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Archivistica: organizzazione e

trasmissione della memoria


documentaria collettiva
(modulo 168)

Euride Fregni
Università di Parma

Ultima revisione 10 Settembre 2007


ICoN – Italian Culture on the Net E. Fregni – Archivistica: organizzazione e trasmissione…

Presentazione del modulo

Il modulo intende offrire le fondamentali conoscenze storiche su come si è sviluppato in Italia il


processo di trasmissione e di organizzazione della memoria documentaria collettiva. Oggi esiste una
organizzazione archivistica molto articolata e regolata da norme legislative precise che gestisce un
patrimonio documentario di estrema rilevanza sia per l’antichità che per la quantità. Quel
patrimonio è giunto fino a noi perché nel corso dei secoli, a partire dall’alto Medioevo (VIII
secolo), istituzioni ecclesiastiche e laiche e privati si sono fatti carico di conservarlo. Naturalmente
se ne sono fatti carico in modi differenti nei vari periodi storici, applicando principi teorici diversi,
seguendo quella che è stata l’evoluzione teorica della dottrina archivistica. A partire dal XVIII
secolo sono sorti grandi istituti archivistici, in cui sono stati concentrati ingenti patrimoni
documentari; ognuno di questi istituti ha avuto una propria storia che lo caratterizza e che ha
impresso una connotazione specifica alla documentazione che conserva. Questi grandi istituti sono
ancora attivi, e ad essi se ne sono affiancati molti altri; tutti oggi si trovano davanti alla sfida che le
nuove tecnologie informatiche pongono agli archivi per il prossimo futuro: la gestione e la
conservazione del documento elettronico.

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Guida al modulo

Scopo del modulo

Scopo generale del modulo è descrivere le linee principali che hanno caratterizzato in Italia il
processo di conservazione e trasmissione del patrimonio archivistico dall’alto Medioevo (VIII
secolo) sino alla attuale organizzazione archivistica. In particolare il modulo intende sottolineare
come lo svolgersi e le modalità di questo processo siano state fortemente condizionate da un lato
dalla situazione politico-istituzionale italiana e dall’altro dalla evoluzione della dottrina archivistica.
E questi condizionamenti appaiono essere ancora fortemente presenti anche oggi rispetto alla
progettazione degli archivi del futuro.

Lista degli obiettivi

UD 1 - Organizzazione e legislazione archivistica vigente

Obiettivo di questa unità didattica è descrivere l’organizzazione degli archivi dello Stato, degli enti
pubblici e dei privati e conoscere la normativa che regola le modalità di conservazione e le
possibilità di consultazione della documentazione che conservano.

Sottoobiettivo: saper individuare le differenze giuridiche tra archivi pubblici e


archivi privati rispetto agli obblighi di conservazione e al diritto degli studiosi di
consultare la documentazione.

Sottoobiettivo: saper elencare i limiti posti dalla normativa alla possibilità di


consultare la documentazione privata di persone.

Sottoobiettivo: essere in grado di descrivere gli istituti che conservano i documenti


degli organi centrali e periferici dello Stato.

Sottoobiettivo: saper individuare dove sono conservati i documenti prodotti dalle


amministrazioni statali degli Stati preunitari.

Sottoobiettivo: saper descrivere la differenza tra archivi dello Stato, archivi di enti
pubblici e archivi privati.

UD 2 - Caratteri generali della storia degli archivi in Italia dal Medioevo a oggi

Obiettivo di questa unità didattica è tracciare un profilo della storia degli archivi in Italia dall’VIII
secolo all’Unità, evidenziando i caratteri generali e le linee di tendenza di ogni periodo.

Sottoobiettivo: saper indicare il significato che il termine "archivio" ha assunto a


partire dall'antica Roma fino al Medioevo.

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Sottoobiettivo: saper spiegare le ragioni della "egemonia ecclesiastica" nella


conservazione dei documenti e individuarne i termini temporali.

Sottoobiettivo: saper spiegare come, con la riorganizzazione politica dell'Italia e


l'affermarsi dei Comuni, le istituzioni civili si fanno carico della conservazione
documentaria.

Sottoobiettivo: saper individuare gli effetti del pensiero illuministico sulla tenuta e
sull'organizzazione degli archivi.

Sottoobiettivo: saper descrivere la differenza tra archivio storico e archivio


amministrativo.

UD 3 - La dottrina archivistica in Italia tra teoria e pratica

Obiettivo di questa unità didattica è illustrare l’evoluzione della dottrina archivistica in Italia,
evidenziando il rapporto tra affermazioni teoriche e gestione e organizzazione pratica degli archivi
dal ‘500 ai giorni nostri.

Sottoobiettivo: saper indicare i primi trattati sull'organizzazione degli archivi.

Sottoobiettivo: saper descrivere i criteri organizzativi della scuola milanese


(ordinamento cronologico e ordinamento per materia) nel XVIII secolo.

Sottoobiettivo: saper descrivere il metodo storico adottato da Bonaini e la scuola


archivistica toscana.

Sottoobiettivo: saper indicare gli esiti del Congresso internazionale di statistica del
1867 e i risultati raggiunti dalla Commissione Cibrario (in particolare la scelta del
metodo storico, recepita dalla normativa).

Sottoobiettivo: conoscere l'opera di Eugenio Casanova, autore dei primi trattati


moderni di archivistica in Italia, e il lavoro della scuola archivistica romana.

Sottoobiettivo: conoscere il fondamentale contributo apportato da Cencetti alla


teorizzazione del metodo storico.

Sottoobiettivo: saper indicare i più recenti sviluppi teorici dell'archivistica italiana.

Sottoobiettivo: saper indicare i più recenti sviluppi pratici dell'archivistica, in


particolare l'elaborazione di standard internazionali per lo scambio e la cumulazione
di dati.

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UD 4 - I grandi Archivi di Stato

Obiettivo di questa unità didattica è illustrare le vicende storiche che hanno caratterizzato la
formazione dei più prestigiosi istituti archivistici italiani e descrivere il variegato patrimonio
documentario che essi conservano.

Sottoobiettivo: conoscere la storia dell'Archivio di Stato di Roma e saper descrivere a


grandi linee il patrimonio in esso conservato.

Sottoobiettivo: conoscere la storia dell'Archivio di Stato di Firenze e saper descrivere


a grandi linee il patrimonio in esso conservato.

Sottoobiettivo: conoscere la storia dell'Archivio di Stato di Napoli e saper descrivere


a grandi linee il patrimonio in esso conservato.

Sottoobiettivo: conoscere la storia dell'Archivio di Stato di Venezia e saper


descrivere a grandi linee il patrimonio in esso conservato.

Sottoobiettivo: conoscere la storia dell'Archivio di Stato di Milano e saper descrivere


a grandi linee il patrimonio in esso conservato.

Sottoobiettivo: conoscere la storia dell'Archivio di Stato di Torino e saper descrivere


a grandi linee il patrimonio in esso conservato.

Sottoobiettivo: conoscere la storia dell'Archivio di Stato di Palermo e saper


descrivere a grandi linee il patrimonio in esso conservato.

UD 5 - Gli archivi della Chiesa cattolica

Obiettivo di questa unità didattica è delineare l’organizzazione archivistica della Chiesa cattolica in
Italia, individuare le caratteristiche della documentazione conservata nei vari archivi e illustrare la
normativa che ne regola la conservazione e l’accesso.

Sottoobiettivo: conoscere la storia dell'Archivio Segreto Vaticano e saper indicare le


tipologie di documenti in esso conservati.

Sottoobiettivo: saper indicare tipologie documentarie e caratteristiche istituzionali


degli archivi diocesani.

Sottoobiettivo: saper indicare tipologie documentarie e caratteristiche istituzionali


degli archivi capitolari.

Sottoobiettivo: saper indicare tipologie documentarie e caratteristiche istituzionali


degli archivi parrocchiali.

Sottoobiettivo: saper indicare tipologie documentarie e caratteristiche istituzionali


degli archivi monastici.

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Sottoobiettivo: conoscere i recenti accordi tra lo Stato e la Chiesa per la


valorizzazione degli archivi ecclesiastici, e in particolare il contenuto dell'Intesa del
2000.

UD 6 - Gli archivi degli enti pubblici e gli archivi privati

Obiettivo di questa unità didattica è illustrare alcune delle più importanti tipologie di archivi
conservati e gestiti al di fuori degli istituti archivistici statali, per ognuna descrivere le
caratteristiche generali della documentazione conservata e le modalità di accesso per la
consultazione.

Sottoobiettivo: saper spiegare perché attualmente tutti gli enti pubblici hanno il
proprio archivio.

Sottoobiettivo: saper indicare le principali caratteristiche degli archivi degli enti


territoriali (regioni, province, comuni).

Sottoobiettivo: saper indicare le principali caratteristiche degli archivi degli enti


pubblici.

Sottoobiettivo: saper indicare le principali caratteristiche degli archivi delle


istituzioni di accoglienza e di beneficenza.

Sottoobiettivo: saper indicare le principali caratteristiche degli archivi notarili e le


tipologie di documenti che conservano.

Sottoobiettivo: saper indicare le principali caratteristiche degli archivi gentilizi e le


tipologie di documenti che conservano.

Sottoobiettivo: saper indicare le principali caratteristiche degli archivi privati e il


ruolo svolto dagli istituti culturali per la loro conservazione.

UD 7 - I nuovi scenari: archivistica e informatica

Obiettivo di questa unità didattica è illustrare l’impatto che le nuove tecnologie hanno avuto
sull’organizzazione archivistica: dalle possibilità di diffusione delle informazioni sul patrimonio
archivistico italiano offerte da Internet, alla gestione informatizzata degli archivi correnti, alle
nuove norme che danno validità giuridica ai documenti elettronici.

Sottoobiettivo: conoscere gli standard internazionali per la descrizione archivistica e


il dibattito internazionale ad essi legato.

Sottoobiettivo: conoscere gli effetti della diffusione di Internet sulla elaborazione dei
sistemi informativi archivistici.

Sottoobiettivo: conoscere i contenuti del portale dell'amministrazione archivistica


nazionale.

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Sottoobiettivo: conoscere le principali caratteristiche della Guida generale degli


Archivi di Stato italiani in rete.

Sottoobiettivo: conoscere le principali caratteristiche del Sistema informativo


unificato delle Soprintendenze archivistiche e gli obiettivi che tale iniziativa si
prefigge.

Sottoobiettivo: conoscere le principali problematiche legate alla normativa sul


documento elettronico e al passaggio dal documento cartaceo a quello elettronico.

Contenuti del modulo

Il modulo è composto da sette unità didattiche.

Attività richieste

Lettura e studio dei contenuti del modulo; svolgimento degli esercizi di autovalutazione.

Materiale facoltativo di approfondimento

Lettura di alcune pagine tratte dai seguenti moduli:

- m00170 [Biblioteconomia II]: UD3


- m00171 [Storia delle biblioteche. Biblioteche in Italia: storia e attualità]: 1.3

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Indice delle unità didattiche

UD 1 - Organizzazione e legislazione archivistica vigente

L’unità didattica illustra l’organizzazione archivistica attualmente vigente in Italia, e offre un


quadro generale della normativa che regola la conservazione e l’accesso alla documentazione
archivistica.

1.1 - La normativa sugli archivi

1.2 - Gli Archivi di Stato

1.3 - L’Archivio centrale dello Stato

1.4 - L’Archivio storico diplomatico del Ministero degli Esteri

1.5 - Gli archivi degli Stati maggiori militari

1.6 - Gli archivi degli organi legislativi: Camera e Senato

1.7 - Le Soprintendenze archivistiche e la tutela degli archivi pubblici e privati

UD 2 - Caratteri generali della storia degli archivi in Italia dal Medioevo a oggi

L’unità didattica traccia un profilo della storia degli archivi in Italia dall’VIII secolo all’Unità,
evidenziando i caratteri generali e le linee di tendenza di ogni periodo.

2.1 - La funzione giuridica degli archivi. Gli archivi di palazzo

2.2 - L’egemonia della tradizione ecclesiastica dall’alto Medioevo all’XI secolo

2.3 - Centri e periferie: la riorganizzazione politica d’Italia

2.4 - La concezione degli archivi dal Medioevo al Settecento, la giurisprudenza


archivistica

2.5 - L’età dell’illuminismo e l’ordinamento per materie

2.6 - Archivi amministrativi e archivi storici

UD 3 - La dottrina archivistica in Italia tra teoria e pratica

L’unità didattica illustra l’evoluzione della dottrina archivistica in Italia, evidenziando il rapporto
tra affermazioni teoriche e gestione e organizzazione pratica degli archivi dal ‘500 ai giorni nostri.

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3.1 - I primi trattati sull’organizzazione degli archivi (secoli XVI-XVII)

3.2 - La scuola milanese del XVIII secolo

3.3 - Francesco Bonaini e la scuola archivistica toscana (XIX secolo)

3.4 - Il Congresso internazionale di statistica, la commissione Cibrario, la normativa


del 1875

3.5 - Eugenio Casanova e la scuola archivistica romana (XX secolo)

3.6 - Giorgio Cencetti e il fondamento teorico dell’archivistica (XX secolo)

3.7 - La dottrina archivistica oggi

UD 4 - I grandi Archivi di Stato

L’unità didattica illustra le differenti vicende storiche che hanno caratterizzato la formazione dei più
prestigiosi istituti archivistici italiani e descrive il variegato patrimonio documentario che essi
conservano.

4.1 - L’Archivio di Stato di Roma

4.2 - L’Archivio di Stato di Firenze

4.3 - L’Archivio di Stato di Napoli

4.4 - L’Archivio di Stato di Venezia

4.5 - L’Archivio di Stato di Milano

4.6 - L’Archivio di Stato di Torino

4.7 - L’Archivio di Stato di Palermo

UD 5 - Gli archivi della Chiesa cattolica

L’unità didattica delinea l’organizzazione archivistica della Chiesa cattolica in Italia, individua le
caratteristiche della documentazione conservata nei vari archivi e illustra la normativa che ne regola
la conservazione e l’accesso.

5.1 - L’Archivio Segreto Vaticano

5.2 - Gli archivi diocesani

5.3 - Gli archivi capitolari

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5.4 - Gli archivi parrocchiali

5.5 - Gli archivi monastici

5.6 - L’Intesa tra lo Stato italiano e la Chiesa sugli archivi ecclesiastici

UD 6 - Gli archivi degli enti pubblici e gli archivi privati

L’unità didattica illustra alcune delle più importanti tipologie di archivi, per ognuna descrive le
caratteristiche generali della documentazione conservata e le modalità di accesso per la
consultazione.

6.1 - Il policentrismo della conservazione e la diffusione degli archivi degli enti


pubblici

6.2 - Gli archivi degli enti territoriali: regioni, province e comuni

6.3 - Gli archivi degli enti pubblici

6.4 - Gli archivi delle istituzioni di assistenza e beneficenza

6.5 - Gli archivi notarili

6.6 - Gli archivi gentilizi

6.7 - Gli archivi privati di persone e di associazioni e il ruolo degli istituti culturali

UD 7 - I nuovi scenari: archivistica e informatica

L’unità didattica è dedicata all’impatto che le nuove tecnologie hanno avuto sull’organizzazione
archivistica: dalle possibilità di diffusione delle informazioni sul patrimonio archivistico italiano
offerte da internet, alle nuove norme che danno validità giuridica ai documenti elettronici e aprono
un nuovo scenario per la conservazione della memoria documentaria.

7.1 - La discussione sugli standard internazionali per la descrizione archivistica


(ISAD)

7.2 - Il Sistema Archivistico Nazionale (SAN)

7.3 - La Guida generale degli Archivi di Stato in Rete

7.4 - Il sistema informativo unificato per la Soprintendenze archivistiche (SIUSA)

7.5 - La normativa sul documento elettronico e gli archivi del futuro

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UD 1 - Organizzazione e legislazione archivistica vigente

L’unità didattica illustra l’organizzazione archivistica attualmente vigente in Italia, e offre un


quadro generale della normativa che regola la conservazione e l’accesso alla documentazione
archivistica.

1.1 - La normativa sugli archivi

1.2 - Gli Archivi di Stato

1.3 - L’Archivio centrale dello Stato

1.4 - L’Archivio storico diplomatico del Ministero degli Esteri

1.5 - Gli archivi degli Stati maggiori militari

1.6 - Gli archivi degli organi legislativi: Camera e Senato

1.7 - Le Soprintendenze archivistiche e la tutela degli archivi pubblici e privati

1.1 - La normativa sugli archivi

I beni archivistici sono una delle categorie di beni culturali sottoposti alla tutela dello Stato
attraverso il Codice per i beni culturali, di recentissima emanazione, che regolamenta tutto il settore.
Sono considerati beni culturali:

a) le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico, o demo-etno-
antropologico;
b) le cose immobili che, a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura,
dell'arte e della cultura in genere, rivestono un interesse particolarmente importante;
c) le collezioni o serie di oggetti che, per tradizione, fama e particolari caratteristiche ambientali,
rivestono come complesso un eccezionale interesse artistico o storico;
d) i beni archivistici;
e) i beni librari.

Per beni archivistici si intendono:

1) gli archivi e i singoli documenti dello Stato;


2) gli archivi e i singoli documenti degli enti pubblici;
3) gli archivi e i singoli documenti, appartenenti a privati, che rivestono notevole interesse storico.

Nel nostro Paese la proprietà, la conservazione e la salvaguardia degli archivi è, per antica
tradizione, affidata a coloro che nel tempo li hanno prodotti, siano essi soggetti pubblici o privati.

Anche dopo l’Unità d’Italia, l’organizzazione amministrativa e la legislazione di tutela che lo Stato
si è dato nel corso di oltre un secolo hanno assecondato il "policentrismo della conservazione",
assicurando tuttavia sempre più consapevolmente unitarietà di indirizzi per la salvaguardia e la
trasmissione del patrimonio storico-documentale.

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Dal 1939 l’amministrazione si è dotata, con le soprintendenze archivistiche, di organi con compiti
di tutela sull’immenso patrimonio documentario non statale, pari per vastità e importanza a quello
conservato negli Archivi di Stato e ha realizzato, in tal modo, un sistema istituzionale "originale e
tutto italiano" che coniuga il pluralismo culturale con una tutela unitaria, e che ha ispirato
legislazioni estere.

Gli archivi storici prodotti dagli organismi statali pre e postunitari sono conservati dagli Archivi di
Stato, uno per provincia, dove sono liberamente consultabili.

Gli enti pubblici hanno l’obbligo di istituire al loro interno un servizio archivistico che garantisca la
buona tenuta dei documenti e la loro conservazione affidabile e autentica nel tempo. Anche gli
archivi degli enti pubblici sono liberamente consultabili a fini di studio.

Le uniche limitazioni alla consultazione, valide per qualunque archivio, riguardano i documenti che
trattano della politica interna ed estera dello Stato, riservati per cinquanta anni, e i documenti che
contengono dati sensibili relativi a situazioni puramente private di persone. In questo caso i
documenti sono riservati per quarant’anni, se trattano di appartenenza religiosa, politica, filosofica e
sindacale, o per settanta anni, se riguardano la salute, la vita sessuale e i rapporti di famiglia.

1.2 - Gli Archivi di Stato

In ogni capoluogo di provincia è presente un Archivio di Stato, con la funzione di conservare tutta
la documentazione prodotta dagli uffici statali presenti nel territorio provinciale e non più
occorrente per lo svolgimento dell’attività amministrativa. La legge archivistica emanata nel 1963
prevede infatti che tutti gli uffici statali versino all’Archivio di Stato competente per territorio tutti i
documenti relativi a pratiche amministrative concluse da quaranta anni.

Inoltre gli Archivi di Stato conservano la documentazione ereditata dagli Stati preunitari, gli archivi
notarili anteriori agli ultimi cento anni e gli archivi confiscati agli enti ecclesiastici e alle
corporazioni religiose all’atto della loro soppressione. Gli Archivi di Stato possono ricevere in
deposito archivi degli enti pubblici territoriali (regioni, province, comuni) e non territoriali
(consorzi di bonifica, camere di commercio, ospedali) e archivi privati (di famiglie, personali, di
imprese, di istituzioni).

La documentazione conservata negli istituti archivistici italiani consta di circa un milione di


pergamene sciolte (oltre a quelle frammiste ad altra documentazione in varie serie archivistiche) e
di circa otto milioni di unità tra buste, filze, mazzi, fasci, volumi e registri, per un totale non
calcolabile di singoli documenti cartacei e pergamenacei. L'insieme del materiale occupa oltre
1.200.000 metri lineari di scaffalature. Il documento pergamenaceo più antico è dell'anno 721 e si
trova nell'Archivio di Stato di Milano; la prima e rara documentazione cartacea risale al secolo XII.

Gli Archivi di Stato sono istituiti nei capoluoghi di provincia, ma la documentazione che vi si
conserva riflette il mutare delle circoscrizioni territoriali nel tempo; gli Archivi di Stato con sede
nelle città capitali degli Stati preunitari conservano le carte degli organi centrali di quegli Stati.

Vari compiti specifici si collegano alla funzione della conservazione propria degli Archivi di Stato:
l'ordinamento degli archivi e la compilazione dei relativi inventari, indici, elenchi di consistenza,
guide particolari e tematiche; l'assistenza ai ricercatori in sala di studio e le ricerche per
corrispondenza; l'acquisizione della documentazione storica degli uffici statali; le edizioni di fonti;

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l'attività promozionale e didattica; le iniziative di ricerca scientifica e di valorizzazione dei


documenti anche in collaborazione con altri istituti culturali.

I documenti conservati negli Archivi di Stato sono liberamente consultabili, con eccezione di quelli
riservati per motivi di politica interna ed estera, che diventano consultabili 50 anni dopo la loro data
(vedi 1.1), dei documenti riservati relativi a situazioni puramente private delle persone e di quelli
dei processi penali che lo divengono dopo 70 anni. Sono tuttavia ammesse autorizzazioni alla
consultazione anticipata per motivi di studio.

1.3 - L’Archivio centrale dello Stato

L’origine dell’Archivio centrale dello Stato risale al 1875, quando un decreto reale istituì l’Archivio
del Regno con la precipua finalità di "raccogliere gli atti dei dicasteri centrali" che più non
occorrevano "ai bisogni ordinari del servizio". Fino agli anni ’50 del secolo scorso, l’Istituto ha
condiviso la sede, la gestione dei documenti e la direzione amministrativa con l’Archivio di Stato di
Roma, raggiungendo una piena autonomia soltanto nel 1953. Fu in questa circostanza che si pose il
problema di individuare una sede definitiva e autonoma per l’Istituto: si decise di portare a termine,
nel quartiere Eur, il palazzo progettato in epoca fascista dagli architetti De Renzi e Pollini per
ospitare il Museo delle Forze Armate. Il trasferimento nella nuova sede fu effettuato nel 1960.

Una sala dell'Archivio centrale dello Stato

L’Archivio centrale dello Stato è istituzionalmente preposto alla conservazione e alla valorizzazione
dei documenti di rilevanza storica non più utili ai fini amministrativi, prodotti dagli organi centrali
dello Stato - Presidenza del Consiglio dei Ministri, ministeri, organi consultivi e giurisdizionali - a
eccezione dei complessi documentari del Parlamento, della Presidenza della Repubblica, del
Ministero degli Affari Esteri e del Ministero della Difesa (limitatamente alle carte di carattere
militare), che vengono conservati dagli stessi organi produttori nei propri archivi storici.

Funzione di particolare rilievo è la sorveglianza sulla tenuta degli archivi correnti degli organi
centrali dello Stato e la valutazione delle carte che possono essere distrutte.

La documentazione conservata presso l’Archivio centrale dello Stato assomma a circa 430.000
pezzi: dagli originali delle leggi e dei decreti dello Stato (1861-1997) alle inchieste parlamentari
(fine '800 e primo '900); dai pareri del Consiglio di Stato (1848-1920) agli atti del governo e ai
decreti registrati presso la Corte dei Conti; dalle carte della Real Casa e della Presidenza del
Consiglio dei Ministri (1876-1976) ai documenti dei ministeri; dalla documentazione della Corte di
Cassazione di Roma e della Suprema Corte di Cassazione ai Tribunali militari.

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Sotto la dizione "Archivi fascisti" si conservano inoltre le carte della Segreteria particolare di
Mussolini, della Mostra della rivoluzione fascista e del partito fascista.

L’Archivio centrale dello Stato custodisce inoltre un’importante raccolta di archivi e carteggi di
personalità del mondo politico, militare, artistico e culturale, dal periodo risorgimentale ai giorni
nostri.

1.4 - L’Archivio storico diplomatico del Ministero degli Esteri

Per tradizione consolidata il Ministero degli Esteri non versa documenti all’Archivio centrale dello
Stato ma ha un proprio archivio storico autonomo all’interno della sede ministeriale, nel palazzo
della Farnesina a Roma.

All'indomani dell'Unità i ministri degli Esteri, succedutisi nei primi governi del Regno, ritennero
opportuno che le carte relative alla politica estera fossero conservate presso il ministero stesso, non
solo quelle prodotte dal nuovo ministero, ma anche quelle relative alla politica estera degli Stati
preunitari. Nel 1886 venne nominato un direttore degli archivi. Nello stesso anno vennero trasmessi
al ministero le carte della Segreteria di Stato, poi Ministero degli Affari Esteri del Regno di
Sardegna (1814-1861), e delle legazioni e rappresentanze consolari sarde dal XVIII secolo a
Vienna, Londra e Pietroburgo, e dall’inizio del XIX a Parigi, Madrid, L'Aja, Berna e Lisbona; le
carte delle rappresentanze diplomatiche e consolari toscane (1737-1859) e degli altri Stati preunitari
depositate presso legazioni o consolati.

Nel 1902 venne istituito formalmente l'Archivio storico, poi regolamentato nel 1908. Nel 1924 fu
attivato un archivio generale di deposito destinato a raccogliere le carte delle direzioni generali e
degli uffici per un periodo di 10 anni prima del loro versamento all'Archivio storico o del loro
scarto.

Durante la Seconda guerra mondiale e nel periodo immediatamente successivo gli archivi
ministeriali subirono ingenti danni e dispersioni. L'Archivio storico diplomatico conserva
attualmente circa 13 km lineari di documentazione, suddivisa in base all'origine (ufficio versante).
La maggior parte dei fondi mantiene l'ordinamento originario dell'archivio, ma alcune serie
politiche sono state riordinate secondo un criterio alfabetico geografico. Presso l'Archivio storico
diplomatico sono inoltre conservati vari fondi provenienti dal soppresso Ministero dell'Africa
italiana relativi agli anni 1859-1959; l'archivio dell'Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia,
AFIS (1950-1960); archivi di numerose personalità politiche, ministri degli esteri e ambasciatori, e
un fondo proveniente dal soppresso Ministero della cultura popolare relativo al periodo fascista.

I documenti che risalgono a oltre 50 anni sono consultabili dietro autorizzazione del direttore
dell'Archivio. Il Ministro degli Affari Esteri, in via del tutto eccezionale, può ridurre tale periodo a
30 anni.

1.5 - Gli archivi degli Stati maggiori militari

Gli Stati maggiori militari (Esercito, Marina e Aeronautica) hanno attivato ognuno un ufficio storico
con compiti di conservazione documentaria ma anche di studio e ricerca. In genere gli uffici si
articolano in sezioni, una delle quali costituisce l’Archivio storico.

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L'Ufficio storico dell’Esercito nasce nel 1853 come Ufficio Militare del Corpo Reale dello Stato
Maggiore, con la finalità di raccogliere, ordinare e conservare i documenti militari del Regno di
Sardegna, che dovevano servire a scrivere la storia delle guerre e delle campagne. L'archivio
dell'Ufficio era costituito da pochi carteggi, fra i quali le carte della Prima guerra d'Indipendenza
(1848-1849).

Nel tempo, la consistenza dei documenti si è notevolmente accresciuta e oggi le buste custodite
sono decine di migliaia: relazioni, memorie e diari delle Guerre d'Indipendenza e delle campagne
per l'Unità d'Italia; carte del Brigantaggio nell'Italia Meridionale (1860-1870); documenti dei Corpi
di spedizione all'estero e di occupazione, a partire dalla fine dell'Ottocento; memorie storiche
compilate in tempo di pace e diari storici compilati in guerra da tutti i Comandi e Corpi
dell'Esercito, a partire dal 1860; carte dei Ministri, del Gabinetto Guerra, del Comando Supremo,
dello Stato Maggiore Generale; carteggi delle Commissioni interalleate di pace, delle Commissioni
di controllo, delle Commissioni per la delimitazione dei confini; relazioni e documentazioni della
presenza italiana in Africa, a partire dalla fine dell'Ottocento; alcune carte della Repubblica Sociale
Italiana; documenti di campi e manovre, viaggi e studi; raccolta di circolari di ogni tipo; carte degli
addetti militari e delle missioni all'estero.

All'Archivio cartaceo è affiancato quello iconografico, ripartito in collezioni: di fotografie (oltre


600.000 immagini); di cartoline, bolli e calendari reggimentali (circa 58.000 pezzi); di medaglie e
distintivi (migliaia di esemplari, in catalogazione).

L'Ufficio storico della Marina militare è deputato alla raccolta di tutta la documentazione scritta e
fotografica relativa alla "vita" e alla storia della Marina militare. L’Ufficio storico è suddiviso in
sezioni: la prima costituisce l’Archivio storico, la seconda l’Archivio fotografico. L’Archivio

storico ha come funzioni l’acquisizione, l'ordinamento, l'archiviazione e la conservazione dei


documenti e delle pubblicazioni aventi interesse storico per la Marina Militare, e la consulenza e
assistenza per studiosi e ricercatori italiani o stranieri sulla documentazione conservata. L’Archivio
fotografico si occupa della catalogazione e conservazione della documentazione fotografica di unità
navali e avvenimenti d'interesse storico nell'ambito della Marina militare, della raccolta di nuova
documentazione e della consulenza e assistenza fotografica per studiosi e ricercatori.

L'Ufficio storico dell'Aeronautica militare è stato fondato nel 1926 come "Sezione storica
dell'Ufficio di Stato Maggiore della Regia Aeronautica". Da più di settanta anni l'Ufficio storico
dell'Aeronautica militare opera per garantire la massima diffusione ai temi della storia aeronautica
italiana. L'Ufficio storico è strutturato in modo da coprire una consistente area di attività che
comprende la raccolta di documenti (memorie, resoconti, atti ufficiali, "diari storici" ecc.), una
biblioteca specializzata, la pubblicazione di opere a carattere storico-aeronautico, il recupero e il
restauro di materiale ritenuto di interesse storico (velivoli, apparati tecnici, armi, uniformi ecc.).
L'Ufficio è articolato in tre sezioni: Ricerca ed Editoria Storica; Archivio, Biblioteca ed Emeroteca;
Materiale Storico. Presso l'Archivio Storico è conservato materiale documentario che abbraccia un
arco di tempo che va dalla Guerra italo-turca del 1911-12, nel corso della quale per la prima volta
venne impiegato il mezzo aereo in operazioni belliche, fino ai nostri giorni. Sono ordinati,
catalogati e disponibili quindi documenti su episodi bellici (I e II conflitto mondiale, Guerra
d'Etiopia, Guerra di Spagna ecc.), su singoli personaggi, su reparti della Forza Armata e sulle
numerose imprese di cui si sono resi protagonisti i piloti italiani.

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1.6 - Gli archivi degli organi legislativi: Camera e Senato

Nel 1971 sono stati istituiti gli archivi storici dei due rami del Parlamento: Camera dei deputati e
Senato. Essi sono stati aperti al pubblico in tempi successivi: nel 1991 l’Archivio storico della
Camera, nel 2003 quello del Senato.

Entrambi conservano la documentazione prodotta dai due organi legislativi a partire dalla loro
istituzione, nel 1861. Conservano inoltre la documentazione del Parlamento del Regno di Sardegna
(1848-1861) e quella del Parlamento napoletano (1848-1849).

In relazione ai momenti di cambiamento istituzionale, alla diversità degli enti produttori dei fondi e
alla differenza dei supporti su cui sono conservati i documenti, il materiale è stato suddiviso in
cinque "archivi": Archivio del Parlamento napoletano (1848-1849); Archivio del Regno (1848-
1943); Archivi della transizione costituzionale (1943-1948), Archivi della Repubblica (dal 1948);
Archivi diversi; Archivi privati.

In particolare la sezione dei due istituti dedicata all’Archivio del Regno si compone di numerose
serie che documentano l’attività legislativa e amministrativa della Camera dei deputati nel periodo
compreso tra il 1848 e il 1943 e del Senato tra il 1848 e il 1947. In questi fondi infatti sono
comprese anche le carte che si riferiscono alle vicende parlamentari degli anni precedenti l’Unità
d’Italia (1848-1861), perché, sebbene dal punto di vista politico-istituzionale esista una netta cesura
tra il Parlamento del Regno di Sardegna e il Parlamento del Regno d’Italia, si riscontra una
sostanziale continuità della struttura amministrativa dei due organismi in tutto questo periodo che si
riflette anche sull’organizzazione archivistica.

Il Fondo degli Archivi della Repubblica è strutturato in varie serie e tipologie di documenti, con una
estensione temporale dal 1948 fino ai nostri giorni.

Dopo l’approvazione della Costituzione repubblicana, le elezioni del 18 aprile 1948 sanciscono la
nascita della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica italiana. I due organi vengono
considerati, per le rilevanti modificazioni intervenute nella vita parlamentare e politica,
completamente nuovi rispetto ai precedenti, nonostante sussistano elementi di continuità con la
Camera dei deputati e il Senato del Regno, in particolare sotto il profilo amministrativo. I fondi
(ovviamente aperti) comprendono alcune serie omologhe a quelle della Camera e del Senato Regio
(Verbali d’Aula, Disegni di legge ecc.), e altre del tutto nuove, che riflettono le modificazioni
intervenute nella struttura, nel funzionamento e nell’amministrazione delle Assemblee dal
dopoguerra ad oggi.

Al termine di ciascuna legislatura i Servizi e gli Uffici della Camera e del Senato versano ai
rispettivi Archivi storici gli atti e i documenti legislativi e amministrativi prodotti, salvo quelli che,
per obbligo di legge o di Regolamento, debbano rimanere presso i Servizi o gli Uffici competenti
per un periodo superiore, comunque non oltre le tre legislature successive. Il Regolamento stabilisce
inoltre che gli istituti possono acquisire archivi o documenti di parlamentari, ex-parlamentari ed ex-
funzionari del Parlamento e altri fondi privati. Sulla base di questa disposizione, gli Archivi storici
della Camera e del Senato rivolgono grande attenzione alla tutela e alla conservazione degli archivi
privati dei singoli parlamentari.

Infine i due istituti conservano una pluralità di fondi che per diversi motivi presentano aspetti
peculiari; alcuni riguardo al tipo di supporto su cui sono conservati i documenti (per esempio
sonoro, magnetico, digitale, fotografico); altri per il carattere di specialità rispetto alla normale

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tipologia del materiale documentario. Tutti i fondi sono comunque in qualche modo legati
all’attività del Parlamento.

1.7 - Le Soprintendenze archivistiche e la tutela degli archivi pubblici e privati

Le Soprintendenze archivistiche hanno competenza regionale e sono istituite nei capoluoghi di


regione, con l'eccezione della Soprintendenza per il Piemonte, che estende la propria attività anche
alla Val d'Aosta. Nell'accezione di archivi non statali rientra una straordinaria varietà e molteplicità
di complessi documentari di interesse storico: da quelli appartenenti a enti territoriali (regioni,
province, comuni) o ad altri enti pubblici (università, istituzioni culturali, camere di commercio,
banche, istituti di credito) a quelli appartenenti a privati (archivi familiari, archivi di persone, di
partiti politici, di sindacati, di imprese) e alle confessioni religiose. Questi ultimi sono naturalmente
soggetti a un regime concordatario (cioè frutto di un accordo normativo tra lo Stato italiano e le
autorità religiose che rappresentano in Italia la singola confessione).

Tra i compiti propri della funzione di tutela delle Soprintendenze si segnalano: l'individuazione e il
censimento degli archivi non statali; la dichiarazione di notevole interesse storico degli archivi
privati; le ispezioni; la consulenza, a richiesta, sui metodi di conservazione, di ordinamento e di
inventariazione; la concessione del "nulla osta" per lo scarto degli archivi degli enti pubblici e di
quelli dichiarati di notevole interesse storico; l'intervento in caso di inadempienza degli obblighi

stabiliti dalla legge; la valutazione delle priorità nell'erogazione dei contributi ai possessori di
archivi privati ed ecclesiastici; la valutazione dell'opportunità di acquisire fondi documentari di
interesse storico offerti in vendita, in dono o in deposito agli Archivi di Stato. È inoltre attribuita
alle Soprintendenze la funzione di identificare e rivendicare gli archivi e i documenti statali che si
trovino fuori dalla loro sede istituzionale di conservazione. Analoghi compiti vengono svolti, in
collaborazione con gli enti pubblici, per il recupero dei documenti a essi appartenenti.

Gli archivi vigilati sono molte decine di migliaia: gli archivi comunali sono oltre 8.000 e gli enti
pubblici non territoriali che hanno operato e operano in Italia dall'unificazione sono circa 50.000.

Negli archivi comunali, soprattutto dell'Italia centro-settentrionale, si trovano documenti che


risalgono al Medioevo. Documentazione antica si trova anche negli archivi degli enti ospedalieri e
di enti assistenziali, di banche, di organismi mercantili; più recente, ma altrettanto di rilievo, è la
documentazione di enti pubblici economici.

Anche il patrimonio costituito dagli archivi privati - familiari, personali, imprenditoriali, di


istituzioni di varia natura - è molto ricco. La legge archivistica impone al privato l'obbligo di
denunciare alla Soprintendenza archivistica il proprio archivio se contenga documenti anteriori agli
ultimi 70 anni. I soprintendenti possono anche di propria autonoma iniziativa dichiarare il "notevole
interesse storico" degli archivi privati: a seguito di tale dichiarazione sorgono per i privati
particolari obblighi.

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UD 2 - Caratteri generali della storia degli archivi in Italia dal Medioevo a oggi

L’unità didattica traccia un profilo della storia degli archivi in Italia dall’VIII secolo all’Unità,
evidenziando i caratteri generali e le linee di tendenza di ogni periodo.

2.1 - La funzione giuridica degli archivi. Gli archivi di palazzo

2.2 - L’egemonia della tradizione ecclesiastica dall’alto Medioevo all’XI secolo

2.3 - Centri e periferie: la riorganizzazione politica d’Italia

2.4 - La concezione degli archivi dal Medioevo al Settecento, la giurisprudenza


archivistica

2.5 - L’età dell’illuminismo e l’ordinamento per materie

2.6 - Archivi amministrativi e archivi storici

2.1 - La funzione giuridica degli archivi. Gli archivi di palazzo

Il più antico significato della parola archivio si riferisce al luogo in cui si conservano i documenti. I
giuristi dell’antica Roma mettevano in risalto come il luogo fosse determinante per conferire valore
giuridico e di prova ai documenti che vi erano conservati. Secondo la giurisprudenza romana solo le
autorità pubbliche potevano avere archivi, che dovevano essere diretti da pubblici funzionari, in
grado di garantire la corretta conservazione dei documenti avuti in custodia. In epoca romana l’uso
degli archivi da parte dei cittadini per motivi giuridici era generalizzato. Gli scrivani specializzati,
denominati "tabelliones", redigevano i documenti per conto dei privati. Questi documenti
(testamenti, donazioni, compravendite) per avere valore giuridico e costituire prova nel tempo della
volontà espressa dovevano essere depositati negli archivi pubblici a ciò deputati (insinuatio negli
acta municipalia). Questi archivi avevano sede nei palazzi dove si trovavano gli uffici incaricati di
svolgere questa funzione di conservazione sicura e autentica; di conseguenza anche i palazzi
dovevano offrire garanzie di sicurezza.

La capacità dell’archivio di conferire valore giuridico ai documenti ivi conservati fece sì che
l’archivio diventasse materia di interesse per i giuristi, che svolsero il tema dello "ius archivii" (cioè
legislazione archivistica). Per l'esistenza di un archivio erano necessarie varie condizioni, tutte
incentrate sulle garanzie che l’archivio-luogo poteva offrire: l'autorità che lo aveva istituito doveva
essere in possesso della relativa autorizzazione, il conservatore delle carte doveva essere in possesso
della qualifica di pubblico funzionario, l'edificio doveva essere sicuro.

Lo sconvolgimento istituzionale provocato dalle invasioni barbariche, il venir meno di autorità


civili riconosciute e stabilmente residenti, l’anarchia feudale che ne seguì, l’insicurezza e
l’instabilità sociale ebbero effetti devastanti sugli archivi. Nell’alto Medioevo, essendo venuto
meno l’archivio come luogo di conservazione sicuro in grado di conferire capacità probativa ai
documenti, divenne necessario che i documenti che attestavano diritti e proprietà avessero quella
capacità indipendentemente da chi li conservava. Diventò allora importante la redazione del
documento e la facoltà di colui che lo redigeva di conferire a esso valore giuridico. Gli antichi
tabelliones romani, scrivani specializzati nella stesura degli atti, si trasformarono nel Medioevo in
"notai": persone dotate di "publica fides" (fede pubblica) riconosciuta da una delle due uniche

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autorità superiori esistenti, l’imperatore e il papa, e pertanto in grado di stendere atti giuridicamente
rilevanti.

2.2 - L’egemonia della tradizione ecclesiastica dall’alto Medioevo all’XI secolo

Nei secoli altomedievali solo le autorità ecclesiastiche, i vescovi nelle loro cattedrali e gli abati nei
loro monasteri, mantennero viva la tradizione dell’archivio-luogo. Al contrario dei signori laici, che
si spostavano continuamente tra i loro castelli, i vescovi e gli abati avevano una sola residenza in
cui dimoravano stabilmente. All’interno del palazzo vescovile o della stessa cattedrale, nel cuore
del monastero, i locali più sicuri, più protetti vennero adibiti ad archivio.

L'abbazia di Montecassino

Sebbene l’archivio fosse segreto e accessibile solo agli incaricati, e non avesse quella funzione di
deposito di atti privati propria dell’antico archivio di palazzo, è probabile che privati cittadini
chiedessero e ottenessero di custodirvi i propri atti: non è infrequente infatti trovare in questi
archivi, insieme ai documenti relativi alla chiesa o al capitolo, anche atti, soprattutto compravendite,
di persone che non avevano alcun legame con le istituzioni ecclesiastiche, ma che vivevano in quei
luoghi.

Si può quindi parlare, per i secoli altomedievali, di una "egemonia della tradizione ecclesiastica",
essendo gli enti ecclesiastici gli unici custodi a lungo termine della memoria scritta, non solo
documentaria ma anche letteraria e narrativa (e potremmo chiederci quanto pesantemente la nostra
conoscenza di quei secoli sia condizionata da questo canale unico di trasmissione della memoria).

Per avere archivi di istituzioni civili o signorili giunti sino a noi in forma autonoma bisogna
aspettare la nascita e l'affermarsi del comune, tra fine XI e XII secolo. Anteriormente a quel
periodo, tutti i documenti di cui disponiamo ci sono pervenuti attraverso gli archivi ecclesiastici.
Atti sporadici possono essere confluiti in tempi successivi in archivi signorili, ma la loro
provenienza originaria è sempre ecclesiastica, tanto che, dal punto di vista archivistico, la cesura tra
alto e basso Medioevo si pone proprio agli inizi del XII secolo, in dipendenza non solo
dall'esplosione quantitativa della documentazione, ma anche dalla fine della preponderanza assoluta
delle istituzioni ecclesiastiche nel determinare la tradizione scritta.

2.3 - Centri e periferie: la riorganizzazione politica d’Italia

Il cosiddetto policentrismo della conservazione, che caratterizza la storia archivistica italiana,


prende avvio nel basso Medioevo.

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Tra la fine del secolo XI e gli inizi del XIII si innescarono dei mutamenti profondi nella
conservazione della documentazione scritta di tutta Italia, dovuti a grandi rivolgimenti politico-
istituzionali: nel nord e centro d’Italia l’emergere di un nuovo soggetto politico, il comune; nel sud
la conquista normanna e la costruzione di un regno.

Nel nord e nel centro d’Italia, sottoposti all’autorità suprema ma lontana del papa e dell’imperatore,
tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo nacquero e si svilupparono all’interno delle società
urbane ordinamenti e magistrature che miravano all’autogoverno della comunità e diedero vita a un
nuovo sistema politico: l’ordinamento comunale. Una delle modalità con cui i comuni affermarono
la loro indipendenza e la loro sovranità territoriale fu la conservazione dei documenti relativi ai loro
diritti patrimoniali e giurisdizionali in propri archivi. Dapprima il valore giuridico dei documenti
venne garantito facendoli redigere da notai, ma alla fine del XII secolo i comuni ottennero
dall’imperatore lo "ius archivii" (vedi 2.1) e gli archivi comunali acquisirono fede pubblica.

La nascita degli archivi dei comuni costituisce uno dei momenti più significativi della storia
archivistica italiana: è da questo momento che cessa la cosiddetta egemonia ecclesiastica nella
tradizione della conservazione della documentazione scritta. Non solo i grandi comuni cittadini, ma
anche i piccoli comuni rurali conservano i loro documenti, dando origine a una molteplicità di
archivi che coprono tutto il territorio centro-settentrionale.

Inoltre la società comunale sviluppò al suo interno forme corporative di organizzazione delle forze
della produzione e del lavoro. La costituzione delle corporazioni si modellò sopra quella comunale,
anche dal punto di vista archivistico. Ogni corporazione si fece carico della conservazione dei
documenti attivando dei propri archivi e affidandosi a notai per la redazione degli atti di cui si
voleva garantire il valore probativo. Quando le corporazioni, nate come associazioni private,
ottennero il riconoscimento politico e divennero veri e propri elementi costituivi dell’ordinamento
comunale, anche i loro archivi acquisirono pubblica fede.

Nel Mezzogiorno d’Italia e in Sicilia a partire dalla fine dell’XI secolo si consolidarono invece
strutture monarchiche forti. Il carattere accentrato della monarchia e la struttura feudale incisero
profondamente sulla organizzazione archivistica del regno. L’organizzazione di un archivio e di una
cancelleria del regno nelle capitali, Palermo e Napoli, comportò una concentrazione della
documentazione a scapito dello sviluppo degli archivi locali.

2.4 - La concezione degli archivi dal Medioevo al Settecento, la giurisprudenza archivistica

Anche in età moderna per archivio si intende soltanto quello costituito da chi gode dello "ius
archivii", e questa facoltà è strettamente legata alla giurisdizione e all’esercizio della sovranità su
un determinato territorio. In Italia anche i Comuni hanno archivi poiché esercitano la sovranità sul
loro territorio.

Secondo il diritto ecclesiastico, lo "ius archivii" spetta soltanto alle maggiori autorità ecclesiastiche:
il papa e la curia romana, i vescovi, che esercitano la loro autorità su una giurisdizione territoriale, e
gli abati che hanno dignità e giurisdizione vescovile su un territorio.

La conservazione dei documenti a perpetua memoria costituisce uno degli scopi fondamentali
dell’archivio, e il carattere di pubblica fede dato ai documenti dalla conservazione in archivio
continua a essere messo in luce dai giuristi. La fede pubblica attribuita ai documenti conservati in

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un pubblico archivio è però limitata all’ambito territoriale su cui si esercita la giurisdizione


dell’autorità che ha costituito l’archivio.

Nell’Italia settentrionale, mentre i Comuni decretano in generale la libera consultabilità dei loro
archivi da parte dei cittadini, le Signorie e i Principati che si vanno formando a partire dal secolo
XIII ne stabiliscono al contrario la segretezza. Sono due tendenze opposte che l’evoluzione delle
forme costituzionali di quei secoli mette di fronte, e che contrastano fra di loro fino al prevalere di
quella restrittiva e all’affermarsi dell’archivio segreto, in contrapposizione all’archivio pubblico,
che in questi secoli diventa sinonimo di archivio notarile: l’unico archivio ancora accessibile ai
cittadini. L’esigenza della pubblica fede dei documenti e della loro consultabilità per fini giuridici
portò alla costituzione di archivi notarili ben organizzati in ogni comunità.

Nonostante il carattere segreto assunto dagli archivi, la consultazione a fini giuridici non venne mai
meno, e incominciò a diffondersi anche quella per scopi culturali, da parte di eruditi incaricati di
scrivere le memorie cittadine o la storia delle signorie e dei principati, a gloria della famiglia
dominante.

Anche nell’Italia meridionale, mentre in precedenza gli archivi regi erano consultati a fini
amministrativi, verso la metà del secolo XVI si incomincia a studiare nell’archivio della Zecca per
documentare la storia delle famiglie nobili del regno.

2.5 - L’età dell’illuminismo e l’ordinamento per materie

Le riforme dell’assolutismo illuminato provocarono la modifica di numerose istituzioni, la


soppressione di giurisdizioni speciali e di privilegi feudali. Si ebbero dei mutamenti radicali negli
stessi organismi amministrativi. Il fenomeno si accentuò con la fine dell’antico regime. Nel periodo
napoleonico scomparvero quasi tutti i vecchi uffici, sostituiti da un’amministrazione completamente
diversa. Con la restaurazione queste innovazioni furono in parte recepite e in parte ulteriormente
modificate, e si diede vita a una amministrazione radicalmente rinnovata rispetto a quella di antico
regime.

Di conseguenza, quasi ovunque si formarono grandi raggruppamenti di fondi archivistici


provenienti dagli uffici soppressi e non più utili a fini amministrativi e giuridici. I fondi così riuniti
persero quindi il collegamento immediato con l’ufficio produttore e si unirono in un unico grande
deposito con altri fondi prodotti da altri uffici. È in questo periodo, tra la fine del XVIII secolo e i
primi decenni del XIX, che si attua la separazione tra "archivi storici", insieme di fondi archivistici
non più utili a fini pratici, e "archivi amministrativi", i nuovi archivi che si formano presso gli
uffici.

A rimarcare ancor di più questa separazione interviene anche il radicale rinnovamento del sistema
di gestione dei documenti correnti presso gli uffici produttori, che si attua in Italia a partire
dall’epoca napoleonica. Da una organizzazione per serie omogenee in base alla forma dei
documenti a prescindere dal contenuto (per esempio lettere spedite, lettere ricevute, verbali ecc.),
negli uffici napoleonici e in quelli degli Stati restaurati si passa a una disposizione dei documenti
per fascicoli di pratiche, sulla base di un sistema di classificazione predeterminato, denominato
"titolario".

Negli archivi storici, in cui era stata concentrata una grande massa di documenti che avevano perso
il legame con l’ufficio che li aveva prodotti, parve naturale agli archivisti riorganizzare i documenti

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sulla base del loro contenuto, a prescindere dalla provenienza. L’ordinamento per materia
corrispondeva inoltre pienamente alla mentalità razionalistica e classificatoria tipica di quel periodo
storico. Parve quindi naturale ed efficace applicare i nuovi principi di gestione degli archivi in
formazione anche agli archivi già formati e utilizzare un titolario ideato a posteriori per
riorganizzare i documenti.

2.6 - Archivi amministrativi e archivi storici

La separazione tra archivi amministrativi (archivi gestiti dall’ufficio produttore) e archivi storici
(insieme di fondi o di documenti archivistici che non rivestono più interesse per l’attività
amministrativa e non sono più conservati dagli uffici produttori, ma da appositi istituti culturali)
apparsa per la prima volta alla fine dell’antico regime (vedi 2.5) è ancora oggi presente.

L’organizzazione degli archivi amministrativi non ha subito modifiche e il modello di gestione dei
documenti introdotto in epoca napoleonica è tuttora in vigore. Esso prevede l’adozione di un
registro di protocollo e di un titolario di classificazione. Nel registro di protocollo vengono
sommariamente descritti tutti i documenti in ordine cronologico man mano che entrano a far parte
dell’archivio. Il titolario è uno schema predeterminato che riflette le competenze dell’ufficio e
permette di classificare tutti i documenti all’atto della loro produzione o ricezione, di suddividerli
per settore di attività e di organizzarli per fascicoli di pratiche.

Negli archivi storici l’ordinamento per materie è stato invece abbandonato. Nel corso del XIX
secolo all’ordinamento per materie si è contrapposto un nuovo e diverso ordinamento che prevede il
rispetto dei fondi e la salvaguardia dell’ordinamento originario. La reazione all’ordinamento per
materia ha dato vita a due diversi metodi. Uno, più limitato, si basa sul principio secondo cui fondi
diversi non devono essere mescolati, pur ammettendo la possibilità di rimaneggiamenti
dell’ordinamento interno di ciascun fondo. L’altro, di più ampia portata, va oltre e sostiene che deve
essere rispettata non solo la provenienza ma anche l’ordinamento interno originale di ogni fondo:
per questo si definisce "metodo storico", perché rispetta la storicità della sedimentazione
documentaria. Rispetto dei fondi e metodo storico non sono principi che si sono affermati l’uno
dopo l’altro: al contrario essi sono stati applicati alternativamente anche all’interno dello stesso
archivio.

L’affermazione del principio del rispetto dei fondi e del metodo storico e l’abbandono
dell’ordinamento per materie è stato tutt’altro che facile. Nel XIX secolo i due sistemi si sono
contesi il campo a lungo, sino al consolidarsi definitivo, dopo l’Unità d’Italia, del metodo storico.
Quest'ultimo è diventato un principio normativo: introdotto per la prima volta nel Regolamento
generale sugli Archivi, emanato nel 1875, da allora è presente in tutta la legislazione archivistica.

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UD 3 - La dottrina archivistica in Italia tra teoria e pratica

L’unità didattica illustra l’evoluzione della dottrina archivistica in Italia, evidenziando il rapporto
tra affermazioni teoriche e gestione e organizzazione pratica degli archivi dal ‘500 ai giorni nostri.

3.1 - I primi trattati sull’organizzazione degli archivi (secoli XVI-XVII)

3.2 - La scuola milanese del XVIII secolo

3.3 - Francesco Bonaini e la scuola archivistica toscana (XIX secolo)

3.4 - Il Congresso internazionale di statistica, la commissione Cibrario, la normativa


del 1875

3.5 - Eugenio Casanova e la scuola archivistica romana (XX secolo)

3.6 - Giorgio Cencetti e il fondamento teorico dell’archivistica (XX secolo)

3.7 - La dottrina archivistica oggi

3.1 - I primi trattati sull’organizzazione degli archivi (secoli XVI - XVII)

Agli inizi dell’età moderna l’archivio si identifica strettamente con il luogo in cui è conservato e
con l’autorità che lo ha prodotto; esso è espressione di un potere che custodisce gelosamente i
propri documenti in quanto testimonianza di antichi privilegi (l’archivio come "trésors des
chartes").

Nel corso del Cinquecento, tuttavia, tale prospettiva comincia a modificarsi: in Italia, per esempio,
la presenza degli archivi notarili, custodi di documentazione dotata di pubblica fede, apre la strada a
una parziale consultabilità delle carte per fini giuridici, amministrativi e, talvolta, anche storici.
Nello stesso periodo, in alcuni stati (esemplare il caso del Granducato di Toscana) aumentano i
provvedimenti legislativi mirati a una migliore tutela del proprio patrimonio documentario e al
recupero di atti di Stato dispersi.

Forse frutto di questa nuova sensibilità, appaiono nel Seicento i primi scritti dedicati in modo
specifico agli archivi. Se molti rimangono inediti, tra quelli pubblicati due meritano particolare
menzione: il De archivis liber singularis di Baldassarre Bonifacio e il Methodus archiviorum, seu
modus eadem texendi ac disponendi di Nicolò Giussani. I principi che stano alla base dei due trattati
sono abbastanza simili: il concetto di archivio non è mai distinto da quello di gestione dei
documenti e le proposte formulate per il riordinamento (rigorosamente "per materia") si riferiscono
ad archivi chiusi, non suscettibili di accrescimenti. È interessante, però, notare come entrambi gli
autori identifichino la nascita degli archivi con la stesura dei primi documenti scritti e individuino
nel contenuto giuridico dei documenti la caratteristica fondamentale degli archivi stessi; essi
riconoscono, inoltre, che un qualsiasi archivio può assumere nel tempo valore storico e scientifico:
principio che sta oggi alla base di qualunque teoria archivistica.

Il nascente interesse per un utilizzo razionale dei documenti conservati stimola indirettamente la
stesura delle prime opere di storia degli archivi, tra le quali è da segnalare il Commentarius de
archivis antiquorum di Albertino Barisone, concernente gli archivi dell’antica Roma: significativa,

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peraltro, è la circostanza che lo scritto in questione sia stato pubblicato postumo, addirittura settanta
anni dopo la morte dell’autore.

3.2 - La scuola milanese del XVIII secolo

Nella seconda metà del Settecento due sono i metodi di ordinamento proposti per gli archivi: quello
cronologico e quello per materia. In Italia la particolare situazione storica porta a privilegiare questa
seconda soluzione: con le riforme dell’assolutismo illuminato prima e ancor di più con la fine
dell’antico regime, moltissime istituzioni cessano la loro attività. I rispettivi archivi, dunque, non
più occorrenti alle immediate necessità dell’amministrazione, divengono oggetto di grandi
concentrazioni: per la prima volta si profila una distinzione tra "archivio" e gestione dei documenti.
I fondi archivistici così concentrati perdono, tuttavia, il collegamento con gli originari uffici
produttori: sembra dunque naturale dare loro un ordinamento diverso da quello che avevano avuto
in precedenza, anche per aiutare e facilitare la ricerca storica. Poiché l’archivistica settecentesca si
identifica ancora in buona parte con la diplomatica, ad assumere importanza è il singolo documento,
mentre scarsa è l’attenzione dedicata ai complessi documentari; l’ordinamento per materia inoltre
risponde perfettamente alla mentalità razionalistica, classificatoria ed enciclopedica
dell’Illuminismo (vedi 2.5).

Questi principi teorici trovano la loro più completa realizzazione nell’archivio milanese: se Gaetano
Pescarenico, archivista tra il 1762 e il 1774, è ancora fautore di un ordinamento di tipo cronologico,
i suoi successori applicheranno rigorosamente per oltre cento anni l’ordinamento per materia. Nel
1768, infatti, il principe di Kaunitz, cancelliere dell’imperatrice Maria Teresa, invia a Milano un
piano di classificazione composto da dodici classi dominanti e da ulteriori partizioni subalterne:
sotto la direzione di Ilario Corte prima, e di Bartolomeo Sambrunico poi, gli archivi cominciano a
essere smembrati per formare serie e raccolte di documenti rispondenti alle classi indicate dal
Kaunitz. Se Corte individua la giustificazione teorica dell’ordinamento per materia nell’instabilità
delle istituzioni e nella permanenza delle materie amministrative, è Luca Peroni a portare tale
metodo alle estreme conseguenze pratiche: sotto la sua direzione (1796-1832) gli "Atti di Governo",
fondi provenienti da circa una cinquantina di istituzioni diverse, vengono fusi insieme e sistemati in
categorie, classi e rubriche, al cui interno la documentazione segue un ordine geografico-
cronologico. Sulle orme di Peroni, il suo successore Luigi Osio arriverà addirittura a sostenere una
sorta di collezionismo archivistico, riducendo al minimo i confini tra archivio e museo.

Nonostante l’ordinamento per materia abbia trovato applicazione anche in altre città italiane, a
Milano fu praticato in maniera talmente radicale che ancora oggi tale metodo viene spesso definito
"peroniano".

3.3 - Francesco Bonaini e la scuola archivistica toscana (XIX secolo)

Nel corso del XIX secolo la reazione al metodo di ordinamento per materia si manifesta su due
livelli: attraverso il principio del "respect des fonds" (cioè rispetto dei fondi) francese, di portata più
limitata, e attraverso il "metodo storico" (vedi 2.6), tuttora alla base della moderna dottrina
archivistica. Mentre nel primo caso viene negata la possibilità di una commistione tra diversi fondi
archivistici, ma si consente una sistemazione per materie all’interno dei singoli fondi, nel secondo
caso l’unico metodo di riordinamento ammesso è la ricostruzione dell’ordine originario
dell’archivio.

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In Italia il massimo esponente del metodo storico è Francesco Bonaini, primo direttore
dell’Archivio di Stato di Firenze e soprintendente agli archivi toscani; durante la sua lunga carriera
egli non ha composto scritti teorici, ma il suo pensiero è largamente ricostruibile attraverso le
numerose relazioni da lui compilate in occasione di visite e sopralluoghi a diversi archivi italiani.

L’unico riordinamento possibile per Bonaini è quello basato sul principio di provenienza e fondato
sulla storia delle istituzioni: ogni fondo archivistico, inscindibile e indivisibile, deve rispecchiare
fedelmente l’organizzazione dell’ente che lo ha prodotto. Metodo storico, dunque, perché ha il suo
fondamento nella storia e a questa solamente deve ispirarsi. Queste sono le premesse su cui Bonaini
e il suo più stretto collaboratore, Cesare Guasti, si basano durante l’ordinamento dell’Archivio di
Stato di Firenze. Gli stessi principi vengono poi seguiti per altri archivi toscani: merita, in
proposito, di essere ricordata l’opera svolta da Luciano Bianchi presso l’Archivio di Stato di Siena.

Tuttavia è l’Archivio di Stato di Lucca, riordinato nella seconda metà dell’Ottocento da Salvatore
Bongi su direttive del Bonaini, a concretizzare tale teoria nel modo più completo: Bongi infatti non
si limita alla sistemazione materiale di fondi e carte, ma compie un vero e proprio lavoro di
inventariazione ispirato al metodo storico. I suoi inventari prevedono una descrizione dei vari livelli
archivistici basata su principi unitari e con un grado di analiticità tarato a seconda del tipo di
documentazione; interessante è, inoltre, l’uso di caratteri tipografici diversi. A completamento del
lavoro, Bongi provvede alla compilazione di indici e alla stesura di una premessa che ripercorra la
storia istituzionale dell’ente produttore, per permettere allo studioso di orientarsi nella consultazione
dell’inventario stesso.

3.4 - Il Congresso internazionale di statistica, la commissione Cibrario, la normativa del 1875

Negli anni che seguono l’Unità d’Italia, numerose sono le problematiche archivistiche che vengono
sollevate e affrontate, sia a livello teorico, sia a livello pratico. Una delle prime occasioni di
discussione in materia è costituita dal Congresso internazionale di statistica tenutosi nel 1867 a
Firenze, allora capitale del Regno. Importanti sono le conclusioni a cui giungono i partecipanti: gli
archivi vengono per la prima volta riconosciuti ufficialmente come istituzioni scientifiche, con una
fisionomia ben distinta da quella di biblioteche e musei. In particolare si stabilisce che tutti i
documenti che hanno carattere di atti pubblici o privati (in senso diplomatico e giuridico) devono
appartenere alle istituzioni archivistiche, mentre alle biblioteche spetta la documentazione priva di
queste caratteristiche; anche per i sigilli, "contesi" tra musei e archivi, la decisione finale va a favore
di questi ultimi. Inoltre si riconosce la necessità di una tutela da parte dei governi anche degli
archivi privati e si conviene sull’opportunità della compilazione di strumenti di ricerca.

Nel 1870 il Ministero dell’Interno e il Ministero della Pubblica Istruzione, dai quali dipende la
maggioranza degli archivi, istituiscono una commissione (nota come Commissione Cibrario dal
nome del suo presidente) con il compito di discutere le questioni rimaste irrisolte nel 1867: tra
queste, la più spinosa è proprio quella riguardante la dipendenza del settore archivistico da un unico
ministero. La commissione si pronuncia a favore del Ministero dell’Interno, decisione motivata
dalla necessità di una forte tutela della documentazione amministrativa; tale passaggio verrà
definitivamente sancito nel 1874 dal R.D. (cioè Regio Decreto) n. 1852. Altra importante
risoluzione presa dai partecipanti è l’abolizione della divisione tra archivi storici e archivi
amministrativi, a favore di una distinzione tra parte antica (consultabile) e parte moderna (riservata)
dello stesso archivio. Sempre in seno alla commissione, viene stabilita la creazione di un consiglio
per gli archivi e delle soprintendenze regionali; numerose sono, poi, le altre questioni affrontate, dai
versamenti allo scarto, dalla consultabilità alla formazione del personale.

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I risultati raggiunti dalla Commissione Cibrario vengono totalmente recepiti dal R. D. 27 maggio
1875, n. 2552, dove l’innovazione più rilevante riguarda le regole per l’ordinamento generale degli
Archivi di Stato: a questo proposito il regolamento prescrive non soltanto il "rispetto dei fondi", ma
anche l’applicazione del metodo storico, che trova così il suo riconoscimento ufficiale.

3.5 - Eugenio Casanova e la scuola archivistica romana (XX secolo)

Nella prima metà del XX secolo spicca nel mondo archivistico la personalità di Eugenio Casanova:
se il suo manuale Archivistica del 1928 costituisce la prima opera italiana completa in materia,
ancor più rilevante è la sua attività pratica. A Casanova si deve, infatti, la redazione della prima
guida generale degli Archivi di Stato italiani nel 1910; nello stesso anno, è ancora lui a
rappresentare gli archivi e le biblioteche italiane al primo Congresso internazionale di archivisti e
bibliotecari svoltosi a Bruxelles. Sempre per sua iniziativa, inoltre, il 1° gennaio 1914 vede la luce
la prima rivista dedicata interamente all’archivistica, dal titolo "Gli Archivi italiani": oltre alla
presenza tra i suoi collaboratori di illustri nomi di archivisti, storici ed eruditi (a cui viene sempre
lasciata ampia libertà di espressione), la rivista si segnala per il largo spazio dedicato alla
formazione degli archivisti, tema su cui Casanova insisterà a lungo. È infatti grazie a lui che nel
1925 l’archivistica trova posto tra le materie di insegnamento universitario: da queste lezioni, tenute
presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Roma, prende corpo il manuale già
ricordato. Qui Casanova affronta diversi temi di interesse archivistico: dalla storia degli archivi e
dell’archivistica all’archiveconomia, dal diritto archivistico all’archivistica vera e propria. In queste
pagine egli ribadisce il carattere di scienza da attribuire a questa disciplina e porta il suo sostegno ai
principi del metodo storico: egli afferma, infatti, che la ricostruzione dell’ordine originario di un
archivio è la meta a cui ogni ordinatore deve tendere e insiste sulla necessità di mantenere
"organico" l’archivio e "integre" le serie. Per quanto riguarda l’inventariazione, le sue preferenze
vanno verso la compilazione di inventari sommari, che diano un quadro complessivo della struttura
dell’archivio.

Eugenio Casanova

Negli anni ’30, dopo la collaborazione alla stesura del volume Guide international des Archives,
l’attività di Casanova è affiancata sempre più spesso da quella di Armando Lodolini, archivista
dell’Archivio di Stato di Roma: insieme riprendono la pubblicazione della rivista di archivistica,
sospesa dal 1921 per decisione del Ministero dell’Interno. Insieme, inoltre, danno vita a una collana
di guide degli archivi e delle biblioteche italiane: la prima opera del settore archivistico è la guida
dell’Archivio di Stato di Roma e Archivio del Regno, curata dallo stesso Lodolini.

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Questa feconda collaborazione viene improvvisamente interrotta dall’Amministrazione archivistica


italiana per motivazioni politiche: è il tramonto della scuola archivistica romana, che ebbe, però, il
merito di portare l’archivistica italiana nel contesto internazionale.

3.6 - Giorgio Cencetti e il fondamento teorico dell’archivistica (XX secolo)

Nonostante la vasta produzione di opere di paleografia, diplomatica e storia del diritto e i pochi
scritti di argomento strettamente archivistico, determinante è il contributo portato da Giorgio
Cencetti in questo campo: in una serie di articoli pubblicati tra il 1937 e il 1939 egli, ponendosi sul
filone del metodo storico, ne chiarisce ed amplia alcuni principi fondamentali.

In particolare Cencetti individua come mezzo per la qualificazione dell’archivio la necessarietà e la


determinatezza del vincolo che lega i documenti sin dal momento della loro nascita: questo vuol
dire che l’ordinamento che gli uffici danno nel tempo alle loro carte è già l’ordinamento definitivo,
e non ve ne può essere un altro. Come conseguenza estrema di questa teoria, Cencetti afferma che
non si pone il problema del metodo di riordinamento: l’unico ordinamento possibile è quello
imposto dalla necessarietà e determinatezza del vincolo archivistico.

Inoltre, poiché ogni archivio è il risultato di un continuo processo di sedimentazione naturale,


Cencetti nega la distinzione tra archivio corrente e archivio di deposito e storico, sostenendo che
tutto è, solo e semplicemente, "archivio"; ogni archivio, preso nella sua interezza e organicità,
rispecchia l’ente che lo ha prodotto in modo assolutamente speculare, tanto da identificarsi con
esso, o per lo meno con un aspetto della sua vita.

Il metodo storico, con Cencetti, non è più un metodo di ordinamento delle carte, ma diventa il
metodo archivistico per eccellenza, il principio basilare di tutta la dottrina archivistica. Anche gli
inventari, in questa prospettiva, subiscono delle radicali modificazioni: importante non è più
l’elenco delle serie e delle unità di un archivio, bensì la premessa storica, dove è necessario far
rivivere l’istituzione. Infatti solo attraverso l’esatta ricostruzione della storia dell’istituto cui
appartengono le carte è possibile compiere un qualsiasi tipo di ricerca all’interno dell’archivio
stesso.

Da qui trae origine anche una nuova disciplina, l’archivistica speciale, che si occupa della storia
delle istituzioni vista in chiave archivistica: è proprio Cencetti a sancirne la nascita durante il terzo
Congresso nazionale dell’Associazione archivistica italiana del 1951.

3.7 - La dottrina archivistica oggi

Il metodo storico è ritenuto ancora oggi il fondamento teorico dell’archivistica, nonostante molte
correzioni siano state portate alle estremizzazioni di Cencetti; a questo proposito sono da segnalare
le posizioni di Filippo Valenti, Claudio Pavone e Isabella Zanni Rosiello.

In particolare essi tendono a mettere in risalto come, nel corso del tempo, molti interventi possano
aver manipolato la sedimentazione della memoria: non sempre, dunque, ci si deve confrontare con
un solo ordinamento originario, ma, più spesso, con sovrapposizioni di ordinamenti successivi.

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Inoltre le operazioni di archiviazione non sono mai totalmente neutre, e quindi l’archivio non può
rispecchiare l’istituto che lo ha prodotto, ma solo il suo modo di organizzare la memoria: l’archivio,
in pratica, riflette solamente la storia di se stesso. Valenti, al riguardo, introduce una distinzione tra
"archivio sedimento" e "archivio thesaurus": mentre il primo può essere inteso come lo spontaneo
sedimento documentario di un’attività, il secondo è invece il risultato di una selezione totalmente
artificiale (l’archivio come "trésor des chartes") (vedi 3.1).

Questi i principali sviluppi teorici; in tempi più recenti, tuttavia, molto è stato fatto anche a livello
pratico. In particolare, il mondo archivistico è impegnato, a livello internazionale, nella
elaborazione di standard unitari: la massiccia diffusione dell’informatica, infatti, porta con sé
l’esigenza di individuare strumenti che rendano possibile lo scambio e la cumulazione dei dati. A
questo proposito, molto sentita è la necessità di regole per la "normalizzazione" degli inventari: le
ISAD (International Standard Archival Dscription) cercano di rispondere proprio a questa esigenza.
Elaborate nel corso degli anni Novanta ad opera di un comitato del Consiglio internazionale degli
archivi, le ISAD si sforzano di fornire un modello per la descrizione archivistica il più generale
possibile e quindi applicabile a diverse tipologie di archivi.

Alle ISAD si affiancano, verso la metà degli anni Novanta, le ISAAR - CPF (International
Standard Archival Authority Record for Corporate bodies, Persons and Families), con lo scopo di
"normalizzare" l’individuazione dei soggetti produttori: a differenza, però, delle liste di autorità
bibliografiche, le ISAAR non si limitano a uniformare l’intestazione, ma forniscono informazioni
sulla storia del soggetto produttore stesso e ne individuano le relazioni con altri soggetti produttori.

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UD 4 - I grandi Archivi di Stato

L’unità didattica illustra le differenti vicende storiche che hanno caratterizzato la formazione dei più
prestigiosi istituti archivistici italiani e descrive il variegato patrimonio documentario che essi
conservano.

4.1 - L’Archivio di Stato di Roma

4.2 - L’Archivio di Stato di Firenze

4.3 - L’Archivio di Stato di Napoli

4.4 - L’Archivio di Stato di Venezia

4.5 - L’Archivio di Stato di Milano

4.6 - L’Archivio di Stato di Torino

4.7 - L’Archivio di Stato di Palermo

4.1 - L’Archivio di Stato di Roma

L’Archivio di Stato di Roma viene istituito con R.D. 30 dicembre 1871, n. 605; nello stesso anno,
con decreto del Ministero dell’Interno, viene creata una delegazione con il compito di individuare
gli archivi pontifici, dislocati nei vari palazzi romani, spettanti al nuovo istituto. Mentre la parte
riguardante il governo della Chiesa rimane presso l’Archivio Segreto Vaticano, qui confluiscono
tutti i complessi documentari di carattere temporale prodotti dagli uffici centrali dello Stato
pontificio: si tratta degli archivi amministrativi, finanziari, giudiziari e notarili. A questo nucleo
iniziale si aggiungeranno nel 1873 gli archivi delle corporazioni religiose e nel 1893 quelli degli
ospedali.

Inizialmente disperso in vari palazzi romani, tra il 1935 e il 1939 l’Archivio trova la sua sede
definitiva nel Palazzo della Sapienza; attualmente, tuttavia, gran parte della documentazione si trova
disseminata in diverse sedi succursali, con derivanti problemi di custodia, conservazione e
consultazione.

La documentazione conservata nell’Archivio di Stato di Roma conta oggi oltre 300.000 pezzi. La
parte più recente di tale patrimonio documentario è costituita dagli archivi degli uffici periferici
dello Stato italiano, con sede a Roma e provincia: questi devono periodicamente versare
all’Archivio i documenti relativi ad affari esauriti da oltre quarant’anni. Per quanto riguarda la
documentazione antica, il nucleo più importante è costituito dagli archivi della Camera apostolica
(secoli XIV-XIX): qui si trovano i documenti relativi all’amministrazione finanziaria dello Stato
pontificio prodotti dai vari uffici che facevano capo alla Camera apostolica. Tra la documentazione
pontificia vanno poi segnalate alcune miscellanee composte artificialmente nei primi anni di vita
dell’istituto, estraendo carte da diversi fondi: tali sono, per esempio, le serie cronologiche della
repubblica romana o del governo francese. Tra le collezioni, l’Archivio di Stato di Roma vanta oltre
17.000 pergamene derivanti dagli archivi di monasteri, confraternite e corporazioni, nonché una
ricca documentazione cartografica relativa alle serie dei Catasti. Vanno infine segnalati gli archivi
degli ospedali, spesso risalenti al Medioevo, e gli archivi di numerose famiglie e personalità, versati

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anche in tempi più recenti. Le "mancanze" più evidenti riguardano gli archivi delle corporazioni
religiose: l’insufficiente politica archivistica attuata nei primi anni di vita dell’istituto non ha
consentito di rintracciare e incamerare tutto il materiale che si trovava in città, né ha potuto evitare
dispersioni e frazionamenti di archivi di notevole interesse.

4.2 - L’Archivio di Stato di Firenze

L’origine dell’Archivio di Stato di Firenze risale al 1852 quando, con decreto del 20 febbraio, il
granduca Leopoldo II istituisce l’Archivio centrale di Stato, designando come sede una parte del
Palazzo degli Uffizi. Qui confluiscono i vari fondi archivistici fino ad allora dispersi in diverse sedi
presso i relativi uffici competenti: l’archivio delle riformagioni, l’archivio generale dei contratti
(istituito nel 1569 da Cosimo de’ Medici), l’archivio diplomatico (voluto nel 1778 da Pietro
Leopoldo di Lorena), l’archivio della reggenza, l’archivio della segreteria di stato, l’archivio del
regio diritto e nunziatura, l’archivio delle decime granducali, l’archivio delle regie rendite,
l’archivio del monte comune, l’archivio delle corporazioni religiose soppresse. A questi si
aggiungeranno successivamente gli archivi del Ministero delle Finanze, dei tribunali civili e
militari, della Zecca e delle revisioni e sindacati.

Una sala dell’Archivio di Stato di Firenze

Nello stesso anno Francesco Bonaini e i suoi collaboratori cominciano l’opera di riorganizzazione
interna dell’Archivio fiorentino: scopo del loro lavoro è ripercorrere la storia di Firenze e della
Toscana dal periodo della repubblica a quello dei principati mediceo e lorenese, a quello della
dominazione francese, attraverso la ricostituzione dei vari fondi archivistici in base alle diverse
magistrature di appartenenza. Con l’Unità d’Italia l’Archivio di Stato di Firenze assume
definitivamente la sua attuale denominazione e comincia ad accogliere anche la documentazione
non più utile all’amministrazione corrente.

Recentemente l’istituto ha lasciato il Palazzo degli Uffizi per trasferirsi nella nuova sede di piazza
Beccaria, inaugurata il 4 febbraio 1989. Attualmente il patrimonio documentario dell’Archivio
copre circa 70 Km di scaffalature, per un totale di oltre 450.000 pezzi e circa 144.000 pergamene.

È da segnalare l’attività del laboratorio di restauro, dove è ancora in atto il recupero del materiale
danneggiato dall’alluvione del 1966. Nel 1957 è stata istituita la Sottosezione di Archivio di Stato
di Prato, che con la legge 30 settembre 1963 n. 1409 diventerà Sezione di Archivio di Stato.

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4.3 - L’Archivio di Stato di Napoli

Il primo nucleo dell’Archivio di Stato di Napoli risale al 1808, quando, grazie all’intervento di
Gioacchino Murat, si dispone la raccolta degli antichi archivi del regno in unico Archivio generale a
Napoli (che dal 1818 prenderà il nome di Grande Archivio del Regno); tale progetto non trova,
tuttavia, immediata attuazione pratica, a causa dell’enorme mole della documentazione. Solo nel
1835, con rescritto del 25 aprile, si individua come sede dell’Archivio l’edificio del soppresso
monastero dei Santi Severino e Sossio al Pendino: decisione resa urgente soprattutto dal pessimo
stato in cui versano le carte conservate a Castel Capuano, dove già dal 1540 il vicerè don Pietro di
Toledo aveva riunito gli archivi della Zecca e della Camera della Sommaria. Tale sede viene
inaugurata nel 1845 e ampliata, nel 1885, grazie alla cessione, da parte dell’amministrazione
militare, dell’archivio militare di Pizzofalcone; nel frattempo il regolamento archivistico del 1875
ha sancito definitivamente la nascita dell’Archivio di Stato di Napoli.

Il patrimonio documentario (un totale di oltre 540.000 pezzi) si presenta attualmente suddiviso in
cinque grandi "sezioni": Diplomatico-politica, Amministrativo-finanziaria, Giudiziaria-notarile,
Casa reale-archivi privati, Militare. Tali sezioni ricalcano, con gli opportuni adattamenti, quelle
fissate, fin dal 1818, dalla legge organica del 12 novembre dello stesso anno; a queste si aggiungono
oggi il Museo storico-diplomatico, l’Ufficio della ricostruzione angioina, la Sala piante
topografiche e disegni.

La documentazione più recente proviene dagli archivi delle amministrazioni dello Stato italiano che
hanno sede a Napoli. I fondi più antichi comprendono, invece, i documenti degli stati preunitari di
cui Napoli fu capitale: documentazione che riguarda, dunque, non solo Napoli e la sua provincia,
ma tutta l’Italia meridionale e la Sicilia; tra questi, per l’ampiezza delle sue competenze e il lungo
arco temporale ricoperto, va segnalato l’Archivio della Regia Camera della Sommaria (secoli XV-
XIX). Numerosi, infine, gli archivi provenienti dalle corporazioni religiose soppresse e gli archivi di
privati.

Per l’Archivio di Stato di Napoli lungo è, purtroppo, l’elenco dei danni subiti in seguito a guerre o
calamità naturali: tra le perdite più significative vanno segnalate quella dell’archivio diplomatico e
quella degli archivi delle cancellerie angioina e aragonese, andati distrutti nel settembre 1943 in un
incendio appiccato dalle truppe tedesche all’edificio in cui erano stati temporaneamente ricoverati.

Sezioni dell’Archivio di Stato di Napoli sono, fin dal 1818, l’Archivio della badia di Cava, quello
dell’abbazia di Montecassino e quello dell’abbazia di Montevergine.

4.4 - L’Archivio di Stato di Venezia

Il principale nucleo archivistico presente a Venezia fin dai tempi antichi è quello conservato presso
Palazzo ducale, composto dagli archivi delle tre cancellerie (inferiore, ducale e secreta); gli archivi
delle altre magistrature si trovano, invece, fino al 1807, presso i rispettivi organi. È di questo anno
la decisione di riunire tutti gli archivi della repubblica e quelli formatisi successivamente (distinti
nei principali rami dell’attività di governo) in tre diverse sedi: nella scuola grande di San Teodoro
gli archivi politici, gli archivi giudiziari nel convento di San Giovanni Laterano, quelli demaniali o
fiscali in un palazzo a San Provolo. Tra il 1817 e il 1822, grazie all’intervento di Jacopo Chiodo, i
tre complessi vengono trasferiti nel convento di Santa Maria Gloriosa dei Frari, ancora oggi sede
principale dell’Archivio di Stato di Venezia; nel 1884 viene acquisito, per disposizione di legge,
anche l’archivio notarile. È dello stesso periodo la grande opera di compilazione di mezzi di corredo

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e di riorganizzazione dell’Archivio in base a una partizione riscontrabile ancora oggi, quella tra
archivi antichi e archivi moderni.

Tra gli archivi antichi rientrano tutti quelli anteriori alla caduta della repubblica, e cioè i fondi
archivistici degli organi centrali e di quelli a circoscrizione limitata alla città o alla città e al
Dogado, gli archivi acquisiti a vario titolo dalla repubblica e quelli formatisi nelle sedi delle cariche
periferiche ed esterne; a questi si aggiungono i fondi delle corporazioni religiose e laicali soppresse,
miscellanee e archivi di famiglie e persone. Gli archivi moderni comprendono, oltre agli archivi
catastali, agli archivi di privati e alle miscellanee, la documentazione dei governi successivi alla
repubblica, distinta nelle seguenti periodizzazioni: municipalità provvisoria, 1797-1798; prima
dominazione austriaca, 1798-1806; Regno d’Italia napoleonico, 1806-1814; seconda dominazione
austriaca, 1814-1848; governo provvisorio, 1848-1849; terza dominazione austriaca, 1849-1866;
Regno d’Italia (poi Repubblica italiana), dal 1866. L’archivio notarile costituisce, invece, una
sezione a parte.

Non esiste, nell’Archivio di Stato di Venezia, un archivio diplomatico, poiché la maggior parte
delle pergamene è ancora conservata nei rispettivi fondi di appartenenza.

Nonostante le perdite subite nel corso del tempo a causa di incendi, inondazioni e massicce
operazioni di scarto, oggi l’Archivio di Stato di Venezia può vantare un patrimonio documentario di
oltre 390.000 pezzi.

4.5 - L’Archivio di Stato di Milano

Due sono i nuclei principali da cui trae origine l’Archivio di Stato di Milano: da un lato l’Archivio
governativo voluto dal principe di Kaunitz (vedi 3.2) nel 1781, dall’altro l’Archivio Camerale che si
va costituendo negli stessi anni. Entrambi riuniti nell’ex collegio dei gesuiti in San Fedele (con il
nome di Archivio governativo-camerale), essi comprendono l’archivio visconteo-sforzesco, gli
archivi delle cancellerie spagnole e asburgiche e del consiglio segreto, gli archivi delle giunte
interinali e provvisorie di governo, i registri degli statuti contenenti atti sovrani, le carte del
magistrato ordinario e del magistrato straordinario, del nuovo magistrato camerale, delle giunte per
le riforme, del censo, del supremo consiglio di economia, del senato camerale e della camera dei
conti. Durante il periodo napoleonico, tale archivio prende il nome di Archivio nazionale e si
arricchisce della documentazione del triennio cisalpino, della seconda repubblica cisalpina e della
repubblica italiana; contemporaneamente comincia la formazione dell’archivio diplomatico, grazie
alle carte tratte dagli archivi delle corporazioni religiose soppresse. Con la restaurazione si hanno
gli ultimi consistenti versamenti: confluiscono all’Archivio governativo gli archivi dei regi ministeri
italici, della reggenza e della plenipotenza di governo e l’archivio giudiziario. L’archivio
finanziario, infine, viene acquisito solo con l’unificazione d’Italia. Nel 1886, grazie all’intervento di
Cesare Cantù, avviene il trasferimento dell’istituto nella sua attuale sede, il Palazzo del Senato.

Oggi il patrimonio documentario dell’Archivio di Stato di Milano, che continua ad arricchirsi delle
carte provenienti dagli uffici periferici dello Stato, conta circa 150.000 pezzi e 130.000 pergamene,
per un totale di 40 Km di scaffalature.

La documentazione, tuttavia, risente fortemente dei riordinamenti ottocenteschi: il metodo di


riordinamento per materia, infatti, trova a Milano la sua più completa realizzazione, grazie all’opera
di Luca Peroni, Giuseppe Viglezzi e Luigi Osio. Il loro intervento fu mirato a creare collezioni,
raccolte e classi di materie con carte tratte da diversi fondi archivistici; ancora oggi, nonostante i

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successivi interventi riparatori di Cesare Cantù e Luigi Fumi, la fisionomia originaria di molti
archivi antichi non è più riconoscibile.

4.6 - L’Archivio di Stato di Torino

I nuclei archivistici più antichi di cui si abbia notizia a Torino risalgono al XII secolo: essi sono
l’Archivio di corte e l’Archivio Camerale, che rispondono all’esigenza di testimoniare,
rispettivamente, i "titoli" e i "conti". Conservati nel castello di Chambéry, si accrescono
progressivamente in relazione sia allo sviluppo dell’amministrazione signorile sabauda sia
all’evoluzione del notariato e al profilarsi di usi di cancelleria. Dopo il 1559, a seguito della
decisione di Emanuele Filiberto di trasferire la capitale dei suoi Stati, l'archivio sabaudo viene
trasportato a Torino; qui per due secoli si intraprendono diverse opere di inventariazione e
riorganizzazione dei fondi archivistici, fino a quando, nel 1731, tutto l’Archivio viene traslocato in
una nuova sede costruita appositamente da Juvarra vicino al Palazzo reale. Allo stesso anno risale
l’Istruzione originale di S. M. all’Archivista regio, in base alla quale le carte prodotte dai vari uffici
vengono concentrate e riordinate per materie per agevolare lo svolgimento delle principali funzioni
della politica interna e internazionale. Tra il 1820 e il 1839, a seguito degli sconvolgimenti dovuti
all’occupazione francese, tale lavoro viene continuato, con i necessari adattamenti, da Giuseppe Fea
e Michele Negri. Con la concessione dello Statuto Albertino, i Regi archivi di corte si trasformano
in Archivio generale del Regno di Sardegna e, con l'unificazione nazionale, divengono per breve
tempo Archivio centrale del Regno d'Italia. Dal 1874 l'Archivio torinese assume il ruolo di archivio
regionale con il titolo di Sovrintendenza degli archivi piemontesi. La legge 30 settembre 1963 n.
1409 ne ha definito le competenze a livello provinciale.

L’Archivio di Stato di Torino, che dal 1925 dispone di una seconda sede presso l’ospedale di San
Luigi, ha un patrimonio documentario di oltre 310.000 pezzi, per un totale di 70 Km di scaffalature.

L'edificio settecentesco custodisce l'archivio di corte (costituito dalle carte della dinastia sabauda e
dagli atti delle segreterie di Stato per gli esteri e gli interni), gli archivi di istituzioni ecclesiastiche e
gli archivi di antiche famiglie. Il palazzo dell'antico ospedale San Luigi conserva, invece, la
documentazione della Camera dei conti (organo di controllo contabile con atti dall'età medievale),
quella degli apparati finanziari, militari e giudiziari dello Stato preunitario e gli archivi
dell'amministrazione periferica dello Stato italiano dal 1861. Numerosi sono, infine, gli archivi
notarili, catastali e cartografici qui confluiti.

Sul fronte delle "perdite", vanno segnalate le ingenti quantità di materiale distrutto durante gli
eventi bellici e la cessione di alcuni fondi a Roma (con il trasferimento della capitale) e alla Francia
(a seguito del trattato di pace del 1947).

4.7 - L’Archivio di Stato di Palermo

Già alla fine del XVIII secolo si assiste, a Palermo, alla concentrazione delle carte di pubblico
interesse in un unico archivio; solo nel 1814, tuttavia, si hanno le prime disposizioni normative
miranti a concretizzare l’istituzione di un Archivio generale, che troverà la sua sede, nel 1826,
presso l’ex casa dei padri teatini alla Catena (dove si trova tuttora). A quest’epoca il suo nucleo
principale è costituito dai fondi della real cancelleria e del protonotaro, da quelli dei maggiori uffici
finanziari facenti capo al tribunale del real patrimonio, da quelli degli organi politico-amministrativi

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e da quelli dei tribunali centrali. Con il decreto del 1° agosto 1843 l’Archivio generale assume il
nome di Grande Archivio e ad esso viene affidato il compito di raccogliere e conservare tutta la
documentazione proveniente dagli organi centrali del regno con sede a Palermo e quella degli uffici
della provincia. Solo più tardi, con il R. D. 27 maggio 1875, n. 2552, l’istituto prenderà
definitivamente il nome di Archivio di Stato di Palermo.

Attualmente la documentazione qui conservata assomma a circa 370.000 pezzi, tra cui oltre 6.000
pergamene. Ancora oggi le carte rispecchiano la tripartizione che venne loro data al momento del
trasferimento nella attuale sede: è possibile individuare, infatti, una sezione diplomatica, una
amministrativa e una giudiziaria. La struttura del patrimonio documentario, inoltre, riflette da vicino
le vicende della monarchia sicula: dal Regno di Sicilia (con le dinastie normanna, sveva, angioina e
aragonese) al viceregno (dal 1412), alla luogotenenza del Regno di Napoli (dal 1816). La forte
preponderanza dell’elemento pubblico nelle carte conservate presso l’Archivio di Stato di Palermo
si riscontra anche nei numerosi archivi di privati. Da segnalare, invece, la scarsità di
documentazione riguardante maestranze, operatori economici e società commerciali.

La Sezione di Archivio di Stato di Termini Imerese è composta principalmente da archivi notarili e


archivi delle corporazioni religiose soppresse.

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UD 5 - Gli archivi della Chiesa cattolica

L’unità didattica delinea l’organizzazione archivistica della Chiesa cattolica in Italia, individua le
caratteristiche della documentazione conservata nei vari archivi e illustra la normativa che ne regola
la conservazione e l’accesso.

5.1 - L’Archivio Segreto Vaticano

5.2 - Gli archivi diocesani

5.3 - Gli archivi capitolari

5.4 - Gli archivi parrocchiali

5.5 - Gli archivi monastici

5.6 - L’Intesa tra lo Stato italiano e la Chiesa sugli archivi ecclesiastici

5.1 - L’Archivio Segreto Vaticano

Si deve a Pio IV (1559-1565) l’idea di fondare nello stesso Palazzo Apostolico in Vaticano un
archivio storico unificato della Santa Sede. Ma fu solo con Paolo V che l’opera venne realizzata.
Nel 1610 giunse a compimento la costruzione dei nuovi locali, tre sale adiacenti al Salone Sistino
della Biblioteca Vaticana, dove negli anni immediatamente successivi vennero concentrate le carte.
Entrarono in Archivio registri di bolle, libri della Camera Apostolica, i primi registri della
Segreteria dei Brevi e i primi volumi della corrispondenza dei Segretari papali (carteggio
diplomatico). In particolare l'insieme dei registri delle lettere ufficiali dei pontefici (2047 volumi in
serie continua dal 1198) è considerato come una delle fonti principali per la storia d'Europa,
soprattutto per i secoli XIII-XIV.

Una sala dell’Archivio Segreto Vaticano

Col tempo alle prime tre sale si aggiunsero altre stanze al piano superiore ove venne sistemato, in
appositi armadi di legno tuttora in uso, il carteggio diplomatico della Santa Sede, che con le ulteriori
accessioni forma l'archivio della Segreteria di Stato fino all'epoca napoleonica.

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Nel 1783 ritornò a Roma l'ultima parte del materiale dell'archivio papale che si conservava ancora
in suolo francese, ad Avignone.

Con l'inizio del XIX secolo una grande calamità si abbatté sull'Archivio Vaticano: il forzato
trasferimento a Parigi, nel 1810, assieme ad altri archivi, biblioteche ed opere d'arte della Santa
Sede per ordine di Napoleone I.

Fortunatamente l'esilio non si protrasse a lungo; infatti alla caduta di Napoleone gli archivi pontifici
poterono ritornare, fra il 1815 e il 1817, in Vaticano. Vi furono danni e perdite e parecchi volumi
rimasero nella capitale francese.

Con Leone XIII (1878-1903) si apre un nuovo capitolo nella storia dell'Archivio Segreto Vaticano.
Memorabile resta la sua decisione di aprire, nel 1880, l'Archivio Vaticano alla libera consultazione
degli studiosi. In seguito all'apertura l'Archivio Segreto divenne un centro tra i più importanti del
mondo per le ricerche storiche; non pochi degli istituti culturali oggi esistenti in Roma debbono la
loro fondazione al gesto lungimirante di Leone XIII, così fecondo di frutti. Ricordiamo la Scuola
Francese, l'Istituto Storico Germanico, l'Accademia Belga, l'Istituto Austriaco di Cultura, ecc.

Sotto il pontificato di Leone XIII e dei suoi successori notevole fu l'afflusso documentario
all'Archivio; vanno menzionate le serie dei Registri Lateranensi, dei Registri dei Brevi Lateranensi
e delle Suppliche. L'afflusso dei versamenti andò intensificandosi a più riprese dopo la Prima guerra
mondiale, quando la curia romana incrementò il lavoro burocratico in seguito alla vigorosa ripresa
dell'attività della Santa Sede nei rapporti internazionali e nelle relazioni col mondo religioso e non
cristiano. Le congregazioni, gli uffici, i tribunali della Sede Apostolica ed altri dicasteri
consegnarono molto del materiale in loro possesso all'Archivio Vaticano. Ricordiamo qui gli archivi
della Sacra Romana Rota, delle Congregazioni dei Sacramenti, dei Vescovi e Regolari, del
Concilio, dei Riti, l'archivio dei Sacri Palazzi Apostolici e quello del Concilio Vaticano I, nonché
gli archivi delle Rappresentanze Pontificie presso diversi stati d'Europa; si aggiunsero inoltre gli
archivi di alcune famiglie patrizie e nuclei archivistici di minore entità.

L'Archivio Vaticano, "destinato a contenere tutti gli atti e i documenti che riguardano il Governo
della Chiesa universale" (enciclica Fin dal principio di Leone XIII del 1º maggio 1884), "serve
prima di tutto e principalmente al Romano Pontefice e alla sua curia, ossia alla Santa Sede poi [...]
agli studiosi, senza distinzione di paese e di religione" (Regolamento dell'Archivio Vaticano del
1927, art. 1). Il Sommo Pontefice provvede al governo ordinario dell'Archivio, avvalendosi
dell'opera del Cardinale Archivista di Santa Romana Chiesa, del Prefetto e del Vice Prefetto.

La consultazione è consentita nei termini fissati dai pontefici; al presente essa si estende a tutto il
pontificato di Benedetto XV (1914-1922). Per il periodo successivo l'Archivio Vaticano resta
ancora "segreto".

5.2 - Gli archivi diocesani

La rete degli archivi diocesani copre tutto il territorio italiano. Dalla fine del XVI secolo, infatti, la
Chiesa cattolica, come complesso istituzionale, si è data una struttura di tipo territoriale, su tre
livelli: province, diocesi e parrocchie. Il cuore dell’organizzazione è la diocesi, con a capo il
vescovo.

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Ogni diocesi deve avere il suo archivio, in cui confluiscono tutti gli atti relativi all’amministrazione
vescovile. Di norma esso è diviso in due parti: l’archivio segreto, o del vescovo, cui può accedere
solo il vescovo pro tempore (ossia il vescovo in carica), e l’archivio di curia, aperto alla
consultazione degli studiosi.

L’archivio diocesano non svolge la funzione di archivio di concentrazione degli archivi ecclesiastici
formatesi nel territorio di competenza, ma accoglie gli archivi delle istituzioni ecclesiastiche
soppresse, in particolare quelli parrocchiali.

La maggior parte degli archivi diocesani conserva documentazione dalla fine del secolo XVI. Fu
infatti dopo il Concilio di Trento (1545-1563) e sull’onda riformatrice impressa dal Concilio alla
Chiesa e alla sua organizzazione, che vennero emessi alcuni decreti sulla conservazione degli
archivi. In particolare nel 1566 papa Pio V decretava che in tutte le diocesi doveva essere istituito
l’archivio episcopale (diocesano), nel quale dovevano essere conservati gli inventari dei beni che a
vario titolo facevano capo alle chiese della diocesi.

Nei secoli successivi l’interesse papale per gli archivi diocesani non è mai venuto meno e numerose
sono le disposizioni impartite per la tenuta degli archivi. Anche per questo la maggioranza degli
archivi diocesani si presenta oggi in buono stato di ordinamento.

Oltre agli inventari patrimoniali, altre serie documentarie molto rilevanti sono le visite pastorali; gli
atti dei sinodi diocesani; le lettere pastorali; il foro ecclesiastico e l’anagrafe, costituita dalla copia
dei libri dei battezzati, dei cresimati, dei matrimoni, dei morti e degli stati delle anime degli archivi
parrocchiali, che periodicamente i parroci versano all’archivio diocesano.

5.3 - Gli archivi capitolari

Sin dai primi secoli di vita della Chiesa, il vescovo è assistito da un organo collegiale, il capitolo dei
canonici della cattedrale. Esso è composto da un nucleo di sacerdoti, in genere 12, che vivono in
comunità e hanno il compito di coadiuvare il vescovo, di sostituirlo momentaneamente nei casi di
mancanza o assenza e soprattutto di occuparsi del culto nella chiesa cattedrale.

Lo sviluppo di questi collegi nelle chiese cattedrali è complesso e vario. Ma nelle sue linee
fondamentali è strettamente collegato a quello delle configurazioni storiche dell’autorità episcopale
e dei rapporti del vescovo con il presbiterio. Per altro verso la storia dei capitoli è legata anche a
quella dell’inserimento delle istituzioni ecclesiastiche nel contesto sociale ed economico, culturale e
religioso delle città dagli inizi del Medioevo all’età contemporanea.

Fino alla fine del XVI secolo e alla riorganizzazione istituzionale della Chiesa cattolica seguita al
Concilio di Trento, non c’è una sostanziale separazione fra l’archivio del vescovo e quello del
capitolo. Anzi è in genere il capitolo che si fa carico della conservazione di tutti i documenti. La
custodia di questi ultimi è affidata a qualcuno dei canonici, variamente denominato: a lui è
riconosciuto un ruolo particolare all’interno dello stesso collegio. Poi questa prassi assunse forza
normativa negli statuti redatti in tempi diversi e nelle disposizioni del vescovo. È per questo che
oggi gli archivi capitolari conservano la documentazione più antica delle chiese locali.

La serie documentaria più rilevante di questi archivi è indubbiamente il "diplomatico", cioè


l’insieme delle pergamene riguardanti i privilegi concessi dalle autorità superiori al vescovo o al
capitolo (diplomi imperiali, bolle papali, diplomi comitali), e gli atti notarili di donazione, vendita,

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acquisto di beni terrieri. Questi documenti sono i più antichi giunti fino a noi in originale, anche se,
come di massima va detto per tutte le fonti archivistiche italiane, essi non vanno più indietro del
secolo VII d.C.

Gli archivi capitolari dal secolo XVI in poi sono ricchi soprattutto di registri e di atti di carattere
amministrativo.

Altra caratteristica rilevante degli archivi capitolari è la loro continuità come sede: ancora oggi
molti di loro si trovano all’interno della cattedrale, negli stessi locali da centinaia di anni.

5.4 - Gli archivi parrocchiali

Salvo casi singoli, talora di grande rilievo, difficilmente gli archivi parrocchiali posseggono
documentazione anteriore al XVI secolo. È infatti dopo il Concilio di Trento che l’attività dei
parroci si traduce anche nella produzione di una notevole quantità di documenti. Ai parroci il
Concilio attribuisce il compito di tenere nota su appositi registri, i libri parrocchiali o canonici, di
tutti i sacramenti impartiti. Nascono così le serie dei registri dei battesimi, delle cresime, dei
matrimoni e delle sepolture. Non solo, ma i parroci devono anche redigere annualmente lo "stato
delle anime", un censimento dei nuclei famigliari che vivono nel territorio di giurisdizione della
parrocchia. Sono serie di estrema rilevanza storica, perché fino all’epoca napoleonica in nessuno
Stato italiano vennero attivate funzioni di stato civile e di anagrafe.

Gli archivi parrocchiali sono ricchi anche di atti amministrativi relativi alla gestione dei beni
parrocchiali, alla riscossione delle "decime", sorta di tributo dovuto dai fedeli per l’amministrazione
dei sacramenti, nonché alla tenuta dell’edificio della chiesa. Spesso esistono anche delle cronache
della vita della comunità tenute dai parroci, di estremo interesse per la storia sociale.

Il ruolo svolto dal parroco all’interno della comunità si riflette anche nella varietà di archivi
aggregati che frequentemente arricchiscono gli archivi parrocchiali. Si tratta degli archivi di
confraternite laiche, di opere pie, di fondazioni assistenziali o devozionali, che, pur non avendo
alcun rapporto formale di dipendenza dal parroco, a volte anzi in aperto conflitto, si appoggiavano
tuttavia alla parrocchia, nella cui sede si riunivano per svolgervi le loro adunate o le loro pratiche
religiose, legando così indissolubilmente la vita della parrocchia a quella della comunità locale.

5.5 - Gli archivi monastici

Gli archivi delle antiche abbazie benedettine sono di estrema rilevanza storica, da essi ci deriva la
maggior parte dei documenti altomedievali. Di grande importanza sono anche quelli dei conventi
appartenenti ad ordini religiosi di più recente fondazione. Salvo alcune eccezioni (basterà ricordare
quella dell’abbazia di Nonantola; vedi il modulo Storia delle biblioteche. Biblioteche in Italia:
storia e attualità, UD 1.3) gli archivi monastici anteriori all’epoca napoleonica non sono più in
mano della Chiesa.

Tra la fine del XVIII secolo e il 1866 vi furono infatti tre serie di soppressioni delle "corporazioni
religiose" con relativa sottrazione dei rispettivi archivi. La prima, di carattere più o meno sporadico,
ebbe luogo intorno alla metà del secolo XVIII in alcuni degli stati preunitari, nel quadro della
politica giurisdizionalistica dell’"assolutismo illuminato". La seconda, massiccia e pressoché totale,

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fu quella del periodo napoleonico, tra il 1797 e il 1805 circa, durante il quale vennero soppresse le
istituzioni maggiori e più antiche. L’ultima soppressione avvenne nel 1866. Gli archivi vennero
incamerati dal demanio insieme al resto del patrimonio e, dopo alterne vicende, finirono di massima
negli Archivi di Stato competenti per territorio, dove costituiscono in genere un unico fondo, che
assume denominazioni diverse (archivio demaniale; corporazioni religiose soppresse; archivio delle
soppressioni, ecc.).

Gli archivi monastici dal secolo XVI in poi sono ricchi soprattutto di registri e di atti di carattere
amministrativo, mentre per i secoli precedenti sono costituiti soprattutto da pergamene riguardanti i
privilegi concessi dalle autorità superiori (diplomi imperiali, bolle papali, diplomi vescovili), e gli
atti notarili di donazione, vendita, acquisto di beni terrieri. Quasi dovunque queste pergamene sono
state estratte dal fondo di provenienza e conservate a parte, a costituire il cosiddetto "diplomatico".

5.6 - L’Intesa tra lo Stato italiano e la Chiesa sugli archivi ecclesiastici

Il 18 aprile 2000 il Ministro per i Beni e le attività culturali e il Presidente della Conferenza
Episcopale Italiana hanno sottoscritto l'Intesa per la conservazione e la consultazione degli archivi
di interesse storico e delle biblioteche appartenenti ad enti e istituzioni ecclesiastiche.

La nuova Intesa fa seguito e si collega a quella firmata il 13 settembre 1996 dedicata ai soggetti e
alle forme della collaborazione tra Stato e Chiesa cattolica in materia di beni archivistici
ecclesiastici ritenuti di rilevanza storica dallo Stato. In particolare questa seconda Intesa dà
attuazione all'articolo 12, n. 1, comma terzo dell'Accordo 18 febbraio 1984 che apporta
modificazioni al Concordato Lateranense: "la conservazione e la consultazione degli archivi
d'interesse storico e delle biblioteche dei medesimi enti e istituzioni saranno favorite e agevolate
sulla base di intese tra i competenti organi delle due parti".

L’Intesa contiene tre principi generali (art. 1): a) il patrimonio documentario e archivistico di
interesse storico appartenente ad enti e istituzioni ecclesiastiche deve rimanere, per quanto
possibile, nei luoghi di formazione o di attuale conservazione; b) il Ministero e la C.E.I. concordano
sulla esigenza di assicurare, secondo le rispettive competenze, ogni possibile intervento per
garantire la tutela e la salvaguardia del patrimonio documentario e archivistico e delle relative sedi;
c) in caso di necessità e, in particolare, nel caso di parrocchie e di diocesi soppresse, allo scopo di
agevolarne la conservazione e la consultazione, gli archivi vengono depositati presso l'archivio
storico della diocesi competente per territorio.

L'art. 2 specifica quattro tipi di interventi di competenza propria della Chiesa cattolica: a) l'impegno
alla conservazione degli archivi ecclesiastici di interesse storico e alla loro consultazione, nel
rispetto delle disposizioni pertinenti contenute nella normativa civile vigente; b) l'impegno a dotare
gli archivi di tutto quanto, in concreto, ne consente la consultazione; c) l’ impegno a promuoverne
l’inventariazione, la tutela e la salvaguardia; d) l’impegno a destinare specifici finanziamenti a
favore degli archivi storici diocesani.

A sua volta il Ministero (art. 3) si assume i seguenti impegni: a) fornisce agli archivi ecclesiastici,
per il tramite delle Soprintendenze archivistiche, collaborazione tecnica e contributi finanziari; b)
nei suoi interventi dà la priorità agli archivi diocesani nonché agli archivi generalizi e provinciali di
particolare rilevanza appartenenti agli istituti di vita consacrata e alle società di vita apostolica; c)
favorisce la formazione degli archivisti ecclesiastici; d) incrementa la sua attività di vigilanza del
patrimonio archivistico ecclesiastico sul mercato antiquario.

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UD 6 - Gli archivi degli enti pubblici e gli archivi privati

L’unità didattica illustra alcune delle più importanti tipologie di archivi, per ognuna descrive le
caratteristiche generali della documentazione conservata e le modalità di accesso per la
consultazione.

6.1 - Il policentrismo della conservazione e la diffusione degli archivi degli enti


pubblici

6.2 - Gli archivi degli enti territoriali: regioni, province e comuni

6.3 - Gli archivi degli enti pubblici

6.4 - Gli archivi delle istituzioni di assistenza e beneficenza

6.5 - Gli archivi notarili

6.6 - Gli archivi gentilizi

6.7 - Gli archivi privati di persone e di associazioni e il ruolo degli istituti culturali

6.1 - Il policentrismo della conservazione e la diffusione degli archivi degli enti pubblici

L’elevato numero di enti pubblici diversi dallo Stato rappresenta un tratto caratteristico
dell’organizzazione amministrativa italiana, che assume un rilievo sempre crescente a partire
dall’Unità d’Italia, ma era già presente anche negli Stati preunitari.

Per comprendere la rilevanza degli archivi degli enti pubblici conviene fare riferimento in primo
luogo alla distinzione tra enti pubblici territoriali e enti pubblici non territoriali. Gli enti pubblici
territoriali - comune, provincia e regione- sono enti a fini generali per i quali il territorio sul quale
operano rappresenta un elemento costitutivo, che indica l’ambito su cui si esercita la potestà
dell’ente. La comunità stanziata sul territorio guida attraverso organi elettivi l’azione dell’ente.

Gli enti pubblici non territoriali, invece, sono caratterizzati da fini determinati e sono costituiti da
un patrimonio destinato ad un fine o da un complesso di persone che, per scelta o per appartenenza
a una professione o per lo svolgimento di un’attività, si sono associate per il conseguimento di uno
scopo.

Gli enti pubblici non territoriali sono necessariamente numerosi perché in pratica vengono ad essere
tanti quanti sono i fini sociali o economici o culturali o di altra natura, che pur essendo riconosciuti
dallo Stato come fini di interesse collettivo, non rientrano tuttavia nella sfera di interesse dello Stato
o degli enti territoriali.

È evidente la relatività della distinzione tra interesse pubblico e interesse privato, in rapporto a
finalità di carattere sociale, economico e culturale. L’evolversi delle vicende storico-politiche ha
fatto sì che in certi periodi sia stata affidata alla iniziativa dei singoli una più ampia sfera di rapporti
giuridici, e in altri lo Stato abbia ritenuto di doversi assumere la cura di settori prima affidati
all’iniziativa privata. Ad esempio il settore della beneficenza e dell’assistenza vede il fiorire di
numerosissime associazioni private a partire dal secolo XVI e solo nel secolo XIX si riscontra un

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accentuarsi dell’intervento dello Stato; lo stesso avviene nel campo della bonificazione dei terreni e
dell’istruzione. Nel XX si è verificata una progressiva estensione nel settore dell’economia. Negli
ultimi decenni la tendenza si è invertita ed è in atto una crescente riduzione della sfera di interesse
statale.

Gli archivi degli enti pubblici possono conservare documentazione molto antica e comunque
anteriore alla loro istituzione a seconda della storia di ciascuno di essi. Il cosiddetto policentrismo
della conservazione, cioè la prassi dapprima e la norma poi, che affida all’ente pubblico la
conservazione e la salvaguardia non solo degli archivi che produce ma anche di quelli che eredita
dagli enti soppressi, a cui subentra nelle competenze e nelle attività, ha fatto sì che oggi lo
sterminato patrimonio archivistico italiano sia conservato da un altrettanto ingente numero di
"ultimi eredi" di una lunga catena di soggetti produttori.

6.2 - Gli archivi degli enti territoriali: regioni, province e comuni

Dal punto di vista amministrativo lo Stato italiano è suddiviso in regioni, province e comuni.

Le regioni sono organismi di fresca data: previste dalla costituzione repubblicana, esse sono state
istituite solo nel 1972. I loro archivi sono però ricchi di documenti molto anteriori, perché hanno
ereditato gli archivi degli uffici statali di cui hanno assorbito le competenze. Negli ultimi anni quasi
tutte le regioni hanno attivato degli archivi storici, aperti al pubblico, in cui concentrare la
documentazione ereditata oltre a quella di propria produzione. In genere l’archivio regionale si
presenta diviso in due sezioni: l’archivio del consiglio regionale, che è l’organo legislativo, e
l’archivio della giunta, cioè dell’esecutivo, suddiviso per assessorati, per direzioni generali o per
materie di competenze. L’autonomia amministrativa di cui godono le regioni si riflette anche nella
varietà di modelli organizzativi adottati per gli archivi regionali. Simili per contenuto, gli archivi
regionali presentano strutture molto difformi tra loro. Soprattutto l’archivio della giunta riflette il
ciclico ristrutturarsi dell’ente al cambio della legislatura, ogni cinque anni.

Anche molti archivi provinciali conservano documentazione anteriore alla data di fondazione
dell’ente. Le province sono state istituite nel 1865, con l’emanazione della legge di unificazione
amministrativa, che ha suddiviso lo Stato italiano in province e comuni. Organismi provinciali,
però, erano già attivi dall’inizio del XIX secolo in numerosi Stati preunitari. In questo caso i nuovi
enti subentrarono ai precedenti senza soluzione di continuità e ne assorbirono gli archivi. Le
competenze attribuite alle province dalla legge del 1865, in particolare nel settore scolastico e in
quello sanitario - manicomi e brefotrofi - arricchirono gli archivi provinciali di documentazione a
volte molto antica, prodotta dalle associazioni private che in antico regime si erano occupate
dell’istruzione e dell’assistenza ai malati di mente e ai bambini abbandonati.

L’origine medievale di moltissimi comuni, cittadini e rurali, si riflette negli archivi. Oggi i comuni
italiani sono più di ottomila, e molti sono quelli che conservano documentazione dal XII secolo. È
per questo, e per il ruolo di governo del territorio che il comune ha svolto dal suo sorgere, che gli
archivi comunali sono i più importanti tra gli archivi non statali.

Nella storia delle istituzioni civili italiane il comune vanta sicuramente il primato della longevità e
della continuità. Pur essendosi modificato nel corso dei secoli il contesto giuridico generale entro il
quale l’istituzione "comune" si è trovata ad operare, ciò non ha inciso sulla sua primaria funzione di
governo fisico del territorio. Governare il territorio significa conoscerlo, descriverlo, controllare le
azioni che gli uomini che vi abitano compiono su di esso, trasformandolo. L’archivio comunale è

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quindi dal suo sorgere archivio del territorio. Dal 1866, con l’attribuzione al comune della tenuta
dei registri di stato civile, l’archivio comunale è diventato anche l’archivio della popolazione.

6.3 - Gli archivi degli enti pubblici

Il moltiplicarsi degli interventi dello Stato nella società contemporanea ha determinato le creazione
di una pluralità di enti pubblici funzionali di cui è impossibile fornire un quadro esaustivo.

Molti di essi sono stati istituiti dopo l’Unità d’Italia, quando lo Stato ha esteso il suo interesse a
settori del tutto nuovi, come quello della previdenza e dell’industria. Altri invece sono gli ultimi
eredi di una lunga catena istituzionale, di durata anche plurisecolare. Una intricatissima storia che si
riflette perfettamente nei residui archivistici che ognuno di questi enti ha lasciato in eredità ai
successori, e che fa sì che enti di recentissima fondazione abbiano patrimoni archivistici risalenti
addirittura al Medioevo o ai primi secoli della età moderna.

È il caso di alcuni archivi ospedalieri. In Italia dal 1980 l’assistenza medica è garantita dal Servizio
sanitario nazionale, che si articola sul territorio in Aziende sanitarie locali. Non poche Aziende
hanno ereditato gli archivi degli antichi ospedali.

Tra gli enti pubblici a base corporativa emergono gli archivi degli Ordini professionali e quelli delle
Camere di commercio, eredi delle corporazioni medievali delle arti e mestieri.

La lunga lotta per la bonificazione dei terreni e il controllo delle acque è testimoniata dagli archivi
dei Consorzi di bonifica, la cui documentazione risale anche al XVI secolo.

Le Accademie (di scienze, lettere ed arti) s’innestano quasi sempre su tradizioni risalenti al XVIII,
XVII o anche al XVI secolo, per cui possono possedere archivi di notevole vetustà ed interesse. Le
Deputazioni di storia patria hanno archivi ricchi di carteggi privati pervenuti per donazione o
deposito.

Le Università degli studi sono in massima parte persone giuridiche pubbliche dotate di ampia
autonomia operativa ed amministrativa. Alcune (Bologna, Padova, Napoli) sono le dirette eredi
degli antichi "studia generalia" (cioè le Università) medievali e ne hanno ereditato gli archivi.

Naturalmente gli enti pubblici che non hanno nella propria missione l’attività culturale, non sono
tenuti a costituire un istituto archivistico vero e proprio, ma la normativa impone loro di creare un
servizio d’archivio e di garantire la libera consultazione dei loro atti, fatti salvi i diritti di
riservatezza dei dati personali.

6.4 - Gli archivi delle istituzioni di assistenza e beneficenza

È questo un settore di archivi di grande importanza per la ricerca storica, anche per quella relativa al
basso medioevo. La gestione delle opere pie ha sempre avuto un gran peso, soprattutto in periodi in
cui grande e diffusa era l’indigenza e le iniziative volte ad alleviarla erano affidate alla benevolenza
dei privati e della Chiesa. Nacquero così ben presto numerose associazioni, ecclesiastiche e laiche,
che poi, tra il XVI e il XVII secolo, tesero ad unificarsi in organizzazioni maggiori. Nel secolo
XVIII furono poi in gran parte laicizzate e ulteriormente concentrate in stabilimenti unitari ad opera

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dei vari Stati preunitari. Da questo periodo comincia infatti l’intervento statale in questo settore. La
concentrazione significò anche concentrazione patrimoniale e concentrazione archivistica. L’opera
di definitiva unificazione avvenne anche in questo campo nel periodo napoleonico. Agli inizi del
XIX secolo la maggior parte delle opere pie di ogni dipartimento (circoscrizioni amministrative
corrispondenti alle attuali province) furono soppresse e conglobate nel nuovo istituto della
congregazione di carità. Le congregazioni di carità rimasero attive anche durante la restaurazione, e
furono mantenute dallo Stato unitario fino al 1937, quando vennero sostituite dagli enti comunali di
assistenza.

Nel 1977 gli enti comunali di assistenza sono stati soppressi e le loro funzioni sono state delegate ai
comuni, che ne hanno ereditato i patrimoni e anche gli archivi.

Sebbene a partire dal secolo XVIII le soppressioni e le concentrazioni siano state massicce, ciò
nonostante sono numerose le opere pie che si sono salvate e che sono attive ancora oggi. La loro
natura giuridica può essere pubblica o privata, e questo determina un diverso regime di accesso al
loro archivio, ma in genere gli enti sono consapevoli dell’importanza storica della documentazione
che conservano e ne favoriscono la consultazione.

6.5 - Gli archivi notarili

Un cenno a parte meritano gli archivi notarili, la cui organizzazione è del tutto particolare.

L’istituto del notariato conserva ancora oggi l’enorme rilevanza che lo ha caratterizzato fin dal suo
primo apparire, nel Medioevo. Nella società medioevale, nella quasi totale assenza dell’autorità
statale, era il notaio a rappresentarne ed esercitarne la potestà certificante, tanto che negli archivi
italiani la maggior parte della documentazione fino al XV secolo è costituita da atti redatti o
autenticati da notai. Gli atti emessi dai notai in forma definitiva si chiamavano "publica
instrumenta", ma da quando il notaio assunse la sua piena configurazione giuridica, intorno al XII
secolo, per rendere valido il negozio era sufficiente la registrazione dei dati essenziali
("imbreviatura") da parte del notaio nelle proprie "schedule" o protocolli. È facile capire perché ben
presto le pubbliche autorità sentirono il bisogno e il dovere di prendere sotto il proprio controllo
l’istituto del notariato e soprattutto di assicurare la conservazione degli atti e dei protocolli dei notai
defunti. Dapprima vi provvidero i comuni, istituendo appositi uffici, che assunsero denominazioni
diverse nelle varie località. A partire dal XVI vi provvidero gli Stati, con l’organizzazione degli
"archivi pubblici", nei quali venivano versati dai notai cessati o dai loro eredi le matrici e i
protocolli di tutti gli atti rogati.

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Raffigurazione di un notaio

Tale sistema vige ancora oggi, agli archivi pubblici di antico regime sono subentrati senza soluzione
di continuità gli archivi notarili odierni. Essi si trovano nei comuni in cui è presente un tribunale e
la loro competenza territoriale coincide con quella del tribunale. La funzione principale degli
archivi notarili è quella di conservare gli atti rogati dai notai cessati per 100 anni. Per questo
periodo essi svolgono, rispetto alla documentazione conservata, le stesse funzioni che
svolgerebbero i notai roganti se fossero ancora in attività. Allo scadere del centennio l’archivio
notarile deve versare la documentazione all’Archivio di Stato competente per territorio. La legge
sugli archivi del 1939 aveva infatti stabilito che tutti gli atti notarili anteriori al 1800 dovessero
essere versati negli Archivi di Stato. In base alla legge sul riordinamento degli archivi notarili del
1952 il termine per il versamento è stato modificato con il termine mobile di 100 anni dalla
cessazione dell’esercizio notarile.

6.6 - Gli archivi gentilizi

Una categoria particolare di archivi privati, di enorme interesse per la storia medievale e moderna, è
costituita dagli archivi delle famiglie aristocratiche che in antico regime esercitarono - negli stati
oligarchici repubblicani, come la Repubblica di Venezia - o condivisero con la famiglia dominante -
negli stati signorili, come il Granducato di Toscana - il potere politico ed economico.

La storia di queste famiglie si intreccia indissolubilmente con la storia dei luoghi su cui estendevano
la loro influenza e il ruolo politico ed economico si riflette nell’ archivio. Negli archivi delle
famiglie feudali ad esempio si trova tutta la documentazione inerente l'amministrazione politica,
giurisdizionale ed economica dei vari feudi. Inoltre, poiché la visione privatistica dell'attività di
governo e della documentazione prodotta è tipica di tutta l'aristocrazia di antico regime, questi
archivi sono ricchi di documenti relativi agli incarichi pubblici ricoperti dai vari componenti della
famiglia.

Fonte privilegiata per ricostruire la storia di una città di antico regime, gli archivi privati gentilizi
sono archivi molto eterogenei, non tipizzabili quanto alla documentazione conservata, se non in
modo molto generico. In linea di massima possiamo dire che negli archivi privati sono presenti le
seguenti serie:

La prima, fondamentale, presente in tutti, è quella degli “istrumenti”, cioè di tutti gli atti
comprovanti diritti, prerogative, privilegi, possessi, doveri della famiglia. Si tratta di contratti
stipulati da notai, di concessioni enfiteutiche, di diplomi e riconoscimenti sovrani, di testamenti,
ecc.: il fondamento del potere. È la serie più antica. In genere è ordinata cronologicamente.
Correlata alla serie degli istrumenti è quella dei “processi”. Nel corso dei secoli l'affermazione di
quei diritti testimoniati dagli istrumenti, ha spesso generato delle controversie, con altre famiglie
nobili, con il potere centrale, con le comunità, con la Chiesa. Dipende ovviamente dalla storia di
ogni famiglia. Terza serie è quella degli “inventari”. Inventari di documenti, ma soprattutto
inventari di beni immobili, terreni, case, e di beni mobili, arredi, suppellettili, quadri, stoviglie, libri,
ecc. È evidente l'importanza di questi registri per la storia dell'arte o delle biblioteche. Infine due
grandi tronconi di documentazione, genericamente definibili con i termini “carteggio” e “carte di
amministrazione”, che acquistano caratteristiche proprie in ogni archivio. La ricchezza e la varietà
di questa documentazione dipende infatti non solo dal ruolo politico ed economico della famiglia,
ma anche da fattori casuali, quale aver espresso dei letterati, dei mecenati, dei viaggiatori, ecc.; aver

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avuto solo proprietà terriere o anche imprese manifatturiere; aver prestato interesse o disinteresse
per l'amministrazione del patrimonio .

Altra caratteristica rilevante degli archivi gentilizi è quella di configurarsi spesso come archivi di
concentrazione. Infatti è frequente che all’archivio di una famiglia siano aggregati gli archivi di
altre famiglie che in quella principale sono confluite per successione o per estinzione-matrimonio.

Molti di questi archivi si trovano oggi negli archivi di Stato, a seguito di donazioni o di depositi,
dove sono liberamente consultabili. Molti sono ancora presso le famiglie stesse. In questo caso, essi
sono consultabili solo se sono stati dichiarati di notevole interesse storico dalla Soprintendenza
archivistica competente per territorio.

6.7 - Gli archivi privati di persone e di associazioni e il ruolo degli istituti culturali

Tra le molteplici tipologie di archivi privati, va segnalata quella degli archivi dei partiti politici e
delle associazioni sindacali. Sebbene sia indubbia la grande rilevanza pubblica dell’attività svolta
negli ordinamenti democratici dai partiti politici e dai sindacati, partiti e sindacati sono associazioni
private. Come tali sono sottoposti a leggi che ne garantiscono l’indipendenza e l’autonomia. Ma,
proprio per il loro stato giuridico, viene dedicata ai loro archivi un’attenzione inadeguata. La
salvaguardia di questa documentazione è affidata all’iniziativa dei singoli organismi e alla volontà
dei segretari che si succedono alla guida degli stessi.

Un ruolo fondamentale per la conservazione di questi archivi è svolto dagli istituti culturali vicini ai
partiti e ai sindacati, che hanno accolto e valorizzato queste preziose fonti, salvandole spesso da
totali dispersioni e distruzioni. In questo senso il tema della conservazione degli archivi storici dei
partiti politici e dei sindacati è parte di una questione di più ampia portata che è quella della tutela
della documentazione contemporanea che per la sua natura giuridica privata è posta fuori degli
istituti archivistici pubblici ed è oggetto di forme di intervento non predeterminate da norme. La
presenza di istituti e fondazioni private che concorrono alla conservazione e alla valorizzazione di
beni archivistici che per la loro natura giuridica, storia culturale e scelte politiche non confluiscono
nel patrimonio archivistico pubblico è da questo punto di vista fondamentale.

Si tratta di istituti culturali che non sono stati fondati come espressione di partiti e di sindacati, ma
come luoghi di incontro, dibattito e approfondimento culturale fra intellettuali, politici, sindacalisti
e cittadini per lo più dell'area politico ideologica di riferimento. In questo ambito è favorito anche
l'incontro e il dialogo fra quelle componenti sensibili alla salvaguardia della memoria storica. La
formazione nei vari istituti di un servizio d’archivio permette di accogliere i materiali storici. Di
fatto questi istituti si configurano come archivi di concentrazione, funzionali e dotati di autonomia,
che garantiscono la conservazione e la consultazione della documentazione.

Questi istituti sono riusciti ad essere un punto di riferimento territoriale per la salvaguardia e la
conservazione di archivi privati di rilievo locale, svolgendo un ruolo che difficilmente altri
avrebbero potuto sostenere. Fino a non molto tempo fa infatti anche in questo settore l'attenzione
era volta soprattutto agli archivi delle personalità di governo, dei più autorevoli leader politici e dei
partiti nazionali; e molti archivi, che non avevano una rilevanza nazionale, per questi motivi sono
andati perduti.

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UD 7 - I nuovi scenari: archivistica e informatica

L’unità didattica è dedicata all’impatto che le nuove tecnologie hanno avuto sull’organizzazione
archivistica: dalle possibilità di diffusione delle informazioni sul patrimonio archivistico italiano
offerte da internet, alle nuove norme che danno validità giuridica ai documenti elettronici e aprono
un nuovo scenario per la conservazione della memoria documentaria.

7.1 - La discussione sugli standard internazionali per la descrizione archivistica


(ISAD)

7.2 - Il Sistema Archivistico Nazionale (SAN)

7.3 - La Guida generale degli Archivi di Stato in Rete

7.4 - Il sistema informativo unificato per la Soprintendenze archivistiche (SIUSA)

7.5 - La normativa sul documento elettronico e gli archivi del futuro

7.1 - La discussione sugli standard internazionali per la descrizione archivistica (ISAD)

Gli standard internazionali per la descrizione archivistica (ISAD) (vedi 3.7), elaborati nella loro
prima versione tra il 1988 e il 1993, non si pongono come strumento di piatta omologazione, bensì
di costruzione di un linguaggio comune che favorisca la comparazione di realtà differenti e faccia
crescere la consapevolezza delle problematiche legate alla descrizione archivistica stessa.
L’interesse per il dibattito internazionale sugli standard è spesso associato, inoltre, alle discussioni e
alle esperienze di applicazione dell’informatica agli archivi, ad esempio in relazione alla
realizzazione di progetti condivisi di descrizione degli archivi in Rete.

Quanto anche l’Italia sia coinvolta da tale dibattito, lo dimostra nel 1996 la creazione, da parte
dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI), di un gruppo di lavoro per
l’elaborazione di proposte di modifica ed integrazione alla prima versione delle ISAD: anche grazie
a tali proposte, la seconda versione degli standard, pubblicata nel 2000, si presenta (rispetto alla
prima versione incentrata su esperienze inglesi e nordamericane) molto più conforme alle tradizioni
e alla teoria archivistica europea.

Verso la metà degli anni Novanta, con la pubblicazione delle ISAAR (standard per la descrizione
dei soggetti produttori), il dibattito si amplia: per la prima volta si delinea un modello di gestione
separata e connessa delle descrizioni dei fondi archivistici e dei soggetti produttori. Grazie alle
ISAAR, inoltre, si apre la strada a possibilità di condivisione delle informazioni relative ai soggetti
produttori stessi. È la fine di quella concezione unilineare e statica del rapporto tra archivi ed enti e
l’inizio di un rapporto dinamico, multidimensionale e storicamente variabile.

L’uscita delle ISAAR ha stimolato, in Italia, la creazione di un nuovo gruppo di lavoro, voluto
dall’Amministrazione archivistica italiana e dall’ANAI e incaricato di elaborare regole per la
creazione di intestazioni di autorità dei soggetti produttori di archivi: impresa non semplice, ma di
fondamentale importanza per l’attuazione di progetti di condivisione in rete.

La nuova versione delle ISAAR, attualmente in preparazione, tende tuttavia a sviluppare, più che
l’aspetto delle denominazioni d’autorità, quello della descrizione dell’ente e delle sue relazioni con

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altri soggetti produttori; è in corso di studio, inoltre, la possibilità di collegare le descrizioni


archivistiche di fondi e soggetti produttori ad altri tipi di risorse presenti in Rete.

7.2 - Il Sistema Archivistico Nazionale (SAN)

All’indirizzo http://archivi.beniculturali.it/ si trova il portale dell’amministrazione archivistica


nazionale, on line dal 1997, dal quale è possibile ricavare informazioni complete sul sistema
archivistico italiano grazie ad una serie di collegamenti semplici ed immediati; il sito comprende
attualmente otto sezioni principali, oltre alle news che scorrono automaticamente sulla home page
(recentemente il sito ha subito un radicale rinnovamento, tuttora in corso. al termine di questo
processo verrà aggiornata anche l'UD 7.2).

La home page del sito

Sono innanzitutto disponibili in Rete i rinvii agli organi amministrativi del sistema archivistico
centrale, dalla Direzione Generale per gli Archivi all’Archivio centrale dello Stato, dagli Archivi di
Stato alle Soprintendenze archivistiche, nonché al Centro di fotoriproduzione, legatoria e restauro.

La sezione "Il patrimonio documentario" offre la possibilità di scegliere tra tre opzioni tarate in
funzione delle diverse esigenze di ricerca dell’utente: da qui è possibile consultare la Guida
generale degli Archivi di Stato italiani, gli elenchi alfabetici dei complessi documentari conservati
presso gli Archivi di Stato e l’Atlante storico degli Archivi italiani.

Per l’elenco delle pubblicazioni degli Archivi di Stato e l’accesso a quattro collane di pubblicazioni
digitali di argomento archivistico, scaricabili gratuitamente, si può fare, invece, riferimento alla
sezione "Biblioteca": si segnala, in particolare, la collana intitolata "Archivi e beni culturali – studi
e proposte" nella quale è possibile reperire relazioni ministeriali e proposte di legge non convertite.
Notizie di carattere legislativo sono in realtà sparse in diverse sezioni del portale, dove si può
consultare, tra l’altro, tutta la legislazione (vigente e non) emanata dallo Stato italiano in materia
archivistica dal 1860 a oggi, nonché i relativi lavori preparatori: relazioni, stesure dei progetti di
legge, atti delle Commissioni parlamentari, pareri del Consiglio di Stato. Le informazioni in materia
sono completate, nella sezione "Gli strumenti", dalle disposizioni normative degli Stati preunitari e
dai verbali del Consiglio Superiore degli Archivi (1874-1976).

Un’ulteriore opportunità offerta dal sito è data dal collegamento con il portale italiano delle risorse
archivistiche mondiali presenti in rete, alle quali si può accedere o attraverso categorie di
orientamento o con un apposito motore di ricerca.

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Sono, infine, a disposizione una sezione dedicata al forum di discussione, che favorisce il confronto
su temi di interesse comune tanto agli operatori quanto agli utenti del settore, e le notizie riguardanti
lo staff e l’elaborazione del sito.

7.3 - La Guida generale degli Archivi di Stato in Rete

L’uscita a stampa del primo volume della Guida generale degli Archivi di Stato italiani risale al
1981; negli anni successivi hanno visto la luce altri tre volumi, che completano la rassegna del
patrimonio conservato dagli Archivi di Stato.

Recentemente è stata, poi, decisa la trasposizione informatica della guida, operazione che ha
necessitato quasi due anni di lavoro e che è stata suddivisa in due fasi: durante la prima fase la
guida è stata inserita in Rete in formato PDF, soluzione che ha consentito un totale recupero della
ricchezza tipografica e strutturale del prodotto cartaceo. Successivamente la guida è stata
trasformata in un sistema di base dati che, pur mantenendo la complessa struttura informativa
originaria, consente al contempo la navigazione e la ricerca sia in ambiente locale che in Rete.

L’esistenza di una forte strutturazione interna all’opera ha suggerito l’utilizzo dello Standard
Generalized Markup Language (SGML) come linguaggio di codifica del documento elettronico
risultante dalla digitalizzazione del documento cartaceo. Per la realizzazione del modello SGML
della guida, è stata necessaria un’accurata analisi dei volumi editi, finalizzata all’individuazione
delle strutture informative e dei blocchi di informazioni distribuiti in tali strutture; è stata effettuata,
in pratica, una segmentazione del testo in unità informative appartenenti a varie tipologie tra loro
collegate nella struttura gerarchica.

La modalità più immediata di accesso alla versione informatica della guida è lo scorrimento della
sua struttura informativa gerarchica (a partire dalla scelta di uno specifico Archivio di Stato o
Sezione) attraverso la consultazione dell’albero sommario. Tuttavia, sono possibili altre tre
modalità di ricerca: quella per parola, la ricerca guidata (richiedendo la presenza di parole in
relazione a campi precisati) e la ricerca avanzata, ovvero attraverso frasi più elaborate da
individuare in contesti predefiniti. Ognuna di queste possibilità di ricerca può essere, poi, resa più
selettiva circoscrivendone l’ampiezza ad una o più tipologie di record; è inoltre possibile imporre
precise condizioni alle modalità di trattamento dei termini ricercati o alla modalità di presentazione
dei risultati.

7.4 - Il sistema informativo unificato per la soprintendenze archivistiche (SIUSA)

Il cosiddetto "policentrismo della conservazione", che caratterizza la storia archivistica italiana, ha


fatto sì che oggi, oltre allo Stato e alla Chiesa cattolica, i beni archivistici contino anche migliaia di
altri detentori: tutti gli enti pubblici e tanti soggetti privati. Migliaia e migliaia di archivi, a volte
molto antichi e di grande consistenza, di cui non è agevole avere una descrizione archivistica, né
seguire i passaggi di responsabilità giuridica o conoscerne l’esatta ubicazione.

Lo Stato ha cercato sempre più consapevolmente di garantire la salvaguardia dell’intero patrimonio


storico-documentale, arrivando ad istituire un organo apposito per esercitare la tutela e garantire la
libera consultazione degli archivi non statali: le Soprintendenze archivistiche.

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Il "Sistema informativo unificato delle Soprintendenze archivistiche" (SIUSA) ha come obiettivo di


descrivere tutto il patrimonio archivistico non statale e non conservato negli archivi di Stato, ma sul
quale si esercita l’attività di tutela dello Stato, e di permettere a tutti gli utenti esterni tramite la Rete
di accedere alle informazioni su tale patrimonio. SIUSA si propone come punto di accesso primario
per la ricerca generale su tutto il patrimonio archivistico nazionale non statale, fornendo
informazioni di carattere generale sui fondi archivistici, sui loro produttori e su chi li detiene.
SIUSA non è una banca dati inventariale, gli inventari pubblicati in Rete non vengono recepiti nel
sistema, ma è possibile accedervi attraverso un collegamento esterno, con un apposito link.

SIUSA ha adottato il modello della descrizione separata di entità concettualmente diverse proposto
da ISAD e ISAAR e lo ha esteso, proponendo descrizioni separate tra loro correlate di tutte le entità
che gravitano sull’archivio. Gli oggetti descritti principali sono il Complesso archivistico, il
Soggetto conservatore e il Soggetto produttore. Nella scheda del Soggetto conservatore sono
presenti le informazioni riguardanti la conservazione della documentazione che potranno essere utili
all’utente per la consultazione. Le informazioni in merito al Soggetto produttore sono, come da
norme ISAAR (CPF), trattate in maniera separata e collegata rispetto alla descrizione della
documentazione archivistica. Accanto a queste entità principali sono presenti altre schede che
vanno a costituire banche dati accessorie che completano l’informazione sul patrimonio archivistico
e collegano i soggetti produttori ai contesti politico- istituzionali e agli ambiti territoriali in cui
hanno operato.

7.5 - La normativa sul documento elettronico e gli archivi del futuro

Dopo un lungo periodo di immobilismo legislativo, durato quasi un secolo, nell’ultimo decennio è
stato creato un nuovo quadro di riferimento normativo sul documento amministrativo, assai ampio
ed articolato. Le nuove norme impongono a tutti gli enti pubblici l’attuazione del protocollo
informatico, l’adozione della firma digitale, nonché particolari modalità di archiviazione digitale dei
documenti, ma nel contempo lasciano loro un ampio margine di discrezionalità rispetto alle
modalità di attuazione della normativa.

Una delle questioni più rilevanti lasciata aperta alla normativa e quindi lasciata alla discrezionalità
delle amministrazioni è quella delle modalità di conservazione dei documenti elettronici (vedi il
modulo Biblioteconomia II, UD 3).

L’affiancarsi al documento cartaceo di quello elettronico, e ancor di più la prospettiva futura di una
sua possibile completa sostituzione, comporta infatti l’esigenza di analizzare le criticità della
conservazione dei documenti digitali. In particolare restano ancora aperti tutti i problemi legati alla
garanzia del valore giuridico del documento nei processi di migrazione collegati all’obsolescenza
tecnologica dei formati.

L’archivio digitale infatti necessita di continua gestione e manutenzione. In particolare la


conservazione dei documenti in ambiente digitale comporta una rivisitazione organizzativa dello
stesso concetto di archivio, impone la definizione di nuovi ruoli, nuove responsabilità e nuovi
processi.

L’amministrazione archivistica italiana, conscia del problema, ha aderito al progetto internazionale


InterPARES (International Research on Permanent Authentic Records in Electronic Systems) il cui
scopo è sviluppare la teoria e i metodi essenziali per la conservazione di documenti elettronici

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autentici e, su quella base, formulare indirizzi, strategie e standard capaci di garantire tale
conservazione.

Si tratta di un primo passo, assai laborioso e di notevole impegno in tutte le fasi di realizzazione, nel
tentativo di dar vita a un vero e proprio sistema di scambio e ricerca cooperativa che costituisce
peraltro la condizione essenziale per affrontare e non subire l’innovazione tecnologica. Il pericolo di
perdere la memoria documentaria autentica dei nostri tempi è così seria che non può non essere
affrontata a livello mondiale.

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Bibliografia

Paolo Cammarosano (1991), Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti scritte, Roma, La
Nuova Italia Scientifica.

Elio Lodolini (1998), Organizzazione e legislazione archivistica italiana, Bologna, Pàtron.

Elio Lodolini (2001), Storia dell’archivistica italiana. Dal mondo antico alla metà del secolo XX,
Milano, Franco Angeli.

Letture consigliate

L’archivistica alle soglie del 2000. Atti della conferenza internazionale. Macerata 3-8 settembre
1990 (1992), Roma, Ministero per i beni e le attività culturali, Ufficio centrale per i beni
archivistici.

Le carte della memoria. Archivi e nuove tecnologie (1997), a cura di M. Morelli e M. Ricciardi,
Bari, Laterza.

Filippo Valenti (2000), Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, Roma,
Ministero per i beni e le attività culturali, Ufficio centrale per i beni archivistici.

Isabella Zanni Rosiello (1987), Archivi e memoria storica, Bologna, Il Mulino.

Isabella Zanni Rosiello (1996), Andare in archivio, Bologna, Il Mulino.

Isabella Zanni Rosiello (2000), L’archivista sul confine, Roma, Ministero per i beni e le attività
culturali, Ufficio centrale per i beni archivistici.

Sitografia

Il sistema archivistico nazionale:


http://archivi.beniculturali.it/

La biblioteca del Senato italiano:


http://www.senato.it/relazioni/21616/genpagina.htm

La biblioteca della Camera dei Deputati:


http://www.camera.it/serv_cittadini/1660/1662/1661/lista.asp

L'archivio di Stato di Roma:


http://archivi.beniculturali.it/ASRM/istituto.html

L'archivio di Stato di Firenze:


http://www.archiviodistato.firenze.it/nuovosito/

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