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Alli Traina

101 storie su Palermo


che non ti hanno mai raccontato

Copyright © 2015 Newton Compton Editori


INTRODUZIONE

Forse si tratta di un incantesimo: per uno strano incontro di


caratteristiche e di eventi che si sono susseguiti e stratificati nel tempo,
Palermo è bellissima o bruttissima, non ci sono vie di mezzo. A volte ci
si convince che non esista luogo al mondo capace di competere con lei,
a volte invece si vorrebbe fuggire il prima possibile, mettendo in salvo
tutti coloro a cui si vuole bene. Poi ancora – basta un istante della sua
luce così intensa e violenta o un odore familiare – si ritorna a non
volere altro che lei.
Palermo riesce a far vivere istanti di pura bellezza. Succede quando
un angolo segreto, invisibile per la maggior parte del tempo, decide di
rivelarsi e raccontare una storia dimenticata: le trame che si nascondono
dentro antichi palazzi, fra strade umide e piccole botteghe, si svelano
come d'incanto inondando chi le scopre di quella preziosa meraviglia
che sperimentano i bambini quando per la prima volta scoprono il
mondo.
Il fatto è che bastano quei pochi istanti di meraviglia a incatenare
l'anima per sempre a questa città. È come un amore breve e sbagliato,
un amore irrisolto in cui gli attimi di puro incanto bastano a
ossessionare chi li ha vissuti, spendendo tutte le proprie energie per
riviverli, almeno una volta, mentre la città si è già dimenticata di te.
Poi, quando meno te l'aspetti, ecco un altro momento di eterna bellezza
che stringe ancora un po' il legame e ti condanna a essere per sempre
suo.
A volte sembra che Palermo non possa esistere senza gli uomini, che
la sua identità sia quella della gente che la abita, ed è tutto un vociare di
gente e di mercati, di macchine in coda e bar sempre pieni. Così le sue
storie sono tutto un susseguirsi di personaggi, di intrecci e di vicende
umane. A volte invece la domina un'astrattezza che pare fare a meno
dell'umanità con le macerie della seconda guerra mondiale e l'erba che
cresce tutto intorno, incessantemente; con quelle notti immobili in cui i
gatti e gli uomini si trasformano in ombre e ogni cosa diventa l'opposto
della sua apparenza diurna. I vecchi lampioni si accendono
all'improvviso e, senza alcuna logica apparente, illuminano con una
luce gialla e irreale ora uno ora un altro squarcio della città, da cui
nascono storie senza protagonisti se non la città stessa, immobile e
sempre uguale.
Palermo rinasce ogni giorno, è tutto e il contrario di tutto. Quando i
mercati chiudono sembra lo facciano per sempre, immergendo i
quartieri in un silenzio fragile, ma l'indomani tutto ricomincia di nuovo.
Palermo è una città d'incantesimi, è luogo di orologi rotti: alcuni
segnano sempre la stessa ora, da anni, da secoli, altri vanno velocissimi
accelerando il normale scorrere del tempo, altri ancora non misurano
neanche più l'ora, pensano ad altro. Dietro le sfarzose architetture
barocche, dentro i palazzi e tra i vicoli bui, gli uomini cambiano vita da
un momento all'altro, si ammalano di peste credendo di scoprire un
tesoro, invecchiano solamente in volto restando giovani nel corpo,
fanno rivoluzioni che dimenticano il giorno dopo, dipingono centinaia
di volte lo stesso viso, vendono se stessi al miglior offerente e partono
per poi tornare, sempre.
Leggere questi racconti è come stare affacciati al balcone, come
guardare giù da una delle bellissime terrazze che caratterizzano il
centro storico. Basta sporgersi un po' per vedere passare un'umanità
variegata, pittoresca, normale eppure sempre unica: c'è Nizar che
sorseggia versi al bancone di una taverna ed Eliodoro che si trasforma
in pesce, c'è Nick Cave che suona di nascosto e Mata Hari che balla in
un piccolo teatro, Peter che corre verso il mare e Marcantonio Colonna
che bacia una ragazza troppo giovane nascosto all'ombra dei vicoli.
Basta allora calare il cestino di vimini che ogni balcone palermitano che
si rispetti deve avere, e aspettare. Giusto il tempo di un racconto. Poi
tirarlo su, 101 volte, pieno di storie da ascoltare.
LA PIÙ BELLA DI PALERMO

Per i palermitani dire “la più bella di Palermo” significa molto di più
che dire “la più bella del mondo”. Perché tutto ciò che è fuori dalla città
è lontano, irreale. Esiste, certo, ma è del tutto ininfluente: essere la più
bella di Palermo vuol dire essere molto più bella della più bella del
mondo.
E la protagonista di questa storia è stata, al suo tempo, la più bella di
Palermo.
Decimo secolo, la città era sotto la dominazione araba e lei abitava
proprio alla Kalsa, il quartiere dove vivevano i conquistatori. Una
cittadella fortificata di una bellezza senza pari, che gli Arabi
chiamavano Al Halisah, “l'Eletta”.
La più bella di Palermo stava sempre al balcone. Ogni giorno decine
di uomini passavano lì sotto e si fermavano ad ammirare, provavano e
riprovavano a corteggiarla ma non ottenevano nessuna risposta.
È importante immaginare la scenografia di questa storia: un balcone
rigoglioso in un quartiere sul mare, da cui potevano vedersi preziosi
edifici e meravigliose moschee, da cui si udivano lingue differenti e si
osservavano volti provenienti da luoghi lontanissimi.
Racconta l'andaluso Ibn Giubayr nel suo Viaggio in Sicilia, realizzato
all'indomani della dominazione araba, che le donne cristiane
sembravano musulmane, parlavano arabo correttamente, si vestivano in
maniera ricca e curata con stoffe ricamate in oro e si avvolgevano in
splendidi drappi. Avevano, insomma, il doppio del fascino, sintesi della
ricchezza delle due culture. La giovane palermitana passava la giornata
a coltivare fiori ed essenze ed era come se la bellezza generasse
bellezza: il suo balcone era ammirato da tutti per la varietà ma anche
per la ricercatezza estetica che lo caratterizzava.
Un giorno passò da casa sua un bellissimo giovane, un “moro”, come
venivano chiamati gli Arabi a quei tempi. Appena il ragazzo la vide, se
ne innamorò. Provò e riprovò fino a che lei non si convinse e ricambiò i
suoi sentimenti. Quali parole avesse usato e che cosa avesse fatto per
conquistarla nessuno lo sa, ma di sicuro l'aveva spinta a dimenticare le
piante e ad abbandonarsi a un'appassionata storia d'amore. Dopo giorni
di passione e trasporto, però, la giovane scoprì che il moro aveva
moglie e figli nel suo Paese e che stava per raggiungerli lasciando per
sempre lei e Palermo.
Cosa successe dentro di lei – quello che fu capace di pensare non
tanto la sua mente che ormai era altrove quanto il suo cuore che, privo
di padrone, progettava terribili vendette – lo racconta il gesto che si
decise a compiere.
L'unione dell'identità araba con quella siciliana aveva reso sì le donne
più belle e capaci di valorizzare il loro fascino con l'uso sapiente di
trucchi e veli, ma aveva anche infuocato un temperamento già di per sé
molto infiammabile.
Così nottetempo la donna mise in atto il suo piano: aspettò che il suo
amante si fosse addormentato, poi impugnò una spada e gli tagliò la
testa. Di quel volto bellissimo che aveva amato follemente, tuttavia,
non si volle liberare. Decise di tenerlo sempre con sé. Ne fece un vaso,
in cui piantò una pianta di basilico.
Il basilico crebbe a grande velocità diventando in poco tempo
eccezionalmente rigoglioso. Le vicine erano così gelose della bellezza
di quell'oggetto che commissionarono agli artigiani del quartiere dei
vasi a forma di testa, proprio come quello che aveva la ragazza. I
balconi e le terrazze della Kalsa si riempirono quindi di contenitori di
ceramica raffiguranti una testa umana.
Nacque così il famoso e tipico vaso palermitano raffigurante la
leggendaria Testa di Moro, elemento immancabile di tutte le più
eleganti ville della città.

La leggendaria testa di moro


LE MERAVIGLIOSE AVVENTURE ACQUATICHE DI
ELIODORO CATALANO

In una casetta di via Messina Marine, nella borgata dello Sperone,


abita Eliodoro Catalano, “l'uomo pesce”. Sono i giornali ad averlo
battezzato così, ormai tanti anni fa. Lui ne sorride, con il suo fare
volontariamente trasandato, capace di un'ironia inaspettata e poetica che
traspare quando afferma «a volte soffro di ricordi», pensando ai tempi
in cui il mare di fronte casa era limpido e con «un guazzabuglio di pesci
e forme marine da intenditori».
Proprio l'amore per il mare gli ha permesso di realizzare imprese
eccezionali. Prima fra tutte, negli anni Sessanta, l'acquario. Un vero e
proprio luogo di culto per i visitatori che arrivavano da ogni parte del
mondo. Lo dimostrano le lettere e i messaggi di ammirazione di biologi
e studiosi giapponesi, indiani, tedeschi lasciati su un registro che
Eliodoro custodisce gelosamente. Era un locale di 150 mq, pieno di
vasche, a pochi passi dalla sua abitazione. Gli articoli di giornale
dell'epoca gli dedicavano titoli quali «Palermo ha un acquario ma
nessuno se ne accorge» o «Scienziati e curiosi di tutto il mondo
conoscono l'acquario che sorge in una rustica abitazione allo Sperone,
preferiscono invece ignorarlo le autorità locali». I pesci erano quelli del
mare di fronte casa. Il più famoso, la cernia Berenice, l'aveva comprata
invece suo fratello a Porticello e l'aveva portata di corsa ancora viva a
Eliodoro. I due avevano creato un rapporto così affettuoso che la cernia
usciva in superficie e si metteva di fianco con la bocca leggermente
aperta, aspettando che Catalano l'accarezzasse. «Era una vergogna la
maniera lussuriosa con cui mi guardava per farsi accarezzare», scherza
mostrando ritagli di giornale che parlano di «Berenice la cernia felice»
e le fotografie che ritraggono il pesce a pelo d'acqua in quello strano
atteggiamento. In occasione di una festa organizzata dentro l'acquario
qualcuno le diede del vino. Catalano la trovò ubriaca che vagava
sbattendo per la vasca. Dopo poco Berenice morì. Lui si consola
sperando che nell'ebbrezza etilica la sua non sia stata sofferenza ma
piacere, e che Berenice, «il primo caso segnalato di pesce ubriaco»,
abbia comunque sperimentato un'esperienza rarissima per la sua specie.
Oggi che l'acquario non funziona più, la struttura è diventata un
deposito: «Raccolgo gli oggetti buttati, i ricordi della gente, e li eterno
qui», dice Eliodoro. Come l'ex acquario, anche la sua casa è tutta fatta
di ricordi. Un museo bizzarro che non rivela storie generali ma
minuscoli tasselli di vite altrui: Eliodoro li cerca per la città e li
conserva. Tra gli oggetti custoditi ci sono fotografie di famiglie che
Catalano non ha mai conosciuto e c'è anche un fazzoletto ricamato a
mano che ha trovato nella discarica di Acqua dei Corsari: migliaia di
disegni tutti lasciati a metà, la data, 1832, il nome della ragazza che l'ha
realizzato e infine la scritta «'sà che fa il mio bene». Eliodoro, che per
ogni oggetto raccolto immagina una storia, ha pensato a un fidanzato
imbarcato e a una ragazza che lo attendeva guardando il mare. Ha
capito subito la struggente bellezza di quel fazzoletto tanto da averlo
incorniciato e appeso. Ogni volta che lo guarda si chiede se quei disegni
lasciati a metà non siano stati il simbolo della sua anima in pena e se
quel fidanzato fosse poi tornato dal suo viaggio.
All'estremità del salotto tre gradini conducono a uno spazio
interamente rivestito di ciottoli. Sul pavimento, con quelli più scuri,
Eliodoro ha composto la figura di un polpo. Al centro campeggia una
pittoresca altalena a due piazze. E poi collezioni di conchiglie, vasi,
quadri, botti trasformate in sgabelli, mattonelle e piatti che ha dipinto
con motivi marini o floreali. La sua casa e il suo giardino sono arredati
con ciò che la gente ha buttato via. Reti che diventano gabbie di galline,
serrande che formano dei piccoli silos, porte come recinti, bottiglie
vuote che diventano caleidoscopici giochi di luce. E il mare è a un
passo, basta aprire un cancelletto di ferro.
«C'era una scogliera dove si frantumavano le onde: semplicemente
stando fermo là io ero felice», racconta Eliodoro, pensando agli “anni
d'oro” di quel mare. «D'estate quando c'era bassa marea mi sdraiavo
sulle pozze d'acqua in un giaciglio fatto di un ammasso di alghe e
arrivavano miriadi di gamberetti, precursori di quelli che oggi si usano
nei centri benessere per liberare dalla pelle morta. Poi tutto è stato
coperto dalla sabbia e il mare si è allontanato. La sabbia ha tumulato la
scogliera». Se prima intorno alla casa di Eliodoro c'era la Conca d'oro,
con i campi coltivati perpendicolari al mare e gli stabilimenti balneari,
ora ci sono solo palazzi. Sono gli effetti della speculazione edilizia che
in circa un ventennio – dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del
Novecento – ha distrutto secoli di bellezza.
Quando dal giardino si apre il cancelletto, tuttavia, la città scompare e
diventa costa con le sue luci lontane e quel senso soffuso d'infinito. A
sinistra la sagoma di monte Pellegrino. Eliodoro si ferma a guardarla,
da casa sua la montagna sembra il profilo di un uomo disteso. Poi si
volta verso l'orizzonte, gli occhi leggermente socchiusi, il respiro
profondo seppure lento sembra nutrirsi dell'odore salmastro. «Era bello
quando il mare era ancora giusto», sospira.
IL VICERÉ PIRATA E LA PESTE NASCOSTA

Questa è una storia di potere e avidità, di viaggi alla scoperta di tesori


e di pirati. Questa è una di quelle storie che racconta come tutto può
cambiare da un momento all'altro, come la più preziosa fortuna si possa
trasformare in una terribile sconfitta. Era l'inizio di un nuovo secolo, il
Seicento, Palermo era governata dal viceré don Bernardino de Cardenas
duca di Maqueda e il Mediterraneo era pieno di pirati. Da qualche mese
erano stati inaugurati i lavori della “Strada Nuova”, chiamata via
Maqueda proprio in onore del viceré. La via Maqueda tagliava il
Cassaro – la strada più antica della città che a quei tempi si chiamava
via Toledo – e divideva Palermo in quattro parti. L'intersecarsi ad
angolo retto delle due strade formava una croce, chiamata la “Croce
Barocca”.
Palermo a volte dà dei messaggi ma mai il viceré al culmine del suo
potere e del suo prestigio avrebbe potuto pensare che quella croce
formata dal nuovo sfarzoso asse viario potesse essere un messaggio per
lui. Anzi, era felice di inaugurare i lavori e lasciare così traccia di sé
nella città che governava già da due anni.
Maqueda amava il lusso e conduceva una vita dispendiosa, che
alimentava anche grazie alle scorribande delle sue navi per il
Mediterraneo. Il viceré non faceva nulla per arginare il problema della
pirateria. Bramoso di nuovi tesori, era il primo a far partire le sue galee,
ornate e arredate come vere e proprie case. A causa di questa passione
lo chiamavano “il viceré pirata” o “il corsaro aristocratico”. E a causa
di questa passione il suo destino cambiò.
“Le navi, ecco che arrivano le navi”, deve aver pensato, quando
all'orizzonte aveva visto tornare le sue imbarcazioni cariche di gioielli e
stoffe. Avevano depredato una nave turca e adesso non aspettavano
altro che attraccare nel porto cittadino. Però erano morti a bordo circa
sessanta uomini, vittime di uno strano morbo. Il senato palermitano e il
pretore Francesco Del Bosco non volevano dare l'autorizzazione allo
sbarco perché temevano un contagio di peste, la terribile epidemia che
per secoli ha scandito la storia cittadina. Nel XVII secolo la peste era
ancora un problema reale e quotidiano. Per questo ogni nave che voleva
attraccare a Palermo doveva ottenere un'autorizzazione allo sbarco. La
Pratica – così veniva chiamata l'autorizzazione – in quel caso non
poteva essere rilasciata. Tutto sarebbe andato bene se l'avidità di
Maqueda non avesse prevalso sulla ragione. Due medici corrotti
firmarono delle carte che attestavano che nessuna epidemia di peste
aveva decimato gli uomini delle navi e così le imbarcazioni ebbero il
lasciapassare.
Tredici casse piene di tesori, spezie e sete furono portate a palazzo,
nelle camere private del viceré che le attendeva insieme alla moglie, ai
figli e a pochi amici.
Come previsto, le casse racchiudevano i più bei gioielli e le più
preziose sete d'Oriente. Ogni volta che ne veniva aperta una nuova, la
gioia di Maqueda aumentava. Ma non appena il viceré aprì l'ultima
cassa, scoprì che conservava al suo interno qualcosa in più di un
semplice tesoro: era il cadavere di un uomo ornato e vestito con una
ricchezza strabiliante. Probabilmente lo stavano portando nel suo Paese
d'origine per seppellirlo.
Alla vista di tutte le ricchezze delle quali l'uomo era abbigliato, don
Bernardino quasi si tuffò nella cassa per impossessarsene. Solo allora si
rese conto dell'odore nauseabondo che emanava quel corpo. Era l'odore
della peste.
Lui e la sua famiglia furono immediatamente contagiati. Il potente
viceré morì qualche mese dopo, il 17 dicembre 1601, sconfitto non da
nemici né da rivolte ma dalla sua insaziabile brama di ricchezza.
L'EDICOLA DEL GIORNO IMPOSSIBILE

In via Maqueda, fra via Trabia e via Giacalone, c'è un espositore


verde, di quelli dove si mostrano le copertine e le prime pagine di
giornali e riviste.
Giuseppe Villanova si recava ogni giorno, con la pioggia o con lo
scirocco, di mattina presto davanti a quell'espositore. Giuseppe
Villanova si recava ogni giorno al lavoro. Anche se, da quindici anni, il
lavoro non l'aveva più. Ma il suo mestiere coincideva con il suo più
grande amore, la sua passione e rinunciare a essa avrebbe significato
rinunciare a se stesso.
Il signor Villanova di mestiere faceva il giornalaio. Anni prima al
posto dell'espositore c'era un'edicola, un punto di riferimento per la
gente del quartiere.
Negli anni Novanta gli affari non andavano più bene e la licenza fu
venduta. Ma se l'edicola da un giorno all'altro venne smantellata, la
stessa sorte non toccò all'edicolante.
Una volta tanto, in quel fazzoletto di città, il contenuto e l'identità
hanno prevalso sul risultato. Un giornalaio senza edicola non dovrebbe
più essere un giornalaio, così come un pittore senza quadri non
dovrebbe essere un pittore. Tuttavia, Giuseppe ha continuato a fare il
suo mestiere, nonostante non avesse un'edicola in cui esercitarlo.
Per lui era come se nulla fosse successo. Fino al giorno della sua
morte, nel 2011, è andato a lavoro. Non gli importava se non c'era un
guadagno, non gli importava se non c'era nulla da vendere. Lui di
giornali ne aveva tanti da riempirci un magazzino e di notizie e punti di
vista ne aveva sempre di diversi.
Così si metteva “in riva” alla via Maqueda, proprio dove un tempo
c'era l'edicola, guardando la gente passare avanti e indietro trasportata
dalla corrente del quotidiano. Quel quotidiano che lui montava e
rimontava, realizzando sull'espositore verde la sua personale rassegna
stampa. Mischiava le notizie del giorno con quelle vecchie di decenni.
Aveva giornali precedenti alla seconda guerra mondiale, riviste del
dopoguerra e quotidiani stranieri. Li mescolava tutti in un
personalissimo collage. Le prime pagine dei quotidiani freschi di
stampa insieme agli altri ritagli di giornale antichi assumevano così un
significato nuovo, ulteriore, rispetto a quello che avevano in tutte le
edicole. A volte i suoi collage dimostravano che le notizie del giorno
non erano così differenti da quelle di trent'anni prima, che certi uomini
politici erano sempre gli stessi, a dispetto di epoche e circostanze.
Personaggi famosi solo per una stagione, invece, per un attimo
ridiventavano star da prima pagina. Politici di diversi Paesi diventavano
la stessa persona. Fumetti e gossip ritagliati dicevano più di molti pezzi
di satira o di costume.
Nel tempo libero Giuseppe faceva commissioni per la gente del
rione: pagare bollette, comprare sigarette, ritirare il pane ordinato dalla
mattina. Ma sempre tornava in quell'angolo, fino a che non scendeva la
sera. Allora si ritirava a casa, in un altro quartiere della città.
Ancora oggi, se si chiede, non c'è negoziante, ristoratore, abitante
della zona che non si ricordi di lui. Ancora oggi, se si passa da lì si può
trovare l'espositore verde dove Giuseppe Villanova attaccava i suoi
giornali, ormai vuoto. Nessuno ha intenzione di toglierlo. Perché i
luoghi spesso non sono semplici posti, sono i paesaggi delle vicende
umane. Il signor Giuseppe e quell'angolo di strada erano uniti da un
destino comune che non si sarebbe potuto evolvere in nessun altro
luogo e con nessun'altra persona: quell'angolo voleva una storia e quel
personaggio cercava il suo paesaggio.
DANISINNI: LA CONTRADA DOVE IL PAPIRETO
INCONTRA IL NILO

Un paesino di campagna con angoli di verde che sbucano


all'improvviso, le strade fatte di scale, le grotte nascoste, gli orti sulla
strada e gli spazi aperti con i cavalli. Un mondo capace di generare
continuamente leggende per il mistero dei suoi vicoli che un tempo
erano fatti d'acqua. La profonda depressione di piazza Danisinni
racconta, infatti, che fino al XVI secolo quella non era una piazza ma il
letto del fiume Papireto.
Per arrivarci non bisogna fare escursioni né arrampicarsi su montagne
impervie. Basta andare nella centralissima piazza Indipendenza,
scendere delle scale che si aprono all'improvviso e immergersi in un
altro mondo. I ritmi, gli odori si sovvertono, ogni cosa rallenta. Se per
la gente della contrada quello è l'unico mondo possibile, per il resto
della città Danisinni quasi non esiste.
Eppure dentro la grotta da cui prende il nome – chiamata dagli Arabi
Ayn Abi-Sa'id ossia “fonte di Abu Sayd”, nome col tempo storpiato in
“Danisinni” – avveniva, secondo la credenza popolare, l'unione tra il
fiume Papireto e il Nilo.
Il fiume palermitano era alimentato da una sorgente d'acqua
limpidissima, che sgorgava dentro la grotta e aveva dato vita a una zona
ricca di canne da zucchero, giardini e agrumi. Il papiro che vi cresceva
tutto intorno, uguale a quello del corso d'acqua africano, costituiva la
prova che il Papireto era misteriosamente collegato con le acque del
Nilo. Erano due fiumi “fratelli” che si incontravano dentro la grotta di
Danisinni. Come scriveva nel Settecento lo scrittore e storico Antonino
Mongitore nel suo La Sicilia ricercata nelle cose più memorabili:

La fama ci riferisce, e l'autorità di molti scrittori ci conferma, che il


Papireto, fiume di Palermo, sia un braccio del celebre fiume Nilo: e che
da questi staccato, scorra per sotterranee vie, e camminando per
lunghissimo ed immenso viaggio, finalmente viene a sgorgare presso le
mura di Palermo. Chiari argomenti di questa verità sono: I. La pianta di
papiro, che nasce intorno alle sue ripe in forma di canna triangolare,
senza nodi, ornata di verde capellatura in cima. II. I coccodrilli pur
proprj del Nilo, che nel Papireto più volte si sono ritrovati; [...]. III. Le
inondazioni, che fa di tempo in tempo, come si costuma dal Nilo.

Già dal XIV secolo l'acqua del fiume era strumento di lavoro di molte
lavandaie che ogni giorno vi si recavano con i loro panni da pulire.
Vuole la leggenda che una donna stesse lavando i propri abiti nel fiume
quando il suo bambino era caduto ed era stato risucchiato dalle acque.
Lei aveva invocato tutta la Sacra Famiglia e il bambino era riemerso,
come restituito. Aveva fatto allora costruire un'edicola votiva e col
tempo lì era nata la Chiesa di Santa Agnese, che oggi è uno dei punti di
riferimento per tutto il rione.
Quando nel XVI secolo le acque del Papireto divennero malsane e
furono interrate, incanalate fino al mare, le lavandaie continuarono a
usare gli stagni e i rivoli d'acqua rimasti. Per migliorare le condizioni
lavorative e per evitare malattie dovute alle acque stagnanti, nel 1881
venne realizzato un lavatoio pubblico. Fu utilizzato fino alla prima metà
del Novecento e poi chiuso. Si può vedere l'ingresso in vicolo della
Lavanderia, che prende il nome proprio dall'edificio ormai inglobato e
stretto da abitazioni e magazzini. Anche la famosa grotta oggi è
nascosta da abitazioni ed è impossibile accedervi.
A quelle acque malsane che avevano portato poi alla bonifica si lega
un'altra leggenda. Ancora una volta è l'acqua a esserne protagonista. Si
racconta che attorno a uno stagno malarico erano sorte nel XVI secolo
delle misere casette, brutte e diroccate. Eppure erano sempre abitate e
pagate profumatamente. Il motivo di una simile discordanza era legato
a una particolare caratteristica di quelle abitazioni. Pare infatti che le
punture delle zanzare che ronzavano in quella zona fossero letali, ma
solamente per le donne. Così succedeva che molti uomini decidessero
di abitare nelle case in riva allo stagno e che fossero disposti a pagare
profumatamente pur di averle. Vi dovevano portare le ignare mogli o
amanti di cui volevano liberarsi attendendo la terribile puntura. In
questo modo non avrebbero avuto problemi con la giustizia: tutto
quello che dovevano fare era aspettare e sperare che la diceria si
avverasse.
NIZAR E I SORSI DI PAROLE ALLA TAVERNA
AZZURRA

«La mia anima è nata in Oriente», dice ridendo mentre sorseggia la


sua birra appoggiato al bancone della Taverna Azzurra della Vucciria.
Nizar Enzo Piccolo ha tanti nomi e tanti passati. Dice di essere nato nel
Mediterraneo, un miscuglio di influenze culturali che porta già nel
nome, nell'aspetto e nel modo di parlare. Il fatto è che ci sono dei
personaggi che fanno parte della città, alla stessa maniera delle chiese e
dei musei. Persone la cui connessione con il posto che abitano è tale
che raccontare delle une vuol dire anche raccontare dell'altro. E Nizar è
uno di questi: sia perché sembra contenere in sé tutte le diverse culture
che hanno plasmato Palermo, sia perché sono uomini come lui che
rendono affascinanti certi luoghi, come appunto la mitica taverna della
Vucciria. Un luogo che ogni giorno è punto di ritrovo della più
variegata umanità: maghi e pittori, ubriachi ed eroi, attori e
commercianti, artisti e cuochi, pugili e barboni, turisti e principi. Ogni
giorno, fino a tarda notte, le storie più diverse si mischiano e si
confondono, come se davanti a quel bar confluisse tutto lo spazio del
mondo. L'umanità è ritratta sulla strada fuori dalla taverna in un dipinto
immaginario composto da una grande confusione di parole, sorrisi,
musica e bicchieri. Il “Principe” – come lo chiamano i suoi amici – si
nutre di queste esistenze che osserva coi suoi occhi malinconici e
profondi, resi ancora più intensi dal kajal: «Aiuta a vedere meglio
l'anima degli altri», spiega facendo riferimento alla tradizione indiana.
Se si passa da lì intorno alle sette della sera è facile incontrarlo: un
bicchiere di birra, un taccuino, osserva la vita sempre dallo stesso
angolo di bancone, da una poltrona in prima fila dell'assurdo spettacolo
che si ripete ogni giorno. Un sorso e poi una parola, come se in quella
taverna si vendessero anche “versi sfusi”, da cercare, sorseggiare e poi
scrivere. In una poesia dal titolo Quadro n. 3 descrive così il panorama:
«Tra vari flutti / di gente affrettata / c'è di baci / un baratto / incessante /
a nascondere incertezze / d'amore, / o / strane intese / malamente
nascoste. / Ed allora / tra urli assordanti / afferri il silenzio / d'ogni /
solitudine / a stento celata».
Definirsi poeta non gli piace, troppa vanagloria. Pensa ai suoi versi
come a dei quadri le cui pennellate sono composte da parole. Galleria
d'arte varia Taverna Azzurra è il titolo della mostra in cui ha “esposto”
le sue poesie: una carrellata dei personaggi più eccezionali,
romanzeschi, che frequentano quel posto. Dalla giovane e bellissima
francese di origini aristocratiche che viveva come barbona a una
palermitana Frida Kahlo ancora più piccola e fragile nel corpo. La
mostra l'ha inaugurata Rosario La Duca, il più esperto conoscitore della
città, scomparso da pochi anni. Con La Duca si incontravano al bar. Il
rito era sempre lo stesso. Bevevano tre whisky a sera: durante il primo
parlavano di attualità e politica, il secondo era dedicato all'arte e a
Palermo, il terzo alla religione e alla morte.
Racconta con il suo tono di voce pacato e lieve di occasioni perse
solo perché “lo annoiavano”, anche se sarebbero potute essere grandi
opportunità. Dice quasi con fierezza, mentre si versa un bicchiere di
voci e poi uno di sguardi, di avere sprecato la sua vita sotto tanti aspetti.
Racconta di un grande amore, che chiama “Raggio di Sole”, mai
dimenticato e a cui continua a dedicare poesie anche se non la vede da
più di vent'anni. Se ha iniziato a scrivere versi è grazie a lei. L'ha
incontrata ai tempi dell'università e adesso non sa dov'è né che fa, però
– dice – una traccia l'ha lasciata, «un amore durato un istante, ma vivo
in perenne ricordo».
“Suonicchia” di tanto in tanto sul suo pianoforte: le melodie che
inventa si perdono non appena tocca l'ultimo tasto, perché dovrebbe
comprare un registratore ma alla fine non lo compra mai. Lo stesso
accade con le poesie che a volte restano scritte su un foglio strappato e
regalato a qualcuno, o scivolato dal suo quaderno e lasciato da qualche
parte: ma è giusto così perché Nizar, in fondo, ritrae l'invisibile.
ANTONIO VENEZIANO E MIGUEL DE CERVANTES:
PRIGIONIERI DI UN'AMICIZIA

Nel 1543 nacque a Monreale uno tra i personaggi più controversi


della storia siciliana: il poeta Antonio Veneziano. Uno di quegli uomini
per i quali biografia e poetica diventano due facce della stessa
medaglia, che si spiegano e si contraddicono a vicenda. Colto,
viaggiatore, violento e irrispettoso nei confronti del potere che
disprezzava. La sua opera, scritta per la maggior parte in dialetto, era
tanto apprezzata e celebre che egli venne definito il “Petrarca siciliano”.
Ebbe una vita avventurosa, scandita dal carcere e dall'amore per Celia.
Saranno questi due elementi a renderlo immortale.
I suoi anni di prigionia si legano a presunti omicidi, rapimenti di
giovani donne e contrasti con il potere locale, ma anche ai pirati che nel
Cinquecento infestavano il Mediterraneo. Veneziano ne fu vittima
quando il 25 aprile 1578 si imbarcò su una galea alla volta della
Spagna. Probabilmente voleva allontanarsi da tutti i problemi e dai
rancori che aveva alimentato a Palermo, ma non riuscì mai ad arrivare a
destinazione perché fu rapito dai pirati algerini. Eppure quell'esperienza
fu decisiva per la sua “immortalità” perché avvennero due cose
fondamentali: incontrò Miguel de Cervantes e cominciò a scrivere la
sua opera più bella. Cervantes, autore del Don Chisciotte della Mancia,
e Veneziano forse si conoscevano già. Lo spagnolo aveva vissuto a
Palermo: nel 1569 aveva lasciato il suo Paese, dove era stato
condannato in contumacia al taglio della mano destra per aver ferito un
uomo in una rissa. Roma, Napoli e Palermo erano state le sue mete.
Aveva poi combattuto nella battaglia di Lepanto e nel 1575, imbarcato
su una galea alla volta della Spagna, era stato catturato dai pirati
algerini. Quando Veneziano arrivò ad Algeri, Cervantes si trovava lì già
da tre anni.
Gli itinerari straordinari delle esistenze dei due scrittori sembrano
seguire gli stessi avventurosi percorsi, per questo nella città
nordafricana nacque tra loro una grande amicizia in cui gli scambi
letterari si mischiavano con i racconti delle rispettive vite e dei
rispettivi amori. Facevano di tutto per incontrarsi, se non fisicamente,
attraverso le parole. E proprio grazie all'amore per le parole, oggi è
rimasta traccia della loro amicizia letteraria. Cervantes scrisse una
bellissima lettera di elogio a Veneziano, quindi gli dedicò una poesia. E
il poeta palermitano rispose con versi a lui dedicati. I due scrittori,
seppur prigionieri, capirono insieme come rendersi liberi: creando e
immaginando le loro opere. Ad Algeri Veneziano compose almeno in
parte il poema dedicato a Celia. Sono i suoi versi più belli, cantano
l'amore verso una donna inarrivabile che il poeta chiama “Celia” perché
non vuole o forse non può svelarne l'identità. Per molti sarebbe la
nipote, Eufemia Calogero, che il poeta aveva reso beneficiaria di una
donazione vincolata a una clausola particolare: le avrebbe lasciato tutti i
suoi averi a patto che non si fosse mai sposata né fatta suora. Questa
sarebbe stata la prova del sentimento forte e folle che regnava
nell'animo di Veneziano. Per altri la musa sarebbe stata Felice Orsini
Colonna, la moglie del viceré Marcantonio Colonna. Proprio a causa di
questo matrimonio illustre l'identità di Celia doveva restare anonima. In
ogni caso, l'amore e l'impeto per Celia colpirono moltissimo Cervantes
che, nella poesia dedicata al «señor Antonio Veneziani», cantò l'amore
dell'amico, la sua anima «ustionata, ferita e ghiacciata» che solo una
donna poteva liberare, la «gentile Celia nella cui mano sta la vita e la
morte e il dolore e la gloria di un misero prigioniero». Inoltre lo
scrittore spagnolo si ispirò proprio alla vita avventurosa dell'amico
palermitano e ai suoi versi d'amore per scrivere il racconto El amante
liberal.
Quando Veneziano e Cervantes riuscirono a tornare a casa
continuarono ad avere problemi con la giustizia. Cervantes conobbe il
carcere e fu poi ingiustamente accusato di omicidio.
Veneziano fu arrestato prima nel 1588 – perché considerato l'autore
di un cartello diffamatorio contro il viceré appeso a piazza Bologni – e
poi nel 1593. Ma questa volta accadde qualcosa d'imprevisto.
Raccontano le cronache del tempo di una fortissima esplosione nel
luogo in cui era recluso il poeta: «Il 19 agosto 1593, ad ore 15 circa, nel
Regio Castello a Mare di questa città, pigliò fuoco senza sapersi per
quale occasione il gran magazzino dove stava riposta la polvere che era
situato dalla parte di mare». Le cause dell'esplosione rimasero
sconosciute, si parlò di un attentato contro la sede degli inquisitori o
contro coloro che sapevano troppo, di incidente, di castigo divino
contro le nefandezze che avvenivano in carcere. Di sicuro c'è che lo
scoppio fu violentissimo, la città rimbombò di intensi boati e vi furono
più di cento vittime, tra cui Antonio Veneziano. Secondo la leggenda, il
suo corpo fu trovato l'indomani, sotto le macerie, con un grappolo d'uva
fresca in mano.
LE SEDIE VOLANTI

Esiste una strada dove era possibile sedersi e cominciare a


volteggiare tra le case e lungo i vicoli. Una strada del centro storico che
– se si chiede ai bambini del quartiere – si chiama così perché lì c'erano
sedie che sapevano volare. È la via Sedie Volanti, nel cuore del mercato
del Capo. Un vicolo con un nome capace – se non di far volare le sedie
– di far volare l'immaginazione.
Come molte strade palermitane, anche via Sedie Volanti porta il
nome del mestiere che vi si svolgeva: si costruivano “sedie che
parevano volare”. Si tratta delle portantine a un solo posto usate per
spostarsi da un luogo all'altro della città. Tra la folla delle strade strette,
tra i vicoli sconquassati, quelle persone sospese in alto parevano
veramente volteggiare al di sopra delle spalle dei passanti. Le
portantine potevano essere “padronali” o “da nolo”. Quelle padronali
erano elegantissime, tutte adorne di fregi e dorature, dipinte e intagliate
interamente dai lati alle maniglie, con tendine alle finestre e rivestite
all'interno con stoffe, broccati e cuscini. Di sera quando le ricche
signore uscivano sulle loro sedie volanti erano circondate da uno stuolo
di servitori eleganti e dalle maniere impeccabili che tenevano le torce e
le accompagnavano a piedi. Quelle da nolo invece erano semplici,
senza ornamenti, tutte di pelle nera. Erano portate in spalla dai
cosiddetti “seggettieri”, che abitavano poco lontano da dove si
fabbricavano le portantine, nella strada che per questo si chiama via
Seggettieri.
Un mezzo di trasporto di cui si è persa l'abitudine ma che fino al XIX
secolo veniva usato con molta frequenza dai palermitani più ricchi che
le acquistavano per farsi trasportare dalla propria servitù o che
“prenotavano un giro”, secondo le necessità. Erano così diffuse che nel
1799 si previde con un ordine regio una “regolamentazione” del traffico
delle sedie volanti. E si ordinò che quando sostavano in attesa di clienti
ai Quattro Canti, in via Maqueda e al Cassaro si dovessero mettere in
fila l'una dietro l'altra e non – come avveniva – occupando tutto lo
spazio della piazza e causando impedimento “al pubblico passaggio” e
alla “visuale”.
Spesso le portantine erano scelte a causa del pessimo stato delle
strade palermitane: per evitare di percorrere vie particolarmente
dissestate, per non bagnarsi nelle pozzanghere che si creavano dopo la
pioggia. Qualcuno le sceglieva per avere una prospettiva diversa della
città. Si prendevano per fare commissioni, per andare a lavoro, per i
cortei funebri. O anche per partecipare comodamente alle feste che si
svolgevano in strada, per le ricorrenze sacre, per fare il giro dei
Sepolcri delle diverse chiese, per fare gite al monte Pellegrino. Bastava
qualche tarì per “volare” basso lungo le strade cittadine.
DIETRO LE MATTONELLE DEI PALAZZI
DIROCCATI

Capita a volte, specialmente nel centro storico, di incontrare dei


palazzi semidistrutti che mostrano le loro mura interne, quelle che un
tempo erano le pareti della camera da letto, della cucina, del soggiorno.
Le pareti domestiche insomma, scenografia della quotidianità di chi in
quei palazzi ci abitava. Capita poi che questi palazzi – ridotti così a
causa dei bombardamenti del 1943, ma anche spesso a causa
dell'abbandono – siano rivestiti in alcune loro parti da bellissime
mattonelle. Antiche, a motivi floreali o geometrici, a volte preziose
maioliche, a volte piastrelle di poco conto, paiono mischiate fra loro in
un ordine del tutto casuale.
E invece, al contrario di quello che crede la maggioranza della gente,
Ugo Scutieri sostiene che l'ordine e la disposizione delle piastrelle non
siano affatto casuali.
Ugo è un uomo di bassa statura, leggermente stempiato con i capelli
bianchi, crespi e dritti che sembrano una nuvola. Ha superato gli
ottant'anni ma non vuole dire quanti ne ha di preciso.
Abita nel quartiere dell'Albergheria. A pochi passi dalla Chiesa di San
Saverio e dal mercato di Ballarò. In posti come questi basta un passo
per cambiare mondo: il mutare del paesaggio, l'imboccare una strada
piuttosto che un'altra, portano con sé il mutare dei visi, delle
nazionalità, degli odori e dei suoni.
L'angolo in cui abita Ugo tace, mentre il mondo tutto attorno corre e
parla ad alta voce. Tace, tranne che per il saldatore che fa un rumore
assordante quando lavora; un suono, però, talmente costante e ripetitivo
che lentamente si confonde con il silenzio ed entra a farne parte. Qui ci
sono molti palazzi diroccati. Alcuni sembrano tagliati a metà. Alcuni,
nella parte che originariamente doveva essere quella interna, sono
ricoperti di mattonelle che hanno i toni del giallo e del blu. Sono tutte
della stessa dimensione e – pur essendo diverse fra loro e alcune molto
deteriorate – sembrano effettivamente seguire un senso estetico. Ugo
sostiene di averle messe lui. Dice che dietro quelle mattonelle c'è la sua
storia, il suo passato. Intorno al 1930 gran parte del rione fu demolito,
per essere risanato. Ma l'euforia per la ricostruzione durò poco, perché,
passato qualche anno, i lavori furono lasciati a metà. I primi ricordi di
Ugo appartengono proprio al periodo che seguì il tentativo di
risanamento, quando sotto casa giocava tra edifici semidistrutti e spazi
svuotati. Il paesaggio quotidiano di ognuno forse è già in parte il suo
destino. Il nostro panorama finisce in qualche modo per corrispondere
alla nostra identità. Così, molto tempo fa, Ugo ha deciso di ricoprire
tutte le crepe del suo vecchio palazzo di mattonelle. E la sua infanzia
gli è sembrata più bella. Col tempo ha cominciato a guardare le altre
case diroccate e per ogni angolo ha immaginato una persona, una storia
e una famiglia. Gli è sembrato che ogni singolo pezzo di muro, ogni
palazzo, ogni angolo di città formasse le quinte di un grande teatro.
Ogni muro racchiudeva il segreto di una vita. Vite misere e vite da
romanzo. Sogni realizzati e altri irrealizzabili. Cucine piene di spezie e
altre ricche di liquori. Il paesaggio si è fatto per lui ricordo, odore,
volto, suono, sguardo. Gli è sembrato che quelle storie fossero pure sue,
gli è parso per un momento di conoscere tutte le persone che avevano
abitato gli edifici oggi distrutti e di contenere tutti i loro sogni e le loro
speranze. Così – racconta – ogni volta che ha immaginato una storia
legata a un angolo in decadenza, gli ha messo delle mattonelle,
sperando che in questa maniera il passato di chi aveva abitato lì
diventasse più bello. Se si fa un giro per Palermo si vedono moltissimi
palazzi con queste caratteristiche.
Non so se la storia di Ugo sia vera. Probabilmente è vera se si
guardano le cose da un certo punto di vista, quando si passeggia di
notte fino a perdersi per la città, chiedendosi il motivo di tanto fascino,
quando all'improvviso i vecchi lampioni del centro storico si
accendono, illuminando con la loro luce gialla angoli di una bellezza
onirica che paiono il frutto di un incantesimo. Probabilmente questa è
una storia falsa durante tutto il resto del tempo. Durante tutto il resto
del tempo le mattonelle sui palazzi restano un mezzo per proteggerli
dalle infiltrazioni. Ma è in quel varco che si apre fra la quotidianità di
ogni giorno e la stanchezza per un paesaggio che si crede di conoscere
dalla nascita, che si nasconde la meraviglia e che nascono le storie.
IL VIAGGIATORE CHE DISEGNÒ IL PROFILO DEL
MONDO

Era il 1145 quando Ruggero II chiamò alla sua corte il geografo


arabo Al Idrisi. Nonostante si fosse in pieno periodo normanno e
nonostante Ruggero fosse il simbolo della cristianità riportata in Sicilia,
la precedente dominazione araba aveva lasciato tracce in ogni aspetto
della vita cittadina: dall'architettura alla lingua, dall'arte all'efficiente
assetto burocratico. L'unione tra culture e abitudini differenti che
convivevano e si arricchivano a vicenda avevano fatto di Palermo una
città cosmopolita, un luogo talmente bello da attirare pellegrini e
mercanti da ogni parte del mondo. Ogni giorno i viaggiatori che
affollavano il porto raccontavano dei fantastici luoghi visitati e
cercavano informazioni su quelli da visitare. Era un'epoca, quella, in
cui viaggiare voleva dire esplorare, avventurarsi in mondi incredibili. E
Palermo era una tappa di quel picaresco percorso.
Fu allora che Ruggero decise di realizzare le mappe del mondo
conosciuto e insieme di dare dei Paesi precise descrizioni geografiche,
storiche, toponomastiche ed etnografiche. Non esisteva nulla di simile
prima di allora. Una guida per i viaggiatori che sarebbe diventata anche
un'importante testimonianza delle conoscenze geografiche di quel
tempo.
Il sovrano affidò a Idrisi il compito di realizzarla. Oltre a essere
esperto di botanica e di geografia, Idrisi – discendente di una nobile
dinastia del Marocco – era un viaggiatore. Nord Africa, Francia,
Spagna, Inghilterra, Bosforo, Asia centrale erano solo alcuni dei luoghi
che aveva visitato.
Si mise subito al lavoro. I suoi studi, i trattati dei latini e dei greci,
insieme alle sue esperienze pratiche, gli furono molto utili nella
descrizione del mondo, ma non bastarono. Idrisi capì, anticipando i
tempi, che più di ogni altra fonte bisognava basarsi sull'esperienza
diretta: viaggiatori, commercianti, pellegrini e chiunque passava da
Palermo poteva dare il proprio contributo. La forma delle montagne, il
corso dei fiumi, le merci da acquistare, le distanze tra un posto e l'altro:
queste le domande rivolte ai viaggiatori e questi i connotati che
lentamente, uno dopo l'altro, disegnavano il ritratto del mondo, così
come non si era mai visto. Un mondo che assumeva la forma dei ricordi
e delle esperienze della gente intervistata. Le ricerche durarono più di
dieci anni e “Rujari” (così lo chiamava Idrisi) partecipò attivamente. Ne
venne fuori un'enciclopedia cui il sovrano diede il titolo di Il diletto di
chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo e che Idrisi
chiamava Il libro di Ruggero. L'opera comprendeva le indicazioni sui
Paesi e la raccolta di carte geografiche. Il mondo fu diviso in sette parti,
corrispondenti a sette zone climatiche.
«Palermo abbonda di alberi da frutto ed è dotata di edifici e luoghi di
delizie talmente sontuosi da disorientare chiunque si accinga a
descriverli e abbagliare le menti degli intenditori: a dirla in una parola
sono una vera seduzione per chi li ammira», scrive Idrisi nel suo libro a
proposito della città che lo ospitava e che lui amava moltissimo.
La carta del mondo – orientata secondo l'uso arabo con il nord in
basso – risultò l'opera geografica più dettagliata e rivoluzionaria del XII
secolo.
Quando il ritratto di tutte le terre conosciute fu completato, Ruggero
decise di farlo incidere su un grande disco d'argento suddiviso in
sezioni, per celebrare in maniera eterna l'opera realizzata. Il sovrano
pensava forse di scegliere il supporto più resistente possibile e invece
nel 1161, a seguito di una sommossa, la preziosa incisione andò
distrutta. Fu invece la carta a conservare il lavoro di Idrisi, che dopo
secoli di oblio fu riscoperto, tradotto e riconosciuto in tutta la sua
importanza.
UN PACCO DI STORIE A CINQUE EURO

Non una ma mille storie sono narrate in questo racconto. Tutte quelle
che ogni weekend si vendono a piazza Marina. È la piazza che le attira
e come un libro di racconti su Palermo le conserva tutte, pagina dopo
pagina. Vi sono racconti ambientati nell'Ottocento e altri nel
Quattrocento, racconti con personaggi contemporanei e altri i cui
protagonisti hanno fatto la storia della città. Perché sulla piazza si sono
succeduti nei secoli gli eventi più disparati: tornei e feste, sfilate di
Carnevale e rappresentazioni teatrali, riffe e giostre, esecuzioni capitali
e roghi. All'Hotel de France soggiornarono clienti illustri: da Wagner a
Freud, da Wilde a Joe Petrosino, che dall'America era venuto a Palermo
per indagare i legami fra la mafia americana e la mafia siciliana e che
fu ucciso proprio sulla piazza. Allo Steri – sede del Rettorato e di un
pittoresco mercatino del biologico ogni terza domenica del mese –
c'erano i prigionieri dell'Inquisizione e i graffiti sulle pareti delle carceri
continuano a raccontare le loro vicende. Tutto questo scorrere di secoli
diventa un'unica atmosfera che si mischia al mercatino del weekend e
alle sue migliaia di storie individuali. Oltre a cimeli russi e a pezzi di
antichi palazzi decaduti, a libri introvabili altrove e a guide vecchie di
decenni che raccontano di città totalmente cambiate, a piazza Marina si
vendono le lettere, le fotografie e le cartoline della gente comune. Vite
private esposte in piazza, in vendita al miglior offerente. C'è chi passa
la mattina a sfogliarle, c'è chi non riesce a trattenersi dall'acquistarle.
Si svela così un passato segreto, unico, vissuto da una persona sola
eppure misteriosamente proiettato nel presente attraverso gli occhi dei
frequentatori del mercato che curiosano tra quelle parole. Così, le
parole di Eduardo Galeano calzano a pennello: «Quello che è successo
una volta attraverso la magia del racconto accade nuovamente».
Le vicende narrate sono di ogni tipo. Il primo viaggio di una signora
che da Palermo era arrivata a Taormina, l'affetto di un fratello costretto
a emigrare a Torino con la moglie ma che non riusciva a non pensare
alla famiglia d'origine. Sfogliarle vuol dire sfogliare un archivio di
momenti, istanti all'apparenza poco importanti eppure carichi di
significati per chi li viveva. Si salta di decennio in decennio, di viaggio
in viaggio. Le lunghe missive sono lettere d'amore, sono lettere di
soldati in guerra recapitate a dieci mesi di distanza dalla data scritta sul
foglio, lettere in cui si chiede di aspettare o in cui si parla di nostalgia.
Qualche volta nella stessa bancarella si trovano anche le risposte, ma
spesso non è così, perché magari sono andate perdute o non sono mai
state spedite. E viene naturale esercitarsi a scrivere il finale di quelle
storie, come un perfetto esercizio di scrittura creativa. Altre volte
ancora si materializzano in un'altra bancarella, mesi dopo: forse non è
neanche la risposta a quella lettera scovata settimane prima ma è bello
immaginare che quella che si sta sfogliando sia la prosecuzione della
storia di qualche weekend precedente. Alcuni commercianti vendono
grossi pacchi di corrispondenze, diari segreti, fotografie, tutto insieme,
a peso: cinque euro per un pacco. Cinque euro per i ricordi di un' intera
esistenza.
GLI OROLOGI SENZA TEMPO DEL BARONE PISANI

Ci sono due orologi. Uno è visibile e l'altro è invisibile. Sotto ci sono


due frasi. Una è per i saggi, l'altra è per i folli. L'orologio per i saggi è
meccanico quello per i folli è una meridiana. Collocati nel 1830 sulla
facciata della Real Casa dei Matti, uno è fermo e l'altro non esiste più.
Fermarsi lì, dopo avere percorso il lungo corso Pisani, è
un'esperienza surreale: una lunga strada che svela all'improvviso, fra
palazzetti nuovi e piccoli esercizi commerciali, dei castelli in stile
neogotico abbandonati e tetri. Fino ad arrivare davanti alla facciata con
questi due orologi, enormi, che campeggiano alti con il loro strano
significato simbolico.
Sotto quello meccanico sta scritto: “A voi saggi avvisa il suono l'ora
sol che più non è”. Sotto quello dei matti sta scritto: “Segna l'ora che
ancor sono l'ombra a' folli e la fatica”.
Il tempo per i saggi e per i folli è differente: i primi sono sì regolati
sul “tempo giusto” ma sembra inutile perché, quando l'ora giusta
scocca, è già passata. I matti invece seguono un tempo diverso, che
riescono a guardare attraverso l'incedere dell'ombra e che permette loro
di intuire la compenetrazione tra la natura e lo sguardo umano. Il
significato di ciò che sta scritto sotto la meridiana resta un mistero,
come certe parole ed espressioni dei folli. Sopra l'orologio dei matti, sul
tetto, c'è una strana costruzione in ferro: un sole una bandiera e una
luna. Sempre sulla facciata c'è un pannello eseguito da Vincenzo Riolo
che raffigurava la Ragione nell'atto di restituire la sanità ai matti, solo
che, ormai completamente sbiadito, non si vede più. La struttura oggi è
occupata dalla Chiesa di San Giacomo dei Militari e da un carcere
militare chiuso da tanti anni. Ma l'edificio pare non voler dimenticare i
personaggi che un tempo lo hanno abitato: i matti e il barone Pisani, «il
primo pazzo di Sicilia», come si firmava lui stesso.
Erano epoche in cui i malati si segregavano, si legavano e si
picchiavano. In cui i tisici, gli scabbiosi e i matti, stavano tutti insieme
“rinchiusi” nella Chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi. Non era
importante curarli a seconda delle loro malattie, quanto tenerli lontani,
stipati in condizioni miserabili. Fu la regina Maria Carolina che nel
1802 volle creare un luogo dedicato solamente a chi aveva problemi
psicologici e adibì a questo fine l'ex Noviziato dei padri del Convento
di Santa Teresa. Nel 1824 il barone Pietro Pisani ne assunse la
direzione, lo ristrutturò e vi fece una struttura psichiatrica
all'avanguardia, tra le migliori in Europa, così moderna e sofisticata da
essere conosciuta fuori dai confini nazionali e citata perfino in Il Conte
di Montecristo di Alexandre Dumas. Nel libro «l'ospizio per alienati
fondato dal barone Pisani a Palermo» è definito «un'istituzione
meravigliosa». Finalmente ai matti veniva garantita la dignità che non
avevano mai avuto. I metodi variavano a seconda della tipologia di
paziente, comprendendo anche l'importanza del benessere, del bello, del
lavoro e delle attività manuali. Era considerato importante fare lunghe
passeggiate in giardino, gite fuori dall'ospedale, assistere all'opera.
C'erano orti e luoghi ricreativi. Tutte le stanze si affacciavano su un
cortile con panchine e alberi coltivati e curati dagli stessi ricoverati.
C'era un teatro dove si allestivano balli, opere e si leggevano poesie.
L'interno era dipinto con scene dell'Orlando furioso e adornato con le
opere degli stessi pazienti. C'era un quadro voluto dallo stesso barone,
raffigurante uno dei matti che, in un impeto d'ira verso un custode che
voleva malmenarlo, l'aveva ucciso. Il barone vi aveva fatto apporre
l'iscrizione: “Vera effigie del Beato Giovanni Liotta da Aci Reale pazzo
furioso il quale spinto dall'ira celeste uccise con un pezzo di canna
infradicita il suo custode che voleva bastonarlo”.
C'era poi il busto del poeta Giovanni Meli, di cui Pisani era grande
ammiratore. Ogni giorno, quando i pazienti si svegliavano, prima di
recarsi in chiesa, si esibivano lì davanti in un canto che aveva scritto lo
stesso Pisani in onore del suo poeta preferito.
Il barone Pisani sintetizzava in sé entrambe le categorie a cui erano
dedicati gli orologi: i folli e i saggi. Era un uomo i cui ragionamenti
andavano sempre un po' più avanti di quelli degli altri, intelligentissimo
e per questo anche un po' folle, capace di imprese straordinarie. Come
quando, da appassionato studioso di archeologia qual era, si batté – e
riuscì a spuntarla – perché le metope del tempio di Selinunte non
fossero portate in Inghilterra, cosa che stava accadendo. Oppure come
quando mise in scena Il flauto magico di Mozart. Contrariato dal fatto
che nessuno lo volesse rappresentare, pensò lui ad allestire le
scenografie e a preparare l'orchestra, agli abiti e ai libretti (che decise di
realizzare in latino). Quando finalmente lo spettacolo andò in scena,
Pisani aveva speso una fortuna. Gli spettatori erano due: il barone e il
suo unico invitato, un tedesco che faceva il commerciante a Palermo e
che pare suonasse il clarinetto molto bene.
Morì di colera nel 1837 restando fino all'ultimo nella sua casa dei
matti. Nella Chiesa di San Domenico c'è il suo busto, insieme a quelli
dei personaggi più illustri della città. L'epigrafe dedicatagli dal
Municipio di Palermo recita:

Alla memoria del barone Pietro Pisani dotto nella musica,


nell'archeologia, nelle lettere classiche. Restauratore dell'Istituto
musicale. Fondatore e direttore del manicomio dei Porrazzi. Nel
demente ravvisò l'infermo, ne spezzò le catene e all'irrazionale castigo
sostituì le cure della scienza e la sollecitudine dell'affetto. Nacque a
Palermo nel 1762 e vi morì nel 1837 assistendo i pazzi colerosi.

Queste le grandi imprese del barone Pisani. Manca però nell'elenco


una caratteristica in più che rende il barone uno dei simboli della città:
era la sintesi perfetta dell'identità più profonda dei palermitani in cui
razionalità e follia costituiscono sempre due facce della stessa
medaglia.
L'ALCHIMISTA IMBALSAMATORE E LE
CATACOMBE DEI CAPPUCCINI

Nella città di Palermo c'era un enorme museo con i cadaveri


incorrotti di uomini, donne e bambini e persino vari vescovi,
dissotterrati da uno stesso cimitero di cappuccini. La notizia inquietò
talmente Margarito che non ebbe un istante di pace finché non ci
recammo a Palermo.

Così scrive Gabriel García Márquez nel suo racconto La Santa. Il


realismo magico marqueziano è perfetto per un luogo come le
Catacombe dei cappuccini – cui fa riferimento lo scrittore colombiano
nel racconto – uno dei posti più misteriosi e carichi di fascino della
città. E sarebbe stato perfetto anche per descrivere un personaggio che
Márquez non conobbe ma che sembra uscito dal suo racconto sul
“museo dei cadaveri incorrotti”: Alfredo Salafia, mezzo scienziato e
mezzo alchimista. Nato a Palermo nel 1869, aveva elaborato un fluido
in grado di ottenere quello che nessun altro era capace di fare:
mantenere intatto l'aspetto dei defunti. Tanto che nel 1901 gli
affidarono il cadavere di Francesco Crispi che a Napoli non era stato
trattato in maniera adeguata.
La piccola Rosalia Lombardo, che oggi si trova nella zona dei
Cappuccini riservata ai bambini, fu il suo lavoro migliore. Era nata a
Palermo nel 1918 ed era morta nel 1920 per una bronchite. «Sembra
stia dormendo», dicono tutti quando guardano la bambina con il suo
incarnato roseo, i capelli biondi legati in un grosso fiocco. La sua fama
si diffuse oltre i confini siciliani e lo invitarono a New York per parlare
del suo metodo. Vi restò a vivere e a studiare per qualche tempo, poi
tornò a Palermo. I suoi risultati erano talmente strabilianti che tutti
volevano conoscere la formula ottenuta miscelando chissà quali
elementi. Ma lui non volle svelarla a nessuno.
Era una pratica diffusa, quella dell'imbalsamazione, che molto
racconta del rapporto che la città ha con la morte. Ancora oggi le
Catacombe dei cappuccini si mantengono uguali a come erano
all'origine, quando tra il XVI e il XX secolo raccolsero prima i corpi
imbalsamati di religiosi e poi anche di nobili e borghesi. Sono divise in
settori: c'è quello delle vergini e quello dei religiosi, quello dei
professionisti e quello dei bambini. Ognuno indossa un abito che
racconta chi era e da quale classe sociale proveniva. Per riconoscere i
corpi trattati da Salafia basta cercare quelli meglio conservati.
Quando l'alchimista imbalsamatore morì ci si rassegnò al fatto che il
segreto non sarebbe mai stato svelato. Passarono decenni in cui si
fantasticò sui segreti che l'alchimista si era portato nella tomba. Solo
nel 2009 lo studioso Dario Piombino Mascali, tramite i suoi studi e
l'aiuto della famiglia di Salafia, è riuscito a ricostruire il misterioso
composto chimico e insieme a ripercorrere la vita e le vicende del
celebre scienziato nel libro Il maestro del sonno eterno.
STORIA DEL PANI CA' MÉUSA

Questo è un racconto che nasce in un quartiere e finisce in un


boccone. Perché certe pietanze si portano dietro anche il sapore di
un'epoca e di un luogo. Sarà capitato a tutti di assaggiare con un pizzico
di nostalgia qualcosa che non si mangiava da anni e di essere così
catapultati nel periodo in cui quello era un sapore quotidiano. A
Palermo questo succede in maniera più ampia: gustare certe pietanze
vuol dire fare un balzo indietro di qualche secolo.
Il pane con la milza e il gusto per le interiora raccontano di quando in
città viveva una folta comunità di ebrei. Il loro quartiere si sviluppava
tutto intorno alla piazza Meschita, in un sovrapporsi di stradine
collegate da passaggi ad arco che oggi sono segnalate in italiano, arabo
ed ebraico, a memoria degli antichi abitanti. Qui gli ebrei avevano il
loro macello, indispensabile per garantire che fossero osservate tutte le
regole della macellazione rituale. La comunità ebraica era
perfettamente integrata in tutta la Sicilia e le botteghe si rifornivano
senza fare distinzione tra macellai cristiani ed ebrei. Per motivi
religiosi, però, gli ebrei non potevano percepire un compenso dalla
macellazione e quindi si facevano lasciare in cambio del lavoro le parti
di scarto degli animali. Le cucinavano e poi le rivendevano, spesso
insieme al pane. Iniziò così la sperimentazione di gustose pietanze che
avevano come ingredienti principali proprio le interiora degli animali.
Le cose però cambiarono quando nel 1435 un'ordinanza proibì ai
cristiani di mangiare la carne macellata secondo il rituale ebraico e di
rifornire con questa le loro botteghe. Era l'inizio del periodo più buio
per la comunità ebraica in Sicilia. Per farsi riconoscere, le botteghe
dovevano esporre sull'uscio in modo ben visibile un pezzo di stoffa
rossa di forma rotonda, chiamato la “rotella rossa”. Nel 1492, con
l'editto voluto dall'inquisitore Torquemada, gli ebrei furono espulsi da
tutti i possedimenti del regno spagnolo. Dunque anche dalla Sicilia. La
comunità ebraica palermitana scomparve, lasciando però dietro di sé
molte usanze.
È da questa storia che è nato il pani ca' méusa: pezzi di milza di
vitello, mischiati a trachea (scannarozzato in dialetto) e polmone,
cucinati con lo strutto (sugna) in grandi pentole di allumino (le quarara)
e serviti dentro la classica vastedda, ossia il panino tondo ricoperto di
semi di sesamo.
La domanda d'obbligo, prima di servire il panino, è «schietta o
maritata?». Sembra incredibile ma ancora oggi le opinioni sul
significato di questa domanda sono discordanti. Se per maritata
concordano tutti nel ritenere che sia quella arricchita da ricotta e
caciocavallo, quella insomma in cui la milza incontra, “sposa”, il
formaggio, per quella schietta non si è raggiunto un accordo: alcuni
vastiddari serviranno la semplice focaccia ripiena di ricotta e
caciocavallo, altri quella con sola milza condita con sale e limone.
Gli uomini hanno un modo molto caratteristico per mangiarla: in
piedi accanto al deschetto, le gambe divaricate, la schiena leggermente
piegata in avanti, una mano sulla cravatta a tenerla ferma. Metodo
essenziale per evitare di sporcarsi, perché il pane con la milza è
insugnato.
LA CUBA TRA SOLLAZZI, EROS E PESTILENZE

Quando gli impegni del regno diventavano opprimenti e le questioni


da risolvere sfiancanti, Guglielmo II usciva di gran corsa dal Palazzo
Reale, percorreva il Genoard e finalmente raggiungeva la Cuba dove
poteva lasciarsi alle spalle tutti i problemi del regno e “sollazzarsi”.
Al numero 100 di corso Calatafimi, la Cuba era il “sollazzo regio” in
epoca normanna, ma nei secoli ha vissuto alterne vicende che ne hanno
capovolto spesso il senso e la destinazione d'uso. Faceva parte del parco
Genoardo, dall'arabo Jannat al-ard, cioè “Paradiso della Terra”, un
immenso giardino recintato di gusto islamico, costellato di verde,
alberi, corsi d'acqua e pieno di animali. In questo paradiso in terra
sorgevano i “padiglioni delle delizie”, degli edifici usati dai re per
svagarsi, cacciare, amoreggiare e fare banchetti. Le mura spesse e le
finestre in posizione strategica, insieme all'acqua che scorreva
abbondante, permettevano ai sovrani di trovare sollievo durante le
giornate d'afa. L'acqua era un elemento essenziale: rinfrescava l'aria,
rilassava gli animi e soprattutto irrigava la fitta vegetazione i cui
profumi si mischiavano in una fragranza paradisiaca composta da
gelsomini, mirto, alloro, arance e limoni.
Fu proprio Guglielmo II a far costruire la Cuba nel 1180, una grande
struttura a parallelepipedo circondata su tre lati da un lago artificiale.
Così recita la fascia epigrafica in caratteri arabi che, andata dispersa, fu
ritrovata e decifrata nel XIX secolo da Michele Amari ed è oggi lì
esposta: “Nel nome di Dio clemente e misericordioso. Bada, fermati e
mira! Vedrai l'egregia stanza dell'egregio fra i re della Terra Guglielmo
II. Non v'ha castello che sia degno di lui! Sia lode perenne a Dio! Lo
mantenga ricolmo di tutti quei numerosi benefici che gli ha elargito”.
L'interno, a un solo piano – nonostante alcune finestre “cieche” diano
l'illusione che si componga di più livelli – è diviso in tre ambienti
comunicanti. Quello centrale era il luogo dove il re banchettava,
passava il suo tempo pomeridiano e allestiva feste di sera. C'era una
fontana a forma di stella a otto punte che raccoglieva le acque piovane.
Vi sono ancora parte delle muqarnas – la decorazione a stalattiti e
alveoli tipica dell'architettura islamica – a riprova dell'unione della
cultura araba con quella normanna.
La Cuba era un luogo mitico, la cui fama travalicò i confini cittadini
fino ad arrivare all'immaginazione di Giovanni Boccaccio. Lo scrittore
del XIV secolo vi ambientò la sesta novella della quinta giornata del
Decamerone. Racconta il Boccaccio che a Federico d'Aragona era stata
donata la giovane Restituita, rapita da alcuni giovani siciliani che
l'avevano sorpresa da sola sulle coste della sua isola, Ischia. Il sovrano,
«il quale era ancora giovane e di così fatte cose si dilettava», se ne era
invaghito a prima vista e aveva disposto che «fosse messa in certe case
bellissime d'un suo giardino il quale chiamavano la Cuba, e ivi servita».
Doveva essere un elemento del suo sollazzo regio. Ma Federico non
aveva fatto i conti con Gianni da Procida, innamorato di Restituita, che
la cercò, la raggiunse e passò la notte con lei. Senza accorgersi del
passare del tempo i due giovani si addormentarono. Furono così
sorpresi dal re che, furibondo, dispose che fossero portati in giro per
Palermo, nudi per come li aveva trovati, e poi, legati insieme a un palo,
arsi vivi. Si cominciarono a eseguire gli ordini del sovrano e i due
giovani furono condotti nudi per la città. Quindi furono legati insieme a
un palo. La folla accorse per vederli: gli uomini ammiravano la
bellissima Restituita, le donne facevano lo stesso con Gianni. Tra gli
sguardi dei curiosi per loro fortuna c'era quello dell'ammiraglio
Ruggero di Lauria che riconobbe in Gianni il nipote di un
rivoluzionario del Vespro, quel Giovanni da Procida che, si dice, fece
scattare la scintilla della rivoluzione. Gli chiese come mai fosse lì e lui
rispose: «Amore e l'ira del re». Ruggero di Lauria svelò al sovrano che
l'uno era nipote del rivoluzionario e l'altra di un suo potente alleato. I
due furono salvati e si sposarono.
Nel Cinquecento Tommaso Fazello così descriveva il parco e la
Cuba:

Nel mezzo era una grande piscina nella quale erano tenuti dei pesci
veri; essa è costruita con antichi grandi conci squadrati di stupefacente
spessore; è ancor oggi intatta, e manca soltanto dell'acqua e dei pesci.
Vi si elevava, come se emergesse dall'acqua, il palazzo costruito con
magnifica arte per il riposo distensivo del re […]. In una parte di questo
giardino, perché non mancasse nulla al piacere del re, si allevavano in
abbondanza animali selvatici di ogni genere sia per il piacere degli
occhi che per gli svaghi della corte. Ma oggi tutto è in rovina e il luogo
è occupato da vigne e orti privati.

La Cuba col tempo aveva mutato radicalmente aspetto. Da luogo di


delizia e sollazzo era diventata prima luogo militare e poi destinata a
ospitare le vittime della peste che si abbatté sui palermitani nel 1567.
L'edificio fu adibito a lazzaretto sotto la direzione del protomedico
palermitano Gian Filippo Ingrassia. Il laghetto fu prosciugato e furono
costruiti dei padiglioni che ospitavano i malati. Bellezza e miseria si
mischiarono, come in un cortocircuito: la scenografia degna di un re,
ospitando le vittime dell'epidemia, diede alla Cuba un'atmosfera tetra.
Ma le diverse vite dell'edificio non terminarono: fu residenza estiva di
nobili palermitani e poi di nuovo caserma. Oggi, di proprietà della
Regione Sicilia, la Cuba è aperta al pubblico quale affascinante museo
di se stessa.
IL “VECCHIO DI PALERMO”

Da molto tempo, lungo certi vicoli e dentro certi palazzi, si incontra


un uomo la cui identità è avvolta nel mistero. Lo si trova la notte alla
Vucciria, spogliato e derubato di ogni cosa, riposare in una nicchia
scavata sulla strada, mentre a pochi passi da lui la gente beve Sangue di
Sicilia e mangia le interiora degli animali. Lo si vede al porto guardare
il monte Pellegrino e mai il mare. A Palazzo Pretorio, con i piedi
immersi in una fontana. Tra i tasselli di un mosaico a Palazzo dei
Normanni e dentro una fontana a piazza Rivoluzione, col viso rivolto al
cielo come a cercare qualcosa. Nel giardino incantato di Villa Giulia,
regale e forte, sta seduto su una roccia: uno scettro in mano, un cane
accucciato ai suoi piedi, immerso nel verde e nei profumi della villa.
Quell'uomo è il Genio di Palermo. È la rappresentazione della città,
la sua personificazione. Ha il corpo di un giovane e il viso di un
vecchio coronato. Un serpente gli morde il petto, come a nutrirsi del
suo sangue. Molti poeti quando vogliono parlare della città, fanno
riferimento al Genio, al “Vecchio di Palermo”. Alla sua immagine si
legano moltissime storie, tante e diverse quante sono le statue che lo
rappresentano.
La sua figura è ammantata di un'antica spiritualità. Si lega a Saturno,
simbolo della fertilità e dell'abbondanza, mitologico fondatore di
Palermo. Secondo un'antica leggenda il volto del Genio sarebbe quello
di un ricco signore che, naufragato sulle coste siciliane – a quei tempi
disabitate – vide una terra così bella da volere costruire una città a cui
diede il nome di Palermo, perché lui si chiamava così.
Nessuno conosce veramente la sua origine, per questo le
interpretazioni sono differenti. Tutte però raccontano qualcosa. Come
una caccia al tesoro, un percorso fatto di intuizioni, mettendo insieme il
significato dei diversi Geni, sommando tutte le lettere dell'alfabeto
nascoste nelle sue molteplici rappresentazioni, ne viene fuori una
parola, un ritratto: quello della città.
La statua del Genio della Vucciria, nella piazzetta del Garraffo, è
chiamata Palermo lu Grandi (“Palermo il Grande”) per distinguerla da
quella a Palazzo Pretorio chiamata Palermu 'u Nicu (“Palermo il
Piccolo”). Le due statue insieme raddoppiano la potenza del loro
significato.
Sotto il Genio di Palazzo Pretorio la scritta “Panormus conca aurea
suos devorat alienos nutrit” (“Palermo, conca d'oro, divora i suoi e
nutre gli stranieri”) sintetizza una delle essenze principali della città:
Palermo, con la sua bellezza, ha da sempre alimentato e arricchito gli
stranieri – quelli che l'hanno dominata ma anche quelli che in viaggio
l'hanno saputa guardare con gli occhi giusti – e mai ha nutrito i
palermitani, anzi spesso li ha divorati. Il Genio della Vucciria a
piazzetta del Garraffo sembra aggiungere qualcosa. Di fronte alla statua
c'era una fontana (spostata poi a piazza Marina): vuole la credenza che
bevendo le sue acque ci si dimentichi di Palermo e di tutti i propri cari,
tanto che anticamente si diceva che aveva tastatu l'acqua di lu Garraffo
chi si era dimenticato della città natale. Il Genio del Garraffo è quello
peggio conservato. Nel tempo sono stati rubati tutti gli ornamenti che
decoravano la sua nicchia. Questo Genio, così malmesso eppure regale,
sembra voler suggerire quindi che spesso sono i palermitani a
dimenticarsi della città: sopraffatti da tanta bellezza non riescono più a
vederla, anzi ne rimangono prigionieri senza riuscire a valorizzarla e a
goderne.
Il Genio della fontana di piazza Rivoluzione, invece, parla di
sommosse e libertà. E, come i valori che simboleggia, è apparso e
scomparso a seconda del momento storico. Durante le sommosse del
1820 e del 1848 contro il governo borbonico, divenne il simbolo della
voglia di riscatto e anche dopo che le rivolte furono sedate la gente
continuò a riunirsi vicino a quel protettore laico. Per questo, nel 1852, il
governo borbonico lo fece rimuovere con la scusa di voler allargare la
piazza, e lo archiviò allo Spasimo. Quando Garibaldi entrò in città il
popolo in festa pensò subito al suo simbolo di libertà: riportò il Genio
dov'era e la piazza, che si chiamava della Fieravecchia, fu ribattezzata
piazza Rivoluzione. La statua è posizionata su un'alta roccia, bagnata
dalle acque della vasca. “Questo marmo simbolo temuto di libertà
sottratto agli occhi del popolo dalla inquieta tirannide il popolo
vincitore ripose nel 1860”, sta scritto sulla fontana. Quando il Genio fu
ricollocato sulla roccia vi fu una grande festa popolare spontanea:
alcuni gli ballavano intorno, altri lo pulivano con fazzoletti, altri
gridavano la propria gioia e battevano le mani.
A distanza di centinaia di anni il Genio e il suo senso continuano a
essere ricercati e interpretati.
Nel 2011 un'altra immagine del Vecchio di Palermo è spuntata nel
giro di una notte. Una grande pittura su carta sistemata su una
saracinesca sempre chiusa della Vucciria lo ritrae su uno sfondo
variopinto. Ai colori si mescolano le scritte, messaggi spezzettati in
parole e simboli. L'ha realizzato il collettivo Fare Ala composto da
artisti di diversi Paesi. Questo Genio sta a piazza Caracciolo che ogni
notte, con i suoi bar e le sue taverne, è meta di centinaia di persone che
passano la notte insieme a lui, testimone del mescolarsi delle lingue e
delle arti. Un regalo al quartiere che questa volta racconta come il
Vecchio di Palermo abbia ispirato lo scambio e la contaminazione di
artisti che si nutrono e si arricchiscono a vicenda delle loro diverse
identità. Ed è forse questa la sua chiave di lettura più moderna.
CHIAMATEMI ISRAELE: L'EREMITA E LA
COSTRUZIONE DI UN SOGNO

Conosceva da sempre il posto dove vive oggi, anche se non l'aveva


mai visto. Gli appariva di notte in sogno fin da quando era bambino e
non sapeva se fosse un luogo reale o una contrada che albergava
solamente nella sua fantasia. Quando si è trovato lì per la prima volta,
non ha avuto dubbi. È stata una chiamata, un'illuminazione. Da allora,
sul monte Gallo, tra il golfo di Mondello e quello di Sferracavallo, vive
Israele. Ha scelto di chiamarsi così l'eremita che circa quindici anni fa
ha deciso di allontanarsi dal mondo per vivere in solitudine e in
armonia con la natura. Si è stabilito all'interno dell'antico semaforo
borbonico, utilizzato nel XIX secolo come postazione di vedetta e
segnalazione militare. Prima dell'intervento di Israele era soltanto un
edificio abbandonato, lui l'ha trasformato in un santuario. Ogni dipinto,
ogni mosaico, ogni traccia che vi ha inciso rappresenta un tassello del
suo percorso spirituale in continua evoluzione. Per questo il santuario
muta sempre ed è sempre curato nei minimi particolari.
Un passato da muratore, una naturale propensione per l'arte e un forte
misticismo sono gli ingredienti dell'opera dell'eremita che, seppur
geloso della sua solitudine, ha lasciato degli indizi lungo il cammino
per arrivare fino a lui. Ha trasformato gli escursionisti in pellegrini e il
percorso naturalistico che conduce in cima al monte in un'opera d'arte
ammantata di una spiritualità del tutto personale. Sul muro vicino al
cancello che segna l'ingresso alla riserva naturale, un cuore bianco
adornato da pietre colorate e specchietti suggerisce che da lì comincia il
mondo di Israele. Man mano che ci si addentra lungo il sentiero, si
scopre che tra conifere e lentisco, cipressi e carrubi, sono nascosti cuori
e triangoli, soli e stelle a sei punte. Un paesaggio che, come un disegno
su una lavagna, Israele compone e ricompone incessantemente. Le
scritte – “la via Santa” – conducono in cima al monte. All'arrivo, la
vista mozzafiato a strapiombo sul mare fa sembrare che l'acqua sia
l'unica materia del mondo. In quel paesaggio incontaminato spicca la
strabiliante opera dell'eremita. All'esterno dell'edificio Israele ha dipinto
degli angeli con la spada, insieme alle stelle di Davide che sono tra le
figure dominanti della sua cattedrale. Dentro la costruzione è tutto un
luccicare di pietre e specchietti colorati. Migliaia e migliaia di ciottoli
rivestono le mura dell'edificio, formando disegni perfetti e ispirati.
Ogni stanza, ogni angolo è ricoperto da un'opera. E ogni opera è
l'elogio perfetto di un sogno. Pavimenti e pareti variopinte su cui
campeggiano collage e mosaici che raffigurano cuori, stelle, croci e
figure geometriche. Immagini sacre incorniciate da sassolini. Un
caleidoscopio bellissimo tanto da far sembrare impensabile che sia stato
un uomo solo a realizzarlo. Niente corrente elettrica. La natura è un
tutt'uno con il senso della costruzione. Si capisce già affacciandosi alle
finestre senza vetri né imposte che incorniciano cielo e mare, nelle loro
infinite sfumature e declinazioni. È la montagna a dettare il ritmo della
vita di Israele, il suo magnifico silenzio a dettare i codici del suo
percorso spirituale. Perché anche il suono del mare agitato, del vento
fra gli alberi, della pioggia è così in armonia con il paesaggio da entrare
a far parte del silenzio necessario dettato dalla natura.
Israele non ama ricevere visite e lascia quei segnali che conducono a
lui come un percorso spirituale da far compiere agli uomini per tendere
a un continuo miglioramento. Appena vede che qualcuno si sta
avvicinando al suo santuario, normalmente scappa via. Del resto la
lontananza dalla società con tutti i suoi bisogni, le sue distrazioni e
finzioni, è una delle chiavi del suo lavoro. Eppure l'interesse nei suoi
confronti cresce sempre di più e oggi la sua opera è studiata e
apprezzata da critici e appassionati di arte. Un tipo d'arte spontanea,
senza fini e inconsapevole, in cui la bellezza non è soltanto un fattore
estetico ma espressione e voce del “sentire più profondo”, del percorso
spirituale e del significato del sogno di un bambino.
ADU E IL MESTIERE DELL'ALLEGRIA

«Quando mi cercate non mi trovate», grida ogni mattina in strada


l'ambulante che vende sale. «Accattatevi 'u sale, 'u sale che ci vuole.
Quando mi cercate non mi trovate!». Una cantilena che si ascolta fin
dalla nascita, prima ancora della ninnananna, si è abituati al risveglio
con quella voce.
Se alcuni mestieri di strada si sono perduti – c'erano 'u caffittieri,
l'agghiaru e molti altri – alcuni se ne sono aggiunti. E al passo con i
tempi, si vendono per strada oltre a beni anche servizi.
È il caso di Adu, un ragazzo ghanese di circa trent'anni. Quando lo
cerchi non lo trovi mai, ma quando arriva lo capisci subito. Come gli
altri ambulanti della città anche Adu sponsorizza la sua mercanzia con
il suono e le parole, solamente che ad annunciare il suo arrivo non è
sempre la stessa frase ma una musica ogni volta diversa. Perché Adu di
mestiere vende allegria. E l'allegria, secondo lui, nasce dalla musica e
dalla danza.
Gira per la città con un motorino Piaggio Si scassato e porta la
musica per le strade. Non c'è palermitano che frequenti i locali del
centro storico che non lo conosca. Le reazioni di solito sono opposte: o
si sorride o ci si dispera. In pochi secondi l'atmosfera cambia
completamente. Con buona pace degli amanti del silenzio per qualche
minuto la musica altissima non permetterà nessun dialogo né altra
possibilità che stare a guardare Adu. Sceglie il posto adatto –
normalmente proprio in mezzo alla zona più affollata – e fa partire la
musica da un computer con tanto di casse montate sul suo motorino.
Reggae e musica locale, Shakira e Bob Marley, il repertorio è vasto e
riesce a catturare l'attenzione di tutti sia per il volume altissimo sia per i
suoi balli irresistibili. Mette in testa un grosso cappello colorato e
dall'inizio alla fine ha un sorriso enorme stampato sul volto.
Se all'inizio usava sempre il computer, oggi grazie alle mance della
gente raccolte dentro il grande cappello ha potuto semplificarsi il lavoro
acquistando un telefonino dove ha caricato tutta la sua musica.
«La musica e il ballo portano felicità, per questo la gente mi dà dei
soldi, perché sa che io porto allegria», dice Adu fra un ballo e l'altro.
Ultimamente poi il suo motorino/jukebox gira anche la mattina e il
pomeriggio, intercetta le piazze più affollate e le inonda della sua
musica. Capita allora che il ritmo dei luoghi si sovverta, che gli
appuntamenti di lavoro, i pranzi di corsa, le letture di giornale tra un
caffè e l'altro diventino parte di una discoteca a cielo aperto in cui le
persone che si trovano lì per caso si trasformano in spettatori. Ogni
tanto qualcuno si mette a ballare insieme a Adu e ogni tanto a fine
canzone tutta la gente intorno applaude. Qualcuno si lamenta per il
frastuono, qualcuno dice che questo può succedere solo a Palermo e che
in una città normale non si permetterebbe mai una simile confusione.
Resta il fatto che in una città anarchica come a volte è Palermo chi
vuole può inventarsi il mestiere di trasformare le piazze in discoteche.
Basta qualche mese ad abituarsi e la stravaganza diventa normalità,
inglobata nella routine cittadina. Manca solamente che decida la sua
filastrocca per invogliare i passanti a godere di ciò che vende, e Adu
entrerà a pieno titolo tra i mestieri che ieccanu voci per la strada. E
forse un giorno si arriverà a dire, come si fa con gli altri, «a quanto me
la fai l'allegria oggi?».
L'ECO DELLE ANIME NELLA CHIESA DEI
DECOLLATI

Certi posti non possono sottrarsi alla loro storia, soprattutto quando si
tratta di una storia intensa, fatta delle preghiere e delle speranze della
gente. Il peso e il significato di quelle speranze restano condensati: si
intersecano tra le pietre e le mura, moltiplicandosi.
Il toponimo stesso di via dei Decollati ricorda che lì venivano
seppelliti i corpi dei giustiziati, condannati alla decapitazione. In quella
via le donne andavano piene di speranza e di timore a origliare cosa
prevedevano per loro le anime dei decollati.
La strada si apre all'improvviso percorrendo il lungo corso dei Mille
e svela una chiesa. In origine era dedicata alla Madonna della Grazia ed
era comunemente chiamata Madonna del Fiume, perché costruita sulle
rive dell'Oreto. Quando nel 1785 divenne la sede della Congregazione
del Sabato, prese il nome di Chiesa delle Anime dei Corpi Decollati. La
congregazione si occupava di dare una giusta sepoltura, nel cimitero
adiacente, ai corpi dei decapitati.
Le donne si recavano in processione verso quel cimitero.
Camminavano a piedi nudi, recitando il rosario, e attraversavano
l'antica Porta Termini con il cuore che batteva forte. Spesso per farsi
coraggio si facevano accompagnare da un parente o da un'amica. Una
volta arrivate, si inginocchiavano accanto a una lapide con in mente la
loro domanda, la loro preghiera. Sussurravano ai decollati le questioni
d'amore e i problemi di denaro o di salute che le affliggevano. Si
chiedeva di tutto, finanche i numeri del lotto. Alcune devote, invece,
andavano là senza nulla da chiedere, semplicemente per parlare con il
proprio uomo che era stato giustiziato. A volte si sedevano loro stesse
ad ascoltare “l'eco delle anime”, a volte si rivolgevano a una donna che
sapeva meglio comprenderlo. Si appoggiavano a una lapide – di solito
sempre la stessa, quella sotto la quale si pensava vi fossero moltissime
anime – e raccontavano i dubbi, le speranze, le aspettative. Poi si stava
in silenzio, con l'orecchio appoggiato alla pietra, e si ascoltava. C'erano
dei suoni che erano considerati positivi come un fischio, un tintinnio,
una musica, il canto del gallo, e altri negativi, come il rumore d'acqua
che si rovescia o un lamento.
Si tornava sempre a casa con una risposta. Forse semplicemente
perché, sedendosi e ascoltando le voci dei decollati, un rumore lontano
o anche solo il silenzio, quelle donne andavano in fondo ai loro
pensieri, avevano il tempo di meditare e vivevano istanti fortemente
ammantati da spiritualità.
Poco lontano dalla chiesa c'era una piramide in muratura, dove erano
esposte le teste dei giustiziati, a costante monito per il popolo.
Nell'immaginario comune quelle dei decollati erano considerate quasi
anime di martiri, e ciò non valeva solo per coloro che erano stati
condannati ingiustamente, ma anche per quelli che avevano
effettivamente compiuto dei crimini, perché si credeva che il modo in
cui venivano giustiziati li purificasse da quei peccati. Ecco perché
molte donne erano loro devote. Oggi la chiesa si chiama Maria
Santissima del Carmelo ai Decollati (ma tutti la conoscono come la
Chiesa delle Anime Decollate) ed è stata totalmente ristrutturata. Dove
c'era il cimitero – che cessò di funzionare nel 1867 – c'è un ampio
piazzale che immette alla chiesa e su un angolo un piccolo cippo
ricorda le vittime delle rivolte contro il governo borbonico. A causa di
uno straripamento del fiume Oreto si persero tutti i documenti relativi a
chi era lì seppellito e i resti stessi dei corpi. Ma l'aura del luogo, quella
non si è mai cancellata, e se si chiede nel quartiere, la gente racconta
che in certi giorni “si sentono ancora le voci dei decollati”.
PRIGIONIERO DI UNA CAMERA D'ALBERGO

«Tutta l'infelicità degli uomini proviene da una sola cosa: dal non
sapersene stare tranquilli tra le pareti di una camera», scriveva Blaise
Pascal. Se la strana esistenza del barone Giuseppe Di Stefano sia
dovuta alla volontà di trovare un equilibrio che non dipenda dal mondo
e dalle circostanze come diceva Pascal, da una terribile sentenza di
mafia o dalla semplice voglia di non essere scocciato dalla società e
dalle sue pretese, non può dirsi con certezza. L'esistenza del barone Di
Stefano, infatti, pur essendo reale, è così carica di elementi straordinari
che sembra frutto della vivida fantasia di registi o scrittori. Come ogni
storia vera che entra nell'immaginario collettivo, anche questa si
arricchisce di diverse versioni e sfumature, perché molti hanno qualche
aneddoto da raccontare, un pezzo in più di verità da aggiungere. La
storia – che forse lo stesso barone si era costruito ad arte – è la
seguente: un giorno di primavera del 1946, Di Stefano – uomo
ricchissimo e dal carattere irruento – aveva sorpreso nei suoi
possedimenti di Castelvetrano un ragazzino e, senza pensarci due volte,
gli aveva sparato, uccidendolo. Non poteva sapere che il ragazzo voleva
solo raccogliere qualche mandorla e soprattutto non immaginava che
era legato a una potente famiglia mafiosa locale. La mafia lo aveva
messo davanti a una scelta: sparire dalla circolazione o morire. Il
barone aveva scelto la prima opzione e si era ritirato al Grand Hotel et
des Palmes di Palermo, in via Roma 398. Da un giorno all'altro la sua
vita cambiò e lui divenne “il recluso dell'Hotel”. Al contrario di quello
che si potrebbe pensare, la sua esistenza non era per nulla triste:
d'altronde la location scelta è così affascinante da essere
l'ambientazione perfetta di molti romanzi e film. Di Stefano vestiva
sempre con completi di lino bianco o marrone, fumava sigari che
arrivavano da Paesi lontani solamente per lui e che accendeva sempre
dando fuoco a un foglio di carta da zucchero, aveva grossi anelli d'oro e
un amore sfrenato per il lusso e per l'opera. Amico di nobili e artisti,
erano famose le cene che teneva in albergo con prodotti che
rigorosamente faceva arrivare dalle sue campagne e cucinare dal suo
cuoco. Lo stesso cuoco che ogni giorno gli preparava un menu diverso
da quello degli altri ospiti dell'hotel. Aveva un giardino personale dove
amava coltivare piante e fiori. Nelle tre camere della sua suite, la 204,
si avvicendavano barbieri, sarti, cuochi, camerieri. Sempre in albergo,
organizzava serate musicali: non doveva così nemmeno scomodarsi a
vestirsi elegante, uscire e chiacchierare con i conoscenti incontrati tra il
pubblico. I cantanti venivano direttamente in hotel e si esibivano
davanti a Di Stefano e a chi diceva lui. Grazie al suo eremitaggio il
barone decideva quando invitare, quando vedere la gente e quando
invece starsene tranquillamente da solo senza dover sottostare a nessun
obbligo mondano.
In un articolo su «El País», Manuel Vicent racconta di aver
conosciuto il barone grazie a Renato Guttuso che li aveva messi in
contatto. Lo descrive come «un anziano enorme vestito di bianco con
un foulard rosso con fiori azzurri stretto al collo da un anello d'oro». Il
giornalista spagnolo racconta che il barone gli disse: «Pare che la vita
sia cambiata molto lì fuori. Nemmeno questa hall è più quella di una
volta. A volte ho visto qui dentro donne che indossavano i pantaloni. E
gente che beveva un liquido scuro chiamato Coca-Cola. Pure sento
spesso un rumore infernale dalla finestra. Da quello che mi dicono,
sono macchine. Un tempo in Sicilia ci veniva solo Goethe. Adesso
arrivano turisti da ogni luogo. Guardi, in questa poltrona qui di fronte
molte volte ho visto seduto Lucky Luciano». Forse però il barone stava
solo scherzando, perché pare che non fosse per nulla fuori dal mondo e
che uscisse quando voleva, di notte per passeggiare lungo la via Roma
o di sera per non perdere una prima dell'Opera che gli interessava
particolarmente.
Di Stefano spesso rideva di quella storia all'origine del suo
“eremitaggio”, come se fosse solo una grande sciocchezza. Eppure non
volle mai parlare dell'incidente nelle sue campagne e, a chi gli
chiedeva, rispondeva sempre in maniera vaga: non smentiva né
confermava. Si divertiva ad alimentare quella leggenda che lo avrebbe
reso celebre arrivando finanche a costruirne il finale perfetto. Aveva
lasciato precise disposizioni testamentarie: che gli si facesse indossare
alla sua morte una maschera di cuoio. Per non essere visto dai suoi
nemici.
La sua reclusione nell'albergo durò fino alla sua morte, nel 1988.
Solo allora uscì. E non dalla porta secondaria, come si faceva di solito
per garantire la discrezione in hotel, ma da quella principale, con tutto il
personale eccezionalmente schierato per salutarlo, insieme a nobili e
personalità di spicco della società palermitana.
IL LUNGO PERCORSO DEL CASSARO TRA
ANEDDOTI E TRAFFICO

Quando i palermitani si affezionano a un nome è impossibile far


cambiare loro idea. Succede per molte piazze e monumenti: il nome
ufficiale non può competere con quello “affettivo” che resta quello più
comunemente usato. È così per piazza Villena, chiamata “Quattro
Canti”, per la Chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio, chiamata
“Martorana”, per piazza Castelnuovo e piazza Ruggero Settimo
chiamate insieme “piazza Politeama” dal nome del teatro che le
domina. La strada più antica della città ha cambiato molte volte
toponimo e oggi si chiama corso Vittorio Emanuele, ma il nome
“affettivo” è sempre stato “Cassaro”. Un giorno dell'anno 1822 –
racconta Giuseppe Pitrè in La vita in Palermo cento e più anni fa – un
viaggiatore tedesco salì su una carrozza e chiese al cocchiere di portarlo
in via Toledo. Questi, girandosi a guardarlo, gli rispose: «Niente via
Toledo! Si chiama Cassaro!».
Il tragitto della lunga arteria racconta l'evoluzione della storia
cittadina fin dal suo inizio e insieme si riempie di aneddoti e leggende
stratificate nei secoli. Nacque nell'VIII secolo a.C., quando si formò il
primo nucleo urbano a opera dei fenici. Con la conquista araba la strada
fu chiamata Simat Al balat (“strada lastricata”). Il termine balata resterà
nel dialetto per indicare le lastre di pietra che pavimentano le strade. Il
toponimo Cassaro nasce proprio in epoca araba e si lega al palazzo più
importante della città, Palazzo Reale. Pur se reso celebre e magnifico
dai Normanni, il nucleo dell'edificio è arabo e sorge su preesistenti
costruzioni puniche. Gli Arabi lo chiamavano Al Kasr, ossia “castello”,
“palazzo fortificato”. Tutto l'insediamento rappresentato dalla città
antica si chiamò Cassaro, dal nome, appunto, del palazzo.
Cambiano i dominatori e cambia il nome della strada: via Toledo dal
nome del viceré che nel 1567 ne ampliò il tragitto; corso Vittorio
Emanuele dal primo re d'Italia che a seguito dell'Unità visitò Palermo
nel dicembre del 1860. Ma nel linguaggio comune la strada si è sempre
chiamata Cassaro. Fino a poco tempo fa molta gente per dire “andiamo
a passeggiare” diceva “andiamo a casseare”, indicando il lungo
percorso che da Porta Nuova arriva fino a Porta Felice. La passeggiata
per il Cassaro era infatti un must, tanto che spesso si creavano ingorghi
e intasamenti. Per questo nel 1720 il viceré Niccolò Pignatelli duca di
Monteleone ordinò con un bando «che nessuna carrozza, sterzino o
sedia volante possa fermarsi al Cassaro o alla Marina durante il
passeggio; e chi voglia fermare qui a sentire la musica deve mettersi in
una delle due file rimanendo quella di mezzo pel libero passaggio del
viceré». E visto che negli anni il problema del traffico sull'ampia via
restava persistente si comminarono pene severe per chi contravveniva:
frusta per i cocchieri e multa o perdita della carrozza per i padroni.
Sul Cassaro si esercitava anche il mestiere più antico del mondo,
soprattutto nella parte più vicina al mare detta anche “Cassaro morto”,
perché meno trafficata. Le donne che sul corso e sui vicoli adiacenti
“esercitavano” venivano chiamate cassariote, nome che ancora adesso
in certi quartieri popolari connota le signore di facili costumi.
Succedeva infine sulla lunga via un fenomeno all'apparenza molto
strano, se non se ne conoscevano i motivi. Sempre alla stessa ora,
sempre con lo stesso sguardo fisso, la gente si fermava d'improvviso
con il viso rivolto verso Porta Nuova. Non si trattava d'ipnosi collettiva
ma di un modo in uso fino al 1940 per verificare l'ora. Dai balconi di
Porta Nuova, infatti, tre minuti prima di mezzogiorno, scendeva giù un
pannello di legno ricoperto da una tela bianca che poi veniva ritirato a
mezzogiorno in punto. Era quello il modo che avevano i palermitani per
conoscere “l'ora esatta”.
MATA HARI SI ESIBISCE AL TRIANON

Nel settembre del 1913 Mata Hari era a Palermo. La vita della
bellissima olandese è avvolta nel mistero, tanto che ancora oggi ci si
chiede se effettivamente sia stata una spia al servizio dei tedeschi
durante la prima guerra mondiale. Anche sulla sua visita e sulle sue
esibizioni in città rimangono molti misteri irrisolti.
Il suo vero nome era Margaretha Geertruida Zelle, aveva occhi e
capelli neri su una carnagione chiara, il corpo statuario e la capacità di
muoversi in maniera così sensuale da essere oggetto del desiderio di
chiunque la guardasse. Si era inventata un passato mitico, tra Giava e
Alessandria d'Egitto passando per Delhi, Scozia e Spagna. In Indonesia
però ci aveva vissuto davvero con il marito, conosciuto rispondendo a
un annuncio matrimoniale. Si era presto separata ed era andata a
cercare fortuna a Parigi. Lì era diventata celebre con la sua danza
giavanese, sensuale ed esotica. Fu allora che diventò Mata Hari –
“occhio dell'alba” in malese – e la sua esistenza si tinse di leggenda.
Si esibì nei locali più prestigiosi, dal Moulin Rouge alla Scala di
Milano. Risulta quindi ancor più strano ritrovarla dopo poco al Trianon
di Palermo, un teatro all'aperto, niente affatto prestigioso.
La biografia ufficiale di Mata Hari vuole che si esibì lì per due
settimane, fino al 15 settembre, andando in scena due volte al giorno tra
un numero da circo e una proiezione cinematografica. Il suo biografo
Sam Waagenaar sostiene che la danzatrice era stata invitata dai Florio e,
trovandosi in un momento di ristrettezze economiche, aveva accettato.
Pare fosse stata proprio Franca Florio a invitarla. Leonardo Sciascia nel
suo Cronachette racconta di quei giorni di settembre e attraverso i
giornali del tempo ne ricostruisce le vicende. La spiegazione data da
Waagenaar non lo convince. Le cronache del tempo dimostrano
innanzitutto che la bella olandese non si esibì per due settimane ma solo
per cinque giorni. La prima – che era stata annunciata per il 28 agosto –
si tenne solamente il 4 settembre. Il motivo di tale ritardo non fu mai
spiegato se non con dei generici problemi nella preparazione della
scenografia.
Se poi erano stati davvero i Florio a invitarla, non si spiega come mai
il luogo deputato alla tournée palermitana della ballerina sia stato
proprio un teatro all'aperto di secondo ordine, frequentato non da ricchi
appassionati ma da un pubblico popolare che non pagava somme
strabilianti per assistere agli spettacoli. Un teatro che durava solo per la
“bella stagione” e che a settembre chiudeva. Esattamente quello che
accadde subito dopo i cinque spettacoli di Mata Hari.
Per farsi un'idea del luogo in cui si esibì la famosa ballerina si può
andare in via Scarlatti, dove al posto del teatro che nel secondo
dopoguerra era diventato un'arena, c'è un'autorimessa. C'è ancora la
strana facciata con maschere e strumenti musicali e la grande statua che
raffigura una donna, la “Suonatrice”. La statua, per chi ne conosce il
significato, assume così un connotato tetro e altamente evocativo:
simbolo della cultura, è decisamente malmessa, come se volesse
esprimere con il suo aspetto trascurato la scarsa cura riservata alle arti e
al teatro. Se poi si entra dentro, tra le macchine in fila, si può scorgere
ancora l'angolo dove si trovava il palco, su cui campeggia una maschera
con due trombe.
Tornando alle vicende di Mata Hari, i Florio – la famiglia tanto
potente che caratterizzò un'intera epoca, quella della Belle Époque
palermitana – invece che al Trianon avrebbero potuto invitarla in teatri
come il Massimo, di cui Ignazio Florio era amministratore e
finanziatore.
Forse allora era stato un altro nobile siciliano a portare la ballerina a
Palermo, qualcuno che le aveva promesso chissà cosa e poi era riuscito
a rimediare solamente delle esibizioni in quel teatrino.
Racconta Sciascia che l'indomani del debutto le cronache scrissero:
«Mata Hari ha riportato un successo hors ligne tanto nella danza
indiana di Wishnu, quanto in quella spagnola della Habanera. Il
pubblico l'ha lungamente e entusiasticamente applaudita e questa sera,
certo, il successo sarà anche maggiore, giacché l'arte della bella
ballerina sarà meglio compresa e apprezzata in tutte le sue finezze». Poi
Mata Hari scomparve dalla città senza lasciare traccia.
Che sia stata a Palermo per sua volontà, che sia venuta al seguito di
un amico molto ricco o infine che la visita sia stata una tappa della sua
presunta attività di spionaggio, questo non è dato sapere con certezza.
Resta il fatto che, sul finire dell'estate del 1913, per pochi spiccioli
qualche palermitano fortunato e la gente del Capo – il teatro sorgeva
nell'antico rione degli Aragonesi – ebbero la possibilità di assistere a
uno spettacolo di Mata Hari, che si esibiva dopo “Fred Mazo e i cani
più piccoli del mondo”.
UN SEGRETO SUL SOFFITTO DELLA CAPPELLA
PALATINA

Dentro il Palazzo Reale, la Cappella Palatina rappresenta uno dei


monumenti medievali più belli e meglio conservati al mondo. Entrando
ci s'immerge in un mondo d'oro: mosaici di fattura bizantina, marmi
lavorati da artigiani campani, un soffitto ligneo realizzato da
maestranze islamiche. È questa armonia, questa unione di diverse
culture, il senso profondo dello splendore della cappella realizzata dal
re normanno Ruggero II nel XII secolo e dedicata a san Pietro
Apostolo.
Ruggero volle che artisti, architetti e artigiani provenienti da diverse
parti del Mediterraneo si mettessero a lavoro tutti insieme, in un'osmosi
di stili e abilità degna del suo regno, che delle differenze culturali aveva
fatto la propria ricchezza.
Quando la visitò Guy de Maupassant la definì «il più sorprendente
gioiello religioso sognato dal pensiero umano ed eseguito da mani
d'artista». Eppure, una delle più belle manifestazioni artistiche
contenute al suo interno non si vede. O meglio, l'occhio umano non
riesce a vederla veramente. Lo scrigno che racchiude questo invisibile
capolavoro è il soffitto ligneo della cappella, oggi considerato uno dei
migliori esempi di arte fatimida in Europa. Risulta chiara a occhio nudo
la forma strabiliante che gli artisti arabi avevano dato a quello spazio
tramite i loro intagli: il soffitto della navata centrale con stelle a otto
punte e quelli delle due navate laterali con concavità ad alveoli e
stalattiti conosciute come muqarnas. Ciò che invece non risulta chiaro è
quello che avevano dipinto all'interno delle nicchie. Figure talmente
piccole che, viste dal pavimento con gli occhi al soffitto, è possibile
solamente intuirne la bellezza. Non si riesce a godere dei particolari,
tanto che certe immagini possono sembrare sagome geometriche o
astratte. I segreti dei dipinti si sono svelati nuovamente a occhio nudo
nel 2008 quando sono stati avviati i restauri finanziati dal mecenate
tedesco Reinhold Würth. I ponteggi hanno rivelato miniature
perfettamente conservate, realizzate con eccezionale meticolosità, un
vero e proprio tesoro. Si tratta di scene non collegate fra loro, che
rappresentano momenti di piacere tipici dell'iconografia islamica: feste
e banchetti, musici e danzatrici, giocatori di scacchi, giocolieri e
acrobati. Circa 750 immagini sul cui significato gli studiosi non hanno
ancora raggiunto un accordo. Secondo alcuni, sarebbero scene del
paradiso coranico. Secondo altri, sarebbero una celebrazione della vita
alla corte normanna, di quelle abitudini di corte che il poeta arabo Abd
ar-Rahman di Butera cantava così: «Fa circolare il vino vecchio, dorato,
e bevi da mane a sera: / bevi al suono del liuto e dei canti degni di Ma
'bad! / Non c'è vita serena, se non all'ombra della dolce Sicilia, / sotto
una dinastia che sopravanza le cesaree dinastie dei re».
Si tratta in ogni caso di opere così belle che viene naturale chiedersi
perché siano così piccole e così lontane dallo sguardo dei visitatori
della Cappella Palatina. Fino a convincersi che non di sproporzione si
tratta, bensì del suo contrario: una perfetta armonia tra l'idea che sta
dietro e la sua realizzazione. Non tutti sono d'accordo con questa
ipotesi, ma è bello pensare sia andata proprio così: queste maestranze
musulmane non hanno prodotto un'opera godibile per l'occhio umano,
ma piuttosto una preghiera, un gesto di adorazione e amore. Ritraendo
le scene del paradiso coranico e raffigurando una vita ultraterrena di
cotanta bellezza, perfettamente consapevoli che a occhio nudo non si
sarebbe mai potuto godere appieno della loro maestria, gli artisti
lavoravano non per l'uomo ma per adorare Dio.
I GIORNI IN CUI SBAGLIARE CÌCIRU VOLEVA
DIRE MORIRE

Il 31 marzo 1282 un soldato francese di nome Drouet passeggiava per


Palermo, nei pressi della Chiesa di Santo Spirito. Davanti a quella
chiesa c'erano moltissime persone riunite per pregare durante la
settimana pasquale. Gli Angioini avevano vietato alla gente del popolo
di andare in giro armata, così il soldato si era avvicinato a una giovane
donna con la scusa di verificare che non portasse armi con sé. Il suo
unico obiettivo era in realtà quello di metterle le mani addosso. Non
aveva fatto caso che con lei c'erano il marito, i genitori e i fratelli, né
aveva previsto la reazione che di lì a pochi secondi avrebbe avuto la
folla. La ragazza urlò «Mora, mora!», «Muoia, muoia!», che era
un'invocazione e insieme una maledizione, subito dopo svenne per la
vergogna. La folla fu richiamata dalle grida e si accalcò intorno a lei. Si
creò un grande scompiglio. Un istante dopo il soldato francese era
accasciato per terra, trafitto dalla sua stessa spada.
Era l'ora del tramonto, il vespro. Fu l'inizio dei Vespri Siciliani. Il
popolo palermitano si ribellò e cominciò a combattere. Fu un evento
eccezionale, perché raramente succede a Palermo che il popolo
reagisca. E, come sempre accade, la miccia che infiammò i cuori fu di
natura “sentimentale”. I palermitani avevano resistito alle pressioni
fiscali, avevano subito ingiustizie e soprusi, ma quando una delle loro
donne era stata oltraggiata, la scintilla si era accesa. E gli insorgenti
tutti insieme erano diventati un unico eroe. La reazione fu violentissima
e moltiplicò all'infinito le parole «Mora, mora!» che aveva urlato la
donna offesa. Ancora oggi si dice «fari lu Vespiri sicilianu» per dire di
un grande tumulto o per minacciare una reazione veemente e
incontenibile.
Già dalla sera del 31 marzo i palermitani si scagliarono contro gli
Angioini cercandoli e uccidendoli al grido di: «Muoiano, muoiano i
francesi!».
Per scampare alla furia del popolo, questi ultimi provarono a
mimetizzarsi tra la folla, fingendosi siciliani. Ma c'era un metodo
infallibile che permetteva di smascherarli all'istante. I rivoluzionari gli
mostravano dei ceci e gli chiedevano di dire cosa fossero: cìciru
avrebbero dovuto rispondere, ma i francesi proprio non sapevano
pronunciare quel nome in dialetto e dicevano qualcosa di simile a
“siserò”. Era quella la parola d'ordine per firmare la loro condanna a
morte.
Proprio per l'eccezionalità dell'evento, sono molte le versioni e le
leggende legate ai Vespri Siciliani e alle odiose restrizioni imposte dai
francesi. Una riguarda la tassa sul matrimonio imposta dagli Angioini,
insieme a molti altri aggravi fiscali, da cui era nata la storia dello jus
primae noctis al quale sarebbero state obbligate le giovani spose
palermitane. Si racconta spesso di quella ragazza che preferì gettarsi in
un pozzo invece di cedere alle pretese di un soldato francese. Dante,
che aveva diciassette anni ai tempi dei Vespri, li cita nell'VIII canto del
Paradiso, riconoscendo nel malgoverno angioino la causa
dell'irritazione dei palermitani e del loro insorgere; e infatti scrive: «Se
mala segnoria, che sempre accora / li popoli suggetti, non avesse /
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”».
UN ECCENTRICO VIAGGIO IN TERRASANTA

Aveva sognato per tutta la vita quel viaggio o forse era solo il frutto
di un voto fatto per scampare a una brutta malattia o a un problema di
soldi. Comunque fosse nata l'idea, si trattava di una decisione presa, che
doveva assolutamente onorare. Un principe palermitano realmente
vissuto nel XX secolo, sul cui nome non si è mai raggiunto un accordo
– molte famiglie si sono attribuite la parentela con l'eccentrico
individuo – aveva deciso di andare a Gerusalemme.
Una serie di ostacoli si erano frapposti nel suo cammino: questioni
economiche, pericoli legati a un viaggio così lungo, la deliziosa
indolenza di certi palermitani.
Il principe non si era perso comunque d'animo e mesi prima della
partenza aveva cominciato a studiare il percorso con grande dedizione.
Aveva calcolato ogni cosa. Misurato con esasperante precisione i
chilometri che separavano Palermo da Gerusalemme e i giorni esatti
necessari per arrivare a destinazione. Aveva studiato con passione i
luoghi e i Paesi che avrebbe toccato durante il cammino e preparato nei
minimi particolari l'equipaggiamento necessario per quell'avventura.
Quando tutto fu pronto, aveva chiamato a raccolta il suo fedele
servitore e il suo inseparabile cagnolino. E si era disposto a partire con
loro. I tre, quindi, si erano messi in cammino. Senza mai uscire dal
giardino della stessa villa palermitana.
Il principe aveva deciso di percorrere a casa propria tutti i chilometri
che lo separavano da Gerusalemme. Sarebbe stato lo stesso perché non
conta tanto la meta quanto il percorso e il senso del viaggiare, così
come la spiritualità che alberga nella propria coscienza è una faccenda
intima e personale: seguendo questo principio, il nobile aveva
trasformato la propria casa in quel lungo tratto di mondo che portava
alla Terrasanta.
Si tratta di una vicenda altamente simbolica di certa indole che
caratterizza i palermitani. In fondo per chi ci vive, non esiste altro
mondo che Palermo: la città è il centro dell'universo, unica declinazione
di tutte le cose e di tutti i percorsi; la propria casa è il centro del centro,
luogo sacro e fondamentale, dove avviene ogni cosa.
Si dice che l'eccentrico pellegrino avesse preparato delle vele e un
giaciglio in una parte della villa, per quando gli toccava fare traversate
per mare, e che avesse allestito una tenda in giardino per quando si
voleva riposare.
Il principe e i suoi accompagnatori viaggiarono per mesi e mesi,
camminando avanti e indietro lungo ogni angolo della casa e a volte
debordando pure nelle strade adiacenti. Visitarono i Paesi più
affascinati del mondo, fermandosi ad ammirare la bellezza di certi
monumenti che li caratterizzavano, e sperimentarono se stessi in
relazione a situazioni straordinarie: tutto dal giardino della villa. Il
servitore si sobbarcò l'onere di seguire il suo padrone in quella
avventura e servirlo come sempre aveva fatto. Furono giorni di fatiche,
rinunce e pensieri nuovi. Il viaggio sentimentale seguì con precisione il
percorso tracciato prima della partenza e all'arrivo la gioia e i
festeggiamenti furono grandi. Ma durarono poco. Il nobile disse al suo
servitore: «È tempo di tornare a casa. Mettiamoci in cammino». Pare
che il servitore gli abbia risposto: «Ma sa, principe, che a me
Gerusalemme piace moltissimo? Avrei deciso di restare qua per un po'».
LA “PIOGGIA DI ANIMALI” AL PAPIRETO

In una giornata di sole, sul finire dell'estate, vi fu un fenomeno


atmosferico mai visto prima. Una strana pioggia, che cadde solo su una
stradina del quartiere Papireto.
Eppure il cielo era terso, c'era un vento caldo di scirocco e la
temperatura superava di molto i trenta gradi.
Tutti i palermitani desideravano un po' di pioggia che rinfrescasse
l'aria, ma non fu acqua quella che cadde sui vicoli del Papireto.
Piovvero topi: era il 31 agosto del 2000 e anche a Palermo avvenne
quel fenomeno misterioso che fin dai tempi degli antichi greci aveva
sbalordito gli abitanti di paesini e anfratti di ogni parte del mondo.
Anche a Palermo era caduta una “pioggia di animali”.
Nei secoli sono piovuti pesci, ma anche rane, corvi, volatili. E poi
pezzi di ghiaccio, sassi, capelli.
A metà del Cinquecento a Bergen in Norvegia piovvero pesci, a
Singapore nel 1861 pesci gatto. Nei primi anni del 2000 si erano
verificati molti fenomeni di questo genere: nella cittadina di Beebe in
Arkansas erano piovuti merli, in Serbia rane, in Inghilterra uccelli, a
Lajamanu, in Australia, pesci ancora vivi.
Le spiegazioni sono tra le più varie: da trombe d'aria capaci di
prendere gli animali e farli ricadere lontano a castighi apocalittici;
dall'esistenza di un mare sopra le nostre teste che ogni tanto butta giù
alcune specie che lo abitano a indigestioni di cibi non consoni ai
volatili, passando per extraterrestri che vogliono mandarci dei
messaggi.
Come dimenticare poi la scena del film Magnolia di Paul Thomas
Anderson, quella in cui dal cielo piovevano rane. Simile, seppur più
modesta, deve essere stata la pioggia di topi a Palermo. Erano ratti
grossi come gatti e cadevano giù sui passanti allibiti. La gente del
quartiere era stata presa dal panico, qualcuno aveva gridato al miracolo,
qualcun altro aveva pensato a un'invasione di roditori che di lì a poco si
sarebbero moltiplicati in tutta la città, altri ancora avevano ricordato gli
anni delle pestilenze che si erano abbattute su Palermo. L'evento aveva
invece reso felici i bambini, e i più scalmanati si erano addirittura
armati di bastoni e randelli per scacciarli. I topi ancora vivi si
mettevano in salvo come potevano, infilandosi dentro tombini e sotto le
macchine.
Se riguardo alle piogge di animali cadute sugli altri Paesi del mondo
ancora ci si interroga cercandone la spiegazione, a Palermo le
congetture e le ipotesi durarono poco. La soluzione era molto semplice
e di sicuro inapplicabile agli altri casi.
Fu tutta colpa di un'anziana donna del quartiere che amava
circondarsi di ratti. Non piccoli topini bianchi ma grossi topi dello
stesso tipo di quelli che quel giorno caddero dal cielo. La donna li
allevava e li curava, ma forse i roditori non erano così felici di stare con
lei e in qualche modo anelavano alla libertà.
Così, un giorno in cui l'anziana era stata costretta a un ricovero in
ospedale, i topi domestici rimasti senza cibo avevano organizzato la
fuga. L'appartamento si trovava al piano più alto di un edificio in via
Cappuccinelle e ai roditori non era rimasta altra scelta che lanciarsi dal
tetto, piombando sui passanti.
Gli abitanti del quartiere crearono barricate e incendi per accelerare
l'intervento dell'AMIA, l'azienda che si occupa della nettezza urbana, e
la conseguente derattizzazione. Dopo poco la strada fu liberata dai topi
e, con un finale degno di un film, su Palermo cadde una pioggia fresca
e purificatrice. Una pioggia vera.
IL CAMMINO DI PALAZZO ALLIATA DI
PIETRATAGLIATA

Le case non sono solo luoghi ma anche relazioni: sono la somma


delle storie di chi li vive.
Palazzo Alliata di Pietratagliata è uno di quei posti in cui il ricordo di
chi ci ha abitato rimane visibile: proprietario dopo proprietario, le
vicende che si sono succedute nei secoli si intersecano in una rete e
creano un percorso circolare. Il destino dell'edificio è quello di rimanere
sempre uguale, per questo l'inizio e la fine di questa storia, per magia, si
incontreranno. La cosa non deve stupire perché a Palazzo Alliata il
tempo è capace di portentosi salti logici, inconcepibili altrove. Lo si
può intuire non appena si entra, lasciandosi alle spalle la rumorosa via
Bandiera. Una volta chiuso il portale d'ingresso, il mondo si immerge in
una quiete irreale e si fa muto, se non fosse per il rumore dell'acqua
nella fontana del cortile. Quando poi si sale la grande scala di marmo e
si arriva al piano nobile è tutto un susseguirsi di saloni, broccati e
affreschi: potrebbe essere il XXI o il XVI secolo. Nulla è cambiato.
Solo qualche fotografia esposta su un tavolo all'ingresso tradisce un
segnale di modernità.
L'edificio fu costruito nel 1574 attorno a una torre merlata del XV
secolo da Antonio Termine, principe di Baucina, membro di una nobile
e antichissima famiglia arrivata in Sicilia al seguito di Costanza
d'Altavilla.
Risulta da un atto di vendita datato 1748 che la dimora nobiliare
passò ai Marassi, famiglia di origine genovese arrivata a Palermo con le
proprie galee e col tempo imparentatasi con la più alta nobiltà siciliana.
I Marassi duchi di Pietratagliata arricchirono il palazzo e gli diedero la
forma che oggi lo caratterizza. Sembrava che ci si fosse dimenticati
delle sue origini, quand'ecco che si scopriva uno stemma su una
colonna cinquecentesca e veniva fuori che era quello dei precedenti
proprietari. Si procedeva a decorare i saloni, ed ecco che un antico
manoscritto raccontava qualcosa dei principi di Baucina.
La dimora, infatti, porta scritta la sua storia non soltanto nei dipinti e
negli arredi, ma anche nelle migliaia di documenti, carteggi, libri da
sempre conservati al suo interno. Un archivio che si trova nel salone da
ballo con la volta affrescata da Vito D'Anna, il pavimento con le
maioliche settecentesche di scuola napoletana e un grandissimo
lampadario di Murano. Dentro l'archivio ci sono infinite storie, infinite
maglie della stessa rete: dai resoconti di feste e cene strabilianti – un
capodanno degli anni Sessanta del secolo scorso con fichi d'india
dipinti d'oro e cascate di frutta in stile barocco – alle lettere di un nobile
tunisino che aveva deciso di donare alla famiglia dei cavalli berberi e
avvertiva che erano già in viaggio alla volta del palazzo.
Una strana alchimia di destini e relazioni ha fatto sì che la dimora
nobiliare, portando scritto il suo passato, portasse scritto anche il suo
futuro, con secoli d'anticipo: vi avevano abitato i Termine e poi i
Marassi. Mancava solo un tassello. Quando l'attuale proprietaria,
Signoretta Alliata di Pietratagliata, discendente dei Marassi, sposò il
principe Biagio Licata di Baucina, discendente dei Termine, il palazzo
realizzò il proprio destino. Finalmente si era completato il cammino
circolare che era scritto nel suo archivio: le due famiglie erano
diventate una sola. Era già tutto deciso, lo dimostrano gli stemmi delle
due famiglie, insieme nell'edificio secoli prima di quando poi si unirono
veramente. Lo dimostrano le opere e le costruzioni che una famiglia ha
realizzato e l'altra ha completato e abbellito, esattamente come fanno
due persone che costruiscono la propria casa, in una relazione che non
tiene conto del tempo, in una vicinanza che sgretola i secoli.
DOMINAZIONI CULINARIE

Nella cucina del palazzo dell'emiro quel giorno c'era una gran
frenesia. Moltissimi ingredienti sparsi sui tavoli, i cuochi che andavano
avanti e indietro freneticamente, provando e riprovando impasti,
miscelando sapori, sperimentando essenze. Avevano deciso di preparare
un dolce mai assaggiato prima: doveva essere gradevole alla vista, era
necessario che fosse buonissimo, ma anche diverso, innovativo. Doveva
stupire e allietare l'emiro.
Di ingredienti nuovi in città ce n'erano moltissimi: dall'831 fino al
1072 – gli anni del dominio arabo – furono introdotti sapori e gusti
sconosciuti che connotarono fortemente la cucina palermitana. C'erano
i gelsomini, che i cuochi più sapienti avevano sperimentato come
essenze di gelati e sorbetti. C'erano gli agrumi, la cui coltivazione era
stata enormemente potenziata grazie alle nuove tecniche di irrigazione.
Arance amare, limoni e mandarini costituivano anche un elemento
decorativo delle pietanze. C'erano le mandorle e c'era la canna da
zucchero, introdotta sempre dagli Arabi (una vera e propria rivoluzione
per la società palermitana che subito la sostituì al miele).
Insomma, quel giorno la cucina dell'emiro era colorata da sapori e
odori nuovi. Dopo avere provato e riprovato, alla fine i cuochi avevano
trovato un accordo: un preparato a base di ricotta e zucchero di canna in
un involucro di pasta frolla. Lo avevano adornato, probabilmente con
agrumi e gelsomini, per renderlo appetibile anche alla vista e avevano
atteso il responso. Il sapore era ottimo e l'emiro ne era rimasto
entusiasta. Era nato il più famoso dolce palermitano: la cassata.
Si racconta, poi, che un cuoco arabo stesse preparando l'impasto della
torta. Quando gli chiesero, indicando il suo lavoro, di cosa si trattava,
lui – pensando che gli stessero chiedendo del recipiente dove stava
cucinando – rispose quas'at, che vuol dire “bacinella”. Da qui
deriverebbe il nome “cassata”. Un dolce che ha origini antichissime e
che venne perfezionato nel corso dei secoli, fino a raggiungere la sua
veste attuale.
Il nucleo originario della ricetta risale all'epoca romana. Già Petronio
parla di un dolce a base di ricotta, pasta di pane e miele. Il termine
“cassata” potrebbe allora derivare dal latino caseum, formaggio.
Quello introdotto dagli Arabi era in realtà un dolce ancora molto
lontano dal suo sapore odierno – più simile alla cassata al forno – e
diversissimo nell'aspetto esteriore.
Chi invece fece tesoro di tutti gli ingredienti portati nei secoli dai
diversi dominatori, fu Salvatore Gulì, un pasticcere di corso Vittorio
Emanuele, che nel 1873 realizzò la vera cassata siciliana. Quella che
conosciamo oggi è opera sua: mischiò alla ricotta i pezzetti di
cioccolato amaro, sostituì la pasta frolla con il pan di spagna e la pasta
reale, la guarnì in maniera baroccheggiante con un trionfo di frutta
candita e glassa di zucchero. La pasticceria esisteva a Palermo dal 1812
ed era celebre per la sua zuccata e per la frutta candita. Probabilmente
per questo gli venne l'idea di adornare così il dolce che, a conti fatti,
aveva inventato lui.
Dessert pasquale per eccellenza, la cassata è la conclusione
irrinunciabile di un pasto festivo che si rispetti, tanto che un detto
siciliano dice: «Mischinu è cu nun mancia cassati 'a matina 'i Pasqua».
SEBASTIANO CAMARRONE E LE TREDICI
VITTIME

«Io sono ancora vivo», disse all'infermiere che passava lungo la fila
dei giustiziati. Gli altri dodici erano morti all'istante, al primo colpo di
fucile. Sebastiano Camarrone era l'unico rimasto in ginocchio, vivo.
Aveva trent'anni ed era nato nel quartiere del Capo.
Era il 14 aprile 1860 e l'esecuzione si svolgeva poco oltre Porta San
Giorgio, proprio là dove oggi un monumento ricorda quelle tredici
vittime. I condannati erano stati catturati durante la rivolta della Gancia
del 4 aprile 1860, a cui avevano preso parte circa sessanta uomini
capitanati da Francesco Riso. La rivolta – che avrebbe aperto la strada
alla definitiva caduta del governo borbonico – era fallita perché il capo
della polizia, Salvatore Maniscalco, ne era stato segretamente informato
il giorno prima. Tutti i rivoltosi erano di umili origini: fontanieri,
falegnami, carbonari, e fabbricatori. Riso, che morì in ospedale, faceva
il fontaniere. Il padre, arrestato, fu uno dei tredici fucilati. Camarrone
faceva il pizzicagnolo al Capo, dove abitava.
A raccontare tutti questi dettagli è un libro del 1910, dal titolo I
tredici fucilati del 14 aprile 1860, scritto dallo storico Pietro Merenda,
che il 14 aprile aveva poco più di tredici anni. Racconta Merenda che
quel giorno era affacciato al balcone di casa sua in piazza Castello e
aveva visto passare quegli uomini. Ne era rimasto così sconvolto che,
cresciuto, aveva passato anni a ricostruire la vicenda, intervistando le
persone che vi avevano assistito, ricostruendo tutti gli atti del processo
e raccogliendo le lettere precedenti e antecedenti a esso, in un reportage
ante litteram di straordinaria intensità. Il libro è conservato presso la
Biblioteca Regionale di Palermo.
Merenda raccoglie le testimonianze di alcuni uomini che quel giorno
si trovavano seduti davanti alla Chiesa di Santa Maria di Piedigrotta e
furono costretti dai soldati a entrare al Castello a Mare – sede del
Consiglio di Guerra – per mettersi ognuno accanto a un prigioniero e
sostenerlo. Uno di loro, Gioacchino Buzzotta, di professione zavorriere,
racconta:
Ad uno ad uno venivano fuori i tredici uomini bendati. […]Per
istrada nessuna delle vittime pianse, e nessuna tremò, ma tutte calme
rispondevano alle preghiere dei sacerdoti, tranne il pizzicagnolo del
Capo, il quale al prete che lo confortava, giunti al ponte levatoio, disse:
«Si ricordi vossignoria; io mi sto ricordando di me».

Secondo Buzzotta, solo dopo un po' i tredici capirono che stavano


andando incontro all'esecuzione capitale. «Prima di bendarci ci dissero
che ci portavano alla Vicaria ma ora lo so che ci portarono a fucilare: lo
capii quando mi bendarono», disse a Buzzotta uno dei condannati.
Giunti fuori Porta San Giorgio i tredici furono messi dentro un cordone
di artiglieria, costretti in ginocchio e con le spalle al muro. Il plotone
d'esecuzione sparò.
«Io sono ancora vivo», si udì dopo lo sparo. Un crocifero si avvicinò
a Camarrone e gli aprì la camicia: aveva al collo «un crocifisso e un
sacchetto di cose sante». Ebbe ordine di levargli tutto. Fu dato a tutti il
colpo di grazia e Camarrone morì. Buzzotta ritenne che furono “le cose
sante” a renderlo invulnerabile al primo colpo di fucile e per questo
raccontò la sua storia a Merenda.

Che prova l'anima in quel momento? Da quali convulsioni è


dilaniata? […] Ma il dolore principale, il più forte, non è quello delle
ferite; è invece la certezza, che fra un'ora, poi fra dieci minuti, poi fra
mezzo minuto, poi ora, subito, l'anima si staccherà dal corpo, e che tu,
uomo, cesserai irrevocabilmente di essere un uomo.

Così scrive in L'idiota Dostoevskij, che visse veramente in prima


persona i minuti antecedenti a un'esecuzione capitale e che fu graziato
un istante prima dell'esecuzione.
«Io sono ancora vivo», disse Camarrone e forse lo disse a se stesso,
più che al mondo.
A rendere la vicenda ancor più carica di suggestioni sta il fatto che il
pizzicagnolo del Capo, così come gli altri, non sarebbe dovuto morire.
Sedata la rivolta del 4 aprile, il capo della polizia Maniscalco aveva
mandato un telegramma che raccontava i fatti al re Francesco II e il re
aveva disposto che fossero sospese le eventuali pene capitali. Eppure
Maniscalco fece eseguire lo stesso la condanna e alle ore 21 del 14
aprile i tredici uomini vennero giustiziati davanti a una folla piangente e
atterrita. Garibaldi l'11 maggio sbarcò a Marsala, il 27 maggio giunse a
Palermo e volle ringraziare personalmente tutti i superstiti della rivolta
della Gancia per il prezioso aiuto che avevano fornito alla causa della
libertà.
IL RITMO DELLA RIFFA

Almeno una volta nella vita bisogna parteciparvi. Almeno una volta
bisogna andare la mattina intorno alle nove in uno dei mercati storici
cittadini e comprare un biglietto della riffa. Perché prendere parte a
questo rito che ogni giorno si ripete al Capo, alla Vucciria e a Ballarò
vuol dire entrare a far parte delle dinamiche più intime dei mercati
palermitani. Intercettare l'arriffatore è semplice. Non smette di gridare
numeri e si aggira per le bancarelle mostrando il montepremi sistemato
su degli strani passeggini che si porta in giro: una cassa di pesce fresco,
ma anche formaggi e salumi. O – come si faceva anticamente al Capo –
“la spesa”: a piazza Beati Paoli, di fronte alla Chiesa di San Cosma e
Damiano, si posizionava sempre un arriffatore con il suo furgoncino e i
suoi cento numeri che vendeva a dieci lire a biglietto. Si vinceva pasta,
sugo, pane. Per la festa dei Morti, invece, la riffa aveva come premi i
giocattoli da regalare ai bambini. Nel dopoguerra si vincevano i dollari:
l'arriffatore li teneva tutti appesi al maglione per attirare la gente.
Partecipare alla riffa vuole dire sintonizzarsi sul “ritmo del mercato”.
Perché in questi luoghi il tempo procede in maniera diversa. Non sono
le lancette o i numeri al quarzo degli orologi a scandirlo. Sono delle
dinamiche secolari che ne segnano l'inizio, la vita, e la fine. La giornata
comincia alle cinque e mezza. La mattina, dalle nove a mezzogiorno, è
il momento più intenso: è in quelle ore che può sentirsi l'arriffatore che
grida somme di danaro decrescenti man mano che scorre la mattinata.
Non sono le dieci a Ballarò, ma «nove euro che separano alla fine della
mattina», non sono le undici, ma «sei euro che separano alla fine». Man
mano che i biglietti sono venduti, infatti, la cifra da raggiungere per
procedere al sorteggio diventa sempre minore: è in questa maniera che
si misura il tempo nei mercati. Fino a che non si vendono tutti i
biglietti. Allora la mattina finisce, si procede al sorteggio e poi si va a
pranzo.
Un biglietto di solito costa un un euro ed è composto da un pezzetto
di carta rettangolare con tre numeri, uno sotto l'altro e una scritta –
accanto ai numeri o sul retro – in cui sacro e profano si mischiano. Può
infatti capitare di leggere «viva Maria», ma anche «viva Milan», «viva
Inter», «forza Palermo». Chi compra i biglietti normalmente è la gente
del mercato che per tutto il giorno è su quelle strade e può monitorare i
sorteggi. Molti hanno già “i numeri assegnati”. Anni fa hanno scelto i
propri numeri fortunati e senza bisogno di dirlo ogni giorno quelli sono
“messi da parte” per loro. Quando i biglietti finiscono l'arriffatore
prende una grossa valigia, la apre e svela un mare di cartoncini rossi, gli
stessi da anni, arrotolati come piccole pergamene. Si mette al centro
della piazza principale e il mercato si ferma. Tutti per un secondo
restano zitti con la faccia rivolta alla valigia. Il passante prescelto
prende un cartoncino, l'arriffatore lo srotola e dichiara il numero
vincente. A questo punto comincia l'abbanniata del numero sorteggiato,
che viene gridato fra i vicoli e dentro i negozi: tutti riprendono a
vociare, la gente si affaccia a guardare e qualcuno cerca di individuare
il vincitore. Non conta vincere. L'importante è trascorrere almeno una
mattina oziando ai tavolini di un bar nell'attesa di conoscere il numero
fortunato. Chiacchierando su come si cucinerebbe il pesce in premio,
sorseggiando spremute d'arancia, fermandosi ad assaggiare un po' di
panelle e crocchè, mettendoci un'ora intera per scegliere il tipo di olive
da acquistare e assaggiandone una per ogni differente qualità, un gentile
omaggio del commerciante. Guardando le signore che controllano il
montepremi della riffa come se fossero delle esperte valutatrici di un
tesoro, ascoltando le contrattazioni che provengono dalle bancarelle di
frutta e verdura e i racconti di chi la sera prima era rimasto contento del
pesce acquistato e di chi invece si lamenta «che ieri non me l'avete dato
buono». Assaporare l'arte dell'attesa e la bellezza di sapere che in fondo
non c'è poi nulla d'attendere. Gustare il torpore delle giornate di sole in
cui si recupera la dimensione umana della città e tutto sembra a portata
di mano. L'importante è stare a guardare il panorama del mercato fino a
diventarne parte, godendo della lentezza di cui Palermo a volte sembra
essere maestra. Perdere insomma un'intera mattinata, giusto il tempo di
una riffa.
IL CONSERVATORIO DOVE SI RIPARAVANO
DONNE

Le “Riparate” erano le donne che nel XVII secolo abbandonavano la


“vita disonesta” e si “riconciliavano con la propria coscienza e con
Dio”. C'era sempre una seconda possibilità, anche per le signore che si
erano traviate, perdute.
Il termine con il quale venivano indicate accelera la fantasia e
suggerisce che prima fossero rotte, che qualcosa in loro si fosse
spezzato e che qualcuno riusciva a ripararle. In realtà va letto nel suo
significato di donne “poste al riparo” dai pericoli della vita, riparate
appunto.
C'erano a quei tempi le “Repentite”, ossia le ree pentite della loro vita
dissoluta che sceglievano la vita monastica e si ritiravano a vivere nel
convento annesso alla Chiesa di Santa Maria della Grazia in via Divisi
(di cui oggi resta solo la cripta). E c'erano appunto anche le “Reparate”,
le ree che abbandonavano il vizio ma che non prendevano i voti.
Erano accolte nella Casa e Conservatorio delle Donne riparate, voluta
nel 1624 dal barone di Santa Venera Antonio Colnago. Non a tutte le
donne in difficoltà era aperta la porta del conservatorio: avevano
accesso solamente quelle “violate e non accasate”. Dapprima la sede
era a Palazzo Ajutamicristo. Poi il conservatorio fu trasferito in via
Schiavuzzo e si chiamò Casa delle Donne riparate alla Santissima
Concezione. Di solito, comunque, ci si riferiva a quelle donne come
alle “Riparate dello Scavuzzo”. Racconta il Mongitore che già dal 1590
la nobile famiglia dei Vernagallo aveva fatto costruire una chiesa
dedicata alla Madonna della Grazia. Successivamente il barone di Santa
Venera vi aveva edificato accanto il monastero, ceduto prima ai
carmelitani e poi alla Casa delle Riparate. Furono le nuove ospiti che lo
abbellirono, lo ingrandirono e ne decorarono le pareti. Nel 1866 – con
la soppressione degli ordini religiosi – l'edificio divenne una scuola e
poi sede dell'Istituto d'Arte. Durante la seconda guerra mondiale vi si
fece uno dei tanti rifugi antiaerei e dal 2009 è diventato residenza
universitaria. L'antica chiesa è adesso inglobata nella residenza e ha
quel fascino decadente che appartiene solo a certi monumenti
palermitani. Il chiostro invece è mantenuto nel suo fasto originario.
In quello stesso cortile successe un giorno del XVIII secolo una
piccola rivoluzione. Il motivo scatenante era legato al fatto che le donne
ospiti del conservatorio avevano preso a vivere come suore di clausura
anche se non lo erano. Provarono più volte a ottenere la clausura, come
dimostra una richiesta fatta alle autorità nel 1751, ma fu sempre loro
negata. Lo scopo della Casa delle Riparate era quello di dare un tetto e
una norma morale alle donne traviate ma non di farle diventare suore.
Le Riparate però vivevano comunque seguendo le rigide regole che si
erano date e, quando un nobile palermitano decise di visitare una
parente che si trovava da loro, tenacemente gli negarono il permesso di
entrare. Lui usò tutte le sue influenze per accedere al conservatorio e
infine si presentò con soldati e falegnami per forzare l'ingresso che le
donne avevano sbarrato. Le Riparate si barricarono dentro e
cominciarono a tirare qualunque cosa per mandare via lo sgradito
ospite, che però riuscì ugualmente a entrare. Alla fine, alle ospiti del
conservatorio fu riconosciuto lo stato monastico, tuttavia all'interno del
convento non vennero accolte più le donne “da riparare” ma solo
“vergini oneste” da preservare ed educare alla vita spirituale.
IL POETA CHE UNÌ PALERMO E PRAGA

Certi nomi dati alle vie sono come tatuaggi, fatti per ricordare. I nomi
scolpiti sui muri delle strade sono “segni” con cui la città ricorda che il
suo corpo e la sua anima sono così anche grazie all'incontro con colui a
cui la via è dedicata.
È il caso del poeta palermitano Angelo Maria Ripellino. Una via
intitolata a un poeta non è cosa da poco, perché questi artisti finiscono
spesso per essere dimenticati.
Oltre che poeta, Ripellino fu anche uno dei più grandi slavisti del
Novecento, il primo a portare in Italia le poesie di Pasternak, nonché
uno dei migliori traduttori di Majakovskij.
Nato a Palermo nel 1923 e morto a Roma nel 1978, pur lasciando la
città molto presto, rimase sempre legato all'era in cui viaggiava in
Sicilia «con una modesta famiglia nel caldo di una casetta domenicale»,
un'epoca di cui ricorda «i dolci comprati alla ruota del monastero, i
presepi con arance e lumie, l'acqua d'inverno che splende sui limoni».
L'unione tra la sua identità e i suoi studi lo condurrà a dire: «Ho
sempre vagheggiato di trovare un punto d'incontro fra la lezione dei
moderni lirici slavi, tedeschi, francesi, di cui mi sono imbevuto, e i
congegni, le “meraviglie” del nostro Barocco. Per me una lunga fune si
tende dalla Martorana alla cupola del San Nicola di Praga». Palermo
allora, grazie allo sguardo del poeta, diventa una città al confine con
Praga; la Chiesa della Martorana si ritrova legata alla cupola di San
Nicola da una corda inconsistente fatta di violini, cianfrusaglie,
maschere, alfabeti: il contenuto dell'armadio onirico di Ripellino.
Grazie al poeta, lo spazio che separa Palermo dal mondo cessa di
essere “distanza” e diventa “itinerario nel meraviglioso”, Palermo e
Praga medesima casa.
Così Ripellino percorre la fune tenendo per mano il fantasma della
poesia, che trova in Russia lungo la prospettiva Nevskij e poi in un
numero da circo, a Praga in una bettola di Malá Strana e poi a Palermo
tra «i pupi di zucchero sul canterano, i presepi di pasta reale in stagnole
lucenti, la madia coi limoni ammuffiti, le conchiglie sul comodino, i
sonagli del mare, la giara dell'olio, i pizzi, nastrini e merletti». Sotto di
lui scorrono i suoi personaggi: una moltitudine di maschere, fantasmi,
alchimisti, venditori di barometri, suonatori di violino e poeti russi,
boemi, tedeschi. Ripellino era un uomo che rivendicava «i diritti del
sogno e dell'inventiva», che sapeva «svolazzare senza ragione,
ubriacarsi di giallo, ciarlare come le gazze, ridere stupidamente», per
lui il percorso e l'arrivo erano la stessa cosa perché sapeva che «non
esistono cose lontane, tutto è racchiuso nei globi degli occhi».
COSTANZA E LA NASCITA DI UN RE

«Dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna», si dice.


Dietro il successo dell'uomo più famoso e potente della storia siciliana,
Federico II, lo Stupor Mundi, l'imperatore colto e illuminato che regnò
dal 1198 al 1250, ci sono le azioni e le scelte lungimiranti di una grande
donna, sua madre Costanza d'Altavilla.
Tutta l'esistenza della sovrana normanna è caratterizzata da eventi
eccezionali.
Fuori dall'ordinario per quei tempi è innanzitutto l'età che ha quando
va in sposa a Enrico VI: ha trentadue anni e il marito ne ha dieci meno
di lei. Studiosi e scrittori si sono interrogati per secoli circa il motivo
per cui – pur essendo una donna bellissima e della illustre stirpe degli
Altavilla – si sposò così tardi. Da qui nasce la convinzione che,
quand'era molto giovane, Costanza avesse scelto la vita monastica e che
si fosse ritirata in clausura presso un monastero di Palermo.
Non vi sono fonti storiche certe che lo confermano e pare si tratti
solamente di una leggenda. Dante Alighieri nel III canto del Paradiso
racconta di una Costanza che fu suora («sorella») e che, una volta
costretta a tornare alla vita pubblica (le fu strappato il velo monacale, le
«sacre bende») e ricondotta al mondo contro la sua volontà, non
abbandonò mai nel suo cuore la religione: «Sorella fu, e così le fu tolta /
di capo l'ombra de le sacre bende. / Ma poi che pur al mondo fu rivolta
/ contra suo grado e contra buona usanza, / non fu dal vel del cor già
mai disciolta».
È invece sicuro che il 27 gennaio 1186 Costanza sposò Enrico VI,
figlio di Federico Barbarossa. Il matrimonio – che serviva a unire gli
Svevi e gli Altavilla, rafforzando il potere di entrambe le famiglie – fu
celebrato a Milano. Si dice che la normanna, nonostante il freddo
penetrante a cui non era abituata, volle fermarsi a salutare i milanesi
che in strada erano accorsi per assistere alle nozze. Atteggiamenti del
genere erano espressione di un carattere amabile e gentile, in virtù del
quale fu sempre amata dai suoi sudditi, al contrario del marito, rude e
crudele.
Il matrimonio la allontanò dalla Sicilia e la costrinse a vivere in
Germania.
Il primo e lungimirante atto d'amore nei confronti del figlio la
sovrana lo fece a Jesi, prima ancora che Federico nascesse o meglio, il
giorno stesso in cui lo mise al mondo. Dopo il matrimonio si attendeva
impazienti la nascita di un erede. Passavano gli anni ma un figlio non
voleva proprio arrivare. Quando Costanza aveva ormai quarant'anni
nessuno pensava più a una gravidanza: sarebbe stato impossibile. Solo
lei continuava a sperare e a pregare. Quando ebbe i primi sentori, i
medici pensarono a strane malattie e cominciarono a curarla con erbe e
unguenti. Fu lei, grazie ai consigli, pare, di una donna del popolo, a
capire di essere incinta. I sospetti e le maldicenze crebbero: si diceva
che fosse tutta una montatura, che la sovrana non poteva essere incinta
e che stava architettando una messinscena con un bambino non suo.
Costanza allora prese una decisione: nonostante la difficoltà che
comportava portare avanti una gravidanza alla sua età, partì dalla
Germania per raggiungere il marito che si trovava a Palermo per essere
incoronato re di Sicilia. Doveva dargliene prova: era veramente incinta
e presto avrebbe partorito il suo erede. Il viaggio fu lungo e difficile.
Arrivata a Jesi la sovrana fu colta dalle doglie. I medici che
l'assistevano subito pensarono di portarla in un luogo comodo,
appartato e confortevole. Ma la sovrana diede disposizioni diverse: che
si facesse allestire una grande tenda nella piazza principale del paese a
cui tutti avessero libero accesso e dove lei potesse partorire sotto gli
occhi dell'intera cittadinanza riunita. Il 26 dicembre 1194, aiutata e
assistita dalle donne di Jesi, partorì Costantino: così la regina chiamò
suo figlio, prima che il bambino venisse battezzato con il nome
Federico Ruggero in omaggio ai due nonni illustri. Aveva in quel modo
garantito che si trattava di un erede legittimo: un paese intero poteva
testimoniare quel parto.
Si dice che Costanza e il bambino vivessero in simbiosi e che già a
tre anni, colui che sarebbe diventato imperatore del Sacro Romano
Impero, sapesse leggere e scrivere.
Morto Enrico, il 18 maggio 1198 la regina riuscì a far incoronare
Federico re di Sicilia, a soli quattro anni. Finalmente la madre aveva
realizzato le migliori prospettive per il proprio figlio. Quando morì, il
27 novembre dello stesso anno, era serena: aveva affidato Federico alla
protezione del papa, disponendo una cospicua rendita per la sua
educazione. In questo modo il bambino sarebbe cresciuto forte e al
sicuro, un ultimo gesto di intelligente amore.
Sia Costanza che Federico sono seppelliti nella Cattedrale di
Palermo. Le loro tombe vengono visitate non solo dai turisti ma anche
da tutti quei palermitani che da sempre amano il re che più di tutti ha
dato lustro alla città e la sua nobile madre.
BORGO VECCHIO: IL QUARTIERE CHE INCONTRA
IL MARE SOLO PER UN GIORNO

Il Borgo Vecchio è un quartiere che è nato dal mare e poi con il mare
ha litigato. Un quartiere condannato a essere tutto e il contrario di tutto.
Sta nel cuore della città, a due passi dalle vie più ricche, eppure
sembra lontanissimo, chiuso in se stesso, con le sue regole e i suoi
codici. È stato teatro dei più efferati crimini ma la sua scenografia è
dominata dal carcere cittadino, che si trova lì a pochi passi. È un
quartiere scuro, misterioso ma eternamente illuminato dalle lampadine
sistemate sotto i tendoni delle bancarelle del mercato. Sorge sul mare
eppure il mare è incapace di guardarlo.
Il Borgo Santa Lucia, l'attuale Borgo Vecchio, era originariamente un
insieme di case di pescatori che nella prima metà del XVI secolo si
erano sviluppate tutte vicino al mare. Quando nella seconda metà del
XVI secolo fu costruito il nuovo porto, il borgo divenne quartiere di
mercanti e di artigiani e la base per il commercio del vino, del carbone
e del grano. Oggi è soprattutto mercato. Un mercato con orari tutti suoi:
la mattina, al contrario degli altri, resta assopito, carbura lentamente
fino alla sera quando raggiunge il suo culmine. Chi è in ritardo con la
spesa sa che qui può trovare sempre qualcosa aperto. Il porto cittadino è
a due passi e la fragranza del rione ne è impastata. Ogni quartiere ha un
sapore diverso, un odore che non può essere di nessun altro luogo al
mondo. Il Borgo Vecchio odora di salsedine e di polvere, del sugo
incessantemente cucinato dalle casalinghe e di bucato appena steso, di
frutta fresca esposta dentro le classiche cassette e del pesce grigliato per
strada. E poi ha un'alchimia, un ingrediente segreto che riesce a far
“odorare” la luce che in ogni quartiere entra in maniera differente, il
vento che arriva dal mare così vicino eppure invisibile, la musica
napoletana che scandisce anche gli attimi di silenzio delle prime ore del
pomeriggio.
Il mare, dunque, al Borgo è solo profumo. Si imboccano le traversine
che dovrebbero sbucare al porto e ci si aspetta che siano tutte scandite
da un orizzonte d'acqua e invece non è così: ora un palazzo, ora un
recinto, ora un muro. Si imbocca dalla via Ximenes vicolo Scalici,
vicolo Aulici, vicolo Anime Sante, stradine strette e indolenti, fatte di
pomeriggi passati in strada a conversare su sedie e poltrone sistemate
fuori. Strade invisibili per il resto del mondo, che esistono solamente
per chi ci abita. Ma il mare non fa parte del loro panorama. Si intravede
solo da via conte Ruggero una costruzione alta del porto.
Sembra che l'acqua sia stata cancellata di proposito, come se un
incantesimo avesse rotto il legame tra il quartiere e il suo orizzonte
naturale. E come tutti gli incantesimi anche questo concede un varco,
un giorno in cui le cose tornano al loro posto. Succede la domenica
successiva al 26 luglio in una folcloristica processione organizzata dalla
confraternita di Sant'Anna al Borgo, fondata nel 1555 da pescatori e
mastri bottai. Intorno alle cinque del pomeriggio dalla cappella della
Congregazione di Sant'Anna (in via Collegio di Maria al Borgo) esce la
statua di Sant'Anna con Maria bambina. Viene portata lungo una
processione che armonizza per un istante tutti i contrasti del quartiere.
Passa per le strade del rione, sotto tutti i balconi degli ammalati, fa quei
due passi in più che la portano nel centro ricco della città, e poi si infila
di nuovo nei vicoli. Passa per il carcere Ucciardone e dedica una
preghiera ai carcerati, e infine arriva al porto. Allora succede che il
mare e il Borgo finalmente si incontrano, per un giorno solo. Le navi
cominciano a suonare per accogliere la processione, il parroco e alcuni
confratelli salgono su una barca per gettare una corona di fiori in mare
in memoria dei marinai dispersi. La processione è scandita dalle luci
variopinte delle ricchissime luminarie e dalle grida in dialetto, che
restano sui manifesti appesi ai muri anche molto tempo dopo: “Tutti a
chiamanu / chiamamula tutti / Viva a Bedda Matri Sant'Anna”, e
termina con i giochi di fuoco a mezzanotte in piazza della Pace.
Così, per un giorno, solo il quartiere fa pace con il mare. O forse non
ha mai litigato, semplicemente ne conserva l'incanto, per viverlo un
solo giorno all'anno, il giorno più bello. Come in una storia d'amore
romantica: un giorno soltanto su 365, un solo incontro perfetto, da
attendere per tutto l'anno successivo.
RACCOGLIENDO NEVE

Racconta il marchese di Villabianca di una grande festa tenuta a


palazzo Butera il 13 maggio 1799. Il ricevimento era cominciato di sera
ed era finito l'indomani mattina a mezzogiorno con una ricchissima
colazione. I sorbetti e i liquori erano serviti continuamente e così –
annota il marchese – ci vollero quaranta carichi di neve per i gelati e le
bevande arrifriscate.
Era ancora un'epoca in cui per rinfrescare le bevande serviva la neve.
Già dal XVI secolo si era diffusa l'usanza di sorseggiare bevande
arrifriscate. Soprattutto durante i mesi estivi, bere le bibite fresche era il
massimo del lusso. E per rinfrescarle esistevano sui monti di Palermo le
neviere, delle conche artificiali che venivano scavate al fine di
raccogliere tutta la neve caduta durante l'inverno e rivenderla in estate.
Un procedimento che durava tutto l'anno, per ogni stagione c'era una
fase diversa da eseguire. In ottobre si pulivano le insenature, nei mesi di
febbraio e marzo si procedeva alla misurazione. Per tutto l'inverno, non
appena sui monti vi erano delle nevicate, gli operai provvedevano a
raccogliere e incanalare la neve, premendola e compattandola più che
potevano dentro le insenature. Poi la coprivano con della paglia o con
uno spesso strato di cenere.
Accanto alle insenature venivano costruite delle “case neviere” per
permettere agli operai di riposare e per conservare lì gli strumenti di
lavoro. Quando c'era troppo caldo, poi, si lavorava di notte; anche per
questo le case neviere si rivelavano indispensabili.
D'estate i blocchi di neve erano portati in città per essere venduti
presso le botteghe dei nivaioli oppure li si portava direttamente nei
palazzi dei nobili per fornire loro quello che era un elemento
indispensabile per i ricevimenti, un lusso che spesso erano solo gli
aristocratici a potersi permettere. Per tutto il Settecento, la festa perfetta
aveva gelati e sorbetti a fine cena e non si badava a spese per avere
sempre i cibi e le bevande fresche. Quando già nel XIX secolo sorsero
le prime fabbriche di ghiaccio, la natura smise di essere protagonista e i
nivaioli smisero di lavorare. Oggi a ricordare l'antica usanza possono
ancora trovarsi sui monti palermitani tracce delle insenature e le rovine
di vecchie case neviere. Oppure è possibile percorrere vicolo della
Neve all'Alloro, che si chiama così proprio perché anticamente vi era
una bottega di nivaioli.
RENATO GUTTUSO: CONSIGLI A UN GIOVANE
REGISTA

Doveva essere molto emozionato il giovane aspirante regista: di lì a


poco avrebbe conosciuto il grande pittore Renato Guttuso. Entrambi
erano nati a Bagheria e Guttuso non rifiutava mai le visite dei suoi
compaesani.
Il pittore aveva elaborato con il tempo l'amore per la sua terra, un
amore ogni giorno più saldo. Nei primi anni del 1930 aveva lasciato la
Sicilia, diretto verso Milano e Roma. Ma l'isola era sempre nel suo
cuore. «Prima quando venivo in Sicilia mi assaliva la smania di
andarmene; ora mi viene la tentazione di restarci», diceva. Una
nostalgia che lo porterà a ritornare sempre più spesso e a comprare una
casa a Palermo, in via Ruggero Settimo, al piano nobile di palazzo
Galati. Fu lì che un giorno arrivò il ragazzo di Bagheria. Voleva fare il
regista ma le difficoltà – soprattutto se si è nati in un piccolo paese
siciliano – erano tante. Si chiamava Peppuccio e si era portato dietro
tutta l'attrezzatura per proiettare un documentario che voleva mostrare
al maestro, per averne un parere. Era un documentario sui carretti
siciliani. Il pittore se ne interessò subito anche perché era proprio
attraverso l'arte della decorazione dei carretti che si era formato: a
dodici anni, a Bagheria, nella bottega di Emilio Murolo. Bottega che
anni dopo definirà «una miniera di colori, segni e figure».
Inoltre anche Guttuso aveva vissuto quel periodo di incertezza in cui
si decide di scommettere su di sé, sulla propria grande passione,
nonostante non si abbiano indicazioni che dicano se si è sulla strada
giusta. Probabilmente dunque sapeva come doveva sentirsi il giovane
compaesano. Era quello che lui aveva provato anni prima, quando la
madre insisteva perché facesse l'avvocato. Studente al Liceo classico
Umberto di Palermo e poi alla facoltà di Giurisprudenza, Guttuso
continuava a maturare il suo amore per l'arte e teneva dei quaderni –
recentemente ritrovati grazie all'amica Flora Buttitta che li ha
conservati con cura – fitti d'appunti e di sogni sulla pittura.
Così, quando si presentò quel ragazzo alle prime armi ma con un
grande talento, Guttuso deve aver pensato a se stesso. Guardò il
documentario con grande interesse complimentandosi con Peppuccio.
Quando la proiezione finì si girò verso il giovane bagherese e gli
disse che era bravo e che doveva continuare nel suo lavoro, anzi, che
non doveva demordere. Il ragazzo fece tesoro del consiglio e uno tra i
suoi primi lavori per la RAI lo fece proprio su di lui: un documentario
dal titolo Diario di Guttuso. Quel ragazzo era Giuseppe Tornatore e
dopo qualche anno avrebbe vinto l'Oscar come miglior film straniero
con Nuovo cinema Paradiso.
NICK CAVE E ANITA LANE SI NASCONDONO A
PALERMO

Olandesi, australiani, tedeschi, francesi: passano da Palermo e se ne


innamorano. E come un amore folle, lasciano tutto per lei, per
inseguirla. Molti sono artisti. E, soprattutto su quelli più eccentrici o più
famosi, le chiacchiere si moltiplicano. Non ha importanza che le cose
siano esattamente corrispondenti alla verità, basta però che vi sia un
fondo di realtà da abbellire. Il musicista australiano Nick Cave tra gli
anni Ottanta e Novanta visse per qualche tempo a Palermo insieme alla
cantautrice Anita Lane. Si era innamorato di Anita a prima vista, nel
1976, e da allora non poteva fare a meno di lei. La loro fu una delle più
belle e travagliate storie d'amore del rock. Grandi litigi e meravigliose
riappacificazioni, un'unione non solo sentimentale ma anche artistica.
Con Anita, raffinata musicista anche lei di origini australiane, Cave
ha scritto diverse canzoni e realizzato duetti sensazionali. La Lane ha
influenzato moltissimo la produzione artistica di Nick Cave. Per farsi
un'idea del fascino scuro che emanava la coppia si possono ascoltare
pezzi come I love you… nor do I, la versione dark che i due fecero di Je
t'aime, moi non plus. O ascoltare From her to eternity e leggerne il
testo, che Anita Lane e Nick Cave scrissero insieme e che dà il nome a
tutto il memorabile album del gruppo Nick Cave and the Bad Seeds,
pubblicato nel 1984.
Era Anita che si era innamorata di Palermo, Cave l'aveva seguita.
Vivevano in piazza Garraffello, luogo da sempre prescelto dagli artisti e
insieme piazza fortemente popolare, con i bambini che giocano in
strada e i palazzi diroccati: i due non potevano passare inosservati.
Li si incontrava passeggiare per il quartiere o sorseggiare vino nelle
taverne della piazza, uno accanto all'altra, lui spesso con un completo di
giacca e pantalone giallo canarino e i capelli corvini unti e tirati, lei con
gli occhi grandi, i capelli lunghi sulle spalle.
Cave veniva a Palermo per visitare Anita, appariva e scompariva. Si
racconta che il famoso musicista australiano improvvisasse concerti
memorabili nei pub del centro storico, senza pubblicizzarli e stando
attento che non apparisse il suo nome: lo faceva semplicemente per il
gusto di suonare, sperando di non essere riconosciuto. Lo si vedeva
passeggiare immerso nei suoi pensieri e molti palermitani sostengono
che alcuni tra i suoi pezzi di quel periodo siano stati composti in città.
Anche quando i due non stavano più insieme si incontravano a
Palermo. La Lane aveva preso una casa in via Bandiera e Cave tornava
comunque sempre da lei. Depositari di molti aneddoti sono gli storici
negozianti della strada, tutta un sovrapporsi di bancarelle che vendono
abiti, biancheria e accessori. Da quell'appartamento passò parte della
più interessante scena musicale internazionale. I Bad Seeds vi
soggiornarono molte volte. Raccontano i vicini di feste e musica sul
terrazzino dell'appartamento che dava sul cortile comune. Il chitarrista
del gruppo Hugo Race si fermò per un po' a vivere in città. Poi la festa
finì. Ognuno scelse strade e Paesi diversi.
Eppure le loro tracce non si sono perse. Anita Lane acquistò la casa
in via Bandiera, un appartamento grandissimo con i pavimenti di
maioliche e i tetti affrescati. Oggi affitta la casa a giovani – artisti
soprattutto – che continuano a mantenerne intatto il fascino decadente,
a organizzare feste e a passarsi le stanze in uno scambio incessante.
Alle pareti, mensole piene di libri e quadri lasciati dagli inquilini che si
sono avvicendati, insieme a dipinti fatti direttamente sul muro dalla
stessa Lane.
Nick Cave invece ha lasciato un suo sosia. Lo sanno tutti nel
quartiere: stessi capelli neri, stessa altezza, stesso sguardo cupo. Lo si
vede passeggiare per piazza Garraffello e ogni tanto sedersi a bere
proprio nella taverna dove Lane e Cave sedevano a guardare la città e
immaginare canzoni.
CORTESIE PER GLI OSPITI A PALAZZO COMITINI

Michele Gravina y Cruillas principe di Comitini apparteneva a una


delle famiglie più antiche e nobili della Sicilia e il suo nuovo palazzo
doveva rappresentare esattamente la sua nobiltà e la sua ricchezza. Per
questo tra il 1768 e il 1771 decise di inglobare i preesistenti palazzi
Gravina di Palagonia e Roccafiorita Bonanno in un solo edificio.
L'ingresso sulla stretta via del Bosco fu sostituito da quello su via
Maqueda, la strada seicentesca dove sorgevano i più bei palazzi delle
famiglie aristocratiche. Dai balconi che davano sulla strada si
affacciavano ogni giorno le nobili signore che ammiravano così la
passeggiata, chiacchieravano fra di loro e godevano del clima
palermitano. Affacciarsi dai balconi di quel palazzo era doppiamente
piacevole perché, come ogni dimora che si rispetti, anche Palazzo
Comitini aveva le sue “cortesie per gli ospiti”.
Basta fare un giro per l'ampio edificio, oggi sede della Provincia
regionale di Palermo, per notare che il palazzo conserva particolari
cortesie per uomini e altre per donne.
Ai lati dell'ingresso che dal loggiato immetteva al piano nobile, due
volti di pietra con le bocche spalancate consentivano ai servitori di
spegnere dentro quelle fauci le torce accese. Come in molti palazzi, la
prima sala era quella delle Armi, che esaltava la grandiosità della
famiglia. Qui gli uomini si liberavano delle armi, alleggerendosi così
del loro peso per poter finalmente godere del susseguirsi dei saloni. In
realtà la cortesia dovevano farla gli ospiti. Era questa una regola
fondamentale di molte dimore: mai entrare armati. Contravvenirne
sarebbe stato un grandissimo affronto.
La cortesia per le donne è raccontata dalla differente forma delle
ringhiere di alcuni balconi. Erano quelli da dove potevano affacciarsi le
signore. Alle ospiti di sesso femminile erano dedicati i balconi con le
ringhiere in ferro che per la forma arrotondata sono denominati “a petto
d'oca”. Inferriate di questo tipo possono vedersi sulle facciate di
moltissimi palazzi nobili e a Palazzo Comitini stanno al primo e al
secondo piano della facciata tardo barocca. Il motivo di tale forma è
strettamente legato alla moda dell'epoca: erano gli anni in cui gli abiti
esaltavano tutta la sensualità e la leziosità delle donne, gli anni dei nei
finti e delle scollature ampie. La moda prevedeva bustini strettissimi e
gonne a campana che, per mantenere la loro ampiezza, nascondevano
sottogonne con stecche di balena in verticale e orizzontale. In questa
maniera le gonne erano magnifiche allo sguardo, ma difficilissime da
portare. Sedersi su una normale sedia era impossibile, ci voleva un
intero divano. Così come fastidioso era sporgersi da un normale
balcone. La forma arrotondata a petto d'oca, invece, conteneva
perfettamente gli abiti delle signore, che potevano così stare affacciate
senza fastidi. Il prospetto del palazzo si adornava di tutti quegli abiti
colorati tra il ferro delle ringhiere. Anche i palazzi costruiti anni dopo –
quando la moda aveva alleggerito un po' il peso e la mole di gonne e
vestiti e dunque non v'era più bisogno di ringhiere dalla “forma
arrotondata” – hanno stranamente mantenuto questa caratteristica.
Colpa di un'altra forma di vanità: la borghesia, che grazie alle nuove e
ingenti capacità economiche poteva permettersi sfarzosi palazzi, optava
spesso per quell'elemento decorativo, non più per utilità quanto per
avere nelle proprie dimore lo stesso fascino e lo stesso gusto di quelle
dei nobili. Oggi, se si guardano questi balconi in determinati momenti
della giornata, paiono tutti circondati da un merletto: l'ombra infatti
“ruba” i disegni della ringhiera e li proietta sulla facciata in un gioco
visivo che dura un po' e poi scompare.
UN FALSO LETTERARIO CAPACE DI MODIFICARE
LA STORIA

Tutto inizia con una tempesta. È il 1782 e l'imbarcazione


dell'ambasciatore del Marocco, a causa delle condizioni del mare, è
costretta a far sosta a Palermo. L'importante diplomatico non parla
italiano e il viceré Caracciolo ordina di cercargli un interprete. Non è
impresa facile perché i riflessi della dominazione araba sono del tutto
dimenticati e nessuno conosce più quella lingua. Viene scelto un frate
maltese, povero e all'apparenza poco colto, di nome Giuseppe Vella.
Entra così in scena il protagonista di una pagina di storia che ha ispirato
Leonardo Sciascia nella scrittura del suo romanzo storico Il Consiglio
d'Egitto, una pagina di storia talmente eccezionale da indurci a ripetere
ancora una volta che la realtà supera spesso la fantasia.
Nell'animo del frate, conosciuto da tutti come una persona umile e
timida, qualcosa all'improvviso cambia. Non vuole più rinunciare alle
feste nei lussuosi palazzi nobiliari e alle conoscenze illustri che
frequenta al seguito dell'ambasciatore. Decide che deve assolutamente
farne parte, anzi diventarne il fulcro, l'ospite d'onore. Per realizzare la
sua impresa si avvale di un complice silenzioso. Un codice conservato
presso il monastero di San Martino scritto in una lingua, l'arabo, che
nessuno più conosce. Vella ha l'intuizione di dargli il significato che più
gli fa comodo e trasforma il testo sulla vita di Maometto in un inedito
registro della cancelleria araba in Sicilia. Ne viene fuori il Codice
diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi, che costituisce il
fondamento dell'autonomia del diritto pubblico siciliano dalla
monarchia. Gli aristocratici e i loro feudi ne traggono enorme vantaggio
e tanto basta per far entrare a pieno titolo Vella nei loro salotti.
È la prima tappa del castello di falsità noto come “l'arabica
impostura” o “minsogna saracina”, una truffa capace di trasformare la
menzogna in verità e subito dopo ribaltarla di nuovo in menzogna.
In poco tempo Giuseppe Vella diventa il più richiesto e corteggiato
ospite della nobiltà palermitana, inserito in tutti i circoli culturali. Il suo
prestigio è altissimo, i nobili lo adorano per gli effetti che le sue
traduzioni hanno sul casato delle loro famiglie. Ma c'è un personaggio
che ne fiuta subito la falsità e fa di tutto per screditarne il lavoro: il
canonico Rosario Gregorio, storiografo regio.
Travolto dalla brama di potere e di prestigio, Vella inventa un
secondo codice, il Consiglio d'Egitto. Lo inventa dal nulla, perché
questa volta non esiste neanche un libro da tradurre: lo confeziona lui,
invecchiando la carta, inventando una lingua – una sorta di dialetto
arabo – copiando immagini e simboli. Si tratta di un carteggio tra i
nobili normanni e i sultani d'Egitto che forniscono uno spaccato sulla
dominazione normanna in Sicilia e ribaltano il primo codice, mettendo
questa volta in serio rischio l'autonomia e il fondamento dei diritti
feudali dell'aristocrazia. Dopo aver reso pubblico questo codice, diventa
abate, temuto e rispettato da tutti; ma con la fama aumentano anche i
sospetti. Rosario Gregorio comincia a essere ascoltato. All'inizio l'abate
Vella tiene testa alla schiera di scettici, ma quando non riesce più a
difendersi e capisce di essere stato scoperto, confessa la falsità dei
codici. Viene condannato a quindici anni di prigione, poi commutati in
arresti domiciliari. Rosario Gregorio esulta.
In realtà molti studiosi sono convinti che un uomo da solo non
sarebbe mai potuto riuscire in un simile inganno: secondo costoro,
dietro l'abate c'erano personaggi illustri che lo proteggevano e che ne
pilotavano le azioni. Vella era diventato un uomo di paglia della Corona
contro il baronato.
Il racconto comunque non finisce qui: entrando nella Chiesa di San
Matteo, in corso Vittorio Emanuele, si scopre che sulla prima cappella a
sinistra c'è un mezzobusto che raffigura Rosario Gregorio. Sotto, una
targa marmorea indica che lì il canonico è sepolto. Nella stessa cappella
proprio di fronte, c'è un'altra targa commemorativa: quella dell'abate
Vella. Inspiegabilmente i due nemici si trovano uno di fronte all'altro.
L'UOMO CHE PORTÒ PALERMO IN ARGENTINA

C'è una Palermo fuori da Palermo, che parla spagnolo e appartiene al


Nuovo Mondo, ma che è intimamente legata all'omonima città siciliana
non da uno ma da tanti fili sottili che si intrecciano e si aggrovigliano
come le storie che si legano all'origine di quel nome. Un quartiere, un
barrio, di Buenos Aires. Qualche anno fa era povero e malfamato, oggi
è abitato da artisti e intellettuali ed è ricco di caffè, musei, teatri; ha un
orto botanico, uno zoo e un monumento dedicato a Giuseppe Garibaldi
che racconta come lì vivessero moltissimi italiani, soprattutto siciliani e
calabresi. Nel barrio Palermo viveva Jorge Luis Borges, che amava
moltissimo il suo quartiere e che nella sua poesia dedicata a Buenos
Aires (che della città tra l'altro porta il nome) scrisse: «Eri nella
mitologia di Palermo, / nella mitologia di un suo passato / di carte e di
pugnale, eri nel bronzo / dorato degli inutili battenti / con l'anello e la
mano».
Si potrebbe pensare che il nome derivi proprio dai tanti emigranti
palermitani che lì hanno fatto fortuna, ma in realtà l'origine è molto più
antica. Per molti studiosi argentini il quartiere si chiama così per via
della statua di san Benito de Palermo, un santo di origini siciliane a cui
gli argentini sono legatissimi. San Benedetto il Moro è conosciuto
anche come il santo scavuzzu perché era nato da una famiglia di schiavi
africani a San Fratello e aveva vissuto come frate francescano a
Palermo nel Convento di Santa Maria di Gesù. Il culto fu “esportato”
nel Nuovo Mondo dagli spagnoli che lo consideravano esempio di
mitezza, un uomo che aveva sposato la fede cattolica abbandonando la
propria, tanto da farsi frate.
Ma non da lui – pur costituendo un ulteriore legame tra Palermo e
Buenos Aires – deriva il nome del celebre quartiere porteño. Dice
Borges nella sua raccolta dal titolo Evaristo Carriego che esso si lega
invece alla storia di un palermitano: «Dominguez (Domenico), siciliano
di Palermo in Italia, il quale aggiunse il nome della sua patria al suo,
forse per conservare un soprannome che non fosse spagnolizzabile».
Un viaggiatore, emigrante ante litteram che riuscì a far fortuna in
Sudamerica, la cui storia vera si intreccia con la leggenda. Juan
Dominguez Palermo giunse in Argentina intorno al 1582, lasciando la
sua Palermo a quei tempi dominata dagli Aragonesi. Quando arrivò a
Buenos Aires non aveva più di una ventina d'anni e doveva essere
molto affascinante visto che poco dopo conobbe Isabel Gómez de
Saravia, la figlia del conquistatore Miguel Gómez e la sposò. Fu un
matrimonio vantaggiosissimo, non solo per Dominguez ma anche per
Isabel. Lei era molto ricca e aveva tante proprietà, ma fu Dominguez
che le fece fruttare e le moltiplicò. Non si lasciò cullare dall'agio e in
poco tempo rese la ricchezza della moglie un vero tesoro. Bonificò i
terreni paludosi di Isabel e li trasformò in ricchi campi coltivati a vigne
e frutteti. Inoltre impiantò un grosso allevamento di bestiame con cui
forniva carne a gran parte della città. Col tempo acquistò altri fondi
vicini allargando ancora di più le sue proprietà. Quando morì, il 15
luglio 1635, le sue terre furono chiamate de Palermo. Nacque così il
nome del barrio. Borges strinse ancor di più il legame con quel nome
quando fu invitato nel capoluogo siciliano dalla casa editrice Novecento
per ricevere il premio Rosa d'oro. In quell'occasione lo scrittore
raccontò di come amasse il barrio natale. Il premio conferito a Borges
oggi è esposto presso la fondazione a lui dedicata a Buenos Aires, in
perenne ricordo del profondo legame tra le due città.
PORTA FELICE E PORTA NUOVA: L'AMICIZIA DI
DUE DONNE RIVALI

Porta Felice, a una delle estremità di corso Vittorio Emanuele, prende


il nome da donna Felice Orsini, moglie del viceré Marcantonio
Colonna. La sua realizzazione fu lunga e piena di ostacoli: iniziò nel
1582 e terminò solamente nel 1637. D'istinto viene da pensare che il
nome sia la sintesi di una meravigliosa storia d'amore tra Colonna e sua
moglie, un omaggio che il viceré aveva voluto fare alla sua consorte per
eternare i suoi sentimenti. In realtà Colonna non era uomo romantico,
ma più che altro capace di passioni e gesti estremi. Come successe
quando a una festa incontrò la ventenne Eufrosina Valdaura Siracusa e
se ne innamorò follemente. Eufrosina era bellissima e aveva anche
ricevuto un'ottima educazione. Era andata in sposa a soli sedici anni al
barone di Miserendino, Calcerano Corbera. Non si trattava di un
matrimonio d'amore e la baronessa aveva ceduto senza difficoltà alle
lusinghe del viceré, che aveva il doppio della sua età, e ne era diventata
l'amante.
Felice Orsini sorprese Eufrosina insieme a suo marito. La viceregina
aveva bussato alla porta di Colonna perché voleva trascorrere la notte
con lui. Eufrosina era stata costretta a rifugiarsi mezza nuda sul
balcone. Ma non c'era stata per molto. Felice, accortasi delle scarpe che
la giovane aveva dimenticato ai piedi del letto, prima si era presa gioco
del marito, chiedendogli se le avesse comprate per lei, e quando lui
titubante le aveva risposto di sì, lei gli aveva dato del pazzo,
rimproverandolo perché aveva osato lasciare una giovane fanciulla al
freddo e al gelo sul balcone. L'aveva fatta entrare e, scusandosi, le
aveva detto che quella notte il marito avrebbe dormito con lei. Fatta
preparare una carrozza, l'aveva rimandata a casa.
Non fu quella l'unica occasione in cui Colonna si fece sorprendere.
Molte volte fu visto andar di notte a trovare l'amante. Così la notizia
passò di bocca in bocca e arrivò al nobile Corbera, che andò su tutte le
furie. Ma ancor più di lui si infuriò suo padre, il suocero di Eufrosina,
Antonio Corbera. Il viceré corse ai ripari. Riuscì a fare arrestare il
suocero dell'amante per via di alcuni debiti che aveva contratto.
Rinchiuso in carcere, costui morì dopo pochi giorni, probabilmente per
avvelenamento. Il giovane Corbera invece fu costretto a imbarcarsi su
una galea alla volta di Malta e qualche giorno dopo fu trovato morto a
soli ventuno anni, fuori dalla porta della casa dove alloggiava, trafitto
da diversi colpi di pugnale.
I due amanti finalmente potevano godersi senza paura la loro storia
d'amore.
Alla Marina il viceré fece realizzare una fontana dominata da una
sirena con l'acqua che le zampillava dai seni. La gente che passava da lì
riconosceva all'istante la baronessa di Miserendino. Il padre di
Eufrosina, il nobile giureconsulto Vincenzo Siracusa, per la vergogna
diseredò la figlia e non la volle più vedere.
Quando il viceré nel 1584 morì, Eufrosina cadde in disgrazia. Sola e
abbandonata dalla famiglia d'origine, venne aiutata soltanto da una
persona, un'amica insospettabile: Felice Orsini Colonna. Pare fosse
stato lo stesso viceré prima di partire per la Spagna a raccomandare la
giovane alla moglie, promettendole che al suo ritorno l'avrebbe
sistemata con un buon partito. Ma dalla Spagna il viceré non tornò mai,
perché morì in circostanze misteriose. Felice ospitò Eufrosina nelle
stanze del palazzo reale e le presentò un nobile romano molto più
vecchio di lei, Lelio Massimo, che già conosceva la bellezza della
ragazza e che non si fece pregare a prenderla in moglie. Sembrava che
le cose si fossero risolte per Eufrosina, che a venticinque anni aveva già
vissuto tante vite, eppure non fu così. I figli del nuovo marito, contrari
al matrimonio per questioni d'onore o forse di soldi, le chiesero un
incontro riservato avvalendosi di una scusa qualsiasi e la uccisero.
Se guardando Porta Felice si pensa alla moglie di Colonna,
guardando le stanze superiori di Porta Nuova – all'estremità opposta di
corso Vittorio Emanuele – si pensa a Eufrosina: quelle camere erano
destinate agli incontri fra i due amanti. Le due porte che raccontano la
lunga e travagliata vicenda delle due donne ancora oggi si guardano da
lontano, bellissime e distanti.
I BAMBINI CHE FANNO RICOMINCIARE IL TEMPO

Per un giorno all'anno Palermo si incendia. E a incendiarla sono i


bambini.
Il 18 marzo, alla vigilia di San Giuseppe, i bimbi dei diversi rioni
cittadini – Zisa, Capo, Zen, Ballarò, Kalsa, Vucciria, Oreto, Villaggio
Santa Rosalia e molti altri – organizzano con la dedizione e l'impegno
di professionisti dei falò da accendere al tramonto nel centro del loro
quartiere. Già dal mese precedente ci lavorano, raccogliendo porte,
tavoli, sedie, pannelli di compensato, persiane, ante: san Giuseppe era
falegname ed è a lui che quei vecchi pezzi di legno vengono offerti.
Due giorni prima preparano una piramide con tutto il legname
trovato, spiata dai bimbi delle altre zone. Ogni anno è una gara, una
prova di bravura per ottenere il primato della vampa più alta, grossa e
che dura di più. I giorni precedenti sono tutti uno spiare, un informarsi
sul lavoro degli altri gruppi.
Tempo fa c'era una figura addetta a governare il fuoco e la festa era
organizzata dagli adulti, oggi sembra che i protagonisti siano i
giovanissimi, pur se coadiuvati da tutte le famiglie del quartiere.
Poi finalmente al tramonto del 18 marzo i ragazzi si preparano ad
accendere la vampa. Il fuoco sale e ondeggia sullo sfondo del cielo in
quell'orario in cui mutano rapidamente i colori, mentre i bimbi gridano
tutti insieme: «Viva san Giuseppe!», dando sfogo alla loro gioia per la
riuscita dell'opera. Chi balla, chi s'improvvisa “mangiatore di fuoco”,
chi continua a gettare legna. File di ragazzini stanno fermi e
imbambolati davanti a quelle fiamme che incantano e stregano. I grandi
assistono seduti su sedie che si sono portati da casa. Le ragazzine un po'
si spaventano un po' prendono parte: l'accensione della vampa è roba da
maschi. Non c'è famiglia che non venga richiamata dal fuoco: tutti
insieme, parenti, amici, vicinato. Per quel giorno il senso della
comunità si avverte fortissimo.
Poi si fa buio, la città resta puntellata dalle fiamme e sembra quasi un
fotomontaggio, abituati come si è ai falò in spiaggia o in campagna.
Invece per un paio d'ore la strada diventa spazio neutro dove accendere
fuochi e ballare, cedendo a un rito antichissimo di cui i bimbi non sono
consapevoli ma che istintivamente reiterano.
Le vampe di San Giuseppe rappresentano una tradizione la cui
origine si perde nella notte dei tempi, fino a riti pagani che celebrano
l'alternarsi delle stagioni. L'inizio della primavera si festeggiava con un
rituale propiziatorio che usava proprio i falò per ingraziarsi le forze
della natura. Il fuoco aveva profondi significati simbolici: con il suo
calore serviva a moltiplicare la forza del sole (che durante la primavera
doveva garantire un buon raccolto), contribuiva a scacciare gli spiriti
maligni e soprattutto era un modo per rigenerare il ciclo della natura,
per rifondare il tempo naturale.
Spiega l'antropologo Ignazio Buttitta in Le fiamme dei santi che
accendere falò rappresenta il «perenne ripetersi di atti e gesti millenari
con i quali l'uomo si rapporta al sacro». Secondo la tradizione i fuochi
sono accesi alla vigilia della festa e al vespro: «Il falò», spiega
l'antropologo, «oltre che essere considerato un segno che annunzia la
prossimità della festa e che apre il ciclo rituale, è connesso alla
necessità di marcare l'avvento del periodo festivo e di purificare il
tempo e lo spazio sacri nonché gli appartenenti alla comunità».
All'interno dei centri abitati accendere i falò vuol dire realizzare una
«purificazione dello spazio urbano». A questo ripetersi inconsapevole di
gesti dalle radici antichissime è legato il fascino arcaico che
contraddistingue le vampe di San Giuseppe. Non a caso si tratta di una
delle poche feste cittadine che – al contrario delle altre manifestazioni
folcloristiche locali aperte a turisti e pubblicizzate – sono fatte solo per
il quartiere e per le famiglie che lo abitano. Pochi sono gli “estranei” e
non solo per via della loro potenziale pericolosità, che rende i falò un
fenomeno da prevenire e scongiurare da parte delle forze dell'ordine,
quanto perché si tratta di un rito privato, personale. Un modo per
mantenere la memoria di un tempo di cui neanche ci si ricorda più.
MISERIA E NOBILTÀ: IL MERCATO DELLE PULCI

Il mercato delle pulci nasce per caso, per un'intuizione di Giuseppe


Virruso. È una giornata invernale del 1949 e Virruso sta svolgendo
come ogni giorno il suo lavoro di raccoglitore di ferro. I principi Lanza
di Trabia lo hanno chiamato per liberarsi delle loro vecchie stoviglie.
Così va alla Casena alle Terre Rosse, la villa dei principi di Trabia in
via Salinas, e si carica di otto sacchi pieni di utensili di ferro e rame.
Non soltanto i principi non vogliono nulla in cambio, ma gli regalano
anche del denaro per la fatica. Quando il rigattiere mette in vendita la
merce è un gran successo e in due giorni riesce a liberarsi di ogni cosa.
Virruso capisce una cosa semplice ma fondamentale per il suo lavoro:
quello che non interessa a qualcuno può rappresentare per altri un vero
e proprio oggetto del desiderio. Come dicono gli americani: «One
man's trash is another man's treasure», “la spazzatura di un uomo può
essere il tesoro di un altro”. Fiutato l'affare, comincia a chiedere a tutti i
nobili della città di dargli ciò di cui vogliono disfarsi. Il fascino di
possedere gli oggetti provenienti da un gran palazzo insieme al fatto
che normalmente i nobili li cedono gratuitamente, fanno andare gli
affari talmente bene che altri rigattieri si uniscono a lui. Nasce così il
mercato delle pulci, le cui merci in vendita diventano col tempo sempre
più pregiate. Oltre ai vecchi utensili e opere di poco valore si
aggiungono pezzi d'antiquariato e opere d'arte appartenute ai palazzi
aristocratici della città e vendute ora per rimodernare ora per far fronte
alle crisi finanziarie.
Andare al mercato delle pulci oggi vuol dire tuffarsi in un universo
onirico. È come se sbucando su piazza Peranni – tra la via Papireto e
corso Alberto Amedeo – si entrasse in un'altra dimensione, in cui il
flusso del tempo cambia rotta regolandosi su quello del fiume Papireto,
che seppur interrato continua a scorrere sotto i piedi. Le chiome degli
alberi che formano un tetto sopra la strada riescono a filtrare la luce in
un'ombra immutabile. Le baracche di lamiera costruite dagli stessi
venditori si fanno spazio fra le radici possenti degli alberi e diventano
con esse un tutt'uno: sembra che stiano per venirne travolte, eppure
sono lì – effimere ed eterne – da anni. I volti dei commercianti sono
quelli storici, dei padri, dei figli e dei nipoti. Il significato delle merci in
vendita invece muta ogni momento a seconda dello sguardo che le
incontra. Libri, specchi, tavoli e maioliche, giocattoli di latta e
cartoline, vecchi utensili, dischi e strumenti a manovella, esposti per
strada acquistano un senso differente: non sono più mobili o utensili ma
rappresentano il ritratto dell'immaginazione di chi li guarda. Per cui una
poltrona adagiata su un marciapiede accanto a una pila di libri e a un
vecchio mangianastri può diventare ogni cosa e soprattutto può
generare ogni sorta di storia.
Scrive Giorgio De Chirico a proposito di simili mercati: «Tutti questi
mobili ci appaiono sotto una luce nuova, raccolti in una strana
solitudine: una profonda intimità nasce tra loro. […] I mobili sottratti
all'atmosfera che regna nelle nostre case ed esposti all'aperto suscitano
in noi un'emozione che ci fa vedere anche la strada sotto una luce
nuova».
Gli affari all'inizio andavano bene, si compravano mobili a migliaia
di lire e si rivendevano per decine di milioni; a volte invece non si
riconoscevano opere d'arte di inestimabile valore e le si vendevano a
prezzi irrisori. È questo il gioco, ancora oggi. Non dipende solo
dall'acquirente, né solo dal venditore, ma da loro due insieme
all'oggetto. Pare che sia proprio quest'ultimo a scegliere chi sarà il suo
proprietario e a fissare il prezzo finale nell'immancabile contrattazione
che è d'uso alle pulci. E se questo sembra incredibile, bisogna ricordare
che lì gli oggetti non sono semplici oggetti, che gli alberi fermano
l'ombra rendendo l'atmosfera immobile e che il tempo è regolato sul
flusso di un fiume che non esiste più.
TOTÒ SCIACCA: LE TAVOLE D'ACQUA E LE
SERENATE D'AMORE

Si chiamava Totò Sciacca ma tutti al Capo lo chiamavano Totò 'i


l'acqua. L'inciuria era d'uso a quei tempi e non aveva un significato
negativo, era il normale modo di chiamare qualcuno all'interno del
microcosmo di un quartiere popolare, sostituendo al cognome una sua
caratteristica. La caratteristica di Totò Sciacca era l'acqua, con cui lui
aveva un rapporto molto intimo. Di giorno la vendeva, di notte spesso
la “prendeva”. Negli anni Cinquanta aveva una “tavola d'acqua” al
Capo, in piazza Saponeria, vicino a una fabbrica di sapone. Di mattina
presto si recava al lavoro e disponeva con cura la frutta e i fiori sul
marmo, materiale di cui erano fatte quelle rivendite all'aperto. Quindi
preparava sciroppi, succo di limone e bicarbonato per chi soffriva di
acidità. E soprattutto l'immancabile zammù, lo sbuffo bianco dal sapore
d'anice che rende l'acqua ancora più fresca e dissetante.
L'acqua è sempre stata un bene prezioso e raro per i palermitani e
c'era un tempo in cui venderla costituiva un mestiere diffuso.
L'acquaiolu o acquavitaru era inizialmente un ambulante che girava di
strada in strada con una caraffa di terracotta, dei bicchieri e una
bottiglietta di zammù. Fino agli inizi del Novecento, quando ancora le
case non erano dotate di un sistema idrico adeguato, era così che si
beveva acqua fresca. Gli acquaioli impararono col tempo a portare in
giro con loro un tavolino, il tavuliddu, decorato con colori e motivi
simili a quelli dei carretti siciliani, per offrire ai clienti un servizio
migliore, con tanto di bicchieri di vetro e sottobicchieri. A volte
avevano anche sedie e lampioncini per quando faceva buio. La versione
moderna è costituita oggi dai venditori di acqua e sciroppi che
rispuntano durante le feste – il festino di Santa Rosalia soprattutto – con
i loro chioschetti ambulanti coloratissimi e dipinti a mano.
Quando gli acquaioli ambulanti divennero stanziali nacquero le
tavole d'acqua, in marmo e ricche di piante e frutta. Avevano due
lavandini, uno per lavare i bicchieri e l'altro per fornire l'acqua fresca.
Ancora non esistevano i frigoriferi e si andava lì con le bottiglie vuote
per riempirle. Poco lontano da quella di Sciacca, a piazza Beati Paoli
c'era la tavola d'acqua di Giuseppe Di Pasquale, detto don Pidduzzo.
Oggi quella tavola d'acqua con i suoi due rubinetti e la frutta che la
adorna sta ancora sulla piazza, parte integrante dell'Antico chiosco di
Don Pidduzzo, gestito dai nipoti e dal genero di Giuseppe Di Pasquale,
Salvatore Marrone, che ancora vende acque con sciroppi, gassosa,
zammù e ogni tipo di liquore, dallo zibibbo al moscato.
Totò Sciacca però faceva più fatica degli altri perché spesso non
dormiva la notte. Così quando era troppo stanco per richiamare i clienti
si avvaleva di un collaboratore molto particolare, l'aiuto abbanniatore,
che lo sostituiva nell'abbanniata e partiva con la sua voce squillante,
iniziando a decantare le qualità e i benefici della merce in vendita. Il
fatto è che Totò di giorno vendeva acqua e di notte faceva serenate. Nel
quartiere del Capo era tra i più bravi a suonare il mandolino. Non
sapeva né leggere né scrivere e la musica la teneva tutta in mente, ma
chi lo ascoltava suonare rimaneva incantato. Così i ragazzi del quartiere
gli commissionavano le canzoni d'amore per le loro innamorate. Si
aspettava che arrivasse la notte e verso le due si portava la serenata.
Allora nel silenzio risuonava all'improvviso la musica. E tutti sapevano
che qualcuno stava esprimendo in quella maniera il proprio amore, così
come sapevano chi era la fortunata, perché nel rione si conoscevano
tutti e ogni casa e finestra era sempre associata a un nome. Spesso le
serenate si facevano per chiedere la mano della ragazza e in quei casi
era il padre a rispondere: se il pretendente andava bene Totò finiva il
suo concerto tranquillamente, altrimenti veniva interrotto a metà da
un'abbondante secchiata d'acqua. L'acqua, insomma, era parte
integrante della sua vita, giorno e notte.
IL DUCA D'OSSUNA CHE FECE DEL
DIVERTIMENTO UNA COSA SERIA

Un cowboy e un indiano si tengono per mano, sono gemelli: alti


uguali, stessi occhi e stessi denti troppo grossi. Uno piange e si lamenta,
l'altro sembra non farci caso. Una donna li guarda mantenendosi
qualche passo indietro, ma non toglie loro gli occhi di dosso. La
primavera bacia una principessa che pare disgustata. È Carnevale e i
bambini inconsapevoli mettono in scena un'altra realtà. Succede in via
Libertà, in una lunga sfilata che si ripete ogni anno, quando si chiude la
strada e si lasciano i più piccoli liberi di giocare, inconsapevoli del
potenziale simbolico che ha il loro travestimento. Personaggi storici,
dello spettacolo, delle favole ma anche stagioni, animali si mischiano e
raccontano una realtà parallela che sfila per la lunga passeggiata del
centro.
Oggi il Carnevale è quasi tutto dei bambini eppure un tempo anche
gli adulti lo festeggiavano in grande stile. Non erano via Libertà e via
Roma le strade dove sfilavano le maschere ma il Cassaro e piazza
Marina.
Carri, concerti, spettacoli teatrali, giochi e giocolieri, costumi e
scenografie barocche. Non si svolgevano soltanto sfilate per strada ma
vere e proprie messe in scena, rappresentazioni teatrali in cui i nobili e
il popolo si mescolavano, azzerando per un giorno le differenze di
estrazione sociale.
Ci fu un viceré che più di tutti valorizzò il Carnevale, non tanto per la
festa fine a se stessa, quanto per l'idea che aveva del divertimento. Il
viceré duca d'Ossuna – pur essendo celebre per la severità con cui
amministrava la giustizia – aveva a cuore la pace tra le famiglie e
l'armonia sociale e pensava che uno dei modi migliori per ottenerle era
proprio promuovere la spensieratezza e il divertimento. Fu il primo a
imporre l'uso delle maschere. Nel 1616 con un bando ordinò che
l'ultimo giorno di Carnevale tutti si travestissero. Per essere sicuro che
nessuno rinunciasse alla spensieratezza e all'allegria delle maschere,
decise di infliggere delle pene per chi non avesse atteso l'ordine. Fu
così che un'intera città scese in strada a festeggiare: alcuni
spontaneamente altri meno, per un giorno tutti rinunciarono alla propria
identità e la scambiarono con quella di un altro.
«Si vide in quella occasione una città in gran brio», raccontano le
cronache, «essendo comparse innumerevoli maschere anche nelle
carrozze alcune delle quali avevano stravagantissime vesti». Le
“carrozze con stravagantissime vesti” costituivano le cosiddette
“carrozzate”: carrozze che sfilavano lungo il Cassaro riccamente ornate,
“travestite” anch'esse, almeno per un giorno.
Perché una festa risulti divertente c'è bisogno di idee sempre nuove e
di molta organizzazione. Così il viceré – che ci teneva alla puntuale
realizzazione dei suoi bandi non tanto per obbligo quanto per volontà
stessa dei cittadini – preparò quell'anno quattro carri trainati da buoi e
cavalli carichi di ogni bontà: vino a profusione, carne, prosciutti,
salsicciotti. Dietro i carri, le maschere danzavano e festeggiavano.
Appena la gente li vide arrivare con un tesoro così ricco, gli si lanciò
addosso e li saccheggiò in una danza colorata in cui la gioia per le
bontà si mischiava all'euforia della festa.
I palermitani furono così grati al viceré che fecero coniare una
moneta con la sua effige, come simbolo della loro eterna gratitudine: il
duca d'Ossuna aveva insegnato loro che la spensieratezza non è soltanto
roba per bambini: il divertimento è una cosa seria.
LA REGINA DEL GHANA A PALERMO

Una magnifica regina dalla pelle d'ebano custodisce tradizioni


antiche e riti di tribù lontane.
Una regina ghanese, che si prende cura dei sudditi da cui è stata eletta
più di dieci anni fa. Non si sta raccontando di un regno lontano nel
tempo e nello spazio: accade a Palermo, oggi, dove la fetta di Ghana
trapiantata in città ha rispolverato i suoi usi e costumi, si è
rimpossessata di un passato che non aveva mai effettivamente
abbandonato e ha deciso di eleggere i propri sovrani. La regina dei
ghanesi a Palermo si chiama Agnes Osei e di mestiere fa la
commerciante. Ha un emporio in via del Bosco in cui vende cibo e
vestiti tipici del suo Paese d'origine. Regna da più di un decennio: nel
2008 sono stati celebrati i dieci anni di regno. Il re non è il marito e, pur
rivestendo uno tra i ruoli più importanti per la comunità, non ha lo
stesso peso della regina. Sulla scia della società matriarcale che
caratterizzava le tribù originarie, è la donna che regge e sintetizza i
diversi gruppi in cui è suddivisa la comunità. Ogni gruppo ha il proprio
capo che risolve e gestisce le questioni dei membri. Quello che non si
può risolvere in quel contesto – questioni riguardanti gruppi diversi,
decisioni attinenti a tutta la comunità – lo decide la regina.
Le funzioni di Agnes sono tra le più importanti. Dirime controversie,
prende decisioni, dà consigli, ascolta problemi. Ha anche una
predominante funzione rappresentativa: partecipa come ospite d'onore a
tutte le più importanti celebrazioni.
Per questo il giorno della sua festa è uno dei momenti più importanti
per la comunità. L'Albergheria – dove risiede la maggior parte dei
ghanesi – si trasforma in una processione variopinta, rumorosa e allegra
che inizia nel pomeriggio e si protrae fino a sera.
Durante i festeggiamenti Agnes Osei viene portata in spalla dai
sudditi su una portantina rivestita di stoffa coloratissima, così come
coloratissimi sono gli abiti di chi partecipa alle celebrazioni. Agnes –
dritta e seria, avvolta da un tessuto a fantasia bianca e nera, il capo, le
braccia, i piedi adornati da grosse conchiglie – si lascia condurre lungo
le arterie del mercato di Ballarò. Il percorso termina sempre con cibo,
danze e musica che inneggiano alla regina in una festa tipicamente
ghanese la cui scenografia è però quella di Palermo, di Ballarò. Ecco
perché questa festa è doppiamente inedita. I palermitani affacciati al
balcone a guardare, le case un po' diroccate e un po' ristrutturate, le
stigghiola insieme alla speziatissima carne di capra arrostita, panelle e
crocchè insieme al pesce fermentato con pomodori: questi gli
ingredienti della festa. Capita così, durante questi festeggiamenti, che
per un giorno ci si possa ritrovare all'improvviso nel lontanissimo regno
del Ghana, fare una passeggiata immergendosi nelle tradizioni di
lontane tribù per qualche ora, e poi tornare a casa a piedi.
PALAZZO DE GREGORIO E I CAPRICCI DI
MASCAGNI

Da sempre i più grandi musicisti sono stati attratti da Palazzo De


Gregorio e vi hanno trascorso lunghi soggiorni. Merito della sua
posizione ideale: da un lato il mare, a cui l'edificio aveva accesso
diretto, dall'altro giardini profumati. Merito anche della passione dei
proprietari per la musica, tradotta in un intero salone affrescato con
scene delle più celebri opere liriche.
Richard Wagner, lady Hamilton e l'ammiraglio Nelson, Pietro
Mascagni, il compositore Pietro Ferro: passavano da quella dimora e
non volevano più andarsene. Così, vi facevano sempre ritorno.
L'essere stato crocevia di artisti e personaggi storici ha reso il palazzo
simile a una “scatola dei ricordi”, aneddoti minori, che hanno però il
pregio di rendere più vivide le biografie celebri. Sentirli raccontare
dagli attuali proprietari permette di immedesimarsi nei caratteri e nelle
passioni dei protagonisti, umanizzandoli. Il marchese Francesco De
Gregorio conserva il ricordo di molte di queste vicende e, come tutti i
nobili siciliani, le racconta come se fossero le cose più normali del
mondo. Con quel tipico distacco aristocratico, che fa sì che le cose più
eccezionali di cui vantarsi diventino banali vicende quotidiane. Mostra
la biglia dove lady Hamilton e l'ammiraglio Nelson attraccavano la loro
imbarcazione quando arrivavano dal mare, ricorda come il maestro
Ferro venisse insieme alla famiglia e passasse ore e ore al pianoforte
del marchese Antonio De Gregorio. Proprio su quel pianoforte Ferro
compose alcune sue opere.
Racconta della grande amicizia di Mascagni con sua madre, la
principessa Giovanna San Martino De Gregorio. Il compositore adorava
fare lunghe passeggiate per il giardino in compagnia della principessa,
allietato dal suono della fontana che oggi è posizionata all'ingresso
dell'edificio. Ma soprattutto adorava le colazioni con i prodotti coltivati
dai De Gregorio nella loro tenuta ai Petrazzi. Il nome Petrazzi deriva da
pietrazze, per via delle cave del monte Billiemi da cui si estraeva
l'omonimo marmo. Le proprietà erano “unite” da due torri, volute dal
suocero della principessa, il marchese Antonio De Gregorio, scienziato
e musicista: una a palazzo De Gregorio e una nella villa ai Petrazzi.
Questo permetteva al marchese di affacciarsi dalla torre del palazzo,
armato di un cannocchiale con cui riusciva a vedere fino alla lontana
torre della proprietà di campagna. Se lì vi trovava uno dei suoi servitori
che sventolava la bandiera, allora voleva dire che erano arrivate le
quaglie: di corsa si recava presso l'altra tenuta, pronto per una battuta di
caccia.
Mascagni aveva un passione per i pomodori siccagni dei Petrazzi,
pomodori che per le particolari condizioni climatiche non hanno
bisogno di essere irrigati. Ogni volta che visitava la sua amica
principessa, chiedeva sempre di gustare i prelibati pomodori. Successe
che un giorno Mascagni arrivò a sorpresa e la prima richiesta fu sempre
quella: aveva nostalgia del sapore dei loro pomodori siccagni.
Si sa che l'ospitalità è sacra per i siciliani. Se poi i desideri dell'ospite
sono legati al cibo, realizzarli è una questione di principio. Giovanna
San Martino De Gregorio fu presa dal panico. Non voleva scontentare il
gradito ospite, ma di pomodori sia in casa che in campagna non ce n'era
l'ombra. La confusione durò poco, la principessa conosceva l'arte
dell'ospitalità meglio di chiunque altro e così non si perse d'animo. Fece
chiamare un garzone e di corsa lo mandò al Borgo – uno dei mercati
cittadini – ad acquistare i pomodori siccagni. In poco tempo li servì al
maestro come se fossero stati “appena raccolti dalle loro campagne”.
Lui ne fu felice e non si accorse di nulla. Mascagni con il suo
capolavoro, la Cavalleria rusticana, diede un grande affresco della
Sicilia, ma la vera mentalità dei palermitani, quel senso di ospitalità che
diventa orgoglio e ostinazione e che rende capaci di ogni cosa pur di
“non fare brutta figura”, forse quello non lo capì mai fino in fondo.
QUANDO I MORTI SI INCONTRAVANO AL
MERCATO

«Armi santi, armi santi. Io sugnu unu e vuatri siti tanti: mentre sugnu
'ntra stu munnu di guai, cosi di morti mittitiminni assai» (“anime sante,
anime sante. Io sono uno e voi siete tante: mentre sono in questo mondo
di guai, cose dei morti portatemene tante»), dicono i piccoli prima di
andare a dormire nella notte tra il primo e il 2 novembre. Per i bambini
non è una notte qualunque, né il sonno è quello di sempre, perché
attendono i parenti defunti. È la festa dei Morti, molto sentita ancora
oggi nonostante di anno in anno lotti con le feste d'importazione, tipo
Halloween.
In quella notte i morti arrivano in città per portare regali ai bimbi che
sono stati buoni. Si chiamano cosi di morti, e sono doni e dolciumi
regalati in occasione della festività. Di solito sono bambole per le
bambine e armi giocattolo per i maschietti. I dolci che si regalano sono
i pupi di zucchero, le ossa di morto e la frutta di martorana. Tutti e tre
rappresentano qualcosa: figure umane, ossa e forme della natura.
Mangiare i pupi di zucchero, così come le ossa di morto, vuol dire in
maniera inconsapevole ma radicata in tradizioni antichissime, nutrirsi
simbolicamente dell'identità dei propri cari, acquisendone le virtù e le
caratteristiche.
Se la frutta di martorana fu inventata dalle suore di un convento, i
pupi di zucchero furono inventati da uno scultore, il fiorentino Jacopo
Sansovino. Erano la sorpresa per la fine di una cena svoltasi nel 1573
nella sala del Maggior Consiglio di Venezia in onore del re Enrico III.
Lo scultore modellò magnificamente lo zucchero dandogli forme
umane e riscosse un gran successo fra i commensali. La fama dei dolci
arrivò a Palermo grazie ai marinai che avevano portato dalla Sicilia lo
zucchero necessario per realizzarli. Raccontarono di quel ricevimento
dove “si potevano mangiare i pupi a cena”: pupaccena. Nacque così il
nome con cui vengono comunemente chiamati i pupi di zucchero, vuoti
dentro e dipinti con colori accesi. Oggi hanno le forme più svariate:
dame e paladini, ballerine e giocatori di calcio. Per strani percorsi della
storia i pupi di zucchero sono diffusissimi anche in Tunisia.
Le ossa di morto nell'aspetto ricordano le ossa umane e si ricollegano
anch'esse all'inconscia necessità di mangiare, di cibarsi dei propri cari
per assorbirne in qualche modo l'identità. Sono dolcetti molto duri e
composti da due parti, una marrone e una bianca, che riproducono il
colore delle ossa e della carne.
Prima la fiera dei morti, dove comprare i dolci e i regali, si allestiva
alla Vucciria, poi all'Olivella. Quando un bambino scopriva che i regali
del 2 novembre non li portavano i parenti defunti ma i vivi, che li
compravano al mercato della Vucciria si diceva che “sapeva la
Vucciria”. Sapiri la Vucciria equivaleva per i bimbi palermitani alla
scoperta che Babbo Natale non esiste. Un detto ormai dimenticato,
legato alla Vucciria, dove si credeva che fra il primo e il 2 novembre, le
anime dei defunti si radunassero per festeggiare la “loro” notte.
Ai bimbi che non si comportavano bene si diceva: «I morti vennu e ti
grattanu li pedi», che voleva dire che per quell'anno non si sarebbero
ricevuti regali ma terrorizzanti grattate di piedi. E allora succedeva che
i bambini la notte senza dire niente a nessuno si svegliavano per
nascondere tutti gli oggetti che potevano servire a quella pratica, la
grattugia soprattutto.
LA FAVORITA DEI RE E LA PESTE DEL DUEMILA

Al contrario degli altri racconti, in questo non si narra la presenza


bensì l'assenza della protagonista. Una protagonista sempre uguale da
secoli, tanto da sembrare eterna.
Musa di poeti e artisti, è raffigurata sulle monete puniche dell'VIII
secolo a.C.; è composta, tassello dopo tassello, sui mosaici della Zisa ed
è presente nel chiostro dei Benedettini di Monreale; è ritratta sui quadri
dei pittori ottocenteschi in viaggio in Sicilia ed è cantata in molte
poesie. Nel IX secolo, sotto la dominazione araba, era la protagonista
assoluta del concetto di bello: simbolo del paradiso in terra, era
considerata un dono accordato da Dio ai soli Paesi governati dall'Islam.
Amata da Ruggero II e poi da Federico II, era la regina incontrastata del
castello di Maredolce. Lo è stata per secoli e secoli.
Fino a che nel 2005 la palma – è lei la protagonista di questo
racconto – non è stata vittima della peste. E la città ha cambiato volto.
Alcuni angoli ricchi di significati sedimentati nei secoli sono diventati
privi di senso, il paesaggio ha perso il suo fascino. A una a una le palme
si piegavano su se stesse, prosciugate dall'interno, tormentate fino allo
stremo. Gli alberi colpiti dal virus diventavano vecchi in un istante. Il
contagio è stato velocissimo.
Come ogni epidemia di peste che si rispetti anche questa aveva il suo
untore, e veniva da Paesi lontani. Originario del Sudest asiatico, il
punteruolo rosso aveva girato il mondo, dall'Iran all'Egitto, fino alla
Spagna, prima di arrivare in Italia: un piccolo coleottero capace di
effetti devastanti. Anche questa epidemia, poi, aveva i suoi guaritori,
maghi e sedicenti medici che offrivano rimedi inefficaci o efficaci solo
in parte. La verità era una: una volta che il punteruolo si insinuava
sull'albero non c'era più niente da fare e per evitare il contagio l'unica
soluzione era abbattere gli esemplari infetti.
All'esecuzione di palme particolarmente celebri in città hanno
assistito in mesto silenzio molti palermitani, tutti raccolti per salutare
piante che conoscevano da sempre, da quando erano bambini, perché
facevano parte del loro paesaggio quotidiano, della loro memoria. E
perché simboleggiavano i valori più intimi della società. Gli anelli del
tronco di una palma sono come un orologio che racconta il tempo che
passa e si evolve. La palma è anche simbolo di purezza, non a caso si
regala – come spilla d'oro – il giorno della cresima. È poi simbolo di
unità familiare: le foglie numerose sono tutte unite da un unico tronco.
Così, negli atri dei più bei palazzi cittadini c'è sempre un esemplare che
spesso diventa elemento caratterizzante di tutto lo spazio disponibile.
Alcune palme vengono addobbate per Natale, altre diventano compagne
di giochi o protagoniste dei disegni dei bambini, altre ancora sono un
aiuto per le casalinghe che le usano per stendere in maniera più comoda
la propria biancheria con fili che partono dal balcone e arrivano fino al
tronco.
'Abd ar-Rahman, siciliano di origini arabe, cantò nell'XI secolo: «O
palme de' due mari di Palermo! Che vi rinfreschino di continuo, non
interrotte mai, copiose rugiade! Godete la presente fortuna, conseguite
ogni desio; e che dorman sempre le avversità! Prosperate coll'aiuto di
Dio; date asilo a' cuori teneri, e che nella fida ombra vostra l'amor viva
in pace!». Versi che oggi più che mai hanno senso e che vanno dedicati
alle palme che hanno resistito. Perché quando scende la notte, le
sagome delle corone di foglie si stagliano insieme a quelle dei palazzi, e
paiono delle stelle, dei giochi di fuoco perenni: la sagoma perfetta dello
skyline notturno palermitano.
SU, GIÙ E DAL MARE: ISTRUZIONI PER L'USO

Esistono scorci meravigliosi che si riescono a vedere solo se si alza la


testa in un preciso momento, solo se ci si infila in quell'androne scuro e
senza insegne che sembra non promettere nulla ma che, come per
magia, svela invece un edificio stupendo. Palermo è così: per scoprire
certe meraviglie, per conoscere certe storie, ci vogliono le “istruzioni
per l'uso”.
Non dipende tanto da chi la guarda ma dalla città stessa: è come se
decidesse lei quando rivelarsi, come se la strada che si imbocca non
fosse una scelta personale ma la risposta a degli indizi indefinibili. La
bellezza di Palermo sta anche in questo: vi sono posti mai visti che la
città all'improvviso sceglie di mostrare – chissà perché, chissà come
mai proprio in quel momento – scatenando in chi le osserva emozioni
molto più intense di quelle suscitate da una normale visita turistica, le
stesse emozioni che si provano quando qualcuno che non si concede
mai sceglie all'improvviso di raccontarsi.
Ci sono tre scorci nascosti che mostrano un volto differente della città
e che si legano ognuno a una storia diversa. Quello dei Beati Paoli,
innanzitutto, che racconta la città “dal basso”.
Vicolo degli Orfani è una stradina stretta e silenziosa del Capo che
conserva senza dirlo a nessuno l'ingresso a un mondo sotterraneo. Un
passaggio dentro un giardino immette nel covo dei Beati Paoli, la
famosa setta che per tanti secoli operò a Palermo raggiungendo il suo
culmine tra il XV e il XVII secolo. Si occupava di difendere i deboli
contro i soprusi dei potenti, che di solito venivano puniti con la morte.
Il giudizio sulla setta è sempre stato contrastante: ora dei giustizieri che
aiutavano i poveri, ora degli spietati assassini. Quello che nasconde il
giardino pare fosse proprio il loro “tribunale” sotterraneo, dove si
riunivano e prendevano le loro decisioni, “nel nome di Dio e del
popolo”. Poi, attraverso strettoie e cunicoli, sparivano per ricomparire
in superficie da un'altra parte della città. Una ragnatela di strade e
passaggi caratterizza il sottosuolo palermitano, ma i percorsi non sono
più agibili come una volta e quasi sempre i punti di accesso sono
ostruiti. Alcuni di questi varchi sotterranei però, così come l'ingresso al
tribunale dei Beati Paoli, si aprono all'improvviso, regalandosi a chi vi
si imbatte per caso.
La storia della città “dall'alto” è a pochi passi, perché gli stessi vicoli
intricati del Capo che nascondono l'ingresso al sottosuolo conoscono
anche la formula per innalzare i fortunati passanti sopra i tetti della
città. Piazza Sant'Anna di Porto Salvo si apre su via Cappuccinelle, un
grande spiazzo oggi occupato quasi interamente da macchine. Prima vi
si trovava la Chiesa di Sant'Anna di Porto Salvo e la confraternita delle
ricamatrici, frinzara e passamanara. I più bei corredi e i più raffinati
merletti erano realizzati da quelle artigiane. Le nobildonne, soprattutto,
si rivolgevano a loro per commissionare biancheria e abiti. La chiesa fu
demolita nel 1866 per allargare il mercato. Oggi resta uno spiazzo
trasformato in parcheggio che sembra non avere nessuna attrattiva.
Eppure, se si superano le macchine posteggiate e si va oltre
l'impressione iniziale, l'effetto è strabiliante: ci si ritrova d'un tratto
davanti ai tetti di Palermo, scoprendo che la città vista dall'alto è
meravigliosa. I palazzi dalle mille terrazze che si arrampicano attorno
alla cattedrale, la montagna eternamente in sottofondo, tutto quel caos
di stili e forme sembra seguire un disegno prestabilito e perfetto che dà
l'illusione di riuscire a sentire il respiro stesso della città. E poi basta
fare due passi e si arriva, infine, al mare.
«Palermo ha voltato le spalle al mare», lo ripetiamo così tante volte
che ormai più che un concetto è diventata una cantilena. Eppure l'acqua
è la pasta della città: il suo paesaggio, la sua luce sono condizionati dal
mare che, nonostante tutto, la bagna. Lo si comprende percorrendo fino
in fondo la Cala – l'antico porto di Palermo – e, una volta arrivati,
“voltando le spalle al mare”. Ma questa volta per una buona ragione.
Grazie ai recenti lavori di ristrutturazione si ha infatti la sensazione che
la città, dopo secoli, abbia svelato un'altra parte di sé, per stupire ancora
una volta chi credeva di conoscerla da sempre. Dalla nuova
“passeggiata” della Cala, Palermo si mostra da una prospettiva diversa
e inconsueta, come se la si vedesse da una barca. Forse proprio da
quella prospettiva la ammiravano i viaggiatori del Grand Tour, quelli
che arrivavano dal mare e che rimanevano strabiliati dalla bellezza
della città. Così la descrive Goethe, al suo arrivo al porto, il 2 aprile
1787: «Sopra la città, per l'ora in cui eravamo, il sole gettava tutti i suoi
raggi, in modo che le ombre tenui delle facciate delle case ci stavano di
fronte, rischiarate dal riflesso […].Un vapor chiaro dava una mano
d'azzurro a tutte le ombre».
Che si arrivi dal mare, che la si guardi dall'alto o dal basso,
l'importante è cercare storie e volti dove sembra non vi sia niente,
infilarsi nei vicoli più stretti, sbirciare dentro una bottega. Solo allora si
comprenderà che la vera magia di Palermo sta nella sua indomabilità.
Decide lei quando aprire un portone o quando mostrare le sue viscere,
decide lei quando innalzarsi sopra i suoi tetti o quando estendersi oltre
il mare. E quando lo fa ha la capacità di sorprendere ed emozionare con
storie che paiono tenute segrete apposta per moltiplicare a dismisura il
loro fascino nel breve istante in cui si rivelano.
I CANTORI “ORBI” TRA SACRO E PROFANO

Fino a qualche decennio fa il canto era quasi del tutto un'esclusiva dei
ciechi. Scriveva Giuseppe Pitrè che nell'Ottocento «dire orbu e dire
sunaturi è lo stesso».
Forse perché la mancanza della vista è capace di potenziare il dono
del canto e la consapevolezza nell'udito o forse semplicemente perché
la rosa dei mestieri per i non vedenti è molto più ristretta, fatto sta che i
canti rituali, i Triunfi e le musiche per le feste private erano sempre
eseguiti dai “cantori orbi”. Già nel 1661 erano uniti in congregazione
sotto la guida dei gesuiti. La congregazione degli orbi era intitolata
all'Immacolata Concezione e aveva sede presso la Casa Professa di
Palermo. I cantori ciechi suonavano uno strumento a corda, di solito il
violino, e cantavano. Spesso erano in coppia, per le orazioni più
importanti erano in gruppo. Durante i Triunfi in particolare, in cui si
chiedeva al santo la grazia o lo si ringraziava per quella ricevuta, gli
orbi ne ripercorrevano la vita e ne raccontavano le gesta. Normalmente
non erano autori né dei testi né delle musiche ma semplici esecutori.
Non era solo nelle manifestazioni pubbliche che gli orbi davano il
meglio di sé, perché erano richiestissimi anche dai privati, che li
chiamavano per commissionare canti a domicilio, novene soprattutto.
Durante i periodi di festa i cantori ciechi non avevano sosta: guidati da
un ragazzino giravano da un vicolo all'altro della città per portare la
loro arte a domicilio. Le edicole votive di fronte casa diventavano così
elemento essenziale di quei canti rituali e venivano adornate a festa,
con fiori e frutti. Chi non aveva nei paraggi un'edicola votiva si
organizzava con i vicini per costruire un altarino adatto all'occasione. Il
giorno dell'Immacolata, l'8 dicembre, i membri della congregazione
avevano l'obbligo di scrivere una poesia da dedicare alla Madonna e
così per quel giorno si riunivano tutti insieme, suonavano e recitavano.
Nello statuto, tra le altre cose, si specificava che caratteristica
essenziale per far parte della congregazione era proprio la cecità, tanto
che era fatto espresso divieto di trasmettere il mestiere «ai propri figli
con vista». Questa sorta di monopolio aveva come contropartita
l'obbligo di eseguire solamente canti sacri e di non esibirsi in luoghi
indegni. Un obbligo che però era spesso disatteso. Già nel XVIII secolo
gli orbi eseguivano per strada canti profani, suonavano e cantavano alle
feste private, alle nozze e alle feste di Carnevale, realizzavano serenate.
Anche durante i Triunfi capitava che si eseguissero musiche da ballo e i
cosiddetti “scherzetti”, in cui si raccontavano storie e aneddoti
cantandoli con l'accompagnamento di uno strumento musicale.
Per arginare questo fenomeno, potenziato anche dall'arrivo in città di
“cantori girovaghi”, nel 1745 si comminarono pene severe per
correggere il malcostume di andare «cantando nelle pubbliche strade di
questa città istorie profane o altre cose quantunque indifferenti non
pertinenti a cose sagre», canti che avevano come effetto quello di
provocare «un positivo ludibrio non solo delli stessi soggetti, ma anche
con un positivo svantaggio et indi decoro della congregazione stessa».
Eppure i cantori ciechi continuarono a fare ogni tipo di canto, fino al
1980, quando anche gli ultimi orbi smisero di cantare e la tradizione si
perse.
PEPPUCCIO DELLA VUCCIRIA

La Vucciria è come un teatro: passo dopo passo il sipario si apre e


lentamente entrano in scena i personaggi quotidiani del quartiere. Uno
spettacolo che si ripete ogni giorno: inizia la mattina e va avanti fino a
notte fonda. Al contrario degli altri mercati cittadini, quello della
Vucciria di giorno è più assopito, perché ormai lì gli affari si fanno di
notte. La notte e il giorno tuttavia non sono due mondi separati, ma si
mescolano continuamente. Stigghiola, meusa, panelle e crocchè, polpo
bollito e alcolici vengono venduti incessantemente dagli stessi
commercianti “diurni”, quando migliaia di persone affollano i bar aperti
fino all'alba o durante le feste che si tengono in piazza Garraffello. La
notte, invece, fa incursione nel mercato quando si passeggia lungo le
bancarelle e si svelano murales, fotografie, manifesti lasciati dagli
artisti la sera prima. Peppuccio è uno dei cardini del mercato, uno dei
personaggi che unisce il giorno alla notte.
«Posso salutare o devo iniziare a scappare?», dice ogni volta con il
suo panino in mano dentro il panificio in via Maccheronai. I proprietari
sorridono e gli dicono di andare, che il panino è regalato. Si siede a
mangiarlo accanto a uno dei commercianti storici che proprio all'inizio
della strada vende porcellane antiche. Prende un piattino dalla
bancarella e gli fa il verso, come se volesse venderlo, urlando al vento
che sarebbe bello se qualcuno gli comprasse quel piattino.
Oggi Peppuccio per la maggior parte del tempo vive per strada. E la
strada – formata dai vicoli del quartiere – è il suo parco giochi. Ha i
modi eleganti, nonostante sia quasi sempre ubriaco. Lo si vede
sorseggiare il suo bicchiere di vino, la gamba accavallata e l'aria ironica
come se fosse un ricco aristocratico in un gran palazzo. E invece è
seduto su un gradino di via Maccheronai, dietro ai tavolini del bar
Lucchese, guarda la gente passare e con la sua voce roca le grida contro
qualcosa o fa battute o si copre il volto facendo una serie di smorfie.
Quando è un po' più sobrio e lo si interrompe mentre beve, dice di
lasciarlo in pace perché «l'imperatore della lagnusia sta lavorando».
Tiene sempre in tasca delle fotografie che ritraggono il mercato
trent'anni fa, quando la vita era tutta in strada, lui era giovane e Renato
Guttuso gli sorrideva davanti all'obiettivo. Racconta che quando
Guttuso doveva dipingere uno dei commercianti nel suo celebre quadro
La Vucciria aveva voluto dargli il suo volto. Ed effettivamente se si
guarda il pescivendolo del dipinto – anche se molti sostengono che
quello sia lo stesso Guttuso – si può riconoscere Peppuccio da giovane.
A volte racconta storie inverosimili che è impossibile siano capitate
realmente, a volte racconta di viaggi in Nord Africa e in altri luoghi
lontani e anche questi sembrano sogni, salvo poi sorprenderlo a parlare
in un francese perfetto con una turista. Durante le notti in piazza
Caracciolo, quelle in cui la Vucciria cessa di essere mercato e diventa
un enorme bar a cielo aperto, Peppuccio c'è quasi sempre: si aggira tra
il fumo delle griglie che arrostiscono carne, tra la musica e tra migliaia
di persone che chiacchierano. Di giorno come di notte lo conoscono
tutti e tutti lo salutano. Se però incontra qualcuno con cui non vuole
parlare gli dice di chiamarsi Tommy e di essere il fratello gemello di se
stesso. Qualche volta decide che tutte quelle centinaia di persone
debbano necessariamente stare zitte. Gira di gruppo in gruppo, dicendo
a tutti: «Zitti, dovete fare silenzio». Viene da ridere, ma se ci si riflette
un attimo sorge il dubbio: sarebbe davvero poetico e surreale se tutti
effettivamente gli dessero retta e facessero silenzio in quel frastuono di
sabato notte, dentro una piazza piena di gente. E se qualcuno gli dice di
smetterla, di stare calmo, Peppuccio risponde che «la calma è la virtù
dei morti». Poi, quando si stanca, raccoglie le sue cose dentro una busta
di plastica e se ne va, immergendosi dentro la sua coperta fatta
dell'ombra di un vicolo isolato.
I CARTEGGI DI GARIBALDI E I SEGRETI DI
PALAZZO CONTE FEDERICO

Palazzo Conte Federico racconta, attraverso particolari nascosti,


aspetti inediti della più nota storia cittadina. Si trova in via Biscottai al
civico 4, nel cuore del quartiere dell'Albergheria, ed è abitato dai
discendenti di Federico D'Antiochia, figlio naturale di Federico II. Il
palazzo originariamente apparteneva a una nobile famiglia musulmana
e il primo documento che fa riferimento alla dimora è del 1190.
Quando, intorno alla metà del XVII secolo, dopo diversi passaggi
arrivò ai conti Federico, questi lo abbellirono e lo arricchirono,
conferendogli l'aspetto che ha oggi.
Gli attuali proprietari, i conti Alessandro e Alwine Federico
recentemente hanno aperto la dimora oltre che ai ricevimenti anche a
visite guidate. La contessa è una bellissima signora austriaca. Ha
conosciuto il marito a Roma in occasione di un ballo dato
dall'ambasciatore austriaco. Così dalla Cina – dove studiava cultura e
lingua cinese – si è trasferita a Palermo, dove insegna tedesco e tiene
concerti di lirica. Passeggiare in compagnia dei conti, salire la grande
scala di marmo rosso che porta al piano nobile, vuol dire intraprendere
un percorso iniziatico che culmina nel grande salone dalla volta
affrescata da Gaspare Serenario con il Trionfo delle Virtù sul tempo. Se
lo si osserva con pazienza e attenzione si coglierà il lento rivelarsi di
figure e particolari appartenenti a un universo di simboli della
massoneria, come l'occhio posto sotto il braccio di un angelo.
Il palazzo, infatti, fu a lungo sede del Grande Oriente di Palermo e la
sala affrescata da Serenario ospitò molte riunioni massoniche. Fu
proprio qui che si svolse la celebrazione della cerimonia in cui si
conferiva a Garibaldi, molto amico del conte Antonio Federico, la
suprema carica della massoneria.
Da una lettera datata 17 marzo 1862 risulta che una delegazione del
Grande Oriente di Palermo composta da cinque membri aveva conferito
al condottiero in una sola volta tutti i gradi della gerarchia massonica,
dal 4° fino al 33°, e lo aveva nominato Gran Maestro. Con una lettera
del 20 marzo 1862 Giuseppe Garibaldi manifestava la sua gioia nel
ricevere i supremi gradi massonici: «Assumo di gran cuore il supremo
ufficio di capo della Massoneria Italiana costituita secondo il rito
scozzese», scriveva. E proseguiva manifestando la propria gratitudine
sia per essere stato elevato a un grado così alto «dal libero voto di
uomini liberi», sia per l'appoggio che i fratelli gli avevano dato «nella
grande opera dello affrancamento delle province meridionali».
Garibaldi precisava che la nomina a Gran Maestro era la più solenne
interpretazione delle tendenze del suo animo e dello scopo a cui aveva
dedicato tutta una vita. «Ed io vi do sicurtà», concludeva «che mercé
vostra e colla cooperazione di tutti i nostri fratelli la bandiera d'Italia,
ch'è quella dell'umanità, sarà il faro da cui partirà per tutto il mondo la
luce del vero progresso».
Ma questa è solo una delle storie che Palazzo Federico può
raccontare. La torre arabo-normanna dell'edificio, chiamata la “Torre di
Scrigno”, sembra immersa in un'altra epoca e a ogni gradino pare di
tornare sempre più indietro nei secoli. La sua forza, il suo fascino, sta
proprio nella capacità di mantenere viva l'atmosfera del passato. Merito
forse delle bifore, delle armature e degli stemmi che adornano le pareti
o del fantasma, un tenente del XIV secolo che, raccontano i conti, la
abita da sempre.
GIUSEPPE SCHIERA, UN POETA AMBULANTE

C'è stato un tempo in cui anche a Palermo esisteva uno speakers'


corner. Diversamente da quello londinese di Hyde Park, “l'angolo degli
oratori” non era fisso ma si improvvisava lungo il centro storico e
l'oratore era sempre uno: Giuseppe Schiera, il poeta ambulante. Gli
bastavano uno sgabello e un crocevia: erano questi gli strumenti del suo
lavoro. I versi di Schiera erano improvvisazione e satira nascosta sotto
la leggerezza di un dialetto intriso d'ironia. Nessuna lotta con il foglio,
nessun provare e riprovare: girava per la città – i mercati, via Venezia,
piazzetta Sett'Angeli erano fra le sue mete preferite – si guardava
intorno, osservava la gente, dava un'occhiata ai giornali esposti in
strada, e subito arrivava l'ispirazione. Allora, in maniera del tutto
estemporanea, saliva sullo sgabello e iniziava a gridare con enfasi:
«Supra la frunti lu portu scrittu, / dintra lu cori ci l'aiu stampatu, / sugnu
la fabbrica di lu pitittu, / pueta Schiera lu disgraziato!» (“Sopra la fronte
lo porto scritto, e dentro il cuore ce l'ho stampato, sono la fabbrica della
fame, poeta Schiera il disgraziato!”).
Era nato nel 1898 nella borgata di Tommaso Natale, da una famiglia
poverissima e numerosa: diciotto figli diventati diciassette quando uno
fu venduto per cinquanta lire a un'altra famiglia. Eppure aveva imparato
a leggere e a scrivere frequentando le cosiddette “lezioni pagate”, cioè
quelle che tenevano gli insegnanti disoccupati in cambio di pochi soldi.
Il primo giorno di servizio militare lo aveva trascorso direttamente in
cella per via delle battute ironiche e irrispettose fatte nei confronti dei
superiori. La fame era sempre stata una nota costante nel suo destino.
Schiera la affrontava come un gioco e col tempo ne aveva fatto la base
fondante, il punto di partenza delle sue strofe. Prima di diventare “poeta
ambulante” aveva un altro mestiere: rubava le olive per rivenderle ai
fruttivendoli. Le sue giornate erano vissute con leggerezza, cercando
espedienti per tirare avanti.
Fino a che non aveva incontrato la fortuna dentro una grotta di monte
Pellegrino. Era lì che viveva quando incontrò un capomastro che,
impietosito, lo invitò a stare per un po' a casa sua. Schiera accettò e da
quella casa a Ballarò non andò più via: fuggì con la figlia del
capomastro, Margherita, e la sposò. Decise di mettere la testa a posto.
Alla maniera di Schiera, naturalmente: lasciò perdere i furti e diventò
poeta.
Chi l'ha conosciuto lo descrive magrissimo e molto alto, con il viso
scavato e gli occhi profondi. Vestiva con un cappello nero a falde larghe
e una lunga palandrana militare. Di giorno in giorno la sua fama in certi
quartieri cresceva sempre di più, soprattutto quando in pieno regime
fascista le sue strofe divennero vera e propria satira. Qualcuno –
nonostante si fosse nei quartieri popolari e di soldi non ce ne fossero
certo in abbondanza – si divertiva così tanto da decidere di acquistare
una merce impensabile: le parole. Allora Schiera ripiegava il foglietto
dove aveva appuntato i versi e lo consegnava all'acquirente con
un'espressione felice.
Le sue filastrocche avevano un che di rivoluzionario: riuscivano a far
desiderare di possedere la magia delle parole anche a chi magari non
sapeva neanche scrivere; inoltre riuscivano in maniera semplice e
diretta a mettere in luce tutte le incongruenze e le follie del regime
fascista, regime che Schiera sembrava non temere. Aveva infatti una
Musa d'eccezione: non una donna né un ideale, ma il Duce in persona.
«Viva 'u duci e la sira manca 'a luci. Di jornu manca 'u pani e a notti
arrivanu l'arioplani» (“Viva il Duce e la sera manca la luce. Di giorno
manca il pane e la notte arrivano gli aeroplani”). I bollettini di guerra, le
notizie politiche erano commentate in maniera esilarante. «'U duci nni
cunnuci, contru 'u palu ra luci» (“Il Duce mi conduce, contro il palo
della luce”) era la risposta di Schiera alle prodezze fasciste. Per questo
si trovava a passare intere giornate in prigione, arrestato formalmente
per accattonaggio, anche se quelle che riceveva non erano elemosine
ma vero e proprio compenso in cambio delle sue poesie. Si trattava di
uno spirito libero follemente innamorato della sua città tanto che,
mentre tutti i palermitani scappavano verso i paesi per mettersi in salvo
dai bombardamenti del 1943, Schiera era rimasto a Palermo, per
continuare a portare un po' di allegria con i suoi versi in quelle giornate
terribili. Uno dei bombardamenti più crudeli del maggio 1943 centrò in
pieno il rifugio di piazza Sett'Angeli, dietro la cattedrale, dove Schiera
quel giorno – insieme a donne, bambini, uomini e vecchi – si era
rifugiato. Fu così che morì il “poeta ambulante”. Probabilmente, come
spesso faceva, stava improvvisando una filastrocca per tenere alto il
morale dei vicini. Oggi al centro della piazza c'è un monumento
commemorativo che ricorda le vittime. La moglie per paura bruciò tutte
le sue poesie. Eppure queste restarono conservate in un luogo sicuro:
nei ricordi della gente. I versi continuarono a vivere grazie ai
palermitani che li avevano imparati a memoria. Indimenticabile
l'interpretazione dei versi di Schiera che faceva l'attore palermitano
recentemente scomparso, Giorgio Li Bassi, anima del teatro siciliano.
LA FORMA DI PALERMO E IL SUO DESTINO

Ogni città ha una forma, ogni città insegue un disegno. Come i tratti
di un volto – con le rughe, le cicatrici, le espressioni – raccontano di
una persona, dei suoi sorrisi, del suo modo di guardare, alla stessa
maniera le strade, i muri, gli angoli, costituiscono i lineamenti di una
città e ne raccontano il trascorrere del tempo, le storie, il sovrapporsi di
stili. Tutti insieme questi lineamenti disegnano un volto e in qualche
modo ne segnano il destino.
Per esempio le strade di Rovaniemi, in Finlandia, tracciano – secondo
il progetto dell'architetto finlandese Alvar Aalto – delle corna di renna,
animali molto diffusi nel Paese scandinavo.
Palermo, invece, vista dall'alto svela una croce, la “Croce Barocca”
formata dall'intersecarsi di corso Vittorio Emanuele con via Maqueda.
Non è sempre stato così. La forma originaria, secondo il suo impianto
punico, era “a lisca di pesce”: una strada coincidente con l'attuale corso
Vittorio Emanuele e tante stradine che da lì partivano. È stato in epoca
spagnola che si è deciso il nuovo assetto urbanistico. Fu necessario
smantellare case e strade, quartieri fitti di edifici e di vicoli intricati,
chiese e giardini. Il progetto era ambizioso: rifondare Palermo,
sostituire la confusione dei vicoli arabi con una lunga strada dritta e
ordinata che desse la possibilità ai nobili di costruire lì i propri sontuosi
palazzi. Via Maqueda fu realizzata nel Seicento. Successivamente,
armato di un martello d'argento, il 21 dicembre 1608, il viceré Giovanni
Fernandez Pacheco marchese di Villena diede simbolicamente i primi
colpi a una misera casetta, per la realizzazione della piazza che della
croce sarebbe divenuta il centro. E la città cambiò per sempre il suo
destino. Non solo per la nuova forma, ma anche per la sua traiettoria.
Mentre l'antico Cassaro – corso Vittorio Emanuele – segue una
traiettoria “terramare” e impasta il suo orizzonte con l'acqua, l'orizzonte
della seicentesca via Maqueda si compone da un lato e dall'altro di
montagne. I palazzi nobiliari e la città tutta, come spesso si dice,
“voltarono le spalle al mare” e il mare smise di essere nel destino della
città. Il centro della croce fu realizzato per magnificare il potere regio e
il nuovo assetto urbanistico: una piazza dalla forma ottagonale
composta da quattro cantoni tutti ornati di statue, fontane, balconi,
stemmi e marmi. Ognuno dei quattro canti è suddiviso in più ordini che
si legano simbolicamente in un percorso che parte dalla terra per
arrivare fino al cielo. Nell'ordine inferiore vi sono le statue delle
stagioni, in quello medio i quattro sovrani spagnoli, in alto le sante
protettrici: la Natura, il Potere, la Santità. Ogni cantone, poi,
rappresenta e celebra uno dei quattro quartieri in cui Palermo viene
divisa da quel nuovo intersecarsi.
La piazza non è mai stata chiamata con il suo nome “istituzionale”,
ossia piazza Villena (dal nome del viceré che diede l'avvio ai lavori),
ma Quattro Canti, Teatro del Sole o ancora Ottagono. Tutti nomi che si
legano a ciò che di più affascinante la caratterizza. Una piazza
ottagonale, dove il sole si esibisce durante tutta la giornata: un cantone
ne è sempre illuminato in un magnifico gioco di luce che inizia all'alba
e finisce al tramonto. Una piazza teatro, le cui quinte sono costituite dai
quattro canti. Teatro del sole ma anche teatro degli eventi più disparati.
Vi si celebrava la vita e la morte, con eguale sfarzo. Per le feste vi erano
sistemate costruzioni effimere, impianti scenografici provvisori a cui si
lavorava per mesi e mesi, destinate a durare una notte, il tempo di una
festa. Per le esecuzioni capitali vi erano montati palchi e sedute.
Oggi i Quattro Canti hanno perso la loro funzione di “piazza” e
rappresentano un monumento da guardare e fotografare dal marciapiede
al riparo delle macchine che affollano l'incrocio. Oggi la forma della
città si è impastata di altre storie e altri percorsi. Via Libertà ha
continuato lo sviluppo cittadino lontano dal mare e piazza Castelnuovo
con piazza Ruggero Settimo sono diventate il nuovo centro, insieme
all'incrocio di via Ruggero Settimo con via Mariano Stabile, quella
piazza Marchese di Regalmici che un tempo era periferia e veniva
chiamata “Quattro canti di campagna” per distinguerla dai “Quattro
canti di città” che erano il centro della “Croce Barocca”. È stata
realizzata la via Roma e sono sorti interi quartieri. Una ragnatela di
strade e piazze ha legato il volto della città a mille traiettorie. Ma la sua
forma, il suo disegno, ruota ancora su quella “Croce Barocca” e sul suo
centro che rappresenta la complessa trama cittadina.
LEONI A PALAZZO BAUCINA DE SETA

Giulia Fardella dei baroni di Moxharta aveva un fascino del tutto


fuori dal comune. Si dice che conoscesse i segreti della seduzione, che
riuscisse a creare un'alchimia di gesti e atteggiamenti per cui era
impossibile resisterle. Non era bellissima ma si sa che la bellezza non è
tanto il bello in sé quanto il sentimento che suscita l'incontro con la
bellezza. Per questo agli occhi di tutti Giulia Fardella era stupenda.
Aveva una voce meravigliosa con cui, cantando, allietava le serate di
ospiti e amici. Il 2 gennaio 1895 sposò il principe Antonio Licata di
Baucina e con lui andò a vivere a Palazzo Baucina, oggi conosciuto
come Palazzo De Seta, alla Kalsa. Una meravigliosa dimora nobiliare
che da una parte guarda al mare e dall'altra – proprio sopra Porta dei
Greci, uno degli ingressi della città – alla piazza Kalsa. Un palazzo che
oggi dovrebbe essere più ampio e dalla forma a U se le monache del
vicino Convento di Santa Teresa non avessero lottato strenuamente per
impedire l'allargamento che le avrebbe private della vista del mare. Il
palazzo era celebre per le feste che vi si svolgevano lungo i saloni in
stili differenti o nel giardino. Giulia Fardella ne era la regina e, anche
dopo che si fu sposata, gli uomini continuavano a innamorarsi di lei. Lo
zar in visita a Palermo quando la conobbe le regalò una tabacchiera
tempestata di brillanti. Ne mancava solo uno, quello centrale, il più
grande. L'aveva tolto lo zar promettendole di rimetterlo al suo posto
solamente quando lei gli si sarebbe concessa.
L'amore con il principe Antonio Licata durò poco. Troppo corteggiata
lei, troppo corteggiatore lui: era necessario separarsi. La principessa
proseguiva la sua vita organizzando feste e godendo della Belle Époque
con le sue atmosfere eleganti e trasgressive. Il principe si dedicava alle
sue passioni: le barche e la caccia. Le lettere conservate negli archivi
dei discendenti raccontano che i due coniugi cominciarono a farsi
ripicche degne di un romanzo.
Il più memorabile dei dispetti ebbe come scenario proprio il Palazzo
della Kalsa. Lì Giulia Fardella aveva organizzato un grande
ricevimento. Se ne parlava da giorni, e l'aspettativa cresceva sempre di
più. Le magnifiche terrazze sul mare e i giardini che arricchivano
l'edificio erano in quell'occasione addobbati come una barocca
scenografia teatrale. Una scenografia, già fuori dal comune, perfetta per
ospitare la “sorpresa” organizzata per lei dal suo nobile consorte. Il
principe di Baucina non riusciva a proprio a sopportare tutte quelle
feste. Era in mare con la sua feluca, quando gli venne un'idea e decise
di tornare. A quei tempi c'era in città il circo e così il principe si recò a
vedere gli animali. Li squadrò con attenzione, valutandone dimensioni e
caratteristiche. Dopo un accurato giro scelse due bei leoni e diede
disposizioni precise: dovevano subito essere portati al palazzo nel quale
si stava svolgendo il ricevimento.
Gli ordini furono eseguiti alla lettera. I leoni fecero irruzione a
palazzo fra la confusione e lo stupore generale. Chi scappava, chi
gridava, chi si metteva in salvo come poteva.
Per fortuna nessun ospite si fece male, ma la festa fu comunque
rovinata. E le cronache cittadine di quei tempi, già ricche di eventi
mondani eccentrici, ebbero ancora un altro argomento di cui parlare.
I NEGOZI STORICI E LA FORMULA PER
INGANNARE IL TEMPO

I negozi storici raccontano la storia commerciale della città. Le loro


insegne – alcune dipinte a mano, altre con eleganti lettere di ottone –
riportano quasi sempre il nome del proprietario. Non è un particolare,
ma un elemento essenziale di questi luoghi la cui storia è intimamente
legata a quella dei commercianti che con le loro famiglie lavorano da
generazioni nella stessa bottega. Ognuno è custode di un'atmosfera e di
una strana percezione del tempo che può trovarsi solo lì dentro.
In piazza Meli c'è la ferramenta D'Arpa Buffa che risale al 1880.
Luca D'Arpa, l'attuale proprietario, rappresenta la quinta generazione.
Qui per magia il tempo è visibile. Il marmo di Billiemi del pavimento è
il narratore della storia dell'attività. Uguale a quello della strada – le
classiche balate della Vucciria – quello dentro il negozio si è
trasformato. Ai piedi del bancone è diventato non solo liscio e scivoloso
ma anche molto più basso, scavato: narra di tutti i passi, di tutte le
attese dei clienti appoggiati al bancone dal 1880 a oggi. Sembra che,
facendo un passo su quel marmo, si entri a far parte di una storia
collettiva in cui il passare del tempo rimane evidente nel profondo
solco. E allora non deve stupire che tutto sia rimasto identico a com'era
all'inizio: gli arredi, le vetrine, i classici cassettini di legno quadrati e
piccoli ognuno con una tipologia di chiodi, viti, bulloni che riempiono
un'intera parete. Come in Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde,
dove il tempo passava solo sul quadro che ritraeva il protagonista: nel
negozio cent'anni sono passati solo su quella fetta di marmo per terra
che regala al resto del “paesaggio” l'eterna somiglianza al suo aspetto
originario.
In piazza Rivoluzione dal 1944 c'è l'Antica Bottega Grillo, che vende
articoli per calzature. Lì dentro il tempo non conta, è semplice
corollario di un mondo che sembra non percepirlo. In questo negozio i
gesti dei commercianti sono più lenti. Come se ci fosse una proporzione
tra la lentezza e gli anni del negozio. E soprattutto come se non si fosse
condizionati dalla necessità di fare le cose nel minor tempo possibile.
Basta entrare nella bottega e l'orologio smetterà di comandare i clienti a
bacchetta. Le pareti sono fatte di stringhe colorate, barattoli di colla,
fibbie, suole e cinte di cuoio sopra le quali sta scritto: “Un uomo senza
pancia è come un cielo senza stelle”. L'insegna è quella originale,
realizzata a mano dallo stesso proprietario di allora, Francesco Grillo.
Lo racconta Filippo Modica, genero del fondatore. Lamenta che mentre
in molte altre città i negozi storici sono considerati monumenti,
segnalati in veri e propri itinerari turistici, a Palermo nessuno sembra
interessarsene. Giorno dopo giorno chiudono esercizi che hanno
scandito la storia e il paesaggio cittadino.
In corso Vittorio Emanuele 231, all'angolo con la pittoresca piazzetta
Arezzo, c'era la gioielleria Mercurio, una delle più antiche gioiellerie
della città, così famosa da essere citata nella celebre opera di Luigi
Pirandello, Il berretto a sonagli: «Voglio che mi compriate una collana,
Ciampa, una bella collana. Sapete come? A pendagli. […] Andate da
Mercurio, che è il nostro giojelliere. So che la collana di questa amica
mia fu certo comprata da lui», ordina Beatrice a Ciampa.
Qui il tempo si ferma e si fa ripartire a proprio piacimento. Il negozio
era rimasto chiuso per molti anni. Quando Vincenzo e Adele Merlo di
Sant'Elisabetta vi hanno spostato il loro Casa Merlo, raffinato negozio
di ceramiche, l'hanno trovato inalterato e con tutti gli arredi originali.
Così hanno fatto ripartire il tempo del negozio mantenendolo uguale a
com'era all'origine. Le opere di abili ceramisti si mischiano al fascino di
uno spazio il cui nucleo storico risale al XIX secolo. Incastonato tra le
due insegne – quella del Corso Vittorio Emanuele e quella di piazzetta
Arezzo – c'è un grande orologio fermo sempre alla stessa ora: le quattro
meno sette. «Non è rotto, potremmo farlo ripartire, ma non so perché
non l'abbiamo mai fatto», osserva di sfuggita Vincenzo Merlo.
Quell'orologio fermo, insieme agli anni visibili nel marmo di Billiemi e
ai gesti lenti dei commercianti della famiglia Grillo, suggerisce un'idea
in più: in questi angoli che mantengono viva l'identità specifica e
personalissima delle strade palermitane, lottando contro l'omologazione
del paesaggio urbano, il tempo perde la sua importanza, cessa di essere
protagonista e ossessione di ogni gesto quotidiano. Una volta superata
l'insegna ed entrati nel negozio sarà come se tutti gli orologi si
fermassero nella forma e nel gesto che decidono i personaggi principali
di questa storia: i commercianti delle attività storiche cittadine, custodi
della formula segreta per ingannare il tempo.
BENVEDUTO: C'ERA UNA VOLTA AL FORO
ITALICO

Una parola su un cubo di cemento a metà strada tra terra e mare può
essere una scritta lasciata per caso da qualcuno. Oppure può essere
l'inizio di un racconto, un “C'era una volta”.
C'era una volta un artista tedesco, Peter Weismann che, come molti
altri artisti stranieri, era riuscito a vedere a Palermo qualcosa proprio
dove nessuno vedeva più niente.
La prima volta che era stato in città, nel 1989, il Foro Italico era
ancora colmo di resti dei crolli e dei detriti della seconda guerra
mondiale, che cancellavano il mare e l'antica Passeggiata della Marina.
Anni dopo, tornando, aveva trovato un prato al posto dei detriti, il mare
era riapparso e il Foro Italico era di nuovo una passeggiata e un luogo
d'incontro.
Ritornato in Germania aveva continuato a pensare e a ripensare a
quella città e al significato del suo mare. Così l'artista aveva di nuovo
aspettato l'estate, aveva inforcato la sua bicicletta e – seguendo il suo
motto “il percorso è la meta” – dalla Germania era arrivato fino a
Palermo, fino al lungomare del Foro Italico, fino ai cubi frangiflutti che
proteggono la costa dalle onde. Era l'estate del 2009.
Attraverso lo sguardo di Weismann quei blocchi di cemento erano
diventati per magia tanti “palchi”, luoghi dove idealmente si esibivano
artisti di ogni sorta. Li ha osservati e ha immaginato un uomo che
suonava un violino, poi un pittore che lavorava alla sua opera, quindi
uno scrittore che leggeva pagine del suo libro. E poi ha immaginato se
stesso, che finalmente dava libero sfogo a quell'ispirazione che
continuava ad abitare i suoi pensieri da quando aveva guardato il mare
di Palermo.
Alle prime luci dell'alba del 31 agosto 2009 Peter Weismann si era
messo a lavoro e al crepuscolo uno dei blocchi frangiflutti – quello di
fronte alle panchine di ceramica – era diventato il primo dei suoi
palcoscenici immaginari.
Una sedia, una valigia, delle scarpe, un cappello e una giacca rivolti
verso il mare e interamente dipinti di bianco. Una scultura che era una
riflessione sui migranti, su cosa il mare potesse significare se guardato
attraverso lo sguardo di chi “lo prende” in cerca di salvezza. I siciliani
di un tempo, gli africani di oggi.
Il titolo della sua installazione era Benveduto, un gioco di parole tra
“benvenuto” e “ben visto”.
Weismann aveva finalmente compiuto l'opera che aveva provato a
realizzare l'anno prima ma che non era riuscito a completare perché
alcuni ragazzi di notte l'avevano prima distrutta e poi gettata in mare.
Un atto di vandalismo, che tuttavia per l'artista – visto che l'opera era
tanto legata al concetto di migrante – aveva assunto un significato
molto intenso.
Per qualche tempo l'installazione è stata lì, rivolta all'orizzonte,
oggetto di foto di turisti e passanti. La gente andava a visitare quel
regalo lasciato alla città, senza chiedere nulla in cambio, senza firma,
né pubblicità, che sembrava nato dal mare da una notte all'altra, come
un segreto bisbigliato all'orecchio di chi si fermava a guardare
l'orizzonte. Poi il 9 settembre l'installazione è scomparsa, restava
soltanto la scritta “benveduto” sul cubo. «Non importa», ha detto Peter,
«l'arte si realizza nel processo, non nel risultato».
Oggi sui cubi ci sono decine di frasi di ragazzi che dichiarano il loro
amore, date e nomi. Alcuni invece sono stati resi più belli, dipinti da
altri artisti anonimi, contagiati dall'opera di Weismann. Poi, poco
lontano, su un altro cubo, tante scarpe incollate a raggiera su un fondo
bianco. L'ultima opera di Weismann. Ma questa è un'altra suggestione,
un altro “C'era una volta”.
L'ALBERO STRITOLATORE

Nel 1863, quando Filippo Basile progettò la Villa Garibaldi di piazza


Marina ispirata a certi giardini inglesi ricchi di verde e tutti circondati
da edifici, volle tra gli altri piantarvi dei Ficus magnolioides che oggi
hanno raggiunto dimensioni gigantesche. Uno in particolare è tra i più
grandi d'Europa. Il suo nome tecnico è Ficus macrophylla, anche se
comunemente è chiamato Ficus magnolioides per via delle sue foglie
simili nella forma e nel colore a quelle della magnolia. Ma un altro
inquietante appellativo lo caratterizza, quello di “albero stritolatore”.
Giorno dopo giorno si allarga e cresce sempre di più,
autoalimentandosi: forti e grosse radici aeree partono dai rami fino a
raggiungere il terreno, dove si tramutano in tronchi e poi di nuovo in
radici, in un moltiplicarsi infinito. Quando lo spazio non gli basta più, il
ficus se lo prende, si avvinghia e stritola tutto quello che ostruisce il suo
cammino. Sembra agire con la determinazione e la prepotenza che solo
certi uomini hanno. E ciò perché è un albero fatto di uomini: la
straordinaria e selvaggia capacità di svilupparsi non sarebbe soltanto
merito della sua natura ma anche della storia del palazzo che gli sta di
fronte, dal cui portale d'ingresso uscivano sulla piazza i condannati a
morte dal tribunale dell'Inquisizione.
Edificato nel XIV secolo, Palazzo Chiaramonte detto anche Steri – da
hosterium, palazzo fortificato – fu tra le altre cose sede del tribunale e
delle carceri della Santa Inquisizione. Il giorno dell'esecuzione i
prigionieri uscivano dalle celle e in una mesta processione si avviavano
al centro della piazza per ascoltare la pena loro inflitta. Era un vero e
proprio spettacolo – lo “Spettacolo di giustizia” veniva chiamato –
offerto dagli inquisitori al pubblico, sistemato in anfiteatri
appositamente costruiti. Tutto era pensato e organizzato per celebrare il
potere della Santa Inquisizione e mortificare i condannati. Era
importante che assistesse il maggior numero di persone e per questo di
solito le esecuzioni avvenivano di domenica o nei giorni festivi. Mentre
gli inquisitori erano riccamente adornati, gli inquisiti erano a piedi nudi,
una croce nera sull'abito e il cappello a forma di mitra su cui era dipinto
il loro peccato. Tutti si ritrovavano al centro di un palco montato sulla
piazza. Solo chi non si pentiva veniva giustiziato, quindi non erano
molte le esecuzioni, tuttavia quando avvenivano erano organizzate e
spettacolarizzate. Si dice che le esecuzioni avvenissero proprio nel
luogo dove oggi si trova l'albero. Vuole la credenza popolare che il
Ficus magnolioides sia così rigoglioso perché la terra su cui è stato
piantato si è nutrita per tanti anni delle anime dei condannati a morte.
Per questo le sue radici sembrano lunghissime braccia umane, perché di
uomini è fatta la sua corteccia e di uomini sono fatte le sue foglie.
VIA GIOIAMIA

Il Capo a volte pare una città a sé stante con le sue tradizioni, i suoi
orari e le sue abitudini.
Le sue vie sono strade-salotti in cui la gente sta fuori a parlare mentre
cucina, mentre stira o stende i panni. Sono vie-mondi, dove ogni cosa
ha senso se avviene lì dentro, fuori non esiste. Si tratta di vicoli abitati
sempre dalle stesse famiglie, vicoli che assorbono giorno dopo giorno
le loro vicende, la loro intimità domestica che si svolge con la porta
aperta sulla strada. Passando da lì si può assistere alla rappresentazione
della quotidianità umana. Le porte aperte sulla strada, il tavolo al centro
della stanza e una famiglia che pranza, una signora che cuce con la
sedia un po' dentro casa e un po' fuori, un bambino che fa i compiti.
Tutto esposto, come le merci del mercato a pochi passi. Immagini di
solito accompagnate dai suoni: per comunicare in queste strade non si
usa il telefono né gli SMS, si grida. Da qualche parte di una palazzina si
sente qualcuno urlare un nome più volte finché chi è chiamato non
risponde dall'edificio di fronte: inizia così un dialogo regalato alla
curiosità di tutti.
Per questo i nomi di queste strade sono diversi da quelli normali,
sono nomi dettati dalla peculiare storia del vicolo. Sono i nomi che in
maniera del tutto spontanea usano gli abitanti della strada per chiamare
“casa loro”. Raccontano le abitudini dei vicini, qualcosa che è successo,
il cui significato è legato soltanto al fazzoletto di terra che ha quel
nome. Via Gioiamia è una di queste strade. Nessuno sa con certezza da
dove venga fuori il toponimo, perché si tratta di nomi che nascono per
abitudine e poi si consolidano. È certo comunque che racconta un modo
di fare tipicamente palermitano per cui ci si rivolge a chiunque – non
solo alle persone più intime – con l'appellativo “gioia mia”.
Molti anni fa vi abitava un uomo che aveva l'abitudine di chiamare
chiunque “gioia mia”. Bastava allora passare per il vicolo e si sentiva
sempre quel suono, quelle due parole: «Ciao gioia mia, come stai gioia
mia…». Si affacciava al balcone di casa sua e quando doveva
richiamare l'attenzione di qualcuno cominciava a gridargli: «Ehi gioia
mia…». Il suono del vicolo divenne ben presto quello della voce di
quell'uomo che continuava ad abbanniare, sospirare, sussurrare sempre
quelle due parole. E come sempre avviene in questi “mondi”, non è
tanto il nome o il cognome che caratterizza le persone, quanto le loro
caratteristiche. Non ha tanta importanza chi si è, ma come si è. Allora
quell'uomo che chiamava tutti “gioia mia” divenne ben presto lui stesso
“Gioia mia” e cominciò a dirsi “vado nella strada di Gioia Mia”, “vado
dove abita Gioia Mia”, e infine “vado in via Gioiamia”. Anche i vicoli
adiacenti sono stati “contagiati” da quel “gioia mia” e si chiamano via
della Rosa alla Gioiamia, vicolo del Cancello alla Gioiamia. Un nome
che non è legato a eventi o personaggi memorabili ma a piccole,
preziose abitudini di vicoli destinate altrimenti a perdersi.
L'ISPIRAZIONE E IL GATTOPARDO

Da dove nasce l'ispirazione? Dove comincia quello stato di grazia in


cui s'intravede un istante di chiarezza, di verità nella confusione delle
immagini quotidiane? Moravia diceva che l'ispirazione è «un
acceleramento fantastico della razionalità». Non esistono formule
magiche per immergersi nell'aura che permette di “inspirare”, far
entrare in sé immagini e idee per restituirle poi rinnovate dalle proprie
intuizioni. Ma la propria esperienza, l'osservazione delle vicende e delle
vite altrui e l'immaginazione possono costituire degli ingredienti
essenziali. E, almeno in parte, furono gli strumenti che usò Giuseppe
Tomasi di Lampedusa per scrivere il suo capolavoro, Il Gattopardo. Le
esistenze degli altri e il loro significato furono fondamentali per lo
scrittore. Come risulta dalla lettera scritta all'amico Enrico Merlo di
Tagliavia datata 30 maggio 1957. È sempre molto toccante leggere le
lettere con cui gli scrittori raccontano al più caro amico, all'editore o a
un altro scrittore il senso del proprio libro appena finito. C'è un misto di
impazienza, insicurezza ed entusiasmo. Si vuole spiegare il nucleo
centrale, l'idea forte che caratterizza il testo e insieme si vuole
un'opinione, si ha finalmente chiaro il senso del tutto, che magari
mentre si scriveva non era poi così chiaro e lo si riesce a sintetizzare in
poche battute. Tomasi prega l'amico di «leggerlo con cura perché ogni
parola è stata pesata e molte cose non sono dette veramente ma solo
accennate». Specifica che «la Sicilia è quella che è; del 1860, di oggi e
di sempre». E fa una carrellata delle persone che l'hanno ispirato per la
scrittura del suo capolavoro. Il principe di Salina è il suo bisnonno, il
principe di Lampedusa; Tancredi «è fisicamente e come maniere, Giò;
moralmente una mistura del senatore Scalea e di suo figlio Pietro»;
«Angelica non so chi sia, ma ricorda che Sedàra, come nome,
rassomiglia molto a “Favara”». Infine, sul retro della busta annota che il
personaggio chiave del romanzo è il cane Bendicò.
Giò è l'adorato figlio adottivo Gioacchino Lanza Tomasi, famoso
musicologo e scrittore. Il personaggio di Angelica è ispirato da Maria
Favara. La storia d'amore descritta nel romanzo è famosa: Angelica,
figlia del ricco borghese Calogero Sedàra, sposa Tancredi, nipote del
principe di Salina, proveniente da una nobilissima famiglia la cui
situazione economica non è tra le più rosee. Il matrimonio darà a lei un
prestigiosissimo titolo nobiliare, a lui quel patrimonio necessario per
rifondare le traballanti casse della famiglia.
Forse perché interpretati da Claudia Cardinale e Alain Delon nel film
di Luchino Visconti, Angelica e Tancredi sono tra i personaggi più
celebri del romanzo e sono entrati nell'immaginario collettivo con i
volti dei due attori nel pieno della loro bellezza. Sembra impossibile
immaginarli diversamente, eppure lo scrittore deve averli pensati con il
volto di Giò e con quello di Maria.
Fulco di Verdura nel suo libro Estati felici racconta dell'amatissima
nonna, la principessa Maria Favara, che lui chiama “granmà”: «Era
stata una bellissima donna, secondo i canoni dell'Ottocento, ma quella
che io rammento con tenerezza è una piccola signora piuttosto
grassottella con un viso dai lineamenti assai fini sotto un alone di ricci
nivei, vestita di nero in tutte le stagioni, un ventaglio in mano». Aveva
sposato a soli sedici anni Corrado Valguarnera Tomasi che era stato –
come Tancredi – l'unico nobile palermitano a prendere parte alla
spedizione dei Mille. Maria Favara aveva un enorme patrimonio dato
dall'unione delle ricchezze del padre con le estese proprietà della
madre. Abitavano a Villa Niscemi, oggi sede di rappresentanza del
Comune. Un edificio il cui impianto originario risale al Seicento: era un
baglio agricolo, il “Baglio della Balata” con una torre di difesa. Tra il
1730 e il 1750 fu trasformato in residenza nobiliare e quando, nella
seconda metà dell'Ottocento, passò ai principi Maria e Corrado
Valguarnera Tomasi la villa venne arricchita e abbellita ancora di più.
Non appena entrarono a far parte del romanzo, le esistenze reali
mutarono e divennero quelle dei “personaggi”, filtrati dallo sguardo
dello scrittore, ma è proprio qui che sta il segreto dell'immaginazione,
come diceva Oscar Wilde, nella «qualità che consente di vedere cose e
persone nei loro rapporti ideali e reali».
LEGGENDO MAIOLICHE

Al numero 11 di via Garibaldi, dentro Palazzo Torre Piraino, qualche


anno fa si è realizzata una magia che riguarda solo il palazzo e il
proprietario di uno degli appartamenti. Per questo non la conoscono in
molti, anche se adesso sta sotto gli occhi di tutti.
Se fosse l'incipit di un romanzo si potrebbe cominciare col descrivere
il protagonista, Pio Mellina, immerso in una casa interamente rivestita
di maioliche con la luce intensissima del mezzogiorno palermitano che
illumina parte dell'appartamento lasciando in ombra il resto. Seduto sul
suo divano rosso ascolta le voci dei bambini che giocano fuori a
ricordare che l'ambientazione è quella di un quartiere popolare e
colorato quale è la Kalsa. Si potrebbe poi sorprenderlo mentre ricorda
la prima volta in cui ha incontrato l'oggetto della sua passione da
collezionista: aveva dieci anni e passeggiava per il centro storico
palermitano con i genitori. Per terra, accanto a un cassonetto, aveva
trovato la prima piastrella maiolicata e l'aveva raccolta e conservata. A
quei tempi non si comprendeva ancora il valore di questa forma d'arte
tipica della Sicilia e della Campania e le maioliche si trovavano gettate
agli angoli delle strade. Sono passati trentatré anni e quella mattonella
ne ha generate molte altre. Per questo oggi Mellina si trova immerso in
quell'ambientazione da romanzo, le Stanze al Genio, una casa-museo
del tutto inconsueta realizzata con Antonio Perna e Davide Sansone,
che contiene ben 2300 esemplari di maioliche.
Le piastrelle di ceramica incorniciate come quadri sono suddivise a
seconda del loro periodo storico e della provenienza. Un trionfo di
colori, forme e disegni che dal pavimento fino al soffitto rivestono
l'appartamento. I tetti affrescati, la luce intensa che entra dalle ampie
finestre e i pezzi di altre collezioni – gli oggetti di cancelleria d'epoca
della cartoleria Perna, le scatole di latta, le bottiglie d'inchiostro –
potenziano il fascino dello spazio.
Mellina non sapeva che l'appartamento lo stava aspettando. Poteva
però intuirlo perché è stato un amore a prima vista. Non appena è
entrato ha avuto la certezza che era lì che doveva abitare. Vi si è
trasferito nel 2001 e l'appartamento, malmesso e buio, è rinato. Ha
riportato alla luce gli splendidi affreschi, che erano stati coperti nel
1902 quando fu diviso il palazzo. L'ha ristrutturato e arredato con cura.
Poi ha deciso di acquistare l'appartamento contiguo per riunificare il
piano nobile così com'era alle origini.
L'appartamento per ringraziarlo gli ha fatto un regalo – quella piccola
magia di cui si diceva all'inizio – scegliendo naturalmente ciò che era
più gradito al destinatario: delle preziosissime maioliche.
Erano nascoste sotto il nuovo pavimento del piano nobile. Coperte da
tempo, se ne era persa la memoria, ma il palazzo aspettava soltanto la
persona adatta a cui regalarle. Sono sbucate fuori all'improvviso
durante la ristrutturazione e oggi sono incorniciate ed esposte.
Dalla passione possono nascere relazioni, talenti e a volte anche
mondi, così Mellina ha creato la sua “isola” e l'ha rivestita della sua
passione. Come in un'arca di Noè fatta di maioliche, raccoglie tutti gli
esemplari per salvarli dall'oblio. L'ultima collezione che ha comprato
stava per finire all'estero e, per non permettere che pezzi unici dell'arte
siciliana lasciassero l'isola, non ha potuto fare a meno di acquistarla.
Interamente realizzate a mano e dipinte da abili ceramisti con motivi
floreali o geometrici, le piastrelle maiolicate sono capaci di raccontare
molte cose. Soprattutto se, come Pio, quelle mattonelle le si sa
“leggere”. Gli basta guardare la dimensione, lo spessore, certi disegni
per riconoscerne l'origine. Come se sfogliasse un libro le cui parole
sono fatte di segni e tratti, il collezionista palermitano riesce a
decifrarne i segreti e a raccontarne il percorso: se viene da Napoli o da
Palermo, se è del Quattrocento o del Seicento, se ci ha lavorato una sola
persona o più mani, quali erano i gusti dell'epoca e come erano
realizzati i palazzi. Se glielo si chiede, è disposto a svelare qualche
piccolo trucco, come la chiave di lettura di certe dimensioni delle
mattonelle fatte a Palermo: più piccole sono, più lontana è la loro
datazione. Infatti nel Quattrocento non si conosceva ancora la tecnica
per non farle spaccare, e solo man mano che negli anni si affinava il
metodo si riusciva ad ampliarne il formato.
Aperta al pubblico nel 2008, la casa-museo vanta una delle più grandi
collezioni d'Europa di maioliche e soprattutto riesce a mettere in salvo
“tantissimi pezzetti” di storia locale.
LA MAGIA DEL PRINCIPE RANIERO ALLIATA

All'ingresso della sua villa al numero 118 di via Serradifalco il


principe Raniero Alliata di Pietratagliata aveva appeso un cartello:
“Benvenuti gli amici, maledetti i parenti”, e per non lasciare alcun
dubbio aveva dipinto i parenti come tanti diavoli con tanto di forca,
coda e corna.
Principe del Sacro Romano Impero, colto e fortemente misantropo,
stravagante e appassionato di scienze occulte: Raniero Alliata era stato
educato e cresciuto secondo la più impeccabile etichetta. Allevato da
una tata tedesca, aveva sviluppato un amore per tutto ciò che proveniva
dalla Germania, tanto che – allo scoppio della prima guerra mondiale –
era partito malvolentieri per combattere contro un nemico che in realtà
amava. Quando nel 1925 perse una cifra spropositata ai tavoli da gioco
del circolo Bellini decise di ritirarsi dalla vita mondana e – potenziando
un interesse maturato già da ragazzino grazie ai libri della biblioteca del
suo palazzo – di dedicarsi all'occultismo.
Racconta Bent Parodi, nel suo libro Il principe mago, che Raniero
amava atteggiarsi a nobile decaduto. La prima volta che l'aveva
incontrato – lo scrittore era ancora un bambino – il palazzo era immerso
nell'oscurità e Raniero «alto e massiccio, con i capelli rasati alla
tedesca», lo aveva accolto con indosso un vecchio pigiama e una
papalina in testa.
Quello a Villa Alliata fu sempre di più un isolamento volontario,
interessato com'era Raniero quasi esclusivamente alle sue ricerche.
L'occultismo era di moda a quei tempi fra gli aristocratici siciliani, che
ne discutevano nei salotti e ne sperimentavano le pratiche. Ma per il
principe Alliata non era solo un hobby. Le testimonianze dei suoi
strabilianti esperimenti insieme alla completezza dei suoi studi e delle
sue teorie riscossero subito l'interesse di molti studiosi. Gli fu offerta
una cattedra all'università, ma lui preferì sempre la solitudine del suo
studio. Oltre a Parodi – che passò con lui gran parte dell'infanzia e
dell'adolescenza – il principe frequentava pochissimi amici: il poeta
Lucio Piccolo e lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Anche gli
incontri con i pochi amici erano sporadici e non soltanto per la sua
misantropia, ma per i particolari orari che aveva. Raniero odiava i
rumori, così per evitare di ascoltarli dormiva di giorno. Si svegliava
intorno alle sei del pomeriggio, cominciava i suoi studi e i suoi
esperimenti che terminavano all'alba del giorno dopo. Sempre di più
evitava la gente e si contornava degli spiriti con cui diceva di essere in
contatto e che gli permettevano, tramite i loro messaggi, di parlare
lingue sconosciute come il greco o l'aramaico.
Villa Alliata di Pietratagliata oggi versa in un pessimo stato, ma
ancora può intravedersi nell'imponente facciata in stile neogotico, nelle
sue torri merlate e nei suoi balconi, il riflesso dell'atmosfera che vi si
poteva respirare fino al 1979, fino a che vi abitò Raniero. Da lì, intorno
alle sei del pomeriggio, il principe si affacciava e con un teschio in
mano recitava una formula – sempre la stessa – in aramaico. Si dice
fosse una sorta di anatema contro Palermo, di cui disprezzava la
devastazione urbanistica.
Il principe aveva suddiviso gli uomini in personalissime categorie: al
vertice c'era un gruppo di pochi, chiamati “i palesi”, destinati, come
racconta Bent Parodi, «al primato della vita psichica». E alla base, nel
gradino più basso, “i coprotidi”, gente «spregevole moralmente e
ripugnante al contatto». L'umanità era per Raniero motivo di studio alla
stessa maniera in cui lo erano gli insetti che collezionava e le piante che
coltivava. La sua collezione di farfalle e insetti oggi si trova a Palazzo
D'Aumale di Terrasini ed è considerata tra le più grandi e importanti
collezioni entomologiche d'Italia. Il giardino era un ricco fiorire di
palme e piante esotiche, c'erano dei viali e un laghetto con pesci e
anatre, lungo il quale il principe amava passeggiare e riflettere. Oggi
però quasi non esiste più se non per una piccolissima parte, proprio a
causa della devastazione urbanistica di cui il principe già aveva intuito
gli effetti.
LE CAMERE DELLO SCIROCCO E I MILLE
PERCORSI DEL SOTTOSUOLO

Nel Settecento, prive di condizionatori e ventilatori, le dame si


rinfrescavano grazie ai ventagli ma soprattutto “scendendo” nelle
cosiddette “camere dello scirocco”. Vere e proprie oasi di pace capaci di
fermare il tempo meteorologico in un eterno clima ideale, quelle stanze
riuscivano a essere freschissime d'estate e tiepide in inverno. In questa
maniera si scampava dallo scirocco, il vento caldo proveniente da
sudest. Tutte le più belle case di villeggiatura ne avevano una. I nobili
utilizzavano gli spazi ipogei preesistenti o se ne facevano costruire di
nuovi.
A Palermo si nasconde, infatti, tutto un mondo nel sottosuolo: camere
dello scirocco, bagni ebraici, corridoi e lunghi passaggi che collegano
vari punti della città. Luoghi ipogei che esistono da secoli e che
cambiano continuamente proprio come cambiano le strade in superficie.
Camminando per la città si può immaginare che sotto i propri piedi
scorrano vicende, tracce di architetture e di abitudini. I modi di vivere
“sottoterra” sono moltissimi e quelle che nel XVIII secolo erano
camere utilizzate per fuggire dal caldo furono spesso utilizzate due
secoli dopo come rifugi antiaerei per fuggire dalle bombe. Altre invece
erano originariamente luoghi di purificazione delle donne, come quella
nell'antico quartiere ebraico. Nei pressi della Chiesa di San Nicolò di
Tolentino, che prima della cacciata degli ebrei nel XV secolo era una
sinagoga, c'era un bagno rituale ebraico. Lì le donne si purificavano
dopo il parto e dopo il ciclo mestruale. Scendevano le scale e, lasciati
gli abiti in una stanzetta adiacente al bagno, si immergevano nell'acqua.
Altre camere dello scirocco, invece, furono usate per nascondersi e
scomparire. Come quella di Fondo Micciulla ad Altarello, che era
originariamente una cava. Nel 1715 i baroni Micciulla la adibirono a
camera dello scirocco dotandola delle sedute e abbellendola. Oggi è
visitabile e mantiene intatta la capacità di donare un clima perfetto. Si
scendono delle massicce scale di roccia calcarenitica e la temperatura
cambia. Il fresco pare frutto di chissà quale congegno modernissimo.
Invece è semplicemente merito della natura che tutto attorno circonda
di verde le pareti della roccia. La fitta vegetazione che scende dall'alto
ripercorre quello che era il tragitto delle originarie cascate alimentate
dall'antico fiume Gabriele. Un vero e proprio paradiso nascosto: ci si
accomodava sulle sedute di pietra chiacchierando e bevendo bibite
nell'attesa che arrivasse la fine del giorno quando finalmente l'aria si
rinfrescava un po' e si sarebbe potuti andare alla Marina a passeggiare
sulla riva del mare. L'acqua, che era elemento essenziale del
“rinfrescamento passivo” di quegli spazi, scorre ancora freddissima e
pulita. Come ancora ci sono gli ingressi ai qanat, corridoi scavati sotto
terra che incontravano la falda acquifera e la portavano – grazie alla
loro inclinazione – in superficie. La tecnica era stata portata dagli Arabi
per razionalizzare il sistema idrico cittadino. Successe però che
l'utilizzo di quel luogo mutò radicalmente. Da soluzione per sfuggire
allo scirocco estivo, divenne una via di fuga dalle forze dell'ordine.
Come gli antichi Beati Paoli dal Capo si infilavano sottoterra e
scomparivano, così fino a qualche decennio fa i membri della
criminalità organizzata usavano quei varchi che partono dalla camera
per nascondersi e scappare, percorrendo l'intricata rete che si dipanava
nel sottosuolo palermitano. Il Fondo Micciulla oggi è gestito dagli
scout, che hanno fatto rivivere il terreno con i suoi agrumeti e i suoi
spazi verdi, la camera dello scirocco e i qanat, che con i loro percorsi
nel sottosuolo conducono ancora a mille altre storie e utilizzi segreti.
COSA SUCCEDE LA NOTTE A PIAZZA PRETORIA

Lo stesso luogo può mostrarsi in maniera differente a seconda di


come ci si approccia, a seconda del lato da cui lo si guarda. Scegliere
entrate secondarie, optare per ore del giorno inconsuete equivale a
creare un rapporto personale. Che, come ogni rapporto, può essere
coinvolgente, banale, disastroso. Ma se si ha la fortuna di scegliere il
punto di vista giusto, allora si rimarrà sempre affezionati a quel
personale modo di guardare alla realtà.
Piazza Pretoria ha volti e storie diverse non solo a seconda del punto
da cui vi si accede ma anche dell'ora del giorno in cui la si visita. La
piazza dà il nome alla fontana che ne occupa quasi tutto lo spazio. Ma
in realtà è il contrario. Viene infatti quasi sempre chiamata “piazza delle
Vergogne” o “piazza della Vergogna” a causa delle statue della fontana.
Statue completamente nude o al più ricoperte da stoffe leggere:
imbarazzanti per i palermitani più pudichi, turbati dalle “vergogne”
esposte in strada, e anche per le monache del vicino convento, che
quando si ritrovarono per la prima volta davanti a tutte quelle nudità
pare abbiano esclamato “che vergogna!”.
Lo spazio della piazza, in realtà, venne chiamato così ancora prima, a
causa degli sperperi e della corruzione che caratterizzò l'acquisto della
fontana. L'aveva realizzata nel 1554 Francesco Camilliani per una villa
di Firenze, ma poco dopo – nel 1574 – era stata acquistata dal Senato
palermitano sotto pressione di García de Toledo che fu viceré di Sicilia
e fratello dell'originario proprietario che voleva sbarazzarsene. Per
spostare la fontana a Palermo si dovette ampliare il piano Pretore,
demolendo case e ricostruendo strade.
Grazie proprio alla grande fontana ovale, la piazza ha due volti
differenti: quello diurno e quello notturno. Per andarci di giorno,
bisogna seguire la strada. Ci si può arrivare salendo la grande scalinata
di via Maqueda oppure dalla discesa dei Musici, su corso Vittorio
Emanuele. Un vicolo fatto di scale che solleva da terra e sospende
davanti un susseguirsi armonioso e simmetrico di gradini, vasche e
statue di marmo bianco che sembrano fatte di borotalco: animali
mitologici, mostri e divinità si susseguono in un intreccio ricco di
movimenti ed espressioni. Nel primo ordine ci sono le vasche con le
statue che rappresentano i quattro fiumi palermitani: Papireto, Oreto,
Maredolce e Gabriele. Sugli altri due livelli ci sono divinità e animali
mitologici, sirene e mostri. C'è Bacco, giovane e forte che tiene in
mano un grappolo d'uva, Orfeo con la sua lira, c'è una fanciulla che
rappresenta l'Abbondanza, e poi ancora Ercole, Opi, Adone e molti
altri. La statua più in alto rappresenta un inconsueto Genio di Palermo,
non anziano come tutti gli altri, ma fanciullo. L'acqua scorre in un fluire
ininterrotto sovrastato dal rumore delle macchine, dei turisti, del
Palazzo Pretorio (detto anche “Palazzo delle Aquile”, sede del Comune)
in grande attività e delle carrozze su via Maqueda, che offrono giri per
il centro storico.
Di notte, invece, per trovare la piazza basta seguire l'udito. Bisogna
aspettare la sera, quando i lampioni attorno alla fontana si accendono e
la loro luce colora tutto di una particolare sfumatura di giallo. Succede
allora che il mondo si immerge in un silenzio quieto che pare provenire
dal passato, un silenzio che sta in attesa e ascolta. Niente più rumori né
macchine, gli uomini scompaiono, diventano ombre e la piazza sembra
vuota da secoli. Solo allora ritorna a sentirsi il rumore dell'acqua,
sempre più forte, man mano che la notte si fa intensa. Torna a percepirsi
il ritmo lento della città. Basta solamente sedersi sulle scale della
Chiesa di Santa Caterina e aspettare.
Aspettare che succeda di nuovo quello che l'immaginazione del poeta
messinese Nicolò Antonio Colosso in visita a Palermo nel 1613 aveva
creato. Richiamato dagli zampilli d'acqua, aveva visto sul marmo
bianco ninfe e divinità e aveva immaginato che quelle statue fossero
vive e avessero scelto di trasformarsi in marmo per restare per sempre
dentro quella fonte magnifica. Si chiese Colosso: «Prometeo condusse
qui a bere tutti gli animali marini? Forse, o Palermo, le selve hanno
abbandonato qui i loro covili, allettate dal tuo fonte e dalle acque
dolcissime? Per godere del fonte si sono ad un tratto trasformate in
marmo?».
Anche il poeta Antonio Veneziano – che diede un significato a tutte le
statue reinterpretandole in chiave locale – immaginò qualcosa di simile.
Nel suo Pantheon ambiguo, il poeta scrisse dei versi per ogni statua. Il
distico per Vertunno per esempio recita: «Per l'addietro mutai vane
sembianze. / Or che a sì bello e sì gran fonte venni, / stupii, i passi
fermai, pietra divenni». Per Apollo invece il poeta scrive: «Mentre
dell'acque, e della cetra il suono. / Molcisce i petti, deh non far
fracasso. / Che con Niobe sarai rigido sasso».
Bisogna dunque sedersi sui gradini e guardare la fontana, guardare le
statue, immaginarle in movimento come fecero i poeti. Fino a quando la
notte non si incontra con il giorno. Tutto ritorna alla vita normale e le
divinità ritornano immobili.
LA SICILIA DI ROSA BALISTRERI

Era minuta e fragile e a vederla non lo si sarebbe mai detto. Ma


bastava sentirla cantare per capirlo: Rosa Balistreri aveva una forza,
un'intensità tale da sembrare cento donne insieme. Nella sua voce si
sintetizzava tutta la sua difficilissima vita. La sua voce raccontava tutte
le voci di chi come lei era nato in Sicilia, negli anni Venti, povero e per
di più fimmina. Raccontava degli operai costretti a turni di lavoro
massacranti, dei braccianti e dei disoccupati. «Sono un'attivista che fa
comizi con la chitarra», diceva. Anche se molte delle sue canzoni
appartengono alla tradizione della musica popolare, è come se la sua
interpretazione le avesse fatte rinascere, come se le avesse riscritte. Se
si pensa a certe canzoni popolari, a certi temi, li si pensa con la sua
voce. Per questo la Balistreri è una cantautrice o cuntastorie, come
diceva lei stessa: «Cuntastorie perché ho imparato dal popolo la nostra
storia e cerco di portarla avanti».
Era nata «il 21 a primavera», per citare Alda Merini che lo diceva di
sé: il 21 marzo, il primo giorno di primavera. Era nata nel 1927 a Licata
da una famiglia molto povera e nessuno si sarebbe mai aspettato che
sarebbe diventata un'icona della musica popolare. Non suo padre, che le
proibiva di cantare perché le toglieva tempo al lavoro che fin da
bambina doveva fare per aiutare la famiglia: erano i tempi del lavoro
nei campi e di quello al mercato in cui Rosa abbanniava scalza per
vendere la sua merce. Non il marito, che Rosa definirà sempre «latru,
jucaturi e 'mbriacuni», a cui fu data in sposa a soli sedici anni. Dopo
l'ennesima perdita a carte in cui si era giocato il corredo della loro unica
figlia e l'ennesima ubriacatura, Rosa provò a ucciderlo. Credendo di
esserci riuscita, si costituì alla polizia. Fu in prigione che ascoltò molte
canzoni popolari. Le cantavano i compagni di carcere e lei rimaneva in
estasi ad ascoltare. Un giorno sentì qualcuno che cantava Mi votu e mi
rivotu e qualcosa in lei mutò. Era una delle più belle canzoni siciliane.
La Balistreri la interpretò in maniera così viscerale che quella canzone
sembrò nascere dal suo stomaco e fu per sempre sua. Come moltissimi
altri pezzi del repertorio popolare siciliano. Da Licata si trasferì a
Palermo, dove la vita continuò, piena di difficoltà. Sedotta, molestata e
accusata di furto, scappò a Firenze. Erano gli anni Sessanta e Rosa si
sentì per la prima volta veramente libera. L'amore per il pittore
Manfredi (Manfredi Lombardi, che scelse di chiamarsi come artista
solo con il suo primo nome) e la libertà di essere musicista, di fare
teatro, di dare sfogo alla sua indole creativa, insieme all'uscita del
primo disco, rappresentarono un momento indimenticabile. Quando nel
1971, dopo dodici anni, la relazione con il pittore terminò, la
cantautrice ritornò a Palermo dove visse fino alla morte, nel 1990. Qui
crebbe la sua fama ma non la sua ricchezza: era una cantante scomoda,
libera e controcorrente, capace di gridare con il suo canto tutto quello
che pensava, capace di critiche feroci. Era e restava una cantautrice
siciliana, cantava la Sicilia più arcaica e viscerale. «La voce di Rosa, il
suo canto strozzato, drammatico, angosciato, pareva che venissero dalla
terra arsa della Sicilia», disse Ignazio Buttitta quando la ascoltò per la
prima volta. Da allora il poeta scrisse molti meravigliosi testi per lei.
Bastava che Rosa prendesse la sua chitarra, che iniziasse a cantare e
tutto cambiava. Cantava in dialetto, per raccontare l'identità di un paese
che, diceva, non l'aveva mai amata ma che lei amava intensamente.
Raccontava la rabbia, l'ingiustizia, i sogni e l'amore, la povertà e la
fame: raccontava tutto questo e insieme raccontava se stessa. Perché
trovava dentro di sé quei temi universali. E s'immedesimava talmente
che quando la sua voce restituiva le parole sembrava vibrare. Una
vibrazione che riusciva a entrare nel ritmo del respiro di chi l'ascoltava
perché dava voce a «quella tenue appena afferrabile bellezza del dolore
umano che non tanto presto si imparerà a capire e a descrivere e che
soltanto la musica, pare, sa rendere», come scriveva Anton Cechov.
IL CIMITERO DEGLI INGLESI E GLI ARCHEOLOGI
INCONSUETI

Palermo è lunatica, non vuole stereotiparsi in una forma fissa. I suoi


angoli cambiano significato continuamente. Le chiese diventano
depositi o fruttivendoli, i magazzini diventano teatri e le stalle musei.
Monumenti che quando aprono sembrano restituiti per sempre alla città,
dopo un paio di mesi chiudono e non se ne sa più niente. Altri, aperti
solo per una manifestazione estiva, non chiudono più. Per questo può
capitare che un antico cimitero diventi un “libro per bambini”, che lo
sfogliano e lo studiano con passione. Per questo il racconto di certi
luoghi non può che mutare bruscamente stile e ritmo, passando dalla
narrazione di epidemie portate dal mare al racconto di “piccoli
archeologi” che oggi scoprono luoghi e parole.
Il cimitero di cui si narra nasce per via della peste. Nel 1628
un'epidemia decimò la città. C'era bisogno di strutture che riuscissero
ad accogliere i malati ed evitare il più possibile il diffondersi del
contagio. Si cercavano luoghi lontani dal centro, dove i malati
“scomparissero” e coloro che si sospettava fossero infetti venissero
“sospesi” in attesa di capire se avevano contratto o meno il morbo.
Il magazzino di cereali dell'Acquasanta era perfetto perché sorgeva
proprio sul mare, un elemento essenziale per i lazzaretti, sia per
l'influsso benefico della brezza marina che rendeva la zona salubre e
arieggiata, sia perché spesso la peste arrivava proprio dal mare: erano le
navi a portarla, con il loro carico di oggetti e persone. La paura per i
misteriosi carichi provenienti da chissà quali angoli della terra faceva sì
che quando vi era un sospetto di epidemia diffusa fra l'equipaggio le
persone e le merci venissero messe subito in “quarantena”. Non
venivano fatte entrare in città ma, bloccate, erano tenute isolate per
quaranta giorni.
Il lazzaretto fu completato nel 1631 e nel 1787 fu creato accanto un
cimitero. Non fu quella l'unica epidemia che quel luogo dovette
affrontare. Quando nel 1873 due pescatori della Kalsa si ammalarono di
colera, la città si fece trovare impreparata. Si sperava che il clima
salubre e la posizione geografica facessero scampare dall'epidemia che
stava devastando tutta l'Europa e i metodi per prevenirla si riducevano a
lavarsi tutto il corpo almeno ogni quindici giorni e a non lasciarsi
andare troppo alle emozioni che si credeva alimentassero il contagio.
Bastarono pochi giorni perché l'epidemia dilagasse. Vi furono così tante
vittime – 27.604 solamente a Palermo – che i cimiteri non bastavano
più. Il cimitero dell'Acquasanta allora fu usato per l'emergenza. Molti di
coloro che vi furono seppelliti erano stranieri. Per questo, finite le
epidemie, la folta comunità inglese che stava a Palermo ingrandì e
ristrutturò il cimitero. Venne così chiamato Cimitero degli Inglesi ma in
realtà conteneva le tombe di tutti quelli che non erano cattolici, tanto
che viene chiamato anche Cimitero acattolico o Cimitero eterodosso.
Fu utilizzato fino al 1860. Successivamente il lazzaretto e parte del
cimitero divennero sede della Regia Manifattura Tabacchi, infine
proprietà del Comune. L'entrata principale è in via Simone Gulì, sopra
il cancello sta ancora sbiadita la scritta “Lazzaretto”. All'estremità più
alta è posta la statua del Genio della Salute, un angelo la cui ala
spezzata è stata ritrovata dentro al cimitero dai ragazzi della scuola
Arenella. Sono i ragazzi della Scuola media Giuseppe Sileno
dell'Istituto Comprensivo Arenella che hanno “riscoperto” il cimitero a
lungo abbandonato e ogni anno per un paio di giorni lo raccontano alla
città.
È stato nel maggio 2006, nell'ambito di un progetto scolastico, che gli
studenti del quartiere se ne sono riappropriati. Hanno ripulito le tombe
dai cespugli, liberato il pavimento dalle erbacce riscoprendo l'originario
pavimento di mattonelle. Hanno ritrovato resti di lapidi e li hanno
ricomposti come se fossero dei puzzle. E come sempre accade quando
si riscopre un luogo dimenticato sono venute fuori tante storie. Vicende
di nobili tedesche, di ricchi inglesi, di viaggiatori e di studiosi. Scritte
sulle lapidi, nascoste dietro un nome o un'immagine e ricostruite dai
ragazzi con la passione e la precisione di piccoli archeologi. Con l'aiuto
delle professoresse hanno iniziato a catalogare le tombe con schede che
seguono esattamente i metodi scientifici: iscrizioni, epigrafi, date,
nomi, estremi cronologici. Alla fine dell'anno – di solito nell'ambito del
progetto comunale “Palermo apre le porte” – per un paio di giorni
raccontano alla città quello che hanno scoperto. Così, se capita di
ascoltarli mentre spiegano la storia del Cimitero degli Inglesi o mentre
mostrano le loro fotografie e le loro ricostruzioni, si avrà quella
sensazione di incanto che soltanto i bambini sanno dare ai racconti.
Perché quando i più piccoli guardano i luoghi che non conoscono, lo
fanno con “occhi nuovi”, capaci di scovare emozioni nascoste allo
sguardo dei più. E quando per descriverli usano parole che fino al
giorno prima non conoscevano, sembra quasi che quelle parole siano
universalmente pronunciate per la prima volta e che attraverso le
definizioni che danno ai luoghi questi rinascano.
TANTO PER DIRE: IL SANGUE, L'ANIMA E IL FIATO

Come dice Luciano De Crescenzo nel film Così parlò Bellavista, al


mondo esistono gli uomini d'amore e gli uomini di libertà, così come
esistono i popoli d'amore e i popoli di libertà. Mentre gli uomini di
libertà tengono alla loro privacy e preferiscono vivere da soli per non
essere scocciati, gli uomini d'amore hanno bisogno di vivere
abbracciati.
I palermitani sono senza dubbio e senza sfumature un popolo
d'amore. Sacrificano tutto per la famiglia e ogni aspetto della vita è
fatto per essere condiviso. I parenti non sono semplici affetti ma molto
di più, sono respiro vitale, anima, fiato delle viscere.
Vi è una veemenza nei sentimenti e nelle relazioni che non ha pari nel
mondo, se non in certe città del Sud America che non a caso usano
termini simili per situazioni analoghe.
Le parole “sentite” per un figlio, un fidanzato o un amico non sono
amore o tesoro ma sangu, ciatu, vita: “sangue”, “fiato”, “vita”. Perché
gli affetti sono il nostro sangue, la nostra anima. Il figlio è il ciatu di lu
me cori, “il respiro vitale del cuore”.
E non solo per i sentimenti è così: si mette il cuore, l'anima, il fisico
in ogni aspetto dell'esistenza. Un uomo a Palermo può ragionare con la
testa o con il cuore: “mi gridava il cuore” si dice quando si subisce o si
assiste a un'ingiustizia, “mi parlava il cuore” quando si ha un'intuizione,
“a beddu cori” quando si fa qualcosa con piacere.
Il sangue poi è elemento essenziale di ogni manifestazione umana.
Una bella donna o un bell'uomo che suscita una passione incontenibile
fa sangu, “fa sangue”; 'u vinu bonu fa sangu bonu, “il buon vino buono
fa buon sangue”. Arruspigghiati 'u sangu si dice a chi è troppo lento e si
deve sbrigare.
Non bisogna infine restare perplessi se un estraneo, magari una
signora anziana, chiami chiunque incontri “gioia mia” o “vita mia”. A
Palermo si usa così, come in certi Paesi latinoamericani, in cui basta
una chiacchierata per diventare per l'interlocutore “mi vida”, “mi cielo”,
“mi alma”. Il fatto forse è che dietro ogni modo di dire, in ogni
istigazione o esortazione, in ogni frase ironica o offensiva, c'è l'identità
di una comunità. Non un'identità chiusa e “diversa” dalle altre, ma
fluida, che si nutre di tutte le influenze e di tutti i cambiamenti avvenuti
nel corso della sua storia. Come succede al singolo nel corso della vita.
Le parole che usiamo, in definitiva, raccontano chi siamo, ci parlano
delle nostre quotidianità e delle nostre paure, dei posti che abbiamo
visitato e delle persone che frequentiamo, dei modi che abbiamo di
percepire i sentimenti. Come scrive George Steiner: «Il linguaggio è il
mistero che definisce l'uomo, in esso l'identità e la presenza storica
dell'uomo si esprimono in maniera unica».
GAETANO CELANO E L'ARTE DELL'INCANTO

Gaetano Lo Monaco Celano ha ricevuto le sue storie in eredità. È


così che si fa tra cuntisti. Storie ascoltate e riascoltate da bambini fino a
impararle a memoria, tramandate nelle botteghe e nelle piazze così
come si è sempre fatto nella tradizione del racconto orale. Gaetano
Celano – poco più di quarant'anni, occhi verdi profondissimi e mille
espressioni disegnate sul volto – è il nipote di uno dei più importanti
contastorie: Peppino Celano. Ha iniziato da piccolo costruendo pupi,
poi si è aperto anche al cunto.
«L'aria del cunto e dei pupi l'ho sempre respirata e
inconsapevolmente la distillavo dentro», racconta. «Appena ho iniziato
a venire alle mani con i materiali dei pupi, con il legno, con l'acciaio ho
capito che era la mia vita». A casa Celano si parlava solamente di
“storie puparesche”: il ciclo di Carlo Magno, il brigante Musolino,
santa Genoveffa. Anche i loro vocaboli sono impregnati di cunto:
quando Gaetano faceva arrabbiare sua madre, lei gli diceva: «Non fare
il Magonzese», perché i Magonzesi erano i traditori nell'opera dei pupi.
Quando giocava con i coltelli, gli diceva: «Non toccare, che è una
durlindana», e lui capiva che quel coltello era affilatissimo, come la
spada incantata di Orlando che tagliava anche le armature.
Gaetano manda avanti l'arte del nonno nella stessa bottega di sempre
in vicolo Pilicelli, al Capo. Una porticina di legno con un sole dipinto a
mano e tutti i vicini in strada seduti che lo salutano al suo arrivo. Nel
quartiere ci è nato e ci ha sempre vissuto. Per questo quando si ascolta
Gaetano cuntare possono sentirsi anche certi odori di zagara e
mandarini, certe voci del mercato, certi ricordi di sapori: il suo cunto
resta impregnato della sua vita e la sua vita è tutta nel quartiere. Il
primo giorno di scuola – lo ricorda ancora bene – attraversò il mercato
per la prima volta (era vicinissimo a casa sua ma allora funzionava così,
non esisteva altra realtà che il proprio vicolo e le due o tre stradine
adiacenti). Fu per lui uno shock che coinvolse tutti i sensi: gli odori
della carne, del pesce, dei detersivi, i grossi coltelli dei macellai e poi le
abbanniate di un tempo, che non erano come quelle di adesso. Erano
una cantilena ritmata che esprimeva concetti e storie legati ai prodotti in
vendita. Un'unica sinfonia composta dai ritornelli dal sapore arcaico
che cantavano mille prodotti. Ci si rivolgeva sempre alla passante
chiamandola “signora” e quel “signora” durava moltissimo per le vocali
allungate all'infinito. Oggi quelle abbanniate sono parte di un suo
spettacolo. Le faceva anche suo nonno, al mercato, così come faceva le
farse. Se, per esempio, si sentiva per il quartiere il litigio tra una moglie
e un marito tornato a casa ubriaco, l'indomani, prima di iniziare lo
spettacolo, Peppino Celano faceva la farsa di quella litigata e tutti si
divertivano moltissimo, compresi gli inconsapevoli protagonisti. Il
pubblico era parte integrante degli spettacoli, li conosceva a memoria, e
se Peppino sbagliava o perdeva il ritmo, lo notava immediatamente e si
arrabbiava. Il silenzio “religioso” degli spettatori – dal dottore al
borsaiolo – in certi momenti, gli applausi e poi le urla erano uno
spettacolo nello spettacolo.
Quando Gaetano apre la porta del laboratorio sembra di trovarsi al
centro di un mondo di sabbia e d'argento. Sono i colori del legno e del
ferro che lavora ogni giorno. Ci sono i “ferri dei pupari”, tutto il
necessario per costruire i pupi, i pupi appesi sul tetto, le teste da
dipingere e i draghi ricavati da tronchi d'albero, noci di cocco per
riprodurre il rumore delle cavalcate e dischetti di ferro per quello
dell'entrata del diavolo.
Raccontare per i contastorie vuol dire coinvolgere ogni parte del
corpo: il piede che batte su una pedana di legno, le mani che si alzano,
gli occhi che si spalancano e la voce che si immerge in un ritmo
sincopato e ben orchestrato, fatto di parole mozzate. Ogni aspetto di sé
è messo al servizio del ritmo e del senso della storia. La metrica è
elemento fondamentale. Così come le parole e la loro assenza: una
pausa ben orchestrata è efficace quanto una bella frase.
Gaetano se ne riempie la mente. E gioca con la memoria: lei cunta,
lui ascolta. A volte, quando deve fare una fila o percorrere a piedi un
lungo tratto, pensa: “Quanto mi faccio un cunto”, e quando finisce di
pensarlo tutto, per magia si ritrova già ad avere superato la meta.
Perché, come dice Gaetano, «il cunto è l'arte dell'incanto. Devi entrare
nei personaggi e poi devi mostrarli al pubblico con ogni parte di te. Se a
un personaggio gli salta la testa, tu devi fare vedere che gli salta la
testa. Devi sapere ammaliare, è questo il senso del cunto. Capisci che
funziona quando vedi la gente imbambolata. La verità è che il cuntista è
un incantatore, è un'arte che non si impara, devi averla dentro. Come
una preghiera».
LA CORSA DELLE BAGASCI

Carnevale del 1578, la città era tutta in subbuglio per le feste e i


giochi che si sarebbero svolti in quei giorni. Le corse andavano di gran
moda in quel periodo e furono subito messe in programma tre corse dei
cavalli e una corsa degli schiavi. Però secondo il viceré Marcantonio
Colonna mancava qualcosa, bisognava inventarsi per quell'anno una
corsa in più.
Così prese la sua regale decisione: quell'anno si sarebbe dovuta
svolgere anche la corsa delle bagasci, le prostitute di quei tempi. L'idea
deve essere stata farina del suo sacco, vista la sua passione per le
donne.
Il “gioco” in sé, invece, non l'aveva inventato Colonna. Già nel 1572
si era svolta una corsa del genere e anche in altre città italiane venivano
organizzate “le corse delle prostitute”. Si trattava di una vera e propria
gara che si sarebbe svolta lungo tutto il Cassaro, luogo a quei tempi
deputato ai più grandi festeggiamenti. Quando arrivò il giorno della
festa la strada era affollata, e tutta la gente era ammassata ai due lati
della lunga arteria che doveva essere interamente adibita alla corsa. Le
finestre dei palazzi spalancate sulla via erano stracolme di persone che,
affacciate, aspettavano di vedersi passare le concorrenti sotto casa. Chi
non aveva balconi sul Cassaro si arrampicava dove poteva, altri
spingevano per aggiudicarsi un posto in prima fila.
Dopo le tre corse dei cavalli fu finalmente il turno di quella delle
donne. La partenza era stabilita dalla Chiesa della Catena, dove degli
ufficiali sistemati su un palco assolvevano il compito di dare il via:
furono sparati tre colpi e poi si udì il campanello. La corsa era iniziata.
Su questo evento veramente accaduto, Luigi Natoli – il famoso
scrittore palermitano che con le sue opere pubblicate a puntate sul
«Giornale di Sicilia» sotto lo pseudonimo di William Galt ha
affascinato intere generazioni – ha immaginato una storia d'amore
avente come protagonista una delle concorrenti della corsa, Clara
Stella. Lo ha fatto in un racconto dal titolo Una corsa inserito all'interno
della raccolta Storie e leggende di Sicilia.
Erano sei donne, una più bella dell'altra, tra cui Clara Stella. Avevano
deciso di correre con gonne ampie per permettere movimenti agevoli,
senza sottane e con camicie senza maniche. Per il viceré, che aveva
fatto montare un palco sul Piano Pretorio proprio accanto al Monastero
di Santa Caterina, fu uno spettacolo indimenticabile. Tra applausi, grida
e parole di incitazione tagliò il traguardo per prima la protagonista del
racconto di Natoli, la signora Clara Stella.
MARKETING DEL CIBO DI STRADA:
INSEGUIMENTI E NUVOLE DI FUMO

Una piccola bottega notturna, gli sfincioni lasciati in strada a


riposare, di fronte il ricchissimo Palazzo Sant'Isidoro, tutto attorno
casette basse e diroccate e alberi che spuntano all'improvviso. Quando
scende la notte la piazza Sant'Isidoro alla Guilla si immerge
nell'oscurità. Allora “appare” il laboratorio di sfincione. Spicca nel buio
con la sua tenda di un rosso intenso. Un'immagine che non andrebbe
mai sulle guide dei locali più cool con i migliori arredi e i migliori
cuochi, ma che riesce a conservare una magia tale da far intuire che
spesso la bellezza di un luogo non si misura con dati oggettivi ma con
sensazioni inespresse.
Lo stesso vale per gli altri luoghi in cui si vende la tipica cucina di
strada palermitana. Emblema di una creatività talmente spontanea e non
convenzionale da essere capace di sovvertire le regole del marketing
senza temere concorrenti. Non c'è un orario per il suo consumo così
come non vi sono insegne o pubblicità per diffondere il prodotto: la
cucina di strada ha regole tutte sue. Come quelle di piazza Sant'Isidoro,
che lavora tutta la notte per rifornire la mattina presto gli sfincionari
ambulanti con la sua unica specialità: lo sfincione, la classica focaccia
di origine araba fatta di farina e lievito, a cui i palermitani hanno
aggiunto ingredienti poveri ma capaci, tutti insieme, di un sapore
eccezionale: pomodoro, cipolla, caciocavallo, pangrattato, acciughe,
olio, sale e pepe. Si comincia a lavorare tardi e un paio d'ore dopo la
mezzanotte i primi sfincioni sono pronti. Allora sulla piazzetta si
riuniscono i primi clienti: tramite il semplice passaparola il laboratorio
è diventato una delle mete preferite dei palermitani. Man mano che
passano le ore lo sfincione si accumula, viene messo a riposare dentro il
laboratorio e poi fuori, in strada. Alle prime luci del mattino è tutto
pronto, arrivano i lapini (i motocicli a tre ruote) e caricano lo
sfincionello, partendo all'inseguimento dei clienti: scuole, uffici, la
spiaggia in estate. Quella dello sfincionaru è una strategia di vendita del
tutto personale. Mentre normalmente è l'acquirente a recarsi presso il
punto vendita, nel caso dello sfincione funziona in maniera opposta: è
lo sfincionaru che per tutto il giorno si sposta intercettando i luoghi più
affollati a seconda dei differenti orari. Con il suo lapino porta in giro la
sua specialità. Una specie di bottega ambulante con gli sfincioni, la
piastra su cui riscaldarli, l'olio, l'origano e tutto ciò di cui il
commerciante ha bisogno per servire lo sfincione perfetto. Passa di
strada in strada al suono della tipica abbanniata, che in questo caso
arriva dal megafono sistemato sopra il lapino e ripete all'infinito la
solita cantilena registrata: «Uora 'u sfuinnavu uora, iu 'u pitittu ci fazzu
grapiri. Chi cose belle, sunnu cose 'ra biella viero», ossia “L'ho sfornato
ora. Io vi faccio aprire l'appetito. Che cose belle che sono, cose
veramente belle”. Allora succede che dai balconi calino i panieri per un
bel pezzo di sfincione o che dai negozi e dalle putie escano i primi
avventori pronti a cogliere l'attimo fuggente perché poi il lapino
scomparirà e lo sfincionello verrà portato altrove.
Ma intanto già un altro richiamo si sostituisce a quello dello
sfincione. Delle inconsuete nuvole di fumo. Non bisogna subito pensare
a un incendio. Più probabilmente è il segnale che lo stigghiolaru si è
messo al lavoro per preparare la sua specialità: le stigghiola, famigerate
interiora di vitello infilzate in uno spiedo. Il fumo della griglia si vede a
distanza e riesce ad avvolgere un quartiere intero. Questa è l'abbanniata
silenziosa dello stigghiolaru, che non ha bisogno di stimolare l'udito ma
la vista e l'odore: fumo al sapore di carne, infallibile nel far venire
l'acquolina in bocca. I “più esperti” mettono un pezzettino di grasso
sulla griglia rovente di modo che il profumo del grasso si senta a
distanza e attiri più clienti. Anche in questo caso nessuna insegna o
pubblicità. Basta semplicemente seguire l'odore delle nuvole.
UN MESTIERE TRAMANDATO DA DONNA A DONNA

C'è stata un'epoca in cui ogni angolo della città, ogni misera casetta,
ogni ombra notturna, nascondeva una strega o un mago, un eretico o un
maomettano. Un'epoca lontana in cui un segreto tramandato da donna a
donna diventava sempre più terribile e costituiva uno dei peggiori
nemici della Santa Inquisizione. Era la formula dell'Acqua di Palermo,
un potente veleno la cui fama oltrepassò presto i confini dell'isola.
Rivalità, amori, tradimenti: quella pozione era in grado di risolvere
tutto. Il più accanito nemico dell'Acqua di Palermo fu il viceré
Ferdinando Afán de Ribera che tra il 1632 e il 1634 fece mandare a
morte più di quaranta persone: molte di queste erano avvelenatrici.
Nel 1633 si svolse l'esecuzione di Tofania D'Adamo, colei che aveva
inventato l'Acqua di Palermo, che per questo veniva anche chiamata
“acqua tofana”. Si trattava di un veleno che non lasciava traccia e che,
essendo privo di sapore, poteva mescolarsi con ogni tipo di cibo e
bevanda. La casa della D'Adamo, abbarbicata in un vicoletto del centro
storico, era sempre piena di gente che aspettava la pozione. Soprattutto
c'erano donne insoddisfatte del marito. Tofania poteva capirle: il primo
a sperimentare il suo veleno era stato proprio il suo consorte, Francesco
D'Adamo. Gli affari andavano talmente bene che l'avvelenatrice fu
costretta a contornarsi di uno stuolo di aiutanti. La figlia innanzitutto,
Giulia, e la nipote Gerolama.
Quando Tofania venne scoperta, la sua esecuzione fu terribile: portata
dal carcere della Vicaria in strada, le furono strappati pezzi di carne con
tenaglie roventi, poi – ricondotta alla Vicaria – venne strozzata e gettata
nel vuoto dal tetto.
La figlia Giulia e la nipote riuscirono a scappare e si rifugiarono a
Roma, dove esercitarono per molto tempo il mestiere delle
avvelenatrici. Gerolama fu giustiziata in Campo de' Fiori a Roma, il 5
luglio 1659.
Ma Tofania aveva un'altra giovane e promettente allieva: si chiamava
Francesca Dexiasminus e continuò a Palermo il mestiere insegnatole
dalla D'Adamo, perfezionando ancora di più la famosa pozione e
specializzandosi anche in pozioni d'amore. Ancora una volta erano le
donne le clienti abituali e, oltre al veleno, anche la pozione d'amore
aveva molto successo: diverse prostitute erano disposte a spendere tutto
quello che avevano per conquistare un cliente di cui si erano
innamorate, così come le ragazze che volevano fare pace con un
fidanzato e quelle che volevano far innamorare qualcuno. Lo racconta
Maria Sofia Messana nel suo prezioso libro Inquisitori, negromanti e
streghe nella Sicilia moderna (1500-1782). Anche Francesca fu
scoperta: nel 1644, in occasione delle confessioni pasquali, una donna
confessò di aver comprato da Francesca l'Acqua di Palermo ma di non
avere avuto poi il coraggio di somministrarla. Tanto bastò per far
arrestare l'avvelenatrice: risulta dagli atti del processo che Francesca
«savia hacer el Agua de Tufania, Agua Pestilencial y Venenosa con que
han muerto muchos en este Reyno» (“sapeva fare l'Acqua Tofania,
acqua pestilenziale e velenosa a causa della quale sono morti molti in
questo Regno”). Francesca venne giudicata superstiziosa, sortilega,
malefica e sospettata di patti col diavolo. Fu condannata a cento frustate
e cinque anni di carcere, poi commutati in esilio.
L'avvelenatrice però tornò presto a Palermo, per ricominciare a
esercitare il proprio mestiere. Si era intanto specializzata nella
creazione di un veleno che ricavava da insetti, simili a scarafaggi, che
allevava e che chiamava i suoi “piccoli”. Quando cadde di nuovo nelle
mani dell'Inquisizione, subì la tortura della corda. Non confessò
all'inquisitore, ma raccontò tutti i suoi metodi e le sue formule alle
compagne di cella. Quello che Francesca non sapeva era che gli
inquisitori le avevano messo come compagna una prigioniera con il
compito preciso di raccogliere le sue confidenze e di riferirle
all'inquisitore. Francesca fu condannata a duecento frustate in strada e
al carcere perpetuo.
Intanto però, altre avvelenatrici continuavano a preparare veleni tra i
vicoli cittadini e le donne continuavano a rivolgersi a loro. L'ultima
grande avvelenatrice fu Giovanna Bonanno, celebre come la “Vecchia
dell'aceto”. Il suo veleno nacque dal caso. In via Gioiamia, al Capo,
viveva l'aromatario Saverio La Monica, che tra le altre cose fabbricava
un aceto contro i pidocchi. Un giorno la Bonanno vide una donna
disperata: la figlia aveva ingerito l'aceto contro i pidocchi e stava
morendo. La Monica riuscì a salvare la bambina ma raccomandò di
tenere lontano la pozione contro i pidocchi perché quello – disse – era
un veleno potentissimo. Per la Vecchia dell'aceto l'intuizione fu
immediata e facile da realizzare: acquistava dall'aromatario la pozione e
la suddivideva in tante piccole boccette che distribuiva alle sue clienti.
La Bonanno esercitò per molto tempo, fino al 1789 quando fu
arrestata. Durante il processo spiegò, a nome di tutte le avvelenatrici,
che il loro era un mestiere fatto a fin di bene: provocavano sì la morte
di una persona ma ne evitavano altre, risolvevano i litigi ed evitavano
che ne potessero scaturire conseguenze più gravi. Davano la felicità a
molti a dispetto della vita di uno solo. La Bonanno fu giustiziata il 30
luglio 1789.
LA VILLA DEI MOSTRI, GOETHE E LE
SPIEGAZIONI DI UN “MODESTO MERCANTE”

Racconta Goethe nel suo Viaggio in Sicilia di un “modesto mercante”


palermitano conosciuto davanti alla sua bottega sul Cassaro. Pur
facendo da sfondo al viaggio del grande scrittore, il mercante pare una
figura chiave per le sue risposte emblematiche di una certa indole
palermitana.
La prima volta che lo incontra, il 5 aprile 1787, Goethe si lamenta del
sudiciume che c'è sul Cassaro:

Come va che la vostra città è così sudicia? Che non ci sia proprio un
rimedio? Questa via, per lunghezza e bellezza, non la cede al corso di
Roma. A destra e a sinistra vedo dei marciapiedi, che ogni proprietario
di magazzino o di officina mantiene puliti a furia di scopare gettando
tutta l'immondezza nel mezzo della via; ma questa naturalmente diventa
sempre più sudicia e finisce per restituirvi, a ogni soffio di vento, il
sudiciume che vi avete accumulato.

Goethe domanda perché le autorità non facciano nulla per risolvere la


questione e il mercante dà tante spiegazioni: «Hanno paura che, a portar
via tutto quel letamaio, il pubblico veda ancor più chiaramente in quali
pessime condizioni si trovi il lastricato della via; per cui si
scoprirebbero alla loro volta anche le magagne della pubblica
amministrazione». E poi aggiunge: «Per me, son dell'opinione di quelli
che sostengono che l'aristocrazia ha interesse di mantenere uno strato
così morbido alle sue carrozze, per potere fare con tutto il comodo la
solita passeggiata sempre su terreno elastico». Risposta che Goethe
annota prontamente intuendone forse non solo l'efficacia ma anche la
lungimiranza.
La sera del 12 aprile 1787 Goethe è di nuovo con il bottegaio del
Cassaro, quando un uomo gli si avvicina porgendogli un piattino
d'argento contenente delle monete. Lo scrittore tedesco rimane
perplesso e il commerciante, notando la perplessità, gli fa un solo gesto:
con la coda dell'occhio indica un uomo sulla strada. Così Goethe guarda
il personaggio che cammina lungo il Cassaro osservato da tutti i
passanti e lo descrive: «Magro allampanato, in abito da cerimonia, che
procedeva disinvolto e corretto sopra il sudiciume nel bel mezzo della
via. Era un vegliardo solenne e grave, tutto azzimato e incipriato, col
cappello sotto il braccio, con lo spadino a fianco, ed una elegante
calzatura con fibbie adorne di pietre preziose».
«È il principe di Palagonia», spiega il mercante. Goethe deve avere
sussultato ricordando l'esperienza fatta qualche giorno prima a Villa
Palagonia, la famosa Villa di Bagheria conosciuta come la “villa dei
mostri”, per le sue statue raffiguranti personaggi mostruosi e bizzarri. A
Goethe appare come un luogo folle in cui il principe «ha concesso
libero sfogo al suo capriccio e alla sua predilezione per il deforme e per
il mostruoso». Si sente sopraffatto da quella folla di volti orribili, teste
di animali su corpi umani, draghi e serpenti, che affollano l'esterno
della villa. Una volta entrato dentro rimane stupito dalle sedie con i
piedi segati – su cui non era consigliabile sedersi perché sotto i cuscini
di velluto si nascondevano degli aculei – e dalle tante altre stranezze.
Uscito dalla villa scrive che «non c'è un cantuccio che non mostri
qualche stravaganza».
Il mercante gli spiega che il principe di Palagonia usava andare in
giro facendo «una colletta per riscattare gli schiavi prigionieri in
Barberia». Era a capo dell'Ordine dei Mercedari, che si occupava di
raccogliere denaro per riportare a casa gli schiavi cristiani. Goethe,
ripensando alla villa che aveva visto qualche giorno prima, fa una
osservazione esatta per un tedesco ma incomprensibile per un
palermitano: «Avrebbe fatto meglio ad impiegare le enormi somme che
ha prodigate per le pazzie della sua villa!».
La risposta del mercante in poche battute sintetizza pienamente un
aspetto dell'identità palermitana che ancora una volta prontamente lo
scrittore cattura e registra sul suo diario: «Cosa vuole; siamo tutti così;
le nostre pazzie non ci par vero di pagarcele noi; quanto alle nostre
virtù, ci piace farle pagare agli altri».
IL RIFUGIO A CUI TREMAVANO LE GAMBE

Nei ricordi di chi ha vissuto i bombardamenti che nel 1943


devastarono Palermo c'è sempre una patina di incredulità: «Sembravano
giochi di fuoco», racconta chi ha avuto il coraggio di guardare il cielo
in quegli istanti. Le bombe avevano il terribile obiettivo di colpire la
popolazione civile, i monumenti, le piazze. Ancora oggi per i vicoli del
centro storico rimangono sbiadite sui muri le indicazioni dei rifugi più
vicini, segnalate con delle frecce blu su cui è scritto “ricovero” e la
distanza in metri. E soprattutto ancora oggi i segni delle bombe sono
ben visibili. Sembra incredibile ma è così: palazzi bombardati, crollati e
mai più ricostruiti fanno parte del panorama quotidiano. Di modo che,
camminando per la città, si possono guardare da vicino i segni della
seconda guerra mondiale. Non servono musei né documentari: gli
edifici tagliati in due e lasciati così, le piazze sventrate e mai più
ricostruite ricordano ogni giorno quello che successe, ed è come se
guardandole si fosse all'indomani della guerra. Ci si è talmente abituati
che anche gli edifici diroccati a causa dell'abbandono che non hanno
nulla a che vedere con le bombe del '43 vengono invece quasi sempre
ricollegati alle vicende della guerra. E anche i palazzi che sono stati
ricostruiti vogliono comunque portarne il ricordo, come Palazzo Planeta
in via Michele Amari, che sulla facciata di via Principe di Belmonte, tra
i balconi del primo piano, espone due frammenti della bomba che l'ha
colpito, più o meno nel punto dove si trova adesso. Li fece realizzare il
proprietario del palazzo, Vito Planeta, durante le ristrutturazioni.
Antonietta è una delle tante persone che visse quella pagina di storia
che ancora oggi segna la città.
Anche il palazzo del centro storico dove abitava fu bombardato e
distrutto per metà. A quei tempi era una ragazzina e la sua memoria è
impastata di quella leggerezza tipica dell'adolescenza, tranne che per
certi aneddoti: lo sguardo da sorridente le diventa serio e sembra che
stia osservando delle cicatrici e non che stia rivivendo i propri ricordi.
«All'inizio quando bombardavano ci nascondevamo nei rifugi antiaerei,
ma a ogni colpo venivano scossi dalle fondamenta», racconta. «Ricordo
che una signora seduta accanto a me mi disse: “Trema di paura pure il
rifugio, insieme a noi”». Chi poteva scappava nei paesi e nelle
campagne lontane dalle città. «Ci siamo rifugiati nella campagna di
Piana degli Albanesi. Lì accanto c'era un convento che ospitava tutti gli
anziani sfollati dalla città. L'unica cosa che potevamo fare con mia
sorella Elisabetta per renderci utili era portare loro del cibo, i prodotti
della nostra campagna. Ricordo ancora la gioia dipinta sul volto di
quella gente quando arrivavamo. Così come ricordo la sensazione di
angoscia che avevo ogni volta che dal quel convento sentivo suonare le
campane: quello era il segno che era morto qualcuno».
Per chi restava a Palermo era ancora peggio. Moltissimi persero la
vita. Il bombardamento più terribile fu quello del 9 maggio 1943.
«Mio padre non aveva voluto lasciare casa nostra, era stato
irremovibile. Così, proprio quel 9 maggio con i miei due fratelli ci
eravamo decisi a lasciare la campagna per andare da lui, per
convincerlo a venire con noi. All'ingresso in città la macchina aveva
incontrato degli ostacoli. “Non guardare”, mi disse mio fratello. Ma io
avevo guardato lo stesso. Erano corpi. Donne, bambini, vecchi. Più
avanzavamo più si moltiplicavano, fino a che non ci fu impossibile
proseguire. I miei fratelli proseguirono a piedi e io li aspettai in una
casa. Mi ospitarono dei contadini, erano estranei ma in quei momenti
eravamo tutti uniti. Cercavano di darmi conforto come potevano.
Ricordo che avevo sistemato una sedia di legno vicino all'uscio, di
modo che potessi vedere subito se tornavano. L'attesa fu interminabile.
Mi chiedevo se mai sarebbero tornati a riprendermi. Poi li vidi arrivare,
tutti e tre. Avevano bombardato la nostra casa di via Napoli che era
crollata per metà. Si erano salvati solamente il primo e il secondo
piano, il nostro. Fu lì che trovarono mio padre che provava invano a
riparare tutte le vetrine del salotto rotte in mille pezzi. Quando li vidi, il
cuore che era sparito mi ritornò».
I FRATELLI CHE NON SAPEVANO FARE PACE: DUE
STATUE A PALAZZO PRETORIO

Un'antica leggenda popolare narra le peripezie di due fratelli ricchi e


nobili che persero tutto a causa della loro avidità.
Erano due baroni e ognuno aveva ampi terreni su cui sorgevano le
loro meravigliose ville. Avevano tanti soldi e tante proprietà che quasi
non sapevano cosa farne. Un giorno litigarono. Il motivo del contendere
era un confine tra due fondi appartenenti uno a un fratello e uno
all'altro. Non riuscendo a trovare un accordo smisero di parlarsi e la
questione arrivò in tribunale.
Passavano i giorni, i mesi e gli anni e la causa non finiva mai. Gli
avvocati continuavano a trovare leggi e cavilli per quella lite
interminabile.
I due fratelli per seguire meglio la questione lasciarono le loro ville
nelle campagne e si trasferirono a Palermo. Intanto passavano i mesi e
ancora gli anni e i due spendevano soldi per soggiornare in città, soldi
per gli avvocati, soldi per mangiare e per mantenere il loro alto tenore
di vita. Così dovettero vendere terre e proprietà.
Ma continuavano a passare i mesi e gli anni, e non si vedeva la fine
della causa. Così i baroni furono costretti a vendere i gioielli e gli
arredi, i mobili e gli abiti. Alla fine rimasero senza nulla. E ancora la
causa non finiva. Fino a che non si ridussero nudi a domandare
l'elemosina fuori da una chiesa. E proprio davanti al portone di una
chiesa si incontrarono di nuovo e piangendo si abbracciarono. Avevano
capito quanto erano stati stupidi, ma ormai era troppo tardi. Dopo pochi
giorni morirono di freddo e di stenti.
Allora i magistrati fecero costruire due statue di marmo nude per
ricordare come si erano ridotti i fratelli e per dare un esempio a chi
voleva intraprendere litigi inutili. Le due statue nude furono messe
all'ingresso di Palazzo Pretorio. Per un po' quelle statue restarono
all'ingresso del palazzo, poi scomparvero. Secondo la credenza
popolare furono gli avvocati a farle sparire.
Le due statue a cui fa riferimento la leggenda furono descritte anche
dal pittore Jean-Pierre Houël, che visse in Sicilia tra il 1776 e il 1780 e
che durante il suo Grand Tour annotò i fatti che lo incuriosivano,
disegnò i monumenti e i paesaggi che vide e raccontò le storie che lo
colpirono. Quando Houël scrisse delle due statue nude a Palazzo
Pretorio raccontò una storia leggermente diversa. Secondo il pittore, i
fratelli riuscirono ad ascoltare la sentenza. Ma l'aspettativa e
l'agitazione erano tali che quando fu dato il responso successe che il
fratello a cui fu dato torto si accorciò all'improvviso della misura di un
piede mentre quello che aveva avuto ragione per la gioia si allungò «di
più di dodici pollici». Si decise allora di far realizzare due sculture che
riproducessero i due fratelli per come si erano tramutati: uno più grande
e uno più piccolo.
APPLAUSI E FISCHI AL TEATRO MASSIMO

Al Teatro Massimo in una sera di aprile del 1901 andò in scena la


Bohéme. Mimì era interpretata da Lina Cavalieri. Aveva organizzato
tutto Ignazio Florio, che si era invaghito dell'attrice, e quel giorno –
come a ogni prima – assisteva allo spettacolo accanto a sua moglie
Franca Jacona dei baroni di San Giuliano. Il palco era sempre quello, il
migliore: il decimo della seconda fila, alla destra del palco reale. Quello
tra Ignazio e Franca fu un grande amore. Lui non avrebbe mai pensato
di lasciarla, ma amava corteggiare le donne e avere delle avventure. Se
in casa i litigi dovevano essere furibondi, all'esterno la coppia non
faceva trapelare nulla. I Florio erano la famiglia simbolo della Belle
Époque palermitana. Nell'arco di un secolo avevano costruito un
impero economico: dalla società navale alla fonderia Oretea, dal
marsala alla fondazione del giornale «L'Ora». Erano l'emblema di una
Palermo nuova, finalmente produttiva, capace di uscire da
quell'immaginario statico che la caratterizzava.
Quella sera di aprile, all'inizio del Novecento, si trovavano di fronte
due donne eccezionali, due icone dell'epoca. Entrambe grandi amiche di
Gabriele D'Annunzio. Entrambe ritratte dal Boldini con una lunga
collana di perle: Franca Florio scollata in abito da sera e Lina Cavalieri
con un accollato abito scuro.
Lina Cavalieri era la “donna più bella del mondo”, così la chiamava
D'Annunzio che la definì «la massima testimonianza di Venere in
terra».
Franca Florio era la regina di Palermo, la divina, la donna più
ammirata e influente della società palermitana che frequentava i più
importanti salotti europei. «Bruna, dorata, aquilina e indolente.
Un'essenza voluttuosa, volatile e penetrante emana dal suo corpo
regale. Ella è svogliata e ardente, con uno sguardo che promette e
delude. Non la volontà, ma la natura l'ha creata dominatrice», così la
descriveva D'Annunzio.
Il successo dell'esibizione della Cavalieri non si giocava tanto sulle
sue doti canore quanto su ciò che avevano deciso i coniugi Florio,
vicini sul palco ma lontani negli intenti.
Ignazio voleva per lei applausi a scena aperta, qualunque fosse stato
il tenore dell'esibizione. Per questo aveva avvertito gran parte del
pubblico: il loggione era tutto pieno della claque che aveva pagato per
applaudire fino a spellarsi le mani. Franca la pensava diversamente.
Sospettava una liason fra i due e le era giunta voce che i camerini della
Cavalieri fossero inondati dei fiori che le aveva mandato Ignazio.
Così quel giorno voleva sentire dei fischi: l'altra metà del teatro era
avvertita in questo senso.
La scena deve essere stata singolare: metà teatro che applaudiva più
forte che poteva e l'altra che fischiava con altrettanta veemenza.
Si dice che Franca, in mezzo a tutta quella confusione di fischi e
applausi, avesse assunto un'aria stupita e che, mentre applaudiva,
avesse chiesto: «Ma perché fischiano, poverina?».
A fine spettacolo le due donne si incontrarono. «È un peccato che il
pubblico palermitano non abbia apprezzato il vostro talento», disse alla
Cavalieri Franca Florio.
La cantante, dopo avere risposto con eguale dignità dicendo che
probabilmente era lei a non aver meritato i loro applausi, lasciò
Palermo e si ritirò nella villa di Firenze che le aveva regalato lo stesso
Ignazio. Dopo pochi giorni lui la cercò lì, ma trovò solo un biglietto con
cui l'artista gli scriveva che era stato un amico indimenticabile e gli
suggeriva: “Telefona a Gabriele”. Così la Cavalieri salutò il suo
amante, gli fece sapere che si trovava da giorni a casa di Gabriele
D'Annunzio e che per lei la loro relazione era finita. Ignazio tornò da
Franca – sarebbe sempre tornato da lei – che probabilmente sapeva ogni
cosa e già immaginava la prossima lunghissima collana o il prossimo
bracciale che il marito le avrebbe regalato per farsi perdonare. Si dice
che per quell'errore Ignazio dovette comprare la serie completa degli
animali di porcellana di Copenaghen.
SU UNA POLTRONA ROSSA IN VIA MAQUEDA

Massimo Di Martino lavorava alla RAI di Roma quando ha deciso di


tornare a Palermo. Succede spesso, si lascia la città e si crede di non
volere tornare mai più. Poi invece tutto quello che si è imparato, tutto
ciò che si è realizzato, ha senso solamente se portato nel posto dove si è
nati.
Ingegnere e giornalista palermitano, Di Martino ha sempre vissuto
immerso nel mondo del cinema. Nel 2003 ha scritto il soggetto e la
sceneggiatura del film Gli angeli di Borsellino e nel 2004 ha curato la
fiction televisiva su Joe Petrosino, su cui ha scritto anche un libro edito
da Flaccovio.
Aveva imparato che il cinema è capace di miracoli. Tra i tanti, quello
di far immergere gli spettatori in altri mondi, in altre vite,
dimenticandosi di quello che sta attorno: si spegne la luce in sala e tutti
gli sguardi sono rapiti dallo schermo. Se il film è buono, dietro
potrebbe succedere di tutto, non ci si accorgerebbe di nulla. Per tutta la
durata dello spettacolo ci si immedesima in esistenze e situazioni
differenti ed è come se la propria vita e le proprie esperienze si
moltiplicassero. L'idea che Di Martino voleva portare a casa sua era
semplice: la gente ha bisogno di incontrarsi, di arricchirsi scambiandosi
opinioni e punti di vista. Giorno dopo giorno si tende a vivere sempre
più in isolamento, le possibilità di dibattiti e di confronti sono troppo
poche.
Così, tornato a Palermo con la sua famiglia, è andato a vivere in un
appartamento su due piani di via Maqueda, al civico 129. Al piano di
sopra c'è la sua casa, al piano inferiore un cinema. Si chiama
Cinematocasa, un gioco di parole che si può leggere sia in inglese che
in siciliano ma che racchiude lo stesso concetto di fondo: in inglese è
“cinema to casa” e dunque cinema a casa, in siciliano “cinema a to
casa”, cinema a casa tua. Un cineristorante, il più piccolo d'Italia.
Trovarlo equivale a scoprirlo. Non ci sono grandi insegne fuori, bisogna
citofonare come quando si va a trovare degli amici.
La sensazione, seduti a tavola, infatti, è di essere a cena da amici. Il
dialogo fra i commensali che non si conoscono si crea facilmente, come
se il solo fatto di essere lì e di avere scelto di passare una sera seguendo
la formula di Di Martino, accelerasse i ritmi della conoscenza.
L'acquisto dei prodotti per la cena è a “chilometro zero”: basta fare due
passi dalla via Maqueda per arrivare nel mercato di Ballarò. Dopo la
cena si lascia la sala da pranzo per “andare al cinema” che sta nella
stanza adiacente, una saletta rossa, curata nei minimi particolari: pareti
morbide, poltrone ampie e comode, un tavolo rettangolare. Tutto dello
stesso rosso intenso. Poi lo spettacolo ha inizio e allora i colori
spariscono e si regolano su quella gradazione di buio che solo il cinema
sa dosare. Se al posto del popcorn c'è una cena interamente preparata
con prodotti genuini, al posto dell'ultimo blockbuster c'è un film che ha
fatto la storia del cinema. A seconda del giorno ci sono programmi
diversi. C'è il giorno dedicato alla retrospettiva di grandi registi, quello
riservato ai film introvabili in Italia. Quello, infine, dedicato alla cine-
filosofia e alla cine-psicologia, un modo di raccontare i grandi filosofi
del passato e le domande universali dell'uomo attraverso spezzoni di
film con dibattiti moderati da professori di filosofia e di psicologia.
Tornati alla realtà, dopo i titoli di coda, non si scappa subito fuori
dimenticandosi di tutto. L'esperienza del cinema non è confinata dentro
lo schermo ma “esce fuori” e diventa esperienza da condividere con gli
altri. La discussione che segue la proiezione realizza l'idea che sta
dietro Cinematocasa: il dialogo permette di ampliare la propria visione
del mondo, come se si facesse un viaggio. Concetto semplice, eppure
oggi, in un'epoca di multisale, troppo spesso dimenticato.
IL CONVENTO DELLA MARTORANA E I PECCATI
DI GOLA

Fino a qualche decennio fa, soprattutto la domenica, molte persone si


radunavano di fronte alla “ruota”, uno sportello girevole che stava
vicino al portale d'ingresso dei conventi di clausura. Non di trovatelli né
di espiazioni dai peccati si sta raccontando. Al contrario, tramite quella
ruota i peccati si acquistavano: non tutti, solo i peccati di gola.
Fino a qualche decennio fa, infatti, la vera pasticceria palermitana si
faceva nei conventi. Nessuno poteva eguagliare le suore di clausura in
bravura: i dolci preparati da loro erano i migliori, i più gustosi, i più
belli della città. Una vera e propria manifestazione artistica in cui
esprimevano tutte se stesse. Quella ruota rappresentava per loro un
varco, un buco nella maglia dell'isolamento. Lo zucchero, il miele, il
marzapane erano come un filo sottile che le legava alla vita quotidiana,
quella dei ricevimenti e delle feste che potevano solamente
immaginare. Molte donne erano costrette a prendere i voti, soprattutto
quelle di nobile famiglia, e forse mettevano nella loro cucina tutto
quell'estro e quella vanità a cui nella vita avevano dovuto rinunciare.
Nel Settecento il poeta Giovanni Meli aveva contato a Palermo
ventuno conventi, ognuno con la propria specialità. All'inizio le suore
preparavano i dolci per regalarli, per disobbligarsi di una cura medica,
di un aiuto. Poi la fama delle loro prelibatezze si diffuse sempre di più,
la gente cominciò a commissionare le loro specialità e le monache
iniziarono a venderle. Non potevano però avere la soddisfazione di
vedere l'espressione di gioia dipinta sul volto di chi le acquistava. Il
processo era silenzioso, soffuso e romantico. La domenica o durante le
feste si andava fuori dal convento e si scrivevano su un foglio i dolci
che si desiderava acquistare. Il messaggio era infilato dentro lo
sportello di legno della ruota. Una mano silenziosa all'interno afferrava
il biglietto. La religiosa, immersa in un mondo con odori, silenzi e
atmosfere lontanissime da quelle della strada a pochi centimetri di
distanza, leggeva il biglietto – magari immaginava di chi fosse la
scrittura, se di un anziano, un uomo, una donna, un ragazzino – e
lentamente andava a prendere ciò che richiedeva. Si pagava in anticipo
e si aspettava. A volte, quando i dolci erano preparati sul momento,
l'attesa era lunghissima. E mentre i bambini si chiedevano cosa stesse
succedendo, perché si aspettava senza vedere nulla, ecco che, come per
magia, spuntavano i pasticcini, con l'esplosione di colori che li
caratterizzava, ma senza che venisse proferita dall'interno del convento
una sola parola.
I cannoli erano tra le specialità del monastero di via Venezia, che fino
agli anni Settanta tutti chiamavano “Da Zà Monaca”. Il convento di via
Montevergini, nell'omonima strada, era celebre per il variopinto trionfo
di gola e per la conserva di scurzunera. Quello della Pietà, alla Kalsa,
per il pandispagna, quello di Santa Caterina per il bianco mangiare.
Nel Convento della Martorana, in piazza Bellini, è stata inventata la
“frutta di Martorana”. Vuole la leggenda che un giorno le suore
aspettassero una visita molto importante, forse addirittura del papa o del
sovrano. Era però inverno, e il giardino della loro chiesa – Santa Maria
dell'Ammiraglio, chiamata “Martorana” dal nome dei fondatori del
convento – era spoglio e non rendeva giustizia all'aspetto che aveva di
solito quando era fiorito. Così le suore, già bravissime pasticcere,
prepararono un impasto di mandorle e zucchero. Poi lo modellarono
creando dei frutti perfetti e variopinti: arance, limoni, mandarini,
fragole e albicocche e li appesero agli alberi del loro giardino, che
diventò meraviglioso. Il dolce si rivelò essere così buono da diventare
uno dei prodotti tipici di Palermo: riveste tutt'ora un ruolo da
protagonista nelle vetrine di tutte le pasticcerie, soprattutto durante la
festa dei Morti, il 2 novembre.
L'INVENZIONE DI MONDELLO

Luigi Scaglia era un ingegnere capace di progettare le sue opere


seguendo l'immaginazione. Quando vide Mondello per la prima volta,
agli inizi del Novecento, la sua fantasia ebbe la base reale per
concretizzarsi. Si trattava di un piccolo borgo di pescatori, bellissimo in
potenza, ma privo di valore. Gli Arabi lo chiamavano Marsa'at Tin,
ossia “porto del fango”, per il carattere paludoso dei suoi terreni. Nel
1891 il principe Francesco Lanza di Scalea l'aveva fatto bonificare per
arginare l'epidemia di malaria che stava decimando chi abitava lì
vicino. Qualche decennio dopo l'ingegnere Scaglia, osservando quel
tratto di costa palermitana, pensò che Mondello poteva essere un posto
meraviglioso. Foto, appunti, disegni e immagini – la Costa Azzurra e le
sue prestigiose località balneari – erano i frammenti con cui Scaglia
alimentava l'immaginazione. Aveva confezionato mentalmente il vestito
perfetto da far indossare a quel borgo di pescatori per renderlo
magnifico. Aveva deciso di trasformare quel nulla in un'elegante zona
residenziale fatta di ville, villette e giardini, una prestigiosa attrattiva
turistica e culturale capace di competere con i più bei lidi
internazionali. Aveva pensato a una “città-giardino” con uno
stabilimento balneare, probabilmente in stile liberty secondo la moda
dell'epoca, con una chiesa e una lunga passeggiata. Doveva esserci un
grande albergo per tutti quei turisti che arrivavano in città attratti dal
clima salutare e infine doveva essere dotato di una rete di tram che
collegasse il centro della città con le borgate marinare. Aveva
immaginato un mondo: giornate lunghissime al mare e passeggiate fino
alla piazza, gelati e granite, feste negli hotel e nelle ville di lusso. Aveva
immaginato insomma Mondello per come è adesso e anche meglio. Lo
spunto era perfetto, vincente. Non era per lui un semplice progetto
imprenditoriale, ma un'idea a cui sacrificare ogni cosa. Guardando oggi
Mondello potrebbe dirsi che il suo sogno si sia materializzato sotto ogni
profilo. Un golfo di sabbia con un mare impareggiabile, una bellissima
località balneare, disseminata di ville liberty e di uno stabilimento a
palafitta sul mare. Circoli prestigiosi, bar e ristoranti specializzati in
cucina a base di pesce. Tuttavia non fu l'ingegnere Scaglia a realizzarlo.
Alcune difficoltà di ordine tecnico, problemi economici e trattative
complicate lo fecero rallentare e un'altra società si aggiudicò il progetto.
Scaglia si ritrovò all'improvviso escluso dalla sua stessa opera.
Anni dopo, quando vide lo stabilimento sul mare creato da altri
insieme a tutto il mondo che lui aveva immaginato, la tristezza fu
insopportabile. Per provare a scacciarla commissionò a un pittore un
quadro con uno scorcio di Mondello: doveva essere ritratta la spiaggia,
il mare e la vegetazione ma chiese assolutamente di omettere lo
stabilimento sul mare che lui non era riuscito a costruire. Chiese di
dipingere solo mare al suo posto, come era un tempo. Era forse il modo
per costruire un altro frammento che facesse tornare indietro la sua
immaginazione, regolandola al contrario, tornando a guardare Mondello
così come l'aveva conosciuta quando aveva pensato all'abito perfetto da
confezionarle. Ma l'immaginazione questa volta non servì a nulla e
dopo due anni Scaglia si tolse la vita. A lui è dedicata una strada,
proprio nella “sua” Mondello.
BALLARÒ E IL GIRO DEL MONDO IN UN GIORNO
SOLO

C'è una piazza che contiene tutte le piazze del mondo; una piazza che
sa parlare tutte le lingue del mondo. Dentro le sue case e i suoi palazzi,
tra i negozi e i bar delle viuzze che la circondano ci sono tutti i visi del
mondo.
Questa storia ha inizio quando, nel settembre del 1982, un prete
salesiano incontra a piazza Indipendenza quattro ragazzi magrebini che
stanno in strada ad aspettare dei documenti. È una giornata molto
fredda e così li invita a ripararsi all'Oratorio di Santa Chiara: «Per ora
potete stare qui», dice loro. Quel “per ora” dura fino a oggi. Da quel
giorno infatti i migranti non se ne sono più andati. Anzi, ne sono
arrivati altri e altri ancora. Oggi la “casa” salesiana ospita un centro di
servizi per l'infanzia: cinquantadue bambini, cinquantadue storie di
migrazione, perché per ogni bambino accolto si accoglie l'intera
famiglia. E poi una scuola di italiano per stranieri e un luogo ricreativo
sorto in quella che era l'antica sartoria. Non solo presso l'istituto, ma in
tutta piazza Santa Chiara vivono famiglie provenienti da ogni parte del
mondo.
Da sempre la Sicilia è stata crocevia di culture differenti. Se un
tempo erano i popoli dominatori, i ricchi mercanti o i viaggiatori in
cerca del sapore “esotico” dell'isola, oggi per la maggior parte si tratta
di migranti in cerca di condizioni di vita e di lavoro migliori. Africa,
Asia, America latina: piazza Santa Chiara e le strade adiacenti del
quartiere Albergheria permettono di conoscere tanti popoli in una
passeggiata sola. L'Istituto salesiano Santa Chiara è il fulcro di questo
melting pot. Il suo cortile, soprattutto la domenica pomeriggio, è il
luogo di ritrovo per eccellenza. Un cortile capace di diventare carta
geografica, dove i profili dei Paesi si delineano attraverso musica e
lingue differenti per poi sfumare in balli e donne che cucinano tutte
insieme le loro specialità. Basta fare due chiacchiere, provare a
imparare una ricetta ed è come percorrere il mondo da est a ovest, da
nord a sud. A volte capita che nello stesso momento in stanze diverse
dell'istituto si celebrino più riti. Cristiani, musulmani, induisti, senza la
benché minima traccia di conflitto.
Tra i vari “Paesi dell'Albergheria” esistono poi dei ponti, dei
collegamenti ideali. Uno è don Giovanni, l'attuale direttore del centro.
Sempre in movimento, quando si chiede di lui i suoi collaboratori
rispondono sempre: «Sarà in giro per il quartiere». C'è poi Giovanna Di
Miceli, giovane volontaria, punto di riferimento per tutti. Non si stanca
mai, perché non si tratta solo di lavoro ma di rapporti umani, sinceri e
intensi. La parabola che Giovanna ha nel suo appartamento, per
esempio, le riempie ogni sera la casa di amici senegalesi che cercano
notizie sul loro Paese o che semplicemente hanno piacere di trascorrere
ancora del tempo con lei.
Fino a qualche anno fa c'era anche Abibata Konaté, meglio nota come
“Mamma Africa”. Nativa del Burkina Faso fa avanti e indietro tra
Palermo e la sua città d'origine, dove ha aiutato a costruire quello che
definisce “il grande tesoro del suo villaggio”, un ospedale. Esperta
cuoca, erano celebri le feste in cui preparava il suo rinomato cous cous,
vincitore di due edizioni della manifestazione internazionale Cous Cous
Fest di San Vito Lo Capo.
Personaggi che viaggiano continuamente per il quartiere, e
idealmente per il mondo, in un miscuglio quotidiano e armonico che si
intuisce già solo dando un'occhiata alla bacheca su cui sono appesi
avvisi per la comunità bengalese, fotografie dell'ultima festa
senegalese, disegni dei bambini dell'asilo, informazioni sui nuovi
laboratori e sull'ultimo campionato di calcio. O anche passeggiando in
piazza Santa Chiara e lungo i vicoli adiacenti, quando sembra che ogni
strada appartenga a un mondo diverso: ora all'Africa con la gente fuori
che gioca a dama internazionale e le donne che si divertono a fare le
treccine ai capelli, ora all'India con le sue stoffe preziose e i cibi
speziati cucinati con la porta aperta. Guardando le mura si trovano
appesi manifesti scritti in inglese, francese e arabo che invitano a feste e
riunioni. Alzando lo sguardo alle palazzine arrampicate sulle strade in
salita si scovano finestre che, come quadri, incorniciano città differenti,
con le abitudini, gli odori, le voci che sono loro propri. Infine, entrando
nel cortile dell'oratorio salesiano, dove i bimbi giocano a pallone e
sintetizzano in una squadra sola tutte le squadre del mondo.
LE LEGGENDE DI ISOLA DELLE FEMMINE

Un'isola tutta abitata da donne. A poche bracciate dalla costa


palermitana. Donne unite come sorelle, complici perché depositarie di
un unico segreto.
Vivevano libere e spregiudicate dentro una torre e avevano creato la
loro piccola comunità tutta al femminile, in armonia tra loro e con la
natura. D'inverno lottavano contro la furia del mare. D'estate godevano
della vegetazione e della pace, specchiandosi su un'acqua calma e
cristallina. La lontananza dagli uomini non era da leggere come odio o
disprezzo nei loro confronti. Anzi, queste donne si erano date una
“missione” talmente accattivante che gli uomini la raccontavano e si
passavano il “segreto”, parlando di loro anche in luoghi lontanissimi. I
guerrieri, qualora avessero dimostrato il loro valore in battaglia
conseguendo la “Fronda di Palma”, avrebbero avuto dalle donne di
Isola delle Femmine una ricompensa molto speciale: si sarebbero
offerte spontaneamente in premio, accogliendoli e ricompensandoli di
tutte le fatiche. Li avrebbero tenuti sull'isola per tutto un ciclo lunare
regalando loro un'esperienza indimenticabile. La leggenda vuole che i
pirati saraceni, attratti dalle donne, le rapirono e le portarono tutte su
un'isola dell'Egeo. L'isola continuò a chiamarsi Isola delle Femmine in
ricordo delle originarie abitanti.
Dentro quella torre, poi, abitarono anche tredici donne arabe. Nel loro
Paese conducevano una vita non consona, così i loro mariti, stanchi di
quei caratteri indomabili, le avevano costrette a salire su una nave che
avevano mandato alla deriva. Dopo giorni e giorni di navigazione le
donne erano approdate sull'isolotto e avevano cominciato la loro vita
lontano dagli uomini. Erano passati così ben sette anni, poi i mariti
pentiti avevano cominciato a cercarle. Quando le trovarono decisero di
non lasciarle più e andarono a vivere insieme a loro sulla terraferma. Il
paese dove si stabilirono si chiamò Capaci, da cà paci perché era il
posto che aveva portato la pace fra i coniugi.
Secondo altre versioni della leggenda, a Isola delle Femmine erano
confinate le donne malate di lebbra, isolate dal mondo e dimenticate.
Dentro la torre, infine, era imprigionata una ragazza che aveva rifiutato
un uomo molto ricco e potente. Lui l'aveva rapita e confinata
nell'isolotto per non dividerla con nessuno e per non permettere che
scappasse via. Lei, per non soccombere al volere di quell'uomo, si era
lasciata morire di fame. O forse si era gettata dagli scogli più alti in un
giorno in cui il mare era furibondo. In certe notti di tempesta si dice che
si sentano ancora i lamenti della giovane.
Leggende a parte, Isola delle Femmine è stata abitata fin dall'età
punica e la torre che ha ispirato tante storie è stata costruita nel XVI
secolo per avvistare nemici e pirati. Viene chiamata “Torre di fuori”,
per distinguerla da quella “di terra”, che si trova all'interno del centro
abitato che prende il nome dell'isola stessa.
Percorrendo il tratto di costa tra Sferracavallo e Carini si noterà
subito l'isolotto con i resti della torre e solo guardandolo si capirà il
motivo per cui intorno a questo piccolo fazzoletto di terra in mezzo al
mare siano state raccontate tante storie diverse. La torre, un rudere
quadrato che campeggia sulla punta più alta della roccia, ha un'aura che
muta con il mutare delle stagioni. Ora cupa e spettrale con uccelli scuri
che le volano attorno e le nuvole basse che paiono risucchiarla, ora
suggestivo castello in mezzo al mare, luogo ideale per soste di
bellissime sirene.
Così, a seconda del periodo dell'anno in cui la si guarda, l'isola ispira
leggende totalmente opposte: ora una natura furiosa che si accanisce su
quel piccolo isolotto, dove le donne imprigionate passavano la giornata
a lottare contro di lei. Ora un angolo di paradiso, un'isoletta fantastica
dal mare limpido e dai tramonti avvolgenti come coperte colorate, a cui
gli uomini non avevano accesso e dove le “femmine” vivevano in una
microcosmo meraviglioso.
L'OPERA CHE FECE ENTRARE LA MAFIA NEL
DIZIONARIO

Mai avrebbe pensato Giuseppe Rizzotto che l'opera a cui stava


lavorando insieme a Gaspare Mosca sarebbe entrata nella storia. O
meglio, nel dizionario.
È il 1863 e a Palermo va per la prima volta in scena l'opera dialettale
dal titolo I mafiusi di la Vicaria di Palermu. Il teatro scelto è il piccolo
Teatro Sant'Anna, che oggi non esiste più. Si trovava in uno dei
magazzini di Palazzo Ganci, in via Valguarnera, l'edificio in cui fu
girata la famosa scena del ballo del film Il Gattopardo di Luchino
Visconti.
Pare che gli atteggiamenti descritti in I mafiusi di la Vicaria di
Palermu abbiano preso spunto dalle esperienze vissute da un
personaggio realmente esistito: Gioacchino D'Angelo, detto
“Funciazza” per via delle labbra pronunciate.
Le vicende di Iachino Funciazza, detenuto all'interno dell'antico
carcere della Vicaria, sono lo spunto per svelare per la prima volta i
codici di comportamento dei mafiusi. Come quando Iachino spiega a un
detenuto appena entrato alla Vicaria «lo stile che c'è nel carcere» e gli
chiede di pagare la lampa e lu pizzu, ossia le spese per accendere il
lume alla Madonna e quelle per occupare il letto e la cella.
Reale o no che sia il protagonista, ciò che Rizzotto racconta non è
una novità, né tanto meno è frutto della sua immaginazione. Già nel
1838 il procuratore generale di Trapani Pietro Ulloa scrive di
«fratellanze alle dipendenze di un capo» e le descrive come delle specie
di sette, governi nel governo, protette da magistrati e polizia, che
operano con il consenso del popolo, che si occupano di offrire
mediazioni per furti e di recuperare gli oggetti rubati, di proteggere un
funzionario o farlo esonerare, di incolpare innocenti.
«In questo ombelico della Sicilia», scrive il procuratore, «si vendono
gli uffici pubblici, si corrompe la giustizia, si fomenta l'ignoranza».
In realtà, poi, il termine mafia esisteva già da prima, come riporta il
celebre studioso siciliano Giuseppe Pitrè, ed era usato in molti quartieri
palermitani. La parola non aveva un'accezione negativa. Se per esempio
si voleva definire una ragazza carina e consapevole della sua bellezza,
nel quartiere del Borgo si diceva che era mafiusedda. Così come
mafiusa poteva essere una casa ben arredata e ordinata o un utensile di
buona qualità. «Haju scupi d''a mafia», strillavano i venditori ambulanti
per dire che avevano scope di ottima fattura.
L'opera, comunque, riscosse da subito un enorme successo e da allora
si susseguirono repliche su repliche. Successe però che parte del
pubblico si affezionò sempre di più al personaggio di Iachino, perché ne
subì il fascino. Così, su impulso del sindaco Antonio Starabba marchese
di Rudinì, gli autori furono costretti ad aggiungere un terzo atto ai due
originari in cui mettevano in luce quanto era riprovevole e sbagliato
l'atteggiamento dei mafiusi. Nella nuova versione, il protagonista si
pentiva, cambiava vita e chiedeva perdono per sé e per i suoi compagni.
Più che la storia, però, quello che conta è che per la prima volta la
parola mafia venisse messa per iscritto e i mafiusi venissero descritti
come rappresentanti della criminalità organizzata. Fu con quest'opera
che il termine entrò nel linguaggio comune.
UN BALCONE MERAVIGLIOSO A PALAZZO
AJUTAMICRISTO

Sarà capitato a tutti di visitare una città nuova, trovare una casa o un
albergo delizioso e affezionarsi talmente tanto a quei luoghi da esserne
geloso, tanto da non volere che nessun altro viva in quella stanza, che
guardi gli stessi panorami dallo stesso balcone. Come se quella dovesse
essere solo la scenografia dei propri ricordi. Quel luogo diventa allora il
contenitore dei momenti stupendi che si sono vissuti, e quando si parte
si prova qualcosa di simile all'innamoramento: l'oggetto della passione
non si può condividere con nessuno, ci appartiene semplicemente
perché l'abbiamo amato. Capricci irrealizzabili per tutti, ma non per un
grande sovrano.
Quando nel 1535 Carlo V arrivò a Palermo fu accolto con sfarzo ed
entusiasmo. Era da molto tempo che un vero re non visitava la Sicilia, i
palermitani erano abituati ai viceré che agivano come sovrani e vedere
un monarca vero e proprio era un'enorme emozione. Gli fu fatto dono
di un cavallo interamente ricoperto d'oro e furono organizzate feste e
giostre. Per conoscere l'aspetto del protagonista di questo racconto,
basta andare a piazza Bologni: qui si trova la statua bronzea realizzata
da Scipione Li Volsi che ritrae il sovrano, magro e con il celebre mento
pronunciato.
Al contrario di quello che ci si aspettava, il re decise di non
soggiornare al Palazzo Reale ma volle abitare a Palazzo Ajutamicristo:
era quella per lui l'unica dimora degna di ospitarlo. Una lapide sulla
facciata di via Garibaldi oggi racconta che «dopo la vittoria di Tunisi
venuto a trionfare in Palermo l'imperatore Carlo V d'Austria abitò in
questo palazzo nel 1535».
L'edificio era stato costruito sul finire del XV secolo da Matteo
Carnilivari: quando il barone Guglielmo Ajutamicristo seppe che
l'architetto era in città per realizzare Palazzo Abatellis (al numero 8 di
via Alloro) per conto di Francesco Patella, colse subito l'occasione e gli
commissionò la realizzazione del suo palazzo. Il barone era uomo
ricchissimo, mercante di canne da zucchero, così disse all'architetto che
l'avrebbe pagato quanto voleva ma che avrebbe dovuto dare la
precedenza alla sua dimora rispetto a quella di Patella. E così in effetti
fu. Per gli arredi, per l'ampiezza dei cortili e per l'atmosfera tutta,
Palazzo Ajutamicristo risultò essere il prescelto dell'imperatore.
Carlo V usava affacciarsi dal balcone proprio sopra l'ingresso al
civico 23 di via Garibaldi. Fu da qui che assistette alla festa e alla
giostra organizzata in piazza della Fieravecchia (oggi piazza
Rivoluzione) in suo onore.
Si dice che per un lungo periodo la finestra di quel balcone rimase
murata. Si dice che lo fosse dal 1535, da quando vi si era affacciato il
sovrano. Lo si racconta anche di altri edifici siciliani che ospitarono
Carlo V, ma se si visita il Palazzo Ajutamicristo non risulta difficile
credere che il sovrano diede per quel balcone una precisa disposizione:
nessuno era degno di affacciarsi dopo di lui. Come se simbolicamente
avesse voluto prendere gli odori, l'atmosfera, il panorama osservato da
quel balcone e chiuderli in uno scrigno solo suo.
IL FIUME ORETO E L'AVVENTURA URBANA DI
IGOR D'INDIA

Ai piedi della montagna Mielgandone il dio Oreto abitava il fiume


che porta il suo nome. Con lui vivevano satiri e bellissime ninfe. Come
le naiadi che popolavano l'acqua, le driadi e le napee che custodivano i
boschi lungo il fiume e le amadriadi che stavano sugli alberi e ne
seguivano il ciclo vitale. Inoltre, tra acque limpide, edere e boschi
vivevano infinite specie di pesci e uccelli. Quello generato dalle acque
del fiume Oreto era un paesaggio da sogno, era la Conca d'Oro, un
paradiso capace di generare miti e leggende.
Secondo alcuni, il nome del corso d'acqua deriverebbe dalle pepite
d'oro nascoste tra la sabbia del fiume, piccole pagliuzze brillanti che
venivano raccolte fino all'epoca araba. Secondo altri invece il nome
deriverebbe da oros, montagna in greco, e farebbe riferimento al suo
nascere dai monti. Gli Arabi lo chiamavano Wâdî al-‘Abbâs e
descrivevano il tratto palermitano del fiume come il paradiso in terra,
ricco di alberi e frutti.
I Normanni vi avevano realizzato giardini tanto belli da essere cantati
dai poeti e descritti dagli storici come Ugo Falcando, che quando nel
XII secolo vide la Conca d'Oro, scrisse: «Chi in verità sarebbe in grado
di elogiare adeguatamente la gradevolissima abbondanza delle sorgenti
che zampillano ovunque? Chi la bellezza degli alberi verdeggianti e gli
acquedotti che in gran numero soddisfano i bisogni dei cittadini? Chi
potrebbe degnamente lodare la bellezza della singolare pianura?».
Le stesse acque in tempi più recenti costituivano l'ingrediente
essenziale dei bagni dei palermitani che negli stabilimenti di
Sant'Erasmo nuotavano vicino a dove sfociava il fiume rendendo più
dolce l'acqua salata.
Per secoli e secoli le acque dell'Oreto hanno reso il terreno fertile,
arricchendo il paesaggio circostante di giardini, di coltivazioni agricole
e di un sistema di mulini e ponti. Il fiume attraversa Palermo, Altofonte
e Monreale fino a sfociare nel Tirreno.
A metà del XX secolo dove sorgevano gli agrumeti furono edificati
palazzi, e in pochi decenni la zona venne divorata da un processo di
cementificazione selvaggia noto come “il sacco di Palermo”. La città si
dimenticò del fiume, le sue storie diventarono leggende e le sue acque
scomparvero. Fino a che, un giorno di circa vent'anni fa, un bambino
non passò davanti al piccolo rivolo del tratto palermitano. La madre,
vedendo la sua espressione incuriosita, gli raccontò che quello un
tempo era un importantissimo fiume. «Ormai è una fogna», gli disse.
Come spesso accade, le cose che hanno affascinato da bambini e di
cui all'inizio si è accettato il mistero senza farsi troppe domande,
tornano a farci visita da adulti. Così, dopo vent'anni, Igor D'India
ritornò a chiedersi da dove nascesse e dove si insinuasse quell'acqua
lercia che spariva tra i palazzi e ricompariva lontano sotto i ponti e
decise di realizzare quello che aveva immaginato da bambino:
conoscere veramente il fiume che la città aveva dimenticato.
Videomaker di professione, D'India aveva effettuato reportage in zone
di guerra come la Bosnia, il Caucaso e il Sahara Occidentale e in angoli
poco conosciuti, come la regione di Guantanamo, a Cuba. A un certo
punto però ha capito che a volte non bisogna andare troppo lontano,
«vicino casa ci sono tanti luoghi dimenticati, non-luoghi, che dopo anni
di abbandono sono irriconoscibili e vanno riscoperti per soddisfare il
nostro innato senso di ignoto». Lo scrive nel suo reportage che racconta
«l'avventura urbana» da lui vissuta, sintetizzata poi in un documentario
dal titolo Oreto. The Urban Adventure che si può guardare sul suo sito,
www.igordindia.it.
E di avventura vera e propria si tratta perché il fiume è oggi un luogo
sconosciuto. Quando nell'estate del 2011, D'India decide di esplorarlo,
il percorso ha il sapore di una scoperta. Decide di risalire il fiume
partendo dalla foce e camminando, ove possibile, dentro il suo letto
fino alle sorgenti. A piedi, con un piccolo canotto, nuotando: i mezzi
seguono le regole dettate dal fiume. Mentre Igor risale il corso d'acqua,
i paesaggi cambiano in maniera continua, raccontando il disastro
ambientale ma rivelando al contempo scorci rigogliosi e vivi. Il
documentario svela un fiume ora veemente e magnifico con le sue
cascate e le sue canne secolari, con le vallate verdissime e la
vegetazione fitta, ora ridotto a una fogna a cielo aperto. Fra detriti, resti
e carcasse di macchine, il documentarista trova comunque un fiume
vivo, indipendente da ogni attività umana. «Prima di cambiare un posto
bisogna camminarci dentro, bisogna conoscerlo, bisogna sapere cosa si
vuole cambiare», riflette D'India al termine del percorso. «Fiumi, mari
e montagne sono entità eterne e il più grande crimine che si può
commettere è stare al mondo senza ammirarle, ignorando la loro
potenza e sottovalutandone la severità».
L'Oreto, in realtà, non era mai scomparso. Era la gente che aveva
smesso di guardarlo.
MODA, INDOLENZA E COMODITÀ ALLA CASINA
CINESE

Re Ferdinando di Borbone amava la caccia, seguiva le mode e non


rinunciava alle più eccentriche comodità. Lo si capisce dalla Casina
Cinese che fece realizzare quando, in fuga da Napoli per l'assalto delle
truppe napoleoniche, arrivò a Palermo, nel 1798. La casina è immersa
nel Real Parco della Favorita, l'immensa tenuta di caccia ricca di verde,
vialetti e fontane, realizzata per volontà dei borboni: circa quattrocento
ettari ottenuti espropriando i terreni a molti nobili. Ferdinando IV, poi
III di Sicilia, acquistò la villa dal barone Benedetto Lombardo della
Scala che già gli aveva dato un gusto cinese, secondo la moda del
tempo. Il sovrano si rivolse all'architetto Venanzio Marvuglia per
ricostruirla – sempre in stile cinese, sostituendo il legno con la muratura
– e per accontentare tanti suoi piccoli “capricci”.
Ne venne fuori la strabiliante Palazzina Cinese al civico 1 di via
Duca degli Abruzzi. Disseminati lungo la villa ci sono elementi
eccentrici e inconsueti che raccontano molto dell'indole del sovrano.
Detta anche Villa delle Campanelle per i campanellini all'ingresso
che suonano a ogni soffio di vento, ha la forma di un parallelepipedo
con il tipico tetto a pagoda, due grandi terrazze, alte colonne che
formano un portico a semicerchio e sorreggono un'altra terrazza. Il
gusto per l'esotico si manifesta oltre che nell'aspetto esterno anche
all'interno: le pareti rivestite di seta, le scritte in cinese, ebraico e
indiano, alcune prive di significato, realizzate da artigiani palermitani
che ricordavano a memoria miniature orientali. Sulle pareti, insieme a
variopinti uccelli esotici, è ritratta un'immaginaria corte cinese dipinta
dal pittore siciliano Giuseppe Velasco.
Ai sovrani dava fastidio, mentre pranzavano, vedere il normale viavai
di servitù tra un pasto e l'altro. Volevano essere serviti come si deve ma
senza confusione. Così Marvuglia progettò la “tavola meccanica” che
campeggia nella fastosa sala da pranzo. Si tratta di un ampio tavolo
dotato di un montacarichi collegato al piano inferiore. Grazie a un
sistema di corde e campanelle, dalla stanza sottostante i servitori
capivano quali pietanze dovevano far scomparire e quali far
“magicamente” comparire, senza mai apparire davanti ai commensali.
Al re, in particolare, doveva dare proprio fastidio avere gente intorno
quando non voleva. Così Marvuglia, per accontentare il suo desiderio di
pace, realizzò le finestre “a spia”: da lì il sovrano riusciva a vedere
senza esser visto chi saliva e scendeva le scale della sua villa e magari
scomparire tempestivamente nell'attesa che l'ospite inatteso andasse via.
I capricci di Ferdinando non erano finiti: basta visitare le sue camere
private per notare delle strane rotelle montate ai piedi del letto. Quando
Ferdinando era troppo stanco decideva che non era il caso di alzarsi e,
chiamati dei servitori, si faceva trascinare in giro per la residenza tra
un'udienza e una passeggiata.
MASSIMO E GINO: FARE LA CORTE ALLA GIOIA

Le botteghe si susseguono una dopo l'altra. In via del Ponticello il


paesaggio muta con il mutare delle persone che qui vivono o lavorano.
Gli anni e i cambiamenti, però, non si sostituiscono ma si aggiungono e
si armonizzano fra loro. C'è una copisteria: a pochi passi si trova la
facoltà di Giurisprudenza e le strade sono affollate di studenti; c'è una
tra le cererie più antiche della città e una bottega dove si realizzano
carretti siciliani e dipinti con le tipiche scene dell'opera dei pupi: putìe
dal sapore antico e folcloristico immerse nello scenario di un quartiere
fortemente popolare quale è l'Albergheria. Ci sono i tipici negozi
africani aperti dalla folta comunità che ormai da decenni abita questi
vicoli. E poi c'è il Quir, un gioco di parole tra cuir (“cuoio” in francese)
e Queer. Lo hanno aperto poco meno di vent'anni fa Massimo Milani e
Gino Campanella, una delle coppie più celebri di Palermo. All'ingresso,
una macchina da cucire rivestita da una stoffa maculata. Le pareti gialle
e la musica sempre in sottofondo, una cornice ricoperta da soffici piume
bianche e un tavolo da lavoro foderato con una stoffa zebrata, sotto il
tavolo la pelle colorata che Massimo e Gino lavorano per realizzare
borse, cinte e oggetti in cuoio. «È una delle battaglie che abbiamo
vinto», dicono. All'inizio è stato difficile. Racconta Gino che una volta
– avevano appena aperto – un vicino gli aveva chiesto cosa ci facesse
«quella cosa là davanti alla porta»: si riferiva al suo compagno. Dopo
qualche anno il vicino è diventato un loro carissimo amico, così come
sua moglie che, costretta a letto da una malattia proprio quando
Massimo si candidava al consiglio provinciale, non ha voluto sentire
ragioni e si è alzata ugualmente per andare a votarlo. «Tutto ciò che non
si conosce fa paura. Quando sei libero di essere come sei, la gente ti
riconosce e gli va bene», riflette Gino. Adesso sono amatissimi nel
quartiere dell'Albergheria così come nel resto della città. La loro
visione delle cose è rappresentata anche dall'aspetto di Massimo. Alto,
biondo, gira per la città su una bicicletta tutta adornata da fiori rossi,
porta scarpe coi tacchi e vestiti comprati sempre nei negozi dell'usato,
abiti femminili di cui esiste un esemplare soltanto. «Viviamo in un
mondo che ha bisogno di un'etichetta, devi scegliere chi sei e poi vivere
sempre di conseguenza senza uscire da quel binario. L'identificazione
in un genere è sempre una prigione, l'importante invece è trovare un
equilibrio, per essere felici. Non accontentarsi della vita per com'è stata
raccontata, ma provare a essere unici, straordinari», spiega Massimo
mentre Gino lo guarda con occhi fieri, sorridendo. Per questo Massimo
gioca con il suo aspetto e incontrarlo è sempre una sorpresa. Libero da
qualsiasi stereotipo, porta in giro la bellezza non solo di essere se
stesso, ma anche di esserlo sempre in maniera diversa.
Si sono conosciuti a Roma nel 1978 e non si sono più lasciati.
Massimo e Gino – uno romano e l'altro palermitano che viveva a Torino
– hanno deciso di vivere a Palermo, dove nel 1891 sono stati tra i
fondatori del primo circolo Arcigay, cui sono seguiti tutti gli altri in
Italia. Una battaglia combattuta con un unico obiettivo: la libertà di
essere felici. Lo diceva un loro grande amico, il poeta e attivista Nino
Gennaro. «O si è felici o si è complici», aveva scritto in un suo haiku.
Dopo anni di sensi di colpa e di infelicità, loro due hanno deciso di
essere felici. Di vivere la loro storia d'amore e di avere il coraggio di
cambiare le cose e lottare per i diritti di chi come loro ogni giorno
doveva giustificare i propri sentimenti e i propri orientamenti sessuali.
Alla pesantezza e all'assurdità di frasi come «io non ho nulla contro i
gay», oppure «io ho tanti amici gay» – come se fosse normale avere
qualcosa contro o del tutto eccezionale avere amici gay – loro
rispondono con in mente gli haiku di Gennaro. Dove la felicità diventa
anche un concetto politico, perché permette di trovare le forze e il
coraggio per lottare. Un percorso di evoluzione e di coscienza, sempre
connotato dalla leggerezza di concetti che racchiudono invece contenuti
molto intensi. Come un altro haiku di Gennaro: «Fate la corte alla
gioia».
A volte qualcuno chiede a Massimo come lo deve chiamare, se si
considera una femmina o un maschio, e lui risponde sorridendo: «Sono
una persona». Quando nel 1993 hanno celebrato il loro matrimonio a
Palermo, simbolicamente davanti al Municipio, è stata una festa enorme
che ha avuto una risonanza in tutta la nazione. «C'è suo marito?»,
dicono a Massimo oggi in giro per il quartiere. «Dov'è la signora?»,
chiedono a Gino le clienti quando entrano in negozio. Ed è ormai così
radicata la loro coppia in città che ormai è Gino che gioca a
confonderle: «Quale signora?».
LE PASQUINATE

In un'epoca in cui la libertà d'espressione era negata, i palermitani


avevano escogitato un'inconsueta maniera per dire ciò che pensavano.
L'idea era semplice: chi poteva esprimere il pensiero indicibile di
molti senza incorrere in condanne severe, in pene che limitavano o
attentavano alla vita? Chi poteva diffondere quel pensiero rivolgendosi
a tante persone? Naturalmente chi la vita non l'aveva, eppure
giornalmente “incontrava” migliaia di persone. Chi, dunque, se non le
statue della città potevano farsi portavoce delle idee rivoluzionarie e
delle opere satiriche del popolo? Immagini che al messaggio univano il
valore simbolico della persona che rappresentavano. Quelle appese
sulle statue erano minacce, critiche, molto spesso erano componimenti
satirici: le cosiddette “pasquinate”, che prendono il nome da una statua
di Palazzo Braschi a Roma su cui i cittadini appendevano cartelli di
protesta e satire anonime contro la Curia e i suoi rappresentanti.
A Palermo si privilegiavano il monumento a Carlo V a piazza
Bologni e le statue del Genio di Palermo. Le statue non soltanto
potevano contenere il pensiero del popolo attraverso i cartelli ma anche
attraverso il mutare della loro immagine. Il Genio a volte veniva
cosparso di cibo scadente a simboleggiare quanto affamati fossero i
palermitani con il governo di turno; a volte veniva vestito tutto di nero,
a lutto, per qualche ingiusta esecuzione. Proprio per questo il governo
borbonico tentò di rimuovere la statua del Genio della Fieravecchia
(oggi piazza Rivoluzione), che invece – portavoce dell'anelito di libertà
del popolo – riusciva sempre a tornare.
Anche sulle statue dei Quattro Canti venivano appesi cartelli satirici,
nonostante a volte succedesse che poi proprio in quel luogo fossero
esposti i corpi degli autori di quelle satire, su cui i sovrani facevano
appendere cartelli con scritto il nome della vittima e a seguire
l'appellativo di «traditore di Dio, di Sua Maestà, della Patria».
Ma lì poteva capitare anche di imbattersi nei corpi dei potenti contro
cui le proteste erano rivolte. Era quello che l'immaginario popolare
racconta facessero i Beati Paoli, la mitica setta che si occupava di fare
giustizia contro i soprusi dei nobili e dei potenti nei confronti dei più
deboli.
Il viceré Caracciolo – che governò dal 1781 al 1786 – era fra quelli
maggiormente presi di mira dai componimenti satirici lasciati lungo le
strade. Pur fingendo noncuranza, in segreto non riusciva a darsi pace:
ogni volta che si imbatteva in qualche scritta che si facesse beffa di lui,
andava su tutte le furie. Che lo criticassero in privato usando parole
destinate a scomparire non appena pronunciate, ancora poteva
sopportarlo; ma vedere nero su bianco frasi ingiuriose e satiriche rivolte
contro di lui, quello non riusciva proprio ad accettarlo. Così fece divieto
«a qualunque persona, di qualsiasi grado, ceto e condizione si fosse il
poter comporre, pubblicare, spargere o affissare o scrivere tali libelli e
cartelli infamatori e contumeliosi all'onore e decoro delle altrui persone
e famiglie, né in versi, né in prose, né in figure esprimenti il carattere,
né in satire, né in pasquinj, né in qualunque altra guisa». Visto che
presupposto di quei cartelli era la segretezza, per rafforzare la sua
disposizione il Caracciolo promise più di trecento onze a chi rivelava i
nomi degli autori. Si dice che furono davvero pochi quelli che si
guadagnarono quel compenso: i palermitani ai soldi preferirono la
libertà di fare satira.
LA STRADA DOVE SI SCIPPANO LE TESTE

«Testa firuta si medica e sana, cori firutu mai nun si sana» (“Testa
ferita si medica e sana, cuore ferito non si sana mai”), sostiene il
proverbio popolare.
I sentimenti sono tutto per la maggior parte dei palermitani, più
importanti di ogni altro aspetto dell'esistenza. Per questo, quando le
cose non vanno come dovrebbero, la delusione e la veemenza della
reazione è raddoppiata rispetto al normale. “Ti scippo la testa”, si dice
quando in un litigio si perde la ragione. Dove scippare è inteso nel suo
significato di strappare, sradicare.
E questo perché la testa firuta non può competere con la sofferenza
del cuore, ma quella scippata sì.
Come successe in un pomeriggio del Novecento quando un marito
tornato a casa prima del tempo sorprese in flagrante la moglie con
l'amante. Alcune versioni della storia popolare vogliono l'uomo ubriaco
di ritorno come ogni sera dalla taverna sotto casa. Secondo altri, invece,
sarebbe stato sobrio e perfettamente consapevole del gesto che avrebbe
compiuto.
Un dolore immenso si impossessò di lui, non solo a causa della
gelosia e dell'amore deluso ma anche perché ormai il suo onore era
stato compromesso. Erano tempi, infatti, in cui non si poteva continuare
a vivere normalmente: se traditi era necessario ristabilire l'onore
perduto.
Così quell'uomo non ci pensò due volte. Si avventò sugli amanti,
prima li uccise con un grosso coltello e poi con lo stesso coltello tagliò
loro la testa.
Tuttavia non bastava l'efferato gesto per riacquistare l'onore: il delitto
doveva anche essere reso pubblico. Così l'uomo prese le due teste e le
espose in strada, la stessa dove abitava. I vicini potevano trarre le loro
conclusioni. L'esibizione mostrava a tutti cosa era successo a chi aveva
mancato di rispetto all'uomo di casa. L'evento fu così eclatante che per
giorni e giorni non si parlò d'altro. Da allora quella strada si chiamò via
Scippateste.
Oggi la via Scippateste è una tranquilla stradina del centro storico
chiusa da un lato da palazzine basse e fatiscenti – tranne per una,
recentemente ristrutturata – e dall'altro dal retro del nuovo Palazzo di
Giustizia. In un salto stilistico e temporale strabiliante stanno di fronte
due mondi, uno moderno e imponente e l'altro antico e decadente. Il
fatto che la strada con quel nome e quella storia stia dietro al tribunale
non è così dissonante quanto può sembrare. Basti pensare che fino a
qualche decennio fa il “delitto d'onore” era sanzionato con pene
attenuate rispetto agli altri delitti che non erano mossi dalla
salvaguardia della propria dignità. E anche dopo la sua abolizione,
soprattutto in Sicilia, il concetto continuò a valere nelle coscienze di
molte persone che tendevano a giustificare chi in preda alla follia
faceva finire nel sangue la scoperta di un tradimento.
L'IMPRESA ECCEZIONALE DI VINCENZO DI
BARTOLO

Il 7 maggio 1802 nacque a Ustica, l'isoletta di fronte Palermo, un


bambino capace d'impensabili imprese che avrebbe collegato la sua
terra all'estremità opposta del globo. Si chiamava Vincenzo Di Bartolo.
Fin da piccino amava il mare, che a Ustica è lo sfondo e insieme il
protagonista di tutto il paesaggio, e aveva una curiosità eccezionale
verso ogni aspetto della natura che lo circondava. Di Bartolo diventò
presto istruttore al Collegio nautico di Palermo e cominciò subito a
viaggiare ed esplorare terre sempre più lontane: Alessandria,
Costantinopoli, Odessa, Lisbona. Infine fu pronto per la sua impresa
eccezionale: esplorare l'oceano Indiano.
Nessuna nave siciliana lo aveva fatto prima di allora, nessuno sapeva
cosa aspettarsi da quel lunghissimo tragitto. Ma se Di Bartolo ce
l'avesse fatta, avrebbe aperto la strada a nuove e importantissime rotte
commerciali per la Sicilia. A finanziare l'impresa fu Beniamino Ingham,
che aveva dato ordini precisi: prima doveva raggiungere Boston per
consegnare un carico di zolfo e dopo ripartire per l'isola di Sumatra,
dove doveva prendere un carico di pepe nero.
Si trattava, come si può immaginare, di viaggi lunghi e pericolosi:
tempeste, epidemie, pirati erano solo alcuni dei pericoli in cui ci si
poteva imbattere. Ma il comandante usticese amava troppo il mare per
rinunciare alle sue avventure. Non era solo per denaro o prestigio che
intraprendeva quelle difficili navigazioni. Era per vivere ancora una
volta le notti immerse nel silenzio dell'oceano, in mezzo al nulla,
cullato solo da quell'ondeggiare simile a una musica lenta e sempre
uguale. Per sentire l'odore inconfondibile che soltanto in mare aperto
poteva respirare. Per quella sensazione di libertà e di pace che
accarezzava la sua anima quando era da solo alla guida della barca,
quando diventava l'unico uomo dell'universo.
Così, pieno di speranze, il 28 ottobre 1838 salpò da Palermo sul
brigantino Elisa con un equipaggio composto da dodici uomini, diretto
verso una meta impossibile, l'isola di Sumatra.
All'inizio le cose andarono bene, ma il 5 gennaio 1838 il veliero, che
si trovava nel mezzo dell'oceano Atlantico, fu travolto da una tempesta
fortissima. Di Bartolo rimase ferito. Il morale dell'equipaggio cominciò
ad abbassarsi. Fu costretto a lasciare il comando a Federico
Montechiaro. Il mare divenne un nemico e tormentò l'Elisa con
burrasche e temperature bassissime. Per qualche giorno i marinai si
convinsero che non ce l'avrebbero mai fatta, eppure il 27 gennaio, tra lo
stupore generale, arrivarono a Boston. Visitarono le nuove terre,
ricaricarono le energie e curarono le ferite. Dunque si munirono di armi
e cannoni: dovevano adesso affrontare acque infestate dai pirati malesi
e – se tutto andava bene – approdare su un'isola sconosciuta dove gli
abitanti li avrebbero potuti accogliere in qualsiasi maniera. Il
comandante Di Bartolo riprese il comando e durante la navigazione
continuò a scrivere il suo diario di bordo, su cui annotava tutte le
scoperte fatte: le abitudini delle popolazioni conosciute, ciò che
coltivavano e che producevano, i loro paesaggi e i loro climi.
Il primo luglio 1839 l'Elisa arrivò a Sumatra. Trovarono un villaggio
composto da una dozzina di capanne e «una ventina di malesi d'aspetto
selvaggio, quasi nudi, la bocca e le labbra tinte di rosso col masticare
betel, i denti negri e limati, i quali, poco curiosi del nostro arrivo,
restavano nel loro tugurio», scrisse Di Bartolo nel suo diario, in cui
annotò pure l'apprensione per il «coltello con lama lunga e dritta, che
ritorce verso la punta come un gancio, che portano alla mano per
divertimento e passatempo». Lì però non c'era il pepe nero e con gran
sollievo il comandante dispose di ripartire. Il 12 luglio fecero rotta
verso il sud dell'isola e attraccarono a Rigas, dove si trovava il pepe
nero. Fecero conoscenza con un malese di nome Po Mohamet che li
aiutò nella contrattazione. Le storie di trattative con le popolazioni
indigene conclusesi malamente circolavano in abbondanza, ma il
comandante riuscì, grazie anche all'amico malese, a mettersi d'accordo
con i due capi locali.
Il 26 luglio ripartì e arrivò a Palermo il 14 dicembre 1839. Aveva
venduto il carico di zolfo e aveva comprato quello di pepe, ma
soprattutto aveva scoperto e affrontato rotte inesplorate.
Tornato a casa, dove l'attendeva la moglie Elisabetta Consiglio, il re
Ferdinando II lo decorò con una medaglia d'oro al valor civile e lo
nominò alfiere di vascello soprannumero della Real Marina di guerra
«in considerazione di esser stato il primo tra i miei sudditi uomini di
mare che abbia intrapresa e felicemente condotta a termine un'ardita e
lunga navigazione fino a Sumatra nell'oceano Indiano». Un enorme
successo per l'esploratore che, dalla sua piccola isola, era riuscito ad
arrivare fino “al centro del mondo”. Eppure forse non era il successo
che tanto gli interessava, quanto il mare. Così Di Bartolo continuò a
esplorare, «a vedere la parte del mondo ricoperta dalle acque»: Rio de
Janeiro e di nuovo Sumatra, Singapore e molte altre rotte, giusto per
soddisfare la sua indole differente, come spiega in una lettera alla
madre in cui dice di invidiare gli uomini che nascono, si sposano e
muoiono senza cercare altro, ma «qui nell'anima mia s'agita un
irresistibile bisogno di viaggiare: è l'istinto dell'uccello, è il desiderio
verso un ignoto lontano».
I GIARDINIERI DI SANTA ROSALIA

C'era una volta una piazza che non esisteva. Nel quartiere
dell'Albergheria – quello del multietnico e variopinto mercato di
Ballarò – nessuno se ne ricordava. Era successo altre volte. A poco a
poco, vittime di un'epidemia di oblio, angoli di città scomparivano.
Questa poi non poteva dirsi in realtà nemmeno una piazza. Decenni
prima era stata una chiesa. Poi la chiesa era crollata e aveva lasciato
uno spazio vuoto e senza nome. Presto dimenticato, quello spazio era
diventato invisibile. Ogni giorno gli abitanti del quartiere ci buttavano
la loro spazzatura, elettrodomestici rotti, materassi, bottiglie. Il resto era
destinato a diventare un posteggio per le macchine.
Poi, all'improvviso, il vuoto urbano è stato riempito da un fiore. Era
uno degli interventi dei Giardinieri di Santa Rosalia, un gruppo di
persone unite da un'idea: realizzare forme semplici di gestione dello
spazio pubblico per restituirlo alla città. Partendo dalla constatazione
che le edicole votive sono tenute con grande cura dalla gente del
quartiere e che sono rese talmente belle da entrare a far parte dell'arredo
urbano, i Giardinieri hanno voluto legare il loro nome alla patrona della
città, nell'auspicio che la gente si prenda cura degli spazi verdi,
coltivandoli e custodendoli come luoghi sacri. Il primo intervento è
stato fatto il 4 luglio 2010 nell'aiuola di via Gian Luca Barbieri e da
allora se ne sono susseguiti molti altri: da piazza Baronio Manfredi ai
Cantieri Culturali alla Zisa.
Così, i primi di giugno del 2011, armati di terriccio, palette e semi, si
sono ritrovati in quello spazio vuoto dell'Albergheria e vi hanno
piantato margherite e cactus, hanno realizzato vasi colorati e panchine.
Ed è nata una piazza, piazza Mediterraneo. Sottraendo un posto alla
bruttezza del degrado, i giardinieri hanno fatto una magia: simili ai
prestigiatori che dal cappello tirano fuori un coniglio, loro dal nulla
hanno creato una piazza. E d'un tratto, in maniera inimmaginabile, gli
abitanti del quartiere – gli stessi che credevano che quello fosse un
posteggio o una discarica – l'hanno vista. La signora che vende le uova
in via Porta di Castro, proprio di fronte la nuova piazza, a volte si
prende cura delle piante, aiutata dal marito. Non è sempre così e spesso
la gente continua a buttare rifiuti e a disinteressarsene. Ma di sicuro
qualcosa è cambiato, perché da allora la piazza ha cominciato a esistere.
Bastava darle un nome perché miracolosamente apparisse, come
quando non si vede qualcosa o non si riconosce una persona ma non
appena se ne pronuncia il nome lo si mette subito a fuoco. Piazza
Mediterraneo è adesso ricca di piante, panchine colorate, sedie e tavoli,
che non solo rendono più bello lo spazio ma anche tutta la città. Perché
non si tratta tanto di costruire un mondo migliore quanto di migliorare
il mondo esistente.
Dal nulla, dal vuoto, a Palermo continuano a nascere giardini e
piazze. A volte si passeggia per luoghi che paiono condannati
all'immobilità e invece un angolo di verde, un banano, una stella di
natale, dei cartelli colorati riconciliano lo sguardo e dimostrano che
l'abitudine e l'esperienza possono essere facilmente ribaltate. Gianni
Rodari, nella sua canzone Ci vuole un fiore, dice che «per fare tutto ci
vuole un fiore», e i Giardinieri di Santa Rosalia dimostrano che anche
per fare una piazza ci vuole un fiore.
LA “LEGGENDA NUOVA” DEL CANE DEL
MERCATO

Di notte sembra un fantasma, di quelli che si aggirano senza riuscire


a darsi pace. Passa il tempo abbaiando e cercando senza sosta e, quando
è nascosto dal buio dei vicoli, il suo abbaiare pare l'eco di un lamento
lontano. Di giorno, invece, passeggia tranquillo lungo le vie del Capo.
È il cane del mercato. Conosce tutti e tutti lo conoscono. Color miele, il
pelo lungo e soffice, sembra anche lui, come le bancarelle, parte
imprescindibile delle strade del quartiere. Proprio per il suo strano
atteggiamento gli abitanti della zona hanno confezionato su di lui una
“leggenda nuova”.
È tra i primi a svegliarsi, la mattina presto, quando il mercato rinasce
e i commercianti preparano le loro bancarelle sulla strada. Allora è tutto
un montare, un sistemare. Il cane parte da via Sant'Agostino e si aggira
felice tra il moltiplicarsi di stoffe, tende, lenzuola, asciugamani e sete
esposte in strada con grande cura. Gira per via Bandiera tra gli abiti e la
biancheria delle bancarelle e poi va verso via Porta Carini, in estasi per
gli odori e i colori di frutta, pesce, carne. Passa il tempo e la gente, il
rumore, gli odori crescono. Già a metà giornata i resti di carne e
verdura si ammassano buttati all'angolo della strada, il cane li assaggia
a suo piacimento senza capire che il mercato lentamente si va
disfacendo. Le luci delle lampadine sotto il tendone cominciano a
illuminare il buio della sera. Il tempo passa e il mercato appena nato è
già “vecchio” di una giornata. Allora i commercianti iniziano a
smontare il mondo, fino a che tutto scompare. Sembra impossibile che
le stoffe che foderano la via Sant'Agostino, gli abiti e la biancheria di
via Bandiera, le lampadine e i tendoni del Capo durino un giorno.
Passandoci di sera o di notte, quelle non sembrano le stesse strade del
pomeriggio: senza la loro scenografia quotidiana, senza i volti dei
commercianti, senza le “cose del mercato”, sono altro, doppiamente
vuote. Così, quando ogni cosa scompare e le strade si immergono nel
silenzio, il cane color miele inizia ad abbaiare, a cercare, a percorrere
all'infinito le strade vuote.
Se dopo le nove di sera si va in piazza delle Stigmate o in via
Sant'Agostino lo si incontra sempre. Abbaia a intermittenza e si guarda
intorno. Ogni notte quel cane cerca il mercato e non riesce a darsi pace
che non ci sia più nessuno. Percorre in lungo e in largo i vicoli e abbaia,
si infila nelle stradine e poi torna nelle vie principali. Qualcuno a volte
passa e lo riconosce. Lo accarezza e gli chiede cosa c'è, ma il cane che
durante il giorno è affettuoso di notte risponde sempre abbaiando.
La “leggenda del cane color miele” nasce dalla necessità di dare una
spiegazione al suo comportamento. Una delle caratteristiche delle
leggende è il fatto di essere così antiche da non riuscire a risalire alla
loro origine. Ma anche di essere connotate da una visione popolare che
mette un pizzico di magia e di irrealtà nella spiegazione di eventi reali.
Se è così, allora questa del cane del mercato è una leggenda a metà
perché, troppo nuova, aspetta ancora di consolidarsi nel tempo. Però ha
già quel contenuto simbolico che provoca un'accelerazione della
fantasia popolare. E allora questa è una “leggenda nuova” che ha come
protagonista il cane del mercato.
“Vuole la leggenda” che quello fosse un cane dell'antico cortile degli
Aragonesi. Il cortile con le sue case fu demolito nel 1874 per costruire
un mercato al coperto, il Mercato degli Aragonesi. Al contrario delle
aspettative, però, la gente continuò a fare la spesa al Capo: Palermo non
è città per mercati al coperto come quelli della Svezia, della Spagna o
della Finlandia. Nel 1887 fu chiuso e usato per altro. Nel secondo
dopoguerra fu demolito. Si dice che quel cane sia rimasto incastrato in
quel tempo e ogni volta che non vede più il mercato ha paura che sia
stato demolito per sempre.
Che sia legato a un luogo antico o a quello attuale, la verità è che
quando la mattina il cane vede che le bancarelle del Capo stanno
rinascendo ritorna quieto, si gode la giornata senza pensare alla notte,
dimenticandosi che di sera ogni cosa sarà smontata per essere rimontata
il giorno dopo.
Proprio come il mercato che ogni giorno nasce, vive e muore, allo
stesso modo ogni giorno il cane ricomincia la sua memoria: si stupisce
per le bancarelle e si dispera per la loro assenza. Come se ogni giorno
fosse un ciclo vitale chiuso e indipendente che si ripete in eterno.
CACCIA AL TESORO SUI MONTI DI PALERMO: LE
TROVATURE

Molte delle ricchezze artistiche cittadine sono invisibili agli occhi di


chi non ne conosce la storia. Luoghi che racchiudono leggende, palazzi
che come forzieri conservano tesori inestimabili. Stanno sotto gli occhi
di tutti, eppure non esistono: non una targa, non un'indicazione,
rimangono segreti per secoli. Forse da qui nasce una tra le più famose
leggende siciliane, quella delle trovature.
La trovatura è la scoperta di tesori nascosti, invisibili a tutti quelli che
non sanno la formula per scioglierne l'incantesimo. Vuole la leggenda
che i proprietari dei tesori, prima di sotterrarli, li vincolassero a un
incantesimo. Così potevano tornare dopo anni e ritrovarli perché
nessuno li vedeva. L'incantesimo però si poteva rompere, grazie a prove
di abilità, di astuzia, di coraggio.
La storia delle trovature è anche intessuta di elementi cruenti. Tra i
diversi rituali per “incantare” il tesoro c'era quello di uccidere un uomo
nello stesso punto in cui questo era nascosto: il suo spirito ne sarebbe
stato guardiano e avrebbe conservato la formula segreta che ne
garantiva l'invisibilità.
A volte, poi, la prova da superare per vedere magicamente piovere
monete d'oro e d'argento era terribile. Come quella riportata da Pitrè
riguardo al tesoro segreto di Monte San Calogero. Lo studioso racconta
che bisognava salire in cima all'altura e camminare fino a che non si
incontrava un grossissimo masso con un'iscrizione araba. Inutile
provare a spostarlo, neanche dieci uomini insieme ci sarebbero riusciti.
Per farlo alzare magicamente bisognava uccidere tre bambini proprio
sopra la grossa pietra e bere il loro sangue. Allora il tesoro appariva.
La scritta araba sul masso non è casuale. Si dice che gli Arabi prima
di lasciare la città sotterrarono molti tesori. Palermo, del resto, ha avuto
così tante dominazioni che ogni volta che la città veniva conquistata e
cambiava governo, i popoli in fuga nascondevano le loro ricchezze
sperando un giorno di ritornare a prenderli. Era una pratica così
frequente che già in epoca normanna si impose una tassa su tutti i tesori
ritrovati.
Nell'immaginario collettivo gli oggetti preziosi nascosti sono
contenuti nella cosiddetta pignata, un recipiente d'argilla. Il giorno
perfetto per cercare i tesori è quello dell'Ascensione.
Oltre a Pitrè, altri studiosi della cultura siciliana, tra cui Rosario La
Duca, si sono divertiti a tracciare mappe e percorsi che guidassero alla
scoperta delle ricchezze sepolte. Percorsi nati sulla scia delle diverse
leggende ma che toccano i punti paesaggisticamente più ricchi e belli
della città.
Monte Pellegrino nasconde due tesori. Si dice che uno sia sotto la
croce della Chiesa di Santa Rosalia. Per trovarlo bisogna salire a piedi
le lunghe scale che dalla base conducono alla cima del monte, correndo
con un bicchiere di vino in mano. Bisogna arrivare davanti alla chiesa a
mezzanotte in punto, senza aver fatto cadere nemmeno una goccia di
vino.
Il secondo si trova alla base della montagna. Pare che molti nuotatori
abbiano intravisto sott'acqua, dentro una grotta, un grosso vaso di
argilla pieno di monete d'oro. Ma quando provano a scavare da terra nel
punto esatto in cui l'hanno visto, non trovano nulla. Probabilmente
ancora nessuno ha scoperto la formula per liberare questo tesoro
dall'incantesimo a esso collegato.
Un altro tesoro è nascosto ai piedi di Monte Cuccio. In questo caso si
sa come disincantarlo. Bisogna trovare un pane di tre anni ancora caldo.
Vuole la leggenda che un uomo conservò per tre anni un pane, allo
scoccare del terzo anno lo riscaldò e andò nel posto dove sarebbe
dovuto essere il tesoro. Visto che non successe nulla tornò a casa,
pensando e ripensando a cosa aveva sbagliato. Fino a che non si
convinse che non di pane vecchio di tre anni si trattava, ma di un pane
vecchio appartenente a tre Anni, tre persone chiamate Anna. Così fece
cucinare tre pani da tre donne che portavano quel nome e andò sul
monte. Il tesoro si rivelò subito. Monete d'oro, d'argento e di rame
resero ricco l'uomo che tornò a casa e non disse niente a nessuno. Anni
dopo però si abbatté sulla città una pestilenza e così l'uomo confidò il
segreto ai figli: in quel momento le monete più preziose scomparvero e
restarono solo quelle di rame.
Questi e molti altri tesori sono nascosti a Palermo. Per cercarli
bisogna fare delle escursioni sugli splendidi monti cittadini, andando a
caccia di incantesimi. Bisogna studiare la storia di ogni singolo posto,
percorrerlo come un esploratore, guardando e riguardando angoli e
scorci e prima o poi di sicuro un tesoro verrà fuori.
UN'EPIDEMIA INVOLONTARIA DI MORFINA

All'inizio del XX secolo era già diffusa una inconsueta maniera di


curare fastidi e dolori. Un potente analgesico efficace contro gli attacchi
d'asma da cui erano afflitte molte signore dell'epoca. Era la morfina,
prescritta dai dottori o forse solo da un medico che andava di gran
moda a quei tempi tra i ceti più alti. Non fu dunque colpa del vizio, ma
di sbagliate valutazioni mediche, se un'intera classe sociale ne rimase
dipendente. Non si era informati sugli effetti a lungo termine e sulle
controindicazioni, e ancora la potente droga ricavata dall'oppio veniva
prescritta con leggerezza. Il “contagio” avvenne tramite il passaparola.
Le nobildonne ne traevano grande giovamento e, non conoscendone
gli effetti deleteri, cominciarono a consigliarla e offrirla ad amici e
parenti. La davano anche ai figli, utilizzandola alla stessa maniera di
un'aspirina.
Nacque a Palermo un vero e proprio mercato nero, dove si acquistava
la morfina a prezzi sempre più alti. Interi patrimoni furono dilapidati,
molte famiglie si ridussero sul lastrico e in molti casi i nobili smisero di
curarsi dei propri possedimenti e dei propri interessi a causa della
dipendenza.
«Salina pensò a una medicina scoperta da poco negli Stati Uniti, che
permetteva di non soffrire durante le operazioni più gravi, di rimanere
sereni fra le sventure. Morfina lo avevano chiamato questo rozzo
sostituto chimico dello stoicismo antico, della rassegnazione cristiana»,
scriveva Tomasi di Lampedusa in Il Gattopardo. Già nella metà del XIX
secolo – all'epoca in cui è ambientato il romanzo – la morfina era
diffusa come un rimedio che oltre ai dolori fisici era capace anche di
curare certe sofferenze psicologiche. Col passare del tempo si fu
consapevoli di tutti gli effetti della droga che continuò a essere
prescritta, ma con maggiore consapevolezza. L'“epidemia” finì. A
Palermo successe anche questo: un rimedio contro l'asma per le signore
troppo cagionevoli si era trasformato in un'incredibile epidemia che
intaccò le tasche e la solidità di molte ricche famiglie.
IGOR SCALISI PALMINTERI E LA MADONNA DI
PIAZZA MARINA

Era un'estiva domenica mattina e Igor Scalisi Palminteri cercava la


Madonna a piazza Marina.
Faceva avanti e indietro per le bancarelle che nei weekend riempiono
la piazza: la cercava tra le scrivanie, i quadri e i dischi, tra vecchie
cartoline e libri usati. La cercava dietro le facce dei venditori e tra gli
alberi del giardino. Era sicuro di averla vista un paio di domeniche
prima, proprio lì. Eppure quella domenica non riusciva a trovarla.
Fu soltanto incrociando lo sguardo di un'amica, incontrata per caso,
che il tempo in quel mercatino non andò perso. Si ricordò di lei e di un
suo gesto semplice e tornò a casa a dipingerla. Era la Maddalena.
Il fatto è che da quando era piccolo Igor aveva uno sguardo differente
rispetto agli altri bambini. Aveva incontrato Dio molto presto. E da
allora non aveva mai smesso di cercarlo.
Fin da quando a casa di sua nonna girava e rigirava attorno a una
statuetta di san Giuseppe facendosi promettere di averla in regalo prima
o poi. L'aveva cercato in un convento, da frate francescano cappuccino
a soli vent'anni e tra i segreti delle icone bizantine che dipingeva
insieme a un prete russo.
E poi, smesso il saio a ventisette anni, all'Accademia delle Belle arti
di Palermo, tra le tecniche della pittura e della scultura. Poi l'aveva
trovato dentro gli occhi di un'amica, nel sorriso di un'amante. Nel
ricordo di sua madre, oggi segnato sul corpo da un tatuaggio.
Alto e sempre vestito di scuro, i capelli lunghi legati stretti, un
piercing sul sopracciglio e un paio di tatuaggi, Igor Scalisi Palminteri
ha percorso mille mondi e oggi è un artista molto conosciuto in città.
Dipinge il significato di un gesto fragile, la spiritualità di una parola, la
dignità nel conoscere se stessi e i propri limiti. Dipinge il sacro che c'è
nella vita quotidiana. E per dipingerlo si immerge in esistenze che
all'apparenza non hanno nulla di straordinario, smonta la quotidianità e
come una perla dentro la conchiglia ne trova il bello, il miracoloso.
Ritrae la carne, le rughe, le imperfezioni della gente, le loro incertezze,
che divengono universali. È così che ha trovato la presenza divina nel
mondo. Dopo essere stato in convento, dopo essersi immerso nel
mondo dell'arte, ha pensato che la vera santità non sta nei grandi
miracoli né nei gesti eccezionali, quanto nei gesti semplici e
incondizionati, nelle storie comuni che si conoscono per strada, in un
bar o dentro un cinema. Per Scalisi Palminteri tutti sono candidati alla
santità. Una santità ordinaria. La definisce un'operazione fisica:
simbolicamente prende una statua che si trova in una nicchia in alto e la
mette per terra.
Per l'ultimo lavoro ha ripreso la statua di san Giuseppe che guardava
a casa della nonna da bambino e molte altre, e ha trasformato le divinità
in supereroi. Perché oggi la gente si aspetta dai santi miracoli
eccezionali, salvataggi straordinari, proprio come nei film succede con i
supereroi.
Così in una domenica mattina di un'estate troppo calda, per
completare la sua ultima mostra Igor cercava la statua della Madonna a
piazza Marina ma rimase rapito da certi sguardi e certe parole e corse a
dipingerle.
LE MURA DELLA PACE: LA BELLEZZA
NECESSARIA A DIRIMERE LE CONTROVERSIE

La Compagnia della Pace aveva un importante e delicato compito:


riappacificare gli animi e dirimere le controversie che sorgevano tra le
famiglie.
Fondata il 22 maggio 1580 col nome di Compagnia di Santa Maria
della Consolazione, originariamente si occupava di raccogliere fondi
per i bambini orfani del Collegio San Rocco. Fu nel 1616 che assunse il
compito di riportare la pace e la solidarietà fra la gente. Allora il motto
diventò: “I' vo cercando pace, pace, pace”. Col tempo la Compagnia
ottenne poteri sempre più ampi e mutò nome in quello attuale.
Soprattutto durante le feste di Natale e di Pasqua, alcuni membri –
potevano essere solo nobili o ecclesiastici – giravano per la città
professando l'amore verso il prossimo, recitando preghiere, e chiedendo
alla gente se fosse a conoscenza di ripicche e litigi da dirimere. Anche
se non erano i litiganti a voler fare pace era importante conoscere le
cause della discordia, prevenirle e risolvere le controversie. L'intento
era quello di far riappacificare gli animi in maniera amichevole.
Durante le loro processioni vestivano con un lungo saio di tela,
mettevano un mantello e un cappuccio anch'esso di tela che gli copriva
il volto. Sulla visiera era dipinta una croce e una scritta “Pacem meam
do vobis, pacem meam relinquo vobis”, “Vi do la mia pace, vi lascio la
mia pace”. L'impatto visivo al loro passaggio doveva essere molto
forte, visto che era assolutamente proibito alzare il cappuccio durante
tutta la processione cadenzata da salmi e preghiere.
Spesso invece la riconciliazione avveniva su richiesta di uno dei
litiganti. L'interessato faceva domanda al governatore della Compagnia
esponendo i motivi del litigio e il nome, il cognome e l'indirizzo della
persona con la quale voleva fare pace. Il governatore, una volta risolta
la questione e trovata la soluzione, passava la pratica ai membri della
Compagnia e poi al cancelliere che annotava tutte le riappacificazioni
su un registro.
Sradicare l'odio tra gli uomini richiedeva anche un ambiente che
desse una sensazione di benessere: la sede ideale era la Chiesa di Santa
Venera.
La santa aveva fatto moltissimi miracoli per la città e così già nel
1493 il senato palermitano aveva deciso di mettere l'antica Porta
Termini sotto la sua protezione; l'anno dopo fu edificata la chiesa.
Nel 1676 gli ingressi della porta furono murati. Vuole la leggenda che
fosse stata lasciata accesa una lanterna davanti all'immagine di santa
Venera. Quando nel 1678 la porta fu riaperta, la candela era ancora
accesa.
Sulla scia del loro impegno umanitario i membri della Compagnia
costruirono sopra la porta un oratorio riccamente decorato da marmi e
stucchi, e nel 1661 lo adibirono a monte dei pegni. Si trattava di un
monte di pietà molto particolare perché vi si potevano portare in pegno
solamente capi di lana. Un monte, quindi, dedicato ai più poveri, una
sorta di “pronto intervento” per la gente in difficoltà che non aveva
altro che abiti e biancheria di cui si privava, nella speranza di poterli
presto riscattare. L'oratorio diede il nome alle mura su cui sorgeva, che
da allora furono chiamate “le Mura della Pace”. Nel 1852 vennero
demoliti sia Porta Termini che l'oratorio. La Compagnia ne costruì un
altro altrettanto bello.
La Compagnia della Pace esiste tutt'ora e “abita” insieme ai soci del
circolo Bellini, il circolo della più alta nobiltà palermitana, uno tra i più
antichi d'Europa. Nel 1999 il governatore della Compagnia, il conte
Francesco Paolo Naselli dei duchi di Gela invitò il circolo di cui era
socio – che era in cerca di una nuova sede – a trasferirsi nella loro sede
alle Mura della Pace. Da allora gli spazi divennero ancora più belli. Al
termine dell'ampio scalone d'ingresso si conserva la cattedra del
governatore della Compagnia. L'oratorio è diventato il magnifico
“salone degli stucchi”; il giardino sul bastione sembra un'oasi di pace,
immerso nel verde su cui spicca una grande fontana settecentesca.
Anche se la Chiesa di Santa Venera avrebbe bisogno di restauri, il resto
dello spazio, al numero 1 di via Garibaldi, è un posto incantato con un
giardino che, unito alla bellezza degli interni, sembra che abbia davvero
la capacità di rasserenare gli animi e riportare la pace tra gli uomini con
lo spettacolo che offre al loro sguardo.
I TELAMONI DI PORTA NUOVA E LE DUE FACCE
DELLA CITTÀ

I musulmani, i turchi, i mori, i saraceni: in mille modi furono


chiamate nei secoli le popolazioni arabe. Questo perché mille maniere
differenti hanno caratterizzato i rapporti con loro. Del resto i “turchi”
sono scolpiti nel nostro paesaggio, anzi in definitiva sono coloro che
danno il benvenuto in città.
Quando nel settembre 1535 Carlo V, di ritorno dalle vittorie di Tunisi,
entrò a Palermo da Porta Nuova, si decise che il semplice ingresso
quattrocentesco non era più degno, ci voleva un “arco trionfale” a
ricordare le vittorie riportate dal re in Africa. Si era nel pieno di una
campagna volta a combattere le incursioni dei musulmani contro gli
Stati cristiani. Il rapporto con i mori era mutato radicalmente. Tra il IX
e l'XI secolo gli Arabi avevano creato da dominatori una “Palermo
Felicissima” e con i Normanni avevano collaborato per potenziarne il
fascino e l'efficienza. Durante la dominazione aragonese si erano
trasformati nei peggiori dei nemici: erano gli “infedeli”, i pirati, sintesi
delle paure contro cui lottava il governo spagnolo.
Palermo – per la sua posizione al centro del Mediterraneo – era la
prima preda della pirateria e per questo doveva fare da baluardo a
protezione del regno. La Sicilia – da sempre terra di confine – doveva
allora diventare una fortezza.
La Chiesa aveva istituito l'ordine religioso dei mercedari che aveva
sede al Capo e si occupava di riscattare gli schiavi cristiani. Per quel
fine c'era bisogno di un'ingente quantità di denaro, così uno dei compiti
principali dei membri dell'ordine era raccogliere fondi per aiutare i
fratelli cristiani rapiti. Era usanza di molti lasciare per testamento una
somma a disposizione di quella causa.
Succedeva però che molto spesso i palermitani rapiti decidevano di
convertirsi. Era una scelta di comodo: un musulmano non poteva
possedere uno schiavo musulmano. Una volta convertito lo schiavo
riusciva a guadagnare la libertà. Non sapeva però che, tornato a casa,
dopo anni di prigionia su feluche e navi, sarebbe stato imprigionato
dalla Santa Inquisizione perché appunto divenuto “infedele” e
“maomettano”. Trattandosi di conversioni di comodo quasi tutti
abiuravano e riuscivano a ottenere la libertà, dopo però aver subito
torture e prigionia.
Molti palermitani rapiti, invece, si convertivano, restavano nel Paese
dove erano stati schiavi e in poco tempo riuscivano a ricoprire ruoli di
prestigio e a fare fortuna.
Oggi a Palermo il termine “turco” si usa per qualsiasi persona che
provenga da Paesi in cui la carnagione sia più scura di quella dei
siciliani. Come se quell'epoca avesse traumatizzato tanto, che appena si
incontra una persona scura di pelle subito si pensa ai “turchi”.
Su una delle facce di Porta Nuova è scolpita questa storia. L'ingresso
mostra in qualche modo i due caratteri della città: il fronte che guarda al
mare è molto più semplice e racconta una città virtuosa e pacifica con i
quattro busti in marmo che rappresentano Pace, Giustizia, Verità,
Abbondanza; l'altra faccia svela invece una città combattiva e sfarzosa.
Il fronte che guarda alle montagne è riccamente decorato – festoni,
maschere, frutti e puttini – ed è caratterizzato da quattro statue di
notevoli dimensioni: sono i famigerati mori, l'ossessione della città.
Rappresentano gli schiavi fatti prigionieri da Carlo V durante la sua
campagna africana. Due hanno le braccia mozzate e due hanno le
braccia incrociate. Eppure mantengono in qualche modo un aspetto
fiero, nobile. Sono rappresentati come dei telamoni, colonne che
reggono il peso della porta e che ricordano a chi entra in città che fine
facevano “gli infedeli”. Insieme però suggeriscono che i mori sono
sempre stati nel destino di Palermo, di cui in fin dei conti hanno
plasmato l'identità. L'ingresso incornicia il mare in lontananza, dove la
terra finisce e iniziano le storie dei pirati.
IL MUSEO DELLA VITA QUOTIDIANA

Fin da quando era bambino raccoglieva immagini. Cercare le origini


di un'abitudine, i significati di certi gesti o di certe parole è sempre stata
una delle sue ossessioni. Negli anni ha accumulato moltissime
fotografie. Scatti che mostrano i ricordi della gente, i loro mestieri, le
abitudini, il modo di parlare e di sorridere, la forma dei bar e delle
taverne, gli orari del pranzo e della cena, il tempo trascorso sulle
panchine delle piazze. Questi aspetti per così dire “ordinari” raccontano
l'anima più intima delle città, fanno orientare fra le trame dei vicoli,
come una bussola capace di indicare non tanto il percorso ma il modo
per perdersi nelle vicende raccontate dal percorso stesso.
Claudio Pezzillo ha iniziato raccogliendo fotografie del Capo. In
maniera del tutto spontanea e in un crescendo esponenziale, la gente del
quartiere prima e poi ogni palermitano che veniva a conoscenza del
progetto – finanche molti emigrati che dall'America conservano
gelosamente i ricordi della propria famiglia d'origine – ha iniziato a
mandargli le proprie fotografie, scattate in altri quartieri storici della
città. Lui le ha messe tutte sul suo blog.
Il blog di solito è perfetto per raccontare il presente e la sua continua
evoluzione. Quello di Pezzillo invece è un blog al contrario, racconta il
passato, ne cristallizza l'atmosfera, che tuttavia scorre ancora nelle vene
della città. Una foto del 1960 ritrae l'artigiano Salvatore Incontrera che
mostra come si fa un bastone. La didascalia specifica che la lavorazione
dei bastoni era ospitata nella piazzetta San Giovanni alla Guilla, al
Capo. Da quella piazza i bambini si arrampicavano sui muri per
assistere a una proiezione che si teneva all'Arena Trinacria e Pezzillo
conserva l'immagine di una tessera del 1957 per l'ingresso di due
persone. Poi c'è lo Zu' Ninu, il cocchiere del Capo, con la sua carrozza.
Uno scatto del 1966 ritrae la montagna di gesso ai piedi del monte di
pietà – nell'omonima piazza – che veniva costruita in occasione del
festino di Santa Rosalia. In un altro c'è il grande cuntastorie Peppino
Celano che tra i vicoli deliziava la gente seduta su sedie sistemate per
strada. Uno scatto del 1943 mostra l'ostetrica Anna Borruso che aveva
fatto nascere quasi tutti i bambini del quartiere. Il venditore di lingue di
Porta Carini, il venditore ambulante di coltelli. Giorno dopo giorno sul
suo blog (laguilla.wordpress.com) Pezzillo raccoglie immagini. Oltre
alla raccolta fotografica sui Personaggi degli anni '50-60-70 che hanno
fatto la storia del rione del Capo ce ne sono altre: le Aquile di Palermo,
Ville e palazzi non più esistenti, le Antiche Porte di Palermo, i Busti e
le statue di personaggi famosi. In tutte Pezzillo mette delle didascalie in
cui approfondisce il significato dei volti e dei luoghi.
Esiste così un museo “astratto”, i cui pezzi stanno nei vecchi rullini
fotografici della gente. Immagini del passato che sono il presupposto
del presente, il muscolo che muove le azioni di oggi. In cui ogni
fotografia fa immaginare un prima e un dopo, come se fossero tanti
pezzetti di film. Come se quella persona che sorride seduta di profilo al
bancone di una taverna, subito dopo si potesse girare a guardare e
potesse iniziare a raccontare che marca di gazzosa si beveva in
quell'anno e cosa si mangiava, qual era il vestito all'ultima moda che
faceva impazzire le ragazze e come ci si svagava all'arena.
LA PANTERA DI BORGO NUOVO

Giorni e giorni chiuso in gabbia, un maialino ha aspettato invano


l'arrivo di una pantera. A salvarlo – più che le polemiche degli
animalisti che non accettavano l'ingiusta violenza – è stata la
noncuranza del felino che invece di presentarsi agli appuntamenti
sceglieva di andare altrove, cambiando quartiere e orari. Ogni volta che
nella zona da dove provenivano le segnalazioni veniva montata una
trappola, la pantera si spostava e gli avvistamenti improvvisamente si
concentravano tutti su un'altra parte di città. Così il maialino infine è
tornato sano e salvo a casa sua.
È successo a Torino come a Roma, in Inghilterra come negli Stati
Uniti: avvistamenti straordinari di pantere ferocissime. Normalmente
accade in estate, forse perché si ha più tempo per far galoppare
l'immaginazione o forse perché c'è più spazio sui giornali a corto di
notizie. Di solito si tratta sempre di un gatto o un cane di dimensioni
anormali. Nell'estate del 2010 è successo anche a Palermo.
Tutto è cominciato con delle segnalazioni dal quartiere di Borgo
Nuovo: nei pressi di una collinetta era stata vista una pantera nera. Il
panico si era diffuso in tutta la città.
Ricerche in elicottero, squadre create ad hoc.
Poi le segnalazioni si sono estese a macchia d'olio in altri quartieri.
Immagini di un animale nero troppo lontano per dire con certezza cosa
fosse, un collare con dei peli, animali sbranati e ancora altri
avvistamenti. Fino alla periferia della città. Per tutta l'estate si sono
susseguite segnalazioni, e ognuna ne richiamava un'altra, in un
crescendo nato sulla scia della suggestione.
Ma non per forza le cose devono succedere davvero per esistere. Le
più belle favole nascono dalla paura per un mostro che si aggira per i
boschi e da un eroe che salva la comunità dal pericolo. Qualcosa che
non si è mai visto ma di cui si suppone l'esistenza. Qualcosa di cui forse
c'è bisogno.
Nascono quando la realtà cede il posto alla meraviglia. Non un senso
di meraviglia per fatti irrealizzabili, ma per accadimenti reali. Perché è
dalla speculazione sulla realtà che nascono le storie più affascinanti.
La pantera, quella vera, non è mai stata trovata, ma Palermo non è
come le altre città. Qui – si dice – la pantera c'era veramente.
LA STRAGE DEL PANE

Quando si legge un libro, o lo si sfoglia, ci si abitua alla consistenza


delle pagine, al loro particolare spessore. Idealmente invece questa
pagina è diversa. Come se fosse un foglio più sottile. Perché vi si
racconta un istante senza trama e senza significato. Un istante la cui
trama e il cui significato esistono ma non sono stati svelati e restano
quindi inconsistenti.
In una mattina di ottobre del 1944, lungo la via Maqueda, qualcosa si
spezzò. Per trenta secondi la città perse l'equilibrio: furono pochi istanti
ma successe quello che non sarebbe mai dovuto accadere. I palermitani
erano stremati dalle privazioni e dai dolori della guerra. La città era
distrutta, i segni dei bombardamenti ben visibili e il carovita alle stelle.
Il mercato nero e il contrabbando spadroneggiavano.
Era il 19 ottobre e su via Maqueda era in corso una manifestazione.
La folla disarmata protestava: gli stipendi non bastavano più per
acquistare i beni di prima necessità. Quello per cui si lottava, in
sostanza, era pane e cibo.
Partiti da piazza Pretoria i manifestanti erano finalmente arrivati sotto
Palazzo Comitini, allora sede della prefettura. Aspettavano che le loro
richieste venissero ascoltate attraverso l'audizione di una delegazione.
Ma dal palazzo non avevano intenzione di riceverli e così, più il tempo
passava, più l'agitazione cresceva. Fu chiamato un contingente di
soldati dell'esercito. Non era il primo corteo che si teneva in quel
periodo. Eppure quella manifestazione ebbe un esito differente.
Fu meno di un minuto. I soldati spararono ad altezza d'uomo e
scagliarono diverse bombe sulla folla. Si scatenò il panico. La gente
correva e tentava di mettersi in salvo, molti restarono sulla strada.
Le vittime furono 24, i feriti 158.
Due erano donne: Anna Pecoraro e Cristina Parrinello. Non avevano
preso parte al corteo, ma lavoravano in una stireria che si trovava
proprio nel punto dove si stava svolgendo la protesta. Il negozio fu
colpito da una bomba e loro morirono. Tra le vittime anche bambini e
giovanissimi. Il più piccolo, Salvatore Grifati, aveva nove anni.
Gli articoli di giornale dell'epoca raccontano che la strada restò per
giorni sporca di sangue e che furono invano gettati litri e litri d'acqua
per lavarla. L'orrore di quel giorno venne ribattezzato la “strage del
pane” proprio perché chi morì lo fece per un pezzo di pane in più.
Da allora le notizie e le spiegazioni sono sempre state confuse,
discordanti e soprattutto rare. Nonostante il cospicuo numero delle
vittime, la “strage del pane” è sempre stata avvolta da un velo di
silenzio. Pochi gli approfondimenti per capire cosa successe in
quell'assurdo giovedì mattina dell'ottobre del 1944. Poche le
spiegazioni fornite per comprendere chi c'era veramente dietro quella
reazione da parte dei soldati. In occasione del cinquantesimo
anniversario – il 19 ottobre 1994 – è stata apposta una targa a Palazzo
Comitini, oggi sede della Provincia di Palermo che recita: “Qui addì 19
ottobre 1944 mentre pacificamente chiedevano pane e lavoro inermi
caddero uccisi ventiquattro cittadini”, seguono in fila tutti i nomi delle
vittime.
LA BORGATA DOVE L'ACQUA È SANTA

Nella borgata marinara dell'Acquasanta terra e acqua sono la stessa


cosa. L'una fa parte dell'altra, perché è in questa borgata che si conserva
da secoli la formula per far sgorgare un'acqua miracolosa. Un'acqua che
nasce sottoterra, scorre nelle viscere del suolo e ne prende le proprietà,
fino a sbucare nella Grotta dell'Acquasanta e da lì al mare.
Furono i Fenici i primi a scoprirne le proprietà curative e a fare della
zona un luogo di culto, benedetto da Shadrapa, il dio della salute.
Con la cristianizzazione della Sicilia l'acqua divenne “santa”, capace
di far rinascere a nuova vita spirituale. Vuole la leggenda che nel 1022
fu trovata dentro la grotta un'immagine della Madonna con il Bambino.
Moltissimi fedeli cominciarono a recarvisi in pellegrinaggio fino a che
non vi fu costruita una chiesetta chiamata Madonna dell'Acquasanta. Il
nome della chiesa e poi di tutta la borgata deriva proprio dalla sorgente
capace di fare miracoli e sanare diverse infermità. Si diceva che
l'immagine della Madonna, collocata sull'altare maggiore, non si
deteriorasse mai, che i colori non sbiadissero nonostante si trovasse in
riva al mare e nonostante il passare del tempo.
Nel 1774 il barone Lanterna costruì vicino alla grotta Villa Lanterna.
A quei tempi l'Acquasanta era una rinomata località dove andare a fare i
bagni e respirare l'aria salubre. Nel 1871 la proprietà della villa e della
sorgente passò ai fratelli Pandolfo, due sacerdoti che vi fecero dei bagni
termali. La scritta “Stabilimento Bagni Minerali Fratelli Sacerdoti
Pandolfo” campeggia sulla facciata della struttura adiacente alla villa.
L'incisione su un marmo dello stabilimento prometteva miracoli:
“Quest'acqua minerale, ritenuta salutare dagli antichi, fu adoperata per
le ribelli ostruzioni dei visceri, contro reumatismi cronici, gotta,
calcolosi uriche, coprostasi ecc.”. Si apriva il primo di maggio e si
chiudeva l'ultimo giorno d'ottobre. C'erano le stanze per i ricchi e quelle
per i poveri, perché a tutti doveva essere garantito di godere dei
benefici dell'acqua miracolosa. I bagni potevano essere freddi, caldi o
caldissimi con temperature che arrivavano fino ai 42 gradi e con un
costo che oscillava da una lira e cinquanta centesimi a due lire. Oggi, se
si guarda con attenzione, si può ancora vedere l'acqua che dalla grotta
sgorga silenziosa nel porticciolo della borgata, benché sia fortemente
inquinata e lo stabilimento termale sia chiuso. Eppure qui terra e acqua
sono ancora la stessa cosa. Basta fare un giro per capirlo. Barche tirate
a secco “posteggiate” in fila indiana tra le macchine; strade che
finiscono a mare, invece che su piazze o palazzi; la luce, l'aria uguali a
quelle di una piccola isola. Gli uomini sulla piazza e quelli sul
porticciolo paiono identici: gli stessi discorsi, gli stessi sguardi, come se
in mezzo vi fosse uno specchio capace di trasformare la stessa scena,
ora con lo sfondo delle montagne e delle palme, ora con quello del
mare. Quando arriva la sera l'ombra pian piano chiude la giornata e,
come un sipario leggero, la luce vela d'argento la piazza che sembra
poggiata sul mare. Lentamente il buio gioca a cancellare i confini. Si
accendono i lampioni e la loro luce illumina anche il porticciolo, quasi
fosse il naturale prolungamento della strada. Allora, mentre il tempo
cambia colore sulle onde del mare, il paesaggio si riempie di un senso
di lieve armonia e finalmente si intuisce che lì l'acqua è ancora capace
di fare miracoli.
A DOVUTA DISTANZA: LA CHIESA DEL CARMINE
MAGGIORE

La Chiesa del Carmine Maggiore, nel quartiere Albergheria, ha


sempre avuto uno strano destino: sembra che non voglia farsi vedere,
nascosta com'è nelle viscere del quartiere. Edificata su progetto di
Mariano Smiriglio tra il 1627 e il 1667, si alza imponente sull'omonima
piazza. La sua cupola è non solo tra le più belle della città ma è anche
uno degli elementi che – dall'alto – la caratterizza.
Nei secoli i palermitani hanno fatto di tutto per avvicinarsi a lei, ma
non è servito. La chiesa non si lascia trovare con facilità. Nel 1794 la
piazza su cui sorge fu abbassata di livello per uniformarla a piazza
Ballarò, che non bastava più a contenere il mercato. Le bancarelle si
moltiplicarono di corsa ricoprendo tutto lo spazio, addossandosi
all'ingresso della chiesa e rendendone ancora più difficile la vista.
Ancora oggi per vedere l'edificio nel suo insieme bisogna
allontanarsene un po' e procedere per tentativi nell'attesa che la sua
immagine compaia. Ma sempre a intermittenza. Un passo ed ecco
apparire la cupola che al passo successivo scompare di nuovo. Non è
come le altre chiese vicine che si possono ammirare da ogni parte: la
Chiesa del Carmine Maggiore non si concede subito allo sguardo dei
visitatori.
Bisogna conoscere gli angoli giusti, le prospettive giuste. Ci si deve
sistemare proprio in fondo alla piazza del Carmine, con le spalle al
muro accanto alla bottega dell'artigiano che, con la porta aperta sulla
piazza, fabbrica e ripara tutto il giorno le cassette per la frutta. Oppure
alla fine di via Ballarò facendosi spazio tra le tende oscillanti delle
bancarelle del mercato che la coprono e la scoprono, simili a un
intrigante gioco di veli. Si deve andare fino a piazza San Francesco
Saverio oppure fermarsi nella vicina via Musco, ma sempre stando
attenti a non fare un passo in più, altrimenti l'immagine scompare.
Trovato il punto esatto improvvisamente appaiono come in un miraggio
le maioliche policrome che rivestono la cupola. Poi la fascia scultorea
con i quattro telamoni, le figure maschili che come colonne portano
sulle loro spalle il peso della cupola senza riuscire a liberarsi da tutta
quella bellezza. Solo allora si capisce, si intuisce la magia. La chiesa è
fatta della stessa pasta della città: bisogna osservarla nella maniera
giusta, avere pazienza. Come ci sono persone che al primo incontro
raccontano tutto di sé e altre che hanno bisogno di essere corteggiate, di
aver rivolte le giuste domande, così ci sono città che si mostrano subito
e altre che hanno bisogno di tempo per svelarsi. Palermo si apprezza
allontanandosene un po' e poi girandosi a guardarla, si apprezza
passeggiando per i vicoli fino a trovare il proprio “punto di vista”, il
proprio angolo che permette di vedere le cose nella giusta prospettiva.
Solo allora si può comprendere l'inconscia forza attrattiva che tiene i
palermitani legati alla città. Come i telamoni della cupola: non possono
fare a meno di tutta quella bellezza che hanno scoperto con fatica e di
cui sopportano il peso pur di farne parte.
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M. VICENT, Una sentencia de la mafia, in «El País», 9 agosto 2009.
INDICE

Introduzione

1. La più bella di Palermo


2. Le meravigliose avventure acquatiche di Eliodoro Catalano
3. Il viceré pirata e la peste nascosta
4. L'edicola del giorno impossibile
5. Danisinni: la contrada dove il Papireto incontra il Nilo
6. Nizar e i sorsi di parole alla Taverna Azzurra
7. Antonio Veneziano e Miguel de Cervantes: prigionieri di
un'amicizia
8. Le sedie volanti
9. Dietro le mattonelle dei palazzi diroccati
10. Il viaggiatore che disegnò il profilo del mondo
11. Un pacco di storie a cinque euro
12. Gli orologi senza tempo del barone Pisani
13. L'alchimista imbalsamatore e le Catacombe dei cappuccini
14. Storia del pani ca' méusa
15. La Cuba tra sollazzi, eros e pestilenze
16. Il “Vecchio di Palermo”
17. Chiamatemi Israele: l'eremita e la costruzione di un sogno
18. Adu e il mestiere dell'allegria
19. L'eco delle anime nella Chiesa dei Decollati
20. Prigioniero di una camera d'albergo
21. Il lungo percorso del Cassaro tra aneddoti e traffico
22. Mata Hari si esibisce al Trianon
23. Un segreto sul soffitto della Cappella Palatina
24. I giorni in cui sbagliare cìciru voleva dire morire
25. Un eccentrico viaggio in Terrasanta
26. La “pioggia di animali” al Papireto
27. Il cammino di Palazzo Alliata di Pietratagliata
28. Dominazioni culinarie
29. Sebastiano Camarrone e le tredici vittime
30. Il ritmo della riffa
31. Il conservatorio dove si riparavano donne
32. Il poeta che unì Palermo e Praga
33. Costanza e la nascita di un re
34. Borgo Vecchio: il quartiere che incontra il mare solo per un
giorno
35. Raccogliendo neve
36. Renato Guttuso: consigli a un giovane regista
37. Nick Cave e Anita Lane si nascondono a Palermo
38. Cortesie per gli ospiti a Palazzo Comitini
39. Un falso letterario capace di modificare la storia
40. L'uomo che portò Palermo in Argentina
41. Porta Felice e Porta Nuova: l'amicizia di due donne rivali
42. I bambini che fanno ricominciare il tempo
43. Miseria e nobiltà: il mercato delle pulci
44. Totò Sciacca: le tavole d'acqua e le serenate d'amore
45. Il duca d'Ossuna che fece del divertimento una cosa seria
46. La regina del Ghana a Palermo
47. Palazzo de Gregorio e i capricci di Mascagni
48. Quando i morti si incontravano al mercato
49. La favorita dei re e la peste del Duemila
50. Su, giù e dal mare: istruzioni per l'uso
51. I cantori “orbi” tra sacro e profano
52. Peppuccio della Vucciria
53. I carteggi di Garibaldi e i segreti di Palazzo Conte Federico
54. Giuseppe Schiera, un poeta ambulante
55. La forma di Palermo e il suo destino
56. Leoni a Palazzo Baucina de Seta
57. I negozi storici e la formula per ingannare il tempo
58. Benveduto: c'era una volta al Foro Italico
59. L'albero stritolatore
60. Via Gioiamia
61. L'ispirazione e il Gattopardo
62. Leggendo maioliche
63. LA magia del principe Raniero Alliata
64. Le camere dello scirocco e i mille percorsi del sottosuolo
65. Cosa succede la notte a piazza Pretoria
66. La sicilia di Rosa Balistreri
67. Il Cimitero degli Inglesi e gli archeologi inconsueti
68. Tanto per dire: il sangue, l'anima e il fiato
69. Gaetano Celano e l'arte dell'incanto
70. La corsa delle bagasci
71. Marketing del cibo di strada: inseguimenti e nuvole di fumo
72. Un mestiere tramandato da donna a donna
73. La villa dei mostri, Goethe e le spiegazioni di un “modesto
mercante”
74. Il rifugio a cui tremavano le gambe
75. I fratelli che non sapevano fare pace: due statue a Palazzo
Pretorio
76. Applausi e fischi al Teatro Massimo
77. Su una poltrona rossa in via Maqueda
78. Il Convento della Martorana e i peccati di gola
79. L'invenzione di Mondello
80. Ballarò e il giro del mondo in un giorno solo
81. Le leggende di Isola delle Femmine
82. L'opera che fece entrare la mafia nel dizionario
83. Un balcone meraviglioso a Palazzo Ajutamicristo
84. Il fiume Oreto e l'avventura urbana di Igor d'India
85. Moda, indolenza e comodità alla Casina Cinese
86. Massimo e Gino: fare la corte alla gioia
87. Le pasquinate
88. La strada dove si scippano le teste
89. L'impresa eccezionale di Vincenzo Di Bartolo
90. I giardinieri di Santa Rosalia
91. La “leggenda nuova” del cane del mercato
92. Caccia al tesoro sui monti di Palermo: le trovature
93. Un'epidemia involontaria di morfina
94. Igor Scalisi Palminteri e la Madonna di piazza Marina
95. Le Mura della Pace: la bellezza necessaria a dirimere le
controversie
96. I telamoni di Porta Nuova e le due facce della città
97. Il museo della vita quotidiana
98. La pantera di Borgo Nuovo
99. La strage del pane
100. La borgata dove l'acqua è santa
101. A dovuta distanza: la Chiesa del Carmine Maggiore