Sei sulla pagina 1di 34

APPUNTI DI TERMOTECNICA

GRUPPI TERMICI

Prof. M. Mariotti
Dipartimento di Fisica Tecnica

ANNO ACCADEMICO 2008-2009


1 INTRODUZIONE

Dalla prima crisi energetica degli inizi degli anni ‘70 gli impianti di riscaldamento in ambito
civile hanno subito un'autentica rivoluzione passando dai vecchi impianti centralizzati con
distribuzione verticale e privi di regolazioni automatiche agli impianti autonomi per poi oggi,
spinti da motivi energetici e dalla necessità di limitare le emissioni inquinanti (CO2, NOx) in
atmosfera, si ha un lento e faticoso ritorno all’impianto centralizzato dotato di contabilizzatori di
calore per singola utenza e controllato da sistemi di regolazione automatica più o meno
sofisticati.
Come ovvio, questa rivoluzione ha coinvolto tutte le componenti impiantistiche ed in particolar
modo i generatori di calore per il riscaldamento di acqua alla temperatura massima di 95°C.
Nel riscaldamento in ambito residenziale possiamo rilevare che dalla netta prevalenza di
generatori di calore del tipo a basamento ed a temperatura costante posti al servizio di impianti
centralizzati si è passati alle caldaie murali al servizio del singolo appartamento (impianto
autonomo); contemporaneamente è avvenuta una evoluzione tecnologica che ha portato ad
elevare i rendimenti di produzione di questi apparecchi sia nel rendimento istantaneo a piena
potenza, ma soprattutto il rendimento ai carichi parziali, passando attraverso le caldaie a
temperatura scorrevole e poi alle caldaie a condensazione, tutto ciò sia per caldaie a basamento
che per caldaie murali.
Questa rivoluzione è stata favorita dalla crescente diffusione del gas naturale nel riscaldamento
residenziale al posto del tradizionale gasolio, che ancora negli anni '60 e per gran parte degli anni
'70 era il combustibile prevalente. Il cambiamento, a seguito della prima crisi energetica del
1973, è stato però innescato soprattutto da un acceso spirito individualistico, dal momento che
con il gas naturale avrebbero potuto funzionare benissimo anche le caldaie degli impianti
centralizzati. L'aspirazione al controllo della temperatura e dei tempi del riscaldamento, data a
quel tempo la scarsa diffusione di affidabili e poco costosi sistemi per la contabilizzazione del
calore, ha indotto i costruttori edili, assecondando la richiesta, a proporre in maniera
generalizzata, a partire dagli anni '80, impianti autonomi di riscaldamento. Essi costituivano, e
purtroppo continuano a costituire, elemento di pregio dell'abitazione, sempre evidenziato nelle
inserzioni pubblicitarie (...riscaldamento autonomo...). Questa scelta apparentemente dissennata
sul piano tecnico ed energetico (moltiplicazione dei punti di fiamma, minore sicurezza, aumento
dei costi di manutenzione e sostituzione, più bassi rendimenti) va valutata secondo diverse chiavi
di lettura.
In prima battuta il risparmio energetico è stato consentito solo dalla riduzione dei tempi del
riscaldamento e delle temperature interne, accettati solo in quanto l'utilizzatore usufruiva in toto
del risparmio corrispondente. Infatti la classica caldaietta a camera aperta, a fiamma pilota e
regolazione ON-OFF, anche quando presentava un rendimento a pieno carico dell'ordine
dell'85%, in termini di resa stagionale andava poco sopra il 60%. E' ben vero che le pesanti
caldaie a basamento dell'epoca non si comportavano molto meglio, ma con costi, a parità di
potenza complessiva installata, proporzionalmente più limitati, inoltre, adottando sistemi di
regolazione e di ripartizione della potenza, potevano raggiungere facilmente risultati di gran
lunga migliori.
Ci vorrà tutta la prima metà degli anni '80 con interventi sul piano normativo, per passare alla
caldaia ad alto rendimento, in cui l'accensione piezoelettrica od elettronica, il tiraggio sempre più
spesso forzato e un migliore isolamento, elevavano il rendimento al fatidico 90%. Il rendimento
stagionale si elevava anch'esso ma si restava al di sotto dell'80%, soprattutto a causa della scarsa
efficienza ai carichi parziali. Alla fine degli anni '80 venivano messi a punto i generatori di calore
dell'ultima generazione caratterizzati non tanto da un elevatissimo rendimento nominale, quanto
da un rendimento stagionale assai vicino a questo, soprattutto per merito della modulazione
continua della fiamma abbinata alla premiscelazione ottimale aria-gas, di fondamentale
importanza proprio per gli apparecchi ad impiego autonomo, quasi sempre di potenza esuberante

2
rispetto al fabbisogno termico per riscaldamento dell'appartamento, ma necessaria per poter
produrre istantaneamente l'acqua calda sanitaria.
Si ha quindi il passaggio da generatori di calore a temperatura costante ai generatori a
temperatura scorrevole in funzione delle condizioni climatiche esterne. Negli stessi anni trovava
sviluppo la caldaia a condensazione, ostacolata, oltre che da costi iniziali elevati, anche da una
grande confusione sul piano normativo (in particolare per lo smaltimento delle condense acide e
l’espulsione dei fumi in camini idonei). La condensazione consente, sul piano dei rendimenti, il
grande salto di qualità, non solo riducendo le perdite sui fumi, ma sfruttando il calore latente in
essi presente, che per il gas naturale rappresenta una quota di circa il 10% del potere calorifico.
Una buona caldaia a condensazione, ben installata su di un impianto correttamente regolato,
consente rendimenti stagionali del 100% (sul potere calorifero inferiore) che sono passibili di
ulteriori modesti miglioramenti a questo punto solo con l’adozione di sistemi avanzati di
regolazione sull'impianto. Se questa è stata la vicenda che sul piano energetico ha neutralizzato
la negatività iniziale della scelta dei sistemi autonomi, c'è da fare i conti ancora sul versante
sicurezza. Come non bastasse, in maniera prepotente dagli anni '90 si è posta anche la tematica
dell'inquinamento ambientale.

Andamento del rendimento stagionale di caldaie vecchie e nuove

Dal punto di vista della sicurezza un contributo decisivo è stato dato dall'elettronica con sensori
di fiamma sempre più sofisticati (il sensore di fiamma a ionizzazione), controllo sul tiraggio del
camino e con tempi di intervento di chiusura del gas molto rapidi. In ogni caso la moltiplicazione
dei punti di fiamma e l'installazione della caldaia murale nei locali abitati comporta una speciale
attenzione sia a livello manutentivo sia dal punto di vista dell'evacuazione dei fumi. Sotto questo
aspetto solo i sistemi di tipo a camera stagna danno adeguate garanzie nei confronti di problemi
di tiraggio che provocano ogni inverno numerosi incidenti, derivanti spesso più che da difettosità
dell'apparecchio da incuria manutentiva e sottovalutazione del rischio (chiusura delle aperture di
aerazione).
Le problematiche dell'inquinamento ambientale hanno spinto alcune comunità locali in Europa
(Zurigo, Amburgo) a regolamentazioni restrittive sulle prestazioni degli apparecchi che con
qualche modifica sono state fatte proprie spesso da normative o da marchi di qualità nazionali.
Queste normative hanno prodotto una potente spinta sui costruttori per un perfezionamento
tecnologico che è riuscito in pochi anni a ridurre di un ordine di grandezza le emissioni
inquinanti (NOx) negli apparecchi più evoluti.

3
2 GENERATORI DI CALORE

I generatori di calore possono essere distinti in base a differenti loro caratteristiche, quali il tipo
di combustibile impiegato (gassoso, liquido o solido), la loro modalità di installazione (murale, a
basamento), il loro contenuto d’acqua (elevato con centinaia di litri, piccolo anche meno di 10
litri), il tipo di bruciatore (atmosferico, ad aria soffiata), alle modalità di evacuazione dei prodotti
della combustione (a tiraggio naturale, a tiraggio forzato).

La combinazione di queste caratteristiche porta ad una moltitudine di tipologie di generatori di


calore; possiamo comunque fare riferimento a due grandi famiglie: quelle murali e quelle a
basamento, di cui le prime a basso contenuto d’acqua, mentre le seconde, salvo eccezioni, sono
ad elevato contenuto d’acqua.

A seguito di una metanizzazione diffusa, il combustibile maggiormente impiegato in ambito


civile è certamente il gas naturale e ciò ha sicuramente ridotto l’impatto ambientale.
Il generatore di calore, di qualunque tipo, risulta costituito da una caldaia vera e propria, dal
bruciatore, e dal sistema di regolazione. La caldaia vera e propria non è altro che uno
scambiatore fumi-acqua in cui i prodotti della combustione cedono calore per irraggiamento e
convezione alle pareti della camera di combustione e dei condotti fumi che risultano bagnate
dalla parte opposta dall’acqua dell’impianto che deve essere riscaldata.
Per il corretto funzionamento del generatore è di fondamentale importanza il dimensionamento
del camino attraverso cui vengono scaricati in atmosfera i prodotti della combustione.

Per ottenere i massimi rendimenti di produzione termica è indispensabile che tutte le componenti
sopra citate risultino armonizzate, pertanto, mentre un tempo era consuetudine assemblare i
singoli componenti selezionandoli tra quanto offerto dai vari costruttori presenti sul mercato,
oggi, proprio per garantire la massima efficienza, i costruttori forniscono i sistemi completi di
bruciatore, caldaia e regolazione che vengono identificati con il termine “gruppo termico”. Nel
caso delle caldaie murali il costruttore deve indicare anche il tipo di condotto di evacuazione dei
fumi che deve essere abbinato alla propria caldaia, condotto che deve risultare di tipo omologato.
Occorre sempre tenere presente che un camino non dimensionato correttamente rispetto al
gruppo termico a cui è allacciato provoca degli squilibri di pressione in camera di combustione,
squilibri che, oltre a limitare l’efficienza della caldaia o danneggiarla, possono creare seri
problemi di sicurezza.

4
2.1 CALDAIA A BASAMENTO

Con questa tipologia di caldaie si intendono coprire le richieste di potenze termiche comprese in
un ampio intervallo, ossia tra gli 80kW ed i 14000kW.
Le caldaie a basamento sono caldaie in cui si ha una consistente massa d’acqua che resta
all’interno della caldaia stessa ed è in contatto con le superfici riscaldate dall’effetto della
combustione.
Una prima classificazione di queste caldaie è dovuta al numero dei “giri” che i fumi sono
costretti a compiere all’interno della caldaia stessa. Si hanno allora caldaie a due giri di fumo o a
tre giri di fumo.

Fig.: Rappresentazione schematica del condotto per caldaia a due giri di fumo con inversione in camera di
combustione e per caldaia a tre giri di fumo

5
Nella caldaia a due giri di fumo con inversione in camera di combustione, dove i fumi invertono
senso di percorrenza ed avvolgono il dardo di fiamma, le temperature medie della fiamma sono
più alte e sono maggiori i tempi di permanenza ad alte temperature. Ciò favorisce la formazione
di ossidi d’azoto. Nella camera di combustione infatti, il flusso all’indietro dei gas combusti ad
elevata temperatura riduce la cessione diretta del calore da parte della fiamma alla camera di
combustione raffreddata dall’acqua.
La caldaia a tre giri di fumo invece, presenta al riguardo notevoli vantaggi. I gas combusti
all’interno della camera di combustione non tornano indietro, ma attraversano una camera
raffreddata ad acqua nel secondo giro di fumi e poi nel terzo. In questo modo i fumi non
impediscono alla fiamma di cedere direttamente calore alle pareti e si ha così un maggiore
scambio termico e una minore produzione di NOX.

I componenti costitutivi
I componenti costitutivi di questo tipo di caldaia, sono:

1- bruciatore
2- camera di combustione
3- tubi di fumo
4- raccordo gas combusti
5- collegamento di mandata del circuito idraulico
6- collegamento di ritorno del circuito idraulico
7- bollitore
8- regolatore elettronico
9- isolamento termico di ricoprimento
10- lamiera protettiva esterna.

Ora analizziamo brevemente le caratteristiche essenziali dei componenti più importanti tra quelli
elencati.

Il bruciatore
Si hanno caldaie a basamento dotate di bruciatore atmosferico e caldaie con bruciatore ad aria
soffiata. In questa caso faremo riferimento esclusivamente a bruciatori ad aria soffiata essendo
questi capaci di garantire più elevati rendimenti. Il bruciatore deve risultare di potenza coerente
con la taglia della caldaia a cui deve essere applicato.
Il bruciatore è composto da un sistema di miscelazione e da un sistema di ventilazione che
spinge a pressione la miscela in camera di combustione. Nelle versioni a gasolio il bruciatore
può anche essere ad aria soffiata con ricircolo dei gas combusti integrato (fiamma blu), a 2 stadi
con preriscaldamento del gasolio.
Il dardo di fiamma che si forma deve essere di lunghezza compatibile con la camera, in quanto
avere una fiamma corta comporterebbe un ricircolo anticipato dei fumi, perdendo così parte dello
scambio termico, mentre una fiamma eccessivamente sviluppata comporterebbe un
surriscaldamento e danneggiamento delle pareti della camera stessa.
E’ opportuno ricordare che prima di ogni accensione occorre effettuare un ciclo di lavaggio della
camera di combustione per eliminare l’eventuale presenza di vapori o possibili sacche di gas non
combusto, allora si fa circolare forzatamente per mezzo del ventilatore una abbondante quantità
di aria prelevata dall’ambiente esterno che è quindi alla temperatura ambiente. Questa
operazione provoca l’asportazione del calore dalle superfici, con conseguente calo del
rendimento complessivo stagionale della caldaia.

6
La camera di combustione come anche i tubi di fumo ed il condotto di espulsione dei fumi,
devono essere a tenuta stagna per non permettere che l’acqua, che lambisce esternamente questi
componenti, possa infiltrarsi pericolosamente nel circuito.
La camera di combustione deve essere tale da garantire il miglior scambio termico possibile sia
per irraggiamento diretto con il dardo di fiamma, che convettivo con i fumi risultanti dalla
combustione. In questo senso la camera deve essere sviluppata in modo tale da ottenere una
distribuzione ideale della temperatura sulle sue superfici ed avere dimensioni e forma tali da
consentire ai fumi un percorso ottimizzato (scambio in controcorrente fumi-acqua).

I tubi di fumo.
Nelle caldaie a due giri di fumo è lo stadio obbligato immediatamente successivo alla camera di
combustione ed in questa tipologia di caldaie si ha un minor numero di tubi di fumo rispetto alle
caldaie tradizionali.
Nelle caldaie tradizionali a temperatura costante si richiede appunto che l’acqua di caldaia sia
mantenuta a temperatura di ritorno non inferiore a 60°C per poter scongiurare il pericolo di
condensa lato fumi.
Per poter incrementare il rendimento di produzione della caldaia e poter operare con temperature
inferiori è necessario adottare delle soluzioni tecnologiche che impediscano la formazione di
condensa mantenendo ugualmente elevata la temperatura della parete lambita dai fumi.
Questa evoluzione tecnologica ha portato alla realizzazione delle caldaie a temperatura
scorrevole che esamineremo più oltre.

Il bollitore è l’involucro a tenuta stagna contenente il fluido termovettore che viene attraversato
dai tubi di fumo ed entro il quale si sviluppa l’intera camera di combustione.
E’ un vero e proprio serbatoio al quale però si affida un ruolo di fondamentale importanza per la
sicurezza dell’impianto e l’incolumità del personale addetto.
E’ essenziale infatti la resistenza alla corrosione, la tenuta stagna e la solidità strutturale.
Il bollitore costituisce la caldaia vera e propria.

7
Il regolatore elettronico
Attraverso la regolazione (prima elettromeccanica, poi elettronica ed oggi digitale) si realizzano
tutte le logiche di gestione del generatore di calore in modo da ottimizzarne il rendimento al
variare delle condizioni di utilizzo.
Questo strumento accoppiato a tutti gli altri componenti impiantistici di regolazione e di misura è
fondamentale per conseguire un aumento del rendimento medio stagionale dell’intero impianto.

L’isolamento termico ha particolare importanza in questo genere di caldaie in quanto si ha


una consistente massa d’acqua immagazzinata al loro interno, e conseguentemente una grande
superficie disperdente. L’isolamento termico viene fatto aderire all’intera superficie esterna del
bollitore ed ai collettori di mandata e di ritorno.
L’isolante scelto dipende dalla casa costruttrice e può spaziare dalla semplice lana di vetro a
prodotti più innovativi come schiume espanse riciclabili ed esenti da CFC.
Non cambia però la funzione dell’isolamento che è quella di preservare il calore prodotto dalla
combustione ed immagazzinato nell’acqua contenuta all’interno del bollitore.
Le dispersioni attraverso il mantello di una caldaia attuale sono molto minori rispetto a quelle di
una caldaia di una ventina di anni fa.
La riduzione delle dispersioni appare evidente dalla figura che segue.

1%

20%

12% 4%

68% 95%

Caldaia Caldaia
vecchia nuova

Rendimento utile

Dispersioni attraverso le superfici esterne

Dispersioni per gas di scarico

8
2.2 CALDAIA MURALE

Le caldaie murali sono apparecchi compatti che spesso abbinano alla funzione di riscaldamento
anche quella di produzione dell’acqua calda sanitaria.
La gamma di potenze attualmente coperto dalle caldaie murali va da 10 kW a 115 kW. Quelle di
potenza inferiore a 35 kW sono in genere utilizzate in quelli che vengono definiti impianti
autonomi. Mentre potenze superiore a 115 kW possono essere realizzate ponendo in batteria
(funzionamento parallelo) più caldaie, coprendo quindi un segmento di potenze proprio delle
caldaie a basamento.
Il cuore della caldaia è costituito dalla camera di combustione dove il gas con cui essa è
alimentata (che tipicamente può essere metano o gpl), viene fatto bruciare assieme ovviamente
all’aria comburente, in modo da cedere il calore allo scambiatore fumi-acqua di tipo compatto (a
basso contenuto d’acqua) .
Un dispositivo di sicurezza estremamente importante è il controllo di fiamma, oggi realizzato a
ionizzazione. Questo dispositivo è formato da un elettrodo posto all'interno della fiamma. Il suo
funzionamento si basa sulla conducibilità elettrica degli ioni prodotti dalla fiamma. Durante la
combustione si viene a creare un passaggio di corrente nell’elettrodo e la valvola di erogazione
del gas resta aperta mentre, in assenza di fiamma, venendo a mancare la corrente di ionizzazione,
viene bloccata immediatamente la fuoriuscita del gas mediante la chiusura automatica della
valvola di alimentazione.
Un importante distinzione da fare per queste caldaie (e che sarà ripresa compiutamente nei
paragrafi successivi) viene fatta in base al tipo di camera di combustione/evacuazione fumi, che
ci permette di distinguere tra:
caldaie a camera aperta, in cui l’aria necessaria alla combustione proviene direttamente
dall’ambiente in cui l’apparecchio è installato e i fumi evacuati tramite canna fumaria verso
l’esterno.
caldaie a camera stagna, nelle quali tutto il circuito di combustione risulta appunto stagno
rispetto all’ambiente ove essa è installata e anche l’aria comburente viene prelevata dall’esterno
e opportunamente canalizzata impedendo cosi qualunque contaminazione dell’ambiente abitato;
in questo caso la caldaia è necessariamente dotata di un ventilatore che assicuri l’aspirazione
dell'aria e l’espulsione dei fumi.

9
A seconda del modo con cui vengono evacuati i prodotti della combustione le caldaie murali si
classificano in:
• tipo A, si tratta di apparecchi a camera aperta, previsti per non essere collegati a un
condotto o ad un altro dispositivo di evacuazione dei prodotti della combustione;
• tipo B, sono apparecchi a camera aperta che devono essere collegati a un condotto per
l’evacuazione dei gas di scarico all’esterno dell’ambiente nel quale sono installati , l’aria
comburente è attinta comunque dallo stesso locale;
• tipo C, sono apparecchi nei quali il circuito di combustione (camera di combustione,
presa dell’aria,scarico del gas, ecc.) è stagno rispetto al locale di installazione.

Caldaie di Tipo A

Si tratta di apparecchi di piccola potenza con funzionamento continuo e discontinuo:

ƒ “scaldacqua” istantanei di potenza fino a 11 kW


ƒ “apparecchi ad accumulo” fino ad una capacità utile di 50 litri d’acqua e una potenza
termica di 4,65 kW
ƒ “apparecchi indipendenti per il riscaldamento ambientale” sino ad una potenza di 3,5
kW
ƒ “apparecchi a gas in genere” con potenza inferiore a 2,9 kW

Tutti questi apparecchi possono essere installati senza condotti di scarico per i prodotti della
combustione a condizione che siano muniti di dispositivi di sicurezza per l’accensione e di
dispositivi di controllo dell’atmosfera ambiente inoltre non devono essere installati in locali
aventi una volumetria inferiore a 12 metri cubi , devono essere previste due aperture per la
ventilazione dei locali, ciascuna della sezione minima di 100 cm quadrati, di cui una per
l’afflusso dell’aria comburente (situata il più possibile vicino al pavimento) e l’altra per lo
scarico dei prodotti della combustione, preferibilmente situata nella parte alta di una parete
esterna.
Un’ altra condizione che deve essere soddisfatta è che la potenza termica installata in un unico
locale deve essere non superiore ai 15 kW e che il locale abbia un volume di almeno 1,5 metri
cubi per ogni kW di potenza termica complessivamente installata.
In nessun caso gli apparecchi di tipo A devono essere installati in locali adibiti a bagno o a
camere da letto.
Per la corretta installazione di questa tipologia di caldaie devono essere rispettate
contemporaneamente tutte le suddette regole.

10
Caldaie di Tipo B

11
Fanno parte di questa categoria apparecchi quali:
ƒ scaldabagni a gas
ƒ caldaie a gas
ƒ apparecchi indipendenti per il riscaldamento ambiente (stufe)
Possono essere sia a tiraggio naturale che a tiraggio forzato; per quanto riguarda quelle a
tiraggio naturale devono essere munite di attacco per il tubo di scarico fumi e devono essere
collegate a camini o canne fumarie di sicura efficienza, solo in mancanza di queste è possibile
scaricare all’esterno i prodotti della combustione tramite un condotto che attraversi le pareti
perimetrali dell’edificio.
In riferimento alle caldaie di tipo B a tiraggio forzato si può affermare che in questi tipi di
apparecchi l’evacuazione dei fumi avviene tramite un ventilatore facente parte dell’apparato
stesso.
In questo caso è da tener presente che le caldaie non possono essere allacciate a canne fumarie
collettive ramificate, pertanto lo scarico di ogni apparecchio deve essere inviato all’esterno o
verso un camino indipendente.
Precisiamo infine che i locali nei quali vengono installati apparecchi di tipo B possono usufruire
sia di aerazione diretta (cioè con presa d’aria direttamente sull’esterno) che indiretta (cioè con
presa d’aria nei locali attigui).
Devono essere però rispettate le seguenti condizioni:

¾ Aerazione diretta
Per poter installare gli apparecchi di tipo B è necessario che siano rispettate le seguenti
condizioni:
• il locale deve avere un'apertura pari a 6 cm quadrati per ogni kW installato, e
comunque mai inferiore a 100 cm quadrati, praticata direttamente sul muro verso
l'esterno
• l'apertura deve essere il più vicino possibile all'altezza del pavimento, deve essere
non ostruibile e protetta da una griglia che non riduca la sezione utile di passaggio
dell'aria.

¾ Aerazione indiretta
Nel caso non sia possibile effettuare l'aerazione direttamente nel locale, si può ricorrere alla
ventilazione indiretta, con prelievo d'aria da un locale attiguo attraverso un'adeguata
apertura praticata nella parte bassa della porta. Tale soluzione è però possibile solo se:
• il locale attiguo è dotato di ventilazione diretta adeguata come previsto per
l’aerazione diretta;
• il locale attiguo non è adibito a camera da letto;
• il locale attiguo non è una parte comune dell'immobile e non è un ambiente con
pericolo di incendio ( ad esempio un deposito di combustibile, un garage, ecc.).

Infine da ricordare che le caldaie di tipo B hanno una nomenclatura che prevede la lettera B
seguita da tre cifre nelle quali: la prima (1) indica che l’apparecchio è previsto per essere
collegato ad un condotto di evacuazione; la seconda indica che l’apparecchio è a tiraggio
naturale (1) o che il ventilatore, nel caso di tiraggio forzato è situato a valle a monte (2-3) della
camera di combustione; la terza cifra (1-2) indica la presenza o meno di un dispositivo
rompitiraggio-antivento.

12
Caldaie di Tipo C

Appartengono a questa categoria:


ƒ scaldabagni a gas
ƒ caldaie a gas
ƒ radiatori a gas
Anche queste tipologie di caldaie possono essere suddivise a seconda che siano a tiraggio
naturale o a tiraggio forzato anche se nella maggioranza delle applicazioni vengono impiegate
quelle a tiraggio forzato.
Questi dispositivi, essendo stagni rispetto all’ambiente nel quale sono installati, non sono
soggetti ad alcun vincolo per quel che concerne la loro sistemazione e l’apporto di aria
combustibile.
E’ interessante osservare che queste caldaie vengono suddivise in sottogruppi con una
nomenclatura del tipo: C11, C22, C32, C13, C23, C33; dove la prima cifra (1-2-3) indica il
modo in cui avviene il prelievo dell’aria comburente e l’evacuazione dei fumi di combustione,
13
mentre la seconda cifra (2-3) indica la posizione del ventilatore incorporato, posto
rispettivamente a valle o a monte della camera di combustione.
Cosi ad esempio il tipo C11 riceve l’aria comburente e scarica i prodotti di combustione
direttamente all’esterno, le caldaie tipo C22 devono essere raccordate ad una canna fumaria
particolare avente la duplice funzione di convogliare l’aria comburente necessaria e di evacuare
i prodotti della combustione, infine la tipologia C13 è dotata di un dispositivo di evacuazione
dei fumi di combustione e di una presa dell’aria comburente indipendenti tra loro, nel senso che
possono essere su pareti anche diverse del locale in cui è installato l’apparecchio.
A differenza delle precedenti tipologie di caldaie, quelle di tipo C possono essere installate su
qualunque locale.

Analizziamo ora quali sono i principali componenti che costituiscono una caldaia murale
prendendo come riferimento il disegno della figura sottostante che si riferisce ad una caldaia del
tipo a camera stagna.

Elementi caratteristici: 1-camera stagna, 2-collettori fumi, 3-vaso espansione, 4-elettrodo di


accensione e rilevazione, 5-gruppo bruciatori, 6-ugello principale, 7-sensore di temperatura
sanitario, 8-mandata impianto, 9-uscita acqua sanitaria, 10-modulatore, 11-valvola gas, 12-
entrata gas, 13-rubinetto di riempimento impianto, 14-entrata acqua sanitaria, 15-flusssostato,
16-ritorno impianto, 17-circolatore riscaldamento, 18-pressostato acqua, 19-sfiato aria
automatico, 20-valvola di sicurezza, 21-bruciatore, 22-isolante camera di combustione, 23-
camera di combustione, 24-sensore temperatura riscaldamento, 25-termostato di sicurezza, 26-
scambiatore in rame per riscaldamento e acqua sanitaria, 27-ventilatore, 28-pressostato aria, 29-
presa di rilevazione aria, 30-collettore uscita fumi, 31-presa di rilevazione fumi.

14
3 TIPOLOGIE DI BRUCIATORI

Con il termine bruciatore viene indicata l’apparecchiatura che ha il compito di trasformare


l’energia chimica di un combustibile in calore attivando il processo di combustione.
Per quanto concerne i combustibili gassosi, i bruciatori si possono dividere sostanzialmente in
due grandi categorie
1. bruciatori ad aria aspirata o atmosferici
2. bruciatori ad aria soffiata
Quelli appartenenti alla prima categoria sono impiegati solitamente nelle caldaie murali di tipo A
e B, o in caldaie a basamento ormai di raro impiego a causa dei bassi rendimenti ottenibili,
mentre quelli ad aria soffiata trovano principalmente impiego nelle caldaie a basamento e nelle
murali di tipo B e soprattutto di tipo C.

3.1 Bruciatori ad aria aspirata


Questi bruciatori, nella versione più semplice, sono simili ai bruciatori esistenti nelle cucine a
gas, qui il combustibile viene addotto a un ugello dal quale esce a velocità tale da richiamare una
parte dell’aria necessaria (aria primaria); la miscela esce poi dai fori della piastra, e dopo essersi
miscelata ulteriormente con l’aria (secondaria), viene bruciata.
Data la modalità di funzionamento estremamente semplice, con questo tipo di bruciatore non
sono garantiti, istante per istante, gli apporti stechiometrici di combustibile e comburente, di
conseguenza il rendimento di combustione non potrà essere ottimale in ogni condizione di
lavoro.
Questi bruciatori non presentano organi in movimento e possono realizzare potenze fino a 500
kW/m2 di superficie porosa.

3.2 Bruciatori ad aria soffiata


Questi bruciatori hanno all’interno ventilatori che forniscono una pressurizzazione alla caldaia.
Essi sono più compatti e sono meno influenzati dalle variazioni di tiraggio al camino proprio per
la pressurizzazione che possono realizzare. In questi bruciatori il moto dell’aria è determinato
dalla presenza di un ventilatore che serve a vincere le resistenza al moto nello stesso bruciatore e
a pressurizzare la camera di combustione.
Il combustibile effluisce dall’ugello con un getto conico che induce una corrente d’aria
controllata dal deflettore.

15
La fiamma di combustione emerge dalla testa di combustione. Davanti al deflettore si crea una
depressione che provoca un moto di ricircolo interno che trasporta prodotti di combustione ad
alta temperatura nella zona di efflusso del combustibile determinando l’accensione e la
formazione di una fiamma stabile.
Data l’accuratezza di realizzazione, nonché la presenza di un ventilatore la cui portata può essere
facilmente regolata, questo modello di bruciatore garantisce apporti stechiometrici di
combustibile e comburente con conseguente aumento del rendimento di combustione rispetto al
bruciatore atmosferico.
I bruciatori ad aria soffiata vengono prodotti in grande serie e in versione monoblocco per un
campo di utenze che vanno da 10 a 5000 kW di potenza al focolare con combustibili sia liquidi
che gassosi. Per potenze industriali (oltre 10 MW) si costruiscono bruciatori specifici anche a più
getti.
Queste apparecchiature possono essere soggette a diverse tipologie di regolazione , la più
semplice è quella di tipo ON/OFF.
Una regolazione più fine , che si applica ai bruciatori ad aria soffiata è quella che consente una
modulazione del numero di giri del ventilatore in funzione della quantità di combustibile che
deve essere bruciata, cosi facendo si realizza un bruciatore modulante capace di adeguare la
potenza termica erogata alle effettive richieste del carico termico; in tal modo si riesce a limitare
il numero di cicli di attacca/stacca che è il principale fattore della caduta del rendimento quando
la caldaia lavora a carico ridotto.
Tra queste due soluzioni estreme possiamo trovare bruciatori a 2 e più stadi di potenza in cui la
parzializzazione non avviene più in modo continuo, come nei bruciatori modulanti, ma a gradini
predefiniti.

4 IL CAMINO

I prodotti della combustione vengono inviati all’esterno dell’impianto di combustione mediante


il camino il quale ha anche il compito di disperderli nell’ambiente riducendo a livelli accettabili
la concentrazione al suolo degli inquinanti prodotti. Il camino deve essere dimensionato in modo
da garantire queste funzioni ed in particolare il moto dei fumi al suo interno deve svolgersi nelle
condizioni ottimali di velocità, pressione e temperatura dei fumi stessi, ed evitare la
condensazione del vapor d’acqua sulle pareti del condotto dei fumi.

16
Il principio di funzionamento dei camini si basa sul tiraggio, cioè sulla depressione generata alla
base del camino per effetto della minore densità dei gas caldi rispetto all’aria esterna.

Fig. 1

Se consideriamo due colonne, di altezza H sottoposte all'azione della gravità espressa


dall'accelerazione (g) e queste due colonne contengano due fluidi di cui uno con densità
maggiore (ρa) e uno di densità minore (ρf), se sono separate tra loro a causa di un setto di
separazione che impedisce ai due fluidi di muoversi, si attua una condizione statica. La
condizione statica non è realistica per il funzionamento di un camino ma ne costituisce il
presupposto. La colonna fredda (illustrata nella figura 1 con il colore blu) è più pesante della
colonna calda (colore giallo) e quindi esercita a sinistra del setto una pressione maggiore che si
vede testimoniata dallo spostamento del fluido manometrico: risulta una differenza di pressione
statica (dpst) pari all'accelerazione di gravità (g) per l'altezza delle colonne (H) per la loro
differenza di densità (ρa - ρf). La distribuzione delle due pressioni in verticale è diversa nelle
due colonne fluide, perché naturalmente la variazione di pressione è più forte dove c'è il fluido
più freddo e più denso (linea a). Nel linguaggio dei camini, questa differenza di pressione viene
chiamata tiraggio statico.

Fig. 2

Se si toglie il setto (figura 2) la colonna pesante prevale su quella leggera, il fluido freddo di
colore blu scende ed il fluido caldo di colore giallo sale. Il fluido si mette in movimento e la
circolazione continua se permane la causa che rende il fluido più caldo (giallo) come un
generatore di calore. Questa depressione (dp) è più piccola del tiraggio statico e costituisce il
cosiddetto tiraggio del camino. Il tiraggio statico (dpst) non si tramuta tutto in tiraggio del
camino, ma in parte serve a vincere le resistenze fluidodinamiche computate generalmente come
somma di una parte dovuta alle resistenze distribuite e di una parte dovuta alle resistenze

17
localizzate al moto (prc) proprie del camino.

Per una trattazione completa sul dimensionamento dei camini si rimanda alla norma UNI 9165.
Nei vecchi generatori e nelle caldaie molto piccole l’espulsione dei prodotti della combustione è
affidato all’effetto del tiraggio statico che prende anche il nome di tiraggio naturale.
Con il tiraggio naturale la camera di combustione è in depressione, e ciò ha l’effetto di
richiamare l’aria esterna nella stessa.
Nelle caldaie attuali l’esigenza del recupero della quota maggiore possibile del calore contenuto
nei fumi fa sì che il tiraggio naturale non sia sufficiente (più bassa è la temperatura dei fumi più
alta è la loro densità ρf) in ragione anche delle perdite di carico nelle apparecchiature di recupero
termico. È pertanto necessario l’ausilio del tiraggio meccanico con il ricorso a ventilatori. Con il
cosiddetto tiraggio bilanciato si ha un ventilatore che soffia l’aria comburente nella camera di
combustione ed un ventilatore che aspira i gas combusti. La camera di combustione risulta
praticamente in equilibrio con l’ambiente esterno. La tendenza attuale è, comunque, verso
camere di combustione pressurizzate e l’adozione del solo ventilatore soffiante abolendo quello
aspirante dei gas combusti (soggetto ad incrostazioni e sporcamenti). Si parla in questo caso di
tiraggio forzato. Il ventilatore di insufflaggio aria deve, in questo caso, avere prevalenza tale da
vincere tutte le perdite di carico nel percorso aria - fumi, tuttavia la potenza da esso assorbita è
minore di quella della somma dei due ventilatori nelle caldaie a tiraggio bilanciato.

Esempio d’abaco per il


dimensionamento di
camini per generatori di
tipo “B” a camera
aperta e tiraggio
naturale

I costruttori di generatori termici e di bruciatori forniscono abachi per il progetto della sezione
dei camini: per data potenza nominale del bruciatore e altezza del camino si rileva la sezione
circolare.
Il corretto dimensionamento del camino è d’obbligo per l’ottimale funzionamento del gruppo
termico. Conseguenza immediata di un insufficiente tiraggio è la formazione di incombusti
all’interno della camera di combustione con conseguente abbassamento del rendimento;
dall’altro canto un eccessivo tiraggio è causa di uno scadente scambio termico e maggiori perdite

18
al camino (riscaldamento dell’aria in eccesso).
È caratteristica positiva di un camino la capacità di incrementare rapidamente la propria
temperatura per raggiungere le condizioni ottimali di evacuazione dei fumi e che al suo interno
non avvenga condensazione, fatto questo che causerebbe una locale diminuzione di temperatura
dei fumi stessi con conseguente aumento locale della densità dei gas in espulsione.
Alla luce di quanto esposto non risulta più essere ammesso l’uso del camino in muratura, perché
caratterizzato da una elevata inerzia termica e permeabilità alla condensa acida. Tale camino è
sostituito da canne fumarie a bassa inerzia termica, isolate e impermeabili alla eventuale
condensa. I materiali generalmente utilizzati sono acciaio inox, alluminio e materie plastiche. La
canna fumaria deve essere certificata per resistere alla condensa, risultare internamente liscia,
presentare punti raccogli condensa e deve essere dimensionata correttamente rispetto alle norme
di sicurezza. Nel caso di installazione all’interno o in adiacenza di muri confinanti con ambienti
abitati è necessaria la presenza di un involucro esterno alla canna fumaria vera e propria in modo
da realizzare una intercapedine aerata per contenere eventuali fuoriuscite indesiderate dei
prodotti della combustione.
Oggi, negli impianti autonomi, ogni caldaia è connessa Canna fumaria ramificata
alla propria canna fumaria, un tempo però sovente, in
edifici condominiali multipiano, si ricorreva al
collegamento di più caldaie autonome ad un’unica
canna fumaria identificata come “canna fumaria
ramificata”. Mentre l’abbinamento di una caldaia ad una
canna fumaria esclusiva risulta agevole nella
progettazione, non così accade per le canne fumarie
ramificate, che, seppure con limitazioni, potrebbero
essere ancora utilizzate in presenza di caldaie di tipo B a
tiraggio naturale e bruciatore atmosferico.
Oltre al fatto che la canna fumaria deve rispondere
sempre ai requisiti sopra elencati, c’è la necessità di una
accurata progettazione della stessa per evitare influenze
reciproche tra i vari apparecchi che possono ricondursi a
problemi di tiraggio per le singole caldaie. Il progetto
della canna fumaria ramificata deve prevedere la
verifica del suo funzionamento nelle condizioni di
contemporaneo utilizzo a piena potenza di tutte le
caldaie collegate e nel caso si abbia una sola caldaia
funzionante con allacciamento sia nella posizione più
bassa che in quella più alta; si deve inoltre verificare che
nelle condizioni minime di funzionamento le
temperature raggiunte siano tali da non provocare
condense o ghiaccio alla sommità del camino. Un
ulteriore problema si ha poi nel caso in cui si debba
attuare la sostituzione di una caldaia che non
risulterebbe più compatibile con le caratteristiche delle
altre. Proprio in ragione di queste precise prescrizioni
normative risulta oggi impossibile la riqualificazione dei
vecchi impianti autonomi con caldaie atmosferiche collegate a canne fumarie ramificate in
cemento o equivalenti. Nella quotidianità, al fine di non incorrere in mal funzionamenti e
soprattutto a causa dell’uso sempre più frequente di caldaie a condensazione, è obbligo abbinare
ad una caldaia autonoma la propria canna fumaria che, trovandosi in pressione, non può essere
definita un camino.

19
5 L’EVOLUZIONE DEI GENERATORI DI CALORE

La scelta del tipo di generatore e delle modalità di regolazione è fondamentale per ottenere
elevati rendimenti medi stagionali. La normativa vigente in materia, a partire dalla legge 10/91
fino ai più recenti decreti, impone la verifica di un rendimento di produzione ed un rendimento
stagionale.
Alla luce delle normative più recenti solo le caldaie a condensazione sono in grado di osservare i
requisiti minimi di legge.
Per comprendere come si è giunti alle prestazioni attuali dei gruppi termici è opportuno
ripercorrere brevemente la loro evoluzione nel tempo.
Possiamo classificare le caldaie in funzione del loro funzionamento:
• caldaie a temperatura costante (alta temperatura)
• caldaia a temperatura scorrevole (bassa temperatura)
• caldaia a condensazione.
In tutti i casi sono esclusi i combustibili solidi e in qualche caso anche quelli liquidi.

5.1 CALDAIA A TEMPERATURA COSTANTE (>=70°C).

Nelle caldaie, tranne quelle a condensazione, si deve assolutamente evitare la formazione di


condense che, a causa della loro acidità, risultano essere corrosive per le superfici della caldaia
realizzate in materiali non idonei ad operare in tali condizioni. Affinché ciò non accada, occorre
che la temperatura delle pareti lambite dai fumi non scenda mai al livello della temperatura di
rugiada di questi ultimi. Nelle caldaie tradizionali a temperatura costante questa condizione viene
osservata assicurando che la temperatura di ritorno in caldaia non sia mai inferiore a 60-65 °C
con mandata presumibilmente almeno di 75 °C.
La caldaia deve quindi essere costantemente mantenuta ad un livello termico elevato.
Per una caldaia è importante definire il suo rendimento, rendimento che viene indicato come il
rapporto tra l’energia utile che la caldaia è capace di fornirmi in determinate condizioni e
l’energia che, in quelle condizioni, è stata spesa a seguito del processo di combustione.
Esso può anche prendere il nome di rendimento istantaneo e dipende da tre fattori principali:

• Dal rendimento di combustione proprio del bruciatore (eccesso d'aria, incombusti, ecc.);
• Dalle perdite al mantello (scarsa coibentazione), ovvero le perdite che si hanno per
trasmissione del calore attraverso l’involucro isolante della caldaia;
• Perdite al camino (elevata temperatura dei fumi, tiraggio a bruciatore spento).

Il rendimento viene dato in condizioni


SINGOLA CALDAIA STANDARD AD ALTA
nominali di funzionamento della TEMPERATURA
caldaia, ossia nelle condizioni di
esercizio continuo alla massima 100
potenza. Se si esamina come varia il 90
Rendimento % su P.C.I.

rendimento al variare della percentuale 80


del carico termico (definito come il 70
60
rapporto tra la potenza richiesta e quella 50
massima ottenibile), si può tracciare il 40
diagramma a lato. 30
20
10
0
0 20 40 60 80 100
% carico im pianto

20
Osservando il diagramma sovrastante, riferito ad una caldaia ad alto rendimento, si potrebbe
pensare che tale caldaia sia particolarmente efficiente e che consenta di limitare i consumi di
combustibile dato che il suo rendimento massimo è del 90%.
Occorre però considerare che la caldaia non lavora quasi mai al 100% e che anzi per il 70% del
tempo dell’arco stagionale la potenza richiesta al generatore di calore è compresa tra il 20% e il
40%, quindi per il 70% del tempo la potenza termica richiesta sta attorno al 30%. I consumi
energetici sono pertanto dipendenti dal rendimento medio stagionale piuttosto che dal
rendimento istantaneo in condizioni nominali.
A cosa si deve il calo del rendimento ai carichi parziali?
Questo tipo di caldaie erano caratterizzate da un sistema di regolazione della potenza erogata
estremamente semplice, costituito da un termostato (caratterizzato da un elevato differenziale
termico tra il punto di accensione ed il punto di spegnimento, es. 70/80 °C) che agiva
accendendo e spegnendo il bruciatore realizzando quindi una regolazione di tipo on-off.

Regolazione monostadio ON-OFF

Durante il periodo di inattività del bruciatore le perdite al mantello e la ventilazione attraverso il


camino (seppure ridotta nel caso di bruciatori ad aria soffiata) continuano ad essere presenti, ma
soprattutto, ogni ciclo di spegnimento ed accensione comporta che, prima che venga attivata la
fiamma del bruciatore, si abbia un lavaggio della camera di combustione mediante l’introduzione
di aria ambiente in modo da eliminare ogni eventuale presenza di vapori di combustibile o
sacche di gas che, all’accensione del bruciatore potrebbero fare esplodere la caldaia. Questo
fatto, estremamente importante ai fini della sicurezza, determina un raffreddamento della caldaia
e conseguentemente una consistente perdita energetica che si traduce, ovviamente, in un calo del
rendimento.
Il passaggio a bruciatori a doppio stadio o modulanti, seppur migliorativo, non può consentire il
loro pieno sfruttamento a causa della necessità di scongiurare la formazione di condensa e dover
mantenere elevata la temperatura dei fumi anche a potenza ridotta.

Regime bistadio 50 % + 100 %

21
Volendo migliorare il rendimento medio stagionale è comunque possibile adottare soluzioni
tecniche e logiche di regolazione tali da conseguire buoni risultati.
Un metodo per migliorare il rendimento di questo tipo di generatori a carichi del 30% è quello di
parzializzare la potenza termica installata su più generatori in parallelo. Ad esempio se la potenza
viene divisa su due caldaie di potenza pari al 50%, quando il gruppo termico dovrà fornire una
potenza termica pari al 30% lo potrà fare grazie all'uso di una sola caldaia che lavorerà al 60%
della sua potenza nominale con rendimenti quindi decisamente migliori. Inoltre la suddivisione
della potenza termica su più macchine in parallelo facilita la gestione di guasti e manutenzione
ordinaria anche se il costo totale dell'impianto e la manutenzione risulterà maggiore al caso
precedente.
DUE CALDAIE POTENZA 50% E 50%
% carico n%
impianto su P.C.I.
0 0 100
5 70 90
10 80 80
Rendimento % su P.C.I.

20 86 70
30 88 60
40 89 50
50 90 40

60 88,33 30

70 88,8 20
10
80 89,25
0
90 89,6
0 20 40 60 80 100
100 90
% carico impianto

Un'altra soluzione interessante potrebbe essere la suddivisione asimmetrica della potenza (es.
70% e 30%) aumentando il rendimento medio stagionale con un adeguata regolazione ma con
problemi maggiori in caso di guasto della macchina di minor potenza.

% carico n% DUE CALDAIE POTENZA 30% E 70%


impianto su P.C.I.
0 0
100
5 75
90
10 85,2
Rendimento % su P.C.I.

80
20 88,25 70
30 90 60
40 88 50
50 88,6 40
60 89,25 30
70 90 20

80 89,4 10
0
90 89,6
0 20 40 60 80 100
100 90
% carico impianto

Nel grafico e nel calcolo è ottimizzata la sequenza di inserimento progressiva: caldaia 30%
(carico fino al 30%), caldaia 70% (carico dal 30% al 70%), caldaie da 30% e 70% inserite
contemporaneamente (carico da 70% a 100%).

22
% carico n % su P.C.I. n % su P.C.I. n % ottimizzato Caldaia
impianto con sequenza 30-70 con sequenza 70-30 su P.C.I. inserita
5 75 55 75 30
10 85,2 74 85,2 30
20 88,25 84 88,25 30
30 90 86,2 90 30
40 88 88 88 70
50 88,6 88,5 88,5 70
60 89,25 89,25 89,25 70
70 90 90 90 70
80 89,4 89,4 89,4 70+30
90 89,6 89,6 89,6 70+30
100 90 90 90 70+30

Schema tipo per caldaia a T costante


La caldaie a temperatura costante lavorano mediamente ad una temperatura compresa tra i 70 e
80°C e bisogna fare in modo che l’acqua di ritorno non scenda sotto i 60-65°C per evitare la
formazione di condensa.
Le utenze (ambienti da riscaldare) hanno un fabbisogno termico che possiamo ritenere, in prima
approssimazione, proporzionale alla differenza di temperatura tra ambiente interno ed ambiente
esterno (Ta-Te). I terminali scaldanti (radiatori, pannelli radianti, ecc.) presenti in ambiente
hanno una erogazione di potenza che per semplicità consideriamo proporzionale alla differenza
di temperatura tra la temperatura media del terminale Tm e la temperatura ambiente (Tm-Ta),
pertanto, se si vuole mantenere controllata la temperatura ambiente al variare delle condizioni
climatiche occorre che i terminali operino ad una temperatura media Tm=(Ti+Tu)/2 variabile,
proporzionale alla differenza di temperatura tra ambiente interno ed esterno. Ciò può essere
ottenuto regolando la temperatura di mandata dell’impianto in funzione della temperatura esterna
(regolazione climatica).

23
In figura sono riportati i vari accessori previsti da normativa, quali valvole di
intercettazione,termometri, pressostati, vaso di espansione indispensabili per la funzionalità
nonché per la sicurezza dell’ impianto.
Troviamo la pompa di mandata e una valvola a tre vie motorizzata che permette la regolazione
della temperatura di mandata indipendentemente dalla temperatura a cui si trova la caldaia.
Durante la fase di avviamento dell’ impianto, l’acqua di ritorno rientra ad una temperatura
sicuramente inferiore ai 60C e quindi sarà presente della condensa seppur per un breve periodo.
La caldaia quindi non deve essere utilizzata in accensione e spegnimenti frequenti perche avrò
sempre della formazione di condensa.
Per accelerarne la messa a regime ed evitare che possano verificarsi condizioni favorevoli alla
formazione di condensa, viene installata una pompa detta appunto “pompa anticondensa”: se la
sonda di temperatura scende sotto i 60°C farà partire la pompa anticondensa.
La temperatura richiesta in mandata all’impianto la posso quindi regolare in modo climatico,
potendo seguire un predeterminato andamento.
Tale soluzione consente di ottenere un buon rendimento di distribuzione mantenendo nella rete di
distribuzione la minima temperatura possibile. Ovviamente la rete di distribuzione dovrà
risultare ben isolata.
Purtroppo tutti questi accorgimenti (regolazione in cascata di più generatori, regolazione
climatica e coibentazione) seppure possibili, fino alla fine degli anni ’70 rappresentavano delle
assolute rarità.

5.2 CALDAIA A BASSA TEMPERATURA (Temperatura scorrevole)

Da quanto esposto per le caldaie a temperatura costante, appare evidente che per migliorare il
rendimento stagionale occorre soprattutto poter ridurre le perdite quando il carico termico non è
ai valori massimi e la caldaia deve pertanto parzializzare la potenza erogata.
L’ostacolo principale è risultato essere la necessità di evitare la formazione di condensa sulle
pareti della caldaia.
Potendo evitare la formazione di condensa
quando acqua e fumi si trovano a bassa
temperatura, sarebbe infatti possibile ridurre
contemporaneamente le perdite al mantello
ed al camino.
Dagli anni ’80 i costruttori di caldaie si sono
attivati per ricercare soluzioni tecniche
adeguate al problema. Una possibile
soluzione è risultata quella di utilizzare tubi
di fumo a più strati aventi una resistenza
termica opportuna e variabile secondo la
posizione in cui la sezione del condotto si
trova ad operare rispetto al flusso dei
prodotti della combustione.

Andamento della temperatura dei gas di


combustione e della temperatura sulla superficie
lato fumi della superficie di scambio termico
convettivo

24
Gli intervalli differenziati tra i punti di pressatura
garantiscono una trasmissione dosata del calore

Per spiegare il principio di funzionamento di questi tubi compositi, occorre fare alcune
considerazioni sulla trasmissione del calore che avviene tra fumi ed acqua.
La trasmissione del calore dal gas di combustione alla superficie di scambio termico e da questa
all’acqua della caldaia è regolata dalla resistenza termica totale. Questa resistenza termica è il
risultato della somma delle resistenze termiche convettive lato fumi e lato acqua e della
resistenza termica di conduzione della superficie di separazione.
In una caldaia tradizionale la superficie che divide fumi ed acqua è realizzata con una semplice
lamiera d’acciaio che ha una resistenza termica trascurabile rispetto le resistenze termiche lato
fumi e lato acqua; si ha inoltre che la resistenza termica lato acqua risulta di due ordini di
grandezza inferiore rispetto alla resistenza lato fumi.
La temperatura della parete lato fumi risulterà pertanto circa uguale a quella dell’acqua e quindi
notevolmente inferiore a quella dei fumi che, nel caso di temperatura di parete minore della loro
temperatura di rugiada (55°C per combustione di gas naturale), andranno inevitabilmente in
condensa.

Trasmissione del calore attraverso una parete della caldaia

25
Temperatura di superficie sul lato fumi:
k
tF1 = t A − i( t A − tW )
α1
Le resistenze termiche:

Ad uno strato A due strati


1 1
k= k=
1 s 1 1 s1 s2 1
+ + + + +
α1 λ α2 α1 λ1 λ2 α2

Nel caso di superfici di scambio termico a più strati viene invece creata una resistenza termica
adeguata in modo tale che, in caso di bassa temperatura dell’acqua di caldaia, la temperatura
delle pareti sul lato fumi sia sempre superiore alla temperatura di rugiada impedendo quindi la
formazione di condensa.
Secondo le modalità di costruzione si hanno caldaie che necessitano di essere mantenute ad un
temperatura non inferiore a 40°C, mentre altre caldaie possono spingere la tecnica anticondensa
fino al punto di non richiedere il mantenimento in temperatura (per quanto bassa) consentendo
quindi di essere spente nei periodi in cui non si ha richiesta termica.

Queste caldaie consentono quindi di gestire la loro temperatura in funzione della temperatura
richiesta dall’impianto di utilizzazione, da qui il termine di “caldaia a temperatura scorrevole”,
legata alla temperatura esterna (regolazione climatica).
Con tali caldaie trovano il loro miglior utilizzo i bruciatori ad aria soffiata di tipo modulante,
ovvero capaci di variare la potenza erogata con continuità da un minimo di circa il 20% fino alla
piena potenza 100%.

26
Liberati del pericolo condensa è quindi possibile ridurre la potenza fornita alla caldaia e dalla
relazione di scambio termico:

P = k ⋅ s ⋅ ΔT

dove KS è il prodotto del coefficiente globale di scambio termico K ed S è la superficie della


caldaia lato fumi, prodotto che in prima approssimazione possiamo ritenere costante al variare
della potenza P erogata. Dalla relazione si deduce che al diminuire di P si ha una riduzione di
ΔT, ovvero della differenza di temperatura fumi-acqua. Nel fenomeno dello scambio termico la
differenza di temperatura che lo provoca costituisce un “indice” dell’irreversibilità connessa al
fenomeno stesso; la riduzione di ΔT ai carichi parziali porta quindi ad una riduzione delle
irreversibilità e pertanto ad un incremento del rendimento della caldaia.

Un’altra conseguenza di quanto sopra esposto è che, essendo aumentata la resistenza termica tra
fumi-acqua, per poter erogare una potenza termica uguale a quella di una caldaia tradizionale a
temperatura costante è necessario che la caldaia a bassa temperatura abbia una superficie di
scambio maggiore. Inevitabilmente il costo di queste caldaie è sensibilmente superiore a quello
delle vecchie caldaie tradizionali.

Nella figura che segue si riporta la variazione del rendimento di una caldaia a T scorrevole al
variare della percentuale del carico termico.
Come previsto si ha un innalzamento del rendimento al diminuire del carico termico con un
massimo (che può arrivare quasi al 96%) in corrispondenza del 30%.

CALDAIA A TEMPERATURA SCORREVOLE

100

90

80
Rendimento % su P.C.I.

70
60

50

40

30

20
10

0
0 20 40 60 80 10 0
% carico impianto

I generatori termici di questo tipo, quando sono abbinati ad una regolazione di tipo climatico,
possono essere condotti a temperatura scorrevole, adeguando la temperatura di caldaia in
funzione del carico termico richiesto (legato al valore della temperatura esterna), con notevoli
risparmi di gestione.
Con questo tipo di generatori di calore l’uso di bruciatori modulanti, o quantomeno a più stadi,
trova il massimo della valorizzazione rendendo possibili rendimenti medi stagionali molto
elevati (90%).

27
Nel caso in cui la potenza termica sia ripartita su due o più generatori a bassa temperatura, sia
per migliorare l’affidabilità dell’impianto che per osservare la prescrizione di legge che impone
che per potenze superiori a 350 kW la potenza debba essere suddivisa su almeno 2 generatori, le
logiche di regolazione risulteranno completamente differenti rispetto a quanto visto per le caldaie
tradizionali a T costante.

Nel caso delle caldaie a bassa temperatura non è conveniente realizzare una regolazione in
cascata dei generatori, ma, dato che il rendimento aumenta al diminuire della frazione del carico
termico, sarà opportuno ridurre la potenza erogata mantenendo in esercizio tutti i generatori in
modo da massimizzarne il rendimento fino al raggiungimento della potenza a cui si ha il valore
massimo del rendimento (es. 30%) poi, ad una ulteriore riduzioni del fabbisogno termico, la
regolazione da parallelo potrà mutarsi in regolazione in cascata cominciando a spegnere una o
più caldaie secondo un programma che tende a fare operare le caldaie rimaste attive a valori del
rendimento più prossimi al valore massimo.

Nella figura che segue si riporta lo schema idraulico più semplice per l’utilizzo di una caldaia a
temperatura scorrevole dotata di bruciatore modulante.

Come si nota, rispetto allo schema precedente sono scomparse la valvola di regolazione a 3 vie
con il suo sistema di regolazione e la pompa anticondensa, in questo caso la temperatura di
mandata è controllata direttamente dalla caldaia che, tramite la propria regolazione, adegua la
sua temperatura in funzione della temperatura esterna.

28
5.3 CALDAIA A CONDENSAZIONE

L’ultimo passo nello sviluppo di sistemi efficienti per la generazione del calore è stata la
condensazione. Per la verità le caldaie a condensazione erano già note e diffuse fin dagli anni ’80
in paesi come Olanda e Danimarca.
Prima però di trattare della condensazione è opportuno fare un breve richiamo alle definizioni
dei poteri calorifici dei combustibili.
Gli idrocarburi gassosi comprendono i gas naturali ed i gas di raffineria. Questi ultimi derivano
dalla raffinazione del petrolio ed includono, come componenti di maggiore importanza il
propano ed il butano. I gas naturali sono composti in quota decisamente prevalente di metano,
presente di solito in percentuali superiori all’80%, con aliquote minori di etano, propano e
butano.
Le quantità di gas sono espresse tradizionalmente in volume, anche se è improprio in quanto è
ben nota la variabilità del volume con la pressione e la temperatura; meglio sarebbe riferirsi alla
massa. Infatti l’unità di misura è convenzionale, essendo riferita alla temperatura prestabilita di
0°C ed alla pressione di 1 atmosfera. La combustione degli idrocarburi gassosi implica la
formazione di aliquote importanti di vapor d’acqua. Il caso più semplice (e di maggior rilievo) è
quello del metano CH4.
La sua combustione avviene secondo la seguente elementare trasformazione chimica:

CH4 + 2 O2 → CO2 + 2H2 O + calore di combustione

L’acqua può essere in forma di liquido o di vapore. Nel caso sia sotto forma di vapore il calore
sviluppato nella reazione non è totalmente disponibile, poiché una parte è servita ad innalzare
l’entalpia dell’acqua, la quale si trova al valore più alto che compete allo stato di vapore.
Soltanto raffreddando i componenti della reazione, indicati comunemente nella tecnica come
fumi, al di sotto del loro punto di rugiada, il vapor d’acqua può cominciare a condensare cedendo
la corrispondente quota dell’entalpia di vaporizzazione (o di condensazione), definita anche
come calore latente di condensazione o, ancora più generalmente, calore latente dei fumi.
Il processo di combustione del metano (come di ogni altro idrocarburo) porta a definire due
valori limite della quantità di calore prodotta per unità di massa del combustibile: il primo
comprende il calore latente dei fumi e prende il nome di potere calorifico superiore (pcs)
espresso in MJ/kg , mentre il secondo tiene conto solo del calore sensibile dei fumi, assumendo
quindi un valore minore del precedente, e prende il nome di potere calorifico inferiore (pci)
espresso sempre in MJ/kg.

I due valori sono ben diversi per il metano,


dal momento che il pcs è pari a 55,8 MJ/kg
mentre il pci è pari a 50,2 MJ/kg.

Maggiore è la differenza tra potere calorifico


superiore e potere calorifico inferiore,
maggiori sono le possibilità di utilizzo della
tecnica della condensazione.
Per il gasolio la differenza tra potere
calorifico inferiore e superiore e del 6%
mentre per il gas metano sale fino all’11%.

29
Dal momento che esiste una differenza rilevante tra pcs e pci, può sembrare strano che
nell’analisi della combustione ci si riferisca quasi esclusivamente al primo e più basso valore. Il
fatto è che di norma il calore latente non veniva sfruttato e, dunque, risultava di uso pratico solo
il pci.
Il motivo è chiaro se si ricorda che le caldaie fino a qui esaminate non sono idonee ad operare in
regime di condensazione dei fumi e sono state proprio attuate tutte le possibili strategie per
evitare la condensa.
Se pensiamo poi che il combustibile maggiormente diffuso era il gasolio, si comprende come,
data la presenza di composti di zolfo nei fumi, dovesse essere evitata la condensa. Infatti, nel
caso di condensazione dei fumi si ha la formazione di sostanze di forte aggressività, prima tra
tutte l’acido solforico, con corrosioni rapide e devastanti nei confronti di gran parte dei metalli di
comune impiego.
Come si è detto, il vapor d’acqua incomincia a condensare al di sotto della temperatura di
rugiada: questa è la temperatura alla quale la pressione parziale del vapore contenuto nei fumi è
pari alla pressione di saturazione e, per combustione stechiometrica alla pressione atmosferica,
essa è dell’ordine di 59°C. In altre parole a 59°C il contenuto di vapor d’acqua nei fumi è
massimo e, ad una temperatura appena inferiore, incomincia a separarsi in forma liquida.
Così facendo si abbassa la pressione parziale del vapore (il contenuto di vapore nei fumi è
diminuito) e la pressione di saturazione viene raggiunta a temperature più basse. Per poter fare
condensare tutto il vapore d’acqua presente nei fumi occorre pertanto che questi continuino a
raffreddarsi.
Per sfruttare al meglio la condensazione è fondamentale che la combustione approssimi il più
possibile le condizioni ideali stechiometriche, questo per mantenere una temperatura di rugiada
dei fumi la più alta possibile in modo da raggiungere facilmente le condizioni di condensazione e
dall’altro canto poter usufruire ancore di una temperatura utile relativamente elevata con cui
alimentare l’impianto di riscaldamento.
Per tale ragione nelle caldaie a condensazione i bruciatori sono sempre del tipo ad aria soffiata e
con controlli modulanti molto sofisticati in modo da limitare ogni dannoso eccesso d’aria.

30
Per il gas naturale si è detto che in condizioni ideali stechiometriche la condensazione parte da
circa 59°C per scendere in pratica attorno ai 55°C per gli eccessi d’aria adottati nei nuovi
bruciatori. Il grafico di figura risulta interessante, perché indica il contenuto di vapor d’acqua nei
fumi in funzione della loro temperatura e permette di valutare quanto vapore sia condensabile,
data la temperatura di scarico dei fumi.
L’acidità della condensa ha imposto l’impiego di materiali speciali, in particolar modo la lega di
alluminio che con processi di pressofusione ha permesso di realizzare superfici con grande
efficienza nello scambio termico.
L’incremento di efficienza nella generazione del calore non si è limitato alla quota del
condensato, dal momento che il raffreddamento dei fumi al di sotto del punto di rugiada ha
consentito anche un recupero importante del calore sensibile dei fumi, valutabile in 4-5 punti
percentuali.
Queste caldaie consentono di abbassare la temperatura dei fumi fino ad una decina di gradi
superiore a quella dell’acqua in uscita e garantiscono una temperatura massima dei fumi non
superiore a 85°C permettendo l’uso di canne fumarie (ovviamente in pressione) in materiale
plastico. Il rendimento di queste caldaie riferito al potere calorifico inferiore del combustibile
risulta > 100% (com’è ovvio non tenendosi conto del calore latente di condensazione nel pci)
ovviamente risulta < 100% se riferito al potere calorifico superiore.
Queste caldaie, oltre a limitare le emissioni in atmosfera di CO2 dato il maggiore rendimento
offerto, risultano anche avere il minimo impatto ambientale per quanto riguarda l’emissione di
ossidi di azoto NOx dato il basso livello termico dei prodotti della combustione.
Il controverso problema dello scarico nella rete fognaria delle condense acide ha trovato una
soluzione di buon senso comunemente accettata. Una caldaia a condensazione scarica
orientativamente meno di un litro di condensa per m3 di gas naturale bruciato. Quindi un’unità
abitativa produce circa 2 m3 all’anno di condensa acida con un pH di circa 4. Questo valore non
rispetterebbe quanto previsto dal DL 512/99 che impone un pH non inferiore a 5,5; se tuttavia si
considera la quantità delle acque reflue di un’unità abitativa, si vede che queste risultano
superiori di almeno 50-100 volte e, fra l’altro, con un contenuto leggermente basico per la
presenza di detersivi.
Sembra quindi sensato non porre inutili restrizioni all’uso generalizzato delle caldaie a
condensazione.
Il rendimento di produzione del calore trova ora le sue limitazioni maggiori nella tipologia di
impianto che deve servire e può raggiungere valori del 108% se l’impianto è del tipo a bassa
temperatura (pavimento o soffitto radiante).

CALDAIA A CONDENSAZIONE

110
100
90
Rendimento % su P.C.I.

80
70
60
50
40
30
20
10
0
0 20 40 60 80 100
% carico impianto

31
Per quanto riguarda il gasolio ogni discorso di condensazione sembra precluso dalla presenza
dello zolfo e quindi dalla sicura esistenza di acido solforico nelle condense dai fumi. Inoltre la
quota entalpica latente è circa la metà di quella del gas naturale.
Ciononostante esistono in commercio caldaie a gasolio realizzate per la condensazione. Un
modello in particolare è stato realizzato con grandi innovazioni tecnologiche sia dal lato del
bruciatore che, soprattutto, delle superfici di scambio, realizzate da tubi in acciaio inox annegati
in alluminio pressofuso. Un sistema di neutralizzazione delle condense acide ne consente lo
scarico nella rete fognaria anche nella combustione di gasolio. Ne risulta un’apparecchiatura
estremamente compatta in grado di superare anche con il gasolio la soglia simbolica di
rendimento del 100% sul pci.
L’utilizzo della tecnica di condensazione per combustione di gasolio si distingue da quella per la
combustione a gas per le seguenti caratteristiche:
• Il punto di rugiada dei gas di combustione prodotti dal gasolio e inferiore di 10K rispetto
a quello del gas combusto: la condensazione ha inizio più tardi
• La differenza tra potere calorifico inferiore e superiore e 6% nel primo caso contro 11%
del secondo quindi il ricavo supplementare di energia e perciò inferiore
• Il tipo di progettazione e la scelta dei materiali da impiegare per le caldaie a gasolio a
condensazione sono condizionati dalla presenza di zolfo nel combustibile. L’ acqua di
condensa deve essere completamente trattata mediante un apposito impianto di
neutralizzazione.

Le caldaie a condensazione si vanno sempre più diffondendo sia spinte da normative sempre più
restrittive in termini di efficienza media stagionale, sia per effetto delle incentivazioni
economiche presenti a livello nazionale.
Il confronto diretto con le tipologie precedenti risulta evidente dalla figura che segue.

32
Caldaie a condensazione di potenzialità superiore a 115 kW posso avere una struttura che
prevede il generatore termico diviso in due parti, una parte è equivalente ad una caldaia a bassa
temperatura mentre a valle di questa c’è una sezione costituita da uno scambiatore fumi-acqua in
cui avviene la condensazione, come da figura.

Ai fini del contenimento dei consumi energetici, la legislazione vigente in materia impone che il
rendimento dei generatori termici in nuovi edifici non sia inferiore ad un valore minimo
corrispondente a:
x = 90 nelle zone climatiche A, B, C
η = ( x + 2 log Pn )% x = 93 nelle zone climatiche D, E, F

dove Pn è la potenza nominale resa dal generatore espressa in kW.


Il rispetto di questi valori minimi del rendimento, unitamente ai valori di trasmittanza minimi
richiesti per i componenti dell’involucro edilizio, consentono la verifica automatica delle
prestazioni energetiche dell’edificio.
Le stessa norma di legge impone che la temperatura del fluido termovettore sia al massimo di
60°C.
Prendendo come esempio un generatore termico con potenza resa di 100 kW, dalle relazioni
precedenti si ricava che il rendimento minimo richiesto è del 94% nel primo caso e sale al 97%
nel secondo.
Si comprende facilmente che per ottenere tali valori è indispensabile utilizzare esclusivamente
generatori temici a condensazione.

6 IMPIANTI PER CALDAIA A CONDENSAZIONE

Gli impianti che sicuramente sfruttano appieno le prestazioni delle caldaie a condensazione sono
tutti quegli impianti funzionanti a bassa temperatura, o meglio, operanti con temperatura
massima di ritorno nettamente inferiore a 55°C in modo tale che i fumi della caldaia possano
cedere totalmente il calore latente di condensazione in ogni condizione di esercizio
dell’impianto.

33
Tipici impianti di riscaldamento aventi queste caratteristiche sono gli impianti a pannelli radianti
di qualunque tipo (pavimento, parete, soffitto) dato che le loro temperature operative sono
generalmente di circa 40°C in mandata e 30°C in ritorno. Anche gli impianti ad aria possono
operare con temperature analoghe, come pure impianti a ventilconvettori possono essere
dimensionati per una alimentazione a 45°C e ritorno a 40°C.
Dimensionando opportunamente le superfici di scambio si possono realizzare condizioni
favorevoli alla caldaia a condensazione anche per la climatizzazione di piscine, la produzione di
acqua calda sanitaria ed altre innumerevoli applicazioni.
La caldaia a condensazione può essere vantaggiosamente impiegata anche nel caso di una
sostituzione di una vecchia caldaia tradizionale. Ciò è dovuto sicuramente all’elevato rendimento
medio stagionale proprio di queste caldaie anche quando non operano in condensazione, ma
anche perché, sebbene gli impianti non siano del tipo a bassa temperatura (es. radiatori) nell’arco
della stagione si verificano comunque condizioni favorevoli alla condensazione.
Proprio per questa ragione la legislazione vigente incentiva la sostituzione delle vecchie caldaie
con caldaie a condensazione. Esaminiamo quindi quali siano le condizioni di lavoro di un
impianto a radiatori nelle varie condizioni di esercizio.
La potenza termica erogata da un radiatore possiamo, per semplicità, che sia direttamente
proporzionale alla sua temperatura, definendo come temperatura del radiatore Tr il valore medio
tra la temperatura d’ingresso Ti e quella di uscita Tu, ovvero: Tr = (Ti+Tu)/2 .
Parimenti semplificando possiamo considerare che il fabbisogno termico degli ambienti sia
inversamente proporzionale alla temperatura esterna Te .
Supponiamo che l’impianto sia stato dimensionato per garantire una temperatura interna di 20°C
nelle condizioni di progetto corrispondenti ad una temperatura esterna di -5°C con una
temperatura di ingresso Ti = 70°C ed una temperatura di uscita Tu = 60°C .
Quando la temperatura esterna è di 20°C il fabbisogno si annulla ed il radiatore per poter
annullare la propria potenza dovrà avere una temperatura di 20°C, ovvero temperatura d’ingresso
e temperatura di uscita coincidono a 20°C. E possibile quindi tracciare il diagramma sottostante
in cui sono riportate la Ti e la Tu in funzione della temperatura esterna Te.

TEMPERATURE DI INGRESSO E USCITA IN FUNZIONE


DELLA TEMPERATURA ESTERNA

80
70
60
50
Tu, Ti

40
30
20
10
0
-10 -5 0 5 10 15 20 25
Te

Si osserva che per una temperatura esterna di 7,5°C (50% dell’intera escursione tra -5 e 20°C) la
temperatura Ti dovrà essere di 45°C e la Tu risulterà di 40°C.
Ciò significa che regolando la caldaia a condensazione in modo climatico, già con temperature
esterne di poco superiori a 0°C, si hanno temperature di ritorno in caldaia favorevoli alla
condensazione. Non dimentichiamo poi che le condizioni minime di progetto si verificano per
una frazione del periodo di riscaldamento estremamente ridotta.
Se consideriamo che il fabbisogno termico degli edifici, a seguito delle recenti normative, si è
sensibilmente ridotto e questo consente di dimensionare i radiatori per una temperatura di
esercizio inferiore, l’impianto a radiatori può essere giustamente rivalutato potendo operare
perfettamente in abbinamento alle caldaie a condensazione.

34