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APPUNTI DI

STORIA MODERNA

Questi ed altri appunti nell’App di Tutored


La distruzione degli indios americani

Capitolo I

Nel dibattito sul genocidio degli indios americani durante il periodo che va, più o meno, dal 1500
al 1650, si è discusso a volontà, cercando di individuare le cause di tale massacro. Una scuola
di pensiero, chiamata “rialzista”, afferma che in questo centinaio di anni, più o meno 9/10 della
popolazione indigena scomparvero. I rialzisti individuano un anno B, dove la popolazione può
essere valutata con sufficiente certezza, e un anno A, l’inizio del contatto fra europei e indiani,
e tanto più veloce è il declino degli indios, tanto più grande era il numero della popolazione
iniziale (le stime della popolazione vanno da 8 milioni a 112, ma oggi si ritiene che quelli fossero
più o meno 30 milioni).
I rialzisti, per sostenere una catastrofe del genere, imputano la causa di tutto all’arrivo in
America del vaiolo, malattia rispetto la quale gli indios non potettero fare molto, poichè
sprovvisti dell’immunità epidemica.
Secondo l’autore, ci furono anche altre cause “darwiniane”: l’incontro fra gli europei, gli
americani e i neri (portati in America per lavorare come schiavi - o “servi”) favorì solo i primi,
che avevano tutti gli strumenti per accettare la nuova situazione, e produsse un calo
demografico clamoroso fra gli “sfruttati”, per i quali era sempre più difficoltosa la riproduzione.
Gli ostacoli posti alle unioni fra gli indigeni (i padroni non volevano che gli schiavi si sposassero,
ammettevano solo che si riproducessero), le deportazioni, lo sfruttamento nelle piantagioni di
canna da zucchero, furono le cause dello spopolamento degli indios, anche secondo testimoni
quali Oviedo e Las Casas, che vissero quei periodi. La mortalità era aumentata a dismisura, a
causa delle pessime condizioni in cui vivevano i singoli, e per l’assenza delle famiglie.
I “bianchi” conquistatori, affrontarono crolli demografici solo all’inizio dei loro insediamenti,
com’era prevedibile. Le buone condizioni climatiche favorirono, dopo l’assestamento di questi
gruppi, il loro insediamento, e così la popolazione europea migrante cresce. Dei 2 milioni di
europei che migrarono, all’inizio del 1800 se ne avevano 8 stabilizzati nel Nuovo Mondo.
I “neri” invece, furono coloro ai quali toccò la peggiore sorte. Infatti le deportazioni erano la
principale causa delle loro morti: i numeri delle popolazioni stabilitesi in America, erano sempre
inferiori ai numeri dei neri deportati dall’Africa. Tantissimi schiavi morivano durante il trasporto,
e l’assenza di libertà nelle piantagioni favoriva ancora di più la mortalità. La durata media della
vita era sempre rimasta intorno ai 20 anni. I turni di lavoro erano impressionanti, e coprivano
quasi interamente la vita degli schiavi. Nutrizione e igiene erano fattori che poco importavano
ai padroni, e questo aumentava il numero di morti. La privazione della libertà impediva la
solidarietà familiare, i contatti fra schiavi di piantagioni diverse, e quindi la creazione di un
sistema sociale di difesa. La scarsità delle nascite non compensava l’altissima mortalità, e
spesso e volentieri le donne non avevano il latte per nutrire i neonati.
Il contatto che ci fu fra le tre etnie, favorì gli europei, condannò alla catastrofe gli indios e
paralizzò gli africani. Il primo modo di registrare questi dati è quello “darwiniano”, che vede
condizioni favorevoli per il popolo “più pronto”, o capace, e condizioni conseguentemente
sfavorevoli per i popoli “meno pronti”, o incapaci. Il secondo modo invece è affermare che il
contatto muta gli interessi individuali e dei gruppi, e soprattutto per quanto riguarda la titolarità
del potere, e quindi le libertà degli individui: ai neri e agli indios furono tolti i diritti fondamentali,
quali il lavoro, il matrimonio, l’avere una famiglia, la vita in società, ecc.
Questo libro prenderà atto del secondo modo e lo indagherà, attraverso le fonti storiche.
Capitolo II

Il disastro che colpì l’America è certo. Ciò che è incerto sono i numeri di quel disastro, la sua
durata, e le cause che lo determinarono. I numeri, come si è visto, possono solo essere
congetture, ipotesi, e quindi rimarranno sempre un mistero (più, o meno, risolto). La durata del
declino è certa per l’inizio, che coincide con il contatto fra le due popolazioni, ma incerta sulla
fine, poichè la documentazione inizia a scarseggiare subito dopo che i sistemi spagnoli si
consolidarono in America. Per le cause, si prenderanno in esame diverse testimonianze, che
confermeranno il fatto che il declino non fu e non è attribuibile ad un’unica causalità, ma fu un
processo complesso, con più ragioni.
La prima fonte è Motolinia, un frate francescano che arrivò nel 1524 in America, per
evangelizzare gli indios. Nel suo testo, egli enumera le 10 cause che, secondo la sua opinione,
devastarono gli indigeni: 1) vaiolo e morbillo; 2) guerra; 3) carestie dopo la guerra; 4)
calpixques, fattori che dirigevano le terre dei conquistadores; 5) tributi e tasse; 6) miniere d’oro;
7) edificazione di Città del Messico; 8) schiavitù; 9) approvvigionamenti compiuti dagli schiavi
per gli schiavi; 10) guerre civili messicane.
Queste dieci “piaghe”, che Motolinia pensava fossero la punizione di Dio per gli indigeni eretici
pagani, possono essere ricollegate a 4 gruppi: nuove patologie; violenza della Conquista;
confisca del lavoro; perdita della libertà e della socialità.
Tutti i “pensanti” spagnoli coinvolti nella Conquista, come Las Casas, non potevano non
ammettere, chi per una ragione, chi per l’altra, che contro gli indios si stessero compiendo delle
violenze inaudite.
Las Casas imputa il genocidio indigeno alla violenza diretta della guerra e alle conseguenze
del servaggio. La guerra causava poi carestie e fame. Tutti gli indios che venivano sfruttati
erano ridotti alla condizione di bestie; le donne non riuscivano ad allattare i bambini. Tutto ciò
veniva compiuto con l’unico scopo di accumulare più oro. La dislocazione sociale, la rivoluzione
del lavoro, e la separazione delle coppie, portarono alla crisi della riproduzione.
Anche per Oviedo, oppositore di Las Casas e sostenitore di Motolinia, le cause dello
spopolamento sono lo sfruttamento e il servaggio. Ma le testimonianze, oltre alle cause ormai
accettate comunemente, portano in evidenza altri punti di massacro: i suicidi e il
disadattamento al lavoro pesante. Gli indigeni infatti non riuscivano a sopportare il lavoro
minerario, abituati com’erano alla pastorizia e all’agricoltura, e questo fu causa di tantissime
morti, oltre ai suicidi di coloro che non riuscivano ad accettare quella vita.
I sistemi di irrigazione che erano alla base dell’agricoltura indigena vennero distrutti dalla
dislocazione del lavoro messa in atto dagli europei; gli indios repellevano le zone “basse” vicino
al mare, a causa del clima arido e tropicale, che non erano propizie alla coltivazione; e questo
aumentò la decadenza del loro sistema di sussistenza. Gli spostamenti forzati in zone con climi
diversi concorsero alla catastrofe indiana.
Anche per Pedro Cieza de Leon, le cause del declino sono le guerre: sia quelle con gli spagnoli
che quelle civili, in cui una parte degli indigeni era supportata da una parte degli spagnoli.
Altre testimonianze si riferiscono all’impatto macroscopico degli spagnoli sulla cultura degli
indios: gli indigeni la aborrivano, scappavano e rifiutavano di riprodursi per non produrre degli
schiavi di nascita. Molti, troppi mulatti nascevano, e questo deperì sicuramente il popolo
indiano.
Quindi, si nota che non esiste un paradigma che può comprendere tutte le situazioni storiche
di quel periodo. Il paradigma va costruito sulle singole situazioni, analizzando le varie
testimonianze: per esempio, le malattie non possono essere l’unico fatto del declino, perchè
qualcuno sopravvisse e divenne immune, e con lui le generazioni successive.
Allora virus, guerre, carestie, pestilenze, fame dell’oro, la sottrazione della libertà e la
dislocazione del lavoro, e lo stesso contatto fra culture diverse, furono le cause del declino.

Capitolo III

Molte patologie furono portate in America dagli europei, ma quella che ebbe effetti più
devastanti fu certamente il vaiolo. L’arrivo di questo virus fu documentata da alcuni frati
gerosolimitani che riportavano lo sbarco di un uomo affetto dalla malattia, la quale contagiò
velocemente migliaia e migliaia di indios, che così non potevano più estrarre l’oro.
Malattie, secondo studi recenti, esistevano già in America, e dipendevano prevalentemente
dalle variazioni climatiche; la speranza di vita era, in molte zone, molto più bassa di quella
europea, già senza il contatto con i “bianchi”; l’America non era un continente che non
conosceva le malattie, però sicuramente non si era mai contratto nè il vaiolo nè il morbillo. Il
vaiolo è una “malattia di gregge”, che vuol dire che è derivata dagli animali che vivono in gruppi,
come le pecore. La mancanza degli animali da pastorizia in America potrebbe essere quindi la
causa dell’assenza del vaiolo e del morbillo, anch’esso “malattia di gregge”. Il vaiolo è una
malattia altamente infettiva e si può essere contagiati per via aerea o per il contatto con
l’ambiente circostante al malato, o col malato stesso.
Attraverso esempi e calcoli approssimativi (talvolta esagerati di proposito), l’autore dimostra sì
che il vaiolo fu una catastrofe per gli indios, ma non fu l’unica. Infatti, se anche la malattia,
sicuramente, sterminò una grande parte della popolazione, per ragioni biologiche, gli indios
dovettero necessariamente diventare immuni alla malattia, la quale si ripresentava
regolarmente, come in Europa, con una frequenza di 15-18 anni. Le epidemie quindi non furono
troppo diverse da quelle che si verificarono in Europa, e così, a parte i primi anni del contagio,
la situazione fu analoga fra il Vecchio e il Nuovo Mondo. Sicuramente, il vaiolo aiutò gli spagnoli
nella guerra e nello sterminio degli indios (come riportano anche alcune testimonianze degli
uomini di Cortes).
Ma siamo comunque incerti sulla trasmissione del vaiolo in tutte le zone dell’America,
soprattutto in quella meridionale. Infatti pur essendoci molte testimonianze di epidemie, è al
quanto improbabile che il vaiolo che si scatenò in Perù e in Brasile nei primi anni ’60 del XVI
secolo derivò dal vaiolo che era stato portato in Messico. Infatti gli scambi mercantili non erano
così fitti, e la differenza climatica poteva essere una discreta difesa dal contagio. Questo
potrebbe significare che in quelle zone esistevano già questi tipi, o simili, di epidemie, non
necessariamente della medesima natura del vaiolo.
Il vaiolo arrivò comunque nel 1518 a causa di un uomo contagiato, e non prima perchè secondo
alcuni calcoli, dal 1492, ci dovrebbe essere voluto più o meno mezzo secolo per l’arrivo della
malattia. La malattia poi si sviluppò per fattori biologici (la non immunità) e per fattori sociali,
che determinavano il contagio, la diffusione, la re-introduzione del virus, e la velocità del
contagio. Certamente la politica delle “riduzioni”, ovvero del concentramento in un unico punto
degli indios sparsi nei villaggi, contribuì al contagio. Si sperimentarono, dopo aver preso
coscienza della malattia, anche dei metodi di “guarigione” o di “quarantena” del virus, e
certamente questo aumentò la forza dell’immunità futura degli indios.
Le altre due grandi epidemie, del 1545 e del 1575 furono quasi sicuramente causate dal tifo,
che era una malattia nuova anche per l’Europa. Provenendo dall’Africa del Nord, fu passato
agli spagnoli dai mori, e dagli spagnoli a tutta l’Europa e ovviamente all’America.

Capitolo IV

La febbre dell’oro fu l’archetipo e l’immagine di tutta la Conquista. Iniziò con Colombo, che si
accorse delle decorazioni in oro che adornavano gli indios e i loro villaggi. Questo bastò per
convincere il re ad aumentare le spedizioni nel Nuovo Mondo, e ad istituire le famose cave
minerarie in cui gli indigeni furono tragicamente lavoratori e vittime. Ma l’oro cominciò a
scarseggiare... E così si scoprì l’argento. Aumentarono a dismisura i lavori per produrre argento
ed infatti quello venne esportato in Spagna fino ad 8 volte il valore di quello che era stato
esportato in oro. Il lavoro duro e forzato, l’abbandono dell’agricoltura, climi malsani e
alimentazione insufficiente riescono a spiegare perchè la natalità non riusciva a raggiungere i
numeri della mortalità. Gli indios veniva sfruttati crudelmente e, addirittura, quando si
ammalavano, venivano accusati di fannulloneria, e se la malattia parlava da sola, veniva
mandati dove volevano, per non dover essere curati (Las Casas).
Gli indios venivano messi al lavoro forzato per estrarre l’oro, nel maggior numero possibile.
Non potevano reggere bene quelle fatiche, essendo abituati ad altri tipi di lavori, molto meno
pesanti. Con la loro fragile costituzione, non potevano reggere i forti sbalzi di temperatura ai
quali venivano sottoposti. Stavano via dai villaggi per molto tempo, e questo comprometteva la
loro nutrizione. In conseguenza di spossatezza fisica e malnutrizione, le malattie endemiche si
facevano sempre più pressanti e potenti. Questi fattori favorivano ovviamente la poca fecondità
e quindi le nascite. L’avidità dei conquistadores non aveva limiti, nemmeno di fronte a queste
situazioni, e quindi creò un vortice in cui vennero risucchiate tutte le forze umane degli indigeni.
Ci interessa poi la città di Potosì, che fu costruita ai piedi del monte Cerro (di Potosì), perchè
in questa città viene svolta gran parte dell’attività mineraria d’estrazione dell’argento, dopo che
un indios che rincorreva un cervo ne scoprì la presenza proprio nel monte. La ricchezza del
Cerro divenne in poco tempo manifesta, e molti scavi furono aperti per aumentare i guadagni.
Siccome le miniere vennero svuotate quasi subito, si istituì un nuovo sistema di estrazione
dell’argento attraverso l’amalgama col mercurio, chiamato myta o mita. Questi processi ebbero
un largo successo sia nella loro adozione che nella retribuzione: essi infatti tornarono a far
guadagnare ingenti somme alla corona spagnola. La mita rimarrà in funzione per due secoli e
mezzo, e farà la fortuna delle casse spagnole. Più di 14 mila indios l’anno erano reclutatati per
la mita, e oltretutto questi dovevano ricoprire delle distanze enormi per trasportare ciò che
avevano estratto. Nella prima ondata, più di 40 mila indios in totale si trasferirono a Potosì, ma
ne arrivarono solo 14 mila. Potosì crebbe fino a raggiungere i 160 mila abitanti nel 1611, e gli
indios a cui era concesso il riposo (se ne impiegava 4500 circa a settimana), usavano il tempo
libero per altri impieghi salariati. Nonostante le condizioni degli abitanti di Potosì non fossero
buone, quasi sicuramente questa migrazione annuale di 40 mila persone non rappresentò una
catastrofe. Infatti si assistette anche ad una crescita della natalità... Le condizioni dei lavoratori
delle miniere erano più o meno le stesse dei lavoratori della rivoluzione industriale in Europa.
Quello che deve essere registrato è che gli indios tentavano in tutti i modi di sfuggire alla mita,
e per le precarie condizioni di lavoro, e per il salario che non compensava giustamente la fatica
riposta nel lavoro (gli indios che lavoravano in altri campi guadagnavano di più - “indios
mingadi”). Gli indios allo stesso tempo fuggivano dai loro villaggi originari, e dalle mite.
Le miniere di mercurio, situate soprattutto a Santa Barbara, erano ancora più aborrite di quelle
d’argento per il rischio d’avvelenamento a causa proprio del mercurio. La presenza delle mite
provocava quindi un movimento centripeto (nei villaggi dove si poteva venire salariati) e
centrifugo (dalle mite). Ma l’industria mineraria si inserì nel sistema sociale ed economico senza
provocare sconvolgimenti demografici.
La fame dell’oro fu, dapprima, la rapina dell’oro di proprietà degli indiani, e poi lo sfruttamento
dei pochi giacimenti che c’erano (è un mito quindi). Ma quella fame insaziabile fu disastrosa
nella prima metà del 1500 per gli indios, perchè, nonostante ci fosse poco oro, per i
conquistadores non era mai abbastanza. L’argento, invece, fu estratto in larghissima parte
senza provocare sostanziosi mutamenti demografici o ingenti morti fra gli indigeni.

Capitolo V

Le stime della popolazione di Hispaniola, i taìni, ossia l’isola dove approdò Colombo, vanno dai
60 abitanti agli 8 milioni. Facendo alcuni calcoli, tenendo conto di elementi come la produzione
dell’oro, il numero di cacichi e le dimensioni delle comunità, si stima una popolazione che vai
dai 200 mila elementi ai 300 mila, nè più nè meno.
Si pensa che l’isola fosse organizzata in 400 o 500 cacicati, ossia i villaggi dove c’era un capo,
appunto chiamato cacico, e tutto il resto del villaggio (che si aggira dalla dozzina di elementi, a
qualche centinaia, e intorno ai mille, da villaggio a villaggio). Il bohìo era la capanna
multifamiliare dove potevano vivere 10-15 persone. Accanto a questi villaggi c’erano i conuco,
i campi coltivati con patate dolci o mais, che erano la fonte principale di sopravvivenza, con la
raccolta di frutta selvatica e la caccia e la pesca.
Nel primo decennio del ‘500, quando è ormai avvenuta la dislocazione degli indiani in villaggi
stabiliti dagli spagnoli, il numero di abitanti totali dell’isola registrato è di 60 mila; 10 anni dopo
di 40 mila; 2 anni dopo di 33 mila; 10 anni dopo di 7 mila; nel 1548 sono solo 500, secondo le
stime di Oviedo.
Nel primo periodo, dal 1492 al 1502, gli indios subiscono un forte shock, ma la popolazione
non perde le proprie caratteristiche originali. Nel secondo periodo, nel 1518-19, la dislocazione
è completamente avvenuta e la maggior parte degli indiani è schiava degli spagnoli. Nel
1520/50, nel terzo periodo, la popolazione sta via via scomparendo. Da questo periodo in poi,
la popolazione taìna, che occupava l’isola di Hispaniola, sarà totalmente scomparsa. Alle isole
di Cuba, Portorico e Giamaica toccherà la stessa sorte dell’isola di Hispaniola.
La grande mortalità non fu mai compensata da una natalità accettabile. Infatti le violenze degli
spagnoli, la dislocazione dei villaggi e l’effetto delle nuove patologie furono tutti fattori che
concorsero alla non-riproduzione degli indios. La dislocazione indeboliva pesantemente il
tessuto sociale e lacerava le famiglie. Dalle testimonianze è evidente l’assenza di un numero
adeguato di bambini: questo può dipendere dalla presenza sproporzionata di uomini rispetto
alle donne, e dalla poca fecondità delle femmine.
Alla mancanza del popolo americano “sopperì” il forte sviluppo delle specie animali importate
dalla Spagna. Bovini, cavalli, asini e altri animali popolarono i boschi abbandonati in quantità.
E grazie all’azione bovina aumentarono a dismisura i campi di canna da zucchero, fertilizzati
dai loro escrementi. Molti terreni invece vennero erosi dal calpesti della nuova fauna.
Capitolo VI

Il sistema azteco era strutturato similmente ai feudi europei: c’erano dei “signori”, di razza
azteca, sotto cui stavano e dipendevano tutti i lavoratori, fra cui contadini e schiavi, che
dovevano pagare dei tributi particolari a coloro da cui dipendevano, i quali erano spesso
funzionari statali o militari. Praticamente chi lavorava “per lo Stato” aveva tutta una serie di
lavoratori sotto di lui. Gli spagnoli adottarono, in un primo momento, questo sistema, ed infatti
ai signori aztechi si erano sostituiti gli encomenderos, che avevano tutta una serie di lavoratori
che dovevano loro pagare dei tributi, con il lavoro o con l’oro. I soprusi e gli abusi degli
encomenderos si facevano però sempre più gravi.
Questo sistema durò circa 1/4 di secolo, e in questo periodo la popolazione indios diminuiva a
dismisura. Questo ovviamente aumentava lo sfruttamento dei sopravvissuti. Con la Leyes
Nuevas del 1542 e del 1549, i soprusi degli encomenderos venivano limitati perchè veniva
vietato il guadagno personale. Dal 1557 si stabilirono delle quote fisse da pagare agli
encomenderos, e molte parti della popolazione indiana (cacichi, funzionari, vecchi, bambini)
erano esenti da questi tributi; sostanzialmente queste tasse colpivano soprattutto i nuclei
familiari.
Anche se rimangono sconosciuti i numeri precisi del declino della popolazione indiana,
sicuramente si può affermare che fu un forte declino: ciò a causa delle riforme della metà del
1500, che venne fatta dopo aver preso atto della straordinaria diminuzione della risorse umane
in quelle zone.
Dai documenti e dai calcoli dei guadagni delle imposte, si può dire con relativa certezza che la
popolazione messicana, verso il 1568, fosse sui 3 milioni. Sicuramente il periodo post ’68 vide
un declino di quelle genti più attenuato rispetto a quello che va dal 1519 al 1532, per i vari fattori
che si intrecciarono a difesa dell’investimento umano americano.
Mentre gli altri luoghi subirono profondi sconvolgimenti economico-sociali, in Messico la
situazione fu diversa: gli spagnoli mantennero le istituzioni vigenti in cui calarono le proprie
riforme, e la popolazione, pur assottigliandosi, non scomparve del tutto. La civiltà messicana
era già una struttura complessa, e per questo, pur mutando, sopravvisse.
Le tre epidemie che misero a dura prova la sopravvivenza del popolo indios furono quelle del
1520-21, quella del 1545-47, e quella del 1576-80; ne siamo quasi certi poichè molti
commentatori dell’epoca si riferiscono sempre a questi tre periodi. Queste epidemie furono
causate, oltre che dal vaiolo, dal plasmodio della malaria, portato in America dagli schiavi neri
africani. Questo fatto sembra confermato dalla congettura di un testimone che dice
esplicitamente che se la malaria fosse già esistita al tempo di Cortes, sicuramente lui e le sue
truppe non avrebbero potuto attraversare i luoghi che li portarono da Montezuma.
L’epidemia del 1520-21 sembra la più sicura, e con altrettanta sicurezza si pensa che fu
causata dal vaiolo. A questa epidemia successero carestie e fame, che furono fattori
incrementanti la velocità della scomparsa del popolo mesoamericano.
Secondo Motolinia, nel 1531 avvenne un epidemia di morbillo, ma fu un episodio isolato. Della
epidemia del 1545 riportano invece sia Motolinia che Sahagun, e siamo quasi certo che, come
nel 1520, anche questo evento fu disastroso per il popolo indios. L’epidemia che invece colpì
quelle genti nel 1576, e si protrasse fino al 1580, viene attribuita al tifo, e anch’essa concorse
pesantemente all’annientamento di quelle popolazioni.
Sull’incidenza delle epidemie contano anche fattori come la densità di popolamento, la forma
degli insediamenti, le vie di comunicazione. La Corona e la Chiesa non vedevano di buon
occhio gli insediamenti dislocati, e così cercavano di creare centri “urbani” dove far vivere gli
indios: questo sicuramente fu un fattore che accentuò la forza delle malattie.
Raggruppandoli, gli indios potevano più facilmente venire controllati ed evangelizzati. Nella
Nueva Espana esisteva una organizzazione politica basica di piccoli stati intorno a cui vivevano
le varie popolazioni più selvagge. Tenochtitlan era una delle metropoli dell’impero messicano,
centro di scambi e di ritrovo. Dopo le varie epidemie gli spagnoli intensificarono i piani di
riorganizzazione urbana degli indios, i quali venivano concentrati in luoghi comuni, ed erano
costretti a ricostruire una città dove vivere sul modello europeo. Queste nuove congregazioni
di indios furono certamente un veicolo propizio per le varie patologie. C’è comunque da
registrare che la forza lavoro umana degli indios fu in larga misura un punto a favore della
Conquista, che venne basata enormemente su tale aspetto. Gli indios erano costretti a lavorare
e a costruire villaggi per loro, dove veniva congregati, e per gli occupanti spagnoli.
Lo sfruttamento del lavoro degli indios accelerò la loro distruzione, ma con la Leyes Nueva,
ribadita del 1549, si sottolineava che gli indios non potevano essere fatti schiavi, e che gli
schiavi venissero liberati. Essi però venivano obbligati al lavoro forzato per la diffusa opinione
della loro scarsa operosità e oziosità naturale. All’inizio, però, tutte le opere pubbliche che gli
indios costruivano non venivano pagate, ed erano edificate gratuitamente. Gli indios
contribuirono anche a creare tantissime vie di trasporto. Il lavoro forzato fu comunque un fattore
del declino di quelle civiltà, come lo fu la schiavitù.
Una componente che sconvolse la civiltà indigena fu sicuramente l’introduzione del bestiame
nelle americhe. Infatti, i bovini, distruggevano, mangiavano, calpestavano e inaridivano i campi
delle coltivazioni indiane. Gli europei sfruttarono fino in fondo le risorse naturali americane per
la costruzione di tutti quei siti che servivano loro per guadagnare attraverso l’estrazione dell’oro
e dell’argento.
Anche se molte cose debbono essere messe in luce sulla storia del Messico, è quasi sicuro
che dai 10 milioni di abitanti di quelle zone che si registravano all’inizio del contatto, rimasero,
a causa di tutti i fattori messi in luce, circa 1,3 milioni di persone, alla fine del XVI secolo.

Capitolo VII

L’impero inca comprendeva il Perù e gran parte dell’Ecuador. Al momento della conquista del
popolo inca, molte guerre fra fazioni interne avevano devastato quell’impero. I luoghi dove
vivevano li avevano portati a sviluppare grandi toraci e polmoni potenti, per la rarefazione
dell’ossigeno (vivevano a più di 3000 m di altitudine). Questo li rendeva suscettibili alle malattie
respiratorie. Si può immaginare come le malattie portate dagli europei possano aver abbattuto
facilmente questi popoli. Inoltre, i voraci spostamenti che gli spagnoli imponevano agli indios
dovettero minare particolarmente il fisico “particolare” degli inca.
Gli inca avevano sistemi di registrazione molto avanzati, e tenevano perfino le contabilità
dell’impero. Questi dati furono molto utili agli spagnoli dopo la Conquista. Già con Pizarro gli
spagnoli s’erano adoperati a conoscere gli inca economicamente, geograficamente e
demograficamente, per strutturare al meglio le encomiendas. Gli inca furono così sottoposti a
continui censimenti, anche a fronte del rapido declino del popolo. A fine anni ’50 del XVI secolo,
la popolazione del Perù era più o meno fra i 2 e i 2,5 milioni.
I fattori che le testimonianze riportano per giustificare la distruzione degli indios inca sono
soprattutto le malattie e il perenne stato di guerra a cui erano soggetti quei popoli.
Anche in Perù la Corona spagnola aveva messo in atto quei processi di raggruppamento che
si erano visti nei restanti luoghi dell’America: e per il controllo tributario, e per l’indottrinamento,
e per il controllo politico. Nel Perù questo processo fu accelerato e diretto da Toledo. Lo
spostamento delle masse inca fu un processo colossale che impiegò più di un milione e mezzo
di persone.
Come è facile pensare, gli inca soffrirono molto questo processo, e infatti si lamentavano
dell’insufficienza di terre, soffrivano problemi di ambientamento e giudicavano peggiore, molto
peggiore, il cambio di vita a cui era stati costretti. Molti inca fuggivano e si nascondevano in
boschi e caverne sulle montagne delle Ande.
Al contrario del Messico, la Conquista in Perù vide violente guerre, fra spagnoli e indios, fra
fazioni contrapposte di indios, fra spagnoli (Pizarro e Almagro) e dopo l’assestamento e la
sottomissione, si scatenarono furiose rivolte degli indiani.
La conseguenza di questi 10 anni di guerre, dal 1532 al 1540 circa, fu il decisivo sfruttamento
di tutte le risorse naturali che i soldati trovavano: i villaggi venivano spolpati di qualsiasi
ricchezza e risorsa, e poi bruciati.
Gli spagnoli, dopo le dissidenze interne fra il figlio di Pizarro, Gonzalo, e la Corona di Spagna
stessa, introducono l’artiglieria pesante e arruolano ancor più indios, forzatamente o meno, per
il trasporto della stessa. Non si può sapere quanti indigeni perirono durante questi viaggi, ma il
numero non è certamente esiguo.
Si può affermare con certezza che la riduzione dei tributari indios si ridusse a un quarto del
numero iniziale anche a causa del continuo arruolamento di quelli con gli spagnoli. L’alleanza
forzata con gli spagnoli ridusse drasticamente le risorse degli indios, e a ciò conseguirono
carestie e fame. Le Relaciones Geograficas degli spagnoli attribuiscono alle malattie un ruolo
portante nello sterminio degli inca, tanto quanto le guerre. Per quanto riguarda il tipo di malattie
non si hanno molte notizie, e molto spesso queste sono contraddittorie. Classicamente, ci si
riferisce spesso a vaiolo, morbillo e tifo. Le ondate di epidemie che vengono ricordate sono del
1546, 1558, 1585-91.
Per il caso peruviano però si tiene particolarmente di conto il ruolo distruttivo delle guerre e del
lavoro personale, come la costruzione di chiese per i gesuiti, a cui venivano sottoposti gli indios.
L’ambiente sfavorevole, la crescita del popolo spagnolo in Sudamerica, e lo spopolamento degli
inca, con conseguente calo di risorse umane e inasprimento dello sfruttamento delle risorse
rimanenti, furono i fattori che portarono alla rovina il popolo peruviano.

Capitolo VIII

I gesuiti operarono l’evangelizzazione soprattutto fra gli indios del Paraguay e dell’Uruguay,
chiamati guaranì. La storia di questa porzione di indios è particolare, poichè, anche se non
furono protetti dai virus delle malattie, quantomeno furono salvati dai coloni iberici.
L’evangelizzazione fu condotta dal 1587 in poi, dai gesuiti. L’area dei guaranì, sparsi per
Paraguay, Uruguay e Argentina, non era ricca di risorse naturali e i popoli non potevano essere
sfruttati poichè erano composti da pochi elementi, oltretutto dislocati.
I gesuiti concentrarono i pochi abitanti di quelle zone, e la loro opera fu accettata benevolmente
dagli indios poichè così erano esentati dalle tasse e protetti dagli encomenderos e dai
bandeirantes paulisti (esploratori coloniali iberici). Questi progetti gesuitici si chiamavano
“riduzioni”.
Le trenta missioni dei gesuiti cambiarono l’assetto sociale dei guaranì: da seminomadi
divennero popoli stabili che fondavano la propria sussistenza sull’agricoltura. La vita familiare
diventava monogamica, scompariva la figura del cacico. Le categorie europee venivano
strettamente applicate dai gesuiti. Si costruirono i cabildi, ossia i municipi in cui una dozzina di
indios svolgevano mansioni da funzionari “statali”. La vita degli indios era strettamente
controllata sul piano sociale e quello religioso, oltre che su quello politico, poichè due padri
gesuiti stavano sempre “a guardia” delle comunità dei guaranì.
Ma i gesuiti ebbero un successo straordinario sul campo sociale: attraverso l’integrazione
dell’agricoltura con la pastorizia, le comunità divennero autosufficienti e la produzione era quasi
esclusivamente diretta al soddisfacimento delle necessità familiari. Iniziarono anche le
esportazioni della yerba mate. Il lavoro era organizzato comunitariamente e vennero edificate
chiese, abitazioni, fabbricati, magazzini, strade e altre opere pubbliche.
Ovviamente, la concentrazione degli indios in comunità stabili favorì la diffusione dei vari virus,
quando questi si presentavano. Nonostante fossero forzati al lavoro nei campi, che non era del
tutto gradito come l’artigianato, gli orari di lavoro dovevano essere accettabili e non si poteva
parlare di sfruttamento. Le missioni però avevano regole ferree che impedivano lo spostamento
dei guaranì dalla propria missione e l’entrate di stranieri (cioè di coloro che non erano nè gesuiti
nè guaranì), e per questo si registravano molte fughe di indigeni.
Dai dati raccolti dai gesuiti, si vede come la natalità e la mortalità siano entrambe alte. Questo
vuol dire che c’era un ricambio generazionale molto veloce, cosa che non avveniva nelle altre
tribù. E non diversamente dalle popolazioni europee, i guaranì sapevano far fronte alle crisi
demografiche aumentando di numero subito dopo queste, non essendo stati sottoposti alle
dislocazioni forzate per incrementare il lavoro.
Il popolo guaranì comincio la sua decadenza nei primi anni ’50 del 1700.
Il vaiolo e il morbillo colpivano molto spesso le missioni perchè, essendo giovani gli indios della
comunità, non si poteva avere troppa immunità da tali malattie. Si registrano almeno 5 ondate
di vaiolo considerevoli. I padri gesuiti si sforzavano comunque di isolare gli ammalati in
“ospedali” fuori dalla missione, e questo sicuramente ridusse la forza dei virus. Il tasso di
guarigione quindi aumentava.
Anche se le missioni proteggevano i guaranì dal lavoro personale, questo era sostituito
dall’onere delle costruzioni pubbliche. Infatti, quando nei centri più “coloniali” c’era da costruire
qualche opera, questa veniva imposta ai guaranì. Questo destabilizzava quelle società
“religiose”, poichè andare in altri centri prevedeva l’assenza di braccia per il lavoro delle
missioni, lunghe traversate a piedi, riduzione del tessuto sociale, ecc.: tutti fattori che
indebolivano la civiltà guaranì.
Le unioni era tenute sottocchio dai gesuiti, e la loro opera di evangelizzazione partiva
soprattutto dai bambini, ai quali si cercava di non far prendere le “abitudini barbare e selvagge”
dei genitori. Si cercava di obliterare dalla memoria la promiscuità e la vita comunitaria, che però
riapparvero fra i guaranì con la scomparsa dei gesuiti (1767).
Con l’espulsione dei gesuiti, la civiltà guaranì iniziò il suo decorso: le epidemie, nonostante il
territorio non fosse più vergine, infuriarono. Iniziarono le mescolanze fra bianchi, neri e indios,
e questo rovinò nella scomparsa della società. Il sistema che i gesuiti avevano eretto, a difesa
del matrimonio, della monogamia, e dell’isolamento di quella civiltà, aveva difeso la
sopravvivenza dei guaranì, e scomparve con l’espulsione dei gesuiti.

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Nascita degli Stati Uniti d’America

Le colonie americane nacquero in diversi modi: alcune erano state concessioni della corona
inglese alle proprie Compagnie; altre erano state fondate da minoranze religiose che avevano
lasciato la madrepatria; altre furono conquistate con la forza.
C’era, in questi paesi, un costante flusso immigratorio e la popolazione cresceva sempre più. I
molti che emigravano erano delle più disparate nazionalità: francesi, inglesi, scozzesi, irlandesi,
tedeschi. Gli schiavi neri superavano il mezzo milione verso il 1775, e venivano importati
dall’Africa o dai Caraibi, trattati alla stregua di animali da lavoro. L’economia si basava
prevalentemente sulla manifattura e sul rifornimento della madrepatria inglese delle materie
prime (colonie del sud). Nel nord e nel centro America si trovavano artigiani, pescatori, contadini
e mercanti. Si commerciava soprattutto con la Compagnia delle Indie occidentali, esportando
grano, legna, carne; si importava invece zucchero e melassa (per il rum). Tutte le colonie aveva
più o meno un governatore, nominato dal re, dei giudici, un’assemblea legislativa (eletta a
suffragio maschile, 70%).
Inferiore era la Nuova Francia, odierno Canada, che aveva una popolazione assai minore.
Riconosciuta come colonia ufficiale nel 1663, aveva istituzioni come quelle di una provincia
francese, con un governatore e un intendente. Era ammesso solo il culto cattolico. Si viveva di
agricoltura, caccia e pesca e del commercio di pellicce.

I coloni parteciparono attivamente alla Guerra dei 7 anni che si svolse anche in America, al
fianco dei comandanti della madrepatria, inviati là per scacciare i francesi. Una volta conclusa
la guerra a favore dell’Inghilterra e delle 13 colonie inglesi, i coloni presero coscienza del loro
potere e della scarsa capacità governativa dei governatori della madrepatria inviati nelle loro
terre. Il Parlamento inglese aveva vietato gli scambi commerciali delle colonie con terzi, e anche
fra le stesse colonie (atti di navigazione); aveva imposto prezzi elevati sull’importazione di
alcuni prodotti; aveva proibito l’esportazione di prodotti che creassero concorrenza nella
madrepatria. La legislazione, poi, penalizzava pesantemente le colonie, sul fronte monetario. Il
diritto di veto dei governatori inglesi nelle assemblee democratica americane era percepito
come una forte presenza (ingiusta) della Gran Bretagna nelle terre dei coloni.
Soprattutto, però, le condizioni di vita che spronavano al “fare da sè” e la grande varietà
culturale, spinse i coloni a prendere coscienza della loro diversità, e iniziò a risvegliare le
coscienze in vista della rivoluzione. I contatti con gli indiani, che vedevano le proprie terre
scomparire sotto le grinfie dei bianchi, spinsero il governo inglese a redarre una legge con cui
si proibiva di varcare i monti Appalachi, che erano ora territori indiani.
Negli anni seguenti vennero inaspriti i dazi sui prodotti primari, e venne combattuto il
contrabbando. Nel 1766 il governo inglese ritirò delle tasse ma impose il proprio diritto sui coloni
americani: venne tassato il tè e anche altri generi. I coloni così iniziarono il boicottaggio dei
prodotti inglesi, e le vendite si ridussero di 2/3.
Nel 1770 si verificarono gravi incidenti e rivolte, come quella di Boston, dove i soldati spararono
sulla folla uccidendo 5 persone; nel 1773 un gruppo di americani travestiti da indiani salì su
una nave della Compagnia piena di tè e lo rovesciò tutto in acqua: il “Boston tea party” diede
inizio alla Rivoluzione Americana.

Il governo inglese reagì duramente chiudendo il porto di Boston, e così il boicottaggio dei coloni
continuò (Primo Congresso Continentale del 1774), con la volontà americana di far valere solo
le leggi votate nelle assemblee.
Nel 1776, dopo ripetuti scontri armati, venne approvata la “Dichiarazione di indipendenza”, che
rendeva lecita l’instaurazione di un nuovo governo, tutto americano, sulla base del principio di
libertà e di uguaglianza (con l’invocazione di Dio). Il comando delle forze continentali fu affidato
a George Washington: la strategia di guerriglia abbattè il morale delle truppe occupanti inglesi,
che inizialmente avevano riportato molte vittorie.
Importante fu la Battaglia di Saratoga (1777), in cui gli americani sconfissero gli 8000 inglesi.
Questo episodio e la propaganda di Benjamin Franklin convinsero il governo francese ad
appoggiare gli insorti. Con il trattato di Versailles del 1783 l’Inghilterra riconosceva
definitivamente l’indipendenza americana, e restituiva alcuni territori caraibici e senegalesi alla
Francia, e la Florida e Minorca alla Spagna.

I principi della costituzione americana entrarono effettivamente in vigore solo nel 1781: il
Congresso Americano delle colonie si sarebbe occupato della difesa e della politica estera,
mentre tasse, ecc., sarebbero state prerogativa delle singole colonie.
Una Convenzione si riunì nel 1787 per ricalibrare la costituzione e creare un Governo federale
interamente nuovo, che avrebbe avuto una nuova Costituzione federale integrante gli articoli
fondamentali della Confederazione. La nuova costituzione entrò in vigore nel 1788, dopo
essere stata vagliata anche dai singoli stati.
Il potere legislativo andava ad un Congresso composto da Senato e Camera dei rappresentati
statali. Il potere esecutivo veniva detenuto da un presidente eletto dal popolo. La Corte
suprema era invece il vertice del potere giudiziario.

Superata la crisi rivoluzionario, la nuova democrazia degli Stati Uniti d’America riprendeva la
crescita demografica ed economica. Ovviamente salirono ad alto numero gli speculatori, che
si impossessarono delle terre rimaste, seppure il governo centrale avesse cercato di distribuirle
in modo equo. Le spese maggiori di questo processo furono degli indiani, scacciati dai propri
luoghi e destinati all’estinzione.
Il primo prèsidente eletto fu George Washington, che fu in carica dal 1789 al 1797. Venne
istituita nel ’91 la Banca degli Stati Uniti. Nacque il partito repubblicano, capitanato da T.
Jefferson, che si opponeva al federalismo. Egli vinse le elezioni nel 1808 e la svolta data dal
nuovo presidente fu rispetto alla burocrazia, la diplomazia e l’esercito. Nel 1794 si era stabilito
un trattato di commercio con l’Inghilterra, e dopo il 1800 si instaurarono rapporti d’amicizia con
la Francia Napoleonica (che vendetta all’America la Louisiana per 15 milioni di dollari). Inoltre
ci fu una nuova guerra fra Inghilterra e America, a causa della pretese inglesi sul nuovo popolo
americano, che però finì per constatare un nulla di fatto nella vittoria americana (1812-14).

All’inizio del XIX secolo, l’America latina aveva un contingente di 20 milioni di abitanti, di cui 3
milioni erano creoli, ossia bianchi nati nel nuovo continente 2 milioni schiavi neri, 5 milioni
sangue misto, e 10 milioni di indios. Lo sbarco di Napoleone in quelle terre, nel 1808, accentuò
la speculazione, ma fu anche un motivo di numerose rivolte e moti insurrezionali. In questa
situazione instabile, si inserì Bolivar, che voleva l’unificazione delle ex colonie spagnole sotto
un unico governo federale, come per l’America del nord. Ma i particolarismi regionali, i conflitti
etnici e sociali, la pressione degli interessi inglesi e nordamericani, determinarono il fallimento
di questo progetto presentato al congresso continentale di Panama del 1826. La vita rimase
perlopiù instabile e travagliata.
Una situazione diversa fu vissuta dal Brasile, che Giovanni VI proclamò regno autonomo. Il
regno venne da lui lasciato al figlio Pedro, che si chiamò Pietro I quando si autoproclamò
imperatore del regno del Brasile. Le sue guerre con l’Argentina per la successione uruguaiana
incrinarono i rapporti con i creoli borghesi, e così egli abdicò nel 1831 a favore del figlio Pietro
II. Iniziato il suo regno nel 1847, dopo l’infanzia, egli assicurò un periodo di stabilità e progresso
al Brasile.
All’evoluzione del continente sudamericano guardavano sia la Gran Bretagna che il Nord
America, volendo esportare lì i propri prodotti per guadagnare sugli abitanti che vivevano
ancora un clima sociale politico ed economico molto arretrato. Infatti proseguirono le espansioni
e la popolazione aumentò di parecchio.
La politica di espansione e di americanizzazione fu continuata da James Monroe, presidente
repubblicano, che rivendicava il possesso nordamericano del sudamerica, con il famoso
slogan “l’America agli americani”.

1. La popolazione e le strutture familiari

Fonti e metodi.
Riguardo gli studi sulla popolazione e i meccanismi che ne regolano l’andamento nel tempo
sono intervenuti i maggiori storici sociale come Thomas Malthus, che si occupò
specificatamente dello squilibrio tra popolazione e risorse elementari; Malthus dice che a
frenare l’aumento incontrollato della popolazione intervengono freni repressivi (carestie,
epidemie, guerre) e freni preventivi (limitazione cosciente di matrimoni). I primi censimenti
modernamente impostati risalgono al XVIII e XIX secolo, come per esempio il catasto
fiorentino del 1427, e altre fonti come quelle ecclesiastiche (status animorum) che hanno
portato a risultati in merito alla mortalità, natalità, e mentalità tramite istogrammi relativi al
numero degli individui e tavole di mortalità grazie all’ausilio di appropriate formule matematiche.

La popolazione europea nell’età moderna.


Durante l’età moderna più della metà della popolazione mondiale viveva nel continente asiatico.
Le cifre evidenziano anche il collasso demografico che caratterizzò il continente americano con
l’arrivo degli europei e contemporaneamente l’arresto dello sviluppo dell’Africa. In Europa
invece durante l’età moderna si ebbero 3 fasi: un accrescimento demografico generale
continuativo fra la metà del 1400 fino agli inizi del 1600; un forte rallentamento nel XVII secolo
e una rinnovata tendenza espansiva dal 1700 che si prolunga e si rafforza nel 1800.
Si discutono le cause del rallentamento demografico del XVII secolo. La cosa certa è che la
lentezza della crescita accompagna l’aumento e la combinazione degli agenti repressivi: fame,
peste e guerre.
Aumento della natalità e diminuzione della mortalità furono in proporzioni diverse da paese a
paese.

La storia della famiglia.


Il comportamento demografico delle coppie di sposi rappresenta solo un aspetto della storia
della famiglia; è stata però condotta una classificazione elaborata riguardo i nuclei familiari
dell’età moderna: famiglia nucleare, composta esclusivamente da 2 coniugi; famiglia estesa,
composta da due coniugi più un altro componente; famiglia multipla, composta da almeno
due nuclei familiari; famiglia senza struttura, alla cui base non vi è un rapporto matrimoniale.
Il tipo di famiglia predominante è ovviamente quello nucleare. Ogni tipo di famiglia subisce nella
sua storia determinati condizionamenti di tipo giuridico ed economico che varia per i maschi:
dal fedecommesso (disposizione testamentaria con la quale il testatore istituisce erede o
legatario un soggetto determinato, il quale ha l’obbligo di mantenere i beni ricevuti, i quali alla
morte del fedecommesso andranno a un soggetto diverso indicato dal testatore originale) alla
primogenitura. Per le donne invece esisteva la “dote”, che era commisurata alla ricchezza e
al prestigio della famiglia e fungeva da eredità anticipata, la quale valeva per lo più per la prima
figlia, mentre le altre intraprendevano la via ecclesiastica.

2. L’economia dell’Europa preindustriale.

L’agricoltura: risposta estensiva e risposta intensiva.


L’agricoltura europea, dopo l’anno 1000, avevo compiuto notevoli progressi, tre la motivazioni
più importanti ci sono l’innovazione tecnica dell’aratro pesante, la ferratura dei cavalli, e la
bardatura con nuovi collari. L’incremento demografico durante il 1500 comportò
inevitabilmente un parallelo aumento della domanda di derrate alimentari che si diresse
soprattutto verso i cereali (costavano poco). Si parla dunque di risposta estensiva, ossia
l’allargamento della superficie coltivata, e di risposta intensiva, ossia l’adozione di tecniche
nuove e più adatte all’accrescimento della produttività.
Durante il ‘500 fu di gran lunga prevalente la risposta estensiva, poichè furono rimesse a cultura
molte delle terre abbandonate durante la crisi demografica del 1300.

Il regime fondiario e i rapporti di produzione.


In seguito alla disgregazione del feudalesimo, all’inizio dell’età moderna, i coltivatori del suolo
avevano acquisito molta autonomia e molteplici libertà. Le corvée (tipo di prestazione dovuta
da parte del vassallo al signore feudale, tramite giornate di lavoro gratuito, solitamente
destinato alla coltivazione delle terre padronali), dove sopravvivevano, erano limitate a pochi
giorni durante l’anno. La riserva signorile era stata tramutata in appezzamenti e i poderi erano
stati affidati a famiglie.
Gli unici residui feudali rimanevano la giurisdizione e il potere di banno (diritto di imporre
corvée, di riscuotere tasse, di intraprendere azioni di guerra), esclusivi del giudice signorile,
e rimaneva l’obbligo, per i proprietari di terre comprese nel feudo, di pagare al signore un censo
annuo.
Il forte aumento della popolazione registrato nel XVI secolo accompagnò processi di
proletarizzazione, ossia la diminuzione dei coltivatori autosufficienti.

L’Europa orientale.
Le regioni situate ad Est del fiume Elba si differenziavano nettamente da quelle centro-orientali:
comprendevano enormi estensioni di terreno pianeggiante e potenzialmente fertile. Il
problema che sussisteva era rappresentato dalla scarsità di forza lavoro. In queste condizioni
l’economia di mercato agì come stimolo di accrescimento della produzione, sfruttando
pratiche coercitive come la servitù della gleba (si rafforzò molto nel corso del 1400). Fra il ‘500
e il ‘600 le condizioni in cui vivevano i contadini servi andarono a peggiorare, fino a quando, le
masse rurali, non accettando più il proprio “ruolo”, diedero vita alle prime manifestazioni di
protesta. Il grande ciclo di rivolte popolari e contadine iniziato nella seconda metà del ‘300 si
spostò pian piano nell’Europa occidentale durante il 1600.

L’economia urbana.
Vicino alle produzioni dirette al consumo familiare, si afferma, in molte zone, l’industria rurale,
mentre in città, molti oggetti di utilità quotidiana vengono ancora prodotti da abili artigiani, che
lavoravano in proprio, o con pochi collaboratori (le “arti”); ogni settore di manifattura si
suddivideva nelle diverse specializzazioni.
Le novità industriali dell’età moderna tuttavia, risiedono nella grande diffusione del sistema
dell’industria a domicilio o protoindustria, un processo basato sul mercantaggio: il
mercante-imprenditore acquistava la materia prima e la affidava a operai, molto spesso suoi
familiari, che la lavoravano.
Questo tipo di industria fiorì particolarmente nel settore tessile, che rimase quello dominante a
lungo, ma notevoli progressi e passi in avanti furono compiuti anche nella siderurgia (diffusione
degli altiforni) e nella pratica dell’estrazione mineraria.

Moneta, prezzi e mercato.


Per quanto sussistessero, anche nell’età moderna, diverse forme di autoconsumo, l’economia
monetaria era già largamente diffusa, quasi a livello universale. Erano l’oro e l’argento a
determinare il valore di scambio, molto spesso provocando una forte inflazione. L’aumento
della produzione industriale e la crescente richiesta di generi di prima necessità portarono, nel
‘400, ad un aumento di circolazione di moneta e, con l’espansione dei traffici, ebbero sempre
più importanza i rapporti commerciali col nuovo mondo, poichè i coloni, stabilitisi oltre oceano,
avevano bisogno di tutto ciò a cui erano abituati: essi pagavano con l’oro e l’argento che
avevano trovato nella terra nuova, l’America.
Nel corso del 1500 in Inghilterra, Francia e Olanda si formarono diversi tipi di organizzazione
commerciale: corporazioni di mercanti come la compagnia delle indie inglese, tramite le
quali i mercanti godevano di un monopolio di un certo tipo di traffico, e le società per azioni, il
cui capitale era suddiviso in quote possedute da mercanti, che percepivano un certa quantità
di dividendi.
Elementi nuovi rispetto al medioevo furono: la nascita di un’economia mondiale e lo
spostamento dell’asse dei traffici dal Mediterraneo all’Atlantico.
Inoltre si ebbe lo sviluppo e l’applicazione dei principi della teoria mercantilistica di Adam Smith.

3. Ceti e gruppi sociali

La stratificazione dell’Europa nell’Antico regime.


Gli storici tendono a sottolineare la lunga durata di pratiche sociali e schemi mentali risalenti al
medioevo durante l’età moderna; il più importante di questi schemi è quello che suddivide la
società tra oratores, bellatores e laboratores.
Naturalmente la stratificazione sociale era molto più complessa, in quanto nel terzo stato vi
erano molteplici divisioni. Più che il concetto odierno di classe, il più idoneo a distinguere questi
gruppi sociali è il termine di ceto, in cui a determinare il rango sociale di un individuo
concorrono la nascita, il ruolo ricoperto nella vita pubblica, e il prestigio/privilegi. Si
giustificava questa disuguaglianza con l’idea di una gerarchia naturale che era insita in tutte
le creature di Dio.
La stratificazione sociale dell’Europa preindustriale era la risultante dell’interazione di diversi
fattori, tra i quali in primo piano la nascita (più o meno altolocata), la funzione ricoperta
(dipendeva comunque dalla famiglia in cui si era nati) e il denaro (anche questo dipendeva per
lo più dall’eredità familiare).

Nobili e “civili”.
I ceti più definibili e riconoscibili erano nobiltà e clero, ma tuttavia ciascuno dei due
comprendeva al suo interno una vasta gamma di sottogruppi differenziati per ricchezza ì,
prestigio e potere. Dovunque, nobiltà significa in primo luogo ricchezza o agiatezza: una
ricchezza che fondamentalmente si basa sulle proprietà terriere.
Nell’età moderna si crea una netta differenziazione tra l’Europa centro-occidentale, dove il
grande proprietario terriero vive fondamentalmente di rendita, pagato dai coltivatori delle sue
terre in denaro o in natura, e l’Europa orientale, dove invece egli sfrutta il lavoro gratuito dei
contadini per produrre derrate che poi vende sul mercato.
Esisteva, a seconda della regione, una determinata diversificazione di nobiltà che
comprendeva comunque diversi livelli di ricchezza e prestigio. Ugualmente vario era il rapporto
tra i ceti nobiliari e il potere politico: un carattere molto particolare era stato acquisito,
nell’Europa moderna, da oligarchi aristocratiche, per quanto riguarda la gestione diretta del
potere. Fra esse bisogna distinguere quelle in cui la sovranità assumeva connotati assoluti,
come in Francia, e quei regimi in cui l’esercizio della sovranità dipendeva dal beneplacito
della nobiltà, come in Polonia e Inghilterra.
Le ripercussioni sociali della crescita economica e della concorrenza, sempre più accanita,
dei nuovi gruppi mercantili e “borghesi” sono all’origine di una sorta di “crisi d’identità” dei
ceti nobiliari, che portano avanti un’ossessiva ricerca della legittimazione del proprio primato
monetario (che in molti casi non c’era), che causò uno slittamento della virtù e del valore
militare, come motivi fondanti della nobiltà (sangue e stirpe).
I patriziati dell’Italia centro-settentrionale, per esempio, avevano elaborato un sistema di
cooptazione basato sull’antica residenza in città, sulla ricchezza e sull’astensione, per
generazioni, dal lavoro manuale.
Il termine “borghesia” non è il più idoneo per delineare i ceti intermedi fra nobiltà e terzo stato:
alcuni studiosi come Weber e Sombart, hanno voluto caratterizzare lo spirito borghese sul
piano degli atteggiamenti mentali di gruppi ristretti di operatori economici, e non sulle
qualità di certe categorie sociali, che piuttosto avevano come denominatore comune
l’astensione dal lavoro manuale e il possesso di risorse.

Poveri e marginali.
Gli strati inferiori della società possono essere distinti in poveri strutturali, coloro che anche
in tempi normali vivono grazie a furti ed elemosine, e poveri congiunturali, che
comprendevano tutti coloro che ricavavano appena di che vivere dal loro lavoro.
Nella categoria dei poveri marginali si ha una trasformazione del povero nel tempo, causata
dalla laicizzazione della società, e dal massiccio aumento del “pauperismo”, per cui il povero
“residente” che aveva il proprio posto, riconosciuto nel villaggio, diventa vagabondo o
marginale, privo di radici, che vive di espedienti.
Nel corso dell’età moderna nei vari strati si tentò di correggere questo problema con la
fondazione di istituti di ricovero in Italia, e delle workhouses in Inghilterra.

4. Le forme di organizzazione del potere.

Stato e Stato moderno: problemi di definizione.


Nell’Europa tra il 1200 e il 1800 si ha la progressiva affermazione di un potere che si proclama
superiore a tutti gli altri, il potere dello Stato. Tale potere si incarna inizialmente in un individuo,
il Monarca, che si si va via via configurando come un’entità a sè stante, in un processo di
spersonalizzazione. Tra 1400 e 1500 questo potere si afferma tramite l’indipendenza
dall’esterno e la facoltà di esigere obbedienza dai sudditi, definendosi come “plenitudo
potestatis”.
Riferendosi alle formulazioni dei giuristi tedeschi post-hegeliani, lo stato moderno si definisce
come:
1)!Un territorio, come esclusivo ambito di dominio;
2)!Un popolo, come stabile unione di persone legate da un solido sentimento di appartenenza;
3)!Un potere sovrano, che significa legittimo monopolio della forza fisica e indipendenza
giuridica dall’esterno.
Questo tipo di stato moderno è esistito solo tra fine ‘700 e primi del 1800. Infatti questo nucleo
di sovranità piena è condizionato da interferenze interne ed esterne: un primo limite è costituito
dal dovere del sovrano di rispettare la legge divina, mentre un secondo limite deriva
dall’esistenza di leggi fondamentali del regno che anche il monarca è tenuto a rispettare.
Lo stato moderno “assoluto” o stato dell’ ‘800, dove il potere è più concentrato e più
autonomo, si differenzia da quello che viene chiamato stato “per ceti”, configuratosi fra il 1200
e il 1300, in cui all’autorità del principe si contrappongono assemblee, dette “diete”, o “stati
generali”, o “cortes”, o “parlamenti”, ecc., composte da rappresentati del clero, della nobiltà
e della città. Solo in Inghilterra e in Svizzera si trasformano da istanze di ceto a
rappresentanze nazionali, tra il ‘700 e l’ ‘800.
Dove non esistevano parlamenti, come in gran parte dell’Italia centro-settentrionale, è meglio
parlare di Stati rinascimentali o Stati d’antico regime o Monarchie composte.
Inoltre non è lecito parlare di Stati nazionali prima dell’epoca rivoluzionaria, in quanto lo Stato
precede storicamente la Nazione, intesa come comunità basata su una lingua, una cultura e
un insieme di tradizioni.
Dal 1700 in poi nel continente Europeo, attraverso le fasi della Rivoluzione francese e del
Movimento romantico, si può parlare di nazionalizzazione delle masse o Stati nazionali
(Germania e Italia).

Dalla Monarchia di diritto divino allo Stato di diritto.


Per giustificare il potere esercitato dal Monarca fino al 1700 si mette in campo l’idea di
un’origine provvidenziale dell’autorità politica, istituita da Dio per mantenere l’ordine. La
precoce affermazione dell’assolutismo monarchico fu opere della Chiesa di Roma, che tramite
il diritto canonico affermò l’unione nella stessa persona dell’autorità spirituale e della
sovranità su uno stato territoriale.
La simbiosi tra autorità religiosa e potere secolare rimase salda anche dopo la riforma
protestante, ma si trasformò in una vera e propria subordinazione della Chiesa allo Stato. Fu
solo nel 1600 che i fondamenti religiosi della sovranità cominciarono a vacillare per opera della
dottrina contrattualistica di Hobbes, Spinoza, Locke e Rousseau.
Il passaggio dallo “stato di natura” dell’uomo alla vita associata, in cui tutti si riconoscono
reciprocamente diritti e doveri, deve avvenire sulla base di un patto comune. In base a questa
premessa è possibile giustificare l’autorità assoluta del monarca, anche nei confronti della
Chiesa, e postulare poi l’esistenza di limiti e vincoli alla sua volontà (quindi non del tutto autorità
assoluta).
Il crollo delle istituzioni d’antico regime si rifà, almeno formalmente, ai principi ormai
acquisiti della sovranità popolare e della distinzione tra potere legislativo, esecutivo e
giudiziario. Queste sono le basi su cui poggiano i fondamenti dello Stato di diritto del 1800.

Funzioni e articolazioni del potere statale.


Per quanto riguarda i poteri riconosciuti ai governi, sia di natura monarchica, che aristocratica,
troviamo il diritto-dovere della difesa del territorio, e quello del mantenimento dell’ordine e
della pace interni, tramite gli strumenti della diplomazia e della guerra (per quanto riguarda
i rapporti esteri) e della amministrazione e della giustizia (per quanto riguarda i rapporti
interni).
Il luogo dove la potenza del re si rende più manifesta è la corte, dove, appunto intorno alla
figura del re, si accumulavano persone come cortigiani, ministri, funzionari, tecnici, artisti, e
personale di servizio. Una delle funzioni principali di questo apparato era quella di raccogliere
interno alla persona del re la nobiltà più ricca e prestigiosa, garantendone la fedeltà attraverso
una distribuzione dei favori. La corte, tra XVI e XVII secolo, fu anche il centro di elaborazione
di una raffinata cultura artistica e letteraria.
La situazione degli affari politici, però, pur facendo capo alla stessa rappresentanza reale,
veniva portata avanti da vari consiglieri e ministri coadiuvati in un consiglio che accompagnava,
o a volte sostituiva completamente, il re.
La giustizia era uno degli attributi centrali della sovranità tramite la legislazione, come
produzione di diritto, e la giurisdizione, come applicazione di diritto. In realtà su tutto apparato
territoriale non ci fu mai un controllo assoluto della giustizia, che rimase sempre stratificata in
certi luoghi, e saldamente legata alle consuetudini locali.
Solo durante la promulgazione delle costituzioni degli Stati di diritto si registrarono seri tentativi
di consolidare e codificare la giustizia.
Tra gli affari di governo ebbero un’importanza dominante gli affari di politica estera e le varie
guerre, con l’avvento degli eserciti permanenti. Anche la guerra, come la giustizia, tende,
durante l’età moderna, alla specializzazione e alla massima efficienza.

5. Religione, mentalità, cultura

Religione e magia.
Un elemento comune tra le popolazioni europee alla fine dell’età preindustriale è la centralità
del sacro e della religione nelle loro esistenze. Dal medioevo in poi si diede molta più
importanza alla religione cristiana e alla sua iconografia sacra, che affluiva direttamente, ed
enormemente, nella vita delle persone. La preoccupazione per il destino ultraterreno delle
anime fu arrestata in parte dalla diffusione della credenza del purgatorio e dalla vendita delle
indulgenze. In ogni caso l’ossessione della morte e dell’impotenza dell’uomo di fronte alle
malattie aumentò il ricorso alla religione e all’invocazione dei santi per la protezione dei fedeli
da ogni specie di male. Era molto diffusa anche la credenza che anche altri individui,
specialmente di sesso femminile, fossero dotati di poteri sovrannaturali: questo scatenò su di
loro le controversie della Chiesa, la quale condannò ogni tipo di residuo di paganesimo,
condannando gli individui che erano ritenuti fautori di opere “magiche”.

Cultura orale e cultura scritta.


L’opera di disciplinamento sociale portata avanti dalla Chiesa cattolica e riformatrice ebbe
come risultato una più completa cristianizzazione delle masse popolari, ma anche una
rarefazione dei comportamenti violenti e amorali, e perfino la crescita dell’alfabetizzazione.
Inoltre, alle Chiese, cominciò a subentrare Stato come principale fattore di alfabetizzazione: in
proposito a quell’epoca, è bene distinguere la capacità di leggere da quella di scrivere.
Per tutta la durata dell’antico regime la cultura popolare rimase una cultura prevalentemente
orale, imperniata su un patrimonio di idee, conoscenze, ecc., che si trasmettevano per via non
scritta da una generazione all’altra.
Per quanto riguarda la cultura scritta, la novità più importante agli inizi dell’età moderna fu
l’invenzione della stampa, della metà del 1400 ad opera di J. Gutenberg, che portò alla
diffusione su larga scala dei libri (soprattutto di genere religioso - la Bibbia) in tutta Europa.

Produzione e trasmissione del sapere.


Le università cominciarono a sorgere ed espandersi nella prima età moderna; quelle
strettamente controllate dal potere politico e religioso cessarono di essere centri di
elaborazione di una cultura d’avanguardia e si ridussero per lo più alla funzione di scrigno del
sapere tradizionale. Solo nel XVIII secolo si manifestò un notevole risveglio in alcuni atenei di
nuove istituzioni culturali, le quali veniva frequentate, per lo più, dai figli di persone benestanti.

6. Monarchie e imperi tra XV e XVI secolo

I regni di Francia, Spagna, Inghilterra e l’Impero germanico.


La Francia, sottomessa prima a Carlo VIII, e poi ai suoi successori Luigi XII e Francesco I, fu il
paese nel quale il potere fu maggiormente incentrato nelle mani di una sola persona.
I regnanti riuscirono ad accumulare potere tramite l’amministrazione finanziaria, impennata
sull’esazione della taglia e sulla suddivisione del paese in circoscrizioni fiscali, dette
generalites. Attraverso questi espedienti finanziari, crebbe anche l’autorità del consiglio e
sempre meno di frequente venivano convocati gli stati generali.
I funzionari venivano reclutati secondo il meccanismo delle cariche pubbliche, dando vita ad
una nobiltà di toga. Nonostante tutto quindi, all’inizio del ‘500 grandi feudatari (nobili) riuscirono
a mantenere un considerevole potere locale.
In Spagna, col matrimonio del 1479 fra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, si
diede vita al regno della penisola iberica, uno dei più lunghi della storia.
L’amministrazione della città era stata posta sotto il controllo di alcuni funzionari regi che
venivano chiamati corregidores. Le cortes venivano convocate sempre meno. Le tre province,
Aragona, Catalogna e Valencia, invece riuscirono a mantenere i propri privilegi.
I principali elementi in comune fra i due regni erano la tradizione della reconquista e la difesa
dell’ortodossia religiosa. L’inquisizione spagnola era l’unico organo la cui giurisdizione si
estendesse a tutto il regno. Con la morte di Isabella nel 1504 tornò sul trono Ferdinando
d’Aragona.
In Inghilterra Enrico VII Tudor, uscito vincitore dalla guerra delle due rose, consolidò
gradualmente il proprio potere, amministrando le finanze e rafforzando gli organi centrali del
governo regio. Il parlamento intanto veniva convocato con minor frequenza. Alla sua morte, il
figlio Enrico VIII prese le redini del regno e portò avanti la tendenza assolutistica. In Germania
invece, alla morte di Federico III d’Asburgo, l’impero rimase un insieme formale di Stati
territoriali e principati ecclesiastici, dove erano molto forti i contrasti fra le aree urbanizzate
decentrate e quelle rurali, più interne.
Inoltre, la situazione regia si complicava per la duplice qualità dell’erede della casa d’Asburgo,
che comprendeva diversi regni, ma che al contempo doveva alla Dieta dei Grandi elettori il
potere di venire scelto o meno. Nel 1493, infine, si giunse dopo un notevole successo
diplomatico, all’elezione di Massimiliano I, che parve soddisfare tutti.

La prima fase delle guerre in Italia.


In Italia, l’equilibrio sancito dalla pace di Lodi (1454) venne a mancare con l’evento della morte
di Lorenzo de’ Medici, del 1492, che venne a coincidere allo stesso tempo con le mire
espansionistiche di Venezia, di Lodovico il Moro (duca di Milano) e del nuovo Papa
Alessandro VI. Tutti costoro erano pronti ad invocare l’aiuto straniero per conquistare il terreno
italico: l’errore però fu non considerare prontamente le nuove dimensioni politiche e militari
delle monarchie di Francia e Spagna.
Intanto, il re Carlo VIII, intendeva far valere i suoi diritti di discendenza angioina sul Regno di
Napoli, e così nel 1494 entrò in Italia, precisamente a Napoli: a Venezia si decise quindi di
fondare una Lega, per tentare di fermare (alla fine invano) l’invasore nella sua risalita.
Intanto, con l’aiuto della Lega, Ferdinando II d’Aragona recuperò il regno di Napoli: l’impresa
di Carlo VIII si concluse con un nulla di fatto, ma in realtà un dato era apparso agli occhi di tutti:
l’assetto politico e territoriale dell’Italia era allo scatafascio.
La discesa italiana di Carlo VIII portò poi altri contraccolpi al territorio italico, che si fecero
sentire prepotentemente in Toscana: Piero de’ Medici venne cacciato da Firenze, dove prese
il comando un frate domenicano ribelle, di nome Savonarola.
Questo “prete ribelle” si scagliava contro la dilagante corruzione della Chiesa, e, insieme ai
suoi seguaci chiamati “piagnoni”, impose a Firenze un sistema politico di governo popolare,
fino al 1498, quando, dopo essere stato scomunicato, fu processato e l’aristocrazia riprese
gradualmente il potere.
Venezia invece concluse con Luigi XII, re di Francia, un trattato d’alleanza contro lo Stato di
Milano, che poi venne occupato proprio dai francesi nel 1499.
Il nuovo papa, Giulio II, con il proposito di restaurare il dominio temporale della Chiesa, si fece
promulgatore dell’alleanza anti-veneziana con Francia e Spagna, firmando un trattato a
Cambrai nel 1509. Nello stesso anno la Francia attaccò Venezia e sbaragliò l’esercito della
Repubblica marinara. Al Papa venne riconosciuta la restituzione di alcune terre e la rinuncia,
da parte dei veneziani, alla tassazione delle proprietà della Chiesa, si ritirò dalla Lega. Il Papa
pensò abilmente di istituire una nuova lega, la Lega santa contro la Francia, con Spagna,
Svizzera e Inghilterra. Nel 1515, il nuovo re di Francia Francesco I, preparò quindi una nuova
spedizione in Italia, e, dopo essere rientrato in Milano, sconfitti gli svizzeri, firmò con la Spagna
la pace di Noyon (1516), che riportò equilibrio nella penisola. Il ducato di Milano era ora
territorio francese e il Mezzogiorno rimane spagnolo.

Carlo V: il sogno di una monarchia universale.


Alla morte di Ferdinando II, detto il Cattolico, nel 1516, nel regno di Spagna gli successe il
nipote Carlo I, figlio di Filippo il Bello d’Asburgo: questo fece sì che Carlo si ponesse in conflitto
con Francesco I per la dignità imperiale.
Carlo I fu eletto quindi anche in Germania come Carlo V, nel 1519. Egli aveva un orgoglioso
senso dinastico e una religiosità sincera e profonda, molto vicina alla devotio moderna
(movimento nato nei Paesi Bassi, che portava alla rinascita della fede attraverso un percorso
spirituale interno, che si contrapponeva alla spiritualità di comunità medioevale). La sua
reggenza fu molto tempestosa, soprattutto in Spagna, dove si era attirato l’antipatia di gran
parte della nobiltà, avendola destituita dalle cariche pubbliche che in realtà servivano per
mantenere il potere nelle mani di pochi: questi titoli erano stati ceduti a gentiluomini fiamminghi.
Questo fatto fu la causa scatenante della rivolta dei comuneros del 1520, successivamente
sedata dall’esercito regio.
Questa micro-crisi interna alla Spagna e al suo regno, portò Carlo ad avere un maggior occhio
di riguardo nei confronti della penisola iberica, e rese le sue future politiche imperialiste eventi
molto importanti anche per il territorio spagnolo.

Asburgo contro Valois: ripresa della guerra in Italia.


La Francia, comandata ancora da Francesco I, tentò di rompere l’accentramento asburgico che
si andava profilando in Europa, vista la veloce ascesa di Carlo V e considerata anche l’elezione
del nuovo Papa Adriano VI, precettore dello stesso Carlo.
Francesco I di Francia allora dichiarò guerra contro Carlo, ma fu presto costretto a dichiararsi
sconfitto, firmando l’oneroso trattato di Madrid del 1526, con cui la Francia cedeva il milanese
e la Borgogna. Sempre nel 1526 venne stipulata una nuova Lega difensiva, quella di Cognac,
che vedeva partecipi i francesi, il nuovo Papa Clemente VII, Firenze e Venezia. Anche questo
espediente non fu di molto peso per la Francia: Francesco I tardò il suo intervento in Italia, e
così nel 1527 Carlo V con a seguito 12.000 lanzichenecchi saccheggiò Roma e costrinse il
Papa a ritirarsi a Castel Sant’Angelo.
Fu inutile anche l’intervento francese, e l’esercito di Francesco fu costretto a ritirarsi nel
mezzogiorno: Carlo V preferì non continuare la guerra per evitare ulteriori problemi (conscio
del pericolo rappresentato dal sempre meno lontano impero ottomano), e così mise alle strette
i francesi che dovettero firmare la pace di Barcellona del 1529.
Con questo trattato la Francia rinunciava a qualsiasi dominio italiano, ma si poteva tenere la
Borgogna; Francesco II Sforza fu insediato a Milano e in cambio il Papa ricevette l’appoggio
imperiale per rimettere i Medici al comando di Firenze.

L’espansione della potenza ottomana.


Dopo la conquista di Costantinopoli del 1453 da parte di Maometto II, l’avanzata ottomana
parve non incontrare ostacoli a oriente, dove contrastò con la ricostruzione dell’impero persiano
a sua volta sconfitto dal sultano Selim I che successivamente rivolse la sua attenzione al
Mediterraneo, sottomettendo la Siria, l’Egitto e la Tunisia, abbattendo il regime dei
mammalucchi. Tale conquista ebbe grande importanza sia a livello economico che religioso. Il
Sultano di Costantinopoli divenne così capo riconosciuto di tutto l’Islam. L’avanzata dei turchi
nei Balcani riprese nel 1526 con Solimano il Magnifico che entrò in territorio ungherese
facendone uno stato Vassallo.

Guerre ed eserciti tra medioevo ed età moderna.


Le guerre in Italia furono un importante terreno di sperimentazione di nuove formazioni militari.
Il declino della cavalleria pesante, elemento centrale della guerra nell’età feudale era iniziato
sui campi della guerra dei cent’anni che vide la supremazia degli arcieri inglesi. Si vide inoltre
la grande efficienza dei fanti svizzeri che derivavano la loro forza dalla disposizione a quadrato.
Questa evoluzione dell’arte della guerra si può considerare insieme causa ed effetto dei più
profondi mutamenti nella società e nello Stato moderno, poichè si vide perdere di valore la
figura del milites, rinnovando l’efficienza del combattimento con schiere di fanti e nuove
tecniche che solo uno Stato o una circoscrizione territoriale poteva sostenere.

7. I nuovi orizzonti geografici

Le conoscenze geografiche alla fine del medioevo.


Alla fine del medioevo, i contatti diretti del mondo europeo col resto del pianeta erano
sostanzialmente limitati. I viaggi verso oriente si erano ridotti a causa dell’impero ottomano. Il
blocco di tre continenti noti (Europa, Africa e Asia) era collocato, nel pensiero di allora, nella
parte settentrionale del planisfero e paradossalmente questi errori portarono a incoraggiare i
viaggi di esplorazione dei portoghesi e di Colombo. Per quanto riguarda l’Africa, questa non
era affatto un continente senza storia, non era quel posto “oscuro” che si pensava fosse inserito
in un contesto di primitiva barbarie. La popolazione era in lenta ma continua crescita e anche
lo sviluppo economico era vario a causa della penetrazione araba, che aveva portato con sè
l’espansione dei traffici alla quale si collegava la fioritura di diversi fenomeni statali.

Le civiltà precolombiane in America.


Nel continente americano le civiltà più evolute si svilupparono nel millennio precedente l’arrivo
degli spagnoli, negli altipiani dell’America centrale e lungo la catena delle Ande. Quando gli
spagnoli giunsero in America, era ormai in declino la grande civiltà dei Maya, degli Inca, e degli
Aztechi.

I viaggi di esplorazione e di scoperta.


Il primo paese ad intraprendere nel XV secolo le esplorazioni di nuovi mondi fu il Portogallo,
vista la sua favorevole posizione geografica naturale. L’espansione marittima portoghese ebbe
inizio sotto il regno di Giovanni III, con l’esploratore Bartolomeo Diae, che percorse le coste
africane raggiungendo nel 1487 l’estremità meridionale chiamandola Capo di Buona
Speranza. Nel frattempo Cristoforo Colombo, con l’intento di raggiungere i continenti
orientali, si rivolse ai portoghesi per il finanziamento dei propri viaggi; essi però, rivelatisi
scettici, lo indirizzarono verso altre monarchie, e così furono firmate fra il navigatore e i re
cattolici di Spagna le capitolazioni di Santa Fè.
Colombo iniziò il suo viaggio con tre caravelle il 3 agosto 1492 e raggiunse le isole delle
Bahamas (San Salvador) il 12 ottobre 1492.
L’eco della scoperta di Colombo aveva stimolato nuove iniziative quali le spedizioni di Giovanni
Caboto, che raggiunse le coste del nord America; Amerigo Vespucci, un altro esploratore,
capì fra i primi che non era stato raggiunto un continente conosciuto, l’Asia, ma si trattava di
una meta nuova agli occhi del mondo: l’America.
Scoperti i nuovi territori, come da copione, si accese una disputa fra Spagna e Portogallo circa
il possesso dei territori scoperti: venne così stipulato il trattato di Tordesillas (una linea
immaginaria divideva le terre brasiliane da quelle argentine e continuava in linea verticale,
affidando la parte “destra” al Portogallo e la “sinistra” alla Spagna).
Il primo esploratore che circumnavigò il globo, raggiungendo il Pacifico e poi sboccando sulle
Filippine, fu il portoghese Ferdinando Magellano. Questo traguardo aumentava a dismisura i
limiti delle esplorazioni, e cambiava radicalmente il modo di intendere il globo che fino a quel
momento si pensava fosse una figura piatta.
Fra il 1497 e il 1499 il navigatore Vasca de Gama compì la circumnavigazione dell’Africa, con
quattro caravelle al suo seguito (ne perse due), dando così un punto nella gara alla scoperta al
Portogallo.

Le imprese dei conquistadores spagnoli.


I primi protagonisti della colonizzazione, durante i primi anni della scoperta delle Americhe,
furono i conquistadores spagnoli (soldati spagnoli spesso di origini nobili ma impoveritisi).
Nomi importanti furono quelli di Herman Cortez che nel 1519 arrivò nella capitale dell’impero
azteco facendo stragi di indigeni e denominando la capitale della Nuova Spagna, “Mexico”
(attuale città del Messico), di cui lo stesso Cortez venne nominato governatore attraverso un
editto di Carlo V. Un altro famoso conquistador fu Pizarro, il quale si scontrò con l’impero degli
Inca, costituendo poi il vicereame del Perù, con capitale Lima.
Sono numerosi i fattori che occorrono per spiegare il crollo di questi ingenti imperi: primo su
tutti il terrore che incutevano i cavalieri spagnoli dotati di cavallo, di armature di ferro e di armi
da fuoco. A questi si aggiungevano le malattie tipiche dell’Europa, che in America non erano
mai arrivate e che quindi facevano stragi di persone quando si presentavano. Inoltre vanno
considerati anche i vari contrasti interni fra le popolazioni degli Indios, che avevano lacerato
lentamente gli imperi particolari.

La colonizzazione spagnola del nuovo mondo.


Nel corso del 1500 la colonizzazione si estesi sia verso nord sia nel continente sudamericano,
fino al Cile. Lo strumento di colonizzazione che ebbe maggiore importanza fu la fondazione di
città per ecomienda, ossia l’assegnazione a un conquistador di una circoscrizione
territoriale al cui interno egli aveva il diritto di esigere determinati tributi e prestazioni di lavoro
da parte degli indigeni. In realtà questo divenne lo strumento di uno sfruttamento indiscriminato
del lavoro indigeno. In più, l’arrivo di nuove popolazione europee, oltre a quelle spagnole e
portoghesi, portò alla creazione di un nuovo tessuto sociale, agricolo ed economico.

Le ripercussioni in Europa.
L’afflusso di metalli preziosi dalle Americhe ero considerato un tempo la causa della
cosiddetta “Rivoluzione dei prezzi”, cioè la tendenza inflazionistica che portò nel corso del 1500
alla triplicazione del prezzo dei cereali e di altre derrate. Oggi si ritiene invece che il fattore
determinante sia stato piuttosto l’incremento demografico avvenuto in Europa.
Si vennero a delineare i contorni di un’economia mondiale, in cui le nazioni più progredite del
vecchio continente ebbero il ruolo di produttrici manifatturiere e centri propulsori del commercio
e della finitura, mentre i territori colonizzati sarebbero stati solo fornitori di materie prime, di
derrate agricole e di forza lavoro servile o semi-servile.

8. Rinascimento e riforma.

Le civiltà del rinascimento italiano.


Durante i decenni delle invasioni straniere in Italia si ebbe il culmine del Rinascimento, ovvero
il concetto di “rinascita” per il significare il ritorno ai valori e ai modelli dell’età classica nella
filosofia, nella politica, nella letteratura e nell’arte in generale, in consapevole polemica con
l’adozione di un nuovo atteggiamento verso la natura e l’uomo posto al centro dell’universo.
La cronologia del rinascimento abbraccia i due secoli che vanno dal 1300 al 1500. Il concetto
di rinascimento si può considerare inclusivo di quello di umanesimo, che si applicava in
prevalenza alla letteratura e alla filosofia.
L’osservazione della natura andò sempre più basandosi su un’analisi attenta della realtà che
trovò un’elaborazione esemplare negli studi e nelle opere dei grandi artisti di questo periodo,
architetti, poeti e letterati in generale, come Pier della Francesca, Filippo Brunelleschi, Leon
Battista Alberti, Leonardo da Vinci, Raffaello Sanzio, Michelangelo Buonarroti. I centri
dell’elaborazione della cultura erano prevalentemente le corti principesche, come quella
papale e quelle di molte signorie sparse per l’Italia.
La brutale cultura dell’equilibrio tra gli stati rinascimentali ad opera delle potenze straniere
che doveva segnare la crisi del rinascimento agì invece da stimolo per la riflessione politica
di Nicolò Machiavelli e Guicciardini, che fondarono la nuova scienza della politica, sulla
base di una scissione totale della morale dall’opera politica e di un’esaltazione dei modelli
classici basati sulle virtù e sulla partecipazione attiva dei cittadini.

Erasmo da Rotterdam.
Dopo lo scisma d’occidente si sentì il grande bisogno della purificazione della fede: ora più
che mai era potente il peso dell’eredità medievale ed era molto sentita l’esigenza di conciliare
fede e ragione, attraverso l’ammirazione per i classici e l’impronta cristiana dell’esistenza. Alle
origini del movimento protestante stava la volontà umanistica di ristabilire l’autenticità del
messaggio cristiano, attraverso lo studio diretto dei testi sacri e il bisogno di una religiosità
più intensa e di una vita più conforme alle massime evangeliche. Il rappresentante più
autorevole dell’umanesimo cristiano fu l’olandese Erasmo da Rotterdam (1469-1536),
educato secondo gli ideali di vita religiosa della devotio moderna e frate agostiniano che si
dedicò alla stesura di opere come “Elogio della pazzia”, “Dialoghi”, “Educazione del principe
cristiano”, dove si delineava il quadro di una morale che conciliava le influenze del mondo
classico con l’insegnamento cristiano.
Il cristianesimo di Erasmo era tuttavia un ideale di vita pratica piuttosto che un insieme di dogmi
e per questo non volle mai totalmente separarsi dalla chiesa cattolica.

La riforma luterana.
Nel 1483 nasceva Martin Lutero, in una regione della Germania dove dominava una religiosità
ancora di stampo medievale. Dopo essersi iscritto alla facoltà di Giurisprudenza ad Erfurt, nel
1505 improvvisamente scelse di farsi monaco; la decisione verrà da lui stesso attribuita ad un
voto fatto durante un temporale, quando un fulmine cadde a pochi passi da lui - in realtà però
si pensa che questo improvviso cambio di rotta sia stato il frutto di una profonda crisi interiore
causata da una tremenda paura del peccato e della devozione eterna. Così nei suoi studi e
tramite gli insegnamenti teologici elaborò le sue tesi, secondo le quali, al contrario dell’idea
assodata nelle chiesa per cui la grazia si poteva ricevere solo attraverso il compimento di opere
buone, per Lutero la natura umana è intrinsecamente malvagia, corrotta dall’impronta del
peccato originale. Colui che è giusto farà per natura stessa il bene, ma ciò sarà sempre
conseguenza di uno stato di grazia ricevuto da Dio, per motivi che non possono essere
conosciuti tramite la ragione.
Questo pessimismo sulla natura umana fu espresso nel De servo arbitrio, in polemica con il
De libero arbitrio di Erasmo da Rotterdam. Lutero unì al principio cristiano della sola fide un
altro grande principio, quello della sola scriptura per cui le sacre scritture dovevano essere
lette senza alcuna interpretazione ufficiale o “maggiore”, per cui si annullava quindi la funzione
intermediaria del magistero della Chiesa, ponte fra Dio e l’umanità. Dei 7 sacramenti
tradizionalmente ammessi dalla Chiesa solo due si salvavano nella rilettura di Lutero: il
battesimo e l’eucarestia (che vede la presenza reale del Cristo nel pane e nel vino). La
soppressione del sacramento dell’ordine fu l’ulteriore negazione del ruolo della chiesa come
corpo separato dalla comunità dei fedeli: essa diventa quindi un’istituzione distinta la cui
padronanza spirituale è fortemente (per non dire totalmente) messa in dubbio.

La rottura con Roma e le ripercussioni in Germania.


Ciò che spinse Lutero a venire allo scoperto fu l’ingente aumento del bando delle indulgenze
in Germania. La teoria della indulgenze era basata sul presupposto dell’esistenza di un tesoro
di meriti accumulati dalla Vergine e dai Santi, al quale la Chiesa poteva attingere per rimettere
le pene ai peccatori pentiti e per abbreviare le pene del Purgatorio delle anime già trapassate.
Così il 31 ottobre 1517 Lutero affisse 95 tesi alle porte della chiesa del castello di Wittenberg.
A Roma si tardò a prendere coscienza del pericolo, e solo nel 1520 il papa Leone X emanò la
bolla Exsurge domini, che lasciava a Lutero 60 giorni per ritrattare prima di essere
scomunicato. Per tutta risposto Lutero bruciò la bolla pubblicamente e anche i libri del diritto
canonico.
La scomunica giunse nel 1521 ma il nuovo imperatore Carlo V, eletto nel 1519, consentì a
Lutero di giustificarsi alla sua presenza; ciò avvenne nell’incontro della Dieta di Worms, dove
Lutero riconobbe come valida la sua coscienza e abdicò totalmente la sua riverenza alla figura
del papa (non è contemplata nella religione cristiana protestante). Due settimane più tardi Carlo
V emanò l’editto di Worms con cui bandiva Lutero dal suo Impero. Lutero si rifugiò nel castello
di Wartburg, dove attese un anno per la trascrizione in tedesco della Bibbia. Intanto la battaglia
di Lutero aveva suscitato in Germania un‘immenso eco. Il suo messaggio faceva appello ad un
anticlericalismo diffuso in tutti i ceti e ad un nascente nazionalismo germanico. Molti principi
territoriali colsero l’occasione per mettere le mani su estesi beni della Chiesa, primo su tutti
Alberto di Brandeburgo, gran maestro dell’ordine dei teutonici, nella Prussia orientale, che
nel 1525 assunse il titolo di duca di Prussia.

Le correnti radicali della Riforma. La guerra dei contadini.


Fino dal 1520 alcuni seguaci di Lutero cominciarono ad aizzare le folle non solo contro il clero
e le istituzioni romane, ma anche contro tutte le ingiustizie e tutte le forme di oppressione:
riforma religiosa e riforma sociale erano infatti strettamente legate per questi predicatori che si
proponevano di instaurare sulla terra il Regno di Dio, basato sulla fratellanza e sui princìpi del
vangelo.
Infuriava in varie regioni della Germania la guerra dei contadini, spinti dalla volontà di
ristabilire gli antichi diritti contro le recenti usurpazioni dei signori. La repressione fu durissima
e portò al massacro di questi braccianti e popolani. Lutero condannò la ribellione dei
contadini: come motivazione si adduce la visione medievale delle cose del riformatore, che
alla base del suo pensiero politico poneva principi e magistrati (egli la riteneva necessariamente
istituita da Dio per il mantenimento dell’ordine e la repressione del male in genere). Dopo la
sua disapprovazione ad ogni costruzione in materia di fede, Lutero fu indotto, con l’appoggiarsi
sempre più all’aiuto dei principi, ad approvare la costituzione di chiese evangeliche, da questi
ordinate e controllate.
La corrente più radicale della riforma però sopravvisse alla disastrosa disfatta dei contadini,
grazie all’azione di gruppi anabattisti, che con il termine di ribattezzatori si facevano portatori
dell’idea che il battesimo andava ripraticato da adulti, solo come conseguenza di una cosciente
adesione del soggetto alla religione (solo questa coscienza rendeva valido il sacramento).

La conclusione dei conflitti in Germania.


Carlo V intimò ai protestanti di sottomettersi, per non disperdere altro sangue. I riformatori però
strinsero una lega di difesa, a Smalcalda, nel 1530. Una lotta incessante e sfibrante contro gli
ostacoli interni e i nemici esterni era stata istituita contro l’imperatore.
Nel 1555 fu stipulato un accordo segreto in base al quale Enrico II, re di Francia, avrebbe
garantito il suo appoggio ai principi tedeschi protestanti in cambio di alcuni vescovati in
Germani. Dopo lunghe ostilità si raggiunse la pace di Augusta (1555): venne riconosciuta
l’esistenza in Germania di due diverse fedi religiose, quella cattolica e quella luterana, e al
tempo stesso la scissione religiosa della Germania fu inevitabile, e portò un grave
indebolimento dell’autorità imperiale nelle terre tedesche.
I veri vincitori di questa lotta, che al fine era diventata politica, furono indubbiamente i principi,
sia protestanti che cattolici: essi avevano consolidato i propri poteri, attraverso l’indebolimento
“religioso” dell’autorità imperiale.
Carlo V prese così la decisione di abdicare e spartire l’impero tra il figlio Filippo II, a cui andò
la Spagna e l’Italia, e Ferdinando I, che ebbe la Germania. Carlo morì poi nel 1558.

Da Zwingli a Calvino.
L’esperienza di Zwingli (1484 - 1531) fu parallela a quella di Lutero ma ebbe caratteri in parte
diversi, legati alla sua formazione monastica nei cantoni della Svizzera. Zwingli si staccò
gradualmente dalla fede tradizionalista e riuscì ad abolire la messa a Zurigo, e a imporre la
Bibbia come fonte di autorità in campo religioso. Nel 1531 un esercito cattolico mosse contro
Zurigo massacrando i protestanti, compreso Zwingli. L’eredità del monaco e del suo movimento
di riforma in Svizzera fu raccolta dal francese Giovanni Calvino (1509-1564). Egli organizzò
un movimento protestante radicalizzando alcune idee luterane, come la predestinazione.
Venendo però perseguitato per ordine di Francesco I, dovette rifugiarsi prima a Strasburgo e
poi a Basilea, e come sede a Ginevra.
Molti punti essenziali della dottrina di Lutero sono, come detto, condivisi dall’orientamento
calvinista, ma il Dio di Calvino fa più parte del Vecchio testamento che del Nuovo: maestoso,
inaccessibile e imperscrutabile - come detto egli concede la predestinazione a ogni singolo
uomo, per un motivo che le menti umane sono cieche di vedere. La predestinazione non elimina
comunque la responsabilità del peccatore il cui dovere primario è quello di glorificare Dio
attraverso attività come il lavoro.
Un’ulteriore importante differenza tra luteranesimo e calvinismo sta nella concezione del
rapporto fra chiesa e stato. Assume grande importanza nel pensiero del francese la “chiesa
visibile”, ovvero la congregazione dei fedeli legati alla comune pratica del culto, per cui,
secondo Calvino, l’autorità civile non deve limitarsi a mantenere l’ordine in un mondo sottoposto
al peccato, ma deve promuovere il bene spirituale dei sudditi in accordo con la chiesa visibile.
Nel 1541 riorganizzò così la Chiesa di Ginevra con una suddivisione dei compiti tra i pastori,
dottori e diaconi. L’organo supremo della Chiesa era il concistoro, formato da 12 anziani e da
9 pastori.
Nella città venne introdotta così una disciplina ferrea che comportava per esempio la
proibizione delle osterie, dei balli e prevedeva pene severe per ogni infrazione della dottrina e
della morale.

La diffusione del protestantesimo in Europa.


La principali aree di diffusione del calvinismo furono la Francia, i Paesi Bassi, la Gran Bretagna
e l’Europa Centrale. Sia in Inghilterra che nei Paesi Scandinavi i mutamenti in campo religioso
furono indiscutibilmente legati al processo di costruzione di un’unità nazionale e di un forte
potere monarchico.
Nel 1528 il re d’Inghilterra Enrico VIII Tudor, alleato con la Francia nella Lega di Cognac contro
l’imperatore, chiese l’annullamento del proprio matrimonio con Caterina d’Aragona a papa
Clemente VII, che non accolse la sua richiesta. Enrico, infatuato di Anna Bolena, convocò nel
1529 il Parlamento da cui ottenne l’annullamento del matrimonio e anche la rottura di tutti i
vincoli di dipendenza da Roma, e l’approvazione successiva del 1534 dell’atto di supremazia,
che lo dichiarava supremo reggente della chiesa d’Inghilterra, mantenendo la struttura
monarchica della chiesa ma sciogliendo tutti gli ordini religiosi. Così facendo vennero
incamerati dalla corona regnante ingenti beni fondiari, favorendo la formazione di una nuova
classe di medi e grandi proprietari, la gentry.
Artefice principale dello scisma anglicano fu il potente segretario di Enrico VIII, Thomas
Cromwell. Dal punto di vista religioso, la vera riforma ebbe luogo durante il breve regno di
Edoardo VI, quando ci fu la redazione del libro di preghiere comuni e la formulazione dei
quarantadue articoli di fede. Invano Maria Tudor, che gli succedette e sposò il re di Spagna
Filippo II, si sforzò di riportare l’Inghilterra alla fede cattolica, con numerose condanne a morte
inflitte ai protestanti, da cui venne chiamata Maria la Sanguinaria.
Nei paesi scandinavi fu invece il luteranesimo a diventare religione di Stato.

9. La controriforma e l’Italia del 1500.

Speranze e propositi di rinnovamento religioso.


Il termine controriforma nasce in Germania verso la fine del 1700. Gli studiosi cattolici però
preferiscono parlare di riforma cattolica per sottolineare il fenomeno come un esame di
coscienza della chiesa cattolica mediante il rinnovamento interno. Alcuni parlarono di
evangelismo per indicare il diffuso bisogno di una vita religiosa più vicina agli insegnamenti di
Cristo. Le speranze di un’iniziativa di riforma della chiesa si ebbero con il papa Paolo III
Farnese, che dimostrò l’intenzione di convocare al più presto un concilio evangelico. Nel 1536
questo fu richiamato all’appello, e così il consiglio decise di sviluppare rimedi ai mali della
chiesa terrena (da qui “consilium de emananda ecclesia”).

I nuovi ordini religiosi: i gesuiti.


Questo clima di fervore e di rinnovamento si espresse tra l’altro nella creazione di nuovi ordini
religiosi e nella riforma dei vecchi. Il primo ordine, che si costituì nel 1528, come ramo dei
francescani, furono i cappuccini: in questo movimento non furono estranee le donne che, nel
1535, fondarono a parte la congregazione delle orsoline.
L’ordine che però incarnò al meglio la controriforma fu la compagnia di Gesù, fondata nel
1534 dallo spagnolo Ignazio di Loyola, che pronunciò insieme ai suoi compagni i voti di
povertà, di castità e si impegnò a consacrare la propria vita alla liberazione della terra Santa.
Nel 1540 Paolo III ratificò e formalizzò la fondazione della compagnia di Gesù ed elesse Ignazio
“primo generale”.
I gesuiti si caratterizzarono fin dall’inizio come una milizia scelta al servizio diretto del Papa e
della controriforma. Ai tre voti tradizionali di povertà, castità e obbedienza se ne aggiunse un
quarto, la fedeltà, alla direttive del pontefice.
Grande fu il contributo dei gesuiti all’attività missionaria sia in America che in Asia.

Il concilio di Trento.
Nel 1542 viene convocato a Roma, per dirigere e coordinare la repressione delle varie nuove
eresie, la congregazione del Sant'Uffizio o dell’inquisizione, dando vita a una vasta “caccia
alle eresie” in Italia, ormai unico paese rimasto “fedele” alla religione cattolica. L’unica
alternativa alla pratica del nicodemismo (la finzione di credere nel cattolicesimo ma in realtà
l’essere protestanti) fu l’esilio volontario.
Il concilio ecumenico, sollecitato dall’imperatore, si riunì infine a Trento nel 1542, ma a causa
della riapertura delle ostilità fra Carlo V e il re di Francia, il concilio di Trento potè riunirsi
effettivamente solo nel 1545, e da lì vide numerose interruzioni e trasferimenti fino a concludersi
definitivamente solo nel 1563 con Pio IV.
Nel frattempo, il nuovo papa Paolo IV estese i poteri dell’inquisizione, sottopose a processo
alcuni dei maggiori esponenti del movimento riformatore e promulgò nel 1559 l’indice dei libri
proibiti.
Dal concilio tridentino usciva in primo luogo riaffermato e rafforzato il carattere monarchico della
chiesa cattolica, fu ribadita la validità delle indulgenze, furono istituiti seminari per la formazione
e i doveri del clero, fu istituito l’obbligo per i vescovi di risiedere nella propria diocesi,
l’imposizione del celibato e l’abito sacerdotale.

La Chiesa e il Papato nella II metà del 1500.


L’applicazione dei decreti tridentini non fu immediata, soprattutto per quanto riguarda i paesi
fuori dall’Italia. Il concilio di Trento segna comunque la ripresa in grande stile della chiesa
cattolica, la conquista di una nuova compostezza e la affermazione di una volontà di dominio
nelle sfere politica e sociale. Pio V non esitò a ripubblicare nel 1568 la bolla “In coena domini”,
affermando ancora la supremazia del papa sui sovrani temporali, e scomunicando (1570) la
regina d’Inghilterra Elisabetta I. Questi stessi indirizzi furono perseguiti da Gregorio XIII, Sisto
V e Clemente VII, che ampliarono il collegio cardinalizio che non rappresentava più, com’era
stato nel medioevo, un contrappeso, ma uno strumento del potere pontificio. Furono poi
ulteriormente ridotte le autonomie delle varie città, ampliato il territorio dello stato pontificio, fu
abbellita l’urbe.
Lo sforzo di penetrazione capillare in ogni settore della popolazione vide impegnati anche i
nuovi ordini regolari, che organizzavano vere e proprie missioni, per una severa vigilanza sui
monasteri e sui conventi, dando vita ad una lotta intransigente contro le eresie.

L’egemonia spagnola in Italia.


La pace di Cateau-Cambresis, sancita tra Spagna e Francia nel 1559, stipulò l’egemonia
spagnola su quasi metà del territorio italiano. Degli altri stati solo Venezia poteva considerarsi
veramente indipendente. L’assetto politico-territoriale conseguente alla struttura della Spagna
favorì, all’interno dei singoli Stati italiani, un’opera di rafforzamento e ammodernamento delle
strutture istituzionali e di ricomposizione delle classi dirigenti. Al monarca di Spagna in
sostanza si riconosceva la suprema autorità legislativa e il diritto-dovere della difesa, ma la
facoltà di applicare e interpretare le leggi e di ripartire e riscuotere le imposte era considerata
prerogativa degli organi di governo locali.
Più accentuata fu l’evoluzione verso lo Stato assoluto in Toscana e in Piemonte. Ai Medici,
rientrati a Firenze, venne riconosciuto, nel 1530, il titolo ducale e nel 1569 quello di Granducato
di Toscana. Fu ottenuta una riforma costituzionale che pur mantenendo in vita le magistrature
repubblicane sovrapponeva ad essi il consiglio dei 200 e dei 400.

10. L’Europa di Filippo II.

Filippo II e i regni Iberici.


Tra il 1555 e il 1556 Carlo V abdicò consegnando il regno di Spagna, annessi i terreni del nuovo
mondo e quelli italiani, al figlio Filippo II. Il nuovo Re di Francia Enrico II succeduto a
Francesco I nel 1547, volle tornare alle armi ma dovette rassegnarsi allo strapotere spagnolo,
firmando la pace di Cateau-Cambresis (1559).
A differenza del padre, Filippo II si sentiva interamente spagnolo ed aveva una concezione
esclusiva e gelosa del potere, e una religiosità intensa ma intollerante. Le prime misure da lui
adottate portarono ad imporre l’ortodossia religiosa, rafforzando l’inquisizione.
La repressione si abbattè sui moriscos (arabi) dell’Andalusia, che, nonostante la loro
conversione al cattolicesimo, avevano mantenuto la loro lingua e le loro tradizioni.
Filippo II non va considerato però un fanatico religioso, in quanto a quell’epoca era diffusa la
convinzione che l’unità religiosa fosse la condizione e il presupposto per l’unità politica. Tornato
dai Paesi Bassi, egli si stabilì in Spagna e trasferì la sede della corte a del governo a Madrid,
dove fece costruire una residenza estiva metà palazzo e metà monastero. Venne esteso e
perfezionato, durante il suo regno, il sistema dei consigli.
Nel 1580 con l’esclusione della dinastia regnante, il Portogallo venne annesso alla corona
spagnola.

La battaglia di Lepanto e i conflitti nel Mediterraneo.


Per iniziativa del papa Pio V, si costituì una lega santa di cui facevano parte Venezia, la
Spagna, la Repubblica di Genova e i Savoia, per contrastare la flotta ottomana che insidiava
ora il Mediterraneo. Lo scontro fra la flotta e la lega avvenne nei pressi di Lepanto, dove le
armate cristiane, come invase da una sensazione divina, frutto della controriforma, sconfissero
gli ottomani. Dopo gli scontri, il mediterraneo rimase un crocevia di scambi e di traffici dove
questa prosperità rese più intensa l’attività piratesca. Nell’ultimo ventennio del 1500 insieme
agli spagnoli e agli ottomani si inserì negli scambi navali anche l’Inghilterra.

La rivolta dei Paesi Bassi.


L’insurrezione olandese contro la Spagna è considerata la prima rivoluzione borghese
dell’età moderna, dove agirono principalmente tre fattori.
Il primo fattore è quello religioso, in quanto nei Paesi Bassi ci fu una massiccia diffusione delle
dottrine riformate. Il secondo fattore è quello politico, poichè per controllare l’espansione della
dottrina riformata, venne rafforzata l’inquisizione in Olanda, per condurre anche qui una dura
lotta alle eresie, mostrando scarso rispetto per le tradizionali autonomie cittadine che si
ribellavano a questi interventi politici esteri.
Il terzo fattore fu la crisi economica, che verso la fine degli anni sessanta colpì i centri urbani.
Così, nel 1566, i calvinisti devastarono chiese e distrussero effigi sacre.
In questa situazione di selvaggio fermento Guglielmo d’Orange riuscì a organizzare una flotta
e invase così le regioni settentrionali, facendosi proclamare governatore nel 1572.
A causa dell’aiuto degli ugonotti francesi, degli inglesi e dei tedeschi, i “pezzenti” rivoltosi
olandesi riuscirono a resistere alle armate spagnole e nel 1575, per le enormi spese di guerra,
Filippo II fu costretto a dichiarare bancarotta. Nel 1579 si giunse alla definitiva scissione del
paese. L’Olanda del nord era ormai indipendente, anche dopo l’assassinio di Guglielmo, mentre
il Belgio e le regioni del sud dei Paesi Bassi tornavano sotto il dominio spagnolo.

L’Inghilterra dell’età elisabettiana.


Nata nel 1533 da Enrico VIII e Anna Bolena, Elisabetta I salì al trono di Inghilterra dopo la
morte di Maria Tudor nel 1558. Il suo governo fu caratterizzato da un notevole equilibrio tra
l’esigenza di mantenere buoni rapporti col parlamento e quella di concentrare i poteri decisionali
nel consiglio della corona.
Il problema più urgente con cui la regina dovette combattere fu quello religioso: per garantire
la pace nel paese, Elisabetta optò per una soluzione di compromesso, riaffermando da una
parte la supremazia della chiesa anglicana, e mantenendo dall’altra l’episcopato, con l’atto
di uniformità del 1559.
Ma questo compromesso lasciava insoddisfatti i calvinisti più intransigenti, chiamati poi
puritani, che costituirono una vera e propria opposizione alla monarchia.
L’altro grave problema era quello della successione, poichè Elisabetta aveva rifiutato qualsiasi
tipo di relazione o di matrimonio. Fra le figure più importanti di coloro che recriminavano il trono
ci fu Maria Stuart, signora del regno di Scozia, dalla fede cattolica, che venne dichiarata caduta
nel 1568 dalla nobiltà calvinista scozzese. Ella si rifugiò in Inghilterra, e nonostante venisse
sorvegliata strettamente, non finì mai di complottare con i cattolici inglesi: così nel 1587 venne
condannata a morte.
Elisabetta designò come proprio successore il colto figlio di Maria Stuart, Giacomo I. Nella
cosiddetta età dell’oro elisabettiana si ebbe, oltre al raddoppio della popolazione, una forte
mobilità sociale e il rafforzamento dei ceti intermedi (gentry), così che la nobiltà titolare perse
molto potere politico ed economico.
Da Elisabetta stessa furono emanate le prime leggi sui poveri, si ebbe un incremento della
produzione industriale, si registrò l’inizio di una nuova era nel campo del commercio e della
navigazione, per cui si vennero a creare molte compagnie, che si potevano considerare come
vere e proprie società per azioni.
Quando nel 1585 Elisabetta decise di appoggiare la rivolta olandese, Filippo II entrò in conflitto
anche con l’Inghilterra. Essendo molto più potenti riguardo la parte navale, gli inglesi
contrastarono duramente le flotte spagnole che furono costrette a lunghi giri intorno all’isola
britannica, che sommati alla durezza delle rivolte olandesi portarono la Spagna alla bancarotta.
Un’ondata di orgoglio patriottico dovuto all’eccellente governo di Elisabetta pervadeva ormai la
Gran Bretagna, elevandola fra le potenze d’Europa.

Le guerre di religione in Francia.


In seguito alla morte di Enrico II, la reggenza del trono venne assunta da sua moglie Caterina
de’ Medici. Intanto il calvinismo si stava estendendo prepotentemente nelle regioni meridionali,
e i seguaci di Calvino venivano chiamati ugonotti.
Al comando della nobiltà francese c’erano invece tre grandi casate: i Guisa a capo dei cattolici,
i Borbone a capo della parte ugonotta e i Montmorency-Chatillon a comando dei calvinisti. Il
1562 i partecipanti ad una riunione protestante a Vassy furono massacrati dai seguaci del duca
di Guisa, dando vita alla paura di una possibile guerra civile.
Nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572, la notte di San Bartolomeo, più di 2000 ugonotti
vennero trucidati nelle loro case; molti calvinisti fuggirono all’estero, ma la salda organizzazione
delle regioni protestanti del sud tenne duro e cominciò a formare una confederazione degli
Stati indipendenti con a capo Enrico di Borbone, il quale si oppose alla Lega Santa. Quando
morì l’erede al trono di Enrico II, avvenne la cosiddetta “guerra dei tre Enrichi”, dove si
fronteggiarono per il trono Enrico III, Enrico di Guisa e Enrico di Borbone. Quest’ultimo ebbe
la meglio e divenne re di Francia col nome di Enrico IV, ma non venne riconosciuto dai
confederati della Lega, che gli opposero come erede al trono la figlia di Filippo II di Spagna,
Isabella.
Ma con la pubblica incoronazione di Enrico IV e la sua trionfale entrata in Parigi del 1594, il
vecchio Filippo II fu costretto a firmare la pace di Vervins nel 1598. Poco più di un mese dopo
con l’editto di Nantes, promulgato dallo stesso Enrico IV, si sancì definitivamente la pace
religiosa, mantenendo il cattolicesimo come religione di Stato ma riconoscendo agli ugonotti il
diritto di praticare il proprio culto (tranne che a Parigi).

Polonia e Russia.
La Polonia oltre che un un crogiolo di popoli era anche un crogiolo di fedi religiose, e questo
fu il motivo principale che non rese possibile l’instaurazione di una monarchia predominante in
quelle terre. Il maggior ostacolo fu certamente rappresentato dalla nobiltà, che rallentava
qualsiasi processo con i propri poteri e privilegi, per cui, tra l’altro, venne definitivamente sancito
il carattere elettivo della corona attraverso l’assemblea degli stessi nobili, e rifiutata l’eredità
sanguinea del trono.
Nella Russia, nonostante le condizioni economico-sociali molto simili a quelle della Polonia,
l’evoluzione dei governi diresse tutti i poteri nelle mani di un unico uomo. Va considerata però
la minore importanza della nobiltà, e il ruolo fondamentale che fu ricoperto dalla chiesa
ortodossa. Mosca scosse definitivamente il giogo rappresentato dai mongoli e quindi anche
l’espansione territoriale fu favorevole alle armate russe, comandate da Ivan III il Grande,
Basilio III, e dopo di loro Ivan Iv, il quale divenne Zar.

11. La guerra dei trent’anni.

Il seicento: un secolo di crisi?


Ad oggi si era sempre pensato che il 1600 fosse un secolo di stagnazione e di crisi. Di fatti, il
‘600, vide un forte rallentamento della crescita demografica e quindi un arresto dell’aumento
dei prezzi. Più che di crisi però si potrebbe parlare di una redistribuzione delle risorse a favore
dei paesi affacciati sull’Atlantico e a danno dell’Europa Mediterranea.

La prosperità dell’Olanda.
La Spagna riconobbe di fatto nel 1609 l’indipendenza delle Province Unite che divennero la
potenza marittima e commerciale più importante d’Europa, poichè comprendevano le aree
nevralgiche per i traffici e gli scambi, situate come sono nello sbocco di grandi vie fluviali.
Protagonista di questa espansione commerciale furono due compagnie privilegiate con il
modello della società per azioni: la compagnia delle indie orientali e quella delle indie
occidentali.
Un ruolo importante come fattore della prosperità olandese lo ebbero le manifatture, oltre al
commercio e all’agricoltura, in più, nelle Province, vi era un governa che prometteva relativa
libertà religiosa e civile.
Gli Stati generali, che si riunivano all’Aja e comprendevano rappresentanti delle 7 province,
avevano poteri limitati e dovevano prendere le loro decisioni all’unanimità. Il sistema avrebbe
dovuto portare alla parola “sì” se non fosse stato per il peso preponderante della provincia
d’Olanda, che da sola pagava più di metà delle imposte federali, e il cui Statolder
rappresentava la massima autorità.

La monarchia francese da Enrico IV a Richelieu.


Sotto la guida di Enrico IV di Borbone la Francia riguadagnò quella posizione dominante che
aveva sempre avuto sulla scena europea. I direttori di uffici venali si videro riconoscere nel
1604, dietro il pagamento di una moderata tassa, la paulette, il diritto di trasmettere
ereditariamente la loro carica, dando così l’impulso alla nascita di una nuova nobiltà di toga,
che rivaleggiava con la vecchia nobiltà di spada. Enrico IV, mentre si accingeva a muovere
guerra agli Asburgo, cadde vittima di un frate fanatico che lo assassinò, un certo Radivallac.
Suo erede fu Luigi XIII ancora minorenne, per cui la reggenza del trono fu affidata alla madre
Maria dei Medici, che conduceva una politica filospagnola.
Nel confuso periodo che seguì, si impose, come mediatore dei contrasti tra Luigi e la madre,
il giovane vescovo duca di Richelieu, il quale ottenne la nomina di cardinale nel 1624 e fu
inserito nel consiglio della corono, all’interno del quale assunse in pochi mesi una posizione
dominante accentrando nelle proprie mani la direzione politica interna ed estera. La regina
madre insieme al suo partito “dei devoti” appoggiava una politica di restaurazione cattolica con
gli Asburgo, mentre il cardinale Richelieu considerava inevitabile una contrapposizione al
disegno egemonico degli Asburgo.
Nella politica interna, con il bisogno di mantenere l’ordine, garantire la riscossione delle
imposte, amministrare della giustizia, assicurare l’esercito e i necessari approvvigionamenti, ci
fu una una graduale estensione in tutto il paese dei commissari che erano stati istituiti da
Enrico IV, che si facevano chiamare intendenti di giustizia.

La Spagna di Filippo II e il Duca di Olivares.


Con l’inetto Filippo III (1598), successore di Filippo II, si inaugurava in Spagna l’era dei
privados o validos, cioè i favoriti onnipotenti a cui sovrani incapaci di governare si appellavano
e delegavano i propri poteri di decisione e comando. Il più importante fu il duca di Olivares
Gaspar de Guzman sotto Filippo IV, che presentò al re un progetto noto come unione de las
armas, che assegnava a ciascuna provincia un contingente di soldati da reclutare per attaccare
le Province Unite, il fronte tedesco e anche quello italiano. L’affannosa ricerca di denaro e il
peggioramento della situazione militare portarono, con una serie di rivolte che avvennero in
vari paesi, al definitivo declino della monarchia spagnola.

L’impero Germanico e l’ascesa della Svezia.


In Germania alla morte di Ferdinando I la dignità imperiale insieme ai ducati di Boemia,
Ungheria e Austria, andarono al figlio Massimiliano II, a cui succedette presto Rodolfo II che
per i suoi squilibri mentali venne deposto a favore del fratello Mattia.
Intanto, insieme al luteranesimo era presente anche il calvinismo, che aveva tra i suoi seguaci
personalità come il principe di Palatino e del Brandeburgo, che preoccupati dei progressi
della controriforma conclusero un’alleanza difensiva detta Unione Evangelica, alla quale si
contrapponeva la Lega Cattolica.
Intanto con Gustavo Adolfo (1611) si ebbe l’ascesa della Svezia che arrivò a controllare quasi
tutto il Baltico, che sarà uno dei motivi principali dell’entrata in guerra, nella guerra dei trent’anni,
della stessa Svezia.

Le prime fasi della Guerra dei Trent’anni (1618-29).


La questione del successore di Mattia al trono imperiale fu molto aspra: Ferdinando d’Istra,
cattolico, ottenne la designazione a Re di Boemia e di Ungheria dalle rispettive diete. Le misure
prese subito a favore del cattolicesimo indignarono i ceti boemi che si autoconvocarono
nuovamente in primavera, nel 1618. Il 23 maggio una folla di delegati invasi il palazzo reale e
gettò dalla finestra due tra i più odiati reggenti e il loro segretario. Intanto la dieta imperiale
elesse Ferdinando II che richiese l’aiuto della Spagna e della Lega Cattolica per placare la
rivolta, sbaragliando i ribelli boemi nelle battaglia della Montagna Bianca, a Praga.
Nel 1621 intanto si riaprivano i conflitti fra Spagna e Province Unite, e ci furono due fatti
significativi da segnalare: lo spostamento della Francia cattolica da parte antiasburgica e
l’entrata in guerra della Danimarca di Cristiano IV, che avviò alcuni scontri contro l’impero, ma
dovette chiedere la pace nel 1629, anno in cui Ferdinando II pubblicò l’editto di Restituzione,
con il quale ordinava la restituzione di tutti i beni ecclesiastici secolarizzati.
Dalla guerra di Mantova alla Pace di Vestfalia.
Tra il 1628 e il 1630 il centro nevralgico della politica europea si spostò dalla Germania all’Italia
Settentrionale. Gli Asburgo rivendicavano la dipendenza dall’Impero del ducato di Mantova e
Monferrato. I problemi interni di Richelieu e di Olivares e la gravissima epidemia di peste
scoppiata nell’Italia settentrionale, indussero i contendenti a trattative di pace che portano
all’accordo di Cherasco (1631).
In quello stesso anno entrò in Ginevra il re di Svezia Gustavo Adolfo per affermare
definitivamente l’egemonia svedese nel Baltico. Gustavo Adolfo allora si aprì una via verso la
Germania meridionale e nel 1632 invase la Baviera.
Per scacciare gli Svedesi, l’imperatore si appoggiò all’aiuto di un esercito inviato con uno sforza
supremo dalla Spagna. A questo punto ci fu l’intervento diretto della Francia, con l’obiettivo di
impedire il consolidamento della potenza imperiale in Germania e il formarsi della tenaglia
asburgica. La flotta spagnola venne sconfitta dagli olandesi nella battaglia delle Dune (1639),
gli svedesi continuarono la loro devastazione in Germania, l’esercito francese ottenne intanto
una grande vittoria su quello spagnolo nella battaglia di Rocrol (1643). Così i negoziati di pace
avviati nel 1641 sfociavano solo nel 1648 in una serie di trattati noti come pace di Vestfalia.
Questi prevedevano l’indipendenza delle Province Unite dalla Spagna e la secessione del
Portogallo. La Francia ottenne definitivamente il possesso dei vescovati di Mete, Verdun,
Touc e gran parte dell’Alsazia. La Svezia aumentò il suo dominio sul Baltico, mentre l’elettore
del Brandeburgo pose le basi dell’ascesa della Prussia come futura grande potenza.
La guerra tra Francia e Spagna si concluse solo nel 1659 con la pace dei Pirenei.

12. Rivoluzioni e rivolte.

L’Inghilterra sotto la dinastia Stuart.


Ad Elisabetta I succedette al trono d’Inghilterra il già re di Scozia Giacomo I, anche se l’unione
delle due corono avvenne effettivamente solo nel 1707 con l’unificazione dei due parlamenti.
Nel corso del 1600 il puritanesimo si venne diffondendo sempre più largamente tra la gentry, e
questo fece sì che le ostilità con la corona crescessero in maggior misura.
Morto Giacomo I, sotto il suo successore Carlo I gli effetti di una serie di cattive annate agricole
accrebbero la miseria dei ceti inferiori, già colpiti dal divario tra prezzi e salari, e in molte località
del movimento delle recinzioni (la gentry scacciava i braccianti dai campi e recintava quei
luoghi per costruire piccole fabbriche o fattorie dove lavoravano contadini, ecc.). I successi
parlamenti quindi si rifiutavano sempre più spesso di soddisfare le richieste delle corona. Il
monarca e i suoi ministri furono indotti a chiedere prestiti ingenti e a fare concessioni di privilegi
economici in cambio di sovvenzioni e compartecipazioni, per cui il numero dei lord raddoppiò
dopo poco tempo.

Il regno di Carlo I.
Il generale malcontento fu accresciuto quando addirittura Carlo I si vide negare dal parlamento
la facoltà di riscuotere i dazi doganali su alcune importazioni.
Nel tentativo di guadagnare il sostegno dei puritani, Carlo I dichiarò guerra agli spagnoli per
proteggere gli ugonotti, ma il disastroso fallimento convinse i più della sfiducia verso il monarca.
Il parlamento, convocato nel 1628, emanò la petizione di diritto che dichiarava illegali le tasse
imposte senza il consenso del parlamento. Il re si piegò a sottoscrivere la petizione ma subito
dopo fu quasi ucciso a pugnalate da un ufficiale di marina, così decise di sciogliere
definitivamente il parlamento, che non fu più riaperto per 11 anni consecutivi, fino al 1640.
Carlo I governò così appoggiandosi al consiglio della corona e all’azione dei tribunali: due
consiglieri, in particolare, riscossero la sua fiducia, Thomas Wentworth, che divenne conte di
Stafford, e William Laud, che divenne arcivescovo di Canterbury, a capo della chiesa
anglicana.
Alla fine degli anni ’30 poteva sembrare che con la Francia di Richelieu e la Spagna di Olivares,
anche l’Inghilterra degli Stuart si avviasse verso un regime di tipo assolutistico, ma a questo
progetto si oppose la fragilità dell’apparato militare, burocratico e finanziario, e l’ostilità dei
sudditi che era evidente nel diffuso rifiuto di pagare le imposte.
Falliti i tentativi di conciliazione, Carlo I decise nell’Aprile del 1640 di convocare il parlamento,
che fu in quell’occasione detto “breve parlamento”, poichè di fronte alla forte opposizione che
gli fu avanzata fu costretto a chiuderlo nuovamente dopo poche settimane. A sua volta, il
parlamento, visto anche il periodo di crisi commerciale, riaprì a Westminster il 3 novembre
1640, e fu chiamato “lungo parlamento”, poichè rimase in carica fino al 1653.
Nella camera dei comuni erano in netta maggioranza gli avversari della politica assolutistica
condotta dal re. In pochi mesi si riuscì a smantellare i capisaldi del potere regio, Strafford e
Loud vennero accusati di tradimento e imprigionati, furono dichiati illegali e abolite molte
imposte introdotte nell’ultimo decennio, come la ship money; i vescovi vennero estromessi
dalla camera dei lord e il re venne privato del diritto di poter sciogliere il parlamento stesso. Lo
Stuart, registrato anche lo scoppio dell’insurrezione cattolica in Irlanda, ritenne di dover
intervenire il 5 gennaio 1642, e si presentò al parlamento con un drappello di soldati per
arrestare i capi dell’opposizione. Ma il golpe tentato da Carlo I non andò a buon fine, poichè i
capi erano stati avvertiti ed erano già corsi ai ripari a Londra.
Il re invece lasciò la capitale deciso a risolvere con la forza lo scontro.

La guerra civile di Cromwell.


La guerra civile ebbe inizio nell’estate del 1642 e sembrò, in un primo tempo, volgere a favore
del re, che poteva contare su una cavalleria valorosa, composta di nobili; ma il protrarsi delle
ostilità finì col favorire il parlamento che poteva invece contare sul sostegno finanziario di
Londra, della gentry e dell’alleanza scozzese.
Il primo importante successo dell’opposizione avvenne nel 1644 a Marsion Moor, grazie al
valore del new model army costituito da Oliver Cromwell, caratterizzato da una disciplina
ferrea che dava precedenza al merito rispetto allo stato di nascita.
Le schiaccianti vittorie ottenuto sui realisti a Naseby e a Longport nel 1645 posero
praticamente fine alla guerra civile. Carlo I si arrese agli scozzesi che lo consegnarono al
Parlamento, ma tuttavia ben pochi ritenevano che si potesse fare a meno della monarchia, e
tra questi c’era Cromwell. Non vi era molta unanimità nel nuovo assetto politico che vedeva in
parlamento una predominante componente presbiteriana che abolì l’episcopato, sostituendovi
un sistema di consigli sulla base del credo calvinista, ai quali si contrapposero gli indipendenti
che erano sostenitori di una più larga tolleranza delle opinioni religiose (esclusi i cattolici).
Inoltre ci furono dei legami fra nuove tendenze eterodosse in campo religioso e di radicalismo
politico, che si espresse nel movimento dei livellatori, che, pur non essendo contrari alla
monarchia, rivendicavano la sovranità popolare, chiedendo la soppressione di tutti i privilegi e
il suffragio universale. La propaganda dei livellatori ebbe molto successo, soprattutto
nell’esercito, che nel 1647 fu spedito dal parlamento in Irlanda per sedare i rivoltosi cattolici.
Nel giugno successivo l’esercito occupò Londra catturando il re, che venne condannato a
morte, nel 1649, e il parlamento venne epurato dagli elementi ritenuti più moderati. Fu la prima
volta nella storia che un sovrano veniva giudicato e condannato in nome della sovranità del
popolo.

Il decennio Repubblicano: Cromwell al potere.


L’esecuzione del re fu prontamente seguita dalla creazione di un consiglio di stato (1649),
che prendeva il posto del consiglio privato della corona, e fu soppressa la camera dei lord fino
alla proclamazione della Repubblica unita di Inghilterra, Scozia e Irlanda
(Commonwealth). Intanto il figlio di Carlo I, riconosciuto dagli scozzesi e dagli irlandesi come
re, prese il nome di Carlo II re d’Inghilterra.
Non si attenuavano però i contrasti fra i moderati del parlamento, i livellatori e i capi
dell’esercito. All’arresto dei capi del movimento livellatore seguì una sanguinosa repressione,
ad opera di Cromwell, contro gli insorti irlandesi. Ugualmente rapida e vittoriosa fu la successiva
campagna di Cromwell in Scozia, che apriva la via per l’unificazione politica e non solo formale
delle isole britanniche.
Nel 1655 Cromwell entrò in guerra con la Spagna e più volte con l’Olanda, stipulando trattati
commerciali con Portogallo e Paesi Baltici, inaugurando l’era dell’imperialismo britannico.
Nel 1653 venne finalmente sciolto il parlamento e fu stesa una carta costituzionale che
proclamava Oliver Cromwell come Lord protettore del Commonwealth. Con il protettorato
ebbe fine la relativa libertà di stampa e anche il dissenso religioso cominciò ad essere
perseguitato, inoltre il territorio inglese fu diviso in 11 distretti.
Alla morte di Cromwell fu designato come suo successore il figlio Richard, che abdicò per la
sua incapacità di reprimere i movimenti anarchici. Con la dichiarazione di Breda (1660) venne
richiamato Carlo II, che si impegnò a governare con il parlamento, concedendo una larga
amnistia e tollerando in certa parte le libertà religiose.

La Francia: il governo Mazzarino e la Fronda.


Lo spietato aumento della pressione fiscale imposto ai francesi dal governo di Richelieu aveva
provocato una serie di rivolte popolari; tra i più importanti protagonisti vi furono i creatori del
movimento della fronda, che vide come protagonisti anche esponenti delle classi dirigenti.
Intanto, alla morte di Luigi XIII, succedette il figlio minorenne Luigi XIX.
La reggenza fu affidata alla madre Anna d’Austria che era affiancata da un fidato compagno di
Richelieu, il cardinale Mazzarino, che continuò la via già solcata da Richelieu. Così i detentori
degli uffici venali finirono col protestare contro l’autorità concessa agli intendenti, per la continua
creazione di nuove cariche.
Nel 1648 il parlamento di Parigi prese la testa del movimento di opposizione e concepì, insieme
alle altre corti sovrane della capitale, una serie di riforme molto simili a quelle inglesi.
La regina e Mazzarino reagirono decretando l’arresto di uno dei più autorevoli e popolari
esponenti della magistratura, Pierre Broussel, ma di fronte alla sommossa la corte fu costretta
a fuggire dalla capitale e a piegarsi alle richieste del parlamento. La pace di Saint-German del
1649 chiudeva l’apparente sconfitta della monarchia, ma le ambizioni rivali dei vari principi e
nobili diedero il via ad una frenetica anarchia feudale, per cui la fronda passò dall’essere
parlamentare a principesca, e questo consentì a Mazzarino di rientrare con la reggenza della
corona in Parigi.
Il fallimento della fronda aveva dimostrato ai francesi che l’autorità monarchica era talmente
forte, e sostenuta da una nobiltà feudale, da poter sedare l’anarchia, e fu su questa scia che
Luigi XIX cominciò la sua austera politica assolutistica.
Rimase però aperta la guerra con la Spagna, che però fu costretta a firmare a Madrid la pace
dei Pirenei, a causa dell’entrata in guerra di Cromwell.

Le rivolte nella penisola iberica.


Le sorti della guerra dei Trent’anni furono causa ed effetto delle rivolte scoppiate in tutta la
Spagna, dalla Catalogna al Portogallo, e nell’Europa in generale.
La Catalogna, che si riteneva nazione a parte per lingua e cultura, con l’appoggio della Francia,
nel 1641 proclamò la sua unione alla monarchia di Borbone.
Il Portogallo approfittando della situazione, nel 1640 proclamò l’indipendenza con il re
Giovanni IV. Filippo IV fu costretto a licenziare il duca di Olivares e a dichiarare bancarotta.
La reconquista della Catalogna fu possibile solo per il mutamento della situazione
internazionale.

13. L’Italia del 1600.

La popolazione e le attività economiche.


Demografia e vita economica sono i settori in cui più evidenti appaiono le tendenze involutive
che investono la penisola Italiana, dove a lungo la prosperità di alcune città si era pesata sulla
produzione di articoli di lusso, venne duramente colpita dalla crisi del ‘600. Le manifatture di
Venezia, Milano, Genova e Firenze furono innanzitutto vittime della vittoriosa concorrenza dei
produttori dell’Europa nord-occidentale. Non si può poi prescindere dagli effetti devastanti della
guerra dei Trent’anni nell’Italia settentrionale e dalle gravissime pestilenze. Fu nelle umili e
vaste lavorazioni rurali, più che nella gloriosa tradizione della città, il luogo dove era più
facilmente rilevabile il futuro inizio della industrializzazione delle regioni settentrionali. Il
Mezzogiorno invece rimase estraneo a questo tipo di sviluppo, poichè dovette sopportare il
fiscalismo spagnolo e l’accresciuta pressione baronale.

La vita sociale e la cultura.


Con l’involuzione economica di cui si è parlato si approfondì il distacco tra i detentori della
attività fondiaria, identificabili su larga scala con la nobiltà e con il clero, e le classi subalterne
dedite al lavoro manuale nei campi e nelle botteghe artigianali.
La Chiesa ebbe un ruolo centrale nella vita sociale italiana del ‘600, in quanto il pontefice
esercitava anche fuori dai confini italici poteri che venivano concessi solo ai re delle nazioni
straniere. Infatti il clero secolare e regolare godeva di immunità reale (esenzione dalle
imposte), immunità personale (dipendenza dai tribunali ecclesiastici), immunità locale (diritto
d’asilo nel clero locale). Le classi dirigenti vedevano nella chiesa non soltanto una garanzia
dell’ordine sociale e dell’ammaestramento dei poveri, ma anche un conveniente sbocco per i
figli cadetti e per le figlie per cui non era previsto il matrimonio. Alla soffocante vigilanza della
chiesa su ogni manifestazione di pensiero, di libertà e d’arte è certamente legato anche
l’impoverimento culturale per il quale molte università conobbero una forte decadenza.
I domini spagnoli: Milano, Napoli e Isole.
Inizialmente il governo spagnolo a Milano e Napoli aveva portato ad un rafforzamento
dell’autorità statale e c’era stata la tendenza ad un certo riequilibrio territoriale e fiscale. Ma a
partire dal 1620, con l’impegno della Spagna nella guerra dei 30 anni, ci fu un aggravamento
della pressione tributaria e lo Stato di Milano fu più e più volte trasformato in un campo di
battaglia.
Ma le conseguenze della crisi economica e politica che colpì la monarchia spagnola, nel suo
insieme, furono assai più gravi nel Mezzogiorno e nelle Isole. Al di fuori di Napoli (ora vera e
propria metropoli), non c’erano nel regno altri centri di tali dimensioni, e la città veniva
considerata un gigantesco contado della capitale.
L’indebolimento dell’autorità centrale portò di fatti ad un’estensione a macchia d’olio del potere
feudale, da cui i feudatari vennero denominati “baroni”, e il banditismo si trasformò in questo
periodo in una forma diretta di terrore baronale.

Le rivolte antispagnole a Napoli e in Sicilia.


Parallelamente alle rivolte e alle guerre civili della penisola iberica, dell’Inghilterra e della
Francia, molto complessa fu la portata dei moti insurrezionali che sorsero nel mezzogiorno. In
particolare a seguito di una grave carestia e al malcontento creato dal fiscalismo spagnolo si
originò un fermento popolare che vide il suo centro nevralgico a Palermo nel 1647,
successivamente sedato dopo alcune concessioni del vice-re, che furono però subito ritirate.
Anche a Napoli vi fu una rivolta esplosa nel 1647, in cui la direzione del movimento fu assunta,
in un primo momento, da un popolano di nome Tommaso Masaniello, che fu ucciso dai suoi
stessi seguaci, i quali invocarono l’aiuto della Francia, ma Mazzarino inviò Enrico duca di
Guisa, che sperava di impadronirsi del Regno, proclamando la Real Repubblica di Napoli,
che subito capitolò nel 1648.
Il fallimento della rivolta antispagnola a Napoli, seguito a pochi anni di distanza da una terribile
pestilenza (1656), determinò indubbiamente un aggravamento della crisi economica e sociale
già in atto nel Mezzogiorno d’Italia e si chiuse per sempre la prospettiva della formazione di un
fronte antifeudale comprendente i ceti medi e popolari urbani (come in Inghilterra la gentry) e
le masse rurali.

Ducato di Savoia e Granducato di Toscana.


Il regno di Carlo Emanuele I nel ducato di Savoia fu contraddistinto da iniziative
espansionistiche che contribuirono al rafforzamento interno dello Stato e alla costruzione di
un apparato militare e fiscale tale da permettere al Piemonte di giocare una parte importante,
o quantomeno non trascurabile, sulla scena internazionale.
Nel granducato di Toscana invece i progressi compiuti in direzione dello Stato moderno sotto
Cosimo I e i suoi due figli, Francesco I e Ferdinando I, si arrestarono sotto i suoi successori,
che si appoggiarono alle vecchie famiglie della nobiltà fiorentina e ai tradizionali legami della
casata medicea con la Santa sede.

14. Imperi e civiltà dell’Asia.

La Cina sotto le dinastie Ming e Manciù.


I popoli dell’Asia avevano dato vita a grandi e millenarie civiltà, evolute quando quelle di
occidente europeo e al tempo stesso profondamente diverse per strutture economico-sociali,
religiose e culturali.
Tra queste la più antica e prestigiosa era quella cinese, del Celeste Impero, che nell’età
moderna raggiunse la sua massima estensione. La popolazione cinese si era all’incirca
risocoltura intensiva. La centralità dell’economia cinese non impedì l’accumulo di sofisticate
conoscenze tecniche e artigianali. Le condizioni di pace e di stabilità furono assicurate anche
dalla dinastia Ming. Il potere era teoricamente tutto concentrato nelle mani dell’imperatore che
si affidava a due funzionari eunuchi e alla saggezza di Confucio. Il crescente prelievo fiscale
e l’incremento demografico portarono ad un peggioramento delle condizioni di vita dei
contadini, e così scaturirono le prime rivolte del ‘600. Di questa situazione anarchica
approfittarono i Manciù che occuparono Pechino e ristabilirono la pace.

Il Giappone.
Lo Stato giapponese si fondò nel VII secolo su modello di quello cinese, ma tuttavia l’autorità
dei funzionari regi venne poco a poco eclissata da quella dei grandi proprietari fondiari. La
frammentazione del potere determinò una situazione molto simile a quella dell’Europa feudale.
Accanto all’imperatore vi era la figura del Generalissimo, esponente di uno delle maggiori
casate feudali che deteneva, in sostanza, il potere effettivo.
Tutto ciò portò a violente guerre interne, fino a quando il potere non fu assunto da Tokugawa
che diede anche il nome alla nuova città divenuta capitale, Tokyo.

L’impero moghul in India.


Il sub-continente indiano era innanzitutto un crogiolo di razze, di lingue e di religioni diverse. Il
pluralismo religioso faceva riscontro alla frammentazione politica.
Il precario equilibrio tra i diversi stati minori fu rotto da Babur che fondò l’impero moghul dando
vita a questo immensa struttura politica che inquadrava in un nuovo Stato relativamente saldo
un territorio. La dinastia durò fino al XVIII secolo, quando iniziarono le penetrazioni francesi e
inglesi che segnarono profondamente la storia dell’India.

La Persia e l’impero ottomano.


A dividere la Persia, oltre alle pressioni dell’impero ottomano, fu la contrapposizione religiosa
islamico-sciita e sannita.
Nell’impero ottomano la nuova guerra ingaggiata contro gli Asburgo in Ungheria nel 1593 portò
alla fine dell’espansione territoriale, il che procurò una forte crisi dinastica nella casata reale,
che perdurò fino al XVIII secolo, che vide l’accentuarsi dell’autonomia egiziana e siriana, e la
nascita della gara ingaggiata da Austria e Russia per accaparrarsi le spoglie dell’Impero
ottomano.

Asia ed Europa.
Nei rapporti tra occidente e oriente c’è da dire che il traffico con l’Asia si svolse essenzialmente
in un’unica direzione, ma fu molto più limitata l’influenza dell’occidente sull’oriente, piuttosto
che viceversa.
Diverso fu l’atteggiamento dei portoghesi e degli spagnoli verso gli indigeni, poichè essi
cercavano di colonizzarli convertendoli alla loro fede e alle loro leggi, e alla fine si mescolavano
con i colonizzati. Inglesi e olandesi erano invece più tolleranti verso le tradizioni indigene, pur
mantenendo una mentalità razzista di superiorità dell’uomo europeo.
15. La Francia di Luigi XIV.

Luigi XIV.
Luigi XIV, figlio di Luigi XIII e Anna d’Austria, aveva appena 5 anni quando ereditò la corona
(1643), e regnò fino alla sua morte, avvenuto nel 1715.
Il suo lungo regno rappresenta l'apogeo dell’assolutismo monarchico e diviene il modello a cui
si ispiravano le altre dinastie regnanti. L’educazione del “re sole” era stata molto curata, da
scrittori, politici, che facevano derivare direttamente il suo potere da Dio.
Rispetto ai suoi predecessori, Luigi XIV preferì servirsi di ministri di nascita modesta, quindi più
docili ai suoi voleri. Accanto al re c’erano il consiglio superiore (organo ristretto presieduto
sempre dal re) e il consiglio dei dispacci, che esaminava la corrispondenza ricevuta dalle
province. Gli intendenti rafforzarono il loro potere sotto il suo regno e furono le cinghie di
trasmissione della volontà regale. La capitale fu affidata al luogotenente generale della polizia,
che aveva ogni sorta di potere.
Ben più numero erano gli officiers, i detentori degli uffici venali, ereditati o acquisiti tramite
compravendita, i quali rappresentavano ora una vera e propria forza intermedia tra la società
e lo Stato, un ceto che alla monarchia doveva la propria legittimazione.
Essenziale era dunque, per il funzionamento del sistema, assicurarsi la fedeltà degli officiers,
mediante un delicato dosaggio di manifestazione di forza e di legami clientelari.
Il limite e la potenza dell’assolutismo francese consistette nel fatto che quel tanto di
obbedienza e di uniformità che si riusciva a imporre a una società caratterizzata da una
molteplicità di libertà fu affidato, non tanto alle istituzioni, quanto alla presenza al vertice dello
Stato di una personalità carismatica. Con l’esaurirsi di quella figura si sarebbe esaurito anche
l’assolutismo.

La corte e il paese.
A partire dagli anni ’80 la corte si trasferì a Versailles, e la vita di questa girava tutta intorno
alla figura del re: simbolicamente la sua camera da letto era posta al centro del palazzo e i
momenti della sua giornata assumevano il carattere di rappresentazioni teatrali.
Ma in realtà il soggiorno a Versailles si trasformava per la nobiltà in una prigionia duratura,
perchè sotto gli occhi del re veniva meno l’indipendenza di ceto e la possibilità dell’azione
politica.
Nel paese, al contrario, le tecniche agricole non erano granché variate dal basso medioevo. La
scarsa produttività dell’agricoltura era legata alla struttura della forma di proprietà, alle forme di
conduzioni prevalenti (mezzadria) e alle entità del prelievo che gravava sui coltivatori del suolo.
Tra le varie tasse, decime, gabelle, prestazioni d’opera, la più gravosa era la taglia sotto forma
di imposta diretta.
Non stupisce quindi che la grande maggioranza degli abitanti vivesse ai limiti della pura e
semplice sussistenza.

La direzione dell’economia.
Il ministro delle finanze Colbert si propose due obiettivi essenziali: rimediare al grave dissesto
dei conti pubblici e rilanciare la stagnante economia francese.
L’iniziativa più clamorosa fu la creazione di una camera di giustizia straordinaria per indagare
sugli illeciti arricchimenti dei funzionari e degli appaltatori.
L’incremento delle entrate ottenuto tramite questa via e la lotta contro gli sprechi permisero di
ridurre di circa 1/3 il peso della taglia e di raggiungere il pareggio di bilancio tra 1660-70. La
strategia economica di Colbert (colbertismo) si può indicare nei punti:
1)!Controllo della qualità dei prodotti.
2)!Concessione di sovvenzioni e privilegi agli imprenditori agricoli.
3)!Protezionismo doganale.
4)!Costituzione di compagnie privilegiate.
5)!Sviluppo della marina mercantile e da guerra.
Queste iniziative di Colbert fruttarono solo a distanza di tempo nel più favorevole clima politico
ed economico del regno di Luigi XV, in particolare nel commercio di materie prime con le
colonie.

La direzione delle coscienze.


Con la tendenza ad imporre ordine e uniformità non solo nei comportamenti ma anche nelle
idee si diede molto importanza al culto del re, per garantire l’ubbidienza dei sudditi alla corona
e la stretta compenetrazione tra potere civile e potere religioso. Si ebbe inoltre negli ambienti
ecclesiastici e laici la diffusione della corrente giansenista, che poneva l’accento sull’interiorità
della fede; dal punto di vista strutturale seguiva Agostino sostenendo l’indipendenza della
grazia dalle azioni materiali. Il centro del movimento giansenista fu il monastero di Port Royal
a Parigi.
Nacquero così i primi contrasti con Roma, da cui venne emanata nel 1711 la condanna
definitiva del movimento attraverso la bolla “unigenitus”. I giansenisti furono difesi da Luigi XIV
perchè si schieravano con lui nella questione della contesa regale con la santa sede. Inoltre,
nel 1685, venne emanato l’editto di Fontainebleau, che annullava di fatto l’editto di Nantes e
faceva obbligo a tutti i francesi di riconoscere e pratica la religione cattolica.

Le guerre di Luigi XIV.


Per l’attuazione del disegno egemonico di Luigi XIV ingenti somme furono spese dagli
ambasciatori del Re sole per assicurarsi l’alleanza con i principi tedeschi, degli Stati baltici e
della stessa Inghilterra di Carlo II. L’esercito fu sistematicamente riorganizzato e fu impiegato
nella guerra di devoluzione contro la Spagna, rivendicando la parte d’eredità spagnola in
nome della regina Maria Teresa.
Così nel 1667 iniziò l’occupazione francese nella parte meridionale dell’Olanda, che portò allo
schieramento dell’Inghilterra e della Svezia con la Francia, e dell’Impero con la Spagna. Le
ostilità ebbero interruzioni e si riaprirono sempre per volere di Luigi XIV, fino alla pace di
Ryswick, nel 1697.

Il tramonto del Re sole.


Il perso diretto e indiretto della guerra divenne sempre più intollerabile per i sudditi del Re sole,
e questo fatto portò ad un malessere generale determinato dalla miseria, dalle tasse, dalle
carestie che fece riscontro ad un incupirsi della vita di corte a Versailles.
La morte del Re sole avvenne comunque sotto il suo stesso regno, ancora relativamente
stabile, nel 1715, al quale succedette il figlio Luigi XV d’Angiò.
16. Europa tra ‘600 e ‘700.

La “gloriosa Rivoluzione”.
La monarchia Stuart venne restaurata nel 1660, sulla base di un compromesso fra il parlamento
e Carlo II, che tuttavia continuava a godere di una certa libertà di manovra.
Nel 1673 il parlamento votò il test act che subordinava l’assunzione di cariche civili o militari a
una professione di fede (contro il cattolicesimo). Di fronte ai problemi religiosi e dinastici si
creavano due principali schieramenti politici: i Tories, fautori della monarchia di diritto divino,
del legittimismo dinastico, della Chiesa anglicana; i Whigs, sostenitori invece del parlamento
di un più vasto fronte protestante.
Dopo il 1680 la politica regia si sviluppò in senso chiaramente assolutistico, poichè alla morte
di Carlo II, non avendo egli eredi, salì al trono il fratello Giacomo II, fervente cattolico che sciolse
ripetute volte il parlamento, rafforzò l’esercito e annullò il test act.
Così i maggiori esponenti Tory e Whig si accordano per rivolgere un appello allo statolder
d’Orlanda Guglielmo III d’Orange, che aveva sposato una delle figlie di Giacomo II, Marte
Stuart, affinchè prendesse anche la guida dell’isola britannica.
Così nel 1688 Guglielmo III organizzò una spedizione militare e sbarcò in Inghilterra, e senza
spargimenti di sangue riuscì a vincere Giacomo II, che subito fuggì in Francia: fu infine questa
la famosa “Gloriosa Rivoluzione”.
Il parlamento dichiarò il trono come vacante, e subito dopo questo fu affidato a Gugliemo III e
Maria Stuart, che si impegnarono ad osservare la dichiarazione dei diritti votata dal
parlamento stesso nel 1689.
Questa rivoluzione diede una svolta decisiva alla storia di Inghilterra, che sbarrò per sempre la
strada dell’assolutismo e aprì la via ad un governo di tipo parlamentare.
Nel 1694 venne fondata la Banca d’Inghilterra costituendo così una burocrazia economica
statale (centrale). Il fatto che l’onere delle imposte gravasse in larga misura sui proprietari
terrieri spiega l’ostilità della gentry di campagna, schierata su molte posizione coi Tories, contro
la politica estesa aggressiva valuta dai Whigs. Le guerre prolungate e l’incremento della spesa
pubblica non incisero in maniera netta sull’economia inglese, che continuò a svilupparsi a ritmi
sostenuti; le manifatture e i traffici continuarono anch’essi ad espandersi, ponendo le basi per
la rivoluzione industriale di fine settecento.

L’espansione della monarchia austriaca.


Gli stati ereditari tedeschi, dopo la guerra dei trent’anni, ritrovarono una nuova compattezza,
basata sulla fedeltà dinastica e sul sentimento religioso, tipico della controriforma, portando ad
un rafforzamento degli organi centrali di governo e alla costituzione di un forte esecutivo
permanente.
L’Ungheria imperiale suddita degli Asburgo rivendicò la libertà religiosa e il diritto di sollevarsi
contro il proprio sovrano (jus resistendi), per cui dilagò in quei luoghi una vasta ribellione sotto
il trono di Leopoldo I (1678). I rivoltosi chiesero aiuto all’Impero ottomano, che inviò un grande
esercito ad assediare Vienna, mentre in aiuto degli Asburgo venne la Polonia, esortata da
Papa, che spezzò l’assedio degli Ottomani e li mise in fuga.
Le armate imperiali distrussero nel 1697 l’ultimo grande esercito ottomano.
La pace di Carlowitz del 1699 sancì su entrambi i fronti un grave arretramento dell’impero
ottomano che dovette cedere agli Asburgo tutta l’Ungheria e la Transilvania, il Peloponneso a
Venezia, che si era precedentemente alleata agli Asburgo.

La guerra di successione spagnola.


Nel 1700 si spense senza lasciare eredi l’ultimo Asburgo della linea spagnola, Carlo II. Di lì a
poco si vide scoppiare il conflitto per la successione del trono con la Francia: Carlo II, prima di
morire, aveva redatto un testamento con cui proclamava suo erede il duca d’Angiò. Egli
assunse il titolo di Filippo V Re di Spagna, nipote dello stesso Luigi XIV di Francia. Molti soldati
francesi furono spediti a Milano, nei Paesi Bassi e nelle colonie spagnole del Nuovo Mondo.
Nel 1701 si costituì così una grande alleanza tra l’imperatore Leopoldo I, l’Inghilterra e
l’Olanda. La guerra scoppiò definitivamente nel 1702: alla coalizione antifrancese aderirono
anche Danimarca e l’elettore di Brandeburgo Federico I, eletto così Re di Prussia. Con la
Francia si schieravano il Duca di Savoia Vittorio Amedeo II e il Portogallo (successivamente
passarono alla Grande Alleanza).
Dopo alcuni successi francesi, le operazioni condotte sui vari fronti volsero decisamente a
favore della Grande Alleanza. L’Inghilterra penetrò nel sud della Spagna e l’Austria fece lo
stesso in Italia. Tra il 1710 e il 1711 avvennero due fatti determinanti: la caduta del ministero
Whig a Londra, sostituito dal partito dei Tories, e la scomparsa dell’Imperatore Giuseppe I (che
era succeduto a Leopoldo I, morto anch’egli), che rese imperatore e re di Spagna suo fratello,
Carlo III, fecero sì che l’equilibrio precario mettesse tutti in allarme.
Vennero così avviate trattative anglo-olandesi con la Francia, che portano nel 1713 alla
definitiva Pace di Utrecht, e nel 1714 alla Pace di Rastatt.
Nel loro insieme, i trattati sancivano un nuovo ordine politico che sarebbe rimasto a lungo alla
base dell’equilibrio europeo: Filippo d’Angiò rimaneva re di Spagna, con il titolo di Filippo V, ma
venne ribadita l’incompatibilità di questa corona con quella di Francia (non si potevano unire i
regni in sostanza); a Carlo d’Asburgo, divenuto Carlo VI Imperatore, passavano i possedimenti
spagnoli nei Paesi Bassi e in Italia, ad eccezione della Sicilia che diveniva di Vittorio Amedeo
II, che la scambiò successivamente con la Sardegna. L’Inghilterra invece aveva guadagnato il
punto chiave del Mediterraneo, Gibilterra, e inoltre i possedimenti francesi del Nord America:
Nuova Scozia e Terranova.
La sostituzione dell’egemonia austriaca a quella spagnola in Italia e l’affermazione definitiva
della supremazia marittima e commerciale inglese furono i due risultati più importanti della
guerra di successione spagnola.

L’ascesa della Russia di Pietro il Grande.


I Romanov, saliti al trono degli Zar all’inizio del 1600 dopo l’epoca di Torbidi, ripresero con
Michele la tradizione assolutistica già affermatasi con Ivan IV e poi giunta a compimento con
Alessio, in una notevole espansione territoriale.
Nel 1689, dopo una lunga crisi dinastica, si impose come unico zar il figlio di Alessio, Pietro,
deciso a modernizzare il suo paese sull’esempio dell’occidente europeo (Pietro aveva
compiuto molti viaggi in Europa: Olanda, Inghilterra e Germania).
L’ammirazione di Pietro per l’Occidente era però limitata agli aspetti tecnico-pratici e ispirata
ad emularne la potenza militare, piuttosto che alla comprensione della nascente civiltà dei
lumi. In pochi decenni la mentalità e i costumi della nobiltà russa subirono profonde evoluzioni,
che apriranno un solco incolmabile tra la minoranza colta e le masse contadine, rimaste fedeli
ai costumi e alla religiosità della tradizione.
Pietro ebbe come intento principale quello di rafforzare l’esercito e di abolire il patriarcato di
Mosca: diede il via così alla costruzione di una nuova capitale, che da lì a poco prenderà il
nome di San Pietroburgo.
Per affermare la propria supremazia sulle regioni orientali soggette alla Svezia, Pietro il Grande
entrò in guerra con la Danimarca e con la Polonia contro il Re di Svezia Carlo XII. Nel 1707
per fermare l’avanzata svedese verso Mosca, lo Zar ricorse alla tattica della terra bruciata, per
cui, facendo indietreggiare le proprie truppe e lasciando solo devastazione e nessuna risorsa
sul proprio cammino, fece sì che il nemico fosse colto dal terribile inverno (proprio come
succederà a Napoleone). L’esercito svedese allora riparò verso Sud, nel 1709, e Pietro potè
così occupare tutte le coste del Baltico.
La trasformazione della società russa, che Pietro avrebbe voluto realizzare secondo le sue
ambizioni, venne compiuta in pochissimi anni, e questo fu un aspetto disastroso del
cambiamento che in realtà si sarebbe dovuto attuare in un lasso di tempi più lungo.
Comunque sia, fa notificata l’ascesa della Russia da niente a grande potenza internazionale
sul piano militare, e il suo futuro ingresso, a pieno titolo, nei giochi delle alleanze e nelle sorti
dell’Europa.

La nascita dello Stato Prussiano.


Il Brandeburgo, ingranditosi con la Pomeriana orientale, era costituito da territori discontinui ed
eterogenei, ciascuno dei quali avevi i propri ceti dirigenti che votavano le imposte e
provvedevano all’amministrazione territoriale senza preoccuparsi degli interessi generali a cui
faceva capo il principe, l’elettore di Brandeburgo.
Solo dopo lunghi negoziati a metà del 1600 l’elettore Federico Guglielmo ottenne dai nobili
che dominavano la Dieta del Brandeburgo i mezzi per la costituzione di un piccolo esercito
permanente. Solo nel 1701 il figlio di Federico Guglielmo chiese ed ottenne dall’imperatore il
titolo di Re di Prussia, col nome di Federico I.
Nelle campagne i grandi proprietari terrieri, chiamati junker, esercitavano un dominio
pressochè assoluto sui contadini. In cambio della disponibilità ad accettare un maggior
accentramento dei poteri nella persona del re, gli junker accettarono l’elezione perchè videro
salvaguardati i propri interessi e rafforzati i propri privilegi.
Federico, grazie alla sua passione militare e ad una politica finanziaria fondata sulle imposte
pubbliche, riuscì a fondare un grande esercito che sancì l’ascesa della Prussia al rango di
grande potenza.

Le ripercussioni sociali dell’industrializzazione.


Le ragioni della localizzazione dell’industria dell‘800 in Inghilterra furono la maggior presenza
di fiumi e cadute d’acqua, la vicinanza dei giacimenti di carbone a di ferro, la presenza dei porti
più importanti e quindi la maggior disponibilità di materie prime e manodopera a basso costo
(erano i due prodotti principali delle colonie).
Uno dei risultati della rivoluzione industriale fu un forte impulso all’urbanizzazione: i contadini
erano disposti al lavoro di manodopera per pochi soldi, poichè avevano capito che l’agricoltura
e il lavoro campestre in generale non sarebbe sopravvissuto all’industria. Con l’adozione delle
macchine si potè semplificare e rendere uniformi e ripetitivi certi processi lavorativi: non si
richiedeva più un alto livello di tecnica agricola al bracciante, e quindi si accettava ora anche la
forza lavoro femminile e infantile.
Il nascente proletariato inglese reagì alle misere condizioni di lavoro con la creazione di
organizzazioni sindacali come le trade unions. Non mancarono anche forme di agitazione
spartana come gli scioperi violenti e il boicottaggio violento (luddismo).
Questo periodo non vide però significativi movimenti sindacali, poichè le organizzazioni dei
lavoratori erano ancora ad uno livello troppo larvale, anche se il costo della vita salì di molto a
causa dell’inflazione.

17. Una nuova epoca di espansione.

L’aumento della popolazione europea.


I fenomeni di ristagno e di regresso della popolazione e dell’economia europea ebbero termine,
a seconda delle aree, tra la fine del ‘600 e gli anni quaranta del ‘700.
L’espansione settecentesca si differenzia da quella del “lungo cinquecento” per il suo carattere
irreversibile: essa non sarà cioè seguita da una fase di arresto e di assestamento, come era
avvenuto nel 1600, ma da un’ulteriore accelerazione dello sviluppo. Ciò riguarda innanzitutto
la crescita della popolazione, un aumento demografico che appare in relazione inversa con la
densità della stessa popolazione, come se la tendenza dominante fosse quella di riempire gli
spazi vuoti abitabili, come successe, per esempio, in Ungheria e Russia. Fra le cause principali
dell’aumento demografico ci furono: la diminuzione delle epidemie, le guerre più localizzate, la
crescita della natalità e l’aumento del lavoro salariato.

L’evoluzione dell’agricoltura.
All’aumento della popolazione contribuì in modo determinante l’agricoltura: l’aumento della
produzione agricola fu ottenuto nella maggior parte delle regioni europee, con gli stessi metodi
del passato, cioè l’estensione delle superficie coltivata e l’intensificazione del lavoro contadino.
Tra le varie innovazioni tecniche, per riparare alla scarsità di concime e per ottimizzare la
rotazione fu importante il fenomeno delle recinzioni (enclosures), nell’Inghilterra Tudoriana,
dove la superficie agricola coltivata col sistema dei campi aperti si ridusse ad 1/4 del totale.
Questo processo consisteva nella redistribuzione e nell’accorpamento delle terre sostituendo
le parcelle sparse con tenute compatte.
I piccoli proprietari terrieri furono così indotti a vendere e a trovare lavoro come operai salariati
a beneficio dei grandi proprietari terrieri. Gli incrementi di produttività consentirono di
mantenere una proporzione crescente di non addetti all’agricoltura e questo fu il contributo più
rilevante della Rivoluzione agricola alla Rivoluzione industriale.

Prezzi e salari, moneta, trasporti.


L’universale interesse per l’agricoltura che si manifestò nella seconda metà del ‘700 si spiega
in parte con la tendenza all’ascesa dei prezzi e quindi con l’aumento dei profitti e dei redditi
legati alla commercializzazione delle derrate e al possesso delle terre. All’origine del rialzo dei
prezzi agricoli vi è chiaramente l’aumento della domanda legato all’incremento demografico.
Ma un altro fattore di inflazione, di nuovo come nel ‘600, fu rappresentato dall’aumento della
massa di metalli preziosi in circolazione. Facendo più ricorso alle cambiali e alle banconote ci
fu una stabilizzazione della moneta nei maggiori paesi europei. Un fattore della più rapida e
intensa circolazione del denaro, delle merci e degli uomini nell’Europa del ‘700 fu il
miglioramento dei trasporti con la costruzione di strade carrozzabili e lastricate e dei canali.
Le origini della Rivoluzione industriale.
Si intende per Rivoluzione industriale un complesso di trasformazioni nel modo di produrre i
manufatti, che determinò a sua volta un profondo e irreversibile mutamento nei consumi, nel
modo di vivere e nei rapporti sociali.
Di tali trasformazioni fanno parte la diffusione su larga scala di macchine azionate da energia
meccanica, la concentrazione del lavoro nelle fabbriche, il rapido e vistoso incremento della
produttività. Si identifica nell’Inghilterra di fine ‘700 il luogo di decollo dell’industria moderna.
Fino al 1700 più che industria si utilizzava il termine “manifattura” per intendere l’industria a
domicilio o protoindustria. Ma la manifattura incontrò tuttavia dei limiti con l’aumento delle
vendite, per cui l’imprenditore doveva estendere l’area della lavorazione a domicilio col risultato
di non riuscire più in un adeguato controllo. Da qui la spinta all’introduzione delle macchine,
per accrescere la produttività, e alla concentrazione della produzione nelle fabbriche, che
permetteva di imporre una rigida disciplina alla manodopera.
In Inghilterra si trovarono unite tutte le condizioni per dare avvio all’industria: si ebbe lo sviluppo
dell’agricoltura e del commercio, la riduzione dell’area di autoconsumo, l’unificazione del
mercato interno e l’incremento delle esportazioni estere, il controllo sul governo del Paese da
parte delle classi abbienti.

(elenco condizioni pag. 238 manuale)

Dall’età del cotone all’età del ferro.


Nei primi decenni del ‘700, la manifattura di gran lunga più importante in Inghilterra rimaneva
quella della lana. Ma a partire dagli anni ottanta si ebbe un vero decollo della produzione di
cotone, e nel 1810 la sua esportazione superò quelle della lana. Questo perchè la materia
prima costava pochissimo e poteva essere importata in quantità illimitate grazie al dominio dei
mari di cui godeva la Gran Bretagna.
Il cotone si prestava assai meglio della lana alla lavorazione a macchia per la sua maggiore
resistenza alla trattazione. In più i tessuti di cotone, leggeri ed economici, ebbero un mercato
molto più vasto. Il risultato fu che il cotone divenne il settore di punta della prima fase della
rivoluzione industriale fino al 1830, e creò il modello del sistema di fabbrica che si estese via
via alla altre lavorazioni.
Si ebbero in più due importanti innovazioni tecniche: l’uso del carbone fossile e del ferro. Si
sviluppò quindi anche l’industria siderurgica, grazie anche all’utilizzo dell’energia idraulica
e della forza del vapore.

18. La civiltà dei lumi.

Nella spregiudicata ricerca della verità nasce nel ‘700 il movimento dell’Illuminismo, definito
come il rifiuto del principio di autorità, e come l’uso sistematico della ragione e dello spirito
critico. Per conciliare fede e ragione nasce il movimento del Deismo, in cui i seguaci detti
“Deisti” non negano l’esistenza di un Dio nè l’immortalità dell’anima, ma sostengono che a tali
conclusioni si possa arrivare solo tramite la ragione, elemento costitutivo di tutte le religioni
rivelate. Nomi importanti sono quelli del filosofo Kant e di Voltaire, Diderot e D’Alambert
(coloro che scrissero l’enciclopedia). (1)
Insieme agli schieramenti dell’empirismo e del sensismo, che sono fra di loro in una stretta
correlazione, vi è anche il pensiero utilitaristico. Con le nuove scoperte di Newton si dà ancora
più enfasi al movimento illuministico. Ne deriva che per tutto il ‘700 la scienza e gli scienziati
godettero di un prestigio senza precedenti sia all’interno delle istituzioni sia agli occhi del
pubblico più colto. (2)
L’illuminismo si intende come movimento unitario anche in campo politico, dove prende vita
l’idea della nascita di una ragione di Stato, e della teoria del diritto divino dei Re, l’idea che
il potere deve essere esercitato nell’interesse comune dei sudditi, al fine di realizzare la
pubblica felicità, la delimitazione di una sfera più o meno ampia di libertà privata, in cui
l’autonomia sovrana non ha il diritto di inserirsi. Gli ordinamenti fondamentali posso essere
rappresentati dai tre grandi nomi di Montesquieu, Voltaire e Rousseau.
A Montesquieu interessava scoprire i principi e i meccanismi che regolavano i vari ordinamenti
politici, ossia: dispotismo, di cui il principio ordinatore è la paura; monarchia, che poggia sul
senso dell’onore; democrazia, che si regge sulle virtù dei cittadini.
Voltaire delinea un quarto ordinamento che è quello dell’assolutismo, o dispotismo
illuminato, che con l’intento di combattere i particolarismi e i privilegi locali giustificava la
concentrazione di tutti i poteri nelle mani di un monarca saggio e illuminato.
Rousseau invece è il maggior esponente dell’orientamento democratico, poichè riteneva che
l’uomo avesse bisogno per il passaggio dallo stato di natura allo stato sociale di un patto di
associazione che trasformasse i sudditi in cittadini, gli schiavi in uomini liberi, attraverso la
cessione totale di tutti i diritti da parte di ciascun membro del corpo sociale alla comunità. La
sovranità risiede quindi nel popolo, e il governo poteva essere anche di tipo monarchico a
condizione che esso garantisse la difesa della volontà generale. Si crea così la necessaria
coincidenza del bene comune all’interesse generale. (3)
Con la nascita della nuova scienza economica si delinearono i caratteri di alcuni orientamenti
economici, in particolar specie il movimento liberista, che corrispondeva ai caratteri della
nascente società industriale e con la giustificazione scientifica della ricerca del profitto. Nella
seconda metà del ‘700 nasce in Francia e in Inghilterra una nuova concezione della vita
economica, aderente al mercantilismo, basata sul sistema di rapporti tra gli uomini e le classi
sociali regolata da leggi naturali.
La scuola fisiocratica fondata da Quesnay aveva come fondamento la dottrina della fisiocrazia,
ossia la convinzione che solo l’agricoltura fosse produttrice di ricchezza, mentre le manifatture
e il commercio si limitassero a trasformare la ricchezza esistente. L’unica imposta legittima per
i fisiocratici era quella che pretendeva direttamente dai proprietari una parte del prodotto netto
o profitto, dovuto al Re in quanto comproprietario del terreno lavorato, che però aveva l’obbligo
di lasciare totalmente libero il commercio delle derrate. La tendenza liberista dei fisiocratici fu
ricalibrata da Adam Smith, che vedeva come fattore di progresso economico la suddivisione
del lavoro, che invadendo l’economia si autoregolava come se ci fosse stata una mano
invisibile. (4)

19. Francia e Inghilterra nel ‘700.

La Francia dalla Reggenza al ministro Fleury.


Alla morte di Luigi XIV, nel 1715, si rese necessaria l’istituzione di una reggenza, poichè il suo
successore Luigi XV aveva solo 5 anni. Il Parlamento di Parigi proclamò reggente Filippo
d’Orleans. Il periodo della reggenza fu contrassegnato da una relativa libertà di opinione e di
critica. Il maggior problema per Filippo fu quello finanziario: fu ingaggiato John Law che con il
suo “sistema Law” creò una banca che ottenne il diritto esclusivo di emettere banconote, e
l’istituzione della Compagnia delle Indie, che però non diede i risultati sperati.
Alla morte improvvisa di Filippo succedette nel 1726 Luigi XV, che accordò la sua fiducia al
suo precettore Fleury, pur senza concedergli il titolo di primo ministro. Il suo governo fermo e
prudente assicurò alla Francia un lungo periodo di pace e il paese entrò così in una fase di
netta espansione sia in campo agricolo che in quello commerciale.

L’Inghilterra nell’età di Walpole.


Alla morte della regina Anna salì al trono l’elettore di Hannover, Giorgio I, registrati i continui
tentativi giacobiti di restaurare la monarchia Stuart. Giorgio I, e il successore Giorgio II, di lingua
e cultura tedesca, si interessarono di più alle faccende del loro paese di origine che non alla
politica inglese. Prese così forma il governo di gabinetto: una prassi costituzionale che
assegnava a un primi ministro e ai suoi principali collaboratori il compito di governare in nome
del re. Per assicurarsi una maggioranza in parlamento il governo faceva tutto il possibile per
influenzare le elezioni dei deputati alla camera dei Comuni. Nonostante l’estendersi della
corruzione nell’Inghilterra del ‘700, i deputati eletti mantennero sempre un atteggiamento di
notevole indipendenza nei dibattiti parlamentari, la pubblica amministrazione venne
progressivamente depurata dalle influenze politiche e resa relativamente onesta ed efficiente,
e la presenza di un’opinione pubblica vigile e ben informata costrinse i governi a non perdere
di vista gli interessi nazionali.
Tra il 1721 e il 1742 il ruolo di primo ministro fu ricoperto ininterrottamente da Robert Walpole,
che mantenne anche buone relazioni con la Francia. La stabilità politica e sociale dell’Inghilterra
era imperniata sulla indiscussa egemonia dei grandi proprietari terrieri, famiglie che
controllavano la politica nazionale attraverso i due rami del Parlamento e la vita locale
attraverso l’ufficio del giudice di pace.
La chiesa di Inghilterra si preoccupò soprattutto di inculcare il rispetto della proprietà e delle
gerarchie sociali, per cui si poteva definire come un’appendice della nobiltà terriera, la gentry.
Nella gentry aspiravano ad integrarsi, mediante l’acquisto di proprietà fondiarie, anche i
marcanti più ricchi, i finanzieri e i banchieri. Nel suo complesso, la società britannica, fino al
tardo ‘700, alla vigilia della rivoluzione industriale, ci appare come un peculiare miscuglio di
libertà e di dipendenza, di mobilità sociale individuale e di solidità delle gerarchie di gruppo, di
tradizionalismo e di progresso, di raffinatezza e di brutalità, di prosperità e di miseria.

I conflitti dei decenni centrali del ‘700.


Il lungo periodo di pace fu interrotto dalla guerra di successione Polacca (1733 - 1738). Nel
1733 morì il re di Polonia Augusto II, e la Dieta polacca elesse suo successore il nobile
Stanislao Leszczynsky, la cui figlia aveva sposato il re di Francia Luigi XV.
Ma l’Austria e la Russia imposero invece con la minaccia della presa delle armi l’elezione del
principe di Sassonia Federico Augusto. La Francia si coalizzò con il Re di Sardegna Carlo
Emanuele II e la Spagna. Nel 1733 Milano fu occupata dai franco-piemontesi e i Regni di Napoli
e di Sicilia furono conquistati nel 1734 dall’esercito spagnolo. L’Inghilterra esercitò un’azione di
mediazione che portò alla Pace di Vienna (1738).
L’Austria recuperava il milanese ma doveva cedere due province ai Savoia e a Carlo di Borbone
il regno di Napoli e la Sicilia.
L’estinzione in toscana della dinastia dei Medici (1737) favorì uno scambio di territori per cui il
duca di Lorena marito di Maria d’Asburgo divenne granduca di Toscana. La Lorena fu
assegnata a Stanislao, col patto che alla sua morte sarebbe stata annessa alla Francia (1766).
Alla metà degli anni ’40 scoppiò la guerra di successione Austriaca (1740-1748). A
scatenarla fu l’aggressione da parte di Federico II Re di Prussia contro la Slesia. Alla testa della
monarchia austriaca si trovava Maria Teresa figlia dell’imperatore Carlo VI, la quale poteva
contare sugli aiuti finanziari dell’Inghilterra e sul sostegno della Sardegna. Nel 1744 Luigi XV
dichiarò guerra all’Inghilterra e i suoi eserciti travolsero la resistenza inglese nei Paesi Bassi,
ma tali successi furono controbilanciati dalla superiorità navale britannica. La pace di
Aquisgrana (1748) sancì il possesso prussiano della Slesia, ma per il resto lasciò la situazione
invariata. La rivalità marittima e coloniale tra Francia e Inghilterra si andò sempre più
acutizzando, nella prima metà degli anni ’50, sia per quanto riguardava le colonie del Nord
America che per quelle Indiane.
Da registrare fu il cosiddetto “rovesciamento delle alleanza”, che pose fine alla tradizionale
inimicizia tra Asburgo (Austria) e Borbone (Spagna), che segnò l’inizio della Guerra dei 7 anni
(1756 - 1763).
La Francia si alleò con Austria e Russia, cui si unirono poi anche la Svezia e la Polonia, contro
la Gran Bretagna unita alla Prussia. Inizialmente le operazioni si svolsero in modo favorevole
alla coalizione, fino a quando non fu chiamato a Londra come ministro degli esteri William Pitt,
animato da un implacabile spirito antifrancese. Neppure l’entrata in guerra della Spagna a
fianco della Francia nel 1761 mutò le sorti del conflitto, che si risolse nel 1763 con la firma del
trattato di Parigi, dove si decise che la Francia perdeva l’egemonia nell’America
Settentrionale.

Il fallimento delle riforme in Francia.


Dopo la guerra le riforme francesi fallirono quasi sempre sotto il fuoco incrociato della nobiltà
di corte, del clero, dei parlamenti che difendevano strenuamente i propri privilegi. Dopo le
agitazioni popolari scoppiate alla fine degli anni ’60, il re decise di sopprimere il parlamento di
Parigi e di smembrare la giurisdizione che copriva oltre un terzo della Francia in sei sotto-
circoscrizioni giuridiche affidate a consigli di norma regia (1771).
Morto Luigi XV, nel 1714, successe a lui il nipote Luigi XVI, che per ingraziarsi l’opinione
pubblica decise di riaprire i vecchi parlamenti, mettendo però a repentaglio l’opera di
riordinamento delle finanze. A un periodo di espansione e di crescita seguì una fase di ristagno,
di cattive annate agricole, di fluttuazione dei prezzi, di difficoltà nel commercio internazionale.
La caduta futura del re durante la Rivoluzione Francese può dunque essere considerata come
il preludio della crisi finale della monarchia dell’antico regime francese.

L’Inghilterra nell’età di Giorgio III.


Al contrario della Francia, la Gran Bretagna era uscita molto rafforzata dalla guerra dei sette
anni. Lo sviluppo economico non impedì peraltro l’insorgere di forti tensioni interne legate
sostanzialmente a tre principali ragioni:
1)!Il nuovo re Giorgio III nato ed educato in Inghilterra manifestò subito l’intenzione di esercitare
un ruolo più attivo nella politica internazionale;
2)!La formazione, accanto all’opposizione Whig, di una corrente più radicale che voleva una
redistribuzione dei seggi parlamentari;
3)!La disastrosa condizione della crisi nord-americana del governo di lord North che stimolò le
rivendicazioni indipendentistiche degli irlandesi.
I timori suscitati dai disordini scoppiati a Londra nel 1780 convinsero Giorgio III ad affidare il
governo a William Pitt il Giovane, protagonista di una notevole attività riformatrice.

20. Assolutismo illuminato.

La Prussia di Federico II.


Fu introdotto nel ‘700 dagli storici tedeschi il termine di assolutismo illuminato, e di despoti
illuminati, con riferimento alle idee e ai comportamenti di quei sovrani europei che
dichiaravano di volersi servire del potere per il bene dei loro sudditi e che si professavano amici
e discepoli dei Philosophes. Il più famoso tra questi fu sicuramente Federico II di Prussia
(1740 - 1786); amico di Voltaire, egli amava rifarsi al “contratto sociale” e dichiarava che il re
“è solo il primo servitore dello Stato”. D’altra parte proseguì la politica paterna di rafforzamento
dell’esercito e burocratico, mantenne la servitù della gleba e preferì costantemente i nobili per
le cariche militari e civili.
La Prussia ebbe un ingente incremento demografico frutto delle annessioni e della politica di
popolamento delle terre orientali, l’immigrazione era favorita dalla grande tolleranza religiosa.
Federico II gettò anche le basi del codice civile prussiano, curò l’istruzione e rese efficiente la
burocrazia prussiana, famosa in tutta europa per efficienza e onestà. Si ebbe inoltre
l’estensione considerevole della libertà di stampa.

L’Austria sotto Maria Teresa e Giuseppe II.


Dopo le piaghe lasciate dalla guerra di successione austriaca, Maria Teresa (1740 - 1780)
pensò che non sarebbe stato possibile mantenere nell’Austria il regno di grande potenza
europea senza un potenziamento netto dell’apparato militare e senza escludere mutamenti
nelle strutture amministrative e finanziarie, che rendessero possibile l’ammodernamento
armato. Maria Teresa ebbe un’istintiva capacità di scegliere gli uomini giusti e una sollecitudine
quasi materna per il bene dei suoi popoli. Fra le prime riforme ci fu l’accentramento delle due
cancellerie di Austria e Boemia in un unico Direttorio (1749). La nobiltà fu esautorata dal potere
politico e fu costretta a pagare le imposte fondiarie da cui era in precedenza esente. Se nella
prima parte del regno di Maria Teresa furono determinanti le esigenze di accentramento
amministrativo e finanziario, nella seconda metà venne in primo piano il motivo della “pubblica
felicità”, del benessere dei sudditi al quale doveva essere finalizzata l’organizzazione dello
Stato.
Alla morte della regine succedette il figlio Giuseppe II, il quale mutò soprattutto lo stile di
governo intrapreso dalla madre, rendendolo più dispotico e intransigente, e aumentò il ritmo
degli interventi statali, che si fece pressapoco incalzante. Nel 1781, fu emanata da Giuseppe II
la “patente di tolleranza”, che rendeva legittimo il culto per le confessioni protestanti greco-
ortodosse.
Anche le pratiche di culto vennero disciplinate secondo i canoni della “regolata devozione”. È
del 1774 la promulgazione di una legge che introduceva l’obbligo scolastico, come già era in
Prussia.
La politica asburgica fu volta ad unificare il mercato interno, sopprimendo i dazi e i pedaggi che
intralciavano gli scambi tra le province, a sostenere le manifatture nascenti con sovvenzioni e
agevolazioni e a smantellare gradualmente le corporazioni di arti e mestieri. Per quanto
riguarda l’agricoltura, Giuseppe II abolì i residui della servitù personale e fece redigere un
nuovo catasto dei beni fondiari. Nel 1787 fu infine promulgato il celebre codice penale
giuseppino.
Molte di queste riforme suscitarono il malcontento e resistenze di ogni tipo, soprattutto in quei
territori, come il Belgio o l’Ungheria, che erano stati in precedenza meno toccati dalle iniziative
accentratrici e livellatrici di Maria Teresa.
Giuseppe II morì nel 1790, e gli succedette il fratello Pietro Leopoldo granduca di Toscana,
con il nome di Leopoldo II, che fu costretto dalla gravità della situazione a fare concessioni a
ceti privilegiati. Con il regno di Francesco II, poi (1792 - 1836), figlio di Leopoldo, si chiuderà
per sempre in Austria l’era dell’assolutismo illuminato, lasciando il posto a quel clima di
immobilismo e di sorveglianza poliziesca che ne farà, nella prima metà dell’ottocento, la
“prigione dei popoli”.

La Russia di Caterina II.


L’eredità di Pietro il Grande era stata raccolta da sua figlia Elisabetta, che proseguì gli indirizzi
di modernizzazione culturale del paese, di rafforzamento militare e di una più incisiva presenza
nella politica europea. Il successore Pietro III venne deposto nel 1762 dalla giovane moglie che
divenne Caterina II, che fece tutto il possibile per aprire la Russia all’influenza della cultura
europea e in particolare di quella francese.
Nel 1764 venne decretata la confisca di tutte le proprietà ecclesiastiche. L’iniziativa più
importante di Caterina fu la convocazione nel 1767 di una commissione legislativa composta
da rappresentanti dei nobili, dei cittadini, dei contadini liberi e anche delle nazionalità non russe,
con il compito di elaborare un nuovo codice di leggi: “L’istituzione”.
Gli inasprimenti fiscali provocati dalla guerra, la penuria di viveri dovuta a cattivi raccolti e una
pestilenza che imperversò a Mosca e nel sud del Paese, accentuarono il malcontento nelle
campagne. Il timore dell’anarchia indusse la zarina e i suoi consiglieri ad abbandonare qualsiasi
velleità di intervento a favore delle masse rurali.
Notevoli progressi registrarono infine le manifatture, l’estrazione mineraria e il commercio con
l’estero. Considerevoli furono i successi ottenuti da Caterina II nella politica estera.

Le spartizioni della Polonia e le riforme in Scandinavia.


In Polonia il ricorso continuo alla pratica del liberum vetum da parte dei nobili rendeva
inconcludenti tutte le riunioni del parlamento e vanificava ogni tentativo in senso assolutistico.
La Russia appoggiò l’elezione di Stanislao Poniatowsky (1764) cui si contrappose lo
schieramento dei nobili polacchi (Confederazione di Bar). Al termine di un confuso periodo di
lotte, le grandi potenze confinanti con la Polonia si accordarono, nel 1772, per smembrare il
territorio polacco a proprio vantaggio (Prima spartizione della Polonia): erano Russia, Austria
e Prussia. Poniatowsky continuò nella sua politica di riforma, approvando una costituzione che
trasformava la monarchia polacca da elettiva in ereditaria e sopprimendo il liberum vetum.
Allora Caterina II decise di invadere il Pese che fu dilaniato da una Seconda spartizione (1793)
tra Russia e Prussia. Ciò che restava della Polonia scomparve nel 1795 con la Terza
spartizione.

La crisi del papato e i regni Iberici.


Il rafforzamento dei poteri statali e l’attuazione di una politica riformatrice comportavano uno
scontro con la Chiesa di Roma e la volontà di affermare l’autorità dello Stato sul clero nazionale
(giurisdizionalismo). Fu soprattutto il clero regolare a divenire bersaglio degli attacchi sempre
più violenti degli scrittori illuministi. Tuttavia i pontefici Clemente XII (1730/40) e Benedetto
XIV (1740/58) parvero disponibili a un compromesso con le nuove correnti politiche e culturali,
all’insegna di un cristianesimo ragionevole. Ma con il rigido pontificato di Clemente XIII i rapporti
tra Roma e le potenze cattoliche peggiorarono di nuovo, inoltre negli stessi anni si sviluppava
la violenta campagna anticattolica e antireligiosa di Voltaire e degli altri philosophes. All’attacco
contro i gesuiti si accompagnò in quasi tutti gli Stati cattolici una serie di altre misure dirette a
ridimensionare la potenza economica e le posizioni di privilegio della Chiesa: per esempio,
l’imposizione dell’autorizzazione regia sulle nomine e le disposizioni provenenti da Roma,
l’abrogazione o la limitazione dell’Inquisizione.
Portogallo e Spagna tradizionalmente legati alla Santa Sede, furono in prima fila nella
campagna antigesuita.

21. L’Italia del ‘700.

Le riforme in Piemonte.
Insieme al declino della potenza spagnola si registra nell’Italia del primo ‘700 l’indebolimento
dell’influenza della Chiesa. L’espansione territoriale e il rafforzamento politico e militare del
Piemonte sabaudo furono accompagnati da una serie di riforme promosse da Vittorio Amedeo
II. I privilegi della Chiesa furono distrutti anche in campo giurisdizionale, furono organizzati
catasti e inviati intendenti nelle province. Venne creato per la prima volta in Italia un sistema
statale di scuole secondarie.

(quadro politico e intellettuale nella prima metà del secolo a pag. 285)

I regni di Napoli e di Sicilia sotto i Borbone.


Nel regno di Napoli, il riacquisto dell’indipendenza sotto un “re proprio”, grazie all’insediamento
di Carlo di Borbone (1734), favorì una spinta innovatrice che in pochi anni portò alla limitazione
delle giurisdizioni baronali, alla ripresa della politica giurisdizionalistica, alla riforma degli studi
dell’Università di Napoli, all’avvio di un catasto delle terre e dei beni. Molto vivace e ricca rimase
la vita intellettuale a Napoli. Tuttavia nè in Sicilia nè nel Mezzogiorno continentale le riforme
giunsero a mettere in discussione il permanere delle strutture feudali nelle campagne e a
liberare il regno dal groviglio di interessi privati.

Riforme nella Lombardia austriaca.


Dopo la pace di Aquisgrana del 1748, la monarchi Austriaca rimaneva in possesso dello Stato
di Milano e del Ducato di Mantova, uniti sotto uno stesso governo a formare la Lombardia
austriaca. Le prime riforme nello Stato di Milano si ebbero nel 1749 quando fu riordinata
l’amministrazione delle finanze e abolita la vendita delle cariche.
Importante riforma fu anche il compimento del nuovo catasto che diede vita ad aspri conflitti
con il patronato milanese, schierato a difesa delle immunità e dei privilegi tradizionali. Sotto il
profilo tributario, i risultati principali furono la redistribuzione delle imposte fondiarie, resa
rigorosamente proporzionale al valore d’estimo attribuito alle terre.
Sotto Giuseppe II, nel 1786, si giunge alla soppressione del Senato milanese e all’istituzione
di un moderno sistema giudiziario. L’economia della regione trasse vantaggio, oltre che dalle
riforme finanziarie, anche dal miglioramento della viabilità e all’accesso privilegiato al mercato
austriaco.

La Toscana dalla Reggenza a Pietro Leopoldo.


Il nuovo granduca di Toscana Francesco Stefano (1737/65), marito di Maria Teresa, risiedeva
a Vienna e si faceva rappresentare a Firenze da un consiglio di reggenza composto in parte da
funzionari lorenesi. Quando gli successe il figlio Pietro Leopoldo (1765/90) venne affermato
sotto il suo governo un orientamento del tutto liberista per cui, nel 1767, si dichiarò libera la
compravendita dei cereali all’interno dello Stato e anche l’esportazione, facendo così della
Toscana il primo paese europeo ad adottare integralmente questa parte del programma
fisiocratico (Quesnay). Altre iniziative di Pietro, dettate dal desiderio di migliorare le condizioni
di vita delle classi subalterne e dei contadini, furono le bonifiche di alcuni terreni, per dividere
gli stessi in lotti da riassegnare, e il celebre documento del codice penale del 1786 che
eliminava la tortura e la pena di morte (Cesare Beccaria, nonno di Manzoni).

La società italiana alla fine del ‘700.


Solo marginalmente furono toccati dal movimento delle riforme lo Stato Pontificio e le
Repubbliche oligarchiche di Venezia, Genova e Lucca. L’immobilismo della vita politica non
significò peraltro mancanza o povertà di stimoli intellettuali; Roma rimaneva una grande
capitale e Venezia fu per tutto il secolo maggior centro editoriale italiano.
Il generale moto di laicizzazione della seconda metà del secolo si tradusse da un lato in una
contrazione numerica del clero, e in particolar modo del clero regolare, dall’altro nel diminuito
ossequio per l’autorità della Chiesa e per le prescrizioni della morale cattolica.
La nobiltà più spesso che in precedenza comincia a porsi il problema di giustificare i propri
privilegi con una vita operosa, al pubblico servizio o negli studi, mescolandosi con il “ceto civile”.
Da questa evoluzione della cultura e del costume rimasero quasi del tutto escluse le masse
popolari, urbane e soprattutto rurali, massicciamente analfabete.
Anche in Italia, come nel resto d’Europa, si registra nel ‘700 un cospicuo aumento della
popolazione a causa della crescente domanda di cereali (progressi della miseria).

23. La rivoluzione francese.

Economia e società al tramonto dell’antico regime.


L’avvento di Luigi XVI (1774) coincise con l’inizio di un periodo di difficoltà e di malessere per
l’economia della Francia. Si interrompeva così una lunga serie di crescita, durata all’incirca
mezzo secolo, e caratterizzata da una grande espansione dell’economia.
I punti deboli, evidenti, dell’economia francese, rispetto all’Inghilterra, erano la scarsità della
produzione di carbone, il ritardo della meccanicizzazione dell’industria tessile, il carattere
complessivamente arretrato dell’agricoltura. Inoltre la percentuale del suolo posseduta da
coltivatori diretti era molto più elevata in Francia che in Inghilterra, tuttavia era solo una piccola
minoranza di contadini che poteva vivere del ricavato dei propri campi. L’aumento dei prezzi
agricoli che si registrò nel ‘700 andò a danno delle masse lavoratrici, deterioramento della
società tanto più sensibile in quanto faceva contrasto con la prosperità senza precedenti di cui
godevano le classi agiate. Insieme alle cause oggettive di disagio economico, è bene
sottolineare le reazioni soggettive come la tendenza di molti signori e dei loro agenti a
ripristinare diritti feudali e la parziale attuazione di misure invocate dalla dottrina fisiocratica.
A questo persistente tradizionalismo delle masse si mescolavano, verso la fine dell’antico
regime, le idee illuministiche di uguaglianza e sovranità popolare, insieme all’incremento
dell’alfabetizzazione e ad una sorta di scristianizzazione. C’è da dire che nella Francia del ‘700
non esisteva una netta contrapposizione di classe tra nobiltà e borghesia, la quale era una
categoria troppo eterogenea per essere considerata una classe sociale. Più che divisa da una
lotta di classe, la società francese ci appare alla vigilia del 1789 attraversata da molteplici
linee di tensione, che la crisi politica era destinata ad aggravare, e poi a far esplodere.

La crisi finanziaria e politica della monarchia.


I maggiori problemi della crisi finanziari francese si possono riassumere nell’insufficienza
cronica delle entrate rispetto alle spese pubbliche e nell’impossibilità di accrescere il carico
fiscale senza modificarne la distribuzione e l’insufficienza del sistema tributario poichè buona
parte di ciò che pagavano i contribuenti finiva nelle tasche di finanzieri e appaltatori. Furono
attuate così due strategie: senza successo quella di Turgot, che consisteva nello spostare il
peso maggiore delle imposte sulla proprietà terriera, e attuata in parte quella di Necker, che
mirava ad una riduzione delle spese e degli sprechi.
Il nuovo controllore delle finanza, Calonne, decise che l’unica soluzione era l’adozione di
radicali riforme, che prevedevano l’istituzione di una nuova imposta fondiari della “sovvenzione
territoriale”. Il ministro suggerì al re di convocare un’assemblea di notabili, che si riunì a
Versailles nel 1787, dove venne subito manifestata l’opposizione ai progetti di riforma.
L’intransigenza dei notabili trova spiegazione non solo e non tanto nella volontà di
conservazione, quanto piuttosto nell’evoluzione dell’opinione pubblica, poichè molti
invocavano una qualche forma di rappresentanza della nazione. Costante era il riferimento
agli Stati generali, come unica istanza dove doveva essere discussa la riforma dell’economia
e della costituzione dello Stato. Così nell’Agosto 1788 il responsabile delle finanze dichiarò che
gli Stati generali si sarebbero riuniti il 1 Maggio dell’anno seguente (Abate Sieyes, pag. 314).

La rivoluzione in marcia: il 1789.


Tutti i francesi, con la rappresentanza del Terzo Stato, volevano comunque far pervenire al Re
le loro richieste redigendo degli elenchi, detti Cahiers des Doleances, da affidare ai deputati
dei rispettivi ordini, nel corso delle assemblee elettorali. Si verificarono sommosse popolari
contro il carovita e contro le tasse in molte località e nella stessa Parigi.
In questo clima di eccitazione e di attesa di cambiamenti epocali si riunirono a Versailles gli
Stati Generali, il 5 Maggio 1789. La metà dei deputati apparteneva al Terzo Stato, ed essi
proposero agli altri due ordini (clero e nobiltà) di riunirsi in una sola assemblea per la verifica
dei poteri. La nobiltà e il clero dapprima rifiutarono, visto che il re, solidale con la nobiltà, ordinò
la chiusura della sala dove si tenevano le ordinanze.
Così il 17 giugno su proposta di Sieyes i deputati del Terzo Stato assunsero il nome di
Assemblea Nazionale. Alla fine di giugno il clero e la frazione più illuminata della nobiltà si
erano uniti al Terzo Stato intitolando l’Assemblea Nazionale come Costituente.
Nei primi giorni di luglio furono fatti affluire intorno a Parigi reggimenti composti da mercenari
stranieri, così che il Terzo Stato deliberò la formazione di una milizia borghese comandata da
La Fayette, ma il popolo, esasperato dal carovita ed eccitato dalle voci di un “complotto
aristocratico”, si mosse per conto proprio e la mattina del 14 luglio una folla, composta in gran
parte da artigiani e bottegai, si presentò di fronte alla Bastiglia, usata da tempo come prigione,
e la prese d’assalto.
Luigi XVI, intimorito, ordinò la ritirata dei reggimenti stranieri, e si costituirono spontaneamente
nuovi organismi municipali fedeli alle direttive dell’Assemblea Nazionale, e si ornarono milizie
che presero il nome di Guardia Nazionale. Per gli effetti di ondate di panico ci furono una serie
di disordini nelle campagne, cui si è dato il nome collettivo di Grande Paura.
L’agitazione nelle campagne assumeva dunque un chiaro significato di antifeudalesimo; i
deputati dell’Assemblea decisero di distruggere tutto ciò che rimaneva del vecchio regime
feudale, e di abolire ogni privilegio che andava contro l’uguaglianza dei diritti umani.
Venne elaborata una Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadini, manifestazione della
più solenne e completa affermazione delle libertà fondamentali, dell’uguaglianza di tutti i
cittadini di fronte alla legge e degli altri principi costitutivi dei moderni ordinamenti liberali e
democratici, quali la divisione dei poteri e la sovranità popolare.
Per acquistare vigore di legge, i decreti avevano bisogno della sanzione del Re, che però non
era disposto a concederla, soprattutto non voleva cedere alla pesante richiesta di trasferimento
della corte a Parigi.
Nei primi giorni di ottobre, il fermento crebbe così tanto che il re decise di approvare alcuni
decreti, e quando una milizia armata, seguita dalla Guardia Nazionale, si presentò a Versailles,
non potè che prendere la via che portava a Parigi.

La ricostruzione dell’unità nazionale.


Nell’Assemblea Nazionale prevalse per tutto il 1790 l’influenza dei nobili “liberali”; alla sinistra
di tale schieramento si collocavano alcuni elementi più radicali e più sensibili alle rivendicazioni
popolari. Si andò affermando fra i numerosi circoli la “Società degli amici della costituzione”,
creata alla fine del 1789, che prese il nome di Club dei Giacobini.
Più popolare nel reclutamento e più radicale nelle opinioni era il Club dei Cordiglieri, fra i quali
esponenti vi erano Des Moulins e Danton.
Per la città intanto stava prendendo forma la figura del Sanculotto, popolano di Parigi,
appartenente per lo più al mondo dell’artigianato e del piccolo commercio, ferocemente
attaccato all’uguaglianza dei diritti e alla solidarietà tra lavoratori, ostile ai nobili, ai ricchi, agli
accaparratori, pronto all’insurrezione e alla violenza rivoluzionaria.
Dal rinnovamento delle municipalità prese l’avvio in molte regioni il movimento della
Federazione, una sorta di proclamazione dal basso dell’unità nazionale che cancellava gli
antichi particolarismi.
Intanto l’Assemblea Nazional Costituente aveva soppresso gli aspetti inumani e irrazionali della
procedura penale dell’antico regime, aveva sciolto i parlamenti, e approvò le nuove regole per
l’amministrazione della giustizia, dettate dalla legge dell’agosto 1790.
Per risolvere il problema finanziario, oltre che tendere verso un orientamento liberista, venne
decretata la confisca dei beni della Chiesa di Francia, che venne inoltre riorganizzata: le diocesi
episcopali furono ridisegnate, in modo da corrispondere agli 83 dipartimenti, e venne approvata
una Costituzione civile del clero.

La caduta della monarchia.


Mentre la famiglia reale tentava senza riuscita la fuga sul confine orientale, l’Assemblea
Nazionale finì di redarre la I Costituzione dove era contenuta la Dichiarazione dei diritti
dell’uomo e del cittadino, e dove si davano i poteri all’Assemblea Legislativa eletta solo dai
cittadini attivi (coloro che pagavano le tasse), opposti dei cittadini passivi.
L’Assemblea Legislativa si riunì il 1 ottobre 1791, quando la sinistra giacobina riuscì
gradualmente a imporre la sua egemonia sotto la guida di Brissot e Condorcet.
Con la minaccia dell’intervento delle forze straniere negli affari francesi sperata dal re, ci fu un
periodo di sommosse e proteste che fecero confluire a Parigi i Federati, che insieme alle
Sezioni Parigine proclamarono la Comune insurrezionale, nuova municipalità, così che
l’Assemblea legislativa votò la deposizione del Re e la creazione di un Consiglio esecutivo
provvisorio.
La caduta della monarchia coincideva con una fase nuova della Rivoluzione, caratterizzata dal
confronto e dalla scontro tra il potere legale e il potere di fatto esercitato in prima persona dalle
masse dei sanculotti.

24. Repubblica giacobina e Direttorio.

La lotta politica all’interno della Convenzione.


Importante fu la giornata del 10 agosto 1792: non solo la monarchia era stata abbattuta, ma la
stessa rappresentanza nazionale era stata esautorata dalla piazza e la Costituente promulgata
appena un anno prima fu di fatto abrogata.
Il 20 settembre si riunì la Convenzione, che abolì formalmente la monarchia, che era costituita
da uomini di legge e intellettuali, ed era nettamente spostata verso sinistra dal punto di vista
politico. Erano praticamente scomparsa la destra dei Foglianti, lo schieramento brissottino,
che venne in seguito chiamato girondino, era la maggioranza e il resto era gli aderenti alla
“Montagna” (montagnardi), più sensibili alle rivendicazioni sanculotte.
La contrapposizione fra girondini e montagnardi si andò inasprendo a proposito
dell’atteggiamento da assumere nei confronti del Re: i montagnardi però, guidati da
Robespierre, ebbero la meglio e il re venne così processato e ghigliottinato il 21 gennaio 1793,
dopo che aveva tentato di fuggire da Parigi con tutta la sua famiglia.
L’esecuzione del Re e l’annessione di Nizza e della Savoia e del Belgio portarono ad un rapido
allargamento della coalizione antifrancese in Europa, stretta da Inghilterra, Olanda e Spagna.
Seguirono così scontri che andarono a sfavore dei francesi, e tutto ciò fu seguito dalle agitazioni
per il carovita e per la penuria dei generi coloniali. La Convenzione reagì varando una serie di
misure eccezionali e creando il Tribunale Rivoluzionario, per i processi sommari ai sospettati
contro-rivoluzionari; vennero creati due Comitati di Sorveglianza per tutti i comuni.

Il governo rivoluzionario e il terrore.


Nel 1793 Parigi assomigliava sempre più ad una città assediata, il territorio francese era invaso
a nord dagli austriaci e a sud dai piemontesi. In questo momento critico la classe politica
formatasi nel 1789 impose gradualmente la propria guida a un Paese in piena anarchia, dando
vita al periodo del Terrore.
Il 25 giugno 1793 venne approvata una seconda Costituzione. I montagnardi della sinistra
estrema come Couthon, Saint-Just e soprattutto Robespierre esercitarono una sorta di
dittatura, sostituendosi di fatto ai ministri, dominando la Convenzione.
Il tribunale rivoluzionario prese a funzionare a pieno ritmo, migliaia di persone furono
ghigliottinate in tutta la Francia, tra cui l’ex regina Maria Antonietta. Il “Terrore” venne posto
all’ordine del giorno tramite il Comitato di Salute Pubblica e il Comitato di Sicurezza
Nazionale, che diventarono i coordinatori di tutta la politica nazionale. Partì un forte programma
di scristianizzazione che portò all’organizzazione di processioni blasfeme, celebrazioni di feste
per la “Dea Ragione” e fu rivoluzionato il calendario, diviso in 12 mesi di 30 giorni, con i 5 giorni
“sanculottidi”, e venne fatto iniziare con la nuova era (anno I), ossia dalla proclamazione della
Repubblica.
L’autunno del 1973 portò ad un sensibile miglioramento della situazione militare grazie anche
ai piani di attacco disposti da un giovanissimo capitano di nome Napoleone Bonaparte. Nel
comitato di salute pubblica cresceva l’ascendente di Robespierre, che lanciò i suoi attacchi
politici contro Hèbert e Danton, che vennero processati agli inizi del 1794, in modo da non
avere più nemici politici intorno: questi fatti però fecero diminuire di molto il consenso popolare
da lui acquisito.
L’opposizione di alcuni degli stessi membri del comitato di salute pubblica sfociò nel 1794 in un
complotto contro Robespierre che venne arrestato, insieme a Saint-Just e Couthon, e fu
trascinato alla ghigliottina il 28 luglio, ferito da un colpo di pistola alla mascella, così da non
potersi difendere con la propria retorica dagli attacchi che gli vennero avanzati.

Da Termidoro a Fruttidoro.
I responsabili del terrore divennero a loro volta bersaglio di un odio a lungo represso, dando
vita al periodo del Terrore Bianco. Il tribunale rivoluzionario venne soppresso e il club dei
giacobini venne chiuso. Nell’aprile del 1795 venne insediata una nuova commissione incaricata
di elaborare una Nuova Costituzione, che doveva garantire il predominio delle classi abbienti
e impedire un’eccessiva concentrazione dei poteri, più restrittiva quindi rispetto alle precedenti
costituzioni. Erano previste due camere legislative: il Consiglio dei 500 e il Consiglio degli
anziani. L'evoluzione in senso moderato della pubblica opinione era tale da fare temere ai
membri della Convenzione una vittoria elettorale dei filomonarchici, i quali organizzarono una
giornata insurrezionale il 5 ottobre, repressa a cannonate dal generale Bonaparte.
Sul piano economico, l’esperienza finanziaria della rivoluzione si concludeva con una enorme
bancarotta, di cui fecero le spese soprattutto le classi più popolari, mentre i vantaggi andarono
agli speculatori. La corruzione dilagava e contribuiva al disordine del sistema politico, così nelle
elezioni del 1797 ci fu un ricambio all’interno delle assemblee legislative a favore della destra
monarchica.
Così, alla fine di settembre, due dei Direttori furono destituiti e le elezioni favorevoli ai
monarchici furono dichiarate nulle, sotto la pressione militare dei repubblicani. La Repubblica
era salva, ma a prezzo della fine della legalità restaurata con al Costituente dall’anno II e della
soggezione del potere politico a quello militare.

La rivoluzione francese e l’Europa.


Tra le classi colte europee il preannuncio di un nuovo ordine monarchico-costituzionale in
Francia fu accolto addirittura con entusiasmo; le prime perplessità sorsero con l’abolizione dei
diritti feudali e con le giornate rivoluzionarie del 5-6 ottobre 1789. I governi assoluti furono molto
sensibili alle organizzazioni dei maggiori philosophes del tempo, in quanto temevano il contagio
delle idee rivoluzionarie francesi anche nei propri paesi.
Dovunque si strinsero quindi le maglie della censura e presero ad essere perseguitati i gruppi
filo-francesi. La resistenza mostrata dalla Francia rivoluzionaria sui fronti naturali delle Alpi e
del Reno indusse molte potenze come Prussia, Spagna e Province Unite a cessare le ostilità.
Rimanevano però in armi il Piemonte, l’Inghilterra e l’Austria (quest’ultima era considerata il
punto debole dell’opposizione da parte della Francia), così il Direttorio preparò una strategia
basata su un attacco a fondo attraverso l’Europa centrale, guidato vittoriosamente da
Napoleone Bonaparte (nato ad Ajaccio nel 1769).
Il giovane generale messo a capo dell’armata in Italia, stipulò prima l’armistizio di Cherasco
(1796) con Vittorio Amedeo III, e attuò poi nei confronti degli austriaci un’ampia manovra
avvolgente, passando il Pò, aprendosi la via per Milano, dove entrò il 15 Maggio, proseguendo
poi l’avanzata verso sud. Napoleone costrinse i governi di Parma, Roma e Napoli a firmare
tregue onerose. Nel marzo del 1797 il generale attraversò le Alpi e puntò direttamente su
Vienna, e contro il parere del Direttorio, deciso ad utilizzare le province italiane come moneta
di scambio per ottenere dall’Austria il riconoscimento delle “frontiere naturali”, stabilì di dar vita
nell’Italia settentrionale a una Repubblica formalmente indipendente.

Il triennio rivoluzionario in Italia (1796 - 1799).


Le conquiste di Napoleone avevano incoraggiato l’azione dei patriotti in Italia, che usciti allo
scoperto si diedero a pubblicare giornali e opuscoli, a formare club e società popolari, a
diffondere tra il popolo i grandi principi del 1789; partì così il progetto di elaborazione di un
programma democratico che prevedeva l’unità nazionale.
Napoleone decise per la formazione di nuovi ordinamenti politici: la prima fu la Repubblica
Cispadana, proclamata il 27 dicembre 1796, durante il congresso di Reggio Emilia.
Tale organismo ebbe però vita breve, perchè i territori in esso compresi furono aggregati alla
stessa Repubblica Cisalpina, creata a Milano nel maggio 1797; nello stesso anno la
Repubblica di Genova venne ribattezzata Repubblica Ligure.
Senza tenere di conto della volontà delle popolazioni venete, Napoleone firmò il 17 ottobre
1797 la Pace di Campoformio, con l’Austria, che in cambio del riconoscimento della
Repubblica Cisalpina ottenne Venezia Istria e Dalmazia.
Successivamente, in novembre, Napoleone abbandonò l’Italia, ma nonostante la sua dipartita
nel febbraio 1798 le truppe francesi occuparono lo Stato Pontificio proclamando la nuova
Repubblica Romana. Nello stesso periodo il re di Napoli, Ferdinando IV Borbone, istigato
dall’Inghilterra, lanciò un attacco contro l’esercito francese, che, vincendo la resistenza
napoletana, proclamò la Repubblica Partenopea.
Con l’annessione del Piemonte alla Francia e con l’occupazione militare della Toscana del
1799, quasi tutta la penisola si trovava ad essere sotto il controllo diretto e indiretto delle armi
francesi.
La Sicilia era diventata il rifugio dei Borbone e la Sardegna dei Savoia, tutti sotto la protezione
della flotta inglese. Alla fine di questo triennio rivoluzionario, a causa del disinteresse di
Napoleone e delle offese giacobine alla coscienza religiosa, e grazie all’attaccamento alle
autonomie locali, le masse urbane e rurali italiane si sollevarono contro i francesi e gli odiati
giacobini. Nella primavera del 1799, in coincidenza con le vittorie militari dell’esercito austro-
russo, che occupò Milano e Torino, sorsero moti legittimisti e “sanfedisti” in quasi tutta Italia,
che ristabilirono i vecchi ordinamenti e lasciarono dietro sè devastazione e sangue.

La seconda coalizione anti-francese.


Rimasta solo l’Inghilterra contro la Francia rivoluzionaria, Napoleone propose al Direttorio,
come diversivo, una spedizione in Egitto, da dove sarebbe stato possibile minacciare gli
interessi britannici inglesi. Dopo una serie di vittorie l’esercito francese fu però respinto dalla
flotta inglese comandata dall’ammiraglio Nelson.
Il nuovo Zar di Russia Paolo I propose così un alleanza contro la Francia, siglata con
l’Inghilterra nel dicembre del 1798 (Seconda coalizione), alla quale aderirono poi anche
Austria e Turchia.
Intanto al governo francese la destra monarchica rialzava la testa, e il banditismo imperversava
nelle campagne. Così nel Direttorio entrò anche Seyès, il quale era sempre più osteggiato dai
consigli, ed egli fu colui che propose a Napoleone un colpo di Stato, che avvenne
effettivamente nel 1799. Le due camere si infuriarono e tentarono la resistenza ma l’esercito
(guidato da Bonaparte) e il vastissimo consenso popolare raggiunto da Napoleone fecero sì
che i tre poteri della repubblica fossero conferiti ai nuovi tre consoli: Napoleone, Seyès e
Ducos.

25. L’età napoleonica.

Napoleone primo console.


Il 15 dicembre 1799 venne promulgato la IV Costituzione (anno III), che rispetto alle precedenti
non conteneva una “Dichiarazione dei diritti” e menzionava solo in modo vago le libertà
fondamentali. A capo del governo era posto il primo console (Bonaparte), il quale instaurò un
potere sostanzialmente monarchico, ma questo veniva incontro a un desiderio d’ordine e di
autorità assai diffuso nella società francese dopo un decennio di instabilità e scosse continue.
Ci fu così un consolidamento delle conquiste fondamentali della Rivoluzione sul piano giuridico
ed economico (pag. 243), che unite alla gloria militare di Napoleone assicurarono al regime un
ampissimo consenso.
Nel marzo 1804 fu promulgato il codice civile, che per la prima volta disciplinava in maniera
organica tutti i settori del diritto, facendo propri i valori fondamentali espressi dalla rivoluzione.
La riscossione dei tributi fu affidata ad agenti di Stato e non più ad organi elettivi, così che nel
1802 fu raggiunto il pareggio di bilancio e nel 1800 era stata creata la Banca di Francia.
Sul piano militare, ritiratasi la Russia dalla II coalizione, nel maggio 1800, Napoleone occupò
Milano e costrinse gli austriaci alla pace di Luneville, che ristabilì la situazione successiva al
trattato di Campoformio. Il 25 marzo 1802 fu raggiunta la pace di Amions, con l’Inghilterra,
che sanciva la restituzione alla Francia delle colonie nord-americane.
Anche all’interno del paese Napoleone riportò la tranquillità realizzando la pace religiosa,
istituendo il cattolicesimo come religione di Stato, ma concedendo la libertà di culto.

Dal Consolato all’Impero.


Il 2 agosto 1802 Napoleone fu dichiarato console a vita; lo sbocco inevitabile di questa
evoluzione che accresceva notevolmente i suoi poteri fu la nomina a Imperatore dei Francesi,
stabilita dal Senato il 4 aprile 1804, portando con sè la trasformazione degli ordinamenti in
senso monarchico.
Nel corso del 1805 prese forma la III Coalizione, composta da Inghilterra, Austria, Russia,
Svezia e Regno di Napoli. A fianco di Napoleone invece si era schierata la Spagna.
Il 21 ottobre 1805 la flotta franco-spagnola venne sconfitta a Trafalgar dalla flotta inglese
dell’ammiraglio Nelson. Ma in terra Napoleone riportò una vittoria decisiva sull’Austria e sulla
Russia ad Austerlitz (2 dicembre), costringendoli alla pace di Presburgo del 26 dicembre
1805, che ri-assegnava al Regno d’Italia il Veneto, l’Istria e la Dalmazia. Nei primi mesi del
1806, inoltre, un esercito francese discese nel Regno di Napoli, scacciando i Borbone verso la
Sicilia e insediando sul trono Giuseppe Bonaparte. Nel luglio 1806 venne creata in Germania
la Confederazione del Reno, un’associazione di Stati tedeschi alleati con la Francia. Ciò
intimorì il Re di Prussia Federico Guglielmo III, che si fece promotore della IV Coalizione
(Inghilterra, Prussia e Russia). Ma le vittorie francesi contro l’esercito prussiano a Jena e
Averstaedt (ottobre 1806) portarono allo smembramento dello Stato prussiano. Le continue
vittorie degli eserciti napoleonici erano indubbiamente frutto del genio militare del generale
Bonaparte e della strategia offensiva della Grande Armata, che puntava sul movimento e sulla
sorpresa.

La guerra di Spagna e la V Coalizione.


Dopo la pace di Tilsit con la Russia, l’unica potenza ancora in guerra con l’Impero Francese
era l’Inghilterra. Così Napoleone non potendo fronteggiare gli inglesi in mare impose, nel
novembre 1806, all’Inghilterra, uno Stato di Blocco: ciò significava che era proibito ai sudditi
dell’impero ogni commercio con le isole britanniche.
Pur essendo colpita da una grave crisi, l’economia britannica resistette e potè di nuovo
respirare quando la penisola iberica insorse contro la Francia. Tra il 1807 e il 1808 Napoleone
riuscì ad impadronirsi della Spagna, spodestando Carlo III e proclamando re il fratello
Giuseppe, ma nello stesso mese il popolo spagnolo si sollevò contro la presenza francese.
Iniziò così a circolare la figura napoleonica come un “anticristo” poichè nel gennaio 1808 le
truppe francesi si erano impadronite dello Stato Pontificio, che verrà annesso l’anno seguente
all’impero francese, mentre Pio VII, dopo aver scomunicato Napoleone, venne imprigionato a
Savoia.
L’Austria nel 1809 fece una nuova coalizione, la V, con l’Inghilterra, invadendo la Baviera
alleata della Francia. Ma il 6 luglio 1809 le truppe francesi distrussero quelle austriache a
Wagram, stipulando poi la pace di Vienna (14 ottobre), che toglieva molte terre all’Austria.
Inoltre a Napoleone fu concessa in sposa la figlia di Francesco I dalla quale nacque il tanto
sperato erede, che prese il titolo di Re di Roma.
La potenza di Napoleone era così inarrestabile da sembrare di essere proiettata anche nel
futuro, ma questo fece sì che il sentimento nazionale si animasse un po’ dovunque, a causa
delle pretese del francese che voleva dominare l’Europa. Ma anche nella stessa Francia
cominciavano a sentirsi segni di stanchezza e sofferenza.

La società francese all’apogeo dell’Impero.


Con le annessioni del 1809-1810 l’Impero francese raggiunse il suo massimo sviluppo. Al
vertice della società vi era la Corte Imperiale, sempre più simile a quella dell’Antico Regime,
e si venne a creare un nuovo tipo di Nobiltà Imperiale che a differenza della Francia pre-
rivoluzionaria trovava il conferimento del titolo era strettamente legato al censo, ossia ad una
rendita graduata dal titolo. Il corpo legislativo, così come il Senato, divennero casse di
risonanza della volontà dell’imperatore. Dai ministeri le direttive del regime si diramavano nelle
province attraverso la rete dei prefetti, dei sotto-prefetti e dei funzionari con nomina
governativa.
Questa popolarità, istituita dalla nuova educazione scolastica e religiosa, venne compromessa
dalla grave crisi economica che attanagliò la Francia tra il 1810 e il 1812. Le pubbliche finanze
era in una situazione critica a causa del venir meno degli indennizzi di guerra a carico dei nemici
sconfitti. Al malcontento suscitato dall’inasprimento dei dazi e delle imposte si aggiungeva
quello derivato dalle continue leve militari da gettare verso la Spagna e verso la Russia.

La riorganizzazione politico-territoriale della penisola italiana.


In seguito alle conquiste di Napoleone, i Paesi Bassi, l’Italia, la Spagna, la Germania e la
Polonia entrarono a far parte di un “sistema continentale”. Dovunque ci fu l’imposizione dei
codici e delle strutture amministrative centralizzate francesi. Nella penisola italiana, al Regno
d’Italia nel centro-nord si contrapponeva al sud il Regno di Napoli, mentre al di fuori del sistema
napoleonico rimase sempre la Sicilia e la Sardegna.
La Repubblica Cisalpina fu trasformata in Repubblica Italiana, nella quale furono introdotti
istituti e ordinamenti analoghi a quelli francesi. Nel marzo 1805 la Repubblica Italiana venne
trasformata in Regno d’Italia, dove Napoleone, che ne cinse la corona, istituì una più decisa
opera di ammodernamento e ristrutturazione dei vari settori.
Nel Regno di Napoli invece si fece largo posto agli esponenti della nobiltà napoletana, che
trassero beneficio dall’opera di divisione dei denari feudali. Accanto al contingente francese di
stanza nel Mezzogiorno, venne costituito, come nel Regno d’Italia, un forte esercito nazionale
e proprio tra gli ufficiali dell’esercito e all’interno dell’amministrazione pubblica venne
assumendo coscienza di sè una media borghesia provinciale che sarà spesso protagonista
delle lotte risorgimentali insieme all’aristocrazia illuminata.

L’Europa centro-settentrionale.
Le regioni dell’area tedesca che più profondamente subirono l’influenza francese furono quelle
invase dagli eserciti rivoluzionari, ma sotto Napoleone tale influenza si andò rapidamente
estendendo ai territori della Germania centro-occidentale, portando notevoli cambiamenti.
L’Austria trovò nel principe di Metternich un abile ministro degli esteri che si mantenne
apparentemente fedele all’alleanza con la Francia. La Prussia al contrario si accingeva a
respingere l’egemonia francese e a proporsi, alla caduta di Napoleone, come guida politica e
morale dell’intera Germania.
Al corrente di quanto era accaduto in Francia nel resto d’Europa ci fu uno sconvolgimento delle
gerarchie sociali e delle strutture politico-economiche e degli atteggiamenti mentali.
I principi di uguaglianza giuridica, di riforma fiscale, di uniformità e razionalità delle leggi
e degli ordinamenti si affermarono pienamente, in molti paesi, solo come conseguenza
dell’invasione napoleonica, anche se il terreno era stato in vasta misura preparato dalle riforme
settecentesche.

Dalla campagna di Russia al crollo del “Grande Impero”.


Con il giovane Zar Alessandro I si ebbe a partire dal 1809, con la conquista della Finlandia,
una ripresa della politica d’espansione, e proprio l’espansionismo russo, e la ripresa dei contatti
commerciali con l’Inghilterra, furono all’origine dell’inasprimento dei rapporti fra Napoleone e
Alessandro I dopo la loro alleanza.
Il 24 giugno Napoleone varcò il fiume Neimen alla testa delle sue ingenti truppe, i generali russi
si ritirarono ordinatamente senza dare battaglia, ma distruggendo e portando via raccolti nelle
loro retrovie, in modo da privare il nemico dei rifornimenti. Alla fine si arrivò allo scontro armato:
il 14 settembre i francesi si impadronirono di Mosca che venne incendiata, così Napoleone
ordinò la ritirata il 19 ottobre. Egli voleva ripiegare verso sud, ma i russi gli chiusero il passo
obbligandolo a ripercorrere il cammino dell’andata in mezzo a campagne devastate: l’inverno,
rigidissimo, trasformò la ritirata in un calvario.
Il 28 febbraio 1813 la Prussia strinse la VI Coalizione con la Russia, l’Inghilterra, l’Austria e la
Svezia. Nella penisola iberica intanto gli inglesi prendevano terreno da sud. Tra il 16 e il 19
ottobre 1813 Napoleone ingaggiò battaglia presso Lipsia, e sconfitto, dovette ripiegare sul
Reno, mentre tutta la Germania, la Svizzera e l’Olanda si sollevarono contro il suo dominio.
Perfino il Re di Napoli trattava con l’Austria per la sua permanenza sul trono, così a fine 1813,
mentre i tre eserciti coalizzati varcavano il Reno, gli inglesi penetrarono in Francia dal sud,
dopo avere liberato la Spagna intera. Il 20 marzo 1814 il Senato, manovrato da Talleyrand,
proclamò la decadenza dell’Imperatore, che abdicò il 6 aprile, cui in seguito fu conferita la
sovranità dell’Isola d’Elba.
Lo stesso giorno, il Senato mise sul trono di Francia Luigi XVIII, fratello minore di Napoleone,
che occupò il trono sulla base di una nuova Costituzione (V), ispirata al modello inglese e al
principio della sovranità popolare.
I confini della Francia furono corretti con il trattato di Parigi del 30 maggio, ritornando quelli
del 1789; nel frattempo anche papa Pio VII, Vittorio Emanuele I Re di Savoia e il granduca di
Toscana Ferdinando III riprendevano possesso dei loro vecchi Stati.
In Francia il sollievo per il ritorno della pace aveva rapidamente lasciato il posto a un diffuso
malcontento, così Napoleone abbandonò l’Isola d’Elba e sbarcò a Cannes, entrando trionfante
in Parigi il 20 marzo. Il 25 marzo si era già ricostruita una VII Coalizione, che concentrò tutte
le sue forze in Belgio, dopo che Napoleone aveva sferrato il suo ultimo attacco: il 18 giugno
1815, a Waterloo, il generalissimo non riuscì nella sua impresa di riconquista, ed anzi vide la
sua definitiva disfatta.
Tornato a Parigi abdicò definitivamente il 22 giugno, e fu esiliato sull’isola di Sant’Elena, dove
morì il 5 maggio 1821.

26. La Restaurazione.

Il Congresso di Vienna.
Le potenze vincenti contro Napoleone, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia, si riunirono a
Vienna nel novembre 1814, in un Congresso che si concluse il giugno 1815, al quale fu
saggiamente inserita anche la Francia rappresentata da Talleyrand.
Le deliberazioni del congresso seguirono il principio generale di legittimità, cioè il ritorno alla
situazione anteriore alla rivoluzione francese; ma questo principio ebbe un’applicazione
soltanto parziale e rispettosa degli interessi delle nazioni dominatrici.
La Francia venne riconsegnata alla monarchia Borbonica e riportata alle frontiere del 1792. Il
Belgio venne unito all’Olanda, che si chiamava ora Regno dei Paesi Bassi. Al Regno di
Sardegna venne annesso il territorio della Repubblica Ligure sotto Vittorio Emanuele I. Alla
Prussia toccò gran parte della Westfalia e della Baviera. La Confederazione Germanica entrò
sotto la presidenza austriaca così come la Lombardia, il Veneto e i Paesi Illirici in Italia. Una
relativa indipendenza nella penisola era stata riconosciuta allo Stato Sabaudo e al Regno di
Napoli, che sotto Ferdinando IV divenne Regno delle Due Sicilie, nel 1816.
Lo Zar Alessandro I si fece promotore di una Santa Alleanza, a cui presero parte tutte le nazioni
del Congresso, tranne l’Inghilterra, che invece strinse con Austria, Prussia e Russia una
Quadruplice Alleanza con l’intento di vegliare conto ogni attentato al nuovo assetto politico.
Questo sistema che garantì effettivamente qualche decennio di pace e stabilità, finì per entrare
inevitabilmente in conflitto con le potenti forze storiche suscitate dalle trasformazioni
rivoluzionarie (Liberalismo, Nazionalismo e Socialismo).

Il clima ideologico e culturale della Restaurazione.


Gli anni della Restaurazione coincidono, sul piano intellettuale, con il trionfo e la diffusione a
livello europeo delle correnti romantiche, sorte già sul finire del 1700, in particolar misura in
Germania e Inghilterra. Sul piano filosofico il Romanticismo si contrappone, ma non del tutto,
agli orientamenti sensistici, razionalistici e utilitaristici dell’Illuminismo; mentre sul piano estetico
si contrappone al Classicismo.

Sviluppo economico e questione sociale.


La crescita della popolazione riprese a ritmo sostenuto a partire dal 1820 circa, grazie agli indici
di natalità, che restavano elevati e agli indici di mortalità, che invece cominciavano a scendere,
a causa dei progressi dell’igiene e di un miglioramento, seppur limitato, del tenore di vita.
L’aumento demografico fu accompagnato dall’espansione delle attività produttive derivata
anche dalle novità istituzionali, come la soppressione dei diritti feudali e l’emancipazione dei
contadini dal sistema della servitù della gleba. Tra le nazioni europee, le prime a mettersi sulla
via dell’industrializzazione, con un mezzo secolo di ritardo sull’Inghilterra “officina del mondo”,
furono il Belgio, la Germania e la Francia.
Insieme all’industrializzazione questi paesi cominciarono a conoscere i fenomeni sociali che
l’accompagnavano. La preoccupazione per la questione sociale suscitata dallo sviluppo
dell’industria fu molto avvertita in Europa, dove iniziarono una serie di progetti di riforma della
società e dell’organizzazione produttiva, che si usa raggruppare sotto la comune etichetta di
socialismo utopistico.

La questione nazionale.
Già dal Medioevo aveva molto significato l’unità politica precocemente raggiunta, per la
formazione di un’identità nazionale; in paesi come la Francia e l’Inghilterra lo Stato precede
la Nazione e in una certa misura contribuisce a crearla, con la sua lenta opera di uniformazione
linguistica, giuridica e amministrativa. Ma anche in aree caratterizzate da un persistente
frazionamento politico come Germania e Italia, si può dire che fin dal tardo medioevo
esistesse una nazione culturale, percepita come unitaria dai ceti intellettuali molto prima che
assumesse concretezza l’idea di uno Stato nazionale tedesco e italiano.
(sbocco unitario pag. 370)
Uno dei primi moti insurrezionali avvenne in Spagna, dove il re Ferdinando VII aveva abrogato
la costituzione di Cadice del 1812, sciolte le Cortes, e ripristinata l’inquisizione e il potere
dell’ordine dei Gesuiti, suscitando il malcontento generale che si tradusse nel 1820 in una
ribellione di alcuni reparti militari, a Cadice, che poi si estese in tutto il paese scatenando una
guerriglia civile. Subito intervennero le forze della Santa Alleanza, in primo piano la Francia,
che sedò la ribellione.
Un’altra area di tensioni e potenziali conflitti erano i Balcani, perchè la decadenza dell’Impero
Ottomano si presentava come terreno fertile alle mire espansionistiche di Austria e Russia. Già
la Serbia e il Montenegro avevano ottenuto l’indipendenza.
Nel 1821 un’insurrezione armata divampò in Grecia e nel 1822 un’assemblea riunita ad
Epidauro proclamò l’indipendenza nazionale raggiunta effettivamente solo con la pace di
Adrianopoli nel 1829, per l’intervento della Santa Alleanza contro l’esercito turco.

I paesi europei tra 1815 e 1848.


Le isole britanniche.
I problemi del dopoguerra crearono un diffuso malcontento accompagnato da gravi tensioni
sociali a causa del rapido incremento demografico, dell’introduzione delle macchine e della
diffusione del lavoro femminile, ai quali si aggiunsero gli effetti di alcuni cattivi raccolti e il
permanere di alti prezzi alimentari.
Nel 1800 ci fu la fusione parlamentare tra Inghilterra e Olanda. Ma altre due questioni furono
sollevate dal movimento radicale: la riforma del parlamento e l’abolizione della schiavitù.
La redistribuzione dei seggi fu ottenuto nel 1832 a vantaggio dei centri industriali del nord. La
riforma parlamentare fu seguita, a un solo anno di distanza, dall’abolizione della schiavitù in
tutte le colonie britanniche, dopo che giù nel 1807 era stato posto fine alla tratta degli schiavi.
La fine del boom economico degli anni ’20 determinò nei due decenni successivi una ripresa
delle agitazioni sociali, alla quale non pose certo rimedio la dura legge sulla pubblica
assistenza del 1834, per cui ci fu la reclusione forzata dei poveri in case di lavoro, dove le
condizioni di vita era deliberatamente tenute a un livello inferiore.
La politica estera britannica fu gestita abilmente in modo da mascherare l’intransigente difesa
del prestigio e degli interessi del Paese che stavano dietro alla bella scena di facciata:
l’indipendenza del paese e la libertà dei popoli.
L’avvento al trono della giovane regina Vittoria (1837 - 1901) inaugurò per il paese un lungo
periodo di crescita demografica ed economica, di riforme politiche e sociali e di una indiscussa
supremazia mondiale, destinata a essere insediata solo dallo sviluppo degli Stati Uniti e della
Germania.

La Francia da Luigi XVIII alle rivoluzioni.


Luigi XVIII cercò un tentativo di compromesso con le novità portate dalla rivoluzione e dalla
dittatura napoleonica, compromesso affidato alla carta costituzionale da lui emanata il 4 luglio
1814. Lì vi erano riconosciuti alcuni principi fondamentali come l’uguaglianza di tutti i cittadini
di fronte alla legge, la libertà di stampa e la validità delle vendite dei beni nazionali. Venivano
però anche mantenuti il sistema amministrativo accentrato e i codici dell’età napoleonica. Con
l’avvento al trono del fratello di Luigi, Carlo X, che si fece incoronare secondo le usanze
dell’antico regime, ci fu l’insuccesso del partito realista, nelle elezioni del 1827, che portò alla
nomina, nel 1829, di un governo ancora più reazionario presieduto dal Principe di Polignac.
Questo contribuì a suscitare tra le classi colte un esteso moto di protesta che scaturì in
un’insurrezione nelle strade di Parigi, nel 1830, dopo che Carlo aveva tentato un colpo di forza.
Il regnante fu così costretto a lasciare Parigi e a rifugiarsi in Inghilterra.
I leader moderati indussero le due camere a offrire la corona a Luigi Filippo d’Orleans, sulla
base di una costituzione monarchica modificata in senso liberale. La linea di ostilità ad
ogni intervento straniero adottata dalla Francia impedì che entrassero in azione i meccanismi
legittimisti della Santa Alleanza, al contrario di quanto successe in Polonia e in Italia. La
monarchia orleanista interpretò gli interessi di un’alta borghesia di banchieri e finanzieri,
sostenendo così contrasti politici negli anni a seguire, tra realisti, bonapartisti e repubblicani-
liberali. Quando ai contrasti politici si aggiunsero le conseguenze sociali di una grave crisi
economica, negli anni 1845/47, maturarono le condizioni per una nuova esplosione
rivoluzionaria che avrà inizio nel 1848.

L’Europa centrale.
La Prussia aveva reagito all’umiliazione di Jena con un’accelerazione del programma di riforme
già messo in cantiere da Federico Guglielmo III. Il prestigio di cui godevano la sua
amministrazione, il suo apparato militare, le sue istituzioni culturali, le massicce acquisizioni
territoriali nella regione renana sancite dal Congresso di Vienna, le assicuravano la supremazia
sulla Confederazione germanica, sulla quale si contendeva il primato con l’Austria.
L’Impero Austriaco conobbe, dopo le radicali riforme attuate da Maria Teresa e Giuseppe II,
una lunga fase di immobilismo politico, contrassegnata dalla paura della rivoluzione e da un
clima repressivo e poliziesco di cui si fece fautore il principe di Metternich (Statica
Grandiosa). La minaccia più grave per l’assolutismo asburgico tuttavia non veniva tanto dalla
diffusione dei principi liberali tra i sudditi tedeschi, quanto dalle aspirazioni nazionali delle altre
etnie sottomesse, tra le quali quella italiana.

La Russia zarista e la questione d’Oriente.


La seconda parte del regno dello Zar Alessandro I fu contrassegnata dall’abbandono delle
tendenza riformatrici che aveva caratterizzato il primo decennio. Nonostante gli sviluppi
dell’industria, quasi tutta la popolazione era composta da contadini, in maggioranza servi della
gleba, così che tra le file della nobiltà, e soprattuto tra i giovani ufficiali dell’esercito serpeggiava
il malcontento. Ci fu quindi l’ammutinamento di alcuni reggenti che imposero al nuovo Zar
Nicola I la promulgazione di una nuova costituzione e l’abolizione della servitù della gleba.
Nonostante la persistente tensione dopo l’insurrezione dei polacchi del 1831, non solo lo zar
abrogò la costituzione di Alessandro I, ma impose una politica di “russificazione” del Paese.
Intanto, con la decadenza dell’Impero Ottomano, il successo della rivoluzione greca, e la
conquista francese dell’Algeria, vennero poste le basi di una crisi strisciante, chiamata
“Questione d’Oriente”.
Verso le rivoluzioni del 1848.
Tra le cause che caratterizzarono la nuova e più importante fase insurrezionale del 1848/49, vi
sono in primo luogo la crescenza demografica e quella economica che, accentuatesi dopo il
1830, avevano determinato, in molti paesi, da un lato il rafforzamento dei ceti imprenditoriali,
mercantili e finanziari (e la volontà di questi settori di essere riconosciuti sotto il profilo politico),
dall’altro gli estesi fenomeni di proletarizzazione delle classi popolari, di sradicamento delle
loro origini cittadine, di urbanizzazione, con tutti i problemi connessi, che sempre più spesso
venivano compresi nella generica nazione della “questione sociale”.
Un ruolo importante fu giocato anche dal principio di nazionalità e dalle aspirazioni alle
libertà costituzionali, all’allargamento del suffragio o addirittura alla repubblica.
Rispetto al 1820/21 e al 1830/31, la situazione internazionale si presentava ora più favorevole,
giacchè il patto stretto dalle maggiori potenze per il mantenimento dello status quo veniva
sempre meno, a causa degli interessi particolari dei vari Stati. Si sviluppavano poi le idee
marxiste, che raggiungevano gran parte del mondo.
Va inoltre registrato che gli anni 1846/47 furono periodi di cattivi raccolti e di varie crisi
industriali e finanziarie.

28. Il Risorgimento.

Il Regno Lombardo-veneto e il Regno di Sardegna.


Il principio di legittimità fu solo parzialmente rispettato dal Congresso di Vienna, in particolare
in Italia, dove non furono ristabilite le due antiche Repubbliche aristocratiche di Genova e
Venezia (la prima fu annessa al Piemonte Sabaudo, la seconda al Regno Lombardo-veneto).
Nel regno Lombardo-veneto, costituito nel 1815, regnava un Viceré, Ranieri, ma a livello
effettivo esistevano due governi distribuiti a Milano e Venezia.
All’accentramento amministrativo dei consigli faceva però da contrappeso le larghe autonomie
lasciate ai comuni. L’amministrazione asburgica del Regno Lombardo-veneto appare una delle
più strepitose e moderne nel quadro italiano, capace di significativi progressi in campi come
l’istruzione, la sanità, le costruzioni stradali.
Il Regno di Sardegna fu, tra gli stati italiani, quello che più si avvicinò alla realizzazione del
programma di un ritorno generale al passato, ristabilite le vecchie costituzioni del 1710, e
ripristinati i privilegi dell’aristocrazia e del clero.
Tuttavia le solide tradizioni di buona amministrazione Sabauda e di protezione dell’economia
favorirono anche in Piemonte un notevole sviluppo delle attività agricole e industriali.

I ducati padani e l’Italia centrale.


Il ducato di Parma con il governo di Maria Luigia di Lorena mantenne in vigore la legislatura
napoleonica, al contrario, il duca Francesco I d’Este, che governava nel ducato di Modena-
Reggio Emilia, ripristinò i privilegi della nobiltà e del clero.
Nel granducato di Toscana, Ferdinando III si ispirò nel suo governo saggio e moderato al
modello del padre Pietro Leopoldo, di cui ristabilì in gran parte la legislatura, anche in campo
ecclesiastico.
Nello Stato Pontificio il papa Pio VII riorganizzò tutta l’amministrazione dello Stato, diviso in
17 province, rette da Cardinali e da ecclesiastici di rango nobile. L’amministrazione delle
comunità venne informata su un modello simile a quello napoleonico.

Il regno delle due Sicilie.


Il Regno delle due Sicilie mantenne un legame forte di continuità con le istituzioni
napoleoniche, con il governo di Ferdinando IV.
Furono mantenuti in vigore a Napoli e nel Mezzogiorno i codici napoleonici, ed estesi anche
in Sicilia dove venne abolita del tutto la feudalità.

Le società segrete e i moti per l’indipendenza.


Dall’epoca della rivoluzione si diramavano, nei primi decenni dell’ ‘800, una serie di associazioni
che avevano in comune l’obbligo del segreto circa le loro finalità.
La più nota delle società segrete è la Carboneria, introdotta nel Regno di Napoli dai francesi
nel 1806, e da lì diffusasi dopo il 1814 nelle altre regioni e anche all’estero.
Si diedero come obiettivo principale la richiesta di una costituzione più radicale simili a quella
spagnola del 1812.
Furono i carbonari presenti in una guarnigione militare a Nola a dar vita al primo moto
insurrezionale del 1820, con a capo Guglielmo Pepe: fecero un trionfale ingresso a Napoli
dove venne eletto un Parlamento. Si crearono poi subito delle discordie fra le varie fazioni
isolane per l’adesione al moto in Sicilia. Le potenze europee tramite un congresso prima a
Troppau e poi a Lubiana, con la presenza di Ferdinando I, inviarono un esercito austriaco nella
penisola; le truppe napoletane non furono in grado di opporre una resistenza efficace e fu
ristabilito il governo assoluto di Ferdinando I.
Il moto insurrezionale sorto in Piemonte nel 1821 si proponeva di obbligare la monarchia
sabauda a concedere la costituzione e a muovere guerra all’Austria.
Il 13 marzo Vittorio Emanuele I abdicò a favore del fratello Carlo Felice, in sua assenza prese
la reggenza Carlo Alberto che varò la Costituzione. Il re però mutò atteggiamento e si attenne
alle direttive di Carlo Felice, che, supportato dalle truppe del Metternich, volle e ottenne la
soppressione violenta di qualsiasi ribellione. La costituzione fu poi ritirata.
Nel frattempo la polizia austriaca aveva scoperto a Milano il piano di una cospirazione
carboniera guidata dal famoso scrittore Silvio Pellico.
I moti del 1820/21 si conclusero quindi in un nulla di fatto, con lo scompaginamento del fronte
liberale. Ma non andò perduta per i patrioti, molti dei quali si erano rifugiati all’estero e in
Toscana, la lezione impartita da questi avvenimenti, che dimostravano l’inscindibilità delle
pretese liberali dalle lotte di liberazione per l’indipendenza contro gli austriaci.
I vari moti francesi del 1830 rianimarono poi anche in Italia la speranza di un cambiamento
potente dell’assetto politico. Le agitazioni liberali ebbero questa volta inizio dei ducati Padani e
nello Stato Pontificio. Il moto guidato da Ciro Menotti nel 1831 si propagò a Modena, Parma,
Bologna e nelle altre legislazioni pontificie dell’Emilia Romagna e delle Marche. Dovunque
furono costituiti governi provvisori, ma con l’intervento austriaco Francesco IV potè riavere
Modena e ricostituire il governo principale.

Dai moti del 1831 all’insurrezione nazionale del 1848.


A rinnovare profondamente le forme di lotta fu Giuseppe Mazzini, il quale aderì alla Carboneria
e diede inizio ad un’intensa attività pubblicistica.
Nel 1831, dopo una breve prigionia nella fortezza di Savona, dovette recarsi in esilio e si stabilì
a Marsiglia. Nacque in questo ambiente, influenzato dalle idee del socialismo utopistico, il
progetto di una nuova organizzazione patriottica che si chiamò “La Giovine Italia”, che si
proponeva di lottare per l’unificazione e la rigenerazione del Paese, in vista della costituzione
di una Repubblica democratica.
Essenziali erano per Mazzini, in questa prospettiva, il contributo della gioventù e il
coinvolgimento delle masse popolari, di cui era necessario soddisfare i bisogni con
provvedimenti di carattere egualitario. A differenza della Carboneria e delle altre società
segrete, la Giovine Italia riuscì negli anni seguenti a reclutare molti adepti, non solo delle classi
medie, ma anche tra gli strati popolari delle città, soprattutto nell’Italia settentrionale e centrale.
Il generale moto insurrezionale, che avrebbe dovuto esplodere nel 1833, fu sventato da una
serie di arresti e di persecuzioni poliziesche, e per alcuni anni la Giovine Italia cessò di esistere.
Un’importante corrente dello sbocco unitario e liberale fu il neoguelfismo, che credeva nella
possibilità di un’alleanza tra il liberalismo e il papato, nel comune interesse dell’Italia. Questo
movimento video come protagonista il Papa Pio IX, che emanò una serie di provvedimenti in
senso liberale e come lui fecero Leopoldo II in Toscana e Carlo Alberto in Piemonte.
In questo clima di liberalità, con l’aumento delle tensioni in tutto il paese, derivato anche dalla
crisi economica degli anni 1846/47, si arriverà fino alle rivoluzioni del 1848.

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I. L’esperienza della diversità

Il Seicento è il secolo della nuova scienza della natura, e contemporaneamente della scienza
del mondo umano. Questa nuova scienza umana è basata sul razionalismo, e prende il nome
di “giusnaturalismo”. Venne portata ai massimi livelli di Hobbes: ormai non si poteva più
accettare che il modello scientifico si basasse sull’induzione, inapplicabile in campo morale.
Con la scoperta dell’America e di tutte le nuove forme di vita umane, non ci si può certo basare
su un modello “reale”: i comportamenti umani sono infiniti e non collezionabili, quindi non
passibili di essere la base della moralità.
La stessa esistenza di modo comportamentali opposti, ci indica che nessun comportamento
può essere giudicato migliore di un altro, o più morale di un altro.
Il diritto naturale, la nuova scienza umana, non poteva quindi essere fondato empiricamente
(caduta del “consensum gentis” - consenso delle genti ad un’idea), ma nemmeno si poteva
cadere nel nichilismo morale. Prontamente scartata fu anche l’idea delle “barbarie”, ossia di
comportamenti “meno ortodossi e civili” di altri. Si decide quindi di fondare la nuova via sulla
razionalità.
Si discute il “retto uso” della ragione, indagando i metodi. Hobbes, ed il suo allievo Pufendorf,
rifiutano le “due vie” di Grozio, ossia quelle fondate sul consensum gentis e sulle barbarie, e
piuttosto inaugurano il metodo razionale che considera “barbaro” chi non usa bene la ragione,
e non chi non segue i costumi del popolo “predominante” (Botero).
La morale e il concetto di “barbarie” ora si basano su degli apriorismi.
Montaigne viene espressamente richiamato da Pufendorf sulla caduta dei concetti di
“consensum gentis” e di “barbarie”. Montaigne è anche il baluardo dell’idea che i selvaggi non
siano “buoni” o “migliori” dell’uomo civile (mito dei selvaggi), ma piuttosto siano ancora
“innocenti”, ossia diametralmente opposti a tutto ciò che noi chiamiamo “civiltà”: i nostri sistemi
sono pure costruzioni artificiali, e quindi nessuno, nè l’uomo civile, nè il selvaggio, si può
arrogare di essere “migliore” o “più evoluto”.
Il tema dell’artificialità dei nostri sistemi diventò un punto centrale della discussione seicentesca
(la “seconda natura” degli uomini). Il “confronto” con quegli uomini primitivi servì a mettere in
luce il sistema non naturale, o civile, inaugurato dall’uomo europeo.
Hobbes stesso, confrontando l’uomo “moderno” con quello “indigeno”, arriva a negare, nello
stato di natura, il patriarcato, la proprietà privata.

Ormai nel Seicento l’idea si era andata consolidandosi a tal punto che veniva data per scontata
da tutti i filosofi posteriori ad Hobbes e Pufendorf. La categoria adottata era ormai quella della
“varietà”; in Rousseau è lampante il modo di “pensare etnologico”.
Le scoperte geografiche del Rinascimento suscitarono nei grandi pensatori la rivalsa dello
scetticismo e altresì un senso morale intellettuale ancora più elevato (Pico della Mirandola). Gli
europei rinascimentali scoprirono le proprie peculiarità di civiltà confrontandosi sui valori primari
con “l’altro”, soprattutto sul piano della proprietà e sulle norme sessuali-matrimoniali (diritto
privato e codice matrimoniale). Gli stessi filosofi si eserciteranno specificatamente su questi
temi.
Affrontando questi temi, si prende coscienza anche dell’idea che la religione possa non essere
un fatto del tutto naturale (il processo iniziò con le eresie rinascimentali, e poi fu supportato
dalla scoperta di nuovi mondi).
Attraverso elenchi di esempi pressochè infiniti (si parlò pure di ateismo dei popoli africani come
incapacità di credere in esseri superiori), si cercava di supportare l’idea che quel “senso
comune”, tanto caro a filosofi quali Grozio e Cartesio, non fosse più in auge, poichè si era
capito, attraverso il confronto con altri popoli, che non esisteva niente di universalizzante fra gli
uomini, apparte la loro natura di uomini stessi (libertinismo erudito). Tabù come l’incesto e
l’antropofagia erano ora percepiti come esclusivi tabù della maggior parte delle popolazioni
europee, quindi non contemplati dal resto dell’umanità.
Il libertinismo erudito (La Mothe le Vayer) sfruttò la documentazione etnografica in funzione di
una dottrina della indefinita variabilità culturale: questo fu lo “scetticismo” francese dell’età di
Cartesio (di cui Voltaire e Rousseau furono esponenti).
Uno scetticismo che si basava sì sul passato, ma in trascendenza orizzontale, ossia con lo
sguardo al futuro.
Gli atteggiamenti derivanti dal libertinismo furono quindi le teorie di Montaigne e le teorizzazioni
settecentesche della religione e della morale “naturali”.
È chiara quindi l’operazione da dove nacque la “morale naturale”: dissociazione della coscienza
dal campo delle usanze esteriori (indifferenti); sottrazione dell’interiorità dell’anima all’orizzonte
etnologico.

Già il giusnaturalismo moderno, con la sua recta ratio, quindi nasce in contrapposizione allo
scetticismo libertino. Infatti nessuna “scienza sociale” era costituibile sul mero relativismo
scettico. Ma anche la scienza delle leggi di natura rischiava d’essere un estremo altrettanto
infecondo. Lo snodo di questo problema avverrà a metà del Settecento con Montesquieu, il
quale inaugurerà il relativismo accompagnato dall’intento di individuare correlazioni specifiche,
corrispondenze funzionali suscettibili di espressione in forma di leggi socio-culturali. L’intento
era quello di portare ordine euristico fra il caos dell’erudizione libertina e l’assolutismo
giusnaturalistico. Questo terzo indirizzo, attraverso il confronto, cerca di conciliare le diverse
posizioni e trovare una base comune per il piano morale. Lo stesso Hobbes dà alcuni spunti
sociologici in questo senso.
Sulla scia scettica di La Mothe le Vayer, Bayle formula il binomio natura-educazione: ciò che è
naturale è da considerarsi innato, e quindi universale (è natura degli uomini); ciò che non è
universale non è quindi innato, ma frutto di una educazione, di un’induzione, un
indottrinamento, anche se non appare subito tale finchè non si confronta il proprio mondo con
quello di altri uomini. Tale modo di impostare la questione veniva ormai, nella cultura europea,
associato ad un unico grande nome: John Locke, colui che aveva tratto le conseguenze più
generali sulla concezione dell’uomo dalla crisi libertina.
Il saggio lockiano non veniva inteso come “gnoseologia”, ma come intera filosofia dell’uomo. Si
guardava alla negazione dei principi pratici e speculativi che prima erano considerati innati
nell’uomo, ossia a quel “consenso universale” che veniva fattualmente falsificato. Locke era il
primo che, sulla tematica della legge naturale, andava rompendo con l’ipotesi che essa fosse
inscritta naturalmente nell’animo umano: anche lui infatti argomentò la propria tesi facendo
molti riferimenti etnografici alle varietà di costumi catalogate alla sua epoca, dilungandosi
sull’inaccettabilità del consensus gentium, attraverso esemplificazioni erudite.
Locke aveva abbattuto l’idea del consenso universale e con non meno tenacia spiegava la
formazione delle convinzioni morali negli uomini e l’illusione dell’innatezza di queste, dando
continuità alla teoria più profonda di Montaigne: la critica dell’idea di coscienza.
Montaigne aveva illustrato come la coscienza non fosse una verità pura, naturale, innata
nell’uomo, ma piuttosto come essa si formasse geneticamente durante il periodo primordiale.
Insomma si andava dicendo che la coscienza non era più quel principio guida che si era
considerato fino a poco tempo prima, ma era frutto di un indottrinamento esercitato da “chi
veniva prima”: l’educazione è quindi l’elemento fondante della morale e della coscienza -
l’educazione viene data dai genitori, dalle nutrici, da chi ci “cresce”, anche spiritualmente.
L’illusione innatistica diventa con Locke l’atteggiamento psichico spontaneo e universale di ogni
pensatore: il fenomeno dell’illusione etnocentrica era in piena fase di collasso.

Voltaire cerca di articolare il concetto di natura in due specificazioni di questa: la natura sono
le passioni, e la natura è lo stesso criterio elementari di moralità rintracciabile universalmente
nel cuore dell’uomo.
La varietà dei costumi è molto più ampia della natura umana, e l’essenza dell’uomo può essere
solo superficialmente deviata, ma mai intaccata. In Voltaire si ritrova quella natura umana che
si oppone alla superficie dei costumi e delle usanze, l’essenza fatta di istinti e di interessi
radicati nell’umanità. Questa posizione di Voltaire non deve essere considerata una ripresa del
tradizionalismo, ma piuttosto una critica all’insistenza seicentesca sulla varietà rivelata dalla
storia e della etnografia che volevano scardinare la natura umana (anche se la crisi di questa
posizione c’era già stata). Sulla medesima scia paradossale di non-osservanza delle
modificazioni socio-culturali si trovava Hume.
Con le varie tesi di Voltaire e Hume, Locke tornerà il “credulone” del mito dei selvaggi, alla
stregua di Montesquieu. Insomma il Settecento pareva aprirsi con un atteggiamento opposto
rispetto a quello, di disponibilità e di entusiasmo, di fronte alle novità che venivano da mondi
lontani, con il quale s’era aperto il secolo precedente, sulla scia di Montaigne. Si cercavano di
screditare le testimonianze dei viaggiatori, sia tramite la contrapposizione di altre
testimonianze, sia tramite apriorismi come la ragione o la natura. Questa tendenza sembrava
sempre tesa alla salvaguardia di diritti come la proprietà privata e la codificazione del
matrimonio (ecc.).
Nonostante questi atteggiamenti, Voltaire propone più volte di dare un’interpretazione
“dall’interno” dei fatti riportati dei viaggiatori, per comprenderli al meglio e magari accordarli con
la morale unica dell’umanità (natura uguale in tutti gli uomini).
Le idee innate, ormai morte, stavano venendo sostituite da quel “moral sense” caro a
Hutcheson, Shaftesbury, e allo stesso Voltaire. Il problema di una tale risposta, più che lecita,
alle trattazioni di Locke, era però che non si poteva riuscire a spiegare le diversità di forme in
cui il moral sense, e la benevolenza che gli faceva da base, veniva ad esplicarsi nelle diverse
etnie. Voltaire ripara dunque su un nuovo discorso, che in realtà è una reinterpretazione più
ricca dello stesso Locke: ogni popolo affianca al senso morale (comune all’uomo) delle leggi,
basi di ogni società, e perciò le varie specificazioni etnologiche di bene e male possono trovare
un senso nei propri contesti (utilitarismo sociologico). Voltaire ha operato una migrazione dalla
filosofia morale alla scienza sociologica delle valutazioni morali.
Il quadro teorico viene quindi ristrutturato per individuare una scienza morale che tenga conto
e delle componenti etniche e sociologiche e delle componenti innate dell’uomo, la morale.

Helvetius rappresenta l’incontro fra Locke e Montesquieu, la reinterpretazione sociologica di


quella teoria del condizionamento culturale che era emersa dalla critica all’innatismo.
Helvetius arriva ad affermare una omogeneità psichica del genere umano, dell’uguaglianza
naturale di capacità fra diversi popoli (o razze). Su questa linea si erano già espressi lo stesso
Locke, Cartesio, e Hobbes.
Il Seicento fu comunque il secolo che non conobbe teorie esplicative delle differenze di civiltà
in termini biologistici (nessuno resuscitò la concezione aristotelica della schiavitù “per natura”).
Nel Settecento però non fu così: nacquero le dottrine laiche del razzismo. Gli illuministi rimasero
tutti ancorati alla tesi delle medesime facoltà psichiche degli umani, apparte uno..
Voltaire infatti non si fermò al rilievo delle differenze somatiche, ma adottò anche l’idea di una
disuguaglianza naturale di capacità intellettive. Egli insisteva sul poligenismo ed arrivò ad
accettare nuovamente la schiavitù per natura. Lo stesso Hume trovava conferma nella storia
dell’umanità di una supremazia intellettiva (quindi naturale) dell’uomo bianco - al contrario di
Hobbes.
Nel Settecento l’orientamento filosofico-sociale fu quello della “catena dell’essere”, ossia di
trovare l’anello di congiungimento fra la scimmia e l’uomo, fra le specie “inferiori”, rappresentate
dagli uomini di colore, e la specie “predominante” che “fondò la civiltà”, ossia l’uomo europeo.
“Non credo che sarebbe disonorante, per una donna ottentotta, avere per marito un orang-
outang...” (Ed. Long, “The history of Jamaica”).
Lo stesso Diderot accettava considerazioni di questo tipo: egli insisteva sulla differenza di
elementi biologici che separavano le diverse specie di uomini. Ma per Diderot si trattava di una
differenziazione interindividuale, non interraziale.
Locke invece era di tutt’altra opinione, affermando che ogni uomo nasce con lo stesso tipo di
intelletto di ogni altro suo simile. Egli ammetteva comunque che la capacità di ogni uomo è
diversa dagli altri, ossia che esistono le persone più intelligenti e quelle con minor facoltà
intuitiva.

II. Lo stato di natura

Con la scoperta dell’America, si era sostanzialmente d’accordo sui principi per cui un uomo
può meritare come stato di natura la schiavitù. Ma si dibatteva su alcuni fatti: per alcune
caratteristiche fisiche e psichiche, alcuni popoli potevano non “essere destinati” a divenire
schiavi. Proprio su questi fatti su accentuerà la teoria che negherà del tutto la schiavitù.
Si delinearono due tipi etnografici antitetici: gli imperi del Messico e del Perù, che aveva forme,
seppur primitive, di civiltà e organizzazione sociale, e i veri e propri selvaggi, come gli abitanti
del Brasile.
Secondo uno scrittore cinquecentesco, Acosta, la razza umana era divisa a sua volta due
specie diverse: quella dell’uomo bianco-cristiano, e quella dei barbari.
I barbari si suddividevano a loro volta in altre tre categorie che, in ordine discendente,
segnavano il grado di civiltà dell’etnia in questione: popoli delle Indie Orientali (sono barbari
perchè non credono nel Dio cristiano e sono spesso politeisti); Peruviani e Messicani (che
avevano una qualche forma di civiltà e scrittura); Brasiliani, Floridani, ecc. (che rappresentano
il modello di selvaggio più vicino all’animalità, infatti fanno parte della categoria più lontana dalle
prime due definizioni di “barbaro”).
Il discrimine, oltre ad essere di carattere religioso, è evidentemente anche di carattere politico.
Gli uomini non-politici sono assimilati alle bestie (secondo la definizione aristotelica “l’uomo è
un animale sociale” - o politico; selvaggio = non cives). Anche se il Papa aveva riconosciuto gli
indigeni come “veri homines”, si poteva ricorrere a formule tipo “feris similes”. Fino a Grozio,
questo fu il pensiero dominante sul conto degli indigeni.
Questa definizione di selvaggio derivava dal fatto che quelli non avevano (ovviamente) le forme
politiche dell’Europa; addentrandosi nella loro cultura i viaggiatori europei iniziavano a
rintracciare forme di governo, seppur primitive rispetto a quelle europee (de Laet).
La conoscenza graduale di quei popoli e delle loro particolari forme di governo o di milizia
riducevano sempre di più la categoria dei selvaggi per “non-politica”.
La definizione di selvaggio come non cives si andava, quindi, poco a poco sgretolando, sotto i
colpi feroci delle penne dei viaggiatori che li descrivevano dall’interno delle loro stesse comunità
(o civiltà).

Nel Sei-Settecento, si sviluppò un concetto che ancora oggi fonda il nostro mondo: la differenza
fra società e Stato (ogni civiltà è una società, ma non il contrario).
Hobbes fa spesso riferimento agli indiani d’America come coloro che vivevano nella sua famosa
“guerra permanente”: essi infatti, dice Hobbes, vivono in piccole comunità che sono in realtà
famiglie, che si fondano sulla concordia della concupiscenza naturale.
Hobbes specifica che questa non è la situazione generale delle Americhe, ma che in alcuni
luoghi di quei territori si possa riscontrare tale situazione.
Hobbes formulò implicitamente, 40 anni prima della vera teorizzazione, la distinzione dei popoli
americani “politici”, ossia con una forma di governo, e quei popoli “non politici” che però,
nonostante tutto, vivevano in delle famiglie, o “gens”, come si chiamavano nell’antica Roma. Si
considera un’innovazione, l’uso della definizione di “famiglia”, in quanto anche in questo caso
viene preso in considerazione il diritto del padre (“leges paternae”); importante è, in Hobbes,
non confondere il termine “famiglia” con l’accezione che gli diamo oggi (in Hobbes: famiglia =
gens romana - continuità di Tacito, sui Germani).
Hobbes insiste sull’elemento della “concordia” per distanziare la naturalità della famiglia
dall’artificialità della “civilis societas” (egli fa anche riferimento al numero di componenti, infatti
ogni famiglia è “small” - sono tribù di dimensioni limitate - lo stato o il regno è una “familia
magna”).
Con questa descrizione delle famiglie Hobbes mette in luce, galileianamente, la disparità fra il
risultato della deduzione teorica e la sua fenomenicità: nello stato di guerra permanente, lo
stato di natura, è presente anche un elemento di concordia.
Lo stato di natura hobbesiano è puramente astratto: si considera l’uomo contro l’uomo nella
forma ideale, ossia senza le varie specificazioni reali, qualunque sia lo stato sociologico in cui
si considera.
È da ricordare che quel filo di concordia introdotto dal filosofo è l’eccezione, lo stato di natura
è la guerra permanente fra uomini (homo homini lupus), l’ansia continua - è il permanente
senso di insicurezza che distingue lo stato di natura dallo stato civile: sono infiniti infatti i testi
che riportano di guerre fra selvaggi e di riti antropofagi.
Dalla guerra permanente Hobbes dispiega le sue tesi, asserendo l’assenza del “mortal god”,
ossia lo Stato, nello stato di natura; la differenza fondamentale fra selvaggio e uomo civile è
quindi la presenza o meno dello stato civile.
L’importanza del pensiero hobbesiano sta nel fatto che la definizione di selvaggio come non
cives o “homines sylvestres” è teorica, antecedente alla verifica sperimentale.
Il selvaggio è definito fondamentalmente per negazione, si dice ciò che non ha, infatti come
elemento preponderante, oltre alla guerra, si fa riferimento alla miseria in cui versa la vita
dell’homo sylvestres (anche Pufendorf insisterà su questo dettaglio).
Il passaggio allo stato civile, avviene, secondo Hobbes, attraverso il “sentimento di paura” per
la propria incolumità, e anche con “il desiderio di quelle cose che non sono necessarie per
vivere comodamente” (sopravvivenza tutelata + agiatezza dello sviluppo tecnico / artistico /
filosofico). Assenza di un regime politico, paura e miseria sono i tratti distintivi dello stato di
natura. I selvaggi sono uomini senza futuro, che vivono nel timore del presente, e questo non
permette loro di sviluppare arti, tecniche e filosofie.
I sentimenti che contraddistinguono i selvaggi, secondo Hobbes, e secondo i molti viaggiatori,
erano la “competizione” (l’appetito), la “diffidenza” (paura) e l’ “onore” (che se veniva offeso
produceva il sentimento di vendetta). Questi sentimenti fanno sì che il benessere non si sviluppi
senza stato civile: tutto ciò che può venir costruito attraverso l’ingegno può essere prontamente
distrutto o rubato dai nemici (circolo vizioso).
L’unica soluzione possibile è la costruzione di uno Stato abbastanza grande e potente da poter
“far paura” al nemico (Rousseau contesterà ad Hobbes questa universalizzazione dei
sentimenti umani).
Con la sua teorizzazione di derivazione baconiana, Hobbes sconfiggeva definitivamente il mito
del selvaggio come “uomo bestiale” che vive in “semplicità”.
L’elemento che quindi permette lo sviluppo di una “società civile” è la presenza di uno Stato, di
un governo, un potere reggente.
Lo stato di natura quindi, in Hobbes, è diametralmente opposto allo stato civile, e l’uno non può
coesistere con l’altro; nello stato di natura c’è completa asocialità, manca lo Stato politico, un
qualche tipo di “società”, in tutte le sue accezioni storiche.
Per Leibniz e Rousseau invece esiste la società unicamente laddove esiste un potere “civile”
(governo, leggi, società).
Le famiglie di Hobbes sono quegli aggregati spontanei che derivano dall’asocialità, molecole
isolate che scadono rispetto alla grandezza di un vero e proprio Stato.
Se si ha lo stato civile, allora la guerra è l’eccezione; se si ha lo stato di natura, la concordia è
l’eccezione (Hobbes). Non c’è dubbio che in Hobbes manchi la pretesa di rintracciare nella
storia dell’umanità casi di isolamento individuale assoluto: la dispersione primitiva dell’umanità
è la tradizione greca e biblica, “per familias greges”.
Lo Stato si fonda sul “sentimento razionale”, ponderato, controllato, del timore (la vita è
comoda), lo stato di natura si fonda sul “sentimento naturale”, spontaneo, della concordia.

La dissociazione moderna società-Stato deve essere fatta risalire al “De jure naturae et
gentium” di Pufendorf. Alla tipica formulazione della tesi scolastica della civitas come opera
della natura, ossia essenza dell’uomo (Aristotele), Pufendorf opponeva la dispersione degli
uomini in “sylvas”, come riportavano le testimonianze di viaggio.
Pufendorf rifiuta l’implicazione hobbesiana società-Stato, aprendo quindi la possibilità di
interpretare le famiglie selvagge come forme di vere e proprie società.
Le società selvagge sono luoghi in cui non vigono leggi o poteri, ma piuttosto le tradizioni, i
costumi (Montesquieu).
Hume continua la teoria di Pufendorf: è molto comune, e naturale, che gli uomini riescano a
vivere in società che non necessitano di alcun governo - egli porta proprio come esempio la
storia degli americani indigeni che vivono “in pace” senza un potere reggente.
In rapporto all’origine dello Stato, Hume riprende costantemente le tesi di Locke. L’inglese infatti
fu il primo che indagò veramente le tribù americane dall’interno.

Locke prende come esempio il selvaggio per fondare razionalmente il diritto di proprietà privata
come accumulazione di ricchezza. È importante dire che i selvaggi permangono in ogni caso
al di qua della proprietà privata vera e propria, poichè rappresentano la vita primitiva: cercano
di ottenere quello che basta per la loro sussistenza, non dividono o recintano le terre, non
conoscono la moneta (l’inveramento convenzionale dell’economia). Locke però usa un
espediente di obliterazione, poichè testimonianze riportano attività agricole dei selvaggi. Ma ciò
che è importante è il fatto che Locke insista sulla miseria della vita dei selvaggi, sull’assenza di
quei “conforts” che la natura offrirebbe loro che sviluppassero uno stato civile (semplicità =
miseria).
Ma mentre la miseria della vita in Hobbes è derivata dallo stato di guerra perenne, dalle non-
tecniche, in Locke la miseria deriva dalla non-apparizione delle convenzioni che non rendono
possibile lo sviluppo dell’economia. La differenza fra Locke e Hobbes è la guerra. In effetti
Locke, nel delineare il proprio stato di natura, fa spesso riferimento a situazioni pacifiche, e non
di terrore e diffidenza generali.
Lo stato di guerra serve a Locke per definire il passaggio dallo stato di natura allo stato civile:
quando sorge un conflitto fra uomini per un diritto violato, se il conflitto viene sedato da un
“giudice”, ossia da un poter super partes, allora in quel momento si ha la prima forma di stato
civile (sulla scia di Pufendorf, che non associa propriamente lo stato di natura alla guerra, ma
associa la pace allo stato civile).
A differenza di Hobbes, Locke sostiene la realtà dello stato di natura, ma non esibisce i selvaggi
come prova concreta, piuttosto fa riferimenti vaghi: il territorio americano è il suolo di incontro
della “selvaggine”, il posto dove non esiste stato civile.
Ma quando Locke parla della nascita empirica della società politica, allora iniziano i riferimenti
reali ai selvaggi americani. La caratteristica che li contraddistingue è il fatto di non avere
governanti, “rulers”, essi sono “liberi”. La differenza con Hobbes è che Locke non considera la
concordia come elemento di eccezione.
Locke non nega altresì che i padri dei selvaggi possano essere associati a una qualche sorta
di “re”, ma non per questo motivo si può parlare di stato civile, visto che non ci sono delle regole
dinastiche e la decisione della scelta del “ruler” rimane arbitraria.
La gente d’America gode della “libertà naturale” che ogni uomo “civile” perde (in parte), in
quando associato nel patto statale. I selvaggi scelgono il proprio capo.
In sostanza, per Locke, si passa allo stato civile quando gli uomini, per garantirsi la propria
incolumità, decidono di scegliere il “più saggio e più forte” affinchè mantenga la parità di ogni
parte associata, diventando così il governante, oltre che il capo.
In ogni caso, la documentazione a disposizione dell’inglese gli imponeva di parlare più di capo
militare che civile (quindi Locke non poteva affermare l’esistenza di un vero a proprio Stato).
Locke ha scoperta la novità vera del Nuovo Mondo, ossia nuove categorie politiche non
contemplate nell’Europa Sei-Settecentesca.
Per Locke gli indigeni americani non possono in alcun modo rappresentare lo stato di natura:
essi non hanno gli stimoli all’accrescimento che invece sono la spinta dell’uomo nello stato
naturale, quella voglia di arricchirsi e accumulare; inoltre Locke vede che esistono alcune forme
di governo primario in America, e quindi i selvaggi rappresentano piuttosto lo sviluppo dallo
stato di natura allo stato civile.
Le guerre fra selvaggi non sono il passaggio dallo stato di natura allo stato civile, Locke non
deduce nessun asserto da esse: manca la componente della volontà di stabilire un ordine,
fissare leggi, insomma di costruire un sistema retto da un potere superiore.
Locke intuì che era proprio in virtù dei conflitti che nascevano fra selvaggi che si applicava una
sorta di potere coercitivo, e non il contrario: esistevano già delle società (famiglie),ma non un
governo, e un presunto tale nasceva solo dai conflitti (Hume lo riprenderà dicendo che in effetti
sembra più realistica l’ipotesi che vede nascere un governo fra uomini di diverse società in
conflitto, e non fra uomini della stessa società).
Locke asserisce che questi uomini selvaggi non hanno civiltà perchè non hanno appetiti:
nessun bene è tanto grande da poter essere desiderato, e a ciò consegue la non necessarietà
di un governo.
Per Hobbes, dalla non esistenza dello Stato deriva la non esistenza della proprietà privata; per
Locke, dalla non esistenza della proprietà privata deriva la non esistenza dello Stato.

III. La disputa sull’ateismo

Durante il Seicento, per abbattere il concetto del consenso universale, si fece ricorso anche al
tema dell’esistenza di popoli (i selvaggi) senza religione.
Bayle sosteneva che la religione fosse una “impostura” politica, secondo le tesi libertine;
Helvetius invece pensava che la religione non fosse un fatto primitivo, bensì sopravvenuto e
condizionato, e quindi più complicato da spiegare (la finzione politica non basta a spiegare la
religione, ma non è scartata). I riferimenti alla psicologia umana e alla sua tendenza naturale a
“fingere” l’esistenza di un dio sono insistenti e predominanti.
Ma con le scoperte geografiche e le testimonianze di viaggio, si registra che esistono popoli
sulla Terra che sono fondamentalmente atei.
Le tesi libertine della “finzione politica” diressero il dibattito sorto a proposito dell’ateismo fra
fine del Seicento e inizio Settecento.

Da una parte c’erano i regni di Perù e Messico, dove i selvaggi credevano nel proprio Re come
figlio di dio; dall’altra c’erano tutti gli altri popoli che sembravano essere atei.
I selvaggi veri e propri erano i secondi: nei dizionari c’era costantemente la nota dell’assenza
di fede in qualche dio.
Intellettuali come Laet e Acosta mettevano in stretta correlazione l’assenza di un regime politico
e l’assenza di una qualche fede.
Si distingue l’idolatria dalla irreligione: si pensa che l’idolatria derivi da un inganno del Demonio;
lo stesso tipo di inganno di cui furono vittime greci e latini, che adoravano il Sole e le Stelle - i
selvaggi non sono atei quindi, credono solo nel dio sbagliato.
La presenza del diavolo era, nella mentalità dell’epoca, tangibile, e fino al XVII secolo sarà così.
Non mancano però i richiami alla ragione umana: i selvaggi hanno una fede “sregolata”, ossia
senza un codice vero e proprio.
Altri invece spiegavano la fede distorta dei selvaggi attraverso analogie con la fede cristiana o
ebraica, immaginando che i popoli americani chiamassero con altri nomi le stesse figure delle
suddette fedi.
La svolta si ebbe con Montaigne, che spiegava le analogie religiose dei popoli rifacendosi a
tendenze della natura umana, tesi che condizionerà il pensiero del Settecento.

Nel Seicento però, la grande paura dell’irreligiosità latente, condizionava gli intellettuali,
portandoli a sostenere la tesi del “lume naturale”, ossia quel sentimento che predisponeva ogni
uomo a credere nel medesimo dio, prescindendo dalla diffusione della rivelazione.
Sostenendo questa tesi, ci si doveva confrontare però con le notizie dei popoli selvaggi: la
tendenza era o di prenderli come eccezione da spiegare in qualche modo, oppure la totale
negazione delle testimonianze di viaggio, bollate come false.
Nella grande opera di Purchas, riguardo etnologie religiose, si asseriva che ogni uomo
preferisce adorare anche solo una pietra o un animale, prima di non credere in nessun dio: qui
si sta asserendo l’innaturalità dell’ateismo.
Sia Bacone, che Hobbes, che Hume, ritenevano la religione un fatto puramente umano, un
tendenza della psiche dell’uomo a credere fortemente in qualcosa fuori da sè stesso.
Con Gassendi e Locke, l’opinione dominante del Seicento torna ad esse quella filolibertina, in
cui si pensa che esistano davvero popoli atei (come esempi reali venivano portati il Brasile, la
Nuvelle France e Capo di Buona Speranza - oltre alla Cina).
Gli apologeti credenti, di fronte a una così grande documentazione, cercavano allora di
contestare la rilevanza di un tale fenomeno, ponendola come marginale rispetto al discorso del
consenso universale.

Contro la tesi di Bayle, si produsse tutta una serie di teorie nella quale si affermava la
superficialità delle testimonianze viaggistiche; in sostanza si affermava che, conoscendo
meglio e dal loro interno le popolazioni selvagge, si scoprivano sempre più riti e consuetudini
assimilabili alla religione.
Mentre venivano presentate sempre più testimonianze in contraddizione con l’ateismo, ci fu
chi, come Stillingflet, affermava che si cercava di “vedere” nei selvaggi un qualche tipo di
religiosità per giustificare razionalmente la loro colonizzazione.
Gli apologeti, per salvare il consenso universale, riportano il fatto che i viaggiatori che negano
la presenza di una religione, sono corrotti dal concetto europeo di religione, ossia la presenza
di nozioni teologico-morali di derivazione greca ed ebraica: ciò che essi chiamano superstizione
è in realtà la religione dei selvaggi. Anche lo stesso Locke argomentava la tesi d’ateismo sulla
scorta di questo errore di comprensione: egli afferma che i selvaggi sono atei perchè politeisti,
perchè tolgono a dio quelle caratteristiche propriamente “deificanti” (unità, infinità, eternità).
Bayle sosteneva l’ateismo dei selvaggi sulla base dell’assenza di un codice, di nozioni
teologico-morali. Paradossalmente, la sua posizione portò gli apologeti a cercare una
definizione sempre più generale di religione: questa tendenza però si risolverà nella facilità di
ribaltamento di una tale definizione, così che nel Settecento si riuscirà ad affermare la basica
componente psico-etnologica della religione.

Il terzo stadio del processo di comprensione dell’ateismo o meno dei selvaggi (il primo momento
è l’affermazione del loro ateismo con Locke e Bayle; il secondo è l’antitesi delle teorie dei due
filosofi - gli apologeti) è certamente il “feticismo”: i selvaggi vengono ora a configurarsi come
“infanzia dell’umanità”, ossia i precursori della religione, lo stadio primitivo e originario
dell’esperienza religiosa dell’uomo.
La paura e l’ignoranza diventano i veicoli di questa elementarità dei selvaggi sul piano
spirituale. Secondo anche quanto Hobbes asseriva, gli elementi naturali della religiosità umana
erano stati, nel passato, coltivati dai saggi legislatori della storia profana: Abramo, Mosè e
Gesù. La religione è pensato come “paura di un potere immaginato”.
Hobbes distingueva deismo e ateismo sulla base del fatto che le radici della nozione di religione
possono essere rintracciate in tutto men che nella razionalità dell’uomo: Hobbes tematizza la
religione come fatto psicologico puramente umano.
Bayle sfruttava le tesi hobbesiane per affermare l’ateismo di quei popoli selvaggi, e verteva
l’intero suo discorso sull’impostura. Hume affermava invece che tutti i popoli selvaggi erano
“idolatranti”, ma questa tendenza era secondo il filosofo un movimento generale dell’animo e
della mente umana a concepire gli esseri uguali a sè in analogia, senza conoscerne le cause
(additate poi al famigerato Dio).
Con Lafitau si ha una svolta: non si nega la religiosità dei selvaggi, ma la si considera, sulla
scia humiana e hobbesiana, un fatto psicologico che è comune a tutti gli uomini; i selvaggi
passano dall’essere bestie atee all’essere uomini veri e propri, con le medesime credenze dei
loro simili, investiti da quegli universali propri del genere umano (Lafitau vuole contrastare il
libertinismo erudito).
Si cominciarono infatti a considerare anche i riti di iniziazione e di passaggio, le pratiche
funerarie, i rapporti di parentela, ecc.: siamo nei veri albori dell’etnografia scientifica.
Iniziano i famosi e attuali “comparaison” con l’Europa antica: si mette in relazione il paganesimo
greco e romano con la religione primitiva dei selvaggi d’America, e successivamente ogni
pratica di vita (si fecero anche delle scoperte riguardanti le parentele di sangue fra gli antichi -
si negò l’incesto in alcuni casi - basandosi sui comportamenti degli Indiani d’America).
La regola aurea inaugurata da Lafitau fu quella di comparare le conformità fra il paganesimo
antico e quello del Nuovo Mondo. Il de Brosses invece pensò ad una diffusione del culto feticista
da popolo a popolo: la natura umana nelle varie condizioni fattuali.
Voltaire invece continuava dal canto suo ad imboccare la terza strada, quella dei deismo,
costruendo la teoria di una religione razionale.
Pascal asserì nettamente che i selvaggi avevano una religione (fu il maggiore degli apologisti
cristiani), ma non derivò da questa asserzione delle conseguenze confortanti; egli aveva anzi
un’obiezione.

IV. L’opera del tempo

Giambattista Vico operò la svolta che cambiò radicalmente il modo di intendere la storia
culturale di un popolo. Con la sua “Scienza Nuova” del 1725, Vico nega la veridicità di molti
documenti e testimonianze, e afferma che l’età storica di una nazione dovrà essere stimata sul
livello culturale della stessa, dalla sua posizione sulla scala che porta dalla ferinità alla compiuta
civiltà.
Vico introduce l’elemento sociologico: egli considera lo “stato delle famiglie” e le loro “terribili
religioni” per arrivare a valutare il popolo americano come “vecchio” di (circa) 1500 anni.
Secondo Vico la formazione delle famiglie è il primo stadio di civiltà, in quanto abbatte il
nomadismo ferino delle prime popolazioni. I “giganti pii” istituirono le prime famiglie, dando così
inizio alla civilizzazione.
Questo periodo fa ancora parte dello stato di natura, proprio come nelle teorie hobbesiane. I
riferimenti alle prime istituzioni familiari come stadio primitivo della civiltà si sprecano, in Grozio,
Bayle, Hobbes, Platone, Aristotele, e così via.
L’errore commesso da Vico e Hobbes fu quello di vedere dispotismo, ossia le “leggi dei padri”,
nelle famiglie selvagge (errore che deriva dall’applicazione del modello romano).
Ma le generalizzazioni operate da Vico sono evidentemente ricercate per dar forza
all’opposizione della sua teoria a quelle giusnaturaliste e libertine: Vico, generalizzando, vuole
caratterizzare dei periodi storici comuni a tutte le varie specificazioni dell’umanità.
A Vico, poi, interessa il passaggio dallo stato di natura, ossia dalla potestà patriarcale, alla
potestà civile: ed esso non può che venire dai conflitti sociali, derivanti da una divisione di
interessi e di potere prodottasi all’interno di comunità (le “famiglie di soli figliuoli”) inizialmente
semplici e concordi (gli Americani si trovano in questo stadio di trapasso).
Vico cambia il significato della parola selvaggi: per lui non sono gli uomini innocenti e semplici
dell’antichità, e nemmeno gli uomini erranti e ferini, ma sono uomini che pure nascono “fra
lingue” e che “sapran qualche cosa di conti e di ragione...”.
Vico insomma considera come già “culturale” lo stato naturale dei selvaggi americani: stato di
natura sì, ma solo in opposizione allo stato civile. I selvaggi hanno “le lingue” e questo vuol dire
che sono nello stadio iniziale della “poetica”, ossia stanno dando origine alla cultura (è la prima
volta che un pensatore attribuisce una cultura agli americani).
I selvaggi non possono essere più considerati uomo-lupus, che Vico identifica con la figura del
“bestione”: i “violenti di Obbes” non possono essere identificati con gli “Indiani d’occidente”.

L’avversario (intellettuale) più feroce fu, per Vico, Bayle. In contrapposizione alla tesi bayliana
che si può tranquillamente vivere senza religione, Vico si appella a infinite fonti (fra cui Acosta),
portando come prova il fatto che i selvaggi rintracciassero la divinità in qualsiasi fenomeno
naturale, e soprattutto credessero nell’immortalità dell’anima.
Vico infatti asserisce che l’uomo ha intimamente timore e pudore del “peccato”, ovvero della
violazione dell’ordine impresso da qualcosa di superiore (Dio). L’uomo infatti nasce con il
desiderio della limitazione, non può vivere e sopravvivere senza regole.
Vico fonda il suo discorso non tanto sulla ragione dell’esistenza di un dio, quanto sull’efficacia
che questa credenza ha negli uomini (questo è il consenso universale); gli uomini tendono e
hanno bisogno di credere in qualcosa che li unisca come genere.
Per Vico la religione diventa la condizione genetica e la motivazione dinamica della società.

Gli americani sono la prova vivente della teoria vichiana: essi deificano tutte le cose che
superano la loro piccola capacità intellettiva; la meraviglia e il timore (che derivano
dall’ignoranza) sono le motivazioni psichiche della religione.
Anche per Vico quindi, come Hobbes, il timore è la primaria ragione della religione. Lo “stato
delle famiglie” di Vico ha infatti anche il nome di “età degli dèi”: la vita di questi selvaggi è
dominata tutta dalla religione, che è credenza destata nei loro animi dalla paura di tutto ciò che
non riescono a comprendere.
Anche l’antropofagia è giustificata secondo la notizia che le carni che venivano mangiate erano
“consagrate”, ossia sacrificate e consumate in onore del dio (per questo motivo le religioni dei
selvaggi sono “terribili”). La svolta data da Vico è l’interpretazione amorale della pratica
antropofaga degli indigeni americani.
Vico ha il grande merito di aver scoperto la “sapienza volgare” delle nazioni, ossia quello stadio
primitivo di cultura che non può essere rinnegato come “ferinità” in osservanza di leggi morali
esclusivamente temporanee. Vico si fa portavoce del nuovo “diritto effettivo”, quello “delle
nazioni uscito coi costumi delle medesime”, e variabile a seconda dei diversi “stati” dell’umanità.
Il diritto naturale giunge alla sua fine proprio con Vico, che ne mette in luce l’origine puramente
consuetudinaria e non razionalistica.

Vico approdava così all’evoluzionismo. Si apriva il quadro della disposizione delle varie culture
su di una scala che rappresentava la complessità di civiltà umana. La storia ora veniva
concepita come progresso: i moderni erano ciò che gli americani sarebbero divenuti coll’acuirsi
della loro capacità intellettiva e culturale.
Con Vico si impara a vedere il caso dei selvaggi come una testimonianza del passato, e non
come uno scherzo di natura.
Ma per Vico, gli americani non sono contemporanei dei moderni, anzi, sono più giovani (gli
europei hanno 4000 anni, gli americani 1500). Vico sostiene che l’umanità abbia un’unica storia
biologica, ma non un’unica storia “civile”. Ossia, l’inizio del “corso”, della cultura dell’umanità, è
diverso per ogni nazione - gli americani sono rimasti “bestioni erranti” per 2500 anni in più
rispetto agli europei: infatti la “nascita” di un popolo non si deduce dalla vera e propria venuta
al mondo, momento comune a tutti gli uomini, ma rispetto alla fine della ferinità, ossia dello
stato di natura.
Vico cercò di tracciare una storia ideale eterna, sulla quale tutte le storie particolari delle reali
nazioni si articolavano. Infatti, Vico profetizzerà che il tempo impiegato dagli americani di allora
per arrivare alla cultura dei moderni sarebbe stato di circa due secoli e mezzo, ossia il nostro
oggi.

V. La natura e l’arte

Durante tutto il Settecento perdurò quella connotazione della parola “selvaggi” che fin qui
abbiamo visto, intorno allo stilema “uomini di natura”: essi erano uomini “naturali” in quanto
contro religione (significato teologico), contro legge (significato giuridico) e contro civiltà
(significato etnologico).
Il significato teologico deve essere inteso come descrizione di quella condizione umana avvilita
dalla più profonda corruzione (i selvaggi hanno le caratteristiche negative tipiche del dopo-
Caduta).
Ma il significato storico del termine “stato di natura” è propriamente l’opposizione al concetto di
cultura: i popoli rozzi sono i rappresentanti dello stato di natura, opposti alle popolazioni colte
(accezione valutativa). Ci vorrà molto perchè “civilizzazione” sostituisca il concetto di “cultura”,
che prenderà una denotazione più lata.
I primitivisti si opponevano alla valutazione di superiorità di una cultura, in difesa di quello stato
naturale più semplice e più puro rispetto alla civiltà corrotta.
Per caratterizzare il concetto di uomo di “natura” si ricorreva a notificare l’assenza in quei popoli
di una categoria filosofica: l’arte (tecnica).
Le definizioni di selvaggine erano quindi privative, cioè limitate da “tutto ciò che la civiltà aveva,
e i selvaggi no”.
Montesquieu sarà colui che convertirà il termine di civilizzazione in quello di cultura: dopo le
sue teorie, i selvaggi divengono coloro che sono “abbandonati a sè stessi nei boschi”, ossia gli
uomini senza tecnica nè arte.

In osservanza delle querelle settecentesche, Schmid aveva caratterizzato i selvaggi non come
uomini dello stato di natura, ma come uomini usciti dalla condizione di uomini, ossia fuori dal
concetto proprio di uomo (degenerazione del genere umano).
Voltaire invece definisce i selvaggi come esseri “isolati”, che sono la negazione dello stato di
natura (in cui in realtà l’uomo è portato alla socialità dall’istinto).
Ma più avanti egli svilupperà meglio le sue tesi e arriverà a concepire lo stato di natura come il
grado zero della civiltà (la condizione dell’umanità primitiva).
I selvaggi sono lontani dallo stato di civiltà dell’Europa settecentesca, non dallo stato di
umanità.
Ma “natura” cambia il suo significato con le tesi di Voltaire: ora significa “perfezione” dell’uomo,
e l’arte fa parte di questa completezza - “natura” è “l’essere” proprio dell’umanità. E non
connettendo a questa perfezione l’incipit “ferino” dell’uomo, ci troviamo di fronte alla definizione
dell’idea di progresso.
Queste tesi voltairiane ebbero successo e si opposero e al mito dei selvaggi di Rousseau e al
primitivismo; i brasiliani non sono più uomini nuovi, ma sono “animali che non hanno ancora
compiuto il corso tipico della propria specie”. Voltaire crede davvero che i selvaggi siano
l’infanzia dell’umanità, quello stato primitivo che si compierà, prima o poi, nella civiltà che è già
caratteristica degli Europei (schema potenza-atto; evoluzione dell’umanità).
L’arte è un elemento interno del processo di evoluzione dell’uomo, rifiutando la tensione tipica
di Hobbes e Rousseau che opponevano le tecniche alla natura. Il movimento di
perfezionamento voltairiano non è unico, soggettivamente psichico o morale, ma è uno stato
storico a cui la specie arriva per sua natura (o essenza).
È la prima concretizzazione filosofica dell’idea di “progresso” (sarà negata da Marx).
Ferguson invece fonda il suo discorso sulla natura umana come totalmente indistinguibile dalla
socialità e dall’arte, e cioè egli nega che si possa isolare il concetto stretto di “pura natura” se
si parla dell’uomo. L’uomo “fiera” è un mostro, non è un uomo: questo vuol significare che
l’uomo di natura non esiste. L’arte e la tecnica sono le caratteristiche naturali dell’umanità, e
per questo un selvaggio è tanto uomo quanto un “civile”.
In qualche modo Ferguson sta caratterizzando, attraverso il concetto di arte, quello di cultura.

Tutti i riferimenti fatti fin qui (cap. IV) sono degli anni ’60 del XVIII secolo, e in opposizione al
discorso sulla disuguaglianza di Rousseau. In tutti si vede come si sta dissociando il concetto
di selvaggio da quello di uomo di natura. Ma anche nel Discours di Rousseau si nota questa
rilevanza concettuale. Infatti, per il filosofo francese, questa dissociazione selvaggio-
uomodinatura è necessaria. Non si capisce infatti come si sia potuto sviluppare un equivoco
del genere, forse perchè Rousseau mantiene il mito dei selvaggi: infatti per il francese l’uomo
selvaggio, non bruto, ma semplice e “dolce”, si veniva ad identificare con gli uomini americani
che erano stati “scoperti” con il Nuovo Mondo.
I selvaggi, vivono in delle società rette da consuetudini e da tradizioni, ed ogni società
rappresenta “nazioni” di selvaggi diverse. Ma il punto di novità di Rousseau, assimilabile a
quello di Vico, è la necessità di un rigore scientifico: infatti egli sa benissimo della longevità
della razza umana sulla terra, e la sua infatti è un’analisi ipotetica.
Rousseau insiste sulla motivazione difensiva che spinge i selvaggi a costituire delle società, in
quanto luoghi di cautela dall’aggressività propria di quegli stessi popoli.
Fin qui però il francese costruisce una storia ideale, ed infatti, quando iniziano i riferimenti
empirici, si notano espressioni di soddisfazione (“voilà..”, ecc.).
Attraverso due rivoluzioni i selvaggi si avvicinano alla società: prima con la formazione delle
famiglie, e poi con la divisione del lavoro, la quale porta con sè l’introduzione della proprietà
privata (come sappiamo la “proprietà privata” è considerata il fondamento giuridico della
necessarietà di un’istituzione politica).
E Rousseau spiega, con fatti empirici, anche il mito della felicità dei selvaggi: questi vivono una
storia statica, senza rivoluzioni, e perciò permangono belli pacati nel loro stato attuale.
Rousseau giunge ad una conclusione rivoluzionaria, egli infatti pensa che i moderni e i selvaggi
siano contemporanei, definendo così un dislivello fra stadi diversi di cultura, aprendo così la
concezione non deterministica, secondo uno schema obbligato, del progresso dell’umanità.
Herder riprenderà i traguardi di Ferguson e Rousseau ed adopererà il termine “civiltà” per i
selvaggi americani. In opposizione diretta alla teorie ormai attuali di Kant che vedevano la storia
dell’umanità come il luogo ove la intellettualità umana si sarebbe sviluppata, Herder assume
che i popoli “selvaggi” delle Americhe avrebbero potuto vivere alla loro maniera per altri secoli,
se solo i “civili” europei non li avessero corrotti.

VI. I popoli cacciatori

“Cos’è che caratterizza un popolo selvaggio?” fu la domanda del secolo XVIII, evidentemente
per andare oltre la inesattezza della risposta “l’assenza di un governo, di una religione e di
leggi”, che era lo specchio della crisi dell’associazione selvaggi-stato di natura. I primi ad
adottare questo nuovo tipo di pensiero furono Montesquieu, Rousseau e Ferguson. Per
Rousseau i selvaggi erano tali in quanto non possedevano le tecniche (e quindi non avevano
un governo - per Hobbes siccome non c’è un governo allora non c’è la tecnica - contrario di
Rousseau).
Il passo più importante di tutte queste teorie fu quello di non prendere i selvaggi come modello
della feccia dell’umanità, ma anzi si cerco di esplicarli, dando loro un senso che non fosse
pregiudicato dalle categorie europee.
Una definizione di un viaggiatore, Lescarbot, dirà dei selvaggi come di coloro che “non
conoscono il ferro”. Si evade dal campo della morale e si cerca di definire i selvaggi come
coloro che vivono in una specie di “età della pietra”. La superiorità degli europei sta quindi solo
nella conoscenza delle arti e delle tecniche. I selvaggi più avanti saranno definiti come coloro
che “non dominano gli animali”, a differenza degli europei.
Ma la rivoluzione fu segnata dal pensiero di Montesquieu.

Montesquieu fu il primo che si sganciò, nel cercare una definizione di “selvaggio”, dalle
implicazioni morali. Egli, dopo vari tentativi, giunse infine a definire i selvaggi come coloro che
sono lontani dall’avere una mentalità scientifica, facendo leva quindi sulla mancanza di arti e
tecniche, di filosofia, di “ricerca delle cause” in generale.
Ma questa teoria poneva sullo stesso piano di selvaggine sia i Messicani che i Peruviani con
tutti gli altri popoli (veri e propri) “selvaggi”. Allora il francese troverà una soluzione esemplare:
i selvaggi sono coloro che non coltivano la terra (e quindi non hanno la moneta come parametro
di scambio). Essi non hanno il lusso, e questo vuol dire vivere in semplicità - non esiste la
disuguaglianza provocata dalla ricchezza (la semplicità quindi non è la virtù che il mito passato
dei selvaggi voleva far apparire, ma piuttosto una necessità del loro stato economico-sociale).
Sul tema della religione il filosofo francese notifica che i selvaggi erano superstiziosi e le loro
religioni potevano essere facilmente sradicate e modificate.
Tutti gli argomenti di Montesquieu vertono sul tema dell’assenza di proprietà privata che è
conseguenza dei vari aspetti sociali dei selvaggi: il più importante è la non coltivazione delle
terre. Montesquieu si guarda bene dall’avvicinare la libertà selvaggia (naturale) alla democrazia
o alla repubblica europea, le loro leggi, che definisce “piuttosto consuetudini”, a quelle
dell’Europa.
Anche Montesquieu quindi definisce i selvaggi attraverso le negazioni, ma non sulla scorta del
concetto di stato o uomo di natura: i “non” del francese determinano dei fatti, ad esempio essi
“non coltivano, ma cacciano e pescano”. Montesquieu viene quindi a creare un vero e proprio
sistema che definisce i selvaggi americani.
L’Esprit de Loix, il testo in cui Montesquieu analizzò i selvaggi, fu la maggiore alternativa
europea a tutti coloro che pensavano i selvaggi o come senza civiltà o come politici.
Il testo del francese fu rivoluzionario nei punti in cui si parla del “procurarsi il sostentamento”,
con particolare riguardo alla non-coltivazione e alle guerre intertribali.
Montesquieu traduce la semplicità dei selvaggi di Locke, che la intendeva come mancanza di
avidità (campo morale), in semplicità come mancanza di un’economia che produca dislivelli
(campo sociale-economico). Il richiamo che il francese fa sui fatti viene dopo la teoria, a
confermarla, e non a crearla, dimostrando sul piano giuridico quelle tesi.
Montesquieu tiene di conto anche l’ampiezza delle comunità selvagge, “petites nations”, in
opposizione alle “grandes nations” civili europee, per le conseguenze che questo fatto ha in
rapporto al “procurarsi il sostentamento”: Montesquieu capì che l’aumento di una popolazione,
e quindi la nascita di un governo e di tutta “la civiltà”, è proporzionale alla necessità di procurarsi
il sostentamento.
La definizione definitiva di Montesquieu riguarda dunque i parametri strutturali dei selvaggi:
volume della comunità, loro necessario isolamento, modo di procurarsi il sostentamento.
Montesquieu articola un discorso in cui le implicazioni sociali ed istituzionali sono conseguenza
di qualcos’altro.
Il carattere selvaggio è proprio di quei popoli che si procurano il sostentamento attraverso la
caccia, la pesca e la raccolta di frutti selvatici; questi popoli sono i selvaggi d’America. Chi
sottolineerà l’opera di Montesquieu sarà Cristoph Meiners, il quale capì e spiegò che il filosofo
francese aveva dato una definizione di “selvaggio” totalmente epurata di particolarismi e non
modellata su un popolo specifico (in questo caso i nativi americani), definendo come selvaggio
ogni popolo che “sussisteva di caccia o pesca” (definizione di barbari: popoli nomadi che
traggono sostentamento dalla cura dei loro armenti).
E con le condizioni intrinseche della caccia si poteva spiegare la necessità tanto della
piccolezza delle comunità di selvaggi quanto l’isolamento delle nazioni di quelli - e da queste
condizioni teoriche si derivavano facilmente le verificazioni empiriche.
Montesquieu dice che i selvaggi vivono lontani e in piccole comunità perchè per ciò che devono
compiere per sopravvivere, quei luoghi isolati sono gli unici propizi ai selvaggi.
I selvaggi, a differenza dell’uomo civile, non dominano nè la natura, nè il clima, e proprio questa
caratteristica li rende ciò che sono, ossia selvaggi. Ma questo succede per “colpa” dei selvaggi,
o della natura? Montesquieu pensa che l’industriosità dell’uomo non sia necessaria alla specie,
ma contingente e portata in luce da alcune situazioni: quindi il mondo è diviso in selvaggi che
così debbono rimanere là dove la natura è indomabile; da selvaggi che sono selvaggi là dove
la natura fornisce già ciò che serve loro per vivere (quindi per la caratteristica umana di non-
industriosità in caso di non necessità); da popoli civili (o barbari) là dove la natura non è
abbastanza feconda ma domabile.
La posizione disinteressata e innovativa del filosofo francese, però, non fu mai troppo
apprezzata e accettata dai suoi contemporanei. Egli non fu compreso perchè non fu compresa
la sua visione: egli trattava di “tante” popolazioni americane, ma non tutte.
Quello che stupì e portò a riflettere il francese era il fatto che ci fossero delle zone abitabili e
domabili, dove sorsero infatti molte colonie inglesi e iberiche, eppur tuttavia abitate da selvaggi.
Perchè alcuni popoli sono rimasti selvaggi e altri sono progrediti? Così si ritornò al mito dell’età
dell’oro, dove le terre erano talmente feconde da annientare l’industriosità dell’uomo - e all’idea
di una grazia divina, che elevava così un popolo sopra l’altro (accettazione del razzismo, anche
in Rousseau, “Discours su l’inegalitè”).
Fiorirono anche le teorie del determinismo climatico, sorta nell’antica Grecia, per cui alcuni
popoli, a causa dell’umidità, del freddo, e di altri ostacoli climatici, erano culturalmente inferiori
ad altri (Montesquieu accetta tale dottrina nel caso dell’estremo freddo).

Dopo Montesquieu la caccia diventa il limite entro quale definire “selvaggio” un popolo, e i livelli
inferiori di caccia, quali la pesca e la raccolta, divengono le categorie su cui definire il livello di
selvaggine di una popolazione. La coltivazione era estranea allo stato selvaggio. Rousseau
pensava che l’agricoltura fosse l’arte che portava alla rivoluzione dello stato civile. E anche se
c’erano dei popoli americani coltivatori, i teorici europei pensavano all’agricoltura come stadio
di un’evoluzione: questo pensiero manca nella trattazione di Montesquieu.
Infatti si tese a considerare l’America come un’eccezione su questo punto, e a mantere la teoria
evoluzionistica del “lavoro”: raccolta, caccia, pastorizia, agricoltura.
Solo Meiners capì che non si poteva staccare le fasi nettamente una dall’altra, perchè esse si
compenetrano, ma in questa contemporaneità c’è sempre un aspetto che domina, ed è quello
che definisce la fase in cui ci troviamo: non esistevano popoli che cacciassero e basta, ma
prevalentemente è vero che essi cacciavano per sussistere.
Dietro la teoria di Meiners c’è Robertson. Egli accetta la teoria di Montesquieu e spiega che
l’idea di proprietà privata si forma prevalentemente con l’inizio delle coltivazioni come metodo
principale di sostentamento. Egli spiegava che il passaggio dalla caccia all’agricoltura avveniva
necessariamente perchè la prima è insicura: ci sono dei periodi in cui gli animali sono più difficili
da cacciare, e così l’uomo si “evolve”, accostando prima l’agricoltura come azione sussidiaria,
e poi via via trasformandola nel modo di sopravvivenza principale.
Ma gli americani vivevano prevalentemente di caccia, e così non riuscirono ad accogliere l’idea
che soggiogare gli animali per le coltivazioni era meglio che ucciderli per nutrirsi.
Nei teorici europei ci fu sempre il rifiuto o la difficoltà d’accettare l’idea che gli americani
coltivassero, anche per i soli fatti che quelli consideravano poco le coltivazioni e molto spesso
lasciavano questo compito alle donne.
Montesquieu fu sempre ritirato ad accettare la presenza dell’agricoltura come mezzo di
sostentamento dei selvaggi perchè in lui era profondamente radicata l’idea dell’associazione
lavorazione della terra-spartizione della terra, a cui consegue la proprietà privata (ideologia di
Locke). È per questo che anche se Montesquieu non si muoveva sul campo dell’evoluzionismo,
fu sempre meno atto ad accordare la presenza dell’agricoltura presso i popoli selvaggi rispetto
ad un evoluzionista come Robertson.
L’associazione della proprietà privata all’agricoltura aveva reso naturale l’obliterazione di tutte
le pratiche comunitarie e societarie registrate anche dagli antichi.
Chi invece riconobbe la proprietà comunitaria e la divisione sociale del lavoro furono le scuole
scozzesi. Adam Smith registrò che in una società civilizzata un lavoratore provvede a sè e a
chi sta sopra di lui, invece un selvaggio gode dell’intera sua produzione.

Riguardo alle eccezioni di Perù e Messico, Montesquieu afferma che si tratta di dispotismo;
altri pensatori individuano le cause degli imperi nell’elemento naturalistico, ossia nella “natura
del terreno”, per rendere conto della superiorità di quei popoli.
Sopraggiunsero poi spiegazioni “storiche”, di chi presentava quei luoghi come “colonie” di un
vecchio mondo, e di chi preferiva vedere peruviani e messicani come popoli meno giovani degli
altri, e quindi più saggi. Altri li consideravano dei miti, delle leggende.
Solo più tardi, sempre con Robertson, si affrontò il problema in maniera seria e tecnica,
ricollegandosi alla coltivazione, con occhio evoluzionistico (vedi sopra).

Parte prima: Scoprire

La scoperta dell’America.
Si parla della scoperta che l’io fa dell’altro. L’autore vuol rispondere alla domanda odierna
“come comportarsi nei confronti dell’altro?” raccontando una storia esemplare, e il suo intento
è espressamente morale.
L’autore racconterà della scoperta delle Americhe, analizzando dei punti di vista di personaggi
che hanno fatto quella storia. Il periodo temporale saranno all’incirca il centinaio di anni dopo
la scoperta fatta da Colombo; il luogo sono i Caraibi e il Messico; l’unità d’azione la percezione
che gli spagnoli ebbero degli indiani (l’unica eccezione è l’analisi della visione di Montezuma).
Todorov vuol trattare questa storia perchè la scoperta delle Americhe è l’evento che ha segnato
la modernità, e la nostra attuale identità (come aveva già riconosciuto Las Casas).
Come prima visione particolare l’autore analizza Colombo. Egli voleva navigare fino nelle Indie
per istruire il Gran Kahn al Cristianesimo (così come aveva lasciato detto Marco Polo), e per
convincere i sovrani e la sua truppa ad intraprendere la spedizione prometteva loro
continuamente oro e grandi ricchezze. L’unico obiettivo di Colombo è la difesa e la
continuazione in tutto il globo della fede cristiana (egli si considera un eletto), infatti il navigatore
spera di ottenere fondi a sufficienza, in Cina, per poter intraprendere lui una crociata per la
liberazione di Gerusalemme. Colombo ha un rapporto medievale con la fede e con Dio, non gli
importano le cose “vane” del mondo temporaneo; l’unico obiettivo che ha oltre alla fede è lo
“scoprire”, come se volesse essere l’Ulisse del 1500.

Colombo ermeneuta.
Che quella dov’è sbarcato sia una terra ferma glielo confermano tre fatti: l’abbondanza di acqua
dolce, i testi santi, l’opinione dei “residenti”. Proprio come i suoi moventi, il mondo di Combo si
muove sui tre piani: umano (ricchezza - opinioni dei residenti); divino (fede - testi sacri); naturale
(scoprire la natura - acqua dolce).
Colombo è fermamente credente e la sua fede anima le sue opere: egli interpreta il mondo
attraverso Dio, ed infatti sa già cosa troverà in India. Egli crede ai ciclopi, alle sirene, e
all’esistenza terrena di un luogo che era il paradiso terrestre. Quindi l’Ammiraglio dà un impianto
finalistico alla sua visione, andando in cerca di una verità che è solo confermata
dall’esperienza, ma che si dimostra da sè, è a priori.
Colombo è meno ermeneutico nei confronti della natura, in cui rivede Dio (più che negli uomini).
Egli appunta qualsiasi tipo di nota su animali, terre, navigazione, mari, cieli, stelle, venti, ecc. E
nella ricerca naturale non c’è spazio per le interpretazioni divine.
Ma quando non si tratta più dello scoprire, allora ecco che vediamo tornare il Colombo
ermeneuta interprete dell’esperienza con unico fine la conferma della verità divina.
L’ammiraglio aveva iniziato a predire lo sbarco terreno venti giorni prima del 12 ottobre 1492,
affidandosi alla sola lettura dei segni divini. Egli è convinto che le terre indiane (americane)
siano ricche, e questo solo perchè lui lo desidera! La sua convinzione è antecedente
all’esperienza. Questo fatto viene fatto notare anche da Las Casas.
Per Colombo “la realizzazione dell’impresa delle Indie” non si è basata su “ragione, matematica
e mappamondo” ma si è trattato di “compiere quel che Isaia aveva predetto”. Nel suo terzo
viaggio Colombo cerca e scopre l’America meridionale, perchè egli “sapeva” che il globo era
diviso in due emisferi (nord e sud) in cui c’erano rispettivamente due continenti per emisfero: a
nord Europa ed Asia, a sud Africa e America meridionale.
Questo è il Colombo ermeneuta, per però convive con il suo alter ego, il Colombo ricercatore
e scopritore della natura. In questo secondo campo egli esagera con le descrizioni, eppur
tuttavia ne è cosciente e altresì convinto: egli non vuole staccarsi dalla bellezza pura (che
considera la natura).
I fini di Colombo nelle concezione della natura sono tre: l’interpretazione pragmatica;
l’interpretazione divina; la goduria del bello in quanto è, e non per un fine.
Colombo invece interpreta più semplicemente i segni umani: egli sa che le parole hanno dei
significati precisi, di sola denotazione, e che per queste non vale l’inferenza diretta come fra il
segno divino e la natura.
Infatti egli tiene molto ai nomi propri, ed infatti cambiò il suo: Colòn si chiamò, che vuol dire
colonizzatore ed evangelizzatore. Ed infatti egli fu un appassionato “nominatore”: tutte le novità
che scopriva nelle terre inesplorate le denominava secondo la sua scala di importanza (Dio, la
Madonna, il Re di Spagna, la Regina di Spagna, ecc. - infatti la prima isola che scopre la chiama
San Salvador), oppure, finiti i nomi divini, le denomina attraverso analogie (es. Capo de Palmas
è il luogo delle palme).
Le cose dovevano avere il nome che conveniva loro. Ma il primo atto che Colombo compie in
America è la presa di possesso di quelle terre in nome della corona spagnola.
Quando Colombo scopre la parola “cacicco” è intento solo a capire come si traduce in spagnolo,
e non tanto il suo significato. Egli non ritiene che lo spagnolo sia una convenzione: le categorie
del suo mondo sono (o devono essere) scontate anche in quello nuovo. I nomi derivano da ciò
che designano (es. colonizzatore, Colòn). La lingua è naturale, le parole sono le immagini delle
cose.
Prima infatti nega che gli indiani parlino una lingua (vuole insegnar loro a parlare “la nostra
lingua”) e una volta che non può più negare questo fatto, cerca affinità con lo spagnolo (come
per derivare la loro lingua da quella madre, come un dialetto). Ma Colombo nega anche di non
capire: egli fornisce anche le ragioni delle sue (in)comprensioni, fornendo in ultima analisi i dati
riportati da Marco Polo.
Egli si basa, com’è ovvio, sul linguaggio non verbale (gesticolazioni). Egli non è un maestro di
comunicazione umana perchè questa non gli interessa.

Colombo e gli indiani.


Colombo parla degli uomini che vede perchè essi fanno parte del paesaggio. La prima
caratteristica “nuova” degli indiani è la nudità (gli abiti sono simbolo di cultura). Egli li vede privi
di materia, e quindi privi di spirito. Li descrive come genti senza leggi, senza armi, senza
religione. L’atteggiamento dell’Ammiraglio è quello di un collezionista, e non c’è traccia di voler
comprendere quei popoli.
Colombo non dà descrizioni veritiere degli indiani, ma anzi si attiene alla sua volontà di
ammirare tutta la natura: li definisce belli e buoni, in accordanza ai suoi pregiudizi speculativi.
Egli crede che essi siano generosi e vigliacchi: regalano tutto ciò che hanno per nulla (ancora
non capisce le convenzioni). Non concependo altri sistemi fuor del suo, Colombo riduce gli
indiani all’entità di bestie, e non uomini (che erano solo gli europei).
In questo modo, Colombo sta fornendo dati importantissimi al mito dei selvaggi. E mentre egli
all’inizio regala beni ai selvaggi, poi inizia a castigarli quando la loro concezione di proprietà
viene alla luce: essi vivono in comunità e non concepiscono la proprietà privata, così prendono
quello che gli piace negli accampamenti dell’Ammiraglio; non concependo questa mentalità,
Colombo li identifica come ladri, e li punisce.
Allo stesso modo egli crede che i selvaggi siano paurosi e timidi: un uomo spagnolo può mettere
in fuga cento selvaggi. Ma quando un anno dopo il suo primo approdo, torna in quelle terre,
non trova più i suoi uomini lasciati lì per la colonizzazione: e perciò Colombo deduce che i
selvaggi li abbiano uccisi mentre erano in pochi, e questo fa dei selvaggi dei vili codardi belli e
buoni.
E dall’unico punto di vista di Colombo, peraltro aprioristico, non si capisce gran che degli
atteggiamenti degli indiani. Nella prima parte della spedizione essi sono meravigliati (perchè
Colombo ha deciso di ammirare tutto), e credono che i conquistadores siano entità divine
(perciò hanno paura).
Colombo ha due atteggiamenti nei confronti dei selvaggi: o li considera umani come sè stesso,
proiettando su di loro le categorie e i valori del mondo occidentale, o li considera come inferiori,
arrivando a vederli come bestie e non come uomini, in rapporto alle differenze che intercorrono
fra loro. Entrambe le visioni sono egocentriche, ponendo in opposizione all’io tutto ciò che è
fuori, e considerando i propri valori come universali.
Da una parte egli è infatti assimilazionista, ovvero prova simpatia per gli indigeni e vuole che
essi apprendano i suoi costumi e che li diffondano ai loro simili. Colombo addirittura afferma
che i selvaggi si volevano convertire al cristianesimo e volevano diventare sudditi del regno di
Castiglia, e che mancava solo il via libera del re! Tutto va da sè, secondo l’Ammiraglio, proprio
come egli si figurava...
Quelli vivono senza religioni, e addirittura hanno in sè qualità cristiane (sono mansueti, non
contemplano il furto, l’assassinio, “amano il loro prossimo come sè stessi”, ecc.).
Ma nella seconda spedizione, quando iniziarono le evangelizzazioni, i selvaggi resistettero e
non furono troppo disponibili alla conversione. Così la conquista materiali di quelli divenne il
presupposto e il risultato della colonizzazione spirituale. Profitti ed evangelizzazione vanno di
pari passo: gli spagnoli danno la religione e prendono l’oro. Mentre volendoli evangelizzare,
Colombo considera i selvaggi “uguali” a lui, si contraddice dicendo che se essi non vogliono
convertirsi verranno sottomessi, ponendoli in una posizione di inferiorità. Ma la guerra è sempre
stata nei piani di Colombo: fin dalle prime uscite egli vuol costruire un “forte”, che presuppone
la guerra.
Egli non è più assimilazionista, ma schiavista. O gli indiani si convertono, oppure possono
essere schiavizzati (i regnanti non avevano bisogno di schiavi, preferivano piuttosto sudditi che
pagassero le imposte). Colombo ha come progetto di vendere gli schiavi per accumulare i
denari sufficienti per condurre la crociata che libererà Gerusalemme e la cristianità intera. E
anche quando non si tratta di schiavi, Colombo annovera gli indigeni fra le tante specie da
riportare come esemplari in Europa.
E tutti i marinai di Colombo non si fecero minor scrupoli nel considerare le donne: essi le
trattavano come vere e proprie prostitute, e prima le violentavano, poi le uccidevano.
Colombo scoprì l’America, ma non gli americani. Li vide sempre come qualcosa di inferiore
all’uomo europeo, e di conseguenza li trattò. Ma la contraddizione della prima scoperta è che
l’alterità umana è rivelata e rifiutata: ci si accorge che sono uomini, ma si dice no. Mentre in
Spagna si disconoscono e si abbattono i Mori, in America, Colombo, disconosce e abbatte i
selvaggi di quelle terre: entrambe le operazioni vennero condotte per opera e grazia e difesa
della fede cristiana.

Parte seconda: Conquistare

Le ragioni della vittoria.


L’incontro fra il Vecchio e il Nuovo mondo fu di un tipo particolare: la guerra, o come si diceva
allora, la Conquista. Ma come fece Cortes a vincere con poche centinaia di uomini contro
centinaia di migliaia di reclute del messicano Montezuma?
Cortes partecipò come capo di qualche centinaia di uomini durante il 1519, nella terza
spedizione conosciuta. Venne mandato dal governatore di Cuba che però, dopo aver cambiato
idea, inviò un ulteriore spedizione di soldati a fermare Cortes, che invece non aveva alcune
intenzione di fermarsi: egli infatti prese Città del Messico e sottomise Montezuma. Attaccato
dai suoi stessi compatrioti, Cortes lascia Alvarado a sorvegliare Montezuma. Il capitano
ammutinato riesce a battere e sottomettere gli spagnoli del governatore di Cuba, ma intanto a
Città del Messico è scoppiata la guerra: Alvarado ha fatto uccidere un gruppo di messicani
durante una festa religiosa. Tornato Cortes, Montezuma muore durante l’assedio, così il
capitano spagnolo decide di ritirarsi per ricostruire il suo esercito. Tornato dopo qualche tempo
a Città del Messico, egli riesce a prendere d’assedio la città e a farla capitolare sotto le sue
armi in qualche mese, dopo circa due anni di conquista totali.
Ora bisogna cercare di indagare le ragioni della caduta azteca. Si sa secondo molte fonti che
Montezuma tenne un comportamento ambiguo durante la venuta di Cortes, infatti egli non si
oppose mai al conquistatore e volle evitare in qualsiasi modo spargimenti di sangue. Secondo
le fonti sembra che il re Azteco preferisse cedere il potere piuttosto che impiegare quella
miriade di uomini che aveva ai suoi comandi.
Molti aztechi volevano prendere invece in mano le armi, e Cortes fu molto bravo a volgere
questa situazione di instabilità interna a proprio vantaggio. Ma perchè gli indiani del Messico
non si ribellavano o quantomeno opponevano resistenza alla conquista? Il motivo è che i popoli
messicani non facevano parte di uno Stato omogeneo, ma piuttosto erano già stati conquistati
dagli Aztechi, che erano il vertice dello Regno del Messico (gli Aztechi avevano preso il posto
dei Toltechi, erano stati loro stessi “conquistadores”). Cortes era quindi visto come un
liberatore, e perciò venne supportato e aiutato dai tlaxcaltechi. Anche le donne azteche
preferirono scappare coi soldati spagnoli (secondo le fonti).
Capita la storia di quel paese, Cortes fece in modo di mettersi in continuazione del regno di
Montezuma, ed infatti lasciò la sede della capitale a Città del Messico, ed istituì molte
compagnie di preti che sostituivano, ora, i ministri del culto religioso indigeno.
Oltre all’esitazione di Montezuma, alle dissidenze interne fra messicani, a concorrere alla
caduta del Regno del Messico c’è un ulteriore fattore: la tecnologia da guerra degli spagnoli. È
ovvio che le armi degli europei fossero più sofisticate di quelle degli aztechi; quelli avevano
cavalli, navi, e armi da fuoco; inaugurarono a loro insaputa la guerra batteriologica, portando il
vaiolo, virus contro cui i messicani (ovviamente) non avevano rimedi. Ma queste differenze
tecnologiche non bastano a spiegare l’enorme differenza numerica che non si è fatta sentire
durante questa conquista.
E infatti, gli aztechi e i maya, nelle loro stesse scritture, imputano la propria fine al silenzio
sopravvenuto dei loro dèi.

Montezuma e i segni.
Gli aztechi avevano un calendario su cui erano segnati tutti i giorni con le loro nature, faste o
nefaste (e infatti quando nasceva un bambino si andava dall’astrologo a chiedere come
sarebbe stata la sua vita). Inoltre gli aztechi pensavano che ogni fatto dipendesse da un altro
precedentemente avvenuto: quando si registra un fatto “strano” o fuori dall’ordinario, si cerca
infatti di interpretarne la natura per il futuro.
Gli aztechi erano quindi molto attaccati alle forme di divinazione, e credevano profondamente
agli indovini e ai presagi. Nella loro cultura, poteva diventare atto solo ciò che prima era stato
verbo (profetizzato). Nella lingua dei maya “profezia” e “legge” sono un’unica parola. La società
azteca è ritualizzata in tutti i suoi aspetti, dalle cerimonie comuni ai momenti più privati di ogni
uomo.
L’individualità infatti è volta solo al bene della comunità, e alla sua sopravvivenza. Ogni cosa
veniva registrata da numerosi funzionari, che non si lasciavano sfuggire nulla. La legge sociale
vige su tutti, e si articola in un sistema in cui nulla è lasciato al caso o alla volontà personale. I
sacrificandi accettano sempre la loro sorte con gioia, perchè la morte è un dramma solo per
l’individuo, e se si tratta di fare del bene al gruppo, è ben accetta. Ma non tutti erano d’accordo
con questo sistema... Eppur tuttavia la società azteca faceva in modo che tutto fosse concorde
alle scritture sacre.
La vita di ognuno è condizionata da un ordine preesistente, e deve essere per forza la
realizzazione di questo ordine. Il futuro del singolo è regolato dal passato del gruppo.
L’azteco dialoga con il mondo, l’europeo con gli altri uomini. Ma se gli indiani erano bravissimi
nel registrare informazioni e prevedere fatti, non lo erano altrettanto nel campo della
comunicazione con i loro simili umani. Infatti molto spesso si ritrovano notizie di un Montezuma
che non vuole comunicare con il nemico, e piuttosto tace, come un morto.
Più gli spagnoli cercavano informazioni sul suo riguardo, più il re azteco si angosciava: questo
a causa della prima legge del suo antenato Montezuma I, secondo cui i Re non si devono mai
mostrare in pubblico, se non in caso di estrema necessità. E Montezuma non voleva nemmeno
sapere nulla sugli spagnoli: tutte le informazioni che riceveva erano accettate a malincuore, ed
infatti coloro che le riportavano erano uccisi o fatti prigionieri. Montezuma chiedeva allora
presagi ai suoi ministri religiosi, ma, coloro che interpretavano negativamente gli eventi naturali
ed i sogni, erano fatti prigionieri e portati lentamente alla morte. Così i sacerdoti smisero di
parlare a Montezuma. E più cercavano informazioni, e più nessuno era disposto a darle. Ma
quello che fece capitolare Montezuma fu il comportamento degli spagnoli: gli aztechi non
riuscivano a capirlo e a trarre informazioni utili su di loro, perchè non facevano parte della loro
cultura; gli aztechi sapevano combattere i propri simili, ma non gli stranieri. Gli aztechi non
riuscivano più a registrare le informazioni che erano state la base della loro civiltà fino a quel
momento.
Così fioccarono le profezie della capitolazione dei popoli indiani. In questo modo, profetizzando
(spesse volte dopo l’accaduto) gli eventi, gli indigeni superavano la loro stessa sconfitta
inserendola in un ordine di cose superiore a loro e agli spagnoli.
Il presente diventava intellegibile, venendo inserito in un passato profetizzato immaginario.
Queste profezie però paralizzarono il popolo azteco. Come fallì Colombo, anche Montezuma
fallì nella comunicazione con i suoi simili: questi uomini erano accomunati dall’idea che ogni
fatto dovesse essere stato profetizzato nel passato, e queste impedì loro di comunicare con i
propri simili. I popoli vicini sono nemici, barbari, odiati, disprezzati... Ma pur sempre uomini. Gli
spagnoli invece facevano parte di un mondo diverso, e perciò furono scambiati per dèi (questo
paralizzò ancor più gli aztechi). 
Il loro errore non durerà a lungo, ma abbastanza da poter fare
cadere tutto ciò che avevano costruito.
Il Popol Vuh era il libro sacro degli aztechi che raccontava le origini del mondo. Gli aztechi
tengono in particolare considerazione la lingua verbale, infatti istruiscono i loro figli affinchè non
parlino a sproposito o con maniere poco sagge (velocemente o male).
Esistono due scuole del popolo azteco: una per i guerrieri, l’altra per i sacerdoti, i giudici e i
regnanti, dove appunto si tiene molto conto dell’uso delle parole. Chi non parlava bene veniva
punito corporalmente. I regnanti e i loro vicini erano scelti fra coloro che spiccavano
particolarmente nell’arte del parlato e dell’interpretazione.
Le cronache infatti descrivono Montezuma come un “oratore nato”. Gli spagnoli stessi
registrano che gli aztechi erano degli abilissimi oratori, e che era un piacere ascoltarli. Questa
importanza straordinaria conferita alla parola trova la sua causa nel fatto che gli aztechi non
avevano la scrittura (usavano pittogrammi), e perciò tutte le leggi e le tradizioni dovevano
essere imparate a memoria: la maggior parte dell’eccellente eloquenza che quelli
padroneggiavano, era costituita da formule imparate a mente.
L’assenza di scrittura è il faro che indica le categorie mentali dei popoli indioamericani: gli inca
non aveva scrittura, e credevano fermamente che gli spagnoli fossero dèi; gli aztechi avevano
i pittogrammi, e in un solo primo momento credono che gli spagnoli siano dèi; i maya si pongono
la domanda se gli spagnoli siano dèi, ma la risposta è negativa (inoltre i maya erano già stati
invasi da una cultura diversa, dai messicani).
La scrittura, assente, non può supportare la memoria: questo ruolo tocca alla parola. E siccome
tutte le formule appartengono al passato, esse non possono piegarsi al presente, e questo
condiziona l’interpretazione dei fatti che gli aztechi vissero al tempo della conquista. Gli stessi
calendari maya e aztechi riportano che il tempo è ciclico: mentre il nostro è lineare, secondo gli
indiani dopo un tot di anni tutto si ripete.
Quindi conoscendo il passato, quelli conoscono automaticamente il futuro. E perciò la
conquista non poteva essere concepita, non trovava spazio nei loro sistemi, era un evento
straordinario (gli anni sono calcolati nel libro di Chilam Balam). E non va dimenticato che la
conquista potrebbe altresì essere paragonata, secondo il loro schema di cicli, all’invasione che
gli stessi aztechi fecero sui toltechi (questo non è certo).
Montezuma cercò sempre di ottenere informazioni sul presente interrogando il passato, ma
nessuno gliele seppe dare e, se qualcuno lo fece, predisse la fine per gli aztechi (profezie
retroattive): non poteva essere ammesso che gli aztechi non avessero calcolato quell’evento,
perchè tutto calcolavano, e nemmeno l’evento poteva essere eccezionale.
I cristiani videro nella facilità della conquista la superiorità dimostrata dall’esperienza della
religione cristiana, che poi era anche la ragione fondante la conquista.
Gli aztechi non seppero improvvisare: ma questo è il campo più assoluto della guerra,
l’imprevedibilità. Montezuma inviava oro agli dèi per mandarli via dalle sue terre, ma in realtà
questo era quello che li faceva rimanere. Molti capi delle tribù allora si sentivano in disaccordo
con Montezuma, e questo indeboliva gli aztechi. In guerra poi i capi erano felicemente adornati
di oro e di pelli sgargianti, e Cortes non si faceva molti scrupoli ad assalire loro direttamente
per mettere sotto scacco tutto l’esercito.
Sorse la leggende, fra i simpatizzanti aztechi, che gli indiani non sapessero mentire; ma anche
questo misunderstanding deriva dal fatto che gli aztechi preparavano la guerra prima di farla,
anche quella era ritualizzata; le parole venivano lasciate alle donne; i guerrieri erano la casta
suprema, anche più importante dei sacerdoti. In sostanza gli aztechi sacrificavano l‘efficacia e
preferivano la ritualità. Ma questa non era la visione degli spagnoli, che anzi dell’efficacia fecero
il loro baluardo bellico: imponendo così il proprio modello, per le varie superiorità che abbiamo
visto, non potettero che vincere.
Gli europei vinsero quindi molto facilmente sugli indiani, ma nella loro vittoria si annidava una
pesante sconfitta: la capacità in cui gli aztechi erano dei maestri, ovvero la comunicazione con
il mondo, andava perduta per sempre e creava l’illusione che ogni comunicazione fosse
esclusivamente interumana.

Cortes e i segni.
Le prime spedizioni di spagnoli (compreso Colombo) non furono certo maggiormente esperte
di comunicazione degli indiani: quelle cercarono solo di accaparrare più oro possibile, e per
niente si interessarono a cosa o chi fossero gli indiani.
Cortes non fu diverso da questi primi conquistadores, ma ebbe uno spirito più intuitivo e mutò
i propri comportamenti a seconda delle situazioni. Anche andando a creare del malcontento fra
i soldati, decise non di cercare e ottenere unicamente l’oro, ma di sottomettere il regno di
Montezuma: egli fu il “concettualizzatore” della Conquista e della colonizzazione in tempo di
pace. Egli non vuole prendere, ma comprendere i segni. Cerca interpreti, e trova in un primo
momento un certo Aguilar (spagnolo), che parla la lingua maya. Gli viene consegnata poi come
tributo una donna azteca, la Malinche, la quale conosce sia l’azteco che il maya. La linea di
traduzione è quindi: Cortes - Aguilar - la Malinche - interlocutore azteco (e ovviamente anche
al contrario).
La Malinche impara presto lo spagnolo, e sceglie di appoggiare la causa europea. Infatti, oltre
alla lingua, si inizia anche alle abitudini dei conquistadores. Ella interpreta per Cortes anche la
cultura degli aztechi, dopo essere penetrata profondamente in quella spagnola. Inoltre, la
Malinche diventa amante di Cortes, e il capitano attribuirà una grande importanza a questa
relazione fisica. E anche gli stessi indiani tenevano in grande considerazione Dona Marina, o
Malintzin, altri nomi della Malinche. Gli aztechi soprannominano addirittura Cortes col nome di
Malinche.
Malinche è il primo esempio di ibridazione delle culture. Ella non si sottomette mai, ma anzi
apprende entrambe le culture per dare più efficacia ai propri comportamenti.
Intelligentemente Cortes donò a Montezuma dei traduttori, così da poter accumulare
informazioni sui messicani. Cortes viene così a conoscenza e dei comportamenti degli aztechi
e delle dissidenze che si stavano creando all’interno del Regno del Messico.
La scoperta del fuoco, raccontata attraverso un mito, è intesa da Cortes come un fatto naturale,
dagli aztechi invece come un fatto soprannaturale.
Ma anche dalla parte spagnola non manca la religiosità, eppur tuttavia essa ha connotazioni
differenti da quella degli indiani. Intanto il cristianesimo è universale, ossia non consta di una
schiera di dèi, ma di un unico dio, è quindi sostanzialmente intollerante (non può esistere altra
religione); mentre Montezuma cercò sempre di inserire il Dio cristiano accanto a quelli della
religione politeista azteca, per cercare un compromesso. Montezuma aveva fatto costruire,
precedentemente alla venuta degli spagnoli, un tempio atto ad accogliere le nuove divinità
(altrui).
La seconda differenza fra cristianesimo e paganesimo è che il Dio dei cristiani non è ausiliario,
ma è il godimento, la verità: per i pagani la religione è il mezzo, per i cristiani essa è il fine.
Questo cambia il modo di intendere i “segni” divini: per gli spagnoli la fede è il presupposto che
farà riuscire la Conquista.
Cortes aveva anche quel desiderio di conoscenza che fu di Colombo, ma non degli aztechi:
egli in principio faceva distruggere gli idoli religiosi degli indiani, ma una volta conquistati si
interessò ai loro templi e ai loro musei (e anche agli zoo).
Gli spagnoli cercano di agire in questo frangente, e di integrare la cultura azteca; gli aztechi
invece cercano di reagire solo per mantenere lo status quo. Il fatto stesso che siano gli spagnoli
ad aver attraversato l’oceano per scoprire, e non viceversa, preannunciava già l’esito dello
scontro.
Cortes si preoccupava molto dell’impressione che i selvaggi avevano di lui e dei suoi uomini,
infatti puniva chi non si comportava secondo i suoi dettami (non dovevano rubare). Egli inoltre
voleva che gli aztechi credessero nella loro natura divina, e infatti faceva di tutto per far credere
agli indigeni che lui non ricevesse le informazioni tramite le spie, ma attraverso i suoi “poteri” di
dio, attraverso strumenti come una carta geografica e una bussola, che gli indigeni credevano
essere magici.
Cortes sfrutta degli episodi e per prendere la fiducia dei sottomessi agli aztechi e degli aztechi
stessi, attraverso degli stratagemmi e passaggi di informazioni. Egli stava molto attento a come
si presentava in pubblico e soprattutto nei confronti di Montezuma, ed infatti faceva tenere dei
rituali piuttosto grotteschi poco prima di parlare col re. È un buon oratore, scrive poesie, sa
prendere i suoi soldati per la gola attraverso i discorsi.
Cortes aveva scelto la “fama” come arma per la conquista: faceva credere di essere forte
quando era debole, e quando era forte tendeva attraverso l’inganno della sua debolezza delle
imboscate mortali agli aztechi. Egli tiene alla spettacolarità delle imprese e quando punisce,
diffonde l’informazione accuratamente, per acquistare più fama e incutere terrore. Usa più
spesso le armi per delle messinscena che per combattere. Cortes è il primo vero utilizzatore
sistematico di questi stratagemmi (secondo gli insegnamenti di Machiavelli).
Cortes riuscì anche a sfruttare i miti degli indiani, a proprio favore. Ed infatti, come maggiore
stratagemma, fece credere a Montezuma di essere Quetzalcoatl, un dio indiano che era stato
costretto ad andarsene e che avrebbe promesso il suo ritorno nel futuro (racconta il mito) (se
non ci credette Montezuma in prima persona fino in fondo, ci credettero i suoi ministri e i suoi
sacerdoti che produssero profezie retroattive). Cortes, quindi, riesce anche a razionalizzare il
presente che gli aztechi non riuscivano a spiegarsi rispetto al passato (che è il loro metro di
giudizio unico).
I punti di vista delle due fazioni sono esemplificati in due testi: quello azteco, in cui vige la
socialità e non l’individualità, in cui non si considera mai il punto di vista di un individuo, nel
Codice Fiorentino (Sahagun); quello spagnolo, dove sono costanti i riferimenti a personaggi
individuali e le relative descrizioni, nella cronaca di Bernal Diaz.
La comunicazione fra popoli indiani era molto difficile per l’assenza di una lingua comune.
Parte terza: Amare

Comprendere, prendere e distruggere.


Cortes comprese relativamente bene la civiltà indiana. Ma allora perchè, se avevano capito
come comportarsi, ed erano riusciti a soggiogarli ed a trarre da loro ricchezze, gli spagnoli
distrussero quella civiltà? Siamo in presenza di un paradosso, supportato anche da diverse
testimonianze in cui gli scrittori sembrano provare ammirazione per gli indiani. Cortes paragona
addirittura gli indigeni agli spagnoli come livello di intelligenza e civiltà. Molto spesso i confronti
si risolvono a favore delle città messicane. Cortes pensa di essere nei luoghi più belli e migliori
del mondo! Niente si può trovare di paragonabile...
Ma Cortes ammira sempre gli oggetti. Mai gli individui. Il piano su cui pone la civiltà azteca non
è certamente lo stesso degli spagnoli. E infatti egli collezionerà una serie di oggetti, fra cui degli
uomini (giocolieri e uomini deformi) da portare in Europa. Gli indiani non sono più gli oggetti da
registrare di Colombo, ma non sono nemmeno individui: occupano uno stadio intermedio, e
debbono ricoprire mansioni come quelle dell’artigianato, ecc.
Il comandante non prende mai in considerazione una possibile volontà degli indiani. Essi sono
necessariamente e naturalmente assoggettati al volere della corona spagnola, e costituiscono
unicamente una forma di guadagno. Cortes rimarrà sempre estraneo alla civiltà azteca, pur
interessandosene profondamente.
Come esempio di questa superiorità naturale dell’Europa, basti pensare che l’arte indiana non
influenzerà mai lo stile artistico che vigeva allora in occidente. Gli autori parlano degli indiani,
ma mai agli indiani. E se essi non comprendono quella civiltà, allora da questa può solo
scaturire la naturale conseguenza del “prendere”: lo sfruttamento.
Ma perchè questo “prendere” porta al “distruggere”? La distruzione degli indiani va esaminato
sotto l’aspetto quantitativo e quello qualitativo. Secondo le cifre rilevate ingegnosamente da
alcuni storici moderni, il genocidio effettuato dagli spagnoli, fra il 1500 e il 1550, si aggirerebbe
intorno ai 70 milioni di indiani d’America, sugli 80 che erano quando furono scoperti (la
popolazione totale del globo nel 1492 era più o meno di 400 milioni). Gli spagnoli non furono
l’unica causa diretta di quello sterminio. Ce ne sono 3:
4)!Responsabilità diretta dei colonizzatori, durante guerre o fuori di esse;
5)!Responsabilità meno diretta dei colonizzatori, attraverso i maltrattamenti (lavoro forzato);
6)!Responsabilità diffusa e indiretta dei colonizzatori, attraverso le malattie (“choc microbico”).
Nel secondo punto, si rileva quante vittime produsse la schiavizzazione e l’utilizzo degli indiani
nei lavori forzati (gli spagnoli hanno quindi responsabilità diretta in questo campo). Gli indiani
non si riproducevano nemmeno più per paura di mettere al mondo degli schiavi. I neonati che
nascevano morivano subito perchè le madri, stanche ed affamate, non avevano nè latte nè cibi
per nutrirli. Spesso le donne abortivano volontariamente tramite delle erbe, per non partorire
dei futuri schiavi.
Il terzo punto registra la responsabilità indiretta degli spagnoli, che portarono malattie che
decimarono gli indiani. Su questo punto però non c’è molto da stupirsi, perchè epidemie,
denutrizione e malattie decimavano molto spesso anche le popolazioni europee. Ovviamente
la presenza di queste malattie, e la loro ferocia, nel Nuovo mondo, non può essere considerato
un fatto naturale: in primis, quelle malattie, che decimarono gli indiani, non esistevano in quelle
terre; in secundis, gli indiani erano stanchi e cagionevoli a causa dello sfruttamento che gli
europei esercitavano su di loro.
Gli spagnoli pensavano che Dio fosse incontestabilmente dalla loro parte perchè loro non
morivano, mentre gli indiani sì. Il Messico era considerato il nuovo Egitto: una terra rea di fronte
a Dio, a cui lo stesso Dio aveva mandato 10 piaghe per punizione (Motolinia).
Gli spagnoli erano coscienti di aver scatenato le malattie, e le giustificavano secondo la loro
fede. Sapevano anche della presenza di altre cause (malnutrizione, ignoranza, ecc.), ma nulla
li spronava a sedarle: perchè avrebbero dovuto voler placare l’ira di Dio?
Motolinia riporta che le “piaghe” inviate da Dio, all’inizio, sono naturali, ma via via che si legge
la testimonianza, queste piaghe diventano puramente umane, ed infatti egli stesso non le
approva. Pur condannandole però, egli non le può rifiutare: sono il volere di Dio. Non c’è dubbio
che i responsabili diretti di queste decimazioni siano gli spagnoli.
Le efferatezze compiute dagli spagnoli sugli indiani (a cui il primo punto fa riferimento) sono
indicibili. Quelli consideravano gli indiani al pari delle bestie, animali senza ragioni, e li
uccidevano e li mutilavano con estrema semplicità. Perchè tutto ciò? La prima causa, che
anche i testimoni ricordano, è sicuramente la cupidigia provocata dalla febbre dell’oro. Agli
spagnoli non importa assolutamente niente della salute di quegli esseri: vogliono unicamente
arricchirsi. E questa brama, si sa, deriva dalla convinzione che col denaro è possibile compiere
tutto. I conquistadores hanno capito che possono conquistare (acquistare) i titoli nobiliari della
cavalleria attraverso il denaro, e perciò cercano l’oro.
Questa omogeneizzazione dei valori di fronte alla potenza del denaro è l’incipit della mentalità
moderna.
L’altra causa di questi massacri potrebbe essere quello che in psicoanalisi si chiama “istinto
omicida”, “pulsione di morte”, “aggressività”. Come gli aztechi era la civiltà dei sacrifici, che
erano rigidissimamente regolamentati, così gli spagnoli erano la civiltà del massacro. Il
massacro rivela la debolezza del tessuto sociale, dei principi morali che garantivano la
coesione del gruppo: infatti questi massacri si compiono sempre in luoghi lontani dalla patria,
dove la legge stenta a farsi rispettare. L’essenza dei massacri è la negazione: essi non sono
mai rivendicati, non si ha rimorso finchè non si conosce chi si è ucciso o finchè non diventa
pubblico quello che è successo.
Gli spagnoli hanno inventato quella violenza che ritroviamo nel nostro passato recente. Le
barbarie degli spagnoli non hanno niente d’animalesco: esse sono puramente umane e
preannunciano i tempi moderni.

Eguaglianza o ineguaglianza.
La distruzione degli indiani ha luogo a causa del desiderio di arricchirsi e dell’istinto di
padronanza degli spagnoli, ma anche a causa dell’idea che gli europei si erano fatti degli
indigeni: i nativi americani venivano considerati entità a metà fra le bestie e gli uomini.
Questo tipo di pensiero sarà contrastato fin dalla sua nascita da un’altra dottrina che invece
affermava l’uguaglianza di tutti gli uomini, e gli indiani non erano da meno.
Identità-eguaglianza, differenze-ineguaglianza sono i partiti del dibattito che si tiene sugli
indiani. Las Casas e i suoi seguaci accusano i loro oppositori di aver scambiato gli indigeni per
delle bestie. A supporto di coloro che sostenevano l’ineguaglianza (i conquistadores), era stato
redatto un documento, il “Requerimiento”, di Palacios Rubios, in cui si affermava giuridicamente
e storicamente l’appartenenza delle terre americane alla corona spagnola, e parte a quella
portoghese: le terre, tutte di possesso di Gesù Cristo, erano state donate da uno dei suoi
successori, un papa, al Re di Spagna.
Il testo dice anche che se gli indiani si fossero dichiarati sudditi della corona, avrebbero ottenuto
uno statuto. Ma se essi non avessero voluto consegnare le terre ai legittimi proprietari,
sarebbero stati puniti severamente.
Il potere temporale e quello spirituale vengono palesemente confusi nel testo, e inoltre si cerca
di giustificare tramite la religione cristiana, che vuole gli uomini tutti uguali, la schiavitù: questa
è un’evidente contraddizione. Non si capisce nemmeno come gli spagnoli pretendessero che
gli indiani riuscissero a capire la lingua spagnola del testo con cui volevano giustificare la loro
sottomissione.
Altre giustificazioni non giuridiche dell’ineguaglianza fanno riferimento alla loro diversità di
costumi, considerati demoniaci, rispetto a quelli spagnoli; Oviedo li paragona a dei materiali da
costruzione (al di sotto degli animali), e al diavolo in persona: egli spera che il Dio cristiano
epuri quella zona sterminando tutti gli indiani.
Sepulveda, il più grande antagonista di Las Casas, giustificava le sue tesi inegualitarie sulla
Politica di Aristotele (esistono uomini schiavi per natura...) e su un testo di Tolomeo da Lucca
che insisteva sulle differenze climatiche quali ragioni delle capacità intellettive dei vari popoli.
Sepulveda pensa che la “perfezione debba dominare l’imperfezione”, e quindi è fermamente
convinto che gli indiani debbano essere ridotti in schiavitù, così come la ragione deve dominare
i sentimenti, e la forma la materia, e l’uomo la donna.
In sostanza, le ragioni per cui era lecito sottomettere gli indiani, erano: gli indiani hanno una
natura subalterna; praticano il cannibalismo; sacrificano esseri umani; ignorano la religione
cristiana. E gli spagnoli avevano il diritto, e il dovere, di imporre il bene sul male. Sepulveda era
attaccato all’idea cristiana che la morte di molti per salvare uno solo che contasse di più era
giusta, e che la vita senza battesimo non avesse senso (valore transindividuale). Las Casas
invece, tradendo l’essenza della religione in assoluto, afferma che la morte ha molto più peso
della vita, anche se senza il battesimo (valore individuale). Sepulveda fu molto attento alla
differenze che intercorrevano fra il popolo indiano e quello spagnolo, ma, viziato dal suo
preconcetto della superiorità/inferiorità, egli proferì sempre descrizioni qualitative, e non
unicamente quantitative (come quelle delle tecniche), dando giudizi negativi sul popolo
americano.
Las Casa invece inizia il suo discorso rinnegando Aristotele, ed affermando il comandamento
di Cristo “ama il tuo prossimo come te stesso”. Mentre chiunque può divenire cristiano, secondo
Aristotele era un fatto naturale nascere schiavi o nascere liberi. Il valore cristiano puro obbliga
a non togliere la libertà ad altri uomini per nessun motivo: offendere l’uomo significa offendere
Dio. Per Las Casas gli indiani sono nettamente uguali agli spagnoli in quanto uomini, e questo
fa di loro esseri liberi. Ma è d’obbligo notificare che l’identità biologica degli uomini difesa da
Las Casas si basa sull’identità culturale che è conseguenza diretta dell’universalità del
cristianesimo. Insomma la religione cristiana può essere adottata da tutti, e quindi tutti sono
liberi.
Ma Las Casas si spinge oltre. Egli infatti afferma che tutte le nazioni sono destinate all’adozione
della fede cristiana, colmando così il divario potenza-atto. Infatti il frate afferma che negli indiani
si possono già riscontrare delle caratteristiche cristiane, come l’obbedienza e la pacificità. Las
Casas sta proiettando le proprie categorie sugli indiani, proprio come faceva,
assimilazionisticamente, Cristoforo Colombo. Egli non rileva mai caratteristiche culturali, ma
unicamente stati psicologici, e senza ovvie ragioni: l’unica causa che Las Casas può rilevare è
che essi siano naturalmente buoni cristiani.
Se quei popoli, poi, sono anche indifferenti all’avidità e alla ricerca di potere, è perchè sono
investiti dalla morale cristiana.
Se il pregiudizio di superiorità è un ostacolo alla comprensione di certe culture, allo stesso
modo lo è quello di uguaglianza, poichè giustifica l’identificazione delle proprie categorie, con
“l’ideale di sè stessi”, sugli indiani.
E infatti Las Casas identifica i conflitti fra indiani e spagnoli come conflitti fra fedeli e infedeli,
fra apostoli e demoni: gli spagnoli che si trovano in America stanno disobbedendo ai comandi
di Dio, e sono il Demonio in persona. Come per Oviedo gli indiani erano il demonio, ora per Las
Casas il demonio sono gli spagnoli... Satana ha solo cambiato posto! Gli spagnoli, al di là
dell’oceano, stavano sperimentando un nuovo modo di vivere la religione, e Las Casas non
riesce a capirli. Infatti si comporta da teologo, non da storico. Egli è indubbiamente molto
generoso nel non voler considerare gli altri come peggiori solo perchè diversi, ma è comunque
egocentrico come i suoi oppositori intellettuali: non riesce a non focalizzare alcun punto di vista
che non sia il suo.

Schiavismo, colonialismo e comunicazione.


Las Casas ama gli indiani perchè è cristiano. Questo però distorce la sua visione di loro. Egli
rifiuta la violenza materiale messa in atto dai conquistadores, ma al contempo non effettua egli
stesso una violenza culturale sugli indiani, affermando di essere in possesso della verità (la
fede)? Il vantaggio delle iniziative condotte da Las Casas nei confronti degli indiani è veramente
irrisorio: egli infatti si adopera ad evangelizzare (una volta racconta di aver visto un indiano che
veniva squartato al ventre da uno spagnolo, e lui allora gli promette vita migliore dopo la morte
se si battezzerà).
Las Casas provò più volte ad evangelizzare luoghi americani attraverso le “buone maniere
cristiane”, ma gli indiani non si mostrarono mai troppo propensi alle sue iniziative, e spesso le
cose finirono in tragedia. Solo in Guatemala, a Vera Paz, la sua opera in parte riuscì... Ma per
i neri, Las Casas ammise, in un primo momento, che essi venissero ridotti in schiavitù (la
sudditanza dei neri era un fatto acquisito). Anche se poi dichiarerà di aver mutato idea, non si
sarà trattato forse di quel processo di assimilazione verso gli indiani, che nei confronti dei neri
non poteva valere? Una cosa è certa: Las Casas non vuole abolire l’annessione degli indiani,
ma la violenza su di loro (intende sostituire religiosi ai soldati, come fece nelle proprie
colonizzazioni “gentili”).
Oltre ai vantaggi per gli indiani, Las Casas sostiene la colonizzazione pacifica portando come
prove di questa maggiori guadagni e maggiori benefici per la corona spagnola. Nessuno cerca
di oscurare l’utilità e i meriti degli scritti di Las Casas, ma non per questo bisogna negare che
la sua sia un’ideologia colonialista.
Nei documenti successivi, come in quelli di Juan de Ovando (capo di una spedizione) del 1571,
dell’inizio del XVII secolo, si trovano fusi insieme gli insegnamenti di Las Casas e quelli di
Cortes: la colonizzazione va condotta senza violenze, adattandosi alle situazioni e
manifestando benevolenza; in sostanza bisogna fingere di avere buone intenzioni per portare
a termine i propri obiettivi.
Anche se, come si vede, mutano le modalità, l’intento rimane sempre lo stesso del
Requerimiento. Un altro insegnamento di Cortes venne poi preso in considerazione: prima di
conquistare, bisogna cercare di raccogliere più informazioni possibili.
Las Casas sosteneva l’ideologia oggi chiamata “colonialista”, gli altri quella che oggi definiamo
come “schiavista” (lo schiavista riduce il sottomesso al rango di “oggetto”). L’ideologia
colonialista è scelta dalla corona spagnola perchè migliore sotto il punto di vista del guadagno:
si può trarre maggiori benefici dall’uso di un indiano se lo si cura e non lo si rende “socialmente
uguale” a noi, mentre un oggetto si può solo vendere.
I nuovi colonizzatori allora, i religiosi, dispenseranno cure e istruzione (guidata, al fine di
“plasmare” le menti a loro piacimento). Colombo fu schiavista, mentre Las Casas e Cortes
sostennero l’ideologia colonialista, più redditizia.
Gli spagnoli apportano comunque dei benefici alle popolazioni americane, come il progresso
tecnico, quello simbolico e quello culturale. Ovviamente non si può definire un processo
positivo: se pur si opponeva allo schiavismo, il colonialismo è palesemente peggiore della
comunicazione pura (che è positiva).
L’autodeterminazione dei popoli deve essere alla base del nostro pensiero, e la “civilizzazione”
di popoli che riteniamo “indietro” può essere solo proposta, e non imposta. L’unica libertà e
diritto è quello dell’informazione, della comunicazione non violenta.

Parte quarta: Conoscere

Tipologia dei rapporti con l’altro.


Anche se si riscontrano delle analogie nell’approccio agli indiani in Cortes e in Las Casas, di
certo questi si differenziano su dei piani. Las Casas ama indiani, con, però, alcune sfaccettature
particolari. Queste particolarità nei suoi atteggiamenti derivano da delle crisi che egli attraversò
durante la conoscenza di quei popoli.
Las Casas ama diversamente gli indiani dopo il suo ritorno in Messico. Fu indotto, in quel
periodo, a prendere in seria considerazione i sacrifici umani, per controbattere le tesi di
Sepulveda, il quale sosteneva a prova dell’inferiorità degli indiani proprio il cannibalismo e i
sacrifici umani.
Las Casas afferma che quelli non possono essere accusati, visto che eseguono semplicemente
i comandi che le leggi dei loro paesi impongono loro. Egli cita il racconto di Abramo, che fu
ordinato da Dio di uccidere suo figlio Isacco, e ovviamente la storia di Gesù, il cui sacrificio
venne imposto dallo stesso Dio. Inoltre, il sacerdote, riporta racconti di spagnoli che furono
costretti al cannibalismo per salvarsi dalla fame.
E Las Casas arriva fino ad usare argomenti a priori per giustificare il sacrificio umano: se Dio,
o chi si suppone essere Dio, è considerato Dio, vuol dire che siamo pronti a tutto pur di
soddisfarlo; così, se egli ci chiede in dono la cosa più preziosa che abbiamo, cioè la vita, noi
siamo disposti a dargliela, se abbiamo davvero fede in lui.
In questo modo Las Casas intraprende un’autentica nuova strada: quella del “prospettivismo”,
ossia quella dottrina per cui si possono registrare tanti punti di vista da cui guardare una cosa.
“Il vero Dio, o il Dio supposto”, vuol dire che anche il nostro Dio potrebbe essere vero per noi
soli, così come il dio degli indiani per loro: ora è l’intensità di una credenza che rende più
universale una religione, e quindi, visto che gli indiani sacrificano i propri uomini, credono di più
di noi nel loro dio.
Las Casas sta mutando visione, ed ora non sta assimilando gli indiani tramite un suo
pregiudizio, ma anzi sta affermando che ognuno ha i propri valori! Pur affermando l’esistenza
dell’unico Dio cristiano, Las Casas non privilegia più a priori la via cristiana verso questo Dio.
Egli sta praticando una sorta di antropologia religiosa, e fu infatti il primo a mettere in luce la
relatività del termine “barbarie” (basta parlare una lingua diversa per essere barbaro rispetto a
qualcuno, e viceversa). Las Casas ha capito che solo le forme, ossia i valori, possono essere
messi a confronto, e così dà il là al prospettivismo che è la forma superiore di egualitarismo.
Ed è attraverso queste posizioni che Las Casas giunge, praticamente, a suggerire al suo re di
abbandonare i possessi oltre Atlantico, cercando solo di “proporre” il Vangelo, lasciandoli liberi,
mantenendo i loro regnanti e capi, e accettando eventuali doni (come l’oro) dagli indiani.
Un grande assimilazionista degli indiani sarà Vasco da Quiroga, che vorrà compiere l’Utopia di
Tommaso Moro in quei villaggi americani, avendo ritenuto che gli indiani fossero la nuova
civiltà, quasi “pura” come lo furono gli apostoli: il quasi però doveva essere colmato, e Quiroga
penserà bene di intervenire per perfezionare quei popoli.
All’opposto, nell’atteggiamento di identificazione, sta Gonzalo Guerrero, il quale, dopo essere
naufragato su un isola di indiani, adottò la loro cultura e gli insegnò i trucchi della guerra, e
divenne un personaggio molto stimato fra gli indigeni di quell’isola. In seguito venne ucciso
dagli spagnoli durante la guerra (non era possibile che il suo esempio venisse seguito).
In molti adottarono i canoni di vita degli indiani, come un certo Cabeza de Vaca (che visse 8
anni con gli indiani) e i frati francescani, intraprendendo la via dell’identificazione. Pur restando
sempre “europei”, questi personaggi raccolsero infinità di informazioni sugli americani e a loro
sono dovuti i resoconti e gran parte della conoscenza dei popoli indigeni, dei “selvaggi”. Fra
questi, gli autori di maggior spicco furono Diego Duran e Bernardino de Sahagun.

Duran, o l’ibridazione delle culture.


Diego Duran, nato nel 1537 in Spagna, andò a vivere in Messico all’età di 5 anni, e così ebbe
modo di percepire e capire dall’interno la cultura indigena. Prima di morire, nel 1588, compilò
un saggio di storia degli indiani d’America, che fu pubblicato solo nel XIX secolo. In questo
personaggio convivono i due tipici risvolti di tutti coloro che entrarono in contatto (vero) con la
cultura indiana. Egli è, per un verso, l’evangelizzatore accanito.
Pensa fermamente che il cristianesimo debba essere spiegato e compreso da quei popoli, e
per far questo bisogna demolire il paganesimo. Per questo ulteriore obiettivo, il paganesimo va
conosciuto a fondo.
Per prima cosa, bisogna saper riconoscere le idolatrie; infatti Duran si scaglia con coloro che
hanno bruciato i libri degli indiani e verso l’ignoranza e la superficialità dei preti europei. Una
volta individuate le idolatrie, queste vanno estirpate e distrutte; anche nei loro minimi segni.
L’idolatria deve essere estirpata anche dai loro sogni!
Non ci si deve accontentare del fatto che gli indiani accettino formalmente e superficialmente
la religione cristiana. Il sincretismo è estremamente vietato. Duran ha capito che tutto, nella
società azteca, è legato alla religione, e per questo vuole indirizzare soprattutto questo campo.
Tutte le tradizioni che hanno un aspetto religioso devono essere eliminate.
Duran faceva parte della fazione evangelizzatrice “radicale”, i domenicani, a cui si opponevano
i frati francescani, più “liberali”, che ammettevano l’imperfezione, le rimanenze tradizionali e i
sincretismi, e che avranno, in realtà, successo poi nel futuro. Duran si scaglia contro gli
avversari francescani, che ritiene eretici al pari degli indiani.
Ma lo storico evangelizzatore, oltre a queste differenze religiose, riesce a registrare anche un
altro atteggiamento: egli colleziona una serie di somiglianze fra il popolo indiano e quello
spagnolo davvero impressionante, e molte di queste analogie sono proprio di natura religiosa
(celebrazione delle feste, offerte a dio, ecc.).
Duran spiega queste fortissime somiglianze con la spiegazione già data in parte da Las Casas:
quelli erano già “naturalmente” cristiani o “cristianizzabili”. Egli ipotizza anche un passato in cui
San Tommaso ha insegnato agli indiani il cristianesimo...
Oppure, come alternativa, le analogie fra le religioni potevano essere state un’astuzia del
demonio che aveva voluto farsi adorare in quelle terre. Dopo queste due tesi, Duran non ha
dubbi: decide che gli indiani sono popoli di Israele che si sono perduti.
Le prove di questa tesi sono ancora analogie col popolo ebreo: un lungo viaggio, la
moltiplicazione in nuove terre, profeti, terremoti, conoscenza dei sacrifici umani, ecc.
Forse Duran proveniva da una famiglia con origini ebree, e questa potrebbe essere la ragione
per cui mette in rilievo le analogie ma non le differenze fra indiani e israeliti.
Egli è il miglior esempio di meticcio indio-europeo del XCI secolo, ed infatti si mostra molto
sensibile al cambiamento epocale che quei popoli stanno vivendo (e subendo). Duran adotta
alcuni modi di vita degli aztechi e condivide alcune pratiche idolatriche; considera questi sforzi
come il prezzo da pagare per capire la loro cultura.
Egli fu il solo che capì davvero la cultura spagnola e quella indiana, e che riuscì seriamente a
tradurre segni e simboli senza travisare la loro vera origine. Il suo intento è la traduzione fedele
dei testi e la netta distinzione (che non sempre gli riesce) del punto di vista azteco e di quello
spagnolo (o del suo direttamente). Egli cita gli aztechi, e si fa narratore. Rivendica il ruolo di
storico e cerca di mantenere viva la memoria degli eroi. Egli quindi riesce ad identificarsi col
punto di vista azteco, ma non scorda mai la sua potente fede nel Dio cristiano. Nè spagnolo,
nè azteco, Duran è uno dei primi messicani, come la Malinche. Egli mantiene il punto di vista
cristiano (spagnolo) e assume via via quello azteco: e infatti alla fine Duran sceglierà di non
scegliere, e di non dare giudizi definiti sulle popolazioni indiane; rimarrà ambivalente fino alla
fine.
Egli rimarrà sempre una figura eccellente del “desiderio di sapere”, e la grandezza della sua
ambiguità e del suo essere meticcio supererà anche i suoi scritti (nel quale è bene ricordare
che lui voleva estirpare il male e il demonio dalle terre americane).

L’opera di Sahagun.
Bernardino de Sahagun nasce in Spagna del 1499. Dopo aver studiato all’università, divenne
un francescano. Nel 1529 si trasferì in Messico, dove morì, nel 1590.
La sua attività da intellettuale segue le direttrici dell’insegnamento e dello scrivere. Egli era un
linguista e grammatico, ed infatti, trasferitosi in Messico, impara il nahuatl (in genere è colui
che si trova in una posizione di inferiorità che impara la lingua di chi lo sottomette). Diventa
professore di latino a Tlatelolco, e riesce ad insegnare la lingua agli indiani. Molti spagnoli però
si opponeva al fatto che i messicani si alfabetizzassero, poichè temevano di perdere il potere.
Sahagun dedicò tutto sè stesso anche allo scrivere: egli è infatti mediatore delle culture di cui
faceva parte, quella messicana e quella spagnola. Ma incontrò molti ostacoli lungo il suo
cammino, che derivavano direttamente dai suoi superiori. L’intendo di Sahagun fu quello di
descrivere nei minimi particolari la religione indiana affinchè si potesse conoscere bene la
“malattia da curare” attraverso il cristianesimo. Ma oltre a questo fine dichiarato, Sahagun ne
ha un altro: egli vuole conoscere e conservare la cultura nahuatl. Egli intende riportare la cultura
indiana senza inquinare la testimonianza col suo punto di vista esterno. Per questo intento
infatti, Sahagun riporta testimonianze in lingua nahuatl. In un secondo tempo aggiungerà una
sua traduzione e delle illustrazioni. Egli ricerca dei “notabili” le cui testimonianze siano fedeli
alla storia passata degli indiani.
Dopo anni di lavoro, Sahagun produce 12 libri in cui sono raccolte le testimonianze e i precetti
morali in lingua nahuatl, e viene raccontata anche la Conquista. Tempo dopo, Sahagun decide
anche di inserire (aggiunge, non sostituisce i discorsi) una traduzione nel suo trattato di
Historia. I disegni invece sono fatti dagli indiani, ma sono già il prodotto di una mescolanza di
culture. Quest’opera impegnò Sahagun per circa 40 anni.
La notabilità del testo di Sahagun sta nel fatto che egli fa descrizioni e didascalie delle citazioni
che riporta, ma senza confondere mai la sua voce con quella degli aztechi: Sahagun non dà
mai giudizi di valore sulle pratiche azteche. Mentre Duran descrive ed interpreta le vicende
messicane, Sahagun descrive e basta (Motolinia dava anche giudizi). Ovviamente non si può
pensare che Sahagun non introduca niente di suo: essendo anch’egli un “meticcio” delle due
culture, per forza il suo punto di vista si confonde anche minimamente con quello dei testimoni
(compenetrazione di voci).
Sahagun fa molto spesso paragoni fra gli dei del Nuovo Mondo e del Vecchio, fra le città e i
luoghi americani e quelli europei.
Nelle traduzioni di termini religiosi, dove Sahagun sarebbe costretto a dare per forza un giudizio
di valore (dio degli indiani = demone degli europei), esci sceglie di usare entrambi i termini
(l’originale e la traduzione “giudicatrice”), non volendo dare giudizi di alcuna sorta. Sahagun
usò dei questionari per compilare la sua opera: questo lo condiziona secondo degli schemi che
lui stesso si è preposto, secondo certi temi e secondo la mentalità europea. Egli non censurò
comunque le parti più esplicite del suo racconto (cosa che fecero certi suoi pubblicatori del XIX
e del XX secolo).
Nonostante l’intento dello storico sia quello di studiare la religione azteca per propinare poi il
cristianesimo, si sente continuamente (in circa 2/3 del libro) la voce dei testimoni messicani.
L’impianto del libro è altresì quello dato da Sahagun: si parte dalla divinità e si arriva alle cose
terrene più “inutili” (le pietre).
L’obiettivo di Sahagun viene ribaltato dallo stesso autore: egli voleva capire la religione azteca
per convertirla in quella cristiana, e in realtà compie un’immensa opera di conservazione della
cultura indigena.
La compenetrazione delle voci è quindi la novità più interessante della Historia di Sahagun. E
da una tale compenetrazione, Sahagun arriva a rilevare che la nuova cultura, che è stata
instaurata in quei paesi dagli spagnoli con la forza, è necessariamente inferiore a quella che
era prima: l’ordine è stato sconvolto e con l’obbligo si è voluta dare la civiltà ai messicani, i quali
però sono diventati più viziosi e ostili di prima.
Il ragionamenti di Sahagun implica che la cristianizzazione ha portato più male che bene, e
quindi sarebbe stato meglio che non fosse avvenuta: la sua opera verrà infatti condannata e
censurata dalle autorità.
Sahagun rimase sempre convinto dei principi cristiani, e non parteggio mai per gli indiani. Ma
egli non dà giudizi di valore, e considera uguali a tutti gli altri uomini quei poveri sventurati. Non
li idealizza come Las Casas, li vede nella loro intima umanità: nota anche caratteristiche dei
loro comportamenti che ritiene deplorevoli, e altre ammirevoli.
Egli non rinuncia al suo stile di vita, ma conosce a fondo quello degli indiani e ne adotta in
parte alcuni aspetti. La somma delle sue conoscenze supera tutte le altre, ma Sahagun non
le interpreta mai. Las Casas sarà molto più fruttuoso nel campo del comparativismo. Sahagun
non è nè etnologo nè comparativista, ma etnografo (raccoglie documenti su quelle civiltà). Il
dialogo culturale in lui è causale e non voluto, non è il metodo.!
#studentbeing

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