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NERONE VINCITORE DEL FESTIVAL

Interea senatus propinquo iam lustrali certamine, ut dedecus averteret, offert imperatori victoriam
cantus adicitque facundiae coronam qua ludicra deformitas velaretur. sed Nero nihil ambitu nec
potestate senatus opus esse. Dictitans, se aequum adversum aemulos et religione indicum meritam
laudem adsecuturum, primo carmen in scaena recitat; mox flagitante vulgo ut omnia studia sua
publicaret (haec enim verba dixere) ingreditur theatrum, cunctis citharae legibus obtemperans, ne
fessus resideret, ne sudorem nisi ea quam indutui gerebat veste detergeret, ut nulla oris aut narium
excrementa viserentur. Postremo flexus genu et coetum illum manu veneratus sententias indicum
opperiebatur ficto pavore. Et plebs quidem urbis, histrionum quoque gestus iuvare solita, personabat
certis modis plausuque composito. Crederes laetari, ac fortasse laetabantur per incuriam publici
flagitii.

TRADUZIONE
Nel frattempo il senato, dato che erano ormai vicini i giochi quinquennali, per allontanare il rischio
di uno scandalo, offre all’imperatore la vittoria nella gara di canto e vi aggiunge il premio
dell’eloquenza, perché con essa si nascondesse il disonore del suo atteggiamento istrionico. Ma
Nerone, insistendo nel dire che non c’era affatto bisogno né delle manovre né dell’autorità del
senato, e che egli avrebbe ottenuto una lode meritata alla pari coi suoi antagonisti e valendosi
dell’imparzialità dei giudici, prima declama un componimento poetico sulla scena, subito dopo
poiché il pubblico chiedeva con insistenza che rendesse noti a tutti i frutti del suo talento per intero
(queste sono proprio le parole che dissero), fece il suo ingresso in teatro, seguendo tutti i canoni
dell’arte della cetra, cioè non sedersi seppur stanco, non asciugarsi il sudore se non con la veste che
portava indosso, che non si vedessero liquidi fuoruscire dalla bocca o dal naso. Alla fine, piegato il
ginocchio e rendendo omaggio con la mano a quella accozzaglia di gente, stava ad aspettare la
valutazione dei giudici fingendo di essere in ansia. E il popolino di Roma, che di solito incoraggiava
anche la gestualità degli attori, faceva riecheggiare il teatro di grida secondo un ritmo determinato e
con applausi manovrati. Si sarebbe potuto credere che fosse al colmo della allegria e forse lo era,
incurante com’era del disonore generale.

UNA RISSA ALLO STADIO


Sub idem tempus levi initio atrox caedes orta inter colonos Nucerinos Pompeianosque gladiatorio
spectaculo, quod Livineius Regulus, quem motum senatu rettuli, edebat. quippe oppidana lascivia in
vicem incessente[s] probra, dein saxa, postremo ferrum sumpsere, validiore Pompeianorum plebe,
apud quos spectaculum edebatur. ergo deportati sunt in urbem multi e Nucerinis trunco per vulnera
corpore, ac plerique liberorum aut parentum mortes deflebant. cuius rei iudicium princeps senatui,
senatus consulibus permisit. et rursus re ad patres relata, prohibiti publice in decem annos eius modi
coetu Pompeiani collegiaque, quae contra leges instituerant, dissoluta; Livineius et qui alii
seditionem conciverant exilio multati sunt.

TRADUZIONE
Pressappoco in quel periodo, futili incidenti diedero origine a violenti scontri, con morti, tra gli
abitanti di Nocera e quelli di Pompei, durante uno spettacolo di gladiatori, organizzato da Livineio
Regolo, espulso, come già riferito, dal senato. Cominciarono, con l'intemperanza tipica delle
cittadine di provincia, a scambiarsi insulti, poi sassi, per finire col mettere mano alla spada; ebbero
la meglio quelli di Pompei, presso i quali si dava lo spettacolo. Molti di Nocera furono riportati
nella loro città col corpo mutilato o segnato da ferite, e parecchi piangevano la morte di figli o
genitori. Il principe affidò l'inchiesta sugli incidenti al senato e il senato ai consoli. Poi, quando la
faccenda ritorno al senato, ai Pompeiani furono vietate per dieci anni simili riunioni e vennero
sciolte le associazioni costituitesi in modo illegale. A Livineio e a quanti avevano provocato i
disordini fu comminato l'esilio.