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Il libro

È
come se le canzoni fossero dei tamburi emozionali che influenzano il ba ito
del nostro cuore. Quando siamo felici, il battito accelera e ci regala un ritmo
scanzonato, quando siamo un po’ tristi, invece, il battito rallenta e prende la
forma di una malinconica nenia. Ci consolano, sono una specie di medicina, un
antinfiammatorio dell’anima. Persino Platone e Aristotele erano convinti che l’arte
della musica potesse ristabilire l’equilibrio interiore e in alcuni casi incidere sulla
morale dell’individuo.
Io sono stato fortunato perché sono nato a Napoli, quella che può essere
considerata per definizione la città del canto. Questo libro è la prova provata che
Napoli è la patria della canzone: Era de maggio, ’O sole mio, Torna a Surriento, ’O
surdato ’nnammurato, Tammurriata nera, Malafemmena… Anzi, forse in fondo Napoli
stessa è una canzone.
Luciano De Crescenzo

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L’autore

Luciano De Crescenzo, ingegnere, sceneggiatore, attore e regista, ha esordito come


scrittore nel 1977 con Così parlò Bellavista. Da allora ha pubblicato oltre 40 libri,
tradotti in 21 lingue. Tra le sue opere, tutte pubblicate da Mondadori, ricordiamo:
Raffaele, La Napoli di Bellavista, Zio Cardellino, Storia della filosofia greca, Oi dialogoi,
Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo, Elena, Elena amore mio, Il dubbio,
Croce e delizia, Panta rei, Ordine e disordine, Nessuno, Sembra ieri, Il tempo e la felicità, Le
donne sono diverse, La distrazione, Tale e quale, Storia della filosofia medioevale, Storia
della filosofia moderna - Da Niccolò Cusano a Galileo Galilei, Storia della filosofia
moderna - Da Cartesio a Kant, I pensieri di Bellavista, Il pressappoco, Il caffè sospeso,
Socrate e compagnia bella, Ulisse era un fico, Tutti santi me compreso, Fosse ’a Madonna!,
Garibaldi era comunista, Gesù è nato a Napoli, Ti porterà fortuna e Stammi felice.

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Luciano De Crescenzo

TI VOGLIO BENE ASSAI


Storia (e filosofia) della canzone napoletana

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Ti voglio bene assai

a Paola

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Introduzione

E diceva: “Core, core!


Core mio, luntano vaje,
tu mme lasse e io conto ll’ore…
chi sa quanno turnarraje!”.
Rispunnev’io: “Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
Si ’stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccà”.

E diceva: “Cuore, cuore!


Cuore mio, lontano vai,
tu mi lasci e io conto le ore…
chi sa quando tornerai!”.
Rispondevo io: “Tornerò
quando tornano le rose.
Se questo fiore torna a maggio,
pure a maggio io sarò qui”.

Tra tutte le canzoni napoletane che sono state scritte fino a oggi, credo che Era de
maggio possa essere considerata una delle più belle e, come ho raccontato più volte, è
anche la mia preferita.
Non ci crederete, ma nonostante la dolce melodia e la poesia dei suoi versi, io un
tempo la odiavo. Ma il mio non era un odio normale. Insomma, ogni volta che la sentivo
intonare era come se ricevessi una mazzata in fronte. Non sto esagerando, provate a
mettervi nei miei panni e immaginate un ragazzino di circa dodici anni avvolto tra le
coperte in una fredda mattina d’inverno, magari intento a sognare di baciare
Giuseppina, la biondina seduta al terzo banco. Lui è lì lì sul punto di poggiare le sue
labbra su quelle di lei, quando all’improvviso una voce proveniente dal nulla lo desta
dal suo meraviglioso sonno: “Si ’stu sciore torna a maggio, pure a maggio io stóngo ccà”.
Questo perché anche a Napoli, nonostante i luoghi comuni, c’è chi si sveglia
praticamente all’alba. Non tutti per scelta personale, però, ma per “necessità di
mercato”.
Io fin da ragazzo ho avuto la fortuna, e la sfortuna, di essere stato svegliato tutte le
mattine alle sei in punto, e a volte anche prima, da un maledetto venditore di fiori di
nome Gaetano, anzi Ninotto, uno che nella vita avrebbe voluto fare il tenore ma che
poi, per colpa di qualcuno che un giorno gli aveva detto: “A Napoli tutti quelli che
cantano prima o poi sono condannati a morirsi di fame”, aveva deciso di mettersi a
vendere i fiori.

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Non c’era mattina, infatti, che lui non mi svegliasse con una delle sue canzoni, e
purtroppo non con i toni sussurrati alla “anema e core”, ma sempre con quelli
esuberanti da “oje vita mia”.
Ora, io a quei tempi abitavo al primo piano di un palazzo del quartiere Santa Lucia,
e quindi tra la mia camera da letto e il carretto ambulante di Ninotto c’erano quattro
metri di distanza, pertanto potevo godere appieno di ogni sua performance. Adagiava i
propri fiori sfoggiando una voce da usignolo, dilettandosi in spettacolari acuti quando il
verso lo coinvolgeva particolarmente.
Fino a non molto tempo fa, anche se so che in alcuni quartieri il rito continua
ancora, alcune piazze e vicoli del centro storico erano animati dalle voci dei venditori
ambulanti. Tra arrotini, conciambrelle, rammarielli e fruttaioli si alzavano tanti canti
melodiosi con il solo intento di attirare i passanti e le casalinghe del rione ai propri
banchi. È tradizione antichissima, in quasi tutta l’Italia meridionale, comunicare a
distanza a fronn’ ’e limone, ovvero con un canto a distesa senza accompagnamento
musicale.
Come le famose fronn’ ’e carcere, i canti che fidanzate, mogli e amanti indirizzavano
ai reclusi, e che erano utilizzate per trasmettere inciuci di quartiere e comunicazioni
familiari.
Per esempio, se la moglie voleva comunicare al marito che il figlio aveva trovato
lavoro, la frase era più o meno questa:
“Vicieeeeeeeeé, Peppino s’è mis’ a faticaaaaaaaà.”
E Vincenzo, dalla contentezza rispondeva:
“’O vviiiiiiiiì, ’assa fa’ ’a Madooooooooonn’.”
Che tradotto in italiano significa più o meno: “Lo vedi? Cosa ti avevo detto. Lascia
fare alla Madonna!”.

Ebbene, fu proprio grazie a questo Ninotto se io mi sono così tanto appassionato alla
canzone napoletana, perché crescendo quel canto fastidioso è diventato parte della
mia routine mattutina, e un po’ alla volta le canzoni che tanto odiavo si sono fatte
interpreti delle mie pene d’amore adolescenziali, e non solo. I versi di Malafemmena
davano voce al dolore scatenato dalle prime delusioni, e grazie alle note di Reginella mi
ritornava alla mente la veste scullata della ragazza che in quel periodo faceva
spantecare il mio cuore.
Ora che ci penso, io da ragazzo per ben tre volte mi sono innamorato il giorno 18,
ma sono state solo fidanzate che mi hanno fatto soffrire, e per la precisione Rita,
Annamaria e Mariastella, di cui ovviamente non posso dire i cognomi. Di Rita mi
innamorai il 18 marzo 1945, di Annamaria il 18 gennaio 1949 e di Mariastella il 18
dicembre 1951. Una psicanalista, una volta, mi chiese come avevo fatto a capire con
tanta precisione quale fosse la data dell’innamoramento, e io le risposi che ovviamente
non dipendeva dal 18, ma dalla giovane età, e dalle canzoni che ascoltavo in quegli anni
e che mi hanno fatto innamorare, casualmente, in quel particolare giorno. Comunque il
18, non solo non esco più di casa, ma non rispondo nemmeno al telefono. Non si sa
mai. Sapete com’è, è vero che sono ingegnere, ma sono anche napoletano, e in quanto
tale ho il pallino dei numeri.
Vedete, è come se le canzoni fossero dei tamburi emozionali che influenzano il

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battito del nostro cuore. Quando siamo felici, il battito accelera e ci regala un ritmo
scanzonato, quando siamo un po’ tristi, invece, il battito rallenta e prende la forma di
una malinconica nenia. Ci consolano, sono una specie di medicina, un
antinfiammatorio dell’anima. E non sono il solo a pensarlo. Proviamo ad andare un po’
indietro nel tempo.
Da sempre, in alcune culture lo sciamano, più o meno quello che oggi consideriamo
come una via di mezzo tra un sacerdote e un medico della mutua, era convinto che il
ritmo e l’armonia dominassero non solo la vita dell’intero universo, ma anche quella
dell’uomo. Pertanto, quando un paziente si presentava al suo cospetto lamentando
qualche acciacco, lo sciamano era solito ricorrere anche alla musica, considerandola
uno strumento di guarigione. Persino Platone e Aristotele erano convinti che l’arte
della musica potesse ristabilire l’equilibrio interiore e in alcuni casi incidere sulla morale
dell’individuo. Fu durante la prima metà del Settecento, però, che si iniziò a parlare di
quella che oggi viene definita “musicoterapia”: Richard Brockiesby, medico e musicista
di origine londinese, scrisse sull’argomento un autentico trattato, riuscendo a darle la
dignità di una vera e propria disciplina scientifica. Pensate che anche gli arabi, già nel
Medioevo, utilizzavano il flauto e la sua melodia per curare alcuni disturbi mentali. E
così in Puglia le contadine, durante la mietitura del grano, esorcizzavano il morso della
tarantola abbandonandosi ai ritmi frenetici della musica e della danza.
Ora, lo so che sembrerò ripetitivo, ma io sono stato fortunato perché sono nato a
Napoli, quella che può essere considerata per definizione la città del canto. Sfido
chiunque a sostenere il contrario.
Già sant’Ambrogio, nell’aprile del 393 d.C., dopo una visita a Napoli scrisse al
vescovo san Severo: “Terra incantevole, regno della tranquillità perfetta, in nessun
luogo lo spirito è meglio riparato dal tumulto delle invasioni barbariche e dagli orrori
della guerra”.
Questo libro è la prova provata che Napoli è la patria della canzone, perché la
tradizione musicale napoletana affonda le sue radici in un’epoca tanto lontana da
rischiare di confondersi tra le vicende di una storia mitica e leggendaria. Come sostiene
Benedetto Croce: “Con le fiabe ci si apriva il mondo della poesia, con le leggende
quello della storia” 1 ed è proprio alla leggenda che ho deciso di attingere per scoprire
le origini della canzone napoletana.
Pensiamo al primo cantante. Voi come lo immaginereste: un tipo alla Massimo
Ranieri, con lo sguardo da scugnizzo e il sorriso canzonatorio, o più un uomo d’altri
tempi con le sembianze di Roberto Murolo? Nessuno dei due. Il primo cantante in
realtà era una donna, non una donna qualsiasi, ma una Sirena dalle forme sinuose e la
voce ammaliante, tanto ammaliante da indurre Ulisse a mettere a rischio la sua stessa
vita, pur di trovare il modo per poterla ascoltare. Mi riferisco alla bella Partenope, ne
avete mai sentito parlare?
E qual è stato il primo festival della canzone? Inutile dirvi che Sanremo non c’entra
nulla. C’è un festival canoro ancora più antico, la Festa di Piedigrotta, che prende il
nome dalla Madonna a cui i napoletani rendono omaggio tra la notte del 7 e dell’8
settembre fin dal Duecento. E dei Saturnali e del dio Priapo, venerato con canti e riti
orgiastici in una grotta lì vicino, cosa ne pensate? Io non li metterei da parte con così
tanta facilità, non fosse altro per il timore che il dio Saturno possa sentirsi offeso da

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una tale sconsideratezza. La canzone trova un posto nel Satyricon: è Petronio Arbitro a
descrivere le grida dei venditori e le declamazioni dei cantastorie che mescolavano la
vita alle canzoni, gettando le basi di quei costumi che ancora oggi è possibile incontrare
tra i vicoli napoletani. Nei versi di Marziale, invece, ritroviamo il clima di otium e di
splendente declino dell’Impero romano sulle rive di Posillipo e di Baia: “La casta
Levina… arriva come una Penelope e parte come una Elena”.
Ora, se vi fa piacere, vi accompagnerò alla scoperta della mia personale storia della
canzone napoletana. E non vi meravigliate se, di tanto in tanto, vi capiterà di
inciampare tra i ricordi legati alle donne che mi hanno fatto battere il cuore. E già, non
credo sia possibile raccontare la canzone napoletana senza parlare d’amore. A un certo
punto poi, anche voi, magari presi dai vostri ricordi, vi ritroverete a canticchiare i versi
delle canzoni che ho sparso qua e là. Abbiate solo premura che non vi sia nessuno
intorno perché, sia ben chiaro, io non mi assumo alcuna responsabilità su improvvise
follie canterine.

1. Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, Adelphi, Milano 2005.

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Madame Partenope

Alle Sirene giungerai da prima,


Che affascinan chiunque i lidi loro
Con la sua prora veleggiando tocca.
Chiunque i lidi incautamente afferra
Delle Sirene, e n’ode il canto, a lui
Né la sposa fedel, né i cari figli
Verranno incontro su le soglie in festa.
Le Sirene, sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D’ossa d’umani putrefatti corpi,
E di pelli marcite, un monte s’alza.
Tu veloce oltrepassa, e con mollita
Cera de’ tuoi così l’orecchio tura,
Che non vi possa penetrar la voce.

OM ERO , Odissea, XII 39-49

Ebbene, io Ulisse l’ho conosciuto davvero. La domenica se ne andava su e giù per via
Caracciolo fino a quando non si sfasteriava, ovvero, stanco e annoiato decideva fosse
arrivato il momento di ritornare a casa. Non usciva mai da solo, e poiché una volta era
sparito per un tempo che era sembrato infinito, aveva sempre qualcuno che lo teneva
per il guinzaglio. Sai com’è, il lupo perde il pelo ma non il vizio.
Tutto questo perché l’Ulisse che ho conosciuto io non era un uomo ma un cane. E
non un cane qualsiasi, ma quello del mio insegnante di italiano del ginnasio, il
professor Gargiulo.
Lui nutriva un amore spassionato per la mitologia.
“Cosa sono i miti?” era solito esclamare con fare solenne. “I miti sono delle favole,
forse le più belle favole che siano state mai scritte.” E poi proseguiva con la solita solfa:
“Sentite, le storie che ci raccontiamo oggi risalgono spesso ai miti greci. Prendiamo per
esempio Giulietta e Romeo. Ebbene, nei miti greci Giulietta si chiamava Tisbe, mentre
Romeo si chiamava Piramo. Stessa storia, stesso grande amore, stessa tragica fine”.
Insomma, secondo il professor Gargiulo pure William Shakespeare copiava.
Ora, anche voi siete stati ragazzini, quindi potete immaginare cosa rappresentasse
per me e i miei compagni incontrare il nostro professore durante le passeggiatine
domenicali. Noi seguivamo un percorso preciso, facevamo un calcolo scientifico dei
tempi pur di evitarlo. L’obiettivo era trovarci al momento giusto in corrispondenza del
capannello di ragazzine che ci interessavano, così da poter lanciare qualche occhiata

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furtiva e rubare un timido sorriso da ricordare fino all’incontro della domenica
successiva. Ovviamente, nel momento in cui incrociavamo il professor Gargiulo tutti i
nostri sogni di gloria svanivano in un secondo.
«Buongiorno professore» biascicavamo in coro al suo cospetto.
«Buongiorno ragazzi, avete visto che bella giornata?» rispondeva lui.
«Veramente bella» ribatteva Vincenzino, il meno timido tra noi compagni.
«Arriveder…»
«Eh, quello, Ulisse, senza la passeggiata sul lungomare non può stare» proseguiva il
professore interrompendo immediatamente il nostro tentativo di fuga. «Ma non è colpa
sua, è il richiamo della bella Partenope ad attirarlo qui.»
Ora, perché si sappia, Partenope è stata la prima cantante napoletana che la storia
rammenti, anche se, a voler essere sinceri, non è proprio questo il motivo per il quale
viene ricordata.
Partenope era una Sirena.
Tutti sono convinti che le Sirene siano delle creature metà donne e metà pesce, dalla
bellezza ineguagliabile. In realtà, alcuni dicono fossero delle creature mostruose,
avevano la testa di donna e un corpo a forma di uccello, ma una voce così celestiale da
incantare chiunque udisse il loro canto. Ascoltare la loro voce, però, per quanto
piacevole potesse sembrare, era da considerarsi una vera sventura. I marinai che
disgraziatamente attraversavano il tratto di mare in prossimità del loro isolotto, udito
quel canto ingannevole, andavano incontro a morte certa.
Partenope abitava con le sue sorelle, Aglape, Molpè, Leucosia e Ligea, su un’isola
situata tra la rupe di Scilla e l’isola di Circe. Dove si trovasse di preciso questa
benedetta isola delle Sirene non si è mai saputo. Secondo alcuni, infatti, sarebbe stata
Capri, secondo altri invece Procida, Ischia, Lampedusa, Nisida. Secondo altri, le Sirene
abitavano Li Galli, il piccolo arcipelago al largo di Positano. Per altri ancora, l’isolotto
non si trovava nemmeno in Italia, ma era un’isola della Norvegia, Sjernarøy.
Come dire, ogni popolo ha la sua Sirena.
Un giorno le Sirene videro arrivare la nave di Ulisse e intonarono i loro canti
seduttivi con l’intento di farla finire sugli scogli. Per fortuna, però, prima di riprendere
il suo viaggio verso Itaca, Ulisse era stato messo in guardia dalla maga Circe: “Ulisse,
statti accorto alle Sirene” aveva detto più o meno così, “mi raccomando, guardati bene
dall’ascoltare il loro canto, altrimenti non arrivi più a Itaca”.
Ora, apro una parentesi.
Vi siete chiesti perché Ulisse nell’Odissea non riesce mai a trovare la strada di casa?
Era una questione di pancia. Nell’antichità non esisteva la televisione, ovviamente, e
per trascorrere la serata i greci, dopo cena, convocavano un buon narratore,
possibilmente cieco, uno come Omero tanto per intenderci, e in cambio di una buona
cenetta gli facevano raccontare una storia. Omero aveva tutto l’interesse a prolungare
la sua il più possibile, e un po’ come per le telenovele, era solito interrompere il
racconto sul più bello e rimandarlo al giorno successivo. Come a dire: “Io più lo faccio
girare a questo qui, più dura la storia e più inviti a cena rimedio”.
Ecco, chiudo la parentesi.
Pur essendo consapevole del pericolo, Ulisse era curioso di udire il tanto famigerato
canto e, come tutti sanno, con uno stratagemma riuscì a restarne indenne. A quel

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punto le Sirene, ferite nell’orgoglio per non essere riuscite a far schiantare la sua nave
sugli scogli, decisero di farla finita e si suicidarono. Il corpo di una di loro, quello di
Partenope, fu trasportato dalle onde sulla terraferma, e per la precisione sull’isolotto di
Megaride; dalle sue fertili spoglie nacque una città molto bella a cui venne dato il nome
della Sirena considerata la Grande Madre della Campania felix.
Questa, però, non è l’unica storia sull’origine di Napoli. Santa Lucia è stata, con ogni
probabilità, il primo insediamento greco consolidatosi in Campania. Nel IX secolo a.C.
una ciurma di Achei (o di marinai anatolici, fa lo stesso) si lasciò sedurre dalla felice
configurazione della costa e decise di sbarcare sulla spiaggia del Chiatamone per
fondare una città: Partenope. C’è una storia, infatti, secondo la quale Partenope non
era una Sirena, ma una principessa greca, per giunta vergine, che guidata da una
colomba giunse sul monte Echia, un piccolo promontorio che dominava l’isolotto di
Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo, e lì decise di fondare la città che prese il suo
nome. La zona offriva tutto quello che un colonizzatore greco avrebbe potuto
desiderare: un porticciolo riparato, all’interno di un golfo dalle acque tranquille,
un’isola, quella di Megaride, abbastanza vicina da poter essere usata come sentinella a
mare, il monte Echia a fare da acropoli e, per finire, un ampio vallone alle spalle
(l’attuale via Chiaia) che la proteggeva da eventuali attacchi da terra.
Io sono nato a pochi metri dallo scoglio di Partenope. Durante le notti d’estate,
quando faceva troppo caldo per dormire, le donne dei bassi radunavano tutti i bambini
e li portavano in riva al mare per raccontare loro storie e leggende. La preferita da noi
ragazzini era quella che iniziava più o meno così: “C’era una volta una Sirena…”. Ora,
sarà stato il caldo o la suggestione del racconto mista al continuo frangersi delle onde
sugli scogli, ma a un certo punto a noi sembrava quasi di vederla, la Sirena, e anche di
sentire il suo canto. Forse è per questo che mi piace credere che Partenope fosse una
Sirena e non una principessa, come mi piace pensare che non sia morta. Non so se a
persuadermi di ciò sia stato il professor Gargiulo, e quella convinzione che a richiamare
sul lungomare Ulisse fosse proprio il canto della Sirena, o le parole di Matilde Serao
che l’ha così descritta:

Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella,
da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia. È lei che rende
la nostra città ebbra di luce e folle di colore. È lei che fa brillare le stelle nelle notti
serene […] quando vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è
lei col suo amante; quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate, è la sua
voce che le pronunzia; quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire,
sono i baci suoi; quando un fruscio di abiti ci fa fremere è il suo peplo che striscia
sull’arena, è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città.
Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale…
è l’amore. 2

Nel pieno centro storico di Napoli c’è una chiesa, quella di Santa Caterina della
Spina Corona, dove di recente è stata restaurata la “fontana delle zizze”. La fontana,
che pare risalente al XV secolo, mette insieme i due più arcaici miti napoletani: la
Sirena e il Vesuvio. Il gruppo scultoreo 3 riproduce Partenope, con i suoi artigli da

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uccello ben piantati sulla sommità del vulcano, mentre spegne le fiamme del Vesuvio
con il latte che fuoriesce dai suoi seni. Come a dire: “State senza pensieri, vi proteggo
io!”.

Per quel che mi riguarda, ogni volta che penso a Partenope mi torna in mente una
vecchia canzone napoletana, ’A Sirena, scritta da Salvatore Di Giacomo nella seconda
metà dell’Ottocento. La canzone racconta di un vecchio pescatore a cui viene
raccomandato di non passare mai in prossimità del mare di Procida:

Si passe scanzete,
ca c’è pericolo!
Ce sta ’na femmena
ca ’ncanta ll’uommene;
s’ ’e chiamma…
e all’urdemo po’ ’e fa murì!

Il monito è il seguente:

Se passi scansati,
che c’è un pericolo!
C’è una donna
che inganna gli uomini;
prima li chiama a sé…
e poi li fa morire!

L’uomo però sottovaluta il pericolo, credendo di non essere vulnerabile alla


tentazione. Si avvicina alla Sirena, ma riesce a dirle appena poche parole prima di
naufragare. Dunque, attenzione! Se vi capita di passare vicino a una Sirena, abbiate il
buon senso di tapparvi almeno le orecchie.

Se Partenope può essere considerata la prima cantante napoletana, il Teatro greco-


romano di Neapolis è di sicuro uno dei primi palcoscenici ad aver ospitato alcune
manifestazioni musicali pubbliche. La predisposizione del popolo partenopeo al canto
e alla melodia è stato il terreno fertile che ha permesso alla città di primeggiare nella
musica, nella poesia e nel teatro.
A quanto pare il Teatro di Neapolis, detto anche dell’Anticaglia, ha ospitato alcuni
tra i più importanti rappresentanti della cultura dell’epoca. Ma si racconta che persino
Nerone, noto ai più per la sua folle crudeltà, lo abbia scelto come luogo dove dar sfogo
alla passione per il canto.
Ebbene sì, sto parlando proprio di quel Nerone che distrusse Roma con un incendio.
Ve lo immaginate? Mi sembra quasi di sentirlo intonare i versi di Paraviso e fuoco eterno
di Ernesto Murolo:

Ammore! Ammore! Ammore!


Paraviso e fuoco eterno!

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Si’ veleno e calamita!
Tu si’ ’a morte e tu si’ ’a vita…

Amore! Amore! Amore!


Paradiso e fuoco eterno!
Sei veleno e calamita!
Tu sei la morte e tu sei la vita…

Scherzi a parte, ovviamente Nerone cantava in latino, e nei tempi morti tra omicidi e
congiure si dilettava con diverse arti. Quelle che amava di più, però, erano la musica e il
canto. Ora, non è che Nerone spiccasse per le sue particolari doti canore. Definirlo
poco intonato sarebbe stato un complimento. Ovviamente tutti si guardavano bene dal
fargli notare questa cosa, sapete com’è, era un tipo un po’ suscettibile, aveva la
condanna a morte facile. Se vi capita, guardate Mio figlio Nerone: è un film di Steno,
della seconda metà degli anni Cinquanta, in cui il grande Alberto Sordi ci regala una
divertente parodia del personaggio.
Poiché nel 63 d.C. Neapolis era considerata un fulcro di arti e creatività, Nerone
decise di recarsi nella città partenopea: secondo alcuni, l’imperatore si esibì nel Teatro
dell’Anticaglia, secondo altri a “godere” della sua voce furono le mura di un tempio
situato nei pressi della Crypta Neapolitana, denominata anche Grotta di Posillipo. Il
tempio era dedicato a Priapo, il dio della fertilità, in onore del quale si tenevano
cerimonie e riti orgiastici. Questo luogo, nel corso del tempo, ha mantenuto il proprio
legame mistico con la musica, ma i rituali pagani sono stati poi sostituiti da riti cristiani.
Nel XIII secolo, infatti, dove prima sorgeva il tempio di Priapo, fu edificata la chiesa di
Santa Maria di Piedigrotta, che ha ospitato e continua a ospitare tutt’oggi una festa in
onore della Madonna, che prende il nome, per l’appunto, di Festa di Piedigrotta.
Queste celebrazioni sono da sempre accompagnate da canti festivi e pieni di gioia,
un po’ come gli antichi baccanali. Qui ritroviamo la vera anima del canto popolare
napoletano, caratterizzato dalla poesia, dalla tradizione musicale e dal calore umano. A
vivacizzare la festa erano canti perlopiù gioviali, ma non mancavano quelli satirici
dedicati alla decadenza della società dell’Impero. Ne troviamo un esempio nella
celebre quartina di un canto popolare napoletano, che traduce così i versi già scritti da
Petronio Arbitro nel suo Satyricon:

Magnammo, amice mieje, e po’ vevimmo


’nfin’ ca stace ll’uoglio a la lucerna.
Chi sa si all’auto munno nce vedimmo!
Chi sa si all’auto munno nc’è taverna! 4

Ovvero:

Mangiamo, amici miei, e poi beviamo


finché c’è olio nella lampada.
Chissà se nell’aldilà ci vediamo!
Chissà se all’altro mondo c’è una taverna!

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Non so voi, ma io quando penso al cibo tutto mi viene in mente tranne che la
decadenza. Se ci riflettiamo bene, i momenti trascorsi intorno a una tavola imbandita,
soprattutto se in compagnia dei propri cari o di un nutrito gruppo di amici, sono quelli
che più di tutti riescono a regalare felicità. Il cibo non serve soltanto a sostentare il
corpo, ma può essere considerato come un vero e proprio termometro del buon umore.
Non molto tempo fa mi è capitato di incontrare un tassista che ha confermato
questa mia tesi.
«Professó» a Napoli, ancora oggi, alcuni mi chiamano “Professor Bellavista”, «mi
dovete scusare, ma oggi sto proprio nervoso.»
«Uh, mi dispiace, e come mai?»
«Eh, mia moglie mi ha messo a dieta. Mi ha guardato e ha detto: “Vir che panza che
hai fatto” e mi ha messo a stecchetto.»
«Capisco, le mogli sanno essere terribilmente cattive.»
«No, vabbè, lo fa per me, perché le analisi non sono proprio buone.»
«Allora è per una questione di salute?»
«Diciamo di sì, ma niente di grave, tengo solo un poco di colesterolo alto.»
«Quindi un po’ di dieta è consigliabile.»
«Sì, Professó, ma io HO FAME, a me piace mangiare, non posso proprio farne a
meno.»
«Ma è proprio così drastica questa dieta?»
«Sì, oggi mi ha preparato un triste petto di pollo arrostito e un’insalata senza olio e
senza sale. Io le ho detto: “E mettici anche due fagioli, così si insaporisce” ma lei
niente, è stata irremovibile, non mi ha fatto toccare nemmeno un po’ di pane, e ora
sono di cattivo umore, me sent’ ’e svenì.»
Vedete, come dicevo, il cibo è una risorsa, regola l’umore. Ovviamente, non bisogna
esagerare, ma che senso ha condannarsi a una vita di privazioni, quando poi non
sappiamo si all’auto munno nc’è a taverna e se potremo “banchettare”?
Una cosa che mi ha sempre affascinato del canto popolare napoletano è la capacità
di mescolare la vivacità e il ritmo a momenti di tristezza. A far sentire la propria voce è
un popolo consapevole delle difficoltà e delle privazioni di fronte alle quali ci pone la
vita, ma che non perde mai la speranza.
E non è tutto.
Nella canzone napoletana trovano quasi sempre rifugio l’amore sentimentale e
quello passionale, come anche i riti e le tradizioni di altre terre e regioni del Meridione
d’Italia. In fondo, come ha scritto Benedetto Croce:

[…] ogni storia ha un po’ della leggenda e ogni leggenda ha della storia. […] Ma le
leggende popolari hanno un significato che va oltre la loro fallacia storica, in quanto
esprimono tendenze morali, politiche, religiose e in generale sentimentali così di coloro
che le foggiarono come degli altri che le credettero e divulgarono. 5

A Napoli, in via Pignasecca, all’angolo con piazza Carità, intorno alla metà degli anni
Settanta aveva il suo posto di lavoro un certo Giuseppe Iorio, di professione venditore
di canzoni.
Don Peppino, sia chiaro, non vendeva dischi ma copielle, dei foglietti volanti sui quali

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erano riportati i testi e le partiture musicali, il tutto senza sapere né leggere né scrivere.
Riconosceva la canzone richiesta da un semplice particolare del foglio. A volte, quando
il cliente non ricordava il titolo di una canzone, bastava che gli accennasse il motivo o
gli raccontasse un qualsiasi dettaglio della trama, perché il nostro Don Peppino,
sorridente, si fiondasse sulla canzone desiderata.
Giuseppe Iorio non aveva un negozio né un basso dove vendere le canzoni. La
merce veniva esposta appesa con delle mollette per i panni a delle cordicelle tese lungo
le mura del primo palazzo a sinistra della via Pignasecca. Aiutandosi anche con una
piccola scala, Don Peppino riusciva a tendere corde fino a tre metri, tre metri e mezzo
dal suolo. Questo quand’era bel tempo, altrimenti si limitava a esporre un cartello con
la scritta: D AT OSI CHE C’È VENT O LE CANZONI SI POSSONO VED ERE NEL PORT ONE.
In Don Peppino la gentilezza e soprattutto la conoscenza del prodotto erano
eccezionali. Anche quando non possedeva la canzone richiesta, lui era in grado di
dettarla e di recitarla, parola per parola, facendosi pagare un modesto contributo e
fornendo al cliente anche il necessario per scrivere.
Quest’arte tutta partenopea la ritroviamo perfettamente descritta nei versi di
Eduardo De Filippo:

Napule è ’nu paese curiuso,


è ’nu teatro antico, sempre apierto.
Ce nasce gente ca senza cuncierto
scenne p’ ’e strate e sape recità.

Napoli è un paese curioso,


è un teatro antico, sempre aperto.
Ci nasce gente che senza conoscenza
scende per le strade e sa recitare.

Vittorio De Sica, a questo proposito, amava raccontare un aneddoto capitatogli


durante le riprese dell’Oro di Napoli. Sembra che in quell’occasione, tra la folla dei
questuanti, si fece largo un signore di mezza età che lo apostrofò con queste parole:
«Dottor Di Desica, dottor Di Desica, voi mi dovete stare a sentire. Io sono un vero
disgraziato. La vita mi ha messo a dura prova. Sono disoccupato e mia moglie è morta.
Tengo due creature che quando esco la mattina per cercare di guadagnare qualcosa di
soldi, le debbo lasciare sempre abbasso dal portiere del palazzo che poi quello le
chiude dentro a uno stanzino perché dice che non vuole avere responsabilità. Dottor
Di Desica, fatemi lavorare, fatelo per quelle creature che il giorno che esce questo film
possono vedere il padre mentre si guadagna un tozzo di pane. Non mi dite di no.»
Dopodiché si mise a piangere. De Sica allora, commosso, cercò di calmarlo, disse che
lo avrebbe fatto lavorare, ma il povero disgraziato, una volta recuperato il sorriso,
rispose:
«Non vi preoccupate, Don Vittó. Io ho solo scherzato: non sono disoccupato, sono
scapolo e non tengo figli. Volevo solo dimostrarvi che qui a Napoli, a recitare, siamo
buoni tutti quanti. Comunque, se avete bisogno di me, a disposizione!»
Vedete, il saper cantare dovrebbe essere considerato come un vero e proprio dono,

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un po’ come è accaduto per il cardellino.
A quanto pare, a staccare le spine dalla fronte di Gesù è stato proprio un cardellino;
ne è una prova la macchia rossa che troneggia sul capo del piccolo uccellino, causata
da uno schizzo di sangue che lo ha segnato in maniera indelebile. Per ringraziarlo di un
gesto tanto misericordioso, Gesù ha donato al cardellino quel piacevole trillo che rende
unico il suo canto.
Forse è per questo che, da sempre, a Napoli il cardellino è considerato un
messaggero d’amore, tanto che nel Settecento gli hanno addirittura dedicato una
canzone, Lu cardillo, per l’appunto:

Sto’ criscenno ’nu bello cardillo…


Quanta cose ca ll’aggi’ ’a ’mparà:
adda ire da chisto e da chillo,
lli mmasciate po’ m’adda purtà.
Siente ccà, bello mio, lloco ’nnanze
nc’è ’na casa, ’na nenna nce stà,
tu la vide ca nun è distante
chella nenna aje da ire a truvà!

Sto crescendo un bel cardellino…


Quante cose gli devo insegnare:
deve andare da questo e da quello,
i miei messaggi a loro deve portare.
Ascoltami, bello mio, qui davanti
c’è una casa e c’è una ragazza,
la puoi vedere, non è distante,
a quella ragazza devi andar a far visita!

La canzone racconta la storia di un uomo che ha deciso di allevare un piccolo


cardellino, affinché voli dalla ragazza che lo fa spantecare (sospirare) e le porti il suo
messaggio d’amore.

Si la truove ca stace durmenno


pe’ ’na fata gué nun la piglià!
’Nu rummore nun fa cu’ li penne,
gué, cardì, tu l’aviss’a scetà?
Si affacciata po’ sta a lu barcone
pe’ ’na rosa l’aviss’a piglià.
Gué, cardì, vi’ ca llà nun te stuone
va vattenne cardì n’addurà!

Se la trovi che sta dormendo


non confonderla con una fata!
Non far alcun rumore con le ali,
oh, cardellino, non la vorrai svegliare?

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Se invece sta affacciata al balcone
non confonderla con una rosa.
Oh, cardellino, vedi di non lasciarti confondere,
allontanati, non sentirne il profumo!

L’uomo, però, raccomanda all’uccellino: se la trovi intenta a dormire o assorta nei


suoi pensieri, non disturbarla.
Ma se per caso dovessi trovarla tra le braccia di un altro uomo, be’, il tuo compito è
conficcarle una lama nel cuore.

Si la truove ca face ll’ammore,


stu curtiello annascùnnete ccà,
’nficcancillo deritto a lu core
e lu sango tu mm’aje da purtà.
Ma si penza vatté chianu chianu,
zitto zitto te nce l’aje accustà.

Si afferrà po’ te vo’ co’ la mano,


priesto ’mpietto tu l’aje da zumpà!
Si te vasa o t’afferra cianciosa
tanno tu l’aje a dire accussiì:
“Lu patrone pe’ te nun reposa,
puveriello, pecché adda murì”.

Se la trovi che sta facendo l’amore,


nascondi questo coltello,
glielo conficchi diritto nel cuore
e il suo sangue mi devi portare.
Se sta meditando, va piano piano,
in silenzio ti devi avvicinare.

Se poi ti vuol prendere in mano,


tu le salti sul petto!
Se ti bacia o ti fa delle coccole
in quel momento devi dirle così:
“Il padrone a causa tua più non dorme,
poveretto, perché dovrebbe morire”.

L’amore può rendere irragionevoli, e in alcuni casi indurre l’amante respinto a gesti
estremi. Eppure, secondo me, il senso di questa canzone è racchiuso nella sua strofa
finale:

T’accarezza te vasa ah… viato


chiù de me tu si’ certo cardì.
Si cu’ tico cagnarme m’è dato,

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doppo voglio davvero murì.

Se ti accarezza e ti bacia… beato


più di me sei certamente cardellino.
Se mi fosse data la possibilità di scambiarmi con te,
dopo sì che voglio davvero morire.

In pratica, l’idea dell’autore è che quando amiamo qualcuno saremmo disposti a


tutto. Persino la morte può sembrare più dolce, se preceduta dal bacio della persona
desiderata.

2. Matilde Serao, Leggende napoletane: Libro d’immaginazione e di sogno. Piccole anime, T. Pironti, Napoli
1911.
3. È una copia dell’originale, custodita presso il Museo di San Martino.
4. Sebastiano Di Massa, Storia della canzone napoletana dal ’400 al ’900, Fausto Fiorentino Editrice,
Napoli, 1982 p. 44.
5. Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, Laterza, Bari, 1976 p. 304.

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Posteggiami una canzone

“Uffà, piove ancora. Jesce sole, jesce sole, nun te fa’ cchiù suspirà!”
Questa era la tipica espressione di mia madre quando al mattino, dopo giorni e
giorni di pioggia, apriva le finestre e le veniva dato il buongiorno ancora dal maltempo.
Sia chiaro, non è che mia madre fosse meteoropatica, il suo problema non era la
pioggia in sé, ma i panni da stendere. Mi spiego meglio.
A Napoli, ma credo in buona parte del Meridione d’Italia, c’era l’abitudine di
mettere ad asciugare il bucato all’aria aperta sia d’inverno sia d’estate. In realtà, ancora
oggi è così. Lo so, a qualcuno potrà sembrare strano, ma a me è sempre piaciuto
passeggiare per un qualsiasi vicolo della città, ed essere travolto dall’arcobaleno di
colori dei panni stesi ad asciugare sui balconi. Che dire, mi mette di buon umore.
Sembrerà pure una cartolina, ma sfido chiunque a venire nella Napoli antica e provare
a fare una fotografia in un giorno di sole senza ritrovarsi un’immagine folcloristica
come questa.
Insomma, quando capitava che la pioggia prendesse il sopravvento, mia madre
diventava insofferente, e come darle torto. All’epoca non avevamo la lavatrice e tutto il
bucato doveva essere lavato a mano. Mio padre, poi, teneva molto al suo aspetto,
pertanto il numero di camicie da lavare era direttamente proporzionale ai giorni di
pioggia. Quindi, più durava il maltempo più cresceva l’insofferenza di mia madre.
“Jesce sole, jesce sole, nun te fa’ cchiù suspirà!” però, non era una semplice
esclamazione, ma i versi di quello che possiamo considerare il primo canto popolare
napoletano, un canto di lavoro delle lavandaie di Antignano, le cui origini risalgono ai
primi anni del Duecento.
Jesce sole rimbalzava di voce in voce tra i vicoli della Napoli di Federico II. Ora, per
chi non lo sapesse, Federico II è stato uno dei migliori sovrani che abbiano governato
Napoli. Sebbene numerosi sostenitori del regno la volessero a Palermo, decise di
fondare l’università “nell’amatissima città di Napoli, dove tutte le cose abbondano,
dove sono ampie e accoglienti le case, dove i costumi degli abitanti sono affabili, e dove
facilmente si trasporta per terra e per mare tutto quanto è necessario alla vita” come
spiega in una lettera imperiale.
Lui non era soltanto un bravo stratega, ma un vero e proprio mecenate, tanto da
essere definito stupor mundi, ovvero, “meraviglia del mondo”.
Che ne so, gli arrivava all’orecchio che uno scienziato aveva fatto una scoperta
incredibile o che un artista aveva creato un’opera meravigliosa, e lui subito li invitava a
corte e si faceva raccontare di persona cosa li avesse ispirati.
Il mio caro Federico era uno che credeva fermamente nella meritocrazia, pertanto
volle che anche gli studenti volenterosi, ma con poche risorse economiche, potessero
usufruire di alloggi a basso fitto e libri in prestito.
Non amava soltanto la letteratura o la pittura, però, rivolgeva la stessa attenzione a

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tutte le arti, anche alla musica, e quando nel 1291 si vide costretto a bandire le
“mattinate” e i canti dei venditori ambulanti a causa delle numerose lamentele ricevute
dai cittadini, sono quasi certo che lo fece a malincuore.
Cos’era la mattinata?
La mattinata era una specie di serenata, ma a differenza di quest’ultima, che veniva
cantata di sera o di notte, trovava la sua massima espressione alle prime luci dell’alba. I
giovani che volevano dimostrare l’autenticità dei propri sentimenti, si piazzavano sotto i
balconi delle loro amate e le accompagnavano al risveglio con musicali parole d’amore.
Mattinate e serenate erano un rito dalla duplice importanza: da una parte suggellavano
l’amore tra i due fidanzati, dall’altra rendevano pubblico l’impegno preso, perché non
solo i genitori dell’amata, ma anche tutti gli abitanti del quartiere, venivano messi a
conoscenza dell’autenticità dei sentimenti dei due innamorati.
Poi c’erano le macriate, dette anche le “serenate dei cornuti”, che di pubblico
rendevano ben altro. Ovviamente, se alla mattinata seguivano baci e abbracci, al suono
della macriata si rivoltava l’intero quartiere.
La mattinata per eccellenza è quella che Pulcinella dedica a Carmosina nell’opera
buffa di fine Settecento L’osteria di Marechiaro, una vera e propria dichiarazione
d’amore che ha visto tra i suoi interpreti anche Ferdinando Russo.
Al richiamo di Pulcinella, Carmosina si sveglia e così risponde:

Stevo durmenno e ’nzuonno me venette


lo ninno che ’sto core m’ha ferito.
“Sùsete, bella mia” mme dicette
“e siente comme chiagne e sto speruto.”

Stavo dormendo e mi venne in sogno


il giovane che questo cuore mi ha ferito.
“Alzati, bella mia” mi disse
“e ascolta come piango e sono disperato.”

Una volta ho provato a fare una serenata. Avevo da poco compiuto sedici anni, lei si
chiamava Rafelina, era la figlia del pizzicagnolo dove mia madre era solita fare la spesa.
Di tanto in tanto capitava che servisse i clienti, e quando mia madre mi chiedeva di
andare a comprare il pane, il battito del mio cuore accelerava in maniera
incontrollabile. Impiegavo il tragitto che da casa mi portava in panetteria a fare le prove
di ciò che le avrei detto. Ci voleva una frase semplice ma d’effetto, una cosa del tipo:
“Ciao Rafelina!”
In fondo, non era poi così difficile. Eppure quelle due semplici parole non si
decidevano proprio a uscirmi dalla bocca.
Soltanto dopo numerosi tentativi, un giorno, riuscii a dirle un timido “Ciao”.
Lì per lì sembrò che Rafelina non mi avesse nemmeno sentito, poi, al momento di
consegnarmi la busta con il pane, mi disse “Ci vediamo”.
Immaginate la mia felicità.
Nei giorni a seguire iniziammo a scambiarci timidi sorrisi. Vi sembrerà poco, ma per
me era abbastanza da convincermi a fare il grande passo e dichiararle il mio amore con

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una bella serenata. Scelsi Era de maggio, perché ero convinto che solo i versi di
Salvatore Di Giacomo potessero aprire una breccia nel suo cuore.
C’era però un problema: la musica. Senza accompagnamento musicale, infatti,
sarebbe venuta fuori una schifezza di serenata, anche perché non è che io poi fossi così
intonato. Per ovviare al problema mi rivolsi al mio compagno di classe Gennaro, l’unico
in grado di strimpellare la chitarra, essendo figlio di un musicista, posteggiatore di
professione.
Ora, quando dico “posteggiatore” non pensate a quello che vi aiuta a parcheggiare
la macchina, nossignore. Il posteggiatore altro non è che un musicista ambulante che
volteggia implacabile nella convinzione che chiunque mangi in un ristorante sia un
turista straniero voglioso di ascoltate ’O surdato ’nnammurato.
Ricordo di un pranzo, con un collega dell’Ibm di Napoli, che ha ispirato una delle
scene del mio film Così parlò Bellavista. Era da poco finita l’estate e decidemmo di
andare in una trattoria di Posillipo. Tutto procedeva secondo le previsioni: tavolo vista
mare, impepata di cozze, polipetto alla Luciana, spaghetto a vongole e, per dopo, la
micidiale richiesta: “Una fritturina di pesce?”. Una volta ordinato, avevamo appena
iniziato a parlare di un contratto di lavoro quando, eccolo là: l’inimitabile e sorridente
professionista della posteggia. Vestito con colori e dettagli adatti a un artista, entra nel
locale e armato di chitarra si piazza a pochi metri dal nostro tavolo. Rassegnati,
attendiamo che il nostro aedo intoni i versi di una qualche struggente canzone,
sennonché contro tutte le aspettative egli resta silenzioso e rispettosamente ci guarda.
Continuiamo a parlare di lavoro con l’impressione che questa volta il posteggiatore
stia aspettando la fine della nostra conversazione. Tuttavia, approfittando di una nostra
pausa, si avvicina con delicatezza e con un leggero inchino ci porge un cartoncino
stampato: NON SUONO PER NON D IST URBARE, G RAZIE.
Gli demmo cinquecento lire e se ne andò.
Gaetano, il cameriere, quando venne a portarci il conto ci disse: «Puveriello, è pate ’e
figli e nun sape sunà!».

Tornando a noi, l’appuntamento con Gennaro era alle sette sotto la finestra di Rafelina.
Arrivammo puntualissimi. Io avevo indossato il vestito della domenica, quello che mia
madre aveva destinato alla messa e alle occasioni speciali. Persino Gennaro,
completamente preso dal ruolo che ricopriva, aveva messo su una faccia seria e
dispensava consigli per impostare al meglio la voce:
«Lucià, l’hai mangiata la cipolla?»
«La cipolla? E perché? Ma tu sei pazzo!»
«Ma non sai proprio niente: tutti mangiano le cipolle prima di cantare, così
migliorano la voce. Meno male che ci sono io: tié» disse aprendo il palmo della mano,
«mangiati la cipolla!»
«Ripeto, tu sei pazzo. E metti che la serenata va a buon fine, poi con quale coraggio
mi avvicino a Rafelina?»
Dopo una lunga contrattazione tra me e Gennaro, al termine della quale ebbi la
meglio risparmiandomi di mangiare la cipolla, partirono le prime note della canzone.
Proprio nel momento in cui stavo lì lì per intonare “Era de maggio e te cadéano
’nzino”, dal fondo della strada si sentì gridare: “D ISG RAZIAT O !”.

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E già, a quanto pare Gennaro non aveva una chitarra di sua proprietà, ma si era
impossessato di quella del signor Cuomo, suo padre, senza però premurarsi di
avvisarlo. La sfortuna volle che proprio quella sera il signor Cuomo avesse deciso di
andare a lavorare prima del solito, e quando nel sollevare la custodia della chitarra si
era reso conto di quanto fosse stranamente leggera, trovando vuota sia la custodia sia
la camera del figlio, non impiegò molto a capire chi fosse “il ladro”.
In preda alla rabbia si era riversato in strada, chiedendo alle persone del quartiere se
avessero visto passare il figlio.
Quando ebbe a tiro me e il povero Gennaro… be’… vi lascio immaginare!
Nel frattempo, Rafelina si era affacciata alla finestra e aveva assistito a tutto il
trambusto che di serenata aveva ben poco, ma in molti aspetti ricordava una specie di
sceneggiata napoletana in cui io, da eroe buono, per una serie di sfortunati eventi mi
ero trasformato ne ’o malamente. Per la vergogna, è ovvio, mi guardai bene dal
rimettere piede nella bottega dei genitori di Rafelina. Dopo qualche tempo iniziai a
rivolgere le mie attenzioni amorose altrove, ma se devo essere sincero, ancora oggi,
ogni tanto mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se fossi riuscito nell’intento di
dichiararle il mio amore.

Ciò che rende speciale la canzone napoletana, oltre alla sua melodia, è quell’armonia
linguistica raggiunta anche grazie al contributo degli scrittori che hanno vissuto a
Napoli, magari solo per un breve periodo, e che non hanno potuto fare a meno di
innamorarsi di questa città e della musicalità del suo dialetto.
Prendiamo per esempio Giovanni Boccaccio. Avete capito bene, proprio lui, il poeta
del Decamerone.
Un giorno suo padre lo prese da parte e gli disse:
«Giovanni caro, secondo me Firenze non è la città adatta a te. Ora sai che facciamo?
Te ne vai un po’ a Napoli, così puoi studiare e diventare un bravo mercante, proprio
come me.»
Giovanni, in cuor suo, non era molto contento di questo trasferimento: «Papà, ma
sei proprio sicuro? Io a Firenze sto così bene. Qui ci sono i miei amici, ho la mia vita.
Potrei studiare qui, che ne pensi?».
«Giovanni, e che sono tutte queste inutili storie! Non sei più un bambino. Napoli è
una bella città, ti farai nuovi amici. Lì starai meglio, credi a me.»
In effetti, il padre di Boccaccio non aveva poi tutti i torti. Era il 1327 e la Napoli di
quel periodo era una città dai mille stimoli, soprattutto culturali. A dirla tutta, poi, non
è che a Giovanni interessasse seguire le orme del padre. Lui amava la poesia, la
letteratura, e una volta a Napoli dedicò il suo tempo a questi studi, con una particolare
attenzione alla stilnovistica in lingua volgare. Qui conobbe anche la dolce Fiammetta,
sua musa ispiratrice, che pare fosse Maria d’Aquino, figlia illegittima del re Roberto
d’Angiò, per la quale il poeta aveva perso la testa.
Boccaccio rimase a Napoli una decina d’anni, e quando il padre lo richiamò a
Firenze partì a malincuore: il periodo partenopeo aveva rappresentato per lui una vera
svolta, non solo dal punto di vista affettivo, ma soprattutto letterario. In alcune delle
novelle incluse nel Decamerone, infatti, riconosciamo il clima cortigiano partenopeo
dell’epoca.

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Poco meno di un secolo dopo, re Alfonso d’Aragona proclamerà il dialetto
napoletano lingua del regno, consacrandolo definitivamente a lingua ufficiale della
canzone.

Immagino che, più o meno a tutti, sia capitato di leggere una novella di Boccaccio. Se ci
fate caso, tutte si chiudono con una ballata.
La “ballata”, musicalmente parlando, è detta anche “canzone a ballo”, e
rappresenta una svolta importante nella storia della canzone napoletana. Le ballate
erano molto amate, soprattutto dall’aristocrazia dell’epoca: si trattava di componimenti
poetici accompagnati dalla musica e dalla danza.
Diciamo la verità, il ballo è sempre piaciuto a tutti, anzi, in alcuni casi è stato
addirittura fondamentale nella formazione di nuove famiglie. Forse oggi sembrerà
esagerato, ma all’epoca, e quando dico “epoca” mi riferisco agli anni in cui ero
bambino, sposare una figlia non era facile: le ragazze non uscivano mai e le uniche
occasioni per incontrare un possibile marito erano i balletti in casa. Mia nonna era una
maestra nell’organizzare i balli, e il suo più grande cruccio era la “Poveraziaolimpia”,
che all’età di ventisei anni non si era ancora sistemata. Insomma, era un’anziana zitella
e un grosso pensiero per tutta la famiglia.
Il palcoscenico delle feste da ballo di mia nonna era il salotto “buono” che si usava
solo in occasioni speciali. Erano organizzate più o meno così: mentre sullo sfondo un
mobile grammofono suonava le canzoni più famose dell’epoca, solitamente dei valzer,
una cameriera attraversava la sala portando un vassoio sul quale facevano bella mostra
delle fette di torta. Alcuni ospiti ballavano, altri, invece, conversavano sorseggiando un
liquore.
Quando il valzer terminava, un giovanotto, quello che oggi sarebbe chiamato
comunemente dj, si accingeva a cambiare il disco.
Il passaggio da un disco all’altro era il momento in cui interveniva zio Luigi: «E basta
con questi valzer! Metti una cosa moderna… metti un fox-trot!».
«Ti va bene Maria Gilberta?» chiedeva il giovanotto.
«Mi va benissimo, anche se non è una canzone napoletana» rispondeva zio Luigi.
«Dagli sotto!»
A quel punto, mentre il giovanotto poggiava sul piatto il pezzo richiesto,
posizionando il braccetto, zio Luigi afferrava la prima fanciulla che vedeva, e senza
chiedere il rituale consenso, si metteva a ballare stringendola stretta.
Ricordo ancora di una festa organizzata da nonna per accalappiare un industriale
per la “Poveraziaolimpia”. Lui, uomo sui quaranta di origini napoletane, leggermente
brizzolato, si era trasferito a Varese, dove era divenuto proprietario di una fabbrica di
scarpe. Aveva trascorso buona parte della serata seduto in una poltrona, circondato
dalle donne di casa che lo riempivano di attenzioni.
C’era chi gli offriva una tazza di cioccolata, chi delle pastarelle, chi un bicchiere di
vermut e chi gli poggiava un tovagliolo sulle ginocchia per non farlo sporcare.
Su Maria Gilberta, però, anche l’industriale non aveva saputo resistere e aveva
invitato la “Poveraziaolimpia” a ballare.
A quel punto zio Luigi aveva lanciato uno sguardo alla coppia e aveva dato di gomito
allo zio Alfonso, come a dire: “Questa volta ce l’abbiamo fatta”.

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In effetti, ce l’avevano fatta, anche se il matrimonio della “Poveraziaolimpia” non fu
così fortunato, e dopo pochi anni la trasformò in una “zitella di ritorno”.
Comunque, per capire cosa intendo quando mi riferisco alle “canzoni a ballo”, vi
invito ad ascoltare Michelemmà, una canzone risalente alla prima metà del Seicento,
l’epoca in cui Napoli fu invasa dai turchi. Ora, non è che io conosca a memoria le
canzoni risalenti a epoche così lontane, ma nel tempo molti artisti hanno riproposto
questa canzone, e una delle versioni più famose è stata cantata da Roberto Murolo.
Per i non napoletani, Michelemmà significa letteralmente “Michela è mia”.
Ebbene, nonostante Michelemmà sia una delle canzoni più famose della tradizione
napoletana, sulle sue origini ci sono ancora molti dubbi.
Non è proprio certo, ma a quanto pare a scrivere questa canzone è stato Salvator
Rosa, un pittore napoletano vissuto nel Seicento, considerato uno dei primi
posteggiatori napoletani. Ad assecondare questa tesi non è stato uno qualunque, ma il
poeta Salvatore Di Giacomo, il quale non solo si premurò di ricostruire la storia della
nascita della canzone, ma in occasione di un concorso canoro che si tenne nel 1901 si
prese la briga anche di truccare una copiella di questo brano.
Sembra che Di Giacomo si sia divertito giocando su un equivoco alimentato da un
compositore e storico della musica inglese, un tale di nome Charles Burney, che tra il
Settecento e l’Ottocento era venuto in visita a Napoli per approfondire i suoi studi. Un
giorno questo Burney comprò da un discendente del pittore un volume con su scritto
LIBRO D I MUSICHE D I SALVAT OR ROSA. Ora, il problema è che quel volume era
certamente di Salvator Rosa, ma solo nel senso che era stato di sua proprietà. Burney
però, erroneamente, si convinse che Salvator Rosa avesse scritto le musiche e i testi
delle canzoni che erano contenute al suo interno, e diffuse la voce che fosse stato
proprio Rosa a scrivere Michelemmà.
Ma i misteri intorno a questa canzone non si limitano soltanto a chi sia il suo autore.
Ancora oggi, infatti, esistono numerose interpretazioni sul significato dei suoi versi.
Secondo alcuni Michela è una ragazza resa schiava dai turchi, secondo altri una
ragazza riccia originaria dell’isola di Ischia. Chiunque sia questa Michela, una sola cosa
è certa: qualunque persona la porti nel cuore, non può far altro che morire quando si
rende conto che il suo amore non è corrisposto.

Se la ballata era preferita dall’alta società, la “villanella”, invece, era il canto più amato
dal popolo. O almeno, all’inizio era così. Con il passare del tempo, infatti, anche la
villanella, nata come un canto campestre, iniziò a essere apprezzata da musicisti e da
un pubblico per così dire colto. Ma cosa aveva di tanto speciale quella che poi fu
definita “villanella alla napoletana”?
Innanzitutto la sua esecuzione prevedeva il coinvolgimento di più voci. Non
immaginate un canto a cappella, però. Le villanelle erano accompagnate da strumenti
musicali i cui nomi ho sempre considerato buffi, tipo cembalo o clavicembalo, ma
anche da strumenti con nomi più familiari, come l’arpa o i tamburi.
Uno dei temi preferiti delle villanelle napoletane di cinquecento anni fa è la polpetta.
Attenzione, non in senso gastronomico. La cucina non c’entra niente. C’entra invece la
polpetta tolta dal piatto, espressione con la quale a Napoli si indica un bene che si è
posseduto per poco tempo, e che qualcuno a un certo punto ti sottrae godendoselo alla

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faccia tua.
Le villanelle sono un’antologia ricchissima di questo tipo di sentimento, cioè il timore
che la fanciulla che hai accompagnato con prudenza verso la vita adulta, aspettando
che diventi donna, poi voli via, tra le braccia di un altro. “Je pastinaie ’i frutti e ’n’ato
coglie” canta una di queste villanelle. Pastinare vuol dire smuovere la terra, mentre
’n’ato “un altro”: è chiaro, perciò, che nella mente di questo povero poeta c’è la
metafora di un terreno amoroso che si era piano piano seminato, i cui frutti però sono
stati raccolti da un’altra persona.
A differenza di alcuni canti tramandati solo oralmente, le villanelle ebbero la fortuna
di essere riportate per iscritto. Recuperare la primissima edizione di una raccolta di
villanelle napoletane è un’impresa impossibile; in compenso, tuttavia, esiste una
riedizione datata 23 ottobre 1537.
La cosa più ovvia sarebbe che questo documento, unico nel suo genere, fosse
custodito a Napoli. Invece no, se per caso foste colti dalla curiosità di leggerlo, dovete
arrivare fino in Germania, e per la precisione presso la Herzogliche Bibliothek di
Wolfenbüttel. Ora, dico io, non so se siete della mia stessa idea, ma non credete che sia
strano che quello che possiamo considerare l’atto di nascita della villanella napoletana
sia custodito in una biblioteca della Bassa Sassonia? Sia chiaro, io non ho nulla contro
la Germania, anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, i tedeschi sono tra i lettori che più di
tutti hanno apprezzato i miei libri di filosofia, però non posso fare a meno di chiedermi:
ma un tedesco cosa potrà mai capire di questi componimenti, essendo scritti
prevalentemente in dialetto napoletano?
Ebbene, leggendo le villanelle cinquecentesche possiamo notare che i temi della
canzone napoletana, sostanzialmente, non sono mai cambiati. Anzi, sono
perfettamente sopravvissuti nei secoli. La forma si è certo un po’ modificata. Le
musiche si sono trasformate. Inizialmente erano delle monodie, cioè canzoni che
avevano una sola melodia, più avanti si sono mutate in polifonie, cioè monodie che si
intrecciavano tra loro. In compenso non esistevano quelli che chiamiamo accordi, non
c’era l’armonia come la intendiamo oggi.
I temi sono rimasti quelli legati a un’idea molto sofferta del possesso della donna. Io
ti amo e ti desidero, ma tu sei già di un altro, oppure presto lo sarai.
Un altro tema frequentissimo nelle villanelle è il trascorrere del tempo. “La rosa
quando è verde odora assai, quando si fa vecchia è ’nu guaio.” Il senso di questa
villanella è di facile intuizione: fin quando si è giovani tutto è meraviglioso, i problemi
sorgono quando arriva la vecchiaia. Bisogna stare attenti a non bruciare il tempo,
perché è sempre poco, e quello da dedicare all’amore è ancora più breve.
Mi viene in mente Fenesta ca lucive, una canzone scritta dal poeta Giulio Genoino,
nei cui versi ritroviamo il racconto dell’amore tra due giovani spezzato dalla prematura
morte di lei a causa di una malattia. A quanto pare, a ispirare i versi di questa bellissima
canzone è stata proprio una storia d’amore, e per la precisione quella tra un nobile
cavaliere, Vincenzo Vernagallo e Caterina La Grua, una giovane baronessa di origini
palermitane. Se ricordo bene, la storia narra che un giorno, all’orecchio del padre della
bella baronessa, sia arrivata una voce secondo la quale la figlia intratteneva una
relazione sconveniente con il buon Vincenzo. Sia chiaro, questi fatti sono accaduti nel
1563, e all’epoca durante il corteggiamento il massimo consentito era uno sguardo, e

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non doveva essere nemmeno eccessivamente esplicito, quindi immaginate la rabbia che
travolse il padre di Caterina, che per un fortuito caso si chiamava anche lui Vincenzo,
quando seppe degli intrallazzi della figlia. Una rabbia tale da spingerlo a uccidere la
povera Caterina pur di preservare il buon nome della famiglia. Al povero Vincenzo,
quello innamorato, non rimase altro che contemplare una finestra chiusa e vivere nel
ricordo dell’amore perduto.
Molto diverso, invece, il senso di un’opera buffa, perché lì, di solito, sebbene dopo
molteplici difficoltà, i due innamorati finiscono l’uno tra le braccia dell’altro.

Ma andando un po’ avanti nel tempo, quando nel Settecento a Napoli si diffuse la
tarantella, gli altri canti e balli persero il loro appeal. A quanto pare, la prima tarantella
che la storia ricordi si intitola Lo guarracino. Ora, per chi non lo sapesse, il guarracino
della canzone è un pesce che ha un solo obiettivo: trovar moglie. Ecco, non pensate che
per un pesce trovare moglie sia una cosa facile, soprattutto se si ha alle spalle un
passato da scapolo. Il guarracino girovaga in lungo e in largo per il fondo del mare fino
a quando resta affascinato da una sardella, ovvero una piccola sarda. Conquistarla si
dimostra molto faticoso, anche perché l’alletterato, il tonnetto ex fidanzato della
sardella, quando viene a sapere dell’interesse del guarracino, scatena un vero e proprio
putiferio, alimentando la rissa tra la fazione dei pesci che fanno il tifo per la nuova
storia d’amore e la fazione dei pesci che sostengono un ritorno di fiamma tra i due.
Anche se alimentare una fiamma in mare non deve essere una cosa così semplice.
La particolarità di questa canzone è che il finale resta sospeso. A prendere la parola
è il cantante che si rivolge direttamente al pubblico:

Ma de cantà so’ già stracquato


e me manca mo’ lo sciato;
sicché dateme licienza,
graziosa e bella audienza,
nfi’ che sorchio ’na meza de seje,
co’ salute de luje e de leje,
ca se secca lo cannarone
sbacantànnose lo premmóne.

Ma di cantare sono già stanco


e mi manca adesso il fiato,
perciò datemi licenza,
grazioso e bel pubblico,
perché voglio bere qualche bicchiere di vino,
alla salute di lui e di lei,
se no mi si secca la gola
e mi manca il fiato.

La tarantella napoletana nasconde tra le sue movenze un messaggio subliminale,


anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, piuttosto che subliminale lo definirei sessuale.
Vedete, questo ballo si divide in tre momenti fondamentali: il primo, il meno esplicito, è

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quello del corteggiamento, ovvero, l’uomo prova a conquistare la donna che ha
“puntato”. Il secondo è un po’ più dichiarato, in quanto richiama le movenze
dell’accoppiamento tra uomo e donna. Il terzo momento, invece, possiamo definirlo
dell’emancipazione femminile, e vede la donna protagonista e intenta a corteggiare
l’uomo.

Ora, lo so che potrò sembrare di parte, ma credetemi quando vi dico che Napoli, tra il
Settecento e l’Ottocento, era considerata la capitale della musica del nostro Paese. La
canzone napoletana la si ascoltava ovunque. Nelle botteghe dei barbieri, che avevano
quasi tutte in dotazione una chitarra e un mandolino, non era inusuale assistere a
concertini improvvisati da artisti di passaggio. I barbieri, però, non si limitavano solo a
tagliare i capelli. Le loro botteghe, infatti, venivano utilizzate come luoghi di
reclutamento dei bambini dotati di una bella voce, anche perché all’epoca non si poteva
fare ancora affidamento sui talent show. Oddio, il destino che toccava a questi bambini
non era proprio dei migliori; affinché mantenessero a lungo le loro voci bianche,
venivano sottoposti a un taglio netto, e quando dico netto, mi riferisco alla barbara
usanza di evirarli pur di non far perdere loro quel tono di voce celestiale. Povere
creature, sono certo che se lo avessero saputo prima, si sarebbero ben guardati
dall’intonare una qualsiasi nota.
E non basta. In quel periodo fiorirono i più famosi teatri di Napoli, dal San Carlo al
Fondo, dal Fiorentino al Nuovo, dove si esibivano tutti i più importanti esponenti della
musica europea.
Ebbene, di tutti i teatri di Napoli, quello a cui lego i miei ricordi più cari è
sicuramente il Trianon, spesso utilizzato come cinema. Quando ero ancora un
giovanotto, c’era un tizio chiamato Peppe “Mezzapellicola” che ci faceva entrare da
una porta laterale a spettacolo appena iniziato. Per questa entrata di favore Peppe
pretendeva la metà del prezzo d’ingresso, motivo per cui veniva chiamato
Mezzapellicola. Ho sempre avuto il sospetto che fosse d’accordo con il proprietario del
teatro: i nostri soldi, infatti, anche se pari alla metà del prezzo d’ingresso, erano pur
sempre esenti da tasse. La cosa sorprendente, piuttosto, era come riuscisse
Mezzapellicola a non interferire con i posti venduti al botteghino. Lui sosteneva di
avere la pianta della platea fotografata nella testa: quando entravamo, ci diceva a bassa
voce fila e posto da occupare, e mai una volta che si sia sbagliato.

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3
Alla Festa di Piedigrotta

Chiunque di noi, almeno una volta nella vita, ha conosciuto i “triboli amorosi” e sa
quali sciocchezze si possono commettere per un amore non corrisposto. Penso a
Maruzzella, la canzone composta da Renato Carosone nel 1954, che nel suo ritornello
esprime come poche il tumulto amoroso che si prova nel desiderare una donna, senza
però riuscire a conquistarla del tutto. “Stu core mme faje sbattere cchiù forte ’e ll’onne
quanno ’o cielo è scuro” canta il maestro Carosone. “Primma me dice ‘sì’, po’, doce doce,
mme faje murì. Maruzzella Maruzzé.”
Ora, non vorrei rischiare di sprofondare nella retorica del “bel tempo che fu”, ma
per tutti c’è stato quel momento della vita in cui si è deciso di corteggiare, con modesti
risultati in verità, la nostra Maruzzella di turno, una ragazza costretta a tornare a casa
prima dell’ora di cena e a non poter uscire per nessuna ragione al mondo, se non
accompagnata almeno da un genitore. Questo accadeva ai miei coetanei, oggi non è più
così. Eppure, alzi la mano chi non si è mai innamorato di una Maruzzella. Chissà
quante volte la ragazza in questione ci ha fatto sognare a occhi aperti.
Io, per esempio, ricordo di una fidanzata che si chiamava Elisabetta, anzi Bettina,
anzi Betty, che mi fece soffrire le pene dell’inferno.
Ogniqualvolta la incontravo, mi sentivo come l’innamorato della canzone Te voglio
bene assaje, completamente consumato da un amore non corrisposto.

La notte tutte dormono,


ma io che vvuó dormire!
Penzanno a nénna mia,
mme sento ascevolì!
Li quarte d’ora sonano
a uno, a duje, a tre…

Io te voglio bene assaje…


e tu non pienze a me!
Io te voglio bene assaje…
e tu non pienze a me!

La notte tutti dormono,


ma io non riesco a dormire!
Pensando alla mia ragazza
mi sento di impazzire!
I quarti d’ora suonano
All’una, alle due, alle tre…

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Io ti voglio bene assai,
ma tu non pensi a me!
Io ti voglio bene assai,
ma tu non pensi a me!

Trascorrevo le ore notturne a contemplare il soffitto e a pensarla, e se per caso la


stanchezza riusciva a farmi chiudere gli occhi per qualche ora, al risveglio la prima
immagine che si affacciava nella mia mente era la sua. Lei, Betty, proprio come nella
canzone, sembrava quasi infastidita dai miei sentimenti, e la sua malcelata insofferenza
mi spinse persino a maledire il giorno in cui mi ero innamorato.
Su Te voglio bene assaje per tanti anni c’è stata una disputa. Non si era sicuri, cioè,
dell’anno in cui sia stata composta, e nemmeno del vero autore dei versi e della musica.
Tra le tante versioni che si leggono in giro ce n’è una secondo la quale gli autori
sarebbero Raffaele Sacco per le parole e, addirittura, Gaetano Donizetti per la musica.
All’epoca, Donizetti fu pure interrogato sulla questione. Con molta cautela, qualcuno
chiese al maestro: “Ma davvero l’ha scritta lei?”. I presenti riferiscono che il maestro
tacque, da lui non arrivò nessuna risposta. Il dubbio, perciò, rimase intatto. Donizetti
non ebbe il coraggio di appropriarsi della canzone, ma nemmeno ne rifiutò la paternità
musicale.
A quanto pare, invece, Raffaele Sacco ascoltò casualmente un brano durante una di
quelle serate di allegria all’uscita dal Teatro San Carlo, e ne rimase affascinato.
Dopo lo spettacolo, infatti, c’era l’abitudine di rifugiarsi nelle numerose trattorie e
nei café tra piazza Trieste e Trento e via Toledo. Alcune erano anche malfamate, eh già,
perché a Napoli la linea di confine tra i borghesi e i mascalzoni è sempre stata molto
sottile, e lì, tra un piatto saporito e un bicchiere di vino, si dava inizio ai canti. Fu un
uomo del popolo, un certo Antonio Lazzarone del Mercato, il vero inconsapevole
autore che accese la scintilla di questo capolavoro. Questo signore non solo non aveva
immaginato le potenzialità della sua creatura, ma nemmeno pensò a darle un titolo. Il
brano si diffuse, infatti, semplicemente come Canzona. E solo più tardi quel ritornello
così famoso fu adottato come titolo da Sacco, e fu proprio lui a scrivere un testo che
sostituì il precedente.

Quella su chi abbia scritto Te voglio bene assaje mi ricorda l’eterna controversia
sull’origine della sfogliatella.
Dovete sapere che a Conca dei Marini, antico borgo della Costiera Amalfitana, c’è il
monastero di Santa Rosa, oggi un bellissimo albergo, che un tempo ospitava un gruppo
di monache benedettine di clausura. Nel XVIII secolo, una suora del convento,
mettendo insieme due semplici sfoglie di pasta, diede vita a un dolce che aveva la
forma del cappuccio del saio di un monaco ed era farcito con un ripieno a dir poco
celestiale, tant’è che quando la madre superiora lo assaggiò, rimase estasiata dal
perfetto equilibrio di quel ripieno composto da semola, zucchero e frutta secca che si
scioglieva in bocca. Insomma, a ogni morso si aveva come la sensazione di gustare un
pot-pourri di sapori della Costiera.
A quei tempi i monasteri si sostentavano anche grazie al buon cuore della
popolazione, per questo la madre superiora decise di avviare una piccola produzione

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del dolce, così da racimolare qualche soldo.
Ogni giorno sulla ruota del convento si alternavano i vassoi con queste piccole
sfogliatelle, tante erano, infatti, le persone che facevano la fila pur di assaggiare quella
che era stata battezzata la Santarosa.
Non si sa come, ma la ricetta della sfogliatella Santarosa arrivò a Napoli agli inizi
dell’Ottocento.
In via Toledo, di fronte a Santa Brigida, c’era la bottega di un pasticciere, un certo
Pasquale Pintauro, che a quanto pare aveva una zia monaca che probabilmente gli
passò la ricetta. L’uomo, però, la modificò, apportando una variazione e creando così
quella che poi è stata denominata sfogliatella napoletana.
Ancora oggi c’è chi sostiene che la vera sfogliatella sia quella fatta dal Pintauro, e chi
invece è convinto che sia la Santarosa di Conca dei Marini.
Fatto sta che quando mangio quella della Costiera, mi sembra più buona di quella
napoletana, e viceversa lo stesso mi accade a Napoli. Al di là della maternità o
paternità del dolce, io non ho ancora capito quale delle due mi piace di più.

Comunque, tornando a noi, la Te voglio bene assaje di Raffaele Sacco deve la sua fama
alla Festa di Piedigrotta del 7 settembre 1839, ma era stata già presentata prima in
forma non ufficiale.
Raffaele aveva una bottega in via Quercia dove lavorava come ottico.
Un giorno si trovava in uno dei salotti che era solito frequentare per una periodica,
l’abituale appuntamento mondano organizzato nei salotti della borghesia napoletana,
durante il quale si esibivano cantanti e attori in cerca di fama. Tutt’altra cosa erano
invece i casotti, dei piccoli teatrini allestiti nei bassi del centro storico di Napoli che
ospitavano spettacoli musicali e non, per il popolo.
Sacco era intento a chiacchierare con un suo amico, quando all’improvviso il suo
sguardo si posò su una donna bellissima.
«Ma chi è quella biondina?» chiese Raffaele.
«Quale biondina?» rispose Armando.
«Quella che è appena entrata.»
«Ma quella non è una biondina qualunque: quella è Marinella, una ragazza che di
tanto in tanto lavora come ballerina al San Carlo.»
«E prima dove stava?»
«Non ne ho la minima idea, ma chissà tu quante volte l’hai vista prima di questa
sera…»
«Nossignore, non l’ho mai vista. Anche perché se l’avessi vista me ne ricorderei.»
«D’accordo, ora però parliamo di cose un poco più serie: tu cosa ne pensi della
nuova stagione teatrale?»
«Non ne penso niente. Ora, che tu sappia, lei sta con qualcuno?»
«Non lo so, e non capisco nemmeno perché a te possa interessare, e poi con il
carattere che ha non troverà mai un essere umano che la possa sopportare.»
«E tu che ne sai del suo carattere?»
«Perché l’ho conosciuta, e so che è tanto bella quanto antipatica.»
«Ma no… forse è solo un po’ timida.»
«Ma quale timida e timida! Quella è una gatta morta. All’inizio è gentile e poi, come

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la frequenti, non fa altro che darti dispiaceri.»
«Davvero?»
«Se te lo dico è perché la conosco molto bene. Per me non è una donna, è una
strega. Tu cerca di starle il più lontano possibile.»
«Lo farò di certo, anche perché io la mia “Marinella” l’ho già incontrata, e se proprio
vuoi saperlo, le ho anche scritto una canzone.»
«Ma davvero? E allora fammela sentire subito.»
«Adesso no… non mi sembra il caso.»
«E invece lo è.»
Dopodiché, senza dare il tempo a Sacco di trovare una via di fuga, disse: «Signore e
Signori, ecco a voi il nostro amato Raffaele Sacco! Lui mi ha appena detto di aver
scritto una nuova canzone e ora noi lo preghiamo perché ce la faccia sentire».
Ovviamente ci fu un coro di applausi e Raffaele non poté fare a meno di intonare Te
voglio bene assaje, una delle canzoni che io ho più amato nella vita, anche perché ha un
ritornello così semplice, ma così semplice, da restare impresso nella mente di chi la
ascolta.

Io te voglio bene assaje…


e tu non pienze a me!
Io te voglio bene assaje…
e tu non pienze a me!

E infatti, ben presto, canta uno, canta un altro, la canzone divenne così famosa da
essere intonata a ogni angolo della città, tanto che il 10 settembre 1840 il ministro
segretario di Stato della Polizia Generale del Regno, Francesco Saverio Del Carretto, in
una lettera al prefetto di Napoli, chiese che fosse bandito il ritornello della canzone
dalle strade, in quanto se intonato durante le processioni religiose, a suo avviso,
profanava lo spirito cristiano.
Per dare l’idea di quanto successo abbia avuto Te voglio bene assaje, vi do alcuni
numeri. Siamo nella prima metà dell’Ottocento, quando non esistevano CD e non
esisteva neppure il vinile, e il successo di una canzone si misurava con il numero di
copielle vendute. Dovete sapere che a quell’epoca i brani di maggior successo riuscivano
a vendere tremila, qualche volta cinquemila copie. Erano piuttosto rari i pezzi che
arrivavano alle decine di migliaia di spartiti venduti. Te voglio bene assaje raggiunse le
180.000 copielle, una cifra fuori da ogni logica di quel periodo. Come dire che tutta
Napoli la cantava. Per capirci, aggiungo soltanto che La vera canzona di Luisella la
ciardenera, pezzo che a quel tempo fu un trionfo totale, riuscì a venderne non più di
centomila.
Il successo di Te voglio bene assaje fu uno dei tre eventi importanti che accaddero a
Napoli in quel periodo: gli altri due furono la ferrovia Napoli-Portici e l’illuminazione a
gas delle strade cittadine.

Quella di Piedigrotta era la festa più importante di Napoli.


Di tutte le manifestazioni musicali a noi contemporanee, quella che maggiormente
mi verrebbe da paragonare alla Festa di Piedigrotta è il Festival di Sanremo, soprattutto

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per la capacità che hanno entrambe di coinvolgere il popolo.
Qualcuno potrebbe chiedersi: “Ma cosa c’è di così tanto stimolante nel Festival di
Sanremo?”. La verità è che il Festival non è uno spettacolo, ma un rito, una liturgia, e
ponendo questa domanda è un po’ come se mi meravigliassi perché molti milioni di
italiani vanno ogni domenica a messa.
Anche la Festa di Piedigrotta può essere considerata un rituale, anzi forse lo è
ancora di più. Ovviamente, noi ragazzi la aspettavamo con grande trepidazione, anche
perché solo in quella occasione riuscivamo a sfuggire al controllo dei nostri genitori e
fare cose che in altri giorni dell’anno sarebbero state impensabili. Persino le ragazze,
alle quali, come ho già detto, di solito era impedito di uscire da sole, eludevano in
qualche modo il controllo dei familiari.
Il sesso, all’epoca, era una cosa di cui si parlava molto, ma non si faceva mai. Per
esempio, io, giovanotto di vent’anni, per poter avere un approccio, per così dire
“intimo”, frequentavo Capri, Ischia e Sorrento, con la speranza di riuscire a
conquistare le straniere, come tedesche e svedesi. C’era un marinaio di Capri che me le
presentava. Lui si chiamava “Bicipite”, e si era guadagnato questo nome non grazie ai
suoi muscoli, ma a causa di un “fraintendimento” con una pittrice che io stesso gli
avevo presentato.
I due si incontrarono e qualche giorno più tardi mi raccontò com’era andata:
«Lucià» mi disse «ma guarda che quella pittrice è una pazza.»
«E perché?» gli chiesi.
«Quella sai che ha fatto? Mi ha fatto salire sopra a uno scoglio per farmi una foto e
mi ha detto: mio caro, mostrami il bicipite. Luciano bello, io che dovevo fare? A quel
punto ho tirato fuori il “bicipite” e non puoi capire quello che è successo.»

Se il Festival di Sanremo rappresenta ancora oggi l’occasione per un cantante per farsi
conoscere, allo stesso modo la Festa di Piedigrotta ha rappresentato il trampolino di
lancio per alcune delle canzoni che poi sono diventate tra le più famose della storia
della musica napoletana.
I preparativi erano a dir poco impegnativi. Si iniziava dai palazzi del quartiere: tutti i
vicoli erano addobbati a festa, non c’era un angolo di strada che risparmiasse il proprio
personale omaggio alla Madonna. Poi c’erano i carri, che arrivavano dalle diverse
province della regione. Alcuni erano trainati dagli animali, altri issati dalle paranze.
Ogni carro si distingueva da un altro per diversi particolari: c’erano quelli dal tema
bucolico, ricoperti da ginestre e rami di alloro. C’erano poi quelli più rumorosi, che
puntavano su campanelli e addobbi colorati. Su altri ancora era possibile addirittura
trovare delle vere e proprie orchestre composte principalmente da mandolini, chitarre
e ’e trummettelle, dei coni di latta dal suono stridulo che conferivano un’ulteriore nota
di allegria al carro.
Un clima decisamente diverso da quello di Sanremo, dove si ha sempre
l’impressione che la vittoria dell’uno e dell’altro concorrente sia una questione di vita o
di morte, e che tutta la nazione stia lì, muta, col fiato sospeso, ad attendere il verdetto
finale.
Ricordo ancora quando una notte, tornando dal teatro Ariston, ho visto stravaccato
sulle scale dell’albergo un giovane concorrente appena eliminato: aveva lo sguardo

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stravolto, il colletto della camicia slacciato, i capelli in disordine e l’espressione di chi sa
di aver perso la Grande Occasione.
A quel punto, il filosofo che è dentro di me non ha potuto fare a meno di dirgli: «O
giovane amico, sappi che la gara è solo apparenza: l’essere non è nella vittoria ma nella
conoscenza».
E il filosofo che era dentro di lui mi ha risposto: «A De Crescé, mo’ te ce metti pure tu a
sfotte? Io ci ho già i cavoli miei: e lassame sta’!».

Secondo alcuni, il brano che più di tutti rappresenta l’inizio della vera età dell’oro della
canzone napoletana è Funiculì funiculà, anch’essa presentata alla Festa di Piedigrotta,
quella del 1880 per la precisione.
Due sono le storie intorno alla sua nascita, che sembrano essere tra le più
accreditate: la prima vuole che la canzone sia stata scritta a Castellammare di Stabia,
allo Stabia Hall, un circolo culturale dell’epoca. Secondo altri fu scritta a Napoli, e per
la precisione nel retro della bottega della Ricordi, una casa editrice musicale milanese
che aveva da poco aperto nel quartiere Chiaia la sua sede, trasformandosi subito in un
punto di ritrovo per i musicisti e i parolieri dell’epoca.
La funicolare era stata inaugurata il 6 giugno 1880 e veniva utilizzata per
raggiungere la cima del Vesuvio; fino a quel momento si arrivava sulla sommità del
vulcano grazie all’aiuto di un ciucciariello o di una seggiulella, ovvero dei piccoli asini o
delle sedioline portate a spalla dalle guide della zona.
I napoletani, però, mostrarono da subito una certa diffidenza rispetto a quel ripido
trasporto ad alta quota. Fu per questo che il giornalista Peppino Turco e l’autore di
musica da camera Luigi Denza, su commissione dell’azienda che aveva costruito la
funicolare, scrissero rispettivamente i versi e la musica della canzone, per convincere i
napoletani a utilizzarla.
Il successo di Funiculì funiculà non si limitò alle strade di Napoli, ma ben presto si
diffuse ovunque, riconfermando l’universalità poetica e musicale della canzone
napoletana.
C’è stato un tempo in cui l’amore per le belle ragazze superava quello per la filosofia,
e fu proprio sulla funicolare che incontrai Elisa, una ragazza dalle labbra ipnotizzanti.
Tu le guardavi e non potevi fare a meno di annuire a tutto ciò che diceva.
Le volte in cui i miei occhi incrociavano questo particolare del suo viso, la mia mente
iniziava a vagare e si perdeva nei versi de ’A vucchella e a quanto le sue labbra
ricordassero il bocciolo di una rusella. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, sono quasi
convinto che a ispirare Gabriele d’Annunzio, l’autore dei versi di questa canzone, deve
essere stata proprio la nonna di Elisa.
La canzone nacque ai tavoli del Caffè Gambrinus. È lì che Ferdinando Russo sfidò il
padre de Il piacere affermando che un abruzzese non sarebbe mai stato in grado di
scrivere una canzone in dialetto napoletano.
«E tu adesso vorresti farmi credere di conoscere il napoletano così bene da scriverci
addirittura una canzone?» chiese uno scettico Russo mentre sorseggiava il suo caffè.
«Io lo conosco benissimo» rispose D’Annunzio «e non capisco perché dovrei
sbagliare.»
«Madonna mia!» ribatté Russo. «Se ora anche gli abruzzesi si mettono a scrivere

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canzoni napoletane, io mi chiedo: dove andremo a finire?»
D’Annunzio però accettò la sfida, e non solo scrisse i versi interamente in
napoletano, ma li fece musicare da Francesco Paolo Tosti, dando vita a una canzone
che ebbe un successo tale da essere interpretata dai più grandi artisti del panorama
musicale internazionale.
’A vucchella riuscì a ritagliarsi uno spazio anche sull’ambitissimo palcoscenico del
Salone Margherita, il primo café-chantant della Penisola.
Ora, per chi non lo sapesse, il café-chantant non era un semplice teatro dove
assistere a operette, concerti e via dicendo. No, il café-chantant era un luogo dove
potersi incontrare, chiacchierare, e tra una consumazione e l’altra lasciarsi intrattenere
dallo spettacolo in programma.
Le cronache dell’epoca descrissero la sua inaugurazione come un appuntamento al
quale l’alta borghesia non avrebbe rinunciato per niente al mondo. Un po’ come accade
oggi con la prima del Teatro alla Scala di Milano. A quanto pare, quel 9 novembre 1890,
giorno in cui il Salone aprì le sue porte al pubblico, principesse, contesse, onorevoli e
imprenditori affollarono la Galleria Umberto I, avvolti nei loro abiti eleganti, per
partecipare all’evento più atteso della stagione.
Appena un anno prima, a Parigi, aveva inaugurato il Moulin Rouge, e i napoletani
non si lasciarono scappare l’occasione di respirare anche a casa propria l’aria frivola di
quello che poteva essere considerato il centro europeo della Belle Époque.
Tra tutti gli spettacoli in programma al Salone Margherita, però, quello che otteneva
grandi consensi da parte del pubblico era la “macchietta”, e in particolare quella messa
in scena da Nicola Maldacea. La macchietta, infatti, era una grande prova per un
attore, e a quanto pare Maldacea non sbagliava una sola interpretazione, anche perché
a scrivergli alcuni testi era addirittura Ferdinando Russo, che della macchietta, secondo
alcuni, può essere considerato l’inventore. Si trattava di una canzonetta accompagnata
da una simpatica base musicale, ma per quanto le parole e la musica potessero essere
tra le più belle, quello che rendeva unica la macchietta era la caratterizzazione: l’attore
saliva sul palco e si immedesimava completamente nel personaggio che aveva deciso di
interpretare. Tra i suoi più riusciti c’erano: “’O bizzoco fàuzo”, “’O scugnizzo” o ancora
“’O pusteggiatore viecchio”. Maldacea accennava un breve motivetto musicale e poi
bastava un andamento particolare del bacino o una smorfia del viso per suscitare le
risate del pubblico. Insomma, con lui il divertimento era assicurato.
Ora, non so voi, ma io darei qualsiasi cosa per poter assistere a uno spettacolo di
Maldacea e godere delle sue caratterizzazioni. Non credo che al giorno d’oggi ci sia un
attore in grado di eguagliare il suo talento. Forse in passato qualche degno successore
lo abbiamo avuto. Senza voler tornare troppo indietro nel tempo, penso a Totò,
Peppino, Eduardo e Carosone, che sono stati dei veri e propri maestri per noi, e ci
hanno insegnato come prima cosa a sorridere. Attenzione: ho detto sorridere e non
ridere. Eh già, perché una cosa è l’ironia del sorridere e un’altra è la comicità del ridere.
C’è una barzelletta, non so se la conoscete, detta di “Cacace lo spione” che risale
agli inizi degli anni Sessanta. Il suo rapido diffondersi fu tale che oggi credo sia difficile
trovare qualcuno che non la sappia. Questa barzelletta la dice lunga sulla capacità dei
napoletani di sdrammatizzare la vita.
Si racconta che durante l’ultima guerra un agente segreto straniero sia venuto a

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Napoli per mettersi in contatto con un collega napoletano, tale Cacace. Giunto
all’indirizzo riportato dalle istruzioni, l’agente segreto ebbe la sgradita sorpresa di
apprendere che nel medesimo fabbricato abitavano non una, ma due famiglie con quel
cognome. Che fare? Bussò a uno dei due appartamenti e comunicò la parola d’ordine
prestabilita: “A maggio fioriscono le rose” ma si sentì rispondere: “Vi state sbagliando.
Io faccio il sarto. Cacace lo spione abita al piano di sopra”.
Ecco, “Cacace lo spione” resta pur sempre la chiave ironica più facile per accedere a
quella napoletanità che ci fa sorridere.
Ed è proprio questa napoletanità che spesso si ritrova nella storia della canzone e
nei personaggi che le hanno dato forma.
Uno su tutti, “’O Zingariello”, al secolo Giuseppe Di Francesco.
“’O Zingariello” era uno dei tanti posteggiatori che si aggiravano tra i ristoranti di
Posillipo, e faceva parte dei Franceschini, un gruppo di professionisti della posteggia. A
quanto pare un giorno questi Franceschini ebbero un’offerta irrinunciabile:
«Peppì, prepara le valigie, si parte!»
«Si parte? E per dove?»
«Non ci crederai mai: ci hanno chiamato in Russia!»
«Ma voi siete pazzi, sai che fridd’! Io in Russia non ci vengo.»
«Nemmeno per un bel mucchio di soldi?»
«Noonee… non mi lascio corrompere.»
«Ma nun fa’ ’o scem’! Guarda che ci pagano davvero bene, stamme a sentì e non te ne
pentirai!»
«Hai proprio ragione, non me ne pentirò, e sai perché? Perché io in Russia non ci
vengo. Non lascerei Napoli per nessuna ragione al mondo. Io lontano da qui nun me
fire ’e sta’.»
I Franceschini partirono e “’O Zingariello” rimase nella sua amata Napoli,
continuando ad aggirarsi in compagnia della sua chitarra tra i tavoli dei ristoranti.
Tutti restavano incantati da quel suono soave che accompagnava la sua voce,
persino Richard Wagner, un giorno, non riuscì a resistere al suo fascino. Rimase così
colpito dalle capacità musicali di “’O Zingariello”, tanto da proporgli di seguirlo in
Germania. Non è che capiti proprio a tutti di essere apostrofati con ammirazione da un
compositore di tale portata, per non parlare della possibilità di suonare in uno dei
salotti musicali più ambiti del suo tempo, avendo anche vitto e alloggio gratis.
Riuscì questa lusinga a spingere “’O Zingariello” ad accettare l’offerta?
Su come andò a finire esistono due versioni: secondo la prima, il posteggiatore
accettò l’invito di Wagner ma dopo quattro anni fece ritorno a Napoli.
A chiunque gli chiedesse “Peppì, e che ce fai ’n’ata vota ccà?”, “’O Zingariello”
rispondeva: “Eh, e che te lo dico a fare, sentivo troppo la mancanza della mia Napoli”.
In realtà, sembra che sia stato Wagner a cacciarlo. A quanto pare, “’O Zingariello”,
oltre a essere un bravo musicista, era anche un abile seduttore, e aveva messo incinte
diverse cameriere della casa, creando non pochi problemi al compositore che, per
salvaguardare il proprio nome, decise di mandarlo via.
Una seconda versione, invece, che sembra essere la più accreditata, e che secondo
me è anche quella più attendibile, vuole che “’O Zingariello” abbia rifiutato l’invito di
Wagner non sopportando l’idea di vivere lontano dalla sua città.

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Io “’O Zingariello” lo capisco. Ogni volta che torno a Napoli non posso fare a meno
di pensare a tutto ciò che ho lasciato quando sono andato via. Sono nato in una stanza
che si affacciava sul lungomare e una delle prime cose che ho visto è stato il monte con
quel buffo pennacchietto di fumo.
Guardo oggi un assonnato Vesuvio e immagino la sua potenza distruttiva. Secondo
me un giorno Efesto, il dio del fuoco, lo ha chiamato e gli ha detto: “Mi raccomando,
devi coprirmi con una coltre di cenere Ercolano e Pompei, così i turisti quando
andranno a Napoli avranno qualcosa da vedere”. Se non fosse stato per il Vesuvio,
infatti, mai e poi mai Ercolano e Pompei si sarebbero conservate così. Sono autentici
regali della natura.
Certo, gli abitanti del 79 d.C. probabilmente avrebbero qualcosa da obiettare, ma
quella è un’altra storia.

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La voce di Napoli

Ma voi, la voce di Napoli, l’avete mai sentita? Anzi, forse, a voler essere precisi, dovrei
chiedervi se l’avete mai ascoltata, perché il sentire è prerogativa di tutti, ascoltare,
invece, è tutta un’altra cosa.
Ebbene, non pensate di riuscire ad ascoltarla in via dei Mille o in via Petrarca, e non
perché non siano strade degne di nota, sia chiaro.
No, la voce di Napoli la trovate nei vicoletti, nelle stradine del centro storico, che
racchiudono la vera anima della città.
È dai balconi così vicini, quasi un ponte invisibile tra una casa e l’altra, che si
diffonde il suono confuso delle voci degli abitanti del quartiere.
Potreste imbattervi in Nannina, la vecchietta del secondo piano, che combatte la
solitudine chiacchierando con la dirimpettaia, o in Gerardo, il macellaio, che grida:
“Cuncettì, acala ’o panaaaaar’” ché la spesa è pronta.
E se credete che abbia utilizzato troppe “a” siete fuori strada, perché quella di
Napoli è una voce che si trascina, che sembra quasi sospesa, ma la sua altro non è che
un’eco d’amore.
Eccola la voce della Napoli di oggi, non così diversa poi da quella dell’Ottocento, che
prendeva forma dalle grida del vaccaio, che andava di quartiere in quartiere per
vendere il latte, o dal suono diffuso dal pianino, un piccolo organetto portatile a
cilindro, inventato nel Settecento dal modenese Giovanni Barberi.
Il pianino funzionava grazie a un ingranaggio a manovella: al suo interno c’era un
cilindro ricoperto di punte metalliche sparse apparentemente a casaccio. Quando il
cilindro ruotava, la pressione delle punte su delle piccole leve determinava il
movimento delle corde e la riproduzione del suono desiderato. Veniva posizionato su
dei carretti, spesso trainati da ciucciarielli, che attraversavano i vicoli e le strade della
città. Era bellissimo, impreziosito da decorazioni e dipinti che richiamavano le più belle
vedute di Napoli, Vesuvio compreso, e tappezzato di copielle svolazzanti, anch’esse
illustrate dai migliori artisti della città.
All’epoca non esistevano la radio e la televisione, e quando arrivava il pianino tutte
le attività si interrompevano: i negozianti lasciavano incustodite le botteghe, i bambini
scendevano in strada, le ragazze circondavano il carretto per accaparrarsi la copiella
della canzone che le emozionava, e che in alcuni casi era utilizzata come messaggio
d’amore.
Non pensate, però, che la vita del suonatore di pianino fosse priva di rischi. A
quanto pare, il 3 maggio 1938, Carluccio “’O Calamaio”, che era solito bazzicare tra le
strade del rione Ponti Rossi, decise di inserire nel suo pianino l’Inno di Garibaldi.

Va’ fuori d’Italia, va’ fuori ch’è l’ora!


Va’ fuori d’Italia, va’ fuori o stranier!

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Un azzardo che pagò caro e amaro. Proprio quel giorno Hitler era in visita a Napoli,
pertanto Carluccio fu arrestato con l’accusa di antinazismo.
Anch’io il giorno in cui Hitler arrivò a Napoli ebbi qualche problema con i fascisti.
All’epoca, come tutti i miei coetanei, ero figlio della lupa. Quel giorno dovevamo
partecipare a un’importante sfilata, ma papà, che non vedeva di buon occhio il regime,
non mi volle comprare le scarpe nere obbligatorie per la nostra uniforme. Mamma
allora cercò di tingere le mie uniche scarpe con la cromatina nera, ma il caposquadra se
ne accorse e cacciò via me con tutta la terzina.
«Scarpe marroni!» gridò il gerarca fermando il corteo. «Via tutti e tre!» prese le mie
scarpe e le buttò a mare. E non solo.
Una volta sbattuti fuori, gli altri due figli della lupa mi menarono urlando: «Stu
fetente! S’è mise ’e scarpe marrò!».
Ed è stato così che anch’io, oggi, posso vantarmi di essere stato perseguitato dal
regime.
Ora, a parte questo, dovete sapere che i napoletani sono stati sempre generosi con
gli invasori: con i normanni come con gli angioini, con gli spagnoli come con i francesi.
Basta dire che nel 1939 il Führer fu addirittura accolto con una canzone che era
intitolata Serenata ad Hitler.
Faceva più o meno così:

Benvenuto, benvenuto.
Stu saluto è comme ’o sole ’e Napule,
lucente e chiaro, chiaro e lucente.

È comme ’o core ’e tutta chesta ggente,


sincero e ardente, sincero e ardente.

St’amicizia farà storia,


e l’avvenire sarrà ’a pace
e ’o benessere ’e dimane!

Benvenuto, benvenuto.
Questo saluto è come il sole di Napoli,
luminoso e chiaro, chiaro e luminoso.

È come il cuore di tutte queste persone,


sincero e ardente, sincero e ardente.

Questa amicizia farà storia,


e l’avvenire sarà la pace
e il benessere di domani!

Diciamo la verità, la serenata sarà stata anche dedicata a Hitler, ma se leggete bene il
testo, vi accorgerete che in realtà potrebbe essere adattata a uno qualsiasi degli invasori
sopra citati. Ufficialmente è stata scritta da Giuseppe Paoli e musicata da Evemero

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Nardella, ma secondo me potrebbe essere una canzone anche più antica, il cui titolo
veniva cambiato all’occorrenza, in base all’invasore di turno, e Hitler, più che di una
serenata, ha potuto godere di una “riciclata”.
Comunque, tornando a noi, la fortuna del pianino durò fino al 1959, anno in cui
l’ultimo suonatore ancora in vita, un certo Ciro Pantolese, si vide costretto a
interrompere l’attività perché a Napoli non c’era più nessuno che costruisse i rulli.
Pianino o non pianino, una cosa è certa: un tempo la fase del corteggiamento era
fondamentale, e dedicare una canzone piuttosto che un’altra, magari regalando anche
una copiella, poteva rappresentare una vera e propria svolta, cambiando lo scenario e
l’esito della conquista.
Ora, invece, è finita l’epoca del “Vuoi venire a sentire un po’ di musica da me”.
L’atmosfera romantica, un solo abat-jour, il disco lento, il facciamola bere un po’.
Poi lei che dice: “Ma smettila, non fare così! Se lo sapevo non ci venivo”.
E io che le chiedo: “Ma come si slaccia questo reggiseno?”.
Oggi è tutto più semplice, più civile, ma di sicuro meno poetico. Ci sono un uomo e
una donna che hanno la stessa voglia di fare l’amore e se lo dicono papale papale,
senza stare lì a fingere di perdere tempo.
“Ti va di far l’amore?”
“Sì.”
“Allora vieni tu a casa mia: io non ho molto tempo e stasera debbo andare a cena
fuori.”
Ebbene, nonostante siano passati molti anni dal mio ultimo appuntamento amoroso,
anche a me una volta è capitato di essere attore di una telefonata simile.
La mia lei si chiamava Vanessa, altezza un metro e settanta, capelli corti e,
ovviamente, femminista ed extraparlamentare.
Quando, un po’ intimorito, raccontai della telefonata al mio amico Peppino, lui mi
rispose: «Ma di che ti lamenti, non è quello che hai sempre desiderato?».
Lui, poverino, un po’ mi invidiava, in quanto era rimasto agli anni Sessanta: l’invito a
cena, il night e poi speriamo bene. E comunque mai alla prima uscita.
Arrivai a casa di Vanessa.
Lei mi aprì la porta in vestaglia e mi disse: «Tu intanto spogliati che io mi faccio la
doccia».
E io mi spogliai. Buttai tutti i vestiti a casaccio sopra una poltroncina e m’infilai nel
letto. Un silenzio imbarazzante. Nemmeno un sottofondo musicale a scaldare
l’ambiente. Che ne so, un’Anema e core. “Chissà poi perché ogni volta butto via i vestiti
così” iniziai a pensare. “Abitudine di chi certe cose le ha sempre fatte in condizioni
furtive? Desiderio di stringere i tempi?”
Mah!
Mi rialzai e misi tutto in ordine: i pantaloni piegati per benino, le scarpe allineate
con i calzini all’interno, e come un paziente nella sala d’attesa di un medico, aspettai il
mio turno nel fitto programma di impegni di Vanessa, colto da una leggera ansia da
prestazione.
Sembra ieri e allo stesso tempo un secolo fa.
Chissà se anche i giovani d’oggi si sentono un po’ inibiti da così tanta
emancipazione, anche se, qualora dovessero incappare in qualche piccola défaillance,

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possono sempre contare sui consigli delle riviste femminili specializzate in problemi
sessuali.
Di recente mi è capitato di sfogliarne una.
Quali sono le zone erogene del nostro corpo? Quale il coefficiente erogeno di
ciascuna zona?
Nomi scientifici di tutte le regioni in cui si suddivide l’organo maschile. Mio Dio, io
mica lo sapevo di possedere tutte queste zone erogene.
Forse avrei dovuto cominciare a capire certe cose da piccolo e invece fino all’età di
undici, dodici anni, non ho mai saputo niente. Ma proprio niente di niente. Ricordo
che una volta in quinta elementare, durante una lezione di aritmetica, il maestro si mise
a gridare come un ossesso:
«Se trovo quello che mi ha portato in aula questa porcheria lo accompagno a calci
fino a casa.»
«Ma che ha trovato?» chiesi al mio compagno di banco.
«Un preservativo» mi rispose.
Io non sapevo cosa fosse un preservativo, ma avevo capito che doveva essere una
cosa tremenda, una cosa che aveva a che fare con il sesso. Il cuore allora cominciò a
battermi forte forte.
Il sesso?
Un mistero, un pozzo senza fondo, un bosco sconosciuto, una stanza buia, ma
soprattutto una calamita emozionale capace di stravolgere la vita di un ragazzo.
A tal proposito, una vecchia canzone di Armando Gill, ’O zampugnaro ’nnammurato,
racconta che una volta “’nu bellu figliulillo zampugnaro, che a Napule non c’era stato
ancora… pe’ Napule partette d’Avellino”. Giunto in città (dove “nce cammenava comm’a
’nu stunato”) lo zampognaro conobbe una bella e ricca signora napoletana e s’innamorò
perdutamente. Sembra che, questo zampognaro, si fosse innamorato, più che per le
ricchezze della donna, per i suoi occhi e le sue trecce. Il povero figliulillo zampognaro,
completamente stregato dalla bella signora, si dimenticò addirittura di tornare al
paesello dove invano fu atteso per tutta la vita da una brava ragazza.
Se, ripercorrendo la storia della canzone napoletana, provassimo a stabilire il
numero di donne che hanno infranto i cuori o cambiato il destino dei loro corteggiatori,
ci ritroveremmo di fronte a un’impresa impossibile.
Del resto, come recita lo stesso Salvatore Di Giacomo nei suoi versi:

Quanto so’ ’nfame ’e femmene!


quanto so’ scellerate!
Quanto so’ ciucce ll’uommene,
ll’uommene ’nnammurate!
L’ammore è ’nu serpente,
mozzeca doce doce,
sott’a lu core sciulia,
se ’mpizza e po’ te coce!

Quanto sono infami le donne!


quanto sono scellerate!

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Quanto sono stupidi gli uomini,
gli uomini innamorati!
L’amore è un serpente,
morde dolcemente,
sotto al cuore scivola,
si insinua e poi ti cuoce!

Per cercare di definire con una sola parola questa tipologia di donna, i napoletani
hanno inventato un termine ben preciso: la sciantosa.
In realtà, non è che lo abbiano proprio inventato, forse è più corretto affermare che
si sono impossessati di una parola francese, chanteuse, che significa “cantante”.
Alcuni definiscono questa parola una storpiatura, eppure, non so al vostro, ma al
mio orecchio risulta alquanto musicale.
Ebbene, quando parliamo di sciantosa ci riferiamo a una donna ammaliante dal
fascino irresistibile e, in alcuni casi, dal passato misterioso e discutibile.
La sciantosa era uno dei personaggi che calcava i palchi del café-chantant, ed era
uno dei motivi per i quali gli uomini erano soliti affollarne i locali.
Il suo sguardo malizioso aveva un potere ipnotico, per non parlare della voce.
Intonava i versi delle operette più famose trasferendo in essi tutto il pathos della sua
vita immaginaria. Sì, perché non sempre ciò che raccontava corrispondeva alla realtà.
Alcuni episodi del suo passato erano solo frutto della sua fervida fantasia. Persino gli
applausi al termine delle esibizioni non erano del tutto veritieri. Le sciantose più
famose, infatti, per accrescere la propria notorietà e allo stesso tempo non rischiare che
fosse intaccata, erano solite pagare delle claque che al termine dello spettacolo si
dimenavano e applaudivano, gridando in maniera smodata così da spingere il pubblico
presente a fare altrettanto.
Le sciantose, però, oltre a essere interpreti delle canzoni, ne sono state anche fonte
di ispirazione:

Te si’ fatta ’na vesta scullata,


’nu cappiello cu ’e nastre e cu ’e rrose…
Stive ’mmiez’ a tre o quatto sciantose
e parlave francese… È accussì?

Ti sei fatta una veste scollata,


un cappello con i nastri e le rose…
Eri in mezzo a tre o quattro sciantose,
e parlavi francese… È così?

A chiederlo è Libero Bovio a Reginella, la donna responsabile della sua delusione


d’amore.

Fuje ll’autriere ca t’aggio ’ncuntrata,


fuje ll’autriere a Tuleto, ’gnorsì…

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T’aggio vuluto bene a te!
Tu mm’hê vuluto bene a me!
Mo’ nun ce amammo cchiù,
ma ê vvote tu,
distrattamente,
pienze a me…

Fu l’altro ieri che ti ho incontrata


fu l’altro ieri a Toledo, signorsì…

Ti ho voluto bene a te!


Tu mi hai voluto bene a me!
Ora non ci amiamo più,
ma delle volte tu,
distrattamente,
pensi a me…

Eppure, Libero ne è certo: “Mia cara Reginella, sebbene credi di non amarmi più,
distrattamente pienze a me”.
Ora, per chi non lo sapesse, lo scanner è un marchingegno elettronico capace di
leggere un foglio stampato e memorizzarlo sul computer. Io ho usato uno scanner per
far leggere al computer i testi delle canzoni che hanno fatto la storia della musica
napoletana, dopodiché, esaminando la frequenza delle singole parole, ho cercato fino a
che punto oggi è cambiato il mondo della canzone.
Ebbene, a parte qualche piccola eccezione, la parola più usata nel corso del tempo è
stata “amore”, anche se pure “’o core” può contare un alto numero di presenze. Altre
considerazioni possiamo farle sui match tra gli opposti: la notte batte il giorno, la donna
sconfigge l’uomo, la mamma straccia il papà. E che dire del sole che perde il confronto
diretto con la luna?
Dalle mie parti, a cominciare da Leopardi per finire con Di Giacomo, non c’era poeta
che non usasse la luna come muta testimone del suo tormento.
Concludendo, è sempre la stessa zuppa: amore e cuore, mare e sognare, occhi,
mamma e compagnia cantando. L’autore di canzoni continua a essere romantico,
mammone e pessimista. Nei suoi testi la notte, in quanto buia e tempestosa, riscuote
più consensi del giorno, e il pianto e le lacrime non si negano a nessuno.
Ci sono parole che hanno sempre avuto un’importanza fondamentale per la
canzone napoletana. Un discorso a parte, invece, lo possiamo fare sulla parolaccia che,
a mio avviso, è soggettiva, c’è chi la può dire e chi non la può dire.
Solo in alcuni casi può essere ammessa, sia nella vita di tutti i giorni sia nella
canzone, ma mai a sproposito.
Detto questo, secondo me dovrebbe esistere un patentino obbligatorio per il
corretto utilizzo della parolaccia, così come è richiesto un regolare porto d’armi per
andare in giro con una pistola.
Anche se, a pensarci bene, Ferdinando Russo la parolaccia la utilizzava spesso e
forse esagerando un po’, ma questo ve lo spiegherò più avanti.

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Ciò premesso, come dovrebbe funzionare l’ufficio per il rilascio dei patentini?
Facciamo un esempio.
L’esaminatore mostra al candidato una foto oscena e gli chiede:
“Che cos’è questo?”
“In termini scientifici è un pene” risponde disinvolto il candidato.
“Conosce qualche altra definizione, magari più di largo consumo?”
“Sì” risponde il giovane, per poi snocciolare, uno dietro l’altro, una dozzina di
termini.
“E se le chiedessi un sinonimo… come dire… più affettuoso… meno volgare, più
ironico?”
“Il feroce salamino!”
“E uno più colto… più raffinato?”
“Il de bello fallico.”
“E perché mai?”
“Perché è bello e perché è fallico.”
“Va bene: promosso. Avanti un altro.”
Ecco, come vedete, basta veramente poco per esprimere con un sinonimo un
concetto senza rischiare di offendere qualcuno. Per questo ho sempre amato la
canzone napoletana: anche sentimenti terribili come un grande dolore o un rancore
ardente sono sempre stati espressi con garbo, attingendo a un linguaggio poetico. E
sapete perché? Perché c’è un concetto che spesso ritorna, non solo nella canzone, ma
in quella che potremmo definire la filosofia di vita del popolo napoletano: tutto passa,
fenesce e se scorda… quindi che senso avrebbe esprimere con irruenza un sentimento
che, probabilmente, tra qualche mese non ci apparterrà più?
Anche per questa “regola”, però, esiste un’eccezione: la canzone sceneggiata.
La sceneggiata è il dramma d’amore per eccellenza: c’è un innamorato tradito e il
suo desiderio di vendicare l’offesa subita.
Se fino alla prima guerra mondiale l’operetta, la rivista e gli spettacoli musicali erano
i preferiti dal pubblico, in seguito alla disfatta di Caporetto il governo italiano decise di
alzare le tasse su queste rappresentazioni, e le compagnie teatrali si videro costrette a
trovare una soluzione che non le riducesse alla fame. Così nacque la sceneggiata.
A Napoli la prima sceneggiata fu presentata nel 1921. Si intitolava Surriento gentile
ed era stata portata in scena dai coniugi Cafiero, conosciuti dai più come attori di
varietà, ed Eugenio Fumo, noto invece per essere un attore drammatico.
Nella sceneggiata, l’interprete principale, essa, porta su di sé l’onta del tradimento e
quindi è causa di dolore per isso, l’eroe positivo, detto anche “il marito cornuto”.
L’unica donna che è detentrice di valori è ’a mamma. Ovviamente non possono
mancare ’o malamente, l’uomo con il quale essa ha tradito isso, ’o nennillo, il figlio
piccolo della coppia, vittima inconsapevole del tradimento materno, e ’o comico, ovvero
il personaggio che ha il compito di sdrammatizzare la vicenda, arricchendo il racconto
con battute e canzoni allegre.
La sceneggiata fu ben accolta dal popolo napoletano, che affollava le sale del
Trianon o del San Ferdinando, due dei più importanti teatri della città che ospitavano
queste rappresentazioni.
Ciò che appassionava maggiormente il pubblico era quello spirito di gelosia che

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accompagnava l’intero spettacolo: le parole non dette, gli sfoghi del marito ferito,
l’atteggiamento della moglie fedifraga, che nonostante il tradimento non rinunciava a
un fare superbo.
C’erano poi altri tipi di sceneggiate, quelle in cui la donna aveva sì tradito, e non un
uomo, ma il buon nome della propria famiglia. Mi torna in mente ’E ppentite, scritta da
Libero Bovio e cantata da Elvira Donnarumma, una delle più famose interpreti della
canzone napoletana.
’E ppentite ripercorre la storia di una sciantosa sedotta e abbandonata. La povera
ragazza, accortasi di essere incinta, è costretta a ritirarsi nel “Convento delle Pentite”, il
luogo dove trovavano asilo le giovani ragazze che, subito un raggiro d’amore, avevano
ceduto incautamente la propria innocenza.
Quando il convento fu chiuso, l’opera di espiazione della colpa iniziò a essere
attuata con il rito dei “Dudece sabbate d’ ’a Madonna” durante quella che era definita
“La processione delle pentite”. Ogni sabato mattina, alle prime luci dell’alba, piccoli
gruppi di fedeli scendevano in strada e percorrevano i quartieri di Napoli pregando e
chiedendo il perdono alla Madonna. A guidare il gruppo una donna, detta ’a pacchiana,
il cui compito era allertare tutti coloro i quali volevano unirsi alla processione per
espiare la propria colpa: “Susiteve! Chisto è ’o primmo sabbato d’ ’a Madonna!”. E a quel
richiamo i peccatori si riversavano in strada e si univano alla processione.
Quando leggo o mi raccontano queste storie, mi convinco che Napoli può essere
considerata essa stessa una canzone.
Vi è mai capitato di ascoltare con attenzione i versi di Indifferentemente, scritta da
Salvatore Mazzocco nel 1963, che racconta di un amore assoluto, incondizionato, un
amore tale da accettare dalla propria donna qualsiasi sofferenza, anche la morte?

Tramonta ’a luna…
E nuje pe’ recità ll’urdema scena,
restammo man’ e man’,
senza tené ’o curaggio ’e ce guardà…

Famme chello che vuó


indifferentemente,
tanto ’o ssaccio che so’:
pe’ te nun so’ cchiù niente!…
E damme stu veleno,
nun aspettà dimane…
ca, indifferentemente,
si tu mm’accide nun te dico niente.

E ride pure,
mentre mme scippe ’a pietto chistu core?…
Nun sento cchiù dulore
e nun tengo cchiù lacreme pe’ te…

Tramonta la luna…

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E noi per recitare l’ultima scena,
restiamo mano nella mano,
senza il coraggio di guardarci…

Fammi quello che vuoi,


indifferentemente,
tanto lo so io cosa sono:
per te non sono più niente!…
E dammi questo veleno,
non aspettare domani…
perché, indifferentemente,
se tu mi uccidi io non ti dico niente.

E ridi pure,
mentre mi scippi dal petto questo cuore?…
Non sento più dolore
e non ho più lacrime per te…

Ebbene, proprio come questo innamorato, anche i napoletani provano lo stesso


sentimento nei confronti della propria città, perché il loro amore è messo ogni giorno a
dura prova. Diciamo la verità, Napoli è una città difficile ma non si può non amarla; la
sua anima, il motore umano che la fa muovere, sono la principale fonte di quella
particolare melodia che la rende unica al mondo.

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Il poeta della canzone

All’inizio degli anni Sessanta avevo in IBM un direttore di filiale, l’ingegnere Rodinò,
che, oltre a essere un valido tecnico, era anche un purista della lingua italiana. A quei
tempi, per noi giovani rappresentanti alle prime armi, il problema non era tanto quello
di convincere il cliente a firmare un contratto di noleggio per un centro
meccanografico, quanto ottenere la firma di Rodinò in calce alla lettera di offerta. Lui la
leggeva, la rileggeva, poneva dei grossi punti interrogativi accanto ai periodi che non
rispettavano la sintassi e ci restituiva il tutto con una faccia di disgusto.
Un’offerta, per scippare la sua approvazione, doveva essere sintetica, dettagliata e
convincente, e non sempre questi tre requisiti andavano d’accordo fra loro. Comunque,
a forza di scrivere e di riscrivere di continuo le stesse frasi, riuscii finalmente a capire lo
stile Rodinò: lui era un’esteta, amava sopra ogni cosa la pagina bianca, l’assoluto nulla,
per cui, per accontentarlo e avvicinarsi alla perfezione, bastava cancellare tutto quello
che era possibile cancellare. A volte restava solo il modello delle macchine proposte e il
loro prezzo di noleggio: un po’ poco per essere convincenti, ma in compenso si trattava
di dati sicuri. Altre volte, invece, non firmava nemmeno quello che lui stesso ci aveva
suggerito. Diceva: “Visto scritto, non mi piace”.
Dio mio, quante volte ho imprecato! Oggi, invece, lo ringrazio: sicuramente gli debbo
qualcosa.
Esistono individui, beati loro, che scrivono di getto, altri, al contrario, hanno il parto
difficile: per loro scrivere è un tormento continuo. Il non essere mai soddisfatti, il
cercare l’aggettivo giusto, il sapere quale dovrebbe essere il risultato finale ma non
riuscire a trovare la strada per arrivarci è una fatica da Sisifo.
Sapete perché si dice così?
Sisifo, figlio di Eolo, si era meritato una dannazione eterna a causa di un’offesa fatta
prima a Zeus e poi a Ade, re degli Inferi. Ora non sto qui a raccontarvi tutta la storia,
ma praticamente Sisifo era stato prima ucciso e poi condannato da Ade a trasportare
per l’eternità un masso in cima a una collina, per poi vederlo rotolare a valle e
ricominciare da capo. Ecco cosa si intende per “fatica di Sisifo”.
Anch’io appartengo alla schiera dei dubbiosi: scrivo, cambio idea, riscrivo, correggo,
cancello, leggo ad alta voce, butto tutto nel cestino e ricomincio da capo. Alla fine mi
accorgo di aver battuto dieci, venti volte la stessa cartella. Lo so, basterebbe usare
un’interlinea larga e apportare tutte le correzioni a penna, ma a forza di correggere si
finisce col non capirci più niente. Un testo, per essere giudicato, deve essere redatto
tutto nel medesimo carattere, altrimenti, come diceva l’ingegner Rodinò, “Visto scritto,
non mi piace più”.
Chissà se anche Salvatore Di Giacomo era un dubbioso, e chissà quante volte avrà
scritto e riscritto i suoi versi. Il mio caro Sasà era nato a Napoli il 13 marzo 1860. Suo
padre, un medico, aveva pianificato per lui una brillante carriera in medicina,

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aspettativa che fu delusa dopo la prima lezione di anatomia.
«Papà, devo dirti una cosa. Però non ti arrabbiare.»
«Che è stato Sasà?»
«Io il medico proprio non lo posso fare.»
«Che vuol dire che il medico proprio non lo puoi fare.»
«Vuol dire che non è cosa per me, credimi.»
«Come sei esagerato, e che sarà mai capitato!»
«Solo a pensarci mi viene la nausea.»
«Ma perché, cosa è successo?»
«Eravamo nell’aula di Anatomia. A un certo punto il professore ha alzato un
lenzuolo ed è comparso un cadavere.»
«E tu per così poco ti sei impressionato?»
«A dir la verità già questo era bastato. Ma non puoi capire cosa ho visto dopo.»
«Mamma mia Sasà, e come la stai portando a lungo. Cosa hai visto, sentiamo!»
«Dopo aver visto il cadavere, in preda alla nausea sono scappato fuori dall’aula e ho
incrociato un assistente con una bacinella piena di arti umani. Lui, vedendomi correre
come una furia, si è spaventato e ha fatto cadere tutto a terra. A quel punto non ti dico
in che condizioni era il pavimento, per non parlare della puzza, è mancato poco che
vomitassi.»
Dopo questo racconto il padre di Salvatore si convinse che il figlio non era affatto
portato per la medicina, così decise di non ostacolare il suo amore per la letteratura,
lasciando che proseguisse per una strada a lui più congeniale.
Ora, Di Giacomo viene ricordato principalmente per la sua opera di poeta e
drammaturgo, ma è stato anche uno degli autori di quella che possiamo considerare
l’epoca d’oro della canzone napoletana. Del resto, come sottolinea Ettore De Mura, con
Di Giacomo “la canzone stessa prese ad aver dignità d’arte” e la parola diventa musica.
Il suo esordio in ambito musicale avvenne nel 1882, anno in cui firmò un contratto
con la casa editrice Ricordi. Sembra che la sua prima canzone a essere pubblicata fu
Nannì. Secondo alcune malelingue, il direttore del giornale dove lavorava Di Giacomo
era un po’ stufo del successo di Funiculì funiculà, che era uscita due anni prima, e
spopolava sulla bocca di tutti.
“Sasà, io di sentire questa canzone nun c’ ’a facc’ cchiù” sembra gli abbia detto il suo
direttore un giorno, mentre erano intenti a prendere un caffè seduti ai tavoli del
Gambrinus. “Mo’ sai che facimm’? Tu scrivi uno di quei testi belli belli come sai fare tu,
e poi lo facciamo musicare dal maestro Costa.”
“Ma chi, Mario Costa?”
“Sì sì, proprio lui.”
“Si può fare” rispose Di Giacomo.
E così nacque Nannì, una canzone che ottenne l’attenzione del pubblico, ma non ai
livelli di Funiculì funiculà.
La canzone però che rese Salvatore famoso in tutto il mondo fu A Marechiaro.
Per chi non è pratico di Napoli, alla fine di via Posillipo, scendendo verso il mare, si
arriva a un piccolo borgo di pescatori, Marechiaro, chiamato così per la quiete delle
acque che caratterizzano quella parte di golfo.
A quanto pare, un giorno Di Giacomo si trovò a passeggiare per quel borgo e rimase

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particolarmente affascinato da una finestrella sul cui davanzale spiccava un garofano
rosso. Sarà stata la bellezza del paesaggio circostante, o più semplicemente una
giornata buona, quel garofano rimase così impresso nella mente del poeta da spingerlo
addirittura a scriverci una canzone, immaginando dietro quella finestra la dolce
Carolina con gli occhi come “ddoje stelle ca li ssaccio i’ sulamente”.
A volerla tradurre in italiano, la canzone recita più o meno così:

Quando spunta la luna a Marechiaro,


persino i pesci fanno l’amore…
Le onde del mare si rivoltano:
e per la felicità cambiano colore…

Quando spunta la luna a Marechiaro…

A Marechiaro c’è una finestra:


la mia passione ci bussa…
Si sente il profumo di un garofano in un vaso,
e il mormorio dell’acqua che passa sotto…

A Marechiaro c’è una finestra…

Chi dice che le stelle sono lucenti,


non conosce questi occhi che hai sulla fronte!
Queste due stelle le conosco io solamente:
e nel mio cuore ne custodisco le punte…

Chi dice che le stelle sono lucenti?…


Svegliati, Carolina, perché l’aria è dolce…
Quando mai ho aspettato così tanto tempo?!
Per accompagnare i suoni con la voce,
questa sera una chitarra ho portato…

Svegliati, Carolina, perché l’aria è dolce!…

Ah! Ah!
Svegliati, svegliati,
svegliati, Carolina, perché l’aria è dolce!…

Ma io sono convinto che per apprezzare la bellezza dei suoi versi dobbiate leggerla
nella sua lingua d’origine:

Quanno spónta la luna a Marechiaro,


pure li pisce nce fanno a ll’ammore…
Se revòtano ll’onne de lu mare:
pe’ la priézza càgnano culore…

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Quanno spónta la luna a Marechiaro.

A Marechiaro ce sta ’na fenesta:


la passiona mia ce tuzzuléa…
’Nu garofano addora ’int’ a ’na testa,
passa ll’acqua pe’ sotto e murmuléa…

A Marechiaro ce sta ’na fenesta…

Chi dice ca li stelle so’ lucente,


nun sape st’uocchie ca tu tiene ’nfronte!
’Sti ddoje stelle ca li ssaccio i’ sulamente:
dint’a lu core ne tengo li ppónte…

Chi dice ca li stelle so’ lucente?

Scétate, Carulì, ca ll’aria è doce…


quanno maje tantu tiempo aggi’ aspettato?!
P’accumpagnà li suone cu la voce,
stasera ’na chitarra aggio purtato…

Scétate, Carulì, ca ll’aria è doce!…

Ah! Ah!
O scétate, o scétate,
scétate, Carulì, ca ll’aria è doce!…

Secondo un’altra versione, che sembra essere stata avvalorata dallo stesso autore in
un articolo, il caro Salvatore andò a Marechiaro solo alcuni anni dopo aver scritto i versi
di questa bellissima canzone. Ebbene, un giorno si era ritrovato seduto al tavolino di un
caffè e aveva iniziato a vagare con la fantasia, immaginando non solo la finestra e il
vaso di garofani, ma anche Carolina.
Se vi capita di passeggiare per Marechiaro, troverete una finestra su cui spicca in
bella vista un garofano rosso. Sotto alla finestra è riprodotto lo spartito con alcuni versi
della canzone e la firma dei suoi autori.
Ora, per chi non lo sapesse, persino lo stesso Salvatore Di Giacomo è stato vittima di
un amore dilaniante. Forse è per questo che ha scritto così tante canzoni… da qualche
parte doveva pure sfogare i suoi tormenti.
C’è un proverbio napoletano che recita così: “Dicette ’o pappice ’nfaccia a noce:
damme ’o tiempo ca te spertoso”. ’O pappice è il verme della noce, e si rivolge al frutto
desiderato promettendogli: “Dammi il tempo che riesco a bucarti”.
’O pappice è caparbio, non si ferma di fronte alle difficoltà e non gli importa quanto
tempo impiegherà, ma lui alla fine riuscirà a raggiungere l’obiettivo che si è prefissato.
Ecco, l’amore a volte è come ’o pappice: si insinua subdolo e silenzioso nelle nostre
vite e ci consuma dall’interno, trasformandoci in dei gusci vuoti.

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Qualcuno potrà obiettare: “Ma questo non è amore, è una distruzione emotiva”.
Sappiate che l’amore può essere terribile e renderci schiavi dei nostri stessi
sentimenti. Nessuno di noi è immune. Come mi piace dire, a volte l’amore è una forma
di esaurimento nervoso.
Di Giacomo dirigeva la Biblioteca Lucchesi Palli e non era un uomo particolarmente
socievole, anzi, lo potremmo definire quasi un misantropo: trascorreva buona parte del
suo tempo studiando manoscritti di ogni tipo e davvero poche cose riuscivano a
distrarlo dai suoi interessi. Diciamola tutta, pur essendo un napoletano, alle giornate di
sole preferiva un cielo plumbeo. Per non parlare del mare, poi, quello non voleva
vederlo nemmeno con il cannocchiale.
Un giorno, però, proprio tra i corridoi della biblioteca ebbe l’occasione di incontrare
una brunetta dai modi simpatici. La brunetta in questione si chiamava Elisa, aveva 26
anni, voleva diventare un’insegnante ed era quella che oggi definiremmo una donna
emancipata.
Ora vi spiego il perché.
Elisa era rimasta subito affascinata da Salvatore, non solo per la sua acuta
intelligenza, ma soprattutto perché il poeta era davvero un bell’uomo, molto distinto,
con un baffo curato e dall’aspetto rassicurante.
La ragazza decise di scrivergli una lettera, e senza troppi giri di parole gli confessò il
suo amore. Di Giacomo rimase a dir poco spiazzato da così tanta spudoratezza,
sebbene non fosse affatto indifferente al fascino della ragazza.
È vero, lui era quasi di vent’anni più grande di lei, ma quello, in fin dei conti, era un
ostacolo superabile. Il problema vero era un altro e si chiamava mamma.
Sasà, infatti, era figlio unico, e nonostante avesse raggiunto l’età adulta da un bel po’
di tempo, viveva ancora con la madre. Una donna unica, speciale, che aveva consacrato
la sua intera esistenza ad alleggerire quella del figlio, perché come lo stesso Di
Giacomo scrive nella poesia a lei dedicata:

… ll’ammore ’e mamma
è ’na ricchezza,
è comme ’o mare
ca nun fernesce maje.

… l’amore della mamma


è una ricchezza,
è come il mare
che non ha mai fine.

Siamo nel 1905, e già coltivare una relazione amorosa non è che fosse semplicissimo,
poi ci si metteva di mezzo pure la mamma…
Elisa, però, non si perse d’animo, abbracciò questa croce e diede vita a una relazione
a dir poco affannosa, fatta di cene a lume di candela alternate a scenate di gelosia, e
caratterizzata da quella sensazione di incompiuto che solo un amore vissuto a metà
può lasciare.
Nel 1906, probabilmente ispirato dalle scottature di questo amore ardente, Di

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Giacomo scrisse i versi di Palomma ’e notte, una delle sue canzoni più belle.
Già nelle prime strofe è possibile ritrovare la consapevolezza del vivere un amore
sofferto e dal quale è meglio tenersi lontani. Il poeta invita ’a palomma ’e notte, ovvero
la piccola falena, a tenersi a distanza dalla luce della candela, perché non è una rosa o
un gelsomino, e avvicinandosi troppo si potrebbe bruciare.
La falena rappresenta i due innamorati che rischiano di rimanere scottati dal
sentimento che li unisce, e proprio come i due amanti, anch’essa è testarda e,
nonostante il pericolo, insiste a volare accanto alla fiamma e così il poeta, nel tentativo
di mandarla via, si brucia la mano.
A quanto pare, l’amore tra Salvatore ed Elisa durò per ben undici anni, come
dimostra un corposo carteggio tra i due che fu trovato per caso.
Sembra, infatti, che le lettere fossero custodite nel cassetto di un comodino
acquistato tra le bancarelle del mercato romano di Porta Portese. Il carteggio in seguito
finì tra le mani di Enzo Siciliano, che decise di raccoglierlo in un libro.
Sia chiaro, a mio avviso due persone sane di mente si sarebbero guardate bene dal
portare avanti una simile relazione, così a lungo poi. Anche se, ammesso che dobbiamo
soffrire, a questo punto è meglio farlo per un amore tormentato, ma condiviso e
corrisposto, che per un qualsiasi altro tormento indesiderato.

Sebbene il talento di Salvatore Di Giacomo sia indiscutibile, non gli sono state
risparmiate critiche. C’è chi ha perfino messo in discussione la sua napoletanità,
sostenendo che, rispetto ad altri autori come Ferdinando Russo o Libero Bovio, il suo
dialetto possa essere considerato quasi non napoletano.
Ovviamente io non sono d’accordo, non solo perché Di Giacomo è l’autore di quella
che considero in assoluto la mia canzone preferita, Era de maggio, alla quale dedicherò
un capitolo a parte, ma soprattutto perché sono convinto di una cosa: il caro Sasà più
di tutti è riuscito a regalarci una descrizione profonda dell’anima malinconica di
Napoli, elevandola a sentimento universale.
Vedete, quando si scrive un testo, che sia un saggio o una canzone, si deve tener
conto dell’effetto ripensamento. Per esempio, se prendete qualcosa che avete scritto in
passato e lo andate a rileggere dopo un certo tempo, probabilmente non vi ritroverete
più in quelle parole.
In un anno cambia tutto, persino noi stessi non siamo più quelli di prima:
figuriamoci le cose che abbiamo scritto.
Eppure, per quanti anni siano trascorsi dalla prima volta che le ho ascoltate, quando
sento una canzone scritta da Salvatore Di Giacomo non posso fare a meno di provare
le stesse emozioni di allora. Anzi, ora che ci penso, oggi mi commuove ancora di più.

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Il poeta scugnizzo

Ebbene, la storia della canzone napoletana può vantare due dei più grandi poeti vissuti
in Italia tra Otto e Novecento: se uno è Salvatore Di Giacomo, l’altro è di sicuro
Ferdinando Russo.
Ora, se Ferdinando Russo leggesse che io l’ho definito “l’altro”, probabilmente
alzerebbe il telefono per dirmene quattro.
“Pronto.”
“Buongiorno, sono Ferdinando Russo, è possibile parlare con un certo Luciano De
Crescenzo?”
“Sono io. Mi scusi, mi può ripetere il suo nome?”
“Ferdinando Russo.”
“Ma Ferdinando Russo chi, il poeta?”
“Sì, sono proprio io!”
“Che piacere sentirla, per me è un onore.”
“È un onore solo per lei.”
“E adesso perché usa questo tono sgarbato con me?”
“E me lo chiede pure?”
“Certo che glielo chiedo. Sono un suo grande ammiratore.”
“Non si direbbe.”
“Come non si direbbe. Se non mi crede, venga a casa mia, ci prendiamo un caffè e le
mostro la mia libreria. Sapesse quanti libri ho su di lei.”
“Lei ha una gran faccia tosta, lo sa? Mi ha offeso!”
“Io? Ma perché?”
“Sì, proprio lei! Non faccia il finto tonto con me!”
“Veramente, non so di cosa stia parlando. Mi creda, sono mortificato, ma è la prima
volta che ci sentiamo, non ho idea di cosa possa aver detto per offenderla in questo
modo.”
“Lei mi ha definito ‘L’ALT RO ’.”
“L’altro?”
“Sì, lei ha detto che la canzone napoletana vanta due grandi poeti: Salvatore Di
Giacomo, e poi L’ALT RO , che sarei io.”
“Ah, ma allora è per questo? Mi creda, è solo un malinteso. Io ho utilizzato ‘l’altro’
come termine di paragone. ‘L’uno e l’altro’, ha presente?”
“Questo è solo un patetico tentativo di rivoltare la frittata!”
“Ma no, è andata proprio così.”
“Forse non è chiaro: io non sono ‘l’altro’, io sono l’unico vero poeta della canzone
napoletana!”
“Signor Russo, con tutto il rispetto, ma non le sembra un po’ esagerato affermare
una cosa simile?”

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“Esagerato? Vuole paragonare i miei versi a quelli di Di Giacomo?”
“Ma no, non voglio fare nessun paragone. Secondo me siete bravissimi sia l’uno sia
l’altro.”
“Lo vede? Ancora che insiste con la storia dell’altro! Con lei è solo tempo perso, la
saluto.”
E così avrebbe chiuso la telefonata, lasciandomi tra l’interdetto e il mortificato.
Si dice che tra Ferdinando Russo e Salvatore Di Giacomo non scorresse buon
sangue. In realtà tra i due quello più ostinato era Ferdinando.
Probabilmente, il suo astio era nato da uno studio di Benedetto Croce sulla
letteratura napoletana. Nella sua analisi della poesia dialettale, Croce non aveva
risparmiato elogi per i versi di Salvatore Di Giacomo, mentre aveva relegato Russo tra i
poeti, per così dire, “minori”.
Povero Ferdinando! Ci rimase malissimo, non solo perché Croce era considerato
un’autorità in materia e il suo giudizio influenzò le vendite delle sue opere, ma
soprattutto perché era convinto che Benedetto fosse un suo amico, e che mai e poi mai
avrebbe potuto screditarlo così.
Da quel momento, nei salotti letterari dell’epoca prese vita una vera e propria
disputa: da una parte c’era Salvatore Di Giacomo, che era riuscito a conferire con il suo
lirismo una nuova dignità artistica al linguaggio popolare, dall’altra Ferdinando Russo,
la cui opera fu da alcuni sminuita per il suo eccessivo realismo, sebbene riuscisse a dare
voce alla complessità della società napoletana.
A questo punto mi chiedo se la critica non sia stata influenzata da tutta una serie di
sue poesie per così dire sconce. E quando dico sconce, non esagero. Alcune di esse
sono così irriverenti da essere irripetibili, e infatti io non le ripeterò. Se non mi credete,
provate a leggerne alcune raccolte da Angelo Manna ne L’inferno della poesia
napoletana, quelle che lo stesso curatore chiama Versi proibiti di poeti di ogni tempo.
Queste critiche non andavano proprio giù a Ferdinando, il mio “poeta scugnizzo”
della canzone napoletana. Anzi, lui manifestava il proprio dissenso criticando a sua
volta il rivale, sottolineando come quella specie di purismo linguistico del dialetto
digiacomiano non consentisse alla vera anima di Napoli di venir fuori dai suoi versi.
A differenza di altri letterati, Giosue Carducci nutriva nei riguardi di Russo una
grande ammirazione o, almeno, così era stato fino a quando lo aveva conosciuto di
persona in occasione di un suo viaggio a Napoli. Dopo quell’incontro aveva preferito
tenerlo a una certa distanza, e ora vi spiego perché.
I due poeti, infatti, si erano ritrovati una sera a cena al Pallino, la trattoria di via
Tasso dove Benedetto Croce a volte si riuniva con la Società dei nove musi, un gruppo
di intellettuali che si incontrava a tavola e, tra una portata e l’altra, dava sfogo a pensieri
filosofici.
Quella sera con Giosue e Ferdinando c’era anche Annie Vivanti, una giovane
scrittrice con la quale Carducci intratteneva una tenera amicizia. Durante la cena, a
Ferdinando fu chiesto di recitare una delle sue poesie e lui invitò un gruppo di
posteggiatori a intonare i versi di Scétate, la canzone, musicata da Mario Costa, che lo
aveva reso celebre.
Composta nel 1887, il suo successo fu immediato, tant’è che l’anno successivo,
quando Guglielmo II di Germania si recò a Napoli per una visita, i napoletani decisero

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di rendergli omaggio dedicandogli anche i versi di questa canzone.
Mario Costa descrive così quel giorno: “Nello specchio d’acqua dinanzi al palazzo
reale, nella notte plenilunare, su una enorme zattera gremita da un paio di centinaia di
esecutori tra violini, mandolini e chitarre, io dovevo dirigere alcune mie canzoni. Su
una seconda zattera, vicino a quella dell’orchestra, erano un centinaio di persone del
coro”. E poi continua: “Entrò l’orchestra; entrò il coro. Ma a poco a poco alle cento voci
s’aggiunsero quelle del pubblico che gremiva le barche ond’eravamo circondati. Il coro
si allargò ancora, si estese, raggiunse le barche più lontane, l’immensa folla ammassata
sui quais. Era tutta la mia città che cantava la mia musica. Pallido per l’emozione,
tremavo e dovetti sedere, rinunziare a dirigere. Ma le innumerevoli voci andarono
avanti senza di me, sino alla fine, per ricominciare. Piangevo ed ero felice”. 6
Scétate è una vera e propria serenata.
C’è un Lui, innamorato, sotto alla finestra di una Lei, che è addormentata.
Nemmeno il dolce suono del mandolino che accompagna i versi della canzone d’amore
a lei dedicata riesce a svegliarla.
Lui, però, non si arrende, continua a cantare e le dice scétate, “svegliati”, perché
persino in cielo si sono affollate centinaia di stelle solo per ascoltare questa canzone.
Nell’udire i versi Annie Vivanti si commosse al punto tale da non riuscire a
trattenere le lacrime. Poi, quando tornò in sé, non poté fare a meno di rivolgere la
propria ammirazione a Ferdinando, destando in questo modo la gelosia del Carducci.
Giosue, che non solo come poeta, ma soprattutto come uomo aveva letto nei versi di
Ferdinando un affronto, al termine della serata liquidò il nuovo amico con distacco, e
dopo qualche giorno ripartì da Napoli in compagnia di Annie, ripromettendosi di non
tornarci più, e interrompendo qualsiasi contatto con Russo.
Ecco, quella provata da Carducci nei confronti di Russo, ma anche quella provata da
Russo nei confronti di Di Giacomo, potrebbe essere considerata una specie di “Invidia
degli Dei”.
Ce ne parla a lungo Erodoto nel primo volume delle Storie, ricordando la vicenda
della famiglia di Creso, sovrano della Lidia. Sia lui, Creso, il capostipite, sia i suoi
familiari, avevano tutto quello che al mondo si può desiderare: soldi, donne, potere,
salute e bellezza, e questo dette molto fastidio agli dei.
“Ma chi si credono di essere questi Creso?” esclamarono. “Vogliono forse
paragonarsi a noi?”
E li punirono come peggio non si poteva. Il primo a farne le spese fu il primogenito
Atys: morì in un incidente di caccia malgrado il padre lo avesse affidato a una guardia
del corpo che lo seguiva passo passo. Poi toccò allo stesso Creso e a tutti gli altri
parenti. E pensare che il grande Solone lo aveva messo in guardia affinché non
esagerasse nel benessere.
Un giorno, infatti, Creso lo invitò a corte:
«O Solone, tu che sei il più saggio di tutti i mortali, conosci forse qualcuno che sia
più felice di me?»
E Solone rispose:
«Ne conosco moltissimi, e te ne posso citare almeno tre: Tello di Atene, Cleobi e
Bitone.»
«E che cosa hanno costoro per potersi dichiarare più felici di me?»

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«Sono morti e in quanto tali non possono più soffrire.»
«E cosa si può fare per non soffrire molto?» chiese ancora Creso.
«Cercare di soffrire meno» fu il consiglio pratico di Solone.
In altre parole, quando abbiamo un piccolo male che ci affligge, che ne so,
un’emicrania, un problema economico, un progetto andato a male, un difetto fisico, o
come nel caso dei poeti in questione siamo vittime di critiche sulla nostra arte,
dobbiamo esserne contenti: è quanto basta, direbbe Solone, per metterci al riparo
dall’Invidia degli Dei.

Per quel che mi riguarda, se qualcuno mi chiedesse di scegliere tra Ferdinando Russo e
Salvatore Di Giacomo, probabilmente non sarei in grado di farlo. Ribadisco, mi
piacciono sia l’uno sia l’altro.
Credo, infatti, che entrambi, seppur in maniera diversa, siano riusciti a tramandare il
ricordo di una Napoli che forse non c’è più, ma che continua a mantenere intatto il
proprio spirito.
Che poi, a essere sincero, io non sono nemmeno del tutto sicuro di questa rivalità tra
i due. Quando il 30 gennaio 1927 Russo venne a mancare, Salvatore Di Giacomo, che in
quel periodo scriveva per il quotidiano “Il Mezzogiorno”, gli dedicò questo ricordo:

O mio caro, amatissimo Ferdinando, addio dunque: addio, fratello mio generoso e
buono; addio, sincero amico, eterno fanciullo a cui sorrise l’eterna poesia.

Ora, non so voi, ma io a uno che mi sta antipatico non riuscirei mai e poi mai a
dedicare delle parole così belle.

6. Sebastiano Di Massa, Il café-chantant e la canzone a Napoli, Fausto Fiorentino Editore, Napoli 1969.

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LE MIE CANZONI

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Era de maggio. Sì, ma poteva essere anche aprile. L’amore non ha stagioni. Santa Lucia.
Sembra così lontana. Di notte è più bella. La luna. Forse è meglio. ’O sole mio. Come ti
chiami? Partenope. Mi ricorda qualcosa. Napoli. Un fuoco eterno. Ti amerò per
sempre. Buonasera, sono Ferdinando Russo, poeta. Quanto tempo è passato? Pigliati
una pastiglia. E ora cosa c’entra. Non lasciarmi. L’eleganza. Salvatore Di Giacomo.
Scétate! Mia madre, ogni mattina. Le copielle. Chi ha copiato? Carmela. Una
sciantosa? Direi una malafemmena. Sei sicuro? Di cosa? Di amarmi. Ti amerò per
sempre. Come ’O surdato ’nnammurato. Partiamo? Che stanchezza. Una tazza ’e café?
Ci starebbe bene. Al Caffè Gambrinus. Mario Costa. Giulio Genoino. Piedigrotta. Una
sfogliatella. Te voglio bene assaje. No. Ti amerò per sempre. Funicoli funicolà.
Scendiamo? A Marechiaro. Tornerei. Dove. A Sorrento. Ma che è st’ammuina. La voce
di Napoli. Voce ’e notte. Mi sembra di sentirla. Pianino. Forse più una tammurriata.
Come? Nera. Posteggiami. Non lasciarmi. Amami. Per sempre. Non so. Va bene.
È passata una vita. Quasi non me ne sono accorto. E ora eccole qua, le mie canzoni.
La colonna sonora del mio personale panta rei. Tutto scorre, è proprio vero. I momenti
di gioia sembrano scomparire in un soffio, come quelli di tristezza. Anche se a volte
dipende dal tipo di tristezza.
Non potevo limitarmi a citarle, ho sentito il bisogno di dedicare loro una piccola
cornice, uno spazio che rendesse loro il giusto onore.
Non starò qui a spiegarvi il perché, ma ogni canzone racconta a modo proprio la mia
Napoli, i luoghi in cui sono cresciuto, i colori che per lungo tempo mi hanno dato il
buongiorno, gli amori che mi hanno reso felice e che di tanto in tanto mi hanno fatto
soffrire.
Sono di sicuro le canzoni più belle, e se in questo momento state pensando che l’ho
già scritto anche di altre, sappiate che avete ragione. È proprio così.
Io non so se a voi capita lo stesso, ma ogni volta che ascolto una canzone a cui sono
particolarmente legato non posso fare a meno di pensare che sia la più bella. Un
pensiero irremovibile, sia chiaro. Poi, mi basta ascoltarne un’altra, e cambio subito idea.
Quindi se dovesse capitare di ripetermi, non fateci caso, è più forte di me.
Prima di lasciarvi alle mie canzoni, però, mi sento di darvi un suggerimento:
ascoltatele.
Magari prima di leggerne la storia, o anche dopo. Prestate attenzione ai loro versi,
lasciatevi sedurre dalla melodia che li accompagna.
Ne varrà la pena, credete a me.

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Era de maggio

Tra tutte le canzoni che ho sentito nella vita, Era de maggio, di Salvatore Di Giacomo, è
la più bella in assoluto.
Questa, in realtà, è una poesia, scritta per una raccolta di versi che fu poi pubblicata
col titolo Canzone.
Salvatore la scrisse nel 1885, un anno piuttosto particolare per la città di Napoli.
L’anno precedente, infatti, c’era stata una terribile epidemia di colera che aveva messo
la città in ginocchio. L’epidemia aveva fatto così tante vittime da spingere i napoletani a
starsene il più possibile chiusi in casa, interrompendo ogni attività sociale, comprese le
feste più sentite come la famosa Piedigrotta.
Nel 1885, però, scampato il pericolo, si ricominciò a vivere, e il compositore Mario
Costa, in occasione della riapertura della Festa di Piedigrotta, decise di musicare
proprio quei versi di Salvatore Di Giacomo, e fu così che Era de maggio, da poesia,
diventò una canzone.
Che recita così:

Era de maggio e te cadéano ’nzino,


a schiocche a schiocche, li ccerase rosse…
Fresca era ll’aria, e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe…
Era de maggio, io no, nun mme ne scordo,
’na canzone cantàvemo a ddoje voce…
Cchiù tiempo passa e cchiù mme n’allicordo,
fresca era ll’aria e la canzona doce…

E diceva: “Core, core!


Core mio, luntano vaje,
tu mme lasse e io conto ll’ore…
chi sa quanno turnarraje!”.
Rispunnev’io: “Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccà”.

Era di maggio e ti cadevano in grembo,


a ciocche a ciocche, le ciliege rosse…
Fresca era l’aria, e tutto il giardino
profumava di rose a cento passi…
Era di maggio, e io no, non me ne scordo,

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cantavamo una canzone a due voci…
Più il tempo passa e più me ne ricordo,
fresca era l’aria e la canzone dolce…

E diceva: “Cuore, cuore!


Cuore mio, lontano vai,
tu mi lasci e io conto le ore…
chi sa quando tornerai!”.
Rispondevo io: “Tornerò
quando tornano le rose.
Se questo fiore torna a maggio,
pure a maggio io sarò qui”.

Dunque, c’è un giovane innamorato che ricorda quel giorno di maggio in cui si è
visto costretto ad allontanarsi dalla ragazza che ama. Sembra quasi di sentire il
profumo delle rose e ascoltare le voci dei due amanti mentre si scambiano la loro
promessa d’amore: “Si stu sciore torna a maggio, pure a maggio io stóngo ccà…”.

E so’ turnato e mo’, comma ’na vota,


cantammo ’nzieme lu mutivo antico;
passa lu tiempo e lu munno s’avota,
ma l’ammore vero no, nun vota vico…
De te, bellezza mia, mme ’nnammuraje,
si t’allicuorde, ’nnanze a la funtana:
ll’acqua, llà dinto, nun se sécca maje,
e ferita d’ammore nun se sana…

Nun se sana: ca sanata


si se fosse, gioja mia,
’mmiez’a st’aria ’mbarzamata,
a guardarte io nun starrìa!
E te dico: “Core, core!
Core mio, turnato io so’…
Torna maggio e torna ’ammore:
fa’ de me chello che vuó!
Torna maggio e torna ’ammore:
fa’ de me chello che vuó”.

E son tornato e ora, come una volta,


cantiamo insieme la nostra vecchia canzone;
passa il tempo e il mondo cambia,
ma l’amore vero no, non cambia strada…
Di te, bellezza mia, m’innamorai
se ti ricordi, davanti alla fontana:
l’acqua, là dentro, non si prosciuga mai,

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e la ferita d’amore non si sana…

Non si sana: perché se sanata


si fosse, o gioia mia,
in mezzo a quest’aria profumata,
a guardarti non starei!
E ti dico: “Cuore, cuore!
Cuore mio, tornato sono…
Torna maggio e torna l’amore:
fai di me quello che vuoi!
Torna maggio e torna l’amore:
fai di me quello che vuoi”.

Lui torna con la primavera e si ritrova a intonare con la sua amata la canzone che in
passato ha accompagnato le loro giornate. Il tempo è trascorso, il mondo è cambiato,
ma l’amore che li ha uniti è rimasto lo stesso. E ora che la loro promessa d’amore è
rinnovata, il giovane si concede del tutto alla sua amata invitandola a fare di lui ciò che
vuole.
Per quanto i versi di Di Giacomo siano meravigliosi, ciò che rende unica questa
canzone è anche la sua melodia.
A quanto pare, sullo spartito di Mario Costa c’è una dedica: “A Carolina”.
La Carolina in questione non era una ragazza qualsiasi, ma la figlia del fotografo
ufficiale del re Vittorio Emanuele, Giorgio Sommer. Mario aveva completamente perso
la testa per Carolina: per lei non dormiva più, non mangiava più, e aveva persino
rinunciato a una tournée in Europa, perché trovava insopportabile anche il solo
pensiero di starle lontano.
«Carolina, ma tu mi ami?» le chiedeva di continuo.
«Sì che ti amo» rispondeva lei timida.
«E allora perché non vuoi sposarmi?»
«Mi hanno detto: “Stai attenta, quello lì sta sempre circondato dalle femmine, non è
affidabile”.»
«E chi ti ha detto una cosa simile?»
«Una mia cara amica.»
«Allora non è una vera amica. È solo gelosa del nostro amore.»
«Quindi non è vero che sei sempre circondato da donne?»
«Diciamo che non è del tutto falso, ma credimi, io amo solo te.»
Alla fine Mario riuscì a convincere Carolina del proprio amore e la sposò, ma il
matrimonio durò appena cinque anni a causa dei continui colpi di testa del maestro
Costa che, oltre a essere un bravo musicista, era anche un conteso latin lover.
Ogniqualvolta ascolto Era de maggio cado in una specie di trance. Chiudo gli occhi, e
se per caso c’è qualcuno in mia compagnia e prova a rivolgermi la parola, lo invito a
stare zitto. Ascoltarla è un’esperienza mistica, che trova la sua massima espressione nel
verso “fa’ de me chello che vuó”. Sono convinto che in queste poche parole Salvatore Di
Giacomo sia riuscito a racchiudere il senso profondo dell’amore romantico. Un amore
incondizionato che non conosce tempo e distanze.

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’O sole mio

Tra le tante canzoni che hanno animato la Festa di Piedigrotta c’è anche la cosiddetta
’O sole mio. Questa, secondo me, non è soltanto la canzone napoletana più famosa di
ogni tempo, ma un vero e proprio simbolo universale del canto dell’uomo. In alcuni
momenti ho addirittura pensato che sia sempre esistita, che ne so, addirittura che ci
fosse una versione cantata dagli uomini delle caverne, e che quando Capurro e Di
Capua 7 l’hanno scritta non hanno fatto altro che attingere a una tradizione millenaria.
Giovanni Capurro, originario del quartiere Montecalvario, era un cronista ed ex
venditore di tessuti in un negozio del centro di Napoli. All’epoca Capurro lavorava per
il quotidiano “Roma” e tra un articolo e l’altro buttò giù i versi della canzone che recita
così:

Che bella cosa è ’na jurnata ’e sole,


’n’aria serena doppo ’na tempesta!
Pe’ ll’aria fresca pare già ’na festa.
Che bella cosa ’na jurnata ’e sole.

Ma ’n’atu sole
cchiù bello, oi nè.
’O sole mio
sta ’nfronte a te!
’O sole, ’o sole mio
sta ’nfronte a te…
sta ’nfronte a te!

Che bella cosa una giornata di sole,


l’aria serena dopo la tempesta!
Per l’aria fresca sembra già una festa.
Che bella cosa una giornata di sole.

Ma un altro sole
[ancor] più bello [di quello di Napoli], o ragazza [mia].
Il sole mio [vero]
è la tua fronte!
Il sole, il sole mio,
è la tua fronte,
è la tua fronte!

Dopodiché chiamò il suo amico, il compositore Eduardo Di Capua, e gli disse:

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«Eduà, ho scritto una piccola poesia. Perché possa diventare una canzone, aspetta
soltanto la tua musica».
Di Capua in quei giorni era impegnato.
«Giovannì non mi dire niente, ma dobbiamo rimandare. Sto per partire per Odessa,
lo zar mi ha invitato a corte, non ho proprio potuto dire di no. Appena torno, ci
mettiamo a lavorare.»
Di Capua non sarebbe dovuto rimanere a lungo in Russia, ma lo zar Nicola II fu così
colpito dalla sua bravura che quelle che inizialmente dovevano essere tre settimane si
trasformarono in tre mesi.
In tutto quel tempo, però, il musicista non aveva dimenticato il testo del suo amico
Giovanni, e quando durante il viaggio di ritorno si ritrovò su un treno in balia di
continue tempeste di neve, non poté fare a meno di riprendere quei versi e creare la
melodia adatta.

Quanno fa notte e ’o sole se ne scenne,


me vene quase ’na malincunia;
sotto ’a fenesta toja restarria,
quanno fa notte e ’o sole se ne scenne.

Ma ’n’atu sole
cchiù bello, oi nè.
’O sole mio
sta ’nfronte a te!

Quando fa notte e il sole tramonta,


mi viene quasi una malinconia;
sotto alla tua finestra resterei,
quando fa notte e il sole tramonta.

Ma un altro sole
[ancor] più bello [di quello di Napoli], o ragazza [mia].
Il sole mio [vero]
è la tua fronte!

Ora, immaginate di essere un napoletano nella Russia di fine Ottocento in balia di


un maltempo pressoché costante. I vostri sono giorni terribili, e non potete fare a meno
di pensare a casa vostra e a quando la mattina finalmente aprite la finestra e vi ritrovate
di fronte una giornata di sole.
E fu proprio sognando i colori e l’atmosfera del Golfo di Napoli che le note
iniziarono a prendere forma sullo spartito in tutta la loro nostalgica poesia.
Tornato a Napoli, Eduardo fece ascoltare a Giovanni la musica che aveva composto.
«Allora, cosa ne pensi?» gli chiese.
«Ma è stupenda! Non avresti potuto comporre una musica migliore!»
«Che dici, la presentiamo alla Festa di Piedigrotta?»
«Sì, sono sicuro che con questa canzone arriviamo primi!»

66
A differenza delle aspettative, però, ’O sole mio si classificò seconda, e i suoi autori
dovettero accontentarsi di un premio di duecento lire. A vincere quell’anno fu Napule
bello!, una canzone scritta da Giuseppe De Gregorio che non riuscì mai a raggiungere
la fortuna della seconda classificata.
’O sole mio ha dato grande popolarità a Capurro e Di Capua, una popolarità che non
si tradusse mai in denaro. A godere del successo della canzone fu l’editore Bideri, che
quell’anno aveva organizzato la Festa di Piedigrotta e che accettando di farla
partecipare si era accaparrato anche i diritti che ne erano derivati.
Credo di non dire una bugia quando affermo che tutti, ma proprio tutti, almeno una
volta nella vita abbiamo intonato i versi di ’O sole mio. Persino Joséphine Baker, che nel
1930 si esibiva al Casino de Paris, l’aveva inserita nel suo repertorio e si dilettava a
cantarla in dialetto napoletano. Si racconta addirittura che durante le Olimpiadi di
Anversa, dieci anni prima, la banda musicale avesse perso lo spartito della “Marcia
reale” e dovendo accompagnare la premiazione di Ugo Frigerio, un marciatore di
origini milanesi, decise di intonare ’O sole mio, riuscendo così a coinvolgere tutto il
pubblico presente.

Sia Capurro sia Di Capua vissero una vita molto modesta, anzi, senza esagerare,
possiamo dire quasi al limite dell’indigenza. Si dice che Capurro abbia avuto il solo vero
guadagno grazie a un’altra canzone: ’O figlio d’ ’o rre, scritta quando nacque Umberto,
principe di Piemonte. Il re Vittorio Emanuele III lo ricompensò con una preziosa spilla
tempestata di brillanti. Giovanni Capurro quel giorno era felicissimo. Se la rigirava tra le
mani, poteva venderla e farci un bel po’ di soldi che avrebbero alleviato la sua
situazione non tanto allegra. Lui la prese, la portò nella chiesa di Piedigrotta e la
attaccò al mantello della Madonna. La devozione fu più forte della fame.

7. Nel 2002 il tribunale di Torino ha riconosciuto Alfredo Mazzucchi coautore della melodia.

67
Torna a Surriento

Quando gli dei decidevano una cosa, quello era. Che ne so, Zeus stabiliva che la ninfa
Tetide dovesse sposare l’eroe Peleo. Hai voglia a dire: “Ma perché tra tutte le ninfe
proprio io devo sposare un mortale?”. Quello era stato stabilito e quello doveva essere
fatto.
Per fortuna, invece, per gli esseri umani non ha mai funzionato così. A noi è
consentito ritornare sui nostri passi, cambiare idea. Tra tutte le categorie umane, la più
incline a seguire questa strada è di sicuro quella dei politici.
Ora, che i politici siano per così dire “influenzabili” lo sanno un po’ tutti, e lo sapeva
anche un certo Guglielmo Tramontano, che della categoria faceva parte.
Tramontano nel 1902 era sindaco di Sorrento ed era costretto a confrontarsi
quotidianamente con un grave problema: la mancanza di un ufficio postale.
«Sindaco, ma vi pare possibile?» gli chiedeva di continuo una signora fermandolo in
strada. «Sono mesi che aspetto una lettera di Enzuccio mio, chi me la deve portare,
ah?»
«Signora cara, ma siete proprio sicura che Enzuccio vi ha scritto?»
«Certo che sono sicura! E che vi credete? Enzuccio è andato a lavorare in America,
non è mica scappato di casa!»
«Ma quello magari, Enzuccio, ha trovato una bella ragazza e si è dimenticato di
scrivere.»
«Sindaco, adesso mi fate arrabbiare: Enzuccio la mamma sua non se la scorda!
Piuttosto, vedete come dovete fare, qui ci vuole un ufficio postale!»
«Eh, signora, qui prima dell’ufficio postale ci vogliono i soldi…»
Reperire fondi è sempre stato difficile, ma Tramontano non si perse d’animo.
Quando venne a sapere che era stata fissata la visita del capo di governo dell’epoca,
Giuseppe Zanardelli, il buon Tramontano si rivolse a Giambattista De Curtis, un poeta
che amava Sorrento e che era tra i suoi più cari amici, e a suo fratello Ernesto, che era
invece un musicista, e chiese loro di scrivere una canzone tanto struggente da
commuovere Zanardelli e spingerlo a elargire i finanziamenti necessari alla costruzione
dell’ufficio postale.
La canzone in questione era Torna a Surriento, e già dai versi iniziali si percepisce
l’amore dei suoi autori per un paesaggio unico al mondo:

Vide ’o mare quant’è bello!


Spira tantu sentimento.
Comme tu a chi tiene mente
ca scétato ’o faje sunnà.

Vedi il mare quanto è bello!

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Ispira tanto sentimento.
Come tu [fai sospirare] chi ti pensa
che da sveglio lo fai sognare.

In effetti, quale forza della natura più del mare può rappresentare lo scompiglio che
vive un animo innamorato: calmo, quando il sentimento provato è corrisposto, agitato
se in preda a un dolore o a un’insana gelosia.
Tramontano ascoltò la canzone e decise che a interpretarla sarebbe stata una donna.
Scelse una giovane studentessa del Conservatorio di Napoli, Maria Cappiello, la quale,
circondata dalla folla scesa in strada per rendere omaggio al capo di governo, intonò i
versi della canzone con un trasporto tale da riuscire a emozionare non solo tutti i
presenti, ma soprattutto Giuseppe Zanardelli.

Vide ’o mare de Surriento,


che tesoro tene ’nfunno:
chi ha girato tutto ’o munno
nun l’ha visto comm’a ccà.

Guarda il mare di Sorrento,


che tesoro ha nel fondo:
chi ha girato tutto il mondo
non lo ha visto come qua.

L’uomo, al termine dell’esibizione, promise che di lì a breve Sorrento avrebbe avuto


non solo un ufficio postale, ma anche una nuova rete fognaria, e che a farsi carico dei
costi sarebbe stato il governo.
In realtà, si racconta che la versione ascoltata da Zanardelli non fu altro che un
riadattamento. A quanto pare la canzone era stata scritta nel 1894 da Ernesto De
Curtis in seguito a una delusione d’amore. L’uomo, infatti, era follemente innamorato
di una donna che gli aveva spezzato il cuore e lo aveva abbandonato andando via da
Sorrento.

E tu dice “I’ parto, addio!”.


T’alluntane da stu core…
Da la terra de l’ammore…
Tiene ’o core ’e nun turnà.

Ma nun me lassà,
nun darme stu turmiento!
Torna a Surriento,
Famme campà!

E tu dici “Io parto, addio!”.


Ti allontani da questo cuore…
Dalla terra dell’amore…

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Hai il coraggio di non tornare.

Ma non lasciarmi,
non darmi questo tormento!
Torna a Sorrento,
fammi vivere!

Ora, non sappiamo se la canzone l’abbia mai convinta a tornare, quel che è certo è
che alcuni mesi dopo la visita di Zanardelli i sorrentini ebbero il loro ufficio postale.

70
Voce ’e notte

Una delle cose che più caratterizza i napoletani, è che danno i numeri. Ora, se
qualcuno mi dicesse che sto “dando i numeri”, questo potrebbe voler dire che sono
leggermente impazzito. Ciò detto, per essere più chiari, quando affermo che i
napoletani danno i numeri, non intendo dire che sono “fuori di testa”, ma che
ricorrono ai numeri per interpretare dei particolari episodi di vita quotidiana, per poi
giocarli al Banco Lotto.
Mettiamo il caso che un giorno io veda una signora in minigonna cadere per strada.
Ovviamente l’aiuterei a rialzarsi, ma subito dopo giocherei il terno: 33, 51, 26, ovvero, 33
la “signora in minigonna”, 51 la “caduta” e 26 l’“aiuto”.
Insomma, se per qualche motivo siete costretti a trasferirvi a Napoli, la prima cosa
che vi dovete procurare è la cosiddetta Smorfia, un libriccino dove tutto quello che
accade di strano diventa un numero.
In realtà tutto può essere reinterpretato dalla Smorfia, anche le canzoni.
Prendiamo Voce ’e notte.
La storia di questa canzone è molto triste. C’è un uomo distrutto dal dolore perché
la donna che ama ha sposato un altro. L’unico modo ormai per raggiungerla è la
propria voce, ed è con questa voce che si insinua nelle notti della giovane sposa, nel
tentativo di ricordarle un passato che non c’è più.
Ora, se ben ricordo, l’amante abbandonato fa 64, mentre ’a sposa fa 84, e anche un
ambo ce lo siamo assicurati.
L’autore si rivolge direttamente alla donna: se questa voce ti sveglia nella notte, le
raccomanda l’uomo, tu fingi di dormire. Non far capire al tuo sposo che ti dorme
accanto che a turbarti è quella stessa voce che un tempo timidamente ti parlava
dandoti del voi.

Si ’sta voce te scéta ’int’ ’a nuttata,


mentre t’astrigne ’o sposo tujo vicino…
Statte scetata, si vuó sta’ scetata,
ma fa’ vedé ca duorme a suonno chino…

Nun ghì vicino ê llastre pe’ ffà ’a spia,


pecché nun puó sbaglià: ’sta voce è ’a mia…
È ’a stessa voce ’e quanno tutt’e duje,
scurnuse, nce parlàvamo cu ’o “vvuje”.

Se questa voce ti sveglia durante la notte,


mentre ti stringi il tuo sposo vicino…
Resta sveglia, se vuoi stare sveglia,

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ma fai finta di dormire profondamente.

Non andare vicino alle finestre per spiare,


perché non puoi sbagliare: questa voce è la mia…
È la stessa voce di quando noi due,
timidi, ci parlavamo dandoci del “voi”.

Questa voce ti racconterà il tormento che vivo da quando ho perduto il tuo amore, e
se per caso si risvegliasse in te il desiderio per ciò che è stato, e ti venisse la voglia di un
bacio, bacia pure l’uomo che hai accanto senza pensare a me.

Si ’sta voce te canta dint’ ’o core


chello ca nun te cerco e nun te dico:
tutt’ ’o turmiento ’e ’nu luntano ammore,
tutto ll’ammore ’e ’nu turmiento antico.

Si te vène ’na smania ’e vulé bbene,


’na smania ’e vase córrere pe’ ’e vvéne,
’nu fuoco che t’abbrucia comm’a che,
vàsate a chillo… che te ’mporta ’e me?

Se questa voce ti canta nel cuore


quello che io non ti chiedo e non ti dico;
tutto il tormento di un lontano amore,
tutto l’amore di un tormento antico.

Se ti senti una smania di volere bene,


una smania di baci attraversarti le vene,
un fuoco che ti brucia eccessivamente,
bacia quello [che ti è accanto]… cosa ti importa di me?

Voce ’e notte fu scritta nel 1903 da Edoardo Nicolardi. A ispirarlo fu una donna, Anna
Rossi, della quale era perdutamente innamorato. La famiglia di lei, però, aveva deciso
di darla in sposa a un altro. All’epoca, infatti, Nicolardi aveva sì e no i soldi per
sopravvivere, pertanto il padre di Anna preferì concederla a un uomo più ricco, un
certo Pompeo Corbara, un commerciante che aveva tanti più anni della ragazza.
Povero Edoardo! Costretto a rinunciare alla donna che amava per dei volgari motivi.
Il suo dolore diventò poesia su un tavolo del Caffè Gambrinus. Si racconta che
avesse appena visto Anna al balcone di casa in compagnia del suo legittimo e anziano
marito, e che la vista dei due lo avesse sconvolto. Così andò a prendere un caffè per
rimettersi un po’ in sesto. Si sedette a un tavolino e prese dalla tasca un taccuino e la
sua penna, e subito cominciò a scrivere, ispirato soltanto da quella semplice scena
coniugale a cui aveva appena assistito e che gli procurava tanta sofferenza.

Si ’sta voce, che chiagne ’int’ ’a nuttata,

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te scéta ’o sposo, nun avé paura…
Vide ch’è senza nomme ’a serenata,
dille ca dorme e che se rassicura…

Dille accussì: “Chi canta ’int’ a ’sta via


o sarrà pazzo o more ’e gelusia!
Starrà chiagnenno quacche ’nfamità…
Canta isso sulo… Ma che canta a fa’?”.

Se questa voce, che piange nella notte,


sveglia il tuo sposo, non aver paura…
Vedi che è senza nome la serenata,
digli di addormentarsi e di stare tranquillo.

Digli così: “Chi canta in questa strada


o è pazzo o muore di gelosia!
Starà piangendo qualche tradimento…
Canta da solo… Ma cosa canta a fare?”.

Dovete sapere che alla fine dei versi scritti sul taccuino mise anche la firma. Non la
sua, però. Scelse di firmarsi con uno pseudonimo: Lardini C.O. Forse voleva
mascherare la loro storia per non rischiare di compromettere la sua Anna. Al testo
scritto da Nicolardi, il compositore Ernesto De Curtis riuscì poi ad aggiungere una
musica meravigliosa.

Nonostante le premesse, la storia tra Edoardo e Anna ebbe un lieto fine, che però fu
un po’ meno lieto per Pompeo Corbara. L’uomo, infatti, si fece involontariamente da
parte lasciando vedova la cara Anna, che poté finalmente sposare Edoardo. I due,
probabilmente nel tentativo di recuperare gli anni perduti, misero al mondo la bellezza
di otto figli.

Voce ’e notte è certamente una delle canzoni più belle. E non mi riferisco solo a quelle
della tradizione napoletana, ma alle canzoni di ogni parte del mondo e di ogni tempo.

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’O surdato ’nnammurato

Io soldato non lo sono mai stato. In realtà è mancato poco che lo diventassi. Mi
avevano persino dato il fucile e io avevo detto al mio amico: «Fofó, vedrai, io non
ucciderò mai nessuno».
«E come farai?» mi aveva chiesto Fofó.
«Basta sparare un po’ più in alto, giusto quel poco che ti consente di colpire nel
vuoto» avevo risposto.
I buoni propositi, però, non mi servirono a nulla, e non perché uccisi qualcuno, ma
perché proprio quando stavo per arruolarmi fu dichiarata la fine della guerra.
Ora, io sono quasi convinto che se fossi andato al fronte mi sarei ritrovato nella
stessa condizione del soldato della canzone di Aniello Califano, ’O surdato
’nnammurato.
Avrei trascorso le mie giornate rivolgendo il pensiero alla ragazza di cui ero
innamorato all’epoca che, detto tra noi, ora non ricordo nemmeno chi fosse.

Staje luntana da ’stu core,


a te volo cu ’o penziero:
niente voglio e niente spero
ca tenerte sempe a fianco a me!
Si’ sicura ’e chist’ammore
comm’ i’ so’ sicuro ’e te…

Oje vita, oje vita mia…


oje core ’e chistu core…
si’ stata ’o primmo ammore…
e ’o primmo e ll’urdemo sarraje pe’ me!

Sei lontana da questo cuore,


a te volo con il pensiero:
niente voglio e niente spero
se non averti sempre accanto a me!
Sii sicura di questo amore
come io sono sicuro di te…

Oh vita, oh vita mia…


oh cuore di questo cuore…
sei stata il primo amore…
e il primo e l’ultimo sarai per me!

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Califano, che non era nemmeno napoletano, ma originario di Sant’Egidio del Monte
Albino, provincia di Salerno, aveva scritto questa canzone nel 1915. A ispirarlo era stato
proprio il pensiero dei tanti soldati partiti per il fronte durante la prima guerra
mondiale, e che erano stati costretti ad allontanarsi dalle famiglie, ma soprattutto a
lasciare a casa le donne amate.

Quanta notte nun te veco,


nun te sento ’int’ a ’sti bbracce,
nun te vaso chesta faccia,
nun t’astregno forte ’mbraccio a mme?
Ma, scetànnome ’a ’sti suonne,
mme faje chiagnere pe’ te…

Quante sono le notti che non ti vedo,


non ti sento tra le mie braccia,
non ti bacio questo viso,
non ti stringo forte in braccio a me?
Ma, svegliandomi da questi sogni,
mi fai piangere per te…

La canzone fu musicata da Enrico Cannio, che ha diretto le orchestre dei più


popolari teatri di Napoli, Trianon incluso.
Ebbene, se qualcuno dovesse mai organizzare una gara di ritornelli, quello di ’O
surdato ’nnammurato vincerebbe di sicuro la medaglia d’oro.
Se non mi credete, provate ad andare a vedere una partita del Napoli: ogniqualvolta
la squadra riesce a portare a casa una vittoria, dagli spalti si alza un coro che manifesta
la propria gioia intonando “Oje vita, Oje vita mia”.
Lo possiamo considerare una specie di canto collettivo, un rituale che fa venire la
pelle d’oca non solo a chi lo intona, ma anche a chi si limita ad ascoltarlo.
Quanto il soldato in questione sia innamorato lo possiamo leggere nei versi che
precedono il ritornello finale:

Scrive sempe e sta’ cuntenta:


io nun penzo che a te sola…
’Nu penziero mme cunzola;
ca tu pienze sulamente a mme…
’A cchiù bella ’e tutt’ ’e bbelle,
nun è maje cchiù bella ’e te!

Scrivi sempre e stai contenta:


io non penso che a te soltanto…
Un pensiero mi consola;
che tu pensi solamente a me…
La più bella tra tutte le belle,
non è mai più bella di te!

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La bella di Califano non è che fosse vista di buon occhio dai politici dell’epoca.
Sembra, infatti, che gli ufficiali regi che guidavano l’esercito durante la prima guerra
mondiale, mandassero alla corte marziale gli ufficiali che la intonavano. Per non parlare
poi di quelli del regime fascista. La consideravano disfattista, perché invece di esaltare
la guerra, ’O surdato ’nnammurato descrive il conflitto come una sventura. Del resto,
sfido chiunque a trovare un soldato che sia felice di andare in guerra.
In realtà, l’intento di Califano era ben altro. Basta leggerne i versi per accorgersi che
la canzone è semplicemente la dichiarazione d’amore di un soldato il cui desiderio è
quello di abbracciare al più presto la sua donna e l’unica consolazione è la certezza che
per lei sia lo stesso.

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’A tazza ’e café

Perché si sappia, io riesco a riconoscere la provenienza di un caffè anche se ne bevo


solamente un sorso. Se qualcuno, infatti, me ne offrisse tre, ovvero uno napoletano,
uno milanese e uno tedesco, io solo assaggiandolo sarei in grado di dire senza alcun
dubbio qual è quello preparato a Napoli.
Ciò detto, penso che il caffè abbia tre modi di esistere e precisamente:

1. di essere amaro;
2. di essere leggermente zuccherato;
3. di essere molto dolce.

Quello corretto non lo prendo proprio in considerazione, perché per me non è caffè.
Io, essendo nato a Napoli, appartengo ovviamente alla seconda categoria.
Lo so, a questo punto gli “amarofili” storceranno il naso, ma io il caffè, amaro,
proprio non riesco a berlo. È più forte di me, come nei versi di ’A tazza ’e café, la famosa
canzone di Giuseppe Capaldo: “Ma tanto ch’aggi’ ’a vutà… / e tanto ch’aggi’ ’a girà, / ca
’o ddoce ’e sott’ ’a tazza / fin ’a ’mmocca mm’ha da arrivà”. Per i non napoletani: “Ma
tanto che devo voltare, e tanto che devo girare, che il dolce da sotto alla tazza fino in
bocca mi deve arrivare”.
Capaldo scrisse ’A tazza ’e café nel 1918. All’epoca lavorava come cameriere a
Napoli, in un bar di via Guglielmo Sanfelice, il Caffè Portoricco, dove la cassiera, la
famosa Brigida, era così bella ma così bella che il bar era sempre affollato. Perfino il
nostro Capaldo ci perse la testa, ma come tutti gli altri pretendenti doveva scontrarsi
con il caratterino della ragazza che non era ddoce ’e sale; altrimenti detto, era un po’
scontrosa.
Ispirato dalla ritrosia della donna, ma fermamente deciso a conquistarla, Capaldo le
dedicò una canzone, scrivendone lui stesso i versi e affidando la composizione della
musica a Vittorio Fassone.

Ma cu ’sti mode, oje Brìggeta,


tazza ’e café parite:
sotto tenite ’o zzuccaro,
e ’ncoppa, amara site…

Ma con questi modi, Brigida,


una tazza di caffè sembrate:
sotto avete lo zucchero
e in superficie siete amara…

77
Giuseppe paragonò Brigida a una tazza di caffè che è amara quando la si assaggia,
perché trattiene lo zucchero sul fondo, per poi diventare dolce non appena la si gira
con il cucchiaino. Capaldo, però, non si perde d’animo e le promette:

Ma i’ tanto ch’aggi’ ’a vutà,


e tanto ch’aggi’ ’a girà…
ca ’o ddoce ’e sott’ ’a tazza,
fin’ a ’mmocca mm’ha da arrivà!…

Insomma, per quanto Brigida si ostini a fare la scornosa, Giuseppe è convinto che
riuscirà a far venire a galla la dolcezza che nasconde nella profondità della sua anima.
Non è noto se Brigida abbia ceduto o meno alle lusinghe del suo poetico
corteggiatore, in compenso ’A tazza ’e café ha reso Giuseppe Capaldo uno dei più
acclamati autori della canzone napoletana.
Io consiglio al lettore di girare quanto più sia possibile non solo il caffè, ma tutte le
cose che ama. Del resto, il caffè è una cosa seria, proprio come lo è l’amore.

78
Santa Lucia luntana

Che cos’è la nostalgia? La nostalgia è quel sentimento che si insinua nella nostra mente
quando pensiamo al passato. A volte lasciamo che prenda il sopravvento, altre volte
invece le sorridiamo, concentrandoci sul futuro.
Per quel che mi riguarda, il tempo non esiste, eppure, negli ultimi anni, sono tra
quelli che di tanto in tanto si fanno sopraffare da questo sentimento.
Detto ciò, tra tutti gli autori che hanno fatto la storia della canzone napoletana,
secondo me il nostalgico per eccellenza è E.A. Mario. Il suo nome, in realtà, era
Giovanni Gaeta, ma in seguito al successo ottenuto dalla prima canzone che aveva
scritto, Cara mammà, decise di trovarsi un nome d’arte.
Perché sono convinto del suo primato nostalgico? Be’, perché quando fu costretto a
ritirarsi dalla vita pubblica a causa di alcuni problemi di salute, fece in modo che ogni
giorno un pianino si fermasse sotto al balcone di casa sua e suonasse tutte le più
antiche canzoni della tradizione napoletana. Era convinto, infatti, che le canzoni a lui
contemporanee fossero un vero e proprio strazio, e solo la musica riprodotta dal
pianino riusciva a regalargli un po’ di sollievo dai suoi fastidiosi acciacchi.
Solo E.A. Mario avrebbe potuto scrivere Santa Lucia luntana, un vero e proprio
capolavoro di nostalgia.
Se non mi credete, ascoltate attentamente i suoi versi, che recitano così:

Partono ’e bastimente
pe’ terre assaje luntane,
cantano a buordo:
So’ napulitane!

Cantano pe’ tramente


’o golfo già scumpare,
e ’a luna, ’a ’miez’ ô mare,
’nu poco ’e Napule lle fa vedé.

Partono i bastimenti
per terre molto lontane,
cantano a bordo:
Sono napoletano!

Cantano e nel frattempo


il golfo già scompare,
e la luna, in mezzo al mare,
un po’ di Napoli gli fa vedere.

79
Santa Lucia luntana fu scritta nel 1919. Il suo autore la dedicò agli emigranti che si
affollavano sulle banchine della Stazione marittima di Napoli per imbarcarsi sul
piroscafo che li avrebbe portati in America.

E sònano… ma ’e mmane
tremmano ’ncopp’ ’e ccorde.
Quanta ricorde, ahimmé,
Quanta ricorde!

E ’o core nun ’o sane


nemmeno cu ’e ccanzone:
sentenno voce e suone,
se mette a chiagnere
ca vo’ turnà!

E suonano… ma le mani
tremano sulle corde.
Quanti ricordi, ahimè,
quanti ricordi!

E il cuore non lo guarisci


nemmeno con le canzoni:
sentendo le voci e i suoni,
si mette a piangere
perché vuole tornare!

Come ho raccontato nel 1980 in Partono i bastimenti, 8 la confusione era enorme. Gli
emigranti erano migliaia, tutti accompagnati dai loro familiari. Da com’erano vestiti si
capiva subito che venivano dalla campagna. Anche se la partenza era prevista per il
tramonto, arrivavano a Napoli sin dalle prime ore della mattina: dopo essersi fatti la
magnata di spaghetti, stavano lì in attesa, rossi in viso, allegri per il vino bevuto e con i
vestiti della festa tutti strapazzati. Una banda suonava motivetti allegri. Insomma, una
festa. Poi, a un certo punto, veniva annunciata la partenza. Dalle risate si passava
direttamente alle lacrime. Molti emigranti avevano l’abitudine di portare con sé, sulla
nave, un gomitolo di lana, di cui lanciavano un capo nelle mani di un parente. La nave
partiva, lentamente, come se scivolasse su di un piano inclinato. I gomitoli si svolgevano
dolcemente tra le grida delle donne, i fazzoletti sventolati e i bambini sollevati per aria.
Ed ecco infine il distacco: i fili di lana rimanevano ancora a mezz’aria sostenuti dal
vento, poi svanivano.
Santa Lucia era l’ultimo scorcio di Napoli che questi emigranti riuscivano a vedere
dalle navi, e che in qualche modo portavano con sé. Man mano che Santa Lucia si
allontanava, man mano che diventava più piccola, la loro vita si trasformava, andava
verso un destino del quale non riuscivano a immaginare quasi niente.

Santa Lucia,

80
luntano ’a te,
quanta malincunia!
Se gira ’o munno sano,
se va a cercà furtuna…
Ma, quanno sponta ’a luna,
luntano ’a Napule
nun se pò sta’!

Santa Lucia,
lontano da te,
quanta malinconia!
Si gira il mondo intero,
si va a cercare fortuna…
Ma, quando spunta la luna,
lontano da Napoli
non si può stare!

Alcuni anni dopo, e per la precisione nel 1922, lo stesso E.A. Mario poté provare
personalmente i sentimenti di questi migranti. Invitato dalla comunità di napoletani
che si era stabilita a New York, anch’egli si imbarcò su quella nave carica di speranze
che solo l’America poteva regalare, e mentre si allontanava dal porto di Napoli, fu
salutato da un gruppo di musicisti che aveva intonato, per l’appunto, Santa Lucia
luntana.
A quanto pare, poi, questa canzone ebbe il privilegio di essere censurata dal regime
fascista. A Mussolini non andava proprio a genio che in giro circolassero versi in cui si
denunciava la sofferenza di donne e uomini costretti a partire, e a lasciare l’Italia, alla
ricerca di una vita migliore.

È ’o canto d’ ’e Ssirene
ca tesse ancora ’e rrezze.
Core nun vò ricchezze:
si è nato a Napule,
ce vò murì!

È il canto delle Sirene


che tesse ancora le reti.
Il cuore non vuole ricchezze:
se è nato a Napoli,
ci vuole morire!

Come ben potete immaginare, sono molto legato a questi versi. In fondo Santa Lucia
è il luogo dal quale anch’io sono partito. Lì ho vissuto la mia vita, poi altrove ho vissuto
i miei sogni. Perché può essere solo un sogno un’esistenza nella quale sei ingegnere,
poi scrittore, poi torni ingegnere, poi sei attore, poi regista, poi ancora ingegnere, poi
ancora scrittore. Il mio amico Morini, proprio in un sogno, mi chiedeva: “Ma tu

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veramente hai sognato tutto questo?”.
“Certo” gli rispondevo.
“Cioè sei arrivato a sognare di essere uno del cinema?”
“Sì, Morini, che ti devo dire? Uno del cinema.”
“E là hai conosciuto pure a Fellini?”
“Se l’ho conosciuto? Vedessi come mi salutava, con quanta cordialità. Ci davamo del
tu. Pensa che poi nel sogno è stato lui che ha detto ai tedeschi: pubblicate i libri di
filosofia di Luciano De Crescenzo.”
E qui Morini quasi sbiancava: “I libri di che?”.
“Libri di filosofia, nel sogno ho scritto anche quelli.” “Abbi pazienza, Lucià, voglio
pure capire a Fellini. Ma tu di filosofia, mi dici che ne capisci?”

8. Paolo Cresci, Luciano Guidobaldi, Partono i bastimenti. L’epopea dell’emigrazione italiana nel mondo:
storie e immagini, Mondadori, Milano 1980.

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Tammurriata nera

A metà del 1944, a Napoli, c’era il cosiddetto esercito di liberazione. Scusatemi se dico
“cosiddetto”, ma come molti sanno perfettamente, Napoli fu la sola città d’Europa che
non ebbe bisogno di alcuna liberazione, nel senso che dai nazifascisti si liberò da sola.
Quando gli anglo-americani arrivarono in città non ebbero un granché da fare, o
meglio, qualcosa da fare c’era, per esempio socializzare con la popolazione locale.
Ovviamente, non è che questi anglo-americani fossero interessati proprio a tutta la
popolazione. Il loro interesse era rivolto principalmente alle signorine napoletane. Del
resto, erano pur sempre dei militari, chissà da quanto tempo erano lontani da casa. E
poi, diciamo la verità, le donne partenopee erano belle e non disdegnavano le loro
attenzioni. Si trattava di uomini prestanti, e alcuni di loro, soprattutto quelli con la
divisa americana, spiccavano per una pelle color ebano che li rendeva ancora più
attraenti. Arrivavano da terre lontane, avevano vissuto la guerra, e nonostante le
differenze linguistiche, avevano di sicuro tantissime storie strappalacrime da
raccontare.
Da tutto questo socializzare scaturì l’evento che ha ispirato i versi di Tammurriata
nera, quella che possiamo considerare un manifesto della canzone napoletana. Era il
1944, e messa da parte la carriera di giornalista, Edoardo Nicolardi aveva intrapreso un
nuovo lavoro da direttore amministrativo dell’ospedale Loreto Mare di Napoli.
Una mattina, durante quella che sembrava una noiosa giornata di lavoro come tante,
si ritrovò nel reparto maternità in mezzo a un trambusto a dir poco sconvolgente.
«Ma comm’è stat’?» chiedeva una signora dallo sguardo contrito.
«Io nun ce poss’ crerere» rispondeva l’altra dal lato opposto del corridoio.
«’O sacc’ io comm’è succiess’…» ribatteva un giovane a dir poco alterato.
«Povera figlia mia!» gridava in lacrime un’altra donna.
«Ma quale povera e povera» ripeteva un signore anziano. «Ma tu hai capito che ha
combinato? Ci ha messo la vergogna in faccia!»
«Beati voi che in faccia tenete solo la vergogna» era intervenuto il ragazzo «io mi
ritrovo pure con un bel paio di corna.»
«Pooooovero, povero chillu figlio mio» a quel punto aveva gridato un’altra donna.
Cos’era successo?

Io nun capisco ’e vvote che succede


e chello ca se vede nun se crede!
È nato ’nu criaturo, è nato niro,
e ’a mamma ’o chiamma Ciro,
sissignore, ’o chiamma Ciro.

Seh, vota e gira seh…

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Seh, gira e vota seh…
Ca tu ’o chiamme Ciccio o ’Ntuono
ca tu ’o chiamme Peppe o Ciro
chillo ’o fatto è niro niro,
niro niro comm’a cche…

Io non capisco a volte cosa succede


e a quello che si vede non si crede!
È nato un bambino, è nato nero,
e la mamma lo chiama Ciro,
ebbene sì, lo chiama Ciro.

Seh, volta e gira seh…


Seh, gira e volta seh…
che tu lo chiami Ciccio o Antonio
che tu lo chiami Peppe o Ciro
resta il fatto che è nero nero,
nero nero come non si può immaginare…

A quanto pare una ragazza si era presentata in ospedale alle prime ore del mattino
per partorire. Come il rituale richiedeva, era accompagnata dall’intera famiglia,
compreso il presunto padre del bambino. Tutti attendevano trepidanti di poter
abbracciare il nascituro, ma quando erano stati invitati a entrare nella stanza dopo il
parto, si erano trovati di fronte a un’inaspettata sorpresa. Il bambino, infatti, di
napoletano aveva ben poco, era “niro niro comm’a cche”.
Ovviamente la notizia si era diffusa a macchia d’olio, scatenando prima lo sdegno
dei familiari, e a seguire lo stupore di chi era venuto a conoscenza della storia, e l’aveva
arricchita di nuovi particolari.

Ne parlano ’e commare chist’affare:


“’Sti fatte nun so’ rare
se ne vedono a migliare!
’E vvote basta sulo ’na guardata
e ’a femmena è rimasta
sott’ ’a botta ’mpressiunata!”.

Seh ’na guardata seh…


Seh ’na ’mprissiona seh…
Va’ truvanno mo’ chi è stato
c’ha cugliuto buono ’o tiro
chillo ’o fatto è niro niro,
niro niro comm’a cche…

Ne parlano le comari di quest’affare:


“Questi episodi non sono rari

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se ne vedono a migliaia!
A volte basta solo uno sguardo
e la femmina è rimasta
sotto il colpo impressionata!”.

Seh uno sguardo seh…


Seh un’impressione seh…
Vai a trovarlo adesso chi è stato
che ha centrato bene il tiro
il fatto è che quello è nero,
nero nero come non si può immaginare…

L’episodio di Loreto Mare, infatti, non era una novità. In quel periodo erano molte le
ragazze che si ritrovavano nella stessa situazione.
Che vi devo dire, evidentemente questi americani erano dei bravi socializzatori.
Fatto sta che una volta tornato a casa, Edoardo non aveva smesso di pensare
all’episodio a cui aveva assistito, tant’è che aveva deciso di scriverci su una canzone.
Non contento, aveva chiamato il suo consuocero, un altro nome importante per la
storia della canzone napoletana, E.A. Mario, affinché lo aiutasse a musicare le parole.
Oltre a scrivere versi, il Mario era bravo anche a comporre musica. Si dice che avesse
imparato grazie a una dimenticanza. Un giorno uno sconosciuto aveva dimenticato il
mandolino nella bottega da barbiere di suo padre. Lui, ancora ragazzo, aveva preso
quello strumento e aveva imparato prima a suonarlo, e poi anche a leggere uno
spartito, tutto da solo.
Dalla collaborazione di questi due grandi autori è nato uno dei massimi successi
della musica napoletana.

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Malafemmena

Può uno sciupafemmine soffrire per amore? Ebbene sì.


A chi pensasse il contrario, mi sento di dire non solo che anche gli sciupafemmine
hanno un cuore, ma tendenzialmente lo affidano a una sola donna, e di solito proprio a
quella che poi glielo manderà in frantumi.
Se non mi credete, vuol dire che non conoscete la storia di Malafemmena, la canzone
scritta nel 1951 da Antonio De Curtis, in arte Totò.
Ebbene, Totò era uno sciupafemmine, e non perché fosse particolarmente bello,
anzi, bello non lo era per niente. Il principe De Curtis, però, era un uomo elegante e
aveva dalla sua il fascino dell’artista che, diciamo la verità, non è cosa da poco.
Insomma, le donne non gli mancavano, anche se ce n’era una in particolare che non
era proprio riuscito a dimenticare: Diana.
L’aveva conosciuta durante una delle sue tournée teatrali. Diana, all’epoca, era una
ragazzina, aveva appena sedici anni. L’amore che li aveva travolti era stato coronato
anche dalla nascita di una figlia, Liliana. Con il passare degli anni, soprattutto a causa
delle continue distrazioni da parte dell’attore, questo amore si era incrinato, e i due
avevano stretto un patto, promettendosi di continuare a vivere insieme nonostante la
fine del loro matrimonio.
Diana, però, ruppe la promessa: aveva conosciuto un altro uomo, e poiché aveva
deciso di sposarlo, un giorno andò via di casa.
A quanto pare Totò fu devastato da questo che considerò un vero e proprio
tradimento, ed espresse tutto il suo risentimento in Malafemmena, per l’appunto. Un
capolavoro, solitamente definito “canzone”, ma che secondo me è una vera e propria
poesia. Provate solo a recitarla, dimenticandovi un attimo della musica, e vi accorgerete
di quanto sia coinvolgente.

Si avisse fatto a ’n’ato


chello ch’e fatto a mme
’st’ommo t’avesse acciso,
tu vuó sapé pecché?
Pecché ’ncopp’a ’sta terra
femmene comme a te
non ce hanna sta pe’ ’n’ommo
onesto comme a me!

Femmena,
tu si’ ’na malafemmena…
Chist’uocchie ’e fatto chiagnere…
Lacreme e ’nfamità.

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Se avessi fatto a un altro
quello che hai fatto a me
quest’uomo ti avrebbe ucciso,
e vuoi sapere perché?
Perché su questa terra
femmine come te
non devono esserci per un uomo
onesto come me!

Femmina,
tu sei una malafemmina…
Questi occhi hai fatto piangere…
Lacrime e tradimenti.

La storia di Malafemmena è tormentata come i suoi versi e la sua melodia. Per lungo
tempo si è pensato che fosse stata scritta per Silvana Pampanini, attrice di grande
bellezza. Si diceva che Totò se ne fosse innamorato pazzamente, dopo che avevano
recitato insieme in 47 morto che parla, e che il rifiuto della Pampanini gli abbia suggerito
i versi e la musica della canzone. Solo alcuni anni fa, sua figlia Liliana ha deciso di
chiarire in un libro la vera origine del capolavoro.

Femmena,
si’ tu peggio ’e ’na vipera,
m’e ’ntussecata l’anema,
nun pozzo cchiù campà.

Femmena,
si’ ddoce comme ’o zucchero,
però ’sta faccia d’angelo
te serve pe’ ’ngannà…

Femmena,
tu si’ ’a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t’odio
nun te pozzo scurdà…

Femmina,
sei tu peggio di una vipera,
mi hai avvelenato l’anima,
non posso più vivere.

Femmina,
sei dolce come lo zucchero,
però questa faccia d’angelo
ti serve per ingannare…

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Femmina,
tu sei la più bella femmina,
ti voglio bene e ti odio
non ti posso dimenticare…

Che vi devo dire? Ci sono giorni, credetemi, in cui Malafemmena riesco ad ascoltarla
anche dieci volte di seguito. Ha una melodia appassionante, e parole che sanno
trasmettere tutto il dolore e la frustrazione di un uomo quando si sente abbandonato o
tradito.

Te voglio ancora bene,


ma tu nun saie pecché,
pecché l’unico ammore
si’ stata tu pe’ me…
E tu pe’ ’nu capriccio
tutto ’e distrutto, ojné,
ma Dio nun t’ ’o perdone
chello ch’e fatto a mme!

Ti voglio ancora bene


ma tu non sai il perché,
perché l’unico amore
sei stata tu per me…
E tu per un capriccio
tutto hai distrutto,
ma Dio non ti perdona
quello che hai fatto a me!

Qualcuno potrà anche considerarla un po’ maschilista, ma di certo esprime un


grande amore per le donne. Del resto, l’uomo che l’ha scritta sapeva concedersi
interamente. Un giorno si offrì a una donna dicendo: “Signora, sono a sua completa
disposizione: corpo, anima e frattaglie”.

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Carmela

Chiariamo subito, questo pezzo è un capolavoro. Un capolavoro scritto da Sergio


Bruni. Ed è forse la canzone che chiude la stagione classica della grande melodia
napoletana. Il fatto è che la chiude quando quella stagione era ormai andata in
pensione da decenni. Perché, possiamo dire, quel periodo creativo miracoloso è durato,
con qualche eccezione, dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni Venti del
Novecento. E invece Sergio Bruni che fa? Aspetta il 1976 per scrivere, con il poeta
Salvatore Palomba, un pezzo che è un vero classico, senza nessun dubbio, proprio
come se fosse riuscito a riportare indietro il tempo, a ricostruire lo stesso clima del
periodo che aveva fatto nascere la grande canzone napoletana.
Carmela la affronto in questa parte del libro per due motivi. Il primo è che non ne
parlo altrove, perché come dicevo non è stata scritta nel periodo storico più
significativo, il secondo è che penso sia un momento di musica irrinunciabile.
Ho sempre trovato in questa canzone una profondissima sensualità. Nelle sue note
si nasconde un desiderio struggente, un viaggio che non si limita alle vibrazioni
dell’anima, ma coinvolge anche quelle del corpo.
A proposito di viaggi e di anima, a chi lo invitò a fare una gita a Capo Sunio Socrate
chiese:
“E perché ci dovrei andare?”
“Per vedere il tramonto.”
“Grazie, ma arrivare fin lì solo per vedere il tramonto non mi interessa. L’unico
viaggio che mi interessa è quello all’interno dell’animo umano, e in particolare
all’interno di me stesso.”
Anch’io la penso così, e non perché mi ritengo simile a Socrate, ma, diciamolo, ho
un’età nella quale i viaggi fatti con il cervello sono più belli di quelli fatti con il corpo.
Dovete sapere che io ho un rapporto quotidiano con Socrate. E già perché ho la sua
testa sulla mia scrivania con tanto di casco da vigile urbano, e ogni tanto mi sembra di
sentirlo, mi aiuta a regolare il traffico dei miei pensieri.
Quando decisi di seguire il consiglio di Socrate, misi il primo disco che mi capitò tra
le mani e fu così che ebbi la fortuna di ascoltare Carmela.

’Stu vico niro nun fernesce maje


e pure ’o sole passa e se ne fuje.
Ma tu staje llà, tu rosa preta ’e stella.
Carmela Carmé!

Questo vicolo buio non finisce mai


e anche il sole passa e se ne scappa.
Ma tu stai lì, tu rosa pietra di stella.

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Carmela Carmela!

Ora, incredibile a dirsi, quando la sentii mi sembrò di vedere il cosiddetto vico niro
che nun fernesce maje e, proprio come il poeta, non riuscii ad aspettà fin’ a dimane, e
quando sentii intonare l’ultima Carmé, mi alzai e feci subito ripartire il disco, come se
fossi vittima di un sortilegio e non potessi fare a meno di ascoltarla.
Ciò detto, io penso che Carmela non sia una donna ma una Sirena, e proprio come
Ulisse non riesco a resistere al suo richiamo. Non a caso, infatti, quando la ascolto
penso al mio Primo Amore.
Lo so, adesso mi direte: “Mo’ De Crescenzo ci ripropone qualche altro suo amore di
gioventù”. Nossignore, Carmela per me non è una donna qualsiasi, è Napoli.

Tu chiagne sulo si nisciuno vede


e strille sulo si nisciuno sente,
ma nunn’è acqua ’o sanghe dint’ ’e vvene.
Carmela Carmé!

Tu piangi solo se nessuno vede


e gridi solo se nessuno sente,
ma non è acqua il sangue nelle vene.
Carmela Carmela!

Ascoltare Carmela per me è come tornare a casa.


Ogni volta chiudo gli occhi e vedo la mia città. Tutto diventa trasparente e ho la
sensazione di volare.
Tra i suoi versi si cela l’orgoglio di un popolo che cerca di godere il più possibile di ciò
che di buono gli offre la vita.

Si ll’ammore è ’o cuntrario d’ ’a morte,


e tu ’o ssaje.
Si dimane è sultanto speranza,
e tu ’o ssaje.
Nun me puó fa’ aspettà fin’ a dimane,
astrigneme int’ ’e
bbraccia pe’ stasera.
Carmela Carmé!

Se l’amore è il contrario della morte,


e tu lo sai.
Se domani è soltanto speranza,
e tu lo sai.
Non mi puoi far aspettare fino a domani,
stringimi tra le
braccia per stasera.
Carmela Carmela!

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Se è vero che l’amore è quel sentimento che ci allontana dalla morte, e che la
speranza trova la sua forza nella consapevolezza di un futuro, non ha senso rimandare
a domani ciò che ci può rendere felici oggi.
Carmela è la mia canzone preferita, ma potrebbe essere anche quella di tutti i
napoletani.
È l’omaggio che Sergio Bruni ha voluto dedicare alla propria terra. Un modo per
celebrare il luogo in cui si è venuti al mondo.
Se nulla intorno a noi è casuale, se tutto è regolato da un supervisore cosmico che
guida e controlla i nostri passi, Carmela è il mio supervisore, mi riporta sulla “retta via”
quando rischio di allontanarmi troppo da ciò che sono stato.
Sì, è proprio così, nei suoi versi è racchiuso lo spirito di Napoli con i suoi chiaroscuri.

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Dedicato a te

Eravamo dei ragazzini impacciati. Avete presente quel senso di soggezione tipico
dell’adolescenza? Mi riferisco a quel timore reverenziale provato nei confronti prima
dei genitori, poi degli insegnanti. Insomma, di chiunque sembrava saperne più di noi.
Anche se, a dir la verità, noi eravamo convinti di saperne più di loro. Decisamente una
contraddizione per dei ragazzini che si sentivano sempre fuori posto.
Alternavamo le nostre giornate tra casa e scuola. Di tanto in tanto ci incontravamo
in strada. Non tutti i giorni, però, bisognava prima studiare.
Sognavamo. Tanto. Da bambini la bella cosa, pochi anni più tardi lo scudetto del
Napoli. Poi, a un certo punto, i nostri sogni hanno preso le sembianze delle ragazze,
che potevamo ammirare solo da lontano.
Per un loro sguardo avremmo fatto qualsiasi cosa, e per un bacio poi…
Come sarebbe bello riuscire a provare, anche per un solo istante, quella, ahimè,
ormai antica emozione.
I più spudorati tra noi quel tanto bramato bacio riuscivano anche a conquistarlo.
A noi timidi, invece, restavano le canzoni.
Sembrava quasi che ci leggessero dentro. Era come se quei versi fossero stati scritti
per noi e nessun altro, e parlassero proprio del nostro disagio, delle nostre attese, delle
nostre passioni struggenti.
Per lungo tempo ho pensato che in amore le donne soffrano più degli uomini, ma
ora, ripercorrendo la storia della canzone napoletana, mi sono convinto che forse non
avevo del tutto ragione.
Che si tratti di una Reginella, una Caterina o una Maruzzella, le donne spesso sono
state fonte di grande dolore, e le canzoni raccolte in questo libro ne sono la
dimostrazione. Probabilmente qualche signora, magari delusa da una storia
sentimentale finita male, potrà obiettare: “E di Liliana Castagnola, la stella del varietà,
ne vogliamo parlare?”.
Liliana amò così tanto un uomo da decidere di togliersi la vita quando lui la
abbandonò. Ebbene, c’è da dire che non era innamorata di un uomo qualsiasi, ma del
mio caro Totò che, ironia della sorte, alcuni anni dopo incontrò la malafemmena che a
sua volta gli spezzò il cuore.
Quasi tutte le canzoni più famose della tradizione classica napoletana raccontano di
una storia d’amore, e delle difficoltà affrontate dal suo protagonista, solitamente un
uomo, per conquistare il cuore della donna tanto desiderata.
A onor del vero, io non sono proprio sicuro che questi autori fossero così sofferenti.
Diciamo la verità, quel dolore che tanto decantavano nei loro versi era così drammatico
solo sulla pagina scritta, ma nella vita reale molti di loro erano dei grandissimi…
tombeur de femmes. L’ispirazione, probabilmente, nasceva da un rifiuto inaspettato.
Quando non riuscivano a conquistare una donna veniva fuori tutta la loro vena poetica,

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la sofferenza e quel romantico oblio che sembrava condannarli a un’eterna tristezza.
A dirla alla Pitagora, era come se la donna fosse il Male. Il filosofo era convinto,
infatti, che il Bene avesse creato l’Ordine, la Luce e l’Uomo, e il Male avesse generato il
Caos, le Tenebre e la Donna.
Forse è per questo che Pitagora non scriveva canzoni d’amore.
Io non mi sento di essere così drastico. Più che il Male, direi che al massimo, in
alcuni casi, la donna potrebbe essere fonte di infelicità. A dirla alla De Crescenzo, se
nel giorno del Giudizio ciascuno porterà addosso la propria croce, poche donne
cammineranno a piedi.
Scherzi a parte, ci sono anche canzoni in cui nonostante la donna e l’uomo siano
innamorati l’una dell’altro, si ritrovano a essere entrambi causa del loro dolore. È il caso
di ’O munasterio, il poemetto scritto da Salvatore Di Giacomo nel 1887, dal quale ha
preso vita una delle canzoni più struggenti che abbia mai ascoltato. In realtà, solo
alcuni versi di questo poemetto sono stati musicati. La storia è questa: c’è un amante
tradito che dal dolore decide di chiudersi in un monastero francescano.

Jettaie ’stu core mio ’mmiez’ a ’a strata


e ’ncopp’ a ’na muntagna mme ne jette,
e, pe’ ’na passiona disperata,
monaco ’e san Francisco mme facette.

Gettai il mio cuore in mezzo alla strada


e me ne andai in cima a una montagna,
e, a causa di una passione disperata,
mi feci monaco di san Francesco.

L’uomo, nel salire sulla montagna che lo conduce al monastero, decide di buttar via
il cuore ferito. Il suo cuore, però, viene raccolto dalla donna amata, che bussa alla porta
del convento con la speranza di riuscire a riconquistarlo.

“Tuppe, tuppe!” Chi è?


“Ccà ce stess’uno
ca ll’è caduto ’o core mmiez’ â via?”
Bella figlió, ccà nun ce sta nisciuno,
va’, jatevenne cu Giesù e Maria.

“Toc, Toc!” Chi è?


“Per caso c’è qualcuno
a cui è caduto il cuore per strada?”
Bella ragazza, qui non c’è nessuno,
vai via, vattene con Gesù e Maria.

I monaci del convento, però, invitano la donna ad andare via, perché lì tra quelle
mura non c’è nessuno per lei. A quel punto alla giovane non resta che andare,
portando con sé il cuore dell’uomo amato.

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Se ne jette cantanno: “Ammore, ammore,
cchiù nun te vo’ zi moneco vicino!”.
E p’ a muntagna se purtaie ’stu core,
arravugliato dint’ ’o mantesino…

Se ne andò cantando: “Amore, amore,


più non ti vuole il monaco vicino!”.
E per la montagna si portò quel cuore,
avvolto dentro al suo grembiule…

Oltre che di amore e di passione, credo che quella della canzone napoletana possa
essere considerata anche una storia di emancipazione. È come se dal suo racconto in
versi venisse fuori una specie di rivalsa dell’universo femminile sul malamente per
eccellenza: lo sciupafemmine.
Se fino agli inizi dell’Ottocento la donna era una specie di Penelope tutta casa e
famiglia, in attesa del ritorno del proprio marito, a un certo punto tutto è cambiato. La
remissiva Penelope ha preso coscienza del proprio potere seduttivo e si è trasformata
nell’ammaliante Elena, quella di Troia per intenderci, che ha scatenato quel popò… e
non mi riferisco al suo…, di guerra. Una che le passioni le alimentava invece di
dominarle.
In quegli anni nacquero le dive del varietà. Penso a Eugénie Fougère, Lina Cavalieri
e Yvonne De Fleuriel, solo alcune tra le più affascinanti e irresistibili sciantose che
calcarono il palco del café-chantant. Proprio la sciantosa, infatti, è secondo me la
massima espressione di questa emancipazione.
Ora, mi auguro che questo mio personale racconto sulla canzone vi sia piaciuto, e a
chi vorrà farmi notare che è incompleto non posso far altro che dare ragione.
Racchiudere la storia della canzone napoletana in un unico libro è impossibile. Sono
troppi gli aneddoti e le melodie da ricordare. Non mi è rimasto che scegliere tra quelle
che hanno avuto, e continuano ad avere, più significato per me.
Anzi, sapete cosa vi dico. Rileggendolo, mi sono accorto che questo libro è la mia
personale serenata alla donna che forse più di ogni altra mi ha fatto soffrire, ma a cui
ho perdonato quasi tutto: mia cara Partenope, questa dichiarazione d’amore è per te.

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Crediti delle canzoni

Maruzzella, testo e musica di Renato Carosone e Enzo Bonagura, © Edizioni Leonardi,


Milano.
Reginella, testo di Libero Bovio, musica di Gaetano Lama, © Ed. La Canzonetta,
Napoli.
Indifferentemente, testo di Umberto Martucci, musica di Salvatore Mazzocco, © Ed. La
Canzonetta, Napoli.
’O surdato ’nnammurato, testo di Aniello Califano, musica di Enrico Cannio, © Ed.
Bideri SpA, Gennarelli Bideri Editori, Napoli.
’A tazza ’e café, testo di Giuseppe Capaldo, musica di Vittorio Fassone, © Ed. La
Canzonetta, Napoli.
Carmela, testo di Sergio Bruni, musica di Salvatore Palomba, © Ed. C.A.M. Creazioni
Artistiche Musicali, Roma.
Malafemmena, testo e musica di Antonio De Curtis, © Ed. La Canzonetta, Napoli.
’O sole mio, testo di Giovanni Capurro, musica di Eduardo Di Capua e Alfredo
Mazzucchi, © Ed. Bideri SpA, Gennarelli Bideri Editori, Napoli.
Santa Lucia luntana, testo e musica di E.A. Mario, © Nazional Music, Milano.
Tammurriata nera, testo © Nazional Music, Milano.
Voce ’e notte, testo di Edoardo Nicolardi, musica di Ernesto De Curtis, arrangiamento di
Giancarlo Chiaramello, © Ed. Bideri SpA, Gennarelli Bideri Editori, Napoli.

L’editore ha ricercato con ogni mezzo i titolari dei diritti di riproduzione delle canzoni
citate nel libro senza riuscire a reperirli tutti: è ovviamente a piena disposizione per
l’assolvimento di quanto occorra nei loro confronti.

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Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato, riprodotto,
trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo
ad eccezione di quanto è stato specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle condizioni alle
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consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è stata pubblicata
e le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte anche al fruitore successivo.

www.librimondadori.it

Ti voglio bene assai


di Luciano De Crescenzo
© 2015 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Published by arrangement with Delia Agenzia Letteraria
Ebook IS BN 9788852070020

COPERTINA || GRAPHIC DESIGNER: GAIA STELLA DESANGUINE | RITRATTO DI LUCIANO


DE CRESCENZO © EFREM RAIMONDI | DISCO: FOTO © 123RF

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