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Come sia possibile un mondo fuori di noi, come sia possibile una natura e con essa un'esperienza, sono

domande che
dobbiamo alla filosofia o meglio, con queste domande è nata la filosofia. Prima g 939i89j li uomini erano in senso
filosofico allo stato di natura. Allora l'uomo era ancora tutt'uno con sé e con il mondo che lo circondava.
Dunque prima della filosofia l'uomo non si distingueva dalla natura, si sentiva e viveva con e nella natura, si riteneva
un'unica realtà con essa; non viveva lacerazioni e separazioni. Solo con la riflessione filosofica l'uomo ha distinto e
separato sé, come pensiero che può riflettere anche su se stesso, dalla realtà sensibile, che non è dotata di questa
capacità.

Questa separazione non è dovuta però alla volontà dell'uomo di separarsi dalla natura, ma alla voglia dell'uomo di
togliersi dallo stato di dipendenza dalla natura, fondamentale per lasciare lo spirito libero di agire seguendo il suo libero
arbitrio che è la prova della sua intelligenza.

Questa separazione poi non può essere definitiva perché l'uomo è nato per agire e se questa spaccatura tra io e mondo
fosse definitiva l'uomo non sarebbe più uomo perché non potrebbe più agire e si chiuderebbe in se stesso e l'unica
riflessione possibile per lui sarebbe sulla sua natura spirituale.

Secondo Kant la realtà è composta da fenomeno e noumeno: il fenomeno è ciò che appare e che è percepibile dai
sensi mentre il noumeno è ciò che può essere solamente pensato che però non può essere conosciuto tramite
l'esperienza. La realtà o il mondo per Kant quindi è ciò che ci appare che è finito e conoscibile tramite l'esperienza.

Per Fichte invece la realtà è il "non io", cioè tutto ciò che non è l'io e tutto ciò che quindi è esterno a questo, la cui
esistenza è provata dal fatto che esiste sicuramente un io e quindi esisterà sicuramente qualcos'altro da sé.

In Fichte però la spaccatura tra io e non io viene colmata dal superamento di questa con l'umanizzazione del mondo e
cioè plasmare la natura secondo i nostri scopi.

Schelling giunge, invece, ad affermare che la natura costituisce un organismo universale nel quale opera un unico
principio vitale, l'anima del mondo. Quindi sviluppando le riflessioni kantiane sul concetto di organismo, Schelling arriva
ad ammettere la stessa nozione rifiutata da Kant di materia vivente. La natura così non è materia inerte, ma vita
universale intrinseca alla materia stessa, che continuamente si plasma e si trasforma in un continuo divenire.

Asserendo che la natura è vita, Schelling attribuisce ad essa, come proprietà fondamentale,l'attività. Ciò equivale a
riconoscere la sostanziale omogeneità tra natura e spirito, il quale trova appunto nell'azione la sua determinazione
principale.

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L' opposizione del Non-io all' Io non è solo la condizione dell' attività teoretica dell' Io, ma anche quella di
pratica. In questo caso, tuttavia, ciò su cui si deve porre l' accento nella correlazione tra Io e Non-io non è
più l' azione del Non-io sull' Io (come nel caso della conoscenza), bensì quella dell' Io sul Non-io. In altre
parole, se nella conoscenza "l' Io pone se stesso come determinato dal Non-io", nella morale "l' Io pone se
stesso come determinante il Non-io". Si è visto, infatti, che l' Io è essenzialmente atto, attività infinita. Il suo
compito morale fondamentale è dunque quello di esplicare questa attività, realizzando con ciò la propria
destinazione. Ma perché l' attività possa essere esercitata, ci dev' essere qualcosa su cui esercitarla: essa
può rivelarsi soltanto attraverso lo sforzo con cui oppone se stessa a una resistenza, a un ostacolo, a una
materia inerte. Questo elemento resistente è il Non-io, la natura, intesa kantianamente sia come natura
esterna, come mondo oggettivo che limita la libertà d' azione del soggetto, sia come natura interna, come
"sistema della sensibilità e degli impulsi", che dev' essere soggiogato perchè possa risplendere la purezza
della volontà razionale. Il dovere morale supremo è quindi quello della libertà , con la quale l' Io puro realizza
la sua indipendenza dal mondo della natura. Tuttavia la liberazione completa e definitiva dell' Io dal Non-io,
dalla natura, non è mai conseguibile in un essere finito come l' uomo: ad ogni vittoria dell'Io sul Non-io
succede immediatamente la ricomparsa di un nuovo Non-io (che l' Io stesso inconsciamente oppone a se
stesso) e la lotta continua. La liberazione dell' uomo dalla natura è quindi un compito infinito e la completa
indipendenza del soggetto dall' oggetto è un ideale a cui (al pari della "sanità" kantiana) ci si deve avvicinare
indefinitamente, sebbene non lo si possa raggiungere mai. La morale di Fichte è dunque un' etica dell'
azione, dell' intrapresa e del lavoro, nella quale è fortemente sentita l' esigenza di un intervento nell' ambito
politico sociale. Il mondo appare il teatro in cui l' uomo deve agire per realizzare la propria libertà. In questo
senso, l' attività pratica rappresenta la vera "missione dell' uomo" e vanta pertanto un primato rispetto a
quella teoretica. Per questo la filosofia di Fichte è stata anche detta idealismo etico . Occorre tuttavia notare
che un' autentica liberazione dalla natura comporta sempre il riferimento a quell' attività, puramente
teoretica, con cui l' Io coglie la dipendenza del Non-io da se stesso, come sua produzione, ed afferma in
questo modo la propria piena autonomia nei suoi confronti. Nell' etica fichtiana l' esaltazione estrema dell'
azione coincide a volte con il riconoscimento dell' infinito valore pratico di un puro atto di pensiero. Da questa
concezione dell' azione morale è strettamente dipendente la nozione del male, così come essa viene
illustrata nella prima fase del pensiero etico di Fichte, che culmina nel Sistema della dottrina dei costumi del
1798. Il male non è un principio metafisico, che si contrapponga positivamente al bene, come suo
antagonista. Di esso Fichte ha (momentaneamente) una concezione puramente negativa, non nel senso di
una mancanza di essere (come nella tradizione che va da Plotino a Leibniz), bensì di una carenza di azione.
Il male consiste, infatti, nell' accidia, nella pigrizia e nell' inerzia morale, nell' insufficiente forza spirituale che
impedisce al soggetto di affermarsi come signore della natura. Nulla è più spregevole per Fichte che perdersi
nella ricerca del piacere sensibile e del riposo come fini a se stessi. In una parola, la radice del male consiste
nell' assopimento dell' energia morale dell' uomo. All' etica illuministica, fondata sulla ricerca della felicità e
sull' obbedienza alla natura, Fichte oppone un' etica del sacrificio, dell' attivismo eroico che nega ogni limite
e ogni condizionamento naturale. In ciò egli ricupera, in parte, il rigorismo kantiano, con la sua polemica
contro i moventi sensibili dell' azione (tra cui in primo luogo la felicità). Ma in Kant il principio morale che
stava a monte di questo atteggiamento era rigorosamente razionale e dava luogo a una legge morale che,
per quanto puramente formale, forniva regole precise per la determinazione, quasi tecnica dei singoli casi. In
Fichte, invece, il fondamento della morale , sebbene venga sempre denotato come "ragione", si configura
talvolta come una spiritualità ispirata, nella quale l' entusiasmo (tanto rifiutato dall' illuminista Kant) conduce
all' esaltazione di un'attività che ha valore in se stessa e che è tanto più valida quanto più è illuminata e
incondizionata.

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