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[LIBRO PRIMO]

LA GIURISDIZIONE CIVILE
[1] TUTELA COGNITIVA
La domanda ha ad oggetto l’accertamento della sussistenza di un diritto
e si distingue in varie forme a seconda dell’oggetto della domanda.

AZ. DI MERO ACCERTAMENTO AZ. DI CONDANNA AZ. COSTITUTIVA


Quando una parte propone la l’interesse di chi propone l’ordinamento prevede
Domanda per ottenere dal giudice può andare oltre: può essere che l’effetto idoneo a
Una decisione che si limiti ad interessato ad una decisione che soddisfare chi propone
Accertare l’esistenza (A. POSITIVO) non solo riconosca la sussistenza di la domanda sia
O l’inesistenza (A. NEGATIVO) di un diritto, ma attribuisca anche lo producibile dalla stessa
Un diritto. Strumento per ottenere forzosamente decisione giudiziale
La soddisfazione di quel diritto se chiesta
L’obbligato non adempie spontaneamente.
IPOTESI PARTICOLARI DI CONDANNA

CONDANNA CONDANNA CONDANNA CON CONDANNA IN


GENERICA PROVVISIONALE RISERVA DI ECCEZIONI FUTURO

1. CONDANNA GENERICA – di regola nel pronunciare la condanna il giudice deve determinare l’oggetto
della prestazione cui il debitore è tenuto, ma all’ART.278 COMMA 1 è prevista un’eccezione. Essa ha ad
oggetto la domanda di condanna al pagamento di una somma quando nel corso del giudizio risulti
accertata la sussistenza del diritto (l’an della prestazione) ma ancora controversa la quantità della
prestazione (il quantum). In questo caso, su istanza di parte, il giudice può limitarsi a pronunciare con
sentenza la condanna generica alla prestazione, disponendo con ordinanza che il processo prosegua per la
liquidazione.
La sentenza si dice di condanna ma non ha contenuto propriamente condannatorio, mancando la
liquidazione della somma dovuta: è una sentenza dichiarativa che non costituisce titolo esecutivo. Questa
sentenza però produce altri vantaggi: costituisce titolo per l’iscrizione di ipoteca giudiziale sui beni del
debitore (ART.2818) + consente di trasformare in prescrizione ordinaria il termine breve di prescrizione
a cui eventualmente sia assoggettato il diritto accertato in sentenza. Tale pronuncia, infine, non esclude
che la successiva sentenza sul quantum accerti come pari a 0 la prestazione realmente dovuta e
vanifichi gli effetti della 1° sentenza.
2. CONDANNA PROVVISIONALE – può accadere che, con la stessa sentenza di condanna generica e su
istanza di parte, il giudice condanni il debitore al pagamento di una provvisionale nei limiti della quantità
per cui ritiene già raggiunta la prova (ART.278 COMMA 2). La condanna nei limiti della
provvisionale è specifica.
3. CONDANNA CON RISERVA DI ECCEZIONI – raramente il legislatore prevede che, di fronte a date
eccezioni del convenuto che non si prestano ad una prima risoluzione, il giudice possa scindere l’oggetto
della sua cognizione e decidere senza tener conto di queste eccezioni che verranno poi esaminate in una
fase successiva del giudizio. Quindi è una vera condanna ma basata su un accertamento incompleto
(è sommaria) ed è inoltre provvisoria e caducabile in relazione alle successive fasi del processo.
4. CONDANNA IN FUTURO – di regola la sentenza presuppone una lesione attuale del diritto, quindi che
l’inadempimento si sia già verificato. Tuttavia in alcune ipotesi sono ammesse azioni volte ad ottenere
una condanna destinata ad operare in futuro quando si verifica un inadempimento (mantenimento,
alimenti). Per l’attore vi è un duplice vantaggio dato dall’esistenza di un tit. esecutivo con efficacia
dissuasiva dall’inadempimento del debitore + se si verifica l’inadempimento il creditore non ha bisogno
di altro tempo per accedere al processo.

[2] TUTELA ESECUTIVA


È logicamente successiva a quella cognitiva** (in particolare di condanna) in quanto, ottenuto l’accertamento del
diritto ed eventuale condanna dell’obbligato, l’ordinamento pone a disposizione del titolare del diritto un apposito
processo ( PROCESSO ESECUTIVO) per ottenerne coattivamente la soddisfazione in caso di mancata
collaborazione.

Essa presuppone il possesso di un titolo esecutivo. ART. 474cpc riconosce 3 categorie di titoli
giudiziali/stragiudiziali ma non contiene un’elencazione esaustiva.

[ESEMPIO] ottenuta la sentenza di condanna al pagamento della somma X a favore di Tizio ed in danno di Caio, o quest’ultimo adempie
spontaneamente oppure Tizio potrò iniziare l’ESPROPRIAZIONE FORZATA per ottenere coattivamente la somma.

** la consequenzialità non è assoluta: può accadere che si inizi l’esecuzione forzata in forza di un titolo esecutivo stragiudiziale.

[3] TUTELA CAUTELARE


Essa consiste nella possibilità di tutelare provvisoriamente il diritto per il quale si è agito in sede cognitiva, in
attesa di ottenere la sentenza che riconosca definitivamente quel diritto. È una tutela STRUMENTALE e
PROVVISORIA.

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GARANZIE COSTITUZIONALI DEL PROCESSO CIVILE
 DIRITTO DI AZIONE E DI DIFESA – ARTT. 3-24 COST.
La norma cardine delle garanzie costituzionali in generale è l’ART.3 che di regola è affiancata dall’ART.24
(anche se questo collegamento era più frequente prima dell’entrata in funzione dei principi del giusto processo
all’ART.111). L’ART.3 esprime il p. uguaglianza che va inteso nel duplice senso di ragionevolezza, oltre che di
uguaglianza sostanziale = la legge processuale non deve creare disparità di trattamento tra parti e situazioni
processualmente uguali.

EX ART. 24 “tutti (in condizioni di parità) possono agire (comma 1) e resistere (comma 2) nel processo.” Tale
art. sancisce che non devono esistere meccanismi processuali che favoriscono una parte piuttosto che un’altra o
che limitano il diritto di azione e di difesa solo a taluni profili e secondo certe facoltà ( P.
CONTRADDITTORIO).

 GARANZIA DEL GIUDICE NATURALE – ART. 25 COMMA 1 COST.


“Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge”. Tale principio prescrive che il giudice
competente deve essere individuato con criteri stabiliti dalla legge e esistenti anteriormente al fatto da
giudicare , escludendo quindi che la determinazione del giudice possa avvenire ex post (dopo la presentazione
della causa con iscrizione a ruolo). Inoltre, incardinata la causa davanti al giudice, questa non può più essergli
sottratta.

 PRINCIPIO DEL GIUSTO PROCESSO – ART. 111 COST.


Il comma 1 sancisce che la giurisdizione si attua mediante giusto processo regolato dalla legge. Quindi il
processo per essere giusto deve essere regolato dalla legge ( RISERVA DI LEGGE).
Il comma 2 definisce giusto il processo che si svolge: a) in contraddittorio delle parti; b) in condizioni di parità;
c) davanti a giudice terzo ed imparziale. Chiude stabilendo che la legge assicura al processo la ragionevole
durata ed a tutela di ciò vi è il diritto ad un’equa riparazione.
Il comma 6 prevede che tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati. L’esigenza di motivare i provv.
Giurisdizionali ha un duplice scopo: 1) ENDOPROCESSUALE – quando la motivazione deve consentire a chi si voglia dolere
(attraverso l’impugnazione) del provvedimento (  il soccombente) di individuare l’iter logico giuridico seguito dal giudice
per la sua emanazione; 2) EXTRAPROCESSUALE – quando essa punta a rendere accessibile a tutti tale iter logico per dare
trasparenza e serietà alla decisione (ed in questo rispecchia il carattere pubblicistico dell’att. giudiziaria).
Il comma 7 prevede la garanzia del controllo di legittimità = contro le sentenze ed i provvedimenti sulla libertà
personale è sempre ammesso il ricorso in Cassazione per violazione di legge. Nel tempo questa norma è stata
interpretata estensivamente: il ricorso è sempre ammesso, non solo contro i provvedimenti aventi la forma di
sentenza, ma anche contro quelli emessi in forma di ordinanza/decreto purché caratterizzati da decisorietà
(idoneità a vincolare/decidere sui diritti) e definitività (mancanza nell’ordinamento di altro rimedio
impugnatorio).
Nasce così la nozione di SENTENZA IN SENSO SOSTANZIALE (provvedimento formalmente diverso dalla
sentenza ma ad essa equiparato nella sostanza) e di RICORSO STRAORDINARIO IN CASSAZIONE (rimedio
ammesso in virtù dell’ART.111 COMMA 7 COST.)

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LA DOMANDA E LE DIFESE DEL CONVENUTO
FATTI NEL PROCESSO: TIPOLOGIE E INTRODUZIONE
Per quanto riguarda i fatti distinguiamo
1. FATTI PRINCIPALI – tutti quelli fondamentali per accertare l’esistenza/inesistenza del diritto
dedotto in giudizio che in quanto tali condizionano in positivo/negativo la fondatezza della domanda.
Essi a loro volta si distinguono in:
a. F. COSTITUTIVI – ne viene fatta dipendere la nascita del diritto dedotto in giudizio;
b. F. IMPEDITIVI – paralizzano l’efficacia dei precedenti, impedendo la nascita del diritto;
c. F. ESTINTITI – idonei a determinare l’estinzione di un diritto anteriormente nato;
d. F. MODIFICATIVI – modificano il diritto già sorto
Il loro ruolo è diverso a seconda se la domanda viene ACCOLTA o RIGETTATA: per accogliere la domanda, il giudice dovrà
verificare sia la sussistenza di quelli costitutivi sia l’insussistenza degli altri; invece per arrivare al rigetto basterà accertare
l’inesistenza di qualcuno di quelli costitutivi o l’esistenza degli altri.

2. FATTI SECONDARI – rilevano solo in via indiretta circa l’esistenza/inesistenza del diritto
dedotto in giudizio.

Per quanto riguarda l’introduzione dei fatti nel processo, innanzitutto al giudice è vietato l’utilizzo della
scienza privata = far uso di un’eventuale sua conoscenza dei fatti rilevanti per la causa. Per il resto poi, i FATTI
PRINCIPALI devono essere introdotti nel processo di regola dalle parti che vi provvedono con domanda
(f.costitutivi) o con eccezione (altri). Questo principio subisce un ridimensionamento per quanto riguarda i fatti
non costitutivi che possono essere rilevati dal giudice d’ufficio in quanto egli ha la possibilità di tener conto di tutto
ciò che comunque risulta dagli atti della causa. Invece per quanto riguarda i FATTI SECONDARI, il giudice può
utilizzare d’ufficio tutto ciò che sia stato acquisito al processo e che quindi risulti dagli atti della causa.

DOMANDA GIUDIZIALE
Salvo i casi in cui la legge attribuisce il potere al PM, alla tutela giurisdizionale dei diritti provvede l’autorità
giudiziaria su domanda di parte (ART.2907cc) e tale regola trova conferma nell’ART.99cpc secondo cui chi
vuol far valere un diritto in giudizio deve proporre domanda al giudice competente. Emerge quindi che la
domanda è l’atto di parte con cui si fa valere un diritto = si chiede al giudice un provvedimento a tutela
di una data sgs.

Riflesso di tale principio è quello della CORRISPONDENZA TRA CHIESTO E PRONUNCIATO secondo cui il
giudice deve pronunciare su tutta la domanda e non oltre i limiti di essa (ART.112). Di conseguenza è
considerata viziata sia la sentenza che decide solo su una parte della domanda (OMESSA PRONUNCIA) sia quella
che va oltre la domanda (ULTRA PETITA).

Sono elementi identificativi della domanda:


1) SOGGETTI;
2) OGGETTO – a) PETITUM IMMEDIATO: provvedimento richiesto al giudice (mero accertamento, condanna a
fare/dare); b) PETITUM MEDIATO: bene giuridico concretamente perseguito dall’attore (somma denaro);
3) CAUSA PETENDI – diritto/status in forza del quale viene rivendicato il bene giuridico di cui al petitum. Quindi
consiste nella compiuta esposizione di fatti/elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda, con la
conseguenza che ad ogni variazione di tali fatti deve conseguire una nuova domanda.

Nel processo è esclusa la MUTATIO LIBELLI = proposizione di domande nuove o radicale trasformazione di quelle
originarie, ma è concessa l’EMENDATIO LIBELLI a date condizioni ed entro certi limiti. Le variazioni possono
quindi riguardare:
o SOGGETTI – è difficile ipotizzare che non incidano sulla domanda, però può accadere che l’attore/convenuto
indicati in modo inesatto o incompleto  nullità sanabile.
o OGGETTO – c’è rigidità verso il petitum mediato e flessibilità verso quello immediato.
o CAUSA PETENDI – si ha totale mutamento quando vengono dedotti in corso di causa fatti costitutivi nuovi o
diversi da quelli originariamente allegati, mentre si ha semplice modifica se i fatti hanno subito cambiamenti
marginali.

ECCEZIONI E DIFESE DEL CONVENUTO


Di fronte alla domanda il convenuto può difendersi in vario modo scegliendo tra:
1. MERE DIFESE – contestando i fatti allegati dall’attore o la sua ricostruzione giuridica. Qui non allega
fatti nuovi e quindi la causa non si arricchisce di nuovi elementi ma solo della prova contraria dei fatti
allegati dall’attore.
2. ECCEZIONI – allegando nuovi fatti volti a paralizzare la domanda dell’attore. Qui aumenta la materia del
contendere ma non l’oggetto del processo. Qui possiamo ulteriormente distinguere:
a. E. PROCESSUALI con le quali si contestano vizi di natura processuale.
b. E. DI MERITO con le quali si contesta la domanda nel merito allegando fatti
modificativi/estintivi/impeditivi con l’intento di paralizzare quelli costitutivi a fondamento della
domanda.
Bisogna poi ulteriormente distinguere tra E. IN SENSO STRETTO ed E. IN SENSO LATO: le prime sono riservate
solo alla parte (la quale solleva l’eccezione proponendola in giudizio) mentre le seconde possono essere
rilevate d’ufficio.
3. DOMANDA RICONVENZIONALE – qui il convenuto non si limita a contrapporre eccezioni ma propone
a sua volta una domanda. Il processo diventa da semplice ad oggettivamente cumulato e si aggiunge
anche il cumulo soggettivo quando la domanda non è rivolta al convenuto bensì al terzo.

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GIUDICE ED UFFICI GIUDIZIARI
ART.102 COST. stabilisce che la funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati ex lege e vieta
l’istituzione di giudici straordinari o speciali, consentendo invece di istituire sez. specializzate per date materie.
Regola alla base della disciplina degli organi giudiziari è ancora quella del r.d. 12/1941 che attribuisce
l’amministrazione della giustizia in materie civili/penali a:
1. GIUDICE DI PACE;
Egli è un giudice onorario che ha sostituito il vecchio conciliatore e, per quanto riguarda le diversità, l’ufficio del giudice di
pace ha diffusione minore sul territorio ed è richiesta la laurea in giurisprudenza e previsto compenso. Ha competenza civile
in 1° grado circa le cause di minore importanza (< €1.100) e la decisione è pronunciata di regola secondo equità invece che
secondo diritto EX ART.113 COMMA 2. È però prevista un’eccezione per le cause derivanti da rapporti giuridici relativi a
contratti conclusi secondo le modalità di cui all’ART.1342cc  contratti di massa conclusi mediante sottoscrizione di
moduli/formulari per evitare disparità di trattamento.
2. TRIBUNALE ORDINARIO;
Dopo la soppressione delle preture il tribunale è l’unico giudice togato competente in 1°grado. È sempre stato un organo
collegiale ma il cod.1940 ha attenuato questa collegialità con l’introduzione della figura del giudice istruttore. Poi la
riforma ’90-98 l’ha trasformato in organo monocratico che giudica in composizione collegiale (3 magistrati) nei soli casi
previsti dalla legge. Dal pdv organizzativo, il tribunale è diretto dal presidente e può essere costituito in +sezioni, ciascuna
delle quali è designata a trattare affari civili/penali/giudizi in grado di appello/controversie in materia di lavoro e
previdenza e ass. obbligatoria.
3. CORTE D’APPELLO;
Giudice collegiale (3 magistrati) con competenza in cause d’appello contro le sentenze del tribunale, fatte salve le ipotesi
eccezionali in cui investita di competenza in unico grado. Anch’essa può essere costituita in +sezioni, una delle quali
incaricata della sola trattazione delle controversie in materia di lavoro e previdenza ed un’altra per i minorenni.
4. CASSAZIONE;
Ha giurisdizione sull’intero territorio nazionale e deve assicurare, quale organo supremo della giustizia, l’esatta osservazione
e l’uniforme interpretazione della legge e l’unità del diritto oggettivo nazionale. La funzione fondamentale è quella di
nomofilachia  garantire osservanza e corretta applicazione del d.oggettivo da parte del giudice di merito.
5. TRIBUNALE MINORENNI;
6. MAGISTRATO SORVEGLIANZA;
7. TRIBUNALE SORVEGLIANZA.

Tra giudici speciali invece;


1. TAR;
2. COMMISSIONI TRIBUTARIE;
3. TRIBUNALE SUPERIORE DELLE ACQUE PUBBLICHE;
4. COMMISSARI LIQUIDATORI DEGLI USI CIVILI.
Invece le sezioni specializzate non sono organi autonomi, bensì articolazioni interne di quelli ordinari con specifica
competenza:
1. SEZIONI AGRARIE;
2. TRIBUNALI REGIONALI DELLE ACQUE PUBBLICHE;
3. TRIBUNALE DELLE IMPRESE.

GARANZIE COSTITUZIONALI DELL’ORD. GIUDIZIARIO


ART.101 COMMA 2 – i giudici sono soggetti solo alla legge;
ARTT.104-105 – la magistratura è un ordinamento autonomo e indipendente da altri poteri;
ART.106 – le nomine dei magistrati avvengono per concorso ma è possibile la nomina elettiva di magistrati onorari;
ART.107 COMMA 1 – garantisce l’inamovibilità dei magistrati riservando ogni decisione al CSM;
ART.108 COMMA 1 – pone la riserva di legge per le norme sull’ordinamento giudiziario e su ogni magistratura

CANCELLIERE
Rappresenta il collegamento litigante – organo giurisdizionale visto che tutte le istanze che le parti rivolgono al giudice
vanno depositate in cancelleria, così come i documenti prodotti in giudizio ed i provvedimenti resi dal giudice. Egli ha
funzione di documentazione ed assiste il giudice in tutti gli atti dei quali deve essere formato processo verbale. Inoltre, in
tutti i casi in cui il giudice deve provvedere per iscritto, è previsto che sia il cancelliere a stendere la scrittura e ad apporre
la sottoscrizione dopo quella del giudice. Inoltre per le sentenze non si limita a ciò, ma ha anche responsabilità di
pubblicazione.
Ulteriori compiti: iscrizione a ruolo della causa e adempimenti ad essa conseguenti (formazione del fascicolo d’ufficio);
rilascio di copie/estratti autentici di documenti; conservazione del fascicolo d’ufficio della causa e di quello delle parti;
esecuzione delle comunicazioni e notificazioni prescritte dalla legge/giudice; ricezione depositi giudiziari.
EX ART.60 è civilmente responsabile: 1) se rifiuta senza giustificato motivo di compiere un atto; 2) se non lo compie nel
tempo fissato; 3) se ha compiuto un atto nullo con dolo o colpa grave.

UFFICIALE GIUDIZIARIO
EX ART.137 ha rilevanti funzioni nell’esecuzione forzata di cui è protagonista e altrettanto importanti sono le attribuzioni in
materia di notificazione. Tuttavia le sue funzioni incontrano limiti territoriali perché può svolgere atti del proprio
ministero nell’ambito del mandamento dove ha sede l’ufficio al quale addetto. Unica deroga prevista per l’esecuzione della
notificazione a mezzo posta. Per la responsabilità civile vale sempre l’ART.60.

CONSULENTE TECNICO E ALTRI AUSILIARI


A. CONSULENTE TECNICO – persona con particolare competenza tecnica della cui collaborazione il giudice può
avvalersi per compiere singoli atti/tutto il processo, scegliendo tra quelle iscritte in appositi albi presso ogni
tribunale;
B. CUSTODE – persona fisica o ente cui può essere affidata la conservazione e l’amministrazione dei beni sequestrati o
pignorati;
C. ESPERTI – giudice/cancelliere/u.g. possono farsi assistere da esperti in una data arte/professione ed in genere da
una persona idonea al compimento di atti che egli non può compiere da solo. Il C.T. fornisce nozioni specialistiche,
questi ausiliari invece svolgono att. materiali. Anch’essi hanno diritto a compenso ma, a differenza del c.t., non
sono tenuti ad accettare l’incarico.
D. NOTAIO – compie dati atti nei casi stabiliti dalla legge: vendita con incanto di beni immobili/mobili registrati.
Riforma 2005 ha esteso questa funzione ad avvocati/commercialisti iscritti in elenchi.

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GIURISDIZIONE
Per individuare il giudice al quale proporre la domanda, bisogna procedere per gradi: prima bisogna
individuare il giudice dotato di potere giurisdizionale (ammesso che ve ne sia uno nello stato italiano)  regole di
giurisdizione; e poi individuare il giudice a cui rivolgere la domanda  regole di competenza.

Per quanto riguarda le regole di giurisdizione, i limiti della giurisdizione italiana si muovono in 3 direzioni:
 RISPETTO ALLA GIURISDIZIONE DEI GIUDICI STRANIERI – limite esterno – questi confini sono
delineati non dalle norme del cpc quanto dalla disciplina del d.internazionale privato (l.218/1995)
quale regola generale e dal Regolam. Comunitario 44/2001/CE con riferimento alla giurisdizione con
gli altri paesi europei.
Criterio generale per la definizione dei confini della giurisdizione italiana è quello del domicilio o della
residenza in Italia del convenuto (non più della cittadinanza). La giurisdizione italiana è però in ogni caso
derogabile: è prorogabile (estendibile a suo favore) e derogabile (escludibile a favore di altri giudici stranieri). Ciò
avviene:
1) AL DI FUORI DELLO SPAZIO GIUDIZIARIO EUROPEO || PROROGABILE se le parti hanno
convenzionalmente accettato la giurisdizione italiana e l’accettazione è provata per iscritto o comunque il
convenuto si costituisce in giudizio senza eccepire difetto di giurisdizione nel 1° atto difensivo;
DEROGABILE se la deroga è provata per iscritto e verte su diritti disponibili.
2) ALL’INTERNO DELLO SPAZIO EUROPEO || anche qui prevista la forma scritta dell’eventuale accordo.
 RISPETTO AGLI ALTRI POTERI DELLO STATO – limite esterno – quello tra giudice ordinario e PA che si
verifica quando si chiede al giudice di pronunciare un provvedimento che nessuna autorità
giurisdizionale ha potere di rendere, trattandosi di att. riservata alla PA.  DIFETTO DI
ATTRIBUZIONE: quando si domanda al giudice di emettere provv. Amministrativi o di emanare atti
politici. Invece si parla di DIFETTO ASSOLUTO DI GIURSDIZIONE quando manca nello stato italiano un
giudice dotato di potere.
 RISPETTO ALLE GIURISDIZIONI SPECIALI – limite interno – questo limite definisce i confini della
giurisdizione ordinaria rispetto a quelle speciali.

DIFETTO DI GIURISDIZIONE
L’esistenza di un qualsiasi vizio attinente al processo è denunciabile mediante la proposizione di un’eccezione.
Con riferimento alla giurisdizione, il difetto assoluto del giudice ordinario nei confronti della PA o dei giudici
speciali è rilevato, anche d’ufficio, in ogni stato e grado del processo EX ART.37.
La Cassazione del 2008 ha stabilito che ciò vale finché il giudice non abbia pronunciato la sentenza di 1° grado.
Con la sentenza il giudice – pronunciando sul merito – implicitamente decide anche sulla giurisdizione
ritenendola sussistente. Dopo la sentenza di 1° grado si può riproporre la questione solo con impugnazione della
sentenza stessa che implicitamente ha deciso sulla giurisdizione.

EX ART.11 l.218/1995 il difetto di giurisdizione nei confronti dei giudici stranieri può essere rilevato, in
qualunque stato e grado, soltanto dal convenuto costituito che non abbia espressamente o tacitamente accettato
la giurisdizione italiana. È invece rilevato d’ufficio dal giudice se:
1) Il convenuto è contumace (non costituito);
2) Si tratta di azione reale avente ad oggetto beni immobili situati all’estero;
3) La giurisdizione italiana è esclusa per effetto di una norma internazionale.

REGOLAMENTO DI GIURISDIZIONE
Visto che le questioni di giurisdizione condizionano la validità del successivo svolgimento del processo, il
legislatore ha previsto un istituto volto alla rapida e preventiva soluzione di queste questioni da parte della
Cassazione a S.U.  REGOLAMENTO DI GIURISDIZIONE ex ART. 41.
Secondo questo istituto entrambe le parti possono – con ricorso - sottoporre alla Cassazione a S.U. le questioni
di giurisdizione ex ART-37. Non si tratta di un mezzo di impugnazione perché non presuppone una pronuncia,
bensì di una contestazione sulla giurisdizione.

La legge vuole consentire che la pronuncia dell’organo supremo avvenga subito, senza aspettare la pronuncia
del giudice adito, ed è per questo che la stessa norma ha previsto – per esercitare questa facoltà – che essa è
esercitabile finché la causa non decisa nel merito in primo grado.

L’istanza di regolamento non apre un nuovo grado di giudizio, bensì apre una parentesi che si inserisce
nell’ambito del giudizio di primo grado. Chiusa la parentesi, il giudizio prosegue e la pronuncia di giurisdizione
appartiene alla sentenza di 1° grado anche se questa parte della sentenza non è impugnabile.

La pronuncia della Cassazione avviene con ordinanza e produce gli effetti di cui all’ART.367 (il giudice davanti
a cui pende la causa sospende il processo con ordinanza se non ritiene l’istanza manifestamente inammissibile o la
contestazione della giurisdizione manifestamente infondata). Se si dichiara la sospensione del processo e la
Cassazione dichiara la giurisdizione del giudice ordinario, la causa va riassunta nel termine di 6 mesi dalla
comunicazione della sentenza.

!!! l’istanza di regolamento rappresenta una facoltà per le parti: se non viene esercitata il processo prosegue normalmente
e la pronuncia sulla giurisdizione avviene secondo regole ordinarie.
TRANSLATIO IUDICII TRA GIUDICI ORDINARI E GIUDICI SPECIALI
Prima della l.69/2009 il sistema non prevedeva per il difetto di giurisdizione un meccanismo analogo a quello
previsto per la competenza, successivamente invece è strato introdotto ed è volto a consentire la proseguibilità
del giudizio con passaggio dall’uno all’altro giudice.
In origine il regolamento di giurisdizione veniva usato non di rado per scopi dilatatori, cioè per ottenere una
sospensione obbligatoria ed incondizionata. Con la T.I. non è più necessario riproporre la causa ex novo ma
basta riassumerla in termini per far salvi gli effetti sostanziali e processuali.

Nella sentenza che dichiara il difetto di giurisdizione il giudice deve indicare il giudice nazionale che ritiene
munito di giurisdizione (se esiste, ovvero se la carenza di giurisdizione non è assoluta o non si manifesta in
favore di un giudice straniero). SE ENTRO 3 MESI dal passaggio in giudicato della pronuncia declinatoria di
giurisdizione la domanda riproposta al giudice in essa indicato, si ha continuazione del processo davanti al
nuovo giudice. EX ART.59 COMMA 2 l.69/2009 son fatti salvi gli effetti sostanziali e processuali che la
domanda avrebbe prodotto se il giudice avente la giurisdizione fosse stato adito fin dall’instaurazione del 1°
giudizio. Restano però salve preclusioni e decadenze, quindi la domanda non parte da zero. Le prove raccolte
davanti al giudice privo di giurisdizione potranno essere valutate dal nuovo giudice. SE NON RISPETTATO IL
TERMINE il processo non può proseguire davanti al nuovo giudice  estinzione del processo che impedisce la
conservazione degli effetti sostanziali e processuali della domanda.

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COMPETENZA
Il giudice dopo aver stabilito se ha giurisdizione deve stabilire se è competente. La competenza indica la
frazione di giurisdizione che concretamente spetta ad un dato giudice rispetto ad una certa causa. Ecco quindi che
si presenta come il presupposto processuale per l’emanazione del provvedimento finale.

Abbiamo 3 criteri di competenza:


1) MATERIA – 2) VALORE  combinandoli, stabiliscono in senso verticale il giudice ordinario
competente (giudice di pace o tribunale)
1) TERRITORIO  opera in senso orizzontale perché riguarda i vari uffici giudiziari dello stesso tipo sul
territorio nazionale e spesso si individuano i vari fori concorrenti tra i quali l’attore può scegliere.

COMPETENZA PER VALORE


Il valore si determina dalla domanda e per questo le domande proposte nello stesso processo dalla stessa parte vs
una unica parte si sommano tra loro. Al capitale inoltre si aggiungono gli interessi scaduti, le spese ed i danni
anteriori alla proposizione della domanda (ART.10)  P. DEL CUMULO.
- SOMME DI DENARO e BENI MOBILI: il valore si determina in base alla somma/valore dichiarato dall’attore (in
assenza la causa è di competenza del giudice adito) ma il convenuto può contestare il valore solo nella 1° difesa ed
in questo caso il giudice decide solo sulla competenza.
- BENI IMMOBILI: il valore si basa sul valore catastale ma al disposizione all’ART.15 ha scarso significato perché
la competenza sui diritti reali aventi ad oggetto b.immobili spetta in via esclusiva al tribunale.

COMPETENZA PER TERRITORIO


Per individuare il giudice territorialmente competente esistono:
 FORI GENERALI
1. PERSONE FISICHE – è competente il giudice del luogo in cui il convenuto ha la residenza/domicilio e, se
questi sconosciuti, quello del luogo in cui il convenuto ha la dimora. Se nessuno di questi applicabili, è
competente il giudice del luogo in cui risiede l’attore (ART.18).
2. PERSONE GIURIDICE – è competente il giudice del luogo in cui la p.g. ha la sede o lo stabilimento ed un
rappresentante autorizzato a stare in giudizio per l’oggetto della domanda (ART.19 COMMA 1). Al
COMMA 2 si precisa che le società senza personalità giuridica/associazioni non riconosciute/comitati
hanno la sede dove svolgono attività in modo continuativo.
 FORI SPECIALI che operano per determinate controversie. Al loro interno a si distinguono:
a. FORI FACOLTATIVI – quelli in cui il foro speciale concorre con quello generale;
b. FORI ESCLUSIVI – quelli che derogano ai fori generali senza ammettere alternative (FORO ERARIALE).
DEROGABILITA’ DELLE REGOLE DI COMPETENZA
EX ART.6 la competenza non può essere derogata per accordo delle parti, salvo che nei casi stabiliti dalla legge. Il
principio generale è quindi di inderogabilità ma si ammettono delle eccezioni, per lo più riferite alla
competenza territoriale. A tal proposito l’ART.28, nell’ammettere come regola generale la derogabilità della
competenza per territorio su accordo delle parti, ne esclude la possibilità nelle seguenti materie: per le cause in
cui è obbligatorio l’intervento del pm; in quelle di esecuzione forzata e nelle relative opposizioni; nei procedimenti
cautelari e possessori; nei procedimenti in camera di consiglio; in ogni altro caso in cui inderogabilità disposta
espressamente dalla legge (vd. controversie di lavoro).

REGIME DI INCOMPETENZA
ART.38 distingue tra rilievo dell’incompetenza
 AD OPERA DEL CONVENUTO – l’eccezione di incompetenza va sollevata, a pena di decadenza, qualunque
sia il criterio violato, nella comparsa di risposta tempestivamente depositata; cioè nel suo 1° atto difensivo
e rispettando il termine di costituzione in giudizio. Inoltre per l’incompetenza per territorio il convenuto
non può limitarsi ad eccepire l’incompetenza ma deve sempre indicare l’u.g. che ritiene competente,
altrimenti si ha come non formulata.
 D’UFFICIO – consentito non oltre l’udienza di cui all’ART.183 (1° udienza di trattazione). Dopo questo
termine il vizio è sanato ed irrilevante. L’incompetenza però non deve derivare dalla violazione dei
criteri territoriali derogabili perché questa violazione è deducibile dal solo convenuto.

Questo sistema non esclude che il convenuto, pur non avendo tempestivamente eccepito l’incompetenza nella
propria comparsa di risposta, sollevi materialmente la questione d’incompetenza alla 1° udienza sollecitando il
giudice a rilevarla d’ufficio. Se il giudice non raccoglie la sollecitazione o ritiene di essere competente, il convenuto
non potrà far valere l’incompetenza con le impugnazioni.

PRONUNCIA DECLINATORIA DELLA COMPETENZA


La decisione sulla competenza può essere:
1. DICHIARATIVA – afferma la competenza del giudice adito;
2. DECLINATORIA – dichiara l’incompetenza del giudice adito
In entrambi i casi il provvedimento è impugnabile con le impugnazioni ordinarie se ha contestualmente
deciso il merito della causa; mentre se ha deciso solo la competenza si ricorre al regolamento di competenza.

Il codice 1940 esclude che il giudizio termini con una pronuncia di incompetenza e che l’attore sia quindi
costretto a riproporre la domanda ex novo davanti al giudice competente. Ecco allora che intervengono 2
espedienti:
1. Viene consentita la continuazione del processo davanti al giudice ad quem (quello competente) –
infatti ART.50 afferma che se la causa, dopo la pronuncia di incompetenza, è tempestivamente
riassunta davanti al giudice competente, essa continua davanti al nuovo giudice. Ciò permette di
conservare gli effetti della domanda originaria e rispecchia le esigenze di economia processuale.
2. Viene fatto divieto a tale giudice di dichiararsi a sua volta incompetente e spogliarsi della causa
perché, se la pronuncia non viene impugnata dall’attore tramite l’istanza di regolamento, essa diviene
incontestabile tante nell’incompetenza del giudice dal quale proviene quanto nella competenza di
quello in essa indicato. Tutto ciò purché la causa sia riassunta nei termini indicati all’ART.50 e purché
non si tratti di competenza per materia o territorio inderogabile.

PERPETUATIO IURISDICTIONIS
Regola fondamentale – per individuare sia la giurisdizione sia la competenza – è quella secondo cui sia l’una sia
l’altra si determinano con riguardo alla legge vigente ed allo stato di fatto esistente al momento di proposizione
della domanda e non hanno rilevanza rispetto ad esse i successivi mutamenti della legge e dello stato medesimo
(ART.5 cpc).

Una volta incardinato il processo, qualsiasi mutamento successivo (trasferimento di residenza/domicilio,


mutamento di norme che definiscono le materie riservate alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo)
non è idoneo a provocare difetto di giurisdizione o di competenza.
Tutto ciò sia per evitare che la durata del processo si risolva in danno dell’attore che ha ragione sia perché
risponde al principio costituzionale secondo cui nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito
per legge (ART.25 COMMA 1 COST.)
Le sole ipotesi in cui inapplicabile l’ART.5 sono quelle che si traducono nell’immediata soppressione dell’u.g.
presso il quale pende la causa oppure che derivano dalla dichiarazione di incostituzionalità di una delle norme
distributive della giurisdizione/competenza. Stesso discorso riguarda le variazioni circa la domanda stessa: il
mutamento della domanda originaria, al pari della proposizione di domande nuove in corso di causa, implica il
sopravvenire del difetto di giurisdizione/competenza.

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ASTENSIONE, RICUSAZIONE, RESP. DEL GIUDICE
Una volta individuato l’ufficio giudiziario cui domandata la causa, occorre designare il giudice persona fisica
chiamato ad istruirla e poi a deciderla.
EX ART. 111 COMMA 2 COST. il giudice chiamato a decidere la causa deve essere terzo ed imparziale e
l’istituto volto ad assicurare il rispetto di queste garanzie è quello dell’ASTENSIONE e della RICUSAZIONE.

ASTENSIONE
Si ha quando il giudice si astiene dal decidere la causa per ragioni di incompatibilità e EX ART.51 essa può
essere:
 OBBLIGATORIA (COMMA 1)
1.Se ha interesse nella causa;
2.Se egli/moglie è parente fino al 4° grado o legato da vincoli di affiliazione; o è convivente o commensale
abituale di una delle parti/difensore;
3. Se egli/moglie ha causa pendente-grave inimicizia-rapporti di credito/debito con una delle parti/difensore;
4. Se ha dato consiglio o prestato patrocinio nella causa; o ha deposto in essa come testimone; o ne ha
conosciuto come magistrato in altro grado del processo; o come arbitro; o ha prestato assistenza come c.t;
5. Se è tutore/curatore/procuratore/agente/datore di una delle parti.
 FACOLTATIVA (COMMA 2) – in ogni caso in cui esistono gravi ragioni di convenienza. Qui il giudice non ha
l’obbligo di astenersi ma può richiedere l’autorizzazione a farlo al capo dell’ufficio.

RICUSAZIONE
EX ART.52 nei casi in cui è fatto obbligo al giudice di astenersi, ciascuna delle parti può proporre la ricusazione
mediante ricorso contenente i motivi ed i mezzi di prova. Il procedimento di ricusazione si introduce con ricorso
che deve contenere i motivi specifici ed i mezzi di prova e va depositato in cancelleria 2gg prima dell’udienza se
il ricusante conosce il nome dei giudici o prima della discussione della causa in caso contrario. L’istanza di
ricusazione sospende il processo e la decisione è resa con ordinanza non impugnabile (né ricorribile per
Cassazione.
L’ordinanza, se di accoglimento, contiene anche la sostituzione del giudice; se dichiarativa dell’inammissibilità
dell’istanza, contiene la liquidazione delle spese e può condannare la parte che l’ha proposta ad una pena
pecuniaria.

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PUBBLICO MINISTERO
Il pm ha una doppia anima: è tecnicamente una parte ed è funzionalmente un interprete degli interessi pubblici.
La sua azione si svolge con lo scopo di promuovere e controllare la tutela giurisdizionale quando sono messi in
rilievo interessi pubblici nell’ambito dell’amministrazione della giustizia.

Egli ha 3 ruoli nel processo civile:


1. PM ESERCITA L’AZIONE NEI CASI STABILITI DALLA LEGGE (ART.69) — qui il pm è attore. In questi
casi l’interesse pubblico alla situazione sostanziale e alla sua tutela è particolarmente intenso e quindi la
legge, per le ipotesi in cui il titolare rimanga inerte o non ci sia titolare diretto o le persone che lo facciano
valere, attribuisce al pm un potere autonomo di far valere quel diritto proponendo domanda e
compiendo i successivi atti processuali ( LEGITTIMAZIONE STRAORDINARIA).
2. PM “INTERVENIENTE NECESSARIO” (ART.70 COMMA 1) a pena di nullità rilevabile d’ufficio —
l’ordinamento si limita ad esigere che, una volta che la tutela sia chiesta dal titolare del diritto stesso, il
processo non possa svolgersi se non con la partecipazione del pm come tutore degli interessi pubblici.
Tecnicamente è una figura di litisconsorzio necessario, sanzionata da nullità e da attuarsi tramite
intervento. Per dare al pm la possibilità di intervenire, ART. 71 contempla l’obbligo del giudice di
trasmettere a lui gli atti del processo.
EX ART.70 casi tassativi sono: 1) cause matrimoniali e di separazione; 2) cause riguardanti lo stato e la
capacità delle persone; 3) cause di lavoro; 4) altre generiche cause previste dalla legge. EX COMMA 2 il
pm deve intervenire nei giudizi davanti alla Cassazione ma solo con esposizione orale delle sue
conclusioni maturate.
3. PM “INTERVENIENTE FACOLTATIVO” (ULTIMO COMMA ART.70) — il pm può intervenire in ogni
altra causa in cui ravvisa un pubblico interesse. Qui l’intervento è lasciato alla sua facoltà e se interviene
la sua posizione coinciderà con la precedente.

POTERI DEL PM
Il pm, che ha esercitato o avrebbe potuto esercitare l’azione, ha tutti i poteri della parte: potrà formulare
domande in maniera autonoma, proseguire il processo in contrasto con la volontà delle parti, proporre
impugnazione anche nell’inerzia delle parti (ART.72 COMMA 1).
Se il pm è solo interveniente, senza essere titolare di un’azione autonoma, può arrivare a conclusioni nei limiti
delle domande proposte dalle parti. Per questo motivo il pm dovrà concludere per l’accoglimento (totale o
parziale) o per il rigetto della domanda delle parti. Inoltre il pm non può proporre le impugnazioni
autonomamente AD ECCEZIONE CHE nelle cause che dichiarano l’efficacia /inefficacia di sentenze straniere
relative a cause matrimoniali, non contando però quelle di separazione personale dei coniugi  eccezione
introdotta per evitare che, soprattutto con la delibazione di sentenze straniere, potessero entrare nel nostro
ordinamento decisioni contrastanti con l’allora principio di indissolubilità del matrimonio.
Infine il pm è assoggettato alle disposizioni circa l’astensione, ma non a quelle circa la ricusazione.

LITISPENDENZA
Si ha litispendenza quando pendono contemporaneamente, davanti a giudici diversi, 2 o più cause identiche
nelle persone, nel petitum e nella causa petendi.
In questa ipotesi è competente il giudice adito per primo ( CRITERIO DELLA PREVENZIONE, ART.39
COMMA 1) avendo riguardo alla data di notificazione della citazione o di deposito del ricorso EX ART. 39
COMMA 3. Il giudice adito successivamente dichiara con ordinanza la litispendenza disponendo la
cancellazione della causa dal ruolo. Per determinare quale sia il giudice preventivamente e quello
successivamente adito, nei processi che si introducono con citazione si avrà riguardo alla notificazione; mentre
quelli che si introducono con ricorso al suo deposito in cancelleria.
Diversa è l’ipotesi all’ART.273, cioè quando due cause identiche pendono contemporaneamente davanti allo
stesso ufficio giudiziario. Qui il giudice, anche d’ufficio, ordina la riunione delle cause.

CONTINENZA
È una forma particolare di litispendenza in cui una delle azioni contiene l’altra per la maggiore ampiezza del
petitum, ferma la coincidenza di tutti gli altri elementi.
Qui la competenza spetta al primo giudice adito se esso è competente anche per la seconda causa, altrimenti è il
primo giudice a disporre la riassunzione davanti al secondo.

CONNESSIONE
ART.40 regola l’ipotesi di riunione davanti ad un solo giudice di + cause originariamente proposte davanti a
giudici diversi qualora esse siano connesse. Si vuole così favorire lo svolgimento del simultaneus processus.

La ratio è analoga a quella che giustifica la modifica delle norme sulla competenza per ragioni di connessione (ARTT.31ss) con la differenza
che in questo caso le più domande sono originariamente proposte davanti a giudici diversi e successivamente riunite a seguito di
riassunzione.

Qualora siano proposte davanti a giudici diversi più cause che, per ragioni di connessione, possono essere
decise in un solo processo, il giudice fissa con ordinanza alle parti un termine perentorio per la riassunzione
(ART.40 COMMA1). Lo spostamento avviene nel senso che la causa accessoria viene riassunta davanti al
giudice della causa principale; in tutti gli altri casi invece opera il criterio della prevenzione dell’ART.39
COMMA3.

La connessione è rilevabile anche d’ufficio ma non oltre la 1° udienza. Ed inoltre la rimessione non può essere
pronunciata quando lo stato della causa principale o preventivamente proposta non consente l’esauriente
trattazione e decisione delle cause connesse (ART.40 COMMA 2).
ART.40 COMMA 3-4-5 si occupa dell’ipotesi in cui le cause connesse vadano trattate con riti diversi. ART.40
COMMA 3 afferma che per regola generale PREVALE SEMPRE IL RITO ORDINARIO su quello speciale col quale
andrebbe trattata una delle cause connesse, salvo non si tratti di una causa di lavoro o previdenziale
(ARTT.409-442). Una precisazione: ART.40 COMMA 3 si applica solo nelle ipotesi di connessione forte
(ARTT.31-32-34-35-36) e non anche per il cumulo soggettivo di cui all’ART.33 (connessione debole).
Se le cause connesse sono assoggettate a DIVERSI RITI SPECIALI, prevale il rito previsto per la causa di maggior
valore (ART.40 COMMA 4).
ART.40 COMMA 6-7 si occupa dei casi in cui sussiste connessione tra cause di competenza del giudice di pace e
del tribunale. Se una causa di competenza del giudice di pace è connessa con una di competenza del tribunale e
la connessione è forte (ex ARTT.31-32-34-35-36) le relative domande possono essere proposte davanti al
tribunale affinché vengano decise nello stesso processo. Se invece sono già pendenti rispettivamente davanti al
giudice di pace e davanti al tribunale le cause connesse, il giudice di pace deve pronunciare anche d’ufficio la
connessione a favore del tribunale.

MODIFICHE DELLA COMPETENZA PER RAGIONI DI CONNESSIONE


 CAUSE ACCESSORIE – ART.31 – è accessoria la domanda che sia proposta subordinatamente ad
un’altra detta principale ed il cui accoglimento dipende dall’accoglimento di quest’ultima. Qui il vincolo
è talmente intenso da richiedere il s.p., quindi il legislatore prevede che ai fini della competenza
territoriale, la causa accessoria sia attratta presso il foro della domanda principale e che ai fini della
competenza per valore le domande si sommino tra loro.
 CAUSE DI GARANZIA – ART.32 – la legge prende in considerazione il fenomeno della garanzia propria
in cui, in virtù di una previsione di legge/rapporto contrattuale, un certo soggetto è obbligato a tenere
indenne un altro soggetto rispetto alle conseguenze di un dato accadimento. La legge invece non tiene
conto della garanzia impropria che si ha quando un obbligo non nasce dalla legge/contratto ma da una
semplice situazione di fatto che lega garante con garantito (vendite a catena).
Il legislatore consente che la domanda di garanzia venga proposta al giudice della causa principale
affinché sia decisa nello stesso processo. Però, quando la causa di garanzia eccede la competenza per
valore del giudice adito, quest’ultimo rimette entrambe le cause al giudice superiore assegnando alle
parti il termine perentorio per la riassunzione.
 CUMULO SOGGETTIVO – ART.33 – qualora siano proposte + cause da una sola parte contro +
persone. Se le cause sono connesse per l’oggetto o per il titolo esse possono essere proposte davanti al
giudice del luogo di residenza/domicilio di uno dei convenuti per essere decise nello stesso processo.
 ACCERTAMENTO INCIDENTALE – ART.34 – quando in pendenza di un processo questioni
pregiudiziali che vanno risolte dal giudice prima di decidere sulla domanda principale. EX ART.34 se
per legge o per esplicita domanda di una delle parti è necessario che il giudice decida con efficacia di
giudicato su una questione che appartiene alla competenza per materia/valore di un giudice superiore,
questo deve rimettere tutta la causa al giudice superiore assegnando alle parti un termine perentorio
per la riassunzione della causa.
La regola all’ART.34 non vale se il giudice originariamente adito ha sulla domanda principale una
competenza funzionale (per materia o per territorio inderogabile). In tale ipotesi i due processi
proseguono separatamente ed il giudice della causa principale dovrà disporre la sospensione del
processo fino all’esito del giudizio sulla questione pregiudiziale.
 ECCEZIONE DI COMPENSAZIONE – ART.35 – riguarda il caso in cui viene sollevata un’eccezione di
compensazione con riguardo al credito contestato che ecceda la competenza per valore del giudice
adito. Qui il legislatore prevede che, se la domanda principale è fondata su un titolo non controverso o
facilmente accertabile, il giudice può decidere subito sulla domanda principale e rimettere la questione
sull’eccezione al giudice superiore. In caso contrario il giudice superiore attrae presso di sé l’intera
causa.
 CAUSA RICONVENZIONALE – ART. 36 – il meccanismo è lo stesso del precedente e dell’accertamento
incidentale. Si ha d.r. allorché il convenuto non solo eccepisce un controcredito il cui valore eccede la
competenza del giudice adito ma chiede anche che il giudice condanni l’attore al pagamento della
differenza.

MODALITA’ DI REALIZZAZIONE DEL S.P.


 CAUSE SEPARATAMENTE PROPOSTE DAVANTI AD U.G. DIVERSI – è previsto che il giudice dichiari
la connessione con ordinanza fissando alle parti un termine perentorio per la riassunzione della causa
accessoria davanti al giudice della causa principale e negli altri casi davanti a quello preventivamente
adito. Ciò lascia intendere che a spogliarsi della causa debba essere rispettivamente il giudice della
causa accessoria nell’ipotesi dell’ART.31 e quello adito successivamente in tutti gli altri casi.
Inoltre davanti a tale giudice la connessione può essere eccepita da ciascuna delle parti o rilevata
d’ufficio solo entro la 1° udienza; e lo stesso giudice deve comunque rifiutare la dichiarazione di
connessione quando lo stato della domanda principale o preventivamente proposta non consentirebbe
l’esauriente trattazione e decisione delle cause connesse.
 CAUSE SEPARATAMENTE PROPOSTE DAVANTI ALLO STESSO U.G. – qui la fusione si realizza
semplicemente attraverso la loro riunione (è facoltativa: il giudice valuterà la convenienza o meno del
s.p.). Una disciplina speciale riguarda le materie del lavoro e della previdenza e assistenza obbligatorie,
nonché in generale le controversie davanti al giudice di pace per le quali il legislatore mostra maggiore
interesse per esigenze di economia processuale.
Infatti ART.151 disp.att. prevede una duplice deroga all’ART.274 stabilendo che la riunione è obbligatoria,
tranne quando rende troppo gravoso o ritarda eccessivamente il processo, quando le cause si trovano nella stessa
fase processuale + estendendo tale riunione alle cause connesse per identità delle questioni dalla cui risoluzione
dipende totalmente o parzialmente la decisione.

ARTT.103 COMMA 2 – 104 COMMA 2 attribuiscono al giudice il potere discrezionale di disporre la separazione
delle cause fino al momento trattate congiuntamente allorché le parti ne facciano istanza oppure anche d’ufficio
quando la continuazione della loro comunione ritarderebbe o renderebbe più gravoso il processo.

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PARTI E DIFENSORI
La parte è il soggetto che agisce nel processo in nome proprio e nei cui confronti pertanto si produrranno
senza’altro gli effetti – favorevoli o sfavorevoli – dei provvedimenti del giudice. Si parla quindi di PARTE IN SENSO
PROCESSUALE perché si tratta di una nozione interna al processo.
La qualità di parte può acquistarsi in vario modo:
- Per aver dato vita al processo con un atto introduttivo (ATTORE);
- Per essere stato destinatario di quest’ultimo (CONVENUTO);
- In conseguenza di un intervento volontario/coatto;
- Per essere succeduti a taluna delle parti originarie.

CAPACITA’ PROCESSUALE E RAPPRESENTANZA


Sono CAPACI DI ESSERE PARTE nel processo coloro che possono essere destinatari degli effetti di esso ( coloro
che hanno la capacità giuridica nel diritto civile), mentre sono CAPACI DI STARE IN GIUDIZIO le persone che hanno il
libero esercizio dei diritti che vi si fanno valere (ART.75 COMMA 1) (coincide con la capacità d’agire).

Se le persone fisiche mancano di questa capacità, esse possono stare in giudizio se rappresentate-assistite-
autorizzate (ART.75 COMMA 2) e questa è la RAPPRESENTANZA LEGALE. Una precisazione: la
rappresentanza riguarda i soggetti legalmente incapaci (minore, interdetto, fallito), l’autorizzazione consente
invece la rimozione di un ostacolo all’esercizio del potere processuale, l’assistenza riguarda i soggetti
limitatamente capaci di agire (minore emancipato, inabilitato).
Per le persone giuridiche invece la capacità di agire si esercita a mezzo di chi le rappresenta a norma della
legge o dello statuto (ART.75 COMMA 3) e questa è la RAPPRESENTANZA ORGANICA. Possono stare in
giudizio anche le associazioni non riconosciute o i comitati per mezzo delle persone che ricoprono la
funzione di presidente/direttore (ART.75 COMMA 4).
Quando manca la persona a cui spetta la rappresentanza o l’assistenza oppure quando vi è un conflitto di
interessi con il rappresentante, se ci sono ragioni di urgenza, per l’incapace-persona giuridica-associazione non
riconosciuta può essere nominato un CURATORE SPECIALE a cui è richiesto il compito di rappresentarli o
assisterli fintanto che non subentri colui a cui spetta la rappresentanza o l’assistenza (ART.78).
La nomina del curatore può essere chiesta dalla persona rappresentata/assistita, dai suoi prossimi congiunti, dal
rappresentante (in caso di conflitti di interesse), dal pm o da qualunque altra parte vi abbia interesse (ART.79).

Anche le persone con capacità d’agire possono conferire ad un altro soggetto – mediante atto volontario – il potere
di agire in loro nome e per loro conto ( RAPPRESENTANZA VOLONTARIA). In questo caso gli atti sono
compiuti dal rappresentante ma ricadono direttamente sul rappresentato. EX ART.77 questo potere va
conferito per iscritto, ad eccezione degli atti urgenti o delle misure cautelari.
LEGITTIMAZIONE AD AGIRE
Per regola generale, può far valere un diritto nel processo solo colui che se ne afferma titolare [
LEGITTIMAZIONE AD AGIRE – ART.81]. Suo corrispondente passivo è la LEGITTIMAZIONE A
CONTRADDIRE, riconosciuta a colui che l’attore afferma titolare del dovere corrispondente.
Lo stesso ART.81 ammette delle eccezioni alla regola generale: nei casi previsti dalla legge è possibile che colui
che agisce nel processo lo fa per far valere un diritto altrui (agisce in nome proprio ma per conto altrui) 
SOSTITUTO PROCESSUALE [azione surrogatoria EX ART.2900cc in cui il creditore esercita in giudizio i diritti e le
azioni che spettano al proprio debitore verso terzi].

Il sostituto processuale è parte ma non è titolare del diritto fatto valere, egli infatti agisce in nome proprio ma
per conto altrui. Si differenzia per questo aspetto dal rappresentante che invece agisce in nome e per conto
proprio.

INTERESSE AD AGIRE
ART.100 stabilisce che per proporre una domanda o per contraddire alla stessa è necessario avervi interesse [
INTERESSE AD AGIRE/CONTRADDIRE].

DIFETTO DI LEGITTIMAZIONE PROCESSUALE


ART.182 COMMA 2 stabilisce che il giudice, quando rileva un difetto di rappresentanza-autorizzazione-
assistenza, è tenuto ad assegnare alle parti un termine perentorio per la costituzione della persona alla quale
spetti la rappresentanza/assistenza o per il rilascio delle necessarie autorizzazioni.
Emerge quindi un difetto di legittimazione processuale sempre rilevabile d’ufficio ed è rimediabile con efficacia
retroattiva (ex tunc) perché se la sanatoria interviene tempestivamente gli effetti sostanziali e processuali della
domanda si producono fin dalla 1° notificazione.
Se la sanatoria non si verifica o avviene oltre il termine fissato, il difetto si consolida e diviene insanabile con
conseguenze diverse a seconda che il vizio riguardi ATTORE (incide sulla valida instaurazione del giudizio) o
CONVENUTO (riguarda solo la costituzione in giudizio del convenuto e la validità dei suoi atti, quindi non
impedisce la prosecuzione del processo).

RAPPRESENTANZA TECNICA
Le parti, seppur munite di capacità processuale EX ART.75, non possono agire direttamente nel processo
perché difettano dello ius postulandi e necessitano quindi di un difensore/RAPPRESENTANTE TECNICO
(avvocato) EX ART.82 COMMA 2-3.

ART.82 inoltre afferma che:


- DAVANTI AL GIUDICE DI PACE è ammessa la difesa personale delle parti se il valore della causa < €1.100
(ART.83 COMMA 2);
- DAVANTI ALLA CORTE DI CASSAZIONE (o altre corti superiori) le parti possono stare in giudizio col
ministero di un avvocato iscritto in apposito albo abilitante al patrocinio presso le corti superiori (ART.83
COMMA 3);

ART.86 afferma che la parte può poi difendersi personalmente quando dispone della qualità necessaria per
esercitare l’ufficio di difensore con procura presso il giudice adito, cioè quando è essa stessa avvocato.

PROCURA
Per stare in giudizio a mezzo di avvocato, è necessario che la parte rilasci la PROCURA ALLE LITI = atto con cui
il cliente conferisce al legale il mandato a rappresentarlo e difenderlo. La procura può essere GENERALE o
SPECIALE e deve essere conferita con atto pubblico o scrittura privata autenticata (ART.83).
- PROCURA GENERALE – il cliente dà mandato all’avvocato a rappresentarlo e difenderlo non in una singola
controversia, ma in tutte le controversie civili/in una serie di un certo tipo.
- PROCURA SPECIALE – l’avvocato è invece abilitato a rappresentare e difendere il cliente in un singolo
giudizio civile. Essa può essere apposta in calce o a margine degli atti e l’autografia della sottoscrizione
della parte deve essere certificata dal difensore.
Quanto ai poteri, il difensore tecnico è abilitato a compiere e ricevere nell’interesse della parte tutti gli atti del
processo, salvo che essi non siano espressamente riservati alla parte (ART.84 COMMA 1). In ogni caso egli non
può compiere atti che importano disposizione del diritto in contesa, se non ne ha espressamente ricevuto il potere
(ART.84 COMMA 2). Il difensore diviene destinatario naturale di tutte le notificazioni/comunicazioni dirette
alla parte rappresentata.

La procura è revocabile dalla parte o rinunciabile dal difensore. Tuttavia all’ART.85 è sancita l’ultrattività della
procura: la revoca e la rinuncia non hanno effetto nei confronti dell’altra parte finché non sia avvenuta la
sostituzione del difensore. Questo per evitare possibili tattiche dilatatorie.

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LITISCONSORZIO
Nella situazione più semplice, il processo si svolge tra 2 sole parti; ma non è infrequente una pluralità di parti
ed in questo caso si dice che il processo è soggettivamente cumulato.
…………
La forma più semplice di processo con cumulo soggettivo è quella all’ART.33  quando un unico attore propone più
domande nei confronti di una pluralità di convenuti. In questo caso, se si tratta di cause connesse per oggetto o per titolo, le
più domande possono essere proposte davanti al giudice del luogo di residenza/domicilio di uno dei convenuti (anche in
deroga agli ARTT.18-19). Speculare a questa ipotesi è quella della pluralità di domande contro una stessa parte. EX
ART.104 contro una stessa parte possono proporsi nel medesimo processo più domande anche non altrimenti connesse, alla
condizione che si osservino le norme sulla competenza per valore. Entrambe le ipotesi trattano un litisconsorzio originario.
…………
Il litisconsorzio indica la presenza nel processo di una pluralità di parti. Esso può essere ATTIVO-PASSIVO-
MISTO a seconda se la pluralità di parti riguardi chi ha proposto la domanda, i destinatari della stessa o
entrambi; ORIGINARIO-SUCCESSIVO a seconda se si determina fin dal momento in cui si instaura il processo o
se nel corso del giudizio. Oppure ancora esso può essere:
 NECESSARIO – si riferisce alla necessità della presenza di più parti nel processo ed è un fenomeno di
legittimazione ad agire/contraddire in modo necessariamente congiunto. EX ART.102 COMMA 1 la
partecipazione di tutti i soggetti (quindi il litisconsorzio) è necessaria nel senso che condiziona il
potere/dovere del giudice di pronunciarsi sul merito. Al COMMA 2 è previsto un ordine del giudice
rivolto alle parti di integrare il contraddittorio in caso di difetto di partecipazione congiunta. Se non
viene rispettato il termine perentorio il processo si estingue EX ART.307 COMMA 3 (per mancata
chiamata).
La dottrina ha però parlato di norma in bianco perché non precisa quando la decisione non può che
pronunciarsi nei confronti di più parti. Ci si rifà quindi ad alcune ipotesi tipiche ex lege:
1. ART.784 CPC circa lo SCIOGLIMENTO DELLE COMUNIONI – la contitolarità opera nel senso
che ogni contitolare ha diritto pieno su tutto il bene ma esso è limitato dal diritto degli altri
titolari. Come dal pdv sostanziale il contratto di divisione incide su tutti i contitolari del
rapporto di comunione, così la sentenza sotto il profilo processuale riguarda tutte le parti del
rapporto.
2. ART.247 CC circa il DISCONOSCIMENTO DELLA PATERNITA’ – prima del d.lgs 154/13,
nonostante fosse il padre a domandare il disconoscimento della paternità, la sentenza di
accoglimento trasformava il rapporto di filiazione con la madre da legittimo a naturale. Ora la
distinzione legittimi-naturali eliminata ma il processo deve svolgersi nel contraddittorio della
madre e del figlio, quindi il litisconsorzio resta.

LITISCONSORZIO NECESSARIO PER RAGIONI DI OPPORTUNITA’


Ci sono delle forme di litisconsorzio necessario pur sempre previste dalla legge ma la cui ratio non è quella
della deduzione in causa di un rapporto giuridico plurisoggettivo, bensì della mera opportunità della scelta.
ESEMPIO: azione diretta del danneggiato nei confronti dell’assicuratore di resp. civile dove l’obbligo di far partecipare al
giudizio anche il resp. del danno (assicurato) è imposto dalla tutela dell’impresa assicuratrice per evitare che questa debba
poi agire in rivalsa verso il responsabile.

LITISCONSORZIO NECESSARIO E LEGITTIMAZIONE STRAORDINARIA


Si ha litisconsorzio necessario quando in causa agisce il sostituto processuale. Esempio tipico è dato dall’azione
surrogatoria EX ART.2900cc dove il creditore, che agisce giudizialmente per far valere crediti che il proprio debitore vanta
nei confronti di terzi, deve citare anche il debitore al quale intende surrogarsi.
 FACOLTATIVO – non è necessario ma, se esistono ragioni di opportunità per la partecipazione di più
soggetti allo stesso processo, la legge consente che essi agiscano/siano convenuti nello stesso processo.
È utile per ragioni di economia processuale (evita la ripetizione di att. processuali seppure in diversi
processi) ma anche per evitare il contrasto di accertamenti.
1. ORIGINARIO (ART.103) – si ha quando il processo nasce sin dall’inizio con più di 2 parti ma
tale partecipazione plurima non è imposta dalla legge, potendo le varie azioni essere decise
anche separatamente. Alla base di questo litisconsorzio vi è un legame tra le cause dato da:
connessione per oggetto/titolo da cui dipendono (L.F. PROPRIO) oppure dal fatto che la decisione
dipende totalmente o parzialmente dalla risoluzione di identiche questioni (L.F. IMPROPRIO).
In quanto facoltativo, il cumulo è scindibile. Infatti ART.103 COMMA 2 stabilisce che il giudice può disporre – nel
corso dell’istruzione o nella decisione – la separazione delle cause se vi è istanza di tutte le parti o d’ufficio quando
la continuazione della loro riunione ritarderebbe o renderebbe più gravoso il processo.
2. SUCCESSIVO (ARTT.105 SS) – circa gli interventi.

LITISCONSORZIO SUCCESSIVO PER INTERVENTO DI TERZI


La pluralità di parti può realizzarsi nel processo non solo in via originaria ma anche in un momento successivo.
Fintanto che il terzo resta tale, egli non subisce gli effetti della sentenza (ART.2909cc); per fare in modo che
essa lo vincoli è quindi necessario che diventi parte nel giudizio.
L’intervento di terzi in un processo già pendente può avvenire: volontariamente (INTERVENTO VOLONTARIO) ex
ART.105; su istanza di parte (CHIAMATA IN CAUSA) ex ART.106; o per ordine del giudice (IUSSU IUDICIS) ex
ART.107.
Dal punto di vista dinamico, il terzo si costituisce depositando in cancelleria una comparsa (ART.267) redatta
EX ART.167 e può fin quando non vengono precisate le conclusioni. Egli ha nel processo i poteri che spettano
alle parti al momento dell’intervento, salvo che intervenga per integrazione necessaria del contraddittorio.

L’INTERVENTO VOLONTARIO è disciplinato dall’ART.105 che prevede 3 modalità di intervento:


1) PRINCIPALE – quando il terzo interviene per far valere un diritto – relativo all’oggetto o dipendente
dal titolo dedotto nel processo - incompatibile con quello di tutte le parti nel giudizio [in un controversia
avente ad oggetto la rivendica di un bene tra T. e C., interviene S. sostenendo di essere lui proprietario del bene].
Essendo il diritto del terzo autonomo rispetto a quello dedotto in causa, egli non subirebbe alcun pregiudizio
giuridico dal non partecipare al processo: qualora non intervenisse, la sentenza resa inter alios non sarebbe a
lui opponibile ed il suo diritto resterebbe prevalente rispetto ad essa [S. potrebbe far valere il suo diritto di proprietà
instaurando un nuovo processo]. Ciò nonostante il terzo vanta un interesse ad intervenire stante nell’esigenza di
evitare che la sentenza resa inter alios gli arrechi un pregiudizio pratico per l’ipotesi in cui alla sentenza sia
data esecuzione.
2) ADESIVO AUTONOMO – quando il terzo interviene per far valere il proprio diritto - relativo
all’oggetto o al titolo dedotto in giudizio - in confronto di una delle parti, affiancandosi quindi all’altra
parte. [T., proprietario di un appartamento, conviene C., costruttore, per inadempimento di obbligazioni circa parti
comuni. Interviene S., proprietario di un altro appartamento, lamentando gli stessi inadempimenti (connessione per
oggetto)].
L’intervento qui si dice adesivo in quanto l’interveniente si affianca alla posizione di una delle parti contro
l’altra, pur facendo valere un diritto proprio.
3) ADESIVO DIPENDENTE – quando il terzo interviene per sostenere le ragioni di una delle parti,
quando vi ha un proprio interesse.
L’intervento si dice adesivo e dipendente in quanto, oltre ad affiancarsi ad una delle parti, il terzo non fa valere
un proprio diritto ma si limita a rafforzare la posizione di quella parte. Il terzo infatti deduce nel processo un
interesse, non un diritto. Che tipo di interesse? Alcuni fanno riferimento ai casi in cui il 3°, qualora non
intervenisse, ne risentirebbe egualmente l’efficacia riflessa del giudicato. Altri fanno riferimento ad un
collegamento meno intenso sul piano processuale. In realtà si deve far riferimento alla mera possibilità di un
vantaggio dalla decisione di accoglimento o di rigetto della domanda.
Per quanto riguarda i suoi poteri, egli – se non investito di legittimazione straordinaria ad agire – ha
legittimazione meramente secondaria, potendo solo partecipare al giudizio instaurato da uno dei titolari del
rapporto. Quindi è escluso che egli possa autonomamente impugnare la decisione resa sul rapporto
pregiudiziale se non l’abbiano fatto le parti titolari del rapporto stesso.
L’INTERVENTO COATTO SU ISTANZA DI PARTE è disciplinato dall’ART.106 secondo cui ciascuna parte
può chiamare nel processo un terzo al quale ritiene comune la causa o dal quale pretende essere garantita. La
partecipazione del terzo qui avviene a seguito dell’iniziativa di una delle parti ed ha il duplice scopo di
estendere al terzo gli effetti della sentenza e di agire direttamente nei suoi confronti.

L’INTERVENTO COATTO PER ORDINE DEL GIUDICE è disciplinato dall’ART.107 secondo cui il giudice,
quando ritiene opportuno che il processo si svolga in confronto di un terzo al quale la causa è comune, ne ordina
l’intervento.

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MODIFICAZIONI RIGUARDANTI LE PARTI
ESTROMISSIONE
Ci sono una serie di vicende processuali caratterizzate dal comune effetto di far uscire una parte dal processo
che continua tra le altre parti.
 ESTROMISSIONE DEL GARANTITO (ART.108) – prevede la possibilità di estromettere il garantito
allorché il garante, intervenuto o chiamato nel processo, accetti di assumere la causa in suo luogo e le altre
parti non si oppongono.
L’estromissione è disposta dal giudice con ordinanza ma la sentenza di merito pronunciata nel giudizio
spiega i suoi effetti anche contro l’estromesso. Questa attitudine trova ragione nel fatto che il garante sta in
giudizio quale parte in senso formale e processuale (compie gli atti del processo ed è destinatario degli effetti
processuali della sentenza) ma non è parte in senso sostanziale. In conclusione, il garante sta in giudizio quale
LEGITTIMATO STRAORDINARIO, ma il garantito resta l’unico destinatario degli effetti sostanziali della sentenza
di merito.
 ESTROMISSIONE DELL’OBBLIGATO (ART.109) – ipotesi in cui nel processo si discuta a quale di + parti
spetti una certa prestazione: se l’obbligato si dichiara pronto ad eseguire la prestazione a favore di chi ne
ha diritto, il giudice può ordinare il deposito della cosa/somma e conseguentemente estromettere
l’obbligato.
Anche in questo caso l’estromissione determina la perdita della qualità di parte in senso processuale ma
non anche quella di parte in senso sostanziale.
 SUCCESSIONE A TITOLO PARTICOLARE NEL DIRITTO CONTROVERSO (ART.111 COMMMA 3) –
consente, qualora il successore a titolo particolare intervenga/chiamato nel processo, l’estromissione della
parte originaria purché le altre parti acconsentano.

SUCCESSIONE NEL PROCESSO


ART.110 disciplina la SUCCESSIONE UNIVERSALE. Il venir meno di una parte è regolato dall’ART.110 il quale
stabilisce che quando una parte viene meno per morte o per altra causa, il processo è proseguito dal successore
universale o in suo confronto.
Quando parliamo di “venir meno della parte” ci riferiamo PER LE PERSONE FISICHE alla morte (anche
presunta); mentre PER LE PERSONE GIURIDICHE alla fusione ed alla scissione. L’incorporazione non
determina l’estinzione e la liquidazione non determina il venir meno della parte immediatamente, ma solo se
vengono meno tutti i rapporti giuridici facenti capo all’ente in liquidazione.

La prosecuzione del processo dal successore universale o in suo confronto comporta che, se gli eredi sono più,
tutti debbono proseguire o essere coinvolti nel processo. La ratio è quella di garantire la prosecuzione del giudizio
per consentire che la sentenza pronunci in confronto di 2 parti (ed individuare a quale delle 2 accollare la
condanna alle spese di lite).
Il successore universale subentra di norma anche nel diritto controverso, cioè nello specifico rapporto giuridico
oggetto del processo fra le 2 parti originarie (proprietà del bene per cui il de cuius aveva esercitato l’azione di
rivendica). Ci sono dei casi in cui la legittimazione del successore universale va riconosciuta anche se egli non ha
acquistato il diritto controverso e così avviene per i rapporti intrasmissibili (giudizio di separazione/divorzio): qui
il processo continua nel successore ma col fine di ottenere una sentenza che dia atto dell’impossibilità di
decidere sul merito della domanda e provveda alle spese processuali.

SUCCESSORE A TITOLO PARTICOLARE NEL DIRITTO CONTROVERSO


Diversa la disciplina per l’ipotesi in cui il diritto controverso è reso oggetto di un atto di alienazione a titolo
particolare. Opera in questo caso l’ART.111 che contempla 2 ipotesi:
1. che la SUCCESSIONE A TITOLO PARTICOLARE SIA AVVENUTA PER ATTO TRA VIVI (alienazione del
bene dedotto in lite): in questo caso il processo prosegue tra le parti originarie (comma 1);
2. che la SUCCESSIONE A TITOLO PARTICOLARE AVVENGA A CAUSA DI MORTE, il che può accadere
quando il diritto controverso è oggetto di un legato; in tale ipotesi il processo è proseguito dal successore
universale o in suo confronto (comma 2).
La ratio è consentire che il processo prosegua senza dover inseguire il bene per ogni atto di trasferimento.
Tuttavia al terzo acquirente sono attribuiti – nel nome e nel principio del contraddittorio – più ampi poteri
rispetto a quelli che spettano a qualsiasi altro 3°. Il successore a titolo particolare può intervenire o essere
chiamato nel processo ed in questo caso l’intervento e la chiamata non subiscono gli stessi limiti imposti dalle
regole generali di cui agli ARTT.105-106. Inoltre, se il terzo interviene, qualora le altre parti lo consentano,
l’alienante o il successore universale può essere estromesso (ART.111 COMMA 3).

Ulteriore regola a favore del terzo – derogatoria rispetto ai principi generali circa l’efficacia della sentenza e di
giudicato (ART.2909) – è quella secondo cui la sentenza pronunciata contro l’alienante o il successore universale
spiega sempre effetto contro il successore a titolo particolare ed è impugnabile anche da lui (ART.111 COMMA 4)
salvo le norme sull’acquisto in buona fede dei beni mobili (ART.1153) e sulla trascrizione dei beni immobili
(ARTT.2652-53).

L’acquisto in buona fede riguarda i beni mobili ed è espressione del principio generale di cui all’ART.1153cc
 l’acquisto del diritto controverso, se effettuato a titolo originario ed in presenza delle condizioni di cui
all’ART.1153 (titolo idoneo al trasferimento ed acquisto in buona fede), prevale rispetto a qualsiasi atto
anteriore.

Le norme sulla trascrizione riguardano i beni immobili e segnano la precedenza dell’atto trascritto
anteriormente, nel senso che la sentenza di accoglimento della domanda non ha effetto contro gli acquirenti in
corso di causa che abbiano trascritto il loro atto di acquisto prima della trascrizione della domanda (ARTT.2652-
53cc)

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GLI ATTI PROCESSSUALI
ARTT.121ss dettano delle disposizioni generali in materia di atti processuali ed il principio generale è quello
della strumentalità della forma: se nulla è normativamente previsto in relazione alla forma dell’atto, questo sarà
comunque valido se ha raggiunto il suo fine.

ART.125 COMMA 1 detta una disciplina generale circa il contenuto degli atti di parte, stabilendo che – salva
diversa previsione normativa – la citazione, il ricorso, la comparsa, il controricorso ed il precetto devono indicare
l’u.g., le parti, l’oggetto, le ragioni della domanda, le conclusioni o l’istanza rivolta al giudice, la sottoscrizione delle
parti/difensore tanto nell’originale quanto nella copia. Il difensore deve indicare anche il proprio n° di fax ma la
sua mancanza non incide sulla validità dell’atto bensì solo sul contributo di iscrizione a ruolo.
……
RICORSO – atto introduttivo del giudizio alternativo alla citazione, caratterizzato dal contatto della parte ed il giudice
prima che con la controparte;
CITAZIONE – oltre alla richiesta al giudice, convoca direttamente anche la controparte;
COMPARSA – atto scritto con cui la parte/difensore espongono i provvedimenti che chiedono al giudice indicando il
fondamento della domanda e gli elementi di prova. Può essere DI RISPOSTA (1° atto difensivo del convenuto) o
CONCLUSIONALE (riassunto delle difese);
CONTRORICORSO – atto col quale la parte, contro cui diretto un ricorso in Cassazione, chiede il rigetto della domanda.
……
ART.126 regola il contenuto del processo verbale: documentazione dell’attività o dei fatti/comportamenti dei
quali costituisce prova. Questo verbale deve contenere l’indicazione delle persone intervenute e delle circostanze
del luogo e del tempo nei quali gli atti che documenta sono compiuti, la descrizione delle attività svolte e delle
rilevazioni fatte e infine le dichiarazioni ricevute. La sottoscrizione spetta al cancelliere.

Una disciplina specifica è prevista agli ARTT.127-128-129-130 circa le udienze: momenti del processo volti
alla trattazione della causa nel contraddittorio tra le parti. Per quanto riguarda il suo svolgimento, il legislatore
assicura a pena di nullità la pubblicità dell’udienza di discussione della causa. Tuttavia il giudice può disporre lo
svolgimento a porte chiuse per ragioni di sicurezza, di ordine pubblico e buon costume.
Per ogni udienza è inoltre prevista, ad opera del cancelliere, la redazione di un apposito verbale sotto la
direzione del giudice (o del presidente se si tratta di organo collegiale) che poi la sottoscrive unitamente al
cancelliere.

TERMINI
EX ART.152 le attività processuali devono compiersi entro certi termini che la legge stessa fissa (TERMINI
LEGALI) oppure, quando consentito, fissati dal giudice (TERMINI GIUDIZIALI). I termini stabiliti dalla legge
sono di regola ORDINATORI (non comportano un effetto decadenziale, nel senso che le parti non perdono il
potere di compiere l’atto), salvo che la legge stessa li dichiari espressamente PERENTORI (termini imposti a
pena di decadenza dal potere).
I termini perentori non possono essere PROPROGATI o ABBREVIATI neppure su accordo delle parti
(ART.153 COMMA 1); invece per i termini ordinatori il giudice, prima della scadenza, li può abbreviare o
prorogare anche d’ufficio. Tuttavia la proroga non può avere una durata superiore al termine originario né può
essere consentita una proroga ulteriore, salvo che per motivi particolarmente gravi e con provvedimento motivato.
Ulteriore distinzione si ha tra TERMINI ACCELERATORI e DILATATORI: i primi si hanno quando la legge
punta ad imporre il compimento dell’atto entro il termine; i secondi quando la legge vuole impedire che l’atto
sia compiuto durante il corso del termine.

RIMESSIONE IN TERMINI
Le conseguenze negative derivanti dallo spirare del termine perentorio o dal mutare di una preclusione, sono
superabili solo quando la legge prevede la rimessione in termini in virtù della scusabilità del comportamento
della parte incorsa in decadenza.
Il giudice procederà EX ART.294 COMMA 2-3 con ordinanza dopo aver ammesso la prova che l’inadempimento
non dipendente dalla volontà della parte né ad essa imputabile. Ma quando non è imputabile alla parte?
ART.153 COMMA 2 ammette la discrezionalità ma si esclude che la rimessione possa concedersi in presenza di
comportamenti negligenti.

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PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE
EX ART.131 le forme prescritte dalla legge sono la SENTENZA, l’ORDINANZA ed il DECRETO; ma in assenza di
specifiche prescrizioni di forma, i provvedimenti sono dati in qualsiasi forma idonea al raggiungimento dello
scopo.
 SENTENZA – è il tipico atto a contenuto decisorio col quale il giudice chiude il processo. Essa può avere
sia contenuto processuale (DI RITO) sia decidere sul diritto sostanziale dedotto in giudizio (DI MERITO).
Gli elementi della sentenza sono descritti all’ART.132: l’indicazione del giudice/parti/difensori; le
conclusioni del pm e delle parti; la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione
(MOTIVAZIONE); il dispositivo; la data della deliberazione e la sottoscrizione del giudice. Quando è
emessa da organo collegiale, la sentenza è sottoscritta solo dal presidente e dal giudice estensore. La
sentenza è resa pubblica mediante deposito in cancelleria del quale il cancelliere dà atto in calce
alla sentenza apponendovi data e firma (ART.133)
 ORDINANZA – è un provvedimento che di regola non ha natura decisoria, bensì ha carattere ordinatorio
ed è resa nel corso del processo previo contraddittorio tra le parti. Essa non manca di motivazione ma
essa è succinta. Se pronunciata in udienza, l’ordinanza va inserita nel processo verbale e non ne è
prevista la comunicazione alle parti, in quanto si ritiene conosciuta. Invece se pronunciata fuori
udienza, essa è posta a verbale o contenuta in un atto autonomo e comunicata alle parti tramite
cancelleria.
 DECRETO – è la forma di provvedimento del giudice più semplice in quando concesso senza previo
contraddittorio tra le parti (inaudita altera parte), anche d’ufficio o su istanza verbale della parti e
trascritto nel processo verbale di udienza. Il decreto non è motivato, salvo che la motivazione sia
prescritta espressamente dalla legge, datato e sottoscritto dal giudice o – quando questo è collegiale –
dal presidente.

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INVALIDITA’ DEGLI ATTI PROCESSSUALI
Ci sono vari gradi di invalidità a seconda della gravità del vizio e dell’incidenza che esso può avere sugli effetti
dell’atto:
1. IRREGOLARITA’ – riguarda i vizi innocui perché non influenti sull’efficacia dell’atto e che hanno come
unica conseguenza l’obbligo per le parti e per il giudice di provvedere alla regolarizzazione dell’atto
stesso;
2. ANNULLABILITA’ – quando a causa di un dato vizio l’atto si trova in una situazione di precarietà,
potendo essere eliminato dal mondo giuridico con un provvedimento del giudice su iniziativa della
parte legittimata entro un certo termine. Scaduto il termine, l’atto diventa inattaccabile.
3. NULLITA’ – l’atto è affetto da un vizio insanabile che ne preclude ab origine gli effetti e la parte
interessata può in ogni momento, senza limiti di tempo, chiedere al giudice di dichiarare l’inefficacia.
4. INESISTENZA – l’atto è privo anche dei requisiti minimi indispensabili per essere riconosciuto come
appartenente ad un dato modello legale.

PRINCIPI IN MATERIA DI NULLITA’


ART.156 si riferisce esplicitamente all’ipotesi di mancanza di requisiti formali. Il criterio a cui la legge si ispira
per stabilire quando la mancanza di un requisito da luogo a nullità è quello della congruità delle forme allo
scopo. Il COMMA 1 prevede che la nullità può essere dichiarata solo se espressamente prevista dalla legge; ma
questo principio subisce due deroghe:
 Il COMMA 2 dispone che la nullità può essere pronunciata, pur non essendo quel vizio previsto dalla
legge come motivo di nullità, quando l’atto manca dei requisiti formali indispensabili per il
raggiungimento dello scopo;
 Il COMMA 3 esclude che la nullità, pur prevista dalla legge, possa esser pronunciata quando l’atto ha
raggiunto lo scopo cui destinato ( SANATORIA PER CONVALIDA OGGETTIVA).

Per quanto riguarda la rilevabilità, ART.157 stabilisce che la nullità è relativa quindi se la parte interessata non
rileva il vizio nella prima istanza o di difesa successiva all’atto, il difetto di requisito non ha pregiudicato l’atto e
la nullità viene sanata. Questa regola generale viene messa da parte quando la legge prevede la rilevabilità
d’ufficio. Le nullità assolute sono espressamente previste dalla legge ed in alcuni casi discendono dalla natura
stessa del vizio (nullità che incidono sulla regolarità del contraddittorio). Le nullità assolute di norma sono
insanabili.

CONSEGUENZE DELLA NULLITA’


ART.159 COMMA 1 afferma che la nullità di un atto non importa quella degli atti precedenti né di quelli
successivi che ne siano indipendenti, così come si afferma al COMMA 2 che la nullità di una parte dell’atto non
colpisce le altre parti che ne sono indipendenti. È questa la regola dell’ESTENSIONE DELLA NULLITA’ secondo
la quale la nullità si estende alle parti dell’atto ed agli atti da essa dipendenti, mentre ne restano fuori le parti o gli
atti indipendenti.

INVALIDITA’ DELLE SENTENZE


ART.161 si occupa della nullità della sentenza. Il COMMA 1 descrive il principio della conversione della nullità
in motivi di impugnazione ( principio dell’onere dell’impugnazione) nel senso che la nullità delle sentenze
soggette ad appello o a ricorso per Cassazione può essere fatta valere soltanto nei limiti e secondo le regole
proprie di questi mezzi di impugnazione. Testualmente la norma richiama solo appello e ricorso in Cassazione,
ma si estende a tutti gli altri mezzi di impugnazione (regolamento di competenza, revocazione, opposizione di
terzo).

Il principio dell’onere dell’impugnazione non opera invece nei casi di inesistenza. ART.161 COMMA 2
afferma che l’onere dell’impugnazione non si applica quando la sentenza manca della sottoscrizione (non è l’unico
caso di inesistenza) del giudice. La mancanza della sottoscrizione è un vizio talmente grave da rendere la
sentenza del tutto inesistente, vizio perciò denunciabile anche al di fuori dei mezzi di impugnazione, pure con
una autonoma azione giudiziale di accertamento negativo (in primo grado) volta a far accertare l’inesistenza
della sentenza.
Il fatto che il COMMA 1 non si applichi ai sensi del COMMA 2 non significa che il vizio di inesistenza non può
essere fatto valere con i mezzi di impugnazione, ma che questi non sono l’unico mezzo per denunciare il vizio.
[LIBRO SECONDO]
L’INSTAURAZIONE DEL PROCESSO
L’ordinamento processuale attribuisce alla domanda giudiziale il potere di produrre taluni effetti:
 SUL PIANO PROCESSUALE – soprattutto circa la nozione di litispendenza. La proposizione di una data
domanda ad esempio individua il momento a partire dal quale nessun altro giudice adito successivamente
potrà conoscere o decidere della stessa causa; i mutamenti della legge non potranno sottrarre la causa al
giudice stesso; il trasferimento del diritto controverso non farà venir meno la legittimazione ad
agire/contraddire del suo originario titolare.
 SUL PIANO SOSTANZIALE – si è soliti distinguere quelli che la domanda produce di per sé
(indipendentemente dall’esito del processo) come l’effetto interruttivo della prescrizione e
l’inadempimento delle decadenze sostanziali; da quelli che presuppongono altro, in quanto condizionati
dal fatto che la domanda venga accolta.

ATTO INTRODUTTIVO: LA CITAZIONE


La forma dell’atto introduttivo è la CITAZIONE ed infatti l’ART.163 COMMA 1 afferma che la domanda si
propone mediante citazione a comparire a udienza fissa. In realtà non è l’unico modello per proporre la
domanda ma rappresenta la forma prescelta dal legislatore per l’instaurazione dell’ordinario processo di
cognizione.
La citazione si rivolge sia al convenuto, invitandolo a comparire in giudizio (VOCATIO IN IUS) ad un’udienza
predeterminata; sia al giudice (EDITIO ACTIONIS) chiedendogli una pronuncia sulla controversia descritta.
Invece il ricorso ha come naturale e immediato destinatario il giudice e di regola mira ad investire della causa
l’u.g., sicché esige solo la determinazione della domanda. Invece la VOCATIO IN IUS e l’instaurazione del
contraddittorio tra le parti conseguono ad una distinta e successiva attività dello stesso giudice nonché ad una
ulteriore attività dell’attore.

CONSEGUENZE DELL’ERRORE SULLA FORMA DELL’ATTO


Se attore utilizza un modello diverso da quello prescritto dalla legge, la giurisprudenza ammette equipollenza e
fungibilità dei due modelli, escludendo quindi che l’erronea adozione dell’uno al posto dell’altro sia motivo di
nullità purché raggiunto lo scopo.
Unico limite è dato dal termine di decadenza in quanto la tempestività dell’atto introduttivo va valutata non
alla luce del modello erroneamente utilizzato, bensì secondo quello che avrebbe dovuto utilizzarsi. Quindi se:
 CITAZIONE AL POSTO DEL RICORSO – la domanda con citazione si considera proposta non dal giorno
della notifica al convenuto bensì dal momento in cui la citazione viene depositata nella cancelleria del
giudice adito;
 RICORSO AL POSTO DELLA CITAZIONE – il giudizio si considera iniziato non dal giorno del deposito
dell’atto introduttivo in cancelleria bensì dal momento in cui esso viene poi notificato all’altra parte.

CONTENUTO DELLA CITAZIONE


EX ART.163 COMMA 3 gli elementi della citazione sono:
1. INDICAZIONE DEL TRIBUNALE DAVANTI AL QUALE LA DOMANDA E’ PROPOSTA – elemento utile per la
vocatio in ius del convenuto che altrimenti non saprebbe davanti a quale u.g. costituirsi e comparire;
2. DATI IDENTIFICATIVI DI ATTORE E CONVENUTO O DI CHI LI RAPPRESENTA/ASSISTE;
3. DETERMINAZIONE DELLA COSA OGGETTO DELLA DOMANDA – è il petitum, l’oggetto del domandare;
4. ESPOSIZIONE DEI FATTI/ELEM DI DIRITTO COSTITUENTI LE RAGIONI DELLA DOMANDA E RELATIVE
CONCLUSIONI – l’esposizione dei fatti è la causa petendi, il titolo del domandare.
5. INDICAZIONE DEI MEZZI DI PROVA DEI QUALI L’ATTORE INTENDE VALERSI E DOCUMENTI CHE OFFRE
IN COMUNICAZIONE – si tratta di richieste istruttorie che sono consentiti anche in un secondo
momento;
6. NOME, COGNOME, CF, N.FAX DEL DIFENSORE/PROCURATORE, INDICAZIONE PROCURA (se rilasciata);
7. GIORNO UDIENZA DI COMPARIZIONE, INVITO AL CONVENUTO A COSTITUIRSI NEL TERMINE DI 20GG
PRIMA DELL’UDIENZA (o 10gg) ED A COMPARIRE NELL’UDIENZA INDICATA DAVANTI AL GIUDICE
DESIGNATO CON AVVERTIMENTO CHE OLTRE IL TERMINE SI HANNO DECADENZE EX ART.167

Inoltre la citazione deve contenere – come ogni atto di parte – la sottoscrizione del difensore (salvo che la parte
non stia in giudizio personalmente) che deve anche indicare l’indirizzo pec e proprio n.fax (ART.125 COMMA
1).
NULLITA’ DELL’ATTO DI CITAZIONE
ART.164 COMMA 1 disciplina l’invalidità dell’atto introduttivo individuando 2 categorie di vizi:
 VOCATIO IN IUS
1. mancanza o incerta indicazione dell’autorità giudiziaria adita/parti del giudizio;
2. mancanza dell’indicazione della data di udienza di comparizione;
3. assegnazione del termine a comparire inferiore a quello previsto dalla legge;
4. mancanza dell’avvertimento EX ART.163 N.7 = invito al convenuto a costituirsi nel termine di
20 giorni prima dell’udienza (o 10 giorni) ed a comparire nell’udienza indicata con
l’avvertimento che la costituzione oltre i suddetti termini implichi le decadenze agli ARTT.35-
167.

Questi vizi sono sanabili mediante rinnovazione della citazione entro il termine perentorio se non c’è
stata spontanea costituzione del convenuto. Se la rinnovazione non viene eseguita  cancellazione della causa
dal ruolo con conseguente estinzione del processo. La costituzione spontanea in giudizio sana retroattivamente i
vizi della citazione in quanto l’atto ha comunque raggiunto lo scopo e non risulta violato il p. contraddittorio.

 EDITIO ACTIONIS
1. Omessa o incerta determinazione della cosa oggetto della domanda;
2. Mancata esposizione dei fatti costituenti le ragioni della domanda e relative conclusioni.

Anche qui la costituzione o meno del convenuto incide sull’iter processuale. In mancanza di costituzione, il
giudice rileva la nullità fissando all’attore un termine perentorio per la rinnovazione della citazione. In caso di
costituzione del convenuto il giudice fissa un termine all’attore per l’integrazione della domanda, quindi si avrà
una nuova 1° udienza EX ART.183 con decorrenza di nuove barriere di preclusione (ART.164 COMMA 6).

Qui la sanatoria opera ex nunc ed infatti ART.164 COMMA 5 afferma che restano ferme le decadenze maturate e
salvi i diritti quesiti anteriormente alla rinnovazione o integrazione. L’incapacità della sanatoria ad operare
retroattivamente è dovuta al fatto che, fin quando non viene proposto l’atto sanante, il convenuto non può
avere conoscenza completa dell’oggetto del processo, con la conseguenza che – anche quando predisposta la
sanatoria – essa non potrà valere come se l’atto di citazione fosse valido sin dalla sua 1° notificazione.

NULLITA’ DELLA DOMANDA RICONVENZIONALE


ART.167 COMMA 2 prevede che la d.r. è nulla se omesso o incerto l’oggetto o il titolo (petitum/causa petendi).
Anche qui è previsto che il giudice debba assegnare al convenuto un termine perentorio per l’integrazione della
domanda, che però opera ex nunc, lasciando ferme le decadenze maturate ed i diritti acquisiti anteriormente.
La norma tace circa l’inosservanza dell’ordine di integrazione ma anche qui la conseguenza sarà l’insanabilità
del vizio e dunque la definizione della d.r. in mero rito.

DATA DELLA 1° UDIENZA


ART.163 discorre di citazione a comparire ad udienza fissa e ciò significa che in linea di principio è lo stesso
autore a dover scegliere ed indicare la data del primo contatto tra parte e giudice. Questa scelta però non è libera
perché l’attore dovrebbe tener conto del decreto con cui il presidente del tribunale adito stabilisce giorni/orari
destinati solo alla 1° comparizione delle parti.

Per quanto riguarda i termini per comparire, ART.163 BIS prescrive che tra il giorno della notificazione della
citazione e quello dell’udienza di 1° comparizione deve intercorrere un termini libero non < rispettivamente a
90gg e 150gg a seconda che il luogo della notificazione si trovi in Italia o all’estero. Inoltre questo termine è
abbreviabile fino alla metà con decreto motivato del presidente del tribunale su istanza di parte.

Comunque la data dell’udienza fissata dall’attore è provvisoria perché spesso soggetta ad uno slittamento
conseguente alla designazione del giudice istruttore. Quindi in linea di massima rappresenta la data prima della
quale non potrebbe tenersi udienza di 1° comparizione.

COSTITUZIONE DELL’ATTORE
EX ART.165 entro 10 giorni dalla notificazione della citazione al convenuto OPPURE entro 5 giorni nel caso di
abbreviazione dei termini EX ART.183 BIS, l’attore deve costituirsi in giudizio a mezzo del procuratore o
personalmente se previsto dalla legge. Con la costituzione si da concretezza al p. contraddittorio e la parte si
rende giuridicamente presente nel processo con la conseguenza di non poter essere dichiarata contumace.
Essa avviene tramite deposito in cancelleria della nota di iscrizione a ruolo e del proprio fascicolo contenente
l’originale della citazione e relativa notifica alla controparte, la procura (se rilasciata con atto separato) ed i
documenti offerti in comunicazione. Con l’iscrizione a ruolo, effettuata dal cancelliere, la controversia viene
incardinata presso l’ufficio giudiziario investito della trattazione.

Se è necessaria la notificazione a più parti e questa non avviene contestualmente, il termine di 10 giorni EX
ART.165 per la costituzione dell’attore decorre dalla 1° notificazione e se entro tale termine l’attore non è
entrato in possesso dell’originale dell’atto notificato, può provvedere con una semplice copia (la velina) EX
CASS.2011 o comunque depositandolo entro 10 giorni dall’ultima notifica.

Se l’attore si costituisce personalmente, egli deve anche dichiarare la propria residenza o eleggere domicilio nel
comune in cui ha sede il giudice adito per agevolare le notificazioni/comunicazioni a lui dirette.

COSTITUZIONE DEL CONVENUTO


Il convenuto (destinatario della notifica di citazione) non è obbligato a partecipare al processo che quindi può
proseguire anche in sua assenza. Tuttavia, se non vuole restare inerte e subire un processo contumaciale, per
svolgere le proprie difese dovrà costituirsi in giudizio.

La costituzione del convenuto è disciplinata dagli ARTT.166-167 che prevedono che la parte debba costituirsi
in giudizio a mezzo del difensore o personalmente nei casi previsti dalla legge e nei termini indicati (20 giorni
>> 10 giorni) depositando in cancelleria il proprio fascicolo contenente: comparsa di risposta, copia della
citazione notificata, procura, documenti offerti in comunicazione.

Il termine non è perentorio giacché nulla vieta al convenuto di costituirsi fino all’udienza di precisazione delle
conclusioni (EX ART.189), tuttavia la costituzione tardiva implica le decadenze di cui all’ART.167: quindi se si
costituisce oltre il termine all’ART.166 egli non potrà più proporre la domanda riconvenzionale o di
accertamento incidentale, le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio, chiamare in causa un terzo
chiedendo anche lo spostamento dell’udienza. Si tratta di attività che vanno svolte, a pena di decadenza, nella
comparsa di risposta.
Il convenuto che non deve svolgere queste attività può anche attendere e costituirsi direttamente all’udienza di
1° comparizione senza temere conseguenze negative.

La comparsa di risposta è il primo atto formale del convenuto che attraverso il difensore/personalmente
espone al giudice le ragioni per cui ritiene che la domanda della controparte vada respinta. Essa deve rispettare
alcuni requisiti di forma in quanto deve contenere:
1. Indicazione dell’u.g. competente e delle parti (compreso c.f. e generalità del convenuto);
2. Difese richieste;
3. Conclusioni
Deve poi contenere la sottoscrizione del difensore/parte se sta in giudizio personalmente, ma si tratta di un
vizio sanabile dal raggiungimento dello scopo se non sorgono contestazioni.

ISCRIZIONE CAUSA A RUOLO, DESIGNAZIONE G. I. E UDIENZA 1° COMPARIZIONE


All’iscrizione a ruolo provvede il cancelliere su richiesta della parte che si costituisce per prima (in genere
l’attore). Questa parte deve presentare un’apposita nota di iscrizione della causa nel ruolo generale con
indicazione delle parti, del procuratore che si costituisce, dell’oggetto della domanda, della data di notifica della
citazione e dell’udienza in essa fissata per la 1° comparizione.

Contemporaneamente all’iscrizione il cancelliere deve formare il fascicolo d’ufficio della causa nel quale vanno
inseriti la nota di iscrizione a ruolo, una copia dell’atto di citazione e degli altri atti di parte insieme ai verbali di
udienza, i provvedimenti del giudice, gli atti di istruzione, la copia del dispositivo della sentenza.

Dopo aver formato il fascicolo il cancelliere lo presenta al presidente del tribunale affinché questi designi con
decreto il giudice istruttore. Una volta noto il magistrato incaricato dell’istruzione della causa, si può
determinare la data effettiva dell’udienza di 1° comparizione.

•••••••
UDIENZA DI 1° COMPARIZIONE E VERIFICHE PRELIMINARI
L’udienza di 1° comparizione rappresenta il primo contatto tra parti e giudici e segna l’inizio della fase di
trattazione della causa. Per quanto riguarda le verifiche preliminari che il giudice deve compiere, egli deve
verificare:
 d’ufficio la REGOLARITA’ DELLA COSTITUZIONE DELLE PARTI ed all’occorrenza invitare queste
ultime a comparire e regolarizzare gli atti/documenti;
 la REGOLARITA’ FORMALE DEL CONTRADDITTORIO, aventi ad oggetto vizi attinenti a nullità
sanabili, ed eventualmente provvedere. In particolare il giudice verifica:
1. se vi sono ipotesi di litisconsorzio necessario a contraddittorio non integro (ART.102);
2. se l’atto di citazione è nullo per vizi attinenti alla vocatio in ius o all’edictio cationi (ART.164);
3. se è nulla la domanda riconvenzionale (ART.167);
4. se vi sono vizi di rappresentanza/autorizzazione (ART.182);
5. se il convenuto non si è costituito e sussistono vizi di notificazione della citazione (ART.291).

La sanatoria alla 1° udienza di questi vizi non è imposta a pena di decadenza in quanto il giudice può sempre
provvedervi anche successivamente. Tuttavia, nel momento in cui dispone la sanatoria, deve anche fissare una
nuova udienza (ART.183 COMMA 2) e questa è una 1° ipotesi di scissione della prima udienza: la 1° resta
destinata alla verifica sulle regolarità formali del contraddittorio ed alla sanatoria dei vizi; la successiva 2°
udienza sarà invece dedicata all’inizio della trattazione.

Una ulteriore ipotesi di scissione si ha quando deve precedersi al tentativo di conciliazione giudiziale (ART.183
COMMA 3). Con la Riforma 2005 l’espletamento del tentativo di conciliazione davanti al giudice istruttore è
passato da obbligatorio a facoltativo.
Il giudice istruttore procede tanto all’interrogatorio libero quanto al tentativo di conciliazione in caso di
richiesta congiunta (ART.185). Se vi è richiesta congiunta delle parti, il giudice è quindi vincolato a sentirle; se
la richiesta congiunta manca il giudice ha la facoltà di fissare l’udienza di comparizione personale per
interrogarle liberamente.
L’interrogatorio libero non è un mezzo di prova e mira a fornire chiarimenti al giudice sullo stato dei fatti e
sulle posizioni delle parti (si distingue dall’interrogatorio formale che invece è un vero mezzo di prova volto a
provocare la confessione giudiziale).

TRATTAZIONE DELLA CAUSA


Nella 1° udienza – o in quella eventualmente fissata dopo l’espletamento del tentativo di conciliazione e
dell’interrogatorio libero delle parti – si svolge la trattazione della causa.
Nell’udienza di cui all’ART.183 il giudice, oltre a verificare la regolarità del contraddittorio, richiede alle parti i
chiarimenti necessari ed indica le questioni rilevabili d’ufficio che ritiene opportuno trattare. Inoltre qui le parti
possono precisare o modificare le domande/eccezioni/conclusioni già formulate e l’attore può proporre
domande/eccezioni che sono conseguenza della d.r. o delle eccezioni proposte dal convenuto e chiedere di
essere autorizzato a chiamare un terzo se necessario.

Infatti, se gli viene chiesto, il giudice concede alle parti:


 TERMINE DI 30 GIORNI per il deposito di memorie limitate alle sole precisazioni/modificazioni delle
domande/eccezioni/conclusioni già proposte;
 TERMINE DI ULTERIORI 30 GIORNI per replicare a domande/eccezioni nuove o modificate dall’altra
parte per proporre le eccezioni che sono conseguenza delle domande/eccezioni medesime e per
indicazione dei mezzi di prova e produzione di documenti;
 TERMINE DI ULTERIORI 20 GIORNI per la sola indicazione di prova contraria.
Se le parti hanno richiesto questi termini il giudice fissa quindi apposita udienza per decidere dell’ammissibilità/
rilevanza dei mezzi istruttori proposti dalle parti, sempre se non reputa la causa già maturata per la decisione
senza necessità di istruttoria.

ART.81 BIS (l.148/11) ha previsto che il giudice, quando provvede sulle richieste istruttorie, deve anche
fissare il calendario del processo con l’indicazione delle udienze successive, sentite le parti e tenendo conto
della natura/urgenza/complessità della causa. Tutto ciò per contenere la durata del processo.

d.l. 132/14 ha inserito ART.183 BIS col quale si è stabilito che, nelle cause in cui il tribunale giudica in
composizione monocratica, il giudice nell’udienza di trattazione – valutata la complessità della lite e
dell’istruzione probatoria – può disporre con ordinanza non impugnabile (ma previo contraddittorio) il
passaggio dal rito ordinario al rito sommario di cognizione.

NUOVE ALLEGAZIONI
ART.183 pone limiti all’allegazione di nuovi fatti principali (costitutivi, estintivi, modificativo e impeditivi) che
implichino la proposizione di domande/eccezioni nuove o la modifica di quelle già proposte.
Invece non vi è alcun limite temporale per:
- Proposizione di MERE DIFESE consistenti nella contestazione di fatti allegati dall’avversario;
- Allegazione di FATTI SECONDARI dai quali si desume l’esistenza/inesistenza del fatto principale;
- Allegazione di FATTI PRINCIPALI che giudice potrebbe rilevare d’ufficio.

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INTERVENTO DI TERZO
Il processo civile non per forza si svolge tra le parti originarie, essendo sempre possibile che un terzo vi entri di
sua iniziativa o perché chiamato in causa dalle parti (su istanza delle stesse o per ordine del giudice).
 INTERVENTO VOLONTARIO — è disciplinato dagli ARTT.105-267 secondo cui chiunque può
intervenire in un processo che pende tra altri soggetti se vuole far valere nei confronti di 1/+ parti un suo
diritto relativo all’oggetto o dipendente dal titolo dedotto nel processo. È anche possibile intervenire solo
per sostenere le ragioni di una delle parti se sussiste un particolare interesse (vd. 3 tipi di intervento).
EX ART.267 il terzo può intervenire in giudizio presentando in udienza o depositando in cancelleria
un’apposita comparsa (avente lo stesso contenuto della comparsa di risposta del convenuto EX
ART.167) nella quale espone le proprie ragioni, indica i mezzi di prova, deposita documenti. EX
ART.268 COMMA 1 l’intervento può avvenire fin quando non vengono precisate le conclusioni ed EX
ART.268 COMMA 2 il terzo non può compiere atti che al momento dell’intervento non più consentiti ad
alcuna altra parte, salvo egli intervenga per integrazione necessaria del contraddittorio (L.N.
PRETERMESSO).
 INTERVENETO SU ISTANZA DI PARTE — EX ART.106 le parti possono chiamare il terzo al quale
ritengono comune la causa o dal quale pretendono di essere garantite. Alla chiamata si provvede EX
ART.269: con citazione a comparire nell’udienza fissata nel rispetto dei termini all’ART.163 BIS.
È fondamentale rispettare alcune norme procedurali: il CONVENUTO che intende chiamare il terzo deve
farne dichiarazione nella comparsa di risposta a pena di decadenza + deve chiedere al g.i. lo
spostamento della 1° udienza. Se a chiamare il terzo è l’ATTORE, egli deve chiedere al giudice di essere
autorizzato, a pena di decadenza, nella 1° udienza. Il giudice, se concede l’autorizzazione, fissa una
nuova udienza per consentire all’attore di citare il 3°. Indipendentemente da chi dei due effettua la
chiamata, la parte deve depositare la relativa citazione nel termine all’ART.165 (10gg dalla notifica) ed il
3° deve costituirsi entro i termini all’ART.166 (almeno 20gg prima dell’udienza).
 INTERVENTO PER ORDINE DEL GIUDICE — ART.107. la peculiarità è che non viene effettuata
direttamente dal giudice ma ordinata da questo ad una qualsiasi delle parti in qualsiasi momento (non
soggetta a termine). Se la parte non provvede il giudice ordina la cancellazione della causa dal ruolo EX
ART.270.

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GIUDICE ISTRUTTORE
Il giudice istruttore è quello designato per l’istruzione della causa EX ART.168 BIS. Egli dovrebbe restare
immutato per tutto il corso del processo (ART.174 COMMA 1) salvo casi eccezionali di assoluto impedimento o
gravi esigenze di servizio (ART.174 COMMA 2).
La sua funzione è quella di fissare le udienze successive ed i termini entro cui le parti debbono compiere gli atti
processuali (ART.175). Egli deve poi assumere tutte le iniziative volte al più sollecito e leale svolgimento del
procedimento.

I suoi provvedimenti hanno la forma dell’ordinanza: le ordinanze pronunciate in udienza si ritengono


conosciute dalle parti e da quelle che avrebbero dovuto esserlo (assenti); quelle pronunciate fuori udienza sono
invece da comunicare a cura del cancelliere entro 3gg.
Le ordinanze del g.i. – anche se motivate – non hanno carattere decisorio (tranne alcune eccezioni – vd.
ordinanze anticipatorie di condanna) e pertanto sono sempre modificabili o revocabili ad opera del giudice che
le ha pronunciate, salvo che:
- si tratti di ordinanze pronunciate su accordo delle parti in materie delle quali possono disporre (se modifica/revoca
non consentita da accordo delle parti);
- siano dichiarate espressamente non impugnabili dalla legge;
- quelle per le quali la legge predisponga uno speciale mezzo di reclamo

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ISTRUZIONE PROBATORIA
Oggetto di prova sono tutti i fatti che si reputano idonei alla ricostruzione della fattispecie. Invece non sono da
provare:
 FATTI NOTORI (ART.115 COMMA 2) – nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza, fatti
che appartengono alla conoscenza collettiva e che si possono ritenere provati in sé, senza una specifica
prova.
 FATTI PACIFICI (ART.115 COMMA 1) – quelli non specificatamente contestati dalla parte costituita.

Con il termine PROVA si intende il risultato dell’iter logico-intellettivo attraverso cui il giudice è pervenuto ad
accertare i suddetti fatti ed a convincersi del loro verificarsi. Le prove si distinguono in:
a. PROVE COSTITUITE e PROVE COSTITUENDE: le 1° preesistono rispetto al processo e sono acquisite
mediante la loro produzione in giudizio (documenti); le 2° si formano all’interno del processo (prova
testimoniale, confessione, giuramento).
b. PROVE DIRETTE e INDIRETTE: le 1° sono quelle attraverso cui il giudice percepisce direttamente il
fatto da provare (ispezione); le 2° sono quelle cui la prova del fatto è fornita attraverso uno strumento
rappresentativo (documento).
c. PROVE LIBERE e PROVE LEGALI: sono liberamente valutabili le prove la cui attendibilità (attitudine a
provare il fatto) è rimessa al prudente apprezzamento del giudice. In taluni casi il giudice non dispone
del libero potere di apprezzare l’attendibilità della prova, ma è vincolato ad una valutazione predefinita
dalla legge (confessione, giuramento).
Accanto ai mezzi di prova veri e propri si collocano gli ARGOMENTI DI PROVA che consistono in strumenti
probatori che da soli non riescono a sorreggere una decisione, ma che possono integrare prove acquisite altrove e
con strumenti diversi. Il giudice può desumere argomenti di prova dalle risposte delle parti in sede di
interrogatorio libero, dal loro ingiustificato rifiuto a consentire le ispezioni.

ONERE DELLA PROVA


Per quanto riguarda come ripartire l’onere della prova, la regola è contenuta nell’ART.2697cc secondo il quale
chi vuole far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono fondamento (COMMA 1) e chi
eccepisce l’inefficacia di tali fatti o eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui
l’eccezione si fonda (COMMA 2).

La regola dell’onere della prova va letta come regola dell’onere della mancata prova, nel senso che le
conseguenze negative della mancata prova di un fatto sono destinate a ricadere su colui che avrebbe dovuto
fornire la prova di quel fatto e che non vi ha provveduto. Si tratta quindi di una regola di giudizio di cui si giova il
giudice al momento della decisione per distribuire le conseguenze negative della mancata prova di taluni fatti.

EX ART.2698cc sono nulli i patti con cui è invertito o modificato l’onere della prova se aventi ad oggi diritti
indisponibili o quando l’inversione o la modifica dell’onere ha per effetto di rendere a una delle parti
eccessivamente difficile l’esercizio del diritto.

MODALITA’ DI ASSUNZIONE DELLA PROVA E SUA CHIUSURA


L’assunzione dei mezzi di prova è riservata al giudice istruttore ed ha ad oggetto le prove costituende (quelle
che si formano all’interno del processo nel corso dell’istruzione probatoria) in quanto quelle costituite entrano
nel processo tramite esibizione e produzione.

L’udienza di assunzione dei mezzi di prova, alla quale le parti possono assistere personalmente, è disciplinata in
via generale dall’ART.184. Dell’udienza è redatto un processo verbale avente valore di atto pubblico e facente
piena prova, fino a querela di falso, della provenienza dal p.u. che lo ha redatto e delle dichiarazioni in esso
contenute.

Se la parte che ha presentato istanza per l’inizio/prosecuzione della prova non si presenta all’udienza, il giudice la
dichiara decaduta dal diritto di far assumere la prova, a meno che non sia l’altra parte a chiedere l’assunzione.
Ad ogni modo all’udienza successiva la parte può chiedere la revoca dell’ordinanza con la quale viene dichiarata
decaduta ed il giudice provvede se ritiene che la mancata comparizione sia dipesa da una causa a lui non
imputabile.

La fase di assunzione viene dichiarata chiusa quando esauriti tutti i mezzi di prova ammessi; quando – essendo le
parti decadute – non ve ne siano altre da esperire e quando il giudice reputa superflua l’assunzione di ulteriori
prove prima ammesse perché già raggiunti i risultati. A questo punto il giudice istruttore fissa l’udienza per la
precisazione delle conclusioni.

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SINGOLI MEZZI ISTRUTTORI
CONSULENZA TECNICA
Essa non è un vero mezzo di prova, bensì configura un mezzo di prova sui generis volto – più che ad accertare la
veridicità dei fatti – a condurre il giudice ad un giudizio critico.
EX ART.61 quando è necessario, il giudice può farsi assistere - per il compimento di singoli atti o per tutto il
processo - da uno/+ consulenti di particolare competenza tecnica. La scelta avviene tra le persone iscritte in
appositi albi speciali e queste hanno l’obbligo di assumere l’incarico, tranne se il giudice riconosce un giusto
motivo di astensione o se viene ricusato da una delle parti.

Unitamente alla nomina del consulente, il giudice formula i quesiti (indicare l’oggetto specifico degli
accertamenti e le valutazioni che deve compiere) e fissa un’udienza per la sua comparizione con un’ordinanza
che viene notificata al consulente a cura del cancelliere. Con la stessa ordinanza il giudice assegna alle parti un
termine perentorio entro cui designare un loro c.t. che potrà assistere a tutte le operazioni del consulente del
giudice.

La collaborazione del c.t. può esplicarsi in 2 modi:


1. MERA ASSISTENZA AL GIUDICE (e alle parti) – funge da mero supporto per il giudice (e per le parti)
ed il suo compito consiste nel fornire in forma orale i chiarimenti richiesti o nell’esprimere il suo parere in
camera di consiglio alla presenza delle parti;
2. SVOLGIMENTO DI VERE E PROPRIE INDAGINI con intervento del giudice o in modo autonomo –
ha un ruolo più attivo, soprattutto se procede alle indagini da solo. In questo caso deve anche redigere
una relazione scritta in cui riassume le operazioni eseguite ed i risultati.
Qui il giudice fissa con ordinanza un 1° termine entro cui il consulente deve trasmettere la relazione alle
parti costituite; un 2° termine entro cui le parti possono trasmettere al c.t. le proprie osservazioni; un 3°
termine entro cui il c.t. deve depositare in cancelleria la propria relazione, osservazione delle parti e la
valutazione sintetica di esse.

Quanto alle attività successive, è necessario – se le indagini avvengono senza la partecipazione del giudice – che il
consulente dia comunicazione alle parti ed ai rispettivi c.t. della data e del luogo dell’inizio delle operazioni.
Infatti le parti hanno sempre il diritto di partecipare e presentare al c.t. osservazioni ed istanze.

Se il consulente riesce ad ottenere la conciliazione della controversia, dovrà procedersi alla redazione del verbale
sottoscritto dalle parti e dal consulente che viene munito dell’efficacia di titolo esecutivo con apposito decreto
del giudice. Se la conciliazione non riesce, il c.t. dovrà depositare in cancelleria la relazione scritta con i risultati
delle indagini compiute, le osservazioni delle parti sulla relazione ed una propria sintetica valutazione delle
osservazioni.

L’ISPEZIONE GIUDIZIALE
ART.118 prevede che il giudice possa ordinare alle parti/terzi di consentire sulla loro persona/cose in loro
possesso le ispezioni utili per conoscere i fatti, purché esse avvengano senza grave danno e senza costringerli a
violare uno dei segreti EX ARTT.351-52.
All’ispezione procede il giudice istruttore, ad eccezione di quella corporale alla quale provvede il consulente
tecnico. Inoltre il potere di ispezione non può mai trasformarsi in un potere di perquisizione né avere finalità
meramente esplorative.

L’ordine di ispezione compete al giudice istruttore che deve fissare tempo, luogo, modo (ART.258) ed il
provvedimento ha forma di ordinanza e può intervenire in qualunque momento del giudizio di 1° grado nonché in
appello. Misure particolari sono previste per l’ispezione corporale (anche l’ordine di sottoporsi alla prova genetica ed
ematologica nei giudizi di accertamento/disconoscimento della maternità naturale), alla quale il giudice procede con le
cautele volte al rispetto della persona. Inoltre in questo caso il soggetto passivo ha anche il diritto di farsi
assistere da una persona di fiducia riconosciuta idonea.

Il soggetto passivo può essere tanto una parte quanto un terzo, però in caso di inottemperanza le conseguenze
saranno diverse: contro la parte possono trarsi argomenti di prova, mentre al terzo potrà applicarsi una pena
pecuniaria (€200-1500).

ESIBIZIONE DI PROVE E RICHIESTA DI INFORMAZIONI ALLA PA


EX ART.210 COMMA 1 il giudice istruttore, su istanza di parte, può ordinare all’altra parte/terzo di esibire in
giudizio documenti/altro di cui ritenga necessaria l’acquisizione al processo. Per quanto riguarda i limiti,
l’esibizione non è ammessa se determina un grave danno per le parti/terzo oppure se li costringe a violare il
segreto professionale/d’ufficio/di Stato.

L’ordinanza con cui è disposta l’esibizione deve indicare il tempo, il luogo e le modalità e, se l’ordine è rivolto ad
una parte contumace o ad un terzo, anche il termine per la notificazione dell’ordinanza stessa e la parte che
deve provvedervi. Inoltre se l’esibizione implica una spesa, deve porre l’anticipazione a carico della parte che
l’ha richiesta.

Rifiuto esibizione di documenti: se l’ordine rivolto alla parte e questa si rifiuta non è possibile procedere
all’esecuzione coattiva ma da questo comportamento potrà trarre argomenti di prova; se a rifiutare è il terzo
non si avrà rilevanza sul piano probatorio ed anche qui è esclusa l’esecuzione coattiva. È tuttavia possibile che il
giudice disponga l’ispezione secondo modalità e limiti all’ART.118.

Rimessa all’iniziativa del giudice è la richiesta di informazioni alla PA: fuori dai casi previsti dagli ARTT.210-
211, il giudice può richiedere d’ufficio alla PA le informazioni scritte relative agli atti e documenti
dell’amministrazione stessa che è necessario acquisire al processo. L’amministrazione è tenuta a collaborare e –
qualora non provveda – può essere destinataria di un ordine di esibizione EX ART.210.

INTERROGATORIO E CONFESSIONE
L’interrogatorio libero è utilizzabile discrezionalmente (argomento di prova) dal giudice d’ufficio in ogni stato e
grado del processo, mentre quello formale nei mezzi di prova, potendo le relative dichiarazioni condurre alla
confessione.
Nell’interrogatorio formale le domande non potranno vertere su fatti diversi da quelli formulati nei capitoli, a
meno che non si tratti di domande sulle quali le parti concordano e che il giudice ritiene rilevanti e salva anche
la possibilità del giudice di chiedere chiarimenti sulle risposte date. L’ordinanza che ammette l’interrogatorio
va comunicata alle parti costituite solo se pronunciata fuori udienza; mentre in ogni caso va notificata alla parte
contumace.
Esso non può essere reso né dal difensore né a mezzo di procura speciale; per gli incapaci/p.g. può essere reso dal
rappresentante che però può confessare solo i fatti di sua scienza diretta. È fatto divieto di servirsi di scritti
preparati per garantire la genuinità della risposta. La mancata risposta/prestazione non producono gli stessi
effetti della confessione (libero apprezzamento del giudice). Al rifiuto di risposta è equiparato il non sapere o le
risposte evasive.

EX ART.2730cc la confessione consiste nella dichiarazione che una parte fa della verità di fatti ad essa sfavorevoli
e favorevoli all’altra parte. Essa può provenire solo da persona capace di disporre dei diritti a cui i fatti si
riferiscono o da un rappresentante, ma in quest’ultimo caso è efficace solo nei limiti in cui vincoli il
rappresentato (ART.2731cc). Essa è irrevocabile salvo che si provi l’errore di fatto o la violenza (ART.2732cc).

Occorre distinguere tra:


1. CONFESSIONE GIUDIZIALE – è resa in giudizio ed ha valore di prova legale (= forma piena prova contro
colui che l’ha fatta, purché non verta su fatti relativi a diritti non disponibili), salvo che non ci si trovi
di fronte a diritti indisponibili o in ipotesi di litisconsorzio necessario: in questo caso, se la
confessione è resa soltanto da alcuni litisconsorti, essa è rimessa al prudente apprezzamento del giudice.
La confessione giudiziale può essere SPONTANEA o PROVOCATA mediante interrogatorio formale (ART.228).
La 1° può essere contenuta in qualsiasi atto processuale, firmato dalla parte personalmente, salvo che in sede di
interrogatorio libero. La 2° va resa in sede di interrogatorio formale e qui la parte interrogata deve rispondere
personalmente e non può servirsi di scritti preparati.
2. CONFESSIONE STRAGIUDIZIALE – è resa al di fuori del processo e si distingue quella RESA ALLA
PARTE O A CHI LA RAPPRESENTA da quella RESA A UN TERZO O CONTENUTA IN UN TESTAMENTO: la 1°
ha sempre efficacia di prova legale mentre la 2° è liberamente apprezzabile dal giudice. La prova di
questa confessione nel processo è subordinata ad alcuni limiti: essa non può provarsi per testimoni se
verte su un oggetto per il quale la prova testimoniale non è ammessa dalla legge.

PROVA DOCUMENTALE – ATTO PUBBLICO


Per documento si intende qualsiasi oggetto idoneo a rappresentare un certo fatto ed è sempre possibile
distinguere l’INTRINSECO (contenuto del documento, fatto in esso rappresentato) e l’ESTINSECO (elemento
materiale, supporto e quanto adoperato per lasciar traccia dei fatti).

EX ART.2699cc l’atto pubblico è il documento redatto, con le richieste formalità, da un notaio o da altro pubblico
ufficiale autorizzato ad attribuirgli pubblica fede nel luogo dove l’atto è formato. Inoltre EX ART.2700cc esso fa
piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal p.u. che lo ha formato nonché delle
dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il p.u. attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti.
EX ART.2701 qualora il documento sia formato da un p.u. incompetente/incapace o senza l’osservanza delle
formalità prescritte – se sottoscritto dalle parti – esso acquista la stessa efficacia probatoria della scrittura
privata.

Devono quindi concorrere un ELEMENTO SOGGETTIVO (qualità di notaio/p.u.) ed un ELEMENTO OGGETTIVO


(complesso di formalità per un dato atto).

QUERELA DI FALSO
L’efficacia di “piena prova” si estende alla provenienza del documento dal p.u. sottoscrivente, alla data ed al
luogo di redazione dell’atto, all’identità delle parti presenti, alle dichiarazioni rese dalle parti, a tutti gli altri
fatti avvenuti alla presenza del p.u. e come tali accertati nell’atto.
Tale efficacia può essere contestata con la querela di falso, procedimento volto ad accertare la falsità del
documento.

Il procedimento può proporsi sia IN VIA PRINCIPALE sia IN CORSO DI CAUSA in qualunque stato e grado del
processo finché la verità del documento non sia stata accertata con sentenza passata in giudicato (ART.221
COMMA 1)**. L’atto di querela deve contenere – a pena di nullità – l’indicazione degli elementi e delle prove
della falsità e può essere proposto dalla parte personalmente o da un procuratore speciale, con atto di citazione
o con dichiarazione da unirsi al verbale di udienza. Nel procedimento interviene obbligatoriamente il pm.

** La preclusione al massimo potrebbe derivare, qualora abbia ad oggetto una scrittura privata, dal formarsi di un giudicato
di accoglimento dell’istanza di verificazione. Dal momento che la verificazione ha di solito ad oggetto solo l’autenticità della
sottoscrizione, nulla esclude che la querela sia successivamente proposta per far accertare un’alterazione parziale del
documento.

Giudice competente è il tribunale in composizione collegiale, quindi – quando la domanda è proposta in via
incidentale davanti ad un giudice diverso (giudice di pace o corte d’appello) – questi deve sospendere il processo
davanti a sé e disporre la riassunzione della causa di falso davanti al tribunale.
Inoltre se la querela è proposta incidentalmente nel corso di un giudizio pendente, il giudice istruttore deve
chiedere alla parte che ha prodotto il documento se intende valersene in giudizio (INTERPELLO)  se risponde
negativamente, il documento non è utilizzabile in causa; se la risposta è positiva, il giudice deve ulteriormente
valutare se si tratta di documento rilevante (ART.222).
L’esecuzione della sentenza che accerta la falsità non può avere luogo prima del suo passaggio in giudicato
(ART.227).

Per quanto riguarda l’oggetto, ci sono 2 questioni controverse:


1. ABUSO DI BIANCOSEGNO – riempimento abusivo di un foglio previamente firmato in bianco. Qui il danneggiato
non può non riconoscere la propria sottoscrizione, quindi unico strumento a sua disposizione è la querela di falso
volta a dimostrare che il contenuto del documento non è a lui riferibile;
2. AMMISSIBILITA’ A PROPORRE LA QUERELA NEI CONFRONTI DI UNA SCRITTURA (non autenticata nella
sottoscrizione) che, non essendo ancora stata riconosciuta, non ha neppure acquisito quella peculiare efficacia di
piena prova EX ART.2702, quindi potrebbe essere più semplicemente disconosciuta EX ARTT.214-215. La
giurisprudenza riconosce l’ammissibilità sostenendo che la querela potrebbe investire non la falsità della
sottoscrizione, bensì un’altra alterazione del documento.

PROVA DOCUMENTALE – SCRITTURA PRIVATA


E’ scrittura privata il documento sottoscritto da un soggetto e recante dichiarazioni a lui imputabili (quindi è un
documento autografo, a differenza dell’atto pubblico che è un documento eterografo).

Anch’essa ha efficacia di prova legale e quindi fa piena prova fino a querela di falso, ma con un ambito più
limitato rispetto all’atto pubblico  infatti la piena prova si forma circa la provenienza delle dichiarazioni da chi
l’ha sottoscritta (ESTRINSECO) e non anche circa l’attualità o l’esistenza dell’effetto giuridico rappresentato
nella dichiarazione.

RICONOSCIMENTO E DISCONOSCIMENTO DELLA SCRITTURA


Una volta prodotta in giudizio, la scrittura privata fa piena prova fino a querela di falso se colui contro il quale la
scrittura è prodotta ne riconosce la sottoscrizione o se questa è legalmente considerata come riconosciuta
(ART.2702cc).

Il riconoscimento riguarda la sola sottoscrizione e può essere:


1. ESPRESSO – quando colui contro il quale è prodotta la riconosce esplicitamente o l’ha già in precedenza
riconosciuta. Si ha inoltre per riconosciuta la sottoscrizione autenticata da notaio/p.u. autorizzato;
2. TACITO – quando la parte alla quale la scrittura è attribuita o contro la quale è prodotta è contumace,
salvo ART.293 COMMA 3 (salva ipotesi che il contumace si costituisca tardivamente e disconosca nella
sua prima difesa successiva le scritture contro di lui prodotte) + quando la parte costituita non la
disconosce o non dichiara di non conoscerla nella 1° udienza o nella 1° risposta successiva alla produzione
documentale (ART.215).

Se la scrittura prodotta in giudizio non è stata riconosciuta, colui contro il quale è prodotta può disconoscerla
negando la propria scrittura/sottoscrizione (ART.214).

VERIFICAZIONE
La parte che intende avvalersi della scrittura disconosciuta deve allora fare istanza di verificazione. Si apre così
un procedimento incidentale al giudizio di merito con cui la parte che vuole giovarsi della scrittura manifesta
tale volontà nonostante il disconoscimento.

Il procedimento si fonda sulla tecnica di comparazione tra scrittura disconosciuta ed altre scritture del soggetto.
Se non esistono scritture di comparazione/irreperibili, il giudice istruttore può ordinare alla parte di scrivere
sotto dettatura, anche alla presenza del c.t. Se la parte – invitata a comparire personalmente – non si presenta o
si rifiuta di sottoscrivere senza giustificato motivo, la scrittura si può ritenere conosciuta (ART.219).

Sull’istanza di verificazione pronuncia il collegio, il quale – nella sentenza che dichiara la scrittura/
sottoscrizione della parte che l’ha negata – può condannare quest’ultima ad una pena pecuniaria.

EFFICACIA PROBATORIA DELLE COPIE


Spesso nel processo, al posto dell’originale dell’atto pubblico o della scrittura privata, se ne produce una copia e
l’efficacia probatoria delle copie è disciplinata agli ARTT.2714ss.
Per quanto riguarda l’atto pubblico, l’efficacia compete alle copie spedite nelle forme prescritte e per quanto
riguarda la scrittura privata, le copie depositate presso i pubblici uffici e spedite da pubblici depositari hanno
automaticamente efficacia dell’originale da lui estratto. Ciò escluso quando in entrambi i casi sono presenti
abrasioni, cancellature o altri difetti esteriori.
Per la scrittura privata l’ipotesi più frequente è data dalla sua produzione in fotocopia: ART.2719 afferma che la
copia fotografica ha la stessa efficacia della copia autentica se conforme all’originale in quanto attestata da p.u.
competente e non espressamente disconosciuta. […]
GIURAMENTO
Mentre con la confessione si dichiarano fatti a sé sfavorevoli e favorevoli all’altra parte, il giuramento consiste
nella dichiarazione solenne di un fatto favorevole al dichiarante. L’utilità del mezzo sta nel fatto che la parte
chiamata a rendere il giuramento è indotta a dire la verità per evitare di incorrere nel reato di falso giuramento
(ART.371cp).

Si distinguono 2 tipi di giuramento:


1. GIURAMENTO DECISORIO – quello che una parte deferisce all’altra per farne dipendere la decisione totale o
parziale della causa (ART.2736 n.1 cc). Esso può essere deferito in qualunque stato della causa davanti al
giudice istruttore, nonché formulato in capitoli in modo in modo chiaro e specifico. Il giuramento deferito a
una parte può essere da quest’ultima riferito: finché non abbia dichiarato di essere pronta a giurare, la parte
al quale il g.d. è deferito, può riferirlo all’avversario nei limiti del codice (ART.234). Tanto per il deferimento
quanto per il riferimento è necessaria la disponibilità dei diritti sui cui vertono le dichiarazioni
(ART.2737cc).
Il giuramento, una volta reso, costituisce prova legale: non solo non è ammessa la prova contraria, ma non può
neanche essere richiesta la revocazione della sentenza qualora il giuramento sia stato dichiarato falso. Può però
essere domandato il risarcimento dei danni nel caso di condanna penale per falso giuramento.
Il giuramento prestato soltanto da alcune delle parti in una situazione di litisconsorzio necessario non ha
efficacia di prova legale, ma è liberamente apprezzato dal giudice.
Esso è revocabile solo fino al momento in cui la parte a cui sia stato deferito/riferito non dichiara di essere
pronta a prestarlo; tuttavia – se il giudice modifica la formula proposta dalla parte – questa può revocarlo.
Possibili esiti del processo: A) se la parte a cui deferito il giuramento si presenta in udienza e giura, VINCE; B) se
la parte si presenta in udienza ma non giura, PERDE; C) se non si presenta all’udienza (salvo giustificato motivo),
PERDE; D) se giura con formula diversa da quella deferitagli, PERDE.
2. GIURAMENTO SUPPLETORIO – l’iniziativa è riservata al giudice quando sussistono dubbi circa la prova di
un fatto decisivo, del quale vi siano margini di prova. In questi casi il giudice può deferire il giuramento ad una
delle parti.
Una volta deferito il giuramento, la parte gravata del compito di giurare è assoggettata a tutti gli obblighi e le
responsabilità che valgono nel giuramento decisorio qualora non sia resa la dichiarazione (responsabilità
penale per falso giuramento, risarcimento del danno…). Non si applicano invece le norme circa il riferimento del
giuramento.

2.1. GIURAMENTO ESTIMATORIO – è una sottospecie di quello suppletorio e si ha quando il giudice


deferisce giuramento per stabilire il valore della causa domandata, se non altrimenti accertabile.

PROVA TESTIMONIALE
La prova testimoniale consiste nella dichiarazione resa in giudizio da terzi estranei alla controversia
(TESTIMONI) circa l’esistenza o inesistenza di fatti rilevanti per la causa. Si tratta di una prova liberamente
valutabile dal giudice, a cui spetta sia definire il grado di attendibilità del teste sia la compatibilità delle
dichiarazioni con i fatti da provare.

In virtù dell’aleatorietà delle dichiarazioni di terzi rese in giudizio, la legge impone precisi LIMITI LEGALI
all’ammissibilità di questo mezzo di prova:
1. LIMITI OGGETTIVI – non è ammessa se ha per oggetto patti aggiuntivi o contrari al contenuto di un
documento, per i quali si alleghi che la stipulazione è stata anteriore o contemporanea (ART.2722cc); invece
per i patti aggiuntivi/contrari successivi l’autorità giudiziaria può consentire la prova solo se, avuto riguardo
alla qualità delle parti, alla natura del contratto e ad ogni altra circostanza, appare verosimile che siano
state fatte aggiunte/modificazioni verbali (ART.2723). La prova di contratti è ammessa invece solo in
alcune ipotesi: 1- quando vi è un principio di prova per iscritto; 2- quando il contraente è stato nell’impossibilità
morale/materiale di procurarsi una prova scritta; 3- quando il contraente ha senza sua colpa perduto il documento che
gli forniva la prova (ART.2724). Non veniva ammessa se il valore dell’oggetto del contratto > €2.58 ma
questo limite superato da ART.2721 COMMA 2.
2. LIMITI SOGGETTIVI – non possono testimoniare le persone aventi nella causa un interesse che potrebbe
legittimare la loro partecipazione al giudizio (es. coloro che potrebbero intervenire volontariamente in causa ).
Originariamente era fatto divieto anche a taluni soggetti legati ad una delle parti (coniuge, parenti affini, in
linea retta, coloro legati da vincoli di affiliazione) ma la disposizione è stata dichiarata incostituzionale nel
1983. Allo stesso modo è stata dichiarata l’incostituzionalità dell’ART.248 nella parte in cui prevedeva la
facoltà dei <14 anni di essere sentiti se loro audizione necessaria per particolari circostanze.
MODALITA’ DI ASSUNZIONE DELLA PROVA
Essa, come tutte le prove costituende, è soggetta al preventivo giudizio di ammissibilità e rilevanza ad opera del
giudice. Le modalità dell’assunzione sono previste agli ARTT.244ss.
La richiesta di ammissione in genere proviene dalle parti e – una volta formulata l’istanza mediante indicazione
specifica delle persone da interrogare e dei fatti – il giudice ammette la prova con ordinanza.

Ammessa la prova, l’u.g. – su richiesta della parte – intima ai testimoni (con atto scritto ed almeno 7-8gg prima
dell’udienza) di comparire davanti al giudice nel luogo, nel giorno e nell’ora fissati. I testimoni formulano quindi
la dichiarazione di impegno e successivamente, confermate le generalità, vengono interrogati dal giudice
istruttore. Se la parte onerata non provvede, essa decade dalla prova e la decadenza è dichiarata d’ufficio. L’altra
parte può però evitarla dichiarando di essere interessata all’audizione del teste.

I testimoni vanno sentiti separatamente e, prima di interrogarli, il giudice istruttore deve avvertirli circa
l’obbligo di dire la verità e le conseguenze penali per la testimonianza falsa o reticente. Il teste inoltre non può
servirsi di scritti preparati per le risposte se non autorizzato dal giudice.

Il giudice in questa fase ha vari poteri: può eliminare dalla lista dei testi, oltre agli incapaci a testimoniare EX
ART.246, anche quelli che reputa superflui. Invece la parte che aveva indicato i testi può rinunciare alla loro
audizione solo a condizione che alla rinuncia aderiscano le altre parti ed acconsenta anche il giudice. Inoltre
può disporre, anche d’ufficio, il confronto tra più testimoni se emergono divergenze; ordinare d’ufficio che siano
chiamate a deporre le persone citate dai testi; decidere di sentire i testi considerati inizialmente superflui o dei
quali aveva consentito la rinuncia.

Il testimone deve comparire anche quando non risiede nel luogo in cui si svolge il processo. Le deroghe
riguardano solo le ipotesi in cui egli sia nell’impossibilità di presentarsi oppure esentato da leggi/convenzioni
internazionali. In questi casi il giudice si reca all’abitazione/ufficio del teste o delega il giudice del luogo.
Al di fuori delle deroghe, se il teste non si presenta, il giudice può ordinare una nuova intimazione o
l’accompagnamento coatto alla stessa udienza/altra successiva e può anche condannare il teste ad una pena
pecuniaria.

TESTIMONIANZA SCRITTA
ART.257bis (l.69/2009) disciplina la testimonianza scritta. In presenza di un accordo tra le parti, il giudice –
tenuto conto della natura della causa e di ogni altra circostanza – può disporre che la deposizione dei testimoni sia
fornita per iscritto.

Con lo stesso provvedimento il giudice dispone che la parte che ha chiesto l’assunzione predisponga il modello
di testimonianza facendolo notificare al testimone. Il testimone sottoscrive la deposizione e spedisce in busta
chiusa il plico o lo consegna in cancelleria (se non provvede si avrà una pena pecuniaria). In ogni caso il giudice,
esaminate le risposte, può sempre disporre che sia chiamato a deporre davanti a lui.

PRESUNZIONI E PROVE ATIPICHE


EX ART.2727 le presunzioni sono la conseguenza che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire ad un
fatto ignoto. Esse si distinguono in:
1. PRESUNZIONI ASSOLUTE – ART.2728 COMMA 2 – contro le quali non è ammessa prova contraria
(esempio, ART.2049cc) o è ammessa solo con determinati mezzi di prova (esempio, ART.2960cc);
2. PRESUNZIONI LEGALI SEMPLICI – ART.2728 COMMA 1 – le quali dispensano da qualunque tipo di prova
coloro a favore dei quali esse sono stabilite. Attraverso queste presunzioni si realizza una inversione
dell’onere della prova = quello che normalmente sarebbe qualificato quale fatto costitutivo diviene una
eccezione e viceversa (esempio, ART.2054cc)
3. PRESUNZIONI SEMPLICI – le quali consistono nelle conseguenze che il giudice trae da un fatto noto per
risalire ad uno ignoto (l’alibi). Esse, in quanto non stabilite dalla legge, sono lasciate alla prudenza del
giudice il quale può ammettere soltanto quelle GRAVI – PRECISE – CONCORDANTI (ART.2729 COMMA 1).
Esse non possono essere utilizzate quando la legge esclude la prova per testimoni (COMMA 2).

Le PROVE ATIPICHE sono sia quelle non comprese nel catalogo risultante dal codice di rito e da quello civile
sia quelle che – pur essendo nel catalogo – sono state assunte con modalità diverse da quelle prescritte dalla
legge. La possibilità di far ricorso a mezzi di prova diversi da quelli tipici è confermata dall’ART.2729 tuttavia
l’utilizzazione di questo tipo di prova incontra dei limiti.
Per quanto riguarda le PROVE ILLECITE, sono tali sia le prove assunte/acquisite al processo con modalità
diverse da quelle prescritte o comunque in violazione dei limiti indicati dal legislatore, sia le prove di cui la
parte sia entrata in possesso contra legem.

•••••••
CONCLUSIONE DEL PROCESSO CON DECISIONE

COMP. COLLEGIALE vs COMP. MONOCRATICA


Esaurita la fase istruttoria, si passa a quella decisoria = ultima fase del processo che conduce alla sentenza. Il
codice è costruito sulla decisione dell’organo collegiale perché all’epoca la decisione collegiale costituiva la
regola; ma nel 1998 si è passati alla situazione opposta dove la regola generale è data dalla monocraticità ed
eccezionalmente vi è la riserva di collegialità (ART.50 BIS):
- cause in cui è obbligatorio l’intervento del pm;
- di opposizione, impugnazione, revocazione ed in quelle conseguenti a dichiarazioni tardive di crediti di cui alla legge
fallimentare e alle altre leggi speciali disciplinanti la liquidazione coatta amministrativa;
- cause devolute alle sezioni specializzati;
- cause di omologazione del concordato fallimentare e del concordato preventivo;
- cause di impugnazione delle deliberazioni dell’assemblea e del CdA […]
- cause di impugnazione dei testamenti e riduzione per lesione di legittima;
- cause sulla responsabilità civile dei magistrati […]

RIMESSIONE DELLA CAUSA AL COLLEGIO […]


EX ART.189 si ha quando il giudice istruttore ritiene la causa matura per la decisione in quanto sussistono tutti
gli elementi necessari per giungere alla sentenza. Ciò può avvenire:
a) QUANDO LA CAUSA E’ MATURA PER LA DECISIONE SENZA BISOGNO DI ASSUNZIONE DI MEZZI
DI PROVA;
b) QUANDO IL G.I. RIMETTE LE PARTI AL COLLEGIO affinché sia decisa separatamente una questione
di merito avente carattere preliminare, ma alla condizione che si tratti di una questione la cui decisione
è in grado di definire il giudizio;
c) QUANDO IL GIUDICE RIMETTE IN DECISIONE se sorgono questioni attinenti alla giurisdizione o alla
competenza o ad altre pregiudiziali, ma può anche disporre che siano decise unitamente al merito.
Queste sono le cosiddette questioni pregiudiziali di rito, assoggettate ad un meccanismo analogo a
quello esaminato per le precedenti;
d) QUANDO LA CAUSA E’ MATURA PER LA DECISIONE DOPO CHE SI SIA SVOLTA LA FASE
ISTRUTTORIA e cioè che siano stati assunti tutti i mezzi di prova ammessi.

PRECISAZIONE DELLE CONCLUSIONI


Disposta la rimessione della causa da parte del giudice istruttore al collegio restano ancora delle residue
attività delle parti: egli deve innanzitutto invitare le parti a precisare davanti a lui le conclusioni che intendono
sottoporre al collegio nei limiti di quanto formulato negli atti introduttivi.

A questa incombenza la prassi riserva un’udienza ad hoc  UDIENZA DI PRECISAZIONE DELLE


CONCLUSIONI. Questo momento serve a fare il punto della situazione in quanto può accadere che – rispetto
alle domande originarie – il thema decidendum sia stato modificato o precisato oppure che siano state proposte
domande nuove in corso di causa (nei limiti in cui ciò possibile). Può anche accadere che le parti rinuncino ad una
o più domande inizialmente proposte. Con la precisazione delle conclusioni non possono però proporsi domande
o eccezioni nuove, essendo le relative preclusioni maturate da tempo.

Dopo la precisazione delle conclusioni la causa è rimessa al collegio ma le parti provvedono ancora allo:
1. SCAMBIO DELLE COMPARSE CONCLUSIONALI (devono essere depositate entro il termine perentorio
di 60gg dalla rimessione) – le parti riepilogano ed esplicano le conclusioni già precisate all’udienza;
offrono cioè una più approfondita argomentazione delle domande/eccezioni definitivamente proposte.
Anch’esse non possono contenere domande7eccezioni nuove o richieste istruttorie nuove.
2. SCAMBIO DELLE MEMORIE DI REPLICA(entro i 20gg successivi) – sono la risposta di ciascuna parte
alle comparse conclusionali di controparte, espressione quindi del principio del contraddittorio.
PRONUNCIA DELLE SENTENZA
Una volta rimessa la causa al collegio, la sentenza è depositata in cancelleria entro 60gg dal deposito delle
memorie di replica (termine ordinatorio, quindi disatteso nella prassi).

Ciascuna parte può FACOLTATIVAMENTE chiedere – al momento della precisazione delle conclusioni – che la
causa sia discussa oralmente davanti al collegio (ART.275 COMMA 2). In questa ipotesi il presidente provvede a
fissare con decreto l’UDIENZA DI DISCUSSIONE da tenersi entro 60gg. La sentenza viene poi depositata in
cancelleria entro i 60gg successivi.

La deliberazione della sentenza avviene in segreto in camera di consiglio e si conclude con la redazione e la
sottoscrizione del (solo) dispositivo da parte del presidente del collegio. Dopo la deliberazione la sentenza viene
depositata in cancelleria e ciò vale quale sua pubblicazione. Con la pubblicazione essa diventa un atto ufficiale
dello stato e da quel momento il testo non è più ritrattabile, modificabile o revocabile da parte del collegio. La
pubblicazione è inoltre importante in quanto segna la decorrenza del termine lungo per impugnare.

PROVVEDIMENTI DEL COLLEGIO


Di regola la forma del provvedimento emesso in fase decisoria è la SENTENZA. Occorre però fare una
distinzione tra SENTENZA DEFINITIVA e SENTENZA NON DEFINITIVA.
Innanzitutto il collegio pronuncia la sentenza:
1. quando definisce il giudizio, decidendo questioni di giurisdizione (ART.279 COMMA 2 n.1) –
l’ipotesi è quella in cui la pronuncia sulla giurisdizione è idonea a definire il processo, cioè quando il
collegio nega la propria giurisdizione (se la conferma la decisione non definisce il giudizio in quanto esso deve
proseguire per la decisione sul merito)  SENTENZA DEFINITIVA perché definisce il giudizio.
2. quando definisce il giudizio decidendo questioni pregiudiziali attinenti al processo o questioni
preliminari di merito (ART.279 COMMA 2 n.2) – si tratta di questioni, attinenti al processo (sentenza
che nega la legittimazione ad agire) o al merito (sent. che rigetta la domanda per intervenuta prescrizione del
diritto fatto valere), idonee a definire il giudizio.  SENTENZA DEFINITIVA anche se ha un contenuto
limitato in quanto inidonea a decidere su tutto il merito.
3. quando definisce il giudizio decidendo totalmente il merito (ART.279 COMMA 2 n.3) – SENTENZA
DEFINITIVA e la pronuncia interviene su tutto il merito.
4. quando, decidendo alcune delle questioni di cui ai nn.1.2.3, non definisce il giudizio e impartisce
distinti provv. per l’ulteriore istruzione della causa (ART.279 COMMA 2 n.4) – SENTENZA NON
DEFINITIVA e si dice che essa pronuncia sulla questione in senso non impediente perché non esaurisce
e non definisce il processo, né il merito della causa.
5. quando, valendosi della facoltà agli ARTT.103comma2-104comma2, decide solo alcune delle
cause fino a quel momento riunite e con distinti provv. dispone la separazione delle altre e
l’ulteriore istruzione o la rimessione al giudice inferiore (ART.279 COMMA 2 n.5) – qui siamo
davanti ad un processo con cumulo oggettivo e, valersi della facoltà di cui ai citati artt, significa valersi
della facoltà di separare le cause quando vi è l’istanza di tutte le parti o quando la continuazione
ritarderebbe o renderebbe più gravoso il processo.  SENTENZA PARZIALE che non definisce tutto il
merito ma ha ad oggetto una domanda (e non una questione come la SENTENZA NON DEFINITIVA).

L’ipotesi più generale di sentenza è quella all’ART.277 COMMA 1 secondo cui il collegio, nel deliberare sul
merito deve decidere su tutte le domande proposte e le relative eccezioni definendo il giudizio.  SENTENZA
DEFINITIVA. Al COMMA 2 però si afferma che tuttavia il collegio può limitare la decisione ad alcune domande se
riconosce che per esse soltanto non sia necessaria una ulteriore istruzione e se la loro definizione è di interesse
apprezzabile per la parte che ne ha fatto istanza  SENTENZA PARZIALMENTE DEFINITIVA. Quest’ultima è
una sentenza che decide solo su alcune delle più domande proposte nel medesimo giudizio e che
contestualmente rimette in istruttoria per la prosecuzione del processo con riferimento alle altre domande.

Una forma particolare di sentenza (talvolta accomunabile a quella NON DEFINITIVA) è la SENTENZA DI
CONDANNA GENERICA.

Il collegio può anche optare per l’ordinanza quando provvede solo su questioni relative all’istruzione della
causa, senza definire il giudizio. In questo caso, non definendo il giudizio, impartisce però con la stessa
ordinanza i provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa (ART.279 COMMA 1).
SENTENZA DI CESSAZIONE DELLA MATERIA DEL CONTENDERE
La cessazione della materia del contendere è un istituto di origine giurisprudenziale volto a dar rilievo ad eventi
sopravvenuti nel corso del giudizio che impedirebbero di accogliere la domanda nella formulazione originaria.
ESEMPIO: convenuto paga il debito/obbligazione dedotta in giudizio dopo la notifica dell’atto di citazione.

PROCEDIMENTO DAVANTI AL TRIBUNALE IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA


Gli ARTT.281 QUINQUIES-SEXIES descrivono 3 modalità di decisione:
1. A SEGUITO DI TRATTAZIONE SCRITTA – è quella generalmente applicata e di poco si differenzia dalla
decisione resa da organo collegiale. Infatti resta invariata la precisazione delle conclusioni EX ART.189
e lo scambio delle comparse conclusionali/memorie di replica EX ART.190; ma la sentenza è depositata
in cancelleria nei 30gg (non 60gg) dalla scadenza del termine per il deposito delle memorie di replica
(termine ordinatorio);
2. A SE GUITO DI TRATTAZIONE MISTA- l’udienza di discussione è fissata solo se è richiesto dalle parti
durante la precisazione delle conclusioni e quindi quando le parti chiedono la discussione orale, viene
soppresso lo scambio delle memorie di replica;
3. A SEGUITO DI TRATTAZIONE ORALE – il giudice, fatte precisare alle parti le conclusioni, può ordinare
la discussione orale della causa nella stessa udienza oppure, se taluna delle parti glielo chiede, in
un’udienza successiva senza assegnare termini per lo scambio delle conclusionali e delle repliche.
Questo procedimento, facoltativo per il giudice, è riservato alle cause semplici ed in questa ipotesi è
semplificata anche la stesura della sentenza-documento visto che la decisione viene inserita nel verbale
dell’udienza e si intende pubblicata con la mera sottoscrizione, da parte del giudice, del verbale stesso.

EFFICACIA ED ESECUTIVITA’ DELLE SENTENZE


Le sentenze emesse al termine del giudizio di 1° grado possono spiegare efficacia già prima del loro passaggio in
giudicato. ART.282 infatti dispone che le sentenze di 1° grado sono provvisoriamente esecutive tra le parti;
tuttavia la provvisoria esecutorietà della sentenza può essere sospesa – anche parzialmente – dal giudice
d’appello su istanza di parte da proporsi con impugnazione principale o incidentale.

Nello specifico la parte che ricorre in appello o che, appellata, decide di proporre appello incidentale, può
chiedere INIBITORIA DELLA SENTENZA. I presupposti per la richiesta sono la sussistenza di gravi e fondati
motivi, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti. Al ricorrere di tali presupposti, il
giudice può disporre l’inibitoria con/senza cauzione e vi provvede con ordinanza non impugnabile emessa nella
1° udienza.

•••••••
CONCLUSIONE DEL PROCESSO SENZA DECISIONE

CONCILIAZIONE
Il processo può concludersi anche in altri 2 modi: 1) CONCILIAZIONE (raro); 2) ESTINZIONE. Alla
conciliazione si ricorre in genere solo quando le parti abbiano un preciso interesse a munirsi di un titolo
esecutivo oppure a rendere inoppugnabile l’accordo raggiunto sul piano sostanziale. Rientra in questo contesto
il tentativo di conciliazione che potrebbe aver luogo su richiesta congiunta delle parti o per iniziativa dello
stesso giudice, solitamente all’inizio della trattazione della causa.

ART.88 DISP.ATT. prevede anche la conciliazione tra procuratori delle parti che non siano stati espressamente
autorizzati a conciliare. In questo caso il giudice ne prende atto nel verbale d’udienza e fissa un’ulteriore
udienza in cui potranno comparire le parti per redigere il vero verbale di conciliazione.

Il verbale costituisce titolo esecutivo ed è parificabile ad una sentenza di condanna, potendo dar vita a qualunque
tipo di esecuzione forzata. La sua redazione deve essere seguita da un provvedimento di cancellazione della
causa dal ruolo che segna il definitivo esaurimento del giudizio ed il venir meno della litispendenza.
ESTINZIONE DEL PROCESSO
L’estinzione rappresenta una forma anomala di chiusura del processo a seguito della quale esso non si conclude
con una pronuncia nel merito della causa, ma con un provvedimento che si astiene dal pronunciare sulla domanda.
L’estinzione si può avere:
1. PER RINUNCIA AGLI ATTI – il processo si estingue per rinuncia agli atti del giudizio quando questa è
accettata dalle parti costituite che potrebbero avere interesse alla prosecuzione, ma l’accettazione non è
efficace se contiene riserve/condizioni (ART.306 COMMA 1).
La rinuncia può provenire dall’attore ma anche dalle altre parti costituite che potrebbero avere interesse alla
prosecuzione (quelle che si sono difese in giudizio proponendo eccezioni nel merito o nuove domande). Invece
non hanno interesse le parti che hanno svolto difese di rito e quelle rimaste contumaci.
La dichiarazione di rinuncia o accettazione va fatta dalle parti o dai loro procuratori speciali, verbalmente
all’udienza o con atti sottoscritti e notificati alle altre parti (ART.306 COMMA 2). Quanto alle spese, il
rinunciante è tenuto al rimborso alle altre parti, salvo diverso accordo. La liquidazione è fatta dal giudice con
ordinanza non impugnabile (ART.306 ULT.COMMA).
2. PER INATTIVITA’ DELLE PARTI – consiste nel mancato compimento di atti di impulso che consentono la
prosecuzione del processo e l’estinzione può essere:
2.1. IMMEDIATA – quando le parti incorse in omissioni relative ad atti per i quali la legge/giudice prevedono un
termine perentorio;
2.2. MEDIATA – il processo entra in uno stato di quiescenza finché la parte che abbia interesse alla sua prosecuzione
non compia un atto di impulso, in mancanza del quale si avrà l’estinzione (riassunzione). ART.307 COMMA 2
prevede che, se dopo una 1° riassunzione, si verifica di nuovo una delle ipotesi menzionate, il processo si estingue
direttamente ed immediatamente.

La riassunzione è un atto di impulso volto a rimettere in moto, previa ricostituzione del contraddittorio, una
causa che sia entrata in una situazione di quiescenza per – ad esempio – mancata iscrizione a ruolo o
cancellazione dal ruolo, sospensione o interruzione del processo, translatio iudicii.
Non sempre la riassunzione si attua nello stesso modo: quella del processo interrotto trova una disciplina
nell’ART.303 che prevede la forma del ricorso; tuttavia in mancanza di norme ad hoc essa va fatta con una
comparsa che necessita elementi analoghi a quelli necessari per l’atto di citazione iniziale (fatte salve alcune
peculiarità). Quando la riassunzione ha ad oggetto una causa non iscritta a ruolo o cancellata o consegue ad una
t.i., sarà necessaria una nuova iscrizione a ruolo ad iniziativa della parte che si costituisce per prima.

L’estinzione opera di diritto (produce effetti a partire dal momento in cui si realizza la fattispecie estintiva
ed il provvedimento del giudice ha valore ricognitivo, cioè retroagisce fino al momento in cui la fattispecie
estintiva si è perfezionata) ed è dichiarata, anche d’ufficio, con ordinanza del giudice istruttore o con sentenza del
collegio (ART.307 ULT. COMMA).
L’ordinanza che dichiara l’estinzione è comunicata a cura del cancelliere se è pronunciata fuori udienza. Contro
di essa è ammesso il reclamo entro 10gg. All’esito di tale impugnazione il collegio pronuncia un’ordinanza
non impugnabile se accoglie il reclamo, ritenendo che l’estinzione non si è verificata e che il giudizio deve
proseguire, oppure una sentenza impugnabile con vie ordinarie se rigetta il reclamo confermando l’estinzione.

EFFETTI DELL’ESTINZIONE
L’estinzione del processo non estingue l’azione (ART.310 COMMA 1)  il diritto dedotto in giudizio resta
liberamente riproponibile in un eventuale successivo processo che fosse instaurato tra le parti.
Di regola l’estinzione travolge tutti gli atti compiuti nel processo (ART.310 COMMA 2): così succede per le
ordinanze, salvo che la legge disponga diversamente (sopravvivono le ordinanze anticipatorie di condanna).
Invece sopravvivono all’estinzione:
 SENTENZE DI MERITO pronunciate nel corso del processo: tali sono le sentenze non definitive e
parzialmente definitive che pronunciano sul merito della causa; invece non sopravvivono quelle che –
pur essendo non definitive – hanno contenuto processuale;
 PRONUNCE CHE REGOLANO LA COMPETENZA: sono questi i provvedimenti della Cassazione che
decidono sulla competenza;
 PROVE raccolte nel processo estinto ma con una degradazione della loro efficacia probatoria, potendo
valere nel successivo giudizio solo come argomenti di prova. Questa limitazione vale solo per le prove
liberamente apprezzabili, invece le prove legali l’efficacia si mantiene la stessa.

Non bisogna tralasciare gli effetti negativi indiretti dell’estinzione su


 PRESCRIZIONE – la domanda giudiziale produce un effetto interruttivo-sospensivo della prescrizione
che di regola riprende a decorrere dal momento in cui passa in giudicato la sentenza definitiva in
giudizio. Se il processo non arriva alla sentenza definitiva e si estingue prima, l’effetto sospensivo viene
cancellato e sopravvive solo quello interruttivo, cosicché il nuovo periodo di prescrizione prende a
decorrere dalla data in quell’effetto interruttivo si era verificato (giorno stesso della domanda
giudiziale);
 DECADENZA – essa non può essere né interrotta né sospesa ma solo impedita col compimento dell’atto
previsto dalla legge/contratto. Ci si chiede se la tempestiva proposizione della domanda giudiziale sia
idonea a impedire la decadenza del diritto o se l’inadempimento della decadenza resta travolto
dall’eventuale estinzione del processo. L’orientamento prevalente rifiuta la 1° soluzione perché
penalizzerebbe l’esigenza di certezza giuridica alla base dell’istituto della decadenza e ritiene che
l’effetto impeditivo della decadenza possa operare possa operare solo all’interno del processo in cui la
domanda proposta, resta invece caducato quando il processo si conclude senza decisione di merito.

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ORDINANZE ANTICIPATORIE DI CONDANNA
Le ordinanze del giudice istruttore hanno di regola la funzione di disciplinare la prosecuzione del processo e
consistono in provvedimenti interni modificabili e revocabili dallo stesso giudice. Vi è però una categoria di
ordinanze emesse dal giudice istruttore aventi una funzione decisoria.

Nel rito ordinario di cognizione esse sono:


1. ORDINANZA PER IL PAGAMENTO DELLE SOMME NON CONTESTATE – ART.186 BIS – su istanza di
parte il giudice istruttore può disporre – fino al momento della precisazione delle conclusioni – il pagamento
delle somme non contestate dalle parti costituite. Se l’istanza è proposta fuori udienza, il giudice dispone la
comparizione ed assegna il termine per la notificazione.
Questa ordinanza vale come titolo esecutivo, è revocabile e modificabile e – in deroga all’ART.310
COMMA 2 – conserva la propria efficacia in caso di estinzione del processo. Si tratta quindi di un
provvedimento anticipatorio avente natura sommaria non cautelare e utilizzabile solo quando, in relazione ad
una domanda avente ad oggetto il pagamento di una somma di denaro, il debitore si sia costituito in giudizio e
non abbia contestato una parte dell’avversa pretesa.
2. ORDINANZA DI INGIUNZIONE DI PAGAMENTO O DI CONSEGNA – ART.186 TER COMMA 1 – fino al
momento della precisazione delle conclusioni, se ricorrono i presupposti di cui all’ART.633 COMMA 1 N.1-
COMMA 2-634, la parte può chiedere al g.i. in ogni stato del processo, di pronunciare con ordinanza
l’ingiunzione di pagamento o di consegna. Se l’istanza è proposta fuori udienza il giudice dispone la
comparizione delle parti ed assegna il termine per la notificazione.
Le condizioni cui è subordinata coincidono in parte con quelle richieste per la concessione del decreto
ingiuntivo EX ART.633ss seppur con alcune peculiarità: mentre il decreto ingiuntivo è pronunciato inaudita
altera parte (senza che il preteso debitore sia stato previamente sentito), qui il provvedimento è chiesto dopo che il
contraddittorio fra le parti si è già instaurato.
L’ordinanza può essere concessa provvisoriamente esecutiva se sussistono i presupposti per la provvisoria
esecutività del decreto ingiuntivo (ARTT.642-648). Anch’essa è un’ordinanza modificabile e revocabile e
destinata a sopravvivere all’estinzione del processo, con la particolarità che se si tratta di ordinanza non
ancora esecutiva, con l’estinzione del processo essa acquista l’efficacia esecutiva di cui all’ART.653 COMMA 1.
Se la parte contro cui è pronunciata l’ingiunzione è contumace, l’ordinanza deve essere notificata e deve anche
contenere l’espresso avvertimento che – se la parte non si costituisce nel termine di 20gg dalla notifica – essa
diverrà esecutiva EX ART.647.
Infine l’ordinanza dichiarata esecutiva costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale.
3. ORDINANZA SUCCESSIVA ALLA CHIUSURA DELL’ISTRUZIONE – ART 186 QUATER – mentre le 2
precedenti possono essere pronunciate nel corso dell’istruzione (e fino al termine per la precisazione delle
conclusioni), il limite temporale per questa è spostato in avanti essendo collocata nel momento in cui
l’istruzione è esaurita.
Anche qui è necessaria l’istanza di parte ed ha ad oggetto la domanda di condanna al pagamento di somme o alla
consegna o al rilascio di beni. Il giudice pronuncia l’ordinanza nei limiti in cui ritiene raggiunta la prova,
provvedendo anche sulle spese.
Il presupposto qui è che la fase istruttoria si sia conclusa e che la causa sia matura per la decisione. Essa
ha lo scopo non di abbreviare i tempi dell’istruzione, bensì di comprimere quelli della fase decisoria finanche
arrivando a sostituirsi alla sentenza. Questa ordinanza costituisce titolo esecutivo ed è revocabile con la
sentenza che definisce il giudizio.
Dopo la pronuncia dell’ordinanza si possono configurare diversi scenari:
a) SE IL PROCESSO SI ESTINGUE l’ordinanza acquista l’efficacia della sentenza impugnabile sull’oggetto
dell’istanza;
b) SE LA PARTE INTIMATA NON MANIFESTA ENTRO 30GG DALLA PRONUNCIA/COMUNICAZIONE LA
VOLONTA’ CHE SIA PRONUNCIATA LA SENTENZA, l’ordinanza acquista efficacia della sentenza
impugnabile sull’oggetto dell’istanza;
c) SE LA PARTE INTIMATA MANIFESTA LA VOLONTA’ DI AVERE LA SENTENZA, l’ordinanza è sostituita
da questa (la quale può confermarla, modificarla e revocarla).

•••••••
VICENDE PARTICOLARI DEL PROCESSO
PROCESSO CONTUMACIALE
Se una delle parti si è costituita entro il termine a lei assegnato, la causa ha avuto un inizio fisiologico e – di
regola – non è destinata all’estinzione. Infatti ART.171 COMMA 2 stabilisce che se una delle parti si è costituita
entro il termine rispettivamente a lei assegnato, l’altra parte può costituirsi fino alla 1° udienza (ma restano
ferme per il convenuto le decadenza all’ART.167).
Giunti però alla 1° udienza, la parte che non si costituisce neppure in tale udienza è dichiarata contumace con
ordinanza del giudice istruttore (ART.171 ULT. COMMA).

CONTUMACIA DELL’ATTORE. Nel dichiarare la contumacia dell’attore, il giudice istruttore – se il convenuto


ne fa richiesta – ordina che sia proseguito il giudizio e dà le disposizioni all’ART.187; altrimenti dispone la
cancellazione della causa dal ruolo ed il processo si estingue (ART.290).

CONTUMACIA DEL CONVENUTO. La sua mancata costituzione può dipendere da una sua consapevole scelta o
dal vizio di un atto che gli ha impedito la conoscenza della lite. Nessun problema se il giudice alla 1° udienza
non rileva vizi che possano aver impedito al convenuto di avere conoscenza del processo  egli ne dichiara
senz’altro la contumacia EX ART.171 COMMA 3. Se invece il giudice rileva un vizio, fissa all’attore un termine
perentorio per rinnovarla. Se anche all’udienza successiva fissata dal giudice per rinnovare l’atto viziato il
convenuto non si costituisce, il giudice ne dichiara la contumacia. Se invece l’attore non ottempera all’ordine del
giudice di rinnovare la notificazione della citazione, il giudice ordina la cancellazione della causa dal ruolo ed il
processo si estingue EX ART.307 COMMA 3 (ART.291 COMMA 3)  estinzione immediata senza periodo di
quiescenza.

Per quanto riguarda le dinamiche del processo contumaciale, non c’è differenza a seconda che essa riguardi
l’attore o il convenuto. Il contumace non può compiere atti nel processo né partecipare attivamente al
procedimento.
Il processo in contumacia però è assoggettato ad alcune regole particolari che, da un lato mirano ad evitare che
la contumacia danneggi la parte costituita e dall’altro puntano a salvaguardare i diritti del contumace. ART.292
individua così alcuni atti che vanno portati a conoscenza del contumace:
1. ORDINANZA CHE AMMETTE INTERROGATORIO O GIURAMENTO;
2. COMPARSE CONTENENTI DOMANDE NUOVE O RICONVENZIONALI;
3. VERBALE IN CUI SI DA ATTO DELLA PRODUZIONE DELLA SCRITTURA PRIVATA non indicata in altri atti
già notificati al contumace
Questi atti/provvedimenti vanno notificati personalmente al contumace nei termini che il giudice
istruttore fissa con ordinanza in quanto creano degli oneri a carico del destinatario che egli deve quindi
conoscere. Va poi notificata personalmente al contumace la SENTENZA.
Tutte le altre comparse che non comportano alcun onere invece si considerano comunicate con il deposito in
cancelleria e con l’apposizione del visto del cancelliere sull’originale.

La dichiarazione di contumacia non è definitiva: la parte dichiarata contumace può costituirsi in ogni
momento del procedimento fino all’udienza di precisazione delle conclusioni (ART.293) in cancelleria o
direttamente in udienza. Pur potendo sempre disconoscere le scritture contro di lui prodotte, non può compiere
attività già precluse alle altre parti o – senza il consenso delle altre parti – attività difensive che rallentano la
definizione della controversia già matura per la decisione.
Qualora la dichiarazione di contumacia sia stata involontaria, la legge contempla la possibilità di una
rimessione in termini EX ART.294 COMMA 1: se dimostra che la nullità della citazione/notificazione gli ha
impedito la conoscenza del processo o che comunque la costituzione in giudizio impedita da causa a lui non
imputabile. Se sussistono i presupposti, la rimessione è concessa dal giudice con ordinanza previa ammissione – se
necessario – della prova dell’impedimento.

SOSPENSIONE DEL PROCESSO


È un arresto temporaneo del suo svolgimento disposto dal giudice al verificarsi di dati eventi stabiliti dalla legge. Il
processo riprende il suo corso quando scade il termine fissato dal giudice o quando cessa il motivo che ha
determinato la sospensione. Distinguiamo:
1. SOSPENSIONE NECESSARIA (ART.295) – il giudice dispone che il processo sia sospeso in ogni caso in
cui egli stesso/altro giudice deve risolvere una controversia dalla cui definizione dipende la decisione della
causa. L’arresto qui si impone per la pendenza tra le stesse parti di un’altra causa che si mostra
pregiudiziale rispetto a quella da sospendere (es. accertamento del rapporto di paternità rispetto a quella sul
diritto agli alimenti tra padre e figlio). L’ordinanza è impugnabile con regolamento di competenza.
2. SOSPENSIONE VOLONTARIA (ART.296) – richiede la concorde istanza di tutte le parti costituite ed è
usata – ad esempio – in caso di volontà di ricercare una composizione bonaria della controversia o di
porre rimedio ad eventuali impedimenti. È stata modificata dalla l.69/09 che richiede – per
l’accoglimento della relativa istanza – l’esistenza di giustificati motivi e poi ha ridotto a 3 mesi la durata
massima della sospensione. Il giudice deve provvedere anche alla fissazione dell’udienza per la
prosecuzione del processo.

Quanto agli effetti, la sospensione produce il divieto di compiere atti e l’interruzione di tutti i termini processuali
in corso; i quali riprenderanno a decorrere ab initio dal momento in cui il processo verrà riattivato (ART.298).
Quindi con la sospensione il procedimento entra in una fase di quiescenza dalla quale di regola può uscire – una
volta cessata la causa – solo con un atto di impulso (riassunzione) proveniente da una qualunque delle parti, a
meno che il giudice non abbia già fissato l’udienza di prosecuzione col provvedimento di sospensione.

INTERRUZIONE DEL PROCESSO


È una forma di quiescenza del processo determinata da eventi che rischiano di pregiudicare il contraddittorio. Gli
eventi che danno luogo ad interruzione:
- morte della parte (anche presunta);
- perdita della capacità di stare in giudizio di una parte per interdizione/inabilitazione o dich. fallimento;
- ipotesi di estinzione di soggetti diversi dalla persona fisica;
- morte/perdita della capacità processuale del rappresentante legale dell’incapace;
- cessazione della rappresentanza legale;
- morte, radiazione/sospensione del procuratore.

Non tutti gli eventi determinano l’interruzione del processo, ma bisogna distinguere varie situazioni:
A. Evento riguardante LA PARTE o IL SUO RAPPR. LEGALE si verifica DOPO L’INIZIO DEL PROCESSO
ma PRIMA DELLA COST. DELLA PARTE STESSA e comunque ANTERIORMENTE ALL’UDIENZA DI
1° COMPARIZIONE – si ha l’interruzione automatica del processo a meno che coloro ai quali spetta di
proseguirlo non si costituiscono entro la 1° udienza o l’altra parte non provvede a citarli in riassunzione
ex termini minimi all’ART.163 BIS.
B. Uno degli eventi prima menzionati (no dich. fallimento) colpisce UNA PARTE GIA’ COSTITUITA A
MEZZO DI PROCURATORE – il legislatore fa dipendere l’interruzione dalla volontà del procuratore a
meno che coloro ai quali spetta di proseguirlo non si costituiscono entro la 1° udienza o l’altra parte non
provvede a citarli in riassunzione ex termini minimi all’ART.163 BIS;
C. Uno degli eventi prima menzionati colpisce UNA PARTE GIA’ COSTITUITA PERSONALMENTE – siccome
non vi è altro soggetto che possa assicurare la difesa della parte, vale la regola per cui l’interruzione
opera ipso iure, dal giorno stesso dell’evento;
D. Uno degli eventi prima menzionati (no dich. fallimento) si verifica in danno DI UNA PARTE
CONTUMACE: si ha interruzione solo se/quando l’evento è notificato (alle altre parti) da chi deve
subentrare al contumace;
E. Eventi circa il DIFENSORE CON PROCURA determinano sempre l’interruzione automatica dal giorno in
cui si verificano.
Affinché si abbia interruzione, gli eventi devono avverarsi entro la chiusura della discussione davanti al collegio.
Se non è chiesta la discussione orale, si fa riferimento a quella entro cui devono essere depositate le memorie di
replica.
Gli effetti coincidono con quelli della sospensione: divieto di compiere atti del procedimento (pena nullità degli
stessi) ed interruzione dei termini processuali in corso che riprendono ex novo dal giorno della nuova udienza. La
pausa è quindi temporanea e la ripresa del processo può avvenire tramite la prosecuzione dello stesso da parte
di coloro che possono subentrare al posto della parte colpita da interruzione ( attraverso costituzione in
cancelleria o all’udienza se l’interruzione non ancora dichiarata/rilevata dal giudice. In caso contrario e se non
fissata alcuna udienza, la parte deve proporre ricorso al g.i. o al presidente del tribunale) oppure tramite
riassunzione ad opera di una delle altre parti ( attraverso una richiesta di fissazione dell’udienza e la
successiva notifica del ricorso/decreto a coloro che devono proseguire il processo al posto della parte
originaria, nonché alle altri parti).
Indipendentemente dal modo, la ripresa deve avvenire entro il termine perentorio di 3 mesi dall’interruzione.
Se l’interruzione è automatica il termine decorre dal momento in cui le parti ne sono venute a conoscenza.

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PROCESSO DAVANTI AL GIUDICE DI PACE
EX ART.311 il procedimento davanti al giudice di pace è retto dalle norme relative al procedimento avanti al
tribunale in composizione monocratica, in quanto compatibili (salve le specifiche disposizioni agli ARTT.316ss).

La domanda si propone con citazione a comparire a udienza fissa, ma si può proporre anche verbalmente con
redazione da parte del giudice di pace del processo verbale notificato a cura dell’attore con citazione a comparire
in udienza fissa (ART.316). La domanda deve contenere, oltre all’indicazione del giudice e delle parti,
l’esposizione dei fatti e l’indicazione dell’oggetto. Tra il giorno della notificazione ed il giorno della
comparizione devono intercorrere termini liberi non < a quelli previsti all’ART.163 BIS (non <45gg).

Le parti si costituiscono depositando in cancelleria la citazione o il processo verbale con la notifica e, quando
occorre, la procura. Esse inoltre possono anche costituirsi direttamente in udienza.

Quanto alla trattazione, nella 1° udienza è previsto l’interrogatorio libero ed il tentativo di conciliazione. Se la
conciliazione riesce ne viene redatto un processo verbale; se fallisce il giudice di pace invita le parti a precisare
definitivamente i fatti che ciascuna pone a fondamento delle domande, difese ed eccezioni, a produrre i
documenti ed a richiedere i mezzi di prova da assumere (ART.320 COMMA 3). La legge ammette un solo rinvio
di udienza per ulteriori produzioni e richieste di prova.

Quando la causa è matura per la decisione, il giudice di pace invita le parti a precisare le conclusioni ed a
discutere la causa (senza scambio di difese scritte come nel rito ordinario). La sentenza è depositata in
cancelleria entro 15gg. Inoltre il giudice di pace, nelle cause < €1100 (ad eccezione dei rapporti conclusi EX
ART.1342cc), decide secondo equità (ART.113 COMMA 2).

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IL GIUDICATO E L’AUTORITA’ DELLA SENTENZA
Dall’ART.161 emerge il principio di conversione delle nullità in motivi di impugnazione in virtù del quale
qualsiasi vizio della sentenza è denunciabile con i mezzi di impugnazione predisposti dalla legge. L’elenco dei
mezzi di impugnazione è all’ART.323 ed essi sono, oltre al regolamento di competenza nei casi previsti dalla
legge, l’appello, il ricorso per cassazione, la revocazione e l’opposizione di terzo.

I mezzi di impugnazione si dividono in 2 gruppi (M.I. ORDINARIA vs M.I. STRAORDINARIA) e la loro definizione
va delineata alla luce della COSA GIUDICATA, la quale a sua volta si distingue in COSA GIUDICATA FORMALE
e COSA GIUDICATA SOSTANZIALE.

Il giudicato costituisce una particolare qualità della sentenza che attribuisce alle statuizioni in essa
contenute una stabilità tale da renderle incontrovertibili. Cioè la sentenza passata in giudicato accerta la
situazione sostanziale in maniera talmente stabile da non poter esser più posta in discussione in futuro da
chiunque sia vincolato alla sentenza.
Quando si forma il giudicato? Quali sono i suoi confini?

GIUDICATO FORMALE
La definizione sta all’ART.324, secondo cui si intende passata in giudicato la sentenza che non è più soggetta né
a regolamento di competenza né ad appello né a ricorso per cassazione né a revocazione per i motivi ai nn.4-5
ART.395  sono tutti mezzi di impugnazione che vanno esperiti entro un termine perentorio, decorso il quale
la sentenza passa in giudicato in quanto si stabilizza rendendo definitiva la decisione.
Questi mezzi di impugnazione citati sono ordinari e sono volti a denunciare VIZI PALESI della sentenza.
Invece si definiscono mezzi di impugnazione straordinaria quelli destinati a rilevare i VIZI OCCULTI (il
termine decorre dalla scoperta del vizio, non dall’esistenza della sentenza).

GIUDICATO SOSTANZIALE
La norma di riferimento è l’ART.2909cc, secondo cui l’accertamento contenuto nella sentenza passata in
giudicato fa stato ad ogni effetto tra le parti, loro eredi ed aventi causa.

La sentenza passata in giudicato formale (quella non più assoggettabile ai mezzi di impugnazione ordinaria)
“fa stato” per quanto in essa “accertato”  per comprendere cosa sia effettivamente coperto dal giudicato
occorre individuarne i confini:
- LIMITI OGGETTIVI – il giudicato si forma sul rapporto giuridico controverso sul quale si è pronunciata
la sentenza. Qualsiasi giudice chiamato successivamente a pronunciarsi sul medesimo rapporto, dovrà
quindi astenersi dal decidere per evitare il ne bis in idem. Si dice che il giudicato copre il dedotto ed il
deducibile: l’accertamento contenuto nella sentenza è vincolante non solo per le questioni che sono
state effettivamente dedotte ma anche per quelle che, pur non essendo state dedotte, avrebbero potuto
esserlo nello stesso giudizio.
- LIMITI SOGGETTIVI – il giudicato vincola tutte le parti, coloro che hanno partecipato al processo e nei
cui confronti è stata pronunciata la sentenza; invece non sono vincolate quelle estromesse. Il giudicato
si estende poi ad alcuni terzi che, seppure rimasti estranei alla sentenza, ne subiscono gli effetti (eredi
ed aventi causa).
- LIMITI TEMPORALI – il giudicato non si proietta nel futuro senza limiti di tempo. La sentenza fotografa
una certa situazione di fatto (al momento della precisazione delle conclusioni) e di diritto (al momento
della pubblicazione della sentenza), tutti i fatti/mutamenti successivi non sono coperti dal giudicato e
possono essere quindi deducibili in un diverso e successivo processo.

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CORREZIONE DEI PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE
Le sentenze (salvo contro di esse sia stato proposto appello) e le ordinanze non revocabili possono essere
assoggettate ad un procedimento di correzione degli errori materiali o di calcolo, nonché delle omissioni
(ART.287). Questo rimedio non ha nulla a che vedere con le impugnazioni.

Per attivare il procedimento occorre l’istanza di parte e la domanda è proposta allo stesso giudice che ha
pronunciato il provvedimento. È un rimedio amministrativo non soggetto a limiti temporali. La correzione può
essere chiesta congiuntamente dalle parti (basta che il giudice provveda con decreto) o da una sola parte (il
giudice fissa un’udienza di comparizione con decreto e poi provvede con ordinanza annotata sul
provvedimento corretto).
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IMPUGNAZIONI IN GENERALE
EX ART.323 i mezzi di impugnazione delle sentenze sono l’appello, il ricorso per cassazione, la revocazione,
l’opposizione di terzo, il regolamento di competenza. A questo elenco va aggiunta, anche se non si tratta proprio
di un’impugnazione perché da vita ad un nuovo processo, l’actio nullitatis (= azione di accertamento negativo
eccezionalmente ammessa verso la sentenza priva di sottoscrizione del giudice).

Le classificazioni più diffuse:


- IMPUGNAZIONI ORDINARIE e STRAORDINARIE (correlate alla nozione di giudicato formale). Nel
1° gruppo rientra l’APPELLO, il RICORSO PER CASSAZIONE, REGOLAMENTO DI COMPETENZA e, solo per
alcuni motivi per cui ammessa, la REVOCAZIONE. Nel 2° gruppo rientra l’OPPOSIZIONE DI TERZO e la
REVOCAZIONE per i rimanenti motivi (ARTT.395-97).
- IMPUGNAZIONI A CRITICA LIBERA ed a CRITICA VINCOLATA: la distinzione riguarda la
circostanza che i vizi per i quali l’impugnazione ammessa siano o no predeterminati dalla legge. Nel 1°
gruppo abbiamo l’APPELLO, il REGOLAMENTO e l’OPPOSIZIONE DI TERZO. Mentre nel 2° gruppo il
RICORSO PER CASSAZIONE e la REVOCAZIONE.
- IMPUGNAZIONI SOSTITUTIVE e RESCINDENTI: in linea di principio possono condurre alla
sostituzione della sentenza impugnata con una nuova decisione che abbia lo stesso oggetto, però nella
maggior parte dei casi la fase rescissoria (quella volta alla pronuncia di una nuova decisione)
presuppone che si sia positivamente conclusa la fase volta alla verifica dei vizi denunciati
dall’impugnante e dunque all’annullamento/caducazione del provv. impugnato, altrimenti
l’impugnazione è rigettata.
Solo l’appello deroga a questo schema perché strutturato in modo tale da condurre sempre alla diretta
sostituzione della decisione impugnata, anche quando si conclude ed il rigetto dell’impugnazione e la
conferma della sentenza di 1° grado che viene comunque rimpiazzata.

Il diritto ad impugnare la sentenza è condizionato dall’esistenza della legittimazione e dell’interesse ad


impugnare. La legittimazione deriva dalla partecipazione al procedimento in cui è resa la sentenza impugnata e
quindi presuppone che in quel processo sia assunta la qualità di parte, anche invalidamente o come
conseguenza di un errore del giudice.
Eccezioni a tale principio date per un verso dall’OPPOSIZIONE DI TERZO (ordinaria o revocatoria) e dalla
REVOCAZIONE DEL PM che presuppongono la mancata partecipazione dell’impugnante al processo da cui è
scaturita la sentenza e, per altro verso, dalla LEGITTIMAZIONE DEL SUCCESSORE A TITOLO PARTICOLARE anche
quando non intervenuto né chiamato in giudizio.

SOCCOMBENZA
Presupposto fondamentale dell’impugnazione è la soccombenza. Infatti legittimata ad impugnare la
sentenza è la parte che rispetto ad essa risulti soccombente (quella che ha perso la causa). Non è sempre
facile individuare il soccombente (vd i casi di soccombenza parziale, quando la sentenza che si vuole impugnare
accoglie le richieste di ciascuna parte solo parzialmente). Ed altro problema è inoltre capire se una parte è
effettivamente soccombente: in questo caso bisogna confrontare quanto domandato dalle parti rispetto a quanto
deciso. Va precisato però che il domandato si valuta in relazione a ciò che è stato oggetto di precisazione delle
conclusioni, essendo questo il momento in cui si attualizzano in via definitiva le richieste.

TERMINI PER IMPUGNARE


Bisogna distinguere 2 tipologie di termini per impugnare:
1. TERMINE BREVE – 30gg per proporre l’appello, la revocazione e l’opposizione di terzo revocatoria
(ART.404 COMMA 2) nonché la revocazione e l’opposizione di terzo revocatoria contro la sentenza
delle corti di appello; 60gg per proporre ricorso per cassazione.
Questi termini sono perentori, quindi il loro decorso comporta la decadenza dal potere di impugnare e
l’eventuale impugnazione proposta fuori termine va dichiarata inammissibile. Essi decorrono dalla
notificazione della sentenza per le impugnazioni ordinarie; invece per le impugnazioni straordinarie il
termine – per motivi di revocazione straordinaria – dal giorno in cui è stato scoperto dolo/falsità/
collusione o è stato recuperato il documento o è passata in giudicato la sentenza di cui al n.6 ART.395;
mentre – per i motivi di revocazione proposta dal pm dell’ART.397 – dal giorno in cui il pm ha avuto
conoscenza della sentenza.
2. TERMINE LUNGO – opera per l’appello, il ricorso per cassazione e la revocazione ordinaria (rimedi
ordinari) ed ha durata di 6 mesi decorrenti dalla pubblicazione della sentenza. Questo termine non
opera per le impugnazioni straordinarie perché volte a rilevare vizi occulti. Tale termine non corre in caso
di contumacia involontaria.

ACQUIESCENZA
Oltre che per scadenza dei termini, la perdita del potere di impugnare può derivare da un comportamento
(esplicito o implicito) della parte legittimata (soccombente). L’acquiescenza si applica a tutti i mezzi di
impugnazione ordinaria ma non opera per i motivi di revocazione straordinaria all’ART.395 nn.1-2-3-6,
nonché per l’opposizione di terzo.
Si distingue tra:
- A. ESPRESSA: consiste nell’accettazione espressa della sentenza, cioè in una dichiarazione di accettare
espressamente la decisione o di rinunciare formalmente ad impugnarla (ART.329 COMMA 1);
- A. TACITA: compimento di atti con la volontà di non avvalersi delle impugnazioni ammesse dalla legge
(ART.329 COMMA 1);
- A. PARZIALE: l’impugnazione parziale importa acquiescenza alle parti della sentenza non impugnata;
quindi i capi della sentenza non impugnati passano in giudicato (ART.329 COMMA 2).

In realtà il giudicato formatosi sul capo non impugnato è solo apparente in questo esso può essere
impugnato in almeno 2 casi:
1. La parte che abbia fatto acquiescenza può sempre impugnare il capo di sentenza in via incidentale tardiva
(ART.334) se è da altre parti proposta una impugnazione principale;
2. Sul capo non impugnato opera l’effetto espansivo interno che comporta il travolgimento del capo non
impugnato qualora sia riformato un capo dal quale esso dipende.

•••••••
IMPUGNAZIONE NEI PROCESSI CON PLURALITA’ DI PARTI
ARTT.331-332 stabiliscono quando, una volta realizzata una pluralità di parti nel precedente grado di giudizio,
tale pluralità DEBBA o POSSA essere confermata in fase di impugnazione. Il problema non si pone quando sin
dall’introduzione del giudizio di impugnazione tutte le parti del precedente grado sono state coinvolte; se
invece nel giudizio di impugnazione sono coinvolte solo alcune delle più parti del grado precedente, bisogna
stabilire se e come coinvolgere le altre in fase di impugnazione.

A tal proposito dobbiamo distinguere:


1. CAUSA INSCINDIBILE o CAUSE TRA LORO DIPENDENTI – ART.331 – una causa si dice inscindibile
quando ha un oggetto unico anche se intorno ad una pluralità di soggetti. Qui l’oggetto unico rende la
causa unitaria ed impone che tutti coloro che sono stati parti nel precedente grado di giudizio lo siano
anche in quello di impugnazione (es. quando in 1° grado vi è stato litisconsorzio necessario).
Più complesso è invece individuare la linea di confine tra cause scindibili e cause dipendenti – in
entrambi i casi si tratta di cause che hanno non solo una pluralità di soggetti, ma anche una pluralità di
oggetti.
2. CAUSE SCINDIBILI – ART.332 - Occorre quindi individuare quando si tratta di un cumulo
separabile e quando invece esso non può sciogliersi  il cumulo è scindibile quando l’accoglimento
dell’impugnazione proposta solo da/contro alcune delle parti non incide sul passaggio in giudicato della
decisione non impugnata; lasciando integra la posizione di colui che non è stato chiamato a partecipare.
Invece il cumulo è inscindibile (e le cause tra loro dipendenti) quando l’eventuale riforma/cassazione
del capo di sentenza impugnato non può non incidere sul capo di sentenza non impugnato.

Per quanto riguarda il regime di queste cause, se la sentenza pronunciata tra più parti in causa
inscindibile/dipendente non è stata impugnata nei confronti di tutte, il giudice ordina l’integrazione del
contraddittorio fissando un termine nel quale la notificazione deve essere fatta o – se necessario – l’udienza di
comparizione (ART.331). Se nessuna delle parti ottempera all’ordine di integrazione del contraddittorio,
l’impugnazione è dichiarata inammissibile (COMMA 2). Per le cause scindibili, se l’impugnazione di una
sentenza pronunciata in cause scindibili è stata proposta solo da alcuna delle parti o nei confronti di alcuna di
esse, il giudice ne ordina la notificazione (ai soli fini informativi) alle altre nei confronti delle quali
l’impugnazione non è esclusa o preclusa (ART.332).

La differenza tra notificazione dell’impugnazione EX ART.332 e integrazione del contraddittorio EX ART.331


sta nelle conseguenze che derivano dall’inosservanza dell’ordine. Mentre la mancata integrazione del
contraddittorio determina l’inammissibilità dell’impugnazione; la mancata notifica rende il processo sospeso fino
a che non siano decorsi i termini agli ARTT.325-327 COMMA 1. La ratio è quella di permettere l’impugnazione
spontanea a coloro nei cui confronti non è stata proposta e, decorsi inutilmente questi termini, l’impugnazione
sarà anche per loro preclusa.
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IMPUGNAZIONI INCIDENTALI
Tutti coloro che hanno ricevuto la notificazione dell’impugnazione EX ARTT.330-331-332, se a loro volta
vogliono impugnare un capo di sentenza, devono proporre l’impugnazione a pena di decadenza nello stesso
processo ed essa prende il nome di IMPUGNAZIONE INCIDENTALE in quanto proposta all’interno di un giudizio
di impugnazione pendente.

Presupposto è che vi sia una pluralità di soccombenti e che la soccombenza non stia tutta da una parte solo,
cioè deve avere come destinatarie più parti.

IMPUGNAZIONI INCIDENTALI TARDIVE


ART.334 COMMA 1 abilita a proporre impugnazione incidentale anche le parti che non avrebbero più il potere di
proporre l’impugnazione principale essendo per esse scaduti i termini o avendo prestato acquiescenza alla
sentenza. Si parla quindi di tardività in quando l’impugnazione è proposta avverso un capo di sentenza
apparentemente passato in giudicato (giudicato apparente).

La ratio è che l’interesse ad impugnare potrebbe non sussistere in principio ma risorgere a seguito
dell’impugnazione principale proposta da altri.
Legittimati a proporla non sono tutti coloro che hanno partecipato al 1° grado di giudizio, bensì le parti
contro le quali è stata proposta impugnazione e quelle chiamate ad integrare il contraddittorio EX ART.331
(cioè in causa inscindibile o cause dipendenti).
Tra impugnazione principale e quella incidentale tardiva vi è dipendenza: se la principale è dichiarata
inammissibile, quella incidentale perde ogni efficacia.

Impugnazione incidentale tardiva ≠ quella fuori termine  la tardiva deve pur sempre essere proposta
entro i termini e con le modalità stabilite dal singolo mezzi di impugnazione ma è considerata tardiva in quanto
sono scaduti i termini per proporla in via principale. È fuori termine quella non proposta nei termini e con le
modalità stabilite ed è inammissibile.

•••••••
IMPUGNAZIONE DELLE SENTENZE NON DEFINITIVE
Nella versione originaria del codice era escluso che le sentenze non definitive potessero essere impugnate dalla
parte soccombente in maniera immediata: quindi egli doveva formulare una richiesta di riserva
dell’impugnazione e provvedere all’impugnazione alla fine del processo  SISTEMA DELLA RISERVA
OBBLIGATORIA.

Successivamente sono intervenute delle modifiche e si è passati al SISTEMA DELLA RISERVA FACOLTATIVA.
La parte soccombente ha quindi 2 possibilità, potendo scegliere tra:
- IMPUGNARE LA SENTENZA DIRETTAMENTE;
- FORMULARE LA RISERVA D’IMPUGNAZIONE
L’impugnazione è però circoscritta all’appello ed al ricorso in Cassazione.

La riserva può essere formulata direttamente in udienza o con atto autonomo da notificare alle parti. Essa
perde efficacia se viene proposta impugnazione immediata dall’altra parte e, se ciò accade, la parte avrà solo la
possibilità di impugnare immediatamente in via incidentale.

•••••••
L’APPELLO
L’APPELLO
L’appello è un mezzo di gravame e ciò implica un duplice effetto:
1. DEVOLUTIVO – stante nel trasferimento dell’intera causa dal giudice di 1° grado al giudice d’appello. In
realtà l’effetto devolutivo non è totale, nel senso che la devoluzione dal giudice di 1° grado a quello
d’appello non avviene in maniera automatica e piena (basti pensare all’acquiescenza parziale o tacita
qualificata);
2. SOSTITUTIVO – esso indica l’attitudine della sentenza di 2° grado a sostituirsi integralmente a quella
impugnata sia quando la riforma sia quando ne conferma i contenuti. Esistono però delle eccezioni
(ARTT.353-354).

SENTENZE APPELLABILI E GIUDICE D’APPELLO


Possono essere impugnate con appello le sentenze pronunciate in 1° grado, purché l’appello non sia escluso
dalla legge o dall’accordo delle parti EX ART.360 COMMA 2 (ART.339 COMMA 1). Sono poi inappellabili le
sentenze che il giudice ha pronunciato secondo equità EX ART.114, cioè su richiesta di parte (equità concordata).
Se il giudizio equitativo è imposto dalla legge (equità necessaria), le relative sentenze sono appellabilità
esclusivamente per violazione delle norme sul procedimento, norme costituzionali o comunitarie o dei principi
regolatori della materia (ART.339 COMMA 3).

Giudice competente in grado di appello è contro le sentenze del giudice di pace  il tribunale; contro quelle
del tribunale  la corte d’appello nella cui circoscrizione ha sede il giudice che ha pronunciato la sentenza
(ART.341).

RIPROPOSIZIONE DI DOMANDE ED ECCEZIONI NON ACCOLTE


Una 1° limitazione all’effetto devolutivo all’appello sta all’ART.346 che fa onere alle parti di riproporre
espressamente in appello domande/eccezioni non accolte nella sentenza di 1° grado, per evitare che esse si
intendano rinunciate. La norma stabilisce una presunzione assoluta di rinuncia a domande/eccezioni non
riproposte espressamente.

L’espressione “non accolte” è equivoca perché in astratto potrebbe indicare:


- DOMANDE/ECCEZIONI (decise) RESPINTE DALLA SENTENZA DI 1° GRADO;
- DOMANDE/ECCEZIONI NON DECISE
Tuttavia è pacifico che per quanto riguarda le domande questa espressione si intende solo di !non decise”
perché, qualora si trattasse di domande respinte, la parte soccombente non potrebbe limitarsi a riproporle ma
dovrebbe impugnare in via incidentale o principale il relativo capo di sentenza; per quanto riguarda le eccezioni
deve distinguersi la posizione dell’appellante da quella dell’appellato, nel caso in cui quest’ultimo sia risultato
vittorioso nel merito.
Infatti mentre per l’appellante l’ART.346 troverebbe applicazione solo rispetto alle eccezioni non decise, la
norma riguarderebbe anche le eccezioni rigettate con la conseguenza che tali eccezioni potrebbero essere
semplicemente riproposte al giudice ad quem senza bisogno di alcuna impugnazione incidentale ad hoc.

MOTIVI SPECIFICI
Una 2° limitazione deriva dalla motivazione dell’appello stesso. Il testo originario dell’ART.342 prescriveva che
l’atto introduttivo del giudizio di 2° grado dovesse contenere motivi specifici dell’impugnazione, senza però
comminare alcuna sanzione per l’inosservanza di tale obbligo. Non era però chiaro cosa intendersi per “motivi
specifici” e le conseguenze in assenza o in presenza di motivi generici.

Parte della dottrina riteneva che tali motivi servono a chiarire quali parti della sentenza l’appellante intendesse
effettivamente impugnare, quindi l’eventuale omissione era irrilevante se comunque risultasse la volontà
dell’appellante di impugnare la sentenza nella sua interezza. Col tempo questa tesi è stata abbandonata ed è
prevalsa l’idea che essi non servissero solo ad individuare i capi della sentenza impugnati, ma servissero a
selezionare le questioni che il giudice di 2° grado poteva/doveva a sua volta affrontare e risolvere.

Una recente riforma ha modificato l’ART.342 COMMA 1 prevedendo che l’appello debba essere motivato e
che la relativa motivazione debba contenere, a pena di inammissibilità:
1. L’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare + modifiche richieste alla
ricostruzione del giudice di 1° grado;
2. Indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della
decisione impugnata.

INTERVENTO IN APPELLO
L’intervento di terzi in appello ha applicazione più limitata che in 1° grado essendo consentito solo a coloro che
potrebbero proporre opposizione di terzo EX ART.404 (ART.344). Si tratta quindi di un’anticipazione del
rimedio consentito avverso la sentenza con cui il 3° può denunciare i medesimi pregiudizi che potrebbe lamentare
con l’opposizione.

DIVIETO DI NUOVE DOMANDE, ECCEZIONI, PROVE


Regola generale è che non sono ammesse ammissibili in appello né domande né eccezioni né prove
nuove (ART.345) tuttavia lo stesso articolo ammette delle deroghe:
 DOMANDE – ART.345 COMMA 1 afferma che non possono proporsi domande nuove e se proposte esse
devono essere dichiarate inammissibili d’ufficio. Ciò significa però che tali domande restano liberamente
riproponibili in un diverso giudizio perché non si tratta di un rigetto. Inoltre l’ART.34 COMMA 1
afferma che possono essere chiesti interessi, frutti ed accessori e risarcimento del danno purché maturati
con riferimento al periodo anteriore alla sentenza di 1° grado e domandate in quella sede. Si tratta in
questi casi di domande consequenziali il cui titolo è dipendente dalla decisione di 1° grado.
 ECCEZIONI – anche qui sussiste un divieto generale di novità in appello, salvo che non si tratti di
eccezioni rilevabili anche d’ufficio (ART.345 COMMA 2).
 PROVE – di regola l’appello non è la sede per lo svolgimento di attività istruttoria ma neppure la sede per
dare ingresso a prove precostituite. Sono però previste 2 deroghe EX ART.345 COMMA 3:
1. Sono ammessi mezzi di prova che la parte afferma di non aver potuto proporre o produrre nel
giudizio di 1° grado per causa ad essa non imputabile. È questa una rimessione in termini.
2. Può sempre deferirsi il giuramento decisorio, extrema ratio per condurre il giudice ad una
decisione.

FILTRO IN APPELLO
Ad eccezione che nei casi in cui l’appello va dichiarato inammissibile o improcedibile, l’impugnazione è dichiarata
inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilità di essere accolta (ART.348
BIS). La disposizione ipotizza quindi un sindacato orientato più sul merito della causa che non sul rito.
Tale controllo non si applica all’appello proposto nelle cause in cui è obbligatorio l’intervento del pm ed a
quello reso nel procedimento sommario di cognizione.

L’eventuale dichiarazione di inammissibilità è resa dal giudice dell’appello alla 1° udienza prima di procedere alla
trattazione. L’inammissibilità è resa con ordinanza (motivata) la quale contiene la liquidazione delle spese.
L’ordinanza non è impugnabile (neppure con ricorso straordinario in cassazione).

ATTO INTRODUTTIVO E VIZI


Atto introduttivo dell’appello nel rito ordinario di cognizione è la citazione (ART.342) a cui si applica
l’ART.163 BIS. Inoltre l’atto di appello deve essere motivato e la motivazione deve contenere, a pena di
inammissibilità: 1) l’indicazione delle parti del provv. che si intende appellare; 2) l’indicazione delle circostanze da
cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata.

Quindi per quanto riguarda la vocatio in ius, l’atto introduttivo coincide col processo in 1° grado ma l’unica
diversità è data dalla difficoltà di applicare l’ART.163 N.7 nella parte in cui esige (a pena di nullità)
l’avvertimento che la costituzione del convenuto oltre i termini dell’ART.166 implica le decadenze di cui agli
ARTT.38-167. Infatti in appello ciò non ha senso perché l’unica preclusione che l’appellato deve temere è
quella circa la proposizione dell’appello incidentale.

Per i vizi della vocatio in ius troverà applicazione la disciplina all’ART.164 COMMA 2-3, quindi l’eventuale
nullità resterà sanata con effetti retroattivi ed indipendentemente dalla scadenza del termine per
impugnazione, dalla spontanea costituzione dell’appellato oppure dalla rinnovazione dell’atto introduttivo.
Per quanto riguarda i vizi dell’editio actionis, non sembra che in appello possa verificarsi una nullità della
domanda per difetto degli elementi richiesti dai N.3-4 ART.163 se non rispetto alle domande nuove
eccezionalmente consentite in tale giudizio.

COSTITUZIONE DELLE PARTI


ART.347 richiama le forme/termini stabiliti per il procedimento davanti al tribunale e ciò significa che di regola
l’appellante deve costituirsi entro 10gg dalla notifica dell’atto introduttivo e l’appellato (convenuto) almeno
20gg prima dell’udienza di comparizione indicata dell’atto di citazione. L’unica peculiarità consiste nella
necessità che l’appellante inserisca nel proprio fascicolo una copia della sentenza impugnata, ma non previsto
alcun termine/sanzione.

Anche qui la cancelleria dovrà provvedere, su istanza della parte che si costituisce per prima, all’iscrizione della
causa a ruolo ed alla formazione del fascicolo d’ufficio; chiedendo anche al cancelliere del giudizio a quo che gli
trasmetta il fascicolo del relativo procedimento.

Per quanto riguarda le conseguenze della mancata/tardiva costituzione dell’attore-appellante:


- 1° GRADO: motivo di estinzione (immediata) del processo è la circostanza che l’attore ometta di
costituirsi entro la 1° udienza, a meno che non sia il convenuto a chiedere che il processo prosegua nella
sua contumacia;
- 2° GRADO: ART.348 COMMA 1 prevede che l’appello debba dichiararsi improcedibile, anche d’ufficio, se
l’appellante non si costituisce in termini. È una sanzione grave perché l’appello dichiarato improcedibile
non può essere riproposto, anche se non ancora decorso il termine fissato dalla legge.

La costituzione dell’appellato avviene secondo le forme/termini previsti per i procedimenti davanti al


tribunale, cioè con comparsa di risposta.
Dopo la notificazione dell’appello principale, le altre parti soccombenti possono:
1. Costituirsi resistendo alle domande dell’appellante principale: si applicano alla costituzione in giudizio le
norme previste per il 1° grado;
2. Costituirsi in giudizio, impugnando a loro volta le parti della sentenza a loro sfavorevoli.
Tale impugnazione – che assume le forme del cosiddetto appello incidentale – si fa nella comparsa di risposta al
momento della costituzione in giudizio (ART.343). L’appello incidentale può essere depositato anche
successivamente alla scadenza del termine per impugnare la sentenza, a norma degli ARTT.326-327
purché entro il termine per la costituzione in giudizio.

L’appello incidentale può proporsi anche nella 1° udienza successiva alla comunicazione di altro appello
incidentale se l’interesse ad appellare sorge in conseguenza di quest’ultimo e non dell’appello principale. In
entrambi i casi si ha appello incidentale tardivo, il quale perde qualsiasi efficacia qualora sia dichiarato
inammissibile l’appello principale.

TRATTAZIONE DELLA CAUSA


Lo svolgimento del processo di appello è di solito più semplice di quello di 1° grado. Per quanto riguarda
l’ipotesi di mancata comparizione delle parti, anche qui si applicano le disp. all’ART.181 COMMA 1/309 ma
prevista anche una disciplina ad hoc per le ipotesi in cui l’appellante, pur essendosi anteriormente costituito in
cancelleria, ometta di comparire alla 1° udienza.
In questo caso il giudice, con ordinanza non impugnabile, è tenuto ad inviare la causa ad altra udienza della cui
data il cancelliere deve dare comunicazione all’appellante. Se poi l’assenza si ripete alla nuova udienza, la
sanzione è rappresentata dalla dichiarazione di improcedibilità dell’appello (pronunciabile anche d’ufficio).
Questa disciplina si applica anche all’appellante incidentale che omette di comparire alla 1° udienza, fermo
restando che l’improcedibilità dell’impugnazione principale non si estende mai a quella incidentale e viceversa.

La trattazione davanti alla corte d’appello è collegiale ma il presidente può delegare, per l’assunzione dei mezzi
istruttori, uno dei suoi componenti; davanti al tribunale l’appello è trattato e deciso dal giudice monocratico.

Nella 1° udienza il giudice deve verificare la regolare costituzione delle parti e del giudizio e pronunciare con
ordinanza, se ne ricorrono i presupposti, i provvedimenti per porre rimedio ad eventuali vizi del contraddittorio.
Sempre in questa udienza è previsto che venga dichiarata l’eventuale contumacia dell’appellato e che si proceda
al tentativo di conciliazione ordinando, se occorre, la costituzione personale delle parti.

DECISIONE
La fase decisoria è disciplinata dall’ART.352 e ricalca quella del processo di 1° grado, nello specifico quella
applicabile davanti al tribunale in composizione monocratica quando per l’appello è competente il tribunale
oppure quella dettata per il tribunale in composizione collegiale se è investita la corte d’appello.
Dunque l’iter ordinatorio è il solito, con la sola differenza che il termine per la decisione è sempre di 60gg
decorrenti, a seconda dei casi, dalla scadenza del termine per le memorie di replica o dall’udienza di discussione.
Anche le successive fasi di deliberazione e della formazione della sentenza-documento sono gestite dalle norme
del processo di 1° grado.

Una eccezione si ha quando l’oggetto dell’appello è una sentenza che ha dichiarato l’estinzione del processo EX
ART.308: sentenza del collegio che ha respinto il reclamo proposto contro l’ordinanza di estinzione resa dal
giudice istruttore. In questo caso è previsto che l’appello sia comunque deciso con sentenza in camera di
consiglio, escludendo tanto lo scambio di comparse conclusionali/repliche quanto la fissazione di un’udienza di
discussione, salva la possibilità che il collegio autorizzi le parti a presentare delle memorie.

ART.352 contempla anche l’ipotesi che il collegio utilizzi un iter semplificato EX ART.281 SEXIES: il collegio,
fatte precisare alle parti le conclusioni, potrebbe ordinare la discussione orale della causa nella stessa udienza
senza disporre lo scambio delle comparse conclusionali/repliche, dando poi lettura nella stessa udienza sia del
dispositivo sia della motivazione della sentenza.

RIMESSIONE DELLA CAUSA AL GIUDICE DI 1° GRADO  eccezioni all’effetto sostitutivo.


In alcuni casi il giudizio di appello si svolge – in deroga all’effetto sostitutivo – per denunciare alcuni motivi di
nullità della sentenza impugnata, senza che a tale fase segua la sostituzione della decisione impugnata con una
nuova decisione nel merito della causa.

In questa ipotesi il processo si divide in 2 fasi: la 1° di annullamento della sentenza (MOMENTO RESCINDENTE) a
cui segue una 2° fase intesa ad un nuovo giudizio (MOMENTO RESCISSORIO) attribuita ad un giudice di pari grado
di quello che aveva pronunciato la sentenza annullata.
Le ipotesi di rimessione al 1° giudice sono tassative e sono indicate agli ARTT.353-354. Il primo fa
riferimento ai motivi di giurisdizione, mentre per quanto riguarda l’ART.354  fuori dai casi indicati agli artt.
precedenti, il giudice d’appello non può rimettere la causa al primo giudice, tranne che dichiari nulla la
notificazione della citazione introduttiva oppure riconosca che nel giudizio di 1° grado doveva essere integrato il
contraddittorio o non doveva essere estromessa una parte, o dichiari la nullità della sentenza di 1° grado a norma
dell’ART.161 COMMA 1 (sentenza inesistente).
Inoltre l’ART.354 COMMA 2 afferma che il giudice d’appello rimette la causa al primo giudice anche nel caso di
riforma della sentenza che ha pronunciato sull’estinzione del processo EX ART.308.

Quando la causa è rimessa al 1° giudice, le parti sono tenute a riassumerla (a pena di estinzione) entro 3 mesi
dalla notificazione della sentenza; termine che viene interrotto quando la sentenza d’appello sia a sua volta
impugnata con ricorso per cassazione.

•••••••
RICORSO PER CASSAZIONE
Il ricorso per cassazione costituisce un giudizio di sola legittimità volto a sindacare la conformità a diritto della
sentenza impugnata (invalidità) piuttosto che la corrispondenza delle sue statuizioni con la realtà sostanziale
(ingiustizia).

Questa particolare natura del giudizio attribuisce alla corte di cassazione una duplice funzione:
1. La tutela del caso singolo, FUNZIONE SOGGETTIVA;
2. La nomofilachia, FUNZIONE OGGETTIVA, stante nell’esigenza di assicurare l’esatta osservanza e
l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale.

Il ricorso per cassazione è un mezzo di impugnazione di sola legittimità, nonché un’impugnazione in senso
stretto (volta all’eliminazione della sentenza impugnata) nonché un mezzo di impugnazione a critica vincolata
(essendo denunciabili vizi da ricondurre ai 5 motivi di cui all’ART.360).

In linea di principio la corte può essere investita delle sole questioni sulle quali il giudice a quo ha
effettivamente pronunciato o avrebbe dovuto pronunciare. Per quanto riguarda le questioni nuove, la
giurisprudenza offre spunti ma comunque bisogna distinguere:
- QUESTIONI CHE POSSONO ESSERE SOLLEVATE DALLE PARTI: le parti possono dedurre ogni nuova
questione, di rito o di merito, che il giudice a quo avrebbe dovuto esaminare d’ufficio;
- QUELLE CHE LA CORTE POTREBBE RILEVARE D’UFFICIO: circoscritto alle sole questioni processuali per le
quali la stessa legge sancisce la rilevabilità in ogni stato e grado del giudizio.

MOTIVI DI RICORSO
In quanto mezzo di impugnazione a critica vincolata, il ricorso va ricostruito riconducendo i vizi della sentenza
impugnata entro uno dei 5 motivi tassativamente indicati all’ART.360 COMMA 1:
1. PER MOTIVI ATTINENTI ALLA GIURISDIZIONE – la questione può giungere alla corte anche
attraverso il rimedio preventivo del regolamento di giurisdizione;
2. PER VIOLAZIONE DELLE NORME SULLA COMPETENZA, QUANDO NON E’ PRESCRITTO IL
REGOLAMENTO DI COMPETENZA (quando il regolamento è facoltativo);
3. PER VIOLAZIONE O FALSA APPLICAZIONE DI NORME DI DIRITTO E DEI CONTRATTI E A.C.N. – in
generale i vizi di violazione di legge denunciabili con ricorso sono raggruppabili in 2 categorie: quelli
attinenti alla violazione delle norme processuali e quelli attinenti alla violazione delle norme di diritto
sostanziale. In particolare per norme di diritto si intendono la legge in senso formale, ma anche gli atti
ad essa equiparati (decreti legge/legislativi) e poi tutte le altre fonti del diritto, comprese le
consuetudini. Per violazione si intende l’errata interpretazione della norma sindacata e per falsa
applicazione l’errata applicazione della norma ai fatti.
4. PER NULLITA’ DELLA SENTENZA O DEL PROCEDIMENTO (error in procedendo);
5. PER OMESSO ESAME CIRCA UN FATTO DECISIVO PER IL GIUDIZIO CHE E’ STATO OGGETTO DI
DISCUSSONE TRA LE PARTI
In questi casi il ricorso, in quanto ammesso EX ART.360, si dice ORDINARIO.

RICORSO STRAORDINARIO EX ART.111 COST.


Sono poi impugnabili in cassazione le sentenze che la legge espressamente dichiara “non impugnabili”, nonché i
provvedimenti in forma diversa (decreti o ordinanze), aventi contenuto decisorio per i quali la legge non
contempla uno specifico mezzo di impugnazione. Qui il ricorso è ammesso EX ART.111 COMMA 7 ed è perciò
detto RICORSO STRAORDINARIO.

Altri casi di ricorso sono previsti all’ART.362 COMMA 1: possono essere impugnate con ricorso – nel termine
previsto all’ART.325 (60gg) - le decisioni in grado di appello o in unico grado di un giudice speciale per motivi
attinenti alla giurisdizione del giudice stesso.
La disposizione è stata però superata dall’ART.111 COMMA 7 che impone il ricorso per cassazione avverso
tutte le sentenze, oltre che del giudice ordinario, anche dei giudici speciali per violazione di legge (non solo
dunque per difetto di giurisdizione). Questa regola vale per tutte le giurisdizioni speciali, ad eccezione di
quella amministrativa e contabile per le quali il ricorso è ammesso solo per motivi inerenti alla giurisdizione
(ART.111 COMMA 8).

Possono invece essere denunciati in ogni tempo con ricorso per cassazione: 1) i conflitti positivi o negativi di
giurisdizione tra giudici speciali o tra questi ed i giudici ordinari; 2) i conflitti negativi di attribuzione tra PA e
giudice ordinario (ART.362 COMMA 2). In questo caso il ricorso non è un mezzo di impugnazione (è
proponibile in ogni tempo) bensì uno strumento di risoluzione del conflitto.

RICORSO NELL’INTERESSE DELLA LEGGE


Espressione della funzione nomofilattica della cassazione è il procedimento dell’ART.363 volto a regolare
l’enunciazione del principio di diritto nell’interesse della legge.
Nei casi in cui è stato proposto un ricorso fuori termine; in cui le parti hanno rinunciato al ricorso; in cui è stato
impugnato un provvedimento non impugnabile e in cui il ricorso andrebbe dichiarato inammissibile, il
procuratore generale presso la Corte di Cassazione è competente a chiedere l’enunciazione del principio di
diritto per correggere quello erroneamente individuato nella decisione di merito.

Principio di diritto = principio al quale il giudice di merito avrebbe dovuto attenersi.

La ratio è quella di giungere ad un principio di diritto autorevole e conforme alla legge non perché di esso si
avvalgano le parti nel caso concreto, ma perché esso possa valere quale precedente nella giurisprudenza di
legittimità. Infatti la sentenza della corte non produce effetti tra le parti, che restano vincolate al giudicato
formatosi tra loro, ma semplicemente rende la sentenza impugnata un modello per il futuro.
Accanto all’ipotesi in cui l’enunciazione del principio di diritto sia resa su istanza del procuratore, vi è quella in
cui l’iniziativa sia assunta in via ufficiosa dalla stessa corte ogni volta in cui il ricorso – proposto su istanza di
parte – vada dichiarato inammissibile. Ciò accade quando la corte ritiene che la questione decisa è di particolare
importanza (ART.363 COMMA 3).

FASE INTRODUTTIVA
Il procedimento in cassazione inizia con ricorso diretto alla corte e deve essere sottoscritto, a pena di
inammissibilità, da un avvocato iscritto in apposito albo e muniti di procura speciale (ART.365).

L’atto deve contenere, a pena di inammissibilità, gli elementi all’ART.366:


1. INDICAZIONE DELLE PARTI;
2. INDICAZIONE DELLA SENTENZA (o comunque del provv. impugnato);
3. ESPOSIZIONE SOMMARIA DEI FATTI DELLA CAUSA (svolgimento);
4. MOTIVI PER CUI SI CHIEDE LA CASSAZIONE con indicazione delle norme di diritto su cui essi si fondano;
5. SPECIFICA INDICAZIONE DEGLI ATTI PROCESSUALI, DOCUMENTI, CONTRATTI, ACCORDI COLLETTIVI sui
quali si fonda il ricorso;
6. SOTTOSCRIZIONE DI UN DIFENSORE iscritto in apposito albo, munito di procura ed INCAZIONE DELLA
PROCURA MEDESIMA (se conferita con atto separato) o eventuale decreto di ammissione al patrocinio
gratuito.
Ulteriori elementi non trascurabili, seppur non prescritti sotto sanzione di inammissibilità, sono rappresentati
dall’ELEZIONE DI DOMICILIO IN ROMA e dall’INDICAZIONE DELL’INDIRIZZO PEC DA PARTE DEL DIFENSORE
DEL RICORRENTE. Se mancano entrambi, tutte le notificazioni vengono fatte presso la cancelleria della corte.

Peculiarità del ricorso è che esso va prima notificato alla controparte e successivamente depositato in cancelleria.
Il deposito va fatto nella cancelleria della corte – a pena di improcedibilità – entro 20gg dall’ultima notificazione
alle parti contro cui è proposto. Unitamente ad esso il ricorrente deve anche depositare l’eventuale decreto di
ammissione al gratuito patrocinio, una copia autentica del provv. impugnato, la procura speciale (se conferita
con atto separato), atti processuali/documenti/contratti/accordi sui quali il ricorso si fonda.
Il ricorrente deve inoltre chiedere alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata la
trasmissione alla cancelleria della corte del fascicolo d’ufficio.

EX ART.370 COMMA 1 la parte contro la quale il ricorso è diretto, se intende contraddire, deve farlo mediante
controricorso da notificarsi al ricorrente nel domicilio eletto entro 20gg dalla scadenza del termine stabilito per
deposito del ricorso.
La proposizione del controricorso, oltre a rappresentare la volontà del resistente di assumere una difesa
attiva, lo abilita allo svolgimento di una ulteriore attività difensiva stante nella presentazione di memorie che le
parti possono depositare in cancelleria non oltre 5gg prima dell’udienza.
In assenza della notificazione del controricorso, la parte resistente può solo partecipare alla discussione orale.

Il controricorso può contenere a sua volta un’impugnazione (RICORSO INCIDENTALE) la quale – in quanto
proposta successivamente a quella principale – assume la forma incidentale (ART.371). Il presupposto per il
ricorso incidentale è quello della soccombenza ripartita che si ha qualora anche il resistente sia a sua volta
soccombente su alcuni capi della sentenza impugnata.
La parte alla quale è stato notificato il ricorso per integrazione a norma degli ARTT.331-332 deve proporre
l’eventuale ricorso incidentale nel termine di 40gg dalla notificazione, con atto notificato al ricorrente principale e
alle altre parti nello stesso modo del ricorso principale (ART.371 COMMA 2). Il ricorso incidentale ha gli stessi
requisiti del ricorso principale degli ARTT.365-66.
A sua volta il destinatario del ricorso incidentale può resistere ad esso notificando alla controparte un
controricorso (ART.371 COMMA 4).

In virtù della natura del giudizio di cassazione (di sola legittimità) e della sua incompatibilità con qualsiasi
attività istruttoria, è tassativa la regola dell’inammissibilità di prova costituenda. La regola è rigida anche
con riferimento alla prova documentale: non è ammesso il deposito di atti e documenti non prodotti nei
precedenti gradi del processo, tranne di quelli che riguardano la nullità della sentenza impugnata e l’ammissibilità
del ricorso e del controricorso (ART.372 COMMA 1).
Il deposito dei documenti relativi all’ammissibilità può avvenire indipendentemente da quello del ricorso e del
controricorso, ma deve essere notificato alle altre parti.

INIBITORIA DELLA SENTENZA IMPUGNATA


Anche per la sentenza impugnata in cassazione la proposizione del ricorso può accompagnarsi con la richiesta di
sospensione dell’esecuzione (o dell’efficacia esecutiva) per la quale è necessaria l’istanza di parte. Presupposto per
la sospensione è il rischio che dall’esecuzione possa derivare un grave ed irreparabile danno (ma non fornisce
alcun chiarimento circa la portata dell’affermazione).

ART.373 evoca la possibilità di sospendere la sola esecuzione – quando essa è già iniziata – ma la
giurisprudenza ne offre una lettura più estesa, abilitando la sospendibilità anche dell’efficacia esecutiva.

La principale differenza tra inibitoria della sentenza di 1° grado (appellata) e quella della sentenza d’appello
(impugnata in cassazione) sta nella competenza del giudice chiamato a decidere sull’istanza. Mentre la
sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di 1° grado si chiede al giudice dell’appello (ART.283), la
corrispondente istanza della sentenza impugnabile in cassazione si propone con ricorso al giudice di pace, al
tribunale in composizione monocratica o al presidente del collegio (ART.373 COMMA 2), cioè al giudice che ha
pronunciato la sentenza impugnata.

ASSEGNAZIONE DEI RICORSI ALLE SEZIONI


La decisione sul ricorso spetta ad una delle 5 sezioni semplici della Corte; però in alcuni casi è previsto che a
decidere debbano o possano essere le sezioni unite  i casi sono previsti dalla legge + ogni volta il ricorso
riguardi una questione di giurisdizione o una di quelle indicate all’ART.362. Al di fuori di queste ipotesi
possono attribuirsi alle S.U. i ricorsi che presentano una questione di diritto già decisa in senso difforme delle
sez. semplici oppure una questione di particolare importanza.

Se la causa è stata assegnata ad una sez. semplice e ciascuna delle parti ritiene il ricorso di competenza delle S.U.,
fino a 10gg prima dell’udienza di discussione, può sollecitare la rimessione alle S.U. Inoltre all’udienza tale
rimessione può essere sempre disposta dalla sez. semplice d’ufficio o su richiesta del pm.

PROCEDIMENTO IN CAMERA DI CONSIGLIO ED IN PUBBLICA UDIENZA


La corte può pronunciare secondo 2 diversi riti:
1. con il PROCEDIMENTO IN CAMERA DI CONSIGLIO (ART.375) che si conclude con ordinanza. La corte
pronuncia con questo procedimento, sia a sezioni unite sia a sezioni semplici, nelle seguenti ipotesi:
a. dichiarare inammissibilità del ricorso principale e di quello incidentale eventualmente proposto, anche per
mancanza dei motivi previsti all’ART.360;
b. ordinare l’integrazione del contraddittorio o disporre che sia eseguita la notificazione dell’impugnazione EX
ART.332 o che sia rinnovata;
c. provvedere in ordine all’estinzione del processo in ogni caso diverso dalla rinuncia;
d. pronunciare sulle istanze di regolamento di competenza e di giurisdizione;
e. accogliere o rigettare il ricorso principale e l’eventuale ricorso incidentale per manifesta
fondatezza/infondatezza.
È un procedimento semplificato descritto dall’ART.380 BIS, salvo non si debbano decidere questioni di
giurisdizione o di competenza che allora seguiranno l’iter all’ART.380 TER.
2. con il PROCEDIMENTO IN PUBBLICA UDIENZA (ART.377) quando non sussistono i presupposti per
decidere in camera di consiglio con ordinanza. La data dell’udienza deve essere comunicata agli avvocati
delle parti almeno 20gg prima dell’udienza e le parti stesse hanno la facoltà di depositare in cancelleria
delle memorie fino a 5gg prima dell’udienza.
Dopo la relazione ha luogo l’eventuale discussione con le difese di ciascuna parte, seguite
dall’esposizione orale delle motivate conclusioni del pm (non ammesse repliche). Al termine segue la
deliberazione della sentenza in camera di consiglio cui si applicano le medesime disposizioni che
disciplinano la corrispondente fase davanti al tribunale. Anche la formazione della sentenza-documento
segue l’ordinaria trafila: redazione della motivazione ad opera dell’estensore (coincidente col relatore),
pubblicazione tramite deposito in cancelleria.
ART.384 COMMA 3, a garanzia dell’effettività del contraddittorio, obbliga la corte – se questa pone a
fondamento della decisione 1 questione rilevata d’ufficio – di assegnare con ordinanza al pm ed alle
parti un termine non < 20gg e non >60gg per il deposito in cancelleria di osservazioni sulla questione
stessa.

ESITI DEL GIUDIZIO


Deliberata la sentenza, si aprono diversi scenari:
 RIGETTO DEL RICORSO – quando la corte rigetta il ricorso – perché lo ritiene infondato – la sentenza
impugnata (esente da vizi) passa in giudicato. Ipotesi particolare di rigetto si ha quando la corte riscontra
che il dispositivo è conforme a diritto e tuttavia la sentenza è erroneamente motivata. In questo caso la
corte si limita a correggere la motivazione (ART.384 COMMA 4)
 ACCOGLIMENTO DEL RICORSO – se accoglie il ricorso, la corte cassa la sentenza. Qui abbiamo 2
possibilità:
- CASSAZIONE CON RINVIO: di regola quando la corte accoglie il ricorso, si limita a cassare la sentenza
senza sostituirla con una pronuncia nel merito. In questi casi, davanti alla corte si svolge il giudizio
rescindente mentre quello rescissorio (di sostituzione della sentenza impugnata) si svolge davanti ad altro
giudice, il giudice del rinvio. Il processo prosegue attraverso la riassunzione su istanza di parte con citazione.
Quando la corte accoglie con rinvio è tenuta anche ad enunciare il principio di diritto al quale il giudice del
rinvio è tenuto ad uniformarsi = regola giuridica da applicare al caso di specie ma anche la regola destinata
a valere come principio generale nelle pronunce di legittimità.
- CASSAZIONE SENZA RINVIO: ipotesi in cui la corte, accogliendo il ricorso, cassa la sentenza ma non rinvia ad
alcun altro giudice o perché non è necessario che si svolga la fase sostitutiva o perché è inutile che tale fase si
svolga davanti al giudice del rinvio.
Ipotesi di cassazione senza rinvio: difetto assoluto di giurisdizione (perché non esiste giudice competente
nell’ord. italiano); improponibilità della domanda (proposta domanda ma l’ordinamento non accorda
tutela); improseguibilità del giudizio (nel processo c’è stato un impedimento ma esso è illegittimamente
proseguito).

RINUNCIA AL RICORSO
Mentre nel giudizio di cassazione non è contemplata l’ipotesi di estinzione del processo per inattività, trattandosi
di un giudizio che – una volta introdotto – non è assoggettato all’impulso di parte ma è destinato a proseguire
d’ufficio, è possibile l’estinzione per rinuncia finché non sia pronunciata la relazione all’udienza o sia notificata la
richiesta del pm di cui all’ART.375 (ART.390 COMMA 1).
La rinuncia deve avvenire con atto sottoscritto dalla parte e dal suo avvocato o anche da questo solo se munito
di mandato speciale. L’atto di rinuncia è notificato alle parti costituite o comunicato agli avvocati che vi
appongono il visto.
Il decreto o la sentenza (quando deve decidere altri ricorsi contro lo stesso provvedimento) dichiarativi
dell’estinzione possono condannare il rinunciante alle spese, a meno che alla rinuncia non abbiano aderito le
altre parti.

RIMEDI CONTRO LA SENTENZA DI CASSAZIONE


Si usa dire che la sentenza della corte nasce passata in giudicato perché – in quanto pronuncia di ultima istanza
– non è sottoponibile ad altro mezzo di impugnazione. Eccezionalmente però sono ammessi alcuni rimedi:
a) CORREZIONE DEGLI ERRORI MATERIALI – se la sentenza o l’ordinanza è affetta da errore materiale o
di calcolo EX ART.287, la parte interessata può chiederne la correzione con ricorso EX ARTT.365ss. La
corte decide con ricorso in camera di consiglio EX ART.380 BIS con ordinanza.
b) REVOCAZIONE – avverso la sentenza o l’ordinanza pronunciata è ammessa la revocazione per il motivo
di cui all’ART.395 N.4 (ERRORE DI FATTO)  REVOCAZIONE ORDINARIA; e per i motivi di cui
all’ART.395 N.1-2-3-6  REVOCAZIONE STRAORDINARIA.
c) OPPOSIZIONE DI TERZO – quando la corte ha deciso la causa nel merito, la relativa pronuncia è
impugnabile con l’opposizione di terzo (ART.391 TER).

•••••••
REGOLAMENTO DI COMPETENZA
È un mezzo di impugnazione volto a censurare le decisioni sulla competenza e da proporre alla corte di cassazione
quale organo regolatore della competenza [si distingue dal regolamento di giurisdizione che non è un mezzo di
impugnazione, bensì un rimedio preventivo].

Si usa distinguere tra:


1. REGOLAMENTO NECESSARIO;
2. REGOLAMENTO FACOLTATIVO
In realtà il mezzo è uno solo (da proporre con le stesse modalità) e la distinzione dipende unicamente
dall’oggetto del provvedimento impugnato. Quando è impugnata un’ordinanza che decide solo sulla competenza, il
regolamento si dice NECESSARIO perché costituisce l’unico rimedio possibile (ART.42); quando invece è
impugnata una sentenza che, oltre a pronunciare sulla competenza decide anche sul merito, il regolamento si dice
FACOLTATIVO perché è rimedio concorrente con gli altri rimedi ordinari (appello o ricorso per cassazione) ed
è quindi nella facoltà del soccombente scegliere.

Qualora sia proposta per prima l’impugnazione ordinaria per il capo relativo al merito, le altre parti hanno
sempre la facoltà di proporre regolamento per impugnare il capo sulla competenza (ART.43 COMMA 1), ferma
la possibilità per loro di riproporre la questione con la stessa impugnazione ordinaria.
Se l’istanza di regolamento è proposta prima dell’impugnazione ordinaria, i termini per la proposizione di questa
riprendono a decorrere dalla comunicazione dell’ordinanza che regola la competenza; se invece è proposta
dopo, il giudizio di impugnazione pendente viene sospeso (ART.43 ULT. COMMA).

Dichiarata l’incompetenza del giudice adito, la causa deve essere riassunta davanti al giudice indicato come
competente – su iniziativa di una delle parti – nel termine fissato nella ordinanza di incompetenza ed in
mancanza in quello di 3 mesi dalla comunicazione dell’ordinanza stessa (ART.50). In questo caso il processo
continua davanti al nuovo giudice. Invece se la riassunzione non avviene nei termini indicati, il processo si
estingue.
Una volta riassunta la causa, occorre distinguere 2 ipotesi a seconda che l’incompetenza sia dichiarata PER
RAGIONI DI VALORE O TERRITORIO DEROGABILE oppure PER RAGIONI DI MATERIA O TERRITORIO
INDEROGABILE  nel 1° caso la competenza del giudice davanti a cui la causa è riassunta diviene incontestabile,
nel senso che egli deve trattenere la causa stessa e non ha modo di contestare ulteriormente la sua competenza;
nel 2° caso se il giudice davanti al quale la causa è stata riassunta ritiene di essere a sua volta incompetente,
richiede d’ufficio il regolamento di competenza.

L’istanza di regolamento è proposta con ricorso EX ART.47 ed è sottoscritto dal procuratore o dalla parte, se
costituita personalmente. Esso va notificato alle altre parti entro il termine di 30gg dalla comunicazione
dell’ordinanza che ha pronunciato sulla competenza (oppure dalla notifica dell’impugnazione ordinaria se si
tratta di regolamento facoltativo proposto EX ART.43 COMMA 2).
Sull’istanza la corte decide con ordinanza pronunciata in camera di consiglio con la quale dà i provv. necessari
per la prosecuzione del processo davanti al giudice che dichiara competente e rimette quando occorre le parti
in termini affinché provvedano alla loro difesa (ART.49). Il rito camerale per le istanze di regolamento coincide
con quello all’ART.380 TER.

I processi relativamente ai quali è chiesto il regolamento di competenza sono sospesi dal giorno in cui è
presentata l’istanza o dalla pronuncia che richiede il regolamento di competenza d’ufficio, ma il giudice può
ordinare il compimento degli atti che ritiene urgenti.

Il regolamento di competenza non è utilizzabile nei giudizi davanti al giudice di pace, ma quest’ultimo può
richiedere il regolamento di competenza d’ufficio.

•••••••
REVOCAZIONE
La revocazione è un mezzo di impugnazione a critica vincolata in quanto proponibile per i motivi
tassativamente elencati all’ART.395 e 397. Per alcuni motivi è proponibile su istanza di parte (ART.395)
mentre per altri su iniziativa del pm (ART.397). Può usarsi anche contro le sentenze della cassazione, seppure
con un ambito limitato.

Con la REVOCAZIONE ORDINARIA vengono sindacati vizi palesi della sentenza, evincibili dal testo (ART.395 N.4-
5), mentre con la REVOCAZIONE STRAORDINARIA vengono sindacati vizi occulti (ART.395 N.1-2-3-6).

MOTIVI DI REVOCAZIONE
Sono motivi di REVOCAZIONE ORDINARIA:
1. ERRORE DI FATTO (REVOCATORIO) – ART.395 N.4 - sussiste quando la sentenza è l’effetto di un
errore di fatto risultante dagli atti/documenti della causa. Si ha questo errore quando la sentenza è
fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è esclusa oppure quando è supposta l’inesistenza di un
fatto la cui verità è positivamente stabilita.
L’errore deve risultare dagli atti di causa ed essere frutto di una svista del giudice + deve trattarsi
di un fatto che non costituisce un punto controverso su cui la sentenza si è pronunciata.
2. CONTRASTO DI GIUDICATI – ART.395 N.5 – il contrasto della sentenza impugnata con un precedente
giudicato può essere denunciato quale motivo di revocazione solo se esso non sia stato già denunciato
durante il processo con apposita eccezione. La giurisprudenza sostiene che, in caso di contrasto di
giudicato, prevale il 2° sul primo.

Sono motivi di REVOCAZIONE STRAORDINARIA:


1. DOLO di una parte in danno dell’altra – ART.395 N.1 – consiste in un’attività deliberatamente
fraudolenta, concretatasi in artifici o raggiri volti a paralizzare/sviare la difesa avversaria ed impedire al
giudice l’accertamento della verità, facendo apparire una situazione diversa da quella reale.
2. L’aver giudicato in base a PROVE RICONOSCIUTE O DICHIARATE FALSE dopo la sentenza oppure
che la parte soccombente ignorava essere state riconosciute o dichiarate tali prima della
sentenza – ART.395 N.2 – di conseguenza è inammissibile la domanda di revocazione basata sulla falsità
di un documento da accertare in quello stesso giudizio.
3. Il ritrovamento dopo la sentenza di 1/+ DOCUMENTI DECISIVI che la parte non aveva potuto
produrre in giudizio per causa di forza maggiore o per fatto dell’avversario – ART.395 N.3
4. DOLO DEL GIUDICE accertato con sentenza passata in giudicato – ART.395 N.6

REVOCAZIONE DEL PM
Nelle cause in cui è previsto l’intervento obbligatorio del pm (EX ART.70 COMMA 1), tutte le sentenze
assoggettate a revocazione sono impugnabili per revocazione su istanza dello stesso pm nei seguenti casi:
1. Quando la sentenza è stata pronunciata senza che egli sia stato sentito (ART.397 N.1);
2. Quando la sentenza è l’effetto della collusione posta in opera dalle parti per frodare la legge (ART.397
N.2).

PROCEDIMENTO
La revocazione si propone con citazione davanti allo stesso giudice che ha pronunciato la sentenza
impugnata. La citazione deve indicare – a pena di inammissibilità – il motivo della revocazione e le prove relative
alla dimostrazione dei fatti, del giorno della scoperta/accertamento del dolo o della falsità o del recupero dei
documenti. Essa deve inoltre essere sottoscritta da un difensore munito di procura speciale (ART.398).

Se la revocazione è proposta davanti al tribunale o alla corte d’appello, la citazione deve essere depositata –
a pena di improcedibilità – entro 20gg dalla notificazione nella cancelleria del giudice adito insieme alla copia
autentica della sentenza impugnata; le altre parti devono costituirsi nello stesso termine mediante deposito in
cancelleria di una comparsa contenente le conclusioni. Se è proposta davanti al giudice di pace il deposito e la
costituzione devono farsi EX ART.319 (= fino al giorno dell’udienza indicata nell’atto introduttivo).

Il procedimento si svolge secondo il rito osservato dal giudice competente, se non diversamente stabilito dalla
disciplina specifica del mezzo di impugnazione. È inoltre proponibile l’istanza di sospensione dell’esecuzione o
dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata alle stesse condizioni di quella per le sentenze impugnate in
cassazione. Tuttavia – a differenza di queste – qui l’istanza è proposta allo stesso giudice competente a decidere
dell’impugnazione.

La pronuncia resa in sede di revocazione ha effetto tanto rescindente (annullamento della sentenza impugnata)
quanto rescissorio. Ha però eccezionalmente un effetto solo rescindente quando il giudice per la decisione nel
merito della causa ritiene di dover disporre nuovi mezzi istruttori  in questo caso egli pronuncia, con sentenza,
la revocazione di quella impugnata e rimette con ordinanza le parti davanti all’istruttore.
La sentenza pronunciata nel giudizio di revocazione è impugnabile con i mezzi a cui era originariamente soggetta
la sentenza impugnata per revocazione, mentre non è ulteriormente impugnabile per revocazione (ART.403).

•••••••
OPPOSIZIONE DI TERZO
L’opposizione di terzo è l’impugnazione riservata al terzo, a colui che non ha preso parte al processo che si è
concluso con la sentenza impugnata. ART.404 tratta 2 forme di opposizione: ORDINARIA (COMMA 1) e
REVOCATORIA (COMMA 2).

OPPOSIZIONE DI 3° ORDINARIA
Un terzo può fare opposizione contro la sentenza passata in giudicato, o comunque esecutiva, pronunciata tra
altre persone quando pregiudica i suoi diritti. Dal momento che la sentenza fa stato solo tra le parti EX
ART.2909cc, quando il terzo ha interesse ad opporsi? Può opporsi il terzo che nel corso del processo potrebbe
intervenire volontariamente EX ART.105 per far valere nel processo un diritto autonomo incompatibile e
prevalente con quello dedotto in giudizio (INTERVENTO PRINCIPALE). Tale rimedio è poi concesso al
LITISCONSORTE NECESSARIO PRETERMESSO (ART.102).

OPPOSIZIONE DI 3° REVOCATORIA
È proponibile dagli aventi causa e dai creditori di una delle parti, quando la sentenza che si impugna è l’effetto del
dolo (condotta processuale anche solo della parte soccombente) o collusione (presuppone l’accordo fraudolento
tra le parti) a loro danno.
Questo rimedio trova corrispondenza nell’azione revocatoria dell’ART.2901cc ed è concesso a terzi estranei al
processo ma che potrebbero subirne gli effetti essendo nei loro confronti opponibile l’eventuale giudicato che si
forma sulla sentenza. Non a caso la possibilità per loro di sottrarsi agli effetti della sentenza è subordinata alla
dimostrazione del fatto che essa è resa con dolo o collusione in loro danno.

PROCEDIMENTO
Si propone allo stesso giudice che ha pronunciato la sentenza e segue il rito applicato ad esso (ART.405 COMMA
1), salve le deroghe previste per la disciplina tipica di tale rimedio (ART.406).

La citazione deve contenere, oltre agli elementi dell’ART.163, anche l’indicazione della sentenza impugnata e –
nel caso dell’opposizione revocatoria – l’indicazione del giorno in cui il terzo è venuto a conoscenza del dolo o
della collusione e relativa prova. Ciò in quanto questa opposizione si propone nel termine di 30gg decorrenti
dal giorno in cui è stato scoperto il dolo o la collusione.

Anche qui l’esecuzione o l’efficacia esecutiva della sentenza possono essere sospese alle condizioni stabilite per la
sospensione dell’esecuzione delle sentenze impugnate in cassazione EX ART.373, ma la competenza – a differenza
che nel giudizio di cassazione – spetta allo stesso giudice competente a decidere dell’opposizione.

[LIBRO TERZO]
PROCEDIMENTO SOMMARIO DI COGNIZIONE
Riforma 2009 ha introdotto il procedimento sommario di cognizione (ART.702 BIS). L’idea del legislatore è
quella di mettere a disposizione dell’attore – nelle controversie meno complesse – un procedimento più snello
rispetto a quello ordinario ma assimilabile a questo per il risultato perché porta ad un provvedimento (ordinanza)
idoneo ad acquisire autorità di cosa giudicata se non impugnato con appello.
ART.183 BIS ha inoltre previsto che lo stesso giudice, se l’attore ha avviato una causa con rito ordinario, può
disporre che essa prosegua col rito speciale.

L’ambito di applicazione è ampio, operando esso per tutte le cause in cui il tribunale giudica in composizione
monocratica (ART.702 BIS COMMA 1) e sempre questo art. consente di individuare il giudice competente
(tribunale in composizione monocratica) e l’ambito di applicazione, estendendosi quest’ultimo fino a dove
arriva la competenza del tribunale in composizione monocratica (quindi escluse le cause dell’ART.50 BIS e
quelle del giudice di pace), mentre per la competenza territoriale ARTT.18ss.

FASE INTRODUTTIVA
Atto introduttivo è il ricorso che – sottoscritto EX ART.125 – deve contenere le indicazioni di cui ai nn.1-2-3-
4-5-6 e l’avvertimento di cui al n.7 TERZO COMMA ART.163.
Una volta depositato in cancelleria il ricorso, il cancelliere forma il fascicolo d’ufficio e lo presenta senza ritardo
al presidente del tribunale, il quale designa il magistrato cui è affidata la trattazione del procedimento. È quindi
il giudice designato a fissare l’udienza di comparizione delle parti assegnando un termine per la costituzione
tempestiva del convenuto (non oltre 10gg prima dell’udienza), successivamente ricorso e decreto di fissazione
dell’udienza sono notificati al convenuto almeno 30gg prima della data fissata per la sua costituzione (quindi
almeno 40gg prima dell’udienza).

Nel procedimento opera un regime di preclusioni, incorrendo in decadenza il convenuto che si costituisce
tardivamente (in ciò non si distingue dal rito ordinario). Il convenuto si costituisce con una comparsa di
risposta nella quale deve proporre le sue difese e prendere posizione sui fatti posti dal ricorrente a fondamento
della domanda, indicare i mezzi di prova e documenti che offre in comunicazione e formulare le conclusioni (tutte
attività che – come nel rito ordinario – non sono imposte a pena di decadenza).
Invece – a pena di decadenza – deve proporre le eventuali domande riconvenzionali, le eccezioni processuali e di
merito che non sono rilevabili d’ufficio + nella stessa comparsa di risposta il convenuto deve chiamare in causa un
terzo in garanzia, nonché chiedere al giudice lo spostamento dell’udienza.

POSSIBILI ESITI DELL’UDIENZA DI 1° COMPARIZIONE


All’udienza si possono prospettare diversi scenari:
a) SE IL GIUDICE RITIENE DI ESSERE INCOMPETENTE, lo dichiara con ordinanza;
b) SE RILEVA CHE LA DOMANDA NON RIENTRA TRA QUELLE INDICATE ALL’ART.702 BIS, il giudice
con ordinanza non impugnabile dichiara la domanda inammissibile e nello stesso senso provvede sulla
riconvenzionale;
c) SE RITIENE CHE LE DIFESE SVOLTE DALLE PARTI RICHIEDONO ISTRUZIONE NON SOMMARIA , il
giudice con ordinanza non impugnabile fissa l’udienza di cui all’ART.183 (= conversione del rito);
d) SE L’ISTRUZIONE NON SOMMARIA SI IMPONE PER LA DOMANDA RICONVENZIONALE, il giudice
dispone la separazione delle cause, consentendo la prosecuzione nella forme sommarie della domanda
principale e trattazione/decisione nelle forme ordinarie della riconvenzionale.

DECISIONE
Il legislatore ha previsto che la decisione sia adottata nella forma dell’ordinanza ed essa può essere di
accertamento, costitutiva o di condanna. Quando però ha un contenuto condannatorio, essa – oltre a valere
come titolo esecutivo – costituisce titolo per l’iscrizione di ipoteca giudiziale nonché per la trascrizione.

L’ordinanza sommaria è idonea ad acquistare stabilità del giudicato EX ART.2909 ed è appellabile entro 30gg
dalla sua comunicazione/notificazione. Le dinamiche dell’appello non sono descritte, comunque si ritiene che la
pronuncia conclusiva possa assumere la forma della sentenza, a sua volta ricorribile per cassazione EX ART.360.
Superata la tesi iniziale secondo la quale l’appello debba proporsi con ricorso da depositarsi in cancelleria entro
il termine di decadenza, si è affermato – nel silenzio della legge - l’indirizzo secondo il quale debba proporsi
con citazione ed il procedimento venga regolato con norme ordinarie.

Ciò in virtù del fatto che l’ART.702 QUATER prevede che l’ordinanza – se non appellata entro 30gg – produce
gli effetti del giudicato EX ART.2909, a testimonianza del fatto che il legislatore ha voluto regolare le
conseguenze della mancata impugnazione senza introdurre deroghe alle modalità ordinarie.
Tuttavia l’introduzione del gravame tramite deposito del ricorso, non determina ex se l’inammissibilità
dell’impugnazione, purché il ricorso sia depositato nel termine perentorio concesso per la proposizione
dell’appello nonché notificato entro il medesimo giorno.

•••••••
CONTROVERSIE DI LAVORO E PREVIDENZIALI
Principali differenze rispetto al rito ordinario: la competenza è sempre del tribunale in composizione
monocratica e, quanto al territorio, è disciplinata con norme inderogabili; il giudizio inizia con ricorso (non con
citazione) e l’instaurazione del contraddittorio fra le parti si realizza in un momento successivo; il processo
dovrebbe essere orale e molto concentrato; vige un drastico sistema di preclusioni ricollegate agli atti introduttivi
dalle parti con modeste possibilità di nuove allegazioni/richieste istruttorie; il giudice ha ampi poteri istruttori
propri; la decisione della causa avviene sempre al termine della discussione orale.

MATERIE A CUI SI APPLICA


Le controversie di lavoro sono indicate all’ART.409 e si tratta di controversie individuali relative a rapporti di
lavoro subordinato (ART.409 NN.1-2-4-5) e parasubordinato (ART.409 N.3). Invece non vi rientrano le
controversie di lavoro autonomo.
1. RAPPORTI DI LAVORO SUBORDINATO PRIVATO, anche se non inerenti all’esercizio di una impresa;
2. RAPPORTI AGRARI riservati alla competenza delle sezioni specializzate agrarie;
3. RAPPORTI DI AGENZIA, DI RAPPR. COMMERCIALE ED ALTRI RAPPORTI DI COLLABORAZIONE
che si concretano in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente
personale, anche se non a carattere subordinato. Sono questi i rapporti di parasubordinazione;
4. RAPPORTI DI LAVORO DEI DIPENDENTI DI ENTI PUBBLICI che svolgono esclusivamente o
prevalentemente att. economica. Si tratta di rapporti di lavoro subordinato con enti pubblici
economici;
5. RAPPORTI DI LAVORO DEI DIPENDENTI DEGLI ENTI PUBBLICI ED ALTRI RAPPORTI DI LAVORO
PUBBLICO, sempreché non siano devoluti dalla legge ad altro giudice. Si tratta di rapporti di
lavoro subordinato con enti pubblici non economici.

TENTATIVO DI CONCILIAZIONE
Nel 1998 il legislatore ha reso obbligatorio, per le cause di lavoro, il tentativo di conciliazione preventivo con
l’intento di creare una sorta di filtro e di arginare quindi l’incremento del carico di lavoro dei tribunali. Nel 2010
il legislatore ha di nuovo cambiato rotta, tornando al tentativo facoltativo.

GIUDICE COMPETENTE
Giudice funzionalmente competente è il tribunale (monocratico) in funzione del giudice del lavoro (ART.413). La
competenza territoriale (inderogabile EX ART.413 COMMA 8) è diversamente individuata a seconda del tipo di
controversia.
 PER CONTROVERSIE DI LAVORO SUBORDINATO è facoltativamente competente il giudice nella cui
circoscrizione: a) è sorto il rapporto di lavoro (dove si è perfezionato il contratto); b) si trova l’azienda o
una sua dipendenza alla quale è addetto/ha prestato la sua opera il lavoratore; c) in via sussidiaria: se non
applicabili i primi due, allora si applica il foro generale dell’ART.18 delle persone fisiche.
 PER CONTROVERSIE DI LAVORO PARASUBORDINATO è competente il giudice nella cui
circoscrizione ha sede l’ufficio al quale il dipendente è addetto o era addetto al momento della
cessazione del rapporto (ma anche qui vale in via sussidiaria il foro generale dell’ART.18).
 PER CONTROVERSIE RELATIVE A RAPPORTI DI LAVORO ALLE DIPENDENZE DELLE PA è competente il
giudice nella cui circoscrizione ha sede l’ufficio al quale il lavoratore è addetto (o era addetto al
momento di cessazione del rapporto) nonché, in via sussidiaria, si applica il foro generale dell’ART.18.

Gli ARTT.426-27 si occupano del mutamento del rito quando la causa introdotta con un rito sbagliato e
l’ART.428 disciplina l’ipotesi dell’incompetenza.
L’incompetenza può essere eccepita dal convenuto solo nella memoria difensiva di cui all’ART.416 o
rilevata d’ufficio dal giudice non oltre l’udienza di cui all’ART.420 (udienza di discussione). Rilevata
l’incompetenza, il giudice rimette la causa al tribunale in funzione di giudice del lavoro, fissando un termine
perentorio non > 30gg per la riassunzione con rito speciale.

INTRODUZIONE DEL PROCEDIMENTO


La domanda si propone con ricorso che deve contenere l’indicazione del giudice, delle parti, dell’oggetto della
domanda, l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto posti a fondamento della domanda, l’indicazione dei
mezzi di prova e dei documenti EX ART.414.

Il ricorso va depositato nella cancelleria del giudice competente, il quale fissa con decreto l’udienza di discussione
a cui le parti sono tenute a comparire. Ricorso e decreto vanno notificati a cura del ricorrente nei 10gg
successivi alla pronuncia del decreto. Nel rito del lavoro non è contemplata la contumacia dell’attore.

Il convenuto si costituisce con una memoria difensiva almeno 10gg prima dell’udienza. Nella memoria,
costituendosi tempestivamente, il convenuto deve – a pena di decadenza – proporre le domande riconvenzionali
e le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio. Nulla esclude che il convenuto si costituisca in un
momento successivo, direttamente in udienza o nel corso del processo (se non definito nella 1° udienza) dopo
essere stato dichiarato già contumace.
A differenza che nel rito ordinario, il convenuto che voglia proporre una domanda riconvenzionale deve – con
istanza contenuta nella stessa memoria – a pena di decadenza, chiedere al giudice che pronunci non oltre 5gg
un nuovo decreto per la fissazione dell’udienza (ART.418 COMMA 1). Successivamente deve notificare
all’attore la propria memoria contenente la domanda ed il decreto di fissazione della nuova udienza. La
notificazione avviene d’ufficio EX ART.418 COMMA 3.

UDIENZA DI DISCUSSIONE
La 1° udienza dovrebbe anche essere l’unica ed il legislatore prevede, nell’ambito della stessa udienza di
discussione:
 1° FASE DI TRATTAZIONE DELLA CAUSA che si conclude con un provv. di ammissione dei mezzi di
prova;
 2° FASE EVENTUALE volta all’assunzione delle prove ammesse;
 3° FASE DECISORIA che conduce all’elaborazione della sentenza.

TRATTAZIONE DELLA CAUSA


 INTERROGATORIO LIBERO e TENTATIVO DI CONCILIAZIONE – rappresenta un passaggio obbligato
(ART.420 COMMA 1). Inoltre il giudice, nel tentare la conciliazione, deve anche formulare alle parti una
proposta transattiva il cui rifiuto senza giustificato motivo (così come la mancata comparizione
personale) costituiscono comportamento valutabile dal giudice ai fini del giudizio. Se la conciliazione
riesce, il relativo verbale ha efficacia di titolo esecutivo.
 MODIFICAZIONE DOMANDE/ECCEZIONI ORIGINARIE – mentre nel rito ordinario le parti possono
precisare e modificare le domande/eccezioni/conclusioni già fatte (ART.183); stando all’ART.420 le
parti possono – se ricorrono gravi motivi – modificare le domande/eccezioni/conclusioni già formulate
previa autorizzazione del giudizio.
 DECISIONE IMMEDIATA SULLE QUESTIONI PRELIMINARI/PREGIUDIZIALI – se, fallito il tentativo
di conciliazione, la causa risulta già matura per la decisione (nel merito) o sorte questioni circa la
giurisdizione/competenza la cui definizione può definire il giudizio, il giudice dovrebbe dare ingresso
immediato alla fase decisoria invitando le parti alla discussione e pronunciando la sentenza.
 PROVV. CIRCA AMMISSIONE MEZZI DI PROVA – sempre nella 1° udienza il giudice dovrebbe già
decidere sull’ammissione dei mezzi di prova chiesti dalle parti nei rispettivi atti introduttivi. Di regola
non consentite nuove richieste istruttorie, a meno che non si tratti di prove che le parti non abbiano
potuto proporre prima (5gg).

INTERVENTO VOLONTARIO o COATTO DI TERZO


Per quanto riguarda l’INTERVENTO VOLONTARIO, salvo non sia effettuato per integrazione necessaria del
contraddittorio (ART.102), esso non può aver luogo oltre il termine stabilito per la costituzione del convenuto
(fino a 10gg prima dell’udienza di discussione) con le modalità di cui agli ARTT.414-16.

Per quanto riguarda l’INTERVENTO COATTO, esso può disporsi – come nel rito ordinario – in qualunque
momento del giudizio di 1° grado. Invece la chiamata del 3° su istanza di parte – in assenza di disciplina
specifica – si ritiene possa essere chiesta dal convenuto nella sola memoria difensiva di costituzione e
dall’attore entro la 1° udienza di discussione.
Inoltre la chiamata del 3° deve sempre essere autorizzata dal giudice, tenuto conto che implica sempre la
fissazione di una nuova udienza e la notifica al chiamato (entro 5gg) del provv. del ricorso introduttivo e della
memoria di costituzione del convenuto. A tutte le notificazioni/comunicazioni provvede la cancelleria.

ASSUNZIONE MEZZI DI PROVA E POTERI ISTRUTTORI DEL GIUDICE


Il giudice nella 1° udienza ammette i mezzi di prova già proposti dalle parti e la possibilità di articolare nuove
richieste istruttorie è limitata all’ipotesi in cui le parti dimostrino che non hanno potuto proporre prima altri e
diversi mezzi di prova.

L’attività istruttoria può arricchirsi in ragione del principio del contraddittorio. Qualora siano infatti
ammessi nuovi mezzi di prova, la controparte è abilitata a dedurre i mezzi di prova necessari in relazione a
quelli ammessi, assegnando un termine perentorio di 5gg (il giudice li ammette se rilevanti).
Per quanto riguarda i poteri istruttori del giudice del lavoro, una differenza tra att. istruttoria di rito
ordinario e quella del processo del lavoro sta nei più ampi poteri di cui dispone il giudice in quest’ultimo
processo rispetto al primo. Le differenze si possono apprezzare sotto 2 profili:
1. Più ampi poteri di ammettere PROVE D’UFFICIO (senza istanza di parte); mentre un’eccezione riservata
alle parti è invece l’accesso sul luogo del lavoro, qualora esso sia necessario ai fini dell’accertamento dei
fatti, disponendo l’esame dei testimoni sul luogo se ne ravvisa l’utilità;
2. Potere del giudice di superare i LIMITI LEGALI DI AMMISSIBILITA’ DEI MEZZI DI PROVA. Tale
superamento può aversi in 2 sensi: a) OGGETTIVO, essendo il giudice abilitato ad ammettere mezzi di
prova anche fuori dai limiti stabiliti dal cc; b) SOGGETTIVO, potendo il giudice ordinare la comparizione
per interrogarle liberamente sui fatti della causa, anche di quelle persone che siano incapaci di
testimoniare.

ORDINANZE ANTICIPATORIE DI CONDANNA


ART.423 contempla talune ordinanze anticipatorie di condanna non molto diverse da quelle esaminate nel rito
ordinario. In particolare l’ordinanza dell’ART.423 COMMA 1 corrisponde a quella per il pagamento di somme
non contestate dall’ART.186 BIS, L’ordinanza del COMMA 2 si distingue tanto da quella all’ART.186 TER
quanto da quella all’ART.186 QUATER, ma presenta aspetti sia dell’una che dell’altra. Si tratta di un’ordinanza
pronunciabile solo a favore del lavoratore, per il pagamento di somme di denaro quando si è raggiunta la prova
dell’esistenza del diritto e nei limiti della quantità per la quale tale prova è stata raggiunta.

ERRORE SUL RITO


ARTT. 426-27 distinguono 2 ipotesi:
- SE PROPOSTA NELLE FORME ORDINARIE UNA DOMANDA DI LAVORO: il giudice fissa con
ordinanza l’udienza di discussione ed un termine entro cui le parti devono provvedere all’eventuale
integrazione degli atti introduttivi;
- SE PROPOSTA CON RITO DEL LAVORO UNA DOMANDA CHE NON ATTIENE A CONTROVERSIA DI
LAVORO – il giudice – se la causa rientra nella propria competenza – dispone che gli atti siano messi
in regola con le disposizioni tributarie. Ciò perché per il processo del lavoro sono previste regole di
imposizione tributaria differenti rispetto a quelle del rito ordinario. Se invece il giudice adito non è
competente, rimette con ordinanza a quello competente, fissando un termine perentorio non > 30gg
per la riassunzione col rito ordinario.

FASE DECISORIA ED ESECUTIVITA’ DELLA SENTENZA


La concentrazione di questa fase dovrebbe essere massima non essendo previsti né una formale precisazione
delle conclusioni né uno scambio di scritti difensivi conclusivi tra le parti. Di regola tutto si conclude con la
discussione orale, alla quale fa seguito – senza soluzione di continuità – la pronuncia della sentenza che va portata
a conoscenza delle parti tramite lettura nella stessa udienza.
Solo quando il giudice lo ritiene necessario è consentito, su richiesta delle parti, il rinvio ad una nuova udienza e
l’assegnazione di un termine non > 10gg per il deposito di note difensive. Poi a questa udienza si avrà la
discussione orale e la decisione.

In caso di particolare complessità della controversia, il giudice può limitarsi a leggere in udienza il dispositivo
fissando anche un termine non > 60gg per la stesura della motivazione ed il deposito della sentenza in
cancelleria. Qui il procedimento di formazione della sentenza-documento non è diverso da quello ordinario, se non
per il termine, e quindi la sentenza potrà dirsi perfezionata solo col deposito in cancelleria.
Il dispositivo letto in udienza non ha il valore interno del processo ordinario ed è in nessun caso modificabile
dalla sentenza successiva depositata in cancelleria, neppure quando il giudice dovesse rendersi conto di aver
commesso un errore.

Questa particolarità circa la modalità della pronuncia si riflette sul regime dell’esecutività della sentenza. In
realtà per le sentenze di condanna favorevoli al datore, l’ART.431 COMMA 5 rinvia agli ARTT.282-83; mentre
un diverso regime è previsto per le sentenze che pronunciano una condanna a favore del lavoratore per i crediti
derivanti dai rapporti di cui all’ART.409. In tal caso il lavoratore ha il vantaggio di poter iniziare
immediatamente l’esecuzione forzata senza attendere il deposito della sentenza in cancelleria.

APPELLO
La competenza a decidere l’appello spetta alla corte d’appello territorialmente competente in funzione di giudice
del lavoro (ART.433). L’atto di appello ha la forma del ricorso che deve avere gli elementi di cui all’ART.414
nonché la motivazione. Quest’ultima deve contenere, a pena di inammissibilità:
1. L’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono
richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di 1° grado;
2. L’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della
decisione impugnata.

Come in 1° grado, il ricorso va depositato nella cancelleria della corte d’appello e l’udienza fissata dal presidente
con decreto nella quale è nominato anche il giudice relatore. Ricorso e decreto sono notificati all’appellato a cura
dell’appellante.

L’appellato si costituisce almeno 10gg prima dell’udienza mediante una memoria difensiva nella quale
va inserito anche l’appello incidentale da notificare – a pena di decadenza – a cura dell’appellato all’appellante
almeno 10gg prima dell’udienza (ART.435).

Novità ammissibili in appello:


- NUOVE DOMANDE: in linea di massima non ammesse ma c’è eccezione dell’ART.345 COMMA 1 in cui
possono domandarsi interessi, frutti, accessori maturati dopo la sentenza impugnata e risarcimento dei
danni dopo la sentenza;
- NUOVE ECCEZIONI: se interpretiamo l’ART.437 in senso restrittivo sarebbe possibile solo far rilevare
in appello l’effetto modificativo/estintivo/impeditivo di fatti già allegati in 1° grado e non presi in
considerazione dal giudice. Se interpretiamo in senso estensivo, il divieto si riferisce solo alle eccezioni
in senso stretto, rilevabili dalla sola parte;
- NUOVI MEZZI DI PROVA

Prescindendo dalle ipotesi in cui eccezionalmente ammesse nuove prove, il processo d’appello dovrebbe
concludersi con la relazione orale al collegio del giudice designato, la discussione da parte dei difensori e la
pronuncia della sentenza + lettura del dispositivo in udienza.
Un’ipotesi di doveroso rinvio dell’udienza di discussione può derivare dall’ART.348 COMMA 2 che impone,
quando l’appellante omette di comparire alla 1° udienza, la fissazione di una nuova udienza e la comunicazione
del provv. alla parte non comparsa.

APPELLO CON RISERVA DI MOTIVI – ART-433 COMMA 2 – nel rito del lavoro vi è la possibilità
dell’impugnazione immediata della sentenza con riserva di motivi. Infatti, poiché la sentenza di 1° grado è
provvisoriamente esecutiva ed il lavoratore può procedere all’esecuzione con la sola copia del dispositivo, il datore
può impugnare la sentenza non appena il lavoratore la rende esecutiva, riservandosi di depositare i motivi
dell’appello successivamente, dopo che il tribunale avrà depositato le motivazioni della sentenza.
L’appello con riserva di motivi presuppone che l’esecuzione sia iniziata con l’atto di pignoramento; mentre non
è ammissibile se la parte vittoriosa ha solo notificato il precetto.

Inoltre in queste fasi trovano applicazione altre disposizioni dettate per il procedimento di 1° grado: ARTT.426-
27 circa le conseguenze dell’eventuale errore sul rito della causa; ART.429 COMMA 2 che consente di rinviare
discussione e decisione ad un’udienza successiva, concedendo alle parti il termine per deposito di note difensive;
ART.430 circa il termine per il deposito della sentenza in cancelleria; ART.431 COMMA 1 che, in condanna
favorevole al lavoratore, attribuisce a quest’ultimo la possibilità di iniziare l’esecuzione sulla base di una copia del
dispositivo della sentenza.

•••••••

PRESUPPOSTI DELL’ESECUZIONE FORZATA


Per dar vita all’esecuzione forzata è necessario un titolo esecutivo che consiste in un documento con cui è
accertato/costituito il diritto del creditore da realizzarsi in via esecutiva. L’esistenza del titolo è necessaria non
solo per iniziare l’esecuzione forzata ma pure per portarla a compimento, quindi l’eventuale venir meno del titolo
nel corso del processo esecutivo ne impedirebbe la prosecuzione.

ART.474 COMMA 2 divide i titoli esecutivi in 2 categorie:


 GIUDIZIALI
1. SENTENZE, PROVV. E ALTRI ATTI AI QUALI LA LEGGE ATTRIBUISCE ESPRESSAMENTE EFFICACIA
ESECUTIVA – questi sono tutti i titoli esecutivi in formazione giudiziale, cioè titoli consistenti in
atti promanati dal giudice o comunque che si formano all’interno di un giudizio. Quando si parla
di altri atti ci si riferisce, ad esempio, al verbale di conciliazione giudiziale EX ART.185.
 STRAGIUDIZIALI
2. SCRITTURE PRIVATE AUTENTICATE, RELATIVAMENTE ALLE OBBLIGAZIONI DI SOMME IN ESSE
CONTENUTE, LE CAMBIALI, NONCHE GLI ALTRI TITOLI DI CREDITO AI QUALE LA LEGGE
ATTRIBUISCE ESPRESSAMENTE LA SUA STESSA EFFICACIA – in quanto titoli per le obbligazioni
di somme di denaro, possono dar luogo solo all’espropriazione forzata.
3. ATTI RICEVUTI DA NOTAIO O DA ALTRO P.U. AUTORIZZATO DALLA LEGGE A RICEVERLI – essi
sono titolo anche per esecuzione forzata per consegna o rilascio.

Il diritto risultante dal titolo esecutivo deve essere:


1) CERTO – identificato nei suoi caratteri. Questo requisito delinea soprattutto i diritti aventi ad
oggetto la consegna o il rilascio dei beni o l’inadempimento delle obbligazioni di fare/non fare;
2) LIQUIDO – questo requisito contraddistingue i diritti aventi ad oggetto il pagamento di somme o
la consegna di cose fungibili, la cui prestazione quantitativa deve essere specificatamente
individuata (nel quantum) o facilmente determinabile con semplici operazioni matematiche;
3) ESIGIBILE – il diritto non deve essere sottoposto né a termine né a condizione (sospensiva).

SPEDIZIONE DEL TITOLO IN FORMA ESECUTIVA


Tra i titoli appena elencati all’ART.474, bisogna fare un’ulteriore distinzione: nel caso delle scritture private
autenticate e dei titoli di credito al n.2, il titolo esecutivo è rappresentato dall’originale dell’atto; per i titoli
giudiziali al n.1 e per gli atti ricevuti da notaio invece il documento valido come titolo esecutivo non è
l’originale ma una copia alla quale apposta formula esecutiva.

La spedizione in forma esecutiva ha lo scopo di assicurare che circoli una sola copia dell’atto e che non vi siano una
pluralità di titoli esecutivi per un medesimo atto (il problema non si pone per i titolo che circolano in originale).
Quindi non è consentita l’apposizione della formula esecutiva in una pluralità di copie nei confronti della stessa
parte, salva la sussistenza di un giusto motivo (ART.476 COMMA 1).

LEGITTIMAZIONE E SUCCESSIONE
A favore di chi e nei confronti di quali soggetti il documento può valere quale titolo esecutivo? Quale è
la sua efficacia soggettiva?
- per quanto riguarda l’estensione del titolo oltre i soggetti indicati come aventi diritto, vale la regola
all’ART.475 COMMA 2 secondo cui la spedizione del titolo in forma esecutiva può farsi solo alla parte a
favore della quale fu pronunciato il provv. o stipulata l’obbligazione, o ai suoi successori. Si presume
quindi che il titolo esecutivo è spendibile a favore non solo dell’avente diritto, ma anche dei suoi
successori.
- per quanto riguarda il lato passivo, chi nel titolo risulta destinatario dell’obbligo, vale la regola secondo
cui il titolo contro il defunto ha efficacia contro gli eredi, ma si può loro notificare il precetto solo dopo
10gg dalla notificazione del titolo (ART.477 COMMA 1). Emerge quindi che, mentre la titolarità attiva
dell’az. esecutiva si estende a tutti i successori della parte (creditrice), quella passiva riguarda solo gli
eredi; il che significherebbe escludere il successore a titolo particolare del debitore. Tuttavia questa
norma è stata interpretata estensivamente ed ammette che il titolo esecutivo sia utilizzabile pure
contro il successore il cui acquisto sia posteriore alla formazione del titolo nei confronti del suo dante
causa.

Per quanto riguarda il mutamento della titolarità del diritto/obbligo risultanti dal titolo che si realizza durante il
processo esecutivo, i dubbi riguardano l’applicabilità degli ARTT.110-111 che sembrano riferiti al solo processo
di cognizione.
Per quanto riguarda la successione universale, è pacifico che il processo debba proseguire – pur quando si
tratti di successione mortis causa – perché non trova applicazione l’istituto dell’interruzione; ferma restando
però la possibilità che il successore eserciti nel procedimento i poteri processuali che sarebbero spettati al suo
dante causa. Per quanto riguarda la successione a titolo particolare, sebbene l’opinione prevalente escluda
l’indiretta applicabilità dell’ART.111, si è soliti ammettere che – se il trasferimento del diritto recato dal titolo
avviene a processo esecutivo già iniziato – la legittimazione attiva/passiva della parti originarie non ne risente.

ATTI PRELIMINARI ALL’INIZIO DELL’ESECUZIONE


Atti preliminari all’esecuzione forzata, ma interni al processo esecutivo, sono la notificazione del titolo
esecutivo e del precetto.
Il precetto consiste nell’intimazione ad adempiere l’obbligo risultante dal titolo esecutivo entro un termine non
minore di 10gg con l’avvertimento che, in mancanza, si procederà a esecuzione forzata (ART.480 COMMA 1). Si
tratta dunque di un’intimazione ad adempiere subordinata al decorso di un termine dilatatorio di 10gg. Ciò non
significa che l’obbligato non possa adempiere immediatamente, bensì che l’effetto coattivo dell’intimazione si
produce non prima del decorso di 10gg.

Il precetto deve contenere a pena di nullità l’indicazione delle parti, della data di notificazione del titolo
esecutivo – se fatta separatamente – la trascrizione integrale del titolo – quando richiesta dalla legge. Può anche
contenere la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio della parte istante nel comune in cui ha sede il
giudice per l’esecuzione. Infine deve essere sottoscritto EX ART.125 (cioè dalla parte personalmente o dal
difensore munito di procura) e notificato dalla parte personalmente.

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ESPROPRIAZIONE FORZATA
Il processo esecutivo è costituito da un complesso di atti volti a sottrarre coattivamente al debitore determinati
beni rientranti nel suo patrimonio per convertirli in denaro e soddisfare il creditore procedente.
In relazione all’oggetto l’espropriazione può essere:
- MOBILIARE se ha ad oggetto beni mobili. A sua volta distinguibile in:
1. PRESSO IL DEBITORE se ha ad oggetto beni mobili da pignorare nella casa del debitore o in altri
luoghi ad esso riconducibili;
2. PRESSO TERZI se mira ad imporre su un credito del debitore esecutato un vincolo di destinazione
per il soddisfacimento del creditore procedente
- IMMOBILIARE se ha ad oggetto beni immobili.

Giudice competente per l’espropriazione forzata è il tribunale, la cui competenza territoriale si determina:
- con riguardo al luogo in cui si trovano beni mobili/immobili assoggettati all’esecuzione;
- con riguardo al luogo di residenza, domicilio, dimora o sede del debitore;
- con riguardo al luogo di residenza, domicilio, dimora o sede del terzo debitore.

I poteri e le prerogative del giudice dell’esecuzione non sono troppo diversi da quelli che competono nel
processo di cognizione al giudice istruttore: per il giudice dell’esecuzione vengono richiamati l’ART.174 circa
l’immutabilità della persona del giudice istruttore e l’ART.175 che gli attribuisce i più ampi poteri di direzione
del processo.
Inoltre l’ART.487 prevede che i suoi provv. siano dati di regola con ordinanza, modificabile/revocabile finché
non abbia avuto esecuzione e soggetti alle disposizioni degli ARTT.176ss in quanto applicabili nonché a quelle
dell’ART.186.

I compiti del giudice dell’esecuzione non sono comparabili a quelli del giudice istruttore in virtù dei peculiari
obiettivi dell’espropriazione che non mira a decidere nulla, bensì a porre in essere le varie attività occorrenti
per il concreto soddisfacimento dei creditori.
Il processo esecutivo ha una struttura unilaterale, caratterizzata da una diseguaglianza tra creditore e debitore
dal momento che in esso non trova spazio un vero contraddittorio. Dottrina non concorda.

Per agevolare notificazioni e comunicazioni dirette ai creditori, ART.489 prevede che esse si eseguano nella
residenza dichiarata o nel domicilio eletto oppure – in mancanza – presso la cancelleria del giudice. Analogia
disposizione è prevista dall’ART.492 COMMA 2 per le notificazioni e comunicazioni dirette al debitore
esecutato.

PIGNORAMENTO
Esso è il primo atto dell’espropriazione forzata (ART.491). Esso consiste in un’ingiunzione dell’ufficiale
giudiziario volta a creare sui beni pignorati un vincolo affinché essi siano destinati alla soddisfazione del credito.
Per quanto riguarda il contenuto, essa deve contenere: l’invito rivolto al debitore ad effettuare presso la
cancelleria del giudice del’esecuzione la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio dove ha sede il giudice
competente per l’esecuzione con l’avvertimento che, in mancanza/irreperibilità, le successive notifiche e
comunicazioni saranno effettuate presso la cancelleria (ART.492 COMMA 2). Deve inoltre contenere
l’avvertimento al debitore circa la possibilità di chiedere la conversione del pignoramento: sostituzione di
cose/crediti pignorati con una somma di denaro.

POTERI DELL’U.G. NELL’ESECUZIONE DEL PIGNORAMENTO


ART.492 attribuisce all’u.g. poteri incisivi volti all’individuazione di beni assoggettabili all’espropriazione e di
valore idoneo a soddisfare il creditore procedente.
In 1° luogo è previsto che, quando i beni pignorati appaiono insufficienti o appare manifesta la lunga durata
della liquidazione, l’u.g. inviti il debitore ad indicare ulteriori beni pignorabili nonché i luoghi in cui si trovano e le
generalità dei 3° debitori.

Dalla dichiarazione del debitore scaturiscono, quando positiva, effetti diversi a seconda della natura dei beni in
esso indicati. Se si tratta di beni mobili in possesso dello stesso debitore, essi si considerano senz’altro pignorati
fin dal momento della dichiarazione; se invece si tratta di crediti o cose mobili in possesso di un 3°, il
pignoramento si considera immediatamente perfezionato nei confronti del solo debitore.

Il nuovo ART.492 BIS prevede che il presidente del tribunale competente può autorizzare la ricerca con modalità
telematiche dei beni pignorati. La ricerca viene effettuata dall’u.g. e, terminate le operazioni, egli redige un
processo verbale unico nel quale indica tutte le banche dati interrogate e le risultanze e, se la parte ha
acconsentito ad individuare i beni mobili o i crediti del debitore, procede al pignoramento. Se individua una
pluralità di beni mobili/crediti sarà il creditore a decidere.

EFFETTI DEL PIGNORAMENTO (ex cc)


Il pignoramento crea un vincolo di inefficacia relativa agli atti di disposizione sui beni rispetto al
creditore. Non si tratta di nullità assoluta, ma solo di inopponibilità di tali atti al creditore.

ARTT.2914ss trattano i criteri per risolvere l’eventuale conflitto che dovesse sorgere tra esecuzione ed aventi
causa del debitore esecutato (coloro che abbiano acquistato diritti sul bene pignorato).

Il pignoramento perde efficacia trascorsi 90gg dal suo compimento senza che sia stato compiuto il
successivo atto di esecuzione (istanza di assegnazione o vendita) EX ART.497.

CONVERSIONE E RIDUZIONE
EX ART.495 la CONVERSIONE DEL PIGNORAMENTO consente al debitore di ottenere il trasferimento del
vincolo costituito sui propri beni ad una somma di denaro, determinata dal giudice a soddisfare i creditori.
Unitamente all’istanza va depositata in cancelleria, a pena di inammissibilità, una somma non < 1/5 dell’importo
del credito, il cui ritardo/omissione comporta la decadenza ipso iure senza necessità di un apposito provv. e le
somme eventualmente versate si aggiungono ai beni pignorati.
L’istanza di conversione può essere avanzata dal debitore una sola volta, al fine di evitare che l’istituto venga
utilizzato a scopi dilatatori per rinviare la vendita forzata. Inoltre la l.80/2005 ha stabilito che la conversione
può essere richiesta fino a quando non sia disposta la vendita/assegnazione e non più in qualsiasi momento
anteriore alla vendita.

La RIDUZIONE – EX ART.496 – finalizzata ad evitare eccessi nell’uso dell’espropriazione, non è applicabile nel
caso in cui il debitore contesti l’entità della pretesa creditoria; in tal caso questo dovrà far valere le proprie ragioni
con l’opposizione all’esecuzione.
La valutazione circa l’eccesso del pignoramento va condotta con riferimento al valore dei beni pignorati
attributo all’u.g. (e. mobiliare) o avvalendosi di un esperto (e. immobiliare). Il provv. di riduzione ha la forma
dell’ordinanza impugnabile con l’opposizione agli atti esecutivi sia per irregolarità formali sia per sua
inopportunità.

INTERVENTO DEI CREDITORI


Una delle possibili articolazioni della procedura espropriativa è data dall’intervento di altri creditori
nell’espropriazione iniziata dal creditore procedente (≠ pignoramento successivo, dove più creditori procedono
autonomamente a compiere sullo stesso bene un autonomo pignoramento).

La ratio sta nel principio della PAR CONDICIO CREDITORUM (ART.2740cc) interpretato alla luce
dell’ART.2741cc che colloca in posizione paritaria i creditori, ma facendo salve le cause legittime di prelazione.
Mentre prima della riforma 2006 l’ART.499 stabiliva la possibilità di intervenire volontariamente nel
procedimento per tutti gli altri creditori dell’esecutato (con o senza titolo, privilegiati o chirografari), il
legislatore della riforma consente l’intervento solo ai creditori muniti di titolo esecutivo che abbiano eseguito il
sequestro sui beni pignorati o che avevano (al momento del pignoramento) un diritto di prelazione risultante da
pubblico registro o un diritto di pegno, nonché a coloro che al momento del pignoramento avevano un credito di
somma di denaro risultante da scritture contabili di cui all’ART.2214.

EX ART.498 devono essere avvertiti dell’espropriazione i creditori che sui beni pignorati hanno un diritto di
prelazione risultante da pubblici registri. La ratio dell’avviso è da ricollegare all’effetto purgativo della vendita
forzata in base al quale l’acquirente del bene pignorato lo acquista libero da vincoli e pesi. L’avviso è per il
creditore procedente un onere serio in quanto – in sua mancanza – il giudice non può provvedere sull’istanza di
assegnazione o vendita.

Per quanto riguarda il procedimento, l’atto di intervento è il ricorso e va depositato prima dell’udienza in cui
è disposta la vendita o l’assegnazione. Esso deve contenere l’indicazione del credito e del titolo esecutivo, la
domanda per partecipare alla distribuzione della somma ricavata e la dichiarazione di residenza o l’elezione di
domicilio nel comune in cui ha sede il giudice competente.

Il trattamento processuale è diverso per creditori titolati e per quelli non titolati. Per questi ultimi si apre
una procedura volta al riconoscimento del credito ad opera del debitore. Il creditore non munito di titolo
esecutivo deve notificare al debitore, entro 10 successivi al deposito del ricorso, una copia di esso ed in udienza il
debitore deve dichiarare quali crediti vuole riconoscere.
Se il debitore non compare, si intendono riconosciuti tutti i crediti (privi di titolo). I creditori riconosciuti (o
comunque non contestati) acquistano il diritto a partecipare ala distribuzione della somma ricavata. Invece i
creditori i cui crediti siano stati contestati devono – nei 30gg successivi all’udienza – proporre l’azione
necessari per munirsi di titolo esecutivo. Nel frattempo essi acquisiscono il diritto ad un accantonamento delle
somme loro spettanti per un periodo non > 3 anni.

Bisogna distinguere ulteriormente tra creditori tempestivi e creditori tardivi: i 1° sono quelli che
intervengono prima che sia tenuta l’udienza in cui è disposta l’assegnazione o la vendita; mentre i 2° sono quelli
che intervengono successivamente.
La distinzione rileva in sede di distribuzione del ricavato, ma solo con riferimento ai creditori chirografari
(quelli privilegiati sono preferiti nella distribuzione in ragione della loro prelazione). Infatti i creditori tardivi
concorrono alla distribuzione del ricavato per la parte che sopravanza una volta soddisfatti i creditori
privilegiati, quello pignorante e quelli intervenuti tempestivamente (sono quindi postergati rispetto ai creditori
tempestivi).

VENDITA FORZATA O ASSEGNAZIONE DEI BENI PIGNORATI


Seconda fase dell’espropriazione è la vendita o l’assegnazione dei beni. Essa è finalizzata alla trasformazione dei
beni stessi in denaro ai fini della distribuzione di quest’ultimo ai creditori nell’ultima fase.

Le modalità della vendita forzata sono:


- CON INCANTO: le operazioni di vendita si svolgono e si esauriscono in un unico contesto nel luogo e nel
giorno fissati dal provv. di vendita, attraverso offerte ed aggiudicazioni al migliore offerente;
- SENZA INCANTO: le offerte di acquisto, sempre nel rispetto di un prezzo minimo, possono liberamente
intervenire nell’arco di un tempo determinato e – in caso di pluralità di offerte – può essere prevista una
gara

Quanto all’assegnazione, la dottrina distingue due figure:


- ASSEGNAZIONE SATISFATTIVA: il creditore assegnatario non versa il prezzo ma ottiene la
soddisfazione del proprio credito col trasferimento del diritto sul bene assegnato;
- ASSEGNAZIONE-VENDITA: il creditore assegnatario paga il prezzo come qualsiasi acquirente terzo,
prezzo destinato poi alla distribuzione a lui stesso e agli altri creditori nella fase distributiva.

Il processo di espropriazione potrebbe anche chiudersi anticipatamente se risulta che non è più possibile
conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori, anche tenuto conto dei costi necessari
per la prosecuzione della procedura, delle probabilità di liquidazione del bene e del presumibile valore di
realizzo.
La disciplina degli effetti è contenuta agli ARTT.2919-2929. La vendita forzata, ma anche l’assegnazione,
trasferisce all’acquirente i diritti che sulla cosa spettavano a colui che ha subito l’espropriazione. È pertanto un
acquisto a titolo derivativo corrispondente alla vendita di diritto comune.
Vengono però fatti salvi gli effetti del possesso in buona fede e questa regola corrisponde a quella dell’ART.2913
con la differenza che nell’ART.2913 l’acquirente di b.f. è colui che ignora che il bene sia stato pignorato; mentre
nell’ART.2919 l’acquirente di b.f. è qualsiasi terzo che acquista il bene senza sapere che è pignorato e che – se
in b.f. con titolo astrattamente idoneo – acquista a titolo originario sottraendo il bene all’espropriazione.
Inoltre l’acquisto in vendita forzata è un acquisto a titolo derivativo, ma i cui effetti sono da valutare non con
riferimento al momento della vendita bensì con riferimento al momento del pignoramento.

Le norme successive riguardano l’eventuale conflitto tra acquirente in vendita forzata ed un terzo che vantasse
il medesimo diritto sul bene. Qui la regola generale è quella secondo cui se l’esecutato non era titolare del bene
pignorato e venduto, l’eventuale conflitto tra quest’ultimo e l’effettivo proprietario si risolve a favore dell’effettivo
proprietario, salvo che la vendita forzata non dia luogo ad un acquisto a titolo originario.

Ci sono però 2 regole correttive da esaminare, l’una con riferimento alla vendita forzata (ART.2920) e l’altra
con riferimento all’assegnazione (ART.2926).
- quanto alla VENDITA FORZATA, l’ART.2920 afferma che se oggetto di vendita è una cosa mobile,
coloro che avevano la proprietà o altri diritti reali su di essa (ma non hanno fatto valere le loro ragioni
sulla somma ricavata dall’esecuzione) non possono farle valere nei confronti dell’acquirente di b.f. né
possono ripetere dai creditori la somma distribuita. Se però essi riescono a dimostrare la malafede del
creditore procedente, quest’ultimo può ottenere il risarcimento del danno e la ripetizione delle spese.
- quanto all’ASSEGNAZIONE, l’ART.2926 afferma che se essa ha per oggetto beni mobili, i terzi che ne
avevano la proprietà possono (entro 60gg dall’assegnazione) rivolgersi contro l’assegnatario che ha
ricevuto in b.f. il possesso al solo scopo di ripetere la somma corrispondente al suo credito soddisfatto
con l’assegnazione. Stessa facoltà spetta ai terzi che avevano sulla cosa altri diritti reali, nei limiti del
valore del loro diritto.
Dal momento che, qualora l’assegnatario versi la somma corrispondenti al suo credito egli torna
creditore del suo debitore, questo conserva le sue ragioni nei confronti del debitore ma se si estinguono
le garanzia prestate dai terzi (COMMA 2).

Se l’evizione è subita dall’acquirente del bene espropriato, quest’ultimo può ripetere il prezzo se ancora
non è stato distribuito dedotte le spese; se invece la distribuzione è già avvenuta egli può ripeterne da ciascun
creditore la parte che ha riscosso e dal debitore l’eventuale residuo.
Se l’evizione è solo parziale, l’acquirente ha diritto di ripetere una parte proporzionale del prezzo. Ma EX
ART.2921 COMMA 3 l’acquirente non può ripetere il prezzo nei confronti dei creditori privilegiati o ipotecari
ai quali la causa di evizione non era opponibile.

DISTRIBUZIONE DEL RICAVATO


Terza fase dell’espropriazione è la distribuzione del ricavato con la quale si distribuisce ai creditori, nonché per il
residuo al debitore, le somme ricavate dalla vendita/assegnazione dei beni. Questa fase non ha luogo quando non
è stato realizzato alcun ricavato o quando il creditore è uno solo ed egli si soddisfa con l’intero ricavato della
vendita.

EX ART.509 la somma da distribuire (MASSA ATTIVA) si compone del valore conseguito a titolo di prezzo o
conguaglio delle cose vendute/assegnate, nonché di rendita o provento delle cose pignorate nonché di multa e
risarcimento da parte dell’aggiudicatario.

CONTROVERSIE DISTRIBUTIVE
Non di rado in sede di distribuzione può sorgere controversia tra CREDITORI CONCORRENTI oppure tra
CREDITORI E DEBITORE o TERZO ASSOGGETTATO ALL’ESPROPRIAZIONE circa la sussistenza o l’ammontare di
uno o più crediti o circa la sussistenza di diritti di prelazione (ART.512).

In questo caso è lo stesso giudice dell’esecuzione a decidere, sentite le parti e compiuti i necessari accertamenti,
con ordinanza che può eventualmente sospendere – in tutto o in parte – la distribuzione ed è impugnabile
esclusivamente attraverso l’opposizione agli atti esecutivi che si conclude con sentenza inappellabile
(ma ricorribile per Cassazione).
Per quanto riguarda il debitore esecutato, è chiaro che egli non avrebbe interesse a contestare l’esistenza di una
certa prelazione in favore di taluno dei creditori, dal momento che nessun vantaggio potrebbe derivargli; ma può
sicuramente contestare l’esistenza o l’ammontare di qualunque credito vantato dai creditori muniti di
titolo esecutivo, al fine di ottenere l’eventuale somma avanzata dopo la distribuzione, o comunque di evitare che
venga soddisfatto un credito in tutto o in parte inesistente.
Qualora si tratti di creditori privi di titolo esecutivo, invece, il debitore può semplicemente disconoscere – in
tutto o in parte – il relativo credito (con le conseguenze già esaminate).

Ulteriori interrogativi si pongono in relazione alla natura ed all’oggetto tanto dell’ordinanza con cui il
giudice dell’esecuzione si pronuncia in prima battuta sulla controversia, quanto della sentenza pronunciata in
seguito all’opposizione agli atti esecutivi.
Entrambi i provvedimenti vertono esclusivamente sul diritto del creditore di partecipare al riparto, con effetti
limitati al processo esecutivo cui si riferiscono, senza dar luogo ad un accertamento con efficacia di giudicato circa
la sussistenza e/o la misura del credito o della causa di prelazione contestati.

L’ultimo problema riguarda la stabilità della distribuzione: si discute se le attribuzioni patrimoniali che ne
scaturiscono possono essere o no rimesse in discussione, in particolare attraverso un’azione per ripetizione
d’indebito o invece devono considerarsi irreversibili (≈ giudicato).
A tal riguardo appare opportuno distinguere:
- nei RAPPORTI TRA DIVERSI CREDITORI, l’esaurimento della fase di distribuzione e la preclusione
relativa alle eventuali impugnazioni determina una situazione non più modificabile;
- nei RAPPORTI TRA DEBITORE ESECUTATO E CREDITORI PARTECIPANTI ALLA DISTRIBUZIONE,
sembra difficile ammettere la stessa situazione.

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ESECUZIONE IN FORMA SPECIFICA
L’ESECUZIONE IN FORMA SPECIFICA mira ad ottenere in via coattiva, non il pagamento di una somma di
denaro, bensì l’adempimento di una prestazione corrispondente a quella che l’obbligato avrebbe dovuto eseguire
spontaneamente.
Esistono 2 modelli di esecuzione in forma specifica:
1. ESECUZIONE PER CONSEGNA (di un bene mobile) O RILASCIO (di un bene immobile)
2. ESECUZIONE DEGLI OBBLIGHI DI FARE O NON FARE.

Il limite all’uso di queste forme esecutive sta nella fungibilità della prestazione. Se si tratta di prestazione
infungibile, la tutela esecutiva in forma specifica è destinata a fallire e si ricorre allora all’esecuzione indiretta
che, tramite l’irrogazione di una sanzione all’obbligato, punta ad indurlo all’adempimento.

ESECUZIONE PER CONSEGNA O RILASCIO


Norma di riferimento è l’ART.2930cc secondo cui se non è adempiuto l’obbligo di consegnare una cosa
determinata, l’avente diritto può ottenere la consegna/rilascio forzati ex disposizioni del cpc. È una forma
esecutiva finalizzata a tutelare i diritti assoluti e ad immettere il bene nella disponibilità dell’avente
diritto.

Possono dar luogo all’esecuzione per consegna o rilascio soltanto i titoli esecutivi giudiziali (ART.474 N.1)
nonché quelli di cui al n.3 ART.474 (atti ricevuti da notaio o da altro p.u. autorizzato). Tuttavia l’elencazione
non è esaustiva perché la legge può richiamare anche altri atti, come il verbale di conciliazione giudiziale.

Per quanto riguarda il procedimento, il precetto deve contenere, oltre agli elementi di cui all’ART.480, anche
la descrizione sommaria dei beni su cui l’esecuzione ricade. Gli effetti si producono, sotto il profilo soggettivo, non
necessariamente nei confronti dell’obbligato, bensì nei confronti di chi detiene il bene.

EX ART.605 se il titolo esecutivo dispone circa il termine della consegna/rilascio, l’intimazione va fatta con
riferimento a tale termine.
Per i beni mobili, decorso il termine indicato nel precetto, l’ufficiale giudiziario, munito di titolo esecutivo e
precetto, si reca sul luogo in cui le cose si trovano e le ricerca utilizzando poteri e modalità all’ART.513.
Individuato il bene, lo consegna alla parte.
Per i beni immobili, l’esecuzione ha inizio quando è notificato al destinatario l’avviso con cui l’u.g. comunica –
almeno 10gg prima – che è tenuto a rilasciare l’immobile, nonché indica il giorno/ora in cui procederà. Nel
giorno e nell’ora stabiliti, l’u.g. – munito di titolo esecutivo e precetto – si reca sul luogo dell’esecuzione e,
usando sempre i poteri all’ART.513 se necessario, consegna le chiavi.

In questa procedura domina la figura dell’u.g. che gestisce la procedura sotto la direzione del giudice.
Quest’ultimo subentra nell’ipotesi in cui sorgono difficoltà che non ammettono dilazione (ART.610). Le spese
dell’esecuzione sono anticipate dalla parte istante ed il relativo importo specificato dall’u.g. nel processo verbale.
La liquidazione in via definitiva è fatta dal giudice dell’esecuzione secondo le regole ordinarie (ARTT.91ss) con
decreto che costituisce titolo esecutivo.

ESECUZIONE DEGLI OBBLIGHI DI FARE O NON FARE


Norma di riferimento è l’ART.2931cc e ART.2933cc. Possono essere titolo esecutivo senz’altro le sentenze ma
non diversamente gli altri titoli giudiziali.

Qui la figura del giudice è maggiormente presente dal momento che partecipa anche alla definizione delle
modalità della procedura. Una volta notificato il precetto, colui che vuole ottenere l’esecuzione forzata
contenente la condanna all’adempimento di una prestazione di fare o non fare, deve chiedere con ricorso al
giudice dell’esecuzione la determinazione delle modalità dell’esecuzione.

Se durante l’esecuzione sorgono delle difficoltà, l’u.g. può farsi assistere dalla forza pubblica e deve chiedere al
giudice dell’esecuzione le opportune disposizioni per eliminare le difficoltà. Il giudice provvede con decreto.

Con l. 69/2009 è stato introdotto un nuovo ART.614 BIS volto a disciplinare una forma di esecuzione indiretta
quando la prestazione non adempiuta consiste in un fare infungibile o in un non fare. La norma prevede che nel
provv. di condanna il giudice fissi (su richiesta delle parti) una somma dovuta dall’obbligato per ogni
violazione/inosservanza/ritardo nell’esecuzione del provv. Tale somma è determinata in relazione al valore
della controversia, al danno prevedibile ed alla prestazione.
Questo istituto non ha nulla a che vedere con l’esecuzione forzata vera e propria: è una misura coercitiva civile
di carattere generale, la cui applicazione compete al giudice della cognizione. Tuttavia, nonostante ciò, la misura
coercitiva conserva natura processuale in quanto non attiene al diritto sostanziale dedotto in lite. Essa si
aggiunge e non sostituisce l’eventuale risarcimento del danno.

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LE OPPOSIZIONI DEL DEBITORE E DEI TERZI
Nell’esecuzione ci sono 3 procedimenti di cognizione (OPPOSIZIONI ESECUTIVE) volti a denunciare il diritto a
procedere ad esecuzione forzata (OPPOSIZIONE ALL’ESECUZIONE), l’irregolarità formale dei singoli atti
dell’esecuzione (OPPOSIZIONE AGLI ATTI ESECUTIVI), o a far valere i diritti del terzo sulle cose oggetto
dell’esecuzione (OPPOSIZIONE DI TERZO ALL’ESECUZIONE).

OPPOSIZIONE ALL’ESECUZIONE
È volta a contestare l’an (il SE) dell’esecuzione stessa e l’ART.615 ammette l’opposizione all’esecuzione quando
si contesta il diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata.

Con tale strumento è possibili far valere:


- mancanza originaria del titolo esecutivo;
- sopravvenuta inefficacia di un titolo originariamente esistente o sua successiva caducazione;
- insussistenza della legittimazione attiva o passiva;
- mancanza di requisiti di liquidità o esigibilità del diritto;
- ragioni di merito idonee a contestare l’esistenza del credito.
Tuttavia i motivi di opposizione EX ART.615 hanno un margine diverso a seconda che l’esecuzione sia iniziata in
forza di titoli esecutivi giudiziali o stragiudiziali. Alla base di tale distinzione si pone la regola generale
dell’onere dell’impugnazione (conversione della nullità in motivi di impugnazione dell’ART.161), principio
operante per i titoli giudiziali ma non per quelli stragiudiziali. Tale regola incontra un limite solo nell’ipotesi di
sentenza inesistente di cui all’ART.161 COMMA 2 i cui vizi possono essere denunciati in ogni tempo, non
essendo assoggettati a tale onere.
Ne deriva che in presenza di un titolo giudiziale, le contestazioni circa la validità o ingiustizia del titolo possono
essere denunciate solo con la sua impugnazione (ART.161 COMMA 1), non anche con l’opposizione
all’esecuzione dell’ART.615. Possono invece farsi valere con l’opposizione i vizi particolarmente gravi della
sentenza da condurre alla sua inesistenza.

Per quanto riguarda il procedimento, bisogna distinguere a seconda se l’opposizione sia proposta prima o
dopo l’inizio dell’esecuzione.
- l’opposizione iniziata prima dell’inizio dell’esecuzione si propone con atto di citazione davanti al
giudice competente per materia/valore o per territorio. Il giudice può sospendere l’efficacia esecutiva del
titolo, su istanza di parte, concorrendo gravi motivi.
- una volta iniziata l’esecuzione, l’opposizione si propone con ricorso al giudice dell’esecuzione stessa.
Presentato il ricorso, il giudice fissa con decreto l’udienza di comparizione della parti davanti a sé e il
termine perentorio per la notificazione del ricorso e del decreto. È un’udienza destinata all’audizione
delle parti in contraddittorio ed alla decisione sull’eventuale istanza di sospensione, nonché
all’individuazione del giudice competente a decidere del merito.
Quindi con riguardo alla competenza, ci sono 2 alternative: SE IL GIUDICE ADITO è ANCHE
COMPETENTE per il giudizio di opposizione, il giudice stesso assegna alle parti un termine perentorio
per l’introduzione del giudizio di merito; SE COMPETENTE A CONOSCERE DELL’OPPOSIZIONE è IL
GIUDICE DI PACE, il giudice dell’esecuzione assegna alle parti un termine perentorio per la riassunzione
della causa.

Legittimato attivo a proporre l’opposizione è il debitore (l’esecutato) nonché il terzo proprietario


(nell’espropriazione contro il 3°). La legittimazione passiva spetta al creditore procedente nonché – in
litisconsorzio necessario – agli altri creditori intervenuti muniti di titolo esecutivo.

OPPOSIZIONE AGLI ATTI ESECUTIVI


Qui si denuncia la regolarità formale dei singoli atti dell’esecuzione (ART.617). L’espressione regolarità formale è
generica ed include sia le nullità formali dei singoli atti sia quelle extraformali sia anche mere irregolarità.

Per atti dell’esecuzione si intendono tutti gli atti interni ad esse, indipendentemente dalla provenienza. Possono
essere quindi sindacati sia i singoli atti posti in essere dal creditore procedente e da quelli intervenuti muniti di
titolo, sia gli atti del giudice dell’esecuzione. La legittimazione attiva spetta non solo al debitore esecutato ma
anche ai creditori e a tutti coloro che sono parti del processo.

Per quanto riguarda il procedimento, anche qui bisogna distinguere un’opposizione anteriore all’inizio
dell’esecuzione ed una successiva.
- prima che sia iniziata l’esecuzione, l’opposizione si può proporre per denunciare le irregolarità
formali del titolo esecutivo e del precetto. L’atto introduttivo è la citazione, da notificarsi nel termine
perentorio di 20gg dalla notificazione del titolo esecutivo/precetto.
- l’opposizione si può proporre dopo l’inizio dell’esecuzione, sia contro il titolo esecutivo/precetto
sia contro la notificazione del titolo/precetto sia contro i singoli atti di esecuzione. L’opposizione si
propone con ricorso al giudice dell’esecuzione nel termine perentorio di 20g dal 1° atto di esecuzione
(se si tratta di nullità relative al titolo/precetto) o dal giorno in cui i singoli atti furono compiuti negli
altri casi.

Il procedimento si svolge con le stesse modalità dell’opposizione all’esecuzione: il giudice fissa con decreto
l’udienza di comparizione delle parti davanti a sé, nonché il termine perentorio per la notifica del ricorso e del
decreto. Con lo stesso decreto nei casi urgenti può dare i provv. opportuni.
L’udienza è destinata alla convocazione delle parti e all’eventuale sospensione dell’esecuzione se ne sussistono i
presupposti. Dopo di essa si ha l’introduzione del giudizio di merito e la decisione è resa con sentenza non
impugnabile (ma ricorribile in cassazione EX ART.111 COMMA 7).

Quanto all’effetto della sentenza che decide l’opposizione, bisogna distinguere:


- SENTENZA DI RIGETTO accerta la regolarità dell’atto e lascia inalterata l’esecuzione;
- SENTENZA DI ACCOGLIMENTO dichiara l’invalidità dell’atto ma i suoi effetti sono variabili.
L’invalidazione del singolo atto può non pregiudicare l’intera esecuzione o travolgerla.

OPPOSIZIONE DI TERZO ALL’ESECUZIONE


È il rimedio che il codice riconosce a favore del terzo (chi non è parte del processo esecutivo) qualora questi
pretende di avere la proprietà o altro diritto reale sui beni pignorati (ART.619).

Presupposto non è che sia stata attivata una procedura esecutiva ingiustamente, né che essa mostri delle
irregolarità; il terzo lamenta che la procedura – nella sua fase attuativa – gli arreca un pregiudizio essendo stato
pignorato un bene che non è di proprietà del debitore bensì è di proprietà di un terzo.

In virtù dell’oggetto dell’opposizione, essa può aversi solo ad esecuzione iniziata. Essa può inoltre essere
tempestiva (quando è proposta prima che sia disposta la vendita/assegnazione) o tardiva. Il giudice
competente per la 1° fase è il giudice dell’esecuzione, il quale fissa con decreto l’udienza di comparizione delle
parti davanti a sé ed il termine perentorio per la notifica del ricorso e del decreto. Le parti necessarie sono il 3°, il
creditore procedente ed altri creditori intervenuti muniti di titolo esecutivo, nonché il debitore esecutato.
In tale udienza, a differenza che nelle altre opposizioni – è contemplata la possibilità che la parti raggiungano
un accordo: in questo caso il giudice decide sulla prosecuzione o estinzione dell’esecuzione.
Il 3° opponente non può provare con testimoni il suo diritto sui beni mobili pignorati nella casa/azienda del
debitore. Le limitazioni alla prova testimoniale non valgono però se l’esistenza del diritto del 3° opponente sia
resa verosimile dalla professione del 3° o del debitore.

Se ha avuto luogo la vendita, il 3° - con opposizione tardiva – può rivalersi sul prezzo ricavato dalla vendita
chiedendo l’accertamento dell’illegittimità del pignoramento del bene venduto e l’attribuzione del ricavato
della vendita, fin quando esso non attribuito ai creditori.

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SOSPENSIONE ED ESTINZIONE
SOSPENSIONE
Nel processo esecutivo essa ha luogo per diverse cause e con diverse modalità. Bisogna distinguere:
a) SOSPENSIONE DISPOSTA DALLA LEGGE: si ha quando in presenza di certe condizioni il processo va
automaticamente sospeso, senza alcun potere discrezionale del giudice.
b) SOSPENSIONE DISPOSTA DAL GIUDICE DAVANTI AL QUALE è IMPUGNATO IL TITOLO
ESECUTIVO: si ha quando il giudice dell’impugnazione o quello che ha emanato la sentenza impugnata
sospendono l’efficacia esecutiva del titolo (solo per titoli giudiziali). Qui la sospensione riguarda
l’efficacia esecutiva del titolo.
c) SOSPENSIONE DISPOSTA PER PROVV. DEL GIUDICE DELL’ESECUZIONE: ogni volta la sospensione
sia discrezionalmente disposta dal giudice dell’esecuzione qualora ne ravvisi i presupposti. Si
distinguono diverse ipotesi:
1. IN SEDE DI OPPOSIZIONE A PRECETTO – ART.615 COMMA 1 – volta a consentire la sospensione
dell’efficacia esecutiva del titolo ad esecuzione non ancora iniziata. Nella precedente versione era
possibile solo ad esecuzione iniziata, con conseguenza che l’esecutato doveva attendere l’inizio
dell’esecuzione per chiederne la sospensione.
2. A SEGUITO DI OPPOSIZIONE ALL’ESECUZIONE o DI OPPOSIZIONE DI 3° - ART.624 – sia in questo
caso sia nell’opposizione a precetto, la sospensione è subordinata alla sussistenza di gravi motivi la
cui valutazione va fatta caso per caso.
3. A SEGUITO DI OPPOSIZIONE AGLI ATTI ESECUTIVI – ART.618 COMMA 2 –

In tutte queste ipotesi il procedimento è sostanzialmente lo stesso ed è descritto all’ART.624. La sospensione è


inoltre ammessa su istanza di parte ed il giudice decide con ordinanza.
L’ordinanza di sospensione è reclamabile EX ART.669 TERDECIES ma se, una volta ottenuta la sospensione, la
relativa ordinanza non viene reclamata ed il giudizio di merito relativo all’opposizione non viene introdotto, ciò
dimostra la mancanza di interesse in capo all’opponente e si ha quindi l’estinzione del processo e la cancellazione
delle relative trascrizioni.

Vi è poi un’ultima fattispecie sospensiva SU ISTANZA DI PARTE (introdotta nel 2005) che introduce una
sospensione concordata analoga a quella del processo ordinario. Il giudice dell’esecuzione – su istanza di tutti i
creditori muniti di titolo esecutivo – può, sentito il debitore, sospendere il processo fino a 24mesi. La sospensione
va chiesta, prima della vendita, da tutti i creditori muniti di titolo esecutivo ed è disposta con ordinanza.
La sospensione comporta l’impossibilità di compiere qualsiasi atto esecutivo (se il giudice non dispone
diversamente) ed una volta sospeso, il processo esecutivo deve essere riassunto con ricorso nel termine
perentorio fissato dal giudice (comunque non > 6 mesi dal passaggio in giudicato della sentenza di 1° grado o
dalla comunicazione della sentenza d’appello che rigetta l’opposizione).

ESTINZIONE
Anche qui distinguiamo 2 tipi di estinzione:
1. PER RINUNCIA AGLI ATTI – tale rinuncia deve provenire dal creditore pignorante e da tutti quelli
intervenuti muniti di titolo se effettuata prima dell’aggiudicazione o assegnazione; dopo la vendita
invece il processo si estingue se rinunciano agli atti tutti i creditori concorrenti. In entrambi i casi non è
richiesta l’accettazione dell’esecutato (egli non ha interesse alla prosecuzione dell’esecuzione). Quanto
all’accettazione dei creditori intervenuti, bisogna distinguere se l’estinzione si ha
 prima della vendita – l’accettazione si impone solo per i creditori titolati (perché solo questi
possono sostituirsi al procedente nel compimento dei singoli atti), oltre al creditore procedente;
 dopo la vendita – l’accettazione deve provenire da tutti i creditori, anche non titolati, avendo tutti i
creditori diritto alla soddisfazione in sede di distribuzione del ricavato.
2. PER INATTIVITA’ DELLE PARTI – opera di diritto ed è dichiarata – anche d’ufficio – con ordinanza del
giudice dell’esecuzione non oltre la 1° udienza successiva al suo verificarsi della stessa. L’ordinanza,
tanto di accoglimento quanto di rigetto dell’eccezione di estinzione, è reclamabile dal debitore o dal
creditore pignorante o dagli altri creditori intervenuti nel termine perentorio di 20gg dall’udienza o dalla
comunicazione dell’ordinanza.

L’estinzione può aver luogo anche per DISERZIONE BILATERALE quando nessuna delle parti si presenta
all’udienza. Dopo la 1° diserzione il giudice fissa una nuova udienza che il cancelliere comunica alle parti e se si
ripete la medesima situazione il giudice dichiara l’estinzione con ordinanza. Questa disciplina non si applica per
l’udienza in cui ha luogo la vendita, essa prosegue anche in assenza di parti.

L’ordinanza che dichiara l’estinzione è reclamabile. Quanto agli effetti, con l’ordinanza è disposta sempre la
cancellazione della trascrizione del pignoramento e la liquidazione delle spese e dei compensi spettanti
all’eventuale delegato. Se essa avviene prima dell’aggiudicazione/assegnazione, rende inefficaci gli atti compiuti;
se avviene dopo allora la somma ricavata è consegnata al debitore.

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IL PROCEDIMENTO PER INGIUNZIONE
Il procedimento per ingiunzione (ARTT. 633ss) è un rito sommario alternativo a quello ordinario. La sommarietà
è apprezzabile, sia in quanto il procedimento è a contraddittorio posticipato ed eventuale sia in quanto la
concessione del decreto si fonda sulla produzione di una prova scritta semplificata.

EX ART.633 il decreto ingiuntivo può essere concesso per il pagamento di una somma liquida di denaro o di una
determinata quantità di cose fungibili o della consegna di una cosa mobile determinata.

Il provvedimento è concesso:
- Se del diritto fatto valere si dà PROVA SCRITTA – ART.633 COMMA 1 N.1 – ai fini della misura di
ingiunzione sono da considerare prove scritte le polizze e le promesse unilaterali per scrittura privata e
telegrammi, anche se mancanti dei requisiti prescritti dal cc. Inoltre per i crediti relativi a
somministrazioni di merci e di denaro o per prestazioni di servizi, fatte da imprenditori che esercitano
un’attività commerciale, anche a favore di persone che non esercitano tale attività, valgono quali prove
scritte gli estratti autentici delle scritture contabili ed anche quelli prescritti dalle leggi tributarie.
- Se il credito riguarda onorari per prestazioni giudiziali o stragiudiziali o rimborso spese fatte da
avvocati/procuratori/cancellieri/ug/altri - ART.633 COMMA 1 N.2
- Se il credito riguarda onorari, diritti o rimborsi spettanti a notai o ad altri esercenti la libera
professione o arte, per la quale esiste una tariffa legalmente approvata - ART.633 COMMA 1 N.3

GIUDICE COMPETENTE
Giudice competente è il giudice che sarebbe competente se la domanda fosse proposta nelle forme ordinarie, ma
per i crediti relativi ad onorari per prestazioni giudiziali/stragiudiziali è competente anche l’u.g. che ha deciso
la causa a cui il credito si riferisce. Inoltre avvocati e notai possono proporre domanda d’ingiunzione contro i
propri clienti al giudice competente per valore del luogo ove ha sede il consiglio dell’ordine/notarile dal quale
dipendono.

PROCEDIMENTO
L’atto introduttivo è il ricorso, il quale deve contenere – oltre ai requisiti di cui all’ART.125 (giudice adito,
parti, oggetto e ragioni della domanda, conclusioni) – l’indicazione delle prove che si producono oltre
all’enunciazione del diritto di cui si chiede la tutela.

Il ricorso va depositato nella cancelleria del giudice competente unitamente ai documenti allegati ed a questo
punto la decisione può essere triplice:
1. INTEGRAZIONE DEL RICORSO – se il giudice ritiene insufficientemente giustificata la domanda del
ricorrente, lo invita ad integrare i documenti. Se questo non provvede o se non ritira il ricorso, il giudice
lo rigetta (ART.640).
2. RIGETTO DEL RICORSO – il giudice rigetta immediatamente il ricorso se ritiene che la domanda non
sia accogliibile (né la documentazione integrabile). Il rigetto avviene con decreto motivato, il quale non
pregiudica la riproposizione della domanda, anche in via ordinaria (ART.640 COMMA 3).
3. ACCOGLIMENTO DEL RICORSO – se ritiene sussistano i presupposti della prova scritta, il giudice – con
decreto motivato inaudita altera parte – pronuncia ingiunzione di pagamento della somma o di consegna
della cosa o della quantità di cose entro il termine di 40gg decorrenti dalla notifica del decreto con
l’espresso avvertimento che nello stesso termine può essere proposta opposizione e che, in mancanza, si
procederà ad esecuzione forzata (ART.641).
Questo decreto ha quindi contenuto condannatorio anche se la sua attitudine a valere quale titolo
esecutivo non è immediata, bensì subordinata al decorso del termine di 40gg senza che sia fatta
opposizione.

ESECUTIVITA’ PROVVISORIA
Ci sono dei casi eccezionali in cui il decreto può essere concesso, su istanza di parte, immediatamente (e
provvisoriamente) esecutivo sin dalla sua emissione. Ciò accade, EX ART.642:
- se il credito è fondato su cambiale, assegno bancario, assegno circolare, certificato di liquidazione
di borsa o su atto ricevuto da notaio o da altro p.u. autorizzato – si tratta di ipotesi in cui la prova
scritta è giù di per sé un titolo esecutivo. Qui la concessione del termine dei 40gg ha quindi solo valore
ai fini dell’opposizione.
- se vi è pericolo di grave pregiudizio nel ritardo – qui il giudice non è vincolato ma ha un potere
discrezionale di valutare la sussistenza del pericolo nel ritardo.
- se il ricorrente produce documentazione sottoscritta dal debitore, comprovante il diritto fatto
valere – anche in questo caso il giudice dispone di un potere discrezionale di valutare la concedibilità
della provvisoria esecuzione.

OPPOSIZIONE AL DECRETO INGIUNTIVO


Se l’intimato – una volta ricevuta la notifica del decreto ingiuntivo – intende reagire/evitare che esso divenga
definitivo, deve – entro il termine indicato di 40gg – proporre opposizione davanti all’u.g. cui appartiene il
giudice che ha emesso il provv., di regola nella forma dell’atto di citazione.

La possibilità di un’opposizione tardiva è circoscritta dall’ART.650 alle sole ipotesi in cui l’intimato provi di
non avere avuto tempestiva conoscenza del decreto per irregolarità della notificazione o per caso fortuito/forza
maggiore o – pur avendo avuto conoscenza – di non aver potuto proporre tempestiva opposizione per caso
fortuito/forza maggiore.
Tuttavia anche l’opposizione tardiva, quando ammessa, incontra un limite temporale dato dal decorso del
termine di 10gg dal compimento del 1° atto dell’esecuzione forzata (e dunque, quando l’ingiunzione ha ad oggetto il
pagamento di una somma, dal compimento del pignoramento).

Con l’opposizione si apre un ordinario processo di cognizione e si caratterizza per l’inversione dell’iniziativa
processuale: se nel rito ordinario colui che propone la domanda è anche colui che fa valere nel giudizio un diritto,
nell’opposizione colui che assume il ruolo di attore deve difendersi.

Il decreto ingiuntivo può acquistare efficacia di titolo esecutivo di regola solo in seguito al rigetto
dell’opposizione o all’estinzione del relativo processo. ARTT.648-49 prevedono che il giudice dell’opposizione,
in presenza di dati presupposti, possa per un verso concedere la provvisoria esecuzione nella pendenza del giudizio
e per altro verso sospendere l’esecutività già concessa ab initio.

Per quanto riguarda gli esiti dell’opposizione, abbiamo:


1. CONCILIAZIONE – il giudice, con ordinanza non impugnabile, deve adeguare il decreto all’accordo
raggiunto dalle parti, eventualmente riducendo la somma (o la quantità di cose fungibili) per cui era
stata pronunciata l’ingiunzione e rendendo quest’ultima esecutiva, qualora non lo fosse già prima.
2. RIGETTO – avviene con sentenza passata in giudicato o provvisoriamente esecutiva, oppure con
ordinanza. Il decreto che non ne è già munito, inoltre, acquista efficacia esecutiva e si stabilizza in
quanto passa in giudicato EX ART.2909.
3. ACCOGLIMENTO PARZIALE – il titolo esecutivo è costituito solo dalla sentenza e gli atti esecutivi
anteriormente compiuti conservano efficacia nei limiti della somma/quantità riconosciuta dalla
sentenza stessa.
4. ACCOGLIMENTO TOTALE – il decreto ingiuntivo viene definitivamente e completamente caducato
perdendo l’efficacia esecutiva.

Il decreto ingiuntivo divenuto definitivo (per mancata opposizione, per estinzione dell’opposizione, per rigetto
della stessa) è impugnabile con la REVOCAZIONE per i motivi di cui ai n.1-2-5-6, nonché con OPPOSIZIONE DI
TERZO REVOCATORIA nei casi previsti all’ART.404 COMMA 2.

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PROVV. CAUTELARI E RELATIVO PROCESSO
Il sequestro è la più tipica tra le forme cautelari conservative perché mira a cristallizzare la situazione, di fatto o
di diritto, per evitare tutte le modificazioni che potrebbero rendere difficile, impossibile o scarsamente fruttuosa
l’attuazione del provv. di condanna a favore della parte che risulterà vittoriosa al termine del processo a
cognizione piena.

Il codice prevede 2 figure di sequestro:


 SEQUESTRO GIUDIZIARIO – ART.670 – a sua volta conosce 2 sottotipi distinti per oggetto e funzione:
1. BENI MOBILI/IMMOBILI, AZIENDE, ALTRE UNIVERSALITA’ DI BENI per le ipotesi di controversia sulla
proprietà/possesso di tali beni ed sia inoltre opportuno provvedere alla loro custodia/gestione temporanea;
2. PROBATORIO, se è controverso il diritto all’esibizione/comunicazione e sia opportuno provvedere alla loro
custodia temporanea.
 SEQUESTRO CONSERVATIVO – ART.671 – può avere ad oggetto beni mobili o immobili del debitore,
cose o somme a lui dovute dal terzo e presuppone che il creditore abbia fondato timore di perdere la
garanzia del proprio credito.
 SEQUESTRO LIBERATORIO – può ricorrersi quando il debitore abbia offerto o comunque messo a
disposizione del creditore delle somme/cose per liberarsi della propria obbligazione e sono controversi
l’obbligo o le modalità del pagamento/consegna oppure l’idoneità della cosa offerta.

SEQUESTRO CONSERVATIVO
Esso costituisce uno strumento di conservazione della garanzia patrimoniale generica che il creditore ha – EX
ART.2740 – su tutti i beni del debitore. Ne è conferma l’ART.2905 COMMA 1 secondo cui il creditore può
chiedere il sequestro conservativo dei beni del debitore, secondo le regole stabilite dal cpc.

EX ART.671 esso è previsto a tutela del diritto di credito, nelle situazioni in cui il creditore abbia ragione di
temere che il debitore, attraverso atti di disposizione dei propri beni (anche fraudolenti), possa di fatto svuotare il
proprio patrimonio, vanificando le concrete possibilità di una successiva azione esecutiva fruttuosa.

Per quanto riguarda l’oggetto, ART.671 fa riferimento ai beni mobili/immobili del debitore, somme o cose a lui
dovute, nei limiti in cui la legge permette il pignoramento. Il rinvio alla pignorabilità dei beni si giustifica in
quanto il sequestro conservativo rappresenta – anche dal pdv degli effetti, una sorta di anticipazione del
pignoramento. Ecco perché l’ART.671 non menziona l’azienda: essa non può infatti essere espropriata in
quanto tale, bensì solo con riguardo ai singoli beni mobili/immobili.
L’individuazione dei beni assoggettabili al sequestro non è compiuta dal giudice nel provv. di concessione della
misura cautelare, bensì dal creditore.
Gli effetti sono descritti all’ART.2906cc: come il pignoramento, anche il sequestro conservativo crea un vincolo
di inefficacia relativa degli atti di disposizione sui beni sequestrati rispetto al creditore sequestrante (quindi non
nullità assoluta, ma solo inopponibilità di tali atti al creditore sequestrante). Tuttavia tale vincolo qui opera solo
a favore del creditore sequestrante e non anche di quelli intervenuti.

L’attuazione del sequestro, se colpisce beni mobili o crediti, si esegue secondo le norme stabilite per il
pignoramento presso il debitore/terzi (ART.678 COMMA 1); mentre se colpisce i beni immobili si esegue con la
trascrizione del provv. presso l’ufficio del conservatore dei r.i. del luogo in cui sono situati i beni, i quali sono
sottoposti a custodia EX ART.559 (ART.679).

Il sequestro conservativo va eseguito entro 30gg dalla pronuncia del provv. autorizzativo altrimenti diventa
inefficace ed è revocabile su istanza del debitore con ordinanza non impugnabile del giudice istruttore, qualora il
debitore presti idonea cauzione per l’ammontare del credito che ha dato causa al sequestro/spese nonché la
vendita delle cose deteriorabili col trasferimento del sequestro sul ricavato.

SEQUESTRO GIUDIZIARIO
La forma n.1 è la più diffusa ed ha lo scopo di preservare (attraverso la custodia e la gestione temporanea) beni
della cui titolarità/possesso si discute in attesa che la sentenza di merito si pronunci. La custodia ha ad oggetto
beni specifici ed è opportuna quando su tali beni c’è conflittualità.

Il periculum sussiste in quanto la conservazione del possesso/disponibilità in capo al sequestrato espone il


bene al rischio dell’alienazione (+ possibili conseguenze ART.1153cc), del trasferimento materiale ad un terzo,
della dispersione, del deterioramento del bene. Per questo effetto del provvedimento è quello di sottrarre la
disponibilità del bene a chi lo detiene attraverso la custodia e la gestione temporanea.

Il sequestro giudiziario si realizza EX ART.676: il giudice nomina il custode e stabilisce criteri/limiti


dell’amministrazione delle cose sequestrate e le particolari cautele idonee a render più sicura la custodia e ad
impedire la divulgazione dei segreti. Il custode ha obblighi e diritti previsti dagli ARTT.521-22-60.
L’attuazione del sequestro giudiziario segue la disciplina dell’esecuzione per consegna o rilascio degli
ARTT.605ss in quanto applicabili.

DENUNCIA DI NUOVA OPERA E DI DANNO TEMUTO


Nella DENUNCIA DI NUOVA OPERA (ART.1171cc) l’azione è volta ad evitare il pericolo di danno derivante da
nuova opera intrapresa sul proprio fondo o su quello altrui. Invece nella DENUNCIA DI DANNO TEMUTO
(ART.1172cc) il periculum consiste nel rischio di un danno grave che il proprio bene possa subire da un edificio,
albero, altra cosa sovrastante.

In entrambi i casi, dovendosi trattare di un periculum cautelare, il danno non deve essere definitivo, ma solo
minacciato o comunque rimovibile con azione cautelare. Quanto al procedimento, si applica il rito cautelare
uniforme, salva speciale disciplina agli ARTT.688-91. L’istanza si propone con ricorso al giudice competente:
giudice del luogo nel quale è avvenuto il fatto denunciato.

L’ISTRUZIONE PREVENTIVA
La ratio dei provv. di istruzione preventiva è consentire la raccolta di prove (costituende) prima ed al di fuori del
processo qualora vi sia il rischio che ciò diventi impossibile attendendo il processo stesso. L’istanza per la
concessione di provv. di istruzione preventiva può essere presentata anche in corso di causa o durante
l’interruzione o sospensione del giudizio e comunque in un momento del processo inidoneo ad accogliere l’attività
di formazione della prova (ART.699). Peculiarità: l’oggetto non è la cautela di un diritto sostanziale ma la
cautela di un mezzo di prova.

I provv. di istruzione preventiva sono:


1. ASSUNZIONE DI TESTIMONI A FUTURA MEMORIA – ART. 692 – l’istanza si propone con ricorso
(contenente l’indicazione dei motivi di urgenza ed i fatti su cui devono essere interrogati i testimoni,
l’esposizione sommaria di domande ed eccezioni a cui la prova è preordinata) al giudice che sarebbe
competente per la causa di merito, ma in caso di ragioni di eccezionale urgenza l’istanza si può proporre al
tribunale del luogo in cui la prova va assunta.
Il presidente del tribunale o il giudice di pace fissa con decreto l’udienza di comparizione delle parti ed il
termine perentorio per la notifica del decreto. In tale udienza, assunte le sommarie informazioni, decide
con ordinanza non impugnabile sull’ammissibilità dell’esame testimoniale: se lo ammette fissa l’udienza
per l’assunzione e designa il giudice che deve provvedervi.
2. ACCERTAMENTO TECNICO PREVENTIVO E ISPEZIONE GIUDIZIALE – ART.696 – l’urgenza qui sta
nella necessità di ispezionare lo stato di luoghi o le condizioni di cose prima ed in attesa del futuro
processo. La differenza tra accertamento tecnico ed ispezione sta nel fatto che nel 1° l’indagine viene
svolta da un consulente tecnico, nella 2° viene compiuta direttamente dal giudice. Si applica quanto
previsto per il provv. precedente, se compatibili.

L’istituto introdotto con la l.80/2005 è quello della CONSULENZA TECNICA PREVENTIVA (ART.696 BIS),
stante in una consulenza tecnica espletata in via preventiva anche al di fuori delle condizioni dell’ART.696 e
quindi in assenza dell’urgenza cautelare ai fini dell’accertamento e della determinazione dei crediti derivanti dalla
mancata inesatta esecuzione dell’obbligazione contrattuale o da fatto illecito.
Il procedimento è quello dell’accertamento tecnico preventivo, con l’aggiunta del tentativo di conciliazione ad
opera del consulente. Se le parti giungono ad un accordo, della conciliazione è fatto processo verbale al quale il
giudice con decreto attribuisce efficacia di titolo esecutivo. Se invece la conciliazione fallisce, ciascuna parte può
chiedere che la relazione depositata dal consulente sia acquisita agli atti del successivo giudizio di merito.

Una volta ammessa, la prova in via preventiva viene assunta nei modi ordinari; tuttavia – instaurato il giudizio di
merito – il giudice può valutare l’ammissibilità e rilevanza del mezzo di prova, nonché rinnovarlo ove possibile.

PROVV. DI URGENZA
ART.700 chiude la categoria dei provv. cautelari individuando una misura cautelare caratterizzata da:
- ATIPICITA’: essa non è specificatamente rappresentata né quanto al periculum né quanto al diritto
cautelato. Quindi la norma è generica ed accoglie tutti i possibili pregiudizi non tipizzati altrove e tutela
tutti i diritti non oggetto di altre misure.
- SUSSIDIARIETA’: la misura cautelare atipica subentra in via residuale laddove non sussistano misure
cautelari tipiche idonee a tutelare un certo diritto.

I diritti che meglio trovano conforto nell’ART.700 sono quelli assoluti che non hanno una corrispondente tutela
cautelare tipica (diritto al nome, diritto all’immagine). Il periculum consiste nella minaccia di un pregiudizio
imminente e irreparabile.
Il procedimento è quello degli ARTT.669 BIS ss.

PROCEDIMENTO CAUTELARE UNIFORME


La tutela cautela si impone quando l’urgenza di provvedere non consente di attendere i tempi lunghi della
giustizia ordinaria. Il rito cautelare uniforme (ART.669 BIS) si distingue idealmente in 3 fasi:
1. FASE CONCESSIVA – che si conclude con la pronuncia del provv (di rigetto o di accoglimento);
2. FASE IMPUGNATORIA – stante nell’utilizzabilità dei rimedi avverso il provv. stesso;
3. FASE ATTUATIVA – che consiste nell’esecuzione coattiva della misura.

La misura cautelare è concessa in presenza di 2 presupposti: PERICULUM IN MORA > rischio dato dal
ritardo; FUMUS BONI IURIS > il giudice arriva alla fondatezza del diritto attraverso un’indagine che non è
piena ma che si svolge secondo modalità sommarie e deformalizzate.

Fino agli anni ’90 ogni misura cautelare aveva il proprio procedimento, la riforma del ’90 ha invece introdotto il
RITO CAUTELARE UNIFORME che si applica a tutte le misure cautelari. Alla base ci sono alcune caratteristiche
come l’istruzione sommaria ed elementi come la strumentalità e la provvisorietà che caratterizzano il
provvedimento.
Questi requisiti vanno letti alla luce della riforma del 2005 che ha introdotto la distinzione tra:
- MISURE CAUTELARI ANTICIPATORIE – qui il provv. cautelare ottenuto può in qualche modo
sopravvivere anche se il giudizio di merito non verrà instaurato e per questo
strumentalità/provvisorietà sono attenuate  PROVV. D’URGENZA, DENUNCIA DI NUOVA DANNO
TEMUTO O DI NUOVA OPERA.
- MISURE CAUTELARI CONSERVATIVE – qui strumentalità/provvisorietà sono forti  SEQUESTRI.

Per individuare il giudice competente bisogna distinguere se l’istanza cautelare sia proposta prima
dell’instaurazione del giudizio di merito (ANTE CAUSAM – ART.669 TER) o durante lo stesso (IN CORSO DI
CAUSA – ART.669 QUATER). Regola generale è che vi sia una continuità tra competenza cautelare e
competenza per il merito; tuttavia in entrambi i casi questa regola subisce delle eccezioni:
a. SE COMPETENTE PER LA CAUSA DI MERITO è IL GIUDICE DI PACE , la domanda cautelare si
propone al tribunale non ammettendo che il giudice di pace abbia competenza cautelare;
b. SE LA GIURISDIZIONE SPETTA AD UN GIUDICE STRANIERO (e la domanda cautelare va chiesta in
Italia) occorre distinguere l’istanza cautelare ante causam ed in corso di causa. Nel 1° caso la domanda si
propone al giudice che sarebbe competente per materia/valore, del luogo in cui deve essere eseguito il
provv. cautelare = tribunale. Nel 2° caso bisogna ulteriormente distinguere: SE IL GIUDICE ITALIANO
NON HA GIURISDIZIONE la domanda si propone al tribunale del luogo in cui deve essere attuata la
misura; SE IL GIUDICE ITALIANO HA GIURISDIZIONE (concorrente con quella del giudice straniero) la
domanda si propone a tale giudice.
c. SE L’AZIONE CIVILE (per risarcimento dei danni da reato) PENDE DAVANTI AL GIUDICE PENALE,
giudice competente è il giudice che sarebbe competente se la medesima azione fosse esercitata in sede
civile.
d. IN PENDENZA DEI TERMINI PER PROPORRE IMPUGNAZIONE, la domanda si propone al giudice che
ha pronunciato la sentenza.

Quanto alle forme della domanda, occorre ancora distinguere tra ISTANZA ANTE CAUSAM ed ISTANZA IN
CORSO DI CAUSA: nel 1° caso la domanda si propone con ricorso; nel 2° caso l’istanza può anche essere inserita
nell’atto introduttivo del giudizio di merito (citazione o ricorso) o proposta nel corso del processo a
verbale in udienza.

Il procedimento è disciplinato all’ART.669 SEXIES e contempla una duplice alternativa:


- A CONTRADDITTORIO ANTICIPATO e CON DECISIONE CAUTELARE RESA CON ORDINANZA: qui il
contraddittorio è anticipato rispetto alla pronuncia in quanto il giudice decide sull’istanza cautelare
solo dopo aver sentito le parti. L’istruttoria è deformalizzata = il giudice procede nel modo che ritiene
opportuno; e sommaria = egli procede agli atti di istruzione indispensabili. La decisione è resa con
ordinanza.
- A CONTRADDITTORIO DIFFERITO E CON MISURA CAUTELARE RESA CON DECRETO DA
CONFERMARE ALL’ESITO DELL’AUDIZIONE DELLE PARTI: qui il contraddittorio è differito perché
ragioni di eccezionale urgenza comportano che l’eventuale convocazione della controparte rischia di
pregiudicare l’attuazione del provvedimento. Questa ipotesi si configura in almeno 2 casi: quando la
convocazione della controparte renderebbe inutile la concessione della misura; quando ragioni di
eccezionale urgenza impediscono di attendere anche solo la convocazione della controparte.
Qui la pronuncia del provv. con decreto inaudita altera parte non basta, occorre che con lo stesso
decreto il giudice fissi l’udienza di comparizione delle parti ed all’esito di essa confermi/modifichi/
revochi il provv. emanato.

Per quanto riguarda gli esiti del procedimento, il rito cautelare può concludersi con:
- RIGETTO: perché mancano i presupposti per la concessione della misura o per vizi di natura processuale.
Chi subisce il rigetto ha 2 alternative: riproporre la domanda oppure proporre reclamo. Con riferimento
alla riproposizione della domanda, l’ART.669 SEPTIES distingue la riproposizione per ragioni di
incompetenza da tutte le altre: nel 1° caso la riproposizione è libera, potendo la domanda essere
liberamente riproposta al giudice competente; nelle restanti ipotesi invece la riproposizione è vincolata
alla deduzione di novità (mutamenti delle circostanze o nuove ragioni di fatto/diritto).
- ACCOGLIMENTO: soffermiamoci sul rapporto tra provv. di accoglimento e instaurazione del successivo
giudizio di merito (ART.669 OCTIES) e per farlo dobbiamo tornare alla differenza tra provv. cautelari
a contenuto anticipatorio e conservativo in quanto l’ART.669 OCTIES, nel legare la fase cautelare al
merito, impone di distinguere gli uni dagli altri a seconda di quanto siano forti strumentalità e
provvisorietà. Nel 1° tipo il legame tra cautela e merito è attenuato; nel 2° tipo l’instaurazione del
giudizio di merito costituisce un passaggio obbligato del procedimento, tanto che se non viene
instaurato, la misura cautelare perde efficacia.
MA QUALE è LA LINEA DI CONFINE? Tra quelli anticipatori l’ART.669 OCTIES COMMA 6 colloca i
provv. di urgenza nonché tutti gli altri provv. cautelari idonei ad anticipare gli effetti della sentenza di
merito ed i provv. emessi a seguito di denuncia di una nuova opera o di danno temuto. Invece sono
conservativi i provv. con funzione di conservare una data situazione sostanziale in attesa del giudizio di
merito (sequestri).
INEFFICACIA – MODIFICA – REVOCA
Prima ipotesi di INEFFICACIA, applicabile solo ai provv. conservativi, è quella dell’ART.669 NOVIES
COMMA 1: se il procedimento di merito non è iniziato nel termine perentorio di cui all’ART.669 OCTIES o se
successivamente al suo inizio si estingue, il provv. cautelare perde efficacia. La perdita di efficacia della misura
cautelare può derivare anche da altre circostanze: ART.669 UNDECIES stabilisce che col provv. di
accoglimento/conferma/modifica della misura, il giudice può imporre all’istante una cauzione per l’eventuale
risarcimento dei danni. Se tale cauzione non viene versata, la misura cautelare perde efficacia. Ancora la misura
perde efficacia se, una volta instaurato il giudizio di merito, con sentenza (anche non passata in giudicato) è
dichiarato inesistente il diritto a cautela del quale era stato concesso.
Infine se la causa di merito è devoluta alla giurisdizione di un giudice straniero o ad arbitrato italiano o estero,
il provv. cautelare – oltre che nei casi stabiliti dal COMMA 1-3 – perde efficacia: se la parte che l’aveva richiesto
non presenta domanda di esecutorietà in Italia della sentenza straniera o del lodo arbitrale entro i termini
previsti; se sono pronunciate sentenza straniera (anche non passata in giudicato) o lodo che dichiarano inesistente
il diritto per il quale il provv. era stato concesso.

Il provv. di accoglimento è suscettibile di una duplice revisione:


- RECLAMO ad un giudice diverso;
- ISTANZA DI MODIFICA o REVOCA allo stesso giudice che lo ha emesso o al giudice di merito.
La MODIFICA o la REVOCA della misura può essere chiesta durante il giudizio di merito su istanza di parte
al giudice istruttore, il quale provvede con ordinanza solo qualora si verifichino mutamenti nelle circostanze o
se si allegano fatti anteriori di cui si è acquisita la conoscenza successivamente al provv. cautelare, sempre che
fornita prova del momento in cui l’istante è venuto a conoscenza del fatto anteriore.. Se il giudizio di merito
non iniziato o dichiarato estinto, la revoca/modifica è richiesta al giudice che ha provveduto sull’istanza
cautelare agli stessi presupposti visti prima. Se la causa di merito è devoluta alla giurisdizione di un
giudice straniero/arbitrato o se l’azione civile è esercitata/trasferita nel processo penale, i provv. di
modifica/revoca sono richiesti al giudice che ha emanato il provv. cautelare.

Il RECLAMO (ART.669 TERDECIES) costituisce oggi un rimedio generale a carattere impugnatorio utilizzabile
contro qualsiasi ordinanza cautelare, sia di accoglimento sia di rigetto. È uno strumento di natura
impugnatoria, a carattere devolutivo non vincolato alla deduzione dei motivi specifici ed idoneo ad accogliere
ogni forma di doglianza (sia di rito sia di merito). Esso è proponibile nel termine perentorio di 15gg dalla
pronuncia in udienza o dalla comunicazione/notificazione se anteriore.
Per individuare il giudice competente bisogna avere riguardo al giudice che ha emesso la misura. Il reclamo
contro il provv. reso dal tribunale in composizione monocratica si propone al tribunale stesso in composizione
collegiale; quando il provv. cautelare è emesso dalla corte d’appello il reclamo si propone ad altre sezioni dela
stessa corte o, in mancanza, alla corte d’appello più vicina.
Atto introduttivo è il ricorso. Qui il collegio pronuncia con ordinanza previa instaurazione del contraddittorio
tra le parti ed è non impugnabile. Nel 2011-12 la cassazione ha escluso anche sia impugnabile con ricorso
straordinario EX ART.111 COMMA 7 COST. non essendo il procedimento cautelare decisorio/definitivo in
quanto sempre rivedibile con la sentenza di merito ed inidoneo al giudicato.
Di regola la proposizione di reclamo non produce un effetto sospensivo sul provv. reclamato. Tuttavia il presidente
del tribunale o della corte investiti del reclamo, possono derogare a questa regola.

ATTUAZIONE DELLE MISURE CAUTELARI


Ultima fase della tutela cautelare è quella esecutiva, volta a dare attuazione al provv. qualora esso non sia
spontaneamente adempiuto. ART.669 DUODECIES distingue 2 tecniche esecutive a seconda del contenuto della
misura:
- quando la misura ha ad oggetto il PAGAMENTO DI SOMME DI DENARO si applica la disciplina
dell’espropriazione forzata (ARTT.491ss) in quanto compatibile. L’attuazione avviene quindi
attraverso il pignoramento ed è ammesso l’intervento dei creditori nel nome della par condicio
creditorum.
- quando la misura ha ad oggetto OBBLIGHI DI CONSEGNA/RILASCIO/FARE O NON FARE si applica
una forma peculiare di esecuzione, detta in via breve.

•••••••
PROCEDIMENTI POSSESSORI
Le azioni possessorie non costituiscono di per sé azioni cautelari, bensì azioni (di merito) aventi un oggetto
particolare in quanto destinate a tutelare la situazione di fatto che è il possesso. Tuttavia esse seguono la
disciplina degli ARTT.669 BIS ss in quanto compatibili.
- AZIONE DI REINTEGRAZIONE – ART.1168cc – volta a tutelare il possessore che abbia subito uno
spoglio violento e clandestino;
- AZIONE DI MANUTENZIONE – ART.1170 COMMA 1-2 – posta a tutela di chi è stato molestato nel
possesso se si tratta di possesso che dura da oltre 1 anno in modo continuo ed ininterrotto e non è stato
acquistato violentemente o clandestinamente;
- AZIONE DI SPOGLIO SEMPLICE – ART.1170 COMMA 3 – posta a tutela di colui che ha subito uno
spoglio non violento o clandestino e l’azione concessa alle condizioni di quella di manutenzione.

La domanda si propone con ricorso al giudice competente (giudice del luogo in cui è avvenuto il fatto
denunciato) ed il procedimento ricalca quello previsto per le misure a contenuto anticipatorio e, salva
compatibilità, si applica il rito cautelare uniforme. Inoltre l’ordinanza, che accoglie o rigetta l’istanza, è
reclamabile EX ART.669 TERDECIES.

Al rapporto tra fase cautelare (interdittale) e merito (possessoria) si applica la disciplina dell’ART.703 COMMA
4: il passaggio dalla 1° alla 2° non è obbligato bensì solo eventuale e rimesso all’iniziativa di parte. Se però il
giudizio di merito è instaurato, EX ART.669 NOVIES COMMA 3, la misura cautelare perde efficacia se la
sentenza che conclude il giudizio di merito rigetta la domanda possessoria.

Il codice dedica particolare attenzione al rapporto tra AZIONE POSSESSORIA e AZIONE PETITORIA: pur
essendo l’una volta a tutelare il possesso e l’altra volta a tutelare il diritto di proprietà, esse nella sostanza sono
proiettate verso la realizzazione del medesimo effetto: riconoscimento di un potere sulla cosa.
Se nel corso di un giudizio petitorio si verifica un illecito possessorio EX ART.704 COMMA 1, si ha uno
spostamento di competenza a favore del giudice competente per l’azione petitoria sia per quanto riguarda la
fase cautelare sia per quanto riguarda il merito possessorio. Tuttavia le ragioni di urgenza potrebbero imporre
che la fase cautelare si svolga davanti al giudice ordinariamente competente per la tutela possessoria.
I rapporti tra petitorio-possessorio sono regolati dall’ART.705: il convenuto nel giudizio possessorio non può
proporre giudizio petitorio finché il 1° giudizio non sia definito e la decisione non sia stata eseguita. Conseguenza
dell’inibizione in pendenza di giudizio possessorio è che in quest’ultimo non si possono far valere eccezioni
petitorie, altrimenti il diritto possessorio è ugualmente destinato al rigetto. Questa regola incontra un limite nel
caso in cui il convenuto nel giudizio possessorio dimostri che l’esecuzione del provv. possessorio non può compiersi
per fatto dell’attore.