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Universitè, une histoire d’anatocism insidieuse.

Le cas de miss Omissis

Manifesto contro gli studi (ministeriali)

Sintesi

Ogni retorica ipocrita arbeit macht frei o sorvegliare e punire sistemico, necessita di una
progressiva preparazione al filo logico dominante, fasando le fisiologie al meccanismo usuraio
come è di un laser da lager pubblico a lager privato, di galera di senso in galera di senso mediante
strutture che promuovano spinte gentili narrative alla Sunstein [che si fanno posticce gestalt
staliniste, camere a gas acritico sigillate da lemmi dogma come studio, ricerca e lavoro
(pronunziate a reti unificate: da papi e presidenti all’unisono, ndT)], che oliino gli ingranaggi
distratti postliceali prima delle loro sempre più brevi parentesi professionali, perché finalizzate solo
ad una obsolescenza industriale e quindi carne da destinare prima possibile ai lazzaretti sino ad
esaurimento scorte. E’ opportuno analizzare in questo contesto la questione degli incubatori
mefistofelici della cul-tura, disaminando ogni orizzonte di non-senso, in quanto verrà mostrato
come certi Ate nei nel belpaese, soprattutto negli ultimi 10 anni, paiano correlarsi in termini di
usura all’andamento del debito nazionale al netto dell’inflazione, fungendo come una succursale
attiva della BCE in cui in cambio di tasse, continua ad indebitare in termini di intelligenza e di
sfinimento mentale i figli delle famiglie campione: dal basso ceto per cui i miseri compensi dopo la
laurea parranno oro colato – “lo hanno preso” è la frase tipo, giusta se non fosse seguita da
esultanze troglodite - al ceto medio e benestante che elargisce troppo facilmente denaro in cambio
delle ultime briciole rimaste. Il meccanismo non varia che per alcune peculiarità nelle altri parti del
mondo, anzi si tende ad imitarne gli esempi peggiori come in Francia o negli USA dove studiare
rappresenta sovente un debito da recuperare vita natural durante e che se non faticosamente risanati
a lungo termine comporteranno effetti collaterali anche gravi.

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1.Introduzione – Le chiappe didattiche non danzano a ritmo Amazon

Occorre un discorso organico circa la questione delle Universitè (più gravemente d’État), dato le
solite retoriche vacue di presidenti, vice e quant’altro magari con cambio di maschera sovranista dal
suono gattopardesco. Come un disco rotto sentiamo echeggiare sin dalla culla parole fatte come
l’importanza della ricerca - che non sa più cosa ricerca - e dello studio - di quel che è comodo solo
alla macchina tecnocratica - coi soldi pubblici o della fuga dei cervelli evidentemente parlando
anche della fuga dei loro, smarriti sicuramente all’estero.
Doveroso è un discorso su questi mausolei putrescenti dove si trattiene la illusoria speme delle
jovani carni appese ad un papiro rappresentativo l’incameramento acritico di nozioni dimenticate
quanto obsolete in modo esponenziale rispetto al tempo di conseguimento. Con un certo sorriso si
sente frequente l’alibi che serva quasi un decennio per acquisire una “forma mentis”, che è un
giustificarsi collettivo che maschera il pentimento di sacrifici andati a vuoto rispetto alle mancate
gite in montagna e giornate al mare in joventù.
Alibi risibile da chiunque abbia messo piede in un’azienda dopo più di un lustro di studio avanzato
e migliaia di € spesi: ormai lo testimonia il crescente scompenso domanda-offerta che non è solo
questione di usura del sistema del debito, ma anche di uno scompenso marcato dell’offerta
formativa: di chiappe didattiche che non riescono a danzare a ritmo Amazon.
Obsolescenza per obsolescenza non sono da biasimare coloro che acquistano il pezzo di carta dal
web risultando laureati in Jugoslavia, con sforzi economici non di certo superiori e competenze non
tanto inferiori che altrimenti.
Si snoda dunque quotidianamente un sucky horror culture show su tutto planisfero che sforna in
ogni gamma radiante ridde di iloti lavorati scolasticamente dalla mitologia anacronistica del lavoro
fordista - come da costituzione articolo 1, res publica per utili idioti - alla macchina produzione-
consumo e oramai sempre più appendice che mira a depauperare con magri ritorni economici le
energie e le risorse dei rampanti polli delle famiglie medie, magari nemmeno rampolli abbienti, ma
di certo col mito narcisista della laurea.
Quel che in fase di boom economico era il viatico per impilare i servi più adatti in senso
verticistico, la classe digerente borghese secondo la narrazione dominante in quel momento ed ora
mutata in vendidora pidiota, pare stia assimilandosi a maggior ragione con l’avanzare del tech nel
rimanere in piedi come una cancrena destinata a erodere la ricchezza privata, mantenere sia le
caste che le puttane intellettuali. Il tutto minato dall’apparato europeista che si insinua
prespicacemente nei plessi con il suo ocolingo assolutista “aggiornamento”, “innovazione”,
“sviluppo”, in seminari – questa parola tradisce tutto il proselitismo chiesastico in salsa etica
protestante – e workshop – con aroma più pornografico – imbastendo internship per studenti dal
sogno illusorio di fare start-up mediante arricchenti – per chi? - esperienze Erasmus, per abituare
allo sradicamento territoriale perenne.
Un trucco insomma per sperperare soldi, ma anche abituare alla precarietà del futuro incerto e
tenere sode le funzionali vecchie carni cattedratiche succhiando il sangue alle nuove. Un trucco al
pari delle spese per le missioni spaziali, militari e simili. Ecco cosa appaiono essere oggi le
Universitè in senso lato, red carpets per le #astrosamantha e culturicidi a luci rosse.

2.Le macchina vince, le genti perdono

In cambio di cosa sussiste questa kermesse per i poveri studenti-asini da cadaverizzare nel pensiero?
Di future briciole e nessuna magra pensioncina. Si programmano automi dai neuroni bruciati su
testi alienanti, imparati meccanicamente in modo acritico e finalizzato alla ricompensa pavloviana
dell’esito positivo – un condizionamento al salario, però senza salario tanto per far sbavare il futuro
dotto ignorante incravattato alla vista dei 5 euro rimasti in più contrattuali - mantenendo d’altro
canto quella schiera di sacerdoti, preti e badessine filo-scientiste, in perfetto stile da cattedrale
Saint-simoniana, che difendono e ripetono in serie i dogmi ai quali sono aggrappati per esistere.
Come novelli Fracchia vengono presi per il bavero dal ricatto privato-industriale e dalla gola delle
prese di beneficio economiche per fare da guardiani alla narrazione dominante. Prese di beneficio
però tutto sommato sempre esigue per i più rispetto al giro di denaro che codeste strutture, simili a
catene Ponzi. Se si elevano proteste è perché si accorgono che l’ignoranza comincia a non pagare.
Nei casi più tristi il sacerdote si prodiga per bollare il suo nome su più paper di ricerca possibili,
spesso inutili, col fine di salire nelle graduatorie internazionali dei Pater Noster accademici recitati
per mantenere la sua posizione o elemosinare la nomea di esperto che ci verrà a dire dopo anni di
studi innovativi nel settore mediante i milioni delle famiglie mazziate, che orinare in piedi è la
causa del mal di schiena. Senza che quelle famiglie siano state mai messe al corrente o d’accordo
sul dove dirigere la loro pecunia. Gli esperti cul-turali sono loro, ma i soldi non sono i loro insomma
e quindi è tutto un po' un và dove porta l’apparato militare-industriale, declinando la Tamaro nel
senso del tamarro del culturame cadùco, privo di contezza del fondamento reale umano e spirituale
del pensiero che vive radicalmente nel concetto di Cultura.

A raccogliere nella rete i poveri illusi, i delusi disillusi, gli arrivisti nichilisti, gli aspiranti prenditori
non mancano le epopee dei cacciatori di teste delle aziende stordite, che si aggirano impastandosi la
bocca di innovazione di cui non sanno prevedere esiti e dalle belle e per assonanza ecumeniche
mission a corredo, in cambio di radiosi futuri per gli studenti, pronti ad essere smentite alla prima
reale folata di vento contraria.
Come non menzionare per chi esce dalla rete, anche i guru di qualche setta religioso-finanziaria da
network marketing tutto sommato talmente sfacciati e incredibili da poter definire senza remore
idioti coloro che destinano fior di quattrini buttando via il tempo per vendere torte alla merda
precotte alle casalinghe.

Per le Universitè in sin dei conti la retta è un obolo troppo ben mascherato da intenzioni “serie”, per
cui occorre un grado di astrazione successivo per definire cretini gli studenti e le loro famiglie, per
il fatto di accettare la situazione per come si presenta senza battere ciglio. Essendo in partenza così
svantaggiati contro la putrescenza schiacciante di queste strutture, i ragazzi verrebbe persino da
adottarli per levarli dall’ammasso. Però rimane da evidenze nazionali che complice l’idiozia dei
padri e delle madri che li hanno messi al mondo e il lavaggio mentale delle scuole, si sono impresse
le stimmate della deficienza nei percorsi del cerebellum.

Tornando alla patria biancorossoverde, con gli scenari che si aprono in futuro, nel migliore dei casi,
avremo in codesti luoghi propagatori d’ignoranza, le solite centrali dell’industria culturale à-la-
Adorno 4.0 con uno spruzzata nazionalista del personale docente in sostituzione alla falsa cipria di
sinistra che ha imperversato da mezzo secolo e che non è più narrazione atta a catturare le simpatie
dell’aspirante jovane dotto asino moderno italiano.
Come perfetto mutaforma il deus ex cathedra sciorinerà lectiones magistralis al ritmo della
marcetta di Mameli.
Non cambierà la sostanza in pratica, sulle ali di un cambiamento gestionale elitario eterodiretto da
Washington, al motto farsesco della cultura libera e aperta a tutti come da costituzione: sì, a
pagamento. E che pagamento, sempre crescente negli anni tra silenzi striscianti!
Il costo delle strutture e sviluppo è un bel refrain da bilancio, comodo per passare nel migliore dei
casi all’esultanza dei re(t)tori per i bilanci positivi degli Ate nei nonostante i tagli dell’État. Per chi
è immune all’ocolingo vuol dire che anche a sperperare in ricerca inutile i soldi delle già spremute
famiglie, non riescono a finire tutto il denaro che entra in cassa.
Spesso le Universitè sono strutture già d’État si ricorda agli smemorati legislatori accademici di rito
che tentano di sedare in partenza ogni spiraglio di difesa legale a chi si ribella ai diversi soprusi,
come vedremo nel caso della signorina Omissis, commentato al punto 5.
Leggi d’État sempre a sfavore degli ultimi arrivati in termini di tempo, come suole alle catene
Ponzi, che piovono dal cielo e non si confutano mai proprio perché chi ne ha potere è dipendente
dello Stato, finché non si tocca lui poltroncina e paghetta farà da fido guardiano. Pronti a mordere e
bastonare lo sventurato studente che isolato prova a uscire dalla caverna dei dormienti, che prova a
dar segni di vita sbattendo e gridando contro le sbarre della cella.

3.Le criticità di un percorso di laurea allo stato dell’arte (il caso italiano estendibile)

3a)La laurea non dà un mestiere né lo insegna. Nemmeno l’insegnare

Non è una novità ma appunto in tempi di austerità, nuove tecnologie e imposizioni di bilancio
europee, tanto peggio.
Lo studente che in un lustro pensa di progettare un qualche futuro non sa che sta rischiando di
firmare un contratto a perdere, sempre meno concorrenziale nel mercato del lavoro in quanto come
abbiamo accennato le chiappe didattiche non danzano a ritmo Amazon e il tempo è una clausola
punitiva depauperante le finanze di famiglia o il reddito del proprio lavoro.
Si tratta di casi medi e più frequenti, poi vi è sempre chi ha la conoscenza giusta, chi è ricco di
famiglia e ne risente meno, chi ha già l’attività avviata in partenza, chi ha vinto alla lotteria, chi non
sa come impiegare il tempo libero eccetera e che servono a gonfiare le solite statistiche ottimiste di
Alma laurea.
Si tratta di quella massa che quando occupata lo è con contratti instabili, indecenti per mansioni e
fuori posizione rispetto agli studi.
Per il resto ogni Briatore provvede ad avviare “nelle arti e ne li mestieri” già in tenera età la propria
prole e lo manderà se necessario a studiare in Université elitarie.

Ogni eggregora possiede il soggetto in esso liquefatto con la sua ipnosi catalizzatrice. Quanto
esplicato sino ad ora non può apparire vero allo studente, che è come un messicano che non vuol
svegliarsi dal torpore estivo e per non disperarsi troppo continuerà a convincersi che tutto dipenderà
autisticamente solo da lui, in stile positive thinking e che lo stipendio nel tempo sarà più alto dei
diplomati – magari di 20 euro al mese - . Intanto in 10 anni quelli entrati nel mercato del lavoro
come commessi o cassieri hanno messo da parte più di quanto questi hanno fatto spendere alle
famiglie o per quanto hanno lavorato.
Finché gli studenti polli stazioneranno nell’orbita dei mausolei putrescenti i suoi sforzi profusi per
un pezzo di carta gli parranno titanica impresa e si aspetta come premio finale più lavoro, tanto
lavoro per fare quello per cui ha studiato – e che farà sempre meno perché...avete indovinato, le
chiappe didattiche che lo hanno formato non hanno danzano al ritmo di Amazon -.
E come potremmo definire dei già contribuenti come le famiglie di questi ragazzi, disposti a
spendere le sonore cifre di 5000€, 10000€ o persino 20000€ per un diritto, quello allo studio (ISEE
o non ISEE sempre una richiesta di denaro si tratta) senza possibilità di rimborso e anzi con ulteriori
penalità come vedremo, in cambio di servizi di natura discutibile e assenza di garanzie? – “trovare
lavoro” è una eventualità non una certezza e non meno ottenibile ai fatti che con un corso
professionale -.
Non contenti di essere ingiustamente espropriati del loro denaro con le tartasse ne cedono volentieri
altri in cambio di speranza, in buona fede, per far prendere un vacuo pezzo di carta al figlio.
I figli dottò, del resto sono l’orgoglio delle mamme italiane, peccato che in europa siano tra i meno
laureati. Con una battuta potremmo chiosare che sono le mamme italiane che devono trasferirsi
all’estero.

3b)Il dramma generale e dei percorsi tecnico-scientifici.

Si estenderà un dramma, al contrario di quanto suggeriscono le statistiche, ancor maggiormente per


i percorsi scientifico-ingegneristici dove le aziende sopratutto al Nord Italia richiedono a gran voce
diplomati con corso di qualifica professionale, da formare giovanissimi e con meno ubbìe di un
occhialuto nevrotizzato e frustrato dall’eccessivo studio e tuttavia ancora inesperto.
Va tenuto conto che da un lato il mercato del lavoro nel velocissimo settore dello sviluppo
tecnologico non è normato adeguatamente, è quindi difficile stabilire a priori per l’aspirante schiavo
salariato nel settore – lo è già per il prenditore nel settore- un percorso professionalizzante che dal
momento dell’immatricolazione all’uscita che abbraccia un periodo superiore ai 5 anni, dia sbocco
su una mansione specifica su cui impostare la carriera nel lungo termine.
Pertanto non si tiri fuori la storia perniciosa della costruzione di una forma mentis, abbiamo già
illustrato motivi per cui solo un deficiente può spendere ad esempio 10000€ per avere in cambio
una forma mentis di cui una industria nel suo dinamico processo se ne fa poco e nulla.
Per un lavoratore la reale forma mentis la fa il ruolo che svolge in azienda quotidianamente, è la
mansione specifica ripetuta che plasma nel tempo un tipo di esperienza.
E’ chiaro che se un soggetto a quasi 30 anni non sa far nulla e non capisce nulla di come va il
settore in cui si è specializzato che conosce meglio il diplomato che ci lavora da 10, è costretto ad
andare fuori posizione in partenza perché non è concorrenziale e non aggiunge specificità
funzionale in breve tempo.
Ai padri di famiglia media italiana, va detto purtroppo che in assenza di particolari doti intellettuali
del figlio o di non particolare attitudine agli studi scolastici, è più funzionale destinare a rate quei
10000€ presi ad esempio per gli studi oppure regalare una utilitaria per quando trova impiego. Così
è perlomeno incentivato a darsi da fare per un fine più concreto.
Sì perché lo studente oltre a non avere un mestiere ha pure dimenticato quel che ha studiato: un
lungo periodo di studio assicura solo un potenziale yes-man esecutore, un facile affiliato tanto più
bravo nell’eseguire a occhi chiusi gli ordini proporzionalmente alla brevità di conseguimento della
laurea (per questo dai 27 anni sono tutti fuori mercato, i selezionatori sanno già che per un qualche
motivo non sono utili alla causa).
Il dotto asino insomma da quando entra a quando esce dai mausolei del culturame dimentica
naturalmente le nozioni per cui ha ottenuto il il pezzo di carta. Il settore stesso in cui aspirava
lavorare, l’État con cui è indebitato dalla nascita gli sovvertono inoltre tutti i fumosi programmi per
il “suo” futuro. Parimenti all’obsolescenza programmata delle masse, vi è una obsolescenza delle
nozioni e della massa come nazione.
Tranne i vecchiardi che professano in aula che servono a mantenere vivo il teatrino, son tutti vecchi
sul nascere.

E’ palese allora che con un percorso da laureato medio il soggetto che vuol sapere di che morte
morire può avere oggigiorno qualche chance nell’insegnare nelle scuole, proseguire col dottorato in
speranza di un posto un giorno da deus ex cathedra. Tuttavia anche come insegnante o ricercatore
sarà sempre più un calvario in futuro proporzianalmente a quanto gli studenti saranno “costretti” a
battere quelle strade: si formerà un tappo progressivo davanti agli ultimi arrivati per cui ai punti
questi avranno poca speranza per un posto con l’ultimo laureato a Canicattì in scienze delle
merendine con 110 e lode a 21 anni con 3 figli a carico e raccomandazione del parente nel settore
pubblico. Per di più stanno nascendo sempre meno bambini-clienti delle scuole e gli immigrati
regolari per il momento non stanno significativamente aumentando.

Vi è infine da intendere che solo soggetti particolarmente talentuosi fanno apparire che
l’Universitè abbia merito nella formazione di tecnici specializzati, ma se ben si guarda ad essi
sarebbe bastata la formazione interna all’azienda per quella mansione, magari con tempi un poco
più lunghi di apprendimento in quanto incorporata una fase di studio, epperò funzionale al ruolo.
Tuttavia quella mansione dopo un anno di formazione, che sia gratuito o mal pagato, il soggetto
talentuoso la sa fare comunque bene e può essere inserito un elemento nel circuito lavorativo in
modo più efficace.
Molti a conti fatti hanno difficoltà ad inserirsi perché i posti a tavola sono pochi allo stato dell’arte e
richiedono caratteristiche specifiche che nemmeno l’azienda a volte conosce bene. Il tipico
annuncio delle PMI italiane che lamentano la mancanza di personale a volte senza iperbolizzare
troppo si presenta così: cercasi candidato con 20 anni di esperienza, con conoscenza di 20
linguaggi di programmazione, laureato, massimo 30enne.
Il tutto per 1300 euro netti al mese sia mai da chiedere in sede di colloquio, più che altro per evitare
una fuga di candidati in partenza. Se poi come spesso accade la ditta è a Milano dove 800
euro/mese vanno via solo per l’affitto, ecco che prima o poi per un mutuo per l’auto e altre spese
devono intervenire di nuovo le famiglie, ancora la ricchezza privata.

3c) Un corso di Laurea non è capace di costruire una nuova classe dirigente borghese

Un punto di non poco conto a livello sociale è che i corsi di laurea, tutti, non sono segno di capacità
di pensare, di leggere la complessità complice una concezione dello studio non panistico ma
iperspecialistico, per quanto obsoleto.
Ciò non permette quindi dopo 20 inutili e dannosi anni spesi nelle scuole dove già si è appreso
poco e male le false ipnosi di sistema, di avere tempo per introdursi ad una cultura di respiro ampio.
Questo è un fattore di assoluto vantaggio per il potere costituito per mantenere lo status quo,
dirottando soggetti nell’età del massimo fulgore psico-fisico in una attività che trattiene le energie
in modo funzionale all’ideologia neoliberista dominante ed ai dogmi indiscussi della modernità, alla
macchina produzione-consumo o per parcheggiare su un binario morto gli annoiati dalla società
pane e circo battendo cassa.
I cosiddetti “istruiti” spesso sono così più arroccati nelle posizioni apprese acriticamente e come un
virus memetico risuonando fra loro per mode apprese, rinforzano il loro autismo funzionale e
facendo classe attorno a quella viralità.
Così che il medico tranne che il sapere del selezionato della laurea in medicina non sa nulla del
resto e imporrà al paziente la visione del suo frame limitato da cui trae non di rado pomposamente e
indiscutibilmente il suo senso di esistere.

3d) Il percorso accademico per un qualsiasi motivo può interrompersi e non essere riconosciuto

Il percorso accademico può interrompersi senza alcun riconoscimento del tempo e del denaro speso
negli studi sino a quel momento. Possono concorrere diversi fattori che portano all’insuccesso
accademico che si possono riscontrare:

-La famiglia non ha più finanze sufficienti a coprire il periodo di studi, soprattutto se fuori sede.

-Gli studi alienanti portano i ragazzi di carattere chiuso ad un certo grado di autismo per cui
dall’isolamento si ha la conseguente caduta in depressione e la situazione diventa un circolo vizioso
che allunga i tempi sino all’inevitabile fallimento. La scarsa capacità del personale docente di far
raccordo col mondo lavorativo - grande errore, ribadiamo, cosa insegna chi non sa fare? - e di
creare legami empatici con gli studenti non favorisce lo sviluppo armonico del soggetto nei
confronti della professione. Vi è solo una fredda macchina giudicante da affrontare col fare dei
bovini recantesi al mattatoio.

-Lo studente a metà percorso apre gli occhi e comprende di perdere tempo, che quel percorso porta
per lui al nulla vitale e si demotiva. Per orgoglio può completare il percorso, ma non continuerà in
quello per cui ha studiato, altrimenti tergiversa sino a quando la famiglia dando uno sguardo alle
proprie finanze si farà una ragione di non realizzare il sogno di avere un figlio dotto ignorante.

-L’aspirante asino dotto sgobba part-time, che sappiamo diventa sovente uno sfruttamento full time.
Così il lavoro lo assorbe completamente e nei casi remoti in cui finisca il percorso di studi si trova
fuori mercato per età a meno che quel lavoro non fosse qualificante per il mestiere che vorrà
intraprendere. Ciò è molto difficile se come spesso accade in tali casi il ragazzo ha fatto cameriere,
barista e laurea a 30 anni.

-…

Ad ogni modo quanto fatto sino al punto di interruzione per questi e altri motivi, è stato come
buttare soldi nel gabinetto di casa a rate: non c’è alcun riconoscimento del tempo speso. Non male
per essere un diritto costituzionale, quello di studiare.
Lo studente può cioè aver sostenuto 29 esami su 30, ma il suo status è meno qualificante che se
avesse fatto uno di quei corsi improvvisati che rilasciano un attestato, svolto nello spazio di un fine
settimana. Anzi può essere addirittura un boomerang accennare ad un percorso interrotto in quanto
interpretato in sede di selezione personale come incapacità di raggiungere obiettivi e quindi il
candidato deve tacere il suo triste trascorso come deve tacere sulla questione salariale, tacere se è
una donna sul fatto che è incinta e altri soprusi quotidiani in cascata deliberatamente accettati come
prassi da tutte le categorie, in tutte le regioni del belpaese.
3e) Laurea 3+2 la truffa è nella breve, cioè quella di 2. Lo hanno capito tutti meno che gli studenti
e le famiglie, cioè quasi nessuno.

Che il passaggio da ciclo unico sino allo spezzettamento in due lauree 3anni + 2anni “magistrali”,
mascherato da vantaggio nel mercato del lavoro flessibile europeo, fosse l’ennesima manovra per
peggiorare la qualità degli insegnamenti, per allungare i tempi di conseguimento aumentando i
budget d’Ateneo dal momento che devono essere discusse 2 lauree, lo hanno capito quasi tutti.
Che vengano giustificate le file di scalda poltrone raccomandati con il moltiplicarsi dei corsi che
peraltro cambiano più il nome che la sostanza e normalizzare così i futuri lavoratori italiani su un
livello di manodopera a basso costo in vista di una perenne austerità volta a depauperare la
ricchezza privata della classe media lo hanno capito quasi tutti. Tutti meno che gli studenti e le
famiglie, quindi non lo ha capito quasi nessuno degli interessati.
Ma cosa ha determinato questo in pratica?
Che la laurea breve, che è quella di 2 anni e non quella di 3 come tende a invertire in modo furbo il
ministero della distruzione, non dà valore per come è organizzata vedremo, perché ai fatti vi è poco
valore aggiunto e solo il mito italiano del figlio dottò ottenebra le menti facendo forzare in massa
gli studenti nella prosecuzione di tutti e 5 gli anni, quando in realtà abbiamo visto che ciò
mediamente serve in una dinamica ristretta di prosecuzione nel settore pubblico, come nei casi
enunciati prima nel paragrafo 3b.
Occorre ascoltare la borghesia vendidora ogni tanto a cui scappano le verità di bocca, nello
specifico Pol etti - che ha sistemato come suol fare in politica il suo bamboccione -, disse nell’epoca
del mariomontismo che per il mercato del lavoro è meglio un laureato triennale a 21 anni con voto
97 che un bamboccione a 28 anni con 110 e lode. E di fatto per un’azienda dapprima conta l’età
perché un nevrotizzato da eccessivo studio, quindi un lavoratore già problematico con più pretese e
meno malleabile di un ragazzino, a meno che non abbia conoscenze come il figlio di un Pol etti
qualsiasi, lo scartano in partenza. E tuttavia non a torto dato che la laurea breve in quei 2 anni
aggiunge agli effetti solo cartacce ridondanti in archivio da buttare via già l’anno dopo, rimpastando
gli stessi concetti compressi nei primi 3 anni che prevedono tesi e talvolta progetto finale, spesso
caricati eccessivamente rispetto alle ore corrispondenti ai crediti formativi per far rientrare un pò di
tutto e allungando i tempi di studio per gli studenti.
Quindi Pol etti che sapeva da dentro la realtà dei fatti e intendeva che 7 anni di scarto per un poco e
nulla qualitativo offerto da polverosi soloni scalda-sedie – di fatto insegnano spesso ciò che non
sanno fare – per sfornare uno scribacchino di tesi diligente, molto più sfinito, è un gioco che non
vale la candela per nessuno in sede contrattuale. Soprattutto nel settore tecnico dove dietro una
preparazione di quasi 10 anni ai ritmi odierni è già richiesto un saper fare che di norma non può
esserci per lo studente che ha completo per intero il percorso delle 2 lauree, dato che se ha
impiegato maggior tempo nello studiare non ha imparato alcun mestiere che lo studiare. E a volte
nemmeno quello.
In Italia sono tutti irrimediabilmente convinti che fare i 5 anni complessivi dia come conseguenza
diretta molte più possibilità di lavorare o di completare una figura professionale con conseguenti
maggiori stipendi rispetto a chi esce laureato in 3 anni – convinzione sempre meno vera con i popoli
tenuti in perenne austerità monetaria, culturale e professionale -. La realtà dei fatti è che nessuno di
quelli che si pronunzia ha approfondito lo svolgersi e la qualità media dei corsi di uno e l’altro,
altrimenti ritirerebbe i figli in quattro e quattr’otto.
4.Le regole della truffa

4a)Anatocism insidieuse

Viene preso un prodotto a scatola chiusa, un corso di studi. Senza sapere se l’esperienza sarà
soddisfacente o adatta ai propositi iniziali viene pagata interamente una rata semestrale senza
possibilità di parziale restituzione, mentre la macchina continua a triturare i cervelli con un
nozionismo a raffica senza pietà, incurante di tutto. Nulla di nuovo purtroppo e purtroppo se vi è
qualcosa di nuovo è sempre in peggio per lo studente che essendo anche datore di lavoro per le
accademie, pagando entra in un sistema in cui viene giuridicamente trattato come la peggior feccia
e quindi se per caso se ne accorge e decide quando capita l’occasione di non stare al gioco e
rinunciare agli studi per legge deve, oltre ad una serie infinita di possibili maggiorazioni, deve in
certi casi pagare una quota di 100€. Torneremo nello specifico dopo su questo punto col caso della
studentessa Omissis nel paragrafo 5.
Del resto debito deriva dal senso di colpa e cosa è questo se non una punizione confessionale e per
questo sapientemente occultato, camuffato da necessità?
Ad ogni modo la logica circa il pagamento intero di una rata si spreca: dato che non c’è un
buttafuori all’ingresso delle aule che vieti di assistere ad una lezione, l’unico motivo per cui il
pagamento viene effettuato integralmente in modalità semestrale è in sostanza per sostenere gli
esami. Quindi se il fulcro della questione è l’esame – ma dovremmo dire esamifici ed è già un
delitto di matrice sovrastrutturale pagare crescenti maggiorazioni annuali per Université dell’État –
perché non viene fatta pagare una quota minore all’immatricolazione e poi lo studente paga di volta
in volta per sostenere l’esame? E perché dopo il suo superamento non viene rilasciato un attestato
per la competenza acquisita?
E’ semplice: perché il gioco sarebbe troppo poco usuraio. E poi perché verrebbe fuori che non si
acquisiscono molte competenze spendibili con alcun esame. Che è una finzione, la laurea è solo
un papiro che attesta la capacità acritica di ricalco delle menzogne o delle verità funzionali al
sistema, nemmeno più funzionali ma sempre più obsolescenti per via della variabile tech.
Andando a ritroso poi, non dobbiamo dimenticare che l’Italia perse la II guerra mondiale e nel
tempo si è fatta mettere all’angolo da politiche scriteriate interne dirette dai vincitori ed oggi è
arduo rivendicare spazi di manovra che creino vero sviluppo e rilancio culturale. Il culturame
dominante cristallizzato nell’Universitè è sotto ricatto del sistema militare-industriale-finanziario di
matrice anglofona che ha mediante il sistema bancario ed i vari monopoli sdoganato ai GOYM un
sapere ipnotico che rintuzza con la prospettiva di poche briciole gli arrivisti poveri da No Tax Area
con quelli della classe media in via di estinzione per un iniziale travaso di ricchezza per fasce ISEE
secondo un robinhoodismo già volto a erodere le fondamenta dell’equilibrio nazionale.

Consideriamo adesso i 10 anni dal 2008 al 2018, tenendo come ipotesi di lavoro i dati di Bankitalia
per cui la pressione fiscale in Italia in questo periodo è rimasta mediamente costante intorno al
42,5% con cuneo fiscale che però ha toccato picchi vicini al 48%[]. Ciò per sottolineare che negli
aumenti dei costi per lo studio e degli introiti di alcuni ate nei sedicenti “virtuosi” non vi è da
considerare alcun offset significativo che vizi le seguenti analisi. Anzi, semmai viene regalato
qualcosa.
Proseguiamo prendiamo come esempio per le nostre analisi l’Ate neo più filo-europeista, quindi un
caso genuino descrivente lo stato dell’arte, in quanto nella regione più pidiota nella città più pidiota
d’Italia, il feudo del Mr.Bean di Rignano che ha soppiantato con una amministrazione miasmatica
ogni associazione con il Divin Poeta.
Fig.1 Il feudo pidiota del Mr.Bean rignanese resiste

Ricaviamo ora i seguenti dati per la fascia ISEE più alta, secondo i relativi Manifesti degli studi,
quella che spende più soldi per far studiare i figli e che quindi può essere potenzialmente più
spennata, tuttavia le percentuali con le fasce medie e medio-alte non sono dissimili:

Anno accademico 2008-2009: 1928,00 €


Anno accademico 2018-2009: 2652,00 €

Tab.1 Retta per fascia ISEE nel feudo pidiota: come fare pari opportunità con la ricchezza privata degli altri
Ciò comporta un aumento decennale della retta annuale del 37,6%. Ma in realtà è una stima
peggiorativa al netto, perché sono state introdotte sottilmente e progressivamente, come vedremo,
nuove tasse implicite tramite decreti e aggiunte arbitrarie di penalità che vanno a compensare
ampiamente i deficit e quindi determinano per forza i millantati bilanci “sani”.
Questo aumento abnorme sarebbe spiegabile secondo le già criminali logiche di pareggio di
bilancio, se il Paese fosse sorretto da una diretta crescita inflazionistica di entità paragonabile al
37% o vi fosse un taglio del sistema fiscale di entità similare in assenza di altre maggiorazioni.
Eppure non è così, per l’ipotesi di lavoro, verificabile da chiunque.

Se prendiamo in considerazione appunto l’andamento dell’inflazione decennale notiamo che


mettendo i dati nel calcolatore nel sito rivaluta.it che si basa sugli indici ISTAT, si ottiene per il
2008-2018 una perdita del potere di acquisto del 12,5%. Un valore nettamente inferiore a quel
37,6%.

Fig. 2 Calcolo secondo dati ISTAT tratti dal calcolatore on-line rivaluta.it

Per inciso, stando alle retorica delle pari opportunità, chi rientra nella fascia ISEE più alta dovrebbe
poi avere successivo vantaggio nel mercato lavorativo tale da giustificare uno scarto sulla rata di un
fattore 17. Sennò alla fine non vi è il “pareggio”, ma solo trasbordo ed esproprio di ricchezza
privata.
Ma sappiamo che dalla finestra non rientra alcun vantaggio. Che colpa hanno dunque i benestanti?
Dove sta scritto in sede contrattuale con una azienda, che il figlio laureato di una famiglia
benestante recupererà poi lavorando mediante quel titolo almeno i 13260€ [(2652*5)] o comunque
almeno quei 3620€ [(2652-1928)*5] per un arco decennale di studi, rispetto ai meno abbienti più
“produttivi” e meritevoli di tale borsa di studio - No Tax area per ISEE modesti come da Decreto
Stabilità 2017 classi comunque punite se non “produttive”, ndT - ?. O persino rispetto ad un
detenuto, che è esente da tasse ed è a carico dell’État?

Se quel 37,6% fosse una richiesta dell’Università per sostenere la variabile inflattiva abbiamo visto
che sarebbe di entità equiparabile, ma nello specifico si tratta invece del TRIPLO.
E tutto questo nonostante gli sprechi in ricerca spesso inutile e o mal gestita, sbranata dai privati. Si
aprirebbe una vasta parentesi se poi si andasse ad esaminare la genesi dei mali per cui si ricercano
cure e trovassimo magari che è responsabile l’apparato industriale stesso.
E’ così adesso interessante e curioso prendere come dato l’incremento del debito pubblico dal 2008
al 2018, secondo i dati forniti da Bankitalia: al netto dell’inflazione decennale al 12,5% scopriamo
essere proprio a ridosso del 40%, valore assimilabile al rincaro reale per la fascia massima ISEE
considerata, che sommato al carnet di maggiorazioni e usure che vediamo in seguito possono essere
al netto equiparate.

Tab.2 Debito pubblico/Pil, Bankitalia: dal 2008 al 2018 circa 30% che sommatosi al 12,5% di inflazione supera il 40%

Quindi potremmo quasi osare di dire che certi Ate nei, soprattutto negli ultimi 10 anni, inseguono
l’aumento del debito al netto dell’inflazione, facendo una sorta di mirroring delle richieste di
pareggio da parte della BCE, in cui si indebitano in termini economici e di intelligenza una batteria
selezionata di polli in cambio di crediti formativi riconosciuti - altro ricatto nel ricatto del ricatto…
-, solo alla fine di un ciclo intero di studi, col rischio di aver pagato a lungo in caso di insuccesso
senza alcun riconoscimento in cambio.
Certe similitudini tra apparati abbiamo visto che si sprecano.
Tutto è ovviamente un controsenso perché se venisse usata l’Universitè come una banca alla quale
restituire soldi da parte della famiglie benestanti come ente per inseguire un proprio pareggio di
bilancio, essa svolgerebbe una funzione che non è la sua, dato che oltre i suoi spazi di autonomia è
già di État e i genitori di colui che studia paga già le tasse e subisce l’inflazione. Ed invece è
aumentato con un effetto che pesa al più il triplo. Prodromi di un anatocism sottile, mascherato, ma
in piena regola e vediamo spacchettando una rata quali sono i beneficiari e quindi le voci implicite:

-tassa regionale [Sic!]


-imposte di bollo in entrata e in uscita aumentate a 16,00€ (immatricolazione, laurea o rinuncia)
-tassa per i trasporti pubblici intorno ai 50€/anno – che non può essere un obbligo ma di default lo è,
anche se lo studente abita a 10 metri dal plesso e non usufruisce del servizio! -.
Così se un nucleo familiare di uno studente nel 2008 aveva beni complessivamente per 1 milione di
euro, nel 2018 dovrebbe averne 1.375.000 per venir spennato equamente. Ciò non è affatto
rispondente alla realtà per quella categoria. Ed anche fosse, fare i conti in tasca prendendo come
riferimento un ipotetico 2% ricco della popolazione col fine di depennarla è una cosa che
sussisterebbe solo come perniciosa ed usuraia, criminale in quanto usura è reato, contraddicendo i
buoni propositi d’ambiente sui costi della ricerca che diventa il perfetto alibi dialettico da
rinfacciare a chi si oppone allo scempio, per proteggere il sistema delle gabelle che dà da pappare
ad una serie di enti correlati parassitari, non di meno le rejoni.
I difensori d’ufficio dell’État pronti a bastonare chi grida all’usura tra gli studenti, nulla fanno che
confermare l’ineluttabilità della fallace e controproducente legge del più forte.
All’ìnterno degli ambienti d’accademia si sentono spesso solo lamentele per i tagli e le limitazioni
dei salari del corpo docente, ma appena il sistema si scarica paradossalmente su chi lo tiene in piedi,
lo studente fa capolino un generale silenzio assenso. L’incapacità di codesti dotti di farsi classe
oppositrice pensante e promuovente lo sviluppo sociale è palese: sia perché non è capace di pensare
oltre il proprio recinto, come è di un marrano qualunque, nè può opporsi perché è dalla stessa parte
del carnefice! Pertanto gli studenti rimarranno in modo sonnambolico ed inevitabile sempre l’ultimo
elemento della catena Ponzi.
Eppure vi sarebbero tutti i termini legali per una denunzia in piena in regola.

Si riesce come se non bastasse a batter cassa persino sulla discordanza dei dati inviati dallo studente
per richiedere dei premi di Laurea, cercando di predare coloro che per un soffio non si sono
laureati in tempo(per definizione anno di durata del corso+1 anno fuori corso) e che quindi
hanno usurato troppo poco, facendo un vero e proprio processo alle intenzioni, dato che il
controllo viene eseguito sempre prima dell’elargizione.
Se così l’Universitè, ancor prima di aver accreditato la quota allo studente, si accorge che non
vi sono gli estremi ecco che piovono le rane, poi arrivano le cavallette e infine arriva la peste per lo
studente “furbetto”. Del resto, una Université non ammette concorrenza.
Quindi recita così il manifesto degli studi a.a. 2018-2019 dell’ate neo della città del Mr.Bean
rignanese (www.unifi.it/upload/sub/studenti/1819/manifesto_degli_studi_2018_2019.pdf):

Le autocertificazioni e le dichiarazioni presentate dallo studente sono soggette a controllo secondo


quanto previsto dall’art. 11 del Regolamento in materia di contribuzione studentesca. Se a seguito
dei controlli risulterà una discordanza fra i dati dichiarati e quelli accertati, lo studente deve:
1) pagare il contributo onnicomprensivo dovuto secondo la fascia di reddito corretta;
2) pagare una sanzione amministrativa pari al triplo dell’importo del contributo onnicomprensivo
secondo la fascia di reddito corretta;
3) pagare una sanzione da 500 a 5.000 euro e sottostare a quanto stabilito dalle norme penali per i
fatti che costituiscono reato.

Non mancano poi i casi di diritto di mora e un menù di casi infiniti di ritardo di pagamento tutti
impostati alla penalità di 100€, che qualcuno tanto nella rete si pesca sempre.
Però se vi è un diritto sul ritardo di pagamento per l’Università, deve esservi un diritto per lo
studente di rimborso nel caso in cui egli rinunci agli studi in anticipo rispetto alla scadenza
della rata non usufruendo dei servizi.
Ed invece scopriamo che se uno studente acquista il “pacchetto” a Settembre e per un qualche
motivo si accorge che a Gennaio provando a superare le prove d’esame non è realmente adatto per
quel tipo di corso, se rinuncia agli studi a Gennaio non solo i giorni di scarto non gli vengono
rimborsati ma oltre al fallimento della sua iniziativa di studio deve pagare un surplus di 100€+16€
di bollo. La risposta dell’Ate neo a chi raramente disapprova a ragione stizzito, come la studentessa
che chiameremo scherzosamente Omissis per il goffo intervento cattedratico con cui è stato scritto il
parere d’accademia, è una offesa all’intelligenza umana per i tentativi di mascherare una situazione
evidente.
4b)Salari giù a picco

Fig.3 Salari giù a picco per le nuove generazioni. La situazione era grave persino prima degli effetti del mariomontismo

I teorici del mercato sono poco pratici, del resto, hanno studiato all’Universitè. Tutto quanto
accennato si abbina drammaticamente con un drastico calo del potere d’acquisto che ricade
soprattutto sulle ultime generazioni. Un bello smacco ai docenti dell’economia della reductio del
mercato a una questione domanda&offerta invece che di complesso industriale a gestione
finanziaria: come mai se come millantano i media, per le aziende in italia manca il 60% di
programmatori, non si vede nel settore informatico un aumento nei salari perché no, anche del
60%? Risposte semplici:

A) Il debito pubblico e le tasse strozzano le imprese, per quanto per lo più incapaci di
innovazione e di farsi classe politica pensante.
B) Il capitalismo per sua natura abbatte i costi per massimizzare i profitti ed è stato creato un
precedente. Ciò manda a monte ogni montatura economicista tipo curva di Phillips. Se per esempio
il programmatore medio viene pagato 1500 euro netti al mese, ciò significa che anche in presenza
di impulso keynesista, che sta come la scossa alla morta rana di Galvani in questa impalcatura
sociale crollante, quel settore non vedrà grossi incrementi salariali.
In primis perché quello che è la classe lavoratrice, come classe sociale impattante nel sistema è
abbattuta dal livello tecnologico quindi politicamente sterile, i coltelli dalla parte del manico lo
hanno dall’industriale in poi.
In secundis l’État non ha interesse a entrare in competizione col privato nazionale creando
scompensi, non gli merita pagarlo tanto di più anche per non determinare una fuga da Alcatraz dalle
PMI che non giova a nessuno: se c’è un incremento dei profitti per l’azienda del 100% come del
200%, al programmatore GOYM verranno aggiunti ad esempio solo 100 euro di paga in più al
mese, che gli parranno pure tanti. Ma che in quella fase di leggera ripresa si annullerà col semplice
aumento del prezzo dei pomodori al chilo e così via, che tanto aumentano sia con l’austerità che
senza perché appunto quando è stato creato un precedente a vantaggio di chi ha i mezzi di
produzione ed eroga servizi da esso non si scende di livello, almeno sino a quando vi saranno
debiti o limiti eterodiretti a far da tappo al flusso monetario e non viene forzata l’impresa dapprima
in fase espansionistica mediante l’organo legislativo ad erogare una maggiore porzione dei loro
profitti ai dipendenti.
C) I sindacati sussistono solo come cane da guardia della narrazione del lavoro novecentesco come
valore fine a se stesso, che così concepito è un cadavere anacronistico incapace di essere elemento
ordinatore capace di dare un verticalismo alla massa che di conseguenza per l’elìte finanziaria è una
variabile pericolosa e imprevedibile in quanto tutti gli ingabbiamenti erotici da neuromarketing,
stanno perdendo efficacia per effetto saturazione. Quindi massa da abbattere, liquidare, portare ai
minimi termini funzionali, nanochippare e integrarla come appendice della robotica. Quindi non è
possibile allo stato dell’arte far dipendere la sopravvivenza della comunità produttiva sempre più
esigua da un misero salario, a meno che non si insinui dell’intelligenza politica lungimirante
nell’ultimo baluardo rimasto: l’industria d’État.
In presenza di lento sfruttamento sino a obsolescenza della carne, quindi utile a non sfaldare prima
del tempo il gioco usuraio, i sindacati possono solo accumulare vittorie di Pirro quanto basta per
mantenere la finzione: non possono avere interesse vero nel difendere il lavoratore perché il loro
stipendio non dipende più dallo stipendio dei lavoratori che rappresentano!

Col fine di dare un’idea grafica relativa ai salari dei laureati, si riporta una rappresentazione tratta
dal sito de il Sole 24 Ore. Sappiamo negli ultimi 10 anni essere curve al ribasso al netto
dell’inflazione e ad essere franchi lo sono da oltre 30 anni consecutivi. Sapendo dell’ottimismo di
Confindustria e del generalismo delle statistiche per cui un uomo con la testa nel frigo e i piedi nel
forno ha una temperatura media – némesi della middle class -, si traggano le proprie conclusioni.

Fig.4 Dati stipendio-occupazione a 3 anni dalla Laurea magistrale sino al 2017 secondo il Sole 24 Ore

4c)Il Decreto Stabilità 2017 ad arbitrio pidiota. Anticostituzionalità che destabilizza la classe
media

https://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/06/04/news/
firenze_rivoluzione_all_universita_chi_da_pochi_esami_paghera_tasse_piu_alte-167240401/

Per sostenere la tesi che i mausolei putrescenti si fanno centrali usuraie depauperanti soprattutto le
classi medie e agiate, possiamo citare l’orrifica interpretazione del Decreto stabilità 2017 ad uso del
neoliberismo regionale piddino e interpretato ad arbitrio della sua solita Universitè di punta,
distintasi per le sue “eroiche” gesta tributarie. Si precisa che il decreto nazionale non parlava affatto
di maggiorare le tasse per i fuori corso, bensì di No Tax area per studenti a basso reddito e borse
di studio per i più meritevoli. Chiaramente l’arbitrio rejonale e provinciale fa cogliere la palla al
balzo per approfittarne subito.
E come da manuale, da perfetta finestra di Overton la vicenda sarebbe potuta sintetizzarsi in come
introdurre tasse esorbitanti, paventando la possibilità di tasse al limite dell’incredibilità e
uscirne comunque vittoriosi:

Fase 1: si fa girare la voce della maggiorazione a moltiplicatore annuale: con la fascia più alta ISEE
da 2650€ l’anno, al primo anno fuori corso lo studente ne avrebbe dovuti pagare x2 cioè 5200€,
l’anno successivo x3 ovvero 7800€ e nel malaugurato caso di 3 anni f.c. x4: 10400€,….
Fase 2: gli studenti che sanno per lo più di non farcela in 5 anni con 2 tesi da discutere, soprattutto
per le facoltà più difficili, vogliono meno tasse e più tempo, protestano per l’iniquità della manovra.
Si lancia una altra esca per vedere se i pesci abboccano senza fare troppa resistenza con la strategia
dell’incremento a passo 50% e considerando fuori corso chi impiega oltre 1 anno a laurearsi rispetto
alla durata del corso.
Fase 3: Le proteste però continuano e l’Università riduce le pretese passando da buona samaritana
di venire incontro ai suoi studenti trovando un “compromesso”, applaudendo ad una virtuosità di
bilancio e di aiuto alle classi inferiori coi soldi delle superiori – che bravi -. Passato lo scanto
grosso, tutto si normalizza presto: se l’erano vista brutta i ragazzi-bene, la lotta ha prodotto i frutti
sperati...per l’universitè chiaramente. Paparino del resto qualche centinaia di euro in più l’anno di
tasca sua li può tirare fuori senza drammi, fa già tanta beneficenza. Ecco i risultati della manovra
per il 2018-2019, tratto dal solito Manifesto degli Studi relativo:

Tab.3 Lo studente non produttivo, paradossalmente diventa più produttivo per l’Université

Gioco forza che viene fatto leva sui fuori-corso, in quanto con l'avvento del 3+2 in 5 anni sono
previste la discussione non di 1, ma 2 tesi e quindi salvo rari casi la maggioranza finisce quasi
matematicamente fuori corso di almeno 1 anno. Ma tanti altri, in una casistica non inferiore a 1 su 3
secondo dati Alma laurea impiegano ulteriore tempo(di quelli che riescono a discutere la tesi,ndT).
Quindi si stima che una percentuale vicina alla metà degli iscritti sia soggetta alla sovrattassa:
hanno trovato una bella gallina dalle uova d’oro con questo metodo. Per di più essendo la classe
medio-benestante la gran fetta che fa studiare i figli, rientra nelle fasce ISEE più alte facilmente
essendo le classi media e alta italiana una classe risparmiatrice e posseditrice di una o più case.
Figuriamoci che risultato comporta in una città con degli equivalenti catastali tra i più alti d’Italia,
come è nel feudo pidiota.
Ad inasprire l’iniquità c’è il fatto che lo studente elargisce già come sovrattassa il tempo di
permanenza in eccesso rispetto alla regolarità del corso, subendo poi la penalità nella selezione
sul mercato del lavoro per quel ritardo per motivi già esaminati e la decrescita o stallo salariale
rispettivo che comporta perdita di potere d’acquisto nel tempo sia per lui che per la famiglia.
Pertanto a logica il fuori corso dovrebbe pagare MENO.
Ciò ha anche l'effetto di far desistere e dirottare sin da subito i diplomati nella bassa manovalanza
già pronta, guardacaso, a essere raccolta parzialmente per far bella statistica nei contratti che
"agevolano" le industrie a tempo determinato – di fatto aumentati nel 2018 -. Gli abbienti autoctoni
che possono permettersi di buttare via soldi e distratti dalle mosse degli ate nei della città, con figli
svogliati saranno sempre ottimi clienti, la possibilità di una laurea non si nega a nessuno del resto e
fa tanto comodo al bilancio. I meno distratti e arrivisti invece manderanno i figli al meglio del
peggio, giacché l’onere non è tanto dissimile da Universitè private come la Bocconi o al Politecnico
di Milano.

Non si comprende in ultima istanza qualora fossimo in buona fede, perché l’interpretazione che dà
l’Universitè d’État del diritto allo studio debba essere arbitraria al punto di dover punire
economicamente chi va fuori corso maggiormente poi se di estrazione abbiente, attribuendo
maggiorazioni dedicate ancora per fasce ISSE, dal momento che a priori l’Università non può e
nemmeno deve presupporre di contare sulle difficoltà altrui magari per i suoi stessi motivi
organizzativi o logistici e burocratici oltre che personali del suo studente-datore di lavoro.
Perlomeno in Francia allo studente non “produttivo” - parola da neologismo orwelliano, perché
deve essere l’Università a produrre quelle certezze che a sua volta pretende avere economicamente
e in tempo, visto che lo studente che paga viene in qualche modo ulteriormente punito - viene
cancellata la carriera in modo da farlo desistere a tornare come cliente

5.Le cas de miss Omissis

https://www.unifi.it/upload/sub/garante/pareri/2018/parere_16_190918.pdf

Il lettore intelligente può leggere quanto segue nel link sopra indicato, in quanto la vicenda si
commenta da sola. Tuttavia con quanto premesso fare da commentario è divertente come di un
boomerang che si stampa sul cranio di un distratto lanciatore ministeriale, istituzionale, ufficiale.
Tocca ormai leggere cose che sono la némesi dell’idiozia di una ex-gloriosa città, la cui gestione
come abbiamo visto è stata per locazione geografica così filo-governativa negli anni recenti della
devastazione economica del Paese da subirne le più nefaste conseguenze sino al degrado culturale.
E forse resisterà così più di altre per una partigianeria probabilmente interessata e intrecciata coi
poteri costituiti localmente estendibili rejonalmente, nazionalmente e internazionalmente.
Si immagina male? Possibile. Ma a pensar male si fa peccato, ma spesso s’azzecca diceva un
famoso androide cifotico.

Questo non giustifica il non rispetto dei ruoli da parte dell’aspirante dotto asino, egli deve ragliare
quando si dice lui di ragliare l’oggetto d’esame per tenere in piedi lo squallido teatro del culturame,
ma alle contraddizioni palesi del panopticon dovrebbe partire una bella denuncia organizzata nei
confronti dell’apparato dell’istruzione universit aria firmata da tutti gli studenti. Come minimo per
reato d’usura.
Arriviamo così al caso della signorina Omissis, una ragazza lodevole per il tentativo seppur
disorganizzato, isolato e scomposto e quindi destinato al fallimento totale e alla dissoluzione per
attrito - come è avvenuto - di contrastare la deriva imperante con un atto di resistenza.
Principia così:

La studentessa ... Omissis ... si è rivolta al Garante protestando perché, avendo


deciso di rinunciare agli studi, le è stato chiesto per la relativa procedura il
pagamento di un onere amministrativo di 100 euro che ella ritiene del tutto
ingiustificato.
La povera Omissis non può che avere ragione: dopo aver pagato a scatola chiusa interamente un
servizio e dopo aver fallito questa avventura, deve anche dare una buona uscita per il peccato
commesso. Poi magari anche 10 Padre Nostro e 20 Ave o Maria ed ego ti absolvo.
Il punto è che lo studente è uno speciale datore di lavoro non solo un “cliente”, anzitutto, che alla
sua uscita da quell’ambito ha la sfortuna di non poter licenziare il suo dipende se non è all’altezza o
commette reato, perché istituzionale.
Continua poi a parlare la spersonalizzante macchina tecnocratica:

Le ragioni sono le seguenti.


La legge 232 dell’11 dicembre 2016 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno
finanziario 2017) all’art. 1 comma 260 (Norme sulla contribuzione studentesca
universitaria) prevede che: “Oltre al contributo onnicomprensivo annuale di cui
comma 252, le università statali non possono istituire ulteriori tasse o contributi a
carico degli studenti, fino al rilascio del titolo finale di studio, fatti salvi i contributi
per i servizi prestati su richiesta dello studente per esigenze individuali e le imposte
erariali”.
La disposizione non è stata superata ed è ancora in vigore.
In altri termini, è consentito alle università di richiedere agli studenti un contributo a
fronte di richieste del singolo studente per sue esigenze specifiche.
Tra questi ultimi casi c’è anche la rinuncia agli studi.

Ovvero l’articolo pernicioso di questa legge è come se stesse dicendo che da un panettiere è lecito
pagare il pane, ma per la carne il panettiere non deve chiedere nulla, figuriamoci. Ma per forza: è un
panettiere e la carne non la vende!
E cosa altro dovrebbe fare l’Università chiedere altri soldi per i divertimenti extra dei suoi soloni?
Pare così che l’articolo in questione apra a dei gradi di libertà ancor più degradati in modo da
rendere giustificabile l’attuale e paradossale degrado.

Dunque, l’università di Firenze non fa altro che applicare una legge dello stato ed
esercitare un proprio potere conferito in linea generale a tutte le università.
Basta questo, salvo un intervento della Corte Costituzionale, per escludere che la
disposizione in questione sia irragionevole, illegittima, contraria a legge.

Occorrerebbe un premio speciale per la solerzia e la rettitudine qui. Quando arriva quel “basta
questo” vien detto tutto: ecco che esce fuori dove sta sempre l’arbitrio a se bastante dello ius,
conservativo dello status quo, di chi ha il coltello dalla parte del manico. Se si poneva dubbi
Norberto Bobbio sulla natura della legge, figuriamoci questi. Questi non hanno dubbi, son dei
soloni che vanno oltre, sono l’apice della modernità giuridica. Non hanno mai dubbi, si esegue
perché si esegue: “basta questo”.
Mai che la classe pensante dirigente, sedicente istruita si opponga oggettivamente contro il bastone
di papà. Se lo dice papà non si discute...finché schiaffeggia solo il fratellino minore.

Certo la legge non obbliga le università a richiedere contributi per servizi riguardanti
il singolo studente, ma l’esercizio di tale potere, almeno nel caso in questione,
certamente non è censurabile per uso scorretto della discrezionalità attribuita, perché
proprio anche al caso della rinuncia agli studi la legge si riferisce. Ed infatti tutte le
università italiane richiedono per la rinuncia agli studi il pagamento di oneri
amministrativi.
Manca solo lo scappellamento a destra in stile Amici miei. Ciò è un tentativo di gettare fumo negli
occhi sopra la nefandezza dell’articolo prima citato per obbligo formale. Come si dice, Excusatio
non petita, accusatio manifesta.

E’ vero che lo studente rinunciando agli studi esercita una propria facoltà prevista da
norme generali interne (il Manifesto degli Studi) ma questo non cambia le cose,
perché nessuna norma o principio generale prescrive che l’esercizio di un diritto
debba essere gratuito nel caso esso implichi attività amministrative.
Se dunque la studentessa confermasse l’intenzione di rinunciare formalmente agli
studi, sarebbe tenuta al pagamento della somma richiesta.
Per le ragioni che precedono, si conferma la correttezza e legittimità della scelta
amministrativa dell’Università di Firenze nel caso proposto dalla studentessa ...
Omissis ....

Ecco che il retore robotico inasprisce il concetto dell’incontrovertibilità di ciò che gli viene ingiunto
da un deus ex machina istituzionale senza volto. E’ un vero panopticon in cui il secondino si trova
mezzo stordito e programmato dalla beozia di un lauto rancio garantito in cambio. Se non si fosse
capito dopo il “basta questo” c’è anche un “questo non cambia le cose, perché nessuna norma...”.
Sbagliato le cose sono cambiate e sempre in peggio, proprio perché la macchina tecnocratica e il
suo arto legislativo come vediamo sono prive di controllo, privo di freno critico.
Viene eseguito ciecamente ciò che viene calato dall’alto ed è indiscutibile, pena una punizione per
l’accusato a cui è precluso in sostanza ogni diritto di difesa, anche se tutto ciò è contro la stessa
logica del diritto. Ed infatti arriva dopo la fine dell’arringa, la sentenza: la signorina Omissis deve
pagare. E come poteva essere il contrario.

La studentessa, a proposito della richiesta di pagamento della somma sopra indicata,


scrive che in questo modo si finanzia “a vuoto un ente pubblico che si basa sulla
politica dello strozzinaggio”. Espressione evidentemente inaccettabile, anche nel
caso avesse ragione.
Sul tema delle modalità con cui gli studenti sempre più spesso si rivolgono agli
organi e agli uffici dell’università il sottoscritto ha intenzione di tornare in modo più
ampio in occasione della prossima relazione annuale.

“Anche nel caso avesse ragione”. Quindi alla fine di tutto, una volta messa “dietro le sbarre”, viene
implicitamente ammesso che c’è la possibilità che potesse avere ragione, ma nonostante tutto si
conferma quanto detto. Apoditticamente.
Alla cara Omissis è andata male, perché una sola azione isolata e scomposta giuridicamente porta
alla dissoluzione per attrito contro un muro di cemento. L’auspicio per la dolce Omissis è di
preservare questa voglia di ribellarsi, di non piegarsi all’ingiustizia, di mantenere alta l’energia
interiore senza abbattersi troppo ai primi duri colpi subiti dalla macchina tecnocratica che sino
all’ultimo respiro della nostra esistenza in questa fase storica tenterà mediante i soggetti più deboli
di pensiero, i servi funzionali, di minare la salute psico-fisica di tutta la popolazione mondiale. La
macchina vive della nostra morte, finché lentamente non sono tutti morti.
Questo non va permesso.

Aureo Eolo, Aprile 2019


Nota finale

Qualsiasi sequenza di caratteri che rimandano ad una lingua differente dall’italiano che faccia riferimento a
cose, fatti, persone risultano del tutto casuali per l’autore di queste analisi. Di fatto per dimostrare di sapere
una lingua straniera, anche qualora la si sapesse scrivere e parlare, occorre un attestato. Se quell’attestato o
titolo non è conseguito ufficialmente, ad esempio, un comune non assumerebbe candidati che non
rispondono al requisito, perché il candidato non può dimostrarlo diversamente. Nemmeno a parole..
N’est-ce pas?Au revoire.