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IPERCINETICA

Blog realizzato con il contributo del Fondo per la Danza


d'autore/Regione Emilia Romagna 2015/2016 in
occasione della rassegna bolognese dedicata a
CollettivO CineticO

Scheda #3. Geometrie di un coreografo: Rudolf


Laban e la rivoluzione del movimento
2 aprile 2016 · di ipercinetica · in Schede. ·

Francesca Pennini vanta una formazione variegata e sfaccettata che comprende vari stili. Le principali
esperienze e ambienti che hanno temprato il suo corpo di danzatrice sono: l’Opus Ballet (Balletto di Toscana),
il Laban Centre di Londra, l’avvicinamento al Butoh a Roma, il lavoro svolto come interprete nella
compagnia Sasha Waltz and Guest. La redazione di Ipercinetica ha deciso di raccontare, attraverso delle
schede di approfondimento, le tecniche che la giovane coreografa ha incontrato durante il suo percorso
artistico, con l’intento di condurre il lettore all’interno della sua poetica.

Geometrie di un coreografo: Rudolf Laban e la rivoluzione del movimento

All’inizio degli anni ’40 un signore dallo sguardo azzurro e affilato si reca in un buon numero di
fabbriche dell’Inghilterra per annotare i movimenti degli operai. Ne trascrive le azioni in fogli a
quadretti che però non vengono riempiti con considerazioni sull’efficienza del personale, ma con
simboli geometrici. Ecco un esempio: questa nota è la descrizione dei movimenti umani all’interno
di una fabbrica per il confezionamento di barrette al cioccolato.

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Annotazioni per incartare una barretta di Mars, 1943

Sembra il risultato di un incontro tra uno spartito musicale e un disegno geometrico e in effetti, in
un certo senso, è proprio così. L’autore di queste carte si chiama Rudolf Laban ed è uno dei padri
fondatori della danza moderna. I disegni seguono i criteri di un tipo di annotazione coreografica
da lui ideato degli anni ’20: la Cinetografia (dal greco kìnesis e gràfo, scrittura del movimento) oggi
nota come Labanotation. L’idea di base è che qualsiasi movimento (e qualsiasi danza) possa essere
descritta tramite un linguaggio con caratteristiche matematiche e geometriche. Da qui l’ideazione
di una simbologia che solo attraverso forme e linee indichi la lunghezza del movimento, la sua
direzione, la sua altezza e la parte del corpo coinvolta. Laban arriva persino a identificare i piani
diagonali usati nel movimento e a servirsi di queste linee per costruire le forme geometriche dentro
cui idealmente si inscrive l’azione corporea. Lo spazio ideale entro cui un ballerino si può muovere
è a suo parere l’icosaedro, un solido a venti facce.

Quando compie le sue analisi sugli operai Laban


ha superato i sessant’anni e ha già fondato il
Laban Art Movement Studio a Manchester, che
dirigerà fino alla morte, nel 1958. Si trova in
Inghilterra dal 1938, anno in cui è obbligato a
lasciare Berlino a causa della censura nazista che
non apprezzava le sue idee anticonformiste. Lì era
stato nominato direttore dell’Opera di Stato, dopo
anni trascorsi in giro per la Germania con la sua
compagnia, la Tanzbühne Laban. In quegli anni
l’ammirazione per le sue idee si diffonde tra le
nazioni, fioriscono in tutta Europa scuole
labaniane, Laban stesso fonda un istituto di
ricerca scientifica sulla danza e prosegue la sua
instancabile attività creativa. Questo apice
glorioso è la conseguenza di anni dedicati a una
L’Icosaedro di Laban
grande opera di teorizzazione, avvenuta tra
Monaco e Zurigo. In quegli anni vengono posate
le basi del suo pensiero, nel quale il ballo diventa una danza pura in cui azione, musica e parola si
intrecciano in modo indissolubile e continuo.

Danzatori della Tanzbuhne Laban, Berlino, 1929

Anche il corpo viene visto da Laban in maniera del tutto rivoluzionaria. Non è più, come volevano
Platone e Cartesio, la gabbia della mente, un’appendice ingombrante che deve eseguire gli ordini

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del pensiero. Diventa anzi il protagonista, il mezzo tramite cui agire nel mondo e autoaffermarsi.
Nonostante la mole di teorie legate a scienze esatte come la matematica, l’idea di Laban non è
affatto concentrata solo sulla forma. Le figure che si vanno a costruire non devono essere, come per
il balletto, esteticamente piacevoli, ma soprattutto veicolare un’emozione. Nell’epoca in cui
nascono le prime catene di montaggio, emblema supremo della spersonalizzazione, Laban mostra
il corpo come uno strumento per opporsi all’alienazione, per affermare il proprio personale modo
di stare nel mondo. In quest’ottica acquistano un senso maggiore anche le sue osservazioni sugli
operai.
Le catene di montaggio prevedono l’esecuzione di movimenti ripetitivi e uguali per tutti. Tuttavia
Laban aveva notato che ogni operaio li eseguiva a modo suo, coi propri tempi e la propria
personale gestualità, confermando il suo motto: «Ognuno è un danzatore». Anche nel gesto più
insignificante e monotono vi è un’intenzione, una tensione che descrive l’autore del gesto. C’è in
effetti una dichiarazione vera e propria, un silenzioso modo per affermare la propria unicità e
comunicarla attraverso la carne.

I ballerini a Monte Verità, un comune presso Ascona (Svizzera) dove si praticavano il


vegetarianesimo, il nudismo e la pratica spirituale e artistica. Qui, Laban dal 1913 al 1918 aprì una
scuola estiva di danza ritmica libera

Isabella Giorgio

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Tag: Cinetografia, Icosaedro, Labanotation, Rudolf Laban

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