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CHE COS’È LA MUSICA

François Delalande

ABSTRACT

“Che cos’è la musica?”, si chiede Delalande nell’omonimo saggio pubblicato per la prima volta in
Italia nel 1990 sulla rivista Musica Domani. Una domanda che continua ad impegnare, come un
puzzle infinito, musicologi e musicisti di ogni estrazione. Per Delalande, tuttavia, è la pedagogia
che richiede con maggiore insistenza una definizione del concetto di musica che sia, per quanto
possibile, universale. Perché se è vero che la musica è uno degli elementi universali che
definiscono la nostra specie, allora tale carattere di universalità dovrà essere osservabile anche
nelle diverse fasi di sviluppo del bambino.

La ricerca musicologica occidentale è stata, almeno negli ultimi due secoli, limitata e circoscritta
dalla sua visione etnocentrica. Si è dovuto attendere l’avvento delle discipline etnologiche ed
etnografiche e nello specifico dell’etnomusicologia, per iniziare a discutere su quali elementi
“universali” definiscano il comportamento musicale. Ma se i musicologi dell’’800 ridevano delle
performance musicali “primitive”, anche gli etnomusicologi devono fare i conti con un fardello
etnocentrico e metodologico che secondo Delalande è addirittura ineliminabile: la stessa parola
“musica”. Se il termine musica è assente in molte culture, peraltro ricchissime di musica, l’unica
soluzione possibile è quella di individuare delle costanti che ci permettano di includere, con un
certo grado di sicurezza, un determinato gesto all’interno della categoria “musica”, anche se chi
lo esegue non conosce il significato di tale termine. “Il problema è allora di sapere se fare (o
capire) la musica consiste in attività che, in differenti continenti, si assomigliano.”

L’etnomusicologia considera la musica come una pratica sociale, ma secondo Delalande tale
approccio è troppo legato ai contesti culturali per produrre degli universali. All’estremo opposto,
la psicologia cognitiva cerca di “descrivere le strategie cognitive indipendentemente dal sapere
proprio di ciascuna cultura”, ma in questo modo sfuggono le caratteristiche prettamente
“musicali” e ci si sofferma soltanto sul funzionamento generale della mente umana.

Delalande propone un livello intermedio che egli ricava dal lavoro di Piaget e che pone al centro il
concetto di “condotte musicali”. “Ragionare in termini di condotte piuttosto che di comportamenti
significa interrogarsi sulla funzione degli atti. Chi prende il proprio strumento, si appresta a
suonare e suona, cosa cerca, cosa si attende da questo insieme di atti coordinati?”

Qui Delalande definisce un importante criterio di distinzione da tra suono musicale e linguaggio.
L’atto fonatorio nel linguaggio è “trasparente”: l’oggetto dell’attenzione non è il suono stesso della
parola o il gesto fonatorio, ma il significato che viene veicolato. Al contrario, il suono della musica
è “opaco”: l’attenzione dell’ascoltatore non lo attraversa per arrivare ad un senso, ma si concentra
sul suono stesso.

Le finalità delle condotte musicali si sviluppano dunque su tre dimensioni: “la ricerca di un piacere
senso-motorio a livello gestuale, tattile come pure uditivo; un investimento simbolico dell’oggetto
musicale messo in rapporto con un vissuto (esperienza del movimento, affetti) o con certi aspetti
della cultura (miti, vita sociale); e infine, una soddisfazione intellettuale che risulta dal gioco di
regole. Queste sono le caratteristiche universali della musica secondo l’analisi di Delalande.

La musique est un jeu d’enfant.


Non è un caso che tali caratteristiche si sovrappongano all’analisi che Piaget fa delle tre fasi di
evoluzione del gioco infantile: gioco senso-motorio, gioco simbolico e gioco delle regole.

Da tale analisi, Delalande ricava una serie di indicazioni pedagogiche che possono aiutare
l’educatore a definire il proprio campo di azione quando si trova ad operare nelle scuole
d’infanzia. Il compito dell’educatore, in quei contesti, “non è tanto quello di insegnare, quanto
quello di osservare, incoraggiare, qualche volta guidare, immaginando le situazioni che
favoriranno il gioco sonoro.”

Igor Legari