Sei sulla pagina 1di 7

Alessandro Portelli: La polizia uccide http://alessandroportelli.blogspot.com/2015/05/la-polizia-uccide_23.

html

Altro antonioscalia@gmail.com Bacheca Esci

ALESSANDRO PORTELLI

23 MAGGIO 2015

La polizia uccide
Il 4 febbraio 1999, Amadou Diallo, uno studente africano che era a New
York per motivi di studio, fu fermato da quattro agenti di polizia sulla
soglia della sua casa del Bronx. Mentre metteva la mano in tasca per
estrarre il portafoglio e far vedere i documenti, i quattro gli esplosero
contro 41 colpi di arma da fuoco, uccidendolo. Diallo era disarmato. I POST RECENTI

poliziotti dissero che erano alla ricerca di un criminale e che la sua La polizia uccide
descrizione poteva corrispondere alla fisionomia di Amadou Diallo. Massimo Rendina partigiano: dall'8
Effettivamente, tanto il ricercato quanto la vittima erano neri. I quattro settembre al 25...
poliziotti resteranno impuniti. Pochi mesi dopo, il 4 giugno, ad Atlanta, Gualtiero Bertelli: Venezia e una
Bruce Springsteen e la E Street Band eseguono per la prima volta una fisarmonicail ma...
nuova canzone – 41 Shots: “E’ un’arma, è un coltello, è un portafogli? È La passione indomabile del
la tua vita, non è un segreto che puoi essere ammazzato solo perché vivi comandante Maxil manife...
nella tua pelle americana”. La strofa centrale della canzone è un dialogo
La Plata: città di memoria
fra una madre e un figlio: “In queste strade, Charles, devi capire le
Ho le prove che Clara Anahí è viva:
regole. Se un poliziotto ti ferma, promettimi che sarai sempre educato,
intervista con...
che non ti metterai a correre e scappare, e che terrai le mani bene in
Ho ritrovato mio nipote rapito dai
vista”. Sono praticamente le stesse parole che il sindaco di New York,
militari: inter...
Bill de Blasio (sua moglie è nera, e quindi lo sono ufficialmente i suoi
Hebron: terrore e routine
figli), ha pronunciato dopo l’uccisione impunita di Eric Garner,
La Liberazione non è finita.
afroamericano ucciso a New York il 17 luglio 2014 dalla polizia: “Mia
Un pizzino per Peppino Impastato
moglie e io abbiamo dovuto parlarne per anni a nostro figlio Dante.
E’un bravo ragazzo, che rispetta la legge, a cui non verrebbe mai in
mente di fare niente di male, eppure c’è una storia che ci pesa addosso,
ci sono dei pericoli che corre – abbiamo dovuto letteralmente
addestrarlo, come tante famiglie di questa città per decenni, e
insegnargli a stare molto attento quando incontra gli agenti di polizia
che sono lì per proteggerlo. E’ un doloroso senso di contraddizione che
i nostri ragazzi vedono – la polizia è qui per proteggerci eppure c’è una
storia che dobbiamo superare, perché tanti dei nostri ragazzi hanno
paura. E tante famiglie hanno paura”. Anche il poliziotto che ha ucciso
Eric Garner è stato assolto. I figli del sindaco di New York sono neri. E’
nero anche il presidente degli Stati Uniti, e sono nere le sue figlie. Il 26
febbraio 2012 Trayvon Martin, un ragazzo nero di 17 anni, disarmato,
fu ucciso a Sanford, Florida, dal vigilante George Zimmerman (anche
lui assolto, dopo un lungo ciclo di indagini e processi). Barack Obama

1 of 7 5/9/2019, 12:34 PM
Alessandro Portelli: La polizia uccide http://alessandroportelli.blogspot.com/2015/05/la-polizia-uccide_23.html

commentò: “Quando penso a quel ragazzo, penso alle mie figlie… Se


avessi un figlio, somiglierebbe a Trayvon” – avrebbe la stessa “pelle
Americana” e correrebbe gli stessi rischi. Puoi essere figlio del sindaco,
figlio del presidente, o un borsista africano del Bronx, non fa
differenza: la prima e ultima cosa che gli agenti vedono è la tua pelle.
La morte di Michael Brown, diciottenne disarmato ucciso il 9 agosto
2014 da un poliziotto bianco a Ferguson, Missouri, e quella di Eric
Garner, soffocato a morte da un poliziotto bianco a New York il 17
luglio 2014 sono solo un paio fra gli episodi recenti di una lunga storia.
Le più drammatiche rivolte dei ghetti americani – Los Angeles 1992,
Miami 1996, Cincinnati 2002 – sono scaturite da episodi di violenza
poliziesca. Ma gli episodi di Ferguson e New York hanno segnato un
cambiamento nello stato d’animo della popolazione afroamericana, e
non solo, risultato di un’amara presa d’atto: l’elezione di un presidente
afroamericano ha conferito alla comunità nera una maggiore certezza
dei propri diritti di cittadinanza, e reso più insopportabile il fatto che
continuino ad essere violati impunemente come se niente fosse
cambiato. Così, alla mobilitazione locale e nazionale dopo l’uccisione di
Michael Brown (e alle risposte violente della polizia), hanno fatto
seguito i “die-in” a New York e altrove, in cui centinaia di persone,
bianchi e neri insieme come ai tempi della lotta per i diritti civili, si
sono distese a terra ripetendo come slogan le ultime parole di Eric
Garner: “I can’t breathe”, non posso respirare. Eric Garner è stato
ucciso da in “chokehold”, la presa da dietro con le braccia attorno alla
gola. La “chokehold” (“presa a soffocamento”) è parente stretta di
quella mortale pratica della”contenzione” che ha provocato non poche
vittime anche in Italia. L’abbiamo vista al cinema nella morte di Radio
Raheem in Fai la cosa giusta di Spike Lee (che infatti ha mixato le
immagini del suo film con quelle della morte di Garner in un video di
grande efficacia). “I can’t breathe” è sia una ripresa letterale delle
ultime parole di Garner soffocato dalla “chokehold”, sia una metafora
dell’atmosfera irrespirabile che si è creata attorno al rapporto fra
polizia e minoranze negli Stati Uniti– “la storia che ci grava addosso” ,
nella parole del sindaco de Blasio. E’ un clima che è stato reso ancora
più pesante dall’assassinio di due poliziotti a New York, il 21 dicembre
2014, da parte di un attentatore afroamericano che si è poi suicidato.
Nessuno dei due poliziotti uccisi - Liu Wenjin and Raphael Ramos –
era bianco. L’evento ha aggravato ancora di più la tensione fra le forze
di polizia da un lato e la comunità afroamericana e i difensori dei diritti
civili dall’altro, come se la morte di due agenti delegittimasse le
proteste e la rabbia per l’assassinio dei ragazzi neri. Ma gli inviti di de
Blasio sospendere le proteste hanno avuto un effetto molto limitato. A
questa tensione contribuiscono una serie di elementi: lo spirito di
corpo, la certezza dell’impunità, il razzismo diffuso, il cosiddetto racial
profiling, la segregazione residenziale e la cultura delle armi. Un
malinteso spirito di corpo non è certo una specificità americana: i casi

2 of 7 5/9/2019, 12:34 PM
Alessandro Portelli: La polizia uccide http://alessandroportelli.blogspot.com/2015/05/la-polizia-uccide_23.html

Cucchi, Aldrovandi, Magherini e tanti altri mostrano come anche in


Italia le cosiddette forze dell’ordine si chiudano a riccio a protezione
dei loro membri responsabili di atti di violenza, come se denunciare un
abuso da parte di singoli agenti equivalesse ad aggredire l’intera
organizzazione anziché cercare di migliorarla. Anche negli Stati Uniti la
polizia copre gli abusi invece di liberarsi dei responsabili e arriva (come
da noi nel caso di Aldrovandi) a manifestare pubblicamente in difesa
dei responsabili. Negli Stati Uniti, questa difesa corporativa ha assunto
toni anche spettacolari. Si era appena diffusa la notizia della canzone di
Bruce Springsteen su Amadou Diallo che i poliziotti di New York si
sono dichiarati insultati e offesi e hanno annunciato – seguiti da
stampa simpatetica – il boicottaggio dei concerti di Springsteen. La
canzone non l’avevano neanche sentita, ma nominare i “41 colpi” gli
pareva in sé una provocazione intollerabile: sull’episodio doveva
scendere il silenzio, il solo fatto di parlarne era un’aggressione all’intero
corpo di polizia. Eppure la canzone è forse l’unico testo nella cultura
popolare americana che cerca di vedere anche il punto di vista dei
poliziotti e immaginare la loro umanità: la prima strofa li mostra
inginocchiati davanti al corpo di Diallo, che pregano disperatamente
perché non muoia. Più recentemente, si è ripetuto il gesto clamoroso
dei poliziotti che, in occasione della commemorazione dei due
commilitoni uccisi, hanno voltato pubblicamente e ostentatamente le
spalle al sindaco de Blasio, colpevole di avere constatato che i ragazzi
neri hanno motivo di avere paura della polizia. La dimensione
corporativa culmina con il senso di impunità. Anche questa non è una
specificità americana: basta pensare alle brillanti carriere dei poliziotti
condannati dopo i fatti di Genova del 2001. Allo stesso modo, gli
assassini di Amadou Biallo, Michael Brown, Eric Garner, Trayvor
Martin sono andati tutti impuniti, ed è stato anche questo che ha
suscitato la rabbia e l’indignazione in tutto il paese. C’è una sistematica
vicinanza ideologica, sociale e culturale fra l’universo delle forze
dell’ordine e quello delle commissioni che indagano e infine decidono
sul loro comportamento. Spesso (un po’ come nei nostri processi per
stupro – o come nel caso Cucchi), il procedimento nei confronti degli
agenti si è trasformato in un’aggressione all’identità delle vittime nel
tentativo di dimostrare, contro ogni evidenza, che erano loro gli
aggressori (è il caso delle prime versioni della morte di Michael Brown
– ma anche il paradossale tentativo di dimostrare che nel caso di
Trayvor Martin il vero razzista era lui) o comunque che se l’erano
cercata, che se lo meritavano, che erano dei poco di buono marginali.
Al centro di questo quadro, naturalmente, sta il razzismo: il pregiudizio
e la paura dell’altro. Non è certo un’esclusiva della polizia, ma diversi
studi hanno dimostrato che tra i poliziotti il pregiudizio è ancora più
diffuso che nella popolazione in generale. Per esempio, in un
esperimento condotto dopo l’uccisione di Diallo, la maggioranza dei
soggetti scambiavano oggetti innocui per armi con più frequenza se

3 of 7 5/9/2019, 12:34 PM
Alessandro Portelli: La polizia uccide http://alessandroportelli.blogspot.com/2015/05/la-polizia-uccide_23.html

l’immagine era accompagnata da un faccia nera che non da una faccia


bianca; e questa tendenza era ancor più marcata fra gli agenti di polizia
che avevano partecipato all’esperimento. Come disse uno dei
ricercatori, “i poliziotti sono addestrati ad essere molto sensibili alle
armi, ma non a disfare gli stereotipi razziali inconsci”. Anche qui non si
tratta di una speciale perversità americana: un pregiudizio, implicito e
talora esplicito, segna anche il rapporto fra forze dell’ordine e stranieri
e migranti in Italia. Ma negli Stati Uniti riceve una definizione e una
sanzione quasi istituzionale, sotto il nome di “racial profiling”. Il
profiling è una tecnica investigativa che cerca di identificare gli autori
di atti criminosi ricostruendone dagli indizi disponibili i tratti
psicologici e il retroterra culturale; il profiling razziale è invece
l’abitudine degli agenti di assumere l’identità etnica o il colore della
pelle di una persona come motivo per ritenerla automaticamente
sospetta di comportamenti criminali. Teoricamente il “racial profiling”
sarebbe vietato, ma nella pratica investe continuamente la vita
quotidiana di afroamericani e ispanici. Per esempio, essere neri, magari
benvestiti, e alla guida di una macchina non scassata può essere motivo
per venire sospettati di averla rubata ed essere fermati e inquisiti (è
successo al filosofo e professore universitario Cornell West). Il “black
English” afroamericano ha inventato una ironica definizione di questo
crimine: DWI, Driving While Black (parodia del DUI, Driving Under
the Influence, guida in stato di ubriachezza o sotto gli effetti della
droga): guida in stato di nerità. Un rapporto del Dipartimento della
Giustizia riferisce che neri e gli ispanici alla guida vengono perquisiti
tre volte più spesso dei bianchi quando vengono fermati per motivi di
traffico. Gli afroamericani hanno il doppio delle possibilità di essere
arrestati e il quadruplo delle possibilità di subire atti violenti in
occasione di incontri con la polizia. Essere nero, giovane e maschio è in
sé segno di essere sospetto o direttamente criminali: la presunzione di
innocenza si rovescia, sei colpevole fino a prova contraria. Puoi essere
anche un professore di Harvard di fama internazionale, come Henry
Louis Gates, ma se sei nero e stai armeggiando di fronte alla porta di
casa tua, puoi essere arrestato e portato in commissariato (per aver
criticato questo comportamento, Barack Obama – sospettato di
solidarietà razziale - ha dovuto chiedere scusa al poliziotto protagonista
di questo brillante arresto e premiarlo con un invito alla Casa Bianca).
Una legge varata in Arizona nel 2010 ordinava che chiunque fosse
arrestato per qualunque motivo doveva dimostrare di non essere un
immigrato clandestino: ovviamente, il sospetto gravava in primo luogo
su chiunque sembrasse di origine messicana o chicana. L’episodio di
Henry Louis Gates rinvia a un altro elemento: la segregazione
residenziale. Nella sua narrazione autobiografica (Black Boy, 1946),
Richard Wright ricorda la paura con cui lui, ragazzo nero, attraversava i
quartieri bianchi tornando a casa dal lavoro. I “restrictive covenants”,
gli accordi fra proprietari per non vendere o affittare case ad

4 of 7 5/9/2019, 12:34 PM
Alessandro Portelli: La polizia uccide http://alessandroportelli.blogspot.com/2015/05/la-polizia-uccide_23.html

afroamericani, sono vietati dalle leggi sui diritti civili di Lyndon


Johnson negli anni ’60; ma, nella misura in cui la razza si incrocia con
la classe, i quartieri restano in gran parte socialmente, e quindi
etnicamente omogenei – tanto più in quanto si sono diffuse le
cosiddette “gated communities”, i quartieri privati recintati ed esclusivi
in cui vive solo chi è simile a tutti gli altri. Così, come un nero al volante
di una bella macchina è sospetto di furto, così un nero che apre la porta
di casa sua in un quartiere borghese di Cambridge, Massachusetts non
può essere altro che un rapinatore. Un nero in un quartiere del genere è
un corpo fuori posto: c’entra anche questo nell’uccisione di Trayvor
Martin in Florida: prima di scontrarsi con lui e di ucciderlo, il vigilante
George Zimmerman chiamò la polizia per avvertire che “un tizio assai
sospetto…. un maschio nero... sta guardando le case”, ed è quindi –
nero, giovane, maschio - automaticamente sospetto di volerle rapinare.
A tutto questo va aggiunta l’ossessione americana per le armi. Questo
elemento funziona in due direzioni convergenti. Da un lato, questo
significa che la polizia, spesso munita - come quella di Ferguson,
Missouri, di armi pesanti da guerra – non ha molte remore a usarle.
Dall’altro, il fatto che ci siano così tante armi in circolazione induce
negli agenti l’aspettativa che qualunque soggetto “sospetto” sia armato.
Nella maggior parte degli Stati Uniti, l’unico elemento di moderazione
sul possesso delle armi è la norma che autorizza a portarle purché siano
visibili; la Florida, dove viene ucciso Trayvor Martin, è uno di quegli
stati che invece autorizzano il possesso di armi anche nascoste. Bisogna
armarsi, dice la National Rifle Association, perché solo così ci si può
difendere dagli aggressori armati che stanno dappertutto: una
mentalità da assedio che si traduce, dopo l’11 settembre, in
quell’ossessione del terrorismo che salda le paure private alle paranoie
pubbliche Così, al pregiudizio e al “racial profiling” si aggiunge la
paura. I poliziotti vedono una minaccia in ogni nero e in ogni ispanico
povero nel posto sbagliato: Andy Lopez, un ragazzino messico-
americano di13 anni, viene ucciso a Sonoma, California, il 22 ottobre
2013, da un delegato dello sceriffo che scambia il suo fucile giocattolo
per un’arma vera. Certo, spesso le armi sono vere sul serio, non di rado
l’affermazione di avere sparato per legittima difesa corrisponde a
verità, e non sono pochi i poliziotti che restano uccisi nell’esercizio
delle loro funzioni. Altre volte, si tratta di un’affermazione non
dimostrata ma plausibile. Ma anche in questi casi troppo spesso
l’addestramento ricevuto non mette i poliziotti in grado di controllare il
panico o di rispondere a una minaccia vera o percepita senza uccidere.
Il 24 dicembre 2014, Antonio Martin, 18 anni, è ucciso da un poliziotto
a St. Louis, non lontano da Ferguson, mentre sono ancora vive le
proteste per l’uccisione di Brown e Garner. La polizia afferma che era
armato. Il video di sorveglianza della stazione di servizio dove avviene
il fatto mostra che Martin ha un braccio teso verso l’agente; non si
distingue nessuna arma ma il poliziotto “ha sparato perché aveva paura

5 of 7 5/9/2019, 12:34 PM
Alessandro Portelli: La polizia uccide http://alessandroportelli.blogspot.com/2015/05/la-polizia-uccide_23.html

per la propria vita”. Era la terza persona uccisa dalla polizia a St. Louis
dopo la morte di Michael Brown. In un altro caso la vittima era
effettivamente armata e aveva sparato per prima. Ma al di là di episodi
comprensibili, resta il fatto che gli Stati Uniti sono un paese che fa un
uso sproporzionato della repressione e del carcere, e che questa
distorsione grava in modo sproporzionato sulla popolazione
afroamericana e latina. Un documento della National Association for
the Advancement of Colored People (l’organizzazione che lavora
soprattutto sui diritti legali degli afroamericani), fornisce alcuni dati
(http://www.naacp.org/pages/criminal-justice-fact-sheet). Gli Stati
Uniti sono il 5% della popolazione mondiale, ma hanno il 25% delle
persone in carcere (2,3 milioni al 2008). Il 3,2% della popolazione è
sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, in carcere o in libertà
provvisoria. Afroamericani e ispanici sono circa un quarto della
popolazione degli Stati Uniti, ma costituiscono quasi il 60% dei
detenuti. Il 58% dei detenuti nei carceri giovanili è nero; e sono in
aumento anche le donne nere detenute. In Italia, dove la quota di
stranieri sulla popolazione residente è attorno al 7%, gli stranieri in
carcere sono attorno al 23%. Nel frattempo la polizia continua a
uccidere: nel mese di gennaio 2015, quindi dopo tutto quello che è
successo dopo la morte di Michael Brown, le persone uccise dalla
polizia – di tutti i colori, in ogni genere di circostanze, sono 58. Nel
2014, i morti per mano della polizia superavano i 600. Il 28 dicembre
2014 a Jacksonville in Florida David Scott è ucciso da una squadra
speciale di polizia. L’ufficio dello sceriffo spiega: “Hanno visto che
aveva in mano un oggetto che sembrava una pistola, lo puntava come
se fosse una pistola, e gli hanno sparato 21 volte al torso, alle braccia e
alle gambe.” L’oggetto che aveva in mano, che ha indotto gli agenti a un
panico omicida, era una scatola avvolta in un calzino. La morte di
Amadou Diallo non ha insegnato niente.

AL E SA NDRO PO RT EL I | 8 : 27 P M

0 COMMENTS:

P O S TA U N C O M M E N TO

6 of 7 5/9/2019, 12:34 PM
Alessandro Portelli: La polizia uccide http://alessandroportelli.blogspot.com/2015/05/la-polizia-uccide_23.html

Commenta come:

Pubblica Inviami notifiche

<< Home

7 of 7 5/9/2019, 12:34 PM

Potrebbero piacerti anche