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M essico 1920, S ebastián San

Vicente è di passaggio, perché per i


posti ci si passa, per le idee no. Nel
corso di tre anni, ruba le buste paga
di una fabbrica, perché vadano agli
scio p eran ti e non ai cru m iri; si
mette alla testa dei campesinos che
assaltano le fattorie al grido di “Viva
Lenin!”; organizza un sindacato di
prostitute; legge libri avuti in presti­
to e non li restituisce mai, fa amici­
zia con un dottore gobbo, paladino
del controllo delle nascite. Espulso
dal Messico rientra clandestinamen­
te, attraversando la selva del Chia­
pas, affronta a cazzotti l’esercito,
mangia tacos, dirige scioperi. Poi ha
un sogno, un incubo, da cui si risve­
glia per predicare la sua ultima uto­
pia. Quindi sparisce.
La storia di un Olandese volante
della rivoluzione, ricostruita attra­
verso le testimonianze di tutti coloro
che lo hanno incrociato. Proprio
tutti, compresi i poliziotti che gli
danno la caccia e i traditori che cer­
cano di venderlo, immancabilmente
affascinati da questa incarnazione
dello spirito di riscossa.
I M irti
Paco Ignacio Taibo II
RIVOLUZIONARIO
DI PASSAGGIO

Traduzione di Glauco Felici

M arco Tropea
Editore
© 1986 Paco Ignacio Taibo II
© 1996 Marco Tropea Editore s.r.l., Milano
Titolo originale: De paso

La scheda bibliografica, a cura del Servizio Biblioteche


Provincia di Milano, è riportata nell’u ltima pagina del libro
RIVOLUZIONARIO DI PASSAGGIO

Per Benito e per Carlos,


indispensabili fratelli.
Per Astor Piazzolla, al bandoneón,
e per Gerry Mulligan, al sax baritono
che con Years of Solitude per due mesi
hanno fornito la musica a questa storia.
Forse il tempo ha per te un risuonare diverso,
come una costante permanenza
del passato nel presente, quale che sia.
Joel James

Non c'è niente di meglio


che trovarsi sulla nave
quando arriva il naufragio.
B enito Taibo
NOTA DELL'AUTORE
Molte delle storie qui narrate si basano fedelmente su do­
cumenti originali: atti di congressi, rapporti di polizia,
informazioni di agenti segreti, appunti dei presenti, me­
morie di testimoni, articoli di giornali sindacali, di riviste
e di quotidiani nazionali.
Sarebbe difficile affermare che questo è un romanzo.

ALTRA NOTA DELL'AUTORE


La stragrande maggior parte di ciò che qui viene narrato è
costruito sulla base della fantasia dell'autore, delle sue
personali e per nulla attendibili versioni dei fatti accaduti
a Tampico, ad Atlixco, a Veracruz e a Città del Messico tra
il 1920 e il 1923; l'informazione basata sui documenti rap­
presenta soltanto l'infrastruttura su cui è costruita la fin­
zione.
Sarebbe difficile affermare che ci troviamo di fronte a
un testo fatto di testimonianze; ovviamente, questo è un
romanzo.

ULTIMA NOTA DELL'AUTORE


Che diavolo è un romanzo?
Uno

Comunic. Greene a Hoover. sict 23011. Rif 1023. San


Antonio. Ritrasm. New Orleans. Ripet. comunic. 18
agosto 1920.
Notizie San Vicente coinvolto indagini attentato
presidente Wilson. Visto N. Orleans verso 16 luglio
scorso compagnia José Rubio (rif 1027). Entram bi
collegamento anarchici gruppo sede Tampa, Florida.
Operai tabacco origine cubana. Particolarmente
contatto Mateo Vega o Vegas o Vigas (rif 1927/11).
San Vicente probabilmente lasciato paese, vuole la­
sciare, lascerà presto. Rapp. rif attività iww costa
orientale. Indagine in corso. San Vicente condanna­
to espulsione, ma pendente sentenza parallela tribu­
nale federale attentato. Seguono altre informazioni.
Dolly.

Comunic, Hoover a Greene a Dolly. Copia urgente


Chester e Wilcox Washington. Comunic. ripet. sict
23118. Rif 1023 e 1027. 20 agosto 1920.
Assegnare priorità cattura San Vicente-Rubio. Im­
pedire lasciare paese. In caso contrario inseguire.
Autorizzazione copre Messico, Cuba, Canada. Massi­
mo sei agenti base incaricati. Hoover.
Comunic. Baxter a Dolly. Ritrasm. Dolly a Hoover.
sict 24911. Rif 1023 e 1027. 2 settembre 1920.
Localizzati San Vicente, Rubio. Voci segnalavano
presenza a N. Orleans. Pista falsa, creata dai ricerca­
ti. Tentano passare confine Messico a Del Rio, Texas.
Agente insegue con copertura. Baxter.

Comunic. Lyman a Hoover. sict 25013. Rif 1023 e


1027. 6 settembre 1920.
A New York voci ambienti anarchici segnalano qui
pronti partenza estero Rubio, San Vicente. Impossibi­
le confermare. Rafforzare sorveglianza porti. Lyman.

Comunic. Dolly a Hoover. San Antonio ritrasm. sict


25819. Rif 1023. 7 settembre 1920.
Calvert ferito piede contrabbandieri Del Rio, Texas.
Pista San Vicente falsa. Abbandoniamo ricerca que­
sta base. Scuse. Baxter

Comunic. Hoover a Greene. Bollettino generale. Rif


1023 e 1027. sict 25910. 9 settembre 1920.
Indagine avviata New York dim ostra non parteci­
pazione San Vicente-Rubio affare Wilson. Permane
tuttavia interesse cattura per eseguire espulsione via
Cuba dove pendente processo assassinio poliziotto
L’Avana. Mantenere priorità. Maggiori probabilità
costa sudorient. Hoover.

Comunic. Chester a Dolly. Naturai. Rif 1023 e 1027.


12 settembre 1920.
Lyman recuperato da rimorchiatore baia. Afferma
gettato in mare mercantile tedesco da San Vicente in­
dividuato tra passeggeri. Lyman polmonite grave cau­
sa 11 ore in acqua. Nave San Vicente scali Messico,
L’Avana, Panama. Condizioni Lyman impediscono
precisare informazione. A volte dice San Vicente auto­
re, a volte incolpa Leo Bruce, suo cugino. Suggerisco
utilizzare con cautela questa informazione. Chester.
Due
«In Messico?» dom andai a Sebastián San Vicente
sessantacinque anni dopo.
«E perché no, cazzo?»
«Lì non ce la troverà la rivoluzione, San Vicente;
nel 1920 il paese era esausto per troppa lotta arm ata,
per troppi morti, per troppe promesse non m antenu­
te. Non c’era nemmeno un’organizzazione sindacale
anarchica, anche se la c g t sarebbe nata qualche me­
se dopo.»
«Non ho bisogno di nessuna rivoluzione che mi
aspetti. Uno la rivoluzione ce l’ha dentro e se la porta
di qua e di là. Come i bagagli.»
«Sembrano le parole di una canzone.»
«Proprio così, né più né meno» disse con un sorri­
so. E scomparve lungo il ponte del Seawolf coperto
dalla fine rugiada d’acqua prodotta dalla mareggiata
che s'infrangeva contro coperta, dando inizio a que­
sta storia. Io me ne stavo nella mia casa a Città del
Messico sessantacinque anni dopo, osservando la
notte che brillava attraverso la finestra. L’unica cosa
che mi seccava era che nel 1920 mancavano ancora
ventinove anni alla mia nascita.
Tre
Mi ero detto che quel giorno compivo sedici anni, che
ormai avevo l'età di un uomo. Non mi diedi retta. Me
ne andai lo stesso al molo per vedere la gente che
sbarcava. Lungo tutta la strada sapevo bene che sta­
vo andando al porto e non importava se chiudevo gli
occhi, perché non mi sarei mai potuto perdere, per­
ché mi bastava il naso per arrivarci seguendo l’odore
di grasso rancido, di rifiuti, di sudore, di fritto. E se
non potevo annusare, potevo ascoltare, perché quel
vento portava anche rumori: i motori delle gru, gli in­
granaggi che cigolavano, la musica un po’ triste del
Tropical, un bar di puttane. Il vento portava molte co­
se, quel giorno, perché non capita spesso di compie­
re sedici anni, di diventare grande, incontenibile den­
tro la tuta da lavoro grigia e sotto il cappello di paglia
che un vecchio mi aveva regalato, perché un altro
vecchio glielo aveva regalato quando era giovane. Il
vento aveva profumo di dollari, di banconote dall’in­
chiostro verde e fresco, banconote lucenti, di quelle
che io non possedevo, e il vento aveva odore di petro­
lio, perché tutta Tampico odora di petrolio, e il vento
suonava come un bolero romantico.
Da quei suoni, da quegli odori che ricordo, penso
che allora sapessi che stavo andando al porto per ve­
dere navi su cui non sarei partito. Quegli odori mi
fanno pensare che Tampico è cambiata, che non odo­
ra più di dollari. Ma allora non la pensavo così, non
potevo neppure immaginare che quei cappelli di pa­
glia fossero migliori di quelli che fanno adesso.
Quel giorno l’odore era lì, e io stavo con lui, e l’o­
dore di vento di mare, di grasso rancido, di petrolio e
di dollari veniva giù dalle palme, scendeva dai muri
delle case bianche e sembrava quasi macchiato di so­
le.
Sbarcavano dal M orro Castle, un grazioso vaporet­
to della Ward Line, e dal Seawolf, che faceva rotta da
New York a Tampico prim a di proseguire per Vera­
cruz e poi fino a Panama, per tornare via L’Avana e
New Orleans. La passerella era stata calata e, di sot­
to, su un tavolino pieghevole, gli agenti di polizia
timbravano passaporti e prendevano con abilità (ma­
ghi, prestigiatori) le mazzette, tributo al dio che go­
verna qui. I sacerdoti della chiesa del signore delle
mazzette mi guardarono storto perché non fanno
piacere gli intrusi durante il rituale di sfilar via soldi
agli stranieri; era un rapporto privato tra loro e gli
stranieri, come tra la puttana e il cliente, senza cu­
riosi. Feci una risata con la faccia da «ce n ’è per tut­
ti», che viene capita, e in fretta, tra la gente del me­
stiere, e spiegai a gesti che venivo a caricare valige
grasse in cambio di mance magre, con l’aiuto di Dio;
e anche senza, perché con Dio, allora, avevo poco a
che fare, e adesso niente.
Ma io non ero andato a caricare valige per pochi
centesimi; non sono cose da farsi il giorno in cui
compi sedici anni. Ero andato a vedere gli uomini
che venivano da altri paesi, e a osservare i vestiti a
fiori delle donne e gli ombrellini da sole e, con un po’
di fortuna, l’uniforme di un marinaio tedesco o il gi­
let bianco di un baro gringo venuto ad animare le ca­
se da gioco che i cinesi avevano messo in piedi a
Tampico in quegli anni; o ero andato lì per vedere un
nero, perché era tanto che non vedevo neri, magari
un complesso cubano venuto a suonare all’Hotel In­
glés. Pensavo di non esserci andato per chiedere l'ele­
mosina.
Adesso invece so bene di esserci andato per l’ele­
mosina, elemosina di occhi, di sensazioni, per elemo­
sinare sogni: lo facevo allora e continuo a farlo molti
anni dopo. Anche se le cose non si svolsero proprio
così. Poiché il terzo uomo che era sceso dalla passe­
rella si fermò a guardarm i fisso e mi disse:
«Ci si può fidare di te?».
«No» gli risposi.
«Peccato» disse, e si mise a camm inare.
Credo che mi abbia conquistato il fatto che non
tentasse di convincermi, che non provasse a com­
prarmi, che forse aveva indovinato che avevo sedici
anni e che non stavo chiedendo il permesso per vive­
re … tutto questo, e il gilet bianco. Lasciai che per­
corresse una dozzina di passi e lo raggiunsi. Mi stava
aspettando. Come faceva a saperlo?
«La solidarietà, amico, la solidarietà non si com­
pra. Io ti ho chiam ato e tu hai risposto, questo è tu t­
to» mi avrebbe detto un anno dopo, vicino a un’altra
nave.
Rimanemmo a guardarci per un momento. Poi do­
mandò:
«Puoi portarm i dai compagni?».
«Vuole andarci con quel vestito da signorino?»
«È l’unico che ho, amico.» Ed era vero, aveva sol­
tanto quello che indossava e una piccola borsa a cui
dava forma un qualche arnese di metallo, una pisto­
la, mi dissi. Poi avrei saputo qual era il contenuto del­
la borsa e avrei scoperto un prosaico mazzo di chia­
ri inglesi e altri attrezzi da meccanico.
Presi a cam m inare senza aspettarlo. Avevo sedici
anni ed ero una guida, non una dam a di compagnia.
L’uomo si adeguò in fretta al mio passo saltellante.
Girammo per il ponte e andam m o verso la Casa del
Obrero Mundial. Tu tti a Tampico conoscevamo la
Casa, io come gli altri e forse anche meglio. Come
molti avevo im parato a leggere su El Pequeño Grande
e spesso avevo distribuito giornali per il vecchio Gu­
dino o con quelli della federazione locale. Sapevo a
memoria Gri to Rojo e lo gridavo alle manifestazioni,
conoscevo la marsigliese anarchica e qualche volta
scrivevo manifesti per i falegnami (a patto che loro
dettassero, è chiaro). Ero figlio del Rojo e, cosa stra­
na per quei tempi, di m adre ignota. Adesso credo che
sia cosa comune essere figlio di padre ignoto, m a non
era il caso mio. Io ero figlio del Rojo e di mia m adre
non ho mai saputo niente, e oltretutto non ho mai
fatto domande. Il Rojo lo chiamavano così perché
aveva i capelli rossi, non perché fosse anarchico, ma
io mettevo insieme una fama con l’altra.
«Come ti chiami, ragazzo?»
«Pablo il Rojito, m i chiamavo.»
«Come sarebbe, ti chiamavi?»
«Perché adesso ho compiuto sedici anni e mi chia­
mo Pablo e basta.»
«Sta bene» disse e restò a guardarmi. Poi mi tese la
mano. «Il mio nome è Sebastián San Vicente. Toma a
essere il mio nome qui» mi disse. La strinsi con forza
e se dico che uscirono scintille è perché adesso, or­
mai, ne è passato di tempo e uno vuole che quelle co­
se non siano dimenticate, mai, che rim angano segna­
te per sempre dentro al baule dei ricordi. Perché il
baule dei ricordi si riempie sempre di merda con il
passare del tempo, e ci sono cose che bisogna sottoli­
neare con una m atita rossa per non farle cancellare.
Quella fu la prim a volta che strinsi la mano al mi­
gliore amico che ho avuto nella vita. Tampico odora­
va di petrolio, il sole brillava, il vento spingeva profu­
mo di dollari verdi nelle strade e io avevo conosciuto
Sebastián San Vicente.
Nella sede non c’era nessuno e ci sedemmo sul
marciapiede ad aspettare. Due ubriachi si sedettero
insieme a noi per fare numero, cantavano:

Tampico hermoso
puerto tropical
tú eres la gloria de todo nuestro país
y por doquiera yo de ti me he de acordar.*

E ripetevano:
«Meee heee de acordaaar!».
San Vicente era irreprensibile e addirittura m ania­
co in fatto di igiene, si lavava le mani due, tre, sei, ot­
to, dieci volte al giorno; diceva che era per nasconde­
re il grasso e le macchie di carbone che si era fatto
quando lavorava come meccanico sulle navi. Una
delle molte notizie sparse che a poco a poco misi in­
sieme a proposito della sua vita.
Le cose cambiarono, dopo che ebbi conosciuto San
Vicente. Di solito lavoravo in posti diversi, per pochi
soldi, qua e là. Consegnavo biancheria per le lavan­
derie; facevo il ruffiano per un paio di puttane che ve­
nivano dalla costa di Veracruz e d estate mi lasciava­
no dormire sotto il portico di casa loro; aiutavo Co­
sme, un droghiere spagnolo, a moltiplicare le botti­
glie di rum cubano (due da una e, non dirlo a nessu­
no, metà di cubano autentico, metà di un miscuglio
di alcol e di canna da zucchero bruciacchiata) e così
d’inverno potevo dormire sul bancone de La Vence­
dora, evitando i topi e leggendo il giornale di notte,
prim a che Cosme lo usasse per incartare. Lavoravo
come apprendista tipografo, trasportavo il piombo
già composto e tiravo le bozze a mano, spazzavo il
pavimento. Be’, per dirla breve, da due anni, da quan­
do il Rojo era morto nell’incidente alla caldaia num e­

* Bella Tampico/ porto dei tropici/ tu sei la gloria del Messico in­
tero/ dovunque vada ti ricorderò. (N.d.T.)
ro tre, avevo perso il mio lavoro dì figlio e non ne ave­
vo uno nuovo.
San Vicente mi diede un lavoro. Sapeva che non si
può vivere da uomo senza un lavoro. E me ne diede
due: meccanico e incendiario. Come meccanico, lui
era in gamba, parlava con i motori nella loro lingua
mentre li metteva a punto, gli sussurrava qualcosa.
Poi avrei scoperto che recitava brani delle opere di
Malatesta e di Bakunin mentre li sistemava, li con­
trollava, li registrava fino a ottenere il ronfo giusto,
perfetto di quando la macchina funziona senza spre­
chi, senza intoppi. Fu lui a insegnarmi questo lavoro,
e mentre parlava di motori, quando non parlava con
i motori, mi raccontava la storia dell’um anità secon­
do Reclus. Mi descriveva i feudi e le tribù, i re e la na­
scita del capitale. Mi raccontava la storia della Co­
mune di Parigi come se ci fosse stato. Mi parlava di
Barcellona la Rossa e dei m artiri del Primo Maggio a
Chicago. Di Louis Lingg che si fece saltare la faccia
con una sigaretta piena di esplosivo, piuttosto che
farsi portare sulla forca; di Oscar Neebe che, quando
seppe di essere stato condannato a quindici anni e
che non avrebbe condiviso la sorte dei suoi compa­
gni, gridò al giudice: «Impiccatemi con loro!».
Accompagnati dalla sua voce, sfilavano paesi, uo­
mini. E tutto quello che mi circondava si completava
con la visione di altri occhi, che da poco avevo impa­
rato a riconoscere come miei.
Avevo già sentito quella voce dura, da opera teatra­
le, che esce roca dai polmoni, la voce della ribellione,
avevo strillonato i suoi giornali, avevo partecipato a
qualche assemblea, avevo visto gli operai del petrolio
sbraitare contro l’ingiustizia spudorata delle compa­
gnie inglesi, gringas e olandesi; avevo visto la miseria
dei nostri quartieri. Avevo ascoltato la voce della ri­
bellione, ma non avevo ricevuto sulla faccia, come
uno schiaffo, il suo richiamo. Quell’idea che ti cresce
dentro e ti scava solchi nella pelle, ti propone l’avven-
tura suprema, ti parla dolcemente nell’orecchio, per
conto del destino.
Non era un bravo oratore. Nelle assemblee pubbli­
che non faceva bella figura, non infiammava i lavora­
tori che si riunivano nei saloni della Casa del Obrero
Mundial. Era di un altro genere. Quando stava a
Tampico da meno di due mesi e mezzo, si era orga­
nizzato insieme ad alcuni lavoratori della sezione co­
munista. Con i più duri, con i più scettici, con i più
accesi nei confronti del padronato, con i più intransi­
genti. Non più di una dozzina. Tutti con lo sguardo
febbrile, lucido.
Andammo insieme ad abitare in una casa abban­
donata sul fiume Panuco. Ci facemmo qualche lavo­
ro di falegnameria, dormivamo per terra, fianco a
fianco, guardando il cielo attraverso i buchi del tetto.
Un giorno arrivò con Greta. Era una puttana tede­
sca, che avevo visto nei Salones Imperiai, mentre be­
veva insieme ai capi gringos delle compagnie, fine, di­
stante dalla plebe, sempre vestita di garze e tulle dai
colori pastello.
San Vicente la portò a casa nostra e lei sorrise. Sa­
peva dire solo poche parole in spagnolo. Tra loro par­
lavano in francese. Immagino che gli raccontasse la
sua storia, cosa che, stando alla mia esperienza, le
puttane fanno sempre durante i primi due o tre mesi
di conoscenza. Lui le doveva parlare di altre cose.
Facevamo ginnastica insieme, correvamo sulla
spiaggia, evitando le chiazze di petrolio grezzo che
arrivavano fin sulla sabbia e non se ne andavano più.
In cucina seguivamo turni precisi, preparavamo frit­
telle. Io insegnai loro due canzoni, lei ce ne insegnò
una di cui non sono mai riuscito a capire le parole
(cos’è che canto, a volte? che cosa vuole dire? sto p ar­
lando di una foresta incantata, di una festa, della ver­
gine Maria?) e lui ce ne insegnò un’altra, una haba­
nera che aveva im parato in un posto chiam ato Gijón.
Greta alternava vitalità, impeti di isteria e una ma­
linconia densa che ci metteva tutti di malumore. San
Vicente e io andavamo qualche volta ai giacimenti di
petrolio; lavoravamo ai motori, parlavamo con la
gente, camminavamo per interminabili giornate lun­
go la costa.
Una sera San Vicente non tornò. Greta e io, dopo
aver ciondolato per casa, ci lasciammo cadere sui
materassi con cui avevamo sostituito il pavimento
originario. Lei mi faceva paura, perché l’avevo senti­
ta gemere di notte, nel sonno; perché avevo sentito i
sussurri del tulle quando San Vicente le toglieva af­
fettuosamente il vestito. Trascinai il mio materasso
fino alla terrazza e cercai di dormire. Lei mi raggiun­
se nuda insieme alla notte, mi carezzò i capelli e si di­
stese accanto a me. I suoi seni palpitavano, chiusi gli
occhi e le misi la mano tra le gambe.
La pelle bianca brillava sotto la luna e a me uscì
una lacrima quando finimmo di fare l’amore e rim a­
nemmo abbracciati, ansimanti. Pensavo di aver tra­
dito il mio amico, di aver preso una cosa che gli ap­
parteneva senza chiedergli il permesso, di avergli ru ­
bato qualcosa. Poi mi addormentai. San Vicente ci
svegliò al m attino con l’odore del caffè appena fatto.
Cercai di nascondermi e lui mi sorrise. Lei gli do­
mandò qualcosa. La sua nudità risplendeva come la
notte passata, ma il giorno era nuvoloso e non c’era il
sole a farle brillare la pelle. Lui le rispose in francese,
poi si rivolse a me per tradurre.
«In galera. Ho passato la notte in galera. La polizia
ha fermato tutto il gruppo per via di un manifesto
che avevamo attacchinato ieri sera.»
Un paio d’ore dopo, mentre grattavo la sabbia con
i piedi, venne a chiam arm i per un lavoro: bisognava
riparare la caldaia di un albergo.
«Lei non è proprietà di nessuno, amico. Tu non sei
proprietà di nessuno. Io non ho proprietà, ho dei
compagni. Tranquillo» mi disse. Fu tutto quello che
mi disse.
Qualche tempo dopo, Greta si uccise bévendo l’ar­
senico che aveva pazientemente distillato dalla carta
moschicida. Lo fece in una stanza d’albergo, in città,
immagino per non comprometterci. Non ho mai sa­
puto il perché. Se lasciò qualche riga non fu per me.
San Vicente non me ne parlò mai.
Un mese dopo, San Vicente lasciò Tampico. Anda­
va a Città del Messico per rappresentare la sezione
comunista a un congresso. Pensai che non lo avrei
più rivisto. Lo salutai sul molo perché prim a andava
a Veracruz e poi avrebbe proseguito in treno alla vol­
ta di Città del Messico. Indossava un vestito bianco e
aveva con sé la sua borsa degli attrezzi. Rimasi sul
molo. Solo, con due lavori nuovi e poco più di sedici
anni.
Quattro
Non esistono fotografie di San Vicente. Neppure una.
Ho l’impressione (da dove mi arriva?) che fosse un
po’ contratto, teso. C’è un disegno che lo ritrae, pub­
blicato in El Demócrata (febbraio 1921, Città del
Messico), l’ho qui tra le mani. Sopracciglia vicine, na­
so adunco, vestito un po’ frusto e gilet; i capelli petti­
nati all’indietro. Dimostra una quarantina d’anni.
Sbagliato, non ne ha più di trenta. L’impressione è
che… Non so che cazzo d’impressione sia. Probabil­
mente perché il disegno non coincide con l’immagine
che mi sono formato in testa. Quello che mi dà fasti­
dio in questo ritaglio di giornale è che qui San Vi­
cente non sembra un uomo allegro, ha quella sorta di
rigidità esteriore, che viene da una rigidità interiore.
La soluzione potrebbe essere immaginarlo con un
mezzo sorriso. Uno di quei sorrisi che garantiscono
al loro proprietario una doppia beffa (del mondo e di
se stesso come protagonista di una tragedia un po’
assurda). Gli m ancano i baffi. Dev’essere questo, gli
m ancano i baffi.
C inque

Durante il viaggio in treno da Veracruz a Città del Mes­


sico, lo spagnolo elegante e dal grande naso che rispon­
deva al nome di Sebastián San Vicente non si limitò a
osservare come i paesaggi di pianura si dissolvevano
nelle montagne accarezzate dalle nuvole, non soltanto
si immerse tra gli alberi che si muovevano nel vento al
passaggio del treno, né dedicò esclusivamente le sue ri­
flessioni a riorganizzare le scarse informazioni di cui
disponeva sul percorso di Hernán Cortés nella sua
guerra in terra messicana (nozioni di sicuro quasi tutte
sbagliate: Cortés non si era appisolato in quel bosco,
non aveva percorso quelle montagne, non era quello il
punto dove era entrato nel vulcano in cerca di zolfo per
preparare la polvere da sparo). Oltre a tutto questo
scrisse su un quadernetto smilzo qualche appunto su
Tampico, lettere non concluse, conti… Il quadernetto
glielo rubarono alla stazione di San Lézaro due borseg­
giatori guidati dal Chanclas, che lo consegnò a un
agente della Politica, che a sua volta lo consegnò ai
suoi superiori; e alcuni anni dopo, il succitato quader­
netto andò a finire sulla scrivania del capitano Arturo
Gómez al comando di polizia.
Nel quadernetto, tra le altre cose si leggeva:
* Il grande sindacato di questa regione sarà un sin­
dacato del petrolio, e non si svilupperà intorno a
Tampico né a Villa Cecilia; nascerà dai giacimenti e
dalle raffinerie, da Mata Redonda, da Chapopote de
Nuñez, Juan Casiano, Tres Hermanos, da Ebano, Ca­
calilao, Cerro Azul, Esperanza, La Laja, Campo Na­
ranjos, dalla raffineria dell’Aguila, da Potrero…
*Dare 2 pesos a Gudino, 6,50 a Garcia, un gilet a
Pantaleón, sei pallottole .38 a Fernando, 1,5 di gior­
nali a Rebeldia.
*Caro amico, avevi ragione, soltanto due giorni e so­
no già immerso nei sogni. Sono scomparse le ultime
tracce dell’infezione alla pelle che mi aveva tanto di­
sturbato nell’ultimo mese. Forse era un problema di
alimentazione, e con il cibo a bordo della nave e con
quello che mi hanno dato i compagni a Veracruz si è ri­
solto. A Veracruz ho consegnato al compagno Miño il
pacchetto che mi avevi affidato, e lui lo ha gradito mol­
to e ha promesso di mandare qualche mango per te e
p e r la tua compagna, e pure una cassa di limoni perché
tu la dia ad Alonso, quello che si occupa della stampa,
perché dicono che a furia di respirare piombo finirà
per ammalarsi e che il limone serve a evitarlo. Dev’es­
sere qualcosa di simile allo scorbuto che viene a noi
marinai se non abbiamo verdura e acqua fresca per
troppo tempo. A Veracruz ho distribuito soltanto qua­
ranta giornali del pacco che mi hai consegnato, venti a
Milo, diciassette al compagno Herón Proal e tre li ho
lasciati in regalo agli stivatori del porto. Si sono impe­
gnati a mandare i soldi a te e …
* «L’ipotesi di Dio è inutile», Sébastien Faure.
* Se un operaio produce ogni giorno tremila viti
grandi con controdado e il costo totale delle materie
prime che usa è di seicento pesos e l’usura del mac­
chinario può essere di sei pesos, e i costi per l’instal­
lazione, per l’energia eccetera sono di undici pesos, e
il padrone le vende a milletrecento pesos, allora… il
padrone è un vero porco.
Sei

Il gringo biondo con la faccia da sarto ebreo è Martin


Palley, dei lavoratori dell’industria; poco oltre, quello
che gli sta accanto è Proal, un sarto di Veracruz, che
è stato presidente del congresso operaio del ’16; poi,
quello che sta scrivendo, uno studente comunista;
quello tutto serio al suo fianco, in giacca e cravatta
come un impiegato, è Araoz del León, il dirigente del
nuovo sindacato dei telefoni… Nella fila dietro, ac­
canto alla donna, quello con la barba è Leonardo
Hernández, che ha guidato lo sciopero dei lavoratori
dei mulini nel ’19. No, quello non lo conosco, rappre­
senta i sindacati di Atlixco e di Puebla, i tessili. Sta vi­
cino a Quintero. Sì. Poi ci sono i municipali, e quelli
dei saponifici, e Duràn della federazione tessile della
Valle del Messico, poi c’è uno spagnolo, San Vicente,
viene da Tampico…
Sette

Hanna a Hurley (a Hoover) State Dpt. Città del Mes­


sico, 18 aprile 1921.
Dip.to rapporti consolato ha raccolto queste infor­
mazioni dietro sua richiesta da diverse fonti. Le cita­
zioni contraddistinte da ja tra parentesi provengono
da un informatore del colonnello Miller, addetto mi­
litare. Quelle che non recano indicazione di prove­
nienza sono state ricavate da ritagli di stam pa raccol­
ti dalla sezione consolare; quelle risultanti con l’an­
notazione BS provengono dall’agente Bockman asse­
gnato dip.to consolare da state dpt.

San Vicente, Sebastián


Nato in Spagna, Gijón, un porto nel nord del paese,
o a Guernica ( b s ) vicino Bilbao. Figlio di genitori
agiati ( ja ), lascia la famiglia per spirito d’avventura.
Ha 25-28 anni. È stato macchinista di nave, addetto
alle caldaie ( ja ). Come marinaio o meccanico ha fre­
quentato molti porti. Negli usa è arrivato diverse vol­
te fino a New York dopo aver percorso tutta la costa
est. Qui è uno dei membri più attivi di organizzazio­
ni anarchiche e della iww. Lo si dice implicato nel­
l’attentato al Mayflower al ritorno del presidente Wil­
son dal suo viaggio in Europa ( ja ). È fuggito quando
sono iniziati gli arresti, si è nascosto e poi imbarcato
clandestinamente per Cuba. Mentre si riteneva che
fosse negli Stati Uniti, si trovava nell’isola di Cuba,
nella provincia di Santiago, dove è stato implicato in
azioni di sabotaggio contro mercantili nordam erica­
ni durante sciopero marittimi. Tornato negli Stati
Uniti si ignorano sue azioni. È segnalato a Tampico
alla fine del 1920 da dove va a Città del Messico come
delegato del Grupo Hermanos Rojos ( ja ). Ha abitato
nella sede del sindacato panificatori durante il con­
gresso e nei giorni successivi. Non ha lavoro fisso. È
noto come anarchico. Si ignorano progetti futuri. Se­
gni particolari, cicatrice all’ascella sinistra di circa
sei centimetri di lunghezza ( b s ). Ottimo tiratore, vin­
ce premi nelle fiere. Lo hanno sentito dire che tor­
nerà prossimamente negli Stati Uniti perché ha la­
sciato conti in sospeso, senza chiarire di che genere.
Otto
«Sa scrivere a macchina, San Vicente?»
«Con due dita.»
«Soltanto?»
«Però abbastanza veloce e senza errori di ortogra­
fia.»
«Be’, allora propongo il compagno San Vicente co­
me segretario addetto alla corrispondenza» disse
Quintero tutto soddisfatto.
San Vicente lo guardò con occhi socchiusi, non era
molto contento.
«Favorevoli?… Cinque. Contrari?… Uno, lo stesso
San Vicente.»
Non che Sebastián San Vicente attribuisse scarsa
importanza alla questione. In un’organizzazione
sparsa in un paese che gli sembrava enorme, senza
militanti di professione, senza soldi per pagare viag­
gi e stipendi a quelli che dovevano viaggiare, senza
permessi retribuiti nelle fabbriche, la corrisponden­
za era l’unico mezzo per tenere insieme l’organizza­
zione, per estenderla a livello nazionale, ma battere
sulla Remington con due dita, un pomeriggio dopo
l’altro, gli sembrava poco utile. Diceva tra sé: “Pa­
zienza, anche questo è lavoro”. E nel giro di un mese
cominciò a riconoscere gli scarabocchi di C annona
da Chihuahua, le lettere fiorite di Castellarne da
Mexicali, i rapimenti poetici di Aurelia Rodrí guez da
Cárdenas, San Luis Potosí, gli accurati scritti di Bru­
schetta da Puebla. Cominciò a vedere le facce, a im­
maginare le stanze dove i suoi corrispondenti scrive­
vano alla luce di un lume a petrolio. Le sue lettere,
che avrebbero dovuto contenere rapporti necessaria­
mente stringati, spogli, vincolati alle decisioni delle
assemblee, note giornalistiche, dibattiti telegrafici su
come interpretare il mondo, cominciarono a trasfor­
marsi. San Vicente ci metteva un tocco personale.
Con Carmona diede il via a uno scambio di lettere in
cui gradualmente l’argomento centrale diventò una
discussione sulle tesi di Faure circa la non esistenza
di Dio. Costrinse Castellanos a studiare economia po­
litica a furia di discutere con lui su quale avrebbe do­
vuto essere l’equo salario del lavoratore nella società
libertaria. Fece quasi am m attire Bruschettà trasci­
nandolo in una discussione sul controllo delle nasci­
te (i metodi più moderni, il maltusianismo, la pro­
porzione geometrica dell’incremento, i cicli di ferti­
lità nella donna), proprio Bruschettà, che era un
omosessuale inconfessato. Coinvolse Aurelia Rodri­
guez in un dibattito epistolare, praticam ente incom­
prensibile, sulle regole del sonetto.
Nel giro di due mesi, si sarebbe potuto dire qual­
siasi cosa circa l’efficienza del segretario addetto alla
corrispondenza della confederazione, ma sarebbe
stato impossibile ignorare che tutte le settimane ave­
va un sacco stracolmo di lettere a cui rispondere.
Nove
«Se ne venga ad Atlixco. È lì che può essere utile. Lì
avrà una missione all’altezza delle sue forze.»
«E quali sono le mie forze?» disse San Vicente.
Pioveva. Pioveva come piove a Città del Messico, e
i due uomini se ne stavano al riparo della pensilina di
un teatro, di fronte all’Imperial, perché non avevano
i soldi per entrare a prendersi un caffè con le ciam ­
belle, come era di moda allora. San Vicente alzò gli
occhi verso le nuvole per guardare l’acqua che veniva
giù, cadeva nelle pozzanghere sollevando piccoli
spruzzi. Non era come a Gijón, dove la pioggia era
quasi invisibile; qui la pioggia si sentiva battere nel­
l’im patto con i vestiti e con la faccia; laggiù no, laggiù
bagnava quasi senza volerlo. Non era come a Gijón,
ma gli ricordava Gijón.
«Una missione per uno come lei, che non ha paura
della morte.»
«Chi non ha paura della morte?»
Com’era distante la stanza umida da cui si vedeva
un lampione e, poco più in là, la spiaggia e il mare.
«Ad Atlixco non c’è il mare?» domandò.
«No, è nello Stato di Puebla, sulla Sierra. Lontanis­
simo dal mare, compagno.»
«Bene.» Comunque il m are non sarebbe stato di
quel colore verde scuro, non avrebbe avuto la forza di
quello cantabrico, sarebbe stato un m are mite, come
quello del Golfo del Messico, che ogni tanto diventa
irritabile, burbero.
«Accetta? Potremmo darle vitto e alloggio finché ri­
mane con noi.»
«E che cosa dovrei fare?»
«La federazione tessile è nell’organizzazione. Ab­
biamo una mezza dozzina di sindacati importanti.
Fabbriche come la Volcàn, la Metepec, fabbriche con
cinquemila operai. Ma non c’è propaganda, non c’è
un giornale, non c’è lavoro di idee, non ci sono as­
semblee. E la confederazione viene ostacolata conti­
nuam ente dal padronato, ci mandano contro dei pi­
stoleros, fanno intervenire l’esercito contro gli sciope­
ri, impediscono che vengano incassate le quote d’i­
scrizione. C’è molto da fare da quelle parti.»
«E ad Atlixco piove come qui?»
«A volte meno, a volte di più» disse l’uomo, non sa­
pendo che cosa sarebbe piaciuto a San Vicente.
Dieci
Caro Flaco,
ci ho messo un po’ a scriverti, m a puoi im m aginar­
ti il perché. Dopo il congresso non ci siamo fermati
nemmeno un giorno per riflettere, tanto meno per
prendere la carta e la macchina da scrivere. Non ab­
biamo pensato ad altro che a una campagna di orga­
nizzazione per fare arrivare l’idea ai gruppi dei lavo­
ratori tessili della capitale, che sono contam inati dai
gialli della crom
Abbiamo ricevuto il prim o num ero di El Trabaja­
dor, ed è stato distribuito con grande successo; come
sempre, il rientro economico è un disastro. Immagi­
no che questo sia dovuto alla nostra inesperienza nel
maneggiare i fondi. Saremmo dei pessimi capitalisti.
Comunque ti spedisco un vaglia postale per l’importo
di dodici pesos e quaranta centesimi. Ti prego di fare
avere a Roberto da parte mia la lista che m ando in­
sieme a questa lettera poiché mi servono i timbri
confederali per le nuove sezioni di Atlixco.
Certo, voi avete San Vicente, che è molto attivo.
Quel compagno è stato un grande sostegno per la
confederazione qui da noi, soprattutto se si conside­
ra che non ci pensa due volte quando è il momento di
rispondere alle provocazioni del padronato e dei
bianchi. Gli ho chiesto di scriverti un articolo per il
giornale, siamo d’accordo che lo farà alla prim a oc­
casione. Gli ho detto che quella occasione speravo
non si presentasse mai, perché l’unico modo per far­
lo scrivere era portarlo all’ospedale con una pallotto­
la in corpo. Mi ha risposto spavaldo (lo conosci) che
si augurava che il colpo fosse al braccio sinistro, allo­
ra sì che, con gran piacere, ti avrebbe potuto scrivere
l’articolo che gli chiedi. Mi dice che dovresti com uni­
care alla segreteria da parte sua che assum erà il suo
incarico non appena potrà farlo e la situazione sarà
chiarita.
È tutto, fratello, come sempre tuo e dell’anarchia.
Antonio Bruschettà
Puebla, Puebla. 11 marzo 1921.
Undici
Il padrone della Cantabria mi disse:
«Li vuoi mille pesos, Tomás?».
Gli dissi di sì e domandai:
«Chi devo ammazzare?».
«Lo spagnolo anarchico, quel San Vicente.»
«Metà e metà» gli dissi, e lui capì subito, perché era
un drago negli affari.
«Trecento adesso e il resto quando i giornali pub­
blicano la foto del morto.»
«E se non la pubblicano?»
«Mi accontento della notizia» disse, spianando a
ventaglio i trecento pesos sul tavolo. Quel bastardo
mi dava banconote da uno e da cinque pesos per far­
li sem brare tanti, e tanti sembravano. Raccolsi il ven­
taglio e salutai portando due dita al cappello.
Me ne andai all’osteria per pensare, e pensai: “Se
vado a La G uadalupana magari il padrone me ne dà
altri trecento, e se parlo con i gialli di Puebla magari
me ne danno, diciamo, duecento, e se parlo con l’ar­
civescovo magari ottengo l’indulgenza in anticipo, se
vendo la storia alYUniversal magari ne ricavo altri
trecento. Perché io ammazzo per soldi, ma non sono
uno scemo, e quello che voglio è aprire una conceria
a Juárez, a Jiménez, lontano da qui, un giorno o l’al­
tro”.
A questo pensavo quando arrivò San Vicente. Feci
la faccia di quello che si sta curando le pene d ’amore
davanti a un bicchiere, m a lui venne dritto al mio ta­
volo e si sedette di fronte a me.
«Mi è stato detto che ti hanno pagato per am m az­
zarmi» disse secco e senza salutare.
Teneva la mano nella tasca e aveva, doveva avere, il
dito sul grilletto e l’autom atica con il cane rialzato. E
perciò lo presi di petto e feci cenno di sì.
«Quanto?»
«Trecento» gli dissi. E mi misi a pensare chi poteva
aver fatto la soffiata, visto che ci avevano messo più
tempo a darm i il grano che ad andargli a spifferare
tutto.
«Con due dita tira fuori i soldi dalla tasca e mettili
sul tavolo» mi disse. Cominciava ad arrivare gente,
ma, mica stupidi, si mettevano dietro a lui. Avevano
già chiaro che, se si sparava, i colpi sarebbero finiti
tutti dalla parte mia.
Spianai i soldi a ventaglio, come li avevo ricevuti.
«Lo sai che non sono per me, che io non avrei pre­
so nemmeno un centesimo.»
Feci di nuovo cenno di sì. E allora capii tutto.
«Grazie» mi disse, e si alzò. «Lo sai chi me l’ha det­
to e perché?», mi dom andò prim a di uscire.
«Credo di aver indovinato. Grazie.»
San Vicente uscì dall’osteria senza guardarsi indie­
tro. Finii la tequila che avevo lasciato a metà e uscii
camm inando lentamente.
Il bastardo della Cantabria gli aveva fatto avere la
soffiata attraverso qualche suo dipendente. Così, se
io non avessi ammazzato lui, lui avrebbe ammazzato
me, e allora gli avrebbero scatenato contro la polizia
e l’avrebbero messo dentro. Più della trappola, mi fa­
ceva male la loro mancanza di fiducia.
Allora me ne andai negli uffici della Cantabria e
piantai una pallottola in fronte a quel tale. Il sangue
gli si mescolò alla saliva sulla scrivania di mogano. I
morti fanno cose strane.
Per questo sono ancora in giro dalle parti della
frontiera, e continuo a com prare e vendere morti an­
ziché avere una conceria.
Dodici

Nessuna strada porterà mai il suo nome. Ancora oggi


è soltanto una macchia, un brandello di nebbia.
«Ombre nell’ombra», dirò di lui e di altri amici suoi
in qualche romanzo.
Frugando negli archivi, tra vecchie carte e micro­
film, il nome compare qua e là. A volte quanto basta
per mettere insieme un pezzo di storia, mai abba­
stanza per completarla. Non c ’è un solo appunto di
suo pugno, né la trascrizione stenografica di un suo
intervento a un congresso, né un articolo completo.
Non ci sono fotografie né ricevute di affitto a suo no­
me (non ha mai avuto una casa), nessun certificato di
matrimonio o di nascita di un figlio. Solo frammenti
nelle colonne dei giornali che a poco a poco disegna­
no l’om bra di un uomo.
Una volta, a Washington, nei sotterranei degli Ar­
chivi di Stato, ho chiesto al com puter di cercare nel­
la banca dati dell’FBi tutte le informazioni su una lista
di militanti anarchici stranieri che erano passati per
il Messico. Attesi nella stanzetta dai muri bianchi
dov’ero rinchiuso. Il com puter rifiutò il nome di Se­
bastiàn San Vicente. Credo che questa storia sia nata
da lì. Scrissi di nuovo il nome mettendo insieme le
due parole del cognome (Sanvicente) e il computer
controvoglia mi fornì un elenco di fascicoli, che
mezz’ora dopo si trasformarono in sei rotoli di mi­
crofilm, poi trasportati nella mia tana tecnologica da
una signorina con gli occhiali spessi come fondi di
bottiglia. Lì dentro c’era la fuga di San Vicente dagli
Stati Uniti, le informazioni confidenziali su di lui che
ogni tanto mandavano dal Messico.
Perché si inseguono le ombre?
Per poter parlare con loro?
Tredici

Era un uomo strano, pensava che la miseria nobilita;


che quando non si ha nulla si divide tutto, e viveva
così, Atlixco gli servì per entrare in pieno nella mise­
ria. Non la miseria delle apparenze nei quartieri bas­
si dell’Avana o di New Orleans che aveva conosciuto;
non la miseria ram m endata e dignitosa di Pueblo
Nuevo, alla periferia di Barcellona. Una miseria scar­
na e aspra. A casa di Zenón, dove era stato ospitato,
divideva il letto con due bambini, uno di nove, l’altro
di undici anni, e con una bam bina di sei. Quando de­
cise di dorm ire per terra, Zenón si offese. Lo avevano
invitato in quella casa perché era una delle poche in
cui ci fosse un letto. Lo stesso Zenón dormiva con la
moglie in una stanzetta (la cucina) sulle stuoie. Il
bambino di undici anni, Javier, il suo compagno di
letto, lavorava alla Metepec come Zenón, giornata di
dodici ore perché erano cottimisti. A casa si mangia­
va due volte, a colazione e a cena. Quando c’era la
carne, una volta al mese, non era per tutti. Zenón
aveva solo un paio di pantaloni. San Vicente, che ne
possedeva due, ne regalò uno a Javier.
Q u attordici

Caro Pancho,
San Vicente mi incarica di com unicarti che sarà
qui alla fine di giugno per collaborare al lancio di El
Trabajador. È passato da Puebla come un vento di
tempesta, sem inando idee, alcune stram be e altre
non tanto, e mi sono giunte notizie del suo arrivo ad
Atlixco. Mi dicono che è stato molto attivo nei centri
della nostra federazione tessile (te ne parlerà Pache­
co che è passato di qui tornando da Veracruz; ci so­
no cose che preferisco non affidare alla posta) e tra i
peones delle fattorie vicine. Ha attaccato violente­
mente le autorità di Atlixco ed è riuscito a far scar­
cerare Sandoval che era in prigione per un’accusa di
furto messa in piedi dal padrone della Metepec e dai
suoi accoliti. Qualcosa di buono ne verrà fuori per­
ché, come ti avevo raccontato in un’altra mia lettera,
e come ti avrà detto Marqués nella sua corrispon­
denza, la situazione ad Atlixco si è fatta insostenibi­
le. Ne parleremo. Riguardo agli opuscoli di Bakunin
che mi hai m andato, devo farti notare che non erano
un centinaio ma soltanto novantotto, ne ho venduti
sessantasette e ti spedisco il vaglia telegrafico oggi
stesso. Conosco bene la scarsità di mezzi dell’orga­
nizzazione e so che non può finanziare gli scavezza­
collo di provincia come me. Passando ad altro, il me­
se prossimo mi unirò a una compagna di qui che
non hai il piacere di conoscere…
Quindici
da :capitano Barcena
a: Comando militare della regione dì Puebla. All’at­
tenzione del maggiore R.V. Salazar Durante.

Confermo agitazione peones fattorie San Diego virgo­


la Estrella virgola e altre stop Opera gruppo aderenti
c g t capeggiato Sebastiàn San Vicente stop Risultano
essersi già scontrati violentemente con responsabili e
capi fabbrica Metepec stop Ieri hanno occupato uffi­
ci federazione padronale al grido viva il prete hidalgo
viva lenin ammazziamo gli spagnoli stop assurdo del­
la faccenda è che il San Vicente che li capeggia è sen­
za dubbio spagnolo perché tutti quelli che lo cono­
scono parlano del suo forte accento stop Chiedo
istruzioni a riguardo stop Barcena
Sedici

Sissignore, urlavano: Viva la Verg ine di Guadalupe!,


Viva i soviet! (o i soviert, non sono molto sicuro del­
l’ortografia delle urla), Viva Lenin!, Viva l’anarchia!
Non me l’ha raccontato nessuno, l’ho sentito io con
queste orecchie appuntite che mi ha fatto la mia fot­
tutissim a madre.
Scavalcavano le recinzioni, il filo spinato, con il
machete in mano, facevano ondeggiare i cappelli in
m ancanza di bandiere, e gridavano, cantavano can­
zoni, ognuno le sue.
Hanno preso tre fattorie nello stesso giorno, sce­
gliendo con attenzione quelle dei padroni delle fab­
briche. Non ci sono stati morti, solo due o tre fattori
presi a bastonate.
A San Diego ho assistito a uno spettacolo inusitato.
Avevano sistemato molti mobili nel cortile, facendo
spazio in modo che gli invasori potessero dorm ire al
coperto. Li avevano trasportati con cura, con l’animo
dei nuovi proprietari desiderosi di evitare qualsiasi
inutile distruzione, e li stavano coprendo con dei teli
di iuta. Tra i mobili c’era un pianoforte a coda che
sembrava non essere mai stato usato perché alle fi­
glie del proprietario andava di più scoparsi i fattori
che dedicarsi alla cultura, così quel piano era nuovo
fiammante.
Allora è comparso San Vicente, che io conoscevo
per averlo visto una volta a un comizio ad Atlixco.
Senza dire niente, si è seduto al piano e si è messo a
suonare le Polacche di Chopin. Gli operai arraffater­
re hanno cominciato ad avvicinarsi e a sedersi sul pa­
vimento del cortile, sui gradini, nelle poltrone porta­
te fuori dalla casa, a godersi la musica. Vicino al pia­
no, una fontana alla francese faceva ricadere lo zam­
pillo d’acqua come fosse un altro strum ento musica­
le impegnato nell’accompagnamento. Se il mio orec­
chio musicale non mi ha abbandonato, San Vicente
non era un genio dell’esecuzione; ogni tanto si im­
brogliava, saltava degli accordi, non li sapeva a me­
moria perfettamente, m a suonava con un misto di
concentrazione maniacale, di offerta professionale a
Persefone, di cautela, di impegno, che contagiava il
pubblico. Chopin ha avuto sempre la virtù di farmi
versare qualche lacrima, e quel soviet chopiniano
non fece eccezione, in quel pomeriggio languido in
una fattoria occupata da seguaci di Lenin, di Baku­
nin, della musica e della Vergine di Guadalupe.
Diciassette

Queste nuvole testone che, cantando, rovesciano la


pioggia sulla strada acciottolata della città di Atlixco
non sono le tue nuvole, penso. Tu pensi che la pro­
prietà sia un furto, anche se si tratta di nuvole, e che
nessuno possa appropriarsi dei paesaggi, che un
giorno sono lì e l’altro giorno se ne vanno. Io la pen­
so come te, nessuno può im padronirsi im punem en­
te dei paesaggi, perché si paga un prezzo. Tu lo vedi
come un fondale, come una decorazione im piastric­
ciata su una tela bianca che, se la guardi da più di
quattro m etri di distanza, nasconde le pennellate e si
trasform a in castello, ponte di nave o piazza San
Marco. Tu pensi che in quella pioggia a gocce grosse
non si nasconda niente, che non faccia altro che ba­
gnare un po’ il cappello nero che un compagno de­
funto ti ha lasciato in eredità per m ano della vedova,
e anche se ha perduto il nastro che lo avvolgeva, con­
serva un’aria di altri tempi. Tu ti vedi come un pas­
sante. Io ti vedo come un uccello nero, un corvo
anarchico che minaccia esplosioni, passioni licen­
ziose. Io faccio molta poesia, a tue spese. Tu fai una
passeggiata per le strade acciottolate di Atlixco, a
spese mie.
Diciotto

Un appunto m anoscritto nella parte superiore. Codi­


ficare e risped. a colonnello Garvey. us Military Intel­
ligence, Washington. Miller.

«Rispondo al suo diretto interessam ento per Seba­


stiàn San Vicente e Richard F. Phillips, che in Messi­
co si fa chiam are Frank Seaman. Il prim o non ha
avuto nessun ruolo nello sciopero dei ferrovieri per­
ché si trovava ad Atlixco, e solo di recente è rientra­
to nella direzione della Confederación General del
Trabajo, di cui è uno dei segretari. Anarchico puro,
presenta grandi differenze rispetto a Phillips che si
definisce m arxista convinto e che, in effetti, è inter­
venuto con forza nel movimento dei ferrovieri du­
rante assemblee pubbliche e promuovendo azioni di
gruppi m inoritari della csf , come pure sulla stam pa
del Partito com unista. Phillips vive insieme a una
suddita polacca che si chiam a Natascia Michai­
lowa, di cui si dice che sia stata traduttrice dell’In­
ternazionale com unista dal polacco, dal russo, dal
francese e dall’inglese, e che conosca personalm ente
Trotskij. È arrivata in Messico di recente con l’Holl­
satia via Veracruz. Ho cenato di recente con loro e,
grazie al mio incarico ufficiale nel partito, mi hanno
rivelato il modo in cui si tengono in contatto con
Mosca, attraverso un gruppo di m arinai tedeschi
che sbarcano regolarm ente a Veracruz e a Campe­
che su navi di nazionalità tedesca e norvegese. Inol­
tre mi hanno inform ato dell’im m inente arrivo di
due inviati dell’Internazionale com unista, uno di lo­
ro è il giapponese Sen Katayama e l’altro un norda­
m ericano di cui non hanno fatto il nom e durante la
conversazione, m a del quale hanno detto che ha una
copertura da distributore austriaco di film per i tea­
tri nazionali. Phillips è nato da qualche parte in Ca­
lifornia e deve avere una causa in sospeso con le au­
torità nordam ericane per renitenza alla leva. Vive
molto m odestam ente in calle de López, in un appar­
tam ento di due stanzette, m a non risulta svolgere
nessun lavoro retribuito, dato che gli scritti e le tra­
duzioni che fa per il partito non gli vengono pagati.
San Vicente, di cui accludo una fotografia in cui
siamo insieme (alla mia destra c’è Pablo Rosas, delle
officine della compagnia telefonica Ericcson, poi lui,
con il vestito m arrone e la cravatta a pallini), è arri­
vato ad Atlixco con molto entusiasmo. È stato con­
vocato dalla segreteria che, dopo lo sciopero dei fer­
rovieri, ha ritenuto di dover intensificare l’attività a
Città del Messico per dare l’ultim o colpo ai sindacati
gialli, che sono stati molto danneggiati dal tradim en­
to dei loro dirigenti al m om ento dello sciopero. La
sua prim a com parsa in sede ha suscitato risate e sor­
presa perché, dicendo che quello era un vero porcile,
si è rifiutato di discutere problemi sindacali o incari­
chi per la stam pa e si è lim itato a prendere una sco­
pa e un secchio e a pulire tutto. Ha passato due gior­
ni a fare le pulizie, negandosi a qualsiasi attività sin­
dacale fino a quando non avesse raggiunto il suo
obiettivo. Sotto lo sguardo sorpreso di Rubio, di
Marí a del Carmen Farias e di Quintero, si è inginoc­
chiato per terra e ha tirato a lucido, che ce n’era bi­
sogno, il lurido pavimento di doghe di legno. Q uan­
do ha finito gli ha detto: «Adesso sì che possiamo co­
minciare a lavorare» e poi li ha avvisati: «Però atten­
zione a non sporcare, perché chi sporca pulisce, e
stavolta ci penso io». Quintero, che butta continua­
mente la cenere sul pavimento quando fuma, adesso
si guarda bene dal farlo e va in giro tutto il tempo
con un piattino in mano.
Si dice che Phillips e lui faranno un comizio a Mo­
relia il Primo Maggio, e hanno già preparato diver­
se altre iniziative di propaganda per questo mese.
Intanto San Vicente sta lavorando con gli spazzini e
con le lavandaie, cercando di organizzare i loro sin­
dacati. Ho cercato di fare una chiacchierata con lui,
m a ha evitato ogni inform azione riservata ed è ri­
m asto sul terreno delle idee. Non ha voluto raccon­
tare niente del suo passaggio per gli Stati Uniti o per
Cuba, anche se mi ha parlato a lungo di Amburgo e
di Shanghai, posti in cui evidentemente è stato d i­
verse volte quando era m arinaio. Aveva l’incarico di
m eccanico di bordo, si occupava delle caldaie. La­
vora ogni tanto, quanto basta per procurarsi il m i­
nimo per la sopravvivenza, sistem a qualche caldaia
o fa qualche riparazione sulle autom obili delle
grandi aziende. Ne ricava abbastanza da vivere
quindici giorni o un mese, perché è un lavoro paga­
to bene; ma lui lo fa fuori in due o tre giorni e via.
Dorme dove la notte lo coglie. Ha un accordo con
una tintoria di cinesi che non sono riuscito a capire
bene: gli lavano e gli stirano il suo unico vestito, e
tira avanti così. Ciò lo rende ancora più pericoloso.
È irreprensibile e la gente gli vuole molto bene, an ­
che se a volte si com porta in modo molto irritante e
violento. T utte due, Phillips e San Vicente, sono
convinti che il movimento rivoluzionario crescerà
molto tra gli operai durante quest’anno e il prossi­
mo. Non condivido questa loro convinzione, le m as­
se sono in letargo e si risvegliano solo per qualche
m omento. Inoltre, la sconfitta dei ferrovieri sem bra
aver messo un freno a molte illusioni. Continuerò a
dare notizie. Allen»
Diciannove

Città del Messico, maggio 1921

La rivoluzione sociale darà, spero, un ritmo e una di­


rezione diversi al nostro modo di vivere occidentale.
Voglio vedere emergere una razza nuova, più serena,
meno ambiziosa, più lenta, più paziente, amante del­
la natura. I grattacieli vanno conservati: nonostante
tutto, sono dei monumenti. A Città del Messico non
ci sono grattacieli e la gente si muove lenta per le
strade e c’è sempre una delicata fragranza di fiori
nell’aria. Abbiamo più tempo per conoscerci. Il cibo è
più genuino, le case più semplici e più belle, la gente,
a parte gli impeti di violenza infantile, è solare, dolce
e incoscientemente compagnona. Negli Stati Uniti,
all’interno del movimento radicale, ho trovato molti
socialisti, ma pochi compagni. Non hai mai tempo
perché il tuo animo ha ricevuto le impronte incancel­
labili della febbre e della fretta, dell’impaziente su­
perficialità della vita americana. C’è qualcosa di di­
verso qui e, anche se non riesco ad analizzarlo fino in
fondo, so che è più vicino alla fratellanza su cui deve
basarsi il nuovo mondo.
Non mi confonde, lascio che mi avvolga e mi acca­
rezzi. È fatta di azioni e di gesti. Non so come rac­
contarlo con precisione. Il mio amico San Vicente,
un incorreggibile anarchico spagnolo, mi dice che in
realtà sono semplicemente passati a far parte di una
società che non ha niente da perdere, che io come
marxista dovrei capire bene tutto questo. Che ci sono
stati tanti sogni falliti, che si è passati vertiginosa­
mente nel xx secolo, che tutti quanti prendono con
calma e con diffidenza quello che gli capita attorno.
Questo da un lato. Dall’altro, c’è l’idea che ci domina
tutti, che l’essere compagni è la forma massima di
amicizia, e che al mondo non c’è niente di più gran­
de dell’amicizia.
Credo che sbagli. Penso che qui si è stati così vicini
alla morte, si è vissuto così intim am ente affratellati
alla violenza che la vita, come elemento da conserva­
re in sé e per sé, vale poco e che quindi bisogna darle
di più, bisogna arricchirla perché valga la pena viver­
la.
Le mie impressioni non hanno l’aria di essere trop­
po marxiste, ma mi trovo in una fase in cui sto appe­
na im parando a miscelare l’analisi oggettiva, lo stu­
dio del cuore del sistema e della sua architettura in­
terna di acciaio, i suoi rapporti di produzione, con le
immagini e le impressioni della soggettività.
Nelle ultime tre settimane non ho avuto troppo
tempo per studiare e per leggere. I ritmi dell’agire
quotidiano si sono fatti vertiginosi, continuam ente
veniamo chiam ati per intervenire a un’assemblea,
per assistere a uno sciopero, per parlare a un comi­
zio, partecipare a questa o a quella riunione. Curiosa
contraddizione: un paese più lento, un ritm o più lie­
ve nel succedersi delle cose, e all’improvviso, nell’ul­
timo mese e mezzo, la furia del risveglio sindacale e
di un’attività febbrile. Tutto funziona a raffiche, a on­
date. Immagino che dopo le manifestazioni comme­
morative del Primo Maggio, che si concluderanno il
giorno 8, tornerem o a un lavoro più paziente e più
cauto, che riguarderà piuttosto la propaganda e l’or­
ganizzazione, e potrò riprendere a studiare e scrivere
poesie. San Vicente, il compagno di cui ti ho parlato,
vuole convincermi che le cose non stanno così e mi
dice che il ritm o continuerà a crescere nei prossimi
due anni, che ci troviamo di fronte a un crescente ri­
sveglio dei lavoratori e al loro ritorno all’organizza­
zione. Io credo piuttosto che creda quello che vuole
credere.
Un abbraccio.
Richard Francis Phillips
Venti
da : Presidenza della Repubblica
a: Ministeri degli Interni e degli Esteri.

Si emetta m andato di cattura e di espulsione come


disposto da articolo 33 Costituzione contro agitatori
coinvolti affare Morelia e incidente Camera deputati,
Sebastián San Vicente, spagnolo; Richard Francis
Phillips, nordamericano; Natascia Michailowa, po­
lacca; José Rubio, spagnolo; Karl Limon, tedesco;
Sá nchez, colombiano; José Allen, nordamericano; M.
Palley, nordamericano; William Foertmeyer, norda­
mericano.
Si esegua. F. Torrebianca, segretario, su disposizio­
ne del presidente A. Obregón.
Città del Messico, 14 maggio 1921.
Ventuno

Forse le ombre hanno una certa densità, ma le ombre


delle ombre, queste tracce disfatte e tenui che trovo
qui e là, hanno ben poco del calore um ano che le ha
generate. Notizie su di lui raccolte tra gli amici con il
passar degli anni, notizie di notizie di notizie. Ombre
vaghe.
Una volta Armando Bartra mi ha detto di essersi
appassionato a Mao Tse-tung perché gli era sem bra­
to che una sua foto rivelasse una bellezza ridicola,
che lo umanizzava.
Non riesco a immaginare San Vicente sorridere.
Sembra che stia per perderlo in una stazione enor­
me, piena di gente.
Ventidue
V entidue

Quando buttarono giù la porta con i calci dei fucili,


Phillips diceva a San Vicente:
«La rivoluzione è scienza, fratello, finché non avrai
capito questa semplice idea non potrai collocarti al
posto giusto, nel senso… nel… come dire?, filo, cor­
so, the stream o f history, della storia, ecco».
Stavano discutendo con una bottiglia di cubano
strasecco messa tra di loro su un comodino in mez­
zo alla stanza spoglia. Era tutto un po’ assurdo,
perché San Vicente era astemio e Phillips beveva
molto poco. Insomma il rum al centro della conver­
sazione aveva una funzione puram ente decorativa,
non pratica. Perciò quando la porta finì in schegge
e uno dei poliziotti entrò nella stanza e colpì con la
canna del fucile il comodino facendo cadere a terra
il rum, non ci furono gravi conseguenze. Phillips
cercava di saltare giù dalla finestra, ma guardando
in basso scoprì le canne di due Mauser che lo
aspettavano per fargli fare l’ultimo volo. Rientrò
nella stanza e sorrise al capitano di polizia che diri­
geva l’operazione.
«Forza, gringo, dica al suo amico di uscire da lì.»
San Vicente si era rifugiato nella stanza da letto
trincerandosi dietro il materasso matrimoniale e un
vecchio arm adio che aveva rovesciato a terra.
«Venga fuori, San Vicente, sono dappertutto e han­
no i fucili.»
«E getti la pistola prim a di uscire» gridò il capitano.
La .45 di San Vicente rotolò sul pavimento tirato a
cera. Dietro, apparve l’uomo con le mani in alto.
«Lei è assolutamente fuori strada, Phillips» disse,
guardando l’amico e senza rivolgere neppure un’oc­
chiata alle canne dei fucili che lo tenevano di mira.
«La rivoluzione è un atto di volontà, che cazzo c’en­
tra la scienza con questo?»
«Zitto, tu» disse un poliziotto spingendolo con il
calcio del fucile.
Phillips mise le mani dietro la nuca dopo essersi infila­
to una giacca di pelle, le cui tasche erano già state per­
quisite dal capitano, e cominciò a camminare verso la
porta.
«Volontà, volontà, sciocchezze, se manca il senso
storico. Volontà senza classe sociale, bah» disse a mo’
di congedo. La bottiglia di rum cubano era ancora
sul pavimento. Prima di lasciare la stanza, un poli­
ziotto tracannò le ultime gocce e la buttò via.
La discussione si interruppe quando uscirono dalla
casa, perché i poliziotti spinsero San Vicente e Philli­
ps verso due automobili diverse, che lasciarono il vi­
colo a tutta velocità.
Al comando di polizia di Mesones, Phillips riuscì a
farsi regalare una sigaretta e ne sbriciolò mezza per
fumarsela nella pipa. San Vicente, con le mani in ta­
sca, ascoltava indifferente la lettura del m andato di
cattura.
«Avete nulla da dichiarare, signori?» dom andò l’uf­
ficiale, seduto mollemente su una poltrona di cuoio.
«Dove saremo estradati?»
«Visto che siete entrati tutt’e due dalla frontiera
settentrionale, sarete lasciati lì. Può essere Reynosa
o Matamoros, o anche Ciudad Juárez.»
Phillips e San Vicente si scam biarono un’occhiata.
«Non potrebbe essere il Guatemala?» chiese lo spa­
gnolo.
«Preferisce forse Cuba?» disse l’ufficiale.
«Maggiore, lei lo sa che non c’entriam o niente con
i fatti di cui siamo accusati. Ma non voglio discuter­
ne. Lei lo sa, noi lo sappiamo, e basta. Ma se ci por­
tate negli Stati Uniti, lì ci arrestano. La stessa cosa
succede a San Vicente se lo m andate a L’Avana.»
«Mi dispiace, non spetta a me decidere.»
Passarono la notte su una panca davanti all’ufficio
del maggiore.
«Tutto il problema, per come la vedo io, portando
la cosa su un piano pratico, sta nella dittatura del
proletariato.»
«È una soluzione transitoria, amico. In condizio­
ni di crisi rivoluzionaria, lei che cosa propone? Non
rim ane altro che esercitare una dittatura contro il
nemico di classe, disarm arlo, reprim ere i suoi ten­
tativi di riprendere il potere, sottom etterlo, im pe­
dirgli di sabotare l’organizzazione operaia, spogliar­
lo di beni e di tecniche. Allo stesso tempo, è neces­
sario im pedire gli eccessi, il caos che settori arretra­
ti del proletariato e del popolo potrebbero provoca­
re. È una formula di transizione. D ittatura tem po­
ranea del proletariato.»
«Mi lascia molto dubbioso: non è temporanea, non
è del proletariato. Tende a essere eterna ed è una dit­
tatura del partito, del vostro partito.»
«Ma il partito rappresenta il meglio della classe»
disse Phillips.
«Questo è tutto da vedere» rispose San Vicente e si
sdraiò sulla sua metà di panca.
Furono portati al penitenziario di Carretero, am ­
m anettati, con le catene alle caviglie e sotto doppia
scorta. A San Vicente, che durante il trasferim ento a
piedi era infastidito dal sole, regalarono un cappel­
lo di paglia perché il suo Stetson nero era andato
perduto nell’assalto alla casa. Camminavano lenti in
un giorno di vento che sollevava la polvere della stra­
da.
«Ma sarà d’accordo con me sull’idea che la classe
lavoratrice non può raggiungere il potere senza orga­
nizzazione» domandò Phillips.
«Sindacale, allargata» rispose San Vicente, strin­
gendo le palpebre in una smorfia per evitare la terra
che continuava a entrargli negli occhi.
«I soviet?»
«Perché no? I soviet. Ma soviet di tutte le tendenze,
soviet di cui facciano parte tutte le organizzazioni
politiche. Soviet eletti direttam ente dalla base, dalle
assemblee nei luoghi di lavoro.»
«I soviet in Russia sono così.»
«Sì, erano così, ma hanno lasciato fuori gli anar­
chici, i socialrivoluzionari.»
«Non sono stati eletti, all’ultimo congresso.»
«Li stanno perseguitando.»
«Hanno agito contro la rivoluzione.»
«Hanno agito contro la dittatura bolscevica» disse
San Vicente.
«Voi non imparerete mai ad accettare il principio
della maggioranza» rispose Phillips, che di tanto in
tanto incespicava.
A Carretero dorm irono sul pavimento, non riusci­
rono neppure a farsi dare qualche stuoia intrecciata
con le foglie di mais. Le piastrelle erano umide.
Phillips cominciò a tossire a m età della notte. Si
alzò in piedi. Attraverso una finestrella a due metri
da terra si vedeva la notte. Neppure una stella. Ac­
cese la pipa, che si spense subito. I residui di tabac­
co erano già bruciati. Li rimescolò senza migliorare
il risultato.
«Solo il centralismo può consolidare la rivoluzio­
ne.»
«Libera federazione di comunità, di industrie set­
toriali. Coordinamento. Niente centralismo. Centra­
lizzare significa togliere l’iniziativa alle forze produt­
tive» disse San Vicente, che sembrava dormire.
Al m attino, una nuova scorta li portò alla stazione
ferroviaria di Colonia.
Phillips cercò di sondare l’agente che aveva la re­
sponsabilità del trasferimento.
«Ci m andano a nord, a sud, sull’Atlantico o sul Pa­
cifico?»
«I miei ordini sono di portarvi a Manzanillo.»
«Dove cazzo è Manzanillo?» domandò San Vicente.
«Un porto sul Pacifico. Di lì possono spedirci in Ca­
lifornia con il vapore. O in Perù.»
«In Cina, magari.»
«Sì, per quel mare si arriva in Cina» disse il norda­
mericano.
«La Cina non sarebbe male» disse lo spagnolo.
«E a proposito di Cina, lei pensa che laggiù, in una
rivoluzione nazionalista, la risposta sia un program ­
ma massimalista o un’alleanza antifeudale? Come si
risolve il problema della maggioranza contadina?
Crede nelle alleanze tra le classi?»
Ripresero la discussione sei ore dopo, sul treno,
am m anettati ai sedili di legno che tormentavano na­
tiche e schiena. Phillips fumava la pipa mentre il tre­
no solcava le montagne della Sierra M aestra occiden­
tale. Fu San Vicente a prendere l’iniziativa.
«Se Marx dice che l’obiettivo della rivoluzione è l’a­
bolizione dello stato, perché la prim a preoccupazio­
ne dei marxisti è rafforzarlo? Perché il marxismo è a
favore delle nazionalizzazioni? Perché si dice che la
pianificazione dell’economia implica il centrali­
smo?»
«Perché non si può arrivare alla meta senza avere
percorso le tappe» disse Phillips. Il dolore alla schie­
na non lo invitava alla metafisica.
«Ma non ci si può arrivare nemmeno se si corre al­
l’indietro» rispose San Vicente, cui il paesaggio bo­
scoso suscitava il peggiore dei malumori.
«All’indietro e in ginocchio… » insistette cinque
minuti dopo, m a Phillips si era addormentato.
La prigione di Manzanillo non era una cosa seria, e
poi faceva molto caldo. Così li sistemarono in un cor­
tile centrale su cui si affacciavano soltanto m uri
bianchi alti due piani, e li lasciarono liberi di cam m i­
nare senza dar loro altre informazioni che un «ci ve­
diamo» e una minestra, quasi tutta acqua, due volte
al giorno.
«E lei è bakuniano, anarchico puro, sostenitore di
Malatesta, vicino agli anarcosindacalisti spagnoli del­
la cnt o che cosa?» domandò Phillips, e poi aggiunse:
«Ho conosciuto Pestaña l’anno scorso a Mosca».
«Non ho il piacere. E poi, io sono anarcosindaca­
lista. Non se n ’è accorto in questi mesi che ci siamo
frequentati? A me piacciono le salsicce e sono vege­
tariano, come tutta la classe operaia spagnola» dis­
se San Vicente un po’ scherzando e un po’ sul serio.
Il secondo giorno, l’ufficiale di polizia incaricato
della sorveglianza apparve in com pagnia di Natascia
Michailowa, am m anettata accanto a lui.
«Vi porto compagnia, signori, e notizie.»
Mentre Natascia e Phillips si abbracciavano, San
Vicente ascoltava le novità.
«Ve ne andate in Guatemala, grazie alla signora qui
presente che ha interceduto per voi presso il governo,
anche a costo di essere espulsa anche lei. Partirete fra
due ore con un vapore che in tre giorni vi porterà a
Sipacate.»
«E che cos’è?»
«Un porto commerciale della United Fruits, mi
hanno detto.»
Phillips si occupò di Natascia, San Vicente si de­
dicò a lunghe passeggiate per la nave aspirando an­
sioso il vento di mare, osservando preoccupato i gab­
biani, cercando tempeste che non apparvero all’oriz­
zonte.
Non ci furono altre discussioni.
Ventitré

Città del Guatemala, 7 luglio 1921

Caro José, scusami se ti scrivo in inglese, ma voglio


essere molto preciso in quello che ho da dire e prefe­
risco l’inglese allo spagnolo. Il compagno che porta
questa lettera è persona di fiducia e ha istruzioni di
consegnarla soltanto nelle tue mani. Abbiamo otte­
nuto buoni risultati, qui, soprattutto grazie a San Vi­
cente che è molto in gamba nel lavoro sindacale e
non per merito mio. Ha contribuito a stimolare al­
cune forze attive che, con il nostro aiuto, hanno co­
stituito la Union Obrera de Guatemala, e ha dato im­
pulso all’affermazione del sindacato tra i lavoratori
del legno e dei forni in questa città. Con la collabora­
zione di questi nuovi compagni, attraverseremo la
frontiera alla fine del mese in direzione di Tabasco,
dove cercheremo di addentrarci nella foresta e poi,
per mare, di arrivare a Veracruz, dove riprenderemo
contatto con l’organizzazione.
Il compito di quest’ultima sarà quello di coprirci
passando alla stampa, per tutto il mese di luglio e per
qualche giorno del successivo, informazioni sulle no­
stre presunte attività in Guatemala, di cui hai saputo
per posta. Puoi inventarti anche delle nostre lettere
spedite da Città del Guatemala. Puoi parlare di comi­
zi al teatro Imperiai, dell’inaugurazione della sede
dell’associazione dei lavoratori dei forni, e dire che
stiamo preparando un giornale che si chiam erà El
Obrero. Se tutto va bene, da Veracruz riprenderò con­
tatto con voi. Avrò bisogno di una casa sicura per me
e per Natascia a Città del Messico, ti raccomando di
trovarla per la prim a settim ana di agosto. Avvisa K,
ma nessun altro. Un abbraccio. Per la Rivoluzione
Sociale, rfp
Ventiquattro

Da quando è tornato dal Guatemala, dorme ogni not­


te in un posto diverso. Non sceglie, non segue un pia­
no prestabilito. Semplicemente, aspetta che arrivi l’o­
ra e dorm e dove la notte lo coglie. In una sede sinda­
cale, nella casa in cui si è tenuta una riunione, in un
tram al deposito, protetto dai sorveglianti aderenti al
sindacato, in un giardino pubblico, in un teatro di va­
rietà approfittando dello sciopero dei macchinisti, in
un circo accanto alle gabbie degli animali. Su tavo­
lacci, stuoie, letti arrangiati, paglia, letti di bordello.
Divide i suoi sogni con una giraffa vecchia, con una
puttana giovane, con i figli di un telegrafista, con il
suo amico telefonista Moisés Guerrero, con Rodolfo
Aguirre, con gli scioperanti de La Colmena che dor­
mono esposti alle intemperie.
Divide albe e notti stellate. Usa i vestiti fino a quan­
do cadono in pezzi, poi ne chiede altri, li ruba, li
compra. Ogni tanto lavora; arrotola sigari con le fo­
glie di tabacco che certi compagni gli portano da Ve­
racruz, fa qualche lavoretto da meccanico, da caldai­
sta, da spazzino.
Non possiede niente, non ha niente da perdere.
Scrive su carta usata e recuperata: sono vecchi volan­
tini di cui utilizza il retro, bordi di cartoline postali,
di giornali, sfridi di carta che si procura alla tipogra­
fia di Humanidad. Se un tempo aveva una stilografi­
ca, adesso usa mozziconi di m atita che raccoglie qua
e là. Legge e rilegge libri altrui. Li prende in un posto,
in una casa, in una biblioteca sindacale, su un tavolo
durante una riunione, e li lascia il giorno dopo in un
posto diverso: un’altra casa, un'altra sede e un’altra
biblioteca sindacale, un altro tavolo durante un’altra
riunione. Appare e scompare, riappare. Dentro di sé
ha un sensore che gli segnala dove avverranno gli
scontri, dove ci sarà la carica della polizia a cavallo,
dove interverranno i pompieri per annaffiare gli scio­
peranti. Sa anche dove si terranno le assemblee, i co­
mizi, le riunioni di redazione delle decine di giornali
anarchici che si pubblicano in città.
Fluttua, gira, arriva.
A volte, sembra un'ombra. È lo stesso San Vicente
del 1921, m a dotato di una nuova qualità magica.
Quella della presenza nel cuore dell’incendio.
Dove passa i momenti liberi? Con chi fa l’amore? A
che ora sogna? Dove vanno i suoi sogni?
V enticinque

San Vicente era seduto tra il pubblico nella sesta fila


con Rodolfo Aguirre. All’improvviso gli sussurrò a
bassa voce:
«“Si afferma che una cosa è impossibile quando
non la si desidera.”»
«Malatesta?»
«Proprio lui» disse lo spagnolo.
«Anch’io ne so qualcuna.»
«Sentiamo.»
«“L’uomo più forte è quello meno isolato”» disse
Aguirre che era stato in carcere nel 1919 con un libro
di Malatesta come unica compagnia.
«Che te ne sembra di questa: “ Lasciamo fare agli
altri quello che non possiamo fare meglio di loro” ?»
«Buona, è buona. Senti quest’altra: “Badiamo a
non credere che l’assenza di organizzazione garanti­
sca la libertà. Tutto dimostra che non è vero.”»
«Ne ho una migliore» disse San Vicente dopo aver
riflettuto un momento «“Lasciamo che la massa agi­
sca come le suggerisce la passione.’’»
Ventisei

«Io, con la nostalgia del paesello natale, mi ci faccio


una bella minestra» disse un giorno San Vicente. Era
il suo modo per dire che se ne sbatteva i coglioni. Di­
ceva anche: «Io con l’ideologia mi ci faccio una buo­
na paella» o «Io con la paura mi ci faccio una bella fa­
bada». Insomma, con quelle cose lui ci cucinava m a­
nicaretti, mentre tutti gli altri ci facevano racconti,
poesie, romanzi.
«E lei, San Vicente, che cosa ci fa con l’amore?» gli
domandò il poeta Miguel Riera per stuzzicarlo.
«Io, quello che posso» disse, risoluto.
Avevano cam m inato intorno all’Hipódromo de la
Condesa e il poeta insisteva nel dire che la città co­
minciava a guastarsi, che tutte quelle urbanizzazioni
moderne dai nomi pomposi, Expansión Roma Sur,
Residencial Condesa, Parque del Hipódromo, erano
soltanto asfalto sulla terra. San Vicente aveva rispo­
sto che quelle romanticherie provinciali lo lasciavano
del tutto indifferente, per poi ribadire la sua frase la­
pidaria sulla minestra di nostalgia del paesello.
«Ha mai pensato, Miguel, che tutta la differenza la
fanno la rete fognaria e il chinino?» disse, sincera­
mente convinto.
«A lei piacciono le macchine, e il fumo delle cimi­
niere…»
«E anche i gabinetti, allora. Mi piacciono le auto­
mobili e, se insiste un po’ e non lo ridice a nessuno,
mi piacciono le mitragliatrici Thompson a tam buro
con cinquanta proiettili calibro 45, quattro chili e
quattrocento grammi di peso e ottantatré centimetri
di lunghezza.»
«Questi suoi gusti non sono compatibili con l’anar­
chia, per quel che ne capisco» disse Riera.
Si erano fermati per lasciare passare quattro car­
rozze scoperte con alcuni ragazzi che tornavano da
una gita o da una festa di charros; in realtà non pre­
starono troppa attenzione ai vestiti, ma soltanto ai
cavalli.
«Mi scusi, Miguel, m a io non posso esserle utile co­
me personaggio di un romanzo, nemmeno come uno
di quelli che compaiono soltanto ogni tanto per com­
plicare la trama. Io sono un uomo di passaggio. Sono
qui e non ci sono. Certe volte, per cose molto im por­
tanti, ho spiegazioni abbastanza stupide.»
Ventisette

Questa città non è quella città. Quella città non è


questa. Sessant’anni non sono passati invano. Non
si tratta di ritrovare nel mostro di oggi la Città del
Messico del ’23. E nemmeno mi vedo coinvolto in
un gioco di nostalgie per cose che non ho visto, che
difficilmente posso indovinare. Si tratta di un pro­
blema professionale. Una volta stabilito che quella
città non è questa, c’è il problema di trovarla, quella
città. I giornali riportano illustrazioni, parlano di li­
nee tranviarie, di vasti terreni su cui verdeggiava il
mais, attraversati da un sentiero su cui arrancavano
le Ford e le Packard. I giornali possono fornire il
fondale, la scena: due macchie laggiù, una strada,
un venditore di uccelli, una struttura coloniale, die­
ci tram nella rimessa, due uomini a cavallo a metà
del Paseo de la Reforma. Non è questo. È qualcosa
di più, qui sta il pericolo. L’invito a credere che una
città non sia il fondale. Mi manca il polso, il cuore
della città, quelle vibrazioni nell’aria, che si celano
nella musica della domenica, negli odori provinciali
che neppure la grande città riesce a nascondere. E
San Vicente si muove su un grande fondale, una
città senz’anima. E questa è colpa mia, non sua.
Ventotto

«… inviato in missione a verificare se è dotata di fon­


damento la voce secondo cui tale Pedro Sánchez det­
to il Tampiqueño sia in realtà il pericoloso anarchico
di origine spagnola Sebastián San Vicente, già estra­
dato dalla Repubblica Messicana in quanto noto sov­
versivo. Si è presentato nella sede della cg t in calle de
Uruguay già nota a queste autorità. Senza aver mai
conosciuto il suddetto San Vicente e disponendo sol­
tanto di una fotografia per identificarlo, l’ha portata
con sé per osservarlo e per confrontarlo con l’oratore
nell’assemblea dei tessili de La Colmena e di Barrón,
al momento in sciopero, e ha riscontrato una notevo­
le somiglianza, oltre a constatare che il Tampiqueño
parlava con accento spagnolo di Spagna e non con
quello che è caratteristico degli abitanti di quel porto
nel nordest del paese. Purtroppo è stato notato men­
tre controllava la fotografia, fermato all’uscita del­
l’assemblea dagli operai tessili e costretto a m angiar­
sela. Essendo quella l’unica fotografia del suddetto
San Vicente di cui dispongono questi servizi, rispet­
tosam ente sollecita…»
Ventinove
Ho sempre provato avversione per i santoni. Un gior­
nalista che ha vissuto una rivoluzione come la nostra
deve acquisire un’indispensabile dose di cinismo, de­
ve difenderla e rafforzarla ai propri occhi come un
amore segreto e immenso. E il cinismo si alimenta
del dubbio, dell’incredulità e soprattutto della sfidu­
cia.
Di queste tre cose, ne avevo in abbondanza quando
conobbi Pedro Sánchez, il Tampiqueño. E lui aveva
troppo del santone, almeno nel modo di fare perché
il suo tipo potesse piacermi. Oltretutto, c’era un in­
ganno assai grossolano nella personalità che presen­
tava. Un Tampiqueño non poteva parlare con una c
tanto m arcata e pungente. Quindi, tra noi, un amore
a prim a vista era escluso.
Io ero un giornalista fallito, non ero un poeta ma
neanche un buon reporter. El Heraldo mi costringeva
a coprire le manifestazioni di piazza dei lavoratori,
assai frequenti a quel tempo, anziché offrirmi un in­
carico di responsabilità in redazione.
A peggiorare ulteriormente le nostre relazioni, c’e­
ra il fatto che io vivevo con l’aiuto di una gruccia di
vetro, di quelle da un litro, e non disdegnavo il ritor­
no al vicolo di Dolores per immergermi nel sogno
dolciastro dell’oppio, m entre il perfido Tampiqueño
fumava soltanto sigari Avana, e anche questo lo fa­
ceva di rado e con sensi di colpa.
Ne avevo sentito parlare e lo avevo visto un paio di
volte da lontano, sempre da lontano, fino allo sciope­
ro del Palacio de Hierro, dove la vita, maliziosa, ci fe­
ce incontrare come due che si affrontano in un vico­
lo cieco.
Avevo preso un taxi con il pretesto dell’urgenza,
confidando che avrei potuto passare il conto all’am ­
ministrazione, se i fatti l’avessero meritato. Nutrivo
buone speranze che la cosa risultasse sostanziosa, e
gli iscritti alla cgt mi deludevano di rado. Per loro lo
sciopero era una battaglia campale in cui l’organiz­
zazione nel suo complesso si giocava il tutto per tut­
to. Il giorno prim a mi ero limitato a pubblicare una
breve nota in cui si diceva che lo sciopero era di­
vampato nei laboratori del Palacio de Hierro a causa
dei m altrattam enti di un capo nei confronti delle cu­
citrici. Insomma, il giorno dopo scendevo dal taxi
proprio quando il pandemonio stava per incomincia­
re. Gli operai avevano circondato l’edificio, bloccan­
do una dozzina di crumiri; la polizia arrivò con un
camion pieno di uomini, seguito da un’autocisterna
che, senza motivo, prese posizione e indirizzò il get­
to d’acqua contro un gruppo di donne, che montava­
no la guardia con i bambini in braccio. Cominciaro­
no a volare sassi contro i pompieri e l’ufficiale di po­
lizia, José Morián, detto il Chato, diede ordine di
aprire il fuoco contro gli scioperanti. A quel punto vi­
di il Tampiqueño entrare in azione. Al prim o sparo si
allontanò da quelli che tiravano sassi contro i pom­
pieri e si diresse con una mano in tasca verso il te­
nente che aveva dato l’ordine di aprire il fuoco.
«Non si vergogna a sparare contro operai disarm a­
ti?» gli gridò mentre continuava ad avanzare verso di
lui.
«I sassi, stanno tirando i sassi…»
«Perché non hanno altro, imbecille» e si fermò a un
passo dal tenente, che portò la m ano alla fondina. Il
Tampiqueño gli afferrò la mano con quella che gli era
rim asta libera, l’altra sempre infilata nella tasca, e gli
disse qualcosa a voce più bassa. I soldati avevano di­
m enticato gli scioperanti per seguire il duello tra
q u ell’u omo e il tenente. Per un attim o sperai di udire
lo sparo, per poter poi scrivere nel mio taccuino che
un operaio era stato assassinato a sangue freddo da
un tenente di polizia. Non successe niente. Scese il si­
lenzio. Gli scioperanti indietreggiarono per racco­
gliere due feriti, m entre i pompieri si erano allonta­
nati parecchio sotto la sassaiola, abbandonando il
blindato e le pompe. Il Tampiqueño si staccò dall’uf­
ficiale e senza voltargli le spalle si allontanò camm i­
nando di sbieco, il che lo costrinse a passarmi accan­
to.
«Che cosa gli ha detto?»
Mi guardò fisso.
«Per lei o per il giornale?»
«Per il giornale.»
«Gli ho chiesto come osava sparare contro operai
disarm ati e se per caso era il proprietario del Palacio
de Hierro.»
«No, mi dica la verità, amico.»
Il Tampiqueño mi si avvicinò ed estrasse la mano
dalla tasca della giacca. Stringeva una .45 con il cane
alzato.
«Gli ho presentato questa signorina e gli ho giura­
to su sua madre, perché la mia è morta, che se non si
calmava lo mandavo a toccare il culo di Satana all’in­
ferno con tre pallottole in pancia.»
E senza attendere la mia reazione se ne andò verso
il gruppo degli scioperanti.
Io rispetto il valore, rispetto la pazzia, m a rispetto
ancor più l’efficienza, e il Tampiqueño apocrifo mi
conquistò per questo. Passava in secondo piano il
fatto che dormisse sulle panche del sindacato tran­
vieri, che non possedesse niente, che prendesse tu t­
to in prestito e non lo restituisse mai a chi glielo
aveva prestato ma al prim o che gli capitava, che sa­
pesse a memoria quasi tutte le poesie di Góngora e
Quevedo, o che parlasse inglese, spagnolo, francese
e turco. E poi aveva un’altra virtù, non chiedeva e
non concedeva favori, e con il suo modo di fare ti
imponeva il percorso da seguire o gli argomenti da
discutere.
Anche così, non l’avrei stimato fino in fondo se non
fosse stato per il tono di scherno con cui trattava se
stesso. Non il tono con cui mi tratto io, che nasconde
malamente il disprezzo che a volte mi ispiro. Qualco­
sa di diverso, più difficile da spiegare.
«Sono un pessimo personaggio, amico, un attoru­
colo in un’opera più grande di me. È l’opera che è im­
portante, noi attori siamo solo comprimari, com par­
se, saltimbanchi.»
«Lei, ed è questo che mi fa incazzare, crede nel de­
stino» gli dicevo, mentre eravamo distesi sull’unico
divano che c’era in casa mia, l’unico rispettato dagli
usurai. Un ridicolo divano rosa tempestato di bottoni
di m adreperla e dotato di un bracciolo per separare i
due occupanti.
«Io sono convinto che quelli che costruiscono le
case non ci vivono dentro. Le pare una buona ragio­
ne per smettere di costruirne?»
«Non mi faccia della retorica, spagnolo fottuto.»
«Non sfugga alla fiamma che porta dentro di sé,
scribacchino di merda» mi rispondeva.
«Lei è alla ricerca della pallottola che la liberi dal
peso della vita. Si porta dentro religione, castigo, pe­
nitenza. Ha animo da cristiano, di quelli che veniva­
no dati in pasto ai leoni.»
«Sono venuto al mondo per amore e per caso» mi
rispondeva. «Che cosa c’è di cristiano nel credere al
fato?»
«Noi uomini roviniamo tutto. Tutto. Distruggiamo
con grazia, ma non sappiamo costruire» dicevo io.
«Immaginiamo che lei arrivi in un porto da dove
partono tre navi. Vuole viaggiare, muoversi, vuole
sentirsi tutt’uno con il mondo, vuole vivere. Su una
delle navi c e scritto: “Destinazione: a puttane”, su
un’altra “Destinazione: sfruttamento, inganno, capi­
tale” e sull’ultima “Verso la rivoluzione sociale”. Allo­
ra o lei rim ane nel porto e guarda le navi partire,
mentre le sue valige sono imbarcate su una delle tre
senza che lei lo abbia deciso, oppure sceglie e sale.»
E così, ore e ore a inventare metafore. Non cercò
mai di convincermi. Quando ero cotto a puntino, la­
sciava che il dubbio si rafforzasse nella mia testa di­
cendo:
«Magari ha ragione lei, ma a che cosa serve aver ra­
gione? È della vita che stiamo parlando».
I nostri incontri erano casuali, accidentali. Una
volta capitò tre notti in una sola settimana. Lui dor­
miva nel mio letto e io sull’orribile divano rosa. Altre
volte passavano due mesi senza che lo vedessi.
Una volta se ne andò dopo una lunga cam m inata
sotto la pioggia. Mi chiese un libro in prestito. Non
me lo ha mai restituito.
Trenta

Forse l’unica cosa che sei riuscito a immaginare con


precisione di quella roba avvolta nel cellofan che si
chiam a futuro è il tuo funerale.
La bara portata a spalla lungo una strada che va
verso la spiaggia (Tampico? Gijón? Shanghai? Rot­
terdam? New Orleans?), la bara che viene calata in
mare e poi lasciata affondare lentamente; un corteo
breve di amici fidati, con qualche bandiera nera che
gioca sbarazzina con il vento del mare.
Trentuno

«Porca puttana, un Tiziano» disse San Vicente, guar­


dando il quadro appeso sopra la cassaforte.
«Si vede che lei se ne intende» disse il padrone del­
l’lmperial, legato su una poltrona di broccato beige
mentre si svolgeva la rapina.
«Se non mi dice la combinazione, ci metto tre ore
ad aprire questa cassaforte. È una Bereter-Zima del
’18. Mi costerà parecchia fatica» disse San Vicente
mentre si aggirava per la stanza osservando mobili e
tendaggi. Il Chato, arm ato di pazienza, se ne stava se­
duto su una poltrona identica a quella occupata dal
padrone dell’Imperial e lo teneva svogliatamente di
m ira con una pistola. Si era dato un aspetto sinistro
con una maschera rossa a cui aveva dimenticato di
fare un buco per poter fumare e che era soltanto un
cappuccio con un’apertura per gli occhi.
«Le giuro che non la so» rispose il padrone dell’a­
zienda. «Oltretutto, anche se la sapessi, lì dentro ci
sono soltanto azioni e documenti. Niente soldi.»
«E perché non la sa, visto che è la sua cassaforte?»
domandò San Vicente.
«La paura me l’ha fatta scordare» rispose serissimo
l’uomo.
«Faremo qualcosa per aprirla e per prendere le pa­
ghe delle ultime due settimane, che lei tiene lì dentro
da quando è cominciato lo sciopero e che usa soltan­
to per i crumiri e per dare la mazzetta al capo della
polizia a cavallo per fottere gli scioperanti. Qualcosa
faremo. Ci infileremo della benzina con una siringa,
e poi incendieremo tutto, compreso il suo Tiziano.
Come diceva lo scemo del villaggio: “Se la chiesa non
è mia, non sarà di nessun altro”, e la bruciò tutta.»
«Lei è matto, signore.»
«Amico» disse San Vicente al Chato «porta il neces­
sario».
«Se mi giura che non darà quei soldi agli operai, le
dico la combinazione.»
«Se le ricordata?» domandò San Vicente mentre,
di spalle al padrone, fingeva di trafficare con una si­
ringa e con la cassaforte.
«La so, la so. Lei mi giuri…»
«Cazzo, lei non solo non merita il Tiziano, non me­
rita nemmeno che ce ne andiamo via e la lasciamo in­
tero.»
«Sei a destra… » disse il padrone della fabbrica,
mentre San Vicente spegneva con cura l’accendino
che aveva azionato ostentatamente, non sia mai che
si bruci il quadro, che non ha nessuna colpa.
Trentadue

Ci sono cinquantadue San Vicente e trentuno Sanvi­


cente nell’elenco telefonico di Città del Messico. Non
vuol dire granché, ci sono trentanove pagine di Sán­
chez composte piccole, in corpo 8, e non ho osato
contare i González o i Pérez. Così ho cominciato pre­
sto, domenica mattina.
«Scusi, parlo con la famiglia San Vicente?»
« … »
«So che le sembrerà molto strano, signora, ma
ascolti, sono uno scrittore e sto cercando di ricostrui­
re la storia di un signor Sebastián San Vicente che vi­
veva qui verso gli anni Venti.»
« … »

«No, di Gijón, in Spagna.»


«… »
«Di Torreón, i suoi nonni? No, tante grazie. Suo
nonno è stato nella Rivoluzione? Sì, ma ascolti, il San
Vicente che sto cercando io…»
Trentatré
(Trascrizione del verbale)
Punto sette dell’ordine del giorno. Questioni genera­
li. Sánchez propone che, insieme all’educazione ra­
zionale, anche la ginnastica svedese venga adottata
come norm a di vita sociale e culturale nei sindacati.
Intervengono Castro Pedro e Cervantes Luis che si
oppongono, obiettando che le due discipline non ri­
vestono la stessa importanza. Sánchez si toglie giac­
ca, gilet e pantaloni e, in maglietta e mutande, dà una
dimostrazione. L’assemblea vota contro per 11 voti a
2 (quello di Pedro Sánchez e quello di chi scrive, se­
gretario alla verbalizzazione). In segno di protesta
contro la sottovalutazione dei presenti nei confronti
degli argomenti in discussione, Sánchez e Garcia Pe­
dro abbandonano l’assemblea in maglietta e m utan­
de per continuare a dim ostrare le virtù della ginna­
stica svedese ai lavoratori di passaggio di fronte al­
l’ingresso della sede. La stesura del verbale passa a
Cervantes Luis.
Salute e Rivoluzione Sociale
Pedro García (firma)
T ren taq u attro

Al comando competente.
L’agente Marcial Ramos Mejía, assegnato al vii di­
stretto di questa capitale, e su disposizione del suo
superiore, cap. Leonardo Márquez Lacroix, informa
lautorità competente dei fatti verificatisi oggi tra le
quattro e le cinque del pomeriggio.
Il sottoscritto era stato comandato insieme a nove
altri agenti del suo gruppo per svolgere attività di sor­
veglianza presso la sede della Confederación General
de Trabajadores situata in calle de Uruguay al nume­
ro 27, sperando che si avesse ha presentare il sovver­
sivo spagnolo José San Vicente dicesi Sebastián San
Vicente alias Pedro Sánchez alias il Tampiqueño che
è ricercato perché essendo stato espulso dal Messico
e poi ha rientrato per continuare le sue attività illega­
li come secondo informazzioni del capitano. Alle
quattro del pomeriggio circa ci siamo schierati sul
luogo dei fatti e abbiamo avviato discretamente la
sorveglianza. Alle sei circa vedemmo entrare quel
soggetto in questione insieme a certi anarchici del
sindacato tranvieri già schedati presso il nostro di­
stretto. L’identificazzione compiuta dal sottoscritto e
da due degli agenti che laccompagnavano (matricola
1103 e 876), è risultata positiva perché ci erano state
fornite fotografie del suddetto allepoca della sua
espulsione. Seduta stando, come si dice, abbiamo
passato comunicazzione al settimo distretto, che ci
ha inviato due camionette con ventiquattro poliziotti
armati. Così, il gruppo che comandavo io in assenza
del mio capitano che non si dava reperibile in quel
momento, fece interruzzione nella sede sindacalista
su citata salendo le scale e abbattendo lingresso vale
a dire la porta. Si svolgeva una assemblea della fede­
razione tranvieri nel locale dove erano presenti non
meno di circa duecento quasi trecento membri della
stessa. Al momento della nostra entrata e per quanto
intimavamo opportunam ente di tenere le mani in al­
to, si sono avvinghiati contro di noi molti dei presen­
ti, più che con intenzione di aggredire con quella di
fare massa per intralciare la nostra missione, essen­
do che uno degli agenti del distretto (matricola 1123)
sera accorto come il menzionato San Vicente sera
infilato in un gabbinetto, vale a dire attraverso una
porta che poi apprendemmo essere di un gabbinetto.
Ci siamo fatti strada dopo un certo parapiglia con i
presenti (allegato elenco dei sindacalisti e degli agen­
ti che sono rimasti contusi) e chi scrive il rapporto a
perso una fibbia del cinturone e gli anno spaccato un
sopracciglio ma senza dover far uso delle nostre armi
da fuoco come ci era stato ordinato. A chi scrive
toccò l’incarico di aprire la porta del gabbinetto che
risultava chiusa da dentro come verificai in prece­
denza e fu una sorpresa scoprire che dentro non c’e­
ra nessuno e che San Vicente era scomparso. Il gab­
binetto, trattasi di una stanza di un metro e mezzo
per un metro di larghezza con un vaterclos e un la­
vandino e si trova in notevole stato di sporchizia. Ha
come sola ventilazzione una finestrella di venticin­
que (25) centimetri di larghezza e quindici di altezza
situata sopra il vaterclos. La finestrella in quanto il
locale si trova al terzo piano dà su un cortile interno.
Sono state fatte prove per vedere se qualcuno poteva
uscire da quello spazio verificando senza lombra di
dubbio che è impossibile. Ciò visto è stato punito la­
gente (matricola 1123) che aveva detto che il San Vì­
cente si era nascosto nel gabbinetto, anche se esso si
è difeso dicendo che la porta era chiusa da dentro.
Dato che la porta della sede era stata sorvegliata da
diversi agenti e nessuno era uscito e poi era stata fat­
ta una minuzziosa percuisizzione dei presenti, non
resta niente da aggiungere al sottoscritto, Marcial
Ramos Mejia (matricola 978).
(In fondo, scritto a mano, a matita: «Degradarlo ad
agente semplice per coglionaggine» e una firma illeg­
gibile.)
Trentacinque
Stava pulendo le sue due armi. La Browning calibro
25 autom atica brunita e la Colt police special calibro
32-20. La prim a gliel’avevano regalata ad Atlixco, la
seconda l’aveva avuta per uno scambio dal padrone
di un’arm eria del centro: aveva riparato la caldaia
che forniva il riscaldamento a tutto l’edificio, e il pa­
drone gli aveva regalato il revolver. Le puliva una vol­
ta alla settimana, mettendo i pezzi su una pelle sca­
mosciata e oliandoli.
Sul tavolo di legno, dove ci si sedeva per dirigere le
riunioni, accanto alla pelle scamosciata era rimasto
un piatto con pochi resti di cibo. Una fila di formiche
impegnate a trasportare briciole di pane viaggiava
tra il tam buro del revolver e i proiettili. San Vicente
le guardava sorridendo mentre oliava le sue armi.
Trentasei
Lui approfitta delle gocce di pioggia che scivolano
sulla finestra, le prende con le dita e si pettina. Lei at­
traversa la strada, piangendo, due piani più sotto, u r­
tando quelli che cam m inano in senso contrario, esi­
ta, accelera il passo evitando una pozzanghera, cerca
con lo sguardo la finestra al secondo piano ed è qua­
si investita da una Packard verde da cui escono grida
e risate. Lui lascia la finestra dove è rim asto ad aspet­
tare per due ore ed entra nel bagno; si lava meticolo­
samente le mani per liberarsi degli ultimi residui del
grasso del motore su cui ha lavorato, poi va verso la
porta. Quando la apre lei è già lì, in attesa; affonda il
capo nel suo gilet e glielo bagna di lacrime e della
pioggia che ha tra i capelli. Lui cerca di guardarla ne­
gli occhi, ma lei li nasconde, fissandoli sul bottone
più alto del gilet grigio. «Perché non possiamo essere
come gli altri?» dice lei, m a lui non ha sentito bene
quel che è stato detto in un sussurro, e capisce: «Do­
ve sono gli altri?»; perciò risponde: «Quali altri?».
«Gli altri» gli dice lei. «Chiunque altro», insiste. Lui
non capisce, e le sistema i riccioli schiacciati dalla
pioggia che le coprono la fronte, mentre chiude la
porta. Lei ripete: «Perché non possiamo essere come
tutti gli altri?». Lui capisce cosa voleva dire e le ri­
sponde: «Sarebbe terribile». Ma si rende conto che
nella dom anda c’è qualcosa di più della retorica degli
sconfitti, e la guarda con attenzione. Lei gli si rannic­
chia contro, si nasconde, affonda i capelli sotto il na­
so adunco di lui che, senza volerlo, si riempie di odo­
re di pioggia. In piedi all’ingresso della stanza, illu­
m inata da un lume a petrolio che appena rischiara, e
male, un cerchio di tre metri di diametro, sembrano
una coppia di attori a disagio che hanno dimenticato
la parte e aspettano soltanto il soffio della voce del
suggeritore che li riporterà alla magia della scena e al
momento degli applausi. Lui le accarezza la schiena
e sente il corpo di lei curvarsi per il dolore. «Che co­
sa succede?», le domanda, e lei si scioglie dall’ab­
braccio e si allontana dall’alone di luce verso il letto
di San Vicente, una branda che adesso è coperta di
giornali su cui ci sono chiavi inglesi e tubi di rame.
Non può lasciarsi cadere sul letto, e si siede su un an­
golo. La luce è rim asta lontana, e lui indovina il pro­
filo di lei, confuso con quello del letto, lei che piange
e tira su con il naso. Con la lampada Coleman in m a­
no si avvicina e comincia a togliere metodicamente
gli attrezzi da lavoro, mettendo i giornali sul pavi­
mento e sopra il saldatore, pezzi della macchina, un
dado arrugginito. Lei approfitta dello spazio che si è
liberato e si stende sul letto, le scarpe si impigliano
nel lenzuolo e lo macchiano di fango; gli orli della
lunga gonna nera sono consunti, tra questa e lo stiva­
letto, la calza bianca m ostra un rammendo, lo scialle
nero è rattoppato. Sulla camicia bianca ci sono due
strisce insanguinate che sussultano mentre lei, con la
faccia affondata nel cuscino, singhiozza. Lui va verso
la cucina, sistemata in un angolo della stanza, e da
un fornello a petrolio prende un bollitore, versa ac­
qua in una tazza vuota e dal tavolino afferra un cen­
cio di dubbia pulizia. «Non strappare la camicia, è
l’unica che ho» dice lei, «si può ancora lavare» e,
senza guardarlo, la sbottona volgendogli le spalle.
Lui l’aiuta a liberare i bottoni delle maniche e a sfi­
larsi la camicia, staccandola con attenzione dalla
parte insanguinata. I seni di lei, grandi e appuntiti,
dondolano liberi. Sulla schiena ha due ferite, due ri­
ghe al cui centro la pelle è lacerata e si vede il sangue.
«Chi te le ha fatte?» dom anda lui. «Che importa» di­
ce lei. Lui bagna nella tazza il cencio da cucina e ri­
pulisce accuratam ente le ferite, si morde le labbra,
un paio di lacrime gli escono dagli occhi e gli rotola­
no giù per la faccia prima di cadere nella tazza.
Trentasette
TVentasette

Su richiesta del suo amico José Rojas, un giorno che


dormono alla stazione, m entre cade una pioggia mo­
notona, si leva l’odore dell’erba um ida e due cani si
avvicinano per condividere il loro calore, San Vìcen­
te recita Calderón de la Barca, perché conosce tutti i
monologhi di Sigismondo in La vita è sogno. Tutti, e
per intero.
Trentotto

La notizia la portò uno zoppo, al quale l’aveva detta


un ragazzo che teneva d’occhio le officine di India­
nilla: i tram circolavano guidati da crumiri e sotto
scorta militare! Un boato si levò da tutti i punti della
platea e si diffuse per i corridoi, per le scale di calle
de Uruguay dove si erano riuniti più di duemila ade­
renti alla cg t , tra i quali oltre mille tranvieri in scio­
pero. San Vicente non aspettò che l’urlo fosse finito e,
con la sua eco ancora nelle orecchie, scese le scale di
corsa. Indossava una tuta da lavoro blu e un berretto
da ferroviere che gli copriva la faccia fino alle so­
pracciglia. Quando uscì dal palazzo, un oratore alla
finestra del salone arringava i lavoratori che occupa­
vano i marciapiedi e buona parte della strada. San Vi­
cente arrivò ai binari del tram che passavano a meno
di dieci metri dalla sede del sindacato e ci si sedette
sopra. Teneva la mano in tasca e accarezzava la can­
na della pistola, insensibile al dolore del metallo che
gli bruciava nel palmo. Erano le undici e un quarto
del mattino, sotto un cielo nuvoloso. Il prim o tram,
una motrice con il num ero 798 e un vagone, era usci­
to dalle officine alle undici ed era passato per Plaza
de Armas qualche minuto dopo. Non trasportava
passeggeri perché nessuno aveva osato fargli cenno
di fermare. Lo guidava un crum iro con una scorta di
otto soldati, indios yaqui di un battaglione da com­
battim ento della guarnigione locale, arm ati di Mau­
ser. Alle undici e diciotto uscì dalla curva che portava
in calle de Uruguay.
San Vicente estrasse la pistola e si fermò in piedi al
centro dei binari. Accanto a lui c’era una dozzina di
tranvieri. La motrice ridusse la velocità e uno degli
yaqui sparò contro gli uomini che bloccavano il pas­
saggio. Non si mossero. Il colpo era alto. Mentre il
tram frenava, volarono i sassi e i vetri andarono in
frantumi. La scorta rispose sparando: una pallottola
di Mauser perforò un Don Chisciotte in due volumi
nella libreria di fronte alla sede; una scheggia di pie­
tra recise un dito a un tessile sedicenne che stava ap­
poggiato contro il muro, a tre metri dalla porta del
sindacato. San Vicente alzò il cane della pistola, ma
non fu il primo ad agire. Un tranviere, Roberto Eche­
garay, prese lo slancio, saltò nel finestrino del tram e
strappò a forza il Mauser a un soldato, poi sparò con­
tro il crum iro che guidava. San Vicente si arrampicò
dalla parte opposta. Colpi di fucile dentro il tram. Lo
spagnolo scaricò sei colpi di fila contro i soldati, fe­
rendone tre. I vetri del veicolo finirono in pezzi, sca­
gliando schegge che ferirono facce e mani di un grup­
po che si era appeso ai finestrini nel tentativo di ro­
vesciare il tram. Quattro soldati uscirono correndo
dalla porta posteriore, ma si trovarono intrappolati
in una folla che gli toglieva i fucili e le cartuccere e li
prendeva a spintoni. All’angolo spuntarono altri
tram, almeno tre, tutti con la scorta. La folla li accol­
se a colpi di fucile e di pistola. I soldati si ripararono
all’incrocio tra Uruguay e Bolivar, usando come bar­
ricata uno dei tram su cui erano arrivati e un carro a
cavalli che trasportava carbone. Appena un soldato
metteva fuori la testa, gli aderenti alla cgt aprivano il
fuoco dai portoni. Non si poteva fare altrettanto dal­
la sede sindacale perché ci si sarebbe dovuti sporgere
troppo dalle finestre. Tuttavia alcuni compagni erano
saliti sul tetto e da lì sparavano con due M auser che
avevano preso ai soldati del prim o tram. Per oltre
dieci minuti si scambiarono fucilate. Si erano passa­
ti la voce di non usare le pistole fino a quando i sol­
dati non avessero provato a caricare, perciò lo scam­
bio di colpi era irregolare, e la maggior parte dei la­
voratori se ne stava nascosta nella sede o nei portoni
vicini. All’incrocio opposto era stata innalzata una
doppia barricata con sacchi di caffè presi da un de­
posito.
All’improvviso, tutto cambiò. Amulfo González, il
com andante della guarnigione, apparve dalla parte
di San Juan de Letrán con una doppia fila di tiratori
della polizia che provarono ad avanzare a passo di
carica. Dall’edificio e dai portoni spararono almeno
cento pistole allo stesso tempo. Dalle finestre del se­
condo piano un gruppo di telefonisti, guidato da Flo­
ra Padilla, Arturo Rojo e Moisés Guerrero e dai fra­
telli Alcalá , mise alla prova la propria mira. Diversi
poliziotti caddero, gli altri disordinatamente.
Dal tetto, dalla strada la cui uscita era rim asta
sgombra, quelli che non avevano una pistola fuggiro­
no di corsa. La difesa della strada e della sede rimase
nelle mani di circa trecento operai, quasi tutti arm a­
ti. San Vicente, approfittando del caos, avanzò verso
la barricata dei poliziotti insieme a Clemente Mejia,
detto la boba, a Ramón Estrada, detto Zorri llo e a Jo­
sé Salgado, detto l’Abuelito, tutt’e tre tranvieri. Veni­
vano avanti gridando e sparando. I poliziotti, di fron­
te a quella carica, arretrarono di una strada. Lì il fuo­
co dei fucili bloccò gli uomini della cgt
Dopo aver conquistato le due barricate, gli operai
accerchiati ebbero un po’ di respiro. San Vicente
andò di corsa verso la sede. Sembrava che Durá n, dei
tessili, e Moisés Guerrero, del Palacio de Hierro, si
fossero incaricati della difesa.
«È solo questione di munizioni. Non possiamo re­
sistere a lungo» disse Durán.
«E se ci ritiriam o passando per i tetti?» propose
San Vicente.
«E poi?»
«Poi lo sciopero generale.»
«Lo sciopero generale ormai è proclamato. Quelli
che erano senz’arm i e sono scappati diffonderanno la
notizia nelle fabbriche.»
«No, allora aspettiamo.»
«Quando non potrem o più tenere le barricate, tutti
nella sede, e poi aspettiamo ancora un po’. Fa’ girare
la voce.»
E sì, una seconda carica della polizia fu bloccata,
m a quelli che stavano sulle barricate dovettero ab­
bandonarle per m ancanza di munizioni.
Per un’ora i soldati tentarono di avvicinarsi all’edi­
ficio mentre, stando attenti a non sprecare nemmeno
una pallottola, dalle finestre rispondevano a ogni mi­
nim a avanzata delle file nemiche.
San Vicente prese accuratam ente di m ira un uffi­
ciale di polizia che si agitava e urlava ordini a due
soldati. Sparò. La pallottola lo colpì in pieno alla m a­
no, e lui si lasciò cadere a terra. «Avevo m irato alla
spalla» si disse San Vicente. Era la sua ultim a pallot­
tola.
«Qualcuno ha ancora qualche .45?» domandò.
Al suo fianco Riverol, un fabbro, gli sorrise.
«Io sto prendendo la m ira senza proiettili da un bel
pezzo. Almeno mi illudo un po’.»
Dalla finestra si potevano seguire i movimenti del­
la polizia che si preparava per tornare alla carica. Se
non c’erano più munizioni, presto sarebbero arrivati
sulle scale. Lì, con i m attoni e con qualche panca, con
due o tre spari, li si poteva trattenere per un po’.
«Prima che carichino, ci arrendiamo. Lassù ci sono
rim asti dieci colpi per quaranta compagni» disse
Moisés Guerrero, che scendeva dal piano di sopra.
«Qualcuno ha una camicia bianca per fame una ban­
diera?»
«Non ci arrendiam o manco per il cazzo» disse il
nero Orestes, uno di Veracruz che lavorava in una la­
vanderia.
«Quanti colpi hai?»
«Due.»
«Be’, allora sparali, e basta, perché ormai c’è poco
da fare.»
«’Fanculo» disse San Vicente.
La bianca sottana di Magdalena Hernández servì
da bandiera della resa. Li fecero passare in mezzo a
due file di poliziotti che li colpivano con il calcio dei
fucili. 246 arrestati. Poi li fecero salire su alcuni au­
tobus che il colonnello di polizia aveva requisito e li
portarono al vii distretto. Lì li schedarono. San Vi­
cente diede il suo nome falso, Pedro Sánchez, ma il
tizio che gli prese i dati sembrò non prestargli la mi­
nima attenzione.
La polizia aveva avuto sei morti e settantadue feri­
ti; gli operai un morto, il tranviere Manuel Roldá n, e
undici feriti. Dopo gli arresti, la sede era stata di­
strutta. Lo sciopero generale divampò, ma rimase
isolato alle fabbriche tessili a sud della città, ai te­
lefoni e al Palacio de Hierro. I tram, invece, conti­
nuarono a circolare grazie ai crumiri. Un intervento
del m inistro dell’Industria, Adolfo de la Huerta, ot­
tenne il rilascio degli arrestati. Come li avevano por­
tati al distretto di polizia, così settantadue ore dopo li
rimisero in libertà.
Trentanove

Un amico, un compagno gli dice:


«Sebastián, agli uomini normali una volta nella vi­
ta capita di innam orarsi di una puttana. Gli idealisti
si danno da fare per redimerle, ma a te non ti basta­
va, dovevi organizzarle».
Sebastián San Vicente risponde qualcosa sul dirit­
to di tutti alla vita, e sull’organizzazione come strada
per far valere quel diritto. Il suo amico, il suo compa­
gno, gli porge un taco di carne di maiale con verdura.
San Vicente lo guarda prim a di mangiarlo. È la sua
unica debolezza nei confronti del cibo messicano, de­
ve osservarlo bene per poterselo mettere in bocca.
Non im porta quello che vede, comunque lo mangerà,
sono tempi di fame e lui non ha fisime. O forse ne ha?
Una piccola fisima che consiste nel guardare attenta­
mente quello che deve mangiare. E, mentre mastica,
Sebastián dice all’amico:
«Non chiam arle puttane. Adesso sono compagne».
«Compagne puttane» dice l’amico, incorreggibile.
Quaranta
San Vicente dice:
«Lei sa che questa non è Rotterdam. Ma lo sa per­
ché la sua memoria glielo dice. Dimentichi un istan­
te la sua memoria. Dimentichi che non conosce Rot­
terdam e che invece conosce molto bene questa città
perché ci è cresciuto. Mi dia retta. Soltanto un mo­
mento. Si dica: siamo a Shanghai, stiamo per sbarca­
re a Boston. Quell’uom o non porta il cappello di pa­
glia, è nero, va a capo scoperto, non c’è questo sole da
coglioni così poco aristotelico, siamo a Città del Ca­
po. Mi segue? Ha capito? Non se lo sente nel sangue?
È aleatorio, è accidentale, soltanto paesaggio. Non
cada nella trappola del paesaggio, non perm etta che
il paesaggio la confonda, annebbi le sue emozioni, i
suoi sentimenti. Non svilisca la sua capacità di com­
prensione razionale, non perm etta che la turbi quella
donna losca che ci sta guardando e che si chiama
Concha López. È greca e si chiam a Lydia, e non è af­
fatto losca, è una di quelle ballerine dei setti veli del
cavolo in un bar del Pireo… Non si lasci ingannare.
Passi attraverso la vita, lasci perdere il paesaggio. No,
le persone non le lasci perdere. Non è questo il pun­
to. Senza le persone non c e niente, soltanto ombre.
Le idee senza persone sono merda, tristi pisciate con­
tro un lampione. No, non è questo che volevo dire.
Volevo dire che è la stessa cosa, che il paesaggio non
deve annebbiarti le sensazioni, la capacità di vibrare
per la minim a ingiustizia, fino ad arrivare sull’orlo
della pazzia, fino a mordersi a sangue, fino a sem­
brare, come dicono loro, un cane rabbioso… Che co­
sa gliene im porta del paesaggio a un cane rabbioso,
direbbe il nemico, e avrebbe ragione. Capisce?».
Quarantuno

«Ma questo tizio è esistito o non è esistito?» dom an­


da Marco Antonio Jiménez, il mio editore, che è un
uomo diffidente.
«Certo che è esistito.»
«Ma così come lo racconti tu?»
«Più o meno, verità più, verità meno. Dettagli.»
«Dettagli davvero?»
«Insomma, lo pubblichi o no? Che cavolo im porta
se è esistito esattam ente così, se il vestito era di quel
colore o di un altro?»
«Ma è esistito?»
«Certamente.»
«Allora va bene.»
Quarantadue
Lei, quanti amici con la gobba ha? Io nessuno. Neppu­
re lei, non è vero? Lo dicevo, io. Nessuno ha amici con
la gobba. Quel tenerone di Victor Hugo ha fatto in mo­
do che tutti pensino che i gobbi si innamorano pazza­
mente, che sono buoni e un po’ stupidi. Nessuno vuole
un amico così. E nessuno vuole per amico un gobbo se
si chiama Leoncio del Prado y Jiménez, tanto più se la­
vora gratis e presta i suoi servigi in un bordello. Così
non avevo altro al mondo che dei buoni conoscenti,
perché quanto ad amicizia, quella che chiamano ami­
cizia, non potevo contare che su un bibliotecario cieco,
sul cane dell’isolato e su una puttana un po’ andata di
testa che chiamano la Calambres. Dico tutto questo af­
finché lei possa rendersi conto che non ho amici, non
ne cerco e non mi lascio trovare.
Insomma non sono un uomo facile in fatto di amici­
zie, e San Vicente non ci sarebbe riuscito a conquistar­
mi, nemmeno lui, se non fosse stato perché mi ha fatto
pena vedere in che condizioni era quel giorno: un oc­
chio chiuso e pesto, un sopracciglio spaccato con una
ferita sanguinante lunga almeno tre centimetri, e tre
costole rotte; pisciava sangue per i calci che gli avevano
dato nei reni, e un dito del piede che guardava dalla
parte sbagliata per la fottuta frattura che aveva; e con
tutto questo, dormiva in mezzo a due letti, per terra, su
un tappeto consumato, mentre quelle due stronze si fa­
cevano un ricco sonno sui materassi.
Ci ho messo mano io e ho rimediato la faccenda su­
bito.
«In piedi, sciacquine, o vi faccio un servizietto a tutt’e
due insieme!»
Bastò la minaccia. Dopo pochi secondi c’erano due
letti liberi per San Vicente.
«Grazie, compagno» disse San Vicente mentre gli fa­
sciavo le costole e gli avvolgevo alla bell’e meglio la fu­
sciacca sopra le bende. E poi aggiunse:
«Si vede che lei è intelligente. Forse mi sbaglio, ma
quella scintilla nel suo sguardo indica che lei ne sa ab­
bastanza della vita, oh cazzo, perché l’intelligenza non
è un dono come dicono molti fanfaroni da queste par­
ti, cazzo, fa male, ma va coltivata. Scommetto che lei
ha letto qualcosa di Malatesta.».
«Si sposti un po’ sulla destra. La mia destra, non la sua.
Malatesta, Bakunin, Most, Kropotkin, Grave, Flores
Magón e tutta la collezione del supplemento di la Pro­
testa, spedita personalmente a mio nome da Buenos Ai­
res e che non presto perché poi non la restituiscono, e
le puttane ci si pulirebbero il culo, e testi tanto divini
non sono nati per culi tanto miseri.»
«Lo sapevo, ahi, lo sapevo, ahi ahi» disse San Vìcen­
te, che era stoico ma non troppo: dovevo fargli un bel
po’ di male cercando di raddrizzargli il dito del piede
fratturato.
«Glielo dico subito, perché poi magari non avremo
occasione di parlarne» disse serio, e io rinviai lo strat­
tone finale per lasciare che partisse con il suo speech.
«Uno può essere gobbo, nasone o asturiano, questo è
aleatorio. L’importante è quello che si pensa, tutto il re­
sto è apparenza, forma eterea, accidente del destino,
casualità.»
«Questo lo so già» gli risposi.
«Perfetto, ohi ohi ohi. Allora non abbiam o niente
da nascondere: lei è gobbo e io ho un’ernia ombelica­
le e i piedi piatti. Possiamo andare ben oltre queste
piccolezze.»
«Buona base per una relazione, cabotiero» gli dissi.
«Cabotiero è quello che ha il cavallo, compagno» ri­
spose.
Lo lasciai lì a sonnecchiare e uscii per organizzare un
sistema di allarme scientifico, che copriva i tre piani del
bordello, tutta quanta la via e diversi isolati vicino. In
queste cose sono un maestro, perché anche se non chie­
do mai favori ne faccio spesso. Non per niente sono l’u­
nico gobbo laureato in medicina alla Sorbona, che cu­
ra gratis alla Colonia de la Bolsa, che pratica l’aborto
sociale, che cura il ricercato per fatti di sangue, che vi­
gila sugli eccessi sessuali ed esercita la medicina natu­
rista a poco prezzo; oltre all’igiene preventiva, si dedi­
ca alla vendita di preservativi senza margine di guada­
gno, alla cura d’infezioni e affezioni cutanee e al meto­
do Prado per trattare l’assuefazione incontrollata alla
droga e all’alcol; e se il paziente non muore, garantito
che si salva, libero dal vizio per il resto dei suoi giorni.
San Vicente dormì ventisei ore di fila senza bisogno
del laudano, e quando si svegliò, davanti al suo letto si
era riunito un gruppo abbastanza eterogeneo di perso­
naggi che abitavano in Casa Concha, vale a dire: io, il
cane, la mia amica Calambres, le puttane svizzere, due
gemelle che i clienti chiamavano «le Uguali» e doña
Concha in carne e ossa, ansiosa di sapere quando
avrebbe potuto riavere la stanza a due letti.
«Non preoccupatevi per me, me ne vado subito, e vi
ringrazio dell’accoglienza che mi avete riservato» disse
lì per lì San Vicente.
La mia amica Calambres fece uno dei suoi numeri
più apprezzati: con una semplice contrazione muscola­
re e nient’altro, fece venire un seno allo scoperto. San
Vicente la osservò attentamente e sorrise. «Ammirevo­
le questa tetta, signorina, è un piacere guardarla.»
«No, lei non se ne va a meno che non abbia altri im­
pegni, Sebastián. Lei lo sa che qui è casa sua» disse
dofia Concha che di solito si comportava in tutt’altro
modo con gli ospiti.
«Mi basta solo che si trasferisca nella mansarda in
modo che le ragazze possano usare questa stanza.» Lo
avvolgemmo nel tappeto e tutti insieme, cane compre­
so, lo trasportammo due piani più su, in una camera
che era poco usata da quando il generale Murguia era
insorto in armi al momento sbagliato e lo avevano fu­
cilato. Una camera che il secondo di Murguia, il colon­
nello Torres, anche lui fucilato, aveva decorato seguen­
do un gusto tutto suo: pareti nere e letto bianco con il
baldacchino. Troppo funerea per i clienti normali.
«Bene, è arrivata l’ora delle presentazioni» disse San
Vicente quando la comitiva si ritirò, lasciandoci soli.
Da una crepa nella vernice nera che ricopriva il vetro
della finestra, entrava appena un filo di sole.
«Dottore in medicina Leoncio del Prado y Jiménez,
nato a Zacatecas.»
«Sebastián San Vicente, meccanico navale, origina­
rio di Gijón.»
«Avevo già sentito pai­lare di lei da queste parti. Lei
ha molte amiche tra le signorine che lavorano in questo
antro… Qualcosa da mangiare?»
«Dottore, mi corre l’obbligo di avvisarla che non sol­
di e che non penso di averne prima di un paio di setti­
mane, e che oltretutto non mi sento obbligato a pagare
debiti contratti per necessità, perché, secondo me, dare
cibo agli affamati è semplicemente un dovere tra esse­
ri umani.»
«La penso così anch’io» gli dissi, e andai a prendergli
un brodo di gallina in un’osteria a due isolati dal bor­
dello, dove il padrone mi serviva gratis da quando lo
avevo guarito da una scabbia perniciosa che non solo
lo stava devastando, ma gli aveva anche messo in fuga
la clientela. Con la tazza di brodo tra le mani, sembra­
va che San Vicente si prestasse a essere interrogato.
«Mi perdoni se m’immischio nella sua vita, ma la cu­
riosità uccise il gatto, come si dice. Mi rendo conto che
domandare a un uomo come lei perché è stato concia­
to in quel modo è come chiedere a me perché sono gob­
bo. Lei mi risponderà: “Il destino”, proprio come farei
io, m a…»
«Dottore, vuole sapere o vuole spiegarmelo lei?»
«… »
«Per entrare a La Colmena, la crom non ha trovato di
meglio che ingaggiare un gruppo di disoccupati, ex po­
liziotti licenziati da E1 Oro, e li ha messi al comando di
un amico di Alvarez, un maiale, dirigente sindacale del­
la Federazione di Città del Messico, che loro stessi ave­
vano mandato via perché era diventato un drogato e or­
mai non serviva più neanche per il lavoro di ufficio. Gli
dissero: “Riprendi La Colmena e ti ridiamo il tuo po­
sto”; glielo disse un certo Macfas, e questi hanno co­
minciato con le provocazioni nelle officine… E la no­
stra gente, che è tutto tranne che paziente, è arrivata
subito alle mani, e allora sono cominciate le prime spa­
ratorie all’uscita, le imboscate a compagni isolati, uno
sciopero di risposta e un attacco alle guardie, licenzia­
menti e così via. Per questo sono dovuto intervenire.
Oltretutto ci voleva proprio uno come me, un esterno,
che non coinvolgesse i compagni in altri problemi; uno
che arrivava, faceva quel che c’era da fare e scompari­
va.»
«E che cosa ha fatto?»
«Di tutto. Non mi guardi con quella faccia ammirata,
dottore, perché mi dà sui nervi. Lei sa cos’è il coraggio?
Certo, lei lo sa bene. Il coraggio è fare quello che dico­
no che non si deve fare quando dicono che non bisogna
farlo, e poi far fronte alle conseguenze. Il coraggio non
ha niente a che vedere con la paura. La paura ti ac­
compagna sempre, è una buona amica. La paura ti im­
pedisce di diventare matto e di fare sciocchezze, la pau­
ra evita che tutto sia gratis, è la paura che dà impor­
tanza alle azioni, che rende responsabili. Se non avessi
paura, sarei un simpatico m atto…»
«Allora, che cosa ha fatto?»
«Sono andato dove Macías si riuniva con gli amici,
sopra una bettola a Tlalpan, a un secondo piano. Sono
entrato e ho detto a tutti…»
«Che cosa ha detto?»
«Niente, cazzo, che cosa dovevo dire… Erano sette,
compreso Macías. Che dovevo dire? “È arrivato il rap­
presentante del proletariato, brutti froci…” o “non vi
rendete conto che voi, figli della classe operaia, ne sta­
te distruggendo il futuro dal momento che agite così
per un’organizzazione gialla, emanazione del padrona­
to?” Ho detto: “Buonasera, ho saputo che potete darmi
un lavoro”. E Macías mi ha risposto: “Che lavoro?”. Vi­
sto che stava vicino alla finestra, gli ho detto: “Lavoro
da …” e lì per lì l’ho spinto. Ma il ciccione era ciccione
sul serio e non si è lasciato buttar giù come se niente
fosse. Allora ho spinto ancora più forte e lui giù per due
piani, spaccando vetri e tutto…»
«E i suoi compagni, che cosa le hanno fatto?»
«Niente di niente.»
«?»
«È che quel ciccione di Macías non è voluto andar
giù da solo e mentre stava per cadere mi si è aggrappa­
to alla giacca e mi ha trascinato per due piani insieme
a lui. Fortunatamente quando siamo atterrati lui stava
sotto e io sopra. Comunque, dottore, come avrà visto
non consiglio a nessuno di farsi due piani in volo, nem­
meno in groppa a un ciccione.»
«E lui che si è fatto?»
«Dottore, se ha intenzione di curarlo, meglio che tiri
fuori dal baule qualche altra laurea oltre quella della
Sorbona, perché quando sono venuto via non stava per
niente bene…Che ne so, immagino sia morto. E così si
è chiuso questo capitolo della storia de La Colmena,
perché nessuno riuscirà a ricostituire il gruppo senza il
ciccione. Lui ci metteva la musica per farli ballare, i
soldi e l’euforia…»
Come faceva San Vicente a sapere che tenevo la mia
laurea dentro un baule?
Nei giorni successivi, mi dedicai a curarlo e a veri­
ficare se avevamo qualche altra affinità: non giocava
a scacchi né a bridge, non credeva alla fortuna; gli
piaceva la musica, m a non sapeva suonare la chitar­
ra. Conosceva le opere di Shakespeare, ma non i so­
netti; sapeva molto di geografia, abbastanza di storia,
m a niente di scienze naturali; era portato per la mec­
canica, parlava inglese, un po’ di francese, un po’ di
tedesco e, chissà perché, un po’ di tagal. Era un ap­
passionato di cinema e prevedeva che quando sareb­
be stato sonoro, a colori e di lunga durata sarebbe
stato lo spettacolo più im portante del mondo.
In quei giorni ebbi modo di studiare il suo rapporto
con le donne. Era estremamente esplicito, anche se te­
nero nel modo di fare, un po’ sdolcinato ma non mielo­
so, preoccupato di mettere tutto in chiaro (era giovane,
non aveva esperienza: quando mai si può mettere tutto
in chiaro?) prima di fare il passo successivo. Forse
quello che induceva le mie vicine ad adorarlo era il fat­
to che le trattava come fossero principesse delle favole.
Lo osservavo, cercando di imparare dal suo istinto.
Una volta mi disse:
«Dottore, il suo rapporto con le donne deve cambia­
re. Se la smette di considerarle come oggetti, vedrà che
le migliori smetteranno di considerarla un gobbo e la
guarderanno come la vedo io, come un essere umano,
un medico abbastanza in gamba, una persona molto
colta e simpatica».
Negli ultimi anni ho seguito scrupolosamente il suo
consiglio. Senza risultati. Ma ormai è tardi per prote­
stare con San Vicente perché un giorno scese a com­
prare le sigarette e scomparve dalle nostre vite.
Quarantatré
«L’illegalità ha a che fare con tutta la vita» disse. «Ma
deve sempre essere un’illegalità di molti, di massa.»
«Il principio è vivere al di fuori della legge. Uno de­
ve vivere fuori della legge» gli rispose l’amico José
Rojas.
«No, non ho niente in contrario ad assaltare una
gioielleria per procurare fondi all’organizzazione.
Però ho l’impressione che quei fondi possano costare
molto cari all’organizzazione se la polizia scopre tu t­
to» disse San Vicente. «Perciò l’illegalità del singolo
deve essere valutata in base ai danni che può provo­
care agli altri» e con questo chiuse l’argomento e non
ci tornò più sopra.
Quarantaquattro

San Vicente scoprì che il cerchio si stava stringendo.


Era una questione aritm etica. Sempre più spie alle
riunioni allargate a cui partecipava di solito. Una lu­
ce alla finestra del gabinetto di una casa che segna­
lava pericolo; due agenti fortunatam ente addorm en­
tati nel vano di una porta da cui stava uscendo; am i­
ci che raccontavano che in giro si facevano domande
su di lui; un articoletto in un giornale che informava
che «il pericoloso anarchico» era stato visto qua e là,
una faccia in una manifestazione, che non prom ette­
va niente di buono; certi segnali sospetti in una casa
dove lo avevano invitato a cena (niente di grave,
niente di pericoloso, soltanto che lo sguardo dell’o­
peraio tessile cercava la porta più del dovuto). In­
somma, era questo. Aritmetica. Ma c’era anche del­
l’altro. Un certo non so che nell’aria, avrebbe detto il
suo amico poeta. Un certo so che nell’aria, avrebbe
detto San Vicente, più sensibile ai segnali dissem ina­
ti intorno a lui. Come se avesse paura, come se stes­
se per piovere e per un attim o l’aria si fosse caricata
di elettricità, fosse diventata un po’ più densa; come
se nella notte qualcuno piangesse a un angolo di
strada, lontano.
Perciò, quella volta decise di dormire al circo Kro­
ne, circondato dalle gabbie degli animali.
«Quando non riesco a dormire, anch’io vengo qui»
gli disse Bruce, il suo amico domatore di orsi e di ti­
gri del Bengala.
«Invece io ci vengo quando voglio dormire.»
«Oggi non è il giorno giusto, c e la luna piena, le ti­
gri saranno nervose. All’orsa fa male un dente. Non
dormirai bene.»
«A me fa male la testa e dicono che russo quando
dorm o all’aperto. Spero di non disturbare i tuoi ani­
mali» gli disse San Vicente.
Bruce si mise a ridere. Era un uomo alto, meticcio,
figlio di un canadese e di una india tarahumara di
Chihuahua, con un cespuglio di capelli rossicci e gli
zigomi sporgenti e dorati. Era quasi al limite, perché
un amorazzo con una trapezista portava alla luce il
suo lato oscuro, depresso, malinconico.
San Vicente rimase vicino alla gabbia, guardando
fisso negli occhi una tigre di quindici anni che chia­
mavano Helena.
L’odore di escrementi secchi degli animali, della
paglia umida, i grugniti dell’orsa che ogni tanto col­
piva le sbarre della gabbia nascondevano le altre co­
se sospese nell’aria: il fatto che gli davano la caccia e
che erano sempre più vicini.
Quarantacinque

Il colonnello Ramos mi disse: «Lo arresti. Se quello


spagnolo di m erda si trova in Messico, è suo. Cosa
crede, quel codione, che siamo qui a farci prendere
in giro da lui? È tutto suo, Gómez. E se non ci riesce,
già la vedo di ram azza alle scuderie. È un ordine di­
retto del generale, il ministro. Usi tutti i mezzi che sa­
ranno necessari».
Gómez sono io. Arturo Gómez, capitano della poli­
zia a cavallo del Districto Federai. Capitano per me­
riti militari, non per aver arrestato rapinatori di vec­
chietti o topi d ’appartam ento. Pianista frustrato, ol­
tretutto. Non frustrato per mancanza di tempo o di
tecnica, m a perché nella battaglia di Celaya ho per­
duto due dita della mano sinistra e nessuno compone
brani pianistici solo per mano destra.
Allora Gómez, vale a dire io, se ne andò nel suo uf­
ficio e si sedette davanti all’incartam ento, e siccome
era ormai notte e si suppone che a quell’ora uno è
fuori servizio, tirò fuori dal cassetto della scrivania
una bottiglia di mezcal El Caballito e si mise a legge­
re. Perché Gómez, vale a dire io, non è un fesso al
quale dicono: arresta questo, prendi quell’altro per le
palle, e lui esegue; Gómez è un tipo di ventotto anni
che ha visto molto sangue altrui e un po’ del proprio
e sta nella polizia per caso, e non vuole fare niente
senza sapere per bene che cosa ci si aspetta dalle sue
azioni, chi se lo aspetta e perché.
E Gómez trova la storia di questo San Vicente,
inarrestabile, non privo di coraggio e di valore, svel­
to con le armi, pronto a fare a pezzettini l’eredità
della rivoluzione messicana con le sue pazzie anar­
chiche. Non era un mascalzone, non era un assassi­
no e nemmeno un criminale come quelli che mi ero
trovato davanti nel corso degli ultimi due anni. Era
peggio ed era meglio. Era un idealista. E lo aveva­
mo lasciato scappare due volte. Puttana miseria,
che razza di fessi a piedi e a cavallo erano gli uffi­
ciali della polizia, della Politica e del Districto Fede­
rai, compreso il colonnello Ramos m a escluso il ca­
pitano Gómez, vale a dire io. Due volte lo avevamo
preso: una volta lo avevamo estradato nel maggio
del 1921, ed era ritornato; un’altra, qualche mese fa,
a febbraio del 1923, dopo la sparatoria di Calle de
Uruguay. Era scritto lì, chiaro chiaro: «Sánchez Pe­
dro», nella lista dei fermati che poi sono stati rila­
sciati un paio di giorni dopo. Ho cominciato a scri­
vere appunti su un blocco ingiallito e, dopo averne
riempito una pagina, me ne sono andato a dormire,
sollevato dalle pene del corpo e dell’anim a grazie al
mezcal.
Il giorno dopo, Gómez, tirato a lucido e senza spe­
roni, perché aveva soltanto da lavorare in ufficio, si
presentò al distretto di polizia e cominciò a sparare
ordini come una mitragliatrice Maxim, quelle che
usavano gli austriaci. Perché a dare ordini che suo­
nano bene e sembrano anche avere un senso, vado
fortissimo.
«Caporale, voglio parlare al telefono con Ventura,
della Politica. Immediatamente.»
«I caporali Marciai e Sousa a rapporto, scattare.»
«Chi è che tiene i contatti con questi informatori
che ci passano le notizie così a capocchia? Leyva?
Mandatemelo a rotta di collo.»
«In questa pratica c’è una foto, ma mancano le co­
pie. Dove sono le copie che dice qui che ci devono es­
sere? Fatene cinquanta entro la mattinata. Me ne fot­
to se il colonnello vuole le foto del matrimonio della
figlia, le vada a chiedere a quelli delle giostre dell’A­
lameda!»
«Voglio qui il responsabile delle guardie del m uni­
cipio di San Àngel, prim a che sia finito il sigaro che
sto fumando!»
Non era troppo difficile. La città era piccola e il
problema era soltanto quello di metterci intorno la
mano e poi stringere il pugno. Dentro ci sarebbe ri­
masto San Vicente.
Ventura venne a rapporto un’ora dopo, con la ca­
micia di fuori e il vestito pieno di macchie d’unto.
«Senta un po’, Ventura, lei sembra uno di loro, di
quelli che bisogna arrestare. Non le farebbe male
passare qualche mese in caserma, anche se lei o di­
venta un mutilato o non avrà mai un portamento
marziale.»
«La smetta, capitano, sono di pessimo umore. Ho
passato la notte a pedinare uno della banda del Tur­
co, e sono stato in posti dove si beve merda pura.»
«Si sente.»
«Perché mi cercava?»
«Lei ha arrestato San Vicente in calle de Uruguay a
febbraio. Come?»
«Non me lo ricordi, capitano, perché l’ho arrestato
e non l’ho arrestato. Insomma, non me ne sono ac­
corto.»
«Ma i suoi uomini lo hanno seguito. Che cosa sa di
lui?»
Ventura tirò fuori dalla giacca trasandata un paio
di sigari, me ne offrì uno e quando lo rifiutai accese il
suo e si mise a parlare fissando la mia collezione di
cannoni in miniatura.
«Lo proteggono, quei rottinculo delle fabbriche, lo
proteggono. Non ha casa, non ha moglie, non ha la­
voro; non dorme mai nello stesso posto. Una meravi­
glia. Lo si può trovare, se si fa un po’ attenzione, alle
assemblee sindacali; o forse lo si poteva trovare, m a­
gari gli abbiamo messo la pulce nell’orecchio con tut­
ti questi tentativi falliti. E poi è difficile acchiapparlo
senza correre il rischio che cominci un casino di spa­
ri da tutte le parti. Lei ha l’autorizzazione a provoca­
re un incidente con la cgt ? Ha il permesso per ri­
schiare due o tre morti e uno sciopero generale, capi­
tano?»
Mi costrinse a pensare. Dunque, così stavano le co­
se.
«Quali sedi sindacali frequenta di solito, e a che
ora?»
«Questo glielo posso dire in un attimo. Vado in uf­
ficio e le mando una nota con i dati che mi chiede.»
Allora si alzò dalla sedia, cerimonioso, sorridente,
come a dire: «Te lo lascio tutto questo bel pacchetti­
no, coglione, nemmeno te lo immagini il casino in
cui ti stai cacciando». Capii il messaggio.
Me ne restai a pensare, finché arrivò il fotografo
del commissariato al quale, per farlo sentire meno
fesso, avevano dato il grado di sergente.
«Agli ordini, signor capitano.»
«Le fotografie. E non fare finta di niente, bestia che
non sei altro.»
«Signor capitano, mi servono un paio di giorni per
prepararle cinquanta foto di quel San Vicente… Ol­
tretutto, poi, in questa che mi ha dato non è venuto
molto bene, e le copie saranno ancora peggio… E il
colonnello mi ha assegnato un incarico…»
«Cinquanta fotografie entro questa sera o ti occu­
perai della merda dei cavalli della sesta compagnia fi­
no a quando comincerà a piacerti la cacca, Marti­
nez!»
Risolto il problema, passai a occuparmi di Leyva,
che stava aspettando all’ingresso dell’ufficio, bello ri­
lassato, il porco, tranquillamente seduto su una pan­
ca. Adesso che lo vedevo bene mi rendevo conto per­
ché era lui l’incaricato di tenere i contatti con gli
informatori: perché era identico a un criminale, e lo­
ro dovevano volergli bene a quel frodo, dovevano
avere proprio tanta fiducia in lui.
«Lei è una vergogna per il corpo. A quanto ho sa­
puto, fa il contrabbando, porta le puttane in caserma
per i sottufficiali, procura orologi stranieri sicura­
mente rubati, e non so che altro combina, caporale
Leyva» gli dissi di primo acchito, tanto per am m orbi­
dirlo, ma quel disgraziato doveva essere abituato a
cominciare così tutte le conversazioni con i superio­
ri, perché mi rispose amabilmente:
«Le piace qualcosa, capitano? Qualcosa di partico­
lare?».
«Tua madre, animale.»
«A un prezzo speciale, signor capitano.»
«Sette giri del cortile, a passo di carica. Jiménez,
controlli che il caporale Leyva esegua l’ordine e poi
me lo riporti.»
Questo sì che avrebbe fatto effetto, pensai, perché
Leyva, grassoccio, sudato alle dieci del m attino per i
troppi liquori della notte, di certo non era un cam­
pione di atletica.
«Capitano, il tenente Suàrez a rapporto» disse un
azzimato ufficialetto della nuova guardia che stava
arrivando al commissariato, perché le nostre unifor­
mi erano eleganti e lui di sicuro, durante la rivoluzio­
ne, doveva essere ancora occupato a ciucciare le tette
della mamma.
«Ho una mezza idea che l’uomo che stiamo cercando,
un certo San Vicente, dorm a nel quartiere di San
Àngel o a Tizapàn, in case diverse, presso operai delle
aziende tessili della zona. Voglio che esegua questa
missione per bene, con discrezione, non alla cazzo di
cane, com’è solito fare, non come una carica di Villa.»
«Lei era villista, signor capitano?»
«No, tenente, a Celaya io ai villisti gliel’ho messo
nel culo fino a farglielo uscire dalle orecchie… Come
prim a cosa parli con discrezione con i padroni delle
fabbriche. Con discrezione, non mi m etta in piedi un
casino, voglio gli indirizzi di tutti i sindacalisti che
agiscono nel quartiere. Quelli più attivi della cgt…»
«Saranno almeno cinquecento, signor capitano.»
«D’accordo, dovrà scrivere un casino. Poi voglio
che cominci di notte, mi segue?, di notte a perquisire
le case di quella gente, con il pretesto che stiamo in­
seguendo un rapinatore. Deve sembrare che non ce
l’abbiamo con loro, insomma: fate la scena anche
nella casa accanto, fino a quando non avrete trovato
un tale di cui stasera le darò una quantità di fotogra­
fie, in modo che ognuno dei deficienti ai suoi ordini
ne abbia una. Senza provocare, senza arrestare nes­
suno, anche se ce ne fosse motivo. Non voglio che
porti in galera nessuno perché ha trovato una pistola
o una stam peria clandestina. Queste faccende non ci
riguardano. Io voglio soltanto quel tale, San Vicente.
È chiaro?»
«Sissignore. Quando cominciamo l’operazione?»
«Stanotte. Perciò vada a San Àngel a procurarsi l’e­
lenco. Io avrò qui le fotografie dopo le otto. Divida la
compagnia in due, e prenda il comando del gruppo
che agirà di notte.»
Bene, quel deficiente non avrebbe arrestato nessu­
no, nemmeno se glielo avessero servito su un vassoio,
ma avrebbe fatto scappare la lepre e le avrebbe chiu­
so la tana.
«Marciai e Sousa a rapporto» dissero due poliziot­
ti trasandati, che si portavano dietro addirittura le
mosche che gli svolazzavano intorno.
«Quanti rottinculo brutti e schifosi come voi pote­
te trovarmi nello spettabile corpo del commissaria­
to?»
«Uh, capo» disse Sousa, che era uno loquace.
Ili
«Uh, capo» disse Marciai, che era un tipo ripetiti­
vo.
«Uh tanti o uh pochi?»
«Uh.»
«Un casino.»
«Bene, portatemene sei alle tre del pomeriggio,
senza uniforme. Da questo m omento siete distaccati
per un incarico speciale. Per qualche giorno sarete
agenti segreti. Vi voglio travestiti da venditori am bu­
lanti, qui, insieme agli altri sei. Potrete passare a riti­
rare la lista dei posti da sorvegliare e un elenco di
istruzioni precise che dovrete im parare a memoria.
Perciò… muoversi.»
Tirai il fiato. Me lo meritavo, avevo guidato il bran­
co di buoi a un buon guado. Ero al secondo sigaro e
al prim o mezcal, quando apparve Leyva sudato e sba­
vante.
«Eccolo qui, signor capitano, sta per venirgli un
colpo» disse il caporale Jiménez con un sorriso enor­
me.
«Leyva. Appena si sarà ripreso dal sano esercizio che
le ho prescritto, voglio che si scaraventi a battere la
città come se le stesse scappando l’anima. Voglio sape­
re dove dorme Sebastián San Vicente, dove sarà tra tre
ore, tra cinque, domani, tra una settimana. È un noto
aderente alla cgt, usa il nome Pedro Sánchez e lo chia­
mano il Tampiqueño; uno spagnolo con un gran naso.
Ha a disposizione cinquanta pesos della cassa della ca­
serma per pagare i suoi informatori, ma per ogni paga­
mento che risulterà inutile o tutte le volte che vorrà ve­
dermi in faccia, dovrà fare una corsettina, capito?!»
«Chiarissimo, signor capitano.»
Bene, missione compiuta. Adesso, se la cosa non fos­
se andata in porto, le corsettine in cortile sarebbero
toccate a me, vale a dire al capitano Arturo Gómez.
Quarantasei

Esci dal sonno tra le urla, e salti giù dalla branda con
il pigiama a righe celesti e grigie, carcerario, e la pi­
stola in pugno, presa da sotto il cuscino. Il pavimen­
to è freddo. Anche se il mondo intorno a te si è tra­
sformato in una specie di folle carnevale, cerchi di
orientarti. Di ricordare dove stavi dormendo, in qua­
le casa, dove danno le porte, su quali strade. Perché è
ovvio che quelli che ti cercano si stanno avvicinando;
non c’è dubbio: quelle grida, quegli ordini confusi, i
calci dei fucili che battono contro il legno di una por­
ta. Ti infili le scarpe senza calze e ti appendi l’altra pi­
stola alla spalla dopo aver verificato che è carica.
«Venga fuori, San Vicente, con le mani in alto!»
C’è una finestra, ti affacci. Alle tue spalle risuonano
alcuni spari che bucano le assi della porta. Comin­
ciamo dall’inizio: trascini contro la porta un armadio
da un metro e mezzo, e poi ci metti sopra la branda
di tela e un baule pieno di piatti vecchi. La finestra.
Un primo piano. Metti fuori la testa, con i capelli rit­
ti, come se avessi preso uno spavento. E questo che
cazzo è, se non uno spavento? I vetri si infrangono,
un colpo entra dalla finestra. La pallottola si conficca
nel soffitto spargendo una nuvola di calce. Con la
canna della Colt elimini i pezzi di vetro rim asti e spa­
ri cinque volte in rapida successione. I colpi dei calci
di fucile m andano la porta in pezzi. Salti dalla fine­
stra. Quando i piedi toccano terra perdi una scarpa,
continui a sparare, adesso con il revolver, verso due
om bre che scappano. Ricarichi alla luce del lampio­
ne, e poi ti metti a correre come un fantasm a in pi­
giama per le strade acciottolate di San Àngel, cantan­
do a squarciagola Hijos del Pueblo, stonando la strofa
che dice: «Rojo pendón, de libertad». Pensi che, in
queste particolari e allucinanti circostanze, sarebbe
meglio cantare la nona di Beethoven.
Quarantasette

Nella biografia di Malatesta scritta da Luigi Fabbri


trovo alla pagina del colofon una annotazione che de­
vo aver scritto alla fine degli anni Sessanta: «Perché
desideriamo la pace dei caffè, se abbiam o la torm en­
ta?». Secondo me le due cose, che sia stata scritta al­
la fine degli anni Sessanta e che si trovi in fondo a un
libro di Malatesta, non sono casuali. Non lo è nem­
meno il fatto che rispunti fuori adesso, quindici anni
dopo, quando è arrivata l’ora di spiegare il perché di
quella caccia a San Vicente.
Qualche anno fa, quando avevo messo insieme il
poco che ero riuscito a trovare su di lui, avevo scritto
una nota di dieci righe che doveva servire come pre­
messa a un articolo per un giornale, e diceva pres­
sappoco così: «Chi scrive confessa una delle sue os­
sessioni più recenti: fare un’edizione riveduta e am ­
pliata del libro dei santi della sinistra. Ricorda le dif­
ficoltà della generazione del ’68 nel trovare facce e
nomi a cui rifarsi per riallacciare il filo sottile della
continuità, la ricerca di nomi rossi presso cui rifu­
giarsi… ». Queste possono essere le chiavi personali:
una citazione in un libro di Malatesta, il libro stesso,
la revisione del libro dei santi… Ma ci sono altre do­
mande dentro la domanda: perché San Vicente? Che
cosa rappresenta San Vicente? Forse è la caparbietà
che lo fa uscire dall’anonimato? È l’accanita fedeltà
ai principi? La durezza che ne fa un personaggio ar­
monioso e non lacerato dalle contraddizioni? La
mancanza di un’identità nazionale?
Credo che dietro alle ragnatele che popolano l’an­
golo più nascosto della mia testa ci sia una traccia di
quest’ultimo argomento. L’idea dell’esilio volontario,
l’idea che il radicamento in una patria stia in tanti
frammenti di molti paesaggi che possiamo sentire
nostri: in amici, storie, situazioni, settori di una clas­
se sociale senza volto eppure nostra. Non è u n ’idea,
un pensiero astratto, è una sensazione di affinità in­
tima, di piacere che si manifesta in un senso di calo­
re nel corpo, quando passi per le montagne asturiané
davanti agli ingressi delle miniere o quando ti perdi
nella polvere del pomeriggio a Irapuato; quando sen­
ti raccontare dalle pagine di un libro storie che suo­
nano dannatam ente tue. Cose così, che hanno poco a
che fare con il passaporto, perché ancora non sono
stati inventati i passaporti per la classe sociale, per
un angolo di regione, per un frammento di storia. An­
cora non ci sono passaporti da «cittadino del m on­
do» rilasciati a Gijón. Quell’idea diabolica che San
Vicente si è portato dietro per i tre anni in cui si è ag­
girato per il paesaggio messicano, l’idea che la rivolu­
zione era parte del bagaglio, era un pezzo del puzzle
privato che combaciava con altri puzzle, in molte
città, in molti momenti, in molte organizzazioni. Un
pezzo che combaciava con precisione tutte le volte, a
patto di cercare con attenzione.
Penso a tutte queste cose, sfogliando distrattam en­
te il libro di Fabbri su Malatesta.
Quarantotto

San Vicente infila nella tasca della giacca L ’anarchia


di Enrico Malatesta, e respira profondamente. Non
può andare alla riunione di Nuestra palabra perché è
sicuro che lì lo aspetta la polizia. Cambiare città? San
Luis Potosí, con il gruppo anarchico di Librado Rive­
ra? Veracruz con Fernández Oca, uno di Santander
che si sta dando da fare per i sindacati anarchici nel­
le campagne? Puebla con Bruschettà? O posti nuovi
dove l’organizzazione della cgt non è cresciuta, come
le miniere di Chihuahua, Coahuila o Zacatecas?
Fa freddo. Anche se ha trovato un vestito, gli m an­
ca la camicia, e la giacca del pigiama non gli perm et­
te di indossare la cravatta che tiene in una tasca. Gli
piace quella città, che un giorno è fumo e un altro
giorno aria piena di um idità e di pioggia. Gli piaccio­
no i quartieri del sud e i filatoi, gli piacciono i caffè
del centro, le passeggiate per Reforma al mattino. Ma
non gli piace al punto di volerla vedere dalla finestra
di una cella.
San Vicente fa dei piani. Saldare qualche conto, la­
sciare qualche messaggio e partire su un’automobile
rubata fino a una città vicina. Poi il treno.
Un bam bino gli si avvicina per vendergli un gior­
naie. San Vicente si fruga nelle tasche e finisce per ri­
fiutare. Mentre il bambino si allontana, lo ferma con
un «Aspetta» e gli regala il libro di Malatesta. È me­
glio viaggiare con poco bagaglio.
Quarantanove

Raccontarlo serve a poco, perché non è successo


niente, anche se ho fatto in modo che qualcosa suc­
cedesse. Sarà perché perdiamo sempre, perché la no­
stra ora non è arrivata, perché i migliori se ne vanno
e rim aniam o soltanto noi, i più coglioni, i più inutili,
noi che intrecciamo sogni e non li facciamo diventa­
re vita. Sarà perché per la storia della pistola non ho
preso il prim o treno, per la storia dei manghi ho per­
duto il secondo e pure Miño, per la storia della coin­
cidenza mi sono incasinato a Veracruz e per essermi
incasinato a Veracruz ci ho messo due giorni a trova­
re il carcere, per mancanza di coglioni o per eccesso
di piani non ci sono entrato, siccome non ci sono en­
trato lo hanno portato via mentre stavo scopando, e
dato che stavo scopando l’ho visto soltanto da lonta­
no e non ho capito se sorrideva o no quando lo han­
no fatto salire sulla passerella. Sarà per questo, m a­
gari.
Ve lo racconto per insegnarvi che anche noi, uom i­
ni di buona fede, siamo stupidi, o meglio ancora,
quanto maggiore è la buona fede, tanto più siamo
stupidi.
Il tredici luglio dell’anno 1923, mentre camminavo
verso casa, sulla porta mi sono ritrovato Hilario. Tut­
ti e due eravamo stati licenziati dai tram e stavamo
sulla lista nera, ma io avevo un cugino ferroviere alle
officine di Balbuena e, sotto falso nome, lavoravo a
ore nella manutenzione elettrica. Hilario, invece, per
quanto cercava, non trovava nulla e tirava avanti fa­
cendo lavoretti al sindacato. Quel giorno, appena l’ho
visto da lontano, mi sono detto: “Ah, fottuto Hilario,
è successo qualche cosa, sei troppo agitato”, perché
saltellava da una gamba all’altra e guardava ai due la­
ti della strada mentre mi aspettava. Tanto concentra­
to che gli è passata sotto il naso una tipa niente male
e non l’ha vista nemmeno.
«Hanno beccato San Vicente, Pedro Sánchez» mi
ha detto.
«E come cazzo hanno fatto?»
«Sono entrati a casa mia venti poliziotti con la pi­
stola in m ano… di più, quasi trentacinque… e a calci
lo hanno tirato su da terra.»
«Stava a dorm ire da te?»
«E sì, e h …»
“Oh cazzo” mi dissi, perché con Hilario ci puoi par­
lare fino a un certo punto. È uno che si batte e un
buon compagno, ma una volta che gli ho dato una .38
da tenermela mentre dormivo, nello sciopero, alla
porta delle officine Indianillas, l’ha usata come uovo
per ram m endare certi suoi calzini tutti sputtanati. La
pistola dentro il calzino, e lui che cuciva tutto con­
tento, lo scemo.
«Lo ammazzano» ha detto Hilario.
«No, ma lo buttano fuori, al nord. E lì lo fottono
perché ha dei sospesi… Dove lo hanno portato?»
«So m ica… »
«Non lo hai seguito?»
«No, mi avevano già preso». Era vero, io per la fret­
ta non me n e ro accorto, m a aveva un occhio chiuso
e gonfio di sangue sotto il sopracciglio per una cor­
nata tremenda.
Entro in casa senza neanche guardare il mio vec­
chio, che era l’unico che abitava con me in quei gior­
ni, perché la mia donna se n’era andata ai campi con
i ragazzi, e mi metto a cercare la pistola nel baule. Gi­
ro e rigiro e tiro fuori solo libri, carte, documenti del
sindacato e camicie vecchie, ma della pistola nem­
meno l’ombra. E io dicevo:
«Dove sei andata a ficcarti, maledetta?».
Alla fine il mio vecchio si è commosso e mi ha det­
to:
«L’ho nascosta io».
Mi giro e ce l’aveva lui lì, la .45 bella tozza, più
grande della storia della rivoluzione francese di Kro­
potkin, e con due caricatori pieni.
«Vecchio, sei un figlio di puttana.»
«Il diavolo si mette di mezzo, figlio mio, e tu sei
sonnambulo e magari di notte la prendi e mi c’im­
piombi.»
«Macché, per quello che mangi tu, non ti ammazzo
nemmeno dormendo» gli ho detto. E siccome sapeva
quello che dovevo fare, gli ho dato un incarico:
«Digli al cugino che tom o presto, che mi deve con­
servare il lavoro, che non vado via per sempre».
Sono scappato in strada con la pistola che mi pesa­
va nella giacca che mi ero buttato sulle spalle, e Hila­
rio dietro.
«Dove andiamo?»
«A trovarne un’altra, che per quello che c’è da fare
una non basta.»
Hilario, anche se vedeva che il gioco si stava facen­
do duro, mi ha seguito fino a casa del compagno
Mayorga. Bussiamo alla porta e quello non apriva. O
non c’era, o stava fottendo, il Mayorga. Per questo
era rinomato. Tre ore abbiamo girato intorno a casa
sua, un capannone dietro allo Zócalo verso calle de
Jesus Maria, fino a quando ci si presenta davanti tut­
to tranquillo.
«Siamo venuti per la pistola.»
«E perché?»
«Hanno beccato San Vicente, figlio mio» gli dico,
anche se il Mayorga ha almeno quindici anni più di
me.
«E che cosa vuoi fare, compagno?»
«Lo tiro fuori a furia di piombo, e mi serve un’altra
pistola.»
«Ci vai da solo?»
«Da solo. È una questione personale, le organizza­
zioni non c’entrano. Ci vado da solo.»
Mayorga capisce, entra in casa e mi dà la pistola
avvolta in una copia di Nuestra Palabra. E non mi
chiede nemmeno quando gliela ridavo, non dice
niente.
Be’, una cosa l’ha detta:
«Se non ci riesci, faccelo sapere tram ite Hilario,
così organizziamo una mobilitazione alla grande,
Che almeno non lo estradano al nord».
«Sta bene» è stata l’ultima cosa che gli ho detto, e
l’ho lasciato al buio perché si era fatta notte.
Si stavano accendendo i lampioni quando Hilario e
io siamo arrivati con la lingua di fuori a calle de
Humboldt. Sulla porta ci ferma uno di guardia e mi
costringe a guardarlo storto. Saliamo le scale di cor­
sa ed entriam o in redazione.
Tomás Salas stava seduto alla m acchina da scri­
vere, con gli occhi chiusi. Era il redattore della ne­
ra. E qualche volta aveva dato una mano all’orga­
nizzazione. Di lui si raccontavano cose da non cre­
derci: che scriveva i suoi articoli d ’un fiato, senza
neanche pensarci. Siccome sembrava sul punto di
dire qualche scemenza, siam o andati dritti al pun­
to:
«Abbiamo bisogno di te, Tomás».
«Ma guarda, gli uomini della cgt, l’orda di Baku­
nin, che cosa posso fare per voi?»
«Hanno preso Sebastián San Vicente, dove posso­
no averlo portato?»
«San Vìcente! Ma non l’avevano già espulso nel
maggio del ’21?»
«Era tornato.»
«Digli che si chiamava Pedro Sánchez» mi ha ri­
cordato Hilario.
Tomás prende il telefono e comincia a chiam are
uno per uno i suoi contatti alla polizia del d f , alla Po­
litica, alla caserma del commissariato, a Belén, nei
distretti, ai segretari del governatore Gasca. Sem bra­
va che San Vicente se l’erano portato in cielo.
All'improvviso, Tomás alza la testa dal telefono su
cui stava chino a parlottare, a spettegolare con la leg­
ge, e dice:
«Se lo sono portato a Veracruz».
«Fottuta la madre di Obregón.»
E sono scappato correndo a Buenavista. Alla sta­
zione non c’erano amici, così mi sono messo a rum i­
nare: dirottavo un treno e me ne andavo a Veracruz a
forza di pistola... Sì, e quando arrivavo a Puebla tro­
vavo cento poliziotti che mi aspettavano... Assaltavo
la stazione del telegrafo e ordinavo di m andare un te­
legramma al treno, alla prim a stazione dove poteva­
no fermarlo, un telegramma del presidente Obregón.
E poi che cazzo facevo? E rim asticando idee sballate,
con una mano per tasca e per pistola, perché nelle
stazioni i fessi li derubano, e se oltre a perdere il tre­
no restavo pure disarmato, non mi sarei mai dim en­
ticato la mia santa madre, mi sono addorm entato...
Ho preso il treno della m attina per Veracruz tutto
acciaccato dopo la notte alla stazione, e ho schiaccia­
to un pisolino fino a Puebla. Da lì ho m andato un te­
legramma a José Mino a Veracruz, che mi aspettasse
alla stazione. Avevo bisogno di aiuto più di Zapata a
Chinameca se volevo San Vicente tutto intero.
Così mi guardavo le montagne e le pianure e face­
vo piani del cavolo, perché non sapevo né come era il
carcere né come era la sorveglianza, niente di niente;
ma se uno comincia a fare piani, non lo m ettono in
croce, credo; e allora, facevo piani. Ed è stato lì che la
faccenda si è guastata, perché a furia di fare piani
non mi sono accorto che i manghi che avevo com­
prato da una donna erano mezzo acerbi, e dopo un’o­
ra e mezzo mi è venuta una cacarella che non vedevo
l’ora che il treno si fermasse a Soledad De Doblado.
Lì mi sono infilato nel gabinetto e come niente mi so­
no perso il treno perché cacavo senza freno nel mo­
mento sbagliato. A Soledad, per colmo di sfiga, non
c’era neanche una sezione della cgt , per quanto ne
sapevo, e lo sapevo perché ero io a spedire i pacchi di
Nuestra Palabra per l’organizzazione in tutto il paese,
e per Soledad non c’erano pacchi, così ho dovuto ru­
bare il carro a cavalli di un lattaio e andarm ene al ga­
loppo verso Veracruz. La cosa non sarebbe stata ma­
le, ma cazzo, al proletario che guidava il carro non
c’era verso di fargli capire i miei argomenti, magari
per la fretta io mi spiegavo male, e mi son dovuto
mettere d’accordo con i cavalli per conto mio, mentre
con il loro padrone ho usato la pistola, ma non la ca­
piva nemmeno così e si è messo a corrermi dietro in­
sultando quella santa donna di mia madre, che non
cen tra niente con l’arresto di San Vicente, e nemme­
no con i manghi del treno.
Ecco perché sono arrivato così tardi a Veracruz,
con quei due cavalli mezzo sciancati, m om entanea­
mente sotto la mia custodia, e non ho più trovato
Miño alla stazione. A quel punto ormai la cosa mi
sembrava facile, bastava trovare la sede dell’orga­
nizzazione e incontrare i compagni, verificare dove
lo tenevano e poi mettersi a pensare ai piani; per­
ché, cazzo, questo è quello che mi piace più di tut­
to. Però non era mica tanto facile. Primo, dove ca­
volo potevo lasciare i cavalli? Uno non può dire: «I
cavalli li lascio qui» e via. Non sono come una mo­
tocicletta, che la lasci da qualche parte e non devi
darle da mangiare; se li lasciavo liberi, chi gli dava
il foraggio? E poi come facevo a restituirli al lattaio
di Soledad de Doblado? Perché glieli dovevo resti­
tuire sani e dritti sulle quattro zampe. Così ho perso
tre ore a Veracruz cercando di lasciare i cavalli a
qualcuno del posto che non se li pappasse e non se
li fottesse. Perché non si sa mai, nei porti ci sono
sempre state certe abitudini barbare, non tu tte im ­
poste dal capitalismo.
Dovevano essere quasi le nove di sera quando sono
arrivato alla sede. Sudavo da morire e non potevo sfi­
larmi la giacca perché le pistole sbatacchiavano di
qua e di là, e oltretutto nella sede non c e ra nessuno,
e non potevo certo dom andare al poliziotto all’ango­
lo, perché il destino voleva che io fossi in missione e
i poliziotti non s’intendono di destino, anche se s’in­
tendono di missioni.
Mi sono addorm entato su una panchina nei giardi­
ni davanti alla sede sindacale. Mi sono svegliato m en­
tre Miño mi scuoteva forte, con più energia che buo­
na intenzione. Il sole era già alto, cazzo.
«Va bene, sì, mi sono svegliato. Sono qui, basta
sbattermi.»
«A che ora sei arrivato, amico, e perché tanta fret­
ta?» mi dice Miño, un anarchico galiziano, vestito
troppo bene per i miei gusti.
«San Vicente è a Veracruz, lo hanno arrestato per
estradarlo. Dobbiamo sapere dove lo tengono e su
quale nave lo mandano via.»
«Oh cazzo! E quando lo hanno beccato?»
«L’altroieri. E adesso sta qui, a Veracruz.»
«Lasciami pensare» dice Miño grattandosi la testa.
«Quando e come lo estradano è facile saperlo. Dove
lo tengono, pure: lo vediamo con i compagni del sin­
dacato carceri.»
«Oh, cavolo, qui state un pezzo avanti. Avete perfi­
no un sindacato carceri.»
Mino non mi ha dato molta retta, e ha cominciato
a salire le scale della sede con me dietro. Ma all’im­
provviso mi sono ricordato dei cavalli...
«Accidenti, devo sistemare la faccenda dei cavalli»
ho gridato allo spagnolo che stava cominciando a
stufarsi di me.
I cavalli stavano bene e, quando sono tornato da
lui, Miño aveva già avuto qualche informazione.
«Lo im barcano sull’Alfonso xii . Fino a La Corufia lo
portano, proprio il mio paese…»
«’Tanaeva, che brutta faccenda. Se devono fottere
così i cristiani…»
«San Vicente è ateo, smetti di preoccuparti per
questo. L’informazione è buona. Ho parlato con Mi­
randa del sindacato m arittim i e mi ha detto che la
cosa è certa, che YAlfonso xn è l’unica nave che salpa
in questi giorni, e che tra i m arittim i si diceva che do­
vevano caricare qualche prigioniero pericoloso, an­
che se non sapevano che si tratta di San Vicente, pen­
savano che fosse un rapinatore di banche o un truffa­
tore elegante, perché di quelli ne estradano un giorno
sì e uno no.»
«Insomma lo mandano in Spagna» mi sono detto a
voce alta. «Meno male.»
«Meno male» ha detto Miño facendo eco.
«E dove sta?»
«Questo è più difficile. Ho parlato con la compagna
M arin che è andata a controllare con il sindacato car­
ceri, ma non c’è ancora risposta. Siediti lì… No, è me­
glio se vieni qui e mi aiuti con i conti del giornale: de­
vo presentarli all’assemblea.»
Questo è quello che ho fatto nelle ore seguenti. E fi­
nalmente mi sono tolto la giacca con le pistole e tut­
to e l’ho appesa su un vecchio attaccapanni, che di si­
curo era il miglior pezzo di mobilio dell’ufficio.
«Niente, Miño, niente» ha detto la donna entrando
di botto nella stanza dove il galiziano e io studiavamo
una cosa che lui chiamava «i misteri delle vendite a
credito inesigibile nella stam pa sindacale». Era una
donna proprio ben fatta, formosa, come piacciono a
me quando ho tempo per un po’ di lotta libera senza
arbitro; pettoruta, con la gonna abbastanza corta e
giarrettiere rosse in vista, che usava solo per m etter­
ci il coltello, perché a Veracruz una deve essere mol­
to borghese o molto scema per portare le calze con il
caldo che ci fa.
«Non lo tengono nel carcere di Degollado, non sta
al comando di polizia, non ce l’hanno quei cani di
Sánchez al distretto militare, non sta negli uffici del­
la marina, devono esserselo messo nel buco del culo.
Perché è certo che sta a Veracruz, e questo si capisce
quando lo chiedi agli ufficialetti, ai poliziotti dal te­
nente in su. Quei brutti froci figli di una puttanissim a
madre.»
«Ma dove, compagna?» mi sono azzardato a do­
mandare.
«E questo stronzo, chi è?»
«Mi ha scoperto» ho detto.
«Non trattarlo così, è quello venuto da Città del
Messico.»
«È uno coi coglioni?»
«Un paio ce li ho» ho detto, tanto per non sembra­
re presuntuoso.
«Perché vuoi saperlo? Hai intenzione di tirarlo fuo­
ri?»
«La compagna è fidata?» ho chiesto a Mifto, men­
tre lei è diventata rossa dalla rabbia. Lo dicevo che
bisogna starci attenti alla gente di Veracruz, perché
se si fottono i cavalli, figurarsi gli ex tranvieri.
«Be’, basta così. Siete fidati tutt’e due e, se insistete
proprio, anch’io sono fidato» ha detto Miño, dando
prova di un senso dell’umorismo che, fino a quel mo­
mento della mattina, non si era fatto sentire.
«Mi informo io, non preoccupatevi» ha detto la
donna inalberandosi all’improvviso, come un’anim a
trascinata dal demonio.
«E questa chi è, Miño? A Città del Messico non l’ab­
biamo mai vista.»
«La compagna Marin, moglie di Herón Proai. Tìrat­
tala con i guanti o ti stacca due dita con un morso,
fratello.»
Così si è conclusa la conversazione. Ho passato il
pomeriggio a fare i conti, sono entrato nel salone del
pianterreno, mi sono intrufolato in un’assemblea di
panettieri, ho scritto un articolo su Ricardo Mella,
sono andato di nuovo a vedere i miei cavalli e, quan­
do stava scendendo la sera, ho ricevuto notizie fre­
sche.
«Lo tengono al comando della piazzaforte, in isola­
mento. Lì non ci sono altri prigionieri, solo lui con
una sentinella a vista e una mitragliatrice sul lato si­
nistro della porta della cella» ha detto la compagna
Marin con un sorriso di sfida.
«Quante guardie, oltre a quella della m itragliatri­
ce?»
«Due all’entrata, una sala d’attesa dove ce ne sono
altre due o tre e quelle che già ti ho detto. Giorno e
notte. Ti ci romperai la testa, amico.»
«Grazie per l’incoraggiamento.»
«No, non mi fa per niente piacere che l’abbiano
vinta; l’ho detto solo per darti l’informazione giusta.»
«Mi ci porti?»
«Ti porto da quelle parti e ti indico la strada, poi io
a te non ti conosco.»
«Non sai quello che ti perdi.»
Due guardie alla porta, muri alti, una sentinella a
una finestra; tutto questo era sfuggito alla compagna
Marin. Ero messo male. Mi misi a passeggiare perché
la brezza notturna va bene per fare piani, e perché mi
piaceva camm inare per il porto dove l’aria era densa
e odorava di sale.
Ho dovuto pagare tre pesos per la custodia dei miei
ronzini: se continuava così dovevo assaltare una ban­
ca per tornare a Città del Messico con San Vicente sa­
no e salvo e i due ronzini ben nutriti. Salito a casset­
ta, è bastata una parola e i miei cavallini hanno co­
minciato a trottare per le strade addorm entate di Ve­
racruz.
Ho sistemato il carro a dieci passi dall’entrata della
caserma, e mi sono spostato nella parte di dietro, in
mezzo alle bottiglie del latte. Avevo bisogno di un pia­
no perfetto e, per escogitarlo, mi servivano molte ore
di riflessione.
«Che cosa fa, signore? Vuole restare a dormire
qui?» mi ha chiesto il soldato di ronda.
«Solo fino a domani, così comincio a consegnare
appena fa giorno.»
«Perché non li porta al deposito?»
«Perché siccome ho alzato le sottane a sua moglie,
il padrone della stalla non mi lascia più passare la
notte lì.»
«Be’, allora lo lasci qui, glielo tengo d’occhio io,
tanto devo fare la guardia lo stesso. Così lei domani
m attina viene e se lo riprende.»
«Davvero, sergente? Davvero mi fa questo favore?»
«Caporale Ram irez… ci mette a disposizione il lat­
te per la colazione, no?»
«Si capisce.» Pare che i piani migliori nella vita si
facciano da soli.
Ho dato un colpo alle redini e ho attraversato il
portone con i miei cavallini e le mie bottiglie di latte
lì dietro che facevano tilin­tilin ogni volta che si urta­
vano. Era vero: una stanza per le guardie, una m itra­
gliatrice sistemata nel corridoio, una sentinella sul
tetto. Troppa roba per tirar fuori l’aitiglieria e farli
secchi tutti insieme.
«Ramirez, che cazzo succede?»
«È il carro del lattaio, sergente. Lo sorvegliamo
noi, se lei dà il permesso» ha detto il caporale a voce
alta e poi si è allontanato per discutere con il sergen­
te, uno con un paio di baffoni e una cicatrice di col­
tello. «Vada pure, signore!» ha gridato Ramirez, e io
fuori di corsa, in strada. Il portone della sede era
chiuso, le luci spente, e io non sapevo come trovare
Mifto. Ho cam m inato per la città seminando maledi­
zioni e sventure. Alla fine sono capitato sulla solita
panchina ai giardini, sotto un albero frondoso da cui
ogni tanto cadevano cacche di uccello, pronto a pas­
sare un’altra notte all’aria aperta.
Mi svegliarono di nuovo a scossoni.
«Forza, su, ci vengo anch’io» ma questa volta non
era Miño, era la frondosa veracruzana che, sotto il
frondoso albero, mi guardava con un frondoso sorri­
so dei suoi.
«Non lo sa che a Veracruz c’è una legge contro i va­
gabondi e che non si può dorm ire nei giardini?» mi
ha detto.
«Compagna Marin, mi servono due candelotti di
dinamite» le ho risposto.
Si capiva che la donna doveva avere molte strade
che portavano a Roma e molti conoscenti che faceva­
no da romani, perché come prim a cosa mi ha guida­
to fino a una pescheria che ormai stava chiudendo,
poi in un cabaret di malaffare dove ci siamo bevuti
qualche bicchiere di rum e abbiam o ballato qualche
celestiale danzón, poi siamo andati a cercare un cie­
co che suonava la chitarra alla porta del bordello, poi
a casa di lei, poi accanto al suo letto, dove lei ha tira­
to fuori la dinam ite da sotto il materasso.
«Allora perché tutti quei giri?» le ho domandato.
«Perché se ti portavo direttam ente a casa mia e fi­
no al mio letto, tu avresti pensato che non sono una
donna onesta.»
Era un appartam ento carino, non troppo grande e
con fiori sul comodino, gardenie, e due imponenti ri­
tratti di Bakunin sopra il letto.
Le gardenie, con quel loro odore dolcissimo e me­
raviglioso, mi hanno portato alla perdizione. Con
una m ano ho preso i candelotti, con l’altra le ho toc­
cato un seno e con l’altra ho spento la luce; insomma,
quel giorno dovevo avere tre mani, perché come la
racconto, così me la ricordo.
Così me la ricordo, quando il senso di colpa me la
lascia ricordare senza rovinare tutto.
«Cazzo» ha detto Mirto, quasi buttando giù la por­
ta, «lo sapevo.»
Mi sono coperto i pendagli e lo strum ento con la fe­
dera di un cuscino e ho preso la pistola con l’altra
mano. Perché ormai era troppo, essere svegliati di so­
prassalto per tre giorni di fila.
«Lo stanno portando via. La nave salpa oggi, cazzo.
Tu non volevi salvarlo? Oggi estradano San Vicente.»
Ho corso, ho corso per le strade di Veracruz con le
scarpe slacciate e le pistole che quasi mi scappavano
dalle tasche, lasciando il respiro a ogni maledetto an­
golo di strada.
E sono riuscito soltanto a vedere Sebastián sulla
passerella, e non sono nemmeno riuscito a capire se
sorrideva.
Sarà perché perdiam o sempre, perché la nostra ora
non è arrivata. O magari sarà perché per cercare la
pistola ho perduto il treno, per aver mangiato i m an­
ghi acerbi sono dovuto scendere a Soledad de Dobla­
do, per essere dovuto scendere ho rubato due cavalli,
per aver rubato i cavalli…
Cinquanta

“Stavolta non c’è scampo” pensava San Vicente.


“Adesso sì che mi estradano negli Stati Uniti o a Cu­
ba.” E questo per lui significava scambiare quella pri­
gione con un’altra prigione, senza dubbio priva delle
virtù della brezza m arina che entrava attraverso le
sbarre. “Un’altra prigione?”, si domandava cercando
di immaginarsela. “Sarà la sesta o la settima?” E pas­
sava in rassegna le prigioni in cui era stato contando­
le sulle dita perché non aveva niente di meglio da fa­
re. Contava soltanto le prigioni ufficiali, dove aveva
trascorso più di una settimana, non gli arresti tem­
poranei nelle caserme militari o nei commissariati di
polizia. “Le idee non possono metterle in galera” si
diceva e poi sorrideva sornione, aggiungendo: “A me
sì, però”. Chiuso con il Messico. Rimuginava in silen­
zio, cam m inando su e giù per la cella, sei passi avan­
ti, sei passi indietro fino a toccare le pareti; un modo
di dire addio, un congedo dal paese dove aveva pas­
sato quasi tre anni. “Uno può lasciare un paese, non
le idee” e sorrideva di nuovo, godendosi quella battu­
ta quasi personale, fatta per il monologo. Bisognava
tirare un bilancio di quei tre anni, o era sufficiente la­
sciarsi andare, conservare quei ricordi insieme ad al­
tri ricordi, che a loro volta erano immagazzinati in­
sieme ad altri ricordi ancora più vecchi? Dove mette­
re quel brodo di pollo bevuto sul far del mattino, o la
carica di cavalleria che era stata respinta a sassate
dai filatori di Tizapàn, le sciabole che mandavano
scintille sotto il sole e i volti immobili, gli occhi fissi
sugli zoccoli dei cavalli, la folla che li aspettava con i
sassi in mano? Che fare con il neo di quella donna,
Elena, quel neo sotto il seno sinistro, che interrom ­
peva la sim m etria del suo corpo e lo faceva impazzi­
re? Dove mettere un incubo che lo aveva risvegliato
nel cuore della notte, soltanto per scoprire che non
era affatto un incubo e che il sogno si prolungava nel­
la veglia? Dove conservare l’ultimo sigaro fumato in­
sieme a Phillips o l’opaca lucentezza dello Stetson ne­
ro che gli avevano regalato le cucitrici del Palacio de
Hierro? Come fare perché le frasi di Malatesta tor­
nassero a farsi musica, come quella notte attorno al
fuoco, parlando con i contadini di Acolman, che sem­
bravano il pubblico ideale per il pensiero dell’italia­
no? Doveva esserci un qualche posto per tutti quei ri­
cordi; un quaderno di appunti, un libro con le pagine
bianche, un barattolo di vetro, un taschino di gilet.
“Una scatola di cartone in cui conservare tutti gli
addii”, si diceva percorrendo i sei passi da un lato al­
l’altro della cella, mentre recitava ad alta voce e sen­
za pensarci il monologo di Sigismondo, che aveva
im parato per caso da bambino, e non voleva dimen­
ticare

Io sogno che qui mi trovo


da questi ceppi fiaccato,
e ho sognato di vedermi
in più lieta condizione.
Cose la vita? Delirio…
Cinquantuno
C in q u an tu n o

«Nome?»
«Sebastián San Vicente Bermúdez.»
«È quello vero?»
«Sì. O meglio, è il primo, perché veri lo sono tutti,
se uno li usa bene e per un tempo sufficiente. E il suo,
colonnello? Qual è il suo nome?»
«Non ha importanza. Del resto non sono io sotto
interrogatorio, e lei non ha modo di prendere nota
delle risposte, se gliene dessi.»
«Qui, nella testa.»
«Anche se fosse, a cosa le serve il mio nome?»
«A niente. Pura curiosità.»
«Età?»
«Ventisette anni.»
«Luogo di nascita?»
«Gijón, Asturie, Spagna. Un paese di operai metallurgi­
ci, di pescatori, di vetrai, sulla costa settentrionale della
Spagna, da dove viene il carbone delle miniere asturiane.»
«Lo so, ho una mezza idea di averlo visto su una
carta geografica.»
«E come le è sembrato?»
«Non so… un punto, come sembrano le cose su
una carta geografica. Stato civile?»
«Celibe.»
«Religione?»
«Dice sul serio?… Nessuna, è chiaro.»
«Ma lei non è anarchico?»
«Certo.»
«E non è una religione?»
«Se vuole metterla così… Religione: anarchico. È
divertente. Ha un suo fascino.»
«Va bene così. Durata del soggiorno in Messico?»
«Trenta mesi e cinque giorni.»
«È entrato legalmente nel paese?»
«La prim a volta. La seconda sono entrato a piedi
dalla frontiera con il Guatemala. Già, dovrebbe scon­
tarm i un mese dal soggiorno in Messico.»
«Perché è entrato illegalmente?»
«Perché non credo nella legalità. E, visto che ci sia­
mo, non credo nemmeno alle frontiere. Tra Messico e
Guatemala non c’era differenza. Si passa da un albe­
ro all’altro nella foresta, e nient’altro. Nemmeno gli
alberi riconoscono le frontiere.»
«Gli alberi non possiamo estradarli.»
«Meglio per loro.»
«E che cosa faceva in Messico?»
«Ero di passaggio.»
«Di passaggio?»
«Di passaggio.»
«Di passaggio per andare dove?»
«Faccia lei…»
«Tìtolo di studio?»
«Quello che dà la vita; mi hanno insegnato a legge­
re e a scrivere in una scuola di suore. Quello che ho
scritto e ho letto dopo di allora sono affari miei, ne
sono io il responsabile.»
«Mettiamo autodidatta?»
«Metta quello che vuole.»
«Aderente a partiti o a organizzazioni?»
«Sì, a lla cgt in Messico.»
«E in altre parti del mondo?»
«È ancora da vedere.»
«Che legami ha con l’Intemazionale comunista?»
«Nessuno. Ci risiamo?»
«Con che cosa?»
Con la discussione tra la prima e la terza interna­
zionale. Pensavo che, almeno qui, mi sarebbe stata
risparmiata.»
«Non si preoccupi, delle sue faccende non m ’im­
porta un cavolo.»
«Tante grazie.»
«Ha processi in sospeso in Spagna?»
«No, nessuno.»
«E negli Stati Uniti o a Cuba?»
«Immagino di sì. Anche se nel caso di Cuba non ho
informazioni recenti.»
«Non im porta… In Messico ha preso parte a qual­
che attività illegale?»
«Secondo chi?»
«Secondo me, amico. Non renda le cose difficili:
secondo le leggi messicane…»
«Non riconosco…»
«Be’, anche se non le riconosce.»
«Che cosa vuole che risponda?»
«Di no: ho ricevuto istruzioni di estradarla, non di
arrestarla, e nemmeno di sottoporla a giudizio. Il go­
verno messicano vuole soltanto liberarsi di lei, non la
vogliamo nemmeno nelle nostre prigioni. Per questo
non le domanderò se ha fatto fuoco contro i soldati
nella sparatoria di calle de Uruguay, né se ha avuto a
che fare con l’attacco a quelli della crom a Tlalpan, e
non voglio sapere se ha assalito l’am m inistratore del­
la Guadalupana di Atlixco. Come vede, la preferisco
innocente.»
«Bene, se le cose stanno così, entro a far parte del­
l’esercito delle anime candide… Immagino che non
le interessi nemmeno sapere che quattro giorni fa,
quando mi hanno preso a Città del Messico, sono sta­
to pestato per cinque ore da un colonnello di polizia
e da quattro soldati… No, immagino che neanche
questo le interessi.»
«Denaro ne ha?»
«Credo di poter mettere insieme sì e no un paio di
pesos.»
«Non ne ha bisogno.»
«Per che cosa?»
«Per pagare il biglietto del viaggio.»
«Ah, certo che no. Se mi estradate, offrite voi.»
«Così sembra.»
«Sì, così sembra.»
Cinquantadue
C in q u an tad u e

Allora, sembra che te ne stai andando, che ormai pos­


so allungare ben poco la storia con cui ci siamo fatti
compagnia in queste ultime notti. Niente dura in
eterno, Sebastián, dico a te e dico alla macchina per
scrivere che, abituata ai monologhi, non risponde
più. Perché questa storia per me finisce in Messico,
m a tu la farai continuare oltre le coste del Golfo e ol­
tre le palme di Veracruz. Dove? Non ne ho idea. Le
tue tracce sono svanite. I San Vicente dell’elenco te­
lefonico di Gijón non sanno niente di te. Non ci sono
tue tracce negli archivi della c n t di Amsterdam, né
segni del tuo passaggio nella rivoluzione asturiana
del ’34. Il tuo nome non figura nei registri dell’eserci­
to del nord all’archivio di Salamanca. Non c’è niente
che ti riguardi negli archivi nazionali francesi né in
quelli di Washington e, stando al computer, I’fb i si di­
mentica di te a partire dal 1922. Non sei dove dovre­
sti essere. Alla Biblioteca Nacional dell’Avana, le rac­
colte dei giornali non mi hanno restituito il tuo no­
me, quando le ho consultate. Dove diavolo ti sei fic­
cato? Dove ti sei portato la rivoluzione? Queste sono
cose che dovresti dirmi. A volte penso che dovresti
aver lasciato qualche traccia in una conversazione, in
una lettera, in un pezzo di carta. Dove ti sei cacciato?
Con i wobblies in Cile? Nella rivoluzione cinese a par­
tire dal ’25? Hong Kong, Canton, Shanghai nel ’27?
La Germania? Amburgo? La Spagna: Madrid, Barcel­
lona, l’Andalusia? L’Africa? Altre palme? L’Argentina?
Cerco nella raccolta de La Protesta, che si trova nel­
l’archivio di Valadés, dal 1925 al 1928. È come cerca­
re un puntino su una carta geografica in movimento.
La fantasia potrebbe fornire gli anelli m ancanti tra il
Sebastián San Vicente che viene estradato dal Messi­
co nel luglio 1923 e lo spagnolo amico di Otto Braun
(Li-Teh) nella Lunga marcia cinese del ’34.
Con un po’ di artifici si potrebbe collegare l’uomo
che osserva il Golfo del Messico all’amico spagnolo di
Pomeroy nella ribellione huk delle Filippine. Si po­
trebbe dire che San Vicente era il colombiano Sán­
chez, quello che aiuta Durruti ad assaltare una banca
a Buenos Aires. Ma gli anelli non resistono alla ten­
sione: si aprono e lasciano un uomo sul molo di Ve­
racruz. Un uomo che si dissolve, che si fa fumo in
quella cosa che per cattiva abitudine chiam iamo sto­
ria, e che condanniam o a far parte del passato.
Dal molo, qualche istante prim a di svanire, mi ri­
volgi un sorriso divertito. Stanotte, m entre scrivo a
macchina davanti alla finestra, ti ricambio il sorriso.
Cinquantatré
A venti miglia da Veracruz, a bordo dell’Alfonso xii,
delle linee transatlantiche spagnole, l’uomo venne li­
berato dalle manette e lasciato uscire dalla sala delle
bandiere. Poiché il biglietto era stato pagato dal go­
verno messicano, gli fu concessa una cabina di se­
conda classe, da dividere con due cittadini francesi
che, fallita la caccia all’oro nel nord del Messico, tor­
navano nella loro terra, e con un negoziante (spagno­
lo di origine, ma nato a Puebla) che andava al suo
paese (Cerebros, Ávila) per sposarsi, anche se ancora
non sapeva con chi. Il secondo ufficiale, dopo averlo
sistemato, e senza i rancori classisti del capitano, gli
permise di salire in coperta e gli ricordò che sarebbe
stato di nuovo am m anettato allo scalo di New York,
per essere poi rilasciato al prim o porto spagnolo toc­
cato dalla nave, vale a dire La Coruna.
Il secondo ufficiale diceva queste cose con un certo
rispetto, perché nei giorni precedenti al trasferimen­
to del prigioniero erano corse voci sul fatto che fosse
un anarchico pericoloso.
San Vicente ascoltava in silenzio, come se avesse la te­
sta da un’altra parte, come se stesse rispondendo in si­
lenzio a domande che si era rivolto molto tempo prima.
Era un giorno particolarm ente chiaro e la costa ri­
saltava come un’om bra sull’orizzonte. La vide così,
con i gomiti sul parapetto, distratto soltanto da una
bambina vestita di bianco che giocava con un gatto.
Vide la costa, indovinò le palme e gli amici che ri­
manevano immobili m entre la nave fuggiva via.
Sentì un fuoco che gli bruciava dentro. Il fuoco de­
gli addii irripetibili, gli addii estremi, quelli che non
tornerò mai, non ci vedremo più, è per sempre.
Ma gli addii, quegli addii irrevocabili, erano un po’
un arrivederci, perché quando senti di perdere qual­
cosa con tale intensità, ciò che perdi non se ne va del
tutto, rim ane catturato per sempre come al centro di
un fermacarte di vetro, in un eterno arrivederci.
Per questo, anche senza volerlo, Sebastiá n San Vi­
cente si concesse una lacrima per il continente ame­
ricano che si allontanava dalla nave.
Cinquantaquattro
Luglio 1924
Circolare. Gruppo Ti erra y Libertad
da A. Bruschetta , Puebla.

Con la presente comunico a tutti i compagni il mio


nuovo domicilio che d’ora in avanti sarà nella città di
Zacatecas, calle Hidalgo num ero 125, ultimo piano.
E vi prego di continuare a farmi avere la propaganda
politica e sindacale al nuovo indirizzo, come faceva­
te prima.
Attraverso questa circolare chiedo che mi si faccia­
no avere notizie di Sebastiàn San Vicente, un compa­
gno che è stato con noi e del quale avrete conservato
dei ricordi; quanto a me, ho ricevuto solamente una
fotografia da La Coruna quando è sbarcato lì, e poi
una cartolina da Bordeaux, Francia, dove immagino
che si trovi.
Sempre vostro, per l’anarchia.
A.B.
Cinquantacinque
Ministero degli Interni. Sezione politica. Settore in­
formazione. Ufficio spoglio giornali.
Rapporto 11908/2

Segnalo la pubblicazione di un articolo (allegato), a


firma Paco Ignacio Taibo ii, nel supplem ento cultura­
le di Uno-más-Uno intitolato Sebastián San Vicente,
un nome senza strada, in data 13 aprile 1982 e dedi­
cato a un anarchico spagnolo che ha operato in Mes­
sico negli anni 1921-23. È il secondo articolo sulla
violenza anarchica scritto da Taibo, che sullo stesso
organo ne ha già pubblicato un altro su un certo Dur­
ruti che assaltò gli uffici de La Carolina a Città del
Messico nel 1925 (rif 11908/1).
Nel caso possa risultare d’interesse.
(Scritto a mano, a matita: «Archiviare», e tre lette­
re illeggibili come firma.)
TAIBO, Paco Ignacio; Il
Rivoluzionario di passaggio / Paco Ignacio Taibo II ; Tr aduzione
di Glauco Felici. - Milano : Marco Tr opea Editore, 1996. - 144 p.,
19 cm - (I M irti). - Trad. di: De paso. - ISBN 88-438-0001-9

I. Felici, Glauco II. Tìt.


863.54 (Letteratura. Narrativa spagnola, 1945-)

Ristampa Anno
1 2 3 4 5 98 99

Finito di stampare nel febbraio 1998


presso Arnoldo Mondadori S.p.A.
Stabilimento Nuova Stampa di Mondadori Cles (TN)
Paco Ignacio Taibo II è nato in
Spagna a Gijón nel 1949, dal 1958
vive a Città del Messico.
Giornalista, docente universitario,
storico e soprattutto romanziere, tra
i suoi libri in Italia sono stati pub­
blicati Ombre nell’ombra (ripropo­
sto in edizione tascabile nella colla­
na EST), Come la vita, Qualche
nuvola, Stessa città stessa pioggia, La
bicicletta di Leonardo, A quattro
mani e La lontananza del tesoro.

In copertina
illustrazione di Anthony Russo
“Dove passa i momenti liberi? Con chi fa l’amore?
A che ora sogna? Dove vanno i suoi sogni?”

ISBN 8 8 - 4 3 8 - 0 0 0 1 - 9

788843 800018