Sei sulla pagina 1di 3

Il simbolo e il segno

di Chiara Miranda · Pubblicato 19 Dicembre 2013 · Aggiornato 18 Marzo 2018

L’impossibilità di definire il simbolo con la logica della ragione testimonia


un’impossibilità linguistica intimamente connessa all’incapacità della ragione di
parlare senza sopprimere la fonte stessa del suo linguaggio.1

(Umberto Galimberti)

Nel linguaggio comune, spesso i termini segno e simbolo, sono usati come
sinonimi, ma essi hanno significati molto diversi.

Il segno è la relazione tra significante e significato, ovvero il rapporto tra


l’espressione ed il suo contenuto, la scolastica lo definisce “qualcosa che sta per
qualcos’altro”, usiamo il segno per trasmettere un’informazione, e quindi i segni
sono definiti da convenzioni che li rendono adeguati a comunicare.

Nel greco, il termine “simbolo” sta per “mettere assieme”, esso evoca l’esistenza
di una realtà altra che va ricomposta. In teologia le operazioni simboliche servono
a colmare il divario tra lettera e spirito, le sacre scritture sono fonte di innumerevoli
interpretazioni, l’uso di allegorie, riesce a rendere i contenuti comunicabili,
condivisibili, ma l’uso della simbologia, non avendo un codice univoco di lettura
lascia aperte infinite possibilità interpretative.

Per questo motivo il simbolo non è mai significante, ma le parole che scaturiscono
dal simbolo lo sono. Corbin2 afferma che “Il simbolo non è un segno artificialmente
costruito, ma è ciò che nell’anima spontaneamente si schiude per annunciare
qualcosa che non può essere espresso altrimenti”. Anche Lévi-Strauss nel suo
“Teoria generale della magia e altri saggi”3afferma l’irriducibilità del simbolo al
segno, egli racconta che, presso alcuni popoli primitivi, con l’uso della parola
“mana” si intende forza, ma anche azione o qualità, essa può essere
contemporaneamente verbo, sostantivo e aggettivo, perchè è pura forma, è
simbolo, e come tale può assumere qualsiasi contenuto.

Fermamente convinto della differenza profonda esistente tra simbolo e segno,


Jung afferma che un segno “ha un significato fisso, essendo un’abbreviazione
(convenzionale) che sta per una cosa conosciuta oppure è un rimando a quella
cosa medesima”, invece, il simbolo indica un contenuto polisemico, non definibile
e non convenzionale, esso “possiede numerose varianti analoghe, e più ne ha a
disposizione tanto più completa e appropriata è l’immagine che abbozza del suo
soggetto”4. Il simbolo è vivo per Jung solo finché mantiene questa caratteristica,
egli rappresenta tensione tra opposti, tra conscio e inconscio, tra noto e non noto,
nel momento in cui il simbolo partorisce il suo significato, muore e si trasforma in
segno. Dando un nome alle cose che non conosciamo ancora, compiamo
“un’azione storica di assegnazione di significati”, in tal modo, il simbolo esce dal
regno della magia per entrare in quello delle convenzioni, esaurisce la sua funzione
di mediatore e muore.

Ogni fenomeno psicologico, per Jung è un simbolo, in quanto si suppone che


significhi qualcosa che si sottrae alla nostra coscienza, ma ciò dipende anche
dall’atteggiamento di chi osserva, per Jung infatti, non esistono contenuti simbolici
se non per una coscienza che li crea, il simbolo non è un significato, ma un’azione
che mantiene in tensione gli opposti dalla cui composizione possono nascere i
processi trasformativi.

Molto diverso dal concetto di simbolo freudiano, che ha una funzione omeostatica,
ovvero di ritrovare un equilibrio turbato, la funzione del simbolo junghiano è ana-
omeostatica, esso suscita tensione, spinta in avanti, apre nuovi livelli energetici
proteso verso un equilibrio che è sempre “oltre”, ha dunque una funzione
trasformatrice.

Il simbolo è legato al concetto di archetipo, l’archetipo si può definire come un


principio organizzatore della realtà a diversi livelli (culturale, sociale, biologico),
esso è espressione dell’inconscio collettivo e se compare in un sogno, ha un che
di numinoso, una forte carica emotiva. Il Sé è un esempio di archetipo e
rappresenta l’unione degli opposti, la somma di conscio ed inconscio che si
integrano nel simbolo, è quindi il centro della personalità che ha la funzione di
regolatore dell’equilibrio psichico. Il simbolo è quindi, una rappresentazione
archetipica fornita di energia, la sua “numinosità” proviene dall’archetipo
ordinatore, che consente la trasposizione di valori psichici da un contenuto ad un
altro.

 Dott.ssa Chiara Miranda

Psicologa Psicoterapeuta Gestalt Analitica


1Galimberti U. “Paesaggi dell’anima” Saggi Mondadori Pag.26

2Corbin H. “Storia della filosofia islamica” Adelphi Pag.29

3Lévi-Strauss “Teoria generale della magia e altri saggi” Einaudi

4Carl G. Jung “Simboli della trasformazione” in Opere, Bollati Boringieri pag.128.

Bibliografia:

Aldo Carotenuto “Trattato di psicologia analitica” Ed. UTET;

Carl G. Jung “Simboli della trasformazione” in Opere, Bollati Boringieri 1999;

Umberto Galimberti “Le Garzantine” Psicologia Garzanti 2005;

Umberto Galimberti “Paesaggi dell’anima” Oscar saggi Mondadori 1996.