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Volumi pubblicati Mario Tronti

Tronti
XX SECOLO
G. Canguilhem, Il fascismo e i contadini Collana di Storiografia
e Storia del pensiero politico
M. Tolomelli, Terrorismo e società. Il pubblico
dibattito in Italia e in Germania negli anni Settanta
Il demone della politica diretta da Alberto De Bernardi e Carlo Galli
D.L. Germino, Il partito fascista italiano Antologia di scritti (1958-2015)
al potere. Uno studio sul governo totalitario Mario Tronti

Il demone della politica


J. Plenge, 1789 e 1914. Gli anni simbolici Obiettivo della collana, e del Centro di studi
nella storia dello spirito politico sulla storia e il pensiero politico del Novecento
C. Pellizzi, Una rivoluzione mancata
L. Paggi, Il «popolo dei morti». La repubblica
Questa raccolta di scritti di Mario Tronti, la prima a coprire l’in-
tero periodo della sua produzione teorica, nasce dalla constatazio-
Il demone del quale è l’espressione, è ripercorrere – sia con
testi originali di ricerca sia con nuove edizioni
italiana nata dalla guerra (1940-1946)
H.J. Laski, Ch. Borgeaud, F. Larnaude,
G. Mosca, M.J. Bonn, L’evoluzione attuale
ne di un consolidato ritorno di interesse nei confronti del suo
pensiero, oltre che dalla sostanziale irreperibilità di molte sue della politica di classici – la storia del XX secolo, per far emer-
gere processi, dinamiche, connessioni imprevi-
ste, che rendano possibili re-interpretazioni del
opere. Corredata da un’introduzione che ne storicizza il percorso
del regime rappresentativo. Cinque risposte politico e teorico, l’antologia offre una ricostruzione unitaria del Antologia di scritti (1958-2015) recente passato, anche attraverso il contributo
a un’inchiesta dell’Union Interparlementaire pensiero di un intellettuale novecentesco tra i più conosciuti e delle scienze sociali e politiche (economia,
C. Lombroso, L’uomo delinquente studiato internazionalmente citati, evidenziandone tanto le continuità sociologia, scienza politica, geopolitica, demo-
in rapporto all’antropologia, alla medicina quanto le fratture teoriche. Gli scritti selezionati sono raggruppa- a cura di grafia, analisi degli sviluppi delle scienze natura-
legale ed alle discipline carcerarie ti in quattro sezioni cronologiche, che individuano diversi perio- li e della tecnologia), viste come strumenti indi-
F. Neumann, H. Marcuse, O. Kirchheimer,
Matteo Cavalleri, Michele Filippini spensabili della storiografia. Sul versante della
di nel corso dell’evoluzione del pensiero di Tronti: Il punto di
Il nemico tedesco. Scritti e rapporti riservati vista (1958-1967); Il politico e il movimento operaio (1968-
e Jamila M.H. Mascat storia del pensiero politico, particolare attenzio-
sulla Germania nazista (1943-1945) 1984); Realismo e trascendenza (1985-1998); Pensare il Nove- ne viene dedicata a quelle emergenze e a quei
D. Tafani, Distinguere uno Stato da una banda cento (1999-2015). In ciascuno di questi periodi l’autore sottopo- punti di svolta davanti ai quali maturano nuovi
di ladri. Etica e diritto nel XX secolo ne a critica e in parte ripensa le proprie categorie, aprendo di paradigmi, a quelle crisi in cui il pensiero politi-
M. Tronti, Il demone della politica. Antologia volta in volta nuovi campi di ricerca e nuove prospettive per l’a- co si mostra nel suo stato nascente, nel suo sfor-
di scritti (1958-2015) zione politica. Riproponendo i frutti più significativi del lavoro di zo di catturare il tempo storico e di dargli forma.
Tronti, il volume risponde non solo a un’esigenza ricostruttiva e Quindi, mentre la storiografia ricostruisce – con
periodizzante, ma esprime una specifica natura interpretativa, l’ausilio delle scienze sociali – processi di medio
caratterizzandosi come un utile strumento per la ricezione critica periodo, il pensiero si misura con la concretezza
dell’intera opera trontiana. storica, puntuale e critica, da cui ha origine. Le
due linee di ricerca convergono nell’intento di
Mario Tronti, filosofo e politico, negli anni Sessanta è stato tra i restituire la dialettica profonda in cui il Nove-
fondatori dell’operaismo italiano, poi professore di Filosofia cento trova la propria unità e la propria molte-
morale e Filosofia politica all’Università di Siena, dirigente del plicità.
Partito Comunista Italiano, più volte Senatore della Repubblica
e Presidente del Centro per la riforma dello Stato. Fra le sue
opere più note ricordiamo «Operai e capitale» (1966), «Con le
spalle al futuro» (1992), «La politica al tramonto» (1998),
«Dello spirito libero» (2015).

D 46.00

Grafica: A. Bernini
XX SECOLO
Collana di Storiografia e Storia
del pensiero politico
I lettori che desiderano informarsi
sui libri e sull’insieme delle attività della
Società editrice il Mulino
possono consultare il sito Internet:
www.mulino.it
MARIO TRONTI

Il demone della politica


Antologia di scritti 1958-2015

a cura di
Matteo Cavalleri, Michele Filippini
e Jamila M.H. Mascat

SOCIETÀ EDITRICE IL MULINO


ISBN 978-88-15-27315-4

Copyright  ©  2017 by Società editrice il Mulino, Bologna. Tutti i diritti


sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fo­
tocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi
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nei termini previsti dalla legge che tutela il Diritto d’Autore. Per altre
informazioni si veda il sito www.mulino.it/edizioni/fotocopie
Redazione e produzione: Edimill srl - www.edimill.it

Finito di stampare nel mese di novembre 2017 dalla Litoseibo, Bologna -


www.litoseibo.it
Indice

Nota dei curatori p.     9

Introduzione, di Matteo Cavalleri, Michele Filippini


e Jamila M.H. Mascat 11

Parte prima: Il punto di vista (1958-1967)

1. Tra materialismo dialettico e filosofia della


prassi. Gramsci e Labriola (1959) 67

2. La fabbrica e la società (1962, Operai e ca-


pitale) 95

3. [La rivoluzione copernicana] (1963) 123

4. Lenin in Inghilterra (1964, Operai e capitale) 137

5. 1905 in Italia (1964, Operai e capitale) 145

6. Marx, forza-lavoro, classe operaia (1965,


Operai e capitale) 153

7. La linea di condotta (1966, Operai e capitale) 199

8. Classe partito classe (1967) 221

Parte seconda : Il politico e il movimento


operaio (1968-1984)

9. Classe operaia e sviluppo (1970) 229

5
10. Poscritto di problemi (1970, Operai e capi-
tale) p. 243

11. Sull’autonomia del politico (1972) 285

12. Teoria e politica. Scienza e rivoluzione


(1976) 313

13. Hegel politico (1976) 323

14. Hobbes e Cromwell (1977) 333

15. Il tempo della politica (1980) 369

Parte terza: Realismo e trascendenza (1985-


1998)

16. Per un altro dizionario politico (1987, Con


le spalle al futuro) 421

17. Über das Geistige in der Politik (1992, Con


le spalle al futuro) 435

18. Il sorriso di Sara (1992, Con le spalle al fu-


turo) 455

19. Politica è profezia (1996, La politica al tra-


monto) 485

20. Politica storia Novecento (1998, La politica


al tramonto) 499

21. Il Principe e l’Utopia (1998, La politica al


tramonto) 535

22. Karl und Carl (1998, La politica al tra-


monto) 549

6
Parte quarta: Pensare il Novecento (1999-
2015)

23. Politica e destino (2001) p.  563

24. L’eredità di quello che è stato (2005,


Dall’estremo possibile) 591

25. Per la critica della democrazia politica


(2005) 601

26. Lo spirito che disordina il mondo (2006) 611

27. Fare società con la politica (2008, Non


si può accettare) 623

28. Walter Benjamin. Frammento teologico-


politico (2010, Il nano e il manichino) 637

29. Un messaggio dell’imperatore (2015, Dello


spirito libero) 649

7
nota dei curatori

È nota l’avversione di Mario Tronti per gli apparati


bibliografici. Nei suoi scritti i commenti in nota sono pratica-
mente assenti, mentre i riferimenti bibliografici ai testi citati
sono discontinui e spesso apposti da terzi in fase redazionale.
Dato questo carattere sostanzialmente non autoriale delle
note, i curatori hanno deciso di redigere autonomamente,
attraverso una ricerca sulle fonti, un apparato di note com-
pleto e aggiornato che permetta al lettore di rintracciare
tutte le citazioni presenti nei testi trontiani. I riferimenti
bibliografici in nota sono quindi stati largamente integrati,
nonché aggiornati alle edizioni più recenti. Non sono in-
vece stati aggiunti commenti in nota, salvo rare eccezioni
indicate comunque tra parentesi quadre. Gli altri (rarissimi)
commenti in nota sono originali di Tronti.
Quando le citazioni di altri autori presenti nei testi
trontiani non sono riportate accuratamente (parole saltate
o leggermente modificate, intervalli non segnalati, punteg-
giatura difforme, ecc.) si è preferito non modificare il testo
trontiano. In nota è comunque sempre presente l’indicazione
bibliografica per l’eventuale controllo delle difformità.
La data segnalata sotto il titolo di ogni scritto è quella
della sua prima apparizione, mentre la versione trascritta è
indicata in nota.

Il progetto di questa antologia nasce nel 2012 dall’incontro di


due ricercatrici e due ricercatori che condividono, da prospettive
in parte diverse, l’interesse per il lavoro politico e teorico di Mario
Tronti. Il supporto di Tronti al progetto – insieme a quello dei
suoi collaboratori Francesco Marchianò, Pasquale Serra e Lorenzo
Teodonio – e la sua disponibilità a una serie di interviste hanno
accompagnato una lunga fase di studio e selezione dei testi. Un
ringraziamento particolare va a Luisa Lorenza Corna, che ha

9
accompagnato questa fase pur non figurando tra i curatori del
volume. L’introduzione deve molto ai rilievi critici fatti su una
prima stesura da parte di colleghe e colleghi, compagne e compa-
gni: Giuseppe Allegri, Dario Gentili, Matteo Mandarini, Sandro
Mezzadra, Fabio Milana, Franco Milanesi, Damiano Palano,
Maurizio Ricciardi, Paola Rudan. Un ringraziamento va, infine,
a Carlo Galli e Alberto De Bernardi, che ospitano questo lavoro
all’interno della collana «XX secolo». Pur configurandosi come un
testo unico condiviso dai tre curatori, i paragrafi dell’introduzione
sono stati scritti rispettivamente da Michele Filippini (1, 2 e 3),
Matteo Cavalleri (4), Jamila M.H. Mascat (5).

10
Matteo Cavalleri, Michele Filippini, Jamila M.H. Mascat

INTRODUZIONE

1. Leggere Tronti. Un’antologia

Mario Tronti è unanimemente considerato il padre


nobile dell’operaismo italiano, una stagione di produzione
teorico-politica marxista eterodossa che ha ricevuto e con-
tinua a ricevere un notevole interesse. Pur avendo occupato
una finestra assai limitata della sua esperienza, l’operaismo
ha comunque influenzato sensibilmente il suo percorso,
disseminato di svolte e mutamenti che hanno contribuito
a instaurare un rapporto di costante tensione sia con gli
altri protagonisti della vicenda operaista sia con il Partito
comunista italiano, al quale Tronti è stato iscritto prima di
questa fase e nel quale sarebbe rientrato in seguito.
Lo scopo di questa antologia è quello di rileggere la
traiettoria intellettuale di Tronti, dalla fine degli anni ’50
fino ai giorni nostri, restituendo profondità storica ai di-
versi passaggi che la scandiscono e rendendo nuovamente
disponibili scritti quasi mai ripubblicati e quindi scarsamente
fruibili. La difficoltà di reperimento dei testi – in particolare
quelli degli anni ’70, ’80 e ’90 – ha comportato una specifica
responsabilità per i curatori, nella misura in cui la scelta di
dare maggiore o minor peso a una delle fasi del pensiero
di Tronti è sempre stata la strada principale per esprimere
preventivamente un giudizio complessivo sull’esito del suo
percorso teorico e politico.
Questo volume ha invece l’ambizione di offrire un’imma-
gine quanto più completa possibile dell’itinerario dell’autore,
segnalandone continuità e discontinuità, senza per questo
pretendere una coerenza assoluta della traiettoria trontia-
na o, inversamente, sviluppare una critica serrata di ogni
suo passaggio. Entrambe le opzioni sono potenzialmente

11
legittime, ma è nostra convinzione che lo «sguardo lungo»
sull’intero percorso sia condizione imprescindibile per va-
lutarlo criticamente.
L’antologia è divisa in quattro parti, corrispondenti a
quattro periodi scelti come intervalli periodizzanti: Il pun-
to di vista (1958-1967), Il politico e il movimento operaio
(1968-1984), Realismo e trascendenza (1985-1998), Pensare
il Novecento (1999-2015). I momenti di passaggio dall’u-
no all’altro segnano sempre un ripensamento tanto dei
fondamenti teorici quanto della pratica politica da parte
di Tronti. L’introduzione ha lo scopo di ricostruire questi
passaggi permettendo di inserire i testi antologizzati in un
contesto interpretativo di ampio respiro. L’operazione tentata
in queste pagine risponde quindi al medesimo criterio che
ha ispirato la selezione antologica, configurandosi – anche
– come una precisa opzione ermeneutica, quella di un dia-
logo interno ai testi in grado di restituire lo sviluppo di un
percorso intellettuale.

2. Il punto di vista (1958-1967)

Il primo intervento di Tronti nel dibattito marxista ita-


liano data al gennaio 1958, quando a 26 anni presenta una
relazione al convegno «Studi gramsciani», mentre l’anno
successivo pubblica un saggio sulla ricezione italiana di
Marx teso a criticarne la derivazione idealistica1. La critica
a Gramsci, o meglio al gramscismo italiano incarnato dal
gruppo dirigente del Pci, è quindi il punto di partenza della
vicenda intellettuale di Tronti, che fino al ’56 era stato invece
un militante comunista alquanto ortodosso2. In questi primi

1
  M. Tronti, Alcune questioni intorno al marxismo di Gramsci, in Istituto
Gramsci (a cura di), Studi gramsciani, Roma, Editori Riuniti, 1958, pp.
305-321; Id., Tra materialismo dialettico e filosofia della prassi. Gramsci
e Labriola, in A. Caracciolo e G. Scalia (a cura di), La città futura. Saggi
sulla figura e il pensiero di Antonio Gramsci, Milano, Feltrinelli, 1959, pp.
139-186 (infra, pp. 67-94). Cfr. F. Milanesi, Nel Novecento. Storia, teoria,
politica nel pensiero di Mario Tronti, Milano, Mimesis, 2014, pp. 13-32.
2
  Nel 1956 Tronti è Segretario della cellula comunista universitaria

12
interventi Tronti riconosce a Gramsci il merito di rivendicare
l’autonomia e l’autosufficienza filosofica del marxismo, ma
rileva al tempo stesso come l’esito della ricerca gramsciana
rimanga sul piano di una critica del pensiero borghese,
esemplificata dal progetto di un «anti-Croce». Sebbene il
pensiero borghese debba essere considerato come oggetto
di critica, questo non può, per Tronti, esaurire il campo di
indagine, che deve invece investire l’intera realtà della società
capitalistica. Per essere originale e autonomo rispetto a tutte
le filosofie precedenti, il marxismo deve quindi presentarsi
come scienza: all’equazione gramsciana di filosofia = storia
va quindi sostituita quella di scienza = storia.
Tronti segna così in maniera chiara la sua posizione
rispetto al dibattito interno al marxismo italiano, sposando
le letture scientiste dell’opera di Marx portate avanti in quel
periodo da Galvano Della Volpe in aperta opposizione alla
filosofia marxista ufficiale del Pci. Si tratta però di un uso
particolare dello scientismo dellavolpiano, caratterizzato da
una rivalutazione dell’elemento soggettivo, e quindi attivo,
individuabile all’interno dei processi storici, che Tronti
identifica con la classe operaia3. Questa combinazione, qui
ancora solo accennata a livello teorico, di scienza e soggetto
può essere considerata il punto d’origine della particolare
concezione trontiana della scienza operaia, fondata sullo
sguardo parziale di un soggetto che, in forza di questa

mista (studenti e professori) alla Sapienza, nella quale è presente anche


Lucio Colletti, allora assistente di Ugo Spirito, docente con il quale
Tronti si laurea nel novembre di quell’anno: «io fino ad allora ero un
comunista ortodosso, come tutti, staliniano. Poi ci fu questo fulmine a
ciel sereno [l’invasione dell’Ungheria] e lì capimmo che non ce l’avevano
raccontata giusta. Anche il distacco dallo storicismo idealistico gramsciano
derivava da questa opzione politica, esprimeva il rapporto critico con quel
gruppo dirigente. La scoperta fu che il limite di questo gruppo dirigente
era proprio un limite teorico, filosofico: potevano essere d’accordo con
l’invasione dell’Armata Rossa proprio perché erano storicisti. C’era un
nesso, certo era difficile da trovare, però noi lo scoprimmo così» (Tronti,
conversazione con gli autori, Roma, 4 novembre 2013).
3
  Cfr. M. Tronti, Studi recenti sulla logica del «Capitale», in «Società»,
6, 1961, p. 903 e Id., Alcune questioni intorno al marxismo di Gramsci,
cit., p. 306.

13
stessa parzialità, le conferisce validità generale. La scoperta
concreta della parte avverrà invece grazie all’incontro con
Raniero Panzieri e con la partecipazione alla rivista «Qua-
derni rossi» (1961-1963).
I «Quaderni rossi» nascono da un gruppo di sociologi
torinesi di formazione weberiana, raccolti attorno alla figura
carismatica di Panzieri che veniva dal Psi, e da un gruppo
di giovani intellettuali romani provenienti dal Pci, ma assai
critici della linea politica del partito. La rivista sancisce quindi
l’incontro di due anime diverse dell’eterodossia operaia degli
anni ’60, entrambe interessate alle potenzialità rivoluzionarie
della nuova composizione di classe dell’Italia del boom eco-
nomico. Una composizione caratterizzata dall’emergere di
una forza-lavoro dequalificata che adotta specifiche strategie
di rifiuto del lavoro ed esprime il proprio antagonismo in
forme nuove, come durante la rivolta di Piazza Statuto a
Torino l’8 luglio 19624.
Tronti scrive per la rivista due testi che diventeranno
dei classici dell’operaismo: La fabbrica e la società (1962) e
Il piano del capitale (1963)5. Qui l’istanza soggettiva, pre-
cedentemente solo evocata, assume i connotati della classe
operaia, considerata forza propulsiva del sistema capitalistico.
Attraverso un’interpretazione dell’opposizione marxiana tra
lavoro e forza-lavoro – dove il primo indica una funzione
interna al capitale, mentre la seconda l’elemento creatore di
valore – emerge uno schema di pensiero destinato a divenire
tipico in Tronti, centrato sull’ambivalenza del soggetto an-
tagonista, che non si trova mai in una posizione totalmente
esterna rispetto all’oggetto della sua contestazione, ma che
deve sempre lottare contro se stesso in quanto compartecipe

4
  Cfr. M. Trotta e F. Milana (a cura di), L’operaismo degli anni Ses-
santa. Da «Quaderni rossi» a «classe operaia», Roma, DeriveApprodi,
2008, pp. 191-225.
5
  M. Tronti, La fabbrica e la società, in «Quaderni rossi», 2, 1962, pp.
1-31 (infra, pp. 95-122); Id., Il piano del capitale, in «Quaderni rossi»,
3, 1963, pp. 44-73 (ora in Id., Operai e capitale, Torino, Einaudi, 1971,
pp. 60-85). Cfr. S. Wright, L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo
(2002), traduzione di W. Montefusco, Roma, Edizioni Alegre, 2008, pp.
55-89.

14
del proprio sfruttamento. Si tratta di un’ambivalenza che
non deriva semplicemente da due punti di vista diversi sul
medesimo oggetto – quello del capitale e quello della classe
operaia –, ma che è originaria, visto che «lavoro e forza-
lavoro [sono] tra loro contrapposti e tutti e due uniti dentro
il capitale»6. Questa ambivalenza non descrive quindi una
consustanzialità di elementi, ma una lotta tra due valenze
diverse e opposte, la cui forza ed efficacia è mutualmente
escludente.
Tale presupposto – tradotto politicamente nell’espres-
sione «dentro e contro» che incontrerà in seguito una certa
fortuna7 – assume un significato fondativo che va alla radice
dell’impostazione filosofica di Tronti e che rimane costante
nel tempo. Il sistema capitalistico si presenta infatti per
Tronti come una totalità definita da una contrapposizione
duale che ha la caratteristica di essere strutturata come una
negazione. L’assunzione di questa negazione è l’elemento
che permette a ognuna delle parti di darsi come totalità. In
questo schema non c’è quindi spazio per l’«uno» pacificato,
immagine di un processo lineare e non conflittuale; né per
un «due» in semplice contrapposizione frontale ed esterna;
altrettanto estraneo risulta il «tre» della sintesi che scioglie
la contraddizione8. Lo schema trontiano è invece sempre

6
 Tronti, La fabbrica e la società, cit., p. 24 (infra, p. 116).
7
  «Sì, quando si tratta della classe operaia dentro il sistema del capi-
tale, la medesima forza produttiva si può contare veramente due volte:
una volta come forza che produce capitale, un’altra volta come forza che
si rifiuta di produrlo; una volta dentro il capitale, un’altra volta contro
il capitale», M. Tronti, Marx, forza-lavoro, classe operaia (1965), in Id.,
Operai e capitale, Torino, Einaudi, 1971, p. 180. Cfr. Id., La nuova sintesi:
dentro e contro, in «Giovane Critica», 17, 1967, pp. 17-27 (ora in L’ope-
raismo degli anni Sessanta, cit., pp. 567-581) e D. Gentili, Italian Theory.
Dall’operaismo alla biopolitica, Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 33-60.
8
 Sono numerose le formulazioni trontiane che supportano questa
interpretazione: «la classe operaia deve scoprire materialmente se stessa
come parte del capitale, se vuole contrapporre poi tutto il capitale a se
stessa», Tronti, La fabbrica e la società, cit., pp. 25-26 (infra, p. 117);
«solo incorporando la classe operaia nel capitale, solo facendo della classe
operaia una parte del capitale (la parte viva, mobile, variabile), solo cosi
era possibile fare non dell’altra parte del capitale (quella morta, immo-
bile, costante), ma di tutto il capitale una classe contrapposta a quella

15
quello dell’uno travagliato dal due, nel quale la contrappo-
sizione fondamentale tra le parti struttura l’unità in quanto
negazione reciproca.
La novità contenuta in La fabbrica e la società è però la
descrizione del processo di estensione del rapporto capita-
listico, nel capitalismo avanzato, dalla fabbrica alla società.
Per Tronti tale processo sembra avere come contropartita
ideologica l’apparente scomparsa dei tratti specifici della
fabbrica e, come conseguenza politica, un distacco delle
organizzazioni del movimento operaio dalla classe operaia,
nella direzione di una rappresentanza «popolare». Tronti
intende contrastare entrambi questi esiti: se l’avvento del
capitale sociale dimostra che la fabbrica invade con le sue
logiche la società, subordinandola alle sue esigenze, è allora
proprio nella fabbrica che deve ancorarsi il punto di vista
operaio: «si tratta di guardare distribuzione, scambio, con-
sumo, dal punto di vista della produzione»9.
Allo stesso modo il capitale sociale, per poter funzionare
a un livello avanzato, ha la necessità di integrare nel sistema
la propria negazione, ovvero la classe operaia, attraverso
politiche di piano potenzialmente in contrasto con l’interesse
dei capitalisti singoli. È questo il tema al centro del secon-
do articolo di Tronti, che fotografa la stagione politica del
riformismo capitalista – il primo centrosinistra –, insistendo

degli operai», Id., Marx, forza-lavoro, classe operaia, cit., p. 151 (infra,
p. 164); «il processo produttivo, l’atto della produzione di capitale, è
contemporaneamente il momento della lotta operaia contro il capitale»,
ibidem, p. 215 (infra, p. 183). Questo schema struttura anche il concetto
di rivoluzione: «la rivoluzione operaia non deve avvenire dopo, quando
il capitalismo è già crollato nella catastrofe di una crisi generale, né può
venire prima, quando il capitalismo non ha neppure cominciato il suo
specifico ciclo di sviluppo. Può e deve avvenire contemporaneamente
a questo sviluppo; deve presentarsi come componente interna dello
sviluppo e al tempo stesso come sua interna contraddizione; proprio
come la forza-lavoro, che solo dall’interno del capitale può mettere in
crisi l’intera società capitalistica», Id., La fabbrica e la società, cit., p. 28
(infra, pp. 119-120). Per un’interpretazione diversa di questo schema cfr.
R. Esposito, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana,
Torino, Einaudi, 2010, pp. 207-212 e, più in generale, Id., Due. La mac-
china della teologia politica e il posto del pensiero, Torino, Einaudi, 2013.
9
 Tronti, La fabbrica e la società, cit., p. 23 (infra, p. 115).

16
sul ruolo delle organizzazioni del movimento operaio nel
piano del capitale. Sindacato e partito si trovano infatti a
dover scegliere tra due funzioni da assolvere: o quella di
mediatori dell’interesse capitalistico all’interno della classe
operaia, o quella di chi si rifiuta di collaborare allo sviluppo
per bloccare la riproduzione del sistema. L’alternativa viene
quindi tracciata tra «classe operaia organizzata dal capitale»
e classe operaia come «sua interna contraddizione»10. Per
favorire la seconda opzione Tronti invoca una «radicalizza-
zione operaia» del partito, in netto contrasto con la politica
«popolare» che il Pci aveva portato avanti dal dopoguerra,
e invita il sindacato a non collaborare allo sviluppo, onde
evitare l’uso capitalistico delle istituzioni del movimento
operaio ai fini delle esigenze di regolazione del sistema.
Siamo nel 1963 e il ciclo delle lotte operaie era rico-
minciato da qualche anno dopo un decennio di stasi. Tronti
rileva a questo punto come lo sviluppo ulteriore dell’analisi
teorica sia impedito dal blocco della strategia politica del
movimento operaio, dalla mancanza di un’esplicita orga-
nizzazione per la rivoluzione. La domanda su quale debba
essere l’organizzazione politica funzionale alla «strategia del
rifiuto» diventa quindi il problema centrale di Il piano del
capitale, che si chiude con la richiesta di un salto in avanti,
di un «diritto all’esperimento»11 che si pone chiaramente
come sfida diretta al movimento operaio tradizionale.
L’uscita dai «Quaderni rossi» del gruppo che si era
coagulato attorno a Tronti è una conseguenza di questa
richiesta di intervento diretto nelle lotte operaie; ma non
è la sola, visto che la divaricazione tra Panzieri e Tronti
rispetto all’analisi del neocapitalismo era ormai diventata
evidente. Nel percorso accidentato che porta alla pubbli-
cazione di Il piano del capitale, su cui Panzieri ha da subito
delle riserve, Tronti esplicita ulteriormente due tesi: la prima
è che il vero soggetto del capitalismo non è il capitale, ma

10
 Tronti, Il piano del capitale, cit., pp. 64-65. Cfr. anche la dura critica
al movimento operaio in Id., Marx ieri e oggi (1962), in Id., Operai e
capitale, cit., pp. 34-35.
11
 Tronti, Il piano del capitale, cit., p. 73.

17
la classe operaia – che ne rappresenta il punto più alto di
sviluppo – e che, di conseguenza, questa spiega quello e non
viceversa; la seconda è che il capitale cresce come categoria
economica, mentre la classe operaia cresce come categoria
politica, da cui discende che quest’ultima può diventare
dominante rifiutando la propria collaborazione allo svilup-
po capitalistico e rendendo, in prospettiva, subalterno il
capitale all’interno della sua stessa società. Entrambe le tesi
non sono accettate da Panzieri e dal gruppo dei «sociologi
torinesi», che respingono l’inversione trontiana del rapporto
tra operai e capitale12.
Le componenti principali che escono dai «Quaderni ros-
si» – quella romana raccolta attorno a Tronti, quella veneta
che fa riferimento a Toni Negri e che comprende l’unico
reale radicamento operaio nel polo siderurgico di Marghe-
ra13 – fondano «classe operaia» (1964-1967). Il giornale è

12
  Il testo di Il piano del capitale passa di mano in mano per alcuni
mesi prima di essere retrocesso da editoriale a contributo interno. Nel
maggio del 1963 Tronti ne rivendica le tesi di fondo in un discorso alla
«lega marxista» di Milano; il testo trascritto dell’incontro, La rivoluzione
copernicana (cfr. infra, pp. 123-136), è stato definito «un manifesto in nuce
dell’“operaismo” teorico, fondativo del raggruppamento che darà vita
a “classe operaia”», Trotta e Milana (a cura di), L’operaismo degli anni
Sessanta, cit., p. 300. Panzieri, nella riunione di fine agosto che sancisce
la rottura, dirà: «il discorso di Mario Tronti alla lega marxista […] è per
me un riassunto affascinante di tutta una serie di errori che in questo
momento può commettere una sinistra operaia. È affascinante perché è
molto hegeliano, in senso originale, come nuovo modo di rivivere una
filosofia della storia. Ma è appunto una filosofia della storia, una filosofia
della classe operaia», R. Panzieri, Non mistificare le sconfitte in successi
(1963), in Id., Spontaneità e organizzazione. Gli anni dei «Quaderni ros-
si» 1959-1964, Pisa, Bfs, 1994, p. 117. Cfr. anche M. Tronti, L’eredità di
quello che è stato (2005), in Id., Dall’estremo possibile, Roma, Ediesse,
2011, pp. 115-124 (infra, pp. 591-599). Tale distanza viene segnalata anche
dal movimento operaio ufficiale, che vede nell’«inversione trontiana del
rapporto operai-capitale» una pericolosa sfida alle istituzioni del movi-
mento operaio (cfr. G. Vacca, Introduzione, in Id. (a cura di), Politica e
teoria nel marxismo italiano 1959-1969, Bari, De Donato, 1972, p. 63).
13
 Cfr. T. Negri, Storia di un comunista, a cura di G. Di Michele,
Milano, Ponte alle Grazie, 2015, pp. 236-273; G. Becchelloni (a cura di),
Cultura e ideologia nella nuova sinistra, Milano, Edizioni di Comunità,
1973, pp. 475-582.

18
impegnato direttamente e autonomamente nei conflitti di
fabbrica e al tempo stesso rappresenta un pungolo esterno al
Pci, mantenendo un’ambiguità fondamentale in merito alla
forma di quello che sarebbe dovuto essere il nuovo partito
operaio: un Pci rinnovato da quadri operaisti o una nuova
organizzazione. Tronti dirige il giornale e i suoi editoriali
diventano presto altrettanti testi classici dell’operaismo:
Lenin in Inghilterra, Vecchia tattica per una nuova strategia,
1905 in Italia14. Dalla fine del 1964 il problema dell’orga-
nizzazione si impone definitivamente come centrale negli
articoli di «classe operaia»: la parola d’ordine del «partito
in fabbrica» viene lanciata e più volte reiterata durante
l’anno successivo, trasformandosi poi nello strumento della
lotta alla probabile socialdemocratizzazione del movimento
operaio davanti al piano riformista del capitale. In un di-
scorso dell’aprile 1965 Tronti scioglie anche l’ambiguità sul
rapporto con il Pci, identificandolo come il soggetto unico
di questo auspicato ritorno in fabbrica15.
Gli ultimi due anni di «classe operaia» vedono diradarsi
i numeri del giornale e allentarsi l’impegno diretto del grup-

14
 Cfr. (infra, pp. 137-152). «“classe operaia” è stata l’esperienza
pratica più bella della mia vita. Il mio gioiello non è Operai e capitale, è
la collezione di “classe operaia”. La mia opera fondamentale. Una cosa
veramente entusiasmante. Come si dice – oggi con retorica – la bellezza
della politica. Ecco, quella era la bellezza della politica, quel gruppo
straordinario di persone. Non ho più ritrovato una cosa così in giro per
il mondo» (Tronti, conversazione con gli autori, Roma, 24 marzo 2014).
15
  Questa posizione era stata favorita anche dal clima dettato dalla
morte di Togliatti l’anno precedente, che aveva aperto il campo a una
possibile ridefinizione degli assetti interni al Pci. Dal discorso tenuto alla
conferenza Il partito in fabbrica a Roma l’11 aprile 1965: «l’esistenza di
questi gruppi non è la salute del movimento operaio, e dei rapporti tra
classe operaia e suo movimento, ma uno stato di malattia», M. Tronti,
Il partito in fabbrica (1965), in Trotta e Milana (a cura di), L’operaismo
degli anni Sessanta, cit., pp. 461-476. Sul giornale la sconfessione dei
gruppi arriverà solamente nel 1967: «le esperienze, una volta fatte, bi-
sogna saperle abbandonare. Altrimenti, diventano cattive abitudini. E
arrivano infine a congelare forze, non solo – come per il passato – nelle
minoranze storiche, ma anche – come oggi – nei gruppi di disturbo alla
periferia del movimento operaio», Id., Classe partito classe, in «classe
operaia», marzo 1967, p. 28 (infra, pp. 221-226).

19
po originario. La situazione politica sembra bloccata, non
solo il Pci non riesce a tradurre politicamente una spinta
operaia caratterizzata da una partecipazione di massa e da
richieste politiche esplicite, ma svanisce anche la politica del
piano riformista del capitale con il fallimento dei governi di
centrosinistra. Si apre una fase di crisi politica che sarà al
centro della successiva riflessione trontiana e si chiude, sulla
discriminante del rapporto con il Pci, l’esperienza di «classe
operaia». Nel celebre ultimo editoriale che sentenzia «adesso
noi ce ne andiamo» Tronti prende atto tanto dell’impossibilità
di modificare il rapporto Pci-operai solamente premendo
con i secondi sul primo, quanto del fallimento politico del
centrosinistra, entrambi fatti politici che segnalano come
sia necessario «un monumentale progetto di ricerche e di
studi»16 condotto dal punto di vista operaio sul rapporto
tra la classe operaia e le sue organizzazioni.
Nel 1966, quando la fase politica e la riflessione di
Tronti sono già in trasformazione, esce Operai e capitale,
il suo volume più noto, che raccoglie i testi precedenti
più un lungo saggio inedito e un’introduzione. Questi
ultimi due scritti risentono già in parte della mutata fase.
Il primo, Marx, forza-lavoro, classe operaia (1965), è forse
il testo più analitico mai scritto da Tronti dove, attraverso
una rilettura delle pagine dei Grundrisse di Marx, viene
ricostruito un impianto teorico estremamente solido, atto
a giustificare il «rovesciamento strategico del rapporto tra
lavoro e capitale»17 teorizzato fino a quel momento. Dall’in-
contro con i movimenti della classe operaia nel 1848 nasce
infatti, secondo Tronti, la particolare concezione marxiana
della forza-lavoro che, oltre a essere una merce particolare,
possiede già in sé le forme della classe operaia: una «forza-
lavoro sociale produttrice di plusvalore»18, che sta quindi
all’origine della società capitalistica. La teoria del valore-
lavoro diventa così per Tronti una teoria politica, più che
una legge economica, o, meglio, una legge economica che

16
 Tronti, Classe partito classe, cit., p. 28 (infra, p. 226).
17
 Tronti, Marx, forza-lavoro, classe operaia, cit., p. 128.
18
  Ibidem, p. 130.

20
funziona solamente sulla base dell’assunzione politica del
punto di vista operaio: «vogliamo arrivare a dimostrare che
«tutto il valore nel lavoro» e «tutto il potere ai soviet» sono
una sola e identica cosa: due parole d’ordine che coprono un
momento tattico di lotta e al tempo stesso non contraddi-
cono nessuno dei suoi possibili sviluppi strategici; due leggi
di movimento non della società capitalistica […], ma della
classe operaia dentro la società capitalistica»19.
Accanto alla divisione tracciata tra teoria e politica – tra la
forza-lavoro come categoria economica ricardiana e la scoperta
marxiana della classe operaia come forza politica – inizia a
delinearsi in questo testo anche la particolare polarizzazione
tra strategia – propria della classe – e tattica – propria del
partito –, attraverso il richiamo a Lenin: «con Lenin il punto
di vista operaio si rovescia. Nel senso in cui la tattica rovescia
sempre la strategia, per applicarla. Nel senso in cui il partito
deve imporre a un certo punto alla classe quello che la classe
stessa è»20. Sono temi che risuonano anche nell’introduzione,
più esplicita nel tracciare La linea di condotta (1966)21: criti-
ca serrata del movimento operaio ufficiale, nuovo sviluppo
pratico/teorico del punto di vista operaio, rottura dove più
alta è l’organizzazione della classe operaia, separazione di
tattica e strategia. Nella sua prima edizione del 1966, Operai
e capitale è quindi già una testimonianza dell’evoluzione del
pensiero di Tronti, momento di passaggio che chiude una
stagione per aprirne un’altra, secondo un processo che si
ripeterà e che vedrà i successivi mutamenti di paradigma
nascere da una rilettura critica delle esperienze precedenti.

3. Il politico e il movimento operaio (1968-1984)

Dopo aver dato alle stampe Operai e capitale e aver


chiuso «classe operaia» Tronti diminuisce il suo impegno

19
  Ibidem, p. 132.
20
  Ibidem, cit., p. 253.
21
  M. Tronti, La linea di condotta (1966), introduzione a Id., Operai
e capitale, cit., pp. 11-27 (infra, pp. 199-220).

21
politico diretto. Gli anni che seguono sono dedicati quasi
esclusivamente allo studio dei temi che dal 1972 andranno
sotto il titolo di «autonomia del politico». Gli unici articoli
scritti in questo periodo, tutti confluiti nell’annata 1968
di «Contropiano»22, li anticipano già parzialmente: Tronti
propone una nuova strategia per il movimento operaio, che
tenga insieme il legame tra classe e partito in fabbrica con
un’azione volta «a dividere il capitale dal suo Stato»23. Per
raggiungere questo secondo obiettivo il movimento operaio
deve occupare i livelli istituzionali e porsi il problema del
governo, con l’intento di strappare terreno all’avversario
che, su questo fronte, manovra liberamente.
Si tratta di una svolta almeno in parte annunciata che,
nondimeno, crea una frattura importante tra gli operaisti:
la formula «dal salario, al partito, al governo» proposta da
Tronti risulta infatti indigesta per quasi tutti i protagonisti
di quella fase che, da questo momento, intraprenderanno
strade diverse, in particolare all’interno dei nascenti grup-
pi extraparlamentari, mentre Tronti inizierà un percorso
di riavvicinamento al Pci. Letta oggi, la «nuova strategia»
trontiana perde almeno in parte l’aura politicista che questa
frattura ha contribuito a produrre. L’insistenza sulla parzialità
dell’interesse di classe viene infatti, se possibile, rafforzata
rispetto al passato, rifiutando seccamente l’idea del piano
politico come mediazione degli interessi delle classi e iden-
tificando, invece, le istituzioni come un terreno di scontro
da usare in modo disincantato. Non è quindi un caso che la
più «parziale» delle definizioni trontiane, quella della classe
operaia come «rude razza pagana»24, emerga qui per la prima
volta: non nel periodo operaista, ma alla sua conclusione,
all’interno di un discorso che segna il passaggio al livello
politico-istituzionale. Non si tratta, per la classe operaia, di

22
  M. Tronti, Estremismo e riformismo, in «Contropiano», 1, 1968,
pp. 41-58; Id., Il partito come problema, in «Contropiano», 2, 1968, pp.
297-317; Id., Internazionalismo vecchio e nuovo, in «Contropiano», 3,
1968, pp. 505-526.
23
 Tronti, Estremismo e riformismo, cit., p. 42.
24
  Ibidem, cit., p. 46.

22
mediare l’interesse generale, ma di usare politicamente la
macchina statale, all’interno del capitalismo, contro il capitale
stesso. Se per relegare il capitale a variabile dipendente della
classe operaia era servita una discreta dose di ambizione
teorica, proporre un uso politico operaio della macchina
statale risulta ora una mossa ancora più estrema, destinata
a scontrarsi con un’ostilità generalizzata25.
Gli anni più «movimentati» del periodo (1968-1970)
vedono nondimeno Tronti quasi assente dalla scena pub-
blica. Durante il ’68, quando Operai e capitale diventa una
lettura obbligata per la generazione che sarà protagonista
del turbolento decennio successivo, Tronti vive a Ferentillo
e insegna storia e filosofia al Liceo Galilei di Terni. Osserva
con curiosità la protesta, ma mantiene un sostanziale di-
stacco. Amplia invece le sue letture oltre il marxismo e la
filosofia continentale, nella direzione della scienza politica
americana e della sociologia tedesca26. È in questo contesto
che maturano le riflessioni sull’autonomia del politico – che
confluiranno inizialmente nel Poscritto del dicembre 1970
alla ristampa di Operai e capitale –, all’interno di uno studio
più ampio sulla storia politica internazionale del capitale. In
particolare, le lotte operaie americane degli anni ’30 – e la
risposta che il New Deal fornisce in termini di moderniz-
zazione della mediazione politica tramite il rafforzamento
25
  «Questa fase dell’autonomia del politico è stata una fase strana.
Intanto fu osteggiata da tutti. Tutto il filone operaista fece barricate. Ma
che fa Tronti? Ma che dice? Qualcuno ruppe addirittura i rapporti. Era
una cosa indigeribile. L’altra parte, la parte a cui era rivolta, il Pci, era
altrettanto scettica. Ma perché? Loro che facevano? L’autonomia del
politico la praticavano o no? Certo. Ma mai a teorizzarla. Non facevano
altro tutto il giorno che praticare questa cosa. Però non me l’hanno mai
concesso. Quindi quella cosa lì rimase a mezz’aria» (Tronti, conversazione
con gli autori, Roma, 24 marzo 2014).
26
  Aris Accornero ricorda come «Rita [Di Leo] e io gli prestammo
un bel po’ di libri sugli Stati Uniti, che gli servirono anche per il mo-
numentale fascicolo degli “Annali” Feltrinelli sui sindacati […]. Ce li
restituì parecchio tempo dopo, segnati o annotati», A. Accornero, L’opera
mancata, in M. Tronti et al., Politica e destino, Roma, Luca Sossella, 2006,
p. 88. Il giudizio di Tronti sulla sociologia è generalmente sprezzante,
tranne quando – come in questo caso per gli Stati Uniti o rispetto a
Weber – la relazione è mediata dalla politica.

23
dei sindacati – sembrano riproporre quell’ambivalenza che
abbiamo visto caratterizzare la forza-lavoro. Anche qui,
come in Marx, forza-lavoro, classe operaia, ma questa volta
sul piano politico, la classe operaia sembra debba essere
contata due volte: come potere autonomo che impone scelte
politiche grazie alla sua organizzazione e come parte di quello
sviluppo che tende a ricomprenderla all’interno delle forme
più alte di mediazione politica del capitale.
Il terreno politico – inteso come apparato statale in senso
ampio, che comprende anche i partiti, il ceto politico, le
culture politiche – viene così scoperto come un ulteriore e
separato livello della lotta di classe, che raddoppia il campo
di battaglia e segna l’abbandono del «monoteismo» mar-
xista27. L’economia non è più considerata il motore unico
della macchina capitalistica: sul piano politico si combattono
infatti, per conquistare terreno l’una a scapito dell’altra, le
forme organizzate di operai e capitale – movimento operaio
e ceto politico borghese –, secondo la logica della tattica e
del realismo politico. Si tratta però di un livello che finisce
per instaurare rapporti ambivalenti all’interno delle classi
stesse: se il New Deal combatte infatti la parte più retriva
del capitale, costringendola a fare i conti con la classe
operaia organizzata in sindacato, allo stesso modo la classe
operaia vede una sua crescita organizzativa e di potenza,
ma all’interno di un’iniziativa politica di tipo capitalistico.
Si conferma quindi lo schema trontiano che concepisce
la contrapposizione fondamentale, strutturata come una ne-
gazione, quale motore dello sviluppo reciproco delle parti.
Anche da questo deriva l’impossibilità di determinare in
modo definitivo la paternità dei grandi processi storici – il
New Deal, ma anche, ad esempio, la Nep sovietica –, che si
presentano sempre come sviluppo i cui esiti sono determinati
dalla forza che ne conquista il controllo politico28. È qui che

27
  Così si esprimerà Tronti in L’autonomia del politico (1972), in Id.,
Sull’autonomia del politico, Milano, Feltrinelli, 1977, pp. 54-55 (infra,
p. 304).
28
  Se il New Deal è infatti un’iniziativa politica capitalistica, nel suo
movimento però «si riconosce la mano operaia che muove indirettamente

24
emerge la vera svolta trontiana di questo periodo: ritenere
possibile un controllo politico della classe operaia sul capitale
senza dover immaginare immediatamente una nuova società,
secondo un progetto teso a «rendere subalterno il capitale
con i capitalisti dentro questa stessa società»29.
Questi temi, sviluppati nel Poscritto come ricostruzione
storico-teorica, vengono tradotti in strategia politica nell’in-
tervento al convegno di «Contropiano» del novembre 1970
con la formula «rifiuto del lavoro in fabbrica e lotta per lo
sviluppo nella società»30. Il discorso è ancora in gran parte
allusivo, ma l’ambivalenza del soggetto operaio all’interno
del capitalismo rimane la lente attraverso cui guardare i
processi: se in Operai e capitale lo sforzo era quello di vedere
la faccia operaia del capitale – sostiene Tronti – ora si tratta
di vedere «la faccia capitalistica della classe operaia»31. Solo
uno scenario di «sviluppo politico» – di modernizzazione
degli strumenti di mediazione e rappresentanza – può infatti
dare la possibilità alla classe operaia di dirigere i processi,
mentre il perdurare della crisi politica funziona da argine
alle richieste operaie. Il fantasma che aleggia è quello della
stagnazione del conflitto su di un livello politico arretrato,
gestito da un ceto politico democristiano che proprio con la
sua «vischiosità» dimostra autonomia rispetto alle esigenze di
modernizzazione avanzate dallo stesso «grande capitale»32.
Un’arretratezza che non permette al conflitto prodotto in
fabbrica di trasmettersi negli assetti di potere, lasciando la
classe operaia in una posizione subalterna.
Il progetto di nuove ricerche e studi che Tronti aveva
evocato nell’articolo di chiusura di «classe operaia» trova

i fili del discorso», M. Tronti, Poscritto di problemi (1970), in Id., Operai


e capitale, cit., p. 292 (infra, p. 268).
29
  Ibidem, p. 299 (infra, p. 280).
30
  M. Tronti, Classe operaia e sviluppo, in «Contropiano», 3, 1970,
p. 474 (infra, p. 239).
31
  Ibidem (infra, p. 239); cfr. anche Id., Poscritto di problemi, cit., p. 310.
32
  Un’analisi più approfondita del ceto politico democristiano verrà
svolta da Tronti in una serie di interventi degli anni ’70: cfr. M. Tronti,
Soggetti crisi potere, a cura di A. De Martinis e A. Piazzi, Bologna,
Cappelli, 1980.

25
così una prima direzione: quell’insieme di scoperte teoriche
e di indicazioni di tattica politica – mai espresse nella forma
di un sistema – che prende il nome di autonomia del poli-
tico. Il primo utilizzo dell’espressione si trova proprio nel
Poscritto: un concetto borghese-classico che viene praticato
dal punto di vista operaio da Lenin, che a livello organiz-
zativo applica una rigorosa razionalità politica debitrice più
al «sociologo borghese» Weber che alle lotte operaie33. Ma
è in un famoso seminario del dicembre 1972 con Norberto
Bobbio che Tronti esplicita, ancora in forma dubitativa e
aperta alla discussione, le basi teoriche dell’autonomia del
politico. Il discorso parte dal bilancio degli anni ’60, durante
i quali il potere espresso dalla classe operaia in fabbrica
non si è tramutato in potere politico nello Stato. Tronti
registra come causa di questo mancato sbocco il «ritardo»
del politico rispetto al sociale, usando quest’ultimo termine
per identificare la società, intesa ampiamente come tutto
ciò che non è potere politico. Questo mancato ammoder-
namento dello Stato ha determinato (invece di esserne un
effetto) un rallentamento dello sviluppo complessivo del
capitale. Un ritardo che non è quindi attribuibile a una
presunta arretratezza economica del capitalismo italiano,
come nemmeno a un’astuzia strategica del suo ceto politico,
ma che al contrario è figlio della maturità del sistema, che
predispone autonomamente gli anticorpi contro i danni
procurati da una crescita conflittuale troppo rapida. La
manovra politica che su questo ritardo si può innestare fa
però emergere un «ciclo politico del capitale»34, diverso dal
suo ciclo economico, che sovrintende all’autoregolazione,

  Cfr. Tronti, Poscritto di problemi, cit., p. 279 (infra, p. 250).


33

 Tronti, L’autonomia del politico, cit., p. 12 (infra, p. 289). Questa


34

formula era stata usata dall’economista Michał Kalecki in un saggio del


1943, che Tronti aveva ben presente: M. Kalecki, Aspetti politici del pieno
impiego, in Id., Sul capitalismo contemporaneo, Roma, Editori Riuniti,
1975, pp. 35-42 (cfr. M. Tronti, Lo Stato del capitalismo organizzato, in
F. De Felice et al., Stato e capitalismo negli anni trenta, Roma, Editori
Riuniti, 1979, p. 75). Per una critica intelligente e non meramente liqui-
datoria di questa impostazione si veda S. Mezzadra, Beyond the State,
beyond the Desert, in «South Atlantic Quarterly», 110, 2011, pp. 990-993.

26
all’autolimitazione e, in definitiva, alla conservazione del
capitale stesso. Se negli Stati Uniti alla crisi si era risposto
con un rilancio di iniziativa politica, in Italia si era invece
creato un blocco: entrambi rappresentano movimenti auto-
nomi rispetto al ciclo economico del capitale.
Questo livello politico della lotta di classe sembra allora
duplicare lo schema operai-capitale in quello movimento ope-
raio organizzato-Stato più ceto politico. La contrapposizione
fondamentale rimane una, ma trova a questo punto due
livelli di applicazione, che moltiplicano anche le possibili
relazioni interne alle classi: esiste infatti tanto una «lotta tra
il capitale e il suo Stato» quanto la necessità per il partito
della classe operaia di «acquistare autonomia dalla classe»35.
Si tratta certamente di un discorso che si presta – e si è di-
fatti prestato – a facili strumentalizzazioni, favorite sia dalla
pubblicazione del testo a cinque anni di distanza, in una
temperie politica assai diversa rispetto a quella nella quale
era stato elaborato e che lo ha ridotto alla giustificazione
teorica del compromesso storico36, sia dalla mancanza di
una formulazione concettuale rigorosa che finisce per con-
trapporre in modo semplificato il sociale al politico e per
sovrapporre l’economico al sociale. Tale semplificazione,
da una parte tralascia di analizzare la natura politica dei
comportamenti sociali, dall’altra mette in ombra un’analisi
che Tronti stesso stava portando avanti sulla «produzione di
società» caratteristica del potere democristiano37. Ma la vera
novità di questo e degli altri scritti che negli anni ’70 e ’80
fanno riferimento all’autonomia del politico sta nel recupero
di un possibile livello di azione per la classe operaia. Un
dominio di lungo periodo, che non sia quello temporaneo
del rapporto di forze in fabbrica, può infatti avvenire, per
Tronti, solo a questo livello, anticipando il capitale nella

35
 Tronti, L’autonomia del politico, cit., pp. 18 (infra, p. 296), 34.
36
  Cfr. A. Negri, Proletari e Stato. Per una discussione su autonomia
operaia e compromesso storico, Milano, Feltrinelli, 1976, pp. 38-42.
37
  «Questo sistema di potere era anche, io direi è anche, un sistema
sociale», M. Tronti, La politica, il potere, la crisi (1979), in Id., Soggetti
crisi potere, cit., p. 330.

27
risoluzione di un suo stesso problema di razionalizzazione.
La strozzatura politica verrà infatti prima o poi superata,
profetizza Tronti, e i nuovi rapporti di classe saranno dettati
da chi questo superamento avrà guidato e imposto all’avver-
sario. L’enfasi sullo Stato come nuovo terreno di lotta per la
classe operaia è quindi guidata dalla preoccupazione che il
capitale possa riprendere l’iniziativa politica, ricomponendo
a un livello più alto, sotto la propria egemonia, il rapporto
economia/politica, chiudendo così di fatto, e per un lungo
periodo, ogni possibilità rivoluzionaria38.
Nello stesso periodo (1971) Tronti prende servizio
all’Università di Siena, come professore prima di filosofia
morale, poi di filosofia politica. Per i successivi trent’anni
insegnerà lì, organizzando le lezioni ogni volta attorno a un
classico della politica, con una progressione cronologica assai
metodica che lo porterà da Machiavelli (corso del 1971)
a Nietzsche (corso del 1999)39. È anche grazie a questa

38
  Si evidenzia qui uno schema che verrà successivamente chiamato
catechontico – quel «frenare la storia» per lasciare spazio e tempo di
organizzazione al soggetto rivoluzionario –, che sarà un’altra delle costanti
del pensiero di Tronti: «la differenza tra me e Toni Negri non è tanto
riconducibile a Spinoza o Hobbes, ma è più profonda: Toni mantiene
il paradigma escatologico, io invece assumo il paradigma catechontico.
Io penso che noi non possiamo più dire o credere che ci sia un’idea
lineare della storia, quindi che comunque sia dobbiamo andare avanti
nello sviluppo poiché esso comporterà contraddizioni nuove. Credo che
bisogna attendere, non lasciare. Bisogna trattenere l’accelerazione della
modernità. Perché questo trattenerla ci permette di ricomporre le nostre
forze. Nel frattempo tu puoi organizzare le tue forze, ritrovare le sogget-
tività alternative e comporle in forme organizzate, magari anche nuove.
Mentre l’accelerazione produce sì moltitudini potenzialmente alternative,
ma queste si bruciano immediatamente. Perché non reggi l’accelerazione,
non hai ancora la forza per organizzarle immediatamente» (introduzione
al convegno del 31 gennaio 2007 su Rileggere «Operai e capitale»).
39
  «Sono stato sul Seicento per anni. È stato un Grand Siècle, anche
per me, perché non c’è solo Hobbes, poi c’è Locke, la prima rivoluzione
inglese, la seconda, feci tutta una cosa sui puritani, poi la guerra civile, la
scoperta di Cromwell […]. C’è un corso su Spinoza […]. Poi feci anche
un corso sui libertini, sul libertinismo. Gli feci leggere Charron, De la
Sagesse. C’è anche un corso su Richelieu […]. Credo che saltai comple-
tamente il Settecento. È un secolo che ho sempre odiato. L’illuminismo
per esempio, io non avrei mai fatto un corso sull’illuminismo. Questi

28
esperienza che negli anni ’70 il discorso sull’autonomia del
politico si amplia di riferimenti e si approfondisce storica-
mente. Se la «scoperta» iniziale aveva avuto come terreno
d’analisi il confronto tra le lotte americane degli anni ’30 e
quelle italiane degli anni ’60, lo sviluppo del discorso pro-
segue su direttrici più remote: quella del ruolo propulsivo
dello Stato monarchico nella nascita del capitalismo, che
segna una prevalenza del politico sull’economico, e quella
della stabilizzazione capitalistica ottocentesca, che fornisce
invece l’illusione di una costante subordinazione del politico
all’economico.
La prima di queste ricerche si fissa nel lungo saggio su
Hobbes e Cromwell (1977)40, che ricostruisce la crisi politica
che dà origine al capitalismo, sottolineando come nei periodi
di transizione l’economico non sia mai autonomo dal politico,
che invece guida il processo e lo piega alle proprie esigenze
quando il suo elemento oggettivo – lo Stato-macchina di
Hobbes – si incontra con quello soggettivo – il New Model
Army di Cromwell. L’intento di questa ricostruzione è quello
di tracciare un parallelo tra le due transizioni41, in entrata e
in uscita dal capitalismo, che evidenzi il ruolo dello Stato
ai due estremi della vicenda capitalistica: alla sua nascita,
con l’epoca classica delle monarchie europee, e alla sua
fine, con l’aprirsi di un’«epoca neoclassica»42 del politico
a partire dagli anni ’30 del 900. Tra questi due momenti il
livello politico è invece caratterizzato dalla stabilità, da una
frizione minima con il livello economico che lo fa sembra-

chiacchieroni… Kant l’ho fatto perché il Kant politico è grandioso […].


Su Hegel politico, poi, ci sono stato due o tre anni […]. Studiai molto i
miei grandi amici che ancora oggi mi accompagnano, cioè i teorici della
Restaurazione, gli Schmitt, i Bonald, i Donoso Cortes. Grandiosi. Feci
anche un corso su Tocqueville» (Tronti, conversazione con gli autori,
Roma, 24 marzo 2014). Cfr. M. Tronti (a cura di), Il politico: antologia
di testi, 2 voll., Milano, Feltrinelli, 1979.
40
  M. Tronti, Hobbes e Cromwell, in Id. (a cura di), Stato e rivoluzione
in Inghilterra, Milano, Il Saggiatore, 1977, pp. 183-317.
41
  Si tratta del titolo di un seminario svoltosi alla Fondazione Feltri-
nelli di Milano nell’aprile 1976, la cui trascrizione verrà pubblicata nel
volume sull’autonomia del politico l’anno successivo.
42
  M. Tronti, Politica e potere, in «Critica marxista», 3, 1978, p. 21.

29
re – marxianamente – un semplice «comitato d’affari della
borghesia», mostrando il potere con la sola faccia coercitiva
della classe avversaria. Hegel politico43, che Tronti pubblica
nel 1975, è parte di questa seconda ricerca tesa a descrivere
la normalizzazione politica ottocentesca, nella quale le classi
dominanti fanno esperienza della gestione dello Stato, un
terreno che segna un ritardo storico del movimento operaio.
La filosofia hegeliana si situa quindi per Tronti nel punto me-
diano tra i due estremi di un ciclo complessivo del rapporto
capitalismo-politica: il crescere del politico come pensiero
raggiunge sì i suoi massimi livelli, ma poi il terreno politi-
co, e non soltanto il suo pensiero, viene piegato da vettori
socio-economici. La riflessione hegeliana sullo Stato è allora
importante perché articola il problema del politico attorno
alla gestione e non alla rottura del potere, due momenti che
il pensiero operaio deve riuscire a tenere insieme.
In questa obbligata riscoperta della pratica del potere –
che diventa per Tronti un concetto centrale, in questi anni,
come declinazione specifica del politico – trova giustifica-
zione l’interesse per il filone del realismo politico che, dagli
anni ’70, Tronti coltiva costantemente, mediato inizialmente
dall’incontro con Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera,
a partire proprio dal 197244. Il rapporto con Miglio tornerà
nella travagliata legislatura del 1992-1994, nella quale i due,
insieme a Bobbio, siederanno su banchi contrapposti nel Se-
nato della Repubblica. Nel mezzo, due convegni dell’Istituto
Gramsci Veneto, la scoperta della definizione schmittiana
di amico/nemico e la frequentazione dei testi degli autori
della Restaurazione45.

43
  M. Tronti, Hegel politico, Roma, Istituto della Enciclopedia italia-
na, 1975. Il saggio raccolto in questa antologia (infra, pp. 323-332) è la
relazione di Tronti a un seminario di presentazione del libro organizzato
dalla Sezione veneta dell’Istituto Gramsci il 5 aprile 1976.
44
 Schiera aveva appena tradotto Le categorie del politico di Carl
Schmitt e aveva invitato proprio Tronti a presentare il libro alla Fon-
dazione Basso.
45
  «Miglio l’ho ritrovato nel ’92 in Senato. Lui era stato eletto con la
Lega […]. Facevamo dei colloqui io, Miglio e Bobbio, con questi due che
naturalmente non si prendevano, litigavano, litigavano a morte, e io che

30
La necessità di strappare e usare le armi dell’avversario,
senza il timore – caratteristico di un soggetto subalterno
– che queste finiscano per imporsi sul proprio scopo, è
un’altra delle costanti del percorso di Tronti. Come non
c’è incertezza nell’usare lo sviluppo capitalistico per i fini
di classe, come non c’è motivo per non approfittare di un
blocco della razionalità politica per scioglierlo dominandone
il processo, così non c’è rimorso nello studiare le leggi della
politica attraverso chi la macchina del potere ha gestito per
secoli, accumulando un sapere specialistico che manca a
una classe costretta a mistificare il livello del potere tramite
l’ideologia46.
Un recupero diverso dello «strumentario» del nemico
politico viene fatto da Tronti anche per quanto riguarda la
crisi delle scienze, ovvero quella sorta di «autocritica del
capitalismo», nata e sviluppatasi a cavallo del secolo, che
aveva messo in crisi il concetto newtoniano di scienza legato
a una concezione meccanicistica e oggettivistica del reale,

ero in mezzo praticamente facevo da mediatore. Erano due personalità


assolutamente opposte» (Tronti, conversazione con gli autori, Roma, 24
marzo 2014). Gli atti dei due convegni veneti sono pubblicati in G. Duso
(a cura di), La politica oltre lo Stato: Carl Schmitt, Venezia, Arsenale,
1981 e U. Curi (a cura di), Della guerra, Venezia, Arsenale, 1982. Cfr.
anche M. Tronti, Comunicazione, in L. Ornaghi e A. Vitale (a cura di),
Multiformità ed unità della politica. Atti del Convegno tenuto in occasione
del 70° compleanno di Gianfranco Miglio, Milano, Giuffrè, 1992, pp.
97-101. Scrive Tronti nel 1977: «quel filone ispido e profondo, antiuma-
nistico, che con tanta leggerezza è stato regalato alla cultura reazionaria.
Gli “animalisti”, per dirla con Haydn: contro l’uomo-dio di Pico, fuori
dall’uomo-natura di Montaigne, sta l’uomo-bestia dei Machiavelli e dei
Guicciardini», Tronti, Hobbes e Cromwell, cit., p. 249 (infra, p. 335).
46
  «Il realismo politico è fondamentalmente di destra, non di sinistra.
La sinistra è restia ad assumerlo. Perché la sinistra – questo è il tema
dell’ideologia – è ideologica. E ha bisogno di essere ideologica perché
deve organizzare, deve farsi capire, deve mobilitare. Pare che chi deve
cambiare le cose deve appunto mettere in campo qualche cosa che va
oltre la realtà. Se tu depuri la sinistra dall’apparato ideologico sembra non
avere più armi. Ora, io non ho mai capito se è così oppure no. Perché,
per esempio, io credo che il più grande teorico e nello stesso tempo
pratico dell’autonomia del politico sia stato Lenin. Ebbene, Lenin non
aveva bisogno di questa ideologia. E poi però un Lenin non c’è stato
più…» (Tronti, conversazione con gli autori, Roma, 24 marzo 2014).

31
di cui anche il marxismo era stato erede. Su questo piano,
secondo Tronti, occorre recuperare la «scienza operaia» di
Marx – che dalla connessione con un interesse di parte deriva
la sua scientificità –, arrivando a considerare la scoperta del
«punto di vista operaio sul capitale» come uno degli effetti
dell’incontro tra marxismo e crisi delle scienze47.
In questo periodo l’enfasi posta sull’autonomia del par-
tito rispetto alla classe – la tesi più ostica da accettare sia
per gli operaisti sia per il Pci, almeno nelle dichiarazioni
ufficiali – è indubbia. Ma va segnalato come, d’altra parte,
non venga mai meno, negli interventi di Tronti, il tentativo
di comprensione dei nuovi soggetti sociali emergenti, della
nuova conflittualità espressa dalla società italiana degli
anni ’70. Larga parte degli interventi di questi anni, meno
conosciuti e oggi più difficilmente reperibili, punta infatti
in questa direzione, ben visibile ad esempio nel passaggio
dal concetto di «centralità operaia» a quello di «centralità
politica della classe operaia», con il quale Tronti abbandona
l’immagine ancora deterministica di un centro oggettivo del
sistema48. Siamo probabilmente nel punto mediano del per-

47
  M. Tronti, Teoria e politica. Scienza e rivoluzione (1976), in Id., Sog-
getti crisi potere, cit., pp. 224-233 (infra, pp. 313-321). Tronti riprende in
particolare le formulazioni weberiane del saggio L’«oggettività» conoscitiva
della scienza sociale e della politica sociale (ora in M. Weber, Saggi sul
metodo delle scienze storico-sociali, Torino, Edizioni di Comunità, 2001,
pp. 147-208), commentando: «parzialità, relativismo, deideologizzazione:
una buona cura per il materialismo storico», Tronti, Teoria e politica.
Scienza e rivoluzione, cit., p. 229 (infra, p. 318).
48
 Per sottolineare lo scarto rispetto alla precedente centralità e au-
tonomia dell’economico, e in particolare della lotta in fabbrica, Tronti
arriva a scrivere come «operaismo e imprenditorialismo sono due facce di
una stessa posizione. Hanno in comune la sottovalutazione del politico»,
M. Tronti, Operaismo e centralità operaia (1977), in F. D’Agostini (a cura
di), Operaismo e centralità operaia, Roma, Editori Riuniti, 1978, p. 22.
Cfr. anche Id., Il tempo della politica, Roma, Editori Riuniti, 1980, p.
71. Il clima di ostilità politica che Tronti subisce in questi anni rimane
comunque pesante: «venni implicato personalmente, ci furono degli
episodi anche inquietanti, perché io ricevevo delle minacce, alzavo il
telefono e delle voci mi dicevano: “brutto infame, hai tradito la causa,
ti spareremo alle gambe”. Delle cose molto brutte e violente. Tant’è
vero che io non dissi mai nulla a casa, perché insomma avevo i bambini

32
corso di Tronti, subito dopo l’apologia della classe operaia
come soggetto parziale a cui tutto va riferito, ma prima della
valutazione sulla società come definitivamente colonizzata
dal borghese medio49. Questo spiraglio dura poco, e anche
teoricamente resterà il frutto di una contingenza politica –
quella degli anni ’70 – non più ripetibile, ma segna comunque
il periodo forse più politico del percorso di Tronti. Già alla
fine del decennio c’è però la consapevolezza che il movimento
operaio organizzato – il Pci, in primo luogo – ha mancato
la sfida di connettere la classe operaia con le nuove forze
anticapitalistiche presenti nella società50.
In questo decennio travagliato viene quindi intravisto
da Tronti lo spazio per un’alleanza tra una classe operaia
che può essere egemone solo politicamente – in quanto
organizzata, contro ogni essenzialismo – e le nuove istanze
sociali che mostrano una forte carica antisistema. Sembra
qui affacciarsi una possibile via d’uscita a quello che è stato
definito l’«enigma di Tronti»51, basato sulla rigida oppo-
sizione tra fabbrica e società (e quindi tra produzione e
distribuzione, concentrazione e dispersione, cooperazione e
competizione) e, al tempo stesso, sul processo di estensione
del rapporto capitalistico dell’una all’altra. Negli anni ’70 la
massa che abita la società non è infatti ancora completamen-
te borghesizzata, perché i suoi comportamenti esprimono

piccoli, abitavo qui a Roma, e mi guardavo anche intorno quando giravo.


Queste cose mi sono capitate molte volte» (Tronti, conversazione con
gli autori, Roma, 24 marzo 2014).
49
  Cfr. M. Tronti, Per la critica della democrazia politica, in M. Ba-
scetta et al., Guerra e democrazia, Roma, Manifestolibri, 2005, p. 22
(infra, p. 608).
50
  «Nel momento in cui l’egemonia operaia ha cominciato di fatto
a funzionare su strati sociali nuovi, esterni al mondo della produzione
diretta di plusvalore, – allora c’è stato come un rigetto, un rifiuto, in-
trecciato a un’impressionante capacità di non capire, e a una difficoltà
quasi insormontabile di movimento su un terreno imprevisto. Io credo
che qui abbia giocato il tradizionale meccanismo di una qualsiasi mac-
china d’organizzazione, con la sua lentezza di riflessi, con la sua naturale
paura del nuovo, con l’istinto di difesa prima di tutto e soprattutto di se
stessa», Tronti, Il tempo della politica, cit., p. 25 (infra, p. 389).
51
  D. Palano, Il crepuscolo dell’operaismo, in Id., I bagliori del crepu-
scolo, Roma, Aracne, 2009, p. 52.

33
una forte carica antisistema: la società non è quindi ancora
«società borghese»52. La classe operaia, dal canto suo, non è
più solo forza organizzata in fabbrica, ma anche movimento
operaio che manovra sul terreno politico: la fabbrica non
è ancora il fortino assediato della classe operaia. Almeno
fino agli anni ’80 il sociale rappresenta quindi per Tronti
un livello che esercita una costante pressione sul politico
– questo sì, ancora colonizzato dal capitale – e che deve
trovare un’organizzazione stabile e una relazione forte con
la classe operaia53.
La sintesi di questi temi può essere trovata in un breve
volume pubblicato nel 1980, Il tempo della politica, nel quale
Tronti fa i conti con il decennio appena trascorso e cerca
di tradurre in proposta politica le analisi sull’autonomia del
politico e sulle trasformazioni della centralità operaia. La
constatazione è che «il terreno istituzionale ha tenuto»54,
davanti al sommovimento della società, grazie alla flessibilità
della politica, in particolare a quella del ceto politico, che
ha compensato con l’abilità la debolezza della macchina
statale55. Questa autonomia del politico ha permesso al
sistema di sopravvivere, ma al prezzo di una perdita di
controllo sul sociale, che in larga parte si presenta ora come
antisistema. Il movimento operaio organizzato non ha però
saputo leggere con occhi nuovi questa realtà, si è dimostrato
teoricamente miope nel pensare che un razionale sviluppo
programmato e una bassa conflittualità sociale fossero fun-
zionali alla ricomposizione delle forze antagoniste, quando

52
 Tronti, Per la critica della democrazia politica, cit., p. 20 (infra, p.
606).
53
  «Uno schema su cui si potrebbe lavorare, rovesciando certo molto
senso comune, è quello di una discontinuità sociale a fronte di una conti-
nuità politica. Si può dire che lo Stato sociale, in quanto Stato, sta dentro
la tradizione classica borghese, mentre la sua società comincia a fuoriuscire
dal capitalismo», M. Tronti, Stiamo arrivando al limite del capitalismo?,
in «l’Unità», 17 novembre 1981. Negli anni 2000 questa prospettiva si
rovescia: la società viene colonizzata dal capitalismo, la classe operaia
perde la sua centralità politica e l’analisi trontiana prende le forme della
crisi antropologica.
54
 Tronti, Il tempo della politica, cit., p. 6 (infra, p. 372).
55
 Cfr. Ibidem, p. 10 (infra, p. 375).

34
invece lavoravano nella direzione di una loro integrazione
nel sistema56.
Il percorso che in questi anni Tronti è impegnato a
tracciare per fornire al Pci una cultura di governo vede
un ultimo importante tentativo con la nascita della rivista
«Laboratorio politico», che dirige dal 1980 al 1983 e che
riunisce intellettuali di spicco, non solo marxisti, accomunati
dall’interesse per la cultura analitica e il sapere specialistico
legato alle pratiche di governo. Si tratta appunto dell’ulti-
mo esperimento in questa direzione, quella che intendeva
collegare, attraverso una battaglia egemonica, un’ambiziosa
riflessione teorica con le scelte politiche di fondo del movi-
mento operaio organizzato. Dopo questa esperienza Tronti
torna nuovamente sui suoi passi, distanziando il piano della
scoperta teorica da quello dell’impegno politico. Negli anni
’80 svolge infatti un’attività di rilievo nel Pci – dal 1983 al
1990 è nel Comitato centrale e dal 1986 nella Segreteria della
Federazione romana –, ma nella pratica politica i legami con
la teoria sono più mediati, e l’influenza della pratica sulle
svolte teoriche meno diretta. Tra la morte di Berlinguer nel
1984 e la fine del Pci nel 1989-91 assistiamo nuovamente a
un mutamento di prospettiva.

4. Realismo e trascendenza (1985-1998)

Con gli anni ’80 si apre quindi una fase nuova57, destinata
a durare fino alla pubblicazione di La politica al tramonto
(1998), punto di approdo della riflessione maturata nel
quindicennio precedente. Da questo momento in avanti, tutti
i libri di Tronti si apriranno, curiosamente ma non casual-

56
  Anche in questo caso Tronti insiste sulla crisi delle scienze come
paradigma per la teoria operaia. Solo una rivoluzione teorica all’altezza
di quella pratica, realizzata dal comunismo, può portare al superamento
di questa fase: «nelle scienze sociali non c’è stata la “rivoluzione contro
Il capitale”», ibidem, p. 57 (infra, p. 417).
57
 La data scelta per la periodizzazione è simbolicamente il 1984,
anno della morte di Berlinguer e dell’inizio della frequentazione con la
redazione della rivista «Bailamme».

35
mente, con la stessa ingiunzione: «il primum è capire», «non
si vuole rischiarare […] si vuole capire», «io devo capire!»58.
L’enfasi sul comprendere non implica in questo caso una
rinuncia pregiudiziale all’agire, ma segnala un mutamento
dei tempi, che impone una priorità logica del capire dettata
dal blocco reale della pratica politica.
L’oggetto della comprensione e le condizioni di fase
politica nelle quali la comprensione avviene caratterizzano
il capire stesso. L’oggetto è la fine miserevole di una grande
storia, quella del movimento operaio, considerato la forma
massima nella quale si è espresso il conflitto della politica
moderna contro la storia: la prima fatta di soggettività carat-
terizzate dal tempo breve della decisione nella contingenza,
la seconda di processi oggettivi che si autolegittimano tramite
la lunga durata e la ripetizione. Tale conflitto – che è un
conflitto, in primis, tra due diverse temporalità, rispettiva-
mente quella con la quale agisce il «demone» della politica e
quella caratteristica del «Dio» della storia59 – è durato finché
c’è stata grande storia, ovvero finché c’è stato capitalismo
industriale. Capire che cosa sia successo, nell’ambito delle
pratiche politiche e di quelle teoriche, significa quindi, per
Tronti, comprendere come la morte del movimento operaio
sia inscritta nella modificazione della struttura capitalistica.
Le condizioni di fase politica sono invece quelle di un tempo
ancora diverso – segnato dalle date 1989-199160 e dalla fine

58
  Rispettivamente in M. Tronti, Con le spalle al futuro. Per un altro
dizionario politico, Roma, Editori Riuniti, 1992, p. IX; Id., La politica al
tramonto, Torino, Einaudi, 1998, p. XI; Id., Dello spirito libero, Milano,
Il Saggiatore, 2015, p. 9.
59
  Cfr. Tronti, La politica al tramonto, cit., p. 10 (infra, p. 504).
60
  «Questa fase è in realtà per me una fase drammatica. Qui scopro
quello che tiro fuori dopo, […] cioè il tragico nel politico, perché questo
periodo sono gli anni ’80, il fatto che gli anni ’80 preparano gli anni ’89-’91,
c’è la caduta del muro e la fine dell’Unione Sovietica: è quello il punto
centrale di questo periodo [...]. Insomma, è la fine di due secoli di storia
del movimento operario, [...] scompare dalla scena questo soggetto che
aveva fatto la storia lunga nell’800, poi nel ’900 aveva avuto il massimo
del suo sviluppo e il massimo delle sue conquiste. Dietro tutto questo
discorso c’è insomma il dato tragico della fine di una storia. Ma questa
fine con che cosa ha coinciso? Con una nuova forma di capitalismo,

36
dell’esperimento pratico comunista –, che si ritiene non possa
più spingere a un surplus di prassi, ma solo a uno sforzo di
pensiero mosso da «disperazione teorica»61.
Si tratta quindi di un periodo che implica un mutamento
della forma stessa del pensiero, che non è più declinato
attorno a contenuti specifici (come ancora in «Laborato-
rio politico»), ma che diventa più astratto, più indiretto,
guadagnando una prospettiva complessiva sul Novecento e
sulle sue radici moderne, ricorrendo a problemi che Tronti
definisce come «sommi»: «l’uomo nel mondo, l’eresia nella
storia, l’escatologia in politica, l’irruzione di pessimismo
dentro il principio speranza»62. È il mutamento strutturale
del capitalismo e la sua conseguente vittoria – per estin-
zione del nemico – sul movimento operaio ciò che sembra
imporre, agli occhi di Tronti, la nuova forma del pensiero
politico – che lui stesso definisce metaforica – senza però
modificarne il fine: la critica del mondo per ciò che è, di
tutto quello che pretende di autolegittimarsi in virtù della
propria esistenza. Postulare che una sola e specifica forma
della classe operaia – quella tipica del capitalismo industriale
che dava vita alla contrapposizione fondamentale tra movi-
mento operaio e capitale, ovvero tra politica e storia – possa
essere in grado di rovesciare il sistema capitalistico finisce
così per spingere l’analisi trontiana fuori dal campo stesso
della politica, in cerca di quelle soluzioni che la definizio-
ne del campo non permette strutturalmente di formulare.
Deriva da questo postulato anche il disinteresse di Tronti
per le modificazioni che il capitalismo stava subendo in
quegli anni, con un atteggiamento che paradossalmente
risulta opposto rispetto a quello che aveva caratterizzato la
stagione operaista63.

quella che viene fuori dagli anni ’80 in poi. Il capitalismo dagli anni ’80
in poi cambia proprio forma. Finisce il capitalismo industriale, che era
stata la forma storica del capitalismo, finisce la grande industria e con
la grande industria finisce la centralità operaia» (Tronti, conversazione
con gli autori, Roma, 30 giugno 2014).
61
 Tronti, La politica al tramonto, cit., p. IX.
62
 Tronti, Con le spalle al futuro, cit., p. X.
63
 Dirà Tronti trent’anni dopo: «a che pro studiare la nuova forma

37
La formulazione di questo nuovo modo di pensare la
politica avviene nuovamente, come era stato per l’operaismo,
all’interno di un’esperienza d’indagine collettiva caratteriz-
zata da una grande radicalità di pensiero. Un’esperienza
sviluppata nel contesto della rivista «Bailamme», che Tronti
contribuisce a fondare a metà degli anni ’80 con intellettuali
prevalentemente, ma non esclusivamente, di estrazione cat-
tolica, e con la quale collabora fino al 200164.
In «Bailamme» Tronti redige un Dizionario politico, che
corre parallelo a un Dizionario teologico curato da Edoardo
Benvenuto, come a tagliare – in un dialogo che intreccia
la riflessione sulla problematicità categoriale delle rispetti-
ve discipline con il pensiero critico della fase storica – lo
spazio unico, ma poliedrico, di quella teologia politica che
era entrata potentemente nella sua riflessione negli anni ’70
tramite Schmitt. Tronti mette però in discussione, grazie
anche alle relazioni intellettuali maturate nella rivista, pro-
prio la concettualità politica di origine schmittiana a lui più
familiare65, forzando le categorie del politico fino a scoprire

di capitalismo se ormai aveva vinto, se ormai il capitalismo in generale


aveva vinto e non c’era più una forza per contrastarlo o comunque per
cercare di abbatterlo? Quando scompare la possibilità del rivolgimento,
quella rivoluzione operaia che noi pensavamo negli anni ’60, a che pro
studiare la nuova forma di capitalismo? Questa forse era la motivazio-
ne… però abbastanza inconscia, perché poi non è mai stata elaborata in
questa forma. Però di fatto è accaduto questo, che il pensiero ha preso
questa forma, cioè questa forma metaforica del pensiero politico, questo
apparente parlar d’altro per parlare della stessa cosa, perché io in questi
testi – ecco la continuità che si cercava – sto sempre lì, dalla parte della
critica del mondo così com’è. Allargo... non è più il capitalismo, è qualche
cosa di più, che riguarda le forme di vita, ma lo faccio in questa forma
metaforica» (Tronti, conversazione con gli autori, Roma, 30 giugno 2014).
64
  Nel medesimo arco di tempo Tronti attraversa un’altra esperienza
di significativo scambio con il mondo cristiano italiano, seppur con una
declinazione dei temi maggiormente politica rispetto a «Bailamme». Si tratta
degli incontri promossi presso i Monasteri camaldolesi di Monte Giove e
di San Gregorio al Celio (Roma) dall’associazione «Itinerari e incontri»,
all’interno dei quali avveniva, a detta di Tronti, un proficuo dialogo tra le
voci eretiche della «radicalità cristiana» e quelle della «radicalità comu-
nista» (Tronti, conversazione con gli autori, Ferentillo, 31 agosto 2014).
65
  Tronti non mette in discussione qui la terminologia politica, bensì
proprio la concettualità politica. Nel suo Dizionario infatti non si inter-

38
l’esistenza di una dimensione «non politica» del politico.
In questa fase Tronti è infatti convinto che il politico non
esaurisca l’insieme delle relazioni umane, che esista invece
qualcosa che sulla politica insiste, che occorre indagare e a
cui bisogna riferirsi, qualcosa che nella politica residua, ma
che al tempo stesso la determina. Qualcosa che, a partire
dalla propria trascendenza, inocula nel corpo della politica
le contraddizioni venute meno con la scomparsa della con-
trapposizione vitale tra movimento operaio e capitale. Inizia
in questa fase, quindi, la critica alla politica come immanenza
totale, una direttrice di pensiero almeno in parte in contra-
sto con quella del realismo politico, che Tronti continuerà
comunque a portare avanti. Questo binomio, inquieto e non
pacificabile, di realismo e trascendenza caratterizzerà d’ora
in poi le tappe del suo percorso.
La metodologia di comprensione affinata nel Dizionario
caratterizza gli scritti che compongono sia la raccolta Con
le spalle al futuro sia il volume La politica al tramonto,
opere dove confluiscono, seppur rivisitati, alcuni testi già
apparsi in «Bailamme». A questa continuità metodologica
corrisponde un percorso che si snoda tra le due opere e
che si può raccogliere attorno ad alcuni nodi concettuali.
Il primo emerge dalla constatazione di una regressione
depoliticizzante determinata dal duplice processo di tecni-
cizzazione e neutralizzazione che l’accezione laica, secola-
rizzata, della politica ha promosso nell’ultimo decennio66.
Sintomi di tale regressione sono, da un lato, l’enfasi posta
su una presunta innovazione, ma che si esprime invece
nelle condizioni della restaurazione – in forza delle quali la
realtà si giustifica per il fatto stesso di permanere così come
si presenta – e, dall’altro, l’esaurirsi della politica – come,
del resto, della religione – nell’etica. Per Tronti il rapporto
tra etica e politica va invece colto nell’orizzonte stesso della

roga il singolo lemma, ma si mette a tema il modo stesso di pensare la


politica, a partire da un problema.
66
  Cfr. M. Tronti, Per un altro dizionario politico, in Id., Con le spalle
al futuro, cit., pp. 3-15 (lieve rielaborazione dello scritto Per un dizionario
politico, in «Bailamme», 1, 1987, pp. 31-41) (infra, pp. 421-434).

39
critica della modernità67, nella critica del suo segno «na-
turalmente progressivo»68, che l’ha condotta a svilupparsi
lungo la monodimensione borghese-capitalistica. Scartando
qualsiasi deriva ingenuamente antimoderna – declinata in
termini irrazionalisti o romantici – una critica del moderno è
invece possibile come costruzione di un’alternativa al senso
condiviso della propria epoca, tramite il passaggio teorico
– e non il semplice approdo – in «scomodi e inattuali»
terreni di ricerca. Si tratta quindi per Tronti di elaborare
una critica al mondo così come è, ma che deve al contempo
essere informata di realismo politico, poiché nasce sotto
l’obbligazione etica di sfuggire quel destino tragico della
sconfitta pratica che ha caratterizzato la politica moderna
in quanto politica dell’occidente. La nuova metodologia
del pensiero trontiano si esplicita quindi nel recupero della
«lunga gittata del discorso politico», da dirigersi «oltre i
limiti del moderno», nella direzione, una volta appurata la
morte del «grande soggetto»69 della politica novecentesca,
del soggetto in quanto tale, delle sue componenti e caratte-
ristiche specifiche, in primis, antropologiche. Da recuperare,
infatti, è una preliminare attenzione politica alla differenza
umana, ovunque si presenti come rottura di quell’equivalen-
za tra homo democraticus e homo oeconomicus che suggella
la declinazione unilateralmente borghese della modernità.
Questa attenzione all’antropologia come dimensione
preliminare, da premettere a qualsiasi politica rivoluziona-
ria, fornisce a Tronti un utile strumento d’analisi anche per

67
  «Io ho sempre pensato che la politica non ha bisogno di avere fuori
di sé un’etica, perché la politica che penso io, quella che pratico io, ha
già in sé una dimensione etica. Io non ho bisogno di una legge morale
a cui attenermi nel comportamento etico, perché il mio comportamento
politico è già completamente morale, morale-sociale, nel senso dell’etica
della Sittlichkeit hegeliana, non della Moralität che è quella dell’individuo.
Si tratta di un’etica e non di una moralità; cioè la politica che serve per
ridisegnare i rapporti di forza tra chi sta in basso e chi sta in alto nella
società, che tende a rovesciare questo rapporto o comunque a riequi-
librarlo, è una politica che ha già una sua eticità incorporata» (Tronti,
conversazione con gli autori, Roma, 30 giugno 2014).
68
 Tronti, Per un altro dizionario politico, cit., p. 7 (infra, p. 426).
69
  Ibidem, p. 13 (infra, p. 433).

40
la comprensione del fallimento dell’esperimento sovietico.
L’essenza peculiare del comunismo, quella esplicitata dal
principio «a ciascuno secondo il proprio bisogno», aveva,
nella prospettiva interpretativa trontiana, un problema:
finiva per presupporre quell’«uomo nuovo» che, invece,
si proponeva di raggiungere come risultato. Alla base del
crollo del progetto bolscevico stava quindi il riferimento,
ingenuo, a un’antropologia positiva, basata sull’ottimismo
della volontà. Il comunismo avrebbe invece avuto bisogno
di una concezione del mondo e della vita che ancorasse il
progetto di cambiamento antropologico a un’accezione nega-
tiva dell’uomo; modello umano, quest’ultimo, approfondito
dal pensiero politico classico borghese.
La dialettica tra realismo e utopia concreta non ha
quindi funzionato, in quest’ottica, nel rapporto tra mito
dello Stato e riflessione antropologica. Questo è il lascito
dell’esperienza bolscevica che Tronti assume, attualizzandolo
nella domanda: dalla consapevolezza meditata del fallimento
di una rivoluzione è possibile riaprire una prospettiva di
trasformazione soggettiva70? Tronti costruisce una possibile
risposta all’interno di un terreno di ricerca che comprende
riflessione filosofica sul simbolico, sul mito e antropologia
filosofica. L’obiettivo è quello di rintracciare e comprendere
lo spirituale che, nell’esperienza politica, opera nel sogget-
to resistendo alla riduzione reificante e naturalizzante che
contraddistingue invece l’animale borghese. Il limite della
rivoluzione, quindi, sarebbe stato quello di aver ceduto
al fascino, di stampo sia illuminista sia storicista, di una
virtù naturale dell’umano. Se, nonostante tutto, il tentativo
di forgiare il mondo dell’uomo nuovo era necessario, per
Tronti, che recupera qui la prospettiva degli economisti
classici, il fallimento pratico della rivoluzione poggia su un
errore teorico dell’antropologia marxista: «attraverso quel
buco antropologico del marxismo è passata tutta la rivincita
del vecchio mondo»71.

70
  Cfr. M. Tronti, Über das Geistige in der Politik, in Id., Con le spalle
al futuro, cit., pp. 123-140 (infra, pp. 435-454).
71
  Ibidem, p. 139 (infra, p. 454).

41
Un terzo elemento che si aggiunge a questa analisi, che
già connette la comprensione del fallimento rivoluzionario
con la critica antropologica, è il riferimento alla dimensione
teologica72. Tronti recupera il concetto di «causazione ideale
delle grandi svolte storiche»73 elaborato da Franco Roda-
no, confermando l’attenzione, già manifestata in Hobbes e
Cromwell, alle dinamiche intellettuali che stanno alla base
dei grandi processi storico-sociali. L’obiettivo di Rodano è
quello di cogliere la differenza antropologica introdotta dal
cristianesimo, in particolar modo quella espressa dall’annun-
cio paolino, e il portato di quest’ultima nel superamento del
modello sociale incarnato dalla società signorile. Il ricono-
scimento, esplicitato nella lettera ai Galati, dell’uguaglianza
fondamentale e assoluta di tutti gli esseri umani – in virtù
della comune servitù e filiazione a Cristo – comporta una
novità dirompente e costituisce la premessa antropologica
necessaria per la fine del dominio dell’uomo sull’uomo. Ciò
che maggiormente interessa a Tronti, nel recupero della
riflessione di Rodano, è mettere in evidenza come questa
differenza antropologica imbocchi, in termini di assunzione
pratico-politica, una biforcazione storica in grado di fornire
ulteriori categorie interpretative in vista della comprensione
del destino della modernità. La biforcazione è quella incar-
nata dalla contrapposizione tra Riforma e Controriforma
e dai rispettivi modelli antropologici. La prima sancisce
l’uccisione del signore, ma, in forza di un modello antro-
pologico edificato sulla divisione insuperabile tra grazia e
natura umana, vede la signoria riemergere nei panni di una
nuova classe dominante. Su questo si baserebbe, quindi, la
saldatura tra mondo protestante e capitalismo e la correlata
impensabilità della rivoluzione all’interno della cultura ri-
formata. La Controriforma invece presenta un superamento

  M. Tronti, Il sorriso di Sara, in Id., Con le spalle al futuro, cit., pp.


72

141-164 (infra, pp. 455-484).


73
 F. Rodano, Lezioni di storia «possibile». Le lettere di San Paolo
e la crisi del sistema signorile, Genova, Marietti, 1986, p. 3. Questo
concetto permette a Rodano di tessere una relazione biunivoca tra le
condizioni di auto-comprensione del soggetto e l’evoluzione del sistema
socio-economico all’interno del quale tale consapevolezza prende forma.

42
della figura del signore e, grazie a un’antropologia che non
esaurisce l’essenza dell’uomo nella sua contingenza alienata,
non riduce l’umano a semplice specchio della grazia divi-
na. Attorno a tale antropologia – che l’indagine trontiana
individua anche nel pensiero marxiano, laddove la storia è
intesa come processo rivoluzionario volto alla riassunzione
da parte dell’uomo della propria essenzialità – è quindi pos-
sibile l’incontro tra alcune interpretazioni del cattolicesimo
e il pensiero rivoluzionario. Incontro che preserva l’opzione
di mantenere aperta la stessa pensabilità della politica mo-
derna come resistenza catechontica – per Tronti incarnata
con grande realismo politico dalla Chiesa cattolica – al suo
univoco compimento capitalistico.
Lo studio della dimensione antropologica non si riduce
però, in Tronti, all’approntare un’euristica positiva per la
comprensione della politica moderna e del fallimento rivolu-
zionario. Accanto, ma intrecciato, a questo progetto di ricerca
si può infatti rintracciare un’attenzione alla stessa soggettività
dell’interprete – alla disposizione d’animo che ne caratterizza
l’indagine – che assume una coloritura epistemologica, anche
se mai disgiunta dalla sua applicabilità politica. «Approfon-
dire nella propria complessità l’unilateralità di un interesse
di parte», questa la descrizione del compito di ridefinizione
della propria geometria interiore, un compito per sua stessa
ammissione scandaloso rispetto alla tradizione di pensiero
da cui Tronti proviene, che fatica a ritenere politici temi
come la «coltivazione di sé» o la «cura dell’io interno»74. Si
tratta, nondimeno, di una sfida per il teorico della politica,
chiamato comunque a non chiudersi nel rifugio dello stu-
dio. La crescita, nella problematicità, del mondo interiore
acquista infatti senso solo se finalizzata a divenire mezzo di
comprensione da donare alla propria parte, «perché com-
batta e perché vinca»75. Per questo motivo Tronti, in anni di

74
 Tronti, Con le spalle al futuro, cit., p. XII.
75
  M. Tronti, Interrotte speranze, in Id., Con le spalle al futuro, cit.,
p. 118. «La politica, se tu l’assumi, non puoi non praticarla. Ecco di
nuovo la mia differenza rispetto al filosofo della politica: il filosofo della
politica studia la politica e basta. La politica invece per me è questi due

43
profonda e libera ricerca teorica, attraversa – in un’apparente
contraddizione, vista la fase critica della politica – una delle
sue più intense stagioni di attivismo, durante la quale, da
membro della Segreteria della Federazione romana del Pci,
sperimenta la dialettica quotidiana, all’interno della vita po-
litica – e non solamente culturale – del popolo comunista,
tra pratica teorica e lavoro militante76.
Il tema della comprensione, e la sua trattazione episte-
mica, rimane quindi ancorato alla perimetrazione di una
posizione di parzialità. La riflessione sulla parte – quella parte
che nella storia umana sta in basso e alla quale il movimento
operaio, come nessun altro soggetto politico nella storia
occidentale, ha dato forza e organizzazione, emancipando-
la dall’essere semplice classe subalterna ed elevandola dal
conflitto sociale al conflitto politico – esplicita anche alcuni
nodi della concezione trontiana del lavoro intellettuale. La
sconfitta del movimento operaio, in particolare, impone di
lavorare sulla teoria, perché questa, come la storia, deve
essere strappata al destino di essere scritta dai vincitori.
Dentro questo orizzonte si chiarifica il «buon tema» che
occupa Tronti in questa fase: «riguardare il vero teorico del
comunismo ideale e il falso storico del comunismo reale»77.
Sono questi i presupposti che fanno da sfondo alle prese di
posizione pubbliche di Tronti di questi anni, non da ultima
quella che lo porta a promuovere, con Antonio Bassolino e
Alberto Asor Rosa, la terza mozione all’ultimo congresso del
Pci nel febbraio del 1991, che rifiuta tanto il «nuovismo»
di Occhetto quanto il «continuismo» di Cossutta e Ingrao.

piani, è pensiero della politica ma nello stesso anche pratica politica,


perché se non avessi questa pratica allora sarei un intellettuale come gli
altri, sarei un docente di filosofia politica» (Tronti, conversazione con
gli autori, Roma, 30 giugno 2014).
76
  «Per molti anni non ho fatto altro che girare tutte le sezioni di
Roma parlando, facendo dibattiti. Uno dei periodi più belli della mia
vita. Tutto il mio innamoramento per il popolo comunista, sì, c’era già,
ma allora proprio verificai un feeling enorme con questi compagni di
base. Perdevo un sacco di tempo...» (Tronti, conversazione con gli autori,
Roma, 30 giugno 2014).
77
  M. Tronti, Interrotte speranze, in Id., Con le spalle al futuro, cit.,
pp. 120-121.

44
All’interno della tensione che in questo periodo Tronti
instaura tra un pensare estremo e un agire accorto78, tra
pensiero rivoluzionario e pratica riformista, questi stessi
problemi, fin qui affrontati a livello storico-teorico, con-
fluiscono a fine anni novanta in La politica al tramonto,
dove assumono una declinazione caratterizzata da maggiore
stringenza politica. In questo testo il 1968 diventa la data
simbolo che chiude il tempo della grande politica, quella
che necessita, in forza della logica schmittiana dell’amico-
nemico, della lotta con la grande storia per poter continuare
ad esistere e che ha caratterizzato, nell’epoca delle guerre
civili, il Grande Novecento.
Un’asserzione drastica quella del tramonto della politica,
che provoca un comprensibile e legittimo sconcerto negli
interpreti più vicini allo stesso Tronti79. La riflessione sul
periodo d’oro della politica novecentesca sembra diventare a
questo punto l’unico modo nel quale è ancora possibile «fare
politica», sospesi nell’attesa di quella stagione neoclassica
del politico, profetizzata da Tronti negli anni ’70 sulla base
di una specifica ipotesi sul rapporto tra capitale e Stato, che
però non si è mai più concretizzata.
Nondimeno, il problema della parte rimane al centro
della riflessione di Tronti, nel momento in cui, nella continua
ricerca della radicalità politica del «due» al di fuori del ter-
78
  «Quella frase rimane un po’ un punto di chiarezza: “pensare estre-
mo, agire accorto”. Non unificare mai le due cose, perché se pensi in
modo accorto non capisci niente, se agisci in modo estremo fai disastri
e basta. Fai disastri anche se agisci in modo accorto, ma comunque
meno… è una dialettica negativa» (Tronti, conversazione con gli autori,
Roma, 30 giugno 2014).
79
  «Il punto è il tipo di sguardo che, a partire dal suo giudizio sul
Sessantotto, Tronti rivolge al nostro presente: uno sguardo che tanto
pretende di essere lucido quanto risulta malinconico, tanto è acumina-
to nel cogliere le miserie del tempo presente alla luce abbagliante del
mondo di ieri quanto finisce per essere (quasi volontariamente, verrebbe
da aggiungere) miope sulle contraddizioni e sui conflitti che, in forme
certo nuove, continuano a segnare il modo di produzione capitalistico»,
S. Mezzadra, Senza lacrime per le rose. «Operai e capitale» di Mario Tronti
e l’operaismo italiano, in M. Baldassarri e D. Melegari (a cura di), La
rivoluzione dietro di noi. Filosofia e politica prima e dopo il ’68, Roma,
Manifestolibri, 2008, pp. 62-63.

45
reno «statale», mostra interesse per il concetto di differenza.
Scostandosi dalla pluralità delle diversità, la differenza si
struttura infatti ai margini di un’unica contrapposizione,
che non la filosofia, ma solo la politica può intendere, in
quanto solo politicamente esiste80. Dopo il movimento ope-
raio, secondo Tronti, solo il femminismo della differenza è
stato in grado – tra i diversi movimenti e le avanguardie
politiche del novecento – di riconoscere questa intensità
dicotomica, senza però riuscire a gestirla politicamente81.
Nella prospettiva trontiana il modello da recuperare rimane
quello offerto dalla teologia politica, quando mostra il con-
flitto, terribile e irrisolvibile, tra Padre e Figlio. Attraverso
una rilettura di Sergio Quinzio, Tronti coglie l’essenza della
produzione e della gestione politica della differenza nella
capacità del soggetto della grande politica di assumere su
di sé il negativo della contrapposizione: in questa capaci-
tà di dare forma al fondo nichilistico della politica si dà,
infatti, la capacità di misurarsi con il «destino di cambiare
il mondo»82. E si esplicita ulteriormente, nel già evocato
intreccio tra dimensione epistemica e strategia politica, la
grammatica interna della parte, la posizione prospettica del
punto di vista. Assistiamo così a uno sviluppo paradossale:
quanto più la parte svanisce nelle sue forme fenomeniche,
tanto più la riflessione sulla parte diventa fondativa del
discorso teorico trontiano, quasi minando la ricerca della
tensione tra pensiero e azione sempre invocata dall’autore.
In La politica al tramonto ritroviamo quindi, approfon-
dito e più accuratamente delineato, lo schema trontiano che

80
  Cfr. M. Tronti, Ancora, e infine, sull’autonomia del politico, in Id.,
La politica al tramonto, cit., p. 75 (infra, p. 528).
81
 Cfr. ibidem, pp. 77-78 (infra, pp. 529-530). Il femminismo della
differenza, continua Tronti, non è stato in grado di gestire politicamente
questa dicotomia proprio in forza del deficit politico che ha caratterizzato
la fase nella quale si è trovato a operare. Cfr. M. Tronti, La Politica al
femminile, il Politico al maschile, in Id., Dall’estremo possibile, cit., pp.
201-208; M.L. Boccia, Differenza operaia, differenza sessuale e I. Domi-
nijanni, Eredi al tramonto. Fine della politica e politica della differenza,
entrambi in Tronti et al., Politica e destino, cit., pp. 65-73, 125-143.
82
 Tronti, Ancora, e infine, sull’autonomia del politico, cit., p. 77,
(infra, p. 530).

46
abbiamo caratterizzato come «l’uno travagliato dal due».
Il punto di vista, che è quello della parte, si definisce in
relazione al tutto, che è unità non pacificata. Ma la parte è
innanzitutto una, nel senso che si contrappone sempre e solo
a un’altra singola parte, costruendo così una logica binaria
della differenza grazie alla quale si può intendere la totalità
perché si è già inscritti in una totalità. Il sistema capitalistico
è questa totalità, definita dall’unica reale contrapposizione
possibile, quella tra operai e capitale, che è strutturata come
una negazione e che, se viene assunta, dona una capacità
totalizzante alla parte. L’assumere questa contrapposizione,
darle forma, permette alla parte di «guardare» e gestire il
nichilismo che la pervade83. La totalità, per forza di cose,
è una. Ma si dà in due modi: quello della parte e quello
della totalità, così come la classe operaia, nel contrapporsi
al capitale, si doveva contrapporre a se stessa in quanto
capitale. Quando la parte si approfondisce nella propria
parzialità come negatività, e si dà come totalità, instaura
un’«universalità non formale», ovvero una «trasvalutazione
di tutti i valori fin qui dominanti, attraverso un rivolgimento
dei rapporti reali, di dominio, di ricchezza, di cultura»84.
Solo da questo posizionamento teorico, che è tutto politico
– anche se spesso è la lingua della teologia ad esprimerlo
meglio – si può quindi intendere per Tronti l’assunto epi-
stemico fondamentale: quello del punto di vista, che rimane
il perno sul quale ruota tutta la sua produzione teorica.
La politica al tramonto permette poi a Tronti di ripensare
nuovamente il rapporto, di lunga data, intessuto con Schmitt,
attorno a due fuochi: il primo è costituito dall’intensità auto-
noma e polemica che caratterizza la forma stessa della politica
– secondo la lettura schmittiana di Lenin85 –, il secondo è

83
  Cfr. S. Quinzio, Dalla gola del leone, Milano, Adelphi, 1980, p. 164.
84
 Tronti, Ancora, e infine, sull’autonomia del politico, cit., p. 81
(infra, p. 533).
85
  Cfr. C. Galli, Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del
pensiero politico moderno, Bologna, Il Mulino, 2010, p. 47. Per una
ricostruzione della ricezione di Schmitt nel marxismo operaista cfr.
ibidem, pp. 55-56 e, con specifico riferimento a Tronti, p. 720 (nota
n. 52). Dello stesso autore cfr. anche Carl Schmitt nella cultura italiana

47
definito dall’assunzione del concetto di negativo. Schmitt,
infatti, non solo propone un modello agonale di politica, ma
rappresenta per Tronti la stessa «introiezione del nemico»86
atta a scardinare e rinnovare le fila del modello epistemico
marxiano. Sotto traccia permane il rapporto tra parte e
totalità, mediato dal negativo, che la relazione tra Karl und
Carl (1998), in quanto criterio del politico moderno, incarna.
Manca un ultimo tassello perché il modello di epistemo-
logia politica che Tronti approfondisce tra gli anni ’80 e ’90
si completi. In Politica è profezia (1996)87 l’oggetto mancante
viene identificato nella proposta apocalittica di Quinzio, nella
quale si definisce la connessione tra i due ambiti – politica
e profezia – attraverso il concetto di verità. Si tratta di una
verità che deve essere relativa, ma che, al contempo, non
deve rinunciare alla propria capacità veritativa. La profezia
infatti, nel predire e nel dire «a nome di» – che si traduce
in un pre-vedere quello che, seppur nella forma del «non
ancora», è già presente nei segni dei tempi e che gli altri non
vedono – è conoscenza di qualcosa che deve, non solamente
può, «stare per essere»88. Si tratta di un atteggiamento che
implica una fede critica, ovvero che dubita degli esiti ma non
dei propri presupposti. Profezia – che Tronti contrappone
al sogno utopico – e politica prendono quindi le mosse da
un comune «calcolo di verità»89. Da questo punto di vista
la storia profetica è sempre il frutto della grande politica
e tra politica e profezia si tesse una complicità basata sulla
comune visione di segni del tempo gravidi di cambiamento.
Ma il «così deve accadere»90, con la sua fede critica, deve

(1924-1978). Storia, bilancio, prospettive di una presenza problematica, in


«Storicamente», 6, 2010 (http://storicamente.org/Galli_Carl_Schmitt).
86
  M. Tronti, Karl und Carl, in Id., La politica al tramonto, cit., p.
160 (infra, p. 557).
87
  M. Tronti, Politica è profezia, in Id., La politica al tramonto, cit.,
pp. 165-178 (lieve rielaborazione dello scritto, composto in memoria
di S. Quinzio: Id., Profezia versus utopia, in «Bailamme», 20, 1996, pp.
26-35) (infra, pp. 485-498).
88
  Ibidem, pp. 166, 171, 177 (infra, p. 486, 490, 496).
89
  Ibidem, p. 171 (infra, p. 490).
90
  Matteo 26, 54 (citato in Tronti, Politica è profezia, cit., pp. 166,
178 [infra, pp. 486, 498]).

48
caratterizzare anche, per Tronti, le epoche senza segni dei
tempi, quelle senza grande storia che comportano il tramonto
della grande politica per assenza di avversari. Questa con-
traddizione caratterizza l’atteggiamento politico che Tronti
sceglie di incarnare, teso a comprendere – stretto tra visione
apocalittica del futuro e lettura realistica del presente – la
forma e la logica del tempo – il tempo di Epimeteo – all’in-
terno del quale si esperisce la fine della politica91.

5. Pensare il Novecento (1999-2015)

Nei testi dell’ultimo quindicennio confluiscono molte


delle riflessioni che Tronti ha avviato nella «terza fase»,
ispirate alla comprensione di un’epoca segnata dal tramonto
della politica. Tale continuità di temi e sentieri di ricerca
– la teologia politica, l’antropologia, la «critica del presen-
te», il realismo e la trascendenza – si sviluppa in parallelo
all’avvio di nuove esperienze d’intervento politico. Dopo la
fine del Pci Tronti aderisce infatti al Pds e nel 1992 viene
eletto in parlamento, ma non segue le successive evoluzioni
del partito, non iscrivendosi né ai Ds né al Pd, diventando
però Senatore nel 2013 nella coalizione di centrosinistra92.
Nel 2001 si congeda dall’insegnamento a Siena e nel 2004
assume la guida del Centro per la riforma dello Stato, già
presieduto da Pietro Ingrao, che per oltre un decennio co-
stituisce il suo principale terreno di confronto intellettuale 93.

91
 Estremamente caratterizzante di questo esercizio teorico è il ri-
pensamento delle Tesi sul concetto di storia benjaminiane che chiude la
Politica al tramonto (pp. 195-209).
92
  Chiamato da Bersani a contribuire al processo di formazione di una
forza unica di sinistra, prospettata nelle elezioni del 2013 dalla coalizione
«Italia bene comune», Tronti si trova in Senato, dopo l’esito negativo
del voto e delle successive primarie per il segretario, all’interno del Pd
passato nelle mani di Renzi: «vivo con disincantata autoironia la mia
presenza nel gruppo parlamentare Pd: come indipendente di sinistra,
una figura politica che ho sempre odiato» (Tronti, conversazione con
gli autori, Roma, luglio 2016).
93
  Scrive Tronti a proposito del Crs: «tra la ferocia e la stanchezza,
ci deve pur essere un varco in mezzo, attraverso cui passare. Quale sia

49
I due campi – lo studio, la teoria, la scrittura da un lato
e la pratica, l’azione, l’impegno politico concreto dall’altro
– si affiancano ancora in questo periodo pur dotandosi di
registri diversi. Il motto «pensare estremo, agire accorto»,
oltre a indicare la cifra principale del percorso recente di
Tronti, esprime anche una valutazione sulla duplicità costi-
tutiva della politica agita. Dissonanti, pensiero e azione, non
combaciano né convergono: l’uno è pensato come ragione
e conseguenza dell’altra, ed entrambi risultano dettati dalla
contingenza presente di un tempo fatto per reagire e non
per agire, un tempo banale scandito dal ritmo della cronaca,
un tempo che ha normalizzato lo stato d’eccezione e in cui
«irreconciliabili sono il pensiero e il mondo», un tempo,
infine, che obbliga a «mettere […] in campo le ipotesi più
sovversive per bucare la nube di inquinamento che oscura
la conoscenza del passato»94.
La disperazione teorica – diversa dalla rassegnazione in
chi per altri versi è posseduto dal demone della politica –
sembra quindi imporre l’urgenza e l’imperativo di capire un
mondo che non si può accettare né riformare. Così al lampo
del pensiero non segue il tuono dell’azione, perché non si
danno tuoni in una stagione di avvenimenti senza eventi95.
Si tratta quindi per Tronti di pensare dall’estremo possibile
per sottrarre la verità all’opinione dilagante, per rompere la
trama della spoliticizzazione che ha irretito la società post-
novecentesca e scuotere quest’ultima dalle sabbie immobili

e dove sia questo varco, io non lo so. Da solo, in questi anni, non l’ho
trovato. E proprio perché non lo so e non lo trovo, mi sono detto: forse
cercando insieme ad altri in una struttura organizzata di ricerca, si riesce
a fare meglio. Questo è uno dei motivi di fondo per cui sono qui», M.
Tronti, Politica e cultura (2004), in Id., Non si può accettare, a cura di
P. Serra, Roma, Ediesse, 2009, p. 69 (trascrizione della relazione all’As-
semblea del Crs al termine della quale Tronti è stato eletto presidente).
94
 Tronti, Dello spirito libero, cit., p. 151.
95
  Così Tronti conclude un messaggio al Convegno di Nanterre sui
cinquant’anni di Operai e capitale: «mi sono fatto un’idea, che vorrei
avere il tempo di elaborare. La rivoluzione non è l’atto con cui si prende
il potere, ma il processo con cui si gestisce il potere. Riformisti prima,
rivoluzionari solo dopo. Vi lascio con questo lampo senza tuono» (www.
euronomade.info/?p=7366).

50
del progresso, usando la critica contro la crisi delle catego-
rie del politico – la democrazia in primis – e della politica
tout court96. Sono questi i compiti che Tronti assegna alla
ricerca negli anni duemila. Estremo, ovvero ambizioso, è
in questo senso il tentativo di «strappare grandi pensieri
a un’epoca minore»97, ma estremo è anche quel pensiero
crepuscolare che comprende la storia a partire della sua
«fine provvisoria»98. Accorto e prudente, invece, deve essere
l’agire, come nella parabola del fattore infedele (Luca 16,
1-9) – amministratore disonesto lodato dal padrone per aver
agito con scaltrezza – evocata da Dossetti per sottolineare
la valenza sempre contingente dell’agire etico e richiamata
da Tronti per nominare la vocazione eminentemente tattica
dell’agire politico99.
In questa fase di gestazione teorica e politica al che fare?
si antepone quindi un’altra domanda, preliminare e fonda-
mentale, quella che si interroga sul da dove cominciare?. In
risposta a tale quesito si delineano, nella traiettoria intellet-
tuale di Tronti, un tempo e un modo: bisogna ricominciare
dalla congiuntura, dall’oggi, sempre con le spalle al futuro
e lo sguardo rivolto al Novecento, e dall’alto, imprimendo
nella piattezza impolitica della condizione presente l’im-
pronta verticale della spiritualità100.

96
 Il progetto intellettuale auspicato da Tronti si configura come
una «Zur Kritik marxiana sul marxismo», che metta in crisi le sue tra-
dizionali fonti – la filosofia classica tedesca, l’economia politica inglese
e il pensiero politico francese – criticandole per come hanno influito
negativamente sul marxismo e sulla storia del movimento operaio (cfr.
M. Tronti, In nuove terre per antiche strade, Roma, Crs, 2015, p. 14; La
verità è rivoluzionaria, in «Pandora», 1, 2014, pp. 6-9).
97
 M. Tronti, Politica e destino, in Tronti et al., Politica e destino,
cit., p. 25.
98
 Tronti, Dello spirito libero, cit., p. 211.
99
  Ibidem, cit., p. 169.
100
  «La politica vive nell’alto del sociale. Anche se prende dal basso
qualche cosa, però lo porta sempre in alto, lo solleva. […]. L’iniziativa
leniniana è soprattutto questo. Tant’è vero che, per esempio, solo quando
la politica assume intensità si pone il problema del potere, perché il
potere sta molto in alto rispetto a tutto il resto della società, è l’alto
rispetto al basso della società. Portare la politica a quel livello […],
sollevarla a quell’altezza, è un’operazione che il movimento operaio

51
Nasce in questi anni e all’interno di questo orizzonte
di riflessione il progetto di una «critica della democrazia
politica», che si propone di integrare la critica marxiana
dell’economia politica. Tronti, infatti, riscontra in Marx –
che rimane sempre il riferimento da cui partire e insieme
l’oggetto di un continuo revisionismo – un limite di ordine
metodologico: in Marx la critica dell’economia politica as-
sume quest’ultima come proprio terreno e presuppone in
tal modo la possibilità di un’alternativa, ovvero l’ipotesi di
un’altra economia politica possibile. Il dato di partenza della
critica trontiana alla democrazia è invece la constatazione
dell’impossibilità di una diversa democrazia politica. Per
questo riattraversare la genealogia della democrazia moderna
a partire dal liberalismo, con Tocqueville e con Kelsen, signi-
fica innanzitutto riconoscere che non vi è altra democrazia
oltre quella «reale» che ha trionfato prima in America e poi
in Europa, affermandosi come progetto totalizzante e così
minando la praticabilità di ogni processo rivoluzionario.
Per Tronti è la democrazia, in quanto società democrati-
ca, e non il capitalismo, la vera responsabile della sconfitta
del movimento operaio, rea di aver liquidato la parte in
nome della massa, indistinta e anonima, e d’aver convertito
il protagonismo dell’operaio-massa nel conformismo del
borghese-massa, sotto la dittatura del calcolo e della mag-
gioranza. Dall’enfasi sulla dimensione quantitativa, osserva
Tronti, deriva quel rapporto di appartenenza organica che
fa della democrazia la migliore ancella del capitalismo,
migliore perfino del liberalismo101. Se perciò la cifra del ca-
pitalismo è la quantità, ne segue, per un verso, che nessuna
battaglia che assuma la democrazia come valore e come fine
possa maturare un portato realmente critico nei confronti
del dominio del capitale102. Per un altro verso, Tronti ne

ha tentato di fare» (Tronti, conversazione con gli autori, Ferentillo,


31 agosto 2014).
101
  Cfr. M. Tronti, Laboratorio di cultura politica a sinistra, in Id., Non
si può accettare, Roma, Ediesse, 2009, pp. 81-82 (relazione all’Assemblea
del Crs tenutasi a Roma il 21 giugno 2007).
102
  Cfr. Tronti, Per la critica della democrazia politica, cit., pp. 15-24
(infra, pp. 601-610).

52
ricava la necessità che la politica debba essere declinata e
combattuta anche come opposizione di qualità e quantità,
schierando la superiorità qualitativa della parte contro il
primato quantitativo del numero, secondo l’esempio della
classe operaia. Parziale e minore, la classe operaia è stata
infatti la grande artefice di una storia conclusa che è rimasta
imbrigliata nelle maglie della tirannia democratica.
È quindi la democrazia che ha scompaginato le parti,
dissolto il popolo e inaugurato il populismo, ridotto le masse
(al plurale) alla massa, aggregato individui e instaurato un
nuovo regime totalitario governato dall’opinione. Si tratta
allora per Tronti di mettere in campo una critica della demo-
crazia con funzione catechontica, ovvero come forza frenante
rispetto alla corsa in avanti del pensiero contemporaneo103
– che propaghi la verità contro il mito del progressismo e
scagli la libertà contro il dominio dell’habitus democratico104.
Del termine libertà, tradizionalmente apparentato al
pensiero liberale, Tronti fornisce allora una sostanziale e
originale risignificazione. Si tratta di una libertà afferma-
tiva che nondimeno si conquista negativamente contro il
mondo, perché è portatrice di «una forte e profonda carica
antagonistica nei confronti dell’attuale organizzazione della
vita»105. Una libertà che si qualifica innanzitutto come li-
bertà per, ovvero libertà profeticamente protesa verso l’alto,
che coltiva risolutamente la condanna dell’esistente – una
dichiarazione di guerra contro ciò che è – e prefigura un
esercizio terreno di distacco spirituale.
Nel testo intitolato Politica e destino (2001), pronuncia-
to originariamente per celebrare la fine dell’insegnamento
universitario a Siena, Tronti risale, sulla scia del frammento
hegeliano Freiheit und Schicksal e sulle orme del commen-

103
  «Il pensiero libero si libera prima di tutto dai tempi imposti dalla
presunta epocalità delle fasi. Chi vuole opporsi, non corra con i tempi»,
Tronti, Dello spirito libero, cit., p. 45.
104
  La «verità» parziale, che si oppone alla falsità dell’opinione e alla
morsa dell’ideologia borghese, viene invocata da Tronti in La verità è
rivoluzionaria, cit., pp. 6-9.
105
  M. Tronti, Tronti: Spiritualità è cambiare il mondo, in «Avvenire»,
24 giugno 2015.

53
to di Luporini, a un’altra possibile declinazione di questa
coppia concettuale: «libertà e destino» diventa così un
modo diverso di nominare la lotta che oppone la politica
alla storia. Schicksal indica il destino come limite della de-
terminatezza condizionante e contingente, mentre Freiheit
designa la libertà guadagnata dalla e nella congiuntura,
ovvero, hegelianamente, l’«anelito a superare il negativo del
mondo sussistente»106. La politica si iscrive così nell’alveo
della libertà che si ritaglia dentro e contro il destino: «la
politica è decisione – scrive Tronti –, tra ciò che ti è dato e
ciò che puoi fare, tra quello a cui sei chiamato e quello che
tu sai di dovere con-rispondere»107. La libertà dello spirito
quale «riflessione sul proprio destino» eccede, tuttavia, i
confini della politica agita.
Si fa strada qui il concetto a cui sarà consacrato il recente
volume Dello spirito libero. Intorno alla figura del Freigeist
hegelo-nietszcheano, che «il tempo ha cacciato in un mondo
interiore»108, si condensano istanze teoriche maturate già
negli anni precedenti attraverso l’accostamento reiterato di
libertà e spiritualità. Se da una parte la spiritualità «è fonda-
mentalmente “interiorità”», è ciò che impone di «stare sulla
terra andando verso l’alto, e cioè non piegati sotto qualcosa.
Che è poi la condizione dell’essere liberi»109, dall’altra si
profila anche come un vallum, un baluardo eretto a difesa
di sé e della propria visione del mondo – un luogo «entro
cui si può dire: ecco voi qui, con le vostre idee, non mi

106
  G.W.F. Hegel, Libertà e destino, in C. Luporini, Un frammento
politico giovanile di G.W.F. Hegel, in Id., Filosofi vecchi e nuovi: Scheler,
Hegel, Kant, Fichte, Roma, Editori Riuniti, 1981, p. 59 (originariamente
in «Società», 1, 1945), citato da Tronti in Politica e destino, cit., p. 14
(infra, p. 568).
107
 Tronti, Politica e destino, cit., p. 17 (infra, p. 573).
108
 Hegel, Libertà e destino, cit., p. 10 (citato da Tronti in Politica e
destino, cit., p. 18 [infra, p. 568]).
109
  M. Tronti, Lo spirito che disordina il mondo, in «Adista», 6, 20
gennaio 2007, p. 9 (infra, p. 618). «Quando Di Vittorio diceva: noi
comunisti abbiamo insegnato ai braccianti a non togliersi il cappello
davanti al padrone, descriveva un gesto di alta libera spiritualità», Tronti,
Dello spirito libero, cit., p. 228.

54
prenderete»110. Connubio di pazienza – quella del saggio
kojeviano che può spendere la propria saggezza in politica
solo nelle grandi epoche e negli intervalli tra queste è chia-
mato a pazientare111 –, inquietudine ed eresia, la spiritualità
trontiana si nutre incessantemente dell’«insopportabilità
delle cose così come sono»112 e della volontà di disordinare
il mondo dal basso: non vuol essere «fuga mundi, come non
è stata mai nemmeno per il monachesimo, ma presenza nel
mondo, inattaccabile dall’esterno»113.
Per lo spirito libero le armi della critica, l’antidoto
contro le derive della secolarizzazione democratica, sono
ancora una volta quelle della teologia politica, il terreno sul
quale Tronti fa incontrare San Paolo con Lenin. Contras-
segno degli stati d’eccezione, la teologia politica anche in
tempi non eccezionali appare perciò come una «forzatura»
imprescindibile, che richiama la politica a una tensione pro-
fetica114. Tronti ne fa una risorsa intellettuale al servizio dei
dominati per combattere quella condizione di subalternità
a cui li condanna il monismo immanente dell’ordine costi-
tuito. In Il nano e il manichino torna così a insistere sulla
necessità della teologia per la politica: «tra lo spirituale e
il mondano va tracciata ogni volta una demarcazione, una
delimitazione: questo fa Paolo, questo fa Hobbes, questo

110
  Ibidem, p. 226.
111
 Cfr. A. Kojève, Il silenzio della tirannide, a cura di A. Gnoli,
Milano, Adelphi, 2004, p. 28. Scrive Tronti: «il saggio è il Freigeist, è lo
spirito libero che spende la sua saggezza in politica. Mentre il filosofo-
intellettuale è necessariamente separato dal politico, il saggio in politica
non necessariamente lo è. Dipende, appunto, dall’epoca, dall’intensità
della storia in atto», Tronti, Dello spirito libero, cit., p. 246.
112
  Ibidem, p. 228.
113
  Ibidem, p. 226.
114
  La teologia politica «vive dentro lo stato d’eccezione delle guerre
civili europee e va ad estinguersi con esse, con la fine di questa età.
Riappare poi debolmente ogni volta che, debolmente, si ripresenta uno
stato d’eccezione […]. Le due rivoluzioni del Novecento, la rivoluzione
operaia e la rivoluzione conservatrice (questa è stata la grande alternativa
novecentesca, e su questo poggia la grandezza del “nostro” secolo), sono
due atti teologico-politici», M. Tronti, Teologia politica. Al crocevia della
storia (con M. Cacciari), Milano, Albo Versorio, 2007, pp. 27-28. Cfr.
anche Id., Dello spirito libero, cit., pp. 209-220.

55
fa Schmitt, e questo è il motivo che rende falsa la leggenda
di una liquidazione della teologia politica»115.
Il compito che Tronti assegna alla teologia politica è
proprio quello di segnare un confine e ripristinare l’op-
posizione duale che è essenziale alla politica. Contro la
deriva monistica e immanentista del presente, la teologia
politica interviene come una fenditura per introdurre, a
fronte dell’insufficienza della sola apocalittica dal basso, il
movimento di un’apocalittica dall’alto, poiché «possedere la
politica di chi comanda – osserva Tronti – è assolutamente
indispensabile per chi non vuole più obbedire»116. È così
che il disegno dell’autonomia del politico trapassa in una
nuova configurazione, che potremmo definire «trascendenza
della politica». Qui, lungo l’asse verticale del potere, l’alto
non indica solo un afflato, ma la direzione cruciale di chi
lotta dal basso. Entrambi i paradigmi sono il frutto di una
diagnosi storica che spinge Tronti a una ridefinizione della
strategia in funzione della fase; entrambi esprimono la
necessità di una forza esterna (il partito nel primo caso, la
spiritualità nel secondo) che possa organizzare e dare forma
alle contraddizioni del sociale senza lasciarsene assorbire.
Dove e come si guadagna dunque la libertà dello spirito?
Oggi, più che mai, c’è bisogno secondo Tronti di pensare
il passato contro il mondo presente, che «basta guardarlo
per odiarlo»117. Nell’era della modernizzazione compiuta
che ha visto naufragare il Novecento nella restaurazione
democratica, per essere absolument moderne come suggeriva

115
  «Io ho rideclinato l’alto non solo nei termini della politica, ma nei
termini della trascendenza… quindi l’alto è in qualche modo sistemato,
teoricamente intendo dire, anche attraverso la teologia politica. Quello
che oggi mi fa problema è come rideclinare il basso. Cioè, quale basso
dobbiamo portare in alto? […] Cosa rimane poi del punto di vista
operaio? Rimane il punto di vista di parte… ma qual è la parte? Questo
è un problema irrisolto. La teologia politica è un modo trasversale per
parlare di questi problemi, che sono problemi ancora irrisolti» (Tronti,
conversazione con gli autori, Ferentillo, 31 agosto 2014).
116
  M. Tronti, Il nano e il manichino. La teologia come lingua della
politica, Roma, Castelvecchi, 2015, p. 57.
117
 Tronti, In nuove terre per antiche strade, cit., p. 16.

56
Rimbaud, occorre allora tornare all’«Antico del Moderno»118
e ripensare quel progetto sepolto. Nel rapporto con il Tardo
Moderno, colonizzato dallo spirito borghese, si rintracciano
invece i motivi della sconfitta del comunismo nel ventesimo
secolo, i cui germi, secondo Tronti, risalgono già alle fonti,
al Marx apologeta della borghesia: «nel moderno c’è di
tutto, c’è la via della crisi, la via del dubbio, tanto quanto
c’è la via dello sviluppo, la via del progresso»119. Su questo
secondo binario si è innestata la corsa senza freni della ra-
gione strumentale onnipotente, tratto distintivo della società
borghese moderna. L’errore, secondo Tronti, è stato quello
di non aver «sottoposto a critica il percorso dalla grande
ragione rinascimentale istruita dalla scienza alla piccola ra-
gione strumentale comandata dalla tecnica»120: non si poteva
né si doveva essere più moderni del capitalismo, bisognava
piuttosto rallentarne la cavalcata.
Qui il pensiero «estremo», ovvero lo «sguardo dalla fine»
agisce per risignificare tutta intera la storia del movimento
operaio. In questo senso per Tronti la Rivoluzione d’Ottobre
somiglia più alla Rivoluzione conservatrice che non alla Ri-
voluzione Francese, nella misura in cui non fu progressista,
né fu un’accelerazione della storia, bensì catechon, sforzo e
opera di trattenimento di un presente invaso dalla barbarie
capitalista. Altrimenti detto, «sarebbe stato compito del
movimento operaio, piuttosto, quello di imporre alla tarda
modernità […] di non più correre ma camminare»121. Cam-
minare è quindi, oggi come ieri, il compito degli spiriti liberi,
che rifiutano la rincorsa del tempo e conquistano la libertà
attraversando il secolo scorso, ripercorrendolo senza tornare
indietro, «padroni del passato, dominatori del presente e…
disincantati sull’avvenire»122. Il soggetto destinato al compito
della libertà sembra però limitato nella sua incarnazione stori-
ca e in un certo senso squalificato dal tempo, visto che «solo

118
 Tronti, Dello spirito libero, cit., pp. 77, 303.
119
 Tronti, Lo spirito che disordina il mondo, cit., p. 8.
120
  Ibidem.
121
 Tronti, Dello spirito libero, cit., p. 46.
122
 Tronti, Politica e destino, cit., p. 28 (infra, p. 589).

57
chi è stato comunista nel Novecento può vivere oggi fino in
fondo la condizione di spirito libero»123. Tronti sembra così
oscillare tra un pensiero della fine che non ammette riscatto
e una passione politica secondo la quale, come suggerisce
Benjamin, «in realtà non vi è un solo attimo che non rechi
con sé la propria chance rivoluzionaria»124.
Negli ultimi scritti questa contraddizione si declina
all’insegna del problema dell’eredità. Si tratta da un lato del
problema di cosa ereditare del Novecento, dall’altro di come
ereditarlo, per usarlo contro quel presente che però sembra
averlo già interamente fagocitato. Con la prima questione
Tronti si misura in diverse occasioni, tornando a considerare
le svolte e i sussulti di un secolo che fu teatro di due grandi
rivoluzioni (quella operaia e quella conservatrice) e della
grande restaurazione, per richiamare infine lo snodo del
’68, «figlio dello sviluppo e non della crisi»125, iniziatore di
quel tempo senza epoca che è stato il piccolo Novecento. È
stata proprio la contestazione sessantottina, che a giudizio
di Tronti deve essere iscritta nel solco dei moti progressisti
ed emancipatori al pari delle rivoluzioni borghesi, ad aver
iniziato a cospargere la società contemporanea con «il veleno
dell’antipolitica»126. Il limite di quell’esperienza fu infatti di
aver contestato l’autorità senza intaccare il potere, errore
prospettico che anche il femminismo della differenza ha
avuto il merito di svelare127. Ma non tutti i mali del presente

123
 Tronti, Dello spirito libero, cit., p. 293.
124
  W. Benjamin, Sul concetto di storia, a cura di G. Bonola e M. Ran-
chetti, Torino, Einaudi, 1997, p. 55. Cfr. Tronti, Il nano e il manichino,
cit., p. 37 (infra, p. 644).
125
  M. Tronti, Pensare il Novecento dalla sua fine (2008), in Id., Non
si può accettare, cit., p. 43.
126
  M. Tronti, Noi operaisti, in M. Trotta e F. Milana (a cura di), L’o-
peraismo degli anni Sessanta, cit., p. 31 (ora anche in Id., Noi operaisti,
Roma, DeriveApprodi, 2009, p. 50).
127
  A proposito del rapporto di Tronti con il femminismo della diffe-
renza: «mi interessava per il superamento del concetto di emancipazione,
si passava al concetto di liberazione. [...] io vedevo il femminismo come
qualcosa che integrasse dall’esterno il marxismo. Non mi interessava
mescolare le cose. A un certo punto sono andato a cercare un po’ fuori
dell’ambito non solo del marxismo, ma della politica in senso stretto,

58
provengono da lì, benché molte delle infauste mutazioni
sperimentate negli anni a venire, secondo Tronti, discendono
da quel momento storico, prova generale del tramonto della
politica che l’89, e ancor di più il ’91, avrebbero suggellato.
La seconda questione – come ereditare il Novecento –
trova invece una risposta, anche se solamente abbozzata,
nella pratica della memoria: erede è colui che mantiene
la memoria in vita. La memoria serve come bussola per
guidare il cammino di quegli spiriti liberi che vogliano
incamminarsi in nuove terre per antiche strade128. Sebbene
consideri conclusa la storia del Novecento, Tronti confida
comunque nella necessità di riesumarla, evocando il tropo
warburghiano di una «Mnemosyne [memoria] proletaria, che
racconti, per figure, e per forme, i luoghi e i tempi di una
presenza»129. La memoria diventa così un’arma nell’arsenale
del Freigeist, che la conserva e la preserva come un campo
di libertà strappato, da una parte, al futuro già espropriato,
dall’altra, al presente usurpato dal revisionismo storico. Per
disordinare il presente, secondo Tronti, occorrono infatti
«risorse già pensate» e «memorie improvvise», recuperate da
quell’immensa sedimentazione politica che è stata la storia
del movimento operaio. Il compito di pensare il Novecento
si traduce perciò nell’esercizio consapevole di un’eredità
selettiva e combattiva che attinge alle risorse della Grande
Storia trascorsa.
Altra questione è però la pratica della lotta, che riso-
spinge Tronti alla domanda sul che fare?: «il pensiero di
libertà non può esprimersi immediatamente in una rivolta

qualcosa che potesse aiutarmi a capire, comunque a correggere… appunto


la teologia politica, il pensiero religioso. Il femminismo aveva anche un
po’ questo senso, qualcosa che arricchiva un patrimonio che mi sembrava
povero, troppo povero, troppo chiuso in se stesso, troppo autoreferen-
ziale» (Tronti, conversazione con gli autori, Ferentillo, 31 agosto 2014).
128
  Si tratta del titolo della relazione tenuta in occasione dell’assemblea
annuale del Crs l’11 giugno 2015 (www.centroriformastato.it/wp-content/
uploads/tronti_nuove_terre.pdf).
129
  M. Tronti, Memoria e storia degli operai, in P. Favilli e M. Tronti (a
cura di), Classe operaia. Le identità: storia e prospettiva, Milano, Franco
Angeli, 2001, p. 381 (ora anche in Id., Noi operaisti, cit., p. 124).

59
comportamentale. Tra il pensiero alternativo e la libertà
dello spirito, in mezzo, ci vuole la politica», una politica
che «pensa per capire, ma capisce per cambiare»130. Il pri-
mo impegno di Tronti in questo senso nel corso degli anni
2000 è la presidenza del Centro per la riforma dello Stato.
Nella prima relazione presentata all’assemblea del Crs la
consapevolezza disincantata sull’oggi appresa alla scuola del
Novecento si coniuga con l’impegno ad avviare un intervento
intellettuale in grado di produrre risonanza politica. L’obiet-
tivo è quello di ragionare su come sia possibile elaborare
cultura politica in una fase segnata dalla crisi della politica
e dal rovesciamento decennale dell’egemonia culturale della
sinistra. Torna qui il leitmotiv della decelerazione della storia
– «va rallentata l’accelerazione selvaggia dei mutamenti. La
politica non insegue lo sviluppo. La politica dà equilibrio,
ordine, cadenze e scadenze allo sviluppo»131 – che trasfor-
ma la cultura politica in uno strumento di raccordo tra il
vecchio e il nuovo. In questa prospettiva si inscrive anche
la serie di parole-chiave a cui Tronti lavora tra il 2008 e
il 2013, pubblicate in parte sulla rivista «Democrazia e
diritto» e poi raccolte nel volume intitolato Per la critica
del presente. Le parole-chiave servono «per aprire la porta
dell’agire politico»132: autonomia («parola prima del lessico
della politica»)133, popolo, Stato, partito, lavoro, crisi e sinistra
non compilano un nuovo dizionario politico, ma concorrono
alla formulazione di una critica del lessico dell’antipolitica.
Esse permettono innanzitutto di nominare i problemi che
derivano dagli esiti contemporanei del moderno: il problema
di come fare popolo senza classe e senza masse, il problema
della politica organizzata in un’epoca antipolitica, il proble-
ma della lotta di classe ridotta a un conflitto a senso unico
dominato dal capitalismo, laddove «nel conflitto della parte

 Tronti, Il nano e il manichino, cit., p. 8.


130

 Tronti, Politica e cultura (2004), cit., p. 55.


131
132
  M. Tronti, Partito, in «Democrazia e diritto», 3-4, 2009, p. 7 (ora
in Id., Per la critica del presente, Roma, Ediesse, 2013, p. 53).
133
  M. Tronti, Autonomia, in «Italianieuropei», 5, 2008, p. 244 (ora
in Id., Per la critica del presente, cit., p. 25).

60
lavoro contro la totalità del capitale è depositato il meglio
della storia moderna»134 e il problema di come tornare a
produrre egemonia da sinistra riprendendo l’iniziativa135.
Nel 2008 l’esperimento prosegue con un’altra relazione
al Crs, Fare società con la politica, nella quale si affaccia,
nonostante o proprio in virtù della vittoria di un governo di
destra, uno spiraglio di ottimismo: «Questo è un momento
favorevole. Perché c’è un passaggio di fase. Non di epoca
[…]. Io vedo i segni di un ritorno di primato della politica»136.
È l’avvento della crisi globale, che coincide con un «ral-
lentamento dello sviluppo» e «una perdita di competitività
[…] dell’intero occidente rispetto a un resto del mondo,
che comincia a sfuggire alla sua egemonia»137. In una simile
congiuntura sembra a Tronti che ci sia spazio per rimettere
in discussione l’assetto della sinistra post-89, chiudendo un
ciclo caratterizzato dalla diaspora. La proposta che nasce
in questo frangente, e che viene portata avanti per tutta la
legislatura fino alle successive elezioni del 2013, va nella
direzione di una ricomposizione delle due sinistre, quella
della Terza via e quella dei movimenti. Tronti auspica così
la nascita di una nuova grande sinistra e di un nuovo ceto
politico che sia all’altezza di guidarla. I risultati elettorali del
2013, con l’imprevisto successo di un movimento di critica
alla politica e il conseguente tracollo del progetto del Pd
bersaniano, che Tronti decide di appoggiare candidandosi
nelle liste elettorali del Senato, esauriscono questo tentativo
e al tempo stesso ne smentiscono i presupposti.
Nei recenti interventi di Tronti resta l’interrogativo di
cosa significhi vivere, operare e pensare in questo frangente,
il frattempo che residua tra il tempo estinto del Novecento
e il tempo di là da venire. Ribadendo l’indipendenza della
teoria dalla politica – le quali ancora una volta si corrispon-

134
  M. Tronti, Lavoro, in Id., Per la critica del presente, cit., p. 71.
135
  «Non bisogna mai essere solo anti, bisogna costringere l’avversario
ad essere solo anti. Questo decide su chi ha in mano l’iniziativa. E chi
ha in mano l’iniziativa, salvo eccezioni, di solito vince», M. Tronti, Fare
società con la politica, in Id., Non si può accettare, cit., p. 109 (infra, p. 633).
136
  Ibidem, p. 97-100 (infra, pp. 623-625).
137
  Ibidem, p. 100 (infra, p. 625).

61
dono solo nello stato d’eccezione – Tronti «rivoluzionario
conservatore»138 – «provvisoriamente riformista»139, mai
democratico, comunista eterodosso e non eretico140 – cerca
«nuove armi per la vecchia guerra»141 che l’epoca attuale non
consente di combattere, e prosegue lungo il sentiero della
Kritik, convinto che da lì sorgeranno le traiettorie future.
Lotta senza più alcuna speranza di sconfiggere il nemico,
con «la solita passione, il solito realismo»142, ma non rinun-
ciando al conflitto come modo di intendere la politica, che
la perdita di centralità di quella «guerra civilizzata» che fu
la lotta di classe ha trasformato in uno sparpagliamento di
guerriglie anarchiche.
Per ridare forma alla politica attraverso il conflitto, e
per ricostruirne i fondamenti, c’è allora nuovamente bisogno
per Tronti di ricominciare dalla fine. La profezia politica
(profezia minore adeguata al proprio tempo) annuncia
immancabilmente la fine e non l’avvento di un inizio. Essa
parla «all’intellettualità di sinistra che verrà. Se verrà»143, a
cui la fine consumata di un’epoca lascia in custodia l’eredità

138
 Tronti, In nuove terre per antiche strade, cit., p. 16.
139
 Tronti, Politica e cultura, cit., p. 60.
140
  «Eretico è chi rompe con il proprio mondo e vi si contrappone.
Non ortodosso, o altro da ortodosso, è chi sceglie di restare dentro in
posizione critica. In questo caso, si paga un prezzo, appunto, alla propria
chiesa, ma si rimane in contatto con le forze che essa organizza, lievito
per una trasformazione interna di essa», Tronti, L’eta dei patriarchi, testo
composto nel 2005 in occasione della celebrazione per i 90 anni di Pie-
tro Ingrao (www.centroriformastato.it/leta-dei-patriarchi). Nel discorso
pronunciato in Senato dieci anni dopo durante la commemorazione
della morte di Ingrao, Tronti è ritornato su questa dicotomia: «io sono
solito fare una distinzione tra l’eretico e l’eterodosso, o il non ortodosso.
L’eretico è quello che rompe ed esce dal proprio campo, dalla Chiesa;
il non ortodosso è quello che combatte, con la critica, l’ortodossia,
rimanendo nel proprio campo, nella Chiesa. Ingrao è questo secondo
tipo di uomo, in cui anche io mi riconosco» (www.centroriformastato.
it/il-ricordo-di-mario-tronti-in-senato).
141
 Tronti, In nuove terre per antiche strade, cit., p. 16.
142
 Tronti, Noi operaisti, cit., p. 16. «Lottare, senza più il bisogno
della speranza che si possa sconfiggere il nemico definitivamente: ecco
la condizione di oggi», Id., Dello spirito libero, cit., p. 266.
143
  Tronti, esergo a In nuove terre per antiche strade, cit., p. 3.

62
storica di aggiornare il punto di vista al proprio tempo.
Così il punto di vista pare essere ciò che resta nella teoria
quando viene meno la politica della parte (e del partito),
non solo nelle vesti di un surrogato, bensì in quelle di un
presupposto essenziale, capace di produrre verità parziali
in controtendenza rispetto ai tempi che, letteralmente,
corrono144. Senza la forza e la vocazione polemologica della
parte che costringe a parteggiare, l’appartenenza si declina
tutta, per Tronti, ancora una volta nel senso del lascito del
passato, quel passato tramandato dai comunisti – gli unici
che davvero riuscirono a fare paura al capitale – che non
furono «né nichilisti né attivisti, per dirla con Musil, ma
realisti»145. Tuttavia, come sempre si è dato, le modalità del
lascito spettano a chi lo riceve, non a chi lo predispone, e
la cesura è spesso la condizione per l’assunzione più fedele.

144
  «In tutto questo gran casino vorrei salvare il punto di vista […],
non riesco a mettermi sul piano dell’interesse generale. Sono stato e
resto un pensatore di parte», M. Tronti, intervista ad A. Gnoli, Mario
Tronti: «Sono uno sconfitto, non un vinto. Abbiamo perso la guerra del
’900», in «la Repubblica», 28 settembre 2014, pp. 52-53.
145
 M. Tronti, Dall’estremo possibile. Una conversazione con Mario
Tronti a cura di Pasquale Serra, in Id., Dall’estremo possibile, cit., p. 44.
«La parte... Non escludo che la parte si possa ormai declinare solo al
passato. Non è una cosa fuori dal mondo. Attualmente sono più orientato
in questo senso. Cioè noi veniamo da lì, c’è una storia, abbiamo tentato,
abbiamo fatto un tentativo, un tentativo fallito, erano grandi cose... Si
può fare anche un discorso di questo tipo» (Tronti, conversazione con
gli autori, 31 agosto 2014).

63
Parte prima

Il punto di vista
(1958-1967)
1.

tra materialismo dialettico e filosofia


della prassi. gramsci e labriola

1959

È difficile parlare di Gramsci, rimanendo chiusi nell’am-


bito della sua personale problematica. In lui si ritrova,
interpretato e «tradotto», tutto il mondo culturale della
sua epoca. Ogni ricerca sul suo pensiero rimanda neces-
sariamente ad una ricerca sul pensiero che lo circonda.
Nella sua opera, è sempre facile riconoscere le radici del
problema dal problema stesso; distinguere tra i materiali
che il suo tempo gli offre e le sue individuali riflessioni.
Ecco perché, attraverso Gramsci, è possibile oggi arrivare
ad un ripensamento generale della storia e della cultura che
è immediatamente dietro le nostre spalle e che costituisce
il nostro vicino passato. È possibile, a condizione che in
questo passato si includa l’opera stessa di Gramsci. Voglio
dire che un riesame della nostra attuale coscienza culturale,
deve prendere Gramsci come strumento della critica e, nello
stesso tempo, come oggetto che è, esso stesso, coinvolto nella
critica. E così facendo, sembra che il problema si allarghi,
e invece si precisa e si approfondisce; sembra che si perda
inutilmente il senso del discorso, e invece lo si ritrova, poi,
con una maggiore forza di convinzione.
Nell’ambito della sola problematica «filosofica», tutto
questo diviene estremamente evidente. Gramsci intende il
marxismo teorico come «filosofia della prassi». Ebbene, noi
vediamo che tutto il dibattito intorno al marxismo, in Italia,
conclude proprio a questa definizione. Il termine non va
concepito, dunque, come un altro nome che viene dato al
marxismo, ma come un’altra interpretazione che viene data

Saggio pubblicato nel volume a cura di A. Caracciolo e G. Scalia, «La


città futura. Saggi sulla figura e il pensiero di Antonio Gramsci», Milano,
Feltrinelli, 1959, pp. 139-186.

67
del marxismo. Dietro la diversa definizione, sta un diverso
contenuto di pensiero. Siamo spinti allora, inevitabilmente,
a ripercorrere le fasi di queste formulazioni, che conducono
poi alla formulazione gramsciana. Il marxismo di Gramsci ci
spinge a ripensare le linee principali del marxismo italiano,
il carattere della sua introduzione nella cultura nazionale,
la funzione a cui ha finito per assolvere, i segni particolari
che esso ha acquisito, la forma in cui è stato conosciuto e
divulgato.
Ho l’impressione, quindi, che avremo bisogno di una
lunga premessa per arrivare ad una breve conclusione.

l. Dobbiamo riconoscere a Rodolfo Mondolfo una co-


erente posizione di pensiero. Tra il saggio su Feuerbach e
Marx del 1909 e il saggio Intorno a Gramsci e alla filosofia
della prassi del 1955, c’è un senso unico della ricerca: una
considerazione del pensiero di Marx, che ha il pregio di una
esplicita chiarezza, nel quadro di un orizzonte teorico ben
delimitato. Si può facilmente isolare, dunque, il nocciolo di
questa posizione. Il punto di partenza prende come obiet-
tivo della polemica quello che risulta essere un dogma nel
linguaggio dei socialisti: non la coscienza determina l’essere
dell’uomo, ma l’essere dell’uomo determina la sua coscienza.
Da questo principio si ricava una concezione essenzialmente
materialistica e fatalistica; in essa non c’è luogo ad una teoria
del rispecchiamento, se non come prodotto dell’ambiente
sotto forma di adattamento passivo. Ma in questo passivo
adattamento non trova posto la volontà, non si rivela la
coscienza di classe. Pure, la coscienza e la volontà sono un
momento essenziale della storia, in quanto elementi condi-
zionanti l’azione e lo stesso processo storico. Il materialismo
metafisico non riesce a racchiudere nel suo quadro proprio
il principio della lotta di classe, anzi, risulta da esso impli-
citamente superato. Un’altra concezione filosofica si rende
necessaria. Essa, del resto, è stata già formulata.

Soggetto e oggetto non esistono che come termini di un


rapporto necessariamente reciproco, la cui realtà è nella praxis:

68
la loro opposizione dialettica non è che la condizione dialettica
del loro processo di sviluppo, della loro vita. Quindi il soggetto
non è una tabula rasa passivamente ricettiva; è (come l’idealismo
sostenne) un’attività che per altro si afferma (e ciò contro l’idea-
lismo) nella sensibilità o attività umana soggettiva, la quale pone,
modella o trasforma l’oggetto, e con ciò viene formando se stessa1.

Per il Marx il pensiero è praxis ed è praxis il suo oggetto;


ossia nella praxis si avvera l’esistenza di entrambi i termini,
e in essa, quindi, pensiero e realtà coincidono. Praxis è il
processo del conoscere che il Marx considera, al pari dello
Hegel, superamento dell’antitesi fra «l’unilateralità della
soggettività e l’unilateralità della oggettività»2. Il concetto
della praxis per Marx, risulta molto vicino al principio
dell’esperienza per Hegel.

Il principio dell’esperienza contiene l’affermazione infinita-


mente importante, che l’uomo, per accettare e tenere per vero
un contenuto, deve esserci dentro egli stesso; più determinata-
mente, che egli trova quel contenuto in accordo ed unione con
la certezza di se stesso. Deve essere egli stesso colà […] con la
sua autocoscienza essenziale3.

E cioè «quello che l’uomo vuole ammettere nel suo


sapere, deve egli stesso vederlo, vi si deve egli stesso sapere
presente»4. Ma poiché il concetto della praxis è l’attività
sensitiva umana che pone o crea l’oggetto, e con ciò viene
formando se stessa, Marx aggiunge a questo principio «l’e-
sclusione di ogni realtà estranea alla praxis, considerando
l’oggetto e il soggetto non come per sé stanti, ma come
formazione della praxis»5.

1
  R. Mondolfo, Feuerbach e Marx (1909), in Id., Umanisimo di Marx.
Studi filosofici 1908-1966, Torino, Einaudi, 1968, p. 12.
2
 R. Mondolfo, Il materialismo storico in Federico Engels (1912),
Firenze, La nuova Italia, 1973, p. 5 (Mondolfo cita da G.W.F. Hegel,
Enciclopedia delle scienze filosofiche (1830), § 225).
3
 Mondolfo, Il materialismo storico in Federico Engels, cit., p. 6
(Mondolfo cita da Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, cit., § 7).
4
 Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, cit., § 38.
5
 Mondolfo, Il materialismo storico in Federico Engels, cit., p. 6.

69
Ora per la praxis occorre la volontà; per la volontà la
coscienza dei bisogni; tutto ciò, insomma, che per Hegel
era mezzo di un’astuzia della ragione e materia della storia.
È qui appunto il contrasto fondamentale col materialismo.
Per Marx la concezione atomistica, essendo necessariamente
meccanicistica, non può applicarsi alla società umana. L’a-
tomo è per se stesso inerte, non è un principio di forza e di
sviluppo, non può concepirsi dinamicamente: e l’atomismo
è proprio del materialismo meccanicistico. Ma l’uomo è es-
senzialmente attività e impulso vitale, onde sorge il bisogno
e, quindi, l’azione tendente a un fine: «il concetto che gli si
può applicare, come eminentemente dinamico e teleologico,
risulta repugnante dal materialismo. La filosofia della pra-
xis, dunque, cioè il volontarismo derivato dal Feuerbach,
si presenta in antitesi col materialismo»6. La concezione
filosofica più appropriata appare quella di un «idealismo
volontaristico». La definizione di «materialismo storico» è
poco felice, rispetto all’oggetto che vuole definire. E l’oggetto
è una filosofia della prassi, che si potrebbe dire altrimenti
un «telismo volontaristico»7. «Filosofia dell’azione, che può
sotto alcuni aspetti richiamare, per ragioni di somiglianza,
l’odierno pragmatismo»8. Per questo solo fatto: per il valore
di criterio della verità che Marx conferisce alla praxis, quale
attività soggettiva che pone l’oggetto. Con questa sola dif-
ferenza: che «la praxis, di cui egli parla, è di natura sociale
nello stesso individuo»9.
Si può dunque concludere così. La definizione che si
deve dare del marxismo è: filosofia della prassi. Il contenuto:
un telismo volontaristico. Il significato: un pragmatismo «di
natura sociale»; filosofia dell’azione, vista non più dal punto
di vista dell’individuo, ma dal punto di vista della società,
che è nello stesso individuo.

6
  Ibidem, p. 135 in nota.
7
  Ibidem, pp. 118, 133.
8
  Ibidem, p. 213.
9
 Mondolfo, Feuerbach e Marx, cit., p. 53.

70
2. Per Gentile, il materialismo storico si può considerare
in due modi: come filosofia della storia e come metafisica e
intuizione del mondo. Nel tempo, la prima precede la se-
conda; e la seconda risulta essere un’artificiosa costruzione,
architettata da Marx, per prendere posizione in filosofia.
Limitiamoci ad osservare questa «artificiosa costruzione»10.
La chiave di volta riposa, senza dubbio, nel concetto di
praxis. Concetto nuovo, rispetto al materialismo, ma «nell’i-
dealismo vecchio quanto l’idealismo medesimo, anzi nato a
un parto con esso, già fin dal soggettivismo di Socrate»11. Ed
è facile ritrovarlo in Platone e in Hegel e in Vico, nelle idee-
forza, nella pedagogia di Froebel. Questo concetto, che la
conoscenza va di pari passo con l’attività, con la prassi, Marx,
per primo vuole trasportarlo dall’astratto idealismo nel con-
creto materialismo. Ne nasce un «monismo materialistico»12,
che si distingue da ogni altro sistema simile, proprio per il
concetto della praxis applicato alla materia. Puro oggetto e
intuizione sono i caratteri dell’oggettivismo, sia esso idealistico
o materialistico. Ma praxis vuol dire relazione soggetto e og-
getto. «Quindi né individuo-soggetto, né individuo-oggetto,
come tale; ma l’uomo in necessaria relazione con l’altro, e
viceversa; quindi identità degli opposti»13. Quello che Marx
rimprovera al materialismo, riguardo alla teoria della cono-
scenza, è questo: «di credere l’oggetto, la intuizione sensibile,
la realtà esterna un dato, invece che un prodotto»14. Marx
«idealista nato»15 che, nel periodo formativo della sua mente,
ha avuto tanta familiarità con la filosofia del Fichte prima,
dello Hegel poi, si avvicina al materialismo di Feuerbach,
non dimenticando tutto quanto ha appreso e che si è ormai
connaturato col suo pensiero. Non sa dimenticare che non
si dà un oggetto, senza un soggetto che lo costruisca; né sa
dimenticare che tutto è in perpetuo fieri, tutto è storia. Anche

10
  G. Gentile, Prefazione, in Id., La filosofia di Marx (1899), Firenze,
Sansoni, 1974, p. 6.
11
 Gentile, La filosofia di Marx, cit., p. 72.
12
  Ibidem, p. 156.
13
  Ibidem, p. 160.
14
  Ibidem, p. 76.
15
  Ibidem, p. 164.

71
se quel soggetto non è spirito, ma senso; non attività ideale,
ma attività materiale. E questo tutto, che diviene sempre,
non è lo spirito o l’idea, ma la materia. «Dunque materia
sì: ma materia e praxis (cioè oggetto soggettivo); materia sì,
ma materia in continuo divenire […]. Materialismo sì, ma
storico»16. Ecco la radice della contraddizione che spunta,
per ogni verso, nel materialismo di Marx. Il concetto della
praxis non può essere applicato alla realtà sensibile, o alla
materia. C’è un’inconciliabilità assoluta dei due principi
suddetti, «di quella forma (= praxis) con quel contenuto (=
materia)»17. Il carattere generale di questa filosofia risulta
essere «un eclettismo di elementi contraddittori»18. E questa
sembra una conclusione che non lascia posto ad una ripresa
del problema. Invece, a ben vedere, in essa riposa, implicito,
il suggerimento di una diversa soluzione, la possibilità di un
superamento della contraddizione, nel significato hegeliano
del termine19.
«Il pensiero è reale perché pone, e in quanto pone,
l’oggetto. O il pensiero è, e pensa; o non pensa, e non è
pensiero. Se pensa, fa. Dunque la realtà, l’oggettività del
pensiero, è una conseguenza della sua natura stessa. Questa
è una delle prime conseguenze del realismo marxista»20. In
questo quadro, il problema se siano le circostanze a formare
l’uomo, o l’uomo a formare le circostanze, si risolve così: la
società, che è un tutto organico, è insieme causa ed effetto
delle sue condizioni; e bisogna ricercare nel seno stesso
della società la ragione di ogni suo mutamento. Non vi sono
educatori da una parte ed educati dall’altra; ma educatori

  Ibidem, pp. 164-165.


16

  Ibidem, p. 163.
17
18
  Ibidem, p. 165.
19
  «Le conclusioni anche quando più si accostano a Marx, segnano il
consenso con un Marx che è già in Hegel. In fondo il Gentile concede a
Marx che superi effettivamente l’idealismo hegeliano. Nella migliore delle
ipotesi si riconoscono a Marx talune esigenze del più vero Hegel, di un
Hegel cioè ricondotto alla sua essenza decisamente antintellettualistica,
concreta, realistica. Ma non più di questo», U. Spirito, Gentile e Marx,
in G. Gentile, La vita e il pensiero, vol. l, Firenze, Sansoni, 1948, p. 328.
20
 Gentile, La filosofia di Marx, cit., p. 82.

72
che sono educati ed educati che educano. È la stessa società,
che già educata, ritorna ad educare. Tutta l’educazione è
quindi una praxis della società.

Il soggetto, l’attività pratica di Marx è la tesi; le circostan-


ze, l’educazione sono l’antitesi; il soggetto, modificato dalle
circostanze e dall’educazione, la sintesi. E poiché il soggetto è
l’attività originaria che pone l’oggetto, esso è pure l’essere, che
nega sé, ponendo l’oggetto, in quanto questa posizione è una
determinazione singola della sua attività […]. L’oggetto quindi
(le circostanze, l’educazione) equivale al non-essere hegeliano,
la cui contraddizione intrinseca all’essere, produce il divenire
dell’essere stesso, cioè del soggetto che viene, come s’è detto,
modificato dall’oggetto (circostanze, educazione)21.

Ecco il senso del ritorno a Hegel. La contraddizione è


superata, negando uno dei termini della contraddizione. È
superata, ma non risolta. Viene assunta come contenuto del
procedimento dialettico e ne subisce la sorte: una falsa mobi-
lità, accanto ad un rovesciamento vizioso della propria realtà.
La realtà, l’oggettività del pensiero, è nel pensiero stesso, come
conseguenza della sua natura. Ma in più c’è la concretezza
pratica che acquista l’atto stesso del pensare. Se pensa, fa.
«Nella prassi è già un qualche germe dell’atto puro»22.

3. È del 1896 il secondo dei saggi che Croce dedica al


marxismo e che tratta «Della forma scientifica del materia-
lismo storico»23. In esso sono già tutte le sue idee sull’argo-
mento. Il materialismo storico non è, e non può essere, una
nuova filosofia della storia o un nuovo metodo; ma è solo
questo: una somma di nuovi dati, di nuove esperienze, che
entra nella coscienza dello storico. Rispetto alla storiografia
esso si risolve in un ammonimento a tenere presenti le pro-

21
  Ibidem, pp. 85-86.
22
 Spirito, Gentile e Marx, cit., p. 329.
23
 B. Croce, Sulla forma scientifica del materialismo storico (1896),
in Id., Materialismo storico ed economia marxistica, Bari, Laterza, 1961,
pp. 1-21.

73
prie osservazioni, come nuovo sussidio a intendere la storia.
Tutto qui. Per il resto, il materialismo metafisico, cui Marx ed
Engels facilmente pervennero, partendo dall’estrema sinistra
hegeliana, «ha dato il nome ed alcuni ingredienti metafisici
alla loro concezione della storia»24. Ma l’uno e gli altri sono
del tutto estranei all’indole propria della concezione. «Una
concezione della storia non può essere, né materialistica,
né spiritualistica, né dualistica né monadistica»25. Parlare
in questo caso di monismo e di materialismo, è «dire cosa
priva di senso»26. Materialismo storico è «un semplice modo
di dire»27. La denominazione da preferire è quella di una
concezione realistica della storia.
Ed è questo un passaggio importante, nell’ambito di questa
interpretazione. Parlando della trasformazione che l’Idea hege-
liana subisce nella concezione di Marx, Croce si esprime così:

In realtà l’Idea dello Hegel – e il Marx lo sapeva benissimo –


non sono le idee degli uomini, e il capovolgimento della filosofia
hegeliana della storia, non può essere l’affermazione, che le idee
nascano come riflesso delle condizioni materiali. L’inverso sarebbe,
logicamente, questo: la storia non è un processo dell’Idea, ossia di
una realtà razionale, sibbene un sistema di forze: alla concezione
razionale si oppone la concezione dinamica28.

Il concetto marxista secondo cui le idee sono determinate


dai fatti e non i fatti dalle idee, più che un’inversione della
veduta dello Hegel, risulta piuttosto come l’inversione delle
vedute degli ideologi e dei dottrinari. Marx, come «il più
insigne continuatore dell’italiano Niccolò Machiavelli»29.

  Ibidem, p. 6.
24

  Ibidem.
25
26
  Ibidem.
27
  Ibidem.
28
  Ibidem, p. 5.
29
  B. Croce, Per la interpretazione e la critica di alcuni concetti del
marxismo (1897), in Id., Materialismo storico ed economia marxistica, cit.,
p. 113 [Tronti cita dall’edizione del 1900; nell’edizione del 1907 Croce
corregge lievemente il testo e la frase diventa celebre in questa forma:
«mi meraviglio come nessuno finora abbia pensato a chiamarlo, a titolo
di onore, il “Machiavelli del proletariato”»].

74
In questo ordine di considerazioni sta la ragione che
spinge Croce a rifiutare il marxismo, come una costruzione a
priori di filosofia della storia; e ad accettarlo invece come un
semplice «canone d’interpretazione della storia»30. Semplice
canone, si badi, e non metodo del pensiero. Perché gli storici
della scuola materialistica «applicano gli stessi strumenti
intellettuali e seguono le stesse vie degli storici, dirò così,
filologi, e soltanto recano col loro lavoro alcuni dati nuovi,
alcune nuove esperienze»31. E metodo era invece «quello
dei filosofi idealistici che deducevano i fatti storici»32. Un
canone, dunque, di origine affatto empirica, che solamente
consiglia di rivolgere l’attenzione al cosiddetto sostrato eco-
nomico della società, per intendere meglio la configurazione
e le vicende di questa.
Non è da negare che il materialismo storico si sia ma-
nifestato in due correnti, intimamente, se non praticamente
distinte: come movimento storiografico e come scienza e
filosofia della società. Ma è da affermare che in questo
secondo punto si insinua un perenne pericolo metafisico.

Anche negli scritti del prof. Labriola s’incontrano alcune


proposizioni, le quali hanno porto di recente occasione ad un
critico rigoroso ed esatto (Gentile) di concludere: che il Labriola
intende il materialismo storico nel senso genuino e originario
di una metafisica, e di quella della peggior specie, qual è una
metafisica del contingente33.

Niente filosofia dunque nel materialismo storico, niente


metafisica. L’ortodossia hegeliana di Marx34, qui non appare.
La riduzione del marxismo ad un canone empirico per la

30
  Ibidem, p. 112.
31
 Croce, Sulla forma scientifica del materialismo storico, cit., p. 9.
32
  Ibidem.
33
 Croce, Per la interpretazione e la critica di alcuni concetti del mar-
xismo, cit., p. 88.
34
  «Il Marx, col sostituire all’idea la materia, non compì quell’agile
raddrizzamento, di cui si vanta, di un oggetto collocato capovolto, ma
solo sostituì un’entità metafisica ad un’altra», B. Croce, Introduzione al
«Quaderno della critica» n. 8 intitolato L’ortodossia hegeliana nel Marx,
luglio 1947, p. 7.

75
ricerca storica, ha implicitamente superato il problema. E
sembrano molto lontane le ragioni speculative avanzate dal
Gentile. Eppure Croce non parla della «filosofia» di Marx,
perché si dichiara d’accordo con l’interpretazione di Gentile.
«Restringendo l’affermazione alla dottrina della conoscenza»,
si potrebbe parlare di «un materialismo storico in quanto
filosofia della praxis, ossia come di un modo particolare di
concepire e di risolvere, anzi di superare, il problema del
pensiero e dell’essere»35. Il canone pratico da suggerire al
lavoro del pensiero, va d’accordo, in questo caso, con la
riduzione di tutta la realtà a prassi del pensiero. In più,
nell’adesione alla costruzione economica dell’indirizzo edo-
nistico, al concetto di utilità-ofelimità, al grado terminale di
utilità, e finanche alla spiegazione economica del profitto
del capitale come nascente dal grado diverso di utilità dei
beni presenti e dei beni futuri, c’è già, in nuce, la categoria
«pratica» dell’utile, su cui fa perno e si agita l’essenza tutta
spirituale dell’Economica.

4. Sia Croce che Gentile, quando devono riassumere il


pensiero di Marx, riassumono il pensiero di Labriola. I Saggi
intorno alla concezione materialistica della storia, vengono
presi come un’esposizione finalmente organica del disor-
ganico pensiero di Marx. Sono questi saggi ad introdurre
propriamente il marxismo in Italia. Da questo momento,
l’oggetto in discussione da parte di tutti, sarà il Marx, così
come è stato studiato, per tutti, dal solo Labriola.
E bisogna dire che, in quanto espositore di Marx, in
lingua italiana, Labriola ha avuto di Marx lo stesso desti-
no: raramente è stato letto, per quello che diceva. Parte
egli dall’ambiente hegeliano di Napoli, vive per anni con
l’animo diviso tra Hegel e Spinoza, difende «con giovanile
entusiasmo»36 la dialettica contro il neo-kantismo dello

35
 Croce, Per la interpretazione e la critica di alcuni concetti del mar-
xismo, cit., p. 110 in nota.
36
  A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia (1897), in Id.,
Saggi sul materialismo storico, Roma, Editori Riuniti, 2000, p. 235.

76
Zeller, passa per Herbart e per la Völkerpsychologie di
Steinthal, e approda al marxismo. E forse tutte queste ten-
denze, all’interno del suo marxismo, si fanno ancora sentire,
si combattono, e si elidono a vicenda. Ne viene fuori un
pensiero equilibrato e un po’ eclettico, moderno per il suo
tempo, e carico di vive suggestioni.
«Il segreto della storia si è semplificato. Siamo alla prosa
[…]. Ed anche il comunismo diventa prosa: ossia è scienza»37.
Nient’altro c’è in esso che il primo filo conduttore di una
scienza e di una pratica, che la sola esperienza e gli anni
possono e devono sviluppare. Tutto ciò che esso reca è il
solo schema e il solo ritmo del moto proletario; razionale,
non perché fondato sopra argomenti tratti dalla ragion ra-
gionante, ma perché desunto dalla obiettiva considerazione
delle cose38. È scoperta la relatività delle leggi economiche
ed è confermata al tempo stesso la loro relativa necessità.
In ciò è tutto il metodo e la ragione della nuova concezione
materialistica della storia. «Errano coloro che, chiamandola
interpretazione economica, credono d’intendere e di far in-
tendere tutto […]. Qui siamo nella concezione organica della
storia. Qui è la totalità e la unità della vita sociale che si ha
innanzi alla mente»39. L’assunto rivoluzionario coincide con
la meta scientifica della nuova dottrina. Poiché questa «obiet-
tivizza, e direi quasi naturalizza la spiegazione dei processi
storici»40. Naturalizzare la storia, senza cadere in «un nuovo
tipo di Darwinismo politico e sociale», né in una qualsiasi
«forma, o mitica, o mistica, o metaforica, di fatalismo»41.
Si tratta di comprendere in una sola espressione «la critica
di tutte le vedute ideologiche, le quali nella interpretazione
della storia partono dal presupposto che opera e attività
umana sia la stessa cosa che arbitrio, elezione e disegno»42.

37
  A. Labriola, In memoria del Manifesto dei comunisti (1895), in Id.,
Saggi sul materialismo storico, cit., p. 77.
38
 Cfr. ibidem, p. 39.
39
  Ibidem, p. 84.
40
 A. Labriola, Del Materialismo storico. Dilucidazione preliminare
(1896), in Id., Saggi sul materialismo storico, cit., p. 98.
41
  Ibidem, pp. 106, 110.
42
  Ibidem, p. 110.

77
Labriola non è sul terreno del positivismo, ma non è
neppure sul terreno direttamente opposto al positivismo,
come sarà, fin dall’inizio, per Croce e per Gentile. Per lui
non c’è un nemico principale da battere, una polemica unica
da condurre. Non c’è da sconfessare un vecchio pensiero;
c’è da mettere in circolazione un pensiero nuovo. Nei suoi
saggi si scorge, a tratti, l’entusiasmo del neofita. Non si tratta
di interpretare Marx, ma di esporlo; non renderlo di nuovo
attuale, ma proporlo per la prima volta; non scegliere tra
diverse posizioni all’interno del marxismo, ma presentarlo
in blocco. Nel suo aspetto «filosofico», il marxismo è ancora
un tutto unico. Non è stato, fino a quel momento, criticato;
è stato solamente ignorato. Marx rappresenta una forza di
azione pratica, non una posizione filosofica; è un agitatore
politico, non un classico del pensiero. Non ha diritti di
cittadinanza nell’alta cultura. Nessuno avrebbe pensato ad
aprirgli le porte delle aule universitarie. Nessuno, tranne il
prof. Labriola.
Le epoche che segnano un lento e graduale e pacifico
sviluppo delle cose, diventano, sul piano del pensiero,
sempre, le epoche dei «ritorni». E in quel momento, chi
tornava a Kant e chi a Hegel, chi a Jacobi e chi a Darwin.
Labriola propone di tornare a Marx. E mentre gli altri
socialisti si pongono il quesito «se il Signor Marx possa
andare a braccetto col tale o tale altro filosofo», egli cerca
di cogliere ed isolare quella filosofia che a questa dottrina
è «necessariamente e obiettivamente implicita» 43. Anzi,
se piace di andar cercando le premesse della creazione
dottrinale di Marx ed Engels, non basterà di fermarsi a
quelli che si dicono i precursori del socialismo fino a Saint-
Simon, né ai filosofi fino a Hegel, né agli economisti che
dichiarano l’anatomia della società civile: «bisogna risalire
addirittura a tutta la formazione della società moderna, e
poi da ultimo trionfalmente dichiarare, che la teoria è un
plagio delle cose che spiega»44. I precursori effettivi della
nuova dottrina sono i fatti della storia moderna. Il sociali-

43
 Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, cit., p. 248.
44
 Labriola, Del materialismo storico, cit., p. 133.

78
smo scientifico non è più la critica soggettiva applicata alle
cose, «ma è il ritrovamento dell’autocritica che è nelle cose
stesse»45. La critica vera della società è la società stessa.
In questo consiste la dialettica della storia: «un ritmo del
pensiero che riproduca il ritmo più generale della realtà
che diviene»46. Meglio sarebbe dire in questo caso: metodo
genetico invece che dialettico. Poiché «la parola dialettica
è degradata nell’uso comune all’arte retorica e avvocatesca,
alla Scheinbeweiskunst»47. Ma è semplice questione di nomi.
Il capitolo di Engels sulla «negazione della negazione» trova
Labriola del tutto consenziente. E in genere tutta l’opera
di Engels lo entusiasma. Doveva trovare, evidentemente,
quello spirito, molto vicino a sé. Non solo per l’opera sua
di sistemazione e di divulgazione, che era anche per lui un
obiettivo fondamentale da raggiungere, per il marxismo; ma
soprattutto per un motivo di maggiore sostanza: per una
certa affinità nella forma del loro pensiero, per una certa
somiglianza della loro formazione culturale, per quel tratto
comune del loro interesse filosofico, più vasto che profondo,
più popolare che rigoroso, più suggestivo che convincente.
In particolare, su questo punto, Labriola ha il merito
di rendere ancora di più esplicito l’equivoco della dialettica
in Engels. E per non confondersi con «puri empiristi», con
i «metafisici sopravvissuti», con «popolari evoluzionisti»,
rimanda alla trattazione engelsiana, esprimendo, in privato,
qualche dubbio sulla terminologia del problema. Ma non
attacca minimamente quel pasticcio eclettico, quello strano
miscuglio tra Hegel e Spencer, che così poco ha in comune
con il metodo scientifico di Marx: la legge dell’evoluzione si
impegna ad assumere formalmente un ritmo dialettico, dietro
impegno reciproco da parte della dialettica ad assumere il
contenuto reale delle cose che divengono; e così rimane
«impregiudicata», ma nello stesso tempo «sconosciuta» la
natura empirica di ciascuna particolare formazione.

45
  Ibidem, p. 141.
46
 Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, cit., p. 302.
47
  A. Labriola, lettera a Engels del 13 giugno 1894, in Id., Carteggio.
3. 1890-1895, Napoli, Bibliopolis, 2003, p. 411.

79
È qui proprio il punto in cui diverse suggestioni coesisto-
no ancora. Ma non è qui il punto fondamentale. Così come
non è punto fondamentale il momento in cui Labriola parla
della «filosofia della praxis» come «midollo del materialismo
storico»48. Perché egli si affretta a definirla come la filosofia
immanente alle cose su cui filosofeggia. «Dalla vita al pensie-
ro, e non già dal pensiero alla vita; ecco il processo realistico.
Dal lavoro, che è un conoscere operando, al conoscere come
astratta teoria: e non da questo a quello»49. Qui è davvero
un altro «modo di dire», per dire in fondo la stessa cosa: e
cioè che l’arrovesciamento della dialettica hegeliana, consiste
in questo: «che alla semovenza ritmica di un pensiero per sé
stante, rimane sostituita la semovenza delle cose, delle quali
il pensiero è da ultimo un prodotto»50. Il marxismo come
«filosofia della prassi» non risale a Labriola; risulta profon-
damente estraneo al suo pensiero. Il punto fondamentale da
ricercare nella «filosofia» di Marx, è quello che egli chiama
una «tendenza al monismo». Tendenza critico-formale, che
deve sfuggire sia alle vaghe intuizioni trascendentali, aventi
la pretesa di rappresentarsi in atto la totalità dell’Universo,
sia il semplice empirismo della non-filosofia.

Tendenza al monismo, ma al tempo stesso coscienza precisa


della specialità della ricerca. Tendenza a fondere scienza e filoso-
fia, ma, medesimamente, continuata riflessione su la portata e sul
valore di quelle forme del pensiero, che usiamo in concreto, e che
pur possiamo distaccare dal concreto […]. Pensare in concreto,
e pur poter riflettere in astratto sui dati e sulle condizioni della
pensabilità. La filosofia c’è e non c’è. Per chi non c’è ancora
arrivato, essa è come il di là dalla scienza. E per chi c’è arrivato,
essa è la scienza condotta a perfezione51.

Questa è veramente la formula che ritroviamo concre-


tamente applicata nel corso dei suoi saggi. È questa la filo-
sofia di Labriola. Il linguaggio è quello del tempo; i singoli

48
 Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, cit., p. 238.
49
  Ibidem.
50
  Ibidem.
51
  Ibidem, pp. 256-257.

80
concetti sono già tutti nel pensiero del suo tempo. Eppure
ne risulta una «tendenza» originale, carica di imprevedibili
sviluppi. E infatti questo punto verrà ignorato e aggirato
dagli interpreti idealisti di Labriola: non di qui passerà la
loro considerazione del marxismo. C’erano altri aspetti più
deboli, più contraddittori, e, nello stesso tempo, più evidenti
e rumorosi. C’era, ad esempio, la filosofia della storia. Più
di una volta Labriola sostiene che la dottrina di Marx «non
può essere volta a rappresentare tutta la storia dell’uman
genere in una veduta comunque prospettica o unitaria, la
quale ripeta, la filosofia storica a disegno, come da Agostino
a Hegel, o anzi, meglio, dal profeta Daniele al signor De
Rougemont»; e che si riconosce in essa «non la visione intel-
lettuale di un gran piano o disegno, ma soltanto un metodo
di ricerca e di concezione, un semplice filo conduttore»52.
Pure, se il concetto di un’ultima e definitiva filosofia della
storia, viene da lui teoricamente negato, risulta poi da lui
stesso praticamente applicato. Non riesce egli a fare perno
su un determinato punto della storia, su un tipo specifico
e determinato di formazione economico-sociale. Riconosce
che Marx è partito da questo punto, ma egli non riesce a
fare altrettanto. Spazia, con l’ingegno e con la cultura, fra
molti secoli di grandi vicende umane, ma non riesce a fissare
lo sguardo addentro e nel profondo del proprio tempo, pur
nel limitato ambiente che lo racchiude. È questo, alcune
volte, un punto d’arrivo, mai il punto di partenza. Di qui,
quel distacco isolato della sua persona, l’accusa di astrattezza
consegnata al suo pensiero, la scarsa presa pratica di ogni
suo tentativo di azione politica.
E tutto questo, non a caso. Non bastano, per spiegarlo,
le sole ragioni storico-psicologiche. I difetti di fondo, in
un pensatore, bisogna trovarli sempre nel pensiero. Il che
comporta che bisogna saper trovare le ragioni storiche del
pensiero, con un’analisi interna al pensiero stesso.
Ebbene, all’interno del pensiero di Labriola c’è un
punto fondamentale di debolezza, che egli del resto ha in
comune con tutto un filone tradizionale d’interpretazione
52
 Labriola, Del materialismo storico, cit., p. 119.

81
del marxismo. Un punto che, per un verso rende oggi poco
moderno, poco attuale il suo contributo allo sviluppo di una
rinnovata problematica marxista, e per un altro verso rese
allora possibile il tentativo di chiudere una volta per tutte
il discorso sul marxismo. Stiamo parlando di quella cesura
radicale, di quella spaccatura, operata tra «due parti» del
marxismo, che è come una breccia aperta, attraverso cui
passeranno tutti coloro che vorranno «liquidare» il marxi-
smo. È la distinzione tra una interpretazione della storia e
una concezione generale del mondo e della vita, come fossero
due cose fra loro separate e sovrapposte, l’una in funzione
dell’altra, l’una subordinata all’altra. Quella che diventerà,
nella ortodossia e nella vulgata marxista, la distinzione tra
materialismo storico e materialismo dialettico.
E si badi: con questo non si vuole negare, in Marx, la
possibilità di una metodologia scientifica accanto a una
interpretazione della storia; la possibilità di una teoria del-
la conoscenza accanto a una scienza della società. Non si
vuole negare a Marx un suo orizzonte «filosofico». Si vuole
affermare semplicemente questo: che la concezione marxiana
della storia è condotta proprio con un metodo scientifico;
che la sua filosofia fa tutt’uno con quella considerazione
scientifica della storia; che la sua logica è già tutta nella sua
sociologia, e la sua sociologia è già la sua logica. C’è unità
profonda (che è unità e non identità) di logica e sociologia,
di filosofia e scienza, di scienza e storia.
Ma in Labriola c’è, in più, la «tendenza al monismo»,
che lo porta concretamente a risolvere la scienza della natura
nella scienza dell’uomo; a dissolvere la dialettica, nell’idea
di progresso; a immergere tutto il mondo nella storia; e a
considerare tutta la storia come lo sviluppo della prassi
umana. Proprio per questo, noi lo troviamo all’origine, sia
del marxismo, sia dell’idealismo italiano.

5. Ma ecco che si fa avanti la «crisi del marxismo».


Sorel in Francia, Bernstein in Germania, Croce in Italia,
Masaryk a Praga, e Struve e Bulgakov in Russia, e i Fabiani
in Inghilterra, e il dibattito serrato intorno alla Zusammen-

82
bruchstheorie: tutti d’accordo, tutto coincide. E Labriola
s’arrabbia e strepita: è una pochade, una crisi demimondana
da Quartiere Latino; è uno dei tanti pretesti che servono un
complotto internazionale, «il mouchard scientifico»53. E poi
tace, improvvisamente, deluso e forse disgustato.
Aveva torto: non nella difesa ad oltranza che egli faceva
di Marx, ma nel giudizio che dava sui critici di lui. Perché
«la crisi del marxismo» c’era: c’era e c’è, ogni volta che si
attenua, si allontana, sfuma e sembra risolversi la «crisi del
capitalismo»: c’è un rapporto inversamente proporzionale.
Bisognava accettare la polemica, scendere sul terreno degli
avversari, riprendere Marx e riscoprire, con Marx, la realtà
del presente; inaugurare un nuovo confronto del pensiero con
le cose. Ma Labriola non era Lenin; e non poteva esserlo.
Eppure, se per quarant’anni, in Italia, si è creduto
che il marxismo teorico, nato nel 1895, fosse morto nel
Novecento, questo non è da addebitare al particolare tipo
di marxismo del Labriola. È da addebitarsi al particolare
tipo di marxismo che ha visto e capito l’idealismo italiano,
nella persona dei suoi due, più autorevoli, rappresentanti.
«Tu disputi con te stesso per sapere che uso devi fare del
marxismo, ma non per sapere che cosa esso sia»54: queste
parole di Labriola a Croce, potremmo estenderle a tutto il
pensiero italiano del tempo. Marx è stato sempre utilizzato
come un mezzo per raggiungere dei fini, che non erano
tanto in Marx, quanto in chi lo studiava e lo interpretava:
per le vive suggestioni che offriva allo storico; per il vasto
campo d’indagine che apriva dinanzi all’economista; per
i segreti riposti che svelava allo studioso di diritto; per la
veste scientifica che dava al discorso dell’uomo politico; e
per tante e tante altre cose. Non è stato ridotto a un canone,
ma a tanti canoni diversi, a tante piccole tecniche, quante
sono le varie discipline. Lo storico e l’economista, il giurista
e il sociologo, il politico e il critico d’arte, tutti parlano in

53
  Labriola citato in Croce, Come nacque e morì il marxismo teorico
in Italia (1895-1900) (1938), in Id., Materialismo storico ed economia
marxistica, cit., p. 317.
54
  Labriola citato ibidem, p. 312.

83
linguaggio marxista, dimostrando però, ad ogni occasione,
un sovrano disprezzo per Marx. E il «filosofo», consapevole
della sua missione, riunendo in sé la sostanza di tutte queste
discipline, e facendo di tante tecniche una sola, compie il
medesimo trattamento, nella sua forma classica e definitiva.
Allora, per la filosofia italiana, Marx è stato il punto
d’appoggio per arrivare a Hegel; ha funzionato come tratto
d’unione, come anello di congiunzione, storicamente deter-
minato e concreto. Marx ha introdotto Hegel in Italia: ha
assolto a quella funzione, cui non erano riusciti ad assolvere
i buoni filosofi napoletani, che avevano finito per portare i
libri di Hegel nelle vendite all’asta degli antiquari.
E chiaramente questo concetto viene espresso da Croce,
nel 1917:

Se ora ricerco le cagioni oggettive dell’interessamento onde


già fui preso pel marxismo e pel suo materialismo storico, vedo
che ciò accadde perché, attraverso quel sistema, io risentivo il
fascino della grande filosofia storica del periodo romantico, e
venivo come scoprendo un hegelismo assai più concreto e vivo
di quello che ero solito incontrare presso scolari ed espositori,
che riducevano Hegel ad una sorta di teologo o di metafisico
platonizzante55.

A conferma di ciò sta il fatto che «ora, dopo più di


vent’anni, il Marx ha perduto in gran parte l’ufficio di ma-
estro, che allora tenne; perché in questo mezzo, la filosofia
e la dialettica sono risalite alle loro proprie fonti e vi si sono
rinnovate per trarne lena e vigore a più ardito viaggio»56.
E lo stesso accento autobiografico lo si ritrova in una
nota che Gentile scrive nel 1937, quando riprende in mano
le vecchie pagine dei suoi studi su Marx.

Le ho rilette con la commossa curiosità con cui si rovista


talvolta tra le nostre vecchie carte dimenticate per ravvivare an-
tiche esperienze ed immagini sbiadite della giovinezza lontana.

55
  B. Croce, prefazione del 1917 alla 3a edizione, in Id., Materialismo
storico ed economia marxistica, cit., p. XII.
56
  Ibidem, p. XIII.

84
E ho riudito qua e là voci che non si sono mai spente in me, e
qualche cosa di fondamentale in cui ancora mi riconosco e in cui
altri forse meglio di me potrà ravvisare i primi germi di pensieri
maturati più tardi. E ho visto pertanto nel mio libro pur tanto
invecchiato un valore documentario anche attuale, che mi ha fatto
ritrovare la vita dove temevo fosse passata la morte per sempre
[…]. Documento di cose pensate prima della fine del secolo
passato, quando in Italia da me e da altri si cominciò a sentire
la necessità di una filosofia che fosse una filosofia57.

E altrettanto, lo stesso Croce che dalla lettura di Labriola


si era sentito «di nuovo tutta accendere la mente»58, senza
poter più distogliersi da quei pensieri e problemi che si
radicavano e allargavano nel suo spirito, così ne conclude:
«Dal tumulto di quegli anni mi rimase come buon frutto
l’accresciuta esperienza dei problemi umani e il rinvigorito
spirito filosofico. La filosofia ebbe da allora parte sempre
più larga nei miei studi»59.
E infine ancora Gentile, dopo aver scavato le origini
della filosofia contemporanea, in una selva di kantiani e di
hegeliani, di platonici spiritualisti e di positivisti dilettanti,
arriva ad un epilogo in cui è perlomeno implicita la presenza
di Marx che, alla fine del secolo, in Italia, chiude il vecchio
discorso per aprirne un altro completamente nuovo.

La conclusione è che, dopo il positivismo, non si torna più


indietro; – che la metafisica platoneggiante dei vecchi spiritualisti
è ormai una filosofia di trapassati, anche in Italia; […] – che è
bensì acquisito il concetto immanente della verità che si genera
attraverso l’esperienza e che non è perciò il presupposto, ma il
prodotto, anzi lo stesso atto del conoscere; ma è anche chiaro che
questo concetto sarebbe assurdo, se l’esperienza fosse concepita
a quel modo che la concepiva naturalisticamente il positivismo,
come una passività dello spirito destinato in conseguenza a chiu-
dersi in una agnostica sfera di apparenza subiettiva, senza logica

57
  G. Gentile, Avvertenza alla ristampa dei saggi su Marx (1937), in
Id., La filosofia di Marx, cit., pp. 8-9.
58
 B. Croce, Contributo alla critica di me stesso (1915), Milano,
Adelphi, 1989, p. 33.
59
  Ibidem, p. 35.

85
e senza libertà: […] – che insomma lo spiritualismo è solo una
mezza verità e una mezza verità è pure il naturalismo; e tutta la
verità non può trovarsi se non nell’idealismo, che è l’unità e la
conciliazione di quelle due opposte esigenze60.

«L’idealista», dirà in un’altra opera, «che crede di pos-


sedere in pugno l’universo, e di costruire con le categorie
l’universo, può credere inutile o quasi l’esperienza»61; e di
qui viene il suo dogmatismo. Ma l’idealismo vero è quell’altro
che, in questo campo, ha saputo fare «lealmente i suoi conti
col positivismo»62. A quest’ultimo appartiene, ad esempio,
con pieno diritto, Bertrando Spaventa, il quale «maturando
un concetto accennato nella Fenomenologia, scopre nella
conoscenza un sapere che non è più semplice sapere, ma
in quanto sapere, è agire, operare»63. Ebbene

questo concetto, dallo Spaventa lucidamente esposto, è, a nostro


avviso, la chiave d’oro della nuova gnoseologia dopo Kant; ed è
gran merito del nostro filosofo averlo rilevato nella Fenomeno-
logia hegeliana e messo in luce. Esso fu pure una delle idee più
profonde di uno degli epigoni tedeschi più celebrati del filosofo
di Stoccarda, ignoto certamente, per questo rispetto, allo Spa-
venta, Carlo Marx64.

Tutta la verità – dunque – è nell’idealismo. E anche


la verità di Marx – per Gentile – è nell’idealismo. Marx
accanto a Bertrando Spaventa. E noi ne possiamo ricava-
re queste considerazioni: che Marx, in Italia, non è stato
confuso con il positivismo; anzi, è servito per combattere il
positivismo, dopo averne sussunto in sé l’esigenza migliore.
È stato mezzo e strumento, temporaneo e contingente, per
quella sintesi definitiva, che doveva segnare il superamento

60
  G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia. 3. I
neokantiani e gli hegeliani, parte seconda, Firenze, Sansoni,1957, pp.
234-235.
61
  G. Gentile, Bertrando Spaventa (1899), Firenze, Le lettere, 2001,
p. 125.
62
  Ibidem.
63
  Ibidem, p. 126.
64
  Ibidem, pp. 126-127.

86
dell’antitesi tra spiritualismo e naturalismo, nel nuovo e
moderno idealismo.
Marx è servito per sbarazzare il campo da tutti i dilet-
tantismi, le improvvisazioni, la superficialità di un mondo
culturale, allora dominante; e per riproporre la serietà, l’im-
pegno, la profondità, di ogni ricerca nel campo del pensiero.
È servito per scoprire sotto la veste scientifica del «nuovo»
pensiero il corpo pesante della «vecchia» metafisica; e per
riprendere il discorso al punto in cui l’aveva lasciato la
grande tradizione della filosofia classica tedesca.
Marx è dunque alle origini dell’idealismo italiano. E se
per un verso lascia un’impronta ben visibile sullo sviluppo
di questo pensiero, per un altro verso ne viene da esso ra-
dicalmente improntato. In Italia non è stato soltanto Marx
a civettare con Hegel; ma anche Hegel a civettare con Marx.
Conclusione: abbiamo avuto un Hegel, tendenzialmente
marxiano e un Marx decisamente hegeliano.
Ancora oggi, qui da noi, chi si avvicina a Marx si trova
a riscoprirlo attraverso il filtro della cultura idealista; un
filtro evidentemente tendenzioso e deformante. In esso il
fatto decisivo non è stata la «liquidazione» del marxismo: a
questa in fondo nessuno ha mai creduto; anche quando lo si
spacciava per morto, se ne parlava come se fosse ben vivo. Il
fatto decisivo è stato invece una certa «interpretazione» del
marxismo: perché se Marx serve soltanto per riprendere il
discorso su Hegel, una volta ritornati a Hegel, Marx è ormai
liquidato. Oppure: se il marxismo è stato solo un tentativo,
parzialmente riuscito, di rivedere e aggiornare, di riempire
e di concretare la filosofia hegeliana, allora, una volta che
è stato esperimentato ed è pienamente riuscito un nuovo e
diverso tentativo, il marxismo ha assolto alla sua funzione
storica e può ben considerarsi una cosa del passato. Prima
si fa gravitare tutto Marx intorno a Hegel, poi gli si toglie
Hegel dal centro e si dice: vedete che Marx non riesce a
girare da solo.
Questo è proprio il caso in cui l’interpretazione di una
teoria coincide con la sua liquidazione. Infatti proprio que-
sto equivoco ha spinto il pensiero di Marx ai margini del
pensiero filosofico contemporaneo.

87
Dopo che il pensiero di Marx è passato attraverso le
maglie della cultura idealistica, che cosa ne è rimasto? Croce
ha negato che esistesse un Marx «filosofo»; Gentile lo ha
concesso, ma lo ha considerato contraddittorio e quindi
improponibile; Mondolfo lo ha definito un «filosofo della
prassi». Ebbene, quest’ultima è da considerarsi la conclusione
logica che scaturisce da quelle premesse. Il marxismo come
«filosofia della prassi» è ciò che rimane del marxismo, dopo
che è stato liquidato dall’interpretazione idealistica.
Rimane cioè una teoria dell’azione, una filosofia della
volontà, una guida per il comportamento sociale, una tecnica
per il processo rivoluzionario, l’identità di conoscere e fare,
di pensiero e prassi; un vichianesimo corretto dal moderno
pragmatismo.

6. Gramsci ha dietro di sé tutto questo passato. E senza


capire tutto questo passato, non possiamo capire Gramsci;
tanto meno il «marxismo» di Gramsci. C’è una linea di svi-
luppo originale che il marxismo assume in Italia: per il modo
come viene introdotto; per il modo come viene interpretato.
Essa attraversa, ora sullo sfondo ora in primo piano, tutto
il movimento del pensiero contemporaneo; arriva all’opera
dei Quaderni, e va ancora oltre.
In questo senso, Gramsci è pensatore tipicamente e, io
direi, fondamentalmente italiano. L’Italia è il suo ambiente
naturale; in essa egli affonda le sue radici nel più profondo
tessuto nazionale. Finiremmo per restringere e non per am-
pliare, per diluire e non per approfondire, la figura teorica
di Gramsci, se volessimo dargli un respiro europeo. I suoi
problemi e il modo di trattare i problemi, la sua cultura e
la forma della sua ricerca culturale, i suoi interessi, il suo
linguaggio, la sua educazione, la stessa sua sensibilità uma-
na, tutto vive in Italia. Ecco perché, secondo me il punto
fondamentale, anche se non esclusivo, di una ricerca intorno
al pensiero di Gramsci, deve fare perno intorno all’ambiente
del pensiero italiano.
Si può facilmente isolare, anche materialmente, una parte
«filosofica» del pensiero di Gramsci; un tentativo cioè di

88
elaborazione teorica generale dei problemi fondamentali del
marxismo. L’esigenza primaria è la ricerca di quella «filoso-
fia», che faccia reggere Marx sulle sue proprie gambe, senza
bisogno di altre «filosofie»; la ripresa del motivo di Labriola.
Ma ciò che in quest’ultimo era già compiuto e pienamente
espresso nell’opera di Marx e di Engels, diventa in Gramsci
un risultato che è ancora da raggiungere, una posizione che
è ancora da conquistare, un obiettivo a cui bisogna tendere.
Abbiamo una teoria che è «ancora allo stadio della
discussione, della polemica, dell’elaborazione»; che non
ha raggiunto ancora «la fase classica del suo sviluppo»65.
Ogni tentativo di «manualizzarla» deve necessariamente
fallire, poiché «la sua sistemazione logica è solo apparente
e illusoria»66. Ma «si crede volgarmente che scienza voglia
dire assolutamente sistema e perciò si costruiscono sistemi
purchessia, che del sistema non hanno la coerenza intima
e necessaria ma solo la meccanica esteriorità»67.
Occorre dar mano invece alla discussione, alla polemi-
ca, alla elaborazione, per riuscire ad enucleare il nocciolo
della nuova filosofia; per metterla in circolazione con una
funzione non più subalterna, ma egemonica nei confronti
delle altre «filosofie».
Punto di partenza di grande apertura, che pone dinanzi
a sé un obiettivo di estremo impegno. Tra l’uno e l’altro
il tentativo della soluzione. Una soluzione che, proprio
per questo, appare aperta a diverse interpretazioni: perché
rinuncia, in concreto, alla esposizione sistematica, alla
formulazione precisa, alla definizione definitiva. Si pone, e
vive, e si muove, sempre, sul piano del problema. Per que-
sto i Quaderni di Gramsci sono una grande scuola contro
il dogmatismo, contro il catechismo, contro la morta quiete
del pensiero nelle braccia di una «dottrina» assoluta, contro
la facile volgarizzazione di un facile «sapere», conquistato
una volta per tutte.

65
  A. Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1975, p. 1424
(Q11, §22).
66
  Ibidem.
67
  Ibidem.

89
Ecco perché diciamo: il tentativo della soluzione. E
potremmo dire: il suggerimento, l’indicazione, la proposta,
il dubbio, che sia quella la strada da seguire per arrivare
ad una soluzione. Tutte parole ed espressioni, queste, tipi-
camente gramsciane.
Il marxismo vuole essere una concezione coerentemente
storicistica di tutto il reale: in questo è storicismo assoluto.
Vuole essere una metodologia critico-pratica del sapere e
dell’agire umano: in questo è filosofia della prassi. Nel suo
complesso è la neue Weltanschauung del proletariato moderno.
La sua origine è nell’idealismo, anzi nello storicismo, che
è la «verità» dell’idealismo. Verità che è stata da esso intuita,
ma non compresa; accennata, ma non compiuta; scoperta e
poi subito stravolta. Si tratta di riprendere lo stesso concetto,
rendendolo totalmente comprensivo, coerentemente com-
piuto, corretto nella forma, reale nel contenuto. Il compito
della nuova filosofia è di rendere realmente «vera» la verità
inconsapevole dell’idealismo. In questo, si trova essa alla fine
di un lungo travaglio di pensiero. «La filosofia della prassi
come risultato e coronamento di tutta la storia precedente.
Dalla critica dell’hegelismo nascono l’idealismo moderno e
la filosofia della prassi. L’immanentismo hegeliano diventa
storicismo, ma è storicismo assoluto o umanesimo assoluto»68.
Ma è da vedere anche se il movimento che porta da
Hegel a Croce-Gentile non sia stato un passo indietro, una
riforma «reazionaria».

Non hanno essi reso più astratto Hegel? Non ne hanno ta-
gliato via la parte più realistica, più storicistica? E non è invece
proprio di questa parte che solo la filosofia della prassi, in certi
limiti, è una riforma e un superamento? E non è stato proprio
l’insieme della filosofia della prassi a far deviare in questo senso
il Croce e il Gentile […]?69.

Gramsci si accorge che, in Italia, il problema del marxismo


è strettamente legato al problema dell’idealismo. Si accorge

68
  Ibidem, pp. 1826-1827 (Q15, §61).
69
  Ibidem, p. 1317 (Q10, §41x).

90
che, tra l’uno e l’altro, si sono intrecciati nessi profondi, si
sono confuse questioni importanti: sono state fatte recipro-
che concessioni. Si trova egli stesso nella situazione di dover
riscoprire il marxismo attraverso la lente dell’idealismo. La
strada che da Croce-Gentile deve ricondurre a Labriola, è –
per lui – la stessa strada che da Hegel ha condotto a Marx.
Come Marx è la riforma e il superamento di Hegel, così la
moderna filosofia della prassi è la riforma e il superamento
del moderno idealismo. L’anti-Croce può dunque definirsi
come l’anti-Hegel del nostro tempo. «Per noi italiani essere
eredi della filosofia classica tedesca significa essere eredi della
filosofia crociana, che rappresenta il momento mondiale odier-
no della filosofia classica tedesca»70. L’anti-Croce rappresenta
dunque il momento mondiale odierno della filosofia marxista.
Ed è facile notare qui due cose: che per un verso, questa
posizione antitetica conserva nel fondo della sua natura un
riposto senso hegeliano – un’antitesi che si pone come nega-
zione formale, allo scopo di provocare il pieno sviluppo del
lato positivo-affermativo e quindi della tesi primigenia; per
un altro verso, lo stesso recupero del nesso Labriola-Marx
attraverso il nesso Croce-Gentile, dà per scontata, nella pre-
messa, proprio l’interpretazione che Croce e Gentile hanno
dato e di Labriola e di Marx. Voglio dire che, nell’uno e
nell’altro caso, c’è una visione del marxismo, che contiene
in sé, acriticamente, il modo con cui l’idealismo stesso ha
voluto vedere il marxismo.
Eppure – per Gramsci – proprio qui appare quale sia
il nesso teorico per cui la filosofia della prassi, pur conti-
nuando l’hegelismo, lo capovolge; ovvero – e non è la stessa
cosa – pur capovolgendolo, lo continua. Il che non vuol
dire – come pensava e affermava il Croce – voler soppiantare
ogni sorta di filosofia. Vuoi dire identificare, in concreto,
la filosofia con la storia della filosofia, e la filosofia con la
storia tutta quanta.

Si può vedere con maggiore esattezza e precisione il signifi-


cato che la filosofia della prassi ha dato alla tesi hegeliana che la

70
  Ibidem, p. 1234 (Q10, §11).

91
filosofia si converte nella storia della filosofia, cioè della storicità
della filosofia. Ciò porta alla conseguenza che occorre negare
la filosofia assoluta o astratta e speculativa, cioè la filosofia che
nasce dalla precedente filosofia e ne eredita i problemi supremi
così detti, o anche solo il problema filosofico, che diventa per-
tanto un problema di storia, di come nascono e si sviluppano i
determinati problemi della filosofia. La precedenza passa alla
pratica, alla storia reale dei mutamenti dei rapporti sociali, dai
quali quindi (e quindi, in ultima analisi, dall’economia) sorgono (o
sono presentati) i problemi che il filosofo si propone ed elabora71.

La tesi crociana dell’identità di filosofia e storia, è il modo


crociano di presentare lo stesso problema posto dalle Tesi
su Feuerbach. Con questa differenza: che per Croce, storia
è ancora un concetto speculativo, mentre per la filosofia
della prassi – secondo l’espressione di Engels – la storia è
pratica, cioè esperimento e industria72. Il senso dunque di
quel capovolgimento che è una continuazione della linea
Hegel-Croce-Gentile da parte della filosofia della prassi è
precisamente questo: che alla identificazione idealistica e
quindi speculativa, si sostituisce una identificazione stori-
cistica e quindi pienamente reale, tra storia e filosofia, tra
il fare e il pensare, fino a giungere «al proletariato tedesco
come solo erede della filosofia classica tedesca»73.
E questo, secondo me, è il punto centrale del pensiero
gramsciano. È il punto che introduce e giustifica, nella
sostanza, il suo determinato problema filosofico, la scelta
del suo principale obiettivo polemico, l’uso particolare di
una particolare terminologia. Si possono trovare, nella sua
opera, su questo problema, espressioni meno sicure e ap-
parentemente contraddittorie. Ma non è certo questo che
importa. Con le opere di Gramsci, si possono organizzare
«battaglie di citazioni», in cui ciascuno può trovare la con-
ferma scritta della propria attuale posizione; proprio per il

  Ibidem, pp. 1271-1272 (Q10, §31).


71

  Cfr. F. Engels, Ludovico Feuerbach e il punto di approdo della filo-


72

sofia classica tedesca (1885), in K. Marx e F. Engels, Opere scelte, Roma,


Editori Riuniti, 1966, p. 1116.
73
 Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1317 (Q10, §41x).

92
carattere di quelle opere, fatte di appunti, di ricordi, per
una ricerca lasciata aperta e sempre problematica. Si tratta
allora, in ogni caso e per ogni questione, di trovare il nucleo
fondamentale della sua posizione, riconoscendolo non solo
dalla sua astratta formulazione, ma anche dal modo in cui
si riversa e si ritrova poi nella concreta ricerca pratica.
Ora, riguardo al nostro problema, la posizione di
Gramsci è questa: la filosofia della prassi ha subito una dop-
pia revisione, cioè è stata sussunta in una doppia combina-
zione filosofica. Da una parte, alcuni suoi elementi, in modo
esplicito o implicito, sono stati assorbiti e incorporati da
alcune correnti idealistiche (Croce, Gentile, Sorel, Bergson,
il pragmatismo); dall’altra i cosiddetti ortodossi, preoccu-
pati di trovare una filosofia che fosse più comprensiva di
una semplice interpretazione della storia, hanno creduto
di essere ortodossi, identificandola fondamentalmente nel
materialismo tradizionale. La filosofia della prassi è servita
dunque a formare eclettiche combinazioni, sia con l’ideali-
smo che con il materialismo filosofico. Bisogna ritrovarne
il nocciolo originale in un punto intermedio tra queste due
posizioni della filosofia tradizionale.
E allora il marxismo come «filosofia della prassi» di-
venta, in Gramsci, la scoperta e il ritorno a questo nucleo
originario; diventa il senso risolutore che bisogna dare alle
prime contraddizioni teoriche del marxismo; il concetto che
rende possibile l’originalità e l’autonomia del marxismo; il
punto decisivo che lo distingue sia dall’idealismo che dal
positivismo. Diventa, finalmente, la filosofia del marxismo.

Cosa significherà, in tal caso, il termine di monismo? Non certo


quello materialista, né quello idealista, ma identità dei contrari
nell’atto storico concreto, cioè attività umana (storia-spirito) in
concreto, connessa indissolubilmente a una certa materia organizzata
(storicizzata), alla natura trasformata dall’uomo. Filosofia dell’atto
(prassi, svolgimento) ma non dell’atto puro, bensì proprio dell’atto
impuro, reale, nel senso più profano e mondano della parola74.

74
  Ibidem, p. 1492 (Q11, §64).

93
Ecco qui il senso gramsciano di una «filosofia della
prassi».
Ma noi abbiamo visto qual è stata, proprio qui in Italia,
l’origine teorica e storica di questa interpretazione. L’abbiamo
vista nascere all’interno stesso dell’idealismo, anzi l’abbiamo
vista presiedere alla prima nascita dell’idealismo stesso. In
essa noi possiamo ritrovare non solo – come Gramsci so-
stiene – i concetti che il marxismo ha ceduto alle filosofie
tradizionali; ma possiamo e dobbiamo ritrovare anche il
senso inverso: e cioè i concetti che le filosofie tradizionali
hanno ceduto al marxismo. In questi ultimi sta la massima
parte della confusione; non quando essi vengono criticamente
ripresi e rielaborati, ma quando vengono immediatamente
e inconsapevolmente accettati.
In sostanza voglio dire questo: che non basta rovesciare
la prassi degli idealisti per far camminare correttamente la
storia; così come non basta rovesciare la dialettica di Hegel
per ritrovare il senso giusto, nel movimento della realtà.
Non basta riempire la prassi per rendere reale la storia; così
come non basta concretare la dialettica per rendere storica
la realtà. Si tratta di capire che l’atto puro non esiste; che
l’atto è sempre impuro. Si tratta di raggiungere col pensiero
una particolare e sempre determinata impurità, e cioè con-
cretezza, e cioè pienezza dell’altro pensiero, nel quadro di
una particolare e determinata realtà oggettiva.
L’obiettivo di Gramsci, di trovare una «filosofia» originale
del marxismo, che fosse altrettanto lontana dall’idealismo
e dal positivismo tradizionali, era legittimo. Ma esso non è
stato raggiunto. La soluzione si muove nell’ambito del primo
indirizzo. E oggi ci troviamo a formulare lo stesso problema:
l’esigenza di un marxismo che sia altrettanto lontano dalla
filosofia della prassi e dal materialismo dialettico; che non
si riduca ad una metodologia puramente tecnica del sapere
e dell’agire umano, e che non pretenda di concludere in sé
una metafisica totale e definitiva; un marxismo che si ponga,
con semplicità, come scienza.

94
2.

La fabbrica e la società

Giugno 1962

Alla fine della terza sezione del I libro del Capitale,


quando è ormai compiuta la produzione del plusvalore
assoluto, Marx torna a distinguere le due facce della pro-
duzione capitalistica e quindi i due punti di vista da cui si
può considerare la forma capitalistica di produzione delle
merci: processo lavorativo e processo di valorizzazione. Nel
primo, l’operaio non tratta i mezzi di produzione come
capitale, l’operaio consuma i mezzi di produzione come
materiale della sua attività produttiva; nel secondo, «non è
più l’operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i
mezzi di produzione che adoperano l’operaio»1, è il capitale
dunque che consuma la forza-lavoro. È vero che già nel
processo lavorativo il capitale si sviluppa in comando sul
lavoro, sulla forza-lavoro e quindi sull’operaio; ma solo nel
processo di valorizzazione si sviluppa in quel rapporto di
coercizione, che forza la classe operaia al pluslavoro, e quindi
alla produzione del plusvalore. Il capitale riesce a cogliere,
in un modo suo proprio, l’unità di processo lavorativo e
processo di valorizzazione: e tanto più riesce a coglierla
quanto più si sviluppa la produzione capitalistica e quanto
più la forma capitalistica della produzione si impadronisce
di tutte le altre sfere della società, invade l’intera rete dei
rapporti sociali. Il capitale pone il lavoro – ed è costretto a
porlo – come creatore di valore, ma vede poi il valore – ed
è costretto a vederlo – come valorizzazione di se stesso. Il

Apparso originariamente come saggio di apertura del n. 2 di «Quaderni


Rossi», 1962, pp. 1-31 e ripubblicato con minime variazioni in «Operai
e capitale», Torino, Einaudi, 1966, pp. 39-59, dal quale riportiamo la
presente versione.
1
  K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, vol. 1, traduzione
di D. Cantimori, Roma, Editori Riuniti, 1989, p. 349.

95
capitale vede il processo lavorativo soltanto come processo
di valorizzazione, vede la forza-lavoro soltanto come capitale;
stravolge il rapporto tra lavoro vivo e lavoro morto, tra forza
creatrice di valore e valore: e tanto più riesce a questo quanto
più riesce a recuperare l’intero processo lavorativo sociale
dentro il processo di valorizzazione del capitale, quanto più
riesce a integrare la forza-lavoro dentro il capitale. Nella
mistificazione borghese dei rapporti capitalistici, questi
due processi ultimi camminano insieme e parallelamente,
appaiono ambedue come oggettivi e necessari. Si tratta
invece di vederli distinti nella loro unità, fino al punto da
contrapporli l’uno all’altro come processi contraddittori che
si escludono a vicenda: leva materiale di dissoluzione del
capitale piantata nel punto decisivo del suo sistema.

È sotto gli occhi di tutti il procedimento attraverso cui


il lavoro trascorso si traveste ogni giorno da capitale: che
è il motivo per cui gli economisti borghesi sono pieni di
elogi per i meriti del lavoro trascorso. È questo, infatti, che,
sotto la forma dei mezzi di lavoro, collabora poi di nuovo al
processo lavorativo vivente: per cui l’importanza del lavoro
viene attribuita alla figura di capitale che esso assume. La
forma capitalistica del lavoro coincide in questo caso con
il mezzo di produzione in cui il lavoro si è oggettivato: al
punto che gli agenti pratici della produzione capitalistica e
i loro ideologi «sono incapaci di pensare il mezzo di pro-
duzione distaccato dalla maschera sociale antagonistica che
oggi gli aderisce»2. Così il lavoro trascorso, come una forza
naturale qualunque, fornisce un servizio gratuito al capitale: e
quando viene investito e messo in moto dal lavoro vivente, si
accumula e si riproduce su scala allargata come capitale. Più
difficile è arrivare a penetrare il procedimento attraverso cui
il lavoro vivente stesso viene tutto preso e inglobato dentro
questo processo, come parte necessaria del suo sviluppo. «È
dote naturale del lavoro vivente conservare il vecchio valore
nel mentre ne crea uno nuovo»3. Per cui il lavoro «conserva

2
  Ibidem, p. 665.
3
  Ibidem, p. 663.

96
e perpetua, in sempre nuove forme, un valore capitale sem-
pre crescente»4: tanto più, quanto più cresce l’efficienza, il
volume, il valore dei suoi mezzi di produzione, quanto più
avanza l’accumulazione che inevitabilmente accompagna lo
sviluppo della sua forza produttiva.

Questa forza naturale del lavoro si presenta come forza di


autoconservazione del capitale al quale essa è incorporata, pro-
prio allo stesso modo che le forze produttive sociali del lavoro si
presentano come qualità del capitale e come la costante appro-
priazione del pluslavoro da parte del capitalista si presenta come
autovalorizzazione costante del capitale. Tutte le forze del lavoro
si proiettano come forze del capitale5.

Il modo di produzione capitalistico rappresenta a se


stesso il plusvalore e il valore della forza-lavoro «come parti
aliquote della produzione di valore»: ed è questo che nascon-
de il carattere specifico del rapporto capitalistico, «ossia lo
scambio del capitale variabile con la forza-lavoro vivente e
la corrispondente esclusione dell’operaio dal prodotto»6. In
quanto tutte le forme sviluppate del processo di produzione
capitalistico sono forme di cooperazione, lo sviluppo stesso
della produzione capitalistica ripropone e generalizza «la falsa
parvenza di un rapporto di associazione in cui l’operaio e il
capitalista si dividono il prodotto secondo la proporzione dei
differenti fattori della sua formazione»7. È su questa base che,
alla superficie della società borghese, il compenso dell’operaio
appare come prezzo del lavoro: prezzo necessario o prezzo
naturale, che esprime in termini monetari il valore del lavoro.
Marx dice giustamente che valore del lavoro è espressione
immaginaria, definizione irrazionale, forma fenomenica di quel
rapporto sostanziale che è il valore della forza-lavoro. Ma qual
è la necessità di questa apparenza? È una scelta soggettiva
per nascondere la sostanza del rapporto reale, o non è piut-
tosto la maniera reale di far funzionare il meccanismo di quel

4
  Ibidem.
5
  Ibidem, pp. 663-664.
6
  Ibidem, p. 581.
7
  Ibidem.

97
rapporto? Esemplare, a questo proposito, è il modo in cui
valore e prezzo della forza-lavoro si presentano nella forma
trasfigurata di salario. Proprio il movimento reale del salario
sembra dimostrare che non il valore della forza-lavoro viene
pagato, bensì il valore della sua funzione, il valore del lavoro
stesso. Per la produzione capitalistica, è indispensabile che
la forza-lavoro si presenti come lavoro puro e semplice e che
il valore del lavoro venga pagato sotto la forma del salario.
Pensate alla seconda peculiarità della forma di equivalente:
quando il lavoro concreto diventa forma fenomenica del suo
opposto, del lavoro astrattamente umano. Non è il lavoro
concreto che, dentro la relazione di valore, possiede la qualità
generale di essere lavoro umano astratto. Al contrario: essere
lavoro umano in astratto è la sua propria natura; essere lavoro
concreto è solo la forma fenomenica o forma determinata di
realizzazione di questa sua natura. E questo rovesciamento
totale è inevitabile: poiché il lavoro rappresentato nel pro-
dotto del lavoro è creatore di valore solo in quanto è lavoro
astrattamente umano, dispendio di forza-lavoro umana. Non
è forse vero che «il valore trasforma ogni prodotto del la-
voro in un geroglifico sociale?»8. Il valore della forza-lavoro
esprime nel salario, al tempo stesso, la forma capitalistica di
sfruttamento del lavoro e la sua mistificazione borghese; ci dà
la natura del rapporto capitalistico di produzione, rovesciata.

Il lavoro diventa, su questa base, la mediazione necessaria


perché la forza-lavoro si trasformi in salario: la condizio-
ne perché il lavoro vivente si presenti solo come capitale
variabile, la forza-lavoro solo come parte del capitale. Il
valore, in cui si rappresenta la parte retribuita della gior-
nata lavorativa, deve apparire allora come valore o prezzo
della giornata lavorativa complessiva. Proprio nel salario
sparisce ogni traccia di divisione della giornata lavorativa
in lavoro necessario e pluslavoro. Tutto il lavoro appare
come lavoro pagato: ed è questo che distingue il lavoro
salariato dalle altre forme storiche del lavoro. Quanto più
si sviluppa la produzione capitalistica e il sistema delle sue
8
  Ibidem, p. 106.

98
forze produttive, tanto più la parte pagata e la parte non
pagata del lavoro si confondono in modo inscindibile. Le
diverse forme di pagamento del salario non sono che modi
diversi di esprimere, a livelli diversi, la natura costante di
questo processo. Si comprende allora

l’importanza decisiva che ha la metamorfosi del valore e del


prezzo della forza-lavoro nella forma di salario, ossia in valore e
prezzo del lavoro stesso. Su questa forma fenomenica che rende
invisibile il rapporto reale e mostra precisamente il suo opposto,
si fondano tutte le idee giuridiche dell’operaio e del capitalista,
tutte le mistificazioni del modo di produzione capitalistico, tutte
le sue illusioni sulla libertà, tutte le chiacchiere apologetiche
dell’economia volgare9.

Nella storia delle «svariatissime forme»10 del salario si


può seguire l’intero sviluppo della produzione capitalistica:
l’unità sempre più complessa che si stabilisce al suo interno
tra processo lavorativo e processo di valorizzazione, tra la-
voro e forza-lavoro, tra parte variabile e parte costante del
capitale e quindi tra forza-lavoro e capitale.
Il salario è niente altro che il lavoro salariato considerato
da un altro punto di vista. Il carattere determinato che ha il
lavoro come agente di produzione, appare nel salario come
determinazione della distribuzione. Il salario presuppone
il lavoro salariato, come il profitto presuppone il capitale.
«Queste forme determinate di distribuzione presuppongono
quindi determinate caratteristiche sociali delle condizioni
della produzione e determinati rapporti sociali tra gli agenti
della produzione»11. Il salario ci dà già come superata «la
rozza separazione tra produzione e distribuzione»12. Il modo
determinato in cui si prende parte alla produzione determina

9
  Ibidem, p. 590.
10
  Ibidem, p. 593.
11
  K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, vol. 3, traduzione
di M.L. Boggeri, Roma, Editori Riuniti, 1989, p. 1000.
12
 K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia
politica 1857-1858, vol. 1, traduzione di E. Grillo, Firenze, La nuova
Italia, 1968, p. 9.

99
le forme particolari della distribuzione. «I rapporti e i modi
di distribuzione appaiono perciò solo come il rovescio degli
agenti di produzione»13.
Stabilire quale rapporto esista tra distribuzione e produ-
zione «è evidentemente una questione che ricade all’interno
della produzione stessa»14. Momento mediatore tra produ-
zione e distribuzione da un lato, tra produzione e consumo
dall’altro, è lo scambio: nel primo caso lo scambio stesso è
un atto direttamente incluso nella produzione; nel secondo
caso è tutto determinato da essa, se è vero che lo scambio per
il consumo presuppone la divisione del lavoro, lo scambio
privato presuppone la produzione privata, una determinata
intensità ed espansione dello scambio presuppone una de-
terminata espansione ed organizzazione della produzione.
È su questa base che si è in genere tentato di esprimere
un’identità immediata tra produzione e consumo: in quanto
si ha una produzione consumatrice e un consumo produttivo.
Oppure si arriva a trovare tra loro una reciproca dipendenza:
la produzione mezzo per il consumo e il consumo scopo
della produzione. Infine l’una può venir presentata come
realizzazione dell’altro e viceversa: il consumo consuma il
prodotto, la produzione produce il consumo. Ma già Marx
scherniva socialisti letterati ed economisti prosaici, che
giocavano con questa identità hegeliana degli opposti. Non
resta che aggiungere alla lista i sociologi volgari, anch’essi
letterati e prosaici, ma non socialisti né economisti.

La cosa più importante da mettere in rilievo è che produzio-


ne e consumo […] appaiono in ogni caso come momenti di un
processo in cui la produzione è l’effettivo punto di partenza e
perciò anche il momento che abbraccia e supera gli altri e […]
l’atto nel quale si risolve di nuovo l’intero processo15.

Produzione, distribuzione, scambio e consumo non sono


identici: si rappresentano tutti come «membri di una tota-

13
  Ibidem, p. 20.
14
  Ibidem, p. 22.
15
  Ibidem, pp. 18-19.

100
lità, differenze nell’ambito di una unità»16. E questa unità
si compone in un «insieme organico»17: ed è chiaro che,
all’interno di questo insieme organico, i diversi momenti
esercitano tra loro un’azione reciproca. Anche la produzione,
nella sua forma unilaterale, è determinata dagli altri momenti.
Ma «la produzione abbraccia e supera tanto se stessa, nella
determinazione antitetica della produzione, quanto gli altri
momenti»18. È da essa che il processo ricomincia sempre di
nuovo. «Una produzione determina quindi un consumo, una
distribuzione, uno scambio determinati, nonché i determinati
rapporti tra questi diversi momenti»19. La necessità di dover
richiamare questi concetti elementari di Marx, documenta già
di per sé l’esistenza obbiettiva di troppi «marxisti», inclini
a ripetere «l’insulsaggine degli economisti, che trattano la
produzione come una verità eterna, relegando la storia nel
campo della distribuzione»20.

Se si considera il capitale direttamente nel processo di


produzione, non si può che tornare continuamente a distingue-
re i due momenti fondamentali: la produzione del plusvalore
assoluto, dove il rapporto di produzione appare nella sua
forma più semplice e può essere immediatamente colto sia
dall’operaio sia dal capitalista; la produzione del plusvalore
relativo, produzione specificamente capitalistica, dove si ha
nello stesso tempo lo sviluppo delle forze produttive sociali
e il loro diretto trasferimento dal lavoro nel capitale. È solo
a questo punto – quando tutte le forze produttive sociali del
lavoro appaiono come autonome forze interne del capitale
– che si spiega in tutta la sua ricchezza l’intero processo di
circolazione. A questo livello, la realizzazione del plusvalore
non solo nasconde le condizioni specifiche della sua produ-
zione; la realizzazione del plusvalore appare come sua effettiva
creazione. Anche questa apparenza è funzionale al sistema.

16
  Ibidem, p. 25.
17
  Ibidem, p. 26.
18
  Ibidem, p. 25.
19
  Ibidem, pp. 25-26.
20
  Ibidem, p. 22.

101
Accanto al tempo di lavoro entra in azione il tempo di
circolazione. La produzione del plusvalore riceve nuove
determinazioni nel processo di circolazione:

il capitale percorre il ciclo delle sue trasformazioni; esso trapassa


per così dire dalla sua vita organica interna a rapporti esterni di
vita, a rapporti in cui si contrappongono non capitale e lavoro,
ma capitale e capitale da una parte, gli individui come compratori
e venditori dall’altra21.

A questo punto, tutte le parti del capitale appaiono


egualmente come fonti del valore eccedente e quindi
tutte ugualmente all’origine del profitto. L’estorsione di
pluslavoro perde il suo carattere specifico: si oscura il suo
specifico rapporto col plusvalore; e a questo serve – ab-
biamo visto – la metamorfosi del valore della forza-lavoro
nella forma di salario. La trasformazione del plusvalore in
profitto è effettivamente determinata tanto dal processo
di produzione quanto dal processo di circolazione. Ma il
modo di questa trasformazione è niente altro che lo svilup-
po ulteriore di quel rovesciamento di rapporti che si è già
verificato all’interno del processo di produzione: quando
tutte le forze produttive soggettive del lavoro si sono pre-
sentate come forze produttive oggettive del capitale. «Da
una parte il valore, il lavoro passato, che domina il lavoro
vivente, viene personificato nel capitalista; dall’altra parte,
all’inverso, l’operaio appare come forza-lavoro puramente
oggettiva, come merce»22.

L’effettivo processo di produzione, come unità del processo


di produzione diretto e del processo di circolazione, genera
nuove forme, in cui sempre più si perde il filo dei nessi interni,
i rapporti di produzione si autonomizzano l’uno rispetto all’altro,
e le parti costitutive del valore si consolidano in forme autonome
l’una rispetto all’altra23.

21
 Marx, Il capitale, vol. 3, cit., p. 70.
22
  Ibidem, p. 71.
23
  Ibidem, p. 941.

102
Già nell’analisi delle categorie più semplici del modo
di produzione capitalistico, la merce e il denaro, si coglie
tutto intero il processo di mistificazione che trasforma i
rapporti sociali in proprietà delle cose stesse e il rapporto
stesso di produzione in una cosa. Nel capitale, e con lo
sviluppo delle sue successive determinazioni, «questo mon-
do stregato e capovolto»24 si sviluppa e si impone sempre
di più. Sulla base del modo di produzione capitalistico,
l’esistenza del prodotto in quanto merce e della merce in
quanto prodotto del capitale, implica «l’oggettivazione delle
determinazioni sociali della produzione e la soggettivazione
dei fondamenti materiali della produzione stessa»25. Non a
caso è nel plusvalore relativo prima, nella metamorfosi del
plusvalore in profitto poi, che pianta le sue radici il modo
di produzione specificamente capitalistico: forma particolare
di sviluppo delle forze produttive sociali del lavoro, che
appaiono come forze autonome del capitale contrapposte
all’operaio, proprio perché sono, di fatto, forma di dominio
del capitale sull’operaio.

La produzione per il valore e per il plusvalore implica […]


la tendenza sempre attiva a ridurre il tempo di lavoro necessario
per la produzione di una merce, ossia il suo valore, al di sotto
della media sociale data di volta in volta. Il desiderio di ridurre
il prezzo di costo al suo minimo diventa la leva più forte per
l’aumento della forza produttiva sociale del lavoro, che tuttavia
appare qui soltanto come un aumento continuo della forza pro-
duttiva del capitale26.

Basta pensare al fanatismo del capitalista per l’economia


dei mezzi di produzione: economia nell’impiego del capitale
costante e al tempo stesso economia di lavoro.

Il capitale non tende soltanto a ridurre all’indispensabile il


diretto impiego di lavoro vivente, e a diminuire di continuo, me-
diante lo sfruttamento delle forze produttive sociali del lavoro, il

24
  Ibidem.
25
  Ibidem, p. 998.
26
  Ibidem, p. 999.

103
lavoro necessario per l’approntamento di un prodotto, vale a dire
ad economizzare al massimo il lavoro vivente direttamente impie-
gato; esso ha altresì la tendenza a impiegare nelle condizioni più
economiche questo lavoro ridotto ai limiti dell’indispensabile, ossia a
ridurre alla misura minima possibile il capitale costante applicato27.

Un aumento del saggio del profitto, oltre che da uno


sfruttamento più moderno della produttività del lavoro so-
ciale impiegato nella produzione del capitale costante, deriva
«dall’economia nell’impiego del capitale costante stesso»28.
E questa economia, a sua volta, diventa possibile sulla base
della più alta concentrazione dei mezzi di produzione, che
sola può dar luogo alla loro utilizzazione in massa. Quindi
«essa è possibile soltanto per l’operaio combinato, e spesso
può realizzarsi solo in lavori organizzati su scala di vastità
eccezionale, ovverosia esige combinazioni ancora più vaste
di operai nel processo diretto di produzione»29. I mezzi di
produzione vengono ormai consumati nel processo produtti-
vo, con criterio unitario, da parte dell’operaio complessivo, e
non più in forma frazionata da parte di una massa di operai
senza reciproca connessione. Allora

l’economia nelle condizioni della produzione che caratterizza


la produzione su larga scala deriva essenzialmente dal fatto che
tali condizioni operano come fattori di lavoro sociale, di lavoro
socialmente coordinato, ossia come fattori sociali del lavoro […].
Essa trae origine quindi dal carattere sociale del lavoro allo stesso
modo che il plusvalore proviene dal pluslavoro di ogni singolo
operaio considerato isolatamente30.

E tuttavia l’economia di capitale costante, l’economia


nell’impiego delle condizioni di produzione, in quanto stru-
mento specifico per il rialzo del saggio del profitto, appare
al capitalista come un aspetto del tutto estraneo all’operaio,
«appare in modo ancora più netto che non le altre forze

27
  Ibidem, p. 120.
28
  Ibidem, p. 114.
29
  Ibidem, pp. 113-114.
30
  Ibidem, p. 111.

104
insite nel lavoro, come una forza inerente al capitale»31,
proprietà del modo capitalistico di produzione e quindi
funzione del capitalista.

Tale rappresentazione è tanto meno sorprendente, in quanto


le corrisponde l’apparenza dei fatti, e in quanto effettivamente il
rapporto capitalistico nasconde l’intima struttura del fenomeno
nella completa indifferenza, esteriorità ed estraneità in cui essa
colloca l’operaio rispetto alle condizioni di attuazione del proprio
lavoro32

fino al punto da rendere «reciprocamente estranei e indif-


ferenti da una parte l’operaio, il rappresentante del lavoro
vivente, dall’altra l’impiego economico, cioè razionale, delle
condizioni di lavoro»33.
Così, attraverso l’immediata natura sociale del lavoro, si
estende e si approfondisce il dominio sempre più esclusivo
del capitale sulle condizioni di lavoro; e, attraverso questo
dominio, con l’impiego sempre più razionale di tutte le con-
dizioni della produzione, si sviluppa e si specifica lo sfrutta-
mento capitalistico delta forza-lavoro. I mezzi di produzione,
da questo momento in poi, non sono più soltanto proprietà
oggettiva del capitalista, ma funzione soggettiva del capitale.
L’operaio che si scontra con essi nel processo di produzione,
proprio per questo, li riconosce ormai soltanto come valori
d’uso della produzione, strumenti e materiale del lavoro.
L’operaio, cioè, torna a vedere l’intero processo di produzione
dal punto di vista del processo lavorativo semplice. L’unità
di processo lavorativo e processo di valorizzazione resta nelle
mani del solo capitale; l’operaio riesce a cogliere ormai la
globalità del processo di produzione soltanto attraverso la
mediazione del capitale: forza-lavoro non più soltanto sfruttata
dal capitalista, ma integrata dentro il capitale.

Lo sviluppo del capitalismo porta con sé anche lo svi-


luppo dello sfruttamento capitalistico. E questo a sua volta
31
  Ibidem, p. 117.
32
  Ibidem.
33
  Ibidem, p. 119.

105
porta con sé lo sviluppo della lotta di classe: dalla legisla-
zione sulle fabbriche alla rottura dello Stato. La lotta per
la regolazione della giornata lavorativa vede il capitalista e
l’operaio l’uno di fronte all’altro ancora come compratore
e venditore. Il capitalista sostiene il suo diritto a comprare
più pluslavoro, l’operaio sostiene il suo diritto a venderne di
meno. «Diritto contro diritto […] fra diritti eguali decide la
forza»34. La forza del capitalista collettivo, da una parte, e
quella dell’operaio collettivo, dall’altra. È per la mediazione
della legislazione, con l’intervento della legge, attraverso
l’uso del diritto, e cioè sul terreno politico che per la prima
volta il contratto di compravendita tra capitalista singolo e
operaio isolato si trasforma in rapporto di forza tra classe
dei capitalisti e classe operaia. E sembra questo un passaggio
che fa intravvedere il terreno ideale su cui solo può svolgersi
lo scontro generale di classe: così è stato infatti storicamente
al suo nascere. Per giudicare la generalizzazione possibile di
questo momento, si tratta prima di tutto di cogliere il tratto
specifico che lo ha distinto, e cioè il modo determinato in
cui ha funzionato dentro un certo tipo di sviluppo del capi-
talismo. Non a caso Marx introduce il capitolo sulla giornata
lavorativa quando si tratta di passare dal plusvalore assoluto
al plusvalore relativo, dal capitale che si impadronisce del
processo lavorativo così come lo trova, al capitale che mette
sotto sopra questo processo lavorativo stesso, fino a plasmar-
lo a sua immagine e somiglianza. La lotta per la giornata
lavorativa normale si pone storicamente al centro di questo
passaggio. Di fronte all’impulso naturale del capitale verso
il prolungamento smisurato della giornata lavorativa, è vero
che gli operai hanno assembrato le loro teste e ottenuto a
viva forza, come classe, una legge dello Stato, una barriera
sociale, che ha impedito a loro stessi di accettare la schiavitù
«per mezzo di un volontario contratto con il capitale»35. La
lotta di classe operaia ha costretto il capitalista a modificare
la forma del suo dominio. Il che vuol dire che la pressio-
ne della forza-lavoro è capace di costringere il capitale a

34
 Marx, Il capitale, vol. 1, cit., p. 269.
35
  Ibidem, pp. 338-339.

106
modificare la sua stessa composizione interna; interviene
dentro il capitale come componente essenziale dello sviluppo
capitalistico; spinge in avanti, dall’interno, la produzione
capitalistica, fino a farla trapassare completamente in tutti
i rapporti esterni della vita sociale. Quello che allo stadio
più avanzato dello sviluppo appare come funzione spontanea
dell’operaio, disintegrato rispetto alle condizioni di lavoro
e integrato rispetto al capitale, appare ad uno stadio più
arretrato come la necessità legale di una barriera sociale
che deve impedire lo sperpero della forza-lavoro e fondare
nello stesso tempo il suo sfruttamento specificatamente
capitalistico. La mediazione politica assume in ognuno di
questi due momenti un suo proprio posto specifico. Non è
detto che il terreno politico borghese debba vivere in eterno
nel cielo della società capitalistica.

Le trasformazioni nel modo materiale di produzione e i


corrispondenti mutamenti nei rapporti sociali tra produttori
«creano dapprima eccessi mostruosi, provocano poi, in anti-
tesi agli eccessi, il controllo sociale che determina per legge
la giornata lavorativa, la regola e la rende uniforme»36. Tutte

quelle disposizioni minuziose, che regolano con tanta uniformità


militare, al suono della campana, periodi, limiti, pause del lavoro
non erano affatto prodotti di arzigogoli parlamentari: si erano
sviluppate a poco a poco dalla situazione come leggi naturali del
modo moderno di produzione37.

Il parlamento inglese è arrivato attraverso l’esperienza a


capire che «una legge coercitiva può senz’altro eliminare con i
suoi ordini tutti i cosiddetti ostacoli naturali della produzione
che si frappongono alla limitazione e alla regolamentazione
della giornata lavorativa»38. L’Atto sulle fabbriche, introdotto
in una branca d’industria, poneva un termine ultimativo al
fabbricante perché rimuovesse ogni ostacolo tecnico.

36
  Ibidem, p. 335.
37
  Ibidem, p. 319.
38
  Ibidem, p. 523.

107
La legge sulle fabbriche fa così maturare come in una serra
gli elementi materiali necessari per la trasformazione del sistema
della manifattura in sistema della fabbrica; accelera contempo-
raneamente, attraverso la necessità di un maggior esborso di
capitali, la rovina dei minori maestri artigiani e la concentrazione
del capitale39.

In questo senso, «la legislazione sulle fabbriche, prima


reazione consapevole e pianificata della società alla figura
spontaneamente assunta dal suo processo di produzione
sociale è prodotto necessario della grande industria, quanto
il filo di cotone, i selfactors e il telegrafo elettrico»40. Con i
risultati delle varie commissioni d’inchiesta, con l’intervento
violento dello Stato, il capitalista collettivo cerca prima di
convincere, arriva poi fino a costringere il capitalista singolo
ad uniformarsi ai bisogni generali della produzione sociale
capitalistica. Lo sfruttamento della forza-lavoro può avvenire
anche facendo economia di lavoro: come l’aumento continuo
della parte costante del capitale va di pari passo con l’eco-
nomia sempre crescente nell’impiego del capitale costante
stesso. È solo su questa base che diventa possibile, a un
certo punto, un processo di generalizzazione della produ-
zione capitalistica e il suo sviluppo ad un livello superiore.
Lo scontro di classe sul terreno politico, la mediazione
politica della lotta di classe, è stata, in quel caso, nello stes-
so tempo, il risultato di un certo grado dello sviluppo e il
presupposto perché quello sviluppo si conquistasse un suo
proprio meccanismo autonomo, che da quel momento in
poi è andato molto lontano, fino al punto da recuperare al
suo interno la stessa mediazione politica, il terreno politico
stesso della lotta di classe.

Se la generalizzazione della legislazione sulle fabbriche quale


mezzo di difesa fisico e intellettuale della classe operaia è diventata
inevitabile, essa, d’altra parte, generalizza e accelera la trasforma-
zione di processi lavorativi dispersi, compiuti su scala minima,
in processi lavorativi combinati su larga scala sociale, e con ciò

39
  Ibidem, pp. 523-524.
40
  Ibidem, p. 527.

108
la concentrazione del capitale e il dominio esclusivo del regime
di fabbrica. Essa distrugge tutte le forme antiquate e transitorie,
dietro le quali si nasconde ancora in parte il dominio del capitale,
e le sostituisce con il suo dominio diretto, senza maschera. Essa
rende così generale anche la lotta diretta contro questo dominio41.

Bisogna prendere questo, prima di tutto, come il pun-


to di arrivo di un lungo processo storico, che era partito
dalla produzione del plusvalore assoluto ed era arrivato
per necessità alla produzione del plusvalore relativo; dal
prolungamento forzato della giornata lavorativa all’aumento
che sembra spontaneo della forza produttiva del lavoro;
dall’allargamento puro e semplice del processo di produzione
nel suo complesso alla trasformazione interna di esso, che
porta a rivoluzionare di continuo il processo lavorativo, in
funzione e in dipendenza sempre più organica dal processo
di valorizzazione. Quello che prima era il rapporto che si
poteva facilmente stabilire tra la sfera della produzione e
le altre sfere sociali, diventa ora il rapporto molto più com-
plesso fra le trasformazioni interne alla sfera di produzione
e le trasformazioni interne alle altre sfere: diventa inoltre un
rapporto molto più mediato, più organico e più mistificato,
più evidente e più nascosto nello stesso tempo, tra produ-
zione capitalistica e società borghese. Quanto più il rapporto
determinato della produzione capitalistica si impadronisce
del rapporto sociale in generale, tanto più sembra sparire
dentro quest’ultimo come suo particolare marginale. Quanto
più la produzione capitalistica penetra in profondità e invade
per estensione la totalità dei rapporti sociali, tanto più la
società appare come totalità rispetto alla produzione e la
produzione come particolarità rispetto alla società. Quando
il particolare si generalizza, si universalizza, appare rappre-
sentato dal generale, dall’universale. Nel rapporto sociale di
produzione capitalistico, la generalizzazione della produzione
si esprime come ipostatizzazione della società. Quando la
produzione specificamente capitalistica ha tessuto ormai
l’intera rete dei rapporti sociali, appare essa stessa come un

41
  Ibidem, p. 549.

109
rapporto sociale generico. E le forme fenomeniche si ripro-
ducono con immediata spontaneità, come forme correnti del
pensiero: «il rapporto sostanziale deve essere scoperto dalla
scienza»42. Se ci si limita ad una presa puramente ideologica
su questa realtà, non si fa altro che riprodurre questa realtà
così come essa si presenta, rovesciata nella sua apparenza. Se
si vuole cogliere l’intimo nesso materiale dei rapporti reali,
occorre uno sforzo teorico di penetrazione scientifica, che
spogli prima di tutto l’oggetto – la società borghese – di
tutte le sue forme fenomeniche mistificate, ideologizzate,
per isolare e colpire poi la sua sostanza nascosta, che è e
rimane il rapporto di produzione capitalistico.

In quell’opera formidabile che è Lo sviluppo del capi-


talismo in Russia, Lenin, passando a parlare della grande
industria meccanica, stabilisce anzitutto che il concetto scien-
tifico di fabbrica non corrisponde affatto al senso comune
e corrente della parola.

Nella nostra statistica ufficiale, e in generale nella nostra let-


teratura, per fabbrica s’intende ogni stabilimento industriale più
o meno grande che occupa un numero più o meno considerevole
di operai salariati. Secondo la teoria di Marx, invece, per grande
industria meccanica (di fabbrica) s’intende soltanto un certo grado,
e precisamente il grado superiore, del capitalismo nell’industria43.

E rimanda alla quarta sezione del I libro del Capitale,


specialmente al passaggio dalla manifattura alla grande indu-
stria, dove il concetto scientifico di fabbrica serve appunto
a segnare «le forme e le fasi per le quali passa lo sviluppo
del capitalismo nell’industria di un dato paese»44. A un certo
stadio del suo sviluppo, se il capitale vuole diminuire il valore
della forza-lavoro è inevitabilmente costretto ad aumentare la
forza produttiva del lavoro; è costretto a trasformare quanto
più lavoro necessario e possibile in pluslavoro; è costretto

42
  Ibidem, p. 593.
43
  V. Lenin, Lo sviluppo del capitalismo in Russia (1899), in Id., Opere
complete, vol. 3, Roma, Editori Riuniti, 1956, p. 457.
44
  Ibidem, p. 458.

110
cioè a mettere sotto sopra tutte le condizioni tecniche e
sociali del processo lavorativo, a rivoluzionare dall’interno il
modo di produzione. «Nella produzione capitalistica la eco-
nomia di lavoro mediante lo sviluppo della forza produttiva
del lavoro non ha affatto lo scopo di abbreviare la giornata
lavorativa»45. Ha solo lo scopo di abbreviare il tempo di
lavoro necessario per la riproduzione della forza-lavoro e
quindi per la produzione di una determinata quantità di
merci. Cioè l’aumento della forza produttiva del lavoro deve
prima di tutto impadronirsi di quei rami d’industria i cui
prodotti determinano il valore della forza-lavoro.

Ma il valore di una merce non è determinato soltanto dalla


quantità del lavoro che le dà l’ultima forma, ma anche e altrettanto
dalla massa di lavoro contenuta nei suoi mezzi di produzione […].
Dunque l’aumento della forza produttiva e la corrispondente
riduzione a più buon mercato delle merci nelle industrie che for-
niscono gli elementi materiali del capitale costante fanno anch’essi
calare il valore della forza-lavoro46.

Se si coglie questo processo non dal punto di vista del


capitalista singolo, ma da quello della società capitalistica
nel suo complesso, allora si vede che di quanto diminuisce il
valore della forza-lavoro, di tanto aumenta il saggio generale
del plusvalore. «Il lavoro di forza produttiva eccezionale ope-
ra come lavoro potenziato»47, ossia crea negli stessi periodi
di tempo valori superiori a quelli creati dal lavoro sociale
medio. Quindi il capitalista che applica il modo di produ-
zione perfezionato, si appropria per il pluslavoro una parte
della giornata lavorativa maggiore rispetto a quella di cui si
appropriano gli altri capitalisti nella stessa industria. «Egli
fa singolarmente quello che il capitale fa in grande nella
produzione del plusvalore relativo»48. La legge coercitiva
della concorrenza opera sì in modo da introdurre e gene-
ralizzare il nuovo modo di produzione; ma la concorrenza

45
 Marx, Il capitale, vol. 3, cit., p. 360.
46
 Marx, Il capitale, vol. 1, cit., p. 354.
47
  Ibidem, p. 358.
48
  Ibidem.

111
stessa, il movimento esterno dei capitali, non è che un altro
modo attraverso cui si presentano «le leggi immanenti della
produzione capitalistica», per cui «una analisi scientifica
della concorrenza è possibile soltanto quando si sia capita la
natura intima del capitale, proprio come il moto apparente
dei corpi celesti è intelligibile solo a chi ne conosca il mo-
vimento reale»49. Sta di fatto, a questo punto, che il saggio
generale del plusvalore per essere positivamente intaccato
da tutto questo processo, ha bisogno continuamente di
ridimensionare il valore della forza-lavoro, di rivoluzionare
le condizioni del processo lavorativo, di generalizzare e
accelerare il modo capitalistico della produzione sociale:
dato di partenza, che farà poi del capitalismo un formidabile
sistema storico di sviluppo delle forze produttive sociali.

Lo sviluppo capitalistico è organicamente legato alla


produzione del plusvalore relativo. E il plusvalore relati-
vo è organicamente legato a tutte le vicende interne del
processo di produzione capitalistico, a quell’unità distinta
sempre più complessa tra processo lavorativo e processo di
valorizzazione, tra rivolgimenti nelle condizioni del lavoro
e sfruttamento della forza-lavoro, tra progresso tecnico
e sociale insieme da una parte e dispotismo capitalistico
dall’altra. Quanto più avanza lo sviluppo capitalistico, cioè
quanto più penetra e si estende la produzione del plusvalore
relativo, tanto più necessariamente si conchiude il circolo
produzione-distribuzione-scambio-consumo, tanto più, cioè,
si fa organico il rapporto tra produzione capitalistica e
società borghese, tra fabbrica e società, tra società e Stato.
Al livello più alto dello sviluppo capitalistico, il rapporto
sociale diventa un momento del rapporto di produzione,
la società intera diventa un’articolazione della produzione,
cioè tutta la società vive in funzione della fabbrica e la fab-
brica estende il suo dominio esclusivo su tutta la società. È
su questa base che la macchina dello Stato politico tende
sempre più a identificarsi con la figura del capitalista col-
lettivo, sempre più diventa proprietà del modo capitalistico
49
  Ibidem, pp. 355-356.

112
di produzione e quindi funzione del capitalista. Il processo
di composizione unitaria della società capitalistica, imposto
dallo sviluppo specifico della sua produzione, non tollera
più che esista un terreno politico sia pure formalmente in-
dipendente dalla rete dei rapporti sociali. In un certo senso
è vero che le funzioni politiche dello Stato cominciano già
oggi ad essere recuperate dentro la società, con la leggera
differenza che si tratta qui della società classista del modo di
produzione capitalista: e si prenda pure tutto questo come
reazione settaria a chi vede nello Stato politico moderno
il terreno neutro di scontro tra capitale e lavoro. Ci sono
parole profetiche di Marx, che non sono mai trapassate nel
pensiero politico marxista.

Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come ca-


pitale a un polo e che all’altro polo si presentino uomini che non
hanno altro da vendere che la propria forza-lavoro. E non basta
neppure costringere questi uomini a vendersi volontariamente.
Man mano che la produzione capitalistica precede, si sviluppa
una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine,
riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo
di produzione. L’organizzazione del processo di produzione
capitalistico sviluppato spezza ogni resistenza; […] la silenziosa
coazione dei rapporti economici appone il suggello al dominio
del capitalista sull’operaio. Si continua, è vero, sempre ad usare
la forza extra-economica, immediata, ma solo per eccezione.
Per il corso ordinario delle cose l’operaio può rimanere affidato
alle leggi naturali della produzione, cioè alla sua dipendenza dal
capitale, che nasce dalle stesse condizioni della produzione, e che
viene garantita e perpetuata da esse50.

Ebbene, uno degli strumenti che funzionano dentro


questo processo è proprio il rapporto mistificato che si sta-
bilisce, a un determinato livello di sviluppo, tra produzione
capitalistica e società borghese, tra rapporto di produzione
e rapporto sociale, conseguenza dei mutamenti intervenuti
all’interno del rapporto sociale di produzione e premessa per-
ché questo rapporto venga di nuovo considerato come legge

50
  Ibidem, p. 800.

113
naturale. È un paradosso soltanto apparente: che quando la
fabbrica è un particolare, sia pure essenziale, dentro la società,
riesce a mantenere il suo tratto specifico di fronte a tutta la
realtà. Quando la fabbrica si impadronisce dell’intera società
– l’intera produzione sociale diventa produzione industriale –
allora i tratti specifici della fabbrica si perdono dentro i tratti
generici della società. Quando tutta la società viene ridotta
a fabbrica, la fabbrica – in quanto tale – sembra sparire. È
su questa base materiale, ad un livello reale più alto, che si
ripete e si conclude il massimo svolgimento ideologico delle
metamorfosi borghesi. Il grado più alto di sviluppo della
produzione capitalistica segna la mistificazione più profonda
di tutti i rapporti sociali borghesi. Il reale processo crescente
di proletarizzazione si presenta come processo formale di
terziarizzazione. La riduzione di ogni forma di lavoro a lavoro
industriale, di ogni tipo di lavoro a merce forza-lavoro, si
presenta come estinzione della forza-lavoro stessa in quanto
merce, e quindi come svalutazione del suo valore in quanto
prodotto. Il pagamento di ogni prezzo del lavoro in termini
di salario si presenta come negazione assoluta del profitto
capitalistico, in quanto assoluta eliminazione del pluslavoro
operaio. Il capitale, che scompone e ricompone il processo
lavorativo secondo i bisogni crescenti del proprio processo
di valorizzazione, si presenta ormai come oggettiva potenza
spontanea della società che si autorganizza e così si sviluppa.
Il ritorno delle funzioni politiche statali dentro la struttura
stessa della società civile si presenta come contraddizione tra
Stato e società; la funzionalità sempre più stretta di politica
ed economia come possibile autonomia del terreno politico
dai rapporti economici. In una parola, la concentrazione del
capitale e al tempo stesso il dominio esclusivo del regime di
fabbrica, questi due risultati storici del capitalismo moderno,
si capovolgono l’uno nella dissoluzione del capitale, come
determinato rapporto sociale, l’altro nell’esclusione dalla fab-
brica del rapporto specifico di produzione. Per cui, il capitale
appare come ricchezza oggettiva della società in generale e
la fabbrica come modo particolare di produzione del capi-
tale «sociale». E tutto questo insieme è quanto appare allo
sguardo borghesemente rozzo del sociologo volgare. Quando

114
lo scienziato stesso viene ridotto a operaio salariato, allora
il lavoro salariato esce fuori dai confini della conoscenza
scientifica, o meglio diventa campo esclusivo di applicazione
di quella falsa scienza borghese, che è la tecnologia.
È inutile dire che tutto questo è di là da venire e che ce
ne occuperemo quando appunto verrà. «Chi vuol rappre-
sentare un qualsiasi fenomeno vivo nel suo sviluppo deve
inevitabilmente e necessariamente affrontare il dilemma: o
precorrere i tempi o rimanere indietro»51.

È questo un principio di metodo da utilizzare in modo


permanente. Anche quando ci costringe a scegliere quella
feroce unilateralità, che tanto terrore suscita nell’anima
moderata di tanti «rivoluzionari di professione». Tanto più
quando questo procedimento si presenta non certo come un
arbitrio della mente, ma come un processo reale di svilup-
po oggettivo, che si tratta non di seguire, ma di precorrere.
Nessuno cerca di dimenticare a forza l’esistenza del mondo
esterno alla produzione. Mettere l’accento su di una parte
significa riconoscere e rivendicare l’essenzialità di questa
parte rispetto alle altre. Tanto più quando questo partico-
lare, proprio in quanto tale, si generalizza. L’unilateralità
scientifica del punto di vista operaio non va confusa con una
mistica reductio ad unum. Si tratta di guardare distribuzione,
scambio, consumo, dal punto di vista della produzione. E
dentro la produzione, guardare dal punto di vista del pro-
cesso di valorizzazione il processo lavorativo, e dal punto di
vista del processo lavorativo il processo di valorizzazione:
cogliere, cioè, l’unità organica del processo di produzione,
che fonda poi l’unità di produzione, distribuzione, scambio,
consumo. La globalità dinamica di questo processo può
essere colta sia con la parzialità del capitalista collettivo sia
con quella dell’operaio socialmente combinato: solo che il
primo la presenta con tutta la funzionalità dispotica delle
sue apparenze conservatrici, il secondo la rivela con tutta
la forza liberatrice del suo sviluppo rivoluzionario.

51
 Lenin, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, cit., p. 321 in nota.

115
Il rapporto sociale di produzione capitalistico vede la
società come mezzo e la produzione come fine: il capitalismo
è produzione per la produzione. La stessa socialità della
produzione è niente altro che il medium per l’appropria-
zione privata. In questo senso, sulla base del capitalismo,
il rapporto sociale non è mai separato dal rapporto di pro-
duzione; e il rapporto di produzione si identifica sempre
più con il rapporto sociale di fabbrica; e il rapporto sociale
di fabbrica acquista sempre più un contenuto direttamente
politico. È lo stesso sviluppo capitalistico che tende a su-
bordinare ogni rapporto politico al rapporto sociale, ogni
rapporto sociale al rapporto di produzione, ogni rapporto di
produzione al rapporto di fabbrica; perché solo questo gli
permette poi di cominciare, dentro la fabbrica, il cammino
inverso: la lotta del capitalista per scomporre e ricomporre
a propria immagine la figura antagonista dell’operaio col-
lettivo. Il capitale attacca il lavoro sul suo proprio terreno;
è solo dall’interno del lavoro che può riuscire a disintegrare
l’operaio collettivo per integrare poi l’operaio isolato. Non
più soltanto i mezzi di produzione da una parte, l’operaio
dall’altra; ma da una parte tutte le condizioni di lavoro,
dall’altra l’operaio che lavora; lavoro e forza-lavoro tra loro
contrapposti e tutti e due uniti dentro il capitale. A questo
punto l’ideale del capitalismo più moderno diventa quello di
recuperare il rapporto primitivo di semplice compravendita
contrattata tra capitalista singolo e operaio isolato: l’uno,
però, con in mano la potenza sociale del monopolio, l’altro
con la subordinazione individuale della sua paga di posto.
La silenziosa coazione dei rapporti economici appone da se
stessa il suggello al dominio del capitalista sull’operaio. L’at-
tuale legislazione sulle fabbriche è la razionalizzazione della
produzione capitalistica. La Costituzione dentro la fabbrica
sanzionerà «il dominio esclusivo del regime di fabbrica»52
su tutta la società.
È vero: questo renderà «generale anche la lotta diretta
contro questo dominio»53. E infatti a questo punto non è

52
 Marx, Il capitale, vol. 1, cit., p. 549.
53
  Ibidem.

116
più soltanto possibile, ma diventa storicamente necessario
piantare la lotta generale contro il sistema sociale dentro
il rapporto sociale di produzione, mettere in crisi la so-
cietà borghese dall’interno della produzione capitalistica. È
essenziale per la classe operaia tornare a fare, con tutta la
propria coscienza di classe, il cammino stesso dettato dallo
sviluppo capitalistico: guardando lo Stato dal punto di vista
della società, la società dal punto di vista della fabbrica, la
fabbrica dal punto di vista dell’operaio. Con il compito di
ricomporre continuamente la figura materiale dell’operaio
collettivo di contro al capitale che tenta di scardinarla; anzi,
con l’obiettivo di passare a scomporre la natura intima stes-
sa del capitale nelle parti potenzialmente antagoniste che
organicamente lo compongono. Al capitalista che cerca di
contrapporre lavoro e forza-lavoro all’interno dell’operaio
collettivo, si risponde contrapponendo forza-lavoro e capitale
all’interno del capitale stesso. A questo punto, il capitale
cerca di scomporre l’operaio collettivo, l’operaio cerca di
scomporre il capitale: non più diritto contro diritto, deciso
dalla forza, ma direttamente forza contro forza. E questo è
lo stadio ultimo della lotta di classe al livello più alto dello
sviluppo capitalistico.

L’errore del vecchio massimalismo era di concepire


questa contrapposizione, per così dire, dall’esterno; ve-
deva la classe operaia tutta fuori del capitale e, in quanto
tale, sua antagonista generale: di qui l’incapacità ad ogni
conoscenza scientifica e la sterilità di ogni lotta pratica. E
invece bisogna arrivare a dire oggi che dal punto di vista
dell’operaio si deve guardare non direttamente la condi-
zione operaia, ma direttamente la situazione del capitale.
Anche nella propria analisi, l’operaio deve riconoscere al
capitale un posto privilegiato, quello stesso privilegio che
il capitale oggettivamente possiede dentro il sistema. Non
solo: la classe operaia deve scoprire materialmente se stessa
come parte del capitale, se vuole contrapporre poi tutto il
capitale a se stessa. Deve riconoscersi come un particolare
del capitale, se vuole presentarsi poi come suo antagonista
generale. L’operaio collettivo si contrappone non solo alla

117
macchina, in quanto capitale costante, ma alla forza-lavoro
stessa, in quanto capitale variabile. Deve arrivare ad avere
come nemico il capitale totale: quindi anche se stesso in
quanto parte del capitale. Il lavoro deve vedere come pro-
prio nemico la forza-lavoro, in quanto merce. È su questa
base, che la necessità del capitalismo di oggettivare dentro
il capitale tutte le potenze soggettive del lavoro, può diven-
tare, da parte dell’operaio, il massimo riconoscimento dello
sfruttamento capitalistico. Il tentativo di integrazione della
classe operaia dentro il sistema è quello che può provocare
la risposta decisiva della rottura del sistema, portando la
lotta di classe al suo livello massimo. C’è un punto dello
sviluppo in cui il capitalismo si trova in questo stato di
necessità; se passa, ha vinto per un lungo periodo; ma se
la classe operaia organizzata riuscisse a batterlo una prima
volta su questo terreno, nascerebbe allora il modello della
rivoluzione operaia nel capitalismo moderno.

Abbiamo visto la merce forza-lavoro come lato propria-


mente attivo del capitale, sede naturale di ogni dinamica ca-
pitalistica. Protagonista non solo nella riproduzione allargata
del processo di valorizzazione, ma nei continui rivolgimenti
rivoluzionari del processo lavorativo. Le stesse trasformazio-
ni tecnologiche vengono dettate e imposte dalle modifiche
intervenute nel valore della forza-lavoro. Cooperazione, ma-
nifattura, grande industria, non sono che «metodi particolari
di produzione del plusvalore relativo»54, forme differenti di
quell’economia di lavoro, che provoca, essa, a sua volta, i
mutamenti crescenti nella composizione organica del capi-
tale. Il capitale dipende sempre più dalla forza-lavoro; deve
quindi possederla sempre più compiutamente, come possiede
le forze naturali della sua produzione; deve ridurre la classe
operaia stessa a forza naturale della società. Quanto più avan-
za lo sviluppo capitalistico, tanto più il capitalista collettivo
ha bisogno di vedere tutto il lavoro dentro il capitale, ha
necessità di controllare tutti i movimenti, interni ed esterni,
della forza-lavoro, è costretto a programmare, sul periodo
54
  Ibidem, p. 361.

118
lungo, il rapporto capitale-lavoro, come indice di stabilità
del sistema sociale. Quando il capitale ha conquistato tutti i
territori esterni alla produzione capitalistica vera e propria,
comincia il suo processo di colonizzazione interna; anzi,
quando si chiude finalmente il cerchio della società borghe-
se – produzione, distribuzione, scambio, consumo – si può
dire che cominci il vero e proprio processo dello sviluppo
capitalistico. A questo punto il processo di oggettiva capita-
lizzazione delle forze soggettive del lavoro, si accompagna,
e deve accompagnarsi, al processo di dissoluzione materiale
dell’operaio collettivo e quindi dell’operaio stesso, in quanto
tale: ridotto esso stesso a proprietà del modo di produzione
capitalistico, e quindi funzione del capitalista. È chiaro che,
su questa base, l’integrazione della classe operaia dentro il
sistema diventa necessità vitale per il capitalismo: il rifiuto
operaio di questa integrazione impedisce al sistema di fun-
zionare. Diventa possibile una sola alternativa: stabilizzazione
dinamica del sistema o rivoluzione operaia.

Dice Marx che «di tutti gli strumenti di produzione,


la più grande forza produttiva è la classe rivoluzionaria
stessa»55. Il processo di produzione capitalistico è già di
per sé rivoluzionario: tiene in continuo movimento ed opera
un incessante rivolgimento in tutte le sue forze produttive,
compresa quella forza produttiva vivente e cosciente che
è la classe operaia. Lo sviluppo delle forze produttive è la
«missione storica»56 del capitalismo. Ed è vero che fonda
nello stesso tempo la sua massima contraddizione: perché
l’incessante sviluppo delle forze produttive non può non
provocare lo sviluppo incessante della forza produttiva più
grande, la classe operaia come classe rivoluzionaria. È questo
che deve spingere l’operaio collettivo a mettere cosciente-
mente in valore la portata oggettivamente rivoluzionaria
dello sviluppo capitalistico: fino al punto da costringerlo a
precorrere lo sviluppo, se non vuole rimanere indietro. Per
cui, la rivoluzione operaia non deve avvenire dopo, quando

  K. Marx, Miseria della filosofia (1847), Roma, Rinascita, 1950, p. 140.


55

 Marx, Il capitale, vol. 1, cit., p. 651.


56

119
il capitalismo è già crollato nella catastrofe di una crisi ge-
nerale, né può venire prima, quando il capitalismo non ha
neppure cominciato il suo specifico ciclo di sviluppo. Può
e deve avvenire contemporaneamente a questo sviluppo;
deve presentarsi come componente interna dello sviluppo
e al tempo stesso come sua interna contraddizione; proprio
come la forza-lavoro, che solo dall’interno del capitale può
mettere in crisi l’intera società capitalistica. È solo lo svi-
luppo rivoluzionario della classe operaia che può rendere
efficiente ed evidente al tempo stesso la contraddizione di
fondo tra livello delle forze produttive e rapporti sociali di
produzione: senza quello sviluppo la contraddizione stessa
rimane un dato di fatto potenziale e non reale, una pura e
semplice possibilità, come la possibilità della crisi al livello
M-D-M. Il livello delle forze produttive non viene misurato
dal grado del progresso tecnologico, ma dal grado di con-
sapevolezza rivoluzionaria della classe operaia. O meglio, la
prima è la misura del capitalista, che concepisce l’operaio
solo come appendice umana delle sue macchine; la seconda è
la misura del movimento operaio organizzato, che organizza
appunto su questa base il processo di rottura del rapporto
sociale, che frena e ingabbia l’esperienza rivoluzionaria della
classe operaia. In questo senso, la contraddizione fra livello
delle forze produttive e rapporti sociali di produzione è
solo l’espressione esterna di quell’altra contraddizione, che
vive tutta all’interno del rapporto sociale di produzione: tra
la socialità del processo di produzione e l’appropriazione
privata del prodotto, tra il capitalista singolo che cerca di
scomporre questa socialità e l’operaio collettivo che gliela
ricompone davanti, tra il tentativo padronale dell’integrazione
economica, e la risposta politica dell’antagonismo operaio.
Non parliamo a caso di queste cose. Questo processo è in
corso oggi in Italia, sotto gli occhi di tutti. Su questo terreno
si deciderà per un lungo periodo l’alternativa tra capitali-
smo e socialismo. Il partito politico del capitalismo italiano
sembra averlo capito; i partiti del movimento operaio, no.

Non si tratta di eliminare a forza tutte le altre contrad-


dizioni, che pure sussistono, e sono magari più evidenti a

120
tutti, e sembrano quindi più essenziali alla comprensione del
tutto. Si tratta di acquisire questo elementare principio: che
ad un determinato livello dello sviluppo capitalistico, tutte
le contraddizioni tra le varie parti del capitalismo devono
esprimersi nella contraddizione fondamentale tra la classe
operaia e tutto il capitalismo: e che solo a questo punto si
apre il processo della rivoluzione socialista. Esprimere tutte
le contraddizioni del capitalismo attraverso la classe ope-
raia vuol dire già di per sé che quelle contraddizioni sono
insolubili dentro il capitalismo stesso: e rimandano quindi
al di là del sistema che le genera. Perché la classe operaia
dentro il capitalismo è l’unica contraddizione insolubile del
capitalismo stesso: o meglio lo diventa, dal momento in cui si
autorganizza come classe rivoluzionaria. Non l’organizzazione
della classe oppressa, difesa degli interessi dei lavoratori;
né l’organizzazione come classe di governo, gestione degli
interessi capitalistici. Ma organizzazione come classe anta-
gonista: autogoverno politico della classe operaia dentro il
sistema economico del capitalismo. Se ha un senso la formula
del «dualismo dei poteri», questo deve essere. Non è più un
problema oggi se la coscienza politica debba essere portata
all’operaio dall’esterno, e se dall’esterno debba portarla il
partito. La soluzione c’è già e viene direttamente dettata
dallo sviluppo del capitalismo, dalla produzione capitalistica
che finisce per toccare i confini della società borghese, dalla
fabbrica che ha imposto ormai il suo dominio esclusivo su
tutta la società: la coscienza politica deve essere portata dal
partito, ma dall’interno del processo di produzione. Nessuno
pensa oggi che si possa appena impostare un processo rivo-
luzionario senza organizzazione politica della classe operaia,
senza partito operaio. Ma troppi pensano ancora che il par-
tito possa dirigere la rivoluzione restando chiuso fuori della
fabbrica; che l’azione politica cominci laddove il rapporto di
produzione finisce; e che la lotta generale contro il sistema
sia quella che si svolge ai vertici dello Stato borghese, che
è diventato nel frattempo l’espressione particolare dei biso-
gni sociali della produzione capitalistica. Badate bene: non
si tratta di rinunciare alla rottura leninista della macchina
statale, come finisce inevitabilmente per fare chi passeggia

121
per la via democratica. Si tratta di fondare la rottura dello
Stato dentro la società, la dissoluzione della società dentro
il processo di produzione, il rovesciamento del rapporto
di produzione dentro il rapporto sociale di fabbrica. La
macchina dello Stato borghese va spezzata oggi dentro la
fabbrica capitalistica.
Sia che nell’analisi si parta dal Capitale, sia che si parta
dall’attuale livello dello sviluppo capitalistico, si arriva alle
medesime conclusioni. Non si può dire ancora a questo punto
che queste conclusioni siano provate: bisogna ripercorrere
daccapo un altro cammino, saggiare di nuovo il significato
di quella teoria marxiana dello sviluppo capitalistico, che
diventa ogni giorno di più il nodo storico di tutti i problemi:
per liberarla da tutte le incrostazioni ideologiche, che hanno
addormentato una parte del movimento operaio nell’attesa
opportunista del crollo catastrofico, e hanno contribuito a
integrarne un’altra parte nel meccanismo autonomo di una
indefinita stabilizzazione del sistema. Ed è quanto si farà
come seguito di questo discorso.

Basti qui aver richiamato la necessità preliminare di


recuperare il cammino più corretto, sia per l’analisi teorica
che per la lotta pratica. Fabbrica-società-Stato è il punto in
cui vengono a coincidere oggi la teoria scientifica e la prassi
sovversiva, l’analisi del capitalismo e la rivoluzione operaia.
Basterebbe questo per verificare la correttezza di questo
cammino. Il «concetto scientifico» di fabbrica è quello che
apre la via oggi alla comprensione più completa del presen-
te e nello stesso tempo alla sua più completa distruzione.
Proprio per questo, si pone poi come punto di partenza per
la costruzione nuova, che dalla fabbrica dovrà ripartire, se
vorrà far crescere lo Stato operaio tutto dentro il nuovo
rapporto di produzione della società socialista.

122
3.

[La rivoluzione copernicana]

27 maggio 1963

(In apertura di riunione è stato chiesto ai compagni di


Roma e in particolare al compagno Tronti di chiarire il modo
con cui essi intendono il rapporto tra il lavoro di analisi e il
lavoro politico, soprattutto in riferimento alle critiche che sono
state mosse ai compagni di Milano per l’impostazione del primo
numero di «Potere operaio». Ciò ovviamente è risultata poi
solo l’occasione iniziale della discussione).

Tronti: Si può e si deve parlare fin dall’inizio dell’operaio


socialmente organizzato, e quindi si deve si può parlare fin
dall’inizio di forza lavoro che nasce e si propone come classe
operaia e quindi come classe sociale, ed è proprio questa
proposizione sociale della classe sociale del lavoro operaio,
del lavoro salariato, che costringe evidentemente all’opposto
la classe dei capitalisti a recuperare un discorso, un tipo di
organizzazione sociale di classe che addirittura cerca di ripe-
tere senza riuscire mai in fondo, in tutto l’arco dello sviluppo
capitalistico, certe figure sociali dell’operaio collettivo.
Ciò vuol dire che si opera a questo punto addirittura un
rovesciamento anche di un certo tipo di discorso che noi ave-
vamo fatto, cioè che in fondo, a livello di società capitalistica,
la storia si proponeva sempre come storia del capitale, come
storia delle varie determinazioni del capitale, per cui il capitale
spiegava tutto il resto e anzi spiegava tutta la storia passata:

Trascrizione del discorso del 27 maggio 1963 alla «lega marxista» di


Milano, pubblicato in M. Trotta e F. Milana (a cura di), «L’operaismo degli
anni Sessanta. Da “Quaderni rossi” a “classe operaia”», Roma, DeriveAp-
prodi, 2008, pp. 290-300. «La rivoluzione copernicana» è il titolo scelto dai
curatori dell’opera, il dattiloscritto originale non ha intestazione. I paragrafi
in corsivo e tra parentesi tonde sono parte integrante del dattiloscritto e
rappresentano riassunti elaborati dal trascrittore.

123
il capitale spiega la rendita fondiaria; partendo dal capitale
si rifà la storia generale e quindi si elabora una concezione
materialistica della storia. Noi oggi dovremmo appunto trovare
il coraggio teorico di dire che dentro la società capitalistica in
fondo il punto più alto dello sviluppo non è affatto il livello
del capitale, il punto più alto dello sviluppo è la classe operaia,
per cui probabilmente non è più vera la tesi di Marx secon-
do cui il capitale spiega tutto quello che c’è dietro, perché
evidentemente c’è qualcosa oggi che spiega il capitale e che
soltanto può spiegare il capitale, e che è appunto la classe
operaia. Secondo me si precisa in questo senso una formu-
lazione che noi genericamente avevamo dato, e cioè il fatto
che tutta la ricerca e tutta l’analisi doveva partire da quello
che era un punto di vista operaio. A questo punto secondo
me si arriva a precisare in concreto che cosa è il punto di
vista operaio. Il punto di vista operaio è di nuovo in senso
marxiano la comprensione della realtà partendo dal punto più
alto dello sviluppo, e il punto più alto dello sviluppo dentro
il capitale, dentro la società capitalistica è evidentemente la
classe operaia, la forma massima che il capitale produce, in
fondo, e che è costretto a produrre e a riprodurre è proprio
la classe operaia, quindi […] si propone un tema secondo cui
come il capitale spiega le categorie precedenti, per cui [non]
poteva esistere la rendita fondiaria senza il capitale, ma non
viceversa, così si ripropone la necessità di vedere la classe
operaia che spiega il capitale proprio perché si può parlare
di una classe operaia senza il capitale, mentre non si dà il
processo opposto, cioè non si può assolutamente parlare di
un capitale senza classe operaia. A questo punto, a parte il
discorso sul concetto di classe, si ripropone proprio in tutta
questa tematica una determinazione di quello che dobbiamo
arrivare a definire con precisione, e cioè il concetto stesso
di rivoluzione, di rottura rivoluzionaria da parte della classe
operaia, che poi è legato all’analisi del tipo di lotta di classe
sociale che è la classe operaia stessa. Se è vera la premessa
e l’ipotesi precedente, cioè che solo a livello di forza-lavoro
sociale e quindi di classe operaia si può parlare di una classe
sociale, dovremmo in fondo arrivare a dire che soltanto a livello
di classe operaia si può parlare in senso specifico di processo

124
rivoluzionario, di rivoluzione, di rottura rivoluzionaria. Se è
vero cioè che non esisteva una classe borghese antecedente
all’esistenza della classe operaia, finisce col saltare il concetto
stesso di rivoluzione borghese, cioè noi arriviamo a scoprire
in fondo che una rivoluzione borghese in quanto tale non
è mai esistita e che la specifica forma borghese di sviluppo
capitalistico è una forma di continuo passaggio graduale, che
si muove all’interno di un processo economico preciso, e che
soltanto a un punto di larga maturazione di questo processo
economico arriva a proporre un obiettivo politico di presa del
potere, la via cioè di presa del potere da parte della borghesia.
E qui si aprono appunto immense ricerche alla analisi storica,
si apre tutto il problema del passaggio dalla società feudale a
quella capitalistica, riproposizione di vie che esistono gene-
ricamente nel discorso di Marx, anche se Marx parla anche
lì di due vie, di una via rivoluzionaria, di una via riformista
di costruzione della società capitalistica. Ma si ripropongono
temi di questo genere, cioè che in fondo l’esistenza del capitale
si propone come l’esistenza di una categoria economica che
vive e cresce dentro il meccanismo economico di una società
precedente, cresce gradualmente dentro questo meccanismo
economico precedente e solo alla fine, in via subordinata,
pone il problema di una presa di potere politico e quindi di
una rivoluzione politica; per cui una rivoluzione politica a
livello borghese è veramente il passaggio ed è veramente la
sanzione di un processo che c’è già stato. Cioè, nel momento
stesso in cui la borghesia si proponeva il tema della conquista
del potere in fondo il suo tipo specifico di rivoluzione era già
compiuto, perché aveva già nelle mani il potere economico
fondamentale. Ora questo sviluppo da parte della borghesia
è completamente irrepetibile da parte operaia, perché noi
vediamo che assolutamente, a meno di non assumere appunto
una concezione riformista del passaggio al socialismo, noi
vediamo che la classe operaia dentro la società borghese non
cresce affatto come categoria economica, non cresce affatto
come presa di potere economico, come capacità di gestire
economicamente una struttura sociale predeterminata; tutte
queste cose sono tipiche di una prospettiva riformista, che
tenta di ripetere all’interno della classe operaia un tipo di

125
passaggio alla costruzione di una società nuova che è speci-
fico invece della borghesia, del capitale stesso. Il movimento
specificamente rivoluzionario, invece, della classe operaia
consiste proprio nel fatto che la presa del potere, la rottura
rivoluzionaria, quindi la crescita della classe operaia dentro il
sistema economico del capitale, si pone immediatamente come
crescita politica. Non è la forza-lavoro che cresce, insomma:
per questo io dico che bisogna a questo punto mettere da parte
per un momento il discorso sulla forza-lavoro e recuperare il
discorso sulla classe operaia, perché non è la forza-lavoro che
si socializza e quindi diventa potente economicamente dentro
la società capitalistica; è invece la classe operaia che acquista
sempre più e richiede sempre più un contenuto politico delle
proprie posizioni, del proprio potere, del proprio posto nella
società. Al limite perciò il movimento della classe operaia
dentro la vecchia società è anche esattamente l’inverso di
quello della borghesia dentro la sua vecchia società; in esso
infatti cresce proprio la forza politica della classe operaia,
cioè cresce proprio l’obiettivo politico del passaggio e quindi
si propone subito come rivoluzione direttamente politica. In
guanto rivoluzione direttamente politica si pone come vera e
propria rivoluzione, proprio perché l’altro era un passaggio che
puntava direttamente sulla gradualità, sulla possibilità di non
rompere, di non spazzare mai violentemente i vecchi rapporti,
ma di coesistere con loro fino al punto in cui si creava una
maturazione dell’intero processo che permetteva il passaggio.
Si tratta evidentemente di formulazioni che vivono ancora
a livello di ipotesi e quindi di ricerca molto astratta, però se-
condo me centrare il discorso oggi su una tematica di questo
genere diventa molto funzionante anche a livello politico,
perché veramente cominciamo adesso a sistemare che cosa
sono allora certe forme specifiche di lotta operaia, perché
la classe operaia lotta in quel modo, arrivando addirittura a
parlare e a fissare e a elaborare analiticamente alcune leggi
di sviluppo della classe operaia stessa. Come Marx ha comin-
ciato a studiare le leggi di sviluppo del capitale e ha detto: il
capitale si muove in questo modo, si determina storicamente
e continuamente in questi modi; noi oggi dobbiamo riuscire
a vedere come storicamente si è determinata e come quindi

126
storicamente continua a determinarsi la classe operaia in
quanto tale, proprio fissando leggi di sviluppo oggettive e
necessarie, perché la fissazione i queste leggi di sviluppo della
classe operaia è l’unico modo che ci permette poi di preve-
dere scientificamente i movimenti futuri della classe e quindi,
prevedendoli, la possibilità di organizzarli immediatamente.
Si ripropone qui allora di nuovo il rapporto organico tra il
momento teorico, scientifico, analitico, come previsione del
movimento – e il momento dell’intervento politico che orga-
nizza proprio questa previsione già fatta e si recupera così a
questo livello, proprio dentro il movimento rivoluzionario della
classe, un diverso rapporto tra i due momenti. (Tronti dice che
queste sono le cose a cui va pensando in questo periodo e che
potranno essere eventualmente esposte in forma compiuta nel
prossimo numero di «Quaderni rossi». Informa che attorno a
queste tesi stanno lavorando altri compagni di Roma, vedendone
soprattutto le implicazioni di carattere storico, quindi cercando
di vedere come e quando si pone un concetto di lotta di classe,
come esso si pone) a livello operaio, come si è posto a livello
borghese; se si può parlare di classe borghese, in che senso
invece si deve parlare solamente di classe operaia e quindi
in che senso la lotta di classe operaia si diversifica dalla lotta
di classe borghese.
Gobbini: (Il problema della continuità delle lotte operaie
e della loro comunicazione all’interno della classe operaia può
ritenersi un problema che tocca proprio il discorso sulla crescita
politica della classe operaia e dove i due livelli astratto e politico-
organizzativo rivoluzionario del nostro lavoro si presentano
già strettamente legati insieme. Ma come si può intendere più
precisamente rispetto proprio a quella crescita politica della
classe questa continuità e questa comunicazione della lotta?).
Tronti: (Si tratta senz’altro di precisare ulteriormente che
cosa intendiamo per crescita politica e di vedere in che modo) si
deve oggi ritornare a criticare ogni eccesso di spontaneismo in
questa crescita politica; però è una critica dello spontaneismo
che oggi si ripropone a un livello molto più alto di quello in
cui lo poneva tutta la tematica leninista. Se c’è un punto in
cui forse il discorso leninista si inserisce dentro il discorso
che facciamo noi, è proprio in questo, nella ipotesi che non

127
esisterà in alcun momento una crescita politica tale della
classe che spontaneamente poi trova comunicazione e forma
di organizzazione che la fanno saltare al di là del meccanismo
economico capitalistico. Solo che quello che cambia rispetto
alla proposta leninista sono le forme pratiche di organizzazione
che si proponevano per questo salto dalla spontaneità all’or-
ganizzazione. Prima di arrivare a questo c’è proprio però da
approfondire il significato che assume questa crescita politica
della classe. Ora anche qui si possono cominciare a sostenere
tesi più precise di quanto non si è fatto finora.
Cioè, alcune forme di lotta e di organizzazione della classe
operaia si ripetono in diversi momenti del suo sviluppo – per
esempio quello che noi oggi chiamiamo la forma del rifiuto,
la forma del no operaio, il rifiuto a collaborare allo sviluppo
e quindi il rifiuto operaio a proporre positivamente un pro-
gramma di rivendicazioni. Questa è una forma di lotta che
ha un suo particolare sviluppo dentro la storia del capitale,
dentro la storia della classe operaia, perché è una forma che
in fondo esiste fin dall’inizio, cioè fin dal momento in cui la
classe operaia si costituisce come tale; però è una forma che
acquista tanto più valore quanto più cresce la classe operaia,
cresce quantitativamente, si organizza intorno a punti precisi;
cioè, c’è un processo proprio di accumulazione della forza-
lavoro che a differenza dell’accumulazione di capitale ha un
senso direttamente politico perché non è l’accumulazione di
una categoria economica, ma è proprio l’accumulazione di
una richiesta politica, che poi si riduce a una sola, cioè la
richiesta del potere in mano agli operai.
Ora, questa forma del rifiuto è una forma che cresce
insieme alla classe operaia, per cui noi recuperando storica-
mente questo cammino notiamo che diminuisce la massa di
rivendicazioni da parte operaia, e si semplifica sempre più,
c’è un processo di unificazione delle rivendicazioni da parte
operaia fino al punto che noi possiamo prevedere come livello
massimo: la sparizione di tutte le rivendicazioni all’infuori
di una, cioè all’infuori della richiesta del potere politico ge-
nerale. Per cui i vari passaggi che si possono ricostruire tra
questi momenti sono passaggi storici proprio tra categorie
che dovremmo cominciare a distinguere: per esempio, come

128
noi oggi in genere distinguiamo tra borghesia e classe dei
capitalisti, la classe dei capitalisti che è già una classe che
si contrappone al capitale, la borghesia che in fondo è una
somma di capitalisti singoli, credo che si può già cominciare
a parlare di una differenza tra proletariato e classe operaia.
Cioè è tipico delle rivendicazioni proletarie il loro fraziona-
mento in una carta di rivendicazioni positive che poi consi-
stono tutte in una richiesta di miglioramento delle condizioni
economiche, di funzionamento della forza-lavoro, richiesta
che praticamente è una rivendicazione di miglioramento
delle condizioni dello sfruttamento e che è legata a tutto un
lungo filone sindacalista e riformista di organizzazione della
classe che appunto in questo modo specifico ripeteva alcune
forme di tentata organizzazione economica della classe ope-
raia stessa. Ora il processo è questo, è tale che noi possiamo
prevedere che addirittura a un certo punto si rovescerà il
rapporto tra classe operaia e capitalismo, nel senso che non ci
saranno più rivendicazioni operaie al capitale, rivendicazioni
di miglioramenti della condizione operaia dentro il capitale,
ma ci sarà una tale organizzazione politicamente funzionante
della classe operaia che si limiterà non più a chiedere alcune
cose, ma a rifiutare le cose che vengono chieste: cioè si può
prevedere una forma più alta di sviluppo della lotta di classe
in cui le richieste, le rivendicazioni verranno fatte soltanto
dai capitalisti. In alcuni punti dello sviluppo capitalistico
noi vediamo che succede proprio questo, cioè il capitale che
chiede continuamente la collaborazione della classe operaia,
che addirittura esprime suoi bisogni oggettivi attraverso alcune
richieste soggettive della classe operaia. Questo per esempio
è tipico anche dell’attuale fase del capitalismo italiano; cioè
i bisogni oggettivi della produzione capitalistica vengono in
fondo presentati sotto la forma di rivendicazioni soggettive
degli operai; il sindacato propone una piattaforma di rivendi-
cazioni e questa piattaforma di rivendicazioni non è altro che
il riflesso di bisogni oggettivi della produzione capitalistica. Ma
la produzione capitalistica non riesce a proporre direttamente
queste richieste, è costretta a passare attraverso l’articolazione
operaia, quindi l’importanza che ha per la produzione capita-
listica la strutturazione organizzativa della forza-lavoro, della

129
classe operaia attraverso il sindacato, il partito e così via. Che
cosa succede nel momento in cui la forma di organizzazione
della classe operaia non è più quella tradizionale del sindacato,
del partito che assume passivamente il fatto di essere un’ar-
ticolazione della produzione capitalistica? Che cosa succede
nel momento in cui la classe operaia rifiuta di presentare
per suo conto delle richieste che poi sono le richieste stesse
del capitale, e cioè quella di programmare un certo tipo di
sviluppo passando proprio attraverso alcuni salti del rapporto
di lavoro, alcune modifiche dei contratti tra capitale e classe
operaia? Nel momento in cui c’è il rifiuto da parte della classe
operaia a farsi mediatrice dello sviluppo capitalistico, in quel
momento si blocca l’intero meccanismo economico, non c’è
niente da fare, quella è l’unica premessa di una prospettiva
rivoluzionaria seria a livello di capitale avanzato: il momento
in cui gli operai si rifiutano di presentare rivendicazioni al
capitale, cioè in cui rifiutano l’intero livello sindacale, rifiutano
la forma contrattuale del rapporto con il capitale. In quel
momento evidentemente il capitale stesso, la classe dei capita-
listi è costretta a porre direttamente alcune richieste, proprio
perché non può mediare questa esigenza attraverso l’esistenza
stessa della classe operaia dentro il processo produttivo. In
quel momento verrà proposta dai capitalisti agli operai di-
rettamente, e sarà il punto massimo della lotta rivoluzionaria
contro la società capitalistica; in quel punto la classe operaia
dentro la società diventa direttamente già classe politica do-
minante, classe politica dominante perché rifiuta, dice no, a
delle rivendicazioni che vengono da parte capitalistica. Perché
il momento subalterno della classe operaia dentro il capitale
è proprio il fatto che la classe operaia è costretta a chiedere,
a fare delle richieste al capitale, il capitale ha la capacità e la
possibilità di rifiutarle, è questo il carattere subalterno della
classe operaia. Probabilmente il punto più alto della lotta
rivoluzionaria in un paese capitalistico classico si svilupperà
proprio in questo senso, nel senso che si rovescerà il rapporto
di dominio tra le due classi, che la rivendicazione verrà dalla
parte capitalistica e il no verrà direttamente da parte operaia.
Ma questo che cosa vuol dire? Vuol dire che a quel
punto, evidentemente, è già cresciuta una forza politica tale

130
della classe operaia per cui la classe operaia in quel momento
è classe dominante non in quanto ha in mano un potere di
gestione economica della società, ma perché ha organizzato
per se stessa un potere suo politico autonomo di classe che
in quanto tale, in quanto potere politico autonomo di classe
è già un potere che domina il capitale e quindi lo costringe
praticamente a rompere. È chiaro che in quel momento si
passerà anche a una difficoltà del meccanismo economico
dello sviluppo capitalistico, in quel momento sì che si può
parlare di crisi del meccanismo economico; ma appunto è una
crisi del meccanismo economico, che in questo senso qui è
subordinata, cioè viene dopo, in fondo alla rivoluzione politica
della classe operaia. Per cui allora si riproporrà la necessità
che la classe operaia riprenda in mano oltre al suo particolare
potere politico anche la gestione economica dell’intera società.
Ma a quel punto si ripropone l’impossibilità di un meccanismo
economico di tipo capitalistico, di appropriazione capitalistica
della produzione e quindi si riproporrà una crisi generale del
sistema. Ora se questa può indicarsi come la prospettiva ge-
nerale, essa rimane appunto una prospettiva generalissima, e
quindi rimangono ancora aperti tutti gli altri problemi interni a
questa; cioè rispetto a questo programma che in fondo è molto
lontano, come praticamente si può organizzare un movimento
che tenga presente che in fondo questo deve essere lo sviluppo?
Asor Rosa: (Ritiene che l’affermazione fondamentale con-
tenuta nel discorso di Tronti sia quella circa la classe operaia
come la sola classe politica, circa la crescita di questa in senso
politico all’interno del sistema capitalistico. Questo modo di
intendere la classe operaia sposta la prospettiva tradizionale
del discorso su di essa fatto anche all’interno del movimento
operaio e come peraltro possiamo ancora trovarlo in alcuni
testi teorici marxisti). Rifiutata la spiegazione della storia
come spiegazione materialistica della storia, e quindi messo
da parte qualunque determinismo oggettivistico di qualun-
que tipo, a qualunque livello più o meno raffinato, vorrei
che tu precisassi in maniera più esatta o perlomeno chiarissi
questo punto, cioè il carattere che assume la definizione di
classe operaia come forza preminentemente politica. Cioè,
scartata la valutazione della classe operaia come categoria

131
economica anch’essa, quindi sottratti alla spiegazione dei
movimenti della classe tutti i motivi di carattere immedia-
tamente e direttamente economico, resta evidentemente da
dare una spiegazione su questo carattere politico della classe
da cui discende tutto il discorso che bisognerà fare sui temi
dell’organizzazione specifica della classe come classe politica.
Cioè tu parli di crescita politica della classe e prospetti uno
sviluppo politico della classe alla conclusione del quale c’è
il rifiuto del piano capitalistico in tutte le sue forme, cioè il
rifiuto delle rivendicazioni capitalistiche che mette in crisi la
struttura economica del capitale e quindi prospetta il pro-
cesso rivoluzionario nel senso più ampio del termine. É su
questo carattere, sui motivi di questa crescita politica che io
vorrei che tu precisassi il tuo discorso. Appunto perché mi
pare che, così posto il problema, rientrino in questo tipo di
discorso che tu fai degli elementi che potrebbero sembrare,
che probabilmente sono anche nella realtà oggettiva della
classe, degli elementi volontaristici.
Tronti: Si può dire questo, che qui si ripropone il problema
di come nasce la classe operaia. Quando noi partiamo dal
presupposto che la forza-lavoro dentro la produzione capi-
talistica nasce già come fatto sociale, come fatto socialmente
organizzato e quindi già come fatto collettivo, per cui si deve
parlare di operaio sempre al plurale – nascono «al plurale»
gli operai, perché non nasce una fabbrica con un operaio, ma
un capitalista e la massa degli operai –, noi allora vediamo
che all’inizio della produzione capitalistica c’è proprio questo
rapporto: capitalista singolo-massa degli operai. Dentro questa
massa degli operai che cosa succede?
Che non solo nascono collettivamente, e non solo vengono
organizzati collettivamente dentro il processo di produzione,
intorno al processo della produzione, ma addirittura vengono
organizzati in modo molto specifico, molto materiale, in un
modo tale che fin dall’inizio non esiste in fondo divisione mai
tra gli operai, mentre il rapporto tra i singoli capitalisti in
fondo si esprime attraverso la lotta, la concorrenza reciproca
e così via, al punto che deve essere mediato dal mercato, al
punto che fare l’analisi del capitale significa fare l’analisi dei
rapporti tra il momento della produzione, il momento della

132
distribuzione, il momento del consumo e così via. Noi vedia-
mo invece, all’inverso, nel momento stesso che affrontiamo
il problema produttivamente, una massa sociale che non
possiede interne divisioni, che anzi non solo non possiede
interne divisioni di concorrenza reciproca, ma addirittura si
organizza soggettivamente attraverso uno strumento che nella
tradizione del movimento operaio viene espresso attraverso la
parola «solidarietà». Cioè, la forma primitiva di organizzazione
degli operai dentro una fabbrica o tra fabbriche è proprio il
momento della solidarietà di classe, per cui dentro una classe
c’è proprio questa massificazione della forza-lavoro e quindi
degli operai in quanto tali. Questo secondo me è l’origine
di una socialità della classe operaia che poi è la base del
suo tratto, del suo carattere politico; socialità che si esprime
attraverso il momento stesso della produzione: per cui, quan-
do noi analizziamo la classe operaia, ci troviamo di fronte a
questo fatto, che è necessario e sufficiente che noi rimaniamo
all’interno della analisi del processo di produzione; mentre
quando analizziamo il capitale dobbiamo continuamente tener
presente le altre mediazioni, proprio perché i capitalisti tra
loro hanno bisogno di varie mediazioni, si incontrano sul
mercato, si incontrano nel momento in cui si distribuiscono
il profitto, la rendita e così via, nel punto in cui si mettono
d’accordo per gestire il potere politico generale, e quindi
siamo costretti ad avere questa gamma generale di analisi. Per
la classe operaia è sufficiente che noi analizziamo il processo
di produzione, e non è un caso che noi quando facciamo le
nostre analisi mettiamo sempre in linea subordinata gli altri
momenti accentuandone il necessario disprezzo, e nessuno di
noi si mette a discutere sulla distribuzione o sulla circolazione
e sul consumo, proprio perché riteniamo che, se vogliamo
fare una analisi seria della classe operaia, dobbiamo rimane-
re dentro il processo di produzione: dentro il processo di
produzione noi abbiamo già tutta la classe operaia. Dentro il
processo di produzione, però, questa classe operaia è già un
fatto sociale, è già una massa sociale; quando noi parliamo di
carattere politico, in fondo noi parliamo all’inizio di questa
socialità, di questo fatto globale a livello sociale della classe,
di questa mancanza assoluta di divisioni all’interno della

133
classe, per cui gli operai nascono tutti con gli stessi interessi,
non c’è divisione tra operaio e operaio, tanto è vero che le
prime richieste che organizzano gli operai tra loro sono delle
richieste collettive rivolte al padrone. Attraverso questa serie
di richieste e di rifiuti, se è vero che vogliamo interpretare
anche le richieste primitive degli operai come rifiuti, come
rifiuti-richieste, si organizza proprio un processo di sempre
maggiore politicizzazione di questa massa sociale.
E qui si ripropongono appunto i problemi che dicevamo
prima, cioè: questa crescita politica, questa politicizzazione di
questa massa sociale, è un fatto spontaneo, un fatto guidato
dal capitale? No. Guidata dal capitale è soltanto la crescente
socialità, la crescente socializzazione, quello che il capitale non
può assolutamente eliminare è il fatto che cresca questa massa
sociale, che diventi sempre più una massa sociale coerentemente
organica, internamente coerente – a differenza di tutto quello
che dimostrano i sociologi, secondo cui cresce la divisione in-
terna alla classe operaia, mentre il processo reale è esattamente
l’opposto: cresce l’unificazione della classe operaia, e questo è
un processo guidato appunto dal capitale stesso come neces-
sità. Quindi il processo spontaneo è solamente questo, cioè
il fatto che aumenta la base materiale di questa unità politica
della classe e quindi il momento in cui questa crescita della
socialità della classe diventa potere politico autonomo. Quello
è il punto in cui si ripropongono a diversi momenti di questo
sviluppo le varie forme dell’organizzazione della classe, tanto
che noi dovremo pensare che quella forma che prima diceva-
mo massa di rifiuto globale, del no opposto alle richieste dei
capitalisti, può venire soltanto quando appunto questa classe
operaia non solo è una massa sociale, ma una massa sociale
politicamente organizzata, cioè politicamente funzionante, tale
che esprima proprio questa organizzazione politica in forme
nuove, in forme che in fondo noi ancora non conosciamo, che
dobbiamo ancora trovare – e cioè come si esprimerà a quel
livello l’organizzazione politica della classe e che forma pren-
derà. Qui c’è ancora veramente tutto da cercare, anche perché
abbiamo da criticare forme organizzative precedenti della classe,
sindacato, partito, forme spontanee di organizzazione. Abbiamo
quindi in possesso ora il momento critico, però il momento

134
positivo, di costruzione dei modelli di organizzazione in fondo
ancora non ce l’abbiamo, e questo è veramente una direzione
di ricerca che non è poi solo una direzione di ricerca, qui è
una direzione proprio sperimentale di costruzione di questi
modelli e di vedere come possono funzionare. È un terreno su
cui veramente la necessità dell’esperimento diventa funzionale
alla costruzione del modello teorico.
Vegezzi: (Chiede se si ritiene possibile inserire in questa
interpretazione della classe operaia come classe politica e dello
sviluppo del suo rifiuto a collaborare col capitale, il discorso su
alcune forme e strumenti di organizzazione della classe quali si
sono presentati in alcuni momenti storici, e se e come questi
potrebbero ripresentarsi oggi).
Tronti: Questo è assolutamente necessario che si ripro-
ponga. Cioè, accanto all’analisi negativa di alcune forme di
organizzazione classica, l’analisi di alcune forme positive di
lotta operaia che hanno raggiunto dei risultati storici precisi,
che hanno fatto fare dei salti politici alla classe operaia stessa,
anche così demistificandola da alcune incrostazioni ideologiche
di parte operaia riformista che si sono appiccicate a queste
esperienze storiche. Si potrebbe per esempio rivedere il punto
di passaggio rappresentato dal 1848 anche ricominciando da
lontano, ricominciando appunto da una realtà direttamente
vista da Marx. Anche il 1848, il giugno del 1848 a Parigi, in
fondo la prima forma in cui la classe operaia viene in primo
piano con una lotta politica aperta, con un’esperienza anche
disastrosa, con un tipo di sconfitta e anche con quel tipo di
risposta operaia che segue alla sconfitta. L’analisi di Marx è
ricchissima non solo per quanto riguarda il momento della
rottura, ma anche per quanto riguarda il momento seguente
della sconfitta operaia, per cui la classe operaia a Parigi si
tira su posizioni diverse di lotta, che acquisiscono forme
proprie di passività operaia veramente specifiche, tipiche,
di rifiuto a continuare un tipo di rivoluzione nel momento
in cui quella rivoluzione è stata colta come un momento
di sviluppo del capitale, e quindi l’accorgersi di un errore
in fondo, di aver preso in prima persona una iniziativa che
era servita invece soltanto agli altri. Ma in genere tutte le
altre forme di lotta operaia, il discorso sulla Comune, è un

135
discorso che noi dobbiamo rifare completamente, anche qui
utilizzando i commenti di Marx, di Lenin e andando oltre
secondo me, perché lì effettivamente, più Marx che Lenin,
sono rimasti vittime di una certa mitologia della rivoluzione
operaia e quindi così in fondo un certo tipo di entusiasmo
ha nuociuto alla critica di alcune forme in cui si è sviluppato
quel tipo di scontro rivoluzionario (direi che invece Lenin in
più di una occasione dice di non esagerare con la Comune, di
non considerarla l’esempio classico della rivoluzione operaia);
e anche lì, vedere in che modo poi questo ha funzionato
nello sviluppo del capitale, ma come contemporaneamente
però ha rappresentato uno sviluppo, una rottura guidata
proprio dalla classe operaia ancora a un livello particolare
di sviluppo. Si tratta in genere di seguire tutti questi tipi di
rottura rivoluzionaria, così il 1905 in Russia; quel tipo di
rivoluzione democratica che si ripropone tutta la tematica
leninista e che va sottoposta se non a una critica decisiva
comunque a una riconsiderazione particolare sui vari sviluppi
della classe operaia alla testa di una rivoluzione democratica
borghese, con tutto quello che ne consegue, con tutto quello
che ne è conseguito nel movimento operaio internazionale
[…]. Bisogna rivedere nel 1905 proprio alcuni momenti di
iniziativa operaia a Pietroburgo e a Mosca; in alcuni momenti
determinati ci sono delle iniziative precise di parte operaia
che vanno molto oltre la indicazione dei movimenti sociali
anche del partito ufficiale e che rappresentano anche qui
forme particolari di lotta. Così anche tutta la tematica teorica
su questi problemi, certe discussioni avvenute ad alto livello
del pensiero operaio, tutta la discussione tra la Luxemburg
e Lenin proprio sulle varie forme di organizzazione di queste
lotte, fino ad arrivare a una critica della concezione leninista
del partito.
Gli altri momenti fondamentali in questa analisi sono lo
Repubblica di Weimar con tutti gli equivoci riformisti della
socialdemocrazia tedesca, ma anche con un discorso che
seguiva un movimento reale del capitale. Ciò che è scom-
parso nel movimento operaio internazionale dopo la svolta,
con la vittoria stalinista, la creazione di fronti popolari ecc.
L’esperienza torinese.

136
4.

lenin in inghilterra

Gennaio 1964

Un’epoca nuova della lotta di classe sta per aprirsi. Gli


operai l’hanno imposta ai capitalisti con la violenza oggettiva
della loro forza di fabbrica organizzata. L’equilibrio del potere
sembra solido; il rapporto delle forze è sfavorevole. Eppure,
là dove più potente è il dominio del capitale, più profonda
si insinua la minaccia operaia. È facile non vedere. Bisogna
guardare a lungo e nel profondo la situazione di classe del-
la classe operaia. La società capitalistica ha le sue leggi di
sviluppo: gli economisti le hanno inventate, i governanti le
hanno applicate e gli operai le hanno subite. Ma le leggi di
sviluppo della classe operaia, chi le scoprirà? Il capitale ha la
sua storia e i suoi storici la scrivono. Ma la storia della classe
operaia, chi la scriverà? Tante sono state le forme di dominio
politico dello sfruttamento capitalista. Ma come si arriverà
alla prossima forma di dittatura degli operai, organizzati in
classe dominante? Bisogna lavorare con pazienza, nel vivo,
dall’interno, su questo esplosivo materiale sociale.
Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico,
poi le lotte operaie. È un errore. Occorre rovesciare il proble-
ma, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio
è la lotta di classe operaia. A livello di capitale socialmente
sviluppato, lo sviluppo capitalistico è subordinato alle lotte
operaie, viene dopo di esse e ad esse deve far corrispondere
il meccanismo politico della propria produzione. Non è una
trovata retorica e non serve per riprendere fiducia. È vero:
è urgente oggi scrollarsi di dosso quest’aria di sconfitta ope-
raia che imbraca da decenni quello che è nato come l’unico

Apparso originariamente come editoriale in «classe operaia», 1, gennaio


1964, pp. 1, 18-20 e ripubblicato successivamente, con minime variazioni,
in «Operai e capitale», Torino, Einaudi, 1966, pp. 89-95, dal quale ripor-
tiamo la presente versione.

137
movimento rivoluzionario, non solo della nostra epoca. Ma
un’urgenza pratica non è mai sufficiente per sostenere una
tesi scientifica: questa deve reggersi con le proprie gambe su
un groviglio storico di fatti materiali. Allora tutti sono tenuti a
sapere che almeno da quel giugno 1848, mille volte maledetto
dai borghesi, gli operai sono saliti sulla scena e non l’hanno
più abbandonata: hanno scelto volontariamente, volta a volta,
di presentarsi in ruoli diversi, come attori, come suggeritori,
come tecnici, come lavoratori, in attesa di scendere in platea
ad aggredire gli spettatori. Come si presentano oggi, sulle
scene moderne?
Il punto di partenza del discorso nuovo ci dice che, a
livello nazionale e internazionale, l’attuale particolare situa-
zione politica della classe operaia guida e impone un certo
tipo di sviluppo del capitale. Si tratta di ricomprendere alla
luce di questo principio l’intera rete mondiale dei rapporti
sociali. Prendiamo di questa il dato materiale fondamentale,
e cioè la ricomposizione di un mercato mondiale come pro-
cesso macroscopicamente in corso dal momento in cui è stata
eliminata la strozzatura staliniana dello sviluppo. Sarebbe
facile trovare una spiegazione economicistica e mettersi a
riconsiderare matematicamente il problema dei mercati nella
produzione capitalistica. Ma il punto di vista operaio cerca
una spiegazione politica. Mercato unico mondiale significa
oggi controllo a livello internazionale della forza-lavoro
sociale. La produzione di merci può organizzarsi, a fatica,
in una zona anche ristretta di libero scambio. I movimenti
della classe operaia, no. La forza-lavoro operaia nasce già
storicamente omogenea sul piano internazionale e costringe
il capitale – entro un lungo periodo storico – a rendersi al-
trettanto omogeneo. E oggi è proprio l’unità di movimento
della classe operaia a livello mondiale che impone al capitale
un rapido recupero di una sua risposta unitaria.
Ma questa unità nei movimenti della classe operaia, come
è possibile coglierla? I livelli istituzionali del movimento
operaio dividono tutto; le strutture capitalistiche unificano
tutto, ma nel proprio esclusivo interesse. Né può sottoporsi
a verifica empirica un atto di lotta politica. L’unico modo
per verificare questa unità e passare ad organizzarla. Allora

138
si scoprirà che la forma nuova dell’unità di classe è tutta
implicita nelle forme nuove di lotta operaia e che il nuovo
terreno di queste è a livello di capitale sociale internazionale.
A questo livello, la situazione politica operaia non è mai stata
così chiara: dovunque storicamente si concentra una massa
sociale di forza-lavoro industriale diventa possibile scoprire
ad occhio nudo i medesimi atteggiamenti collettivi, le stesse
scelte pratiche di fondo, un tipo unico di crescita politica.
Non collaborazione programmatica, passività organizzata,
attesa polemica, rifiuto politico, continuità di lotte permanenti,
sono le forme storiche specifiche in cui si generalizza oggi
la lotta di classe operaia. Forme transitorie di una situazione
transitoria, quando gli operai si trovano socialmente già al di
là delle vecchie organizzazioni e ancora al di qua di un’orga-
nizzazione nuova: di fatto, senza organizzazione politica né
riformista né rivoluzionaria. Bisogna cogliere a fondo e capire
nei risultati questo periodo di interregno della storia operaia:
le conseguenze politiche saranno decisive.
Non a caso, come prima conseguenza, troviamo una dif-
ficoltà: quella di cogliere i movimenti materiali della classe
nella mancanza dei corrispondenti livelli istituzionali, del
livello cioè in cui normalmente si esprime la coscienza di
classe. Di qui, il superiore e più astratto sforzo teorico che
ci viene richiesto, ma al tempo stesso anche la sua più chiara
funzionalità pratica, che ci inchioda all’analisi della classe
operaia indipendentemente dal movimento operaio. E come
seconda conseguenza, troviamo contraddizioni e apparenti
incertezze nei movimenti della classe. Se la classe operaia
possedesse un’organizzazione politica rivoluzionaria è chiaro
che punterebbe a strumentalizzare dovunque il punto più alto
del riformismo capitalista. Il processo di composizione unita-
ria del capitale a livello internazionale può diventare la base
materiale di ricomposizione politica della classe operaia, e in
questo senso momento strategico positivo per la rivoluzione,
solo se si accompagna a una crescita rivoluzionaria non solo
della classe, ma dell’organizzazione di classe. In assenza di
questo elemento, l’intero processo vive in funzione del capitale,
momento tattico di unilaterale stabilizzazione del sistema e
di apparente integrazione, al suo interno, della classe operaia

139
in quanto tale. L’operazione storica del capitalismo italiano,
l’accordo politico organico tra cattolici e socialisti, può addi-
rittura riaprire un modello classico di processo rivoluzionario,
se arriverà a restituire agli operai italiani un partito operaio,
ormai costretto ad opporsi direttamente al sistema capitalisti-
co, nella fase di sviluppo democratico della sua dittatura di
classe. Senza questa legittima restituzione, più solido diventerà
provvisoriamente il dominio dello sfruttamento capitalista
e gli operai saranno costretti a cercar altre vie per la loro
rivoluzione. Se è vero infatti che la classe operaia impone
oggettivamente precise scelte al capitale, è vero anche che il
capitale compie poi queste scelte in funzione antioperaia. Il
capitale, in questo momento, è più organizzato della classe
operaia: le scelte che questa impone al capitale rischiano di
rafforzarlo. Di qui, l’interesse immediato della classe operaia
a contrastare queste scelte.
La visuale strategica operaia è oggi talmente limpida da
far pensare che cominci a vivere solo ora la stagione della sua
splendida maturità. Ha scoperto o riscoperto il vero segreto
che condannerà a morte violenta il suo nemico di classe: la
capacità politica di abilmente imporre il riformismo al capitale
e di rozzamente utilizzarlo per la rivoluzione operaia. Ma la
posizione tattica presente della classe operaia – classe senza
organizzazione di classe – è e deve essere necessariamente
meno chiara e, diciamo pure, più sottilmente ambigua. È
costretta a utilizzare ancora le contraddizioni che mettono
in crisi il riformismo capitalistico, a esasperare gli elementi
che servono da freno al suo processo di sviluppo, perché sa,
sente che via libera all’operazione riformista del capitale in
assenza di un’organizzazione politica di classe degli operai
è la chiusura, per un lungo periodo, dell’intero processo
rivoluzionario, come sarebbe la sua immediata apertura in
presenza di questa organizzazione. Così i due riformismi, del
capitale e del movimento operaio, dovrebbero certo di fatto
incontrarsi, ma per iniziativa direttamente operaia; quando
l’iniziativa, come oggi, è tutta capitalistica, l’interesse operaio
immediato è di mantenerli divisi. È giusto anche tatticamente
che si incontrino quando dietro alla classe operaia ci sono
già non solo esperienze di lotta, ma di lotta rivoluzionaria e,

140
dentro di questa, modelli di organizzazione alternativa. Allora
l’incontro storico del riformismo capitalistico col riformismo
del movimento operaio segnerà veramente l’apertura del
processo rivoluzionario. La situazione di oggi non è que-
sta: prepara questa e la precede. Di qui, da parte operaia,
l’appoggio strategico allo sviluppo in generale del capitale e
l’opposizione tattica ai modi particolari di questo sviluppo.
Tattica e strategia, oggi, nella classe operaia, si contraddicono.
Si contraddicono cioè il momento politico della tattica e
il momento teorico della strategia, in un rapporto complesso
e molto mediato tra organizzazione rivoluzionaria e scienza
operaia. Sul piano teorico, il punto di vista operaio oggi non
deve avere limiti, non deve porsi barriere, deve saltare in
avanti, superando e negando tutte le prove dei fatti che gli
vengono continuamente richieste dalla vigliaccheria intellet-
tuale del piccolo-borghese. Per il pensiero operaio è tornato
il momento della scoperta. Il tempo della sistemazione, della
ripetizione, della volgarità eletta a discorso sistematico, è
definitivamente chiuso: quello che occorre di nuovo, dacca-
po, è una ferrea logica di parte, coraggio impegnato per sé
e disinteressata ironia verso gli altri. L’errore da evitare è di
confondere tutto questo con un programma politico; la ten-
tazione da combattere e di portare immediatamente questo
atteggiamento teorico nella lotta politica, lotta articolata sulla
base di precise indicazioni di contenuto, che in alcuni casi
arrivano giustamente a contraddire la forma delle asserzioni
teoriche. La risposta pratica a problemi pratici, di lotta imme-
diata, di organizzazione immediata, di immediato intervento
in una situazione di classe, a livello operaio, tutto questo va
prima di tutto misurato sui bisogni oggettivi di sviluppo del
movimento e solo in seconda istanza verificato nella linea
generale che soggettivamente lo impone al nemico di classe.
Ma la dissociazione fra teoria e politica è solo la con-
seguenza della contraddizione fra strategia e tattica. L’una
e l’altra trovano la loro base materiale nel processo tuttora
lentamente in atto di divisione prima e di contrapposizio-
ne poi fra classe e organizzazioni storiche della classe, fra
«classe operaia» e «movimento operaio». Che cosa vuol dire
questo discorso in concreto e dove vuole arrivare? È bene

141
dire subito chiaro che l’obiettivo da raggiungere è la salda
ricomposizione di un rapporto politicamente corretto tra i
due momenti: nessuna loro divisione va teorizzata, nessuna
contrapposizione, in nessun punto, neppure provvisoriamente,
va praticata. Se una parte del movimento operaio ritroverà la
via della rivoluzione segnata dalla propria classe, il processo
di riunificazione sarà più rapido, più facile, diretto e sicuro;
nel caso contrario, lo stesso processo sarà altrettanto sicuro,
ma meno chiaro, meno deciso, più lungo, più drammatico. È
facile vedere l’opera di mistificazione che le vecchie organiz-
zazioni fanno delle nuove lotte operaie. Più difficile cogliere
la continua, cosciente strumentalizzazione operaia di quello
che appare ancora al capitalista come il movimento degli
operai organizzati.
In particolare: la classe operaia ha abbandonato nelle
mani delle sue organizzazioni tradizionali tutti i problemi di
tattica, per riservarsi una autonoma visione strategica, libera
da impedimenti e senza compromessi. Di nuovo con questo
risultato provvisorio: una strategia rivoluzionaria e una tattica
riformista. Anche se sembra, come al solito, esattamente il
contrario. Sembra che gli operai siano ormai in prospettiva
d’accordo con il sistema e solo occasionalmente in frizione
con esso: ma è l’apparenza «borghese» del rapporto sociale
capitalistico. La verità è che perfino le scaramucce sindacali
sono politicamente per gli operai esercitazioni accademiche
nella loro lotta per il potere: e come tali le assumono, le utiliz-
zano, e così utilizzate, le regalano al padrone. È vero che vive
ancora a livello operaio la tesi marxista classica: al sindacato
il momento tattico, al partito il momento strategico. Proprio
per questo, se esiste tuttora un legame tra classe operaia e
sindacato, lo stesso legame non esiste più tra classe operaia e
partito. Di qui, la liberazione della prospettiva strategica dai
compiti organizzativi immediati, la scissione transitoria fra lotta
di classe e organizzazione di classe, fra momento permanente
della lotta e forme organizzative provvisorie, conseguenza di
un fallimento storico del riformismo socialista e premessa di
uno sviluppo politico della rivoluzione operaia.
È intorno a questo meccanismo di sviluppo non più del
capitalismo ma della rivoluzione che va violentemente attirata

142
l’attenzione della ricerca teorica e del lavoro pratico. Non
esistono modelli. La storia delle esperienze passate ci serve per
liberarcene. Dobbiamo affidare tutto a un nuovo tipo di pre-
visione scientifica. Sappiamo che l’intero processo di sviluppo
materialmente si incarna nel nuovo livello delle lotte operaie.
Il punto di partenza è quindi nella scoperta di certe forme
di lotta degli operai che provocano un certo tipo di sviluppo
capitalistico che va nella direzione della rivoluzione. Da qui
passare ad articolare alla base queste esperienze, scegliendo
soggettivamente i punti nevralgici in cui è possibile colpire
il rapporto di produzione capitalistico. E su questa base,
provando e riprovando, riproporre il problema di come far
corrispondere in modo permanente un’organizzazione nuova
a queste nuove lotte. Allora forse si scoprirà che «miracoli
d’organizzazione» sono già avvenuti e avvengono sempre
all’interno di queste lotte miracolose della classe operaia,
che nessuno conosce, che nessuno vuole conoscere, ma che
pure da sole hanno fatto e fanno più storia rivoluzionaria di
tutte le rivoluzioni di tutti i popoli coloniali messi insieme.
Ma questo lavoro pratico, articolato su base di fabbrica,
per funzionare sul terreno del rapporto sociale di produzio-
ne, ha bisogno di essere continuamente giudicato e mediato
da un livello politico che lo generalizza. È intorno a questo
livello politico di tipo nuovo che va ricercata e organizzata
una nuova forma di giornale operaio: il quale non deve im-
mediatamente ripetere e riflettere tutte le esperienze parti-
colari, ma deve appunto concentrarle in un discorso politico
generale. Il giornale è in questo senso il punto del controllo,
o meglio dell’autocontrollo, sulla validità strategica delle
singole esperienze di lotta. Il procedimento formale della
verifica va nettamente rovesciato. È il discorso politico che
deve verificare la correttezza delle esperienze particolari: e
non viceversa. Perché il discorso politico è, su questa base,
il punto di vista totale della classe e quindi il vero dato ma-
teriale è lo stesso processo reale. E è facile vedere come ci si
allontana, per questa via, dalla stessa concezione leninista del
giornale operaio: che era organizzatore collettivo sulla base
o in previsione di un’organizzazione bolscevica della classe e
del partito. Obiettivi per noi improponibili nella fase attuale

143
della lotta di classe: quando bisogna partire alla scoperta di
un’organizzazione politica non di avanzate avanguardie, ma
di tutta intera quella compatta massa sociale che è diventata,
nel periodo della sua alta maturità storica, la classe operaia:
proprio per questi caratteri l’unica forza rivoluzionaria, che
controlla, minacciosa e terribile, l’ordine presente.
Noi lo sappiamo. E prima di noi lo sapeva Lenin. E prima
di Lenin, Marx aveva scoperto, nella sua propria esperienza
umana, che il punto più difficile è il passaggio all’organizza-
zione. La continuità della lotta è semplice: gli operai hanno
bisogno solo di se stessi e del padrone di fronte a se stessi.
Ma la continuità dell’organizzazione è cosa rara e complessa:
appena si istituzionalizza in una forma viene subito utilizzata
dal capitalismo, o dal movimento operaio per conto del ca-
pitalismo. Di qui, la rapidità con cui passivamente gli operai
rifiutano forme organizzative che hanno appena conquistato. E
con la lotta permanente a livello di fabbrica, in forme sempre
nuove che solo la fantasia intellettuale del lavoro produttivo
riesce a scoprire, sostituiscono il vuoto burocratico di un’or-
ganizzazione politica generale. Senza che diventi generale
un’organizzazione politica direttamente operaia, non si aprirà
il processo rivoluzionario: gli operai lo sanno e per questo non
li troverete disposti oggi a cantare, nelle chiese di partito, le
litanie democratiche della rivoluzione. La realtà della classe
operaia è legata in modo definitivo al nome di Marx. La ne-
cessità della sua organizzazione politica è in modo altrettanto
definitivo legata al nome di Lenin. La strategia leninista, con
un colpo magistrale, portò Marx a Pietroburgo: solo il punto
di vista operaio poteva essere capace di una simile audacia
rivoluzionaria. Proviamo a fare il cammino inverso, con lo
stesso spirito scientifico di avventurosa scoperta politica. Le-
nin in Inghilterra è la ricerca di una nuova pratica marxista
del partito operaio: il tema della lotta e dell’organizzazione
al più alto livello di sviluppo politico della classe operaia. A
questo livello, vale la pena di convincere Marx a ripercorrere
«la misteriosa curva della retta di Lenin»1.

1
 I. Babel, L’armata a cavallo, traduzione di R. Poggioli, Torino,
Einaudi, 2003, p. 31.

144
5.

1905 in italia

settembre 1964

Il discorso è di nuovo sul capitalismo italiano. Un nodo


di problemi pratici consiglia di concentrare tutta l’atten-
zione dell’analisi su questo punto particolare del capitale
internazionale. Questa congiuntura, per essere tale, dura
troppo: o viene conclusa politicamente dai capitalisti con
una aperta sconfitta operaia, oppure rischia di svilupparsi
in crisi, a livello economico oggettivo, sul piano della pro-
duzione diretta. Il dilemma che divide la classe dominante
in Italia è tutto qui: o prendere l’iniziativa coraggiosa di un
attacco politico generale che blocchi in fabbrica e respinga
indietro e devii l’attuale pressione operaia sul processo di
accumulazione capitalistica, oppure rassegnarsi a subire, in
prospettiva, tutti i contraccolpi direttamente economici che
inevitabilmente provoca il meccanismo di riaggiustamento
oggettivo offerto appunto dalla crisi. La prima eventualità
terrorizza il ceto politico borghese nel suo complesso, per
la terribile risposta operaia che ne potrebbe derivare: non a
caso la soluzione governativa, anche nella sua nuova veste,
cerca di non assumere simili iniziative. La seconda eventua-
lità terrorizza il capitalista singolo, per quell’arresto nel suo
profitto privato, per quel marasma generale nel mercato, per
quella complessiva e sempre pericolosa riorganizzazione delle
strutture produttive, che la crisi porta sempre con sé: non
a caso, da mesi, il capitale privato drammatizza la situazio-
ne economica e minaccia autonome iniziative politiche. È
facile ridere delle incertezze e delle confusioni che il livello
politico tradizionale, governativo e parlamentare, offre ad

Apparso originariamente come editoriale in «classe operaia», 8-9,


settembre 1964, pp. 1, 15-16 e ripubblicato successivamente, con minime
variazioni, in «Operai e capitale», Torino, Einaudi, 1966, pp. 103-109, dal
quale riportiamo la presente versione.

145
ogni cambiamento di stagione. Molto più utile è riconoscere
che le condizioni dei capitalisti in Italia sono oggettivamente
difficili. Se il movimento operaio ufficiale piange, le istitu-
zioni politiche borghesi non ridono. Decisamente, il livello
istituzionale non è il regno dell’allegria. Si può forse parlare
di una «tragica» crisi complessiva delle istituzioni?
È un tema teorico che si può solo accennare. A livello
di capitale molto sviluppato, la possibilità di controllo sui
movimenti oggettivi delle leggi economiche è molto alta.
Le forme in cui si esprime questo controllo, dalle strutture
dello Stato alle organizzazioni di partito, il terreno cioè
cosiddetto della politica istituzionale, è tuttora invece molto
incerto, instabile, incontrollato e quindi arretrato. Sembra
che tutte le contraddizioni e irrazionalità tipiche del mec-
canismo di sviluppo di una società capitalistica siano state
risolte a livello economico, per essere scaricate e concentrate
a livello politico. La crisi sembra infatti oggi sempre crisi
dello Stato; nelle strutture produttive compare al massimo
una «congiuntura difficile». Questa apparenza non deve
ingannare. La dittatura del capitale conosce raramente una
sua stabilità politica. E politicamente i capitalisti sono dei
dilettanti: è sempre facile batterli su questo terreno con
quattro mosse ben congegnate. La loro sapienza pratica è
tutta in economia. Ma la logica del profitto non coincide
meccanicamente con la logica del potere. Quando, con le
loro tecniche di programmazione, raggiungono il controllo
sui movimenti della forza-lavoro, s’accorgono che non ci fan-
no assolutamente niente senza la collaborazione attiva della
classe operaia. Allora si dicono disposti a ricominciare tutto
da capo, ma in effetti da capo ricominciano a commettere
errori, perché confondono regolarmente gli operai con le
loro cosiddette organizzazioni; e poi quando si decidono a
chiamare un partito «operaio» al governo sbagliano partito,
e ne viene fuori quella commedia dell’arte a cui si è ridotta
la grande operazione riformista del capitale italiano. Tanto
vale, in queste condizioni, ricondurre subito la prospettiva
possibile di una nuova crisi imminente delle istituzioni
politiche tradizionali allo stato reale dei rapporti di forza
tra le diverse classi.

146
L’iniziativa che in questi ultimi anni era stata direttamente
in mano operaia, con le conseguenze sul meccanismo di
sviluppo del capitale che tutti oggi costatano, tende a pas-
sare di nuovo direttamente in mano capitalistica. L’uso di
classe che i capitalisti hanno finora fatto della congiuntura
è stato infinitamente più forte dello stesso uso che ne hanno
potuto fare gli operai: e non per la considerazione banale
che vede il costo della congiuntura ricadere soprattutto sulle
spalle dei lavoratori, dal momento che non si capisce come
e perché dovrebbe essere altrimenti in una società capitali-
stica; ma piuttosto per la vera e propria inversione che sta
per subire l’iniziativa della lotta, compresa la sua possibile
conclusione violenta. Prima di riparlare di programmazione,
due problemi vanno risolti dal punto di vista borghese: sta-
bilizzazione economica della congiuntura e blocco politico
della spinta operaia. I due problemi sono uno solo: senza
momentanea rinuncia operaia alla lotta per il salario non ci
sarà stabilizzazione e senza di questa ogni proposta storica di
collaborazione attiva degli operai allo sviluppo del sistema è
improponibile. Il cerchio è chiuso. La politica dei redditi è
oggi niente di più che una frase alla moda. Tutti dicono che
bisogna farla, ma nessuno ancora ha detto come. La verità,
difficile da confessare, è che la politica dei redditi, come
la programmazione, conosce una sola via efficiente; quella
burocratica, autoritaria, centralizzata. La programmazione
capitalistica può anche essere democratica e pluralista ver-
so le organizzazioni ufficiali operaie: verso gli operai sarà
sempre un piatto ben assortito di conoscenze tecniche, di
autorità e di violenza. La parte più dura, e forse quella
più lungimirante, del capitale italiano ha fatto capire il suo
programma: provocare la classe operaia ad uno scontro in
campo aperto, con un attacco in fabbrica che si generalizzi
sul piano politico; partire quindi da una generale sconfitta
operaia per riproporre tutti i piani di lungo periodo dello
sviluppo capitalistico. I timidi tentativi di primavera sono
stati rinviati all’autunno e può darsi che verranno ancora
rinviati, ma a scadenza più o meno lunga è questo un pas-
saggio obbligato del sistema, in Italia, nella sua marcia verso
la fase «matura». Non bisogna allora commettere l’errore

147
di identificare questo programma con quello della destra
economica, tradizionale e ottusa. Il primo governo Moro
è caduto sulla troppo prolungata indecisione ad adottare
questa che è la linea di oggi del grande capitale italiano.
Il secondo governo Moro tenterà ancora di mediare e di
graduare nel tempo questa linea, ma alla fine o l’assumerà
in proprio o sarà travolto. Il problema che ci si pone è
questo: se uno scontro di classe di questo tipo, pur voluto
dai padroni per i loro scopi, possa risultare favorevole agli
operai. Noi diciamo di sì e ne spieghiamo così le ragioni.
La classe operaia ha i suoi problemi interni, che in Italia
sono ancora, in parte, quelli di tutti quei paesi dove la forza
del capitale sembra reggersi su un piedistallo di paurose debo-
lezze. Qui le occasioni di lotta sono continue, ma il momento
dell’organizzazione è debole; lo scontro di classe, dal punto
di vista operaio, si ripete e avanza, ma non si conclude con
vittorie altrettanto continue quanto le occasioni di lotta, non
salta in avanti, non riesce a introdurre un pericolo mortale
nella macchina del sistema. Si è detto «ambiguo» l’attuale
rapporto tra classe e sue organizzazioni tradizionali, tra classe
operaia e movimento operaio. Questa ambiguità deve essere
risolta. Un discorso diretto sulle condizioni del movimento
operaio in Italia è maturo a livello di classe: è ora il momento
di aprire un dibattito, di condurre un’analisi, di cominciare
un’azione politica precisa su questo terreno. Il passaggio at-
traverso uno scontro di classe generale è necessario in questo
lavoro politico di tipo nuovo. Nessuna pressione di base a
livello operaio da parte di gruppi organizzati, come nessuna
azione frazionistica all’interno delle strutture di partito, può
provocare la ristrutturazione del movimento nel suo comples-
so, sulla base di un mutamento della linea generale. Questa
ristrutturazione e insieme questo mutamento diventano invece
subito possibili e praticabili in un momento di scontro acuto
col nemico di classe. Non è un caso se questo scontro è voluto
ma nello stesso tempo è temuto dalla parte più intelligente del
capitale; è dato ormai per scontato ma viene continuamente
allontanato dal movimento operaio «ufficiale». Ma che cos’e,
a livello politico, il movimento operaio ufficiale? È forse il
caso di cominciare a distinguere.

148
Il partito socialista come partito di classe è morto. Ogni
tentativo di rianimare il cadavere con massaggi morali al
vecchio cuore rosso della tradizione ottocentesca, è cosa
inutile e dannosa. Il partito socialista si è assunto in questi
anni la coraggiosa funzione storica di aiutare la parte più
moderna del capitalismo italiano, che da sola non ce la
faceva, a imporre la propria linea di sviluppo economico,
in una situazione di perduranti arretratezze strutturali, di
paure politiche, di incertezze istituzionali. Così facendo, ha
contribuito o sta contribuendo a liberare il movimento di
classe da una serie di vecchi falsi problemi. È esattamente
in questa funzione che il Psi va consapevolmente utilizzato
nello stadio attuale della lotta di classe in Italia. E qui Nenni
è molto più utile di Lombardi. Non bisogna sbagliare uomini,
come i borghesi sbagliano partiti: il riformismo lombardiano
rimane il nemico principale da battere in questo momento.
Perché il suo disegno di rammodernamento della società
capitalistica e di graduale trasformazione in una società
socialista, presuppone che l’intero movimento operaio in
Italia si impegni su questa strada. Tutti questi comunisti
che civettano con tutte le parole del «compagno Lombardi»
sanno troppo bene che oggi una concessione sia pur tattica
alle posizioni lombardiane vuol dire dare per scontata stra-
tegicamente una «evoluzione» socialdemocratica o, se volete,
socialista del partito comunista. Almeno si può senz’altro
dire che la destra nenniana non pretende questo: assume
in proprio l’iniziativa capitalistica, accetta l’esclusione dei
comunisti, e finisce così per riconsegnare al Pci l’iniziativa
opposta, dell’opposizione integrale, sul terreno, questa volta,
di un capitalismo più avanzato. Per queste considerazioni,
appare chiaro come nell’attuale situazione del partito socia-
lista le posizioni di sinistra vadano nettamente rovesciate:
Nenni va utilizzato sul lungo periodo, Lombardi va battuto
nel periodo breve.
È a questo punto che si riapre anche per noi, in modo
nuovo, un discorso diretto sul partito comunista. È stato
finora troppo facile liquidare con l’accusa di astrattezza ogni
idea politica nuova che non coincideva coi luoghi comuni
più correnti. La verità è che sul problema dell’organizzazione

149
politica, sul tema del partito, non abbiamo ancora detto una
parola: e questo perché consideriamo queste cose, a questo
livello, non come temi teorici, ma come problemi pratici, di
organizzazione della lotta e di avanzamento della lotta. E sul
terreno della pratica le condizioni oggettive, presenti in un
dato momento, sono sempre determinanti. Queste condizioni
ci dicono: 1) che il capitale italiano non è soggettivamente
maturo per estendere la sua operazione riformista fino al
partito comunista; 2) che il rapporto tra questo partito e
masse popolari esprime e mistifica nello stesso tempo un
rapporto tuttora reale con la classe operaia. Le due con-
dizioni si condizionano a vicenda: la sussistenza di questo
rapporto impedisce al ceto politico capitalistico di allargare
con un po’ più di coraggio la sua iniziativa; d’altra parte la
mancanza di questo coraggio restaura continuamente quel
rapporto e paradossalmente lo consolida ogni volta che sem-
bra allentarsi. Di fronte a tutto questo sta una classe operaia
che, seguendo una delle sue proprie leggi di sviluppo, non
rompe del tutto il legame con la vecchia organizzazione
politica finché non vede e tocca l’organizzazione nuova,
nuova e alternativa. Ma un’alternativa di organizzazione,
sul piano politico generale, in questo momento, in Italia,
nessuno la può vedere. Anche qui, il cerchio è chiuso. Per
spezzarlo, occorre non abbandonare la ricerca di questa
alternativa, ma piantarla tutta nel cuore delle lotte operaie,
anzi alla testa di queste lotte, come guida materiale e come
obiettivo generale. Quel movimento di unificazione politica
dei vari livelli di lotta della classe operaia, che è la base reale
perché si possa dichiarare ufficialmente aperto il processo
rivoluzionario, deve passare attraverso questo momento di
riorganizzazione delle forze soggettive. Questo momento
va soggettivamente avvicinato. È l’unica via per avvicinare
l’intera prospettiva della rivoluzione.
È necessario certo stare attenti. Il culto della sponta-
neità tende sempre a rovesciarsi in un feticismo dell’orga-
nizzazione. È il destino delle minoranze. Bisogna rifiutare.
Il gusto bolscevico della maggioranza va riconquistato in
pieno. Dal punto di vista operaio, un’azione o è di massa,
o non è. Un’avanguardia che non trascina il movimento

150
non è diversa da una retroguardia. Il dilemma non è tra
spontaneità e organizzazione, ma tra due vie possibili per
arrivare all’organizzazione nuova. Noi diciamo che si può
scegliere oggi la via che passa attraverso una crisi positiva
di una parte almeno delle vecchie organizzazioni. Questo
spazza via dal terreno immediato il pericolo di ricominciare
da capo a costruire un’altra nuova struttura burocratica. Ma
quella scelta si può fare ad una sola condizione, che è poi la
condizione fondamentale che distingue e discrimina questa
da tutte le altre posizioni ormai tradizionali nell’angustia
piccolo-borghese e semiproletaria dell’entrismo vecchio e
nuovo: si tratta del dato di fatto, che deve funzionare come
forza materiale, di questo lavoro politico che viene condotto
non dentro, ma fuori del partito, in fabbrica, in produzione,
tra gli operai, tutti gli operai, i pochi organizzati come la
massa dei non organizzati. Sempre, e di nuovo oggi, tutto
va tatticamente determinato dentro un momento specifico
della lotta di classe operaia.
L’iniziativa della lotta di classe sta passando di nuovo,
dicevamo, in mani capitalistiche. Bisogna impedirlo. Un
programma di vera e propria aggressione alla congiuntura
è ancora attuale. Al punto più difficile della evoluzione
congiunturale deve corrispondere il momento più acuto
delle lotte operaie. Hanno già detto che il limite critico di
aumento dei livelli salariali è per quest’anno già superato:
bene, in ogni dichiarazione di governo sono costretti a
registrare una vittoria operaia. Di qui, da questo risultato,
bisogna partire per rendere generali, sul piano politico,
le lotte sindacali. Non bisogna aspettare che i padroni, in
blocco, prendano l’iniziativa dello scontro: perché per adesso
possono anche non farlo. E se lo fanno costretti dalla sola
situazione economica e non dalla spinta politica operaia,
lo scontro avverrà su basi troppo arretrate e su posizioni
troppo difensive perché se ne possano raccogliere frutti a
livello di organizzazione. Prima che riescano a stabilizzare il
blocco di fatto dei salari, bisogna esasperare, anche artico-
landola, la dinamica salariale. Prima che attacchino i livelli
di occupazione, bisogna colpire la produttività del lavoro,
con una chiara minaccia di rappresaglia. Prima che arrivi-

151
no a congelare i contratti già firmati, bisogna denunciarne
qualcuno, anche con azioni di fabbrica in punti strategici.
Prima che ricomincino a guardare, come toccasana, alla
forza dello Stato, bisogna ricordargli, esemplificando, che
in fabbrica c’è una forza molto più grande. Poche mosse
basterebbero così per bloccare tutto il faticoso meccanismo
di ripresa economica, per inceppare tutti i programmi di
stabilizzazione della congiuntura, per provocare cioè una
crisi politica reale, che non è crisi di governo, ma crisi di
potere e quindi sostanziale mutamento nei rapporti di forza
fra le due classi in lotta. L’iniziativa dello scontro generale,
riportata in mani operaie, trova qui la sua base di partenza.
Noi già sappiamo che la direzione ufficiale, e siccome abbia-
mo imparato a fare i nomi diciamo pure l’attuale direzione
comunista di questo movimento, tenderà a deviarlo sulle
posizioni di una generica protesta di popolo: bisognerà
trovare la forza di inchiodare tutto a un contenuto politico
di rivolta operaia.
È nella previsione e nella ricerca di questo momento di
rivolta operaia che prende corpo l’immagine rivoluzionaria
di un 1905 italiano. Conosciamo le enormi differenze. Non
ci interessa qui la filologia della storia. Le poche affinità
sono decisive. Nel 1905 i bolscevichi fanno la loro prova
del fuoco; dal 1905 nascono i soviet; senza il 1905 non
c’è l’ottobre del 1917. Una prova generale è necessaria a
questo punto per ciascuno di noi e per tutti; dobbiamo
ricavarne ricchi frutti a livello di nuova organizzazione; un
punto fermo va messo, oltre il quale non può esserci più
che il processo vero e proprio della rivoluzione operaia.
Le condizioni soggettive per questo programma minimo
sembrano esserci ormai tutte. Le officine Putilov, questa
volta con 100.000 operai, sono pronte per dare il segnale
d’attacco. Una corazzata Potemkin è facile trovarla in una
qualsiasi piazza Statuto. E il pope Gapon non è più e con
lui abbiamo seppellito le sacre icone.

152
6.

marx, forza-lavoro, classe operaia

1965

[…]

2. Lo scambio denaro-lavoro

Chiamiamo L la forza-lavoro, Pm i mezzi di produzione:


la somma di merci M diventa = L + Pm, e, più breve-
mente, MPmL
. Considerato secondo il suo contenuto D-M
L
si presenta dunque come D-MPm , cioè D-M si suddivide
in D-L e D-Pm.

La somma di denaro D si scinde in due parti, l’una delle


quali acquista forza-lavoro, l’altra mezzi di produzione. Queste
due serie di compere appartengono a due mercati completamente
differenti, l’una al mercato delle merci in senso stretto, l’altra al
mercato del lavoro1.
L
Quando si è compiuto D-MPm , il compratore dispone non
solo di mezzi di produzione più forza-lavoro. Possiede una
maggiore disponibilità di forza-lavoro, ossia una quantità di
lavoro maggiore di quella necessaria per sostituire il valore
della forza-lavoro; dispone contemporaneamente dei mezzi
di produzione richiesti per la realizzazione e oggettivazione
di questa somma di lavoro. Il valore anticipato in forma di
denaro si trova dunque ora in una forma naturale, nella
quale esso può venire realizzato come valore producente
plusvalore. Il capitale monetario (D) si è trasformato in

Paragrafi 2, 5, 9 e 10 (pp. 144-152, 162-168, 209-228) del lungo testo


«Marx, forza-lavoro, classe operaia» pubblicato in «Operai e capitale»,
Torino, Einaudi, 1966, pp. 123-263 (datato 1965).
1
  K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, vol. 2, traduzione
di R. Panzieri, Roma, Editori Riuniti, 1989, p. 30.

153
capitale produttivo (P). Il valore di P è = valore di L + Pm
= D convertito in L e Pm. Dunque

D-L è il momento caratteristico della trasformazione di capitale


monetario in capitale produttivo, poiché è la condizione essenziale
affinché il valore anticipato sotto forma di denaro si trasformi
realmente in capitale, in valore producente plusvalore. D-Pm è
necessario soltanto per realizzare la massa di lavoro acquistata
attraverso D-L2.

Dal punto di vista del capitalista, la forza-lavoro si


trova sul mercato come una merce qualunque con un suo
qualunque possessore: la sua compravendita («compra e
vendita di attività umana»3: Kauf und Verkauf von mensch-
licher Tätigkeit) non rappresenta nulla di più straordinario
della compravendita di ogni altra merce. Dal punto di vista
dell’operaio l’attivizzazione produttiva della sua forza-lavoro
diventa d’altra parte possibile solo dal momento in cui, in
seguito alla sua vendita, essa verrà messa in collegamento
con i mezzi di produzione. Per l’uno e per l’altro, la forza-
lavoro «esiste dunque prima della vendita separatamente dai
mezzi di produzione, dalle condizioni oggettive della sua
attivizzazione»4. Prima della vendita, prima cioè dell’atto
formale dello scambio, al di qua della circolazione, già gli
elementi stessi della produzione sono divisi e contrapposti, i
fattori oggettivi concentrati da una parte, l’attività lavorativa
isolata da essi, dall’altra.

Perciò, sebbene nell’atto D-L il possessore del denaro e il


possessore della forza-lavoro si trovino l’uno verso l’altro sol-
tanto nel rapporto di compratore e venditore […], tuttavia sin
dall’inizio il compratore si presenta insieme come possessore di
mezzi di produzione, i quali costituiscono le condizioni ogget-
tive per il dispendio produttivo della forza-lavoro da parte del
suo possessore. In altre parole: questi mezzi di produzione si
contrappongono al possessore della forza-lavoro come una pro-

2
  Ibidem, p. 33.
3
  Ibidem, p. 34.
4
  Ibidem, p. 35.

154
prietà estranea. D’altro lato il venditore del lavoro sta di contro
al compratore di esso come una forza-lavoro estranea, che deve
passare in suo potere, essere incorporata al suo capitale, affinché
questo agisca realmente come capitale produttivo. Il rapporto di
classe tra capitalista e operaio salariato è dunque già presente,
già presupposto nel momento in cui entrambi si contrappongono
nell’atto D-L (L-D da parte del lavoratore)5.

È solo quando questo rapporto di classe già esiste che si


ha, a forza, un’interruzione della circolazione. Il valore capi-
tale, nella forma di capitale produttivo, non può continuare
a circolare; deve passare nel consumo, e propriamente nel
consumo produttivo. «L’uso della forza-lavoro, il lavoro, può
essere realizzato solo nel processo lavorativo»6. Il capitalista
non può rivendere come merce l’operaio, perché questi non
è il suo schiavo; egli ha solo comperato l’utilizzazione della
sua forza-lavoro per un tempo determinato. D’altra parte,
egli può utilizzare la forza-lavoro soltanto facendo utilizzare
da essa i mezzi di produzione come creatori di merce. Così,

se la forza-lavoro è merce solo nelle mani del suo venditore,


l’operaio salariato, essa diventa viceversa capitale solo nelle mani
del suo compratore, al quale tocca il suo uso temporaneo. Gli
stessi mezzi di produzione diventano figure oggettive del capitale
produttivo, ossia capitale produttivo, soltanto dall’istante in cui
la forza-lavoro, in quanto personale forma di esistenza di esso
(persönliche Daseinsform desselben), è diventata ad essi incorpo-
rabile (come la forza-lavoro umana per sua natura non è capitale,
così non lo sono i mezzi di produzione)7.

È per questo che la produzione capitalistica si preoc-


cupa poi non soltanto di produrre merce e plusvalore, ma
di riprodurre, in dimensioni sempre maggiori, la classe
degli operai salariati, trasformando in salariati la stragrande
maggioranza dei produttori diretti. D-M… P… M’-D’, il
processo ciclico complessivo del primo stadio del capitale,
ha come primo presupposto per il suo svolgimento «l’esi-
5
  Ibidem, pp. 35-36.
6
  Ibidem, p. 39.
7
  Ibidem, pp. 41-42.

155
stenza costante della classe degli operai salariati»8. Capitale
monetario (Geldkapital) – capitale produttivo (produktives
Kapital) – capitale merce (Warenkapital) sono le tre forme
del ciclo: due stadi estremi di circolazione, uno stadio in-
termedio di produzione.

Il capitale che nel corso del suo ciclo complessivo assume e


di nuovo abbandona queste forme e in ciascuna assolve la fun-
zione ad essa corrispondente, è capitale industriale (industrielles
Kapital), industriale qui nel senso che abbraccia ogni ramo della
produzione condotto capitalisticamente9.

Le altre forme non sono specie autonome del capitale,


ma soltanto successive particolari forme di funzione del ca-
pitale industriale. È solo questo infatti il modo di essere del
capitale in cui la funzione dell’appropriazione di plusvalore si
accompagna al processo della sua creazione. È vero dunque
che il capitale industriale «è la condizione del carattere capi-
talistico della produzione»10. Ma – abbiamo visto – proprio
«la sua esistenza implica quella dell’antagonismo di classe
(Klassengegensatz) tra capitalisti e operai salariati»11.
Se torniamo infatti al processo di produzione del capitale
e in particolare alle prime forme storiche di produzione
del plusvalore relativo, troviamo subito questo elementare
dato di fatto:

la produzione capitalistica comincia realmente solo quando il me-


desimo capitale individuale impiega nello stesso tempo un numero
piuttosto considerevole di operai […]. L’operare di un numero
piuttosto considerevole di operai, nello stesso tempo, nello stesso
luogo (o, se si vuole, nello stesso campo di lavoro), per la produ-
zione dello stesso genere di merci, sotto il comando dello stesso
capitalista, costituisce storicamente e concettualmente (historisch
und begrifflich) il punto di partenza della produzione capitalistica12.

8
  Ibidem, p. 38.
9
  Ibidem, p. 54.
10
  Ibidem, p. 57.
11
  Ibidem.
12
  K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, vol. 1, traduzione
di D. Cantimori, Roma, Editori Riuniti, 1989, p. 363.

156
«E questo coincide anche con l’esistenza dello stesso
capitale»13. Lavoro oggettivato in valore è sempre lavoro
di qualità sociale media, e dunque sempre esplicazione di
una forza-lavoro media. Eppure il concetto di lavoro so-
ciale medio implica la realizzazione storica di una giornata
lavorativa complessiva. «La legge della valorizzazione, in
genere, si realizza completamente per il singolo produttore
soltanto quando egli produce come capitalista, impiega
molti operai nello stesso tempo, e quindi mette in moto
fin da principio lavoro sociale medio»14. La forza produttiva
specifica della giornata lavorativa combinata è maggiore di
quella di un numero eguale di giornate lavorative indivi-
duali singole: essa è «forza produttiva sociale del lavoro,
ossia forza produttiva del lavoro sociale»15. «Nella coope-
razione pianificata con altri l’operaio si spoglia dei suoi
limiti individuali e sviluppa le facoltà della sua specie (sein
Gattungsvermögen)»16. All’inizio, il comando del capitale
sul lavoro si presenta solo come conseguenza formale del
fatto che l’operaio, invece di lavorare per sé, lavora per il
capitalista, e quindi sotto il capitalista. Con la cooperazione
di molti operai salariati, il comando del capitale si evolve
a esigenza della esecuzione del processo lavorativo stesso,
cioè a condizione reale della produzione. Da una parte, la
funzione di direzione, sorveglianza, coordinamento diventa
funzione del capitale. D’altra parte, la funzione direttiva
riceve note caratteristiche speciali in quanto funzione spe-
cifica del capitale.

Con la massa degli operai simultaneamente impiegati cresce


la loro resistenza, e quindi necessariamente la pressione del
capitale per superare tale resistenza. La direzione del capitalista
non è soltanto una funzione particolare derivante dalla natura
del processo lavorativo sociale e a tale processo pertinente; ma è
insieme funzione di sfruttamento di un processo lavorativo sociale,
ed è quindi un portato (bedingt durch) dell’inevitabile antagonismo

13
  Ibidem, p. 376.
14
  Ibidem, p. 365.
15
  Ibidem, p. 371.
16
  Ibidem.

157
tra lo sfruttatore (Ausbeuter) e la materia prima (Rohmaterial)
del suo sfruttamento17.

Finché negozia con il capitalista, l’operaio lo fa in quanto


proprietario della propria forza-lavoro. Egli vende quello che
possiede: la sua individuale forza lavorativa singola. Lo stesso
contratto il capitalista lo conclude con altri operai isolati:
egli paga quindi il valore di ogni forza-lavoro autonoma,
ma non paga la forza-lavoro combinata degli operai. Quindi

come persone indipendenti gli operai sono dei singoli (Verein-


zelte), i quali entrano in rapporto con lo stesso capitale ma non
in rapporto reciproco tra loro. La loro cooperazione comincia
soltanto nel processo lavorativo, ma nel processo lavorativo
hanno già cessato di appartenere a se stessi. Entrandovi, sono
incorporati nel capitale. Come cooperanti, come membri di un
organismo operante, sono essi stessi soltanto un modo particolare
d’esistenza del capitale. Dunque, la forza produttiva sviluppata
dall’operaio come operaio sociale (Arbeiter als gesellschaftlicher
Arbeiter) è forza produttiva del capitale18.

Così un numero considerevole di operai, cioè l’ope-


raio socialmente combinato, entro un medesimo processo
di produzione, sotto il comando dello stesso capitalista,
diventa forza produttiva del capitale. La forza produttiva
sociale del lavoro non esiste al di fuori del capitale: perché
non viene sviluppata dall’operaio prima che il lavoro stesso
dell’operaio appartenga al capitalista. È forza produttiva
non pagata. Marx dice: essa così «si presenta»19 (al solito:
erscheint) come forza produttiva posseduta dal capitale per
natura, come sua forza produttiva immanente. E questa non
è un’apparenza. Come produttore l’operaio non ha auto-
nomia dalle condizioni della produzione capitalistica. Non
avrebbe mai cominciato a produrre se come prima cosa non
avesse prodotto capitale. Nel passaggio dalla forza-lavoro
individuale alla forza-lavoro sociale, dall’operaio all’operaio

17
  Ibidem, p. 372.
18
  Ibidem, p. 374.
19
  Ibidem, p. 375.

158
sociale, il lavoro si trasferisce nel capitale, diventa forza
produttiva sociale del capitale. Quando la forza-lavoro si
presenta socializzata nelle sue funzioni produttive, c’è stata
già produzione di capitale. È solo la produzione di capitale
che rende possibile il processo di socializzazione produttiva
della forza-lavoro, la nascita della figura storica dell’operaio
sociale, come forza produttiva sociale del lavoro, incorporata
nel capitale. È un altro – forse il più grande – dei progressi
storici portati dal capitale. Eppure proprio dentro questo
«progresso», la forza-lavoro, che si è presentata da principio
come un presupposto del capitale, indipendente da esso e
ad esso contrapposta, viene subordinata al capitale, diventa
sua «parte», è fatta oggetto di sfruttamento sociale. Che
cosa vuol dire dunque Marx quando parla di un «rapporto
di classe (Klassenverhältnis)» già presente nel momento in
cui capitalista e operaio si contrappongono nell’atto D-L,
nell’atto formale dello scambio tra denaro e forza-lavoro;
quando parla dell’«esistenza costante della classe degli operai
salariati (Lohnarbeiterklasse)» come primo presupposto per
lo svolgimento del ciclo del capitale monetario; quando parla
dell’esistenza del capitale industriale che implica l’esistenza
dell’«antagonismo di classe (Klassengegensatz) tra capitalisti
e operai salariati»20? Vuol dire esattamente questo: che la
figura storica in cui per la prima volta l’operaio salariato
si presenta di fronte al capitalista, è quella di venditore di
forza-lavoro. Qui è contemporaneamente la prima forma
elementare di antagonismo fra due classi, che vede già con-
trapposti gli elementi contraenti di un rapporto necessario
tra possessori di opposte merci. D-L, ma – dice Marx – L-D
da parte del lavoratore. Sono già presenti in questo stadio le
caratteristiche decisive, per il mercato, dell’operaio salariato:
forza-lavoro acquistata con denaro, nella forma di salario. È
in virtù di questa forma che questa transazione mercantile
fra denaro e forza-lavoro viene riconosciuta come caratteri-
stica del modo capitalistico di produzione. Ma la verità – il
contenuto di questa forma – è che nel contratto di acquisto
della forza-lavoro è pattuita la fornitura di una quantità di
20
 Marx, Il capitale, vol. 2, cit., pp. 36, 38, 57.

159
lavoro maggiore di quella che è necessaria per compensare
il prezzo della forza-lavoro, e quindi per coprire l’ammon-
tare del salario: dunque è già presupposta, contrattata, una
fornitura di pluslavoro, che è poi, essa, la condizione fon-
damentale per la capitalizzazione del valore anticipato, per
la produzione di plusvalore, e quindi di capitale. È vero che
la prima figura antagonista che l’operaio assume è quella
di venditore di forza-lavoro; ma è vero anche che in questa
figura è già presupposta quella di produttore di plusvalore.
È questo presupposto che rende antagonista, a livello di
classe, sul mercato del lavoro, l’operaio? O l’antagonismo di
classe c’è già in sé nell’operaio forzato a diventare salariato,
cioè costretto a vendere l’unica merce che possiede, la sua
forza-lavoro? Marx dice:

Il rapporto capitalistico durante il processo di produzione


si rivela soltanto (kommt nur heraus) perché esso in sé esiste
nell’atto della circolazione, nelle differenti condizioni economiche
fondamentali in cui si contrappongono compratori e venditori,
nel loro rapporto di classe. Non è il denaro a dare con la sua
natura il rapporto; è piuttosto l’esistenza di questo rapporto che
può trasformare una semplice funzione di denaro in una funzione
di capitale21.

Quindi per Marx è indubbio che il rapporto di classe


esiste già in sé (proprio: an sich) nell’atto della circolazione. È
proprio questo che rivela, fa venir fuori, durante il processo
di produzione, il rapporto capitalistico. Il rapporto di classe
(Klassenverhältnis) precede dunque, provoca, produce il
rapporto capitalistico (Kapitalverhältnis). Anzi: è l’esistenza
del rapporto di classe che rende possibile la trasformazione
del denaro in capitale. È un punto abbastanza importante.
Perché in genere si fa dire a Marx esattamente il contrario
ed è nell’uso «marxista» corrente dire il contrario: e cioè
che solo dal rapporto capitalistico di produzione viene fuori
la contrapposizione, l’antagonismo delle classi, che è poi
solo un antagonismo di tipo nuovo rispetto a quello vecchio

21
  Ibidem, p. 36.

160
sempre esistito da quando la società umana non è stata più
una comunità primitiva; per cui è il capitale che fa le classi,
o meglio che trasforma le vecchie classi in nuovi ma sempre
uguali agglomerati contrapposti. Come si può dire invece:
prima il rapporto di classe, poi il rapporto capitalistico?
Si può vedere, e in che senso si può vedere, nell’atto di
vendita, ripetiamo forzosa, della forza-lavoro, già compiuta
la natura di classe di un rapporto sociale che permette la
produzione di capitale? È dunque in quanto venditori di
forza-lavoro che gli operai salariati si costituiscono per la
prima volta in classe? Crediamo si possa rispondere di sì.
Ad una condizione: se non si fissa il concetto di classe
operaia in una forma unica e definitiva, senza sviluppo,
senza storia. A fatica, con lentezza, e in verità senza molto
successo, è stata acquisita da parte marxista l’idea di una
storia interna del capitale, che comporti l’analisi specifica
delle varie determinazioni che il capitale assume nel corso
del suo sviluppo: questo porterà giustamente alla fine del
materialismo storico con la sua Weltgeschichte da strapazzo.
Ma ancora lontana dall’essere assunta come programma di
lavoro oltre che come principio di metodo nella ricerca è
l’idea di una storia interna della classe operaia, che ricostrui-
sca i momenti della sua formazione, i cambiamenti nella sua
composizione, la crescita della sua organizzazione, secondo
le varie successive determinazioni che la forza-lavoro assume
in quanto forza produttiva del capitale, secondo le diverse,
ricorrenti e sempre nuove esperienze di lotta che la massa
operaia sceglie in quanto unica antagonista della società
capitalistica.
La vendita della forza-lavoro offre quindi il primo stadio
elementare, quello più semplice, di una composizione in
classe degli operai salariati: per questo una massa sociale
costretta alla vendita di forza-lavoro è anche la forma gene-
rale della classe operaia. Nel senso di Marx: quando dice
che nel denaro c’è il capitale non appena, almeno in un
punto, ci sia già stata la trasformazione del denaro in capi-
tale; quando dice che il ciclo del capitale monetario, primo
stadio nella circolazione complessiva del capitale, è anche
forma generale del ciclo del capitale industriale, in quanto

161
però è presupposto il modo capitalistico di produzione;
quando dice che la cooperazione, primo metodo elementa-
re di produzione del plusvalore relativo, è anche la forma
fondamentale della produzione capitalistica, benché la sua
figura semplice si presenti come forma particolare accanto
ad altre forme più evolute, che sono d’altra parte già pre-
supposte in quella figura più semplice. La vendita della
forza-lavoro presuppone che la forza-lavoro esista, esista come
merce e come merce particolare: sono tre condizioni che, da
sole, fondano il modo capitalistico di produzione. Di più.
Un atto di vendita di questa natura è libero e necessario
nello stesso tempo: libero, perché il possessore della merce
non è giuridicamente forzata a venderla; necessario, perché
di fatto non può non venderla, pena l’estinzione della sua
specie. Abbiamo visto: vendita di forza-lavoro vuol dire già
erogazione gratuita di pluslavoro e quindi produzione di
plusvalore e quindi riproduzione del rapporto di capitale.
Non nella forza lavorativa genericamente umana sta dunque
il segreto principio della produzione capitalistica, ma nella
forza-lavoro specifica dell’operaio salariato, e cioè nella sua
riduzione a merce tutta particolare; non dunque nella forza-
lavoro in sé, ma nello scambio forza-lavoro-denaro, cioè nel
passaggio in proprietà di chi già possiede denaro dell’unica
forza produttiva di capitale. Ma allora la forza produttiva
di capitale esiste prima e indipendentemente dalle condi-
zioni di produzione che la fanno funzionare come tale,
prima e indipendentemente dal denaro in quanto possesso-
re di mezzi di lavoro e materiale di lavoro. È l’incontro con
il denaro, è la parificazione con mezzi di lavoro e materia-
le di lavoro, in una parola è la riduzione della forza-lavoro
stessa a condizione di produzione, che la incorpora nel
capitale, ne fa una parte di esso, una sua appendice viven-
te. Il passaggio storico, da parte operaia, vede prima il
venditore della forza-lavoro, poi la forza produttiva singola,
poi la forza produttiva sociale. Nella singola forza-lavoro,
nel suo carattere di merce particolare, c’è già la capacità di
produrre capitale. Ma solo nel capitale, nella sua necessità
di essere rapporto sociale di produzione, c’è la capacità di
socializzare la forza-lavoro. La forza-lavoro non ha possibi-

162
lità di autonoma socializzazione, indipendentemente dai
bisogni del capitale. Per questo, di nuovo, la forza produt-
tiva sociale del lavoro si presenta come forza produttiva del
capitale. È proprio nel momento in cui la forza-lavoro so-
ciale entra in produzione e trasforma il processo lavorativo
collettivo in processo sociale di valorizzazione, nel momen-
to in cui viene a coincidere di fatto con una massa sociale
di produttori e dunque viene a toccare i confini naturali
della «classe operaia», – proprio in questo momento essa
compare come niente di più che una parte interna del ca-
pitale, anche nella forma antidiluviana di capitale individua-
le. Il processo di socializzazione della forza-lavoro all’inter-
no della produzione capitalistica non apre né chiude il
processo di formazione storica della classe operaia: è un
intermedio momento essenziale di sviluppo nell’organizza-
zione dell’antagonismo di classe, che può essere meglio
utilizzato nella pratica, a seconda del rapporto di forze, o
dai capitalisti o dagli operai. Quando al lavoro non pagato
del singolo operaio si aggiunge la forza produttiva non
pagata dell’operaio sociale è in atto una vera e propria so-
cializzazione dello sfruttamento capitalistico, sfruttamento
non più dell’operaio, ma della classe operaia, vero e proprio
atto di nascita, a sua volta, di una società capitalistica: un
salto nella storia del capitale, che lo porterà nel lungo pe-
riodo a rovesciare i rapporti con la sua società, a iniziare
un processo inverso di socializzazione del capitale, fino alle
sue forme più alte di capitale sociale. Sfruttamento non più
dell’operaio ma della classe operaia, vuol dire che la classe
operaia già c’è. Il passaggio nella storia del capitale alla
società capitalistica vuol dire che è necessaria una classe dei
capitalisti. Il processo di socializzazione dello sfruttamento
attraverso la produzione capitalistica, che sembra segnare
il nascere della classe operaia, segna in realtà la nascita
della classe opposta, e cioè il costituirsi in classe dell’inte-
resse opposto, quello dei capitalisti singoli. Solo incorpo-
rando in ogni capitale individuale la forza produttiva socia-
le del lavoro era possibile fare di ogni individuo capitalista
il membro cosciente di una classe sociale dei capitalisti. Ma
la forza produttiva sociale del lavoro, la merce particolare

163
forza-lavoro, era già, nella sua forma semplice e generale,
la classe operaia. Solo incorporando la classe operaia nel
capitale, solo facendo della classe operaia una parte del
capitale (la parte viva, mobile, variabile), solo così era pos-
sibile fare non dell’altra parte del capitale (quella morta,
immobile, costante), ma di tutto il capitale una classe con-
trapposta a quella degli operai. Il processo di formazione
storica di una classe dei capitalisti segue, copia, ripete l’a-
nalogo processo di formazione della classe operaia. Questo
dato di fatto è ancora scandaloso, ma è già banale. Comun-
que non è tutto e non è la cosa fondamentale. È un prin-
cipio di metodo che deve rovesciare la ricerca della pro-
spettiva e guidare, dall’alto e da lontano, la nuova strategia.
La cosa fondamentale è quell’altra, perché arriva ad inve-
stire la tattica quotidiana della lotta di classe: e cioè che fin
da principio, fin dalle prime forme di questa lotta, gli
operai come classe si trovano dentro il capitale e devono
combatterlo dal suo interno, mentre la classe dei capitalisti
è solo contrapposta agli operai e può colpirli in blocco
dall’esterno. Questo che è stato il maggior punto di debo-
lezza della classe operaia deve diventare il massimo segno
della sua forza. Gli operai entrano già come classe nella
fabbrica del capitalista: solo così può essere sfruttata la loro
forza produttiva sociale. Costretti, non da leggi giuridiche
ma da leggi economiche, a vendere forza-lavoro, a vendere
cioè se stessi come merce sul mercato, si trovano già indi-
vidualmente uniti contro il capitalista prima ancora di co-
minciare a produrre capitale. D’altra parte, l’operaio come
strumento di produzione può funzionare solo associato con
altri operai; l’operaio produttivo è una forza-lavoro sociale;
gli operai come le merci vengono avanti sempre al plurale;
l’operaio singolo non esiste. Basta ricordare il concetto sto-
rico da cui prende inizio la produzione capitalistica: un
numero considerevole di operai, nello stesso tempo, nello
stesso luogo, per la produzione dello stesso genere di mer-
ci, sotto il comando dello stesso capitalista. La forza-lavoro
sociale, la merce particolare forza-lavoro, comincia a pro-
durre capitale, già in quanto classe operaia. La forza pro-
duttiva sociale del lavoro diventa forza produttiva sociale

164
del capitale, in quanto classe operaia. Gli operai entrano
nel capitale, vengono ridotti a una parte del capitale, in
quanto classe operaia. Il capitale ha ormai il suo nemico in
se stesso. Preferiamo interpretare così il senso di quella
oscura frase di Marx: «Il vero limite della produzione ca-
pitalistica è il capitale stesso»22. Una necessità della produ-
zione diventa una minaccia al sistema. I capitalisti rispon-
dono tentando faticosamente di comporre i loro singoli
interessi disparati nell’interesse sociale unico di una classe
antagonista.

[…]

5. La particolarità della merce forza-lavoro

Quando si tratta di stringere il processo di trasformazione


del denaro in capitale, Marx si ferma e dice: «dobbiamo
considerare più da vicino quella merce peculiare che è la
forza-lavoro»23. Nel paragrafo decisivo su «compera e ven-
dita della forza-lavoro»24, che conclude la seconda sezione
del primo libro del Capitale, ritroviamo in nota – non a
caso – Ricardo e Hegel. Marx dice che il cambiamento di
valore del denaro, e quindi la sua trasformazione in capi-
tale, non può avvenire nello stesso denaro; deve avvenire
nella merce; e non nel valore, ma nel valore d’uso e quindi
nel consumo di una merce che si scambia contro denaro.
Ricardo su questo punto aveva già detto: «Nella forma di
denaro […] il capitale non produce profitto»25. Marx dice
che la vendita della merce forza-lavoro non può avvenire in
blocco e una volta per tutte; deve avvenire sempre e soltanto
per un tempo determinato; il possessore di questa merce
concede il consumo transitorio di essa ma non la proprietà

22
  K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, vol. 3, traduzione
di M.L. Boggeri, Roma, Editori Riuniti, 1989, p. 303.
23
 Marx, Il capitale, vol. 1, cit., p. 203.
24
  Ibidem, pp. 199-209.
25
  Ricardo citato ibidem, p. 199 in nota.

165
su di essa; altrimenti si farebbe da libero, schiavo. Hegel
aveva già detto:

Delle mie particolari abilità fisiche e intellettuali, e delle mie


particolari possibilità di attività io posso […] alienare ad un altro
un uso limitato nel tempo, poiché esse, dopo questa limitazione,
conservano un rapporto esteriore con la mia totalità e universa-
lità. Con l’alienazione di tutto il mio tempo concreto in virtù del
lavoro e della totalità della mia produzione, io renderei proprietà
di un altro ciò che c’è di sostanziale in essi, la mia attività e realtà
universali, la mia personalità26.

Il denaro non è capitale, né diventa capitale, deve tra-


sformarsi in capitale. Se questa trasformazione avviene nella
merce, nel processo di consumo di una merce, bisogna che
il valore d’uso di questa merce possegga una qualità parti-
colare: quella di essere fonte di valore. Il suo consumo reale
deve essere, esso stesso, oggettivazione di lavoro, e quindi
creazione di valore. Sul mercato c’è già una merce specifica
di questo tipo: è la capacita di lavoro, la forza-lavoro.

Per forza-lavoro (Arbeitskraft) o capacità di lavoro (Arbeitsver-


mögen) intendiamo l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali
che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente di
un uomo, e che egli mette in movimento ogni volta che produce
valori d’uso di qualsiasi genere27.

La presenza sul mercato della forza-lavoro presuppone


l’esistenza del venditore della merce forza-lavoro. Il vendi-
tore presuppone il proprietario. E il proprietario che vende
presuppone la libera proprietà della merce. Libertà anch’essa
del tutto particolare: libertà di vendere una sola merce,
impossibilità a non venderla, – una costrizione liberamente
accettata, la libertà appunto che fonda il capitale. In questo
solo senso si può giustamente dire che la condizione prima,

26
  G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale
e scienza dello Stato in compendio, § 67 [Marx cita questo passo in Il
capitale, vol. 1, cit., p. 201 in nota].
27
 Marx, Il capitale, vol. 1, cit., p. 200.

166
da cui partono tutte le altre condizioni che rendono possibile
la trasformazione del denaro in capitale, è l’esistenza della
figura storicamente determinata dell’operaio libero:

Libero nel duplice senso che disponga della propria forza


lavorativa come propria merce, nella sua qualità di libera persona,
e che, d’altra parte, non abbia da vendere altre merci, che sia
privo ed esente (los und ledig), libero di tutte le cose necessarie
per la realizzazione della sua forza-lavoro28.

Se la forza-lavoro è merce, essa ha un valore come tutte


le altre merci. Per lo stesso motivo per cui non si poteva
parlare di «valore del lavoro», si può invece parlare di
«valore della forza-lavoro». Il lavoro non è merce: è solo il
valore d’uso di una merce, e in particolare della merce forza-
lavoro. E un valore d’uso non ha valore come tale, ma solo
come valore di scambio. La forza-lavoro, in quanto merce,
ha un valore di scambio e un valore d’uso. Il suo valore di
scambio non ha niente di particolare: come quello di ogni
altra merce, è determinato dal tempo di lavoro necessario
alla sua produzione, che si risolve poi nella produzione dei
mezzi di sussistenza necessari per la conservazione e quindi
per la riproduzione del possessore della forza-lavoro. La
particolarità della forma di merce forza-lavoro si nasconde
nel suo valore d’uso. Intanto, e pur rimanendo nella sfera
della circolazione, vediamo esprimersi la natura peculiare
di questa merce specifica nel fatto che, quando è concluso
il contratto fra compratore e venditore, il suo valore d’uso
non è ancora passato realmente nelle mani del compratore.
Il valore di questa merce, come quello di ogni altra, è già
determinato quando essa entra in circolazione; ma il suo
valore d’uso, a differenza del valore d’uso delle altre merci,
non è già oggettivamente contenuto nella sua esistenza, ma
viene soltanto dopo, come soggettiva estrinsecazione di una
possibilità, di una capacità, di una potenzialità. Vendita
della forza-lavoro, e quindi il suo essere valore di scambio,
e consumo della forza-lavoro, e quindi il suo essere valore

28
  Ibidem, p. 201.

167
d’uso, sono fatti distaccati nel tempo. In questo caso, come
negli altri casi simili, il denaro funziona come mezzo di pa-
gamento. E la merce viene pagata non quando è venduta,
ma quando è stata consumata.

In tutti i paesi dove domina il modo di produzione capitalistico


la forza-lavoro viene pagata soltanto dopo che ha già funzionato
durante il periodo fisso stabilito nel contratto […]. Dunque
l’operaio anticipa dappertutto al capitalista il valore d’uso della
forza-lavoro; la lascia consumare dal compratore prima che gliene
sia stato pagato il prezzo: dunque l’operaio fa credito (kreditiert)
dappertutto al capitalista29.

Ma questa è, per così dire, una particolarità riflessa


del valore d’uso della forza-lavoro. Per ben comprenderla,
bisogna ricondurla alla sua particolarità originaria: e questa
compare soltanto nell’intimo del processo di produzione, e
in quella parte specifica di esso che è vero e proprio proces-
so di valorizzazione, processo di produzione di plusvalore
e quindi di capitale. Il concetto di plusvalore in Marx è
stato sempre ricondotto alla teoria classica del valore: va
invece correttamente ricondotto al concetto marxiano di
forza-lavoro, nel momento in cui esso si incontra con il
concetto di lavoro produttivo. Solo questo rende possibile
la trattazione indipendente del plusvalore, nella sua forma
generale, prima e a prescindere dalle sue forme particolari,
quali il profitto, l’interesse, la rendita, ecc.: che è appunto
l’altra fondamentale scoperta del Capitale.
L’uso della forza-lavoro – dice Marx – è il lavoro stesso.
Per consumare la forza-lavoro, chi l’ha comprata deve far
lavorare chi l’ha venduta. Questo processo di consumo è
nello stesso tempo processo di produzione di merce e di
plusvalore. È dentro questo processo che il venditore di
forza-lavoro diventa in atto quel che prima era solo in po-
tenza, si fa forza-lavoro in azione, si trasforma in operaio. Il
valore della forza-lavoro verrà poi equamente pagato sotto
forma di salario: l’operaio diventa operaio salariato. Ma

29
  Ibidem, pp. 206-207.

168
nel salario viene soltanto pagato dopo, quello che era già
stato contrattato prima. La forma di salario non aggiunge
alla figura dell’operaio nessuna specificazione che non sia
già contenuta nella figura del venditore di forza-lavoro. Nel
consumo della forza-lavoro, nel lavoro, si aggiunge l’atto
concreto della produzione, sotto determinate condizioni,
nel processo di valorizzazione. È a questo punto che viene
fuori il valore d’uso specifico della merce forza-lavoro, la
sua natura tutta speciale, la sua particolarità storica: che
non è quella di essere fonte di valore, perché questa è la
particolarità del valore di scambio della forza-lavoro; ma è
quella di essere fonte di un valore maggiore di quanto ne
abbia essa stessa. Nella merce forza-lavoro valore e valoriz-
zazione non coincidono. Non solo: la forza-lavoro è l’unica
merce che, nel suo processo di consumo, produce una
valorizzazione maggiore del suo valore, produce plusvalore,
produce capitale. La forza-lavoro dunque non è soltanto
lavoro in potenza, è anche capitale in potenza. L’uso della
forza-lavoro è non solo lavoro, è anche pluslavoro; è non
solo produzione di valore, è anche produzione di plusvalore;
l’uso della forza-lavoro è quindi non solo lavoro, è anche
capitale. Ma l’uso della forza-lavoro non è separabile dalla
figura complessiva dell’operaio, diventato ormai produttore.
Come nell’atto di compravendita della forza-lavoro è già
contenuto il rapporto tra due classi antagoniste, che fonda
tutta la successiva vera e propria storia del capitale, – così
nel processo di consumo della forza-lavoro, al momento
della produzione, è già preparato l’intero terreno della
lotta diretta fra le due classi, che determinerà, uno dopo
l’altro, nascita sviluppo e crollo della società capitalistica.
È in questo modo infatti che va prima di tutto considerato
dal punto di vista operaio il processo della produzione di
capitale; come sede naturale di espressione del proprio
antagonismo, come terreno specifico della lotta di classe.
La forza-lavoro – abbiamo visto – viene introdotta, deve
essere introdotta, nel processo di produzione, già come
classe e come classe antagonista. Solo come forza produttiva
sociale può non solo produrre capitale, ma appartenere al
capitale, diventare una parte interna di esso. Il processo di

169
produzione capitalistico si presenta così come processo di
appropriazione capitalistica della forza-lavoro operaia: che non
è più semplice compera di quella merce, ma riduzione della
sua natura particolare sotto il proprio dominio; non è più
atto di scambio individuale, ma processo di violenza sociale;
non solo sfruttamento, ma controllo sullo sfruttamento. Il
consumo della merce forza-lavoro nella produzione, l’uso
produttivo dell’operaio da parte del capitalista, diventa
così, deve diventare, l’uso capitalistico della classe operaia.
È dentro questo processo che bisogna andare storicamente
a scoprire la nascita di una classe dei capitalisti. L’uso capi-
talistico degli operai come classe non è possibile senza che
i capitalisti stessi si costituiscano in classe: il modello non
potrà essere che quello dell’unica classe a quel punto già
costituita, la classe degli operai. Comincia di qui poi tutta
la storia dei movimenti di classe degli operai. Ma il passag-
gio – logico e storico insieme – dal proletariato venditore
di forza-lavoro alla classe operaia produttrice di plusvalore
segna l’inizio di quella storia operaia del capitale, che è poi
la storia vera e propria della società capitalistica, oltre che
l’unica concezione materialistica della «storia» che si possa
tuttora ammettere da parte marxista. Su questo ritornere-
mo. Ci interessa adesso concludere così il punto lasciato
in sospeso: il carattere particolare della merce forza-lavoro
è quello di essere, potenzialmente, classe operaia. Questo
particolare valore d’uso sono gli operai in generale, «questa
razza – dice Marx – di peculiari possessori di merci»30. Il
valore realizzato della forza-lavoro, sotto forma di salario, è
di nuovo capitale, parte di esso, capitale variabile. Non può
essere qui la specificità operaia di questa merce: prova ne
sia il fatto che non da qui nasce il capitale. Non nel valore,
ma nel valore d’uso sta tutta la particolarità della merce
forza-lavoro. È il suo valore d’uso che produce plusvalore:
perché l’uso della forza-lavoro, il lavoro, contiene (presup-
pone) pluslavoro: e non pluslavoro in genere, ma pluslavoro
dell’operaio; come il lavoro, l’uso della forza-lavoro, è la-
voro dell’operaio, esplicazione concreta, concretizzazione
30
  Ibidem, p. 204.

170
di lavoro astratto, – lavoro astratto a sua volta già ridotto
a merce, che realizza il suo valore nel salario. Dunque il
punto in cui il lavoro astratto si rovescia nella figura concreta
dell’operaio è il processo di consumo della forza-lavoro, è
il momento in cui questa diventa in atto quello che prima
era in potenza, è il punto, – se così si può dire – della re-
alizzazione del valore d’uso della forza-lavoro. Quello che
era già all’atto della compravendita un rapporto di classe
semplice, elementare e generale acquista ora definitivamente
il suo carattere specifico, la sua complessità e totalità. La
particolarità della forza-lavoro come merce di fronte alle
altre merci coincide quindi con il carattere specificamente
operaio che assume il processo di produzione del capitale, e,
dentro di questo, con il concretarsi di un’iniziativa operaia
nel rapporto di classe, che porta a un salto nello sviluppo
della classe operaia e al nascere susseguente di una classe
dei capitalisti.
Nella prima esposizione che Marx dà della trasformazio-
ne del denaro in capitale, quella dell’Urtext di Per la critica
dell’economia politica, del 185831, tutto questo è già esposto
in modo definitivo. In quanto risultato della circolazione
semplice, il capitale esiste prima di tutto nella semplice
forma di denaro. La sua esistenza in denaro è piuttosto
solo la sua esistenza di adeguato valore di scambio, che
può convertirsi indifferentemente in ogni genere di merce:
è valore di scambio fatto autonomo. E l’autonomizzazione
consiste in questo: che il valore di scambio rimane fermo in
sé come valore di scambio, sia esso in forma di denaro o in
forma di merce; e si trasforma in merce solo per valorizzare
se stesso. Il denaro è semplice forma di esistenza del capitale,
in quanto è ora lavoro oggettivato. Nessun modo oggettivo
di esistenza del lavoro si contrappone a questo capitale, ma
tutti si presentano come suo modo possibile di esistenza.

L’unica antitesi al lavoro oggettivato (vergegenständlichte) è il


lavoro non oggettivo (ungegenständliche), cioè l’unica antitesi al

31
  K. Marx, Scritti inediti di economia politica, traduzione di M. Tronti,
Roma, Editori Riuniti, 1963.

171
lavoro oggettivato (objektivierten) è il lavoro soggettivo (subjektive).
Ossia l’opposizione al lavoro passato nel tempo, ma esistente nello
spazio, è data dal lavoro vivente, esistente nel tempo. Ma questo,
come lavoro esistente nel tempo, come lavoro non oggettivo (e
perciò anche non ancora oggettivato), può esistere solo come
facoltà, possibilità, abilità, come capacità lavorativa del soggetto
vivente. Se l’unica antitesi al capitale, come lavoro oggettivato in
sé, è data dalla capacita lavorativa vivente, allora l’unico scambio,
attraverso cui il denaro diventa capitale, è quello che conclude
il possessore del denaro con il possessore della forza-lavorativa
vivente, cioè con l’operaio32.

Nel denaro, il valore di scambio doveva mantenere la


sua indipendenza astraendo dal valore d’uso. Invece ora il
valore di scambio, proprio nella sua esistenza reale, non
formale, di valore d’uso, deve mantenersi come valore di
scambio; e non solo mantenersi come valore di scambio
nel valore d’uso, ma prodursi da esso. «L’esistenza reale del
valore d’uso è la sua reale negazione, il suo consumo, il suo
essere annientato nel consumo»33. Non più nell’astrarre dal
valore d’uso, ma nel consumo del valore d’uso sta ora la vera
realtà del valore di scambio. «Questa sua reale negazione,
che è nello stesso tempo la sua realizzazione come valore
d’uso, deve quindi farsi atto di autoaffermazione, di auto-
manifestazione del valore di scambio»34. Ma ciò è possibile
solo in quanto la merce viene consumata dal lavoro e il suo
consumo stesso si presenta come oggettivazione del lavoro,
e quindi come creazione del valore.

Valore d’uso è ora per il denaro non più un articolo di con-


sumo, in cui esso si perde, ma solo il valore d’uso in cui esso si
conserva e si accresce. Per il denaro in quanto capitale non c’è
altro valore d’uso. È proprio questo il suo rapporto di valore di
scambio con il valore d’uso. L’unico valore d’uso, che può costituire
un’antitesi e un completamento (Gegensatz und Ergänzung) del
denaro come capitale, è il lavoro, e il lavoro esiste nella forza-
lavoro e la forza-lavoro esiste come soggetto. In quanto capitale,

32
  Ibidem, pp. 124-125.
33
  Ibidem, p. 125.
34
  Ibidem, p. 126.

172
il denaro e in relazione solo con il non-capitale (Nicht-Kapital),
con la negazione del capitale, e solo in questa relazione è capitale.
Il non-capitale reale è il lavoro stesso35.

Al valore di scambio in forma di denaro si contrappone


il valore di scambio in forma di «particolare valore d’uso»36.
Il valore di scambio può cioè realizzarsi in quanto tale, solo
perché si contrappone non a questo o quel valore d’uso,
ma al «valore d’uso che lo riguarda»37. Questo particolare
valore d’uso che riguarda il valore di scambio, pur essendo
la sua negazione, è il lavoro. Nella circolazione semplice, il
contenuto del valore d’uso era indifferente, cadeva fuori del
rapporto economico; qui invece è suo momento essenziale.
Ma proprio il valore d’uso specifico di almeno una delle
merci scambiate porta al di fuori dei confini della circolazione
semplice. Non è la forma particolare dello scambio a provo-
care questo passaggio: perché in quanto si ha un rapporto di
equivalenti, vengono qui rispettati tutti i sacri diritti di libertà
e di eguaglianza; ma il particolare contenuto del valore d’uso
della merce forza-lavoro, e cioè di nuovo il lavoro. Ora, «nella
circolazione, e nello scambio tra capitale e lavoro, preso come
puro rapporto di circolazione, non c’è scambio tra denaro
e lavoro, ma scambio tra denaro e forza-lavoro vivente»38.
In quanto valore d’uso, la forza-lavoro viene poi realizzata
nell’attività del lavoro stesso. Ma l’attività del lavoro cade
fuori del processo di circolazione. È vero che «la compera
di forza-lavoro è disponibilità di lavoro»39. Ma il consumo di
questo lavoro disponibile si può avere solo in produzione. Il
consumo di forza-lavoro è produzione di capitale. Nella merce
forza-lavoro, la grande contraddizione vitale del capitalismo
tra produzione e consumo è risolta: questo perché consumo
di questa merce è niente altro che consumo produttivo del
suo valore d’uso. Non nel valore, ma nel valore d’uso della
forza-lavoro sta dunque il segreto del capitale.
35
  Ibidem.
36
  Ibidem, p. 127.
37
  Ibidem.
38
  Ibidem, p. 129.
39
  Ibidem.

173
È solo la natura specifica del valore d’uso, che viene comprato
con il denaro, e cioè il fatto che il suo consumo, il consumo della
forza-lavoro, è consumo produttore di valore di scambio, tempo
di lavoro oggettivante (vergegenständlichende), cioè produzione,
il fatto che la sua esistenza reale come valore d’uso è creazione di
valore di scambio, – è proprio questa natura specifica del valore
d’uso che fa dello scambio tra denaro e lavoro lo scambio specifico
D-M-D, in cui il valore di scambio stesso è posto come scopo
dello scambio e in cui il valore d’uso comprato è immediatamente
valore d’uso per il valore di scambio, cioè valore d’uso produttore
di valore (wertsetzender Gebrauchswert)40.

Valore d’uso produttore di valore è il lavoro produttivo


di plusvalore. Nella pagina seguente a questa dove si inter-
rompe il manoscritto con la prima esposizione marxiana
del passaggio al capitale troviamo appunto il titolo: Lavoro
produttivo e improduttivo.

[…]

9. Il lavoro come non-capitale

È Marx che ha usato i termini di Angriffskraft (forza


d’attacco) della classe operaia e di Widerstandskraft (forza
di resistenza) del capitale41. Bisogna rimettere in circola-
zione questi termini nella lotta di oggi. Perché in essi è già
contenuto quel rovesciamento strategico che solo una volta,
dopo Marx, nella pratica è stato tentato e che, dopo Lenin,
sia nella teoria che nella pratica, è stato archiviato. Per
arrivare a dimostrare come esso può di nuovo funzionare
nelle forme della lotta, occorre portare più avanti il processo
di ricostruzione dei movimenti oggettivi delle forze che si
trovano a lottare. Abbiamo intanto acquisito un punto, che
qualcuno è anche disposto ad ammettere nel principio, ma
che nessuno è disposto a considerare nelle sue conseguenze:

40
  Ibidem, pp. 129-130.
41
  Cfr. K. Marx, Werke. Band 23. Das Kapital, Berlin, Dietz Verlag,
1962, p. 313 (trad. it. Il capitale, vol. 1, cit., p. 332).

174
prima il lavoratore libero e povero e quindi il proletariato
come «partito della distruzione»42, poi la merce forza-lavoro
e quindi l’operaio singolo come produttore in potenza, in-
fine la forza sociale del lavoro produttivo in atto e quindi
la classe operaia nel processo di produzione, – sono volta
a volta, concettualmente e storicamente (begrifflich und ge-
schichtlich), l’elemento dinamico vero e proprio del capitale,
la causa prima dello sviluppo capitalistico. In questo senso,
Arbeitskraft non è soltanto un oggetto-merce che passa dalle
mani degli operai in quelle del capitale; è una forza attiva,
che tanto più quanto più procede lo sviluppo, va dalla classe
operaia alla classe dei capitalisti. L’elogio che Marx fa della
possente e incessante attività della borghesia va corretta-
mente ricondotto alla minaccia proletaria che l’inseguiva; la
carica di sempre inquieto dinamismo che sembra spingere
il capitale in tutti i momenti della sua storia, è in realtà la
spinta aggressiva dei movimenti di classe che premono al
suo interno. La figura schumpeteriana dell’imprenditore,
con la sua iniziativa innovatrice, ci piace vederla rovesciata
nella permanente iniziativa di lotta delle grandi masse ope-
raie. Per questo passaggio, Arbeitskraft può diventare, deve
diventare, Angriffskraft. È il passaggio, questa volta politico,
dalla forza-lavoro alla classe operaia.
Dove Marx mostra il massimo della consapevolezza su
questo problema è nei Grundrisse. E forse per una semplice
ragione formale: non costretto né a una ferrea disposizione
logica degli argomenti, né a una particolare cura linguistica
nella loro esposizione, in una fase di lavoro tutto suo, che
si poneva molto al di qua di un’uscita pubblica, egli avan-
za qui più speditamente nelle sue scoperte fondamentali
e scopre quindi di più e più cose nuove, di quante non
ne appaiono nelle opere compiute, a cominciare da Per la
critica dell’economia politica e dal I libro del Capitale. Ne
consegue che, politicamente, i Grundrisse – questo mono-
logo interiore che Marx istituisce con il proprio tempo e

42
  K. Marx e F. Engels, La sacra famiglia, ovvero, Critica della critica
critica. Contro Bruno Bauer e soci (1845), traduzione di A. Zanardo,
Roma, Editori Riuniti, 1969, p. 43.

175
con se stesso – risulta un libro più avanzato degli altri due,
un testo che porta più direttamente, attraverso improvvise
pagine pratiche, a conclusioni politiche di tipo nuovo.
Guardate ad esempio come – prima di arrivare al concet-
to di lavoro vivo e quindi prima di aggredire il rapporto
originario di scambio tra capitale e lavoro – Marx si pone
qui il problema: was ist unter «Gesellschaft» zu verstehen.
«Niente è più falso del modo in cui sia gli economisti che
i socialisti considerano la società in rapporto alle condizioni
economiche»43. Proudhon così non vede differenza tra capi-
tale e prodotto, per la società. Ma la differenza tra prodotto
e capitale non sta appunto nel fatto che, come capitale, il
prodotto esprime un rapporto determinato, relativo a una
forma storica della società?

La cosiddetta considerazione dal punto di vista della socie-


tà non significa altro che trascurare le differenze che appunto
esprimono il rapporto sociale (rapporto della società borghese).
La società non consiste di individui, bensì esprime la somma
delle relazioni, dei rapporti in cui questi individui stanno l’uno
rispetto all’altro44.

Questa definizione della società è importante proprio


per la definizione della sostanza sociale, comune a tutte le
merci come fossero singoli individui. Sostanza comune non
può essere più il loro singolo contenuto materiale, la loro
determinazione fisica individuale; deve essere la loro forma,
appunto sociale, il loro essere prodotto di un rapporto so-
ciale. Ma di questa forma – in quanto è valore, in quanto
è una determinata quantità di lavoro – «si può parlare solo
se viene cercata l’antitesi al capitale»45. La sostanza comune

43
  K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica
1857-1858, vol. 1, traduzione di E. Grillo, Firenze, La nuova Italia, 1968,
p. 241 [Tronti utilizza la traduzione che Enzo Grillo andava compiendo
in quegli anni dei Grundrisse. Tale traduzione uscirà solamente tre anni
dopo. I passi citati da Tronti sono quindi riportati da una versione non
definitiva del testo].
44
  Ibidem, p. 242.
45
  Ibidem, p. 251 in nota.

176
di tutte le merci è costituita dal fatto di essere socialmente
tutte lavoro oggettivato. Ora

l’unica cosa differente dal lavoro oggettivato è il lavoro non og-


gettivato ma ancora da oggettivare, il lavoro come soggettività.
Ovvero: il lavoro oggettivato, ossia esistente nello spazio, può
essere anche contrapposto, come lavoro morto (vergangne), al
lavoro esistente nel tempo. Nella misura in cui deve esistere tem-
poralmente, come lavoro vivo, esso può esistere soltanto come
soggetto vivo (lebendiges Subjekt), in cui esiste come capacità,
come possibilità; perciò come operaio (als Arbeiter)46.

Abbiamo già visto che nell’Urtext di Per la critica


dell’economia politica – dello stesso periodo dei Grundris-
se – dirà ancora più in sintesi: «L’unica antitesi al lavoro
oggettivato (vergegenständlichte) è il lavoro non oggettivo
(ungegenständliche), cioè l’unica antitesi al lavoro oggettivato
(objektivierten) è il lavoro soggettivo (subjektive)»47.
Lavoro soggettivo contrapposto a lavoro oggettivato,
lavoro vivo contrapposto a lavoro morto, è il lavoro con-
trapposto al capitale: il lavoro come non-capitale (die Ar-
beit als das Nicht-Kapital). Due sono le sue caratteristiche
fondamentali e tutte e due segnano il lavoro come un non-
qualcosa, un Nicht piantato nel cuore di una rete di rapporti
sociali positivi, che tiene in sé insieme la possibilità del loro
sviluppo come quella della loro distruzione.

Il lavoro posto come non-capitale in quanto tale è: 1) lavoro


non oggettivato, negativamente concepito (ma pur sempre oggettivo;
il non-oggettivo stesso in forma oggettiva). Come tale esso è non-
materia prima, non-strumento di lavoro, non-prodotto grezzo, il
lavoro separato da tutti i mezzi e gli oggetti di lavoro, dalla sua
intera oggettività. È il lavoro vivo esistente come astrazione da
questi momenti della sua reale effettualità (e altresì come non-
valore); [è] questa completa spoliazione, priva di ogni oggettività,
pura esistenza soggettiva del lavoro. È il lavoro come miseria
assoluta (absolute Armut): la miseria non come privazione, ma
come completa esclusione dalla ricchezza oggettiva. O anche,

46
  Ibidem, pp. 251-252.
47
 Marx, Scritti inediti di economia politica, cit., pp. 124-125.

177
in quanto non-valore (Nicht-Wert) esistente e perciò in quanto
valore d’uso puramente oggettivo, che esiste senza mediazione,
questa oggettività può essere soltanto un’oggettività non separa-
ta dalla persona: soltanto un’oggettività coincidente con la sua
immediata esistenza corporea. In quanto puramente immediata,
l’oggettività è altresì immediatamente non-oggettività. In altre
parole: un’oggettività che non va al di là dell’immediata esistenza
dell’individuo stesso. 2) Lavoro non oggettivato, non-valore, con-
cepito positivamente, o negatività riferentesi a se stessa; in quanto
tale esso è la non-oggettivata, quindi non-oggettiva, cioè soggettiva
esistenza del lavoro stesso. Il lavoro non come oggetto, ma come
attività; non come valore esso stesso, ma come sorgente viva del
valore. La ricchezza generale (di fronte al capitale nel quale esiste
oggettivamente, come realtà) come possibilità generale (allgemeine
Möglichkeit) di essa che si conferma nell’attività come tale48.

Non è dunque affatto contraddittorio – continua Marx


– che il lavoro sia «per un verso la miseria assoluta come
oggetto, per l’altro verso la possibilità generale della ricchezza
come soggetto»49. O meglio è del tutto contraddittorio, ma
allora per il fatto che il lavoro stesso è una contraddizione
del capitale. E prima ancora, una contraddizione per se
stessa. Lavoro astratto che ha un valore d’uso. Anzi: lavoro
puro e semplice (schlechthin) che è il puro e semplice valore
d’uso che si contrappone al capitale. E cioè il lavoro come
operaio: «assolutamente indifferente alla sua particolare
determinatezza», eppure «capace di ogni determinatezza»50.
L’interesse dell’operaio è sempre per il lavoro in generale,
mai per il carattere determinato di esso. Questo carattere
determinato è infatti solo valore d’uso per il capitale. Proprio
per questo, come il lavoro è tale solo in opposizione al ca-
pitale, così l’operaio è tale solo in opposizione al capitalista.

Questo rapporto economico – il carattere per cui il capitalista


e l’operaio si collocano come estremi di un rapporto di produzione
– viene perciò tanto più puramente e adeguatamente sviluppato

48
 Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica
1857-1858, vol. 1, cit., pp. 279-280.
49
  Ibidem, p. 278.
50
  Ibidem, p. 280.

178
quanto più il lavoro perde ogni carattere artigianale (Kunstcharak-
ter); la sua particolare rifinitezza diventa sempre più qualcosa di
astratto e indifferente, ed esso diventa progressivamente attività
puramente astratta, puramente meccanica, e perciò indifferente,
attività indifferente alla sua forma particolare; attività semplice-
mente formale (formelle), o, ciò che è lo stesso, semplicemente
materiale (stoffliche), attività in generale, indifferente alla forma51.

Arbeitsprozess in das Kapital aufgenommen:

Mediante lo scambio con l’operaio il capitale si è appropriato


del lavoro stesso: questo è divenuto uno dei suoi momenti, che
ora agisce come vitalità fecondante (befruchtende Lebendigkeit)
sulla sua oggettività meramente esistente e perciò morta (nur
daseiende und daher tote)52.

Il capitale a questo punto non può continuare a identifi-


carsi passivamente, in quanto denaro, con il lavoro oggetti-
vato; deve instaurare un rapporto attivo, in quanto capitale,
con il lavoro vivo, con «il lavoro che esiste come processo
e come atto»53. Esso è infatti questa differenza qualitativa
della sostanza dalla forma in cui consiste anche come lavoro.
È il processo di questa distinzione (Unterscheidung) e del
suo superamento (Aufhebung): la via per la quale «il capitale
stesso diventa processo»54.

Il lavoro è il fermento che, gettato in esso, lo porta a fer-


mentazione (zur Gärung). Da una parte l’oggettività in cui esso
consiste deve essere elaborata, ossia consumata dal lavoro, dall’altra
la mera soggettività del lavoro in quanto mera forma deve essere
superata (aufgehoben) e oggettivata nella materia (Material) del
capitale. Il rapporto del capitale, nel suo contenuto, col lavoro,
del lavoro oggettivato con il lavoro vivo – questo rapporto in cui
il capitale si presenta passivo di fronte al lavoro, è [cioè] la sua
esistenza passiva (sein passives Dasein), come sostanza particolare,
ad entrare in rapporto col lavoro in quanto attività formatrice –

51
  Ibidem, p. 281.
52
  Ibidem, p. 282.
53
  Ibidem, p. 282-283.
54
  Ibidem, p. 283.

179
può essere in generale soltanto il rapporto del lavoro con la sua
oggettività, con la sua materia (Stoff) […]; e rispetto al lavoro
come attività la materia, il lavoro oggettivato, ha soltanto due
rapporti: quello di materia prima, ossia di materia priva di forma,
di puro materiale per l’attività formatrice conforme a scopo del
lavoro, e quello di strumento di lavoro, di mezzo oggettivo stesso
attraverso il quale l’attività soggettiva inserisce tra sé e l’oggetto,
un oggetto che le fa da conduttore (Leiter)55.

Produktionsprozess als Inhalt des Kapitals:

Nel primo atto, nello scambio tra capitale e lavoro, il lavoro


in quanto tale, per sé stante, si presentò necessariamente come
operaio. Accade lo stesso qui nel secondo processo: il capitale in
generale è posto come valore per sé stante, come valore per così
dire egoistico (selbstischer) (alla qual cosa nel denaro si tendeva
soltanto). Ma il capitale per sé stante è il capitalista. Hanno un
bel dire i socialisti: noi abbiamo bisogno del capitale, non del
capitalista. Ma allora il capitale appare come pura cosa, non come
rapporto di produzione che, riflesso in sé, è appunto il capitalista.
Io posso ben separare il capitale da questo singolo capitalista,
ed esso può passare nelle mani di un altro. Ma in quanto egli
perde il capitale, perde la qualità di essere capitalista. Il capitale
perciò può ben essere separato dal singolo capitalista, ma non dal
capitalista, che in quanto tale si contrappone all’operaio. E così
anche il singolo operaio può cessare di essere l’esser-per-sé (das
Fürsichsein) del lavoro; egli può ereditare, rubare ecc. denaro. Ma
allora cessa di essere operaio. In quanto operaio egli è soltanto
il lavoro per sé stante56.

Mediante l’incorporazione del lavoro nel capitale, il capitale


stesso diventa processo di produzione; ma anzitutto processo
materiale di produzione; processo di produzione in generale,
talché il processo di produzione del capitale non è distinto dal
processo materiale di produzione in generale. La sua determina-
zione formale è completamente estinta. Per il fatto che il capitale
ha scambiato una parte del suo essere (Sein) oggettivo con il
lavoro, la sua stessa esistenza (Dasein) oggettiva si è scissa inter-
namente (dirimiert in sich) come oggetto e lavoro; il rapporto di

55
  Ibidem.
56
  Ibidem, pp. 289-290.

180
questi due elementi costituisce il processo di produzione o, più
precisamente, il processo lavorativo. Con ciò il processo lavorativo
presupposto al valore, come punto di partenza – e che per la sua
astrattezza, per la sua pura materialità, è ugualmente proprio di
tutte le forme di produzione – si presenta di nuovo all’interno
del capitale, come un processo che si sviluppa nell’ambito della
sua materia, ne costituisce cioè il suo contenuto57.

Surplusarbeitszeit:

Se per mantenere in vita un operaio per una giornata lavo-


rativa occorresse una giornata lavorativa, il capitale non esiste-
rebbe, perché la giornata lavorativa si scambierebbe con il suo
stesso prodotto, rendendo così impossibile la valorizzazione e
perciò anche la conservazione del capitale in quanto capitale.
L’autoconservazione del capitale è la sua autovalorizzazione. Se
il capitale, per vivere, dovesse anche lavorare, si conserverebbe
non come capitale, ma come lavoro58.

Ma

se l’operaio ha bisogno soltanto di mezza giornata lavorativa


per viverne una intera, allora, per prolungare la sua esistenza
di operaio, ha bisogno di lavorare soltanto mezza giornata. La
seconda metà della giornata lavorativa è lavoro coatto (Zwangs-
arbeit); pluslavoro. Ciò che dalla parte del capitale si presenta
(erscheint) come plusvalore, dalla parte dell’operaio si presente
esattamente (erscheint exakt) come pluslavoro, che va al di là dei
suoi bisogni di operaio, ossia al di là del suo immediato bisogno
di conservare la sua vitalità. Il grande ruolo storico del capitale
è di creare questo pluslavoro, questo lavoro superfluo dal punto
di vista del semplice valore d’uso, della pura sussistenza59.

In questo senso una compiuta determinazione storica


del capitale presuppone: 1) bisogni talmente sviluppati che
il pluslavoro al di là del necessario diventa esso stesso un
bisogno generale; 2) una generale operosità che, attraverso la
disciplina rigorosa del capitale, si sviluppa a possesso gene-
57
  Ibidem, pp. 290-291.
58
  Ibidem, p. 316.
59
  Ibidem, pp. 316-317.

181
rale; 3) uno sviluppo talmente maturo delle forze produttive
del lavoro che il possesso e la conservazione della ricchezza
generale «da una parte richiede minore tempo di lavoro per
l’intera società», dall’altra «la società lavoratrice (arbeitende
Gesellschaft) istituisce un rapporto scientifico col processo
della sua progressiva riproduzione, della sua riproduzione
sempre più ricca»60. Così «il lavoro, in cui l’uomo fa ciò che
può lasciar fare per sé alle cose, cessa di essere»61.

Come incessante tensione (rastlose Streben) alla forma gene-


rale della ricchezza il capitale spinge il lavoro al di là dei limiti
dei suoi bisogni naturali e in tal modo crea gli elementi materiali
per lo sviluppo di una ricca individualità, universale (allseitig)
sia nella produzione sia nel consumo, il cui lavoro perciò non si
presenta nemmeno più come lavoro, bensì come pieno sviluppo
dell’attività stessa, nella quale la necessità naturale nella sua forma
immediata è scomparsa; perché al posto del bisogno naturale ne
è entrato uno prodotto storicamente (geschichtlich erzeugtes).
Perciò il capitale è produttivo; ossia è un rapporto essenziale allo
sviluppo delle forze produttive sociali. Esso cessa di essere tale
solo quando lo sviluppo di queste forze produttive trova una
barriera nel capitale stesso62.

Questo è il cammino nuovo che Marx stesso qui propo-


ne. Punto di partenza: il lavoro come non-capitale, e cioè il
lavoro come soggetto vivo dell’operaio di contro alla morta
oggettività di tutte le altre condizioni di produzione; il lavoro
come fermento vitale del capitale, – un’altra determinazione
attiva che si aggiunge all’attività del lavoro produttivo. Pun-
to d’arrivo: il capitale che diventa esso stesso produttivo,
rapporto essenziale allo sviluppo del lavoro come forza
produttiva sociale, e dunque rapporto essenziale allo sviluppo
della classe operaia, – una nuova funzione del capitale che
lo fa servire adesso all’operaio. In mezzo a questo cammi-
no, tra l’uno e l’altro di questi due punti: il lavoro come
non-valore e, proprio per questo, sorgente viva del valore;

60
  Ibidem, p. 317.
61
  Ibidem.
62
  Ibidem, pp. 317-318.

182
miseria assoluta e, proprio per questo, possibilità generale
della ricchezza; di nuovo pluslavoro e, proprio per questo,
plusvalore, – la figura moderna dell’operaio collettivo che
arriva ormai a produrre capitale proprio in quanto classe
antagonista che lo combatte.
È questo il punto decisivo che bisogna adesso mettere
a fuoco. Il processo produttivo, l’atto della produzione di
capitale, è contemporaneamente il momento della lotta
operaia contro il capitale: momento specifico, al quale tutti
gli altri livelli generici della lotta sono costretti a riferirsi,
per diventare essi stessi produttivi. All’atto della produzio-
ne, il rapporto di forza tra le due classi è favorevole alla
parte operaia. Domandiamoci: perché? Abbiamo visto: è un
bisogno del capitale che la forza-lavoro passi dentro il rap-
porto di produzione capitalistico, e non più solo come
forza produttiva sociale oggettivata nel capitale, ma come
vivo soggetto attivo dell’operaio, così associato e così og-
gettivato. All’atto della compravendita, sul mercato, la
forza-lavoro si presenta con due caratteristiche fondamen-
tali: quella di essere già nella sostanza contrapposta al ca-
pitale, e quella di essere ancora formalmente autonoma da
esso. La sua autonomia, la carta dei suoi diritti su cui sta
scritta in caratteri gotici la parola libertà, consiste nel fatto
di essere ancora fuori del rapporto di produzione capitali-
stico. Il momento dello scambio non è soltanto il regno
della libertà perché compratore e venditore trattano come
liberi individui, ma perché capitale e lavoro si presentano
qui – almeno nella forma – l’uno libero dall’altro. È quella
libertà che devono perdere, se vogliono vivere. È in questo
senso che Marx vede nel passaggio alla produzione il dis-
solversi del capitale come «rapporto formale». Quello che
qui cade infatti è proprio la forma della reciproca autonomia
tra i momenti del rapporto, e quello che rimane è il rap-
porto stesso nella sua sostanza, nella sua realtà cruda e
immediata, senza la mediazione di un’espressione formale,
noi diciamo, senza ideologia. Ma la sostanza del rapporto è
data fin da principio dalla contrapposizione antitetica tra
lavoro in potenza e capitale in sé, le figure semplici del
lavoro e del capitale, dell’operaio e del capitalista. Il con-

183
tenuto del rapporto capitalistico è in ogni momento il
rapporto di classe. E il rapporto di classe vede l’iniziativa
della lotta da parte operaia come il punto iniziale del pro-
cesso, il motore permanente di esso, la negazione assoluta
del capitale in quanto tale e al tempo stesso l’articolazione
dinamica dell’interesse capitalistico. Nel passaggio alla pro-
duzione, questo contenuto di classe del capitale come
«rapporto sostanziale», non solo viene conservato nella
sostanza, non solo viene liberato dalla forma, ma viene, deve
essere, appunto, socializzato e oggettivato. Deve essere so-
cializzato nel senso che le singole forze-lavoro individuali
devono diventare forza produttiva sociale, o forza sociale
del lavoro produttivo. Deve essere oggettivato, nel senso che
questa forza sociale del lavoro produttivo deve diventare
forza produttiva sociale del capitale. Questi due processi
– la socializzazione della forza-lavoro e la sua oggettivazio-
ne nel capitale – sono stretti entro una sola necessità: quel-
la di spezzare l’autonomia della forza-lavoro senza distrug-
gere il suo carattere antagonistico. L’esistenza del capitale,
la sua nascita, il suo sviluppo, sono tutti legati alla presen-
za di questo antagonismo. Il capitale non solo non può
esistere senza forza-lavoro, ma non può esistere senza so-
cializzazione della forza-lavoro; non solo non può fare a
meno della classe operaia, ma non può fare a meno di in-
trodurre la classe operaia stessa dentro il capitale, come sua
propria parte viva. Il processo di socializzazione capitalisti-
ca può andare molto avanti, ha possibilità di sviluppo che
sembrano illimitate, salta dal rapporto di produzione, in-
dietro, verso il rapporto di scambio, avanti, verso i rappor-
ti della distribuzione, investe il rapporto sociale generale e
lo fa salire continuamente di un grado, di un livello, di un
momento. Eppure c’è un limite ad esso segnato che non
può superare: il processo di generale socializzazione non
può arrivare a liquidare gli operai come classe particolare,
non può, non deve, diluire, dissolvere, smembrare la classe
operaia nella società; può e deve sempre di più socializzare
– così com’è – il rapporto di classe e quindi al suo interno
di nuovo gli operai come classe antagonista; da parte capi-
talistica è questa la via del controllo sociale sui movimenti

184
della classe operaia, da parte operaia è la prospettiva di una
propria crescita politica illimitata di contro al limite invali-
cabile che il capitale pone a se stesso. Così il processo di
oggettivazione di ogni rapporto sociale dentro il capitale
porta in sé una carica storica che accumula, man mano che
avanza, una forza irresistibile: dal feticismo della merce al
feticismo del capitale, attraverso tutta un’epoca di positiva
violenza, la riduzione a morta cosa di tutto ciò che è social-
mente vivo sembra praticamente compiuta. Eppure anche
qui una barriera insormontabile impedisce il compimento
dell’opera: il processo di totale oggettivazione non può
arrivare a liquidare la vita individua del lavoro come sog-
getto attivo, non può e non deve ridurre a morta oggettivi-
tà passiva lo stesso fermento vitale che produttivamente
mette tutto in attività; quanto più cresce e avanza l’ogget-
tivazione nel capitale di tutto ciò che è sociale, tanto più
deve avanzare e crescere dentro di esso, l’attività, l’iniziati-
va, l’interesse «imprenditoriale» della classe operaia; da
parte capitalistica è questa la condizione per un razionale
sviluppo economico del sistema, da parte operaia è l’occa-
sione per subordinare a sé politicamente i movimenti del
capitale. L’iniziale contenuto di classe si scopre dunque
sempre più presente e in modo sempre più determinante
nel rapporto di produzione capitalistico, sua sostanza vivi-
ficante proprio perché sua immanente contraddizione,
proprio perché sforzo continuo di parte operaia all’uso
politico soggettivo di un meccanismo economico oggettivo.
I processi di socializzazione e di oggettivazione esasperano
queste possibilità di uso alternativo, che sono del resto
implicite in ogni processo della produzione capitalistica. Il
punto di vista pratico del capitale non ha altra scelta che
guidare questi processi facendoli portare alla classe operaia.
Il punto di vista pratico operaio può scegliere di portarli
rifiutando la guida del capitale. È dunque in una posizione
di potenziale vantaggio. Basta che questa scelta operaia non
venga abbandonata alla spontaneità, basta che trovi la via
per esprimersi in possente organizzazione soggettiva, e il
rapporto di forze risulta di fatto rovesciato, la forza d’at-
tacco degli operai mette sulla resistenza la difesa dei capi-

185
talisti. In fabbrica, nella produzione, quando gli operai
funzionano per il capitalista come le macchine per il capi-
tale, con in più la possibile scelta di non voler funzionare;
quando il lavoro è dentro il capitale e contro di esso nello
stesso tempo, allora il padrone collettivo è enormemente
debole, perché ha lasciato per un momento nelle mani dei
suoi nemici le armi con cui combatteva, le forze produttive
del lavoro, socializzate e oggettivate nella classe operaia. Se
l’attività del lavoro cessa, cessa la vita del capitale. Una
fabbrica ferma è già lavoro morto, capitale in riposo che
non produce e non si riproduce. Lo sciopero è, non a caso,
forma permanente di lotta operaia e così sua forma primi-
tiva che si sviluppa, ma non si nega. E c’è la forza immane
delle cose semplici in questa constatazione elementare: es-
sere lo sciopero cessazione dell’attività da parte del lavoro
vivo, sua riduzione a lavoro morto, suo rifiuto così ad es-
sere lavoro; lo sciopero dunque come crollo della distinzio-
ne, della separazione, della contrapposizione tra lavoro e
capitale, – la più terribile minaccia che possa essere porta-
ta alla vita stessa della società capitalistica. Rifiuto dell’at-
tività da parte del lavoro vivo è il recupero di quella sua
autonomia che il processo di produzione deve appunto
spezzare. E questa è l’altra cosa che il capitale non può
sopportare. Esso deve mantenere il lavoro distinto da sé e
a sé contrapposto come potenza economica, ma deve con-
temporaneamente subordinarlo, sotto il suo comando, come
potenza politica. Il capitale cioè deve contrapporsi la forza-
lavoro senza lasciare autonoma la classe operaia; deve
concepire la forza-lavoro stessa come classe operaia, dentro
però il rapporto di produzione capitalistico; deve dunque
conservare, riprodurre, allargare il rapporto di classe, solo
controllandolo. È questo il filo che lega la storia moderna
del capitale. Spezzare in un punto il filo di questo control-
lo è la strategia di oggi della rivoluzione operaia. Una se-
parata autonomia politica dei movimenti di classe delle due
parti è tuttora il punto di partenza da imporre alla lotta: di
qui, di nuovo, tutti i problemi di organizzazione della par-
te operaia. Lo sforzo del capitale è di chiudere entro la
relazione economica il momento dell’antagonismo, incor-

186
porando il rapporto di classe nel rapporto capitalistico,
come suo oggetto sociale. Lo sforzo di parte operaia deve
all’opposto tendere continuamente a spezzare proprio la
forma economica dell’antagonismo; deve avere come obiet-
tivo quotidiano quello di restituire contenuto politico a ogni
occasione elementare di scontro; deve quindi far funzionare
soggettivamente il rapporto capitalistico nel rapporto di clas-
se, concepire allora il capitale in quanto rapporto di pro-
duzione, sempre e solo come un momento della lotta di
classe operaia. È per questa via che la stessa attività viva
del lavoro, socializzata dal capitale e in esso oggettivata,
può essere fatta rozzamente servire a quell’opera di positi-
va distruzione, che il punto di vista operaio porta material-
mente con sé. Quella vitalità fermentante del lavoro opera-
io è infatti ancora niente di più che antagonismo. E anta-
gonismo nient’altro è che il suo carattere antitetico, la sua
posizione di permanente negazione, questo no continua-
mente ripetuto, questo rifiuto di tutto, che, lasciato alla
spontaneità, sferza il capitalista e lo fa correre e lo costrin-
ge a ripetere a se stesso – come già diceva Marx – avanti,
avanti; ma che una volta incanalato entro gli argini di ferro
dell’organizzazione per la rivoluzione, prima erge di fronte
a sé come una diga la barriera economica del capitale e poi
politicamente l’aggredisce, la travolge e la distrugge.
Noi partiamo da questo presupposto: che il capitale è
ormai arrivato a rintracciare la legge naturale del proprio
sviluppo sociale. In queste condizioni, svelare la legge
economica di movimento della società capitalistica non co-
stituisce più il fine ultimo del pensiero operaio. A questo
punto, ogni fase di svolgimento del capitalismo va subito
ridotta a mezzo pratico di una sua possibile dissoluzione.
Le leggi di sviluppo del capitale vanno svelate come leggi di
sviluppo capitalistico della classe operaia, come organizza-
zione degli operai da parte del capitalista. C’è un feticismo
della forza-lavoro che si appiccica ai produttori di capitale
non appena questi cominciano a produrre capitale sociale.
Si tratta innanzi tutto di sopprimere violentemente, nella
lotta, questa moderna apparenza borghese, che subordina il
lavoro al capitale: si ritroverà così il terreno politico decisivo

187
per la sconfitta dei capitalisti. Si tratta poi, su questa base,
di partire alla scoperta delle leggi politiche di movimento
della classe operaia, che subordinano materialmente a sé
lo sviluppo del capitale: si ritroverà così il compito teorico
definitivo del punto di vista operaio. Da questo momento,
il capitalismo deve soltanto cominciare a interessarci come
sistema storico di riproduzione della classe operaia.

10. La parola d’ordine del valore-lavoro

È il punto decisivo del rovesciamento strategico. Non pas-


serà per adesso ad attuarsi nella ricerca «sul campo». Non ha
possibilità immediata di seminare qualcosa nel deserto attuale
del marxismo contemporaneo. Non è a questo che bisogna
rivolgersi. Soltanto una formidabile esperienza politica, tat-
ticamente guidata da questo nuovo criterio strategico, potrà
far saltare una volta per tutte la crosta di opportunismo, di
rinuncia, di obbedienza passiva alla tradizione che accetta
solo le innovazioni proposte dal campo opposto, sotto cui è
rimasto seppellito da decenni il punto di vista operaio. Solo
le nuove forze che produrranno questa esperienza pratica
e da essa saranno riprodotte, si troveranno poi in grado di
condurre fino in fondo l’opera di ricostruzione teorica, il
lavoro di modellazione scientifica. Non è da credere inve-
ce che sia possibile il contrario. Rivelare soltanto il nuovo
corso possibile della lotta non cambia le condizioni reali
in cui la lotta si svolge. Ma cambiando realmente queste
condizioni, secondo il nuovo punto di vista, si impone la
sua vittoria decisiva anche per il futuro. Di nuovo ci si trova
qui a passare per una porta stretta. Sempre, ogni volta che
il punto di vista operaio avanza, si trova a dover dimostrare
con l’esempio della pratica quello che propone in teoria; si
trova, per sua natura, a dover far precedere la politica alla
scienza. E questo è il motivo per cui la scienza operaia non
si offrirà mai allo «scienziato» in una forma internamente
compiuta. Il punto di vista operaio – in quanto scienza – è
già una contraddizione. Per non esserlo, non deve essere solo
scienza, possesso conoscitivo e di previsione dei fenomeni;

188
deve essere rivoluzione, processo in atto di rovesciamento
dei fatti. Nella lettura di Marx, dopo un secolo, non è stra-
no, è normale che l’economista continui a trovarci errori
economici, lo storico errori storici, il politico errori politici,
e così via. Non è strano ed è normale perché dal punto di
vista dell’economista, dello storico, del politico tradizionale
si tratta di errori veri e propri. Nessuno di costoro però si
domanda se possono giudicare Marx dal loro punto di vista,
dal punto di vista delle loro discipline. Se l’opera di Marx
viene ridotta a un fenomeno di storia delle dottrine, allora
si può essere marxisti o non marxisti, in modo più o meno
raffinato, ognuno nella propria dottrina. Ma se quell’opera
stessa viene vista come un momento pratico della lotta di
classe dal punto di vista operaio, allora si tratta di essere
marxisti in un unico rozzo senso, in quanto militanti rivolu-
zionari della parte operaia. In questo caso bisogna sapere che,
sul terreno oggettivamente scientifico, le conseguenze sono
pesanti. Rispetto alla scienza riconosciuta si deve accettare
di lavorare nella clandestinità di un piano tutto diverso. I
risultati non saranno dunque spesso confrontabili. Come
studiosi, e dagli studiosi, rivendichiamo il diritto di essere
disprezzati. Nella società capitalistica, la ricerca, lo studio, la
scienza dal punto di vista operaio devono consapevolmente
scegliere per sé l’onore dell’isolamento. Solo così riusciran-
no quietamente a consegnare ai movimenti della propria
classe la conoscenza di quella forza aggressiva di cui essa
all’opposto ha bisogno, restituendo così agli operai quello
che già Marx – non a caso – aveva indicato loro come scelta
irrinunciabile: «l’onore di essere un potere conquistatore
(die Ehre eine erobernde Macht zu sein)»63.
Proporre oggi un rovesciamento di priorità storica tra
capitale e lavoro, cominciare a vedere il capitale come fun-
zione della classe operaia, o, più precisamente, il sistema
economico capitalistico come un momento di sviluppo
politico della classe operaia, spezzare quindi e ribaltare

63
  K. Marx, Werke. Band 8. Der achtzehnte Brumaire des Louis Bona-
parte, Berlin, Dietz Verlag, 1960, p. 157 (trad. it. Il 18 brumaio di Luigi
Bonaparte (1852), Roma, Editori Riuniti, 2006, p. 83).

189
nella ricerca la storia subalterna dei movimenti operai, per
recuperare nella pratica la possibilità di imporre con la forza
al capitale i suoi stessi movimenti: tutto questo non è me-
todologicamente diverso da quello che Marx stesso faceva,
quando assumeva in proprio la legge del valore-lavoro, e
la interpretava, la portava a compimento, la faceva servire
ai suoi fini, che non erano quelli esclusivi della sua analisi,
ma quelli complessivi di lotta della sua classe. La legge
del valore-lavoro Marx non l’ha scoperta. L’ha trovata già
fondamentalmente compiuta nel pensiero del tempo. Ed
è vero che questo era il pensiero borghese del tempo, ma
propriamente di quella parte avanzata della borghesia indu-
striale che, in lotta mortale contro le passive sopravvivenze
del passato, aveva interesse a presentare realisticamente le
proprie teorie come «sussistenza scientifica» dei rapporti
economici. Il semplice stare ai fatti già rompeva, in quel
caso, il vecchio equilibrio. D’altra parte era proprio questo
stare ai fatti che rendeva produttivo il rapporto con quella
scienza borghese. E il fatto, il dato, che questa scienza cer-
cava di imporre, nel modo più crudo, all’attenzione politica
era – non a caso – il nuovo nodo, economico e politico nello
stesso tempo, del rapporto lavoro-valore, lavoro-capitale.
Non si tratta quindi di accreditare per questa via l’illusione
storica di una borghesia che quando è rivoluzionaria non
ha paura di dire la verità, ma che diventa tanto più bu-
giarda quanto più diventa reazionaria, e prima di prendere
il potere è buona e dopo che ha preso il potere diventa
cattiva, – queste favole per bambini che vanno a scuola
elementare di materialismo storico. Il realismo del pensiero
classico borghese non è un frutto isolato dell’epoca d’oro
del capitale: si ripete ogni volta che la parte capitalistica
più avanzata decide di aggredire e di battere, sul terreno
operaio, la parte capitalistica più arretrata, ogni volta cioè in
cui l’articolazione operaia dello sviluppo capitalistico viene
fatta giocare, deve essere fatta giocare, in modo diretto e
scoperto. Allora diventa di nuovo possibile anche l’uso
operaio alternativo di alcuni risultati scientifici ottenuti
dall’opposto punto di vista. Ecco perché il cinismo bor-
ghese di Ricardo sulle condizioni del lavoro per il profitto

190
è stato più utile a Marx di tutti i piagnistei della letteratura
comunista sulla miseria delle classi lavoratrici.
Quando Marx rifiuta l’idea del lavoro come fonte della
ricchezza e assume un concetto di lavoro come misura del
valore, l’ideologia socialista è battuta per sempre ed è nata
la scienza operaia. Non a caso è questa la scelta di sempre.
Il lavoro non crea niente, non crea il valore come non crea
il capitale, e non ha da richiedere quindi a nessuno che gli
venga restituito il frutto integrale di quanto esso ha creato.
Quante volte Marx dice che il lavoro è presupposto dal
capitale e nello stesso tempo a sua volta lo presuppone? E
che cos’altro vuol dire questo se non il fatto semplicissimo
che il capitale per diventare tale, cioè per essere rapporto
di produzione, presuppone la forza-lavoro e la forza-lavoro
per lavorare, cioè per produrre, presuppone le condizioni
del lavoro? E non si tratta di reciproci presupposti semplici,
diciamo così, statici. Si tratta di una dinamica, mobilissima,
addirittura irrequieta contrapposizione di classe, che vede
allora – e qui è il punto discriminante – una classe, una
forza attiva di lavoro vivo, una massa sociale di proletari,
contrapporsi dapprima a lungo alle condizioni morte del
lavoro come capitale in sé, cioè come capitalista singolo,
fino a costringere poi questo a vivere e a costituirsi esso
stesso, su quel modello, come classe antagonista. Il passag-
gio allora attraverso un concetto di lavoro come momento
omogeneizzatore dei fatti sociali, come metro misuratore dei
valori, come riduzione a unità viva di ciò che nella società
capitalistica è molteplice e morto nello stesso tempo, –
questo passaggio attraverso il lavoro acquista tutta la sua
fondamentale ineliminabile importanza. Il lavoro può rendere
tra loro omogenei i fatti, in quanto la massa proletaria in
cui fin da principio esso consiste è l’unica forza omogenea
data dalla società. Il lavoro può misurare il valore, perché
l’articolazione operaia è fin da principio presente in tutte
le strutture decisive che fanno muovere la macchina del
capitale; è misura oggettiva del valore in quanto potenziale
controllo sul capitale. Il lavoro può ridurre tutto a sé e così
rendere tutto vivo, perché il movimento di classe che lo
esprime ha una direzione antagonista univoca, un nemico

191
unico da battere con una sola forza d’attacco disponibile.
In questo senso è vero che la sostituzione del lavoro con
la forza-lavoro, cambia la natura della legge del valore, da
come Marx l’ha trovata a come Marx l’ha lasciata. Ma solo
a condizione che non si riduca la forza-lavoro, nell’analisi
economica, a merce normale, solo a condizione che essa
venga politicamente esaltata a merce particolare. E la par-
ticolarità della merce forza-lavoro – la possibilità di una sua
valorizzazione maggiore del suo valore reale – possiamo
dire adesso che coincide con il fatto di essere lavoro vivo
associato dal capitale e in esso oggettivato, con il fatto di
essere cioè non solo classe operaia, ma classe operaia dentro
il rapporto di produzione capitalistico: non lavoro che crea
ricchezza e rivendica quindi la ricchezza per sé, ma operai
che come classe producono capitale e come classe possono
quindi rifiutarsi di produrlo. Il carattere particolare della
forza-lavoro come merce si scopre a questo punto non più
come un dato economico passivamente incorporato nell’e-
sistenza dell’operaio, ma come una possibilità politica attiva
che la classe operaia tiene in suo proprio potere con la sua
sola presenza, come parte viva, all’interno del capitale. Così,
la valorizzazione della forza-lavoro al di là del suo valore, la
costrizione moderna al pluslavoro, l’estorsione industriale
di plusvalore, queste leggi economiche di movimento della
società capitalistica, vanno di nuovo tutte scoperte come
leggi politiche di movimento della classe operaia, piegate
con la forza soggettiva dell’organizzazione a brutalmente
servire i bisogni rivoluzionari oggettivi dell’antagonismo
e della lotta. Anche questo rovesciamento nel contenuto
delle leggi di sviluppo dobbiamo capire che non avverrà
per immediata sua forza spontanea. Sicuramente la spon-
taneità gioca in questo caso – come ha giocato finora – nel
senso opposto, nel senso della graduale dissoluzione di
ogni volontà politica soggettiva entro la macchina ferrea del
meccanismo economico. Né servirà, per cambiare il segno
di questa tendenza, un semplice grido strategico, l’appello
tutto teorico a una nuova strategia. Saremo costretti dunque
direttamente a preoccuparci di preparare tatticamente il
terreno su cui con abilità bisognerà piantare, in modo che

192
affondi nel profondo le sue radici, la prassi più sovversiva
che sia mai stata finora concepita: sovversiva due volte,
una volta contro il potere del capitale, una volta contro la
tradizione del movimento operaio.
Certo, la legge marxiana del valore-lavoro non tiene tutto
questo implicito in sé. Eppure se noi la consideriamo – come
vogliamo considerarla – il primo uso dispiegato, il primo
modello di ipotesi della scienza operaia, allora abbiamo la
possibilità di trovare in essa più di quanto Marx stesso ha
voluto vedervi. A questo punto le lagnanze dell’economista
sul mancato funzionamento della legge nei rapporti di fatto,
vengono travolte dai fatti stessi, come si presentano da un
punto di vista di politica operaia. E quali sono questi fatti
se non i più semplici, i più elementari, quelli dati dal senso
comune quotidiano della lotta di classe? Perché la legge del
valore-lavoro, nel momento stesso in cui passa nella testa di
Marx, diventa altro da quello che era fino allora. Da legge
di movimento della società capitalistica – scoperta dalla
scienza borghese più avanzata – si fa legge di movimento
della classe operaia, e cioè momento di attacco pratico, di
aggressione materiale alla società capitalistica stessa, e non
più solo dal punto di vista teorico di una contrapposta scienza
operaia, ma dalla parte politica di un possibile movimento
rivoluzionario organizzato. Allora interviene la scienza
borghese stessa a scoprire le contraddizioni della legge. È
vero: Marx, con l’assumere in proprio la legge del valore,
l’ha messa praticamente in crisi. Dopo Marx, dal punto di
vista della scienza economica oggettiva, la legge del valore
effettivamente non funziona più. E non si può coinvolgere
Marx nella crisi, nel crollo economico di questa legge. Non
si può rimproverare a Marx quello che correttamente può
essere invece rimproverato a Ricardo. Ecco perché ogni dife-
sa, o tentata giustificazione, della teoria marxiana del valore
– anche nei casi più seri di uno Sweezy o di un Pietranera
– in quanto condotta sul terreno oggettivo dell’economia,
risulta politicamente improduttiva, cioè praticamente neu-
tra. Per Marx, valore-lavoro è una tesi politica, una parola
d’ordine rivoluzionaria; non una legge dell’economia, non
un mezzo di interpretazione scientifica dei fenomeni sociali;

193
o meglio è queste due cose ultime in base alle prime e in
loro conseguenza. In questo senso, di nuovo, la legge del
valore è veramente un errore economico dal punto di vista
del capitale, dal punto di vista cioè della sua scienza. E gli
strumenti moderni di questa scienza hanno ben individuato
le difficoltà interne della legge. Ma il rapporto corretto è
tra la legge e il suo oggetto. E l’oggetto, in Marx – qui è la
cosa semplice, difficile da capire – l’oggetto non è il mondo
economico delle merci, ma il rapporto politico della produ-
zione capitalistica. Arriva l’economista e chiude il Capitale
alla prima sezione perché la teoria marxiana del valore non
spiega i prezzi. È, sì, l’eterna pretesa borghese di «dare la
scienza prima della scienza»64, di voler spiegare a priori
tutti i fenomeni apparentemente contrastanti con la legge.
Ma è anche il vizio storico organico dell’intellettuale che
scambia il Capitale per un «trattato di economia politica»,
mentre è proprio e nient’altro che «critica dell’economia
politica», critica dei suoi strumenti e dei suoi fini scientifici,
approntamento di nuovi strumenti per nuovi fini, gli uni e
gli altri al di là dei limiti della scienza. Valore-lavoro vuol
dire allora prima la forza-lavoro poi il capitale; vuol dire il
capitale condizionato dalla forza-lavoro, mosso dalla forza-
lavoro, in questo senso valore misurato dal lavoro. Il lavoro
è misura del valore perché la classe operaia è condizione del
capitale. Questa conclusione politica è il vero, presupposto,
punto di partenza della stessa analisi economica marxiana. La
ricostruzione del discorso di Marx sul concetto di lavoro, lo
stacco di qualità che lo divide dalle stesse sue fonti teoriche
del problema – Hegel e Ricardo – e contemporaneamente
il suo rimando alle esperienze concrete di lotta operaia,
come vera fonte pratica di una soluzione possibile, – tutto
questo tendeva a privilegiare e a rendere condizionante il
rapporto di classe rispetto a tutti gli altri rapporti sociali,
al centro dei quali sta il rapporto del capitale con la parte
operaia di se stesso. Il momento di mediazione che adesso

64
  Lettera di Marx a L. Kugelmann dell’11 luglio 1868, in K. Marx
e F. Engels, Opere. 43. Lettere gennaio 1868-luglio 1870, Roma, Editori
Riuniti, 1975, p. 598.

194
appunto arricchisce il problema è la possibilità di legare
insieme in un unico fascio, dentro la società capitalistica,
il lavoro come misura del valore – primo elemento omoge-
neizzatore indispensabile per la stessa conoscenza borghese
dei fenomeni sociali – e la classe operaia come articolazione
del capitale – fattore primario di organizzazione del siste-
ma capitalistico di produzione. Noi diciamo che questa
articolazione operaia della produzione capitalistica esprime
ancora oggi, senza risolverle ma anche senza utilizzarle,
le contraddizioni borghesi della legge del valore-lavoro.
Questo impone di dare una nuova forma a questa stessa
legge, o, il che è lo stesso, di rendere tutto esplicito il suo
contenuto. Di fronte al punto di vista operaio non sta più
l’esigenza di una soluzione economica al problema teorico
del valore-lavoro; sta solo la ricerca di uno sbocco politico
del rapporto pratico classe operaia-capitale.
«Svolgere come la legge del valore si impone»65: in
questo consiste dunque ancora, secondo le indicazioni di
Marx, il compito della scienza operaia. A una sola condi-
zione: che questo svolgimento non venga intrappolato nelle
contraddizioni fasulle della scienza economica. Il come la
legge si impone è un problema di organizzazione politica
del rapporto di classe. E dovunque, nel processo di pro-
duzione, esiste un rapporto di classe, lì bisogna scoprire il
funzionamento oggettivo del contenuto di questa legge e
insieme fissare le forme politiche con cui imporla soggetti-
vamente. La legge del valore-lavoro – nell’interpretazione
di Marx – non può infatti essere estrapolata dal rapporto
capitalistico di produzione e dal rapporto di classe che lo
fonda. Ecco perché là dove le leggi del mercato si pretende
che non esistano più, si pretende però ancora e sempre che
funzioni la legge del valore. Che cosa vuol dire questo se
non che nel rapporto di produzione vive ancora e sempre
la lotta di classe? È il paradosso storico del «socialismo»
realizzato: proprio la fedeltà ortodossa agli strumenti marxisti
dell’analisi gli va riscoprendo dentro la presenza viva, una
per una, di tutte le leggi classiche di sviluppo del capitale.
65
  Ibidem.

195
La risposta affermativa alle possibilità o meno di veder
funzionare la legge del valore in un’economia pianificata
in senso socialista, è stato così un punto di passaggio di
fondamentale importanza. Se vogliamo avanzare, sia pure
con preoccupazione, su questo terreno, allo stadio attuale
della ricerca, per rompere un’omertà intellettuale che blocca
il punto di vista operaio dietro una barriera ormai inutile
di opportunità politiche, – bene, allora dobbiamo porci in
forma di problema questo tema di scandalo: che se si può
parlare di funzionamento economico oggettivo della legge
del valore-lavoro, se ne può parlare proprio e soltanto nella
società che dice appunto di aver realizzato il socialismo.
Se infatti incastriamo – come è legittimo fare – valore e
capitale da una parte, lavoro e classe operaia dall’altra, e
diciamo che la forma moderna tutta dispiegata della legge
del valore-lavoro si presenta oggi come articolazione operaia
dello sviluppo capitalistico, – se ne deve concludere che è
possibile svolgere la legge dovunque esiste il capitale come
rapporto di produzione, ma che il come essa di fatto oggi si
impone ha come condizione storica una gestione appunto
formalmente operaia del rapporto di produzione capitalistico.
Cioè: là dove tutte le leggi di sviluppo del capitale funzionano
in modo aperto sotto il comando soggettivo di una classe
dei capitalisti, il condizionamento operaio dello sviluppo
può essere imposto solo dalle forme varie, ma tutte aperte
e tutte soggettive, della lotta operaia. Qui il capitalista, per
suo conto, non ha bisogno di richiamarsi alla legge del valore
per il suo calcolo economico, perché non ha interesse a far
funzionare la classe operaia come motore politico attivo di
tutto il processo, gli basta di usarla economicamente come
tale nel processo di produzione. Là dove, invece, per un
ben determinato contesto storico di circostanze, un con-
centrato nucleo di classe operaia si trova ad essere l’unica
forza sociale omogenea, in grado di portare lo sviluppo del
capitale, lì allora si preparano le condizioni perché si imponga
oggettivamente nel lavoro un omogeneo metro misuratore di
ogni valore e nella classe operaia un’articolazione talmente
materiale del capitale da non doversi esprimere più nelle
forme apertamente soggettive della lotta. Dobbiamo trovare

196
il coraggio di convincerci che questa assurdità è un fatto
storico reale: il potere politico del capitale può assumere la
forma di Stato operaio. Quando il condizionamento operaio
esce dal semplice rapporto di produzione per investire il
rapporto sociale generale, provoca, impone su di sé, magari
con una rottura rivoluzionaria, una dittatura di classe in
suo nome. Badate: l’articolazione operaia del capitale esiste
sempre. Ma nel capitalismo di oggi funziona come lotta, nel
socialismo di oggi funziona come legge. Di qui, di nuovo,
paradossi a catena. Il capitalismo si presenta come il terreno
politico definitivo in cui il rapporto di classe effettivamente
si sviluppa, il socialismo come forma possibile di una sua
statica regolamentazione economica. Di fronte al capitalismo,
il socialismo non riuscirà più a perdere il suo carattere di
esperimento provvisorio nella gestione del capitale. Il primo
ha scelto di pagare direttamente l’attività del lavoro vivo con
il prezzo dello scontro di classe aperto, opportunamente, in
un secondo momento, istituzionalizzato. Il secondo ha anti-
cipato queste forme politiche istituzionali, con una specie di
autocontrollo operaio, pagando questo però con la passività
di massa degli operai nei confronti del «loro» sistema. Così,
l’economia capitalistica risulta ricca di infinite possibilità per
le leggi politiche di movimento della classe operaia, mentre
lo Stato socialista si presenta come organizzazione giuridica
chiusa della passività collettiva. Non bisogna però in questo
senso sbagliare. La lotta di classe assume senz’altro forme
più dirette e acute nel capitalismo di oggi, ma il contenuto
di questa lotta possiede forse un livello più alto proprio
dentro le strutture odierne del socialismo. La passività, una
volta socialmente massificata, può essere una forma altissima
di lotta operaia. Non bisogna mai confondere la mancanza
di forme aperte nella lotta con l’assenza della lotta stessa.
Quanto più il meccanismo economico di sviluppo si fa tutto
oggettivo, tanto più il rifiuto operaio dello sfruttamento, se
costretto alla spontaneità, tende a seguire e non a precedere
le leggi di movimento del capitale. Così là dove il rapporto
di produzione capitalistico ha raggiunto un elevato grado
di socializzazione, non più solo la classe operaia come
forza produttiva sociale, ma la stessa lotta di classe e, di

197
più, l’organizzazione stessa dell’antagonismo operaio, si
presentano materialmente incorporati nel capitale, come
sua parte interna, come suo momento di svolgimento. Ma
il livello di capitale sociale non è esclusivo della soluzione
socialista ai problemi del capitale; coglie, nel medesimo
tempo, il capitalismo, diciamo così, classico, al suo punto
più alto. Tutto lascia credere, anzi, che il livello del capi-
tale sociale costituirà al limite il punto del ritrovamento e
della riunificazione tra i massimi sistemi. In questo senso,
è possibile prevedere che il capitale, sul lungo periodo,
utilizzerà dentro di sé le stesse esperienze di costruzione
del socialismo. A meno che non intervenga a bloccare il
processo e a rovesciarlo una ripresa autonoma della lotta di
classe da parte operaia, una sua esperienza rivoluzionaria,
in un punto scelto strategicamente e tatticamente preparato.
La teoria di una rottura nel punto medio dello sviluppo deve
consapevolmente trovare la sua pratica di applicazione al
centro di questo contesto di condizioni storiche. È solo per
prepararci a questa messa in pratica, a questa esperienza
concreta, che diventa importante allora conoscere qual è,
in sua assenza, la tendenza oggettiva del processo. Ubbidire
passivamente a questa oggettività, concedere al capitale la
scelta del terreno di lotta sul campo delle sue ferree leggi
economiche, rinunciare ad esaltare, con l’organizzazione, l’ir-
razionalità dal punto di vista capitalistico del rifiuto politico
degli operai come classe, rinunciare cioè a far funzionare in
modo sovversivo, con un esasperato intervento soggettivo,
dall’esterno, l’articolazione operaia del capitale, – questo è
l’errore fatale di oggi del movimento rivoluzionario. Più ci
si riflette e più si scopre che nel «purgatorio della rivolu-
zione» il punto di vista operaio va scontando tutti i suoi
peccati di economicismo, di oggettivismo, di opportunistica
subordinazione politica ai movimenti del capitale.

198
7.

la linea di condotta

Settembre 1966

Dobbiamo avvertire. Con tutto questo siamo ancora al


«prologo nel cielo»1. Non si tratta di presentare una ricerca
conclusa. Lasciamo i piccoli sistemi ai grandi improvvisatori.
Lasciamo le minute analisi cieche ai pedanti. Ci interessa
tutto quanto ha in sé la forza di crescere e svilupparsi. Ci
interessa far sapere che questa forza è posseduta oggi quasi
esclusivamente dal pensiero operaio. Quasi esclusivamente:
perché la decadenza attuale del punto di vista teorico dei
capitalisti sulla loro società non è ancora la morte del pen-
siero borghese. Bagliori di sapienza pratica ci colpiscono
e ci colpiranno ancora in questo lungo tramonto a cui è
condannata la scienza dei padroni. Quanto più in fretta
andrà avanti per suo conto il punto di vista operaio, tan-
to prima verrà consumata questa condanna storica. Ecco
dunque uno dei compiti politici di oggi: ripetere nel passo
della ricerca, delle esperienze, delle scoperte, il senso, la
forma di un cammino; dare a questo cammino la forma di
un processo. Non il concetto di scienza, ma il concetto di
sviluppo della scienza è quello che la parte capitalistica deve
presto non riuscire più a possedere, sul terreno della lotta
di classe. Se il pensiero di una parte, di una classe, mette
in moto il meccanismo della sua crescita creativa, questo
solo fatto toglie spazio allo sviluppo di qualsiasi altro punto
di vista scientifico sulla società, lo inchioda a ripetere se
stesso, lascia a questo la sola prospettiva di contemplare i
dogmi della propria tradizione. Così è storicamente accaduto

Introduzione a «Operai e capitale», Torino, Einaudi, 1966, pp. 11-27


(il titolo ricalca quello di un famoso dramma di Bertold Brecht).
1
  J.W. Goethe, Faust, traduzione di A. Casalegno, Milano, Garzanti,
1990, p. 21.

199
quando, dopo Marx, le teorie del capitale hanno ripreso il
sopravvento. I margini di sviluppo del pensiero operaio si
sono ridotti al minimo e quasi sono scomparsi. C’è voluta
l’iniziativa leninista della rottura pratica in un punto per
riconsegnare in mani rivoluzionarie il cervello teorico del
mondo contemporaneo. È stato un momento. Dopo quel
momento, tutti sanno che solo il capitale si è trovato in
grado di raccogliere il significato scientifico della rivoluzione
d’ottobre. Di qui, il lungo letargo del nostro pensiero. Il
rapporto fra le due classi è tale che chi ha l’iniziativa vince.
Sul terreno della scienza, come su quello della pratica, la
forza delle due parti è inversamente proporzionale: se l’una
cresce e si sviluppa, l’altra sta ferma e quindi indietreggia.
La rinascita teorica del punto di vista operaio si impone oggi
per i bisogni stessi della lotta. Ricominciare a camminare
vuol dire immobilizzare l’avversario per poterlo meglio
colpire. La classe operaia oggi è talmente matura che sul
terreno dello scontro materiale non accetta, per principio e
di fatto, l’avventura politica. Sul terreno invece della lotta
teorica, tutte le condizioni sembrano felicemente imporle uno
spirito nuovo di scoperta avventurosa. Di fronte alla fiacca
vecchiaia del pensiero borghese, il punto di vista operaio
può vivere forse solo adesso la stagione feconda di una sua
forte giovinezza. Per farlo, deve rompere violentemente col
proprio immediato passato, deve negare la figura tradizionale
che gli viene ufficialmente attribuita, sorprendere il nemico
di classe con l’iniziativa di un improvviso sviluppo teorico,
imprevisto, incontrollato. Vale la pena di dare il proprio
parziale contributo a questo genere nuovo, a questa forma
moderna di lavoro politico.
Giustamente ci viene chiesto: per quale via? Con quali
mezzi? Rifiutiamo intanto i discorsi sul metodo. Cerchiamo
di non dare occasione a nessuno di scantonare dai duri con-
tenuti pratici della ricerca operaia verso le forme belle della
metodologia delle scienze sociali. Il rapporto da stabilire
con queste ultime non è diverso dal rapporto che si può
intrattenere con il mondo del sapere umano unitario finora
accumulato, e che tutto confluisce per noi nella somma di
conoscenze tecniche necessarie a possedere il funzionamento

200
oggettivo dell’attuale società. Per nostro conto lo facciamo
già, ma tutti insieme dobbiamo arrivare ad usare quella
che chiamano cultura come si usa un martello e un chiodo
per appiccare il quadro. Certo, le grandi cose si fanno per
bruschi salti. E le scoperte che contano spezzano sempre il
filo della continuità. E si riconoscono per questo: idee degli
uomini semplici che sembrano pazzia agli scienziati. In questo
senso il posto di Marx non è stato appieno valutato, neppure
dove era più facile, sul solo terreno del pensiero teorico.
Ogni giorno sentiamo parlare di rivoluzioni copernicane per
individui che hanno spostato da un angolo all’altro della
stessa stanza il proprio tavolo da studio. Ma per Marx, che
aveva capovolto un sapere sociale che durava da millenni,
si è detto al massimo: ha rovesciato la dialettica hegeliana.
Eppure non mancavano esempi a lui contemporanei di
analogo ribaltamento puramente critico del punto di vista
di una scienza millenaria. Possibile che tutto dovesse ridursi
alla banalità di un’addizione da prima elementare tra il ma-
terialismo di Feuerbach e la storia di Hegel? E la scoperta
delle geometrie non-euclidee, che da Gauss a Lobačevskij
a Bolyai a Riemann, fa dell’unicità dell’assioma nientemeno
che una pluralità di ipotesi? E la scoperta del concetto di
campo sul terreno dell’elettrologia, che da Faraday a Maxwell
a Hertz, manda per la prima volta a gambe all’aria tutta la
fisica meccanicistica? Non sembrano più vicine al senso, allo
spirito, alla portata delle scoperte di Marx? Il nuovo quadro
dello spazio-tempo introdotto dalla relatività non prende le
mosse da quelle teorie rivoluzionarie nello stesso modo in cui
l’ottobre leninista parte, nel suo cammino, dalle pagine del
Capitale? Ma voi lo vedete. Ogni intellettuale che ha letto
più di dieci libri, oltre quelli che gli hanno fatto comprare
a scuola, è disposto a considerare Lenin, nel campo della
scienza, un cane morto. Eppure chi guarda alla società e
vuole capire le sue leggi, può farlo adesso senza Lenin nella
stessa misura in cui chi guarda alla natura e vuole capire i
suoi processi, può farlo oggi senza Einstein. In questo, non
c’è meraviglia. Non si tratta dell’unicità dello spirito umano
che avanza nello stesso modo in tutti i campi. È una cosa
più seria. È quel potere unificatore che dà alle strutture del

201
capitale il dominio sul mondo intero e che a sua volta può
essere dominato dal solo lavoro operaio. Marx attribuiva
a Benjamin Franklin, a questo uomo del mondo nuovo, la
prima analisi consapevole del valore di scambio come tempo
di lavoro, quindi la prima cosciente riduzione del valore al
lavoro. È lo stesso uomo che concepisce i fenomeni elettrici
come provocati da una sola sostanza sottilissima che pervade
tutto l’universo. Il cervello del borghese, prima che la sua
parte, sotto la spinta operaia, si costituisse in classe, ha più di
una volta trovato in sé la forza di unificare sotto uno stesso
concetto molteplici esperienze date. Poi, i bisogni immediati
della lotta hanno giustamente preso a comandare la stessa
produzione delle idee. È cominciata l’epoca dell’analisi, l’età
della divisione sociale del lavoro intellettuale. E nessuno
sa più niente su tutto. Chiediamoci: è possibile una nuova
sintesi? È necessaria?
La scienza borghese si porta in corpo l’ideologia come
il rapporto di produzione capitalistico tiene dentro di sé la
lotta di classe. Dal punto di vista dell’interesse del capitale,
è l’ideologia che ha fondato la scienza: per questo l’ha fon-
data come scienza sociale generale. Quello che era prima
il discorso sull’uomo, e sul mondo dell’uomo, la società, lo
Stato, diventa sempre più, man mano che cresce il livello
della lotta, un meccanismo di funzionamento oggettivo della
macchina economica. La scienza sociale di oggi è come
l’apparato produttivo della società moderna: tutti ci sono
dentro e lo usano, ma chi ne tira fuori profitto sono solo i
padroni. Non potete spezzarlo – ci dicono – senza ributtare
l’uomo nella barbarie. Ma prima di tutto, chi vi dice che ci
sta a cuore la civiltà dell’uomo? E poi, gli operai moderni
conoscono ben altri mezzi per battere il capitale, al di là
del grido preistorico: distruggiamo le macchine! Infine, la
grande industria e la sua scienza non sono il premio per chi
vince la lotta di classe. Sono il terreno stesso di questa lotta.
E finché il terreno è occupato dal nemico bisogna spararci
sopra, senza lacrime per le rose. È difficile ammetterlo per
chi ne ha paura: ma una nuova grande stagione di scoperte
teoriche è possibile oggi solo dal punto di vista operaio.
La possibilità, la capacità della sintesi è rimasta tutta in

202
mano operaia. Per una ragione facile da capire. Perché
la sintesi può essere oggi solo unilaterale, può essere solo
consapevolmente scienza di classe, di una classe. Sulla base
del capitale, il tutto può essere compreso solo dalla parte.
La conoscenza è legata alla lotta. Conosce veramente chi
veramente odia. Ecco perché la classe operaia può sapere e
possedere tutto del capitale: perché è nemica perfino di se
stessa in quanto capitale. Mentre i capitalisti trovano un limite
insormontabile alla conoscenza della propria società, per il
fatto stesso che devono difenderla e conservarla: e possono
sapere tutto degli operai, ma certe volte è impressionante
come sappiano poco di se stessi. La verità è che mettersi
dalla parte del tutto – l’uomo, la società, lo Stato – porta
solo alla parzialità dell’analisi, porta a capire le sole parti
staccate, porta a perdere il controllo scientifico sull’insieme.
A questo si è condannato il pensiero borghese ogni volta
che ha accettato in modo acritico la sua propria ideologia.
A questo si è condannato il pensiero operaio ogni volta che
ha accettato l’ideologia borghese dell’interesse generale. Ci
sono stati momenti in cui la rozza pratica di parte del ca-
pitalista singolo ha opportunamente coperto e reso innocuo
il pauroso vuoto teorico della sua classe. In altri momenti il
capitalista collettivo ha recepito con decisione questa spinta
di base dell’interesse padronale diretto. Allora c’è stato un
salto di sviluppo nel corpo della stessa scienza borghese.
Lord Keynes è uno splendido esempio di questo. Così,
non su un altro terreno, ma su quello stesso dei micidiali
contrasti di classe della nostra epoca, la grande coscienza
borghese contemporanea, quella critica e distruttiva, ha
avuto momenti di lucida consapevolezza totalizzante sulla
condizione presente del rapporto sociale umano: è la storia
di poche somme individualità, classiche in senso tragico,
da Mahler a Musil. Nella ripresa di sviluppo del pensiero
operaio bisogna rivalutare di nuovo, daccapo, il lato attivo,
il lavoro creativo. Questo non si può senza rimettere in
moto il meccanismo della scoperta. Ma questo meccanismo
è tale che lo possiede solo chi a lungo si è esercitato in un
atteggiamento politico corretto nei confronti dell’oggetto
sociale: dentro la società e contro di essa nello stesso tempo,

203
parte che coglie teoricamente la totalità in quanto lotta per
distruggerla nella pratica delle cose, momento vitale di tutto
ciò che esiste e quindi potere assoluto di decisione sulla sua
sopravvivenza, – la condizione appunto degli operai come
classe di fronte al capitale come rapporto sociale. Una nuova
sintesi di parte saldamente in mano operaia strapperà dalle
mani dei padroni la possibilità di ogni scienza. Quanto più
una grande ripresa teorica diventa necessaria per il punto di
vista operaio, tanto più diventa impossibile per il punto di
vista capitalistico. Così, chi sta dalla nostra parte, può stare
tranquillo. Se ci vedete abbandonare la foresta pietrificata
del marxismo volgare, non è per andare a correre sui campi
sportivi del pensiero borghese contemporaneo. Quando
Marx criticava i punti più alti dello sviluppo capitalistico,
molti lo prendevano per reazionario, perché diceva no all’ul-
tima parola della storia moderna. La risposta di Marx era
semplice e lineare: siamo contro il costituzionalismo, non
per questo siamo a favore dell’assolutismo; siamo contrari
alla società presente, non per questo siamo favorevoli al
mondo del passato. Rispondeva così anche per noi a quelli
che ci rimproverano oggi la contraddizione di una critica
operaia al movimento operaio. Siamo contro l’organizzazione
presente della lotta e della ricerca, e non per questo pren-
diamo a modello le soluzioni teoriche e pratiche passate.
Per dire no al socialismo di oggi, non è necessario dire sì
al capitalismo di ieri. Lenin diceva: in filosofia sono uno di
quelli che cercano. In filosofia, oggi non c’è proprio più
niente da cercare. Ma per quanto riguarda i nostri pro-
blemi, nell’obiettivo di scatenare la lotta decisiva contro il
potere del capitale, mondi sconosciuti attendono di essere
esplorati. E la vicenda di chi cerca un’altra via delle Indie e
proprio per questo scopre altri continenti, è molto vicina al
nostro attuale modo di procedere. Per questo, è giusto che
i germogli delle cose nuove non siano ancora cresciuti alla
maturità della pianta che dà frutti. Importante è riconosce-
re la forza di ciò che nasce. Se è cosa viva crescerà. A chi
mantiene aperta la ricerca non si può contestare quello che
non ha ancora trovato. Faraday aveva scoperto le correnti
indotte, il rapporto di induzione tra magnete, corrente e

204
campo elettrico. Qualcuno gli chiese: a che serve questa
scoperta? Risposta: a che serve un bambino? Egli cresce
e diventa un uomo. Whitehead commenta: il bambino,
diventato uomo, costituisce ora la base di tutte le moderne
applicazioni dell’elettricità.
Il lavoro di ricerca su quel piccolo corpo di ipotesi, che
non a caso è nato in Italia in questi anni sessanta, si trova
ora ad un punto di svolta delicato, decisivo. Questa ricerca
ha posto alcune sue premesse teoriche, solo apparentemente
astratte; ha tentato alcune sue sperimentazioni politiche,
per necessità di cose realmente rozze e primitive; ha rag-
giunto quindi una somma di prime conclusioni, di nuovo
teoriche, in cui, metà concretezza metà fantasia, è possibile
scoprire il germe, appunto, di nuove leggi per l’azione. Pre-
sentare in blocco tutto questo è diventato necessario. Una
complessiva verifica pubblica s’impone, prima di passare
oltre. La successione cronologica dei testi pretende qui a
uno sviluppo logico del discorso. Ma può non essere così.
Possono esistere errori nelle pieghe delle cose fatte e delle
cose pensate, che è difficile vedere dall’interno, mentre è
facile scoprire dal di fuori. In questo caso, insieme bisogna
individuare, insieme correggere. Un discorso che cresce su
se stesso corre il pericolo mortale di verificarsi sempre e
soltanto con i passaggi successivi della propria logica formale.
Bisogna scegliere il punto in cui consapevolmente si arriva
a spezzare questa logica. Non basta allora calare le ipotesi
teoriche in una esperienza sensata, per vedere se funzionano
praticamente. Le ipotesi stesse vanno a lungo negate con un
lavoro politico, che prepari il terreno di una loro verifica
reale. Solo quando il terreno è politicamente pronto, esse
possono funzionare materialmente nella pratica dei fatti. Ma
è un discorso complesso e bisogna forse esprimerlo con altre
più semplici parole. Che cosa sono per noi Marx, Lenin,
le esperienze operaie del passato? Certamente cose diverse
che per altri. Ed è giusto così. Altri, tutti, avevano trovato
lì dentro quello che, secondo noi, non si deve nemmeno
cercare: un nuovo possesso intellettuale del mondo, che è
poi un altro indirizzo per i propri studi; una nuova scienza
della vita, e cioè tranquillità per se stessi nello scegliersi un

205
posto nella società; una nuova coscienza della storia, la cosa
peggiore di tutte e la più pericolosa, perché porta a firmare
in bianco l’atto notarile di riconsegna nelle mani dell’ope-
raio della sua essenza umana smarrita, eredità concessa dal
padrone che muore e non a caso rifiutata, disprezzata, dal
lavoro vivente. Cercare certe cose e non altre, non tutte: è
l’unico modo utile di viaggiare. Si viaggia così anche nel
mondo dei classici. Allora si trovano sassi sulla strada più
preziosi dell’oro nelle miniere: motivi di orientamento nella
lotta di classe quotidiana, rozze armi offensive contro la
prepotenza del padrone, niente orpelli decorativi, niente
valori prestigiosi. Si trova quella successione crescente di
criteri pratici per un’azione politica di parte operaia; ogni
criterio consapevolmente assunto dopo l’altro, ed ogni livello
dell’azione soggettivamente portato al di sopra dell’altro;
con l’obiettivo di arrivare a rovesciare la natura subalterna
della richiesta operaia in un atto di minaccioso dominio
su tutta la società; strappando così la guida e il controllo
della lotta di classe al cervello del capitale per stringerli una
volta per tutte nei pugni degli operai. Questa successione,
questo cammino della lotta, questo crescere politico della
nostra classe, partono dall’opera di Marx, passano per l’i-
niziativa di Lenin, trovano momenti di salto nello sviluppo
in esperienze pratiche decisive direttamente operaie, e
non si fermano qui, vanno oltre tutto questo, e anche noi
dobbiamo saper andare oltre, con questo atteggiamento nei
confronti di questo processo: metà previsione del futuro,
metà controllo sul presente, in parte anticipando, in parte
seguendo. Anticipare vuol dire pensare, vedere più cose in
una, vederle in sviluppo, guardare tutto, con occhi teorici,
dal punto di vista della propria classe. Seguire vuol dire
agire, muoversi al livello reale dei rapporti sociali, misurare
lo stato materiale delle forze presenti, cogliere il momento,
qui e ora, per afferrare l’iniziativa della lotta. Così, larghe
anticipazioni strategiche dello sviluppo capitalistico sono
certo necessarie, ma necessarie come concetti-limite entro
cui fissare le tendenze del movimento oggettivo. Mai scam-
biarle con la situazione reale, e mai prenderle come un
destino del mondo che non si può sfuggire e a cui si deve

206
obbedire. Il senso della lotta e dell’organizzazione, in certi
momenti, sta esattamente nel prevedere il cammino ogget-
tivo del capitale, e le sue necessità entro questo cammino;
sta nel negare ad esso il compiersi di queste necessità, il
che blocca il suo sviluppo e proprio per questo lo mette in
crisi prima; a volte molto prima, che esso abbia raggiunto
le condizioni ideali che noi stessi avevamo pensato. E così,
i modi dell’azione concreta, le vere e proprie leggi della
tattica, sono certo anch’esse indispensabili, ma indispensa-
bili come funzioni che devono servire, devono essere fatte
servire, ad una prospettiva complessiva che nel suo insieme
cade tutta al di là di esse. Mai isolare queste leggi l’una
dall’altra, mai scambiarle con obiettivi di lungo periodo,
mai farle autonome come fossero esse tutto il piano della
lotta, esse la meta finale. Il senso di quella vigilanza teorica
a cui la classe operaia è continuamente costretta sta proprio
nella necessità di spezzare talvolta la catena delle occasioni
storiche, che troppo spesso si ripresentano e spesso troppo
eguali, e bisogna allora tutte quante giudicarle di nuovo e
di nuovo arrivare a sceglierne solo alcune come modelli,
alla luce degli ultimi sviluppi, delle ultime previsioni, delle
nuove scoperte. Quando si ripercorre indietro la storia delle
esperienze di lotta degli operai e si guardano in faccia gli
uomini che alla loro testa le hanno espresse, allora si vede.
Sempre queste due cose, l’anticipare e il seguire, previsione
e controllo, le idee chiare e la volontà di azione, saggezza e
abilità, lungimiranza e concretezza, sempre si sono mostrate
divise, separate addirittura in uomini diversi. Per il punto
di vista teorico della classe operaia, questa condizione è la
morte. Per la sua azione politica, è la miseria di oggi nella
vita del movimento operaio ufficiale. La situazione, in questo
senso, è grave. E non bastano certo le parole di un libro
per cambiarla. Un libro oggi può contenere qualche cosa
di vero ad una sola condizione: se viene tutto scritto con
la coscienza di compiere una cattiva azione. Se per agire
bisogna scrivere, come livello della lotta stiamo parecchio
indietro. Le parole, comunque le scegli, ti sembrano sempre
cose dei borghesi. Ma così è. In una società nemica non c’è
la libera scelta dei mezzi per combatterla. E le armi per le

207
rivolte proletarie sono state sempre prese dagli arsenali dei
padroni.
La ricerca, in questa forma, con questa coscienza, deve
dunque andare avanti. E al di là dei confini finora raggiunti,
diventerà molto più complessa, difficile e faticosa. Fino a
questo punto abbiamo avuto tra le mani la tela dei classici
e ci abbiamo fatto su qualche ricamo. D’ora in poi una
nuova tela va tessuta, tagliata, iscritta nei nuovi orizzonti
della lotta operaia di oggi. Dopo Marx, della classe operaia
nessuno ne ha saputo più niente. Essa rimane tuttora questo
continente sconosciuto. Si sa di certo che esiste, perché tutti
ne hanno sentito parlare, e ognuno può leggere su di esso
favolosi racconti. Nessuno però può dire: ho visto e capito.
Qualche sociologo s’è provato a dimostrare che in realtà non
esiste più: il capitalista l’ha licenziato perché non conosceva
il suo mestiere. Come è fatta, dentro, la classe operaia, come
funziona all’interno del capitale, come lavora, come lotta,
in che senso accetta tatticamente il sistema, in che forme
strategicamente lo rifiuta: queste le vicende e altrettante le
domande. Teoria più storia, storia più teoria, in questi anni
prossimi, noi dobbiamo sapere. Come il Galileo di Brecht,
cerchiamo di avanzare palmo a palmo. «Non affermiamo
subito che si tratta di macchie solari; cerchiamo prima di
dimostrare che non sono pesci fritti»2. Con «sguardo arduo
e fecondo», sviluppando in noi «l’occhio estraneo»3, osser-
viamo la lampada oscillante della lotta di classe odierna:
con quanta più meraviglia ci sorprenderemo a guardare
le oscillazioni, tanto più saremo vicini a scoprirne le leggi.
Nel tratto di ricerca fin qui condotta, questo insegnamento
di metodo è stato molto tenuto presente. Ci ha portato a
scoprire alcune cose che non si vedevano ad occhio nudo.
E rispetto a quello che per questa via si può scoprire, tutto
questo è niente e serve solo a introdurre il discorso. Anche
qui ci possiamo sbagliare. Eppure è difficile sottrarsi all’im-

2
  B. Brecht, Vita di Galileo (1938-1939), in Id., Teatro, vol. 2, a cura
di E. Castellani, Torino, Einaudi, 1971, pp. 1488-1489.
3
  B. Brecht, Breviario di estetica teatrale (1948), in Id., Scritti teatrali,
Torino, Einaudi, 2001, p. 132.

208
pressione che la via di una ricerca marxista di tipo nuovo è
oggi aperta davanti a noi e che la lunga notte, il lungo sonno
dogmatico del pensiero operaio sta per finire. Il mare delle
scoperte possibili è tornato anzi di nuovo così tempestoso che
una grande forza di autocontrollo è necessaria per navigarlo
senza mettere fuori uso tutti i vecchi strumenti dell’analisi.
Per un lungo periodo, con rigore, senza cedimenti, dovremo
tenere fisso l’oggetto su cui guardare: la società presente,
la società del capitale, le sue due classi, la lotta fra queste
classi, la storia di esse, le previsioni sul loro sviluppo. A
chi domanda come sarà quello che ci sarà dopo, bisogna
rispondere: non lo sappiamo ancora. A questo problema si
deve arrivare. Da questo problema non si deve partire. Noi
non ci siamo arrivati. E questo è uno dei motivi per cui in
tutto questo discorso il futuro sembra non esistere. Di tutto
quello che esiste oggi, infatti, niente per noi è il futuro. E
premettere il modello di una società dell’avvenire all’analisi
di quella attuale è un vizio ideologico borghese che solo le
plebi oppresse e gli intellettuali d’avanguardia potevano a
ragione ereditare: è la fanfara davanti al corteo, o un premio
alla viltà con la promessa che di là c’è il mondo dei giusti.
Nessun operaio che lotta contro il padrone vi chiede: e
dopo? La lotta contro il padrone è tutto. L’organizzazione
di questa lotta è tutto. Ma già tutto questo è un mondo.
D’accordo. È il mondo vecchio che bisogna abbattere. Ma
chi vi dice che per abbatterlo non basti questa semplice
volontà di rovesciamento del potere, organizzata in classe
dominante? Da una parte la classe operaia, dall’altra la so-
cietà capitalistica: questo è lo schema moderno della lotta di
classe. Non è vero che in questo modo si sposta il rapporto
di forze a favore del capitale. È vero il contrario. La classe
operaia acquista e riconosce solo così la sua forza propria,
di unico elemento vivo, attivo, produttivo della società, di
cerniera dei rapporti sociali, – articolazione fondamentale
dello sviluppo economico e quindi con in pugno poten-
zialmente il dominio politico già sul presente. Il processo
rivoluzionario attraverso il quale questo dominio diventerà
reale potrà anche vedere tappe forzate di svolgimento, con
il salto di alcune fasi. Ma all’apice dello sviluppo, strappato

209
il potere ai capitalisti, un duro periodo di dittatura politica
degli operai su tutta la società, – questo no, non si potrà
saltare. E questo è il massimo di futuro che riusciamo a
vedere, il massimo che vogliamo vedere. Come obiettivo di
lotta, ci basta. Come organizzazione della lotta, ci serve. Di
più non si può dire. Le profezie sul mondo nuovo, sull’uomo
nuovo, sulla nuova comunità umana, ci sembrano oggi cose
sporche come l’apologia di un passato vergognoso.
No, il problema di oggi non è che cosa bisogna sostitu-
ire al vecchio mondo. Il problema di oggi è ancora quello
di come abbatterlo. Essenziale è dunque sapere ancora che
cosa esso è, verso dove cammina e perché, con quali forze
dentro e con quante lotte. Lo sviluppo del discorso per
questa via non è quello che ci preoccupa. Si può arrivare
ad anticipare molto di questo futuro concreto e bisogna
farlo. Questa, appunto, è la ripresa d’importanza della te-
oria. Ma c’è a questo punto una domanda vera che vuole
una vera risposta. E una vera risposta è tutto fuorché faci-
le da dare. Il giovane compagno, che giustamente vuole la
lotta subito contro un nemico vivente, chiede una cosa
precisa: qual è nel frattempo il margine dell’attività pratica?
Qual è, qui e ora, l’azione del seguire, controllandolo, il
presente? E come si collega, come si concilia questa pre-
senza attiva sulle cose di oggi con i viaggi di scoperta teo-
rica nei continenti nuovi? Questi anni sessanta in Italia non
verranno mai abbastanza considerati nel loro lato positivo.
Un complesso fortunato di condizioni, direttamente capi-
talistiche e direttamente operaie, ha aperto un processo di
crescita di forze rivoluzionarie nuove, che vivono proprio
ora un momento fondamentale di sviluppo e di svolta. Sono
stati anni di esperienze. E le esperienze – quando sono
appunto di tipo nuovo, quando rompono con la tradizione
e con l’ufficialità corrente – c’è chi le fa e chi non le fa.
Non è questa la linea di demarcazione che bisogna traccia-
re. Chi non ha fatto gli esperimenti nuovi, ha rifatto criti-
camente quelli vecchi: è così che ognuno, per suo conto,
quando è giovane, va avanti. C’è qui una saggezza difficile
da praticare, perché si possiede appieno solo dopo che
l’occasione è passata e prima esiste solo in germe: condur-

210
re un lavoro politico oggettivo con la coscienza, sia pure
oscura, di fare solo un’esperienza per sé, in funzione di quel
corpo di ipotesi che vive nella testa, e per sapere come
controllarle, come svilupparle. Dopo un esperimento così
fatto, sembra sempre che non resti niente. In realtà resta la
premessa fondamentale per fare tutto: la maturità di un
discorso di prospettiva e delle forze soggettive che possono
cominciare a farlo funzionare. Il punto di svolta nella pra-
tica deve contenere tutti questi termini del problema. Il
livello raggiunto dal discorso, la maturazione delle forze che
possono portarlo, la situazione di classe miracolosamente
favorevole in Italia, impongono che non si tentino più in
questo momento esperienze pratiche che servono alla sco-
perta teorica, impongono un lavoro politico fattivo, creativo,
che miri con la forza e l’abilità a risultati concreti, a pas-
saggi materiali. Dobbiamo saperlo in anticipo: questo lavo-
ro politico sarà tutto al di qua del nostro orizzonte teorico.
E deve essere al di qua, sempre, ogni volta che si tratta
ancora di aprire un processo rivoluzionario, preparando le
condizioni, raccogliendo le forze, organizzando il partito.
Sì, organizzando il partito. Ci sono momenti in cui tutti i
problemi si possono ridurre e vanno ridotti a questo solo
problema. Sono momenti molto avanzati della lotta di clas-
se. E non bisogna sempre andarli a cercare dove il capitale
è più maturo o dove il capitalismo è più debole. Anche qui,
con il coraggio della scoperta, al di fuori degli stessi schemi
teorici che pure uno va coltivando nel proprio giardino,
bisogna saper trovare il luogo, il punto in cui una catena
di circostanze ha fatto sì che ci sia un solo nodo da scio-
gliere perché riprenda a camminare il filo del movimento
rivoluzionario: il nodo del partito, la conquista dell’orga-
nizzazione. Non si ripeterà mai abbastanza che prevedere
lo sviluppo del capitale non significa sottomettersi alle sue
leggi di ferro: significa costringerlo ad imboccare una stra-
da, aspettarlo in un punto con armi più potenti del ferro,
lì assalirlo e lì spezzarlo. Troppi credono oggi che la storia
passata del movimento operaio nei paesi più avanzati sia
per noi un destino fatale a cui non riusciremo a sfuggire.
Ma conoscere ciò che sta per avvenire non serve proprio

211
ad impedire che avvenga, a trovare i modi, le forme, le
forze perché non avvenga? E a che cos’altro può servire?
A darci l’oroscopo per domani? La storia della socialdemo-
crazia moderna, del moderno riformismo operaio, è ancora
tutta da fare e molto ci sarà da lavorare su questa materia.
Ma politicamente i suoi processi di fondo sono abbastanza
chiari. Che la vittoria della socialdemocrazia sia una scon-
fitta della classe operaia, nessuno lo può negare. Che questa
sconfitta non sia da addebitare agli operai stessi, è altret-
tanto certo: eppure troverete pochi disposti ad ammetterlo.
E si capisce perché. Se non vi sono stati grossi errori diret-
tamente operai, questi grossi errori ricadono dunque tutti
sulla testa dei loro capi. Se non è stata la classe, nella sua
spontaneità obbligata, ad aver sbagliato il segno della lotta
contro la socialdemocrazia, questo segno l’hanno dunque
sbagliato quelli che dovevano funzionare come organizza-
tori di questa lotta e tra questi, secondo noi, anche auten-
tici dirigenti operai e provati rivoluzionari. È necessaria
oggi, in questa chiave, una critica profonda e serrata di
tutte le posizioni di sinistra storica del movimento operaio
internazionale, alle quali va lanciata l’accusa di non aver
ostacolato, ma favorito la marcia della socialdemocrazia. La
stessa prima risposta bolscevica va coinvolta in questa cri-
tica. Non è certo un caso che, quando il movimento comu-
nista ha vinto in alcuni punti, le posizioni di sinistra abbia-
no commesso nei suoi confronti gli stessi errori di sempre.
Sono state semplicemente rovesciate, senza distruggerle, le
posizioni di destra. A chi della tattica quotidiana faceva una
strategia di lungo periodo, si rispondeva facendo della
strategia di lungo periodo una tattica quotidiana. A un
falso realismo della pratica si contrapponevano fasulle teo-
rizzazioni astratte. Per negare il movimento di popolo ci si
chiudeva nell’isolamento di gruppo. I partiti storici hanno
avuto vita facile perché alla loro sinistra ci sono sempre
stati e ci sono dei chiacchieroni alla Zaratustra, che vanno
promettendo in giro di annichilire il mondo, ma chiedetegli
come si fa a togliere la polvere dagli antichi libri sacri e non
ve lo sanno dire. Gli operai nel frattempo hanno imparato
che quando alla brutalità del compromesso con l’avversario

212
si risponde con il cartismo della forza morale, nell’uno e
nell’altro caso non è certo di loro che si tratta, del loro
interesse di parte, della loro guerra di classe. Quegli stessi
operai avevano preso la guida dell’insurrezione, quando
s’era trattato di battere sul campo la prospettiva riformista,
che sembrava anche allora invincibile appunto perché ave-
va vinto in altri paesi ben più avanzati. È vero che in quel
caso, insieme a loro, alla guida dell’insurrezione, c’era Lenin.
E Lenin, unico tra i capi della rivoluzione in Europa, aveva
tenuto sempre fede a un principio elementare della prassi
sovversiva, a quello che era per lui un comando della pra-
tica: non lasciare mai il partito nelle mani di chi ce l’ha.
Aveva capito, lavorando e studiando, che anche per la
Russia del tempo il nodo da sciogliere era il partito. Dentro
e fuori di esso, in maggioranza e in minoranza, senza esclu-
dere nessun mezzo che servisse allo scopo, la lotta di parti-
to, la lotta aperta per la direzione dell’organizzazione, è il
filo rosso che attraversa la vita e l’opera di Lenin e le
porta entrambe alla resa dei conti del 1917. Allora, per uno
di quei miracoli che sono tali solo per chi non conosce le
leggi dell’azione, ecco che al momento giusto il partito si
trova nelle mani giuste. «Il 6 novembre è presto, l’8 novem-
bre è tardi»4: questa parola d’ordine che a lungo rimarrà il
modello di ogni scelta rivoluzionaria, diventava possibile in
quel punto, con quelle forze, per quegli obiettivi. Noi pen-
siamo che questo modello dell’iniziativa leninista sia una
lezione che dobbiamo ancora imparare. Bisognerà frequen-
tare ogni giorno questa scuola, e lì crescere, lì prepararsi,
finché non saremo arrivati a leggere direttamente nelle cose
senza la sporca mediazione dei libri, finche non saremo
diventati capaci di spostare con la violenza i fatti senza le
vigliaccherie dell’intellettuale contemplatore. Impareremo
così che la tattica non è scritta una volta per tutte sulle
tavole della legge: è invenzione quotidiana, è aderenza alle

4
  [Frase attribuita a Lenin, pronunciata durante la riunione tra di-
rigenti bolscevichi del 3 novembre 1917]. Cfr. J. Reed, Dieci giorni che
sconvolsero il mondo (1919), traduzione di M. Amante, Milano, Rizzoli,
2001, p. 89.

213
cose reali e al tempo stesso libertà dalle idee-guida, una
specie di immaginazione produttiva che sola riesce a far
funzionare il pensiero in mezzo ai fatti, è il vero passare a
fare, ma solo per chi sa che cosa fare.
A saper leggere, si trovano in questo libro modifiche
successive nella considerazione di questo problema. È giu-
sto che rimangano così, perché così, nel tempo, sono state
acquisite. Tra lavoro politico e scoperte teoriche non c’è un
equilibrio statico; c’è un rapporto di movimento che fa ser-
vire l’uno all’altro a seconda dei bisogni del momento. Non
sembrano esistere dubbi sulla necessità, oggi, di scaricare
ogni scoperta nell’urgenza di una ripresa corretta dell’attività
pratica. Che i prossimi anni in Italia saranno decisivi, tutti
lo sentono. Che lo saranno non solo per l’Italia, ma per il
capitale internazionale, pochi l’hanno capito. Considerare la
situazione di classe italiana come «normale», o come fatal-
mente avviata alla normalità dei paesi che ci hanno preceduto
nella storia moderna, è il tipico errore da pura strategia e
manifestazione in sé preoccupante di insensibilità politica.
C’è anzi qui un esempio vivente di come da posizioni di
sinistra si possa rovesciare la linea ufficiale del movimento
operaio senza toccarne i contenuti veri, che per noi sono
sempre dati dal rapporto che in concreto si stabilisce con
il livello di sviluppo politico della classe operaia e con il
suo grado di organizzazione. Così, pensare oggi che tutto
si risolverà negli Stati Uniti, perché Marx ha detto che
l’uomo spiega la scimmia e non viceversa, è una forma di
ortodossia teorica che confluisce essa stessa ingenuamente in
quel calderone di fusione che è l’odierno marxismo volgare,
dove l’unica cosa che non riconoscerete mai è l’iniziativa
operaia della lotta di classe, a un determinato momento, in
un determinato luogo. E guardare ai paesi del sottosviluppo
come all’epicentro della rivoluzione, perché Lenin ha detto
che la catena si spezzerà nell’anello più debole, è un modo di
essere concreti nella pratica che coincide con la forma forse
più alta dell’opportunismo contemporaneo, quella che per
analfabetismo teorico nelle tigri di carta non sa riconoscere
qual è la coda e qual è la testa. Il punto in cui il grado di
sviluppo politico della classe operaia ha sopravanzato, per

214
un complesso di ragioni storiche, il livello economico di
sviluppo capitalistico, risulta tuttora il luogo più favorevole
per l’apertura ravvicinata di un processo rivoluzionario.
A condizione che si tratti di classe operaia e di sviluppo
capitalistico nel significato scientifico di due classi sociali,
all’epoca di una già raggiunta maturità. La tesi che la catena
va spezzata oggi non dove il capitale è più debole, ma dove
la classe operaia è più forte, ci sta molto a cuore, e pur nelle
sue argomentazioni ancora insufficienti, va raccomandata
a un’attenzione particolare. Molte cose possono da qui
derivare. La «teoria del punto medio» è una di queste: la
possibilità cioè di cogliere da un punto esso stesso in mo-
vimento quello che sta più avanti come tendenza delle cose
e quello che sta più indietro come eredità passiva. L’Italia
offre oggi non a caso alla ricerca teorica operaia un terreno
ideale, se di qui si parte per guardare, con questa concre-
tezza, al mondo del capitale. Proprio perché sta in mezzo
allo sviluppo capitalistico nella sua portata internazionale,
la situazione di classe italiana, tuttora favorevole agli operai,
può diventare momento di unificazione soggettiva di livelli
della lotta tra loro diversi e opposti. Se è vero che è urgente
e forse preliminare a tutto rimettere in piedi una strategia
internazionale della rivoluzione, dobbiamo capire che que-
sto non si farà finché continueremo a giocare con questo
mappamondo per bambini inventato dalla geografia politica
borghese e per sue comodità didattiche diviso in primo,
secondo e terzo mondo. È ora di cominciare a distinguere i
vari gradi, i diversi livelli, le successive determinazioni delle
contraddizioni capitalistiche, senza scambiarle ogni volta per
un’alternativa al sistema. La società capitalistica è così fatta
che si può permettere sempre una sola alternativa, quella
direttamente operaia. Tutto il resto sono contraddizioni di
cui il capitale vive e senza le quali non potrebbe vivere. Ne
farebbe certamente a meno, se sapesse come si fa. Ma lo sa
spesso post festum e sempre quando il momento critico è
passato. Questo è un bene per noi. Dal punto di vista ope-
raio, le contraddizioni del capitale non vanno né rifiutate
né risolte, vanno solo utilizzate. E per utilizzarle, bisogna
comunque esasperarle: anche quando si presentano come

215
ideali del socialismo e vengono avanti con le bandiere del
lavoro. Ricostruire la catena delle contraddizioni, riunificarla,
e col pensiero collettivo della classe possederla di nuovo come
un processo unico di sviluppo del proprio avversario: questo
è il compito della teoria, questa la necessità di una rinascita
strategica del movimento operaio internazionale. E al tempo
stesso ripartire da un punto, da un livello determinato dello
sviluppo, far camminare a forza con le sue proprie gambe
un processo rivoluzionario in concreto: questo è il compito
della pratica, questa la prodigiosa riscoperta del mondo della
tattica a cui la situazione di classe in Italia ogni giorno ci
costringe. Non è giusto sostenere che la rete internazionale
del capitale più sviluppato è oggi talmente fitta, perfino a
livello istituzionale, da non permettere comunque che venga
fuori un buco in un punto. Mai sopravvalutare l’avversario,
mai porsi in posizione subordinata ad esso, mai cedere
l’iniziativa nella lotta. Proprio perché la rete s’è infittita,
imporre la rottura in un punto, significa far convergere
su questo tutte le forze che vogliono spezzarla in blocco.
Ogni legame di più fra le varie parti del capitale è una
via di comunicazione in più tra le varie parti della classe
operaia. Ogni accordo tra capitalisti presuppone e rilancia,
suo malgrado, un processo di unificazione operaia. E nep-
pure servono tanti ragionamenti. Un minimo di intuizione
pratica, di quella che si sente per istinto di classe, ci mette
oggi davanti agli occhi la carica d’urto, la funzione di spinta
sovversiva e al tempo stesso il modello di via rivoluzionaria,
che rappresenterebbe per i paesi di capitalismo avanzato
come per quelli di capitalismo arretrato un’alta e nuova
esperienza di organizzazione politica della classe operaia
italiana. Anche qui non dovete chiedere subito: come sarà
il partito? Vi sono alcuni che cominciano già a considerare
questa una parola troppo corrotta per poterla continuare
a usare. E forse hanno ragione. Ma noi non siamo ancora
arrivati a questo e per adesso non vogliamo arrivarci. Nel
cielo delle scoperte teoriche è giusto volare sulle ali di
una intelligente fantasia. Ma sul terreno della pratica e nel
problema più difficile di tutti, quello dell’organizzazione,
bisogna procedere passo dietro passo, con umiltà e cautela,

216
parlando in prosa la lingua di tutti i giorni, e badando sì a
saltare da una forma all’altra, ma senza perdere niente del
potenziale positivo di esperienze reali accumulate in duri
decenni di lotte. Può sembrare strano e non lo è. Ma quando
parliamo del partito, è l’unica volta in cui ci sentiamo uomini
della vecchia generazione. E si può dire meglio: è la volta
in cui guardiamo al resto dei problemi con la coscienza di
una generazione transitoria costretta ad anticipare il futuro
con i mezzi del passato. Diciamo allora: lotta di partito per
la conquista dell’organizzazione; tattica leninista entro una
ricerca strategica di tipo nuovo; processo rivoluzionario in
un punto per rimettere in moto il meccanismo della rivolu-
zione internazionale. Alla domanda che fare, c’è ancora per
poco tempo una risposta possibile da proporre. Lavorare
tutti per anni su una sola parola d’ordine: dateci il partito
in Italia e rovesceremo l’Europa!
Ancora per poco tempo. Sulla base della società capitali-
stica, la lenta impercettibile via dello sviluppo storico è una
rincorsa folle di brevi momenti politici. Bisogna saper stare
in mezzo a questi, e saperli afferrare uno per uno e tutti di
seguito, se si vuole tenere in pugno il filo che lì unisce e
che dev’essere spezzato. Non si tratta delle vecchie occasioni
storiche, da aspettare seduti all’angolo della strada. Né si
tratta di recuperare una continuità degli eventi, tutti eguali
fra loro, e nessuno che rompe col passato. Occorre capire
che ogni momento politico possiede una sua specificità
storica, da cogliere con tutta la forza di cui è capace un
pensiero concreto. Occorre sapere che proprio questo toglie
genericità alle epoche della storia e ne fa campo d’azione
per una lotta determinata. Scoprire le necessità di sviluppo
del capitale e ribaltarle in possibilità sovversive della classe
operaia: sono questi i due compiti elementari della teoria e
della pratica, della scienza e della politica, della strategia e
della tattica, – anche queste tutte parole vecchie, lo sappiamo,
che non possiamo però sostituire, finche non le avremo prima
daccapo possedute con significati nuovi. Gli ultimi decenni
terribili del movimento operaio e tutta la fase postleninista,
non possiamo prenderla solo come un nihil negativum a cui
riferirsi polemicamente nella ricerca dei limiti futuri della

217
nostra azione. Soggettivamente alcuni risultati sono pur
rimasti. E sta a noi fare degli insegnamenti da poter usare
proprio nel futuro della lotta. La divisione del partito dalla
classe e della classe dal partito ha portato con sé l’altra di-
visione, quella tra gli uomini e le prospettive oggettive che
essi rappresentano, tra rivoluzionari da una parte e processo
rivoluzionario dall’altra, fino a farne due mondi contrapposti
che oggi non si incontrano e non si comprendono. Chi ha
voluto lottare nelle strutture interne del partito non lo ha
effettivamente fatto, perché non si era preoccupato di por-
tarsi dietro, nella testa, una prospettiva generale veramente
alternativa a quella ufficiale. Chi ha voluto cercare questa
alternativa non l’ha poi di fatto trovata, perché non si era
preoccupato di mantenere rapporti reali e possibilità di
direzione con il grosso del movimento. Questi errori non
vanno ripetuti. Mai buttarsi a combattere nella pratica senza
armi teoriche. Mai mettersi a costruire prospettive lontano
dalle masse. Probabilmente i riformisti bisognerà andarli a
battere oggi sul loro terreno, ma con un esercito di nuove
idee rivoluzionarie, con un bagaglio di conoscenze storiche
sui loro movimenti, con tale preveggente chiarezza sull’esito
finale della lotta, e tale controllo sui suoi passaggi interni,
e tale consapevolezza delle sue contraddizioni transitorie,
da lasciare stupefatto lo stesso mondo tradizionale della
politica, con tutta la sua ingenua sapienza. Tattica e strate-
gia: tenerle oggettivamente divise, sempre, nelle cose, non
confonderle mai, mai identificarle, perché una volta fatte
identiche impediscono l’azione; e tenerle soggettivamente
unite, nella nostra testa, nella nostra persona, e qui non
separarle mai, perché qui una volta separate distruggono gli
uomini, li dimezzano, ne fanno quest’ombra grigia a cui e
ridotto oggi il dirigente di partito. Quello che sembra il lato
tragico della situazione odierna – non poter fare subito ciò
che si pensa di fare domani – è il dato normale della lotta
di classe, quando questa si trova al di qua della conquista
dell’organizzazione, e vuole e chiede che questa condizione
primaria venga posta per passare poi all’attacco decisivo.
E riconoscere questo non basta. Una volta riconosciuto,
va preso come un dato positivo, un periodo necessario da

218
vivere fino in fondo, che ci costringe a un grande sviluppo
soggettivo, prolunga i tempi della preparazione delle forze
e fa queste forze più chiare e più profonde. Così: quanto
più unilaterali tanto più interi, quanto più politici realisti
tanto più teorici di alto livello, quanto più uomini semplici
tanto più complesse mediazioni dell’interesse operaio. E
tutto questo viceversa, in un circolo di continua crescita
collettiva. Ci hanno già detto che in tutto quanto noi pro-
poniamo non c’è niente di universalmente umano. È vero.
Non c’è niente infatti dell’interesse particolare borghese.
Avete mai visto una lotta operaia con una piattaforma di ri-
vendicazioni genericamente umane? Nulla c’è di più limitato
e parziale, nulla di meno universale in senso borghese, di
una lotta di fabbrica combattuta dagli operai contro il loro
padrone diretto. Proprio per questo, arriviamo a sommare
queste lotte nella società, a collegarle in una prospettiva, a
unificarle nell’organizzazione, e avremo in pugno i destini
del mondo, perché avremo conquistato l’arma più potente
che si possa tuttora immaginare, un potere di decisione sui
movimenti del capitale. A questo, appunto, bisogna arrivare.
Tutto quanto non serve va abbandonato per via. Mentre vale
la pena di dare una mano a portare lo stretto necessario,
l’essenziale per camminare. È possibile che una «sosta sul
ponte», chissà in quale momento, diventi anch’essa neces-
saria. Forse anche subito. Dal prologo in cielo alle avven-
ture sulla terra, questo passaggio non è ancora dimostrato
come imminente. Tutto il modo di vedere qui presentato è
non solo in sé provvisorio. Nelle cose, è uno di quelli che
sembrano ancora possibili. Mettiamolo a confronto con
gli altri. Vediamo se è cresciuto abbastanza per difendersi
e per attaccare. Facciamo la prova di quanta forza ha. La
classe operaia di oggi, certo, non è più il giovane compagno
«che voleva ciò che era giusto e agiva in modo errato»5.
Ha raggiunto ormai quell’età matura dell’uomo, quando
per non sbagliare si preferisce certe volte non agire. Gli
«agitatori» si trovano di conseguenza ad usare un linguag-
gio che forse non è il più adatto alla situazione presente.
5
  B. Brecht, La linea di condotta (1930), in Id., Teatro, vol. 1, cit., p. 759.

219
Eppure la brechtiana linea di condotta suggerita dal «coro
di controllo», una volta stabilita la necessità di trasformare
il mondo, è tutta intera ancora quella e non c’è niente da
cambiare: «sdegno e tenacia, scienza e ribellione, rapido
impulso, meditato consiglio, fredda pazienza, perseveranza
infinita, intelligenza del particolare e intelligenza del tutto:
solo ammaestrati dalla realtà potremo cambiare la realtà»6.

6
  Ibidem, p. 786.

220
8.

classe partito classe

marzo 1967

Questi anni Sessanta finiranno in anticipo. La lotta


operaia ha i suoi cicli brevi e i suoi sviluppi di lungo perio-
do. Al momento ciclico della lotta, gli operai si battono sul
terreno delle rivendicazioni particolari. Nel tempo lungo
dello sviluppo, la classe cresce, si concentra, si chiude nel
rapporto politico di produzione. I venti anni che hanno
seguito la seconda guerra mondiale fanno già un’epoca
della lotta di classe, a livello internazionale. Dentro quest’e-
poca, gli anni Sessanta in Italia hanno già il loro posto. Alto
contenuto delle lotte, forme massificate, ricca continuità del
movimento, carattere aperto dello scontro e grossi risultati
provvisori ma effettivi: di qui bisogna partire non per teo-
rizzare, come si fa in giro, il necessario riflusso dei movi-
menti di lotta degli operai, ma per prepararsi, prevedendo-
lo, al prossimo possibile salto in avanti. Le vicende di
questi anni nella classe operaia dei paesi a grande capitali-
smo, sono senza significato solo per chi ha paura di guar-
darle in faccia. Da quando gli operai di fabbrica hanno
messo via il fucile con cui sparavano contro i fascisti e
hanno ripreso in mano l’arma elementare del salario pun-
tata contro il profitto, da quel giorno, per tutti tranne na-
turalmente che per i padroni, sono usciti dalla Storia.
Quando oggi dite «classe operaia», dovete rassegnarvi a
vedere spegnersi negli occhi del vostro interlocutore ogni
luce di intelligenza. Nessuna massa sociale è stata forse mai
tanto diffamata come oggi la classe degli operai salariati.
Aggredire l’interesse del padrone o rispondere all’iniziativa
capitalistica è relativamente facile. Ma allorché interviene
l’attacco ideologico del movimento operaio organizzato, è

Editoriale apparso in «classe operaia», 3, marzo 1967, pp. 1, 28.

221
difficile resistere, senza rompere con le vecchie organizza-
zioni, sapendo che qualcuna di loro può forse ancora ser-
vire nell’immediato futuro. Tutti coloro che hanno visto
anche solo da lontano una grossa concentrazione operaia vi
dicono che gli operai sono ormai disposti a lottare soltanto
per se stessi. Ma questo grandioso risultato pratico, che
mette fine per sempre alla preistoria della classe operaia,
viene preso nientemeno che come il limite politico della
situazione attuale. Così la classe viene data per integrata nel
sistema, proprio quando comincia a fondare su basi mate-
riali la sua piena autonomia. Il capitale da una parte, le
ideologie del movimento dall’altra, puntavano su un alto
sviluppo della coscienza sociale generale della parte opera-
ia: dopo, le porte dello Stato erano aperte e dietro quelle
porte la gestione delle contraddizioni economiche di tutta
la società. La risposta operaia di questi anni è formidabile:
soldi! Per il resto sbrigatevela voi. Nessuno ha capito più
niente di come stavano le cose nella lotta di classe. Ma qual
è l’iniziativa che gli operai hanno preso, per primi e da soli,
in questo ventennio. È stata innanzitutto un’azione interna
alla loro classe. Sul terreno della dinamica salariale, i pun-
ti più avanzati hanno tirato in avanti quelli più arretrati:
senza mediazioni istituzionali, senza soluzioni organizzative,
ma così, oggettivamente, offrendo il risultato delle conqui-
ste già raggiunte come modello esso stesso da conquistare
per la totalità della massa operaia e per la maggioranza dei
lavoratori. È ormai quasi una legge: quello che ottengono
le avanguardie di massa degli operai, lo chiedono poi tutte
le altre parti del lavoro, sia produttivo che improduttivo.
Spinte salariali a catena su iniziativa operaia e catena di
spinte inflazioniste come congiuntura permanente del capi-
talismo contemporaneo, sono un solo e medesimo processo.
L’inflazione dai costi, ovvero da salari, lega insieme le vi-
cende del capitale in questo secondo dopoguerra. E l’Italia
del 1964, nel suo piccolo, ha offerto un modello classico di
come per questa via le cose possano precipitare. Di qui
tutti gli schemi di politica dei redditi che tendono al con-
trollo della variabile-salario. Le ultime illusioni di un libero,
meccanico, funzionamento nella formazione dei salari e

222
quindi dei prezzi, crollano due volte: una prima volta sotto
l’urto della forza d’attacco degli operai che spinge l’aumen-
to dei salari oltre la produttività media del sistema, la se-
conda volta sotto la risposta capitalistica di una politica
economica obbligatoria, coercitiva, affidata alla forza dello
Stato. Eppure in tutto il processo, non è questo il dato più
importante, ma quell’altro: il fatto che la politica dei red-
diti porta con sé quell’aggiustamento uniforme delle dina-
miche salariali settoriali che tutte dovrebbero seguire l’au-
mento medio di produttività dell’intero sistema. Fatto in sé
ambiguo, perché mentre la soluzione capitalistica di politi-
ca dei redditi tende a togliere, e forse toglie, alle avanguar-
die operaie l’iniziativa di lotta per il salario, d’altra parte
con questo finisce per abolire e superare anche un limite
della lotta generale. L’aggiustamento salariale legato alla
produttività presuppone il progressivo attenuarsi del distac-
co tecnologico, provoca il crescere di una uniformità socia-
le generale della forza-lavoro. La fine tendenziale di un
ruolo politico, attivo, di punta, delle grosse avanguardie
operaie, porta con sé un processo di forzata massificazione
della classe. L’impossibilità della lotta articolata, fa crollare
la possibilità di un’articolazione della politica padronale. La
non disponibilità operaia al controllo sul salario accentua
la vocazione autoritaria, su questo terreno, delle strutture
politiche statali. Da un lato dunque un processo di ulterio-
re unificazione della classe operaia, minore mobilità interna
delle sue lotte, maggiore comunicazione orizzontale, anche
al di fuori dello scontro aperto, tra le varie parti della clas-
se, sempre più fra loro omogenee. Dall’altro lato, il cresce-
re politico, a livello internazionale, del capitalista collettivo,
che non ha bisogno di abolire le frontiere nazionali per far
passare, unificata, l’iniziativa di controllo sulle dinamiche
salariali e quindi il piano di gestione equilibrata del proprio
sviluppo. Si può prevedere che forti elementi di rigidità
verranno introdotti da questi fatti nel prossimo ciclo della
lotta di classe sul terreno del capitale sviluppato. E come
in ogni struttura non elastica, lo scontro sociale sarà più
raro, ma tanto più decisivo. Soprattutto aumenterà di grado
e di intensità il contenuto politico nuovo delle lotte. La

223
politica dei redditi finora non è passata. Non è passata a
livello della classe operaia internazionale. Ma se lo scontro
continuerà a vedere da una parte lo Stato politico dall’altra
i sindacati di categoria, la politica dei redditi passerà e non
ci sono santi. Non si tratta di abbandonare la presa opera-
ia sul salario. Tutt’altro. Si tratta di farla servire esplicita-
mente a una strategia di attacco contro il profitto, che è
come dire contro il potere del capitale. Solo così si rimet-
terà in moto il meccanismo internazionale della lotta ope-
raia, a livello politico di massa. Questo non si può senza
che – almeno in un punto – la mano, nella direzione diret-
ta delle lotte, passi dal sindacato al partito. Mai in modo
drammatico come nei prossimi anni ci troveremo dinanzi,
da sciogliere in qualche maniera, il nodo del partito. Man
mano che l’azione politica del capitale si centralizza, la ri-
sposta sindacale, per sua natura articolata, perde colpi e
abbandona terreno all’avversario. Più va avanti il processo
di massificazione della forza-lavoro industriale, più indie-
treggiano e tendono a scomparire i margini di spontaneità
nei movimenti politici della classe operaia. La spontaneità
è stata sempre rapporto tra avanguardia e masse. E il par-
tito «storico» ha riprodotto passivamente questo rapporto,
su di esso è cresciuto, insieme con esso si va estinguendo
nel rapporto di produzione, cioè sul terreno reale della
lotta di classe. Una struttura politica dell’organizzazione che
ricalchi ed esprima, a livello di capitale sviluppato, la tota-
lità della classe operaia, nei suoi bisogni e nei suoi movi-
menti: questo è il problema di domani che una nuova teo-
ria e una nuova pratica del partito dovrà affrontare e risol-
vere. Allora il rapporto avanguardia-masse si riproporrà in
grande e correttamente sul terreno internazionale: filo
rosso di guida delle lotte che nasceranno dentro i macro-
scopici processi di industrializzazione delle economie capi-
talisticamente arretrate e di fronte a cui veramente la storia
operaia dell’occidente sarà il racconto delle piccole cose
dell’infanzia. È spesso difficile lasciarsi convincere dai fatti
elementari. L’intelligenza ha l’impressione di crollare quan-
do scopre ciò che è ovvio. Ma dal punto di vista del suo
prossimo sviluppo materiale, anche solo quantitativo, la

224
classe operaia di oggi nel mondo non è forse appena nata?
Si fa il conto di quanti miliardi di uomini si metteranno in
movimento, fuori dell’Europa, fuori degli Stati Uniti. Ma
chiediamoci: quante centinaia di milioni di operai di fab-
brica si concentreranno in quel clima di tensione rivoluzio-
naria? Questa è la nuova classe operaia e non quei quattro
tecnici che si vantano di produrre plusvalore spingendo
bottoni. La semplice crescita di questa immensa massa di
forza-lavoro industriale, e al suo interno il passaggio poli-
tico da proletari a operai, sarà essa la vera sfida di questo
scorcio del millennio e non già l’avvenirismo tecnologico di
chi vede ormai nella fabbrica automatizzata tutto il lavoro
trasferito nelle macchine. Come vedete, col pensiero, tor-
niamo ai tempi lunghi. All’inizio e alla fine di una esperien-
za si tende sempre a guardare lontano. Quando invece
l’esperienza stessa è in corso e si sviluppa, le cose vicine
impongono la loro presenza e chiedono, una ad una, di
essere viste e saggiate. Su questo reciproco rimando tra
discorso di prospettiva e proposta politica immediata dob-
biamo dire che ci siamo ben esercitati. Bisognerà solo tor-
narci in altre condizioni e su altri terreni. Ogni momento
della lotta di classe ha le sue caratteristiche specifiche. Su
queste – e non sui grandi ricorsi della lotta – è necessario
misurare la forma del proprio contributo soggettivo. Qua-
derni, giornale, intervento nelle lotte, gruppo politico non
istituzionalizzato: tutto questo è irrimediabilmente legato
agli anni Sessanta in Italia, alla situazione di classe, alla
situazione di partito, che andando avanti o, se volete, an-
dando indietro, va comunque chiudendo con largo anticipo
questo decennio. Su quella situazione nuova, nuove forze a
fatica sono cresciute, che chiedono di passare adesso ad un
lavoro politico fattivo, dove mettere a frutto i risultati rag-
giunti, le capacità accumulate. Le esperienze, una volta
fatte, bisogna saperle abbandonare. Altrimenti, diventano
cattive abitudini. E arrivano infine a congelare forze, non
solo – come per il passato – nelle minoranze storiche, ma
anche – come oggi – nei gruppi di disturbo alla periferia
del movimento operaio. Ben altre armi è necessario oggi
opporre alla sempre più potente iniziativa capitalistica. Con

225
ben altri mezzi occorre d’ora in poi cercare di aderire alla
struttura in movimento della classe operaia internazionale.
Ben altre duttili abilità bisognerà all’occorrenza sfoderare
nella quotidiana lotta di partito.
Adesso noi ce ne andiamo. Le cose da fare non ci
mancano. Un monumentale progetto di ricerche e di studi
viaggia nella nostra testa. E politicamente, con i piedi sulla
terra ritrovata, c’è da conquistare il nuovo livello dell’azione.
Non sarà facile.

226
Parte seconda

Il politico e il movimento operaio


(1968-1984)
9.

classe operaia e sviluppo

autunno 1970

Intervengo saggiando un arco molto problematico delle


questioni, e trovando forse una strada intermedia fra un ap-
proccio teorico e un approccio politico, tenendo presente che
il tema che qui si dibatte è soltanto uno dei tanti problemi
che oggi si pongono all’attenzione della teoria operaia, e che
fuori di questo rimane una serie di altri grossi problemi che
qui non possono neanche venire accennati. Per arrivare al
problema che oggi abbiamo di fronte, io partirei da un punto
che mi sembra il più corretto dal punto di vista dell’impo-
stazione politica del problema. Partirei cioè dal punto lotta
sul salario; non dalla discussione sulla categoria salario e sul
modo come si configura oggi all’interno di una strutturazione
contemporanea della classe, ma proprio dal tema lotta sul
salario. Io penso che di questa lotta sul salario si possono
dare almeno due significati, che noi oggi possiamo vedere
e distinguere con una certa chiarezza:
1. un significato generico, quindi storico;
2. un significato più specifico, quindi politico.
Il significato storico-generico deriva dal fatto che, se
andiamo a vedere la storia generale delle lotte operaie, ve-
diamo che la lotta operaia è sempre sul salario, cioè la classe
operaia, da quando esiste, lotta ora in termini difensivi ora
in termini offensivi sul salario o per il salario. Quindi il tema
lotta sul salario è un tema permanente della lotta di classe,
ed in questo senso appunto si arriva a rendere generico e
quindi storico e meno politico un discorso di questo genere.
È chiaro che noi facciamo un altro tipo di discorso.
Quando parlavamo di lotta sul salario intendevamo eviden-
temente il secondo significato: il significato politico-specifico.

Articolo apparso in «Contropiano», 3, 1970, pp. 465-477.

229
Il modello storico, se anche qui si può parlare di storia
del problema, era quello di certe lotte operaie americane,
soprattutto negli anni Trenta, quando la classe operaia
si incontra con un certo tipo di iniziativa capitalistica. È
molto importante questo riferimento storico perché questo
famoso scoppio di lotte operaie del 1960 in Italia, che noi
abbiamo sempre presente, sempre di fronte, come problema
da risolvere, come problema cui rispondere politicamente,
probabilmente questo scoppio operaio possiamo dire che
sia una ripresa ritardata di quel tipo di lotte operaie che ci
sono state appunto negli Stati Uniti in quell’arco di tempo;
ripeto: anni Trenta, si potrebbero specificare le date, che
vanno oltre gli anni Trenta, nella prima parte degli anni
Quaranta, forse fino al 1947. Perché individuiamo questo
significato della lotta sul salario in questo terreno america-
no? Perché evidentemente noi troviamo che qui la lotta sul
salario ha di fronte a sé non più la risposta del capitalista
singolo, oppure la risposta disorganizzata del capitale, ma
ha di fronte a sé la risposta di una certa politica economica
del capitale; quella che noi chiamiamo l’iniziativa capitali-
stica o in alcuni casi la grande iniziativa capitalistica, come
era appunto in America in quel periodo. A noi la lotta sul
salario interessa soltanto e nel momento in cui troviamo da
un lato la scelta operaia di questo terreno di lotta, dall’altro
la risposta capitalistica a livello politico; quindi non come
un problema teorico, ma come un problema di lotta su un
terreno politico specifico. Quando la lotta sul salario non
solo si trova di fronte questa politica economica nuova del
capitale, ma provoca questa politica, cioè costringe il capitale
a darsi una politica, in quel momento diventa specifico il
terreno della lotta salariale, cioè questo tipo di lotta salariale
costringe il capitale a prendere un certo tipo d’iniziativa
storica. È un modello da seguire anche in questo senso,
un modello per il movimento operaio, cioè per il livello
organizzativo della lotta operaia, che deve avere di fronte a
sé questo obiettivo consapevole (non inconscio come certe
volte accade) di provocare da parte del capitale una risposta
politica, anche a livello di politica economica, per dire il
tipo di politica che è più congeniale alla natura del capitale.

230
Dico questo perché è venuta fuori intorno a questo tema
«lotta sul salario» una certa deformazione che nuoce poi
al suo uso esatto anche politico. Si è fatto di questo tema
«lotta sul salario» una sorta di ideologia rivoluzionaria; cioè
è finita per rimanere inserita nel solco di una tradizione,
che era una tradizione deteriore anche del marxismo tradi-
zionale, del marxismo volgare diciamo, nel solco di quelle
tradizioni che scoprono e che riscoprono dentro di sé una
continua rinascita di ideologie catastrofiche del capitale e
del sistema capitalistico. Si è fatta della lotta sul salario una
nuova ideologia della catastrofe capitalistica. Ora, qui ci sono
due errori: primo, quello di fare un’ideologia di una lotta di
questo genere; secondo, di farne un’ideologia deteriore di
questo tipo. Si è messa la lotta sul salario oggi poco prima
di un crollo, addirittura, del sistema. Invece la correttezza
dell’impostazione vuole che la lotta sul salario venga messa
prima di un salto di sviluppo del sistema stesso. Quindi è
tutt’altro che un’ideologia della catastrofe, è addirittura
una teoria dello sviluppo capitalistico. Ecco, se il movimento
operaio riuscisse, se la parte di organizzazione della classe
operaia riuscisse ad impostare il tema «lotta sul salario»
con una chiara consapevolezza che si tratta appunto di farla
giocare all’interno di un nuovo tipo di sviluppo del capitale,
e anzi di imporre un nuovo tipo di sviluppo del capitale
attraverso questo medio, credo che ci avvicineremmo molto
di più alla correttezza del problema e all’uso politico più
efficace della cosa. Ciò pone un problema di questo tipo:
la messa in crisi, questo famoso incepparsi del meccanismo
economico attraverso l’esplosione della contraddizione
salariale, è, dovrebbe essere da parte operaia, soltanto il
modo di agitare un’arma, cioè una minaccia consapevole, e
espressa in modo consapevole, una specie di ricatto perché
il capitale assuma quell’iniziativa politica moderna di cui
si diceva prima. Perché dovrebbe assumere quell’iniziativa
politica moderna? Perché serve più a noi che a loro, serve
più agli operai che ai capitalisti. Direi che quando noi andia-
mo a vedere perché serve più agli operai che ai capitalisti,
è forse proprio in questo passaggio che viene fuori il tema
composizione di classe.

231
Ecco, io volevo arrivare al tema composizione di classe
attraverso questo cammino e l’uso di questo passaggio:
lotta sul salario-sviluppo capitalistico, come momento che
gioca all’interno di un certo tipo di sviluppo anche della
composizione di classe. Questo per dire che questo tema
secondo me è in rapporto molto diretto, direi classico,
proprio con la politica del capitale più che con la sua strut-
turazione interna; più che con la sua composizione interna
è in rapporto e si pone sempre in rapporto con un certo
tipo di politica del capitale. Se per noi composizione vuol
dire strutturazione interna della classe, cioè il modo come
internamente si struttura ad un certo punto la classe ope-
raia, allora il fatto tecnologico non c’entra, oppure c’entra
in una parte molto marginale, cioè direi che non c’entra
neppure, se andiamo ad approfondire il problema, in prima
persona, cioè come problema fondamentale; e non c’entra
neppure il discorso sul lavoro, sul concetto di lavoro. Perché
non è la storia del lavoro, o la storia del risparmio di lavo-
ro quella che determina una certa composizione di classe,
ma è la storia del capitale in quanto succedersi di politiche
capitalistiche, ed è se mai la storia delle lotte operaie in
quanto precedono e impongono queste politiche del capi-
tale. Voglio dire cioè che l’organizzazione scientifica del
lavoro, così come la sostituzione del lavoro con il sistema
delle macchine, riguarda il capitale in prima persona, ovve-
ro riguarda anche gli operai in quanto capitale. Mentre la
composizione di classe io la vedrei inserita in un discorso
che riguarda gli operai in quanto operai, cioè in quanto
organizzazione operaia. Il rapporto allora è tra composizio-
ne di classe e momento di organizzazione della classe ope-
raia in un certo momento. Ora io penso che tra tutte le
ideologie che oggi ritornano sulla classe operaia (perché
secondo me c’è un ritorno di ideologie sulla classe operaia),
la più pericolosa forse è quella che prevede o punta addi-
rittura su una lenta morte, o una sorta di graduale estinzio-
ne della forza-lavoro industriale; cioè le ideologie che ri-
guardano il gregge che va scomparendo […]. Sono cose
molto diffuse anche a livello di studi non proprio seri, non
proprio scientifici, ma che comunque fanno colpo su una

232
certa opinione pubblica scientifica. Mi riferisco alle ideolo-
gie della automazione di cui si continua a parlare (forse
meno oggi che nell’immediato passato). Noi le dobbiamo
vedere come una specie di teoria del non-lavoro che ha un
segno chiaramente di tipo capitalistico. Non è la nostra
teoria del non-lavoro, non è quella che si può segnare ap-
punto con un significato operaio, ma ha un chiaro netto e
preciso significato di parte capitalistica. È una specie di
minaccia di risposta del capitale: come attraverso le lotte
sul salario gli operai minacciano il capitale: «se non c’è uno
sviluppo del sistema noi minacciamo un incepparsi del si-
stema», la risposta capitalistica è forse proprio su questo
terreno: «se non si sviluppa ad un diverso livello, a un li-
vello più graduale, più ordinato, più internamente capitali-
stico, questo ciclo delle lotte, noi risponderemo con un
accentuarsi di questi processi di automazione». L’ideologia
dell’automazione all’interno di quella politica capitalistica
che si diceva, assolve oggi alla stessa funzione a cui assol-
veva una volta la minaccia dell’armata di riserva dei disoc-
cupati: come allora: «se non state buoni, noi abbiamo di
che sostituirvi», così oggi il discorso capitalistico è quasi lo
stesso: «se non state buoni noi sostituiremo il lavoro vivo
con il sistema delle macchine». È proprio un tipo di minac-
cia politica, e se è politica è proprio in risposta a quella
antecedente minaccia operaia che puntava sul salario. Ora
io penso che il boom di questa ideologia sull’automazione
sia già in fondo passato; il capitalista pratico non ci crede
più, non gli funziona più nemmeno tecnicamente e forse
non gli funziona più neppure la minaccia politica. Però è
un tipo di ideologia che viene oggi riscoperta e riscappa
fuori proprio dall’interno della parte operaia. È l’ideologia
che poi diventa l’ideologia della sconfitta operaia, è l’ideo-
logia i portatori della quale sono un certo nuovo strato di
intellettuali che vogliono schierarsi dalla parte operaia, ma
dall’esterno delle sue lotte, e dall’interno invece delle loro
singole discipline specialistiche che coltivano come profes-
sionisti dell’efficienza: sociologi sul campo, economisti nel
senso tecnico della parola, analisti freddi dei problemi
operai; gente che naturalmente è nemica della politica in

233
quanto tale, di qualunque politica, sia rivoluzionaria sia
riformista. È necessario contrapporre a questo tipo di ide-
ologia un altro blocco di ipotesi. Ipotesi ancora molto poco
approfondite, anche da parte nostra, su cui quindi bisogna
molto e a lungo riflettere. A me pare che un processo di
questo tipo si stia verificando e si possa mettere in circola-
zione anche in questi termini forse semplici. Il capitale
anche a livello internazionale sul terreno mondiale, ha e
continua ad avere il bisogno che ha sempre avuto: il bisogno
di espellere manodopera dall’agricoltura per esempio. In
secondo luogo il capitale ha la possibilità di passare ad una
fase di immediata computerizzazione in gran parte del set-
tore dei servizi. Ma c’è da dire che è proprio nell’industria
che il processo dell’automazione trova dei limiti insupera-
bili al proprio sviluppo. Cioè la forza-lavoro, quando noi la
vediamo ai livelli più avanzati, sembra arroccata nel secon-
dario, e arroccata in questa fortezza resiste, magari in atte-
sa di tentare delle sortite. Qui si è parlato molto del pro-
blema della qualificazione e effettivamente le cose non sono
così semplici, non si possono risolvere nel senso di una
dequalificazione decisa o di alcuni livelli di riqualificazione.
Noi possiamo dire che l’industria moderna da un certo li-
vello qualifica, da un altro livello dequalifica il lavoro vivo.
In ogni caso quello che ci interessa è che l’industria moder-
na non sopprime il lavoro vivo. Questo è il punto fonda-
mentale del problema: non riesce a sopprimere il lavoro
vivo. Con questo non voglio dire che bisogna risfoderare la
teoria del valore-lavoro così come era nei termini classici,
premarxiani o marxiani. Cioè: senza lavoro niente valore,
quindi niente capitale. Da cui poi veniva fuori che appunto
il lavoro era questa cosa fondamentale, per cui valeva la
pena di combattere, di sacrificare la propria vita e così via,
perché era questa grande cosa che stava al centro del mon-
do moderno. Il discorso è molto più concreto, molto più
realistico, forse anche molto più politico: noi vediamo che
nei settori dell’alta industrializzazione il limite tecnico alla
soppressione del lavoro, appunto quel limite che il capitale
non riesce a superare, è dato non dalla composizione orga-
nica del capitale, è dato dalla sua natura politica di rappor-

234
to sociale. Cioè sembra che il limite tecnico per la produ-
zione capitalistica sia nel modo in cui gioca questo fermen-
to del lavoro vivo dentro la produzione. Questo lavoro vivo
è quello che praticamente muove tutto, che ha mosso
sempre tutto, che immerso dentro il capitale morto lo fa
risuscitare e quindi lo fa addirittura crescere. Appunto
questo è il discorso marxiano, quello poi del Marx più
avanzato, del Marx dei Grundrisse; però è anche il discorso
marxiano, e non a caso il discorso marxiano più avanzato,
che risulta per noi oggi decisamente, comincia a diventare
oggi decisamente arretrato. Perché sembra di contro che
l’interesse politico spinga il capitale a sopprimere la classe
operaia, questo scomodo antagonista, che sta sempre di
fronte, che intralcia il lavoro del capitalista; per cui il ri-
sparmio di lavoro e la storia del risparmio di lavoro si può
vedere anche come esigenza politica, come risposta alla
lotta. Qualche volta questo discorso l’abbiamo fatto anche
noi. È un discorso però che vale per una fase del capitale,
che non è la nostra fase; il fatto di risparmiare lavoro come
risposta ai momenti di lotta, di insubordinazione operaia
(come si diceva una volta), è appunto una cosa che non
riguarda più la fase attuale del capitale. Oggi tutta la fac-
cenda andrebbe correttamente rovesciata. Tecnicamente noi
possiamo anche ammettere che sarebbe possibile un pas-
saggio graduale della produttività del lavoro dall’uomo alla
macchina, e comunque una riduzione al minimo vitale
della forza-lavoro industriale. Possiamo anche ammettere
una possibilità tecnica di questo genere. Non ci costa nien-
te. Il limite a questo processo oggettivo è invece altrove. La
classe operaia è e diventa sempre di più una necessità po-
litica del capitale. Senza classe operaia niente sviluppo capi-
talistico. Questo è di nuovo il punto centrale della questio-
ne. Non il lavoro al centro del capitale e come molla del
capitale, ma la lotta degli operai; non il lavoro come fermen-
to che fa crescere il capitale, ma la lotta operaia come
fermento vivo del capitale. Questa la modificazione che noi
possiamo ora, oggi, introdurre tranquillamente nel discorso
classicamente marxiano. Nei punti più alti dello sviluppo,
noi vediamo che il capitale probabilmente si troverà addi-

235
rittura a combattere contro la propria tecnologia per salva-
re l’esistenza storica della classe operaia. Non possiamo
escludere un processo paradossale di questo tipo. Mentre
invece nei punti medi dello sviluppo e tanto più nei punti
inferiori, giocano ancora quelle ragioni tecniche, che sono
sempre quelle degli inizi dell’industrializzazione, che spin-
gono appunto il capitale ad accumulare e a concentrare
come al solito forza-lavoro industriale da una parte, mezzi
di produzione dall’altra. Così noi a livello internazionale e
ripeto sul terreno mondiale, siamo ancora, e forse resteremo
per lungo tempo in una fase di crescita quantitativa della
classe operaia; è un’altra ipotesi che si può introdurre nel
nostro discorso. Una fase continua è per noi una fase di
crescita quantitativa della classe operaia, una fase che pos-
siamo anche chiamare, utilizzando vecchie parole, di pro-
letarizzazione ancora crescente. Questo discorso è impor-
tante per evitare un pericolo che è stato presente, un peri-
colo contro cui credo noi siamo molto attenti. E il pericolo
è fornito dall’altro discorso, esattamente opposto a quello
che stiamo facendo adesso, quello secondo cui il lavoro
produttivo diminuisce quantitativamente ma aumenta di
importanza qualitativa: è vero, gli operai diventano sempre
meno, però diventano sempre più importanti. Questo è un
discorso che si sente fare. È una ripresa del vecchio discor-
so per cui gli operai dovrebbero essere importanti comun-
que, e il lavoro dell’operaio soprattutto dovrebbe essere
questa cosa essenziale, senza cui niente esisterebbe nel ca-
pitale. Ma ecco che per questa via – cioè diminuzione
quantitativa e crescita qualitativa del lavoro – si arriva ap-
punto a riscoprire dritti dritti proprio quella qualità del
lavoro, che noi andiamo invece sempre a respingere; e
quindi se non si vuole per questa via poi riscoprire la di-
gnità del lavoro, si riscopre l’essenzialità dell’operaio e
quindi il suo diritto a dirigere, a gestire tutto quanto. E noi
vediamo da questa conclusione logica di quella premessa
che ogni discorso di crescita qualitativa del lavoro risulta
politicamente falsa, politicamente fasulla, perché porta ad
una concezione neo-aristocratica della classe operaia, cioè
ad una concezione neo-revisionista. Noi partiamo sempre

236
dal concetto che il nemico fondamentale dell’operaio è il
lavoro. Questo è il più grande nemico dell’operaio: il lavo-
ro prima ancora che il capitale. La crescita quantitativa
della classe operaia ci porta per questa via se mai ad ap-
prezzare ogni processo di dequalificazione del lavoro. Ora
è chiaro che in alcuni punti inferiori dello sviluppo, dequa-
lificazione può incontrarsi con il processo di nuova quali-
ficazione. Sta di fatto però che nei punti alti dello sviluppo
dequalificazione vuol dire dequalificazione e basta, cioè non
ha un riscontro contrario e non è un concetto che ci impe-
gna ad un eccessivo sforzo intellettuale per comprenderlo.
Quando guardiamo tutto il processo a livello internaziona-
le e su terreno mondiale, vediamo che questo processo
della continua dequalificazione, cioè della crescita quanti-
tativa e della diminuzione qualitativa del lavoro, è il pro-
cesso che veramente conta, è quello che guida poi tutti gli
altri processi. Secondo me lo sviluppo internazionale del
capitale sta uscendo oggi da una fase teorica, cioè da una
fase generica in cui era stato fino adesso. Lo sviluppo in-
ternazionale del capitale si specifica, si concretizza, ha de-
ciso di avanzare per aree omogenee, ha scelto un tipo di
sviluppo sovranazionale graduale. La parte avanzata del
capitale, il capitale americano, non ha ancora la forza per
imporre un’egemonia reale, cioè un assoluto dominio eco-
nomico, che abbia poi un riscontro politico reale. Questa
incapacità del capitale più avanzato di imporre questa
egemonia ha come conseguenza il fatto di una ripresa di un
internazionalismo locale. Noi possiamo addirittura indivi-
duare una ripresa corretta oggi di un certo tipo di europei-
smo economico. Un europeismo economico molto più effi-
ciente di quello che c’era nel passato, perché completamen-
te sgombro di ideologie politiche di tipo europeistico. È
solo apparente infatti l’avvenirismo e la futurologia per
esempio del piano Werner; che ad una prima lettura sembra
una di quelle cose che il capitale inventa in un certo mo-
mento e che poi non riesce assolutamente ad applicare.
Secondo me siamo invece in una fase in cui l’applicazione
di questi programmi comincia a diventare fattibile. Si va
cercando la via di un possibile internazionalismo del capi-

237
tale, di una possibile sovranazionalità del capitale che in
Europa faccia a meno, o comunque si ponga in una specie
di concorrenzialità col capitale americano o con altri tipi di
capitale extra-europeo, anche con l’Unione Sovietica. Per
noi è chiaro che di fronte ad una prospettiva di questo
genere non si tratta di scegliere, come è costretto a sceglie-
re il teorico, lo storico, il politico di parte borghese tra la
soluzione monetaria o la soluzione economica. Discutere
cioè e decidere noi se bisogna fare prima l’unione moneta-
ria o prima l’unione economica. Si tratta invece di sceglie-
re chiaramente la via dello sviluppo sovranazionale del
capitale, assumendo in proprio una specie di europeismo
di tipo operaio nel momento in cui vediamo concretizzarsi
questa possibilità; è opportuno prendere in parola questo
tipo di sovranazionalità perché ripropone il problema del
rapporto fra lotte operaie e sviluppo del capitale. Infatti si
può chiedere: ma per chi e per che cosa assumere un ter-
reno di discorso o anche di lotta di questo tipo? Bisogna
riprendere per un momento il discorso del rapporto fra
lotta operaia e sviluppo, e sulla possibilità di una lotta
operaia per lo sviluppo capitalistico.
Io credo che noi ci troviamo oggi a scegliere fra due
grandi strategie possibili del movimento operaio: la strategia
del rifiuto e la strategia dello sviluppo. Una avvertenza meto-
dologica ci dice che noi non dobbiamo scegliere quella delle
due strategie che ci sembra la migliore in sé, quella che ha
più virtù implicite, che è buona e giusta in sé. Dobbiamo
scegliere quella che secondo noi intanto è più praticabile,
in secondo luogo quella che è probabilmente vincente. E
dobbiamo sapere che vince evidentemente quella strategia
che trova la via dell’organizzazione, quella strategia che
trova la via della tattica, dell’applicazione tattica. Evitare di
contrapporre strategia del rifiuto e strategia dello sviluppo
imponendo una scelta tra strategia rivoluzionaria e strategia
riformista. È facile vedere la strategia del rifiuto come quella
rivoluzionaria per eccellenza, quella dello sviluppo come la
strategia riformista per eccellenza. Una volta che le cose sono
state impostate in questi termini, noi ci troviamo a fare un
tipo di scelta vecchia, antica, prepolitica. In questo tipo di

238
concettualizzazione (e quindi in questo tipo di terminologia
che esprime questa concettualizzazione) strategia rivoluzio-
naria e strategia riformista diventano sempre più una sorta
di arcaismi della lingua e del pensiero anche operaio, un
modo primitivo, primigenio di pensare e di parlare. Il tutto
legato ad un’epoca della lotta di classe che noi consideriamo
come un’epoca passata. Dietro c’è il vecchio mondo dei
valori che va scelto con un atteggiamento di carattere etico,
e etico-rivoluzionario. Questo vecchio mondo dei valori
evidentemente oggi va sostituito con una serie di processi
pratici, di piani concreti verso determinati obiettivi. Se noi
andiamo a guardare a livello direttamente operaio, che è
poi quello che ci interessa, e quello che riteniamo decisivo
in queste questioni, noi veliamo che strategia del rifiuto e
strategia dello sviluppo coesistono.
Rifiuto del lavoro in fabbrica e lotta per lo sviluppo nella
società. Credo che proprio dalla coesistenza di questi due
aspetti contraddittori all’interno della classe operaia si può
cominciare ad elaborare un tipo di strategia che possiamo
chiamare provvisoria. Una strategia provvisoria deve riuscire
oggi a legare insieme proprio queste due facce, che sono una
la faccia direttamente operaia e l’altra la faccia indirettamen-
te operaia, la faccia capitalistica della classe operaia. Noi
dobbiamo riuscire a vedere proprio all’interno della classe
operaia: operai e capitale, facendo un tipo di ragionamento
inverso a quello che abbiamo fatto altre volte, quando abbia-
mo visto appunto nel capitale tutti e due: operai e capitale.
Queste due facce si ripropongono continuamente come due
tipi diversi di strategia e noi non possiamo escludere nessuna
delle due, perché se ne escludiamo una perdiamo il contatto
con un moto reale, con un fatto concreto, con l’unico fatto
materiale che è l’esistenza oggettiva di questa classe operaia
fatta in questo modo. Ripeto, si tratta di una strategia prov-
visoria, si tratta di coprire una specie di vuoto che segue
grandi lotte, e probabilmente precede grandi teorizzazioni.
Il vuoto di oggi è forse proprio questo. Per quanto riguarda
la situazione di lotta della classe operaia noi possiamo darne
una definizione di questo tipo. Ci troviamo in una specie
di epoca post-classica. Le grandi lotte americane non sono

239
riuscite ad esprimere, né a livello organizzativo, né a livello
di teoria operaia, un risultato soddisfacente. Per una serie
di ragioni che vanno approfondite, anche storicamente, esse
dovevano forse prima essere tradotte in linguaggio europeo,
in una traduzione di pensiero operaio che magari aveva ed
ha maggiori strumenti, per sistemare teoricamente e quindi
per tradurre politicamente questi fatti. E se è vero che gli
anni Sessanta hanno ripetuto storicamente questo modello,
è vero che proprio questi anni Sessanta hanno dato l’avvio
ad un certo tipo di risistemazione della lotta di classe ad un
nuovo livello. Se diciamo che ci troviamo in una situazione
post-classica, diciamo anche che il livello classico della lotta
di classe è già superato; che probabilmente non ci troviamo
di fronte a una ripresa di quei modelli, ma soltanto alla
necessità di sistemare teoricamente quei modelli, e in modo
da prevederne altri, altri e del tutto diversi, altri e con altri
contenuti, altri e con altre forme di organizzazione. Perché
vengano colte a questo livello tutte le implicazioni di ca-
rattere teorico generale, probabilmente in una prospettiva
abbastanza lunga ci si deve avviare anche da parte del
pensiero operaio alla formulazione di una teoria generale
di parte operaia, così come il capitale ha fatto al suo livello.
Perché il capitale è riuscito a livello di scienza capitalistica a
fermare il processo in una sistemazione classica di pensiero
economico, che è la forma fondamentale sempre del suo
pensiero. Ma il movimento operaio evidentemente non c’è
riuscito. Noi scontiamo tutto questo ritardo sulla imposta-
zione post-classica del capitale, con una mancata risposta
anche teorica del livello operaio. Ora nella prospettiva di
questa nuova teoria generale di parte e di segno operaio,
bisogna seguire due vie di approfondimento dei problemi.
Imporre con una certa costanza, con una certa forza un lungo
momento di auto-analisi storica del punto di vista operaio.
Dobbiamo riscoprire quali sono stati i grossi nodi storici
attraverso cui la lotta operaia è passata per arrivare all’at-
tuale momento e per arrivare anche a quel livello classico
di cui si diceva prima, che va appunto superato. Questo
lavoro di riscoperta, di isolamento di questi nodi storici è
un lavoro che può impegnare a livello di analisi, a livello

240
di studio, a livello di conoscenza prima di tutto di cose che
sono tutt’altro che note, tutt’altro che conosciute. Questa
è una prima via per quell’obiettivo di cui si diceva prima.
C’è un’altra via che deve coesistere insieme a questa, che va
portata avanti insieme a questa: la scoperta, l’impostazione,
l’imposizione di nuove dimensioni non dell’economia politica
(perché queste nuove dimensioni dell’economia politica sono
appunto i bisogni del capitale), ma di nuove dimensioni della
politica, perché questo è appunto il bisogno operaio. Noi
dobbiamo arrivare a concepire la politica in modo nuovo.
Abbiamo detto tante volte: probabilmente da parte operaia
non c’è da fare un discorso sulla politica, un discorso sulla
tattica, perché un discorso sulla tattica è sempre strategia,
cioè riesce sempre a fissare strategicamente delle cose che
poi si ripetono. Purtroppo questo blocca poi una serie di
novità, una serie di passi nuovi verso il futuro, perché in
mancanza di nuove dimensioni della politica, si usano le
vecchie dimensioni dell’attività politica. E allora per battere
queste vecchie dimensioni della politica operaia, bisogna
invece imbarcarsi anche in un lavoro di questo tipo. Una
nuova scoperta dell’orizzonte politico che va fatta proprio
dal punto di vista operaio. Andrà fatta evidentemente con
tutte le accortezze del caso, per evitare che di nuovo venga
assunta come sistema da applicare matematicamente ogni
volta; ma che ci sia la necessità di scoprire nuove dimen-
sioni dell’attività politica, attraverso tutti i momenti di
critica dell’ideologia, di conoscenza della scienza borghese,
di autocritica del movimento operaio, mi sembra un fatto
indubbio. Quindi io concluderei in questo modo.
Abbiamo di fronte questo tipo di obiettivo che è ancora
lontano: quello di una ricomposizione teorico-strategica del
movimento. In attesa di questa non possiamo che adattarci
a un tipo di strategia provvisoria, e anche ad un tipo di
tattica provvisoria. Nel contempo però bisogna portare
avanti queste due direzioni di lavoro: l’una di analisi, l’altra
anche di esperienza politica concreta, per avvicinarci a questo
nuovo obiettivo di risistemazione teorica generale. Penso che
il tema della composizione di classe offra questo tipo di
sollecitazione insieme ad altri problemi che sono necessaria-

241
mente rimasti fuori. Io li ho posti soltanto in questa forma
problematica anche perché la fase attuale della ricerca è, e
vuol essere ancora per un certo periodo, di tempo aperto,
di tipo nettamente problematico.

242
10.

poscritto di problemi

dicembre 1970

[…]

La socialdemocrazia storica

È stato Friedrich Naumann, in Demokratie und Kaisertum,


del 1900, a definire l’impero bismarckiano una repubblica
del lavoro. La monarchia sociale dei due Guglielmi merita
questo paradossale appellativo. Come la tradizione profon-
damente germanica del Machtstaat è risultata la più fragile
fra tutte le istituzioni politiche del capitale moderno, così la
bestia nera dello junkerismo reazionario risulta la strada più
aperta allo sviluppo di un certo tipo di movimento operaio
democratico. Senza Bismarck non ci sarebbe forse mai stata,
nella sua forma classica, la socialdemocrazia tedesca: «senza
Maometto, Carlo Magno sarebbe inconcepibile»1. D’altra
parte Rudolf Meyer, pur dalla sua scomoda posizione di
socialismo agrario, aveva ragione di dire che senza svilup-
po della socialdemocrazia non ci sarebbe stato sviluppo
dell’industria in Germania. Tutti questi passaggi logici sono
pieni di senso storico. Il tema: organizzazione politica della
classe operaia, trova nella Mitteleuropa di lingua tedesca
il suo luogo di elezione, il terreno di un esperimento una
volta tanto riuscito. Il rapporto lotte-organizzazione è qui
che conviene misurarlo, se non altro per cogliere il punto
di decollo di un arco dalla lunga gittata. Questo arco non
va oggi ripercorso al piccolo passo della pratica; va solo

Paragrafi 3, 4 e 5 (pp. 274-303) del «Poscritto di problemi», testo


pubblicato nella seconda edizione di «Operai e capitale», Torino, Einaudi,
1971, pp. 267-311 (datato dicembre 1970).
1
  H. Pirenne, Le città del medioevo (1927), traduzione di E. Romeo,
Bari, Laterza, 1971, p. 22.

243
sottoposto al colpo d’occhio liquidatore della teoria operaia,
che nelle sue attuali indicazioni strategiche va ben oltre tutto
quanto c’è stato, allora e dopo. Dopo di che bisogna subito
dire che nulla, almeno in Germania, eguaglia in importanza
la forza d’urto di modello politico della socialdemocrazia
classica, dalla Offenes Antwortschreiben lassalliana del 1863
a quell’anno di compatte lotte che fu il 1913 con [le sue]
5.672.034 giornate lavorative perdute negli scioperi operai. Di
fronte a questa prima forma storica di partito politico della
classe operaia, tutte le altre esperienze d’organizzazione sono
state costrette a presentarsi come risposta, come alternativa,
una sorta di immagine rovesciata di ciò che non si voleva,
un ripetere in negativo quella che veniva considerata una
cattiva positività. Il sindacalismo rivoluzionario del nove-
cento, la sinistra storica luxemburghiana, i vari esperimenti
consiliari, bavaresi o piemontesi che fossero, i primi gruppi
minoritari che siano mai esistiti, e cioè i partiti comunisti
appena nati, – tutte queste sono altrettante risposte a quella
domanda di partito che la socialdemocrazia ha imposto alle
avanguardie operaie, almeno in Europa. A questo destino
di organizzazione prima di tutto antisocialdemocratica non
sfugge il modello bolscevico, che esplode nella testa di Lenin
non appena questi, fuori della Russia, viene a contatto con
le esperienze appunto del movimento operaio europeo. La
Germania offre così il terreno politico classico della lotta
operaia, a cui diventa poi obbligatorio riferirsi per ogni
soluzione d’organizzazione. Adattando il giovane Marx alla
vecchiaia del capitale, curiosamente il partito della classe
operaia risulta essere l’erede non della filosofia, ma della
socialdemocrazia classica tedesca.
Questo fatto, come purtroppo tutti i fatti, ha anche un
risvolto, diciamo così, storiografico. Il movimento operaio
tedesco, e la stessa tutta intera lotta di classe in Germania,
sembra avere una storia solo politica, uno sviluppo dei soli
livelli di organizzazione, un fatto sempre di vertice, una storia
dei congressi del partito. Da Mehring in poi, la storiografia
marxista è stata anch’essa facile vittima di questa ottica falsa.
In nessun paese come in Germania è così difficile raggiungere
il livello delle lotte. Non perché le lotte siano poche, ma

244
perché compaiono poco, affiorano appena alla superficie,
sommerse sotto le conseguenze organizzative che hanno
subito provocato. Non è un caso che il sindacato si faceva
largo, su questo terreno, con tanta fatica, in concorrenza e
spesso in lotta col partito, stranamente cronologicamente
seguendo lo sviluppo di questo. Non è un caso che risulti
familiare al militante intellettuale medio della nostra parte
il nome politicamente insipido di uno qualunque dei due
Liebknecht, mentre risulta del tutto ignoto il nome, ad esem-
pio, di un Carl Legien, questo «Samuel Gompers tedesco»2,
come lo ha definito Perlman, che tiene per trent’anni, fino
alla morte nel 1921, la testa del sindacato, e quindi delle
lotte sindacali, e cioè degli scioperi operai. Ora, prima che
lo Junker casciubo von Puttkamer cominciasse ad applica-
re con la mano sicura del poliziotto le leggi bismarckiane
contro i socialisti, questi avevano avuto, è vero, il tempo
di dividersi litigando tra ideologi eisenachiani alla Bebel e
seguaci di quel Realpolitiker filoprussiano, barone e opera-
io, che si chiamava von Schweitzer, ma avevano poi anche
trovato il tempo di riunificarsi cantando in coro i versetti
di quel programma di Gotha, che poteva avere chissà quale
destino se non fosse caduto sotto le unghie rapaci del vec-
chio di Londra. Era questo il tempo in cui le lotte c’erano,
di inconsueta violenza, vicine alla sommossa, ma anche
vicine e quasi identiche alla sconfitta. Gli scioperi, locali,
isolati, male organizzati e peggio diretti, riuscivano solo a
unificare il fronte padronale. Eppure gli Erwachungstreiks
della fine degli anni sessanta sortirono il loro effetto: tra il
1871 e il 1872 c’è un crescendo di lotte, dai metallurgici di
Chemnitz ai meccanici della Cramer-Klett di Norimberga
fino ai 16.000 minatori della Ruhr che scendono in campo
al grido: otto ore di lavoro e 25 per cento di aumento nel
salario. Nel 1873 una violenta crisi si abbatte sull’economia
tedesca, e gli operai si difendono accanitamente contro la

2
  S. Perlman, Per una teoria dell’azione sindacale (1928), traduzione
di G. Giugni, Roma, Edizioni Lavoro, 1980, p. 110 [Tronti cita dall’edi-
zione precedente, che ha un titolo diverso: Ideologia e pratica dell’azione
sindacale, Firenze, La nuova Italia, 1956].

245
disoccupazione, contro il taglio dei salari, «con sempre
maggiore riottosità e indisciplinatezza»3, come diceva un
progetto di legge presentato al Reichstag. Theodor York,
presidente del gruppo professionale dei lavoratori del legno,
ne approfitta per lanciare l’idea unionista, antilocalista, di
una centralizzazione dell’organizzazione. Ma siamo in Ger-
mania: la centralizzazione che si cercava a livello sindacale
si trova sul terreno politico. Il congresso di Gotha ritiene
«che sia dovere degli operai tenere lontana la politica dai
sindacati», ma ritiene che sia anche loro dovere quello di
affiliarsi al Partito, «perché solo questo può rendere migliore
la condizione politica ed economica degli operai»4. Ne ha
concluso giustamente il Gradilone che

la data del 1875 rimane quindi un punto fermo, non solo perché
segnò la nascita del primo partito operaio europeo, ma anche
perché influì indirettamente a dare il via agli altri corrispondenti
partiti del continente. […] tutti, chi più chi meno, sorti in seguito
all’influenza diretta o indiretta esercitata dalla costituzione di
quello tedesco5.

Dobbiamo dare atto alla socialdemocrazia di avere ogget-


tivamente attinto dal contenuto delle lotte la forma politica
del partito, di aver spostato il rapporto lotte-organizzazione
sul terreno della pratica statuale, e di aver quindi utilizzato
le lotte per crescere come potere alternativo, potenza isti-
tuzionale con segno opposto, provvisoriamente anti-stato
in attesa di diventare governo. Paradossalmente, è stato
Lenin a dare una teoria del partito alla socialdemocrazia.
Prima, esisteva solo una prassi politica quotidiana. Soltanto
dall’interno del gruppo bolscevico, all’inizio soltanto dalla
finestra della redazione dell’«Iskra», diventa visibile una si-
stemazione di principio nel funzionamento del partito storico
della classe operaia. Anche le più classiche tra le Aufgaben
della socialdemocrazia arrivavano a indicare il programma

3
 A. Gradilone, Storia del sindacalismo, vol. V, Germania, Milano,
Giuffrè, 1963, p. 100.
4
  Risoluzione citata ibidem, nota a p. 106.
5
  Ibidem, pp. 105-106.

246
strategico e il cammino tattico del partito, ma non le leggi di
movimento del suo apparato; non si ponevano la domanda
tutta leniniana: quale tipo di organizzazione ci occorre?
Contrapponendo un tipo di organizzazione all’altro, Lenin
elabora la teoria di entrambi. Ne aveva bisogno, perché il
suo discorso era veramente tutto politico, non partiva dalle
lotte, non voleva partirci, la sua logica era fondata su un
concetto di razionalità politica assolutamente autonoma da
tutto, indipendente dallo stesso interesse di classe, comune
semmai alle due classi, il suo partito non era l’anti-stato; an-
che prima della presa del potere era l’unico vero stato della
vera società. Prima di Lenin, e come causa della sua teoria
del partito, non bisogna cercare la lotta operaia. Questo non
diminuisce, ma addirittura ingigantisce la portata geniale della
sua esperienza. Pur senza essere mosso dalla spinta della
lotta operaia, Lenin centra in pieno le leggi della sua azione
politica. Per questa via subisce un processo di rifondazione,
da un punto di vista operaio, il concetto borghese-classico
di autonomia della politica. Diverso, su questo terreno, è
il destino storico della socialdemocrazia. La sua forma di
partito non ha inventato niente, ha solo riflesso in sé, nella
sua pratica quotidiana, un livello teoricamente molto alto
dell’attacco operaio al sistema. Dietro la socialdemocrazia
tedesca, come dietro la scienza economica inglese e dietro
l’iniziativa capitalistica americana, c’è invece l’inizio di una
lunga tipologia, che mentre si avvicina ai nostri giorni spe-
cifica sempre più il carattere dello scontro tra salario degli
operai e profitto del capitale. Non a caso la storia operaia
del capitale muove di là i suoi primi passi. Questo si può
ormai dimostrare, lotte alla mano.
Apriamo il Kuczynski, volume terzo della sua monu-
mentale Die Geschichte der Lage der Arbeiter in Deutschland
von 1789 bis in die Gegenwart6 (prima parte di un’opera
che nella seconda parte comprende poi l’analisi della con-
dizione operaia in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Francia),
un’opera che, spogliata della sua concettualizzazione e della

6
  J. Kuczynski, Die Geschichte der Lage der Arbeiter in Deutschland
von 1789 bis zur Gegenwart, vol. 1.3, Berlin, Akademie Verlag, 1962.

247
sua terminologia paleomarxista, risulta essere una miniera
di notizie di classe. 1889: anno chiave. L’anno di nascita
della Seconda Internazionale – questa figlia legittima della
socialdemocrazia e del capitale in Germania – vede dalle
due parti della Manica lo sciopero dei portuali inglesi e lo
sciopero dei minatori tedeschi. Dopo la lotta dei 25.000
muratori e carpentieri di Berlino sulla piattaforma «orario
da dieci a nove ore, salario da 50 a 60 pfennig»7, ecco che
esplode quell’avanguardia di massa storica che sempre sono
stati i minatori: 13.000 nella Saar, 10.000 in Sassonia, 18.000
in Slesia, 90.000 nella Renania-Westfalia, tutti fermi, con
l’esercito che viene spedito contro gli scioperanti, cinque
gli operai morti, nove i feriti. Ne scrissero Engels e Rosa
Luxemburg, il Reichstag fu investito della questione, i capi
del movimento Schröder, Bunte, Siegel arrivarono fino al
Kaiser. Le conseguenze, rapide come un fulmine, arrivano
tutte nell’anno seguente, il 1890: il 20 febbraio i candidati
socialdemocratici raccolgono 1 milione e mezzo di suffragi, il
20 per cento di tutti i voti, 660.000 in più che nel 1887; il 20
marzo Bismarck è liquidato; il 1° ottobre le leggi eccezionali
contro i socialisti abolite. Ha inizio «un nuovo periodo nella
storia del Reich tedesco come nella storia della socialdemo-
crazia tedesca»8: sono parole di Mehring. Bisogna introdurre
oggi nel discorso teorico questa nuova forma di periodizza-
zione storica, trovare nuove date, nuovi nodi di tempo da
cui si diparte la risposta sociale o della grande istituzione
collettiva o del grande pensiero individuale. Tra il 1890 e
il 1913 c’è in Germania un’epoca della storia del partito e
della storia delle lotte, il cui intreccio porta a conclusione
classica le premesse poste dalle esperienze precedenti. Dal
novembre del 1890 al settembre del 1891, una trentina di
scioperi, con 40.000 operai in lotta: in prima fila i tipografi,
gli «inglesi» del movimento sindacale tedesco, con il loro
successo legale sull’orario. Tra il 1892 e il 1894, 320 scioperi,
diffusi, piccoli e brevi, con dentro 20.000 operai. Nel 1895

7
 Gradilone, Storia del sindacalismo, vol. V, cit., p. 121.
8
  F. Mehring, Storia della socialdemocrazia tedesca (1897-1898), vol.
3, traduzione di M. Montinari, Roma, Editori Riuniti, 1961, p. 1371.

248
e soprattutto nel 1896, altra grande ondata, a Berlino, nella
Saar, nella Ruhr. La media dei conflitti favorevoli agli operai
sale dal 56,5 al 74,7 per cento. C’è aria di vittoria operaia.
Lo sciopero dei portuali di Amburgo nel 1896 fa ritornare di
moda l’idea delle leggi antisciopero. Si arriva alla Zuchthaus
Vorlage del 1899, caduta per mano parlamentare. Invece lo
sciopero di Crimmitschau, del 1903, ha un esito diverso.
Ottomila tessitori fuori del lavoro per cinque mesi, in lotta
sul salario. La risposta fu l’imporsi, per necessità, di un forte
movimento associativo di parte padronale: parte di qui quel
lungo processo che porterà nel primo dopoguerra alla realtà
massiccia antioperaia e quindi controrivoluzionaria di una
Vereinigung der deutschen Arbeitgeberverbande. Gli anni che
vanno dal 1903 al 1907 vedono un’intensità della lotta pari
alla sua estensione quantitativa: la punta è nel 1905, quando
gli operai in sciopero arrivano a mezzo milione e le giornate
lavorative perdute sono 7.362.802. Ma poi ancora nel 1910
gli operai in sciopero sono 370.000 e 9 milioni le giornate
lavorative perdute. E così, ad un livello di poco inferiore,
fino al 1913. Sono i dati di Walter Galenson, per gli anni
dal 1890 al 19179. E si capisce così quello che stupisce lo
storico generico, alla Vermeil, della Germania contempo-
ranea: dal 1890 al 1912 i voti socialdemocratici passano
da 1.427.000 a 4.250.000, i seggi da 35 a 110. Intanto la
sindacalizzazione – secondo i dati dello Zwing10 – dal 1891
al 1913 vede diminuire il numero delle federazioni da 63
a 49 e vede esplodere il numero degli iscritti dai 277.659
ai 2.573.718. Poi, con il concordato di Mannheim, dopo la
guerriglia, pace e armonia scendono sui rapporti tra partito
e sindacato. È una vicenda ricca di luci contraddittorie, lam-
pi che si accendono e si spengono, facendo intravedere le
forze che guidano il processo, ma anche l’esito negativo che
fatalmente l’attende. Si è visto in genere – si è voluto vedere
– dentro la Seconda Internazionale il solo livello del dibattito
teorico, come se fosse tutto scritto nella «Neue Zeit», tutto
detto nella Bernstein-Debatte, tutto concluso nel diverbio

9
  Galenson citato Gradilone, Storia del sindacalismo, vol. V, cit., p. 162.
10
  Zwing citato ibidem, p. 155.

249
tra intellettuali litigiosi intorno alla Zusammenbruchstheorie.
Si è voluto fare della socialdemocrazia classica tedesca un
episodio di storia della teoria del movimento operaio. Ma
la ve teoria, l’alta scienza, non era dentro il campo del so-
cialismo, ma fuori e contro. E questa scienza tutta teorica,
questa teoria scientifica, aveva come contenuto, come oggetto,
come problema, il fatto della politica. E la nuova teoria di
una nuova politica ecco che sorge in comune nel grande
pensiero borghese e nella prassi sovversiva operaia. Lenin
era più vicino alla Politik als Beruf di Max Weber che alle
lotte operaie tedesche, su cui montava – colosso dai piedi
di argilla – la socialdemocrazia classica.
Scriveva il socialdemocratico Theodor Geiger, all’epoca
di Weimar, quando ancora parlava ai quadri di partito della
Volkshochschule di Berlino: «Chiamiamo “die Masse” quel
gruppo sociale che ha un fine rivoluzionario e distruttivo»11.
Lukács aveva visto giusto, un anno prima, nel mettere a
nudo l’essenza della «tattica socialdemocratica», secondo cui
il proletariato deve fare dei compromessi con la borghesia,
perché la rivoluzione vera risulta ancora lontana e le sue
vere condizioni non sussistono ancora:

quanto più maturano i presupposti soggettivi ed oggettivi della


rivoluzione sociale, con tanta maggiore «purezza» il proletariato
può realizzare i propri fini di classe. Sicché il compromesso nella
prassi presenta, sul rovescio della medaglia, un grande radicalismo,
una volontà di assoluta «purezza» dei principi in rapporto con
i «fini ultimi»12.

Questa è la socialdemocrazia, quella vera, quella classica


e storica. Non è esatto che venisse lì abbandonato il fine
rivoluzionario. Si fa qui confusione con qualche formula del
revisionismo bernsteiniano. Il capolavoro di quella socialde-

11
  T. Geiger, Die Masse und ihre Aktion. Ein Beitrag zur Soziologie
der Revolutionen (1932), Verlag, Stuttgart, 1967, p. 37 [Tronti lo ricava
probabilmente da P. Farneti, Theodor Geiger e la coscienza della società
industriale, Torino, Giappichelli, 1966, p. 44 in nota].
12
  G. Lukács, Lenin. Unità e coerenza del suo pensiero (1924), tradu-
zione di G.D. Neri, Torino, Einaudi, 1970, p. 99.

250
mocrazia era proprio di tenere tatticamente insieme le due
facce della medaglia, tutte e due le possibili politiche del
partito, una pratica quotidiana di azioni mensceviche e un’i-
deologia di puri principi sovversivi. Ecco perché diciamo che
essa storicamente è una soluzione d’organizzazione, a livello
politico, della lotta operaia, di cui non è facile trovare l’e-
guale. Il modello bolscevico, e tutto il movimento comunista
che lo segue, non arriva a tanto, o meglio arriva a qualcosa
di qualitativamente diverso. Vediamo di spiegarci con altre
parole. La forma classica di partito della socialdemocrazia,
quale la troviamo in Germania nel periodo suddetto, riflette
passivamente un livello della spontaneità operaia che porta
essa in corpo, e cioè nelle sue lotte, l’ambiguità, la contrad-
dizione, la doppiezza tra la richiesta di migliori condizioni
capitalistiche di lavoro, e il rifiuto «socialista» di tutte intere
queste condizioni, nell’al di là del capitale. La situazione non
era tanto arretrata da non permettere esplosioni cicliche di
lotta economica, e non era tanto avanzata da non suggerire
proposte alternative di formale gestione del potere. Sta di fat-
to che tra lotta operaia e partito socialdemocratico il contatto
è stato fin da principio diretto, il rapporto talmente stretto da
non permettere neppure la mediazione del livello sindacale;
il trade-unionismo risulta assente dalla tradizione operaia
tedesca, e di qui tutto il discorso di prospettiva politica rivela
a sua volta un’impressionante assenza di mediazioni concet-
tuali, sorprese e strappate al campo dell’avversario. Questo
miracolo di organizzazione della socialdemocrazia tedesca
ha come controfaccia un livello medio di mediocrità intel-
lettuale, un’approssimazione scientifica, una miseria teorica,
che potevano solo produrre il guasto che hanno prodotto:
quella cura scolastica della verità marxista, che da Lenin in
poi ancora dobbiamo perdere tempo a combattere. Intanto,
l’alta scienza del capitale cresceva, e cresce, per conto suo,
inattaccata e senza rivali. Ecco la vera illusione entro cui è
sempre prigioniero l’orizzonte tattico socialdemocratico: una
sorta di visione ottimistica del processo storico, che si sposta
in avanti per un graduale esplicarsi della propria parte, invece
che attraverso uno scontro violento con la parte opposta, e
trova quindi alla fine di sé un rasserenante e confortevole

251
giudizio del dio giusto e buono. Max Weber – un esempio
di alta scienza del capitale – porrà poi correttamente la
questione alternativa

se il valore in sé dell’agire etico, il puro volere o l’intenzione, debba


bastare alla sua giustificazione, secondo la massima «il cristiano
agisce bene e rimette a Dio le conseguenze» […] oppure se si
debba prendere in considerazione la responsabilità per le conse-
guenze dell’agire, da prevedersi come possibili o come probabili13.

È il modo in cui viene posta l’antitesi tra Gesinnungs-


ethik e Verantwortungsethik, nel saggio Il significato della
avalutatività delle scienze sociologiche ed economiche. «Nel
campo sociale ogni posizione politica radicalmente rivoluzio-
naria procede dal primo postulato, ogni politica “realistica”
procede dal secondo»14. Ma appena un anno dopo, nella
conferenza su La politica come professione, dirà che le due
etiche non sono antitetiche in modo assoluto, ma si comple-
tano a vicenda e anzi «solo congiunte formano il vero uomo,
quello che può avere la “vocazione alla politica” (Beruf zur
Politik)»15. L’uomo politico infatti, e cioè «colui al quale è
consentito di mettere le mani negli ingranaggi della storia»,
deve possedere tre qualità sommamente decisive: passione,
senso di responsabilità, lungimiranza. Passione «nel senso di
Sachlichkeit, dedizione appassionata a una causa (Sache)»16.
Responsabilità nei confronti appunto di questa causa, come
«guida determinante dell’azione»17. E lungimiranza, cioè
«capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma
e raccoglimento interiore: come dire […] la distanza tra le
cose e gli uomini»18. È su questa base che la sociologia del

13
  M. Weber, Il senso della «avalutatività» delle scienze sociologiche ed
economiche (1917), in Id., Saggi sul metodo delle scienze storico-sociali,
traduzione di P. Rossi, Torino, Edizioni di Comunità, 2001, p. 561.
14
  Ibidem.
15
  M. Weber, La politica come professione (1919), in Id., Il lavoro in-
tellettuale come professione. Due saggi, traduzione di A. Giolitti, Torino,
Einaudi, 1966, p. 119.
16
  Ibidem, p. 101.
17
  Ibidem.
18
  Ibidem.

252
potere in Weber diventa – come dice Gerhard Masur – una
«sociologia della potenza»19. In quanto l’aspirazione al potere
è lo strumento indispensabile del lavoro politico, il Machtin-
stinkt, l’istinto della potenza, appartiene di fatto alle qualità
normali dell’uomo politico. Alle riunioni del Consiglio degli
operai e dei soldati di Heidelberg, a cui Weber partecipava
nel 1918, avrebbe potuto ben portare, ben elaborate, le leggi
proletarie di una politica di potenza. «L’antica problematica,
quale sia la miglior forma di governo, egli l’avrebbe liquidata
come priva d’importanza. La lotta fra classi e individui per
il dominio o potere gli sembrava essere l’essenza, o se si
vuole, il dato di fatto costante della politica»20. No, non si
sta parlando di Lenin, ma appunto ancora di Max Weber,
«erede di Machiavelli e […] contemporaneo di Nietzsche»21,
come correttamente lo ha definito, proprio nel contesto sopra
citato, Raymond Aron. Ma il politico di cui parla Weber si
chiama Lenin. La passione ardente e la fredda lungimiranza
non si ritrovano in quei «sangue e giudizio […] giustamente
mescolati»22 che Lukács attribuisce al suo Lenin, nella Postilla
all’edizione italiana? E il senso di responsabilità non coincide
con la «prontezza permanente» di Lenin, con la sua figura
in quanto «incarnazione del continuo essere preparati»23? La
verità è che solo dal punto di vista operaio poteva forse essere
compiutamente applicata la concezione weberiana dell’agire
tutto e solo politico. Che non vuol dire mai rimanere vittime
passive anche della più alta spontaneità operaia, come acca-
deva nell’opportunismo serio della socialdemocrazia classica.
Vuol dire invece attivamente mediare in modo complesso l’in-
tera complessità reale delle situazioni concrete, dove la lotta
operaia non gioca mai da sola in modo da spingere in un’unica

19
  Masur citato in W.J. Mommsen, Discussione su M.W. e la politica
di potenza, in O. Stammer (a cura di), Max Weber e la sociologia oggi,
traduzione di I. Bonali e G. Rusconi, Milano, Jaca Book, 1967, p. 172.
20
  R. Aron, Max Weber e la politica di potenza, in Max Weber e la
sociologia oggi, cit., p. 133.
21
  Ibidem.
22
  G. Lukács, Postilla all’edizione italiana (1967), in Id., Lenin, cit.,
p. 120.
23
  Ibidem, p. 127.

253
direzione, ma sempre si intreccia con la risposta politica del
capitale, con i risultati ultimi della scienza borghese, con i
livelli raggiunti dalle organizzazioni del movimento operaio.
In questo senso è vero che la lotta operaia sta più dietro la
socialdemocrazia che dietro il leninismo. Ma è vero anche
che il leninismo è politicamente più avanti di tutte e due,
perché prevede, anzi prescrive che il loro nesso storico – il
rapporto lotte-socialdemocrazia – è la premessa pratica di
una sconfitta sul campo degli operai. E può prevedere e pre-
scrivere, perché conosce e applica le leggi scarne dell’azione
politica, senza le illusioni delle idealità morali. Lenin certo
non conosceva la weberiana Prolusione di Friburgo del 1895.
Eppure agisce come se conoscesse e interpretasse nella prassi
quelle parole: «Per il sogno di pace e di felicità umana sulla
porta dell’ignoto futuro sta scritto: “lasciate ogni speranza”»24.
Questa è la grandezza di Lenin. Pur quando non veniva a
diretto contatto con il grande pensiero borghese, era capace
di fare i conti con esso, perché lo ricavava direttamente dalle
cose, lo riconosceva cioè nel suo funzionamento oggettivo.
Aveva capito così troppo in anticipo quello che noi adesso,
tra immense difficoltà, siamo costretti a reimparare, quella
massima di Weber, nella stessa Prolusione, che dovremmo
con coraggio assumere a programma di partito: «I nostri
discendenti ci renderanno responsabili davanti alla storia non
per il tipo di organizzazione economica che lasceremo loro
in eredità, bensì per la misura dello spazio di movimento
che avremo conquistato e tramandato»25.

Le lotte di classe in America

Partiamo da un’ipotesi di ricerca già in sé carica di una


forte impronta politica. L’ipotesi è questa: la lotta operaia

24
  Weber citato in Aron, Max Weber e la politica di potenza, cit., p.
142 [cfr. M. Weber, Lo Stato nazionale e la politica economica tedesca
(1895), in Id., Scritti politici, traduzione di A. Cariolato e E. Fongaro,
Roma, Donzelli, 1998, p. 16].
25
 Weber, Lo Stato nazionale e la politica economica tedesca, cit., p. 17.

254
ha raggiunto in assoluto il livello più alto del suo sviluppo
durante gli anni che vanno dal 1933 al 1947, negli Stati Uniti.
Lotte avanzate, lotte vittoriose, lotte operaie di massa o lotte
di massa direttamente operaie, – eppure semplici lotte con-
trattuali: prendiamo una qualsiasi esperienza rivoluzionaria
della vecchia Europa, confrontiamola a questo particolare
ciclo di lotte dell’America operaia, e sapremo così i nostri
limiti, le nostre arretratezze, le nostre sconfitte, nel caso
migliore i nostri ritardi soggettivi, in quello peggiore l’assur-
da nostra pretesa di essere avanguardia senza movimento,
generali senza esercito, sacerdoti del verbo sovversivo senza
sapienza politica. Va rovesciato il discorso di chi vuole oggi
gli operai europei a rimorchio di situazioni più arretrate,
ma più rivoluzionarie. Se sul terreno della lotta di classe la
vittoria si misura con che cosa e con quanto di questo che
cosa si è conquistato, allora gli operai europei trovano da-
vanti a sé come il più avanzato modello di comportamento,
per i loro bisogni di oggi, il modo di vincere, o, se volete il
modo di battere l’avversario che hanno adottato gli operai
americani negli anni trenta.
C’erano state delle ricche premesse di lotta. Un’ondata
era salita nel pieno degli anni di guerra, e a suo modo ave-
va trasformato la guerra nazionale non in guerra civile ma
in lotta di classe. Come si comportano gli operai americani
nelle grandi guerre è un capitolo di storia contemporanea
non ancora scritto, per mancanza di coraggio scientifico, per
paura di sapere come stanno le cose. Dire che gli operai
profittano della guerra di tutti per fare il loro interesse di
parte è una verità amara che si vorrebbe volentieri non data
dalla storia. La lotta operaia dentro la guerra capitalistica è
un grande fatto politico della nostra epoca: non a caso l’an-
diamo a cogliere, libero dall’Europa, nel cuore americano
del sistema internazionale del capitale. Se nel 1914 e nel
1915 il numero degli scioperi era stato di 1.204 e 1.593, nel
1916 il numero salta a 3.789 e nel 1917 a 4.450, con rispet-
tivamente 1.600.000 e 1.230.000 operai in lotta. A parte il
favoloso 1937, bisognerà arrivare appunto al 1941 per ritro-
vare 4.288 scioperi in un anno, con dentro 2.360.000 operai,
l’8,4 per cento sul totale della forza-lavoro occupata, esatta-

255
mente come nel 1916: percentuale mai raggiunta fino al 1945,
a parte l’altro nostro anno favoloso, il 1919. Nel 1943, 1944,
1945, un crescendo impressionante: numero degli scioperi
3.752, 4.956, 4.750; operai in lotta 1.980.000, 2.120.000,
3.470.000. L’intensità della lotta operaia dentro la guerra
viene superata in un solo caso: nell’immediato dopoguerra,
al momento della prima riconversione delle industrie belliche
nelle industrie di pace e di civile benessere. Sembrerebbe
che gli operai dovrebbero astenersi dal creare difficoltà a un
così umano proposito. Vediamo. Nel 1946: 4.985 scioperi,
4.600.000 operai fuori del lavoro, il 16,5 per cento dell’in-
tera forza-lavoro occupata. Nel 1919: 3.630 il numero degli
scioperi, 4.160.000 il numero degli scioperanti, il 20,2 per
cento di tutti gli operai allora occupati26. Dal punto di vista
degli operai, la guerra è una grande occasione per ottenere
molto, la pace una grande occasione per chiedere di più. E
infatti. Il National War Labor Board, newdealista prima del
New Deal, per dirimere i conflitti di lavoro non trovò di
meglio che far vincere gli operai. Diritto d’organizzazione,
contrattazione collettiva a mezzo di rappresentanza sindaca-
le, contratti union shop e open shop egualitariamente rico-
nosciuti, parità di paga per le donne, salario minimo vitale
garantito per tutti: queste le conquiste del primo periodo
della guerra. Rassodata l’organizzazione, sfruttando i bisogni
nazionali dell’avversario di classe – le Unioni superano nel
1918 i 4 milioni di iscritti – ecco che, nel dopoguerra, lo
scontro si sposta sul salario. Quando si dice 1919, il mili-
tante rivoluzionario pensa ad altre cose: alla guerra civile
nella Russia bolscevica, alla Repubblica dei Soviet in Bavie-
ra, alla Terza Internazionale e a Bela Kun, e il nostro mili-
tante pensa a Torino, all’Ordine Nuovo, ai Consigli prima
dell’occupazione delle fabbriche. Ma Seattle è un nome
sconosciuto. E i suoi navalmeccanici, guidati da James A.
Duncan, che trascinarono per cinque giorni in sciopero
generale 60.000 lavoratori, non vengono mai citati. Eppure
iniziava di lì un anno-chiave delle lotte di classe in America,

26
 Cfr. Appendix C, in R. Ozanne, Wages in Practice and Theory,
Madison, University of Wisconsin Press, 1968, pp. 141-143.

256
che per un destino positivo della rivoluzione mondiale era
magari più importante di tutti gli altri avvenimenti «euro-
asiatici» messi insieme. Si passò per lo sciopero dei poliziot-
ti di Boston, organizzati nell’unionismo del Boston Social
Club, che voleva affiliarsi all’Afl, cose da maggio francese,
un po’ più serie perché avvenivano mezzo secolo prima, e
comunque non contemplavano nei loro programmi il «foot-
ball aux foot-balleurs». Ma erano in sciopero meccanici e
ferrovieri, tessili e portuali, industrie dell’alimentazione e
dell’abbigliamento. E si arrivò allo scontro decisivo, sul
terreno della produzione della materia allora fondamentale
per ogni altro tipo di produzione, acciaio e carbone. 350.000
operai siderurgici chiedevano: contratto collettivo con au-
menti di salario e giornata lavorativa di otto ore. La United
States Steel Corporation rispondeva che non aveva nessuna
intenzione di «discutere di affari con loro»27. Il tempo del
New Deal di guerra era già passato. Autorità e forze milita-
ri locali, federali e statali, tutte dalla parte dei padroni.
Caccia alle streghe antioperaia, isolamento delle loro orga-
nizzazioni nell’opinione pubblica, una ventina di morti, e fu
la sconfitta. Ha scritto Foster R. Dulles: «Se gli operai side-
rurgici avessero vinto, l’intera storia del movimento operaio
nel decennio 1920-30 avrebbe seguito un corso completa-
mente differente»28. Si ritiravano i siderurgici, entravano in
campo 425.000 minatori. Qui l’organizzazione operaia era
più alta, e quindi le richieste più forti: aumenti salariali del
60 per cento, settimana lavorativa di trentasei ore. Ebbero
la metà di quanto richiedevano in salario, niente di quanto
chiedevano sull’orario. Wilson l’idealista, il nevrotico ven-
tottesimo presidente degli Stati Uniti, manovrò un’ingiun-
zione del potere giudiziario per la revoca dello sciopero.
John L. Lewis, presidente della United Mine Workers,
presto famoso per ben altre imprese, ripeté l’ingiunzione dal
livello dell’organizzazione operaia. I minatori non ascoltaro-

27
  E.H. Gary, presidente della United States Steel Corporation, citato
in F.R. Dulles, Storia del movimento operaio americano (1949), traduzione
di P. Tagliazucchi, Milano, Edizioni di Comunità, 1953, p. 211.
28
  Ibidem.

257
no né l’uno né l’altro dei due presidenti, e continuarono la
lotta fino a quando non ottennero il minimo che in quelle
condizioni potevano ottenere. Si poteva leggere sui giornali
del tempo: «Nessuna minoranza organizzata ha il diritto di
gettare il paese nel caos […]. Un’autocrazia operaia è altret-
tanto pericolosa di un’autocrazia capitalistica»29. Erano le
regole metodologiche che il capitale cominciava a ricavare
dal duro scontro con gli operai, la filosofia sociale che avreb-
be trionfato nel decennio felice che si apriva. Gli anni ven-
ti in America: la pace sociale, la grande prosperità, «l’era
delle stupidaggini meravigliose»30, il welfare capitalism, alti
salari, non conquistati con la lotta né concessi per iniziativa
politica del capitale, ma venuti come per caso dalla scelta
economica del capitalista singolo; si forgiano per la prima
volta nella storia «catene dorate», cala paurosamente fra gli
operai il tasso di sindacalizzazione, nasce una forma di
unionismo padronale-aziendale, l’open shop vince, l’organiz-
zazione scientifica del lavoro avanza a passi di gigante. Si
dice che il grande crollo arrivò improvviso a svegliare tutti
dal «sogno americano». Uno dei motivi per cui il capitale
non riuscì a capire che stava correndo sull’orlo dell’abisso
fu questo impressionante silenzio di lotte della massa ope-
raia, che seguì la sconfitta dei 400.000 ferrovieri nel 1922,
e che arrivò fino al 1929 e oltre. Le lotte operaie sono un
insostituibile strumento di autocoscienza del capitale: senza
di esse, esso non vede, non riconosce il proprio avversario,
allora non conosce se stesso. E quando la contraddizione
esplode, ed è una contraddizione tra parti tutte interne al
meccanismo dello sviluppo capitalistico, – ecco che di nuo-
vo gli operai non intervengono attivamente con le lotte, né
per accelerare la crisi né in qualche modo per risolverla.
Sanno che non possono ricavare niente come classe partico-
lare, se lo sviluppo generale niente può concedere per so-
vrappiù. È ovvio dire che gli operai non hanno voluto la
crisi. Molto meno ovvio, e anzi un po’ scandaloso, è soste-
nere che la crisi non fu il prodotto delle lotte operaie, ma

29
  «Chambersburg Public-Opinion» citato ibidem, p. 214.
30
  Ibidem, p. 218.

258
della passività operaia, del massiccio rifiuto ad uscire allo
scoperto, con la richiesta, con la proposta, con la lotta e
l’organizzazione. Badate. Non vogliamo dire che la causa di
quella crisi era nell’atteggiamento operaio verso il proprio
capitale. Vogliamo dire che questo atteggiamento era l’unico
che avrebbe potuto rivelare l’esistenza della crisi, l’unico
che, una volta espresso in lotte, avrebbe permesso di preve-
derla. E, d’altra parte, è facile capire il flettersi della curva
degli scioperi nel decennio delle grandi occasioni all’angolo
della strada. Ma perché la passività operaia nel cuore della
crisi? Perché questo non luogo a procedere a una soluzione
rivoluzionaria, in una situazione che oggettivamente lo era,
e difficilmente avrebbe potuto esserlo di più? Perché niente
1917 sul 1929? Gli operai non avanzano richieste e non le
impongono con la lotta in due sole occasioni: quando otten-
gono senza chiedere e quando sanno di non poter ottenere.
L’assenza di grandi lotte dal 1922 al 1933 ha dunque due
motivazioni diverse nei due diversi periodi, dal 1922 al 1929
e dal 1929 al 1933. Nel primo periodo i margini oggettivi
del profitto capitalistico traboccano spontaneamente nel
territorio occupato dalla parte operaia. Nel secondo periodo
non ci sono margini per nessuna delle due parti, una parte-
cipazione del salario operaio al profitto del capitale è im-
pensabile, spariscono i confini stessi fra le classi, c’è una sola
crisi per tutti. Per che cosa lottare, quando non si può lot-
tare per strappare concessioni? Per prendere il potere? Non
bisogna mai confondere. La classe operaia americana non è
il partito bolscevico russo. Conviene stare ai fatti anche
quando sono per noi dei problemi. Quando Roosevelt met-
te mano alla soluzione della crisi, gli operai americani,
schierati di nuovo in posizione di battaglia, fanno il punto
e riassumono classicamente i precedenti immediati della loro
storia politica: hanno lottato in modo aggressivo durante la
guerra e hanno vinto, si sono difesi con violenza dopo la
guerra e sono stati sconfitti, hanno attinto a piene mani e
senza scrupoli dallo «scintillio dorato»31 del decennio felice,
non hanno reagito né a propria difesa, né contro l’avversario
31
  Ibidem, p. 221.

259
durante la crisi. Sembra un balletto astratto, privo di un
contenuto comprensibile. Ma la logica di questi movimenti
è impeccabile, come la forma in sé conclusa di una moder-
na razionalità matematica. Ce ne dobbiamo convincere. Gli
operai americani sono tuttora la faccia nascosta della classe
operaia internazionale. Per decifrare il volto di questa sfinge
di classe che la storia contemporanea ci mette davanti, bi-
sogna prima compiere tutto intero il giro del pianeta opera-
io. La faccia illuminata dai bagliori delle nostre rivoluzioni
non è tutto quanto c’è da vedere. La notte americana sembra
buia, perché si guarda il giorno ad occhi chiusi.
Il paragrafo 7a del National Industrial Recovery Act,
con il diritto per gli operai «di organizzarsi e di trattare
collettivamente attraverso rappresentanti di loro scelta» e
con il divieto per i padroni di qualsiasi «interferenza, limi-
tazione o coercizione»32, con il principio del minimo di
salario e del massimo di orario, venne approvato, insieme
al complesso della legge, nel giugno del 1933. Nella secon-
da metà di quest’anno, il numero degli scioperi fu pari a
tutti quelli dell’intero anno precedente, gli operai in lotta
furono tre volte e mezza quelli del 1932. Nel 1934, 1.856
gli scioperi, 1.500.000 gli operai coinvolti, più del 7 per
cento degli occupati. Non elevato dunque il numero dei
conflitti, ma con dentro le grandi industrie e le grandi ca-
tegorie, i siderurgici, gli operai dell’automobile, i portuali
della costa del Pacifico, i lavoratori del legname del Nor-
dovest e in prima fila e con la voce più alta di tutti quasi
500.000 tessili con le richieste: settimana lavorativa di
trenta ore, minimo salariale di 13 dollari, abolizione dello
stretch-out, lo speed-up dell’industria tessile, il riconoscimen-
to della United Textile Workers. Quando – come era avve-
nuto per il Clayton Act del 1914 e per la legge Norris-La
Guardia del 1923 – il paragrafo 7a crollava sotto la reazio-
ne combinata del capitalista singolo e della sua giurispru-
denza ancora borghese, gli operai l’avevano già utilizzato
per quello a cui poteva servire: a dare spazio di movimento
alle nuove richieste salite ora ad un livello di organizzazio-
32
  Ibidem, p. 240.

260
ne. La parola d’ordine: organizzare i disorganizzati, e cioè
entrare con il sindacato operaio nelle grandi industrie a
produzione di massa, diventava possibile solo nel momento
in cui da parte della coscienza collettiva del capitale si
apriva la fabbrica a un potere operaio moderno che con-
trobilanciasse il potere padronale, antiquato e arretrato. Il
1935 vede nascere insieme, e vede subito che insieme vin-
cono, il Wagner Act e il Cio. Di nuovo la prova che tra
iniziativa politica del capitale e organizzazione avanzata
degli operai c’è un nodo indissolubile, che non si può scio-
gliere nemmeno volendo. Un National Labor Relations
Board vigila a che i padroni non ricorrano a «ingiuste
pratiche di lavoro», a che non si oppongano con «procedi-
mento sleale»33 alle contrattazioni collettive, ordina il cease
and desist alla sola parte industriale, mai alla parte operaia,
toglie il sindacato all’azienda, lo toglie alla categoria di
mestiere, e così facendo lo restituisce, anzi per la prima
volta lo consegna nelle mani dell’operaio comune. Non un
organo di mediazione politica dunque tra due parti eguali-
tariamente contrapposte: Franklin Delano non è Theodore
Roosevelt. Ma un organo amministrativo con funzioni giu-
diziarie: una sorta di ingiunzione esattamente contraria a
quella propria fin lì della tradizione americana, un’ingiun-
zione ora del capitale ai capitalisti perché lascino spazio
all’autonomia dell’organizzazione operaia. E di più: all’in-
terno della parte operaia, una scelta a favore dei settori
tiranti delle nuove produzioni, l’identificazione della figura
del nuovo operaio di massa, nelle grandi industrie dell’ac-
ciaio, dell’automobile, della gomma, della radio. Solo così
si spiega che alla fine del 1937 il numero degli affiliati al
Cio supera già quello dell’Afl, l’una organizzazione con due
anni, l’altra con mezzo secolo di vita; e che l’appropriate
bargaining units venga stabilito fin dal 1935 a maggioranza
in favore del nuovo unionismo industriale, in appoggio al
sindacalismo verticale. Se le scelte avanzate del capitale
favoriscono la più avanzata fra le organizzazioni operaie,
questa a sua volta interviene all’interno della parte capita-
33
  Ibidem, p. 248.

261
listica perché le nuove scelte vincano sulle vecchie resisten-
ze. La legge sui Fair Labor Standards – il seguito logico del
National Labor Relations Act – è del 1938: minimo di sa-
lario a 25 cents l’ora e a 40 cents in sette anni, massimo di
orario a quarantaquattro ore entro il 1939, quarantadue
entro il 1941, quaranta dopo. Ma tra il Wagner Act, anzi
tra il suo riconoscimento costituzionale e questo suo segui-
to logico c’è voluto di mezzo il 1937: 4.740 scioperi in un
anno, una cifra fino a quel momento mai raggiunta, un
movimento in estensione, non massificato in grandi punti,
ma ramificato in nodi vitali della produzione, con inedite
forme di lotta, con strumenti di pressione di un’efficacia
mai sperimentata. Si era cominciato con il fondare lo Steel
Workers’ Organizing Committee, e con il solo successo di
questa mossa organizzativa il Big Steel, l’inespugnata for-
tezza della United States Steel Corporation, venne costret-
ta alla resa: aumento di salario del 10 per cento, giornata
di otto ore, settimana di quaranta. Fu la volta del Little
Steel: 75.000 operai furono costretti a una lotta durissima
contro le compagnie minori della produzione siderurgica,
ci fu il «massacro del Memorial Day»34 a Chicago e quindi
una temporanea sconfitta operaia, che appena quattro anni
dopo verrà sanata dall’intervento dell’alleato politico che
manovrava le leve del governo. Ma il punto alto dello scon-
tro fu nell’industria automobilistica: da una parte la più
potente unione sindacale del paese, la United Automobile
Workers, dall’altra le più forti corporations del capitale, la
General Motors, la Chrysler e la Ford. Fece la sua appari-
zione il sit-down strike e per quarantaquattro giorni la
produzione della General Motors venne bloccata a Flint, a
Cleveland, a Detroit e dovunque. Ci fu un’ingiunzione del
tribunale per l’evacuazione delle fabbriche e venne ignora-
ta; ci fu un tentativo di irruzione della polizia e venne re-
spinta. Solidarity forever era lo slogan che univa operai
dentro e popolazione fuori. Poi, la vittoria operaia: contrat-
to collettivo con l’Uaw come controparte riconosciuta.
Esplose questa forma americana di occupazione delle fab-
34
  Ibidem, p. 272.

262
briche. E toccò alla Chrysler di cedere. Solo la Ford resi-
sterà ancora quattro anni prima del suo primo contratto
collettivo, ma dovrà dare di più, nientemeno che il male-
detto closed shop. L’estensione quantitativa del numero
degli scioperi, tipica di quest’anno 1937, cresceva: gli ope-
rai della gomma e del vetro, i tessili, gli ottici, gli elettrici.
Roosevelt e le sue teste d’uovo in parte seguivano preoccu-
pati, in parte utilizzavano il movimento nella loro battaglia
interna al capitale. La legge sulle «eque condizioni di
lavoro»35, del 1938, fu una risposta politica avanzata quale
solo quelle lotte potevano ottenere. La lotta operaia piega-
va sempre più a proprio favore la mano pubblica non ap-
pena aveva capito che questa mano era costretta a farsi
arrendevole per i suoi propri bisogni. Si arriva alla guerra
con un rapporto di forze violentemente spostato a vantaggio
della parte operaia. Non era mai accaduto, ma questa volta
qui è diventato possibile: la soluzione della crisi ha dato
potere agli operai, ne ha tolto ai capitalisti. La mossa che
segue, la richiesta che allora si impone è anch’essa logica e
coerente. Non più la parola d’ordine antiquata e socialista
della lotta alla guerra, ma la rivendicazione di classe più
moderna e sovversiva che si potesse allora concepire: par-
tecipazione operaia ai profitti di guerra. Nel 1941, prima
ancora di Pearl Harbour, la lotta è di nuovo sul salario:
operai dell’automobile, dei cantieri navali, dei trasporti,
dell’edilizia, dell’industria tessile, e di quel punto nevralgi-
co della produzione bellica che erano le captive mines lega-
te alla grande industria siderurgica, qui con sempre Lewis
alla testa e dietro 250.000 uomini. In un anno il salario
medio ha un sussulto in avanti del 20 per cento. I minato-
ri americani durante la seconda guerra mondiale scrivono
un capitolo a sé nella storia della lotta di classe, che an-
drebbe attentamente meditato. Nulla poté contro di loro il
solito War Labor Board e lo stesso Roosevelt dovette in-
dossare nei loro confronti la maschera dura di nemico degli
operai. Nel 1943 aggiunsero la loro massiccia forza orga-
nizzata alle migliaia di scioperi spontanei che scoppiarono
35
  Ibidem, p. 257.

263
in tutto il paese contro il governo e senza i sindacati. Di
qui di nuovo un crescendo di lotte che investe gli ultimi
due anni di guerra e l’immediato dopoguerra. Il 1946 come
il 1919. Quasi 5.000 il numero degli scioperi, quasi 5 mi-
lioni gli operai in lotta, il 16,5 per cento di tutti gli occu-
pati, 120 milioni di giornate lavorative perdute. Praticamen-
te tutte le industrie dentro il conflitto di lavoro. Il Nation-
al Wage Stabilization Board non arginava il movimento.
Una richiesta operaia sopra tutte le altre: salario di pace
uguale a salario di guerra. E gli slogan che ritroveremo un
quarto di secolo dopo sulle piazze d’Europa: «senza con-
tratto niente lavoro»36, «52 per 40»37, e la forma americana
del controllo operaio… «Un’occhiata ai libri mastri»38. Le
punte sono di nuovo alla General Motors, fra i siderurgici,
fra i minatori e in più fra i ferrovieri. L’aumento del costo
della vita, proprio del tempo di guerra, fu inseguito da una
rincorsa folle del salario nominale che quasi lo raggiunse.
Comincia di qui la storia contemporanea del rapporto di
classe prezzi-salari, il decorso di quella malattia mortale con
cui il nostro capitale ha imparato a vivere e che si chiama
nella diagnosi dell’economista processo inflazionistico da
costo del lavoro, parte di lì dunque quella dinamica dello
sviluppo come movimento delle lotte che deciderà il desti-
no del capitalismo moderno, chi dovrà gestirlo, chi potrà
utilizzarlo. Il 1947 si aprì negli Stati Uniti sotto il segno
della «grande paura» operaia che aveva scosso il paese per
tutto l’anno precedente. È incredibile. Ma la legge Taft-
Hartley si proponeva in fondo di riportare il potere con-
trattuale dei capitalisti su un piede di eguaglianza rispetto
al potere contrattuale degli operai. Questo dice tutto su che
cosa era successo in America dal 1933 in poi. La perequa-
zione delle capacità contrattuali delle due classi in lotta –
questa classica rivendicazione subalterna di diritti eguali
contro la forza che decide – veniva portata avanti per la
prima volta dai capitalisti e conquistata o riconquistata

36
  Ibidem, p. 332.
37
  Ibidem, p. 323.
38
  Ibidem, p. 324.

264
all’interno del loro Stato. Un episodio emblematico di una
storia che è ancora di oggi, dove non è vero che una classe
sempre domina e un’altra è sempre dominata, ma dove
volta a volta, nel rapporto sempre mutevole delle forze, la
potenza dell’una supera la potenza dell’altra, e questo in-
dipendentemente dalle forme istituzionali del potere, e dal
segno o dal nome sotto cui compare all’esterno la struttura
formale della società, si chiami essa capitalistica o socialista,
secondo il linguaggio antico che risale ai primordi della
nostra scienza. Un episodio storicamente ricco di una forte
sintesi del passato, una sintesi dei fatti fondamentali, degli
elementi decisivi che la lotta di classe aveva fin lì disordi-
natamente accumulato; carico politicamente di un futuro
non ancora neppure scalfito dai saggi di attacco di un
movimento operaio che fino a quel punto è riuscito ad
arrivare, ma da quel punto non è riuscito a partire. Un
fatto di storia del capitale che è nello stesso tempo un’azio-
ne di politica operaia: questi, i quattordici anni che vanno
dal 1933 al 1947, in America. Tutto quanto avevamo trova-
to diviso in periodi diversi e in diversi paesi prima di que-
sta epoca, lo ritroviamo qui unificato nel nodo di una sola
complessa rete di fatti e di pensieri: il rapporto lotte-inizia-
tiva politica del capitale, il rapporto lotte-scienza, il rappor-
to lotte-organizzazione operaia e cioè la Progressive Era,
l’età di Marshall, l’epoca della socialdemocrazia, confluisco-
no e si ritrovano insieme e insieme si riconoscono come
parti staccate di un unico tutto, proprio in questi anni in
America, dove viene dunque a concludersi una fase classica
della lotta di classe, che va dal dopo-Marx a prima delle
nostre attuali possibilità di movimento. Partire dalle lotte
operaie per investire i vari livelli dello sviluppo sociale – lo
Stato, la scienza, l’organizzazione – è cosa che si impara
tutta in una volta in quelle vicende. Dopo, la lotta operaia
si sommerà sempre a tutti questi livelli presi nel loro insie-
me, e allora – essa più questi – sarà per noi il reale punto
di partenza, per l’analisi come per l’azione di classe. Ma
diciamo in modo più disteso e chiaro questi concetti non
solo in apparenza oscuri.

265
Marx a Detroit

Grande iniziativa del capitale c’è stata in fondo una volta


sola, e non a caso dopo la più grande crisi del suo sistema
e in mezzo alle lotte operaie più avanzate della sua storia.
Forse è veramente eccessivo affermare – come fece poi Rex-
ford G. Tugwell – che il 4 marzo 1933 l’alternativa era tra
una rivoluzione ordinata, «un pacifico e rapido abbandono
dei metodi seguiti nel passato»39, e una rivoluzione violenta
contro la struttura capitalistica. Forse è più vicino alla realtà
dire che c’era una sola via aperta, una originalissima strada
obbligata, che, paragonata alle misere vicende istituzionali
della società contemporanea, acquista oggi certo l’aspetto
di una vera e propria «rivoluzione capitalistica»: rivoluzione
non contro le strutture del capitale, ma di queste strutture
da parte di un’iniziativa politica che le possedeva – che
ha tentato di possederle – dall’alto di una nuova strategia.
Scrisse H.G. Wells di Roosevelt: «Egli è continuamente
rivoluzionario […] senza mai giungere a provocare una
violenta crisi rivoluzionaria»40. E C.G. Jung semplicemen-
te lo definì «una forza»41. Il «felice guerriero»42, nel suo
cammino da Hyde Park sullo Hudson alla Casa Bianca di
Washington – come ce lo ha narrato Arthur M. Schlesinger
jr – imponeva il terreno della sua battaglia. Che in Roosevelt
passasse l’interesse di parte del capitale più moderno in un
momento dato è cosa che non ha bisogno di dimostrazione.
Che in lui la politica mediasse spinte opposte interne alla sua
classe, in mezzo tra new dealers arrabbiati e moderati, – è
cosa documentata da tutta la storiografia sull’argomento.
Che l’arco di sviluppo di questa rivoluzione del capitale
parte dal 1933, sale fino al 1938, e poi comincia di nuovo a

39
  Tugwell citato in A.M. Schlesinger, L’età di Roosevelt, vol. 2, L’av-
vento del New Deal (1958), traduzione di G. Polla, Bologna, Il Mulino,
1963, p. 24.
40
  Wells citato ibidem, p. 585.
41
  Jung citato ibidem, p. 573.
42
 Si tratta del titolo del sesto capitolo di A. Schlesinger, L’età di
Roosevelt, vol. 1, La crisi del vecchio ordine (1957), traduzione di G.
Polla, Bologna, Il Mulino, 1957, p. 294.

266
scendere, – è cosa che andrebbe ulteriormente approfondita,
nelle sue ragioni operaie, americane ed europee: il rapporto
tra lotte di classe in America e neonazionalismo economico
di stampo progressista, lo scambio tra isolazionismo storico
delle lotte operaie americane e keynesiana national self-suf-
ficiency applicata al primo New Deal, – è argomento da
sottoporre di per sé a un esame critico. E in genere, che la
forma rivoluzionaria dell’iniziativa capitalistica abbia lì un
contenuto operaio, e che anzi acquisti tale forma in virtù
di questo contenuto; che gli operai con le lotte riescano a
mettere il capitale contro i capitalisti, lo Stato formalmen-
te di tutti contro l’interesse reale di pochi; che quindi la
conquista operaia di un proprio terreno di organizzazione
abbia come conseguenza il sottrarre all’avversario di classe
porzioni del suo terreno organizzativo, – tutti questi sono
problemi da mettere nel conto di una ricerca che parte dalla
storia, passa per la teoria e arriva alla politica. È un fatto
che una politica nazionale del lavoro venne abbastanza tardi
all’interno stesso del New Deal. Nei famosi Cento Giorni,
tra l’Emergency Banking Act, l’Agricultural Adjustment
Act, il Tennessee Valley Authority Act, si parlò poco sia
dell’industria sia degli operai. Il paragrafo 7, è vero, fu la
scintilla, ma ci vollero le grandi lotte del 1933 e del 1934,
ci volle Minneapolis e San Francisco, Toledo e la company
town di Kohler, la Georgia dei tessili e lo scontro armato di
Rhode Island, perché scaturisse, nel 1935, la fiamma della
prima legge sul lavoro da parte del capitale, con gli operai
non più nella funzione giuridica di classe subalterna. La
legge fu detta «ingiusta», perché imponeva obblighi ai datori
di lavoro e non ai lavoratori. Risposta del senatore Wagner:
«nessuno giudicherebbe ingiusta una legge sul traffico che
regolasse la velocità delle automobili senza regolare la velocità
dei pedoni»43. Ecco, Roosevelt e gli uomini del New Deal,
chi con maggiore chi con minore chiarezza, avevano capito
questo: che una società economicamente avanzata non può
essere politicamente arretrata. Se lo è, al limite c’è la crisi,
il blocco del meccanismo di funzionamento del sistema, una
43
 Schlesinger, L’età di Roosevelt, vol. 2, cit., p. 402.

267
situazione rivoluzionaria genericamente non capitalistica. Ha
scritto William E. Leuchtenburg: «Gli uomini del New Deal
erano convinti che la depressione fosse il risultato non già
di un semplice collasso economico, ma di un fallimento del
sistema politico; di conseguenza andarono alla ricerca di nuovi
strumenti politici»44. E in un altro punto: «I riformatori degli
anni trenta abbandonarono la vecchia speranza emersoniana
di riformare l’uomo e cercarono soltanto di trasformare le
istituzioni»45. In questo senso, l’esperimento rooseveltiano fu
«rivoluzionario» nel significato tradizionalmente borghese di
adattamento della macchina statale ai bisogni di sviluppo della
società, di aggiornamento istituzionale di fronte alla crescita
economica. Con una differenza importante: cade la presenza
dominante dell’ideologia come nesso interno della pratica
politica. I new dealers si preoccupavano di promozione del
potere d’acquisto come molla dello sviluppo, chiamavano
i progetti assistenziali misure di conservazione della forza-
lavoro, parlavano di lavoro ai disoccupati, di mercati agli
agricoltori, di commercio internazionale agli industriali, di
finanza nazionale ai banchieri. Erano i conservatori ad im-
pugnare l’arma dell’indignazione morale contro le ingiustizie
che così si aggiungevano alle ingiustizie. Quello che Roosevelt
chiamava un «coraggioso e tenace sperimentalismo» non
va confuso con la tradizione progressista americana, jeffer-
soniana e jacksoniana, ripresa da Theodore Roosevelt e da
Wilson. C’è qui un salto politico, un passaggio pragmatico
che volutamente sfiora il cinismo, uno sforzo antiideolo-
gico, una carica aggressiva di gusto antiumanitario, dietro
cui s’intravede e si riconosce la mano operaia che muove
indirettamente i fili del discorso. Thurman Arnold era
responsabile del programma antitrust e la sua polemica si
svolgeva proprio contro il progressismo di tutte le leggi che,
dallo Sherman Act in poi, e nella «forma di una religione
nazionale»46 come l’ha definita Andrew Shonfield, avevano

44
  W.E. Leuchtenburg, Roosevelt e il New Deal, 1932-1940 (1963),
traduzione di A. Aquarone, Roma-Bari, Laterza, 1968, p. 307.
45
  Ibidem, p. 312.
46
  A. Shonfield, Il capitalismo moderno. Mutamenti nei rapporti tra

268
preso di mira le «illegalità» delle organizzazioni industriali
invece di proporsi il conseguimento di obiettivi economici. Il
Folklore del capitalismo era appunto la lotta semplicemente
ideologica contro il potere dell’impero industriale.

La semplice predicazione contro di esso non dava altro


risultato che una contropredicazione. […] i riformisti erano pri-
gionieri delle stesse credenze su cui si sostenevano le istituzioni
che essi tentavano di riformare. Ossessionati da un atteggiamento
morale verso la società, essi pensavano in termini utopistici. Erano
interessati ai «sistemi» di governo: la filosofia era per loro più
importante della politica di ogni giorno; alla fine, i loro successi
si limitarono alla filosofia, invece che alla politica47.

Ha scritto R. Hofstadter: «Gli uomini rispettabili, animati


da ideali umanitari, avevano commesso, secondo Arnold, il
tipico errore di ignorare che non è la logica, ma l’organizza-
zione a governare una società organizzata»48. La lotta operaia
dentro il New Deal aveva costretto il capitale a scoprire le
carte. Dopo che la crisi lo aveva spinto a farsi politicamente
moderno, la lotta operaia su terreno avanzato lo inchioda
a comparire anche verso l’esterno nella sua verità di classe.
Non è un risultato da poco, se si vuole arrivare a colpire
l’avversario vero e non la sua controfigura ideologica. Ancora
Thurman Arnold, questa volta in The Symbols of Government:
i capi dell’organizzazione industriale, ignorando i principi
giuridici, umanitari ed economici, «costruirono sui propri
errori, la loro azione fu opportunistica, sperimentarono su
materiale umano e con scarso riguardo per la giustizia sociale.
Pur tuttavia portarono il livello della capacità produttiva a
vertici che erano al di là dei sogni dei loro padri»49. La grande

potere pubblico e privato (1965), traduzione di M. Colitti, Milano, Etas-


Kompass, 1967, p. 424.
47
  Arnold citato in R. Hofstadter, L’età delle riforme. Da Bryan a F.D.
Roosevelt (1955), traduzione di P. Maranini, Bologna, Il Mulino, 1962,
p. 253 [cfr. T. Arnold, The Folklore of Capitalism, New Haven, Yale
University press, 1937, p. 220].
48
 Hofstadter, L’età delle riforme, cit., p. 252 [cfr. Arnold, The Folklore
of Capitalism, cit., p. 375].
49
  Arnold citato in Hofstadter, L’età delle riforme, cit., p. 254 [cfr.

269
iniziativa capitalistica è stata una vittoria operaia anche solo
per questo fatto: che ci permette una cruda conoscenza del
nemico al punto più alto del suo risultato storico; dopo di
che, condannarlo è inutile, vantaggioso per noi è utilizzarlo.
Il presidente Roosevelt ha magnificamente ragione: è il
titolo di un articolo di Keynes sul «Daily Mail» nell’estate
del 193350. Dall’America era arrivato il fulmine: niente sta-
bilizzazione del valore-oro del dollaro. E Keynes commen-
tava: «Da gran tempo uno statista non aveva spazzato via le
ragnatele con l’audacia con cui l’ha fatto ieri il presidente
degli Stati Uniti […]. È, sostanzialmente, una sfida lanciata
a noi perché decidiamo se battere le vecchie strade infauste
o esplorarne di nuove; nuove per statisti e banchieri ma non
nuove al pensiero»51. Ce l’aveva con se stesso. La sua lunga
lotta contro il gold standard, questo principe decaduto tra i
concetti d’anteguerra, questo «residuo borbonico», trovava
finalmente una voce autorevole disposta anche ad ascoltare. Il
«ritorno all’oro» in Inghilterra era stata la spia che gli aveva
permesso di cogliere in anticipo e di profetizzare due grandi
sventure per il capitale: il 1926 inglese e il 1929 mondiale.
La decisione di rivalutare del 10 per cento il cambio della
sterlina voleva dire «ridurre di due scellini per ogni sterlina»52
il salario dell’operaio. Le Conseguenze economiche di Winston
Churchill saranno nello sciopero politico, che dai minatori
dilagherà nella classe operaia inglese, appena un anno dopo
queste profezie keynesiane.

Non è lecito attendersi che le classi lavoratrici capiscano


quanto sta accadendo più di quanto lo capisca il consiglio dei
ministri. Quelli che subiscono per primi l’attacco al salario de-

T. Arnold, The Symbols of Government, New Haven, Yale University


Press, 1938, p. 125].
50
  J.M. Keynes, President Roosevelt is Magnificently Right, in «Daily
Mail», 4 luglio 1933 [Tronti lo ricava da R.F. Harrod, La vita di J.M.
Keynes (1951), traduzione di B. Maffi, Torino, Einaudi, 1965, pp. 519-20].
51
  Ibidem.
52
 J.M. Keynes, Le conseguenze economiche di Churchill (1925), in
Id., Esortazioni e profezie, traduzione di S. Boba, Milano, Il Saggiatore,
1968, p. 189.

270
vono accettare una riduzione del livello di vita personale, perché
il costo della vita non diminuirà se non quando anche tutti gli
altri saranno stati ugualmente colpiti; e sono quindi giustificati
se si difendono […]. Sicché, i lavoratori non possono fare altro
che resistere il più a lungo possibile: e sarà guerra aperta fino a
che i più deboli economicamente non rimarranno sul terreno53.

L’altra profezia, dalle ben più terrificanti conseguenze,


aspetterà solo qualche anno per avverarsi.

Il gold standard, affidato com’è al puro caso, con la sua fede


nei «riassestamenti automatici» e la sua generale indifferenza ai
particolari di carattere sociale, è l’emblema sostanziale, l’idolo di
quelli che siedono nella cabina di comando. Ritengo che nel loro
cinismo, nel loro vago ottimismo, nella loro confortante fiducia
che nulla di veramente grave possa accadere, vi sia una temera-
rietà infinita. Nove volte su dieci nulla di veramente grave accade
[…]. Ma se continueremo ad applicare i principi di una politica
economica elaborata sull’ipotesi del laissez-faire e della libera
concorrenza ad una società che sta rapidamente liberandosi da
queste ipotesi, corriamo il rischio che si verifichi il decimo caso54.

Sono parole del 1925: l’applicazione dei vecchi principi


continuò, e il «decimo caso» si verificò; sembrava una gran-
de depressione e fu una grande crisi. «Nessuno ci ha ingan-
nati. Siamo però affondati in un enorme pantano per aver
commesso un errore nel controllo di una macchina delicata
di cui non comprendiamo il funzionamento»55. L’alta scien-
za del capitale mostra di fronte al pericolo altrettanto co-
raggio che la grande iniziativa politica così come prendeva
corpo in terra americana. Keynes è negli Stati Uniti nel
giugno del 1931 e ci ritorna nel giugno del 1934. Nel frat-
tempo, il 31 dicembre del 1933 il «New York Times» pub-
blica la sua lettera aperta a Roosevelt. Qui il presidente
compare come depositario, come fiduciario, di «un esperi-

53
  Ibidem, p. 191.
54
  Ibidem, p. 201.
55
  J.M. Keynes, La grande depressione del 1930 (1930), in Id., Esor-
tazioni e profezie, cit., p. 111.

271
mento ragionato nel quadro del sistema sociale esistente»56.
Se non riesce, il progresso nazionale risulterà bloccato e si
troveranno soli a combattere fra loro, da una parte l’orto-
dossia dall’altra la rivoluzione. «Ma se riesce, metodi nuovi
e più arditi saranno sperimentati dovunque, e noi potremo
datare il primo capitolo di una nuova era economica»57. I
due si incontrarono a quattr’occhi. Keynes ci descriverà
minutamente la forma delle mani del presidente. E Roosevelt
scriverà a Felix Frankfurter: «Ho avuto una lunga conver-
sazione con K. Mi è piaciuto immensamente»58. Uno dei due
deve aver detto – come Napoleone con Goethe – voilà un
homme! Harrod ci dice che, per quanto riguarda l’influen-
za diretta delle teorie di Keynes sull’azione di Roosevelt, le
fonti sono contraddittorie. «Qualcuno ha supposto che
Keynes gli abbia infuso il coraggio di condurre le operazio-
ni su vasta scala. Ed è vero che Keynes non avrebbe man-
cato di insistere in questo senso; ma si può pensare che il
presidente sarebbe stato spinto nella stessa direzione per
istinto»59. Sembra più probabile che l’influenza di Keynes
sugli sviluppi americani sia passata per canali un po’ diver-
si, «non attraverso Roosevelt, ma attraverso gli uomini
acuti che, dalle stanze di servizio, avevano tenuto le orecchie
aperte»60. Non è questo comunque il punto in discussione.
Che Keynes, per un canale o per l’altro, sia arrivato in
America, non è più da mettere in dubbio. Ma c’è da soste-
nere l’altra tesi: che l’America, la situazione politica dell’e-
conomia americana, la lotta di classe negli Stati Uniti, abbia
pesato sulla formazione del nucleo centrale del pensiero
keynesiano molto più di quanto non si dia generalmente per
ammesso, molto più di quanto non si voglia esplicitamente
dire da parte di chi vede in questa prospettiva un pericolo
scientifico. Ha scritto Paul A. Samuelson, proprio a propo-
sito di Keynes: «La scienza, come il capitale, cresce per

56
  Keynes citato in Harrod, La vita di J.M. Keynes, cit., p. 521.
57
  Keynes citato ibidem.
58
  Roosevelt citato ibidem, p. 523.
59
  Ibidem, p. 524.
60
  Ibidem, p. 525.

272
apporti successivi, per cui l’offerta che ogni scienziato reca
agli altari di essa fiorisce in eterno»61. In eterno e per ogni
luogo. La scienza, come il capitale, non ha confini. La sco-
perta, sappiamo sempre il cervello materno da cui nasce,
ma la paternità vera del concepimento rimane oscura e
misteriosa a colui stesso che porta in corpo la creatura
nuova. I semi sono tanti, perché complessa è la trama sto-
rica dei fatti. Lord Keynes, «dalla testa ai piedi un prodot-
to di Cambridge»62 – come ha detto E.A.G. Robinson e
come risulta a tutti comunemente visibile – è in realtà un
economista americano. Ci si è chiesto se si sarebbe avuta
una General Theory senza Keynes. E si è risposto facilmen-
te di no. Non era quella la domanda. La prefazione all’edi-
zione originale della Teoria generale porta la data del 13
dicembre 193563. Un anno favoloso, questo, che aveva già
dato il Wagner Act e il Cio. È nel decennio precedente a
questo che vengono a maturazione ed esplodono gli elemen-
ti della «rivoluzione keynesiana». Nel 1924, intervenendo
sulla «Nation» nel dibattito aperto da Lloyd George su un
programma di opere pubbliche come rimedio alla disoccu-
pazione, già mostrava aperta la strada verso una concezione
nuova della politica economica64. Con La fine del laissez-faire,
pubblicato due anni dopo, mette a punto, ancora a livello
di intuizioni brillanti, fondamentali concetti del futuro.
«Abbiamo bisogno di un nuovo ordine di idee che sia il
portato naturale di un onesto riesame dei nostri sentimenti
più profondi in rapporto alla realtà esterna»65. Per muover-

61
 P.A. Samuelson, La Teoria generale, in R. Lekachman (a cura di),
Il sistema keynesiano. Trent’anni di discussioni (1964), traduzione di L.
Occhionero, Milano, Franco Angeli, 1966, p. 361.
62
  E.A.G. Robinson, John Maynard Keynes – 1883-1946, in Lekachman
(a cura di), Il sistema keynesiano, cit., p. 30.
63
 J.M. Keynes, Prefazione, in Id., Occupazione interesse e moneta.
Teoria generale, traduzione di A. Campolongo, Torino, Utet, 1959, pp.
IX-XI.
64
 J.M. Keynes, Does Unemployment Need a Drastic Remedy?, in
«Nation and Athenaeum», 35, 24 maggio 1924 [Tronti lo ricava da
Harrod, La vita di J.M. Keynes, cit., p. 405].
65
  J.M. Keynes, La fine del «laissez-faire», in Id., Esortazioni e pro-
fezie, cit., p. 247.

273
si, «all’Europa mancano i mezzi, all’America manca la
volontà»66. Dagli articoli sull’industria cotoniera del Lan-
cashire, fine del 1926, all’opuscolo Can Lloyd George Do
It?, primavera del 1929, fino a The Means to Prosperity, del
193367, è un continuo riflettere ad alta voce sulle proprie
cose, spiando se negli altri qualcosa si muova. Solo quando
la volontà di muoversi compare decisa sull’orizzonte ameri-
cano, – è solo allora che scatta il meccanismo di esposizio-
ne programmatica della teoria, la scienza comincia a snoc-
ciolare in ordine logico le sue scoperte, si fissa in scrittura
materiale e si oggettiva in un testo di nuovo classico tutta
una concettualizzazione anticlassica dell’economia. La do-
manda seria è se si poteva avere una General Theory senza
la grande iniziativa capitalistica, con tutto quello che c’era
dietro, la crisi, le lotte, e l’America, il paese insieme della
crisi e delle lotte: «la batteria non funziona – diceva Keynes
– come faremo a ripartire?»68; se si poteva avere una nuova
teoria della politica economica senza le prime mosse pratiche
del capitale più moderno sul terreno operaio più avanzato:
chi viene prima, Roosevelt o Keynes?; se si poteva avere un
successo così rapido delle nuove idee senza la lezione di-
struttiva delle cose, che aveva fatto essa piazza pulita dei
più duri a morire tra i dogmi della teoria classica: «la diffi-
coltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle idee
vecchie»69. Il Treatise on Money, quello sì era il prodotto di
un raffinato esperto di problemi monetari e ultimo, come
Malthus era stato il «primo», degli economisti cambridgea-
ni; così come vedevamo nei Principles di Marshall fare

66
  Ibidem.
67
  Cfr. J.M. Keynes, The Position of the Lancashire Cotton Trade, in
«Nation and Athenaeum», 40, 13 novembre 1926, pp. 209-210; Id., The
Prospects of the Lancashire Cotton Trade, in «Nation and Athenaeum»,
40, 27 novembre 1926, pp. 291-292; Keynes e H.D. Henderson, Can
Lloyd George Do it? An Examination of the Liberal Pledge, London,
Nation and Athenaeum, 1929; Keynes, The Means to Prosperity, London,
MacMillan, 1933 [Tronti li ricava da Harrod, Vita di J.M. Keynes, cit.,
pp. 442-450, 461-462, 514-515].
68
 Keynes, La grande depressione del 1930, cit., p. 114.
69
 Keynes, Prefazione, cit., p. XI.

274
pompa scientifica di sé l’Inghilterra vittoriana. Ma dietro la
Teoria generale, l’orizzonte si allarga: la grande scienza in-
glese del passato non poteva produrre questo, perché questo
veniva appunto prodotto contro di essa; e la piccola storia
dell’Inghilterra nel presente era già fuori gioco per qualsia-
si ambizione nella produzione di un’altra scienza; siamo
dunque al di là di un frutto isolano e in mezzo a un vero
oceano di influenze dalle lunghissime distanze. Si potrebbe
dire un prodotto della situazione mondiale del capitale, se
questa non fosse una forma generica per dire specificamen-
te: un prodotto della situazione di classe negli Stati Uniti
degli anni trenta. Il rapporto lotte-scienza solo così si ricom-
pone a un alto livello di sviluppo. Non bisogna banalmente
cercare in Keynes i termini espliciti della questione operaia.
Ha scritto in How to Pay for the War: «non ho mai cercato
di trattare direttamente il problema dei salari. Penso sia
assai più opportuno trattare tale problema indirettamente»70.
Nell’età marshalliana, l’alta scienza del capitale poteva an-
cora ideologicamente civettare con le buone qualità non
riconosciute delle classi laboriose. A questo punto non è più
possibile. Qui siamo al discorso sull’osso e la polpa, o sul
gambo e la foglia, comunque si vogliano tradurre le veritie-
re frasi di A Short View of Russia, sul «rozzo proletario»
contrapposto al borghese e all’intellettuale, che sono… «la
qualità nella vita»71. Aveva scritto una volta: «non v’è stato
d’animo più penoso che uno stato di continuo dubbio. Ma
l’abilità di conservarlo può essere un segno di abilità
politica»72. Non aveva dubbi sulla sua collocazione sociale
e non voleva mostrare di averne. Eppure a differenza di
quanto si pensa era un grande politico, più grande di tanti
che facevano politica per professione. Applicava personal-
mente nella pratica il motto che rivolgeva nel 1933 ai rifor-

70
  J.M. Keynes, How to Pay for the War. A Radical Plan for the Chan-
cellor of the Exchequer, London, MacMillan, 1940, p. 55.
71
  J.M. Keynes, Breve sguardo sulla Russia, in Id., Esortazioni e pro-
fezie, cit., p. 231.
72
  J.M. Keynes, «New Statesman and Nation», 1936 [Tronti lo ricava
da Harrod, La vita di J.M. Keynes, cit., p. 558].

275
matori che si mettevano allora all’opera: «Quando un dot-
trinario passa all’azione, deve, per così dire, dimenticare la
sua dottrina»73. Keynes, teorico del New Deal, se avesse
dovuto politicamente dirigere la «rivoluzione capitalistica»,
sarebbe stato un Lenin americano.
«Il presidente Roosevelt vuole che tu ti iscriva al
sindacato»74, si leggeva sui manifesti Cio al momento delle
prime grandi affiliazioni all’unionismo industriale. Noti sono
gli sforzi personali di Roosevelt per ricomporre l’unità sinda-
cale dopo la scissione storica del 1935. La «grande iniziativa»
aveva bisogno di un interlocutore unico a livello operaio per
manovrare all’interno del capitale. Ma prima ancora, aveva
bisogno di un interlocutore nuovo. Senza New Deal non ci
sarebbe stato Cio; o ci sarebbe stato con molto ritardo. E
invece era urgente per il successo della stessa nuova politica
capitalistica che l’organizzazione operaia aggiornasse i suoi
strumenti e soprattutto estendesse la sua presa di controllo
sui livelli ultimi, decisivi e difficilissimi, della nuova classe
operaia nelle industrie a crescente produzione di massa.
Vero è però anche l’inverso. L’immediato, impressionante,
successo del Cio si può spiegare soltanto con l’atmosfera
politica generale che si era imposta nel paese, con la debo-
lezza dei capitalisti singoli, con l’insufficienza della vecchia
organizzazione operaia. Gli uomini nuovi del sindacato lo
sapevano e per questo utilizzavano il nome del presidente
degli Stati Uniti nelle loro campagne di tesseramento. La
parola d’ordine: organizziamo chi non è organizzato, andava
bene per tutti e due, per il capitale moderno e per il nuovo
sindacato. Ci sono questi momenti di affinità elettiva tra i due
protagonisti di classe della storia moderna, quando l’uno e
l’altro, e ognuno nel suo campo, si trovano internamente divisi
e devono contemporaneamente risolvere problemi di collo-
cazione strategica e di ristrutturazione organizzativa. Allora
vediamo che la parte più avanzata del capitale tende la mano
alla parte più avanzata della classe operaia e – a differenza di

73
  J.M. Keynes, I tre errori dei riformatori politici, in Id., Saggi politici,
Firenze, Sansoni, 1966, p. 110.
74
  Cfr. Schlesinger, L’età di Roosevelt, vol. 2, cit., p. 141.

276
quanto si potrebbe settariamente pensare – la classe operaia
non rifiuta l’abbraccio, non respinge l’immondo connubio,
ma allegramente lo sfrutta per guadagnarci qualcosa. Ci sono
momenti in cui vengono dunque a coincidere gli interessi
delle due cassi opposte, non più però nel senso tradizionale
dell’interesse politico formale, quando tutti si combatteva
per la conquista della democrazia. Il contenuto dell’interesse
acquista ora uno spessore materiale: il richiamo non è più ai
propri diritti, ma ai doveri degli altri. John L. Lewis, quando
parlava del lavoro che chiede e pretende di avere una voce
nella determinazione della politica sull’industria, intendeva
dire che esso «vuole un posto alla tavola del consiglio dove
si prendono decisioni che influiscono sulla quantità di cibo
che la famiglia di un operaio potrà mangiare, sul tempo che
i suoi bambini potranno trascorrere a scuola, sul tipo e sulla
quantità di abiti che indosseranno, sui divertimenti che si
potranno permettere»75. Gridava: trenta milioni di operai
vogliono è vero la fondazione di una democrazia del lavo-
ro, ma reclamano anche «la loro compartecipazione ai suoi
frutti concreti»76. Per questa via, attraverso queste parole, la
massa degli operai non specializzati, gli immigrati, i negri,
le donne affluivano nel nuovo industrial unionism. Scrive
il Pelling che «nel 1933 l’Afl poteva sembrare poco più di
un’associazione di pompe funebri, un gruppo di società di
mutuo soccorso tra artigiani, diretto da uomini anziani la
cui unica preoccupazione era quella di mantenersi in buoni
rapporti con il datore di lavoro»77: la fotografia classica di
qualsiasi vecchia organizzazione. Ed ecco invece la faccia,
anch’essa tipica, di ogni organizzazione nuova, ai suoi inizi.
Scrive Schlesinger:

In seguito alle campagne del Cio un fervore quasi evangeli-


co cominciò a pervadere ampie sezioni del lavoro americano. Il
risveglio del 1936 aveva molti degli aspetti di una rinascita. Gli

75
  Lewis citato ibidem, p. 418.
76
 Lewis citato in Dulles, Storia del movimento operaio americano,
cit., p. 270.
77
  Lewis citato in H. Pelling, Panorama storico del sindacalismo italiano
(1960), traduzione di F. Moronti, Roma, Opere nuove, 1963, p. 185.

277
organizzatori lavoravano senza tregua e sormontavano pericoli
imprevisti come missionari; i lavoratori si affollavano nelle sale
di riunione per ascoltare il nuovo vangelo; nuove sezioni locali
sorgevano per lo spirito di corpo che univa i lavoratori […]; fu
un inno generale, un movimento corale78.

Al canto di Mammy’s Little Baby Loves a Union Shop,


alla fine del 1937 la forza del Cio contava 3.700.000 membri
contro i 3.400.000 dell’Afl: 600.000 minatori, 400.000 operai
dell’industria automobilistica, 375.000 siderurgici, 300.000
tessili, 250.000 operai dell’abbigliamento, 100.000 operai
agricoli e dell’industria conserviera: un’organizzazione per
ciascuna industria, dal vertice alla base, senza distinzione di
qualifica o di categoria. Era questa la carica politica oggettiva
contenuta entro la forma sindacale dello strumento orga-
nizzativo. Quando Hillman, insieme a Dubinsky, «socialista
all’americana», dirà: Our program was not a program for labor
alone, non darà il corretto senso politico all’operazione della
nuova organizzazione. Quando Lewis, attraverso la direzio-
ne del Cio, contribuì a formare l’American Labor Party a
New York e una Labor’s Non-Partisan League in appoggio
elettorale a Roosevelt, neppure questo fu lo sbocco politico
vero che in stretta coerenza poteva derivare dal livello delle
lotte americane. Ma quando lo Steel Workers Organizing
Committee fu riconosciuto come agente organizzato per la
contrattazione collettiva da tutte le società controllate dalle
U.S. Steel Corporation; quando il sit-down strike piegò i
grandi colossi dell’automobile, ad eccezione di Ford; quando
la nuova figura dell’operaio di massa, dell’operaio non spe-
cializzato, dell’operaio non lavoratore si insedia sul terreno
ultimo dell’organizzazione e così si lega in veste alternativa
al resto della società, – allora, e solo allora, si può dire che
il segno politico è stato trovato per la ricomposizione in
classe dell’interesse operaio. In questo senso, la storia del
Cio come esperienza di organizzazione politica degli operai
americani è ricca di insegnamenti, anche se ambigua nella
sua sostanza e brevissima nella durata. Nel 1938, quando il

78
 Schlesinger, L’età di Roosevelt, vol. 2, cit., p. 415.

278
Committee for Industrial Organization cambia il suo nome
in quello di Congress of Industrial Organization, il periodo
eroico, il tempo aggressivo, l’epoca della rottura radicale con
la tradizione, tutto questo è già passato. Non a caso, nello
stesso anno, dopo il Fair Labor Standards Act, il New Deal
perde colpi, abbandona il galoppo della sua carica nova-
trice, ha praticamente già assolto alla sua funzione storica.
L’ambiguità di una soluzione politica che non va oltre la
proposta sindacale non è propria del solo Cio, è propria del
terreno americano dell’organizzazione operaia. Se andiamo
a cercare lì il partito, non troveremo di più che «gruppi» di
intellettuali mentre coltivano il proprio giardino. Ma se met-
tiamo l’occhio sui risultati, vediamo che quanto ha ottenuto
il nuovo sindacalismo industriale dentro il New Deal non lo
ha ottenuto mai nessun partito politico della classe operaia.
Gli operai americani vivono ancora di rendita su queste
conquiste storiche. È una cosa che scandalizza i sacerdoti
della rivoluzione: la classe operaia meglio pagata del mondo
ha vinto una volta e s’è permessa lo sfizio di godersela con
i frutti della vittoria. Si può a questo punto sostenere che
il primo Cio è l’esperimento di più avanzata organizzazione
politica degli operai che sia stato possibile su terreno ameri-
cano. Riuscire dove erano falliti i Knights of Labor e Eugene
V. Debs, l’American Railway Union e gli Iww, De Leon e
i comunisti, non era un compito facile. Il primo industrial
unionism c’è riuscito, e ha imposto un livello di organizza-
zione per un momento perfettamente adeguato a una classe
in lotta entro una situazione specifica. Un’organizzazione va
giudicata non per il risultato che ha lasciato nel suo sviluppo
storico di lungo periodo, ma per la funzione politica che ha
assolto nel momento dato in cui è nata. Il rapporto lotte-
organizzazione all’interno della fase montante del New Deal
non poteva porsi che in termini politici. Il nuovo sindacato
era un fatto di natura politica per tre ragioni: perché veniva
fuori da un terreno di lotte operaie vere e avanzate, perché
rispondeva a un bisogno di organizzazione nuova di una
nuova classe operaia, perché si incontrava con una grande
iniziativa del capitale. Non bisogna rimanere prigionieri
dei nomi dati alle cose. Un partito può chiamarsi nei suoi

279
documenti «organizzazione politica della classe operaia» ed
essere nei fatti un’associazione di pompe funebri, una società
di mutuo soccorso, come era l’Afl nel 1933. Un sindacato
può restringere i suoi programmi nello stretto ambito dell’im-
mediato interesse operaio, ed assolvere proprio per questo
fatto in un certo momento a una funzione di partito, a un
compito politico di scontro con il sistema. Su nessun terreno
la classe operaia è più libera e spregiudicata che sul terreno
dell’organizzazione. Sa che questa non può vincere mai da
sola, ma solo quando il capitale l’aiuta; sa che deve aderire
a uno strato specifico degli operai nell’industria, che sono
poi quelli che tirano in quel momento la corda delle lotte;
sa che queste lotte devono partire dalla condizione operaia
in fabbrica e investire la distribuzione sociale della ricchezza
nazionale. In questo senso la tradizione di organizzazione
degli operai americani è la più politica del mondo, perché la
carica delle loro lotte è la più vicina alla sconfitta economica
dell’avversario, la più prossima non alla conquista del potere
per costruire sul vuoto un’altra società, ma all’esplosione
del salario per rendere subalterno il capitale con i capitalisti
dentro questa stessa società. Adolph Strasser diceva: «Non
abbiamo mète per il futuro. Andiamo avanti giorno per gior-
no. Combattiamo soltanto per scopi immediati»79. Samuel
Gompers dirà: «Più e sempre più del prodotto del nostro
lavoro»80. E John L. Lewis: «Lasciate che i lavoratori si or-
ganizzino. Lasciate che gli operai si riuniscano. Lasciate che
la loro voce […] reclami i privilegi che sono loro dovuti»81.
Per chi sa leggere, dall’una all’altra di queste frasi c’è un
cammino. Dall’International Cigar Maker’s Union all’Afl al
Cio, il terreno di organizzazione degli operai americani non
ci deve spingere, come è avvenuto finora, a pronunciare la
loro condanna, ma a mettere sul tappeto un nostro problema.

79
  [Tronti cita una famosa dichiarazione di Strasser, leader della Cigar
Makers Union, alla Commissione del Senato americano]. Cfr. Schlesinger,
L’età di Roosevelt, vol. 2, cit., p. 418.
80
  Gompers citato in G. Giugni, Introduzione, in Perlman, Per una
teoria dell’azione sindacale, cit., p. 10.
81
  Lewis citato in Schlesinger, L’età di Roosevelt, vol. 2, cit., p. 419.

280
Dietro questa scelta di una particolare organizzazione può
nascondersi la risposta di oggi alla domanda di sempre: che
cosa la classe operaia è, in generale.
Poste così le cose, è qui che l’approccio marxista, dell’or-
todossia marxista, al problema operaio risulta gravemente
inadeguato. Ci si accorge certe volte all’improvviso di questa
articolazione primitiva del linguaggio, di questi arcaismi
della parola che legano i nostri pensieri a condizioni di
espressione troppo elementari perché vi si possa chiudere
dentro la complessità del rapporto sociale moderno. Dietro
e più in fondo fa capolino tutto un apparato concettuale
che non ha camminato col tempo, non si è rinnovato e
trasformato man mano che crescevano ininterrottamente i
livelli della lotta, non si è aggiornato, in quanto vera teoria,
sulle scadenze della politica, è rimasto fermo a descrivere
le condizioni preistoriche della nostra classe, anche quando
la sua storia stessa si può dire già quasi tutta consumata. E
di più: leggere oggi, con Marx alla mano, le lotte di classe
in America, risulta così difficile da sembrare impossibile. Ci
sarebbe da fare un lavoro interessante, un lavoro di storia
nuovo, o di nuova teoria: scrivere un capitolo sulla fortuna
(o sulla sfortuna) americana di Marx. È successo negli Stati
Uniti il contrario che qui da noi. Là, l’iniziativa politica del
capitale, la sua scienza, e dall’altra parte, l’organizzazione
operaia, hanno sempre visto Marx indirettamente, attraverso
la mediazione della lotta di classe.
Qui, abbiamo sempre visto indirettamente la lotta di
classe attraverso la mediazione del marxismo. La situazione
americana è stata oggettivamente marxiana. Per almeno mezzo
secolo, fino al secondo dopoguerra, Marx si poteva leggere lì
nelle cose, e cioè nelle lotte e nelle risposte che la domanda
delle lotte provocava. Correttamente non bisogna andare a
cercare nei libri di Marx l’interpretazione delle lotte operaie
americane, ma all’inverso, in queste lotte è forse possibile
trovare la più esatta interpretazione dei più avanzati tra i testi
marxiani. Una lettura «americana» del Capitale e dei Grund-
risse si raccomanda a chi possiede il gusto o il genio della
scoperta critica. Marx ha dovuto invece mediare in Europa
una prospettiva strategica avanzata del capitale con situazioni

281
arretrate nazione per nazione. Marx stesso ha dunque avuto
bisogno, qui da noi, di letture ideologiche, di applicazioni
tattiche, che legassero le punte avanzate del sistema con le
sacche della sua arretratezza. Ecco perché si è avuto sviluppo
creativo del marxismo solo là dove l’organizzazione operaia
ha essa coperto il vuoto dell’attività pratica, della politica,
che è sempre il rapporto tra ciò che va avanti per conto suo
e ciò che segue soltanto in quanto viene costretto a seguire.
Marx e il partito sembrano allora aver avuto lo stesso destino
e la stessa funzione. La classe operaia americana ha fatto a
meno e dell’uno e dell’altro. Non ha fatto a meno però né
di un proprio strumento organizzativo né dell’esigenza di
una propria scienza. C’è una storia americana di organizza-
zioni che non sono partito, eppure sono vere organizzazioni
operaie. Così come c’è un filone americano di pensiero che
non è marxista, eppure è vero pensiero operaio. Una classe
operaia forte non è così gelosa delle proprie autonomie come
i ceti semisubalterni che cercano uno sbocco rivoluzionario
alla propria situazione disperata. Una classe operaia forte è
capace di utilizzare come forma della propria organizzazione
la stessa organizzazione capitalistica del lavoro industriale,
è capace di catturare come forma della propria scienza gli
stessi risultati di pensiero degli intellettuali del capitale che
simpatizzano con gli operai. C’è un pensiero di John Roger
Commons che vale la pena di riportare per intero. È in La-
bor and Administration, un libro del 1913. Due anni prima,
Taylor aveva pubblicato Principi di organizzazione scientifica
del lavoro e del 1912 era la sua deposizione davanti alla
commissione speciale della Camera dei deputati. Commons
si entusiasma perché finalmente la psicologia dell’operaio è
analizzata con esperimenti altrettanto accurati di quelli che
si compiono sulla chimica dei differenti tipi di carbone.
«Nasce una nuova professione ingegneristica che si appoggia
alla scienza della psicologia industriale. Questi tentativi di
imbrigliare le forze della natura umana per la produzione
di ricchezza sono meravigliosi e interessanti»82. I pionieri in

82
  J.R. Commons, Labor and administration, New York, A.M. Kelly,
1964, p. 74.

282
questo campo possono essere paragonati ai grandi inventori
della turbina e della dinamo, poiché cercano di ridurre i
costi e moltiplicare l’efficienza.

Ma facendo ciò, essi fanno esattamente la cosa che costringe le


forze del lavoro ad acquistare coscienza di classe. Finché un uomo
mantiene la propria individualità è più o meno protetto contro
il sentimento di classe. Ha la coscienza di sé […]. Ma quando
la sua individualità è scientificamente suddivisa in parti aliquote
ed ogni parte è minacciata dalla sostituzione di parti identiche
di altri uomini, allora il suo senso di superiorità sparisce. Egli e i
suoi compagni lavoratori divengono competitivi, non come interi
uomini ma come unità di produzione […]. Sono quindi maturi
per riconoscere la loro solidarietà e per mettersi d’accordo a non
competere. E questa è la cosa essenziale del conflitto di classe83.

Siamo ancora al di qua dell’istituzionalismo vero e


proprio della scuola del Wisconsin. Ma siamo già al di là
di una precisa coscienza delle conseguenze politiche che
l’organizzazione scientifica del lavoro provoca nella lotta di
classe interna al capitale. C’è una lunga linea di pensiero e di
sperimentazione pratica che va dalla Sozialpolitik di stampo
tedesco alle tecniche americane di Industrial Government.
Varrebbe la pena di seguire con pazienza il cammino dalla
«vecchia» scuola storica di Karl Knies alla «giovane» scuola
storica di Gustav Schmoller, al suo trapianto americano ad
opera di un Richard T. Ely, attraverso il nodo ricco ed acuto
di Veblen, fino appunto alla Wisconsin Theory degli istitu-
zionalisti, Adams, Commons, Selig Perlman e magari anche
Tannenbaum. È dentro questa linea di ricerca sulla classe
operaia che scoppia, e va fatta scoppiare a un certo punto, la
ricerca sul lavoro, lo studio del lavoro. Il task management,
e più in generale l’Industrial Engineering, la tecnica della
produzione industriale come organizzazione scientifica del
lavoro operaio, è l’altra faccia del discorso realistico, dell’ap-
proccio pragmatico al momento di lotta degli operai, o, come
dicono loro, al momento conflittuale, come base delle varie
forme dell’organizzazione di classe. Allora si capisce meglio il

83
  Ibidem, p. 75.

283
principio look and see, e la ripresa in termini nuovi dei con-
cetti vebleniani di efficiency e di scarcity, e della loro adesso
possibile componibilità attraverso il correttivo dell’azione
collettiva. Gli istituzionalisti – newdealisti avant la lettre,
come ha detto il Giugni84 – si trovarono pronti non solo ad
accogliere, ma a teorizzare il programma rooseveltiano. L’ar-
ticolo di S. Perlman, The Principle of Collective Bargaining,
è del 1936: il contratto collettivo «ha assai minor interesse
per l’algebra statistica dei trends economici, di quanto non
l’abbia per la disciplina organizzativa e la formazione dei
dirigenti»85. La job consciousness, il «comunismo delle occa-
sioni economiche»86, il naturale pessimismo economico dei
gruppi operai, l’assoluta divaricazione tra mentalità operaia
e mentalità politico-ideologica, non sono solo brillanti defi-
nizioni frutto di brillanti intelletti, sono preziose rilevazioni
di fatto di quella che è stata la condizione storica di una
classe operaia in concreto, nel paese del capitale in generale.
Tutti noi abbiamo nel nostro passato il peccato originale di
aver considerato la classe operaia «una massa astratta nella
presa di una forza astratta»87. Il rifiuto polemico che ha
distrutto sul nascere la figura dell’intellettuale marxista, e
che gli ha sempre impedito di mettere il becco sul terreno
reale di lotte del movimento operaio americano, è una delle
rarissime tradizioni del passato che dovremo far nostre per
il prossimo futuro. Dove l’operaio, neppure volendo falsare
i dati, si può presentare come «cavaliere dell’ideale», lì lo
scienziato del lavoro non può vestire i panni del maestro di
morale rivoluzionaria. Ha scritto Perlman di Commons che
egli «fu completamente libero dalla più insidiosa specie di
snobismo, quella di prestare, con condiscendenza, il proprio
superiore cervello alla causa degli umili»88.

84
 Giugni, Introduzione, cit., p. 16.
85
 Perlman citato ibidem, p. 15.
86
 Perlman citato ibidem, p. 19.
87
 Perlman, Per una teoria dell’azione sindacale, cit., p. 47.
88
  H.W. Spiegel (a cura di), The Development of Economic Thought.
Great Economists in Perspective, New York, Science Editions, 1964, p. 264.

284
11.

sull’autonomia del politico

5-6 dicembre 1972

L’autonomia del politico: relazione introduttiva

Ho scelto questo tema, tra i tanti che sono stati fatti


oggetto di studio da parte di questa ricerca, non perché
sia un tema da privilegiare, in generale, rispetto agli altri;
ma perché mi sembra che sia un tema che attualmente, in
questo particolare momento, abbia bisogno di un urgente
approfondimento. Il tema, appunto, va sotto il titolo di «au-
tonomia del politico». E bisogna dire subito che si tratta qui
di una espressione, di una definizione che è corrente negli
studi politici contemporanei; ma che risulta nuova, e risulta
anche un po’ strana, nell’ambito, diciamo così, marxista in
generale. Anche perché qui non si tratta dell’autonomia
di una parte del potere rispetto ad altre parti; ma si tratta
dell’autonomia di tutto il potere rispetto al resto che potere
non è; diciamo, al resto della società. Quindi autonomia del
potere rispetto a quello che è, o meglio a quello che era o
veniva considerato, in generale, il fondamento del potere.
Ora bisogna dire subito che nella tradizione del marxi-
smo cosiddetto rivoluzionario era univoca, cioè non risultava
ambigua, proprio la negazione di questa autonomia. Non
ambiguo risultava cioè il rapporto tra il potere politico e
il resto della società: diciamo, per semplificare, tra Stato

Trascrizione della «Relazione introduttiva» e della «Conclusione» te-


nute da Tronti a un seminario organizzato da Norberto Bobbio presso la
Facoltà di Scienze politiche di Torino il 5 e 6 dicembre 1972. Poi stampate,
assieme al dibattito e al testo «Le due transizioni» (trascrizione anch’esso
di un seminario tenuto alla Fondazione Feltrinelli di Milano e promosso
da Giuseppe Del Bo e Salvatore Veca) nell’opuscolo «Sull’autonomia del
politico», Milano, Feltrinelli, 1977, pp. 9-20, 50-62, dal quale riportiamo
la presente versione.

285
ed economia. È vero però, anche, che questo rapporto si
è poi storicamente modificato, nel corso della storia stessa
della società capitalistica, senza che l’elaborazione marxista
seguisse queste modificazioni. Ne è risultato che il concetto
di autonomia del politico è stato fatto proprio da una de-
terminata parte politica del movimento operaio, da quella
che in genere viene definita il «revisionismo di destra» della
socialdemocrazia. Si tratta di vedere se, malgrado questa
appropriazione del concetto, ci sia qualcosa da salvare, in
questo problema. Per fare questo, non bisogna temere, ap-
punto, la possibilità di utilizzare questo concetto stesso anche
da parte nostra, specialmente in un discorso di questo tipo,
in una possibile revisione «da sinistra» dello stesso apparato
concettuale marxiano. Questo per quanto riguarda il tema
«autonomia».
Ma lo stesso termine «politico», «il politico», è altrettanto
strano del termine «autonomia», sempre nella tradizione
marxista. Perché si tratta, non solo di un nuovo nome, ma
anche, direi, di una categoria nuova, che si introduce nel di-
scorso. E questa categoria che cosa tiene dentro di sé? Tiene
dentro di sé, da una parte il livello oggettivo delle istituzioni
di potere; dall’altra il ceto politico, cioè l’attività soggettiva
del fare politica. Cioè, il politico tiene insieme le due cose,
lo Stato più la classe politica. Qual è il rapporto di questo
termine, di questa concettualizzazione, con il «sociale», con
il resto della società? Ecco, qui bisogna subito avvertire che
la ricerca e il problema che sottende a questa ricerca vanno
ben oltre il capitalismo italiano degli anni Sessanta, anche
se qui è potuto venire lo spunto all’interesse nei confronti
di questo problema. Sta di fatto che, giunti ad uno stadio
di capitalismo avanzato, ci si è accorti prima di tutto di una
cosa, che poi bisognerà discutere in particolare, se è esatta,
se è corretta, oppure no; ci si è accorti, cioè, del fatto che il
politico, come si dice in genere, in gergo, ritarda. E se si va
ad approfondire, ci si accorge che questo ritardo del politico,
sempre rispetto al sociale, non deriva e non sempre deriva
da un mancato completo sviluppo – sviluppo economico
e sviluppo sociale – del capitale. Non sempre la causa di
questo ritardo è in un insufficiente sviluppo del capitale.

286
Qualche volta si tratta di un ritardo in sé. Cioè, un ritardo
di adeguamento della macchina statale che ha le sue ragioni,
le sue cause, nel funzionamento stesso di questa macchina:
la sfasatura, cioè il diverso ritmo di sviluppo tra politico e
sociale, risulta oggi, anche a prima vista, e anche a un’analisi
puramente empirica, innegabile. Ma la spiegazione corrente
che se ne dà è una spiegazione, secondo me, insoddisfacente.
Cioè, molto spesso nella spiegazione di questo ritardo c’è
una semplificazione, diciamo così, da materialismo storico.
Per cui tutto ciò che avviene a un certo livello, a livello co-
siddetto superiore, è mosso da ciò che sta di sotto, a livello
inferiore, dalla mano invisibile, si può dire, dei cosiddetti
livelli strutturali. È una spiegazione da un lato comoda, perché
è facile da comprendere e facile da utilizzare; d’altra parte è
una spiegazione paralizzante, dal punto di vista della ricerca
e dell’intervento pratico. Io direi che dobbiamo imparare, per
un momento, nel quadro di questo discorso, a provare a fare
a meno di questa spiegazione. Vediamo per esempio qual è la
natura di questo cosiddetto ritardo del politico. E vediamo
allora che nella sfera politica, in quella che si dice generi-
camente la sfera politica, c’è un difetto di razionalizzazione,
c’è una scarsa efficienza dell’apparato politico, c’è un basso
grado di produttività, c’è un’assenza di imprenditorialità, c’è
un’assenza di iniziativa politica; non c’è, diciamo, un piano
dello Stato, così come invece c’è, malgrado tutto, e malgrado
certe volte sembri che scarsamente funzioni, un piano del
capitale. C’è insomma un’insufficienza di capitalismo, e, più
precisamente, di grande capitalismo, nello Stato moderno. Ecco,
perché c’è questo? Qui naturalmente c’è tutta una storia del
rapporto potere politico-potere economico, nel capitalismo,
che va tutta ripercorsa.
In questa storia io per esempio eviterei la distinzione tra
Stato borghese e Stato capitalistico. Perché a questo punto
si dovrebbe dire che uno Stato capitalistico, cioè uno Stato
del capitale, uno Stato moderno del grande capitale, non
si è ancora dato, storicamente, in nessuna parte del mon-
do. Per la stessa ragione eviterei la distinzione tra società
borghese e società capitalistica, perché si verrebbe così a
semplificare l’intera storia del capitale, costruendo due fasi

287
che verrebbero ad esaurire tutta quanta la storia del capitale.
Da un lato cioè una società libero-concorrenziale di piccoli
produttori di merci, dall’altro la società delle grandi industrie
monopolistiche. Dopodiché la storia del capitale è conclusa.
E che cosa ci sarebbe, dopo? O una società, come si dice
oggi, postcapitalistica, o una società socialista.
Meglio pensare, invece, secondo me, a una storia del
capitale, da un lato come continuum logico, come continuità
logica e quindi come continuità economica; dall’altro come
discontinuità pratica, e quindi come discontinuità politica.
Ecco, io farei proprio questa distinzione: continuità-discon-
tinuità, l’una come sviluppo economico, l’altra come salto
politico. Continuità, quindi, e salti insieme: questa è la storia
del capitale. E non credo che si possano enumerare in breve
quali sono stati questi salti e quali sono stati i momenti di
continuità, perché questo, ripeto, richiede una ricostruzione
storica dell’intera vicenda che poi, tutto sommato, non è
ancora conclusa. Cioè, mentre la crisi, la crisi, diciamo così,
economica – il concetto classico di crisi – fino a poco tempo fa
risultava un meccanismo di aggiustamento e di rilancio dello
sviluppo economico su cui si scaricavano e dentro cui anzi
si risolvevano le stesse tensioni politiche, oggi avviene forse
esattamente il contrario. Cioè, abbiamo un apparato statuale
che, nel suo mancato e difettoso funzionamento capitalistico,
assorbe e impedisce che esplodano le stesse contraddizioni
critiche cui dà luogo il movimento dello sviluppo, e in primo
luogo dello sviluppo economico. È su questo terreno che
diventano possibili due scoperte: la prima è che c’è una fun-
zionalità dell’attuale ritardo dello Stato sulla società rispetto
all’attuale meccanismo di sviluppo. Cioè, bisogna vedere che
questo ritardo, se c’è, è qualche volta qualcosa che serve al
sistema stesso nella sua capacità di sviluppo. E forse proprio
in questa capacità capitalistica di manovrare il ritardo politico
nel suo rapporto con la sfera economica, è proprio qui la
possibilità capitalistica di controllo della crisi economica.
È forse qui l’attuale impossibilità storica della grande crisi,
nel senso classico del termine. Ecco, io sottolineerei questo
punto che mi sembra importante: vedere in che modo questo
ritardo funziona soggettivamente in una determinata politica

288
di sviluppo capitalistico, nel quadro appunto del controllo,
da parte del capitale, della sua società.
La seconda scoperta è, secondo me, l’esistenza di un ciclo
politico del capitale, cioè di una ciclicità del suo sviluppo
politico che ha una sua specificità rispetto allo stesso ciclo
economico classico del capitale. Si può parlare proprio, secon-
do me, di ciclo politico, così come si parlava, correttamente,
da parte marxista, di ciclo economico del capitale. Ora,
per quanto riguarda il primo punto, cioè la funzionalità del
ritardo, non è da credere qui, assolutamente, ad una scelta
soggettiva del proprio ritardo fatta dal ceto politico. Non
arriviamo a questo; altrimenti ritorneremmo ai discorsi sulle
capacità diaboliche del capitale di inventare sempre nuovi
strumenti di controllo, mai visti fino a quel momento, sulla
sua società. Se il ceto politico fosse capace di questa coscienza,
secondo me, non sarebbe un ceto politico arretrato; sarebbe
avanzatissimo, se fosse in grado addirittura di giocare sog-
gettivamente con queste cose. Il fatto è un fatto in sé, cioè
il fatto della scollatura tra politica ed economia, che provoca
appunto quegli effetti di cui parlavamo, di sopravvivenza del
sistema; che prolunga, quindi, la vita del sistema. È appun-
to un dato oggettivo della situazione, qualcosa che si crea
all’interno stesso del meccanismo di sviluppo del capitale. Ci
troviamo di fronte a un sistema formalmente unitario, come
sappiamo, il sistema capitalistico, un sistema formalmente
unitario, di contenuto, diciamo così, dualistico; cioè un si-
stema solo di due classi. Questa è poi in fondo la natura del
capitale; e questa natura, una volta storicamente vissuta fino
in fondo, e cioè tutta politicamente dispiegata, è proprio il
fatto che doveva portarlo alla fine, secondo lo schema su cui
Marx lavorava. Cioè, a parte le varianti, che poi sono state
portate dai marxisti, lo schema direttamente marxiano era
proprio questo. Se noi facciamo in modo che il sistema delle
due classi, da uno scontro a livello puramente economico
si elevi ad uno scontro, ad un fatto di lotta politica, questo
vuol dire che il sistema è arrivato alla conclusione del suo
ciclo; e da questo ciclo si può passare oltre. Cioè, proprio
il dispiegarsi politico, sempre nello schema marxiano, il di-
spiegarsi politico della contraddizione di classe, il percorrere

289
per intero il processo dal rapporto di produzione al potere;
il percorrere tutto intero il processo dalla fabbrica allo Stato,
è il fatto storico (il fatto politico, anzi) che doveva portare
alla morte il sistema capitalistico; ed è d’altra parte il fatto
storico che non si è di fatto verificato.
Perché non si e verificato? Si sono messi in moto, se-
condo me, a questo punto, dei meccanismi di autodifesa,
di autocorrezione del sistema; da dove si vede che i limiti
famosi dello sviluppo certe volte sono autolimitazioni del
capitale, ripeto, non soggettivamente scelti dal ceto politico
capitalistico, ma che il sistema oggettivamente offre a se
stesso. Quindi meccanismi, ripeto, di autocorrezione, di
autodifesa del sistema. Da qui si scopre che c’è una forma
di automatismo del capitale, anche come rapporto sociale.
Vediamo che grande capitale e grande macchina sono parenti
molto stretti. Cioè, a livello di macchinario complesso direi
che il capitale non affida più la sua autoregolazione ad un
meccanismo solo, qual era per esempio una volta il mercato,
ma a più meccanismi. E questi meccanismi talvolta sono
meccanismi tra loro opposti; e possono essere da un lato
l’intervento avanzato dello Stato come motore e supporto
dello sviluppo; e d’altra parte può essere anche un arre-
tramento del terreno politico come freno e controllo della
lotta di classe che si sviluppa appunto contro lo sviluppo.
E queste due cose, cioè intervento avanzato dello Stato
nell’economia e arretramento del terreno politico, a volte
possono anche convivere, convivere in una stessa dimensione
politica. Nell’uno e nell’altro caso, cioè, si dà autonomia del
politico. Nel primo caso diciamo come conquista di questa
autonomia del capitale per sé; nell’altro caso come conces-
sione che il capitale fa in determinati momenti per uscire
da una determinata stretta critica. Si arriva così a quello
che possiamo chiamare lo specifico politico, cioè la specifi-
cità del ciclo politico rispetto al ciclo economico. Si pone il
problema del perché lo schema marxiano di una continuità
di sviluppo dall’economico al politico non ha storicamente
funzionato, e perché si è verificato semmai il contrario, che
è dato proprio da questo: dal fatto che per esempio la crisi
economica, proprio la crisi economica, il momento, cioè, di

290
quasi crollo del sistema economico, ha prodotto uno sviluppo
politico del capitale. L’esempio del 1929 negli Stati Uniti
e del New Deal che ne è seguito è appunto un esempio
probante di questa tesi. A volte è avvenuto il contrario: lo
sviluppo economico rapido, cresciuto in fretta, ha avuto
come conseguenza un arretramento del terreno politico. È
quello che vediamo in piccolo nelle vicende italiane appunto
conseguenti agli anni Sessanta.
Ora, quando noi andiamo a vedere il perché di questo
mancato funzionamento dello schema marxiano, ripeto, di
questa continuità che doveva andare dall’economico al po-
litico, ecco che incontriamo una spiegazione che ha avuto
corso qui da noi e che forma un po’ quello che si dice il
marxismo degli anni Sessanta, o il marxismo «rivoluzionario»
degli anni Sessanta. E questa spiegazione dice che ci sarebbe
stato un difetto soggettivo nel livello di organizzazione della
classe operaia, cioè un difetto sul terreno del movimento
operaio. È proprio questo difetto soggettivo che avrebbe
impedito il raccordo tra l’economico e il politico. Cioè, per
quella funzione di cerniera del sistema che è propria della
classe operaia, il mancato sbocco politico delle lotte operaie
avrebbe fatto mancare la stessa grande iniziativa politica del
capitale. Questa è la spiegazione, che, presentata così, ha una
sua giustificazione. Ma è stata presentata poi in un modo
più rozzo, quando si è parlato allora di tradimento delle
organizzazioni, tradimento dei capi, e così via; direi però
che, anche nella forma più raffinata, questa spiegazione, che
vede appunto un mancato sbocco politico della lotta operaia
come motivo dell’arretramento politico capitalistico, anche
in questa forma la spiegazione non risulta sufficiente, per-
ché non risulta una risposta al problema, risulta una nuova
domanda, a cui va data una risposta. Perché c’è stato questo
difetto nel soggetto?
Secondo me, lo schema di Marx va rivisto nel suo fun-
zionamento oggettivo. Il primo capitalismo, il capitalismo
delle origini, che non è quello del Cinquecento ma quello
dell’Ottocento, della prima metà dell’Ottocento, offriva ef-
fettivamente una documentazione, diciamo così, empirica,
alla tesi marxiana del governo come «comitato d’affari della

291
borghesia». Cioè, Marx, nella Critica dell’economia politica,
non si può certo dire, non si può in nessun modo dire, che è
stato interprete, come è stato detto da alcuni suoi avversari,
di una società di piccoli produttori di merci. Basta aprire il
Capitale, aprire i Grundrisse, per accorgersi che questo non
è esatto. Gli squarci con cui Marx avanza oltre la situazione
contemporanea del capitale, individua gli sviluppi futuri del
capitale, fino ai nostri giorni, sono sotto gli occhi di tutti.
Però bisogna dire che nella «critica della politica», messa cioè
per un momento da parte la critica dell’economia politica,
nella critica della politica Marx non va, non riesce ad andare
al di là, diciamo, di quest’epoca, che risulta appunto quella
delle origini del capitalismo. Nel 1858, come sapete, la critica
dell’economia politica doveva comprendere i famosi 6 libri,
cioè il capitale, la proprietà fondiaria, il lavoro salariato, lo
Stato, il commercio internazionale, il mercato mondiale, come
risulta da quella famosa lettera a Lassalle del 22 febbraio 1858.
Questo era il programma di lavoro di Marx; poi il capitale
da solo prende addirittura quattro libri; per il resto, tutto
il resto, dalla proprietà fondiaria in poi, compresa la stessa
analisi del lavoro, s’è già detto, non è granché approfondito;
tra questo resto, c’è anche il problema dello Stato. Direi che
sul tema «politica», sul tema «politico», dicono forse di più le
opere giovanili di Marx che quelle mature; un’opera come la
Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico dice forse di
più di tutti gli altri piccoli brani, frasette, che sono stati tolti
dai vari contesti e opere storiche di Marx e messi assieme,
formando, secondo me, un fittizio pensiero politico attribuito
a Marx. Ripeto, il discorso di Marx sul capitale mi sembra
tutto proiettato in avanti, cioè tutto che guarda allo sviluppo
reale, mentre il discorso di Marx sullo Stato guarda indietro,
cioè allo sviluppo apparente che questo problema politico ha
avuto. Quando Marx fa critica della politica, secondo me non
riesce a fare effettivamente critica della politica, fa sempre
critica dell’ideologia, il che, come sapete, è una cosa diversa.
La tesi – prima c’è un potere economico e poi c’è un potere
politico, e queste forme di potere in fondo coincidono –, che
è la tesi, appunto, di Marx (coincidono realmente e si divi-
dono solo formalmente, cioè coincidenza reale e distinzione

292
puramente formale), è comprensibile proprio alla luce del
primo capitalismo. Quando noi vediamo questo capitalismo
più vicino alle società precapitalistiche che alle società che
noi chiamiamo del grande capitale, e quando noi parliamo
di continuità e di salti, arriviamo a scoprire che in fondo c’è
più distanza tra l’una e l’altra fase di sviluppo del capitale,
che tra l’una e l’altra delle formazioni economiche e sociali
scoperte, e qualche volta inventate, dal materialismo storico.
La verità è che secondo me lo stesso materialismo storico
risulta un prodotto del primo capitalismo: risulta cioè un
prodotto del fare i conti di questo primo capitalismo con
quella che è la sua precedente coscienza politica. I marxisti
poi, così come hanno generalizzato il discorso economico
di Marx, così tanto più hanno generalizzato il suo discorso
politico, di nuovo prendendo appunto l’analisi di una parte
del sistema capitalistico, che riguardava la critica dell’eco-
nomia politica, come una sistemazione integrale di tutti gli
aspetti della società capitalistica, che probabilmente, invece,
nel discorso marxiano non c’era.
Ma se ritorniamo al fatto, cioè alla tesi del politico che
ritarda rispetto al resto, risulta anche che la sfera politica
di cui parla Marx è una fase precedente a quella del suo
capitale, a quella del capitale che egli aveva sotto gli occhi.
Generalizzare in fondo quella fase, elaborata politicamente o
vista politicamente da Marx, vuol dire appunto generalizzare
un ritardo. Ecco: la generalizzazione di un ritardo, secondo
me, è la codificazione del pensiero politico direttamente
marxiano. Ma vediamo invece se effettivamente di ritardo
si tratta. Cioè, il fatto che abbiamo sempre di fronte una
cosiddetta nuova economia, da un lato, e dall’altro sempre
una cosiddetta vecchia politica, è la spia che deve farci
capire come in fondo il rapporto struttura-sovrastruttura,
proprio su questo terreno, non funziona. È vero che va tutta
ripercorsa, a questo punto, per uscire fuori dal problema,
quella che è la storia dello Stato moderno: dal processo
(lunghissimo) di formazione dello Stato, ai vari mutamenti
ciclici che lo hanno investito, rivoluzionando, volta a volta,
le sue strutture interne, i suoi rapporti con l’esterno della
società; e, attraverso questa storia, ripercorrendo questa

293
storia, si vede che c’è una logica interna allo sviluppo delle
istituzioni politiche capitalistiche, che va colta, secondo me,
indipendentemente dalla storia del capitale.
Non è escluso che ci si debba impegnare alla scoperta
futura delle leggi di movimento dello Stato moderno, così
come Marx ha scoperto le leggi di movimento del capitale.
Ci troviamo di fronte al capitale e al suo Stato, come quasi
a due storie parallele. Due storie parallele che non sempre
coincidono e qualche volta addirittura si contraddicono.
Quello che è chiaro ormai è che non si tratta di una sola
storia, come è stato invece finora sostenuto dal marxismo
ortodosso. Occorre lavorare su alcune ipotesi: ad esempio la
distinzione o separazione di Stato e società civile non è una
distinzione o separazione puramente formale. Cioè, non è
da considerare come un trucco ideologico della borghesia,
né si tratta di valutarlo soltanto come funzione del dominio
di classe. Anche qui si tratta di ricostruire un processo, un
processo di distinzione e di separazione che, invece di conclu-
dersi, approfondisce poi le sue ragioni storiche, di vita. È un
processo, d’altra parte, che il capitale solo in parte concede
e, per un’altra parte, subisce. Per seguire questo processo
di distinzione e separazione di Stato e società civile, c’è un
tema che andrebbe in pratica affrontato e che va senz’altro
approfondito, rispetto anche a quello che se ne può dire
qui. Quando accade, all’interno della storia economica del
capitale, che proprietà e gestione del capitale si separano,
proprietà e gestione del potere si sono già separate. Cioè,
tanto poco vale qui la legge della prima causa economica,
che è quasi accaduto l’inverso. La vicenda delle istituzioni
politiche ha offerto un modello, che poi per altre vie, con
altre ragioni, ha trovato proprio applicazione nell’economico.
Qui vediamo che la direzione dello Stato ha insegnato
qualcosa alla conduzione della grande impresa. Ripeto, è
un tema di difficile svolgimento, e anche delicato, nella sua
impostazione. È chiaro che il potere resta in mano al capitale,
resta di sua proprietà. Ma il grande capitale non risulta mai
solo nella società capitalistica: alla sua destra deve combattere
contro quelle che di solito si dicono le sue arretratezze. Le
parti di questa grande macchina che è il grande capitale sono

294
delle parti che subiscono un rapido processo di obsolescenza,
invecchiano prestissimo; d’altra parte queste arretratezze
resistono politicamente alla propria morte; e il capitale non
è disposto ad eliminarle con la violenza, tutte in una volta;
perché ne può avere politicamente ancora bisogno. Quindi
c’è sempre questo rapporto del capitale con quello che non
è ancora a livello del grande capitale; e, ripeto, queste cose
non vanno viste, come spesso banalmente si dice, in quanto
residui precapitalistici o addirittura feudali, ma come parti
invecchiate dello stesso capitale, proprio nell’arco di una
lunga storia del capitale. È una parte del capitale stesso che
invecchia, rispetto allo sviluppo del grande capitale. Alla sua
sinistra questo capitale ha continuamente la classe operaia,
che lo pungola in avanti, che lo costringe allo sviluppo, che
lo minaccia, se non si sviluppa; di qui quella posizione di
centralità che assume ogni posizione politica stabile del potere
capitalistico. Questa soluzione di centralità offre appunto
la necessità storica, allora, di un ceto politico, e di un ceto
politico professionale cui affidare, appunto, la gestione del
potere. E questo ceto politico professionale deve avere una
capacità di mediazione, appunto, tra queste parti interne
del capitale, compresa quella parte interna di interlocutore
antagonista, che è appunto il lavoro operaio, la classe operaia
in generale. E ancora di qui, da questa esigenza di centralità
e da questa esigenza di un ceto politico professionale, media-
tore, la necessità altrettanto storica, diciamo così, di un’arte
della politica, cioè di tecniche particolari per la conquista e la
conservazione del potere, di una scienza della attività pratica
collettiva, divisa questa dall’analisi dell’azione dell’individuo
e dei gruppi; proprio scienza dell’attività pratica collettiva,
scienza, appunto, della politica. E di qui ancora, l’esigenza
di un’analisi sociologica del comportamento degli uomini,
delle organizzazioni, degli istituti politici. E tutte queste cose,
appunto: politica soggettiva, tecniche della politica, scienza
politica, sociologia politica, sono tutte le cose che insieme
fanno quella che è poi la storia del pensiero politico moderno.
Ora, anche qui bisogna avvertire una cosa precisa: cioè
non si tratta, assolutamente, di cambiare il segno nel rap-
porto che intercorre tra il politico e l’economico, per cui,

295
a questo punto, addirittura, il politico viene a precedere; si
tratta di capire che, tra i vari terreni di lotta che coprono
lo spazio di una società capitalistica, c’è anche la lotta tra il
capitale e il suo Stato.
Il ritardo può esservi, o perché questo Stato risulta troppo
indietro rispetto alle esigenze capitalistiche oppure anche per
il fatto inverso, perché alcune volte corre troppo in avanti.
Passaggi drammatici, cioè, nella storia del capitale, hanno
avuto origine proprio da qui, da uno stadio che io chiamerei
di mediazione imperfetta delle istituzioni di potere. E di qui
è nato, da questo stato di mediazioni imperfette, certe volte
è nato, anche lo spazio per singole azioni rivoluzionarie di
parte operaia. Il fatto che il tempo si sia incaricato di dimo-
strare illusorie queste occasioni rivoluzionarie, diciamo così,
tratte da questa assenza, da questa incapacità di mediazione
politica dello Stato, ci fa tornare proprio alla critica dell’uso
di questo momento dello sviluppo politico del capitale. Cioè,
probabilmente, non si tratta di usare questa mancanza di
mediazione politica dello Stato, ma qualche cosa di più e di
diverso, a cui adesso arriveremo. L’epoca dei colpi di mano,
sugli errori dell’avversario, a questo punto sembra veramente
conclusa. Si presenta così il momento di una guerra mano-
vrata, fatta cioè di mosse successive, tutte scientificamente
previste, tutte anche tatticamente preparate.
Le storie parallele, cioè, del capitale e dello Stato moder-
no, a questo punto sembrano divaricare, invece che fondersi,
com’era appunto nello schema marxiano. E qui c’è qualcosa
che non ha funzionato in certi stessi tipi di nostre analisi
passate. Nella riduzione che si faceva, all’inizio degli anni
Sessanta, di tutta la società a fabbrica, vedevamo in questo
processo, in fondo, un recupero delle stesse istituzioni poli-
tiche direttamente all’interno del capitale. Bisogna dire che i
primi anni Sessanta offrivano anche qui una documentazione
empirica a una soluzione di questo genere. E contempora-
neamente offrivano, secondo me, un’ottica mistificata, cioè
non corretta. La crisi, poi, oggettiva di questa prospettiva
– crisi che non è stata soltanto italiana, è stata una crisi in-
ternazionale, una crisi dell’iniziativa politica capitalistica a
livello internazionale – ha prodotto una modifica in questa

296
teorizzazione. Per cui ha guadagnato spazio lo sviluppo di una
teoria, secondo me, molto ricca politicamente, ma molto poco
approfondita, cioè quella teoria che andava sotto il nome di
sviluppo e potere: due funzioni per le due classi. Lo sviluppo
proprio del capitale, il potere proprio della classe operaia.
Secondo me, per questa via bisognerebbe procedere
oltre, arrivando addirittura a un’ipotesi che vede il capitale
essenzialmente come categoria economica e il lavoro operaio
essenzialmente come categoria politica. È naturalmente una
ipotesi pratica ancora da verificare e anche politicamente da
provare. Siamo anzi ben lungi da questo. Ma proprio per
fare questo occorre, secondo me, passare per l’elaborazione
di una strategia di medio periodo, cioè arrivare a guidare il
processo di adeguamento della macchina statale alla macchina
produttiva del capitale. Invece che affidarsi a quei momenti
di mancata mediazione politica delle istituzioni di potere
nei confronti del capitale (cogliendo a volo come si faceva,
secondo me, in una visuale ancora ottocentesca della lotta
politica, l’occasione rivoluzionaria e sostituendosi nel potere,
nella gestione del potere), si tratta, all’inverso, addirittura di
consapevolmente arrivare a prendere in mano questo pro-
cesso di ammodernamento della macchina statale, di arrivare
addirittura a gestire non, come si dice nel gergo, le riforme
in generale, ma in particolare quel tipo di riforma specifica
che è la riforma capitalistica dello Stato.
La classe operaia risulta in questa chiave la sola vera
razionalità possibile dello Stato moderno. L’irrazionalità
del capitale non è un’irrazionalità di carattere economico,
è soprattutto un’irrazionalità politica. È questo il concetto
che forse va sostituito anche allo schema marxiano di critica
dell’economia politica. Naturalmente si tratta di correre il
rischio calcolato, cioè il rischio di un’azione più organica
tra Stato e capitale, il pericolo di un formidabile blocco di
potere che a quel punto risulterebbe addirittura inattaccabile
e invincibile. Eppure, tutto sommato, io credo che alla lunga
per questa via non verrebbe rafforzato il blocco di potere
capitalistico, ma verrebbe incrinato in un punto decisivo.
Secondo me, è necessario scalzare prima di tutto il capitale
dalla sua posizione di centralità politica. Il grande capitale

297
non deve avere nemici a destra; non nel senso rozzo in cui
si dice di solito, vedendo alla destra posizioni politiche
cosiddette fasciste, per cui bisogna prima di tutto fare del
capitale una cosa democratica e poi vedersela con il capitale;
ma nel senso in cui dicevamo prima, cioè che il capitale alla
sua destra non ha tentazioni autoritarie, ma ha, appunto,
delle arretratezze, ripeto, di carattere capitalistico e non
precapitalistico. È proprio questa arretratezza capitalistica
del capitale che va tolta di mezzo; il capitale va isolato in
una determinata posizione, va tolto da questa comoda posi-
zione che vede alle proprie estreme, non posizioni politiche
determinate, di partito, ma posizioni sociali con cui può
giocare, con l’una o con l’altra, volta a volta. L’obiettivo è
quello di ricreare un effettivo dualismo di potere; però in
grande, non più nella fabbrica, cioè non più nel rapporto
di produzione, e neppure più nella società, ma addirittura
tra società e Stato.
Per concludere. L’autonomia del politico risulta addi-
rittura un’utopia, una volta presa come progetto politico
direttamente capitalistico; risulta addirittura l’ultima delle
ideologie borghesi; diventa realizzabile, forse, soltanto come
rivendicazione operaia. Lo Stato moderno risulta, a questo
punto, nientemeno che la moderna forma di organizzazione
autonoma della classe operaia. La classe operaia non si pone
più come organizzazione autonoma nella sola forma del
partito, così come era stata, nella tradizione appunto dello
schema marxiano, codificata da Lenin e dai bolscevichi; ma
addirittura, se è possibile, e se anche questa non risulta poi,
alla fine, come probabilmente è, un’altra utopia, si tratta
di fare dello stesso Stato la forma moderna di una classe
operaia organizzata in classe dominante, in una storia del
capitale che, naturalmente, a quel punto continua e per un
momento ancora non si conclude.

Conclusione

Dobbiamo riprendere questo famoso termine, ormai un


po’ bistrattato, di «autonomia del politico». Effettivamente

298
dobbiamo riprenderlo in termini molto critici a questo punto,
anche visti i contributi che sono stati portati un po’ da tutti.
Intanto c’è da dire questo: il titolo di questo discorso
– «autonomia del politico» – è il titolo di una delle tesi
di questo gruppo di giovani ricercatori; e dunque era un
titolo tolto da questo scritto che non tutti voi conoscete. A
questo punto io direi: sottoponiamo a critica questo termi-
ne. E non solo questo termine, ma anche questo concetto.
Questa critica, secondo me, dovrebbe al limite consigliarci
di abbandonare il termine. E perché? Perché intanto è un
termine che rischia di recuperare di nuovo una tematica
vecchia, mentre tutto il discorso che c’era dietro, che c’era
dentro, tendeva semmai al contrario. Tendeva ad individuare
nuove strade di ricerca, non ancora nuove strade di azione
pratica (e su questo punto poi ritorneremo). Nuove strade
di ricerca rispetto a quella che è una certa tradizione, che
noi abbiamo chiamato del marxismo ortodosso, in termini
polemici, mettendo dentro il marxismo ortodosso perfino il
marxismo cosiddetto rivoluzionario. E credo che in questo
si concordi un po’ tutti: visto che si parla di ammoderna-
mento di tante cose, ci si trova di fronte alla necessità di
ammodernare anche certi strumenti di analisi che ci sono
stati consegnati da quella che è ormai anch’essa, purtroppo,
una tradizione culturale. E questa tradizione culturale, che
oggi viene sempre più assunta da sempre più persone (tanto
è vero che è entrata nelle accademie e nelle università a tutti
i titoli), questa tradizione culturale è anche, appunto, la
tradizione marxista, con tutta la sua terminologia, con tutta
la sua concettualizzazione.
Certe volte noi ci accorgiamo che, mentre lavoriamo
nell’analisi, questa terminologia, questa concettualizzazio-
ne, invece di aiutarci ci nuoce; e vediamo che rappresenta
un blocco per la ricerca, un ostacolo che volta a volta
dobbiamo superare. Orientiamoci dunque sulla via di un
rinnovamento anche di alcuni strumenti analitici, di alcuni
strumenti concettuali, a costo di rimettere in discussione le
stesse cose a cui uno è più affezionato, cioè non tanto la
tradizione marxista, ma la stessa paternità classica di questa
tradizione, cioè la stessa figura e la stessa opera di Marx. E

299
infatti, nel discorso che si faceva, per la prima volta forse
venivano rese esplicite, anche se c’erano state delle puntate,
appena accennate, contro questi padri (il parricidio, come voi
ricordate), per la prima volta cioè veniva precisato come si
potevano abbandonare alcune di queste concettualizzazioni e
si era trovato un punto debole di queste concettualizzazioni
proprio nella teoria della politica, diciamo nella critica della
politica di stampo marxiano. Si era vista lì la radice di quello
che era venuto dopo in questa tradizione di studi politici, nel
senso che non si era aggiunto molto a quello che secondo
noi in Marx era già poco, riguardo appunto alla cosiddetta
critica della politica.
Ora, di qui a saltare nell’opposto, cioè ad assumere una
terminologia che è esattamente il contrario di questa, come
è appunto il termine «autonomia», si corrono i pericoli che
poi sono risultati evidenti nella discussione; cioè il termine
sfalsa un po’ tutta la tematica, tutto il problema e ci riporta
così ad organizzare tutto il discorso intorno a concetti e a
temi che poi non sono i nostri, che riconosciamo come temi
dell’avversario, anche se posti in una cultura alternativa, in
terminologie e concettualizzazioni alternative. E io penso che
si possa facilmente abbandonare questo termine, avvertendo
che effettivamente in questo termine ci può essere anche una
forma ideologica, una sua ideologizzazione che è avvenuta
da parte della cultura e della ideologia borghese; che ci
può essere anche nel concetto un tratto di utopia politica.
E anche questo è qualcosa di estraneo a una critica della
politica come noi la intendiamo, che trova di fronte a sé
appunto come opposte due cose: il processo ideologico e
la soluzione utopistica.
Noi dobbiamo sempre guardarci da questi esiti della
ricerca, perché sono gli stessi in cui molto spesso è caduto
lo stesso pensiero operaio e che poi hanno avuto una loro in-
fluenza nefasta sui modi pratici di azione della classe operaia.
Può invece darsi una definizione teorica di questo con-
cetto di autonomia del politico? Ecco, qui sorgono i primi
dubbi. Il problema è: esiste sempre questa autonomia o esiste
in alcuni casi? Esiste cioè autonomia del politico quando
le istituzioni ritardano o quando esse anticipano rispetto al

300
resto? Oppure si può parlare di autonomia anche quando
coincidono le due famose storie parallele? Secondo me, a
parte il termine di «autonomia», questa differenza specifica
fra i due terreni, questa divaricazione, questa separazione
esiste sulla base della società capitalistica e secondo me
dovrebbe esistere, così, a occhio, in ogni caso. Cioè, non è
soltanto il ritardo o la fuga in avanti del politico rispetto al
sociale che ne sottolinea la specificità; ma la sua specificità è
un fatto naturale, direi un fatto materiale, che storicamente
qualifica l’istituzione politica borghese e il ceto politico che
dentro l’istituzione politica borghese agisce. Ecco, io sarei
tentato di dare questa qualificazione. Questa specificità noi
la possiamo cogliere in ogni caso e questo spiega appunto
sia il fatto che ci sia un ritardo, sia il fatto che ci sia una
fuga in avanti; e può spiegare quello che poi più ci interessa,
cioè che questa specificità possa essere usata per un progetto
pratico, alternativo, di uso delle istituzioni politiche separato
dall’uso che il capitale normalmente fa della sua società, cioè
del suo rapporto sociale, del suo rapporto di produzione,
che è qualcosa che noi in ogni caso non riusciremmo a
togliere al capitale.
Ecco un tratto di prima specificità che secondo me
bisogna sottolineare; quando siamo a livello di rapporto di
produzione, di rapporto sociale, noi non possiamo pensare a
una classe operaia specificamente dominante, nel senso che
sì, noi possiamo avere dei casi, abbiamo avuto dei casi storici,
in cui dentro il rapporto di produzione il rapporto di forza
tra le due classi era favorevole alla classe operaia (abbiamo
avuto dei casi storici di questo tipo: non a caso siamo andati
a vederli, a scoprirli, in qualche caso siamo andati a rileggere,
appunto, certe forme di lotta della classe operaia americana,
in una certa chiave; e anche una certa classe operaia italiana
degli anni Sessanta ci aiuta in questo). In alcuni casi dunque
storicamente determinati noi abbiamo un rapporto di forza
favorevole alla classe operaia fin dentro il rapporto di produ-
zione e quindi addirittura nel rapporto sociale generale. Però
questi sono dei casi assolutamente determinati storicamente.
Non possiamo dire che c’è specificamente una possibilità di
dominio operaio sul rapporto di produzione perché specifi-

301
camente e storicamente in tutto il processo di sviluppo della
società capitalistica noi vediamo che il rapporto di produzione
è dominato da una parte sola, è dominato dal capitale; e non è,
secondo me, sul lungo periodo, storicamente, strategicamente,
dominabile dalla classe operaia. La classe operaia, sulla base
della lotta dentro il rapporto di produzione, può vincere solo
occasionalmente; strategicamente non vince, strategicamente è
classe, in ogni caso, dominata.
È vero che noi possiamo rifare quindi una storia del
rapporto di produzione in questa chiave, nel senso che
arriviamo a dire che anche dentro la storia della società
capitalistica non c’è una classe che sempre domina e una
classe che è sempre dominata. Questa facile visuale di una
società capitalistica, in cui la classe operaia, in quanto è
sempre sfruttata, è sempre classe subordinata, è secondo
me una storia falsa. Noi dobbiamo andare a vedere dentro
la storia della società capitalistica anche i momenti in cui
questo non accade.
Viene fuori quindi un concetto della società capitalistica
diverso da quello che si era in parte assunto sulla base, anche
qui, di una tradizione. Cioè viene fuori il concetto di una
società capitalistica mobile, anche politicamente, al livello di
base, cioè al livello di fabbrica, secondo un concetto scientifi-
co di fabbrica. Però, ripeto, in nessun caso possiamo pensare
a un dominio operaio di carattere strategico sul rapporto di
produzione. Dobbiamo quindi di nuovo spostare il terreno
del discorso, necessariamente.
Il discorso sulla specificità del terreno politico dentro
la società capitalistica vuole tendere, ripeto, teoricamente
(perché siamo, purtroppo, a un livello di discorso teorico,
purtroppo non possiamo che maneggiare concetti: anche se
volessimo, non potremmo maneggiare e muovere le classi,
siamo qui dentro, chiusi in questi posti), a capire che dentro
la società capitalistica questa specificità del terreno politico, se
noi la ammettiamo, può servire a dare per un certo periodo,
per un lungo periodo e quindi secondo un disegno addirittura
strategico, un dominio di carattere politico non solo e sempre
al capitale, ma anche al suo antagonista diretto. Del resto
non è un caso che gli esempi del marxismo rivoluzionario

302
si sono portati su questo terreno. È giusto quello che diceva
l’ultimo compagno che ha parlato: l’autonomia del politico,
se è stata, non teorizzata, ma praticata da qualcuno, è stata
praticata da quei momenti di rottura rivoluzionaria che si è
di fatto storicamente verificata e che ha avuto un successo, sia
pure immediato, anche se strategicamente si è ricomposta in
altro. Cioè, quello che noi diciamo la specificità del terreno
politico ha coinciso in certi casi con un atto rivoluzionario.
E questo perché ogni volta che ci si pone il problema di un
mutamento reale del rapporto di produzione capitalistico,
cioè un mutamento reale di fatto, e quindi si assume così una
posizione di carattere sovversivo, di carattere rivoluzionario,
in quel momento viene in primo piano, di nuovo, fatalmente,
proprio il terreno politico. Perché in quel momento ci si
trova a fare i conti con l’unico terreno su cui noi possiamo
risolvere un rapporto di forza non per un momento, non
per un’occasione contrattuale, ma sulla base di una visione
strategica di lungo periodo.
Noi possiamo strategicamente prevedere un dominio
di lungo periodo soltanto su questo terreno politico, cioè
soltanto se noi togliamo al capitale il suo apparato reale di
potere, cioè il suo Stato. Ecco che, appunto, sottolineare
questo problema, sottolineare questa specificità del politico
nei casi in cui funziona o nei casi, diciamo meglio, in cui
ha funzionato, vuol dire anche riferirsi politicamente ai fatti
storici che hanno coinciso con una vittoria appunto immediata
di una azione rivoluzionaria.
In che senso ora va ripreso questo tipo di terminologia,
di uso del terreno politico? Ecco, secondo me va assunto
in una dimensione diversa. Cioè, se noi dobbiamo oggi
scegliere questa dimensione specifica del terreno politico,
noi la possiamo scegliere soltanto soprattutto se abbiamo
intenzione di farla durare nel tempo, abbandonando ogni
ideologia, ogni apparato ideologico di carattere occasionale-
rivoluzionario. Nel senso che noi non possiamo riproporre
tale e quale il problema come si è proposto in certi modelli
di sbocco rivoluzionario. Perché? Perché la situazione attuale
non è più quella e perché le esperienze storiche ci hanno
detto che laddove questo sbocco rivoluzionario ha assunto

303
lo specifico politico in senso proprio – ma lo ha assunto su
una base particolare, delle occasioni mancate, cioè sulla base
della mediazione imperfetta del ceto politico capitalistico, il
quale doveva essere sostituito, in questo quadro e proprio
per questo motivo – esattamente in quei casi ha avuto sì un
successo rivoluzionario immediato, una vittoria tattica, ma
poi, alla lunga, una sconfitta strategica. Perché di nuovo lì
si erano fatti i conti soltanto con questo specifico politico,
cioè non si erano rifatti i conti con i rapporti che potevano
intercorrere tra il capitale e questo specifico politico, cioè
tra il capitale e il suo Stato. Forse lì si era esagerato nell’au-
tonomia della politica. Forse lì si era esagerato nel fatto di
giocare su un terreno solo. Cioè non si era visto come questo
uso del terreno politico in tanto poteva essere vittorioso,
alla lunga, in quanto nello stesso tempo coincideva con un
interesse di parte capitalistica, e di nuovo, all’opposto, con
un interesse di parte operaia. E qui arriviamo a un nodo di
problemi che è molto confuso, secondo me, ma che pure
districandolo può arrivare a far capire meglio le cose.
Dobbiamo intanto partire da un dato di fatto. Noi ab-
biamo avuto finora, nelle ricerche che abbiamo fatto, una
concezione che direi monoteistica della società capitalistica.
E in questo non abbiamo rinnovato granché rispetto a quella
tradizione marxista che invece oggi diciamo di criticare.
Perché lo schema marxiano diceva che quello che muove
tutto è questa mano invisibile della struttura, dei movimenti
strutturali, del rapporto economico, del rapporto di produ-
zione: è questo l’unico motore che muove tutto il resto. Noi
che cosa abbiamo fatto? Abbiamo seguito questa indicazione
del rapporto di produzione e, invece di dire il rapporto di
produzione, abbiamo detto che nel rapporto di produzione
c’è una cosa che muove lo stesso rapporto di produzione,
che muove quindi il resto; e che questo che muove tutto
è appunto il lavoro operaio, è la classe operaia. Abbiamo
quindi cambiato il soggetto, il motore della macchina; ab-
biamo però conservato questo concetto del motore unico,
di questo unico dio della società capitalistica, che per noi
non era, appunto, il rapporto di produzione in generale, ma
era la classe operaia in particolare.

304
La società capitalistica, quanto più va avanti e quanto più
matura, tanto più diventa una realtà estremamente complessa;
non a caso parlavamo di macchinario, di grande capitale a
livello di grande macchina. E non per farci suggerire appunto
da certe ideologie il pluralismo e queste cose qui; ma perché
effettivamente la società capitalistica, non solo in apparenza,
ma proprio nella sua realtà di movimento, è qualche cosa
di più complesso, è qualche cosa che contiene in sé diversi
terreni e che non risolve mai una volta per tutte la predo-
minanza di un terreno rispetto agli altri.
Noi addirittura veniamo a dire che non c’è mai, anche
all’interno della società capitalistica, un dominio di classe
univoco. Cioè non è vero che sempre la classe dei capitalisti
domina e il resto è sempre dominato; ci sono dei momenti,
delle occasioni in cui questo processo si può rovesciare.
Questo vuol dire che dobbiamo orientarci verso una consi-
derazione della società capitalistica come qualche cosa in cui
ci sono più motori che nello stesso tempo marciano; e noi
dobbiamo tenerli presenti tutti quanti se vogliamo un’azione
politica che abbia un senso concreto, cioè una possibilità di
realizzazione pratica degli obiettivi che ci proponiamo. Ecco
quello che si diceva ieri, la capacità politica di giocare su
più tavoli e di capire che c’è sì il rapporto di produzione
che è il momento fondamentale e che in certi momenti, in
certe fasi storiche, risulta il nodo da risolvere prima di tutto.
Ma in altre fasi noi vediamo che non è cosi; in altre fasi noi
vediamo che ci sono dei blocchi dentro lo stesso rapporto
di produzione che impediscono che questo rapporto di
produzione esploda nei modi in cui noi pensiamo che po-
trebbe e dovrebbe esplodere. E questi nodi, questi blocchi
provengono da altri terreni.
E allora il rapporto tra il capitale e il suo Stato è un
altro terreno che noi dobbiamo sempre tenere presente,
perché in alcuni casi specifici questo può essere il problema
dominante, il terreno politico da privilegiare, non solo per
arrivare a una rottura immediata, ma appunto per arrivare a
una ricomposizione strategica dell’intero nostro movimento.
Secondo me, questo momento particolare, non solo italiano
ma internazionale (e anche questo poi lo preciseremo), dice

305
che oggi c’è uno spostamento del terreno politico da un
punto a un altro. Cioè, c’è da privilegiare un altro terreno
rispetto a quello che noi abbiamo già privilegiato nella ricerca
precedente, in una certa azione politica precedente. Con una
differenza. Quando noi abbiamo teorizzato certe cose – il
rovesciamento strategico, il lavoro che muove tutto – noi che
cosa abbiamo fatto? Non è che abbiamo inventato delle cose.
Non abbiamo niente altro che vista riflessa una determinata
realtà, che poi non era altro che una determinata realtà em-
pirica, materiale. Tanto più quelle cose erano valide quanto
più sono state l’espressione di un determinato momento di
lotta di classe, specificamente in Italia. Questa era la forza di
quelle scoperte teoriche; però era nello stesso tempo anche
il loro limite. Nel senso che erano delle astrazioni generali
che noi forse avevamo ricavato troppo immediatamente da
quel certo tipo di realtà che avevamo sotto gli occhi. Cioè
la mediazione, per me, era stata in quel caso troppo scarsa,
la catena delle mediazioni era stata troppo breve.
Ci sono dei momenti in cui invece si allunga la catena
delle mediazioni, proprio per recuperare un tipo di astrazio-
ne dalla realtà più corretto, non solo più corrispondente a
un determinato attimo di lotta di classe, ma ad un periodo
strategicamente più lungo. La differenza è che mentre allora
noi abbiamo solo riflesso questo tipo di realtà, oggi noi ci
troviamo di fronte a una diversa posizione del teorico, del
ricercatore, cioè tentiamo con questo tipo di discorso di
anticipare un certo tipo di realtà. Ecco, noi oggi non siamo
ancora nel momento in cui il terreno politico è di fatto pri-
vilegiato rispetto al resto, non siamo ancora in un momento
di questo tipo e molte delle difficoltà di comprensione di
questo discorso derivano proprio da questo fatto, dal fatto
che noi ci troviamo ancora nel momento in cui il terreno di
classe della lotta, la scelta del rapporto di produzione è una
realtà tuttora decisiva.
Secondo me, c’è un residuo che qui va avanti rispetto
al passato. Non so se dico una cosa scorretta o inesatta: il
tipo di lotta operaia che noi vediamo oggi è un residuo di
un certo tipo di lotta operaia che è stata tipica in Italia,
specialmente nei primi anni Sessanta. Tant’è vero che noi

306
assistiamo a una parabola della lotta operaia che non è una
parabola ascendente, ma una parabola discendente. D’altra
parte possiamo individuare, affidandoci all’unica cosa che si
può avere, a questa capacità più o meno valida di astrazione
teorica, possiamo prevedere invece qualcosa d’altro: prossi-
mamente, in un periodo che non dovrebbe essere lontano,
il terreno «politico», quello cosiddetto formale, diventerà un
terreno privilegiato della stessa lotta di classe. Perché noi
diciamo che il capitale deve assolutamente, a questo punto
del suo sviluppo, risolvere il problema del suo Stato. Questo
è il dato di fatto a cui ci riferiamo. Loro si trovano di fronte
a questa strozzatura politica dello sviluppo economico che
in qualche modo devono superare. Ritarderanno, potranno
ritardare quanto vogliono; il rinvio è un’arte politica di prima
grandezza, specialmente nel ceto politico italiano, ma non solo
in questo. Direi che quando si fa politica nel senso formale
si impara a rinviare i problemi, a non affrontarli di petto e
così via. Quindi potranno rinviare e ritardare quanto è più
possibile e conveniente per loro questa soluzione. Ma la
strozzatura politica se la troveranno di fronte: uno sviluppo
capitalistico di questo tipo non può marciare se non elimina
di fronte a sé questo apparato statuale che non corrisponde
più al livello attuale dello sviluppo economico capitalistico.
Questa è la previsione che noi facciamo; il che ci dice che
quando il capitale decide di spostare la sua azione su quel
terreno, l’intero gioco della lotta di classe si sposta anch’esso,
fatalmente, su quel terreno. Secondo me, si tratta addirittura
di anticipare la stessa mossa capitalistica su questo terreno,
affrontando il tema della strozzatura politica e quindi della
riforma dell’assetto statuale prima ancora che il capitale
ne prenda coscienza ed elabori un progetto di effettiva e
concreta realizzazione di questa riforma. Così, il processo,
io non direi di riforma, ma di rivoluzione politica dello Stato
capitalistico così com’è, è un progetto che la classe operaia
deve anticipare, oggi, rispetto alla stessa esigenza capitali-
stica. E lo può fare, lo può fare concretamente, perché non
è un’esigenza puramente e soltanto operaia, ma perché è
un’esigenza anche capitalistica. E quindi, proprio perché è
un’esigenza capitalistica, è un corposo fatto reale nella so-

307
cietà capitalistica, è un bisogno che funziona materialmente,
che materialmente può essere portato avanti. Se il capitale
non sentisse questo problema – questo è stato detto anche
ieri –, non ci sarebbe la possibilità di affrontarlo. E allora
veramente ricadremmo in una forma utopistica di tematica
politica. Anticipare questo, che cosa vuol dire? Vuol dire fare
in modo che questo processo di superamento della strozza-
tura politica non veda appunto la classe operaia subalterna a
questa iniziativa capitalistica; ma la veda in quel caso anche
egemone (se vogliamo usare questa parola), la veda in una
funzione, diciamo, di classe dominante sul terreno politico.
Secondo me, tanto più questo passaggio della classe
operaia a classe dominante sul terreno politico va ad effetto,
quanto più la classe operaia lo porta avanti privandosi di
quello che è l’apparato ideologico «rivoluzionario». Cioè,
se oggi noi andiamo a dire che non vogliamo il processo di
ammodernamento dello Stato, di adeguamento dello Stato
alla macchina produttiva, se noi andiamo a dire questo,
dobbiamo possedere la tesi esattamente opposta, dobbiamo
di nuovo dire che vogliamo la rottura della macchina statale.
Dobbiamo proporci di organizzare alla base, nel rapporto di
produzione, allora sì, effettivamente, le condizioni del famoso
scontro frontale. Questa è l’alternativa. Ecco, a questo punto
vi dico: dove sono le mediazioni organizzative per operare
un salto di questo genere? È qui, e soltanto qui, che manca
il medium organizzativo, lo strumento organizzativo e per
quello che sappiamo tutti: un’organizzazione del movimento
operaio disponibile per un’azione di questo tipo non esiste,
non può esistere nel breve periodo, ed è giusto che non esi-
sta. È qui che la classe operaia si trova scoperta, è qui che si
trova senza armi. E lo scontro frontale senza organizzazione
voi sapete oggi che cosa sarebbe per la classe operaia, penso
che ve lo immaginerete tutti: significa la sconfitta strategica
di lungo periodo, da cui non si cavano più fuori i piedi per
decenni; si chiude una prospettiva storica di rivolgimento,
così come si è chiusa in determinati paesi.
Quando noi assumiamo l’altra prospettiva, che cosa
accade? Quando assumiamo lo specifico politico con un
programma di riforma dello Stato (ma anche qui, purtroppo,

308
dobbiamo usare delle parole che non sono adeguate: uno dice
riforma dello Stato e pensa al decentramento, alle regioni;
noi lo diciamo nel senso di fare dello Stato una macchina
produttiva, eliminare da dentro lo Stato le incrostazioni
burocratiche, farne una macchina agile, utilizzabile dalla
classe operaia; così come abbiamo sempre pensato al partito
della classe operaia, in quanto armamento leggero, come
abbiamo detto una volta, cioè una struttura maneggevole di
lotta politica), quando noi assumiamo questo terreno di lotta
politica, noi vediamo una cosa strana, che voi direte parados-
sale, favorevole a un progetto di questo tipo. Noi troviamo
un livello del movimento operaio, cioè un’organizzazione
storica del movimento operaio, disponibile per un’azione
di questo tipo. Se voi ci pensate bene, trovate che proprio
la struttura del movimento operaio attuale è la struttura
che corrisponde a questo tipo di progetto politico. Se noi
non avessimo avuto nessun tipo di partito, né riformista, né
rivoluzionario, avremmo fatto il discorso di creare dal nuovo,
come del resto già è stato fatto in altri periodi, un tipo di
partito rivoluzionario che corrisponda a determinate istanze
di base della classe. Invece noi ci troviamo di fronte, per un
progetto di questo tipo, a degli strumenti organizzativi, che
per una politica passata, per una loro struttura interna, sono
disponibili per un’azione di questo tipo. È una situazione
storica paradossale, ma è un paradosso da utilizzare.
Voi ci presentate, e io sono d’accordo con voi, questo
livello di classe avanzato in Italia e in Europa in genere. Un
livello, quindi, di una classe operaia non disarmata, ma agile,
vigile, perennemente in lotta per i suoi problemi, non subal-
terna, non disposta a diventare subalterna. D’altra parte ci
troviamo di fronte ad un progetto politico che evidentemente
la classe operaia non è disponibile ad assumere finché questo
progetto, come programma, non si mette effettivamente in
marcia. Noi non possiamo pretendere dalla classe operaia
facoltà divinatorie, nel senso che non possiamo aspettarci
che la classe operaia preveda dal suo seno mistico determi-
nati sviluppi possibili del capitale. Io sono convinto che nel
momento in cui si mette in moto da parte capitalistica quel
processo di aggressione al livello politico, per modificarlo,

309
cioè, per il superamento della strozzatura politica, in quello
stesso momento si rimetterà in gioco, per gli stessi motivi, un
rapporto tra classe operaia e sue organizzazioni, fatto anche
di adeguamenti e di salti. Le cose sono collegate, perché
questa società capitalistica è ricca di articolazioni che noi
dobbiamo possedere tutte insieme.
E in quel momento non è da pensare che ci sia un grosso
spostamento delle organizzazioni storiche su posizioni co-
siddette rivoluzionarie; non cadiamo in questo nuovo tipo
di ideologia, essa sì in fondo rivoluzionaria a parole. Non
è questo l’obiettivo. Il problema è diverso. È che la classe
operaia riprenda un certo tipo di rapporto, che non è tanto
un rapporto critico, polemico, ma un rapporto di uso delle
organizzazioni per quello che esse effettivamente sono. Non
per quello che dovrebbero essere, secondo «destini storici»
della classe operaia che tende alla rivoluzione, ma per quello
che esse sono: questa struttura che in questo momento può
servire a questo passaggio di carattere politico. Un passaggio
che vede la necessità di superamento di questa strozzatura
politica come un qualche cosa che favorisce il capitale, nel
senso che il capitale ne ha bisogno; ma, nello stesso tempo,
favorisce la classe operaia, nel senso che la fa uscire da
un processo di lotta che si ripete in fondo sempre uguale,
senza spostare a fondo i rapporti di forza, ma ripetendoli
continuamente allo stesso livello, e su cui la classe operaia
poi logora le sue forze, senza riuscire a rimettere in gioco
l’intero meccanismo di ricomposizione della società capitali-
stica a livello economico e a livello politico. Questo è il tipo
di discorso, complicato, che si può fare.
C’è il problema molto importante che è venuto fuori
qui. Cioè, possiamo fare tutto, come se tutto avvenisse qui e
potesse avvenire soltanto qui? Cioè, è veramente questo un
processo italiano, in questo momento, in questo frangente
in cui non esiste più niente di particolare entro la società
capitalistica e quindi non esiste più niente di particolare,
neppure nel concetto di nazione capitalistica? È chiaro che
c’è un processo di carattere internazionale. Io arriverei a
dire che questa strozzatura politica è del capitale a livello
internazionale, non credo che sia un fatto puramente italiano.

310
Noi lo sperimentiamo qui in termini particolari, nel senso
di una macroscopica arretratezza del ceto politico nei con-
fronti del suo apparato produttivo. Ma questa strozzatura
politica del capitale c’è, con maggiore o minore intensità,
anche negli altri paesi.
Il capitale da troppo tempo manca di iniziativa politica a
livello internazionale, da troppo tempo manca di questa che
noi diciamo la «grande iniziativa», cioè quelle puntate in avanti
che ogni tanto vengono fuori a livello capitalistico; l’ultima
delle quali è stata l’esperienza rooseveltiana. In fondo è questa
l’esperienza storica che noi teniamo più presente quando di-
ciamo «avanzamento del terreno politico rispetto alla società».
Non tanto esempi storici precedenti, ma quel quadro lì, dove
sulla base di una rete di lotte operaie continue, che anche lì
si ripeterà e si logorerà a livello di produzione, il capitale è
stato costretto a prendere un’iniziativa politica di carattere
generale. E quell’iniziativa politica di stabilizzazione della
situazione, anche perché c’era stata la grande crisi, ha avuto
successo dal punto di vista capitalistico proprio perché non ha
giocato tutto il quadro complessivo della situazione, proprio
perché la classe operaia in quel momento non ha trovato da
utilizzare uno strumento organizzativo che fosse in grado di
anticipare l’iniziativa capitalistica, di modificarla dall’interno,
di condizionarla. E di nuovo, dopo di questa, si è chiuso il
processo, nel senso che l’iniziativa capitalistica non è rimasta
a quel livello e l’iniziativa operaia non è saltata in avanti. C’è
stato un ritorno indietro del terreno politico capitalistico, c’è
stato un blocco della stessa lotta di classe, che ha ripercorso
strade pre-crisi, prerivoluzionarie, nel senso in cui vogliamo
concepire anche quella come una delle tante rivoluzioni che
avvengono all’interno delle strutture capitalistiche. Da troppo
tempo manca questa grande iniziativa politica del capitale. Io
penso che questo problema venga fuori, debba venir fuori a un
certo punto. Non si tratta di profetizzare delle cose, si tratta
di fare delle ipotesi su cui misurarsi. Tutte le ipotesi molto
spesso sono delle scommesse, nel senso che noi, da alcuni dati,
ricaviamo una tendenza di sviluppo. Non è detto che poi si
verificherà; può darsi che intervengano fattori a modificare
una situazione e niente di questo si verifichi.

311
Ma io direi che tutto il discorso oggi deve impostarsi su
questo terreno, di previsione di questa tendenza, di ripresa
dell’iniziativa politica del capitale al livello anche interna-
zionale, con dei riflessi che possono avere dei grossi risultati
anche in Italia. Non è escluso che in questa chiave alcuni
paesi si muovano prima, altri dopo. Non bisogna esagerare
su questa internazionalizzazione del capitale, non è che c’è
una omogeneità politica a livello internazionale del capitale.
Però, per esempio, la struttura europea è già qualcosa che
qualifica in un determinato modo una struttura politica del
capitale. È probabile che su questa strada si avanzi, in qualche
modo; è probabile che ci si troverà di fronte non tanto a
una struttura, a un movimento internazionale in generale, ma
a determinati gruppi di paesi. È da tenere d’occhio questa
situazione internazionale; è da tenere presente il livello di
movimento della socialdemocrazia tedesca, che è in grado
di passare a un tipo di iniziativa politica siffatta all’interno,
dopo aver consolidato il suo potere con delle iniziative di
carattere esterno. Non è da escludere in Francia un certo tipo
di sviluppo in questo senso (non voglio dire che l’unità delle
sinistre sia una cosa su cui bisogna eccessivamente contare).
È possibile, insomma, che si rimetta in movimento questo
tipo di sviluppo, si rimetta in gioco tutto questo processo
complessivo.
In che senso, poi, tutto questo discorso è un discorso
menscevico, io non lo so. Possono esserci delle affinità. Del
resto, il fatto che questo sia stato da una parte considerato
un discorso menscevico, dall’altra un discorso staliniano, da
un’altra gramsciano, ecc., vuole dire che in questo discorso ci
sono parecchie cose che sono contraddittorie, probabilmente,
cioè delle idee in formazione. Io non le so, le differenze. A
me, a occhio e croce, non sembra un discorso menscevico,
tanto è vero che abbiamo recuperato l’autonomia del politico,
bolscevica. Ma, ripeto, si tratta di idee in formazione, da
mettere ancora nel calderone di un eventuale ripensamento,
su cui anzi c’è anche da sperare.

312
12.

teoria e politica. scienza e rivoluzione

gennaio 1976

Non è un problema di metodo. Eppure la metodologia


delle scienze entra nella formulazione, nella composizione,
nella storia del problema. Teoria e politica da una parte,
scienza e rivoluzione dall’altra, pongono – tra l’altro – il
problema della metafora e della letteralità. Ha scritto recen-
temente Salvatore Veca che la metafora hegeliana dello svi-
luppo si combina in Marx con il quadro letterale dei classici
dell’economia. «Indica i problemi oggettivi che i classici non
potevano nominare – perché non potevano ospitare – entro
la loro teoria scientifica. Indica, per così dire, l’area non
controllata della teoria. Area, che una volta riconosciuta,
rende quest’ultima parziale e richiede innovazione, rottura
e rivoluzione scientifica»1. Il migliore elogio della metafora
è la sua riduzione a lettera, la sua decifrazione. «L’assioma
di chiusura della filosofia hegeliana permette l’istituzione
di una teoria scientifica della dinamica storica che può
nominare finalmente i termini e le relazioni oggetto del suo
campo d’indagine»2.
Teoria e politica è tema vasto, storico. Specificarlo dentro
la società capitalistica, non basta. Bisogna vedere in quale
punto pratico di questa va collocato. Solo così può essere
«nominato» diversamente. Parzialità del punto di vista,
innovazione teorica, rivoluzione scientifica si conquistano

Relazione a un seminario organizzato a Siena da Mario Rossi nel


gennaio 1976, pubblicata in C. Cellucci et al., «Scienza e storia», Napoli,
Il laboratorio edizioni, 1979, pp. 69-78 e successivamente in M. Tronti,
«Soggetti crisi potere», a cura di A. De Martinis e A. Piazzi, Bologna,
Cappelli, 1980, pp. 224-233, dal quale riportiamo la presente versione.
1
  S. Veca, Nodi. Smith, Ricardo, Hegel, in R. Bodei, R. Racinaro e
M. Barale, Hegel e l’economia politica, Milano, Mazzotta, 1975, p. 26.
2
  Ibidem, pp. 26-27.

313
a questo livello. Così: guardare all’indietro con gli occhi di
oggi, neppure questo basta. È la struttura del problema, più
che la sua storia, a dirci che il rapporto non è stato sempre
lo stesso, stabilito una volta per tutte. Non si tratta, qui e
ora, di teoria e prassi, pensiero e azione. È una cosa più
seria. Ogni grande passo dello sviluppo capitalistico, ogni
epoca del capitale, rimette in gioco il rapporto di forza
tra terreno politico e il resto della società, tra politica e
rapporto sociale di produzione. Può prevalere il momento
della formulazione del piano di rovesciamento, e siamo in
una fase di stabilizzazione, oppure il momento di più o
meno immediata attuazione-organizzazione, e siamo in un
momento di crisi del ciclo dello sviluppo.
Oggi: c’è urgenza e necessità del passaggio al fare politi-
co; e c’è, al tempo stesso, un blocco della teoria politica. Al
contrario di quanto pensa l’uomo della strada e l’intellettuale
organico, la politica pratica – con le sue tecniche, le sue
istituzioni, i suoi giochi – sta più avanti della teoria politica.
Il livello pratico della politica è più ricco e complesso, più
raffinato, più «moderno», più «critico», del suo livello teori-
co. La miseria politica riguarda solo il pensiero. La tradizione
classica liberal-democratica da decenni è muta e sul presente
balbetta soluzioni del passato. La politologia accumula dati
e non li legge, fa ricerche sul campo ma sullo stesso campo
non trova idee. Il marxismo, da quando i professori gli dicono
che ritarda sul politico, affretta il passo, ma non si capisce
bene verso dove, se in avanti o all’indietro. Qualcuno dice:
ci vuole la grande politica per la grande teoria. E così: il
filosofo della politica vola con l’ultima nottola di Minerva.
Ma se è il politico pratico che pensa, allora il lavoro è di
anticipazione-previsione-organizzazione.
C’è un punto storico a cui è opportuno fare frequente
riferimento. È il nodo della «grande crisi». Tra gli anni
venti e trenta muta la qualità della tradizionale crisi ciclica
capitalistica. Da meccanismo di aggiustamento degli squilibri
economici, la crisi diventa produzione di un quasi-crollo
della società. Pochi ancora sono disposti ad ammetterlo,
ma la cruda verità è che per rilanciare lo schema dello
sviluppo ci vorranno due cose politicamente vecchie, ma

314
tecnicamente rimesse a nuovo: lo Stato e la guerra, il new
deal più la riconversione militare dell’economia. Bisogna
dire che nessuna parte del pensiero, nessuna delle scienze
sociali regge il passo di questo processo storico. Tranne
forse l’eccezione della teoria economica, nella persona più
che nell’opera di Keynes. Qui la caduta era stata troppo
violenta, perché rimanesse senza risposta. La dottrina neo-
classica dell’equilibrio, e la sua formalizzazione scientifica,
la sua logica matematica, uscivano distrutte dalla violenza
anarchica delle parti scatenate del capitale. A ricomporre
il quadro delle categorie di lettura della crisi era necessario
un rivolgimento nella storia del pensiero economico, una
rottura nella continuità della tradizione degli economisti: e
si è potuto parlare, correttamente, di rivoluzione keynesiana.
Oggi si imputa alla forma di questa rivoluzione lo scatto
della seconda crisi della teoria economica, per dirla con
la Robinson3. E veramente le si imputa qualcosa di più. I
contenuti del keynesismo, la sua terapia degli squilibri, le
sue proposte a breve, sarebbero una delle cause dell’attuale
crisi del ciclo capitalistico internazionale: l’elogio del deficit
di bilancio, il rigonfiamento della spesa pubblica, la piena
occupazione ad ogni costo, lo Stato assistenziale, la perdi-
ta di autonomia dell’impresa, e magari la fine del laissez
faire, non sono a monte di questa valle di lagrime che è
l’economia contemporanea? A ogni svolta di storia il suo
livello di pensiero. Così: la grande crisi, inizi anni trenta,
aveva avuto la rivoluzione keynesiana, la piccola crisi, fine
anni sessanta, ha avuto la controrivoluzione monetarista alla
Friedmann e compagni.
Dall’economia politica alla politica economica: questo
capovolgimento nella scienza dal punto di vista grande
borghese come è stato colto, afferrato, utilizzato nel pen-
siero operaio? Il marxismo sovietico era alle prese con la
costruzione dall’alto del socialismo in un paese solo: con
tutta la buona volontà polemica contro l’imbarbarimento

3
  Cfr. J. Robinson, La seconda crisi della teoria economica, traduzione
dello Studio Editoriale Esse, in M. D’Antonio (a cura di), La crisi post-
keynesiana, Torino, Boringhieri, 1975, pp. 97-114.

315
staliniano della civiltà teorica marxiana non si può far
carico a quell’esperienza della mancata comprensione del
momento internazionale del capitalismo. Da dentro la Terza
Internazionale, con gli occhiali della teoria del crollo e del
social-fascismo, non si vedeva assolutamente niente. Il ca-
rico maggiore di colpe ricade sul «marxismo occidentale».
Lukàcs, e poi Korsch, e poi il seguito francofortese, operano
un processo di interiorizzazione, di soggettivizzazione, dei
motivi della lotta di classe, innescano una fuga dall’analisi
del capitalismo che ancora oggi scontiamo, passano, com’è
naturale, dai livelli di coscienza organizzata della classe
ai livelli di coscienza infelice dell’individuo «gettato» nel
mondo capitalistico. E dalla logica della scienza siamo alla
chiacchiera degli aforismi. Almeno i bolscevichi costruivano
il socialismo con il Capitale in mano, copiando gli schemi
della riproduzione allargata. I marxisti occidentali volevano
invece combattere il capitalismo con i Manoscritti del ’44, a
colpi di lotta delle parole contro la realtà dell’alienazione.
Viene avanti il problema: perché il marxismo ha mancato
il colpo della grande crisi. È qui che si pone, secondo me,
il discorso sulla scienza. L’insufficienza era nel metodo, la
debolezza nella forma dell’approccio ai problemi, il blocco
negli strumenti dell’analisi. C’era stato, nella svolta del secolo,
un passaggio in grande nella storia del pensiero borghese.
E forse qualcosa di più: un mutamento di clima intellet-
tuale, una critica della Kultur moderna come autocritica
del capitalismo nella scienza. Questa volta tutte le parti del
sapere, le varie discipline come le singole arti, rimetteva-
no in gioco la loro tradizione e cercavano una risposta di
ulteriore modernizzazione. Sullo sfondo, i grandi processi
economici di concentrazione capitalistica e il braccio di ferro
tra capitale industriale e capitale finanziario, la nascita della
forma contemporanea delle lotte operaie nella progressive era
del primo Roosevelt, il crescere a potenza dello Stato sulla
realtà ormai storica della nazione. Se di fronte a questo si
mette la Bernsteindebatte e tutto il marxismo della Seconda
Internazionale, si vede quanto fosse limitata la risposta e
insufficiente il modo di guardare al complesso dei processi
in atto. Lo stesso scatto teorico leniniano, che pur vedeva

316
giusto nei contenuti – basta pensare al Lenin giovane di Chi
sono gli «amici del popolo?» e dello Sviluppo del capitalismo
in Russia – cadeva sullo scoglio della lotta in filosofia, non
riuscendo ad uscire dalla gabbia del materialismo dialettico.
Da qui, problemi per dopo. La socialdemocrazia storica
resterà ferma ad un concetto di scienza sociale, come se ce
ne potesse essere una per tutti, il movimento comunista agli
inizi partirà dal concetto di scienza proletaria per arrivare
a dire che questa era la scienza di tutti. Bisogna riproporre
oggi la cruda verità di un passaggio mancato, di un anello
che è saltato esattamente nel punto in cui non doveva saltare:
la crisi delle scienze non è passata dentro il marxismo, o se
si vuole – la formulazione è migliore, perché ridà l’iniziativa
a chi la doveva avere – il marxismo non è passato attraverso
la crisi delle scienze.
Ancora oggi, quando si rivendica al marxismo lo statuto
della scienza e a Marx la figura dello scienziato, si resta
fermi a un’immagine della scienza, newtoniana, meccani-
cistica, pre-critica nel senso di prima della crisi, un sapere
sociale oggettivo che ricalca e scrive le leggi immanenti di
funzionamento dei rapporti tra le cose e gli uomini. Ma è
proprio sulla svolta del secolo, oltre il dibattito su scienze
naturali e scienze storiche, che il concetto di scienza sociale,
proprio già della tradizione, si spezza, si frantuma e cerca di
ricomporsi al altro livello. Dirà Weber nel 1904: «Non c’è
nessuna analisi scientifica puramente “oggettiva” della vita
culturale […] o dei “fenomeni sociali”, indipendentemente
da punti di vista specifici e “unilaterali”, secondo cui essi
– espressamente o tacitamente, consapevolmente o inconsa-
pevolmente – sono scelti come oggetti di ricerca, analizzati e
organizzati nell’esposizione»4. La scienza sociale, quella che
l’Archiv weberiano ha in mente, è «una scienza di realtà»5.
Si tratta di intendere la realtà della vita che ci circonda, e

4
 M. Weber, L’«oggettività» conoscitiva della scienza sociale e della
politica sociale (1904), in Id., Saggi sul metodo delle scienze storico-sociali,
traduzione di P. Rossi, Torino, Edizioni di Comunità, 2001, p. 170.
5
  Ibidem.

317
nella quale noi siamo inseriti, «nel suo proprio carattere»6:
intendere cioè da un lato la connessione e il significato dei
suoi fenomeni particolari nella loro odierna configurazione, e
dall’altro i fondamenti del suo essere storicamente divenuto
così e non altrimenti.

Il diritto dell’analisi unilaterale della realtà culturale da spe-


cifici «punti di vista» – nel nostro caso dal punto di vista del suo
condizionamento economico – deriva anzitutto, in linea puramente
metodica, dalla circostanza che l’educazione della vista ad osser-
vare l’azione di categorie causali qualitativamente omogenee, ed il
continuo impiego del medesimo apparato metodico-concettuale,
offrono tutti i vantaggi della divisione del lavoro7.

Parzialità, relativismo, deideologizzazione: una buona


cura per il materialismo storico. A farla tutta e bene c’e-
ra da guarire dalla malattia mortale di un sistema chiuso
di sicurezza teorica universale. In questo senso, tutte le
sollecitazioni critiche, tutti i ribaltamenti di prospettiva,
i rinnegamenti della tradizione, le rotture della continu-
ità, vanno bene. Il resto, raccolto intorno alla fede nelle
magnifiche sorti e progressive della scienza, va male, cioè
va contro i livelli che servono della comprensione, della
consapevolezza e della lotta. Magari attraverso Weber, va
riscoperto nel lascito di Marx non solo il momento di crisi
della società, ma il momento di crisi della scienza sociale. Ha
detto Keynes di Newton, che egli «non fu il primo dell’era
della ragione: fu l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei babilonesi
e dei sumeri, l’ultimo grande spirito che abbia guardato il
mondo sensibile e intellettuale con gli occhi di coloro che,
poco meno di diecimila anni fa, cominciarono a costruire
il nostro patrimonio di idee»8.
Certo: il punto di vista operaio sulla società capitalistica
era implicito nell’opera di Marx, stava dietro ogni riga del
Capitale e dei Grundrisse, funzionava da chiave di lettura

6
  Ibidem.
7
  Ibidem, pp. 169-170.
8
  J.M. Keynes, L’uomo Newton (1946), in Id., Politici ed economisti,
Torino, Einaudi, 1974, p. 314.

318
nella storia delle lotte di classe. Ma con Marx non era esploso
a livello di conquista di metodo, non era salito a canone di
interpretazione-intervento sul fatto sociale. È Lenin che fa
forse questo salto, e non solo sul terreno della pratica; per
cui il Lenin politico è un complesso teorico del marxismo,
e l’ombra che è calata dappertutto su di lui ha una sola
spiegazione, nella volontà opportunistica di liquidare il
personaggio scomodo e il principio che scotta. Ci sono state,
dopo, le settarie forzature staliniane della «scienza operaia»
applicate alla biologia e alla chimica, alle coltivazioni agricole
e alla zootecnia. Da allora è ancora difficile recuperare la
dimensione del problema, anche riferita alla sola scienza
sociale. Eppure l’ipotesi che si può fare, e su cui si regge
questo discorso, è che il concetto di «punto di vista operaio
sul capitale», e il particolare tipo di scienza, di approccio
scientifico al sociale, che ne consegue – la sua parzialità, la
sua unilateralità, il suo essere funzione di un interesse di
classe, il suo rifiutarsi all’ideologia di un sapere generale –
è il prodotto alla lontana dell’impatto tra marxismo e crisi
della scienza. Non pensato, questo impatto, non espresso
in consapevolezza critica, rimosso dalla tradizione marxista,
occultato nel profondo di uno spirito dogmatico, è appunto
solo dopo gli anni trenta, dopo la grande crisi, questa volta
di tutto il meccanismo della produzione e della riproduzione
sociale e non della semplice produzione e riproduzione di
pensiero, – è solo dopo questo passaggio di storia, rimasto
senza scienza storica, che si è reso possibile il riaffiorare,
sulla difficoltà di comprensione del presente, di un principio
tendenzioso in modo nuovo, ma solidamente ancorato alla
corposa oggettività dei risultati analitici di tutto il lavoro
di Marx. Se dunque il capitolo «crisi della scienza» sta a
fondamento del farsi esplicito del «punto di vista operaio»,
la sua verifica, la conferma dei fatti, e quindi il suo inizio
di funzionamento, è necessario vederlo nel laboratorio del-
le grandi lotte operaie americane degli anni trenta e, per
noi, in quella ripetizione su scala sociale minore ma con
maggiore forza politica che sono le lotte operaie in Italia
negli anni sessanta. Questo principio di indeterminazione
applicato alla società – il guardare alla totalità del capitale

319
dal punto di vista particolare di una classe, e così facendo,
con questo tipo di conoscenza, organizzare il tipo di lotta
con cui cambiamo l’oggetto che guardiamo – ecco, questo
è il risultato storico e il punto di partenza teorico con cui
bisognerà d’ora in avanti fare i conti.
La teoria politica, o il rapporto tra teoria e politica, come
vive e gioca dentro questo intreccio e sviluppo di proble-
mi? Il rapporto era nato sul terreno del pensiero borghese
classico. Inutile andare a cercare precedenti pre-capitalistici.
Probabilmente ci sono, ma certamente non servono. Per noi,
è il pensiero scientifico moderno che porta con sé il nesso,
moderno, teoria-politica: perché porta con sé, per la prima
volta, il punto di vista dello Stato. La politica diventa, in
modo specifico, una dimensione dell’uomo moderno, nei suoi
rapporti con la società, con gli altri uomini e, perché no,
con la natura. Pretende quindi a uno statuto scientifico. Ma
lo pretende – qui è la specificità – dalla parte del potere o
contro di esso. Il rapporto teoria-politica investe, ma sarebbe
meglio dire, instaura, il rapporto scienza-ideologia. Il pote-
re, o si difende, o si conquista. Non solo non è un terreno
neutrale, ma non permette nessuna neutralità. L’oggettività
della scienza tradizionale, naturalistica, meccanicistica,
salta quanto più cresce l’avversario di classe. La pretesa a
un sapere sociale universale entra in crisi quanto più viene
avanti l’antagonista operaio del potere capitalistico. E cresce
l’ideologia: per mascherare il vecchio volto del potere e per
imbellettare quello nuovo. Il fare politico è naturale condut-
tore di ideologia, perché il luogo di produzione storico di
questa è la macchina politica. Scienza e ideologia hanno il
campo del sociale in comune: quanto più ne occupa l’una,
tanto meno l’altra. Sorge il problema: si può assumere un
punto di vista operaio sulla società capitalistica senza cadere
nell’ideologia? Può esserci una scienza sociale di parte che
non sia puro strumento ideologico di classe? La risposta
approssimativa è: sì, se dietro c’è la crisi delle scienze, sì
se prima c’è stato quel tipo di rivoluzione scientifica, che
ha rovesciato la forma della lettura dei fatti.
Fatti politici, prima di tutto. Perché c’è una logica,
scientifica, in senso critico, della politica. Non primato della

320
politica, che sarebbe un ritorno di ideologia totalizzante:
ridurre tutto a politica è una pretesa post-idealistica, ancora
storica, nel solco della tradizione della cultura nazionale.
Non primato della politica, ma autonomia del politico: con
Marx, e il dopo, compresa la «grande crisi» della scienza,
analisi specifica dell’oggetto specifico. Scoperta delle leggi
di funzionamento – leggi di movimento – del sistema poli-
tico, come dato di fatto, come individuo storico, qui e ora.
Anatomia del corpo politico, con gli strumenti della politica,
interesse di classe, spirito di partito, lotta per il potere. È
qui che teoria e politica risultano essere ancora la metafora.
La traduzione letterale dice: scienza e rivoluzione, lotta di
classe e rovesciamento nel segno del potere.
Il qui e ora serve per non scantonare verso i sentieri
interrotti che portano alla filosofia della storia o alla scienza
sociale. Non di queste passeggiate c’è bisogno. Il punto di
vista operaio sulla società capitalistica è un figlio irregolare
del pensiero occidentale. La particolare struttura del suo
statuto scientifico non sta in piedi senza un che fare. Il cam-
mino è aspro, perché non della verità si tratta, e non della
conoscenza, ma di chi vince nella lotta, chi ha più forza e
sa di averla, perché l’organizza. Il sapere è così che diventa
oggi sapere sociale, non per la forza delle idee, né per quella
delle cose, ma per la forza appunto degli strumenti che or-
ganizzano i rapporti sociali. In politica, cioè per il potere,
le forme della scienza sono le forme dell’organizzazione.
Lo so che il discorso comincia qui. È una buona ragione
per cominciarlo.

321
13.

hegel politico

5 aprile 1976

Ritengo interessante ricevere alcune risposte alla lettura


di un testo di questo genere, che presenta molte facce, e che,
mi rendo conto, non è facile collocare in un quadro di ricerca
in sviluppo. C’è una difficoltà nella forma del discorso Hegel
politico, che non è tanto difficoltà terminologica o logica, ma
è l’intersecarsi di alcuni piani diversi del discorso, in quanto
viene stabilita una gerarchia che rovescia un po’ il tipo di
approccio tradizionale a un problema del genere, che solo
all’apparenza può sembrare un problema di pura e semplice
storia del pensiero. Come prima avvertenza direi che noi non
dovremmo considerare un tema del genere all’interno di una
rilettura della storia del pensiero da un altro punto di vista.
Non è provocatorio dire, come si dice all’inizio del discorso,
che l’interlocutore previlegiato non è appunto lo studioso
hegeliano, ma il teorico della politica e il politico pratico.
I temi che stanno dentro questo complesso di problemi «il
politico in Hegel» sono dei temi cioè che noi ci troviamo di
fronte oggi, quando affrontiamo alcuni passaggi dell’azione
politica prima ancora che della teoria politica. Questo vuol
dire che il discorso su Hegel politico è anche un passaggio
interno della ricerca, non molto interessato a una proiezione
esterna. Passaggio interno che ha dei precedenti e ha poi
dei passaggi successivi. Ecco, qual è la ricerca dentro cui si
colloca anche un discorso su Hegel politico?
La ricerca complessiva secondo me è quella che punta i
piedi oggi sul problema «la politica nel capitale», la politica

Relazione tenuta al seminario organizzato dalla sezione veneta dell’I-


stituto Gramsci il 5 aprile 1976 che riassume i temi centrali dell’omonimo
volume di Tronti uscito l’anno precedente. Pubblicata in R. Bodei, M.
Tronti, D. Borso e D. Zolo, «Teoria politica e critica marxiana. Società
politica e Stato in Hegel Marx e Gramsci», Padova, Cleup, 1977, pp. 45-58.

323
nella società capitalista, o meglio, per usare un termine che
oggi è di moda, non la politica, ma il «politico»; e noi pos-
siamo senz’altro aderire una volta tanto a questa moda del
sostantivo maschile, perché il politico, rispetto alla locuzione
tradizionale della politica aggiunge forse qualche cosa e taglia
anche un nodo di tradizioni del problema. Quando noi diciamo
«il politico» intendiamo parlare sia di una politica oggettiva,
sia di una politica soggettiva. La politica oggettiva è il livello
delle istituzioni, quello che con una terminologia marxista
si diceva una volta la macchina statale, il meccanismo del
dominio politico, un dominio organizzato nella forma di una
grande macchina, come del resto una volta anche Hegel ebbe
a sottolineare. Politica oggettiva più politica soggettiva vuol
dire le istituzioni politiche più il pensiero politico o le teorie
politiche, vuol dire la macchina statale più il ceto politico,
vuol dire cioè il momento della decisione politica, della scelta
politica, più l’ideologia, e cioè l’apparato ideologico, che non
per questo si confonde con il momento della decisione e della
scelta politica. Questo è il complesso della ricerca, cioè il fatto
politico, il terreno politico dentro la società capitalista. Ecco, se
questa è la definizione della ricerca dobbiamo dire che l’ipotesi
che si muove dentro questa ricerca può essere formulata così:
il problema del rapporto tra il capitale e il politico non ha,
almeno non ha oggi, una soluzione direttamente marxiana. In
assenza di questa soluzione, che è poi la tradizione del pensiero
operaio, cioè il terreno che noi ci troviamo immediatamente
ad ereditare, sembra che non esista nessun tipo di soluzione.
Il capitale e il politico, con le sue istituzioni oggettive e i suoi
elementi soggettivi, presentano oggi un tipo di rapporto che
noi non possiamo risolvere, per dire le cose chiaramente, con
un puro riferimento agli strumenti tradizionali del pensiero
operaio, neppure a quelli direttamente marxiani, in quanto
riferimento diretto all’opera di Marx.
La classe operaia, attraverso una serie di passaggi storici
e anche attraverso una serie di sconfitte subite nella lotta di
classe, e il movimento operaio, attraverso anch’esso una serie
di passaggi, alcune vittorie, e anche qui alcuni fallimenti, direi,
hanno pagato insieme, classe operaia e movimento operaio,
questa condizione di non soluzione del problema che riguar-

324
da il rapporto tra politica e capitale. D’altra parte teniamo
presente che un problema di questo genere è un problema
di ordine strategico: un problema di questo genere mette in
gioco la prospettiva della fuoriuscita dal sistema capitalistico,
mette in gioco cioè la possibilità, la praticabilità, la più o meno
vicina approssimazione di una messa in crisi del meccanismo
capitalistico complessivo. Quando affrontiamo il problema
politica-capitale, non possiamo puntare a una soluzione di
breve termine, non possiamo pensare ad un’uscita di ordine
tattico, proprio perché ci troviamo ad investire un più lungo
e profondo passaggio. Ora è noto che sia la socialdemocrazia
classica, sia Lenin e il movimento comunista fin dagli inizi,
si erano certo posti il problema del potere, ma si erano posti
appunto il problema del potere nella sola pratica, puntando
in fondo tutto su una teoria del partito sia nello Stato come
era nella socialdemocrazia, sia contro lo Stato come era nel
movimento comunista. Avevano affrontato cioè questo proble-
ma direi con armi forse esclusivamente tattiche, senza respiro
storico, accorciando e tagliando i tempi di un processo che
invece aveva una direzione di sviluppo di più lungo periodo. E
direi che in questo allora noi dobbiamo essere marxiani, cioè
più vicini a Marx, nel senso in cui Marx per esempio faceva
i conti con i classici del pensiero borghese, faceva i conti con
le epoche classiche della storia del capitale; fare i conti con i
livelli classici del pensiero e della storia del capitale diventa
cioè, come era per Marx, un compito della politica, non
qualche cosa che sta fuori della politica. La teoria a livelli alti
serve alla pratica in quanto tale, in quanto analisi scientifica, in
quanto teoria di alto livello, proprio perché serve a una pratica
che può a questo punto elevarsi appunto a livello strategico.
Quindi in questo senso il richiamo a Marx diventa un richia-
mo positivo, non come prima negativo, ma direi che va anche
qui corretto nel senso che in questo passaggio al fare pratico,
cioè all’azione politica pratica, cioè al fare politico concreto,
effettivo produttore, alla fine, di azione, ricompare, deve ricom-
parire, l’istanza leniniana della soluzione finale dei problemi
sul campo delle lotte. Una volta impostata strategicamente la
ricostruzione di una teoria politica a fini pratici, occorre poi
portare veramente, non soltanto in ipotesi, ma concretamente,

325
questa ricerca teorica, questo livello teorico, a fare i conti con
i passaggi pratici, immediati, concreti di breve periodo.
Messe così le cose, si pongono alcuni problemi alla ricerca
stessa. In tema di rapporti tra capitale e politico, si tratta di
partire dagli inizi di questo rapporto, o si tratta di partire
dall’esito finale, dal punto d’arrivo del rapporto stesso? Si
tratta di partire dal momento della transizione al capitalismo
con tutto quello che comporta a livello del pensiero politico,
o si tratta di partire dal momento della transizione dal capi-
talismo, dal momento cioè della fuoriuscita dal capitalismo
che più o meno corrisponde all’epoca contemporanea? Si
tratta di fare cioè un percorso storico, o un percorso logico?
Proprio per evitare queste che secondo me sono delle trap-
pole epistemologiche, cade a questo punto la scelta di Hegel,
come punto mediano tra questi due estremi, almeno nel punto
d’approccio al discorso. E non, di nuovo, perché in Hegel
logica e storia coincidono, ma perché Hegel, e specialmente
Hegel politico, rappresenta il punto di svolta di un ciclo com-
plessivo del rapporto capitale-politico, il modello cioè in cui
il crescere del politico come pensiero, come teoria, in fondo,
raggiunge i suoi massimi livelli; dopo di che, per usare così
una terminologia allusiva, interviene quella che si può chia-
mare una rivincita del sociale, interviene un periodo in cui lo
stesso terreno politico, non soltanto il pensiero politico, viene
piegato ad altri bisogni e viene subordinato effettivamente ad
altre categorie o ad altre forze, che molto spesso coincidono
con un certo grado di sviluppo del rapporto sociale, e con un
certo grado di sviluppo del rapporto di subordinazione tra le
classi. Questo è il motivo per cui in un discorso complessivo
di questo tipo il punto di inizio del discorso può diventare
un personaggio come Hegel. C’è un altro motivo, ed è che
in fondo Hegel è a ridosso del Marx politico: in parte lo an-
ticipa, in parte lo supera, in parte è un’altra cosa. Qui devo
rilevare però una cosa interessante, che riguarda non soltanto
la storia del pensiero borghese: Hegel politico viene di fatto
sconfitto dal Marx politico, nel senso che, dopo, il modo
marxiano di impostare il rapporto tra il capitale e il politico
diventa il punto di riferimento sia del pensiero operaio sia
anche del pensiero borghese. Ora da questa strana inversione,

326
da questo rovesciamento della gerarchia dei grandi classici si
è guadagnato qualcosa, nel senso che con questo riferimento
diretto a Marx l’attività politica, l’azione politica si è legata
sempre di più al momento della prassi sovversiva. Secondo me
questo avvicinamento tra attività politica e pratica sovversiva
è stato condotto più nei modi di una forzatura ideologica
che nei modi di una nuova direzione della politica, del fare
politica, e nei modi di una nuova consapevolezza, di una
nuova conoscenza scientifica anche dei terreni oggettivi del
momento politico. Il che ha fatto sì, come conseguenza, che
i termini poi di una gestione pratica del potere siano rimasti
nelle mani del ceto politico dominante. Perché da un lato – e
questo mi sembra un po’ l’andamento della questione – da un
lato, al livello del pensiero, la definizione del terreno politico
è stata fortemente influenzata, in modo diretto, dal pensiero
di Marx, dall’impatto violento del marxismo con le scienze
sociali; d’altra parte però il modo concreto, il modo pratico,
il modo materiale di fare politica, che consisteva appunto nel
saper gestire poi in parte concretamente un certo livello di
potere, una certa forma del potere, nei vari momenti dello
sviluppo capitalistico, ecco questo qui, a differenza delle cose
che avvenivano a livello del pensiero, è rimasto saldamente
nelle mani del ceto politico dominante e quindi della classe
dominante anche a livello di produzione capitalistica.
Sono andate perdute quindi alcune cose che pure erano
importanti, che non a caso sono state rilevate e che vengo-
no rilevate di fatto nel più recente interesse nei confronti
di questo problema. Il libro di Borso1, molto interessante
da questo punto di vista, individua alcune di queste cose
che secondo me sono andate perdute, anche per noi, anche
cioè per chi ha seguito una tradizione di pensiero marxiana
e del punto di vista operaio. È sparito per esempio e non è
stato considerato Hegel come grande critico del concetto di
rivoluzione borghese, e critico dell’ideologia rivoluzionaria
e dell’ideologia in genere; che è il momento importante di
qualsiasi approccio pratico al problema politico. Ora critica
dell’ideologia evidentemente c’era anche in Marx; e direi che
1
  D. Borso, Hegel politico dell’esperienza, Milano, Feltrinelli, 1976.

327
un momento, un punto di partenza di Marx, soprattutto del
giovane Marx, è dato da questo interesse per la critica della
ideologia; con qualche cosa secondo me che pure si aggiun-
geva alla tematica hegeliana, da cui pure fuoriusciva, e questo
appunto è quello che dicevamo prima, cioè la capacità di
legare insieme attività politica e pratica del rivolgimento sul
terreno della lotta di classe. Hegel era stato un momento forte
di autocritica dello stesso pensiero borghese, che produceva
ideologia, che aveva prodotto ideologia, al livello appunto
del mito, niente più di questo, del mito di una rivoluzione
borghese. C’è in Marx l’equivoco di farsi erede di una parte
di tradizione del pensiero borghese classico e in particolare
di quello che andava sotto il nome di pensiero rivoluzionario,
che guarda caso coincideva con i massimi livelli di ideologia
del pensiero borghese. L’idea infatti di farsi erede di questo
filone di pensiero ha reso la critica dell’ideologia marxiana
debole – secondo me –, non produttiva dal punto di vista
scientifico; perché non teneva presente un fatto, cioè che
già all’interno del pensiero borghese classico c’era stato un
momento di ripensamento di questi stessi livelli ideologici,
c’era stata appunto un’autocritica, del pensiero borghese, cosa
che c’è già in alcune aperture dello Hegel politico, il quale
non perdona al pensiero della sua parte di aver toccato, di
aver gonfiato alcuni livelli ideologici.
Ecco, una delle cose che va utilizzata del pensiero politico
di Hegel è tutto questo discorso di critica del pensiero borghe-
se che immediatamente lo ha preceduto e che ha preceduto
quindi anche il livello di stabilizzazione politica del sistema
capitalistico, un livello di stabilizzazione politica che è evidente
poi anche nel vecchio Hegel, come è evidente dentro l’opera
di Marx, come è evidente per tutto l’Ottocento borghese, dove
è successo che proprio il livello della stabilizzazione politica,
il livello cioè di una raggiunta forza borghese capitalistica al
livello di potere politico, ha fatto sì che il rapporto tra il capitale
e la politica sia stato poi per lunghi decenni, e direi per tutto
il secolo XIX, e secondo me ancora più in là, fino agli anni
trenta di questo secolo, un problema direi, da contraddizione
secondaria. Non è stato cioè un problema drammatico, un
problema critico del capitale, proprio perché stabilizzazione

328
politica ha voluto dire che si è costruito un tipo di rapporto
tra economia e politica, tra il sociale e il politico, dove il
terreno politico risultava del tutto subordinato ai livelli del
rapporto economico, del rapporto sociale, e più precisamente
del rapporto di produzione. Si apre così una lunga epoca in
cui – anche se qui c’è ancora da riflettere, perché non è detto
che le cose stiano così – noi vediamo che il modello specifico
del fare politica, il momento specifico del funzionamento
della macchina politica, viene violentemente subordinato ad
altri fini. Io parlo di questa epoca perché nell’intera storia
del capitale si possono trovare altri momenti, in cui invece il
rapporto tra il politico e l’economico, tra politica ed econo-
mia è, rispetto a questo modo di vedere, rovesciato; secondo
me, tutto il periodo appunto della cosiddetta transizione al
capitalismo, è un periodo che vede muoversi in modo attivo,
in modo soggettivo, come motore del processo proprio il
terreno del politico. Non è vero dunque che lo Stato politico
classico interviene passivamente, come riflesso, ad un certo
punto della storia del capitale, quando già i giochi sono fatti;
non è vero che questo Stato moderno, questo Stato borghese
moderno, è il vestito nuovo o il cappello che si mette il capi-
tale quando è già bello e pronto per presentarsi di fronte agli
operai, e cioè una pura e semplice veste ideologica che serve
per ingannare l’altra classe. Il processo di formazione dello
Stato moderno è un processo che oggettivamente e material-
mente interviene ripeto come motore attivo dentro il processo
della transizione al capitalismo. In questa chiave, di nuovo,
non bisogna pensare lo Stato liberale come una prima forma
di Stato borghese moderno, perché c’è una forma di Stato
borghese moderno non liberale, pre-liberale, che appunto,
fuori dell’ideologia, fuori dell’apparato ideologico tipico del
garantismo liberale, ha garantito qualche cosa di più, ha ga-
rantito il processo dell’accumulazione originaria capitalistica.
Lo Stato assoluto, il primo assolutismo moderno è secondo
me la prima vera forma di Stato borghese moderno, senza il
quale non è concepibile il passaggio al capitalismo.
Non si tratta di autonomia del politico, quanto di una
mancata autonomia del terreno economico, non c’è autonomia
dell’economico, non c’è autonomia del rapporto sociale, non

329
c’è autonomia del rapporto di produzione, dal politico, quan-
do interviene appunto il momento del passaggio, il momento
decisivo della transizione ad un’altra formazione economica
e sociale. In quel momento noi vediamo che oggettivamente
il politico piega alle proprie esigenze lo stesso terreno econo-
mico; comunque il politico è un elemento che vive una sua
vita politica, che mette in moto le sue leggi, leggi che occorre
andare a conoscere, a vedere concretamente. È importante il
discorso sulla transizione perché questo discorso si ripropone
in quella che dicevamo la fase finale a noi contemporanea
della transizione dal capitalismo, come problema della fuo-
riuscita dal capitalismo. Di nuovo, in questa fase di seconda
transizione, di nuova transizione, si ripresenta il problema
della prima transizione, della transizione al capitalismo: di
nuovo qui c’è una potenza del politico, che noi dobbiamo
conoscere e in qualche modo possedere e maneggiare; e infatti
quando con la grande crisi degli anni Trenta crolla quella
che è stata chiamata la pace dei cento anni dal 1814 fino al
1929, quando si chiude questa epoca, dentro alla quale c’è
Marx, c’è anche il Marx politico, dentro alla quale è nato il
materialismo storico come idea di un terreno politico che è
appunto bene o male una conseguenza di un certo grado del
rapporto sociale di produzione, – quando si chiude quest’e-
poca, si ripropone il problema inverso; la crisi economica
diventa una crisi che è prima di tutto crisi politica, crisi di
strumenti politici, crisi di intervento politico sull’economia.
Non a caso questa crisi della struttura portante, ottocentesca
direi, del capitalismo, interviene dopo il 1917, dopo che la
minaccia di una rottura del sistema capitalistico sul piano
internazionale pone il problema di una nuova transizione fuori
dal capitalismo. Anche se la coscienza di questo problema
faticosamente soltanto oggi riusciamo a estrarla dalla nebbia in
cui è rimasta coperta, nebbia di progetti, nebbia di tradizioni,
nebbia di lotte non tutte sul terreno giusto e così via, in realtà
solo ora riusciamo a capire che c’è di nuovo il ripresentarsi
del rapporto tra il capitale e il politico in termini non più di
subordinazione di questo politico al capitale, ma in termini
di specificità, in termini di forza oggettiva e soggettiva del
politico. Non è un caso che dal punto di vista capitalistico il

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problema che si pone oggi è quello di una uscita dalla crisi,
manovrata con lo strumento di nuovo dello Stato, anche se è
difficile manovrare uno strumento che non ha fatto gli stessi
salti che ha fatto poi lo sviluppo capitalistico. Non solo dal
punto di vista capitalistico c’è questa ripresa di importanza
del politico, ma direi dallo stesso punto di vista operaio.
Quando si va infatti a definire di nuovo oggi il concetto di
crisi economica secondo i modi appunto anche di una tra-
dizione marxiana, si rimane al di qua del problema politico,
e quindi al di qua del problema reale.
I temi che vanno sotto la formula Hegel politico sono temi
dunque che vanno oltre un personaggio così, anche se ripeto
è molt