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QUADERNI FIORENTINI

per la storia del pensiero giuridico moderno

44
(2015)

TOMO II
MAURIZIO FIORAVANTI

LA « REPUBBLICA » COME IDEALE COSTITUZIONALE


(Rileggendo la Constitución de Apatzingán)

1. Premessa. L’oggetto della ricerca. — 2. I due modelli: la Repubblica come regime


costituzionale che realizza il bilanciamento dei poteri e la Repubblica come creazione del
popolo sovrano che realizza il primato del Legislatore. — 3. La Repubblica nel modello
radicale rivoluzionario. — 4. La Repubblica negli Stati costituzionali odierni.

1. Premessa. L’oggetto della ricerca.


Questo saggio prende le mosse da una lettura analitica del testo
del Decreto Constitucional para la Libertad de la America Mexicana,
deliberato il 22 ottobre 1814 (1). Diciamo subito che il nostro intento
non può essere quello di studiare la genesi immediata di questo Atto
costituzionale, d’inserirlo cioè nel contesto degli avvenimenti concreti
di quegli anni. Non possediamo in proposito le conoscenze e le
competenze necessarie. E tuttavia, anche dalla semplice lettura del testo
si ricavano due elementi decisivi che possono costituire il nostro punto
di partenza. Il primo è dato dalla struttura generale del Decreto, che è
quella di una vera e propria Costituzione, che ad imitazione delle
Costituzioni rivoluzionarie francesi e degli Stati americani, muove dai
principi fondamentali, che contengono la materia dei diritti, per passare
poi ad una seconda parte dedicata alla forma di governo. Dunque, un

(1) Il Decreto è più noto come Constitución de Apatzingán, dal luogo della sua
proclamazione e messa in vigore. Il testo del Decreto è facilmente reperibile. Noi
abbiamo usato quello che si trova nella Biblioteca Virtual Miguel de Cervantes (www.cer-
vantesvirtual.com). A questo importante Decreto è stato recentemente dedicato un
Convegno Internazionale per celebrarne il Bicentenario (Jiquilpan de Juárez, Micho-
acán, 20-21 ottobre 2014). Si attendono ora gli Atti. Le nostre note che seguono erano
state in origine preparate proprio in previsione di una partecipazione al Convegno che
per motivi organizzativi non si è potuta realizzare. Esse volutamente conservano
l’originario carattere discorsivo d’immediatezza proprio della relazione orale. Per questo
stesso motivo si è preferito omettere qualsiasi riferimento bibliografico.
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Decreto, che tra l’altro avrà vigenza breve e travagliata, ma costruito


con l’ambizione di generare un’autentica Costituzione. Il secondo
punto sta nella pretesa instaurativa, che è dichiarata nel Preambolo:
liberarsi dal dispotismo della monarchia spagnola ed introdurre una
forma di governo entro cui si realizzi l’indipendenza e la sovranità della
nazione messicana.
Ora, la domanda che poniamo è: quale forma di governo? La
risposta che noi diamo è molto semplice: la Repubblica. Diciamo questo
ben consapevoli del fatto che il termine-concetto di « Repubblica » non
compare nel testo del 1814. Lo ritroveremo magari più tardi, per
esempio in modo chiaro nella Costituzione del 1857. E successivamente
vi saranno ancora altre complicate fasi storiche. Ma il punto non è
questo. Il punto è che il testo del 1814 si nutre di ideali costituzionali
che a nostro avviso sono qualificabili principalmente come « repubbli-
cani », in un senso e con un significato che preciseremo nello svolgersi
di questo intervento, confrontandoci con la complessità della tradizione
del costituzionalismo repubblicano.

2. I due modelli: la Repubblica come regime costituzionale che realizza


il bilanciamento dei poteri e la Repubblica come creazione del
popolo sovrano che realizza il primato del Legislatore.
C’è un primo tipo di repubblicanesimo che ha profonde radici
nella tradizione costituzionalistica europea, e che avrà anche un suo
esito nella Costituzione Federale degli Stati Uniti. Diciamo subito che
non è questo il repubblicanesimo dei costituenti messicani del 1814. Ma
si tratta comunque di una tradizione rilevantissima, che non può essere
omessa nella nostra trattazione. Inoltre, esaminarla, anche brevemente,
aiuta a comprendere, per differenza, il nostro oggetto d’indagine,
ovvero l’ideale costituzionale repubblicano del 1814.
La tradizione cui ci riferiamo ha un modello classico antico, dato
dalla repubblica romana. In un’opera-chiave come i Discorsi sulla prima
deca di Tito Livio (1513-1519) Niccolò Machiavelli fornisce un’imma-
gine precisa della repubblica romana, che diverrà la base del costitu-
zionalismo repubblicano inglese e successivamente decisiva fonte d’ispi-
razione dei costituenti statunitensi. Per tutti gli autori che appartengono
a questa linea di pensiero — da Machiavelli a James Madison, si
potrebbe dire — la superiorità della repubblica è data dalla sua sicura
vocazione anti-dispotica, che si realizza attraverso una tecnica ben
precisa: il bilanciamento dei poteri.
È quello che avevano realizzato i romani nella relazione tra i
poteri dei consoli, del Senato e della parte popolare, in modo tale che
nessuno di quei poteri avesse la tentazione di esorbitare dalla sua sfera,
di ergersi al di sopra degli altri, proclamandosi « supremo » in quanto
rappresentativo del principio di sovranità. E così sarà per gli autori della
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Costituzione Federale nordamericana, che disegneranno anch’essi un


sistema bilanciato di poteri, tutti forti nel proprio ordine — il Con-
gresso nel legislativo, il Presidente nell’esecutivo, la Corte suprema nel
giudiziario — ma tutti reciprocamente condizionati, in modo tale che
non emerga in nessuno di essi la tentazione di affermarsi come suprema
potestas. Nel Federalist Madison definisce esplicitamente « repubbli-
cano » un regime di questo genere, fondato sul principio dei poteri
costituiti e limitati. E rivendica ai costituenti di Filadelfia il merito di
aver costruito una forma di governo di questo genere: una « Repub-
blica » appunto, dotata di un sicuro fondamento democratico nella
volontà popolare, ma che si esprimeva soprattutto come ideale anti-
dispotico, attraverso la tecnica del bilanciamento dei poteri.
Non è questa la « Repubblica » dei costituenti messicani del 1814.
Anche il testo del 1814 è animato da un ideale antidispotico, che si
esprime attraverso il divieto di concentrare in un unico soggetto i tre
poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario (art. 12); ma è completamente
diverso il quadro complessivo di riferimento entro cui la Costituzione
sviluppa la sua vocazione in senso anti-dispotico. Ed infatti, i costituenti
messicani stanno guardando altrove: non all’antichità classica, non al
filone anglo-americano, non alla Costituzione statunitense, ma alla
repubblica che era sorta nel 1792 nello svolgersi della Rivoluzione
francese, ed anche alle Carte costituzionali della rivoluzione americana
d’impronta più marcatamente radicale. Qui c’è tutt’altro tipo di « Re-
pubblica ».
Cerchiamo di cogliere alla radice questa differenza. Nel primo
tipo di « Repubblica », quella che Machiavelli riferiva all’antichità
classica romana, quella a cui pensavano i costituenti di Filadelfia nel
progettare la Costituzione Federale, la Repubblica medesima con la sua
Costituzione è in primo luogo un progetto di convivenza civile, fondato
sul principio della aequabilitas, ovvero del giusto ed equo riconosci-
mento di uno spazio utile per ciascuna delle forze in campo, in modo
che tutti si possano riconoscere nella Costituzione. In altre parole, il
valore principale che questa Repubblica esprime è quello della pace, e
ciò che la Costituzione di questa Repubblica vuole evitare e combattere
è prima di tutto la prevalenza unilaterale di una forza sulle altre, come
tale generatrice di ribellione da parte delle forze escluse, e dunque di
conflitto, sociale e politico. A questo tipo di « Repubblica » non serve
la « sovranità ». Servono piuttosto la moderazione, la temperanza,
l’equilibrio.
Non poteva essere questo l’ideale repubblicano dei costituenti
messicani del 1814, che si trovavano nel mezzo di una guerra, finalizzata
essenzialmente alla rivendicazione dell’indipendenza, ovvero della so-
vranità piena della Nazione messicana. Non avevano quindi da com-
porre una pluralità di forze, ma da affermare una sola forza, quella della
Nazione messicana come soggetto sovrano. Per questo motivo la prima
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parte della Costituzione del 1814 prende le mosse subito dalla sovra-
nità, ed è entro il capitolo secondo della parte prima (articoli 2 e ss.),
dedicato alla sovranità, che si pone la questione della separazione dei
poteri. Tutto cambia ora rispetto al primo modello di « Repubblica »,
dove a monte dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, non c’è
alcuna « sovranità », ma solo la Costituzione come norma suprema, che
quei poteri attribuisce e delimita. Ora, invece, nel Decreto del 1814 la
questione dei tre poteri si pone all’interno della problematica della
sovranità, nel senso che prima di quei poteri c’è un potere sovrano
originario, che il Decreto (art. 3) definisce, sulla scia delle Costituzioni
della rivoluzione francese, « imprescrittibile, inalienabile, indivisibile ».
Nasce quindi un problema di fondo, impensabile nel primo tipo di
« Repubblica »: chi rappresenta il potere sovrano originario entro la
Costituzione? I poteri sono sì separati nel testo del 1814, ma sono anche
in equilibrio, o non ve n’è forse uno che prevale perché in esso è
rappresentato il principio di sovranità?
Si tratta di domande che proprio la rivoluzione francese aveva
posto. E si tratta di domande che si pongono ogni volta che si prende
le mosse — come nel caso della rivoluzione francese — da una certa
concezione della Costituzione, che la intende in primo luogo come atto
espressione di volontà sovrana, ovvero, al tempo delle rivoluzioni, della
volontà del popolo, o della nazione, intesi come soggetti originari, liberi
e sovrani, che quella volontà esprimono. È a questo universo culturale,
legato al grande tempo storico della rivoluzione francese, che guarda-
vano gli autori del testo del 1814, nel loro tentativo di sostenere la piena
indipendenza e sovranità della nazione messicana.
Un simile approccio porta però con sé un problema, che è quello
cui sopra si accennava. È il problema della sorte del soggetto sovrano
originario — del popolo francese o della nazione messicana — che in
questa logica non può e non deve esaurirsi con l’emanazione della
Costituzione. Anzi, è necessario che entro la Costituzione sia previsto
un potere — che non potrà non essere il legislativo — che rappresenta
e incarna quel soggetto. Su questa base, il potere legislativo non potrà
mai essere — com’è nell’altra tradizione, e in particolare nella Costitu-
zione Federale statunitense — semplicemente uno dei poteri previsti e
autorizzati dalla Costituzione. Alle sue spalle incomberà sempre la
figura del soggetto originario, del popolo, o della nazione. E quel potere
tenderà sempre perciò ad assumere una posizione predominante nei
confronti degli altri poteri, esecutivo e giudiziario. In una parola, le
Costituzioni che derivano da questa tradizione generata dalla rivolu-
zione francese sono Costituzioni monistiche: in esse c’è sempre un
potere dominante che afferma in vario modo la sua supremazia sugli
altri poteri. Questo potere è di regola il legislativo. È così nelle
Costituzioni della rivoluzione francese. È così nel testo messicano del
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1814. Lo dicono in modo preciso alcune sue norme. Esaminiamole


brevemente.
La prima che incontriamo non appena ci inoltriamo nella seconda
parte, dedicata al concreto funzionamento della forma di governo, è
ancora una norma di principio, espressa nell’articolo 44. L’articolo 44
presuppone il 12, relativo alla separazione dei poteri, muove cioè dalla
esistenza di tre poteri, di tre Supremas Autoridades, ma vi aggiunge un
elemento decisivo: mentre esecutivo e giudiziario, ovvero rispettiva-
mente Supremo Gobierno e Supremo Tribunal de justicia, sono semplici
corporaciones, il legislativo, ovvero il Supremo Congreso Mexicano, è in
via esclusiva il cuerpo representativo de la soberania del pueblo. È questa
qualificazione, ad esso riservata dall’articolo 44, che pone il legislativo
al di sopra degli altri due poteri. Lo si vede bene continuando a scorrere
la seconda parte della Costituzione dedicata alla forma di governo, ed
in particolare gli articoli 102 e seguenti sulle attribuzioni del Congresso.
A noi sembrano decisivi soprattutto gli articoli 106 e 107. Il primo
conferisce al Congresso ben più della competenza a deliberare la legge.
Grazie al principio contenuto nell’articolo 106 la legge rimane infatti
nel dominio del Congresso anche dopo la sua deliberazione, poiché
rimane al legislativo la potestà d’interpretare legge, e addirittura di
derogarvi, in caso di necessità. C’è qui nella sua pienezza l’esplicarsi
della concezione del legislatore come incarnazione del popolo sovrano,
che in quanto tale non può essere ridotto, come gli altri poteri, alla
dimensione di potere derivato, esistente perché previsto dalla Costitu-
zione, e solo nei limiti da questa fissati.
C’è poi il secondo articolo, il 107, che si colloca nella medesima
linea del legislatore come suprema potestas, conferendo al Congresso la
competenza sulle competenze, ovvero il potere di risolvere i casi dubbi
che nella pratica si presentino in ordine all’esplicarsi delle competenze
delle tre supreme autorità. Ciò che implicitamente significa che lo stesso
legislativo deciderà, non più come singola autorità, ma nella sua qualità
di suprema potestas, sui confini del proprio dominio, anche nei con-
fronti degli altri due poteri.
Il rovescio della medaglia di questa supremazia è poi contenuto
nell’articolo 169 che mostra in modo chiarissimo tutta quanta la diffi-
denza nei confronti dell’esecutivo che è caratteristica di questo modello
costituzionale, disponendo che il governo non possa dispensare dalla
osservanza della legge con il pretesto di darne una versione ispirata al
principio di equità, né possa interpretare la legge medesima in funzione
di risoluzione dei casi dubbi. Insomma, un esecutivo che opera nei
confini di una stretta e vincolata esecuzione della legge, che non può e
non deve essere « potere » con la stessa forza e intensità del legislativo,
e che dunque non può essere strumento attivo di bilanciamento nei
confronti dello stesso legislativo, perché solo quest’ultimo rappresenta
e incarna il popolo sovrano.
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Lo dimostra tra l’altro il procedimento previsto dall’articolo 129,


relativo ad una possibile opposizione all’entrata in vigore di una
determinata legge, attivabile da parte del Governo, o anche da parte del
Supremo Tribunale di Giustizia, ma che in sostanza conduce a un mero
ripensamento del legislativo, ben distante dall’esercizio di un effettivo
potere di veto, dal prodursi di un’autentica dinamica di bilanciamento.
In sostanza, un procedimento nel corso del quale il legislativo non
perde mai una quota di sovranità sulla legge.
Si potrebbe aggiungere anche altro sulla predominanza del legi-
slativo nei confronti degli altri due poteri. Ma preme tornare ora al filo
conduttore più generale, che rimane quello della Repubblica, del
costituzionalismo repubblicano. Ne abbiamo individuato due specie.
La prima è quella di Machiavelli, di Harrington e di Madison. È la
Repubblica fondata sul primato della Costituzione che realizza l’ideale
antidispotico dei poteri limitati e bilanciati. Non è la Repubblica dei
costituenti messicani che guardavano altrove, alla Repubbliche degli
Stati americani d’impronta più radicale, alla stessa Rivoluzione francese
in quanto anch’essa fondante una Repubblica, nel 1792. Il segno di
questa scelta l’abbiamo già reperito nel testo. È dato dall’opzione in
senso monistico, a favore del legislativo. In questa linea, la Repubblica
diviene il regime del legislatore virtuoso, corretto interprete dei bisogni
della collettività e dei singoli cittadini. È un’altra Repubblica, un altro
costituzionalismo. È finalmente la Repubblica, e il costituzionalismo,
che anima la guerra messicana per l’indipendenza, e con essa il nostro
testo del 1814. Di questo dobbiamo ora occuparci.

3. La Repubblica nel modello radicale rivoluzionario.


I principi fondamentali della Repubblica in senso radicale si
trovano in un luogo teorico ben noto, ovvero nei primi due libri del
Contratto sociale di Rousseau. Richiamo brevemente i due argomenti
che secondo Rousseau fondano la superiorità della Repubblica come
regime politico. Argomenti che erano certamente ben noti anche ai
costituenti messicani. Il primo è l’argomento contrattualistico. Da
questo punto di vista fondare una repubblica significa fondare un
regime politico basato su una convenzione, su un patto liberamente
stipulato tra individui che si candidano a costituire insieme la forma
politica, a divenire cittadini. È questo un primo preziosissimo elemento
di differenza con la monarchia, che può non essere dispotica, che può
addirittura essere parte di una costituzione di segno antidispotico, come
nel caso del modello costituzionale inglese prospettato da Montesquieu,
o più ancora nel caso — che i costituenti messicani avevano sotto mano
— della Costituzione di Cadice, ma che comunque, per sua natura, non
può fondarsi sulla libera convenzione immaginata da Rousseau alle
origini della Repubblica. La monarchia, infatti, porta con sé il peso della
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storia, che a sua volta richiama la presenza fattuale di una molteplicità


di ordinamenti e di poteri, come nel caso dell’Europa di antico regime.
Insomma, la monarchia non è idonea a raffigurare la forma politica che
si vuole conseguire in quelle situazioni storiche in cui è necessario
operare un taglio netto, attraverso l’esercizio del potere costituente, con
un obiettivo radicalmente nuovo, che non può non essere la Repub-
blica.
Torniamo a Rousseau. Il secondo argomento è fortemente colle-
gato al primo. È l’argomento della volontà generale. Sotto questo
profilo, la Repubblica è quel regime politico che si fonda sul supera-
mento del dominio delle volontà particolari, grazie alla presenza, alle
sue origini, della maestosa figura del Legislatore, che Rousseau vede
come « un uomo straordinario », collocato fuori dall’ordinamento dei
poteri costituiti, in modo tale da rappresentare il fattore originario della
Repubblica, che consiste proprio nel dominio della volontà generale. In
sintesi, ciò che conta in questa specie di Repubblica sta nella sua
origine, che è di tipo convenzionale, e nella figura dominante, che è
quella del Legislatore, sicuro e virtuoso interprete della volontà gene-
rale.
Nel testo del 1814 vi sono numerosi riferimenti in questa dire-
zione, che fanno pensare ad una Repubblica d’ispirazione radicale e
rousseauviana. Chiarissimo in questo senso l’articolo quarto, che con-
trappone al dominio degli « interessi particolari » un governo fondato
sui « cittadini uniti volontariamente in società », a favore dei quali viene
rivendicato il potere di « istituire » quel governo, ma anche di « modi-
ficarlo, o di abolirlo totalmente ». Dovessimo indicare un testo vicino,
quasi gemello, penseremmo in primo luogo all’articolo quinto della
Dichiarazione dei diritti degli abitanti dello Stato della Pennsylvania,
del 28 settembre del 1776. I due testi sono quasi identici, e la circo-
stanza non può non essere considerata significativa, dal momento che la
Dichiarazione della Pennsylvania è nel panorama delle Costituzioni
degli Stati americani il testo radicale per eccellenza. Ad esso si può
aggiungere il celebre articolo 28 della Dichiarazione giacobina del 1793,
ma anche le righe della Dichiarazione d’Indipendenza stilate da Jeffer-
son, dove si ritrova la medesima scansione nella articolazione del potere
del popolo sovrano: il potere d’istituire il governo, e poi il potere di
modificarlo, ed anche di abolirlo totalmente.
Ma ‘radicale’ significa anche muovere dal concetto di tempora-
neità nell’esercizio delle funzioni pubbliche, con il connesso potere del
popolo di dimettere coloro che le occupano, riportandoli alla « vita
privata ». È l’articolo 26 del testo del 1814, che esprime lo stesso
principio reperibile nella sezione quinta della Dichiarazione dei diritti
della Virginia o nella sesta della Dichiarazione della Pennsylvania, o
nell’articolo 30 della Dichiarazione francese del 1793.
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Infine, il tipo di Repubblica di cui parliamo porta con sé il germe


della « società giusta », ovvero la pretesa di definire le condizioni per
l’affermazione di una società liberata dai suoi mali più profondi, da una
condizione di miseria che affligge molti dei suoi cittadini. È la strada che
più tardi, nel corso del Novecento, condurrà verso l’introduzione dei
diritti sociali, proprio con la Costituzione messicana del 1917, e poi con
le Costituzioni democratiche in Europa, a partire da quella di Weimar
del 1919. Qui, nel 1814, siamo all’inizio del percorso. Ma è significativo
in proposito l’articolo 39, sulla istruzione come bene necessario per
ciascun cittadino, che come tale deve essere « favorita dalla società con
tutto il suo potere ». Di nuovo, anche in questo caso il tono letterale e
il contenuto dell’articolo è straordinariamente vicino ad un articolo
della Dichiarazione francese del 1793, il 22, basato sul principio che
« l’istruzione è il bisogno di tutti », seguito dai doveri della società,
espressi esattamente con le stesse parole del testo messicano del 1814.
Dunque, origine convenzionale dell’associazione politica, domi-
nio della volontà generale, assunzione di compiti di giustizia in materia
sociale: sono questi gli ideali repubblicani del 1814, ripresi da una
corrente ben precisa del costituzionalismo dell’età delle rivoluzioni, che
è quella radicale e democratica. Questo carattere del testo del 1814
rende peculiare la sua vicenda, e produce tra l’altro una netta differen-
ziazione rispetto alla vicenda parallela della Carta di Cadice, del 1812.
La differenza non è tanto in sé, tra monarchia e repubblica, poiché i
costituenti di Cadice conservarono sì la monarchia, ma all’interno di
una forma di governo decisamente orientata in senso monistico, con un
protagonismo assoluto del legislativo, ad imitazione del governo di
assemblea scelto dai costituenti francesi del 1791; insomma, qualcosa di
non troppo lontano, a sua volta, dalla scelta in senso monistico dei
costituenti messicani del 1814. Né si vuole qui negare l’influenza in
genere della Carta di Cadice sull’esperienza messicana. Tra l’altro la
stessa adozione in Messico di modelli di carattere contrattualistico,
basati sulla conoscenza delle Dichiarazioni dei diritti della rivoluzione
francese, era spesso mediata proprio dall’esperienza della costituente di
Cadice che i messicani avevano a portata di mano.
Il punto è un altro. E la differenza tra le due Carte, del 1812 e del
1814, è un’altra. Risiede, ancora una volta, nella concezione generale
della costituzione. In Cadice c’è sì la rivendicazione della sovranità a
favore della nazione, secondo modelli di stampo contrattualistico vicini
a quelli propri della rivoluzione francese, ma senza dimenticare mai
l’argomento storicistico della ancient constitution di Spagna, che il
nuovo potere costituente avrebbe potuto rivalorizzare, eliminando le
componenti negative, di carattere dispotico. Insomma, a Cadice si era
esercitato il potere costituente, ma non nel senso proprio delle Costi-
tuzioni radicali delle rivoluzioni, francese e americana, che avevano
puntato dritto l’esercizio di quel potere contro la storia, al fine di
LETTURE 1119

demolire i fondamenti della società di antico regime, nell’intento di


fissare i principi su cui fondare una società completamente nuova.
Qui, in questa concezione radicale del potere costituente, sta la
differenza tra Cadice e l’esperienza messicana. Ovviamente, i costituenti
messicani si sentivano per molti versi vicini alla Carta di Cadice, che
utilizzarono ampiamente, ad esempio per ciò che riguarda il sistema
elettorale. Ma il loro cuore stava altrove. Essi erano repubblicani, in un
senso e con un significato che andava ben oltre Cadice. Per loro, la
costituzione era esclusivamente data dalla libera volontà dei cittadini,
dalla convenzione di cui parlava Rousseau nel Contratto sociale, serviva
a far trionfare la volontà generale sugli interessi particolari, e nello
stesso tempo a progettare un futuro rifondato su principi di giustizia e
di uguaglianza. Vedevano in Cadice un decisivo passo in avanti in senso
antidispotico, ma si collocavano ancora oltre, perché collegavano in
modo più netto la costituzione all’affermazione di una società nuova.
Erano insomma, in una parola, repubblicani.

4. La Repubblica negli Stati costituzionali odierni.


Il Decreto del 1814 contiene anche, nella sua prima parte, il
riferimento ad alcuni diritti, che noi oggi chiameremmo « fondamen-
tali ». Non si tratta ora di elencarli in modo analitico. Basterà indicare
in questo senso l’evidente pluralità di matrici. Già abbiamo ricordato la
matrice radicale, con l’istruzione come embrione di un vero e proprio
diritto sociale, o con l’esercizio dei diritti politici di partecipazione,
fondato sul principio di temporaneità delle cariche pubbliche e sul
conseguente potere del popolo sovrano di ricondurre a « vita privata »
i funzionari pubblici. Ma è presente anche la ben diversa matrice
britannica fondata sul trinomio safety, liberty and property (art. 24),
storicamente legata al primato della libertà civile, all’Habeas Corpus, al
principio di autonomia delle sfere individuali, al principio del giusto
processo (art. 31), all’inviolabilità del domicilio (art. 32). Ed infine è
presente la matrice della garanzia legislativa della libertà personale che
indubbiamente domina la Dichiarazione francese dei diritti dell’89, agli
articoli 7 e seguenti, con la riserva di legge in materia di determinazione
dei casi di rilevanza penale che possono implicare il sacrificio della
libertà personale (art. 21), e con la presunzione di non colpevolezza (art.
30).
Ora, il problema che si pone è il seguente: come garantire questi
diritti? Cosa pensavano in proposito gli uomini del 1814? Alcuni
interpreti hanno voluto in proposito valorizzare la proposizione che
conclude l’articolo 237, secondo cui « ciascun cittadino ha il diritto di
reclamare contro le violazioni » della Costituzione, e dunque anche e
proprio dei diritti che quella Costituzione definisce e contiene. Ovvia-
mente, reclamare di fronte al giudice, concludendo così nel senso della
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sussistenza, già nel 1814, di una vera e propria garanzia giurisdizionale


dei diritti fondamentali costituzionalmente previsti. Noi pensiamo però
che il 1814 sia solo l’inizio di una vicenda che dovrà maturare per tappe
successive, di ulteriore e ben altra rilevanza. Si confronti in proposito la
proposizione citata, contenuta nell’articolo 237, in verità del tutto
scarna e generica, con il testo dell’articolo 101 della successiva Costi-
tuzione del 1857, di ben altra pregnanza sul piano costituzionale, che
così recita: « I tribunali della federazione risolveranno tutte le contro-
versie derivanti dalle leggi o dagli atti di qualsiasi autorità che violino le
garanzie individuali ». Com’è noto, questo medesimo articolo diverrà
inalterato l’articolo 103 della Costituzione vigente del 1917.
Non si tratta però solo di una maturazione in corso. È che il
modello costituzionale del 1814 è orientato in altra direzione, diversa da
quella che in prospettiva condurrà alla garanzia giurisdizionale dei
diritti. Dal 1814 al 1857, e poi al 1917, c’è lo svolgimento di una
vicenda, che è infatti nel segno della maturazione, ma anche del
mutamento di paradigma, a partire dalla questione dei diritti fondamen-
tali. Nel 1814 quei diritti sono, infatti, intesi essenzialmente come
principi, essenziali per la definizione della convenzione che sta alla base
della Repubblica, in questo senso collocati in posizione di assoluta
centralità, ma in quel contesto non considerati come vere e proprie
norme giuridiche, come tali azionabili di fronte ad un giudice. Nel 1814
i diritti sono sì previsti dalla Costituzione, ma vengono poi a vera e
propria esistenza giuridica solo attraverso la legge. La garanzia di tali
diritti in quel sistema è perciò essenzialmente data dalla previsione
legislativa, ovvero si produce attraverso la riserva di legge disposta in
Costituzione.
È questa la soluzione c.d. « legicentrica », che caratterizzava
l’universo culturale della rivoluzione francese cui anche sotto questo
profilo erano legati gli uomini del 1814. Sarà per tappe successive, ad
iniziare dalla Costituzione del 1857, che quei medesimi diritti previsti in
Costituzione assumeranno le vesti di vere e proprie norme giuridiche,
come tali direttamente azionabili di fronte al giudice, con eventuale
disapplicazione della norma di legge discordante. Sarà solo attraverso
queste successive tappe che si determineranno le condizioni per una
progressiva demitizzazione di quel Legislatore che sulla scia di
Rousseau era stato posto — anche nel Decreto del 1814 — alle origini
ed al centro della esperienza costituzionale, con una forza tale da
renderlo protagonista anche nella vicenda dei diritti fondamentali,
portatore di una volontà sostanzialmente insindacabile.
Questo processo, che nella direzione indicata si distende dal 1814
al 1857, e proseguirà in seguito fino alla Costituzione vigente del 1917
e alle sue successive integrazioni, riguarderà in modo analogo anche gli
Stati nazionali in Europa, con le Costituzioni democratiche del Nove-
cento e con l’avvento dello Stato costituzionale che si affermerà a
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partire dalla metà del secolo scorso. Anche in Europa il significato della
trasformazione degli stessi diritti fondamentali è il medesimo: da prin-
cipi qualificanti il patto costitutivo, di rilevanza centrale, ma sostanzial-
mente affidati alle virtù della legge, e dunque alla dominante figura del
legislatore, a vere e proprie norme giuridiche, dal contenuto dispositivo
direttamente operante nell’esercizio della giurisdizione, anche con un
eventuale effetto sanzionatorio nei confronti della legge ritenuta in
contrasto con la Costituzione.
Con le Costituzioni democratiche del Novecento, da quella mes-
sicana del 1917 e quella tedesca del 1919, per proseguire con le
Costituzioni degli Stati europei del secondo dopoguerra, tra cui anche
quella italiana del 1948, si apre in questo senso una nuova epoca
costituzionale. Per garantire i diritti fondamentali, anche direttamente
nell’esercizio della giurisdizione, era necessaria una « Repubblica » di
tipo nuovo. Tutte queste Costituzioni fonderanno altrettante Repubbli-
che, e di nuovo emergerà perciò il nostro tema di fondo: la « Repub-
blica ». E più precisamente la domanda sarà: quale « Repubblica » per
il Novecento democratico e sociale, per la garanzia dei diritti fonda-
mentali? Quali contenuti esprime oggi questo concetto con riferimento
agli Stati costituzionali del nostro tempo? Che cosa è rimasto oggi, nelle
Repubbliche odierne, delle diverse versioni del costituzionalismo re-
pubblicano, che anche in questo contributo sono state richiamate?
Come si ricorderà, abbiamo esordito individuando due tipi di
« Repubblica »: quella antidispotica basata sul modello classico del
bilanciamento dei poteri, realizzato poi primariamente con la Costitu-
zione federale statunitense, e quella radicale, basata sul primato e sulle
virtù del Legislatore, espressione del popolo sovrano. Ebbene, le Re-
pubbliche del Novecento, compresa quella messicana, riprendono ele-
menti contenuti nei due modelli indicati, ma rielaborandoli e combi-
nandoli in modo originale, in modo tale da produrre un esito nuovo e
inedito che caratterizza nel profondo l’esperienza costituzionale del
Novecento. È questa la Repubblica democratica del Novecento, che
passeremo ora ad illustrare, partendo proprio dalla questione dei diritti
fondamentali.
Prendiamo per un attimo un caso singolo, ma altamente rappre-
sentativo delle tendenze in atto. Si tratta della Costituzione italiana con
il suo ultimo articolo, il 139, che così recita: « La forma repubblicana
non può essere oggetto di revisione costituzionale ». Con ciò i costi-
tuenti italiani non intendevano solo proibire il ritorno alla monarchia,
che era appena caduta insieme al regime fascista. Intendevano dire
molto di più. Essi individuavano nella « forma repubblicana » il nucleo
essenziale della Costituzione democratica, composto da una serie di
principi fondamentali — primo tra tutti il principio di uguaglianza —
caratterizzanti nel profondo la scelta costituente, ed in questo senso
sottratti al procedimento di revisione, perché eliminarli o alterarli
1122 QUADERNI FIORENTINI XLIV (2015)

significherebbe stravolgere l’identità stessa della Repubblica, uscire dai


suoi confini, e non semplicemente riformare la sua Costituzione.
Si perviene così al primo carattere della nostra Repubblica demo-
cratica del Novecento. Consiste nella consapevolezza dell’esistenza di
principi fondamentali dotati della clausola della inviolabilità, ovvero che
possono essere violati solo con un’eversione di fatto dell’ordinamento
costituzionale esistente. Entro questo tipo di Repubblica c’è dunque
uno strato profondo e duro che è sottratto alla vita ordinaria della
democrazia, compresa l’eventualità della riforma costituzionale. Lì ri-
siede molta della materia che funziona da parametro nel giudizio di
costituzionalità. Ma soprattutto lì risiede la radice prima dei limiti della
politica, non a caso affermati con forza in Europa, dopo i trascorsi
recenti delle politiche totalitarie e di sterminio. La Repubblica di cui
parliamo ha dunque in sé questa idea dominante dei limiti della politica,
che la differenzia da ogni altro tipo precedente di Repubblica. E prima
di tutto da quella di stampo radicale, basata sì sui principi fondamentali
caratterizzanti il patto fondativo, ma strutturata poi di fatto sul primato
incontestabile del Legislatore. Ciò vale in primo luogo proprio per la
materia dei diritti fondamentali, che per questa via recupera una
dimensione d’indisponibilità che sottrae i diritti così concepiti alle
alternanze della politica e delle maggioranze, in definitiva alla forza
stessa del Legislatore.
C’è poi un secondo carattere della « Repubblica » del Novecento,
che consiste nella sua vocazione in senso sociale, come appare evidente
già dalla Costituzione messicana del 1917. C’è qui l’indicazione per la
realizzazione di una « grande politica », ovvero per una politica di
attuazione dei principi costituzionali, ad iniziare dal principio di ugua-
glianza. E c’è qui chiara l’influenza del modello radicale presente anche
— come abbiamo visto — nel testo messicano del 1814, nel senso che
la Costituzione è in questa linea concepita come il luogo in cui si
disegna la « società giusta », quella società caratterizzata dal principio di
pari dignità sociale che si realizzerà proprio attraverso l’attuazione della
Costituzione medesima. Rispetto alla tradizione repubblicana che ab-
biamo esplorato abbiamo così per un verso la novità dei diritti fonda-
mentali della persona che s’impongono allo stesso Legislatore, sulla via
del controllo di costituzionalità e della loro garanzia sul piano giurisdi-
zionale piuttosto che legislativo, ma abbiamo anche per altro verso un
solido filo di continuità che scorre dall’età delle rivoluzioni al Nove-
cento, lungo il quale ritroviamo puntualmente l’immagine del Legisla-
tore repubblicano come soggetto protagonista nei processi di trasfor-
mazione sociale, in nome dei principi di giustizia proclamati nella
Costituzione medesima.
C’è infine un terzo carattere della nostra « Repubblica » del
Novecento, che viene chiaramente recuperato dal primo tipo storico di
« Repubblica » che abbiamo incontrato nella nostra indagine. Ci rife-
LETTURE 1123

riamo al modello, ricco di riferimenti all’età classica, che perverrà fino


al disegno della Costituzione federale statunitense e che è legato alla
poderosa idea, davvero centrale nella storia del costituzionalismo,
dell’equilibrio dei poteri, e prima ancora del primato della Costituzione
che quei poteri genera assegnando a ciascuno di essi un ruolo preciso,
disegnando per ciascuno di essi un esercizio secondo determinate forme
e limiti. Questa idea è stata lungamente contrastata in seno alla dottrina
europeo-continentale, restia a ridurre il Legislatore a mero potere
derivato, esistente non già per forza propria, ma solo ed esclusivamente
sulla base e nei limiti della previsione costituzionale. Oggi, sembra che
si sia raggiunto un punto ideale di mediazione, che esclude che la
legislazione possa essere intesa come una mera competenza assegnata,
ma che nello stesso tempo riconduce la legislazione medesima alla
dimensione dei poteri costituiti, alla pari in primo luogo della giurisdi-
zione. È su questa pari ordinazione di legislazione e giurisdizione in
seno alla Costituzione che è fondato il controllo di costituzionalità come
elemento essenziale delle repubbliche e delle democrazie del nostro
tempo.
Si ottiene così una visione complessiva di ciò che oggi è « Repub-
blica », nel nostro tempo storico. C’è la Repubblica della inviolabilità
dei diritti fondamentali della persona, la Repubblica dei diritti sociali
che propugna la società giusta, ed infine la Repubblica dei poteri
costituiti e limitati, che impedisce il formarsi di una suprema potestas.
Ma, a ben guardare, c’è forse un unico ideale repubblicano entro cui
s’intrecciano da sempre due sentimenti: quello antidispotico che mette
al primo posto i diritti delle persone, assegnando alla politica un ruolo
strumentale e secondario, e quello sociale e solidaristico che recupera
alla politica medesima un ruolo decisivo e protagonistico per la realiz-
zazione dei principi di uguaglianza e di pari dignità sociale. Nell’ideale
repubblicano il timore per i possibili arbitrii della politica s’intreccia
continuamente con il bisogno di pensare la politica in grande, in
funzione di ambiziose missioni di ordine collettivo. In questo intreccio
c’è il filo conduttore della vicenda del nostro repubblicanesimo, quel
filo che abbiamo visto dipanarsi lungo il tragitto percorso, fino ai giorni
nostri, a partire da qui, dal 22 ottobre del 1814.