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Avv.

Veronica Dini
p.za Cinque Giornate n° 3, 20129 Milano
tel. 02.49791599; fax 02.93661247
vd@veronicadini.com

TRIBUNALE DI PESCARA
UFFICIO D E L G.I.P. D O T T . L U C A D E N I N I S

R.G. G.I.P. 12/08

MEMORIA PER L’UDIENZA DEL 2.11.2010

nell’interesse della parte civile

ITALIA NOSTRA, con gli avv.ti Veronica Dini e Susanna Della Torre

In vista della discussione fissata per il 2 novembre 2010, la difesa della

parte civile Italia Nostra Onlus ritiene di dover formulare alcune osservazioni

in ordine alla contestazione di disastro ambientale sollevata dal Pubblico

Ministero a carico di alcuni degli odierni imputati.

IL DANNO AMBIENTALE PRODOTTO

1. La vicenda che Codesto Giudice è chiamato a valutare, ai fini del rinvio a

giudizio degli imputati, si caratterizza per l’estrema gravità dei danni

ambientali cagionati a un territorio assai vasto e, conseguentemente, per il

pericolo cui è stata esposta la salute della popolazione locale.

Sebbene molto sia stato riferito e documentato, sul punto, nel corso

dell’udienza preliminare, può essere utile richiamare in questa sede alcuni

dati.

1.1. La contaminazione riscontrata riguarda quattro aree esterne allo

stabilimento Montedison e il suolo sottostante lo stabilimento stesso. In

estrema sintesi, possiamo affermare che le indagini hanno accertato quanto

segue:

 nella discarica Tre Monti (cd. mega-discarica) sono stati smaltiti

ingenti quantità di rifiuti, provenienti, in gran parte, dall’impianto

cloro-metani dello stabilimento Montedison. Ciò ha determinato

una gravissima contaminazione da metalli pesanti, in particolare

per i rifiuti contenenti mercurio e piombo, e da una moltitudine di

1
composti organici clorurati. Posto che l’area interessata si

estende, secondo stime finora eseguite, per 33.000 mq ed è

profonda mediamente 4,2 m, il terreno inquinato è pari

(almeno) a 138.600 mc, equivalenti a 194.040 tonnellate.

L’impatto di questa massa di rifiuti sulle acque sotterranee è

evidente: confrontando le analisi chimiche dei campioni prelevati

dai pozzi piezometrici esistenti e realizzati per il controllo, le acque

a monte della discarica (pozzo PZF5) hanno mostrato uno stato

qualitativo sostanzialmente buono, mentre la massima

concentrazione dei contaminanti organo-clorurati è stata rinvenuta

in quelle nel piezometro PZF1, scavato immediatamente a valle

del sito. Nel vasto e orrido panorama degli inquinanti ivi

identificati con le analisi, richiamiamo l’attenzione (cfr.

consulenza Di Molfetta e Fracassi e indagini dell’ARTA-Abruzzo)

unicamente su quelle clorurate riconosciute cancerogene.

Confrontando le concentrazioni massime rilevate con i limiti di

legge (CSC= concentrazioni-soglia di contaminazione), queste le

cifre dei superamenti: 1,1 dicloro etilene (conc. max 1490,

CSC 0,05  29800 volte), esacloroetano (conc. max 518,

CSC 0,05  10360 volte), tetracloroetilene ( conc. max

2803, CSC 1,1  2548 volte), tetraclorometano (conc. max

17, CSC 0,15  113 volte), tricloroetilene ( c. max 1017,

CSC 1,5  678) tricloroetano (conc. max di 26 CSC di 0,15

 173 volte) e cloruro di vinile (max rinvenuto 12,2, e con

CSC 0,5  supera di “soli” 24 volte). Si tenga presente che

tali superamenti non costituiscono una misura veritiera

dell’impatto effettivo sull’ambiente, vale a dire di quello che, alla

-2
fine, va a computare l’impatto ambientale, bensì dei limiti

sanitari fissati per tenere sotto controllo i rischi per la

salute umana. Come noto, la bonifica ambientale prevede il

complesso delle operazioni necessarie per ripristinare la situazione

ambientale quo ante : nel caso specifico, posto che le sostanze

xeno-biotiche individuate sono praticamente assenti in natura,

il disastro ambientale contestato assume caratteristiche ancor più

imponenti.

 La discarica 2A, a monte dello stabilimento: qui sono confluiti i

rifiuti dell’impianto cloro-soda e dell'impianto SIAC dello

stabilimento Montedison, cui si deve l’elevata concentrazione di

mercurio e piombo e quella lievemente inferiore di composti

organici clorurati. Trattandosi di un’area di 12.000 mq, di

profondità pari a 5,3 m, in questo caso il volume di terreno

contaminato è pari ad almeno 89.0401 tonnellate. Si

richiama che la classificazione della discarica come “2A” identifica

impianti di smaltimento autorizzati per caratteristiche costruttive e

di sicurezza idonee per rifiuti non tossico-nocivi (successivamente

definiti dalla normativa “non pericolosi”), quali, ad esempio, i

rifiuti inerti da demolizione, e che, pertanto, non potevano in

nessun modo ricevere rifiuti ricchi di metalli pesanti e scorie

chimiche clorurate.

 Anche nella discarica 2B, posta a monte dello stabilimento

industriale, sono stati smaltiti rifiuti diversi da quelli autorizzati,

probabilmente provenienti dall’impianto cloro-metano, per un

totale di 2.800 tonnellate. La classificazione in 2B, infatti,

designava in base alla L.915/82, la destinazione a poter contenere

-3
rifiuti contaminati ma in misura lieve, e quindi non ancora

“tossico-nocivi”.

 Accanto alla discarica 2A è stata rinvenuta poi una discarica

abusiva di circa 30.000 mq, profonda 5,5 m, nella quale sono

confluiti ingenti quantitativi di rifiuti prodotti dallo stabilimento

industriale. Anche in questo caso, le indagini preliminari hanno

evidenziato contaminazioni da piombo e mercurio, oltre che da

composti organici clorurati. Il terreno inquinato equivale a

circa 231.000 tonnellate.

 Non sono risultate esenti da contaminazione neppure le aree

interne al perimetro aziendale, che risultano compromesse in

almeno tre aree.

Nel complesso, l’Avvocatura di Stato ha calcolato che il volume di terreno

contaminato è pari a 1.863.880 tonnellate e che il costo di

smaltimento sarebbe di € 596.441,600, cui andrebbero aggiunti €

27.958,200 per l’immissione di terreno vergine.

Le cifre indicate, per quanto, evidentemente sbalorditive, non esauriscono i

profili del danno che è stato cagionato all’ambiente e, attraverso esso, ai

cittadini.

Questi dati, di per sé, non solo consentono, ma impongono di accertare i

fatti denunciati e tutti i profili di responsabilità in capo agli imputati.

1.2. Per quanto riguarda l’inquinamento delle falde idriche e delle acque del

fiume Pescara, poi, a solo titolo esemplificativo, si rammenta che le

sostanze inquinanti rilevate sono (oltre che pericolose per la salute umana,

come certificato dall’Istituto Superiore di Sanità), persistenti e dunque

idonee a determinare un danno ambientale ingentissimo: per comprendere

l’entità del fenomeno può essere utile fare riferimento all’esacloro-etano, la

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molecola di gran lunga più presente nelle discariche abusive oggetto del

presente procedimento, rinvenuta nelle acque del fiume Pescara, alla foce

(dai dati di monitoraggio dei fiumi dell’ARTA_Abruzzo), in concentrazione

media pari a 0,43 microgrammi per litro (ossia 0,43 milligrammi per metro-

cubo). Ebbene, considerando che la portata media annuale del Pescara alla

foce è pari a 50 metri cubi al secondo, ciò significa che ogni secondo il fiume

trasporta in mare 21,5 milligrammi di inquinante (0,43 x 50), il che equivale

a 1.857,6 grammi al giorno (21,5 x 3600 secondi x 24 ore) e 678.024

grammi all’anno. Ogni anno, dunque, 0,7 tonnellate di esacloro-etano

vengono sversate in mare.

Con lo stesso metodo empirico (ma significativo) è stato calcolato che, ogni

anno, a causa dell’inquinamento prodotto dal complesso dei siti contaminati

dallo stabilimento Montedison, vengono trasportati sino al mare:

 oltre 3 quintali di dicloro-etilene (rinvenuto alla foce in

concentrazione pari a 0,2 microgrammi/litro);

 1,6 quintali di tetra cloro-etilene (rinvenuto in concentrazione

pari a 0,1 microgrammi/litro);

 1,6 quintali di trimetil-benzene (rinvenuto in concentrazione pari

a 0,1 microgrammi/litro);

 3,9 quintali di dicloro-metano (rinvenuto in concentrazione pari a

0,25 microgrammi/litro).

1.3. L’apprezzamento dei dati menzionati deve essere effettuati, peraltro,

alla luce delle ulteriori seguenti considerazioni. Vanno tenuti presenti,

infatti, la vulnerabilità dei luoghi contaminati, l’estenzione della

contaminazione e l’elemento temporale in cui l’inquinamento è destinato a

perdurare:

♦ Sulla vulnerabilità è emerso chiaramente come la discarica di Tre

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Monti si trovi in una sorta di “collo d’imbuto” naturale in cui si

raccolgono e transitano le acque del ciclo idrologico di poco meno di

un terzo dell’intero territorio regionale Abruzzese: dei fiumi (ed

affluenti e sistemi sorgentizi) Aterno, Gizio, Sagittario, che drenano le

acque provenienti da Campo Imperatore, dalla Valle Subequana,

dall’altopiano delle Rocche, dall’altopiano delle Cinque Miglia. Tale

collo d’imbuto, rappresentato dalle gole di Popoli, è attraversato non

solo da acque superficiali, ma è altresì caratterizzato da un

sottosuolo permeabile – costituito anche da grandi ED estese

formazioni di rocce travertinose a dir poco “spugnose”, che

consentono un flusso sotterraneo veramente imponente di falde

idriche, sia superficiali che profonde. Tutto il corpo idrico così è stato

colpito dall’inquinamento: dalla superficie alle profondità di circa 100

metri, alle quali sono state spinte le analisi delle acque dei pozzi

come quelli di S. Angelo. Se si fosse voluto progettare ove posizionare

sostanze tossiche per realizzare il maggior danno possibile

all’ambiente idrico in Abruzzo, non avrebbero potuto trovare un luogo

meno “efficace” di quello ove si dispiega la discarica di tre Monti. La

comprensione di tale vulnerabilità, tuttavia, non richiedeva grandi

competenze, essendo –almeno nei suoi caratteri generali- cosa nota,

ma ciò non ha indotto ad alcuna effettiva prudenza gli attori che vi

predisponevano la collocazione dei rifiuti chimici. Il disastro appare

ancora più grave alla luce della relativamente recente istituzione

delle Aree Naturali protette. Il sito della “megadiscarica”, infatti, si

trova proprio sul confine tra due dei più grandi Parchi Nazionali

italiani: quello del Gran-Sasso d’Italia-Monti della Laga e quello della

Majella-Morrone. E’ noto che le aree di confine così dispiegate

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costituiscano “corridoi ecologici” per la fauna, e che la loro integrità e

salvaguardia è importantissima per il raggiungimento dei fini posti

alla base delle Direttive Europee (Dir. “Habitat”, S.I.C., Z.p.S) e della

normativa italiana in materia di biodiversità e di difesa della natura

(“Rete Natura 2000” e Parchi nazionali).

♦ Sull’estensione dell’inquinamento, oltre a quanto detto, si sottolinea

il coinvolgimento di un’intera vallata –la Valpescara- per oltre 50 km

lineari, nel fiume, nelle falde idriche, nei sedimenti fluviali e che

l’inquinamento diffonde in mare ove è in grado di produrre effetti

anche a distanze a prima vista insospettabili.

♦ L’elemento temporale, inoltre, fornisce un quadro ancora più

preoccupante del disastro occorso. L’estensione delle aree fonte

d’inquinamento, la loro posizione a ridosso di fiumi e falde,

l’estensione del S.I.N. , la copiosità delle acque sotterranee coinvolte,

la natura e la persistenza degli inquinanti, alcuni dei quali sono

perenni –se non raccolti e trattati con sistemi tecnologici- lasciano

presagire che anche se si attuassero tutti gli interventi possibili

afferenti alla bonifica, dovranno passare decenni per vederne i primi

risultati apprezzabili e molto di più per vedere la contaminazione

risolta. Forse secoli, e forse il risultato del ripristino effettivo e

definitivo non potrà mai essere pienamente colto.

2. Per quanto attiene al pericolo per la salute pubblica, l’Istituto Superiore di

Sanità, all’uopo incaricato dal Ministero dell’Ambiente, ha espresso un

parere tanto chiaro quanto allarmante, concludendo che:

 «i siti nei quali sono stati conferiti in modo improprio rifiuti tossici per

alcuni decenni, … hanno rilasciato nelle falde idriche molteplici

sostanze pericolose per la salute;

-7
 a partire dagli anni ‘80, a valle di tali siti, è stato attivato il Campo

Pozzi S. Angelo che per oltre due decenni ha contribuito a trasferire le

sostanze inquinanti dall’acqua di falda nella rete

dell’acquedotto Giardino;

 la contaminazione della rete di distribuzione dell’acqua potabile è

stata documentata anche ai punti di utenza diretta;

 in relazione alle caratteristiche degli inquinanti rilevati e al prolungato

periodo di contaminazione, si configura, a parere degli scriventi, un

pericolo concreto per la salute umana».

3. Ciò posto, il pericolo per l’incolumità pubblica cui è stata esposta la

popolazione abruzzese non può non essere valutato anche in relazione ai

profili di avvelenamento delle acque pure contestati agli odierni imputati.

Sul punto, si osserva quanto segue.

In relazione alle acque destinate al consumo umano, precedentemente al

D.Lgs 31/2001 e a partire 25 dicembre 2003, data di effettiva sua entrata in

vigore, si applicavano i limiti ed il disposto del D.P.R. 236/88 che prevedeva

una concentrazione massima ammissibile (C.M.A.) per i composti organici

totali, diversi dagli antiparassitari e prodotti simili, fissati complessivamente

in 30 microgrammi/litro. Come hanno evidenziato i Consulenti della Procura,

in tale parametro rientrano sicuramente i composti organici clorurati.

La tipologia e la frequenza dei campionamenti da effettuare per il controllo

della qualità delle acque erano riportate rispettivamente nelle Tabelle A e B

dell’Allegato II del predetto D.P.R. La norma prefigurava quattro diversi tipi

di controllo: 1.Controllo minimo, 2. Controllo normale, 3.Controllo

periodico, 4. Controllo occasionale. Secondo la norma i controlli più

semplici e speditivi erano fissati con elevata frequenza temporale, e per le

tipologie di analisi via via più costose ed impegnative, la frequenza era più

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diradata, anche perché le analisi previste erano riferibili a parametri poco

comuni da rilevare come contaminanti in acque destinate al consumo

umano. Per quanto riguarda la tipologia di controllo definita occasionale

(C 4 ), che poi è quella che avrebbe consentito di svelare e di

monitorare la presenza degli inquinanti nelle acque erogate nei

rubinetti dell’area metropolitana Chieti -Pescara, la norma recita

“controllo C4 (occasionale) - sarà effettuato con la frequenza che le autorità

sanitarie competenti, secondo le circostanze, riterranno opportuna.”.

Una nota alla Tabella A, inoltre, riporta che i parametri previsti nei controlli

occasionali devono figurare, in tutto o in parte, quando a giudizio

dell’autorità sanitaria competente, lo richiedano particolari

condizioni locali connesse a fenomeni naturali e non.

Si deve rilevare che è esistito, da parte della autorità sanitaria cui

competeva ( e compete ancora nella vigente normativa) il controllo, un

atteggiamento omissivo dal momento che:

a) la frequenza da stabilire il relazione a valutazioni da effettuare non

possa essere intesa come frequenza zero (non è emersa, infatti,

alcuna analisi di controllo occasionale C4)

b) fin dal 1992 il P.M.I.P. della ULSS di Pescara aveva trovato sostanze

organo clorurate nelle acque dei pozzi S. Angelo.

Inoltre, la miscelazione di acque contaminate dei pozzi S. Angelo con quelle

pure dell’acquedotto del Giardino, era inammissibile in quanto i parametri

analitici delle acque dei pozzi, in base al D.M. 25 ottobre 1999, n. 441,

deponevano per l’esistenza di un sito gravato da contaminazione tale da

essere dichiarato da bonificare, per cui era necessario il ripristino

ambientale.

Del resto anche il vigente D.Lgs 31/2001 sancisce che sostanze

-9
potenzialmente in grado di inquinare l’acqua possono essere presenti, in

tracce minime, solo se possono derivare dall’impiego di tubi di plastica

nell’acquedotto (cloruro di vinile rilasciato da tubazioni in P.VC.) o dai residui

delle operazioni di disinfezione delle acque con cloro (la legge sancisce che i

responsabili della disinfezione debbano adoperarsi perché i residui della

clorazione quali il cloroformio, bromoformio e dibromonetano siano in valori

il più possibile bassi). Mai, quindi, la norma ha ammesso che l’acqua

proveniente da sorgenti contaminate possa essere adibita al consumo

umano.

Come già sostenuto dal Ministero dell’Ambiente, inoltre, non né lecito diluire

acque contaminate con acque pure per assicurare il rientro all’interno dei

limiti fissati per la potabilità. Oltretutto una operazione del genere si

configurerebbe come frode ma, ancora di più, nella sostanza, aprirebbe alla

possibilità di erogare qualsivoglia acqua inquinata, anche pesantemente,

purchè opportunamente diluita, potendo arrivare al paradosso di smaltire

indirettamente inquinanti attraverso gli organismi umani per tramite

dell’acqua potabile.

LA SUSSISTENZA DEL REATO DI DISASTRO AMBIENTALE: LA SUSSISTENZA DELL’ ALTRO

DISASTRO E IL PERICOLO PER LA PUBBLICA INCOLUMITÀ DI CUI ALL’ART. 434 C.P.

1. Sulla base di tali elementi di fatto, occorre interrogarsi sulla sussistenza

del reato di disastro ambientale.

Come noto, da oltre vent’anni, la giurisprudenza tende a colmare la lacuna

normativa consistente nella mancata previsione del reato di disastro

ambientale attraverso il ricorso alla figura del disastro innominato di cui

all’art. 434 c.p.1.

E’ altrettanto noto come la Cassazione penale abbia da tempo indicato i


1
Cass. Pen., se. IV, 23 maggio 1986

-
10
presupposti necessari e sufficienti per la configurazione del reato di disastro

ambientale. Si tratterà, dunque, di verificare se tali requisiti sussistono –

come ritiene Questa difesa – nel caso specifico.

1.1. In particolare, la giurisprudenza di legittimità ritiene che sia «...

necessario un evento straordinariamente grave e complesso ma non

eccezionalmente immane »2: ciò, in quanto «... questo delitto comporta

un danno, o un pericolo di danno, ambientale di eccezionale gravità non

necessariamente irreversibile, ma certamente non riparabile con le normali

opere di bonifica»3.

In applicazione di tale principio, si è ritenuto che «... pertanto, un’imponente

contaminazione di siti mediante l'accumulo sul territorio e lo sversamento

nelle acque di ingenti quantitativi di rifiuti speciali altamente pericolosi

hanno insita una elevata portata distruttiva dell'ambiente con conseguenze

gravi, complesse ed estese ed hanno un'alta potenzialità lesiva tanto da

provocare un effettivo pericolo per l'incolumità fisica di un numero

indeterminato di persone».

L’orientamento descritto è stato, peraltro, confermato anche dalla Corte

Costituzionale4.

2. Per quanto attiene i profili di pericolo per la pubblica incolumità, inoltre,

si deve registrare un recente orientamento giurisprudenziale secondo cui

« ...non rientra nella fattispecie colposa prevista dall'art. 449 c.p. ... il

concreto ed effettivo pericolo per la pubblica incolumità, essendo tale

pericolo presunto dalla legge e non abbisognevole, quindi, di una prova

2
Cass. Pen., sez. III, 16 gennaio 2008, n° 9418. In senso conforme: Cass. pen., sez.
IV, 20 febbraio 2007 n. 19342, Cass. pen. n. 40330 del 2006, Cass. pen. n. 11771
del 1997
3
Cass. Pen., sez. III, 16 gennaio 2008, n° 9418
4
Corte Cost., 1 agosto 2008, n° 327

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11
specifica che ne accerti in concreto la sussistenza»5.

In termini simili si era espressa la Suprema Corte anche nel caso del

Petrolchimico di Porto Marghera, asserendo che « per la configurabilità del

reato di disastro innominato colposo di cui agli articoli 449 e 434 cod. pen. è

necessaria una concreta situazione di pericolo per la pubblica incolumità,

nel senso della ricorrenza di un giudizio di probabilità relativo

all'attitudine di un certo fatto a ledere o a mettere in pericolo un

numero non individuabile di persone, anche se appartenenti a categorie

determinate di soggetti. A tal fine, l'effettività della capacità diffusiva del

nocumento (cosiddetto pericolo comune) deve essere, con valutazione "ex

ante", accertata in concreto, ma la qualificazione di grave pericolosità non

viene meno allorché, eventualmente, l'evento dannoso non si è verificato:

ciò perché si tratta pur sempre di un delitto colposo di comune pericolo, il

quale richiede, per la sua sussistenza, soltanto la prova che dal fatto derivi

un pericolo per l'incolumità pubblica e non necessariamente anche la prova

che derivi un danno»6. La sentenza da ultimo richiamata presenta anche

ulteriori aspetti non privi di un certo interesse, laddove sottolinea come la

prova del pericolo per la popolazione possa essere tratta anche dalla

«decisione delle Autorità preposte alla tutela dell'igiene pubblica di

predisporre il monitoraggio permanente del sito e, addirittura, anche un

piano di evacuazione di tutta la popolazione residente" (36), oltre che dal

senso di allarme diffusosi nella stessa popolazione e dal fatto che il pericolo

per la pubblica incolumità era concretamente derivato anche

dall'inquinamento del terreno e delle acque circostanti la discarica».

Anche successivamente, altre pronunce hanno confermato che «ai fini della
5
Cass. Pen. Sez. III, 6 febbraio 2008, n° 13947
6
Cass. pen., sez. IV, 20 febbraio 2007 n. 19342. In precedenza, il principio era stato
espresso da Cass. Pen., sez. IV, 3 agosto 2000, n° 5820

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12
configurabilità del delitto di disastro ambientale colposo, non è richiesto che

il fatto abbia direttamente prodotto collettivamente la morte o lesioni alle

persone, potendo pure colpire cose, purché dalla rovina di queste

effettivamente insorga un pericolo grave per la salute collettiva: in tal senso

si identificano danno ambientale e disastro qualora l'attività di

contaminazione di siti destinati a insediamenti abitativi o agricoli con

sostanze pericolose per la salute umana assuma connotazioni di durata,

ampiezza e intensità tali da risultare in concreto straordinariamente grave e

complessa, mentre non è necessaria la prova di immediati effetti lesivi

sull'uomo»7.

Va peraltro evidenziato come esista una distinzione sostanziale tra il reato

doloso e quello colposo, posto che nel primo caso è punito chi compie atti

diretti a cagionare il disastro, mentre solo ai fini della configurazione della

fattispecie colposa è necessario che il disastro si sia effettivamente

verificato. La maggiore gravità dell'elemento volitivo rende dunque punibile

anche il disastro potenziale, se doloso.

2.1. Tale interpretazione è, inoltre, coerente con l’orientamento

giurisprudenziale maggioritario nell’ambito dei reati ambientali punti dalle

leggi di settore.

Il giudice di legittimità aveva, infatti, classificato la fattispecie di cui agli

artt. 17 e 51 bis, D.Lgs. n. 22/1997 «come reato di pericolo presunto che

si consuma ove il soggetto non proceda al corretto adempimento

dell'obbligo di bonifica con le cadenze procedimentalizzate dall'art. 17»8.

Tale qualificazione appare «più coerente con il sistema complessivo,

delineato dall'art. 17 e soprattutto dal secondo comma, con i principi

7
Cass. Pen., sez. IV, 9 marzo 2009, n° 18974
8
Cass. Pen., Sez. III, 28 aprile 2000 - 7 giugno 2000, n° 1783

-
13
comunitari e nazionali in tema di danno ambientale e di centralità, in

materia di rifiuti, della bonifica e messa in sicurezza dei siti, con la

pregressa disposizione contemplata all'art. 50 secondo comma, di cui

costituisce esplicita specificazione di una delle due tesi sostenute in dottrina

nel vigore della predetta, e con analoga disposizione (art. 58 quarto comma

D.Lgs. n. 152 del 1999), contenuta nella normativa di un settore affine

(quello dell'inquinamento idrico) in una successiva disciplina, che ricalca

quella dell'art. 51 bis in esame, dovendosi escludere dalla condotta cioè

dall'elemento oggettivo del reato l'attività che ha cagionato l'inquinamento,

che potrà anche essere accidentale senza violare l'art. 27 Cost., in quanto la

stessa integra soltanto il fatto originante gli obblighi di bonifica e non il

precetto citato. L'interpretazione seguita si presenta, poi, più rispondente ai

principi di offensività e di proporzionalità della pena, perché, attraverso il

rafforzamento penalistico dell'effettività delle misure reintegratorie del bene

offeso, si fa assumere all'interesse pubblico alla riparazione una

connotazione particolare, che permea di sé il precetto e diviene esso stesso

bene giuridico protetto. L'esegesi avanzata è, infine, più consona alla

limitatezza delle risorse ambientali ed all'irreversibilità di alcuni danni, a

volte incommensurabili, ed ai connotati propri del diritto penale ambientale,

nel quale l'apprestamento di una serie di reati di pericolo presunto "di

scopo" e di un modello di tutela c.d. ingiunzionale risponde in via immediata

alla tutela dell'ambiente».

Anche il Giudice delle leggi (in materia di legge "Galasso") ha affermato che

«deve ritenersi ammissibile, sul piano costituzionale, la previsione

legislativa di reati di mero pericolo, qualora il bene tutelato, per il

suo valore - come apprezzato dallo stesso legislatore (e nella specie vi è

-
14
una espressa considerazione nel testo costituzionale tra i principi

fondamentali: art. 9 della Costituzione) - esiga protezione anche da

potenziali interventi di manomissione, conseguenti alla mancanza della

previa verifica dell'amministrazione mediante intervento abilitativo per

determinate attività o condotte. … in altri termini, il previo controllo

amministrativo rispetto a determinate attività può essere giustificato per la

rilevanza e la natura dell'interesse pubblico in gioco (...) quando il

legislatore ritenga imprescindibile la verifica preventiva della compatibilità

dell'attività privata con l'interesse pubblico tutelato … »9.

3 Ebbene, nel caso specifico:

 alla luce dei dati emersi dalle indagini condotte dalla magistratura e

confermate dai consulenti del Ministero dell’Ambiente, non può dirsi

che il danno ambientale prodotto non risulti straordinariamente grave

e complesso, o addirittura immane;

 l’ISS ha inoltre confermato che sussiste un pericolo concreto per la

salute umana dei cittadini che hanno vissuto e vivono nei pressi dei

siti contaminati.

SEGUE: LE CONDOTTE ILLECITE E IL NESSO CAUSALE

1. A nulla rileva, in tale contesto, il fatto che le condotte si siano prodotte

nel tempo: sul punto, anche il Tribunale di Venezia, nella nota sentenza resa

all’esito del processo avente a oggetto il Petrolchimico di Porto Marghera, ha

ritenuto che i requisiti di violenza e contestualità, richiamati dalle

difese, siano «elementi specificativi e non costitutivi, tali essendo la

gravità e la diffusività degli eventi nell’ambito di una comunità estesa, così

da essere idonei a concretamente porre in pericolo la pubblica incolumità,

eventi determinati da condotte anche protratte nel tempo, che hanno


9
Corte Cost. ord. 4 maggio 1998, n. 158,

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15
ciascuna, con efficienza causale, realizzato con attività predisponente o

aggravante la situazione di rischio»10.

Analogamente, i Giudici della Suprema Corte hanno ritenuto che «...meno

convincente appare l'affermazione della corte di merito secondo cui, per

potersi configurare l'ipotesi di disastro innominato ..., sia necessario il

verificarsi di un macro-evento ... Il disastro può anche non avere queste

caratteristiche di immediatezza perché può realizzarsi in un arco di

tempo anche molto prolungato, senza che si verifichi un evento

disastroso immediatamente percepibile .... Del resto non tutte le

ipotesi di disastro previste dal capo I del titolo VI del codice penale … hanno

le caratteristiche cui la Corte di merito sembra fare riferimento (per

esempio la frana - art. 426 - può consistere in spostamenti impercettibili che

durano anni)»11.

2. Le indagini sin qui effettuate hanno altresì dimostrato la sussistenza del

nesso causale tra le condotte contestate e i danni cagionati alla pubblica

incolumità e all’ambiente: è stato, infatti, accertato che le cause

dell’evento sono ascrivibili a condotte commissive e omissive sia

precedenti al 1992 che successive a tale data, perpetrate sino al 2002.

La gravissima contaminazione del suolo, del sottosuolo e delle falde, infatti,

era documentalmente nota agli imputati almeno dal 1992 : il certificato di

analisi del Presidio Multizonale di Igiene e Prevenzione della ULSS di

Pescara, datato 1992 e acquisito agli atti , avvertiva per le acque dei pozzi

S.Angelo la presenza di sostanze organo-clorurate e, in applicazione dei

limiti di legge allora vigenti, che somma delle concentrazioni delle stesse

non rendevano tali acque idonee al consumo umano. Se il risultato di quelle

10
Trib. Venezia, 22 ottobre 2001
11
Cass. Pen., 17 maggio 2006, n° 4675

-
16
analisi fosse stato preso nella minima dovuta considerazione, ne sarebbe

derivato un complesso di conseguenze e di azioni che avrebbero portato alla

non contaminazione delle acque potabili pure provenienti dal Giardino e a

una indagine che avrebbe portato a scoprire le fonti inquinanti che invece

sono state ipotizzate solo molti anni dopo, nell’agosto 2003, dalle indagini

dell’ARTA sulla qualità delle acque sotterranee.

I dirigenti Montedison erano, peraltro, consapevoli della pericolosità della

discarica Tre Monti sin dagli anni ’70 se è vero che, come emerso nel corso

del dibattimento, quando si ipotizzò di iniziare a seppellire nel sito i primi

quantitativi di rifiuti, si parlava di una operazione che avrebbe dovuto

durare pochi mesi (sei al massimo), realizzando una sorta di “stoccaggio

provvisorio”, in attesa di smaltire più adeguatamente i rifiuti in impianti di

trattamento ubicati in stabilimenti dell’Azienda siti nel Nord.

Di fatto, però, è solo a partire dal 2003 che è stata avviata la

caratterizzazione delle discariche nord e sono state realizzate le prime (e

uniche) azioni di messa in sicurezza della falda superficiale e solo

successivamente di quella profonda, inizialmente ignorata e non

caratterizzata. Anche dopo l’avvio del presente procedimento e il sequestro

dell’area effettuato nel 2007, peraltro, Edison si è rifiutata di intervenire

anche solo per la caratterizzazione dell’area, costringendo il Commissario

straordinario arch. Goio ad agire in via surrogatoria.

2.1. Questo stesso G.U.P. ha, del resto, già avuto occasione di precisare che

le difese degli imputati e le consulenze tecniche da questi depositate, non

offrono «nulla che permetta di escludere né il contributo alla

contaminazione della mega-discarica (diversamente da quanto sostenuto

dal consulente), né quello della contaminazione del sito dello stabilimento

-
17
risalente nel tempo e attribuibile agli odierni imputati». Neppure esse hanno

delineato «una ricostruzione realmente alternativa delle cause della

contaminazione contestata»12.

2.2. In effetti, gli elementi forniti dall’accusa consentono di affermare che le

contaminazioni denunciate sono da addebitarsi alle condotte illecite degli

imputati, alla luce dei più moderni orientamenti sia della giurisprudenza che

della dottrina. Si fa riferimento, in particolare, al metodo della sussunzione

sotto leggi, ormai ampiamente utilizzato.

Come noto, con la sentenza del 200213, le Sezioni Unite della Cassazione

hanno confermato che «nel reato colposo omissivo improprio il rapporto di

causalità, tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base

del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla

stregua di un giudizio di alta probabilità logica, sicché esso è

configurabile solo se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta

l'azione che sarebbe stata doverosa ed esclusa l'interferenza di

decorsi causali alternativi, l'evento, con elevato grado di credibilità,

razionale, non avrebbe avuto luogo ovvero avrebbe avuto luogo in epoca

significativamente posteriore o con minore intensità, lesiva».

In virtù del principio suggellato in tale pronuncia, innanzitutto, un

comportamento può essere considerato causale quando costituisce una

condizione contingentemente necessaria dell’evento, ossia «nel contesto di

altre condizioni necessarie che, assieme, costituiscono la contingente

condizione sufficiente»14.

In secondo luogo, la verifica in ordine al fatto che una condotta umana sia o

meno condizione necessaria di un evento deve essere condotta attraverso


12
Ordinanza 28 giugno 2010
13
Cass. Pen., sez. un., 10 luglio – 11 settembre 2002, n° 30328
14
F. STELLA, Giustizia e Modernità, Giuffrè Editore, 2003, 340

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18
un giudizio controfattuale che deve fondarsi sul sapere scientifico, il solo

oggettivamente in grado di spiegare perchè l’evento lesivo si è verificato. Il

principio, assai noto, ben era stato espresso dalla Cassazione nel processo

relativo al disastro di Stava: «il giudice avvalendosi del modello della

sussunzione sotto leggi statistiche - ove non disponga di leggi universali -

dirà che è "probabile" che la condotta dell'agente costituisca, "coeteris

paribus", una condizione necessaria dell'evento; probabilità che altro non

significa se non "probabilità logica o credibilità razionale", la quale deve

essere di alto grado, nel senso che il giudice dovrà accertare che, senza il

comportamento dell'agente, l'evento non si sarebbe verificato, appunto, con

alto grado di probabilità (in applicazione dei suddetti principi, è stata nella

specie confermata la fondatezza della conclusione della sentenza di

secondo grado che, con riferimento al " disastro di Stava", ne ha individuato

la causa penalmente rilevante nel comportamento, in forma attiva e

omissiva, di chiunque ha concorso e contribuito nel tempo alla costruzione

del bacino superiore, nelle varie fasi dell'impostazione, prosecuzione,

sopraelevazione ed ampliamento)»15.

3. Ebbene, nel caso di specie, sussistono tutti i requisiti indicati dalla

giurisprudenza.

Considerando, infatti, che il piezometro PzF1 è situato immediatamente a

valle idrogeologica della discarica Tre Monti e 2,5 km circa a monte del

Campo Pozzi e tenendo conto della direzione di movimento delle acque

sotterranee dalla discarica verso il campo pozzi, da un punto di vista delle

concentrazioni, è stato accertato dai consulenti della Procura e confermato

da quelli nominati dalle parti civili, oltre al fatto che, per la particolare

natura dei contaminanti rinvenuti, essi sono riconducibili esclusivamente


15
Cass. Pen., sez. IV, 6 dicembre 1990, n°4793

-
19
alle attività svolte nello stabilimento, che:

 le acque del PzF1 sono le più contaminate tra quelle analizzate nella

porzione superficiale di acquifero appartenente alla valle del Pescara;

 le acque del PzF1 sono contaminate dalla discarica Tre Monti;

 le acque del PzF1 si muovono dalla discarica Tre Monti verso i pozzi

Sant’Angelo;

 nei pozzi Sant’Angelo le concentrazioni sono ordini di grandezza

inferiori a quelle del PzF1.

Da questi dati, come già rilevato nella memoria del 3.7.2010, si deduce che:

 -il PzF1 è il principale “testimone” della contaminazione del Campo

Pozzi;

 la discarica Tre Monti è la principale “imputata” della contaminazione

del PzF1.

3.1. Deve dunque riconoscersi, in primo luogo, che le condotte degli

imputati – così come ricostruite e descritte dal Pubblico Ministero e riassunte

nella contaminazione storica del suolo, del sottosuolo e delle falde, sotto le

discariche nord, sotto lo stabilimento e sotto la discarica Tre Monti – hanno

costituito condizione necessaria e sufficiente per il determinarsi del disastro

ambientale in oggetto.

3.2. Dall’altra, è certo, proprio alla luce dei dati scientifici e tecnici emersi

nel corso delle indagini e dell’udienza preliminare, che, senza le condotte

degli odierni imputati, l’evento dannoso non si sarebbe verificato.

Proprio a tal fine, si richiama nuovamente l’ordinanza emessa da Codesto

Giudice, laddove appunto evidenzia che le difese degli imputati non hanno

delineato «una ricostruzione realmente alternativa delle cause della

contaminazione contestata»16.
16
Ordinanza 28 giugno 2010

-
20
SEGUE: IL PROFILO SOGGETTIVO

1. Sotto il profilo soggettivo, nonostante il noto dibattito circa la

configurabilità del dolo eventuale in fattispecie di disastro, nel caso di

specie si ritiene possa essere riconosciuta la natura dolosa del reato

contestato agli imputati, la cui condotta, tipica secondo la descrizione

contenuta nell'art. 434 c.p., è stata adottata con la consapevolezza della

sua idoneità a creare la situazione di pericolo, per l’ambiente e l’incolumità

pubblica.

2. Neppure colgono nel segno le difese degli imputati, laddove fanno

riferimento all’assenza di normativa di settore al momento dei fatti.

Come è noto, infatti, la giurisprudenza amministrativa e penale consolidata

in tema di reati permanenti ha riconosciuto l'applicabilità degli obblighi

di cui all’art. 17 D.lgs. 22/1997 (ora D.lgs. 152/2006) anche alle

contaminazioni storiche, quindi anche a quelle realizzate

precedentemente all'entrata in vigore del D.Lgs. 22/1997, ravvisando la

continuazione dello stato di responsabile sin tanto che l'inquinamento

permane e non ne vengono rimosse le cause e gli effetti.

Secondo questa giurisprudenza, quasi unanime, gli obblighi di bonifica per

un inquinamento storico ma ancora sussistente gravano sempre sul

responsabile della contaminazione, anche se in capo a esso non permane

più la disponibilità del bene.

La disciplina sulle bonifiche, infatti, è diretta a «risanare qualunque sito

inquinato, purché sia tale al momento della sua entrata in vigore» : la

situazione di inquinamento deve dunque essere considerata come

fenomeno permanente fintantoché non venga riportata nei limiti di

accettabilità. In tal senso, secondo tale giurisprudenza, non può neppure

-
21
definirsi «retroattiva» la normativa, dovendo piuttosto giudicarsi perduranti

e in atto i livelli di inquinamento, che necessitano dell'adozione delle misure

stabilite per legge.

L’argomentazione appare, del resto, corroborata dall’analisi della stessa

disciplina di settore. L'art. 17 D.lgs. 22/1997 e il D.M. riguardano, infatti,

(anche) situazioni di inquinamento pregresse: basti pensare all'anagrafe dei

siti da bonificare che, evidentemente, disciplina una situazione che già

esiste da diversi anni nel nostro Paese oppure a quanto previsto dall'art. 2,

lett. c), del decreto ministeriale che espressamente fa riferimento alle

«attività antropiche pregresse».

2.1. In tale contesto si inserisce, ad esempio, l'ordinanza cautelare emessa

dal T.A.R. Lombardia, Brescia17, nel caso "Caffaro" (che va ormai assumendo

i connotati di un disastro ambientale fra i più rilevanti a livello nazionale,

forse più grave dell'incidente di Seveso per le ricadute sulla salute pubblica

e la diffusività della contaminazione). Nella caso di specie, l'Autorità

comunale era intervenuta imponendo l'esecuzione alla Caffaro di un piano

di caratterizzazione delle rogge che attraversano l'area, di circa 210 ettari,

gravemente contaminata da PCB, diossine e mercurio, in cui opera dai primi

del Novecento lo stabilimento cittadino (e dove, nel corso del secolo, hanno

operato anche industrie metallurgiche e d'altro tipo che tali sostanze

producevano, quale residuo di lavorazione o delle quali facevano

direttamente uso). In tale situazione, particolarmente complessa dal punto

di vista dimensionale (le rogge hanno, con gli anni, sparso gli inquinanti in

zone sino a 5 km a sud dello stabilimento) ed evidentemente frutto di

condotte succedutesi in tempi anche molto lontani e, forse, anche

parzialmente ascrivibili a soggetti diversi, il T.A.R. ha ribadito essere


17
T.A.R. Lombardia, Brescia, ordinanza 16 dicembre 2003, n. 1190

-
22
sufficienti «almeno nella fase iniziale», al fine di imporre obblighi di

salvaguardia delle persone e dell'ambiente, indici di riferibilità (nel caso di

specie ritenuti sussistenti) della situazione di fatto a un soggetto particolare

(appunto la società Caffaro), ferma restando «la necessità di una più

completa verifica delle responsabilità una volta acquisiti ulteriori elementi di

conoscenza» .

Già in precedenza, peraltro,il T.A.R. Lombardia, Milano18, aveva affermato

che «la nuova normativa ... è diretta a risanare qualunque sito

inquinato purché sia tale al momento dell'entrata in vigore del

decreto legislativo: infatti la situazione di inquinamento va considerata

come fenomeno permanente fintanto che non venga riportata nei limiti di

accettabilità. In questo senso non può definirsi retroattiva la normativa, ma

piuttosto vanno giudicati perduranti e in atto i livelli d'inquinamento che

necessitano dell'adozione delle misure ivi stabilite». Nella fattispecie

esaminata dal Tribunale, la condotta dalla quale era derivato l'inquinamento

era stata posta in essere prima dell'entrata in vigore del D.Lgs n. 22/1997

(intorno al 1993) ed era risultata ascrivibile al dante causa del nuovo

proprietario dell'area da bonificare, destinatari entrambi di un'ordinanza-

diffida ex art. 8 D.M. n. 471/1999. Dopo aver chiaramente precisato che la

nuova normativa non può definirsi retroattiva, ha valutato - incidentalmente

- la sussistenza del reato di cui all'art. 51 bis ammettendone, nella sostanza,

l'applicabilità anche ai casi in cui la condotta, che aveva originato

l'inquinamento, fosse di molti anni precedente l'entrata in vigore del decreto

Ronchi.

Alla stessa conclusione era giunto altro T.A.R. 19, in una vicenda nella quale si

18
T.A.R. Lombardia Milano, sez. I, 13 febbraio 2001, n. 987
19
T.A.R. Trieste, 27 luglio 2001, n. 488

-
23
contestava una condotta posta in essere prima del 1983. Secondo il

Collegio, « il D.Lgs. 22/1997 e il D.M. 471/1999 trovano applicazione per

qualunque situazione di inquinamento in atto al momento

dell'entrata in vigore del decreto legislativo, giacché l'inquinamento

dà luogo ad una situazione di carattere permanente che perdura fino a che

non vengono rimosse le cause ed i parametri ambientali alterati sono

riportati entro i limiti normativamente ritenuti accettabili,

indipendentemente dal momento in cui possa essere avvenuto il fatto o i

fatti generatori dell'attuale situazione patologica» .

2.2. Anche la Cassazione penale ha espresso opinioni analoghe. Nota è, in

particolare, la sentenza resa nel procedimento Pizzuti20, nella quale si

statuisce che «l'art. 51 bis del D.Lgs. n. 22/1997 contempla un reato

omissivo di pericolo presunto, che si consuma ove il soggetto non proceda

all'adempimento dell'obbligo di bonifica secondo le cadenze

procedimentalizzate dall'art. 17 del medesimo decreto. L'inquinamento o

il pericolo concreto di inquinamento debbono essere inquadrati nei

``presupposti di fatto'' e non negli elementi essenziali del reato; questo

consente l'applicazione della predetta norma anche a situazioni

verificatesi in epoca anteriore all'emanazione del regolamento (D.M.

n. 471/1999 in vigore dal 16 dicembre 1999) e ciò non solo nell'ipotesi in cui

il soggetto venga diffidato dal comune, ai sensi dell'art. 17». In tale

occasione, la Corte ha chiarito che «i presupposti del reato - al contrario

degli elementi essenziali - assumono rilevanza ai fini della colpevolezza,

solo in quanto siano noti all'agente e, pertanto, ciò che rileva è che essi

devono effettivamente sussistere, preesistere od essere concomitanti alla

condotta di reato».
20
Cass. Pen., sez. III, 7 giugno 2000, n. 1783

-
24
Dalla considerazione che i presupposti del reato, a differenza degli elementi

costitutivi, devono soltanto sussistere ed essere noti all'agente, dunque, la

Corte fa discendere la possibilità di un’imputazione ai sensi dell'art. 51 bis

ogniqualvolta che chi abbia cagionato l'inquinamento, anche se con una

condotta accidentale e antecedente all'emanazione del D.M. n. 471/1999,

abbia conoscenza, ovvero sussista in capo a questi la conoscibilità secondo

l'ordinaria diligenza, del pericolo di inquinamento cagionato. Vertendosi

nell'ipotesi di pericolo, detta conoscibilità può essere accertata, secondo la

Corte, anche sulla base di elementi presuntivi, scaturenti dall'id quom

prelumque accidit, tra cui viene inclusa la natura delle pregresse attività

industriali condotte sul sito. Si afferma quindi la possibilità di una

responsabilità penale per omessa bonifica in capo a chiunque abbia

cagionato il pericolo concreto e attuale di inquinamento prima dell'entrata in

vigore delle norme regolamentari, anche in assenza di un preventivo

provvedimento amministrativo di diffida ex art. 17 comma 3.

2.3. All’interpretazione secondo cui l'ordine di bonifica non potrebbe essere

impartito a fronte di una condotta posta in essere prima dell'entrata in

vigore del D.Lgs. n. 22/1997, si potrebbe inoltre opporre l’operatività

dell'art. 18 L. 349/1986, a norma del quale già «qualunque fatto doloso o

colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in

base a legge che comprometta l'ambiente, ad esso arrecando danno,

alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo in tutto o in parte, obbliga

l'autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato».

2.4. Si potrebbe, invero, giungere alla medesima soluzione anche

attraverso un percorso logico e giuridico differente: responsabile, ai fini che

qui interessano, potrebbe essere considerato anche quel soggetto che,

-
25
prima dell'entrata in vigore della legge-quadro, abbia causato

l'inquinamento violando una specifica disposizione di legge posta a

salvaguardia dell'ambiente21.

In tal modo – pur continuando a escludere la responsabilità in capo a coloro

che, prima del decreto Ronchi, abbiano provocato situazioni di inquinamento

senza colpa – sarebbe consentito imporre l'obbligo di bonifica anche nei

confronti di chi, nello stesso momento storico, abbia tenuto un

comportamento contra jus. In quest'ottica, è quindi sufficiente il riferimento

alle norme vigenti all'epoca in cui il fatto è stato commesso per individuare

il comportamento illegittimo tenuto dall'agente e per affermarne la

responsabilità - e quindi l'obbligo di bonifica - senza attendere gli esiti di un

accertamento di carattere giudiziale.

2.5. Anche alla luce di tali indicazioni, si ritiene che gli odierni imputati non

possano sottrarsi alle loro responsabilità, anche di carattere penale, in

ordine all’evento di disastro cagionato.



In ragione delle argomentazioni svolte, in fatto e in diritto, si ritiene che

Codesto Giudice ben possa disporre il rinvio a giudizio degli imputati, quanto

meno in relazione al capo di imputazione sub B).

Milano/Pescara, 2 novembre 2010.

avv. Veronica Dini avv. Susanna Della Torre

21
L. PRATI, La tutela dell'acquirente nella compravendita dei siti gravati da oneri di
bonifica, in Ambiente & Sviluppo, 2000, n. 5, p. 408;

-
26