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ONTOLOGIA DEL RITORNELLO

Nel libro undicesimo delle Confessioni (al par. 38) Agostino avvicina il divenire di
una vita, anzi di tutta la vita degli uomini ad una canzone. E’ una strana, significativa
metafora. La canzone è immagine di una vita e figura dell’essere come ritornello.

Prima di tutto la canzone è, naturalmente, cantata e, per esserlo, deve essere in


memoria, almeno nel suo avvio di partenza. Il ricordo sembra in questo caso giocare
un ruolo importante ma si tratta soltanto di un’apparenza. Non cantiamo la canzone
perché appesi alla memoria come ricordo. Una volta avviata l’esecuzione del brano,
siamo concentrati sul futuro, sull’attesa. Lo stesso futuro, nel corso dell’esecuzione,
si trasferisce nel presente e, infine, scivola nel passato. Tutta l’attesa si consuma,
mentre la memoria si prolunga sino a divorare tutto: futuro (da dire) e presente (che si
dice). Ecco le classiche dimensioni della temporalità, oggetto delle speculazioni di
tanti filosofi. Le tre durate costituiscono il tempo. Il tempo si ripete, come le note e le
parole di una canzone. Che cos’è la canzone? La canzone è sempre il ritornello. La
nostra memoria non ricorda mai l’intera canzone, ma il suo ritornello. Il ritornello
trascina con sé l’azione in cui interviene la memoria, l’attenzione e l’attesa. Anche
l’ansia di non ricordare più la frase o le note successive. Ma come è legata la frase
alla precedente? Dal ritornello.

Avanziamo un’ipotesi intorno al tempo: il tempo è il ritornello in cui l’identico e il


diverso, gli antichi generi sommi del Sofista di Platone, nella ripetizione, si
compenetrano.

Il presente, e l’attenzione che vi è connessa, convocano il futuro e lo licenziano nel


passato. E’ la “magia” del ritornello, quello che Badiou, parlando di Deleuze,
chiamava “il canto del virtuale”. La terra canta, il virtuale canta, l’immanenza canta.

Il ritornello è la struttura della canzone, ma funge anche da figura della struttura della
Ripetizione e del cambiamento di una molteplicità in divenire.

La canzone, si dice, fila…la sentiamo registrata…è un tutto che si offre alla nostra
percezione. Ma chiediamoci: che cosa ha trasformato le parti in un tutto? La risposta
è sempre la stessa: il ritornello. La stessa Memoria, nel significato più profondo che
la lega alla vita, è un ritornello, un refrain, lo stesso linguaggio è, in definitiva, una
litania…una molteplicità in divenire data dalla ripetizione.
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Nella Prefazione all’edizione italiana di Mille piani G. Deleuze e F. Guattari arrivano


a considerare la stessa filosofia come qualcosa che nasce dal canto della terra, un
canto cosmico. L’Uccello di Minerva di hegeliana memoria ha dunque le sue grida.
Intorno ad esse i concetti compongono “veri e propri canti”.

“Diremmo che il ritornello è il contenuto propriamente musicale, il blocco di


contenuto proprio della musica.”

certamente il ritornello è il blocco di contenuto della musica. Ma il ritornello non


coincide con la musica. C’è sempre nella musica, così come la territorializzazione c’è
sempre nella deterritorializzazione.

Continuano i nostri Autori:

“Mentre il ritornello è essenzialmente territoriale, territorializzante o


riterritorializzante, la musica ne fa un contenuto deterritorializzato per una forma
d’espressione deterritorializzante.”

In Differenza e ripetizione di G. Deleuze si afferma che ogni poesia nasce dal


ritornello. Il ritornello viene indicato da Deleuze come l’origine della poesia e del
canto. Il ritornello sembra dunque svolgere ruoli di primaria importanza.

Chiediamoci. qual è il punto di forza del ritornello all’interno dell’Ontologia? Esso ha


certamente a che vedere con il linguaggio, la musica, la terra, il territorio, la
deterritorializzazione. Ma assume una valenza ontologica importante. Perchè?

Potremmo rispondere che il ritornello contiene una ripetizione, ma anche una


differenza.

Nel ritornello la ripetizione non è la ripetizione dell’identico. L’identico è tale perché


riconoscibile (la stessa parola, la stessa nota…), ma è presente nella ripetizione
secondo una variazione. L’elemento identico si contamina con il diverso secondo una
linea di divergenza che, nel suo limite, garantisce insieme l’incremento della
differenziazione e il mantenimento dell’identità.

Nella canzone ciò che ritorna non ritorna mai assolutamente uguale all’espressione
precedente, ma è comunque riconoscibile nel suo nucleo di identità.

La variazione è strutturale all’interno di una totalità i cui elementi sono identificabili


nella loro ripetizione.
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Si potrebbe pensare a questo punto che il ruolo fondamentale nella variazione, cioè
nella ripetizione con la differenza, sia puramente soggettivo, che essa riguardi il
parlante, il cantante. In effetti l’esecuzione o l’interpretazione è la conversione dal
morto al vivo, dall’identità alla differenza-diversità, ma essa non distrugge mai la
totalità. O meglio la distrugge, ma per ricrearla. Il vivo non dimentica il morto, ma lo
riproduce, lo ripete.

Il tema propriodel ritornello, il suo motivo dominante, lo si può riprendere, ripetere,


ritornare. Nel ritornello si perde l’origine, si produce la copia, il falso rispetto ad
un’ipotetica origine autentica.

Nel ritornello la metafisica dell’autenticità, la protologia, il discorso sui fondamenti


dell’origine, sul Principio dell’Essere, non è più possibile. Non si pone un
fondamento prima e fuori del divenire come ripetizione o ritornello.

Ciò che consente questo è il Tempo. Il ritornello è il passare, proprio come il passare
del tempo. L’atto del dire, la parola del parlante (la parole opposta alla langue) (in
questo caso del cantante) è l’atto che coincide con la durata, con il flusso del tempo
come esperienza pura. Flusso non lineare ma circolare, cioè ritornante in sé (Proclo),
non lineare ma biforcato (Bergson) in coppie e direzioni divergenti e correlative.

E’ inevitabile, nell’esecuzione musicale di una partitura, nell’interpretazione di una


canzone, che l’originale si deformi, sia alterato e insieme, a ragione di questa sua
deformazione subita, mantenga, anzi aumenti, la sua espressività.

L’indeterminato (l’Illimitato…la Verità !) si determina, nel Limite. Il prodotto di


questa produzione è l’ecceità, cioè l’individuale che rinvia ad una singolarità pre-
soggettiva (come sempre, pre-soggettiva). E’ il tema portante della Logica del senso
di Gilles Deleuze.

Il senso appare e si delinea soltanto nella produzione dell’individuale. L’identità di


intuizione ed espressione è individuale, anzi è l’Individuale.

L’identico non è all’origine e il diverso non partecipa dell’identico, né direttamente,


perché ciò implicherebbe contraddizione, né attraverso la famigerata partecipazione
all’essere.

Non c’è infatti un essere e due specie. C’è il movimento, il produrre, il dinamismo
della variazione, che è una deformazione continua.
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Lo stesso Platone, nel Sofista, che sopra richiamavamo, parla di una “comunanza
reciproca dell’uno con l’altro” dei generi (Platone, Sofista, in Platone, Tutti gli scritti,
Bompiani, 2000, 257A), i quali, dunque, “si mescolano fra di loro, e che l’ente e il
diverso penetrano attraverso tutti i generi e l’uno nell’altro” (ivi, 259A, p.302.

Ritorniamo alla nostra canzone. L’interprete della canzone piega il testo e la musica,
lo varia ripetendolo. La ripetizione di parti e la ripetizione dell’insieme, della totalità
del canto, del testo, del sistema filosofico, è una piegatura, cioè una perenne
deformazione, che va oltre ogni possibile rappresentazione di esse.

Deleuze, nel saggio sullo strutturalismo si interroga proprio su questa X che


garantisce un percorso dotandolo di un metodo. Scrive:

“Come se l’opera letteraria, ad esempio, o l’opera d’arte, ma anche altre opere, le


opere della società, quelle della malattia, quelle della vita in generale inviluppassero
quest’oggetto particolarissimo che governa la loro struttura. Come se si trattasse
sempre di trovare chi è H, o di scoprire una x inviluppata nell’opera. Così per le
canzoni: il ritornello concerne un oggetto = x, mentre le strofe formano le serie
divergenti in cui questo circola.” (G.Deleuze, Lo strutturalismo, SE, 2004, cap. VI)

Questa variazione è, dunque, una deformazione, una piegatura dell’essere: l’Identico


viene piegato al Diverso e ciò avviene, cioè appartiene all’evento, al divenire di una
molteplicità. Un evento è proprio questo: un divenire altro, improvvisamente. La
struttura inviluppa un oggetto paradossale, che non appartiene a nessuna serie, un
oggetto =X. Questo introduce una differenza, una diversità anche minima ma
decisiva, che muta radicalmente la struttura e la sua dinamica.

R. Ronchi (Gilles Deleuze, Milano, Feltrinelli, 2015 pp.77-79) richiama alcuni passi
del Parmenide platonico in riferimento al rapporto tra l’Uno e i molti, il cambiamento
fuori del tempo, cioè nell’evento. Ma penso che il riferimento decisivo sia il Sofista:
l’idea della compenetrazione, una penetrazione reciproca, in cui l’identità (dunque la
metafisica) non può mantenersi. La metafisica è spacciata insieme alla
rappresentazione e all’analogia. L’univocità dell’essere, che garantisce l’immanenza
del reale, implica che l’Uno sia i Molti. Questo movimento è il ritornello.

Il ritornello è la ricombinazione dell’essere, il suo slittamento, la sua curvatura. Esso


sviluppo una linea divergente, che è quella dell’evento che accade come qualcosa di
improvviso e inaspettato. In sintesi: il raddoppio dell’Essere è l’evento, oltre il dato.
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Esso scardina i confini del tempo e anche i limiti della sua effettuazione. Esso è la
curvatura del piano d’immanenza.
“Il piano assicura il raccordo dei concetti con delle connessioni in perenne aumento e i concetti
assicurano il popolamento del piano su una curvatura sempre rinnovata, sempre variabile. Il piano
di immanenza non è un concetto, né pensato né pensabile, ma l'immagine del pensiero, l’immagine
che esso si dà di cosa significhi ipensare, usare il pensiero, orientarsi nel pensiero...”Ciò che il
pensiero rivendica di diritto, ciò che seleziona, è il movimento infinito, o il movimento
dell’infinito, che costituisce l’immagine del pensiero”. (G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la
filosofia?Torino, Einaudi, 2009, p.27)

E’ la voce del molteplice che si alza nel corpo dell’Uno. E’ il “clamore dell’essere” di
cui parla Badiou.

L’insieme dei termini rinvia ad uno stesso nodo teoretico: doppio, sdoppiamento,
divisione, alterazione, piegatura.

Tutta le dimensione teoretiche della “piega”, della torsione e della flessione che
compie la piega, significano questo: una ridondanza in cui l’essere, in quanto evento,
“risuona”. A.Badiou, nel suo saggio Deleuze, Il clamore dell’essere, Torino,
Einaudi, 2004 ha messo in evidenza la centralità della nozione di piega nel pensiero
di Deleuze. La stessa intuizione in cui Essere e Pensiero coincidono è la “creazione di
una figura del dentro come piega del fuori” (Badiou, ivi, p.104). Il che significa che
la piega garantisce la stessa intuizione dell’Uno-Tutto e il superamento dell’impasse
dovuta alla sua disgiunzione, consentendo di identificare il pensiero con il Tempo,
altro nome dell’essere, attraverso la Memoria del fuori (la piega). (cfr. ivi, cap. 8).

In questo senso il ritornello è in rapporto con il piano di immanenza e con il piano di


composizione. La differenza è una deterritorializzazione che si territorializza di
nuovo, una piega che si spiega, che mostra di sé ciò che non era visibile e, in questo
senso, una espressione di un dinamismo potente, un dinamismo ontologico. (Deleuze,
Guattari, p. 57 Che cos’è la filosofia, cit., p.57)

Una piega è, in tale contesto, anche, un passaggio, uno slittamento da un piano di


immanenza ad un piano di composizione. Si tratta dello stesso slittamento che segna
il passaggio dal piano di immanenza al piano di composizione, dal piano del taglio di
sorvolo e dei concetti che lo occupano e il taglio degli affetti e percetti (G.Deleuze,
F.Guattari, Che cos’è la filosofia, p, 56).

Si può anche parlare della piega come di uno slittamento di piani, di uno
scivolamento in se stessi, in un interno costruito dall’esterno. Ma quello che è
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importante soprattutto è il carattere squisitamente ontologico, non semplicemente


estetico, poetico e musicale, del ritornello. Insomma, “le cose si alterano di continuo”
diremo con Whitehead (cfr. G. Deleuze, La piega, ed.cit., p.132).

Il ritornello è la ridondanza (la potenza) dell’essere, il suo clamore, che è più di una
ripetizione, di una moltiplicazione, un ritorno o un raddoppiamento: è la voce
profonda dell’Essere-Uno.

A.Badiou ha sottolineato, nel testo Deleuze, il ‘clamore dell’essere’ la pregnanza di


questo motivo fondamentale del ritornello in Deleuze. Collegandolo direttamente al
principio d’immanenza che è l’univocità dell’essere. L’univocità dell’essere ha
bisogno di due capi: una molteplicità generata da una virtualità ininterrotta e l’Uno
che rappresenta l’unica possibilità di concepire le differenze come modalità dello
stesso Essere, che coincide con l’ l’Uno-tutto o la Memoria. In termini nietzscheani
l’univocità dell’essere si coglie nella ripetizione dell’Eterno ritorno del medesimo. In
termini bergsoniani perché ogni differenziazione organica si dà come attualità locale
dell’evoluzione creatrice, cioè come “slancio”. Il Virtuale, non confondibile con il
possibile, che è una cattiva creatura del platonismo per cui ciò che esiste deve
somigliare ad un concetto, si attualizza nell’essente come potenza immanente.
L’attualizzazione è, in tal guisa, la stessa auto-differenziazione dell’Uno. Il Virtuale è
il dispiegamento dell’Uno nella sua differenziazione immanente. Nella
differenziazione degli essenti si mantiene il nesso con l’Uno perché la Memoria li
contiene, perché essi sono nella memoria (sono conservati nella durata, la
conservazione integrale dell’essere). Gli essenti sono nell’Essere, di cui la Memoria è
un Nome.

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