione di questo
genere di iniziative. Un tempo strumenti di marketing per altri prodotti o
servizi, gli eventi sono oggi reinterpretati nella loro autonomia e potenzialità
come elementi cruciali di una vera e propria scelta strategica di politica turistica,
tesa a gestire, e non semplicemente subire, i flussi dei visitatori. Prima di
passare ad analizzare i molteplici impatti da essi prodotti, è opportuno
circoscrivere il quadro concettuale ed il campo di indagine nei cui confini

- 148 -
collocare ciò che va inteso per “evento”, tenendo presente che, in quanto
fenomeno multivariegato ed eterogeneo per sua stessa natura, risulta di non
facile definizione. Getz (1997: 21), uno dei massimi studiosi del tema, parla di
“themed, public celebrations”. La dimensione celebrativa è, inoltre, sottolineata
anche da Goldblatt (2002: 6), che definisce l’evento come “a unique moment in
time celebrated with ceremony and ritual to satisfy specific needs”, così come
da Shone e Parry (2004: 3), che lo interpretano come:

“that phenomenon arising from those non-routine occasions


which have leisure, cultural, personal or organizational
objectives set apart from the normal activity of daily life,
whose purpose is to enlighten, celebrate, entertain or challenge
the experience of a group of people.”

Anche uno dei precursori dello studio di tale fenomeno, Falassi (1987: 2), nella
classica prospettiva culturale-antropologica, lo qualifica come “a sacred or
profane time of celebration, marked by special observances.” Getz (2010: 2)
specifica poi qual è l’elemento della celebrazione con riferimento ai festival22:
“Festivals celebrate community values, ideologies, identity and continuity”. I
valori che identificano una regione costituiscono sempre più un fattore di
differenziazione competitivo in termini di competizione globale tra territori e
nello stesso tempo creano un’atmosfera unica che è alla base del potere di
attrazione di un evento (Richards, Palmer, 2010). Con riferimento al tema della
gestione di un territorio, è, infatti, ormai condivisa la teoria che, tra le diverse
strategie attuabili per favorire la crescita economica, ma non solo, di un’area,
l’attivazione di eventi è in grado di concorrere, per un verso, all’attrazione di
flussi turistici e di domanda dall’esterno e, per l’altro, allo sviluppo della
dotazione di risorse, materiali e non, del territorio in questione. Recentemente,
è stato coniato in letteratura il concetto di “turismo degli eventi aggregativi”,
intendendo con ciò quel:

“turismo legato ad occasioni particolari, ad appuntamenti fissi


che si ripetono con una determinata frequenza o occasioni
uniche, ma in ogni caso con una precisa collocazione

22 In ambito anglosassone è invalso l’uso di riferirsi agli eventi culturali indicandoli come
“festivals” (Getz, 2010).

- 149 -
geografica e temporale, ed in relazione alle quali si sposta un
certo numero di persone con diversa provenienza.” (Di Cesare,
1995: 65),

Si tratta, dunque, di un turismo trainato appunto dall’evento, la cui capacità


attrattiva – connessa principalmente alla sua unicità, elemento questo che lo
distingue dalle altre attrazioni turistiche permanenti (Getz, 1997; Yeoman et al.,
2004) – motiva, in tutto o in parte, il viaggio. L’introduzione di nuovi fattori
attrattivi nasce con l’obiettivo di accrescere il livello di utilizzazione
dell’infrastrutturazione turistica e, dunque, la redditività del sistema nel suo
complesso. Come sottolineano Pollice e Spagnuolo (2009), queste forme di
diversificazione raramente risultano totalmente indipendenti dalle altre risorse
territoriali e, più spesso, tendono a sfruttarne, sia pure indirettamente, la
capacità attrattiva, se non altro come elementi che qualificano l’immagine del
luogo e accrescono l’attrattività della proposta turistica. Sempre gli stessi autori
spiegano come un esempio di questa forma di innovazione sia costituita dalla
programmazione di eventi, esplicitando le condizioni sotto cui si possa parlare
di un turismo ad essi legato:

“perché questi possano essere considerati come una


innovazione dell’offerta attrattiva è tuttavia essenziale che
siano in grado di captare un autonomo flusso turistico e, di
conseguenza, non vadano meramente ad integrare o ad
accrescere l’attrattività del luogo nei confronti di segmenti già
captati dal sistema turistico locale. Diversamente, la creazione
di eventi non si configura come una strategia innovativa volta
ad arricchire il quadro tipologico dei segmenti attratti, ma, al
contrario, come l’espressione di una volontà politica di
concentrare i propri sforzi competitivi su specifici segmenti
della domanda che già fanno parte del mercato di riferimento
dell’offerta locale.” (Ivi: 70)

Le località turistiche hanno dimostrato un notevole e crescente interesse per


l’organizzazione di eventi di livello nazionale ed internazionale: il fenomeno si
manifesta con alta intensità anche a livello urbano coinvolgendo in una
competizione a distanza centri di medie e grandi dimensioni interessati a

- 150 -
rafforzare non solo la propria attrattività turistica ma anche la propria
immagine con più ampie finalità competitive. Nell’odierno panorama di una
sempre più aperta concorrenza tra destinazioni, strumento operativo sempre
più utilizzato per incentivare questa tipologia di turismo è “l’event marketing”
(Preston, 2012), complesso di strategie e fattori di intervento nato in campo
aziendale, che, adottato nell’ambito del marketing territoriale, vede nel
fenomeno degli eventi una delle più dinamiche leve di promozione di un luogo
tra quelle attualmente a disposizione dei policy maker. Al pari di quanto avviene
nelle azioni di promozione commerciale, in cui l’organizzazione di
manifestazioni è uno strumento spesso utilizzato nelle strategie di
posizionamento di un brand, gli eventi culturali possono rientrare in una più
ampia politica di comunicazione del luogo, obiettivo di quello che è definito
“branding territoriale”: “Brands have evolved into complex and
multidimensional entities in and through which associations in space and to
place are being made as sources of durable distinction and differentiated
value” (Pike, 2007: 3). Il geografo Pike, studioso dell’argomento, afferma a tal
proposito che il rapporto tra marchi e territorio può assumere forme diverse:
dalla totale assenza di un nesso di immagine e di contenuto ad un rapporto di
dipendenza in cui il marchio “dipende” dal territorio. Più in particolare, egli
sostiene che quello che può definirsi come “attaccamento al luogo” del brand
può assumere cinque differenti configurazioni: place-less; place-evoking; place-
connected or related; place embedded; place dependent (cfr. Ivi). Un aspetto
cruciale del fenomeno che emerge da queste considerazioni è dunque il suo
legame con l’identità territoriale o, più correttamente, con la proiezione
identitaria del luogo (Pollice, Spagnuolo, 2009), che è momento centrale della
riflessione di indirizzo geografico. Vista l’affinità negli obiettivi tra branding
territoriale e promozione di iniziative culturali, quest’ultima spesso strumento a
disposizione del primo, è bene soffermarsi sul rapporto poc’anzi richiamato.
Come messo in luce nel dibattito italiano:

“laddove, infatti, il branding riflette la dimensione identitaria


del luogo e discende da un processo di concertazione locale, è
in grado di proporsi come strumento di territorializzazione
capace di rafforzare l’identità territoriale e, di riflesso, la
capacità competitiva del territorio nel suo complesso; laddove,

- 151 -
invece, il branding prescinde dai riferimenti identitari del
luogo e assume una dimensione esogena, può divenire uno
strumento di deterritorializzazione, asservito a logiche di
mercato con effetti fortemente compromissori sulla
competitività di lungo periodo del contesto territoriale di
riferimento. Una strategia di branding per riflettere l’identità
territoriale deve puntare a sintetizzarla in una
rappresentazione simbolica in cui la comunità locale possa
riconoscersi, adottandola, nell’uso individuale e collettivo,
quale sintesi espressiva della specificità del proprio territorio e
rafforzandola attraverso l’uso individuale e collettivo. […]
Sono queste considerazioni che spingono a sostenere che il
branding è un’attività volta ad accrescere ed orientare la
produzione di «senso»; legandosi all’identità territoriale e alla
capacità del territorio di disvelare la propria essenza
attraverso la coerenza intrinseca delle proprie componenti
tangibili ed intangibili.” (Ivi: 49-50)

Il momento centrale delle attività di branding non è nella creazione del brand o
del marchio territoriale, ma nella costruzione di una rappresentazione simbolica
del territorio che lo stesso è in grado di richiamare, creando un’associazione
forte e caratterizzante tra quest’ultimo e le qualità distintive del luogo,
un’associazione fondata sulla produzione di senso23. Analogamente, perché un
evento sia efficace e comporti, quindi, l’associazione della sua immagine con
quella della località, è indispensabile, innanzitutto, che esso sia coerente con
l’identità dell’area geografica che lo ospita. Una scarsa congruenza fra
l’immagine veicolata dalla manifestazione e quella intrinseca al territorio,
infatti, limiterebbe fortemente tale processo di “trasferimento” e, con esso, i
risultati della relativa azione di valorizzazione. In altre parole, qualsiasi attività
culturale che si voglia realizzare deve diffondere lo spirito del luogo, o genius
loci, ossia la vocazione locale, intesa quale risultato della storia del territorio e
dell’evoluzione nel tempo delle sue risorse tangibili ed intangibili. È dalla
propria terra, deposito di valori condivisi e simboli, di segni familiari e
linguaggi, che bisogna partire per cercare il senso possibile di un evento,
coniugando al meglio il passato, col suo patrimonio fatto di storia, tradizione,

23 Come già visto, tale interpretazione trova conferma nella riflessione di indirizzo geografico,
sebbene non riferita nello specifico al branding o alla promozione di eventi culturali, ma più
in generale a concetti quali l’identità territoriale e la rappresentazione dei luoghi (cfr. Turco,
2003a).

- 152 -
ricordi, e il presente, con le sue istanze culturali e politiche, sociali ed
economiche. Come sintetizza bene Dalla Sega (2005: 38) in proposito:

“lo scavo nelle fonti perciò è una ricerca condotta da uno


sguardo strabico che tiene assieme due orizzonti: la terra e ciò
che sta sotto – per semplificare, la memoria da cui far
scaturire un evento culturale – ma anche la terra con tutto ciò
che sopra vive, si muove, opera.”

Laddove al centro della promozione di un evento c’è il territorio, per suo tramite
quest’ultimo rappresenta se stesso attraverso elementi evocativi che
scaturiscono dai valori sedimentati e, rendendoli fruibili a terzi, dal confronto
con l’altro, e contribuisce, in un processo di coevoluzione (cui si è già fatto
accenno in precedenza), a (ri)attivare il “riconoscimento” della comunità locale
nell’immagine che la manifestazione comunica e, attraverso essa, nel luogo di
cui è espressione simbolica. L’immagine territoriale è stata interpretata come
“elemento costitutivo del luogo, filtro percettivo che sottende ed orienta i
comportamenti individuali e collettivi, tanto degli insiders quanto degli
outsiders” (Pollice, Spagnuolo, 2009: 52). Un’immagine, quindi, che si
costruisce sia attraverso l’esperienza diretta sia, indirettamente, attraverso
mezzi di rappresentazione simbolici o concettuali, come possono essere gli
eventi culturali, e che è dotata di un carattere performativo nei confronti dello
spazio a cui è legata, in quanto fattore di strutturazione dello stesso nonché delle
pratiche sociali ad esso associate e, in ultima analisi, agente di
territorializzazione in grado di incidere sul suo assetto e sulle sue dinamiche
evolutive. Nella valutazione dei benefici di tale opzione di valorizzazione, tra
quelli indiretti, rientra dunque quello di cui si è appena reso conto (Chirieleison,
2009): agendo sulla formazione o sul rafforzamento dell’immagine e della
notorietà del luogo, infatti, l’iniziativa culturale può sviluppare una percezione
positiva (Hall, 1992; Richards, Wilson, 2004) e, dunque, migliorarne la capacità
competitiva in senso lato, non solo per la durata limitata dell’evento, ma anche a
lungo termine, in maniera dunque strutturale (Ritchie, Smith, 1991; Hitters,
2007). In tale ottica, il grande evento è ritenuto un progetto innovatore,
fondamentalmente perché la sua importanza e risonanza sono in grado di

- 153 -
mobilitare i potenziali di sviluppo di un territorio, modificandone le
caratteristiche strutturali insieme a, o meglio, anche attraverso, l’immagine, che,
come poc’anzi evidenziato, ha un ruolo strutturante sullo spazio. Anche nella
letteratura non di indirizzo geografico ma più propriamente economica, agli
eventi viene riconosciuto tale effetto, come emerge nella tabella di sintesi
elaborata da Ferrari (2002) che riporta i principali benefici attesi a breve o
medio-lungo termine dell’organizzazione di tali iniziative:

Tabella 2.1 – Obiettivi turistici di un evento culturale

Breve termine Medio-lungo termine

 Miglioramento immagine della  Miglioramento immagine del luogo


località  Riconversione dell’immagine del
 Incremento degli arrivi turistici luogo e nuovo posizionamento
 Incremento durata dei soggiorni  Crescita della notorietà della località
 Aumento della spesa turistica  Incremento degli arrivi turistici
 Crescita livello di attrazione delle  Destagionalizzazione della domanda
risorse turistiche locali  Incentivo allo sviluppo delle
 Incremento dei flussi turistici in infrastrut-ture e servizi, nuove opere
bassa stagione pubbliche, miglioramento della
 Incremento delle fasce turistiche capacità ricettiva
straniere o di segmenti di mercato  Valorizzazione delle risorse tangibili
specifici e intangibili
 Maggiore livello di soddisfazione dei  Effetti economici moltiplicativi
visitatori e quindi passaparola indiretti e sull’indotto
positivo, stimolo a ritornare  Allungamento della durata del ciclo
 Effetti economici moltiplicativi di vita della destinazione turistica
diretti

Mentre la realizzazione di un evento, proprio per il carattere temporaneo dello


stesso, è circoscritta nello spazio e nel tempo, gli effetti da essa prodotti, positivi
o negativi che siano, si propagano nel periodo che segue con conseguenze
diverse, legate al contesto in cui si colloca. Nell’ambito degli studi economici e di
marketing, tra le prime figura la determinazione di un’immagine positiva per
l’area interessata o il miglioramento della stessa, se in precedenza negativa, con
una sua eventuale riconversione, sebbene l’accezione di immagine abbia in tale
contesto un significato ben più limitato rispetto a quanto avviene nella

- 154 -
disciplina geografica. In prima istanza, le maggiori ricadute riconosciute agli
eventi attengono al ruolo sempre più cruciale rivestito dagli stessi ai fini dello
sviluppo turistico dell’area di pertinenza. Ce ne dà riprova anche Chirieleison
(2009: 54) quando scrive che questi, nel quadro delle scelte strategiche in
materia di politica turistica, sono visti in misura crescente come:

“un «mezzo» per gestire, e non limitarsi a subire, il turismo


culturale. Nonostante la loro progettazione, nella maggior
parte dei casi, si ponga sul territorio come qualcosa di
artificiale – al contrario del patrimonio artistico-culturale, che
nasce da una sedimentazione nel tempo – gli eventi possono,
infatti, creare nuove possibilità per attrarre il mercato della
domanda turistica e correggere alcune traiettorie del turismo
culturale, indirizzando il sistema verso un maggiore equilibrio
socioeconomico.”

Tale approccio insiste sulla capacità di tali manifestazioni di rimodulare la


“value position” di un’area, azione, questa, finalizzata sia ad accrescere l’appeal
della zona agli occhi di quei turisti attualmente serviti, sia ad estenderlo a quelli
potenzialmente raggiungibili. La redditività di un evento in questa prospettiva è
misurata sulla base della sua abilità di promuovere il luogo al di fuori dei propri
confini. A tal fine, estremamente rilevante risulta la funzione svolta dalle
manifestazioni in termini di opportunità di differenziazione dell’offerta di una
località rispetto a quella di destinazioni con essa in diretta concorrenza,
differenziazione su cui è possibile basare efficaci politiche di posizionamento sul
mercato. Veri punti di forza in tale processo, in quanto fonte di vantaggi
competitivi, oltre che riferimenti per la segmentazione del mercato, possono
rivelarsi quelle peculiarità del prodotto-territorio difficilmente imitabili, che
attengono alla sua dotazione storica di specificità locali, risorse inestimabili
proprio in virtù della loro unicità e del loro potenziale di attrazione. Fra queste
ultime, rientrano a pieno titolo, condividendone le caratteristiche fondamentali,
le iniziative di successo che legano indissolubilmente il proprio nome a quello
del territorio che le ospita: l’unicità è, in effetti, una peculiarità anche dei grandi
eventi, che, in genere, nascono dalle tradizioni e dai tratti distintivi di un’area, in
continuità con la sua storia e vocazione, e si configurano come parte del
patrimonio culturale che, in quell’occasione, viene reso accessibile a terzi

- 155 -
(Caroli, 1999). Come rimarcato in letteratura, la principale caratteristica degli
eventi consiste proprio nell’unicità, sia dal punto di vista temporale, dal
momento che essi costituiscono un’esperienza che interrompe la routine
quotidiana o la normale programmazione delle attività di un luogo, sia dal
punto di vista tecnico organizzativo, poiché, come evidenzia Chirieleison (2009:
52) “anche le manifestazioni periodiche o ripetute nel tempo non presentano
mai le stesse caratteristiche”. Corollario essenziale, dal punto di vista del
marketing, è il fatto che, nel momento stesso in cui l’evento viene percepito
come unico, esso verrà considerato un appuntamento da non perdere (“must
see”), e la sua “image building” dovrebbe essere per l’appunto tesa ad
enfatizzare l’unicità della manifestazione e l’importanza di prendervene parte:
“solo se un grande evento è originale e unico, e quindi irripetibile,” infatti,
“riesce ad attrarre l’attenzione anche oltre i confini del luogo in cui si svolge.”
(Montanari, 2003: 95). Tuttavia, è qui opportuno sottolineare come, anche dal
punto di vista della letteratura economica/aziendalistica, l’organizzazione di
questo tipo di iniziative non consenta da sé di ottenere risultati nel lungo
periodo. In molti casi, infatti, agli effetti immediati conseguenti alla
realizzazione di un grande evento non fanno seguito cambiamenti nel medio-
lungo termine, poiché la manifestazione non è inserita all’interno di una
coerente strategia di gestione del territorio. Per massimizzarne l’impatto ed i
risultati nel tempo su un dato contesto territoriale da parte di una tale iniziativa,
quest’ultima dovrebbe essere pianificata nell’ambito di una più complessa
politica di sviluppo dell’immagine ricercata per la località, rivelandosi altrimenti
insufficiente per il raggiungimento delle finalità tramite essa perseguite.
L’obiettivo comune a tutti gli eventi, al di là della specificità di ogni singolo caso,
è certamente quello, come messo in luce anche dalla tabella precedentemente
riportata (Tab. 2.1), di richiamare consistenti flussi di visitatori dall’esterno. È
quanto ci conferma Kolb (2005: 132) quando afferma che:

“besides promotion of the art itself, one of the main rationales


for having music festivals or major exhibitions is to attract
tourists to visit an area […they] can help the entire community
through regeneration of an economically-depressed area.”

- 156 -
Se abilmente utilizzati come fattori di stimolo per la trasformazione di un luogo,
gli eventi possono creare nuove possibilità per il mercato della domanda
turistica, correggendo alcune traiettorie del turismo locale, specie se soggetto ad
una forte stagionalità. In tale ambito, essi potrebbero svolgere un ruolo cruciale
nel contribuire ad una migliore gestione dei flussi turistici, appurato che
posizionandoli all’inizio o alla fine della stagione turistica, è possibile estenderla
e distribuire gli arrivi in un periodo dell’anno più ampio. Come sostengono
Bracalente e Ferrucci (2009: 253):

“gli eventi possono contribuire, almeno in parte, alla strategia


di destagionalizzazione dei flussi turistici con effetti immediati
sul piano della qualità dei servizi pubblici, commerciali ed
artigianali ed una possibile riduzione delle esternalità negative
nei confronti dei residenti.”

Va, peraltro, messo in rilievo il fatto che le manifestazioni in questione si


rivelano non di rado essere acceleratori di rinnovamento e riqualificazione
urbana/territoriale, dal momento che tendono a favorire e rendere più rapidi i
processi di investimento nell’area, a seguito della necessità di nuove
infrastrutture per supportare la domanda che ne consegue, con implicazioni
benefiche, quanto a qualità della vita percepita, per i residenti. La
trasformazione locale, connessa all’attuazione di strategie di differenziazione, e
mirata a migliorare il sistema d’offerta culturale della località, deve passare
necessariamente per il potenziamento di strutture e servizi, arredo urbano e
ricettività turistica, in altre parole, per la sua dotazione di risorse (anche
umane). Da importanti aspetti congiunturali e non costitutivi quali sono, gli
eventi si dimostrano tuttavia in grado di innescare, all’interno di tale processo di
rigenerazione, una modificazione strutturale del territorio, che può
eventualmente concretizzarsi nella ridefinizione e/o riaffermazione della sua
identità, consentendo di sviluppare, a partire da essa, nuove offerte culturali
capaci di attrarre e soddisfare segmenti turistici fino a quel momento non
raggiungibili e di cui anche i residenti beneficiano. Esiste una vastissima
letteratura circa il ruolo rivestito dagli eventi nello sviluppo turistico dell’area di
pertinenza, con studi sugli impatti economici a breve e lungo termine generati

- 157 -
dagli stessi. In proporzione ed in funzione delle loro caratteristiche e
dimensioni, gli eventi determinano sul territorio di riferimento importanti
ricadute sia dal punto di vista economico che socio-culturale, provocando nella
comunità ospitante significative trasformazioni legate alla sfera produttiva,
sociale e culturale che influenzano la qualità della vita della stessa.
La valutazione delle ricadute della promozione di attività culturali richiede
pertanto una maggiore e consapevole conoscenza dei processi e degli impatti da
esse generati sul territorio, oltre che degli strumenti che permettono di
sviluppare sinergie tra il settore culturale e gli altri settori dell’economia. Alla
diffusione di eventi sono attribuiti una serie di effetti sul contesto territoriale
che non si esauriscono negli impatti economici di breve periodo. Essi
comprendono – ed è proprio a tal proposito che si riconosce la vera forza del
settore – impatti più intangibili di tipo qualitativo e perciò spesso difficili da
quantificare. Tali benefici riguardano la sfera ambientale (qualità della vita,
spazio pubblico, qualità del design urbano, ecc.), la sfera sociale (coesione e
inclusione sociale, livello di partecipazione alle attività culturali, benessere, ecc.)
e la sfera culturale (la vita culturale urbana, l’identità e il patrimonio culturale
urbano, la governance culturale, ecc.). Se vi è ampia diffusione delle
metodologie di valutazione dell’impatto economico, manca invece un approccio
integrato alla valutazione multidisciplinare degli impatti della cultura sul
territorio inteso nella sua complessità. Getz (2010: 5), in un recente ed esaustivo
lavoro di recensione delle numerose pubblicazioni prodotte nel campo dei
“festival studies”, sintetizza il principale focus di tale ambito di ricerca,
confermando come esso si risolva principalmente nella determinazione della
capacità dell’evento di attrarre nuova domanda turistica e generare effetti
economici:

“The roles of festivals in tourism include attracting tourists (to


specific places, and to overcome seasonality), contributing to
place marketing (including image formation and destination
branding), animating attractions and places, and acting as
catalysts for other forms of development. Dominating this
discourse has been the assessment of economic impacts of
festivals and festival tourism, planning and marketing festival
tourism at the destination level and studies of festival-tourism
motivation and various segmentation approaches. […] it can
be seen that tourism is a theme running through all the

- 158 -
elements of the framework. But it is most prevalent in the
literature concerning outcomes (i.e. economic impacts) and
motivations, marketing and evaluation, with many of these
articles being published in mainstream tourism journals.”

Come facilmente riscontrabile addentrandosi in tale ampio dibattito, l’impatto


turistico-economico è quello che ha ricevuto la maggiore attenzione da parte
della comunità scientifica, soprattutto internazionale24. La mancanza, a
tutt’oggi, di analisi in grado di restituire la realtà del contributo delle varie
dimensioni materiali ed immateriali della promozione della cultura in termini
che non siano dunque meramente economici, è una forte lacuna, riconosciuta in
tempi relativamente recenti e sempre più frequentemente oggetto di studio da
parte di più discipline. Considerare il carattere multidimensionale dei benefici
della promozione della cultura locale, riconciliare quindi le dimensioni
ambientali, culturali e sociali con quelle economiche, diventa prioritario per
valutare il ruolo della stessa nello sviluppo del territorio. Se è innegabile, come
testimoniato dai numerosi studi in materia cui si è fatto cenno, che la
valorizzazione del cosiddetto cultural heritage, ossia l’insieme dei beni capitali
tangibili e intangibili ereditati dalle passate generazioni, produce un ritorno di
carattere economico, ad esempio sul piano della creazione di posti di lavoro e di
nuovo reddito, è altrettanto ragionevole supporre che ad essa consegua un
flusso di benefici di natura socio-culturale, nel senso del rafforzamento
dell’identità di una comunità, del progresso della coesione sociale e della
partecipazione civica (Santagata, 2005b). La cultura, e l’azione volta alla sua
(ri)produzione, si interpreta sempre più come determinante territoriale dei
processi di accumulazione della conoscenza e del capitale sociale. Come
precisano Paiola e Grandinetti (2009: 105), il valore degli eventi culturali:

“va esteso ben oltre la precisa dinamica delle attività culturali


in sé, coinvolgendo esternalità e abbracciando relazioni che
rendono necessario dotarsi di schemi analitici di natura
sistemica. La gestione delle attività culturali va collocata

24 Per un quadro sulle principali pubblicazioni riguardanti la metodologia della valutazione


dell’impatto economico di un evento, si veda Attanasi, G., Casoria, F., Centorrino, S. and G.
Urso (2013), “Cultural investment, local development and instantaneous social capital: A case
study of a gathering festival in the South of Italy”, J. Socio-Econ.,
http://dx.doi.org/10.1016/j.socec.2013.05.014

- 159 -
quindi nel più allargato alveo della gestione dei territori,
contesto in cui opera la pluralità di soggetti economici e
istituzionali che gli eventi variamente coinvolgono. In altre
parole, consideriamo gli eventi come elementi a pieno titolo
delle strategie di marketing territoriale delle città, in linea con
i recenti sviluppi degli studi sia di marketing territoriale che di
geografia economica. In queste discipline i territori si sono
sempre più qualificati come tessuti connettivi e spazi
relazionali, ovvero contesti caratterizzati da dense interazioni,
preziose per la produzione di valore economico. Pertanto i
luoghi possono costituire contesti relazionali ad alto potenziale
creativo, in cui è l’intensità e la qualità relazionale ad indicare
sia il valore (attuale e potenziale) del territorio che i suoi
confini.”

Adottare un approccio d’analisi di tipo sistemico significa giungere ad una


valutazione di impatto “territoriale” delle attività culturali, che ad oggi si è
affermata, sebbene non sia giunta a completa maturazione, più nell’ambito delle
pratiche, che in quello accademico, e decisamente più a livello internazionale,
che nazionale, dove appare ancora scarsamente diffusa. Una tale prospettiva,
per le relazioni messe in luce nella prima parte di questo lavoro, promette di
rivelare interdipendenze che non si limitano unicamente alla sfera economica e
che solo uno studio multidisciplinare e integrato come quello che ne
risulterebbe è in grado di contribuire a comprendere appieno. È, infatti, fuor di
dubbio che gli eventi culturali abbiano un effetto sociale importante sulla
comunità ospitante, che si sostanzia, come supposto in via ipotetica da più parti,
nella formazione di uno spiccato senso di appartenenza e di un senso del luogo
(Rizzello, 2012) e che è legato ai processi di consapevolezza identitaria dei
residenti ed all’aumento del livello di coesione sociale, aspetti fondamentali
delle dinamiche di rigenerazione territoriale. Si è, dunque, resa sempre più
necessaria un’analisi approfondita e sofisticata anche degli impatti che la
produzione di attività culturali è capace di generare sul tessuto locale,
includendo tra i fattori rilevanti tutta quella serie di valori intangibili che
individui e comunità considerano irrinunciabili: è il valore complessivo
(materiale e immateriale) a essere considerato nella prospettiva geografica. La
rilevanza di un tale discorso nella disciplina non deriva solo dall’esigenza di uno
studio più complesso che parta da un’ottica “territoriale”, ma anche da un

- 160 -
elemento caratterizzante che accomuna le manifestazioni qui prese in
considerazione:

“Pur nella diversità delle scelte adottate a livello internazionale


nell’ideazione di eventi e festival con finalità di sviluppo
territoriale, è possibile riconoscere alcuni tratti distintivi che
accomunano – nella generalità dei casi – le soluzioni
individuate (Getz, 1991; Yeoman et al., 2004). Un primo
elemento di grande rilevanza è rappresentato dal
«radicamento territoriale» di tali manifestazioni (Augusto,
2008), espressione dello stretto legame riconosciuto tra le
specificità dei processi di sviluppo locale e la progettazione
dell’evento, in termini di coerenza reciproca. […] Lo stretto
legame con il territorio trova peraltro espressione nella stessa
individuazione dei contenuti artistici e culturali dell’evento, la
cui ragion d’essere è spesso rappresentata, infatti, dalla
volontà di dare concretezza e forma all’insieme di valori
tangibili ed intangibili che connotano un dato contesto locale.
Questo approccio è in linea con l’idea più generale, da alcuni
anni condivisa anche dall’Organizzazione Mondiale del
Turismo (UNWTO), che la dimensione culturale di un
territorio sia rappresentata non solo dalla presenza di beni
materiali (paesaggi, monumenti, palazzi, siti archeologici,
musei), ma anche da quelli immateriali, quali tradizioni,
linguaggi, stili di vita, modi di pensare e idee, cerimonie e
rituali. In un’accezione più larga, tale concetto si è dilatato sino
a ricomprendere anche le cosiddette «manifestazioni» della
cultura, quali l’artigianato, l’enogastronomia, le celebrazioni
religiose, le manifestazioni folkloristiche, le rappresentazioni
teatrali e musicali.” (Solima, 2009: 39-40).

E ciò è tanto più vero per quel tipo di iniziative che mostrano un “legame
territoriale” (Pollice, Spagnuolo, 2009), in altre parole un collegamento diretto
con quei fattori storico-culturali propri del luogo in cui sono tenute, elemento
questo attraverso cui si opera la principale discriminazione ai fini di questa
ricerca:

“Proprio il rimando alle tradizioni culturali o folcloristiche


costituisce un ulteriore elemento di differenziazione degli
eventi; vi possono essere infatti manifestazioni che si
richiamano alle specificità culturali del luogo o alla sua storia
– si pensi ad alcune rievocazioni storiche o alle manifestazioni
commemorative di alcuni suoi cittadini eccellenti – e, al

- 161 -
contrario, eventi che non contemplano alcun richiamo al
trascorso della località in cui hanno luogo, sfruttando un tema
che si ritiene possa avere una propria capacità attrattiva e non
veda la concorrenza, quanto meno diretta, di altre
manifestazioni di analogo indirizzo organizzate altrove.” (Ivi:
72).

Nel considerare gli effetti territorializzanti di natura intangibile connessi agli


eventi e al loro valore “sociale” e “simbolico”, così come precedentemente
definiti, è chiaro come il loro ruolo nel contesto in cui vengono ad inserirsi
diventa cruciale alla luce dell’interpretazione stessa del territorio così come data
da alcuni geografi. Come visto, esso è interpretato come il prodotto, la
precondizione ed il mezzo dell’azione sociale giacché tutte le relazioni si
sviluppano proprio attraverso il territorio, permettendo così la costruzione di
una specifica identità territoriale. In quest’ottica, quest’ultimo concetto diviene
allora fondamentale poiché se da un lato fa riferimento alla necessità di una
delimitazione fisica dello spazio geografico, dall’altro, evidenzia chiaramente
come il territorio non sia mai solo qualcosa di prettamente fisico, in quanto
risultante dall’insieme delle pratiche e delle relazioni sociali che si sono
sviluppate al suo interno. Sarà proprio l’identità territoriale ad influenzare gli
individui nella costruzione di tutta una serie di valori simbolici che
rappresenteranno il punto di riferimento nelle trasformazioni che la società
stessa, nel tempo, imprimerà al territorio. Ed è per questo che
nell’interpretazione da cui muove questa ricerca si parte dall’assunto che siano
proprio le manifestazioni ad alto contenuto simbolico per la collettività della
quale celebrano un tratto della cultura a produrre le maggiori ricadute sociali o
meglio, nell’ottica più ampia che qui si adotta, territoriali. Discutendo degli
effetti sociali degli eventi tanto sulla comunità ospite che su quella ospitante,
Rizzello (2012: 3) scrive che:

“La concentrazione spazio-temporale di una varietà tipologica


e sociale di persone funge da acceleratore bidirezionale di
scambi culturali. La folla cosmopolita, spettatore dell’evento,
entra a diretto contatto non solo con i luoghi e con i paesaggi,
che in virtù della loro nuova funzione acquistano nuovi e più
profondi significati, ma anche con la popolazione locale, che è
in questa sede investita del compito di trasmettere e

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comunicare i propri valori socio-culturali. La compresenza
fisica, la forte interazione e condivisione tra persone
eterogenee, porta a diversi risultati: il pubblico spettatore si
arricchisce dei nuovi valori culturali che l’evento e la sua
atmosfera trasmettono e trasforma il consumo del prodotto
culturale in esperienza. La comunità locale, dal canto suo, farà
esperienza di scambi culturali accelerati, tipici delle città
metropolitane, senza allontanarsi dal luogo di origine e, nello
stesso tempo, assumerà coscienza ed orgoglio della propria
identità e della propria peculiarità culturale.”

Confermando la convinzione sottesa al nostro lavoro, la stessa precisa poi che


“ciò sarà tanto più forte quanto più un evento si baserà sulla valorizzazione e
promozione della cultura locale (Archambault, 2009).” (Id.).
Come sottolineato da più parti, nonostante la chiara rilevanza che un tale tipo di
analisi rivestirebbe non solo per le scienze territoriali, ma per quelle sociali in
generale, questo è un ambito di studi relativamente recente (Getz, 2008), ma in
forte, seppur disomogenea, crescita (“academic interest in the study of the
social impact of events is growing, albeit so far quite patchy”, Wilks, 2013: 2),
soprattutto con riferimento ai festival come quello oggetto di indagine in questa
sede: “there is little theoretically-framed research on the role of social and
cultural issues in the music festival experience.” (Wilks, 2009: 17). Se da una
revisione della letteratura sull’argomento emergono l’attualità e la forte
rilevanza geografica di tali tematiche, alla grande abbondanza di casi studio si
contrappone la quasi assenza di una teorizzazione che sistematizzi e fornisca un
quadro di coerenza all’interno del quale interpretare geograficamente gli effetti
non economici che gli eventi generano sul territorio che li promuove e sui
residenti che restano i beneficiari ultimi di tali iniziative. Le poche pubblicazioni
accademiche sul tema specifico dell’impatto sociale degli eventi appaiono in una
varietà di ambiti di studio all’interno della letteratura scientifica e comprendono
principalmente riviste sul turismo (Hall, Hodges, 1996), riviste sul management
dello sport (Balduck, et al., 2011) e riviste geografiche (De Bres, Davis, 2001). La
letteratura emergente sul management degli eventi, raccolta principalmente
nelle riviste “Event Management” e “Journal of Policy Research in Tourism,
Leisure and Events”, ha cominciato a dedicare uno spazio riservato alla ricerca

- 163 -
sugli eventi con un taglio sociale (Delamere et al., 2001; Wilks, 2011). Più ricca e
indubbiamente un riferimento per l’ambito di studi in oggetto è la produzione
scientifica di aree ad esso vicine. Le ricerche sull’impatto sociale dell’arte
(Belfiore, Bennett, 2007) e del turismo (Deery, Jago, Fredline, 2012)
rappresentano, ad esempio, un punto di partenza imprescindibile per analizzare
gli effetti della produzione di attività culturali. Va rilevato che si riscontrano
spunti molto interessanti più in particolare sul nesso tra eventi e capitale
sociale, sebbene questo sia teorizzato prevalentemente sulla base di assunzioni
spesso non empiricamente fondate, come spiegato da Attanasi et al. (2013: 3):

“the issue of the relationship between festival attendance and


the generation of social capital by attendees is mainly treated
as a generally accepted theoretical assumption, which is not
empirically grounded. Indeed, the synergy between the two
elements is conceptualized drawing upon the literature from
various disciplines”

Un tentativo di sistematizzazione di tale legame sul piano speculativo si ritrova


nel “conceptual paper” pubblicato da Arcodia e Whitford (2006). Nel modello
concettuale proposto dai due autori, sintetizzato in Fig. 2.2, sarebbero tre gli
elementi connessi alla organizzazione e fruizione di festival che interverrebbero
nella formazione di capitale sociale: “Developing social capital by building
community resources” (Ivi: 11); “Developing social capital through social
cohesiveness” (Ivi: 12); “Developing social capital through celebration” (Ivi:
13). Quanto al primo punto, come messo in luce anche da Dalla Chiesa (2011),
tra gli effetti positivi generati dalla realizzazione di festival, vi è indubbiamente
quello della costruzione-sedimentazione di una rete di rapporti economici,
sociali e culturali su cui, se opportunamente alimentati, può fondarsi un sistema
di “legami deboli” che, accumulandosi lungo le successive edizioni dell’evento,
concorrono alla generazione di un nuovo capitale sociale sul quale la comunità
può contare. Un capitale che, a detta del sociologo, può essere speso a favore di
tutto il complesso di attività culturali, civili ed economiche del territorio
ospitante. Nell’interpretazione di Arcodia e Whitford, dunque, il primo e più
immediatamente intuibile meccanismo attraverso cui l’organizzazione di un
festival agisce nella direzione di una diretta attivazione dei processi di

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formazione di capitale sociale è, quindi, quello che innesca la nascita di nuove
occasioni di relazionalità in ambito primariamente economico, pre-condizione
indispensabile per l’emersione di spinte alla creazione di più ampi sistemi di
reti. L’organizzazione e gestione di una manifestazione, infatti, implica
necessariamente l’interazione tra gli attori coinvolti e il tessuto economico e, più
in generale, le comunità, locali. Essa contribuisce ad accrescere conoscenza e
consapevolezza riguardo alle risorse e alle competenze inglobate all’interno della
comunità, produce legami sociali tra gruppi e individui precedentemente non
interagenti o rafforza quelli tra le organizzazioni esistenti e già cooperanti,
agendo da catalizzatore non solo per la rivitalizzazione di partnership già
avviate, ma anche per l’instaurazione di nuove. L’interazione connessa ai
preparativi della manifestazione, inoltre, favorisce la (ri)scoperta e la messa in
valore delle risorse della comunità rimaste fino ad allora inosservate,
probabilmente perse nella complessa rete delle sue strutture e, perciò, non
comunemente disponibili per un uso diffuso, favorendo peraltro
l’individuazione di innovative possibilità per un loro sfruttamento più efficiente.
Il sistema di relazioni che si sviluppa in occasione della contingenza della
preparazione di un festival o, più in generale, di un’iniziativa culturale, contiene
in potenza la possibilità che queste siano mantenute anche oltre la breve durata
della sua organizzazione, in particolare laddove si tratti di eventi ripetuti nel
tempo, più facilmente propensi a produrre effetti a lungo termine. I network
così derivanti alla comunità garantiscono “a high level of social connectivity by
re-introducing a healthy relational dimension to societies” (Arcodia, Whitford,
2006: 11).
Il secondo carattere, connaturato nei festival, che nella visione dei due studiosi
concorre alla generazione e/o attivazione di capitale sociale è la promozione
della coesione sociale all’interno della comunità che li organizza, ai cui membri è
offerta l’opportunità di riunirsi e condividere una visione del mondo che passa
attraverso legami etnici, linguistici, religiosi o storici (Falassi, 1987). Nelle
parole degli stessi: “Arguably, the festival contributes to the increase of social
capital through the ever-increasing cohesiveness and co-operation of the host
community” (Ivi: 13). Il ruolo strategico dell’organizzazione di eventi culturali si
esplicherebbe, pertanto, nel favorire quelle condizioni di contesto tali da

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accrescere il livello di relazionalità sociale, economica e culturale e rinforzare il
senso di appartenenza di una comunità, contribuendo così alla riaffermazione di
un’identità condivisa e all’accumulazione di capitale sociale (Attanasi,
Centorrino, Chironi, Urso, 2011). Un festival che poggia sulla matrice culturale
di un luogo nelle cui tradizioni, quindi, la comunità si identifica e a cui si
relaziona nel suo agire individuale e collettivo, può configurarsi come
riferimento identitario. Gli eventi culturali, dunque, non hanno più, in tal caso,
solo una valenza ludica e ricreativa di impiego del tempo libero, ma
contribuiscono a rinvigorire l’orgoglio civico con positive ricadute in termini di
coesione e aggregazione sociale (Devesi et al., 2007).

Figura 2.2 – Modello concettuale del rapporto tra festivals e produzione di capitale
sociale (Arcodia, Whitford, 2006: 7)

- 166 -
Il terzo aspetto che compare nel modello teorico che si sta qui presentando è la
dimensione più peculiare a tale tipologia di manifestazioni, ossia l’elemento
celebrativo insito in ogni festival che, assieme alla sua natura di occasione di
socialità, favorisce, tra l’altro, la formazione di capitale sociale: “celebrations
and festivals have the potential for strengthening communal ties and uniting
people” (Earls, 1993: 32). Mentre le motivazioni e le modalità di celebrazione
sono “culturally bound” (specifiche, cioè, ad ogni cultura), il fenomeno della
celebrazione in sé è universalmente rinvenibile. C’è, dunque, un valore
intrinseco alla stessa che spinge gli individui alla partecipazione e alla fruizione
delle manifestazioni culturali in quanto interpretate quali elementi della vita
condivisa di una comunità (Schuster, 1995). Conseguentemente, i festival ad
alto contenuto simbolico e celebrativo rappresentano l’opportunità di
sperimentare un’occasione che genera un sentimento di benevolenza o, in altri
termini, uno spirito di “communitas” (Salamone, 2000). Uno stretto nesso
sembra intercorrere tra celebrazione, festival e la (ri)produzione di simboli
culturali:

“Festival attendance can also enhance social capital by giving


communities the opportunity for public celebration. It could be
argued that there is a ubiquitous synergy between festivals
and celebration (Falassi, 1987; Pardy, 1991). On the one hand,
celebration is identified by four essential characteristics: (1)
performance of cultural symbols, (2) entertainment, (3)
undertaken in a public place, and (4) community participation
(Salamone, 2000). On the other hand, however, one of the
defining characteristics of festival is the potential to facilitate
community celebration. […] These community celebrations,
often developed as arts, fringe, and/or folk festivals, are
representative of the many aspects of the social and cultural
fabric of the community in which they are celebrated.
Furthermore, they [..] facilitate the development of
contemporary cultural identity.” (Arcodia, Whitford, 2006: 13-
4)

In altre parole, un sistema di valori condiviso, una tradizione, la necessità di


sottolineare la propria identità finiscono per rappresentare punti di coesione
talmente forti da divenire motivo di aggregazione e cooperazione tra individui.
Riassumendo, dunque, nel modello concettuale proposto dai due autori su

- 167 -
menzionati la necessità di attingere alle risorse di una comunità per l’ideazione e
l’organizzazione di festival non solo facilita una maggiore consapevolezza delle
competenze presenti all’interno della collettività, ma incoraggia anche la
cooperazione tra gruppi che diversamente non avrebbero avuto l’opportunità di
sperimentare forme di interazione economico-commerciale e/o sociale. Tale
rete di relazioni apporta il duplice beneficio di aumentare la conoscenza delle
risorse presenti all’interno di una comunità (promuovendo, tra l’altro, un loro
utilizzo consapevole) e di generare coesione sociale attraverso la cooperazione
che naturalmente deriva dal perseguimento di obiettivi comuni. Inoltre, accanto
agli sforzi diretti al raggiungimento di uno scopo condiviso, come la messa a
punto di un festival, la celebrazione ad esso annessa concorre a favorire
ulteriormente la crescita del livello di capitale sociale tramite la generazione di
uno spirito di comunità e un sentimento generalizzato di apertura e fiducia. In
sostanza, l’organizzazione di festival sviluppa il capitale sociale di una comunità
fornendole specifiche opportunità di accesso e sfruttamento delle sue risorse, le
condizioni per un miglioramento della coesione sociale nonché un focus per la
celebrazione. I due studiosi concludono il loro ragionamento con un auspicio
che questa tesi cerca di raccogliere:

“it is vitally important to widen the current discourse


pertaining to festivals beyond the dominant economic
frameworks which are predominantly concerned with the
development of economic capital, and to incorporate debate in
relation to utilizing festivals as a vehicle for the development of
social capital. [..] further research is required to investigate the
connection between festival attendance and the development of
social capital. […] Moreover, there is a need to further develop
more sophisticated indicators of the effects of festivals on social
capital. However, it is important that these measures of social
capital are not benchmarked within an economic framework.”
(Arcodia, Whitford, 2006: 15)

Questa è, in realtà, una questione che è sollevata con una certa frequenza nella
letteratura sull’argomento, soprattutto con riferimento alla necessità di
maggiori evidenze empiriche di tali tipi di impatti, sebbene si riconoscano le

- 168 -
palesi difficoltà di rilevazione, dovute alla natura degli stessi, che ne limitano la
fattibilità25. Sharpley e Stone (2011: 12), a tal proposito scrivono:

“despite their potential to contribute to, for example, the


enhancement of a city’s image (Richards and Wilson 2004) or
the development of community cohesion and pride (Waitt
2003), the success of events is often ultimately assessed
according to economic criteria such as income generation,
employment generation or the attraction of inward investment
(Dwyer et al 2000).” (p. 2) “Less attention [..] has been paid to
the potential of events to contribute to the development of
social capital. Arguably, this is a more fundamental and
significant element in the enhancement of individual and
community well-being yet one which, according to some, is in
decline as a result of the cultural and structural
transformations in contemporary societies referred to above
(Putnam, 1995). This lack of attention may reflect the fact that
social capital is a rather ambiguous concept and, as Arcodia
and Whitford (2006) suggest, it is difficult if not impossible to
measure. Nevertheless, the concept of social capital provides a
framework for developing a deeper understanding of the
socio-cultural impacts of events on communities.”

Anche le geografe anglosassoni Quinn e Wilks (2013) hanno recentemente


evidenziato l’inadeguatezza della ricerca sinora prodotta sulla dimensione più
immateriale della promozione di manifestazioni culturali, rimarcando le
potenzialità che la teoria del capitale sociale mostra nel rendere conto della
relazione che lo lega agli eventi e ad alcune loro peculiarità, in particolare la
natura interattiva di tali attività e la centralità che in esse riveste l’elemento
della celebrazione:

“Festivals are premised on social interactions […], and


collective, participatory celebration is central to […their]
meaning. To date, while some researchers have investigated
the nature of social interrelationships evident in festival
settings, the literature on the social dimensions of festival
activity is underdeveloped. […] it can be argued that in general
the literature on social connections in festival settings is quite
disparate and uneven in terms of disciplinary underpinnings,
theoretical references, research questions and methodological

25 A tal proposito si vedano Ritchie, Lyons (1990); Soutar, McLeod (1993); Fredline, Faulkner
(2000); Small, Edwards, Sheridan (2005), Richards, de Brito, Wilks (2013).

- 169 -
approaches. Acknowledgement of these difficulties has
prompted some researchers to search for alternative
theoretical frameworks to underpin a comprehensive enquiry
into social connections in festival settings. Social capital is
starting to emerge as a theory which shows real potential.”
(Quinn, Wilks, 2013: 15)

Sempre nell’alveo della valutazione dell’impatto sociale degli eventi, la stessa


carenza, in questo caso anche sul piano teorico26 oltre che sul piano empirico
(per le stesse evidenti restrizioni connesse agli ostacoli operativi in fase di
ricerca), si rileva a proposito della presunta capacità degli stessi di rafforzare
l’identità locale: “there was little attempt to draw on established
understandings of festivals as socially and culturally important phenomena
involved in the construction of place and community identity (as distinct from
image identity)” (Quinn, 2009: 486). Eppure, come spiega la su citata studiosa
Bernadette Quinn, analisi di questo tipo dovrebbero affermarsi proprio
nell’ambito delle scienze umane e sociali, che, diversamente da quelle
economiche, adottano un approccio processuale che presta particolare
attenzione soprattutto alle dimensioni immateriali dei meccanismi indagati27:

“much of the management/economics inspired literature


demonstrate a marked tendency to dislocate events and
festivals from broader processes other than to investigate their
apparently unidirectional «impacts» on contextual
environments. Meanwhile, sociological and cultural
orientations within the social sciences (and humanities) tend to
be concerned with processes and not to any great extent with
the tangible dimensions related to planning, implementing and
measuring outcomes. Those with socio-cultural investigative
foci tend to concern themselves with tourism contexts where
festivals and events are socially constructed, are mutually
reproductive of place and place identity, and are bound up
with the appropriation and evolution of cultural practices and
traditions (i.e., social and cultural change). […] A key question

26 Si riscontrano in letteratura numerose intuizioni che, però, non risultano ancora organizzate
in un quadro di coerenza tale da permettere una teorizzazione più o meno compiuta.
27 Questo diverso approccio allo studio degli eventi nei due ambiti di studio menzionati riflette
ovviamente “the differential weight attached to applied and conceptual enquiry in the
different areas, although the conceptual preoccupation of the latter does not necessarily
imply a more advanced theoretical underpinning or even a more clearly defined research
agenda.” (Quinn, 2009: 490).

- 170 -
is whether potential exists for different disciplinary
approaches to align more closely in the interest of creating a
holistic understanding of the nature, meanings, and
management of festival” (Ivi: 484)

Una comprensione olistica che, sebbene stia emergendo sempre più come tema,
o meglio, come approccio dominante nelle scienze sociali e umanistiche
necessita di essere meglio sviluppata nella ricerca futura:

“Discussions generally point to the complexity and multi-


dimensionality of festivals and events and conceive them as
being dynamic and continuously evolving, reproduced through
a multiplicity of local and extra-local relationships, and
implicated in the construction of identity (of culture groups,
communities, places and nations). Relationships that might be
usefully explored in future research” (Ivi: 490-1)

Un importante contributo in tal senso, teso a colmare tale vuoto conoscitivo,


viene proprio dalla disciplina geografica che si sta occupando con crescente
interesse e consapevolezza all’argomento, arricchendo di importanti stimoli il
dibattito internazionale. Il recentissimo compendio di Richards, de Brito e
Wilks (2013), intitolato “Exploring the Social Impacts of Events”, contiene per la
maggior parte riflessioni svolte da geografi in cui centrale è il riferimento alle
tematiche qui trattate e, più in generale, al territorio. Nell’introduzione, la co-
curatrice Linda Wilks chiarisce innanzitutto perché non è possibile prescindere
dalla comprensione della dimensione sociale degli eventi:

“Events encompass a wide variety of themes and formats, from


music festivals to sporting competitions and trade exhibitions.
Despite their many differences, however, linking all of these
events is the presence of people who interact with each other.
Social interaction is thus a key feature of events, with
temporary communities, of varying degrees of cohesion, being
necessarily formed for the duration of the event. These events
communities may overlap into the world beyond the event,
with the event providing a nucleus for existing social
relationships to be intensified, or a starting point for the
initiation of new social connections which persist beyond the
event. […] Events can therefore be said to have social impacts,

- 171 -
in that outcomes of a social or inter-relational nature may be
identified. Social impacts could include the development of
social networks, community pride, feelings of inclusion or
exclusion, social integration, increased mutual understanding,
changes in perceptions of attitudes, and the development or
preservation of traditions. Social impacts can be at an
individual, family, group, or community level.” (Wilks, 2013: 1)

Nel seguito, l’autrice specifica quali sono le maggiori e più urgenti esigenze –
esigenze da cui muove il volume – in tale ambito di studi, richiamando il
bisogno di una visione più ampia degli effetti potenziali di un evento:

“Although it is important to consider the end effect or impact of


an event on people and communities, there is also a need to
delve below the surface of these social impacts and examine the
many processes at work in the determination of these impacts.
There is a need to look at social impact in its widest possible
sense, exploring impact at individual, as well as group and
community level.” (Ivi: 1-2)

Ed è precisamente questo il fine ultimo del presente lavoro: partendo da


un’analisi a livello individuale tesa a valutare la capacità della manifestazione di
produrre capitale sociale e senso di identità territoriale, si individuano i
meccanismi di interazione/causalità che stanno alla base della loro formazione.
Le basi teoriche su cui si fonda l’ipotesi sottoposta a verifica empirica sono
quelle ampiamente enucleate nel primo capitolo, contestualizzate all’ambito
applicativo della promozione di attività culturali. Come ben spiegato da Wilks
(2013), tanto la “social capital theory” che le “identity theories” e la “place
theory”, tra loro molto vicine, risultano essere fondamentali per
un’interpretazione geografica dell’impatto dell’evento sul territorio e sulla
comunità ospitante. Più in particolare, per quanto riguarda la prima, “social
capital can be used to frame studies on inclusion, community, trust, social
networks and volunteering in events. It can be used to examine the social
dimensions of events at the individual […] or community level” (Wilks, 2013:
4). Con riferimento alle seconde,

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“Identity theories […] could also be used to explore the role of
events in people’s lives and their impact on their sense of
identity. […] Place theory also has much to offer social impacts
of event studies. Massey’s (2005) exploration of the role of
space and place could be useful when examining settings for
social encounters. Castells’s (1996) mention of territorial
identity is also relevant.” (Id.)

Questi, quindi, i solidi fondamenti della teoria su cui poggia il variegato ambito
di studi degli impatti intangibili connessi agli eventi, esaminati in una
prospettiva territoriale. Ora vediamo come tali tematiche sono state approcciate
dal punto di vista empirico. Nonostante i pur rari tentativi di sviluppare scale di
misurazione quantitativa dell’impatto sociale di un evento (Fredline, 2000;
Delamere et al., 2001; Fredline et al., 2003; Small, Edwards, 2003) – nati in
risposta al crescente interesse per una maggiore standardizzazione dei metodi e
delle misure nella determinazione delle tipologie di atteggiamento dei residenti
nei confronti di festival ed eventi – una valutazione che possa dirsi “oggettiva”
resta a tutt’oggi estremamente difficoltosa (Wilks, 2013). Buona parte degli
studi in questione utilizzano, infatti, piuttosto metodologie qualitative, come
l’analisi del caso studio (Quinn, 2009) e la raccolta di dati sulle percezioni
individuali dell’impatto sociale; molto spesso anche l’utilizzo di dati secondari si
è rilevato utile ai fini di alcune ricerche. Negli ultimi anni, l’interesse che
l’argomento ha suscitato presso gli organizzatori di eventi e/o stakeholder a
vario titolo coinvolti ha condotto con sempre più frequenza questi ultimi a
commissionare “social impact studies”, per lo più effettuati su basi consultative,
come le molto criticate, ma innovative prime ricerche di Matarasso (1996;
1997). Più recentemente, analisi su specifici festival o gruppi di festival sono
stati commissionati da parte degli operatori del settore, ansiosi di trovare
evidenze degli effetti sociali positivi da essi generati (Maughan, Bianchini,
2004; The Association for Festival Organisers, 2004; BOP Consulting, 2011).
Con riferimento più precisamente allo studio del legame tra eventi e capitale
sociale, sono varie le ricerche che utilizzano quest’ultimo come quadro teorico
per investigare aspetti connessi a tali attività culturali, come, ad esempio, sul
loro ruolo nel promuovere lo sviluppo di una comunità (cfr. Misener, Mason,

- 173 -
200628) o nel favorire nuove relazioni piuttosto che consolidare quelle già in
essere (Wilks, 2011)29. Vi è invece poi chi, come Finkel (2010), affronta
l’argomento dalla prospettiva dei residenti del luogo che ospita l’iniziativa: i suoi
risultati empirici confermano l’assunzione che vede nei festival un meccanismo
per rafforzare l’unione di una comunità fornendole opportunità per esperienze
collettive condivise. Un’altra ottica ancora, quella degli stessi organizzatori degli
eventi, è rinvenibile in Jæger, Mykletun (2009), che conducono la loro analisi
sulle diverse forme di capitale, tra cui quello sociale, coinvolte nella
realizzazione di un festival in Norvegia30. Le geografe Quinn e Wilks, durante
una recente conferenza, dal titolo “Global Events Congress”, tenutasi a
Stavanger (Norvegia) nel giugno del 2012, presentando un contributo dal titolo
“Exploring social capital in the festival landscape”, spiegano la relazione di
circolarità che, come già visto nella prima parte con riferimento anche ad altre
componenti intangibili del “luogo”, lega quest’ultimo al capitale sociale nel
contesto degli eventi31. Nelle loro parole, per un verso, “place can shape social
capital” (Quinn, Wilks, 2012), dal momento che:

“All festivals happen in «real» places;


Festival spaces are never neutral;
Merit in exploring the formative role of place in shaping social
capital […];
Different places afford different potentials for developing
social capital […];

28 I due autori gettano luce sulla complessità dei legami interpersonali e sulle dinamiche di
potere, confermando che, nell’ambito degli eventi, “new social networks are being created
through participation, planning, volunteering, and often consumption of, events.” (Misener,
Mason, 2006: 50).
29 I dati empirici rilevati, solo in parte come nel nostro caso, attraverso osservazioni, questionari

strutturati e interviste approfondite sono stati analizzati attraverso la “critical discourse


analysis”. È emerso che il rafforzamento delle relazioni sociali già in essere ancor prima della
partecipazione al festival, ciò che Putnam definisce bonding social capital, rappresenta un
elemento importante nell’esperienza di fruizione. La formazione, invece, di bridging social
capital, ossia di nuovi e duraturi rapporti tra spettatori precedentemente non uniti da alcun
legame, non risulta essere una peculiarità dell’evento preso in esame, nonostante si rilevino
un senso di generale benevolenza (“friendliness”) e fiducia percepiti da una parte del
pubblico.
30 Per una completa ed attuale revisione della letteratura esistente sul legame tra capitale sociale

ed eventi, si veda il recente e già citato compendio Richards, de Brito, Wilks (2013).
31 Richards, de Brito (2013) sostengono l’esistenza di una circolarità del tipo “alti livelli di

capitale sociale – eventi – ulteriore crescita del capitale sociale”: “High levels of social capital
in specific places […] help them to develop a wide range of attractive events which in turn
have a positive social and cultural impact. There is the possibility of a virtuous circle of
event creation stimulated by high levels of social capital, which in turn stimulates more
social capital growth”.

- 174 -
Different places have different spatial capital.” (Id.)

Per altro verso, nella prospettiva che maggiormente ci interessa in questa sede,
“social capital can shape place”, attraverso i seguenti meccanismi: “Sense of
place; Pride in place; Place-related norms and traditions […]; Identity with
place; Community cohesion” (Id.). Come le studiose spiegano meglio in seguito
(Quinn, Wilks, 2013):

“Place has long been of interest to festival researchers because


festivals are a key mechanism through which people
continuously make and re-make collective identities and
connections with place. Closely allied to the notion of identity
are concepts like pride in place, kinship and community, all of
which are connected to social capital.”

Nelle interpretazioni sin qui proposte, capitale sociale ed identità sembrano,


dunque, fortemente interrelati tra loro nel contesto oggetto di studio, ossia la
realizzazione di manifestazioni di vario genere. In proposito, Richards, de Brito
(2013) scrivono:

“Events have often been identified as suitable mechanisms for


increasing social capital, whether by increasing interaction
(and therefore stimulating feelings of cohesion, exchange of
ideas, etc.), stimulating greater levels of identification (with a
specific group or place) or in terms of supporting social
networks and structures.”

Prima di procedere in tale direzione, è qui opportuno analizzare la letteratura


prodotta in merito al legame tra eventi e senso di identità territoriale, non
ancora compiutamente teorizzato in un pensiero organico che ne espliciti i
processi alla sua base, ma affrontato attraverso “intuizioni” provenienti da varie
discipline. Come sottolinea Quinn (2009: 492), infatti:

“Festivals and events have long been of interest to researchers


because they constitute a vehicle for expressing the close
relationship between identity and place (Aldskogius 1993,
Lewis and Pile 1996, Smith 1996, Ekman 1999, Lavenda 1997).

- 175 -
Festivals in particular have been a focus for empirically
investigating how people connect with their place and with
other people through their festival practices. The type of
identity in question can be linked to different spatial spheres,
ranging from the local to the international.”

In realtà, la produzione scientifica sull’argomento sviluppatasi nell’ambito del


place-marketing si è principalmente interessata di mega eventi e di destinazioni
a livello di paese o grande città. Indagini a scala minore, si ritrovano, per
esempio, in Hall (1992) che rimarca il ruolo degli eventi nel formare o
consolidare l’identità regionale o comunitaria. De Bres e Davis (2001) discutono
di quanto il “Kansas River Festival”, oggetto dei loro studi, abbia promosso un
sentimento di orgoglio civico, di amicalità e di comunità tra gli abitanti delle
località rivierasche coinvolte, promuovendo la “self-identification for the local
community”. Molteplici strategie di ricerca sono state impiegate a tal fine, tra
cui una serie di questionari sottoposti agli organizzatori/finanziatori
dell’iniziativa, sui quali si basano le evidenze messe in luce nel paper. La
conclusione a cui i due autori pervengono è che il peso dei festival nello
stimolare la percezione dell’identità locale può essere di assoluta rilevanza e lo è
tanto più in caso di piccoli eventi, nei quali questo rappresenta probabilmente
l’effetto più importante. La difficoltà di indagare un elemento così presente ma
al contempo così immateriale, come l’identità, è dovuta anche alla non univocità
nell’interpretazione del concetto. Come mostrano Crespi-Vallbona e Richards
(2007), i significati attribuiti al concetto di identità variano tra gli stakeholder di
un festival: mentre, infatti, i policy maker ne enfatizzano l’aspetto più
propriamente “politico”, gli operatori culturali sono più inclini a considerarla
nella sua dimensione “sociale”, mentre, aggiungiamo noi, gli abitanti del luogo
ne sottolineeranno la dimensione “affettiva”. Derrett (2003), invece, esamina il
rapporto, di forte influenza reciproca, tra eventi e un concetto che è
strettamente connesso a quello di identità, il “sense of place”. La studiosa,
prendendo in esame quattro festival svoltisi in Australia, arriva a concludere
che:

“A better understanding of the cultural identities of host


communities in tourist destinations shows festivals holding a

- 176 -
significant position in three areas of the human condition.
They celebrate a sense of place through organizing inclusive
activities in specific, safe environments. They provide a vehicle
for communities to host visitors and share such activities as
representations of communally agreed values, interests, and
aspirations. Thirdly, they are the outward manifestation of the
identity of the community and provide a distinctive identifier
of place and people.” (Ivi: 57).

Avvicinandosi ai giorni nostri, Moscardo (2007) ha preso in esame 36 casi


studio di festival a livello regionale confermando il loro contributo nello
sviluppare le aree interessate32. Le più recenti ricerche sul tema, pubblicate
proprio nell’anno in corso all’interno del già citato volume Richards, de Brito e
Wilks (2013) – che, per quel ristretto settore della disciplina geografica che si
occupa dell’effetto degli eventi sul luogo, rappresenta una vera e propria pietra
miliare in termini di sistematizzazione di quanto sin qui prodotto a livello
accademico – aprono nuove e più ampie prospettive, arricchendo la limitata
letteratura empirica esistente sulla capacità di una manifestazione di costruire
identità, territorio e spirito di comunità (Ivi). Chris-Anne Verhoeven (2013)
analizza in che misura l’annuncio dell’evento “European Capital of Culture”
(ECoC) agisce sul rafforzamento dell’identità e dello spirito di comunità degli
abitanti di Brabant, intervistando un campione rappresentativo dei residenti
nella Provincia. La sua indagine si rivela estremamente importante perché,
basandosi sulla stessa metodologia generale del presente lavoro (survey),
sebbene utilizzata per obiettivi diversi33, parte dagli stessi presupposti, che qui
ci pare utile richiamare:

“These exploratory studies present an initial attempt to


develop a more holistic picture of the social effects of a major
cultural event. Although social cohesion and identity building
are often stated aims of major cultural events, there is rarely
research undertaken to confirm if these effects have been
generated. When research is undertaken, it tends to ask direct
questions of participants or organizers, rather than trying to

32 Per ulteriori approfondimenti sulla letteratura prodotta sul nesso eventi-identità, si veda
Quinn (2009) e, come già suggerito per il capitale sociale, il testo Richards, de Brito, Wilks
(2013).
33 Si chiedeva ai residenti quali tra i possibili effetti dell’organizzazione dell’iniziativa europea
nella propria città fossero i più rilevanti per loro.

- 177 -
gain a more objective assessment of actual changes in social
capital or identification. The current research indicates that
measuring the social effects of events directly is very
important, since this is the only way to establish whether
events produce higher levels of identification and social
capital, or if the audience is more likely to be made up of those
who have high levels of social capital and who identify with the
event.”

Un evento di minori dimensioni (locale), le celebrazioni in onore di Hieronymus


Bosch nella città olandese di Den Bosch, indagato nello stesso volume da Lénia
Marques (2013) attraverso il metodo qualitativo del caso studio, mostra una più
evidente connessione tra la stessa manifestazione, l’identità e ciò che è definito
“placemaking”. Nella sua ricerca, non supportata, però, da un’indagine diretta,
la studiosa riscontra un alto livello di identificazione con Bosch quale simbolo
locale (e globale), che a sua volta rinforza la coesione sociale e il legame degli
abitanti con il luogo. L’importanza della funzione “simbolica” di tale tipo di
attività è già stata sottolineata a livello teorico nel discutere dei diversi “valori”
associati alla cultura e, a piena conferma di questo suo ruolo, occuperà, come
vedremo, una posizione di assoluto rilievo anche nella nostra verifica empirica.
Dalla revisione critica della bibliografia sull’argomento – operazione piuttosto
complessa dal momento che solo in tempi recentissimi si rilevano i primi
tentativi di sistematizzazione della letteratura prodotta in tale ambito di studi –
emerge la forte rilevanza geografica di tali tematiche nonché la scarsità, a fronte
di una grande abbondanza di casi studio, di una concettualizzazione teorica che
interpreti geograficamente gli effetti che gli eventi generano sulla comunità
ospitante. Anche nelle rare indagini dirette effettuate, si sono predilette analisi
puramente qualitative, condotte attraverso strumenti quali interviste non
campionarie, non o semi strutturate (in depth interviews), interviste a testimoni
privilegiati (key informant interviews) o focus group (cfr. Wilks, 2009; Quinn,
Wilks, 2013; Rizzello, Trono, 2013), coinvolgendo il più delle volte gli
organizzatori degli eventi analizzati e non, o solo raramente, quelli che sono
unanimemente riconosciuti essere i beneficiari ultimi di tali iniziative, i
residenti, ancora fortemente trascurati nelle pur numerose ricerche esistenti:

- 178 -
“There is a need, however, to broaden any conceptual
framework to incorporate other key groups of actors who may
be touched by the festival, notably local residents, volunteers
[…] The logic for including these groups of actors stems from
the need to fill the current research gap by developing a fuller
understanding of the ways in which social capital related
aspects such as trust, norms, values and social networks may
operate within the wider geographical envelope of the festival.
In addition, these investigations will help to define a theory of
social capital suitable for this purpose.” (Quinn, Wilks, 2013)

Nell’ambito delle esigue ricerche condotte sui membri della comunità che
promuove l’evento, si tende a raccogliere il dato sulla loro percezione in merito
agli effetti socio-economici, o anche più precisamente in termini di coesione
sociale e identificazione, che la manifestazione tenuta nella loro città, nella loro
regione o nel loro paese ha sul contesto di riferimento (cfr. Kania, 2013;
Verhoeven, 2013), senza rilevare direttamente i due elementi in questione
(capitale sociale e identità territoriale) né approfondire i meccanismi sottesi agli
impatti generati, esigenza questa che è stata espressa da più parti e qui già
precedentemente richiamata. La disciplina geografica, con i suoi strumenti
interpretativi, può fornire un valido contributo in tal senso, come sostiene anche
Donald Getz (2004: 419):

“Geographers can make a greater contribution to event studies


through theory-building, and to event management through
applied research. In terms of theory-building, a crucial
question is the extent to which certain types of events are
resource-dependent or rooted in specific environments. The
matter of authenticity should be explored more from a
geographic point of view, such as addressing the issue of how,
for example, a food festival can both emerge from and
reinforce a distinct sense of place.”

La geografia umana, poi, più in particolare, è chiamata ad indagare tutti quegli


aspetti variamente connessi con l’identità, uno dei temi più cari ai suoi studi: “a
humanistic or cultural geography perspective on event tourism would also be
concerned with identities and meanings shaped by events, or attached to
events, in specific places.” (Ivi: 412).

- 179 -
Partendo da tali premesse, il presente lavoro, accogliendo le varie esigenze
riscontrate nel mondo accademico e in più punti qui riportate, mira quindi ad
analizzare direttamente i due elementi oggetto di indagine presso un campione
rappresentativo di residenti che hanno partecipato all’evento “La Notte della
Taranta”. L’indagine è, quindi, “diretta” per due ordini di motivi:
1) rileva l’effettiva generazione da parte dell’evento di capitale sociale e
identità territoriale in quei membri della comunità locale che hanno
scelto di parteciparvi, e non dunque la percezione che questi ultimi ne
hanno a livello generale;
2) è condotta durante lo svolgimento del festival e non si basa su
considerazioni fatte dai residenti locali a priori e/o posteriori.
Le tre domande di ricerca (Research Questions, RQ), tra loro interrelate, a cui si
cercherà pertanto di dare risposta attraverso la verifica delle ipotesi (Hypotesis,
H) da ognuna di esse individuate sono le seguenti:

RQ1: L’evento culturale è in grado di produrre un proprio, specifico


capitale sociale?
H1: La partecipazione all’evento, quando ad esso è associato un forte
valore sociale e simbolico, spinge i membri di una comunità a
fidarsi maggiormente di chi condivide l’esperienza di
celebrazione/fruizione del proprio patrimonio culturale.

RQ2: L’evento culturale è un marcatore identitario in grado di


generare/rafforzare il sentimento di appartenenza al luogo?
H2: La partecipazione all’evento, quando ad esso è associato un forte
valore sociale e simbolico, accresce/consolida il sense of belonging
verso il territorio e la comunità della cui cultura è espressione.

RQ3: Capitale sociale e identità territoriale si influenzano


reciprocamente nel contesto di un evento dedicato alla cultura del
luogo?
H3: La maggiore fiducia che si suppone sia dovuta alla partecipazione
all’evento deriva dal valore, anche affettivo, associato allo stesso e
al sentimento di identificazione con il luogo che esso genera.
Analogamente, il senso di appartenenza al territorio che organizza
la manifestazione è influenzato, tra l’altro, dall’elemento

- 180 -
celebrativo connesso alla natura stessa del festival nonché alla
maggiore fiducia verso i membri della comunità locale.

Prima di presentare il metodo della ricerca e verificare empiricamente le ipotesi


presentate, chiariamo alcuni punti su cui è bene soffermarsi prima di procedere
in tale direzione. In primo luogo, perché abbiamo scelto una manifestazione
come il Festival “La Notte della Taranta”. Secondo, perché parliamo di effetti
territorializzanti. Terzo, perché abbiamo fatto riferimento allo sviluppo locale.
Innanzitutto, se il meccanismo che spiega il nesso tra organizzazione/fruizione
di eventi e formazione di capitale sociale può mantenere la sua validità per
qualsiasi tipo di iniziative, per quanto concerne i festival legati alla cultura
locale è possibile rilevare ulteriori piani paralleli sui quali si attiverebbero
potenzialmente quei meccanismi che conducono alla generazione di tale risorsa.
Oltre all’instaurazione di nuove relazioni all’interno della comunità e alla
potenziale formazione di un provvido cluster, del quale l’intero contesto
territoriale può grandemente beneficiare, effetti ancor più profondi e tali da
agire in chiave virtuosa sul senso di appartenenza e sul rafforzamento
dell’identità del luogo (Fusco Girard, 2008) possono essere generati più
specificamente da una certa tipologia di iniziative culturali. Si tratta di eventi
che, come nel caso del Festival “La Notte della Taranta”, hanno origine da
aspetti socio-culturali che attengono alle tradizioni di un luogo, si identificano
con lo spirito della comunità (Getz, 1997; Yeoman et al., 2004) e sono
espressione del “genius loci”, ossia quel patrimonio che è risultato della storia
del territorio nonché dell’evoluzione e sedimentazione nel tempo delle sue
risorse tangibili ed intangibili. In tali tipi di eventi agli effetti intangibili sin qui
annoverati si aggiunge quello del rafforzamento dell’identità territoriale, su cui
ci soffermeremo nel seguito. Come messo in luce in Attanasi, Centorrino,
Chironi, Urso (2011), se da un lato è vero che i festival generano capitale sociale,
dall’altro è necessario considerare che si tratta per lo più di una risorsa
immateriale effimera e contingente, limitata cioè nel tempo e legata alla
circostanza dell’organizzazione/gestione dell’evento (un capitale sociale
“temporaneo” e “funzionale” a tale attività) o della partecipazione allo stesso (un
capitale sociale istantaneo, v. ultra). Perché si inneschi un meccanismo virtuoso

- 181 -
che porti alla sua accumulazione è innanzitutto necessario preservare gli aspetti
rituali che caratterizzano l’iniziativa, salvaguardando la centralità della
comunità locale nella sua fruizione, al fine di evitare che processi di
“commoditization” connessi allo sfruttamento turistico (Richards, 2007) ne
impoveriscano la valenza simbolica. Va, peraltro, tenuto in debito conto che lo
sviluppo di capitale sociale potrà avvenire solo in un contesto comunitario
positivo e, di conseguenza, in caso contrario, gli impatti negativi naturalmente
connessi ai festival potrebbero avere la potenzialità di indebolire o, al peggio,
distruggere la dotazione stessa di tale risorsa intangibile. Posto che il capitale
sociale generato in occasione di tali manifestazioni è istantaneo e che esso si
accresce come risultato del suo uso, risultando causa ed effetto della
relazionalità collettiva, appare quanto mai necessario stimolarne
l’accumulazione attraverso azioni mirate a che i suoi benefici si sedimentino sul
territorio, favorendo la cooperazione per il raggiungimento di obiettivi condivisi
di interesse comunitario. Solima (2009: 51), discutendo della capacità degli
eventi di creare valore per il territorio, scrive che:

“La logica intrinsecamente effimera dell’evento deve quindi


essere in grado di produrre […] un «effetto permanente» sulla
popolazione del territorio, grazie al quale costruire o
rafforzare il senso identitario della comunità locale e la
tensione verso logiche collaborative.”

Per quanto riguarda l’identità territoriale, la scelta di un festival il cui tema è


proprio la celebrazione di un tratto delle tradizioni locali ai fini dell’analisi del
legame tra questa e gli eventi appare di ancor più facile e immediata intuizione.
La principale assunzione su cui si basa l’analisi svolta in questa tesi è che gli
eventi culturali, laddove siano strettamente connessi alla cultura del territorio
che li ospita e li alimenta, siano in grado di stimolare il capitale sociale e il senso
di appartenenza. Il caso che si è scelto di analizzare, il Festival “La Notte della
Taranta”, che presenteremo più in dettaglio nel capitolo successivo, nasce
dall’idea di far conoscere il fenomeno del tarantismo e degli elementi che
ruotano attorno ad esso attraverso il recupero del repertorio tradizionale della
pizzica e la sua “contaminazione” con altre espressioni musicali, dando in

- 182 -
questo modo nuova eco ad un elemento rilevante della specificità culturale del
Salento. Vista la centralità della relazione tra identità e capitale sociale in
numerosi, recenti studi (Brennetot, 2004), ci sembra corretto ipotizzare che la
celebrazione di questo simbolo sia in grado di favorirli e che il festival
selezionato rappresenti un contesto privilegiato di indagine. Nel caso dell’evento
su cui poggerà la verifica empirica di tale costruzione teorica, infatti, le
riflessioni sin qui sviluppate risultano ancor più pertinenti dal momento che si
tratta di un evento culturale fortemente legato alla cultura e alle tradizioni
specifiche del luogo che lo promuove, ciò in considerazione del ruolo che queste
ultime hanno nell’ambito dei processi di territorializzazione e di promozione
della coesione nel modello proposto da Turco:
“Il dispositivo di controllo poggia su un serbatoio metafisico –
tradizione, miti fondatori, religione – che fornisce «valori»
aggregativi; si tratta del potenziale morale che giustifica il
comunitarismo, lo stare insieme in società, come istanza
superiore.” (Turco, 1988: 17).

La dimensione simbolica spiega il nostro riferimento a possibili effetti


territorializzanti di tale tipologia di attività culturali. Come spiegato nel primo
capitolo, sappiamo che l’identità territoriale si esprime negli atti
territorializzanti e si disvela attraverso di essi e che solitamente lo stesso
processo di identificazione viene a fondarsi sull’attribuzione, da parte di una
collettività, di un valore simbolico agli aspetti che sono riconosciuti costituirla in
quanto sua espressione tangibile (Pollice, 2005) e che possono andare dal
paesaggio nel suo complesso ad un tratto peculiare della storia e delle tradizioni
del luogo. E se è proprio la presenza di questi “momenti” di identificazione
collettiva a permettere il rafforzamento delle identità territoriali, è difficile non
cogliere la valenza cruciale che un evento che celebra la cultura locale può avere
nella produzione di risorse simboliche e, passando per processi ben più
complessi, in ultimo potenzialmente territoriali. Il riferimento è dunque alla
funzione rivestita da quegli elementi che, all’interno delle “narrazioni”
identitarie, possono essere definiti come marche di identità territoriale (Caldo,
Guarrasi, 1994), che, investite di una forte valenza simbolica da parte di un
gruppo, creano il territorio (Aru, 2011). Se, come abbiamo ampiamente

- 183 -
argomentato, non ancora del tutto compiuti sono gli studi sull’impatto
sociale/territoriale prodotto dagli eventi, quasi totalmente assenti sono quelli
che indagano i meccanismi attraverso i quali questi possono inserirsi nei
processi di (ri)territorializzazione e che interpretano sostanzialmente l’evento
come momento di produzione di territorio (Dansero, Mela, 2008: 464):

“Il grande evento, in questa luce, dovrebbe essere visto come


elemento privilegiato di territorializzazione, da noi intesa
appunto come produzione di territorio (alla Raffistin, 1981) e
non solo – come spesso viene riduttivamente intesa come
semplice verificarsi di un dato «fatto» […] su/in un
determinato territorio […] occorre pensare in termini più
complessi la trasformazione e produzione di nuovo territorio,
locale (ma non solo), che si ha dall’intreccio tra quel fatto e il
contesto territoriale in cui si colloca.”

Parliamo di impatti territorializzanti quindi perché, seppur in un ambito


specifico e ristretto, i risultati attesi del presente lavoro possono contribuire a
spiegare in termini più generali i meccanismi all’opera nell’azione collettiva di
attribuzione di valore simbolico ad un elemento del luogo, momento
qualificante e processo fondante della territorializzazione. Il contesto
dell’evento, con la sua dimensione celebrativa e esperienziale, ci appare un
campo di applicazione privilegiato per studiare il senso di appartenenza e
attaccamento al territorio da parte degli abitanti che vi assistono, in quanto colti
nel loro pieno coinvolgimento emotivo (componente essenziale dei sentimenti
verso il luogo), e dunque in un momento di alta “intensità percettiva del
territorio”, ossia quella “qualità simbolica che, ostacolando la banalizzazione
dello spazio, mantiene attiva la sfera emozionale” (Turco, 2003b: 25).
In terzo e ultimo luogo, si è fatto accenno allo sviluppo, e più in particolare a
quello che si qualifica come “endogeno”, giacché, come sottolineato da più parti
nella letteratura in questa sede richiamata a proposito del rapporto che può
essere instaurato tra un territorio, i processi di sviluppo locale, la promozione di
eventi culturali e la creazione di valore territoriale, si configura quanto meno in
via ipotetica “un circolo virtuoso, atteso che il valore creato può essere
reinvestito sul territorio per rafforzare i processi di sviluppo locale,

- 184 -
alimentando la realizzazione di ulteriori eventi culturali, e così via.” (Solima,
2009: 51).
A fronte della debolezza nella costruzione di teoria sull’argomento riscontrata in
letteratura, nel presente lavoro si cerca di offrire un contributo proprio in
direzione di una sintesi teorica volta all’interpretazione delle complesse
relazioni tra eventi, capitale sociale e identità territoriale, concentrandoci sì
sugli effetti, ma mirando al contempo a spiegare quei “many processes at work
in the determination of these impacts” a cui si è poc’anzi fatto riferimento,
rispetto alla comprensione dei quali si rileva nel mondo scientifico una forte
esigenza di produzione di conoscenza a fronte di una forte lacuna concettuale. A
tal scopo, si farà il tentativo di concentrare questo complesso di elementi teorici
in un quadro di insieme organico e coerente suggerendo un percorso di verifica
empirica, consci del rischio di perdere una parte della complessità concettuale
presente nel bagaglio teorico sin qui esaminato. Pur se limitate al minimo,
permangono, infatti, quelle difficoltà di carattere metodologico insite nei
processi di valutazione connesse a tutti quei casi in cui si debba “tradurre” in
termini quantitativi dei fenomeni di tipo qualitativo: lo sforzo di rendere
misurabili anche elementi per loro natura intangibili può, talvolta, condurre a
risultati fuorvianti e comunque difficili da leggere.
Nell’analisi empirica qui condotta si indagano capitale sociale e identità
territoriale a livello “micro” (vedi par. 1.3 e 1.4), in quanto rilevabili in modo
diretto, diversamente da quanto avverrebbe nella loro più ampia accezione
“macro”. La convinzione che è alla base di tale scelta è, però, che i sentimenti
individuali di fiducia e appartenenza ad un territorio, quando diffusi attraverso
la condivisione di un momento di identificazione collettiva che si richiama alla
“memoria” di un luogo, si configurano come la “cellula madre” delle risorse
territoriali che si è qui indicato come capitale sociale e identità territoriale, che,
in virtù di un investimento affettivo e patrimoniale in quella che è sentita come
la propria “casa”, rivestono, come argomentato in apertura, un ruolo cruciale nei
processi di territorializzazione. L’interpretazione di identità a cui si fa, dunque,
riferimento è quella che la concettualizza come “cifra di un rapporto «affettivo»
con il territorio […] e, al contempo, come fattore di riorientamento delle
relazioni.” (Doria, 2003: 48). Nelle pagine seguenti, quindi, si indagherà sul

- 185 -
campo il meccanismo alla base della formazione della “scintilla” che, durante la
partecipazione ad un evento incentrato sulla cultura locale, innesca nei residenti
il processo di identificazione con il territorio e la formazione di risorse
relazionali.

- 186 -
CAPITOLO 3

L’evento culturale come generatore di valore


aggiunto territoriale

SOMMARIO: 3.1 L’evento in questione: il Festival “La Notte


della Taranta” - 3.2 L’indagine sul campo: metodologia ed
obiettivi della ricerca - 3.3 Lo strumento di rilevazione: il
questionario - 3.4 Profilo del campione e analisi preliminari -
3.5 Discussione del modello statistico: verso una teorizzazione
degli effetti territoriali intangibili della promozione di eventi
culturali.

PAROLE CHIAVE: Festival “La Notte della Taranta”;


indagine campionaria; fiducia generalizzata; capitale sociale
istantaneo/specifico; identità territoriale; senso di appartenenza
specifico/generalizzato; place attachment; sense of place; valore
simbolico; Analisi delle corrispondenza multiple; Random
Forest; Alberi di classificazione, effetti territoriali, effetti
territorializzanti.

3.1 L’evento in questione: il Festival “La Notte della Taranta”.

In questo paragrafo si descriverà il Festival “La Notte della Taranta”,


oggetto della nostra indagine, nei suoi contenuti, nella sua formula e nelle sue
evoluzioni nel tempo34. L’evento nasce nel 1998 per iniziativa dei nove Comuni

34 Questa parte, come anche le successive di descrizione del progetto in cui si inserisce l’indagine
campionaria (par. 3.2) e della struttura generale del questionario (par. 3.3), sono state

- 187 -
della Grecìa Salentina che nel 1995 si erano costituiti in associazione,
diventando poi consorzio e successivamente “Unione dei Comuni”. Scopo
principale della neonata entità politica, un tempo senza territorio né confini ben
definiti, è la salvaguardia dell’antico idioma salentino di origine ellenica, il
grìko35, e la parallela promozione culturale dell’intero patrimonio dell’isola
ellenofona. In tale quadro si inscrive l’ideazione del Festival, per la cui
realizzazione cruciale è stato anche il ruolo dell’Istituto Diego Carpitella,
un’associazione di cinque Comuni della provincia di Lecce, che lavorano sulla
ricerca, la documentazione, la riscoperta, l’approfondimento dell’eredità
culturale dell’area, per una più vasta ed esauriente conoscenza della materia
prima su cui si fonda tale evento. Negli ultimi anni, inoltre, il Festival è
progressivamente cresciuto in dimensioni e prestigio grazie all’intervento della
Provincia di Lecce prima, e della Regione Puglia poi, entrate a far parte degli
enti che lo promuovono ed organizzano rispettivamente nel 2001 e nel 2005.
Come definito dal protocollo di intesa36, la pianificazione e realizzazione del
Festival avviene con l’apporto unitario dei quattro promotori della
manifestazione (Regione Puglia, Provincia di Lecce, Unione dei Comuni della
Grecìa Salentina e Istituto Diego Carpitella), apporto che deve essere di
carattere operativo, istituzionale, tecnico, di prodotti, di servizi, consultivo e
finanziario. Il Comitato promotore concorda la nomina del direttore artistico,
del direttore organizzativo, del gruppo operativo di allestimento del Festival, la
redazione del programma nonché la relativa dotazione finanziaria. L’Unione dei
Comuni della Grecìa Salentina cura la gestione amministrativa, mentre la
struttura organizzativa del gestore è composta da un gruppo di esperti. Tra i
principali propositi esplicitati dal protocollo, emerge, in primo luogo, la
promozione, in chiave turistica, del territorio salentino attraverso la
valorizzazione del patrimonio culturale. Oltre che di quello, preponderante, dei

presentate in alcune loro parti in Attanasi, G., Urso, G. (2011), “Presentazione del Festival e
del lavoro di ricerca economico-sociologica” e Attanasi, G., Chironi, S., Urso, G., “Lo
strumento di indagine: il questionario” in G. Attanasi, F. Giordano (a cura di), Eventi, cultura
e sviluppo. L’esperienza de La Notte della Taranta, Milano: EGEA Bocconi, rispettivamente
pp. 211-21 e pp. 223-44.
35 Il grìko è stato riconosciuto dal Parlamento minoranza etnolinguistica da tutelare e di cui la L.

482/99 autorizza l’utilizzazione anche nelle scuole locali, quale strumento di insegnamento.
36 Sulla base di tale documento è stato costituito il Comitato Promotore, composto dal

Presidente della Regione Puglia, dal Presidente della Provincia di Lecce e dal Presidente
dell’Istituto Diego Carpitella, o loro delegati.

- 188 -
partner pubblici, l’evento beneficia anche del supporto economico di partner
privati, aziende locali che, tramite la sottoscrizione di protocolli di intesa, legano
il nome dei propri prodotti al marchio dell’iniziativa. A partire dall’edizione del
2007, peraltro, “La Notte della Taranta” è entrato nella rete dei grandi festival
riconosciuti dal Patto tra Ministero dello Spettacolo e sistema delle Regioni e
degli Enti Locali, in virtù del progetto avanzato dai suoi promotori e premiato
dal Ministero. Nell’agosto del 2008, su iniziativa di Regione Puglia, Provincia di
Lecce, Unione dei Comuni della Grecìa Salentina e Istituto Diego Carpitella, è
nata la Fondazione “La Notte della Taranta”. Divenuta attiva nell’autunno 2010,
essa si propone come laboratorio di ricerca e riflessione nel dibattito scientifico,
quello dello spettacolo e quello delle politiche culturali. La Fondazione ha
l’obiettivo di definire indirizzi e scelte strategiche e gestionali, promuovendo
iniziative autonome e coordinando l’azione dei soci per la valorizzazione e la
tutela del territorio salentino. In particolare, sostiene lo studio del patrimonio
etnografico favorendo manifestazioni culturali, musicali, sociali e di
comunicazione, e progetti di sostegno e sviluppo dello studio sul fenomeno del
tarantismo e delle tradizioni grìke e salentine, con specifico riferimento alla
musica popolare. Ad oggi è, dunque, la Fondazione a curare l’organizzazione e la
produzione del Festival “La Notte della Taranta”.
Passiamo, quindi, ad analizzare più in dettaglio contenuti e struttura della
manifestazione, cominciando col definire primariamente, in modo formale, che
cosa si debba intendere per “festival”, categoria cui quello de “La Notte della
Taranta” appartiene e che, date le sue caratteristiche distintive e peculiari,
occupa una posizione precisa nell’insieme degli eventi, generalmente intesi. Il
festival è, infatti, un prodotto complesso poiché nasce come organizzazione di
un determinato numero di singoli avvenimenti che vengono proposti e
coordinati al fine di ottenere una produzione “aggiuntiva” di senso: l’idea o il
tema che tale tipologia di eventi vuole affrontare, la visione o i valori che vuole
proporre, l’esperienza complessiva che vuole offrire. Ciò che differenzia
maggiormente il festival da una qualsiasi altra iniziativa culturale è la specificità
per la quale questo:

“si realizza quando si genera quel principio olistico per cui la


somma (il festival) è maggiore del totale delle parti che la
compongono (gli spettacoli, i luoghi e gli spazi, il periodo, il

- 189 -
pubblico, ecc.) e la differenza è costituita dalla capacità di
offrire un «percorso» guidato da una proposta di senso in cui
si crea una sorta di indissolubilità e di reciproca necessità tra i
diversi elementi che lo compongono.” (Bollo, 2005: 196).

Il senso ultimo di tale tipo di manifestazione può essere solitamente rintracciato


in un bisogno, originato dalla stessa comunità, di celebrare momenti o
caratteristiche del proprio modo di intendere la vita o la storia. “La Notte della
Taranta” è uno dei festival folk di maggiore importanza nel panorama europeo,
dedicato al recupero del repertorio tradizionale della pizzica salentina e alla sua
contestuale fusione con altri linguaggi musicali, fusione già avvenuta nel passato
– e ripercorsa attraverso la rievocazione delle principali componenti melodiche
che hanno contribuito nei secoli a plasmarla, dalla complessità della cultura
bizantina alle poliritmie dei Balcani e all’irruenza melodica turca – e
sperimentata nel presente – attraverso un’originale mescolanza con espressioni
contemporanee quali world music e rock, jazz e sinfonica. Un grande concerto a
più tappe, ognuna tassello fondamentale nel mosaico dell’evento, mosaico di
cui, se ci si allontana un po’ e lo si guarda nella sua unità, si riesce facilmente a
cogliere il significato, seguendo quel percorso guidato da una proposta
“addizionale” di senso che è qualità migliore di un festival: la rivitalizzazione
della locale musica folklorica nel suo ibridarsi con altre tradizioni musicali,
stabilendo, con ciò, anche una diversa modalità di composizione musicale
contemporanea, delineata sugli stilemi propri della tradizione orale e non su
quelli, più usuali e noti, della musica colta. Questo, allora, il contenuto de “La
Notte della Taranta” con cui si celebrano mito e storia, riunificati nel pretesto e
icona della manifestazione, la “tarantola”37, animale mitico dal cui morso si

37 Tra mito e verità storica, superstizione e cronaca, il tarantismo, con le sue crisi stagionali,
scandì, almeno sin dal Medioevo, il lento scorrere del tempo nella campagna salentina,
protraendosi fino al ’700 e sopravvivendo, nelle sue ultime propaggini, sino al secolo appena
trascorso. Nella definizione elaborata da Attanasi (2007: 53), “il tarantismo costituisce una
manifestazione antropologica ai limiti della percezione razionale, che, nel vivo del suo
manifestarsi, ha rappresentato – e per alcuni etnologi contemporanei rappresenta tuttora –
un tassello fondamentale del bagaglio etnoculturale proprio di quelle popolazioni che ne
furono «contagiate»”. La credenza popolare vuole che, durante la stagione estiva, nei giorni
del raccolto, la puntura di un ragno (la tarantola), cui erano soggette soprattutto le donne,
conduceva chi veniva pizzicato in una sorta di trance, da cui si usciva, riacquisendo un
normale stato di coscienza, attraverso un rito che vedeva la musica come elemento centrale
della terapia. Tante e diverse le interpretazioni del fenomeno succedutesi in letteratura: da

- 190 -
guariva solo ballando e oggi, pienamente riscattato dal suo stigma di ignoranza,
pungolo dell’immaginario identitario.
Per quanto riguarda la formula, ogni anno il Festival presenta una serie di
concerti itineranti che tocca i Comuni della Grecìa Salentina (Calimera,
Carpignano Salentino, Castrignano dei Greci, Corigliano d’Otranto, Cutrofiano,
Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia e Zollino) più i comuni di
Cursi, Galatina ed Alessano, a cui si sono aggiunti, in alcune edizioni, anche
quelli di Otranto (solo per l’edizione 2007), Andrano (per il 2007 e 2008) e
Lecce (dal 2011 ad oggi). Le tappe intermedie (nel seguito, per semplicità,
identificate con il termine “concerti minori”) in cui si snoda l’evento si
concentrano in un arco temporale che va dalla seconda settimana d’agosto alla
fine dello stesso mese. In ognuna di esse, si esibiscono solitamente 3-4 gruppi di
musica popolare locale, ma non sono state rare negli anni le partecipazioni di
gruppi di diversa estrazione, sia dal punto di vista musicale, che da quello della
provenienza. A chiudere il Festival è poi il mega evento finale (ormai
diffusamente conosciuto e nel seguito identificato con il termine “Concertone”),
frutto di una produzione originale con un maestro concertatore chiamato a
rileggere il repertorio della tradizione tarantolesca, ricercando un progetto
differente di anno in anno, e durante il quale ad esibirsi, insieme ad artisti di

quella strettamente medica che lo riduceva ad una malattia riconducibile “o ad una sindrome
tossica da morso di aracnide velenoso o ad una alterazione psichica dipendente o
indipendente dall’aracnidismo” (De Martino, 1961: 32) a quella storico-culturale e storico-
religiosa, che lo considerava un condizionamento culturale frutto del conflitto tra
cristianesimo e paganesimo nel quadro della società meridionale e del mondo contadino, in
particolare. A conferma di quest’ultima prospettiva ermeneutica, era stata riscontrata, nel
corso dell’indagine sul campo condotta da De Martino nel 1959, una ben definita autonomia
simbolica del tarantismo, vale a dire un suo “orizzonte mitico-rituale di ripresa e di
reintegrazione rispetto ai momenti critici dell’esistenza.” (Ivi: 269). La “terapia coreutico-
musicale”, ossia “l’insieme degli espedienti meloterapeutici adottati nella lotta contro il
tarantismo, a prescindere dalla sua effettiva eziologia” (Attanasi, 2007: 55), era, nella
convinzione popolare, la cura più efficace, se non l’unica possibile, per ottenere la guarigione
dal morso. Al fine di risolvere la crisi, si ricorreva allora all’esorcismo coreutico-musicale
durante il quale si induceva il tarantato a ballare per espellere, tramite il sudore, il veleno
iniettatogli nel corpo dal ragno. Elemento essenziale dell’esorcismo, era la tarantella da cura,
identificata nel Salento col nome di “pizzica-tarantata”, da cui si originò il filone
tarantellistico da ballo (con finalità erotico-edonistiche, dunque profondamente distanti da
quelle del repertorio “progenitore”) che “nacque in seguito ad un processo di
defunzionalizzazione dell’originario corpus meloterapeutico; in definitiva fu il risultato di
un traslitteramento folcloristico.” (Ivi: 89). A causa dei tentativi di ufficializzazione voluti
dalla Chiesa, da un lato, e della crescente diffidenza nei confronti di tale patologia, dall’altro,
e, più in generale, per effetto dei mutamenti incorsi nella società, si assistette, intorno alla
fine del XVIII secolo, all’avviarsi di un lento processo di declino che portò il tarantismo verso
la sua totale scomparsa (Ivi).

- 191 -
fama nazionale ed internazionale, è l’Orchestra Popolare della Notte della
Taranta (i cui elementi sono selezionati tra i migliori interpreti della cultura
musicale salentina), nata con la concertazione di Ambrogio Sparagna dal 2004,
assorbendo al suo interno il preesistente Ensemble. Si tratta della prima
esperienza di questo genere in Italia, essendo un’orchestra composta di soli
strumenti della tradizione popolare ma che ragiona come un’orchestra classica a
sezione. A prendere le redini dell’Orchestra e a curare la direzione artistica del
Concertone si sono succeduti di volta in volta importanti nomi: Daniele Sepe
(1998), Piero Milesi (1999 e 2001), Joe Zawinul (2000), Vittorio Cosma (2002),
Stewart Coopeland (2003), Ambrogio Sparagna (2004, 2005 e 2006), Mauro
Pagani (dal 2007 al 2009), Ludovico Einaudi (2010, 2011), Goran Bregović
(2012) e Giovanni Sollima, nell’ultima edizione del 2013. Con gli anni, si è
consolidato il successo di una formula che oggi si muove ormai su due binari:
quello della promozione musicale sul territorio e quello della promozione
esterna, attraverso concerti ed appuntamenti in Italia e nel mondo in altri
periodi dell’anno rispetto a quello in cui il Festival si svolge. Cresce di edizione
in edizione anche l’attenzione dei media per la manifestazione: la serata del
Concertone è ormai seguita da tutte le principali testate nazionali fra quotidiani,
periodici ed emittenti radiofoniche e televisive, che dedicano, all’interno dei loro
telegiornali, un ampio servizio all’iniziativa all’indomani dell’evento conclusivo.
Il caso del Festival salentino è stato e continua ad essere ampiamente dibattuto,
in quanto da una parte è frequentemente indicato come volano di sviluppo della
cultura e dell’economia locale, un esempio tra i processi di valorizzazione del
territorio attraverso la progettazione e la promozione culturale; dall’altra
rappresenta, nel territorio di riferimento, uno degli investimenti più ingenti di
risorse economiche nella cultura e nella musica da parte delle locali
amministrazioni comunali, provinciali e regionali. Secondo gli organizzatori
dell’evento, tra i risultati gestionali, sociali ed economici ci sarebbero la
promozione del territorio, quella della cultura salentina all’esterno ed un
notevole salto di qualità nella progettualità e nell’offerta culturale, tali da far
divenire la manifestazione l’occasione più importante di crescita e di sviluppo
non solo in chiave culturale, ma anche in termini di rilancio delle potenzialità
economiche del territorio in campo turistico. Da tale punto di vista, inoltre, il

- 192 -
Festival avrebbe comportato una rottura nel sistema della micro-
imprenditorialità locale, contribuendo a far sì che il territorio potesse assumere
la classificazione di destinazione turistica, introducendo l’area grìka tra le mete
di viaggio della Puglia e incrementando notevolmente gli arrivi nella zona nel
periodo in cui esso si svolge e non solo. Secondo, invece, alcuni osservatori locali
che non sono favorevoli al massiccio impiego di risorse economiche in tale
evento estivo, pur essendo innegabile che la manifestazione abbia giocato e
continui a giocare un ruolo cruciale, quanto a visibilità, a favore del territorio
che annualmente la ospita, i fondi ad esso dedicati potrebbero essere utilizzati in
maniera più efficiente dal punto di vista economico, magari investendo in
piccole iniziative distribuite su un arco temporale più esteso e meno
stagionalizzato. Inoltre, per altri, il Festival ha, negli anni, perduto quel
carattere di genuinità e di legame con la tradizione locale che ha determinato la
sua nascita (l’iniziativa è arrivata alla sedicesima edizione) e la “gente del posto”
(sia i residenti sia chi è emigrato, ma torna puntualmente nel Salento durante
l’estate) non si identificherebbe più con esso: sarebbe quindi più corretto
“ritornare alle origini”, investendo invece nel Festival in attività di studio e
ricerca etnomusicologica ed antropologica sul territorio, al fine di arricchire il
repertorio culturale su cui l’evento stesso si basa, ideando altre iniziative che ad
esso si sostituiscano.
È anche per dare una base di discussione scientifica a tale dibattito (non solo
locale) che ha coinvolto ricercatori, esperti, autorità politiche, gente comune,
che è nato il progetto di una valutazione dell’evento tesa a stimarne la sua reale
portata in termini di ricadute, sia economiche che sociali, tanto per la comunità
locale, quanto per chi si reca nel Salento nel periodo del Festival per assistervi.
L’indagine condotta sul campo e presentata nel prossimo paragrafo, all’interno
della quale si inserisce lo studio qui presentato, aveva come macro obiettivo,
oltre alla rilevazione della percezione dell’evento e della capacità dello stesso di
rappresentare il territorio che lo ospita da parte dei fruitori, quello di valutare
l’effettivo impatto del Festival “La Notte della Taranta” sul turismo culturale nel
Salento, sia in quanto elemento per rinforzare l’immagine dello stesso, sia come
strumento per la sua crescita economica e sociale. Vari contributi scientifici

- 193 -
hanno già trovato ampio spazio in conferenze o pubblicazioni di carattere
nazionale e internazionale38.
Le analisi effettuate ai fini della presente tesi, risultano, come spiegheremo in
seguito, da alcune, precise domande ideate da chi scrive – e inserite nel
questionario sottoposto durante l’edizione del 2012 – specificatamente al fine di
studiare il nesso tra partecipazione al Festival, produzione di capitale sociale e
rafforzamento del senso di identità presso la popolazione residente del luogo
che lo promuove.

3.2 L’indagine sul campo: metodologia e obiettivi della ricerca.

Il presente lavoro, pur mantenendo una sua forte autonomia scientifica


in termini di obiettivi e metodi, nasce come uno dei molteplici output ottenibili
a partire dal vasto progetto “Effetti economico-sociologico-turistici della
valorizzazione del patrimonio culturale salentino: il ruolo del Festival della
«Notte della Taranta»”. Lo studio, avviato nel 2007 e ancora in essere, di cui è
ideatore e responsabile il Prof. Giuseppe Attanasi39, coadiuvato nella sua
realizzazione da chi scrive, consiste in una ricerca sul campo strutturata a mezzo
di interviste guidate tramite un questionario somministrato ad un campione di
fruitori del circuito della manifestazione. I quesiti riguardano diversi temi tra
loro collegati, incentrati sull’idea che il recupero del patrimonio musicale e della
tradizione di una terra sia uno straordinario veicolo di promozione del territorio
e di rilancio delle sue potenzialità economiche in campo turistico. Ai fini dello
studio che si intendeva affrontare nell’ambito dell’elaborato di tesi dottorale, nel

38 Cfr. Attanasi, G., Giordano, F. (a cura di) (2011), Eventi, cultura e sviluppo. L’esperienza de
La Notte della Taranta, Milano: EGEA Bocconi; Attanasi, G., Casoria, F., Centorrino, S.,
Urso, G. (2013), “Cultural investment, local development and instantaneous social capital: A
case study of a gathering festival in the South of Italy”, J. Socio-Econ.,
http://dx.doi.org/10.1016/j.socec.2013.05.014; Attanasi, G., Cosic, H., Passarelli, F., Urso, G.
(2013), “Private management and financing of a cultural event: Do attendees perceive it as a
risky lottery?”, GIKA Annual Conference, 9-11 Luglio 2013, Valencia, Spagna.
39 Giuseppe Attanasi è attualmente Maître de Conférences e Direttore del LEES (Laboratoire
d’Économie Expérimentale de Strasbourg) presso l’Università di Strasburgo, Bureau
d’Economie Théorique et Appliquée - BETA (UMR 7522 CNRS), Pôle Européen de Gestion et
d’Economie – PEGE.
http://www.beta-umr7522.fr/-ATTANASI-Giuseppe-

- 194 -
corso dell’edizione 2012 del Festival, all’interno della ormai consolidata
struttura del questionario che presenteremo nelle pagine seguenti, oltre alle
variabili atte a rilevare il capitale sociale così come interpretato in Attanasi et al.
(2013), sono stati inseriti una serie di quesiti volti ad indagare più a fondo le
diverse dimensioni che lo compongono nonché il sentimento di identificazione
in uno specifico luogo, il senso di appartenenza a questo e alla sua comunità, e,
non ultimo, il peso del Festival nel generare l’uno e gli altri40.

La ricerca si articola essenzialmente in tre fasi:

- Fase 1: preparazione /revisione del questionario (prima dell’evento)41;


- Fase 2: interviste sul campo (durante l’evento);
- Fase 3: analisi dei dati (nel periodo successivo alla chiusura dell’evento).

Nel primo anno di indagine (2007), durante la Fase 1, è stato ideato e


predisposto il questionario, tenendo presente che l’oggetto principale
dell’indagine era la valutazione degli effetti economico-sociali del Festival. Sono
state inserite, pertanto, domande atte ad appurare la percezione, da parte dei
fruitori, dell’evento in esame; domande volte a delineare i bisogni culturali e
personali e con essi le motivazioni del fruitore; domande più specifiche sulla
provenienza degli intervistati e, laddove non originari della zona, sull’eventuale
ruolo che il Festival “La Notte della Taranta” ha avuto nel motivarli a trascorrere
un periodo di vacanza nel Salento. Sono stati introdotti anche vari quesiti su
altri indicatori collegati al turismo, quali i servizi offerti sul luogo e la mobilità.
Allo scopo di verificare la comprensione di tutte le domande da parte
dell’intervistato, si è sottoposto il questionario a persone non a conoscenza del
tipo di informazioni che si intendevano ricavare da ognuna di esse (fase pilota).
Prima di essere proposte agli spettatori dei concerti del Festival, le domande
costitutive dell’intervista guidata sono state, poi, vagliate dai membri del

40 Si coglie qui l’occasione per ringraziare il Prof. Attanasi per questa opportunità e le istituzioni
che hanno finanziato la ricerca nell’edizione presa in considerazione ai fini del presente studio
(tanto nella fase di indagine sul campo che in quella della successiva analisi dei dati):
Toulouse School of Economics (LERNA) e Université de Strasbourg (BETA).
41 Per un approfondimento sulla metodologia di preparazione di un questionario per indagini
campionarie tramite interviste, si veda Bailey (2006).

- 195 -
Comitato Scientifico42 del progetto in questione, alla luce dei dati ottenuti nella
fase pilota. Sempre nella Fase 1, si sono realizzati alcuni incontri preliminari con
il responsabile del progetto e con un sociologo, al fine di istruire i futuri
intervistatori – in base ai principi della ricerca sociale, dell’economia
sperimentale e della psicologia sociale – sulla modalità più opportuna
(relativamente alle caratteristiche della specifica serata) e sulla tecnica di
conduzione di un’intervista guidata, così come sui metodi scientifici di
rilevazione delle risposte dei soggetti. Nelle edizioni successive alla prima,
questa fase è stata di volta in volta dedicata alla revisione del questionario in
funzione di ulteriori e più approfondite research questions, all’aggiornamento al
riguardo degli intervistatori delle edizioni precedenti, al reclutamento di nuovi
rilevatori e all’organizzazione operativa della ricerca.

42 La ricerca si è avvalsa del supporto scientifico del Master in Economia del Turismo (MET)
dell’Università Bocconi, nella figura del suo direttore Magda Antonioli; del Master in
Management delle Imprese Sociali, Aziende Non Profit e Cooperative (Master NP&COOP)
dell’Università Bocconi, nella persona del suo direttore Giorgio Fiorentini; del Corso di
Laurea in Discipline Economiche e Sociali (CLES) dell’Università Bocconi, nella figura del suo
direttore Eliana La Ferrara; della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università del
Salento, nella figura dell’allora (primo anno di indagine, 2007) direttore del Corso di Laurea
in Scienza e Tecnica della Mediazione Linguistica, Rosalba Guerini; della Facoltà di Economia
– Dipartimento di Scienze Economiche e Matematico-Statistiche dell’Università del Salento,
nella figura del suo direttore Alessandra Chirco; del Laboratori d’Economia Experimental
(L.E.E.) dell’Universitat Jaume I Castellón (Spagna), nella figura del suo direttore Nikolaos
Georgantzìs. Folto e altamente qualificato è stato il Comitato Scientifico che ha
supervisionato e sostenuto il progetto di ricerca nel corso degli anni, e della cui competenza
tale ricerca si è avvalsa. Di seguito, in ordine alfabetico, i membri facenti parte del Comitato
Scientifico nel 2007, quando l’indagine è stata avviata: Magda Antonioli (Università Bocconi),
Giampaolo Arachi (Università del Salento), Giuseppe Attanasi (Toulouse School of Economics
& Università Bocconi), Sergio Blasi (Presidente Istituto Diego Carpitella), Antonio Catalano
(Esperto di Beni Culturali per l’Associazione Culturale Francesco Attanasi ONLUS – Soleto –
LE), Antonio Catalano (Associazione Culturale Francesco Attanasi ONLUS – Soleto – LE),
Alessandra Chirco (Università del Salento), Marcello Chiriacò (Associazione Culturale
Francesco Attanasi ONLUS – Soleto – LE), Gino L. Di Mitri (Università del Salento), Giorgio
Fiorentini (Università Bocconi), Filippo Giordano (SDA Bocconi), Nikolaos Georgantzís
(Universitat Jaume I di Castellon de la Plana - España), Rosalba Guerini (Università degli
Studi di Napoli “L’Orientale”), Maria Maglio (Responsabile Settore Ricerche e Formazione
dell’Associazione Salentina Studi Economici e Ricerche – Galatina), Luigi Mangia (Presidente
Associazione Boy’s Sport Arte e Cultura – Galatina – LE, Responsabile Settore Cultura
dell’Associazione Salentina Studi Economici e Ricerche – Galatina), Antonio Marra
(Università Bocconi), Francesco Passarelli (Università di Teramo e Università Bocconi),
Marcella Scrimitore (Università del Salento), Sergio Torsello (Consulente scientifico Istituto
Diego Carpitella – Melpignano – LE). Hanno contribuito operativamente alla realizzazione
dell’indagine l’Associazione Cultura è Trasparenza – Soleto (LE) –, di cui chi scrive è, tra gli
altri, socio fondatore assieme al responsabile Giuseppe Attanasi, in collaborazione con
l’Associazione Salentina Studi Economici e Ricerche (AS.S.E.R.) – Galatina (LE) –
l’Associazione Culturale Francesco Marco Attanasi ONLUS – Soleto (LE) – e l’Associazione
Boy’s Sport Arte e Cultura – Galatina (LE).

- 196 -
Nella Fase 2, quella della rilevazione dei dati, un gruppo composto a rotazione
da 6-8 studenti e laureandi dell’Università del Salento o altra università italiana,
era presente sul luogo del concerto durante ognuna delle tappe intermedie del
Festival per far compilare i questionari a chi era tra il pubblico, selezionando i
soggetti intervistati in maniera aleatoria ed indipendente, evitando
accuratamente, in ogni serata, di intervistare soggetti appartenenti allo stesso
gruppo di fruizione dell’evento (amici o familiari) o soggetti già intervistati in
altre serate o in altre edizioni del Festival. Ad ogni intervistatore è stato
richiesto di sottoporre il questionario (tramite un’intervista guidata condotta
dallo stesso) ad un numero di soggetti compreso tra 20 e 25. Per ognuna delle
prime tappe in cui è stata effettuata la rilevazione, si è raggiunto l’obiettivo di
avere una media tra le 150 e le 200 interviste guidate (questionari compilati) per
serata. I questionari sono stati proposti agli spettatori in un arco temporale di
più di quattro ore (ore 20.30 - 00.30 e oltre), ossia prima dell’inizio del concerto
(fissato per le 21.30) e durante tutto lo svolgimento dello stesso (i concerti delle
tappe itineranti durano generalmente quattro ore e mezzo). La durata media
dell’intervista andava dai 7 ai 10 minuti a seconda che l’intervistato fosse uno
spettatore residente nella zona o un turista/escursionista: a seconda dell’anno,
l’intervista si protraeva più a lungo per gli uni o per gli altri poiché comprensiva
di quesiti aggiuntivi. Per la serata finale del Concertone, dato lo sforzo
aggiuntivo richiesto dal gran numero di presenze, è stato coinvolto sul posto
l’intero team degli intervistatori integrato e supportato da altri rilevatori
reclutati ed appositamente istruiti nei giorni precedenti l’evento (raggiungendo
un numero di 30-35 intervistatori), richiedendo ad ognuno di loro di effettuare
un numero di interviste compreso tra 30 e 35, in un arco temporale di quasi sei
ore: i rilevatori sono stati divisi in due gruppi, il primo operante dalle 18.30 alle
00.30 (cioè prima dell’inizio del Concertone e durante il suo svolgimento), il
secondo operante dalle 21:30 alle 03:30, ossia da quando il Concertone è già nel
vivo a dopo la sua fine (l’evento finale solitamente ha luogo dalle 19:30 alle
02:30). In tal modo è stato raggiunto un numero di interviste-osservazioni
comparabili con quelle rilevate nel corso dei concerti minori precedenti: tanto il
campione relativo alle prime tappe che quello del Concertone risultano, come
vedremo in seguito, abbondantemente rappresentativi per tutti gli anni di

- 197 -
rilevazione, con una probabilità campionaria che oscilla tra il 95% e il 98%. Per
stimare le presenze nei diversi concerti, è stato utilizzato come base il dato della
Polizia Municipale di ogni singolo paese. Tale dato è stato incrociato con la
stima dello stesso staff incaricato del progetto, che si è avvalso dell’esperienza di
un geometra interno al gruppo di ricerca stesso e/o di uno residente nel paese
del concerto. L’apporto delle competenze dei geometri locali si è rivelata
estremamente efficace in questa rilevazione, grazie alla profonda conoscenza dei
luoghi da parte di tale categoria, fornitrice di quel supporto tecnico-logistico
necessario a garantire un carattere di scientificità anche a questa operazione.
Infatti, oltre a stimare l’effettiva capienza della piazza dove si teneva il concerto,
si è proceduto a valutare l’afflusso degli “spettatori” anche nelle zone circostanti
il luogo principale dell’evento, sempre all’interno del paese della tappa (bar,
ristoranti, giardini pubblici, piazze, ecc.). Tale categoria di “spettatori”, pur non
assistendo direttamente al concerto al momento della rilevazione , è stata a rigor
di logica inclusa nel computo delle presenze. Sempre in questa seconda fase,
inoltre, si sono regolarmente tenuti degli incontri tra l’ideatore del progetto, le
diverse associazioni locali coinvolte ed i laureandi e gli studenti maggiormente
impegnati nella ricerca, al fine di verificare l’andamento delle interviste e
risolvere in itinere le difficoltà eventualmente sorte. Inoltre, il giorno precedente
ogni rilevazione, è stato previsto un incontro tra il responsabile ed i coordinatori
operativi del progetto, al fine di identificare le criticità del luogo specifico in cui
le interviste dovevano essere svolte (in funzione dello specifico Comune in cui il
Festival faceva tappa), al fine di prevenire eventuali difficoltà operative nella
rilevazione.
Nella terza ed ultima fase, che ha avuto inizio nei giorni immediatamente
successivi alla conclusione del Festival, alcuni degli studenti coinvolti si sono
occupati, sotto la supervisione del responsabile e di alcuni membri del Comitato
Scientifico, dell’inserimento dei dati raccolti, stadio preliminare alle successive
analisi statistiche ed econometriche. L’obiettivo preliminare è stato quello di
costruire tre tipi di indicatori. Il primo relativo all’“attenzione”, da parte dei
fruitori dei concerti del Festival, per le tradizioni e le specificità culturali del
territorio. Il secondo riguardante le motivazioni che spingono i non-residenti a
trascorrere il periodo centrale del mese di agosto (quando cioè si svolge

- 198 -
l’evento) nel Salento. Da un’accurata valutazione di entrambe le tipologie di
indicatori sarebbe scaturita la definizione di quanto le iniziative legate al
Festival “La Notte della Taranta” abbiano influito negli ultimi anni (e quanto
ancora possano influire) nel motivare i viaggiatori a visitare i luoghi che le
promuovono e quanto esse siano dagli stessi, oltre che dai residenti, percepite
come coerenti con i valori e le tradizioni tipiche del territorio salentino e della
sua storia. Un terzo tipo di indicatori avrebbe, infine, permesso di valutare la
qualità dell’offerta e dell’accoglienza turistica nonché l’adeguatezza delle
infrastrutture nella zona in questione. Nel quadro di una politica di promozione
del territorio (con connesso rilancio delle sue potenzialità economiche in ambito
turistico), veicolata dal recupero del suo patrimonio culturale (e musicale, nello
specifico) e delle sue tradizioni, di estremo interesse risulta pertanto l’analisi del
ruolo svolto dall’evento “La Notte della Taranta” nell’ambito della valorizzazione
delle risorse locali materiali e immateriali e nell’indirizzare un nuovo flusso di
turismo culturale verso la regione turistica che ospita la manifestazione. La
ripetizione dell’indagine su più anni consecutivi, inoltre, ha permesso la
comparazione tra più edizioni del Festival, sviluppando, ad esempio, un’analisi
del trend del suo impatto economico-turistico e del tasso di ritorno
dell’investimento nella manifestazione, elaborando contestualmente delle
previsioni per gli anni futuri43.
Prima di passare a presentare e discutere i risultati della ricerca condotta da chi
scrive, è opportuno riportare alcune precisazioni generali di carattere
metodologico che valgono per il progetto di indagine nel suo complesso e,
dunque, anche per l’edizione durante la quale si sono rilevati i dati utilizzati
esclusivamente ai fini del presente studio.
Prima di tutto, occorre sottolineare due potenziali elementi di distorsione del
rapporto “campione degli utenti intervistati”/“popolazione degli utenti” del
Festival. In primo luogo, nel passaggio dal campione alla stima delle

43 Per quanto emerso dalle analisi condotte su questi punti, si veda Attanasi, G., Giordano, F. (a
cura di) (2011), Eventi, cultura e sviluppo. L’esperienza de La Notte della Taranta, PARTE
TERZA. Indagine socio-economica dell’impatto del Festival La Notte della Taranta sul
territorio, Milano: EGEA Bocconi, pp. 209-380. Con riferimento specifico all’impatto
economico dell’evento e al suo effetto in termini di produzione di capitale sociale si confronti
anche Attanasi, G., Casoria, F., Centorrino, S., Urso, G. (2013), “Cultural investment, local
development and instantaneous social capital: A case study of a gathering festival in the
South of Italy”, J. Socio-Econ., http://dx.doi.org/10.1016/j.socec.2013.05.014.

- 199 -
caratteristiche della popolazione bisogna tenere conto del tasso di rifiuto
dell’intervista riscontrato durante l’indagine. Tale fenomeno, laddove non
rilevato ed accuratamente misurato, rappresenterebbe un elemento suscettibile
di alterare, in un verso o nell’altro, le proporzioni stimate delle diverse categorie
di utenti nella popolazione (ad es., residenti vs. turisti/escursionisti) ed il loro
profilo demografico (ad es., genere, età, provenienza degli spettatori). A tale
riguardo, abbiamo accuratamente rilevato se particolari categorie di soggetti (ad
es., over 60) sono state meno disposte ad essere intervistate rispetto ad altre (ad
es., under 25). Nelle stime effettuate sul numero di soggetti appartenenti alle
classi precedentemente individuate (proiettando, quindi, il nostro campione
sulla popolazione), abbiamo debitamente considerato tale aspetto nell’operare il
calcolo. Analogamente, sempre nell’ambito del “complesso” trasferimento del
dato dal campione alla sua popolazione di riferimento, abbiamo attentamente
ponderato un ulteriore fattore: le stime delle presenze disaggregate per tappa,
così come forniteci dagli organi ufficiali, includono chiaramente soggetti che
ripetono l’esperienza di fruizione della manifestazione durante la stessa edizione
(partecipazione a più concerti del Festival). Ciò implica che, quando vengono
sommate e considerate a livello aggregato per la stessa edizione del Festival, le
presenze rilevate sovrastimano il numero totale effettivo di spettatori a
quell’edizione globalmente considerata, in quanto conteggiano più volte un
utente che abbia preso parte a più serate del circuito. Allo scopo di evitare di
incorrere in una sovrastima dell’effetto riconducibile alla manifestazione, si
sono scontate le presenze ad ogni edizione del Festival in virtù della percentuale
di intervistati che, per loro stessa dichiarazione, al momento dell’intervista
avevano già assistito ad altri concerti del circuito quello stesso anno.
Sono stati rispettati i principi generali della ricerca sociale e, in particolare,
dell’indagine campionaria diretta (survey), in ogni fase di realizzazione della
ricerca. Inoltre, l’apporto delle tecniche di analisi comportamentale e statistica
proprie all’economia sperimentale44 ha fornito un addizionale rigore scientifico

44 Come spiega Attanasi (2011), un ruolo fondamentale all’interno di questa disciplina è giocato
dagli esperimenti svolti in laboratorio, in un ambiente in cui è cioè possibile minimizzare
l’influenza di variabili estranee o prive di interesse per l’oggetto dell’analisi. Negli ultimi anni,
alcuni economisti sperimentali hanno sviluppato il proprio interesse per gli “esperimenti sul
campo” (field experiments), che prevedono l’utilizzo delle tecniche sperimentali al di fuori del

- 200 -
tanto nella rilevazione che nell’analisi dei dati: lo studio si è, infatti, avvalso dei
metodi seguiti nel predisporre e nello svolgere esperimenti in laboratorio oltre
che di quelli che sono comunemente utilizzati nelle ricerche sul campo. Al fine
di ridurre al minimo eventuali possibili distorsioni nella raccolta, nell’analisi e
nell’interpretazione dei dati, è stata dedicata particolare attenzione ad alcune
questioni che molto spesso rischiano di inficiare in maggiore o minore misura
l’attendibilità dell’informazione rilevata. Ne richiamiamo qui alcune
brevemente45. Innanzitutto, come spiega Attanasi (2011: 42), “il questionario
deve essere pensato in modo che la sua struttura sia coerente con gli obiettivi
della ricerca sul campo. Prima di predisporlo, è quindi necessario individuare
le variabili di interesse della ricerca e le relazioni tra le stesse che si intende
indagare”. Un primo punto che necessita di essere attentamente considerato è il
modo in cui le domande sono posizionate nel questionario, elemento che può
dare luogo ad alterazioni nell’acquisizione del dato:

“Nel momento in cui ci siano delle relazioni di dipendenza (o, a


seconda dei casi, di indipendenza) tra le variabili oggetto
dell’indagine, occorre definire opportunamente il
posizionamento all’interno del questionario delle domande che
alla misurazione di tali variabili si riferiscono, e la distanza tra
le stesse (definita nel senso di numero di domande
«secondarie» che intercorrono tra due domande «principali»).
I rischi collegati a questa procedura sono notevoli, ma sono
noti a chi si occupa di economia comportamentale o di
psicologia sociale: porre una specifica domanda all’inizio o
alla fine del questionario, oppure prima o dopo un’altra ad
essa collegata, potrebbe produrre risposte diverse da parte del
soggetto intervistato. Risposte diverse per posizionamenti
diversi della stessa domanda.” (Id.).

Posto che le scelte di un soggetto quando si trova di fronte ad una serie di


quesiti differenti potrebbero dipendere dall’ordine in cui questi gli vengono
presentati, nell’indagine da cui derivano i dati analizzati nei prossimi paragrafi,

laboratorio, in contesti di scelta reali, continuando però a “controllare” le variabili rilevanti e


limitando l’influenza di quelle al di fuori della sfera di indagine.
45 Per una disamina delle questioni più rilevanti relativamente a costruzione del questionario,
svolgimento dell’indagine e interpretazione dei dati nonché delle soluzioni che l’Economia
Sperimentale suggerisce per ognuna di esse sia in termini generali che con riferimento
specifico all’indagine oggetto del presente lavoro, si veda Attanasi (2011).

- 201 -
si è tenuto conto del potenziale effetto d’ordine (order effect) della domanda. Gli
order effects potrebbero emergere anche all’interno di una stessa domanda,
quando questa preveda una serie di opzioni di risposta possibili esplicitate al
soggetto affinché indichi quella che preferisce (è il caso, come vedremo, dei
quesiti tesi a rilevare il senso di appartenenza al luogo da parte dell’intervistato).
Nella costruzione del questionario, si è considerato, e dunque, “controllato”,
questo tipo di potenziale distorsione proponendo a metà dei soggetti intervistati
alcune domande nonché l’elenco delle risposte possibili in ordine inverso
rispetto a quello presentato all’altra metà di loro. Altra questione è quella
relativa ai framing effects (“effetto inquadramento”, da “frame”, “cornice”), vale
a dire, i cambiamenti nelle risposte/scelte dei soggetti intervistati dovute al
modo in cui la domanda/decisione è stata formulata/elaborata all’interno del
questionario e/o posta dall’intervistatore nell’intervista guidata. In sostanza,
quindi, le preferenze e le scelte variano a seconda di come è posto un problema,
il che implica una particolare attenzione alla elaborazione/enunciazione delle
domande46, come spiega Attanasi:

“Formulare le domande in maniera semplice, immediata,


tralasciando dei particolari potenzialmente rilevanti, ma non
essenziali ai fini dell’indagine, allo stesso tempo coinvolgendo
l’intervistato tramite il framing della domanda, mettendolo
magari in situazioni ipotetiche che non siano tanto lontane
dalla situazione reale in cui si trova (fruizione di un concerto)
credo che sia la combinazione di tecniche migliore in termini di
minimizzazione di errori sistematici nelle risposte, cattura
dell’attenzione dell’intervistato, stimolo del suo interesse
nell’attività di risposta al questionario.” (Ivi: 53).

46 La domanda atta a rilevare il capitale sociale istantaneo, ad esempio, ha richiesto una


presentazione, o, seguendo il nome inglese dell’effetto, una “cornice”, particolare al fine di
estrapolare solo la fiducia generata dall’evento, isolandola da quella generalizzata che ogni
intervistato dichiara in maggiore o minore misura. Volendo capire quanto l’“atmosfera” del
Festival fosse in grado di stimolare nei suoi fruitori la costruzione della fiducia negli altri (non
negli “altri” in generale, bensì negli “altri” fruitori del Festival), si è formulata la domanda nel
seguente modo: “Per il solo fatto che una persona (che non conosci) è qui stasera, merita la
tua fiducia di più rispetto ad una persona che non conosci e che non è qui stasera?”. Se di
primo acchito può sembrare un framing “rudimentale”, è indubbio che sia immediato ed
efficace, non introducendo dettagli potenzialmente rilevanti, ma non essenziali, ai fini dello
studio del capitale sociale istantaneo generato dal Festival.

- 202 -
La ricerca si mostra in tutto interdisciplinare, attingendo a più scienze e saperi.
Se gli strumenti dell’economia sperimentale sono stati affiancati ai più generali
principi della ricerca sociale sul campo con riferimento a questioni di carattere
più prettamente metodologico – attinenti, dunque, al “come” – in fase di
costruzione del questionario, dal punto di vista dei fondamenti teorici alla base
della formulazione stessa delle domande al fine di ricavare specifiche
informazioni – e, quindi, a proposito del “cosa” – ci si è avvalsi della conoscenza
prodotta nell’ambito di scienze come l’economia e la sociologia, a cui sono state
affiancate, a fini del presente studio, la geografia e la psicologia ambientale.
Come diffusamente spiegato in conclusione al Capitolo 2, attraverso una serie di
domande mirate, inserite nel questionario durante l’edizione 2012 del Festival
“La Notte della Taranta”, si è inteso rilevare i fattori che più di altri, seguendo le
principali ipotesi avanzate nel nostro progetto di ricerca, ampiamente
supportata da una vasta letteratura teorica ma non altrettanto confortata da
verifiche sul campo – favoriscono, attraverso la partecipazione ad un evento
dedicato alla cultura del luogo, il rafforzamento del senso di appartenenza a
quest’ultimo e del capitale sociale tra i membri della comunità che lo promuove.
In particolare, i quesiti presi in considerazione mirano sostanzialmente a
valutare se il Festival è da considerarsi un generatore di fiducia interpersonale e
un marcatore identitario e se, nel contesto della partecipazione ad una
manifestazione di tal genere, incentrata sulla valorizzazione della cultura locale,
questi due elementi si influenzino reciprocamente in un verso o nell’altro.

3.3 Lo strumento di rilevazione: il questionario.

L’indagine sul campo si è svolta attraverso una serie di interviste guidate,


realizzate mediante la somministrazione di un questionario semi-strutturato
agli spettatori presenti ai vari concerti del Festival “La Notte della Taranta”. In
entrambe le sue varianti (quella utilizzata durante le tappe intermedie e quella
sottoposta nel corso della serata conclusiva), il questionario consta di tre parti:
la “Parte generale” e la “Parte I” sono rivolte a tutti gli intervistati, mentre la

- 203 -
“Parte II” è dedicata esclusivamente a quanti provengono da zone al di fuori del
Salento47. Sebbene molti punti rientrano nel contesto di analisi di altro genere e
non saranno, pertanto, esaminati in questa sede, anche alla luce del discorso
poc’anzi affrontato, ci sembra comunque opportuno descrivere, innanzitutto, la
“struttura madre” del questionario, all’interno della quale sono andate ad
inserirsi le domande salienti ai fini di questo studio e, più nello specifico,
finalizzate ad approfondire le varie dimensioni del capitale sociale (in aggiunta a
quelle volte a rilevare quello direttamente imputabile all’evento e la fiducia
generalizzata, già presenti anche nelle precedenti edizioni) e a identificare il
senso di appartenenza al luogo e il peso della manifestazione nella sua
formazione, nonché una corposa serie di indicatori che attengono al “place
attachment” e a concetti ad esso collegati (come il “sense of place”), che
presenteremo più in dettaglio nel seguito.
I quesiti della “Parte generale” mirano alla raccolta delle informazioni
necessarie alla descrizione del campione, da un lato, e alla valutazione della
familiarità degli intervistati con la zona geografica del Salento e con il Festival
“La Notte della Taranta”, dall’altro. In questa sezione sono, dunque, presenti:

- domande inerenti alle caratteristiche socio-demografiche


dell’intervistato, vale a dire: sesso, fascia d’età, luogo di residenza e luogo
di provenienza (i quesiti relativi al titolo di studio posseduto e alla
professione sono stati inseriti alla fine del questionario, per non creare
un bias nelle risposte fornite dai soggetti in risposta a tutte le altre
domande);
- domande finalizzate a rilevare: se l’intervistato è alla sua prima visita nel
Salento, la durata della sua permanenza e la tipologia di alloggio scelta
(tali quesiti sono stati posti, naturalmente, solo a quanti dichiaravano di
non vivere abitualmente nella zona);
- domande volte ad appurare se è la prima volta che l’intervistato prende
parte ad una delle tappe del Festival o al concerto finale. In caso di

47 In Appendice, è riportato un fac-simile del questionario proposto durante le interviste


effettuate nelle tappe intermedie del Festival – denominato “QUESTIONARIO (concerti
minori)” - e di quello proposto durante il concerto finale – denominato “QUESTIONARIO
(Concertone finale)”.

- 204 -
risposta negativa, si registra l’anno della sua prima partecipazione
all’evento, mentre, in caso di risposta positiva, gli si chiede se e in che
modo ne è venuto a conoscenza prima di prendervi parte.

La “Parte I” è a sua volta suddivisa in tre diverse sezioni. La prima sezione si


pone l’obiettivo di analizzare la valutazione dell’evento da parte degli spettatori:
si indagano le motivazioni che spingono a partecipare alla serata, si chiede di
esprimere giudizi di valore sulla qualità artistica del Festival e/o del Concertone
(evento conclusivo della manifestazione) e di indicare in che modo tali spettacoli
sono percepiti (se come eventi culturali, manifestazioni folkloristiche e/o eventi
di massa). I quesiti della seconda sezione sono stati formulati allo scopo di
stimare la “fidelizzazione” del pubblico presente rispetto all’evento considerato
nel suo insieme, e, quindi, tanto nella sua componente essenziale degli
spettacoli musicali quanto in quella, meno nota, degli eventi collaterali che
orbitano intorno alla manifestazione. Nella versione stilata per la serata finale,
questa sezione è stata ampliata con quesiti volti a raccogliere considerazioni sul
Concertone, e in particolare: sulla sua capacità di rappresentare all’estero le
radici salentine, sulla rivisitazione, da esso operata, dei brani di musica
popolare alla luce di altre esperienze musicali, sul suo accogliere anche
espressioni musicali di tradizione non salentina e, infine, sul ruolo che i vari
elementi che lo costituiscono (ad esempio, l’orchestra o l’organizzazione)
giocano nella buona riuscita dell’evento finale del Festival. Infine, i quesiti
raccolti nella terza sezione della “Parte I” sono stati formulati al fine di:
raccogliere l’opinione degli intervistati riguardo a chi dovrebbe finanziare una
manifestazione culturale popolare e riguardo all’ipotesi di una partecipazione di
soggetti privati all’organizzazione e alla gestione dell’evento; valutare la
disponibilità marginale a pagare dei soggetti; stimare il tasso di fiducia (e quindi
di capitale sociale) generato dal Festival e il grado di avversione al rischio degli
intervistati. Inoltre, a partire dall’edizione del 2008, sono stati introdotti, alla
fine di questa sezione, quesiti volti ad indagare la percezione dell’intervistato sul
consumo di alcool e di stupefacenti da parte degli altri partecipanti alla serata e
la relazione tra la sua predisposizione a bere durante la serata e il tipo di
musica/manifestazione a cui egli sta partecipando.

- 205 -
Nella “Parte II”, non utilizzata ai fini del presente lavoro in quanto rivolta solo ai
fruitori provenienti da zone al di fuori del Salento, sono stati rilevati nell’ordine:
le motivazioni che hanno spinto a scegliere il Salento come meta del proprio
viaggio e il peso del Festival in tale scelta, il gruppo di viaggio, i canali di
informazione/comunicazione utilizzati come “guida” nella decisione (mass
media, amici, internet, agenzie viaggi, ecc.), le caratteristiche del Salento
ritenute maggiormente attrattive. Si è tentato, inoltre, con quesiti mirati, di
ottenere una stima più precisa della capacità della manifestazione di orientare la
scelta del turista a favore del luogo che la promuove e del periodo in cui essa si
svolge. Infine, sono stati approfonditi aspetti più strettamente legati alla
capacità di spesa degli intervistati (spesa media giornaliera, servizi che
maggiormente pesano su di essa), al tipo di servizi utilizzati durante il soggiorno
(mezzi di trasporto, strutture ricettive, strade, ecc.) e alla qualità e adeguatezza
degli stessi.
Risulta chiaro che il questionario proposto presenta una struttura ad imbuto
capovolto: dai quesiti iniziali, più specifici, si passa gradualmente a domande
più generali in riferimento all’oggetto di studio. Si è partiti, infatti, dalla
valutazione di un evento ben preciso per arrivare, ampliando la prospettiva, a
quella del luogo che lo anima, in una successione che, muovendo dalla verifica
dell’impatto del Festival sul singolo spettatore, prosegue considerando quello
sul territorio in termini di ricadute economico-turistiche, per finire con
l’analizzare la soddisfazione dei non residenti in merito all’offerta turistica della
zona, svincolata da quella prettamente culturale rappresentata dalla
manifestazione.
Tralasciando le sezioni che non costituiscono parte dello studio poiché atte ad
indagare fenomeni che non hanno interesse ai fini della ricerca qui condotta,
presentiamo ora più approfonditamente i quesiti implicati nello studio svolto in
questa sede e teso a verificare empiricamente le ipotesi così come formulate nel
par. 2.3. Si precisa qui che l’analisi è ristretta al solo campione dei residenti
nella Grecìa Salentina essendo qui interessati ad indagare l’effetto del Festival in
termini di produzione di fiducia e di identificazione nella comunità locale.
Si individuano tre insiemi di domande, i dati risultanti dalle quali andranno poi
a costituire i tre gruppi di variabili rispetto a cui si è condotta l’analisi

- 206 -
successiva, oltre ovviamente alle caratteristiche idiosincratiche degli intervistati
(sesso, età, titolo di studio, professione). Abbiamo, dunque, i seguenti macro-
raggruppamenti: “evento”, “capitale sociale” e “identità territoriale”.
Nell’insieme “evento”, come già in parte descritto, rientrano la sezione
contrassegnata dalla lettera “a” che apre la “Parte I” del questionario (vedi
Appendice) e parte della “b”. La prima ha per obiettivo generale la valutazione
dell’evento dal punto di vista della soddisfazione dello spettatore, partendo
dall’indagare le motivazioni che lo spingono a partecipare alla serata (a.1) per
poi passare all’espressione dei suoi giudizi sul festival (a.2) e/o sul Concertone
(a.3, nella versione per il concerto finale) quanto a qualità artistica degli stessi e
loro valutazione in termini di eventi culturali, manifestazioni
folkloristiche/tradizionali e eventi/raduni di massa. La sezione
immediatamente successiva, la “b”, contiene quesiti relativi alla capacità
dell’evento di rappresentare all’estero le radici salentine (b.4) – naturalmente
solo per i soggetti originari della zona – sull’opinione in merito alla rivisitazione
da esso operata dei brani di musica popolare alla luce di altre esperienze (b.5), e,
solo con riferimento al Concertone, sul favore dell’intervistato in merito alla
presenza nella programmazione dello stesso anche di espressioni musicali di
tradizione non salentina (b.6). Anche la prima domanda (c.3) della sezione “c” è
di estrema rilevanza per descrivere il costrutto “evento”, giacché chiede al
fruitore la sua disponibilità a pagare un piccolo prezzo per partecipare alla
iniziativa culturale. Riassumiamo di seguito le domande che fanno riferimento
più strettamente all’evento, esplicitandone l’interpretazione e soffermandoci su
quelle che meritano un’attenzione particolare:

a.1) motivazione:

Per quale motivo partecipi a questa serata? (si può indicare anche più di una
risposta)
□ per caso
□ per curiosità
□ per stare in mezzo a molta gente e divertirmi
□ per gli ospiti della serata
□ per l’orchestra della Notte della Taranta
□ perché l’evento rappresenta le tradizioni salentine
□ Altro (specificare) ___________

- 207 -
a.2) percezione dell’evento:

Quale idea ti sei fatto del Festival La Notte della Taranta?


□ Spettacolo di elevata o bassa qualità artistica
□ Evento culturale: □ Sì □ No
□ Manifestazione folcloristica/tradizionale: □ Sì □ No
□ Evento/Raduno di massa: □ Sì □ No
□ L’espressione “evento/raduno di massa” ha per te una valenza positiva o
negativa
□ Altro (specificare)_____________________

b.1.bis) fidelizzazione:

Hai partecipato ad altri concerti del Festival in questa edizione?

□ No □ Sì (specificare quanti) ____________

b.4) autenticità dell’evento:

[Solo per i soggetti originari del Salento] Credi che il Festival/il Concertone della
Notte della Taranta rappresenti le radici salentine (cultura, tradizione,
linguaggio, musica)? □ Sì □ No

b.5) apertura culturale:

Credi che rivisitare i brani di musica popolare alla luce di altre esperienze e
generi musicali sia una scelta che li valorizza? □ Sì □ No

b.6) apertura all’altro:

Il Concertone della Notte della Taranta ospita anche brani di musica popolare
non salentina. Sei d’accordo con questa scelta? □ Sì □ No

c.3) disponibilità a pagare (willingness to pay):

Saresti d’accordo a pagare un piccolo prezzo per partecipare ai concerti de/al


Concertone de La Notte della Taranta? □ Sì □ No □ Non lo so

Tanto la motivazione alla partecipazione che la percezione del Festival da parte


degli abitanti del luogo, che ancora la fidelizzazione allo stesso, così come tutte
le altre variabili che nella nostra ricerca abbiamo chiamato a descrivere una
qualche dimensione dell’“evento”, nell’ipotesi generale, ampiamente discussa,
che questo agisca sui meccanismi relazionali di concessione della fiducia e di

- 208 -
quelli di identificazione, possono avere una qualche influenza in tal senso. In
base alle considerazioni svolte nel Capitolo 2, è lecito supporre che scegliere di
prender parte alla manifestazione perché questa rappresenta le proprie
tradizioni e ritenerla uno spettacolo di elevata qualità e un evento culturale e/o
folkloristico possa intervenire sui livelli degli elementi poc’anzi richiamati: tale
giudizio formulato ex-ante agirebbe probabilmente in tal senso anche a priori,
ossia a prescindere dall’effettiva fruizione dell’evento. Data la particolare
struttura del Festival “La Notte della Taranta”, composto, come visto, da una
serie di concerti minori dalla caratterizzazione più intima e familiare, e un
grande evento finale, percepito più decisamente come un “raduno di massa”,
appare rilevante verificare il grado di “autenticità” dell’evento percepito dai
fruitori intuendo che le reciproche influenze ipotizzate tra le variabili su
menzionate si modifichino in base all’opposizione “Authenticity” vs.
“Commodification”48. La stessa formula del Festival in questione, del resto,
permette di condurre una doppia e contestuale analisi mantenendo distinti i due
campioni (spettatori dei concerti minori e pubblico di quello conclusivo) su
come tale aspetto intervenga nel determinare le variabili oggetto di studio.
Apertura culturale e apertura verso l’altro, nel contesto specifico della
condivisione di un tratto del proprio heritage, possono anch’essi essere in
qualche modo correlati agli atri due gruppi di variabili considerati.
L’ultimo punto merita un approfondimento. Nel caso di beni pubblici, e a
maggior ragione di quelli definibili come “culturali”, i benefici connessi alla loro
valorizzazione possono dividersi in valori d’uso – che si riferiscono alle
valutazioni di natura economica di tutti i beni e servizi di utilizzo diretto che
l’iniziativa genera – e valori di non uso. Come spiega Throsby (2005: 117), in
genere, si prendono in considerazione tre tipi di benefici di non uso:

“1. Il valore di esistenza: la mera esistenza di un elemento del


patrimonio può essere considerata un valore per la gente o
per la comunità, anche senza che questo porti loro dei
benefici in prima persona […].
2. Il valore di opzione: gli abitanti di un luogo potrebbero
desiderare di mantenere l’opzione che un giorno essi, o i

48 Si tratta di un argomento molto caro agli studi sulle reazioni della comunità locale al
fenomeno turistico – si vedano MacCannell (1973), Cohen (1988), Shepherd (2002) – e
applicato, più recentemente, anche nell’ambito delle ricerche sugli eventi – si vedano in
proposito Cohen (2007), Richards (2007), Knox (2008).

- 209 -
loro figli, possano avere accesso ai benefici e ai servizi di un
certo bene – ad esempio possano in futuro visitare un centro
culturale. Questa opzione ha un valore per le persone e
fornisce loro un beneficio riconoscibile.
3. Il valore di eredità intergenerazionale: le persone possono
trarre beneficio dal progetto sapendo che il bene culturale
verrà trasmesso alle generazioni future.”

Con riferimento ai valori di non uso, dunque, per i quali il ricorso ai metodi di
valutazione dei beni extra-mercato è precluso, è comunque possibile inferire le
preferenze degli individui attraverso l’impiego della metodologia della
valutazione contingente (MVC) o contingent valuation49. Si tratta di indagini
campionarie che consentono di stimare la disponibilità a pagare (DAP, meglio
conosciuta nell’acronimo inglese WTP, willingness to pay) degli intervistati
attraverso la definizione di mercati cosiddetti ipotetici in quanto non è richiesto
un effettivo pagamento a seguito delle preferenze dichiarate. Lo stesso studioso
fornisce un esempio concreto di applicazione che ci pare valga la pena di
riportare:

“L’MVC è uno dei mezzi più utilizzati per misurare i benefici


non di mercato nell’analisi economica. Questo metodo consta
nel domandare alla gente quale sia la loro disponibilità a
pagare (DAP) per i benefici ottenuti, o la loro disponibilità ad
accettare un compenso per la rinuncia al bene. Queste
domande possono essere fatte in condizioni quasi sperimentali,
o, più comunemente, possono essere somministrate attraverso
indagini campionarie su individui estratti dalla popolazione di
quelli che fruiscono del beneficio in questione. Ad esempio, il
valore di non uso di un centro culturale o di un museo
localizzati in una specifica area può essere valutato in base ad
un’indagine relativa a un campione di persone residenti in
quell’area. L’indagine può essere condotta al telefono, per
posta o con interviste personali. Agli intervistati potrebbe
essere chiesto di indicare in via ipotetica il massimo contributo
finanziario che sarebbero disposti a dare per finanziare il
centro culturale oppure gli si potrebbe chiedere se fossero
disponibili a contribuire o no con una quota fissa alla sua
realizzazione. In ogni caso il ricercatore potrebbe utilizzare i
risultati per stimare una ipotetica funzione di domanda per i
benefici di non uso del centro.” (Throsby, 2005: 122)

49 Si vedano Mitchell, Carson (1989), Braden, Kolstad (1991), Hausman (1993) e Portney (1994).

- 210 -
L’impostazione della domanda è quella della scelta dicotomica (approccio anche
definito “prendere o lasciare”, “take it or leave it offer”) con la possibilità, oltre
che di esprimersi a favore o contro la proposta, di non rispondere (Carson et al.,
1998). Non essendo, però, noi interessati all’elaborazione di una funzione di
domanda, ma a valutare più semplicemente se il soggetto, nel nostro caso, il
residente, attribuisca un “qualche” valore al bene (culturale) pubblico
rappresentato dal Festival “La Notte della Taranta”, non si è specificato alcun
valore di riferimento della DAP, ma un generico “piccolo prezzo” per un
ipotetico biglietto di ingresso all’evento50, chiedendo agli intervistati di indicare
solo se si è d’accordo o meno.
Per riassumere, nella ricerca qui condotta, l’elemento “evento” è descritto
attraverso le motivazioni alla base della partecipazione/fruizione, la valutazione
della manifestazione, il suo grado di rappresentazione delle radici e i livelli di
apertura e innovazione culturale ed, infine, il valore ad essa attribuito.
Tutta la sezione “c” del questionario è tesa ad analizzare il “capitale sociale”
nelle sue molteplici dimensioni. Ai fini del presente studio, abbiamo utilizzato
solo alcune delle domande in essa inserite: le riportiamo qui di seguito,
commentando quelle che necessitano di una più attenta spiegazione.

c.4.bis) Fiducia generalizzata:

Generalmente, pensi che ci si possa fidare della maggior parte delle persone,
oppure che “non fidarsi è meglio”? □ Sì □ No (non fidarsi è meglio)

c.4.tris) Livello di fiducia generalizzata:

Da 0 a 10, quanto ti fidi delle persone in generale, dove 0 indica “meglio non
fidarsi per niente” e 10 indica “meglio fidarsi completamente”?

0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

c.4) Capitale sociale istantaneo/specifico (evento):

Per il solo fatto che una persona (che non conosci) è qui stasera, merita la tua
fiducia di più rispetto ad una persona che non conosci e che non è qui stasera?

□ Sì □ No □ Non lo so

50 Si precisa che il Festival “La Notte della Taranta” è a ingresso libero.

- 211 -
c.5) Dimensioni del capitale sociale specifico:

Se “Sì” alla c.4: Quale di questi elementi ti spinge ad avere questa maggiore
fiducia verso una persona che è qui stasera (e che non conosci)?

□ c’è molta gente


□ c’è molta gente che balla
□ c’è molta gente che beve
□ il tipo di musica
□ stai condividendo l’esperienza di un Concerto/del Concertone de La
Notte della Taranta
□ qui si sta valorizzando la tradizione musicale salentina
□ ti senti parte di una comunità accomunata dagli stessi gusti e valori
□ ti fidi degli organizzatori del Festival/Concertone de La Notte della
Taranta
□ Altro (specificare) _____________

c.7) Investimento nell’evento:

Collaboreresti gratuitamente/volontariamente all’organizzazione del


Festival/Concertone il prossimo anno (ad es., ufficio stampa, servizio d’ordine,
allestimento palchi, promozione, ecc.)?
□ Sì □ No □ Non lo so

c.8) Investimento nel territorio:

Al di là del Festival/Concertone, parteciperesti volontariamente anche ad altri


progetti di valorizzazione del territorio durante l’anno?
□ Sì □ No □ Non lo so

I due quesiti c.4.bis e c.4.ter mirano a valutare quella che nell’ambito della
teoria sull’argomento è definita come “fiducia generalizzata” di un individuo
verso gli altri. Più in particolare, la prima domanda riprende esattamente quella
comunemente utilizzata in letteratura nonché nella quasi totalità delle indagini
comparative condotte a scala mondiale allo scopo di rilevare la “Interpersonal
Trust”: “Generally speaking would you say that most people can be trusted or
that you need to be very careful in dealing with people?”. È così formulata nella
World Values Surveys (WVS) a partire dall’originaria elaborazione di
Rosenberg (1956) e applicata in numerose ricerche empiriche (Delhey, Newton,
2003; Guiso, Sapienza, Zingales, 2008; Delhey, Welzel, 2012). La domanda è
dicotomica per cui i soggetti intervistati sono stati invitati a rispondere con un
“Sì” o con un “No”. Attraverso il quesito successivo, sempre poggiando su

- 212 -
approcci consolidati e unanimemente applicati in campo empirico a livello
internazionale, si è inteso indagare più precisamente il livello di tale fiducia
interpersonale, attraverso l’introduzione di una scala da 1 a 10, come proposto
nella European Social Survey (ESS) (2008, Wave 4) per i paesi OCSE europei51.
Il capitale sociale, in questa sua specifica dimensione – risultante, dunque, dalle
due domande su citate – non dovrebbe dipendere dal fatto di trovarsi al Festival
“La Notte della Taranta”52, ma rappresenterebbe piuttosto l’attitudine “abituale”
a fidarsi degli altri derivante dalla propria sfera personale di convinzioni e di
esperienze, e, con tutta probabilità, dal luogo di provenienza e dalla cultura che
lo informa. Attribuiamo a tale dato la denominazione di “fiducia generalizzata”,
ossia il tasso individuale di fiducia nell’“altro”, indipendentemente dalla sua
identità e dalle sue azioni (Attanasi, Centorrino, Georgantzìs, Urso, 2011), che
poggia sull’aspettativa positiva che la maggior parte delle persone appartenga
alla propria comunità “morale” e che si oppone, muovendosi su un continuum, a
quella che è invece definita come “particularized trust”. Come spiega Bjørnskov,
tale differenza è già rintracciabile nei primi lavori di Banfield:

“When exploring the concept of trust most of the literature


explicitly or implicitly deals with generalized trust, which must
be distinguished from particularized trust. This point was
made abundantly clear by Banfield’s (1958) famous study of a
Southern Italian village in which individuals were connected
by exceedingly strong bonds within families but not at all
between families. He therefore coined the term «amoral
familism» to describe the phenomenon where no trust exists
between people who do not know each other through e.g.
families or kin groups. What Banfield described was the
difference between what is now usually termed particularized
and generalized trust. […] generalized trust, on the other hand,
is trust towards strangers arising when «a community shares
a set of moral values in such a way as to create regular
expectations of regular and honest behavior» (Fukuyama,
1995: 153). In other words, generalized trust differs
fundamentally from particularized trust by being extended to

51Nella European Social Survey (ESS), agli intervistati è fornita, come nel nostro caso, una scala
da 0 a 10 (10-point scale), con la categoria più bassa corrispondente a “You can’t be too
careful” e la più alta “Most people can be trusted”. Per approfondimenti, cfr. OECD (2011),
Society at a Glance 2011: OECD Social Indicators, OECD Publishing. DOI:
10.1787/soc_glance-2011-en
52 La domanda non fa, infatti, alcun riferimento al contesto né a una qualsiasi situazione

concreta che implichi un atto di fiducia (Hertzberg, 1988).

- 213 -
people on whom the trusting part has no direct information.”
(Bjørnskov, 2007: 2)

Alcuni studiosi ritengono che aspetto saliente della “particularized trust” sia
l’appartenenza al gruppo (“group membership”):

“We distinguish between people who look outward, beyond


their own groups, and those who look inward. The former we
call generalized trusters. They believe that most people share
common values and are willing to trust strangers who may
outwardly seem quite different from themselves (Fukayama,
1995, p. 153; Uslaner, 2002). They have a positive view of
human nature and believe that contact with different groups
can be both personally and socially fruitful. The latter are
particularized trusters, who do have faith in other people but
only in other people from their own group (cf. Uslaner, 2002;
Yamigishi & Yamigishi, 1994). They worry that people outside
their own group may not share their values and may even
have views at odds with their own. Particularized trusters stick
to their own kind. They rely upon what Granovetter (1973)
called «strong» ties and what Williams (1988) referred to as
«thick» trust. They avoid strangers and base their social
circles upon family, close friends, and members of their own
groups, be they ethnic or religious.” (Uslaner, Conley, 2003:
335)

La differenza tra generalized e particularized trust si rifà, come qui


sottolineato, in una certa misura alla distinzione tra “strong” vs. “weak ties” di
Granovetter (1973) e anche, con riferimento più specifico alla nozione qui in
oggetto di capitale sociale, al distinguo tra quello di tipo “bridging” e quello di
tipo “bonding”, operata da Putnam et al. (1993). Quest’ultimo è tipico delle
aggregazioni sociali che la sociologia chiama “gruppi primari” (o di base), i cui
membri sono uniti da legami di consanguineità o di contiguità geografica o di
rapporto culturale. La fiducia è, in questa caso, diffusa tra i membri ma non
necessariamente anche nel resto della società, giacché l’empatia solidaristica
tende a esprimersi solo verso i membri del gruppo e attraverso la creazione di
reti associative informali quali la famiglia estesa, i gruppi di vicinato o gruppi
culturali minoritari. Il capitale sociale di tipo “bonding” è particolarmente

- 214 -
prezioso per una comunità territoriale in quanto forma la base che crea quello di
collegamento (bridging). Quando sono presenti anche alti livelli di questo
secondo tipo di capitale sociale, le relazioni economiche, sociali e politiche sono
caratterizzate da fiducia reciproca e diffusa tra i membri della società al di fuori
dei legami familiari o di vicinato o di minoranza culturale (Leonardi, Nanetti,
2008). In uno dei pochi studi che indaga le appena richiamate due dimensioni
della risorsa in questione nel contesto degli eventi culturali, quello già citato
della studiosa Linda Wilks (2009; 2011), è emerso come in tale specifica
occasione si formi piuttosto capitale sociale di tipo “bonding”:

“Festivals were found to be sites where connections with


already known associates were intensified (bonding social
capital), rather than sites where enduring new connections
were made (bridging social capital).” (Wilks, 2009: Abstract) –
“Many of the pop and folk festival attendees established a
«socially connected» style, which was an important part of
their festival experience. […] By choosing to attend the festival,
the opportunity was created, and taken, to build social capital
with existing acquaintances. This form of social capital
building, where relations are reinforced, is termed «bonding
social capital».” (Ivi: 273)

È quanto afferma in un recentissimo lavoro anche Biaett (2013: i-ii):

“while social capital bonding is profusely exhibited at


community festivals, social capital bridging is minimally
displayed unless augmented with programmed festivity to
increase physical, emotional, and social engagement of
attendees. Literature reviewed in relation to this theory
revealed that spirituality, dance, music, the arts, and wild
abandonment were important elements of festivity. An
implication arising from this study indicates that if community
festivals consciously enhance programmed festivity then
correspondingly increased social capital impacts within
community development might also be achieved.”

Lo stesso autore spiega come il capitale sociale di tipo bridging si possa


interpretare in due distinti modi:

- 215 -
“Social capital bonding was found to exist at festivals and
could be enhanced with an emphasis on programming,
particularly the arts, and vice versa, when levels of festivity
increased there were also higher levels of social capital.
Thoughts on social capital at festivals were further expanded
by adding an element that social capital bridging could be
regarded as both heuristic in terms of attendees using the
social interactions of festivals to reach out to new and
dissimilar people as well as hermeneutic to describe the
contextual relationship of generically being part of a larger
sense of communitas in a temporary special place.” (Ivi: 72).

La nostra intuizione è che ciò sia tanto più vero quanto più la manifestazione,
regolarmente ripetuta nel tempo, si richiama alla memoria collettiva, giacché in
tal caso sarebbe tesa a celebrare l’appartenenza ad un gruppo ristretto e
spazialmente, o meglio, territorialmente determinato, e giacché tale tipo di
fiducia si fonda proprio su quest’ultima.
Proprio allo scopo di verificare quest’ultimo punto e, dunque, il ruolo di un
evento incentrato sulla cultura locale nel rinforzare i legami all’interno della
comunità (supponiamo qui attraverso il sentimento di identificazione che in via
ipotetica esso genera), si è utilizzata una domanda (c.4) atta a rilevare l’effetto
della manifestazione nel produrre fiducia in chi la sperimenta “al netto” della
dotazione iniziale dell’individuo. La nostra misura di capitale sociale si basa
quindi su una fiducia non individuata all’interno di reti o nell’ambito delle
connessioni di un’organizzazione strutturata, ma piuttosto come collante tra
persone che in un preciso quanto breve lasso di tempo stanno condividendo
un’esperienza di fruizione di un evento nonché un momento di aggregazione
(fiducia istantanea). La domanda attraverso cui si è inteso rilevare tale
configurazione specifica di capitale sociale (cfr. Attanasi, Centorrino,
Georgantzìs, Urso, 2011), punta quindi ad estrapolare una forma di fiducia che
si genera per il solo fatto di prendere parte ad un’esperienza condivisa e che
potrebbe evaporare nell’attimo stesso in cui questa esperienza cessa (in questo
senso, sarebbe “istantanea” sia nella sua formazione, sia nella sua scomparsa),
così come intesa nell’ambito del progetto di ricerca e nella produzione
scientifica frutto dello stesso:

- 216 -
“Two of the […] effects of cultural festivals on social capital –
namely the event celebration and the social cohesiveness
among participants – are mostly an ephemeral and contingent
intangible resource. Being strictly related to the event
consumption by the audience, they are limited in time and
circumstances. Therefore, we define the additional increase
they generate in social capital as «instantaneous» […] we
measure the amount of additional trust that participants in
«La Notte della Taranta» Festival feel because of the
atmosphere of the event and the sharing of this particular
experience.” (Attanasi et al., 2013)

A livello generale, tale fiducia potrebbe consistere in una maggiore conoscenza


presunta della persona in esame derivante dalla presunzione o dalla
consapevolezza di avere gusti simili per il solo fatto di condividere una stessa
esperienza. Tale generazione di capitale sociale potrebbe essere intesa come una
forma di riduzione di quella carenza di informazione che frena gli individui dal
concedere la propria fiducia a qualcuno, proprio perché si è incerti riguardo al
suo carattere, al suo modo d’agire, al suo stesso modo d’essere: sapere di
condivide qualcosa di “unico” con una persona (un festival “unico” nel suo
genere, “La Notte della Taranta”) riduce tale gap informativo e mi fa credere di
conoscere almeno qualcosa dell’altro, qualcosa, comunque, di determinante,
permettendomi di accordargli la mia fiducia.
Tuttavia, più in particolare, se si restringe l’interesse ai soli residenti nel luogo,
la domanda acquisisce un significato aggiuntivo: oltre ai fattori su menzionati,
la maggiore fiducia, in questo caso, potrebbe derivare dalla sperimentazione di
un momento di aggregazione dovuto alla celebrazione di un tratto del proprio
patrimonio culturale. Il framing utilizzato nel quesito atto a rilevare tale
capitale sociale “contestualizzato” mette immediatamente in risalto, sin
dall’inizio della formulazione – “Per il solo fatto che una persona (che non
conosci) è qui stasera” – come l’elemento su cui deve basarsi la valutazione di
concedere o meno la propria fiducia sia costituito esclusivamente dalla
considerazione che si sta condividendo con l’altro la fruizione dell’evento.
Riteniamo, infatti, che inserire in questa fase qualsiasi altra specificazione
ulteriore (come sottolineare, ad esempio, l’aspetto culturale/tradizionale
dell’evento o la sua dimensione celebrativa) avrebbe privato la domanda di

- 217 -
quella generalità che le consente, invece, di adattarsi a valutare il capitale
sociale specifico direttamente attribuibile alla partecipazione alla
manifestazione tanto presso un turista che presso un residente, non
permettendoci per di più di estrapolare la generazione netta di tale risorsa da
parte della manifestazione.
È attraverso la domanda successiva (c.5) che si entra più a fondo nel merito
della questione e si indagano i fattori che inducono l’intervistato a concedere
tale maggiore fiducia, rilevando come essa si declina: l’elemento aggregativo
tout court, il tipo di musica (popolare), la condivisione dell’esperienza del
Festival, la valorizzazione della tradizione musicale salentina, il senso di
comunità generale, la fiducia nelle istituzioni che organizzano l’iniziativa53. Al
fine di comprendere in che misura tale capitale sociale istantaneo prodotto
dall’evento, potenzialmente effimero in durata ed effetti, possa invece
depositarsi e, in ultima ipotesi, sedimentarsi nel territorio, si sono inserite due
ultime domande che rilevano la disponibilità a collaborare gratuitamente al
Festival (c.7), prima, e al territorio (c.8), poi. L’elemento attraverso cui si è
scelto di acquisire tale dato è il “volontariato”, utilizzato comunemente come
valutazione indiretta del livello di capitale sociale generato da un evento.
L’“Event volunteering” sta ricevendo sempre maggiore attenzione da parte dei
ricercatori, dei policy-maker e degli operatori del settore (Brudney, 2005;
Handy, Brodeur, Cnaan, 2006), principalmente con riferimento a
manifestazioni di tipo sportivo (Misener, Mason, 2006; Coalter, 2007; Skinner,
Zakus, Cowell, 2008). La dimensione del capitale sociale che si intende qui
analizzare è, dunque, quella che è più strettamente connessa all’impegno civico
(una delle quattro componenti della “civicness” di cui parla Putnam, 1993). La
riflessione da cui muove il ragionamento è che l’investimento affettivo –
elemento costitutivo, tra l’altro, dell’attaccamento al luogo (Pollice, 2005) – nel
Festival, in quanto percepito come simbolo del proprio patrimonio culturale, e
poi nel territorio, condurrebbe i residenti a partecipare volontariamente
all’organizzazione dell’evento e ad altri progetti di valorizzazione del proprio
spazio vissuto. Si nota, quindi, come si parta con il rilevare la fiducia
generalizzata, in tutto svincolata dal contesto di indagine, si passi poi ad

53 Si precisa che in questa domanda si è controllato il potenziale order effect (vedi infra)
invertendo l’ordine delle opzioni di risposta per la metà del campione selezionato.

- 218 -
analizzare quella prodotta proprio in seno e in seguito alla partecipazione
all’evento culturale, per finire con la fiducia che stimola l’impegno civico, che
rappresenterebbe la vera eredità della manifestazione e di azioni similari di
valorizzazione del patrimonio culturale, spostandoci in tal modo da un capitale
sociale di tipo bridging (fiducia interpersonale generalizzata) a quello di tipo
decisamente più bonding (legato all’appartenenza di gruppo) fino a una fiducia
da “reinvestire” a beneficio del territorio tramite il volontariato, che presuppone
il giusto equilibrio tra le due dimensioni non mutualmente escludenti poc’anzi
richiamate. Le restanti domande che compaiono nella Sezione “c”, seppur
anch’esse tese a rilevare qualche aspetto dell’oggetto di studio qui discusso,
rientrano nel contesto di ricerche di altro genere e non saranno, pertanto,
esaminate in questa sede.
Passiamo, infine, ad esaminare l’ultimo elemento che rientra nell’analisi
condotta nel presente lavoro, l’“identità”. Le domande comprese nella Sezione
“d” sono volte a definire l’area a cui l’intervistato sente di appartenere
maggiormente e l’influenza che la partecipazione all’evento ha su tale
percezione. Si intende valutare l’intensità di questa appartenenza legata a una
comunità di memoria tesa a riscoprire o a rivalutare aspetti del passato, fissata
ad elementi della cultura locale e unita nella tutela dell’identità collettiva,
partendo dal presupposto che “questa stretta relazione tra luoghi e memoria
«segna» il territorio. Lo incide in maniera indelebile, ne riattiva i codici
narrativi e ne trasmette di nuovi.” (Maggioli, Morri, 2009: 63). La memoria
collettiva è, pertanto, qui interpretata come:

“atto costitutivo degli individui e dei gruppi sociali, che si


colloca negli oggetti, anche loro spesso avvolti dal lavoro della
memoria, che continuamente ne cambia il senso e la
percezione. Memoria dell’abitare, attenta alle stesse
configurazioni territoriali, alla stessa geologia, alla stessa
origine e provenienza sociale degli abitanti che viene assunta
quale modello dalle collettività in perfetta sintonia con
l’ambiente circostante non solo e non tanto nella sua
dimensione esclusivamente storico-antropologica ma anche in
quella della quotidianità.” (Ivi)

- 219 -
Per quanto riguarda, più in dettaglio, i quesiti che approfondiscono la natura e
l’intensità del sentimento di identificazione si è fatto riferimento alla disciplina
geografica nei fondamenti teorici e alla psicologia ambientale (PA) nei metodi di
analisi empirica, disciplina questa che, più di ogni altra, ha condotto indagini
dirette al fine di rilevarlo. Facendo propri anche una serie di stimoli provenienti
da altri campi disciplinari (tra i quali ovviamente la geografia54), la PA si occupa
di:

“individuare e definire quegli specifici processi psicologici di


interfaccia o transazione tra persone e relativi setting/luoghi o
ambienti socio-fisici di vita quotidiana, anche definiti come
processi psicologico-ambientali (cfr. Bonnes, Bonaiuto, Lee,
2004). Lo spazio personale e la privacy, gli schemi socio-
spaziali, le mappe cognitive degli ambienti di vita, le cognizioni
o rappresentazioni spaziali degli ambienti, l’attaccamento e
l’identità spaziale o di luogo, la percezione di qualità
ambientale, sono infatti tra i principali processi psicologico-
ambientali che la PA ha iniziato ad indagare.” (Bonnes et al.,
2009: 17)

In analogia con quanto fatto per i precedenti punti, presentiamo di seguito le


domande utilizzate, nella sola edizione del 2012 del Festival “La Notte della
Taranta”, allo scopo di indagare il sentimento di appartenenza, posto che
questo, come messo in luce nell’apertura della presente ricerca, scatta con
l’aggregazione del soggetto al gruppo e soprattutto con il riconoscersi in un
preciso territorio: allorquando l’individuo sente di far parte di quel gruppo e
rafforza il legame col luogo in cui vive ne sviluppa la conseguente identità, che
viene a rappresentare proprio quei nessi di appartenenza che creano di fatto
“territorio”.

54 Tale disciplina è stata fortemente influenzata dagli studi geografici, in particolare da quelli di
indirizzo umanistico a partire dagli anni ’40, quando compaiono le prime riflessioni in merito
alla necessità di approfondire le componenti psicologiche connesse all’indagine geografica.
Come sottolineato in Bonnes et al. (2009), esempi ne sono la “geosofia” proposta dal geografo
americano Wright quale nuovo campo di studi che prevedesse lo studio della percezione delle
immagini degli ambienti geografici nonché le opere dei geografi culturali della Scuola di
Berkeley in cui le componenti culturali erano assunte come cause dell’assetto del paesaggio
nel corso del tempo. In sostanza, “veniva così riconosciuto il ruolo centrale dei fattori socio-
culturali nell’orientare il comportamento spaziale umano e, tramite questo, la stessa
configurazione geografica del paesaggio.” (Ivi: 16). Per un approfondimento sul filone di
studi della celebre Scuola di Berkeley, si veda il Capitolo 1 di questo lavoro.

- 220 -
d.3) Senso di appartenenza specifico (evento)55:

A quali di queste aree ti senti di appartenere maggiormente?

□ al tuo paese di provenienza


□ alla Grecìa
□ alla tua Provincia di provenienza
□ al Salento
□ alla Puglia
□ al Sud Italia □ al Centro Italia □ al Nord Italia
□ all’Italia
□ all’Europa
□ al Mondo

d.4) Peso del Festival sul senso di appartenenza:

Da 0 a 5, quanto ha influito sulla tua risposta alla domanda precedente il fatto di


essere al Concertone de/alla Notte della Taranta?

0 1 2 3 4 5

d.4.bis) Senso di appartenenza generalizzato:

[Se la risposta alla d.4 è >0] Solitamente (nella vita di ogni giorno), a quali di
queste aree ti senti di appartenere maggiormente?

□ al tuo paese di provenienza


□ alla Grecìa
□ alla tua Provincia di provenienza
□ al Salento
□ alla Puglia
□ al Sud Italia □ al Centro Italia □ al Nord Italia
□ all’Italia
□ all’Europa
□ al Mondo

Queste prime tre domande sono state rivolte alla totalità degli intervistati,
sebbene ai fini di questa analisi si sia utilizzato il solo sotto-campione dei
residenti nella Grecìa Salentina, dove il Festival è nato. Come vedremo, le
successive, raccolte all’interno di un’unica sezione dedicata, sono state
sottoposte ai solo soggetti che dichiaravano di vivere abitualmente ed essere
originari della zona. Il quesito finalizzato a individuare la variabile “identità
55 Anche in questo caso, come nella successiva e speculare domanda d.4.bis, si sono invertite le
opzioni di risposta (“al Mondo”; “all’Europa”; …; “alla Grecìa”; “al tuo paese di provenienza”)
nella metà del campione al fine di controllare eventuali effetti d’ordine.

- 221 -
territoriale” nel nostro studio empirico riprende alla lettera quello proposta, allo
stesso scopo, dall’Eurobarometro per l’“attaccamento territoriale”: “To which of
these areas do you feel you belong most strongly?” (ECS71)56. La modalità in
cui è stata posta la domanda rimanda all’appartenenza – motivo questo per cui
abbiamo preferito questa formulazione meno recente – nell’assunzione
esplicita, quasi unanimemente convalidata a livello accademico ma anche delle
maggiori istituzioni internazionali, che:

“at least in quantitative terms, territorial attachment can be


used as a proxy to study territorial identities. Although this
operationalization is unavoidable, as Eurobarometer does not
have a question about «identity» per se, we would argue that
attachment and identity are often viewed in the literature as
closely related or used interchangeably (Low and Altman
1992; Williams et al. 1992; Twigger-Ross and Uzzell 1996;
Lewicka 2008). Moreover, looking at the praxis adopted in
other survey studies concerned with territorial identities, these
latter are also operationalized in alternative terms – for
instance as «belonging» (European Values Study) or as a
feeling of «closeness» (International Social Survey
Programme).” (Antonsich, Holland, 2012)

Come illustra sempre il geografo Antonsich in un saggio di poco precedente


nell’ambito di uno studio sull’identità europea,

“the notion of attachment is closely related to one of identity, in


the sense that any socio-cultural space perceived as a source of
identity also generates a form of attachment, i.e. an emotional

56 Si tratta della prima domanda formulata in merito al “territorial attachment” nelle indagini
effettuate dall’Eurobarometro, nel 1971. Sono state poi inserite alcune varianti, come la
ECS73, che recita “To which of the following geographical groups would you say that you
belong to first? And which next?”. Nelle opzioni di risposta si rilevano in realtà poche
differenze. ECS71: city/locality, department, region, country, Europe, other; ECS73:
locality/town where you live, region/county where you live, [COUNTRY] as a whole,
Europe, world as a whole. Come spiega Antonsich (2008; Antonsich, Holland, 2012), a
partire dal 1991, l’Unione Europea utilizza una formulazione differente per rilevare la
“regional identity”: “People may feel different degrees of attachment to their town or village,
to their region, to their country, [Eurobarometer 36: to the European Community;
Eurobarometer 43.1bis: to the European Union] or to Europe [as a whole]. Please tell me
how attached you feel to ...?
□ very attached
□ fairly attached
□ not very attached
□ not at all attached.”

- 222 -
feeling, which can therefore be used as a proxy for detecting a
sense of identity. In this sense, attachment, identity, and
emotion are closely interconnected and seem to mutually
reinforce each other.” (Antonsich, 2008: 707)

Anche a livello teorico, come messo in luce nel primo capitolo, tale associazione
trova ampio riscontro: per Dematteis (2005) e molti geografi insieme a lui, a
livello individuale l’identità territoriale si esprime in senso di
appartenenza/attaccamento al luogo57. Si è scelto di non aggiungere nulla alla
formulazione della domanda mutuata da quella in uso negli studi
dell’Eurobarometro che facesse manifesto rimando al contesto dell’evento,
sebbene noi utilizzeremo, nell’analisi statistica successiva, tale variabile come
proxy dell’identità territoriale in qualche misura connessa alla partecipazione
allo stesso. Questo perché, come afferma Burgess (2001), l’identità rimane
“prigioniera del linguaggio” quando viene espressa direttamente, per cui, in
questo caso, si è preferito evitare di aggiungere riferimenti contestualizzati al
fine di evitare effetti distorsivi legati alla presenza di valutazioni eccessivamente
razionali. La psicologia ambientale ci viene incontro a supporto di tale
considerazione, spiegando come

“il passaggio delle persone dalla inconsapevolezza alla


consapevolezza dei setting e luoghi (place awareness) appaia
soprattutto affidata al verificarsi di qualche cambiamento, nel
setting o luogo abitato oppure nel rapporto tra la persona e
questo.” (Bonnes et al., 2009: 18)

Nel tentativo di alterare il meno possibile la rilevazione di tale sentimento, si è


ritenuto opportuno evitare l’utilizzo di una logica meramente assertiva nonché

57 È opportuno, comunque, sottolineare che non c’è ancora accordo in letteratura sulla relazione
che lega place attachment e place identity: “There is no agreement in literature on how place
attachment and place identity are related. Sometimes the two concepts are used
interchangeably (e.g., Williams et al., 1992), sometimes affective (place) attachment is
considered at the same phenomenological level as place identity (Jorgensen & Stedman,
2001; Kyle, Mowen et al., 2004; Stedman, 2002), at other times it is subsumed under the
concept of place identity (Puddifoot in: Pretty et al., 2003), or – according to still another
view – it precedes formation of place identity (Hernandez, Hidalgo, Salazar-Laplace, &
Hess, 2007). The latter means that one may feel attached to a place but it takes more than
liking or attachment to incorporate the place as part of one’s self.” (Lewicka, 2008: 212).

- 223 -
limitare l’influenza di altri fattori non controllabili, nella convinzione che se la
partecipazione al Festival ha indotto un cambiamento, per quanto temporaneo,
nella dichiarazione della propria appartenenza, l’irrazionalità nella risposta
avrebbe comunque restituito una valutazione più veritiera della stessa. La
domanda successiva richiede all’intervistato, invece, un esplicito e maggiore
sforzo razionale, inducendolo a ponderare quanto il fatto di essere al Festival
“La Notte della Taranta” abbia influito sulla sua precedente risposta. Infine, il
terzo quesito di questa prima serie, volto a rilevare quella che, in analogia con
quanto già fatto per il capitale sociale, definiamo “identità territoriale
generalizzata”, ripropone la domanda iniziale, ma utilizza un approccio
proiettivo, forzando il soggetto ad immaginarsi al di fuori del contesto in cui al
momento si trova. Il framing con cui la domanda è presentata è molto semplice
e proietta con decisione l’intervistato nella vita di tutti i giorni (la nuova
situazione in cui si chiede al soggetto di “immergersi” è esplicitata e rimarcata
immediatamente all’inizio del quesito). È evidente come la consequenzialità
delle tre domande faccia sì da indurre nell’individuo una graduale
consapevolezza del luogo (place awareness) e del proprio senso di attaccamento
allo stesso.
Allo scopo di approfondire la natura, le dimensione e i meccanismi sottesi alla
formazione di tale sentimento di attaccamento nonché di valutare come l’evento
intervenga tanto nei processi di identificazione che in quelli relazionali
precedentemente discussi, si è inserita una parte aggiuntiva a completamento
della sezione “d”, sottoposta, come già accennato, ai soli residenti nella zona. La
riportiamo e la commentiamo ove si ritenga più opportuno.

Parte II.a: Per coloro che provengono dal Salento

d.5) Place attachment generalizzato:

Quanto concordi con le seguenti frasi da 1 a 5, dove 1 sta per “completamente in


disaccordo” e 5 sta per “completamente d’accordo”:
- Mi dispiacerebbe lasciare il Salento 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- Mi dispiacerebbe lasciare questi posti senza la gente che ci vive 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- Mi dispiacerebbe non vedere più ogni giorno questi posti 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- Mi dispiacerebbe non incontrare ogni giorno la gente che ci vive 1□ 2□ 3□ 4□ 5□

- 224 -
- Sono orgoglioso di vivere qui 1□ 2□ 3□ 4□ 5□

d.6) Place attachment specifico (evento):

Quanto concordi con le seguenti affermazioni da 1 a 5, dove 1 sta per


“completamente in disaccordo” e 5 sta per “completamente d’accordo”:

Se fossi lontano dal Salento, seguire il Festival/Concertone de La Notte della


Taranta in diretta mi farebbe sentire:
- a casa 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- tra la mia gente 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- orgoglioso della mia terra 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- non lo seguirei 1□ 2□ 3□ 4□ 5□

Se non ci fosse più il Festival/Concertone de La Notte della Taranta:

- verrebbe a mancare un simbolo della cultura locale 1□ 2□ 3□ 4□ 5□


- non avrei altre occasioni per sentire il legame con la mia terra 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- mi sentirei meno attaccato al Salento 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- non cambierebbe nulla 1□ 2□ 3□ 4□ 5□

d.7) Sense of place specifico (evento):

In che misura questi sentimenti descrivono il tuo legame con il Salento?


- nessun sentimento particolare 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- appartenenza 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- attaccamento/affetto 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- identificazione 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- radicamento 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- impegno/dedizione 1□ 2□ 3□ 4□ 5□

d.8) Peso del Festival sul sense of place:

Da 0 a 5, quanto ha influito sulla tua risposta alla domanda precedente il fatto di


essere Concertone de/a La Notte della Taranta?

0 1 2 3 4 5

d.8.bis) Sense of place generalizzato:

[Se la risposta alla d.8 è >0] Solitamente (nella vita di ogni giorno), in che
misura questi sentimenti descrivono il tuo legame con il Salento?
- nessun sentimento particolare 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- appartenenza 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- attaccamento/affetto 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- identificazione 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- radicamento 1□ 2□ 3□ 4□ 5□
- impegno/dedizione 1□ 2□ 3□ 4□ 5□

- 225 -
La serie di domande qui proposte mira ad acquisire il dato relativo alla
componente emotiva del senso di identificazione territoriale, aspetto essenziale
dell’identità sociale a cui è stata assegnata grande importanza anche in ambito
geografico, come spiega bene Antonsich (2008: 694), partendo da quelli che
sono i fondamenti della “social identity theory” (Tajfel, 1982; Tajfel, Turner,
1986):

“According to Tajfel, social identity is defined on the basis of


criteria which are either external («outside» designations such
as bank clerks, members of a trades union, etc.) or internal.
These latter criteria refer to the notion of «group
identification», which is achieved when a person is aware both
of being a member of the group (cognitive level) and of the
value connotations which this membership implies (evaluative
level). To these two components, Tajfel adds a third one, which
he says is frequently associated with the previous two and
which consists of an «emotional investment» in the cognitive
and evaluative levels (Tajfel, 1982: 2). Even though not
explicitly theorized, geographers have often highlighted this
emotional component in relation to people’s attachment to
places, as for instance shown by the humanistic literature
(Frémont, 1976; Relph, 1976; Tuan, 1974). Similarly, the notion
of national identity, particularly when addressed from a
primordialist perspective, is also frequently associated with an
emotional dimension (Connor, 1994; Sheff, 1994; Smith,
1995).” (Antonsich, 2008: 694)

Se, come già in parte segnalato, la definizione di “place attachment” non è


ancora univoca in letteratura (data la sovrapposizione con concetti molto vicini
quali community attachment, sense of community, place identity, sense of
place), si riscontra un certo consenso sul suo elemento costitutivo: il legame
affettivo con il luogo. Hidalgo e Hernández (2001: 274) lo definiscono “an
affective bond or link between people and specific places”; Shumaker e Taylor
(1983: 233) parlano di “a positive affective bond or association between
individuals and their residential environment”; Hummon (1992: 256) lo
considera un “emotional involvement with places” ed, infine, Low (1992: 165),
“an individual’s cognitive or emotional connection to a particular setting or
milieu”. Posta la difficoltà che si incontra nello studio della nozione data la
varietà di approcci rinvenibili tanto a livello teorico che, ancor più, sul piano

- 226 -
empirico, nella presente ricerca, seguendo la metodologia proposta dagli
psicologi ambientali Hidalgo e Hernández (2001), abbiamo scelto, tra le varie
opzioni, di indagare l’attaccamento al luogo (nel nostro caso il Salento) da noi
declinato con l’aggettivazione “generalizzato”, concentrandoci su quella che è la
principale caratteristica del concetto di “attachment”, vale a dire “the desire to
mantain closeness to the object of attachment” (Hidalgo, Hernández, 2001:
274). Sebbene implicito in molte definizioni e applicazioni del concetto, tale
aspetto è stato, infatti, raramente enfatizzato. Incorporando tale specifica
proprietà nelle concettualizzazioni poc’anzi riportate, gli studiosi ne formulano
una nuova e più completa: “a positive affective bond between an individual and
a specific place, the main characteristic of which is the tendency of the
individual to maintain closeness to such a place” (Id.). In molta parte della
letteratura sull’argomento, il luogo è considerato unicamente nella sua
dimensione di “social environment”, e, a partire da questa assunzione, una
misura frequentemente utilizzata per il “place attachment” è l’intensità di
relazioni sociali nel proprio vicinato:

“places are repositories and contexts within which


interpersonal, community and cultural relationships occur,
and it is to those social relationships, not just to place qua
place, to which people are attached.” (Low, Altman, 1992: 7)

In tale interpretazione, esso si risolverebbe nell’attaccamento alla gente che vive


in quel luogo (Hidalgo, Hernández, 2001). In realtà, altri studiosi riconoscono
l’esistenza di almeno due dimensioni del “place attachment”, una fisica e una
sociale. Più in particolare, Riger, Lavrakas (1981), parlano di “rootedness or
physical attachment” e “bonding or social attachment”, mentre Taylor et al.
(1985), individuano un fattore di attaccamento che chiamano “Rootedness and
Involvement” (equivalente ai “physical bonds”) e un altro che definiscono “Local
Bonds” (equiparabile al “social attachment”). Come già messo in luce,

“the individual is frequently unconscious of place attachment


and this only manifests at a conscious level when there is a
break or distancing from the place of attachment.” (Hidalgo,
Hernández, 2001: 276)

- 227 -
Proprio per tale ragione, nella nostra ricerca, come in quella a cui ci siamo
ispirati (Ivi), abbiamo utilizzato un item, già usato anche da altri autori (Gerson
et al., 1977; Mesch, Manor, 1998, che ne presentano uno molto simile, “sorry to
move out”), che si sintetizza nella opzione “I would be unhappy to leave”, in
quanto questo “forces the subject to imagine a break or distancing situation,
which could reveal place attachment” (Hidalgo, Hernández, 2001: 276). Come
si può notare da quanto riportato nel seguito, la formulazione delle opzioni
nell’analisi da noi svolta attraverso la domanda d.5, pur mantenendo intatto
l’item “Mi dispiacerebbe lasciare” differisce in parte da quella proposta dagli
studiosi spagnoli presa come riferimento iniziale e che così si presenta:

“General attachment to city: I would be sorry to move out


of my city, without the people who live there.

Social attachment to city: I would be sorry if the people


who I appreciate in the city moved out.

Physical attachment to city: I would be sorry if I and the


people who I appreciate in the city moved out.” (Ivi, Table 2:
277)

Nella nostra misura dell’attaccamento al luogo, si è deciso inoltre di inserire un


item che lo misura in relazione all’orgoglio civico, come in Brown, Brown,
Perkins (2004), che nella loro indagine sul sentimento del “place attachment”
nella comunità di Salt Lake City, utilizzano, diversamente da noi, una scala a 10
punti che va da 1 “not at all proud” a 10 “extremely proud”. Come in tutte le
variabili della nostra indagine, abbiamo scelto una scala Likert da 1 a 5 che, nel
caso specifico, va da 1 “completamente in disaccordo” a 5 “completamente
d’accordo”.
Attraverso la successiva domanda d.6, si mira a valutare in che misura il Festival
“La Notte della Taranta” interviene sul sentimento di attaccamento e, in più
particolare, su quale sua specifica dimensione. Sempre seguendo l’approccio
suggerito dalla psicologia ambientale, attraverso l’uso di item e tecniche
proiettivi, l’intervistato viene spinto a immaginare due situazioni, una di
“distancing” – allontanamento dal luogo – e una di “break” – interruzione (in
questo caso dell’evento), poc’anzi richiamate. Nel primo blocco di quesiti, si

- 228 -
chiede al soggetto di pensarsi lontano da casa e guardare l’evento finale in
diretta, mentre nel secondo si ipotizza la scomparsa della manifestazione. Le
opzioni di risposta riprendono in larga parte tutti i concetti cui si è fatto di volta
in volta riferimento e, quindi, nell’ordine in cui le stesse sono presentate, per il
blocco “distancing” abbiamo: il “place attachment” – valutato attraverso un
adattamento dell’item “Do you feel at home here?” come in Kasarda, Janowitz
(1974) e Cuba, Hummon (1993)58 –; il “social place attachment” (attaccamento
alla gente che vive nel luogo, alla comunità) – come già visto in (Hidalgo,
Hernández, 2001); il “civic pride” (l’orgoglio civico). Per il blocco “break”,
abbiamo, invece, tre conseguenze (al di fuori dell’opzione che non prevede alcun
cambiamento) connesse all’interruzione dell’evento e sono, rispettivamente: la
scomparsa di un simbolo per la comunità locale (item che esprime il “valore”
attribuito dai residenti alla manifestazione, con riferimento in particolare al
valore simbolico)59; l’assenza di altre occasioni di celebrazione – elemento
questo centrale, come abbiamo visto, nel discorso sul ruolo dei festival nella
generazione di capitale sociale e sentimenti di identificazione; riduzione
dell’attaccamento generalizzato al luogo.
Infine, aumentando il livello di generalità del concetto ad una più ampia scala di
astrazione, le ultime tre domande della sezione dedicata a “identity”, seguono la
stessa metodologia applicata a quelle relative al senso di appartenenza (d.3; d.4;
d.4.bis), indagando, in un primo momento, le dimensioni del “sense of place”60
specifico – mantenendo ferma la scelta di non far alcun riferimento al contesto
concreto della manifestazione e restare, dunque, ad un livello di
inconsapevolezza dell’intervistato pur volendo rilevare, attraverso tale gruppo di
item, gli aspetti di tale sentimento in qualche modo connessi alla
partecipazione/fruizione –; il peso del Festival su tale sentimento; le dimensioni
dello stesso nella sua forma “generalizzata”. Il “sense of place”, di cui già si è
parlato nel primo capitolo, è definito come:

58 In questo studio, in realtà, gli autori, pur usando questo item, generalmente utilizzato come
misura del “place attachment”, parlano di “place identity”, a conferma dell’interscambiabilità
dei due termini in molta letteratura.
59 Tra quelli che compongono il valore “culturale” di un bene (cfr. par. 2.2), è quello che ci

sembra possa essere maggiormente implicato nella formazione dei sentimenti verso il luogo.
60 Nella interpretazione di Shamai (1991: 347), il “sense of place” è “an umbrella concept that

includes all the other concepts (attachment to place, national identity, and regional
awareness).”

- 229 -
“the attitudes and feelings that individuals and groups hold vis
à vis the geographical areas in which they live. It further
commonly suggests intimate, personal and emotional
relationships between self and place.” (Gregory et al., 2009:
676)

L’interpretazione del concetto che più si addice agli obiettivi della nostra ricerca
è quella che ne sottolinea il nesso con il sistema di simboli e significati che la
comunità attribuisce ad un territorio61. In ambito geografico, vanno in questa
direzione le riflessioni di Datel e Dingemans (1984: 135), che lo descrivono come
“the complex bundle of meanings, symbols, and qualities that a person or
group associates (consciously and unconsciously) with a particular locality or
region” e anche di Knox e Marston (2007: 33) che lo vedono come quell’insieme
di “feelings evoked among people as a result of the experiences and memories
they associate with a place and the symbolism they attach to that place”. Per
quanto riguarda la rilevazione diretta di tale variabile, ci si è affidati al lavoro
seminale dello studioso Shamai (1991), che propone la prima scala in grado di
stimare empiricamente il “sense of place”, in cui:

“each different way of sensing the place can be seen as a


different level on an ordinal scale; that is, starting with the
lowest level of sense of place and «climbing» up six more steps
to reach the most intense and deepest way of sensing a place.”
(Ivi: 349)

Vediamo in dettaglio quali sono le fasi e i corrispondenti livelli che compongono


la scala così come formulata dall’autore:

“having a sense of place consists of three phases. The first


phase is belonging to a place, the middle phase is attachment
to a place, and the highest phase is commitment to a place.

61 Molto rilevanti sono, per le considerazioni svolte in questo lavoro, le riflessioni di Tuan (1975:
161) attorno al legame tra arte e “sense of place”: “to know a place in the full sense of
knowing requires participation by the discerning eye and mind. Passive experience and
inchoate feelings must be given shape and made visible; and that is the function of art […]
Art provides an image of feeling; it gives objectified form and visibility to feeling so that
what is powerful but inchoate can lead a semipublic life. […] Literature and painting induce
an awareness of place by holding up mirrors to our own experience; […] The sculpture
creates a place, a center of meaning, by creating an apt image of human feeling; […]
Successful architecture generates a strong sense of place.”

- 230 -
Each phase embraces and can be broken down into two levels
on the following scale. There is not always a sharp distinction
between the levels, but altogether they create a continuum
from not having any sense of place to a deep commitment
towards a place. The (suggestive) scale of sense of place
consists of the following seven levels:

(0) Not having any sense of place […]


(1) Knowledge of being located in a place […]
(2) Belonging to a place […]
(3) Attachment to a place […]
(4) Identifying with the place goals […]
(5) Involvement in a place [..]
(6) Sacrifice for a place […]” (Ivi: 349-50)

Nel nostro studio, siamo rimasti pressoché in toto fedeli, pur con qualche
differenza62, al lavoro originario di Shamai, punto di riferimento in letteratura,
quanto agli item utilizzati, ma non nella costruzione della scala. Nella
convinzione, infatti, che il “sense of place” non si risolva necessariamente in uno
solo dei sentimenti individuati, ma che derivi piuttosto dall’insieme di più
sentimenti, distribuiti in misura differente, e nel tentativo di rilevare il peso di
ognuno di essi nell’ambito del senso del luogo, si è deciso di proporre un elenco
di item (ordinati verticalmente per intensità, dal meno forte al più forte) a cui
attribuire un valore da 1 a 563.

62 Si è scelto di eliminare tra gli item proposti da Shamai quello che, nella scala dallo stesso
concepita, figura al numero (1), ovvero, “Knowledge of being located in a place” in quanto si è
ritenuto non fosse di immediata comprensione (soprattutto nella sua traduzione italiana) e
potesse, pertanto, condurre a false interpretazioni. Inoltre, gli ultimi due stadi che si
riferiscono al “commitment”, com’era anche nell’originaria versione di Relph (1976) (che
prevedeva tre tipi di “sense of place” ad intensità crescente, dal “place belonging” – livello più
basso, attraverso il “place attachment” fino al “place commitment” – livello più alto) su cui
Shamai si è basato nel suo studio, hanno subito una leggera modificazione nell’ambito del
presente studio empirico. Quello che occupa la posizione (5) “Involvement in a place” è stato
indicato come “Radicamento”, ove per “radicamento” noi intendiamo l’ancoraggio territoriale
delle azioni dell’individuo guidate da un investimento affettivo e patrimoniale nel luogo che si
abita. La spiegazione che l’autore dà di questa fase avvalora la nostra scelta: “In contrast to
all the previous levels that were based mainly on attitudes, this level (and the next one) is
probed mainly through the actual behaviour of the residents. It implies investment of
human resources, like talent, time, or money, in place-oriented activities or organizations”
(Shamai, 1991: 350). L’ultimo livello (6), “Sacrifice for a place” (“the deepest commitment to a
place”, cfr. Ivi) è stato formulato più semplicemente come “Impegno/dedizione”,
richiamando più da vicino il suo significato ultimo.
63 Dal punto di vista metodologico, una scala ordinata orizzontalmente in cui si chiede di
indicare semplicemente il tipo (uno o più di uno) di sentimento provato verso il luogo in
questione sarebbe più facilmente individuabile dall’intervistato nella sua ratio riducendo
l’irrazionalità della risposta (centrale, invece, nel rilevare un “sentimento”). Da un punto di

- 231 -
Queste, dunque, le variabili che saranno utilizzate allo scopo di verificare
empiricamente le ipotesi avanzate in questa ricerca. Nei prossimi paragrafi,
dopo un’analisi descrittiva dei dati campionari raccolti con riferimento ai quesiti
sin qui discussi, si presenteranno alcuni modelli statistici in grado di rendere
conto, per quanto possibile, della complessità dei meccanismi alla base della
formazione dei sentimenti di fiducia e identità territoriale/attaccamento al
luogo nel contesto della valorizzazione di un tratto del patrimonio culturale
intangibile attraverso la promozione di un evento.

3.4 Profilo del campione e analisi preliminari.

Come già ampiamente illustrato, il campione su cui si fondano le analisi


successive è stato selezionato in modo casuale tra la popolazione dei fruitori dei
concerti del Festival “La Notte della Taranta”. Le stime sul numero complessivo
di presenze registrate ad ogni tappa sono state ottenute consultando il
commissariato di polizia o il comando dei vigili urbani del paese sede della
serata il giorno successivo a ciascun concerto. Per l’edizione 2012, quella nella
quale si sono raccolti i dati utilizzati ai fini di questo lavoro, si contano 452
osservazioni per le “tappe minori” della manifestazione, su un totale stimato di
75.000 intervenuti, e 747 a fronte di 120.000 presenze per quanto riguarda il
“Concertone” finale. La rappresentatività del campione è stata verificata
attraverso il test di Marbach (2000)64. In entrambi i sotto-campioni analizzati, il
valore del parametro x, che fornisce una misura del margine di errore, non
supera il limite di tollerabilità di 0,05: la probabilità campionaria è pari a 95%

vista teorico, riteniamo, inoltre, che essa sia meno in grado di restituire la complessità del
fenomeno.
64 Il test di Marbach associa alla coppia di variabili N (numerosità della popolazione di
riferimento) e n (numerosità del campione) un parametro x che identifica il margine di errore
che si sta ammettendo (o tollerando) allorquando il campione di n unità è utilizzato come
rappresentativo dell’universo. Nella letteratura teorica, sono generalmente ritenuti buoni, nel
senso che indicano una buona rappresentatività del campione rispetto all’universo, valori del
parametro x inferiori o uguali a 0,05, che fissa la soglia di tollerabilità. In quella applicata,
risultano tollerabili valori anche inferiori a 0,10. Dalla formulazione di determinazione di x si
evince che il suo valore critico si riduce al crescere della numerosità del campione, per un
dato N.

- 232 -
nei concerti itineranti e 96% in quello conclusivo, indice della robustezza e della
significatività del campione rispetto alla popolazione di riferimento (Tabella
3.1).

Tabella 3.1 – Popolazione, campione e rappresentatività.

Margine di
Numerosità Errore
Edizione Popolazione Probabilità
Sotto-evento Campione
Festival stimata (N) Campionaria
(n)

Concerti minori 75.000 452 0.05 95%


2012
Concertone 120.000 747 0.04 96%

Vediamo, innanzitutto, come si distribuisce il campione in base alla


provenienza.

Grafico 3.1 – Campione: Provenienza

Paese 17,8%
8,3%
9,0%
Grecìa 9,3%
27,3%
Provincia (LE) 27,4%
9,4%
Puglia 14,7%
33,5%
Italia 39,5%

Estero 3,0%
0,9%

Concerti minori Concertone

- 233 -
Come oramai confermato ampiamente anche dalle indagini condotte nelle
edizioni precedenti (dal 2007 in poi)65, il Festival continua a mantenere un certo
equilibrio nel suo pubblico tra residenti della zona e turisti/escursionisti. Nei
concerti minori prevale la componente locale (54,1% spettatori provenienti dalla
provincia di Lecce), mentre nel mega-evento finale, data anche la maggiore
risonanza dello stesso, questa è leggermente minoritaria (44,9%). Più in
particolare, al suo interno, quanto alla popolazione di riferimento nel nostro
studio, ossia gli abitanti dell’area che interessa la manifestazione, la Grecìa
Salentina (i primi due item nel Grafico 3.1, “paese in cui si svolge la serata”66 e
“Grecìa”), troviamo che nelle tappe itineranti la metà dei residenti della
Provincia di Lecce proviene dalla suddetta zona (49,6%), mentre nel Concertone
tale percentuale si abbassa di 10 punti percentuali (39,1%). D’ora in avanti, le
nostre indagini prenderanno in considerazione unicamente tale sotto-
campione67.
Esaminiamo ora il profilo socio-demografico degli intervistati68 per poi passare
ad illustrare le analisi preliminari attraverso le quali si è giunti alla costruzione
del modello finale.
Il campione analizzato risulta omogeneo rispetto alla variabile genere: non si
rilevano significative differenze quanto al sesso degli spettatori intervenuti, se
non una leggera prevalenza del pubblico maschile (56,5% nei concerti minori e
62,3% nel Concertone) su quello femminile (rispettivamente, 43,5% e 37,7%),
più accentuata tra il pubblico del mega-evento finale. Di maggiore interesse è,
invece, la distribuzione della popolazione in base all’età (Grafico 3.2). Come si
può notare a partire dal questionario presentato in Appendice, il campione è
stato suddiviso in cinque fasce: sotto i 25 anni, tra i 26 e i 30, tra i 31 e i 39, tra i
40 e i 60, sopra i 60 anni. È interessante notare come, a differenza di quanto

65 Per un approfondimento su quanto emerso dalle indagini precedenti (dal 2007 al 2011), si
vedano i riferimenti in nota 43.
66 Dal momento che l’indagine del 2012 è stata effettuata in due comuni appartenenti alla Grecìa

Salentina, Carpignano e Martano, le risposte di chi ha dichiarato di provenire dallo stesso


“paese in cui si svolge la serata” vanno a sommarsi a quelle di chi ha indicato “Grecìa” come
zona di residenza abituale.
67 Questo consta di 125 osservazioni per gli spettacoli che precedono quello conclusivo e di 136

per quest’ultimo, per un totale di 261.


68 Per queste prime statistiche descrittive i dati relativi alle prime tappe e quelli riguardanti il

Concertone finale sono presentati separatamente, tenendo distinti i due campioni di


riferimento.

- 234 -
avviene per il campione interamente considerato69, il pubblico delle serate
itineranti si distribuisce in modo pressoché equilibrato tra le fasce d’età
individuate, ultima (over 60) compresa. Quello della tappa finale, in coerenza
con il resto del campione ma in maniera molto meno marcata, presenta una
composizione interna disomogenea, con un peso maggiore della componente
giovanile. Le tappe intermedie del Festival sono, quindi, frequentate da
un’audience molto eterogenea quanto ad età, che accoglie in sé diverse
generazioni: ciò indica che i corrispondenti concerti sono percepiti come
spettacoli “per tutti” e non rivolti a un determinato target d’età. Il Concertone, al
contrario, risulta essere maggiormente frequentato dalle fasce più giovani,
probabilmente percepito da quelle più mature quale evento “young-only”, per
ragioni quali l’enorme afflusso di persone, la durata della manifestazione, gli
ospiti e le scelte negli arrangiamenti musicali (che indubbiamente premiano un
pubblico di età inferiore, più flessibile e aperto alle contaminazioni).

Grafico 3.2 – Campione: Età

31,7%
Fino a 25
38,8%

17,5%
26-30 25,9%

10,3%
31-39
18,4%

23,8%
40-60 11,6%

> 60 16,7%
5,4%

Concerti minori Concertone

69 Il campione conferma la tendenza rilevata anche nei precedenti anni di indagine con
riferimento agli spettatori appartenenti all’ultima fascia: sia i concerti minori che il
Concertone sono caratterizzati dalla quasi trascurabile presenza di spettatori di età superiore
ai 60 anni. Per quanto riguarda invece il restante bacino di utenza, il pubblico delle serate
itineranti si distribuisce in modo pressoché equilibrato tra le prime quattro fasce d’età,
mentre quello della tappa finale presenta una composizione interna molto più sbilanciata a
favore della componente giovanile (complessivamente, i 2/3 degli spettatori non superano la
soglia dei trent’anni). Cfr. Attanasi, Casoria, Chironi, Urso (2011).

- 235 -
Quanto al livello di istruzione, solitamente, ci si aspetta che i festival
caratterizzati da un elemento culturale, come quello de “La Notte della Taranta”,
attraggano un pubblico relativamente istruito. In realtà, il livello di istruzione
riscontrato in tale sotto-campione è medio-basso, soprattutto nel caso dei
concerti minori. In generale, circa la metà degli spettatori provenienti dalla
Grecìa Salentina è in possesso di un titolo di studio medio (diploma di scuola
secondaria superiore) e quasi l’intera restante parte di uno basso tra i fruitori
delle tappe itineranti (il 43,1% tra licenza elementare e media), mentre meno del
10% possiede una laurea, percentuale che nel Concertone sale, con un 15,5% di
intervistati in possesso di un titolo da elevato (laurea) a molto elevato (post-
laurea) (Grafico 3.3).

Grafico 3.3 – Campione: Livello di istruzione

Elementare 9,8%
3,5%

Media 33,3%
24,6%

Diploma 48,8%
56,3%

Laurea 8,1%
13,4%

Post-laurea 0,0%
2,1%

Concerti minori Concertone

Infine, il profilo professionale dei fruitori del Festival è strettamente connesso


all’età del pubblico e alle variabili di contesto del territorio di riferimento che
spiegano l’alta percentuale di studenti (in media 26,5%) e di disoccupati
(14,6%). Quanto al resto del campione, esclusi pensionati e casalinghe
(entrambi in media intorno al 10%), la categoria professionale più rappresentata
è quella del dipendente pubblico o privato (Grafico 3.4).

- 236 -
Grafico 3.4 – Campione: Profilo professionale

Studente
Pensionato/Invalido
Lavoratore autonomo
Libero professionista
Disoccupato
Dipendente
Casalinga
Artista
Altro

0% 5% 10% 15% 20% 25% 30%

Concerti minori Concertone

A questo punto, le relazioni tra le numerose dimensioni rilevate attraverso il


questionario verranno esplorate attraverso tecniche di classificazione e modelli
predittivi. Una preliminare Analisi delle Corrispondenze Multiple (ACM) ha
permesso la visualizzazione delle relazioni di interdipendenza tra le modalità di
risposta a ogni singolo item del questionario che si è scelto di inserire e la loro
interpretazione. Un vantaggio peculiare di questa tecnica è, infatti, la traduzione
in termini grafici delle relazioni tra le modalità di risposta. La rappresentazione
grafica si è rivelata uno strumento potente dal punto di vista descrittivo in
quanto in grado di suggerire specifiche ipotesi sulla forma dei legami tra le
variabili. Al pari di altre tecniche di analisi fattoriale, l’ACM ha lo scopo di
ridurre il numero di variabili originarie sostituendole con altre, dette fattori,
dimensioni o variabili latenti, stimati come combinazioni lineari delle prime,
minimizzando al contempo la perdita di informazione che questa operazione
comporta. L’obiettivo finale è, dunque, quello di individuare dimensioni
soggiacenti alla struttura dei dati, dimensioni intese a riassumere l’intreccio di
relazioni di “interdipendenza” tra le variabili originarie. Al fine di procedere ad
una prima esplorazione dei dati, si è scelto di includere nell’analisi oltre alla
variabile della “Provenienza” (“Prov”), gli item “Fidelizzazione” (“altri_c”) e
“Disponibilità a pagare” (“wtp”, willingness to pay) per quanto riguarda

- 237 -
l’“evento”, in quanto indicativi del generico “valore” attribuito alla
manifestazione, e ancora tutte le dimensioni precedentemente individuate del
capitale sociale, ossia “Fiducia generalizzata” (“CS_gen”), “Livello di fiducia
generalizzata” (“CS_fid”), “Capitale sociale istantaneo/specifico (evento)”
(“CS_ist”), “Investimento nell’evento” (“CS_volont”) e “Investimento nel
territorio” (“CS_prog”) ed, infine, “Senso di appartenenza specifico (evento)”
(“ID”). Di seguito, si riporta una tabella che riassume le variabili attive, ossia
quelle variabili che entrano direttamente nell’analisi concorrendo alla
formazione degli assi fattoriali (Tabella 3.2):

Tabella 3.2 – Riepilogo variabili attive nell’ACM per Dimensioni del Capitale Sociale e
Senso di Appartenenza.

Variabili Attive Modalità


Provenienza Paese del Concerto/Grecìa Salentina
Fidelizzazione Sì / No
Disponibilità a pagare Sì / No
Fiducia generalizzata Sì / No
Livello di fiducia generalizzata70 Bassa / Media / Alta
Capitale sociale istantaneo Sì / No
Investimento nell’evento Sì / No
Investimento nel territorio Sì / No
Paese di provenienza / Grecìa / Provincia di provenienza /
Senso di appartenenza specifico71
Salento / Puglia / Sud

Le prime tre dimensioni estratte spiegano il 42,12% della variabilità


complessiva; il Grafico 3.5 riporta le proiezioni delle modalità attive sullo spazio
bidimensionale individuato dal piano principale, 1° e 2° asse, che spiega il
31,58% della variabilità, risultando questi quindi gli assi più significativi e di
maggiore interpretabilità.

70 I valori della scala da 0 a 10 presentata nella domanda sono stati così raggruppati: “bassa” =
0-3; “media” = 4-7; “alta” = 8-10.
71 Le altre modalità presenti in tale variabile, raccolte, in successive analisi nella categoria “altra

identità”, ossia “Centro Italia”, “Nord Italia”, “Italia”, “Europa” e “Mondo”, sono state
eliminate dall’ACM in quanto non interessanti ai fini dell’obiettivo dello studio.

- 238 -
Grafico 3.5 – ACM: Dimensioni del Capitale Sociale e Senso di Appartenenza.

- 239 -
Sulla base del Grafico 3.5 e della Tabella 3.3, che riporta i contributi assoluti e
relativi72 delle modalità attive alla formazione di ciascun asse, si possono
svolgere alcune considerazioni.

Tabella 3.3 – Contributi Assoluti e Contributi Relativi delle variabili attive nella
formazione di ciascun asse.

Contributi Assoluti Contributi Relativi


Dim 1 Dim 2 Dim 1 Dim 2
Prov_paese.concerto 0,04 0,48 0,00 0,02
Prov_grecia 0,05 0,66 0,00 0,02
0,09 1,14 0,00 0,04
altri.c_No 0,12 6,31 0,00 0,17
altri.c_Si 0,06 3,27 0,00 0,17
0,18 9,58 0,01 0,35
wtp_No 2,78 5,19 0,15 0,20
wtp_Si 3,13 5,84 0,15 0,20
5,91 11,04 0,31 0,40
CS.gen_No 7,31 4,30 0,45 0,18
CS.gen_Si 9,94 5,85 0,45 0,18
17,25 10,16 0,90 0,37
Bassa 10,23 5,98 0,39 0,16
Media 1,07 1,88 0,06 0,07
Alta 7,22 0,94 0,22 0,02
8,29 2,82 0,68 0,25
CS.ist_No 2,71 2,34 0,27 0,16
CS.ist_Si 7,77 6,70 0,27 0,16
10,48 9,05 0,55 0,33
CS.volont_No 10,64 9,88 0,49 0,32
CS.volont_Si 8,20 7,62 0,49 0,32
18,84 17,50 0,99 0,63
CS.prog_No 11,39 7,64 0,49 0,23
CS.prog_Si 7,23 4,85 0,49 0,23
18,62 12,49 0,98 0,45
ID_paese 0,20 7,51 0,01 0,15
ID_grecia 3,06 1,00 0,09 0,02
ID_sud 0,04 1,09 0,00 0,04
ID_puglia 1,48 9,59 0,04 0,19
ID_salento 0,66 0,06 0,02 0,00
ID_provincia 4,67 1,00 0,13 0,02
10,11 20,25 0,29 0,41

72 Il contributo assoluto rappresenta il contributo della modalità i-esima alla determinazione di


un determinato fattore ed è ottenuto moltiplicando il punteggio del punto (la coordinata sul
fattore) per la sua massa (frequenza della modalità). Il contributo relativo è una misura della
qualità della rappresentazione dei punti sugli assi.

- 240 -
Il primo asse, che spiega da solo circa il 18% dell’inerzia totale, è principalmente
caratterizzato dalla dimensione del capitale sociale legata alla collaborazione
volontaria all’organizzazione del festival (“CS_volont”) e a progetti di
valorizzazione del territorio (“CS_prog”) nonché dalla variabile che rappresenta
la fiducia generalizzata (“CS_gen”). Nella formazione del secondo asse risultano
determinanti – oltre a “Investimento nell’evento” e “Investimento nel
territorio”, comuni al primo asse – il capitale sociale istantaneo prodotto
direttamente dall’evento, la disponibilità a pagare un piccolo prezzo per la
partecipazione al Festival “La Notte della Taranta”, la ripetizione dell’esperienza
di fruizione di altri concerti della stessa edizione e, non ultima, l’appartenenza
identitaria, e, in particolare, le modalità “Paese di provenienza” e “Grecìa”.
Come si evince dalla Tabella 3.3, confrontando i contributi relativi delle variabili
oggetto di analisi che forniscono una valutazione della qualità della
rappresentazione, le variabili meglio rappresentate risultano essere per il primo
asse, “Investimento nell’evento” (“CS_volont”), “Investimento nel territorio”
(“CS_prog”) e “Fiducia generalizzata” (“CS_gen”); per il secondo asse, abbiamo
nuovamente la disponibilità a collaborare gratuitamente/volontariamente
all’organizzazione del Festival (“CS_volont”) e ad iniziative di valorizzazione del
territorio (“CS_prog”) e il senso di appartenenza (“ID”).
Sulla base dell’associazione tra le modalità delle variabili, è possibile attribuire
un significato specifico e coerente ai vari quadranti del Grafico 3.5 che presenta
l’ACM. Il primo rappresenta l’“Investimento generalizzato” (oltre l’evento), che,
favorito inizialmente dal Festival “La Notte della Taranta” e più in particolare
dall’attribuzione di un qualche valore a quest’ultimo, come dimostra la presenza
della disponibilità a pagare di segno positivo73, va al di là dello stesso, per
ricadere sull’intero territorio. Il riconoscimento del valore (molto probabilmente
quello “identitario” a cui si è fatto accenno con riferimento ai beni culturali) di
un elemento del proprio patrimonio culturale o di un’iniziativa di valorizzazione
della tradizione locale, come è nel caso della manifestazione in questione, si
associa nella nostra analisi ad un capitale sociale “a lungo termine” che si
sostanzia nel favore accordato alla partecipazione volontaria alla realizzazione

73 Abbiamo visto che questa è comunemente utilizzata nella letteratura empirica come misura
del valore, più generalmente economico, qui non meglio definito, di un bene culturale
pubblico.

- 241 -
dell’evento e alla collaborazione ad ulteriori progetti di sviluppo del territorio.
Molto coerentemente, la modalità del sentimento di appartenenza che mostra
una relazione con tali variabili nello stesso quadrante è quella della “Grecìa”,
ossia l’area più strettamente interessata dal Festival, della cui cultura popolare
esso è espressione. L’aggregazione di tali variabili suggerisce un’associazione
positiva tra l’investimento affettivo e patrimoniale nella manifestazione e nel
luogo che la promuove, favorito proprio dalla partecipazione a quest’ultima – in
tanto quanto rivestita di un certo valore –, la dimensione dell’impegno civico e il
sense of belonging verso il territorio, che, come abbiamo visto in precedenza,
poggiano entrambi proprio sul primo elemento.
Nell’opposto terzo quadrante, “Assenza di investimento generalizzato”, la
mancata assegnazione di valore all’evento si connette al mancato investimento
in quest’ultimo e nel luogo che si abita.
Il quarto quadrante rende conto di un “Investimento specifico” più strettamente
legato all’evento. Esso mostra, infatti, l’associazione tra livelli medio-alti di
“fiducia generalizzata”, che in teoria prescinde dalla fruizione dell’evento o,
meglio, è presente a priori (sebbene nella pratica non si debba sottovalutare, a
nostro avviso, l’aspetto della contestualizzazione, essendo stata rilevata nel
corso della manifestazione), la dimensione affettiva dell’evento implicata nel
legame del residente con esso (la partecipazione ad altri concerti del Festival, in
altre parole, la fidelizzazione allo stesso, indica l’esigenza di ripetere l’esperienza
di fruizione e connessa aggregazione), e un senso generale di “goodwill”, come
già definito in letteratura, che conduce alla concessione di una maggiore fiducia
verso chi condivide l’esperienza di celebrazione della tradizione locale. Si tratta,
in questo caso, di un capitale sociale che, nella nostra interpretazione, abbiamo
definito “specifico/istantaneo”, in quanto connesso in formazione e durata al
Festival. L’identificazione che appare in relazione con tale gruppo di variabili è
quella nel “paese in cui si svolge la serata”: essendo una fiducia correlata ad
un’occasione e, soprattutto, ad un preciso e ristretto gruppo (a cui ci si sente
accomunati da quel “senso di relazione con gli altri”, altrove chiamato “spirito
di communitas” cui si fa riferimento in letteratura e precedentemente in questo
lavoro) si prova un senso di appartenenza per l’entità geografica alla scala più

- 242 -
piccola, più vicina a noi, che quella sera offre un’occasione di celebrazione
attraverso l’evento.
Nel secondo quadrante, che si oppone a quello appena discusso e che potremmo
indicare come “Assenza di investimento specifico”, si aggregano coerentemente
un’assenza di fidelizzazione al Festival, di fiducia generalizzata e di capitale
sociale istantaneo e, ad essi, un sentimento di identificazione con la “Provincia
di Lecce”. Tale ultimo dato si spiega con il fatto che chi si sente maggiormente
legato all’area sovra-ordinata che fa riferimento esplicito al capoluogo
probabilmente non riconosce come proprio un patrimonio – quello della musica
popolare della pizzica legata al fenomeno del tarantismo – fino a non poco
tempo fa stigmatizzato di arretratezza, che è espressione di una sola porzione di
tale spazio, l’entroterra contadino della Grecìa.
La fase di analisi immediatamente consecutiva ha avuto ad oggetto
l’individuazione di relazioni di causalità specifiche. In particolare, si è inteso
individuare quali variabili fossero in grado di spiegare la presenza (o meno) di
capitale sociale e del sentimento di appartenenza al territorio. La tecnica delle
“Foreste Casuali” (o Random Forest), estensione dell’approccio relativo alla
costruzione degli alberi di classificazione recentemente proposta da Breiman
(2001), ha consentito di contemperare gli scopi della classificazione con quelli
della scelta dei migliori predittori delle variabili dipendenti oggetto di studio.
Una caratteristica particolarmente attraente delle Random Forests è data
proprio dal fatto che esse generano una stima di quali variabili sono importanti
per la classificazione, offrendo la possibilità di selezionare solo un sottoinsieme
che risulti ottimale dal punto di vista statistico: questa metodologia si basa,
dunque, sulla capacità della Random Forest di classificare in ordine di
importanza le variabili che contribuiscono a spiegare una data variabile. Il
procedimento di analisi di tale tecnica si esplica in un set di alberi decisionali
calcolati su sottogruppi delle unità statistiche e dei predittori selezionati
casualmente. In questo modo, le Random Forest sono in grado di esaminare
meglio di altre tecniche il comportamento e il contributo di ciascun predittore
nel determinare il livello della variabile di risposta.
Si è proceduto all’analisi per blocchi tematici di predittori, raggruppandoli nei
tre costrutti già individuati in fase di presentazione delle variabili: “Evento”,

- 243 -
“Capitale sociale” e “Place attachment”74. Cominciamo con l’illustrare la
Random Forest75 per i predittori di quello che abbiamo definito “Capitale
sociale istantaneo/specifico” (domanda c.4, cfr. Appendice).

Grafico 3.6 – Random Forest. Predittori del Capitale sociale istantaneo/specifico.


Blocco tematico: Evento.

Variabili selezionate:
- wtp: Saresti d’accordo a pagare un piccolo prezzo per partecipare ai
concerti/al Concertone della Notte della Taranta?

74 Essendo solo tre e avendo scelto di utilizzarle tutte nelle successive analisi volte alla
costruzione del modello predittivo, non si sono qui inserite le variabili del “senso di
appartenenza”, ma solo quelle del “Place attachment”, che necessitava di una selezione di
quelle più indicative a fronte della loro numerosità.
75 Si riportano di seguito i parametri delle Random Forests realizzate: rf.controls<-
cforest_unbiased(ntree=500,mtry=round(sqrt(dim(data)[2]),0)) #mtry=sqrt of the n. of
variables set.seed(23).

- 244 -
- mass.pos: L’espressione “evento/raduno di massa” ha per te una valenza
positiva o negativa?
- Conc: Concertone/concerti minori.

Le variabili del gruppo “Evento” più rilevanti nella predizione del “Capitale
sociale istantaneo/specifico” (Grafico 3.6) risultano, quindi, l’attribuzione di un
certo valore al Festival “La Notte della Taranta”, da noi misurato attraverso la
DAP (disponibilità a pagare un prezzo per fruirne) e la sua dimensione di
momento d’aggregazione. In altre parole, nel momento in cui si associa un
significato alla manifestazione e le si riconosce una qualche utilità, si è più
inclini a fidarsi di chi, per il solo fatto di prendervi parte, si ritenga faccia lo
stesso. È, dunque, in primo luogo proprio l’evento nel suo complesso e i benefici
connessi alla partecipazione allo stesso a produrre tale peculiare tipologia di
capitale sociale. In secondo luogo, ciò che interviene nella generazione della
temporanea risorsa relazionale è uno degli aspetti connaturati alla natura stessa
di tale tipo di iniziative: l’offerta di opportunità di incontro, di unione, di
“comunità”, il che, come è facile intuire, genera coesione tra i membri della
collettività la cui cultura viene celebrata in quell’occasione. Infine, ciò sembra
tanto più vero quanto più è folto il gruppo che assiste agli spettacoli (come
testimonia la forte rilevanza della variabile “Concertone”, che conta un numero
molto più elevato di presenze), giacché questo alimenta la consapevolezza e
l’orgoglio della propria peculiarità culturale, creando, come abbiamo visto, una
coscienza collettiva del valore storico-culturale della risorsa culturale che è
valorizzata.
Più numerose sono le variabili relative al blocco tematico “Place attachment”
che predicono il “Capitale sociale istantaneo/specifico” (Grafico 3.7). Una
grandissima importanza in tal senso è rivestita dall’assegnazione della qualità di
“simbolo” della cultura locale al Festival, elemento questo connesso al valore
identitario del bene, come lo è anche l’orgoglio nella propria terra che l’evento
genera, seconda rilevante variabile che influisce sulla produzione di fiducia. In
terzo luogo, a favorire la generazione di tale forma di capitale sociale è quel
livello del “Sense of place” specifico – ossia in una qualche misura connesso alla
circostanza di partecipazione all’evento – che si individua nel sentimento di

- 245 -
belonging verso il luogo. Come supposto in letteratura e nelle ipotesi da noi
formulate (H2 e H3, cfr. par. 2.3), sentire di esser parte di un territorio, grazie
alla fruizione di una manifestazione che ne valorizza la cultura, favorisce,
dunque, la creazione o il rafforzamento di quei legami basati sull’appartenenza
identitaria. Attraverso il senso di “relazione” verso il proprio spazio vissuto,
rinsaldato dall’iniziativa, si intensifica anche quello verso chi condivide quella
tradizione e, in ultima analisi, quel territorio.

Grafico 3.7 – Random Forest. Predittori del Capitale sociale istantaneo/specifico.


Blocco tematico: Place attachment.

Variabili selezionate:
- d.6.b_simbolo: Se non ci fosse più il Festival/Concertone de La Notte
della Taranta verrebbe a mancare un simbolo della cultura locale

- 246 -
- d.6.a_orgoglioso: Se fossi lontano dal Salento, seguire il
Festival/Concertone de La Notte della Taranta in diretta mi farebbe
sentire orgoglioso della mia terra
- d.7_appartenenza: In che misura questi sentimenti descrivono il tuo
legame con il Salento? – Appartenenza
- d.6.b_occasioni: Se non ci fosse più il Festival/Concertone de La Notte
della Taranta non avrei altre occasioni per sentire il legame con la mia
terra
- d.5_salento: Mi dispiacerebbe lasciare il Salento
- d.5_orgoglioso: Sono orgoglioso di vivere qui.

Di grande interesse ai fini delle considerazioni svolte nella presente ricerca è il


successivo elemento che contribuisce a spiegare la variabile ora sotto esame
(Grafico 3.7): in linea con la riflessione teorica sull’argomento, la dimensione
celebrativa connaturata al Festival rappresenta un’occasione unica per la
percezione del sentimento verso il proprio territorio e per la concessione di
fiducia verso chi ha scelto di sperimentarla insieme a noi. Infine, nella
produzione di capitale sociale intervengono anche due aspetti non connessi al
contesto della manifestazione: il livello più generale di “place attachment” – che
include quello “fisico” e quello “sociale” in una somma olistica che è il territorio
inteso in maniera più ampia e complessa – e l’orgoglio civico. Sin da queste
analisi preliminari, risulta chiaro dunque che esiste, ed è piuttosto forte, una
influenza del senso di appartenenza, nell’interpretazione più ampia del concetto,
sulla formazione della fiducia nell’ambito di eventi culturali fortemente connessi
al luogo che li promuove.
Vediamo ora quali sono i fattori che maggiormente contribuiscono a spiegare
quello che abbiamo indicato come “Senso di appartenenza specifico” (domanda
d.3, cfr. Appendice)76, procedendo, in analogia con quanto fatto per il Capitale
sociale specifico, per blocchi tematici. Si indagherà tale variabile con riferimento

76 Al fine di ridurre le numerose modalità di cui si compone la variabile, sono stati individuati tre
livelli del sentimento di appartenenza:
“Micro”: Paese in cui si svolge la serata, Grecìa, Provincia, Salento;
“Macro”: Puglia, Sud Italia;
“Altra Identità”: Nord e Centro Italia, Europa, Mondo.

- 247 -
al gruppo “Evento” e al gruppo “Place attachment”77. Non si è effettuata la
Random Forest per il blocco “Capitale sociale”, perché, dato il contenuto
numero di variabili che lo compongono, le si sono inserite tutte nella
costruzione del modello predittivo.

Grafico 3.8 – Random Forest. Predittori del Senso di appartenenza specifico.


Blocco tematico: Evento.

Variabili selezionate:

- orch: Per quale motivo partecipi a questa serata? Per l’Orchestra della
Notte della Taranta

77 Considerato l’elevato numero di variabili del gruppo “Place attachment”, si è ritenuto


comunque opportuno verificare quali sono quelle che effettivamente intervengono sul
sentimento di appartenenza così come misurato nel nostro studio.

- 248 -
- wtp: Saresti d’accordo a pagare un piccolo prezzo per partecipare ai
concerti/al Concertone della Notte della Taranta?
- tradiz: Per quale motivo partecipi a questa serata? Perché l’evento
rappresenta le tradizioni salentine.

Tra gli item dell’“Evento” (Grafico 3.8) che mostrano di avere maggiore
importanza nel determinare il sentimento di appartenenza figura al primo posto
l’Orchestra de “La Notte della Taranta”, nell’ambito degli elementi che motivano
gli spettatori locali alla partecipazione al Festival. È, quindi, l’aspetto più
marcatamente culturale della manifestazione, e ancor di più quello che
l’Orchestra rappresenta, un potente veicolo di diffusione dell’immagine
territoriale all’esterno, ad avere un ruolo decisivo nello spiegare il legame
affettivo verso il luogo. Essa, infatti, composta da circa trenta musicisti di
pizzica e musica popolare di tutta la zona, è decisamente singolare nel suo
genere, in quanto comprende unicamente strumenti della tradizione popolare
pur funzionando come un’orchestra classica a sezione. In occasione del
Concertone finale del Festival è ogni anno diretta da un diverso Maestro
Concertatore, con cui rivisita il repertorio tradizionale collaborando con noti
artisti italiani e internazionali. Esibendosi anche in Italia e all’estero durante il
resto dell’anno, rappresenta un formidabile strumento di promozione culturale.
In secondo luogo, come si è già avuto modo di mettere in luce in più occasioni, e
come già rilevato per il Capitale sociale specifico, anche in questo caso, la
disponibilità a pagare per fruire del Festival rappresenta uno degli elementi che
spiega maggiormente la variabile in questione. Il riconoscimento del valore del
proprio patrimonio culturale, come ipotizzato nel dibattito scientifico e in
questa sede, contribuisce, infatti, a far da “collante” all’interno di una comunità,
tenendone insieme i membri, e, non di meno, riflettendo una storia comune,
ovvero un’accumulazione collettiva di significati e memoria, rinforza i
sentimenti dei suoi membri verso il luogo. Ultima e più intuitiva variabile a
determinare in modo significativo il sense of belonging tra quelli del gruppo
“Evento” è la sua valenza di “autenticità”, ossia la coerenza della manifestazione
con le tradizioni locali che intende valorizzare e il bisogno di chi vi partecipa di
avere l’opportunità di celebrarle pubblicamente.

- 249 -
Per concludere questa sessione di analisi esplorative, confrontiamo cosa avviene
in relazione al blocco tematico restante, quello del “Place attachment” (Grafico
3.9).

Grafico 3.9 – Random Forest. Predittori del Senso di appartenenza specifico.


Blocco tematico: Place attachment.

Variabili selezionate:

- d.6.b_simbolo: Se non ci fosse più il Festival/Concertone de La Notte


della Taranta verrebbe a mancare un simbolo della cultura locale
- d.5_orgoglioso: Sono orgoglioso di vivere qui
- d.6.a_a.casa: Se fossi lontano dal Salento, seguire il Festival/Concertone
in diretta mi farebbe sentire a casa.

- 250 -
Anche in questo caso, l’elemento che in maggiore misura determina il senso di
appartenenza tra le varie dimensioni del sentimento verso il territorio indagate
è connesso al Festival e, più in particolare, alla sua funzione simbolica. Ritenere
l’evento un “simbolo”, vale a dire una “narrazione” in grado di evocare la
memoria collettiva – l’insieme dei ricordi di una storia vissuta o mitizzata dalla
comunità della cui identità fa parte integrante il sentimento del “passato” – o, in
altre parole, un elemento “significante e generatore di valori, di memorie, di
identificazioni” (Carta, 2002: 33), ne fa un marcatore identitario, rinsaldando
l’attaccamento dei membri della comunità tra loro e tra loro e il luogo. Il bene
culturale in questione si configura, pertanto, come “eredità patrimoniale [..] per
il suo radicamento d’identità storicizzata” (Ivi: 20). Un altro aspetto
dell’evento, che figura al terzo posto, riveste un ruolo di tutto rilievo nello
spiegare la presenza del sense of belonging: esso, infatti, favorisce
un’identificazione con l’area che lo ospita che è, come spesso accade,
“experienced as a sense of being «at home» – of being comfortable, familiar”
(Cuba, Hummon, 1993: 113)78, il che sottolinea la dimensione più propriamente
affettiva del legame con il territorio. Infine, tra gli item non esplicitamente
connessi alla manifestazione, ad influire sul senso identitario concorre, come
intuibile, l’orgoglio civico per il proprio territorio.
Dalle analisi sin qui condotte emerge come l’evento risulti cruciale nella
predizione delle due variabili oggetto di studio in più di una sua qualità
specifica, ma con particolare riferimento a quelle che sono più direttamente
collegabili alla sua valenza in chiave identitaria. Si è, infatti, rilevato che i
predittori che hanno più peso nello spiegare la concessione di fiducia
“istantanea/specifica” sono l’assegnazione di un certo valore all’azione di
valorizzazione operata dal Festival, la sua dimensione di momento
d’aggregazione (per natura occasione di formazione/rafforzamento di legami tra
chi lo sperimenta), la percezione dello stesso quale simbolo della cultura locale e
occasione unica di celebrazione delle proprie tradizioni in assenza del quale non
si avrebbero altre opportunità simili di sentire il nesso con la propria terra, e,
infine, l’orgoglio nel proprio territorio che genera in chi vi prende parte. È
chiaro sin d’ora come la consapevolezza del sentimento verso il luogo –

78 A tal proposito, si vedano anche Relph (1976), Seamon (1979), Rowles (1983).

- 251 -
generalmente inconscio – prodotta dall’evento in quanto opportunità di
incontro tra la sfera privata e quella collettiva del senso di appartenenza, stimoli
la capacità/volontà di “riconoscersi” nello spazio che si abita e, non di meno, nei
membri della comunità di riferimento, consolidandone il tessuto relazionale.
In stretta analogia, si nota come a predire il sense of belonging intervengano
approssimativamente gli stessi item, il che potrebbe suggerire una relazione di
reciprocità tra questo e il capitale sociale o l’azione della stessa matrice causale.
Tra le variabili più importanti in tal senso, infatti, ricompaiono due elementi che
rendono conto dell’importanza dell’evento nel generare tale sentimento: la
disponibilità a pagare per fruire dello stesso, indice del valore attribuito alla
manifestazione, e la sua valenza simbolica, che occupa sempre il primo posto,
come già osservato per la fiducia istantanea/specifica. Un altro aspetto
dell’evento è intimamente connesso con il senso di identità: la sua autenticità,
intesa come coerenza con le tradizioni che rappresenta e, si può dire, con quel
più volte citato genius loci. È evidente, infatti, che una mancata corrispondenza
tra i contenuti del festival e la cultura locale dell’area che lo promuove non
permetterebbe l’innesco del processo di auto-riconoscimento dei residenti nello
stesso e, di conseguenza, nel territorio di riferimento. Ancor più esplicito è il
richiamo alla dimensione affettiva del legame di attaccamento al luogo
nell’importanza rivestita dall’item che indica come, nella proiezione di una
situazione in cui si sia lontani dal Salento, la manifestazione contribuirebbe a
generare quel “sense of being «at home»” che è origine di quello di belonging.
Infine, sostrato tanto dell’identità territoriale che, come poc’anzi evidenziato,
del capitale sociale è l’orgoglio di vivere in quel determinato posto.
Se sembra già palesarsi un’influenza dei sentimenti di identificazione verso il
luogo sulla produzione di risorse relazionali nel contesto degli eventi, nel
prossimo paragrafo verificheremo se ciò è vero e se anche l’inverso resta valido.

3.5 Discussione del modello statistico: verso una teorizzazione degli


effetti territoriali intangibili della promozione di eventi culturali

- 252 -
Essendo le Random Forest la collezione di centinaia di alberi,
l’interpretazione dell’output risulta alquanto ostica, giacché implica la lettura
del contenuto di ogni albero della Foresta Casuale, ognuno dei quali fornisce
una sola regola decisionale, del tipo “item<>=x”, vale a dire la concatenazione di
condizioni che consentono la discriminazione della variabile oggetto dello
studio. Per questo motivo, abbiamo utilizzato, di questa tecnica, solo il
contributo che può dare nella selezione dei predittori più rilevanti, ovvero quelle
variabili che, nelle centinaia di alberi, risultano avere maggior peso nel predire
l’output, che sia, nel nostro caso, “Capitale sociale specifico/istantaneo” o
“Senso di appartenenza specifico”. Selezionati i predittori, eliminando dal set di
variabili quelle con un minor indice di importanza tra quelle inserite nell’analisi
attraverso le Random Forests, abbiamo implementato un solo albero e, su
quello, abbiamo testato l’accuratezza nel classificare gli individui in base alla
regola fornita. In altre parole, è stato stimato il modello usando solo le variabili
più importanti allo scopo di abbassarne l’errore di classificazione e aumentarne
la capacità previsiva. Un albero di classificazione (o di segmentazione) è un
modello predittivo e rappresenta una metodologia che ha l’obiettivo di ottenere
una segmentazione gerarchica di un insieme di unità statistiche mediante
l’individuazione di “regole” (o “percorsi”) che sfruttano la relazione esistente tra
una classe di appartenenza e le variabili rilevate per ciascuna unità79. Per albero
si intende un modello grafico costituito da un insieme finito di elementi, detti
“nodi”, che si dipartono da un nodo iniziale denominato “nodo radice”. In esso
si distinguono i “nodi interni” da quelli “terminali”, altrimenti detti “foglie”.
Ogni nodo interno rappresenta una variabile, un arco verso un nodo figlio
rappresenta un possibile valore per quella proprietà e una “foglia” il valore
predetto per la variabile obiettivo a partire dai valori delle altre proprietà. La
costruzione dell’albero avviene attraverso un processo ricorsivo che, ad ogni
passo, taglia (o segmenta) un nodo interno (nodo “padre”) in due nodi (nodi
“figli”) a loro volta interni o terminali. Per tale motivo spesso i metodi di

79 La qualità di una regola o percorso che porta ad un nodo terminale è valutata attraverso la
misura del tasso di errata classificazione definito come la proporzione di osservazioni mal
classificate in un dato nodo t. Le osservazioni in un nodo terminale si considerano mal
classificate quando la loro classe di risposta è diversa da quella modale. La qualità di un nodo,
e più in generale di un albero, sarà, dunque, tanto più elevata quanto minore sarà il tasso di
osservazioni mal classificate.

- 253 -
classificazione supervisionata ad albero sono anche detti di segmentazione
binaria80. L’idea di base di quest’ultima tecnica, è quella di partizionare
ricorsivamente un insieme di unità statistiche in gruppi sempre più fini, cioè di
numerosità inferiore, e sempre più omogenei internamente (rispetto alla
distribuzione della variabile di risposta). Si determina in tal modo una
partizione finale del gruppo iniziale presente al nodo radice in sottogruppi
disgiunti ed esaustivi rappresentati dai nodi terminali dell’albero. Per
definizione, infatti, i nodi terminali, che costituiscono una partizione del
campione iniziale in gruppi “puri” al loro interno, rappresenteranno un grado di
omogeneità interna maggiore rispetto al gruppo di partenza. Il ruolo di
generatore delle possibili partizioni, o split, viene assunto dai predittori, i quali
caratterizzano il passaggio delle unità statistiche da un nodo ai suoi discendenti.
Per quanto riguarda il Capitale sociale istantaneo/specifico, si è deciso di
procedere a due analisi distinte, una che includesse solo la fiducia prodotta
dall’evento, al fine di verificare quali elementi intervengono sulla stessa al
“netto” o a prescindere dalla fiducia generalizzata, e una che comprendesse
invece anche le varie dimensioni di quest’ultima individuate nel presente studio.
Le variabili, dunque, utilizzate nel modello, a partire dai predittori selezionati
attraverso la Random Forest, sono le seguenti:

˗ “CS_ist”;
˗ “Provenienza”;
˗ “d.6.b_simbolo”;
˗ “d.6.a_orgoglioso”;
˗ “d.7_impegno”;
˗ “d.7_identificazione”;
˗ “ID”81;
˗ “wtp”;
˗ “radici”;
˗ “mass_pos”;
˗ “Conc”;
˗ “CS_volont”;
˗ “CS_prog”;
˗ “sex”;
˗ “age”;

80 Nei metodi supervisionati, dei p caratteri misurati sugli oggetti, uno di essi gioca il ruolo di
variabile discriminate o dipendente sintesi della classificazione degli oggetti nota a priori.
Obiettivo delle analisi supervisionate è quindi spiegare come la conoscenza delle modalità
assunte dalle n unità sulle restanti p-1 variabili (dette variabili esplicative) possa spiegare
l’appartenenza ad uno o ad un altro dei gruppi.
81 Si precisa qui che sono state escluse dall’analisi le modalità comprese nel raggruppamento
“Altra Identità”: Italia (Nord e Centro), Europa, Mondo. Cfr. nota 76.

- 254 -
˗ “tit_stu”;
˗ “profes”,

alle quali, nel secondo caso, sono state aggiunte “CS_fid” e “CS_gen”.
L’output di ogni albero presentato comprende i seguenti valori (riportati al di
sotto del grafico):
i) Errore di classificazione: percentuale di casi mal classificati, ovvero non
correttamente classificati dal modello usato (10-fold cross-validated
error rate);
ii) Variabili utilizzate per la classificazione: elenco delle variabili, in ordine
di importanza, utilizzate per la costruzione dell’albero (a mo’ di
riepilogo);
iii) Root node error: è l’errore di classificazione che si commette alla prima
partizione.

Grafico 3.10 – Modello 1 - CS: Capitale sociale istantaneo/specifico (esclusione di


“CS_fid” e “CS_gen”)

CS istantaneo - Modello 1
1

No
.78 .22
100%
yes d.6.b_simbolo < 2.5 no

No
.70 .30
73%
d.7_appartenenza >= 3.5

No
.50 .50
29%
ID = sud,provincia

2 6 14 15

No No No Si
1.00 .00 .84 .16 .73 .27 .27 .73
27% 43% 15% 15%

- 255 -
Classification Error: 14,71%
Variables actually used in tree construction:
[1] d.6.b_simbolo; d.7_appartenenza; ID
Root node error: 22/102 = 0.21569
n = 102

Il Grafico 3.10 rappresenta il Modello 1 - CS (10-fold CV error rate: 14,71%; root


node error: 21,57%; n = 102), nel quale, oltre alle variabili poc’anzi elencate, si è
ritenuto opportuno, al fine di verificare alcune intuizioni, inserire ulteriori
variabili, sebbene queste non siano risultate significativamente predire il
Capitale sociale istantaneo nella Foresta Casuale: “d.7_appartenenza”;
d.8.bis_appartenenza”; “d.6.b_occasioni”; “d.5_salento”; “d.5_orgoglioso”;
“d.5_posti.gente”; “d.7_attaccamento”.
Al nodo 1, si ha la proporzione, nel campione, delle diverse categorie della
variabile di risposta, prima di qualsiasi partizione. Così, per il Capitale sociale
istantaneo/specifico, il nodo in cima all’albero riporta la proporzione dei “No”,
che risulta piuttosto elevata (78%), e quella dei “Sì” (22%), e dunque il 100% del
campione. Ad una prima osservazione, la fiducia contestualizzata generata
espressamente dall’evento sembra non essere particolarmente elevata. Se, però,
si tengono in considerazione una serie di fattori, alcuni di contesto (come il fatto
che essa è stata misurata in una zona di per sé notoriamente povera di capitale
sociale), altri più attinenti alla metodologia usata per rilevarla (come il fatto che,
vista l’impostazione della domanda posta, essa ha estrapolato un valore netto e
molto ristretto), tale dato merita di essere rivalutato: questo rappresenta, infatti,
in caso di già buoni livelli di fiducia generalizzata, un incremento dovuto
esclusivamente alla partecipazione al Festival, oppure, nel caso di bassi livelli o
totale assenza di tale qualità iniziale, una dotazione completamente nuova che
può anche prescindere dalla naturale disposizione a fidarsi o meno, con ciò
acquisendo ancora maggiore valore. In linea con quanto emerso nelle Random
Forests, la variabile responsabile della prima partizione è lo status di “simbolo”
della cultura locale associato all’evento, che figura accompagnato dalla modalità
che rappresenta la condizione in corrispondenza della quale la partizione ha
luogo. Così, nel primo modello, la condizione per la partizione è “d.6.b_simbolo
< 2.5”. Da ogni nodo partono due segmenti, uno a sinistra e uno a destra, che

- 256 -
conducono alla “conseguenza” della condizione posta. Più in particolare, a
sinistra, l’esito della partizione se la condizione è vera, a destra in caso
contrario. Se, dunque, “d.6.b_simbolo < 2.5” = Sì → Nodo 2. In tale nodo, è
nuovamente riportata la proporzione di “No” e di “Sì” al quesito sul Capitale
sociale istantaneo/specifico, questa volta condizionata ai livelli della variabile
“d.6.b_simbolo.” Pertanto, tra chi ha attribuito all’item che rappresenta il grado
di riconoscimento della qualità di simbolo al Festival un valore inferiore a 2.5, il
100% ha risposto “No” alla domanda sulla concessione di fiducia motivata solo
ed esclusivamente dal fatto di condividere l’esperienza di fruizione dell’evento
(27% del campione). Il nodo 2 è un nodo terminale, o foglia, che non prevede
ulteriori partizioni. Il ramo a destra rappresenta l’esito negativo rispetto alla
condizione posta al nodo 1: “d.6.b_simbolo < 2.5” = No → Nodo 3. Ancora, il
nodo 3 riporta la percentuale di risposte al capitale sociale specifico: resta alta la
proporzione dei “No” (70% vs. 30% di “Sì”, che costituiscono il 73% delle
osservazioni). La condizione posta al nodo 1 non risulta pertanto sufficiente per
discriminare i “Sì” e i “No” della variabile oggetto di studio: che l’indicazione
fornita alla domanda “d.6.b_simbolo” sia < o > 2.5, sarà comunque più
probabile che la risposta al Capitale sociale istantaneo sia negativa. Dal nodo 3
parte, quindi, un’altra condizione posta ad opera della variabile
“d.7_appartenenza>=3.5”, che ripartisce ulteriormente l’albero. La presenza di
un sentimento di belonging, seppur piuttosto forte, verso la macro-area del
Salento (che compariva nella formulazione della domanda, cfr. Appendice,
domanda “d.7”), non sembra in grado di favorire la concessione temporanea di
maggiore fiducia contestualizzata. A farlo è, invece, il senso di appartenenza
verso determinati quadri territoriali, che divide il campione a metà tra risposte
positive e risposte negative. Se la condizione posta al nodo 3 è falsa, nella
partizione interviene infatti un’altra variabile, quella che abbiamo definito
“Senso di appartenenza specifico”. Nel caso di variabili categoriali, il grafico
riporta solo le categorie, per così dire, “affermative”: nel nostro caso “Sud” e
“Provincia”. In corrispondenza di queste modalità, si perviene al nodo 14, in cui
si ha un’alta proporzione di risposte negative alla fiducia istantanea. Il nodo 15,
che ha una altissima prevalenza di “Sì” (73%), è determinato dalla negazione
della condizione, e, quindi, da tutte le altre modalità della variabile “ID”

- 257 -
considerate, ossia, “Paese in cui si svolge la serata”, “Grecìa”, “Salento” e
“Puglia”. L’interpretazione di questo albero permette una maggiore
comprensione di quei “meccanismi” relativi alla generazione di capitale sociale
durante gli eventi cui si è fatto accenno alla fine del secondo capitolo, per i quali
si è rilevata una forte esigenza di comprensione. Emerge, innanzitutto, quanto
supposto a livello per lo più teorico in letteratura: l’importanza della valenza
simbolica delle iniziative di celebrazione del patrimonio culturale nell’innescare
tali processi, in linea con chi afferma che sia proprio l’alto contenuto simbolico
ed evocativo di alcuni festival legati alle tradizioni locali a generare un
sentimento di benevolenza o, in altri termini, uno spirito di “communitas”
(Salamone, 2000), in grado di rafforzare i legami di fiducia tra chi si trova a
condividere la stessa esperienza di fruizione. In realtà, nel modello presentato si
osserva come questo, però, non sia sufficiente: affinché l’evento apporti degli
effetti in termini di produzione di fiducia, al valore simbolico deve aggiungersi, e
nel caso di iniziative percepite come autentiche – ed è il caso, come abbiamo
visto, del Festival “La Notte della Taranta” – le due cose vanno di pari passo,
l’attribuzione di un valore qui definito come “identitario”. È, infatti, il
sentimento di appartenenza, un sentimento che è tutto personale con
riferimento all’area a cui è associato (come si nota dal fatto che quello supposto
come più probabile e perciò esplicitato nella domanda, quello verso il Salento,
non è in grado di spostare la proporzione del Capitale sociale specifico in favore
dei “Sì”), e che è reso conscio dall’occasione di celebrazione di quello che è
interpretato come un “simbolo” della propria cultura, a far sì che si sia più
inclini a concedere la propria fiducia a chi sta condividendo la stessa esperienza,
probabilmente dietro l’aspettativa positiva che l’altro assegni all’evento lo stesso
valore. In sostanza, la sperimentazione di una manifestazione che ha ad oggetto
un bene culturale sentito come rappresentativo del proprio territorio e tesa,
dunque, a sottolineare l’identità del luogo, rappresenta un elemento forte di
coesione, tale da divenire motivo di aggregazione tra gli individui. Il dato che
mette in luce come chi sente di appartenere al “Sud Italia” e alla “Provincia di
Lecce” non si fida maggiormente di chi è intervenuto alla manifestazione
conferma quanto sin qui affermato. Il “Sud” è evidentemente un riferimento
identitario molto ampio, per cui se pur si riconosce la qualità di simbolo della

- 258 -
cultura locale all’evento in questione, non lo si interpreta come parte del proprio
patrimonio. Lo stesso dicasi per chi indica come spazio di appartenenza la
“Provincia”. La tradizione musicale riproposta dal Festival è più strettamente
connessa ad una porzione molto limitata di tale area, che si colloca proprio al
suo centro, in un entroterra prevalentemente rurale, la Grecìa Salentina. La
specificità culturale e geografica del contenuto del Festival, oltre allo stigma di
arretratezza fino a pochi decenni fa associato alla pizzica e al fenomeno ad essa
collegato, il tarantismo, fa sì che chi ha come riferimento di identificazione
un’area ampia e piuttosto diversificata culturalmente al suo interno, come la
Provincia di Lecce, non riconoscendo tale simbolo come proprio, non è portato a
concedere più fiducia a coloro che prendono parte all’evento. Questo nostro
primo modello dimostra, dunque, che la prima ipotesi di ricerca formulata (H.1)
che postula che la partecipazione all’evento, quando ad esso è associata una
forte valenza sociale e simbolica, spinge i membri di una comunità a fidarsi
maggiormente di chi condivide l’esperienza di fruizione del proprio patrimonio
culturale, è vera giacché al bene è attribuito anche un valore superiore: quello
identitario. Nel processo messo in luce dal risultato dell’analisi, la qualità di
simbolo attribuita al bene allorquando è sentito come parte del proprio
heritage, associata alla sua capacità di generare un sentimento di appartenenza,
agisce positivamente sulla formazione della fiducia specificamente connessa alla
condivisione di momenti di celebrazione pubblica di un elemento della memoria
collettiva della comunità locale. Ciò significa che anche la prima parte della terza
ipotesi formulata (H.3), trova validazione empirica. In risposta alla domanda di
ricerca che si chiede se capitale sociale e identità territoriale si influenzano
reciprocamente nel contesto di un evento dedicato alla cultura del luogo, essa
presume che la maggiore fiducia che si suppone sia dovuta alla partecipazione
all’evento deriva dal valore, anche affettivo, associato allo stesso e al sentimento
di identificazione con il luogo che esso genera.
Allo scopo di approfondire ulteriormente i meccanismi relazionali che si è inteso
qui indagare, si sono inserite anche le dimensioni della fiducia generalizzata in
una successiva analisi82, il cui output è presentato nel Grafico 3.11 che riporta il

82 In questo caso, non essendo risultate rilevanti le variabili aggiunte, si sono utilizzati solo i
predittori selezionati attraverso la Random Forest, così come presentati a pag. 254.

- 259 -
Modello 2 - CS (10-fold CV error rate: 16,42%; root node error: 25,37%; n =
67).

Grafico 3.11 – Modello 2 - CS: Capitale sociale specifico/istantaneo (inclusione di


“CS_fid” e “CS_gen”)

CS istantaneo - Modello 2
1

No
.75 .25
100%
yes CS.gen = No no

No
.54 .46
42%
CS.prog = No

Si
.40 .60
30%
d.7_identificazione >= 4.5

2 6 14 15

No No No Si
.90 .10 .88 .12 .60 .40 .20 .80
58% 12% 15% 15%

Classification Error: 16,42%


Variables actually used in tree construction:
[1] CS.gen; CS.prog; d.7_identificazione
Root node error: 17/67 = 0.25373
n = 67

Come si può notare, la variabile responsabile della prima partizione è proprio la


dotazione iniziale di capitale sociale, ossia la disposizione naturale a fidarsi o
meno. In assenza di tale “riserva” di fiducia, aumenta anche la proporzione di
“No” (90%) del capitale sociale specifico. In caso contrario, vale a dire se la
condizione “CS_gen = No” è falsa, al nodo successivo troviamo un elemento di
grande rilevanza ai fini di una considerazione dell’effetto di più lunga durata di
eventi incentrati sulla cultura popolare. Nella discriminazione della variabile

- 260 -
oggetto di studio interviene la disponibilità a partecipare volontariamente ad
altri progetti di valorizzazione del territorio al di là del Festival, ossia quella
dimensione del capitale sociale implicata nell’impegno civico, in corrispondenza
della quale la percentuale delle risposte positive alla concessione di fiducia
istantanea cresce notevolmente, fino quasi ad eguagliare quella dei “No”. Al
successivo nodo 7, cui si perviene se la condizione “CS_prog = No” è falsa, la
proporzione di “Sì” supera quella dei “No” (60% vs. 20%, che costituiscono il
30% dell’intero campione). A questo punto, è nuovamente una delle tipologie
individuate del legame verso il luogo a determinare l’ultima, significativa
partizione: il senso di identificazione. La modalità “soglia” che rappresenta la
condizione in corrispondenza della quale essa ha luogo è fissata ad un livello
elevatissimo, “d.7 identificazione >= 4.5”. In apparente contraddizione, se ciò è
vero, il capitale sociale istantaneo si abbassa, pur restando comunque alto
rispetto ai tassi medi rilevati (40%). Quanto emerso dal precedente albero di
classificazione è qui utile per l’interpretazione di tale dato: abbiamo visto,
infatti, come non sia il senso di appartenenza al “solo” Salento a generare
capitale sociale istantaneo, ma anche quello rivolto a diverse entità geografiche,
più piccole (Grecìa Salentina) o più grandi (Puglia, ma non Provincia di Lecce).
L’indicazione nella domanda dell’area salentina come riferimento in base al
quale esprimere la natura nonché la misura dei propri sentimenti (“d.7 In che
misura questi sentimenti descrivono il tuo legame con il Salento?”, cfr.
Appendice) ha probabilmente indotto chi aveva precedente dichiarato di sentire
di appartenere ad un’area differente (domanda d.3) ad assegnare un punteggio
più basso in corrispondenza di tale item, giacché il suo legame è rivolto in prima
istanza ad un altro livello di scala, e non o, più probabilmente, non solo al
Salento (cosa che, come conferma la letteratura, non è in contrapposizione in
quanto l’appartenenza è più spesso multiscalare). Ecco perché riteniamo di
poter giudicare comunque coerente anche la partizione che chiude l’albero. Nel
nodo terminale 15, un qualsiasi livello di identificazione, da basso a medio-alto
(con esclusione dei valori altissimi da 4.5 compreso a 5) discrimina fortemente
la variabile studiata, con una proporzione di dichiarazioni di disponibilità a
concedere la propria fiducia a chi sta prendendo parte quella sera al Festival
pari all’80%.

- 261 -
Dal confronto tra i due alberi, che mostrano entrambi una buona performance
predittiva, si possono svolgere riflessioni molto interessanti sui sentimenti verso
il luogo o livelli di sense of place che contribuiscono alla formazione di Capitale
sociale istantaneo/specifico. Nel primo modello (Modello 1 – CS), associato al
riconoscimento del valore di simbolo della cultura locale all’evento che ne
celebra un elemento (la musica popolare), compare il “sense of belonging”. Nella
già citata scala proposta da Shamai (1991), utilizzata come base di partenza per
la rilevazione dei legami verso il proprio territorio in questa ricerca, esso è
praticamente il primo vero e proprio sentimento, dopo la mera “knowledge of
being located in a place”, in cui “people know they live in a distinguishable
place […] but do not have any kind of feeling that binds them to this place.”
(Ivi: 349). La definizione fornita dallo studioso conferma la validità di quanto
emerso dall’analisi e, più in particolare, l’importanza dei “simboli” in questo
primo livello di affezione:

“(2) Belonging to a place – in this stage, there is a feeling of


belonging to a place. There is not only knowledge of the name
of the place and its symbols (as in level 1), but also a feeling of
«togetherness» and common destiny. What is happening in the
place is important. The symbols of the place are respected.”
(Ivi: 350)

Nel secondo modello (Modello 2 – CS), a validazione di quanto si riscontra in


letteratura, alla fiducia generalizzata e all’impegno civico, corrisponde un
sentimento che si posiziona più in alto nella suddetta scala, quello di
identificazione. Coerentemente con la dimensione del capitale sociale che, in
questo caso, interviene nel determinare la fiducia istantanea e che denota un
investimento (anche affettivo, alla luce di quanto emerso) nel territorio, questo
livello del legame verso il luogo implica un atteggiamento volto al
perseguimento, da parte dell’individuo che lo prova, degli interessi e degli
obiettivi dell’area in cui vive:

“(4) Identifying with the place goals – when the majority of the
people of the place recognize the goals of the place and are in
conformity with them. This level implies a fusion and blending
with the place’s interests and needs. It means that there is a

- 262 -
devotion, allegiance, and loyalty to a place. People are deeply
attached to their place.” (Id.)

Questo lascerebbe intuire in cosa consista il deposito ultimo dell’evento sul


territorio che lo promuove in termini di effetti intangibili. La temporanea presa
di coscienza del proprio sentimento, generalmente inconsapevole, verso il luogo
che si abita, prodotta dalla condivisione della fruizione di una manifestazione
che celebra la cultura locale, potrebbe tradursi in una risorsa dall’impatto più
pervasivo e più duraturo nel tempo: un maggiore coinvolgimento nelle attività
di valorizzazione del territorio, giacché valorizzare significa, innanzitutto, come
visto nel Capitolo 2, ricostruire l’identità sociale delle comunità locali attraverso
la partecipazione diretta delle stesse al processo.
Per una visione completa, passiamo ora ad illustrare l’output della stessa tecnica
d’analisi applicata al secondo elemento attorno a cui ruota il presente studio: il
Senso di appartenenza specifico83 (domanda d.3, vedi Appendice). A tal fine, si
sono utilizzate esclusivamente le variabili che nella Random Forest sono
risultate essere i migliori predittori del Sense of belonging specifico. Di seguito,
il riepilogo:

˗ “ID2” (Senso di appartenenza generalizzato);


˗ “Age”;
˗ “d.6.b_simbolo”;
˗ “d.7_radicamento”;
˗ “tradiz”;
˗ “CS_ist”;
˗ “CS.volont”;
˗ “Conc”;
˗ “tit_stu”;
˗ “d.5_orgoglioso”;
˗ “orch”;
˗ “radici”;
˗ “CS_gen”;
˗ “CS_prog”;
˗ “sex”;
˗ “profes”;
˗ “d.6.a_a.casa”;
˗ “wtp”;

83 Come già ricordato, sono stati individuati tre livelli del Senso di appartenenza: cfr. nota 76. Si
precisa che tutte le modalità della variabile sono state inserite nell’analisi e che, nei nodi
dell’albero, le percentuali ad esse riferite compaiono in quest’ordine: “altra ID”, “micro”,
“macro”.

- 263 -
˗ “d.4”;
˗ “CS_fid”.

Grafico 3.12 – Modello 1 - ID: Senso di appartenenza specifico

Identità - Modello 1
1

altra.ID
.34 .31 .34
100%
yes d.6.b_simbolo < 3.5 no

2 3

altra.ID micro
.55 .19 .26 .20 .40 .40
41% 59%
d.6.a_a.casa >= 3.5 CS.fid = Bassa

5 7

macro micro
.33 .29 .38 .12 .49 .39
21% 40%
d.5_orgoglioso < 3.5 CS.volont = Si

4 10 11 6 14 15

altra.ID altra.ID macro macro micro macro


.76 .10 .14 .71 .14 .14 .14 .36 .50 .37 .21 .42 .04 .65 .30 .22 .28 .50
21% 7% 14% 19% 23% 18%

Classification Error: 41,18%


Variables actually used in tree construction:
[1] CS.fid; CS.volont; d.5_orgoglioso; d.6.a_a.casa
[5] d.6.b_simbolo
Root node error: 67/102 = 0.65686
n = 102

Il Grafico 3.12 presenta il Modello 1 - ID (10-fold CV error rate: 41,18%; root


node error: 65,68%; n = 102), che mostra una minore performance predittiva
(41,18%) dei precedenti, spiegabile con l’alta numerosità delle modalità assunte
dalla variabile di risposta (“ID”). In stretta analogia con quanto osservato per il

- 264 -
Capitale sociale istantaneo nel Modello 1 - CS, la variabile esplicativa
responsabile della prima partizione è il valore simbolico associato al Festival e la
condizione posta è “d.6.b_simbolo < 3.5”. Se falsa e, dunque, per punteggi da
3.5 in su (nodo 3), le modalità individuate condizionate ai livelli della variabile
“d.6.b_simbolo” mostrano gli stessi livelli per chi sente di appartenere ad una
delle opzioni Paese in cui si svolge la serata, Grecìa, Provincia o Salento
(“micro”, 40%) e chi a Puglia, Sud Italia (“macro”, 40%).
Se la condizione al nodo 1 è sufficiente per discriminare chi ha come riferimento
identitario il Nord o Centro Italia, l’Europa o il Mondo, non risulta esserlo per le
altre due modalità, ossia chi dichiara un’appartenenza “micro” e chi ne indica
una “macro”. A determinare la partizione seguente, utile a tal fine, interviene il
livello di fiducia generalizzata: in corrispondenza della negazione della
condizione “CS_fid = bassa” (e, dunque, per valori della scala medio-alti)84,
aumenta la proporzione del belonging verso un’entità geografica più piccola
(“micro” = 49%). Infine, tale percentuale cresce ancora a seguito dell’ultima
partizione operata da un’altra variabile attinente al capitale sociale: la
disponibilità a collaborare gratuitamente all’organizzazione del Festival, indice
di un investimento affettivo nello stesso e dell’alto valore attribuitogli. Al
verificarsi della condizione espressa al nodo 7, “CS_volont = Si”, in quello
“foglia” (14), rappresentativo del 23% delle osservazioni, chi esprime
un’appartenenza alla scala più prossima è pari al 65%.
L’albero convalida, innanzitutto, l’ipotesi (H2) avanzata in questa sede che
suppone che la partecipazione ad un evento, quando ad esso è associata una
forte valenza simbolica, accresce/consolida il sense of belonging verso il
territorio e la comunità della cui cultura è espressione. Nel modello si riscontra
come il primo fattore a discriminare la variabile sia proprio l’assegnazione dello
status di simbolo della cultura locale alla manifestazione oggetto di indagine.
Ciò è decisamente in linea con quanto si sostiene nell’approccio geografico allo
studio dei sentimenti per il luogo.
Il già citato Relph (1976) afferma che simboli, tradizioni, miti e riti
contribuiscono al rafforzamento del sense of place. A suo avviso, “identity of
place is comprised of three interrelated components, each irreducible to the

84 Cfr. nota 70.

- 265 -
other – physical features or appearance, observable activities and functions,
and meaning or symbols” (Ivi: 61). È quanto rappresenta anche nello schema
concettuale che riportiamo:

Figura 3.1 – Place identity e sue componenti (Relph, 1976: 61).

Peterson e Saarinen (1986: 164) scrivono che “Local symbols reflect and
enhance sense of place” e Tuan (1977), in un passaggio ancor più pertinente con
riferimento all’oggetto del presente studio, sottolinea il ruolo dell’arte e di
cerimonie e riti nel “rendere visibili” i luoghi, o, meglio i sentimenti ad essi
associati:

“[We] may say that deeply-loved places are not necessarily


visible, either to ourselves or to others. Places can be made
visible by a number of means: rivalry or conflict with other
places, visual prominence, and the evocative power of art,
architecture, ceremonials and rites. Identity of place is
achieved by dramatizing the aspirations, needs, and functional
rhythms of personal and group life.” (Ivi: 178)

È molto interessante notare come l’intuizione che ha ispirato alcune delle


riflessioni svolte nella letteratura sull’argomento nonché in questo lavoro, alla
prova della verifica empirica, trova conferma: il senso di appartenenza al
territorio che promuove l’evento è influenzato, tra l’altro, nel contesto della
fruizione, dall’elemento celebrativo/simbolico connesso alla natura stessa di tale

- 266 -
genere di festival nonché alla maggiore fiducia verso i membri della comunità
locale (H3). Come già osservato per il capitale sociale, quello che è
fondamentalmente l’aspetto più qualificante della cultura, ossia la sua
dimensione di sistema di simboli, quando è riconosciuto anche nell’evento che
diventa emblema della cultura locale, lega gli individui ai luoghi, processo
favorito dalla presenza di risorse relazionali, e, nella circolarità di una relazione
che appare sempre più di reciprocità, gli individui tra loro, in virtù della
medesima appartenenza geografica.

- 267 -
Conclusioni.

“Una «rinascita» dei luoghi sepolti


richiede atti simbolici, riconoscimenti
solidali, la ridefinizione dei rapporti
culturali fra uomo e territorio,
assumendo quest’ultimo come soggetto
vivente. […] I luoghi sono soggetti
culturali, «parlano», dialogano del
lungo processo di antropizzazione
attraverso il paesaggio, restituiscono
identità, memoria, lingua, culture
materiali, messaggi simbolici e
affettivi.” (Magnaghi, 200085)

La lettura del rapporto eventi culturali/territorio secondo le logiche,


spesso riduttive, degli impatti territoriali, misurati come effetti per lo più
economici o in termini di riqualificazione, non considera la possibilità che tali
iniziative di valorizzazione siano, in realtà, in grado di innescare processi più
ampi che investono l’intera complessità sistemica del luogo. Per cogliere questo
aspetto, è necessario adottare quei modelli interpretativi propri della disciplina
geografica in cui le attività in favore della promozione della cultura locale sono
considerate non tanto come interventi settoriali, ma piuttosto come opere
territoriali tanto in relazione ai contenuti che li ispirano, quanto soprattutto in
funzione dell’azione strutturante che esse possono svolgere sul luogo. Il quadro
teorico-metodologico di riferimento è, innanzitutto, quello nella cui concezione
“la terra diventa territorio quando è tramite di comunicazioni, quando è mezzo
e oggetto di lavoro, di produzioni, di scambi, di cooperazione” (Dematteis,
1985: 74), che interpreta il territorio come “produttore” di memoria (Piveteau,
1995) e, al contempo, “creatore” di un “codice genetico locale” – in cui si
intrecciano risorse che si costruiscono nel passato la cui valorizzazione permette
però di dare senso ai progetti del presente e del futuro – e patrimonio

85 Alberto Magnaghi (2000), Il progetto locale, Torino: Bollati Boringhieri, pp. 54-55.

- 268 -
territoriale, sottolineando i valori di cui è portatore (Magnaghi, 2000). Un
approccio, dunque, che “richiede l’esigenza di comprendere come localmente
funziona la società, quali sono le relazioni che legano la società al territorio nei
processi di valorizzazione locale e sovra locale delle risorse territoriali e come
tali relazioni si possono riprodurre nel tempo” (Bagliani, Dansero, 2009: 267).
Lo studio che si è qui condotto, poggiando su tali presupposti, vede il rapporto
tra manifestazioni volte alla messa in valore del patrimonio culturale e luogo in
termini di circolarità e territorializzazione, considerando così lo specifico valore
aggiunto territoriale che deriva dall’azione di valorizzazione. Il “valore aggiunto
territoriale” fa riferimento all’attivazione di risorse di vario tipo, non presenti
all’inizio del processo, e può essere inteso in due modi:

“come valore aggiunto del progetto, cioè il valore che la


realizzazione del progetto aggiunge e incorpora in quel
territorio (VAT debole); come valore aggiunto del territorio,
cioè il valore in più che si ottiene perché il progetto mobilita le
potenzialità offerte da quel territorio (VAT forte).” (Dematteis,
2001: 22)

È, in altre parole, quel di più che si può ottenere rispetto a processi di


valorizzazione che non mobilitano né attori né risorse specifiche locali, ma si
limitano a sfruttare esternalità e fattori territoriali dati, con interventi esogeni
diretti. Se, come messo in luce nel Capitolo 1, l’insieme delle risorse immobili
locali può essere considerato come un capitale territoriale86 e se tanto il
patrimonio storico materiale e immateriale (non riproducibile in quanto tale,
ma incrementabile nel tempo) e i beni relazionali (risorse rinnovabili e
incrementabili, ma producibili solo nel medio-lungo periodo) sono, nella visione
dei territorialisti (Dematteis, Governa, 2005), elementi costituenti di
quest’ultimo, le risultanze del presente studio si rivelano estremamente
importanti in tale dibattito giacché dimostrano come azioni di valorizzazione del
patrimonio culturale locale siano in grado di agire positivamente sulla

86 Lo stesso studioso, come illustrato nel Capitolo 1, precisa come questo sia costituito da
elementi molto diversi, ma che hanno in comune alcune caratteristiche tra le quali l’essere
stabilmente incorporate ai luoghi (essere “immobili”); l’essere difficilmente reperibili altrove
con le stesse qualità (essere specifici); non essere producibili a piacimento in tempi brevi
(essere “patrimonio”).

- 269 -
riproduzione di alcune essenziali risorse del luogo. L’effetto territoriale
riconducibile alla promozione di eventi incentrati sulla cultura locale è proprio
l’attivazione di capitali potenziali specifici del territorio con la produzione di un
“surplus” sia in relazione al valore complessivo prodotto nel processo che al
capitale territoriale locale disponibile. Si tratta, dunque, di trasformare in valore
(d’uso) le risorse potenziali (immobili e specifiche) del luogo attivate dall’azione
di valorizzazione e, in un’ottica di lungo termine, di incorporare tale valore al
territorio stesso sotto forma di incremento del capitale territoriale. Come
argomentato in apertura, e come dimostrato in fase empirica, al pari di altri
elementi, anche la cultura locale, se fruita dalla stessa collettività di cui è
espressione e da questa valorizzata, è in grado di agire sulle risorse intangibili
del capitale sociale e della identità territoriale, che sono assolutamente
indispensabili a che uno spazio possa dirsi “territorio”. Se, come nell’ottica
assunta in questo lavoro, per “valorizzazione” intendiamo la produzione di
“nuovi atti territorializzanti che aumentano il valore del patrimonio
territoriale attraverso la creazione aggiuntiva di risorse” (Magnaghi, 2000:
89), è chiaro come un evento dal forte valore simbolico, come si è rivelato essere
quello qui indagato, favorendo la creazione di fiducia e senso di appartenenza,
ha un alto potenziale “territorializzante”. Interpretando, infatti, il territorio
come fonte di creazione di valori e questi come “spazi di autoriconoscimento
collettivo” (Turco, 2003b: 27) e prendendo in considerazione l’interazione
sinergica, ampiamente messa in luce, tra la condivisione di questi ultimi e i
meccanismi di identificazione e di accumulazione del capitale sociale, la
promozione della cultura del luogo può generare effetti strutturanti e
intervenire, nel lungo periodo, nei processi di territorializzazione, che creano
“territorio”.
Se il ruolo della territorializzazione nella vita sociale, nella costruzione delle
relazioni fra attori e nella formazione dell’identità collettiva è stato ampiamente
sottolineato negli scritti dei geografi, poco indagata è l’azione della promozione
della cultura locale, attraverso eventi che in qualche modo la celebrano, sulle
suddette qualità territoriali che, come abbiamo visto, intervengono nei processi
che sottendono la stessa. Questa ricerca offre una maggiore comprensione dei
meccanismi attraverso cui ciò può avvenire. Emerge, difatti, che l’elemento

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simbolico, proprio di molte attività di valorizzazione e centrale nella
realizzazione di festival che celebrano le tradizioni del luogo, innesca processi di
auto-riconoscimento collettivo e di identificazione con lo stesso e favorisce
peraltro la fiducia interpersonale tra chi condivide l’esperienza. È, dunque, la
stessa matrice causale, l’attribuzione di un valore simbolico all’attività di
promozione della cultura da parte della comunità locale, ad innescare nella
stessa tanto i meccanismi relazionali di cui si è discusso che quelli identitari,
lasciando prefigurare anche una qualche forma di reciprocità tra le dinamiche
connesse alla formazione del capitale sociale e quelle implicate nella
costituzione del senso di appartenenza.
Lo studio, che poggia solidamente su alcuni tra i concetti più cari alla disciplina
geografica, presenta importanti prospettive future di ricerca e connessi margini
di miglioramento.
Un primo elemento di riflessione, relativo al metodo di ricerca che si è scelto nel
progetto di tesi, attiene alla possibile soggettività che è connaturata alle
rilevazioni dirette quali-quantitative tramite questionario. Come ampiamente
spiegato, si è cercato di limitare al minimo tale soggettività attraverso il ricorso,
in fase di indagine, ai metodi di controllo delle variabili propri dell’economia
sperimentale e della psicologia ambientale nonché, nella successiva fase di
analisi dei dati, attraverso una rigorosa analisi statistica. Gli sforzi più
importanti in tal senso, però, sono stati effettuati mettendo in campo la capacità
oggettiva dello studioso di mediare tra competenza topica e conoscenza topica,
tra saperi esperti e saperi contestuali (Turco, 2010). Come si è già avuto modo di
sottolineare, data l’immaterialità delle qualità territoriali e degli effetti sulle
stesse che si è mirato ad analizzare, questi, in quanto rilevati attraverso indagine
diretta, sono di natura istantanea e legati, temporalmente e spazialmente, alla
durata stessa dell’evento o al periodo immediatamente successivo. Sebbene tali
impatti immediati siano il principio di quelli che, se ben gestiti, andranno a
sedimentarsi nel, e agiranno più profondamente sul, territorio, e con ciò
mostrano quindi il valore intrinseco di essere colti nel loro stesso prodursi, uno
studio indiretto complementare perfezionerebbe la validazione in sede empirica.
E ciò fermo restando che il contributo preminente dello studio è inteso essere la
produzione di conoscenza circa i processi di formazione di tali elementi del

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territorio a fronte di quella forte esigenza, osservata nell’ambito degli studi sugli
effetti territoriali degli eventi, anche e soprattutto in sede geografica, di indagare
proprio quei “meccanismi” invisibili che nel contesto di tali attività sono sottesi
alla produzione delle risorse intangibili oggetto del nostro studio.
Ampie e interessanti appaiono, dunque, le prospettive future di ricerca che
questo lavoro apre che vanno dall’individuazione di un percorso evolutivo di
revisione e affinamento delle variabili per quel che attiene l’indagine diretta,
all’integrazione e al perfezionamento dello studio attraverso un’analisi indiretta
atta a stimare il “deposito” che l’evento lascia sul luogo. La replicabilità
dell’indagine rende fattibile la sua applicazione ad altri contesti situazionali e/o
territoriali: come nell’obiettivo ultimo della presente tesi, questo arricchirebbe
lo scarso corpus di verifiche empiriche riscontrabile nella letteratura
sull’argomento.

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