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Poeti giambici

Archiloco
Fra vita e leggenda

L a tradizione della poesia giambica comincia per noi, come già per gli antichi,
con la forte personalità di Archiloco (Ἀρχίλοχος), nativo dell’isola di Paro e
vissuto nel VII secolo a.C.
La sua cronologia è fissata dal riferimento che l’autore fa a Gige re di Lidia (fr.
19 West), e, a un’eclissi totale di sole nominata nel fr. 122 West, identificabile
con quella del 6 aprile del 648 a.C.

Le notizie Le testimonianze antiche affermano che fosse figlio di Telesicle, con molta pro-
biografiche babilità un aristocratico discendente (figlio o nipote) di Tellis, colui che avrebbe
promosso l’introduzione del culto di Demetra a Taso, e di una schiava tracia,
Enipò. Quest’ultima è verosimilmente una notizia inventata a posteriori: il no-
me Enipò, infatti, si connette con ἐνίπτειν «biasimare», e sarebbe quindi con-
nesso ai contenuti della poesia di Archiloco.
Condusse una vita avventurosa: fu soldato (mercenario, secondo la tradizio-
ne) e prese parte alla colonizzazione da parte degli abitanti di Paro dell’isola
di Taso, dove si sarebbe attirato molte ostilità. Morì in battaglia difendendo
quella stessa isola contro la gente di Nasso, ucciso da un certo Calonda che
la Pizia avrebbe poi cacciato dal tempio di Apollo come uccisore del «servo
delle Muse».
A Paro Archiloco fu venerato con un culto eroico: intorno alla metà del III
secolo a.C. un certo Mnesiepe eresse un santuario, l’Archilocheion, dedicato
– oltre che ad Archiloco – alle Muse, ad Apollo, a Dioniso e ad altre divinità.
Sul basamento di una statua del poeta fu fatta incidere da Mnesiepe un’iscri-
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zione che rievocava episodi biografici e brani poetici archilochei; una secon-
Busto probabilmente
raffigurante Archiloco.
da lapide di analogo tenore fu aggiunta sul basamento di un’altra statua nel I
Museo Pushkin. secolo a.C. da un certo Sostene.

L’epifania delle Muse Fra gli episodi narrati nell’iscrizione di Mnesiepe risalta quello dell’iniziazione poe-
tica di Archiloco che, ragazzo, sarebbe stato mandato dal padre Telesicle in un cam-
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po situato nella contrada detta «Prati» (Λειμῶνες) a prelevare una vacca da vendere
al mercato. Sulla via, in una località denominata «Rocce» (Λισσίδες), incontrò al
chiarore della luna un gruppo di donne che sembravano tornare in città dal lavoro
dei campi. Fattosi innanzi, prese a schernirle: quelle replicarono con risa e lazzi
giocosi e gli chiesero se andasse a vendere la vacca. Alla sua risposta affermativa
promisero che «gli avrebbero tributato il dovuto onore» e poi scomparvero al pari
della vacca, in luogo della quale il ragazzo trovò ai suoi piedi una lira: sorpreso,
comprese più tardi che le donne da lui incontrate erano le Muse. Il racconto segue lo
schema dell’epifania divina quale abbiamo incontrato nel proemio della Teogonia
di Esiodo e nel ricordare gli scherni rivolti dal ragazzo alle donne evidentemente
allude alla natura del giambo come veicolo dello scherzo e dello scherno, anche se
non possiamo accertare se dietro di esso si celi un brano autentico del poeta.

L’opera
D ell’opera di Archiloco ci restano oltre 300 frammenti in trimetri giambici,
distici elegiaci, tetrametri trocaici catalettici ed epodi.

I giambi: I frammenti in giambi e in epodi sono senza dubbio quelli che hanno contribuito
la maledetta vicenda a creare la fama di Archiloco come poeta spregiudicato, sarcastico, aggressivo e
di Licambe
e delle sue figlie trattano in buona misura degli amori del poeta e in primo luogo dei suoi rapporti
con le figlie di Licambe: costui doveva avergli promesso in sposa e poi negato
la figlia maggiore Neobule, e infine si sarebbe impiccato unitamente alla stessa
Neobule non resistendo al disonore che le invettive di Archiloco gli avevano pro-
curato (di un incontro con la sorella minore di Neobule tratta l’Epodo di Colonia,
su cui torneremo). Quello del giambo che uccide è un tratto che incontreremo
anche nella biografia di Ipponatte e che sembra risalire a un cliché del genere,
anche se la tormentata vicenda con Neobule non è fittizia, e comunque appare
documentata nei versi di Archiloco.

Le favole In epodi sono anche le favole (αἶνοι) di tipo già «esopico» – la volpe e la scim-
mia, la volpe e l’aquila ecc. – che Archiloco usa per esemplificare i comporta-
menti propri o altrui. Di esse, e in particolare di quella della volpe e dell’aquila,
toccheremo nel capitolo sulla favola, p. 000.

I distici elegiaci I distici elegiaci sono invece per lo più riservati a temi seri o comunque non sa-
tirici: in primo luogo alle esperienze militari in Tracia e a Taso, poi a riflessioni
etiche, disavventure, piaceri, personaggi dei simposi.
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T2 Con ritmo incalzante sottolineato dall’anafora di ἐν δορί è rievocata (fr. 2 West)


una pausa dalle fatiche dedicata a mangiare la focaccia ben impastata e a bere il
buon vino d’Ismaro:
Nella lancia è la mia focaccia impastata, nella lancia il vino
d’Ismaro, appoggiato alla lancia io bevo.
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T3 Allo stesso o ad analogo brano elegiaco apparteneva l’invito a un inserviente a
spillare vino rosso e a distribuirlo fra i marinai di sentinella per aiutarli a soppor-
tare la fatica della veglia (fr. 4, 5-8 West):
Suvvia, con la grande coppa fra i banchi della nave veloce
tu passa e stura gli orci panciuti
e vino rosso attingi sino alla feccia: neppure noi
ce la faremo a star sobri, in questo turno di guardia.

Fr. 3 West Archiloco tende a cogliere della realtà, o di una situazione, l’aspetto concreto, la
nota funzionale al comportamento proprio o del gruppo di cui fa parte: così il ri-
conoscimento dell’abilità marziale nella lotta a distanza ravvicinata degli Abanti
– una popolazione dell’Eubea di varia provenienza (cfr. Erodoto I 146) – si col-
lega alla previsione di uno scontro imminente a colpi di spada:
Ove serri la mischia nella piana il Dio,
non ci sarà groviglio d’archi tesi
né di fionde. Sarà una lotta amara: la parola
alle spade. Di questi corpo a corpo
sono maestri i principi d’Eubea, guerrieri celebri...
[Tr. di F.M. Pontani]

T5 Anche il famoso episodio della perdita dello scudo (fr. 5 West) – scudo che il
poeta ha lasciato presso un cespuglio combattendo contro i Sai, una tribù tracia
sulla costa antistante Taso – mostra una valutazione del gesto secondo un para-
metro squisitamente utilitaristico (v. 3: «ma ho salvato la vita. Che m’importa di
quello scudo? Vada in malora!»)
Analogo distacco ironico nei confronti del codice eroico serpeggia in altre scheg-
ge elegiache, come quando si parla (fr. 6 West) di «gratificare i nemici di funesti
doni d’ospitalità» (ξείνια δυσμενέσιν λυγρὰ χαριζόμενοι) o si ricorda all’ami-
co Glauco che «un alleato è amico finché combatte» (fr. 15 West: Γλαῦκ᾽,
ἐπίκουρος ἀνὴρ τόσσον φίλον ἔσκε μάχηται).

I tetrametri
Fr.trocaici
3 West Si giunge invece al sarcasmo beffardo in alcuni brani in tetrametri trocaici cata-
lettici parimenti collegati al contesto militare: vediamo Archiloco (fr. 114 West)
mettere alla berlina il generale grande e grosso, ben rasato e tronfio dei suoi ric-
T10 cioli (T10); in un altro frammento (fr. 115 West), eccolo declinare in tutti i suoi
casi grammaticali il nome di Leofilo:
Νῦν δὲ Λεώφιλος μὲν ἄρχει, Λεώφιλος δ᾽ ἐπικρατεῖ,
Λεωφίλῳ δὲ πάντα κεῖται, Λεωφίλου δ᾽ἀκούεται.
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Ora Leofilo comanda, Leofilo dà gli ordini,


tutto è in mano a Leofilo, a Leofilo si deve obbedienza.

T8 Con feroce sarcasmo propone l’ultima istantanea di una battaglia in cui «sette
sono quei nemici caduti sul campo che raggiungemmo a piedi: / in mille ci van-
tiamo di averli uccisi» (fr. 101 West).
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Fr. 21 West All’esperienza della guerra si collega quella della colonizzazione di Taso e
delle vicende politiche all’interno della nuova comunità.
Se Paro era da fuggire perché non dava da vivere (fr. 116 ἔα Πάρον καὶ
σῦκα κεῖνα καὶ θαλάσσιον βίον «Lascia Paro e quei fichi e il vitto cat-
turato al mare!»), la nuova isola viene ritratta in un rapido scorcio squali-
ficante:
x ‒  ‒ x ἥδε δ᾽ ὥστ᾽ ὄνου ῥάχις
ἕστηκεν ὕλης ἀγρίης ἐπιστεφής
... come schiena d’asino
si erge coronata da una macchia selvatica

è contrapposta alla fertile fascia costiera del golfo di Taranto, fra Sibari e Meta-
ponto, presumibilmente già nota attraverso resoconti di navigatori e mercanti (fr.
22 West):
οὐ γάρ τι καλὸς χῶρος οὐδ’ ἐφίμερος
οὐδ’ ἐρατός, οἷος ἀμφὶ Σίριος ῥοάς
... non è un posto né bello né desiderabile
né ameno, come intorno alle correnti del Siri

Fr. 102 West L’espressione si fa talora aspra, sferzante: per due volte è impiegato un derivati-
vo della radice οἰζ- (connessa all’interiezione di lamento οἴ «ohi») per caratte-
rizzare l’insediamento tasio:
Πανελλήνων ὀϊζὺς ἐς Θάσον συνέδραμεν
La feccia degli Elleni tutti è accorsa a Taso

Fr. 228 West … Θάσον δὲ τὴν τρισοιζυρὴν πόλιν


... Taso, la tre volte miserabile città

L’immediatezza di contatto col suo mutevole uditorio che ritroviamo nell’apo-


strofe – fr. 109 ‹ὦ› λιπερνῆτες πολῖται, τἀμὰ δὴ συνίετε/ ῥήματα: «o con-
cittadini stretti dalla povertà, ascoltate le mie/ parole» – con cui Archiloco si
rivolge a cittadini che non sappiamo se fossero gli abitanti di Paro o i compagni
di colonizzazione a Taso.

T9 Altra e correlata esperienza ritratta dal poeta è quella della tempesta e del naufra-
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gio, che – come poi in Alceo, nella silloge teognidea, in Eschilo e altrove – pos-
sono già porsi come figure dei contrasti che agitano il mondo umano: lo stoico
Eraclito (autore nel I secolo d.C. delle Allegorie omeriche) cita appunto l’inizio
di un componimento (fr. 105 West) in cui il poeta, rivolgendosi al compagno
Glauco, paragonava al flutto marino i pericoli corsi (evidentemente dai coloni di
Taso) nelle lotte contro le popolazioni tracie.
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Riflessioni elegiache Un non metaforico naufragio in cui aveva perso la vita anche il marito della so-
sulla condizione rella del poeta era rievocato in un’ampia elegia, indirizzata a un amico di nome
umana
Pericle, alla quale si riferiscono diverse citazioni e due frustoli di un papiro (P.
Oxy. 2356, a-b).

Fr. 9, 10 s. West Da un lato lo strazio al pensiero del corpo del cognato a cui il naufragio ha impe-
dito per sempre anche il rito della cremazione:
εἰ κείνου κεφαλὴν καὶ χαρίεντα μέλεα
Ἥφαιστος καθαροῖσιν ἐν εἵμασιν ἀμφεπονήθη
Oh se del suo capo e delle sue membra leggiadre
fra vesti pure si fosse preso cura Efesto!

T5 Dall’altro il rifiuto del pianto (cfr. anche fr. 11, 1 West οὔτέ τι γὰρ κλαίων
ἰήσομαι «non mi curerò piangendo») nel riconoscimento dell’alterno volgere
delle sventure (fr. 13 West).
Anche altrove gli spunti didattici si legano al senso della precarietà della condi-
zione umana e alle vicissitudini della sorte: fr. 131 West: «O Glauco, figlio di
Leptine, l’animo per gli uomini è tale quale Zeus giorno dopo giorno lo guida ad
essi»; fr. 132 West: «... e pensano [φρονέουσι] a seconda degli eventi in cui si
imbattono». Una tale percezione dell’uomo come essere «effimero», condizio-
nato dal gioco degli eventi non solo nella condizione oggettiva, ma ancor più nei
pensieri e nelle emozioni, è condivisa da larga parte della cultura arcaica.

T13 In Archiloco, però, non comporta un atteggiamento di rinuncia, anzi suscita una
reazione agonistica, una rinnovata disposizione a battersi comunque contro la
sorte o contro i nemici, ricambiando male con male (fr. 126 West, cfr. fr. 23, 15
West)

T14 Rivolgendosi al proprio animo, come Odisseo mendico si era indirizzato al pro-
prio cuore (cfr. Odissea XX 18 τέτλαθι δή, κραδίη), Archiloco lo rappresenta
nella figura di un guerriero che protende il petto contro i nemici: se viene scon-
fitto, non deve rintanarsi in casa a lamentarsi né, se vince, menarne vanto, ma
deve imparare a riconoscere il flusso che governa l’esistenza degli uomini (fr.
128 West).

L’«io» del poeta:


finzione o realtà autobiografica?
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Prima persona
e presunto
autobiografismo
P oiché nella poesia di Archiloco dominano situazioni descritte in prima per-
sona, è stato facile nel passato ricostruire dai suoi frammenti fitti particolari
biografici, ma più di recente – come si diceva nel capitolo introduttivo sulla lirica
– si è affermato un indirizzo critico che dubita dell’effettivo carattere autobio-
grafico dei resoconti archilochei in prima persona. Si è partiti innanzi tutto dalla
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testimonianza aristotelica (Retorica III 1418b) da cui si ricava che Archiloco era
uso far parlare in prima persona personaggi diversi da se stesso, in particolare nei
componimenti da cui provengono i frr. 19 e 122 West.

T6 Nel primo di essi (fr. 19), secondo quanto riferisce Aristotele, Archiloco intro-
duceva un falegname di nome Carone, come farà Orazio con l’usuraio Alfio nel
secondo dei suoi Epodi, e noi possiamo verificare, possedendo da altra fonte i
quattro versi iniziali, che Archiloco svolgeva il suo «biasimo» del falegname
assumendone immediatamente la «maschera» e proclamando argutamente di ri-
fiutare ciò che non potrebbe davvero entrare nel raggio delle sue possibilità.

T12 Nell’altro componimento (fr. 122) la sequenza iniziale, che assume l’eclissi di
sole a simbolo di un’assoluta imprevedibilità degli eventi, era invece pronuncia-
ta, sempre secondo la testimonianza aristotelica, da un genitore a proposito del
comportamento della propria figlia. Si è per questo pensato per lo più a Licambe
e alla figlia Neobule, che si sarebbe disonorata con un contegno increscioso dopo
essere stata promessa al poeta, e in effetti di nozze si parlava nei lacunosissimi
versi seguenti: ἠρ_]τύθη γάμῳ si legge in fine di v. 12).

Lo spunto Di qui, da questi casi di effettiva drammatizzazione «mimetica» dell’«io», si è


dell’esperienza tuttavia troppo facilmente estrapolata una più generale spersonalizzazione del
personale è il codice
«giambico» soggetto, dichiarando fittizi i racconti in prima persona che si era soliti conside-
rare realistici o autobiografici e sostenendo che trattare di personaggi e di situa-
zioni di fantasia sarebbe stata una convenzione fissa del giambo. Certo, sarebbe
ingenuo immaginare una fedeltà cronachistica del narratore alle proprie espe-
rienze, anzi la calunniosità, la deformazione caricaturale, la tipizzazione irridente
dovevano essere ingredienti accettati e graditi del genere giambico; nell’ambito
di un’esecuzione entro un ristretto e socialmente omogeneo uditorio simpodiale,
però, è ben più convincente l’ipotesi che il giambo di Archiloco tendesse a tra-
sformare in occasioni di censura e di riso spunti offerti dalla concreta esperienza
vissuta.

L’Epodo di Colonia Solo in parte fittizio sembra essere stato anche il provocatorio contenuto del
cosiddetto Epodo di Colonia (P. Köln inv. 7511 = fr. 196A West2), pubblicato
nel 1974, dove l’«io» narrante riferisce che, per ripicca contro l’indisponente
Neobule, ne ha sedotto la giovanissima sorella.
Il papiro inizia con il discorso già avviato della ragazza, che risponde alle propo-
ste amorose del poeta, ambientate nei pressi di un tempio:
Poeti giambici

...
astenendoti del tutto; ma ugualmente sopportare...
Se poi hai fretta, e il desiderio ti urge,
c’è qui da noi quella fanciulla, che desidera molto sposarsi:
è bella e tenera: senza biasimo
5 – credo – è la sua bellezza: falla tua sposa».
Così diceva. E a lei io rispondevo:
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«Figlia di Anfimedò, della donna nobile
e saggia, che ora la putrida terra trattiene,
son molte le gioie della dea per gli uomini giovani,
10 oltre la cosa divina: una sarà sufficiente.
Questo con calma, quando s’anneri la notte,
tu ed io, con l’aiuto del dio, decideremo.
Farò come tu desideri: molto...
Ma di sotto il fregio e le porte allontànati:
15 non rifiutarti, cara. Mi dirigerò verso i giardini
erbosi. Ma questo ora sappi: Neobule
la sposi un altro uomo. Ahimè, è sfatta, ha il doppio dei tuoi anni;
svanito è il fiore verginale,
e il fascino che un tempo aveva. Sazietà non conosce,
20 ma della giovinezza mostrò i confini, la folle donna:
mandala in malora! Ché non m’accada,
sposando una tale donna,
di divenir la burla dei vicini: te, io desidero molto sposare.
Né infida né doppia tu sei:
25 lei è più scaltra e trama più inganni.
Spinto dalla fretta, temo
di fare figli ciechi e prematuri, come la cagna famosa».
Queste parole dicevo e, presa la fanciulla,
tra fiori rigogliosi la facevo adagiare; con un morbido
30 mantello la ricoprivo, ponendo un braccio sotto il collo
a lei, pavida come una cerbiatta che ormai desiste dalla fuga.
Con le mani le toccai dolcemente il seno,
e dove mostrava la tenera pelle, incanto di giovinezza.
Palpando tutto il bel corpo,
35 emisi la bianca forza, mentre sfioravo la chioma bionda.
[Tr. di F. Sisti]

analisi del testo


«L’episodio – commenta B. Gentili – appartiene alla sfera del Destinato probabilmente ad una cerchia di amici (phíloi), che
quotidiano: riguarda la situazione tipica dell’incontro di un costituivano l’uditorio consueto di un simposio o di un kômos,
giovane con una ragazza presso un santuario, luogo privile- il carme fonda la sua struttura narrativa su quelle che pos-
giato, nel ristretto mondo della società greca, per gli innamo- siamo definire le costanti di contenuto e di forma del genere
ramenti, per i primi approcci tra adolescenti, per le propo- serio-comico, quali appunto l’equivoco giocoso nel dialogo
ste di matrimonio. Scene del tutto simili sono ricorrenti nel iniziale tra la ragazza e il giovane, l’improvviso attacco in-
romanzo, dai Racconti efesii di Senofonte alle Etiopiche di giurioso a Neobule, che ha anche la funzione di lusingare la
Eliodoro, come anche nel poemetto di Museo con la vicenda diretta interlocutrice, che viene contrapposta, per le sue buo-
di Ero e Leandro, senza considerare poi miti e rituali docu- ne qualità morali, alla sorella, infine l’inattesa e imprevedibile
mentabili anche per l’epoca più antica [...]. svolta degli eventi con l’amplesso amoroso. Un linguaggio dai
Poeti giambici

In questo caso appare ovvio che la persona loquens è il poeta modi schiettamente archilochei, realistico e figurato, peren-
stesso, la cui vicenda dell’amore, prima, e della rottura, poi, torio e aggressivo, e tuttavia non alieno da una delicatezza di
con Neobule è ben documentata dalla tradizione biografica tono e di immagini. Un linguaggio narrativo e insieme dram-
e da alcuni frammenti. Dunque la situazione che il carme matico, intessuto di epicismi e di neologismi, che trova, nel
presenta deve ritenersi connessa con fatti tipici della vita del secondo verso della struttura epodica, la sua adeguata for-
poeta e non come pura immaginazione letteraria, al di fuori ma serio-comica nell’associazione dell’elemento dattilico con
di un preciso riferimento alla realtà [...]. quello giambico (hemiepés e dimetro giambico)».
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T1 Non diversamente da come si è fatto nei confronti di questi spunti autobiografici,


si è voluta spersonalizzare anche la coscienza che Archiloco rivela della propria
attività di poeta allorché in un distico elegiaco (fr. 1 West) dichiara:
Io sono servitore del sire Enialio
e conosco l’amabile dono delle Muse.

Si è osservato in proposito che «la presenza dell’«io» non ci dice nulla su Ar-
chiloco che non si possa parimenti applicare agli hetairoi che costituivano il suo
pubblico. Come lui Esimide, Pericle e Glauco erano cittadini-soldati: ciascuno
poteva eseguire questo componimento e identificarsi con l’«io» che era il servi-
tore del signore della guerra; pertanto qualsiasi persona che cantasse il distico
avrebbe potuto legittimare la pretesa di essere esperto nel dono delle Muse» (E.
L. Bowie). Questa considerazione ha un’astratta parvenza di verità nella misura
comunicazione in cui in un contesto di comunicazione aurale il semplice esecutore di un canto
aurale non era automaticamente distinguibile dal suo autore. Trascura tuttavia che il
poeta arcaico, sia mediante apostrofi a personaggi (come appunto Esimide, Pe-
ricle e Glauco) noti come suoi abituali destinatari, sia privilegiando determinati
motivi-guida, aveva la possibilità di rendersi riconoscibile anche a un uditorio
che ne ascoltasse un carme per interposta persona: diversamente si spiegherebbe
con difficoltà il fenomeno, che osserveremo ad esempio per il fr. 130b Voigt di
Alceo, del «carme affidato», cioè del componimento comunicato a un determi-
nato uditorio attraverso la mediazione di un latore/esecutore del testo. Si affaccia
insomma, in Archiloco come in Esiodo, un «io» d’autore ben distinto da quello
di un anonimo esecutore/ripetitore, anche se, indubbiamente, il poeta resta inte-
grato se non immerso nel gruppo di cittadini-guerrieri che rappresentano i suoi
hetairoi.

Parole chiav e
comunicazione aurale
La combinazione fra comunicazione aurale (attraverso damentale la discussione che ne offriva R. Reitzenstein,
il solo ascolto) e composizione scritta viene riconosciu- Epigramm und Skolion, Giessen 1893, 3-44). Inoltre va
ta come la condizione generale che si può postulare per tenuto conto che al polo opposto dell’improvvisazione
tutta la lirica arcaica. D’altra parte il fenomeno dell’im- (e dunque della sopravvivenza di oralità «primaria»)
Poeti giambici

provvisazione è presupposto dagli stessi antichi nella non c’è necessariamente la composizione con l’ausilio
sfera dell’elegia per lo sviluppo in successione, fra i della scrittura, ma ci può essere la memorizzazione in-
convitati, di un certo tema proposto da uno di essi (si terna da parte del compositore: la registrazione scritta
è già accennato, nel capitolo introduttivo sulla lirica, poteva venire dopo, in seguito a una serie di «prove»
alle testimonianze di Dicearco e Aristosseno: resta fon- simposiali.
ARCHILOCO 69

La FabbRica DeLLe iDee

Poesia e soggettività, reale e fittizio


Nella percezione comune il concetto di poesia lirica coincide con quello di «libera espressione dell’Io»,
creazione «spontanea» del poeta, lacrimevole e appassionato frutto di «un’anima grande e (in)felice».
Questa visione «popolare», tuttora attestata nella tradizione occidentale, è stata codificata ed è passata
dal definire uno stato «psicologico» a costituire una categoria estetica riconosciuta con il Romanticismo.
E, in particolare, con il movimento filosofico e poetico che si sviluppò nei paesi di lingua tedesca tra il
finire del XVIII secolo e i primi decenni del XIX. Dell’Ottocento in particolare sarebbe divenuta la marca
indelebile, in opposizione al cosmopolitismo, al sentire comune «democratico» del Settecento illuminista
— i due secoli manzonianamente «l’un contro l’altro armato».
Proponiamo qui di seguito una delle riflessioni più celebri di Friedrich Schelling (1775-1854), il filosofo
idealista che più di ogni altro proclamò la superiorità dell’arte, e quindi dell’intuizione dell’io dell’artista,
rispetto alla filosofia, conoscenza «mediata» dalla riflessione.
L’arte è per il filosofo quanto vi ha di più alto, perché essa gli apre quasi il santuario dove in
eterna e originaria unione arde come in una fiamma quello che nella natura e nella storia è
separato. […] La veduta, che artificiosamente si fa della natura il filoso-
Dominique ingres, Il sogno di Ossian (1813). fo, è per l’arte originaria e naturale. Ciò che noi chiamiamo natura, è un
Questo quadro condensa una serie di miti ro- poema, chiuso in caratteri misteriosi e mirabili. Ma se l’enigma si potesse
mantici: innanzitutto il poeta scozzese Ossian, svelare, noi vi conosceremmo l’odissea dello spirito., il quale, per mirabile
l’Omero celtico che sulla sua arpa modula saghe
illusione, cercando se stesso fugge se stesso; infatti si mostra attraverso
di antichi eroi locali, alui ispirate dallo spirito
che glile infonde in sogno. Si tratta della pura il mondo sensibile solo come il senso attraverso le parole, solo come, at-
e semplice «invenzione della tradizione», come traverso una nebbia sottile, quella terra della fantasia alla quale miriamo.
qualcuno l’ha definita, ossia di un falso poeta […] La natura, per l’artista, è non più di quello che è per il filosofo, cioè
(Ossian non è mai esistito) al quale viene attri- solo il mondo ideale, che appare tra continue limitazioni, o solo il riflesso
buito nella sua primitiva ispirazione la capacità imperfetto di un mondo che esiste, non fuori di lui, ma in lui.
di incarnare «il genio del popolo», lo «spirito (F.W. Schelling, Sistema dell’idealismo trascendentale, Laterza, Bari 1965)
della nazione», quello che genuinamente, nel
bel tempo andato, si diceva facessero i vati
greci. La poesia, quindi, come le altre arti, è produzione dello spirito
che l’Io dell’artista è capace di scorgere dentro di sé. Un elemento
universale che solo pochi vati possono mostrare agli altri uomini.
Chi è dunque quel poeta o quell’artista che è capace di incarnare
così direttamente questo sentimento della natura che è in noi? A
questa domanda risponde il poeta Friederich Schiller enunciando
la differenza fra poesia ingenua (antica, tipica dei Greci) e sen-
timentale (moderna, romantica, Leopardi la definirà «riflessa»).
Per gli antichi Greci tutto era diverso. Presso di loro la
cultura non degenerò al punto di far abbandonare per
essa la natura. L’intero edificio della loro vita sociale
era fondato su sensazioni e non sul lavoro composito
dell’arte; la loro stessa teoria degli dèi era l’ispirazione
di un sentimento ingenuo, il parto di un’immaginazione
gioiosa, non di una ragione tortuosa come accade per la
fede delle moderne nazioni. Poiché dunque il Greco non
aveva smarrito la natura nell’umanità poteva anche al
di fuori di essa non sentirsene sorpreso e non avere un
Poeti giambici

così impellente bisogno di oggetti nei quali ritrovarla.


In unità con se stesso e felice nel sentimento della sua
umanità, egli doveva fermarsi a questa come al suo mas-
simo, cercando di armonizzare a essa ogni altra, mentre
noi, scissi in noi stessi e infelici nelle nostre esperienze
riguardo l’umanità, non abbiamo interesse più urgente
che di fuggire da essa e allontanare dai nostri occhi una
forma così imperfetta.
70 POETI GIAMBICI
Il sentimento di cui qui si parla non è dunque quello degli antichi: è piuttosto simile a
quello che noi nutriamo per gli antichi. Essi sentivano in modo naturale, noi sentiamo il
naturale. Senza dubbio il sentimento che colmava l’anima di Omero quando fece ospitare
Ulisse dal suo divino porcaro, era totalmente diverso da quello che agitava l’anima del
giovane Werther quando lesse questo canto dopo essere stato in compagnia molesta. Il
nostro sentimento per la natura è simile a quello che il malato prova per la salute. […] Il
poeta, dicevo, o è natura o la cercherà. Nel primo caso si ha il poeta ingenuo, nel secondo
il sentimentale.
(F. Schiller, Sulla poesia ingenua e sentimentale, Mondadori, Milano 1995)

Quella di Schiller e dei romantici è ciò che noi chiameremmo operazione culturale: per definire il loro
ruolo di poeti, la loro poesia, viene creato il mito del «Greco», il poeta «naturale» ingenuo, nutrito
istintivamente dall’ispirazione, che non deve ricorrere alla riflessione o alla «tortuosità» del ragiona-
mento. I moderni non possono imitare il reale, trasmetterlo in maniera naturale come gli antichi. La
loro poesia è quindi una rappresentazione riflessa dell’ideale, il risultato di una ricerca all’interno del
proprio Io.
Se il poeta antico possedeva naturalmente il dono di esprimere il reale, quello moderno è un sacerdote
che secondo vie non razionali raggiunge questa intimità con la realtà ultima dell’essere. Ecco come par-
la di questa esperienza Novalis, pseudonimo del poeta tedesco Friedrich von Hardenberg, 1772-1801.
Il senso per la poesia ha molto in comune col senso per il misticismo. È il senso per ciò che
è proprio, personale, ignoto, misterioso, da rivelare, necessario-causale. […] Il poeta è ve-
ramente rapito fuori dai sensi. in compenso tutto accade dentro di lui. Egli rappresenta in
senso vero e proprio il soggetto-oggetto, anima e mondo. […] Il senso per la poesia ha una
vicina affinità col senso della profezia e col sentimento religioso, col sentimento dell’infinito
in genere. Il poeta ordina, unisce, sceglie, inventa ed è incomprensibile a lui stesso perché
accada proprio così e non altrimenti.
(Novalis, Garzanti, Milano 1947)

Siamo al culmine di quel processo che ha portato l’arte e l’espressione a una dimensione di totale chiusura
verso l’esterno. L’artista non è più chiamato a condividere o a esaltare le conquiste della civiltà, come i
poeti civili del Settecento, né a scandire con i propri canti i momenti della vita quotidiana di un popolo: il
poeta parla a se stesso e con se stesso e in se stesso trova quella realtà che esternamente è ormai alienata
e irraggiungibile.
Se pensiamo alle occasioni rituali che muovono la lirica greca arcaica, alle esecuzioni pubbliche nei sim-
posi o nei «club» politici (eterie), alla funzione di esaltazione dei singoli nei giochi olimpici o in battaglia
o nelle dispute in genere, ci rendiamo conto della distanza che si è venuta a creare con l’idea di lirica dei
moderni. Paradossalmente, proprio quando gli antichi vengono idealizzati come modelli inarrivabili, la
concezione di poesia cambia radicalmente. Di qui è veloce il passo che porta a una interpretazione errata
dei poeti e dei componimenti antichi.
Un esempio di questa reinterpretazione dell’antico si trova, fra gli altri, nei componimenti di Friedrich
Hölderlin (1770-1843). Il poeta-filosofo tedesco, travagliato dal caos del presente, aspira alla pretesa
«armonia celeste degli antichi greci» e per raggiungerla si rivolge alla sua musa, Susette, moglie di un
banchiere svizzero dei cui figli era istitutore, trasfigurata con il nome platonico di Diotima, la mitica ma-
estra di Socrate.
Vieni e placami questo Caos del tempo, come una volta,
Delizia della celeste musa, gli elementi hai conciliato!
Ordina la convulsa lotta coi tranquilli accordi del cielo,
Finché nel petto mortale ciò ch’è diviso si unisca,
Poeti giambici

Finché l’antica natura dell’uomo, la placida, grande,


Fuor del fermento del tempo, possente e serena si levi.
Torna nei miseri cuori del popolo, bellezza vivente,
Torna all’ospite mensa, nei templi ritorna!
Ché Diotima vive come i teneri bocci d’inverno,
Ricca del proprio spirito, il mondo felice è perito
E in glaciale notte s’azuffano gli uragani.
(F. Hölderlin, Diotima, Mondadori, Milano 1971, trad. Giorgio Vigolo)
ARCHILOCO 71
Non è un caso che a questo movimento «spirituale» e più in generale alla
feconda fioritura culturale che animò la Germania, aderissero e fossero
parte integrante quegli studiosi dell’antichità classica che rifondarono
gli studi filologici proponendo edizioni critiche, esemplari per metodo e
acume, dei testi greci e latini.
Per quanto il metodo scientifico di restituzione dei testi si sforzasse di
definire un confine netto tra lavoro filologico e il successivo momento di
interpretazione, le due fasi finivano in molti casi per coincidere: per deci-
dere su una lezione dubbia, al meccanicismo del metodo si accompagnava
comunque la capacità di scelta dello studioso. Nonostante le inarrivabili
competenze e l’intaccabile rigore, la temperie culturale , nella fattispecie
il Romanticismo, non poteva non agire su questi studiosi.
Se a questo aggiungiamo che all’epoca le testimonianze sulla lirica arcai-
ca erano pochissime, ridotte a citazioni indirette, è evidente che l’idea
che questi filologi potevano farsi delle esecuzioni di Archiloco o delle
eterie di Teognide di Alceo e degli altri poeti arcaici fosse estremamen-
te parziale. Inevitabile e per molti versi non condannabile la miscela di
mentalità contemporanea e di soggettivismo che portò all’affermazione
di un’idea «romantica», «frammentaria», «struggente», «malinconica-
mente incompresa» dei poeti e della lirica greca.
Anche se ampie schiere di filologi contestarono con mezzi scientifici que-
sta interpretazione parziale e anacronistica dei classici, i poeti romantici
si impadronirono di questa visione per sottolineare continuità e discon-
tinuità della poesia, intesa non più come espressione di un contesto sto-
rico e sociale particolare ma come universale manifestazione di un’anima malinconica, che era la stessa
nell’antichità come nella modernità.
Di uno dei miti che circolavano in età ellenistica intorno alla poetessa Saffo si impossessa anche Leopardi.
Sulla scorta di una biografia leggendaria, costruisce uno dei suoi Canti più celebri, in cui l’«io drammatico»
della poetessa di Lesbo viene fatto coincidere romanticamente con l’io dell’autore recanatese.

[…]
Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l’empia
Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L’aprico margo, e dall’eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
de’ colorati augellim e non de’ faggi
Il murmure saluta: e dove all’ombra
Degl’inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l’odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Poeti giambici

Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?


In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell’indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
72 POETI GIAMBICI
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.
[…]
[Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo]

Giovanni Pascoli, prima ancora che poeta era sommo latinista — come confermato dalla produzione
lirica in latino, equiparabile a quella italiana — e ottimo grecista — a lui si deve una notevole anto-
logia dei lirici greci, che comprende quegli autori di cui allora si cominciavano a ritrovare i testi nei
papiri egiziani. La sensibilità del poeta, ma anche dello studioso, è però pervasa da quel sentimento
tardo-romantico assai vicino a quello che nel resto d’Europa è chiamato decadentismo. Senza adden-
trarci nelle dispute accademiche, possiamo definire questa «mentalità» come l’apogeo dell’idealismo
romantico, il trionfo dell’Io, l’affermazione di un irrazionalismo che sacrifica ogni concezione demo-
cratica e filantropica in nome dell’individuale volontà di potenza, l’apoteosi del poeta — il vate che
sa vedere con occhi titanici e riportare con l’ingenua crudeltà del bambino ciò che all’uomo comune
non è dato.
Ecco come è descritto nell’immagine pascoliana del fanciullino il poeta che tutto vede e tutto sa pur senza
sapere di vedere e sapere, veicolo di trasmissione di sapienza con gli occhi e i gesti apparentemente in-
genui del bambino. Qualcosa di assai vicino, insomma, all’immagine del sacerdote-vate di Novalis e della
tradizione romantica e poi simbolista.
È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi come credeva Cebes Tebano che primo
in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi […] Egli è quello, dunque, che ha paura
al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare
ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole,
alle stelle: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza
perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione.

Agli antipodi, quasi per simmetrica opposizio-


ne, certa critica anglosassone del XX secolo
annulla la personalità del poeta, ogni sua espe-
rienza personale, esaminando la poesia come
un in sé, non toccato da nulla se non dalle ra-
gioni interne.
L’analisi psicologica che si era sovrapposta a
quella poetica di fronte a figure e a testimo-
nianze come quelle dei grandi romantici (da Le-
opardi, a Hölderlin, allo stesso Pascoli, a D’An-
nunzio) viene fortemente contestata. Forme di
autocontemplazione, elementi autobiografici,
figure di poeti maledetti e immalinconiti sono
assolutamente rifiutate. Il poeta crea e crean-
do prescinde da se stesso. Compito del lettore
e dello studioso non è riconoscere la biografia
dell’autore attraverso la poesia ma metterne in
Poeti giambici

evidenza i valori stilistici e universali. Anche il


arnold boeklin, Satiro e driadi (1898). formalismo e lo strutturalismo prenderanno le
L’arte di Boeklin allude malinconicamente a un’età perduta, a uno stadio di «primiti- distanze dall’analisi soggettiva e impressioni-
va felicità» del mondo classico, dove l’atmosfera pagana, ingenua e non ancora intrisa stica in nome di una oggettività del fatto let-
dell’idea cristiana di peccato, permetteva a Satiri e Ninfe di unirsi gioiosamente nell’amo- terario che prescinda non solo dalla psicologia
re, nella danza e nella musica. Anche in questo caso si tratta di una visione simbolica, dell’Io del poeta ma anche da pretese influenze
dell’interpretazione arbitraria dell’artista che legge il passato alla luce della propria sen-
storico-ambientali.
sibilità.
Se questa analisi depura la critica da luoghi co-
ARCHILOCO 73
muni, permettendo nel contempo di evitare interpretazioni soggettive non basate sui testi né sulla biogra-
fia degli autori, un certo radicalismo comporta comunque una situazione di stallo e rompe quel rapporto
con il piacere della lettura fine a se stessa che è fondamentale per il lettore non professionista. La critica
diviene insomma un puro esercizio retorico e il cuore dell’ispirazione che ha dato il via alla composizione
rimane altrove. E con questo anche una serie di piste che potrebbero illuminarci sul significato (parola tan-
to bistrattata dai formalisti) di certe espressioni, chiare per quanto riguarda il senso primo, assolutamente
oscure nel valore ultimo che l’autore intendeva assegnare.
Emblematico è il caso di «Rosa fresca aulentissima», uno dei primi componimenti in volgare a noi giunto,
noto anche come «Lamento di Cielo o Ciullo d’Alcamo». Una lettura che prescinda dai modi, dal luogo,
dalla figura dell’autore (o dell’interprete) ha precluso a lungo la comprensione del testo. Sentiamo cosa
dice a proposito Dario Fo, sostenitore del fatto che il testo sia una «giullarata», cioè una rappresentazione
popolare satirica allestita in piazze e mercati.
Per quasi tutti i nostri maestri, professori accademici il gesto non esiste. Ci insegnano a li-
mitarci all’osservazione dello scritto, bisogna leggere quello che è sulla carta, non perdersi
in proiezioni collaterali, fantasticando alla ricerca di allusioni al di fuori della scrittura […]
Non c’è mai qualcuno che si chieda: «Ma se accosto questa frase a un gesto in contrappunto,
non è che mi trovo a ottenere un rovesciamento del significato in grottesco?» […]
De Bartolomeis (uno studioso, ndr) ci suggerisce che il giullare Ciullo si presentasse tra-
vestito da boemo (i boemi avevano in Sicilia l’appalto delle gabelle): lo intuisce da alcuni
riscontri del testo che vedremo in seguito. Allora i gabellieri transitavano fra i banchi del
mercato a raccogliere le tasse per il diritto di occupazione dello spazio pubblico. Per tra-
scrivere l’importo della riscossione, si ponevano in una stramba posizione, con una gamba
sollevata e il piede appoggiato sul ginocchio, a imitazione dei fenicotteri. Quindi alzavano il
lembo del gonnellone, così da scoprire, legato con cinghie alla coscia, un libro. Si trattava del
libro mastro fiscale. […] Il gesto in questione — il gonnellone, l’allusione al libro — li troviamo
nelle prime battute del testo.
Rosa fresca aulentissima,
ch’appari inver la state,
le donne ti desiano,
pulzell’e maritate.
«Rosa fresca aulentissima…» Con chi ce l’ha? Il lettore sempliciotto smarrona subito: «Si
rivolge senz’altro alla ragazza, è lei la “rosa fresca e aulentissima”». […] Lì c’è uno svarione:
la rosa fresca non appare mai nell’estate, ma se mai in primavera, specie in Sicilia. Se mai in
estate arriva a spampanare, non è più freschissima e aulente. […]
«Le donne ti desiano, pulzell’e maritate». Ma come? La ragazza desta desiderio nelle pul-
zelle e maritate? […] D’Ovidio — ce lo ricordiamo tutti, il professore —, d’Ovidio dice: «At-
tenti, ignoranti: “dòmine te desiderano”, che diamine!». Gli uomini, signori, il padrone-dò-
mine, maschio!… I signori, tanto quelli «pulzelle» che maritate. E siamo all’omosessualità
totale. […]
Dobbiamo ripartire dal personaggio del gabelliere che, per inciso, veniva chiamato anche
gru o grue, proprio per la posizione che prendeva nell’atto di segnare la riscossione dopo
aver sollevato il gonnellone. Ora la chiave del mistero sta proprio in quell’indumento: nel
siciliano di quel secolo, e forse ancora oggi, il gonnellone si chiamava «la stati». Allora, ecco
il gioco di parole allusivo con trabocchetto: la rosa «ch’appari inver la stati». Il gabelliere fur-
bastro solleva le falde della «stati» e di sotto spunta una rosa. [Ripetiamo l’azione mimica: ll
giullare travestito da boemo si pone nell’atteggiamento della gru, solleva la «stati», appare la
rosa fresca che spunta tra le pagine del libro. Ecco, non ci vuole mica una fantasia morbosa
fino alla zozzaggine per intuire che con quel bocciolo di rosa si vuole alludere ad una parte
vivace dell’apparato sessuale mascolo! Ecco, quindi, la rosa tanto amata e desiderata dalle
Poeti giambici

pulzelle e maritate, non dai «domini».


(Dario Fo, Manuale anonimo dell’attore, Einaudi, Torino 1987)

Dario Fo prosegue quindi con la sua divertente e divertita «parafrasi», mostrando — con tutta la sua verve
polemica — il valore osceno e satirico di un testo considerato dai più una parodia (mascheramento popola-
reggiante di un raffinato componimento colto) di un poeta dotto, inserito in una corte assai vicina a quella
che animò la scuola siciliana del Duecento.
74 POETI GIAMBICI
Se Fo può essere considerato «di parte» — e per certi versi nel suo
radicalismo antiaccademico lo è — proponiamo da ultimo il caso di
Montale. Poeta colto quant’altri mai, la sua poesia è costituita da un
intreccio di allusioni e di riferimenti non sempre chiari. La critica, ta-
lora imbarazzata di fronte a problemi di interpretazione del testo, ha
continuato a ritenere volutamente criptici certi passaggi, nella con-
vinzione, avallata da Montale stesso, che la poesia sia «un sogno alla
luce della ragione», commistione di razionale e definibile e di onirico
e indefinibile. Elementi irrazionali, quindi, figure che possiamo intra-
vedere e che ci ricordano un universo metafisico parallelo si trovano
all’interno di una cornice «reale», la realtà dell’Io sognante. E quell’Io
agisce e spesso coincide con l’Io che scrive, ovvero con lo stesso Mon-
tale.
Clizia, per esempio, il senhal mitologico con cui il poeta individua la
donna che compare nella raccolta Bufera e altro — ma già si trova
nelle Occasioni — è stata a lungo interpretata per lo più come una
rappresentazione figurale dantesca, una Beatrice che guida il poeta
con la sua luce. Clizia infatti è l’elitropio, ossia il girasole che riflette
i raggi del Sole portando la luce dell’astro all’uomo travolto dalle te-
nebre della guerra. Per quanto si sapesse che a Clizia corrispondeva
una donna reale nascosta dietro le iniziali di I.B., ovvero la dantista
l’americana Irma Brandeis, si reputava che come la Beatrice di Dante
o la Laura di Petrarca l’aspetto umano fosse solo lo spunto iniziale.
L’esperienza poetica avrebbe autonomamente elaborato il «romanzo»
amoroso attraverso una trasfigurazione che avrebbe fatto della donna
un «personaggio» o addirittura un simbolo. Questo era senz’altro un
aspetto della poesia di Montale, una lettura in chiave «allegorica» dei
suoi versi. Ma non era l’unica porta di entrata. Altri significati, altre
Fotografia di Irma Brandeis, la giovane amante di Eugenio Mon- letture erano possibili, come l’epistolario amoroso tra il poeta e la gio-
tale. vane studiosa americana, recentemente pubblicato, ha confermato.
Con questo senhal stilnovistico Montale cantava un amore vero, carna-
le e consumato. L’esperienza fisica era il punto di partenza personale per una successiva trasfigurazione
che portava dalla dimensione individuale a quella universale.
Grazie a certi riferimenti biografici diretti, a questo sconfinamento dal privato al «pubblico», ci è inoltre
dato colmare quelle lacune di significato, quegli anelli mancanti che rendono parziale la nostra compren-
sione dei componimenti poetici. Se ci fossimo limitati a considerare puro simbolo quel monogramma,
e puro gioco retorico quello di Clizia/ghiaccio-fuoco, non avremmo colto la presenza reale, il motivo
scatenante della poesia, che si nutre in maniera preponderante di letteratura, trae il suo linguaggio dalla
tradizione medievale del senhal, ma adombra una realtà assai più sensibile.
Se un eccesso fu quindi compiuto dalla critica psicologica che, sviata dal mito del poeta romantico tutto
slanci, malinconia e titanismo, analizzò la lirica alla luce della biografia (fittizia) dell’autore, altret-
tanto pericolosa è la deriva opposta: il formalismo assoluto e un’analisi del testo chiusa in se stessa
comporta schematismi altrettanto svianti per comprendere le ragioni vere alla base dei componimenti.
Entrambe, inoltre, risentendo delle epoche in cui furono escogitate, se applicate pedissequamente a
concetti e composizioni risalenti al VII/VI secolo a.C., risultano anacronistiche e storicamente non ap-
plicabili. Compito del filologo è infatti ricostituire il testo e le sue ragioni avvicinandosi il più possibile
agli intenti dell’autore e all’ambiente in cui prese vita. Compito del lettore (e quindi anche vostro) è
avere coscienza di questa distanza temporale e quindi, in un certo senso, dell’impossibilità di fruire
della composizione nella stessa maniera in cui la sentivano i contemporanei. Tutto questo però con un
vantaggio: con la possibilità di verificare come nei secoli essa abbia influenzato generazioni successive
Poeti giambici

di lettori e di letterati e quindi di comprendere, almeno parzialmente, le ragioni che ne hanno permesso
la permanenza nella cultura. Un classico, infatti, non permane praticamente mai per le ragioni per cui
è stato composto, ma per le sollecitazioni, più spesso ignote allo stesso autore, che ha saputo suscitare
anche in ambiti storici e culturali completamente diversi. Nessun di voi leggerà mai Alceo in un’eteria
politica né comprenderà a pieno il bersaglio polemico delle invettive di Archiloco o delle parodie di
Ipponatte: non per questo non potrà apprezzarne quegli elementi o quelle sfumature che nel corso dei
secoli hanno colpito i lettori più degli stessi motivi che spinsero gli autori alla composizione, spesso
dimenticati nel giro di poche generazioni.
IPPONATTE 75

Semonide
La vita
P oeta sia in giambi che in elegie (perdute) fu Semonide (Σημωνίδης) detto di
Amorgo (isola delle Cicladi orientali), per il quale sono state proposte datazioni
molto varie, fra cui la più plausibile appare quella che lo colloca fra VII e VI secolo
a.C. Nativo di Samo – di cui avrebbe rievocato le vicende nella Storia antica di
Samo (Ἀρχαιολογία τῶν Σαμίων), forse in distici elegiaci –, guidò la fondazione
di una colonia samia ad Amorgo. Dalla Suda (IV 360, 7 Adler) ricaviamo che fu
autore di elegie, giambi e «altre composizioni di diverso genere» (ἄλλα διάφορα).

L’opera
C onserviamo una quarantina di frammenti, quasi tutti assai brevi ad eccezione
del celebre giambo sulle donne (T2) e di un altro sulla condizione umana (T1).

ipponatte
Un aristocratico con la maschera da pitocco
Il giambo grafo
per antonomasia G iambografo virulento ed estroso negli atteggiamenti come nel linguaggio, e
destinato come tale ad essere assunto ad emblema del genere dai poeti alessan-
drini, fu Ipponatte (Ἱππῶναξ). Nacque a Efeso ma emigrò a Clazomene (presso
Smirne) perché sgradito ai tiranni efesini, Atenagora e Coma. Le testimonianze
biografiche sono estremamente incerte sulla sua cronologia: Girolamo lo pone
nella prima metà del VII secolo a.C., il Marmor Parium e lo pseudo-Plutarco del
De musica lo collocano, più plausibilmente, un secolo dopo. Il nome (che vale
«Signore di cavalli») tradisce un’origine aristocratica: sia il secondo elemento,
ἄναξ, sia il riferimento del primo ai cavalli, costoso appannaggio dell’aristocra-
zia, sono ingredienti caratteristici di nomi nobiliari.

Autobiografismo A questo proposito altri fattori confermerebbero l’appartenenza a questa classe


e convenzione sociale. Vi sono infatti frammenti in cui il poeta lamenta la propria povertà e
Poeti giambici

inveisce contro la cecità di Pluto che non gli ha mai detto (fr. 36 West):
δίδωμί τοι μνέας ἀργύρου τριήκοντα
καὶ πολλὰ ἔτ᾽ ἄλλα
ti regalo trenta mine d’argento
e molto altro in più,
76 POETI GIAMBICI
Altri in cui supplica Ermes perché gli doni un mantello e sandali felpati: fr. 32,
4-6 «da’ un mantello a Ipponatte e una tunichetta,/ sandaletti e pantofoline e ...
d’oro/ sessanta stateri dell’altra parete» (T2); altri in cui si dichiara tormentato
dal freddo e dai geloni ai piedi (fr. 34 West): tutto questo e il fatto che il suo les-
sico sia spesso attinto al parlare quotidiano e incline alle oscenità, hanno indotto
gli studiosi a vedere in lui la tipica figura del «nobile decaduto», con la mano
sempre tesa ad elemosinare.

L’appporto personale Per contro si è osservato (E. Degani) che l’elemento «popolare» e i contenuti vol-
al codice giambico gari vanno ricondotti alle convenzioni del genere giambico. Tra le norme e i ruoli
ben determinati tipici c’è, infatti, «la maschera» del miserabile intirizzito e morto
di fame. Se questa precisazione costituisce un salutare correttivo alla vecchia im-
magine del poeta autobiograficamente pitocco, analogamente a quanto abbiamo
visto per Archiloco, non si deve arrivare a escludere che il riconoscimento di un
«io» mimetico-drammatico (per cui il poeta assume la «maschera» del miserabi-
le) riduca a semplici invenzioni fittizie le figurazioni e le vicende che affiorano
nei frammenti, come la contesa con Bupalo.

Scene e istantanee fulminanti da un’opera


piena di vitalità
La sgangherata
vicenda di Bupalo L o scultore Bupalo e il di lui fratello e collega Atenide avrebbero fatto un ritratto-
caricatura di Ipponatte per il quale il poeta si era offeso e li aveva attaccati
con una serie di violentissime invettive che li avrebbe indotti a suicidarsi per la
vergogna. Con Bupalo, poi, Ipponatte sarebbe stato in rivalità per una Arete dai
molto liberi costumi; e come Archiloco nell’Epodo di Colonia aveva rievocato
a denigrazione di Neobule la propria avventura con la di lei sorella minore, così
Ipponatte raccontava del suo incontro notturno con Arete (frr. 13; 14; 16; 17
West [= 21-24 Degani]):
...
bevendo essi dal secchiello: lei non l’aveva
una coppa, ché il ragazzo, incespicando (?), l’aveva fracassata
***
dal secchio
bevevano: una volta era lui, l’altra Arete
a fare il brindisi
Poeti giambici

***
ed io, l’airone a destra, mi recai da Arete
col favor delle tenebre, e vi piantai la tenda
***
chinatasi infatti su di me, a lume di lucerna, Arete
[Tr. di E. Degani]
IPPONATTE 77

analisi del testo


Un poco garbato bere dal secchio in assenza di una coppa anda- piuttosto, demoliscono) una figura femminile che certo ci ap-
ta in frantumi per la caduta – forse favorita da prolungate bevu- pare tipizzata nel ruolo della donna incontinente (così nel vino
te – del παῖς, probabilmente il giovane amante con cui Arete si come nell’eros) ma che doveva riuscire tanto più godibile al
era intrattenuta; un appressarsi furtivo del poeta, che in trivia- gruppo degli ascoltatori partecipi al simposio in quanto attrat-
le contesto riprende (con «mi accampai») la nobile equazione ta nell’orbita di un «effetto di verità» che il narratore voleva
fra eros e guerra che precorre l’immaginario dei lirici; il reali- conseguire sfruttando nomi, cose, situazioni appartenenti allo
stico «chinarsi» sopra di lui di Arete: pur nella grave lacunosi- spazio concreto del loro ambito sociale. In altre parole, udendo
tà del testo cogliamo un’inclinazione a ritrarre per istantanee di Arete l’uditorio doveva riconoscere la deformazione grotte-
puntuali, in una progressione di dettagli che costruiscono (o, sca (la «caricatura») di un personaggio noto dalla realtà.

Un artista Non meno che nell’episodio dell’incontro notturno con Arete anche altrove Ip-
della commedia ponatte si rivela un artista della narrativa osée, ben più portato dello stesso Ar-
boccaccesca
chiloco (per quanto possiamo constatare) all’oscenità spregiudicata. Così nel fr.
84 West viene rievocato un altro, frettoloso, convegno (probabilmente con la
medesima Arete), scandito da morsi e baci e bruscamente interrotto dal soprag-
giungere del rivale Bupalo (che caccia il poeta sul più bello), mentre dai resti del
fr. 92 West vediamo ricostruito un rito magico eseguito con una sferza di fico
battuta sui genitali dell’«io» narrante ad opera di una donna lidia nello sconfor-
tante scenario di una latrina.

Poesia La frasca di fico (κράδη) è del resto un emblema ricorrente in Ipponatte in connes-
e rito apotropaico sione col rito apotropaico del capro espiatorio (φαρμακός), l’individuo che nelle
città ioniche veniva scelto per accumulare su di sé tutte le colpe della città: dopo
essere stato percosso con rami di fico e con mazzi di cipolle (σκίλλαι) nel corso di
una processione per le vie della città, questi veniva da ultimo lapidato o bruciato
o, meno crudamente, espulso dalla città. A questo rito, o piuttosto alla sua utilizza-
zione come quadro di riferimento analogico per il castigo da minacciare a rivali e
nemici, si riferisce una serie di frammenti (5-10 West) appartenenti forse a compo-
nimenti diversi ma citati in serie dall’erudito bizantino Tzetzes (Chiliadi V 728 ss.):
fr. 5
Πόλιν καθαίρειν καὶ κράδῃσι βάλλεσθαι.
Purificare la città e farsi battere con frasche di fico.

fr. 6
Βάλλοντες ἐν λειμῶνι καὶ ῥαπίζοντες
κράδηισι καὶ σκίλληισιν ὥσπερ φαρμακόν.
Poeti giambici

Battendolo, in un prato, e flagellandolo


con frasche di fico e scille, come un capro espiatorio;

fr. 7
δεῖ δ᾽ αὐτὸν ἐς φαρμακὸν ἐκποιήσασθαι.
occorre trasformarlo in (?) capro espiatorio.
78 POETI GIAMBICI
fr. 8
Κἀφῇ παρέξειν ἰσχάδας τε καὶ μᾶζαν
καὶ τυρόν, οἷον ἐσθίουσι φαρμακοί.
e alla sua mano porgere fichi secchi e focaccia
e cacio, quale mangiano i capri espiatori.

fr. 9
Πάλαι γὰρ αὐτοὺς προσδέκονται χάσκοντες
κράδας ἔχοντες ὡς ἔχουσι φαρμακοῖς.
Da gran tempo infatti li aspettano a bocca aperta
con frasche di fico, come le hanno per i capri espiatori.

fr. 10
… λιμῷ γένηται ξηρός· ἐν δὲ τῷ θύμῳ
φαρμακὸς ἀχθεὶς ἑπτάκις ῥαπισθείη.
… che divenga secco per fame; e nell’ ‘anima’,
portato via qual capro espiatorio, sette volte lo si flagelli.
[Tr. di E. Degani]

Le icastiche Oltre che ritrattista di figure in azione Ipponatte è anche maestro dell’immagine
istantanee bloccata, con personaggi fissati in tratti fisiognomici che denunciano il vizio che
si cela in loro, come nell’epodo dedicato all’ingordo Sanno (fr. 118, 1-9 West):
O Sanno, poiché quel naso empio coltivi
e il ventre non sai dominare,
e il tuo labbro è ingordo come il becco di un airone
......................................................................
5 Porgimi l’orecchio...
Ti voglio dare un consiglio...
......................................................................
Nelle braccia
e nel collo sei rovinato,
ma ti ingozzi: attento che non ti [prenda] una colica...

T6 La caricatura e la satira possono sfociare nell’invettiva senza mezze misure in


quel primo Epodo di Strasburgo (fr. 115 West) di pur controversa autenticità,
propemptikón che ci appare tanto violento nell’augurio di un viaggio infausto (un propempti-
kón alla rovescia lo definiva G. Perrotta) quanto letterariamente cosciente nella
Poeti giambici

sottile ripresa di un brano odissiaco.

L’inventore della Non stupisce allora se questo poeta che aveva al suo arco tanto le frecce della
parodia letteraria finzione plebeo-satirica quanto quelle del lusus letterario fosse considerato dagli
parodia letteraria antichi anche l’inventore del genere della parodia letteraria, di cui possediamo un
esempio negli esametri (iniziali di componimento) del fr. 128 West (T7).
Poeti giambici

archiloco
T. 1 Frammento Archiloco presenta se stesso sottolineando la propria individualità (Εἰμὶ δ᾽
1 W. ἐγώ) e fondendo nella stessa persona le attività, tradizionalmente separate, del
guerriero e dell’aedo, ma d’altra parte continua ad avvalersi di moduli espressivi
che ci sono noti dall’epica omerica ed esiodea.
Il frammento, di cui ignoriamo il contesto ma che forse traeva occasione – co-
me il fr. 2 e il fr. 4 – da una pausa tra le fatiche belliche, è citato da Ateneo
per dimostrare che il valore era considerato dagli antichi poeti più importante
della poesia; ma in effetti – come rivela la correlazione μέν ... καί, cum …
tum – l’accento sembra battere proprio sulla seconda attività, quella artistica:
Archiloco prospetta l’attività di poeta come non meno valida di quella militare,
e sottolinea come il cantore non sia più da intendersi quale «servitore» delle
Muse (cfr. Esiodo, Teogonia 100 Μουσάων θεράπων), e quindi relegato in una
posizione subalterna e strumentale, ma in qualità di partecipe in prima persona
alla produzione artistica.

metro: distici elegiaci. Εἰμὶ δ᾽ ἐγὼ θεράπων μὲν Ἐνυαλίοιο ἄνακτος


Fonte: Ateneo 627 c; καὶ Μουσέων ἐρατὸν δῶρον ἐπιστάμενος.
Plutarco, Vita di
Focione 7, 6, ecc.

1-2 Εἰμὶ δ᾽ ἐγώ … ἐπιστάμενος: Ἐνυώ, la dea della Contesa. - Ἐνυαλίοιο sei il migliore fra tutti i tuoi coetanei». -
«Io sono scudiero del sire Enialio e so- = -ίου: la clausola dell’esametro rical- ἐπιστάμενος: sott. εἰμί, costruzione pe-
no esperto dell’amabile dono delle Mu- ca Iliade XV 214 Ἡφαίστοιο ἄνακτος rifrastica equivalente a ἐπίσταμαι, forse
Poeti giambici

se». - Εἰμὶ δ᾽ ἐγώ: l’attacco richiama o simm. Lo iato è apparente, dato che in suggerita dall’intento di creare un paralle-
Odissea VI 196 εἰμὶ δ᾽ ἐγὼ θυγάτηρ ἄναξ è ancora operante l’effetto del di- lismo con εἰμί ... θεράπων. - Μουσέων
μεγαλήτορος Ἀλκινόοιο. - θεράπων: gamma originario (ϝαν-). - καί: è in cor- = Μουσῶν: per la poesia come «dono del-
più volte nell’Iliade (II 110; VI 67 ecc.) relazione con μέν del v. 1, con la sfumatu- le Muse» cfr. Esiodo, Teogonia 103 δῶρα
i guerrieri sono detti θεράποντες Ἄρηος; ra «non solo … ma anche», come in Iliade θεάων, Alcmane 59b, 1 s. Μωσᾶν δῶρον,
qui in luogo di Ares troviamo Enialio, an- IX 53 s. πέρι μὲν πολέμῳ ἔνι κάρτερός Solone 13, 51 s. Μουσέων πάρα δῶρα
tica divinità guerriera nota anche ai Mice- ἐσσι/ καὶ βουλῇ μετὰ πάντας ὁμήλικας διδαχθείς/ ἱμερτῆς σοφίης μέτρον
nei, poi associata o identificata con Ares, ἔπλευ ἄριστος «tu sei non solo il più forte ἐπιστάμενος, dove sembra palese la me-
e anche etimologicamente connessa a di tutti in battaglia,/ ma anche in consiglio moria del distico archilocheo.
80 POETI GIAMBICI
T. 2 Frammento Il frammento rappresenta, con scarno realismo, un momento della vita mili-
2 W. tare, la pausa di un pasto rude rallegrato dal vino d’Ismaro. Spigliata e vigo-
rosa la cadenza, con la triplice anafora ἐν δορί e l’effetto allitterante μᾶζα
μεμαγμένη.

metro: distici elegiaci. Ἐν δορὶ μέν μοι μᾶζα μεμαγμένη, ἐν δορὶ δ᾽ οἶνος
Fonte: Ateneo (epit.) Ἰσμαρικός· πίνω δ᾽ ἐν δορὶ κεκλιμένος.
30f; Sinesio, Epistole
129b (130 Hercher).

1-2 Ἐν δορί … κεκλιμένος: «Nella con figura etimologica; la μᾶζα era la Odissea IX 196 ss. - πίνω: dopo due
lancia (è) per me la focaccia impastata, focaccia dei militari e degli schiavi, frasi nominali, che ritraggono acronica-
nella lancia il vino ismarico, e bevo ap- ottenuta con acqua e farina, in genere mente la condizione del soldato, l’indi-
poggiato alla lancia». - Ἐν δορί: «dalla d’orzo, senza lievito, in opposizione al cativo πίνω innesta nel quadro l’attimo
lancia dipende», cfr. Iliade XVI 630 ἐν pane lievitato, ἄρτος. - Ἰσμαρικός: presente, l’esecuzione del canto durante
γὰρ χερσὶ τέλος πολέμου «nelle brac- Ismaro era denominata una zona mon- un simposio improvvisato fra le pause
cia vi è il compimento della guerra» e tuosa della Tracia, e ismarico è il vino belliche.
LSJ I 6. - μᾶζα μεμαγμένη: [μάσσω], con cui Odisseo ubriaca Polifemo, cfr.

immagini topiche
Una vita che poggia sulla lancia
Il tipo di esegesi proposta per questo passo, che rende al pas- κεκλιλμένος, per avere il senso di «appoggiato a», richie-
so tutta la sua incisiva energia, trova puntuale conferma nella derebbe la costruzione col dativo, come ad es. in Iliade
ripresa da parte del cretese Ibria in Carmina convivalia 26, 1-5 III 135 ἀσπίσι κεκλιμένοι, o con πρός e l’acc. Di qui
PMG: le varie ipotesi di intendere ogni volta ἐν δορί o col va-
ἔστι μοι πλοῦτος μέγας δόρυ καὶ ξίφος lore metaforico di «in guerra» (cfr. Com. adesp. 697 K.-A.
καὶ τὸ καλὸν λαισήιον, πρόβλημα χρωτός· ἄριστος τἄλλα πλὴν ἐν ἀσπίδι «valido in tutto tranne
τούτῳ γὰρ ἀρῶ, τούτῳ θερίζωτούτῳ πατέω τὸν ἁδὺν che in guerra») oppure (B. Gentili, RFIC 93, 1965 129-34
οἶνον ἀπ᾽ ἀμπέλω, e 1970, 115-20; Bossi, 168 ss. e altri) «sul legno», inten-
dendo con questo i banchi della nave, cfr. ad es. Iliade XV
τούτῳ δεσπότας μνοΐας κέκλημαι.
410 δόρυ νήϊον. Senonché la possibilità di una costruzione
una grande ricchezza possiedo: la lancia, la spada κέκλιμαι ἐν «sono appoggiato a [su]» sembra garantita da
e il bello scudo, che il corpo protegge; passi in cui è usato il composto ἐγκλίνομαι, come in Plu-
grazie a questo io aro, grazie a questo io mieto, tarco, Vita di Camillo 22, 5 ἐγκεκλιμένους τοῖς σκίπωσιν
grazie a questo io spremo il dolce vino dalle viti, [a proposito dei senatori romani che non si alzano in piedi
grazie a questo io sono chiamato padrone di servi» all’arrivo dei soldati di Brenno], Senofonte, Simposio III 13
[Tr. di G. Tedeschi] ἐνεκλίθη αὐτῷ «si appoggiò su di lui» e anche Iliade VI 77
s. πόνος ὔμμι μάλιστα/ Τρώων καὶ Λυκίων ἐγκέκλιται
Va però, ricordato che questa lettura è stata a più ri- «giacché su di voi soprattutto/ grava il comando dei Troiani
prese contestata sulla base dell’osservazione che al v. 2 e dei Lici».
Poeti giambici

Rifletti sul testo


1 2
ARCHILOCO 81
T. 3 Frammento Un altro momento della vita militare, durante un turno di notte sulla nave. Ar-
4 W. chiloco esorta il coppiere ad attingere vino dagli orci: solo così la veglia sarà
sopportabile. Il frammento è un nuovo esempio di realismo essenziale, a cui
l’allineamento degli imperativi (φοίτα ... ἄφελκε ... ἄγρει) conferisce un mo-
vimento pressante.

metro: distici elegiaci. φρα[


Fonte: P. Oxy. 854; ξεινοι̣.[
Ateneo 483d.
δεῖπνον δ᾽ ου[
οὔτ᾽ ἐμοὶ ωσαῖ̣[
5 ἀλλ᾽ ἄγε σὺν κώθωνι θοῆς διὰ σέλματα νηὸς
φοίτα καὶ κοίλων πώματ᾽ ἄφελκε κάδων,
ἄγρει δ᾽ οἶνον ἐρυθρὸν ἀπὸ τρυγός· οὐδὲ γὰρ ἡμεῖς
νηφέμεν ἐν φυλακῇ τῇδε δυνησόμεθα.

1-4 φρα[ ... ωσαῖ̣[: Nei vv. 3-4, estre- traverso i banchi della nave veloce e leva i ma adespoto richiamato da Bossi, 76. - σὺν
mamente lacunosi, la linea del discorso era tappi dagli orci concavi e attingi (ἄγρει, col κώθωνι: il κώθων è la grande tazza da cui
forse, come suppone West, del tipo: «non valore di αἵρει) vino rosso dalla feccia (in attingere a turno. - φοίτα: cfr. Odissea XII
c’è a disposizione né per te (forse οὔτ[(ε) modo cioè che nel fondo non rimanga che 420 διὰ νηὸς ἐφοίτων «io m’aggiravo den-
West al v. 3) né per me (οὔτ᾽ ἐμοί al v. la feccia): infatti neppure noi (forse in con- tro la nave». - θοῆς: l’aggettivo è frequente
4) una cena (δεῖπνον 3) adeguata, ma…». trapposizione ai rematori seduti sui banchi) epiteto epico di navi, applicato ad esse an-
Il vino servirebbe allora a far dimenticare, potremo restar sobri (νηφέμεν = νήφειν) che quando sono tirate in secco. - κάδων: il
oltre al sonno, la fame. durante questa guardia». - ἄγε: (lat. age), κάδος era un vaso molto grande, una sorta
cfr. A.P. X 118, 5 ἀλλ’ ἄγε μοι Βάκχοιο di giara. - οἶνον ἐρυθρόν: nesso presente
5-8 ἀλλ᾽ ἄγε ... δυνησόμεθα: «ma φιλήδονον ἔντυε νᾶμα «presto, versami anche in Odissea V 165. - φυλακῇ: il turno
suvvia, con la grande coppa muoviti at- un gradevole flusso di vino», un epigram- di guardia notturno, lat. vigiliae.

T. 4 Frammento È il brano (forse completo) più noto e discusso di Archiloco, progenitore di un’il-
5 W. lustre lignée letteraria (Alceo 428; Anacreonte 381b ἀσπίδα ῥίψας ποταμοῦ
καλλιρόου παρ᾽ ὄχθας, Orazio, Carmina II 7, 10 relicta non bene parmula). Il
tono fermo con cui il poeta dichiara la propria disavventura scandalizzò già gli
antichi, che individuarono nel passo un atteggiamento di sfida e di anticonfor-
mismo. Plutarco cita i versi raccontando che gli Spartani avrebbero cacciato il
poeta perché aveva affermato che è meglio gettare lo scudo che morire, e Crizia
(88 B 44 D.-K.) sottolinea come Archiloco fu cattivo testimone a se stesso divul-
gando simili infamie. Ed effettivamente si osserva uno scarto rispetto al codice
guerresco dell’Iliade, il disinteresse per quella αἰδώς che aveva rappresentato il
fondamentale elemento di coesione della società eroica. D’altra parte la frattura
polemica col mondo omerico è più indiretta che intenzionale: non a caso viene
Poeti giambici

sottolineato che lo scudo è stato perduto «a malincuore»; e Archiloco non si


vanta dell’episodio quanto piuttosto schernisce la boria dell’anonimo guerriero
trace, che ora si pavoneggia nello scudo «irreprensibile», non conquistato in
battaglia ma rinvenuto casualmente in un cespuglio, dove il poeta lo aveva ab-
bandonato per fuggire più rapidamente.
Il contrasto ironico fra il trace e il poeta prende risalto formale dalla ripartizione
82 POETI GIAMBICI
nei singoli distici dei poli dell’antitesi (perdita dello scudo/salvezza della vita).
Questa situazione, se non antiomerica almeno estranea al codice omerico, è
per altro espressa attraverso il formulario epico; e tuttavia si assiste anche da
questo punto di vista a una sorta di rinnovamento interno delle forme: lo scudo,
ad esempio, è detto ἀμώμητον, ma l’epiteto «ornante» riceve pregnanza e fun-
zionalità dall’accostamento con ἀγάλλεται, descrittivo della gioia compiaciuta
del nemico.

metro: distici elegiaci. Ἀσπίδι μὲν Σαΐων τις ἀγάλλεται, ἣν παρὰ θάμνῳ,
Fonte: Plutarco, institut. ἔντος ἀμώμητον, κάλλιπον οὐκ ἐθέλων·
Lacon. 34, p. 239b (vv.
1-4); Aristofane, Pace ψυχὴν δ᾽ ἐξεσάωσα. Τί μοι μέλει ἀσπὶς ἐκείνη;
1298 s. e 1301; Sesto Ἐρρέτω· ἐξαῦτις κτήσομαι οὐ κακίω.
Empirico, Pyrrh. hypot. 3,
216 (vv. 1-3), ecc.

1-4 Ἀσπίδι ... οὐ κακίω: «Qualcuno armi di Achille] sulle spalle, se ne vanta». mentre io credevo che si vantasse a vuo-
dei Sai (popolazione tracia) si vanta dello - ἀμώμητον: «incensurabile», riferito ad to./ Vada alla malora [ἐρρέτω]! Non avrà
scudo (ἀσπίδι, si noti l’evidenza del ter- arma, cfr. Iliade XV 463 ἀμύμονι τόξῳ. - più animo di ritentare la prova/ chi è stato
mine, posto in incipit di verso), arma per- ψυχὴν δ᾽ ἐξεσάωσα: è la lezione offer- ben lieto, anche adesso, di sfuggire alla
fetta, che presso un cespuglio abbandonai ta dalla «citazione» di Aristofane in Pace morte» [tr. di G. Paduano] –, un monolo-
(κάλλιπον = κατέλιπον) non volendo, 1301, la cui autenticità è problematica, go di Achille dove, come ha mostrato Di
ma ho salvato (ἐξεσάωσα = ἐξέσωσα) la rispetto ad αὐτὸς δ᾽ ἐξέφυγον θανάτου Benedetto, si ha come qui una sequenza
vita. Che m’importa di quello (ἐκείνη, con τέλος proposto da Sesto Empirico (senza articolata in tre momenti: «1. delusione
sfumatura di disprezzo) scudo? Vada in τί μοι μέλει). - ἐρρέτω: imprecazione in relazione a un fatto già accaduto; 2.
malora! In seguito (ἐξαῦτις, con psilosi, colloquiale, cfr. Iliade XX 344-50 – «Ahi- ἐρρέτω, in concomitanza con una consi-
= ἐξαῦθις) me ne procurerò uno non peg- mè, un grande prodigio è questo che vedo derazione che svuota l’impatto dell’even-
giore». - ἀγάλλεται: cfr. Iliade XVIII con i miei occhi:/ la lancia giace per terra, to che ha provocato la delusione; 3. pro-
131 s. τὰ μὲν κορυθαίολος Ἕκτωρ/ ma non vedo più l’uomo/ contro cui l’ho posito operativo espresso al futuro, con
αὐτὸς ἔχων ὤμοισιν ἀγάλλεται «Etto- scagliata, impaziente di ucciderlo./ Certo funzione di riscatto rispetto al momento
re dall’elmo splendente avendole [scil. le anche Enea era caro agli dèi immortali,/ della delusione».

T. 5 Frammento Questo ampio frammento di intonazione consolatoria, dedicato a un amico di


13 W. nome Pericle in occasione di un naufragio in cui era perito anche il cognato del
poeta, faceva probabilmente parte di quel componimento ἐπὶ τοῦ ναυαγίου a
cui fa riferimento l’Anonimo del Sublime (10, 7).

metro: distici elegiaci. Κήδεα μὲν στονόεντα Περίκλεες οὔτέ τις ἀστῶν
Fonte: Stobeo IV μεμφόμενος θαλίῃς τέρψεται οὐδὲ πόλις·
56, 30.
τοίους γὰρ κατὰ κῦμα πολυφλοίσβοιο θαλάσσης
ἔκλυσεν, οἰδαλέους δ᾽ ἀμφ᾽ ὀδύνῃς ἔχομεν

1-5 Κήδεα … πνεύμονας: «Lamen- il racconto delle proprie sofferenze al ban- πολυφλοίσβοιο [= -βου] θαλάσσης:
Poeti giambici

tando i lacrimosi lutti né alcuno fra i cittadi- chetto di Alcinoo. - μεμφόμενος: il verbo formula epica, cfr. Iliade II 209 = VI 347.
ni, o Pericle, né la città (nel suo complesso) μέμφομαι «biasimare» è qui impiegato - πνεύμονας: Archiloco trasferisce ai
godrà delle feste (θαλίῃς = θαλίαις): tali nella rara accezione di «lamentare», che ha polmoni un’espressione che in Omero è
uomini infatti inghiottì (κατά ... ἔκλυσεν, radice nel fatto che un tratto caratteristico riferita al cuore, Iliade IX 646 ἀλλά μοι
tmesi) l’onda del mare molto rumoreggian- del lamento funebre consisteva nel «rim- οἰδάνεται κραδίη χόλῳ «ma a me si gon-
te, e abbiamo i polmoni gonfi per le soffe- provero» contro la sorte e contro lo stesso fia il cuore di rabbia». - ἀμφ᾽ ὀδύνῃς [=
renze». - Κήδεα μὲν στονόεντα: cfr. defunto. Cfr. Eschilo, Supplici 137 οὐδὲ -ναις]: per ἀμφί col dat. a indicare uno sta-
Odissea IX 12 κήδεα ... στονόεντα, pro- μέμφομαι. - οὔτε … οὐδέ: la correlazione to d’animo cfr. Eschilo Coefore 547 ἀμφὶ
nunciato da Odisseo mentre sta per iniziare mette in risalto il secondo membro. - κῦμα τάρβει, Euripide, Oreste 25 ἀμφὶ φόβῳ.
ARCHILOCO 83
5 πνεύμονας. Ἀλλὰ θεοὶ γὰρ ἀνηκέστοισι κακοῖσιν
ὦ φίλ᾽ ἐπὶ κρατερὴν τλημοσύνην ἔθεσαν
φάρμακον. Ἄλλοτε ἄλλος ἔχει τόδε· νῦν μὲν ἐς ἡμέας
ἐτράπεθ᾽, αἱματόεν δ᾽ ἕλκος ἀναστένομεν,
ἐξαῦτις δ᾽ ἑτέρους ἐπαμείψεται. Ἀλλὰ τάχιστα
10 τλῆτε, γυναικεῖον πένθος ἀπωσάμενοι.

5-10 Ἀλλὰ θεοί … ἀπωσάμενοι: ἀνήκεστος deriva da ἀ (ἀν-) privativo [1818] e accolta da molti ma non da West.
«Ma nondimeno, mio caro, gli dèi posero e ἀκέω «curo»; cfr. Esiodo, Teogonia - ἐπαμείψεται: propr. «cambierà luogo
(ἐπί ... ἔθεσαν, tmesi) come medicina ai 612 ἀνήκεστον κακόν. - τλημοσύνην: in direzione di», cfr. Iliade VI 339 νίκη δ᾽
mali incurabili l’energica sopportazione: in età arcaica il termine è attestato altro- ἐπαμείβεται ἄνδρας «la vittoria alterna
ora uno ora un altro ha questo; ora esso ve solo nell’omerico Inno ad Apollo, vv. gli uomini» (cioè: la vittoria tocca ora agli
si è rivolto contro di noi (ἡμέας = ἡμᾶς) 190 s. ἀνθρώπων/ τλημοσύνας, dove pe- uni, ora agli altri). - τλῆτε: «sopportate»,
e lamentiamo (ἀνα- in ἀναστένομεν ha rò indica, oggettivamente, le «sventure», usato assolutamente e posto in risalto in
funzione intensiva) la piaga (ἕλκος, cfr. le «sofferenze» degli uomini. - ἄλλοτε principio di verso; cfr. τλημοσύνην 6. -
lat. ulcus, la ferita aperta) sanguinante, ἄλλος: per lo iato cfr. Odissea IV 236 γυναικεῖον … ἀπωσάμενοι: evidente
ma poi toccherà ad altri. Orsù, al più pre- ἄλλοτε ἄλλῳ, Esiodo, Erga 713 ἄλλοτε la ripresa di Orazio, Epodi XVI 39 mu-
sto siate forti cacciando via il lutto femmi- ἄλλον, Solone 13, 76 ἄλλοτε ἄλλος ecc. liebrem tollite luctum, e per il verbo cfr.
neo». - Ἀλλά: si contrappone a μέν 1, e - τόδε: cioè un ἀνήκεστον κακόν, cfr. Solone 3, 2 αἶσχος ἀπωσόμενοι (vedi p.
γάρ ha funzione intensiva, «senonché». v. 5; non sembra necessaria la correzio- 000).
- ἀνηκέστοισι κακοῖσιν: l’aggettivo ne di τόδε in τάδε, proposta da I. Liebel

analisi del testo


Il brano ha un’articolazione sobria e austera, entro la quale e all’alternanza dei dolori che ora toccano agli uni e ora agli
ancor meglio risalta il realismo delle immagini. Le due apo- altri. Anche qui il frasario epico a tratti è ripreso letteralmente
strofi a Pericle (Περίκλεες 1 e ὦ φίλ᾽ 6) aprono le due serie (v. 3), a tratti è variato nella direzione di un più corposo reali-
tematiche che scandiscono la sequenza: dapprima l’immagine smo (i polmoni in luogo del cuore, ai vv. 4 s.), ora infine è ab-
della città, dove si arresta il ritmo delle feste, e la rievocazione bandonato (l’immagine originale del v. 8): di qui un arabesco
del naufragio; poi – mediata da ἀλλά 5 – la reazione consola- di risonanze e di scarti per cui l’affermazione di uno «stile» si
toria, col richiamo alla τλημοσύνη, l’energica sopportazione, disegna su uno sfondo ben noto a poeta e destinatari.

Rifletti sul testo


1 2 Poeti giambici
84 POETI GIAMBICI
T. 6 Frammento Si tratta di un frammento «drammatico» in cui Archiloco – riferisce Aristotele
19 W. nella Retorica – introduceva il carpentiere Carone, come farà Orazio con l’usu-
raio Alfio nel secondo epodo. Il tono di questi versi, iniziali del componimento,
è pertanto intenzionalmente ironico (anche se forse l’ironia si svelava appieno
solo come sorpresa finale), e la pointe sta soprattutto nel v. 4, dove l’umile
falegname dichiara come propria scelta di vita quella che in effetti è un’insop-
primibile realtà: una grande τυραννίς è lontana dai suoi progetti! E all’intento
satirico contribuisce anche l’enfasi espressiva, con l’accumulo di negazioni (οὐ
... οὐδ᾽ ... οὐδ᾽ ... οὐκ), l’aggettivazione sonante (πολυχρύσου, μεγάλης), la
rideterminazione del medesimo motivo (vv. 2 e 4).

metro: trimetri giambici. Οὔ μοι τὰ Γύγεω τοῦ πολυχρύσου μέλει,


Fonte: Plutarco, de οὐδ᾽ εἷλέ πώ με ζῆλος, οὐδ᾽ ἀγαίομαι
tranquillitate animi
10, 470bc; Aristotele, θεῶν ἔργα, μεγάλης δ᾽ οὐκ ἐρέω τυραννίδος·
Retorica III 17, 1418b ἀπόπροθεν γάρ ἐστιν ὀφθαλμῶν ἐμῶν.
23 (v. 1a), ecc.

1-4 Οὔ μοι … ὀφθαλμῶν ἐμῶν: «Non magico, che si legge in Platone, Repub- τ̣[υραν]ν̣ίην ἔχε «di questa (città) sii si-
mi stanno a cuore i beni di Gige ricco d’oro blica 359d-360d. La sua leggendaria e gnora e padrona», la più antica attestazio-
né gelosia mai me ne prese, e non invidio le rocambolesca ascesa al trono è raccontata ne di un termine in τυρανν-: si tratta – per
imprese degli dèi e non bramo una grande da Erodoto I 8-13. - πολυχρύσου: di per- τυραννίς τύραννος τυραννεύω – di una
signoria: infatti è lungi dagli occhi miei!». sona anche in Iliade X 315 πολύχρυσος famiglia lessicale di origine anatolica di cui
- Γύγεω: Gige fu re di Lidia fra il 680 e πολύχαλκος. - οὐδέ … πω: qui e talora in età arcaica compariranno più tardi fre-
il 650 circa a.C.: le sue ricchezze divenne- altrove nel senso di numquam, non di non- quenti attestazioni in Alceo, in Solone e nei
ro ben presto proverbiali tra i Greci dando dum. - τυραννίδος: è questa, insieme con canti conviviali attici.
luogo a leggende come quella dell’anello quella del fr. 23, 20 κείνης ἄνασσε κα̣ὶ̣

Rifletti sul testo


1 2

T. 7 Frammento I due passi (la cui appartenenza a un medesimo contesto è possibile ma non
30, 31 W. sicura) sono citati rispettivamente da Ps.-Ammonio – per esemplificare la di-
stinzione fra ῥόδον (rosa, il fiore), ῥοδωνιά (roseto, il luogo) e ῥοδῆ (rosaio,
la pianta) – e da Sinesio, che attesta come la descrizione archilochea si riferisse
a un’etera: «tutti certamente credono e affermano che la chioma è un parasole
naturale e Archiloco, il più nobile dei poeti, nel farne la lode, elogia una chio-
Poeti giambici

ma appartenente a un’etera». La grazia delicata dell’immagine ha fatto spesso


dubitare del riferimento, ma Sinesio doveva trarre la sua affermazione dal testo
stesso del poeta (che egli cita anche altrove). Comunque sia, ciò che nuova-
mente emerge è come Archiloco, riutilizzando anche qui – soprattutto al v. 4
– il frasario epico, tenda a un’essenziale semplicità, disegnando due immagini
suggestive della ragazza.
ARCHILOCO 85
metro: trimetri giambici. Ἔχουσα θαλλὸν μυρσίνης ἐτέρπετο
Fonte: Ps.-Ammonio, ῥοδῆς τε καλὸν ἄνθος ‒ x ‒  
de adfin. vocab. diff.
431 (p. 111 Nickau) (vv.
1-2); Sinesio, Encomio x ‒  ‒ x ‒  ἡ δέ οἱ κόμη
della calvizie 11, 75b.
ὤμους κατεσκίαζε καὶ μετάφρενα.

1-2 Ἔχουσα ... ἄνθος: «Si dilettava a 3-4 ἡ δέ ... μετάφρενα: «… e la εν αὐχένα «e della chioma, che ombreg-
tenere (Ἔχουσα è verosimilmente partici- chioma le (οἱ = αὐτῇ) ombrava gli ome- giava il tenero collo», Euripide, Fenicie
pio complementare) un ramo di mirto (pian- ri e il dorso (cfr. Iliade II 265 = Odissea 309 χαίτας πλοκάμῳ δέραν σκιάζων
ta sacra ad Afrodite e quindi congruente col VIII 528 μετάφρενον ἠδὲ καὶ ὤμω)». - ἁμάν «con il ricciolo della chioma om-
personaggio di un’etera) e un bel fiore di κατεσκίαζε: cfr. Anacreonte 347, 1 s. breggiando il mio collo».
rosa (ῥοδῆς, propriamente di rosaio) …». καὶ κ[όμη]ς, ἥ τοι κατ᾽ ἁβρὸν/ ἐσκία[ζ]

T. 8 Frammento Un quadretto di vita quotidiana, nel quale è rappresentata con disincanto la


101 W. vanagloria militare: sette nemici giacciono morti, mille sono gli uccisori. La stri-
dente sproporzione numerica è una denuncia sarcastica delle vanterie smodate,
nella quale si può scorgere un’eco del rimprovero di Agamennone nei confronti
degli Argivi (Iliade VIII 228-35):
Αἰδὼς Ἀργεῖοι, κάκ’ ἐλέγχεα, εἶδος ἀγητοί·
πῇ ἔβαν εὐχωλαί, ὅτε δὴ φάμεν εἶναι ἄριστοι,
ἃς ὁπότ’ ἐν Λήμνῳ κενεαυχέες ἠγοράασθε,
ἔσθοντες κρέα πολλὰ βοῶν ὀρθοκραιράων
πίνοντες κρητῆρας ἐπιστεφέας οἴνοιο,
Τρώων ἄνθ’ ἑκατόν τε διηκοσίων τε ἕκαστος
στήσεσθ’ ἐν πολέμῳ· νῦν δ᾽ οὐδ᾽ ἑνὸς ἄξιοί εἰμεν.
Vergogna, Achei vigliacchi, belli solo a vedere!
Dove è finito il vanto di essere i più forti di tutti,
che a Lemno ripetevate a vuoto, mangiando
molta carne di buoi dalle corna diritte
e bevendo boccali colmi di vino,
che ognuno avrebbe affrontato in guerra anche cento
o duecento Troiani, e adesso non siamo all’altezza di uno.
[Tr. di G. Paduano]

Del frammento archilocheo è testimone Plutarco, che lo cita a proposito del-


la morte dell’imperatore Galba (69 d.C.), assassinato dai pretoriani in rivolta:
Poeti giambici

quando la testa di Galba fu portata al successore designato Otone, vi furono


molti che, pur non avendo preso parte all’uccisione, si presentarono con le mani
e le spade sporche di sangue per farsi belli agli occhi del nuovo imperatore e
ottenere un compenso.
Analogo il comportamento dei «mille uccisori» evocati sarcasticamente dal
poeta arcaico.
86 POETI GIAMBICI
metro: tetrametri Ἑπτὰ γὰρ νεκρῶν πεσόντων, οὓς ἐμαρψαμεν ποσίν,
trocaici catalettici.
χείλιοι φονῆές εἰμεν
Fonte: Plutarco,
Galba 27.

1-2 Ἑπτὰ γὰρ νεκρῶν … εἰμεν: luto, ma potrebbe anche dipendere dal mento, non in battaglia. L’espressione
«Sette sono caduti morti, che abbiamo φονῆες del verso successivo («dei sette μάρψαι ποσίν è attestata in Iliade, quan-
raggiunti in corsa, mille siamo (εἰμεν è morti … siamo mille uccisori»). - οὓς do Achille tenta invano di raggiungere
ionico per ἐσμέν) gli uccisori». - Ἑπτὰ ἐμάρψαμεν ποσίν: «che raggiungemmo Ettore in fuga (XXII 201; cfr. anche XXI
… νεκρῶν πεσόντων: viene comune- in corsa (lett. con i piedi)»: l’uccisione 564).
mente interpretato come genitivo asso- è avvenuta dunque durante un insegui-

T. 9 Frammento Come documenta Eraclito (lo stoico del I secolo d.C. autore delle Allegorie ome-
105 W. riche), che cita il frammento, Archiloco paragonava la guerra (presumibilmente
le lotte con le popolazioni tracie sulla costa opposta a Taso) al flutto del mare
in tempesta: Ἀρχίλοχος ... τὸν πόλεμον εἰκάζει τῷ θαλαττίῳ κλύδωνι).
Spicca nel brano l’immediatezza dell’attacco e l’efficacia della rappresentazione,
cola basata sull’allineamento paratattico di tre cola, descrittivi i primi due, corre-
lato a un’emozione il terzo, che compendia lo sgomento suscitato dal presenti-
mento della tempesta incombente.

metro: tetrametri Γλαῦχ᾽, ὅρα βαθὺς γὰρ ἤδη κύμασιν ταράσσεται


trocaici catalettici.
πόντος, ἀμφὶ δ᾽ ἄκρα Γυρέων ὀρθὸν ἵσταται νέφος,
Fonte: Eraclito,
Allegorie omeriche σῆμα χειμῶνος, κιχάνει δ᾽ ἐξ ἀελπτίης φόβος.
5, 2.

1-3 Γλαῦχ᾽, ὅρα … φόβος: «Glauco, Γλαῦχ᾽, ὅρα: l’apostrofe iniziale – forse 291 = 304 ἐτάραξε δὲ πόντον. - ἄκρα
guarda! Ecco che già il mare è sconvolto dal esordiale di componimento – sottolinea lo Γυρέων: le Γυραὶ πέτραι sono ricordate
profondo (βαθύς, con funzione predica- stupore. Da fonti epigrafiche sappiamo che anche in Odissea IV 500 s.: pare fossero,
tiva) dalle onde, e intorno alle cime delle questo figlio di Leptine – ricordato dal po- ma la precisa collocazione nell’Egeo non
Gire ritto (ὀρθόν, predicativo) si leva un eta anche altrove: frr. 15; 48, 7; 117; 131, è sicura, una scogliera che sorgeva presso
nembo, segnale di tempesta, e la paura (ci) 1 – guidò la colonizzazione paria a Taso. Micono.
coglie di sorpresa (ἐξ ἀελπτίης = -ίας)». - - ταράσσεται / πόντος: cfr. Odissea V

Rifletti sul testo


1 2
Poeti giambici
ARCHILOCO 87
T. 10 Frammento Anche questo brano prende le distanze dal mondo epico e dalla sua tra-
114 W. dizione di dignità e di decoro. Non che sia messa in discussione l’ἀρετή
guerriera: Archiloco punta piuttosto sulla sottolineatura del contrasto fra
apparenza e realtà, fra l’andatura tronfia del generale orgoglioso dei pro-
pri riccioli e il coraggio che può possedere anche un capitano con le gam-
be storte. Del resto qualche spunto in questo senso si rintraccia proprio
nell’epos, ad esempio nella descrizione di Tideo μικρὸς μὲν … δέμας,
ἀλλὰ μαχητής «piccolo di corporatura, ma un vero guerriero» (Iliade V
801).

metro: tetrametri Οὐ φιλέω μέγαν στρατηγὸν οὐδὲ διαπεπλιγμένον


trocaici catalettici.
Fonte: Dione
οὐδὲ βοστρύχοισι γαῦρον οὐδ’ ὑπεξυρημένον,
Crisostomo 33, 17 ἀλλά μοι σμικρός τις εἴη καὶ περὶ κνήμας ἰδεῖν
(vv. 1-4); Galeno, ῥοικός, ἀσφαλέως βεβηκὼς ποσσί, καρδίης πλέως.
commento a Ippocrate,
περὶ ἄρθρων, XVIII
(1) 604 Kühn (vv. 1,
3-4), ecc.

1-4 Οὐ φιλέω … καρδίης πλέως: διαπλίσσομαι, così come il sempli- gliata a punta o completamente, era
«Non mi piace un generale di alta statura ce πλίσσομαι (cfr. lat. plico) significa considerato un segno di mollezza. -
né che sta a gambe divaricate né tronfio «stare con le gambe larghe», «cammi- ῥοικός: «con le gambe storte», è agget-
dei riccioli né rasato con cura, ma per me nare a grandi passi», in Omero riferito tivo relativamente raro, attestato negli
uno (un generale) sia pure basso e con a mule al trotto (Odissea VI 318 εὖ δ᾽ scritti medici e nella poesia ellenistica:
le gambe storte a vedersi, ma (asindeto ἐπλίσσοντο πόδεσσι). - βοστρύχοισι ῥοικοί erano definiti, a detta del lessi-
avversativo) saldamente piantato coi γαῦρον: «orgoglioso dei suoi riccioli». cografo Polluce, coloro che avevano le
piedi (ποσσί = ποσί), pieno di coraggio «Famoso per l’acconciatura» (κέρᾳ gambe piegate verso l’interno, difetto
(καρδίης = -ίας «di cuore»)». - μέγαν: ἀγλαός) viene definito Paride da Dio- che, secondo Galeno, permette una mag-
consueto attributo del guerriero omeri- mede (Iliade XI 385), che apostrofan- giore stabilità. - ἀσφαλέως βεβηκὼς
co, cfr. ad es. Iliade III 167 ἀνὴρ ἠΰς τε dolo in questo modo, lo accusa di es- ποσσί: «ben saldo sui piedi» cfr. Tirteo
μέγας τε «eroe forte e grande» [Aga- sere un inconcludente vanesio. - οὐδ᾽ 10, 31 εὖ διαβάς, 12, 16 διαβάς.
mennone] e VI 263 μέγας κορυθαίολος ὑπεξυρημένον: «né ben rasato» (cfr.
Ἕκτωρ. - διαπεπλιγμένον: il verbo lat. adrasum). La cura della barba, ta-

T. 11 Frammento Questo verso è stato interpretato ora come gentile espressione amorosa
118 W. verso la figlia di Licambe («un sospiro d’amore … che rivela nel poeta
grande delicatezza di sentimento» [G. Perrotta]), ora, più corposamente, e
con maggiore verosimiglianza, come manifestazione di desiderio sessuale
(«toccar la mano» per condurre al letto), tanto più se il nostro verso era
seguito, come pare (metro, sintassi e tematica si saldano agevolmente),
dal fr. 119:
Poeti giambici

καὶ πεσεῖν δρήστην ἐπ᾽ ἀσκόν, κἀπὶ γαστρὶ γαστέρα


προσβαλεῖν μηρούς τε μηροῖς ...

e cadere sopra un otre eccitato e gettare il ventre


sul ventre e le cosce sulle cosce.
[Tr. di G. Tarditi]
88 POETI GIAMBICI
E significativo, in questa direzione, riesce il confronto addotto da E. Degani con
Teocrito 2, 138 ss.
ἐγὼ δέ νιν ἁ ταχυπειθής
χειρὸς ἐφαψαμένα μαλακῶν ἔκλιν᾽ ἐπὶ λέκτρων·
καὶ ταχὺ χρὼς ἐπὶ χρωτὶ πεπαίνετο …
ed io, la credulona,
presagli la mano lo feci coricare sul morbido letto,
e presto la pelle si scaldava alla pelle…

metro: tetrametro Εἰ γὰρ ὣς ἐμοὶ γένοιτο χεῖρα Νεοβούλης θιγεῖν.


trocaico catalettico.
Fonte: Plutarco, De E
apud Delphos 5, 386d.

1 Εἰ γὰρ ... θιγεῖν: «Oh se così mi av- παρθένος καλή τε καὶ τέρεινα) di tocca- ga a θιγεῖν [θιγγάνω], non a χεῖρα) nella
venisse (cfr. Ipponatte 119 εἴ μοι γένοιτο re Neobule (il genitivo Νεοβούλης si colle- mano (χεῖρα = χέρα, acc. di relazione)».

T. 12 Frammento Siamo davanti a un’altra sequenza «drammatica», come nel caso del fr. 19. Ari-
122 W. stotele, infatti, citando il primo verso, riferisce che queste parole erano pronun-
ciate da un padre a proposito della propria figlia; e di nozze – come attesta un
frustolo papiraceo – si parlava nei versi seguenti (con ἠρ]τύθη γἀμῳ terminava
il v. 12). Generalmente gli studiosi hanno pensato a Licambe e alla figlia Neo-
bule, che si sarebbe disonorata con un contegno increscioso. Ed effettivamente
a una situazione del genere allude Archiloco nell’epodo di Colonia (vv. 16 ss.):
Neobule
se la tenga un altro uomo; ahimè, è matura
e son svaniti il fiore verginale
e la grazia che prima aveva: ché non conosce sazietà
e ha mostrato la piena misura della follia, quella donna sconsiderata.

che sia il referente biografico, resta in ogni caso l’efficace timbro iperbolico del
passo, dove l’umore scandalizzato del padre si sfoga richiamando un fenomeno
come l’eclissi (probabilmente quella del 6 aprile del 648) o indulgendo al primo
adynaton a noi noto della poesia greca. Un’enfasi parodistica, naturalmente, a
cui fa da supporto la ricca, fastosa aggettivazione.

metro: tetrametri Χρημάτων ἄελπτον οὐδέν ἐστιν οὐδ’ ἀπώμοτον


trocaici catalettici.
Fonte: Stobeo IV 46, 10;
οὐδὲ θαυμάσιον, ἐπειδὴ Ζεὺς πατὴρ Ὀλυμπίων
ἐκ μεσαμβρίης ἔθηκε νύκτ’, ἀποκρύψας φάος
Poeti giambici

Aristotele, Retorica III,


1418b28 (v. 1); P. Oxy.
2313 fr. 1 (a)

1-4 Χρημάτων … δέος: «Non c’è nes- le paura venne agli uomini». - ἀπώμοτον: anche altrove nella tragedia: Sofocle, Aiace
suna cosa inattesa né impossibile né stupe- (ἀπόμνυμι) «che si giura impossibile», cfr. 646 ss., Euripide, Ione 1510 s., Ipsipile, fr.
facente, da quando Zeus, il padre degli dèi Sofocle, Antigone 388 βροτοῖσιν οὐδέν 761 N2. - μεσαμβρίης = μεσημβρίας, da
d’Olimpo, da mezzogiorno fece notte, avendo ἐστ᾽ ἀπώμοτον «per i mortali nulla si può *μεσ-ημερία. - φάος ἡλίου λάμποντος:
nascosto la luce del sole che splendeva, e mol- giurare come impossibile»; il motivo ricorre calco della formula (Iliade I 605 ecc.)
ARCHILOCO 89
ἡλίου λάμποντος, ὑγρὸν δ’ ἦλθ’ ἐπ’ ἀνθρώπους δέος.
5 Ἐκ δὲ τοῦ καὶ πιστὰ πάντα κἀπίελπτα γίνεται
ἀνδράσιν· μηδεὶς ἔθ’ ὑμέων εἰσορέων θαυμαζέτω
μηδ’ ἐὰν δελφῖσι θῆρες ἀνταμείψωνται νομὸν
ἐνάλιον, καί σφιν θαλάσσης ἠχέεντα κύματα
φίλτερ’ ἠπείρου γένηται, τοῖσι δ’ ὑλέειν ὄρος.

λαμπρὸν φάος ἠελίοιο. - ὑγρόν: «umida», gradite della terraferma, e a quelli il monte οὐδέν, ἐπίελπτα ad ἄελπτον, πιστά ad
correzione del Valckenaer per λυγρόν, me- selvoso». Innumerevoli le riprese dell’ady- ἀπώμοτον οὐδὲ θαυμάσιον. - θαλάσσης
tricamente impossibile; per ὑγρός «molle», naton, ad es. in Virgilio, Bucoliche I 59 s. ἠχέεντα κύματα: presumibile conta-
«debole» cfr. ad es. Euripide, Fenicie 1439 ante leves ergo pascentur in aethere cervi, minazione di due moduli epici, cfr. Ilia-
ὑγρὰν χεῖρα. / et freta destituent nudos in litore pisces de I 157 θάλασσά τε ἠχήεσσα e II 144
e in Orazio, Epodi XVI 34 ametque salsa κύματα ... θαλάσσης. - ὑλέειν: forma
5-9 Ἐκ δὲ τοῦ … ὄρος: «E da allora levis hircus aequora e Carmina I 2, 7-12. già nota ai grammatici antichi per ὑλῆεν,
ogni cosa è per gli uomini credibile e pos- - Ἐκ δὲ τοῦ: «a partire da questo (mo- è integrazione di E. Lobel delle lettere su-
sibile: nessuno fra voi (ὑμέων = ὑμῶν) più mento)». - καὶ πιστά: è correzione di I. perstiti, ].ειν, di P. Oxy. 2313 fr. 1 (a), che
si meravigli a osservare (εἰσορέων = -ρῶν, Liebel per οὐκ ἄπιστα della tradizione riporta anche tracce di otto versi ulteriori,
partic. complementare) (qualsiasi cosa), di Stobeo. - κἀπίελπτα = καὶ ἐπ-, «tale mentre la tradizione di Stobeo ha il corrotto
neppure se le fiere scambiassero coi delfini che ci si può aspettarla»; c’è intenzionale ἡδὺ ἦν; il testo restituito da Lobel fa emer-
il pascolo marino e ad esse (σφιν = αὐταῖς) ripresa, con segno rovesciato, dello spun- gere il parallelismo fra νομὸν ἐνάλιον e
le onde risonanti del mare diventassero più to iniziale: πάντα si oppone a χρημάτων ὑλέειν ὄρος.

T. 13 Frammento Colpisce, in questa perentoria asserzione di etica arcaica, la sicura e quasi can-
126 W. dida certezza della validità inconfutabile della norma che prescrive di ricambiare
il male subito. L’idea è espressa in termini molto simili anche nel fr. 23, 14 s.
ἐπ]ίσταμαί τοι τὸν φιλ[έο]ν̣[τα] μὲν φ[ι]λ̣εῖν̣
τὸ]ν̣ δ̣’ ἐχθρὸν ἐχθ̣αί̣ρειν̣ τ̣ε̣ [κα]ὶ κακο̣[στομέειν
io sono capace di amare chi mi ama,
ed essere nemico del nemico e fargli del male.

Le variazioni che del motivo compaiono in Omero (Odissea VIII 21 s.; VI 184
s.), in Saffo (fr. 5, 6 s.), in Solone (fr. 13, 5), in Pindaro (Pitica II 83 s.), «oltre
a mostrarne la validità nei campi più diversi, provano che essa in età arcaica
fu condivisa dalle classi aristocratiche. La sua applicazione presupponeva una
chiara distinzione tra ciò che è bene o male secondo l’opinione comune in una
società determinata» (Privitera, 77).

metro: tetrametri ‒  ‒ x ‒  ‒ x ἓν δ’ ἐπίσταμαι μέγα,


trocaici catalettici.
τὸν κακῶς μ’ ἔρδοντα δεινοῖς ἀνταμείβεσθαι κακοῖς.
Fonte: Teofilo,
Poeti giambici

ad Autolycum 2, 37.

1-2 Ἓν δ᾽ ἐπίσταμαι ... κακοῖς: spesso emendato su proposta di R. Herzog 595 δεινὰ πρὸς κακοῖς κακά. La sfuma-
«Una cosa sola io so, grande, ricambiare chi (Philologus 52, 1894, 204 s.), in δέννοις tura implicita in δεινοῖς sta probabilmente
mi fa del male con mali tremendi». - μέγα: «insulti», congettura suggestiva ma non nel fatto che Archiloco «non si contenta
è collocato in posizione di forte rilievo, necessaria, dal momento che il nesso della legge del taglione: vuol restituire
staccato da ἕν. - μ(ε): è integrazione di A. δεινοῖς ... κακοῖς trova riscontro in Odis- centuplicato il male che ha ricevuto» (G.
Hecker, ἔρδοντα correzione di A. Turyn sea XII 118 s. κακόν ἐστι … / δεινόν τ᾽ Perrotta).
per δρῶντα della tradizione. - δεινοῖς: ἀργαλέον τε e in Sofocle, Edipo a Colono
90 POETI GIAMBICI
T. 14 Frammento Il celebre passo (forse un componimento compiuto) si apre con un movimento
128 W. che ricorda da vicino il richiamo che Odisseo fa al proprio cuore quando deve
sopportare nella propria casa le beffe delle ancelle (Odissea XX 18-21):
Τέτλαθι δή, κραδίη· καὶ κύντερον ἄλλο ποτ᾽ ἔτλης,
ἤματι τῷ, ὅτε μοι μένος ἄσχετος ἤσθιε Κύκλωψ
ἰφθίμους ἑτάρους· σὺ δ᾽ ἐτόλμας, ὄφρα σε μῆτις
ἐξάγαγ᾽ ἐξ ἄντροιο ὀϊόμενον θανέεσθαι.
Cuore, sopporta! Sopportasti ben altra vergogna,
quando il Ciclope mangiava, con furia implacabile,
i forti compagni; e tu sopportasti, finché l’astuzia
ti trasse dall’antro quando credevi già di morire.
[Tr. di G.A. Privitera]

metro: tetrametri Θυμέ, θύμ᾽, ἀμηχάνοισι κήδεσιν κυκώμενε,


trocaici catalettici.
Fonte: Stobeo III 20, 28;
ἄνα σύ, δυσμενέων δ᾽ ἀλέξεο προσβαλὼν ἐναντίον
Dionisio di Alicarnasso, στέρνον ἐν δοκῇσιν ἐχθρῶν πλησίον κατασταθεὶς
de comp. verb. 106
ἀσφαλέως· καὶ μήτε νικέων ἀμφάδην ἀγάλλεο,
(v. 1), ecc.
5 μηδὲ νικηθεὶς ἐν οἴκῳ καταπεσὼν ὀδύρεο,
ἀλλὰ χαρτοῖσίν τε χαῖρε καὶ κακοῖσιν ἀσχάλα
μὴ λίην, γίνωσκε δ᾽ οἷος ῥυσμὸς ἀνθρώπους ἔχει.

1-4 Θυμέ ... ἀσφαλέως: «Cuore, cuo- ἄνα ἐξ ἑδράνων: per ἄνα σύ, restituito (ῥυσμός = ῥυθμός [cfr. ῥέω]) domina gli
re, sconvolto da pene inesorabili, su, àlzati da R. Pfeiffer, la tradizione di Stobeo è uomini». - ἀμφάδην: [cfr. ἀναφαίνω], in
e difenditi opponendo il petto contro gli divisa fra ἀναδευ [i codici SM] e ἀνα δ᾽ opposizione a ἐν οἴκῳ del verso seguen-
avversari, nelle insidie dei nemici piantato εὖ [A]. - δοκῇσιν = δοκαῖς: correzione te: Omero conosce gli aggettivi ἀμφάδιος
vicino (a loro) saldamente (ἀσφαλέως [= di Th. Bergk del tràdito δοκοῖσιν (ovvero e ἀμφαδός e l’avverbio ἀμφαδόν. -
-λῶς_], posto con enfasi in enjambement)». δόκοισιν) sulla base delle glosse di Esichio χαρτοῖσιν (= -τοῖς): agg. verbale so-
- Θυμέ, θύμ᾽: incipit enfatico, con anadi- ἐν δοκῇ· ἐν ἐπιβουλῇ e δόκαι· ἐνέδραι, stantivato di χαίρω; la rarità della forma
plosi del vocativo; il θυμός è propriamen- παρατηρήσεις. dà rilievo al gioco etimologico, come in
te l’organo delle emozioni. - κυκώμενε: Sofocle, Elettra 1457 χαίροις ἄν, εἴ σοι
κυκάω, etimologicamente connesso con 4-7 καὶ μήτε νικέων ... ἔχει: «e se χαρτὰ τυγχάνει τάδε «gioisci pure, se
κῦμα «onda», richiama l’agitarsi del ma- vinci (νικέων = νικῶν) non vantartene queste cose sono per te motivo di gioia».
re. - ἄνα σύ: ἄνα (ossia la preposizione (ἀγάλλεο = -λου, cfr. fr. 5, 1) apertamente - μὴ λίην (= λίαν): «non troppo» in enjam-
ἀνά con ritrazione dell’accento) funge da e, vinto, non metterti a piangere (ὀδύρεο = bement simmetrico rispetto ad ἀσφαλέως
imperativo – «su!», «alzati!» –, come ad -ρου) precipitandoti a terra dentro la casa, 4. - γίνωσκε (= γίγνωσκε): con piena
es. in Iliade VI 331 = Odissea XVIII 13 ma gioisci delle gioie e affliggiti delle sven- funzionalità del suffisso incoativo: non
ἀλλ᾽ ἄνα e in Sofocle, Aiace 194 ἀλλ᾽ ture senza eccessi, ma riconosci quale flusso «sappi», ma «impara».

Rifletti sul testo


Poeti giambici

1 2
ARCHILOCO 91

analisi del testo


Mentre Odisseo fonda la propria forza di resistenza sul richia- quali il fr. 130, d’impronta esiodea («dagli dèi dipende tutto:
mo al passato, in Archiloco l’accento batte piuttosto sul pre- spesso risollevano/ chi sul suolo nero giace sotto un cumulo
sente, o meglio sulla perenne ciclicità delle fortune umane, di guai,/ spesso abbattono chi sembra reggersi incrollabile:/
sul ῥυσμός che regola l’esistenza e che si pone all’uomo come spalle a terra! Poi, sventure accessorie, in quantità:/ una fame
norma di comportamento. Così, mentre per Odisseo il ricordo vagabonda, un’attonita follia» [tr. di F.M. Pontani]) o il fr. 131
dei mali trascorsi (e specialmente dell’avventura col Ciclope) («Glauco, figlio di Leptine, l’indole degli
ridetermina la permanente statura eroica del personaggio uomini/ ha la patina dei giorni che via
pur nell’umiliazione attuale, in Archiloco il riconoscimen- via ci porta Zeus,/ e all’azione che li
to della necessità sbocca in un programma di vita fon- impegna uniformano l’idea» [tr. di
dato sulla capacità di evitare gli eccessi opposti (μήτε F.M. Pontani]). In quest’ultimo si af-
... μηδέ ... 4-5, μὴ λίην 7). Con questa moderazione faccia una prospettiva di passività,
didattica, posta in risalto da una certa pratica e conoscitiva, che antici-
solenne ampiezza dei membri pa la condanna, in Eraclito (B
sintattici, contrasta l’enfasi 17 D.-K.), della maggior parte
quasi espressionistica con degli uomini, cioè dei polloiv
cui è riutilizzato lo spunto che «non fanno attenzione
odissiaco: oltre all’anadiplosi alle cose in cui si imbattono
dell’attacco (θυμέ, θύμ᾽), col- né le capiscono pur dopo aver
pisce l’elaborata assimilazione appreso intorno ad esse, ma
del θυμός a un guerriero «sal- si illudono di capire»: ed è
damente piantato a terra», che appunto da tale prospettiva
protende il petto contro i nemi- che il saggio – come insegna il
ci. Una vena icastica assai meno nostro frammento – deve sapersi
riconoscibile in altri frammenti pur liberare reagendo con intelligen-
orientati secondo la stessa chiave, za all’altalena degli eventi.

T. 15 Frammento Anche qui, nella rappresentazione dell’eros, emerge un vigore espressionista, e


191 W. anche qui il riuso personale della lingua epica: l’immagine dell’eros che si avvi-
luppa sotto il cuore sembra infatti ricalcare la condizione di Odisseo (Odissea IX
433) λασίην ὑπὸ γαστέρ᾽ ἐλυσθείς «rannicchiato sotto il ventre lanoso» (di
un montone) per fuggire dall’antro di Polifemo. E proprio l’assenza di contiguità
tematica tra i due passi mostra come «l’espressione omerica ha perduto ogni
riferimento reale, significa di per sé: ha un prezioso valore stilistico, assicura ad
Archiloco, indipendentemente dai significati, un elevato grado di letterarietà»
(B. Marzullo).

Schema: ‒ y ‒ y ‒ y ‒  | ‒  ‒  ‒ ‒
x‒‒x|‒‒‒

metro: epodo costituito Τοῖος γὰρ φιλότητος ἔρως ὑπὸ καρδίην ἐλυσθεὶς
da alcmanio + itifallico e
da un trimetro giambico
πολλὴν κατ᾽ ἀχλὺν ὀμμάτων ἔχευεν,
Poeti giambici

catalettico. κλέψας ἐκ στηθέων ἁπαλὰς φρένας.


Fonte: Stobeo IV
20, 43.

1-3 Τοῖος γάρ … φρένας: «Infatti ta- rubandomi dal petto (στηθέων = -θῶν) il «versò nebbia sugli occhi» e 421 κάρ ῥά
le brama d’amore, avviluppatasi sotto il cuo- tenero cuore». - εἰλυσθείς: da εἰλύω, cfr. οἱ ὀφθαλμῶν κέχυτ᾽ ἀχλύς «sugli occhi
re (καρδίην = -δίαν), (mi) riversò (κατ᾽ ... lat. volvo. - πολλήν … ἔχευεν: cfr. Ilia- gli si riversò nebbia».
ἔχευεν, tmesi) sugli occhi molta tenebra, de XX 321 κατ᾽ ὀφθαλμῶν χέεν ἀχλύν
92 POETI GIAMBICI
T. 16 Frammento Un altro frammento erotico di Archiloco, insieme col precedente e col fr. 196
193 W. ἀλλά μ᾽ ὁ λυσιμελὴς δάμναται πόθος («ma mi soggioga il desiderio che scio-
glie le membra»).
Colpisce al solito il riuso personale del formulario epico, per cui un’espressione
come ὀδύνῃσι πεπαρμένος, che nell’Iliade (V 399) era riferito alla sfera fisica
(Ades ferito da Eracle), viene trasferita alla sfera emozionale.

Schema: ‒y‒y‒y‒y‒y‒
x‒‒x‒

metro: epodo costituito Δύστηνος ἔγκειμαι πόθῳ,


da un esametro
dattilico e da un
ἄψυχος, χαλεπῇσι θεῶν ὀδύνῃσιν ἕκητι
dimetro giambico, come πεπαρμένος δι᾽ ὀστέων.
nell’epodo XV di Orazio
(cfr. vv. 1 s. nox erat
et caelo fulgebat luna
sereno / inter minora
sidera).
Fonte: Stobeo IV 20,
45.

1-3 Δύστηνος ... δι᾽ ὀστέων: «Infe- senza più vita, da opprimenti sofferenze (πεπαρμένος da πείρω) attraverso le ossa
lice per la brama giaccio (sono prostrato) (χαλεπῇσι ὀδύνῃσι = -παῖς -ναις) trafitto per volere (ἕκητι = ἕκατι) degli dèi».
Poeti giambici

Scena simposiale. Da
un vaso attico del V
secolo a.C.
DOSSIER 93

Dossier

T. 17 P. Oxy. 4708 L’elegia sul mito di telefo


fr. 1
Il seguente frammento, pubblicato nel 2004, costituisce il più recente ritro-
vamento papiraceo di testi di Archiloco: si tratta di quel che resta di un’ampia
elegia di argomento mitologico, di cui si leggono 24 versi, con molte incertezze
e lacune.
Nonostante le difficoltà, è comunque una preziosa e rara testimonianza dell’ele-
gia narrativa arcaica, nella quale viene narrato un mito poco conosciuto: la guer-
ra che il re Telefo, figlio di Eracle e di Auge, dovette affrontare contro gli Achei,
approdati per errore in Misia mentre cercavano di raggiungere Troia.
Telefo riesce in un primo tempo a cacciare indietro i nemici e a farne strage,
arrossando del loro sangue il fiume Caico (ed è questo il momento che troviamo
rappresentato nel frammento archilocheo), ma in un secondo tempo, trovandosi
faccia a faccia con Achille, è costretto a ripiegare. Nel corso della fuga, secondo
quanto narrano gli antichi mitografi, l’eroe inciampa in un tralcio di vite, fatto
germogliare all’improvviso da Dioniso e, raggiunto dal Pelide, viene ferito con
la lancia di una ferita destinata a non rimarginarsi. Per ottenere la guarigione,
Telefo consulta allora un oracolo, da cui apprende che solo l’arma che ha causato
la ferita avrà il potere di sanarla. Raggiunto il campo degli Achei (nel frattempo
tornati in Aulide), il re dei Misî viene guarito con la ruggine della lancia di Achil-
le e, in contraccambio, accetterà di guidare gli Achei nella rotta che li porterà
a Troia.

[. . . .]̣ . [. . . .] . [.] . . θεοῦ κρατερῇ[ς ὑπ᾽ ἀνάγκης


οὐ δεῖ ἀν]αλ[κείη]ν καὶ κακότητα λέγει̣[ν
. [ ]ω[ ] . [. . . . .]εθα κ̣[ῆρ]α φυγεῖν· φεύγ[ειν δέ τις ὥρη·
5 καί ποτ[ε μ]οῦ[ν]oς ἐὼν Τήλεφος Ἀρκα[σίδης
Ἀργείων ἐφόβησε πολὺν στρατ[όν,] ο[ὐδ᾽ ἐγένοντο
ἄλκιμ[οι,] ᾖ τόσα δὴ μοῖρα θεῶν ἐφόβει,

dalla dura necessità del dio…


non bisogna definire debolezza e vigliaccheria
… fuggire il destino di morte: vi è un tempo per fuggire;
DoSSieR

5 e una volta, pur essendo solo, Telefo di stirpe arcade


mise in fuga il grande esercito degli Argivi, ed essi non furono
coraggiosi, tale fu la disposizione degli dei che li mise in fuga,
94 POETI GIAMBICI
αἰχμηταί περ ἐόντε[ς·] ἐϋρρρείτης δὲ Κ[άϊκος
π]ιπτόντων νεκύων στείνετο καὶ [πεδίον
10 Μύσιον, οἱ δ᾽ ἐπὶ θῖνα πολυφλοίσβοι[ο θαλάσσης
χέρσ᾽] ὑπ᾽ ἀμειλίκτου φωτὸς ἐναιρό[μενοι
προ]τροπάδην ἀπέκλινον ἐϋκνήμ[ιδες Ἀχαιοί.
Ἀ]σπάσιοι δ᾽ ἐς νέας ὠ[κ]υπόρ[ο]υς [ἐσέβαν
παῖδές τ᾽ ἀθανάτων καὶ ἀδελφεοί, [οὓς Ἀγαμέμνων
15 Ἴλιον εἰς ἱερὴν ἦγε μαχησομένο[ους.
Ο]ἱ δὲ τότε βλαφθέντες ὁδοῦ παρὰ θῖ[ν᾽ ἀφίκοντο·
Τε]ύθραντος δ᾽ ἐρατὴν πρὸς πόλιν [ἐ]ξ[έπεσον,
ἔ]νθα [μ]ένος πνείοντες ὅμως αὐτῶ[ν σφετέρῃ γε
ἀ]φρ[αδί]ῃ μεγάλως θυμὸν ἀκηχέ[δατο.
20 Φ]άντο γὰρ ὑψίπυλον Τρώων πόλιν εἰσ[αφικέσθαι
αὐ]τίκ[α]· γῆν δ᾽ ἐπάτευν Μυσίδα πυροφόρο[ν.
Ἡρακλ]έης δ᾽ ἤντησ[ε] βοῶν ταλ[α]κάρδιον [υἱόν
οὖ]ρον ἀμ[ε]ίλικ[τον] δηΐῳ ἐν [πολ]έμ[ῳ
Τ]ήλεφον, ὃς Δαναοῖσι κακὴν [τό]τ[ε φύζαν ἐνόρσας
25 ἤ]ρειδε [πρό]μαχος πατρὶ χαριζόμ[ενος.

per quanto guerrieri bellicosi. Il Caico dalla bella corrente


e la pianura misia erano stipati dei cadaveri dei caduti,
10 ed essi verso il lido del mare risonante,
annientati dalla mano di un uomo spietato,
precipitosamente ripiegarono, gli Achei dai begli schinieri.
Lieti si erano imbarcati sulle rapide navi
figli e fratelli degli immortali, che Agamennone
15 condusse a combattere nella sacra Ilio.
Allora, fuorviati nella rotta, giunsero a quel lido:
piombarono contro l’amena città di Teutrante,
qui, pur spirando ardore, ugualmente a causa della loro stessa
follia furono grandemente afflitti nell’animo.
20 Pensavano infatti di essere appena giunti alla città dalle alte porte
dei Troiani; invece calpestavano la terra di Misia che produce grano.
Eracle si imbattè in loro lanciando un grido al figlio dal cuore forte,
difensore implacabile nella mischia selvaggia,
Telefo, che, suscitando nei Danai la fuga rovinosa,
Poeti giambici

25 si piantò in prima fila, gratificando il padre…

8 il Caico dalla bella corrente: fiume del- Teutrante. Secondo una versione del mito, che, giovanetta, era stata violentata da Era-
la Misia, regione dell’Asia Minore. Telefo, figlio di Eracle, vi era giunto su cle e lo aveva dato alla luce, e che ora era
indicazioni dell’oracolo di Delfi. Là infatti diventata moglie di Teutrante e regina di
17 l’amena città di Teutrante: si tratta avrebbe trovato quei genitori dei quali era Misia.
di Teutrania, città della Misia di cui era re cresciuto orfano. E colà trovò Auge, colei
DOSSIER 95

immagini topiche
La «dura costrizione»
Il ruolo determinante esercitato, nel mito di Telefo, da una Σὺ δ᾽ εἶκ᾽ ἀνάγκῃ καὶ θεοῖσι μὴ μάχου·
«costrizione» divina che incombe inesorabile, sembra confer-
τόλμα δὲ προσβλέπειν με καὶ φρονήματος
mato – a meno che non si tratti di pura coincidenza – da tre
riscontri di derivazione tragica: due nel Telefo di Euripide, uno χάλα. Τά τοι μέγιστα πολλάκις θεὸς
in una tragedia avente lo stesso titolo, opera del tragediografo ταπείν᾽ ἔθηκε καὶ συνέστειλεν πάλιν.
Moschione (vissuto nel III secolo a.C., di cui sono sopravvissuti
solo 12 frammenti). Tu cedi alla necessità e non combattere contro gli dèi;
Nonostante la gravissima lacunosità dei due testi (della tra- abbi il coraggio di guardarmi e mitiga il tuo atteggiamento.
gedia di Moschione ci è pervenuto solo il frammento che Spesso il dio abbatte le cose più grandi
citiamo qui di seguito, di quella di Euripide possediamo 32 e di nuovo le risolleva.
frammenti, per un totale di una sessantina versi) è comun-
que possibile individuare la posizione di grande rilievo che In questo caso sembra di cogliere da parte di Euripide una con-
viene conferita all’ἀνάγκη, analogamente a quanto succe- taminazione di temi archilochei: il riferimento all’ἀνάγκη nel
de all’inizio dell’elegia archilochea (ammesso, ovviamente, contesto del mito di Telefo si intreccia con il motivo dell’«al-
che colga nel segno l’integrazione κρατερῇ[ς ὑπ᾽ ἀνάγκης terna onnipotenza delle umane sorti», sviluppato dal poeta di
proposta al v. 2). Paro nei frr. 13 e 128 West.
Nel fr. 2 Snell di Moschione , tratto dal Telefo, ci troviamo in-
Nel Telefo euripideo, si registrano due occorrenze del termine: vece di fronte ad un vero e proprio inno nei confronti della
fr. 701 Kannicht: Moira, definita come πάντολμ᾽ ἀνάηκη «necessità pronta ad
ogni audacia»:
μοχθεῖν ἀνάγκη τοὺς θέλοντας εὐτυχεῖν
Ὦ καὶ θεῶν κρατοῦσα καὶ θνητῶν μόνη
È destino che coloro che vogliono avere buona sorte soffrano.
μοῖρ᾽, ὦ λιταῖς ἄτρωτε δυστήνων βροτῶν,
Più interessante ancora il secondo passo: πάντολμ᾽ ἀνάγκη, στυγνὸν ἣ κατ᾽ αὐχένων
fr. 716 Kannicht: ἡμῶν ἐρείδεις τῆσδε λατρείας ζυγόν.

analisi del testo


La parte dell’elegia a noi pervenuta, gravemente lacunosa Dopo questa digressione, il testo risulta molto lacunoso e in-
all’inizio, sembra esordire con una osservazione di natura gno- certo: sembra comunque riprendere la narrazione delle vicende
mica, cui segue la narrazione del mito di Telefo, che funge da della guerra in Misia, con la comparsa di Eracle, il padre di Te-
esempio e modello: la fuga non costituisce necessariamente lefo, che si compiace dell’ardore bellicoso del figlio (vv. 22-25).
manifestazione di viltà, soprattutto quando deriva da una co- Non è da escludere che dietro l’exemplum mitico possa adom-
strizione divina (vv. 1-4). brarsi una vicenda autobiografica: un episodio militare inglo-
Segue una sezione narrativa (vv. 5-12), in cui viene narrato lo rioso, che ha coinvolto Archiloco e i suoi compagni. Forse uno
scontro tra i Misi guidati da Telefo e gli Achei: nonostante il smacco che il poeta cerca di nobilitare, proiettandolo in una
poderoso dispiegamento di forze e il loro valore militare, que- dimensione mitica, in cui la fuga costituisce solo un esito ini-
sti ultimi vengono sbaragliati dall’eroe arcade, costretti da una ziale momentaneo, che prelude ad una rivincita, secondo quel
volontà divina (μοῖρα θεῶν) a darsi a una fuga precipitosa. La ῥυσμός, ben noto ad Archiloco, che regola le vicende umane,
fuga non deve dunque essere interpretata come gesto passibile nell’alternanza fra gioia e dolore (fr. 13, 7-9 West), fra vittoria
di biasimo, ma come una condizione della natura umana, espo- e sconfitta (fr. 128, 4-7 West). Si può anche ipotizzare una pa-
sta a condizionamenti superiori. rentela fra questa nuova elegia e il notissimo fr. 5 West dello
La descrizione si sofferma in particolare sulla strage compiuta scudo perduto (cfr. p. 000), che il poeta racconta essere ora
da Telefo, che arrossa le acque del fiume Caico (vv. 8-9). nelle mani di un nemico che se ne vanta, riproponendosi, però,
Segue un improvviso passaggio analettico, un flashback, nel una pronta rivincita (ἐξαῦτις κτήσομαι οὐ κακίω).
quale si ripercorre l’entusiasmo degli Achei nel momento della E forse proprio in prospettiva consolatoria e parenetica (cioè
partenza, quando mossero per conquistare la città di Troia (vv. di esortazione a superare il momento di sconforto attuale e di-
DoSSieR

13-15). Vi è poi la descrizione dello smarrimento della rotta e mostrare il proprio valore, riscattando la sconfitta) va collocato
l’illusione di aver raggiunto la meta, mentre invece erano ap- l’episodio di Telefo proposto in questo nostro frammento, che
prodati in terra di Misia e alla città di Teutrante, dove si trova- contribuisce in modo significativo alla conoscenza della produ-
rono a scontare la loro follia (vv. 16-21). zione elegiaca del poeta di Paro.
96 POETI GIAMBICI

cULtURe a coNFRoNto guerrieri in fuga: da omero ad archiloco


Una situazione che presenta significative analogie con quella rappresentata nella nuova elegia archilochea
si può individuare in Iliade VIII 93-108: ci troviamo in un momento di difficoltà per gli Achei, quando le
sorti della guerra sembrano pendere tutte a favore dei Troiani (è Zeus stesso che pone le sorti dei due po-
poli sul piatto della bilancia: vv. 73 s. «La sorte dei Greci scese verso la terra feconda,/ quella dei Troiani,
invece, si sollevò verso il cielo ampio»). Nello scontro furibondo che si è acceso, il vecchio Nestore sta per
essere sopraffatto e ucciso da Ettore, quando Diomede sopraggiunge nella mischia, incitando anche gli
altri, in primis Odisseo, a fare altrettanto:

«Διογενὲς Λαερτιάδη πολυμήχαν᾽ Ὀδυσσεῦ «Illustre figlio di Laerte, astutissimo Odisseo, dove
πῇ φεύγεις μετὰ νῶτα βαλὼν κακὸς ὣς ἐν ὁμίλῳ; fuggi voltando le spalle nella calca come un vigliacco?
Bada che mentre fuggi non ti piantino nella schiena la lancia.
Μή τίς τοι φεύγοντι μεταφρένῳ ἐν δόρυ πήξῃ· 95
Resta e difendiamo il vecchio dall’eroe selvaggio».
ἀλλὰ μέν᾽ ὄφρα γέροντος ἀπώσομεν ἄγριον ἄνδρα».
Così disse, ma non lo sentì il paziente, illustre Odisseo,
Ὣς ἔφατ᾽, οὐδ᾽ ἐσάκουσε πολύτλας δῖος Ὀδυσσεύς, e passò oltre verso le navi dei Greci.
ἀλλὰ παρήϊξεν κοίλας ἐπὶ νῆας Ἀχαιῶν. Allora il figlio di Tideo da solo si slanciò in prima fila,
Τυδεΐδης δ᾽ αὐτός περ ἐὼν προμάχοισιν ἐμίχθη, si fermò accanto ai cavalli del vecchio figlio di Neleo,
στῆ δὲ πρόσθ᾽ ἵππων Νηληϊάδαο γέροντος, 100 e si rivolse a lui con queste parole:
καί μιν φωνήσας ἔπεα πτερόεντα προσηύδα· «Vecchio, ti opprimono molto i guerrieri più giovani,
«Ὦ γέρον ἦ μάλα δή σε νέοι τείρουσι μαχηταί, la tua forza si scioglie, t’incalza la dura vecchiaia;
σὴ δὲ βίη λέλυται, χαλεπὸν δέ σε γῆρας ὀπάζει, debole è il tuo scudiero e lenti i cavalli.

Per saperne di più


telefo nell’antica mitografia
Per una conoscenza generale del mito di Telefo, può essere utile che ritornassero ad Argo e si recassero di nuovo in Aulide.
leggere la versione che di esso viene proposta nella raccolta di Quando si furono nuovamente riuniti ad Argo, dopo otto
miti intitolata La Biblioteca, un manuale di autore ignoto risa- anni, come abbiamo detto, si trovarono in grave diffi-
lente al II-III secolo d.C., comunemente indicata come opera di coltà circa la rotta da seguire: non avevano infatti una
Ps.-Apollodoro. persona che fosse in grado di indicare loro la via per Tro-
ia. Ma Telefo, la cui ferita era inguaribile e a cui Apollo
I Greci non conoscevano la rotta per Troia; approdano in aveva detto che avrebbe potuto guarire se fosse stato cu-
Misia e la saccheggiano, pensando che si tratti di Troia. Il rato dal suo feritore, venne dalla Misia ad Argo, tutto co-
re dei Misii, Telefo figlio di Eracle, visto il saccheggio della perto di cenci, e supplicò Achille di prestargli delle cure,
sua terra, armò i Misii e inseguì gli Elleni fino alle navi, uc- in cambio della promessa di indicare la rotta per Troia;
cidendone molti, fra i quali Tersandro figlio Achille lo cura con la ruggine ricavata grattando la sua
di Polinice, che aveva opposto resistenza. lancia di frassino del Pelio. Una volta guarito, Telefo indi-
Ma quando Achille balzò su di lui, non ne cò la rotta e Calcante, grazie alla sua arte profeti-
sostenne l’assalto e si diede al- la fuga; ca, confermò che l’indicazione era giusta.
mentre fugge, inciampa in un tralcio [Tr. di M.G. Ciani]
di vite e viene ferito alla coscia da un
colpo di lancia. Gli Elleni lasciano la Mi- L’Altare di Pergamo: ricostruzione (Berlino,
sia e prendono il mare, ma una violen- Antikesammlung im Pergamon Museum).
ta tempesta li separa gli uni dagli altri,
ed essi approdano alle loro rispettive
patrie. A causa di questo ritorno de-
Poeti giambici

gli Elleni, si dice che la guerra durò


vent’anni: perché dopo il rapimento di
Elena passarono due anni prima che
gli Elleni fossero pronti a partire per
la guerra e, dopo che dalla Misia
furono ritornati nell’Ellade,
ne passarono altri otto prima
DOSSIER 97
ἠπεδανὸς δέ νύ τοι θεράπων, βραδέες δέ τοι ἵπποι. Su, sali sul mio carro, e vedrai quanto valgono
Ἀλλ’ ἄγ’ ἐμῶν ὀχέων ἐπιβήσεο, ὄφρα ἴδηαι 105 i cavalli di Troo, come sanno volta a volta inseguire
οἷοι Τρώϊοι ἵπποι ἐπιστάμενοι πεδίοιο o fuggire veloci qua e là nella pianura
κραιπνὰ μάλ’ ἔνθα καὶ ἔνθα διωκέμεν ἠδὲ φέβεσθαι, i cavalli che ho tolto ad Enea, capaci di mettere in fuga i nemici».
(Tr. di G. Paduano)
οὕς ποτ’ ἀπ’ Αἰνείαν ἑλόμην μήστωρε φόβοιο.

Dal confronto col testo archilocheo emergono con evidenza alcuni elementi comuni: l’insistenza sull’idea della
fuga/inseguimento, correlata con il φόβος (φεύγεις, v. 94; φεύγοντι, v. 95; διωκέμεν e φέβεσθαι, v. 107;
φόβοιο, v. 108); la posizione di isolamento di Diomede, che osa affrontare i nemici αὐτός περ ἐών (v. 99) «da
solo», analogamente a Telefo, che μοῦνος ἐών (secondo l’eccellente proposta di West) muove contro il numero-
so esercito degli Argivi. Ma soprattutto è interessante notare come la relazione automatica fra fuga e vigliacche-
ria, istituita da Omero (φεύγεις ... κακὸς ὥς, v. 94), secondo un cliché tipico dell’ἀρετή tradizionale, sembra
invece polemicamente smentita dal poeta di Paro (θεοῦ κρατερῆ[ς ὑπ᾽ ἀνάγκης ... οὐ δεῖ] ... κακότητα
λέγειν ... φυγεῖν): «la fuga non può essere considerata vigliaccheria, se deriva da una costrizione».
La prudenza nel trarre le conclusioni è d’obbligo, viste le pessime condizioni del papiro in questo punto, ma an-
che in questo caso sembra di poter individuare in Archiloco quell’atteggiamento ambivalente nei confronti della
tradizione epica che gli è tipico: da una parte egli ne adotta gli stilemi formali, dall’altra, però, corregge la visione
etica sottesa, aggiornandola secondo un diverso modo di intendere i valori. La fuga, comunque deprecabile, non
implica necessariamente un atteggiamento di vigliaccheria, soprattutto se chi fugge oggi intravede la possibilità
di una rivincita domani (secondo la legge del ῥυσμός che regola le vicende umane). Non quindi nelle azioni in sé
(la fuga) o negli oggetti (lo scudo, nel fr. 5 West) sta il valore o il disvalore dell’eroe, ma nella capacità dinamica
di saper interpretare l’alternanza delle vicende umane (fr. 128 West), per sapervisi adattare e piegare a proprio
vantaggio anche le situazioni che al presente sembrano negare qualsiasi prospettiva.

il culto di telefo in età ellenistica Fregio minore.

Un’importanza tutta particolare ha assunto il mito di Telefo in età


ellenistica, quando l’eroe arcade è stato celebrato quale caposti-
pite leggendario della dinastia degli Attalidi, sovrana del regno
di Pergamo.
Nel Fregio minore del celeberrimo Altare di Zeus a Pergamo (vedi
figura sotto) è rappresentato l’intero mito di Telefo, in una serie
di lastre a bassorilievo che, con una narrazione continua, tratta-
no episodi che vanno dalla nascita alla morte dell’eroe.
Il re di Arcadia Aleo, avvertito da un oracolo che il figlio che fosse
nato dalla figlia Auge avrebbe ucciso i fratelli della moglie Neera,
impose la verginità alla figlia, nominandola sacerdotessa di Atena.
Quando però Auge rimase incinta di Eracle e partorì il figlio Telefo,
il padre pose lei e il figlio in una zattera, cacciandoli dal regno.
La zattera di Auge approdò in Misia, dove la donna fu aiutata dal
re Teutrante, mentre Telefo fu allattato da una leonessa.
Telefo divenne re di Misia e, come abbiamo visto, fu coinvolto
suo malgrado nella guerra contro gli Achei che stavano cercando
di raggiungere Troia. Nella figura sottostante, è rappresentato
coi suoi compagni, mentre sta per affrontare il nemico. Nel corso
del combattimento, si impigliò in una vite fatta miracolosamente
germogliare da Dioniso e così venne ferito da Achille. Per guarire
la sua ferita,Telefo si recò ad Argo, per avere la ruggine dalla
lancia che l’aveva colpito. Riuscì nel suo intento, prendendo Ore-
ste come ostaggio e minacciando di ucciderlo. Tornato in Misia,
DoSSieR

fondò la città di Pergamo e vi insediò la dinastia degli Attalidi.

Fregio maggiore: lotta tra giganti.


98 POETI GIAMBICI

Semonide
T. 1 La condizione umana
fr. 1 West
In questo primo frammento Semonide afferma la sconsolata considerazione che
gli uomini continuano a nutrirsi di speranze e illusioni mentre il loro destino è
affidato esclusivamente alla volontà di Zeus.

Ragazzo, il Dio che tuona cupo ha l’esito


di ciò ch’esiste, e regola a sua posta.
Non capiscono, gli uomini: viviamo
come le bestie, effimeri, ignorando
5 come Dio disporrà la nostra fine.
Ecco: smaniamo tutti a vuoto. Intanto
ci nutre la speranza, la fiducia.
C’è chi aspetta un certo giorno; un altro
lascia volgere gli anni; ma un domani
10 di grasce ci sarà: chi non ci crede?
Poi l’uno, prima della meta, è colto
dalla vecchiezza ingrata; altri si struggono
per tristi morbi; vinti dalla guerra
altri la Morte cala nella tenebra.
15 Presi taluni in turbini di mare,
fra cavalloni d’acque cupe muoiono,
proprio là dove cercano uno scampo.
Altri, per la sventura, si fa un cappio
e di sua scelta lascia il chiaro sole.
20 Qui nessun male manca: innumerevoli
sventure, danni, avversità impensabili.
Datemi retta: non c’innamoriamo
dei nostri guai, non torturiamo l’anima
nell’ascolto morboso del dolore.
[Tr. di F.M. Pontani]
Poeti giambici

analisi del testo


Già in Archiloco (frr. 16; 131; 132 West) abbiamo visto co- della reazione agonistica e la casistica un po’ trita delle
me gli uomini fossero considerati «effimeri» e il loro desti- possibili sciagure sfocia tutt’al più in un invito ad evitare
no affidato esclusivamente alla volontà di Zeus: ma, diver- il vittimismo e, implicitamente, a godere delle gioie del
samente che in Archiloco, manca in Semonide il momento simposio.
SEMONIDE 99
Molto vicino alla medesima ispirazione «consolatoria» è il breve frammento fr. 2 West:
Τοῦ μὲν θανόντος οὐκ ἂν ἐνθυμοίμεθα,
εἴ τι φρονοῖμεν, πλεῖον ἡμέρης μιῆς.
Di chi è morto non ci daremmo pensiero,
se avessimo un po’ di senno, più di un giorno.

T. 2 il giambo sulle donne


fr. 7 West
L’altro e più ampio (118 versi) brano superstite rappresenta, dopo quella esiodea
degli Erga, la più antica censura delle donne, che Semonide distingue secondo l’in-
dole e riconduce a dieci tipi caratteriali, ciascuno dei quali connesso, tramite stra-
vaganti rapporti analogico-genealogici, a un animale o a un elemento naturale (ad
esempio la terra e il mare). Ecco la donna-scrofa, la donna-volpe e la donna-cagna.
vv. 1-20 L’indole della donna Dio la fece
diversa. Una deriva dalla scrofa
setosa; la sua casa è una lordura,
un caos, la roba rotola per terra.
5 Lei non si lava; veste panni sozzi
e stravaccata nel letame ingrassa.
Un’altra Dio la fece dalla volpe
matricolata: è quella che sa tutto;
non c’è male né bene che le sfugga.
10 Dice, sì, bene al bene e male al male,
ma s’adegua agli eventi e si trasmuta.
Come sua madre è quella che deriva
dalla cagna: curiosa di sentire
e di sapere, vagola, perlustra;
15 anche se non c’è un’anima, si sgola,
e non la calmi né con le minacce,
né se t’arrabbi e le fracassi i denti
con un sasso, né a furia di blandizie,
neppure stando in casa d’altri: insiste
20 quell’eterno latrato senza scopo.
[Tr. di F.M. Pontani]

analisi del testo


«È evidente – osserva E. Pellizer – che la bellezza seducente e tente, rappresentata come “Signora delle cagne” attorniata nel
l’avvenenza eccessiva sono considerate con un’ammirazione non suo notturno vagabondare da un branco di questi ringhiosi ani-
Poeti giambici

disgiunta da un senso sottile e inquietante di angoscia e paura, mali. Sembra potersene concludere che l’αἰσχρολογία rivolta
e sarà qui opportuno ricordare, nell’immagine di questi grugni contro le donne, siano esse giovani fanciulle da marito o vecchie
di cagna, l’oscena esibizione di Baubò, la smorfia terribile di laide e troppo stagionate, può in fondo avere anche la funzione,
Gorgò, il ghigno raggelante (forse la risata satanica) di Ghelò, all’interno del gruppo maschile, di esorcizzare questo genere di
e le attrattive poco rassicuranti di altri mostri della tipologia di paure, e di liberare i timori di contrarre un rapporto matrimonia-
Empusa, che spesso oscillano ambiguamente tra il fascino di una le insoddisfacente e rovinoso, poiché la cattiva moglie è in grado
tenera fanciulla e le fauci dentate di un feroce animale. Tutte (con l’adulterio, o in altri modi) di distruggere la figura sociale
figure appartenenti alla cerchia di Hekàte, divinità paurosa e po- del marito, coprendo di biasimo e di ridicolo l’intero οἶκος».
100 POETI GIAMBICI
T. 3 Gli elementi negativi prevalgono nettamente anche per gli altri tipi, escluso il
caso della donna-ape, fonte di letizia per il marito e genitrice di «bella e gentil
prole».

vv. 83-93 Ma la donna ch’a l’ape è somiglievole


beato è chi l’ottien, che d’ogni biasimo
85 sola è disciolta, e seco ride e prospera
la mortal vita. In carità reciproca,
poiché bella e gentil prole crearono,
ambo i consorti dolcemente invecchiano.
Splende fra tutte; e la circonda e seguita
90 non so qual garbo; né con l’altre è solita
goder di novellari osceni e fetidi.
Questa, che de le donne è prima ed ottima,
i numi alcuna volta ci largiscono.
[Tr. di G. Leopardi]

Il verdetto generale resta drasticamente negativo, tanto che il v. 96 (Ζεὺς γὰρ


μέγιστον τοῦτ᾽ ἐποίησεν κακόν «il più gran male che Zeus ha fatto è questo
[le donne]») viene ripetuto alla lettera, quasi a mo’ di refrain, al v. 115.

memoRia LetteRaRia

La donna è mobile
Prendiamo le mosse dai versi 10-11 di Semonide, appena visti:

10 to; me;n ga;r aujtw`n ei\pe pollavki~ kakovn,


to; d∆ ejsqlovn: ojrgh;n d∆ a[llot∆ ajlloivhn e[cei.
Soffermiamoci sul termine ojrghvn che ritroviamo più avanti (v. 42).

Nel testo greco il termine orghv significa «carattere», come sempre accade nella lirica arcaica. Solo più
tardi assumerà il significato di «ira». In questo senso, la donna assomiglierebbe al mare non solo perché
mutevole e soggetta a sbalzi d’umore, ma anche perché, come il mare, preda di improvvisi scoppi di ira.
Ti pare che la mobilità, che ancora oggi è considerata un tratto femminile, implichi l’irascibilità?
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Poeti giambici

Virgilio, eneide 4, 569 ss.


Mercurio è appena apparso a Enea, raccomandandogli di rompere gli indugi, di abbandonare subito la terra
di Didone. Il dio conclude il discorso con questa affermazione:
Varium et mutabile semper ⁄ femina.

La donna è una cosa sempre varia e mutevole.


SEMONIDE 101
Il neutro varium et mutabile concorre alla generalizzazione, equiparando la mobilità femminile a
un fenomeno naturale, a un dato certo e universalmente accolto. Il fatto poi che proprio la donna in
questione, Didone, non sia affatto un essere varium et mutabile, ma una personalità fermissima e capace
di affrontare il suicidio per amore, crea un contrasto stridente tra la norma appena enunciata e il caso a
cui la si vorrebbe applicare.
Tale contrasto che effetto ha? Acuisce la tragicità della vicenda di Didone? Le attira la simpatia del lettore?
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San Gerolamo cita il passo virgiliano quasi a conforto dei mariti traditi:
«Cosa varia e mutevole è la donna. Quante storie ci narrano Roma e la Grecia di uomini traditi e abbandonati dalle mogli».
(Comm. in Mich., 2, 7, 518)

orazio, carmina i 5, 5-8


Il poeta parla del nuovo amante di Pirra e immagina le pene del giovane a causa della volubilità della ragazza.
Heu quoties fidem
mutatosque deos flebit et aspera
nigris aequora ventis
emirabitur insolens…

Oh quante volte piangerà per la tua fedeltà, per i cambiamenti degli dei, e si stupirà, lui che non è
abituato, delle onde inasprite per i neri venti…

Come nel brano di Semonide, il mare rappresenta l’umoralità. Tuttavia, non c’è un paragone, ma una
metafora: la ragazza non è più presentata come il mare, bensì è il mare.
Che cosa ti suggerisce questo passaggio dalla similitudine alla metafora?
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Seneca, De Rem. fort. 16,3 p. 108 Rossbach


Etiam si bonam uxorem habuisti, non potes permansuram adfirmare in illo fuisse proposito. Nihil est tam mobile quam
feminarum voluntas, nihil tam vagum.

Anche se la tua è stata una buona moglie, non si può dire se sarebbe rimasta tale. Nulla è tanto
mobile e volubile come il carattere delle donne.
Seneca ricorre al topos per consolare un vedovo. Ti pare un’argomentazione cogente ed efficace
nell’alleviare il dolore di chi ha perso la moglie?
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Poeti giambici

La prosecuzione del topos


Il topos «la donna è mobile» è presente, nei secoli, in tutta la letteratura, in particolare:

Dante, Purgatorio Per lei assai di lieve si comprende


8, 76-78 quanto in femina foco d’amore dura,
se l’occhio o il tatto spesso nol raccende.
102 POETI GIAMBICI

Petrarca, Canzoniere Femina è cosa mobil per natura;


183, 12-14 ond’io so ben ch’un amoroso stato
in cor di donna picciol tempo dura.

Boccaccio, Se l’uomo adunque è di maggiore fermezza e non si può tenere che non condiscenda […] che
Decameron, Introd. speri tu che una donna, naturalmente mobile, possa fare a’ prieghi, alle lusinghe, a’ doni, a’
75 mille altri modi che userà uno uom savio che l’ami?

Poliziano, Stanze 1, Ché sempre è più leggier ch’al vento foglia,


14, 5-8 e mille volte al dì vuole e disvuole:
segue chi fugge, a chi la vuol s’asconde,
e vanne e vien, come alla riva l’onde.

Ariosto, Orlando Ma costei, più volubile che foglia


furioso, 21, 15, 1-5 quando d’autunno è più priva d’umore,
che ’l freddo vento gli alberi ne spoglia
e le soffia dinanzi al suo furore,
verso il marito cangiò tosto voglia.

Ariosto, Aminta 1, In breve spazio


368-372 s’adira e in breve spazio anco si placa
femina, cosa mobil per natura
più che fraschetta al vento e più che cima
di pieghevol spica.

Tennyson, Queen My lord, you know what Virgil sings:


Mary 3, 6
Woman is various and most mutable.

Hugo, Le roi Souvent femme varie,


s’amuse, 4, 2, 5-3 bien fol qui s’y fie !
Une femme souvent
N’est qu’une plume au vent

G. Verdi - F. M. La donna è mobile qual piuma al vento:


Piave, Rigoletto, 3, 1 muta d’accento e di pensier.

Per un approfondimento di questo topos così fecondo nella letteratura


antica, vedi on line i passi di Giovenale e le riflessioni a cui il confronto
con Semonide e gli altri autori latini e greci ci conducono.
Poeti giambici
IPPONATTE 103

ipponatte
T. 1 Frammento È uno dei vari frammenti appartenenti a quella che Callimaco (fr. 191, 3 s. Pfeif-
19 W. fer) ricorderà come la Βουπάλειος μάχη, la battaglia contro Bupalo. Bersaglio
consueto di Ipponatte, è a torto identificato dagli antichi col Bupalo scultore
figlio di Archermo di Chio, vissuto a Clazomene col fratello Atenide. Il nostro
giambografo avrebbe indotto entrambi i fratelli ad impiccarsi: si tratta natu-
ralmente di una leggenda, che fa il paio con la storia di Archiloco e Licambe,
conforme al luogo comune del giambo che uccide.
Risalta già in questo frammento la tecnica sapida di Ipponatte, il suo estro les-
sicale teso a sostituire termini comuni con vocaboli squalificanti, ideati ad hoc
(ὀμφαλητόμος, διοπλήξ), aprendo così la via a un procedimento che diventerà
peculiare della commedia attica antica.

metro: coliambi (trimetri scazonti o «zoppicanti»), cioè trimetri giambici con l’ultimo metro nella forma
x ‒ ‒  (in luogo di x ‒  ).
Fonte: Erodiano, περὶ παθῶν apud Et. Gen. A. (vv. 1-2); Et. Sym. cod. V (v. 2).

Τίς ὀμφαλητόμος σε τὸν διοπλῆγα


ἔψησε κἀπέλουσεν ἀσκαρίζοντα;

1-2 Τίς ... ἀσκαρίχοντα: «Quale ta- termine tecnico della medicina, privandolo verbo ricorda la strigliatura dei somari. -
gliaombelichi te, lo stordito da Zeus, pulì della connotazione spregiativa originaria. ἀσκαρίζοντα: il verbo ricompare in fr.
e lavò (κἀπέλουσεν: crasi per καὶ ἀπ-) - διοπλῆγα: da Διός e rad. di πλήσσω; 104, 12 ἀπέ]ψων δ᾽ αὐτὸν ἀσκαρίζοντα
mentre sgambettavi?». - ὀμφαλητόμος: l’aggettivo è equivalente per il senso «(per agguantare) lui mentre sgambet-
«levatrice» termine squalificante coniato all’attico ἐμβρόντητος ed è stato coniato tava», in Aristofane e in Menandro, ed è
da Ipponatte (da ὀμφαλός e rad. di τέμνω), forse sul modello degli omerici διογενής verosimilmente connesso con σκαίρω,
in luogo del più comune μαῖα (cfr. Esichio e διοτρεφής nonché di Iliade XIV 414 σκιρτάω, ma c’è chi sospetta che il verbo
O 837 ὀμφαλητόμος· μαῖα); sarà poi ri- ὑπὸ πληγῆς Διός; un composto analogo, richiami burlescamente le ἀσκαρίδες, ov-
preso da Sofrone, fr. 66 Kaibel e da Ippo- αὐχενοπλήξ, compare nel fr. 102, 6). - vero i vermi intestinali.
crate (Mul. 1, 46), il quale lo impiega come ἔψησε: propr. «raschiò», «strigliò»: il

T. 2 Frammento Una preghiera dall’avvio burlescamente solenne, secondo i moduli dell’inno cle-
32 W. tico, in cui l’apostrofe al dio era seguita dalla motivazione (qui il freddo terribile
che fa battere i denti) e infine dalla richiesta di aiuto. Il poeta ha bisogno di
un mantello, una tunichetta, sandaletti, pantofole e… sessanta stateri d’oro!
L’arguzia della preghiera sta appunto in questo ἀπροσδόκητον, nell’iperbolica
entità dell’ultima richiesta: e anche questo fa giustizia del cliché convenzionale
di un Ipponatte pitocco e querulo, mettendo piuttosto in luce il divertissement
Poeti giambici

compiaciuto di un poeta raffinato che si avvale di un’arte sapiente, basata sulla


parodia di stilemi tradizionali, sulla ricercatezza lessicale (un gusto pre-alessan-
drino per la parola rara), su consapevoli effetti ritmici (lo strascicato elenco dei
favori, attraverso una serie di quattro καί, ai vv. 4 s.), su una disinvolta com-
mistione fra lingua colta e movenze colloquiali (la frequenza dei diminuitivi, la
confidenziale apostrofe al dio).
104 POETI GIAMBICI
metro: coliambi (ma Ἑρμῆ, φίλ’ Ἑρμῆ, Μαιαδεῦ, Κυλλήνιε,
il v. 1 è un trimetro
giambico normale).
ἐπεύχομαί τοι, κάρτα γὰρ κακῶς ῥιγῶ
Fonte: Eliodoro apud καὶ βαμβαλύζω ...
Prisciano, Gramm. Lat.
III 428, 24-27 Keil
δὸς χλαῖναν Ἱππώνακτι καὶ κυπασσίσκον
(vv. 1-2); Tzetzes, in5 καὶ σαμβαλίσκα κἀσκερίσκα καὶ χρυσοῦ
Lycophronem 855
(vv. 1 + 4-6). στατῆρας ἑξήκοντα τοὐτέρου τοίχου.
1-3 Ἑρμῆ ... βαμβαλύζω: «Hermes, στόμα γίγνετ᾽ ὀδόντων «balbettando, in ἀσκερίσκον è diminutivo di ἀσκέρα, voca-
Hermes diletto, figlio di Maia, cillenio (Cillene bocca ci fu uno stridore di denti». bolo di possibile origine lidia, per il quale cfr.
è un monte dell’Arcadia), ti (τοι = σοι) invo- fr. 34, 3 ἀσκέρῃσι ed Ero(n)da 2, 23 ἀσκέρας
co: ho maledettamente (κάρτα ... κακῶς = 4-6 δὸς χλαῖναν … τοίχου: «da’ un σαπρὰς ἕλκων «trascinando logore scarpe
κάκιστα) freddo e batto i denti…». - Ἑρμῆ, mantello a Ipponatte e una tunichetta e san- felpate». - χρυσοῦ στατῆρας ἑξήκοντα:
… Κυλλήνιε: per l’anadiplosi cfr. Iliade V daletti e pantofoline e sessanta stateri d’oro una somma considerevole, benché non esat-
31 = 455 Ἆρες Ἄρες βροτολοιγέ, Archi- dell’altra parete». - χλαῖναν: un mantello tamente quantificabile, significando in origi-
loco 177, 1 ὦ Ζεῦ πάτερ Ζεῦ). L’attacco, di lana, lat. laena, che si portava sulle spalle, ne στατήρ «peso» in generale; in ogni caso
con le epiclesi Μαιαδεῦ e Κυλλήνιε suona sopra il χιτών, per resistere ai rigori inverna- sappiamo che verso la metà del VI sec. a.C.
parodisticamente rituale, ma «l’ironia affiora li: cfr. Odissea XIV 487 s. ἀλλά με χεῖμα lo statere valeva generalmente il doppio della
già nell’insolito e colloquiale φίλ᾽ Ἑρμῆ, poi / δάμναται· οὐ γὰρ ἔχω χλαῖναν «ma il dracma, in Attica gr. 8,74: dunque Ipponatte
significativamente ripreso dai comici (cfr. ad gelo mi uccide: infatti non ho un mantello». chiederebbe almeno mezzo chilogrammo
es. Aristofane, Nubi 1478 e Pace 416 e 718 ὦ - κυπασσίσκον: il diminutivo compare so- d’oro. - τοὐτέρου (τοὐτέρου = θοὐτέρου
φίλ᾽ Ἑρμῆ), espressione tipica dei ladri» (E. lo in Ipponatte; κυπασσίς in Alceo 140, 13 = τοῦ ἑτέρου) τοίχου: cioè, secondo alcuni
Degani). Per gli epiteti di invocazione a Her- κυπασσίδες: si tratta di un tipo esotico di interpreti, prelevandoli dalla casa del vicino
mes, cfr. Odissea VIII 335 Ἑρμῆ, Μαιάδος tunica corta. - σαμβαλίσκα: σαμβαλίσκον conforme al ruolo del dio come patrono dei
υἱέ, Inno a Hermes 408 Κυλλήνιε, Μαιάδος è diminutivo di σάμβαλον = σάνδα- τοιχωρύχοι «scassinatori»; diversamente altri
υἱέ: il dio era figlio di Zeus e di Maia, una λον. - κἀσκερίσκα (= καὶ ἀσκερίσκα): (cfr. Degani, Hipponax, 63 s.).
delle Pleiadi, figlia di Atlante e di Pleione. -
Μαιαδεῦ: «la corrente traduzione “figlio
di Maia” ignora il valore burlesco di questo
singolarissimo matronimico, che, nato dall’in- immagini topiche
crocio dei suffissi -ιδ- (ampliabile in -ιαδ- e
riducibile a -δ-: cfr. Πηληϊάδης, Πηλεΐδης,
il mantello di ermete
Μαιάδης), caratteristico appunto dei patroni- Ermete, spesso rappresentato con tale indumento, ne veniva considerato l’inventore
mici, ed -ευς (cfr. βασιλεύς), trova paralleli (caratteristica che sarà da connettere con l’originaria natura di divinità pastorale); e
solo in un’esigua schiera di diminutivi che nella famosa leggenda dei buoi rubati ad Apollo, Ermete offre al vecchio Batto, per
sono di norma rappresentati da nomi di ani-
mali (ἀλωπεκιδεύς, γαλιδεύς, πελαργιδεύς metterne alla prova la parola, appunto una χλαῖνα (Anton. Lib. 23, 5, cfr. Hes. fr. 256
ecc.). Potremmo dunque tentare di rendere lo M.-W.). Ma è soprattutto significativo che nelle Ermee di Pellene (in Acaia), le celebri
scherzo ipponatteo con “cucciolo di Maia”, feste in onore di Ermete più volte menzionate da Pindaro, il premio per gli atleti vin-
“pulcino di Maia” o qualcosa del genere» (E. citori fosse appunto costituito da una morbida χλαῖνα di lana. A tale prerogativa di
Degani). - βαμβαλύζω: voce onomatopei- Ermete, dio per eccellenza delle palestre e degli agoni, allude ironicamente Ipponatte.
ca, che compare anche in adesp. iamb. 38, 4 [E. Degani, Ipponatte. Frammenti. Introduzione, traduzione e note a cura di E. D., Bologna,
ἐβαμβάλυζε, modellata sull’epico βαμβαίνω,
Pàtron Editore 2007, 101]
cfr. Iliade X 375 βαμβαίνων, ἄραβος δὲ διὰ

Rifletti sul testo


1 Basandoti sulla lettura dei frammenti 32 e 128 W. di Tenetemi il mantello: voglio dare/ un pugno a Bupalo
Ipponatte, evidenzia espressioni, stilemi e forme che nell’occhio./ Io sono bravo, i colpi non li sbaglio.
mettono allo scoperto l’operazione parodistica costruita (Tr. di M. Valgimigli)
dal poeta. In particolare, soffermati là dove emergono Tenetemi il mantello: che cavo un occhio a Bupalo;
vocaboli, costrutti e stilemi di derivazione aulica (epica), sono dritto e mancino e mai che sbagli un colpo.
con rovesciamento di significato ottenuto attraverso lo
Poeti giambici

scarto fra «significante» e «significato». (Tr. di E. Mandruzzato)


Tenetemi il tabarro, pesterò l’occhio di Bupalo!
2 Per conoscere colui che passerà alla storia come Ambidestro infatti sono, né fallisco nel pestare!
l’acerrimo nemico di Ipponatte (acer hostis Bupalo, dice
(Tr. di E. Degani)
Orazio in Epodi 6, 14), esamina i frr. 120 e 121 W. (tra-
Tenetemi il mantello, voglio colpire Bupalo all’occhio.
dizionalmente uniti) nelle traduzioni di Valgimigli, Man-
Sono ambidestro e non manco il colpo.
druzzato, Aloni e Degani. Procedi a un’analisi comparata
(Tr. di A. Aloni)
ed elabora una tua versione.
IPPONATTE 105
T. 3 Frammento La richiesta formulata nel fr. 32 (al quale questo si ricollega anche per la menzio-
34 W. ne del mantello e delle babbucce: si potrebbe trattare di un unico componimen-
to) non è stata evidentemente esaudita. E il poeta se la prende col dio spilorcio
esprimendosi con colloquiale franchezza (si osservi la dissimmetria sintattica
nella diversa funzione dei due οὔτε [cfr. nota] e la ripetizione dell’aggettivo-
chiave δασύς).

metro: coliambi. Ἐμοὶ γὰρ οὐκ ἔδωκας οὔτέ κω χλαῖναν


Fonte: Tzetzes, in
δασεῖαν ἐν χειμῶνι φάρμακον ῥίγεος,
Lycophronem 855.
οὔτ᾽ ἀσκέρῃσι τοὺς πόδας δασείῃσι
ἔκρυψας, ὥς μοι μὴ χίμετλα ῥήγνυται.

1-4 Ἐμοὶ γάρ ... ῥήγνυται: «A me inverno a Pellene in Acaia, dove si svol- una dissimmetria caratteristica del parlato,
infatti non hai dato ancora (κω = πω) né geva una gara il cui premio consisteva ap- per cui il primo οὔτε nega solo un comple-
un mantello spesso, rimedio in inverno con- punto in una χλαῖνα, cfr. scheda «Il man- mento oggetto, il secondo una proposizio-
tro il freddo né avvolgesti i (miei) piedi con tello di Ermete»). - φάρμακον ῥίγεος: ne. - χίμετλα: (cfr. χειμών), cfr. Aristofa-
spesse (δασείῃσι = δασείαις) pantofo- (ῥίγεος = ῥίγους); cfr. fr. 39, 4 φάρμακον ne, Vespe 1167 χίμετλον οὐδὲν λήψομαι
le (ἀσκέρῃσι = ἀσκέραις, cfr. fr. 32, 5) πονηρίης, Pindaro, Olimpica ΙΧ 97 «non mi beccherò alcun gelone» e il fram-
perché non mi si crepino (ῥήγνυται, con- ψυχρᾶν ... φάρμακον αὐρᾶν «conforto mento parodico adespoto 5 Brandt ἔστειχε
giuntivo) i geloni». - χλαῖναν: forse – si ai geli di tramontana», Aristofane, Vespe δ᾽ ἔχων ὑπὸ ποσσὶ χίμετλα «camminava
è pensato – con allusione scherzosa alle 810 φάρμακον στραγγουρίας. - οὔτε con i geloni sotto i piedi».
feste Ermee, che si celebravano in pieno … οὔτ(ε): c’è, come osserva G. Monaco,

T. 4 Frammento Tzetzes cita questi versi per mostrare come Aristofane, nel Pluto, abbia desunto
36 W. da Ipponatte il motivo della cecità del dio della ricchezza. La pointe del passo sta
soprattutto nel disinvolto passaggio dall’indulgente τυφλός del v. 1 allo stizzito
δείλαιος del v. 4, e quindi nell’irridente forzatura di un motivo probabilmente
già proverbiale.

metro: coliambi (ma Ἐμοὶ δὲ Πλοῦτος – ἔστι γὰρ λίην τυφλός –


il v. 4 è un trimetro
ἐς τᾠκί᾽ ἐλθὼν οὐδάμ᾽ εἶπεν «Ἱππῶναξ,
giambico normale).
Fonte: Tzetzes, in Ar. δίδωμί τοι μνέας ἀργύρου τριήκοντα
Pl. 87. καὶ πόλλ᾽ ἔτ᾽ ἄλλα»· δείλαιος γὰρ τὰς φρένας.

1-4 Ἐμοὶ δέ ... τὰς φρένας: «A me τᾠκί(α) = εἰς τὰ οἰκία: si tratta di un cfr. Aristofane, Pluto 850 δείλαῐος. «La
invece (in contrasto con altri fortunati) – plurale collettivo; il diminutivo appar- vigliaccheria – ricorda Degani – è carat-
infatti è troppo (λίην = λίαν) cieco – Pluto tiene al lessico colloquiale. - Ἱππῶναξ: teristica costante del Pluto aristofaneo (v.
Poeti giambici

venendo a casa mia mai disse: “Ipponatte, per la tendenza del poeta a nominarsi 87 δειλότατος πάντων δαιμόνων, 202 s.
ti (τοι = σοι) do trenta mine d’argento e cfr. Analisi del testo del fr. 115. - μνέας λέγουσι πάντες ὡς / δειλότατόν ἐσθ᾽
molte altre cose ancora”. Infatti è vigliac- … τριήκοντα = μνᾶς τριάκοντα: al- ὁ Πλοῦτος, cfr. 203-207): il ricco, attac-
co nel cuore (τὰς φρένας, acc. di relazio- tra somma di incerta quantificazione, cato ai suoi averi, non può essere un eroe
ne)». - Πλοῦτος: il dio della ricchezza, ma senz’altro ragguardevole (in Attica […] sua fatale condizione è anzi di vivere
secondo Esiodo, Teogonia 869 ss. figlio la mina corrispondeva a 100 dracme). - tra inevitabili timori, di formidare malos
di Demetra e Iasione. - τυφλός: pun- δείλαιος: la seconda sillaba dell’aggetti- fures, incendia, servos, come dirà Orazio
tuale il riecheggiamento di Aristofane, vo è breve per correptio interna, cioè per (Serm. I 1, 77)».
Pluto 403 τυφλὸς γὰρ ὄντως ἐστί. - ἐς consonantizzazione della semivocale ι,
106 POETI GIAMBICI
T. 5 Frammento Forse riecheggiando Alceo 335, 3 s. φάρμακον δ᾽ ἄριστον / οἶνον
39 W. ἐνεικαμένοις μεθύσθην («la medicina migliore è farci portar vino e ubria-
carci»), Ipponatte sostituisce al vino simposiale, preparato dal coppiere, un ci-
ceone di personale fattura, unico rimedio contro la miseria e la disperazione.
L’umorismo scatta nel contrasto tra il pateticissimo avvio e la concitazione (ὡς
τάχιστα 2) della richiesta di un sacco di farina, per mettersi subito all’opera e
apprestarsi a una robusta bevuta.

metro: coliambi (ma Κακοῖσι δώσω τὴν πολύστονον ψυχήν,


il v. 4 è un trimetro
giambico normale).
ἢν μὴ ἀποπέμψῃς ὡς τάχιστά μοι κριθέων
Fonte: Tzetzes, ad περὶ μέδιμνον, ὡς ἂν ἀλφίτων ποιήσωμαι
μέτρων (Anecdota
κυκεῶνα πίνειν φάρμακον πονηρίης.
Oxoniensia III 308, 20-
33 Cramer).

1-4 Κακοῖσι δώσω ... πονηρίης: δ᾽ εἰμὶ πολύστονος «ho molti dolori» (è Calzecchi Onesti) – e in Inno a Demetra
«Abbandonerò ai mali questa (τήν ha va- Odisseo che sta parlando a Penelope, che 208-210. - πίνειν: infinito con funzione
lore dimostrativo) anima che molto geme, non lo ha ancora riconosciuto). - ψυχήν: consecutiva: è correzione di H.L. Ahrens
se non mi manderai (μὴ ἀποπέμψῃς, con corrisponde a θῦμον di Alceo 335, 1 οὐ [1844] per il tràdito πίνων. - πονηρίης
sinalefe fra μή e ἀ-; il soggetto dove- χρῆ κάκοισι θῦμον ἐπιτρέπην, vedi p. = -ρίας: per questo valore del sostantivo
va essere nominato nei versi precedenti: 000. - ἀλφίτων: la farina è l’ingrediente come «cattiva condizione», «debilitazio-
Hermes?) al più presto un medimno (una principale del ciceone (ἀλφίτων è corre- ne» cfr. ad es. Platone, Repubblica 609c
cinquantina di litri: una quantità ovvia- zione di Th. Bergk per il tràdito ἄλφιτον). σῶμα ἡ σώματος πονηρία νόσος οὖσα
mente iperbolica) di orzo (κριθέων, bi- - κυκεῶνα: una miscela tonificante, de- τήκει καὶ διόλλυσι «la malattia, essendo
sillabo per sinizesi di /εω/, = κριθῶν), scritta in Iliade XI 638-641 – «… fece malanno del corpo, consuma e fa perire il
perché io ne possa fare un ciceone di farina il miscuglio la donna pari alle dee/ con corpo»; per il tipo di espressione cfr. nota
da bere come medicina contro la prostra- vino di Pramno; vi grattò sopra cacio a 34, 2 e inoltre Euripide, Baccanti 283
zione». - Κακοῖσι δώσω: cfr. Iliade V caprino/ con una grattugia di bronzo, φάρμακον πόνων (detto del vino), Ora-
397 ὀδύνῃσιν ἔδωκε, Odissea XIX 167. - versò la bianca farina/ e li invitò a bere, zio, Carmina I 32, 14 s. laborum/ dulce
πολύστονον: cfr. Odissea XIX 118 μάλα quand’ebbe fatto il miscuglio» (tr. di R. lenimen (della lira).

T. 6 Frammento In questo brano, che G. Perrotta definiva efficacemente un «propemptico a ro-


115 W. vescio», riconosciamo un originale riuso del formulario epico (in genere assai
meno frequente in Ipponatte che in Archiloco, ma con l’eccezione del parodico
fr. 128, in esametri), impiegato per augurare un impietoso naufragio a un amico
che ha tradito i giuramenti che stringono i membri di un’«eteria».

Schema: x ‒  ‒ x ‒  ‒ x ‒   //
‒  ‒  ‒ //
metro: epodo .[
costituito da un
trimetro giambico e
η[
π.[ ]ν[...]....[
Poeti giambici

da una hemiepes.
Fonte: P. Argent, 3, fr.
κύμ[ασι] πλα[ζόμ]ενος·
1, rr. 1-16.

4-9 κύμασι … πεπηγότ᾽ αὐτόν: «… ti mali mangiando pane da schiavo – lui, in- 388 s. κύματι πηγῷ/ πλάζετο «vagò sulla
sbattuto dalle onde, e nudo in (κἀν = καὶ tirizzito (πεπηγότα [πήγνυμι], cfr. Iliade dura onda»; l’integrazione κύμ[ασι] di R.
ἐν) Salmidesso con tutta gentilezza lo accol- XXII 452 s. γοῦνα/ πήγνυται) dal gelo». Cantarella sembra confermata dalla ripresa
gano i Traci altochiomati – dove soffrirà mol- - κύμ[ασι] πλα[ζόμ]ενος: cfr. Odissea V in Gregorio di Nazianzo, A. P. VIII 210,
IPPONATTE 107
5 κἀν Σαλμυδ[ησσ]ῷ γυμνὸν εὐφρονέ̣σ̣[τατα
Θρήϊκες ἀκρό[κ]ομοι
λάβοιεν – ἔνθ‹α πόλλ᾽› ἀναπλήσαι κακὰ
δούλιον ἄρτον ἔδων –
ῥίγει πεπηγότ᾽ αὐτόν· ἐκ δὲ τοῦ χν‹ό›ου
10 φυκία πόλλ’ ἐπέ̣χοι,
κροτέοι δ᾽ ὀδόντας, ὡς [κ]ύ̣ων ἐπὶ στόμα
κείμενος ἀκρασίῃ
ἄκρον παρὰ ῥηγμῖνα κυμα....δ̣ο̣υ̣·
ταῦτ᾽ ἐθέλοιμ᾽ ἂν ἰδεῖν,
15 ὅς μ᾽ ἠδίκησε, λ̣[ὰ]ξ δὲ ἐπ᾽ ὁρκίοις ἔβη,
τὸ πρὶν ἑταῖρος [ἐ]ών.

2 κύμασι πλαζόμενον; κύμασῐ per la c.d. la prima volta e ricomparirà, a partire il riferimento ai giuramenti, la coinciden-
correptio Attica, come in fr. 117, 5 ἄριστᾰ da Democrito, quasi solo nella prosa. - za con Alceo 129 [vedi sotto] e l’uso del
βροτῶν. - εὐφρονέ̣ σ̣ [ τατα: detto con ἄκρον παρὰ ῥηγμῖνα: «sull’estremità termine ἑταῖρος sembrano rinviare al-
compiaciuto sarcasmo; è integrazione di H. del frangente», «sul limite della battigia» la sfera dell’eteria politica aristocratica,
Diels. - ἀκρό[κ]ομοι: coi capelli riuniti in cfr. Iliade XX 229 ἄκρον ἐπὶ ῥηγμῖνος. come avviene per ἀδικέουσι di Solone
cima al capo; cfr. Iliade IV 533 Θρήϊκες Si è tentato in vario modo di colmare la la- 4, 22. - ἐπ᾽ ὁρκίοις: verosimilmente i
ἀκρόκομοι. - ἀναπλήσει: «colmerà», cfr. cuna alla fine del v. 13, ma nessuna delle «giuramenti» resi in occasione del patto
Iliade XV 132 ἀναπλήσας κακὰ πολλά, integrazioni proposte sembra compatibile fondativo dell’eteria, cfr. Alceo 129, 14
Odissea V 302 ἄλγε᾽ ἀναπλήσειν e 207 con le tracce del papiro. ss.; tutta la frase presuppone espressioni
κήδε᾽ ἀναπλῆσαι. - δούλιον ἄρτον: come Iliade IV 157 κατὰ δ᾽ ὅρκια πιστὰ
variazione realistica della formula epica 14-16 ταῦτ᾽ ἐθέλοιμ᾽ … ἑταῖρος πάτησαν «calpestarono i patti» e VI 65
δούλιον ἦμαρ (Iliade VI 463 etc.): cfr. [ἐ]ών: «vorrei che sperimentasse queste λὰξ ἐν στήθεσι βάς «andando coi piedi
anche fr. 26, 6 δούλιον χόρτον «foraggio pene lui che mi fece torto e montò (ἐπ᾽ sul petto», e strettamente comparabili so-
da schiavi», Eschilo, Agamennone 1041 … ἔβη, tmesi per ἐπέβη) col calcagno no altri luoghi della poesia arcaica e tardo-
δουλίας μάζης βίον [?], Sofocle, Aiace (λάξ, avverbio) sui (calpestò i) giura- arcaica: Alceo 129, 22 s. βραϊδίως πόσιν/
499 δουλίαν ... τροφήν. menti, lui che in passato mi era compagno ἔ]μβαις ἐπ᾽ ὀρκίοισι, Teognide 815 ποδὶ
(cfr. Odissea VIII 586 ἑταῖρος ἐών)». λὰξ ἐπιβαίνων e 847 λὰξ ἐπίβα δήμῳ,
9-13 ἐκ δὲ τοῦ … δο̣υ̣: «e fuori del- - ἰδεῖν: propr. «vedesse», cfr. Iliade XI Eschilo, Eumenidi 110 πάντα ταῦτα λὰξ
la schiuma (χνόου, cfr. Analisi del testo) 243 ἧς οὔ τι χάριν ἴδε. - ὅς μ᾽ ἠδίκησε: ὁρῶ πατούμενα «vedo che tutto questo è
molte alghe (lo) ricoprano e batta i denti, di quale torto si tratti non sappiamo, ma calpestato coi piedi».
giacendo sulla bocca come un cane per lo
sfinimento, sul limite della battigia…». -
ἐπέ̣χοι: per ἐπέχειν nel senso di «esten-
dersi sopra», «ricoprire» cfr. Iliade XXIII
190 s. χῶρον ἅπαντα/ ὅσσον ἐπεῖχε
immagini topiche
νέκυς «tutto il terreno/ quanto il cada- Noterella di geografia del mondo antico:
vere ricopriva»; la lezione del papiro è la città di Salmidesso
però incerta e non è esclusa la possibilità
di leggere ἐπι̣ χ ‹έ›οι con R. Cantarella, Di Salmidesso, rischioso approdo tracio sulla riva occidentale del Mar Nero, rica-
dando al verbo il valore intransitivo di
viamo informazioni da Senofonte, Anabasi VII 5, 12-3: «… tenendo sulla destra
«si spandano» oppure postulando come
soggetto della frase il naufrago, donde il Ponto attraversarono il territorio dei cosiddetti Traci Melinofagi, finché arriva-
il senso «grondi di» (E. Degani). - ὡς rono a Salmidesso. Lì molte delle navi che fanno vela verso il Ponto sono solite
[κ]ύ̣ ω ν: «come un cane» cfr. Iliade XV incagliarsi e naufragare sulla riva a causa della grande estensione dei bassi fon-
579 κύων ὥς, Eschilo, Agamennone 2 s. dali. I Traci che abitano quel paese hanno disseminato la costa di cippi divisori
Poeti giambici

κοιμώμενος/ … κυνὸς δίκην «sdraiato e così ogni gruppo fa razzia delle navi che naufragano nel proprio settore»;
… come un cane». - ἐπὶ στόμα: cfr. in Prometeo 726 s. Eschilo definisce il luogo τραχεῖα πόντου Σαλμυδησσία
Iliade VI 43 πρηνὴς ἐν κονίῃσιν ἐπὶ
στόμα «prono, con la bocca nella pol- γνάθος/ ἐχθρόξενος ναύτῃσι, μητρυιὰ νεῶν «aspra mascella marina di Sal-
vere». - ἀκρᾰ σ ίῃ: = -σίᾳ, da ἀ- priva- midesso/ inospitale ai naviganti, matrigna per le navi». La città era situata sulla
tivo e radice di κράτος «forza» (dunque costa tracia del Bosforo, nello stretto in cui erano situate le Simplegadi, o isole
da non confondere con ἀκρᾱσία «catti- Cianee, che si credeva cozzassero l’una contro l’altra, stritolando le navi che vi
va mescolanza», da ἀ- priv. e radice di passavano in mezzo.
κεράννυμι); il termine è qui attestato per
108 POETI GIAMBICI

analisi del testo


È il primo dei tre mutili epodi conservati in un papiro della Bi- L’intera descrizione del naufragio appare modellata su quella
blioteca Universitaria di Strasburgo (P. Argentor. 3) e pubblicati di Odisseo all’isola dei Feaci, con reminiscenze anche verbali;
nel 1899 da R. Reitzenstein. Poiché l’epodo contenuto nel fr. 2 in particolare al v. 9, dove ἐκ δὲ τοῦ χνόου ricorda il gesto
contiene il nome di Ipponatte (v. 4 τ̣αῦτα δ᾽ Ἱππῶνα[ξ), che di Odisseo che in Odissea VI 226 ἐκ κεφαλῆς … ἔσμηχεν
doveva introdurre se stesso come personaggio del componimen- ἁλὸς χνόον ἀτρυγέτοιο [«dal capo detergeva la schiuma del
to (cfr. frr. 32, 4; 36, 2; 37 etc.), e presenta la stessa struttura mare infecondo»], tanto più che il termine χνόος è attestato
metrica del nostro epodo (fr. 1, rr. 1-16), solo nel caso (invero in Omero solo in questo passo: cfr. E. Degani, MCr 5-7, 1970-
non impossibile) di un’antologia si potrebbe negarne l’apparte- 1972, 63 ss.
nenza allo stesso Ipponatte (a favore della paternità ipponattea E a questo riuso sapiente collabora la scelta del particolare
si sono pronunciati, ad esempio, Blass, Perrotta e West, per l’at- sistema epodico, nel cui ambito l’hemiepes risulta più spesso
tribuzione ad Archiloco Reitzenstein, Snell e Degani). correlato a modelli epici (cfr. in particolare vv. 4, 6, 8 e 16).

T. 7

Μοῦσά μοι Εὐρυμεδοντιάδεω τὴν ποντοχάρυβδιν,


τὴν ἐγγαστριμάχαιραν, ὃς ἐσθίει οὐ κατὰ κόσμον,
ἔννεφ᾽, ὅπως ψηφῖδι ‹κακῇ› κακὸν οἶτον ὄληται
βουλῇ δημοσίῃ παρὰ θῖν᾽ ἁλὸς ἀτρυγέτοιο.
Musa, dell’Eurimedontiade l’oceanica Cariddi,
la lama-in-pancia di quel mangione senza ritegno
dimmi, sì che per malo suffragio di mala morte perisca,
per volontà del popolo, lungo la riva del mare infecondo!
[Tr. di E. Degani]

analisi del testo


Secondo Polemone di Ilio [fr. 75 Preller] Ipponatte fu l’inven- bio il primo esempio di sistematica, irridente detorsio Homeri, di
tore del genere parodico, mentre Aristotele (Poet. 1448a12 s.) una composizione cioè ricavata da espressioni omeriche, abil-
chiama Egemone di Taso ὁ τὰς παρῳδίας ποιήσας πρῶτος. mente quanto buffamente intrecciate e contraffatte (i riscontri
La contraddizione è in realtà solo apparente: con Egemone, che più vistosi: l’attacco contamina l’esordio dell’Iliade con quello
visse durante la guerra del Peloponneso, la parodia entrò εἰς dell’Odissea, al v. 2 κατὰ κόσμον è nesso formulare omerico,
θυμελικοὺς ἀγῶνας [«negli agoni teatrali»] (Athen. XV 699a), al v. 3 κακὸν οἶτον ὄληται ricalca Iliade III 417 κακὸν οἶτον
divenne un γένος autonomo con concorsi e gare propri, riceven- ὄληαι, e omerico è anche tutto il secondo emistichio del v. 4:
do probabilmente il nome stesso di παρῳδία. Spunti parodici, Iliade I 316 e 327 ecc.). Metro, lingua, stile sono qui presi in pre-
piuttosto, si incontrano nella poesia greca ancor prima di Ippo- stito dall’epica, ma per cantare le virtù di un personaggio tutt’al-
natte, dall’Iliade (episodio di Tersite) agli Inni, da Archiloco ad tro che eroico e solenne, alla cui abissale voracità i sesquipedali
altri poeti anteriori o contemporanei al giambografo di Efeso; composti comici provvedono a conferire contorni grotteschi.
ma occorre precisare – a scanso di facili quanto diffusi equivoci (E. Degani, in E. D., G. Burzacchini, Lirici greci, Firenze, La Nuova
– che questi esametri ipponattei rappresentano senza alcun dub- Italia 1977, 71)
Poeti giambici

Rifletti sul testo


1 Il fr. 115 W. di Ipponatte è stato definito un «propem- Orazio, nel quale il poeta latino imita liberamente il te-
ptikón a rovescio». Verifica il significato di tale termine, sto ipponatteo.
confrontando operando un confronto con l’epodo 10 di