Sei sulla pagina 1di 18

RIVISTA TRIMESTRALE DI DIRITTO E PROCEDURA CIVILE

ISSN40391-1896
Anno4LXVIII4Fasc.434-42014

Bruno4Capponi

SULLA «RAGIONEVOLE BREVITÀ»


DEGLI ATTI PROCESSUALI CIVILI

Estratto

Milano4•4Giuffrè4Editore
DISCUSSIONI E APPROFONDIMENTI

Sulla « ragionevole brevità »


degli atti processuali civili

SOMMARIO: 1. Rilievi generali. — 2. Atti di parte. — 3. Provvedimenti del giudice. — 4.


Rimedi possibili quanto agli atti di parte. — 5. I rischi. — 6. Qualche considera-
zione finale.

1. — Una recente iniziativa del primo presidente della Corte di cas-


sazione ha posto l’accento sul problema dell’eccessiva lunghezza e disper-
sività degli atti processuali civili, e segnatamente di quelli che vengono
indirizzati alla suprema Corte (1).
Un’iniziativa analoga era stata adottata dal presidente del Consiglio di
Stato nel dicembre 2010 (2) dopo l’approvazione, col d.lgs. 2 luglio 2010,
n. 104, del codice del processo amministrativo (c.p.a.), il cui art. 3, comma
2º, prevede in generale che « Il giudice e le parti redigono gli atti in maniera
chiara e sintetica », norma replicata dall’art. 120, comma 10º (con riferi-
mento al rito abbreviato comune ex art. 119), secondo cui « Tutti gli atti di
parte e i provvedimenti del giudice devono essere sintetici e la sentenza è
redatta, ordinariamente, nelle forme di cui all’art. 74 », cioè in forma
semplificata (3).

(1) http://www.judicium.it/admin/saggi/517/Lettera%20Presidente%20Cassazio
ne.pdf. Si tratta di una nota indirizzata al presidente del Cnf per sollecitare la stesura
di atti caratterizzati da « chiarezza » e « sinteticità », in modo da esaltare la « forza
d’impatto » dell’impugnazione; su di essa v. i brevi commenti di MICCOLIS, nota senza
titolo in www.judicium.it del 27 novembre 2013, e (tra il serio e il faceto) di CAPPONI,
Brevità, concentrazione, non-ripetizione, ivi, del 2 dicembre 2013. Il presidente
Santacroce sottolinea l’opportunità che gli atti rivolti alla Corte non superino, di norma,
le venti pagine; che gli atti di una certa complessità siano accompagnati da un riassunto
di due o tre pagine; che, comunque, quelli complessi siano articolati in un indice-
sommario che ne faciliti la lettura; che le memorie ex art. 378 c.p.c. non siano
meramente riproduttive degli atti introduttivi, come evidentemente spesso avviene.
(2) Lo ricorda FINOCCHIARO, Il principio di sinteticità nel processo civile, in Riv.
dir. proc., 2013, pp. 853 ss., spec. p. 861. Il presidente De Lise individua un limite di
estensione di venti-venticinque pagine, con la raccomandazione per cui, ove l’atto risulti
più esteso, dovrebbe essere accompagnato da un abstract al massimo di due pagine.
(3) I richiami alla sinteticità degli atti sono, nel c.p.a., molto insistiti. Nell’udienza
pubblica, qualora lo chiedano, « le parti possono discutere sinteticamente » (art. 73,
comma 2º); in sede cautelare, « nella camera di consiglio le parti possono costituirsi e i
— 1076 —

Nel codice di procedura civile non esistono regole corrispondenti; ma


va segnalato che l’articolato consegnato al ministro della giustizia nel
dicembre 2013 dalla commissione ministeriale presieduta dal prof. Vacca-
rella, che lo stesso ministro aveva insediato nel giugno-luglio 2013 con
l’incarico di « elaborare proposte di interventi in materia di processo civile
e mediazione », prevede l’inserimento nell’art. 121 c.p.c. di un comma 2º
così concepito: « Il giudice e le parti redigono gli atti processuali in maniera
sintetica » (4).
Ovviamente il problema della sinteticità, sebbene sia stato sollevato
formalmente dai vertici delle giurisdizioni ordinaria ed amministrativa,
riguarda in generale tutti gli atti processuali civili; e peraltro, come oppor-
tunamente ricorda lo stesso presidente Santacroce, non interessa soltanto
le giurisdizioni interne (5).
Altrettanto ovvio che né il c.p.a., né la proposta della Commissione
Vaccarella prevedono sanzioni per il caso di violazione del canone della
sinteticità degli atti (fatto salvo l’art. 26, comma 1º, c.p.a., ove un chiaro
riferimento al possibile carattere « sanzionatorio » della condanna alle
spese). Si tratta infatti di prescrizioni — sono ancora parole della Com-
missione — destinate ad incidere sul « costume », a suggerire buone
pratiche (6), ma che appaiono, allo stato, sfornite di qualsiasi efficacia
costrittiva.

2. — Iniziamo col considerare gli atti di parte, che sono appunto finiti
sotto la lente.

difensori sono sentiti ove ne facciano richiesta. La trattazione si svolge oralmente e in


modo sintetico » (art. 55, comma 7º). Va poi ricordato l’art. 26, comma 1º, sulle spese
di giudizio: « Quando emette una decisione, il giudice provvede anche sulle spese del
giudizio, secondo gli articoli 91, 92, 93, 94, 96 e 97 del codice di procedura civile,
tenendo anche conto del rispetto dei principi di chiarezza e sinteticità di cui all’articolo
3, comma 2 ». Cfr. CIRILLO, Dovere di motivazione e sinteticità degli atti, in http://
www.giustizia-amministrativa.it/documentazione/Art3cpa.htm; DE NICTOLIS, Processo
amministrativo. Formulario commentato, Milano, 2011, p. 35, che pone la regola di
sinteticità in relazione al principio di economia processuale; CHIEPPA, Il Codice del
processo amministrativo, Milano, 2010, p. 53, che la pone in relazione al principio di
ragionevole durata.
(4) http://www.judicium.it/admin/saggi/526/lavori%20commissione%20Vacca
rella.pdf. Purtroppo i lavori di questa Commissione non sono stati affatto considerati dal
ministro che l’aveva nominata, essendo stato diramato il testo del « collegato giustizia »
alla legge di stabilità per il 2014 pochi giorni prima della formale consegna degli elaborati:
sulla curiosa vicenda cfr., se vuoi, CAPPONI, A prima lettura sulla delega legislativa al
governo « per l’efficienza della giustizia civile » (collegato alla legge di stabilità 2014), in
questa rivista, 2014, p. 361 ss.
(5) V. ancora, anche per riferimenti, FINOCCHIARO, op. cit., p. 855.
(6) Ma COSTANTINO, in Foro it., 2014, I, c. 247, parla di « assenza di una cultura
comune, formatasi già sui banchi di scuola ».
— 1077 —

Il legislatore può essere indicato come il responsabile, forse involon-


tario ma di certo pervicace, dell’attuale insofferenza, che non è soltanto del
giudice, per un certo tipo di scrittura applicato ad un processo nel quale
sembra definitivamente tramontato il mito storico della « oralità » (7). Basti
infatti considerare che:
a) la l. n. 353 del 1990, intervenendo sugli artt. 163 e 167 c.p.c., ma
soprattutto sulla fase preparatoria del giudizio di primo grado, ha affer-
mato il requisito di completezza degli atti introduttivi (8) modificando il
consolidato stylus curiae, alimentatosi con la c.d. controriforma del 1950;
b) la l. n. 80 del 2005, all’esito di un travaglio durato per oltre due
lustri, ha alfine modificato l’art. 183, comma 6º, c.p.c. facendone un
arcigno esemplare di trattazione scritta, che viene di fatto applicato senza
ragionevoli distinzioni a tutte le cause; così come, del resto, alla trattazione
scritta era stata ispirata la modifica dell’art. 180, comma 2º, c.p.c., intro-
dotta nel 1995 a tutela del convenuto e poi abrogata;
c) la l. n. 69 del 2009, inserendo nel comma 1º dell’art. 115 c.p.c.
la disciplina generale della « non contestazione », ha esposto le parti, e in
prima battuta il convenuto, alle conseguenze della omessa specifica conte-
stazione dei fatti, principali e secondari (9), in un contesto che non
chiarisce se e fino a quando sia possibile la contestazione « tardiva » (nel
giudizio di primo grado o, addirittura, in quello di appello).
È sufficiente la considerazione di questi tre dati, che interessano un
ventennio di riforme sul processo, per comprendere come un rito ispirato
a preclusioni e che individua luoghi specifici per l’esercizio del contraddit-
torio in forma scritta non possa non produrre conseguenze sulla tecnica di
redazione degli atti. Chiunque può rendersene conto esaminando un atto di
citazione redatto prima della riforma del ’90, anche in una controversia di
rilievo: la laconicità dell’esposizione e la sinteticità delle conclusioni lasce-
ranno interdetti, e spesso quell’atto non presenterà neppure una distin-
zione tra « fatto » e « diritto ». In una parola, l’atto introduttivo del giudizio
era saldamente ispirato al principio « meno si dice, meglio è », e serviva
soprattutto a rendere la situazione sostanziale contestata.
Non è certamente un caso se, a lato delle vicende riformatrici che a
ciclo continuo hanno interessato il processo civile dal 1990 ad oggi (e non
possiamo certo ritenere la parabola conclusa), abbiano preso sempre più

(7) È quanto si registra anche osservando i protocolli redatti dagli osservatori, nei
quali, inizialmente, era costante il richiamo alla trattazione orale della causa. Peraltro,
proprio l’esame dell’art. 183 c.p.c. nel testo proposto dalla Commissione Vaccarella
(loc. cit.) testimonia un timido ritorno al canone della trattazione orale, magari solo
quale reazione al cieco automatismo con cui, attualmente, viene chiesto e concesso il
triplo termine del comma 6º.
(8) Vera « bandiera » della riforma del 1990: v., per tutti, PROTO PISANI, La nuova
disciplina del processo civile, Napoli, 1991, p. 108 ss.
(9) CONSOLO, Spiegazioni di diritto processuale civile, I, Le tutele: di merito,
sommarie e esecutive2, Torino, 2012, p. 221 ss.
— 1078 —

piede gli osservatori con i loro protocolli (10). Molti di questi pongono
infatti « regole » — la cui osservanza è sempre di tipo spontaneo e volon-
taristico — anche sulla tecnica di redazione degli atti, in modo da favorirne
brevità e chiarezza (11). Già altrove abbiamo notato che « la diffusione di
protocolli e osservatori — vale a dire di occasioni di confronto tra pratici,
volte alla migliore organizzazione del processo e alla conforme applica-
zione delle norme processuali; tale funzione è sovente svolta anche da
mailing-list, che operano a livello nazionale quali sistemi di self-help per gli
operatori — è sintomo di un altro fenomeno piuttosto preoccupante: le
discipline processuali, di fattura sempre più improvvisata e precaria, sono
sempre meno comprensibili e determinano fatalmente applicazioni diffe-
renziate nel territorio (e, spesso, all’interno dello stesso ufficio). E se da un
lato il legislatore, dettando norme sempre più dettagliate, mostra scarsa
fiducia nella possibilità che gli operatori hanno di ben applicare una
disciplina “aperta”, dall’altro lato quegli stessi operatori — preso atto
dell’incapacità del legislatore di far bene il suo mestiere — si organizzano
per condividere letture ragionevoli e pratiche di discipline anodine, o
sovente francamente incomprensibili » (12). Possiamo forse aggiungere,
ora, che anche l’esperienza degli osservatori e dei protocolli ha finito per
dare frutti limitati, specie in relazione al tema che stiamo esaminando che
pure è di rilevanza centrale nella « buona pratica » del processo.
In questo contesto sia la Corte di cassazione (13), sia i giudici di
merito (14) hanno iniziato a « sanzionare », pur in assenza di formali
sanzioni, la gratuita prolissità e ripetitività degli atti di parte. La prima, nel
decidere un ricorso con motivazione semplificata (15), ha giudicato che

(10) Che attirano, dopo i plausi incondizionati, le prime voci critiche: v., ad es.,
DELLA PIETRA, La second life dei protocolli sul processo civile, in Il giusto proc. civ., 2012,
p. 895 ss.
(11) Esemplare, in tal senso, quello approvato dall’osservatorio per la giustizia
civile di Torino, denominato « protocollo per la redazione degli atti processuali civili ».
Si tratta di un documento significativo, anche per l’elementarità delle prescrizioni: si
suggerisce infatti che l’atto sia distinto in parti, tra un « fatto » « privo di ogni conta-
minazione valutativa » e un « diritto »; che il « fatto » sia distinto in capitoli separati; che
il « diritto » sia diviso in paragrafi e sotto-paragrafi con anteposizione, nei casi più
complessi, di un indice-sommario; che le citazioni di giurisprudenza siano eseguite in
note a piè di pagina; che, ancora nei casi più complessi, l’atto presenti un breve abstract,
da ripetere nelle memorie conclusionali. Il fatto stesso che siano dati suggerimenti di tal
tipo — utilissimi — la dice molto lunga sul quanto sia slabbrata e confusionale la
redazione di molti atti nel settore civile.
(12) CAPPONI-TISCINI, Introduzione al diritto processuale civile, Torino, 2014, p.
130.
(13) Cass., 4 luglio 2012, n. 11199, in Foro it., 2014, I, c. 238.
(14) Trib. Milano, (ord.) 1 ottobre 2013, in www.ilcaso.it e in Foro it., 2014, I, c.
243.
(15) Prassi autorizzata dal provvedimento del primo presidente Lupo del 22
marzo 2011 che può leggersi, con la relazione illustrativa, in Foro it., 2011, V, c. 183.
— 1079 —

« l’utilizzo di tale modello [...] si giustifica in relazione al fatto che


entrambe le impugnazioni, quella in via principale e quella in via inciden-
tale, non richiedono l’esercizio della funzione nomofilattica: esse infatti,
quando non deducono vizi di motivazione, sollevano questioni la cui
soluzione comporta l’applicazione di princìpi già affermati in precedenza
da questa Corte, e dai quali il Collegio non intende discostarsi. La moti-
vazione semplificata non è preclusa dalla particolare ampiezza degli atti di
parte (111 pagine è la lunghezza del ricorso principale, il controricorso e
ricorso incidentale raggiungono le 64 cartelle, e la memoria illustrativa,
meramente iterativa del ricorso principale, è di 36 pagine), perché detta
ampiezza — che certamente, pur non ponendo un problema di formale
violazione delle prescrizioni formali dettate dall’art. 366 c.p.c., non giova
alla chiarezza di tali atti e concorre ad allontanare l’obiettivo di un processo
celere, che esige da parte di tutti atti sintetici, redatti con stile asciutto e
sobrio — non è affatto direttamente proporzionale alla complessità giuri-
dica o all’importanza economica delle questioni veicolate, e si risolve
soltanto in una inutile e disfunzionale sovrabbondanza, infarcita di conti-
nui e ripetuti assemblaggi e trascrizioni degli atti defensionali, delle sen-
tenze dei gradi di merito, delle prove testimoniali, della consulenza tecnica
e dei suoi allegati planimetrici ». Ciò che la suprema Corte lascia chiara-
mente intendere è che, se una violazione formale è difficilmente ravvisabile
in atti che risultano frutto di assemblaggi e taglia-incolla dei vari materiali
processuali, nondimeno l’inutile ampiezza delle difese scritte finisce per
portare attentato a fondamentali valori del processo, deducibili dalle norme
costituzionali e in particolare dal più che abusato (16) principio di ragio-
nevole durata.
Il Tribunale di Milano, dal canto suo, nel richiamare pedissequamente
la « massima » della Cassazione, ha aggiunto il riferimento al recente
codice del processo amministrativo e ad un generico « principio comune ad
altre codificazione europee »; e non sembra un caso che lo stesso Tribunale
di Milano, con lo stesso estensore, abbia dichiarato inammissibili le « note
d’udienza scritte » da allegare al verbale di trattazione (orale), perché esse
« costituiscono un’appendice scritta non autorizzata » (17).
Possiamo insomma affermare che serpeggia, tra gli operatori del
processo, una crescente insofferenza per la scrittura e per gli eccessi che
tale modello di trattazione sembra destinato a produrre. E verosimilmente
proprio con tale insofferenza si spiega la piccola fortuna che ha incontrato
il rito della decisione a séguito di trattazione orale dinanzi alle corti
d’appello dopo la l. n. 183 del 2011: pur di non leggere l’ennesima

La motivazione semplificata si giustifica allorché il ricorso denunzi soltanto vizi di


motivazione, o quando le questioni di diritto siano già state decise dalla Corte con
precedenti da cui non sussistono ragioni per discostarsi.
(16) Cfr. VERDE, Il processo sotto l’incubo della ragionevole durata, in Il difficile
rapporto tra giudice e legge, Napoli, 2012, p. 49 ss.
(17) Trib. Milano, (ord.) 14 marzo 2013, in www.ilcaso.it.
— 1080 —

conclusionale trita e ripetitiva, i giudici sono disposti a decidere immedia-


tamente. A fare, cioè, ciò che meno amano e che forse non farebbero mai,
se non in presenza d’una ragionevole contropartita.
Ma non può certo sottacersi che in Cassazione il problema è stato
alimentato dalla giurisprudenza pretoria della autosufficienza, cui la stessa
Corte sta ora cercando di porre rimedio in sede sia civile, sia penale (18).
Come vedremo, ad una simile insofferenza è estremamente difficile
porre rimedio in un sistema che afferma, per gli atti di parte, la libertà di
forme e che non si è munito di strumenti per imporre « modelli » di
redazione, magari differenziandoli a seconda del grado e del giudice da
adire. Si aggiunga che, a parte cacofonie e slang involontariamente co-
mici (19), i giuristi neanche parlano un vero linguaggio comune: e sembra
al tramonto l’idea di una formazione comune anche di tipo specialistico dei
professionisti forensi, essendo troppe e troppo diverse tra loro le sedi in cui
si pratica, o si tenta di praticare, la formazione post lauream. Ciò che è
prevalsa è una logica corporativa: ognuno forma il suo, per timore che
l’altro possa formare tutti.

3. — Dal lato del giudice, le cose sembrano stare diversamente.


Anzitutto, i provvedimenti del giudice sono atti processuali tipici, e il
problema dei modelli di motivazione — di questo ormai si può parlare —
si pone esclusivamente per la sentenza. Questo rilievo è stato evidente-
mente tenuto presente dal recente legislatore, il quale, ad esempio, dopo
l’introduzione del processo sommario di cognizione ad opera della l. n. 69
del 2009, che viene non a caso definito con ordinanza, ha individuato con
la « semplificazione » un corpo di procedimenti dichiarativi che adottano
quelle forme sommarie (20); per altro riflesso, ha stabilito che le decisioni
sulla competenza vanno adottate con ordinanza e non più con sentenza,
pur essendo rimasto del tutto invariato il regime anche impugnatorio del

(18) http://www.cortedicassazione.it/Notizie/Eventi/SchedaEventiPrimaPag.asp?
ID=194; MICCOLIS, op. loc citt.; adde TRIOLA, La resistibile ascesa del c.d. principio di
autosufficienza del ricorso per cassazione, in Foro it., 2012, V, c. 265 ss.; SANTANGELI, Il
principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, in Riv. dir. proc., 2012, p. 607 ss.;
FRASCA, Ricorso, controricorso e ricorso incidentale, in La Cassazione civile. Lezioni dei
magistrati della Corte suprema italiana, a cura di Acierno-Curzio-Giusti, Bari, 2011, p.
63 ss.; G.F. RICCI, Il giudizio civile di cassazione, Torino, 2013, p. 272 ss.
(19) CAVALLONE, Un idioma coriaceo: l’italiano del processo civile, in Riv. dir.
proc., 2011, p. 97 ss.; M. FABIANI, La lingua italiana nella redazione degli atti giudiziari,
in Studi in onore di Modestino Acone, Napoli, 2010, p. 901 ss.
(20) V., per tutti ed anche per citazioni, FARINA, La semplificazione dei procedi-
menti civili di cognizione, in Commentario alle riforme del processo civile. Dalla
semplificazione dei riti al decreto sviluppo, a cura di Martino e Panzarola, Torino, 2013,
p. 19 ss.
— 1081 —

provvedimento (21). Ne risulta chiaro che una prima possibilità di sempli-


ficazione del modello decisorio nasce appunto dalla sostituzione d’un atto
tipico con l’altro, la sentenza con l’ordinanza; ciò avviene in un contesto,
delineatosi progressivamente dal 1990 in poi, nel quale sono venuti meno
— basti considerare il fenomeno delle ordinanze anticipatorie — i caratteri
differenziali tra i due tipi, e ciò proprio sotto il caratterizzante profilo della
decisione del merito o parte di esso, olim prerogativa esclusiva della
sentenza (22).
Solo per i provvedimenti decisori, comunque denominati, è la garanzia
dell’obbligo di motivazione, di cui all’art. 111, comma 6º, cost. (23); ma la
presenza di tale garanzia — ovviamente ignota agli atti di parte, che pure
debbono essere « motivati » — non ha impedito di procedere, ancora negli
ultimi anni, ad un’attenta revisione del modello che si stima adeguato
anche alla luce di altri canoni di rilievo costituzionale, dal buon andamento
del servizio giustizia al giusto processo col suo termine ragionevole di
durata (24).
Il tema della semplificazione dei provvedimenti, e in particolare delle
sentenze, ha infatti già conosciuto importanti riscontri in sede legislativa ed
è stato oggetto di analisi dettagliate in sede culturale (25).
Allo stato — ma si tratta della tappa intermedia d’un percorso ancora
in atto (26) — la sentenza non presenta più lo « svolgimento del processo »,
ma soltanto « la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della
decisione » (27) e l’art. 118, comma 1º, disp. att. c.p.c., anch’esso modifi-

(21) SASSANI-TISCINI, Commento all’art. 39 c.p.c., in Commentario alla riforma del


c.p.c. (Legge 18 giugno 2009, n. 69), a cura di Saletti e Sassani, Torino, 2009, p. 15 ss.
(22) CAPPONI-TISCINI, Introduzione, cit., p. 21 ss.
(23) Cfr., ancora, CAPPONI-TISCINI, Introduzione, loc. ult. cit.
(24) V. ad es. l’approccio di PORRECA, La cosiddetta motivazione a richiesta nei
giudizi civili, in Corr. giur., 2011, p. 705 ss.
(25) V., anche per riferimenti, ACIERNO, La motivazione della sentenza tra esi-
genze di celerità e giusto processo, in questa rivista, 2012, p. 437 ss.; SANTANGELI, La
motivazione della sentenza civile su richiesta e i recenti tentativi di introduzione
dell’istituto della « motivazione breve » in Italia, in www.judicium.it del 18 settembre
2011.
(26) E che potrebbe riservarci sorprese addirittura grottesche: l’8 marzo 2014
sono stati postati sulla mailing-list civilnet (civilnet@yahoogroups.com) una serie di
allarmati messaggi che riferiscono di ipotesi allo studio del Ministero della giustizia,
secondo cui la motivazione dei dispositivi « corredati » (v. infra nel testo) potrebbe
essere appaltata, all’esterno del tribunale, coinvolgendo avvocati selezionati dai consigli
dell’ordine. L’auspicio è che l’idea non abbia alcun séguito, ma il solo fatto che sia stata
concepita è indice preoccupante del carattere emergenziale dei possibili nuovi interventi
in argomento. La notizia è però stata ripresa da Il Sole-24Ore dell’11 marzo 2014, p. 23,
in un pezzo dal titolo Sentenze in appalto agli avvocati.
(27) In questi termini la l. n. 69 del 2009 ha redatto il n. 4) del comma 2º dell’art.
132 c.p.c., che originariamente recitava: « 4) la concisa esposizione dello svolgimento
del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione ». Una lettura molto cauta,
— 1082 —

cato dalla legge n. 69 del 2009, specifica che « la motivazione della


sentenza di cui all’articolo 132, comma 2º, n. 4), del codice consiste nella
succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche
della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi ». Di qui il
pieno riconoscimento della legittimità della motivazione c.d. per relatio-
nem, peraltro già invalsa da tempo, ma che dovrebbe riferirsi alla sola parte
in diritto della decisione (28).
Le proposte del Governo annesse alla legge di stabilità per il 2014
parlano poi, per la sentenza di primo grado, della possibilità d’una moti-
vazione ridotta a dispositivo corredato da riferimenti essenziali per la
riconoscibilità stessa della tutela accordata, con la possibilità per la parte
soccombente di richiedere, a pagamento, la motivazione completa (uso
impugnazione); per la sentenza di appello, della possibilità di richiamare in
toto la motivazione del giudice di primo grado (29).
Ci sembra quindi di poter affermare che, ora e in prospettiva, quello
della motivazione della sentenza non è né sarà più un problema unitario. Le
sentenze di merito, e particolarmente quelle di primo grado, potranno
tradursi in uno scheletrico atto assertivo, che dobbiamo immaginare vocato
soprattutto alla tutela condannatoria, e quelle d’appello, se confermative,
in una secca replica della sentenza di primo grado. Le sentenze di legitti-
mità, a loro volta, saranno distinte (30) a seconda che la Corte si ritenga
chiamata ad esercitare funzioni nomofilattiche oppur no, e pertanto le
motivazioni non semplificate saranno riservate a quelle sole sentenze
suscettibili di porsi come « precedente » (31), trascendendo il rilievo del
caso deciso.

se non proprio apertamente riduttiva, di queste novità normative si riscontra in RORDORF,


Nuove norme in tema di motivazione delle sentenze e di ricorso per cassazione, in Riv.
dir. proc., 2010, p. 134 ss.
(28) Sul punto, ampiamente, ACIERNO, La motivazione della sentenza, cit., spec. p.
448 ss., la quale sottolinea che la motivazione per relationem potrà riguardare qualsiasi
atto interno del giudizio (provvedimenti endoprocessuali, relazione di c.t.u., dichiara-
zioni testimoniali, ecc.), oltre che sentenze, dello stesso ufficio o di altri, purché
esattamente identificati. I problemi emergono prepotenti allorché si tratti di individuare
il contenuto condannatorio della sentenza ai fini della sua esecuzione forzata: v. Cass.,
sez. un., 2 luglio 2012, n. 11067, in Corr. giur., 2012, p. 1166, con nostra nota
Autonomia, astrattezza, certezza del titolo esecutivo: requisiti in via di dissolvenza?, e
poi, con opportune precisazioni, Cass., 17 gennaio 2013, n. 1027, in Riv. esec. forz.,
2013, p. 141, con nota di VACCARELLA, Eterointegrazione del titolo esecutivo e ragione-
vole durata del processo.
(29) Rimandiamo alle considerazioni svolte in A prima lettura, cit., loc. cit.; e vedi
anche PORRECA, op. loc. citt.
(30) Cfr. retro, la nota 15.
(31) Mentre nel c.p.a. la forma semplificata è riservata alle decisioni di manifesta
fondatezza o manifesta irricevibilità, inammissibilità, improcedibilità o infondatezza del
ricorso (art. 74 c.p.a.). Si può dunque consentire con RORDORF, op. cit., p. 136, che parla
di « un clima [...] in cui l’importanza del precedente giudiziale va sempre più cre-
scendo », soltanto con riferimento alle decisioni effettivamente destinate a creare
— 1083 —

La modificazione della tecnica di redazione delle sentenze — di merito


come di legittimità — ci consente un’osservazione ulteriore, circa l’identi-
ficazione dei possibili destinatari. Sia il giudice di merito — che sarà
sempre libero di adottare, oppur no, lo schema semplificato — sia la Corte
di cassazione potranno distinguere le decisioni tra quelle che saranno
destinate al pubblico generale (così potendo dibattersi nelle consuete sedi
culturali) e quelle che, per il concreto decisum e le conseguenti modalità di
confezionamento, non potranno che riguardare le sole parti in causa per la
fondamentale ragione che esse non innovano, per nessun aspetto, gli
orientamenti consolidati. Ci sembra questo e soltanto questo il dato
effettivamente rilevante, perché collegare in modo automatico decisione
semplificata e n. 5) — come sembra fare il provvedimento Lupo — trascura
l’imponente realtà che proprio giudicando dei vizi di motivazione la Corte
è stata in grado di affermare, in tanti settori, princìpi di interesse gene-
rale (32).
Ovviamente ciò propone un ripensamento della garanzia ex comma 6º
dell’art. 111 cost., perché la motivazione della sentenza potrà valere, a
discrezione delle corti, per le parti (e per il giudice dell’impugnazione)
ovvero per la generalità degli osservatori. Le decisioni per le parti saranno
contratte e risolveranno lo jus litigatoris; quelle per la generalità saranno
argomentate ed edificheranno lo jus constitutionis.
Si giunge così ad una conclusione che potrebbe apparire paradossale:
nonostante l’obbligo di motivazione attinga il livello della garanzia costi-
tuzionale, mentre una parallela garanzia non è neppure concepibile con
riferimento agli atti di parte, la semplificazione per scomposizione del
modello decisorio, tanto dinanzi al giudice di merito quanto dinanzi alla
Corte di legittimità (che peraltro conosce anch’essa ordinanze decisorie e
riti semplificati) (33), si trova ad aver già percorso un cammino molto
importante; e dobbiamo attenderci ancora rilevanti novità nell’esercizio di
poteri che, è inutile nasconderselo, risulteranno soprattutto rimessi alla
discrezionalità del giudice.
Sarà il giudice a decidere se parlare soltanto alle parti o alla generalità
dei professionisti del diritto, e calibrerà le sue decisioni in relazione a tale
discrezionale scelta.
C’è però da aggiungere che, nonostante il percorso che abbiamo
descritto, tuttora è dato imbattersi — parlo delle sentenze di legittimità —
in decisioni particolarmente argomentate, con ampio corredo di note a piè

« precedenti ». In argomento v. i giusti rilievi di VERDE, Jus litigatoris e jus constitutionis,


in Il difficile rapporto, cit., p. 11 ss.
(32) V., ampiamente ed anche per riferimenti, PANZAROLA, in Commentario, cit., p.
693 ss.; SASSANI, Riflessioni sulla motivazione della sentenza e sulla sua (in)controlla-
bilità in cassazione, in Corr. giur., 2013, p. 849 ss.
(33) Cfr., per consistenti applicazioni, l’ampia monografia di DAMIANI, Il procedi-
mento camerale in cassazione, Napoli, 2011, passim.
— 1084 —

di pagina (34), e addirittura in decisioni che, dopo aver dichiarato inam-


missibile il ricorso, lo esaminano lungamente nel merito, denunziando vizi
di impostazione del gravame e affermando princìpi di diritto dei quali il
giudizio di cassazione finisce per diventare soltanto la gradita occasione.
Nonostante le indicazioni del legislatore, è evidente che lo « stile »
della sentenza non è soltanto il risultato di prescrizioni formali, più o meno
rigorose.

4. — Ancorché della brevità degli atti processuali civili si parli indi-


stintamente, come d’altra parte indistinte sono le norme vigenti (nel c.p.a.)
o quelle oggetto di proposta (Commissione Vaccarella), i provvedimenti
del giudice e gli atti di parte sono, così, dati tra loro non confondibili; così
come, dal lato del giudice, il modello « sentenza » non è confondibile con
gli altri modelli tipici predisposti dal legislatore per l’esercizio della giuri-
sdizione. Il percorso normativo della motivazione della sentenza civile —
omettiamo deliberatamente ogni riferimento a riforme rapidamente abor-
tite, quale il processo societario in cui il modello era ancor più semplifi-
cato (35) — dimostra che, nonostante gli stringenti condizionamenti della
Costituzione (36), è più semplice affermare e diffondere modelli semplifi-
cati allorché si abbia a che fare con provvedimenti tipici.
Per gli atti di parte il discorso è molto diverso, perché le norme
processuali non garantiscono alcun contributo nel senso della semplifica-
zione. Al contrario.
Nel processo di primo grado, è vero che sono identificati con norme ad
hoc i requisiti di contenuto-forma degli atti introduttivi, ma ciò non avviene
certo con l’obbiettivo di contenerne l’estensione, di fatto rimessa al perso-
nale stile del redattore e a più o meno ragionevoli « strategie » (37); le quali
peraltro non potranno non tener conto delle preclusioni e decadenze che
interessano quegli atti, vale a dire di elementi che non militano a favore
della brevità; nella successiva fase di trattazione, che decisamente privilegia

(34) Un recente esempio è dato dalla sez. un., 7 gennaio 2014, n. 61, che peraltro
ha risolto una questione di massima di particolare importanza (la sopravvivenza
dell’esecuzione in caso di caducazione del titolo del creditore procedente, qualora vi sia
intervento di creditori titolati).
(35) Cfr. l’art. 16, comma 5º, d.lgs. n. 5 del 2003 (abrogato con l. n. 69 del 2009),
secondo cui « La sentenza può essere sempre motivata in forma abbreviata, mediante il
rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e la concisa esposizione
delle ragioni di diritto, anche in riferimento a precedenti conformi ».
(36) Ricordiamo che secondo autorevole dottrina (TARZIA-FONTANA, voce Decreto
(dir. proc. civ.), in Enc. giur. Treccani, X, Roma, 1988, p. 1 ss.) l’art. 111 cost., comma
1º (ora 6º) avrebbe implicitamente abrogato il comma 4º dell’art. 135 c.p.c., circa la non
necessità di motivazione del decreto.
(37) Interessanti, al riguardo, le considerazioni di G. CONTE, Il linguaggio della
difesa civile, in Lingua e diritto. Scritto e parlato nelle professioni legali, a cura di
Mariani Marini e Bambi, Pisa, 2013, p. 35 ss.
— 1085 —

il modello scritto, lo scambio di tre memorie (art. 183, comma 6º, c.p.c.)
moltiplica di per sé i rischi della stratificazione. Ogni operatore ha modo di
verificare che assai spesso il contenuto di questi scritti è frutto di travaso
dal precedente al successivo quasi nel timore che il giudice, nel momento
in cui finalmente esaminerà il fascicolo, sarà portato a leggere solo l’ultimo
scritto e non tutti gli atti in successione. Spesso, la comparsa conclusionale
non è altro che l’assemblaggio degli scritti anteriori (anche se lo svolgi-
mento del processo ne abbia in parte soppresso l’utilità), e la tendenza alla
ripetizione del già scritto è tale che addirittura le conclusioni, sia pure
precisate in udienza in foglio separato come suggerito da molti protocolli
(ancora scrittura!), vengono puntigliosamente ritrascritte.
Nelle fasi di gravame la situazione peggiora, ancora una volta per
esclusiva responsabilità del legislatore. Nell’appello, dopo la riforma del-
l’art. 342 c.p.c. e la coeva introduzione del « filtro » da ragionevole
probabilità di accoglimento, molti avvocati hanno adottato modelli che
dissezionano la sentenza impugnata e lo stesso atto introduttivo del gra-
vame, aggiungendo, spesso a mo’ di premessa, una specifica trattazione —
a volte molto ampia — la cui sola finalità è quella di superare il vaglio di
ammissibilità. Il timore, nell’attuale clima di chiaro sfavore per le impu-
gnazioni (38), di non riuscire ad ottenere una pronuncia di merito ha
portato i più a redigere atti estesi e ripetitivi, magari sul presupposto che le
prescrizioni sanzionate da inammissibilità potranno risultare non solo dai
riferimenti ad hoc, ma anche dal contesto generale dell’atto. Dietro tali
nuove prescrizioni è l’idea, a molti parsa « rivoluzionaria », che debba
essere la parte che impugna a proporre il « progetto di sentenza » alterna-
tivo a quella gravata; e ciò ha forse innestato i presupposti di quella
grottesca confusione di ruoli che porta, ora (come fosse il terminale d’un
discorso iniziato da tempo), a prendere in seria considerazione l’idea che
debbano essere gli avvocati a motivare i dispositivi redatti dai giudici.
Lo stesso è a dirsi per la Cassazione; perché se è vero, come denunzia
il presidente Santacroce, che spesso si assiste ad una « parcellizzazione »
del « cuore » della censura « mediante una ripetizione di concetti che nuoce
all’assetto complessivo del ragionamento », è anche vero che di simile
risultato è stato quantomeno concausa il sistema dei « quesiti di diritto »,
nato per tutt’altra finalità ed ora abbandonato (ma non per i ricorsi
pendenti alla data di entrata in vigore della l. n. 69 del 2009), e altra
prevedibile concausa si rivelerà la recente riforma del n. 5) dell’art. 360
c.p.c. attuata dalla l. n. 134 del 2012 (39). La conversione del vecchio vizio
di motivazione in altro, imbastito soprattutto attorno al n. 4), ci farà

(38) Si consenta il rinvio a Il diritto processuale civile « non sostenibile », in


questa rivista, 2013, p. 855 ss.
(39) V. ancora i fondati rilievi di SASSANI, Riflessioni sulla motivazione della
sentenza e sulla sua (in)controllabilità in cassazione, cit., loc. cit.
— 1086 —

assistere a esposizioni sempre più acrobatiche, iterative, « parcellizzate »


appunto, e di certo non se ne avvantaggerà la brevità degli atti (40).
D’altra parte, proprio in Cassazione si assiste spesso al fenomeno per
cui l’impugnante, ripercorrendo meticolosamente i gradi del giudizio (per
sottrarsi alla lama della autosufficienza), sembra dimenticare che oggetto
delle sue doglianze dev’essere la sentenza di appello (o, comunque, la
sentenza gravata), non anche quella di primo grado o addirittura l’intero
processo. Credo che, molto spesso, lo sforzo maggiore cui sono chiamati i
collegi giudicanti sia appunto quello di selezionare le critiche rivolte
avverso la sentenza impugnata da quelle, magari più dettagliate, che
addirittura prescindono dalle statuizioni della sentenza (41).
Un dato va tuttavia sottolineato: mentre la tendenza legislativa nei
confronti della sentenza è stata ed è nel senso della semplificazione, quella
che interessa gli atti di parte va di certo nella direzione opposta. Per un
complesso di ragioni che riguardano sia il giudizio di primo grado, sia i
giudizi di impugnazione, la redazione degli atti riflette la costante preoc-
cupazione dell’avvocato, divenuta dal 1990 in poi una vera e propria
« sindrome »: quella di incorrere in preclusioni e decadenze, di non riuscire
ad ottenere una decisione di merito, di compiere errori di omissione
(mentre le sovrabbondanze non potranno, almeno allo stato, configurare
errori).
La verità — va detto senza reticenze — è che gli avvocati hanno da
tempo iniziato a lottare con la legge del processo, con norme di genere
« non sostenibile » perché allontanano dalla decisione del merito ed il
rischio, che è davanti agli occhi di tutti, è che questo malessere possa
tradursi in aperto conflitto col giudice, specie allorché di quelle norme
siano fornite interpretazioni tendenti ad esaltarne la « non sostenibi-
lità » (42).
È possibile immaginare qualche soluzione, sul piano della brevità degli
atti?
Un interessante spunto viene proprio dalle proposte (ignorate, per il
momento) della Commissione Vaccarella, che significativamente inserisce
nell’art. 121 c.p.c., dopo il comma 2º sulla regola di sinteticità degli atti

(40) Cfr. di nuovo PANZAROLA, op. loc. citt.


(41) Significativo il caso deciso dalla Cass., (ord.) 8 novembre 2012, n. 19357, in
Nuova giur. civ. comm., 2013, p. 381 ss., con nota di RUSSO, Sull’« esposizione
sommaria dei fatti della causa » nel ricorso per cassazione, in cui è stata enunciata la
seguente massima: « In tema di ricorso per cassazione, ai fini del requisito di cui all’art.
366, n. 3), c.p.c., la pedissequa riproduzione dell’intero, letterale contenuto degli atti
processuali è per un verso del tutto superflua, non essendo richiesto che si dia meticoloso
conto di tutti i momenti nei quali la vicenda processuale si è articolata, mentre per altro
verso è inidonea a soddisfare la necessità della sintetica esposizione dei fatti, in quanto
equivale ad affidare alla Corte la scelta di quanto effettivamente rileva in ordine ai motivi
di ricorso ».
(42) Ci permettiamo di rinviare ancora a Il diritto processuale civile « non
sostenibile », cit., loc. cit.
— 1087 —

(retro, § 1), un comma 3º del seguente tenore: « Il giudice può dare


indicazioni relativamente ai punti di fatto e di diritto di cui ritiene oppor-
tuna la trattazione ». In ciò, intendiamoci, non c’è proprio nulla di nuovo
(cfr. l’attuale art. 183, comma 4º, c.p.c., che recepisce a sua volta prece-
denti lezioni) (43), e tuttavia sembra da salutare positivamente la consecu-
tio, che viene stabilita (44), tra l’affermazione della regola sulla trattazione
scritta « sintetica » e l’indicazione, da parte del giudice, delle questioni da
trattare. Se, quantomeno per gli scritti in corso di giudizio, si riuscisse ad
imporre una buona pratica secondo cui sarà il giudice ad indicare alle parti
le questioni meritevoli di trattazione scritta, una piccola parte del problema
già sarebbe avviata a soluzione. Non vedo controindicazioni alla possibilità
che il giudice, nell’autorizzare lo scambio delle memorie ex art. 183,
comma 6º, c.p.c., prescriva anche un limite di estensione perché tale potere
può ritenersi derivato da quello generale di direzione del processo. Allo
stesso modo il giudice, all’udienza di conclusioni, potrebbe invitare le parti
(pur senza adottare il modello della decisione a séguito di trattazione orale)
a rinunciare ai termini per lo scambio di conclusionali e repliche, dichia-
rando sufficienti ai fini del decidere le difese scritte sino a quel momento
scambiate.
Il giudice, cioè, potrebbe rendersi interprete e assertore di regole non
scritte, la cui osservanza faciliterebbe il rispetto delle vere e proprie norme
processuali.
Il problema è nello stabilire se le regole di comportamento suggerite
dal giudice — e non potrà essere che il giudice a sollecitare, caso per caso,
le parti alla sinteticità — possano ricevere lo stesso trattamento delle
norme processuali; se, cioè, l’omesso rispetto del canone di brevità possa
essere assimilato, ad es., al difetto dell’editio actionis, al mancato rispetto
di un termine decadenziale o al compimento dell’atto processuale in
violazione d’una prescrizione di nullità. Ma se, come crediamo, norme
processuali e regole di comportamento debbono ricevere trattamenti di-
versi, è giocoforza pensare che qualora le parti non raccolgano l’invito alla
sinteticità ben difficilmente il giudice potrà imporre loro il rispetto di un
« modello » che non trova precisi riscontri in alcuna norma processuale. E
men che mai comminare sanzioni, pensate per vizi diversi e tipici.
La prevenzione, con gli strumenti attualmente disponibili, non può
andare molto oltre gli strumenti di persuasione. Va da sé che essa potrà
essere amministrata soltanto da chi — il giudice — ha per compito quello
di dirigere il procedimento; che però al tempo stesso, per essere « giusto »,

(43) Cfr., per tutti, TARZIA, Le istruzioni del giudice alle parti nel processo civile,
in Riv. dir. proc., 1981, p. 637 ss.
(44) Sul punto la relazione illustrativa è sintetica ma significativa, limitandosi essa
a segnalare che « i due commi introdotti nell’art. 121 mirano a dare indicazioni, sia al
giudice che alle parti, volte a favorire un costume attento non solo alla sobrietà dei
rispettivi atti, ma anche alla collaborazione nella individuazione delle questioni merite-
voli di trattazione scritta ».
— 1088 —

dev’essere anche « regolato dalla legge » e non lasciato alle iniziative


creative di chi pure ha la responsabilità di dirigerlo (45).
Il canone di sinteticità, per come esposto nell’art. 3 c.p.a. o nelle
proposte della Commissione Vaccarella, non è una vera « regola di legge »;
è un principio tendenziale che deve poter ispirare comportamenti, condotte
« virtuose » che appartengono al « buon vivere » nel processo; non anche
doveri presidiati da autonome sanzioni.
Non è infatti facile dettare una regola generale, in un contesto che per
sua natura non potrà che seguire la logica del « caso per caso »; siamo in un
passaggio delicatissimo in cui vari potranno risultare i princìpi costituzio-
nali in potenziale conflitto, come dimostra la stessa recente giurisprudenza
della suprema Corte sulla ragionevole durata che — ricordiamo per la sua
emblematicità la decisione sul mancato differimento della prima udienza
per la chiamata del terzo invocata dal convenuto (46) — ha prodotto
clamorosi conflitti con norme chiare e chiaramente interpretabili del c.p.c.
e, in generale, col rispetto dei diritti di difesa.
E la regola di sinteticità non può entrare in conflitto con gli artt. 24,
comma 2º e 111 cost.

5. — Dopo, residuano le misure repressive. Che tuttavia debbono


trovare fondamento in regole chiare, che specifichino nei dettagli quei
generali doveri di lealtà e probità che, solennemente affermati nel c.p.c.
così come in norme deontologiche, hanno sempre conosciuto l’infausto
destino del telum imbelle. In questa prospettiva il problema si articola; e
mentre riesce più difficile immaginare una « sanzione » per chi, avendo
ragione, argomenta la sua posizione con costruzioni eccessive, ripetitive,
divagatorie, gravatorie anche alla luce degli orientamenti consolidati che si
tratta di riaffermare senza significative aggiunte; una reazione sarebbe
opportuna allorché il difetto di sinteticità sia la riconoscibile espressione
del tentativo di confondere, di spostare l’attenzione dal fatto decisivo, di
proporre interpretazioni strumentali e inesigibili. Occorrerebbe insomma
distinguere i casi nei quali l’eccesso di scrittura è sintomo dell’imperizia di
chi scrive dai casi, altrettanto frequenti, in cui l’obbiettivo manifesto è
appunto solo quello di indurre confusione, di nascondere l’informazione
decisiva tra mille altre che non hanno rilevanza ai fini del decidere. In
questa prospettiva, prende corpo l’idea degli atti del processo come pos-
sibile manifestazione di « abuso » (47).
Allo stato, la leva da utilizzare resta quella del regolamento delle

(45) Cfr., ancora, CAPPONI-TISCINI, Introduzione, cit., p. 25 ss.


(46) Cass., sez. un., 23 febbraio 2010, n. 4309, in Foro it., 2010, I, c. 1775, con
nota di CAPONI-DALFINO-PROTO PISANI, significativamente intitolata In difesa delle norme
processuali.
(47) Si tratta di un’idea che si va diffondendo, ma non senza posizioni decisa-
mente critiche: v. infatti SCARSELLI, Sul c.d. abuso del processo, in Riv. dir. proc., 2012,
p. 1450 ss. (il quale però non considera il tema che si sta trattando), ma v. anche
— 1089 —

spese (48) e della responsabilità processuale aggravata che, specie con


riferimento al comma 3º dell’art. 96 c.p.c. introdotto dalla l. n. 69 del 2009,
potrebbe autorizzare « sanzioni » adeguate ove i giudici siano disposti a
superare le tradizionali timidezze e incertezze nell’applicazione dell’isti-
tuto (49).
È evidente, però, la sovrapposizione dei temi e dei piani. Vi sono casi
nei quali l’abuso della difesa non coincide con l’abuso del canone di
brevità, che magari può integrarne solo un aspetto; e potrebbe apparire
ingiusto sanzionare soltanto la seconda violazione, o sanzionarla esclusi-
vamente in caso di esito negativo della lite. D’altra parte, gli abusi della
difesa potrebbero essere sanzionati prescindendo dalla violazione del ca-
none di brevità: che dunque, in sé considerato, testimonia non altro che
della difficoltà di identificare una regola la cui concreta applicazione
elimini i rischi immanenti della discrezionalità, dei conflitti tra norme che
attingono tutte il livello costituzionale, del rapporto tra giudice e difensore
che dovrebbe essere ispirato a « collaborazione » (50).
Più si approfondisce il tema, più riesce evidente la difficoltà stessa di
ravvisare un vizio del processo nella violazione (soltanto) del canone di
brevità; al più, si potrà affermare che quella violazione è sintomatica della
presenza di altri vizi, che forse potrebbero essere autonomamente sanzio-
nati perché da essi deriva l’abuso del processo (per chi ritenga predicabile
la figura quanto alle manifestazioni del diritto di difesa).
Ove si accantoni, giudicandola un’extrema ratio, l’idea della « san-
zione » emerge una possibilità assai pericolosa, ma che potrebbe in prima
battuta apparire più neutra: combinando l’art. 121 e l’art. 156, comma 2º,
c.p.c., il giudice potrebbe dichiarare la nullità di un atto processuale per
inidoneità allo scopo quando, per le modalità di redazione e per la

TARUFFO, L’abuso del processo: profili generali, in questa rivista, 2012, p. 117 ss.,
entrambi anche per riferimenti.
(48) Si tratta di una scelta che, come abbiamo già rilevato, è stata espressamente
operata nel c.p.a. (art. 26, comma 1º).
(49) Anche questa idea si va diffondendo: v. Trib. Reggio Emilia, 25 settembre
2012, in Corr. giur., 2013, p. 992 ss., con nota di LUPANO, Il terzo comma dell’art. 96
c.p.c. a tre anni dall’introduzione: orientamenti giurisprudenziali ed incertezze sistema-
tiche; Trib. Milano, 12 gennaio 2012, in Giur. it., 2013, p. 1885, con nota di BRENDA,
L’art. 96, comma 3, c.p.c. ed i punitive damages. Considerazioni in margine ad un caso
giudiziario. V. anche Cass., (ord.) 30 novembre 2012, n. 21570, in Danno e resp., 2013,
p. 299 ss., con nota di VANACORE, Mala fede processuale rilevante ai fini della condanna
ex art. 96, comma 3, c.p.c.
(50) Anche per tali ragioni giudichiamo culturalmente sbagliata la proposta
contenuta nel Collegato giustizia 2014, laddove si prevede, con impressionante generi-
cità, che l’avvocato possa essere condannato in solido col cliente per responsabilità
processuale aggravata: si consenta il rinvio a A prima lettura, cit., loc. cit., nonché a
MERONE, Responsabilità aggravata e solidale del difensore: una nuova idea di difesa
tecnica?, in www.judicium.it del 22 gennaio 2014.
— 1090 —

violazione del canone di brevità, esso non consenta, o consenta violando i


canoni del « giusto processo », il compimento dell’atto conseguente (51).
Si tratta di una prospettiva « autoritaristica » — lo diciamo, ancora
una volta, senza ambiguità — che non ci sembra foriera di utili risultati. E
ciò non soltanto perché riesce difficile immaginare che un atto, per quanto
prolisso o perplesso, possa non raggiungere il proprio scopo istituzionale
(mentre per i vizi tipici già esistono precise sanzioni di nullità), quanto
perché la possibilità stessa di eccepire o rilevare una nullità così (de)strut-
turata finirebbe per rendere più difficoltosa, piuttosto che semplificare, la
gestione del processo. Basti pensare a ciò che sono diventate le impugna-
zioni dopo le recenti riforme che senza controllo hanno introdotto nuove
fattispecie di inammissibilità: non c’è difesa, ormai, che non debba occu-
parsi di questioni preliminari quasi sempre stucchevoli, che danno la stura
a contenziosi nel contenzioso, a processi sul processo, a odiose perdite di
tempo tanto nella stesura quanto nella lettura degli atti.
Un sistema processuale moderno dovrebbe ispirarsi a regole di fair
play, piuttosto che puntare su istituti o applicazioni di norme — magari
deformate da forzate letture di princìpi costituzionali, scelti à la carte senza
valutare i contrappesi — che finirebbero per esaltare la conflittualità sul
processo stesso, a creare nuove liti nella lite: a detrimento, in primo luogo,
della posizione delle parti.
Parafrasando la famosa battuta di Virgilio Andrioli: il processo serve a
stabilire chi ha torto e chi ha ragione, non a celebrare stucchevoli rituali
sulla validità degli atti, specie allorché non sia chiaro il modello legale di
riferimento.

6. — Come si vede, il tema cui abbiamo dedicato le nostre brevi


riflessioni presenta difficoltà impreviste. Non è facile, sulla base delle
norme vigenti, dare precise indicazioni sulle conseguenze del mancato
rispetto del canone di brevità, perché la cura rischia di essere, e di gran
lunga, peggiore del male. E non è neppure facile immaginare soluzioni de
jure condendo, posto che le suggestioni che vengono dal c.p.a. col suo art.
26, comma 1º, lasciano ampi margini di perplessità. La violazione del
canone di sinteticità può interessare infatti entrambe le parti, ma nella
norma sulle spese processuali quella violazione finirà per aggravare la sola
posizione del soccombente: siamo dinanzi a una versione giudiziale del-
l’antico « guai ai vinti », mentre per l’altra parte continuerà ad applicarsi
l’altrettanto vecchia regola del generale vittorioso, che non deve rendere il
conto delle pallottole sparate.
È inoltre evidente che la violazione del canone di brevità è assai difficile
da definire sia in termini generali (si considerino le formule, che infatti co-

(51) È, più o meno, l’idea recepita dalla Cass., n. 19357 del 2012, cit., sebbene nel
caso la sanzione specifica fosse l’inammissibilità per mancato rispetto del requisito di cui
all’art. 366, n. 3), c.p.c.
— 1091 —

stituiscono mere esortazioni, recepite nelle note del presidente Santacroce


e del presidente De Lise) (52), sia nell’applicazione caso per caso, posto che
l’estensione delle difese deve adattarsi alla complessità della causa, tenuto
conto del suo intero svolgimento e non soltanto della decisione finale.
Ci sembra anche evidente, per le ragioni già dette, che la violazione di
quel canone spesso non rileva di per sé, ma come sintomo o conseguenza
di altre violazioni, di regole processuali e soprattutto deontologiche (53).
La verità è che occorre sforzarsi di alimentare una cultura in cui regole
non scritte, o esortazioni non sanzionate (perché ben difficilmente sanzio-
nabili), dovranno fondarsi soprattutto sul consenso, sulla dignità della
professione, sull’utilità concreta del proprio contributo nel processo. Che è
quanto dire sul contrario del principio di autorità, specie nel rapporto tra
giudice e avvocato, perché quel principio, specie in quel rapporto, è foriero
di inutile conflittualità, che è quanto dire di nuove complicazioni che
finiranno per gravare sui tempi di definizione del processo.
Senza trascurare una considerazione lato sensu « politica »: il mo-
mento attuale non sembra quello migliore per l’introduzione di regole,
anche solo interpretative, che rendano più conflittuale il rapporto tra
giudice e avvocato, riconoscendo al primo un potere di « sanzione » sugli
atti processuali avulso da un solido riferimento normativo.
Anche gli strumenti informatici — siamo a pochi mesi dall’entrata in
funzione del pct — dovranno essere utilizzati non per improbabili assem-
blaggi, ma per semplificare il lavoro proprio e quello degli altri. È triste
constatare come, troppo spesso, l’informatica sia stata utilizzata per redigere
atti più lunghi e complessi ma meno ragionati, e, quanto ai giudici, per gua-
dagnarsi sanzioni disciplinari per l’abuso del taglia-incolla. Ma queste de-
generazioni, al tempo stesso, nulla attestano contro l’utilità dello strumento.
Siamo, come si vede bene, sempre più all’interno di un dominio vasto
e importante che merita senz’altro di essere analizzato, ma che travalica i
confini delle norme processuali civili perché non si parla qui dello stru-
mento, quanto dei soggetti che quello strumento sono chiamati a utilizzare.
Un dominio che, non a caso, ha sinora ispirato, più che trattazioni
manualistiche, gustose pagine di letteratura sui limiti umani e sui vizi
culturali della gens de justice (54).
BRUNO CAPPONI
Ordinario dell’Università Luiss Guido Carli

(52) Retro, note n. 1 e 2. Entrambi individuano un limite di ragionevolezza nelle


venti-venticinque pagine; in un contesto nel quale, dopo l’avvento del contributo
unificato, non tutti continuano a utilizzare il formato bollo!
(53) Lo sottolinea FINOCCHIARO, op. cit., part. pp. 868-869.
(54) Viene in mente il PITIGRILLI de L’esperimento di Pott, e l’irriverente storia
dell’avvocato « parolaio di Marsiglia » che, per un eccesso di inutili chiacchiere nella
discussione orale, riesce ad ottenere la condanna della sua cliente, che pure la corte
d’appello avrebbe voluto assolvere: cfr. il nostro La giustizia di Pitigrilli, in Riv. dir.
proc., 2012, p. 975 ss.